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Full text of "MEMORIALISTI DELL' OTTOCENTO TOMO - II"

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MEMORIALISTI 
DELL'OTTOCENTO 

TOMO II 



A CURA 
DI CARMELO CAPPUCCIO 




RICCARDO RICCIARDI EDITORE 
MILANO NAPOLI 



TUTTI I DIRITT1 KISERVATI ALL RIGHTS RKSKRVKI) 
PRINTED IN ITALY 



MEMORIALISTI DELL'OTTOCENTO 

TOMO II 

INTRODUZIONE IX 

FILIPPO PANANTI 3 

Avventure e osservazioni sopra le coste di Barberia 1 1 

GIUSEPPE PECCHIO 53 

Osservazioni semi-serie di un esule sulPInghilterra 63 

LEONETTO CIPRIANI 12? 

Avventure della mia vita 135 

ANTONIO GHISLANZONI 255 

Storia di Milano dal 1836 al 1848 259 

GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 281 

Ricordi di gioventti 291 

UGO PESCI 395 

Fircnzc capitals (1865-1870) 401 

I primi anni di Roma capitate (1870-1878) 475 

ETTORE 80CCI 575 

Da Fircnsse a Digione. Impression! di un reduce garibaldino 583 

GUGUELMO MASSAJA 737 

I miei trcntacinque anni di missione nell'alta Etiopia 749 

CAETANO CASATI 845 

Dieci anni in Kquatoria e ritorno con Emin Fascia 849 

LEOPOLPO BARBONI 887 

Geni e capi ameni dell'Ottocento 893 

FERDINANDO MARTINI <)55 

NeU'Affrica italiana 9^5 

Confession! e ricordi (Fircnzc ^randucale) 1007 

Confession! e ricordi (1859-1892) 1102 



NOTA AI TKSTI 
INDICE 



INTRODUZIONE 

Nessuno dci secoli precedent! vide cosl vasta fioritura di memorie 
quanto 1'Ottocento. Lo straordinario rilievo assegnato dal romanti- 
cismo all'individuo, al personalissimo mondo dei suoi sentimenti, 
spronava a iscrivere, piu che fosse possibile, nel tempo e nella me- 
moria dei posteri il proprio nome e le proprie azioni. L'intensa 
partecipazione agli eventi risorgimentali, se in parte scaturiva da 
questa ansia di perennita, incitava, a sua volta, alia propaganda e 
alia difesa dei propri ideali, delle imprese compiute: testimonianze, 
a tacer d'altro, di un dilatarsi della vita individuale nella piu vasta 
sfera della societa nazionale. Intanto, uomini ed eventi si solleva- 
vano, per Fardore delle passioni, in un'atmosfera leggendaria, si che 
era un caro orgoglio cssere stati vicini a quegli eroi, aver vissuto 
quei giorni di riscatto, poterli narrare. Del resto, lo stesso balzare, 
sulla scena della storia, di strati sociali che a lungo ne erano stati 
assenti, spiega anch'esso, per un gioco di proporzioni, tanto infit- 
tirsi di pagine di memorie. 

Chi scriveva le proprie memorie restava assai spesso, anche per 
1'impegno civile da cui era animato, a mezza strada fra il docu- 
mcnto e Farte, tra 1'ansia di fissare la vcrita degli avvenimenti e 
1* impulse a riviverli liberamente in una trasposizione fantastica. 
Un atteggiamento, questo, che alternamente accentua della sua 
duplice istanza le pagine dei memorialisti, e sul quale torneremo 
in vari profili, ma che, anzitutto, giovava a sottrarre gli autori dal 
timore riverenziale che sempre incute 1 'opera decisamente e deli- 
beratamente artistica; a renderli, perci6, piu franchi, meno control- 
lati stilisticamentc; ad avvicinarli, infine, anche attraverso questa 
via, alle suggestion! popolari della poetica romantica. D'altra 
parte, il carattere documentario delle memorie, continuamcnte 
fuso con i sentimenti, le convinzioni, gFideali dello scrittore, questo 
incessante oscillare fra la letteratura c la cronaca, tra il fatto e la sua 
ricvocazionc appassionata, creava una forma narrativa che e un 
tramitc, assai piu che non si pensi, verso il contemporanco romanzo 
storico e, piu ancora, verso la produzione successiva del verismo, 
Proprio per questi motivi, ci sembra che i memorialisti del nostro 
Ottocento premano sugli orientamenti della nostra letteratura, sul 
gusto e le preferenze del secolo, non meno di quanto abbiano fatto 



X INTRODU2IONE 

gli artisti maggiori: dci quali, comunque, divulgano, su un piano 
piu uinile, temi c ideali, concezioni e scntimenti. 

Esiste, dunquc, nclla produzione memorialistica una evidente 
nutazionc dal piano documentario, cronachistico o embrional- 
mentc storico, a qucllo letterario e artistico. Hntro questo ideale 
spazio, a volte Pautore pone in picno rilievo gli event i di cui e stato 
testimone, lasciando nelPomhra la sua persona, la cui presenza c 
soltanto implicita nella scelta e> ancor piu, nelle idee, nel eolore, 
nel sentimento che piu o meno circolano tra le pagine delPopcra: 
una inclinazione, percio, prevalentemente storiografka. A volte, 
invece, il centro delFinteresse e autohiografico, si che gli avveni- 
menti storici si ritirano nello sfondo e sono richiamati solo in 
quanto si intrecciano aH'esistenza delPautore, ne chiarsscono k 
opere e i giorni. Piu raro e, invece, che si incontri un inipegno di 
rklaborazione fantastica, su un piano disgiunto da ogni intento 
storiografico. La volonta di non tradire Tesattezza, mentre evtta 
ogni falsijRcazione, frcna pero anche la fantasia, ne limita la liherta. 
Ne deriva un timbro letterario, non artistico: o tale raramente, 
in moment! di Felice equilibrio, come a volte succede in Ferdinando 
Martini. 

Ma accanto a quegH scrittori che piu comunemente si sogliono 
chiamare memorialist!, e che traggono dagli avvenimenti naziona- 
li lo stimolo a scrivere, ve ne sono altri in cui la storia politica 
e assente, mentre e vivo e operoso il ricordo delle esperienze e 
battaglie morali, delle correnti artistiche, letterarie, iilosofiehe, del 
graduate e pur amaro spegnersi di antichi usi e costurni di frontc al 
trionfare dei nuovi. Ne sorgono opere perplesse fra im ithtrra- 
rium mentis e un itinerarium cordis: storiche anch*esse, certaniente, 
pcrch6 testimoniano e rievocano la vita di un tempo: ma soprattutto 
letterarie ed artistiche, perch^ assai spesso testimonialize e rievoca- 
zioni si accompagnano, con rnaggiore o minore intensita, alia com- 
mossa nostalgia c al rimpianto di luoghi e di tempi e di cose e di 
uomini irrevocabilmente scomparsi: o, anche, ritraggono situa- 
zioni immediatamente presenti, ma con Tansia e Tattesa di vederlc 
mutare e farsi vicine a un piu alto ideate, 

I/Ottocento ha avuto una ricchissima abbondanza di memorie: 
non solo di quclle intimamente legate al nostro risorgere a nazione, 
ma di quclle altre cui ora acccnnavamo: memorie di patriotti, 
fra le quali gli esempi piu vivi sono dati dagli scrittori garibaidini, e 



INTRODUZIONE XI 

memorie di ambienti, come quelle del D'Azeglio errabondo pit- 
tore lungo la campagna romana; di usi e costumi, come e nella Cala 
bria ritratta dal Padula; di spensierate esistenze e di pugnaci batta- 
glie artistichc, quali le rievoca Telemaco Signorini; di un laborioso 
salire verso 1'arte, nella narrazione del Dupre; di un cristiano, 
eroico apostolato, nclle fervide pagine del Massaja. Gli esempi po- 
trebbero essere numerosissimi, se fossero necessari. Ma piu im- 
porta aggiungere che anche dalle memorie meno legate agli eventi 
risorgimentali si delinea spesso vivissima, dinanzi al lettore, Tat- 
mosfera del secolo, il respiro e le vibrazioni del tempo, di una vec- 
ehia Italia che risorge in un suo alone favoloso. proprio questo 
ehe rende care le tante memorie deli'Ottocento: questa ricerca 
di un tempo perduto, Una ricerca che era gia nello scrittore c che si 
rinnova nel lettore: non gia rivolta, come sara nel Novecento, alle 
proprie personalissime e quasi incomunicabili esperienze di vita, 
ma a quelle di un piu vasto mondo, nei quale & caro sentirsi citta- 
dini cd attori e in cui si iscrivono, sentendo che ne e il naturale 
afondo, le proprie ansie e le proprie lotte. 

Nella scelta di scritti per il presente volume, stata nostra in- 
tenzione dare la preferenza a memorie legate alia storia politica 
dcirOttocento. II volume successive, che e in programma, acco- 
gliera invece, in prevalenza, memorie meno apertamente ancora- 
te alle vicende del Risorgimento, ma pur sempre, come abbiamo 
detto, testimonianze della vita del secolo. Certo, ii confine tra le 
une e le altre resta assai incerto, come e sempre di cio che e vivo, 
e non tollera, perci6, schemi e classification!. II lettore infatti non 
trovera, gia nel presente volume, una effettiva coincidenza tra gli 
scrittori ruccolti e il nostro intento: pure, Tintenzione vi e stata. 

II Mediterraneo del Pananti, corso dai pirati barbareschi, ci e 
sembrato un antecedente significative dei risorgimenti nazionali 
europei, tutti animati da un sentimento di liberta e di csaltazione 
dei diritti deiruomo. Di fronte, 1'Inghilterra vista e clescritta dal 
Pecchio sembra contrapporrc un escmpio ideale di vivere civile, 
cui tante volte si rivolsero gli sguardi degli Italiani, e non di essi 
soli. Su questo sfondo si svolgono con maggior rilievo le memorie di 
Leonetto Cipriani, cosi animoso e irruente, cosi inconsapevolmentc 
garibaldino pur nella sua infatuazione monarchica: dalla presa di 
Algcri agli invisi contatti con i mazziniani, dalla rievocazione avven- 
turosa del '48 all'insurrezione popolare di Livorno, dalle esperienze 



XII INTRODUZIONE 

<T America alia sdegnosa solitudine dinanzi a un'Italia che egli piu 
non comprendeva: una serie di quadri attraverso i quali tornano 
tanti aspetti del Risorgimento, affettuosamente o polemicamente 
rivissuti. 

La vita di Milano prima delle Cinque giornate riappare estro- 
samente e bizzarramente descritta nelle pagine, pur assai posterio 
ri, del Ghislanzoni: e ci sembra possano dar rilievo, anche nella 
loro anacronistica collocazione, alia Milano patriottica ed eroica 
di Giovanni Visconti Venosta, piano e commosso narratore degli 
eroismi e della resistenza tenace della sua citta. Firenze gran- 
ducale, la sua liberazione, la fierezza e i disagi del suo divenir ca- 
pitale, i primi tempi di Roma italiana, 1'impacciato awiarsi della 
vita del giovane regno si specchiano nelle pagine di Ugo Pesci, 
cosi cronachisticamente minute, ma proprio per questo efficacis- 
sime nel ritrarre ambienti e situazioni. Certo, Tango lo visuale da 
cui e guardato il Risorgimento, tanto nel Pesci come negli altri 
autori, e unilaterale: un Risorgimento totalmente incarnato nella 
monarchia piemontese, in cui le correnti mazziniane sembra- 
no soltanto un impedimento e un danno, e i problemi sociali, 
che pure gia si imponevano, sono assenti. Soprattutto per que 
sto, a tacere di particolari deformazioni, gli storici hanno trova- 
to molto a ridire su queste rievocazioni del nostro Otto cento 
politico. Ma, comunque, esse corrispondono al panorama che 
del Risorgimento tracci6 una non piccola parte della letteratu- 
ra: e perci6 questa rievocazione andra integrata con altre voci, 
ma non respinta : voci che sono gia in programma per altri volumi 
di questa stessa collezione. Pure, a correggere in parte il quadro 
deiritalia ufficiale e monarchica, concorrono, anche nel presente 
volume, gli stessi insistenti spunti polemici del Cipriani e del Pesci, 
e soprattutto le pagine di Ettore Socci, garibaldino dei Vosgi e fiero 
repubblicano. Gli ultimi due scrittori, Barboni e Martini, rappre- 
sentano gia un ripensamento a distanza dell'eta risorgimentale : 
il primo con un suo timbro retorico da celebrazioni ufficiali, esem- 
pio di infinite opere scritte nella stessa chiave; il secondo, nella sua 
scaltrita e aristocratica compostezza, con una felice mescolanza 
di sorridente ironizzazione e di commosso rimpianto. 

Stanno, infine, a parte, anche se inseriti tra le memorie risorgi- 
mentali, il Massaja e il Casati, che testimoniano, sotto due diversi 
aspetti, 1' opera svolta dall'Italia in Africa: e trovano un loro com- 



INTRODUZIONE XIII 

pletamento nella scelta che abbiamo dato dal libro NelVAffrica 
italiana del Martini. II Massaja, fra Paltro, pone in rilievo quello 
spirito di apostolato cattolico che si diffuse dall'Italia anche nel- 
rOttocento, e sottolinea, cosi, un aspetto non secondario della 
nostra civilta, che, pur nell'insistente anticlericalismo del Risorgi- 
mento, indispensabile a raggiungere Tunita politica, conserve sem- 
pre la sua tradizionale fede religiosa e se ne fece propagatrice. II 
Casati, invece, ricorda quale intensa partecipazione diedero gPIta- 
liani alle esplorazioni geografiche delP Africa, alia creazione di con- 
tatti ed accordi con i suoi popoli : e con quante soff erenze e vittime 
pagarono questa opera. 

Rivisti a distanza, questi autori, pur nei loro diversi atteggia- 
menti, hanno tutti, se si eccettuino, per evident! ragioni, il Pa- 
nanti e il Massaja, un'aria di famiglia: vivono di ideali comuni, 
la patria, la liberta, 1'attesa di un mondo migliore, il culto del- 
Peroismo, delle glorie passate, 1'entusiastica offerta della propria 
vita per questi ideali. L'atmosfera di un mondo che a volte pu6 
sembrare ingenuo e troppo giovanilmente fiducioso e convinto, 
ma che e fondamentalmente onesto e inconsapevolmente eroico. 

Questi nostri memorialisti non hanno tale rilievo da apparire 
veramente significativi nello svolgimento della nostra letteratura. 
Unica eccezione, Ferdinando Martini, le cui pagine hanno un 
taglio inconfondibile. Ma gli altri, piu o meno, si muovono tutti 
inuna sfera modesta: restano lontani da ogni diretto influsso let- 
terario, non curano ne sorvegliano le loro espressioni, adoperano 
la lingua comune al secolo, senza imprimervi un suggello vera 
mente personale. Piu che dai libri di altri scrittori, sembra che 
abbiano attinto le loro forme dal dialogo con i contemporanei, 
dai modi della lingua parlata, assai piu che scritta. Se si pensi alia 
prosa di un Mazzini, di un Gioberti, di un Nievo, di un Tom- 
maseo, dello stesso Manzoni, a quel loro scrivere cosi ricco di in- 
flussi, scaltrito e lavorato anche quando mira alia semplicita, su- 
bito i nostri memorialisti si isolano in una sfera di elementarita 
stilistica. II Pananti, ad esempio, richiama certo ad una tradizione 
classicheggiante toscana, ma con innesti di certa agilita di origine 
largamente illuministica, su cui hanno indubbiamente influito 
esempi francesi ed inglesi; e il Pecchio risente di esperienze lom- 
barde, dal Caffe al Conciliatore , di moduli barettiani e, piu 
ancora, di una certa scioltezza e incuria letteraria venutagli dalle 



XIV INTRODUZIONE 

letture di economisti. Ma, specie per il Pecchio, si ha rimpres- 
sione che gli influssi letterari siano giunti indirettamente, attra- 
verso il timbro della lingua comunemente parlata. Un'osserva- 
zione che diviene ancor piu indubbia, e decisamente esemplare, 
quando si ripensi alle pagine del Cipriani, che scrive senza alcuna 
istituzione letteraria, senza altra cultura se non quella venutagli 
dal vivere stesso e dal parlare e sentir parlare, in giro per il mondo, 
da toscani, da francesi, da italiani d'America, da gente d'ogni li- 
vello, in un confluire di mille rivoli imprecisabili. Certo, nessuno 
vorrebbe negare che il Visconti Venosta abbia subito 1'influsso del 
Manzoni e che di tale influsso sia traccia nelle pagine del Pesci, 
e ancora ne risentano il Barboni e il Martini, sebbene nel primo 
appaiano piu ford, se mai, le suggestion! carducciane, e nel se- 
condo lo stile raggiunga un suo timbro complesso e vigoroso. 
Ma questi influssi manzoniani, in sostanza, a che si riducono, nel 
Visconti e nel Pesci, se non a uno scrivere piano e semplice, cioe, 
in conclusione, a quei modi stilisticamente piu popolari, meno lette- 
rariamente filtrati, che la poetica romantica aveva caldeggiato e dif- 
fuso? Ne il Massaja ne" il Casati, cosi evidentemente lontani da 
ogni istituzione letteraria, tendono, nelle loro memorie, ad altra 
forma espressiva che gli autori or ora ricordati. E percio il manzo- 
nismo di cui dicevamo, si dissolve, ad un'attenta osservazione, in un 
orientamento comune al secolo e in parte anteriore alPepoca del 
Manzoni. Lo stesso Socci, che pur accoglie, nella sua prosa, into- 
nazioni stilisticamente romantiche accanto a modi gia simpatica- 
mente veristici, si serve, in effetti, di una prosa che e essenzial- 
mente modellata su una forma media di lingua parlata. 

Ma questo restar lontani da ogni suggestione letteraria, scrivere 
senza preoccupazioni ne" di lingua ne di stile, ha, anzitutto, un in- 
teresse storico non trascurabile. Vogliamo dire che questi nostri 
memorialisti rispecchiano piu immediatamente, che non gli scrit- 
tori letterati e gli artisti, il linguaggio del loro tempo, e realizzano, 
in tal modo, un piano linguistico, stilistico, di origine meno dotta, 
ma tale da raccogliere, in una espressione piu unitaria e piu facil- 
mente attingibile, gli uomini di media cultura deU'intera penisola. 
Una delle tante vie, perci6, attraverso cui si accelerava Tunifica- 
zione nazionale e si ponevano le basi perche una sempre piu ampia 
collaborazione giovasse al diffondersi di convinzioni e ideali co- 
muni. A questo pregio storico si aggiunge, per noi, anche Paf- 



INTRODUZIONE XV 

fettuoso interesse con cui ci e caro sentir narrare dalla loro voce gli 
awenimenti di cui furono testimoni ed attori, rileggere fra quante 
lotte, speranze, delusioni, gioie e amarezze essi trasformarono in 
realta il loro limgo sogno di liberta e indipendenza: ripercorrere, 
cioe, attraverso le loro pagine, il duro lavoro del Risorgimento, 
di cui, anche se a volte immemori, siamo i fortunati eredi. 

Ma al di la di questi motivi storici e nazionali, e delle meditazioni 
e degli ammonimenti che ne derivano, i nostri memorialisti hanno 
un loro fascino poetico. Contenuto, lingua, stile appaiono a volte 
elementi esteriori, tali da fermare 1'attenzione solo in una ricerca 
anatomica delle loro pagine: il lettore, invece, trascura spesso questi 
elementi, trascinato dalla vita che circola nei loro ricordi, dalPaf- 
fetto e dalla nostalgia e dal rimpianto che li anima; specie quando 
lo scrittore dimentica se stesso e le sue intenzioni patriottiche e 
politiche e si abbandona a un caro, disinteressato rimembrare. 
L'efficacia e tanto maggiore in quanto non e cercata ne voluta, nasce 
dalPintimo: allora lingua e stile, pur semplici e comuni, acqui- 
stano una loro nobilta, che sempre, sebbene per breve durata, sale 
verso la sfera della poesia. Come awiene, ad esempio, in alcune 
pagine del Cipriani sui volontari del '48, sulla sua missione a Li- 
vorno, sulle faticose carovane che egli guida in America; nelle Cin 
que giornate descritte dal Visconti Venosta ; nei ricordi della vecchia 
Firenze di Ugo Pesci ; nella tentata fuga del Socci dal porto di Li- 
vorno. Un fascino che diventa evidente, quando si tratti del Mar 
tini, nelle nitide stampe che egli disegna della Firenze granducale, 
nei suo commosso, e pur composto, ricordo della morte del Maz- 
zini. In verita, la poesia mostra il suo caro viso, senza che lo scrittore 
lo sappia e lo voglia, tutte le volte che la vita spirituale si fa fervida 
e nobilmente disinteressata. 

CARMELO CAPPUCCIO 



Di quasi nessuno degli scrittori che figurano nella presente scelta era 
stato mai eseguito un commento. Nell'annotare il testo abbiamo perci6 
dovuto, in molti luoghi, chiarire accenni e dar notizia di uomini ed awe 
nimenti che appartengono alia cronaca, assai piii che alia storia del Risor 
gimento. Ci6 valga a scusare eventuali sviste e lacune che il lettore possa 
trovare nelle nostre note. Per alcuni autori, inoltre, e stato particolarmente 
difficile rintracciare notizie biografiche e materiale bibliografico che vera- 



XVI INTRODUZIONE 

mente giovassero a stenderne un profile non poggiato unicamente sulla 
loro produzione. Anche questo valga a giustificare Finsoddisfazione che 
potra destare qualche parte del nostro lavoro. 

Perch6 il volume non divenisse troppo ampio, abbiamo limitato il com- 
mento al minimo indispensabile, e in genere abbiamo evitato di ripetere nel 
corso dell'opera le note gia poste a brani precedenti: ma si sono eseguiti i 
necessari rinvii fin dove si e potuto. Le notizie bibliografiche sono poste 
in fondo ad ogni Profilo biografico. 

Dei testi adoperati da notizia la nota posta in fondo al volume. Nel ri- 
produrli abbiamo conservato, piu che fosse possibile, la grafia in essi usata. 
Qualche discrete intervento si e invece talvolta compiuto sull'interpunzione. 

Aggiungiamo infine che ci e sembrato opportune accogliere in questo 
secondo tomo una scelta delle memorie di Ettore Socci, sebbene degli scrit- 
tori garibaldini abbia gi dato una felice antologia Gaetano Trombatore 
nel primo tomo dei MemorialistidelVOttocento. Le pagine degli scrittori ga 
ribaldini piu noti si presentano, in genere, al lettore, come rievocazioni e 
commemorazioni di un'eta gloriosa ormai tramontata, mentre il volume del 
Socci nasce da una immediata contemporaneity con 1'impresa dei Vosgi 
ed e dominato da una decisa polemica contro gli orientamenti monarchici 
e conservatori della nuova Italia. Sottolinea, perci6, il perdurare del gari- 
baldinismo oltre 1'occupazione di Roma, la sua attiva presenza nella vita 
italiana, le istanze internazionali del suo credo democratico: lieviti evi- 
denti della successiva storia d' Italia. Ne, d'altra parte, le pagine del Socci 
mancano, anche letterariamente, di qualita positive. 

Non dispiacera, quindi, al lettore la presenza, in questo secondo tomo, 
di un ultimo scrittore garibaldino. 



FILIPPO PANANTI 



PROFILO BIOGRAFICO 

FILIPPO PANANTI nacque a Ronta, nel Mugello, il 19 marzo del 
1766. Mortogli il padre, Giuseppe, quando era ancora fanciullo 
(1768), si occup6 della sua prima educazione lo zio materno Angio- 
lo Gatti (morto nel 1798), che fu medico, e professore di medicina a 
Pisa (1750-1778): un uomo allora molto stimato, che fece lunghi 
viaggi e fu vivacissimo sostenitore della inoculazione del vaiolo. 
Dal 1777 al 1785 Filippo stette in collegio, nel seminario vescovile 
di Pistoia, dove lo zio lo aveva posto con 1'intenzione di fame un 
prete. Ma il giovinetto, invaghitosi, se pur la notizia e vera, di una 
cantante, si accorse in tempo di non avere nessuna vocazione per il 
sacerdozio: lasciato allora il collegio e presto abbandonato dal- 
Famante, si trasferi a Pisa, a studiarvi giurisprudenza, sia pure di 
malavoglia, e vi si laureo nel 1789. 

Non si sa bene che facesse negli anni immediatamente successivi, 
ma certo egli si volse fin da allora alia poesia, che sono gia di quel 
tempo alcuni suoi epigrammi e un poemetto didascalico, II pare- 
taio (1798), dove agli insegnamenti del cacciatore si inframezzano 
allusioni e motti salaci, secondo una tendenza che gli fu poi sempre 
caratteristica. Nel 1798 e nelPanno successive fu spesso a Firenze, 
partecip6 a banchetti repubblicani, caldeggio Pistituzione della 
guardia nazionale, scrisse articoli sul Monitore fiorentino , pro- 
nunzio brindisi e discorsi: si che, ritiratisi momentaneamente i 
Francesi nel '99, gli parve prudente partire da Firenze (fine giu- 
gno o primi di luglio del 1799) e rifugiarsi in Francia: n6 vide male, 
perche il restaurato governo del granduca gli confisco allora i beni, 
come a giacobino. Ma se furono gli eventi politici a costringerlo a 
esulare, pure dettero 1'awio a quella passione per i viaggi che egli 
aveva gia nell'animo e gli dur6 per molti anni. In Francia fu inse- 
gnante d'italiano, dal 1799 al 1802, nel collegio di Soreze, allora 
famoso, ma interca!6 alle sue occupazioni professorali un viaggio 
in Spagna, reso amaro, pare, da un assalto di briganti, che lo spo- 
gliarono di tutto, e pur colorito dallo spettacolo dei Pirenei, di cui 
sorpass6 nelPottobre del 1801 le piii alte cime. Lasciato il collegio 
di Soreze, il Pananti era gia a Londra nel 1803 e vi rimase fino al 
1813. Un periodo, questo, di grande attivita, nella sua vita: si 
occup6 di speculazioni commerciali, insegn6 la lingua italiana a 



4 FILIPPO PANANTI 

nobili giovanetti e a illustri personaggi, divenne poeta del Teatro 
regio italiano, che metteva in scena opere musical!, fondo nel 
1813, con altri italiani di Londra, un giornale politico letterario, 
L'Italico, e, a quanto egli narra, trasse da tutta questa attivita 
una discreta ricchezza. Pure, bisogna riconoscere che sappiamo 
ben poco di preciso su questi anni di vita londinese, e special- 
mente della sua attivita teatrale; che accurate ricerche e lunghe 
discussioni di studiosi non sono riuscite a stabilire se egli abbia 
effettivamente composto lavori per le scene, ne resta altra traccia, 
se non il titolo, di una sua commedia, Gli amanti rivali, che gli 
viene attribuita, in un'antica biografia, dal Ciampolini. Ma certa- 
mente in quegli anni apparvero per la prima volta alle stampe le 
sue maggiori composizioni poetiche, da aggiungere alle poche gia 
pubblicate negli anni precedent!. Numerosi gli epigrammi, in gran 
parte editi nell'cc Italico , insieme con varie odi e canzoni e saggi 
di vario argomento ; ma soprattutto notevole, perche ad esso e affi- 
data la sua fama, Pampio poema in sestine, II poeta di teatro, 
che apparve primieramente a Londra nel 1808, e al quale il poeta 
rivolse le sue cure, correggendo e mutando, fmo agli ultimi anni 
della sua vita. 

Stanco forse della dimora a Londra e desideroso di impiegare 
in Italia, con Pacquisto di terre, il denaro che in quegli anni fortu- 
nati era riuscito a raccogliere, e anche con 1'intenzione di effettua- 
re success! vamente un viaggio nelle region! oriental! del Mediter- 
raneo, il Pananti nel settembre del 1813 si imbarcb a Londra su un 
brigantino siciliano, VEroe, portando con se molt! suoi manoscritti 
e gran parte del capitale accumulato in Inghilterra. II brigantino, 
contro i patti conclusi col capitano, anziche" appoggiarsi a un convo- 
glio di navi inglesi, percorse i mari isolate, con temeraria baldanza, 
e fu perci6 facile preda di una nave corsara, che trascind schiavi ad 
Algeri il Pananti, i suoi compagni di viaggio e la ciurma, depredan- 
doli di tutto il bagaglio : ed era sventura allora frequente nel Medi- 
terraneo, continuamente battuto dai corsari di Tunis! e di Algeri, 
staterelli ferocemente rival! fra loro ma ugualmente dediti alia bar- 
bara attivita di pirati. II povero poeta, perduti denaro e manoscritti, 
giunse schiavo atterrito ad Algeri, con la prospettiva di uno scia- 
gurato awenire, e fu soltanto per il generoso intervento del console 
inglese che pote esser subito sottratto alia sorte riservata ai suoi 
compagni di sventura. Libero, sembra che abbia potut.o visitare, 



PROFILO BIOGRAFICO 5 

almeno in parte, le terre delP Africa settentrionale, escluso 1'Egitto, 
che allora si indicavano col nome complessivo di Barberia: cosl 
sembra dai suoi scritti, se pure le notizie che egli ci da non sono 
ricavate di seconda mano dai molti viaggiatori che gia avevano 
descritto le regioni africane. Al principio del gennaio 1814 il 
Pananti approdava finalmente in Sicilia, senza piu denaro ne 
manoscritti, ma tornato libero e padrone di se. Si trattenne a Pa 
lermo quasi sei mesi e, a quel che egli scrive in una lettera (n. 60, 
delPedizione Andreani), vi fu estensore della gazzetta ministeriale 
del governo d'allora. Subito dopo torno in Toscana e visse il 
resto dei suoi anni quasi sempre a Firenze, se si eccettua un viaggio 
che egli compi nel 1819 a Londra e in Germania e del quale sono 
testimonianza alcune sue lettere. Mori a Firenze il 14 settem- 
bre 1837 e fu sepolto in Santa Croce, dove dieci anni dopo gli fu 
eretto un monumento con una iscrizione di G. B. Niccolini. 

Nel 1828 il Pananti aveva presentato alia Crusca, per parteci- 
pare al concorso quinquennale indetto dalPAccademia, le sue Opere 
in versi e in prosa, da lui stesso raccolte e stampate in Firenze nel 
1824-1825. Era quello stesso concorso cui, come e noto, parte- 
cip6 il Leopardi con le Operette morali, e nel quale fu invece 
premiato Carlo Botta, II relatore, G. B. Zannoni, nel rapporto 
conclusivo da lui letto nelPadunanza del 9 febbraio 1830, disse 
parole di elogio per gli scritti del Pananti, sebbene non tacesse i 
biasimi e le censure espresse da alcuni degli accademici, dei quali 
peraltro tacque i nomi. I volumi presentati al concorso contenevano, 
in sostanza, la parte essenziale della produzione che ci ha lasciato 
il Pananti. Anzitutto, una vasta scelta dei suoi epigrammi. Si puo 
dire che egli e rimasto a lungo famoso soprattutto come epigram- 
mista, e che era questa la sua vena principale : in quasi tutti i suoi 
scritti, anche nei poemetti e nelle prose, spunta spesso il brio, 
il gioco verbale, il motto scherzoso, Taneddoto arguto: ed e fre- 
quente anche Pallusione licenziosa. Tra i tanti epigrammi che com 
pose, ve n'e infatti un buon numero di osceni, apparsi in edizioni 
subito vietate e perseguite dai vari governi, e divenute per questo 
ormai quasi introvabili. I molti comunque da lui stesso riuniti, e che 
hanno continuato a circolare in successive raccolte, sembrano meri- 
tare, accanto alle lodi, anche le due principali accuse che gia aveva 
espresso qualche accademico della Crusca, di prolissita e di scarsa 
originalita. Prolissi, e perci6 senza nervo, sono certamente moltis- 



6 FILIPPO PANANTI 

simi, ma non tutti. In quanto all'accusa che egli abbia attinto 
da varie fonti i suoi scritti, si potrebbe ripetere quanto osserv6 
argutamente il Pancrazi, che gli epigrammi e le facezie sono ogni 
volta di chi li dice meglio. E percio un buon numero di quelli 
del Pananti avrebbero ancora diritto ad essere letti e ammirati. 
Accanto agli epigrammi, si presentavano al concorso due poemetti 
didascalici in sestine, La civetta e // paretaio, che gia apparsi in 
prima edizione rispettivamente nel 1799 e nel 1803, ora il poeta 
aveva rielaborato, piuttosto che ristampato. L'avvio, in entrambi, e 
dato dalParte e dalla passione della caccia, ma gli insegnamenti 
scivolano continuamente in sapide allusioni alle donne e alle reti 
amorose, dando luogo addirittura a novellette galanti, con briose 
figurine da commedia. II che accade anche nelPampia composi- 
zione di centonove canti in sestine, II poeta di teatro, che il Pa 
nanti stesso non sapeva se chiamare romanzo o poema, tanto aveva 
un po* dell'uno e un po' deiraltro)). Che II poeta di teatro con- 
tenga moltissimi elementi autobiografici, non vi e dubbio: ma 
quanti di essi siano stati romanzescamente travestiti, e fino a che 
punto, non e facile stabilire. Anche questo poema, che gli fu parti- 
colarmente caro e che, come abbiamo gia detto, rielabor6 a lungo 
durante tutta la vita, pecca di prolissita; disperde i suoi pregi in 
sovrabbondanze verbose: ma, come i poemetti, ha parti vive, an 
che se non sapremmo vedervi quei quadri fiamminghi di cui lo 
elogi6 nella sua relazione lo Zannoni, trascrivendo, peraltro, il 
rapporto presentatogli da G. B. Niccolini, che era uno degli ac- 
cademici della Crusca. Comunque, a parte i pregi di briosita e le 
figurine rapidamente sbozzate, resta al Pananti un merito non 
trascurabile : di essere stato 1'immediato ed efficace predecessore 
della poesia giocosa sorta in Toscana nell'Ottocento, e di averle 
preparato alcuni temi e atteggiamenti, anche se, ripetiamo col 
Pancrazi, il meglio del Pananti and6 al Giusti, il peggio fini nel 
Guadagnoli . 

Nei volumi presentati alia Crusca figuravano anche poesie varie, 
quasi tutte di scarso valore, e molte prose, spesso su temi bizzarri, 
come // riso, II rossetto, La consunzione, Chi piii ama, Vuomo o la 
donna?, I valetudinari. Bizzarri gli argomenti, ma fiacca la tratta- 
zione. Si potrebbe concludere che il Pananti fu poco felice prosa- 
tore, e che solo la sua poesia ha ancora diritto alia nostra attenzione. 
Ma tra le prose & anche il suo Viaggio in Algeri: ed esso merita 



PROFILO BIOGRAFICO 7 

piu attento giudizio, anche perche del Pananti giocoso dovrebbe 
dare una scelta il II tomo dei Poeti minor i delV Ottocento della pre- 
sente collezione, mentre tocca proprio a noi presentare un saggio 
del Viaggio in Algeri. 

Tomato in patria nel 1814, dopo la cattura algerina e la fortu- 
nata liberazione, il Pananti pubblico sull' Italico (1814) di Lon- 
dra un articolo intitolato / quattro piii orribili mesi della mia vita; 
quasi preludio di quella piu distesa narrazione die apparve primie- 
ramente a Firenze nel 1817 col titolo Avventure e osservazioni sopra 
le coste di Earberia. L'opera ebbe poi varie altre edizioni e fu anche 
tradotta in inglese, in tedesco e in francese. Ma i rifacimenti die 
ne esegui lo stesso Pananti, per esempio nella gia ricordata edi- 
zione fiorentina da lui presentata alia Crusca, mutarono profonda- 
mente la primitiva stesura, tagliando e riducendo proprio le parti 
die erano, certo, meno curate letterariamente, ma assai piu vive e 
immediate. Tanto die a noi e sembrato preferibile, senza dubbio, 
tornare, sostanzialm&ite, alia redazione originale. In essa Popera e 
divisa in due parti: dapprima vi e il racconto della navigazione, del- 
1'apparizione dei corsari, delParrembaggio, della schiavitu e della 
liberazione in Algeri; segue poi la descrizione dei paesi, delle popo- 
lazioni, dei costumi, delle flore e delle faune di tutte le coste di 
Barberia. Le pagine piu vive sono senza dubbio nella prima parte; 
la seconda, invece, ha spesso Faspetto di una compilazione su opere 
altrui: e di questo e stata molte volte accusata. Ne, d'altro canto, le 
osservazioni sulla regione hanno carattere di memorie: bensi di 
relazione geografica. Vi e anche da aggiungere die nelle prime edi 
zioni il racconto era fornito di copiosissime note, cosl ricche di 
sfoghi autobiografici e talmente diffuse, da costituire esse stesse 
un nuovo libro: note che, invece, il Pananti soppresse nei rifaci 
menti e, in particolare, nella edizione presentata alia Crusca. Chi 
legga per intero queste avventure, di cui abbiamo dato solo alcune 
pagine, resta a volte sconcertato dalla verbosita dello scrittore, dal 
suo frequente inerpicarsi verso ostentazioni letterarie, dal suo uso 
eccessivo di citazioni poetiche, dalFaffollarsi di aneddoti, e anche 
da una certa incuria nelPinterpunzione e nelPortografia, che sara 
stata in parte del tipografo, ma anche dello stesso Pananti. Pure, vi 
sono pagine efficaci: il terrore dei passeggeri, le balordaggini del 
capitano, le figure tra feroci e umane dei pirati, il rais dei corsari, 
la barbaric algerina, la pietosa situazione degli schiavi spiccano 



8 FILIPPO PANANTI 

vivissimi nel racconto, rinnovano dinanzi agli occhi coloritissime 
scene. Sara forse eccessivo dire, come fa il Pancrazi, che il racconto 
del Pananti sta tra le piu belle awenture della nostra letteratura . 
Abbiamo, in tutti i secoli, ben piu ammirevoli pagine da preferirgli: 
ma non e neppur detto che le maggiori montagne debbano far 
dimenticare le colline, che hanno anch'esse una loro bellezza e un 
proprio significato. Ne credo abbia poco interesse per il lettore mo- 
derno il vivo qxiadro che ci ha lasciato il Pananti della situazione 
dolorosa in cui si trovava il Mediterraneo un secolo fa, battuto da 
navi corsare, e della presenza sulle coste africane, a poche miglia dal 
rriondo civile, di un'atroce barbaric a cui gli Stati europei solo tardi 
si decisero a porre fine. Le Avventure del Pananti si chiudono con 
un caldo appello ai popoli europei perche bandissero una crociata 
contro le infamie della schiavitu: un appello che si unisce ai tanti 
di cui si onorarono allora tutte le letterature, e che merita anch'esso 
il nostro ricordo, per evident! ragioni morali. Pure, noi ci siamo 
limitati, nella nostra scelta, alia prima parte, quella che veramente 
merita il nome di Avventure: anche perche essa e, letterariamente, 
la piu viva. 



Per le opere del Pananti citiamo due edizioni, che possono considerarsi 
fondamentali : Opere in versi e in prosa, Firenze, Piatti, 1824-1825, in 
3 volumi (e 1'edizione presentata al concorso bandito dalla Crusca); 
Versi e prose, Firenze, All'insegna della Speranza, 1831-1832, in 10 tomi. 
Entrambe le edizioni contengono : // poeta di teatro, La civetta, II pare- 
taio, Poesie varie, Epigrammi e novellette, Prose diverse, ma presentano diver- 
genze dovute alia revisione dell'autore. Molto importanti, fra le edizioni 
parziali piu recenti, debbono considerarsi: Le rime e prose di Filippo Pa 
nanti, per cura di P. Gori, Firenze, Salani, 1882, che oltre La civetta e 
II paretaio contiene poesie e prose scelte, e soprattutto la piu ampia rac- 
colta di epigrammi e novellette, in numero di settecento; e gli Scritti minori 
inediti o sparsi, con notizie della vita e delle opere sue, raccolti e pubblicati da 
L. An'dreani, Firenze, Bemporad, 1897, che oltre una notevole quantita di 
versi contiene numerose lettere del Pananti e di suoi corrispondenti. Per 
notizie esaurienti su altre edizioni, anche di scritti minori da noi non ricor- 
dati, restano fondamentali le bibliografie di P. Gori e di L. Andreani, che 
figurano, rispettivamente, nei due volumi qui sopra citati. 

Nessuna delle edizioni suddette riproduce le Avventure e osservazioni 
sopra le coste di Barberia, fuorche* Pedizione Piatti, in cui esse figurano, ma 
ridotte e rielaborate, con il nuovo titolo di Relazione di un viaggio in Algeria. 
In quanto all'edizione fiorentina del 1831-1832, giacitata, appaiono in essa 



PROFILO BIOGRAFICO 9 

solo pagine scelte, totalmente separate fra loro, della Relazione. La ste- 
sura completa delle Avventure apparve per la prima volta a Firenze, nel 
1817, presso L. Ciardetti, in 2 volumi, ma e consigliabile tener pre- 
sente, come diremo nella Nota ai testi, 1'edizione milanese di A. F. Stella, 
pubblicata nello stesso anno 1817, e attentamente ricorretta dall'autore. 
Una traduzione in inglese apparve nel 1818; seguirono due in francese 
(1820 e 1830) e una in tedesco (1823), ma di nessuna mi e stato possibile 
avere visione. 

Le piu esaurienti notizie biografiche sul Pananti sono date da L. An- 
dreani nell'Introduzione al citato volume di Scritti minori inediti o sparsi, 
dal quale e indispensabile muovere per ulteriori informazioni. Meno utili, 
perche non sufficient emente controllate, sono invece le notizie esposte da 
P. Gori nel saggio che precede la sua citata edizione di Le rime e prose 
di Filippo Pananti: ma e ugualrnente consigliabile tenerle present!. La 
biografia del Pananti lasciataci da L. CIAMPOLINI, e della quale facciamo 
cenno nel nostro Profilo, si trova in Biografia degli italiani illustri nelle 
scienze, letters ed arti del secolo XVIII . . ., a cura di E. De Tipaldo, v, 
Venezia, Alvisopoli, 1837, PP- 154-8. Per altre biografie, rimandiamo al 
volume dell'Andreani, ricchissimo di indicazioni. 

Gli studi sul Pananti non hanno compiuto alcun progresso dai tempi 
di L. Andreani, che nel suo volume da un'ampia bibliografia di tutti gli 
scritti che si erano gia occupati del Nostro: e ad essi rimandiamo. Dei po- 
chissimi saggi successivamente apparsi, bastera qui ricordare un articolo 
di A. SIMONETTI, nel Giornale d' Italia , 26 dicembre 1911, che richiama le 
vicende africane del Pananti, ma ha carattere occasionale; lo studio di 
E. DEL CERRO, Pananti giornalista, in Rivista d j Italia , 31 dicembre 1915 ; 
il saggio Pananti e Giusti di G. RABIZZANI, nel suo volume Sterne in Italia, 
Roma, Formiggini, 1920, pp. 155-61; e infine, particolarmente interes- 
sante, un articolo di P. PANCRAZI, // dimenticato Pananti, in Corriere della 
Sera, 30 dicembre 1937, sul quale e utile vedere un giudizio in Giorn. 
stor. d. lett. it. , cxi (1938), p. 170. 



DALLE AVVENTURE E OSSERVAZIONI 
SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 

AMMUTINAMENTO I 

Sarebbe stata prudenza rimanere alcuni dl in Gibilterra a fine 
d'unirci ai convogli inglesi, dei -quali ogni settimana qualcuno solea 
partire per le isole del mediterraneo. Erasi ricevuto Pawiso che 
erano in mare le squadre dei Barbareschi ; z e i marinari nostri, che 
tutti o per trista fama o per dolorosa esperienza conoscean gli 
orrori ed i patimenti nei ferri di schiavitu, protestarono ad alta 
voce che non volean proseguire il viaggio se il nostro legno 3 non 
si poneva sotto la scorta delle fregate che proteggean la navigazione. 
Ma il capitano, che si sarebbe fatto fare a pezzi piuttosto che spender 
quattro carlini di piu prolungando la dimora in quel porto, 4 usci 
fuor dei gangheri, chiamo le proteste dei marinari insubordina- 
zione, rivolta, crimen lesae majestatis\ e giur6 che arrivato in Si- 
cilia, farebbe i conti, e tutti come ribelli li farebbe mettere in una 
camera ove non vedrebber piu lume. Ripeteva pomposamente che 
un capitano e un re sul bastimento ; che la sua volonta e la legge, e 
che i sottoposti debbon chinare il capo e tacere. lo, che mi trovava 
nella stessa barca e negli stessi pericoli, pensai potermi rivolgere 
al re sul bastimento, e parlargli fuori dei denti. Voi gli dissi 
dovete stare ai patti; diro quello che Seneca disse a Nerone: 
I limiti della vostra possanza finiscono la ove termina la giustizia . s 
Signor re sul bastimento, voi sarete un re di coppe e di picche; 
arate diritto e non fate il fanfarone, perche se Dio ci fa grazia 
d'arrivare in Sicilia, vedrem chi dovra pianger e chi andera in 
camera buia. Ma i passeggieri, in luogo di sostenermi, mi tiravan 
pel vestito, mi davano sulla voce, e ripetean le trite sentenze: 



i. Questo brano corrisponde alle pp. 48-50 del volume i dell'edizione da 
noi seguita. 2. Barbareschi: e aggettivo sostantivato, da Barberia: cioe, 
abitanti delle regioni costiere dell' Africa del Nord, escluso TEgitto, che 
avevano appunto il nome di Barberia. 3. il nostro legno: come gia abbia- 
mo detto a p. 4, la nave si chiamava VEroe. 4. Gli Inglesi di Gibilterra ci 
consigliarono a procurarci una patente inglese per proteggerci dai corsari 
di Barberia; ma il capitano non voile far quella spesa (nota del Pananti). 
5. Nel Pananti citazioni, aneddoti, accenni eruditi raramente provengono 
dai testi originali, ma sono piuttosto ricavati da raccolte, antologie, repertori 
difficilmente precisabili. 



12 FILIPPO PANANTI 

Non bisogna entrar nella folia a farsi pigiare ; comandi chi puo, 
obbedisca chi deve; 1'asin legate ove vuole il padrone; nelle case 
debb'essere a comandare un pazzo solo. Erano tutti bravissime 
persone, ma di poca risoluzione. Quello che manca piu agli uo- 
mini nelle gran circostanze non e il talento e il giudizio, ma il 
carattere e la volonta; e spesso piu danno viene dalla debolezza e 
dalla troppa diffidenza di se medesimo, che da presunzione e da 
estrema vivacita. Quei buoni amici, confidando nel capitano, ve- 
devan tutto color di rosa, e andavan lieti e felici come se andassero 
a un par di nozze e ad una festa di ballo. Cosi un certo uomo di 
Pisa in una gran piena dell'Arno, avendo voluto afferrare una trave 
che giu veniva per la torbida onda, fu trascinato egli stesso dai vor- 
tici, e andava a perdersi nelle spelonche del mare. Tutta Pisa 
affacciata alle spallette del ponte gemeva ed inorridiva a questo 
tristo spettacolo. Oh pover'uomo, gridavan tutti affannosi 
sarete pasto dei pesci; chi sa ove Pacqua vi porta a finire; chi sa i 
pianti che fara la vostra povera moglie! . . . E colui abbracciata 
la sua bella trave, alzando la fronte e il guardo sereno, diceva alia 
turba commiserante : lo per me spero bene. 

LE NAVI SOSPETTE 1 

Navigavamo presso alle coste della Sardegna, allorche una mat- 
tina dietro a certe isolette o grandi scogli, appellati il Toro e la Vac- 
ca, scorgemmo cinque o sei vele che ai maliziosi lor movimenti, 
al mostrarsi e nascondersi che faceano, ci dieron molte cagioni di 
dubitare. II capitano sosteneva che era il convoglio inglese, e volea 
far forza di vele per raggiungerlo ; ma noi gridammo che erano Bar- 
bereschi belli e buoni, e che in bocca al lupo non ci volevamo 
andare; e colui gridava che noi non avevamo tutti i nostri giorni, z 
e volevamo insegnar leggere ai dottori. Fortunatamente il piloto 
Roberto Catania, uomo probo e di abilita, assicur6 che era la squa- 
dra algerina, e bisogn6 che il capitano cedesse al grido comune e 
andasse a dar fondo nella vicina isola di san Pietro : 

ma cedendo quelVanima superba, 

fe' una bocca di biascia sorba acerba; 

i. Questo brano e i tredici seguenti corrispondono alle pp. 72-100 del vo 
lume I dell'edizione da noi seguita. 2. non avevamo , . . giorni: eravamo 
scemi di cervello. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 13 

ed era sconcertato a si gran segno, 

che pareva un Ebreo che ha perso il pegno. 1 

Arrivato quindi al porto di sicurezza, parlava del corso rischio come 
una certa dama, che narrando d'essersi trovata a solo a solo con un 
ardito e amabile uffiziale, e d'esserne uscita salva per miracolo, o 
per il rotto della cuffia, come suol dirsi, si servia di questa espres- 
sione: L'ho scampata bella! 

SBARCO ALLA PRIMA TERRA D'lTALIA 

Non cosi lieto e sollecito si gett6 Giunio Bruto a baciare Pantica 
madre; 2 non cosi pronto al suolo si lancio Giulio Cesare, come 
trasportati dal piu vivo e tenero sentimento ci gettammo noi sulla 
"spiaggia di quella cara isoletta. Delle lagrime di gioia e di tenerezza 
scorsero dai nostri occhi nel rivedere, toccare, abbracciare, dopo 
tanti anni d'assenza, le prime italiche rive, nel respirar le aure dolci 
che veniano dalla parte della nostra terra natale. Qual diletto dopo 
un penoso viaggio, dopo la vita solitaria e monotona delle lunghe 
navigazioni, dopo non aver visto per tanti giorni che cielo e acqua, 
e acqua e cielo, di rivedere del mondo abitato, di poter premer la 
terra, di correr sopra 1* arena! II mal di mare e quel gran mal della 
noia, che fu appellata la micrania deH'anima, subito si dileguarono; 
come Anteo, toccando la terra, tutte ci parve le nostre forze 
riprendere; 3 ci rinfrescammo, ci riavemmo con'buoni vini, con 
saporose frutta, e particolarmente con una qualita d'uva che era 
dolce come la manna, e i grappoli erano grossi come quelli del 
paese di Canaan. Eravamo veramente contenti, ci pareva esser 
giunti sopra la terra di Promissione. 4 Per motivo della peste di 

i. Non e state possibile scoprire 1'autore di questi versi, ma e legittimo il 
sospetto che siano dello stesso Pananti, ' che spesso amava introdurre nei 
suoi brani di prosa alcuni suoi versi occasional!. 2. si gettd . . . madre: 
Lucio Giunio Bruto, figlio di una sorella di Tarquinio il Superbo, accompa- 
gnati i figli di Tarquinio a Delfi, avendo 1'oracolo detto che il governo di Ro 
ma sarebbe toccato a chi per primo avesse baciato la madre, comprese il 
significato del response e baci6 la terra, madre comune degli uomini. B una 
delle leggende create intorno al personaggio che Iiber6 Roma dal governo dei 
re e instaur6 la repubblica. Vedi E. PAIS, Storia di Roma, i, Torino, Clausen, 
1898, p. 359. 3. come Anteo . . . riprendere: il gigante Anteo, secondo la mi- 
tologia, riprendeva le forze toccando la terra, che era sua madre. Perci6 
Ercole lo sollev6 in aria e lo soffoco. 4. la terra di Promissione: la terra 
promessa, la Terra santa, la Palestina. 



14 FILIPPO PANANTI 

Malta e della febbre gialla di Cadice non ci fu permesso internarsi 
nelFisola, ma ci fu assegnato un luogo da passeggiar sulla riva. I 
signori del paese vennero a farci amichevole compagnia, scesero a 
passeggiar lungo il mare tutte le Belle. Si gode di conoscer 1'uomo 
qui mores hominum multorum vidit et urbes)); 1 si brama udire 
le storie meravigliose narrate dal pellegrino. Ognun di noi benedice 
questa terra di salvezza, di riposo e di refrigerio, scorre col lieto 
sguardo tutta la bella isoletta, 

. . . e intanto oblia 
la noia e il mal della passata via. 2 



L'ISOLA DI SAN PIETRO 

L'isola di San Pietro e piccola e poco ubertosa, ma fa un esteso 
commercio con le isole Baleari e con Caglieri. Vi si raccoglie poco 
grano, ma vi son molte vigne; i monti son pieni di selvaggiume, il 
mare abbondantissimo di pesce ; la pesca del tonno e la prima di 
tutto il mediterraneo. Gli abitanti sono della piu buona indole, 
garbati, cortesi, sinceri e pieni di quella benevolenza che e la vera 
gentilezza. Vivono in dolcissima pace, e sarebbero pienamente fe- 
lici se non dovesser sempre tremare per le continue minacce dei 
pirati di Barberia. La squadra di Tunisi quaranta anni fa deso!6 
tutta 1'isola. Non sono piu di sette anni che, sopraggiunti una notte 
i ladri algerini, sorpreser quella infelice popolazione, e la condussero 
tutta a gemere incatenata nei tristi lidi dell'Africa. La storia delle 
passate catastrofi e il quadro dei patimenti sofferti sono sempre 
present! alia immaginazione atterrita di quegli isolani, e son da 
loro dipinti coi colori della passione e del turbamento. Dei mali non 
ignari, eran sensibili ai nostri pericoli. Ci awertirono esser erranti 
in quei mari le squadre d'Algeri e di Tripoli; ci narrarono che nelle 
scorse notti era stato fatto uno sbarco in una remota parte dell'isola, 
e portato via del bestiame e un ragazzo ; ci disser la trista awentura 
del consiglier Seratti, caduto schiavo dei Tunisini; 3 ci pregaron, 

i. Riecheggia Orazio, Epist., I, n, 19-20. Ma Orazio scrive: qui domitor 
Troiae multorum providus urbes / et mores hominum inspexit. 2. Pe- 
trarca, Rime, L, 10-1. Ma il Petrarca scrive: ov'ella oblia . 3. II cav. Se 
ratti, primo ministro in Toscana, poi consigliere di Stato in Palermo, . . . 
quando fu fatto governator di Livorno domandd al Granduca la libera- 
zione degli schiavi tunisini ch'erano stati condotti in quel porto. Chi gli 
avrebbe detto che ne' suoi vecchi anni sarebbe ei stesso condotto schiavo e 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA IfJ 

ci scongiurarono a rimaner qualche giorno nel porto, e a non esporci 
a si imminente pericolo. L'isola era assai ben guardata. Vi avean 
costruita una piccola fortezza, e cinto d'un muro il borgo. Pregam- 
mo il capitano a trattenersi alcuni giorni; il promise. Tornammo 
la sera sul bastimento lieti del giorno passato e della speranza di 
scendere il di seguente sopra 1'amica spiaggia. Ognuno ideava i 
suoi cari e semplici spassi, ognuno sperava fra quei buoni abitanti 

infino a tanto almen fame soggiorno, 
che agevoli for tuna il suo ritorno. 1 



IMPRUDENTE USCITA DAL PORTO 

La natura ancor si copriva del suo ricco manto di stelle, e la Dea 
delle notti placidamente pei cieli muoveasi sul suo carro d'ebano, 
quando fummo svegliati da un rumore confuso, da un general mo- 
vimento in tutta la nave. Ci alzammo agitati, e con sorpresa e 
sdegno e dolore vedemmo che il brigantino aveva messo alia vela, 
e ci trovammo in mezzo al vasto e periglioso elemento. Tornava 
intanto da terra con la barchetta lo scrivano : avea gli occhi stralu- 
nati, pallido il volto ; il capitano gli accennava di tacere. Si sentivan 
colpi di cannone alPoriente ed al mezzogiorno: erano segni di so- 
spetto e d'allarme che si davan 1'isola di San Pietro e la penisola di 
Sant'Antioco. Ma to mate indietro, diceamo al capitano atter- 
riti non vi esponete a tanto cimento. lo rispondea bru- 
scamente sono partito per la Sicilia, ed in Sicilia vado. Ma i 
patti sono di navigar col convoglio. - Mostratemi i patti. - La 
scritta. - La scritta voi non Pavete. Meritato avrebbe che sorges- 
simo nel calore dell'ira e della vendetta, e che qualche uomo fer- 
vido e risoluto, come 1'Emilio di Rousseau in una pari occasione, 2 
vendicasse i suoi compagni d'infortunio, liberando il genere umano 
da un traditore, e il mare da uno de' suoi mostri: ma . . . nolo 
mortem peccatoris: convertatur et vivat. 3 

Eravamo quasi giunti al termine del viaggio, non v'eran piu che 
tre o quattro giornate per arrivare al desiato porto, e ci andavamo ad 

finirebbe in Tunisi la travagliata sua vita ? (nota del Pananti). i . Tasso, 
Ger. lib., vn, 14. 2. come . . . occasione: non si cornprende a quale episodic 
dell'fimile possa riferirsi il presente accenno. 3. Cfr. Ezech., 33, n, e la 
nota zap. 27. 



l6 FILIPPO PANANTI 

esporre a cosi gran naufragio! Meritavam sorte migliore. I nostri 
marinari erano pieni di ansieta di rivedere le loro mogli e le dolci 
famigliuole. Riportavano tutti un piccol peculio, frutto di loro 
industria e risparmio; il giorno che sarebber giunti al paese, sa- 
rebbe stata una festa. Non si poteva trovare gente piu buona. I 
passeggeri tutti eran persone di merito. II cavaliere Giuliano Rossi 
si distinguea per la nobilta deiranimo e per coraggioso carattere. 
Riportava dallTnghilterra utili notizie, e una sposa, dama di gran 
virtu, talento e perspicacia, con due graziose bambine, frutto di 
loro tenera unione. Un abile e onesto negoziante di Livorno, il 
sig. Carlo Terreni, recava merci di gran valore, e sperava il frutto 
raccogliere di giudiziosa speculazione. II sig. Antonio Terreni, 1 
pittore di grandissimo nome e sapere, andava a fare un viaggio pit- 
torico nella Sicilia, sul modello di quello bellissimo che avea com- 
posto per la Toscana. Un Calabrese che nella marina britannica 
servito avea con onore, tornava in sua patria a goder del riposo 
e delle comodita che si era procurate negH anni delPassenza e della 
fatica. Vi era una bella donna che andava a ritrovar suo marito che 
ritornava anch'egli in Sicilia dalle regioni d'oriente; dopo molte 
strane vicende la sorte era vicina a riunirli; come d'Ulisse e Pene 
lope ha detto Omero, dopo d'essersi incantati d'amore, si sareb- 
bero incantati del racconto di loro pene. 2 Eravi infine una gioyi- 
netta bella come il primo raggio del sole, e fresca come la rosa di 
primavera. Amava un virtuoso giovine, ed era corrisposta d'un 
pari amore. Non potea dar quella dote che ne } suoi disegni ambi- 
ziosi esigeva il padre del giovinetto. La sua ricchezza era nella sua 
belta, tutta la nobilta nel suo cuore. Ma quel che 1'amore ha stretto, 
difficilmente umana forza pu6 sciorre. L'amore alia bella giovine 
die del coraggio e delle ale. Fu a ritrovare a Londra due vecchi e 
ricchi parenti; la bellezza ha tanto potere, i pianti parlan si dolce 
linguaggio, che i buoni vecchi donarono molte centinaia di ducati 
alia giovinetta, che lieta tornava ad offrirli con la sua mano al- 
Pamico del suo cuore. Sempre era a ricontarli per la via, cosicche 

i. Antonio Terreni, di Livorno, ha lasciato circa duecento disegni della To 
scana, i cui rami formano tre volumi con eleganti didascalie di Domenico 
Fontani. Una parte dei suoi lavori si trova nella Galleria degli Uffizi, a 
Firenze. 2. come ... pene: non vi e traccia di simili sentimenti, del 
resto cosi poco omerici, neH'ultimo libro d&lVOdissea. Probabilmente il 
Pananti ha avuto presente, nel ricordo, qualcuno degli infmiti rifacimenti 
e divulgazioni del poema. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA IJ 

noi la chiamavamo per ischerzo, 1'avara per amore. Contava an- 
cora le ore e i minuti che la separavano dal suo amante, si figurava 
vederlo che a braccia aperte Pattendeva sopra la riva: ahi! 1'attendea 
veramente al mar riguardando, come Paolo stava attendendo Vir 
ginia: 1 ahi! non la rivedra piu, e maggior disgrazia la vergine avra 
che di perir fra i flutti adirati ; ella cadera schiava dei Turchi, e come 
Angelica bella, 

. . . oh troppo eccelsa preda 

per si barbare genti e si villane! 2 



I NERI PRESENTIMENTI 

Navigammo tristi, pensosi e pieni d'atri presentiment!. Lo sguar- 
do fisso sul mare, non alzavamo un suono, una voce: i gran dolori 
son muti. II nostro legno bisognoso di molti ripari si movea con 
isforzo e difficolta. Era imprudenza con un legno cosi malconcio 
solcare i neri flutti. 

O navis referent in mare te novi 

fluctus? oh quid agis? fortiter occupa 

portum; nonne vides ut 

nudum remigio lotus 

antennaeque gemunt, ac sine funibus 

vix durare carinae 

possint?3 

Subitamente 1'albero di trinchetto si ruppe e precipito. Fu nella 
sua caduta per fracassar la testa del capitano. Una volta, mentre 
M. di Calonne 4 restava adagiato nelle sue molli piume, gli cadde 
sopra il cielo del letto, e se dopo un'ora non arrivava gente, Pex- 
ministro rimanea sofTocato e andava tra quei piu. Un signore che 
lo vide in quello stato, esclam6: Giusto Cielo! Non avrei vo 
lute che il capitano pagasse il fio della sua imprudenza ed ostina- 
zione; ma dovea prender quello per un awiso del cielo che gli dicea 

i. V attended . . . Virginia-, si allude all'epilogo del famoso romanzo Paul 
et Virginie (1787) di Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814). 2. Ariosto, 
Orl. fur., vin, 62. 3-11 Pananti cita qui, applicandola forzatamente alia 
sua situazione, un'ode di Orazio (Carm. y I, xiv, 1-8) universalmente nota; 
ma salta il quinto verso dell'ode e scrive gemunt in luogo del corretto ge- 
mant . 4. Carlo Alessandro di Calonne fu rninistro per le finanze di Lui- 
gi XVI, dal 2 novembre 1783 al 9 aprile 1787: e rimasto famoso per la sua 
corruzione e per i danni della sua amministrazione. 



l8 FILIPPO PANANTI 

di tornare indietro, e d'andar di nuovo all'isola di San Pietro oppur 
nel porto di Caglieri. Resto pertinace, e senz'albero di trinchetto 
seguit6 a far muovere il brigantino spaventosamente barcollato dagli 
schiumanti flutti e dai venti. L'aria intanto oscuravasi, si rattri- 
stava; un cupo muggito si facea intendere da lontano; un sordo 
tuono uscia dalle nubi che s'ammassavano ; la nera notte scendeva 
sopra 1'oceano. 

L'ORRIDA APPARIZIONE DELLA SQUADRA ALGERINA 

Passammo una notte agitata e trista. lo cominciava a chiuder gli 
occhi un momento, quando il cavalier Rossi, che si era alzato col 
sole, venne a destarmi, e mi disse che si scoprian le vele medesime 
vedute gia 1'altro giorno. Sbalzo dal letto, salgo sul ponte, e trovo 
su tutto il vascello 1'angoscia e la confusione. Interrogo i marinari, 
il piloto, e non rispondon che con tremebonda voce e in tronche 
e meste parole. Non appariano allora le sei vele che quasi impercet- 
tibili punti sul vasto campo delle onde; ma erano spaventose al 
guardo e alia mente, e sembravano ingrandirsi, sollevarsi, avanzarsi 
come la piccola nube cosl temuta dai naviganti, che a poco a poco 
cresce, s'inalza, s'agglomera e forma il burrascoso tifone, la turbi- 
nosa tromba delle tempeste dei mari. Fecero quelle navi un sinistro 
giro che le loro ostili mire ci pales6. I marinari nostri alzarono 
un grido di affanno e di raccapriccio. Nel loro turbamento si mes- 
sero a correre, ad affaticarsi, a far cento sforzi, che nulla valevano 
per la tattica e per la salvezza; Pagitazione non e attivita, e le ope- 
razioni senza disegno non sono che confusione e sconcerto. Per 
una orrenda fatalita, il vento che fino allora avea soffiato con 
violenza, tutto ad un tratto cesso, e ci trovammo inchiodati in 
mezzo al vasto elemento. II capitano era mutolo e sbalordito, nulla 
operava; e il peggio che possa farsi, e non far nulla. Tentiam, di- 
ceam noi, con tutte le vele; e se non si puc- con le vele, coi remi ten- 
tiamo di guadagnar la costa dei Sardi; e se altro non si pu6 fare, 
montiam sulla lancia, salviamo almen le persone ; ma il capitano ci 
mostrava col dito un legno nemico che stavaci sottovento e ci chiu- 
deva la ritirata. Non so che peso avesser le sue ragioni; ma so 
che nulla opr6 o per difendersi o per fuggire. I nemici, la prima 
volta che li discoprimmo, eran diciotto miglia lontani; la Sardegna 
non era da noi discosta tre miglia. Ci hanno poi detto i pirati essere 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 19 

il nostro un cattivo Rais; 1 che se ci avesser veduto fare un piccolo 
movimento verso la costa, non si sarebbero essi n6 men rivolti verso 
di noi, ma che vedutici rimanere immobili, anzi moverci verso di 
loro, ci avean creduti incantati, e, secondo la loro enfatica espres- 
sione, strascinati dal nero spirito della nostra inevitabil ruina. 

Tutto fu sulla nave sicula scoraggiamento e abbandono. Non 
so qual gelida mano alFapparir dei legni turchi opprima il cuor dei 
Cristiani; sembrano come impietriti dal teschio orribile di Me 
dusa. Allora awenne quello che accade nei gran disastri: in luogo 
d'incoraggiarsi, di sostenersi mutuamente, gli uomini si detestano, 
1'ira divampa fra i compagni della sventura, e Pintestina guerra si 
desta nella pubblica desolazione. Un marinaro che era stato schiavo 
dei Salettini, 2 e ne serbava nelPanimo la rimembranza e 1'orrore, 
presb da disperata doglia, con gli occhi di fuoco ed un pugnale 
alia mano venne alia gola del comandante, e senza la mia difesa 
gli facea versare il sangue e 1'anima. Un altro, irato come una 
furia, avea preso un tizzone ardente, e andava a dar fuoco alia Santa 
Barbera. Chi voleva immergersi un ferro nel seno, chi precipitarsi 
nei vortici del mare. Quindi in un subito, un cupo e orribil silenzio. 
I marinari ad uno ad uno disparvero, e nel fondo della nave an- 
darono a seppellirsi: noi passeggieri restammo soli sul ponte, mi- 
rando a gradi a gradi giungere la nostra ruina. II capitano che non 
solea mai stare al timone, allor vi si pose, e profittando della picco- 
lissima aura che alitava, adagio adagio si awicinava ai pirati; giac- 
ch6 fummo noi che andammo verso di loro, non essi verso di noi. 
Sei ore restammo in quel tremito, in quelPorrenda perplessita; 
si bewe a sorsi la morte. Quando furon prossimi i barbari, si udi- 
ron gli orridi gridi, si vide apparire ed alzarsi Timmensa turba dei 
Mori; allora ogni speranza abbandon6 ancora i men pavidi; tutti 
fuggimmo al tetro spettacolo, ci andammo a rinserrar nelle nostre 
piccole celle, attendendo della gran tragedia la dolorosa catastrofe. 
Quando e inutile ogni sforzo, ogni tentative, ogn'ingegno, si cade 
in quello stupore, in quella fredda tranquillita che e 1'ultimo grado 
d'un cupo ed eccessivo dolore. Cosi un selvaggio del Canada, se- 
duto stando nella sua barca presso alia gran cascata di Niagara, 
vide da un suo nemico il canapo sciolto che tenea la barca alia riva, 
e se strascinato dall'invincibil corso dell'onda. Fece ogni sforzo 

i. Rais: voce araba, che equivale a comandante, capo. 2. Salettini'. po- 
polazione del Marocco, che prendeva nome dalla citt di Saleh. 



20 FILIPPO PANANTI 

di remi, impiego tutti i mezzi deH'abilita, del coraggio, del sangue 
freddo e della risoluzione; ma vista inutile ogni sua opera, e ve- 
dendosi e sentendosi senza scampo sopra del gran precipizio, pos6 
tranquillamente il suo remo, si distese dentro il suo canot, si copri 
gli occhi e la fronte e rovin6 nelPabisso. 

CADUTA IN MAN DEI PIRATI 

Eccoci al grande istante arrivati, eccoci alia piu nera vicenda che 
possa ottenebrar la vita degli uomini. Si odono gli alti gridi degli 
Africani vicini, escono a sciami, a nuvoli i barbari, e con le scia- 
bole nude e un truce aspetto di guerra vengono alParrembaggio, 
all'assalto. Si udi un gran colpo di cannone, che come scoppio di 
fulmine agli orecchi ci rimbombo. Credemmo che cominciasse 
1'attacco, che andasse il nostro legno a distruggersi : era il segnale 
di buona preda. Un secondo colpo annunzi6 la conquista e il pos- 
sesso del bastimento. Saltano i Barbereschi sul nostro legno, ci 
fanno scintillar sugli occhi e sul capo i taglienti cangiar e il roteante 
attagan* ci ordinan di non far resistenza e sottometterci. Che far 
potevamo ? obbedimmo. Prendendo un'aria men truce, cominciano 
i Barbereschi a gridare : No paura, no paura ; ci domandaron 
rum, ci chieser le chiavi dei nostri bauli, ci distribuirono in due 
divisioni, a porzione dei passeggieri ordinaron d'uscire e di salir 
sulla lancia per essere trasportati sulla fregata algerina; una parte 
rimase sul brigantino, di cui molta truppa moresca aveva preso il 
possesso. lo fui tra quelli che uscirono e che dovetter partire. Diem- 
mo un doloroso sguardo al nostro bastimento e ai compagni, 
montammo sulla lancia e partimmo. 

COMPARSA ALLA PRESENZA DEL RAIS 

Cruda fatalita! AlFistante in cui cominci6 a vogar la lancia che 
ci trasportava, il vento che aveamo tanto e si vanamente invocato 
nelle sei ore che dur6 la nostra agonia, e che un'ora avanti sorgendo, 
forse ci avrebbe tratti a salute, si Iev6 allora subitamente e comincio 
a soffiar con grand'impeto. Si copri il cielo di nuvole, 1'acqua ca- 

i. cangiar . . . attagan: nomi di sciabole usate dagli Arabi. Caratteristico e 
lo yatagan, sciabola corta, con lama a un solo taglio, ricurva alle due estre- 
mita. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 21 

deva a torrenti, n'eravam tutti inzuppati. I Mori, con noi mescolati 
confusamente sopra la lancia, parlavano, ridevano, gridavano; re- 
stavam noi in mesto e cupo silenzio. 

Al giunger nostro sulla fregata i barbari alzarono il feroce grido 
della vittoria, e una crudele gioia baleno nei loro sguardi sinistri, 
S'apriron le strette file, e a traverse dei Turchi armati e dei Mori 
fummo condotti alia presenza del gran Rais, supremo comandante 
delParmamento algerino. Stava seduto fra i comandanti delle altre 
quattro fregate, che tutti a consiglio s'eran ristretti per determinar 
le misure da prendersi sul nostro conto, per combinare le suc 
cessive opere di guerra, e per inebriarsi dei fumi della loro orrenda 
celebrita. Fummo interrogati in brevi e altere parole. Non vi fu 
pero ne insulto ne contumelia. Ci chiese il Rais il denaro, gli 
oriuoli, gli anelli e ogni altra preziosa cosa che aveamo indosso, 
per custodirla, dicea, dalla rapacita degli uomini del mar Nero che 
formavan parte del suo equipaggio, e che chiamava col proprio 
termine ladrL Distribui le nostre respettive proprieta in una cas- 
setta, promettendoci che tutto ci sarebbe restituito al nostro uscir 
dalla nave, e dicendo: Questo per ti, questo per ti, quest'altro 
per ti ; e dicea forse in suo cuore, e tutto questo per mi. 
Ci fu detto di ritirarci; fummo fatti sedere sopra una stuoia nel- 
ranticamera, ove fummo abbandonati al nostro dolore. 

LA PRIMA NOTTE FRA I BARBARI 

Ci fu dato da cena. Consisteva in certa cattiva pasta che dovem- 
mo mangiare in un gran tegame, stesi sul pavimento, senza tavola, 
senza sedie, misti a un branco di Mauri e di Neri che con noi facevan 
vita comune, e che eran si lesti, si villani e cosi di buon appetito, 
che non lasciavan nulla a noi altri afflitti, tremanti, complimentosi, 
che ci accostavamo al piatto come un animale debole, mentre che al- 
tro piu forte mangia. Poco dopo del tramontar del sole fummo fatti 
scendere in una buca che pareva un trabocchetto o una sepoltura. 
Ci dovemmo distendere o piuttosto romperci tutte le ossa sui cor- 
dami, le vele, le gomene, che facevan del nostro letto un vero letto 
di spine: si affogava in quell'aria riscaldata dal fiato di venti per- 
sone; sembrava d'essere in una fornace. I piu tristi pensieri op- 
pressero il nostro cuore. Quando eravamo vicini ai nostri paterni 
lidi, dove anderemo, chi sa? Noi nati fra i culti popoli, noi si 



22 FILIPPO PANANTI 

lungamente awezzi agli usi, alle leggi, alia saggia liberta dell'im- 
pero britannico, noi andremo ad essere schiavi del piu vili schiavi, 
noi trarremo i di delPaffanno nelle barbare terre delF Africa? I 
poveri marinari siculi, tutti padri di famiglia e bonissimi uomini, 
ma di poco spirito e poco cuore, pensando ai lor tristi casi e alle 
misere loro famiglie die perdeano in essi ogni consolazione, ogni 
appoggio, non si potevan salvare dalla disperazion del dolore. 
Noi passeggieri sosteneva un poco di forza d'anima e di filosofia; 
ma chi pu6 serbarsi imperterrito in una sorte si nuova e si dolorosa ? 
Non potemmo chiudere un occhio. 

. . . il sonno, 
simile al guasto mondo, 
fugge dagl'infelici, a vol trapassa 
dove gemere ascolta, e sopra gli occhi 
non bagnati di pianto ei si riposa. 1 

Che fantasmi turbaronci fra quelle ombre! quali ore, oh dio, furon 
quelle! 

Que la nuit par ait longue a la douleur qui veille! 2 



IL SECONDO GIORNO 

Appena un raggio del sole comparve, uscimmo fuora di quell'or- 
rendo sepolcro. Andammo qua e la girando sopra la nave algerina, 
ignari del vero stato di nostra sorte, e cercando leggere il nostro 
destino negli sguardi e nelle voci dei barbari: ma nulla poteam 
conchiuder di positivo, e rimanevamo in una incertezza, il peggiore 
di tutti i mali. Non e il momento in cui cade il colpo della sventura 
quello ch'e il piu doloroso: e il momento che gli succede. Cosi 
sentiam piu vivo il dolore della ferita quando cess6 il calor della 
zuffa e il gorgogliante flusso del sangue. Si rimane scossi, storditi 
il primo giorno d'una funesta awentura ; poscia la riflessione arriva, 
e tutto scopre il grande abisso dei mali. Si oppone in un primo 
urto e combattimento il coraggio e la resistenza; ma quando poi si 
e dovuto succumbere, hanno perduta la lor forza tutte le molle 
deiranima. 

i. Non mi e riuscito di trovare la fonte di questa citazione. 2. Piti esatta- 
mente: Qu'une nuit parait ecc., dalla scena v delFatto v di Blanche et 
Guiscard t tragedia di Bernard Joseph Saurin (1706-1781). 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 23 

Al nostro passar per la nave s'affollavano i Mori pieni di curio- 
sita. Involti nei nostri pensieri, niuna curiosita aveam noi se non di 
sapere quel che eravamo in quella nuova casa, in quella nuova esi- 
stenza. Che cosa piu vi sorprende a Versailles ? fu domandato 
al doge di Genova, costretto ad andare con quattro senatori a chie- 
dere scusa al superbo re della Francia. Rispose : Di vedermi qui. 

LA TEMPESTA 

Ecco subitamente il cielo imbrunirsi, solcar le nuvole nere la torta 
luce dei fulmini, mugghiare i flutti, e sopra i flutti il tuon rimbom- 
bare. Monti ed abissi di acqua, tenebre, lampi, urli, silenzio, con- 
fusione orribile, tema di morte. I Barbereschi perderon la testa e la 
tramontana, e tutti a terra distesi stavan gridando allah, allahb. 
Inesperti delle nautiche operazioni, vili nei gran pericoli e poco 
pratici delle coste, diventarono d'un'ammirabil mansuetudine; eb- 
ber ricorso ai nostri marinari, ed al consiglio e all'opra lor si affi- 
darono. In mezzo alia generale costernazione un non so che di 
gioia e di speme si sollevb nei mio cuore, e grate mi erano quelle 
tenebre spaventose e la burrascosa agitazione delle acque. Piu che 
la pazienza, la rassegnazione e la stoica imperturbabilita, possono 
1'egro spirito sollevare il concepimento di fiero disegno, il desio di 
giusta vendetta, e la speranza di riuscire in forte e generosa intra- 
presa. Tre volte mi levai fra 1'ombra notturna, e al baglior dei 
lampi e dei fulmini, brancolando sopra il vascello, pervenni in 
mezzo ai nostri uomini, e volli persuaderli a profittar della propizia 
occasione per uscir dei loro dolori. Spingete io dicea la nave 
verso la costa della Sardegna, impadronitevi del timone; arrivere- 
mo ad un porto, o in un basso fondo, e oggi siam noi prigionieri, 
domani i Turchi il saranno; oggi siam dei viventi i piu miseri, 
sarem domani i piu lieti. Oh, rispondevano quelli chi vede 
in mezzo a queste ombre 1 questa e la spiaggia dei naufragi. 
Era grande, e vero, il pericolo; ma qual pericolo piu grande che di 
restare nei ferri; si puo esser cosl miseri, e tanto amare la vita? 

And there what brave what noble 

let do it after the high Roman fashion 

and make death to take us. (Shaksp.) 1 

i. Shakespeare, Antony and Cleopatra, atto iv, scena xv, w. 86-8. La tra- 
duzione e data dallo stesso Pananti nelle righe immediatamente succes- 



24 FILIPPO PANANTI 

Facciamo quello che e nobile e coraggioso, secondo il sublime 
operar del Romani, e che la morte sia orgogliosa di prenderci. 

O la fin d'ogni male un ben pud dirsi, 
o V ultimo del mali e il mal minor eJ 1 

Ma quegli uomini del siciliano equipaggio non voller tentare un si 
grande cimento, non crederono al coraggio ed alia fortuna, non 
sepper pensare che nelle grand! intraprese e il vil che perisce, 
1'uom coraggioso attra versa il nero sentier della morte: non videro 
che il pericolo, che e la sola cosa che vedono i vili. 

Ritornai tristamente in fondo alia nave, e non isperai piu che nei 
vend e nel furor del mare. Ma 1'occasione appare un istante, e piu 
non ritorna. I flutti si acquetarono, il ciel si rasseren6. lo vidi con 
duolo il ciel rischiarato, e sui volti dei barbari ritornata la gioia e la 
sicurta. II mare era in calma, ma la tempesta fremeva ancor nel 
mio cuore. 



BATTAGLIE MARINE 

Dallo spavento a subitanea gioia pass6 la ciurma africana; si 
scoperse un bastimento, ma cosi piccolo e si lontano, che non potea 
vederlo che Tocchio linceo delPavarizia. Si spiegan tutte le vele, si 
puntan tutti i cannoni, si promettono a quelli che morranno le 
delizie del Corckhan? e gPineffabili godimenti delle Houris? E cos! 
gran fracasso i Barbereschi fanno per un piccolo legno greco ? Rasso- 
migliano a colui che chiedeva la clava ad Ercole per ischiacciare 
un piccolo ragno, e a quel piccolo diavolo di Rabelais che mostrava 
la sua forza grandinando sopra il prezzemolo. 4 II legno greco fu 
raggiunto; e benche picciolo e debole, pure mostro valore e fece 
bella difesa. Poi, per far men lieta la vittoria degli Algerini, i 
Greci gettarono in mare quanto di ricco carico aveano. Questi 



sive, ma i versi, oltre che incompleti, sono trascritti con grafia errata. 
Diamo il testo esatto e complete: We'll bury him; and then, what's 
brave, what's noble / let's do it after the high Roman fashion, / and 
make death proud to take us. Come, away. i. Vedi la nota i a p. 22. 
2. Corckham: il Corano. 3. gVineffabili . . . Houris: le uri sono le vergini 
del paradiso mussulmano, che daranno infinite delizie ai guerrieri morti 
per la loro fede. 4. quel . . . prezzemolo: di una siffatta virtu, ma in modo 
leggermente diverse e, comunque, incidentale, si trova un cenno nel Pan- 
tagruel, libro iv, cap. XLV. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 25 

quand'ebbero conquistato quel legno, e vi si gettaron pieni di 
avidita, restaron burlati e neri come Gilblas, quando sciogliendo il 
sacchetto del Fraticello, in luogo delle monete che si figurava, ri- 
trovo tante medaglie e tanti agnusdei. 1 Per vendicarsene caricarono 
d'improperi e di bastonate i poveri Greci; fecer come Arlecchino 
nella commedia, che volendo rubare un pastrano, e colui che lo 
avea indosso, nel ritenerlo, avendolo strappato, Arlecchino co- 
mincic- a dargli colpi da ciechi, dicendo: Ah birbante, mi strappi 
il mio pastrano . Mentre eran cosi bastonati, il Rais algerino an- 
dava dietro facendo loro una predica. O bastonate, o predicate; 
ma non bastonate e predicate a un tempo medesimo. stato 
detto che gli awenimenti si succedono per Puomo ordinario, 
s'incatenano per Puomo di genio. Si succedono e s'incatenano le 
disgrazie e le fortune per tutti gli uomini. Comparve una corvetta 
tunisina. La guerra ardeva feroce tra le due reggenze africane. 
Cominci6 un ostinato combattimento. Un uffiziale scriveva a un 
suo amico : II tale e il tal altro son morti, questi sono arTari loro 
e non mi riguardano; io sto benissimo. Non avremmo potuto 
scrivere cosi noi. Le palle non rispettavano alcuno, e no! non eravam 
punto a noire aise. bello il combattere per la Fede, per la patria, 
pel suo re; ma morire pei Turchi, pei ladri sarebbe duro. Cosi pro- 
curammo di non essere ne attori ne spettatori, e facemmo come 
quel Genovese, che mentre il vascello su cui era passeggiero, batte- 
vasi con un altro, si tenne sempre sotto coperta; e quando udi ces- 
sato il suon del cannone, rimesse la testa fuora, dicendo: Siam 
prenditori, o presi ? II legno di Tunisi, cedendo alia maggior 
forza, fu superato. Allora si esercito in tutto il suo rigore la vendetta 
d'un nemico senza generosita. I Tunisini furono caricati di ferri; 
al bravo lor comandante fu troncata la testa; e posta sopra una 
picca, fu portata in trionfo per la fregata algerina, e poi fu esposta 
in un eminente sito, spettacolo lurido e spaventoso. Fu tutto sulla 
fregata esultazione e trionfo. II Rais dal piacere non entrava piu 
nei suoi panni, benche fossero larghi; gli parea d'aver fatto quanto 
Carlo in Francia. Tutti gli faceano applausi e congratulazioni ; 
dovemmo farlo anco noi, benche quasi quasi in cuore piuttosto si 
fosse presa passione pei Tunisini. Ma gaudete cum gaudentibus; 

i. come Gilblas . . . agnusdei: T episodic e appunto nel Gil Bias de Santil- 
lane (libro I, cap. vm), romanzo di ispirazione picaresca del Lesage (1668- 
1747). 



26 FILIPPO PANANTI 

flete cum flentibus. x E bisognava usar di tali riguardi per esser 
trattati meglio, oppur meno male. I grand! sono come quei mulini 
eretti sulle montagne che non danno della farina se non si da loro 
del vento. 



RIUNIONE COI COMPAGNI DELL'INFORTUNIO 

La nostra piu grande inquietudine non era per noi, ma pe' nostri 
compagni rimasti sul brigantino. Vedemmo quel bastimento nella 
notte della gran tempesta qua e la sbalzato dalle onde, scender lo 
rimirammo dentro le aperte voragini e piu nol vedemmo. Vi ave- 
vamo i compagni del viaggio e deirinfortunio. Ma quattro giorni 
dopo il brigantino riapparve, le navi si awicinarono, e il resto del- 
Pequipaggio siculo e toscano fu trasportato ancor esso sulla fregata 
algerina. Fu grandissima consolazione il ritrovarsi, il vedersi in vita, 
1'essere insieme congiunti, il poter correr tutti la sorte medesima. 
Parve che la sventura perdesse di sua acerbita. Cosi sempre ac- 
cade ove son molti insieme a faticare e soffrire. La gaieta e fra gli 
uomini nei piu gran lavori della campagna; i soldati brillan del 
fuoco delPardimento quando combattono in masse; desolata e 
Tanima dell'infelice abbandonato nella solitudine. 

Rivedemmo ancora il capitano, contro del quale ogni mattina, 
destandoci, come nelle notturne tenebre, s'alzava il nostro lamento. 
Ma tutto allor fu obliato: non rimirammo piu Pautore, ma il com- 
pagno della nostra sventura, e faceva veramente compassione quel 
re del bastimento caduto in tanta bassezza. E il capitano parea 
sinceramente afflitto e mortificato, e forse non avea errato che per 
imprudenza e temerita. La confessione del proprio fallo ristabilisce 
in tutto il lume dell'innocenza, e il pentimento 6 cosi bello che la 
virtu. Dice un bel passo delVAnia* antico libro degli Hindous: 
Un uomo buono dee non solo perdonare, ma ancora al suo nemico 

i . Gioite con quelli che gioiscono, piangete con quelli che piangono . 
II precetto e in Rom., 12, 15, ma con le forme gaudere . . . flere. 2. 
Ania : non esiste un poema con questo titolo nell'antica letteratura india- 
na. La sentenza si trova nella raccolta Indische Spruche. Sanskrit und 
Deutsch, pubblicata da Otto Bohtlingk, St. Petersburg 1870-1873, in 
parte (1870), p. 512, sentenza 7099. Probabilmente Tequivoco e nato, nel 
Pananti (ed altri poi Thanno ripetuto), dal fatto che anyad in sanscrito si- 
gnifica inoltre, ed e modo usato, come premessa, per introdurre via via, 
dopo la prima, successive sentenze di uguale argomento. Le indicazioni 
e Tipotesi sono dovute alia cortesia del professor F. Belloni Filippi. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 27 

desiderate il bene. Simile e alFalbero del Sandal, che nel memento 
in cui e abbattuto, copre di profumi la scure che lo ha colpito. 
Apprendi, dice il poeta persiano HanV apprendi dalla con- 
chiglia dei mari a riempier di perle la mano stesa per nuocerti. 
Vedi tu quelPalbero assalito da un nuvolo di pietre ? Ei non lascia 
cadere su quei che le lanciano, che dei frutti deliziosi e dei fieri . 



LA DURA VITA SULLE NAVI DEI BARBERESCHI 

Ah, )> diceva il povero pievano Boschi, di cui lo spiritoso e satiri- 
co pievano Landi* avea scritta la vita ah la mia vita sara la mia mor- 
te! Udite che vita da morire era la nostra sulle fregate algerine. Si 
miri la compagnia. Uomini d'ogni setta, d'ogni razza, d'ogni colore; 
dei banditi di Levante, dei Mori, figli di quei cacciati di Spagna, 
che a udir nominare un Cristiano si facevano di color verde; dei 
Neri come 1'inchiostro, appellati in Africa i Fertit\ degli uomini 
col naso schiacciato come le scimie, altri col capo lanuto come le 
pecore: credo vi fossero ancora degli ourang-outang e dei him- 
panzag. Si vedevano alcuni di quegli esseri spaventosi e bizzarri ad 
uno ad uno rannicchiarsi in certe buche Tuna dall'altra discoste, 
come nella repubblica dei castori; 3 altri appollaiarsi su certe travi 
come Puccello del mal augurio, e tutti poi venir fuori come esce 
dalla tana il lupo affamato. La schifa ciurma era tutta coperta da 
capo a piedi di lebbra, d'elefantiasi e d'eserciti d'animali divora- 
tori. Ci teneva il cuor sollevato il timor della peste che ivi ci figura- 
vamo dovere starci di casa; e non facendo quegli stupidi fatalisti 



i. II poeta persiano Hafiz, detto l'usignuolo di Siraz, dotto studioso 
del Corano, mori nel 1389: di lui rimane una breve raccolta di versi, so- 
prattutto di tono anacreontico. 2. Don Carlo Landi, aretino, morto nel 
1794, maestro del Pignotti, ha lasciato un poemetto e altre poesie giocose. 
Su lui, vedi N. VIVIANI, Curiosita aretine, Arezzo 1921, pp. 239 sgg. Del 
pievano Landi narra alcuni aneddoti lo stesso Pananti in nota al presente 
brano: Verso la fin de' suoi giorni egli stesso bruti.6 la maggior parte 
delle sue rime. Ne conservaron per6 alcuni cittadini d' Arezzo. Credo 
che esistano ancora molti canti della Boscheide, poema satirico contro un 
Boschi pievano di Subbiano, che fu veramente percid tribolato. Essendo 
questi andato dal vescovo per pregarlo di far chetare il Landi, e dicendo 
che la vita di questo sarebbe la sua morte, il vescovo prego il Landi a per- 
donare al povero Boschi, se non voleva farlo morire. II Landi rispose: 
Nolo mortem peccatoris; convertatur et vivat. 3. repubblica dei castori'. i 
castori vivono in societa, costruendo 1'una accanto alPaltra le loro tane. 



28 FILIPPO PANANTI 

che coi lumi accesi e la pipa in bocca andare e venire per quella 
casa di legno, ci aspettavamo ad ogni istante d'udir lo scoppio e di 
saltar nelle nuvole. lo potrei star nella botte di Diogene, purche 
nessuno non mi parasse il sole. Ma la stanza ove coi miei compagni 
io stava sepolto, come la bolgia delPinferno di Dante, 

oscura era, profonda, nebulosa, 

tanto che, ancor ch'io ficchi Vocchio a fondo, 

non vi potea distinguer niuna cosa. 1 

Stavamo stretti come le sardelle, e parea che si dovesse fare il 
mosto : era quello il vero letto di Procuste, o quello su cui gettavasi 
Sant' Antonio quando il nemico infernale veniva a tentarlo sotto 
la figura d'una donzella. Mangiar distesi sul pavimento e seduti 
alia maniera dei Turchi e dei cani ; tutti a un gran vaso correre come 
le galline alia crusca; non aver che cucchiai di legno come i cap- 
puccini, e dovere aspettare che se ne fosser prima servite le belle 
bocche dei Negri e dei Mori ; poi bever tutti in comune a un gran 
secchione, 

dove avevano pria cento neri Jarba 
ficcato il naso, la bocca e la barba. 2 

E sempre cuscussit?, non altro che cuscussii, e se ci prendea qualche 
fantasia, se si avea gola d'un aglio, d'una cipolla, si dovea far cento 
prieghi e cento memoriali a un avaro credenziere, di nome Solyman, 
che non dicea do ut des, ma date prima, e poi si dara ; ma noi come 
avevamo a dare i primi il nostro denaro ? II Rais 1'avea preso in de- 
posito, e si avea dato il lardo a custodire alia gatta; e quando il de 
naro certa gente 1'ha visto, non si rivede piu; cosi noi eravamo ri- 
masti asciutti come 1'esca, e a porci col capo all'ingiu e a scuoterci 
e scuoterci, non ne sarebbe uscito un mezzo baiocco. Un giovine 
uffiziale chiese al suo principe un aumento di paga, dicendo che 
con il poco che avea non si potea sostentare ; ma il principe riguar- 
dandolo e vedendolo vegeto e fresco con una faccia da impera- 
tore, gli disse che a stentare non si faceva quella bella faccia che 
schizzava il grasso. L'ufHziale rispose : Altezza, non e mio questo 

1. Dante, Inf., iv, 10-2. Ma la citazione e inesatta. II Pananti ha defor- 
mato i versi di Dante, che scrive: Oscura e profonda era e nebulosa / 
tanto che, per ficcar lo viso a fondo, / io non vi discernea alcuna cosa . 

2. Vedi la nota tap. 13. 3. cuscussii: vivanda araba di assai mescolati 
ingredient!. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 29 

bel viso, ma della ostessa, che e una buona donna e che mi da da 
mangiare a credenza. Ma con 1'avaro Solyman non si facevano 
conti lunghi, ed era scritto sulla porta del suo magazzino, come su 
quella d'un'osteria : Domani si da da mangiare a credito, oggi si 
paga. Ci potevamo paragonare a certe monache povere derelitte 
della citta d'Arezzo, alle quali il faceto pievano Landi rega!6 
una bella gabbia con entro un vaghissimo cardellino. Era accompa- 
gnato il dono da graziosi versi, nei quali lo spiritoso poeta fa parlar 
le monache che avevan con Puccelletto grandissima analogia. Tu 
sei in gabbia rinchiuso, diceano al cardellino le buone suore 
e in gabbia siamo noi pure; tu saluti il di coi tuoi canti, e noi can- 
tiam mattutino; tu pigoli sempre a' tuoi ferri, e noi siamo spesso a 
pigolare, e a far pissi pissi alia grata; ma piu di noi tu felice, tu vedi 
sempre di panico o miglio la tua cassetta ripiena, e noi spesso a 
tavola non viviamo che di sospiri. E terminava cosl: 

quanta, o vago augellin, la nostra vita 
della tua si pud dir piu sventurata; 
a te non s'impedisce che Vuscita, 
e not siam senza uscita e senza entrata. 

ADDOLCIMENTO 1 

Le cose di questo mondo son fatte a faccette. Presentan diversi 
aspetti, e la piu trista situazione puo aver qualcosa di dolce, o al- 
meno assai raddolcito. Noi non ci lasciammo abbattere dal dolore: 
e quando I'inquietudine e Tagitazione non farebber che piu awi- 
luppare Tintralciate fila della nera sorte, e prudenza il rassegnarsi 
e cedere alia corrente delle inevitabili vicissitudini. Si pu6 esser se 
non felici, almeno tranquilli in ogni piu duro stato. Un uomo di 
spirito rinchiuso alia Bastiglia confesso che non furon quelli i giorni 
suoi piu infelici; MenzicofT 2 sapea consolarsi nella povera capanna 
in mezzo ai ghiacci del polo ; Robinson Crusoe trov6 Toccupazione 
e il diletto nella sua deserta isola ; Cervantes cominci6 il suo grazioso 
romanzo nelle prigioni d'Agamanzillas. 3 Non mostrammo nem- 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 102-6 del volume I dell'edizione da noi 
seguita. 2. Menzicoff: Alessandro MentsikorT (1674-1729) fu consigliere di 
Pietro il Grande, di Caterina II, e si impadronl del governo sotto Pietro II, in 
nome del quale esercit6 il potere. Potenti nemici ne provocarono il crollo 
e Pesilio in Siberia, dove mori. 3. Cervantes . . . Agamanzillas: Miguel de 
Cervantes (1547-1616), il famoso autore del Don Chisciotte, fu catturato nel 



30 FILIPPO PANANTI 

meno alcun'aria d'abbattimento ; fummo quasi fieri, quasi orgo- 
gliosi; col capo alto, come Cesare, minacciato avremmo i corsari. 1 
Del resto non era la cuccagna, ma non era poi la sperpetua; 2 non 
si viveva bene, ma si poteva vivere ; non aveamo un letto sprimac- 
ciato, ma vi trovavamo il sonno; sempre cuscussii, e vero, ma la 
fame non si pativa; eravamo presi dai Turchi, ma non eramo inca- 
tenati; qualche fortuna non ci mancava. Avevam fra noi due 
graziosissime bimbe, figlie del cavaliere e madama Rossi; e il cielo, 
che 1'innocenza protegge, in lor riguardo accordava protezione anco 
a noi. Non si avea che a mandarne in giro la Luigina, e queH'ama- 
bile creatura tornava sempre col grembiulino pieno di fichi secchi, 
d'uva passa e di datteri, ed era per noi altri poveri penitenti quello 
che fu la colomba pei santi anacoreti della Tebaide. Molti dei 
Turchi e dei Mori erano gente di bonissima pasta, e la lor tenerezza 
pe' bambini e una prova. Rammenterem con piacere Mehemet 
figlio d'un principe arabo, uomo pieno di buon senso e di virtu, 
il giovine Acmet segretario del Rais, che avea viaggiato nei porti 
d'Europa e parlava Titaliano e il francese perfettamente, e 1'Aga 3 
della milizia turca che era quello che si chiama in Levante un Turco 
gentile. Nessuna offesa non ci fu fatta, e soprattutto rispettate furon 
le nostre donne, e con loro parlando i Turchi, parevan tanti no vizi 
dei cappuccini. C'invitava il Rais alle sue stanze, ci regalava di 
qualche novella araba, e, quel che valeva piu delle novelle, ci dava 
qualche buona tazza di caffe dell'Yemen, e un bicchierino ancor 
del suo rum, cioe del nostro rum che ci avea tolto sul brigantino; 
ma non sono i piu cattivi ladri quelli che pigliano da una mano, e 
che poi rendon qualcosa dalPaltra. 

Ma chi crederebbe che sopra un legno corsaro, in mezzo ai fieri 
Africani, avessimo le nostre conversazioni, le nostre accademie, i 
nostri rout* e quasi la nostra opera in musica ? Assistevamo ai rozzi 
canti e alle goffe danze dei Mauri e dei Neri; e pregati a cantare, 

1575 dai pirati turchi, e per cinque anni soffri la prigionia come schiavo ad 
Algeri. La prima parte del Don Chisciotte fu pubblicata nel 1605, la se- 
conda nel 1615 : non fu iniziato in prigionia. i. col capo . . . corsari: Giulio 
Cesare, mentre si recava a Rodi, cadde in mano ai pirati (75 a. C.), con i 
quali rimase trentotto giorni, in attesa che fosse pagato il prezzo del riscatto. 
Plutarco nella sua Vita di Cesare (2) narra del disprezzo con cui il futuro im- 
peratore trattava i pirati suoi carcerieri. 2. sperpetua: moite, rovina. II 
vocabolo deriva da una deformazione popolare di luxperpetua, che e espres- 
sione frequentemente ripetuta dai sacerdote nell'officio funebre. 3. Agd: 
comandante. 4. rout: adunanze serali. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 31 

non volemmo essere scompiacenti : Cantabit vacuus coram latrone 
viator)). 1 Fummo tanti Orfei sulla nave degli Argonauti, 2 e gli 
African! parvero ammansiti dalla nostra voce soave, come il sicario 
dalla dolce musica di Stradella, 3 e come lo spaventoso Tlalaba 
dall'aereo suono che partia dall'arpa del re di Caradoc. 4 Si vede che 
in Africa e ancora fra i barbari bisogna divertire per farsi amare, e 
farsi amare per essere stimati ; si trova tutto il merito in colui che sa 
dilettare, e Puomo amabile passa per I'uomo abile. La natura pro 
duce dei fiori prima di dare dei frutti. Un giovine present6 una 
supplica ad un ministro per ottenere un piccolo impiego nelle do- 
gane, o sul bollo. II ministro rispose con quelle promesse che non 
promettono nulla. Prima di ritirarsi il giovine disse al ministro che 
quella supplica 1'aveva messa anco in versi. II ministro, che avea 
quel giorno mangiato bene e bevuto meglio, rispose, ridendo, che 
era curioso di rimirare come una supplica sulle dogane si prestasse 
al ritmo e alia rima. II giovine recito i suoi versi, e il ministro che 
s'intendeva di poesia, e in versi avea scritto qualche biglietto ga- 
lante dove confessare che v'era gusto e facilita. Giacche Vo- 
stra Eccellenza ha tanta compiacenza, riprese il giovine postu- 
lante sappia che questi versi gli ho messi ancora in musica. 
Oh questa e nuova di zecca; disse il ministro le parole bollo, 
dogane, frodo, tariffa, sbirri debbono essere tenere e cantabili. 
Ma il giovine si mise ad un cembalo, e canto come un usignuolo. 
Bravo, da capo disse Sua Eccellenza. II postulante animato 
da' suoi successi Se ella non si annoia, disse al ministro 

i. Giovenale, Sat., x, 22: I1 viandante povero potra cantare, passare can- 
tando, dinanzi al ladrone. 2. Orfei . . . Argonauti: il leggendario poeta 
e musico Orfeo accompagn6 gli Argonauti nella prima mitica navigazione 
alia conquista del vello d'oro. 3. In nota il Pananti narra che il cele- 
bre compositore Alessandro Stradella (1645 circa- 1682) aveva sposato 
una nobil donzella e con essa si era fuggito; il padre di lei, irato, aveva 
inviato due sicari perch6 lo uccidessero, ma essi, ascoltato un concerto 
eseguito dallo stesso Stradella, furono cosi commossi che si gettarono ai 
suoi piedi confessando la loro intenzione e chiedendo perdono. 4. co 
me ... Caradoc: allusione a un episodic del canto xi (The Capture) di 
Madoc in Aztlan, poema epico di Robert Southey (1774-1843). II gio- 
vane re Caradoc dorme sull'alba in una caverna semi-scoperchiata. Qui e 
sorpreso da Ocellopan e Tlalala (non Tlalaba, come scrive, per evidente 
lapsus memoriae, il Pananti). Per due volte Tlalala si slancia con 1'asta pro- 
tesa contro il re di Cambria, e Tuna e Taltra volta spaurito si ritrae, come 
dinanzi al miracolo d'una manifesta protezione divina, perche la brezza del 
mattino sfiora Tarpa invisibile di Caradoc e ne deriva aerial music , 
anzi so sweet a harmony, that sure / it seem'd no earthly tone . 



32 FILIPPO PANANTI 

di questa supplica ne ho fatto ancora un balletto, e I'eseguir6. 
Deve essere veramente eroico ; disse il ministro ballate, io 
vi suoner6. II giovine ballo con una sveltezza ed una grazia am- 
mirabile. Voi disse il ministro siete un soggetto da non 
perdersi per lo Stato; avete spirito, gran varieta di talenti e di cogni- 
zioni, mi avete divertito moltissimo, io faro la vostra fortuna. 
E non gli dette un piccolo posto nelle dogane, ma lo fece uno dei 
primi suoi segretari, lo porto di peso e lo fece volare; e cosi molti 
gran posti si ottennero spesso, non col capo, ma con la gamba. 

LE SPERANZE 1 

Non si poteva conoscere il nostro vero destino, non vi erano dati 
certi da fissare il nostro giudizio. I Barbereschi non ci avevano in- 
catenati, non ci poneano ai lavori, ma ci avean presi e ci riteneano; 
rispettavan le nostre persone, ma della nostra roba si era fatto un 
chiappa chiappa. Cosl non eravamo ne" carne ne pesce, ne nel rigo 
ne" nello spazio ; 2 e vedendo tante contraddizioni, avremmo potuto 
dire come il contadin della favola, cui era stato tolto Tasino di 
sotto, lasciando il cavaliere sulla sua sella: 

ma sono io veramente, o diventato 
sono un altro uom? Questa sarebbe bella. 
Se sono io, dove Vasino e volato? 
Se non io, per che c'e questa sella? 3 

Ma nello stato d'incertezza e prudente e vantaggioso il farsi un 
bel prospetto prima che crearsi dei fantasmi: 

. . . B follia dei mortali 
I'arte crudel di presagirsi i mail. 

Sempre e maggior del vero 
Videa d'una sventura 
al credulo pensiero 
dipinta dal timor. 

Chi stolto il mal figura, 
accresce il proprio affanno, 
ed assicura un danno 
che non e certo ancor* 

i. Questo brano e il seguente corrispondono alle pp. 108-15 del volume I 
dell' edizione da noi seguita. 2. ne . . . spazio: si allude al pentagramma, 
dove le note sono sul rigo o nello spazio. L'espressione vuol significare che 
essi, come prigionieri, non erano piu nulla. 3. Vedi la nota i a p. 13. 
4. Metastasio, Attilio Regolo y atto I, scena xi. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 33 

Cominciammo dunque a farci animo, a rasserenarci, a riguardare 
il nostro caso come una di quelle strane vicende a cui van soggetti i 
viaggiatori, una di quelle passeggiere disgrazie che si gode poi di 
narrare nei giorni della calma e della felicita. I cavalieri erranti, dice 
Sancio Panza, sono sempre in procinto di divenire imperatori, 
o d'essere fracassati dalle legnate. Ci abbandonammo a dolce lu- 
singa; ci fissammo in testa che al nostro sbarco in Algeri usciremmo 
di gabbia e ci lascerebber padroni d'andare e stare dove ci piacesse; 
ci rallegrammo quasi d'aver potuto cosi vedere i regni dell'Africa, 
si facean fino dei bei progetti e dei sogni. II mercante Terreni fa- 
ceva cento superbe speculazioni, volea comprare venti cassoni di 
tappeti di Barberia; il pittore volea dipingere una sala del Dey; 1 
le signore nostre si voleano abbellir di scialli e di boccette d'acqua 
di rose: che felice tendenza degli animi a dissipar le nuvole della 
tristezza e a farsi dolce illusione! A chi non e accaduto, dice mada- 
ma di Stael, in mezzo alle sue pui grandi afflizioni, di sentire in 
fondo al suo cuore una forza, una confidenza che fa sperar vicino 
il termine de' suoi mali, come una celeste musica si facea intendere 
ai pii anacoreti della Tebaide per annunziare che la fonte salutare 
andava a sgorgar dal sen della rupe? La speranza, dice Chateau 
briand, non abita fra gli esseri fortunati, il suo posto e in mezzo 
degli infelici. Collocata presso deiruomo, come una madre vicina 
al letto del suo figlio malato, lo culla fra le sue braccia, lo nutre d'un 
latte che calma tutti i dolori : ella veglia accanto al suo guancial so- 
litario, lo addormenta con dei canti magici. Voi, diceva una 
dama al suo vecchio amico voi in quei giorni si lieti e si fortunati 
eravate bello come la speranza. La speranza da un'ala al godi- 
mento, toglie una spina al dolore: e il piacere in fiori e in foglie. 



i. Dey: principe, governatore. L' Algeria e la Tunisia erano allora provincie 
delFimpero ottomano, che vi teneva appunto dei propri governatori, di- 
venuti in realta autonomi. 



34 FILIPPO PANANTI 



IL RAIS HAMIDA 

II Rais, nelle cui mani avemmo Tonore di cadere, appellavasi Ha- 
mida, Aveva bruna faccia e truce fisonomia: era pero d'assai cortesi 
maniere. Benche sia Puso e quasi la legge di conferire tutte le prime 
cariche agli uffiziali delle Orte dei Giannizzeri? Hamida era per- 
venuto al grado di grande ammiraglio, quantunque Moro ed anco 
della razza ignobile dei Cubail. 2 Dovea la sua fortuna a un merito 
eminente e ad una brillante riputazione. Questi titoli lo aveano 
conservato in posto, a fronte della cabala turca che cercava tutte le 
strade di abbatterlo: Hamida aveva veramente abilita, coraggio, ed 
era soprattutto fecondissimo in artifizi, ai quali doveva i suoi piu 
grandi successi. Da giovane avea servito coi Portughesi, e pass6 
per uno dei loro migliori uffiziali. Comandante d'uno sciabecco al- 
gerino, fece moltissime prede e diede prova di perspicacia e va- 
lore. Estese le sue crociere fmo alle alture delFisola di Madera ed 
ai banchi di Terranuova, e prese alcuni ricchi legni d'America. 
Ma la piu grande impresa che rese il di lui nome strepitoso in 
tutte le coste delP Africa, quanto quello di Sinan e di Dragut, 3 
fu la conquista d'una gran fregata di Portogallo, che era quella 
che il Rais mont6 di poi, ed era divenuta come la nave ammira- 
glia della Potenza Algerina. Dovette per6 un tal successo alia sua 
astuzia ed alia inavvertenza del capo squadra dei Portughesi. II 

i. Orte: i reggimenti, ciascuno, in genere, con proprio numero, ves- 
sillo e nome, che costituivano le tre classi in cui erano ripartiti i gian- 
nizzeri (soldati scelti, della guardia dei prlncipi). 2. Cubail: ovvero la 
tribu berbera dei Cabili, abitanti nell'Atlante algerino, una provincia 
che da essi prese poi il nome di Cabilia. II Pananti parla di razza ignobile 
probabilmente perche" spesso in armi contro Arabi e Turchi (come successi- 
vamente contro i Francesi) e per il frequente mercato delle donne, pratica- 
to dagli stessi congiunti e capi delle tribal indigene. 3. Sinan: generica 
allusione, per la frequenza del nome, a un autorevole personaggio otto- 
mano segnalatosi nella guerriglia corsara del Cinquecento, in ispecie il 
Sinan Pascid, la cui flotta conquistd Tripoli nel 1551 e che mori il 24 gen- 
naio 1578, e, piu probabilmente (dato il contesto del Pananti), il Sinan 
Pascia, detto il Grande, che fu a capo della spedizione per la conquista di 
Tunisi nel 1574 e mori a Costantinopoli nel 1596; Dragut: fu celebre cor- 
saro turco, gia catturato nel giugno 1540 da Giannettino Doria, ma libe- 
rato poco di poi e divenuto il maggior organizzatore d'incursioni e razzie 
nel Mediterraneo, nonostante la spedizione collettiva delle potenze cristia- 
ne, il 1550, contro la sua base di Mehedia. Al servizio del sultano Solimano, 
partecip6 alle imprese di Tripoli, della Tunisia e contro Malta, nel corso 
della quale ultima decedette il 25 giugno 1565. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 35 

legno di Portogallo aveva incontrata una fregata inglese ; compar- 
ve un momento dopo una fregata algerina, che i Portughesi crede- 
rono la stessa inglese fregata, e non presero alcuna saggia pre- 
cauzione. II Rais barberesco si accosto come per volere parla- 
mentare, e spiegando bandiera arnica; e quando fu vicinissimo, 
incrocicchi6 le ancore respettive, fece subitamente salire i Mori al- 
1'assalto, e si rese padrone del legno portughese senza che avesser 
tempo quegli ufiiziali d'armarsi e presentare alcuna difesa. Una 
volta vicino alPisola della Pantelleria fece dei segni 1 amichevoli, e il 
comandante dell'isola venuto sopra una barca a sentir le domande 
di colui che credeva un britannico Commodor, fu perfidamente 
ritenuto e posto in catene. II difetto del Rais Hamida era di credere 
d'aver molta virtu. II merito grande si vede in piccolo, il piccolo 
merito si vede in grande; gli occhi non ci furono dati per rimirarcL 
II Rais era anco ingiusto con gli altri, ed a se solo attribuiva tutti i 
successi, si vantava d'avere egli tutto fatto e dover fare ogni cosa. 
Era come quel colonnello che diceva: lo sono il mio colonnello, 
il mio tenente, il mio foriere. E il vostro trombetta gli fu ri- 
sposto. Un altro difetto: non era punto rigoroso con i soldati, e 
soprattutto sui furti serrava gli occhi; anzi diceva che un buon 
generale non deve badare a queste bagattelle, e che egli non vo- 
lea far la fine di due suoi predecessori, che per aver voluto tener 
troppo in freno i Giannizzeri, aveano ricevuta una fucilata nelle 
spalle, e cosi distesi morti sul cassero. Non girava quasi mai sulla 
nave ; ma tre o quattr'ore del giorno riposando sopra una sedia, in 
una parte eminente con le gambe incrociate, fumando e lisciandosi 
le basette, girava gli occhi e dava i suoi ordini. NelPazione poi, 
benche mostrasse intelligenza e valore, faceva perdere a tutti la 
testa con la sua impazienza, i suoi urli e le sue maledizioni. II 
cardinale di Dubois 1 bestemmiava come un Turco, e diceva ai suoi 
segretari che non facevano nulla, e bisognava che ne prendesse altri 
trenta per veder terminar qualche cosa. Uno dei segretari tranquil- 
lamente rispose:- Prendetene uno solo che bestemmi per voi, e 
tutto andra con ordine e celerita. 



i. Guglielmo Dubois, cardinale francese, fu consigliere di stato e poi mi- 
nistro degli esteri, durante la reggenza di Filippo d'Orleans (1715-1723), 
prima che salisse al trono Luigi XV. 



36 FILIPPO PANANTI 



VISTA D'ALGERI 1 

Uscimmo dalla baia di Bona, e seguitammo a costeggiare le are- 
nose piagge di Libia, facendo lo stesso cammino, mirando i me- 
desimi oggetti che quei cavalieri della Croce, Carlo ed Ubaldo, 
quando andavano a torre il giovin guerriero dal vil riposo in cui 
dormia il suo valore e si perdea la sua gloria. 2 

Si vide da lunge all'estremita degli azzurri campi delle onde 
qualche cosa di biancheggiante : era il gran centro della pirateria, 

nido Algeri di ladri infame ed empio 3 

La citta da lungi bella appariva in un vago e lucido semicerchio. 
Mille case di campagna e giardini sopra un anfiteatro di collinette, 
mille vigne e boschetti d'olivi, d'aranci e di giuggioli presentano 
un aspetto campestre e pacifico, poco analogo all'indole truce e 
alia feroce vita di quei tiranni dell' Africa. Un grido di gioia fu sopra 
le fregate algerine, e noi pure ci rallegrammo per esser giunti al ter- 
mine del noioso viaggio e delle nostre lunghe perplessita; e quasi 
salutammo Algeri con la letizia con cui i cavalieri della prima guerra 
di Terra Santa salutaron Gerusalemme. Eramo come un infermo, 
che non potendo piu sostenere il gran dolore d'una piaga, si sotto- 
pone con lieto animo ad una penosissima operazione: speravamo 
ancora che col fine del viaggio andassero a finir le nostre inquietu- 
dini. L'infelicita, dice Bernardin S. Pierre, rassomiglia alia mon- 
tagna Nera di Beruber ai confini del regno ardente di Lahor; 4 
finche si ascende non s'incontran che sterili rupi e spaventose vo- 
ragini; quando si e giunti sopra la cima, si ha il ciel sereno sopra 
la testa, e a' piedi il bel reame di Cachemir. 



i. Questo brano e i sette seguenti corrispondono alle pp. 135-51 del volume 
I dell'edizione da noi seguita. 2. quei cavalieri. . . gloria: Carlo ed Ubaldo 
spno i due guerrieri che il Tasso, nella Gerusalemme liber -ata, immagina si 
siano recati a sottrarre Rinaldo d'Este dai lacci amorosi d'Armida. 3. Vedi 
la nota i a p. 22. Una espressione simile aveva usato il Tasso (Ger. lib., 
xy, 21) : Trovar Bugia ed Algeri, infami nidi / di corsari . 4. Lahor : nome 
di una citta e di un antico regno dell' India. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 37 



SBARCO IN ALGERI 

Per me si va nella citta dolente: 
per me si va nelVeterno dolor e: 
per me si va fra la perduta gente, 1 

sembro dire il Rais Hamida, ordinandoci di seguitarlo. Fummo 
fatti montare sopra due lance, noi passeggieri col Rais, i marinari 
siculi con PAga. II Rais scese a terra, conducendosi dietro i prigio- 
nieri italiani, col fasto che potea avere Sesostri 2 che quattro re de- 
bellati avea avvinti al suo carro, e il feroce Timur 3 che conducea 
Bajazet chiuso dentro una gabbia di ferro. 

Una popolazione immensa stava adunata alia spiaggia per festeg- 
giare il trionfante arrivo dell'armata navale. Non fummo pero spo- 
gliati e insultati, come si dice succedere ai Cristiani schiavi che 
scendono in quelPinospito lido. Si fece un lungo viaggio per arri- 
vare al palazzo ove s'aduna il consiglio per fare i grandi esami e 
pronunziar le sentenze. II Rais passo nel palazzo della marina, e 
noi restammo alia porta. Che facevate voi sotto quelle am pie 
mine ? fu domandato alia duchessa di Popoli rimasta tre giorni 
in vita sotto le volte d'un gran palazzo diruto nei terremoti delle 
Calabrie. Ella rispose: lo aspettava. 

COMPARSA AVANTI AI CAPI DEL GOVERNO AFRICANO 

S'alzo una gran tenda, 1'atrio si apri della casa della marina, e se- 
duti in barbara pompa e in orrida maesta ci comparvero i membri 
della Reggenza, gli Ulemas 4 della legge e i primi Aga del Divano. 5 
Subito senza cirimonie e senza preamboli si domandaron le nostre 
carte, e se ne fece Pesame. Si fa uso di tale apparenza e formalita 
per far prendere un'aria di giustizia agliatti della violenza e della 
rapina. Furono presentate le nostre carte al console inglese, 6 che 

i. Dante, //., in, 1-3. 2. Ramsete II, re d'Egitto, che i Greci chiamarono 
Sesostri e cui dettero Tappellativo di Grande. Fu 1'oppressore degli Ebrei: 
durante il suo regno nacque Mose. 3. Timur Leng o Tamerlane, re mon- 
golo, conquistatore di quasi tutta 1'Asia ad est del mar Caspio. Nel 1402 
vinse e fece prigioniero ad Ancira il sultano Bajazet. Mori nel 1405. 
4. Ulemas: dottori della legge. II nome e d'origine turca. 5. Divano: qui 
significa tribunale, ma piu spesso con questo vocabolo si indico il consiglio 
dei ministri dell'impero turco. 6. console inglese: si chiarnava Macdonel; 
il vice-console aveva nome Francovich. 



38 FILIPPO PANANTI 

era stato appellate per fame la verificazione. Vide 1'insufficienza dei 
nostri fogH; ma spinto dalla bonta del suo cuore, e da pieta per 
tanti infelici, fece ogni generoso sforzo per farci tutti uscir salvi 
da quel tremendo pericolo. L'appartener noi a paese unito alia 
Francia, non trattenne il console da sue affettuose cure: eravam 
sventurati, e perci6 sacri al cuor d'un Inglese. Ma il Rais Hamida 
sostenne le feroci leggi della pirateria, fece distinzioni finissime fra 
il domicilio e la nazionalita, e si mostr6 un giuspubblicista abilis- 
simo secondo il codice africano. 

Buona presa, prigionieri, schiavi si udl suonar nel consiglio 
e mormorar fra le turbe, che adunate sulla gran piazza sembravan 
coi loro gridi domandare cotal decisione. II console domand6 allora 
la dama inglese, e le sue due piccole figlie: accordato. II cavalier 
Rossi marito della dama si avanz6 con coraggio e con dignita; fece 
valere i suoi titoli come sposato a femmina inglese, come padre 
d'inglese prole, e fu dichiarato libero anch'esso, e alia sposa e a* 
figli and6 a ricongiungersi. Un altro tentative fu fatto dal console 
per la salute di tutti. Fu inutile. Schiavi, schiavi : quest'orride 
voci con piu gran fracasso sonarono nella sala, furono ripetute dalla 
moltitudine. I ministri della Reggenza si alzarono; il consiglio fu 
sciolto; il console, il vice-console inglese, e con loro la famiglia 
Rossi, partirono; e noi restammo immobili, stupefatti, come chi 
udl dappresso il fragore e involto si ritrovo nell'alta vampa del 
fulmine. 

LA PRIGIONE DEGLI SCHIAVI 

Fummo fatti mettere in cammino sotto la direzione del Grande 
Scrivano e del Guardian Bachi degli schiavi. Si attravers6 la meta 
d'Algeri tra un'immensa folia di spettatori. Era venerdl, giorno di 
riposo e di festa pei Mussulmani; e grinfedeli uscendo dalle mo- 
schee, correano a godere dello spettacolo degli oppressi ed awiliti 
Cristiani. 

Arrivammo al Pascialick, o al palazzo del Fascia, oggi abitato dal 
Dey. II primo oggetto che colpl i nostri sguardi, e ci fece raccapric- 
ciare, furono sei recise e sanguinolente teste distese intorno alia 
soglia, e bisognava il pie sollevare per penetrar nel cortile. Erano i 
teschi d'alcuni torbidi Aga che aveano mormorato contro del prin- 
cipe. Le credemmo teste di Cristiani esposte cola per atterrire i 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 39 

nuovi ospiti di quella funesta regione. Un cupo silenzio regnava 
fra quelle mura ; il sospetto errava per ogni dove ; su tutti gli sguardi 
era dipinto il terrore. Fummo fatti distendere in fila davanti alle 
finestre del Dey per dilettar la vista del despota. S'affacci6 al bal- 
cone; ci riguardo con alterigia e disprezzo, sorrise d'una feroce 
gioia. Fece un cenno con la mano, e ci fu dato 1'ordine di partire. 
Facemmo un gran giro per le tortuose strade della citta. Arrivam- 
mo a un ampio e oscuro casamento, ove per naturale orrore, al- 
Pentrare, il piede ricalcitro. Era il gran Bagno, o la casa di reclusion 
degli schiavi. La chiaman cola Bafios os esclavos, e in Italia, senza 
tanto indorar la pillola, si chiamerebbe galera. Le gambe ci vacil- 
larono, tutto il nostro corpo trem6, traversando 1'orrido limitare. 
Lo scrivano grande ci disse per le sue prime parole : Chi e tratto 
in questo albergo, e schiavo. Pareva scritto su quelle soglie fu- 
neste, come su quelle della magion del dolore, 

uscite di speranza, o voi che entrate. 1 

Traversammo il sordido e cupo cortile tra la moltitudine degli 
schiavi e la misera turba degli esseri abbandonati. Eran laceri, 
scarni, sparuti; la fronte bassa, Pocchio stralunato, le gote percorse 
dai lunghi solchi della tristezza, e in cotal modo, pei lunghi pati- 
menti e per le amare sventure, disseccata era la loro anima, e di- 
strutto nei loro cuori ogni dolce palpito della vita, che indifferent! 
e stupidi ci rimirarono senza darci veruno dei dolci segni di pieta. 
Nel giorno in cui non andavano ai lavori, chiusi restavan gli schiavi, 
e si aggiravano come pallidi spettri in quella casa di tenebre e di 
dolore. 

IL PRIMO GIORNO DI SCHIAVIXtl 

Montammo le nere scale della prigion degli schiavi, come colui 
che monta quella per cui si ascende al patibolo. Ma come alPuomo a 
morte vicino si concede qualche soddisfazione, quel primo giorno 
il guardian degli schiavi ci trattb con dolcezza e riguardo: ci fece 
passare nelle sue camere, e voile che dividessimo il suo desinare, e 
ristabilissimo il nostro stomaco estenuato dall'astinenza del di pas- 
sato e dalle agitazioni tremende di quella gran mattinata. Erano 
stati riuniti alia mensa tre antichi schiavi, persone di nascita ed 

i. Dante, Inf., in, 9. Ma la lezione esatta scrive: Lasciate ogni ecc. 



40 FILIPPO PANANTI 

educazione, tra i quali il signer Artemate di Trieste, il cui spirito 
era ornato, e il carattere formato dalle lunghe riflessioni e dalla 
sventura. Ci port6 le voci dell'amicizia e della pieta. Come Attilio 
Regolo ci ritrovavamo servi in quella stessa feroce Africa. Felici se 
poteamo conservare la stessa intrepida anima, e se poteam dire: 

non perdo la calma 
fra i ceppi o gli allori, 
non va sino alValma 
la mia servitu. 1 

I cibi vennero in tavola. Benche di cibo estremamente bisognosi, 
poca noi ci sentivamo volonta di gustarne. Ma prevalse il bisogno 
di conservar 1'esistenza: 

peseta piit che '/ dolor pote '/ digiuno. 2 



L'IMPIEGO 

Tutto quel giorno corrispondemmo col consolato inglese, coi no- 
stri amici al di fuori, e con alcuni Ebrei di grande influenza e ma- 
neggio. Per me particolarmente prendea la cosa aspetto men tristo. 
I miei buoni amici cavaliere e madama Rossi avevano vivamente in- 
teressato in mio favore il console inglese, e quel ministro generoso e 
filantropo tutto tentava per trarmi dalla mia penosa situazione. Si 
diceva nel Bagno che io era stato formalmente chiesto ai ministri di 
Sua Eccellenza il Fascia; ma che mi avevan quei ricusato, e che 
uno solo avrebbe condisceso a liberarmi, ma per cinquemila pa- 
tache chiche? che formano tremila dei nostri zecchini d'oro so- 
nante : e questo gran prezzo, perche sapeva il governo ch'io era un 
gran poeta e ricchissimo. Poeta e ricchissimo e strana associazione 
d'idee. Io valere cinquemila patache chiche ? Non si valuta tanto in 
Europa un poeta. Aggiungevasi poi che non si curavan restituirmi, 
perche era intenzione di Sua Eccellenza il Pascia di servirsi dell'ope- 
ra mia in commissioni di grande importanza. Che mai vorrebbesi 
farmi ? Poeta di corte, virtuoso di camera ? musico di Sua Altezza ? 
Oh questo non mi fa punto girar la testa, e le catene io non amo 
perche son d'oro. Ma il guardian Bachi mi prese sotto il braccio, e 
imprese meco grave sermone. Voi mi disse siete nato vestito; 

i. Metastasio, Attilio Regolo, atto i, scena vui, arietta finale. 2. Dante, 
7w/., xxxin, 75. 3. patache chiche: nome deformato di una moneta araba. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 41 

voi avete le fortune che vi piovon sopra: venite schiavo in Algeri, e 
il giorno dopo rischiate di salire a un posto dove altri non arriva in 
cento anni. Or' ora io mi aapettava che mi paragonasse a Giu 
seppe Ebreo : cominciava la fortuna dai sogni. Ma voi seguiva 
il Bachi dovreste saltare dalPallegrezza, e state costi che parete 
un mortorio. Non ho io risposi grande cagion di dolermi? 
cosa puo sollevar dal peso dei ferri ? Errori della debole mente 
umana ei soggiunse. La schiavitu e il naturale stato degli uo- 
mini. Tutti (ecco le sue precise parole), tutti dipender dai principi, 
dai piu forti, dalle circostanze, dalla necessita; tutti stare schiavi 
degli usi, delle convenience, delle passioni, delle malattie, della 
morte; ma chi salire al potere, non star piu schiavo: vedere anzi 
schiavi al suo piede ; servire ad uno per comandare a mille : ti star 
buona cavezza (buona testa) : ti aver buona lingua : star buono acqui- 
sto per noi; ti poter far 1'interpetre e il segretario del Dey, e allora 
ti nuotare nelPoro, divenir lampada di sapere, e aver giardini di 
volutta: ti divenir grande persona, e tutti fare salamelek. Troppo 
onore, troppo onore : rispondeva io non credo di meritar tanto. 
Ma io non so come Sua Eccellenza il Fascia abbia potuto degnarsi 
di gettare un guardo sopra di me. Rispose: Star questo co 
stume d'aver segretario uno schiavo. Questo Dey avere avuto primo 
suo segretario un Cristiano, e questo can d'Infedele aver tradito: 
e Dey far testa tagliara. Altro Cristiano venuto, star questo un furbo 
che portar lettere a consoli europei, e Dey far morire sotto le verghe. 
Aver preso un Ebreo che non pensare che a far denari, e Dey 
spogliare Ebreo e poi far bruciare. Dey aver preso un Arabo e un 
Moro; ma nulla saper fare, e Dey rimandare; ma poi testa tagliara, 
perche saper cose. Ora il Fascia voler tornare a prender Cristiano, 
e saper che ti star buona cavezza. Ma dimmi per curiosita, re- 
plicai quanto hanno durato i due Cristiani, PEbreo, PArabo e il 
Moro ? tre, sei, dieci mesi ? a un anno niuno arrivo ? No, mi 
rispose ma vita corta e buona. Gli onori - io dissi sareb- 
bero grandi, ma portano troppi oneri. Oh grazie grazie: i signori 
Fascia son buoni e cari, ma si disgustano facilmente delle persone, 
e vengono troppo presto alle brutte. Oh io non sono come quel car- 
dinale che diceva: 

. . . vorrei sentirmi dire 
segretario di Stato, e poi morire. 1 

i. Vedi la nota i a p. 13. 



42 FILIPPO PANANTI 

Signer marchese, diceva al ministro della guerra Argenson 1 un gio- 
vine gentiluomo che volean mandare alia guerra a seguire le lumi- 
nose tracce degli avi, signer marchese, vi chiedo in grazia la vita, 
piuttosto che Pimmortalita. lo mi posi quindi a riflettere a que- 
sta bella fortuna che mi si presentava. Se avessi io dovuto scegliere 
un posto, sarebbe stato quello che ottenne un giovine inglese della 
contea di Sallop. Costui si era recato a Londra per domandar 
qualche posto, che sperava ottenere per la protezione del ministro 
d'allora ; ma non si vedeva mai verun risultato, e il giovine gettava 
i passi, il denaro, e sperando si disperava, Un di finalmente and6 
dal ministro, e gli disse che aveva ottenuto un posto. Ne godo 
molto, disse il ministro e che posto e? Un posto nella dili- 
genza di Shrewsbery, che ho fissato per questa notte; rispose il 
giovine postulante perche sono stanco di piu gettare il mio 
tempo per credere alle lusinghe della fortuna e alle vane parole dei 
suoi favoriti. 

LE ORE DEL RIPOSO 

Mentre si andava cosl discorrendo con il guardian Bachi degli 
schiavi, e passeggiavamo pei neri corridori, ove sul nudo terreno 
o sopra strato di paglia giaceano ramassate 2 le vittime della cru- 
del servitu, venne 1'ora per me della cena, e quella poi del riposo. 
Un momento prima era venuto al Bagno il vice-console inglese 
che avevami raccomandato alle attenzioni dello scrivano grande e 
del guardiano Bachi, e mi avea fatti sapere i passi che faceva il con 
sole in mio favore, e come a quella tarda e nera ora di notte pel 
motive medesimo saliva le scale del palazzo del Dey. Mi diceva il 
grande scrivano che la mia sorte allora si decideva per sempre, 
che forse il credito e Peloquenza del console avrebbero persuaso il 
Fascia: ma che se era data una negativa, mai piu, mai piu, per can- 
giar di tempo e di pelo, non isperassi riaver la liberta primiera; 
che detto una volta No, questo gran No mai piu non si revocava; 
che le stesse premure del console se non eran felici, sarebbero 

i. Marc Pierre de Voyer conte d' Argenson (1696-1764) fu ministro della 
guerra nel 1743. A lui Diderot e D'Alembert dedicarono I* Encyclopedic 
(175 1). 2. ramassate: ammassate. II Pananti adopera il yocabolo incrocian- 
dolo con il francese ramasse, scop a, granata. Usa invece pid esatta grafia 
a p. 46. 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 43 

state la piu gran disgrazia per me. Fui, come si puo supporre, in 
una terribile agitazione una gran parte della notte. Lo scrivano 
grande mi avea ceduta la sua camera ed il suo letto, ma io non vi 
trovava il mio sonno. Pure le massime dei filosofi vennero un poco 
a calmarmi, e m'insegnarono a rendermi indipendente dalla for- 
tuna, mettendomi al di sopra di lei. Interrogate il giovine Dionisio 
a che gli era servita la filosofia, rispose: A rimirare senza sorpresa 
i cangiamenti della fortuna, e a sopportarli senza lamento)). 1 Quan- 
do, dicea Callistene a Lisimaco, quando io sono in una situazione 
che domanda del coraggio e della forza, mi sembra d'essere al mio 
posto. Se gli Dei non mi avessero messo sopra la terra che per me- 
nare una vita di dolcezza e di volutta, io crederei che inutilmente mi 
avessero dato un'anima grande e immortale. Noi non possiam co- 
mandare alia fortuna; no'i possiam far di piu, noi possiam meritare 
d'essere stati felici. a 

I LAVORI PUBBLICI 

Non appariva ancora il primo raggio del giorno, gli uomini e gli 
animali stanchi 

sotto il silenzio degli amid orrori 
sopiano i sensi e raddolciano i cuori:^ 

ma non dorme la tirannia, e invidia ai miseri il sonno, il solo bene 
che loro rimane. Siamo subitamente svegliati e scossi da un rumor 
di voci e colpi, da uno strisciar di ferree catene : si togliean gli schia- 
vi alPoblio delle pene per far loro ricominciare la loro penosa vita. 
II custode della prigione grido a noi pure : Levatevi ; e con noi 
pur gia prendeva il duro tuon del comando. Vamos a trabajo cor- 
nutos 4 era 1'espressione villana con cui si udian gli aguzzini chia- 

i . Interrogate . . . lamento : la sentenza e attribuita a Dionisio il giovane, 
tiranno di Siracusa, da Plutarco nei suoi Apoftegmi di re e capitani (Mor., 
176 D). 2. Quando . . .felici: Callistene (370 circa - 327 a. C.)> filosofo e 
storico, parente e discepolo di Aristotele, segui Alessandro Magno nelle 
sue imprese, ma fu poi da lui condannato a morte. Non dai frammenti dei 
suoi scritti, a noi pervenuti, ma dal pseudo Callistene, vissuto verso il 
300 d. C. e autore di una vita romanzata di Alessandro, deve aver tratto 
il Pananti la sua citazione : o, meglio ancora, da qualcuno dei numerosi ri- 
facimenti e divulgazioni che ne furono fatti dal Medioevo in poi; Lisi 
maco (355-282 a. C.) fu generale di Alessandro Magno e uno dei diadochi. 
3. Tasso, Ger. lib., u, 96 ; ma il testo ha de' secreti e gli affanni in luogo 
di degli amid e di i sensi. 4. Andiamo al lavoro, cornuti. 



44 FILIPPO PANANTI 

mar con orrido grido gli schiavi, a ripetuti colpi di verga mettendo 
in moto i piu lenti. Giunse nel carcere PAga nero. Avea portati certi 
anelli di ferro che doveano porsi al nostro sinistro piede, e la ri- 
manere in perpetuo, segno della nostra condizione di schiavitu. 
Erano anelli sottili; ma che orribil peso hanno gli anelli di servitu! 
II nero Aga messe Panello ai miei compagni, e a me lo pose in mano, 
dicendomi che Sua Eccellenza il Fascia mi concedea la grazia di- 
stinta di pormelo al piede da me medesimo. Era simile alia distin- 
zione usata dal gran Padishah Ottomanno, quando a qualche Visir 
invia il fatal cordino con 1'ordine di strozzarsi. Mi strinsi al pie Por- 
ribile anello, come un Bassa 1 di Levante si stringe al collo il tefta. 2 
Nel pormi al piede il segno di servitu e d'ignominia un sudor freddo 
scorse sulla mia fronte; il mio cuore per Pangoscia si fece grosso 
e nero; i miei occhi s'aprivano e non vedevano piu; la mia bocca 
volea parlare, e non poteva articolare alcun suono: chinai la testa 
e lo sguardo, e taciturno e cupo cedetti al mio destino ferreo. 



LIBERAZIONE 

Eravamo dugento nuovi infelici di varie nazioni presi dai Barbe- 
reschi nelPultima loro crociera. Fummo posti in cammino con 
guardie davanti e guardie di dietro: una turba immensa ci segui- 
tava, e un profondo e mesto silenzio regnava in mezzo di noi. Ve- 
devamo innanzi passar le turbe degli antichi schiavi, che i carnefici 
seguitavano con le verghe gridando : A trabajo cornutos ; can 
d'infedele a trabajo. Arrivammo ai forni della marina, e ci furon 
gettati due neri pani di crusca, come si gettano ai cani. Gli antichi 
schiavi gli afferravano per aria, e se li divoravano con una avidita 
spaventosa. Giunti al grand'atrio della marina, vi trovammo assisi 
in orrida maesta e in tutto Papparato della possanza tirannica i 
membri del governo, gli Aga della milizia, i primi Rais della flotta, 
il grande Almirante, il Cadi, il Mufti, 3 gli Ulema della legge e i 
giudici secondo il Koran. Siam posti in fila, numerati, scelti e con- 
siderati, come suol farsi in oriente alia vendita degli Icoglani, 4 e 

i. Bassa: pascia. 2. tefta: sciarpa di seta, dal persiano tafteh. 3. Almi 
rante . . . Cadi . . . Mufti: ammiraglio, giudice, dottore delle leggi. 4. Si 
chiamano Icoglani in oriente i giovani schiavi posti in case d'educazione a 
spese del Gran Signore, e destinati ad uscire di la per cuoprir le cariche 
delPimpero (nota del Pananti). 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 45 

come era il costume in America al gran mercato dei Neri. 6 fatto 
un profondo silenzio : i nostri sguardi eran fissi, i nostri cuori bat- 
tevano. S'alzo una voce, era quella del ministro della marina, primo 
segretario di Stato. Domanda un nome: era il mio. Son fatto avan- 
zare. Mi son fatte varie interrogazioni sul mio soggiorno in Inghil- 
terra, su le mie occupazioni, i miei rapporti cola. Indi mi dice il 
ministro queste maravigliose parole: Ti star franco. Si e 
detto che il piu bel suono alle orecchie ed alPanima e quello della 
meritata lode; che la piu grata voce e quella delPamata persona. 
No, la voce che piu dolcemente scuote le fibre del cuore, e quella 
che rende un uomo alia sua natia liberta. Aver gia gli occhi bendati, 
la fatal bipenne aver sul collo inalzata, e udir subitamente voci di 
grazia e di vita, possono essere un'immagine di quel ch'io fui, di 
quel ch'io provai in una rivoluzione si felice e si subitanea. II mio 
caso era unico negli annali d'Algeri; non v'era esempio d'un uomo 
liberate senza riscatto il primo dl di sua prigionia : i decreti di quei 
barbari sono i decreti della tremenda fatalita. Fu ordinato a un sol- 
dato di levarmi dal piede Panello di ferro. Quegli obbedi, e mi 
disse d'andar a ringraziare il ministro, che la mano mi strinse, 
dicendomi varie obbliganti cose, e ordino poi al Dragomanno di 
condurmi alia casa del console d'lnghilterra. La gioia avea inon- 
dato il mio cuore allorche libero e franco ho potuto muovere il 
piede; ma il secondo pensiero non fu per me, fu pe' miei infelici 
compagni che, dietro alPesempio mio, a una soave lusinga s'erano 
abbandonati ancor essi. Anch'io Pavrei bramato e lo sperava, e an- 
dava con lentezza e mi soffermava a ogni passo per veder se anch'es- 
si mi seguitavano ; ma Pordine usci di trarli tutti ai lavori : le diverse 
opere furono loro assegnate, e venner fatti partire. Li vidi che col 
capo basso e gli occhi gonfi di pianto mettevansi tristamente in 
cammino. Si volsero una volta indietro, la man mi strinsero, addio 
mi dissero e sparvero. 

I CRISTIANI SCHIAVI NEI REGNI DI BARBERIA 1 

Chi non e stato in Algeri, chi non ha vista la sorte alia quale son 
condannati i Cristiani che in quelle orrende contrade cadono schiavi 
dei barbari, non conosce quello che la sventura ha di piu amaro e 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 169-75 del volume i delPedizione 
da noi seguita. 



46 FILIPPO PANANTI 

piu tristo, e in quale stato d'affanno e d'abbattimento pu6 cader 
Panima degl'infelici figli degli uomini. lo stesso, che il vidi e il 
provai, non potrei coi detti dipingere quel che si sente e si soffre 
quando si precipita in quelPorrenda sventura. 

Dacche un uomo e dichiarato schiavo, e spogliato dei suoi panni, 
coperto d'una ruvida tela, e per lo piu lasciato senza scarpe, senza 
calze e la testa nuda sotto la sferza del sole. Molti si lascian crescere 
orribilmente la barba in segno di desolazione e di lutto, e vivono 
in una schifezza che fa compassione e ribrezzo. Una parte di quei 
miseri sono destinati a filar le corde e a cucir le tele nelParsenale, 
e sono sempre sotto lo sguardo e la verga degli aguzzini che strana- 
mente abusano di loro barbara autorita, e ne tirano tutto il lor 
poco denaro per temperare il rigore delPinflessibil comando; altri 
sono schiavi del Dey, o a ricchi Mori venduti, e servono a piu vili 
usi; altri in fine come giumenti son condannati a trasportar le le- 
gna e le pietre, a lavorare alle opre piu dure, e strascinan ferree ca- 
tene; e degli schiavi son questi i piu miseri. Che continuazion di 
terrori, che serie d'angosce, che monotonia di giorni dolenti! Non 
hanno letto per riposarsi, non vesti per ricoprirsi, non cibo per so- 
stentarsi. Due pani neri come fuliggine si gettano loro come si get- 
tano ai cani ; questo e tutto il loro sostentamento : chiusi la sera nel 
bagno, come i forzati nella galera dei malfattori, si corcano ram- 
massati in corridori aperti ai turbini, alle procelle, a tutte le ingiurie 
dell'aria e della stagione ; alia campagna dormono a cielo scoperto, 
o rinchiusi in buche profonde, nelle quali si scende per una scala; 
ed una grata di ferro chiude la bocca delPantro. Son risvegliati all'al- 
ba in tumulto con le ingiuriose voci a trabajo cornutos; e come 
animali da soma sono spinti al lavoro a colpi di verga e suon di be- 
stemmie e maledizioni. Molti, condannati a scavare i pozzi ed a 
votar le cloache, stanno le intere stagioni con Pacqua fino alia cin- 
tola, e respirano un'aria mefitica; altri, obbligati a scendere in pre- 
cipizi terribili, la morte han sempre sul capo, la morte sotto dei 
piedi; altri, legati al carro coi muli insieme con gli asini, portan 
la maggior parte del carico, e ricevono la maggior copia di basto- 
nate; molti rimangono schiacciati sotto le immense ruine; molti 
discesi nelle oscure profondita, piu non riveggon la luce; cento, 
dugento ec. muoiono ogni anno per gli scarsi cibi, le cattive cure, 
le percosse, i rammarichi, Pabbattimento di spirito e la disperazion 
del do lore. E guai se ardissero mormorare e alzare un solo lamento! 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 47 

Per la piu piccola trascuratezza hanno fino a dugento colpi di verga 
sulla pianta del piedi e sulla spina dorsale; per la piu piccola resi- 
stenza, la morte. Quando un povero schiavo per 1'eccesso della fa- 
tica, per la gravezza dei colpi diventa inabile a proseguire il cam- 
mino, e abbandonato in mezzo alia via, ove esposto all'atroce di- 
sprezzo dei Mauri e anche infranto dai carri. Ne tornan dalle mon- 
tagne tutti grondanti di sangue, solcato il corpo dai lividi ; cadono 
di stanchezza e d'inanizione; e non v'e un cuore pietoso, non una 
man soccorrevole. Una volta sulPimbrunir della sera mi sono udito 
appellare da una fioca voce: mi accosto, e veggo un infelice a terra 
disteso, tutto pieno i labbri di spuma, e col sangue che gli uscia 
gorgogliando dalle narici e dagli occhi. Mi arresto pieno di doglia 
e di raccapriccio. Cristiano, Cristiano, disse una mesta voce 
abbi pieta del mio spasimo, e termina questa esistenza ch'io non so 
piu sopportare. Chi sei, misero uomo ? io gridai. Sono uno 
schiavo, ei rispose sono bene infelici gli schiavi! Pass6 al- 
1'istante un Oldak 1 della milizia, e gridando al moribondo : Can 
d'infedele, non ingombrar la strada allorche passa un Effendi 2 
dette un calcio al misero schiavo, lo getto giu da un dirupo, e lo 
fece piombar nella morte. Un altro giorno un piu infelice schiavo 
di piu gran ribrezzo mi riempie, e lacero piu fortemente il mio 
cuore. Era seduto tristamente al pie d'un antico muro; era ai suoi 
piedi un enorme peso, sotto cui sembrava aver soccombuto: il suo 
volto era pallido, macilente; il guardo torbido e fisso, e sparsa la 
faccia dei solchi delPafHizione e delle tracce d'una prematura vec- 
chiezza. Si agitava con violenza, si batteva il petto e la fronte, e 
cocenti sospiri gli uscivano dai profondo del cuore. Che fai, 
gli dissi o Cristiano ? qual tua crudele sventura ti mette a questa 
disperazione ? Poveri Cristiani, ei rispose nessun li soccorre 
sopra la terra, e non si ascoltano i loro gemiti in cielo. Napoli e la 
mia patria; ma che patria ho io? Niun mi soccorre, nessun si ri- 
corda di me. Io era ricco, nobile, illustre nel mio paese: vedi come 
la miseria e la schiavitu cangian la faccia dell'uomo. Sono undici 
anni ch'io soffro, ch'io peno, ch'io mi raccomando; ma io piu non 
gemo, piu non mi raccomando. In che piu sperare, a che piu volgere 
i voti, a che piu attaccar la mia fede ? Che ho io fatto per dover esser 
si oppresso, per dover tanto soffrire? Meglio ch'io seppi gli con- 

i. Oldak: graduate delle truppe mussulmane. 2. Effendi: voce turca, che 
significa padrone, signore, e si da come titolo a determinati funzionari. 



48 FILIPPO PANANTI 

sigliai la pazienza, la rassegnazione ; gli parlai delle alte speranze, 
del premio eterno della virtu. Sorrise d'un sorriso amaro, mi getto 
un guardo pien di tristezza e mi prego di lasciarlo. lo mi scostai 
dolente ed inorridito. lo lo vidi che sul terreno si ruotolava con 
violenza, e Pudii che gettava un ululo cupo e mormorava acerbe 
parole. lo mi allontanai col cuore serrato, e seguitai ad udir da lunge 
il fremito orrendo e il lugubre mormorio dello schiavo. 

Dalla speranza d'uscire di tante pene fossero almeno sostenuti 
gli schiavi : ma il modo di liberarsi quasi nessuno non ha. Se otte- 
nendo d'esercitare qualch'arte si forman qualche peculio, non con- 
fidin con questo gli schiavi la loro liberta ricomprare; il Dey le 
offerte lor non accetta, perche di tutte le ricchezze del suo schiavo 
e Perede, e spesso, per farsene piu presto signore, anticipa sulla 
morte. Cosi soffrono interminabili pene i Cristiani, e non ne ve- 
dono il fine. E rassomiglian quei miseri alle anime disperate del- 
Porrenda magione del pianto, i quali, 1 un missionario predicando 
diceva, sempre domandan che ora e: ed una terribil voce risponde 
sempre: -L'eternita. Gemessero solo gli schiavi sotto il peso delle 
fatiche e delle percosse; ma son derisi, vilipesi, calpestati; e questa 
e la piu gran pena ai cuori ben fatti. Cornutos can senza fede son 
le ordinarie espressioni accompagnate spesso da un guardo sprez- 
zante e da una spinta villana. La compassione dei barbari si risve- 
gliasse almeno quando le infermita, i patimenti hanno abbattuto 
un povero schiavo: ma senza la carita della Spagna, che fondo e 
mantiene un piccolo spedaletto, i poveri schiavi ammalati sarebber 
lasciati nudi sul suolo, e alcuna assistenza non avrebbe Pumanita 
lagrimosa. Potessero almeno in pace morire, e nelFatto di abban- 
donare questo soggiorno d'affanno essere sostenuti dalle speranze 
d'un'altra vita in piii felici regioni: ma la pieta religiosa non pu6 
liberamente esercitare il suo zelo; non v'e che un solo prete cri- 
stiano che possa sollevare Pinfermo sul letto suo di dolore e ricevere 
la sua anima fuggitiva. il sacerdote attuale un altro Vincenzio de' 
Paoli; si spropria di tutto per dar soccorso ai languenti; apparisce 
loro come 1* Angelo della pace e della consolazione : ma che pu6 un 
unico prete per tremila Cristiani, dei quali la piii gran parte, sparsa 
per le campagne e pei monti, non ha per lustri interi assistito a 

I. i quali: la concordanza esigerebbe le quali , ma la forma maschile com 
pare nelle edizioni fiorentina e milanese del 1817 e ritorna nella milanese 
del 1829 (vedi la Nota al testo). 



AVVENTURE SOPRA LE COSTE DI BARBERIA 49 

nessuna delle nostre auguste funzioni, e mille volte udi invece 
dagPinfedeli bestemmiare il nome del Nazzareno ? Non sono dieci 
anni che non v'era riposo e sicurta nel silenzio medesimo della 
tomba; non aveano gli schiavi tre palmi di terra per riposar le lor 
ceneri; i loro nudi cadaveri senza cristiane preci, senza onore di 
sepoltura, restavan sopra la terra orrido pasto del cani; passava il 
barbaro, Tinfedele, e insultava alle nude ossa; faceva ruotolare i 
crani insepolti. Con molta difficolta Carlo IV 1 re di Spagna ottenne 
un pezzuolo di terra, che dovette pagare con tante piastre sonanti 
quante ne bisognarono a ricoprire l'intero spazio. Quello strato di 
terra sulla aquilonare spiaggia del mare serve oggidi di cimiterio 
ai Cristiani; ma non vi s'alza una croce, non vi si ascolta una prece, 
nessun rispetto circonda il taciturno campo dei morti. Cosi dai 
Cristiani si vive, cosl si muore in Algeri. 



i. Carlo IV di Spagna, salito al trono ne liySS, dove poi abdicare, dapprima 
in favore del figlio Ferdinando, e, subito dopo, di Napoleone (1808). Mori 
esule, a Roma, nel 1819. 



GIUSEPPE PECCHIO 



PROFILO BIOGRAFICO 



GIUSEPPE PECCHIO nacque a Milano il 15 novembre del 1785. 
Suo padre, il conte Antonio, apparteneva alia nobilta milanese. 
Giovinetto, studi6 nei collegi di Merate e di Bellinzona, che erano 
tenuti dai frati somaschi, ed ebbe perci6 a maestro, anch'egli come 
Alessandro Manzoni, il celebre padre Francesco Soave. Successi- 
vamente, frequent6 rUniyersitk di Pavia, e vi divenne dottore in 
giurisprudenza, ascoltandovi anche le lezioni di Vincenzo Monti, 
delle quali egli, pur dopo molti anni, conservava un commosso, 
entusiastico ricordo, come appare dal capitolo vil della sua Vita di 
Ugo Foscolo. Erano i tempi turbinosi del dominio napoleonico, in 
cui si mescolavano insieme, anche a Milano, le ideologic illumi- 
nistiche e le imposizioni del rinnovato assolutismo, mentre gia ser- 
peggiavano, e preparavano Fawenire, le nuove concezioni e idealita 
romantiche. II Pecchio, per Tinclinazione stessa del suo ingegno, 
si volse a quei problemi di economia e di finanza che avevano ca- 
ratterizzato rilluminismo milanese fin dai tempi del CaflFe e de- 
stato ad una fervida operosita molti patrizi, dai Verri al Beccaria. 
L'ufficio cui fu eletto il 26 luglio 1810, e che tenne per quattro 
anni, di assistente al Consiglio di Stato per le sessioni delle finanze 
e deirinterno del Regno Italico, accentu6 quella sua tendenza 
nativa e la fortific6 con Pesperienza. Caduto poi Napoleone e tor- 
nata T Austria in Lombardia, fu nominato (1819) deputato della 
congregazione provinciale di Milano, ma con funzioni puramente 
nominali, nella ormai totale subordinazione dei popoli al risorto 
antico assolutismo. Del duro affermarsi della reazione il Pecchio 
stesso ebbe, del resto, una assai chiara prova, quando si vide vie- 
tata (1818) la stampa della sua prima opera, il Saggio storico sulla 
ammnistrazione finanziera dett'ex-regno d' Italia dal 1802 al 1814, 
di cui 1'anno precedente aveva inviato il manoscritto alia censura 
di Vienna. 

Per questi motivi, appare naturale che egli si sia unito a quei no- 
bili spiriti che piu vivamente soffrivano per la dominazione reazio- 
naria dell'impero austriaco e, particolarmente legato al Confalo- 
nieri, abbia collaborate al Conciliatore e sia stato membro della 
setta segreta dei Federati. Scoppiata la rivoluzione in Spagna, nel 
gennaio 1820, e poco dopo, nel luglio, a Napoli, dovettero sembrare 



54 GIUSEPPE PECCHIO 

possibili e prossimi, ai patriotti milanesi, una liberazione della 
Lombardia dair Austria e un suo rinnovamento attraverso le forme 
costituzionali. Troppo pochi anni, del resto, erano trascorsl dalla 
caduta del Regno Italico perche i liberal! non scorgessero nel pas- 
sato e nel presente sufficient! addentellati per una nuova mutazione. 
II Pecchio fu allora pieno di fiducia e di speranze, partecipo ai 
progetti dei liberali suoi amici, raggiunse il Confalonieri che si era 
recato a Firenze per incontrarsi con spiriti affini e vi aveva awicinato 
Gino Capponi, divenne tra i piu ardenti animatori: e anche, am- 
malatosi il Confalonieri, tocc6 a lui di andare in Piemonte ad ab- 
boccarsi con Carlo Alberto. , questo, un periodo piuttosto oscuro 
della sua vita. Dai verbali del processo Confalonieri appare evi- 
dente che il Pecchio promise allora mari e monti sia ai Pie- 
montesi che ai Lombardi, abbagli6 gli uni e gli altri con i suoi 
ragionamenti e con fantasiose notizie, spingendoli cosi, su false 
basi, ad una impresa che presentava pochissime possibilita di riu- 
scita. Peggio ancora, si mise in salvo a tempo, assente da Milano 
fin dal 10 marzo 1821, lasciando i suoi compagni esposti alia rea- 
zione: e oltre la propria persona, anche tent6 di salvare i propri 
beni, con una vendita simulata a uno dei Federati, il barone Si- 
gismondo Trechi. N6 parve opportuna e dignitosa una sua lettera, 
inviata all'inizio delPesilio, e nella quale si umiliava a piatire in- 
dulgenza e perdono perche" gli fosse concesso di tornare in patria. 
Prima ancora di essere arrestato e processato, il Confalonieri, scri- 
vendo a Gino Capponi, il 30 aprile del 1821, giudicava il Pecchio 
inetto del pari . . . al fare e al sopportare e ormai coperto , . . di 
ludibrio (F. CONFALONIERI, Memorie e lettere, a cura di G. Ca- 
sati, ii, Milano, Hoepli, 1890, p. 109). 

Accuse non molto diverse, di imprudenza e leggerezza, furono 
ripetute allora da vari liberali : e anche nel nostro tempo hanno dato 
di lui un severo giudizio alcuni studiosi, il Prezzolini e il Tommasini 
Mattiucci. Ma, in realta, di generosa imprudenza peccarono allora 
quasi tutti i congiurati: e tutti sperarono e fantasticarono, appog- 
giandosi assai piu sui loro desideri che sulla effettiva situazione. 
Anche perci6 agli accesi entusiasmi seguirono assai spesso pro- 
fonde delusioni : cosi che avviene frequentemente di incontrare, nei 
primi patriotti, molta immaginazione, molta sensibilita . . . e un'ir- 
ritabilita e inquietudine in estremo grado , come osserv6 lo stesso 
Pecchio (vedi qui a p. 94). Ne i verbali del processo Confalonieri, 



PROFILO BIOGRAFICO 55 

sia per le finalita perseguite dai giudici, sia per le esigenze della 
difesa, possono sempre accettarsi in pieno, senza qualche esita- 
zione. Cio non toglie che la condotta del Pecchio sia stata ben poco 
prudente prima e tutt'altro che eroica dopo il fallimento della ri 
voluzione. 

II 21 gennaio del 1824 veniva bandita pubblicamente per le vie 
di Milano la condanna a morte, in contumacia, del Pecchio e di 
altri fuggiaschi, mentre il Confalonieri e i patfioti arrestati con lui, 
fatta loro grazia della vita, si preparavano alle gravi sofferenze dello 
Spielberg. Ma il Pecchio era allora gia in Inghilterra. Fallita, in- 
fatti, la rivoluzione in Piemonte, egli aveva raggiunto la Svizzera, 
e di la, in compagnia e per invito del ministro spagnolo Bardaxi, 
si era trasferito in Spagna. Sei mesi stette in Spagna, fino ai primi 
di febbraio del 1822; quattro mesi successivamente in Portogallo; 
poi ancora in Spagna nel giugno, mentre ormai la rivoluzione spa- 
gnola si awiava al suo epilogo. Dopo aver visto con pena, a Ca- 
dice, il governo costituzionale che vi si era rifugiato, il Pecchio, 
crollata ogni speranza, si imbarc6 per Lisbona: e ne salp6 poi, il 
1 6 luglio del 1823, alia volta della ospitale Inghilterra. Durante la 
dimora nella penisola iberica aveva per6 composto e pubblicato due 
suoi lavori, Sei mesi in Ispagna nel 1821 e Tre mesi in Portogallo, 
entrambi in forma di lettere che si immaginano dirette a una dama, 
Lady Giannina Oxford, e che contengono descrizioni, ritratti, 
giudizi sui luoghi, sulle popolazioni, sui rivoluzionari, in una into- 
nazione letteraria che ricorda, pur con tanto minore pregio d'arte, 
le lettere composte dal Baretti sulla Spagna e sui Portogallo. 

L'Inghilterra, come scrisse poi lo stesso Pecchio, era allora il 
rifugio degli oppressi, e vi avevano trovato ospitalita esuli di 
tutti gli Stati e non soltanto delPEuropa: ma vi vivevano stentata- 
mente. II Pecchio ebbe, per6, presto fortuna, che, dopo una breve 
dimora a Londra, si sposto a Nottingham, a ricevervi dal conte 
Porro gli scolari che il Santarosa gli aveva lasciati partendo per la 
Grecia. Cominci6 cosl, col 1824, la sua attivita di insegnante di 
lingua italiana, e di ci6 si trova un simpatico ricordo in alcune 
pagine delle sue Osservazioni semi-serie di un esule sulV Inghilterra. 
A Nottingham la sua vita doveva scorrere abbastanza tranquilla, 
ne egli aveva perduto il contatto con gli ambienti liberali, se pro- 
prio nel 1824 pubblic6 a Londra una lettera da lui indirizzata ad 
Henry Brougham e che dava un quadro delle condizioni dell'Italia 



56 GIUSEPPE PECCHIO 

dal 1814 al 1822: e pote inoltre vedere accolto nell' Edinburgh 
Review)) un suo articolo, Qu'est que c'est VAustrie?, vera denun- 
zia della tradizionale awersione dell'Austria contro ogni aspi- 
razione dei popoli alia liberta. Del resto, una evidente stima doveva 
riscuotere il Pecchio se, dopo poco, il Comitato filellenio di Londra 
affido a lui e ad un amico del Byron Pincarico di portare 60.000 
sterline al governo degli insorti greci. Partito dall'Inghilterra ai primi 
di marzo 1825, egli giunse col suo compagno a Nauplia, sede del 
governo, il 21 aprile, dove assolse la sua missione. Ne si trattenne a 
lungo, che" il 10 giugno gia si imbarcava verso PInghilterra, deluso 
e amareggiato dallo spettacolo di ccuniversale disfacimento che 
offrivano gli insorti. Frutto di questo viaggio, pubblico al ritorno 
una Relazione degli avvenimenti della Grecia nella primavera del 

1825, ritenuta allora interessantissima e tradotta in varie lingue, e 
dalla quale emerge soprattutto quanto il Pecchio considerasse im- 
maturi i Greci a quella liberta per cui combattevano, e come gli 
apparissero invece, nel contrasto, veramente forti e radicate nel 
costume le libere istituzioni dell'Inghilterra. Perche, a intendere 
certi atteggiamenti di inerzia e assenteismo rimproverati successi- 
vamente al Pecchio dai suoi compagni di esilio, giova tener present! 
le esperienze delusive che egli venne facendo e lo scetticismo suo 
sulle possibilita dell' Italia a realizzare 1'indipendenza e liberi siste- 
mi di governo: non tanto per la situazione generale dell'Europa, 
ma per rimmaturita del popolo italiano, che gli appariva ancora 
lontano dal livello di civilta raggiunto dall'Inghilterra. A creargH 
tale scetticismo concorsero certo in lui vari fattori: il crudo falli- 
mento della sua giovanile e troppo immaginosa esperienza rivolu- 
zionaria, 1'abitudine che gliene era venuta di considerare molto 
realisticamente le situazioni e le forze in gioco, lo spettacolo della 
vita inglese e, per antitesi, i ricordi della Spagna, del Portogallo 
e quelli recenti della Grecia: non ultima, infme, la sua scarsa ten- 
denza all'eroismo e al martirio, che non riusciva a comprendere. 

Tornato a Nottingham, all'insegnamento, gli si presento in quel- 
Panno un interessante spettacolo, con le elezioni dei nuovi rappre- 
sentanti della citta e della relativa contea: ed egli segul non solo le 
vicende esteriori della lotta, ma anche le astuzie e i retroscena che 
Taccompagnarono, e narr6 il tutto in un libretto, che intito!6 
Urielezione di membri del Parlamento in Inghilterra, e pubblic6 nel 

1826. Alia fine del 1826 Iasci6 Nottingham, chiamato, per interes- 



PROFILO BIOGRAFICO 57 

samento di un amico, ad insegnare 1'italiano e il francese in un 
collegio di York. In questo tempo si iniziarono le sue relazioni con 
gli Holland e con queirambiente intellettuale che ne frequentava 
la casa, la famosa Holland House, dove fu presentato dallo scrit- 
tore Sydney Smith, uno dei fondatori della ((Edinburgh Review)), 
Nel 1827 apparve a Lugano un suo saggio di indagine economica, 
Uanno mille ottocento ventisei delV Inghilterra, in cui studiava la 
crisi che aveva scosso in quelPanno le finanze inglesi, e ne attri- 
buiva la causa a un f enomeno di superproduzione delle industrie : 
segno, questo lavoro, di un suo graduale ritorno a quegli studi eco- 
nomici con i quali aveva iniziato la sua attivita. 

Nella contea di York il Pecchio sposo la figlia, Filippa, di un 
ricco inglese, Beniamino Brooksbank. Le nozze furono celebrate 
nel settembre 1828, e gli sposi si stabilirono in una villa sul mare, 
vicino a Brighton. Le condizioni economiche della moglie libera- 
rono il Pecchio dall'insegnamento, ed egli da allora visse una vita 
riposata, tra i suoi studi e le molte amicizie che contrasse in quella 
spiaggia affollata di villeggianti ad ogni nuova estate, tra i quali gli 
Holland, il romanziere Horace Smith, il poeta Rogers. Gioviale, 
brillante nelle conversazioni, sicuro nelPuso delFinglese e del fran 
cese, il Pecchio attrasse facilmente le simpatie degli amici: unica 
nube, la sua salute minata lentamente dalla debolezza dei pol- 
moni. Assalito infme da ripetuti sbocchi di sangue, nonostante le 
molte cure, mori a soli cinquant'anni il 4 giugno del 1835, nella 
sua villa di Hove, accanto a Brighton. 

Nel periodo che va dal suo matrimonio alia morte, in varie oc- 
casioni il Pecchio si mostr6 assai tiepido e riluttante di fronte alle 
ripetute pressioni degli altri esuli italiani perche anch'egli parteci- 
passe alle loro iniziative. Dalla sua condotta e dalle sue lettere ap- 
pare evidente ch'egli desiderava tenersi lontano da loro e dai loro 
programmi. Scrivendo ad Antonio Panizzi giudicava degni dello 
staffile che si da ai ragazzi gli ideatori della spedizione di Savoia, 
incapaci di agire secondo le circostanze e non contro le circo- 
stanze (vedi L. PAGAN, Lettere ad A. Panizzi, Firenze, Barbera, 
1882, p. 120). Quando, divenuto Luigi Filippo re di Francia, si 
riaccesero le speranze degli esuli e molti di essi lo invitavano ad 
andare a Parigi neirimminenza delFazione, il Pecchio in ripetute 
lettere li tacci6 di visionari, e considero donchisciottate, fanciul- 
laggini, imprudenze i loro progetti (ivi, pp. 87-9). Si reco, infme, 



58 GIUSEPPE PECCHIO 

cedendo alle insistent! pressioni, a Parigi, con la moglie, ma visito la 
citta piu che ascoltare le vane speranze degli amici (ivi, p. 103): e 
prestissimo se ne torno a Brighton. In verita il Pecchio, sia per 
propria esperienza, sia per influsso della moglie e degli amici in- 
glesi, guardava con scetticismo alle audacie rivoluzionarie : era dive- 
nuto, nelPanima, un riformatore prudente, un moderate whig in- 
glese assai piu che un acceso e romantico esule italiano. Egli e un 
esempio tipico della profonda assimilazione che un nuovo am- 
biente, il rifugio straniero, pu6 operare su un esule. La redenzione 
dell'Italia gli sembrava lontana, e pensava che solo si potesse pre- 
pararla con gli scritti, con un'opera di pensiero, e non con le azioni 
frettolose. Ma questo atteggiamento, se nasceva in parte da sincera 
convinzione, era anche dettato da un desiderio di godersi tran- 
quiilamente la sua vita serena e i suoi agi. 

Gli anni trascorsi a Brighton furono dedicati dal Pecchio alia 
composizione di alcune nuove opere: la Storia deW economia pub- 
blica in Italia (1829); la Vita di Vgo Foscolo (1830); il Catechismo 
italiano (1830); le Osservazioni semi-serie di un esule suir Inghilterra 
(183 1) ; il saggio Sino a qualpunto le produzioni scientifiche e letter arie 
seguono le leggieconomichedellaproduzione ingenerale (1832); i quat- 
tro volumi della Storia critica della poesia inglese (1833-1835), in- 
terrotta dalla morte. Rimase appena iniziato, in un manoscritto, 
un Dizionario politico, di cui alcune voci indicano chiaramente le 
intenzioni divulgative e propagandistiche cui 1'opera mirava. 

Alcune di queste opere, come il Catechismo italiano e il Diziona- 
rio politico, intendevano concorrere a quella formazione di un'opi- 
nione pubblica che il Pecchio additava agli esuli come Punica azio- 
ne possibile per preparare Pindipendenza italiana. Altre nacquero 
dairinteressamento del Pecchio per gli studi di economia, gia da 
lui coltivati in Italia, ma allora fiorentissimi soprattutto in Inghil- 
terra. La Storia dell 9 economia pubblica in Italia e una serie di pro- 
fili di economist! italiani, in cui il Pecchio condensa la vasta rac- 
colta dei Classic! economist! italiani eseguita da Pietro Custodi 
in cinquanta volumi, ma vi aggiunge, oltre una notevole Introdu- 
zione storica e il profile di economist! posteriori alia raccolta Cu 
stodi, un parallelo tra gli scrittori italiani e gli scrittori inglesi che 
si sono occupati di economia politica. Si tratta, comunque, di un 
lavoro essenzialmente di compilazione, sebbene al suo apparire 
fosse molto lodato anche da economist! tedeschi. Piu interessante 



PROFILO BIOGRAFICO 59 

il saggio Sino a qualpunto ecc., se non altro per la tesi paradossale 
che il Pecchio vi sostiene, di una stretta subordinazione dei pro 
dotti letterari, come quantita, alle leggi economiche della domanda 
e delPofferta, e, in certo senso, anche come qualita, per un ac- 
crescersi, con il numero, delle probabilita favorevoli al nascere dei 
capolavori: i quali, del resto, egli esamina quasi fossero costituiti 
dalFincontrarsi di vari elementi componenti. Incapacita critica di 
fronte alia letteratura, di cui e riprova la Storia critica della poesia 
inglese, che si arresta al Milton e al Dryden, e si svolge attraverso 
concezioni e giudizi insostenibili anche per i suoi tempi. 

II Pecchio mancava di gusto e di penetrazione critica di fronte 
alle op ere d'arte : dinanzi ad ogni profondita spirituale e fantastica 
si trovava disarmato, incapace a veramente comprendere. II suo 
mondo era in una sfera minore, sotto questo aspetto, e percio gli 
riuscivano piu accetti gli scrittori mediocri, le opere che non lo 
portassero in un'atmosfera per lui irrespirabile. Era un economista, 
uno studioso del costume, non un letterato. Bisogna tener present! 
questi suoi limiti per giudicare la Vita di Ugo Foscolo e lo strano 
modo con cui ritrasse il suo compagno d'esilio, il poeta dei Se- 
polcri. Lo vide attraverso una mentalita misera, pettegola, alia 
quale si aggiunse una insistente malignita, che deformava ogni epi- 
sodio e lo adombrava di insinuazioni. Se qualche pagina della Vita 
di Ugo Foscolo e di grata lettura, si tratta di brani descrittivi o di 
divagazioni politiche, per le quali il Foscolo e solo un pretesto. 

Diverso giudizio deve farsi delle Osservazioni semi-serie, che sono 
la sua opera migliore. Le compose nel 1827 e< ^ apparvero prima- 
mente nel 1831, a Lugano, presso Peditore Ruggia, come molte 
altre sue opere. In esse il Pecchio ritrae, in una serie di capitoli 
tra loro separati, molteplici aspetti della vita inglese delPepoca, 
della mentalita, del costume, delPeducazione, delle istituzioni che 
aveva trovato nelPisola ospitale. Si sente dovunque Pammirazione 
che egli provava dinanzi alia civilta inglese, anche se il timbro gaio, 
o gioviale e leggermente ironico di certe pagine, attenua Pammira- 
zione e le toglie ogni carattere adulatorio. II Pecchio scrive con 
semplicita, in un tono, come e stato detto (G. PREZZOLINI, nella 
Intro duzione alle Osservazioni semiserie di un esule in Inghilterra, 
Lanciano, Carabba, 1913, p. 32), da buon giornalista. In un suo 
articolo del Conciliatore (vedi ed. Firenze, Le Monnier, 1948- 
1954, 1, p. 193) egli aveva sostenuto che bisognava affrancarsi dalle 



60 GIUSEPPE PECCHIO 

leggi della Crusca nell'uso dei vocaboli : nelle Osservazioni mette in 
pratica questa ribellione, anche perche la sua lingua accoglie spes- 
so inglesismi e francesismi e lombardismi venutigli da una scarsa 
preparazione letteraria. Pure, le Osservazioni si leggono con gusto 
per la scioltezza con cui egli disegna il mondo inglese, e per la li- 
berta di tipo illuministico, e a volte barettiano, con cui subordina 
le parole allc cose. 



Le opere del Pecchio sono divenute, in massima parte, inaccessibili, anche 
perch6 di molte si e avuta un'unica stampa e sempre fuori d' Italia. N 
esiste una ordinata notizia dei suoi scritti, la quale pu6 solo ricavarsi 
dalle sparse indicazioni date dall'Ugoni nel suo volume piu sotto citato. 
Per questo riteniamo utile dare notizia delle prime edizioni non solo delle 
Osservazioni semi-serie, ma anche delle altre sue opere : Saggio storico sulla 
amministrazione finanziera delVex-regno d'ltalia dal 1802 al 1814, Lu 
gano, Ruggia, 1820 (una seconda edizione, con data di Londra, apparve 
nel 1826); Sei mesi in Ispagna nel 1821. Letter e di Giuseppe Pecchio a Lady 
Giannina Oxford, Madrid, per D. Michele Burgos, 1821 (contiene dician- 
nove lettere) ; Tre mesi in Portogallo. Lettere a Giannina Oxford, Lisbona 
1821 (contiene undici lettere); [U Austria in Italia} A Letter to Henry 
Brougham Esq. M. P. by Joseph Pecchio, London, Partridge, 1824; Qu'est 
que c'est VAustrie?, in The Edinburgh Review , LXXX (luglio 1824), 
pp. 298-316; Relazione degli avvenimenti della Grecia nella primavera del 
1825, Lugano, Vanelli, 1826 (e questa la stampa deH'originale italiano, 
ma fu preceduta dall' edizione in inglese col titolo A Picture of Greece in 
1825, London 1825, in cui le si accompagna una relazione sulla Grecia 
di James Emerson, e dalla traduzione in francese apparsa a Parigi nel 
Globe dell'ottobre-dicembre 1825; la Relazione contiene, tra 1'altro, 
Pultima lettera di Santorre di Santarosa, che e diretta al Pecchio) ; Un'ele- 
zione di membri del Parlamento in Inghilterra, Lugano, Vanelli, 1826; 
Vanno mille ottocento ventisei delV Inghilterra, con osservazioni, Lugano, 
Vanelli e C., 1827; Storia delV economia pubblica in Italia, ossia Epilogo 
degli economisti italiani, Lugano, Ruggia, 1829; Vita di Ugo Foscolo, 
Lugano, Ruggia, 1830; Catechismo italiano, ad uso delle scuole, dei caffe, 
delle botteghe ecc. (ignore Teditore, ma la data e 1830); Sino a qual punto 
le produzioni scientifiche e letterarie seguono le leggi economiche della produ- 
zione in generate, Lugano, Ruggia, 1832; Storia critica della poesia inglese, 
Lugano 1833-1835, 4 voll. A queste indicazioni bisogna aggiungere i vari 
articoli del Pecchio nel Conciliatore (vedi II Conciliatore , a cura di 
V. Branca, Firenze, Le Monnier, 1948-1954, 3 voll.); una sua collaborazio- 
ne, costituita da alcuni articoli, alia Revue encyclopedique di Parigi, cui 
accenna TUgoni senza precisare (vedi C. UGONI, nell'opera piu avanti citata, 
p. 273); le sue lettere sparse in carteggi, tra le quali particolarmente im- 
portanti quelle dirette ad Antonio Panizzi (vedi L. FAGAN, Lettere ad An- 



PROFILO BIOGRAFICO 6l 

tonio Panizzi, Firenze, Barbera, 1882), a Ugo Foscolo (vediF. VIGLIONE, 
Ugo Foscolo nel centenario del suo insegnamento all' Universitd di Pavia, 
Pavia, Mattel, 1910), e quelle di cui da notizia C. SEGRE, in Relazioni let 
ter arie tra Italia e Inghilterra, Firenze 1911. 

La Vita di Ugo Foscolo oltre che dal Ruggia, a Lugano, nel 1841, e stata 
ristampata, con introduzione e note, da P. Tommasini Mattiucci, Citta di 
Castello, Lapi, 1915, Per 1'ampia introduzione, anche sul Pecchio in gene- 
rale, e per le ricchissime note questa ristampa e molto importante. Per le 
Osserv axiom semi-serie di un esule sull 'Inghilterra, che sono Top era migliore 
del Pecchio, si deve tener presente che esse furono composte nel 1827 e che 
la prima edizione apparve a Lugano, nel 1831, a cura dell'editore Ruggia. 
Nel 1833 lo stesso Ruggia ne stamp6 una seconda edizione. L' opera fu 
tradotta in varie lingue e si diffuse specialmente in Inghilterra e in Fran- 
cia. L ? edizione prii recente e piu accessibile e quella curata da G. Prezzo- 
lini per gli Scrittori nostri, Lanciano, Carabba, 1913. 

Per la vita del Pecchio, per le sue vicende politiche, per I'economista e lo 
scrittore, si rinvia alle seguenti opere: C. UGONI, Vita e scritti di G. Pec 
chio, Parigi, Baudry, 1836, che e la maggiore fonte di notizie sul Pecchio; 
M. MAGGIONI, in Biografia degli italiani illustri nelle scienze, lettere edarti 
del secolo XVIII. . ., a cura di E. DeTipaldo, iv, Venezia, Alvisopoli, 1837, 
pp. 244 sgg. ; P. ORANO, Ilprecursore di Carlo Marx, Roma, Voghera, 1899, 
saggio di scarso valore; M. LUPO GENTILE, G. Pecchio nei moti del y 2i e nel 
suo esilio, in Rivista d'Italia, agosto 1910, e in Voci d'esuli, Milano 1911 ; 
e le Introduzioni alle due citate edizioni a cura di G. Prezzolini e di P. Tom 
masini Mattiucci. Vari errori del Pecchio nella sua Storia dell' amminis tra- 
zionc finanziera ecc. sono indicati e corretti da E. TARLE, Le blocus conti 
nental et le Royaume d' Italic, Paris 1938 e, in traduzione italiana, Torino, 
Einaudi, 1950. Un particolare della vita del Pecchio studente a Pavia ha 
comunicato G. GALLAVRESI, in Giorn. stor. d. lett. it. , LX (1912), p. 268, 
e di una lettera inedita di lui e data notizia nella stessa rivista, XLVII (1910), 
pp. 261-2. Per le relazioni tra il Pecchio e gli Holland, vedi C. SEGRE, II 
salotto di Lady Holland, in Nuova Antologia , i e 1 6 gennaio 19106, dello 
stesso autore, vedi anche Relazioni letterarie tra Italia e Inghilterra, cit. 

Per la parte avuta dal Pecchio a Milano nella congiura dei Federati sono 
fondamentali / Costituti di F. Confalonieri, a cura di F. Salata, Bologna 1941 , 
3 voll., ma da essi e naturalmente necessario risalire a un quadro comples- 
sivo delle agitazioni e della situazione generale dell'Italia del tempo. Indi- 
cazioni in tal senso sarebbero qui fuori luogo, e perci6 rinviamo a C. SPEL- 
LANZON, Storia del Risorgimento e delVunita d* Italia, I, Milano, Rizzoli, 1933 
e alia relativa bibliografia, che pu6 essere aggiornata tenendo present! i saggi 
e le note bibliografiche del volume Questioni di storia del Risorgimento e 
delVunita d' Italia, a cura di E. Rota, Milano, Marzorati, 1951. 



DALLE OSSERVAZIONI SEMI-SERIE DI UN ESULE 
SULL'INGHILTERRA 



CASE DI LONDRA 1 

Oe il cielo e fosco, non men tetro e il primo aspetto di Londra per 
chi vi entra dalla via di Douvres.* II colore affumicato delle case le 
da Taspetto di una citta incendiata. Se poi vi si aggiunge il silenzio 
die regna in una popolazione di forse un milione e quattro cento 
mila abitanti, tutta in moto (sicche sembra di essere a teatro di 
ombre chinesi), 3 e la stucchevole eguaglianza delle case, quasi 
tutte fabbricate nello stesso stile, come fosse una citta di castori, 4 
sara facile l'immaginarsi che al primo entrare in questo oscuro al- 
veare il sorriso muore nella meraviglia. Questo era Tantico stile 
inglese che campeggia ancora piu in provincia. Ma dopo che gl'In- 
glesi hanno sostituito al suicidio le blue pills, 5 o meglio ancora un 
viaggio a Parigi, e invece delle Notti di Young 6 leggono i romanzi 
di Walter Scott, hanno rallegrato anche le loro case colPimbian- 
carle, ed hanno ora fabbricato la parte occidentale della capitale 
(West End) con un'architettura piu variata e piu gaia. Non dico 
per questo che gPInglesi sieno divenuti saltellanti e ridenti al pari 
di un parigino di diciott'anni. Essi si dilettano ancora di spettri, 
di streghe, di cimiterii, e simili tetraggini. Guai a chi scrivesse un 
romanzo senza qualche apparizione da far arricciare i cappelli in 
testa! 

Le case sono piccine e fragili. La prima sera che alloggiai in 
una casa d'affitto mi sembrava ancora d'essere a bordo del basti- 
mento ; le mura erano egualmente sottili, e in gran parte di legno ; 
cameruccie piccole, ed una scala che parea quella che mette sul 



1. Questo brano corrisponde alle pp. 20-31 dell'edizione da noi seguita. 

2. Douvres: e la 'forma francese di Dover, il porto d'approdo in Inghilterra 
sullo stretto di Calais. IlPecchio vi sbarco nel 1823, venendo dal Portogallo. 

3. teatro . . . chinesi: spettacolo realizzato proiettando su un telone Tombra 
di antichissime marionette cinesi, fatte di pelle d'asino o di pecora, fme- 
mente dipinte e rese trasparenti da apposita concia. Si rappresentavano 
antiche leggende e storie popolari cinesi. 4. una citta di castori: vedi la 
nota 3 a p. 27. 5. blue pills: pillole mercuriali, allora molto usate in medi- 
cina. 6. II poeta inglese Edward Young (1683-1765), celebre per il poema 
Night Thoughts (1742-1745), la cui sensibilita influi su tutte le letterature 
delPeta romantica. 



64 GIUSEPPE PECCHIO 

ponte. Le mura per lo piu sono cosi sottili che lasciano passare i 
suoni intatti. Gl'inquilini si udirebbero Tun Paltro, se non avessero 
1'abitudine di parlar sotto voce. lo udiva il mormorio della conver 
sazione del mio vicino perpendicolare al rnio capo, come il mio 
zenit, e quella delFaltro mio vicino a me sottoposto, come Paltro 
punto nadir. Sentiva di quando in quando le parole very fine 
weather . . . indeed . . . very fine . . . comfort . . . comfortable . . . great 
comfort . . / parole che occorrono si spesso ne 5 loro disco rsi come 
i punti e le virgole. In una parola, sono case ventriloque. Come 
poi dissi, sono tutte eguali. In una casa di tre piani vi sono tre 
camere da letto perpendicolari una sopra Paltra, e tre salette (par 
lours) egualmente Tuna alPaltra sovrapposte. In guisa che la popo- 
lazione vi e come immagazzinata, cioe, disposta a strati come merci, 
come i formaggi nei magazzini di Lodi e di Codogno. GPInglesi 
non hanno scelto a caso questa, dir6 cosi, architettura navale. 
Ecco i vantaggi che ritraggono dall'abitare in case piccole e di non 
molta durata. D'ordinario una casa non e fabbricata che per 99 
anni. Se soprawive a questo termine rimane al padrone del suolo 
su cui e edificata. Accade dunque di rado che giungano a una gran 
longevita, ma per lo contrario alcune volte si sfasciano prima della 
lor fine naturale. GPInglesi che sono migliori aritmetici che ar- 
chitetti hanno ritrovato che con questa labile architettura impie- 
gano un minor capitale, e quindi Pannuo interesse e suo deperi- 
mento annuo sono anche minori. Awi un altro vantaggio. In 
questo modo non si vincolano ne tiranneggiano i posteri. Ogni 
generazione pu6 scegliere e fabbricarsi la sua abitazione a proprio 
capriccio, e secondo i suoi bisogni. E benche in gran parte com 
post e di legno, tutte le case sono come incombustibili merce le com- 
pagnie di assicurazione che garantiscono il valor della casa, dei 
mobili e di ogni cosa. Un incendio non e una disgrazia, ma soltanto 
un incomodo per Pinquilino, un colpo d'occhio pel passaggiere, e 
un articolo di varieta pel giornalista. Inoltre la casa per un inglese 
e il suo Gibilterra. 2 Non solo vuol esser inviolabile, ma anche asso- 
luto 3 senza rumori e senza pettegolezzi. Preferisce di vivere in un 
guscio, come Postrica, piuttosto che avere in un palazzo tutte le 
seccature d'un pollaio. L'aura vitale d'un inglese e Pindipendenza. 

i . Molto bel tempo . . . veramente . . . molto bello . . . conforto . . . con- 
fortevole . . . grande conforto. 2. il suo Gibilterra: la sua roccaforte. 
3. assoluto: indipendente da tutti. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 65 

Quindi tosto che un figlio si marita, esce di casa, e a guisa dei polipi 
che tagliati in pezzi diventano altrettanti polipi, va a sviluppare 
altrove un'altra famiglia. Le numerose e patriarcali famiglie si ri- 
trovano presso i popoli agricoli. Presso le nazioni commerciali 
che hanno fattorie e colonie in tutti i punti del globo, ricevuto 
che abbia il figlio una conveniente educazione, abbandona il nido 
paterno, e simile agli uccelli, va altrove a fabbricarsene un proprio. 

Hail! Independence, hail! Heaven's next best gift 
to that of life and an immortal soul! 
The life of life! That to the banquet high 
and sober meal gives taste; to the bow'd roof 
fair-dream' d repose and to the cottage charms. 

Salve! Indipendenza, salve! Dono del cielo, secondo solo a 
quel della vita e d'un'anima immortale! Vita della vita! Che fai 
saporita Populenta e la povera mensa; riposo pieno di ridenti sogni 
per le arcate volte, e delizie delle capanne. 

L'amor delPindipendenza, questa vita della vita, come ben la 
chiama Thompson 1 nel suo poema sulla liberta, si manifesta per 
sino nelle chiese, dove ogni famiglia inglese ha un banco proprio e 
chiuso alPintorno da uno steccato. Chi viaggia per 1'Inghilterra 
osservi nei piu piccioli villaggi come i piu meschini abituri sono 
separati 1'uno dalPaltro per mezzo d'una siepe, o d'un muricciuolo, 
o d'uno steccato. Non vi e impero che abbia termini piu marcati, 
ne che apprezzi con tanta gelosia la propria indipendenza. 

Perche gl'Inglesi non sono esperti ballerini ? Perche non si eser- 
citano : le case sono tanto piccole e deboli che se uno spiccasse una 
capriola al terzo piano, arrischierebbe di sprofondare come una 
bomba sino in cucina che e posta sotto terra. 2 Perche gPInglesi ge- 
stiscono cosl poco e hanno quasi sempre le braccia incollate al 
corpo? Per la stessa ragione, io credo: le cameruccie sono tanto 
piccole che non vi si puo quasi gestire senza rompere qualche og- 
getto, od incomodare qualche persona. 

i. James Thomson, e non Thompson, poeta inglese (1700-1748), famoso 
soprattutto come autore di The Seasons (Le stagioni) e del poema Liberty 
(1736), da cui sono tratti i versi precedentemente citati dal Pecchio (parte v, 
vv. 124-8). Di questo poema esiste una traduzione italiana: La Liberta, tra- 
duzione di A. Castelfranco, Trieste 1867. 2. Non e un'iperbole mia. 
Ben sovente fra le condizioni d'affitto delle case in Londra v'e quella di 
non ballare (nota del Pecchio). 



66 GIUSEPPE PECCHIO 

Alcuni sono stupiti del silenzio che domina fra gli abitanti di 
Londra. Ma come potrebbero un milione e quattro cento mila 
abitanti vivere insieme senza silenzio ? II brulichio della gente e 
dei carri e carrozze e cavalli e tale dalla contrada di Strand alia 
Borsa di Londra, che si dice, che nelPinverno vi sieno due gradi di 
differenza del termometro di Fareneith tra 1'atmosfera di questa 
lunghissima strada e quella del West End. Non 1'ho verificato; ma 
a cagione dei molti cammini che vi sono in Strand e assai proba- 
bile. Da Chering Cross alia Borsa di Londra e un'enciclopedia 
del mondo. Vi domina un'apparente anarchia, ma senza confusione 
e senza disordini. Le regole che il poeta Gay prescrive per cammi- 
nare con sicurezza per questo tratto di quasi tre miglia mi sem- 
brano inutili. 1 L'abitudine di passare attraverso di questo vortice 
rende a ciascuno il passaggio facile, senza dispute, senza accidenti, 
senza puntigli, come se non vi fossero imbarazzi di sorta. Sup- 
pongo che a Pekin dovra essere lo stesso. II silenzio adunque dei 
passeggieri e la conseguenza della gran farragine degli affari. Non 
lo dico per fare un epigramma; se mai Napoli diventasse una po- 
polazione di un milione e mezzo, converrebbe pure che quelle 
trachee napoletane si frenassero anch'esse. Non v'e che in Ispagna 
ove il silenzio sia compagno dell'ozio. forse la perfezione delPozio, 
Fozio spinto al suo apice. In Londra io mi sono piu volte alzato di 
buon mattino per assistere allo spettacolo della risurrezione di 
quasi un milione e mezzo d'abitanti. Questo gran mostro di capi- 
tale, simile a uno smisurato gigante che si sveglia, comincia a dar 
segni di vita nelle sue estremita. II moto principia alia circonferenza, 
e a poco a poco va crescendo e incalzando verso il centro sinche 
alle died ore comincia il brulichio e va fervendo sempreppiu sino 
alle quattro dopo mezzodi ch'e Tora della Borsa. La popolazione 
pare che segua le leggi della marea. Sino a quest'ora il suo flusso 
va ingrossando dalla periferia alia Borsa. Alle quattro e mezzo, 
ch'e Pora in che la Borsa si chiude, succede il riflusso, e cor- 
renti di gente, carrozze e cavalli retrocedono dalla Borsa alia pe 
riferia. 

Presso un popolo industrioso, incessantemente occupato, anelan- 

i. II suo poema e intitolato Trivia, ossia, 1'arte di camminare per le strade 
di Londra. In tre canti (nota del Pecchio). John Gay, poeta inglese (1685- 
X 732), pubblic6 nel 1716 questo poema, che ha il titolo originale Trivia, or 
The Art of Walking in the Streets of London. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 67 

te alia ricchezza, Puomo, ossia, la forza fisica e un capitale prezioso. 
L'uomo e caro, e se ne deve far quindi un'estrema economia. Non 
e come nei paesi dell'indolenza, ove 1'uomo e la terra hanno del 
pari poco o nessun pregio. Un Signore, un Effendi 1 turco passeg- 
gia sempre con un codazzo di servi inutili. Cosi un nobile polacco, 
un Grande di Spagna fanno un gran consumo d'uomini die d'al- 
tronde sono improduttivi. Mi fu detto che il duca di Moedina 
Coeli in Ispagna ha al suo soldo quattro cento persone di servizio, 
e va al Prado 2 in una carrozza ch'e peggiore d'una patache 2 di 
Parigi. In Inghilterra succedeva lo stesso quando non v'era ancora 
commercio forestiero, ne alcuna bella manifattura. Non sapendo 
come consumare il soverchio delle loro rendite, gli antichi pro- 
prietari inglesi mantenevano un centinaio, e talvolta un migliaio 
di dipendenti. Ora le phi grandi case non hanno che dieci o dodici 
servi, e lasciando stare gli opulenti che sono sempre un'eccezione 
presso ogni nazione, e prendendo il massimo numero, 4 si puo dire 
che in Inghilterra, e specialmente in Londra, si fa grande risparmio 
di tempo e di servi. Ma come si concilia questo cogli agi degP In 
glesi tanto vantati? Ecco come. II latte, il pane, il butirro, 1'acqua, 
la birra, il pesce, la carne, il giornale, le lettere tutto e recato alle 
case ogni giorno, alia stessa ora, senza fallo, dai bottegai e dagli 
uffiziali della posta. Si sa che tutte le porte delle case sono chiuse 
com'e il costume di Firenze e di altre citta di Toscana. Per non 
turbar il vicinato si e convenuto che questi fornitori dieno un 
sol picchio di battente alia porta, o un sol tratto di campanello 
che corrisponde nella cucina sotto terra dove stanno le fantesche. 
Le visite hanno un altro segno di convenzione che consiste in 
una rapida succession di picchi ch'e piu romorosa e rimbomban- 
te, secondo che la persona e piu di moda, e d'un tuono imper- 
tinente. Cosi Parini fa parlare il suo eroe ad alta e sgangherata 
voce in pubblico perche ognuno lo senta, e riverisca quegli ac- 
centi come fossero quei del Gran Tonante. 5 Anche in Londra i 
magnanimi eroi della moda si annunziano agli ottusi sensi della 

i. Effendi'. vedi la nota 2 a p. 47. 2. Prado: grande parco di Madrid. 

3. patache: vettura di poco pregio, senza sospensione, da trasporto piti che 
da viaggio. II vocabolo, qui nella forma francese, si trova anche in altre 
lingue : e di origine incerta, e indicava un tempo una piccola imbarcazione. 

4. il massimo numero: la maggioranza. 5. Gran Tonante: Giove. Per 1'al- 
lusione al Parini, cfr. // vespro, w. 486 sgg. 



68 GIUSEPPE PECCHIO 

plebe con eccheggianti colpi simili a quei del martello di Bronte. 1 
Quest'uso esige esattezza ne' servi, e la loro immancabile pre- 
senza. II prezzo d'ogni cosa e fisso, quindi non v'e luogo a mercati, 
a dispute, a cicaleggi. Tutto questo andare e venire di venditori e 
compratori non e che una scena muta. Molti fornai viaggiano per 
Londra in carri cosi rapidi, elastici, eleganti, che un damerino 
in Italia non sdegnerebbe di comparire in essi al corso. I macellai 
di frequente si vedono portare al gran trotto su baldanzosi de- 
strieri la carne alle case lontane de' loro awentori. Un tale sistema 
richiede altresl un ordine impreteribile, una division di tempo 
sempre eguale. Percio vi sono orologi e pendoli dappertutto; su 
ogni campanile, talora su tutte quattro le facciate d'un campanile, 
in tasca di ognuno, nella cucina del piu misero operaio. questa 
una nazione operante a battute di orologio come un'orchestra che 
precede a battute del direttore, come un reggimento che marcia 
a suon di tamburo. 6 ingegnosissima la division del tempo che 
gl'Inglesi hanno applicato a molti usi. In alcune macchine, per 
esempio in quella de' pizzi, ad ogni certo numero di maglie la mac- 
china suona da se stessa un campanello per awertire 1'operaio. II 
molino (Trade-Mill) introdotto per castigo e occupazione nelle 
case di correzione suona esso pure un campanello dopo un numero 
fisso di rivoluzioni. Nella manifattura dei cardatoi in Manchester 
havvi una specie di orologi per verificare se il Watchman* pagato 
per invigilare contro 1'incendio si e tenuto sveglio nella notte. Se 
ogni quarto d'ora non tira una cordicella che pende dalle mura al 
difuori, 1'orologio al di dentro marca e denunzia le negligenze del 
Watchman nella mattina. 

Un bottegaio quindi supplisce in Londra per quaranta o cm- 
quanta servi ; le botteghe possono essere lontane, e in luogo remoto 
senza alcun inconveniente ; i bottegai non rimangono oziosi ; invece 
d'uomini si possono impiegare per alcuni uffici fanciulli o giovi- 
netti. I giornali per due soldi Pora circolano di casa in casa. II latore 
e un fanciullo di 10 o 12 anni, agile come un folletto, esatto come il 
tempo, che li porta e li riporta via. 

Con questo sistema i servi rimangono in casa senza distrazioni, e 

i. Bronte: uno dei tre ciclopi (gli altri sono Sterope e Argo) ricordati nella 
Teogonia di Esiodo come figli di Gea e Urano. La tradizione successiva 
vuole che i ciclopi fabbricassero i fulmini a Zeus. 2. Watchman: sorve- 
gliante; ed e detto specialmente di guardiano notturno. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 69 

soprattutto le fantesche ben di rado sortono in tutto il corso della 
settimana, finche non giunga la dornenica che le mette in liberta 
per tre o quattro ore. Ne segue pure che le famiglie inglesi non 
hanno bisogno di avere grandi prowigioni in casa; in conseguenza 
meno impiego di spazio e di denaro, meno cura, meno guasti, 
meno puzza, meno dilapidazioni. 



GIARDINI DEL TE 1 
(Tea-gardens) 

j un gran problema come passare la noiosissima e mestissima do- 
menica delPInghilterra. Questo paese tutto moto, tutto vita negli 
altri giorni, e come colpito da un attacco di apoplessia nella dome- 
nica. II forestiere per fuggire questa solenne mestizia suole arram- 
picarsi alle dieci del mattino su una delle immancabili vetture a 
quattro cavalli di Chering- Cross o di Piccadilly, e si fa trascinare 
fuori di Londra. Va a Richemond, 2 passeggia silenzioso in quel 
bel parco, ammira il tortuoso giro del Tamigi, che gli parra torbido 
od aureo secondo e di umor prosaico o poetico, e paga carissimo 
un pranzo condito dagPinchini di servi in calze di seta e vestiti a 
bruno in tutto punto come un awocato di Torino. Owero va a 
Greenwich 3 ad ammirare un altro bel parco, quell'osservatorio, 



i. Questo brano corrisponde alle pp. 32-51 dell'edizione da noi seguita. 
Precedono il testo i seguenti versi, e la traduzione, del Childe Harold's Pil 
grimage (I, LXIX) di Byron : The seventh day this ; the jubilee of man, / 
London! Right well thou know'st the day of prayer: / then thy spruce 
citizen, wash'd artizan / and smug apprentice gulp their weekly air: / 
thy coach of Hackney, whiskey, one-horse chair, / and humblest gig 
through sundry suburbs whirl, /to Hampstead, Bentford [rectius: Brent 
ford], Harrow make repair, / till the tirede (sic) jade the wheel forgets 
to hurl / provoking envious gibe from each pedestrian churl (6 que- 
sto il settimo giorno, il giubileo delPuomo, o Londra: tu ben conosci il 
giorno della preghiera, in cui i tuoi attilati cittadini, i tuoi artigiani ripu- 
liti, il lindo garzone, tranguggiano lieti la loro aura settimanale: i tuoi 
cocchi da nolo, i rapidi calessi a un cavallo, e Tumile gig percorrono i molti 
tuoi sobborghi, e fanno meta Hampstead, Bentford o Harrow, finche lo 
stanco ronzino dimentica di far girare le ruote, provocando le risa invi- 
diose del pedestre volgo). 2. Richmond: parco a sud-ovest di Londra. 
3. Greenwich: sobborgo ad est di Londra, oggi incorporato nella citta. 
II suo osservatorio e divenuto famoso, perche il suo meridiano e stato 
adottato come meridiano iniziale. L'edificio, gia destinato a ospedale dei 
marinai, e oggi una parte del R. Collegio Navale. 



70 GIUSEPPE PECCHIO 

quel magnifico ospizio de' marinai invalidi, e pranza alia vista del 
veleggianti vascelli che ritornano dalla China e dalle Indie. Se poi 
ama di fare una gita piu economica se ne va sbadigliando sui bei 
colli di Hampstead, 1 compiangendo Londra avvolta in un nugolone 
di fumo, e quasi rallegrandosi d'esserne scampato fuori. Tutti que- 
sti sono buoni palliativi contro la noia della domenica, ma non e in 
nessuno di questi belli ma anch'essi melanconici luoghi, ne alia 
brillante e seria passeggiata di Hyde Parke 2 che il forestiere cono- 
scera la nazione. John Bull 3 non va a pavoneggiarsi all'Hyde Parke, 
o a Kensington Garden, ne a pascersi di bellezze poetiche e a fare 
idilli nella foresta di Windsor. 4 Se volete vedere questo meravi- 
glioso personaggio che fa stupire e ridere di se tutta 1'Europa da 
piu di un secolo, che veste quasi tutto il mondo, che guadagna bat- 
taglie per terra e per mare senza molto vantarsene, che lavora per 
tre e mangia e beve per sei, ch'e il pignoratario e 1'usuraio di tutti i 
re e di tutte le repubbliche, ed e quasi fallito in casa propria, e 
qualche volta a guisa di Mida muore di fame in mezzo alPoro, 5 
voi dovete cercarlo altrove. NeH'inverno dovete scendere nelle ta- 
verne sotto terra. Ivi intorno a un fuoco di avvampante bragia tro- 
verete seduti ben vestiti e ben calzati gli operai inglesi fumando, be- 
vendo, tacendo e leggendo. Le scuole di mutuo insegnamento, 6 
e quelle della domenica che gratuitamente si tengono da tutti i 
dissident! 7 pei fanciulli poveri della loro setta, hanno reso il popolo 
inglese istrutto nel leggere, nello scrivere e neiraritmetica. In 
Iscozia anche prima del mutuo insegnamento v'erano le scuole 
parrochiali in cui oltre al leggere e scrivere, s'insegnarono sempre 

i. Hampstead: a nord-ovest di Londra. 2. Hyde Parke: Hyde Park e un 
parco dietro Westminster, che si prolunga poi con il Kensington Garden. 
3. John Bull: soprannome dato al popolo inglese in seguito a un libro sa- 
tirico di John Arbuthnot, History of John Bull (Storia di Giovanni Toro)> 
pubblicato nel 1712. 4. foresta di Windsor: grandissimo parco a ovest di 
Londra. 5, e quasi, . . oro: nel 1826 Plnghilterra fu colpita da una grave 
crisi commerciale dovuta a una superproduzione delle Industrie. II Pecchio 
studi6 il fenomeno in un suo saggio, Uanno mille ottocento ventisei del- 
VInghilterra (vedi la bibliografia). 6. Le scuole. . .insegnamento: si al 
lude alle scuole lancasteriane, cosi dette da Joseph Lancaster (1778-1838), 
pedagogista inglese, che istitul la prima nel 1798. In esse gli alunni mi- 
gliori facevano da guide e maestri ai piu tardi. II Pecchio, come il Confa- 
lonieri, si interess6 in Milano alia creazione di due di queste scuole, che 
poi FAustria ebbe in sospetto e soppresse (vedi R. CICCHITTI, Federico Con- 
falonieri e la Societdfondatrice delle scuole gratuite di mutuo insegnamento in 
Milano ecc., in La rassegna nazionale, CLXVII, 16 maggio e i giugno 
1909). 7. dissidenti: non seguaci della Chiesa anglicana. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 71 

i rudiment! della grammatica latina, e il canto pel servizio della 
chiesa. 6 no to che da queste scuole scozzesi uscirono molti poeti, 
fra i quali James Beattie 1 povero fittaiuolo, autore del poema il 
Minstrel, e Burns 2 pur esso nato misero fittaiuolo che divenne Pim- 
pareggiabile Teocrito de' secoli moderni. Per questa classe di let- 
tori si pubblicano espressamente dei giornali della domenica, i 
quali contengono in nassunto tutte le notizie e gli aneddoti an- 
nunziati dagli altri giornali nel corso della settimana. Cosi il ferraio 
e il tessitore sono al fatto delle vicende del mondo al pari dei piu 
eminenti oratori del parlamento. Non e cio una cosa di picciol mo- 
mento. in queste taverne, e tra il fumo della pippa e la schiuma 
della birra che nasce e si forma il primo stato delPopinion pubblica. 
fe qui che si pesa la condotta d'ogni cittadino; e questa la via che 
mena al Campidoglio, o al Tarpeo ; 3 che si prende amore alia patria, 
alia gloria; che si conoscono i servigi resi al pubblico dai zelanti 
cittadini; che nasce la lode o il biasimo; il trionfo di Burdett 4 
quando usci dalla Torre di Londra, o le maledizioni su Castelreagh 5 
quando discese nella tomba; la censura o Papprovazione di una 
legge ; che si preparano le ricompense o le reprovazioni pel tempo 
delle elezioni. La taverna e il Foro degPInglesi, colla differenza 
che qui non vi sono risse ne contese. Sia il clima, sia Peducazione, 
sia il temperamento, sia qualsivoglia la ragione, certo e che in que 
ste taverne regna piu quiete, silenzio e decenza che nelle nostre 
chiese. E questi uomini di stato dopo essere ricolmi di liquori e di 
birra invece di cercar brighe, cadono assopiti sul pavimento come 
corpo morto cade. 6 

NelPestate John Bull ama nel dopo pranzo ricrearsi la vista col- 
Paspetto della campagna e del verde. Questo popolo ha un'afezione 
particolare per gli alberi e pe' fiori. Non v'e tugurio in Inghilterra 

i. James Beattie (1735-1803), scozzese, poeta e cultore di studi filosofici. 
II suo poema The Minstrel (1771-1774) gli diede molta fama tra i roman- 
tici. 2. Robert Burns (1759-1796), poeta scozzese. Ammiratissirni i suoi 
poemetti, canzoni, ballate in dialetto scozzese : ebbe vivo sentimento della 
natura. 3. la via . . . al Tarpeo : la via della gloria o dell'infamia. Dalla ru- 
pe Tarpea si gettavano a Roma i traditori. 4. Sir Francis Burdett (i779~ 
1843), uomo politico, awersario del ministro Pitt (vedi la nota 5 a p. 84), 
e difensore dei diritti del popolo. Fu arrestato due volte, nel 1810 e nel 
1820. Sostenne tra i primi il sufTragio universale, ma con esclusione delle 
donne. 5. Castelreagh: Robert Stewart Castlereagh (1769-1822), il famo- 
so ministro inglese, amico e seguace di William Pitt, combatte la Francia 
rivoluzionaria e Napoleone, ed ebbe parte notevole nella politica della re- 
staurazione. Fu assai mal visto perche reazionario. 6. Dante, Inf., v, 142. 



72 GIUSEPPE PECCHIO 

che non abbia dinanzi un pezzetto di terra coltivato a fiori. II 
milord ha ne' suoi parchi delle quercie di miiranni intatte dalla 
scure, dei serbatoi a stufe ripieni di piante esotiche, di frutti squi- 
siti, dei fiori i piu rari; e il povero artigiano lavora al suo telaio alia 
vista di vaselli di fiori posti contro I'mvetriata della finestra (con 
animo non meno ospitale dei milordi), acciocche anche il passeg- 
giero goda di quella vista. L'amor de' fiori e un gran segnale di ci- 
vilizzazione. Da tempo immemorabile esistono in tutta ITnghil- 
terra dei sentieri per uso comune attraverso i campi de j privati. 
Da alcuni anni in qua i proprietari, in ogni paese quasi sempre in- 
saziabili, tentarono di chiudere questi passaggi, e privare il pub- 
blico di questo sano ed innocente diporto. Che ne awenne? In 
tutte le contee si e formata una societa in difesa dei diritti e della 
ricreazione del popolo. Cio indica abbastanza quanto questo po- 
polo abbia a cuore i suoi diritti, e quanto ami altresi le passeggiate 
campestri. 

Nelle vicinanze di Londra adunque vi sono dei giardini con 
grandi alberi ombreggianti, chiamati Tea-gardens, dove gli operai 
colle loro famiglie vanno a prendere il te nel dopo pranzo, o a tra- 
cannare la nut-brown ale, la birra del color della noce bruna. Uno 
de' piu belli e quello di Cumberland Garden vicino a Waxhall 
lungo il Tamigi. II giardino e sparso di tavolini tersissimi, intorno 
ai quali vari gruppi di quattro o sei operai, stanno fumando in 
lunghe e bianchissime pippe di terraglia che 1'oste fornisce colme 
di tabacco per un soldo, riposando, e gettando fuori col fumo di 
quando in quando qualche tronca frase, appunto come leggiamo 
nel Tristram Sandi 1 che facevano il caporale Trim e il capitano. 
Chi non ha provato quanto sia dolce il riposo dopo una fatica di 
cinque o sei giorni non pu6 comprendere che tali uomini poco 
parlanti, e meno moventisi, sieno in quella loro forma di statue 
felicissimi. Non si ode un istrumento, non si ode una sol nota mu- 
sicale; altro non si sente che un bisbilio di gente che parla sotto 
voce; i battelli pieni di gente vanno e vengono intanto pel Tamigi. 
Sui nostri laghi si sogliono udire stromenti, cori, canzoni villerec- 
cie. In ci6 non ha colpa ITnglese che ama appassionatamente la 

i. Tristram Sandi: Popera principale di Laurence Sterne (1713-1768), il 
cui titolo esatto e The Life and Opinions of Tristram Shandy. L'opera, 
rimasta incompiuta, fu ammiratissima per il suo umorismo. Toby e lo zio 
paterno del piccolo Tristram, ed e un ufficiale (il capitano) reso ormai in- 
valido da una ferita; Trim e il suo fido cameriere, anch'egli invalido. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 73 

musica e la poesia; ma gia si sa che la religione protestante non 
ammette divertimenti nella domenica; la vuole consacrata alia 
contemplazione, al raccoglimento, all'esame di se stesso, senza per6 
proibire il conforto della bottiglia. In Iscozia dove domina la reli 
gione del feroce Calvino la domenica e ancor phi taciturna e tetra. 
II sorriso e quasi riputato una profanazione. In questo giorno di 
assoluta inazione si permette a stento ai barbieri di esercitare il loro 
mestiere sino alle nove ore del mattino. Credo per conseguenza che 
nessuno si tagli le unghie in domenica. noto a tutti, che un severo 
calvinista impicc6 il lunedl il suo gatto perche era stato a caccia 
di topi la domenica. In molti luoghi il pedaggio delle barriere (per 
le carrozze private) e doppio in questi giorni. Si parla molto sul 
continente del bestemmiar degl'Inglesi, ossia del loro god . . . mf 
ed io credo che un gondoliere di Venezia, o un vetturino bolognese 
bestemmia piu che mille Inglesi. D'altronde ho visto appesa in 
tutte le bettole la minaccia dei magistrati di condannare alPammen- 
da colui che pronunzia una bestemmia. 

Chi si e formato un'idea degl'Inglesi dal piu bel poema di Vol 
taire, 2 che non voglio nominare quantunque ognuno de' lettori 
1'abbia letto, sarebbe meravigliato di vedere cangiate quelle guan- 
cie fiorite, e quelle robuste atletiche forme in pallide faccie e me- 
schine gambe che si vedono negli operai che popolano questi giar- 
dini. La marra abbellisce una popolazione, e il telaio la guasta. Che 
differenza infatti tra un montanaro scozzese (un Highlander) e un 
tessitore di Glascow! II primo conserva ancora le ben tornite e 
robuste forme descritte nei guerrieri di Ossian; 3 le gambe somi- 
glianti alle marmoree colonne del Lena, 4 il petto alto ed ampio 
a guisa di corazza, suite guance il color del vigore, in tutto il porta 
mento il brio e la baldanza della salute, L'operaio invece e smunto, 



i. Turpe bestemmia inglese. 2. piu . , . Voltaire: allude a La pucelle d* Or 
leans (1755) di Voltaire. 3. Ossian: leggendario bardo ed eroe gaelico 
vissuto presumibilmente nel III secolo d. C. A lui vennero attribuiti i 
canti a carattere epico noti col nome di ciclo di Ossian e difrusi dai 
bardi gaelici d'Irlanda e di Scozia. II poeta scozzese James Macpherson 
(1736-1796) ne pubblic6, sulla base di manoscritti dal XII alXVI secolo, 
delle sedicenti traduzioni (Fragments of Ancient Poetry, ij6o;Fingal, 1761 ; 
Temora, 1763) che risultarono poi essere libere versioni, con parti di sua 
invenzione. 4. marmoree . . . Lena : quasi certamente si tratta delle famose 
colonne, dette stolbi, del fiume Lena: colossali pilastri calcarei, alti piu di 
seicento metri. 



74 GIUSEPPE PECCHIO 

invecchiato prima del tempo, malfatto nella persona, e mal reggen- 
tesi. Che disparita tra un cocchiere inglese e un filatore di Man 
chester! II primo e il vero ritratto d'un turgido Bacco, il secondo 
di un prigioniero in vita. II deterioramento della popolazione e uno 
svantaggio degli stati manifattori che non si e per anco considerate 
abbastanza. Andai in traccia di statistiche delle classi manifattrici 
onde conoscere le loro diverse longevita, e malattie, ma non mi 
venne fatto di ritrovarne, e credo che non se ne sieno ancora fatte, 
e difficile sia il fame, attesa la continua traslocazione da un luogo 
airaltro degli operai. Alcuni medici di Manchester hanno preteso 
far credere che la longevita & maggiore in quelle citta dove le mani- 
fatture sono aumentate. Peccato che Moliere non viva. Avrebbe 
qui avuto un soggetto da farci ridere ancora a spese di alcuni empi- 
rici. 1 A questa loro asserzione non hanno punto prestato fede que' 
filantropi, che persuasi pur troppo del danno che la vita sedentaria 
e rinchiusa reca ai manifattori si studiarono di ripararvi. Alcuni 
di questi, quali il sig. Brougham e il sig. Hume, 2 hanno promosso 
delle scuole di ginnastica, dove nelle ore di riposo gli operai pos- 
sono addestrare le loro membra in piacevoli esercizi ; e il piu per- 
severante di tutti, il sig. Owen, 3 dopo avere introdotto nella sua 
stupenda filatura di cotone in New Lenark tra Edimburgo e 
Glascow persino la danza, ide6 un nuovo piano di lavoro alternato 
di occupazioni agricole e manifattrici, e and6 in America a fame 
Pesperimento. Le classi degli operai sono piu o meno brutte se 
condo la qualita de' mestieri. La popolazione di Birmingham e di 
Sheffield impiegata in gran parte nelle fucine e nelle manifatture di 
metalli e molto piu appariscente e robusta di quella di Manchester 
e di Glascow quasi tutta imprigionata ne' filatoi. 

i. Peccato . . . empirici: e noto che Moliere satireggi6 i medici in varie sue 
commedie. 2. Henry Brougham (1778-1868), membro della Camera dei 
Comuni, capo dell'opposizione, awerso al ministro Castlereagh, e sosteni- 
tore di riforme democratiche. In un discorso (3 febbraio 1824) denunci6 
alia Camera dei Comuni 1'oppressione esercitata dagli Austriaci in Italia. 
A lui e diretta la lettera, L' Austria in Italia, che il Pecchio pubblic6 a 
Londra nel 1824 (vedi la bibliografia) ; Joseph Hume (1777-1815), 1'uomo 
politico che sostenne alia Camera dei Comuni, per amore della liberta, 
riforme democratiche e prowedimenti di legislazione sociale. 3. Ro 
bert Owen (1771-1858), industriale, ptomotore di riforme sociali, fu tra i 
primi teorici inglesi del socialismo. Nella sua fabbrica attu6 riduzioni di 
orario, escluse i fanciulli dal lavoro, cre6 scuole laiche, casse-pensioni, 
elargl sussidi ai disoccupati. Sogn6 e tent6 un socialismo associazionistico 
di piccoli nuclei, e ne fece esperimento, ma senza frutto, anche in America. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 75 

Facendo io in Liverpool alcune di queste osservazioni ad uno 
dei tanti intelligent! e ben istrutti commercianti di quella citta, 
mi rispose che nell'ultima guerra contro la Francia i reggimenti 
reclutati fra gli operai di quella industriosissima contea si distinsero 
fra gli altri per valore. Sara benissimo. Dacche piu non si guerreggia 
all'arma bianca non vi e piu ragione di credere che gli artefici sieno 
inetti soldati, come tali li reputavano i romani, o quali si mostraron 
i fiorentini del Medio Evo. In Persia dove ancora il nerbo dell'ar- 
mata consiste in cavalleria ch'esige forza e singolare destrezza, gli 
abitanti delle citta manifattrici non riescono buoni soldati. Ma la 
guerra dei nostri tempi si fa col valore e colla disciplina ; le armate 
inglesi che sono in cio esemplari sono per un buon terzo composte 
di operai. 

La division del travaglio tanto utile alia rapidita e perfezione 
delle manifatture, e tanto praticata in Inghilterra, nuoce alPintel- 
ligenza ed allo sviluppo delle facolta mentali dell'artigiano ; anzi 
le spegne. Di che idee volete che arricchisca la sua mente quella 
spola, o quella ruota, quel fuso che gli passa dinanzi agli occhi 
dodici ore per giorno? I1 en resulte dice il sig. Say 1 une de- 
generescence dans 1'homme considere individuellement. C'est un 
triste temoignage a se rendre que de n' avoir jamais fait que la dix- 
huitieme partie d'une epingle. Se Toperaio non avesse rincalco- 
labile vantaggio della societa de' suoi compagni che nelle ore di 
riposo lo sveglia, lo anima, lo elettrizza insieme coi variati oggetti 
che presenta sempre il soggiorno d'una citta, diverrebbe in capo ad 
alcuni anni un vero automa. Infatti invece di dire che un fabbri- 
cante impiega un tal numero di operai, comunemente si dice che 
impiega un tal numero di hands, cioe, di mani, quasi gli operai 
non avessero la testa. I Brougham, gli Hume, i Burdett, gli Allen, 2 
infine i protettori e protetti da queste classi ben conobbero questo 
inconveniente, e col loro infaticabile zelo si diedero a cercarne 
i rimedii. Immaginarono adunque delle biblioteche pei manifat- 
tori da stabilirsi in ogni citta. Esse non sono aperte che due ore nel- 
la sera; contengono storie, viaggi, disegni di macchine. La sotto- 

i. Jean Baptiste #3; (1767-1832), economista francese, malvisto da Na- 
poleone per il suo liberalismo. Dopo il 1814 visse alcun tempo in Inghil 
terra per studiarne le condizioni economiche. II passo citato e nel Traite 
d'economie politique (1814), libro I, cap. vm (nella traduzione italiana, To 
rino, Pomba, 1854, P- 67). 2. II filantropo quacchero William Allen (1770- 
1843). 



76 GIUSEPPE PECCHIO 

scrizione per un trimestre non costa che diciotto soldi inglesi. Non 
paghi di questo, istituirono nelle citta piu popolose delle cattedre 
di chimica applicata alle arti, e di meccanica. In Londra piu di 
mille e cinquecento operai contribuiscono una ghinea all'anno per 
assistervi. Un calzolaio quest'anno riporto il premio di dieci ghinee 
per uno scritto di geometria. Alcuni mesi sono si e formata una 
societa per la diffusione dei lumi utili, che va pubblicando e distri- 
buendo ogni mese un gran numero di opuscoli elementari su tutti 
i rami del grand'albero del sapere umano. I giornali della domenica, 
e le frequenti pubbliche assemblee a cui concorrono gli operai, e 
dove le persone piu eloquent! istruiscono la multitudine negli af- 
fari pubblici, sono un alimento ed uno stimolo alle menti loro. II 
sig. Hume nella seduta del 13 dicembre 1826 rappresento che la 
tassa del bollo sui giornali era troppo grave in Inghilterra. Negli 
Stati Uniti, la cui popolazione eccede di poco la meta di quella 
della Gran Brettagna, vi sono 590 giornali, mentre nella Gran 
Brettagna non ve ne sono pel peso delle tasse che 484. Annunzi6 che 
proporrebbe una riduzione almeno pei giornali settimanali destinati 
per gli artigiani. II sig. Brougham, che ambisce di erigere al suo 
nome un monumento nell'istruzione popolare da lui meravigliosa- 
mente incoraggiata colla sua solita eloquenza, secondo la proposta. 
Possa ella essere appro vata! 6 incalcolabile (lo ripeter6 un milion 
di volte) P influenza che devono esercitare i giornali negli stati dove 
hawi liberta di stampa. Oserei dire che ne debbono esercitare piu 
della religione. L'opinione pubblica scaturisce da queste fonti. Essa 
sola basta a correggere tutti gli errori d'una legislazione, e tutti gli 
abusi del potere. una vera panacea. I giornali sono il pane quoti- 
diano della mattina e della sera per ogni Inglese. II pubblico n'e 
cosl famelico che il Times non contento di stampare a vapore 
mille e cento copie aH'ora, perfezion6 la macchina a segno che in 
oggi stampa quattro mila copie all'ora, cioe settanta copie al mi- 
nuto, pero da una sola parte. 

Ortes, 1 il nostro economista troppo lodato e troppo censurato, 
pretende che il commercio non arricchisca che le classi superiori, 
ammassando in pochi i guadagni, e lasciando la massa de' lavoranti 

i. Giammaria Ortes (1713-1790), economista veneziano, fu accusato di 
errori di metodo e di restare incerto fra vecchie e nuove posizioni dottri- 
nali. II Pecchio scrisse di lui nella sua Storia delV economic pubblica in 
Italia (vedi la bibliografia). 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 77 

sempre nella stessa miseria. I Tea-gardens, che sto descrivendo, 
sono di cio una piena confutazione. Chi li visita osserva con istupore 
tutti questi artigiani bene sbarbati, vestiti di buon panno, calzati 
in stivali, con camiscia di bucato, con oriuolo in tasca, con fazzo- 
letti di seta al collo, alloggiando in polite case, dormendo in nitidi 
letti, prendendo te due volte al giorno, mangiando sempre pan 
bianco e scelta carne ogni di delPanno. Erano essi nelPeguale con- 
dizione quando il commercio delPInghilterra non era ne cosi flo- 
rido, ne cosi esteso ? Gli anziani del paese, le memorie, le case su- 
perstiti, molti testimoni irrefragabili vi sono, che case, letti, mobili, 
vestito, nutrimento, tutto era di gran lunga inferiore. La ragione 
di questa differenza e evidente. Quando il commercio e in uno 
stato progressivo, la domanda di merci sempre maggiore e favo- 
revole agli operai; essi possono sostenere la loro man d'opera. Egli 
e oramai una verita dimostrata che lo stipendio degli operai non e 
solo in ragion del prezzo della sussistenza, ma anche del rapporto 
tra la domanda e Pofferta del lavoro. Oltre di cio, la division del 
lavoro, e le macchine avendo abbassato il prezzo di molti oggetti 
consumati un tempo soltanto dalle classi agiate, questi divengono 
di un consume generale. II vestiario attuale di un operaio, sebbene 
migliore di quello che usava di portare 60 anni fa, forse non costa 
in oggi altrettanto valore intrinseco. 

per6 vero che gia a quest'ora Pintroduzione delle macchine a 
vapore ha tolto ad alcune classi d'operai il vantaggio nella concor- 
renza, e gli ha respinti nello scarso necessario di molti anni addietro. 
Queste macchine facendo il lavoro di phi milioni d'operai, sono 
altrettanti giganti rivali degli uomini. Infatti mentre le altre classi 
di artigiani, come fabbri, falegnami, tintori, vetrai, ec. ec. gua- 
dagnano dai trenta sino ai sessanta e piu scellini la settimana, i fila- 
tori e tessitori lavorando 12 ore al giorno appena possono guada- 
gnarne dai 15 ai 18 nei tempi di commercio attivo. Essi non sono 
solamente inferiori nel fisico agli altri operai, ma sono esseri infelici. 
In un'adunanza tenuta nel gennaio del 1825 in Manchester dai 
filatori di cotone onde deliberare sui mezzi di raddolcire la loro 
sorte, uno di loro si alzo a dire che nei primi tempi dei filatoi di 
cotone, i lavoranti godevano di un maggior agio e d'una maggior 
liberta, ma che in questi ultimi quindici anni i padroni per Pintro 
duzione delle macchine a vapore avevano ammassate ricchezze, ac- 
cresciuti i loro agi, mentre i lavoranti gradatamente erano discesi 



78 GIUSEPPE PECCHIO 

nella ruota de j viventi, 1 il loro salario diminuito, il lavoro accre- 
sciuto. Poscia dopo avere descritta la sciagurata vita che menano 
in una calda soffocante atmosfera, e le varie malattie a cui sono 
soggetti esclam6: Guardate intorno e mirate questi squallidi 
volti, e questi scheletri di corpo. Guardate me stesso che ho appena 
venticinque anni, e sono gia piii vecchio di questi che mi sta qui a 
lato, il quale e un marinaio di cinquant'anni. Vedete a che triste 
condizione siamo condannati. DalPeta di sei anni la maggior parte 
di noi e sepolta nel polverio del cotone in una soffocante malsana 
atmosfera; sofferenti per gli estremi del caldo e del freddo, privati 
del sonno per le addolorate nostre membra oppresse da estrema 
fatica; ed a 35 anni di eta noi tocchiamo gia una misera vecchiaia. 
I nostri figli appena possono crescere, e la nostra indipendenza 
sostenuta da un'onesta industria si riduce in alcuni a chiedere la 
limosina sull'angolo della contrada col cappello in mano al piu 
meschino de' passeggieri! 

Questo lamento (in cui v'e molta esagerazione, come ve n'ha 
sempre nelle arringhe dei capi-popolo antichi e moderni) di operai 
morenti di fame in mezzo a una nazione rigurgitante di oro, mi 
fece risowenire quello dei nudi romani che per bocca di Gracco 
si querelavano di non avere, dopo tante provincie conquistate alia 
repubblica, un palmo di terra ove seppellire le loro ossa. 2 

E voi, romani, 

voi che carchi di ferro a dura morte 
per la patria la vita ognor ponete; 
voi, signori del mondo, altro nel mondo 
non possedete (perche tor non puossi) 
che Varia e il raggio della luce. Erranti 
per le campagne e di fame cadenti, 
pietosa e mesta compagnia vi fanno 
le squallide consorti e i nudi figli 
che domandano pane. 

MONTI, Caio Gracco, atto in. 3 



i. nella ruota de* viventi: nella graduatoria sociale. 2. quello . . . ossa: aTi- 
berio Gracco, e non Caio, come parrebbe dalla successiva citazione, sono 
attribuiti da Plutarco (Tib. Gr., 2) questi lamenti, che il tribuno avrebbe 
pronunziato in un'orazione in difesa della legge agraria da lui proposta 
nel 133 a. C. 3. atto HI: e precisamente i w. 428-37. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 79 

Pare die gPimperii sieno come gli uomini die si somigliano nelle 
virtu e ne' difetti. 

Alcuni economist! inglesi piu curanti della ricchezza che della 
vera felicita osservano a proposito di queste lagnanze, che se e vero 
che questa parte di popolazione non vive in una felice condizione, 
e altresi vero che senza le macchine a vapore non esisterebbe nep- 
pure. Certo e che Arkwright 1 coll'mvenzione delle macchine per la 
filatura del cotone nel 1765, e Watt 2 colPapplicazione del vapore 
alle macchine nel 1779 hanno dato alia loro patria una superiorita 
sopra Pindustria delle altre nazioni, quantunque allo stesso tempo 
abbiano deteriorate la sorte di forse un milione d'operai e dato 
causa a una produzione molte volte eccedente la domanda. Senza 
queste due meravigliose scoperte, forse PInghilterra avrebbe per- 
duto la superiorita ne' mercati esteri a motivo delle alte mercedi, 
effetto in parte delPalto prezzo del vitto. 

Se poi alcuni lavoranti, come gia dissi, deteriorano la loro salute 
ne' filatoi, alcuni altri si struggono per soverchia brama di gua- 
dagno che gli spinge a lavorare piu che la loro salute comporterebbe. 
Smith nella sua grand'opera osservo, che dove le mercedi sono 
alte, si trovano sempre gli operai piu attivi, diligenti e destri, che 
dove sono basse; in Inghilterra, per esempio, piu che in Iscozia; 
nella vicinanza delle grandi citta piu che in remote parti della cam- 
pagna. 3 Alcuni operai, per verita, quando possono guadagnare in 
quattro giorni abbastanza da mantenersi per tutta la settimana, 
amano di rimanere oziosi per gli altri tre. Nondimeno cio non av- 
viene presso il maggior numero. Per lo contrario, gli artigiani 
quando sono liberalmente pagati a fattura, 4 sono disposti per lo 
piu a lavorare eccessivamente, e a rovinar la loro salute e costitu- 
zione in pochi anni. Un falegname in Londra (dice Smith) e in 
alcuni altri luoghi, si calcola che non continui nel suo massimo vi- 



i. Richard Arkwright (1732-1792), industriale e inventore inglese, bre- 
vett6 nel luglio del 1769 la sua prima macchina per filare il cotone, sebbene 
gia Tavesse in uso dall'anno precedente, in una fabbrica da lui impiantata. 
Ma il suo brevetto piu importante, dati i perfezionamenti introdotti nella 
macchina, e del 16 dicembre 1775. 2. James Watt (1736-1819), ingegnere 
scozzese, noto inventore della macchina a vapore. 3. Smith . . . campagna: 
Adam Smith (1723-1790), economista scozzese, autore dell 3 Inquiry into the 
Nature and Causes of the Wealth of Nations (1776). II passo citato dal 
Pecchio e nel libro I, cap. vni (nella traduzione italiana, Torino, Pomba, 
1851, pp. 51-2). 4. a fattura: secondo la quantita di lavoro compiuto. 



8o GIUSEPPE PECCHIO 

gore piu di otto anni. A un dipresso succede in alcune altre pro- 
fessioni in cui gli operai sono pagati a fattura, ed anche nei lavori 
di campagna ogni ora che lo stipendio sia piu alto del solito. 1 Ho 
cercato di leggere, ma non 1'ho trovato, il libro che il medico ita- 
liano Ramuzzini espressamente scrisse nel secolo scorso sopra le 
particolari malattie cagionate dall'eccessiva applicazione in una 
particolare specie di lavoro. 2 



PARTITO DELL'OPPOSIZIONE NELLA CAMERA 
DE COMUNI3 

Fra la Camera de' Comuni in Inghilterra, e quella delle altre rap- 
presentanze nazionali di Europa che mi accadde di vedere, passa 
quella differenza che vi e tra la casa di un nuovo ricco (d'un par 
venu), e quella di un antico signore. Nella prima tutto e nuovo, 
lucente, di buon gusto, d'ultima moda. Nell'altra ogni cosa e an- 
tica, ma solida, massiccia, immedesimata colle pareti e col secolo 
in cui fu eretta. Nella prima traspare sempre 1'ostentazione di una 
cosa nuova, nella seconda scorgesi la negligenza della ricchezza, 
1'abitudine del possesso. La Camera de' Deputati di Parigi, le 
Cortes di Spagna, quelle di Lisbona erano nuove al pari dell'isti- 
tuzione stessa. La Camera de' Comuni d' Inghilterra e vecchia co 
me la liberta che vi abita. Felice quel paese dove la liberta puo 
vantare i secoli de' suoi avi, ed abita da secoli e secoli in gotici edi- 
ficii. Fosse pur la Camera de' Comuni cosl antica come i druidi, 
quand'anche i membri del parlamento dovessero abitare nel tronco 
delle quercie come quegli antichi sacerdoti. Chi entra nella sala del 
parlamento inglese coll'idea di vedere un teatro di Milano o di 
Napoli, rimane deluso nella sua aspettazione. Non vi e coro o re- 
fettorio di frati francescani che non sia tanto e forse piu elegante e 
maestoso di questa sala. Ma se vi entra al contrario coll'idea che va 



i. Un falegname . . . solito: vedi A. SMITH, op. cit., p. 56. 2. il libro . . . 
lavoro: sebbene il nome sia lievemente alterato, si allude certo a Ber 
nardo Ramazzini da Carpi (1633-1714) e alia sua opera De morbis arti- 
ficum (Modena 1701), ricordata dallo Smith nel passo citato alia nota i, e 
nella quale sono studiate per la prima volta le malattie professionali e le 
esigenze igieniche del lavoro. 3. Questo brano corrisponde alle pp. 88- 
101 dell'edizione da noi seguita. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 8l 

a visitare uno de' tempii piii antichi della liberta, mirera ogni cosa 
con quella venerazione che si osservano le tozze colonne del tempio 
di Peste, 1 o le catacombe di Roma. 

La moda, il lusso, i piaceri, il bello di convenzione* sono potenti 
anche in Inghilterra, ma non trionfanti; la ricercatezza non ha per 
anco guasta la naturalezza ch'e il gusto dominante della nazione. 
L'abito, lo stile, i complimenti, i saluti, le chiuse delle lettere, tutto 
sente la semplicita. GPInglesi sono forse i migliori cavalcatori del 
mondo, cioe i piu fermi in sella, e non ne fanno vista; 3 sono i piu 
svelti di tutti nella ginnastica, quasi tutti sono capaci, al pari de' 
loro cavalli, di saltar barriera, e siepi e fossi, nondimeno quando 
ballano appena alzano i piedi da terra. Sono forse, ed anche senza 
forse, 4 i primi oratori del mondo all'improvviso, e nessuno studio 
pongono sia ne' gesti, sia nella declamazione. Tutti sappiamo che i 
romani studiavano la declamazione, come noi studiamo la musica, 
e che Caio Gracco teneva dietro di se un suonatore di flauto che 
lo awertiva di modulare la voce a seconda del bisogno. 5 I nostri 
attori vanno spesso a studiare nelle statue degli antichi oratori le 
attitudini e il panneggiamento. Cesare cadendo trafitto non si di- 
mentico la nobilta della positura. Quantunque gli Spagnuoli non 
fossero abituati alle pubbliche arringhe, bello era il vedere Telo- 
quente Martinez de la Rosa 6 nobilmente gestire, e muovere i suoi 
grandi occhi neri, e 1'udirlo cambiar con arte di tuono nella sua 
robusta sonorissima voce. Galiano 7 poi, altro degli eloquenti mem- 



i. Peste'. Pesto. 2. il bello di convenzione: cio che si considera bello in una 
data epoca, per diffuse consenso. 3. vista: mostra, ostentazione. 4. In 
febbraio del 1828 il sig. Brougham pronunzi6 nel parlamento un discorso, 
sulle riforme della legislazion civile da farsi in Inghilterra, che dur6 sei 
ore e quattro minuti. Pongasi mente che si calcolano quattro colonne di un 
giornale inglese per ora. Non v'e esempio ne presso gli antichi ne presso i 
moderni d'un discorso estemporaneo di tale durata in genere deliberative 
(nota del Pecchio). Vedi la nota 2 a p. 74. 5. Caio Gracco . . . bisogno: e 
notizia tramandata da vari scrittori antichi. Vedi Plutarco, C. Gr. } 22; Ci 
cerone, De orat.j in, 225; Quintiliano, Inst. orat., I, 10, 27. 6. Francisco 
Martinez de la Rosa (1787-1862), uomo politico, poeta lirico e drammatur- 
go spagnolo. Uomo di idee liberali, come si oppose all'invasione napo- 
leonica, cosi fu awerso aH'assolutismo di Ferdinando VII. Dopo 1'insur- 
rezione del 1820, fece parte delle Cortes ; restaurato Ferdinando VII dalle 
baionette francesi, il Martinez fu esule in Francia, dal 1823 al 1831. Del 
Martinez il Pecchio traccio un ritratto nel volume Sei mesi in Ispagna nel 
1821 (vedi labibliografia). 7. Antonio Alcala Galiano (1789-1865), orato- 
re, scrittore, liberale spagnolo. Awerso al dispotismo di Ferdinando VII, 



82 GIUSEPPE PECCHIO 

bri delle Cortes, si atteggiava cosi teatricalmente, 1 che i suoi nemici 
dicevano che provava le sue arringhe in prima allo specchio. E 
perche no ? Cicerone prendeva lezione da Roscio, 2 e Roscio pren- 
deva lezione dal suo specchio (o equivalente di specchio) come 
fanno tutti i buoni attori. - Nulla di quest'eleganza, o di quest'af- 
fettazione, come piu piace chiamarla, negl'Inglesi. Vestiti come 
il caso lo porta, s'alzano, gestiscono come un molino a vento, o 
non gestiscono punto, quasi fantasma, e per piu ore non cambiano 
modulazione di voce piu di quel che faccia la piva scozzese. II 
ministro Canning 3 nel calore dell'arringa soleva battere colla destra 
su una cassetta di legno che gli stava dinanzi come un fabbro fer- 
raio farebbe alzando e abbassando il martello. II suo emulo Brou 
gham alto, sottile, convulso nei muscoli del suo volto incrocicchia 
parlando e gambe e braccia, non punto dissimile dai nostri disossati 
burattini. Neppure i loro attori, per esempio il loro prototipo Kean, 4 
non impiegano quelle architettate attitudini che usano gli attori 
delle altre nazioni; il loro artificio consiste non gia nel seguire i 
dettami dell'arte, ma quelli della natura. Tuttavia confesso che i 
membri del parlamento dovrebbero qualche volta abbellir la na 
tura. 

noto che nel parlamento inglese 1'oratore non legge mai, ma 
improwisa. Tutto cosi e spontaneo, tutto ritrae Tuomo, tutto ap- 
partiene all'oratore. Ma ci6 che forse a tutti non e noto si e, che gli 
oratori non hanno la ridicola ripugnanza di ritrattare ci6 che loro 
malgrado 6 sfuggito nella furia del discorso. Non e una vergogna 
per un inglese il disdire un'ingiuria che non ebbe Tintenzione di 
dire. un atto di giustizia che lo onora in faccia agli amici ed ai 
nemici. L'inglese non riguarda il duello che come Tultimo e dispe- 
rato rimedio deH'inesorabile onore. Nella famosa seduta del par 
lamento del 12 dicembre 1826 intorno alia guerra tra il Portogallo 

membro delle Cortes ristabilite dopo i moti del 1820, si rifugid poi (1823) 
in Inghilterra. II Pecchio ne parla piu difTusamente a pp. 96-7. i. tea 
tricalmente : teatralmente. II Pecchio usa una forma di derivazione inglese 
(theatrical) aggiungendovi il suffisso degli awerbi italiani. Tracce inglesi, 
e pru francesi, sono frequenti nel suo linguaggio. 2. Quinto Roscio di 
Lanuvio, celebrate attore, fu amico e maestro di Cicerone. 3. George 
Canning (1770-1827), uomo politico inglese, seguace di William Pitt e 
ministro degli esteri nel 1822, fu tra i principali sostenitori del non 
intervento in Spagna, favorl i Greci insorti contro il dominio turco. 
4. Edmund Kean (1787-1833), forse il maggior interprete shakespeariano 
deU'eta sua. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 83 

e la Spagna, 1 Canning si era lasciato trasportare dal torrente della 
propria facondia oltre certi confini; pochi giorni dopo voile egli 
stesso correggere la pubblicazione del suo discorso, ed omette- 
re cio che a sangue freddo non avrebbe per awentura proferito. 
Questa ritrattazione mi sorprese tanto da prima, che mi lasciai sfug- 
gire dinanzi ad un signore inglese, che io credeva che solo i filosofi 
e gli ubbriachi si ritrattassero. Quel signore colPimperturbabilita 
nazionale rispose : Dovete agghmgere anche i membri del parla- 
mento. Questi pentimenti sono giusti, perche rimprowisatore 
& in uno stato di eccitamento e di passione che lo trasportano spesso 
fuori di se. 

Chi la prima volta arriva in Inghilterra e va alle sedute del Parla- 
mento arrischia di farsi un'idea poco giusta del partito delPoppo- 
sizione, come a me pure accadde. Tutte le circostanze apparent! 
cospirano ad indurlo in errore. Primieramente vede 100 o 120 
membri delPopposizione contro 400 o 450. Pare adunque che vi sia 
una barriera aritmetica insuperabile. Si ode un bel discorso, ma 
nulla ottiene se non i sarcasmi del partito contrario. Deboli e 
sempre sopraffatti dal numero contrario, sono anche i membri del 
Popposizione condannati a servire la nazione senza pubblici onori, 
e senz'autorita. II coro che li deride & quello poi che sempre fa plau- 
so ai ministri. dunque un martirio inutile, volontario e pazzo, 
come quelli che s'infliggono i Bonzi. 2 A che siede il partito delPop- 
posizione, pel piacere di dire di no? una cattedra d'eloquenza 
tutt'al piu. Ecco cio che ciascuno dice a se stesso al primo vedere il 
partito delPopposizione. Ma ben presto cangia opinione, se studia 
piu profondamente Porganizzazione sociale delPInghilterra, e s'in- 
terna nella storia del Parlamento. Primieramente egli si accorge 
che se Popposizione non vince, impedisce almeno al nemico (qua- 
lunque egli sia, liberate o no) Pabuso della vittoria, o un'ingiusta 
conquista. 6 simile alle dighe di un flume, le quali non possono 
arrestare la corrente, ma la frenano, e la costringono a seguire il suo 
letto. II vantaggio delPopposizione non consiste tanto nel bene 

i. Nella famosa . . . Spagna: si allude alia decisione presa allora dalP In 
ghilterra di intervenire militarmente in Portogallo a favore della Reggenza 
di Lisbona, affidata al principe Michele dal fratello don Pietro a nome della 
propria figlia Maria: situazione, questa, malvista dalla Spagna e dai porto- 
ghesi che vi si erano rifugiati. 2. un martirio . . . Bonzi: allusione ai sup- 
plizi che si infliggevano i bonzi sino-giapponesi ad espiazione dei peccati 
altrui. 



84 GIUSEPPE PECCHIO 

reale che fa, quanto nel male che risparmia. Ella tiene desto il 
patriottismo, 1'attenzione, la diffidenza del popolo. Ella propaga il 
piii sovente le rette opinioni; ella e il protettor nato dell'offeso e 
delPoppresso ; essa precorre a tutti i miglioramenti, a tutte le li- 
berali istituzioni. Supponete che per accidente Popposizione sia 
composta di persone ligie al potere assoluto; per acquistar uditori, 
per avere il sostegno della moltitudine saranno obbligate a masche- 
rarsi, ad assumere il linguaggio della giustizia e della liberta. Simili 
a quegli orgogliosi e tirannici patrizii romani, come gli Appii, e gli 
Opimii 1 che per guadagnare i suffragi, e divenir Consoli si fram- 
mischiavano e adulavano la plebe. Simili a Dionisio 2 che quando 
era sul trono calpestava, e dissanguava la plebe, e rovesciato dal 
trono buffoneggiava col popolaccio, e si ubbriacava con lui alia 
taverna. - Ma Pazione della minorita non e immediata. Non si 
forma, non si propaga, non si rende popolare un'opinione in pochi 
mesi, ne talvolta in pochi anni. L'abolizione del traffico degli schiavi 
cost6 venti anni di fatiche, di perseveranza al sig. Wilberforce. 3 
Ogni anno respinto, ogni anno tornava airassalto; stampando opu- 
scoli, convocando assemblee provincial! di filantropi, raccogliendo 
notizie, documenti sulle barbare sevizie usate a bordo dei vascelli 
trafficanti, scaldando cosi Timmaginazione e il cuore de' suoi con- 
cittadini, irruppe alia fine colla folia nel tempio della giustizia e 
trionfo. L'Irlanda non poteva un tempo fare il commercio diretto 
colle colonie inglesi. Quanti e quanti inutili attacchi ebbero luogo 
prima che Grattan nel 1779 facesse abolire questa ingiusta esclu- 
sione? 4 La liberta del commercio che dal ministero si comincia 
in oggi a seguire, quante volte fu invano da Adam Smith in poi 
patrocinata dalPopposizione ? Cosi la riforma parlamentaria, pro- 
posta in prima da Pitt 5 fin dai primi anni della sua camera politica 

i. gli Appii, e gli Opimii: si allude ad Appio Claudo il decemviro (451- 
450 a. C.) e al console L/ucio Opimio, awersario di Caio Gracco e colpevole 
della sua morte (121 a. C.). 2- Dionisio il giovane, tiranno di Siracusa. 
Vedi Plutarco, TimoL, i, 4-5; 14, i sgg. 3. William Wilberforce (1759- 
I 33)> uomo politico inglese. Dal 1787 dedic6 la sua vita a ottenere Faboli- 
zione della schiavitu, e ne vide finalmente approvata la legge nel 1807. 
4. Henry Grattan (1746-1820), uomo di Stato irlandese, Iott6 a lungo 
per ottenere alia sua patria una autonomia di azione di fronte all'Inghil- 
terra: ma nel 1800, nonostante la sua opposizione, fu decretata 1'unione 
fra le due terre. 5. William Pitt il giovane (1759-1805), uomo politico 
e oratore, domin6 a lungo in Inghilterra. Primo ministro subito dopo la 
pace con gli Stati Uniti ormai indipendenti (3 settembre 1783), man- 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 85 

quando trovavasi tra le fila delPopposizione, comincia a far pro- 
seliti nel parlamento dopo averli fatti fuori. Cosi I'emancipazione 
de' cattolici e forse sul punto d'essere concessa in capo a tanti in- 
fruttuosi tentativi. 1 Cosi 1'abolizione della schiavitu nelle colonie 
e un'altra palma non lontana che Popposizione fra non molto co- 
gliera. 2 Sotto questo aspetto Popposizione inglese (pongasi ben 
mente a cio) e un esempio a tutti i popoli, a tutte le sette, a tutti i 
partiti, a tutti i filosofi, a tutti gli scrittori, che senza costanza v'han- 
no pochi felici successi: 

La constancia Ella sola es el escudo 

donde el cuchillo agudo 

la Adversidad embota. 

Ella sola convierte 

en deleito el dolor, ruina en gloria. 

Ella fija el dudoso torbellino 

de la fortuna y manda la vitoria. 

La Costanza, Ella sola e lo scudo contro cui il pugnale acuto 
delPAwersita si spunta; Essa converte in diletto il dolore, e la 
ruina in gloria. Essa arresta Pincerto vortice della fortuna e da la 
vittoria (Ode sulla battaglia di Trafalgar di QuiNTANA 3 poeta spa- 
gnolo). 

Quando un principio, una causa e giusta, non bisogna mai di- 
sperare per quanto replicati sieno i rovesci. Sotto i colpi della Co- 
stanza cadde PAristotelismo degli Scolastici, cadde la Tortura, 
cadde 1'Inquisizione ec., e sotto gli stessi colpi cadra il dispotismo 
dappertutto, senza eccezione alcuna. Non e neppur vero che Pop- 
posizione rimanga sempre senza premio. GPIrlandesi fecero al loro 
compatriotta Grattan un presente di 50 mila lire sterline. Fox 4 ebbe 



tenne 1'alta carica fino alia morte, salvo un breve periodo, dal 1801 al 
1804, in cui trionf6 una politica di pacificazione con Napoleone (pace 
di Amiens, marzo 1802), cui egli era decisamente ostile. La riforma 
parlamentare maturo lentamente e fu emanata solo nel 1832. i. Con 
cessa nel 1829, sotto il ministro Wellington (nota del Pecchio). II me- 
rito dell 3 Emancipation Act votato nel 1829, per la rimozione delle in- 
terdizioni contro i cattolici, fu opera in gran parte del ministro delTintemo, 
Robert Peel (vedi la nota 2 a p. 87). 2. Vabolizione . . . coglierd: Paboli- 
zione della schiavitd nelle colonie fu decretata daH'Inghilterra nel 1833. 

3. Manuel Jose Quintana (1772-1857), poeta e ardente liberale madrileno, 
volse la sua poesia a fini politici e patriottici, conobbe carcere ed esilio. 

4. Charles James Fox (1749-1806), uomo politico, statista, oratore. Di 



86 GIUSEPPE PECCHIO 

statue, anniversarii, e un partito che celebra ogni anno con lieti 
pranzi e brillanti discorsi il giorno della sua nascita. Quando il 
general Wilson 1 fu private del grado di generale dal governo, il suo 
partito lo indennizzo con una pensione vitalizia in testa di suo 
figlio. Sir Francis Burdett 2 quando usci dalla torre, dopo sei mesi 
di prigione, trovo preparato dal popolo un trionfo molto piu invi- 
diabile di quello degli antichi romani. Quando il sig. Wilberforce 
passa attraverso la folia, il primo giorno delPapertura del Parla- 
mento, ognuno mira quest* omicciuolo, consunto dall'eta, e col 
capo inclinato suH'omero, come una reliquia, come un Washington 
deirUmanita. Ecco un premio degno di quest'uomo, e ben supe- 
riore ai Tosoni d'oro, 3 e a tutti i piu strani animali brillantati. Molte 
volte poi (senza bisogno di disertare come fece Burke) 4 gli eventi 
portano al potere i membri dell'opposizione. Quando si dovette 
fare la pace cogli Stati Uniti nel 1783, il ministero che aveva so- 
stenuta e prolungata la guerra dovette cedere il luogo a quelli che 
vi si erano sempremai opposti. 5 Parimenti alia pace di Amiens col 
Primo Console francese, Pitt, il fortunato e fecondissimo Pitt, do 
vette cedere la sedia curule a' suoi oppositori. 6 La resistenza del- 
Popposizione non e utile soltanto alia nazione, ma al governo stesso. 



sentimenti liberali, fu il grande avversario di Pitt: sostenne, tra 1'altro, la 
necessita di concedere la liberta alle colonie americane insorte, e fu membro 
del ministero che firm6 con esse la pace (settembre 1783). Guardd con sim- 
patia alia Rivoluzione francese e, divenuto primo ministro alia morte di Pitt, 
avvid segrete trattative con Napoleone, interrotte dalla sua fine immatura. 
i. Sir Robert Thomas Wilson (1777-1849), militare e uomo politico ingle- 
se, notissimo tanto per la sua attivita antinapoleonica quanto per il suo 
appoggio al ministero Canning. II 14 agosto 1821, durante i funerali della 
regina Carolina Amelia, moglie divorziata di Giorgio IV, egli comandava 
la cavalleria: vi fu uno scontro sanguinoso fra la truppa e la folia, senza che 
egli riuscisse a impedirlo. In conseguenza di questo episodio fu radiato 
dall'esercito, e non vi fu riammesso fino al 1830. 2. Burdett: vedi la nota 
4 a p. 71. 3. Tosoni d'oro: il Toson d'oro e la massima onorificenza spa- 
gnola. 4. Edmund Burke (1728-1797) ebbe una notevole parte nella po- 
litica inglese del suo tempo. Amico e guida di Fox, rappresent6 in In- 
ghilterra rindirizzo liberale: fu tra i sostenitori della liberta deirAmerica. 
Ma, scoppiata la Rivoluzione francese, le fu decisamente awerso, si stacc6 
dai suoi compagni, ruppe col Fox (1791): parve allora che avesse disertato, 
abbandonando i principi liberali. 5. Quando . . . opposti: caduto il mini 
stero presieduto da Lord Shelburne (1782), sali al potere il gabinetto 
North-Fox, liberale, che firmd la pace con gli Stati Uniti (3 settembre 
1783). 6. alia pace . . . oppositori: la pace di Amiens avvenne nel marzo 
1802, mentre era al governo Addington: ma il Pitt si era gia dimesso nel 
1801. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 87 

Senz'essaben presto ogni governo si corromperebbe, degenererebbe 
in tirannia, e la sua esistenza sarebbe minacciata o da languore, o 
da una violenta distruzione. Napoleone, quando tutte le volonta 
piegavano dinanzi alia sua, per fare scaturire la verita era costretto 
qualche volta nel suo consiglio di state a far egli la parte delPop- 
posizione contro Pawiso de* suoi consiglieri. Veggasi la seduta del 
1809 intorno alia liberta della stampa. 1 Nel decembre 1826 quando 
il sig. Brougham informo il ministero che disegnava di proporre 
Pemenda della legge sui libelli, il giornale del ministero (in allora 
nemico del proponente) se ne rallegro dicendo che tra le due opi- 
nioni contrarie di due egregi uomini di stato, quali il sig. Brougham 
e il ministro Peel, 2 uscirebbe una terza che concilierebbe Pinteresse 
della liberta della stampa con quello che ha la Giustizia di reprimere 
gli abusi. Fin tanto che la nazione prospera coi principii del mi 
nistero, Popposizione non fa che impedire gli errori e i traviamenti. 
Quando poi sofTre e decade sotto un'amministrazione, la nazione 
ritrova pronti altri principii, e il governo altri uomini e un altro 
partito gia preparato e istrutto a guidare la nave dello stato in altra 
direzione. Tutte le repubbliche antiche e moderne furono sempre 
agitate quasi da due contrari yenti, dal partito aristocratico e de- 
mocratico ; quantunque il potere ad ogni tratto passasse dalle mani 
di una fazione in quelle di un' altra, per piu secoli andarono tutte 
prosperando nelPoscillazione di questi cambiamenti. In un go 
verno libero 1'urto di due partiti, e Papparente discordia non e 
che una gara per render felice la patria. Filangieri dice che questa 
emulazione non e in fondo che Pamor del potere, 3 sia; ma siccome 
questo potere non pu6 ottenersi ne conservarsi che promovendo il 
bene generale, cosi non sara una generosa concessione il chiamarla 
patriotismo. Queste due forze opposte che obbligano i govern! li- 
beri a percorrere una linea intermedia, sono simili a quelle che re- 
golano i corpi celesti. L'opposizione pare che produca gli stessi 



i . Veggasi . . . stampa : non ci e stato possibile chiarire questo accenno del 
Pecchio a una seduta del Consiglio di Stato francese nel 1809. 2. Sir 
Robert Peel (1788-1850), uomo politico inglese, del partito tory, ma aperto 
ad accogliere e proporre riforme liberali. La sua fama politica cominci6 
dal 1 8 10, ma egli si afferm6 soprattutto nel periodo 1840-1850. 3. Fi 
langieri ... potere: Gaetano Filangeri (1752-1788), rilluminista napo- 
letano autore della Scienza della legislazione. II passo cui si allude e in 
Delle leggi politiche ed economiche, cap. XV (dell'ed. Torino, Pomba, 1852, 
p. 707). 



GIUSEPPE PECCHIO 



buoni effetti anche nel mondo morale. Nel modo che i governi 
degenerano in tirannia, che sarebbero le scienze, le arti senza la 
critica ch'e il loro partito d'opposizione ? Noi saremmo ancora 
sotto il dispotismo dei commentator! di Aristotile, cogli atomi di 
Epicure in fisica, coi cieli di cristallo di Tolomeo in astronomia. Se 
i Winkelman, se i Mengs, se i Milizia 1 non avessero frenato il cat- 
tivo gusto, la pittura sarebbe divenuta una caricatura, 1'architet- 
tura un complesso di arzigogoli. Senza i critici, primeggerebbero 
ancora i Gongora in Spagna, i Mariveau in Francia, i Marini in 
Italia; 2 senza la frusta letteraria di Baretti forse 1'arcadia di Roma 
sarebbe ancora stimata in oggi piii delFaccademia di Francia, e 
gPItaliani sarebbero divenuti tanti pastori arcadi colla zampogna al 
collo. Senza la lotta tra il dovere e i sacrifici vi sarebbe alcuna virtu 
od eroismo nel mondo? Cos'e Tlnghilterra stessa riguardo alPEu- 
ropa, se non il partito delPopposizione che si getta quasi sempre 
dalla parte dell'oppresso e del debole per conservare Tequili- 
brio? 3 



i. Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), il principe degli archeologi, 
vissuto a lungo, dal 1755, a Roma, di cui illustr6 magistralmente i monu- 
menti classici; Anton Raphael Mengs (1728-1779), boemo, pittore, visse a 
lungo e mori a Roma. E considerate esponente della reazione al barocco e al 
rococ6, in nome del neoclassicismo ; Francesco Milizia, scrittore d'arte, 
nato a Oria (Otranto) nel 1725, morto a Roma nel 1798. Sostenitore del 
neoclassicismo contro 1'arte del Sei e Settecento. Tra le sue opere ebbero 
fama La vita dei piu celebri architetti (1768) e Princlpi di architettura civile 
(1781). 2. Luis de Gongora y Argote (1561-1627), poeta spagnolo assai 
noto, cui si attribuisce di aver fatto trionfare in Spagna quello stesso 
preziosismo che in Italia e rappresentato dalla poesia di G. B. Marino- 
Pierre Carlet de Marivaux (1688-1763), il prezioso autore della Vie de 
Marianne e del Paysan parvenu. 3. per . . . V equilibria: il Pecchio, da 
ecpnomista, scorge nell'atteggiamento inglese soprattutto un calcolo po 
litico. r 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 



L'INGHILTERRA RIFUGIO DEGLI OPPRESSI 1 

In Londra, ed in quasi tutte le citta capitali delle contee, hawi una 
societa che ha per iscopo di procurare un alloggio a chi e senza 
tetto, agli houseless. Che meraviglia se Plnghilterra stessa e Pospizio 
di tutti grinfelici ? Venezia ne' suoi gloriosi giorni era 1'asilo sacro 
di tutti gli oppressi, dei re, degli antipapi, dei repubblicani, dei 
papi, dei principi, degli esuli d'ogni sorta. L'Inghilterra che per 
Tampiezza del commercio e il dominio de' mari e la Venezia de j 
nostri tempi, esercita la stessa ospitalita con tutti. Sia per giustizia, 
sia per politica, sia per sentimento di generosita e di potenza, ella 
accoglie sotto la sua grand' egida il vinto, il naufrago, qualunque 
egli sia. Non v'e quasi nazione in Europa che non le sia debitrice 
delPospitalita accordata a un gran numero delle sue famiglie. 
Quando il commercio decadde in Italia, e i principi usurpatori 
perseguitavano i ricchi negozianti, molti di questi si rifugiarono in 
Inghilterra, e nella citta di Londra hawi ancora la contrada perci6 
detta dei Lombardi, dov'essi abitavano. Dopo la revoca dell'editto 
di Nantes (piu fatale alia Francia che la battaglia di Blenheim) 2 
molte migliaia di Ugonotti francesi si rifugiarono in Inghilterra, 
e vi portarono fra le altre manifatture appena in prima conosciute, 
quella delle stoffe di seta. 3 Chi non disdegna di studiare la storia 
delle umane vicende nei quartieri del sucidume e della poverta 
vada in Spitelfield, e trovera ancora fra le famiglie di que' tessitori 
molti nomi francesi, ed una contrada ancora chiamata Fleurs de Lys 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 102-21 delPedizione da noi seguita. 
Precedono il testo i seguenti versi, e la traduzione, di A Panegiric to my 
Lord Protector (vv. 25-8) di Edmund Waller: Whether this portion of 
the world were rent / by the rude ocean by [rectius : from] the continent / 
or thus created, it was sure design'd / to be the sacred refuge of mankind 
( O stata sia questa parte del mondo dal furioso oceano svelta dal conti- 
nente, o sia stata cosi creata, certo e che fu destinata ad essere il sacro 
rifugio degli uomini). Edmund Waller (1606-1687), g& fautore di Crom 
well, in onor del quale scrisse nel 1655 il Panegiric, non esit6 peraltro nel 
1660 ad acclamare in una sua poesia la restaurazione di Carlo II. 2. la 
battaglia di Blenheim: e la battaglia, piu nota col nome di Hochstadt, in 
cui i Francesi furono gravemente sconfitti durante la guerra di successione 
spagnola. 3. Dopo . . . seta: Veditto di Nantes (1598) fu revocato da Luigi 
XIV (1685). I calvinisti francesi si rifugiarono allora in Olanda e Inghil 
terra e vi portarono il primato nelle Industrie da essi gia esercitate in 
Francia. 



90 GIUSEPPE PECCHIO 

(Fleurs de Lys ben spinosi per que' poveri emigrati). Nelle ultime 
tempeste politiche della Francia, essa ricovero quasi tutta la no- 
bilta francese co' suoi principi; e pochi anni dopo, i seguaci di 
Napoleone, o i repubblicani, o i costituzionali perseguitati a vi- 
cenda. E si osservi che siffatto asilo che, non per grazia, non per 
capriccio, ma per legge costante dagli stati liberi, si accorda agli 
oppressi, e un altro atto benefico della liberta, la quale a guisa di 
madre comune degli uomini asciuga con mano imparziale a tutti i 
suoi figli le lagrime, e cosi rattempra la ferocia umana, che colla 
disperazione diverrebbe ancor piu crudele. Presso le repubbliche 
italiane del Medio Evo 1'ospitalita era una virtu cosi comune, che 
fece pronunziare a Macchiavelli la massima che laddove gli esigli 
privano le citta d'uomini, di ricchezze e d'industria, uno stato 
ingrandisce con esser Pasilo della gente cacciata e dispersa. 

Nel 1823 Londra era popolata d'esuli d'ogni specie e d'ogni 
paese; costituzionali volenti una sola Camera, costituzionali vo- 
lenti due Camere, costituzionali alia francese, altri alia spagnuola, 
altri alPamericana; generali, presidenti dismessi di repubbliche, 
presidenti di parlamenti sciolti a baionetta in canna, presidenti di 
cortes disperse dalle bombe; la vedova del re negro Cristoforo 
colle due principesse sue figlie, 1 negre negrissime di legittimo 
sangue reale; Iturbide, imperator detronizzato del Messico, 2 e uno 
sciame di giornalisti, poeti, e uomini di lettere. Londra era PEliso 
(un satirico direbbe il Botany-Bay) 3 d'uomini illustri e di eroi 
manquts. 

Per chi avesse veduto il parlamento di Napoli, il salone delle 
corti di Madrid, le corti di Lisbona, quale non doveva essere la 

i. la vedova . . .figlie'. il negro Cristoforo (1767-1820) fu animatore della 
insurrezione dell'isola di Haiti contro i Francesi (1790), ed ebbe, man mano, 
il titolo di generale, presidente della repubblica, imperatore (1811). In- 
sorti i sudditi contro i suoi eccessi, fu costretto a darsi la morte (1820). 
La vedova e la figlia si rifugiarono in Inghilterra. 2. Agustin de Iturbide 
(1783-1824), patriota messicano, principale artefice dell'indipendenza del 
Messico dalla Spagna, nel 1821. II Congresso costituente, da lui convocato, 
lo elesse imperatore (maggio 1822), ma dopo poco (19 marzo 1823) fu 
costretto ad abdicare dalla opposizione repubblicana, e and6 esule in Ita 
lia, e poi in Inghilterra. Tomato inerme nel Messico, per ofTrirvi i suoi ser- 
vigi, fu imprigionato e fucilato (1824). 3. Botany-Bay: e il nome d'una 
baia dell' Australia, dove si stabill nel 1788 una colonia inglese guidata dal 
capitano Arthur Philipp; ma rappresent6 anche un domicilio coatto per 
condannati, alcuni dei quali gia facevano parte della colonia guidata dal 
Philipp. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL' INGHILTERRA 91 

sua sorpresa di trovarsi all* op era italiana in Londra col generate 
Pepe, col generale Mina, cogli oratori Arguelles e Galiano, col 
presidente Isturiz, Moura 1 ec., urtati urtare nella folia cogli am- 
basciadori de' loro govern! awersi! Era per verita una specie di 
visione magica degna del gran Merlino. 2 Piu volte il teatro italiano 
di Londra mi fece risowenire in quell'inverno del palazzo incan- 
tato delPAriosto, ove tanti paladini amici e nemici fra loro corro- 
no su e giu per le scale senza poterne uscire, e senza poter com- 
battere. 3 

Ne' primi momenti del loro arrivo alcuni di questi cavalieri er- 
ranti attrassero 1'attenzione del pubblico inglese. Tutti i popoli 
sono popoli, cioe, allocchi, badauds. I giornalisti correvano alle loro 
case per farsi dare uno scorcio almeno della loro vita con qualche 
aneddoto. Le societa amavano di mostrare qualche nuovo lion, 
leone. Cosi si chiama in Inghilterra la persona di qualche celebrita 
ch'e invitata a qualche serata in Londra per essere mostrata come 



i. Guglielmo Pepe (1783-1855), dopo il fallimento della rivoluzione napo- 
letana del 1820 e la restaurazione delPassolutismo borbonico, si rifugi6 
in Inghilterra, dove rimase, salvo alcune dimore a Parigi, fino al 1848; 
Francisco Mina y Espoz (1781-1836), generale spagnolo, Iott6 con leg- 
gendario eroismo contro 1'invasione francese della Spagna. Caduto Na- 
poleone, non voile accettare I'assolutismo di Ferdinando VII, e fuggi 
in Francia. Tornato in patria nel 1820, prese parte all'insurrezione costi- 
tuzionale; si rifugi6 poi in Inghilterra, dove rimase dalla fine del 1823 fino 
al 1830; Agustin Arguelles (1776-1844), uorno di Stato spagnolo, uno 
dei maggiori compilatori della costituzione del 1812, oratore ammiratis- 
simo. Ferdinando VII lo perseguito per le sue idee liberali. Chiamato al 
governo col ripristino della costituzione, nel 1820, poco dopo si rifugio 
in Inghilterra, donde torno in patria solo nel 1834. In Inghilterra fu bi- 
bliotecario di Lord Holland, da cui riceve* una pensione annua. II Pecchio 
aveva gia dato un ritratto di lui nel suo volume Sei mesi in Ispagna nel 
1821 (vedi la bibliografia) ; Galiano: vedi la nota i a p. 81; Francisco 
Javier de Isturiz (1790-1871), politico spagnolo. Spirito liberale, come si 
distinse nella guerra di indipendenza contro i Francesi, cosl fu awerso a 
Ferdinando VII. In casa sua si prepare la rivolta del 1820. Fu presidente 
delle Cortes allora ristabilite. Fuggi poi in Inghilterra, donde torno in 
patria solo nel 1834; Moura: si tratta certamente di Jose Joaquin de 
Mora (1783-1864), letterato e politico spagnolo. Nel periodo 1820-1823 
fu tra i piii accesi liberali spagnoli. Ristabilito Tassolutismo, fuggi in 
Inghilterra, dove scrisse in giornali, pubblic6 opere, tradusse da varie 
lingue. Dopo il 1826 si reco in America a lottare per la liberta dell' Argen 
tina, il Cile, il Peril, la Bolivia. 2. Merlino: figura di mago e profeta, ori- 
ginaria del ciclo bretone. 3 . palazzo . . . combattere : vedi Ariosto, Orl. fur. f 
xii, 1-33- 



92 GIUSEPPE PECCHIO 

la meraviglia del giorno a duecento o trecento persone, stivate in 
una sala come acciughe in un barile, che non possono ne moversi 
ne parlare. Questo divertimento si chiama un rout', 1 alcuni chia- 
mano queste conversazioni Anatomic viventi)). 

Ma ben presto la curiosita passo, gli articoli, i leoni, tutto fu 
sepolto nelPobblio. Non v'e tomba tanto vasta come Londra che 
ingoi i nomi piu illustri per sempre. un omnivoro oceano. La 
celebrita d'un uomo in Londra splende e sparisce come un fuoco 
d'artifizio. Gran chiasso, grandi inviti, grandi elogi, grandi esage- 
razioni per pochi giorni, poi un silenzio perpetuo. De Paoli, 2 Du- 
mourier, 3 dopo avere alia prima comparsa rumoreggiato come il 
tuono, quando morirono non fecero piu romore d'una foglia che 
cade. II general Mina quando sbarco a Plymouth fu portato in 
trionfo alPalbergo, assordito d'applausi al teatro; in Londra per 
un mese continuo fu piu celebre del Leon Nemeo. 4 Ma che ? Cadde 
ben tosto nelPobblio e Pavello si chiuse sopra il suo nome. II po- 
polo inglese e ghiotto di novita; in ci6 solo fanciullo, non distingue 
gran fatto tra il buono e il cattivo, ma vuole il nuovo. Egli paga e 
paga bene la lanterna magica, ma vuol sempre figure nuove. Per 
nutrire questa balena insaziabile che sta sempre a fauci aperte 

e dopo il pasto ha piu fame che pria 5 

lavorano giornalisti, incisori, storici, viaggiatori, scienziati, awo- 
cati, letterati, poeti, i ministri coi progetti di legge, il re coi pro- 
getti di fabbriche, i liberali coi progetti di riforma parlamenta- 
ria, ec. ec. ec. 

Una lode che nessuno potra ricusare agli esuli costituzionali 6 
si e la poverta in cui si ritrovavano, anche tutti que j di loro che 
avevano occupato cariche eminenti, e maneggiato il denaro pub- 
blico. II sig. Galiano ch'era stato intendente di finanza a Cordova, 
e Poratore del governo per un anno, fu da me piu volte incontrato 

i. rout: vedi la nota4 a p. 30. 2. De Paoli: allude certamente a Pasquale 
Paoli (1725-1807), 1'eroe della Corsica, esule in Inghilterra dal 1796 e ivi 
morto da parecchi anni quando vi giunse il Pecchio. 3. Dumourier: allude 
quasi certamente a Charles-Francis Dumouriez (1739-1823), il generale 
francese, vincitore a Valmy contro i Prussiani e poi passato ai Borboni 
con improwiso tradimento (1793). Esule in Inghilterra, vi mori nel 1823. 

4. Leon Nemeo : il leone di Nemea, ucciso da Ercole nella sua prima fatica. 

5. Dante, In/., i, 99. 6. costituzionali'. perche avevano voluto introdurre 
nei loro paesi la costituzione. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 93 

in cammino che aveva fatto quattro miglia per dare una lezione 
di lingua. Per conservare la sua mente e il suo animo indipendente 
aveva avuto la fierezza spagnuola di ricusare la pensione offertagli 
dal ministero inglese. Un amico mio sorprese un giorno il sig. 
Arguelles nella sua camera che stava cucendo i suoi calzoni, quel- 
1'Arguelles ch'era stato membro due volte delle corti, nel 1812, 
e nel 1823, niinistro degli affari esteri, dalle cui labbra divine 1 si puo 
dire che pendesse la Spagna, tant'era la sua sapienza politica e la 
sua scorrevole facondia. lo aveva veduti questi due rappresentanti 
del popolo spagnuolo, all'uscir delle corti in Madrid il giorno che 
risposero alle minacciose note della santa alleanza portati in car- 
rozza sulle braccia del popolo inebriato d'ammirazione e di gioia. 

Nella successiva primavera mori in Londra la vedova del general 
Riego 2 piu consunta dal dolore che dal clima inglese troppo aspro 
per la di lei debole salute. Tutti gli emigrati furono invitati ad assi- 
stere al suo funerale ch'ebbe luogo nella chiesa cattolica di Moor- 
field nella citta di Londra. Compii con un sentimento di pieta 
quest' estremo ufficio verso una famiglia con cui era stato legato in 
amicizia. Mi ricorder6 sempre con compiacenza d'aver recate let- 
tere da Cadice a questa virtuosa donna che le scrisse il suo sposo, 
1'eroe e il martire della rivoluzione spagnuola. Quattro ministri 
dell'ex-governo costituzionale sostenevano i nappi del drappo fu- 
nereo! Fra tante centinaia di esuli che qui erano, ben pochi si tro- 
varono in grado di avere un abito di lutto - in Inghilterra dove i 
piu pezzenti del popolo hanno di che soddisfare a questo grand'atto 
di decenza e virtu nazionale! In quest' occasione pero la poverta 
degli astanti, se si mira alPorigine, era il piu bello e magnifico treno 
di queste eseqiiie. 

Per operare una rivoluzione si esiggono tali sacrificii, tali atti di 
coraggio, tale entusiasmo, che le persone che la intraprendono de- 
vono per lo piu essere dotate di un'immaginazione, o sensibilita 
non comune. Quindi e che in questi grandi awenimenti che sono 
come convulsioni generali di un popolo, si vedono apparire tanti 

i. Quest'epiteto gli fu dato dagFinglesi quando 1'udirono parlare nelle 
corti di Cadice nel i8i2 (not a del Pecchio). Z.Raphael de Riego y 
Nunez (1785-1823), il generale spagnolo iniziatore della rivoluzione del 
1820, sospettato poi dai rivoltosi quale possibile suscitatore di un regime 
repubblicano, e imprigionato. Caduto il Trocadero, fu condotto a Madrid, 
condannato a morte e giustiziato. II Pecchio aveva gia scritto di lui nel suo 
volume Sei mesi in Ispagna nel 1821 (vedi la bibliografia). 



94 GIUSEPPE PECCHIO 

diversi e prominent! caratteri. Senza rivoluzioni i lineament! delle 
grand! famiglie che si chiamano nazioni sarebbero piu uniform! e 
mancanti d'espressione. Le fisionomie piu marcate di queste fa 
miglie appariscono nelle grand! tempeste. La rivoluzione della ri- 
forma in Germania, quella del parlamento in Inghilterra, 1'ultima 
di Francia, ec. ec. hanno fornito gallerie intiere di caratteri affatto 
nuovi, original!. lo ebbi campo di verificare questa osservazione 
fra i miei compagni d'esiglio che conobbi. Piu o meno si ritrova 
nelle persone che hanno tentato una rivoluzione, molta immagina- 
zione, molta sensibilita, molt'ambizione, vanita ancor piu che vera 
ambizione, e un'irritabilita e inquietudine in estremo grado. Non 
e dunque meraviglia se dove tali element! sono in abbondanza, si 
vedano discordie, querele e dispute senza fine, continui lamenti, 
tratti d'eroismo, tratti di straordinaria virtu, e delitti inauditi, e 
passaggi repentini inesplicabili dalla virtu al tradimento. - Ab- 
bozzerb qui alcuni dei caratteri piu singolari che ho conosciuto 
ancor meglio nell'avversita in Londra che mentre fervevano le 
passioni. 

II sig. Franco di Valencia 1 e un patriota spagnuolo che per es- 
sere utile alia sua patria, e per acquistare sopra i suoi concittadini 
queirinfluenza che ne" la nascita, ne le ricchezze, ne straordinari 
talent! gli davano, consacro la sua vita alia virtu e 

sotto Vusbergo del sentirsi puro 2 

portava in trionfo la sua poverta. Povero si, ma decente sempre ne' 
suoi abiti, sobrio, quantunque spesse volte seduto a mensa di un 
qualche opulento amico, e quantunque altrui commensale, ardito 
e inesorabile giudice. Sei anni d'esiglio consumati in tentativi e 
stratagemmi per preparare la mina che doveva nel 1820 rovesciare 
il governo assoluto di Ferdinando VII, furono rimunerati dalle corti 
con una pensione ch'era il solo suo patrimonio. Onorato nelle sue 
parole, religiose ne' secreti, scrupoloso all' estremo nell'offendere 
1'altrui riputazione, era sovente citato come un testimonio autore- 
vole persino da' suoi nemici, era scelto talvolta come arbitro da 
due opposte fazioni ; e quando si trattava del bene della patria, fu- 
rioso come un frate Savonarola fulminava nelle sue filippiche an- 
che i suoi piu teneri amici. Invasato d'amor patrio, egli arringava 

i. Franco di Valencia: non ci e state possibile trovare notizie di questo 
esule spagnolo. 2. Dante, Inf., xxviu, 117. Ma Dante scrive pura. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 95 

a pranzo, in teatro, nelle piazze, nelle botteghe, instancabile, ine- 
sauribile. E siccome la passione della liberta era il solo genio die lo 
agitava, scevro sempre d'ogni ambizione, d'ogni seconda mira, cosi 
i suoi discorsi erano scintillanti di frasi original!, pittoresche, di 
fuoco. Egli che conosceva la tenacita del principe, fin dalla guerra 
delFindipendenza, aveva consigliato i suoi compatriotti a offrire 
il trono della Spagna al duca di Wellington, 1 producendo Tesempio 
della Svezia che nello stesso momento chiamava sul suo trono un 
maresciallo di Francia. 2 Per evitare Ferdinando egli si rec> a 
Roma ad offrire in nome de' suoi concittadini a Carlo IV 3 di ri- 
prendere la corona di Spagna a rette condizioni. Col suo spirito 
catonico solo egli era cosi pervenuto a un'importanza fra' suoi 
concittadini, alia quale molti altri piii ambiziosi, e con mezzi su- 
periori non avevano potuto arrivare. - Dopo la caduta del sistema 
costituzionale in Ispagna lo rividi in Londra colla folia degli altri 
emigrati, non punto awilito. Nulla lo colpiva in Londra. La sua 
anima pareva rimasta in Ispagna. Correva per le strade di Lon 
dra come se fosse ancora nella Calle de la Montera di Madrid. 
Mendico senza mendicare, senza talvolta il denaro di pagare il 
letto e una scodella di latte, quasi unico suo nutrimento, costretto 
a giacere in letto nell'inverno, alcune volte per non avere con che 
pagare il fuoco, questo virtuoso tribune del popolo non credeva 
ancora finita la sua missione; arringava quanto e quando poteva. 
La sua eloquenza era ancora piu colorita dagli eventi e dalle sven- 
ture. Ma quando da questi sublimi rapimenti o estasi, rientrava in 
se, e che ritiratosi dal teatro del mondo ove la sua fantasia ad ogni 
momento lo trasportava, girava Pocchio sopra il suo abito, alle 
nude fredde pareti della sua camera, ed era costretto a stendere la 
mano al meschino sussidio del ministero inglese per vivere, fero- 
cemente egli allora esclamava: Ringrazio la religione che mi or- 
dina ogni sacrifizio, e di tutto mi compensa. Senz'essa avrei gia 
dato un calcio alia virtu; ecco dove questa sirena mi ha per la se 
conda volta condotto - naufrago di una rivoluzione, senza amici, 
senza soccorso, senza fama neppure - in mezzo a un popolo stra- 
niero rigurgitante di ricchezze, e solo apprezzatore delPopulenza, 

i. duca di Wellington: il generale e uomo di Stato (1769-1851), detto duca 
di ferro , che fu protagonista della battaglia di Waterloo. 2. Vesempio . . . 
Francia: allude all'elezione (1810) del maresciallo francese Bernadotte 
come erede della corona di Svezia. 3. Carlo IV: vedi la nota a p. 49. 



96 GIUSEPPE PECCHIO 

e del felice successo. Senza la religione io avrel forse mille volte 
vacillate nel sentiero del dovere. La virtu sola non era una bussola 
sufficiente per dirigere il corso delle mie azioni in questo pelago di 
sozzure. 

Per maggiormente interessarsi per quest'uomo singolare con- 
viene sapere che prima della rivoluzione era frate. Era uscito dalla 
prigione del claustro, perche gliene avevano aperte le porte, ma 
aveva conservato la fedelta ai voti e a Dio. Viveva in mezzo ai pro- 
seliti di Rousseau e di Voltaire senz'astio, senza diffidenza, senza 
rimproveri, ma non arrossiva di vantare in faccia loro i sentimenti 
religiosi di cui sentivasi penetrate. Egli avrebbe fatto Pelogio della 
religione innanzi a Diagora, a Spinosa, a Diderot. 1 Mi ricordo di 
un'altra commovente riflessione che fece un di in mezzo alle an- 
gosce della sua poverta. Bello diceva e il patire su un gran 
teatro, dove gli applausi degli spettatori, la tromba della fama v'in- 
coiraggiscono a soffrire. Ogni privazione, ogni tormento allora va 
congiunto al conforto e alia ricompensa; ma i veri, acuti, purissimi 
patimenti, non temperati da alcun sollievo, non sono gia quelli de 
gli eroi o dei martiri illustri, ma bensi quelli degli atomi oscuri, 
com'io, che tanti crepacuori soffrono per la liberta, nelPoscurita 
e nelPobblio di tutti gli uomini. 

Quelli che sogliono ammirare Pimpassibilita stoica che si lascia 
svenare senza gettare un sospiro, ritroveranno questi lamenti scon- 
venevoli al decoro filosofico. Quelli invece che amano gli eroi di 
Omero, e delle tragedie greche, che or piangono come fanciulli, 
or combattono come Dei, troveranno naturali questi sfoghi del- 
Tumana natura, e forse piu interessante chi in mezzo alle spine del 
dolore, grida si, ma trionfante compie il suo dovere. 

La prima volta che vidi in Madrid 1'aureo-parlante G . . . 3 era 
vestito d'un camelottino verde, con un cappello di paglia in testa, 
con un paio di scarpette color di polvere, e che so io ? Pareva che 
avesse copiato la toeletta di un papagallo. Andai al Salon de las 
Cortes a udirlo, e mi parve un Cicerone. Egli parla alPimprowiso 
colla stessa eleganza e facilita con cui un membro dell'accademia 



i. Diagora. . .Spinosa. . .Diderot: i tre filosofi sono citati come esponenti 
di un atteggiamento antireligioso. Diagora, discepolo di Democrito, fu 
chiamato PAteo. 2. V aureo-parlante G.: nonostante qualche difficolta, 
credo possa identificarsi con Alcala Galiano, di cui il Pecchio ha gia detto 
nelle pagine precedent! (vedi p. 81 e la nota 7). 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULl/INGHILTERRA 97 

spagnuola scriverebbe. L'incontrai per la seconda volta al Prado, 1 
Tesaminai, e lo trovai un uomo piccino, magruzzo, mal sulle gam- 
be, con occhi loschi . . . - le Didble boiteux* Andai la sera a sentirlo 
dalla tribuna popolare, e mi parve un gigante che colla tuonante 
sua eloquenza avrebbe potato scuotere 1'olimpo. Dopo due mesi 
Tincontrai in Londra incorrotto, inaccessibile ad ogni seduzione, 
invariato, invariabile; mi parve un Catone. Quest'uomo e una 
specie di Sfinge ; e un misto di belle e difettose parti. Vanaglorioso 
alPestremo, ma pronto sempre a fare il sacrificio del suo amor pro- 
prio per la patria. Dedito ai piaceri, e pero libero di mente, e puro 
d'ogni delitto. II ministero inglese accord6 una pensione a tutti 
i membri delle corti; egli fu il primo a ricusarla. Intanto onesta- 
mente vendeva la sua penna ai giornali letterari. Uno de' primi 
corifei della Spagna fu il primo in Londra a sottomettersi al giogo 
della sorte, e a divenire un maestro di lingua, piuttosto che sotto 
mettersi al giogo degli uomini. Vantator di se stesso, non Pudii mai 
vantarsi di aver fatto alcun sacrifizio per la sua patria. II darsi alia 
patria e per lui un dovere e non una virtu. Non Pudii mai ne la- 
gnarsi, ne sospirare gli agi da lui goduti un tempo in questa 

assai piu oscura vita che serena, 
vita mortal, tutta d'invidia piena.3 

Pare invulnerabile dagli accidenti e dagli uomini. 

Un altro esule con cui ebbi lunga familiarita e il conte Santorre 
di Santa Rosa. 4 II suo nome risuon6 nella rivoluzione piemontese, 
ma la nazione che ammiro i pochi atti del suo ministero non ebbe 
tempo di apprezzare le sue virtu come cittadino, e i suoi talenti 
come uomo di stato. Chi avesse vissuto con lui sotto lo stesso tetto 
non poteva che divenir migliore. Quegli stessi giudici che pronun- 

i. Prado: vedi la nota 2 p. 67. 2. le Diable boiteux: e il deforme prota- 
gonista del romanzo omonimo di -Alain Rene Lesage (1668-1747). 3. A- 
riosto, Orl. fur., iv, i. Ma 1'Ariosto scrive: in questa assai piu oscura che 
serena / vita mortal, tutta d'invidia piena. 4. Santorre di Santarosa 
(1783-1825) fu 1'animatore del moto piemontese del 1821. Scoppiata la 
rivoluzione fu nominate ministro della guerra, ma l'immediato crollo d'ogni 
speranza di successo lo obblig6 ad andare in esilio. Si rifugi6 in Inghil- 
terra nell'ottobre 1822, a Londra e a Nottingham dove visse dando lezioni 
d'italiano e di francese. II 5 novembre 1824 parti per la Grecia: 1*8 mag- 
gio 1825 cadde ucciso, semplice soldato, in un piccolo scontro nelPisola 
di Sfacteria, ne" il suo corpo fu piu ritrovato. 



98 GIUSEPPE PECCHIO 

ziarono la sentenza di morte sul suo capo, se avessero conosciuto 
la santita del suo cuore, Pavrebbero rivocata. Era uno di quegli uo- 
mini nati per infiammare tutto quanto li circonda e per fare de' 
seguaci. Colto, eloquente, educato nei primi suoi anni giovanili 
nel campo sotto gli occhi del suo genitore colonnello, 1 amante della 
solitudine per darsi allo studio e alia contemplazione, riuniva la 
franchezza militare all'entusiasmo d'un solitario. Buon compagno, 
buon amico, ospite sempre festivo, spargeva egli.piu allegria e ca- 
lore non bevendo che acqua, che gli altri colFispirazione della 
bottiglia. Sebbene non avesse nell'esercito che il grado di tenente 
colonnello, pur tutti avevano gli occhi rivolti in lui come ad un uo- 
mo che avrebbe operate all'uopo cose inaspettate. La sua mente 
era pura come la sua vita. Egli amava la liberta non solo pe* suoi 
effetti, ma anche come un ente poetico e sublime. Nonpertanto egli 
amava nello stesso tempo la monarchia; egli voleva, per cosi dire, 
adorar la liberta in questo tempio, e voleva che un re ne fosse il 
Gran Pontefice. In Costantinopoli egli avrebbe adorata la liberta 
per se stessa, come in Filadelfia avrebbe fatto voti per un re. 
Amava un re per amor della liberta stessa, perche lo credeva una 
guarentigia di un'ordinata liberta. Egli era innamorato della storia 
della sua patria, ed un caldo ammiratore della monarchia militare 
piemontese; non gia che non bramasse di correggere i gotici di- 
fetti, ma la vagheggiava come si ammira un'antica armatura di 
fino acciaio, che non e piu utile, ma abbaglia. Egli sentiva per la 
ristretta monarchia in cui era nato quell'amore che provano i citta- 
dini delle piccole repubbliche. Cosicch6 sebbene parlasse 1'italiano 
e il francese con un'eleganza singolare, discorreva volontieri co' 
suoi compatriotti nel dialetto piemontese. Era il suo rants des va~ 
ches? Non fara quindi sorpresa s'egli fosse inclinato per una co- 
stituzione aristocratica. Quando la prima volta avanti la rivoluzione 
lo vidi in Torino, egli era in favore d'una rappresentanza in due 
camere; io gli dissi: Differiamo questa contesa dopo il trionfo; 
intanto abbiate per fermo, che senza il talismano della costituzione 
spagnuola, la maggiorita italiana non si movera. Dopo una breve 
pausa rispose in tuono risoluto: Quand'e cosi diflferiamo que 
st 'importante quistione a miglior tempo, e afferriamo la costituzione 

i. educato . . . colonnello: era alfiere nel 1796, a Mondovi, a fianco del padre 
colonnello dell'esercito piemontese. 2. rants des vachesi le arie che i man- 
driani svizzeri suonano sulle cornamuse. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 99 

spagnuola, solo come la leva che dee sollevare 1' Italia dalPumiliante 
servaggio in cui e sprofondata. Pochi esempi vi sono d'un sacri- 
fizio cosi franco e generoso delle proprie opinioni alPopinione della 
maggiorita. L'Inghilterra era per lui un campo inesauribile d'os- 
servazioni. Egli ne studiava le istituzioni come gli antichi studia- 
vano le leggi di Greta. E le istituzioni e il governo tanto piu gli 
andavano a grado ch'essendovi in esso potente 1'elemento aristo- 
cratico, il suo felice esempio era una splendida conferma delle sue 
opinioni politiche. Ne avrebbe forse abbandonato questa terra di 
liberta, se quel fuoco che non muore mai nei cuori elevati di ope- 
rare per la fama, non lo avesse destato dalla vita tranquilla che me- 
nava in Nottingham per ir a combattere per la liberta della Grecia. 
II suo entusiasmo per la liberta era infiammato anche da una tinta 
d' entusiasmo religioso. Egli ando in Grecia col coraggio e coi sen- 
timenti d'un vero Crociato. Se avesse saputo parlar greco avrebbe 
trasmesso il suo entusiasmo a* suoi seguaci. Egli aveva una croce 
sempre appesa al collo, e rotando la sciabola con una mano, e 
mostrando la croce colPaltra, faceva tradurre ai palicari 1 con cui si 
recava a Navarino il verso di Tasso: 

Per la fe, per la patria il tutto lice. 21 

Mori qual visse da valoroso coH'armi alia mano faccia a faccia 
cogli Egiziani che sbarcavano nell'isola di Sfacteria. Non poteva 
avere piu onorata morte, ne piu onorata tomba. La strage dei Tur- 
chi e degli Egiziani soprawenuta di poi alia battaglia di Navarino 
del 20 ottobre 1827 fu un'ecatombe ch'espio la sua morte, e Fin- 
cendio di quella flotta de* barbari e il piu bel rogo che si potesse 
innalzare alle sue ossa insepolte. 



i. palicari: detti anche armatoli. Guerrieri della Grecia del nord, orga- 
nizzati in bande, avevano da tempo costretto il governo turco a riconoscerli 
e affidare loro mansion! di polizia, sebbene fosse continue il tentativo di 
ridurre la loro potenza. Nell'insurrezione, alia quale parteciparono, det- 
tero un forte contribute di uomini e di azioni audaci. 2. Ger. lib., IV, 26. 



100 GIUSEPPE PECCHIO 



STRADE 1 

In cento modi si puo giudicare della prosperita e civilta di una na- 
zione. Alcuni la misurano dalla popolazione; altri dalla quantita 
e circolazione del denaro ; chi dallo stato della letteratura, chi dalla 
lingua. David Hume diceva che dove si fa del bel panno si sa bene 
Pastronomia, e si coltivano le scienze. Sterne dall'iperbole del bar- 
biere che gli acconciava la parrucca, e dai vezzi della guantiera pa- 
rigina 2 desunse due qualita della nazion francese, una amabile e 
Faltra ridicola. Pangloss 3 quando fece naufragio sulle coste di Por- 
togallo al vedere molti teschi d'impiccati congetturo ch'era arrivato 
in un paese incivilito . . . Perche non si potra anche congetturare la 
coltura d'un paese dalla condizione delle sue strade ? Dove non vi 
sono strade, o poche, quantunque magnifiche, si puo dire che vi 
sono pochi o nessun libro, poche o nessuna manifattura, molte e 
cattive leggi, e pochi o un sol legislatore, molti frati e pochi dotti, 
molti miracoli e pochi denari ec. ec. Chi ha viaggiato in Europa 
avra veduto cogli occhi proprii la verita di questa asserzione. La 
Russia, la Polonia, la Turchia europea, la Grecia, la Transilvania, 
TUngheria, la Croazia, la Buccovinia, la Spagna, il Portogallo che 
sono per certo i paesi meno inciviliti, sono anche quelli che hanno 
meno strade. Nel Pelopponeso dove, quando si scrivevano poemi, 
tragedie e storie, v'erano tante strade e corse di carri, non v'ha piu 
una strada carreggiabile, neppur in tutto il regno del re dei re 
Agamennone 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 122-9 e 136-43 dell'edizione da noi 
seguita. Precedono il testo i seguenti versi, e la traduzione, del Don Juan (X, 
LXXVIII) di Byron: What a delightful thing's a turnpike road! / So smooth, 
so level, such a mode of shaving / the earth, as scarce the eagle in the 
broad / air can accomplish with his wide wings waving: / had such been 
cut in Phaeton's time the god / had told his son to satisfy his craving / 
with the York mail ( Che deliziosa cosa e una strada postale! Cosi piano, 
cosi liscio, un certo modo di radere la terra, che quasi 1'aquila non prova 
eguale colle sue larghe agitanti ali attraverso il vasto cielo ; se un tal cam- 
mino fosse stato aperto in tempo di Fetonte, Febo avrebbe detto a suo fi- 
glio di compiacere alia sua richiesta colla diligenza diYork). 2. Sterne 
. . .parigina: nel Viaggio sentimentale (cap. xxxi) lo Sterne (vedi la nota a 
p. 72) narra di un barbiere parigino che gli consigli6 di tuffare nell' ocea- 
no la parrucca per tenerne fermo un riccio. Nella stessa opera (capp. xxxn- 
xxxiv) narra di una vezzosa e gentile venditrice di guanti. 3. Pangloss ". la 
figura satirica di un maestro immutabilmente ottimista che appare nel Candi- 
de di Voltaire, in cui per6 non si trova Tosservazione attribuitagli dal Pecchio. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA IOI 

. . . di molte 

vaste contrade correttor supremo 
ottimo re, fortissimo guerriero* 

che aveva Automedonte, il piu bravo cocchiere di tutta la Grecia. 
Da Velez-Malaga a Granata, in quei gia ricchi regni delle dinastie 
arabe, non v'e altra strada che un dirupato sentiero pe j muli. Dalla 
citta del Messico a Guatimala non v'e quasi strada. Per fare le 
mille e duecento miglia che vi so no di distanza, i deputati di Gua 
timala, quando questa repubblica era unita al Messico, impiega- 
vano quattro mesi di disastroso viaggio. Da Omoa a Guatimala 
non v'e quasi strada. Per percorrere trecento cinquanta miglia, le 
merci impiegano qualche volta a dorso di mulo sei e persin sette 
mesi. Lo stesso era nelle altre antiche colonie spagnuole d' America, 
pochissime strade e moltissima miseria, moltissima ignoranza, mol- 
tissima superstizione. AlPincontro la Francia, la Germania, F Italia 
hanno piu strade e piu civilta; 1'Inghilterra ha piu strade e canali 
di ogni altra parte d'Europa, ed ha anche piu civilta di tutte. Mi 
ricordo d'aver veduto nell'opera del signor Dupin 3 sull'Inghilterra, 
che la lunghezza totale delle sue strade e canali, in ragion di super- 
ficie territorial, e grandemente maggiore di quella delle strade e 
canali in Francia. Non stanno forse nella stessa proporzione la ci- 
vilizzazione rispettiva di questi paesi! Facciasi lo stesso confronto 
tra le strade e i canali del nord dell' Italia con quei del regno di 
Napoli, e sortira la stessa proporzione, lo stesso risultamento. 

Non e gia una coincidenza casuale. 6 un effetto immancabile 
d'una causa infallibile. Per la mancanza di comunicazioni facili, 
gli uomini rimangono disgiunti ed isolati, la loro mente si raffredda, 
il loro spirito si addormenta, non sentono emulazione, non provano 

10 sprone dei bisogni, dei desiderii ; quindi poco o nessun sviluppo 
morale, poca energia, poca attivita. Ecco perche il repubblicano, o 

11 cittadino d'uno stato libero e d'animo fervido, attivo, intrapren- 
dente, siccome quegli che vive e si agita nella moltitudine; invece 
il suddito d'una monarchia assoluta, dove per lo piu la popolazione 
e rara e gettata su una immensa superficie, riesce svogliato e son- 
nacchioso non meno pel terrore che per 1'isolamento in cui vive. 

i. Omero, //., in, 234-6 della traduzione del Monti. 2. Frangois-Pierre 
Dupin (1784-1873), economista e ingegnere francese. II Pecchio allude, 
quasi certamente, alia sua opera Voyages en Grande-Bretagne de 1816 a 
p, pubblicata nel 1820-1824. 



102 GIUSEPPE PECCHIO 

Riawicinate gli uomini, mediante strade, canali, bastimenti a va- 
pore, ponti a catene, rail-roads 1 (e volesse la sorte anche con palloni 
volanti), ed essi si sveglieranno, i loro bisogni, le loro idee, i loro 
desiderii si moltiplicheranno, e in proporzione la loro energia e i 
loro lumi. Perche un contadino e naturalmente meno attivo e meno 
intelligente di un cittadino ? Perche un abitante di una piccola citta 

10 e meno di quello di una grande capitale ec. ? Perche la mesco- 
lanza, Pattrito degli uomini e minore. Pare die lo sviluppo della 
mente e delPenergia umana sia in ragione composta della massa 
degli uomini e della velocita del loro commercio . . . 

Le strade rette, e le citta simmetriche fanno supporre un potere 
dispotico poco o nulla curante del diritto di proprieta. La rettilinea 
e simile alia spada di Alessandro che taglia il nodo gordiano invece 
di scioglierlo. Le due citta piu simmetriche di Europa, Torino e 
Berlino sorsero sotto il bastone di due monarchic militari. 2 Chi 
non vede nelle interminabili strade rettilinee della Francia e della 
Polonia una mano prepotente che le ha tagliate cosi ? Per lo con- 
trario in Inghilterra, in questa anziana terra della liberta, le strade 
sono tortuose con volte e rivolte, e molte delle sue citta sono 
mucchi di abitazioni nati dal caso secondo il capriccio ed il bisogno, 
anziche" essere composte di filari di case schierate come altrettanti 
battaglioni di soldati. Eppure Pinglese ama Pordine, la celerita, il 
risparmio di tutto ; verissimo ; ma piu di tutto finora pare che abbia 
amato ancor piu il diritto della proprieta. tale e tanta la tortuosita 
delle vie pubbliche in Inghilterra, che dalla proporzione stabilita 
dal signor Dupin di cui poc'anzi ho parlato, si dovrebbe fare una 
deduzione in favore della Francia. 

II marciapiedi che sempre fiancheggia ogni contrada nelle citta, e 

11 piu sovente anche le strade nella campagna, mostra che il popolo 
e rispettato e si fa rispettare. Le mercanzie hanno i canali, i viaggia- 
tori in carrozza il mezzo della strada, i pedoni il marciapiedi. II 
marciapiedi e il trionfo della democrazia ; il minuto popolo non e 
come altrove intieramente diseredato, ha la sua legittima, piccola 
si, ma inviolabile. Sul continente invece le strade non sembrano 
fatte che pei ricchi e pei cavalli . . . 

Appena le strade sono divenute comode e belle, le carrozze, i 

i. rail-roads: strade ferrate, ferrovie. 2. Le due citta . . . militari: Torino 
e citta di origine romana e si e sviluppata su rettilinei per opera di Car 
lo Emanuele I e II e di Vittorio Amedeo II. L'osservazione appare meno 
esatta per quel che si riferisce a Berlino. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 103 

carri cangiano forma, si fanno piii leggieri, piu eleganti; si puo 
far uso di cavalli piu belli, piu fini, perch6 le strade non li faticano 
piu tanto. Si fabbricano degli alberghi piu comodi, forniti di prov- 
vigioni sempre fresche, perche il passaggio e il consume aumentano : 
vi vorranno delle stalle meglio riparate, dei palafrenieri piu istrutti 
e piu attenti. Una diligenza inglese che carica di 18 persone vola 
trascinata da quattro bei cavalli, con un cocchiere vestito come un 
gentiluomo, fa palpitare e meravigliare allo stesso tempo lo spetta- 
tore che vede passarsi dinanzi agli occhi quella montagna di gente 
e di merci appena appena in equilibrio. Supponete delle strade 
cattive invece delle buone, tutto deve cangiare, la scena da me di- 
pinta sparisce ; perche in una cattiva strada quella vettura cosi carica 
si romperebbe, o si rovescerebbe ad ogni tratto, Fattrito aumente- 
rebbe, bisognerebbe sostituire dei cavalli pesanti ec. Tutti i mi- 
glioramenti sono una catena che pende dall'anello principale che 
sono le strade. Tutti quei che viaggiano in Ispagna si arrabbiano 
sulle prime, e poi finiscono a ridere nel sentirsi burattati 1 in una 
carrozza che ha dei travi per timone, per assi e per molle, tirata da 
sei muli, quasi trascinassero un cannone da 24. La moda di quelle 
carrozze fatte a guisa di bastimenti non dipende dal cattivo gusto 
spagnuolo, ma dalle diroccate strade dell'Arragona, delPEstrema- 
dura, della Gallizia ec. Divenute adunque liscie e solide le strade 
cogli altri successivi miglioramenti, le relazioni tra provincia e pro- 
vincia, tra parenti, tra amici, diventano frequenti, intime, i matri- 
monii, le awenture, gli aneddoti, tutto moltiplica e crea un nuovo 
mondo. In Inghilterra si va alia caccia alia distanza di 300 miglia; 
merce di questi comodi gli amici si rendono visita a 100, 200, 300 
miglia di distanza; i vecchi, le damigelle, i bambini da latte colle 
loro madri viaggiano senza noia, senza inconvenient!, senza disagi. 
Ad ogni albergo sulle strade la colazione, il pranzo, o la cena sono 
sempre pronti; il fuoco arde in ogni camera; Facqua pel te, pel 
caffe e sempremai bollente. Dei letti soffici con cammini accesi in- 
vitano a riposarsi. I giornali coprono le tavole per disannoiare il 
passaggiere. Gli alberghi inglesi sarebbero veri palazzi incantati, 
se poi il conto delFoste non distruggesse Pillusione. In quest'isola, 
il re, i ministri, i membri del parlamento, tutti sono in continuo 
moto, a cavallo, in gig, 2 in carrozza, recantisi a pranzi, a corse di 

i. burattati: scossi, sbattuti, come la farina nel buratto. 2, gig: vettura 
leggera a due ruote. 



104 GIUSEPPE PECCHIO 

cavalli, ad assemblee, a concert!, a balli. Ai balli che si danno tre 
o quattro volte Tanno in ogni contea intervengono le famiglie che 
dimorano a venti, trenta, quaranta miglia discosto, soltanto per 
passarvi tre o quattro ore. Per mezzo di questi veicoli, di questi 
va-e-vieni, gli agi, le ricchezze, le invenzioni, tutto si livella in giusta 
proporzione su tutta la superficie dell'isola. Non sono solo i fluidi 
che tendono a livellarsi; rompete le dighe delPinquisizione, della 
polizia, delle dogane, dello spionaggio, lasciate sgorgare e scorrere 
Tumano sapere, ed anche la filosofia, le lettere, le costituzioni, ve- 
drete che tendono esse pure a mettersi a livello sulla superficie 
delPEuropa. In mezzo a quest'affluenza di viaggiatori i ladri spa- 
riscono. noto che solo 60 anni fa si^usava fare in Inghilterra la 
borsa pei ladri; 1 tanto n'erano in allora infestate le strade. Ora 
sono rarissimi gli esempi d'aggressione. mestieri che un ag- 
gressore di strada faccia tanto presto a svaliggiare una carrozza 
quanto un borsaiuolo a rubare un orologio. Nella notte ad ogni ora 
arrivano e partono diligenze piene di viaggiatori con trombe che le 
annunziano, con fiaccole (talvolta anche di gaz) che gettano una 
luce di cento piedi all'intorno, correndo a rompicollo. 2 impos- 
sibile il calcolare quanto tempo risparmi T Inghilterra, e quanto 
abbia raccorciate le sue distanze, mediante le strade, in confronto 
di solo 40 anni fa. Da York a Londra, cioe per 200 miglia, s'impie- 
gavano 6 giorni. Ora la diligenza delle lettere v'impiega 20 ore; 3 
le altre vetture 24. Da Exeter a Londra cinquant'anni fa si annun- 
ziava: .Viaggio sicuro e spedito per Londra in quindici giorni ! 
Ora anche le diligenze particolari fanno le 175 miglia che vi sono 
da quella citta alia capitale in 18 ore. 4 Prima dell'invenzione dei 
bastimenti a vapore la posta delle lettere impiegava da Dublino a 
Londra almeno 6 giorni: soltanto 12 anni fa, e nella procellosa sta- 



i. la borsa pei ladri: una borsa da consegnare ai ladri, mentre il denaro e 
nascosto altrove. 2. Questa parola non e oziosa. Perch6 succede non di 
rado che, per la gran rapidita, il cocchio si rovescia, e alcuni de' viaggiatori 
si rompono il collo alia lettera' (nota del Pecchio). 3. Ad ogni momento 
vi e un nuovo miracolo in quest'isola. Nel mese di marzo del 1828 una so- 
ciet& di cacciatori che doveano celebrare un pranzo a Cheltenam, da Lon 
dra a quella citt trascorsero (o volarono) cento miglia in poco piu di 8 
ore in diligenze a 4 cavalli (nota del Pecchio). 4. In una gara tra due 
diligenze di Liverpool che andavano a Manchester, una di esse non impie 
gava pel cambio de' cavalli che 32 minuti secondi. Ad ogni cambio v'erano 
8 uomini pronti ad attaccare e staccare i 4 cavalli (nota del Pecchio). 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 105 

gione d'inverno qualche volta ritardo sino 42 giorni. Ora non im- 
piega mai piu di tre giorni, qualunque sia la stagione. Ultimamente 
un bastimento a vele giunse in sedici giorni dagli Stati Uniti a Li 
verpool, e port6 della cacciagione fresca dell'altro mondo. Quando 
i bastimenti a vapore varcheranno, forse non andra molto, PAtlan- 
tico, il selvaggiume americano non sara piu un piatto raro. Tutta 
questa velocita di comunicazioni si accrescerebbe ancora, se 1'In- 
ghilterra volesse nelle strade adottare la dispotica linea retta che 
passa e fora come una palla di cannone, case, parchi, giardini ec. 
Un matematico potrebbe divertirsi a ridurre la superficie dell'In- 
ghilterra alia proporzione in cui sta la velocita presente di viaggiare 
a quella di 40 anni addietro. Forse risulterebbe che Plnghilterra si 
e ridotta a un decimo di quel che era. Exeter era una volta (in ra- 
gion di tempo) 16 volte piu distante da Londra che ora non e. 
Tutto adunque si compensa. A misura che colle scoperte della 
Nuova Olanda e deirinterno delP Africa il mondo si allarga e si 
estende per Pocchio, colla velocita delle comunicazioni le sue parti 
riawicinandosi si ristringe e si rimpicciolisce. 

Mi fa ridere il dispotismo che vuol respingere la liberta, mentre 
questa a suo dispetto entra da mille parti per mezzo della civiliz- 
zazione. Mi pare simile allo stupido villano di Metastasio che corre 
affannoso da tutte le parti per frenare il torrente 

ma disperde in sull'arene 
il sudor le cure e I'arti, 
che, se in una lo trattiene, 
si fa strada in cento parti 
il torrente vincitor. 1 

Se egli inceppa la liberta della stamp a, le verita penetrano per mezzo 
delle universita. Se perseguita e imprigiona un professore di uni 
versita, la civilizzazione entra per mezzo del commercio estero. Se 
adotta il sistema proibitivo per diminuire questo inconveniente, 
le strade, le strade sole bastano per mettere in contatto e fermento 
le menti. Non v'e dispotismo conseguente ne' suoi mezzi e ne* suoi 
fini, e, s'e lecito dir cosi, illuminate, che il dispotismo turco, il 
quale non ha ne stampa, ne universita, ne commercio, ne strade. 
Pure anche cola le sole botteghe di caffe in Costantinopoli basta- 
vano ancora a creare un'opposizione al sultano, quantunque fra- 
tello della luna e del sole, 
i. Metastasio, Artaserse, atto n, scena vii. 



106 GIUSEPPE PECCHIO 



LE GIOVANI INGLESI 1 

Mentre io dopo avere perduto e beni e patria esercitava il mestiere 
che aveva fatto Dionigi 2 dopo aver perduto la corona, e mi andava 
confortando in questa noiosa professione, e procurando di nobili- 
tarla ai miei occhi coU'esempio di Milton che prima di divenire 
uno de j secretari di Cromwell aveva fatto il maestro di scuola, e 
coiresempio ancora di Macchiavelli che dopo essere stato il se- 
gretario della repubblica fiorentina, e molte volte ambasciatore, vi- 
desi quasi ridotto ad abbracciare questa professione in un qualche 
viilaggio di Toscana, 3 ricevetti una lettera gentile d'un ministro 
della Chiesa anglicana con cui mi pregava di dar lezione di lingua 
italiana a tre delle sue figlie. Non esitai ad accettare, ed eccomi un 
bel mattino sur un cavallo da nolo (che poteva competere coi Bri- 
gliadoro d' Italia) 4 girmene a trotto serrato per dieci miglia a un 
borgo (che gl'Inglesi un poco enfaticamente chiamano citta), ove 
la famiglia del ministro abitava. Questa citta per iperbole non e 
abitata che da piccioli fittabili. Le case sono del color rosso naturale 
del mattone cosi disaggradevole agli occhi, ma pur cosi generale in 
Inghilterra ed in Iscozia, tranne le osterie che sono imbiancate, e 
la casa del ministro che perci6 si poteva dire il sole di quel borgo. 
Smontai a un albergo polito e fornito di tutti i comodi, qual non si 
ritroverebbe in una delle piu superbe citta d' Italia. Quando si parla 
di case in Inghilterra e impossibile di non imitare Puso di Omero 
di ripetere costantemente lo stesso epiteto di polito. II fuoco ardeva 
da gran tempo nella sala de* forastieri, la gazzetta sul tavolo pro- 

1. Questo brano corrisponde alle pp. 173-83 dell'edizione da noi seguita. 

2. il mestiere . . . Dionigi: Dionisio il giovane, tiranno di Siracusa. La noti- 
zia e in Plutarco, Timol. t 14. 3. ... "Starommi adunque cosi tra i miei 
cenci, senza trovare uomo che della mia servitu si ricordi, o che creda 
che io possa esser buono a nulla. Ma egli e impossibile ch'io possa star 
molto cosi, perch6 io mi logoro, e vedo, quando Iddio non mi si mostri pKi 
favorevole, che sard un dl forzato ad uscir di casa, e pormi per ripetitore, 
o cancelliere d'uno connestabile, quando io non possa altro, o ficcarmi in 
qualche terra deserta ad insegnare a leggere ai fanciulli, e lasciar qui la mia 
brigata che faccia conto ch'io sia morto ..." Cosi scriveva il 3 agosto 1514 
a Francesco Vettori, questo ottimo e grande italiano (nota del Pecchio). 
In verita la lettera e datata io giugno 1514. 4. coi Brigliadoro d' Italia: 
cioe, con i migliori cavalli italiani da sella. Brigliadoro era il cavallo del pa- 
ladino Orlando. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA IOJ 

metteva un compenso pel lungo silenzio che osservano quei che 
viaggiano in carrozza; in uno scaffale v'erano delle spazzole per 
essere sempre immaculati; in un altro v'era un libro di morale re- 
ligiosa, e quanto occorre per scrivere ; tutto terso e lucente. Mi ri- 
posai a mio bell' agio guardando le stampe di trenta o quarant'anni 
fa che dalle grandi citta e dalle eleganti sale, al par degli eroi in- 
felici, sogliono passare gli ultimi lor giorni in qualche umile vil- 
laggio. II mio riposo non fu punto sturbato da quelle inospitali 
offerte, che gli osti ti fanno in Italia ad ogni momento per ismaltire 
le loro vecchie rancide provvigioni condite con panegirici tanto 
sinceri quanto soglion essere tutti i panegirici. Suonai il campanello, 
quando mi piacque; compari subito una fantesca; ordinai la co- 
lazione; compari subito la colazione; suonai di nuovo, fimto ch'eb- 
bi, e la fantesca compari di nuovo; ordinai di sparecchiare, e 
subito ogni cosa disparve. II tutto con pochi magici monosillabi. - 
Battono le undici ore. Era Pora fissata della lezione. In Inghilterra 
tutto il tempo e distribuito; non v'e margine; la puntualita e piu 
che un dovere. Esatto adunque anch'io come Torologio della chiesa, 
entrai in quel punto nel giardino che fronteggiava la casa del mi- 
nistro, tutto coltivato a fiori, ad arbusti, coi sentieri non ingombri 
della piu picciola paglia, con ombreggianti e spessi alberi sul da- 
vanti, non tanto per difendere la casa dal sole e dai venti, quanto 
per nasconderla alia curiosita importuna dei passeggieri. Qui il pu- 
dore regna dappertutto. Ne le persone ne le case non si presentano 
mai con quelPardire e confidenza, che gl'ItaKani e le case degl'Ita- 
liani per lo piu si presentano, biancheggianti e proprio sulPorlo 
della pubblica strada. Tutto era silenzio come nell'ora della siesta 
in Ispagna. Ma nelle famiglie inglesi non e Morfeo che regna, ma 
solo il Dio del silenzio, Arpocrate. 1 Le persone vanno su e giu 
per le scale cosi leggiermente come farebbero i fantasmi se esistes- 
sero. Se e vero che il silenzio e un contro-stimolo che abbatte il 
temperamento e lo spirito, io vorrei credere ch'esso e una delle 
cause per cui le passioni sono deboli e compresse in Inghilterra. 
Bussai alia porta con replicati colpi per dare ad intendere ai servi 
ch'era un visitatore, e non un qualche mercenario operaio o vendi- 
tore, a cui non e lecito d'annunziare la loro venuta che con un 

i. Arpocrate: dio egiziano - 1'Horus fanciullo- penetrate nel mondo greco- 
romano. Rappresentato con un dito alle labbra, in gesto fanciullesco, di- 
venne percid simbolo del silenzio. 



108 GIUSEPPE PECCHIO 

solo e moderate colpo. Un servo con calzoni di velluto e calze 
bianche di cotone (non pero incipriato) mi apri la porta e m'intro- 
dusse nella sala da pranzo, lasciandomi ivi solo, mentre che andava 
ad annunziarmi al padrone di casa. Un fuoco da auto-da-fe splen- 
deva nel mezzo di questa sala. Ogni cosa era al suo luogo, come se 
si dovesse passare una rivista generale. Un paniere di latta inverni- 
ciata di verde giaceva dinanzi a una delle lunghe fmestre, ripieno 
di vasi di fioriti gerani, educati nella serra, e circondato aH'intorno 
da molti altri vasellini di bellissimi fiori, che a vicenda escono dalla 
serra ad adornare la sala destinata per gli ospiti. Dopo pochi minuti 
ecco il Reverendo . . . che entra nella sala con un affabile sorriso. 
Non ebbi fatica ad indovinare ch'era il padrone di casa, avendo 
veduto pendere da una delle pareti un ritratto di lui somigliantissi- 
mo. Bel tempo! . . . Bellissima giornata! (quantunque avesse pio- 
vuto due o tre volte nel mattino) - questo eterno quotidiano ceri- 
moniale delPInghilterra fu Tesordio del nostro dialogo. II Reve 
rendo . . . era un uomo di circa 45 anni, di una florida salute. La 
felicita del suo stato era dipinta sul suo volto vivace ed ilare. La 
sua fronte non era offuscata da nessuna di quelle rughe, di quelle 
nubi che Passiduo studio, o le sciagure imprimono. I suoi bian- 
chissimi denti, il suo umore lieto dinotavano che la sua digestione 
era sempre felice. Seppi poi che il secreto di tutto cio, che il suo 
elixir di lunga vita, la sua acqua di Ninon de Lenclos, 1 era il con- 
tinuo esercizio che faceva alia caccia della volpe, alia caccia del 
fucile, alia pesca, col seguito ed appendici di buoni pranzi e bot- 
tigHe. II suo abito corto e fatto alia foggia degli abiti da viaggio 
ch'usano gl'Inglesi, era di velluto, che dai re sino ai mulattieri at- 
trae sempre maggior rispetto di qualunque altra stoffa. Questo era 
il solo remotissimo indizio di sacerdozio che avesse indosso. Pochi 
momenti dopo entr6 la moglie del Reverendo . . . il quale senza 
allontanarsi punto dal fuoco a cui stava rivolto col dorso alPuso del 
continente, stese il braccio indicandomi che cola era la signora . . . 
Intanto ch'io col frustino in mano, incurvandomi alia guisa d'un 
ballerino francese, piegando un poco il capo a destra, stringendo 
le labbra, e con tutte le smorfie comiche della moda borbottava 
tra i denti un complimento in francese coi soliti charme e enchant^, 

i. Ninon de Lenclos: la galante awenturiera, vissuta dal 1620 al 1705, che 
conservd a lungo un aspetto giovanile, si che si diceva possedesse il segreto 
di un' acqua di giovinezza. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA K>9 

la signora . . . con passo freddo e svogliato, con un contegno indif- 
ferente s'awiava verso il cammino, torcendo intanto il capo verso di 
me. Essa era alta, ben fatta, e senza essere altiera, mostrava avere di 
se quella stima die certamente ella meritava. Mi si disse ch'era stata 
una bellissima donna; questa volta m'avvidi che le frequenti esage- 
razioni inglesi sul bello e sul meraviglioso non eccedevano il vero. 
Dopo alcuni momenti ella uscl e monto di nuovo le scale ad awerti- 
re le figlie che avessero tutto in pronto. Intanto il Reverendo ... mi 
fece una disgressione su gli storici antichi, mi fece intendere ch'era 
legato in amicizia con lord Byron, m'invito a rimaner seco a pranzo, 
e mi fece mille altre cortesie. Vidi da questo screziato discorso ch'era 
familiare col ceto nobile, ch'era ricco, e che ad onta della caccia era 
versato negli studi classici. Quei pochi cenni furono per me il blaso- 
ne di famiglia. In un tuono facile e disinvolto soggiunse poscia ch'io 
poteva ascendere, ed egli stesso mi precedette indicandomi il cam 
mino. Trovai la sala di compagnia al solito ingombra da molti ta- 
volini, da un cembalo, da libri e da lavori donneschi. Le scuolare 
erano ritte in piedi colla solita aria fredda e modesta inglese che 
farebbe agghiacciare sulle labbra un complimento anche al piu 
spensierato parigino. La maggiore era una giovine di 19 anni svelta 
di corpo, piuttosto magra, brunetta di carnagione, con capelli neri, 
occhi neri, e con denti eguali e bianchissimi, ch'e un pregio piut 
tosto raro in Inghilterra tanto fra gli uomini che fra le donne. II 
suo sorriso era soave, e 1'espressione del suo volto angelico-italiana. 
Aveva tutti i requisiti per rendermi un Saint-Preux. 1 La seconda 
era uno scherzo di natura, un'albina; ben fatta, candidissima di 
carnagione, con capelli, sopraccigli e cigli affatto bianchi, e con oc 
chi tiranti al rosso. Ogni suo moto, ogni sua parola era un zefiro, 
era tutta dolcezza. Cortissima di vista, mi sembrava piu avanzata 
negli studi della sorella maggiore, cio ch'e sempre il compenso d'un 
po' meno di belta. La terza era una fanciulla di 13 anni, bellina, so- 
migliante a sua sorella la prima, vivacissima ne' suoi sguardi, cui 
ora di soppiatto lanciava a me, mentre io leggeva, ora verso la so 
rella maggiore, quando si trattava di darmi qualche risposta. La 
madre durante la lezione Iavor6 sempre, parlando di tratto in tratto 
sotto voce con alcuna delle sue figlie in riposo, o rispondendo per 
le sue figlie, quando interrogate da me su ci6 che sapevano di fran- 

i. un Saint-Preux: un innamorato pieno di passione. Saint-Preux e il pro- 
tagonista del romanzo La nouvelle Heloise di J. J. Rousseau. 



110 GIUSEPPE PECCHIO 

cese e d'italiano chinavano gli occhi e non ardivano fare le proprie 
lodi. II fatto sta ch'esse erano bene istrutte, intendevano a mera- 
viglia il francese, e con tutto candore manifestavano le difficolta 
che incontravano nella lettura di Metastasio, di cui si deliziavano. 
La mia situazione, quasi direi anfibia, era di un divertimento a me 
stesso. Ora mi sembrava di essere realmente nato per fare il maestro 
e cercava di dissertare su gli articoli, sulle concordanze ec.; ora 
mi sembrava d'essere il conte d'Alma Viva nel Barbiere di Siviglia, 
quando soprattutto la milk-white hand, 1 la bianco-lattea mano della 
prima di quelle damigelle (ch'era la mano descritta dall'Ariosto), 2 
seguiva col dito le righe del libro. Ora poi correndomi alia memoria 
tutte quelle sudicie allusioni a cui i termini grammaticali danno 
luogo in Italia, stava per iscoppiare dalle risa quando mi toccava di 
parlare del preterito ec. ec. Nelle cose piu indifferenti, anche nelle 
famiglie di sangue men che celeste, la primogenitura e sempre 
rispettata. Perci6 le mie scolarine venivano sempre in ordine di eta 
alia lettura. Terminata che fu la lezione scendemmo nella sala da 
pranzo dov'era imbandito un lautissimo launchon? La signora mi 
ofTri replicate volte e con molta cortesia del bue freddo, della torta 
di riso e latte ec. ec., ma siccome non v'e piacere nel cibo che non 
e condito dairintima amicizia e dalla spensierata allegria, ricusai e 
me ne ritornai all'albergo. Mentre stavano sellando il mio cavallo, 
diedi un'occhiata alia chiesa del borgo, antica e di apparenza ancora 
phi antica per la forma gotica che quasi in ogni dove hanno le chiese 
della religione anglicana, e dopo avere ricevuto un inchino delPoste 
che sentiva ancora del vassallaggio antico, spronai il mio cavallo, 
e partii al galoppo attraverso quelle deserte contrade . . . 



i. Le mani delle inglesi e irlandesi sono cosi belle che Ossian apostrofa 
spesso le giovani irlandesi "Blanche mani d'Erina!" 6 peccato che in que- 
sto paese non vi sia 1'uso del baciar la mano. Gl'Italiani chiamano spesso le 
loro amanti "Begli occhi del mio ben!" I Francesi potrebbero apostrofare 
le loro dicendo "Cari amati piedi!" (nota del Pecchio). 2. la mano . . . 
Ariosto : e la Candida man spesso si vede / lunghetta alquanto e di lar- 
ghezza angusta, / dove ne" nodo appar, ne vena escede (Orl.fur., vn, 15). 
3. Sostanziosa refezione tra colazione e pranzo (nota del Pecchio). 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA III 



LA PROMESSA SPOSA 1 

V oleva dedicare questo capitolo ai cavalieri serventi, agli spasimanti 
eterni, ai tiranni di famiglia, e a quelle madri che credono che uno 
sguardo contamini le loro figlie, e che, ansiose di smaltire la loro 
merce, ad altro non aspirano che a maritarle una volta, qualunque 
sia per essere lo sposo, o un calandrino, 2 o un babbuino, o un vec- 
chio lib ... no ; ma ho poi pensato ch'e meglio essere tollerante, 
e lasciar vivere ciascuno a suo mo do. 

La damigella K . . . era una giovine di 19 anni alta, svelta, di belle 
maniere, festevole senz' essere troppo gaia ne vispa, di bianchissime 
carni, con uno sguardo lento e soave, ma non languente, con una 
copiosa capigliatura biondo-scura a larghe anella, tale insomma da 
essere ammirata dalla doppia schiera di giovani in mezzo a cui 
guizzano via le belle italiane che entrano nel teatro della Scala di 
Milano. In una visita ch'essa rese ad una famiglia di sua cono- 
scenza, lontana dalla sua citta ben cento miglia, piacque a un gio 
vine di quella famiglia. La richiese in isposa; ebbe il consenso della 
giovine e de' suoi parenti. Ma lo sposo non essendo ancora bene 
awiato nella sua professione di awocato, si convenne da ambe le 
parti di differire il matrimonio per due anni. Intanto lo sposo di 
quando in quando veniva a visitare la sua promessa moglie; era 
accolto dalla famiglia con un'intimita piu che amichevole, consi- 
derato e onorato dagli amici come il marito futuro della giovine. 
Cosi i due sposi invece di andare all'altare ad occhi bendati, ave- 
vano campo (ed un'invidiabile pazienza) di studiare il loro carat- 
tere, di awezzarsi a rispettarsi in presenza degli altri, di correggersi 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 192-201 dell'edizione da noi seguita. 
Precedono il testo i seguenti versi, e la traduzione, di George Crabbe: 
For who more blest than youthful pair remov'd / from fear of want, by 
mutual friends approv'd, / short time to wait, and in that time to live / with 
all the pleasures Hope and Fancy give; / their equal passion rais'd on just 
esteem / when reason sanctions all that Love can dream ? ( Chi piu felice 
d'una giovane coppia esente dal timor del bisogno, da comuni amici com- 
mendata, che breve tempo attende, ed in quel tempo vive fra tutti i piace- 
ri che danno la speranza e rimaginazione ; la cui egual passione e giustamen- 
te pregiata quando la ragione approva tutto quanto amor pu6 sognare?). 
George Crabbe (1754-1832), celebre poeta inglese, cant6 i villaggi e costumi 
degli abitanti del suo Suffolk nativo, senza vero impegno sociale, ma non 
senza un gusto bozzettistico che prelude al realismo del romanzo ottocen- 
tesco. 2. un calandrino: uno sciocco, dal noto personaggio del Decameron. 



112 GIUSEPPE PECCHIO 

se mai avevano qualche difetto. Per piu stringere la conoscenza e 
Tamicizia delle due famiglie, una sorella dello sposo rimase per 
piu mesi in casa della giovine, trattata piu come una parente che 
come un' arnica. Cosi invece di ritrovare una cognata gelosa un 
giorno, e maledica, la giovane si preparava un'amica nella nuova fa- 
miglia, una pronuba delle sue nozze, e una protettrice in ogni 
evento per la riconoscenza che genera un'amichevole ospitalita. 
Or bene; questa giovine ch'era da me conosciuta prima di questa 
promessa di nozze non altero punto ne le sue maniere, ne il suo 
tratto amichevole con me. Bene spesso ella era la prima a invitarmi 
ad ire seco lei a passeggio. Come forastiero aveva qualche volta 
Tonore di darle il braccio. II passeggio era sempre un passeggio 
petrarchesco 1 - tra solitarie piaggie - tra deserti campi -, com'e il 
gusto inglese. Due o tre volte essa venne di buon mattino a farmi 
visita, in mia propria casa, accompagnata per6 da una sua cara e 
vivace sorellina. Entrava giuliva; Poggetto della visita era qualche 
grazioso invito di pranzo o di te. Si fatte visite non sono un'irrego- 
larita, ne un fenomeno in questo paese. Siate pur celibe, siate pur 
giovine (ma non siate scapestrato, almeno in apparenza), e se cadete 
ammalato avrete la visita di tutte le nubili e maritate di vostra co 
noscenza. Piu ; ella seppe che la mia biancheria era trascurata, sic- 
come quella di un orfano senza patria e vagabondo sulla faccia della 
terra; si offerse, e con una soave violenza voile aggiustar essa ogni 
cosa. Quindi con quella cura e con quell'affezione che una tenera 
sposa, o una sviscerata amante in un quarantesimo quarto grado di 
latitudine farebbe, ella mend6 il mio lacero equipaggio, 2 e segn6 
col mio nome i miei fazzoletti e le mie camisce. Se a un quarante 
simo quarto grado di latitudine una giovine mi avesse fatto solo 
un borsellino, la mia cieca vanita mi avrebbe fatto credere che in 
quel borsellino v'era il suo cuore. Ma il cuore di K . . . era gia 
dato ad un altro, e sarebbe morta mille volte piuttosto che commet- 
tere uno stellionato 3 di tal sorta. La sacra parola da lei data non 
le proibiva per6 secondo Pusanza lodevole della sua nazione, di es- 
sere meco e con altri affettuosa e cortese. Ella sapeva fare sempre 
del regali adattati, eleganti, e di buon gusto. Quando partii per 

1. un passeggio petrarchesco: il Pecchio allude alia preferenza che il Petrarca 
spesso manifesta per i luoghi campestri e solitari. Le due espressioni che 
seguono richiamano due luoghi del Petrarca (Rime, cxxix, 4, e xxxv, i). 

2. equipaggio: corredo. 3. stellionato: e il reato di chi vende come libero 
da ogni ipoteca un possesso di cui non gli e lecito disporre a suo arbitrio. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 113 

la Grecia, mi rega!6 una nitida edizione del Child-Harold di lord 
Byron, e quando ne ritornai avendo traspirato 1 che non aveva 
nel mio nuovo alloggio ne carta ne calarnaio da scrivere, s'introdusse 
di furto nel mio studio, mentr'era fuori di casa, con una sua cugina 
complice di quello scherzo magico, e depose sul mio tavolino un 
elegante portafoglio, 2 un calamaio, della finissima carta; e poi per 
nascondere il suo dono generoso finse che due delle Fate che da 
tanti secoli abitano PInghilterra, e carolano nella notte nei boschi, 
e nei campi incolti d'Inghilterra, avevano recato quel regalo. lo 
(e qualunque altro nato sotto un sole ardente) io che in Italia, in 
Francia, ec. avrei concepita la speranza di un colpevole amore a 
una sola benigna occhiata che una ragazza avesse lasciato cadere 
sopra di me, ho io mai nutrito il piu lieve indecente pensiero su 
questa graziosa giovine? Da uomo d'onore, no. Ecco 1'effetto della 
confidenza accordata alPuomo, e della coscienza della propria virtu 
nella donna. Le promesse di matrimonio molto tempo prima della 
celebrazione sono qui molto frequenti nel medio ceto. Se mai il 
giovane manca di parola, i parenti della figlia lo citano innanzi ai 
tribunali; se non giustifica il suo pentimento, e condannato a una 
multa adeguata alle circostanze. Alcune ammende montano a cin 
que e sino a dieci mila lire sterline. Vero e che questo sistema 
puo dar luogo ai perfidi agguati di un Lovelace. 3 Ma quanti pochi 
Lovelace sono da temersi, quando la soddisfazione di un capriccio 
deve costare tanto tempo, tante cabale, tante bugie e tanti pericoli! 
Io credo che un giovine farebbe piuttosto il giro del mondo a piedi 
che di assoggettarsi a tutte le pene del Lovelace di Richardson per 
ottenere una Clarisse per tradimento. D'altronde Puomo che tra- 
disce una giovine in Inghilterra va incontro alPabbominio dell'opi- 
nione pubblica al punto che quel sig. Wakefield che 1'anno scorso 
tent6 d'ingannare la damigella Turner era piu detestato da ogni 
persona, che se avesse ucciso Giorgio IV. 

Riferir6 un altro esempio di questa innocente liberta. - Una da 
migella scozzese, grande, ben fatta, robusta al pari delle eroine di 
Ossian, 4 con guance rosee, fresche come mele, era venuta da Edim- 
burgo alia distanza di 200 miglia per annoiarsi per due mesi e per 

i. avendo traspirato: avendo avuto sentore. 2. portafoglio'. una cartella da 
tavolo, da tenervi dei fogli. 3. un Lovelace: un seduttore, dal nome del 
protagonista del romanzo Clarissa Harlowe (1747-1748) di Samuel Ri 
chardson (1689-1761). 4. Ossian: vedi la nota 3 a p. 73. 



114 GIUSEPPE PECCHIO 

disannoiare una vecchia avola che solitaria viveva nella solitaria 
citta di Tadcastle in una solitariissima casa. Per una italiana, o una 
spagnuola quella casa sarebbe stata una tomba; si sarebbe creduta 
una sepolta viva. Avrebbe fatto suonar alto colle sue amiche il sa- 
grifizio che faceva alia parentela, e quei due mesi le sarebbero sem- 
brati due secoli. La scozzese invece adempiva al suo pietoso ufficio 
colla piu generosa naturalezza. Le feci due visite, sempre di sor- 
presa, e la trovai sempre ben pettinata ed elegante, come se fosse 
per ricevere visita da alcune sue invide rivali. Questo e molti altri 
esempi m'hanno convinto che le inglesi si vestono non tanto per gli 
altri quanto per se; sono quindi sempre ben vestite. Generalmente 
non vi sono alti specchi nelle loro camere, non hanno nemmeno 
quel dolce compenso di gettare furtivo uno sguardo sulla propria 
immagine passandogli dinanzi con frequenti pretesti. Non vi sono 
balconi. Non v'e Puso di mettere il capolino fuori della finestra per 
vedere che tempo fa e che gente passa; e nelle strade non vi sono 
n6 babbei ne cicisbei. John Bull 1 lavora, guadagna, ammassa denaro, 
e poi si marita senz'altre manovre di fazzoletti, di finestre socchiuse, 
od altri segni telegrafici. lo la trovava per lo piu al tavolino leggendo 
o scrivendo; tutto lucente, scrittoio, calamaio, penna con Hbri ben 
stampati, ben legati e ancor meglio scritti. Nessun imbarazzo, nes- 
suna confusione nella conversazione. Le giovani hanno 1'abitudine 
della societa, e la lettura suggerisce loro interessanti argomenti. 
Quindi gli amici comuni, la letteratura, la differenza de' costumi 
erano i soggetti de' nostri discorsi. I ladri domestic! sono pochi in 
paragone del gran numero de' servi che abbiamo, io credo, perche 
la confidenza e il loro freno. Cosi anche il maresciallo di Richelieu 2 
sarebbe stato forse onesto a suo malgrado in questo t@te-d-tete. E 
poi per un uomo intraprendente, per un conquistatore, un tamer- 
lano 3 del bel sesso (com* era il maresciallo) non avrebbe forse per la 
facilitk rinunziato alia conquista, quando ella mi invit6 a passeggiar 
seco lungo il flume vicino alia sua casa per un sentiero quasi solita- 
rio che ci condusse a un colle petroso, coperto di annose quercie e 
folti cespugli? Ma il maresciallo si sarebbe ingannato; avrebbe 

i. John Bull: vedi la nota sap. 70. 2. Louis Frai^ois duca di Richelieu 
(1696-1788), maresciallo francese, famoso per i suoi intrighi amorosi e la 
sua fortuna con le donne (due sue amanti si batterono a duello per lui), 
ma che fu, per queste sue awenture, varie volte imprigionato. 3. un tamer - 
lano: un conquistatore, dal noto personaggio storico: vedi la nota 3 a 
P- 37- 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 115 

disprezzato comme une bicoque ce qui etait une fortresse tout-d-fait 
digne de Vauban. 1 Passammo vicino a un antico campo romano. Si 
vedono ancora i rialzi di terra dentro cui que' conquistatori del 
mondo chiudevano le loro legioni. Ella mi fece da Cicerone, e per 
vero eccesso di cortesia mi parlava de' romani quasi fossero gli 
antenati degPItaliani. Per reciprocita io le parlai di Walter-Scott, 
quasi fosse 1'Ariosto scozzese. La conversazione non langui mai, 
a segno che sarei passato dinnanzi a una bella casa di campagna 
che sorgeva sull'altra riva del fiume senza awedermene, s'ella non 
me ne faceva accorto. Giunti a casa, le fu imbandito il pranzo. 
Ella m'invito a prendere una refezione (la zia fu sempre invisibile 
perch.6 confinata da un infreddore nella sua camera). Terminato il 
pranzo, a un chinar di capo che mi fece, segnale dei brindisi inglesi, 
sorbimmo insieme un bicchier di vino composto di estratto di fiori 
di zucchero e di un po* d'acquavite, detto vino inglese, bevanda 
gradevole e concessa anche alle giovani donzelle di quando in quan- 
do: mi mostro la collezione delle romanze e poesie spagnuole di 
Bohl de Fabre. 2 M'aveva gia detto che la religione e il conforto 
delle anime, e la felicita delle famiglie, cosi mi addit6 alcune reli 
giose odi di Leon da Ponzio, 3 sue favorite, e veramente sublimi. Mi 
fece leggere uno squarcio delPOda sulla Santa Soledad\ colla ma- 
tita erano gia segnati i passi piu belli e conformi ai sentiment! della 
sua anima. Ben era tempo di prendere congedo dopo una visita di 
quattr'ore ch' erano passate velocemente al pari delle ore piu felici 
d'amore. Ribattei al galoppo le dieci miglia che aveva fatte ve- 
nendo; non agitato, non sbalordito, ma imbalsamato da un piacere 
simile a quello che si prova alia veduta di un bel quadro del Poussin 4 
con belle ninfe e ameni paesaggi. 



i. Sebastian Le Preste, marchese di Vauban (1633-1707), ingegnere mili- 
tare francese, rimase famoso per i sistemi di fortificazione, che egli rin- 
nov6. 2. la collezione , . . di Bohl de Fabre: Juan Nicolas Bohl de Faber 
(1770-1836), scrittore spagnolo di origine tedesca, cui si deve una raccolta 
(collezione) di rime: Floresta de rimas antiguas castellanas (1821-1825). 
3. Leon da Ponzio: Frey Luis Ponce de Leon (1528-1591), poeta, religioso 
e scrittore spagnolo. 4. Nicolas Poussin, pittore francese (i594~ I 665), 
vissuto lungamente a Roma e formatosi sulla pittura italiana. 



Il6 GIUSEPPE PECCHIO 



[FANCIULLI INGLESI ] r 

Non vi sono nel mondo fanciulli piu belli degl'inglesi, se non forse 
quei del Correggio o dell'Albani. 2 Sono lucidi, freschi, veri fiori 
di primavera. Simili appunto ai fiori, che la natura li crea belli, ma 
la mano e Findustria li fanno ancora piu belli. L'estrema pulizia, 
il vitto sano, metodico ed abbondante, la compiacenza, la dolcezza 
inalterabile de' parenti, 1'assenza totale dei dispiaceri contribui- 
scono a rendere sereni i loro volti e sani i loro corpi. Se in Inghil- 
terra i quadrupedi hanno leggi ed oratori nel parlamento che li 
proteggono, quanta cura, quale amorevolezza non si deve avere pe' 
fanciulli! Essi sono lavati due o tre volte il giorno. Ogni giorno 
cambiano almeno due volte di abiti. Due volte almeno si petti- 
nano. Chi vide mai teste piu rilucenti di quelle dei bambini inglesi ? 
Sono auree teste. La eleganza non e una vanita in loro, ma un'abi- 
tudine. Non ho mai inteso una madre vantare al suo figlio un abito 
nuovo, promettergli per premio un cappellino nuovo. Quindi non 
ho mai veduto un fanciullo pavoneggiarsi per gli abiti, ne mostrare 
con iattanza le scarpette. II loro cibo e semplice, latte, frutta cotte, 
butirro, pane, e carne senza salse, non mai contrastati, ne misurati. 
Siedono a tavola a guisa degli altri; ho assistito molte volte al 
pranzo di soli fanciulli, tagliano, si servono, sono composti, acqui- 
stano senza fatica, senza rimproveri, senza lagrime lo stesso conte- 
gno, la stessa gentilezza di modi, la stessa disinvoltura delle per- 
sone adult e. Quei pani grossi inglesi, quelle cataste di patate, quei 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 207-23 delPedizione da noi seguita. 
Precedono il testo i seguenti versi, e la traduzione, dell' Ode on a Distant 
Prospect of Eton College (w. 41-50) di Thomas Gray (1716-1771), uno dei 
maggiori poeti del Settecento inglese, egualmente celebre per le sue Odes 
oraziane che per la famosa Elegy Written in a Country Churchy ar d (1750) : 
Gay hope is theirs by fancy fed, / less pleasing, when possest; / the tear 
forgot as soon as shed / the sunshine of the breast, / their buxom health of 
rosy hue, / wild wit, invention ever new, / and lively cheer of vigour born ; / 
the thoughtless day, the easy night / the spirits pure, the slumbers light / 
that fly the approach of morn ( La gaia speranza alimentata dalla fantasia 
ti e men gradita se giugni al possesso; si dimenticano le lagrime appena 
sparse, Pallegrezza del cuore, la dolce salute di color di rosa, 1'indomito 
genio sempre nuovo neU'invenzioni, le leggeri gioie figlie del vigore, il 
giorno senza cure, Tindolente notte, i puri spiriti e i leggeri sonni che 
fuggono all'awicinarsi del mattino). 2. quei . . . deWAlbani: cioe, di- 
pinti dal Correggio e dall'Albani. Francesco Albani, bolognese (1578-1660), 
fu pittore di una grazia piuttosto leziosa. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 117 

monti di carne paiono fatti apposta per prevenire 1'avidita, e per 
saziar piu presto colla loro vista i ghiottoncelli. Tutta questa ab- 
bondanza non lascia luogo a querele e a dispute. I fanciulli si asten- 
gono tutti dal vino, e sino ai died o dodici anni anche dal te e dal 
caffe. Non e per loro una privazione quella del vino ; perche le loro 
madri, le loro sorelle se ne privano quasi ogni giorno volontaria- 
mente. Ma poi si sa che divenuti grandi se ne compensano con 
usura. 

Ma se sono belli i fanciulli inglesi sono ancora piu felici. Non 
sono ne schiavi, ne tiranni; quindi ne insolenti, ne gementi. Non 
avendo mai inteso lunghi vagiti e piagnistei nelle case signorili, volli 
verificare se questo era un vantaggio solo riser vato alle classi agiate. 
Scorsi le straduccie piu sucide, visitai i casolari piu poveri nelle 
citta, nelle campagne, trovai che i fanciulli non tiranneggiati, non 
disprezzati, non irritati, e soprattutto non mai beffati menano 

. . . i giorni 
della tenera eta lieti ed adorni. 1 

Quante volte compiansi la sorte de j miei compatriotti, che tormen- 
tati, inquietati, torturati dalle leggi, dagli uomini, dal governo, 
per un invincibile istinto della natura umana, si sfogano e si vendi- 
cano contro i piu deboli, e divengono a vicenda i tiranni delle loro 
famigliel II padre qui non s'immischia punto dell'educazione de* 
figH. Essi sono assorti negli affari, e per6 gli abbandonano alle cure 
della madre, che ben di rado esce di casa, ed esercita questo sacro 
ministerio con una costante soave equanimita. NelPeducazione do- 
mestica e escluso il castigo, al pari del premio, stimolo di rivalita. 
I fanciulli non abborriscono la lettura, perche vaghi sempre d'imi- 
tare, vedendo sempre i tavoli seminati di libri, e che tutti gli altri 
leggono per lo meno lo smisurato giornale, o un inevitabile ro- 
manzo del profluvio che se ne stampano, leggono anch'essi volen- 
tieri qualche libricciuolo della loro libreria. In questi ultimi qua- 
rant'anni e immenso il numero dei libri che si sono composti in 
Inghilterra per istruzione dei ragazzi e della gioventu. lo ne darei 
qui a piedi di pagina una lista d'alcuni, che meriterebbero d'essere 
tradotti e adottati anche dalle altre nazioni, ma sarebbe un catalogo 
troppo lungo. 

L'ordine e la distribuzione del tempo in una famiglia facilitano 

i. Tasso (nota del Pecchio), e precisamente Ger. lib., IX, 33. 



Il8 GIUSEPPE PECCHIO 

ogni cosa. Stabilito una volta un ordine impreteribile, diventa come 
una legge inesorabile di natura a cui ogni individuo obbedisce senza 
renitenza. Diviso, dico, che sia il giorno in porzioni assegnate, non 
v'e piu d'uopo di esortazioni e di comandi. Ognuno si sottomette 
al suo dovere, come ognuno si sottopone senza dolersi alle vicende 
del giorno e della notte. La giornata inglese a questo rispetto e 
simile al sistema celeste. La famiglia si leva, fa colazione, pranza 
ec. ec., sempre allo stesso minuto. un pianeta che segue la sua 
orbita senza bisogno di ulteriore impulso. La taciturnita e il timor 
reverenziale de' servi fa si ch'essi non comunicano i loro vizi o le 
loro passioni ai fanciulli, come in altri paesi succede. 

Tre cose piu d'ogn'altra mi hanno fatto senso nell'educazione 
inglese; il rispetto che i parent! mostrano ai loro figli; la cura di 
non fomentare Tiracondia; gli esercizi di corpo che compensano la 
perdita di forze per gli esercizi mentali. 

II rispetto del padre verso i figli comincia di buon'ora, e non 
cessa mai. Questa concessione istituisce il diritto di reciprocita in 
favore del padre. Una contumelia non cade mai dalle labbra del 
padre. L'onore del figlio deve giungere immaculato nella societa, 
e quando e immaculato si ha sempre il coraggio di difenderlo. Qui 
non parlo delle madri; perch6 esse possono fare ci6 che vogliono, 
la loro collera e sempre Pira di un amante. Sovente il padre, quando 
riceve lettere, se pur non sono lettere d'affari, le comunica e le fa 
circolare in tutta la famiglia. Sfugge per lo piu di far uso di nomi ac- 
carezzativi, che sono diminutivi che alia fine fanno supporre anche 
una diminuzione di merito. Anzi molte volte trapassano in un'af- 
fettazione opposta di chiamare il figlio col nome di famiglia . . . il 
sig. Tizio . . . per la ragione per cui madame de Lotenville 1 non 
voleva che George Dandin chiamasse sua moglie ma femme ma 
madame Dandin . Un signore inglese mio amico ascoltava con at- 
tenzione ed interesse le lezioni d'idrostatica che suo figlio leggeva 
dinanzi a una brigata. Un altro gentiluomo inglese che aveva in- 
segnato egli stesso il latino a sua figlia, prendeva lezioni d'italiano 
in presenza di lei dopo aver fatto colazione insieme. Anche ne ? col- 
legi i giovanetti sono sempre trattati da eguali dai loro superiori, 
e stimati e trattati da uomini. II frutto di questa ragionevolissima 
etichetta e, che Finglese (forse nato con facolta non cosi pronte 

i. madame de Lotenville: madame de Sotenville, corne veramente deve scri- 
versi, e personaggio assai noto della commedia George Dandin di Moliere. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA Il<) 

come quelle d'un italiano) diventa uomo piu presto. Non brillano 
con facezie, non sono mai prodighi di spirito, ma sono sempre 
sensati e non dicono mai scipitezze. Non sapranno far sonetti, ma 
sanno far affari. La nazione inglese ha ridotto il tempo a capitale; 
quindi la vita di un uomo e un capitale piu fruttifero quanto piu 
di buon'ora comincia a rendere. 

Quei che ammirano o deridono la freddezza inglese credono che 
sia effetto del clima e del loro temperamento. Si suol dire che non 
hanno sangue nelle vene. Ma non avevan sangue nelle vene quando 
tanto ne sparsero nelle guerre civili della Rosa rossa e Rosa bianca I 1 
Quando sotto il regno di Maria 2 perseguitarono e incrudelirono 
contro tante migliaia di loro concittadini per dispute teologiche ? E 
quando nella guerra tra il parlamento e Carlo I 3 per piu anni segui- 
tarono a trucidarsi con proscrizioni, con patiboli, con battaglie? 
Se gl'inglesi de' nostri giorni sono tanto tranquilli e freddi da pa- 
rerci uomini di ghiaccio, forse e perche sono pentiti di quelle loro 
antiche pazzie, fors'anche perche non hanno occasione da riscal- 
darsi, ma il piu probabile si e che la loro educazione comprime in 
loro quei fuochi fatui che noi crediamo sempre segnali di volcani, 
e spesso all'atto poi c'ingannano. Fatto si e che nella loro educa 
zione la loro anima non e mai disturbata da passioni 

venti contrarii alia vita serena.4 

Non v'e Fuso delle beffe, e delle satire nelle famiglie, che tanto 
esaspera gli animi dei fanciulli. La madre evita tutte le occasioni 
di eccitare lo sdegno de ? suoi figli; se mai essi s'infuriano, s'acci- 
gliano, essa tosto con un vezzo li disarma, o li prega in tuono au- 
torevole di non andar in collera. Non andate in collera ed otterrete 
tutto. - Questo e il firmano 5 che le madri pubblicano ad ogni 

i. guerre. . .bianca: la guerra civile, per motivi dinastici, tra le famiglie 
di Lancaster e di York, e i loro seguaci, si svolse dal 1455 al 1485 e fu 
sanguinosissima. Fu detta delle due rose dalle insegne nobiliari delle 
due famiglie: una rosa bianca i Lancaster, una rossa gli York. 2. il re 
gno di Maria: Maria Tudor, figlia di Enrico VIII e di Caterina d'Arago- 
na, regn6 dal 1553 al 1558. Educata al piu fervido cattolicesimo, tent6 
di imporre la sua fede nello Stato e vers6 in questa lotta molto sangue. 
3. guerra.. . Carlo I: Carlo I, figlio di Giacomo I, regnc- dal 1625 al 1648. 
II suo tentative di imporsi al Parlamento provoc6 una guerra civile (1642- 
1646), che fini con la sua decapitazione (30 gennaio 1649). 4. Petrarca, 
Rime, cxxvin, 105. 5. firmano: decreto, editto (dal persiano firman). 



120 GIUSEPPE PECCHIO 

momento nel loro impero. L'esser padroni di se - to Keep the 
temper - e una tal legge d'educazione che pare quasi divenuta una 
legge fondamentale dello stato. Non e permesso 1'escir de* gan- 
gheri (come i toscani ben esprimono) neppur co' servi, neppur col 
piu fangoso facchino. Un risentimento grave espresso in decorose 
parole e la divisa del gentiluomo in Inghilterra. Nel parlamento 
stesso quegli oratori che non sanno frenarsi, sono generalmente 
biasimati, e giudicati inetti al maneggio dei grandi affari. Un duello 
fatto precipitosamente e stimato tanto ignominioso quanto un duel 
lo codardamente ricusato. II sig. Hamilton Rowan (padre del Co- 
modoro Hamilton) credette due anni sono di essere stato offeso 
nel disco rso pronunziato da un membro in parlamento. Sebbene 
carico di 75 anni, parte immediatamente da Dublino per doman- 
dare uno schiarimento a Londra alPoratore. Segue un carteggio; 
le due parti scelgono ciascuna un amico per decidere la cosa; il 
sig. Hamilton non sapeva rinvenire Tinsulto, e non sapeva d'altron- 
de ritirarsi. Alia fine sottomette il caso a un antico giudice, e uomo 
delicato negli affari d'onore. Tosto che questi ebbe profferito che 
se avesse insistito di piu avrebbe avuto il torto, e la disapprovazione 
de' suoi amici, il coraggioso vecchio se ne ritorn6 a Dublino a con- 
tinuare i suoi lavori nelle belle arti. Se per6 esiste Poffesa, il duello 
diventa legittimo ed inevitabile : cosi accadde molti anni sono quan- 
do il duca d'York, fratello del re, a una rivista diresse un troppo 
pungente rimprovero a un colonnello. II colonnello prima di chie- 
dere soddisfazione al principe interpello i suoi ufficiali se lo crede- 
vano ingiuriato. Avendo questi risposto di si, mand6 la sfida, e il 
duello si effettu6. 

Non e gia Teducazione inglese simile al sistema di Pitagora che 
con cinque anni di continue silenzio e col solo vitto di vegetabili 
rendeva i suoi discepoli altrettanti frati della Trappa. 1 Non e nep 
pur simile allo stoicismo, secondo il quale, in mezzo alle ruine del 
mondo, Tuomo doveva conservarsi imperturbabile come una statua. 
L'educazione inglese e un sistema inglese che non si somiglia a 
null'altro, nato in Inghilterra, prodotto da molte circostanze, forse 
dall' essere una nazione commerciale e guerriera ad un tempo, che 
comprime le passioni nelle cose frivole, e lascia loro la briglia nelle 

i. frati della Trappa: i trappisti appartengono a un ordine che, soppresso 
con la Rivoluzione francese, fu ricostituito con la Restaurazione. La regola 
esige il silenzio, un vitto di pane e vegetali, un assiduo pensiero della morte. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 121 

rilevanti. In famiglia, nel tratto socievole, nella discussione degli 
affari, vuole calma, freddezza, ponderazione. Nelle grandi intra- 
prese, nella guerra, nei pericoli della patria, vuole coraggio ed en- 
tusiasmo. Quello stesso inglese che a stento risponde al vostro sa- 
luto, e che siede a tavola con voi come un Pagoda, 1 lo vedreste in 
un giorno di combattimento in mare, o in tempo di un'elezione 
parlamentaria, spiegare il piu sfrenato entusiasmo. Qual'e quel- 
Timpresa dove ci sia d'acquistar gloria ove Tinglese non si getti a 
capo chino (headlong) ? Mungo Park 2 s'interna solo nei deserti del- 
P Africa; non atterrito dalle sciagure del primo viaggio, ritenta il 
secondo, e perisce. II capitano Cokrane 3 ritorna a piedi da Kamst- 
ska a Pietroburgo per sei mila miglia, solo soletto come fosse una 
passeggiata dell'Hyde Park; indi va in America per fare un'altra 
passeggiata attraverso le Cordiliere, e vi muore. Lord Byron ab- 
bandona il caro ozio delle Muse, il sorriso ancor piu caro delle belle 
italiane, per morire in suolo straniero in difesa della liberta stra- 
niera. 4 Lord Cokrane 5 dopo aver combattuto nell'Atlantico e nel 
Pacifico per 1'Indipendenza dei nuovi Stati d' America, vola nel- 
FArcipelago a dividere la gloria con un pugno di Greci che lottano 
da sei anni col mostruoso impero che gli opprime. Leggete la vita 
di sir Robert Wilson 6 e vedrete quanti pericoli volontariamente ha 
corsi in favore sempre degli oppressi, o fossero re (in seguito in- 
grati), o popoli (poco grati), o semplici individui (ingratissimi). Eb- 
bene; tutti costoro che mostrarono un fanatismo da cavalieri er- 



i. un Pagoda', si chiamano cosi, oltre che i templi indiani e cinesi, anche 
gl'idoli che vi sono adorati. 2. Mungo Park, celebre viaggiatore inglese, 
si rec6 in Africa sulle sponde del Niger nel 1795, e poi, tomato in pa 
tria e pubblicata una relazione del suo viaggio, rinnovo la sua impresa 
(1805) per scoprire le sorgenti dello stesso fiume. Solo nel 1810 si seppe 
che era stato trucidato con i suoi compagni. 3. // capitano Cokrane: John 
Cochrane, esploratore inglese (1780-1825). Nel 1820 cerc6 di raggiungere 
1' America del Nord attraverso 1'Asia e lo stretto di Bering, ma, per le diffi- 
colta incontrate, si fermd (1821) a Kamtschatka, donde torno a Pietroburgo 
a piedi: e narr6 in un libro questa sua impresa. Si stabili poi nell' America 
del Sud, in Columbia, dove mori. 4. per morire . . . straniera: e noto che 
Byron mori (1824) in Grecia, a Missolungi, dove si era recato per com- 
battere insieme con i Greci insorti. 5. Lord Cokrane: Thomas Cochrane 
(1775-1860), ammiraglio inglese, combatte a lungo nell' America meridio- 
nale, in aiuto del Peru e del Cile. Nel 1827, proprio mentre il Pecchio 
componeva queste pagine, parti per la Grecia a combattere in favore degli 
insorti, ma negli anni successivi ebbe varie traversie in conseguenza del suo 
stesso carattere. 6. Robert Wilson: vedi la nota i a p. 86. 



122 GIUSEPPE PECCHIO 

ranti, nella vita sociale non si sarebbero resi colpevoli di un atto 
d'impazienza, neppur con un servo. 

Pare che Rousseau avesse tolte dagP Inglesi, in mezzo a cui visse 
qualche tempo, le idee principali dell'educazione fisica del suo 
Emilia. 1 La ginnastica degPInglesi e quasi tutta applicata a cose 
utili. In quella guisa ch'essi non studiano il diritto pubblico e lo 
stile lapidario, perche li credono studi inutili, non imparano la 
scherma, n6 il salto mortale, ne i capitomboli dei grotteschi, ne* le 
capriole dei ballerini; ma invece imparano a correre a briglia sciolta 
a cavallo, a saltar siepi e fosse, a nuotare, a saltare a piedi giunti, ad 
arrampicarsi su gli alberi. Noi impariamo con tanta fatica la scher 
ma, tanto inutile, se non per chi vuole uccidere o essere ucciso in 
regola. In guerra pure e di poco vantaggio. GPInglesi invece im 
parano a boxer che (ridasi pur quanto si vuole) e utile ad ogni mo- 
mento della vita. Noi siamo destri nel bigliardo, destrezza di nessun 
applicazione nella vita, simile a un dipresso al giuoco delle palle 
degPIndiani. GPInglesi invece dalPinfanzia sino alia vecchiaia sono 
awezzi a giuocare al criket, giuoco alParia libera che richiede forza, 
destrezza, velocita e qualche po' d'intrepidezza nelPaspettar la pe- 
sante palla che Pavversario lancia a tutta forza contro alcuni stecchi 
di legno che Paltro ribatte con una specie di clava. La caccia della 
volpe, quella del fucile, le corse a cavallo, il nuoto, il remigare, il 
guidare un cocchio, il criket, lo sdrucciolare sul ghiaccio (patiner) 
sono esercizi che tengono in continue moto quasi tutte le eta. Si- 
mili ai Greci, gPInglesi credono che la ginnastica non disconvenga 
ne a nessuna eta, n a nessuna professione. Alia caccia, al criket e 
allo sdrucciolar sul ghiaccio mi sono trovato piu volte con fanciulli, 
preti e uomini in eta avanzata, tutti misti insieme. In tutti questi 
esercizi la mira non e di abbellire ma di fortificare, to steel, cioe, 
dare una tempra d'acciaio al corpo. Per esempio alia caccia della 
volpe a cavallo, pochi Tartari sarebbero capaci di sopportare la fa 
tica che alcune volte soffrono con ilarita i giovani inglesi. II primo 
giorno del corrente anno (1828) vi fu una caccia vicino a York in 
cui i cavalieri inseguendo un'astutissima volpe scorsero 52 miglia in 
sei ore e mezza, e non fecero alto che una sola ,volta per 10 minuti. 

i. Pare . . . Emilio: Rousseau si rec6 in Inghilterra, accettando Tinvito e 
1'ospitalita di Hume, nel 1765, quando gi aveva pubblicato Vfimile (1762). 
Ci6 non toglie che egli abbia potuto trarre dagli Inglesi, ad esempio da 
Locke, qualche idea sull'educazione fisica. 



OSSERVAZIONI DI UN ESULE SULL'INGHILTERRA 12$ 

Nessuno spaventa mai i ragazzi coll'idea de' pericoli. Gli Spar- 
tani dicevano, quando gettavano nel burrone i figli nati storpi, 
ch'e meglio che un figlio muoia, di quel che cresca un cittadino 
inutile alia patria. Quando gPInglesi lasciano scivolar sui fiumi ap- 
pena agghiacciati i loro figli, pare che anch'essi molto saviamente 
giudichino ch'e meglio correre il pericolo di perdere il figlio per 
un infelice accidente, che d'aver un pusillanime e tremebondo per 
tutta la vita. Non ammollito quindi da soverchie carezze, non at- 
territo da irati sopraccigli, o da tuonanti minacce, il fanciullo in- 
glese e libero ne' suoi movimenti, si siede per terra, balza in piedi 
a sua voglia, si sdraia sul sofa o sulFerba; purche non turbi la pace 
degli altri, egli puo fare ogni suo innocente capriccio. In questo 
modo fa continue esperienze da s6, si abitua ad osservare, a giudi- 
care da se, paragona i suoi mezzi colle difficolta da vincersi, scan- 
daglia i pericoli, e acquista vigore e confidenza nelle proprie forze. 
All' eta di sei o sette anni il fanciullo e gia capace di andare da solo 
a scuola per le afTollate strade di Londra, in quel trambusto di 
carri, carrozze e cavalli. 6 pero vero che gl'inviolabili e inviolati mar- 
ciapiedi di tutte le citta inglesi sono una specie di guida pei ragazzi. 
Nondimeno essendo rarissimi gli sfortunati accident! di alcun di 
loro pesto od offeso dalle carrozze, la giustizia vuole che non sieno 
defraudati del merito del precoce loro buon senso. La paura natu- 
rale all'uomo e gia un mentore sufficiente contro i pericoli, senz'ac- 
crescerla con un'eccessiva timida previdenza. Mi ricordo (e con 
sospiro me ne ricordo) di aver veduto sul lago di Como parimenti i 
fanciulli dei pescatori o dei montanari, abbandonati in balia di se 
stessi, scherzare in riva del lago, commettersi in piccioli battelli al 
capriccio delFonde, giuocare sull'orlo dei pozzi, arrampicarsi su 
precipizi, pendere come camozze da altissime rocche, senza mai ca- 
dere o farsi male. Ed e uopo anche confessare che le popolazioni de' 
nostri laghi sono le piu dotate di coraggio e di talento. Tutti i fan 
ciulli in quest'isola sanno cavalcare, perche sin dalla piu tenera eta 
vi sono awezzi. Nessuno gli accompagna. Vanno, girano, vagano 
da se, trattano il loro pony 1 come un compagno ; lo nutrono, lo pu- 
liscono essi stessi, lo lasciano riposare a tempo; non abusano dell a 
sua docilita, perche e il commilitone delle loro awenture. Leggasi 



i.Razza di cavallini docili e forti ch'e molto coltivata in Inghilterra 
(nota del Pecchio). 



124 GIUSEPPE PECCHIO 

a questo proposito la graziosa novelletta di Light-food di miss 
Edgeworth. 1 

La liberta e la maestra d'ogni cosa in Inghilterra. Ad imitazione 
del governo che pubblica ordini e leggi meno che puo, cosi non vi 
sono che pochi e indispensabili legami in ogni cosa, Gli alberi non 
sono storpiati, ne contorti, ne recisi da forbici, ma crescono rigo- 
gliosi, fronzuti a loro voglia ne' parchi e nelle campagne; i giardini 
non sono simmetrizzati, ma imitano la natura; le case non sono ar- 
chitettate ne simmetrizzate di soverchio a dispendio de' comodi 
interni, ma sono ora corpulente, ora in isghembo, ma sempre ben 
divise e comode nell'interno. I cavalli non sono irritati, o storpiati 
con esercizi inutili e movimenti mimici, ma sono forti, nerboruti 
e velocissimi. Qui in somma 1'educazione e piuttosto una norma, 
una guida, che una violenta compressione. II popolo inglese e 
il popolo incivilito che meno si scosta dalla natura. 



i. Maria Edgeworth (1767-1849), scrittrice anglo-irlandese, autrice di rac- 
conti di vita irlandese (Belinda, 1801; Leonora, 1806) e di narrazioni mo- 
rali per fanciulli. I suoi scritti influirono in Italia su Pietro Thouar e Bianca 
Milesi. 



LEONETTO CIPRIANI 



PROFILO BIOGRAFICO 

JLEONETTO CIPRIANI nacque a Ortinola, una frazione di Centuri, 
in Corsica, il 10 ottobre 1812. La famiglia, oriunda di Firenze, 
mescolata nel Medioevo alle lotte comunali, e percio varie volte 
esiliata come ghibellina, si era poi rifugiata - almeno il ramo che 
piu ci interessa - dalla Toscana in Corsica nel 1427, fissandosi 
precisamente ad Ortinola. Da secoli si occupava di commerci, e lo 
stesso padre di Leonetto, Matteo Cipriani, aveva forti interessi 
in America, a Trinita, dove si era varie volte recato. La prima in- 
fanzia di Leonetto si svolse in Corsica, ma, stabilitosi il padre a 
Livorno, la famiglia lo raggiunse nel 1822. Dopo due anni, Leo 
netto fu posto col fratello Pietro nel collegio di Santa Caterina a 
Pisa, per farvi i suoi studi; ma ben poco vi imparo e, ribelle e vio- 
lento, si fece cacciare clamorosamente dopo soli quattro anni (1828). 
Da allora non ebbe piu un regolare insegnamento, e perci6 quel 
che apprese fu conquista da autodidatta, anche se per alcun tempo 
frequento poi (1834-1835), come libero uditore, senza affrontare 
esami, alcune lezioni delPUniversita di Pisa, specialmente di scienze 
naturali e di medicina. La sua formazione non venne, dunque, 
dai libri, ma dalle sue intense e molteplici esperienze di vita: e 
ci6 spiega il forte rilievo della sua personalita e il colorito vivace 
delle sue pagine, come anche certe sue strane sordita e Tirregolare 
architettura del suo stile. 

Giovanissimo, nel 1830, partecipo con uno zio alia spedizione 
francese di Algeri, mostrando audacie da guerriero in germe, ma 
anche un precoce ardore passionale; che, tornando a Livorno, 
port6 con se una giovinetta tratta fuori dalPharem del Dey, e fu 
si preso da questo suo primo romanzo d'amore che la giovane donna 
si uccise, ed egli fu a lungo malato e vicino a morire. Appena gua- 
rito, il padre lo invi6 in America (1831), a Trinita; e di li, fra molte 
plici awenture, Leonetto visito gran parte delle zone centrali del 
continente americano, risalendo poi, lungo il Mississippi, fino a 
Washington, a Baltimora, a Nuova York, donde si imbarco, il 
i maggio del 1834, per tornare a Livorno, che raggiunse nel lu- 
glio del 1834, dopo aver visitato Parigi, il Belgio e TOlanda. Fu 
questo il suo primo viaggio in America, cui ne seguirono altri 
sei, con dimore, varie volte, di parecchi anni, tra esperienze sem- 



128 LEONETTO CIPRIANI 

pre piu complesse e awenture spesso straordinarie. E gia nel set- 
tembre del 1835, dopo breve dimora a Livorno, egli ripartiva per 
Tisola di Trinita, per risolvere senza danno, nei possessi del pa 
dre, Pemancipazione degli schiavi, voluta dalla nuova legge in- 
glese (1834) e sempre piu vivamente sostenuta dalPopinione pub- 
blica. Fu questo un breve viaggio, che Leonetto torno presto a 
Livorno (maggio 1836) e per lungo tempo (fino al 1851) non si 
mosse dair Italia, trattenuto dapprima dalla morte del padre 
(16 aprile 1837) e dalla propria nomina a tutore della famiglia, e 
successivamente dagli eventi politici ai quali partecip6 con Pim- 
peto che era proprio del suo carattere. 

Negli anni immediatamente anteriori all'elezione di Pio IX, 
due importanti esperienze influirono nell'orientare Patteggiamento 
politico del Cipriani. Anzitutto il contatto, che divenne presto ami- 
cizia, con la famiglia Bonaparte, e particolarmente con Tex re 
Girolamo e il di lui figlio principe Napoleone. Questa amicizia 
avvi6 il Cipriani verso posizioni decisamente monarchiche, an- 
che nei confront! del problema italiano. Contemporaneamente, le 
difficolta creategli da alcuni elementi mazziniani, ai quali si era 
legato suo fratello Alessandro, e i colloqui da lui avuti in tale occa- 
sione, lo resero aspramente avverso e intollerante di fronte alia 
corrente repubblicana e gli fecero giudicare il Mazzini come il 
maggiore nemico del nostro Risorgimento. II Cipriani non riusci 
mai a riesaminare questa sua posizione, non dico per schierarsi 
con i mazziniani, il che sarebbe stato impossibile per il suo tempe- 
ramento e le sue convinzioni, ma almeno per considerare con mag 
giore obbiettivita il pensiero e Pazione del Mazzini. 

I primi veri interventi del Cipriani nella politica ebbero inizio 
subito dopo 1'elezione di Pio IX, con un suo viaggio a Roma e vari 
colloqui con alcuni cardinali. Di questi colloqui egli da un reso- 
conto abbastanza ampio nelle sue memorie, ma le idee che egli 
attribuisce ai prelati con i quali si svolsero i suoi incontri sono, in 
realta, poco credibili: n6 dovettero sembrare possibili allo stesso 
Carlo Alberto, dal quale il Cipriani si rec6, subito dopo, a riferire, 
a Torino. Promulgate le costituzioni e scoppiata la guerra, egli, 
che era gia tomato in Toscana, si diede da fare perche Leopoldo II 
lasciasse partire i volontari; si uni ad essi, combatte valorosamente 
a Curtatone, e divenne poi prigioniero degli Austriaci, per un'errata 
missione affidatagli dal comandante De Laugier dopo la battaglia. 



PROFILO BIOGRAFICO I2Q 

Concluso 1'armistizio, il Cipriani torn6 in Toscana, rifiut6 di assu- 
mere il dicastero della guerra nel mmistero Capponi, e venne poco 
dopo inviato a Livorno (15 agosto 1848), a sedarne la rivoluzione, 
con la carica di colonnello di stato maggiore. Fu questa una mis- 
sione sfortunata, che ebbe poi un lungo strascico di polemiche. 
II Cipriani non riusci a piegare gli insorti e dove abbandonare la 
citta, ormai totalmente dominata dagli elementi mazziniani. Un 
episodic, questo, che accentub il suo odio per i repubblicani e lo 
volse sempre piu verso una soluzione monarchica. Nei mesi suc- 
cessivi fu inviato dal governo toscano a Torino, perche Carlo Al 
berto intervenisse a Livorno; a Parigi, poi, per acquistarvi delle 
artiglierie. E a Parigi rimase, sia pure senza veste ufficiale, dopo che 
il Guerrazzi successe al Capponi nel governo della Toscana. Da 
allora si inizio quell'opera che forse fu la piu importante tra quelle 
svolte dal Cipriani: perche, eletto Luigi Napoleone presidente 
della repubblica francese, egli awi6, con alcune gite fra Torino e 
Parigi, quella politica di awicinamento tra il Piemonte e il Bona 
parte che doveva dare poi i suoi frutti, per merito di ben piu abili 
uomini, dieci anni dopo. Si pu6 dire che da questo tempo il Ci 
priani non si considero piu suddito della Toscana, ma totalmente 
alle dipendenze della dinastia di Savoia. Alia ripresa della guerra 
entro a far parte delPesercito piemontese, come addetto allo stato 
maggiore del generale Bes, combatte alia Sforzesca, vide la scon- 
fitta di Novara, soffri dell'abdicazione di Carlo Alberto. 

Tomato in Toscana, si rinchiuse nella piu sdegnosa solitudine, 
che la situazione italiana e la presenza degli Austriaci nel Grandu- 
cato gli parvero intollerabili e tali da lasciare poca speranza di un 
migliore futuro. Invio allora al granduca le sue dimissioni da colon 
nello di stato maggiore, e si occupo unicamente degli interessi della 
propria famiglia: ai quali aggiunse una curiosa attivita archeolo- 
gica, tutto preso da certi scavi che voile fare in un suo possesso 
a Cecina. Non bastandogli queste occupazioni, progett6 allora un 
viaggio in California, che fu certamente il piu importante dei tanti 
da lui fatti in America. Parti da Le Havre il 19 novembre del 1851, 
giunse a New York, vi si imbarc6 per 1'istmo di Panama, risali 
di li a San Francisco e vi si insedio come console sardo, rizzando 
quella ardimentosa casa smontabile che lo aveva intanto raggiunto 
dallTtalia con alcuni compagni e numeroso bagaglio. Poi, da 
San Francisco, messa insieme una vera e propria carovana, con un 



130 LEONETTO CIPRIANI 

migliaio di buoi, vacche e cavalli, traverse (1853) ^ continente ame- 
ricano da Westport al South Pass e di 11 al Lago Salato e al frame 
Humboldt, superando non poche difficolta, tra 1'orrido della na- 
tura e le minacce delle tribu indiane in rivolta. 

Tre anni e pm rimase in America, che solo il 27 maggio del 1855 
sbarcava a Liverpool. Subito corse a Parigi, fissandovi la propria 
dimora: aH'ombra dei Bonaparte, ma non dimentico dell' Italia. 
NelPottobre del 1855, infatti, si recava a Pollenzo per un impor- 
tante colloquio col re Vittorio Emanuele, e si impegnava con tutto 
il suo zelo per quel matrimonio tra il principe Napoleone e la prin- 
cipessa Clotilde, che fu considerate tra i piu forti vincoli che avreb- 
bero dovuto legare la dinastia francese alia piemontese. Ma quando 
si inizi6 la guerra del '59, Leonetto era di nuovo in America, da 
pochi mesi: richiamato in Europa dal principe Napoleone, sposo 
in fretta Maria Worthington (che mod nel 1860, senza che egli la 
rivedesse), e torn6 subito a Parigi: tanto fascino esercitava su lui 
la speranza di veder libera 1' Italia. II 22 giugno era gia a Torino 
ed entrava a far parte dello stato maggiore di Napoleone: certo, 
ubbidendo alle sue sirnpatie per i Bonaparte, ma anche convinto di 
potere, con tale carica, giovare meglio alia causa italiana. Dopo 
Villafranca, infatti, si dimise da quell'ufficio e accetto la nomina 
(16 agosto 1859) agovernatore della Romagna: incarico che dopo 
tre mesi, nei primi di novembre, egli lasciava, sostituito dal Fa- 
rini. Anche allora la sua opera fu molto discussa: le accuse fattegli 
erano certo ingiuste, e perfetta la sua buona fede e yivissimo il suo 
zelo : ma e anche veto che egli non fu mai un politico, ed era nato 
soltanto per 1'azione, Suo massimo desiderio fu, allora, di ottenere 
un riconoscimento di ci6 che aveva fatto per 1' Italia: quella lettera 
di elogio, inviatagli da Vittorio Emanuele (29 aprile 1860), che egli 
consider6 come la massima onorificenza da lui ottenuta, e che poi, 
nel suo testamento, chiese fosse letta in senato quale unica comme- 
morazione alia sua morte. 

In realta, dopo il 1859, ^ Cipriani rimase lontano dalle successive 
vicende del nostro Risorgimento. Gia nel luglio del 1860 ripartiva 
per la California, e non ne tornava che nel 1864; di nuovo era in 
America nel 1866, e ancora, per un ultimo viaggio, nel 1871. Ma 
gia negli intervalli tra questi viaggi egli aveva fissata la sua dimora 
a Centuri, nonostante gli onori che gli erano stati tributati dalF Ita 
lia, con la nomina a conte, senatore (1865), gran croce dei santi Mau- 



PROFILO BIOGRAFICO 13! 

rizio e Lazzaro, generale onorario. Troppo lo avevano amareggiato 
i dissidi tra Francia e Italia, che egli sentiva entrambe care al suo 
animo, pur essendo e considerandosi cittadino italiano. E a Cen- 
turi si ritir6 definitivamente dopo il 1871, intento a curare il pro- 
prio patrimonio e occupandosi dei figli, uno (Leonetto) nato dalle 
prime nozze in America, e altri cinque da un successive matrimo 
nio in Italia. Finche il 10 maggio 1888, nella sua Corsica, si chiuse 
la sua awenturosa esistenza. 

II Cipriani, durante la sua vita, scrisse e pubblico solamente una 
narrazione dei fatti awenuti a Livorno mentre egli vi era commis- 
sario : un opuscolo che non sorgeva certo da intenti letterari, ma 
voleva essere soltanto una difesa. Le memorie che egli lascio 
manoscritte e che apparvero quasi cinquant'anni dopo la sua morte, 
nel 1934, per cura di Leonardo Mordini, nacquero anch'esse senza 
fini letterari, soprattutto dal desiderio, che egli ebbe fortissimo, 
proprio perche si sentiva dimenticato, di lasciare, almeno ai pro- 
pri figli, il ricordo di quanto aveva fatto per T Italia e di quelle 
grandi qualita virili che egli stesso si riconosceva. Ma questi in 
tenti furono poi vinti e travolti dalla passione con cui risorgeva- 
no dinanzi alia sua memoria, vivamente coloriti, episodi, uomini, 
paesaggi. Narra lo stesso Cipriani (vol. II, p. 21) che, tornato in 
Toscana dopo Novara, nella lunga estate, in Piombino, per non 
stare inoccupato scrisse una parte di questi racconti [le memo- 
rie], e particolarmente i fatti piii recenti del 1848 e 1849)). Ma gli 
anni veramente dedicati alia stesura delle memorie furono quelli 
dal 1869 al 1876: in forma distesa per il periodo che arriva fino al 
1853, i n brani ancora slegati, e a volte come semplici appunti, 
con ampie lacune, per quel che si riferisce agli anni successivi, 
non oltre Tultimo viaggio in America. II Cipriani scrive in terza 
persona, fingendo che sia un immaginario vecchio mentore a nar- 
rare la vita di Leonetto, dopo che questi era morto: e il racconto 
si rivolge al primo figlio del Cipriani, che si chiamava Leonetto 
come il padre. Una finzione che a volte riesce d'impaccio al let- 
tore, ma che pure permette spesso allo scrittore di esaltare la pro- 
pria persona senza apparire troppo scopertamente vanitoso. 

II Cipriani non e uno scrittore nel senso che si da tradizional- 
mente a questa parola: troppi vocaboli, troppe forme sintattiche 
sono lontani dalla proprieta e correttezza che si vorrebbero, ne le 



132 LEONETTO CIPRIANI 

pagine si sviluppano in una misurata linea architettonica. Solo in 
parte queste deficienze possono attribuirsi alia mancata revisione 
del manoscritto da parte sua: piu spesso appare evidente che egli 
si muove come im irregolare e un ribelle, ubbidendo soprattutto 
a se stesso. Ma il fascino che esercitano le sue pagine, anche per il 
loro procedere un po j capriccioso e arbitrario, e ugualmente grande. 
Anzitutto, per il rilievo con cui vi si scolpisce la sua personalita, 
asciutta e vigorosa come il suo stile; egli e sempre al centro d'ogni 
episodio, domina nella Firenze del '48, nella battaglia di Curta- 
tone, nella rivolta di Livorno, sullo sfondo delle Montagne rocciose 
d' America, quasi gli eventi e i paesi divenissero il suo piedestallo. 
GPindiani stessi non vedono che lui, lo onorano come un grande 
capo : le donne poi se ne innamorano perdutamente al primo incon- 
tro. Non ha mai un momento di esitazione : sicuro di se, tagliente 
nei giudizi, certo d'esser nato per comandare. Giustamente il Baldi- 
ni (vedi Tarticolo citato nella bibliografia) ha sentito in lui la stoffa 
di un Cellini: ridimensionato, certo, dalla diversa civilta delF Otto- 
cento, ma non meno manesco e violento : di che il suo stesso stile 
diventa una prova, cosi drammatico e rapido, senza gli abili chiaro- 
scuri di tanti suoi contemporanei. A Livorno, basta che egli guardi 
una vecchia che da un uscio gli ha gridato assassino : e quella 
fugge atterrita per le scale, e si spezza una gamba: impassibile 
nei piu grandi pericoli, acquistava in essi una lucidita d'intelletto 
che ne faceva un uomo eccezionale (vedi qui a p. 218). Basta ri- 
pensarlo scatenato, in lotta con maestri e compagni in collegio, 
come Orlando furioso , o altero e aggressive dinanzi a Radetzky. 
Non vi e dubbio che gli storici non potrebbero accogliere senza 
ampi ritocchi e spostamenti le sue testimonialize. Ma quei suoi 
personalissimi quadri del Risorgimento hanno una vitalita che si 
impone al disopra dell'esattezza storica. I volontari toscani e Pat- 
mosfera di quei tempi, il tono un po' flaccido e casalingo della 
vita politica del granducato di Leopoldo II, dei suoi ministri e go- 
vernatori, le colorite e stravaganti divise, gPimpensabili armamenti 
dei piu accesi liberali, la stessa variopinta uniforme inventata per se 
dal Cipriani; questi e tanti altri quadri delPepoca trascendono con- 
tinuamente il documento storico e divengono il romanzo del 
Risorgimento, per il mordente stesso della narrazione. Come la sua 
carovana del 1853 in America, del cui viaggio non abbiamo potuto 
riprodurre che solo una parte, e Tepopea della marcia di un pio- 



PROFILO BIOGRAFICO 133 

niere, una rude leggenda della conquista dell'Ovest, da aggiungere, 
scarna e vigorosa quale e, alle tante di cui e ricca la letteratura ame- 
ricana. Certo, tra questi riconoscimenti e il dire che le memorie 
sono un* opera di primo piano, corre un'enorme differenza. Ma cio 
non toglie che le pagine del Cipriani meritino maggior numero di 
lettori e maggior fortuna di quanto, in realta, fmora abbiano avuto. 



Le Avventure della mia vita apparvero per la prima volta, ad opera e con 
note di L. Mordini, in 2 volumi, a Bologna, Zanichelli, 1934, e su esse 
vedi quanto diciamo nella Nota ai testi, in fondo al presente volume. 
Nel 1872 il Cipriani pubblico a Roma un opuscolo Sul risanamento e colo- 
nizzazione delVagro romano, che non ho visto, ma che viene qui ricordato 
per maggior compiutezza di notizie. 

Per la vita del Cipriani, oltre quanto si ricava direttamente dalle Avven 
ture, si veda L. FERRARI, Onomasticon, repertorio biobibliografico degli scrit- 
tori italiani dal 1501 al 1850, Milano, Hoepli, 1947; F. PERA, Quarta serie 
di nuove biografie livornesi, Siena, tip. Pontif. S. Bernardino, 1906 ; 1'articolo 
di L. MORDINI, in M. Rosi, Dizionario del Risorgimento nazionale, Mi 
lano, F. Vallardi, 1930, e quello di M. MENGHINI nell'Enciclopedia Ita- 
liana. 

Alia pubblicazione delle Avventure si ebbero varie recensioni, tra le quali 
citiamo: A. BALDINI, in Corriere della Sera, 28 dicembre 1933; C. ZA- 
GHI, in Nuovi problemi di politica storia ed economia, fasc. 5-12 (mag- 
gio-dicembre 1933), pp. 551-7; G. MAZZONI, in Archivio stor. ital. , xxi 
(1934), p. 164; P. GADDA, in Pan, n. 5 (1934); M. MORANDI, in Civilta 
fascista, 1934, pp. 762-3; E. M. Fusco, Gli usignuoli e un viandante, Mi 
lano, I.T.E., 1934. 

Fra i contributi per lo studio della personalita del Cipriani, vedi M. Ros- 
SELLI CECCONI, Ualbero genealogico della famiglia Cipriani del Capocorso, 
in Archivio stor. di Corsica , 1933, pp. 564-6; G. LETI, II duello Malen- 
chini-Cipriani nel 1851 a Parigi, in La cultura moderna, Milano, ago- 
sto 1931, pp. 481-5 ; G. MAZZONI, II duello fra L. Cipriani e V. Malenchini, 
in L'ape, Firenze, Barbera, aprile 1934; A. GUERRIERI, Leonetto Ci 
priani a Livorno e il miracolo del Sant* Antonio, in Corsica antica e mo- 
derna, gennaio-febbraio 1934, pp. 32-41; L. BULFEKETTI, Leonetto Ci 
priani console sardo in California (1851-1853), in Archivio stor. di Cor 
sica)), 1939, pp. 94-132. 



DALLE AVVENTURE BELLA MIA VITA 
L'INFANZIA DI LEONETTO FIND ALL'ETA DI DIECI ANNI 1 

Leonetto 2 e nato il 16 ottobre 1812 nella casa paterna nel villag- 
gio di Ortinola, in Centuri di Corsica, allora dipartimento del- 
rimpero francese. 

Nella prima infanzia fu di una tale vivacita, che teneva in conti- 
nua apprensione la madre. 3 All'eta di tre anni si batteva con tutti - 
correva solo sui monti - non incontrava bestia, cavallo, mulo o 
somaro che fosse, senza arrampicarcisi sopra - e percio arrivava 
sempre a casa ferito o con la testa rotta. 

A cinque anni andava a scuola da un vecchio curato ignorante, 
che non sapeva dare che lezioni di nerbo. 

Una volta Leonettino, per una nerbata affibbiatagli, arrivo a 
casa con un occhio insanguinato. Sua madre voleva correre a strap- 
pare gli orecchi alia bestia tonsurata, ma il padre 4 disse : Ci 
penso io. Infatti la sera tardi ando alia canonica con un grosso 
bastone di fico fresco e gliene dette tante, che stette per un mese a 
letto e poi se ne ando alia malora. 

A sei anni, dovendo passare la processione del Corpus Domini 
sotto casa sua, erano stati preparati diversi mortaretti carichi di 
polvere. A Leonetto, che stava li coi fratelli e i cugini, venne 1'idea 
di darvi fuoco. Detto fatto, ando in cucina, prese un tizzo, e sof- 
fiandoci su, lo awicino ai mortaretti. 

Allo scoppio scapparono tutti chi da un lato chi dall'altro, fuor- 
che i piccini, che rimasero gridando e piangendo, senz'avere nessun 
male. Gli altri furono trovati appiattati piu o meno lontani. 

Ma gira e cerca tutto il giorno, Leonetto non si trovava, e la 
povera madre lo piangeva ferito o morto. II padre organizz6 delle 
battute con tutta la popolazione, e finalmente a mezzanotte lo tro- 
varono nascosto sotto la paglia in un casolare assai distante. Non 

i, Ed. cit., vol. i, cap. IV, pp. 23-6. 2. Leonetto'. come abbiamo detto nel 
Profilo biografico, il Cipriani finge che le sue Avventure siano narrate da un 
vecchio mentore. 3. la madre: discendente della famiglia dei prlncipi 
Caracciolo di Napoli, la madre aveva sposato Matteo Cipriani a Centuri, 
nel 1810. Mori a Livorno il 14 marzo 1869. 4. il padre: Matteo Cipriani 
era nato a Centuri il 30 novembre 1770. Ebbe una vita molto awenturosa: 
combatte 1 , navig6, commercio in America. Mori a Pisa il 16 aprile 1837. 
La famiglia Cipriani, originaria di Firenze, si era stabilita in Corsica dalla 
meta del Quattrocento. 



136 LEONETTO CIPRIANI 

dormiva; ignorando cosa era seguito dei fratelli e dei cugini, si 
aspettava Dio sa che, e sapeva che il padre gli avrebbe dato una 
lezione da non dimenticarsela piu. 

Lo condussero a casa, e il padre non disse nulla. Gli dette da 
cena, lo mise a letto, e, tratto caratteristico di quelPuomo, il 
giorno dopo proibi si facesse mai piu parola delPaccaduto in pre- 
senza del figlio. Ma, d'allora in poi, quando voleva incutergli ti- 
more, bastava che gli dicesse con quel suo cipiglio: Leonetto, 
rammentati e Leonetto diventava un agnello. 

Un'altra volta, ando alia fonte col servitore che conduceva a 
bere il cavallo. Voile montarvi sopra, strapp6 la cavezza dalle mani 
del servo e via al galoppo verso casa. Ma arrivato davanti alia stalla 
il cavallo ci entrb, e Leonetto fu stramazzato in terra e rimase come 
motto per diverse ore. 

Un'altra volta essendo solo, ballava e cantava sopra una tavola 
in mezzo al giardino. II padre lo vide e gli ordino di scendere. 
Salto giu, ma cadde sopra un sedile di lavagna e si taglio le due 
labbra. II padre gliele cuci, ma egli ne porto sempre la cicatrice. 

Ma la piu grossa di tutte fu questa. Egli si trovava con la fa- 
miglia a prendere i bagni di mare alle Mute. 1 Vi era un battello 
nel porto. Vi and6 a nuoto e si arrampicd come un gatto in cima 
alPalbero. II padre se ne accorse, e col famoso nerbo in mano si 
diresse verso la barca. Ma Leonetto che essendo nudo sentiva 
frizzarsi sulla pelle le nerbate, non si sgoment6 - dalPalbero si 
getto in mare e fuggi come un pesce, finche il padre non lo raggiunse 
e gli salvo la vita al momento che, perdute le forze, stava per af- 
fogare. 

La sua piu gran passione era la guerra, che si sarebbe detto sen 
tiva per istinto da bambino, come la fece da adulto. 

Allora le guerre si combattevano fra i ragazzi del villaggio di 
sopra e di quello di sotto. Degli ultimi era lui il capo e sembra che 
degnamente li comandasse, perche era quello che piu spesso tor- 
nava con la testa rotta. 

I proiettili erano sassate - e la posizione strategica di quelli di 
sopra essendo migliore, chi ne toccava sempre era lui coi suoi. 

Furibondo di non essere mai vincitore, immagin6 una sorpresa. 
Fece impegnare una lotta dai compagni, e lui con quattro altri dei 
piu arditi, prendendo a dritta per le ripe, nascosti dalle vigne, sali- 
i. Mute i e il nome del porto di Centuri. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 137 

rono il monte e piombarono alle spalle del nemici, che pagarono 
in una volta tutte le passate vittorie, perche ve ae furono diversi 
malamente feriti, ed a loro scorno furono inseguiti fin dentro il 
villaggio. 

II padre, non riuscendo a frenare questa temerita eccessiva e pe- 
ricolosa, che in fondo non gli dispiaceva, ma teneva in continuo 
allarme la madre, cerc6 di darci sfogo mandandolo a caccia, senza 
fucile, s'intende bene, e con un cacciatore fidato, alia pesca, facen- 
dogli fare limghe corse a piedi o sopra un disgra2iato ciuco, e invian- 
dolo spesso solo a notte oscura con un pretesto qualunque dalPava 
materna a Morsiglia, distante tre buone miglia di sentieri da capre 
in mezzo ai boschi. 

Ma tutto inutilmente. Fino ai sette anni fu indomabile ; e la ma 
dre raccontava che a quelPeta era nello stato di un f ebbricitante fu- 
rioso : il giorno faceva il diavolo a quattro, e la notte sognava e 
smaniava nel letto. 

Finl col cadere malato di una curiosa malattia. 

Una notte la madre lo senti gridare piu del solito, e nello stesso 
tempo senti piangere il fratello Pietro 1 che dormiva in un letto ac- 
canto a lui. Era Leonetto che aveva preso il povero fratello per le 
gambe, e correva per la stanza strascinandoselo dietro e sognando 
di essere sopra il suo somaro. 

Non fu possibile svegliarlo. Non riconosceva nessuno - non sa- 
peva quel che diceva - e duro in quello stato tre giorni e tre norti 
gridando sempre e non mangiando che per forza. 

II quarto giorno un medico venuto da Bastia gli somministro 
una forte dose di oppio. Si addorment6, dormi ventott'ore - e 
quando si svegli6 era guarito; in una parola, non era piu lo stesso. 

Nel 1822 il padre essendo gia in Italia, scrisse alia madre che lo 
raggiungesse coi due figli Leonetto e Pietro. 

Partirono sopra una feluca napoletana che era nel porto di Cen- 
turi, ma presi da fiera tempesta furono spinti nella notte nel golfo 
della Spezia, e naufragarono sulla spiaggia. Leonetto che nuotava 
come un pesce fu il primo a prendere terra, e senza guardare ad 
altro corse alle prime case a chiedere aiuto e i pescatori arriva- 
rono a tempo per salvare la madre che, col figlio Pietro attaccato 
al collo, stava aggrappata ad una banda della feluca. 

i. Pietro: uno dei fratelli di Leonetto. Mori a vent'anni a Livorno, nel 
1834, cadendo da cavallo. 



138 LEONETTO CIPRIANI 



DAI DIECI AI DICIASSETTE ANNI 1 

A Livorno, Leonetto ebbe da principio per maestro un frate do- 
menicano che teneva pubblica scuola. 

Profittando poco, il padre prese in casa un precettore di nome 
Tortora, rifugiato corso e antico maestro di scuola ; e poi un abate 
Pietri che fu costretto a mandar via, perche aveva la cattiva abitu- 
dine di picchiare, qualche volta con ragione, ma piu spesso a torto. 

Con loro imparo a leggere e a scrivere ; e un poco, ma molto poco, 
di grammatica italiana e francese. 

A dodici anni fu messo col fratello Pietro nel collegio di S. Ca- 
terina a Pisa, e vi stette quattro anni, studiando bene il latino, e 
meno 1'italiano e il francese. Cio perche il maestro di latino - il 
vice-rettore - lo aveva saputo prendere colle buone, solleticando 
il suo amor proprio e non facendogli mai rimproveri che lo awilis- 
sero; ed anche perche Leonetto era appassionato per tutto quello 
che era romano, il padre avendogli sempre parlato dei grandi uo- 
rnini di Roma, e i primi libri letti essendo stati la storia romana e 
Plutarco. 

Invece, dei maestri d'italiano, uno era un certo prete Rocchi - 
orgoglioso e bilioso-al quale aveva messo nome bulina perche" 
camminava di traverso (a Centuri di un bastimento che va con un 
solo quarto di vento e con le vele traverse si dice va di bulind). 
Un giorno, interrogate in classe, non seppe rispondere, e il Roc 
chi gli disse : Lei sara sempre un asino. Non aveva finito di 
dirlo, che Leonetto gli scagliava il calamaio in viso. - Gran rivo- 
luzione - e punizione a pane ed acqua per otto giorni. 

L'altro maestro era un tal Cardella - sgarbato, noioso, antipa- 
tico e ridicolo; e quello di francese un Giannoni ancor piu sgar 
bato e ridicolo. E con questi maestri e facile capire come col suo 
carattere Leonetto non prendesse passione alPitaliano come Paveva 
al latino; ed ecco perche 1'italiano lo seppe sempre poco. 

L'ultimo anno di collegio (aveva gia sedici anni e intelligenza e 
fisico sviluppati piu delPordinario), gli riapparvero i segni delPan- 
tica vivacita ed irrequietezza. 

Avendo imparato assai bene il disegno, faceva di tutti, maestri e 
compagni, caricature sconce e ridicole, e le seminava passando per 

i. Ed. cit., vol. i, cap. v, pp. 27-34. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 139 

i corridoi e nelle scuole, facendo ridere chi non vi era interessato, 
ma accumulando sul suo capo Todio e i rancori dei messi in ri- 
dicolo. 

Tre di questi, i piu arditi, vollero vendicarsi assalendolo nel 
corridoio dei camerini. Ma lui come Orlando furioso dette di 
mano ad una granata, e giu botte da orbo. Alle loro grida accor- 
sero i compagni e il prefetto Bachi, e Leonetto batte in ritirata fino 
al camerino dove erano schierati una ventina di recipient! che but6 
addosso agli assalitori, facendoli fuggire fino al salone della ri- 
creazione. 

Conosciuta la causa di tanto baccano, il vice-rettore, pur non 
dandogli apertamente ragione, avrebbe voluto infiiggergli una pu- 
nizione leggera, e punire invece severamente i tre provocatori; 
ma il Bachi ricorse al rettore, il quale diede a Leonetto il piu se- 
vero gastigo e nulla ai tre compagni. 

Quanto tale ingiustizia inasprisse il suo carattere e facile im- 
maginarsi. Divenne taciturno ; sfuggiva la compagnia di tutti e guar- 
dava tutti con occhio bieco e sprezzante. 

Una volta ch'egli andava a passeggiare con la camerata fuori 
della porta a Lucca, un barocciaio per poco non invest! suo fra- 
tello Pietro. Leonetto mise mano a un mucchio di sassi e con uno 
colpi' il barocciaio sopra una tempia cosi malamente che quello 
cadde tramortito, e ando a ruzzolare sotto una ruota del carro. Fu 
raccolto, ed in realta non aveva gran male ; si trattava di una sem- 
plice graffiatura alia tempia, cio che dava a supporre che fosse ca- 
duto piu dalla paura che dal dolore; e il baroccio ch'era scarico 
non gli aveva fatto nulla. 

Leonetto aveva senza dubbio ragione, ma involontariamente la 
sua punizione era riuscita eccessiva e quella sassata era andata 
troppo diritta in una parte cosi delicata. II dovere del prefetto era 
pesare equamente la ragione e il torto, e se non fosse stato cosi mal 
disposto verso lui, probabilmente Y avrebbe fatto. Invece, non con- 
tento di caricarlo di schiafE e pugni, se lo mise sotto i piedi, pe- 
standogli crudelmente le mani, e poi lo fece condannare dal ret 
tore a otto giorni di reclusione in camera a pane ed acqua. 

Accetto rassegnato 1'isolamento ed il pane ed acqua, ma non 
pote dimenticare gli schiaffi. E cerco vendicarsi senza essere sco- 
perto. 

Una sera, quando tutti i giovani furono chiusi nelle loro stanze, 



140 LEONETTO CIPRIANI 

Leonetto dal buco della chiave vide il prefetto, che stava leggendo 
al suo banco in mezzo al salone, alzarsi e prendere il lume, e senti 
aprire e chiudere una porta. Siccome la camera del prefetto era 
un'alcova chiusa da una semplice tenda, gli venne in mente la ven 
detta che cercava. Con un chiodo storto preparato da rnolto tempo 
apre la sua porta - cosa pur troppo in uso nel collegio - corre alia 
porta che aveva sentito chiudere, da una volta alia chiave, la prende 
e la butta dalla finestra. Era la porta del camerino; e il prefetto 
dove passarvi tutta la notte, perche ebbe un bel gridare e bussare; 
chi non senti, chi non capi di dove venisse il rumore, e tutti poi 
essendo chiusi a chiave, quelli che avevano il chiodo di contrab- 
bando non avrebbero osato convenirne aprendo. 

La mattina il cameriere libero il prigioniero mezzo soffocato da 
quell'aria pestifera e che capiva bene da chi fosse venuto il tiro. 
Ma senza prove era impossibile punirlo - e la causa della prigionia 
fu attribuita dal rettore ad uno scatto di molla della toppa. 

II Bachi pero che non aveva dubbii sul colpevole, gli aizzo con- 
tro tutta la camerata e gli mise il soprannome di corsaro. Segui 
quel che doveva seguire: a uno Speciale genovese che lo chiam6 
cosi e che egli come corso odiava piu di tutti, 1 gli gonfi6 la faccia 
dai pugni; e peggio fece per lo stesso motivo a Giuseppe Monta- 
nelli, nipote del rettore. E fu chiuso in camera per un mese a pane 
ed acqua. 

Con queste continue punizioni e 1'isolamento, il suo carattere 
s'inaspriva sempre piu - ed un giorno, preso come da delirio, co- 
mincio ad urlare spaccando e buttando all'aria quanto gli capitava 
tra le mani. 

II prefetto, vedendo dal finestrino quello spettacolo, e non 
osando entrare perche temeva il saldo degli schiaffi, mand6 a 
cercare il rettore, il quale fece aprire, e, buon'uomo in fondo, lo 
calmo, e gli domando perche aveva ridotto la camera in quello 
stato. Egli rispose che il caldo lo aveva fatto ammattire, e che se 
non ci fosse stata Pinferriata alia finestra, si sarebbe buttato dalla 
disperazione nel giardino. 

II rettore gli fece dare una camera piu grande delle altre - quella 
alPangolo che guarda la corte della cisterna - e da mangiare come 

i. che egli . . . tutti: la Corsica aveva a lungo manif estate la sua aspirazione 
all'indipendenza da Geneva. Col trattato di Versailles, il 15 maggio 1768, 
era stata ceduta alia Francia. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 141 

agli altri, permise che il fratello gli andasse a tener compagnia, 
e gli condono dieci giorni. 

Questo sistema di dolcezza sarebbe riuscito bene col suo ca- 
rattere; ma il Bachi voleva tutt'altro. Quando Leonetto termino la 
punizione, trovo i compagni piu freddi che mai - e disperato per 
essere trattato cosi inumanamente, decise di fuggire dal collegio. 

Persuase il fratello a seguirlo;-e un giorno essendo con la 
camerata a passeggiare verso Coltano, si appiattarono in un fosso, 
e quando i compagni furono lontano, si dettero a correre verso 
Livorno a traverse il padule. Ma erano stati visti da dei contadini, 
e furono trovati accovacciati tra le canne, grondanti di acqua e tre- 
manti dal freddo, e ricondotti al collegio sopra un baroccio. 

La scappata era grossa. Ne fu awisato il padre; egli venne, e, 
ammoniti i figli, che gli promisero di essere buoni, prego il rettore 
di usare dolcezza con Leonetto. Ma il Bachi, che era stato severa- 
mente rimproverato, continue ad essere con lui piu cattivo che mai. 

Una volta lo sorprese in camera mentre stava facendo la sua 
caricatura, da diavolo con le corna e la coda. Accecato dalla collera, 
gli dette uno schiaffo cosi forte, che gli pareva che un occhio gli 
uscisse dal posto. - Leonetto prese un chiodo che aveva affilato 
alia pietra della finestra, gli si awent6 contro, e gli diede una chio- 
data nelle parti molli. 

Urla son morto, aiuto!-cola il sangue - sviene - si leva un 
grido: II corsaro ha assassinate il prefetto! 

Accorre tutto il collegio - e fu tale lo spavento generale nel ve- 
dere un sacerdote svenuto in un lago di sangue, che credendolo 
in fin di vita gli fu portata 1'estrema unzione. 

Tutto questo avrebbe dovuto far sentire a Leonetto I'enormita 
della colpa commessa. Ma 1'insulto ricevuto fece tacere Tistinto 
della pieta al punto, ch'egli confessava poi d' essere stato quello 
uno dei momenti in cui piu aveva sentito il piacere e la soddisfa- 
zione di lavare col sangue il piu grave degli insulti - e non aveva 
mai potuto dimenticarlo, benche fosse allora cosi giovane. 

II Bachi intanto, che era svenuto piu dalla paura che dal dolore, 
poiche il chiodo non gli aveva fatto che una ferita insignificante in 
una parte del corpo quasi insensibile, rinvenne poco dopo di aver 
ricevuto 1'estrema unzione, e il medico assicuro che tutto si ridu- 
ceva al dovere per qualche giorno star seduto sopra una sola parte 
del mobile che serve a tale scopo. 



142 LEONETTO CIPRIANI 

Leonetto, che si aspettava a tutto, si barrico in camera. Ma il 
rettore arrivato sul luogo ed accortosi dei suoi preparativi di difesa, 
ordino di lasciarlo tranquillo. A mezzanotte poi, mentre dormiva, 
aprono la porta, rovesciano la barricata, gli saltano addosso e gli 
legano mani e piedi. 

La mattina fu sciolto e condotto dal rettore, il quale prima con 
calma gli fece una gran predica, ma poi perdendo la misura gli 
disse : Non vuole che lo chiamino corsaro - ma lei e peggio di un 
corsaro - e una bestia feroce, un assassino. 

A queste parole Leonetto prese una seggiola e gliela scagli6 tra 
capo e collo. II rettore, uomo robusto, gli salto addosso agguan- 
tandolo per la gola, ma Leonetto gli dette un maledetto calcio in uno 
stinco che gli fece subito allargare la mano e gridare aiuto. Ac- 
corse una dozzina di preti, e il rettore disteso sopra una poltrona, 
alzando le braccia al cielo, esclam6 : Curavimus Babiloniam, non 
est sanata - derelinquamus earn. 1 

E senza perdere un momento fu ordinata una carrozza - e Leo 
netto accompagnato dal prete Pecori fu scacciato dal collegio e 
rimandato dal padre. 

Riflessioni sulFeducazione. 

Ripensando alia sua pessima educazione, ed al poco profitto 
tratto da quattro anni di collegio, Leonetto si domandava se tutta la 
colpa fosse sua, e non esitava un momento a darla per la maggior 
parte al sistema, che piu o meno era ed e lo stesso in tutti i collegi. 

II primo dovere di un precettore e quello di studiare il carattere 
del giovinetto che gli e affidato. Quando si e accertato che il cuore 
e buono - che il carattere e dolce - che non ha cattivi istinti - la 
migliore correzione delle piu gravi colpe e rammonizione fatta con 
calma e dolcezza. 

Un precettore non deve aver sangue nelle vene - deve essere sem- 
pre padrone di se stesso - deve, prima di punire severamente, ten- 
tare ogni mezzo di persuasione - e quando non basti, anche pu- 
nendolo severamente, non deve mostrare verso il giovane ne col- 
lera ne disprezzo, e tanto meno umiliarlo. 

Leonetto ammetteva che, quando per i cattivi istinti le ammoni- 

i. Ierem. y 51, 9: Abbiamo curato Babilonia, ma non e rinsavita - abban- 
doniamola . 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 143 

zioni e le punizioni non bastassero, si dovesse ricorrere, come 
all'unico rimedio, alia sferza, s'intende bene prima dell'eta della 
ragione. 

Ma se il giovine perdona la sferza piu severa al padre, non la per- 
dona ad altri. Odia chi lo batte - e 1'odio nella prima gioventu 
e la sorgente di tutte le cattive qualita. 

E vero che non tutti i figli possono essere educati dal padre - 
ma anche nei collegi, per i casi eccezionali in cui sia necessaria la 
sferza, non dovrebb'essere mai il precettore ad applicarla, ma uno 
non conosciuto dal giovinetto, e che gli infliggesse non piu di dieci 
nerbate, sempre sulle parti molli senza nudarle. 

un errore il credere che prima dell'eta della ragione produca 
maggiore effetto la punizione pubblica, o come si suol dire, 1'ef- 
fetto morale. Se il punito ha molto amor proprio, ne rimane of- 
feso, ma se non ne ha, vi si awezza - e in ogni caso il carattere gli 
rimane inasprito e degradato. 

E anche un errore il credere che la punizione corporale abbia 
un effetto morale; essa ha soltanto un effetto fisico, cioe il dolo- 
re prodotto dalle nerbate. 

Un giovine commette la prima volta una maricanza che merita la 
sferza ? fategli dare col sistema esposto due nerbate. Prima di ri- 
cadere nello stesso fallo riflettera bene, perche si ricordera il do- 
lore provato, e stara savio per un mese. - Lo commette la seconda 
volta ? - fategli dare sei nerbate. - Vedrete che stara due mesi 
senza ricadere in fallo. - Lo commette la terza volta ? - fategli dare 
dieci nerbate, e siate certi che saranno le ultime. 

Qual mezzo impiegate per correggere un difetto fisico, come lo 
star piegato o il servirsi della mano sinistra ? 

Legate per uno, due, tre mesi la mano sinistra in modo che ne 
sia impedito 1'uso, - mettete un busto per obbligare il torso a star 
dritto: e siete certi che in pochi mesi avrete guarito quei difetti. 

Seguira senza dubbio nel morale cio che segue nel fisico. 

Uscito di collegio a diciassette anni, si sarebbe detto che Leo- 
netto avesse cambiato natura. 

II padre se ne serviva per sorvegliare i suoi beni di campagna, 
gli faceva tenere la corrispondenza di affari, e rimane va incantato 
vedendolo calmo, intelligente, attivo, riflessivo, modellandosi in 
tutto su lui. 



144 LEONETTO CIPRIANI 

Aveva in Leonetto un'assoluta fiducia: quando aveva bisogno di 
denaro, gli dava la chiave della cassa, e lui prendeva o per il padre 
o per la madre quello che chiedevano. E non si rammentava d'aver 
mai preso uno scudo per se senz'awisarne il padre, abituandosi cosl 
fin da giovinetto ad una scrupolosa delicatezza, che divenne per 
tutta la sua vita una seconda natura. 

Alia fine del 1829 arrive in famiglia dalla Trinita 1 il cugino Ci- 
priano Cipriani, colla moglie Amelia e i figli. 

Vi stettero sei mesi, ed Amelia, giovine e bella, fu la prima donna 
che feri la sua immaginazione - un vero amor platonico. 

Arrive il 1830, e i preparativi della spedizione di Algeri. 2 Leo 
netto, avendo per padrino il generale barone Juchereau de Saint- 
Denis, 3 capo di stato maggiore del corpo di spedizione, chiese al 
padre di essere mandato in Africa sotto la protezione del Juchereau. 

II padre acconsentl; e scrisse al generale, che rispose che colla 
flotta francese non era possibile, ma che poteva raggiungerla al- 
Tisola di Palma 4 con un bastimento particolare, e che allora lo 
avrebbe sistemato. 

Fu noleggiata una paranzella napoletana, e fornita di tutto il 
necessario. La madfe piangeva vedendo tutti quei preparativi della 
partenza del diletto figlio, speranza della famiglia, ma il padre la 
consolava facendole coraggio, ed essa piego la fronte, colla sua fi 
ducia cieca in chi sapeva pensare per se e per lei. 



i. Trinita: una delle Antille inglesi, gia spagnole, a poca distanza dal 
Venezuela. 2. spedizione di Algeri: Da un pezzo erano tese le relazioni 
tra la Francia e il dey di Algeri, quando quest' ultimo, nella primavera del 
1827, termino una vivace discussione col console francese colpendolo in 
viso. Essendo rimaste infruttuose le pratiche fatte per ottenere soddisfa- 
zione di quest'insulto, il governo borbonico, malgrado 1'opposizione del- 
1' Inghilterra, decise la spedizione di Algeri. Gli ordini relativi comincia- 
rono ad essere dati nel febbraio del 1830; e cosi venne inaugurata quella 
pplitica, che dopo pifc di ottant'anni di lotte sanguinose e di abili trattative 
diplomatiche ha reso la Francia padrona deH'Africa settentrionale, dal 
golfo delle Sirti all'Atlantico, e dal Mediterraneo al Sudan (Mordini). 
3. Antonio Juchereau de Saint-Denis (1778-1842), dopo aver servito pa- 
recchi anni nelTesercito turco, entro nel 1808 in quello francese col grado 
di colonnello del genio, e fu capo dello stato maggiore nella spedizione di 
Spagna (1823) e sotto capo in quella di Algeri (Mordini). 4. alVisola di 
Palma: Non all'isola, ma nella baia di Palma, nell'isola di Maiorca, la 
maggiore delle Baleari (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 145 



LA PRESA DI ALGERI 1 

Partite da Livorno il 10 maggio 1830, il 15 era alia baia di Palma, 
dove aspett6 la flotta francese. Arrivata quella, ando sul vascello 
ammiraglio ov'era il generale Juchereau, die lo accolse come un 
figlio e lo presento al generale Bourmont, 3 il quale lo autorizzo 
ad an dare di conserva colla flotta. 

II 13 giugno giunsero in vista di Algeri, e fatta mostra di quella 
gran riunione di vascelli in numero di cento legni da guerra, e di 
non meno di quattrocento trasporti, volsero a levante e dettero fon- 
do davanti alia pianura di Sidi Feruk, dov'era una piccola torre ar- 
mata di due cannoni. Quella pianura, posta a levante della citta, 
da cui la divide, un'alta catena di colli, era destinata, nel piano della 
spedizione, allo sbarco delPesercito, per assaltare dalla parte di 
terra la citta, che la non era che debolmente fortificata. 

L'indomani furono immediatamente disposti i preparativi di 
sbarco, mentre uno dei soli due vapori che vi fossero nella flotta, 
la Sfinge> ebbe Tordine di andare a far tacere e smantellare il 
piccolo forte, che con poche cannonate mal dirette, pm che of- 
fendere si sarebbe detto salutare la flotta francese. Fu prestissimo 
ridotto al silenzio, e si videro gli Arabi fuggire verso il monte. 

Leonetto impaziente di mettere il piede in terra, ottenutone il 
permesso, sbarco dalla suaparanzella in un piccolo seno all'imbocca- 
tura del torrente, e fu cosi il primo a calcare la terra d 5 Africa. Nello 
stesso tempo si awicino al lido uno stormo di lance cariche di sol- 
dati che, coll'ordine che poteva permettere il mare agitato, sbarca- 
rono e si formarono immediatamente in compagnie, battaglioni e 
reggimenti. E quando, sul far della sera, la meta almeno del- 
Tesercito era schierato sulla spiaggia, arrivo la lancia ammiraglia 
collo stato maggiore ed il generale Bourmont. 

Ma prima che fossero sbarcati, Leonetto, impaziente di fare una 
galoppata nella deserta pianura lungo il torrente, arrivato ad un 
punto dove la valle faceva un seno, vide un numeroso corpo di ca- 
valleria, e staccarsi da quello un drappello di Arabi, che come ful- 
mini si diressero verso di lui. Esimio cavaliere fmo dalla prima gio- 
ventu, voltare il cavallo, fuggire come il vento, e rifugiarsi nelle 

i. Ed. cit., vol. I, cap. vi, pp. 35-40. 2. II generale Augusto Vittorio 
conte di Bourmont (1773-1846), comandante la spedizione di Algeri. 



146 LEONETTO CIPRIANI 

linee francesi fu tutt'uno - e li, per istinto di soldato, raccontb al 
Juchereau cio che aveva veduto. II Bourmont, che era vicino, 
disse con un sorriso al suo capo di stato maggiore : Notre pre 
miere reconnaissance est faite par un gamin. Ed egli stesso dette 
or dine che si facesse una gran perlustrazione di cavalleria. 

Awicinatasi la sera, furono prese tutte le disposizioni per non 
essere sorpresi, continuando lo sbarco fino a notte avanzata. 

La mattina dopo all'alba si sentirono le prime fucilate. Erano 
cavalieri arabi che si accostavano alle nostre linee, sparavano e fug- 
givano. Coperti dal bianco burnus* e il giorno non essendo chiaro, 
sembravano ombre che apparivano e sparivano dalPorizzonte. Si 
vedevano intanto le colline coronarsi di armati dai mille colori, che 
facevano bella mostra di s6 ai primi raggi del sole. 

Ma, da prudente ed esperto generate qua? era, il Bourmont stette 
fermo sulla spiaggia aspettando il nemico, che inesperto e pieno di 
ardore piu che di tattica militare, doveva scendere nel piano. 

Infatti, come nubi spinte dal vento in una stretta valle, gli Arabi 
scendevano, con la fanteria al centro e due numerosi corpi di ca 
valleria alle ali. Ma non si sa per qual ragione, forse per consiglio 
di un ufficiale inglese che si disse essere nello stato maggiore del 
Beylerbey o comandante supremo degH Arabi, arrivati al piede 
delle colline, si fermarono, con gran soddisfazione del Bourmont, 
che a causa del mare grosso non aveva ancora potuto disporre del- 
Tartiglieria e di parte della cavalleria, che stavano in quel mentre 
sbarcando. 

Verso mezzogiorno, gli Arabi, vedendo 1'esercito francese im 
mobile, e supponendo che esso non si credesse in forza da impe- 
gnare la lotta, si decisero a fare un movimento in avanti. Awici- 
nati a tiro di cannone, le batterie francesi si smascherarono e co- 
minciarono a coprire di mitraglia il nemico. 

Come sempre usano gli orientali, che hanno gran fiducia nella 
cavalleria, si vide quella araba in numero non minore di diecimila 
uomini piombare sulla fanteria francese che, formata in quadrati 
inespugnabili, la riceve sulla punta delle sue baionette - e mentre gli 
Arabi si ritiravano per formarsi a nuove cariche, i quadrati si apri- 
rono come ventagli e rartiglieria, coprendoli di mitraglia, ne fece 
grande strage. 

Rallentatosi Tardore degli Arabi, il Bourmont, che aveva fatto 
i. burnus: e parola araba e indica un mantello con cappuccio. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 147 

situare due batterie a ridosso di un colle alia sua diritta, dette or- 
dine di salire su quello e fulminate la fanteria nemica, che investita 
dalle colonne di attacco al passo di carica, fu rovesciata e si dette 
alia fuga, protetta malamente dai due corpi di cavalleria. Quella 
francese Tinsegui facendo numerosi prigionieri - ma era in troppo 
piccol numero, in confronto della nemica, per allontanarsi troppo; 
e verso sera il nemico era sparito per incanto, come per incanto era 
comparso. 

L'esercito francese riprese il suo accampamento, e fu una di 
quelle gioie che non si descrivono. Tutti sembravano impazziti, 
e Tintera notte, malgrado il severo ordine di riposare, fu una gran 
baldoria dei soldati mascherati, colle spoglie nemiche. 

Leonetto aveva intanto fatto sbarcare venti casse di vino vec- 
chio del Capo Corso, e due barili di biscotti e paste dolci d'ltalia. 
Ne offri al Bourmont che gradi il dono con una parola ascoltata da 
tutti: Voila un gamin qui promet! e divise il resto fra i sol 
dati e soprattutto fra i due reggimenti di cavalleria che avevano 
tutte le sue simpatie. Passo con loro una parte della notte finche, 
sentendosi stordito da quel vino generoso e dalla strepitosa allegria, 
fu accompagnato al suo piccolo bivacco vicino a quello del generale 
Juchereau. Poche ore di sonno bastarono per dissipare cio che per 
lui, non abituato, era stato un vero stravizio. 

Allo spuntar del giorno 1'esercito si mise in marcia in ordine di 
battaglia, ed alle otto era sulla cresta delle colline, dominando il 
golfo di Algeri a levante, e quello dello sbarco a ponente. 

Si vedeva a poca distanza un gran forte chiamato dell'Impera- 
tore. - Fatto un movimento in avanti, ed arrivati a tiro di cannone, 
furono ordinati in batteria i pezzi da 16 e comincio il fuoco. II 
forte rispondeva, - e da principio sgomento non poco, perche aveva 
pezzi di piu forte calibro, ma questi essendo mal serviti, i piu dei 
proiettili passavano alti, mentre i Francesi col tiro giusto riuscirono 
a fame tacere la piu gran parte. 

II fuoco ben nutrito dei Francesi, fiacco degli Arabi, duro fino 
alia notte. Allora furono awicinate le batterie in luogo piu adatto a 
battere il lato nord del forte, che presentava maggior facilita per 
Passalto. 

AlPalba tutta Tartiglieria francese tuonava, ed alle otto il forte 
smantellato taceva. Le colonne di attacco si ayanzarono, ma fu 
rono costrette a retrocedere, perche dovendo scendere in una piega 



148 LEONETTO CIPRIANI 

del terreno dove Tartiglieria non poteva proteggerle, erano prese di 
fianco dalle cariche della cavalleria nemica situata in una gola di- 
fesa da scoscese colline. 

Alia destra vi era un alto colle che dominava d'infilata quella 
gola. Ne era difficile Taccesso per Partiglieria, ma non impossi- 
bile; e una batteria francese, facendo un lungo giro sulla cresta dei 
colli, riuscl ad arrivarvi piu facilmente di quello che si supponeva. 
A mezzogiorno giunse sulla cima e subito fulmin6 la cavalleria ne 
mica, che fu costretta a ritirarsi, una piccola parte nel forte, il 
resto verso la citta. 

Ordinate di nuovo le colonne di attacco, si awicinarono al 
forte, difeso da quindicimila uomini di fanteria, con poca caval 
leria, e da duecento cannoni, molti dei quali per6 erano gia fuori 
di servizio. 

Una vera breccia non si era ottenuta, e non poteva ottenersi 
con pezzi da campagna, ma le troniere 1 erano smantellate, ed in un 
punto si vedeva una larga apertura piu bassa. Da quel lato fu ordi- 
nato Passalto. La prima colonna con un ordine ammirabile si ac- 
costo fino a ridosso del forte, e quantunque decimata dalle fucilate, 
vi appoggio bravamente le scale. 

Dalla collina dove era il generale in capo con tutto lo stato mag- 
giore, e fra questo Leonetto, si vedeva ad occhio nudo quel sublime 
spettacolo di uomini che salivano, cadevano e si ammassavano 
morti e feriti a pie delle scale, quando ad un tratto si scorse svento- 
lare la bandiera francese sulla troniera, con uno stormo di valorosi 
che la seguiva. Fu come un precipitoso torrente che rompe una 
diga - colonna sopra colonna invasero il forte. 

Gli Arabi non credendolo possibile, bast6 un momento di sor- 
presa per sgomentarli. Ma non essendovi scampo, la difesa fu dispe- 
rata nell'interno del vastissimo forte. Nulla per6 resistendo al- 
rimpeto francese, i difensori furono in gran parte massacrati, e se 
ne videro molti che per salvarsi si gettavano dalle mura sfracellan- 
dosi a terra. 

Prima del calar del sole la bandiera francese dai gigli borbonici 
sventolava sulPalta torre nel centro del forte, e siccome questo do 
minava la citta, la presa di Algeri poteva dirsi un fatto compiuto. 

Assicurate le sorti della spedizione, fu ordinato alia flotta di 
sospendere lo sbarco dei viveri e del materiale, di lasciare soltanto 
i. le troniere: le feritoie per i cannoni. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 149 

i due vapori, e di trovarsi il giorno dopo davanti ad Algeri fuori del 
tiro dei forti, aspettando i segnali convenuti per bombardarla. 
Nello stesso tempo fu armato il forte, dal lato che guardava la 
citta, con i migliori pezzi rimasti (gli Arabi non avevano inchio- 
dato 1 neppure un cannone, e vi erano tante munizioni da sostenere 
dieci anni di assedio), e air alba del 4 luglio fu lanciata una pioggia 
di bombe sulla citta. 

II sole non era ancora alzato, che si vide la bandiera della mezza- 
luna abbassarsi sulla torre della Casba, ed al suo posto sventolare 
una bandiera bianca. - La citta si arrendeva - il fiero Dey 2 era 
vinto. 

Nella giornata arrivarono come parlamentari il suo primo mi- 
nistro, napoletano rinnegato, ed altri funzionari con pieni poteri. 
U* ultimatum della Francia fu: 1'abbandono della citta con tutto 
quello che conteneva; la citta e il suo territorio proclamati colonia 
francese; il Dey colla famiglia esiliato in Italia o in Spagna. 

Fu un colpo di fulmine per i plenipotenziari, che insieme al Dey 
credevano placare lo sdegno francese con qualche milione, e non 
avevano mai potuto supporre tanta sciagura. 

Chiesero di riferire al Dey; ebbero tempo sei ore a decidere; e la 
sera portarono Paccettazione. 

Fu convenuto che fosse immediatamente licenziato Tesercito 
arabo, e che i Francesi occupassero la citta e i forti. 

L'esercito fu diviso in tre corpi: uno doveva entrare dalla porta 
Bab-Oued al nord - uno dalla porta Bab-Azun al sud - ed il terzo 
rimanere al forte delHmperatore sorvegliando i forti della Casba. 
La flotta nello stesso tempo doveva awicinarsi in ordine di battaglia, 
pronta a fulminare, nel caso di tradimento, la lunga linea di forti 
che difendevano Algeri dalla parte del mare. 

II generale in capo stava a poca distanza dalla citta su di una 
collina che dominava la Casba ossia il palazzo e la fortezza del Dey. 
Quando vide sventolare la bandiera francese su quella e su tutti i 
forti del littorale, scese verso la porta Bab-Oued, e traversando tutta 
Algeri sali alia Casba abbandonata la mattina 3 dal Dey con parte 
della famiglia. 

i. inchiodato: si rendevano inservibili i cannoni piantando un chiodo nel 
focone. 2. il fiero Dey: Hussein-ben-Hussein, dey di Algeri dal 1818 al 
1830, morto ad Alessandria d'Egitto nel 1838)) (Mordini). 3. la mattina: 
4 luglio 1830. 



150 LEONETTO CIPRIANI 

KATIM 1 

Leonetto collo stato maggiore ed il generale Juchereau capo di 
quello, prese alloggio nel serraglio del Dey. Erano saloni dorati con 
bei pavimenti di marmi preziosl - fonti di acqua perenne - profu- 
sione di specchi, divani e guanciali - tappeti orientali - stoie finis- 
sime delle Indie - lusso asiatico - ma mancanza assoluta di tutto 
quello che e indispensabile ad un Europeo. 

Ma industria omnia vincit - e la era facile vincere, perche non 
mancavano ne il materiale ne lo spazio. Senza nessuna veste- 
senza, si puo dire, esperienza - ma solo per istinto e per quelPatti- 
tudine a far tutto che Leonetto dimostrb sempre durante la sua vita, 
egli era il factotum, e lo zio (cosi chiamava il Juchereau), che aveva 
per lui aifezione di padre, lo lasciava fare ed anzi lo incoraggiava. 

Scelse per lo zio la piu bella sala - con dei divani vi fece un buon 
letto e vi port6 quello che trovo di piu prezioso nelle altre stanze. 
In un gran salone accanto fu organizzato il gabinetto dello stato 
maggiore - ed egli scelse per suo nido un piccolo chiosco nel cor- 
tile, unito alia camera dello zio da un corridoio vetrato ; uno di quelli 
dove il Dey riceveva la favorita del giorno. 

Se quelFatmosfera di essenza di rose, e di quel tale odore di gio- 
vine donna bella come lo erano le schiave georgiane, delle quali si 
sapeva avere il Dey una splendida collezione, inebbriasse i sensi 
di Leonetto, e facile immaginarlo. Aveva diciotto anni! -E come 
un bracco puro sangue che sente Todore della pernice, egli sentendo 
quello delle odalische, le cercava frugando in ogni angolo del 
serraglio. 

Lo zio, uomo gia di sessant'atmi, ma che era stato esimio cac- 
ciatore di simile gibier, gli domando : Che cerchi che stai sempre 
correndo per tutto il serraglio ? 

Mio buon zio, gli rispose Leonetto sento un odore . . . 
cerco da dove viene, e non lo trovo! 

Che odore? 

Non rispose, e si mise a ridere arrossendo. 

Ho capito, mauvais garnement! Ci6 che cerchi non e qui. Vedi 
quella villa isolata guardata da sentinelle? Quelle che ha lasciate il 
Dey sono tutte la, e non sappiamo che fame. 

i. Ed. cit., vol. i, cap. vn, pp. 41-51. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 151 

6 mai possibile ? rispose Leonetto che non ha mai dubitato 
di nulla - Lasciatemi andare a sceglierne sei -je m'en charge! 

Questa risposta fece il giro del quartiere generate, e fece nascere 
Tidea di dare a chi la desiderava una delle belle odalische, col loro 
consenso, s'intende bene. 

II primo a scegliere doveva essere il generale in capo, che declino 
tale onore. II secondo, il capo dello stato maggiore, che accetto e si 
fece la parte del leone per se e per Leonetto. La mattina allo spuntar 
del giorno ando con lui e il suo dragomanno maltese nell 5 harem, 
dove le donne, awisate la sera, eran pronte a riceverli. 

Erano settanta - venti delle quali gia avanzate in eta, pingui e 
sfigurate - venti giovani e belle, more o abissine - e trenta geor- 
giane e greche con qualche italiana e spagnuola rapite da bambine 
dai corsari ed allevate per il Dey. 

Avevano preparato il caffe con ogni sorta di dolci, i narghile 
e le pipe. Seduti che furono, lo zio domando in greco, lingua che 
parlava correntemente, se tra loro vi fossero delle greche. 

La piu bella di tutte rispose : Sono greca. 

Volete venire a stare con me ? 
-Si. 

Sceglietene un'altra per tenervi compagnia. 

La scelse, - era una sua sorella. Allora lo zio ordino che si met- 
tessero insieme per nazione. Fu come un alveare di api ai primi 
raggi del sole - chi correva da un lato, chi dalPaltro, ridendo e gri- 
dando in tutte le lingue; sembrava la torre di Babele. 

Fra quei gridi Leonetto ne senti uno Sono taliana, sono taliana! . 
- Si alzo guardando da qual bocca uscisse quel dolce grido, e vide 
un viso che era un sorriso divino. Come per corrente magnetica, i 
loro sguardi s'incontrarono ; e quando lo zio gli disse: Scegli 
non corse, no, volo precipitevolissimevolmente gridando : Sono 
italiano! e Tabbraccio strettamente. 

E lei - fosse il dolce nome di patria - una lontana visione dei 
suoi - Tistinto della salvezza - svenne e cadde tra le sue braccia. 

Fu una scena commovente che inteneri perfino quelle arnme pur 
troppo educate ad essere insensibili. 

Ripresi i sensi, si scelse per compagna una bellissima abissina. 
E intanto lo zio fece chiedere a tutte se volessero restare ad Algeri o 
ritornare ai loro paesL 

Tutte decisero di rimanere in Algeri. In giornata molte trovarono 



I2 LEONETTO CIPRIANI 

protettori - alle altre fu data liberta di andare in citta a cercarsene. 
E il giorno dopo neH'harem non rimanevano che Sofia la bella 
greca, Katim (Caterina) la bella italiana, e le loro due compagne. 
Lo zio s'impadroni della graziosa villa, e vi si stabilirono tutt'e due 
con delle serve more. 

Ma lo zio essendo molto occupato, non si faceva mai vedere du- 
rante il giorno, e Leonetto rimaneva solo colle donne. Segui quel 
che doveva succedere. - Un giovine di diciott'anni, bello e robusto 
come Leonetto, doveva essere spesso messo in confronto col gene- 
rale, vecchio consumato da vita dissoluta, da quelle povere menti, 
che della specie umana non conoscevano e non apprezzavano che la 
forza fisica. Finirono per essere innamorate tutt'e quattro di lui - e 
lui, al quale sei nonavrebbero fatto paura-fini per awicinarle tutte. 

Ma questo gioco non piaceva a Katim, che si era appassionata- 
mente innamorata di lui - e piaceva anche meno allo zio che, fa- 
cendo vista di non sapere n6 vedere nulla, vedeva tutto e sapeva 
tutto-e si accorgeva che Leonetto deperiva ogni giorno di piu. 

In quel mentre arriv6 come un fulmine a ciel sereno la notizia 
della rivoluzione di Francia e della caduta dei Borboni. 1 II Bour- 
mont e il Juchereau furono sostituiti dai generali Clauzel e Delort, 2 
e partirono per la Francia. 

Leonetto rimase, ma non essendovi piu ragione per restare alia 
Casba, affitto una casa in via Bab-Oued vicino alia piazza d'armi e 
vi si stabili colla bella Katim, ma con lei sola, occupandosi intanto 
di vendere con gran benefizio le merci che gli spediva il padre. 

Ma, giunto il novembre, questi lo richiam6 a casa, colPordine 
espresso di essere a Livorno prima della fine dell' anno. 

Leonetto, conoscendo il puritanismo del padre e della famiglia, 
non sapeva qual partito prendere colla sua Katim - e questa giu- 
rava che, se la lasciava, si sarebbe affogata in sua presenza al mo- 
mento della partenza. 

A diciott'anni si crede tutto, e 1'idea di vederla sparire nelle onde 
lo fece raccapricciare. Decise di condurla seco. Le tagli6 i capelli, 

i. rivoluzione . . . Borboni: come e noto, rinsurrezione contro Carlo X 
di Borbone comincio a Parigi il 27 luglio 1830 e si concluse con 1'ascesa al 
trono di Luigi Filippo d'Orl&ms. 2. II conte Bertrando Clauzel (1772- 
1842), in aspettativa durante la Restaurazione, governatore dell* Algeria 
dal 1830 al 1832, e dal 1835 al 1836, maresciallo di Francia nel 1831; il 
generale Giacomo Delort (1773-1846), distintosi in Ispagna e nella campa- 
gna del 1814, in aspettativa durante la Restaurazione (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 153 

la vesti da uomo, e la condusse a bordo come se fosse un suo servi- 
tore. Ma era il vero caso di dire 1'abito non fa il monaco e Pequi- 
paggio fin dal primo giorno capi cosa fosse il servitore. 

Arrivarono il 20 dicembre a Livorno, al lazzaretto di S. Rocco. 
Scontata una quarantena di venti giorni, Leonetto usci dal lazza 
retto accompagnato da tutta la famiglia; e Katim, vestita da donna 
europea, and6 a stare in una locanduccia in un luogo appartato della 
citta. 

E tempo ora di dire chi era Katim, e come era capitata nel serra- 
glio del Dey. 

Da quanto si rammentava aver sentito dire dalla madre, era di 
Genova, e doveva esserlo, perche il poco che parlava d'italiano era 
dialetto genovese. I suoi genitori, partiti da Genova per andare a 
Malaga, erano stati spinti dalla tempesta sulle coste d' Africa e fatti 
schiavi. II padre era morto poco dopo, e la madre, incinta, essendo 
bellissima, era stata venduta al Dey, ed era morta quando la figlia 
poteva avere sei o sette anni. E Katim era stata educata da una 
vecchia genovese di buona famiglia, schiava da molti anni, e inca- 
ricata d'insegnare la musica alle bambine del serraglio, finche a 
quindici anni era entrata nelPharem. 

Era Katim un tipo raro di bonta e di dolcezza, e aveva un istin- 
tivo senso morale ed un pudore infantile. Nel fisico era la Venere del 
Campidoglio - alta - ben formata - pelle fmissima e vellutata - ca- 
pelli neri lucidi come le penne del corvo - bocca di paradiso - 
sguardo velato e sorriso di sirena. Di carattere era triste e malinco- 
nica - parlava poco, come se il parlare fosse una fatica per lei. E 
raccontava che il Dey non P aveva mai distinta fra le altre per la sua 
malinconia e la sua freddezza. 

Se Leonetto alia sua eta amasse una donna simile, e facile im- 
maginarlo, - ed e facile capire quanto lei lo contraccambiasse, poi- 
che non aveva che lui in questo mondo, e senza di lui non sapeva 
immaginare 1'esistenza. Ignorando poi in gran parte le difficolta 
che Leonetto aveva da vincere, viveva tranquilla, sempre chiusa 
nella sua camera ad aspettarlo. Ma egli, per allontanaie i sospetti, 
non poteva vederla che poco e di rado, e mai la notte. 

Era arrivato appena da una settimana, quando una mattina il 
padre lo sveglia e gli dice: Alzati - si parte subito per Firenze. 

Con quel padre non era possibile far Tombra di un'osservazione. 
Non restava che obbedire e partire. 



1^4 LEONETTO CIPRIANI 

QuelFimprowisa partenza era cagionata senza dubbio dal fatto 
che il padre vedeva deperire il figlio ogni giorno piii, e supponeva 
che cio provenisse da cattive abitudini contratte in Algeri. E penso 
percio di condurlo in una villa isolata che aveva in affitto nelle vi- 
cinanze di Firenze, sicuro che Leonetto, allontanato dalle tenta- 
zioni, sotto la sorveglianza di un vecchio e fido servitore si sarebbe 
presto ristabilito. 

Sei giorni dopo 1'arrivo alia villa, il padre parti per Livorno, 
ordinando al figlio di stare nella villa finche non tornasse e di 
non mettere piede in citta, ma permettendogli di fare lunghe passeg- 
giate a cavallo sui colli. 

La sera Leonetto usci per fare una passeggiata col cavallo arabo 
All che aveva portato da Algeri, ed infilo la via di Livorno. Fece 
sessanta miglia in dodici ore, fermandosi soltanto un'ora alPOste- 
ria Bianca, 1 e la mattina al far del giorno entro in citta. 

Mise il cavallo in una stalla vicino alia posta dei cavalli, ed and6 
alia locanda della Pace, dirimpetto alia stalla, dove aveva lasciato 
Katim. Entro inaspettato nella sua camera, e la trovo seduta sul 
letto con un Cristo nelle mani, piangendo come una Maddalena 
penitente. 

La sera a notte oscura, dopo averle promesso di tornare ogni 
quattro giorni a vederla, risali a cavallo, ed arrivb la mattina alia 
villa, dove disse al servitore di aver passato il giorno prima da un 
arnico, in una villa vicina. 

Due giorni dopo riparti, e cosi di seguito per quattro volte. E 
malgrado il freddo, la pioggia, la neve e le dodici ore in compagnia 
di Katim, la sua costituzione di ferro era tale che pote reggere a cosi 
dura fatica. 

Ma la quinta volta, mentre era con Katim, lo prese un tremito 
con febbre. Impossibile partire la sera - rimase con lei la notte e il 
giorno dopo. La sera, sentendosi meglio, voile partire, prevenen- 
dola che, se non lo rivedesse per molti giorni, stesse tranquilla ad 
aspettarlo. 

E lei che nata in Algeri non era stata battezzata, e della religione 
cristiana non aveva che poche nozioni insegnatele dalla vecchia 
genovese, gli chiese in grazia di permetterle di farsi battezzare, e 
gli domando a chi doveva rivolgersi. Egli la consigli6 di andare 

i. Osteria Bianca: Vicino ad Empoli (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 155 

dal vescovo, 1 che era un sant'uomo, e di fare tutto quello che le 
avrebbe suggerito. - La religione che e la consolazione delle anime 
afHitte, doveva essere la sua. 

Leonetto parti col presentimento che era Tultima volta che la 
vedeva, ed arrivato alia villa, cadde malato di febbre cerebrale. 

I genitori, informati da un espresso, accorsero, e trovarono il 
figlio morente, fuori di se - e chiamando sempre Katim, Katim. 

II padre, informato dal servo che il figlio di quando in quando 
faceva delle grandi scappate a cavallo, e quasi sempre con quello 
arabo, supponendo che vi fosse sotto un grande amore, voile co- 
noscere la causa del male per pond rimedio. 

La sera, all'ora che Leonetto soleva partire, ordino la sua car- 
rozza, e la fece precedere da un palafreniere montato su Ali, ma a 
briglia libera, affinche il cavallo potesse prendere la via che era 
abituato a seguire. Prese la via di Livorno e arrivato alPOsteria 
Bianca verso la mezzanotte, si fermo alia posta. Proseguirono dopo 
due ore di riposo, e arrivati la mattina a Livorno, il padre mand6 
la carrozza alia villa, sali sopra Ali, ed entrato in citta lo Iasci6 an- 
dare da se stesso, ed il cavallo ando diritto alia solita stalla accanto 
alia posta. 

Scese, consegno Ali allo stalliere, e gli domando se conosceva 
quel cavallo. Rispose che veniva spesso alia sua stalla. 

Sapete di chi e? 

Sissignore - me Tha detto il Bacci - e del Cipriani. 

Ando dal Bacci, che era seduto sulla porta, e gli chiese se avesse 
veduto qualche volta il figlio arrivare a cavallo. 

Sissignore - arriva spesso la mattina, scende a quella locanda 
e riparte la sera. 

Per il momento ne sapeva abbastanza. Ando alia villa a ripo- 
sarsi, e dopo mezzogiorno si diresse alia locanda e chiese al pa 
drone : Potreste dirmi chi avete alia locanda ? 

C } e un prete di Pisa - un fattore di Lucca - e poi c'e una 
ragazza che e qui da quasi due mesi. 

Gli mise in mano uno zecchino, e gli disse: Voglio sapere 
tutta la verita. 

Sissignore, ma non occorre che lei s'incomodi rispose, met- 
tendosi per6 i due francesconi 2 in tasca. 

i. vescovo: Monsignor Angelo Gilardoni, vescovo di Livorno dal 1821 
al 1834* (Mordini). 2. due francesconi formavano vino zecchino toscano. 



156 LEONETTO CIPRIANI 

Chi e la ragazza die dite? 

Non lo so, ma dev'essere una forastiera, perche parla male 
toscano. 

giovine ? 

Se e giovine! dica una bimba - bella come il sole - e buona 
buona - mi aiuti a dir buona. 

sola? 

Sissignore, sempre sola. 
- Non vede mai nessuno? 

Veramente, nessuno e troppo. C'e un bel giovine! Ma per 
carita non mi comprometta. Sono un pover'uomo carico di famiglia, 
che faccio i miei affari per strappare il pane. 

State tranquillo - non solo non vi comprometto, ma vi ricom- 
pensero come meritate. 

Ma scusi, lei e della polizia ? 

No, sono un padre che cerca suo figlio. 

Dio buono! Ma che sarebbe il babbo di quel bravo giovine 
che vuol tanto bene alia signora Katima? 

SI, sono precisamente lui. Ditemi ora quando mio figlio e 
venuto qui? 

Sara due mesi. In sul principio ci veniva tutti i giorni - poi, 
di quando in quando, arrivava la mattina e se ne andava la sera. 
Ora sono diversi giorni che non si vede, e la signorina piange 
giorno e notte che fa proprio compassione. - Se sapesse come e 
buona! Lo sa? Paltro giorno mi ha portato dal vescovo - c'e stata 
un'ora e poi mi sono sentito chiamare - Tha battezzata e sono stato 
il su' compare. Si vede che non era cristiana. Dopo d'allora e sem 
pre, giorno e notte, con un Cristo in mano, e piange, piange che 
non smette mai. 

Chi vi paga la locanda? avanzate nulla? 

Oh! Dio liberi! la signorina mi paga puntualmente tutte le 
settimane come un botteghino del lotto. Dev'essere ricca, sa! Ha 
tante gioie! N'ha un baule pieno. La mia Betta dice ch'e piu ricca del 
Bartolommei, 1 - e poi, vuol che gli dica tutto ? leri mi mand6 a 
vendere un anello con un brillantone. Andai dal Pini~sa, qui 
vicino - perche lui e un galantuomo - lo peso - e sa quanto mi 



i. Bartolommei: Famiglia c6rsa stabilitasi a Livorno per ragioni di affari, 
e divenuta rapidamente una delle piu ricche della citta (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 157 

dette ? 800 francesconi tondi tondi. - Glieli portai puntualmente, e 
mi ha regalato uno zecchino come lei. 

Dopo aver riflettuto sul da farsi, fece awisare Katim che c'era 
il padre di Leonetto che desiderava parlarle. Era tanto il dolore di 
queirinfelice, che non esito un momento e lo fece entrare. Con le 
lacrime agli occhi gli fece cenno di sedere, e gli domandd : Voi 
siete il padre di Leonetto? 

-Si. 

6 malato ? 

Si, e gravemente malato. 

Non pianse, ma rimase impietrita. Datole il tempo di riaversi, 
il padre le domand6 : Di dove e lei ? 
- Non lo sapete? 

No - non so niente - ed ho bisogno che lei mi dica tutto, se 
vogliamo salvare Leonetto. 

Gli raccont6 come Paveva conosciuto in Algeri - come si tro- 
vava a Livorno - come da due giorni soltanto si era fatta battez- 
zare dal vescovo - e come, dopo Dio, il suo solo protettore e salva- 
tore fosse Leonetto. 

II padre, gia meravigliato di vedere quelPangiolo di bellezza con 
tanta espressione di bonta, rimase intenerito da tanto amore; - 
e per quel giorno non ebbe coraggio dl dirle altro. Si alzo, le doman- 
do se poteva tornare il giorno dopo, e usci, lasciando Katim incan- 
tata dalla bonta di quel vecchio venerando, che alia severita pa- 
terna sapeva unire la carita cristiana. 

Torn6 Findomani, e lei piu bella che mai, perche nella notte 
aveva probabilmente fatto sogni ridenti pieni di speranze nell'awe- 
nire, gli bacio la mano e gli disse: lo sono un'infelice che non 
e degna neppure di baciarvi la mano, ma, per 1'amor di Dio, 
ditemi dov'e, e se e in pericolo. 

Le raccontc- tutto per filo e per segno - e senza darle tempo a 
rispondere, aggiunse : Per quanto io vi ammiri e sia incantato 
della vostra bonta - voi non potete essere nulla per Leonetto. Voi 
stessa convenite della vostra triste condizione, dell s infelice vostra 
sorte. Scusate la mia franchezza per il vostro bene e quello di mio 
figlio. - Non e possibile che, uscita dal serraglio di un turco - 
buttata nelle braccia di Leonetto da un vecchio libertino, nel 
quale non mi perdoner6 mai di aver avuto cieca fiducia - voi vi- 
viate con lui in qualsiasi modo; - non puo essere in questo paese, 



158 LEONETTO CIPRIANI 

e molto meno nella mia famiglia. - Dite voi cosa vi resta da fare. 

Salvare prima di tutto Leonetto, rispose Katim e vi do 
la mia parola d'onore, se onore s'intende che abbia un'infelice 
come me, - vi giuro su questo Cristo, che quando lo avro veduto 
sano e salvo, spariro per sempre. 

Al vecchio padre queste parole fecero gelare il sangue nelle vene, 
perche sapeva di cosa e capace una donna che ami con passione. 
Ma malgrado quel che sentiva internamente, dove essere crudele, e 
parti dicendole soltanto che le credeva, e che ogni giorno le avrebbe 
scritto le nuove del figlio. 

Tornato alia villa, lo trovo migliorato nel fisico, ma peggiorato 
molto nel morale. Non conosceva piu nessuno - non parlava che 
di guerra, di arabi, di francesi, - e sempre Katim, Katim. Ma per 
calrnare il suo delirio, basto che il padre ripetesse quel nome, ag- 
giungendo: L'ho veduta-ti aspetta. 

Da principio spalanco gli occhi, e tese gli orecchi come per udire 
una voce lontana - poi a poco a poco fisso lo sguardo sul padre - 
gli prese la mano - e finalmente gli si butto al collo, e pianse dirot- 
tamente. 

Era salvo. La malattia fu lunga, ma il ventunesimo giorno cesso 
la febbre e cominci6 la convalescenza. 

II padre, scrupoloso osservatore della parola data, ogni giorno 
mandava a Katim le notizie del figlio, e appena questi fu in grado 
di farlo da se, glielo permise. E quando fu completamente rista- 
bilito, gli ordino di scriverle che fra due o tre giorni sarebbe an- 
dato da lei per dirle addio. 

Infatti, arrivato a Livorno, il padre gli disse: Andrai dalla si- 
gnora Katim e le dirai che domani parti per rAmerica. 

Leonetto abbasso la fronte perche sapeva che, se il padre era 
stato buono e pietoso, era pero inesorabile, ed assoluto nella sua 
volonta. 

Ando alia locanda, ma Katim era partita il giorno innanzi con 
tutta la sua roba, lasciando una lettera per lui. L'apri - c'era una 
treccia di capelli, e queste sole parole: Addio, ti rivedro in cielo! . 

Corse tutta la citta - alia locanda, alia polizia, aH'ufficio dei pas- 
saporti, al porto - nessuna traccia di Katim. 

Torno alia locanda, e seppe che era partita con una timonella 1 
condorta da un certo Conti. Riusci a trovarlo, e gli domando se il 
i. timonella'. Carrozza a quattro ruote e ad un cavallo (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 159 

giorno innanzi aveva preso una signora alia locanda della Pace. 

Sissignore. 

Dove 1'avete condotta? 

Mi ordino di andare da un ebreo che comprasse roba vec- 
chia - la portai in via degli Ebrei - fece scaricare i bauli - ci stette 
mezz'ora e risali in carrozza senza la roba, fuorch6 un baulino ros 
so (era quello delle gioie). - Mi disse di andare dal vescovo - 
scese, mi fece portare dentro il baulino, e ci stette piu di un'ora. - 
Torno senza il baulino, e mi ordino di andare all'Ardenza, e li 
stette seduta sopra uno scoglio fmo a notte avanzata. Si torno in 
citta, scese alia marina dei Mori, 1 mi pago bene e se ne ando. 

Mentre il vetturino diceva queste ultime parole, Leonetto vide 
una quantita di popolo che correva allo scalo dinanzi ai Mori. 
Come per istinto si diresse da quel lato - traverso la folia e vide 
Katim morta annegata! 

Cadde svenuto e fu dallo stesso vetturino portato alia villa, 
dove Iott6 due mesi tra la vita e la morte. 



[LA TOSCANA E LA CAMPAGNA DEL 1 848]* 

Primo il re di Napoli proclamo la costituzione. Lo segui il Gran- 
duca, e dopo loro Carlo Alberto e il Papa. 3 

II 24 febbraio scoppi6 la rivoluzione in Francia. I Milanesi in- 
sorsero e scacciarono gli Austriaci, Carlo Alberto pass6 il Ticino 
con Tarmata piemontese e si diresse su Mantova. 

I Toscani gridavano per le strade armi ed armati per scendere in 
Lombardia, ma nessuno oso prendere Piniziativa dirigendosi al 
presidente del consiglio dei ministri, il marchese Ridolfi, 4 e al 
Granduca. 5 

i. marina dei Mori: cosi detta perche* vi sorge il monumento a Ferdinando I 
di Lorena, opera del Tacca, dove figurano, nel piedestallo, quattro mori 
incatenati. 2. Ed. cit., vol. I, dal cap. xm, pp. 115-61. 3. Primo ... 
Papa: 2O gennaio, 15 febbraio, 4 e 14 marzo i848 (Mordini). 4. I1 
marchese Cosimo Ridolfi (1794-1865), valentissimo agronomo, aio dei figli 
del Granduca e uno dei capi del partito liberale moderato in Toscana, fu 
ministro delT interne nel 1847, presidente del Consiglio e incaricato di una 
missione diplomatica a Parigi e Londra nel 1848, ministro degli esteri nel 
'59 dopo la rivoluzione del 27 aprile, e senatore Tanno seguente. Non fu 
per6 che il 4 giugno 1848 che egli successe al Cempini come presidente del 
Consiglio (Mordini). 5. Granduca: Leopoldo II (1797-1870) governd 
la Toscana dal 1824 al 1859. 



l6o LEONETTO CIPRIANI 

Fu tuo padre che senza dir niente a nessuno si presento al 
Ridolfi, e gli disse: Lei sa che io sono awerso alle dimostra- 
zioni di piazza. Per non prendervi parte neppure indiretta sono 
fuggito lontano. Ma oggi le dimostrazioni debbono finire per dar 
luogo a propositi di uomini che pensano seriamente al risorgi- 
mento italiano. - I Milanesi hanno scacciato gli Austriaci, e Carlo 
Alberto ha passato il Ticino. I Toscani debbono partire immedia- 
tamente per la Lombardia, organizzati o non organizzati; il primo 
movimento deve essere tutto di effetto morale sul resto d 5 Italia. 
fe necessario che oggi stesso il Granduca dichiari guerra all' Austria 
e con un proclama chiami i Toscani sotto la bandiera tricolore. 

II buon Ridolfi rimase spaventato, e rispose il solito vedremo - 
mi ci lasci pensare - si fara. 

Ma non era piu il tempo di contentarsi dei vedremo e dei si fara. 
Leonetto gli rispose con tuono risoluto : Se lei entro oggi non 
mi da Pordine di partenza dei volontari e delle truppe regolari, 
partiremo domani tutti in massa strascinando o con le buone o con 
le cattive armi ed armati regolari. 

II Ridolfi, con quella rara lealta che lo distingueva rispose: 
Voglion che sia cosi, e cosi sia. Non domando di meglio. Vado dal 
Granduca. - Torni a mezzogiorno, le daro la risposta. 

Torno a mezzogiorno. La risposta fa che il consiglio dei mi- 
nistri si sarebbe riunito a palazzo Pitti per le due. Gli disse che il 
Granduca si mostrava favorevole, ma voleva il consenso di tutti 
i ministri; ed aggiunse : Venga a palazzo Pitti alle tre e mi aspetti 
nel salone davanti al gabinetto del Granduca. 

Alle tre Leonetto era seduto in quel salone, quando vide appa- 
rire la Granduchessa 1 che gli disse con tuono secco : 

lei il Cipriani ? 

Altezza si. 

Aspetti - tra un momento sara contento. Ma Dio voglia che 
finisca bene! E se ne and6, lasciando tuo padre con un naso piu 
lungo di quello del Paganini. 2 

Poco dopo entro il Ridolfi con in mano un piego non sigillato. 
Era il proclama manoscritto che permetteva ai Toscani di partire 
per la Lunigiana. 

i. la Granduchessa: Maria Antonia, dei Borboni di Napoli, aveva sposato 
Leopoldo II nel 1833. Mori nel 1896. 2. Allude al celebre violinista 
Niccol6 Paganini (1784-1840). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA l6l 

Non era tutto, ma era molto e bastava. Era il caso di dire: 
// rfy a que le premier pas qui coute. 

Chiese un treno espresso per Pisa e Livorno. L'ottenne - ed 
andando alia locanda a prendere il suo fagotto incontr6 Rinaldo 
Ruschi 1 al quale disse cio che aveva ottenuto e che invito a partire 
con lui. 

Partirono. Alia Rotta, traversando la via maestra, la locomotiva 
dette contro un baroccio tirato da muli, e li massacre. Fu salvo 
il barocciaio, il quale comparve il giorno dopo a Livorno a chie- 
dere un'indennita. Leonetto gli regalo venti zecchini, e fu quello il 
primo sacrificio pecuniario, come fu il primo sangue sparso in 
Toscana per 1'indipendenza italiana. 

Arrivarono a Pisa ad ora tarda. Molti cittadini e tutti gli ufE- 
ciali della guardia nazionale eran riuniti in casa del colonnello 
Dal Borgo. 2 Comunico il proclama, che fu mandato per espresso a 
Lucca, e parti per Livorno, ove arrivo sul far del giorno. 

Ando dal Bargagli 3 governatore della citta, che abitava allora il 
palazzo del Granduca. Era a letto - ma se Leonetto aveva passato 
la notte in viaggio, poteva bene alzarsi lui alle cinque! 

Con un tuono da dittatore lo fece svegliare. Si alzo, ed in veste 
da camera lo riceve in un salotto dove Leonetto non aveva mai messo 
piede ne ve lo mise mai piu, pero lo rammentava vent'anni dopo, 
come se lo avesse veduto il giorno innanzi - tappezzerie giallo 
arancio, tende e mobili di damasco arancio. 

Comunico al Bargagli il proclama, con la lettera aperta del pre- 
sidente del consiglio che gli ordinava di farlo stampare ed affig- 
gere sulle canto nate. 

Lesse e rilesse il proclama e poi la lettera - si strofino gli occhi 
credendo sognare - rilesse - e non essendo ancora convinto che 
quel che leggeva era una realta, domand6 : Questo e il proclama 
questa e la lettera del Ridolfi ? 

Sissignore - bisogna subito farlo stampare. 

Come, subito? Vedremo! 

i. Rinaldo Ruschi (1817-1891), patriotta pisano, deputato all'Assemblea 
toscana del 1859, e poi al Parlamento italiano dalla 7 a alia 9 a legislatura, se- 
natore nel 1868 (Mordini). 2. Giovanni Saladino Dal Borgo (1807- 
1861), di nobile famiglia pisana, membro del Senato toscano nel 1848)) 
(Mordini). 3. II cav. Scipione Bargagli, governatore civile e militare di 
Livorno dal 15 gennaio al 24 marzo 1848, e prima e dopo ministro di 
Toscana presso la S. Sede (Mordini). 



162 LEONETTO CIPRIANI 

Come, vedremo ? Le dico : subito, senza perdere un minuto 
e cosi dicendo si alzo, gli levo di mano il proclama, e suono forte il 
campanello. 

Comparve lo stesso servitore che di pessimo umore gli aveva 
aperto il portone, e di pessimo umore rispondeva ad una chiamata 
imperativa, alia quale non erano abituati in quel palazzo. Chia- 
mate il segretario di Sua Eccellenza - gli disse Leonetto. 

Non dorme in palazzo. 

Correte.a cercarlo in casa sua e conducetelo subito qui. 
Sua Eccellenza non fiatava, assorto nel pensiero di cio ch'era per 

lui la fine del mondo. Ma Leonetto, al quale il viaggio e Pinsonnia 
avevano aguzzato Tappetito, gli domando se poteva fargli preparare 
un po' di colazione. 

Sissignore, ma bisogna svegliare il cuoco. 

Lo svegli. 

Non so dove sta. 

Suoni tutti i campanelli, qualcheduno deve corrispondere al 
piano superiore dove dorme la servitu. 

E Sua Eccellenza corse a suonare i campanelli con tanta buona 
volonta da strappar tutto, finche comparvero uno dopo Paltro una 
mezza dozzina di giovani e vecchi sciancati mezzi vestiti - i piu 
fiorentini, perche vecchi servi addetti al palazzo. Icche c'e egli ? - 
c' iffoco ? - Oh eccellenza la scusi, i 9 sono in camicia e cosi tutti 
nello stesso tono, da far crepare dalle risa il GoldonL 

Ma T Eccellenza, furiosa di trovarsi a contatto con quella gente, 
esclamo : Dov'e il cuoco ? 

Eccellenza, iccoco e' un c'e - un dorme a ippalazzo - e' gli 
e un livornese che dorme accasa sua. 

Nessuno di voi sa fare un po' di colazione, il caffe ? 

Eh diamine, Eccellenza - i' 1'ho fatto per ippadron Ferdi- 
nando 1 bon'anima, 

Ebbene, fate del caffe, delle ova - portate quel che trovate in 
dispensa. 

Poco dopo era imbandita una splendida colazione con i resti 
del pranzo del giorno prima; ma resti che meritavano- esser prin- 
cipio di un altro pranzo: un fagiano arrosto ripieno di tartufi- 
una galantina intatta - un fricand6 e diversi piatti di dessert inci- 
gnati. 

i.Ferdinando III, padre di Leopoldo II e suo predecessore sul trono. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 163 

II personale di servizio era al complete e in livrea - ed avendo 
senza dubbio preso Leonetto per un principe di casa d' Austria, 
un vecchio domand6 alPorecchio di Sua Eccellenza : La ordina 
vini forestieri ? 

Fu Leonetto che rispose con un si sonoro : Una bottiglia di 
sciampagna non fara male. 

Fu stappata e versata, e Leonetto fece il primo brindisi - ewiva 
il Granduca, ewiva 1'Italia - al quale 1'Eccellenza rispose balbet- 
tando, non essendo ancora ben certa che tutto quello che seguiva 
fosse una realta. 

Cosa mangio tuo padre non e credibile. Spari il fagiano, spari 
la galantina e sarebbe sparito il resto, se non arrivava il segretario. 
Leonetto si alzo, e dando il proclama al Bargagli, gli disse: 
Tocca a lei dare gli ordini. 

Lo rilesse daccapo, e finalmente disse al segretario : Porti 
questo proclama alia stamperia. E Leonetto aggiunse: Lo 
aspetti, e appena pronto ne porti cinquanta copie ~ e poi cinque- 
cento. Aspetto qui. 

Voleva rimettersi a tavola - se non lo fece, fu per pudore. Prese 
il caffe ritto, e prego I'Eccellenza di andare a fare la sua toilette, 
mentre lui avrebbe fatto un sonno sopra il sofa. E partito il Barga 
gli, si sdrai6 e attacco un sonno cosi profondo che per svegliarlo ci 
vollero le grida di migliaia di matti che sotto le finestre urlavano: 
Viva Leopoldo, viva Pio IX, viva 1'Italia! 

La voce si era sparsa dalla stamperia, e prima che fosse affisso 
il proclama ne giravan gia molte copie. 

Arrive il segretario coi proclami, e Leonetto disse al Bargagli: 
Ne butti qualche copia dal terrazzo. 

La mi faccia il piacere - glieli butti lei. 

Cosi fece Leonetto, e senza dir addio alia ridicola Eccellenza, 
infilo 1'uscio, e ando alia sua villa a dormire e digerire il copioso 
pasto fatto ad ora insolita. Alle due ando in citta da Gian Paolo 
Bartolommei maggiore della guardia nazionale, ove eran tutti riu- 
niti per prendere i prowedimenti per la partenza. 

Racconto il fatto, e raccomando di non perdere tempo. In 
ogni mo do domani deve partire il primo battaglione. 

Si, si, risposero tutti domani partiremo colla sola camicia, 
se occorre, ma partiremo. 

Dopo aver messo in moto la cosa pubblica, Leonetto pensd a 



164 LEONETTO CIPRIANI 

quella privata. - Sistem6 gli affari di famiglia in modo da esser 
tranquillo sull'awenire della madre e del fratello, se la guerra gli 
fosse stata fatale. - Si equipaggio di tutto quanto poteva occorrergli, 
e non essendo neppure della guardia nazionale si fece fare un'uni- 
forme di sua invenzione - tunica verde a mostreggiature rosse con 
una fila di bottoni lisci, calzoni verdi foderati di pelle, berretto 
verde orlato di rosso, cinturone di cuoio e bar datura completa di 
cavalleria. Non uno stemma, non un filo di oro o di argento. 

Per armi porto due sciabole, due pistole a cartuccia a doppio 
colpo, una carabina Lepage 1 ed un fucile da munizione di Saint- 
fitienne. 2 

Non sapendo come avrebbe servito e cosa avrebbe fatto, parti 
in una carrozza con due buoni cavalli, e condusse seco il suo vec- 
chio cameriere Jacopo. 

E finalmente prese alia banca Adami una credenziale di 100.000 
franchi sopra il banchiere Laurent di Parma. 

Avendo tutto preparato, raccomando la madre allo zio Carac- 
ciolo, la tranquillizzo sulle sorti della guerra, Pabbraccio e parti. 

A Pietrasanta raggiunse i volontari livornesi. Ne aveva il co- 
mando il maggiore Baldini, 3 delParmata regolare, suo intimo ami- 
co; e ne era stato nominato commissario straordinario, per sugge- 
rimento da lui dato al Ridolfi, 1'altro suo intimo amico, il professore 
Matteucci. 4 

Quella riunione di armati veniva chiamata volontari, ma in 
realta la maggior parte e i migliori di essi erano le guardie nazionali 
delle citta. Gli altri volontari che partirono con quella erano in 
generale un'accozzaglia di giovani poco atti alle fatiche perche 
quasi tutti - tranne pochi contadini, vere eccezioni - operai irre- 
quieti, ciarlatani, bestemmiatori - qualcuno di buona volonta, i piu 
vagabondi, per i quali le parole liberta ed indipendenza si traduce- 
vano in licenza, T Italia un'occasione di far baccano, e la guerra, 
alia quale i piu non arrivarono, un mezzo di mangiare e bere senza 
lavorare. A questi furono dati ufficiali improwisati, i piu giovani 
desiderosi di far bene e combattere. 



i. carabina Lepage: il nome indica il tipo di carabina. 2. fucile . . . Saint- 
j&tiennei Saint-Etienne, in Francia, e citta famosa per la sua fabbrica d'armi. 
3. I1 maggiore Pietro Baldini, del i reggimento di linea, si distinse e fu 
fatto prigioniero a Montanara (Mordini). 4. Carlo Matteucci, di Forli 
(1811-1868), professore di fisica all'Universita di Pisa. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 165 

L'elemento della guardia nazionale essendo migliore, quelli che 
liberi di se stessi poterono partire fecero miracoli, ma la maggior 
parte dovette rimanere, perche padri di famiglia o in eta avan- 
zata. 

Lo stato maggior e della guardia nazionale era composto di quel 
che vi era di piu onesto e di piu patriottico nelle citta, e di piu 
distinto nella classe agiata e colta, medici, legali ed artisti. 

Dei Pisani Pelemento volontario era migliore - piu quieto, piu 
docile, meno esigente, piu abituato alle fatiche, perche la maggior 
parte del contado. La guardia nazionale poi eccellente, e lo stato 
maggiore perfetto. 

Ma quel che fece la meraviglia di tutti fu il vedere Puniversha 
intera di Pisa chiedere come un sol uomo di partire per la santa 
guerra, studenti e professori. I giovani erano quel che sono tutti 
gli studenti - pieni di ardore e di buona volonta, ma troppo gio 
vani e con abitudini contrarie al fare un buon soldato. - Malgrado 
ci6 si piegarono con rassegnazione alle lunghe marce, dormirono da 
bravi sulla paglia, e da bravi vuotarono con avidita. le gamelle. Ma 
quel che onora grandemente la loro memoria, fu che da bravi stet- 
tero al fuoco, e parecchi lasciarono la vita alia battaglia di Curta- 
tone. - E i professori, tutti insigni italiani, partirono con loro perche 
nell'animo italiani, e perche non vollero affidare a nessuno la dire- 
zione e le cure di quella falange, preziosa speranza della patria, 
della scienza e della famiglia. 

Fra i militi dell'universita vi era Giuseppe Toscanelli, 1 il piu ori 
ginate e il piu ciarlone di quanti volontari varcarono PAppenni- 
no, compresi i fiorentini che lo sono in modo sfrenato. Originale 
perche piccolissimo di statura, marciava bravamente, carico come 
un somaro di ogni sorta di roba. Oltre al fucile, alia sciabola, al 
sacco, al cappotto e alia coperta, e due pistole e uno stile alia cm- 
tola, portava una carniera da caccia, una fiaschetta ed un impermea- 
bile che lo copriva tutto da capo a piedi nei tempi piovosi. In testa 
un berrettino, sopra quello un cappellone di paglia, e sopra il cap- 
pellone un elmo romano, d'ordinanza della guardia nazionale, e 
vero, ma un arnese impossibile, permesso solo ai pompieri, e che il 

i. Giuseppe Toscanelli, pisano, valentissimo agricoltore ed enologo, de- 
f,,putato dalla vn alia xvi legislatura, prii che oratore, intermttore pieno di 
'brio e di arguzie, morto settantenne a Roma il 27 febbraio 1891)) (Mor- 



l66 LEONETTO CIPRIANI 

Toscanelli era Punico dei volontari che se lo trascinasse dietro. 1 
E quando il caldo lo soffocava, si attaccava quello scaldaletto dietro 
le spalle, restando col cappellone, che fu battezzato il parafulmine 
di Beppe. 

strano come la maggior parte della gioventu faccia le cose non 
perche le piacciano, non perche le siano utili, ma per essere osser- 
vati. Siano o no ridicoli, non importa: son contenti quando due 
occhi curiosi si posano su di loro. - Cos! il Toscanelli che ne sentiva 
di tutti i colori, e rispondeva: Bene, bene - cantate pure, ma in- 
tanto a me non mi manca nulla ; e come Diogene, fiero della sua 
botte, duro finche pote, seminando a poco a poco tutta la sua roba 
per la strada, finche cadde malato. 

Con tutto questo ridicolo addosso per6 egli era uno dei pochi 
che capisse quel che faceva, dove andava e perche ci andava. Aveva 
ricevuto un'educazione sbagliata nella forma, ma completa per 
Pistruzione, poich6 aveva una tintura generale di tutto, come a torto 
si da alia gioventu ricca in Italia. Ma era gia molto che sapesse quel 
che si faceva, perche pochi potevano dire altrettanto, ed egli ha 
mostrato di saperlo fino in fondo, poiche oltre al far quello che 
gli permisero le forze nella prima campagna, si trov6 nella secon- 
da a Venezia assediata dagli Austriaci, ove si distinse in modo 
speciale. 

Peccato che quel giovane avesse Penorme difetto di una parlan- 
tina senza principio ne fine - perche parlava con se stesso quando 
non trovava altri che avessero la pazienza di ascoltarlo, - e doveva 
parlare anche dormendo - e di tutto e di tutti, uomini e cose, con 
parole scelte, e vero, con cognizioni di fatti speciali e spesso con 
buon senso, ma perdendo il merito di tutto per il modo di esporre, 
per il tuono stridente, e soprattutto per voler sempre lui la parola e 
la ragione. 2 

i. e che . . . che se lo trascinasse dietro : si incontrano spesso nel Cipriani im- 
perfezioni sintattiche e stilistiche. Qui bisognerebbe sopprimere il primo 
che y oppure trasformare 1'ultima relativa in una forma implicita: a trasci- 
narselo dietro. 2. Se ci permetteremo di quando in quando, con parsi- 
monia, di questi schizzi biografici, e ben lontana da noi Pintenzione di voler 
mettere in ridicolo o biasimare quelli che su su facendo strada incontre- 
remo piu adatti a far toccare con mano le conseguenze di educazioni sba- 
gliate, scopo principale di questi nostri racconti. La prova della nostra 
buona intenzlone e che coloro che metteremo in scena saranno sempre amici 
e parenti. Giuseppe Toscanelli e figlio di una nostra cugina .germana, nata 
Cipriani (nota del Cipriani). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 167 

I Lucchesi pure erano buoni element!, tanto nella guardia na- 
zionale che nei volontari. I Senesi avevano eccellenti guardie na- 
zionali e migliori volontari, perche fra questi molti erano giovani di 
campagna awezzi alle fatiche. I Fiorentini, Pistoiesi, Pratesi ed 
Aretini formavano un corpo separate che si riuni cogli altri a 
Fivizzano. 

Da Pietrasanta la colonna si diresse a Massa di Carrara, dove si 
fece gia sentire prepotente il bisogno di uno spurgo e di una orga- 
nizzazione, che non furon pero fatti alia meglio, che molto dopo, 
sotto Montanara. 

Gia arrivando a Pietrasanta, Leonetto che non era nulla e non 
aveva nessuna veste datagli da nessuno (Puniforme stessa che por- 
tava, era uniforme sua personale), aveva preso Finiziativa e la re- 
sponsabilita in tutto, dirigendo, ordinando, e quando occorreva pa- 
gando del suo le cose piu urgenti. Era il factotum, e tutti finirono 
per dirigersi a lui, che i semplici militi chiamavano con tutti i ti- 
toli, da sor caporale a sor comandante e sor commissario. Ed egli 
ascoltando con calma tutti, grandi e piccoli, ufficiali e soldati, se 
non contentava tutti perche era impossible, a tutti diceva una buo- 
na parola, che spesso vale la cosa richiesta. 

A questo contribuirono moltissimo la conoscenza che i piu ave- 
van di lui, del suo carattere, della sua attitudine a tutto e delle sue 
facolta pecuniarie; e i suoi intimi rapporti cogli uffiziali e soprat- 
tutto col comandante Baldini e col Matteucci, i quali gli lasciavan 
far tutto e approvavano tutto, ben fortunati di trovare in lui Tin- 
telligenza e Tattivita adatta a sbrigare quanto era possibile I'arruf- 
fata matassa, e mandare innanzi quelle turbe composte di element! 
cosi diversi. 

La prima prova d'istinto militare che diede fu nell'entrare a 
Massa. Ci arriv6 prima della colonna e subito fece una ricognizione 
in citta per vedere dove sistemarla. - II Baldini era gia sceso al 
palazzo del Governo, ove aveva probabilmente fatto una copiosa 
seconda o terza colazione ; r e da antico soldato dell'impero facendo 

i. una copiosa . . . colazione: "Se e vero che il Radetzky e la prima spada 
d' Italia, noi possiamo dire senza superbia che il Baldini e la prima forchetta 
del mondo, e che per intendere come mai il governo 1'abbia messo alia testa 
della spedizione, bisogna credere che abbia preso i tedeschi per roba da 
mangiare." Cosi scriveva alia moglie Giambattista Giorgini il 5 aprile 1848 
da Pontremoli (GIORGINI, XXVII letter e dal Campo, Pisa, Nistri, 1912, p. 
19) (Mordini). 



l68 LEONETTO CIPRIANI 

con ripugnanza quel mestiere di conduttore di volontari, se ne 
stava a panda all'aria sul terrazzo, aspettando che le mandre di 
pecoroni, come li chiamava, arrivassero e se la sbrogliassero da loro 
stessi. E con lui era il Matteucci, pure a pancia alParia, sua posi- 
zione preferita, che non intendendosi di nulla lasciava fare. 

Leonetto intanto corse incontro alia colonna, ed ordino al Bar- 
tolommei di sfilare sulla piazza e di schierarsi di fronte al palazzo 
del Governo. Cosi fu fatto, con gran sorpresa del Baldini. vero 
che al comando chi si volto a destra e chi a sinistra, ma ove sarebbe 
stato il merito, se avessero manovrato come vecchi soldati ? 

Furono accasermati, e gli uffiziali sparsi nelle locande ed in case 
particolari. 

II giorno dopo Leonetto seppe che a Pietrasanta vi erano due 
pezzi di artiglieria senza i cavalli. Domando al Baldini perche non 
li avesse presi, e questi rispose che non avendo ordini non voleva 
compromettersi. 

Qui e necessario dire qual fosse il contegno del Granduca in 
quella circostanza ed in seguito. - Leopoldo II, nipote del gran 
Leopoldo, 1 era prima di tutto principe di casa d' Austria e come tale 
awersava, per educazione e conformemente alle parole d'ordine che 
riceveva da Vienna, tutte le innovazioni, la liberta, 1'indipendenza 
e molto piu la guerra al Tedesco. E, si capisce, non poteva essere di- 
versamente. Ma quando una cosa ripugna alia coscienza, il dovere 
di un galantuomo e quello di dirlo francamente, di voltare le spalle 
e di andare ove spingono i propri interessi, e le proprie simpatie. 

Leopoldo II lo fece nel 1859 - ma allora barcamenava. Aveva 
per ministri degli uomini di opinioni diverse, ma dei quali aveva la 
responsabilita il marchese Ridolfi, italianissimo, che godeva la 
stima universale, pieno di capacita ed attitudine a tutto, che non 
aveva e non ebbe in quei tempi che un difetto e una colpa - la de- 
bolezza e un poco di leggerezza, difetto comune a quasi tutti i To- 
scani. Questi sono tutti pieni d'ingegno e molti di loro son capaci 
di tenere i posti piu difficili, ma, salvo poche eccezioni, son tutti 
mancanti della forza di carattere, senza la quale non vi e uomo 
di stato possibile. - Credo che in loro il carattere se ne vada in con- 
sunzione a forza di parlare, di ridere, e di mettere tutto in burletta. 

i. gran Leopoldo: Pietro Leopoldo ( 1747- 1792) go verno laToscana dal 1765 
al 1790, quando divenne imperatore di Germania, per la morte del fra- 
tello Giuseppe II, In Toscana gli successe Ferdinando III. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 169 

II ministro della guerra era il marchese Nerino Corsini, 1 lui 
pure italianissimo quanto e piu del Ridolfi, se era possibile, ma 
incomparabilmente piu di lui uomo di state, formato alia scuola 
dello zio don Neri, tipo dei veri uomini di stato sul taglio del 
Guizot, 2 e non e poco dire. Nerino che aveva preso molto dallo zio, 
aveva fatto buoni studi sul serio, sapeva a fondo tutto quello che 
sapeva, e sapeva molto. - Mori troppo presto. - Fu per P Italia una 
perdita enorme, non sentita abbastanza dai nostri farfalloni, ma 
sentita profondamente da chi pensa e riflette. Dopo Cavour, era il 
solo uomo di mente, di cuore e di braccio che avesse P Italia. 

Anche lui in quell'epoca ebbe il torto del Ridolfi, di far parte di 
un ministero la cui maggioranza era awersa al movimento ita- 
liano. Lo vedeva, lo sentiva, ne soffriva, ma per timore di peggio 
rimaneva, per non cadere dalla padella nella brace. 

Ebbe un altro torto - di prendere il ministero della guerra. Non 
se n'intendeva, e nelPamministrazione della guerra piu che in qua- 
lunque altra chi non se n'intende non ci capisce nulla, soprattutto 
uno che come lui era circondato da codini, tutti nemici dal primo 
alPultimo. Aveva un bel dare ordini, raccomandare prontezza e 
zelo ; era fiato buttato via. II vero ministero della guerra era al co- 
mando generale presso il comandante in capo Parmata, il generate 
conte d'Arco Ferrari, 3 la piu gran coda della Toscana, ignorante, 
borioso, vile - come lo proveremo a suo tempo - e cieca creatura 
del Granduca. - Che volete sapesse Nerino del Fra^ois ? 4 Per lui 
era un commissario alle sussistenze, - ma per il Ferrari era Paffa- 
matore dei poveri volontari. 

Corsini solo sarebbe stato uomo da tener testa a tutto il consi- 
glio, e Pavrebbe tenuta, se avesse toccato con mano il barcamenare 
del Granduca. Ma egli, che era Ponesta e la lealta personificate, 

i. Nerino Corsini: Neri Corsini marchese di Lajatico (1805-1859), mini 
stro della guerra e degli esteri nel 1848, inviato toscano a Londra nel 1859, 
era nipote di don Neri Corsini (1771-1845), rappresentante della Toscana 
al congresso di Vienna, ministro dell'interno col Fossombroni, e dopo la 
sua morte (13 aprile 1844) primo ministro col portafoglio degli esteri 
(Mordini). 2. Francesco Guizot (1787-1874), professore e storico, piu 
volte ministro, fu 1'ultimo presidente del consiglio di Luigi Filippo 
(Mordini). 3.Ulisse d'Arco Ferrari, pisano, veterano di Napoleone, 
aveva fatto, come capitano, le campagne di Spagna e di Russia e si era di- 
stinto all'assedio di Danzica. Venne nominato generale il 23 gennaio 1848 
(Mordini). 4. Alessandro Francois, commissario di guerra a Portofer- 
raio, Firenze e Livorno, partecipd in tale qualita alia campagna del 1848, 
fu giubilato nel marzo 1857 e mori il 9 ottobre 1859 (Mordini). 



170 LEONETTO CIPRIANI 

non poteva immaginare che il Granduca giocasse ai burattini. 1 
II giorno che ne fa certo, non voile piu sentirne parlare - si ribel- 
lava al pensiero che la sua lealta era stata sorpresa. 

Non lo abbiamo mai veduto in uno stato di orgasmo come in 
nostra presenza a Milano la sera del 14 luglio 1859, al palazzo reale, 
dopo il pranzo con PImperatore* e il re Vittorio Emanuele. - 
L'Imperatore stava solo in un gabinetto in fondo al gran salone. 
Senti parlare a voce alta - guardo, e vide Leonetto che discorreva 
con Corsini ed altri. 

Lo chiam6 con un cenno della testa e gli chiese di che cosa discu- 
tesse con Corsini. 

Della probabilita del ritorno di casa Lorena in Toscana. 

Che cosa ne pensa? 

Pensa che e impossibile e che non sara mai - che se tornano 
troveranno Firenze un deserto. Quanto a lui, con tutta la sua fami- 
glia scappera fino in China. Non ne puo sentir parlare - diventa 
furioso. 

Ditegli che venga qui. 

Ando - e mentre con noi s'infuriava, coll'Imperatore prese quel 
tono freddo, calmo e stringente, che da la convinzione di una buona 
causa in un animo leale. Nessuno meglio di lui conosceva la que- 
stione, persone e cose, e seppe trattarle in modo da impressionare 
vivamente 1'Imperatore, come ce ne accorgemmo il giorno dopo a 
Torino. - Per ora basta. 

E il Granduca profittava della stima che avevano il Corsini e il 
Ridolfi della onesta tradizionale di casa Lorena e della loro defe- 
renza per lui, per tirare tutto in lungo e cercare il modo di salvare 
capra e cavoli. La Toscana era una bella vacca da mungere, e non 
era facile decidersi a darle un calcio e scappare; - e cosi ai Toscani 
si dava la costituzione e la bandiera italiana, ed a Vienna si scriveva : 
lasciateli sfogare, son ragazzi scappati da scuola - a suo tempo le 
nerbate ce li faranno tornare. E dopo il consiglio dei ministri 
costituzionali, nel quale, grazie a quei codoni che avevan nome 
Landucci, Baldasseroni 3 ed altri si prendevano risoluzioni an- 

i. giocasse ai burattini: agisse fmtamente, recitando - e facendo recitare 
agli altri, inconsapevolmente - una commedia. 2. rimperatore : Napo- 
leone III. 3. Leonida Landucci, senatore e prefetto di Firenze, e poi 
ministro delle finanze col Capponi e ministro deirinterno dal 1849 ai 
1850; Giovanni Baldasseroni, ministro delle finanze e poi presidente del 
consiglio dal 1849 al 18593) (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA iyi 

nacquate, combattute invano dal Corsini, e piu debolmente dal 
Ridolfi, che si stancava e finiva col cedere, si riimiva il consiglietto 
di palazzo Pitti: il Granduca, la Granduchessa, Matteo Bittheuser, 1 
il Landucci e il Baldasseroni. 

Ai Toscani si diceva : partite per la Lunigiana ma non si di- 
ceva: partite per la guerra contro 1' Austria)). E non si dava loro 
ne armi ne munizioni, ne una coperta, ne un cappotto. - E, bene 
inteso, partivano i volontari soltanto - non un soldato dell'armata 
regolare e a stento due o tre uffiziali come comandanti. 

Cosi si poteva scrivere a Vienna: e un branco di matti che son 
partiti per fare una passeggiata nei nostri Stati. stata una mano di 
Dio levarseli di torno - lo spurgo di tutti i ladri e vagabondi della 
citta. - Lasciateli andare; creperanno di fame, di stenti e di malat- 
tie, e saran tanti di menol Vedete bene che son partiti senza un 
soldato dell'armata regolare, senza un cannone, con fucili che son 
siringhe che non faranno mai fuoco, senz'approwigionamenti, 
senza un francescone in cassa. Commissari militari alle sussistenze 
si, ma amici nostri. E i livornesi, la peggio canaglia del paese, sono 
raccomandati bene, hanno il Fra^ois - lasciate fare a lui per farli 
morir di fame!. 

E cosi era. Quel Francois e un rimorso di Leonetto. Lo annuso 
fin dal primo giorno, e si e sempre pentito di non aver trovato modo 
di farlo scappare. Gli schizzava il tradimento da tutti i pori. 

Queste cose spiegano come non vi fosse ne capo ne coda, come 
sprowisti di tutto, a tutto si cercasse prowedere con mezzi arbi- 
trari, e come i pochi che avessero autorita legalmente conferita e 
Favessero accettata in buona fede, con aspirazioni italiane e volonta 
di andare innanzi, o per carattere o per abitudini contratte al ser- 
vizio, non osando assumere responsabilita di nessuna sorta, la 
lasciassero volontieri assumere al solo che ne aveva il coraggio e, 
se vogliamo, anche, il toupet. E per questo al Baldini che non voleva 
assumersi la responsabilita di prendere Partiglieria a Pietrasanta, 
Leonetto disse: Ci ander6 io. 

Non te la daranno. 

Questo riguarda me. 

Bene, bene - prova. Ma bada non ti chiudano in fortezza. 
Ando dal Matteucci, gli racconto il fatto e gli chiese un ordine 

scritto. Stintign6 un po j per la solita ragione della responsabilita, 
i. Matteo Bittheuser, segretario intimo del Granduca (Mordini). 



1 72 LEONETTO CIPRIANI 

ma fini per darglielo. Con questo ando alia posta dei cavalli, fece 
sellare le sei coppie che vi erano, e le condusse seco a Pietrasanta, 
dove prese altre cinque coppie alia posta. Si awio poi con tutti i ca 
valli alia fortezza, seguito da gran gente che gridava : Viva F Italia, 
viva la guerra! eran scamiciati, e vero, ma in quei tempi qualche 
dozzina di mascalzoni faceva calar le brache ai codini, ed era quel 
che lui voleva. S'insacco nel forte con tutti i cavalli - al rumore 
arrive il comandante, un buon uomo che era stato con Napoleone 
in Russia. Capi subito, e senz'aspettare che gli mostrasse Tordine, 
fece attaccare i due cannoni ed i due cassoni da munizioni. 

Ma quando voile visitarli, Leonetto si accorse che i cassoni eran 
vuoti. II comandante gli fece un monte di scuse, e lo fece accompa- 
gnare dal sergente maggiore in polveriera. 

Ma per Leonetto era buio pesto - era la prima volta che vedeva 
munizioni di artiglieria. Fortunatamente, venutagli alia mente la 
parola assortimento, come se ne avesse chiesto uno di ortaggi, or- 
dino di mettere rassortimento completo ad ogni pezzo. Lascio 
fare stando zitto, per non fare un arrosto 1 - gran segreto quello di 
tacere! uno che e inutile nominare ha vissuto ed e morto colla ripu- 
tazione di uomo colto, ed era una bestia calzata e vestita. 

Quando fu tutto pronto, diede una stretta di mano al comandante, 
al quale dimentico di lasciare 1'ordine scritto, ed entro trionfalmente 
in Massa, ricevendo da tutti grandi elogi per la fortunata spedizione, 
e facendo ridere come un matto il Matteucci quando gli rimise in 
mano 1'ordine. 

Ma i cannoni senza cavalli e senza artiglieri erano in realta piu 
un impiccio e una spesa che altro. Non importa - era una lezione 
ai codoni di Firenze; - e poi tutto sta cominciare, e facendo strada 
si trova il resto. 

Leonetto non credeva di ragionare cosi giusto, ne di realizzare 
tutto il resto il giorno dopo. - Mentre faceva colazione, gli porta- 
rono un biglietto del tenente di artiglieria Rinaldi, che gli dava 
appuntamento alle scuderie dell' artiglieria. Ci ando, e il Rinaldi 
gli disse che in citta ci erano due cannoni e ventiquattro cavalli di 
artiglieria del Duca 2 (era scappato da cosi poco tempo che si par- 
lava sempre in nome suo), e lo consiglio di chiederli al governo 

i. fare un arrosto: fare un guaio. 2. del Duca: Francesco V d'Austria- 
Este (1819-1875), duca di Modena dal 1846 al 1859 (Mordini). Era fug- 
gito da Modena il zi marzo del 1848. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 173 

prowisorio di Massa, e in caso di rifiuto di prenderli colla forza. - 
II Rinaldi, uscito dalla scuola di artiglieria di Modena, buon ufn- 
ciale, e buon italiano come tutti i modenesi, voleva far la guerra, 
e Poccasione era troppo bella per levarsi da Massa con tutto il ma- 
teriale che era stato a lui affidato. 

A Leonetto 1'idea piacque moltissimo, e voile fare il tiro senza 
dime parola a nessuno. Era in buona vena, e non bisognava per- 
derla con passi inutili. 

Aveva gia conosciuto i membri del Municipio, convertiti in go- 
verno prowisorio ; e se nel mimero vi erano delle code, vi eran pero 
il giovine Medici 1 ed un suo compagno di studio, il Fabbricotti, 2 
tutti e due italianissimi. 

Ando, li trov6 riuniti - e chiese e cavalli e cannoni. Ma gli 
pare! non e possibile. L'artiglieria non e nostra, e del Duca disse 
un vecchio Guerra. 3 

Del Duca?! Ma che qui regna sempre il duca di Modena? 

Nossignore - ho voluto dire del governo di Modena; e noi 
siamo responsabili. 

La loro responsabilita e al coperto con una ricevuta del com- 
missario toscano. 

Oh! allora soggiunse il Medici tutto e in regola e non 
c'e piu responsabilita. Gia quei cannoni qui non ci fan nulla, e'se il 
governo prowisorio di Modena li reclamera, glieli restituiranno 
passando. 

Ma molti continuarono a dire: No, non e possibile - 1'artiglie- 
ria e in Massa e deve stare in Massa (seppe poi che fra i piu 
renitenti vi era il fornitore dei foraggi). 

Signori, poche parole, ma buone. Se li voglion dare cosi con 
una ricevuta nostra, bene: se no, partendo me ne impadronisco, 
e li faccio intanto guardare da cento volontari livornesi (i li- 
vornesi erano il terrore dei govern! prowisori). 

II Medici e il Fabbricotti intervennero e la causa fu vinta. 
Ma c'e sempre un ma per noi la ricevuta del professore Mat- 
teucci non conta nulla - meglio quella di lei che ha qualcosa da 

i. il giovine Medici: Forse il conte Andrea Dal Medico Staffetti, elogiato 
col Cipriani nel rapporto del Matteucci in data 27 marzo, e che fu poi 
nominate dal ministero Montanelli R. Delegate per la provincia di Mas- 
sa-Carrara (Mordini). 2. I1 conte Giuseppe Fabbricotti (1827-1914), 
deputato dal 1870 al 1890 (Mordini). 3. II conte Carlo Guerra, prirno 
assessor e del municipio di Massa (Mordini). 



174 LEONETTO CIPRIANI 

perdere. E Leonetto senza difficolta prese la penna, e firm6 la 
ricevuta che deve essere sempre nelParchivio del municipio di 
Massa; e in cambio riceve Tordine di consegna dei cannoni, che 
firmarono tutti, ma con molta ripugnanza, perche parecchi ave- 
vano paura del ritorno e delle bastonate del Duca. 

Fu un colpo magistrate. Quando gli fece vedere Pordine, il 
Rinaldi non ci credeva. Dette la consegna a lui e ad un vecchio 
sergente modenese, e poi and6 a raccontare tutto al Matteucci, 
che non sapeva capacitarsene. 

Questi due falti ripetuti ed ingranditi fecero credere che Leo 
netto portasse in tasca poteri dittatoriali, e non vi fu piu nulla che 
resistesse alia sua volonta, mentre in realta lui non faceva che pren- 
dere lezione da tutto e da tutti, non essendo nulla, ma facendo vista 
di essere e saper tutto. 

II giorno dopo, partenza. - Essendo Tartiglieria sua creatura, 
Leonetto s'incarico di spingerla innanzi. E siccome il tanto corre- 
re gli aveva scorticato i piedi, e d'altra parte andare alia guerra in 
carrozza cominciava a puzzare di Dulcamara, 1 si decise per la pri- 
ma volta ad assumere un vero aspetto militare, sballando la barda- 
tura, 2 armandosi di sciabola, che fin allora non aveva messa, perche 
a piedi gl'imbarazzava le gambe, e di pistole, ed inforcanda un 
bel cavallone da guerra ; - e vi riusci facilmente, perche era un 
bel giovine alto e snello con fisonomia marziale, ed anche esimio 
cavaliere. 

Riflettendo poi che la strada era lunga e difficile, e che i cavalli 
non essendo stati attaccati da diversi mesi avrebbero tirato male in 
montagna, chiese ed ottenne dal Baldini dieci uomini scelti per 
pezzo, e sessanta di scorta, scegliendoli non tra i piu intelligent!, 
ma tra i piu forti, coll'idea di servirsene ad uso trazione. 

Usciti dalla citta, c'era una piccola scesa, e con le scarpe 3 ando a 
meraviglia. Ma dopo veniva una salita, in certi tratti dal sette al- 
1'otto per cento, e in altri anche piu; e li bisogno che cannonieri, 
scorta e curiosi spingessero alle rote. Alia scesa, tutti i santi aiu- 
tano, e sul far della notte s'entro in Carrara. 



i. Dulcamara: e il nome del cerretano, venditore di strani specifici, che 
nelT/ttzr d'amore di Donizetti appare sulla scena in carrozza. 2. sbal 
lando la bar datura: tirando fuori le bardature complete da cavalleria, che 
aveva portato con se. 3. le scarpe: le staffe di ferro che agiscono da freno 
alle ruote durante iina discesa. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 175 

Arrivati, trovarono Taffamatore Fran?ois, partito la mattina per 
preparare le razioni, che con una faccia di bronzo disse: Non c'e 
pane. 

Come non c'e pane? 

I fornai non volevano cuocere che a contanti, e contanti non 
ne ho. 

Senza perder tempo, Leonetto salto come un cervo al muriicipio, 
e fattosi accompagnare da quello stesso Medici di Massa, che era 
cittadino di Carrara e faceva parte del muriicipio, ando in giro dai 
fornai, e pagando a contanti trov6 presto il pane necessario. Alle 
sei la distribuzione era fatta. 

Per evitare la ripetizione di questi casi spiacevoli, si fece man- 
dare da Livorno da Francesco Pacho all'Avenza, il porto dei mar- 
mi di Carrara, ventimila libbre di biscotto. Scrisse poi subito al 
Corsini, che ne rimase indignato, ed ordino di spedire immediata- 
mente al Fran9ois cinquantamila lire. Era poco - ma la vena era 
aperta. 

Si dira: ma che campavano di solo pane? Purtroppo fu cosi nei 
primi giorni, per la ragione semplicissima che era impossibile far la 
distribuzione della carne e del vino, non essendovi recipienti ove 
cuocerla e ove metterlo. 

Ma da principio tutti avevano qualche paolo in tasca e mangia- 
vano alle osterie. Se vi era qualche povero, vi era anche della gente 
ricca che spendeva per tutti. Non poteva durare - ma da principio 
fu Funico mezzo per evitar disordini e saccheggi. 

Da Carrara si ando in una tappa a Fornovo, piccolo castello, ove 
non era possibile procurarsi nulla. Ci fu proweduto mandando il 
necessario da Carrara. - Da Fornovo in due tappe a Pontremoli, 
grosso borgo, capitale della Lunigiana. 

Una volta a Pontremoli, non si sente piu parlare di partenza. 
II Baldini ed il Matteucci non avevano ordini. 

Ma duemila volontari in una piccola citta son come la grandine - 
guai dove casca. Cominciarono le risse, i furti e qualcosa di peg- 
gio - e il municipio non rispondeva di nulla se non partivano. 

II Matteucci scrisse lettera sopra lettera al Ridolfi. Dopo molto 
aspettare, perche il Granduca teneva forte quanto poteva, per non 
lasciar passare la frontiera, venne finalmente la risposta: star fermi 
a Pontremoli durante le trattative di cessione dei territori fra Mo- 
dena e Toscana. - Era una vera canzonatura. 



176 LEONETTO CIPRIANI 

La sera che arrive la risposta, Leonetto era a letto con la feb- 
bre. II Matteucci gliela lesse, e gli disse : lo me ne vado. Si 
burlan di noi, e con questi matti - e ne avranno mille ragioni - 
finira male. 

Leonetto penso un momento, e rispose : Ho un febbrone, ma 
non importa : passera tanto in carrozza come in letto. Tu stai fermo 
fino al mio ritorno da Firenze. 

Parti immediatamente a rotta di collo colla posta, e arrivato, sali 
dal Ridolfi, e gli espose in poche parole la situazione e la necessita 
assoluta di dar Tordine di partenza per Parma. 

Ha ragione - che vuol che le dica ? mi son sfiatato e con me 
Nerino, ma il Granduca sta fermo, appoggiato dagli altri mi- 
nistri. 

Vada dal Granduca e gli dica che da un momento alPaltro 
puo nascere una carneficina tra volontari e paesani ; e la responsa- 
bilita, a torto o a ragione, cade tutta sopra di lui. - Una delle due, 
o li sciolgano o li mandino avanti - e a scioglierli immagini lei il 
ritorno e le conseguenze. 

Ci vado subito. Lei intanto mi aspetti da Nerino. 

Ando dal Corsini e trovo un uomo scoraggiato che non ne po- 
teva piu. Si lamento del Ridolfi che non lo appoggiava abbastanza 
per ottenere dal Granduca una modificazione di ministero per 
potere andare avanti francamente. Del Granduca non disse parola, 
ma fino d'allora doveva esserne stufo. 

Intanto arrivo il Ridolfi, che aveva persuaso il Granduca a 
lasciar partire i volontari, non per Parma ma per Fivizzano, dove 
riuniti ai volontari fiorentini sarebbero scesi a Reggio. Non era 
tutto, ma era qualcosa. La ragione poi del cambiamento di dire- 
zione era che il Granduca non disperava fin li di vedere il Ra- 
detzky prendere la rivincita e tornare a Milano, e percio tirava in 
lungo piu che poteva, aspettando questa desiderata notizia. 

Leonetto riparti coll'ordine del ministro della guerra. Arrivo a 
Pontremoli, e due ore dopo la colonna si mise in marcia per Fiviz 
zano. E per tranquillare i malcontenti, fu sparsa voce che, male 
organizzati come erano, non era possibile scendere a Parma, dove 
si trovava sempre un reggimento di cavalleria tedesco. Era vero, 
ed era credibile. 

Arrivati a Fivizzano, borgo meno grande di Pontremoli ma che 
offriva le stesse risorse, vi trovarono i volontari fiorentini, con pochi 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 177 

pistoiesi, pratesi ed aretini comandati dal maggiore Belluomini 1 
delTarmata regolare. 

In massa erano buoni element!, con pochissime eccezioni la 
piu bella gente dopo i lucchesi, ma piu tenuta, piu contegnosa. 
Parlavan molto, e vero, ma il loro parlare non faceva male anessuno. 
Predominavano per numero la classe ricca e quella colta. 

A giudicare dal passato, si doveva credere che a Fivizzano il 
Granduca gli avrebbe fatto passar Testate. Ma gli awenimenti non 
andarono a seconda dei suoi desideri, poiche gli Austriaci furono 
costretti ad abbandonare la Lombardia ed il Veneto, e a rifugiarsi 
nel Quadrilatero ; 2 e Carlo Alberto si porto sotto Verona sempre vit- 
torioso. II Granduca comincio a disperare, e spinto dai gridi di 
piazza fu obbligato a dichiarare la guerra all' Austria, 3 e a dar Tor- 
dine di partenza delTarmata regolare toscana, comandata dal ge- 
nerale d'Arco Ferrari. 

QuelTarmata consisteva in pochi battaglioni di cattivi soldati, due 
compagnie di artiglieria meno cattive, uno squadrone di cavalleria 
pessimo, e peggiori ufficiali. - II seguito giustifichera il severo giu- 
dizio. 

Partirono da Firenze, e per Castelnuovo scesero a Reggio ove, 
arrivati che furono i volontari da Fivizzano, si trovarono riunite 
tutte le forze toscane, regolari ed irregolari. 

Tra gli uffiziali, i colonnelli de Laugier e Giovannetti 4 eran due 
eccezioni alia regola. II primo, vecchio soldato delTImpero, co- 
noscendo a fondo il suo mestiere, coraggioso, leale, di virtu inte- 
merata, aveva riputazione di buon italiano; riputazione che perse 
in seguito, essendogli state contrarie le circostanze; ma siamo con- 
vinti che si penti amaramente di essersi buttato, alia Restaurazione, 



i. Giacomo Belluomini (1798-1861) aveva partecipato col Murat alia cam- 
pagna di Russia. Dal 1847 entro nelTesercito toscano e fu capo di stato mag 
giore dopo Curtatone. 2. a rifugiarsi nel Quadrilatero : cioe, nelle fortezze 
del quadrilatero, composto delle citta di Peschiera e Mantova sul Mincio, 
di Verona e Legnago sull'Adige. 3. II Granduca . . . Austria: Leopoldo II 
aderi a malincuore alle pressioni dei liberali, e dichiar6 anch'egli la guerra 
all' Austria. 4. Cesare de Bellecour, conte de Laugier (1789-1871), nato a 
Portoferraio da famiglia originaria francese, ministro della guerra durante la 
Restaurazione; Giuseppe Giovannetti, lucchese, si distinse nelle guerre 
dell'Impero, comando a Montanara, ed al ritorno in Toscana fu ucciso a 
tradimento a Pecorile il 14 luglio 1848 dai suoi soldati, ai quali era inviso per 
la grande severita ed i modi eccessivamente bruschi e talvolta anche ma- 
neschi. Era nato nel 1783 (Mordini). 



178 LEONETTO CIPRIANI 

nelle braccia del Granduca. - II Giovannetti poi era una vera 
perla, come soldato e come italiano. 

Discreti i capitani della linea Magrini, Baldini e Fortini 1 il quale 
se non era un fanatico italiano, era pero certamente di buona fede, e 
disposto a dare la sua vita alia patria. - Nella cavalleria, tutti pessi- 
mi. - L'artiglieria aveva due buoni capitani, Niccolini e Contri: 3 
il primo coraggioso e italianissimo ; il secondo molto istruito e di 
bastante coraggio, ma di carattere debole ed incerto. - Due buoni 
maggiori eran rimasti in Toscana, il Manganaro comandante i 
carabinieri ed il Reghini. 3 

In Reggio cesso il mandate del commissario straordinario Mat- 
teucci. Al colonnello Laugier fu dato il comando di tutti i volontari, 
ed il Belluomini fu capo di stato maggiore. 

AReggio,Leonetto,nonavendogrado,feceilmorto.Ma ilpoco che 
aveva fatto arrivo alle orecchie del Laugier e del Ferrari, che vollero , 
tutt'e due averlo con loro. Gli era piu simpatico il Laugier, ma dette 
la preferenza al Ferrari, per che al quartier generale tutto e possibile. 

Gli fu conferito a voce il grado di capitano, senza specificare di 
cosa, e siccome era a cavallo, si battezzo da se di cavalleria, 4 conser- 
vando la sua uniforme che aveva qualcosa della cavalleria toscana. 

Restituito il cavallone preso a Massa tra quelli delPartiglieria 
modenese, bisognava equipaggiarsi. Ma essendo impossibile tro- 
vare cavalli, ed avendo saputo che a Parma le scuderie del Duca 5 

i.Il capitano Bartolomeo Fortini, promosso maggiore il 12 giugno 
(Mordini). 2. Giuseppe Niccolini, uno degli eroi di Curtatone ove fu 
gravemente ferito, colonnello e governatore dell'Elba nel 1859; Alessan- 
dro Contri, in seguito comandante il reggimento di artiglieria toscano 
(Mordini). 3. Giovanni Manganaro, successo nel marzo '48 al Reghini 
nel comando dei carabinieri, fu nominato maggiore il 20 giugno se- 
guente; Michele dei conti Costa Reghini, nato a Pontremoli il 26 no- 
vembre 1791, fece la campagna di Russia come sottotenente di fanteria, 
fu promosso tenente sul campo di battaglia di Dresda, e fatto prigionie- 
ro poco dopo dai cosacchi. Ammesso col suo grado nell'esercito tosca- 
no, organizzo e comando dal 1840 al principio del 1848 il corpo dei ca 
rabinieri. Colonnello alia fine dell'anno, dopo la Restaurazione divenne 
governatore dell'Elba e generale. Mori a Pistoia il 18 febbraio 1876" 
(Mordini). 4. si battezzo . . . cavalleria: II decreto ufficiale di nomina a 
capitano onorario di cavalleria non fu firmato che il 20 maggio 1848" 
(Mordini). 5. Duca: Carlo Lodovico, gia duca di Lucca, poi di Parma 
dopo la morte di Maria Luisa, abdico in favore del figlio il 14 marzo 1849, 
e mori piu che ottantenne a Nizza il 16 aprile 1883. - Prima di partire da 
Parma il 9 aprile 1848, il duca infatti, racconta il Sardi (Lucca e il suo Du- 
cato t Firenze 1921), vende i molti suoi cavalli, compresi quelli inglesi, al 
prezzo medio di 300 lire l*uno (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 179 

erano piene di bei cavalli da tiro e da sella, and6 da lui che conosceva 
personalmente, e per una miseria, 25.000 franchi (il Duca temeva 
che da un momento all'altro glieli portassero via), compro dodici 
cavalli da sella e due ungheresi da tiro per se e gli amici, venti da 
tiro per rartiglieria, e poi una gran quantita di bardature, furgoni e 
roba simile. 

II Ferrari, che non sapeva stare a cavallo e montava una calia 1 
di truppa degna di girare un bindolo, e che con lui a cavallo sareb- 
bero state due, non voile approfittare per se della compra, ma Tap- 
prove per conto dell'armata, e dette un ordine di pagamento, che 
non fu eseguito che tre mesi dopo a Firenze con molte difficolta. 

E cosi Leonetto si trovo ad avere carrozza, otto cavalli da sella, 
quattro uomini di scuderia e un buon cuoco. - Aveva capito che 
colla sua attivita infaticabile e con molti cavalli avrebbe potuto cor- 
rer molto e trovarsi dappertutto, e cosi distinguersi in tutte le azio- 
ni, e non s'inganno, per che non fu tirata fucilata ch'egli non si 
trovasse presente. 

Intanto i toscani passarono il Po ed arrivarono alle Grazie, 2 
ove fu stabilito il quartier generale per il blocco di Mantova. 

I volontari fiorentini, lucchesi e senesi insieme ad un reggimento 
di linea napoletano, il solo che il re di Napoli consentisse a mandare 
alia sacra guerra, occuparono la posizione di Montanara. I livornesi 
e i pisani col battaglione universitario occuparono il ponte di Curta- 
tone, con poche compagnie della truppa regolare toscana, della 
quale la maggior parte guardava il quartier generale, che non aveva 
bisogno di essere guardato. Santa paura! 

La mattina del 3 maggio gli Austriaci attaccarono il campo di 
Montanara a S. Silvestro. - I volontari si condussero bene, benis- 
simo i Napoletani, e gli Austriaci furono respinti. 

Leonetto era a Goito. Tomato verso le tre, seppe il fatto e lesse 
il rapporto del Giovannetti. Domando al generale se era stato sul 
luogo. No, rispose cosa vuol che vada a fare ora che tutto e 
finito? 

Mi pare che farebbe buon effetto, se non altro di visitare i 
feriti. 

Ebbene, andiamo. Ma a cavallo, e lontano. Andremo col suo 
legno. 

i. calia: cavalla di poco pregio. 2. alle Grazie: pochi chilometri ad ovest 
di Curtatone. 



l8o LEONETTO CIPRIANI 

Era ancora attaccato ; partirono. - Altro che buon effetto occor- 
reva! C'era uno spavento generale - il primo fuoco, il primo san- 
gue - si capisce. 

Arrivato al posto avanzato di San Silvestro, dove era il Belluo- 
mini, questi chiese assolutamente di ritirarsi a Montanara. Disse di 
sapere con certezza che gli Austriaci sarebbero tornati il giorno dopo 
con maggiori forze, che sarebbero stati fatti tutti prigionieri, che 
non aveva piu munizioni, che non c'era piu un fulminante, e via 
dicendo. 

II Ferrari rispose che il dovere di un buon mflitare e di stare al 
posto : ma il Belluomini, al quale la stizza aveva sciolto la lingua, 
replic6 : Ebbene, faccia venire del rinforzo, e resti qui con noi. 

Leonetto chiam6 da parte il generale, che sembrava tutt'altro 
che persuaso della proposta, e gli disse : Che male ci sarebbe se 
noi si restasse qui o a Montanara fino a domani ? Se gli Austriaci 
attaccano, si sapra che noi eravamo awisati e ce ne siamo andati. 

II generale secco secco rispose : Resti lei, se vuole - io me ne 
vado! 

Ed io resto. 

E rimase infatti la notte a S. Silvestro. Ma quella posizione es- 
sendo pessima, prese sopra di se di levarla e concentrare tutti a 
Montanara. Era grossa - ma il Ferrari appro vo, per che gli bruciava 
la coda di paglia. 

Ora alcune rifiessioni. - 1 volontari in Lombardia per la loro 
cattiva o nulla organizzazione, e per la loro poco lusinghiera riputa- 
zione - a torto, perche se fra i livornesi vi era realmente della ro- 
baccia, il resto, se non soldati, era certamente gente onesta - erano 
il cauchemar di Carlo Alberto, che a nessun costo li voleva vicini a se. 

Da un certo punto di vista aveva ragione, perche il contatto coi 
volontari, sempre indisciplinati, in tutti i paesi, e fatale alle truppe 
regolari e disciplinate come Io erano i Piemontesi, e perche non 
essendo essi istruiti a manovre di nessuna specie, sono, bisogna pur 
convincersene, piu d'imbarazzo che di utilita in una battaglia. 

Son queste le ragioni che gli fecero assegnare ai Toscani un 
posto isolato sotto Mantova, lontani venti miglia almeno dalPar- 
mata piemontese, lasciandoli percio abbandonati a se stessi. 

In Mantova, per poco che vi fosse, vi erano diecimila uomini, 
due reggimenti di cavalleria, e cinquanta cannoni, senza contare i 
depositi; ed i Toscani, regolari ed irregolari, erano in tutto al piu 



AVVENTURE DELLA MIA VITA l8l 

quattromila, 1 con otto pezzi di artiglieria, e un cattivo squadrone di 
cavalleria. 

Era questo il corpo d'armata che s'intendeva dovesse fare il 
blocco di Mantova! - Era un'assurdita, che metteva in bocca al 
lupo, quando avesse avuto fame, quattromila vittime. 

E alTosservazione che se vi stettero due mesi senz'essere slog- 
giati, non vi era poi tanta assurdita, la risposta e facile : la verita e 
che gli Austriaci non sapevano che farsi di quattromila prigionieri - 
altrimenti bastava una passeggiata militare. Se gli Austriaci con 
cinque o sei mila uomini e un reggimento di cavalleria avessero la 
notte passato il Mincio a Governolo, marciando per Castellucchio, 
ce li saremmo trovati alle spalle, e con poche fucilate dalla parte di 
Mantova e poche alle spalle, la retata era fatta. 

Di questo conveniva anche il Laugier. E cio che non era seguito 
fino allora poteva seguire da un momento all'altro. Percio Leonetto 
scrisse una lettera molto seria al Ridolfi, awertendolo dell'enorme 
responsabilita che pesava sul ministero toscano. Ma non contento di 
questo e in vista anche della nessuna stima che godeva il Ferrari, 
si decise a partire per Firenze, ove espose al Ridolfi e al Corsini 
la situazione con colori cosi vivi, che ne rimasero visibilmente im- 
pressionati. E dopo aver riferito al Granduca, il Corsini ebbe Tor- 
dine di partire pel campo con pieni poteri. 

Arrivo P 1 1 maggio - e convenne subito che la nostra organizza- 
zione era ridicola, e la nostra posizione una trappola. Ma non es- 
sendo possibile cambiare la posizione, perche Carlo Alberto non 
voleva sentirne parlare, si limito da principio a procedere ad uno 
spurgo di bocche inutili, circa duecento, quasi tutti livornesi. Fu 
la prima volta che si fece qualcosa sul serio. 

La mattina del 13 erano alle Grazie quando si sentirono delle fu 
cilate. Leonetto fu il primo a cavallo con Corsini ed un giovine 
Alberti. II Ferrari faceva la sua toilette, e per metterlo a cavallo 
ci voile un'ora. 

i . i Toscani . . . quattromila : Ufficialmente i Toscani sarebbero stati 6972, 
ma il 29 maggio i combattenti furono soltanto 4867, 2422 dei quali a Cur- 
tatone e il resto a Montanara. - Cosi il Laugier nel suo Racconto storico 
pubblicato senza nome di autore nel 1854. Nelle sue Milizie toscane nella 
guerra (1849), e nelle Osservazioni al suo rapporto ufficiale, da lui inviate al 
governo granducale, e pubblicate dall'Oxilia in appendice a La campagna 
toscana del 1848 in Lombardia, egli da pero cifre alquanto diverse (4485 
combattenti nelle prime, 4585 nelle seconde) (Mordini). 



l82 LEONETTO CIPRIANI 

Partirono al gran galoppo. Arrivati a poca distanza dal ponte di 
Curtatone, che le cannonate austriache prendevan d'infilata, PA1- 
berti esclamo: Eccellenza, la badi, fischian le palle! 

E il Corsini gli rispose: Ma che alia guerra crede ci fischin le 
cicale? Si cheti, stupido! 

Dopo poche cannonate i Tedeschi se ne andarono. Si sarebbe 
detto che erano venuti a tirare al bersaglio. 

II Ferrari non comparve. Lo incontrarono al ritorno vicino alle 
Grazie, al piccolo passo della sua calia. Corsini non lo saluto - e 
non voile neppure pranzar con lui la sera, II giorno dopo parti, 
e appena tomato a Firenze lo richiamo e nomino al suo posto il 
Laugier, e Leonetto suo aiutante di campo col grado di capitano 
di cavalleria. 

II 29 maggio allo spuntar del giorno si senti tuonare spesso 
il cannone verso Curtatone e Montanara. - II dies irae era arri- 
vato. 

II Laugier parti subito con tutto lo stato maggiore ed il capo di 
quello, Chigi, 1 lasciando Leonetto al quartier generale coll'ordine 
di prendere tutte le disposizioni per la ritirata e poi raggiungerlo. 
Eseguiti gli ordini e disposto che i suoi equipaggi fossero pronti a 
partire, Leonetto vo!6 a Curtatone. 

Come si e detto, i Toscani ascendevano a circa 4000 uomini, 
con otto cannoni e uno squadrone di cavalleria. La loro linea, 
di fronte a Mantova, si estendeva alia sinistra del ponte di Curta 
tone per trecento metri fino al mulino sulla sponda del lago, 2 e per 
altrettanti alia destra. 

La strada maestra che veniva da Mantova in linea retta per un 
miglio, e poi per mezzo del ponte andava alle Grazie, era chiusa 
da una trincera in terra con quattro pezzi da otto e il ponte 3 alle 
spalle a cinquanta metri. 

Montanara, a destra, distante dal ponte due miglia, e un piccolo 
villaggio nascosto tra gli alberi. Vi erano un 2500 uomini, fra i quali 
i napoletani, e due pezzi di artiglieria davanti alia chiesa. 

L'armata austriaca mosse da Mantova in numero di 25.000 uo 
mini, quattro reggimenti di cavalleria, e cento cannoni, comandati 

i. Carlo Corradino Chigi, nato e morto a Siena (u settembre 1802- 
26 marzo 1881), ferito gravemente a Curtatone, poi generale e senatore del 
Regno (Mordini). 2. alia sinistra . . . del lago: e la parte, detta supe- 
riore, del lago che intorno a Mantova forma il Mincio. 3. e il ponte: 
e avendo il ponte. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 183 

dal maresciallo Radetzky. 1 Una divisione si diresse verso Mantova, 
il resto verso Curtatone, colla diritta appoggiata al lago, il centro 
alia strada, e la sinistra scaglionata, collegandosi colla divisione di 
Montanara. 

Riserva toscana nessuna. Al quartier generale c'era il solo squa- 
drone di cavalleria, e Parmata piemontese era a venticinque miglia 
di distanza. - Gli Austriaci avevano invece la fortezza di Mantova 
alle spallel 

Precisate cosi le posizioni e le forze dei due combattenti, e fa 
cile capire come la lotta, piii che lotta, fosse il giuoco di un gigante 
contro un pigmeo. 

Allo spuntare di un bel sole di maggio gli Austriaci attaccarono 2 
su tutta la linea, coprendo di proiettili Curtatone - e cosi continua- 
rono fermi nelle stesse posizioni fino al mezzogiorno. 

Stettero bravamente al loro posto i Toscani scambiando fucilate 
coi Croati al mulino, e coi Tirolesi alia sinistra, e sostenendo il 
fuoco dei quattro cannoni al centro, incoraggiati dal Laugier, che, 
trovandosi dappertutto, dava un belFesempio -di valore. 

Difendevano la sinistra i volontari pisani e il battaglione univer- 
sitario. Si distinsero in questo i professori Montanelli, Ferrucci 3 
e Studiati; 4 e fra quelli Ruschi 5 e Michelazzi. 6 Vi lasciaron la vita 
molti, vite preziose, speranze della patria. 

Al centro i livornesi non furono da meno. Si distinse fra loro in 
modo speciale il capitano Malenchini. 7 II comandante Partiglieria, 
capitano Niccolini, 8 si copri di gloria. II Castinelli 9 gia avanzato in 

1. II f eld-mares ciallo conte Giuseppe Venceslao Radetzky di Radetz (1766- 
1858), dal 1831 comandante in capo delle truppe austriache in Italia, vin- 
citore dei Piemontesi nel 1848 e nel 1849, e dopo Novara governatore gene- 
rale e comandante militare del Lombardo-Veneto fino al 1857)) (Mordini). 

2. Allo spuntare . . . attaccarono : la battaglia di Curtatone e Montanara 
ebbe luogo il 29 maggio 1848. 3. Michele Ferrucci, di Lugo (1801-1881), 
latinista molto stimato, fa professore di letteratura latina alTUniversita 
di Pisa. Nel 1848 partecipo con i suoi studenti alia guerra e combatte a 
Curtatone. 4. Cesare Studiati, professore di fisiologia, maggiore nel 
battaglione civico pisano-senese (Mordini). 5. Ruschi: vedi la nota i 
a p. 161. 6. Francesco Michelazzi, capitano nel battaglione civico pi 
sano-senese (Mordini). 7. Vincenzo Malenchini^ di Livorno (1813- 
1881), combatte a Curtatone nel '48, a Novara nel '49, a Milazzo nel '60; 
partecipo alia campagna del '66 e alia presa di Roma. Deputato di Livorno 
per varie legislature, fu nominate senatore nel 1876. 8. Niccolini'. vedi 
la nota 2 a p. 178. 9. Ridolfo Castinelli, ingegnere in capo del comparti- 
mento pisano, capitano comandante il genio, deputato al parlamento to- 
scano, nato e morto a Pisa (21 novembre 1791-27 marzo 1859) (Mordini). 



184 LEONETTO CIPRIANI 

eta, ma pure infaticabile, sostenuto da forza morale e da sviscerato 
amor di patria, fu ammirabile d'intelligenza e sangue freddo. 

Dopo il mezzogiorno, gli Austriaci, coprendo di racchette incen- 
diarie 1 i Toscani, misero la desolazione fra quella gioventu ardita 
ma non awezza a scene di sangue. Gli artiglieri presi dalla paura 
sparirono, e i cannoni avrebbero taciuto, se non si fossero moltipli- 
cati a servirli i giovani di buona volonta. 

Si distinse fra tutti un cannoniere dell'Elba di nome De Gasperi, 
che nudo ed abbruciato da capo a piedi continu6 a servire il suo 
pezzo finche le carni staccandosi a pezzi e gli occhi chiudendosi 
dairirifiammazione, il dolore vinse il valore. 2 

Ad un tratto si videro i Croati arrivare al mulino. Fosse Pef- 
fetto delle racchette, fosse quello della presenza delle piu crudeli 
truppe dell' Austria, vi fu un momento di panico - ed il battaglione 
universitario piego verso il ponte. Era su quello tuo padre che, 
come gli scrisse il Ferrucci, 3 impavido sotto quella grandine di 
proiettili si mise a traverso del ponte e con parole non di comando 
ma di amore di patria riusci a fermare i fuggenti, che ripresero i 
loro posti e non li lasciarono finche non fu ordinata la ritirata. 

Intanto il Laugier, che si prodigava insieme col Chigi e col 
Villamarina, 4 avendo visto il nemico che si avanzava sulla diritta 
per attaccare i Toscani di fianco, ordino a Leonetto di prendere una 
forte compagnia di artiglieria di piazza., comandata dal capitano 
Contri, una compagnia di linea ed un pezzo di artiglieria, e difen- 
dere la diritta mentre egli avrebbe ordinato la ritirata. 

Dura verita: le due compagnie avanzarono a passo di formica, 
facendo due passi avanti e uno indietro, ma ad ogni mo do avanza 
rono, e Leonetto, ordinatele sulla strada in modo da ingannare il 

i. racchette incendiarie: razzi incendiari. 2. Si distinse . . . valore: Per la 
sua eroica condotta, il caporal foriere De Gasperi ottenne la medaglia al 
valore tanto dal Granduca che dal re Carlo Alberto) (Mordini). 3. co 
me . . . Ferrucci: la lettera di Michele Ferrucci, cui allude il testo, e ri- 
prodotta nelTedizione Mordini a p. 204 del n volume. II Ferrucci vi ricorda 
ed esalta il valore di Leonetto Cipriani, e del di lui fratello Giuseppe, con 
parole di grande ammirazione, e aflerma che nessuno aveva meritato in 
quella battaglia la decorazione di cavaliere di san Giuseppe quanto i due 
fratelli Cipriani. Giuseppe Cipriani, nato a Livorno il 29 ottobre 1826, 
accompagno il principe Napoleone in Crimea nel 1854, fu con lui in To- 
scana nel 1859, collaboro col fratello nel governo della Romagna dall'agosto 
al novembre dello stesso anno. Mori a Firenze 1'8 novembre del 1912. 
4. Villamarina: Capitano di stato maggiore piemontese addetto a quello 
del Laugier (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 185 

nemico sul numero, riusci a tener fermo finche le truppe toscane 
avessero passato il ponte, e fu 1'ultimo a ritirarsi, quando gia gli 
Austriaci eran sotto le trincere, e con poche o punte perdite. 

Tutto il corpo toscano essendo in piena ritirata sulle Grazie, gli 
Austriaci per inseguirlo dovevano passare lo stesso ponte, ma te- 
mendo che fosse minato (cio che era stato dimenticato di fare per 
ignoranza inesplicabile) si fermarono. E i Toscani dalle Grazie, 
riunitisi al quartier generale in un disordine indescrivibile, presero 
la via di Goito. 

II generale ordino a Leonetto di coprir la ritirata collo squadrone 
di cavalleria e le due compagnie formica. Coprir la ritirata! Era 
frase cosi ridicola che dicendola mosse il sorriso del Laugier e del 
suo aiutante di campo. 

Rimase sulla piazza delle Grazie, e quando all'angolo della via 
che dal ponte conduce a Castellucchio vide apparire degli ulani 
austriaci a tutta camera, crede fosse un corpo di cavalleria, e si 
rassegno a passare qualche mese prigioniero in Boemia. Fortunata- 
mente erano solo pochi ulani, che infilarono la via di Castelluc 
chio, e sparirono; e i Toscani furono tranquillamente lasciati an- 
dare a Goito, dove arrivarono la sera. 

Intanto a Montanara avevano ricevuto il nemico a sangue freddo. 
Avevano scambiato fucilate per quattr'ore senz'avanzare ne retro- 
cedere, e fatto infine quel che potevano, comandati com' erano dal 
Giovannetti, dal Bernardi e dal Rodriguez. 1 Verso il mezzogiorno 
furono circondati, fatti quasi tutti prigionieri, e diretti a Mantova. 

Secondo tuo padre, la spiegazione di quanto precede era la se- 
guente. II Radetzky, cacciato dalla Lombardia e dal Veneto, si era 
ritirato nelle fortezze, aspettando rinforzi dalla via del Tirolo, la 
sola che gli fosse rimasta aperta. 

Rinforzi numerosi P Austria non poteva mandarne, avendo alle 
spalle la rivoluzione ungherese; pure mando un 20.000 uomini. 
Con questi, e colParmata di Lombardia, in gran parte demoraliz- 
zata dalla precipitosa ritirata, formo due corpi: uno di 60.000 uo- 



i. I1 colonnello Vincenzo Bernardi, comandante i civici livornesi, e poi 
il battaglione invalidi e veterani; il tenente colonnello Rodriguez, del 
10 reggimento di linea napoletano, comandava il distaccamento di Goito, 
e non prese percio parte alia battaglia. II comandante dei napoletani a 
Montanara era il maggiore Spiligato, che si batte bravamente e vi rimase 
ferito (Mordini). 



l86 LEONETTO CIPRIANI 

mini da stare a fronte dei Piemontesi che minacciavano la posizione 
di Rivoli, Faltro di 25.000 per tentare le sorti della guerra. 

II suo piano era di attaccare il corpo toscano la mattina del 29, 
nella convinzione che i Toscani avrebbero mandati awisi sopra 
awisi chiedendo soccorso al Re ed al generale Bava, 1 che non avreb 
bero potato fare a meno di accorrere essi stessi con parte dell'ar- 
mata. Se le sue previsioni si fossero awerate, il Radetzky sperava 
di dare una gran battaglia a Curtatone ; ed i Piemontesi essendo di- 
visi, e lontani e fuori dalla loro base di operazioni, egli con Mantova 
alle spalle aveva tutte le probabilita di vincere. 

Prova di cio e che quando il Laugier dette 1'ordine di preparare la 
ritirata alle Grazie, Leonetto volgendo lo sguardo sul lago all'an- 
golo dove sbocca il Mincio, vide brillare una massa di baionette. 
Fattolo osservare al Belluomini, questi disse : Quelle sono per 
metterci in gabbia! ed era vero. Quel corpo era destinato a pas- 
sare il Mincio quando i soccorsi piemontesi avrebbero impegnato 
la lotta, a prenderli alle spalle, e a dare all'aquila austriaca una 
vittoria certa. 

Ma la sorte d' Italia voile che quel giorno tale sventura non awe- 
nisse. I Toscani non chiesero soccorsi, 2 ed il Re ed il Bava non gli 
mandarono perche certamente si accorsero del laccio che quella 
volpe di Radetzky tendeva loro. Meglio sacrificare i Toscani che 
compromettere le sorti d' Italia. 

II Radetzky, non ricevendo awiso del movimento dei Piemontesi, 
si decise ad avanzare e a prendere il corpo di Montanara come 
trofeo di guerra per ritemprare Panimo delle sue truppe, che erano 
state costrette a fuggire da tutte le citta della Lombardia dinanzi 
alia furia del popolo. Non si euro poi di far prigionieri tutti i 
Toscani per tre ragioni: perch6 avendo il giorno dopo bisogno di 
tutte le sue forze, voleva lasciare in Mantova soltanto la guarni- 
gione strettamente necessaria ; perche tremila volontari anche disar- 
mati potevano provocare un'insurrezione ; e finalmente per eco- 
nomia di razioni. 

Due miglia dopo le Grazie, quando fu oramai certo di non essere 

i. Eusebio Bava (1790-1854), comandante il i corpo, generale d'armata 
dopo Goito, poi comandante in capo Fesercito, ispettore generale e mi- 
nistro della guerra (Mordini). 2. / Toscani . . . soccorsi: Veramente il 
Laugier quel giorno chiese ripetutamente soccorso al Bava, ma senza risul- 
tato (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 187 

inseguito, Leonetto propose al Laugier di andare dal generale 
Bava a riferirgli Paccaduto e a prendere i suoi ordini. 

II generale approve, ed egli parti con un magnifico cavallo 
arabo, veloce come il vento, che aveva comprato a Firenze. Giunto 
al quartiere generale piemontese, fu subito ricevuto dal Bava, che 
udito il racconto della battaglia, gli diede Pordine verbale di dire al 
Laugier che il giorno dopo all' alba lasciasse Goito e si dirigesse a 
marcia forzata a Castellucchio. 

Riparti immediatamente. Arrivato a Goito, riferi, e furon dati gli 
ordini opportuni, disponendo egli stesso tutto nella notte senza 
prender riposo. AlPalba erano sulla strada che porta a Castelluc 
chio, ove arrivarono la sera. 

II giorno stesso gli Austriaci assalirono i Piemontesi, che in nu- 
mero di 25.000 si erano radunati a Goito. Gli Austriaci fecero pro- 
digi di valore, ma tutto fu inutile contro le posizioni migliori, 
Tincrollabile fermezza dei Piemontesi e la bonta della loro artiglie- 
ria. La vittoria fu completa, e il duca di Savoia 1 si copri di gloria. 

La sera del 30, il Laugier, che arrivato a Castellucchio si era 
dovuto mettere a letto malato, avendo sentito tuonare tutto il 
giorno il cannone a Goito ed ignorando il risultato della battaglia, 
incarico tuo padre di disporre un cordone di sentinelle avanzate a 
mezzo miglio del paese, per non essere sorpresi. Leonetto passo 
tutta la notte andando da una sentinella alPaltra, e la mattina si 
reco a riferire al generale, che trovo a letto con intorno una quantita 
di ufHziali, fra i quali quelli di una batteria di artiglieria piemontese 
che arrivava da Torino. 

Appena vedutolo, il Laugier gli disse: Giusto ti aspettavo. - 
Mi assicurano che abbiamo i Tedeschi a poca distanza. Se i Pie 
montesi non avessero vinto ieri, lo sapremmo gia - vuol dire che e 
stata una vittoria. I Tedeschi vicini a noi han da essere un corpo 
staccato. Bisogna farli prigionieri. Anderai come parlamentario, e 
grintimerai di arrendersi. 

Quelle parole furono per tuo padre un fulmine a ciel sereno. 
Osservazioni ne avrebbe fatte se eran soli, ma non eran possibili in 
presenza degli ufHciali piemontesi, che si sarebbero fatto un 
meschino concetto dei rapporti che in Toscana esistevano tra gene- 
rali e subalterni; e poi capi che 1'ombra di un'osservazione avrebbe 

i. il duca di Savoia: il primogenito di Carlo Alberto, il futuro re Vittorio 
Emanuele II. 



l88 LEONETTO CIPRIANI 

fatto dubitare del suo ardire. Si limito a domandare: Subito? 
Subito rispose il Laugier. 

Quel subito non era tuo padre che 1'aveva detto; era il suo sto- 
maco. Ventre vuoto non ragiona - e il suo era vuotato dalla lunga 
trottata passata a ciel sereno. 

Scendendo le scale, si rammento che i parlamentari dovevan por- 
tare un ordine scritto - alia guerra phi che altrove verba volant, 
scripta manent - e che dovevano essere accompagnati da un drap- 
pello di cavalleria. 

Ma il tornar di sopra a chiedere 1'ordine scritto poteva essere 
preso per poca voglia d'imbarcarsi in quell' impresa; e lo sguardo 
dei Piemontesi che non lo conoscevano e non sapevano di che cosa 
era capace, gli faceva una paura maledetta. D'altronde riflette che 
avendo preso tanta autorita che poteva ordinar tutto e da tutti essere 
ubbidito, non aveva bisogno che la scorta gliela desse il generale. 

Si cambio, fece spazzolare la vecchia uniforme che aveva ad- 
dosso da tre mesi, scelse una cavalla quieta e calma come si addice 
ad un parlamentario, prese con se quattro cavalieri ed un caporale 
di scorta, e parti. 

Passato 1'ultimo posto avanzato toscano, vide a un tiro di fu- 
cile appoggiata a un albero la vedetta austriaca che dormiva. Lo 
scalpitar dei cavalli la sveglio, e come un lampo spiano il fucile. 
Leonetto si fermo sventolando una pezzola bianca, e gridando : 
Parlamentario! La tregua era stabilita. 

Senti dietro a se un galoppo di cavalli. Si volto - era la scorta, 
meno il caporale, che scappava! - Era un pensiero di meno, ed 
ordino al caporale di andarsene anche lui. 

La sentinella lo accompagno ad un forte posto avanzato, da 
dove, bendato, fu diretto al generale Wimpffen. 1 Sceso da cavallo, 
e salita una scala, fu sbendato, e si trovo in un gran salone in pre- 
senza del generale e del suo stato maggiore. 

Chi siete? 

Sono Paiutante di campo del generale de Laugier, comandante 
i Toscani. 

Chi vi manda ? 

II mio generale. 

i. Wimpffen-. Secondo il Laugier e lo Schonhals era invece il generale 
barone d'Aspre (1789-1850), che si distinse a Novara, e comand6 il corpo 
austriaco che nel maggio seguente occupo la Toscana (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 189 

Con qual veste ? 

Con la veste di parlamentario. 

Datemi il mandate. 

Non ho mandate scritto. 

Cosa avete da dirmi? 

II generale de Laugier v'intima di arrendervi. L'armata au- 
striaca e stata disfatta a Goito, Peschiera e presa. Siete circondati 
dai Piemontesi e dai Toscani, e non avete ritirata possibile. 

Se il generale fosse stato bilioso e di cattivo carattere, la risposta 
certa eran sei palle nello stomaco, perche in realta tuo padre non 
rivestiva nessuno dei caratteri del vero parlamentario. Poteva es- 
serlo, ma la supposizione piu plausibile era che fosse invece una 
spia o un subornatore, perche un generale austriaco non poteva e 
non doveva ammettere che il de Laugier sapesse cosi poco le rigo- 
rose formalita militari da aver dimenticato le piu essenziali. Ma il 
Wimpffen era prima di tutto un gentiluomo, e di carattere cavalle- 
resco e leale, senza quella rozzezza di forme e di parole, che molti 
militari credono a torto necessaria coi sottoposti. Con un mezzo 
sorriso impercettibile rispose : Vi dirigo al quartier generale del 
Maresciallo saluto con la testa ed usci. 

Tuo padre fu condotto in una sala terrena, dove un ufficiale gli 
domando se gli occorresse niente. Chiese di mangiare un boccone, 
e gli fu servita una buona colazione. Dopo aver bevuto una tazza di 
caffe si distese su un canape di paglia, senza levarsi ne il berretto ne 
la sciabola, e dormi saporitamente sei ore, finche fu svegliato per 
partire. Monto a cavallo, fu bendato, e alle sei arrive a Roverbella. 

Scese, gli fu levata la benda, e fu introdotto nel vasto salone ter- 
reno, dove tante volte aveva pranzato col Bartolommei. Vi era il 
maresciallo, con molti ufficiali, tra cui dalla faccia giovine e bionda 
riconobbe gli arciduchi di Austria, uno dei quali era Tattuale Im- 
peratore. 1 

Con tuono brusco il Radetzky gli domando perche fosse entrato 
nelle linee austriache, e Leonetto ripete quanto aveva gia detto al 
Wimpffen, protestando di non essere stato trattato come un parla 
mentario, contro tutti i diritti e gli usi della guerra. 

Colla bile negli occhi per le batoste ricevute il giorno prima, il 

i.Vattuale Imperatore: Francesco Giuseppe I (1830-1916), imperatore 
d' Austria il 2 dicembre 1848 in seguito all'abdicazione dello zio Ferdi- 
nando I (Mordini). 



IQO LEONETTO CIPRIANI 

maresciallo rispose : Ma voi non siete un parlamentario - siete 
una spia. 

A quelle parole tuo padre senti un brivido da capo a piedi, e colla 
testa alta e gli occhi fuori, esclamo : lo, una spia ? Prima d'insul- 
tarmi, domandate chi sono, e vi pentirete di aver insultato un 
uomo che non puo difendersi che con la parola. 

Rimasero attoniti, e mentre da principio avevan tutti facce da 
de profundis, a quelle parole si rischiararon tutte come per incanto, 
ed il maresciallo, detto qualcosa in tedesco che Leonetto non capi, 
si ritiro con i generali. 

Rimasero molti ufficiali che lo circondarono con fisonomie ri- 
denti, facendogli mille domande su Firenze e sul Granduca. Era fra 
questi un bell'uomo che gli disse essere colonnello del reggimento 
Leopoldo Granduca di Toscana, 1 essere stato recentemente a Fi 
renze, ed avervi sentito parlare di lui. 

O come mai, gli chiese tuo padre se sapete chi sono, avete 
permesso che io fossi cosi crudelmente insultato ? 

Sono soltanto un colonnello, rispose ed e il maresciallo 
che vi ha diretto la parola; ma state tranquillo, le vostre parole han- 
no fatto effetto su di lui e sugli arciduchi. 

Comparve in quel momento un ufficiale, del quale non conobbe 
ne Funiforme ne il grado, ma che doveva essere un pezzo grosso, 
perche tutti gli fecero largo. Ordino a tuo padre di depofre la scia- 
bola, il che egli fece protestando di nuovo, e di seguirlo. Montarono 
a cavallo, scortati da un drappello di ussari, e a notte arrivarono a 
Mantova, dove Leonetto fu rinchiuso nelle prigioni in una cella 
sotterranea da spaventare ogni altro che quell'uomo di ferro. 

II carceriere che lo accompagno gli domando se voleva mangiare. 

-Si. 

A quest'ora non c'e che pane e vino. 

Portatelo. 

Bisogna pagarlo. 

Si guard6 in tasca - non aveva un soldo. Aveva del denaro 
nascosto, ma non voleva dirlo; sicche al carceriere, che stava colla 
mano stesa, rispose: Non vedete che non ho un soldo? 

Vi faro credito. 

Vi ringrazio. 

i. un belTuomo . . . Toscana: II conte Zichy Ferraris, comandante il 4 
reggimento dragoni Leopoldo II di Toscana (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA IQI 

Port6 il pane e il vino - gli augur6 la buona notte - e se ne andava 
col lume. 

Non mi lasciate lume ? 

proibito, al numero uno. 

Lasciatemi almeno vedere dove ho da buttarmi a dormire. 
Era un pancaccio umido e sporco da far rizzare i capelli a un 

morto. Non pote fare a meno di esclamare portandosi le mani al 
volto: Oh! santa patria! 

La candela trem6 in mano al carceriere. Volto le spalle, usci e 
dette tre giri di chiave. 

Rimasto nell'oscurita, a stento pote trovare il pane e il vino. 
Lo divor6 - perche non confessarlo ? - piangendo e pensando a sua 
madre. 

Cerc6 poi un mobile indispensabile ; non ce n'era- ne fece a 
meno. Si butto sul pancaccio, e tante erano la stanchezza e le fati- 
che di quei tre mesi, che benedi quasi il riposo di quella tomba. 

Dormi tutta la notte malgrado i topi che gli camminavano sul 
corpo, ma era tanto il bisogno di dormire che lascio fare e non si 
mosse. 

La mattina, svegliandosi, dalla scarsa luce che penetrava da un 
pertugio obliquo si accorse che era giorno. Arrivo il carceriere, e 
gli chiese cosa voleva mangiare, aggiungendo che gli avrebbe fatto 
credito. 

Datemi una tazza di caffe la mattina, una bistecca a mezzo- 
giorno con mezza bottiglia di vino ed altrettanto la sera. 

Vi basta? 

Si, ma che la bistecca sia di due libbre con buon pane. 
La giornata fu triste. Quando si tende ad un alto scopo, i peri- 

coli, le privazioni, il disgusto non si sentono - ma sotterrato in 
quella cloaca immonda non vi era illusione possibile. 

La notte i topi, presa confidenza, non si contentarono piu della 
passeggiata. Gli morsero le mani - se le mise in tasca - gli morsero 
gli orecchi. Erano affamati, e chi ha fame, bestia o cristiano, prende 
il mangiare dove lo trova. Ma quel che piu gli fece ribrezzo, fu sen- 
tirsi nella mano qualcosa di freddo fermo immobile. Non capiva 
cosa fosse, e nonosava muovere la mano, ma quel freddo salendo su 
pel corpo Palz6 preso da moto convulso, e senti cadere in terra qual 
cosa che saltellava - era un rospo. 

Animale schifoso, ma inoffensive e meno noioso del topo. - Fatta 



192 LEONETTO CIPRIANI 

questa riflessione, si addormento. - incredibile come Puomo ri- 
soluto a tutto, dando spiegazione a tutto, e sopportando tutte le 
tribolazioni come se fossero un nulla, sa trovare la calma in qua- 
lunque stato si trovi - e certo quello di tuo padre non era brillante. 
II giorno passo come il primo e la notte peggio della seconda a 
causa dei topi. Pazienza, dormiro il giorno e staro sveglio la notte , 
pensava il tuo povero padre. Chiese al secondino che gli portava i 
pasti - non era piu il carceriere - un certo Stockhausen - cinque 
libbre di carne cruda. La domanda era cosi strana, che quelPuomo 
si scosse, e domando : Per che fare ? 

Per dar da mangiare ai topi. 

Gli volto le spalle borbottando in tedesco - senza dubbio lo prese 
per matto. 

La notte, solita storia - calci, pugni, lotta continua con i poveri 
affamati. Sul mattino si addormento profondamente, quando tutto 
ad un tratto si sveglio sentendo un topo dentro lo stivale. 

Mandare un grido, buttarsi giu dal pancaccio e saltare come un 
ossesso fu tutt'uno. Non senti piu muovere nulla, ma sent! qual- 
cosa di umido al piede, e capi subito - un topicidio! 

Si levo lo stivale - lo scote - non c'era nulla da pulirlo - chiuse 
gli occhi e la bocca, infilo il piede e salto finche Pimpressione non fu 
passata. 

Non trovando poi profitto a dormire il giorno, perche tanto la 
notte i topi lo tormentavano lo stesso, stette sveglio tutto il giorno. 
La sera si addormento, e se lo svegliavano ad intervalli quando lo 
morsicavano, alle loro passeggiate aveva fatto 1'abitudine. Ma al- 
Palba si sveglio sentendo un rosicchio - era una dozzina di topi che 
avevano dato addosso alle suole degli stivali. Allora si che salto dal 
pancaccio, e per una ragione diversa dalle altre. 

Partendo per la guerra si era fatto fare da un Crispino Rizzani 
del piano di Pisa due stivaloni di vacchetta con cinquanta napoleoni 
dentro ogni suola. A camminare erano pesotti, ma a cavallo face- 
vano stare piu fermi in sella. I topi avevano gia intaccato le cuciture, 
ma fortunatamente non vi era gran male. 

La sera gli porto il pranzo lo Stockhausen. Lo rivide con piacere, 
gli domando se era stato malato. 

No - ho avuto da fare - e voi come siete stato ? 

Come pu6 stare un povero prigioniero in questa fossa. I 
topi non mi lasciano dormire, mi mordono le mani e gli orecchi - 



AVVENTURE BELLA MIA VITA IQ3 

guardate quest 'orecchio insanguinato - e poi i rospi che mi sal- 
tano addosso, quello si che e un gusto! Ma pazienza - tutto ha un 
fine - e Napoleone a S. Elena sofferse mille volte piu di me. 

A queste parole quel vecchio si scosse da capo a piedi, e perso ogni 
ritegno gli strinse le mani, dette una guardata alia porta ed esclamo : 
Napoleone, il grand'uomo ! e tremando che qualcuno sen- 
tisse, gli disse all'orecchio : Sono Ungherese, amico degPIta- 
liani! 

II prigioniero politico deve sempre e poi sempre diffidare, ma 
Pemozione di quell'uomo era tale, e fino dal primo giorno ne aveva 
dato segno, che il dubitarne era insultare al bene. Tuo padre gli 
accosto la bocca alPorecchio, e disse: Zitto per amor di Dio - 
non vi perdete. 

Commosso da quelFuomo che prima di pensare a se pensava a 
lui, il buon vecchio gli disse: State tranquillo. Ma ditemi, siete 
proprio innocente ? 

Sono dawero un parlamentario, e vedrete che non passano 
otto giorni che saro liberate. 

Iddio lo voglia. Ma passerete prima un . . . e si fermo. 

Cosa volete dire ? siate pure franco - non temete spaventarmi. 

Fra qualche giorno vi sara il consiglio di guerra che deve giu- 
dicarvi. 

Tanto meglio - e una buona notizia - saro assolto. 

Povero capitano, non conoscete i Tedeschi. Ma non parlia- 
mone piu. - Stanotte vi faro dormire in una buona stanza. Vi verro 
a prendere un poco piu tardi, tenetevi pronto. 

Che Iddio vi benedica e benedica la vostra famiglia se ne avete. 

Si, ne ho. Mia moglie e con me alia prigione, e mi tormenta 
che vuole vedervi - e di Milano. 

Se ne ando, torn6 un'ora dopo e lo condusse al numero venti- 
quattro, dove vi era un buon letto e tutto il necessario per lavarsi. 
Gli augur6 la buona notte, e gli disse : lo dormiro alia vostra por 
ta, sopra'una seggiola. Se verra la ronda, che non viene tutte le not- 
ti, e c'e gia stata ieri sera, vi sveglier6, e tornerete al numero uno. 

Leonetto si lavo, si fece la barba, si cambio e dormi saporita- 
mente. La mattina il carceriere lo ricondusse al numero uno, e gli 
disse: Ho chiesto per voi il permesso di scrivere a casa vostra, e 
se volete al governatore della fortezza. A colazione vi portero la 
carta, il calamaio, un tavolino e il lume. 



194 LEONETTO CIPRIANI 

Decisamente c'era un angelo che lo proteggeva, e per istinto capi 
che c'era lo zampino di una donna. La donna, quando e buona, e la 
consolazione del poveri afflitti. 

Scrisse alia madre, e poi una bella lettera dignitosa al gover- 
natore, della quale si penti non aver tenuto copia perche, a giu- 
dicare dal risultato, doveva essere un capolavoro. II risultato fu 
che a mezzogiorno venne Pordine di metterlo al numero 24. Ne 
prese subito possesso, mise tutto al suo posto come se fosse stato 
a casa sua, ed a finestra spalancata stette tutto il giorno a re- 
spirare Faria a pieni polmoni colle mani appoggiate alPinfer- 
riata; ed i passerotti che saltavano nel cortile gli sembravano il 
piu bello spettacolo della natura che avesse mai osservato sotto il 
tropico. 

La sera ebbe un buon pranzo, con un piattone di ciliege che in- 
goio tutte col nocciolo. 

Ripensando poi che quel salto dal numero i al 24 non poteva 
essere effetto della sola sua lettera, rimmaginazione ando lontano, 
e penso che Carlo Alberto e i numerosi amici che aveva in Italia e 
fuori si eran tutti coalizzati per salvarlo. 

II giorno dopo comparve un aiutante del governatore Gorz- 
kowski, che gli domando se voleva fare tratta su banchieri, e se gli 
occorreva vestiario, libri, carta e via dicendo. Accetto, e chiese 
un'udienza dal governatore, ma questa gli fu ricusata. La sera lo 
Stockhausen lo invito a pranzo, e lo presento a sua moglie, una mi- 
lanese di mezza eta, grassoccia, belloccia, assai comune, ma buona 
donna che chiacchierava di tutto, ma s'intende bene, nei limiti che 
esigevano il luogo e le persone. 

La mattina dopo venne Faiutante colPebreo Basevi banchiere, 
che accetto una sua tratta di duemila franchi su Parma. 

Tutti gPisraeliti in quella provincia erano piu o meno liberali, 
per due ragioni: Pistruzione, che era tra essi obbligatoria, e Pop- 
pressione che gravava su di loro. La liberta era una speranza d'e- 
mancipazione - per quella molti fecero onorati sacrifizi e Potten- 
nero. Ma bisognava dissimulare per non cadere negli artigli della 
polizia, e vi riuscivano facilmente, essendo per natura e per educa- 
zione diffidenti di tutto e di tutti ed avendo disposizioni particolari 
a giocare a doppio giuoco. 

II Basevi era uno dei fornitori delParmata austriaca, e con loro 
era il piu arrabbiato tedesco. Con i liberali era Pagente piu segreto 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 195 

e piu attivo, ma non aveva rapporti con nessuno fuorche con un 
intermediario, il duca di . . , x 

Nella nuova camera, con dei buoni pasti, libri, carta da scrivere, 
e la simpatia delPungherese, la prigionia era sopportabile, e se non 
si fosse sentito rodere dal bisogno di notizie, 1'avrebbe presa come 
una sosta necessaria alia sua infaticabile esistenza. 

Due giorni dopo venne il Basevi, che dopo essersi assicurato 
bene che le sue parole non potevano venire ascoltate, gli disse: 
Avete molti amici - non temete piu nulla. Volevano fucilarvi e il 
consiglio di guerra era gia nominato, quando e venuto un contror- 
dine del maresciallo ; e ieri si diceva che Carlo Alberto minacciava 
rappresaglie contro i prigionieri austriaci che aveva, se non vi resti- 
tuivano sano e salvo. 

Potreste darmi notizie della guerra? 

Per oggi no - basta e se n'ando. 

Tuo padre si mise a scrivere una memoria diretta al maresciallo. 
Come sai, non ha mai avuto pretension! di scrittore, ma la penna in 
mano sapeva tenerla, e se spesso non metteva virgole e punti al loro 
posto, aveva per6 il merito raro di sapere esporre i fatti con colori 
cosi vivi e con tanta verita da impressionare gli animi piu mal 
disposti. Puoi immaginare dunque se in quel momento fu ispirato, 
e se la memoria gli venne fatta bene. La mando poi al governatore, 
ma non seppe mai se pervenne al maresciallo. 

Intanto i suoi rapporti con il buon ungherese e la moglie eran 
divenuti intimi. II marito era fanatico di Napoleone, che conside- 
rava come la piu gran figura delPepoca. - Sotto certi rapporti aveva 
ragione, ma e morto da troppo poco per giudicarlo. 

La moglie faceva la cucina e stirava. Tuo padre, che nelle cose 
materiali particolarmente sapeva far tutto quel che voleva, si mise 
bravamente ad aiutarli in cucina, e fece un pasticcio di pasta frolla 
e maccheroni che divorarono. Ma la giornata campale fu quella 
della stiratura. - Dette di mano ad un ferro, e li colpi da sfondare 
il tavolino sui canovacci che aveva avuto per imparare ; e la sera poi 
stir6 una camicia della buona milanese. 

II 28 giugno Paiutante del generale venne a prenderlo. - Strinse 
la mano allo Stockhausen, ma le forme si opponevano a che chie- 
desse di dire addio alia moglie. Volse per6 lo sguardo verso la porta 
che in fondo al corridoio delle prigioni metteva al loro quartiere, 
i. il duca di . . .: Nome illeggibile nel manoscritto (Mordini). 



196 LEONETTO CIPRIANI 

e vide da uno spiraglio un par d'occhi che scintillavano. Aspetto 
che 1'aiutante s'incamminasse avanti collo Stockhausen, si volto, 
e le mando un bacio colla mano - e senti chiudere forte la porta. 

Salirono in carrozza e traversarono tutta la citta, tuo padre zitto, 
e il tedesco zitto ed immobile. Arrivarono in un gran cortile. Oh 
sorpresa! la carrozza era circondata dai prigionieri di Montanara, 
che lo credevano morto fucilato, e che vedendolo salvo fra di loro 
lo volevano divorare dai baci. 

Fu una scena cosi commovente che non la dimentico mai, e che 
in un momento gli pago centuplicato il poco che aveva fatto per loro 
durante tre mesi. 

Gli raccontarono come era arrivata la notizia del suo arresto ille- 
gale - ed esagerando le cose come sempre awiene - della sua fucila- 
zione e delle rappresaglie di Carlo Alberto, che aveva fatto fucilare 
un prigioniero preso sotto Peschiera, il colonnello principe di Ben- 
theim. 1 Ma nelle notizie, se non e lupo e can bigio, qualcosa di vero 
c'e sempre. 

Trovo tra i prigionieri tre amici lasciati a Castellucchio, Ri- 
naldo Ruschi, il professore Studiati e il Michelazzi, che partiti da 
Brescia, ov'erano stati concentrati i volontari per riorganizzarsi, per 
vedere 1'assedio di Peschiera, sbagliarono strada, e furono fatti pri 
gionieri da una pattuglia austriaca e mandati a Mantova. Per loro 
come per tuo padre vi erano intercession! potenti. 

Tutti e quattro furono chiamati dinanzi al governatore, che gli 
disse che eran liberi, se giuravano di non prendere piu parte alia 
guerra. 

Come era convenuto tra loro, tuo padre prese la parola e fece 
osservare che, quanto a se, essendo un parlamentario arrestato ille- 
galmente, doveva essere rilasciato senza condizioni ; e che gli altri, 
essendo stati arrestati mentre passeggiavano senza armi, ignorando 
di trovarsi nelle linee austriache, non potevano essere considerati 
come prigionieri di guerra; e che il fatto di essere loro quattro sol- 
tanto restituiti in via eccezionale fra tanti prigionieri era la prova 
che non si trovavano nelle stesse condizioni di quelli. 

Queste osservazioni eran giuste, ma gli ordini del maresciallo 

i.Il principe Guglielmo di Bentheim (30 aprile 1814-2 luglio 1849), 
maggiore nel 17 reggimento fanteria austriaco, poi tenente colonnello, 
fatto prigioniero il 30 maggio a Goito e rimesso poco dopo in liberta 
(Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 197 

essendo precisi, il governatore rispose che o accettavano o sareb- 
bero partiti per il Tirolo coi loro compagni. 

Era dura - era un'enormita per tuo padre particolarmente, ma 
bisognava piegare la fronte alia violenza. Chiesero un giorno per ri- 
flettere - e decisero di accettare perche, se non potevano essere utili 
alia guerra, potevano esserlo in Toscana, perche Leonetto sperava 
essere sciolto dal giuramento presentandosi a Radetzky, ed infine 
perche i compagni lo scongiuravano ad accettare nelFinteresse di 
tutti. 

La separazione fu dolorosa, perche fra pochi giorni i prigionieri 
dovevan partire pel Tirolo, da dove furono internati in Boemia. 
I facoltosi avrebbero potuto anche li procurarsi tutti gli agi della 
vita, ma i poveri, ed eran molti, avevano in prospettiva una caserma, 
un tozzo di pane e trattamenti brutali. 

Non potendo aiutar tutti, tuo padre divise fra gli amici e i co- 
noscenti il resto dei cento napoleoni del Basevi e gli altri cento 
levati dagli stivali. E non bastando, chiese al Basevi di scontargli 
un'altra tratta di 5.000 franchi. Questo accetto, e licenziandosi gli 
diede di soppiatto una lettera, e gli disse di awisare Carlo Alberto 
che si stava preparando una spedizione segreta di 25.000 uomini 
verso il Po a Cremona, e che i dettagli erano nella lettera. 

La mattina del 30 giugno partirono accompagnati da due parla- 
mentari, il capitano Cavriani 1 degli usseri per tuo padre, e un capi- 
tano tirolese per gli altri, e agli avamposti furono consegnati al mu- 
nicipio, non essendovi autorita militare. Leonetto parti per Brescia, 
ove era il quartier generale del corpo toscano. 

II Laugier gli venne incontro a braccia aperte, ed egli gli espose 
come era stato costretto a dare la sua parola d'onore di non servir 
pm contro F Austria, come cio fosse per lui una catena insopporta- 
bile, e come egli, Laugier, avendo la colpa di tutto, doveva pro- 
mettergli di chiedere al Radetzky di scioglierlo dal giuramento e 
occorrendo accompagnarlo dal maresciallo. II generale che aveva 
squisito sentire e cuore generoso, accettb, aggiungendo: Se do- 
vessi chiedere la tua grazia in ginocchio, lo faro. 

Racconto poi a tuo padre le ansie mortali provate non vedendolo 
tornare, e come, accortosi dello sbaglio commesso, mando al Ra 
detzky un parlamentario con missione regolare, che non fu nean- 

i. II conte Ladislao Cavriani, del ramo austriaco della famiglia omonima 
(Mordini). 



198 LEONETTO CIPRIANI 

che ricevuto; come fossero riusciti inutili per liberarlo tutti gli 
sforzi del re Carlo Alberto, che aveva invano offerto di scambiarlo 
col principe di Bentheim, del Granduca, del principe Girolamo, del 
principe Napoleone 1 e di lord Palmerston 2 interessati dal Matteuc- 
ci; e come finalmente il ministro della guerra Franzini, 3 antico 
amico del Radetzky, avesse chiesto la sua liberazione in nome della 
loro vecchia amicizia al maresciallo, che aveva consentito colla let- 
tera seguente: Je vous accorde la grace de Cipriani sans echange 
ne pouvant prejuger au droit de la guerre. Votre ancien ami 
Radetzky. 

Dice il proverbio che con i santi si va in paradise. Ma la verita 
e che con tanti santi tuo padre sarebbe stato fucilato, se non era il 
Franzini. 

Non e facile dire qual riconoscenza provasse per tante prove d'in- 
teresse dategli. Senti il bisogno di esprimerla subito al Re ed in 
modo speciale al Franzini, e convenuto col Laugier del da farsi, 
parti per il quartier generale piemontese, ove fu ricevuto dal Re 
con tanta benevolenza, che non lo dimentico mai. Gli rammento 
la visita a Torino, 4 e gli disse: Vede? qualcosa si e fatto, e se la 
Prowidenza ci aiuta, faremo il resto. Ma ci vuole il concorso di 
tutti, e per ora il resto d* Italia ha fatto poco : e sorridendo il re 
di Napoli manda un reggimento! La Toscana ha fatto quel che po- 
teva, ma col solito sorriso non son soldati! I volontari sono un 
grande imbarazzo - lei deve esserne persuaso! - Ha corso un gran 
pericolo - che sbaglio quello del Laugier! Senza Franzini era sem- 
pre a Mantova; vada a ringraziarlo ; deve tutto a lui! 

E fece cenno di licenziarlo. Tuo padre allora gli fece la commis- 
sione del Basevi e gli dette il foglio. II Re rimase sorpreso, e stette 



i. Girolamo Bonaparte (1784-1861), gia re di Vestfalia; il principe Na 
poleone Girolamo (1820-1891), che spos6 nel gennaio del 1859 la princi- 
pessa Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele. 2. Enrico Giovanni Temple, 
visconte Palmerston (1784-1865), ministro degli esteri (1830-1834 e 1846- 
1851), e primo ministro (1855-1858 e 1859-1865). - Con dispaccio del 
17 giugno 1848, lord Palmerston incaricava infatti lord Ponsonby, amba- 
sciatore inglese a Vienna, d'interporre i suoi buoni ufficii presso il governo 
austriaco per ottenere la liberazione del Cipriani e dei suoi tre amiciw 
(Mordini). 3. I1 conte Antonio Franzini (1788-1860), nel 1848 ministro 
della guerra e presidente del consiglio permanente di guerra (Mordini). 
4. la visita a Torino: nel 1847 il Cipriani si era recato a Torino, per riferire 
al re Carlo Alberto il contenuto di alcuni colloqui da lui avuti a Roma con 
il cardinale Luigi Amati. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 199 

due minuti pensando; poi fece venire il Sonnaz, 1 comandante il 
secondo corpo, e gli ripete quanto aveva esposto tuo padre. II 
Sonnaz si mostro molto scettico, dicendo che non vedeva lo scopo 
di simil piano. Ebbene, io lo vedo, rispose il Re ne ripar- 
leremo. 

Una gran riverenza, come sapeva farla il Sonnaz che era arri- 
vato a quella posizione a furia di riverenze, nelle quali era dottis- 
simo. Cosi avesse saputo di tattica militare come sapeva di tattica 
pedestre! , 

Posso ingannarmi, soggiunse il Re a tuo padre ma lei ci 
ha reso un gran servizio. Mi rammentero di lei! E se ne rammento 
sempre, fmo alPultimo momento della sua partenza da Novara. 

Tuo padre ando poi a ringraziare il Franzini che lo accolse affet- 
tuosamente, e gli mostro la minuta della sua lettera al Radetzky, 
e la risposta di questo. E quando si alz6 per licenziarsi, gli disse: 
Ma sa che non credo che vi sia in Italia un uomo che abbia piu 
amici di lei, e quel ch'e piu in questi tempi, che sia tanto stimato? 
Non puo immaginare le lettere che mi son piovute da tutte le parti I 
Anche una bella signora! Arrivo troppo tardi, ma se Radetzky 
avesse ricusato a me, son certo che a quella signora non avrebbe 
resistito. - Addio - vada dal Bava, ci trovera Bartolommei che le 
vuol piu bene che se fosse un suo fratello. 

Ci ando subito e fu appunto ricevuto dal Bartolommei, il suo 
piu grande amico, e non avendo segreti per lui, conoscendo per 
prova la sua discrezione, gli confido Tawiso del Basevi. Prese 
fuoco, e voleva comunicarlo subito al Bava, ma tuo padre non voile, 
perche una confidenza fatta al Re non doveva esser fatta ad altri. 
Hai ragione, rispose il Bartolommei ma vedrai che lo man- 
dera a chiamare. 

II Bava comandava Parmata piemontese sotto gli ordini del Re. 
Ma questi sottoponendo tutti i piani ad un consiglio composto 
del Bava, del Franzini, del Sonnaz e di altri, accadeva, come sem 
pre in simili casi, che tutti i consiglieri preferissero la strategia di- 
fensiva a quella arditamente offensiva. 

Gli elementi delParmata piemontese erano perfetti sotto tutti 
i rapporti. Buoni soldati, buoni quadri, buonissima la cavalleria, 
eccellente 1'artiglieria. Se difettava in qualcosa, era nello stato mag- 

i. I1 conte Ettore Gerbaix de Sonnaz (1787-1867), ministro della guerra 
nel 1849, cavaliere dell' Annunziata (Mordini). 



200 LEONETTO CIPRIANI 

giore, anima della guerra. Ma in complesso i Piemontesi erano, 
benche pochi, cosi buoni e cosi compatti, che era il caso di poter 
tutto osare nelle condizioni in cui si trovava TAustria. 

Osare osare osare - ed osare in quel momento voleva dire abban- 
donare 1' Italia e per il Tirolo piombare sopra Vienna. L'Ungheria 
insorta avrebbe fatto altrettanto, e 1'Austria era vinta. 

Ma una dozzina di vecchi generali a questo piano si sarebbero 
spaventati, esclamando : e la base di operazioni - e la ritirata - e 
gli appro wigionamenti - e 1$ munizioni - e cento e mille, ma da 
fame uscir la voglia al piu ardito. 

Un generale in capo non deve prender consigli da nessuno; o 
e o non e all'altezza della situazione: se non lo e, vada a casa sua, 
se lo e, i consigli non gli fanno far nulla di buono. I piani troppo 
studiati provano timidita e poca fiducia nel successo ; e la fiducia nel 
successo e quasi sempre vittoria. 

Carlo Alberto non era all'altezza della sua responsabilita. Pas- 
sando il Ticino fu il coraggioso iniziatore dell'emancipazione ita- 
liana, e per quel motive sara venerate dai posteri come redentore 
d'ltalia,. Ma PItalia non Than fatta ne la prima, ne la seconda, ne 
la terza, ne la quarta campagna, che Iddio perdoni a chi le diresse. 
L'ltalia Pha fatta laProwidenza - chiamatela prowidenza, destino, 
fortuna o terno al lotto; son variant! che vogliono dir tutte lo stesso. 
GP Italian! han fatto di tutto per disfarla, non per farla. Ma rin- 
graziamone Iddio: PItalia e fatta, e fatta per sempre appunto per- 
che chi non ebbe stomaco a farla neppur ha stomaco a disfarla. 

Se Carlo Alberto fosse stato un principe Eugenio, 1 con qualche 
pugno di buoni Piemontesi, prima che finisse il '48, era re di tutta 
Italia, compresa Roma; spazzati gli Austriaci, i Lorena a casa loro, 
il Borbone di Napoli a casa del diavolo, e il papa al Vaticano ponte- 
fice spirituale. La vittoria e il prestigio avrebbero fatto tutto. Ai 
Lorena ed ai Borboni bastava uno scappellotto. Col papa, se mai vi 
fu momento da arrivare ad accordi, sarebbe stato quello. 

A Pio IX, gia disgustato dalla cattiva prova di papa costituzio- 
nale, ma sempre inebbriato dagli applausi della strada, Carlo Al 
berto tornando da Napoli vittorioso, ed entrato in Roma doveva 
dire : Ci sono e ci sto ; e fattosi proclamare in CampidogHo 
dalParmata imperatore degPItaliani, domandargli ossequiosamente 

i. Francesco Eugenio di Savoia Carignano (1663-1736), celebre generale 
delle armate imperial! contro la Francia e i Turchi. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 201 

di essere incoronato. Se aderiva, bene - se non aderiva e ricorreva 
alia grande arma di Roma, la scomunica, farlo imbarcare a Civi 
tavecchia con tutti i cardinali, e mandarli a Gerusalemme. 1 

Chi vi si sarebbe opposto? Chi avrebbe protestato? - L J Italia 
avrebbe applaudito, 1'Inghilterra e la Russia avrebbero applau- 
dito anche piu, la Francia era in quel momento quel die non sara 
mai piu riguardo a Roma, 2 la Spagna non contava nulla, e non con- 
tera mai nulla. Ma e indubitato che Pio IX e i cardinali, al primo 
soffio di libeccio, presi dal mai di mare tornavano indietro e chie- 
devano in grazia a Carlo Alberto di tornare a Roma rinunziando a 
tutti i diritti del potere temporale. 

Questa lunga digressione venne fatta da tuo padre, perche di 
quando in quando aveva bisogno di sfogarsi. 

Bartolommei lo present6 al Bava che, gia informato dell'acca- 
duto, disse corna di Laugier, e gli chiese cosa intendeva fare. Tuo 
padre rispose che dipendeva dalla risposta che avrebbe data Ra- 
detzky alia domanda di Laugier per ottenere lo scioglimento del- 
rimpegno contratto. 

Crede che 1'otterra? 

Ne son certo - ho veduto la minuta della lettera che, pur es- 
sendo decorosa, e pero concepita in termini tali, che Radetzky 
non puo rifiutarsi. 

Me ne fido, soggiunse il Bartolommei per scrivere lasci 
fare a lui. Chi sa che diamine ha detto! 

Bartolommei lo conosce bene. Fra le altre cose aveva messo 
da principio : se non restituisce la parola a Cipriani, mi costituisco 
io prigioniero a Mantova. 

Eh, diavolo! 

Cosi e - ma glielo feci levare, perche era un'esagerazione che 
non giovava allo scopo. 

Ebbene, quando sara libero, venga con noL Lei non e uomo 
da stare con dei volontari. 

La ringrazio, generale. Avevo Pintenzione di chiedere a suo 
tempo questa grazia al Re, e con la sua protezione ci posso con- 
tare. 

i. A Pio IX . . . Gerusalemme: e forse superfluo osservare quale fantasiosa 
immaginazione guida questiprogetti, ricalcati in parte sulle vicende napoleo- 
.niche. 2. la Francia . . . Roma: nel giugno del 1848 la Francia era ancora 
in plena rivoluzione repubblicana e fortemente agitata da moti di tendenza 
socialista. 



2O2 LEONETTO CIPRIANI 

Seppe poi che Bartolommei aveva dato al Bava le notizie avute dal 
Basevi, e che questo lo aveva messo in grande agitazione, perche 
ne riconobbe subito Timportanza. Infatti Tindomani fu chiamato 
dal Re, e fu deciso Pattacco del forte di Governolo sul basso Min- 
cio, tagliando cosi corto alle velleita del Radetzky. Si seppe poi 
indubitatamente che la spedizione era pronta, e che non fu preve- 
nuta che di pochi giorni. 

Fu a Governolo che Bartolommei si distinse fra tutti entrando 
il primo nel forte. 

Tuo padre torno a Brescia. La risposta del Radetzky facendosi 
aspettare ed avendo bisogno di un poco di riposo, an do dalla madre 
aLivorno, ove gli pervenne la lettera del Laugier, che gli annunziava 
esser libero, 1 e nello stesso tempo gli dava le infauste notizie del di- 
sastro di Custoza 2 e dell'armistizio di Milano. 3 

Terminata cosi la prima campagna, tuo padre si mise ad occu- 
parsi delle cose sue, trascurate nella lunga assenza, sperando che 
durante Parmistizio lo lasciassero in pace. 



MISSIONE A LIVORNO4 

11 15 agosto 1848 Leonetto ando alle acque di Montecatini per 
curarsi un'affezione al fegato. - Era li da diversi giorni tranquillo, 
scrivendo sul passato appunti che han servito a mettere insieme 
questi racconti, quando arrivo per staff etta un dispaccio del mini- 
stero della guerra, 5 che gli ordinava di partire immediatamente per 
Livorno, dove era nominate capo di stato maggiore. 

i . la lettera . . . libero : il Mordini rip reduce in nota la lettera inviata dal 
Radetzky al Laugier, ricavandola dall'opera: LAUGIER, Le milizie toscane 
nella guerra delVindipendenza italiana, Pisa, Pieraccini, 1849, p. 42. Ecco 
il testo della lettera: ((Excellence, Je profite de cette occasion pour vous 
temoigner mon estime toute particuliere, en rendant au Capitaine Cipriani 
la parole que S. E. le Gouverneur de Mantoue se fit donner en le rela- 
chant. Agreez F expression de ma consideration. RADETZKY - Quartier ge 
neral de Verone le 16 juillet 1848)). 2. disastro di Custoza: i Piemontesi 
furono vinti a Custoza il 25 luglio 1848 e dovettero ripassare il Mincio. 
3. armistizio di Milano: allude alia tregua di Milano, conclusa il 5 agosto 
e in base alia quale la citta di Milano doveva tornare agli Austriaci. L' ar 
mistizio fu invece stabilito 1*8 agosto, a Vigevano, dal generale piemontese 
Salasco e dall'austriaco Hess, ed e appunto noto col nome di armistizio 
Salasco. 4. Ed. cit., vol. I, cap. xv, pp. 171-91. 5. minister o della guerra: 
nel ministero toscano, presieduto aUora dal Capponi, era ministro della 
guerra il colonnello Belluomini, sul quale vedi la nota zap. 177. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 203 

Prima di raccontare uno dei piu important! episodi della sua 
vita politica, e necessario dire poche parole sulla citta ove questo 
ebbe luogo, sulle sue cause e sui suoi effetti. 

La citta di Livorno, la piu popolata della Toscana dopo Firenze, 
era stata fin dal principio del '47 la piu inquieta, la piu irragione- 
vole, quella che infine aveva dato maggior pensiero al governo. 
La spiegazione e facile a darsi: Livorno, citta commerciale, aveva 
una classe di popolo per dir cosi disponibile, cioe pronta sempre a 
scendere in piazza, che le altre citta non avevano. 

Questa classe era composta dei giovini di banco, cioe impiegati 
di commercio, e dei capi facchini, che trascinavano dietro a loro la 
turba di tutti quelli che in un modo o nell'altro vivevano alia gior- 
nata del movimento materiale del commercio. Eran gia questi 
diverse migliaia, ed a loro si univano i mestieranti di tutte le profes- 
sioni, numerosi pur quelli, ed infine i navicellai e i contrabbandieri, 
fra i quali alcune menti sveglie con qualche educazione, e perci6 
influenti sopra gli altri. 

La classe agiata e ricca, sia proprietari, come negozianti, era in 
genere apatica, irresoluta, timida, disposta piuttosto a maledire che 
a benedire il movimento italiano, che dalPelezione di Pio IX in poi 
si accentuava sempre piu. 

Fino da molti anni prima, Livorno era la citta ove la setta della 
Giovine Italia aveva maggiori radici, ed ove aveva sviluppato i suoi 
migliori rampolli, fra i quali pochissimi eran gli uomini distinti per 
mente e per cuore. 1 Alcuni di questi ultimi erano della classe ricca, 
i piu della classe colta, medici o legali - tutti ardenti italiani, tutti 
pronti a qualunque sacrifizio per raggiungere il grande scopo. 

Come sempre awiene in simili sconvolgimenti, i pochi cattivi 
in cui prevaleva Finsana rabbia delPambizione, eran quelli che do- 
minavano le masse popolari, che ne dirigevano le esigenze e ne lusin- 
gavano gPistinti, facendo loro gridare: Abbasso la regia del sale! 
e pane e lavorol per avere pane senza lavoro, e come variante: 
Guerra! per farla a casa loro, e: Abbasso il governatore! ab- 
basso il ministero! 

Dal marzo all'agosto 1848 in quella citta si erano consumate le 
riputazioni di diversi governatori, in parte per colpa loro, in parte 

i . fra i quali , . . cuore : il Cipriani fu sempre aspramente awerso al Maz- 
zini e alia Giovine Italia, e perci6 sono numerosi nelle sue memorie i giu- 
dizi severi e le ingiuste condarme contro il mazzinianesimo. 



204 LEONETTO CIPRIANI 

perche Livorno era divenuta ingovernabile. Al governatore Bar- 
gagli 1 era succeduto il Guinigi; 2 e quando alia fine di agosto il mi- 
nistero 3 si decise a mostrarsi energico, nomino governatore di Li 
vorno don Neri Corsini, 4 dandogli come primo consigliere Vin- 
cenzo Malenchini 5 e come capo di stato maggiore Leonetto Ci 
priani. 

Appena ricevutone Pordine a Montecatini, Leonetto parti, ed a 
Livorno trovo Malenchini, ma Corsini non compariva. 

La citta era in gran fermento, le autorita tutte esautorate, la 
guarnigione tremante, la guardia nazionale ridotta ad influenza ne- 
gativa, perche il suo maggiore elemento era tra gl'impazienti e peg- 
gio - in una parola, il disordine e la confusione al piii alto grado. 

La nomina di lui e del Malenchini, mancando il Corsini, era 
lettera morta. Decisero di andare a Firenze per avere istruzioni, ed 
andando furono incaricati di presentare le seguenti domande del 
popolo : 

1. preparativi per riprendere la guerra dell'indipendenza; 

2. aumento della marina da guerra; 

3. amnistia generale; 

4. riordinamento della guardia civica; 

5. tariffe fisse per le spese di giustizia, e revisione delle pensioni; 

6. diminuzione del prezzo del sale. 

Poche ore prima della loro partenza il Guinigi fu crudelmente in- 
sultato da una masnada di giovani di infima classe che avevano in- 
vaso il palazzo governativo. Partirono sotto quella triste impres- 
sione, che non era fatta dawero per decidere due giovani come 
tuo padre e Malenchini a prendere parte a quel governo. 

Arrivarono e si presentarono. - Corsini aveva saviamente ricu- 
sato e non ne voleva sentir parlare. - II posto di governatore fu al- 
lora offerto a Leonetto. E per farlo accettare, quel venerando vec- 
chio del Capponi invoco la salute pubblica e la necessita di quiete 
per prepararsi con calma a nuova lotta contro 1'Austria. 

i. Bargagli: vedi la nota 3 a p. 161. 2. II generale marchese Lelio Gui 
nigi, lucchese, nominate governatore di Livorno il 24 marzo 1848. Ben- 
che in pratica avesse cessato di esserlo fin dall'agosto, le sue dimissioni 
vennero accettate soltanto il 27 settembre successive)) (Mordini). 3. il 
minister o : come abbiamo gia detto, questo ministero era presieduto da Gino 
Capponi, e governo dal 16 agosto al 26 ottobre del 1848. 4. don Neri Cor 
sini: vedi la nota i a p. 169. Si tratta, naturalmente, del nipote, che aveva 
allora 43 anni. 5. Vincenzo Malenchini'. vedi la nota yap. 183. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 205 

Eran parole che arrivavano al suo cuore. - Accetto, ma a queste 
condizioni : 

che la sua missione non sarebbe durata che il tempo necessario 
per riportare la tranquillita negli animi esacerbati e per dar sod- 
disfazione a giuste esigenze, come quella dell'organizzazione rego- 
lare dei volontari; 

che gli fossero accordati pieni poteri; 

che fosse messo a sua disposizione un reggimento di fanteria, 
comandato dal Reghini, 1 trecento carabinieri comandati dal Man- 
ganaro, 2 due squadroni di cavalleria e mezza batteria di artiglieria. 

La prima condizione 1'accordarono facilmente, trattandosi di sole 
parole. Accettarono le altre due, ma la seconda non dipendendo dai 
ministri, promisero di chiederla alia rappresentanza nazionale riu- 
nita allora inFirenze. Ed infatti furono chiesti airAssemblea i pieni 
poteri e votati d'urgenza il 27 agosto. 

Per tutto questo occorsero diversi giorni. - Intanto arrivo da Li- 
vorno una commissione affacciando assurde pretese. Non fu rice- 
vuta. Ma, tornata che fu a Livorno, il popolo insorse, s'impossesso 
di tutte le armi, e fu padrone della citta. II Guinigi fuggi - altret- 
tanto fece la maggior parte delle autorita - ed il municipio debol- 
mente rappresentato divenne lo zimbello di quelle turbe sfrenate, 
inebriate dal facile trionfo. 

Fu in quella circostanza che Leonetto assumeva 1'ardua impresa. 
- Non si trattava piu di governare, e di rendere la calma ad una 
citta; si trattava di levarla dalle mani degl'insorti. Ma piu 1'im- 
presa diventava difficile e piu ritemprava quel carattere di ferro. 
Non si sgoment6, non disper6, ebbe fiducia in se e negli amici che 
aveva a Livorno - e infatti se non riusci, non fu per colpa sua. 

Prima di partire aspettava, com' era naturale, che il ministro 
della guerra Belluomini 3 gli desse un grado superiore, corrispon- 
dente alle esigenze di quella posizione, e che lo mettesse al disopra 
dei militari che dovevano essere sotto i suoi ordini immediati. 
Ma non vedendo capitar nulla, prendendo commiato all' ultimo 
momento gli disse : Faccia stendere il brevetto di colonnello di 
stato maggiore e lo porti alia firma del Granduca. Finche non torna, 
non parto. 

i. Reghini: vedi la nota sap. 178. 2. Manganaro: vedi la nota sap. 178. 
3. Belluomini: vedi la nota zap. 177. 



206 LEONETTO CIPRIANI 

Non era piu tempo di desideri, ma di ordini - e cosi fanno gli 
uomini che si sentono all'altezza delle circostanze. 

II decreto fu steso - portato alia firma - firmato. - E cosi tuo 
padre si fece colonnello da se stesso. 1 

Parti per Pisa, ove si concentravano le forze richieste. Mancando 
pero parte della linea, la cavalleria e tutti i carabinieri, il nerbo 
migliore per 1'urEciale che li comandava e per gli elementi che li 
componevano, voleva aspettarli. Ma alcuni amici di Livorno lo 
scongiurarono a non perder tempo a venire, perche se allora era pos- 
sibile prendere aH'imprevista gl'insorti non ancora organizzati ne 
preparati a seria difesa, in pochi giorni tutto poteva mutare, la citta 
essere esposta al saccheggio, e la vita degli onesti dipendere dal 
popolo infuriato. Aggiungevano di avere sicure intelligence af- 
finche le porte si aprissero, e di prevedere, per quanto era possibile, 
che si sarebbe evitato spargimento di sangue. 

Le ragioni e le riflessioni eran cosi giuste che lo persuasero. 

La mattina del 30 agosto fece interrompere le comunicazioni 
telegrafiche con Livorno, per impedire awisi e fare della sorpresa 
Pelemento essenziale del successo. Ordin6 nello stesso tempo un 
treno di quanti vagoni erano disponibili, compresi quelli delle mer- 
canzie e le piattaforme, con diverse locomotive, e senza metter nes- 
suno a parte del piano che aveva immaginato, alle tre dopo mezzo- 
giorno parti col treno e colle truppe, mandando nello stesso tempo 
la mezza batteria per la via maestra, con Tordine di andare al gran 
trotto e di fermarsi alia fonte di S. Stefano (aveva la fortuna di co- 
noscere quella localita come casa sua, perche la gran pianura che 
circonda Livorno da quel lato era stata proprieta della sua famiglia). 

II treno parti - lui era sulla macchina. - Arrivati al capannone 2 
fece fermare, e condusse le truppe per una via sterrata alia fonte di 
S. Stefano. Aveva calcolato bene il tempo e la distanza: Partiglie- 
ria arriv6 poco dopo. Formo sulla larga via maestra la colonna per 
compagnie di fronte - e senza perdere un minuto, a passo ?cce- 
lerato si diresse verso la citta, lontana poco piu di un miglio e 
mezzo. 

Arrivato a poca distanza dal punto ove la via maestra si biforca, 

i. si fece . . . da se stesso: Con decreto del 27 agosto 1848 il Cipriani, allora 
semplice capitano di cavalleria onorario, fu nominate colonnello addetto 
allo Stato maggiore generale (Mordini). 2. capannone: Manca una pa- 
rola illeggibile nel manoscritto (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 207 

un braccio dirigendosi verso Tantica porta a Pisa, a trecento metri 
di distanza, e Faltro alia porta S. Marco a mille metri, incontro due 
suoi intimi amici, capitani nella guardia nazionale, il dottor An 
drea Giovannetti e Federico Conti, i quali gli consigliarono di 
entrare per la porta a Pisa, perche non vi avevano veduto nessun 
preparative di difesa e perche vi erano scaglionati amici pronti a 
dargli mano. 

Non era questo il suo piano, perche dalla porta a Pisa alia piazza 
d'armi vi era quasi un miglio da percorrere in citta, in un sobborgo 
male abitato, mentre dalla porta San Marco, il sobborgo essendo 
deserto per duecento metri dentro le mura, non vi era die un pic 
colo spazio da percorrere per arrivare lungo i fossi alia piazza, per 
una via tutta di palazzi e magazzini, senza una bottega; e perche 
infine, nel caso che la citta fosse stata prevenuta, come lo era stata 
difatti, e avesse voluto prepararsi a disperata difesa, Tavrebbe pre- 
parata alia stazione della via ferrata davanti la porta S. Marco, ove 
non vedendolo comparire ma sentendo il rumore dei tamburi e 
della musica che appositamente suonava, i popolani armati do- 
vevano credere si fosse diretto alia porta a Pisa, e accorrervi ab- 
bandonando quella di S. Marco. 

Per queste ragioni ricuso, e a piedi, in testa alia colonna, volto 
a destra verso S. Marco, pregando gli amici di non accompagnarlo, 
perche non erano al loro posto, e potevano essergli molto piu utili 
andando nella piazza d'armi. 

II Conti lasciandolo gli disse : Non si sa cosa pub seguire 
e sotto mano gli porse un paio di pistole corte, colle quali hai gio- 
cato tante volte da bambino. 1 

Arrivati davanti alia porta che era chiusa, grido: Aprite! 

Chi siete ? 

Amici. 

Aspettate che vengano gli ordini dal municipio. 

Non si aspetta. Aprite o apro a cannonate e fece mettere i 
pezzi in batteria. Diversi scamiciati che erano arrampicati sulle 
mura gridavano sotto : Aprite, aprite - han le micce accese. 

Per influenza di un sergente capoposto, gia volontario protetto 
da tuo padre, decisero di aprire. Furono spente le micce - entra- 



i. colle quali . . . da bambino: come gia abbiamo detto, le Awenture si im- 
maginano narrate da un vecchio mentore al figlio di Leonetto Cipriani. 



208 LEONETTO CIPRIANI 

rono - e siccome guerra nella citta contro il popolo non e guerra in 
campagna contro i nemici, Leonetto voleva essere il primo ad avere 
contatto o cozzo che fosse col popolo, tanto piu ch'egli solo col suo 
prestigio era in grado di esercitare una buona influenza, mentre 
un'avanguardia poteva al primo apparire irritare gli animi. Ordino 
percio la colonna per mezze compagnie colPartiglieria al centro, e 
messosi alia testa, per gli scali di S. Marco arrive davanti al teatro 
di S. Marco. Li incontro Luigi Fabbri 1 con altri che vollero fer- 
marlo pregandolo di non andare in piazza., ove sarebbe stato rice- 
vuto a fucilate, se prima non prometteva amnistia generale; e il 
Fabbri presentandogli un foglio gli disse : Firma per carita, Leo 
netto, ed aspetta. 

Tuo padre gli strappo il foglio di mano, e grido ai tamburi che 
si eran fermati: Avanti, avanti a passo di carica! 

In un momento furono sulla piazza. Stupore generale - non una 
fucilata - non un grido - diremo di piu : terrore generale. - Dispose 
le truppe sulla piazza i cannoni davanti al palazzo governativo, 
dove sali per dare gli ordini necessari. 

Eran le nove - gia notte. Era pericoloso mandare la truppa nelle 
caserme - irritante far la bivaccare in piazza. Tra i due mali, pre 
fer! evitare il pericolo piuttosto che la provocazione. Furono prese 
tutte le precauzioni necessarie contro una sorpresa notturna; - 
e per poco che la gente riflettesse e che il suo prestigio prevalesse, 
vi eran tutte le probabilita di vedere la mattina la citta calma come 
se non vi fosse mai stato disordine. 

Cosi fu - la notte non si senti un alito - la mattina ognuno an- 
dava per i fatti suoi - i demagoghi scamiciati erano spariti - gli 
ambiziosi rientrati - e tutto faceva ritenere un risultato insperato. 
Ma tuo padre, ben lontano dalPaddormentarsi in quell'apparente 
quiete, si occupo di prevenire con tutti i mezzi il ripetersi dei disor- 
dini passati, dando ordini severi d'isolare il soldato dal cittadino - 
di non permettere che i soldati si facessero vedere in citta - di far 
uscire la mattina le truppe dalle caserme per andare a fare gli eser- 
cizi a fuoco alPArdenza, portando il rancio e tornando la sera. 

La turba degli irrequieti era molta, ma i caporioni pochi, e di 

i. Luigi Fabbri: Allora uno dei priori, poi gonfaloniere di Livorno quasi 
ininterrottamente dal settembre 1848 al dicembre 1857. Aveva fatto la 
campagna del '48 come capitano nel battaglione livornese comandato dal 
Bartolommei. Mori sessantacinquenne nel 1876)) (Mordini). 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 209 

questi i piu usciti dai volontari. - Vi era poi una serpe velenosa, 1 
divorata dalla rabbia di non esser mai potuta arrivare a nulla, che 
dominava tutti, e della quale era organo sibillino il Corriere Li- 
vornese, e Pistrumento piu attivo il redattore di quello, un essere 
miserabile chiamato Giannini. 2 

Leonetto fece chiamare uno dopo Paltro i caporioni gia volontari, 
e valendosi del proprio prestigio, e di quello che su alcuni di loro 
aveva maggior potenza - il francescone - 3 con buone parole e con 
dolcezza assicuro loro formalmente che aveva accettata la missione 
con 1'unico scopo di migliorare le loro condizioni; e che se aveva 
chiesto i pieni poteri era per poterli organizzare completamente, 
dando ai piu capaci il grado che meritavano, e cosi sciolto dalle 
pastoie delFamministrazione militare centrale far di loro in poco 
tempo un corpo omogeneo, che poteva esser pronto a muoversi non 
come bande, ma come battaglioni e reggimenti sul piede di guerra. 

Queste idee che erano giuste, e dall'applicazione delle quali sol- 
tanto poteva ottenersi un effetto utile, 1'unico, a quella pienezza di 
vita, furono accolte da loro con estrema gioia, e tutti promisero di 
appoggiarlo, influenzando i buoni e facendo tacere i cattivi. 

Egli chiese poi loro la restituzione delle armi, fra le quali vi era un 
cattivo pezzo di artiglieria. II contrabbandiere Petracchi 4 capitano 
dei volontari, promise ogni cosa, ma osservo che una parolina detta 
bene da Leonetto a tutti avrebbe facilitato la restituzione ; e fu con- 
venuto di fare un awiso al popolo che lo invitava a depositare le 
armi al Municipio. 

Fu mal fatto, perche suscito diffidenze. Meglio era aspettare, 
tanto piu che molti le avevano gia vendute, e molti non le avrebbero 
restituite. E quando una misura governativa come quella, che non e 
un ordine assoluto ma soltanto un invito, non deve avere un ef 
fetto immediato e completo, non ha ragione di essere - e tanto piu 
in quel caso, quando le due ragioni sopraddette dovevano essere 
prevedute. Tuo padre in quella circostanza s'illuse, e si lascio se- 
durre dalle promesse di chi non aveva facolta di mantenere. 

i. una serpe velenosa: il Cipriani indica cosi Giuseppe Mazzini, del quale 
non comprese la grandezza e la nobilta. 2. Silvio Giannim, letterato e 
giornalista (Bastia i8i5-Torino i86o) (Mordini). 3. il francescone: cioe, 
il denaro. Un francescone valeva circa L. 5,60. 4. Antonio Petracchi, 
capo-popolo livornese, prima awersario, poi partigiano fanatico del Guer- 
razzi, e quasi onnipotente a Livorno quando il Pigli vi era governatore 
(Mordini). 



210 LEONETTO CIPRIANI 

Fu affisso 1'awiso. Alcune armi furono depositate - quanto al 
cannone, il Petracchi venne a pregarlo di lasciarglielo perche vole- 
vano andare il giorno dopo in processione alia Madonna di Monte- 
nero e strascinarlo fin sul monte per salutare i giorni migliori che 
prometteva la presenza sua. - Egli acconsenti. 

In quel giorno vi fu riunione di cittadini influenti, alcuni uo- 
mini di buon consiglio, come Andrea Padovani, il nipote Giovanni 
Fabrizi 1 e Andrea Giovannetti, e si parlo della guardia nazionale. 
Era questa comandata dal colonnello Bernardi, 2 antico soldato, 
ma che avendo con Peta perso tutte le qualita militari, non era piu 
che un buon uomo vestito da colonnello. 

Per le ragioni gia dette replicatarnente la guardia nazionale non 
esisteva piu. I graduati avevan dato in gran parte le loro dimissioni 
- e se non le avevan date tutti, e perche non eran present!. Riorga- 
nizzarla su nuove basi richiedeva tempo - ed il tempo mancava. Le 
discussioni ed i consigli non approdarono a nulla - e Leonetto dove 
accorgersi che senza guardia nazionale, con poca truppa cattiva e 
ufficiali peggiori, quel che non riusciva ad ottenere personalmente 
non lo avrebbe ottenuto coi mezzi dei quali disponeva. 

A giudicare dallo stato della citta quando vi entr6, e dal modo 
come vi entro, si dovrebbe credere che si guardasse bene dall'esporsi 
isolate nelle vie. Al contrario: - non vi era ombra di pericolo, ma 
quand'anche vi fosse stata, doveva mostrarsi e passeggiar solo nelle 
vie piu popolate come un semplice cittadino inoffensive. 

Cosl fece. - Al mezzogiorno - in borghese, s'intende bene - dalla 
piazza percorreva due volte la via grande, rientrando un giorno per 
gli scali della Fortezza Vecchia e la Venezia, Paltro per gli scali di 
San Marco e via Nuova. 

La sua presenza faceva piacere - e le parole che lo accoglievano, 
guarda guarda il sor Leonetto , indicavano simpatia. Se incontrava 
un volontario che avesse conosciuto alParmata, lo fermava, gli do- 
mandava le sue nuove: Cosa fai? ti occorre nulla? vieni a tro- 
varmi e se non fosse dipeso che da quei giovini, lo scopo che si 
era prefisso sarebbe stato certo raggiunto. 

1. Andrea Padovani, di famiglia c6rsa stabilita a Livorno; Giovanni Fa 
brizi, nato a Bastia nel 1811, awocato, giornalista, scrittore, professore a 
Pisa, inviato nel 1859 dal Ricasoli a Torino, deputato alFassemblea toscana 
e al parlamento italiano, morto a Livorno il 31 dicembre 1871 (Mordini). 

2. Bernardi: vedi la nota a p. 185. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 211 

Vi era un club al teatrino degli Strozzi, ove si riunivano la sera, 
diretto, come accade sempre nei clubs, da chi sa parlare e con le 
parole lusingare le passion! dominant!. In esso si era rifugiata la 
schiuma delle cattive passioni, da esso per la prima volta la velenosa 
serpe aveva mostrato la testa, e, per la prima volta forse in Italia, 
era uscita la parola repubblica. Era infine il solo ostacolo alia paci- 
ficazione dell'intera citta. 

Ne ordin6 la chiusura. 1 Ma fu forse troppo presto, perche in 
simili casi toglier tutto ad un tratto lo sfogo delle parole e come voler 
fermare artificialmente la corrente di un precipitoso fiume, men- 
tre o bisogna sviarlo, o lasciarne abbassare le acque e chiuderlo al- 
lora tra argini insormontabili. - II chiuderlo ad un tratto quando e 
in furore, lo fa straripare e piu precipitoso scendere al piano, tra- 
volgendo con se uomini e cose. E fu quello che awenne. 

II primo settembre fu affisso 1'ordine che vietava i clubs. - 
Fin prima del mezzogiorno i tristi effetti di questa misura furono 
patenti. La gente si aggmppava a leggerlo, disapprovava - e il pre- 
stigio di Leonetto spariva. Lo senti, ma lo sbaglio era fatto, e il 
tornare indietro sarebbe stato esautorarsi. 

Nel dopo pranzo, dalla disapprovazione si pass6 alle dimostra- 
zioni ostili. Fu strappato 1'affisso dalle cantonate, e le sentinelle 
della gran guardia ed anche del palazzo che vollero impedirlo, fu 
rono insultate. 

Sul far della sera cominciarono le grida di pochi dinanzi al pa 
lazzo abbasso il dittatore!. Era la parola d'ordine della serpe 
nascosta. - E tra quelli che gridavano, tuo padre, stando dietro le 
persiane delle finestre di palazzo, osservo tre individui, due briachi 
ed un giovine col cappello che gli copriva gli occhi - un tal Lilla - 
che come maestri di cappella davan Tintonatura alForchestra. 

Chiamo il capitano dei carabinieri Gori, che era in palazzo, e gli 
ordino che uscisse dalla porta di dietro con qualche carabirdere, 
facesse il giro dalla via del Granduca, traversasse la piazza, e scan- 
sando il corteo di ragazzi arrivasse alPimprowiso sui tre, H arre- 
stasse e li conducesse in palazzo. - Se Fordine fosse stato bene ese- 
guito, dai briachi avrebbe facilmente saputo chi gli aveva pagato il 
vino, e dal Lilla, con le cattive o piu facilmente con una manata di 
francesconi, chi lo pagava per dirigere quell' orchestra. Ma il Gori 

i. Ne ordino la chiusura: In seguito ad ordine categorico del ministro del- 
rinterno Samminiatelli (Mordini). 



212 LEONETTO CIPRIANI 

era una bestia, ed avendo probabilmente la colica, 1 esegui 1'ordine 
cosi male che dette loro tempo a fuggire. 

La sera vennero a palazzo Andrea Padovani ed il nipote a pre- 
venirlo di cio che gia sapeva, che il popolo si preparava a cose 
nuove. - Prowedesse e si guardasse bene. 

Egli non si era finora occupato della guardia nazionale per le ra- 
gioni gia esposte, ma aveva pero studiato la formazione di una guar 
dia del commercio, nella quale i negozianti, che pel commercio pa- 
ralizzato soffrivano piii di tutti, avrebbero fatto entrare i loro capi 
facchini e quelle centinaia di facchini, ai quali quello stato di cose 
minacciava di togliere i mezzi di campare. Questa guardia doveva 
essere pagata generosamente giorno per giorno. 

La mattina del 2 settembre riuni a palazzo la camera di commer 
cio, della quale, se la memoria non m'inganna, era presidente il Ber 
ghini, 2 con altri primari negozianti, ed espose loro il progetto gia 
formulato in carta. Lo approvarono alPunanimita, promisero coa- 
diuvarlo con tutte le loro forze - e fu convenuto che avrebbero com- 
pilato la lista degli uomini dei quali ognuno di essi rispondeva, 
avrebbero fatto fare altrettanto a tutti i negozianti, e le avrebbero 
al piu presto sottoposte al governatore. I capi facchini sarebbero 
stati nominati capisquadra con dieci paoli al giorno di paga, e i 
componenti le squadre avrebbero avuto tre paoli, ed un cappotto 
e un berretto per ciascheduno. 

Non vi e alcun dubbio che, se si avesse avuto il tempo di realiz- 
zare simile progetto, la citta era in mano di tuo padre. Ma la serpe 
nascosta vegliava, e si accorse, che se dava tempo a formare quella 
guardia, le sue tristi aspirazioni eran fallite. 

tempo dire quali fossero la serpe nascosta e le sue aspirazioni. 
Era il Mazzini che per mezzo dei suoi pochi agenti, resti della Gio- 
vine Italia, avendo visto fallita la sua scellerata ed insana trama a 
Milano 3 la notte delFarmistizio, voleva profittare dei torbidi di Li- 



i. avendo . . . la colica: cioe, avendo paura. 2. Pasquale Berghini (1798- 
1881), sarzanese, affiliate alia Giovane Italia, condannato in contumacia 
a morte nel 1833, esule in Corsica e in Francia, pote poi fissarsi a Lucca, 
occupandosi di ferrovie, e nel 1848 fu deputato al parlamento sardo. - 
Presidente della camera di commercio di Livorno era non il Berghini, ma 
Eduardo Lloyd, facoltoso commerciante inglese cola stabilito (Mordini). 
3. la sua ... Milano : si allude alle dimostrazioni contro Carlo Alberto 
awenute la sera del 5 agosto 1848 a Milano, e delle quali il Cipriani consi- 
dera artefici gli element! mazziniani. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 213 

vorno per seminare Pidea che e stata e sara finche vivra il sogno della 
sua vita - la repubblica. 

Durante il giorno gli awisi di rivolta imminente si ripeterono. - 
Tutti gli ordini furono dati e le disposizioni prese in conseguenza. 
Mezzo squadrone di cavalleria col tenente Alessandro Cappellini 1 
era nella piccola caserma vicino al palazzo. Fu raddoppiata la guar- 
dia di palazzo e rinforzata da 50 carabinieri (200 con il Manganaro 
dovevano arrivare la sera con Pultimo treno). Tutto cio coram po- 
pulo y affinche questo sapesse come sarebbe stato ricevuto. 

In casi simili Postentazione e sana politica - Papparato della forza 
intimidisce, fa riflettere, e spesso previene spargimento di sangue e 
repression! cittadine sempre deplorabili. 

Sul far della sera, a poco a poco, come marea montante, si ag- 
grupparono migliaia d'individui dinanzi al palazzo, come se aspet- 
tassero la parola d'ordine, e tutto ad un tratto si accostarono gri- 
dando morte al dittatore e tentarono di disarmare le due senti- 
nelle, che si rifugiarono dentro. 

Leonetto, vedendo dalle fmestre quel movimento in avanti, 
e non fidandosi di nessuno, scese e da se stesso dispose dinanzi 
alia porta i carabinieri a baionetta abbassata. - II cosiddetto po- 
polo gridava gridava - ma dalla porta non si entrava, alle finestre vi 
erano inferriate, ed il palazzo non aveva che una doppia piccola por 
ta di dietro. 

Profittando di un momento di sosta, ordino ai carabinieri co- 
mandati dal solito poltrone Gori, non avendo altri sotto la mano, di 
piombare su quella folia e disperderla facendo arresti se era possi- 
bile - con i fucili carichi, ma guardandosi bene dal far fuoco. Nello 
stesso tempo mando ordine al Cappellini di salire a cavallo e prender 
posizione davanti alia dogana, ed al Reghini di tenere pronta la 
fanteria coirarme al braccio e Partiglieria coi cavalli attaccati. 

II Gori esegui il movimento ma senza insieme, alia sparpagliata. 
Egli fu il primo a fuggire in palazzo - i carabinieri isolati furon cir- 
condati e alcuni disarmati e maltrattati. Quando si sentirono le 
prime fucilate degPinsorti, al canto della via della Posta, non era piii 
tempo da mezze misure, e Leonetto ordino al Cappellini di caricare 
il popolo. 

Fu disperse e la piazza rimase sgombrata. Ma le fucilate contro 

i. Alessandro Cappellini, poi maggiore comandante i cacciatori a cavallo, 
e nel 1859 colonnello del reggimento cavalleggeri di Firenze (Mordini). 



214 LEONETTO CIPRIANI 

la cavalleria piovevano a grande e piccola distanza dagli sbocchi 
di tutte le vie - e la fanteria e I'artiglieria, che avevan ricevuto Tor- 
dine di portarsi in piazza al passo di carica, non arrivavano. 

II Reghini mando ordini sopra ordini, e non vedendole compa- 
rire, disse : Ci andero io stesso. Parole degne di un uomo di 
cuore e di un soldato coraggioso. - Un giovane tenente di artiglieria, 
ufficiale d'ordinanza del governatore (il nepote del Fabbri di Fi- 
renze) disse : Ci andero io e 1'artiglieria almeno le garantisco che 
verra. E parti. 

Grinsorti armati agli sbocchi delle vie Grande, delle Galere, 
della Posta e di S. Giulia aumentavano, e facevano fuoco nutrito 
contro il palazzo, perche la cavalleria in piccol numero si era messa 
al sicuro nel cortile dello spedale. 

Finalmente comparve Partiglieria comandata dal tenente Mazzei 
delPisola dell'Elba, e si port6 dinanzi al palazzo. Tuo padre scese 
in piazza e fece tirare qualche colpo a polvere - le cariche erano gia 
state preparate per suo ordine - e questo bast6 per vederli fuggire 
dal canto del Consiglio e della Posta. Dispose I'artiglieria in mezzo 
alia piazza con un cannone rivolto a S. Giulia e un altro che infi- 
lava via della Posta da dove era apparso il maggior numero degli 
insorti - e furono tirate due sole cannonate a polvere nelle due 
direzioni. 

Cominciarono le fucilate dalle finestre di casa d'Angiolo. 1 Cadde 
un cannoniere - tutti gli altri fuggirono. 

GFinsorti si awicinavano la fanteria non arrivava. II momento 
era supremo. O lasciarsi scannare da quella turba, o fame macello. 

Egli ordin6 a voce alta: A palla e lui stesso col Mazzei ed un 
cannoniere caricando i pezzi, furon tirati due colpi a palla e due a 
mitraglia. 

In quella, vide apparire dalla via della Posta il Manganaro coi 
carabinieri addossati alle case di fronte a quel lato del palazzo del 
Granduca che si prolunga fino a mezza strada. Lo riceve a braccia 
aperte, e gli ordino di fermarsi davanti al palazzo. - Onore al Man 
ganaro ed a quelli che comandava e che, scesi alia stazione, accor- 
sero ove piu infuriava il pericolo. 

Sopraggiunse alfine la fanteria a passo di formica, quando, si 
pu6 dire, era tutto finito, perche se fu tirata qualche fucilata, Io fu 

i. Michele D'Angiolo, gonfaloniere prowisorio di Livomo nell'agosto 
1848, e gonfaloniere effettivo dal dicembre 1857)) (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 215 

dal canto di via S. Giulia, e pochissime dalle finestre. La fanteria ne 
tiro qualcuna a caso senz'ordine, dominata dalla paura. Fu ordi- 
nata in quadrate sulla piazza. 

Fu cambiata la guardia al palazzo; e Leonetto, cercando 1'uffi- 
ciale che la comandava, lo vide uscir di sotto una tavola. Gli strappb 
le spalline e gli levo la sciabola. 

And6 poi alia gran guardia, che era chiusa. Aprirono - ed en- 
trando furioso vide il tenente appiattato sotto i pancacci. Lo tiro 
per le gambe, e non avendo ne spalline ne sciabola da strappargli, 
a calci lo mise fuori; e la guardia fu cambiata. 

II fuoco intanto era cessato, gl'insorti spariti. Fece raccogliere i 
pochi feriti e portarli allo spedale vicino - e rientro in palazzo. 

Vi trov6 un giovine in uniforme di tenente della guardia nazio- 
nale che si mise a sua disposizione. Domand6 il nome - Sirio 
Fazzi - 1 si rammento di averlo veduto all'armata, ma non lo co- 
nosceva personalmente. 

Sorpreso gli disse : E lei ha avuto il coraggio di uscir di casa, 
traversare la citta e salire queste scale in simile momento ? 

E perche no ? 

Gli strinse fortemente la mano. Non lo rivide che diciassette 
anni dopo; e per circostanze poco ordinarie il Fazzi fu il suo mi- 
gliore amico e quello che phi di ogni altro prese a cuore i suoi in- 
teressi. - E di lui fece menzione onorevole nel suo rapporto. 

Vi trovo pure Francesco Cipriani, suo cugino, che non vedeva 
da molti anni a causa di questioni d'interessi. Non faceva parte della 
guardia nazionale - non era nulla. La sua presenza fu un balsamo 
per Leonetto, che lo abbraccio e lo ringrazio commosso. 

Degli altri suoi numerosi intirni amici - si, teneri amici a parole 
nella prospera fortuna - non vide nessuno - neppure il suo predi- 
letto Gian Paolo 2 per il quale avrebbe dato mille volte la vita. 

Lo aveva conosciuto da giovinetto e si era stretto con lui con 
una di quelle amicizie che rammentano Oreste e Pilade. Quel che 
aveva Funo aveva Faltro - quel che voleva uno lo voleva Faltro - 
comuni le aspirazioni e i desideri. E aveva fatto per lui miracoli di 
devozione quando gli affari dissestati lo minacciavano di fallire diso- 

i. I1 notaio Sirio Fazzi, nato a Livorno il 17 gennaio 1819, fu nel 1859 
consigliere aggiunto di quel governo prowisorio, e consigliere comunale, 
e mori a Livorno il 2 marzo 1893 (Mordini). 2. Gian Paolo Bartolommei 
(1810-1853) aveva comandato nel 1848 i volontari livornesi. 



2l6 LEONETTO CIPRIANI 

norato. Aveva salvato lui e la sua famiglia dalla rovma - ed egli, 
al momento di provare la sua riconoscenza per tutto quello che Leo- 
netto aveva fatto per lui in tante circostanze, non comparve! Si era 
rifugiato il 25 agosto alia villa di Limone con tutta la famiglia; - 
e neppure gli scrisse una parola per giustificare la sua assenza! 

Ma fece anche peggio. II tre settembre la vecchia madre di Leo- 
netto, temendo essere insultata nella sua propria villa dal po 
polo-re, pens6 di rifugiarsi nella vicina villa Foa, ma il Foa non 
voile riceverla. Si diresse allora a Limone, sicura di essere accolta a 
braccia aperte - ma invece lo fu cosi freddamente, e cosi chiara- 
mente a malincuore, che non reggendo a quelPatmosfera glaciale, 
dopo soli tre giorni se n'ando dalla sorella a Montalto. 

Furon colpevoli tutti i Bartolommei? Iddio mi guardi dal cre- 
derlo. Ma uno solo che fosse dominate dalla paura bastava per 
influenzare piu o meno tutti gli altri. 

Gian Paolo non parlo mai a Leonetto di questi fatti. Colpevole 
non era lui, ma responsabile si. Quanto al colpevole - gliene rimase 
la macchia sul volto finche visse - ed a lui nella miseria Leonetto 
levo piu volte la fame. 1 

Tornando, dopo questa dolorosa digressione, al nostro racconto, 
la ribellione era vinta? No, perche gli elementi che la componevano 
eran sempre in liberta. E Leonetto decise percio di fare operare 
nella notte stessa due o trecento arresti. 

La polizia aveva compilato una lista dei piu facinorosi, e si sapeva 
dove abitavano. Ma come eseguire gli arresti? La truppa aveva 
fatto cattiva prova, ed i carabinieri eran pochi per eseguire gli ar 
resti nella notte, e quasi tutti contemporaneamente per non dare la 
sveglia. 

Penso a un resto di guardia nazionale, contando sul patriottismo 
degli ufficiali che avevano date le dimissioni. Mando a chiamare il 
Bernardi e gli domando se credesse possibile riunire un drappello. - 
Ma alle prime osservazioni del Bernardi si accorse che era un'illu- 
sione, una di quelle idee false che vengono alia mente in casi dispe- 
rati come quello. E capi che bisognava fare gli arresti con cio che 
aveva sotto mano. 

i. Quanta al colpevole ... fame: non si capisce a quale membro della fa 
miglia Bartolommei il Cipriani alluda, se non a Luciano, che fu con lui 
alle Antille. 



CHAMBER MUSIC 223 

Ex. I ('Theme from the "49th Parallel" '), so marked, is given 
out by the viola to be answered at once by the other strings in 
octaves playing 'con sordini', *sul ponticello', and tremolando. 
Next the other strings, still in octaves, take over Ex. i while the 
viola embarks on a new idea, a tune in double stops marked 
'cantabile': 




which as it unfolds itself becomes increasingly chromatic. A re 
statement of Ex. i, echoed by the other strings in octaves, leads 
to the onset of continuous triplet motion and still another, more 
wide-ranging theme from the viola: 

""- i -rffTf-nftrrffiFff 



This is in turn taken up by the other strings in octaves while 
the viola keeps triplet motion going. The climax to which all 
this leads is crowned by the abandonment of octaves and the 
substitution of four different rhythms for a few bars which lead 
into the section dominated by Ex. 9. It may be observed that the 
four fiats in the signature of Ex. i and all the first part of the 
Scherzo proclaim F minor but in feet produce a very flat form of 
G minor. Now that we come to the trio (if trio it is) we have G 
minor in name as well as practice. This section however is short 
(fourteen bars) and is linked by a short cadenza for the viola to a 
recapitulation of Exx. i and 9. As in the other movements this 
recapitulation is much condensed and is content to recall the 
principal themes with the merest hint of Exx. 10 and 1 1. The last 
few bars, coda if you like but very organic with the rest of the 
movement, are but an expansion in diminution of the viola's 
cadenza. 

Epilogue 

The short epilogue has a subtitle 'From Joan to Jean', Joan being 
Joan of Arc. The opening tune (Ex. 12) had at one time been 



2l8 LEONETTO CIPRIANI 

assaliti a pugni; alcuni furono disarmati, altri scapparono e scap- 
pando seminarono le uniform! e le armi. - Arrive alia fortezza sano 
e salvo, senz'aver provato ombra di emozione. 

Fu un tratto di coraggio che si puo raccontare, ed in Livorno 
Pho sentito raccontare io stesso con ammirazione. Ma per lui non 
era nulla, perche impassibile nei piu grandi pericoli, acquistava in 
essi una lucidita d'intelletto che ne faceva un uomo eccezionale. 
Ho sempre pensato che se si fossero presentate le circostanze, sa- 
rebbe diventato gran generale. Non si presentarono, e rimase quello 
che era, commiserando le riputazioni militari usurpate che furono 
la vergogna dei nostri eserciti. 

Chiusa la fortezza, si occupo a metterla al sicuro da un colpo di 
mano, disponendo diversi cannoni verso la via della Darsena ed il 
borgo dei Cappuccini. 

Dovendo poi render conto delPawenuto al ministero, scrisse un 
dispaccio confidenziale e lo consegno ad un carabiniere vestito in 
borghese, con un biglietto per la stazione di Pisa che lo mandasse 
per treno espresso a Firenze. Ma il soldato invece di prendere lungo 
le mura, come gli aveva ordinato, attraverso la citta. Fu ricono- 
sciuto, fermato - e il dispaccio portato al Petracchi che lo lesse e lo 
strappo senza dir nulla a nessuno, forse per riconoscenza dei cin- 
quanta zecchini che gli aveva regalati, o piu probabilmente per non 
intimidire il popolo-re, che si preparava a grandi imprese e al sac- 
cheggio. - In quel dispaccio chiedeva di essere autorizzato a bom- 
bar dare Livorno. 

Distese allora un lungo rapporto, e il console americano Binda* 
s'incarico di portarlo a Firenze. 

II giorno, il popolo, come se aspettasse il bombardamento, ve- 
niva sotto le mura e gridava ai cannonieri siam tutti fratelli- 
non fate fuoco. 

Verso sera fece un giro pel forte, e trovo il servizio mal fatto. 
Alia troniera poi che guarda la darsena c'era una scala appoggiata 
dal di fuori, dalla quale avevano disertato tutti i cannonieri; e il 
cannone che aveva ordinato di caricare a mitraglia era scarico. 

Fece chiamare il capitano Ulacco e gli disse : Lei e il respon- 
sabile - dove sono i cannonieri di questo pezzo, dov'e la carica a 



i. Giuseppe Binda, lucchese, visse lungamente in Inghilterra e poi negli 
Stati Uniti, dei quali fa console a Livorno dal 1841 al i86i (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 219 

mitraglia ? Quel vile, insolente come tutti i vili, rispose : O sa 
lei un po' come Te? Noi non ci vogliamo far assassinate per lei. 
Siamo padri di famiglia! 

Mi esca davanti e si costituisca prigioniero e siccome 1'altro 
voile replicare : Escimi davanti, o ti butto dalla troniera. Fuggi 
e non lo vide piu. 

Nella notte, vedendo di non potersi fidar di nessuno, per non 
esser sorpreso - non per lui ma per la responsabilita che gli pe- 
sava addosso - monto esso stesso la guardia andando dalPuna al- 
Faltra delle troniere che guardano la strada. 

II giorno dopo riceve la visita del Codrington, 1 comandante della 
fregata inglese Thetis, che gli offri Pospitalita sulla sua nave nel 
caso che si decidesse a ritirarsi. Ricuso per il momento, e parlando 
con lui gli disse la condotta che avevan tenute le truppe toscane. 
Ed il Codrington, che era gia stato informato di tutto dal console 
inglese Mac Bean, 2 deplorando che un uomo di cuore avesse do- 
vuto contare su tali soldati, aggiunse : Ce ne sont pas des soldats, 
ce sont des moutons plus laches que les moutons. 

Nulla essendo possibile con quella truppa che si ricusava a tutto, 
dovette abbandonare qualunque idea di sottomettere la citta. 

Proponendo poi il bombardamento, egli aveva inteso di buttare 
qualche bornba per svegliare gl'interessi materiali, e far nascere 
un po' di vigor e nelle anime intimidite dei negozianti e dei proprie- 
tari, il che poteva forse essere un mezzo potente per riprendere 
Poflfensiva. Nelle guerre civili Pelemento militare e ben presto de- 
moralizzato, ma se e appoggiato e coadiuvato da quello civile ar- 
mato, si ritempra e non cede. 

Ma mancandogli le braccia, e non potendo da se solo far tutto, 
decise la ritirata - la truppa partendo la notte dal lazzaretto 
San Rocco per la via Maremmana, e lui coi carabinieri per mare 
fino alia spiaggia del Gombo. 

II colonnello Reghini, desiderando salvare per quanto era possi 
bile Fonore delPuniforme, perche se fra i soldati i piu si eran con- 



i. Enrico Giovanni Codrington (1808-1877), contrammiraglio nel 1857, 
ammiraglio nel 1877, era figlio deirarnmiraglio Codrington, comandante 
la flotta anglo-franco-russa a Navarino, e fratello del generale Codrington, 
successo al Simpson nel comando dell'esercito inglese in Crimea (Mor- 
dini). 2. Alessandro Mac Bean, console inglese a Livorno dal 1843 fino 
al 27 febbraio 1883, giorno della sua morte a Roma (Mordini). 



220 LEONETTO CIPRIANI 

dotti vilmente, qualcheduno ve n'era che aveva fatto e si sentiva 
il coraggio di fare il suo dovere, propose di riunire in consiglio di 
guerra tutti gli ufficiali e domandar loro se eran pronti ad ubbidire 
ai suoi ordini e a riprendere Poffensiva. 

Al sicuro nella fortezza risposero tutti di si (e potevano giurarlo, 
perche sapevano che i soldati non li avrebbero seguiti. Fu una vera 
commedia, alia quale Leonetto non prese parte, tanta era la ripu- 
gnanza che gPispiravano). Ed affinche rimanesse traccia del loro 
valor e alia posterita, vollero tutti firmare apposita dichiarazione. 

Quando il Reghini gliela presento, sorrise e gli disse: Sarei 
tentato di dirgli che mi seguano tutti in citta! 

Non lo faccia, rispose il Reghini non ci vien nessuno. 
II giorno dopo, prevenuto il Codrington, una lancia inglese lo 

condusse a bordo della fregata. 

Arrivato a bordo, fece chiamare il capitano Bargagli 1 comandante 
il vapore da guerra toscano il Giglio, ed in presenza del Codrington 
gli ordino di accendere i fuochi, di mettersi a traverso della fre 
gata e ricevere i carabinieri per condurli con lui e il suo stato mag- 
giore al Gombo. Ma il Bargagli spaventato rispose che i marinai 
avrebbero ricusato, che le barche che stavano sempre intorno al va 
pore ne avrebbero dato awiso in citta ed egli si esponeva ad essere 
maltrattato ; e che del resto egli non dipendeva da tuo padre, ma 
dal ministero di guerra e marina. 

Leonetto lo squadro da capo a piedi, e gli disse: Scriva subito 
al suo primo ufficiale di accendere i fuochi e di venire per banda alia 
fregata. 

- Ma ... 

Scriva, le dico! 

II Bargagli si rivolse al Codrington, e gli chiese: Cosa ne pensa, 
comandante ? II Codrington lungo lungo abbassava la testa e 
sembrava riflettere, e il Bargagli, con quella imperdonabile legge- 
rezza e quel poco tatto toscano che da sui nervi, gli domando dac- 
capo : Ma dunque cosa ne pensa ? 

II Codrington, con i denti stretti, e alzando solo le palpebre senza 
cambiare la posizione di uomo che pensa a testa bassa, e scolpendo 
le parole ad una ad una rispose: Lorsque - on - me - demande - 
mon - opinion - je - reflechis - avant - de - la - donner. Ab- 

i. Carlo Bargagli, capitano di fregata, nato a Siena nel 1803, morto nel 
1858 a Livorno dove fu a lungo capitano del porto (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 221 

basso di nuovo gli occhi, e rialzandoli disse: A - votre - place - 
je - signer ais. 

E il Bargagli firm6. E dopo si dirigeva verso la scala, ma tuo pa 
dre all'orecchio gli disse: Mi aspetti qui. Non sapeva dove dar 
colla testa: Oh! e vero - dimenticavo - che testa! - scusi Ec- 
cellenza. 

questo il fare dei vili. Orgoglio ed insolenza finche non incon- 
trano chi li fa stare umili e striscianti. - Schifosi! 

II Codrington dette a bassa voce un ordine a un ufficiale, e due 
lancioni furono calati in mare e si diressero tra il Giglio e la bocca 
del porto. E tuo padre, che passeggiava sul ponte, capi che era una 
manovra per prevenire il caso che il vapore, una volta pronto, ten- 
tasse di entrare diritto nel porto. - Ma cosi non fu; il secondo 1 
era un isolano di poche parole ma di molti fatti, e il Giglio arrivo 
per traverso alia Thetis. 

II comandante inglese mando otto lance a caricare i carabinieri. 
Quando furono sul Giglio, Leonetto si congedo dal Codrington. 
Non lo ringrazio - una semplice stretta di mano basto perche si 
capissero. 

Sali sul Giglio. La mattina sbarcarono al Gombo e la sera erano a 
Pisa. Tuo padre parti per Firenze ed ebbe una prima conferenza 
col Capponi, che si mostro soddisfatto del suo operato, deplorando 
che per ragioni indipendenti da lui non fosse riuscito. Cosi pure si 
espressero gli altri ministri ed in ispecial modo il Belluomini, mi- 
nistro della guerra. 

La stampa di opposizione, e piu ancora quella che gia si atteg- 
giava a repubblicana, si scatenarono contro di lui. Se si fossero sca- 
tenate soltanto perche aveva fatto il suo dovere, le avrebbe lasciate 
abbaiare, ma non poteva permettere che mentissero, travisando i 
fatti. Scrisse una relazione sui fatti di Livorno e, dopo aver rice- 
vuto 1'approvazione del Capponi, la fece stampare a mille copie. 2 



i.il secondo: il secondo ufficiale del Giglio y cui era diretto Fordine. 
2. Scrisse . . . mille copie: Narrazione dei fatti che si riferiscono alia mia 
missions come Commissario straordinario nella citta di Livorno, Firenze, 
Lemonnier, 1848. - Una lettera del Cipriani al principe Girolamo sui fatti 
di Livorno venne pubblicata nella ri vista "II Risorgimento italiano", 
1912, vi, p. 894.- Interessanti poi in proposito, e poco conosciuti, sono i 
rapporti ufficiali del Codrington inseriti nel Blue book sugli affari d' Italia 
dal luglio al dicembre 1848, presentato nel 1849 al parlamento inglese 
(Mordini). 



222 LEONETTO CIPRIANI 

I card arrabbiati, non potendo piu mordere, si chetarono. E 
Leonetto lascio Firenze e raggiunse la madre nella villa di Montalto. 



DA LE HAVRE A NUOVA YORK 1 

I vapori che traversano 1'oceano sono citta ambulanti che hanno 
per monumenti da ammirarsi le potenti macchine, per passeggiate 
i lunghi corridoi e il ponte, per le riunioni gli eleganti saloni, e per 
gli alloggi le cabine, che in lingua povera sono armadi a due o tre 
palchi, dove il passeggere e costretto a passare la notte, fortunate 
quando il mal di mare non ve lo tiene inchiodato anche il giorno. 

Ma a tutto si fa 1'abitudine. Per poco che in quei viaggi s'incontri 
buona compagnia, specialmente riguardo al bel sesso, la vita in co- 
mune diventa non solo sopportabile, ma spesso piacevole, ed il 
giorno dell'arrivo non e sempre un giorno di gioia. 

II primo giorno ognuno si squadra da capo a piedi per giudicare 
dalla fisonomia, dai modi, dall'abito, a qual paese ed a qual classe 
appartiene. Arriva Fora dei pasti - e il primo scalino delle cono- 
scenze, e non solo coi vicini, perche la conversazione si fa generale, 
e all'alzarsi continuando nel salone o sul ponte le conversazioni gia 
cominciate, i viaggiatori, senza intenzione e senza saper perche, si 
trovano riuniti in gruppi a ridere ed a scherzare. E il secondo o 
terzo giorno ognuno si trova nel suo centro, anche i piu riservati, 
e cio che si chiarna intimita di viaggio e un fatto compiuto. 

In quel viaggio poi le donne essendo in maggioranza anglosas- 
soni di sangue e di costumi, ed abituate a viaggiare sole, s'incon- 
trano molte belle mogli senza il marito, e ragazze adorabili che 
vanno a prenderlo, accompagnate soltanto dalla loro innocenza. 
La liberta completa produce affiatamento, e da questo nascono 
spesso relazioni improwise, che si precipitano al fine a causa della 
vita in comune da mattina a sera, e forse anche del viaggio lirnitato 
e del tempo misurato che fanno mettere in pratica il proverbio: il 
tempo perso non si ritrova piu. 

Tuo padre mi raccontava che in una traversata, avendo avuto 
brevi ma intimi rapport! con una giovine inglese che andava a 
Boston a sposarvi un cugino, ricco negoziante, le chiese poco prima 
di sbarcare a quale locanda volesse andare. Lei,fredda come se non 
i. Ed. cit., vol. u, cap. xxv, pp. 53-8. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 223 

Pavesse mai conosciuta, rispose: Perche mi fate questa do- 
manda? 

Per accompagnarvi. 

Oh no! dove vado io non potete andar voi. 
-Perche? 

Perche da questo momento non vi conosco piu, e se v'incon- 
trassi in societa, sareste per me uno sconosciuto. 

Tuo padre la prese per un polso, la fece sedere sopra una panca, 
e le disse: Spiegatemi, vi prego, questo modo di agire dopo i 
rapporti che abbiamo avuti insieme. 

Oh! e molto facile, ed a voi che mi avete fatto passare qualche 
bel momento voglio dare una lezione che vi serva in casi simili. 
Per noi donne inglesi ed americane le intimita come la vostra son 
come la sete del viaggiatore che trova una sorgente ; si leva la sete, 
le volta le spalle e non ci pensa piu. 

Ed e proprio vero quel loro modo di fare e di sentire. In un viag- 
gio da San Francisco a NuovaYork Leonetto conobbe una bella 
americana in gran lutto, vedova da pochi mesi. II terzo giorno erano 
strettamente legati, e lo furono fino a Nuova York. Li essa spari, 
e non la vide piu. 

Dieci anni dopo si trov6 con lei sullo stesso vapore da Nuova 
York a Liverpool. L'accosto e le stese la mano chiamandola per 
nome; lei si scanso, come se le avesse detto una grossa insolenza. 
Tuo padre non si sgoment6, e profittando di una tempesta in cui 
pote esserle utile, riusci presto ad ammansirla come un agnello. 
Ma non voile mai convenire che era la stessa di dieci anni prima - 
tanto era vera la massima della bella inglese: sorgente che mi hai 
dissetato, non ti conosco piu. 

Sul Vapore Arago, sul quale era imbarcato 1 Leonetto, vi era fra 
le altre una donna elegante, giovine e bella, dai movimenti riso- 
luti, accompagnata da un uomo di mezza eta, che si vedeva bene 
non esserle ne" padre ne marito ne protettore. Era la celebre 
Lola Montes, 2 accompagnata da un impresario che la conduceva a 
Nuava York per speculare, piu che sul suo modesto talento, sulla 
curiosita del pubblico americano, avido di vedere una donna che 

i. era imbarcato: il Cipriani si era imbarcato a Le Havre il 19 novem- 
bre 1851 insieme a Giorgio Magnani e ad un servo. Era, questo, il suo terzo 
viaggio in America. 2. Lola Montes (1820-1861), ballerina e awenturiera 
irlandese, favorita del re Luigi I di Baviera, che fu costretto a scacciarla 
in seguito ad una sommossa popolare (Mordini). 



224 LEONETTO CIPRIANI 

aveva fatto tanto parlare di se alia corte di Baviera. Ma, saputo chi 
era, Leonetto Pevito come si evita nei campi 1'ortica. 

Vi era pure una celebrita europea, il celebre dittatore Kossuth 1 
accompagnato da uno state maggiore di profughi ungheresi, e dal 
Lemmi 2 di Livorno, intimo amico del Mazzini, che lo aveva pro- 
babilmente messo a lato del dittatore nel tentative che il triumvi- 
rato repubblicano di Londra, Kossuth, Mazzini e Ledru-Rollin 3 
voile fare sulla borsa americana. Senza dubbio il Lemmi, che co- 
nosceva benissimo Leonetto, lo addito ai compagni come uno degli 
anti-repubblicani piu accaniti della recente rivoluzione italiana, 
ragione per cui lo evitarono come la peste. 

A pranzo Leonetto si trovo accanto,ad una signora che era alia 
diritta del capitano e per la quale il medesimo aveva riguardi spe- 
ciali. Quella buona vecchia malinconica lo interesso ed il terzo 
giorno era diventato il suo cavalier servente, e non vi era piccola 
attenzione che non le prodigasse. Era la signora Franklin, e fino 
aH'arrivo Leonetto crede che fosse una delle tante Franklin delFIn- 
ghilterra. Ma all'arrivo a Nuova York seppe daU'amico Pastacaldi 4 
che era lady Franklin, la vedova del celebre esploratore. 5 

Questo piccolo episodic prova fino alia evidenza che cosa siano 
le intimita che si contraggono sui vapori. Credete aver fatto la 
conoscenza di una signora per bene - ed era una donna pubblica; 
di un Catone - ed era un falsario, se non un galeotto liberato. 

La maggioranza dei viaggiatori in quella traversata era, come ac- 
cade generalmente nei viaggi da Le Havre in America, di commessi 
viaggiatori francesi, di negozianti americani e di americani della 
Nuova Orleans di origine francese. Se i primi sono sfacciati e ru- 
morosi, lo sono maggiormente gli ultimi, ed i mercanti americani 
mettendosi al diapason, la traversata diventa un baccanale conti 
nue, tanto piu che si conoscono quasi tutti, sia per i loro rapporti 
economici, sia per incontrarsi ogni anno sugli stessi vapori. 



i. (cLuigi Kossuth (1802-1894), dittatore dell'Ungheria dall'aprile al- 
Pagosto 1849)) (Mordini). 2. Adriano Lemmi (1822-1906), patriotta ed 
uomo d > affari, gran maestro della massoneria (Mordini). 3. Alessan- 
dro Ledru-Rollin (1807-1874), uno dei capi dell'estrema sinistra francese 
durante la seconda repubblica, esiliato dopo il 2 dicembre (Mordini). 
4. Michele Pastacaldi, livornese stabilito a Nuova York, amico intimo del 
Cipriani, morto nel i862 (Mordini). 5. celebre esploratore: Giovanni 
Franklin (1786-1847), ammiraglio inglese, inviato alia ricerca del passaggio 
del Nord-Ovest, rimase coi compagni vittima dei ghiacci polari (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 225 

Un vlaggiatore che come tuo padre si trova per la prima volta 
in quella torre di Babele, ne rimane stordito, e come il micio si rag- 
gomitola su se stesso credendo di non essere veduto. Ma e impossi- 
bile difendersi da relazioni, sia pure momentanee e senza conse- 
guenze. Quattro pasti al giorno, dei quali uno solo con posto asse- 
gnato, e il poter fumare soltanto in una stanza determinata, fanno 
si che per amore o per forza bisogna barattare qualche parola con la 
gioconda brigata. E siccome quelli che la compongono hanno buon 
naso e san distinguere i ricchi ed i signori, sono per essi ossequiosis- 
simi; ma mentre i francesi ed i creoli si dan per quel che sono, 
gli americani con Pabito, con le forme, con i modi studiati, fan di 
tutto per farsi credere quel che non sono. 

In quella turba Leonetto osservo un omaccione panciuto ben 
piantato, con un faccione da imperatore romano, con belle mani e bei 
piedi, e sempre in giubba. - Sembrera strano a molti che tuo padre 
osservasse la mano o il piede del primo venuto. Ma la mano essendo 
quasi sempre la spia della condizione sociale e della professione 
delle persone, e la prima cosa che un osservatore guarda. Nelle 
donne poi quello che risveglia spesso rimmaginazione dell'uomo 
e, piu che una bella testa, una bella mano e soprattutto un bel pie- 
dino ben calzato. E Tabitudme fa si che anche squadrando un 
uomo gli occhi si fermano sopra i piedi. 

Quell'americano dunque aveva bei piedi, ma quel che colpi di 
piu tuo padre fu il vedergli cambiare scarp e tre o quattro volte al 
giorno, e qualche volta parlando con altri farsele ammirare e discu- 
terne il prezzo. - Era conosciuto da tutto Pequipaggio. I came- 
rieri per lui volavano - il maitre d'hotel non gli ricusava mai nulla. 
Se qualcuno si lamentava, era lui che ne esponeva le lagnanze; per 
le signore tutte indistintamente era poi in moto continue , e sem 
pre e con tutti aveva modi distinti e decorosi. Si chiamava Mr. By 
ron, e anche il nome sotto cui si pavoneggiava contribuiva a farlo 
osservare. 

Arrivato a Nuova York, Mr. Byron si awicino a tuo padre e gli 
dette un biglietto. Credendo lo facesse per eccesso di cortesia, 
Leonetto tiro fuori il portafoglio, e gli dette il suo. Poi lesse il bi- 
glietto: Mr. John Byron - Shoemaker . Era un calzolaio! 

Tra le donne vi era poi un gruppo interessante, un donnone 
di forme maschili con due belle ragazzine bionde che sembravano 
sorelle. Eran sempre insieme e non parlavano mai con nessuno. 



226 LEONETTO CIPRIANI 

Le ragazzine eran sempre vestite elegantemente, ma modesta- 
mente, coi bei riccioli sciolti. La virago sempre in nero col capo 
coperto da quella cuffia, che usano in campagna le americane della 
classe agricola, e che somiglia molto a quella delle nostre monache; 
un gran par d'occhialoni turchini e imbacuccata in una sciarpa, 
dimodoche nessuno avrebbe potuto riconoscerla. Le ragazzine la 
trattavano come se fosse stata la loro madre. Leonetto le sorprese 
spesso a legger con lei la Bibbia; e la domenica le vide assistere 
compunte aU'ufHzio divino. 

Al momento delParrivo, poco dopo la mistificazione del calzolaio, 
la virago in gran toilette, con un cappellone a penne e le due ragazze 
una a dritta e 1'altra a sinistra, si awicino a Leonetto, ed ex abrupto, 
voltando la testa a dritta ed a sinistra, gli dice : Miss Kate - Miss 
Peg gli pianta in mano un biglietto e gli volta le spalle. 

Leonetto stordito si volta a Pastacaldi e lo vede reggersi la pan- 
cia dalle risa. Mistificato piu che mai, guarda il biglietto, e legge 
Madame Helena Washington - Pension de demoiselles - via tale, 
numero tale. 

Cosa fossero lei e loro e facile a capirsi. I commessi viaggiatori 
americani vanno in Francia e in Inghilterra a raccogliere campioni 
per invogliare i compratori paesani. Le commesse viaggiatrici ame 
ricane vanno in Inghilterra a prowedersi esse stesse della mercan- 
zia che alimenta il loro commercio, e purche sia bella e fresca, la 
pagano a caro prezzo ai genitori bisognosi che la vendono, e la con- 
segnano ad una virago che per pudore e presentata come una ricca 
zia vedova senza figli che desidera adottare le piu belle ragazze 
della famiglia per maritarle in America. 

L'uomo che viaggia per dire che ha viaggiato, senza rendersi 
conto di cio che ha veduto, e un baule che torna come e partito. 
I viaggi debbono essere uno studio continuo di osservazione delle 
cose e degli uomini; ed e cosi che dai viaggi si ritrae un insegna- 
mento utile a se stesso, e, per quelli che son destinati alia vita pub- 
blica, utile alia generalita, poiche si giovano delle osservazioni fatte 
e dell'esperienza acquistata. 

per questa ragione che tuo padre si lascia trascorrere di quando 
in quando a raccontare impressioni ed episodi che al primo aspetto 
possono sembrare intempestivi, ma che in realta, dando un'idea 
severa ma imparziale di carattere e di costumi, potranno interes- 
sare te ed altri, se questi racconti vedranno la luce. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 22y 



DA NUOVA YORK A CHAGRES 1 

Una volta arrivato a Nuova York, le informazioni avute dal Pasta- 
caldi e da altri sulla California furono maravigliose per il favoloso 
movirnento di affari, e per la sua inesauribile ricchezza minerale, 
ma spaventose per il costo della vita. Questo fece si che tuo padre si 
trattenesse a Nuova York piu di quello che aveva progettato, per 
dar tempo alia Distruzione 2 di arrivare, e con quella aver subito a 
San Francisco alloggio e personale pronti. Finalmente nel gen- 
naio 1852 parti sul vapore Georgia per Pistmo di Panama. 

Benche nei due anni da che era stata scoperta la ricchezza aurife- 
ra della California, vi avessero emigrato dalla sola America duecen- 
tomila persone, pure 1'afHuenza di coloro che vi si recavano era 
sempre grande, ed era rara la traversata dove non vi fossero a bordo 
piu di mille passeggeri, i due terzi dei quali di terza classe. 

II Georgia era un vapore di quattromila tonnellate, ma per 
grande che fosse, non era facile trasportare millecinquecento pas 
seggeri, sia pure stretti come sardine, e le prowiste necessarie per 
un viaggio di ventiquattro giorni tra 1'andata e il ritorno. E il 
momento dell'imbarco fu qualcosa da far scappare uno che non 
fosse determinate ad andare avanti ad ogrd costo. 

Per quante precauzioni fossero prese per evitare ingombro e 
disordine, Pingombro e il disordine erano al sommo grado. Dal 
ponte quattro passatoi 3 erano appoggiati allo scalo, uno per classe 
e 1'ultimo pei bagagli. Ad ognuno stavan di guardia due robusti 
marinai, che lasciavan passare solo chi ne aveva il diritto e caccia- 
vano via gli altri a spintoni da farli traballare. Per evitare d'ingom- 
brare il vapore, non era permesso portar con se che una piccola 
valigia, e bauli, casse e sacchi venivan buttati nella stiva come balle 
di fieno, e se andavano in pezzi, peggio per chi non era stato pre- 
venuto del modo brutale, ma forse il solo possibile, d'imbarcare 
se e la sua roba. 

Ma lo spettacolo piu drammatico era al passatoio della terza 

i. Ed. cit., vol. n, cap. xxvi, pp. 59-64. 2. Distrusione: il piroscafo sul 
quale si erano imbarcati a Geneva tre compagni del Cipriani, che parteci- 
pavano a questa sua spedizione in America. Avrebbero portato, tra Taltro 
bagaglio, una casa in legno precostruita e smontata in milleduecento pezzi, 
ricomponibili con settecento grappe e ventiseimila viti. Questa costruzione 
era stata ideata dal Cipriani. 3. passatoi: passerelle. 



228 LEONETTO CIPRIANI 

classe, dove oltre ai marinai vi era una dozzina di agenti di polizia 
pronti ad intervenire. Arrivavano quelle turbe di uomini, donne e 
ragazzi, stracciati, scamiciati, i piu briachi. Se avevano in mano il 
loro biglietto, una spinta, e salivano - se lo cercavano in tasca, 
una spinta , e fuori per dar posto agli altri - se qualcuno voleva 
accompagnare sul vapore un parente, un amico, una spinta, e via. 
E mentre passeggeri, amici, parenti e curiosi gridavan tutti come 
energumeni, i marinai avevan la bocca murata. Le loro parole erano 
spinte, nulPaltro che spinte; ed anche per il bagaglio di troppo, 
non dicevano neanche lasciatelo , perche il dirlo portava alia 
discussione, ma lo strappavan di mano e lo buttavano via. 

La partenza era fissata per le undici di mattina. Un quarto d'ora 
prima sona la campana e fischia il vapore - e Tawiso di sgombrare 
il bordo per chi non parte. Allora si che la confusione prende pro- 
porzioni inverosimili! Gli uni si affrettano a scendere, mentre i 
passeggeri arrivati in ritardo temendo non essere in tempo, si 
precipitano per salire, formando cosi nei passatoi due correnti op- 
poste che si urtano e si spingono, e le donne spesso anche belle e 
ricche gridano scapigliate come furie infernali. Un ultimo fischio - 
la macchina comincia a mettersi in moto - si ritirano i passatoi - e 
finalmente il gigantesco cetaceo si allontana lentamente tra le grida 
universali, mentre quelli che non sono arrivati a tempo rimangono 
con un naso lungo come quello del Paganini. 1 

Intanto i camerieri, meno bestiali dei marinai, accompagnano i 
viaggiatori alle loro celle e danno loro le indicazioni necessarie. 
Ognuno, data un'occhiata a quelle catacombe e deposta la sua roba, 
sale sul ponte. Spariscono a poco a poco le rive del flume 2 che si al- 
larga alia foce, e un moto ondulatorio annunzia che dal regno delle 
acque dolci si entra in quello delle acque salse. Quando il mare e 
calmo, la differenza e poco sensibile, ma quando e grosso, in un 
batter d'occhio la meta dei passeggeri sparisce ingolfandosi nei 
corridoi, ognuno cercando in fretta la sua cabina per buttarsi sul 
letto. 

Ma 1'arrivarci, per quelli che hanno le cuccette superiori, e un'im- 
presa tutt'altro che facile. E col mal di mare, guai per chi sta sotto. 
6 vero pero che nei mal comune raramente ci son dispute. Ognuno 
si difende come pu6 dalle innaffiature sgradite - ma ognuno ca- 

i. Paganini: vedi la nota 2 a p. 1 60. 2. le rive delfiume: il fiume Hudson 
o North River, sulle cui rive sorge New York. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 22Q 

pisce che cio che segue e forza maggiore, contro la quale non si puo 
resistere; e il torpore poi prodotto dal mal di mare neutralizza la 
collera piu feroce. difficile poi che uno non soffra, perche in 
tutti i vapori si respira piu o meno un'aria viziata che rivolta lo sto- 
maco, e quando vi si aggiunge il puzzo di vomito, meno male an- 
cora nell'inverno, ma nell' estate e qualcosa da levar di corpo le 
budella. 

Come ti ho detto, tuo padre era accompagnato da Giorgio Ma- 
gnani 1 e da un servitore. Avevano avuto per loro una cabina in- 
tera, pagando solo due posti e mezzo (1250 scudi), col patto che il 
servitore dormisse con loro e mangiasse coi servi. 

Leonetto ha sofferto terribilmente del mal di mare fino ad una 
certa eta. Ma dopo i trentacinque anni, sia Pabitudine, sia un'altra 
ragione, non soffriva piii che nelle grandi tempeste, e solo come sof- 
frono molti marinari di professione, cioe potendo far tutto quello 
che vogliono. 

Non cosi il Magnani, che dal primo momento divento un sacco 
di stracci. Con gran difficolta Leonetto riusci a strascinare quel 
voluminoso corpaccio nella cabina e a rotolarlo nella cuccetta piu 
bassa, dove fece di tutto per tre giorni senza che fosse possibile 
smuoverlo. II terzo giorno, il mare essendo calmo, lo spoglio but- 
tando in mare tutti i suoi vestiti, lo condusse al bagno e di la sul 
ponte, mentre i camerieri portavan via materasse, lenzuoli e coper- 
te divenuti un monte di sugo, e ripulivano e fumigavano la cabina. 

Intanto Leonetto aveva fatto amicizia col capitano del vapore, il 
signor Porter, tenente nella marina americana, che simpatizzando 
con lui anche per 1'odio comune contro 1' Austria, lo colmo di 
cortesie, mettendolo a tavola alia sua diritta e offrendogli il libero 
accesso nella sua cabina sul ponte, eccezione invidiata da tutti. 

II quinto giorno arrivarono all'Avana, porto e capitale dell'isola 
di Cuba, ove dovevano fare scalo per rinnovare le prowiste di car- 
bone e di acqua. 

i. Giorgio Magnani. . . servitore: in un capitolo precedente delle Avventure 
(vol. n, cap. xxm, p. 43) si dice di lui che era ricco e giovine scapestrato 
al quale tuo padre s'interesso per cercare di fame qualcosa, lontano dalle 
occasioni che gli facevano sciupare gioventu e fortuna . A p. 67 del volume 
II, in nota, il Mordini informa che Giorgio Magnani, di Agostino e di Ca 
milla Lucchesini, nato a Pescia il 20 luglio 1826*, rnori a Firenze il 4 
agosto 1879, dopo aver dissipato in bagordi e stravizi il vistosissimo patri- 
monio ereditato dal padre . II servo che accompagnava il Cipriani si 
chiamava Gostxx 



230 LEONETTO CIPRIANI 

Leonetto aveva per il governatore Pepe Concha 1 una lettera di 
raccomandazione del suo intimo amico Gomez. 2 Gliela mando, e 
un'ora dopo riceve un gentile invito di scendere a palazzo. 

I tre fratelli Concha alia caduta di Maria Cristina 3 erano stati 
esiliati e si erano rifugiati in Toscana, raccomandati a Giuseppe 
Gomez, gia stabilito in Livorno da dieci anni. Da lui Leonetto li 
aveva conosciuti, e simpatizzando molto col generale Pepe, 4 nel- 
Tmverno del 1843 lo condusse a passare due mesi a caccia nella sua 
tenuta in Maremma. Otto anni dopo, ritrovandolo capitano gene- 
rale all'Avana, e facile capire come il generale fosse lieto di ricam- 
biargli le gentilezze avute quando era emigrate. Lo accolse con tutti 
gli onori, e per due giorni non furono die pranzi e feste. 

II resto del viaggio fino a Chagres fu una deliziosa passeggiata, 
tanto piu che durante la traversata Leonetto aveva fatto diverse 
conoscenze. 

Fra queste vi era una ricchissima famiglia americana, composta 
dei genitori e di un'unica figlia di venti anni, bellissima di viso, 
ma somigliante per le forme ad una corpulenta baccante di Rubens. 
Era istruitissima, ma essendo erede di una immensa fortuna, aveva 
avuto una pessima direzione morale; era oltremodo superba, e 
guardava dall'alto dei suoi milioni il resto del genere umano, come 
Giove guardava i miseri mortali ; e malgrado il desiderio dei geni 
tori, non aveva trovato ancora chi credesse degno di essere suo ma- 
rito, ideale che nelle lunghe conversazioni avute con tuo padre 
descriveva da capo a piedi cosi al fisico che al morale, con una li- 
berta di pensiero e di espressione che mal si addiceva a giovane 
donna. 

Venti anni fa Leonetto era sempre giovine e bell'uomo. Le cor- 
tesie usategli dal capitano Porter e piu dal Governatore, fecero 
nascere in lei il desiderio di conoscerlo piu da vicino - e qual fu 

i. Pepe Concha: I1 generale Giuseppe (Beppe) della Concha, marchese 
delTAvana (1812-1895), fu governatore di Cuba dal 1849 al 1852, dal 1854 
al 1856 e dal 1872 al 1875, ambasciatore a Parigi, ministro e presidente 
del Senato. Suo fratello primogenito, il generale Emanuele, marchese del 
Duero (1808-1874), fu ucciso alia battaglia di Muro, ove comandava Teser- 
cito opposto ai carlisti (Mordini). 2. Giuseppe Valeriano Gomez, con 
sole generale di Spagna a Genova dal 1849 al 1855, morto a Nizza nel mar- 
zo i86o (Mordini). 3. alia caduta di Maria Cristina: Maria Cristina di 
Borbone (1829-1878), moglie di Ferdinando VII re di Spagna, alia cui 
morte (1833) divenne reggente del trono per la figlia Isabella. Fu cacciata 
dal regno nel 1854. 4. II generale Pepe Concha, di cui alia nota i. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 231 

la sua sorpresa, mentre era dal Concha, di ricevere dalla bella Giu- 
none un biglietto, nel quale lo invitava a passare tre mesi in campa- 
gna con lei! Capi finalmente trattarsi di una commedia che spesso 
finisce con un matrimonio o con delle bastonate, come nelle nozze 
di Pulcinella. Chiese consigHo al generale, e questo gli rispose laco- 
nicamente: Mejor es que Usted vaya a ahogarse. 1 

Segui il consiglio. - Dodici anni dopo, andando da Le Havre 
a Nuova York, vide nel vapore una donna enorme che sembrava 
avere sessant'anni. Gli parve di riconoscerla, ma non riusciva a ri- 
cordarsi chi fosse, e le informazioni poco lusinghiere avute sul 
suo conto non gli diedero nessuna indicazione in proposito, 

Diversi giorni dopo si accorse che quella foca terrestre lo guar- 
dava fisso. Si senti venir freddo, e in un lampo riconobbe la gio- 
vine americana che aveva conosciuta sul Georgia. Lei gli si awi- 
cino e con molta sfrontatezza gli disse : Non siete voi un italiano 
che ho conosciuto molti anni fa andando all'Avana? 

Si - ed ora riconosco voi pure. 

Con un crescendo di sfrontatezza gli prese le mani e stringendo- 
gliele forte esclamo : Oh! mon cher ami, que je suis heureuse de 
vous rencontrer! Quel malheur que vous nous ayez quittes a la 
Havane! 

E si mise a piangere. Leonetto le chiese le nuove dei suoi geni- 
tori. Ils-sont morts a temps. - Mais je vous raconterai mon hi- 
stoire a terre - ici il y a trop de monde. A quel hotel descendez- 
vous? 

Au New York hotel. 

C'est bien, j'y descendrai aussi. Oh! mon cher ami, que je suis 
heureuse de vous avoir rencontre! C'est peut-etre la Providence qui 
vous a dirige vers moi! 

Leonetto non capiva nulla a quelle tenerezze. Ma la sua fisono- 
mia di donna consunta dal vizio, la sua esaltazione, e le informa 
zioni avute gli davano un senso di ribrezzo. 

Arrivati a Nuova York venne come al solito a prenderlo a bordo 
Pamico Pastacaldi, che accortosi della conoscenza, gli disse: 
Ma che conosci quel demonio? 

Leonetto gli racconto tutto, e gli chiese informazioni. E il Pasta 
caldi rispose : La voce pubblica 1'accusa di avere assassinato tre 
mariti. Per il primo a forza di denaro la cosa fu abbuiata all' Avana. 
i . meglio che Lei vada ad affogarsi. 



232 LEONETTO CIPRIANI 

Per il secondo fu processata, ma assolta per mancanza di prove. 
II terzo marito e sparito e non si e mai potuto sapere quel che ne sia 
stato. E quel che e peggio, e anche sospettata d'infanticidio. Era 
poi ricchissima, ed ora e ridotta a vivere di stoccate. Dammi retta, 
vieni da me e domani parti subito per Baltimora. 

E cosi fu fatto. 

L'esperienza insegna molto, ma non insegna mai abbastanza. 
tristo il dirlo, ma e pur vero e necessario, diffidare, diffidare 
sempre di tutto e di tutti e il solo modo di difendersi da tutto e da 
tutti. 

Un altro episodio curioso successo in quel viaggio e il seguente. 
Vi erano a bordo tre signore, due di una certa eta, e una giovanis- 
sima, di quindici anni al piu con i capelli sulle spalle. Erano belle, 
distinte, e modeste - gli avresti dato la comunione senza confes- 
sione. Nessuno le conosceva. 

Una sera, dopo PAvana, mentre prendeva il fresco sul ponte, 
Leonetto se ne trovo una accanto. Le cadde il fazzoletto, glielo 
raccolse, ed essa gli disse: Merci. 

Vous parlez fran9ais ? 

Oui, Monsieur, mon pere est fran9ais. 

Vous allez en Calif ornie ? 

Oui, Monsieur. 

Et les dames qui sont avec vous aussi? 

Oui, Monsieur. Monsieur est fran9ais? 

Non, je suis italien, et je vais en Californie comme consul de 
Sardaigne. 1 

J'en suis charmee. Vous aurez pour collegues mon mari qui 
est consul de Suisse, et le mari de mon amie qui est consul de 
Prusse. 

La conoscenza era fatta. Le mogli dei collegia son colleghe, e in 
pochi giorni furono intimi, intimita pero riservata, e con tutte le 
forme del piu gran rispetto. - Seguitando il viaggio sapremo cosa 
fossero le consolesse. 



i. comme consul de Sardaigne: nel capitolo xxin delle Avventure (vol. n, 
p. 38) e narrate che per desiderio di Massimo d'Azeglio il Cipriani aveva 
accettato la nomina a console sardo in California. II decreto di nomina fu 
fatto in data 10 settembre 1850, come annota il Mordini. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 233 



DA CHAGRES A PANAMA E SAN FRANCISCO 1 

Sbarcato a Chagres, piccola citta della Repubblica di Granada 2 
airimboccatura del fiume omonimo, Leonetto ando subito a ve- 
dere quali erano i mezzi di trasporto per risalire il fiume. Non c'era 
che un cattivo vapore che doveva rimorchiare delle chiatte senza 
tende, con quanti passeggeri potevano contenere, messi su pancac- 
ce in fila, come nelle chiese, e stretti come sardine. 

Ne rimase spaventato. Torno al villaggio - e mentre stava con- 
trattando con dei mori abitanti del luogo, che gli offrivano di tra- 
sportarlo in una buona piroga ma chiedendo un prezzo esagerato, 
gli si awicino un uomo di fisonomia simpatica, evidentemente eu- 
ropeo, che sentendo il Magnani parlare italiano, esclamo : Ma 
loro sono italiani? 

Sissignore. 

Vanno in California ? 

Sissignore. 

Mi fa grazia del suo nome ? 

Sono il colonnello Cipriani, console sardo in California. 

Son piemontese anch'io. Abbia la compiacenza di venire a 
casa mia. 

La sua casa, in confronto delle misere capanne che la circonda- 
vano, era una reggia. Era un quadrato a terreno in legno, circondato 
da balconi, e in mezzo ad un gran giardino di aranci e palme, con 
un gran magazzino, una spezieria, camera e salotto decenti e 
comodi. 

L'italiano prowidenza di Chagres era il dottor Donalisio, di 
Alessandria, che cumulava in quel paese le profession! di nego- 
ziante, medico, chirurgo e speziale. In un'ora fece allestire un ec- 
cellente pranzo, con buoni vini e squisita cioccolata; e quando Leo 
netto lo prego di trovargli una buona piroga per rimontare il fiume, 
rispose come se fosse una cosa naturale : 6 tutto pronto, e domat- 
tina allo spuntar del giorno partiranno. La piroga e mia; ai quattro 
mori arrivati a Cruces dara dieci scudi a ciascuno. Ecco una lettera 

i. Ed. cit., vol. n, cap. xxvii, pp. 65-71. 2. Repubblica di Granada: No 
va Granada, o Repubblica di Colombia. La citta di Chagres, o Chargres, 
alVimboccatura del fiume omonimo, dal 1 903 entro a far parte della Repub 
blica di Panama. Questa parte del viaggio del Cipriani si svolge nella zona 
dove fu poi aperto il canale di Panama. 



234 LEONETTO CIPRIANI 

per il mio corrispondente di Cruces, che le dara le mule per prose- 
guire fino a Panama. II prezzo e fissato dieci scudi Tuna. A Pa 
nama e probabile che non si fermino, ma nel caso eccole un'altra 
lettera per il padrone della locanda La Pace. 6 piemontese, amico 
mio, e fara per lei tutto quello che le puo occorrere. 

Fra gl'incarichi dati a Leonetto dal governo piemontese vi era 
quello di nominare prowisoriamente degli agenti consolari ove lo 
avesse creduto utile agl'interessi nazionali. Essendovi gia alcuni 
italiani a Chagres, e piu a Panama e nei dintorni, la prima nomina 
fu quella del Donalisio, che in seguito fu promosso al grado di con 
sole generale, e decorato. 

La mattina dopo si misero in viaggio, inalberando alia poppa 
della grande e comoda piroga la bandiera italiana, la prima che sven- 
tolasse sulPistmo di Panama. 

Erano sedici anni che Leonetto mancava dalP America, e quan- 
tunque avesse sempre presente la prodigiosa vegetazione del tro- 
pico, le sponde del flume e il canto e la varieta degli uccelli lo en- 
tusiasmarono, rammentandogli gli anni felici della prima gioventu 
passata alle Antille. 1 

La processione delle chiatte con un migliaio e piu di passeggeri 
era partita la sera innanzi, ma le acque essendo basse in quella sta- 
gione, ora il rimorchiatore, ora una delle chiatte che serpeggiando 
lo seguivano, faceva fondo, dimodoche tutta la notte e il giorno dopo 
fu un battagliare continue andando avanti a spinte. Questo fece si 
che verso le due pomeridiane Leonetto incontro quelPinfelice con- 
voglio arenato, con tutti i passeggeri sbarcati, per permettere alia 
flottiglia alleggerita di passare le secche, mentre la bella piroga 
bene armata e ben diretta risaliva facilmente il flume. Leonetto 
che capiva come il confronto doveva irritare quei disgraziati, ordino 
di far forza di remi per lasciarli indietro. Quando ad un tratto si 
senti chiamare: Colonel! colonel! , si volto, e vide sulla riva le 
due consolesse e la giovinetta che passava per nipote di quella di 
Prussia, che gli dissero: Si muor di fame - avete nulla da darci ? 

Approdo - le fece entrare nella piroga - e mentre divoravano, da 
un gruppo di americani di terza classe che si erano fermati a guar- 
darli, si alzo una voce che chiamava Joan, Joan! A quel nome 

i. gli anni . . . Antille: il Cipriani, nel suo primo viaggio in America, dal 
1831 al 1834, era stato nelle Antille, dove, a Trinita, il padre aveva forti 
interessi commercial!. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 235 

Leonetto vide la consolessa di Prussia che alzava la testa, ma un 
feroce sguardo di quella di Svizzera gliela fece subito abbassare. 

L'americano continue a chiamare Joan, Joan ! e poiche nessu- 
no rispondeva, prese una manata di ghiaia e la scagH6 sulla piroga. 

L'insulto era grave e intollerabile per tutti; ma quello che phi 
feri Tamor proprio di Leonetto fu Pinsulto alia bandiera. Aveva un 
fucile sotto la mano, si alzo, lo imbraccio ma la consolessa sviz- 
zera, pronta quanto lui, con un rovescio di sotto, alzo le canne e il 
colpo parti in aria. 

Leonetto ordino subito ai marinai di far forza di remi per arri- 
vare alPaltra sponda, prevedendo un assalto di quei cannibali. 
Ma invece per fortuna prevalse la ragione, e i compagni presero 
a pugni Timprudente che aveva lanciato la ghiaia, gridando : 
briaco - scusate, scusate! 

In quelPepoca Leonetto conosceva poco il carattere americano; 
ma dopo la lunga esperienza acquistata in quindici anni di rapporti 
avuticonloro, diceva: Se fossi stato per essi uno sconosciuto, sarei 
stato massacrato, avessi avuto pure mille ragioni. Cio che mi salvo 
furono i precedent! - il capitano Porter 1 e il capitano generale di 
Cuba. 2 

Riportate le tre signore sulla sponda destra, seguito ii suo viaggio. 
Non essendo possibile navigare la notte in quel flume a causa degli 
scogli e dei rapidi, scelse un bel sito deserto, ove fu piantato il bi- 
vacco, e fatta un'eccellente cena colle prowiste avute dal Donalisio. 

Dopo cena Leonetto chiamo in disparte Giorgio Magnani. fe 
necessario dir tutto in una volta cosa fosse quest'individuo, e come 
si conducesse durante il viaggio, anticipando, per lui soltanto, il se 
guito per non parlarne piu. 

Ricchissimo, e col padre morto poco dopo la sua nascita, era 
stato educato dalla madre, che debole ed imbevuta della falsa mas- 
sima che la ricchezza e tutto in questo mondo, ne aveva fatto un 
asino, orgoglioso, insolente, crudele con i sottoposti e per conse- 
guenza vile con quelli che la sua baldanza non intimidiva. Come mai 
Leonetto si fosse appiccicato un essere cosi disprezzabile, e stato 
detto 3 - ma fu soltanto durante il viaggio che ebbe la certezza di 
quel che fosse realmente. 

Passando sopra alle stravaganze ed alia vita scandalosa di lui a 

i. il capitano Porter: vedi p. 229. 2. il capitano . . . Cuba: cioe, Pepe Con 
cha; vedi la nota i a p. 230. 3. come . . . stato detto: vedi la nota a p. 229. 



236 LEONETTO CIPRIANI 

Parigi, a Londra ed a Nuova York, vi era sul Georgia fra i passeg- 
geri un giovine inglese, giocatore, scialacquatore, briacone, che 
si era fatto scacciare da tutti i collegi e dalla marina per i suoi 
cattivi istinti e le sue perverse abitudini. II padre come ultimo tenta 
tive gli faceva fare un viaggio di diversi anni, accompagnato da un 
vecchio precettore. Avevano visitato tutti gli Stati Uniti e si erano 
incontrati sul Georgia per recarsi nelle repubbliche del Sud. La 
mala erba fa presto amicizia. Giorgio ed il giovine inglese si annu- 
sarono, e furono presto intimi, passando il loro tempo a bere ed a 
giuocare. Leonetto trovando diverse volte il Magnani briaco, lo 
ammoni prima dolcemente e poi sever amente, minacciandolo di 
scrivere in Italia la sua vergognosa condotta, sola minaccia che 
faceva su di lui un qualche effetto. 

Una sera il vecchio precettore, col quale tuo padre passava vo- 
lentieri qualche momento, perche era un uomo distinto ed istruito, 
gli disser II Magnani mi ha incaricato dirvi che non intende 
star piu con voi, e vi manda questa lettera perche gli restituiate le 
sue lettere di credito ed il suo passaporto. Arrivati a Panama, con- 
tinuera il viaggio con noi. 

Leonetto freddamente rispose : Voi siete il mentore pagato del 
vostro allievo - io lo sono volontario del giovine Magnani. - Che 
cosa direste se fossi stato incaricato dal primo di dire a voi quello 
che voi dite a me ? 

Un francese, un italiano, uno spagnuolo, si sarebbero ofTesi di 
questa lezione severa, benche data con termini cortesi, e probabil- 
mente gli avrebbero risposto senza riflettere. Ma gli anglosassoni 
hanno sulla razza latina la gran superiorita del sangue freddo e della 
riflessione. II vecchio inglese abbasso la testa, stette un poco a pen- 
sare, e disse come parlando a se stesso: I am stupid! E poi, 
rivolgendosi a Leonetto in cattivo francese : Je vo demande par 
don -je etre stupide-vo avoir raison! 1 

Leonetto ando in cerca del Magnani. Lo trovo nella cabina del- 
Pinglese che giocavano a carte accanto ad una bottiglia di rum 
ammezzata. 

Con un to no da intimidire ben altri che quel pecorone, gli chiese : 
Sei tu che hai scritto questa lettera ? 

Si - gua - scusa - credevo . . . 

i. La frase rispecchia le sgrammaticature di uno straniero. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 237 

Vieni subito nella nostra cabina. 

O se volessi star qui? 

Per risposta lo prese per un braccio, gli fece fare mezzo giro e con 
una manata se lo spinse innanzi. Intanto Tinglese, ben lontano dal 
prendere le sue parti, vedutolo cosi disfatto, dette in una gran ri- 
sata, e duro a ridere finche lo vide fra gli artigli di Leonetto. 

Arrivati nella cabina, lo mando con una spinta sul sofa, e la chiuse 
a chiave. Informo poi di tutto il capitano, che approvo, e disse: 
Se fa il cattivo, minacciatelo di metterlo ai ferri. Intanto pre- 
verro i camerieri che non entrino a far la cabina senza avvisarvi. 

Per due giorni stette zitto e cheto. Ma la sera, mentre Leonetto 
era a pranzo, fu awertito che urlava e cercava di sfondare la porta. 

Ando, apri, ed ordino al cameriere: Andate dal capitano, e di- 
tegli da parte mia che mandi il custode della prigione per mettere 
ai ferri il signore. 

Impallidire - buttarsi in ginocchio - e stringer e le gambe di 
Leonetto chiedendogli scusa, fu tutt'uno. E Leonetto, che non vo- 
leva dawero essere con lui rigoroso e crudele, gli disse, come si dice 
ai ragazzi: Se sarai buono io saro buono con te. - Alzati, vestiti 
e vieni a pranzo. Ma rammentatelo bene - guai se mi fai la se- 
conda. 

La lezione fece il suo effetto, e per diversi giorni non diede piu 
motivo a lagnanze, occupandosi anche con zelo, allo sbarco a Cha- 
gres, delle molte cosarelle che in viaggio bisogna far da se. 

Rimontando il flume, tuo padre cercava di svegliare la sua intelli- 
genza e la sua immaginazione facendogli ammirare la vegetazione, 
insegnandogli i nomi delle piante e degli uccelli, e raccontandogli 
i suoi primi viaggi ed il profitto ricavatone. Ascoltava, ma si vedeva 
bene che era fiato sprecato.- Intelligenza apatica, e d'istinti bestiali, 
non sentiva e non sapeva altro che quello che solleticava material- 
mente il suo corpaccio. 

Al momento in cui fu lanciato il pugno di ghiaia sulla piroga, 
vi erano a poppa tre fucili carichi, e mentre tuo padre dava di mano 
ad uno ed il servitore faceva altrettanto, sapete cosa faceva il Ma- 
gnani? Si sdraio lungo disteso sulla piroga, e quando si alzo, lui 
sempre rubicondo, era pallido come un morto. E la signora sviz- 
zera che aveva la lingua lunga, esclamo : Voila un defenseur de la 
patrie! 

Leonetto non disse nulla, ma ne rimase stomacato, e si riservo 



238 LEONETTO CIPRIANI 

di farglielo sentire in un altro momenta. II momenta era arrivato - 
e nel silenzio della notte in quel sito deserto gli disse : A bordo 
della Georgia hai voluto fare il gradasso credendo trovare appoggio 
in uno straniero. Sulla piroga hai provato che sei un vigliacco. 
Ne convieni? 

Si, ne convengo - ho avuto paura. Sono un porcone. 

Per il resto del viaggio sino a San Francisco non ci fu nulla da 
dire. Ma dopo pochi giorni dalParrivo, poiche spendeva piu di 
quello che poteva, e tuo padre, come doveva, lo teneva a corto di 
denari, fini col mettersi sotto la protezione - ve lo do a indovinare 
in mille - del console austriaco! - E tuo padre, stanco di avere in- 
torno a se uno che non aveva ombra di onore ne di pudore, lo ab- 
bandono alia malora e non lo vide piu. 

Passata una fresca notte al bivacco, partirono la mattina e verso 
mezzogiorno arrivarono a Cruces. Ripartirono subito a cavallo per 
Panama, viaggiando tutta la notte, e vi giunsero all'alba, scendendo 
alia locanda indicata dal Donalisio. 

II giorno dopo arrivarono i primi passeggeri, e loro pure scesero 
alia locanda aspettando gli altri ed il convoglio dei bagagli e delle 
mercanzie che non potevano esservi prima deirindomani. 

Nelle ore calde, mentre Leonetto stava facendo la siesta, senti 
delle grandi risate nella stanza accanto. Annoiato si alzo, ed awi- 
cinandosi alia porta chiusa che metteva in comunicazione le due 
camere, conobbe le voci delle consolesse, e grida ed espressioni 
tutt' altro che di consolesse. 

Mise Pocchio ai buco della chiave e vide le tre, scapigliate e nude 
come pesci sullo stesso letto, che correvano una dietro 1'altra a 
quattro zampe, ridendo e bestemmiando come usseri briachi. Capi 
allora tutto. - Le consolesse erano due famose cortigiane di Nuova 
York, che andavano a portare in California Telemento che piu vi 
mancava. 

II resto del viaggio fu piacevolissimo, grazie alia raccomanda- 
zione del Porter per il capitano del Golden Gate, che era uno dei 
rari americani che possano chiamarsi gentiluomini. 

Arrivati a San Francisco, era gia notte quando scesero a terra, 
ed il capitano consiglio Leonetto a pernottare sul vapore. Ma la gran 
curiosita di vedere la citta lo invoglio a far prima una passeggiata 
accompagnato da una guida. 

Passando davanti a una trattoria, che aveva fra le altre cose molta 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 239 

selvaggina del paese, tra cui cervo e orso, furono tentati di festeg- 
giare il felice arrive con delle costolette d'orso. 

Entrarono - era un gran salone con piu di cento tavolini - 
presero posto (erano quattro: Leonetto, Magnani, la guida e il 
servo). 

II filetto d'orso al Madera era squisito - i fagiani dell' Oregon 1 
deliziosi - i vini di Francia e una bottiglia di champagne prelibati. 
II conto - sessanta dollari! 

Leonetto pago. Ma Dio sa le riflessioni che fece tornando a bordo 
- e nella notte svoltolandosi nel duro letto pensava ai sessanta 
scudi, e almanaccava sul modo di vivere in quella voragine senza 
rovinarsi in otto giorni. 

L'ARRIVO A SAN FRANCISCO 
LA CALIFORNIA 2 

La mattina dopo Leonetto ando in giro per la citta cercando una 
locanda ove potesse stare al coperto e mangiare con spesa relativa- 
mente sopportabile. 

Nelle locande americane 1'alloggio col vitto costava trenta scudi 
al giorno, e quindici per il servo. Fuggi come da un appestato, e si 
fece condurre ad una locanda italiana, indicatagli dal cocchiere, 
tenuta da un certo Martin di origine genovese. 

II proverbio dice che un genovese e un ebreo con dieci pelli di 
giudeo. Ma, rifletteva Leonetto, annunziandomi come il console 
generale di Sardegna, il Martin ci pensera bene prima di scorticar- 
mi, perche potrebbe temere di cadere un giorno nelle mie mani e 
che io gli facessi altrettanto - e del resto potra anche credermi ge 
novese, e i lupi non si mangiano fra di loro . 

Per6 Leonetto confessava poi che in tutti i rapporti avuti in 
California con genovesi, questi dal primo fino all'ultimo diedero 
la piu solenne smentita alia rapacita che si attribuisce loro. II 
Martin poi gli diede buone camere e li tratt6 splendidamente alia 
trattoria della locanda per un prezzo relativamente minimo, venti 
scudi al giorno per loro tre, tutto compreso. 

II giorno dopo port6 una lettera di raccomandazione del barone 

i. II paese delTOregott, confinante con la California, gia dal 1819 possesso 
degli American!, divenne nel 1859 uno dei territori che compongono gli 
Stati Uniti. 2. Ed. cit., vol. II, cap. xxvm, pp. 73-7. 



240 LEONETTO CIPRIANI 

Brenier 1 al signer Dillon, console di Francia, e ne fu accolto con 
graridissima cordialita. Tomato alia locanda, trovo ad aspettarlo 
il signor Gover, console generale d'Austria, e i signori Nicola 
Lauro ed Ottavio Cipriani. 

II Gover gli si presento non tanto come collega quanto come in- 
glese nato a Livorno, intimo dei Bartolommei e conoscente vita e 
miracoli di tuo padre. Gli amici degli amici sono amici. Come tale 
Leonetto gli strinse la mano, ma come console non mise mai piede 
in casa sua, ragione per cui non si videro piu. 

Nicola Lauro era il piu ricco negoziante italiano della citta - 
uomo alia buona, ma franco e tutto cuore. Ottavio Cipriani era il 
figlio unico del primogenito di Francesco Cipriani, fratello del pa 
dre di Leonetto. Entrambi sono stati nello stesso tempo la prowi- 
denza e la causa della cattiva fortuna di tuo padre in California. 
Non vi furono cortesie e cordialita che non gli prodigassero ; ma 
d'altra parte, e pensando far bene, lo dissuasero dal suo progetto di 
comprar terreni a scopo di speculazione, impedendogli cosi di ac- 
cumulare in pochi anni un'immensa fortuna. 

La California fu scoperta nel 1542 dal portoghese Cabrillo, che 
ne prese possesso per la Spagna. Fu. per molto tempo un possesso 
nominale, perche, lontana dalle altre colonie spagnuole, non of- 
friva nessun profitto alia madre patria, e percio, a differenza del 
resto del continente americano, le numerose tribu indiane che Tabi- 
tavano continuarono a vivere felici lontane dalla civilizzazione spa- 
gnuola, che per i loro consimili si convertiva in distruzione efret- 
tiva. Erano d'indole pacifica e vivevano tra loro in buona armonia, 
essendovi spazio, e caccia e pesca sufficient! per tutti. 

Ma appunto la sua lontananza la fece scegliere come luogo di re- 
legazione per i condannati militari. Questi, aumentati di numero, 
ed accasatisi colle indiane, in un periodo di cinquant'anni forma- 
rono quella popolazione che oggi si chiama indigena, e che gli 
American! hanno dovuto combattere per impossessarsi del paese. 

La Spagna, vedendo cosi sorgere un principio di colonia, fondo 
sulla costa le stazioni di San Francisco, Monterey e San Diego, la 
seconda delle quali ebbe il titolo di capitale e fu sede di un gover- 
natore e di una piccola guarnigione. 

i. I1 barone Anatolio Brenier (1807-1885), console di Francia a Livorno.. 
poi direttore della contabilita al ministero degli esteri, e dal 1855 al 1860 
ministro a Napoli (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 241 

Dopo averla organizzata politicamente, la Spagna vi mando, 
come nelle altre sue colonie nascenti, dei missionari francescani 
per civilizzare gP Indian! e convertirli alia fede di Cristo. Al prin- 
cipio del XVIII secolo i missionari, con perseveranza ed abnega- 
zione grandissime, avevano fondato dodici centri nelle posizioni 
piu belle del paese, e, cosa meravigliosa, col solo aiuto degl'In- 
diani avevano fabbricato chiese capaci di duemila persone e vasti 
edifizi, dei quali alcuni esistono ancora ed altri abbandonati sono 
mucchi di rovine. 

Ma sembra ormai un fatto provato che le razze selvagge deperi- 
scono al contatto della civilta. In meno di un secolo spari la meta 
degPIndiani della California, malgrado che in quel paese, a diffe- 
renza degli altri, gli Europei non facessero nulla per distruggerlL 

I primi missionari facevano ascendere la popolazione indiana dal 
mare alle Montagne Nevose e dal Rio Colorado al Sacramento 1 
a 200.000 abitanti, che nel 1848 eran ridotti a non piu di 20.000, 
E se si pensa che quest' enorme diminuzione awenne senza guerre 
n6 tra loro ne cogli Europei, senza epidemic e senza contagi, e 
pur forza convenire che la sola civilta, o per meglio dire Pabban- 
dono della vita nomade, fu la causa della loro distruzione. Essi poi 
non contribuirono airincremento della colonia che con Pincrocio 
delle loro donne cogli Europei, e solo poche famiglie di sangue puro 
indiano si dettero alPagricoltura o, per essere piu esatti, alia pasto- 
rizia. 

Come e facile capire, la proprieta del suolo era della madrepa- 
tria, rappresentata dal vicere del Messico, GPIndiani non ne ave 
vano che 1'uso, e venivano respinti da un luogo alFaltro a misura 
dell'avanzarsi degli Europei. A questi la concessione dei terreni 
veniva data dal vicere, in misura non maggiore di dodici leghe qua 
drate, e in seguito a domande trasmesse dal governatore e che non 
venivano mai rigettate, cosicche nel 1848 le piu belle valli apparte- 
nevano a Calif orniani, che vi facevano pascolare del bestiame allo 
stato semiselvaggio, come nelle maremme toscane e romane. 

La California subi essa pure le conseguenze della gran rivolu- 
zione delle colonie spagnuole, e rimase unita alia repubblica mes- 
sicana, della quale formava Testremita settentrionale fino al flume 
Oregon. Nel 1848 poi gli Stati Uniti vittoriosi ottennero dal Mes- 

i. Sacramento: e il fiume della California che sbocca nella baia di San 
Francisco. 

16 



242 LEONETTO CIPRIANI 

sico la sua cessione, dal Rio Colorado fino ai possess! inglesi della 
Colombia, e dal mare alle Montagne Rocciose. 

In realta quella cessione non aveva allora nessuna importanza 
politica od economica, non essendo il paese popolato che da poche 
tribu indiane e non producendo nulla che potesse alimentare il 
commercio americano. Ma ne aveva un'immensa per 1'awenire, 
estendendo i confini degli Stati Uniti dall'Atlantico al Pacifico. 

Fra gli Europei che gli Americani trovarono in California ve ne 
erano alcuni venuti in quel lontano paese per passione di awen- 
ture. Uno di questi . . .* che aveva servito come capitano nella guar- 
dia svizzera in Francia ed era emigrato in America dopo la caduta 
di Carlo X, 2 da Nuova York traversando tutto il continente arrive 
nel 1842 sulla sponda del Sacramento, dove ottenne una conces- 
sione, e si stabili defmitivamente sposando un'indiana. Uomo che 
sapeva fare un po' di tutto, in pochi anni, coadiuvato dagPIndiani 
che aveva saputo affezionarsi, riusci a mettere insieme tutti i co- 
modi della vita e ad esercitare diverse Industrie fino allora cola 
sconosciute. 

Fra queste, impianto una segheria con motore idraulico per se- 
gare il legno, messo in azione dall'acqua presa ad un vicino af- 
fluente del Sacramento. Pochi giorni dopo, essendo il canale ripieno 
di terra e ghiaia trasportata dalla corrente, lo svizzero incarico 
degl'Indiani di ripulirlo e vide che si mostravano dei pezzi di me- 
tallo color giallo lucente senza sapere che cosa fossero. 

II capitano riconobbe immediatamente il prezioso metallo - eran 
pezzi di oro. Ne fece raccogliere quanto ne pote trovare e scese im 
mediatamente il fiume fino a San Francisco, dove si trovavano gia 
alcuni Americani, che, saputa la gran notizia, si affrettarono ad 
abbandonare la nascente citta per correre in cerca dell'oro. 

Le comunicazioni cogli Stati deH'Atlantico essendo lente e dif- 
ficili, occorrendo allora quattro mesi per la via di terra e forse piu 
per quella di mare, la notizia ufficiale e i primi pezzi d'oro non 
arrivarono che al principio del 1848. II governo federale mando 
allora immediatamente truppe per terra ed una squadra per mare 
a prendere possesso materiale dei territori ceduti dal Messico. 
Nello stesso tempo la febbre aurifera essendo scoppiata come con- 

i. Uno di questi . . . : II nome e rimasto in bianco nel manoscritto (Mor- 
dini). 2. II re Carlo X, conte di Artois, era stato deposto nel 1830; 
vedi la nota i a p. 152. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 243 

tagio, migliaia di emigranti partirono dagli Stati Uniti, dagli altri 
stati di America e poco dopo dall'Europa per la California. 

Alcuni giorni dopo Leonetto, la Distruzione arrivo a San Fran 
cisco. Essendo aumentata di quattro persone la famiglia, 1 non era 
piu possibile stare alia locanda ; ed affittarono una casetta di legno 
smobiliata, dove dormivano sui materassi di bordo facendosi la 
cucina da se". 

Intanto fu sbarcato il carico e trasportato sul lotto di terreno 
comprato. Cio fatto, vi montarono le loro tende, e vi si stabilirono 
cominciando la montatura della casa. 2 

II salario giornaliero dei muratori essendo di venti scudi, dei 
legnaiuoli quindici e dei braccianti dieci, bisogno rassegnarsi a far 
tutto da se. - E cosi Leonetto, il Garbi, il Del Grande, Crespino 
Bizzarri colla moglie e Gosto, alzati all'alba, lavoravano fmo alia 
notte, lavoro faticoso ed al quale nessuno di loro era abituato. 
Finalmente agli ultimi di giugno 1852 la casa era montata, mobiliata 
ed abitata. 

ESCURSIONI NELL'INTERNO DELLA CALIFORNIA3 

Dove e or a la citta di San Francisco, non vi erano nel 1848 che 
due povere case e poche capanne d'indiani, trovandosi la missione 
che porta quel nome a tre miglia nell'interno. Dopo la scoperta del- 
1'oro, San Francisco fu subito costituito in municipio secondo I'uso 
americano, ma da principio il suo sviluppo non fu grande, perch6 
Foro trovandosi da cento a trecento miglia nelFinterno e vicino a 
fiumi navigabili, gli American! piu pratici, e Dio sa se lo sono in 

i. la Distruzione . . .famiglia: Giuseppe del Grande, Alessandro Garbi e il 
servo Crespino Bizzarri con la moglie, che accompagnarono il Cipriani in 
questa spedizione in America, erano partiti prima, verso la fine di maggio 
del 1851, con il bastimento la Distruzione, mentre il Cipriani, il Magnani 
e 1'altro servo Gosto si imbarcarono sul vapore Arago a Le Havre, il 19 no- 
vembre 1851, come gi abbiamo detto (vedi la nota zap. 223). Era sta- 
bilito che i due gruppi si incontrassero a San Francisco. Giuseppe Pieral- 
lini del Grande, che era stato nel 1849 tenente dei veliti, mori nel 1861 
nelT Africa occidental Alessandro Garbi, nato a Firenze Fix marzo 
del 1828, combatte come volontario nel 1848, si distinse come urBciale 
dell'esercito piemontese nelle campagne del 1860-61 e del 1866. Collocato 
a riposo nel 1871 col grado di maggiore, mori a Firenze il 5 febbraio 1902. 
Le notizie sul Pierallini e sul Garbi sono date dal Mordini nelle note a 
p. 39 del volume il delle Avventure. 2. la montatura della casa: vedi la 
nota 2 a p. 227. 3. Ed. cit., vol. II, cap. xxrx, pp. 79-87- 



244 LEONETTO CIPRIANI 

modo meraviglioso, si lasciarono ingannare dai precedent! degli 
stati dell'Atlantico, dove le grandi citta commerciali son poste sui 
fiumi e non sulla costa; e perche per un anno e piu coloro che arri- 
vavano a San Francisco si affrettavano a partire per Tinterno, te- 
mendo di non arrivare in tempo a prendere parte all'aurea raccolta. 
Anche gli equipaggi disertavano, e nel 1850 vi erano nella baia piu 
di mille bastimenti abbandonati. 

Ma a poco a poco la citta comincio a popolarsi; e a misura che 
venivano fabbricati case ed edifizi pubblici, cresceva il valore dei 
terreni del centre, che in breve tempo centuplicarono parecchie 
volte il loro valore. Ma alia periferia i terreni continuavano ad 
avere un prezzo insignificante, perche nessuno credeva nel prodi- 
gioso incremento che ebbe in seguito la citta. D'altra parte vi erano 
stati dei forti alti e bassi sui terreni, che avevano rovinato molti 
speculator!. 

Nicola Lauro ed Ottavio Cipriani, 1 che da due anni esercita- 
vano il commercio a San Francisco, erano rimasti anche loro scot- 
tati da quel genere di speculazione, e percio, quando Leonetto fece 
loro noto che lo scopo del suo viaggio era appunto quello di com- 
prar terreni, tanto fecero e tante gliene dissero che riuscirono a 
dissuaderlo. Cosi egli non compro che un solo lotto per piantarvi 
la sua casa, pagandolo mille scudi. 

Leonetto penso allora di comprare vicino alia citta delle vaste 
estensioni di terreno a scopo agricolo. Ma non ci riusci, non avendo 
potuto mettersi d'accordo coi proprietari per il prezzo; e fu un 
vero peccato, perche una tenuta, per la quale non voleva dare che 
8.000 scudi invece di 12.000, fu venduta quindici anni dopo 
200.000 scudi; e un'altra, per la quale ne chiedevano 16.000, fu 
venduta dieci anni dopo 300.000 scudi! 

Falliti questi tentativi, Leonetto penso di fame altri nell'in- 
terno, ed una sera parti a cavallo per visitare il rancho del Gabilan, 
sopra un altipiano della sierra di California, accompagnato da un 
indiano che il proprietario della tenuta gli aveva dato per guida. 
Viaggiarono tutta la notte per monti e per piani, e la mattina tuo 
padre, vedendo che 1'indiano non parlava di fermarsi, gli domando 
dove intendeva far colazione. 

Aqui cerquito 2 rispose. 

1. Nicola Lauro ed Ottavio Cipriani: vedi il brano precedente a p. 240. 

2. ftQui intorno, qui vicino. 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 245 

II cerquito era cosi cerquito che solo verso mezzogiorno ar- 
rivarono in una bella valle piena di bestiame con una casuccia 
sulla quale fumava un cammino. Era un altro rancho del mede- 
simo proprietario, e appunto in quel giorno vi era rodeo e gran 
baldoria. 

Per rassicurare i viandanti affamati, erano stati appesi agli al- 
beri quarti di bove e di cervo. Di pane e di vino non se ne discor- 
reva. Ognuno sceglieva Tanimale che preferiva, ne toglieva il pezzo 
che piu gli piaceva, lo infilava in una bacchetta di legno, lo ar- 
rostiva sulla brace dei fuochi accesi qua e la e lo divorava anco- 
ra sanguinante. Tuo padre fece come gli altri, e divoro anche lui 
quelle carni sanguinanti che non facevano sentire il bisogno di 
dissetarsi. 

Dopo quel pasto di cannibali, gl'indiani e gli altri intervenuti - 
eran piu di cento - si misero a far delle corse a cavallo e a giostrare 
fra di loro, finche arrive la notte. Ognuno si awolse nella sua co- 
perta e si sdraio per terra. Leonetto, stanco da diciotto ore di ca 
vallo e una nottata persa, dormi saporitamente dalle sette di sera 
alle otto di mattina. 

Dopo una copiosa colazione fatta colla solita carne, Tindiano 
and6 alia macelleria, affetto come salsicce un trenta libbre di carne, 
I'amrnatasso e la lego dietro la sella del cavallo. Era la prowista per 
due giorni, pel caso difficile che non si trovasse selvaggina. 

La sera a ora molto tarda giunsero in una gran valle, e Pindiano 
esclamo : Siamo arrivati. E cosi dicendo scese, impastoio i ca- 
valli, accese un gran fuoco e fece arrostire una parte delle salsicce 
che si potevan considerare gia cotte dal sole e dal sudore del ca 
vallo, e Pofrri a tuo padre, vantandone il sapore. Egli esitava - 
non era la carne mezzo cruda che lo spaventava - era il puzzo dei 
peli di cavallo che vi si erano attaccati e che erano stati arrostiti 
insieme. II suo stomaco si rivoltava, ma le budella ballavano, e dice- 
vano siarrio vuote - sicche senza rispondere ne prese un pezzo, 
chiuse gli occhi - e dopo la prima impressione fini col mangiarne 
piu delFindiano. 

Verso la mezzanotte, sul primo sonno, fu svegliato dai salti dei 
due cavalli che giravano intorno ad un fuoco, acceso non senza ra- 
gione dalFindiano. Alz6 la testa, e visto al chiaror della fiamma al- 
cune ombre che si muovevano lentamente, dette mano alia cara- 
bina, ma 1'indiano rapido come un lampo gliela levo di mano di- 



246 LEONETTO CIPRIANI 

cendo: For Dios que hace Usted? Mirelos - non son hombres - 
son osos. Dejelos pasear y duerma. 1 

Era il consiglio dell'esperienza. Quelle bestie lasciate tranquille 
non vi e mai caso che si awicinino al fuoco, ma una palla che li fe- 
risca soltanto, li rende feroci e pericolosi. 

Leonetto, nuovo in quel genere di societa, non dormi in tutta la 
notte e pote studiare a suo belPagio le loro abitudini in quelle cir- 
costanze speciali. Erano sei, quattro grossi e due piccoli, messi in 
triangolo, che tutta la notte fecero la ronda intorno al fuoco, fer- 
mandosi quando Pindiano vi gettava su della legna, finche allo spun- 
tare del giorno sparirono uno dopo Paltro nelle folte erbe. 

L'indiano allora, che aveva osservato la ripugnanza di Leonetto 
per quella sudicia carne, si alzo, prese la carabina e si allontano. 
Torno dopo poco, con un mezz'orsacchiotto sulle spalle ed un quar 
to di cervo in mano, e si mise subito a dar prova della sua abilita 
di cuoco selvaggio. 

Taglio la testa dell'orso, Pawolse con erbe ancora umide di 
guazza, la copri di cenere e la mise a cuocere con carboni ardenti 
sopra e sotto. Infilo poi il cervo in un palo ficcato obliquamente 
in terra e vi accese sotto un gran fuoco. 

Mezz'ora dopo 1'arrosto era pronto - bruciato al di fuori, ma 
delizioso al di dentro. La testa delPorso poi non solo era deliziosa 
ma era bianca come le teste di maiale che si pelano a forza di acqua 
bollente, ed aveva un odore aromatico da far venire fame a un mo- 
ribondo. 

Tutto il giorno percorsero a cavallo Paltipiano. Era uno di quei 
siti alpestri che innamorano. Abbondanza di acque perenni, un 
piccolo lago limpido come il cristallo con trote enormi, numerosis- 
simi branchi di selvaggina, lepri e pernici a migliaia, folti boschi di 
pini sulle vette, nella valle prati ove i cavalli sparivan mezzi tra 
Perba, con delle enormi quercie sparse qua e la come nei parchi di 
Europa, e da lontano la vista della sierra Nevada colle sue nevi 
eterne, ed ai suoi piedi nell'immensa pianura il flume S. Gioac- 
chino, il piu grande della California - era uno spettacolo magnifico. 
Chi avesse detto a tuo padre che in quella pianura soltanto avrebbe 
trovato col tempo la ricompensa delle sue fatiche! 2 

i. Per Dio, che fa? Guardi: non sono uomini, sono orsi. Li lasci passeg- 
giare e dorma. 2. in quella pianura . . .fatiche: I1 18 novembre 1867 
vi trov6 dell'oro (Mordini). 



AVVENTURE DELLA MIA VITA 247 

Alle due, dopo aver percorso il Gabilan in tutta la sua lunghezza 
dal nord al sud, si diressero verso Foriente per tornare al rancho, 
dove Tindiano sperava arrivare la sera stessa. Ma verso le sette il 
cavallo di Leonetto si fermo dalla stanchezza. L'indiano parti solo 
promettendo tornare quanto prima con un altro cavallo ; Leonetto 

10 aspetto fino alle dieci, poi si rimise in viaggio, finche stanco lui 
e piu di lui il cavallo, si fermo, accese due gran fuochi, divoro un 
pezzo d'orso e si addormento awolto nella sua coperta come un 
uomo a cui la societa orsina aveva impedito di dormire la notte pre 
cedence. 

Verso le due senti degli urli. Crede fosse Pindiano, ma invece vide 

11 cavallo che si difendeva a calci contro una dozzina di lupi. 

La lezione della sera innanzi doveva servirgli a qualcosa. Si 
affretto ad attivare i fuochi intorno alPalbero al cui piede era sdraia- 
to, e prese la carabina e le pistole, vi si arrampico su, e messosi a 
cavallo ad un ramo colle spalle appoggiate al tronco, pote studiare 
da quell'osservatorio la societa lupesca, come la notte prima aveva 
studiato quella orsina. I lupi occupati a lottare col cavallo, e poi a 
divorarlo, furono di una villania senza nome verso tuo padre; non 
se ne occuparono, come se non ci fosse stato. Finche ci fu carne, ri- 
masero tra loro in buona armonia, ma quando furono agli ossi, 
comincio la discordia: urlavano e si mordevano strappandosi la 
preda di bocca. Finalmente spunto il giorno, e i lupi fuggirono al- 
Papparire di alcuni rancheros che accompagnarono Leonetto al 
rancho. 

Arrivati li, e raccontato 1'awenuto, chi passo un brutto quarto 
d'ora fu il povero indiano. II maggiordomo senza tanti compli- 
menti prese un'accetta e gliela scaglio addosso, spaccandogli una 
spalla, gridando: Perro selvaje sin verguenza! 1 

Un poco lo meritava, perche non doveva lasciar solo in quella val- 
le infestata da lupi il signore che il padrone gli aveva affidato, e lo 
meritava forse piu per non essere tornato la notte stessa. Ma Leo 
netto, vedendo che il maggiordomo dopo Paccetta aveva dato di 
mano allo schioppo, intercede per lui che ne aveva avuto assai. 

II giorno dopo torno a San Juan, dove il proprietario gli chiese 
cinquemila scudi del Gabilan. Accetto, riservandosi di far esami- 
nare i titoli di proprieta dal suo awocato. Ma avendo trovato che la 

i. Cane selvaggio senza vergogna! 



248 LEONETTO CIPRIANI 

concessione era stata bensi chiesta, ma non aveva avuto la sanzione 
del vice-re del Messico, non ne fece nulla. 

Un mese dopo, una volta riposato dalle fatiche e dalle emozioni 
della prima escursione, tuo padre ne fece un'altra al nord della 
California per visitare diversi ranches che gli si offrivano a prezzi 
discreti, fra i quali il Clean Lake, distante duecento miglia da 
S. Francisco. 

Cogli amici Megas e Tintenmaker che vollero accompagnarlo, 
ando col vapore fmo a Napa, e di li si misero in viaggio a cavallo, 
con due americani pratici del paese per guide. 

La prima sera pernottarono al rancho disabitato de las putas, 1 
che aveva preso quel brutto nome da una tribu d'indiani vivente 
nei dintorni allo stato di brutale natura. La seconda, pernottarono 
alle Sorgenti calde, acque sulfuree a quaranta gradi, che hanno 
acquistato poi grande celebrita come bagni antiscrofolosi ed antireu- 
matici ; e la terza arrivarono alle sponde del lago, ove trovarono una 
buona casa abitata da un americano che faceva da dottore alle tribu 
indiane dei dintorni. 

II giorno dopo, seguendo la riva settentrionale del lago, giunsero 
in una valle cosi bella che Leonetto la battezzo valle del paradiso, 
nome rimastole in seguito e col quale e segnata sulle carte. 

Era un semicerchio posto ad oriente, nel quale si entrava da una 
stretta gola, da dove un precipitoso torrente sboccava nel lago dopo 
aver traversato la valle. Questa era un prato di una lega quadrata, 
diviso in tante parti da ruscelli, sulle sponde dei quali vegetavano 
enormi platani e lecci dai rami pendenti, come quelli dei salci pian- 
genti, e qua e la un maestoso cedro che li dominava tutti. Intorno 
vi erano piccole colline, coperte da boschetti di meravigliosi ciliegi, 
peri e meli selvatici, non piu alti di mezzo metro, ma carichi di 
frutti. Ma quello che piu stupi gli esploratori furono branchi di 
piccoli daini, somiglianti alle gazzelle africane, che senza spaventarsi 
continuavano a pascolare, guardandoli con espressione di confi- 
denza e awicinandosi loro come sogliono fare le pecore la mattina 
aH'arrivo della pastorella che le guarda. Eran tutti armati, ma a nes- 
suno venne in mente di tirare - tanto e vero che sugli uomini an- 
che crudeli (e tutti lo sono verso le bestie selvagge) predomina 
ristinto della bonta verso gli esseri simpatici ed inoffensivi. - Quella 
valle era una riserva delle tribu indiane, che venivano a prov- 
i . delle puttane. 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 249 

vedervisi di selvaggina, quando non potevano pescare nel lago a 
causa della tempesta. 

Traversando il torrente, i cavalli si rifiutarono ad un tratto di 
avanzare. Ce un orso! esclamo il dottore, ed infatti giunti sulla 
riva opposta videro a piccola distanza una dozzina di orsi, alcuni 
sui rami di un'antica quercia, altri sotto, che stavano mangiando 
le ghiande. Ognuno si affretto a sparare. Tre orsi rimasero morti, 
gli altri fuggirono. Fu quella la prima volta che tuo padre vide ai 
suoi piedi un orso colpito dalla sua carabina - era un animale 
enorme, che pesava non meno di mille libbre. 

Esplorata la valle, uscirono dal canon 1 da dove erano entrati, 
e costeggiando il lago, ad un certo punto trovarono sei piroghe 
d'indiani fatte preparare dal dottore per traversarlo. 

Leonetto nei suoi primi viaggi in America si era spesso imbar- 
cato su piroghe fatte con un grosso tronco scavato, che sono sicure 
quanto un bastimento a tre ponti. Ma queste nuove piroghe eran 
fatte con paglia awoltolata e stretta come le trecce da cappelli, 
unita a tre o quattro strati sopra un'armatura di salci simile a un 
paniere. difficile a capirsi, ma il fatto e che quelle piroghe portano 
benissimo due o tre persone. 

Fu una bella passeggiata; e la sera arrivarono alia casa del dot- 
tore, vicino alia quale erano accampate due tribu indiane intorno 
a grandi fuochi. 

La notte fu un tamburinare e uno spifferare continui. La mat- 
tina gli uomini andarono alia caccia ed alia pesca per offrire ai bian- 
chi i regali di uso, e ricevere in cambio il cento per uno. Ed intanto 
il dottore fece disporre sotto un folto ciuffo di lecci i regali destinati 
agPIndiani e consistent in tabacco, coperte, fazzoletti, chincaglie- 
rie e roba simile di poco prezzo. 

Sei corrieri a cavallo, coperti di mantelli di penne nere e bianche 
annunziarono Tarrivo delle tribu che si avanzavano coi capi alia 
testa, montati su bei cavalli e seguiti da tutti i guerrieri. Venivano 
dopo le piu belle e giovani indiane con grandi panieri in capo pieni 
di pesce, cacciagione, e frutti selvatici, e finalmente i vecchi e la 
marmaglia con uno stormo di card, amici indivisibili degPIndiani. 

Deposti in beH'ordine i regali, i capi fecero uno dopo Paltro dei 
discorsi che per Leonetto ebbero due gran meriti, di essere brevis- 
simi, e di non capirci nulla. II dottore rispose per tutti, e allora, 

i. canon: gola. 



250 LEONETTO CIPRIANI 

cosa strana, i due capi andarono da tuo padre a dargli una stretta di 
mano, saluto americano, ed a fregargli il naso colla punta del loro, 
saluto indiano. 

Fu commedia preparata, o Tessere Leonetto piu alto e di aspetto 
piu militare dei compagni, e 1'avere una gran sciarpa di seta cele 
ste alia vita, feri rimmaginazione di quei selvaggi ? II fatto si e che 
lo presero per un capo, ed a lui fecero il piu bel regalo. 

Era un'indiana giovine e bella, nuda come un pesce, ma con una 
chioma nera lucente che la copriva da capo a piedi. Gli s'inginoc- 
chio davanti, ed una vecchia che era la sacerdotessa della tribu 
le verso sul capo un vaso d'acqua - era il solenne attestato che era 
immacolata. 

Tuo padre non si aspettava tanto onore ne un simile regalo, ma 
non perse la bussola. Si levo il mantello, la copri e la fece sedere ai 
suoi piedi. 

Fu un grido universale di gioia - sembravan duemila indemoniati 
- finche i capi fecero suonare le trombe, ossia i pifferi di canna, e i 
giuochi cominciarono, mentre le vecchie facevano arrostire la sel- 
vaggina portata in regalo. Per i guerrieri a cavallo il giuoco consi- 
steva nel corrersi incontro di camera e nel cercare, incrociandosi, 
di rovesciarsi da cavallo - per tutti gli altri, balli e capriole al suono 
discordante dei loro strumenti. 

Quando Parrosto fu pronto, le vecchie cominciarono a gridare 
una parola che somigliava molto al piro piro, col quale le nostre 
massaie sogliono chiamare le galline. Tutti accorsero, e gli esplora- 
tori da una parte, gl'indiani dall'altra si misero a divorare. Quelle 
squisite carni, le trote da dieci a quindici libbre awolte in erbe aro- 
matiche ed arrostite sulla brace, che non cedevano per nulla a quanto 
di piu squisito sanno preparare i piu celebri artisti di Francia, e gli 
ottimi frutti selvatici, fecero di quello spettacoloso banchetto uno 
degli episodi che abbiano maggiormente impressionato Leonetto. 

Dopo vi fu la distribuzione dei regali per ordine gerarchico, e 
finalmente arrivo la notte, che doveva essere Tora del riposo, se 
non fossero stati quei duemila indiavolati, briachi di allegrezza, che 
non fecero che saltare e strepitare fmo alia mattina. 

Leonetto, che non sapeva cosa farsi della sua Indiana, chiese al 
dottore il modo di sbarazzarsene senza offendere la suscettibilita 
della tribu. E il dottore lo consiglio di cederla ad un indiano che 
ne era innamorato, e che avrebbe dato la vita per possederla, preve- 



AVVENTURE BELLA MIA VITA 251 

nendolo pero di versarle in sua presenza un bicchier d'acqua sulla 
testa per provargli che gliela dava immacolata come Paveva rice- 
vuta. Cosi fu fatto con gran gioia di tutti. 

La mattina dopo partirono, ed il terzo giorno erano di ritorno a 
San Francisco. 

Benche Leonetto fosse rimasto innamorato di quel rancho, non 
lo compro, per la troppa lontananza dalla citta, che non lasciava 
sperare un prossimo aumento di valore, e perche gl'Indiani erano 
un cattivo vicinato tanto come amici che come nemici. - Ma nel 
1870 raccontandomi quanto sopra, mi diceva che nel 1866, cioe 
quattordici anni dopo, nella valle del Clean Lake vi erano una pic- 
cola citta di 3000 anime, piu di trecento case coloniche, ed una 
miniera di borace che rendeva annualmente diversi milioni! 



ANTONIO GHISLANZONI 



PROFILO BIOGRAFICO 



ANTONIO GHISLANZONI nacque a Lecco il 25 novembre 1824. II 
padre, Giovanni, desideroso di awiarlo alia sua stessa professione, 
lo mando a Pavia, a studiare medicina in quella universita. Ma il 
figlio, mal disposto a tale studio, si volse ben presto alle scene, che, 
dotato di una buona voce baritonale, gli sembro quella la sua vera 
strada. A ventidue anni (1846) debutto a Lodi nella stagione car- 
nevalizia, e poco dopo passo al Carcano di Milano e nei teatri di 
Piacenza, di Codogno, di Arezzo, acquistando notevole rinomanza. 
Di idee liberali, come aveva partecipato alle Cinque giornate di 
Milano, cosi voile poi accorrere a Roma per la difesa della repub- 
blica, e vi si rec6 con una giovane arnica, guidato da uno spirito 
awenturoso che non gli faceva vedere ne ostacoli n6 difficolta. I 
Francesi, che gia assediavano Roma, lo fermarono quasi alle porte 
della citta e, liberata la sua compagna, lo chiusero prigioniero nel- 
Fisola di Santa Margherita e lo trasferirono poi in Corsica, a Bastia. 
Solo dopo quattro durissimi mesi pote riavere la liberta e recarsi, 
con il denaro offertogli da un ammiratore, in Francia, a continuarvi 
la sua attivita lirica. E gia cantava a Parigi nel Teatro italiano, 
quando la sua fortuna fu troncata dagli awenimenti politici. La 
sera del 2 dicembre 1851 egli interpretava la parte di Carlo V nel- 
VErnani allorche gia Parigi si agitava per il colpo di Stato: i tumulti 
del giorno successive provocarono la chiusura del teatro e posero 
sul lastrico anche il nostro baritono. Periodo, questo, di miseria 
e di fame, cui egli tento di reagire nel marzo del 1853 con la for- 
mazione di una propria compagnia teatrale, con la quale inizio al- 
cuni giri in provincia. Ma, ammalatosi gravemente a Nimes, anche 
quella sua debole speranza di risollevarsi si concluse in un falli- 
mento. Tra 1'altro, la sua voce se ne andava rapidamente, e tocco 
proprio a Milano di togliergli ogni speranza teatrale, con un subisso 
di fischi, al teatro Carcano, nel 1855. Tutte queste esperienze, tea- 
trali e politiche, italiane e francesi, il Ghislanzoni rievoco poi con 
brio e ironia in due suoi scritti (Memorie politiche di un baritono e 
In chiave di baritono), dove gli awenimenti infelici sono guardati 
ormai con la noncuranza di chi li ha superati e allontanati da se. 
Dato un addio alTarte teatrale, il Ghislanzoni passo, dal 1853, alia 
letteratura. Da allora fu un succedersi di romanzi, novelle, articoli, 



256 ANTONIO GHISLANZONI 

epigrammi, poesie satiriche, bizzarrie, commedie e di una cinquan- 
tina di libretti per opere liriche. Ne minore fu Pattivita giornalistica, 
che per vario tempo egli scrisse nel Secolo , il quotidiano milanese 
sorto in quegli anni, diresse la Gazzetta musicale creata da Giu- 
lio Ricordi, fondo la Rivista minima , e poi II capriccio e 
infine La posta di Caprino : questi tre ultimi, in verita, di diffu- 
sione e di vita stentatissime, Nella Milano di quegli anni il Ghislan- 
zoni ebbe certo una sua fama e i suoi scritti piacquero e si cercarono 
e ristamparono. Un suo romanzo, Gli artisti da teatro (1858), che 
univa a una trama fantasiosa un quadro assai nero delle miserie 
e degli intrighi e delle turpitudini del mondo teatrale, quasi a dis- 
suadere i giovani dal volgersi alle scene, ebbe particolare fortuna, e 
cosi i suoi Racconti, e il romanzo Abrakadabra, immaginosa storia 
dell'awenire, e soprattutto i libretti, tra i quali / Lituani musicato 
dal Ponchielli, V Aida dal Verdi, I promessi sposi dal Petrella, 
VEdmea dal Catalani. Ma forse, piu assai che i suoi scritti, la mag- 
gior parte dei quali sono giustamente dimenticati, meriterebbe una 
particolare attenzione la sua vita, che fu quella di un bohemien, 
sempre in lotta con la miseria, pronto a spendere disordinatamente 
ogni guadagno, generoso con gli amici, facile agli entusiasmi, inetto 
alia vita pratica, festoso nelle comitive, bizzarro e paradossale sem 
pre. In realta, la sua biografia, 1'ambiente in cui visse, le sue ami- 
cizie, le sue follie creano un quadro che per tanti lati anticipa e 
prepara la Scapigliatura milanese e sotto alcuni aspetti ne e gia un 
documento: e ne possono essere riprova, tra Paltro, anche la sua 
simpatia e amicizia verso Iginio Tarchetti e le lodi da lui ri volte 
a Emilio Praga e i contatti che ebbe con Arrigo Boito. Gli aneddoti, 
i particolari biografici che di lui ha lasciato Salvatore Farina, co- 
struiscono un ritratto che meriterebbe di essere completato sullo 
sfondo di un ambiente cosi caratteristico quale fu quello dei lette- 
rati e musicisti e giornalisti della Milano del tempo. 

A un tratto, pochi anni dopo il 1870, con la spensieratezza che 
gli era propria, il Ghislanzoni lascio Milano e voile ritirarsi nel 
paesello di Caprino bergamasco, convinto di potervi vivere e lavo- 
rare serenamente per i tanti musicisti che, certo, avrebbero conti- 
nuato a chiedergli libretti da musicare. Calcolo, questo, troppo in- 
genuamente roseo. A Caprino rimase solo, dimenticato a poco a 
poco da tutti, in una miseria sempre piu grave : uno squallore aggra- 
vato dalle sue malattie e dalla paralisi della moglie, e soltanto a fa- 



PROFILO BIOGRAFICO 257 

tica diradato, di quando in quando, dagli aiuti di qualche amico. 
Anche la ristampa in volumetti di antichi suoi lavori, caldeggiata 
da Salvatore Farina, non dette alcun frutto, se non la somma che 
il Farina stesso voile anticipargli sui futuri guadagni. 

II 1 6 luglio 1893 sopraggiungeva la fine. Qualche giorno prima 
aveva voluto intorno a se i fanciulli poveri del paese, per distribuire 
loro manciate di ciliege, e aveva raccomandato che anche dentro la 
sua bara vi fossero moltissimi fiori : ultime romantiche manifesta- 
zioni della sua vita. 

Tra i tanti scritti del Ghislanzoni, riproduciamo la sua breve e 
bizzarra Storia di Milano dal 1836 011848? una rievocazione estrosa 
di quel periodo, condotta per rapide linee, attraverso episodi di 
cronaca, accenni fugaci, schizzi brevissimi: Tinteresse nasce dalla 
successione, dal susseguirsi di immagini che passano mobilissime 
come in una lanterna magica e, pur slegate fra loro, creano un 
effetto d'insieme che piace. Certo, come ha osservato il Croce, non 
storia e la sua : ne, puo aggiungersi, cronaca. Ma, al di fuori di ogni 
classificazione, quelle sue pagine sembrano salvare alia vita alcuni 
coloriti frammenti di un mondo tramontato. 



Molti degli scritti del Ghislanzoni apparvero dapprima in giornali e ri- 
viste, e furono poi, almeno in parte, inseriti in varie raccolte dallo stesso 
autore. Manca una esatta ricostruzione bibliografica della sua produzione, 
della quale facciamo cenno solo per alcune opere. Gli artisti da teatro, 
pubblicati dapprima (1858) nella rivista I1 cosmorama pittorico, fu 
rono poi (1921) ristampati in volume dal Treves di Milano; Abrakadabra, 
apparso in edizione parziale, a Milano, nel 1865, fu edito integralmente 
dal Brigola, a Milano, nel 1884, e ristampato ancora dal Sonzogno, Mi 
lano 1924; Le donne brutte, romanzo-, gia apparso a Milano nel 1867, 
fu ristampato dal Sonzogno nel 1894. Nel 1878 apparve il Libro proibito, 
Milano, Tip. Ed. Lombarda, dove il Ghislanzoni raccolse gran parte dei 
suoi piu che duecento epigrammi; nel 1882 il Libro bizzarro, Milano, Bri 
gola, che raccoglie alcuni suoi racconti: tra i due libri, gli altri della stessa 
serie, Libro allegro, libra serio. La raccolta piu completa dei suoi racconti, 
scritti bizzarri ecc. e rappresentata dai sei volumetti intitolati Capricci let- 
terari, Bergamo, Stabilimento tipografico Cattaneo, 1886-1889, dove riap- 
paiono racconti ed epigrammi gia editi nelle raccolte or ora citate, e presen- 
ti, in buona parte, in altri volumi precedentemente stampati. 

Manca una accurata ed esauriente biografia del Ghislanzoni, ma sono 
ancora oggi utilissime, per notizie sulla sua vita e le sue opere, le pagine 
che M. CERMENATI ha posto come prefazione all* edizione 1924 di Abraka- 

17 



258 ANTONIO GHISLANZONI 

dabra, e quanto scrive S. FARINA, La mia giornata (dalValba al pomeriggio), 
Torino, S.T.E.N., 1910, passim, eLa mia giornata (care ombre), ivi, 1913, 
pp. 100-17. 

Per un giudizio sulla sua opera, vedi B. CROCE, La letteratura della nuova 
Italia, v, Bari, Laterza, I943 2 , pp. 113-8, e L. Russo, / narratori, Milano- 
Messina, Principato, 1951, pp. 53-4. 

Dato il carattere delle pagine del Ghislanzoni, abbiamo ridotto al mi- 
nimo indispensabile le note esplicative del testo. 



STORIA DI MILANO 

dal 1836 al I848 1 

Sotto 1'oppressura di una indigestione solennemente cattolica, io 
mi accingo ad un lavoro altrettanto grave quanto proficuo : a scri- 
vere la Storia di Milano dalFanno 1836 al 1848. Voi tosto compren- 
derete che io scrivo dietro incarico di un editore, 2 al quale preme, 
se non mi inganno, di aggiungere due nuovi volumi alle opere del 
Verri 3 e del De-Magri, 4 oggimai screditate completamente. Con- 
viene adunque, che io raccolga i pensieri a capitolo - Timpresa e 
molto arrischiata, ma io solo conosco Palta mercede che mi attende. 

Raduniamo i materiali. Io detesto gli sgobboni che fabbricano 
la Storia sui libri altrui, sulle testimonianze poco attendibili dei 
giornali e sulle postume adulazioni delle medaglie e dei marmi se- 
polcrali. - D'altronde, non Fho io veduta coi miei propri occhi la 
Storia di Milano dal 1836 al 1848 ? - Questa riflessione mi fa inca- 
nutire venti peli della barba, ma in ogni modo mi conforta e mi 
infonde lena al lavoro. 

Aduniamo le nostre reminiscenze - senza ordine - senza me- 
todo - come vengono. - Cosa era Milano dal 1836 al 1848? -O 
piuttosto: qual'era Milano? - A tale interpellanza, mi si affaccia il 
caos . . . Dodici anni mi si affollano intorno, urtandosi, sospingen- 
dosi, assordandomi 1'orecchio di grida diverse. L'immortale que- 
sturino di Siviglia non si trovo a peggior condizione della mia, al- 
lorquando sali in casa di don Bartolo per rimettervi Pordine. 5 

Se non m' inganno, fu nelPanno 1838 che S. M. Apostolica Pirn- 
peratore Ferdinando d' Austria 6 venne a Milano per farsi incoro- 
nare Re d' Italia. A quelFepoca, per ricordare Faugusto, si diceva 



i. Questo scritto comprende le pp. 87-120 del volume II dei Capricci let- 
terari delTedizione da noi seguita. 2. Voi tosto . . . editore: e evidentemente 
una finzione, che nasce da un intento ironico. 3. Pietro Verri (1728-1797) 
pubblicd il solo primo volume della sua Storia di Milano (Milano 1763), 
condotta fino al 1523; nel 1798 il canonico Anton Francesco Frisi vi 
aggiunse un secondo volume, proseguendo la narrazione fino al 1564; 
solo in seguito P opera fu continuata da Pietro Custodi (1824). 4. Allude 
alia Storia di Milano di B. Corio, edita sulPedizione principe del 1503 
ridotta a lezione moderna con prefazione, vita e note del prof. Egidio de 
Magri, Milano, Colombo, 1855-1857, voll. 3. 5. L'immortale . . . ordine: 
allude alia fine del primo atto dell' op era II barbiere di Siviglia (1816) di 
Rossini. 6. Ferdinando d y Austria: vedi la nota 5 a p. 292. 



260 ANTONIO GHISLANZONI 

generalmente : il nostro imperatore , taluni, piu ingenui: il no- 
stro buon imperatore ; - molti nobili lombardi si recavano ad onore 
di vestire la divisa di ufRziali tedeschi . . . C'erano, all'entrata di 
S. M., delle guardie italiane sfolgoranti d'oro e di perle; . . . una 
meraviglia di splendore, di pompa, di beatitudine generale. Non ri- 
cordo se il cholera ci abbia fatto la sua prima visita, innanzi, o dopo 
rincoronazione di Ferdinando. II perfido morbo si die a cono- 
scere verso quell'epoca, 1 ed anche allora si rinnovarono scene atroci 
e balorde, non molto dissimili da quelle che il Manzoni descrisse 
nel suo sublime romanzo. II popolaccio e sempre uguale in ogni 
tempo - e sempre la gran bestia. 

Di politica nessuno fiatava. - Le contrade erano illuminate da 
lampade ad olio, e i riverberi delle fiamme acciecavano affatto il 
passeggiero. - I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza, 
e i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non 
sentivano di muschio. La cattedrale, ammirata dagli stranieri, ser- 
viva da pisciatoio ai piu civilizzati, i quali, per maggior vilipendio 
deU'edificio, erano in buon numero. - La citta si svegliava verso le 
undici del mattino ; i veri lions non apparivano in pubblico che alia 
una dopo mezzodi. - Si incontravano al Corso dei giovanotti di 
sedici ed anco di diciotto anni, vestiti colla giacchettina corta, pro- 
filata alle natiche, accompagnati dal tutore o dal pedagogo, il quale 
ordinariamente era prete. II cappello a cilindro torreggiava sulla 
testa degli eleganti a porta Renza 2 ed ai pubblici giardini; ma c'era 
pericolo ad affrontare, con quel simbolo in testa, i terraggi 3 di porta 
Ticinese e i rioni di porta Comasina. 4 - Quando al Corso passavano 
in cocchio 1'arcivescovo o il vicere, non c'era alcuno che non levasse 
il cappello. L'arcivescovo era tedesco e si chiamava Carlo Gaetano 
conte di Gaisruk; il vicere si firmava Raineri. 5 Nel 1840, i figli di 

i. il cholera . . . epoca: vedi la nota 4 a p. 292. 2. porta Renza: delle porte 
di Milano quella volta verso la Brianza, detta anche porta Orientale e, 
dopo la pace di Villafranca (1859), porta Venezia. Sulla fine del Sette- 
cento, quando Ferdinando d' Austria comincio la costruzione della Villa di 
Monza, il borgo e la contrada di porta Renza mutarono il loro aspetto di 
campestre abbandono in cui apparvero a Renzo (Promessi sposi, cap. xi), 
divenendo zona di residenze signorili e di elegante passeggio. 3. terrag 
gi: nome delle contrade sorte, sulla sponda interna del Naviglio, lungo la 
cinta del terrapieno o bastione medievale. 4. porta Ticinese . . . porta Co 
masina: la prima aperta in direzione del Ticino, Paltra verso Como, ribat- 
tezzata sulla fine del secolo scorso in porta Garibaldi. Zone di quartieri 
popolari. 5. Rainerii vedi la nota 2 a p. 310. 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 26l 

quest 'ultimo, due figuri lunghi e rasi sotto la nuca, venivano salu- 
tati al corso con qualche affettazione di rispetto e berteggiati dietro 
le spalle a voce bassa. - Gli uffiziali austriaci portavano 1'abito bor- 
ghese. - II governatore, il conte Pachta, il Torresani, il Bolza, 1 go- 
devano di una autorita illimitata. - C'era un casino di Nobili e un 
casino di Negozianti, rivaleggianti di supremazia. 

L'aristocrazia e il commercio si guardavano biecamente. I giova- 
notti di buon genere si ubbriacavano di Porto o di Madera, e da 
ultimo si suicidavano coll'absenzio. Questa atroce bevanda si intro- 
dusse a Milano verso il 1840. - La moda dei mustacchi e della 
barba completa incontrava degli oppositori pertinaci e accanitL 
Molti padri di famiglia tenevano il broncio ai figliuoli od ai nipoti 
per una leggiera insubordinazione di peli. Due fratelli Clerici rap- 
presentavano le piu belle e piu complete barbe di Milano. I vecchi, 
gl'impiegati, e in generale, tutti i cosi detti uomini seri, si radevano 
scrupolosamente dal naso al gozzo. Gli studenti che portassero 
barba o mustacchi rischiavano compromettere il loro awenire; or- 
dinariamente venivano rinviati dalFesame, od anche eliminati dalla 
scuola. 

Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori 
di quello rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione 
della ferrovia fra Monza e Milano 2 fu un awenimento colossale, 
che parve prodigio. Si udivano dei vecchi esclamare : Ora che ho 
veduto questa meraviglia, sono contento di morire! e parecchi 
morirono infatti. L'apertura del caffe Gnocchi in Galleria De Cri- 
stoforis ispirava due lunghi articoli alia Gazzetta di Milano ; 
quasi altrettanto rumore levo Fapertura del caffe dei Servi, e piu 
tardi Pinaugurazione della bottiglieria di San Carlo. 

I Cafe-restaurants non esistevano prima del i84o-nel 1847 si 
contavano sulle dita. La colazione di lusso consisteva in un caffe e 
panera 3 con due chiffer o pannini alia francese. - Questa lauta co 
lazione costava otto soldi di Milano. Non era permesso fumare in 
alcun luogo pubblico, e, innanzi al 1844, erano guardati di mal oc- 
chio e tacciati di malcreanza i pochi scioperati che osavano inol- 
trarsi, collo zigaro in bocca, sui bastioni di porta Renza, o dentro i 



i . Pachta . . . Torresani . . . Bolza : capi della polizia austriaca nel Lom- 
bardo-Veneto ; cfr. p. 309 e la nota 3. 2. ferrovia fra Monza e Milano : 
inaugurata nel 1840. 3. panera: panna montata. 



262 ANTONIO GHISLANZONI 

pubblici giardini durante il trattenimento della banda. Le signore, 
all'appressarsi di uno zigaro, fingevano il deliquio : alia vista di una 
pipa inorridivano del pari il gracile e il forte sesso. 

In materia culinaria, I'istinto pubblico tendeva al grasso e al 
pesante. 

Gli Ambrosiani non avevano ancora degenerate al punto da pro- 
scrivere il cervelaa 1 dal risotto. II buon vino, il vino corroborante e 
stomatico doveva innanzi tutto essere un liquido opaco. Si man- 
giava eccessivamente ad ogni ricorrenza di solennita ecclesiastica; 
nel resto dell'anno una parte del popolo digiunava per compenso. 
Questo popolo non aveva giornali, ne libri - la sua letteratura erano 
le bosinate 2 - la sua politica si riassumeva nel motto : Viva nun e 
porchi i scioriP - Porta Comasina e poita Ticinese si detestavano ; 
esistevano, dentro i bastioni, antagonismi feroci, come fuori, tra 
villaggio e villaggio. A porta Ticinese, verso I'imbrunire, una per 
sona civilmente vestita rischiava la fine di santo Stefano. 

La Gazzetta di Milano, il solo foglio die trattasse estesamente 
la politica, usciva in formato modestissimo; il suo primo articolo 
verteva ordinariamente sulle questioni della China. Al compleanno 
ed al giorno onomastico di S. M. 1'imperatore d j Austria, il foglio 
usciva stampato a caratteri d'oro e tutto ornato di rabeschi. In 
quelle ricorrenze, la boemia 4 dei poetastri gracidava dalla Gaz- 
zetta i suoi inni pindarici. I poeti e i letterati, meno qualche ecce- 
zione, passavano per spie. 

La calunnia non rispettava le grandi intelligenze, e imperversava 
sulla turba degli scribacchiatori. Qualunque letterato non avesse 
una posizione determinata, qualunque non fosse in grado di esporre 
al pubblico il bilancio attivo e passive delle proprie finalize, cadeva 
in sospetto di agente dell' Austria. A Milano, come si vede, gli 
uomini di lettere furono in ogni tempo assai corteggiati dall'opi- 
nione pubblica. 

i. cervelaa: la cervellata o cervellato e una specie di salsiccia di colore 
giallastro composta di midollo di bue, grasso di maiale, aromatizzata con 
zafferano, spezie e parmigiano. 2. Le bosinate erano composizioni poeti- 
che in dialetto o cantate su motivi popolari dai bosini, tipici cantastorie, e di 
solito traevano argomento da fatti del giorno. 3. Viva noi e porci i 
signori. 4. boemia: disordinata poverta. La voce deriva dal nome di 
bohemienS) dato in Francia agli zingari. Divenne comune a indicare 1'irre- 
golare e misera e spensierata vita degli artisti, dopo che Henri Murger 
(1822-1861) pubblic6 il romanzo Scenes de la vie de Boheme (1851). 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 263 

II Pirata , foglio teatrale del dottor Francesco Regli, era letto 
avidamente. Luigi Roman! istituiva il Figaro ; Pietro Cominazzi 
la Fama che esiste tuttora; il signor Pezzi dettava critiche lette- 
rarie e teatrali nel Glissons: 1 c'era un Bazar diretto dal Boniotti. 
Da Torino giungeva fin qui il Messaggere torinese diretto dal 
Brofferio; Firenze, piu tardi, ci mandava una Rivista redatta dal 
Montazio. In fatto di letteratura periodica non si andava piu in la. 
- Erano per la massima parte fogli teatrali, ma in allora il teatro 
costituiva la massima preoccupazione della societa colta; eppero il 
Pirata, il Figaro e la Fama erano aspettati avidamente e letti 
da quanti sapevano leggere. 

II caffe del Duomo, emporio di letteratura e di letterati, offriva 
anche il Politecnico , e la Rivista europea , il Debats, la Rivi- 
sta piemontese , P Allgemeine ed altri pochi periodici provenienti 
dall'estero. Nei principal! caffe di Milano, all'infuori della Gaz- 
zetta e del Pirata , nessun foglio stampato. I pedanti muovevano 
guerra al Manzoni, e stampavano libelli da fare raccapriccio. Tom- 
maso Grossi, aggredito accanitamente dalla critica pe' suoi Lom- 
bardi? abbandonava iracondo il campo delle lettere per rifugiarsi 
nel notariato. 

La satira inferociva coi grandi. Tutte le ire, le contumelie, le 
calunnie che oggidi si disfogano nella lotta politica, si addensavano 
allora sulle teste dei poeti e degli artisti, e su quelle andavano a ro- 
vesciarsi furiose e mortifere. la storia del passato, sara la storia 
deH'awenire. Esistera sempre una lega di inetti, di mediocri e di 
impotenti, per combattere le intelligenze superiori, per contristare 
la esistenza di chi opera ed emerge. 

Si mangiava a buon patto, e un vino detestabile si smaltiva dai 
brugnoni 3 per otto, per sei soldi al boccale. All'osteria della Foppa, 
si pranzava al prezzo di una lira austriaca. Quel pranzo si compo- 
neva di tre piatti, minestra, vino, giardinetto. Nell'osterie ed anco 
negli alberghi di lusso, la mensa era rischiarata da candele di sego. 



i. Francesco Pezzi, Testensore delle appendici letterarie della Gazzetta 
di Milano , che avevano per epigrafe il motto Glissons, n'appuyons pas. 
Fu tra i piu accaniti oppositori dei Romantici e tra i piu costanti bersagli 
della satira anticlassicista del Porta (vedi II Romanticismo, Apoll desbirolaa 
de la veggiaja, ecc.) 2. J Lombardi alia prima Crociata, poema in quindici 
canti di Tommaso Grossi (1791-1863), era stato pubblicato negli anni 1821- 
1826. 3. brugnoni: osti (voce milanese). 



264 ANTONIO GHISLANZONI 

Ad ogni mutamento di piatto, il piccolo andava in giro collo smoc- 
colatoio - la fuliggine pioveva nelle zuppe. 

I secchi dei lattivendoli giravano scoperti nelle vie, o solo coperti 
da uno strato di mosche. In ogni via aprivasi un macello ; i suini ed 
i vitelli, trascinati brutalmente sui carri, intronavano dei loro ge- 
miti le vie. - 1 monsignori del Duomo si distinguevano per la ro- 
tondita dell'addome : gli altri ministri del culto, meno qualche pro- 
fessore damerino, facevano gara di collaretti bisunti. Delia decenza 
pubblica si teneva poco conto. Mentre i fianchi del Duomo veni- 
vano liberamente usufruttati per sfogo di una secrezione meno 
pura; presso gli scalini, in sul far della notte, si davano convegno 
barattieri e ruffiani d'ogni specie, i quali senza scrupolo di sorta, 
offrivano ai passanti la merce proibita. Nel centro della citta, a 
poca distanza della cattedrale, esistevano case di vizio. A tutte le 
ore del giorno, le piu sozze femminaccie scendevano in sulla porta, 
o afPacciavansi alle fmestre, e colla voce o con gesti laidissimi invi- 
tavano a salire. Ai veglioni della Canobbiana e del Carcano, 1 eb- 
brezza e dissolutezza inenarrabili. In una notte di sabbato grasso, 
al teatro Fiando, 2 si dovette sospendere il veglione, e i poliziotti 
fecero sgombrare la sala, perche i cavalieri danzanti s'erano spo- 
gliati infmo alia camicia. 

Risaliamo alle region! elevate. Marchesi godeva fama di scultore 
eminentissimo ; Canella e Bisi emergevano nel paesaggio; Sabba- 
telli era insuperabile negli affreschi, Molteni chiamato Timperatore 
dei ritrattisti, Sanquirico, scenografo della Scala e cavaliere di piu 
ordini, riceveva, con alterezza principesca, principi visitatori. Ros 
sini, Bellini e Donizetti fornivano il repertorio musicale ai grandi e 
piccoli teatri. Piacevano due o tre opere di Mercadante. Pacini, gia 
quasi obliato, nel 1842 riviveva glorioso colla Saffo. 3 Alia Scala si 



1. Canobbiana . . . Carcano: teatri dove, specie durante il carnevale, si svol- 
gevano balli mascherati. II teatro della Canobbiana, costruito dal Pier- 
marini e inaugurate nel 1799, fu chiamato cosi perche sito sull'area delle 
antiche scuole di Paolo da Canobbio. Piu volte danneggiato e modificato 
nelle successive ricostruzioni e 1'attuale Teatro Lirico. II teatro Carcano, 
inaugurate nel 1805, soprawive ancor oggi in corso di Porta Romana. 

2. Fiando : teatro scomparso gia sulla fine del secolo scorso ; era sito nel 
pretorio dell'antica piazza dei Mercanti. 3. La Saffo di Giovanni Pa 
cini (1796-1867) da Catania era stata rappresentata la prima volta a Na- 
poli, nel 1840. II Pacini aveva gia avuto molti applausi a Milano, nel 1813, 
con 1'opera Annetta e Lucinda, 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 265 

rappresentavano con successo i Falsi Monetari del Rossi, 1 lo Sca- 
ramuccia e la Chiara del Ricci, 2 il Furioso 3 di Donizetti, il Buon- 
tempone del Mandanici, 4 tutte opere in oggi obliate o dannate al 
ludibrio dei piccoli teatri. La Malibran era morta, la Pasta abban- 
donava la scena; Rubini, Lablache, Tamburini, Galli e gli altri 
creatori illustri delle opere di Rossini e di Bellini, emigravano al- 
Pestero per cogliere paghe favolose nei teatri di Londra e di Parigi. 
Salvi, Moriani, Ronconi, la Tadolini, la Strepponi, la Schober- 
lechner, Poggi, la Frezzolini, Guasco, Debassini, Ferri, aprivano, 
con altri pochi valenti, 1'epoca nuova. Fervide, accanite polemiche 
suscitavano la Cerrito e la Taglioni; una pantofola della Cerrito fu 
pagata duecento franchi. LaElssler, apparsa piu tardi, faceva obliare 
le due antagoniste awenturate ; il pitale della Elssler fu comperato 
da un fanatico al prezzo di lire seicento. - Nella quaresima del 
1842, coll'opera il Nabucco, si palesava un nuovo atleta delParte 
musicale, il maestro Giuseppe Verdi. Tutti i dotti si scatenarono 
atrocemente contro lui, ma il pubblico non tardo un istante a ren- 
dergli omaggio. Gustavo Modena recitava al Lentasio 5 la Zaira, il 
Luigi XI, YOreste, il Filippo? e di la passava al Carcano ed al Re, 7 
dove la sua forte e poetica declamazione produceva insoliti effetti. 
Al teatro Re, nella stagione di quaresima, recitava periodica- 
mente la Compagnia Sarda, che conto, fino all'ultimo, attori di- 
stintissimi. La Ristori, al fianco della Marchionni, rappresentava 
le parti ingenue ed amorose, tipo ideale di bellezza. NelParte dram- 
matica emergevano il Vestri, attore unico nel suo genere, il Bon, 
il Taddei, il Gattinelli, il Ventura, la Robotti, la Romagnoli, il 
Dondini - Ernesto Rossi, Tommaso Salvini, la Sadowski, il Ma- 

i. Lauro Rossi (1812-1885) di Macerata, direttore del Conservatorio di 
Milano dal 1856 al 1871, aveva dato alle scene 1'opera La casa disabitata 
o ifalsi monetari, la prima volta a Milano nel 1834. 2. Luigi Ricci (1805- 
1859), di Napoli Piu nota la Chiara di Rosemberg (Milano, 1831) che lo 
Scaramucda. 3. L' opera teatrale II furioso alVisola di San Domingo di 
Gaetano Donizetti fu data primieramente alle scene nel 1833. 4. Pla- 
cido Mandanici (1798-1852) di Barcellona di Sicilia, diresse a Milano una 
rinomata scuola di ballo e composizione. Autore di molte opere in musica, 
compose, tra 1'altro, // buontempone di porta Ticinese, dato alia Scala il 
16 giugno 1841. 5. Lentasio: altro teatro milanese, di carattere popolare, 
sul corso di Porta Romana. 6. Zaira e una tragedia di Voltaire; il Luigi 
XI e un dramma storico di Casimir Delavigne (1793-1843); I'Oreste e il 
Filippo sono due note tragedie delTAlfieri. 7. Dal nome dell'impresario 
Carlo Re si chiam6 il teatro che sorgeva nei pressi delTattuale piazza San 
Fedele. Inaugurate nel 1813, fu abbattuto nel 1872 nei lavori di sistema- 
zione della zona contigua alia nuova Galleria del Mengoni. 



266 ANTONIO GHISLANZONI 

ieroni, e quasi tutti gli attori piii illustri dei tempi nostri, aggregati 
alia Compagnia di Gustavo Modena, si ispiravano alle lezioni ed 
agli esempi di quel grande. La Compagnia Lombarda, istituita da 
Giacinto Battaglia e diretta dal Morelli, arruolava sotto le sue ban- 
diere il fiore delle giovani reclute, iniziando, pel teatro drammatico, 
un'era novella. Scrivevano per la scena italiana il Bon, il Nota, il 
Brofferio, il Giacometti ed altri pochi. Giacinto Battaglia e Giu 
seppe Revere 1 fornivano qualche dramma storico non si tosto ap- 
plaudito che obliato. Goldoni era sempre gustato. II repertorio 
di Scribe e d'altri autori francesi godeva pieno favore. Si tentarono 
per la prima volta le tragedie di Shakespeare e di Schiller; YOtello, 
recitato dal Modena, fu al teatro Re male accolto; assai bene il 
Wallenstein. Una tragedia di Manzoni, recitata parimenti dal Mo 
dena, 2 ottenne fredda accoglienza. Si leggevano avidamente i versi 
milanesi del Raiberti. 3 II primo dramma di Revere, Lorenzino de' 
Medici, levo qualche rumore. Rovani, a dicianove anni, 4 pubbli- 
cava un romanzo storico, il Lamberto Malatesta. Uberti 5 esordiva 
alle lettere con un frammento di poema in versi sciolti, Le quattro 
stagioni. Tutti i romanzi storici e le novelle storiche apparse dopo i 
Promessi Sposi e il Marco Visconti, arieggiavano lo stile di Manzoni 
e di Grossi. La povera tosa 6 metteva il capo dappertutto. Correva 
manoscritta una mesta poesia in morte di Silvio Pellico, ne vi era 
alcuno che non sapesse recitarla a memoria. Quella poesia comin- 
ciava coi versi : Luna, romito aereo, tranquillo astro d'argento . . . 7 

i. Giuseppe Revere: vedi la nota 2 a p. 300. 2. Una tragedia . . . Modena: 
il Modena recito al teatro Re, presente il Manzoni, il brano del diacono 
Martino (Adelchi, atto iv, scena n) e non 1'intera tragedia. Vedi R. BAR- 
BIERA, Vite ardenti ?iel teatro, Milano, Treves, 1931, p. 222. 3. Giovanni 
Raiberti (1805-1861) di Milano, notissimo per le sue pagine sul gatto (// 
gatto e la coda, 1846), aveva scritto molte poesie dialettali (Le strade ferrate, 
Elpover Pill, I fest de Natal, ecc.). 4. a dicianove anni: Giuseppe Rovani 
(1818-1874), not soprattutto per il suo romanzo / cento anni (1868-1869), 
pubblic6 il Lamberto Malatesta nel 1843, a venticinque anni. 5. Giulio 
Uberti 'di Brescia (1806-1876) pubblico, nel '41 e nel '42, L'inverno e La 
primavera, poemetti satirici in versi sciolti. 6. povera tosa: povera ragazza 
(tosa e voce milanese). I romanzi narravano allora assai spesso i casi sventu- 
rati di fanciulle perseguitate dalla passione amorosa di prepotenti signori. 
7. Correva . . . d'argento: la poesia, fortunatissima, si diffuse anonima fino 
al 1848, quando pote essere stampata col nome dell'autore, che era Giunio 
Bazzoni (1801-1849) di Milano, il quale partecipo attivamente ai moti delle 
Cinque giornate. La lirica era stata scritta nel 1825, allorche si era diffu- 
sa la falsa notizia della morte del Pellico allo Spielberg: per la sua tra- 
smissione orale subi varie trasformazioni, anche nei primi versi ( romita, 
aerea), che qui il Ghislanzoni riproduce invece nella loro forma genuina. 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 267 

I romanzi del Guerrazzi, superato il confine, passavano da mano 
a mano, divorati ansiosamente dai giovani. Giusti e Leopardi erano 
poco noti ; del Giusti erano lette furtivamente le prime poesie che 
giravano manoscritte. Le donne idolatravano Prati, e si inteneri- 
vano alle amorose peripezie di Ermenegarda. 1 I professori di ret- 
torica ed i giovani poetanti inveivano acerbamente contro il gentile 
e melodioso poeta, ma tutti poi lo imitavano, e, come al solito, 
lo superavano nei . . . difetti. Le opere delPingegno fruttavano poco 
ai mediocri, ma i distinti ne coglievano frutti, comparativamente 
lautissimi. Tommaso Grossi dai Lombardi alia prima Crociata ri- 
trasse da quindici a ventimila lire; Cesare Cantu colla Storia Uni- 
versale e con altre opere istoriche pubblicate dippoi, arricchi. Ma 
anche allora c' erano poeti e letterati che facevano pieta a vederli, 
quando non ispirassero terrore. Faccie smunte, soprabiti scuciti, e 
colli da stnizzo. La letteratura piu affamata pranzava alia trattoria 
del Popolo, dove non pochi cantanti e ballerini gareggiavano di 
appetito coi poeti. Le appendici letterarie e teatrali della Gazzetta 
di Milano portavano alternativamente i nomi di Lambertini, 
Piazza, Biorci, Cremonesi. Scrivevano libretti d'opera Felice Ro- 
mani, Rossi, Bidera, Cammarano, Sacchero e Giorgio Giachetti. 
Nei palchetti della Scala, durante la rappresentazione dell'opera, si 
giuocava a tarocco e qualche volta si cenava. Nei massimo teatro 
le panche della platea erano coperte di una grossa tela giallastra; 
le scale nude di tappeti, la scena illuminata tetramente. Alessandro 
Guerra, famoso equitatore, godeva una fama napoleonica. - Era 
gustata la birra Tarelli, e qualche signora suggeva deliziosamente 
la gazosa di fambros. 2 II caffe Mazza 3 era rinomato per la confezione 
dei sorbetti, il caffe di Brera per gli squisiti tortelli, la chiesa di San 
Marco per i suoi predicatori. - II vicere Rainieri, la sera del gio- 
vedi santo, si prestava gratuitamente a lavare i piedi di dodici vec- 
chioni dello stabilimento Triulzi: 4 tutte le dame e i gentiluomini di 
buon gusto facevano ressa per assistere a quello spettacolo. La 
contessa Samayloff si rendeva celebre per una mascherata di gatti, 

i. Ermenegarda: la novella in versi del Prati si intitola Edmenegarda e fu 
pubblicata a Milano nei 1841. L'errore del testo e quasi certamente do- 
vuto alia stampa. 2. fambros: da framboise (lampone). 3. caffe Mazza: 
posto all'angolo del Coperto dei Figini, verso la Corsia dei Servi, ora corso 
Vittorio Emanuele. 4. stabilimento Triulzi: ricovero di vecchi fondato nei 
1771 dai principe Antonio Tolomeo Trivulzio, nei suo palazzo di via della 
Signora. 



268 ANTONIO GHISLANZONI 

e faceva celebrare con pompa inaudita i funerali di una cagnolina. 
Uno zigaro di Virginia costava due soldi di Milano. - II conte 
Giulio Litta 1 scriveva delle opere musicali applaudite, su libretti 
del poeta Rotondi suo pensionato. Alia Scala piaceva Ylldegonda, 
musica e poesia di Temistocle Solera. 2 - I matrimoni dell'aristo- 
crazia coll'arte erano rari come quelli della nobilta col commercio. 
Levo immenso rumore il matrimonio della contessa Samayloff col 
Pery, un oscuro baritone che rappresentava al teatro di Como la 
parte di Carlo V ntlVErnani. - Al corso, nella prima domenica di 
quaresima, non apparivano che carrozze ed equipaggi di lusso. 
Non esistevano ancora gli ignobili broughams. 3 Una dozzina di car- 
rozzoni sepolcrali facevano il servizio della intera citta. - La pro- 
cessione del Corpus Domini costituiva uno degli spettacoli piu gran- 
diosi e piu popolari dell'epoca; rampolli di illustri famiglie figura- 
vano da angioli nel corteggio. Uomini di censo e di una serieta in- 
discutibile si contendevano Fonore di sostenere il baldacchino. - 
Nelle grandi arsure dell'estate c'era un espediente sicurissimo e 
poco complicato per ottenere la pioggia ; si esponevano alia pubblica 
venerazione due angiolotti di legno. Le fanciulle da marito filavano 
Pamore sentimentale nei boschetti di porta Renza, ai Servi ed al 
Carmine, durante la messa, e al teatro Filodrammatico. Le chiese 
erano affollatissime in ogni ricorrenza di triduo serale; giovinotti 
dai venticinque a trent'anni assistevano alle cerimonie religiose 
col ginocchio piegato, col libro delle preghiere nella mano destra. 
Questi devoti solevano impiegare abbastanza vantaggiosamente an- 
che la mano sinistra. - Alia Corona, slYAgnello, al Falcone, ai Cap- 
pello, e in tutti gli alberghi di tal rango, si alloggiava al prezzo di una 
lira al giorno. I cittadini erano gai: nelle famiglie si giuocava all'oca 
ed alia tombola e qualche volta si faceva un po' di musica e si bal- 
lava all'oscuro. Lotterio e Battezzati, un baritono ed un basso di 
lettanti, venivano festeggiati nei salotti. II principe Emilio Bel- 
gioioso era un tenore stupendo, il conte Pompeo, basso profondo 
di primo ordine, cantava a Bologna lo Stabat Mater di Rossini. - 

i. Giulio Litta (1822-1891) compositore di varie opere teatrali, tra cui 
Bianca di Santafiora (1843), Sardanapalo, Editta di Lormo, ecc. 2. Te 
mistocle Solera (1817-1878) di Ferrara, compositore e librettista, scrisse 
rildegonda (1840), // contadino d'Agliata (1846) ecc. Compose vari libretti 
per opere di Giuseppe Verdi. 3. broughams: carrozze a quattro ruote e a 
due posti. Dal vocabolo pronunciato correttamente brum derivo la voce 
milanese brumisti, cioe vetturini. 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 269 

Una libbra di manzo si pagava diciasette soldi, e meta della popo- 
lazione non assaggiava carne che alia domenica o alle grandi solen- 
nita della Chiesa. Si parlava meneghino su tutta la linea. Al Corso 
di Porta Renza tutti portavano i guanti; sulla porta delFHagy sta- 
zionavano ancora parecchi milionari. Saper nulla era lusso, moda 
Tinerzia e la ciocca. 1 

La contessa Samayloff era la lionne di Milano. Una sera, al teatro 
Re, ella recito con molto garbo una parte principalissima nel 
dramma francese Le prime armi di Richelieu. 2 La rappresentazione 
aveva scopo benefico, e il canonico Ambrosoli sedeva nelPatrio 
del teatro a sorvegliare il bacile. Le dame, per invidia, detestavano 
la contessa ; i poveri ne dicevano il maggior bene. - La moglie del 
vicere Rainieri, 3 dal suo palchetto alia Scala, dardeggiava col bi- 
noccolo i giovinotti piu alia moda. Uno dei lions piu avidamente 6c- 
chieggiati dalla arciduchessa, si compiaceva di imbarazzarla colle 
sue pose stranissime e non affatto decenti. - Produsse gran sensa- 
zione un incendio awenuto a Corsico, 4 che divoro buona parte del 
paese. - Un fallimento dava materia a discorrere per parecchi anni, 
e la famiglia di un fallito vestiva a lutto o spariva dal consorzio cit- 
tadino. - In fatto di equipaggi, non era permesso il tiro a sei che a 
S. A. I. R. il Vicere, ed a Sua Eminenza monsignor PArcivescovo. - 
II vicolo delle Ore e il sottopassaggio che dalPinterno del Duomo 
metteva alPArcivescovado erano i punti prescelti pei convegni amo- 
rosi. Verso le estremita del boschetto pubblico prospicienti la strada 
Isara, 5 si presentavano, sul far della notte, dei gruppi mostruosi . . . 
L'osteria dei Tre Scranni si rese celebre per una awentura degna 
di figurare nel Decamerone, e lo sgraziato protagonista, che fini 
imprigionato, per disdoro della curia era un prete. - In estate, le 
bande tedesche chiamavano al cafFe Cova una folia mista di buon- 
temponi e di fanciulle da marito. L'ingresso al caffe costava mezza 
lira e questa dava diritto alia consumazione di un gelato. I Baconi, 
i Paumgartten ed i Kaiser fornivano le migliori bande musicali. - 

i. la ciocca: Tubriacatura. 2. Les premieres armes de Richelieu, ((vaude 
ville in due atti, rappresentato per la prima volta in Parigi al Theatre du 
Palais Royal, la sera del 3 dicembre 1839, di Jean-Fra^ois- Alfred Bayard 
(1796-1853) e di Philippe Francois Pinel Dumanoir, o Du Manoir (1806- 
1865). 3. La moglie ... Rainieri: Maria Elisabetta di Carignano (1800- 
1856), sorella di Carlo Alberto. 4. Corsico: sobborgo di Milano. 5. la 
strada Isara: Fattuale via Palestro, tra la piazza Canonica (oggi piazza 
Cavour) e il borgo di porta Orientale (corso Venezia). 



270 ANTONIO GHISLANZONI 

La varieta delle monete era notevolissima e qualche volta imba- 
razzante, contuttocio il popolo ambrosiano non pote mai divezzarsi 
dal contare in lire milanesi. Esistevano spezzati di ogrd valore: il 
centesimo, il sesino, il tre centesimi, il soldo, il carantano, la par- 
pagiuola, il tre e mezzo, il quartino, il nove meno un quattrino, il 
diciasette e mezzo, il dicianove soldi (tre lire di Parma), il venti 
soldi. II valore della svanzica ando gradatamente elevandosi dai 
ventitre ai venticinque soldi di Milano. Fino al 1848, ebbero gran 
voga i crocioni e i quarti di crocione. II Trentanove 1 ebbe gli onori 
di una brillante poesia dettata da Ercole Durini, 2 gentiluomo ama- 
bilissimo e ricco di ingegno. 

Fra le monete d'oro, figuravano ancora le pezzette, gli zecchini, 
le colombie, le sovrane, le papaline, le messicane, le genove, i luigi, 
le panne. - II duca Litta, recandosi a Lainate con legno di posta, a 
ciascun postiglione gettava per mancia un marengo. I ballerini 
ed i mimi, notevoli per la loro chioma raffaellesca, stazionavano 
sulla porta del caffe della Cecchina, detto dei virtuosi. Effisio Catte 
faceva colazione nella retro bottega del salsamentario Morandi; 
Cumirato, un tenore in perpetua disponibilita, pranzava tutti i 
giorni deiranno col caffettiere del teatro Re, pagandolo di facezie 
e di epigrammi. - Non esistevano giornali umoristici ; il Cosmo- 
rama Pittorico , istituito dallo Zini, contava settemila abbonati. - 
In piazza Castello si giuocava al pallone. - In una bottega sulla 
Corsia del Duomo, si offerse per circa sei mesi uno spettacolo di 
pulci ammaestrate, le quali eseguivano diversi esercizi ginnastici; 
tutta Milano corse ad ammirarle. - II Meneghino Moncalvo 3 re- 
citando alia Stadera ed alia Commenda, si faceva imprigionare re- 
golarmente due volte alia settimana per Parditezza delle sue allu- 
sioni antiaustriache. II teatro Santa Radegonda, a cui si ascendeva 
per una scala di legno, era piu angusto, piu sudicio e piu tetro che 
non sia al presente. - Merelli, impresario del teatro alia Scala, 
possedeva una superba villa a Lentate, e dava commission! ai piu 
celebri pittori e scultori. - Rovaglia, vestiarista degli imperiali regi 

i. // Trentanove: detto piu esattamente trentanoeuv-men-on-quattrin e lo 
stesso che il quarto di crocione. 2. Ercole Durini: vedi la nota i a p. 338. 
3. Giuseppe Moncalvo, nato nel 1781, fu detto Meneghino dalla maschera 
rappresentata. Spesso trascorreva le notti in guardina: a volte i poliziotti lo 
liberavano per le ore della rappresentazione e lo riconducevano poi in pri- 
gione. Ha lasciato una breve autobiografia (Autobiografia del vecchio artista 
Giuseppe Moncalvo, Milano, L. Brambilla, 1858). 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 271 

teatri, sfoggiava sul corso un magnifico equipaggio, - L'agente 
Burcardi veniva giustamente considerate il piu magro cittadino 
di Milano. - L'abate Gianni, un colossale gigante, regalava pub- 
blicamente due schiaffi al figlio di Radesky, che lo aveva insultato, 
e n'aveva dal generale felicitazioni ed encomii. - Di duelli non si 
udiva parlare ; le quistioni piu complicate si scioglievano col metodo 
estemporaneo dei pugni e delle reciproche bastonature. - Le teste 
dei poliziotti, nei quartieri di porta Ticinese e di porta Comasina, 
furono piu volte sprofondate nel vano dei loro keppy torreggianti. - 
I barabba 1 portavano gli orecchini e si radevano la nuca; i garzoni 
da macello si distinguevano per due enormi ricci poco simmetrici, 
striscianti sull'orecchio. - Prima del 1840, il tabarro costituiva Pin- 
dumento invernale piu usitato. Vi erano tabarri da quattro, e per- 
sino da otto a dieci pellegrine. II paletot veniva generalmente adot- 
tato verso il 1841. - II giorno di Pasqua, fosse pioggia o bel tempo, 
meta della popolazione indossava arditamente gli abiti estivi. II 
pantalone di nankin 2 godeva in estate il massimo favore. Sul Corso 
si incontravano ad ogni passo delle dame seguite da un domestico 
in livrea. I cani favoriti dalle signore appartenevano alia razza dei 
carlini o dei maltesi. - Balzac soggiornava per alcun tempo a Mi 
lano, 3 e durante quella breve dimora, notava che le figlie delle nostre 
portinaie avevano 1'aspetto di altrettante regine. II celebre roman- 
ziere veniva derubato di una preziosa tabacchiera che ben tosto gli 
era restituita per cura delPimperiale regio direttore di polizia. - II 
baritono Varesi cantava alia Scala nel Corrado d'Altamura e nella 
Saffo di Pacini. - Dal Conservatorio uscivano famosi istromentisti, 
il Piatti, il Bottesini, PArditi, il FumagallL 

Gli allievi del Conservatorio portavano un'uniforme poco dis- 
simile da quella dei comrnissari di polizia, vale a dire una marsina 
verde scuro con bottoni dorati e cappello a barchetta. II giovedi e 
la domenica, quei giovani musicisti delPawenire passeggiavano 
a schiera sui bastioni e sul Corso. L'alunno Antonio Cagnoni scri- 
veva la sua prima opera Don Bucefalo* mentre a Giuseppe Verdi 



i. / barabba: i bravacci, i mafiosi. 2. di nankin: di anchina, una tela di 
color giallo, che proveniva da Nanchino, cioe dalla Cina. 3. Balzac . . . 
a Milano: si allude quasi certamente alia presenza di Balzac a Milano 
nel 1837. 4. Antonio Cagnoni (1828-1896) diede il Don Bucefalo nel 1847 
al teatro Re di Milano. A questa prima opera molte altre ne seguirono 
(II testamento di Figaro, 1848; Amori e trappole, 1850, ecc.). 



272 ANTONIO GHISLANZONI 

era negata Tammissione nel Conservatorio, dietro verdetto di un 
professore di pianoforte onnipotente. 1 II maestro Triulzi, orribile 
a vedersi, dava lezioni di canto alia bella Finoli ed alia Lotti. Rolla, 
e piu tardi Cavallini, dirigevano 1'orchestra della Scala, che contava 
fra i suoi migliori istromentisti TErnesto Cavallini solista di clari- 
netto, il Daelli oboista, Rabboni professore di flauto e Merighi pro 
fessore di violoncello. Ferrara creava eccellenti allievi nel violino. 
Angelo Mariani, bellissimo giovane, dirigeva il concerto e 1'orche- 
stra del teatro Carcano nell'autunno dell'anno 1846 e nella prima- 
vera del 1847. - Alberto Mazzucato 2 scriveva pel teatro delle opere 
piu o meno accette, e dettava articoli di arte nella Gazzetta Mu- 
sicale, 3 edita dal Ricordi. Anche il Lucca, editore di musica, isti- 
tuiva un giornale artistico letterario, l' Italia Musicale, dove il 
Cattaneo, il Raiberti, il Rovani, il Ceroni, il d'Azeglio, il Vitali ed 
il Piazza scrivevano articoli svariatissimi. II cavaliere Andrea Maffei 
donava all' Italia le sue splendide traduzioni di Schiller e di Moore, 4 
e il prevosto Riccardi, con un libro nel quale si prediceva vicinissi- 
ma la fine del mondo, destava il piu vivo alParme nel pubblico. 
Correvano trascritte brillanti poesie di Ottavio Tasca in onore della 
Cerrito e della Taglioni. Tutte le strenne che uscivano in Milano 
portavano una ode od una novella di Pier Ambrogio Curti. 5 II 
maestro Bonino giungeva desiderato nelle sale della piu eletta so- 
cieta pel brio delle sue narrazioni, per lo spirito inventive delle 
sue celie. Nelle case della borghesia furoreggiava il Rabitti, con- 
traffacendo il ronzio della vespa, lo stridore della sega, la tosse ed il 
rantolo dei morenti. Nelle osterie si giuocava alia mora fragoro- 
samente. Sulla porta del caiFe Martini brillava il vecchio Catena, 
protettore di cantanti e ballerine, che viveva da signore colla ren- 
dita di un capitale non piu ingente di lire diecimila. Alia Scala si 
rappresentava un Don Carlo del Bona, 6 ed a Genova un Ernani 

i. a Giuseppe Verdi ... onnipotente: cio era awenuto nel 1832. 2. Al 
berto Mazzucato (1813-1877) di Udine esordi come operista nel 1834, 
a Padova, con Lafidanzata di Lammermoor, e continue con numerose opere. 
Fu insegnante, dal 1839, al Conservatorio di Milano, del quale divenne poi 
(1872) direttore. 3. Gazzetta Musicals*', ne fu poi redattore lo stesso 
Ghislanzoni. 4. Di Thomas Moore (1779-1852), poeta irlandese, il MafFei 
tradusse le Melodie irlandesi e Gli amori degli angioli. Dello Schiller, invece, 
aveva tradotto tutti i drammi: ed e questo il suo lavoro migliore. 5. Pier 
Ambrogio Curtt, awocato, ebbe fama a Milano per le sue novelle, ma il suo 
nome resta piuttosto legato al volume Tradizioni e leggende di Lombardia 
(1857). 6. Pasquale Bona (1816-1878) di Cerignola, compositore e inse 
gnante di canto. 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 273 

del maestro Mazzucato. L'attore Giovanni Ventura 1 destava fa- 
natismo nel Torquato Tasso 2 e nel Vagabondo? e pubblicava una 
raccolta di poesie in dialetto milanese, scritte col miglior garbo. 

Sulla piazzetta di S. Paolo, le botteghe del parrucchiere Miglia- 
vacca e del calzolaio Brivio rivaleggiavano di lusso e di celebrita. 
II Brivio, nelPatto di prender la misura ad un piedino elegante di 
donna, si compiaceva di esplorare a mezzo di uno specchio accol- 
lato al fondo del suo cappello e deposto ai piedi della cliente, i 
contorni d'altre polpe piii intime, le quali non reclamavano la 
scarpa. Lo stabilimento di educazione diretto dal signor Racheli 
era nel massimo fiore, e quivi si educavano liberalmente i giovanetti 
delle famiglie piu cospicue. II professore abate Pozzone 4 pubbli 
cava delle liriche manzoniane, splendide nel concetto e nella forma. 
Giuseppe Barbieri 5 teneva il primo posto fra gli oratori ecclesia- 
stici, e un altro Barbieri, credo Gaetano, 6 traduceva, oltre i ro- 
manzi di Walter Scott, non saprei quante centinaia di altri romanzi. 

L'omeopatia suscitava polemiche accanite, e il Raiberti vi pren- 
deva parte colle sue satire piene di attico sale, Un Lanfontaine 
venuto di Francia dava i primi saggi di magnetismo al ridotto 
della Scala. La fotografia sulla carta non era peranco inventata od 
almeno si ignorava: i ritratti al dagherrotipo su lamina di zinco 
preparato, costavano da dieci a venti ranch! cadauno, riproducendo 
una immagine sbiadita e molto spesso enigmatica. 

La grande invenzione degli zolfanelli fulminanti data dal 1834. 
Un mazzetto di quegli zolfini greggi, che in oggi si vendono a un 
soldo la dozzina, in sulle prime costava dodici soldi. Per piu mesi 



i. Giovanni Ventura (1800-1869) fu considerate allora poco inferiore a 
Gustavo Modena. Per le sue poesie, vedi G. VENTURA, Poesie milanesi e ita- 
liane, Milano, F. Vallardi, 1859. 2. II Torquato Tasso cui si allude e 
certamente il dramma in versi di Paolo Giacometti (1816-1882), che fu 
composto nel 1855. II lavoro piu farnoso .del Giacometti resta La morte 
civile. 3. Vagabondo: si tratta probabilmente della commedia Un vaga- 
bondo e la sua famiglia, composta nel 1835 da Francesco Augusto Bon 
(1788-1858), autore e attore drammatico, che ha lasciato anche un libro 
di memorie, intitolato Avventure comiche e non comiche y ed ebbe ai suoi 
tempi molti ammiratori. 4. Giuseppe Pozzone (1792-1842) di Trezzo, 
di cui furono molto lodati i versi (anche dal Cattaneo) e che oltre a varie 
poesie (L?immortalita\ I versi a mensa; A mia madre; Per messa novella, 
ecc.) raccolse anche i suoi Sermoni sacri e morali. 5. Giuseppe Barbieri 
(1774-1852) di Bassano, celebre come oratore sacro, ma anche poeta, e di 
idee liberali che gli procurarono persecuzioni. 6. Gaetano Barbieri, che 
era professore di matematica, tradusse anche drammi di Shakespeare. 



274 ANTONIO GHISLANZONI 

si vendettero al prezzo di soldi sei, quindi scesero gradatamente 
fino al carantano. Molti vecchi inorridivano di quel trovato; per un 
momento si ebbe a temere, che in seguito ai tanti reclami, alle 
tante proteste della popolazione antiquata, lo zolfanello venisse 
proscritto dalle leggi. Gli istinti del pipistrello e del gufo son propri 
della maggioranza, e questa fece sempre una brutta smorfia ad ogni 
sprazzo di luce. L'inventore dello zolfino fulminante non lascio 
traccie del suo nome, e cosi al Prometeo del secolo nostro manco 
Fapoteosi dei carmi e dei quadri coreografici. 

L'arcivescovo Gaisruck e il conte Mellerio 1 si detestavano, fau- 
tore quest'ultimo delle fraterie, Taltro nemico e oppositore perti- 
nace. I liceisti e i forestieri delle provincie assistevano, in piazza 
del Duomo, al concerto quotidiano della banda che suonava sotto il 
palazzo del vicere. Vaccai, 2 1'autore della Giulietta e Romeo e d'altre 
opere teatrali, presiedeva alia direzione del Conservatorio. Do 
nizetti era maestro di Corte a Vienna, e scriveva, per quel teatro 
italiano, la Linda e la Maria di Rohan? Ogni anno egli tornava alia 
Bergamo nativa per abbracciare il suo vecchio maestro Simone 
Mayr, 4 il quale, cieco d'occhi e affranto dagli anni, si era esclusi- 
vamente dedicate alle composizioni di chiesa. - Ignazio Marini, il 
celebre basso, veniva per sempre rinviato dal teatro delPopera di 
Vienna, per avere, ad una rappresentazione di gala a cui assisteva 
Pimperatore, emessa una nota troppo profonda che nessuno pote 
illudersi gli fosse uscita dal petto. - A quelPepoca, gli artisti si 
prendevano delle strane licenze, e il governo, purche non si trat- 
tasse di licenze politiche, si mostrava tollerantissimo. 

Temistocle Solera, viaggiando col basso Marini da Milano a 
Stradella in legno di posta, involto nella zimarra teatrale di Fa- 

i. Giacomo Mellerio, membro della Reggenza milanese alia caduta del 
Regno d' Italia, anima della Restaurazione religiosa dopo il ritorno del- 
1' Austria. 2. Nicola Vaccai (1790-1848) di Tolentino fu professore di 
composizione e censore del Conservatorio di Milano dal 1838 al 1844. 
L'opera Giulietta e Romeo, considerata il suo migliore lavoro, e del 1825. 
3. Donizetti ... Rohan: Gaetano Donizetti fu nel 1841-1842 a Vienna 
maestro direttore dei concerti privati di Corte. Nel teatro Viennese di 
Porta Carinzia ebbero grande successo le sue opere Linda di Chamonix 
(1842) e Maria di Rohan (1843). 4. Giovanni Simone Mayr (1763-1845), 
bavarese, fu maestro di cappella nella chiesa di S. Maria Maggiore di Ber 
gamo e direttore, ivi, della Scuola di musica. Gia autore di musica sacra, 
di molti oratori, scrisse circa settanta opere, tra cui la Saffo, rappresentata 
a Venezia nel 1794. 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 275 

Hero, 1 trinciava benedizioni a quanti villani si trovavano sul di lui 
passaggio, e questi a inginocchiarsi e fare il segno della croce. 

L'autore di questo frammento storico, partito da Codogno dopo 
una rappresentazione dQlYAttila, 2 con indosso 1'armatura e le ma- 
glie di Ezio 3 romano, in tale abbigliamento scendeva alPAncora, e 
quivi prendeva alloggio. - Un giovane scapato e di mano pronta 
applicava due schiaffi sonori alia moglie d'un celebre impresario 
nelFatrio del piu vasto teatro. Un tale awenimento fece parlare il 
mondo milanese per dieci anni di seguito. - Per quanto mi dolga 
recar sfregio alia tanto vantata moralita di quei tempi, non debbo 
tacere di una festa da ballo privata, ove convennero in buon numero 
persone di ambo i sessi, abbigliate nel semplicissimo costume di 
Eva e di Adamo. La polizia austriaca non si commosse dello scan- 
dalo - quei danzatori cosi succinti nelle vesti non erano persone 
da cospirare contro la sicurezza dello Stato. Un Congresso di scien- 
ziati chiamo gran folia a Milano nel 1846. II popolo profitto del- 
Foccasione per testimoniare il suo rispetto alia scienza. Nelle trat- 
torie si gridava al cameriere: Un piatto di scienziati! e quegli 
a recar tosto un piatto di zucche o di patate. Anche i somarelli 
vennero in quell' epo ca salutati col medesimo titolo. -Nobili istinti 
delle masse! 

Uomini che pensassero all' Italia, che fremessero del servaggio 
straniero, che abborrissero 1' Austria, erano in numero assai scarso. 
I piu ignoravano che un' Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva 
in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno assume va Fincarico 
pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c' erano rischi 
tremendi a parlare di politica, foss'anche col piu intimo degli amici. 
Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie. Le Prigioni 
di Silvio Pellico erano ritenute un libro ultrarivoluzionario. Qual 
cheduno, tremando, osava declamare le liriche concitate del Ber- 
chet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali ardimenti cominciavano 
verso Fanno 1842. 

Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pa- 



i. II Marin Faliero t opera di Gaetano Donizetti, apparsa sulle scene nel 
1838. 2. L' opera musicale Attila di Giuseppe Verdi apparve sulle scene 
nel 1846, a Venezia. 3. II generale romano Ezio nella battaglia dei Campi 
Catalaunici (451 d. C.) vinse gli Unni guidati da Attila e ne fronteggio 
ranno successivo Finvasione in Italia. Fu ucciso nel 453 in una congiura 
di palazzo voluta dalFimperatore Valentiniano III. 



276 ANTONIO GHISLANZONI 

via; non era permesso di varcare senza passaporto i confini della 
Venezia. 

Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni 
della Scala non era permesso lo accedere senza Tabito nero e un 
piccolo domino alia spagnuola, che ordinariamente si prendeva a 
nolo per dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedi e al 
sabbato grasso, assumeva proporzioni intollerabili. - Recandosi in 
autunno alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi ba- 
gagli. - Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia di 
Lodi e Cremona erano infestati di ladri. II brigantaggio scomparve 
lentamente colPestendersi delle comunicazioni e colla coltivazione 
dei terreni boschivi. - La Valtellina, la Brianza, i colli del Vare- 
sotto producevano dei vinetti esilaranti. II Monterobbio e V Inferno 1 
rivaleggiavano coi piu famosi vini dell'estero. Ogni anno, gli ele- 
ganti di Milano facevano regolarmente la loro comparsa alia sagra 
di Imbevera 2 ed ai mercati autunnali di Lecco. I signori, boriosi e 
stolidissimi, dopo aver vissuto famigliarmente in campagna con 
persone del ceto medio, negavano a queste il saluto, scontrandole 
pochi di dopo sul lastrico di Milano. - I Bergamaschi alloggiavano 
alTAgnello, i Lecchesi alia Corona, i Pavesi a Sant* Ambrogio alia 
Palla ed al Pozzo, i Lodigiani al Cappello ed al Falcone. Fra quei di 
Bergamo e quei di Milano duravano livori e rappresaglie. - La 
Pasta e la Taglioni comperavano ville sul lago di Como. II poeta 
Ottavio Tasca sposava la Taccani cantante. II poeta awocato Baz- 
zoni 3 si annegava nelle acque del Lario ; tutti gli anni qualche po- 
vero innamorato si gettava dal Duomo. 

Alia morte delParcivescovo Gaisruk, e poco dopo, alia entrata 
trionfale del suo successore Romilli, 4 si manifestavano nelle vie i 
primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana, in una 
serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo, echeggia- 

i. Monterobbio . . . Inferno: vini rinomati; il primo, prodotto dai vigneti di 
Montarobio (in milanese Monterobbi), colle presso Merate (Como); 1'altro 
della Valtellina. 2. sagra d" Imbevera: Bevera e il nome di un fiumicello 
della Brianza che nei pressi di Brenno si riversa nel Lambro. Da esso ha 
nome la Madonna d* Imbevera, che il Cherubini (Vocabolario milanese- 
italiano) dice santuario di poca appariscenza, ma assai frequentato dai 
Brianzuoli . . . e 1'8 di settembre anche da molte persone del bel mondo 
della citta di Milano, di Bergamo e di Como, le quali v'accorrono per quella 
specie di festa di cui il Cantu ha difrusa la celebrita colla sua Madonna 
d* Imbevera . 3. Bazzoni: vedi la nota sap. 266. II Bazzoni mori nel 1 849, 
cadendo da una balza delle montagne sopra L&zzeno, e non affogato nelle 
acque del Lario. 4. Gaisruk . . . Romilli: vedi la nota i a p. 314. 



STORIA DI MILANO DAL 1836 AL 1848 277 

rono le prime grida di Viva Pio IX. I dragord, prorompendo a ca- 
vallo nel mezzo della folia, misero in fuga i dimostranti, e un povero 
fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto sul 
terreno . . . 

E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacche mi pare 
di aver adunata materia sufficiente per riempire i due volumi com- 
messimi dall'editore. Certo e che, descrivendo gli awenimenti in 
ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone 
con tratti piu larghi, ben altro mi sowerra alia mente, che qui venne 
omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non potra 
a meno di suggerire dei confronti e di provocare vivaci discussion! 
fra gli insanabili adoratori del passato e i fanatici dell' era presente. 
In poche parole esprimero Pawiso mio. AlPepoca teste descritta, 
la citta di Milano contava i milionarii in maggior numero, ma Pagia- 
tezza era minore assai nelle classi borghesi e nelle masse che vivono 
d'arte o d'industria. II patriziato e 1'alto commercio sfoggiavano 
un lusso abbagliante, ma il cilindro obbligatorio del calzolaio, del 
salumiere, del pittore, del letterato e delPimpiegato, brillava di un 
lucicore miserevole che ricordava allo sguardo le traccie bavose del- 
la lumaca. II vestito di seta non era sceso alia donna del popolo; 
e la sartorella sollevando la gonna per trapassare i frequenti riga- 
gnoli, metteva in mostra delle calze e delle sottane piu atte a de- 
primere che a suscitare i salaci istinti di un ammiratore. In lettera- 
tura, emergevano delle individuality piu distinte, ma la massa del 
popolo era quattro volte piu idiota. C'erano persone serie, che si 
occupavano di sen studi, che pubblicavano seriissimi lavori, ma le 
crasse maggioranze ne pensavano, ne studiavano, ne leggevano. La 
musica era in fiore, ma assai meno compresa che oggigiorno : si ap- 
plaudivano con fanatismo degli insigni capolavori ma altresi veni- 
vano acclamati degli aborti oggidi intollerabili. II ceto lavorante 
spendeva meno per vivere, ma era meno retribuito. Notevolissima, 
in ogni modo, esemplarissima e degna della massima ammirazione 
era a quei tempi la rassegnazione a pagare il testatico, a sopportare 
i balzelli, a subire i prestiti forzosi, a sopportare i rabuffi e le fru- 
state degl'imperiali regi commissarii di polizia, ed anche la basto- 
natura dei sergenti croati. 

E questa rassegnazione, questa pazienza nel subire tanti malanni, 
si chiamava amore del quieto vivere. 

Lecco - iSo. 



GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 



PROFILO BIOGRAFICO 



GIOVANNI VISCONTI VENOSTA nacque a Milano il 4 settembre 
1831 da Francesco e da Paola Borgazzi, secondo di tre figli maschi, 
che Emilio, il primogenito, aveva tre anni piu di lui, e altrettanti 
ne correvano dal minore, Enrico. 

La famiglia era oriunda della Valtellina e i suoi maggiori vi ave- 
vano dimorato costantemente, legati a Tirano e, specialmente, a 
Grosio da ampie proprieta terriere, ed anche dalla attivissima parte 
sostenuta nelle vicende storiche della regione. Era stato il nonno, 
Nicola, a fissarsi per primo a Milano, dal 1823, e vi era morto nel 
1828. Da allora la famiglia alternava le sue residence con le sta- 
gioni, che Testate e buona parte deH'autunno si spostava in Valtel 
lina, per passare poi a Milano gli altri mesi delTanno. 

I Visconti Venosta, di origine nobile, erano legati di amicizia a 
varie famiglie aristocratiche milanesi, soprattutto a quelle di spiriti 
liberali, che erano allora le piu numerose. I fanciulli iniziarono i 
loro studi nelFistituto Boselli, che era il piu stimato degli istituti 
privati di Milano, ma piu ancora trovarono una intelligente guida 
nel padre, uomo colto e aperto ai problem! del tempo. Risentirono 
percio anche piu fortemente della sua morte immatura, awenuta 
nel 1846. Da allora continuarono gli studi un po' disordinatamente, 
con maestri privati, spesso distratti dagli awenimenti politici che 
rapidamente si susseguirono in quegli anni fortunosi e che li tra- 
scinarono presto, come elementi attivissimi, nel turbinoso pro- 
gredire del nostro Risorgimento. Pure, la loro vita intellettuale si 
svolse ugualmente vigorosa: frequentavano assiduamente la casa 
di Cesare Correnti, cui il padre, morendo, li aveva raccomandati, 
e che raccoglieva intorno a se molti degli ingegni e degli spiriti piu 
vivaci del tempo: da quelle conversazioni Emilio e Giovanni trae- 
vano stimolo a nuove idee e a sempre nuove letture, soprattutto 
degli scrittori risorgimentali, e Giovanni ricorda nelle sue memorie 
la passione con cui allora scopri D'Azeglio, Guerrazzi, Giusti, 
Gioberti, Balbo, Mazzini e 1'influenza che esercitarono su lui i versi 
del Berchet. 

In realta, Giovanni era allora in troppo tenera eta perche aweni 
menti e letture potessero gia far sorgere da lui notevoli frutti, come 
invece aweniva per Emilio. Fin da quei tempi egli viveva aH'ombra 



282 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

del fratello maggiore, ne seguiva le orme: e fu questa, anche dopo, 
la sua sorte, tanto fu il rilievo che acquisto Emilio nella vita italiana. 
Sicche spesso gli studiosi, postisi a ricostruire la figura di Giovanni, 
hanno finito col narrare ad un tempo, almeno per il periodo che va 
fino al 1859, la comune esistenza dei due fratelli. II che awenne 
allo stesso Giovanni nel ripercorrere i suoi ricordi. Insieme essi ap- 
plaudirono a Pio IX e alle sue riforme, si dolsero della morte del 
Confalonieri, parteciparono alle dimostrazioni in onore del nuovo 
vescovo di Milano, il Romilli, succeduto al tedesco Gaisruck, in- 
dossarono giacche di velluto, ostentarono cappelli alia calabrese. 
Vissero, insomma, i notissimi episodi della Milano del tempo, fino 
alle Cinque giornate, pur sostenendovi, naturalmente, una assai 
diversa parte, come comportava la loro eta. Cosi, mentre Emilio, 
gia studente universitario, si arruolava tra i volontari di Garibaldi 
nel '48, Giovanni, ancora diciassettenne, era costretto a restare con 
la madre ed Enrico, e a rifugiarsi poi con essi nel Canton Ticino, 
a Bellinzona. 

Ma tracciare la vita di Giovanni in quei tempi significherebbe 
ripercorrere le vicende del Risorgimento : anch'egli ascolto, entu- 
siasta, a Lugano, il Mazzini; soffri della presenza dei Croati in 
Milano e in Valtellina; si riempi di amarezza per la sconfitta di 
Novara, il dramma di Brescia, la caduta di Venezia e di Roma. Se- 
guirono anni di grigiore e di raccoglimento, ma anche di viva 
resistenza al dominio straniero. Le universita restavano chiuse, il 
Teatro alia Scala era affollato di ufficiali austriaci, le sale di scherma 
e le palestre ginnastiche erano state serrate. Non vi erano giornali, 
se non quelli governativi. NeU'ombra, veramente, si ricostruivano 
i comitati mazziniani, ma gia i fratelli Visconti si venivano allon- 
tanando dai repubblicani e si orientavano verso altre concezioni 
politiche. Giovanni organizzo con altri amici nel palazzo dei suoi 
cugini Parravicini una sala di scherma con sciabole di legno, e una 
palestra ; divenne assiduo nel salotto della contessa Maffei, in casa 
di Carmelita Manara, di Emilio Dandolo ; fu tra i collaborated del 
Crepuscolo insieme col fratello Emilio. Intanto la repressione 
austriaca diventava piu dura, i nuclei mazziniani erano scompagi- 
nati da arresti e condanne (Antonio Sciesa, don Giovanni Griola 
ecc.), si iniziavano i processi di Mantova, falliva miseramente la 
rivolta mazziniana del 6 febbraio del '53, trascinandosi dietro come 
funebre scia nuove forche ed altri martiri. Giovanni ed Emilio 



PROFILO BIOGRAFICO 283 

guardavano ormai al Piemonte, speravano nel Cavour, si esaltavano 
per la spedizione di Crimea, seguivano ansiosi il Congresso di Pa- 
rigi. Una vita, in sostanza, cosi intimamente scandita nel ritmo 
degli awenimenti storici, da non potersi distinguere da essi, da 
formare una inscindibile unita. Di veramente personale, in quegli 
anni, vi fu solamente il lungo viaggio che nel 1853 Giovanni effettuo 
col fratello Emilio fino in Sicilia, dal luglio al settembre: ma a ben 
guardare, anche quel viaggio fu compiuto con occhi sempre vigili 
e intenti a scoprire se vi fossero speranze per 1* Italia. 

Pure, sarebbe in errore chi ripensasse quei giovani come alfie- 
rianamente tesi in una lotta senza riposo. Anche la lotta aveva le 
sue pause di sorriso, che la mostrano, proprio per questo, piu 
umana. Nel '55, a Tirano, Giovanni rallegrava se stesso e gli amici 
con quei versi senza senso, alia Burchiello, che faceva declamare a 
un sarto, attore dilettante, nel teatro del luogo; nello stesso anno 
metteva in scena, in casa di donna Giulia Carcano, a Milano, una 
commediola scherzosa, Nicolb o la questione d' orient e, in cui gli at- 
tori recitavano imitando le marionette, e rappresentando la guerra 
russo-turca, allora iniziata, con una buffonesca parodia, che la po- 
lizia austriaca si afrretto a proibire; nel '56 componeva quello 
scherzo poetico, La partenza del crodato, che ebbe tanta fortuna. 
Ed erano gli stessi anni in cui le citta della Lombardia ofFrivano 
ognuna un cannone alia fortezza di Alessandria, e alia patriottica 
manifestazione partecipava anche la Valtellina, auspice Giovanni 
Visconti. Del resto, anche la resistenza organizzata due anni dopo, 
nel '58, contro le blandizie di Massimiliano d' Austria, nuovo go- 
vernatore del Lombardo-Veneto, mostra un miscuglio di durezza 
e di scherzo: nacque in un salotto, come una bravata, 1'idea di 
sfidare a duello chiunque si awicinasse all'arciduca austriaco, ma 
la bravata cre6 poi impegni e pericoli non lievi. 

Momento culminante delle manifestazioni antiaustriache in Mi 
lano fu per i fratelli Visconti il funerale di Emilio Dandolo. II loro 
atteggiamento, soprattutto quello di Emilio, mette in moto la po- 
lizia. Diviene necessaria la fuga: quella di Giovanni oscilla fra il 
tragico e il comico, come si puo leggere nelle pagine dei Ricordt 
che abbiamo riprodotto. A Torino si ritrovano insieme i due fratelli, 
poco prima della dichiarazione di guerra. Giovanni si iscrive tra i 
volontari comandati dal Mezzacapo, fa parte col fratello della com- 
missione consultiva di lombardi chiamati a proporre i decreti am- 



284 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

ministrativi da emanare appena occupata la Lombardia. Iniziata 
Poperazione militare, Emilio diviene commissario regio al campo 
di Garibaldi, Giovanni e nominate commissario regio per la Val- 
tellina. Da questo momento la vita dei due fratelli si svolge su vie 
diverse. Emilio andra a Modena a raggiungere il Farini, vi lavorera 
dopo Villafranca per le annessioni, correra a Napoli nel 1860 e si 
awiera rapidamente a quelle funzioni di primo piano che lo ve- 
dranno per ben sette volte ministro degli esteri del Regno d' Italia, 
nel periodo dal 1863 al 1901. Giovanni, finite il suo commissariato 
in Valtellina, sopraggiunto Parmistizio di Villafranca, tornera a 
Milano. Da allora, la sua esistenza si svolgera su un piano che po- 
tremmo chiamare municipale. Presidente del comitato di soccorso 
per Pemigrazione veneta, vi compira a lungo un'azione benefica, 
preparazione lontana delPannessione della Venezia nel 1866; scri- 
vera per un anno di argomenti letterari nel giornale La perseve- 
ranza, dopo che il Crepuscolo avra interrotto la sua pubblica- 
zione; diverra assessore della Giunta di Milano nel 1860, in seguito 
alle prime elezioni di quel municipio, e sara attivo collaborator, 
con questa carica, del primo sindaco di Milano, Antonio Beretta. 
Sono gli anni in cui egli diresse al comune la pubblica istruzione, 
e poi i servizi urbani, sempre continuando a far parte della com- 
missione scolastica. Nel 1865 fu eletto deputato per il primo col- 
legio di Milano. Divenne presidente delPAssociazione costituzio- 
nale milanese, presiede per undici anni PAssociazione generale de 
gli operai, fu posto a capo della Societa autori ed editori dal 1886 al 
1906. Aveva compiuto da poco settantacinque anni, quando soprag- 
giunse la morte, il i ottobre del 1906. 

Ma piu che il succedersi delle molteplici cariche interessa in- 
vece, per tracciare un suo profilo, Pattivita letteraria che egli svolse, 
gli scritti da lui pubblicati dopo il 1870. 

Nel suo primo gruppo di Novelle, raccolte in volume dal Le 
Monnier di Firenze nel 1884, figurano tre lunghi racconti, Una 
scappata fuori del nido^ Lo scartafaccio delVamico Michele^ L'avvo- 
cato Massimo e il suo impiego : il secondo dei quali riapparve succes- 
sivamente, in volume separato, presentandosi con Paspetto di ro- 
manzo piu che novella. In realta, se non per la loro ampiezza, certo 
per la varieta delle vicende, dei personaggi, degli ambienti, tutti e 
tre i racconti si potrebbero considerare dei romanzi. II primo, che 
reca il sottotitolo Memorie di Alberto, narra in prima persona di un 



PROFILO BIOGRAFICO 285 

giovane provinciale trascinato e illuso da comitati rivoluzionari, 
in cui e evidente la parodia degli agitator! mazziniani: e anche ir- 
retito, a Milano, dalla sua stessa vanita, per cui si fa credere nobile 
e di ricchissima famiglia. Naturalmente, come non dura la sua 
finzione, cosi Alberto si awede fmalmente dell'ingannevole vani- 
loquio e del meschino imbroglio dei suoi compagni cospiratori: 
sicche se ne torna al paese rinsavito, e subito dopo anche purificato 
dalla guerra del '66, cui partecipa da valoroso. Racconto, evi- 
dentemente, a tesi, con una sua morale, che vorrebbe ammonire 
a non uscire dal proprio guscio, a non lasciarsi illudere da fanatismi 
rivoluzionari, ma rimanere ben fermi nella scia ufEciale, monarchica 
del nostro Risorgimento, senza eccessive ambizioni e pericolose 
vanita. L'intento morale e sociale appare cosi scoperto che a volte 
il racconto ne e fortemente turbato, anche se la sincerita degli 
ideali, il candore delle intenzioni, la fluidita della prosa ne ren- 
dono ancora piacevole la lettura. Ne diversa impressione suscita 
il secondb racconto, in cui un anziano personaggio, Michele, 
dopo avere intensamente operate per il Risorgimento nazionale, 
ormai convinto d'esser vecchio e malato, ed ancor piii amareg- 
giato e deluso di non ritrovare nella realta quella patria ideale per 
cui ha combattuto, decide di ritirarsi da ogni attivita e rifugiarsi 
nel suo piccolo paese natio. Ma lo spettacolo di ingiustizie e di 
intrighi, di prepotenze e di corruzione che gli si presenta nel suo 
Borghignolo, lo trascina a riprendere la sua operosita civile, a in- 
tervenire nella vita del suo comune, a divenirne il sindaco. Un 
chiaro invito, in sostanza, alia generazione che aveva lottato fino 
alia proclamazione del Regno d* Italia, perche non si mettesse da 
parte e mantenesse invece nelle sue mani oneste e sicure Pammi- 
nistrazione del paese, minacciata dalla gente nuova. E un racconto 
a tesi e anche il terzo, che Pawocato Massimo lascia il suo paesello 
di Castelrenico, dove vive agiatamente, aspirando a un alto impiego 
che un amico deputato gli ha fatto vagamente sperare : e se ne va a 
Milano, e consuma ogni suo avere nelPattesa di quell'impiego e si 
affanna a mantenere se stesso, e la famiglia che si e creata, in un 
tenore di vita insostenibile, ma che gli appare necessario perche 
queirimpiego gli sia finalmente concesso. Ma quando la nomina 
viene, si tratta di un cosi misero posticino, che solo la contempo- 
ranea rovina economica lo induce ad accettarlo : e si trascina allora 
per lontani paesi, fra difficolta e pericoli, e perde infine la moglie e 



286 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Timpiego stesso, finche la mano affettuosa di un amico, che ha avuto 
la saggezza di restare a lavorare a Castelrenico e vi ha fatto fortuna, 

10 rialza da tanto awilimento e rovina, e lo riconduce al paese verso 
una nuova vita. 

Letteratura, dunque, con intenti civili, che si propone di conti- 
nuare, in diverse modo, quell'operosita e queirapostolato patriot- 
tico gia svolti dal Visconti nel periodo precedente. Era questo, del 
resto, un orientamento alquanto diffuse, che in quei medesimi anni 

11 De Amicis scriveva le sue varie opere per educare gli italiani ai 
suoi ideali. Ma, certo, assai minore era nel Visconti la capacita 
architettonica, che i suoi racconti, anche quelli che compose negli 
anni successivi, sembrano spesso incompleti, e le vicende restano 
abbandonate alia fantasia del lettore, appena la tesi che lo scrit- 
tore si era proposta ha raggiunto una sufficiente dimostrazione. 
In compenso, e molto piu dominata la sentimentalita, che nel De 
Amicis invece tende ad effondersi senza freno : e vi e maggior cura 
nel ritrarre uomini e cose della provincia, quasi per un parziale 
affermarsi degli orientamenti veristici. Certi personaggi - il far- 
macista, il fornaio, la ragazza di paese, Martin matto, i cospiratori 
di provincia sono gia curati con un gusto delP ambient e, che fa 
da contrasto all'intento civile e a volte lo travolge in una creazione 
piu disinteressata. Manzoniana, invece, e ancora la prosa, con quel 
suo fluire pacato e il piacere dell'ironia: ma tanto piu fresca e agile 
quanto meno profondo, infmitamente, e lo spirito da cui e nata. 

Molte di queste osservazioni potrebbero ripetersi per // curato di 
Orobio (1886), dove 1'influsso del Manzoni e anche piu evidente 
nella stessa trama. Enrico e Cristina, due giovani di diversa condi- 
zione sociale, il cui amore e awersato dalla nobildonna Flavia, zia 
e tutrice della giovinetta, ma e fortemente protetto dal curato don 
Cornelio, giungono dopo molteplici peripezie a potersi unire in 
matrimonio. -L'interesse del racconto, piu che sui motivi sociali, 
si appoggia tutto sulla contrapposizione di un clero fortemente 
evangelico, liberale, patriottico, che ha la sua idealizzata figura in 
don Cornelio, e un clero zotico, calcolatore, meschino. Si coglie 
Fansia di una riforma morale del sacerdozio, il desiderio di vederlo 
rinnovato da un ritorno alia purezza evangelica : atteggiamenti che 
certo precorrono, sebbene in modo vago, quelli di cui sara dopo 
pochi anni vivace esponente Antonio Fogazzaro, ma che in buona 
parte derivano anche dal ricordo dei tanti sacerdoti caldamente 



PROFILO BIOGRAFICO 287 

impegnati nelle lotte risorgimentali e cosi diversi da quelli ormai 
chiusi e diffident! dopo Poccupazione di Roma e la contemporanea 
ventata anticlericale. 

Molto inferiori, sotto ogni aspetto, i Nuovi racconti del Visconti 
Venosta, che il Treves raccolse in volume nel 1897. Sono tre rac 
conti La settima medaglia, II matrimonio d'Eloisa, Urf ascensione 
al Zebru - e in essi riappaiono temi e procedimenti gia apparsi nelle 
prime Novelle, ma senza il vigore di un tempo, e anzi con sbanda- 
menti e incertezze di disegno e lungaggini ingiustificate, che non 
invitano a un attento esame. 

L'opera migliore del Visconti Venosta sono certamente i Ricordi 
di gioventii, che gia precisano il loro carattere nel sottotitolo : cose 
vedute o sapute, 1847-1860. Non sono, dunque, i ricordi di un 
uomo, ma di un popolo; le vicende milanesi di un periodo ecce- 
zionale, quali le aveva viste e vissute Pautore, che le sente ormai 
tutt'uno con la propria giovinezza. Non vi e dubbio che queste 
memorie siano un documento notevolissimo per gli storici : il Lisio 
le giudico esattissime, pienamente concordi con altre fonti, e ricche 
di aneddoti anch'essi oltremodo attendibili. Ne puo togliere valore 
storico ai Ricordi 1'osservazione che essi disegnano il Risorgimento 
da un solo angolo visuale: quello che attribuisce ogni merito al 
Cavour e al Piemonte, svalutando Mazzini e la sua azione. Anzi, 
e proprio tale parzialita che fa dei Ricordi una fonte per lo storico, 
anziche una storia gia tracciata. Ma non e certo questo il loro 
pregio maggiore. I Ricordi ricostruiscono un ambiente, Panimo di 
un'epoca con affettuosa nostalgia, in un tono simpaticamente in- 
termedio tra il rimpianto di quegli anni e la gioia di averli vissuti : 
e non vi e mai posa eroica, ma anzi spesso un sorriso indulgente e 
una sottile vena di umorismo, quasi che con le memorie tornasse 
ancora la giovinezza spensierata e audace di quei tempi lontani. 
Nessuna traccia di una tesi, di una polemica o di una propaganda 
politica : eroi veri ed eroi da melodramma, martiri d'una idea e fa- 
natici paradossali sono ugualmente rivisti con affetto, rievocati con 
obbiettivita serena, in uno stile tranquillo, senza eccessi di lirismo, 
senza spunti epici : e se anche a volte scoppia la frase di esaltazione, 
essa resta fuori dal tessuto del racconto, come una didascalia o un 
commento morale facilmente isolabile. 

Certo, chi guardi prevalentemente alia forma, alia tecnica stili- 
stica, potra restare deluso dalPandamento prosastico del racconto : 



288 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

ma quella noncuranza formale e il segno genuine di ima ricchezza 
interiore, della serieta morale di tutta una vita, si che, se la pagina 
isolata puo sembrare sbiadita, i capitoli nella loro interezza lasciano 
ben altra impressione. Basterebbero, a provarlo, il quadro vivissimo 
delle Cinque giornate, cosi ricco di chiaroscuri misuratissimi, o 
certi rapidi scorci del viaggio a Napoli e in Sicilia, o, infine, per non 
citare ulteriormente, la commossa rievocazione dei funerali di Emi- 
lio Dandolo e la successiva fuga eroicomica dell' au tore dalla Lom- 
bardia verso il libero Piemonte. Ed e stato per noi motivo di insi- 
stente cruccio il non poter offrire una scelta piu ampia di queste 
vivissime tra le memorie del nostro Ottocento. 



Di Giovanni Visconti Venosta, detto anche Gino, non esiste una compiuta 
ed esauriente biografia. Per il periodo fino al 1860 la si puo ricostruire ser- 
vendosi dei suoi Ricordi di gioventu, per gli anni successivi giovano parzial- 
mente allo scopo: L. FERRARI, Onomasticon: repertorio biobibliografico degli 
scrittoriitalianida.il 501 al 1850, Milano, Hoepli, 1947; A. DE GUBERNATIS, 
Dictionnaire international des ecrivains du monde latin, Rome-Florence 
1905-1906, e, naturalmente, YEnciclopedia Italiana e V Enciclopedia Cat- 
tolica. Notizie sparse si possono ricavare anche dai saggi e dagli articoli 
di giornale che citeremo piu innanzi. 

Per gli scritti minori di Giovanni Visconti Venosta citiamo le edizioni 
che abbiamo presenti: Novelle, Firenze, Le Monnier, 1884; // curato di 
Orobio, Milano, Treves, 1886; Nicolo o la questione d'oriente, Milano, 
Treves, 1886; Nuovi racconti, Milano, Treves, 1897; Lo scartafaccio del- 
V arnica Michele, Milano, Cogliati, 1899. La prima edizione dei Ricordi di 
gioventu apparve a Milano, presso Cogliati, nel 1904, ma dopo pochi giorni, 
data Tenorme richiesta, 1'editore ne pubblico una seconda edizione. Nel 
1906 il Cogliati stesso starnpd una terza edizione (da noi seguita) in due 
tipi, con illustrazioni e senza illustrazioni. L' edizione piu recente, col no- 
me di 5 a , risale al 1925, sempre a Milano, presso il Cogliati. Non ho visto 
n6 ho notizia della 4 a edizione. I due scherzi poetici, di cui ho fatto cenno 
nel Profilo, sono riprodotti in note poste dallo stesso autore ai suoi Ri 
cordi di gioventu. 

Non sono molte, e tutt'altro che esaurienti, le pagine dedicate dagli stu- 
diosi alle opere del Visconti Venosta. Ricordiamo quelle che abbiamo visto : 
G. MAZZONI, in Rassegne letter arie, Roma 1887, pp. 28 sgg. (sul Curato 
di Orobio); G. ZOCCHI, Scadimento del romanzo, Roma, Uff. della Ci- 
vilta cattolica, 1901, pp. 176-9; G. STIAVELLI, Poesia senza senso y Roma 
1904; O. BRENTANI, Giovanni Visconti Venosta, in Corriere della Sera, 
2 ottobre 1906 (in occasione della morte); L. PULLE, A raccolta, Milano 
1911, pp. 318 sgg.; G. CRESPI, Le caricature poetiche di Giovanni Visconti 
Venosta, in La lettura, giugno 1913. Si occupano piu particolarmente dei 



PROFILO BIOGRAFICO 289 

Ricordi di gioventu i seguenti scritti : A. D*ANCONA, Dalle Cinque giornate al 
grido di dolor e^, in II giornale d' Italia , 15 maggio 1904; D. CHIATTONE, 
Le memorie di un patriotta, in II Piemonte (pubblicato a Saluzzo), 2,1 
maggio 1904; F. LAMPERTICO, in Rassegna nazionale, i giugno 1904, 
PP- 474-8; G. Lisio, in Archivio storico lombardo , in (1905), serie 4% 
pp. 192-210; G. STIAVELLI, Ricordi d'altri uomini e d'altri tempi: Giovanni 
Visconti Venosta, Frascati 1905; M. SCHERILLO, Visconti Venosta minor 'e, 
in La letura, maggio 1915, pp. 395-405. 



DAI RICORDI DI GIOVENTtl 

[PRIMI RICORDI] 1 

Se spingo il mio pensiero, lontano, nei tempi della mia infanzia a 
cercarvi qualche fatterello, o piuttosto qualche impressione, mi si 
affacciano dei vaghi ricordi, che mi dicono quanto fossero diverse 
le abitudini e la vita di quei tempi. La prima e massima linea di 
separazione tra quei tempi e i tempi nuovi fu segnata dal 1848. 

Da allora tutto muto rapidamente, nelle abitudini domestiche, 
. nella vita cittadina, nelle usanze, nelle menti, direi quasi come se 
fosse passato un secolo, non un breve tempo. Ripensando ai tempi 
di prima, tutto mi si affaccia come in un mondo diverso ; un mondo 
piu semplice, piu rispettoso, e piu uniformemente tranquillo, come 
uno stagno. Noi ragazzi, nella nostra famiglia, come dissi, eravamo 
educati con una grande dolcezza, ma nelle famiglie degli altri fan- 
ciulli, nostri amici, Peducazione era piu severa; si ragionava poco, 
e si ubbidiva molto. In una famiglia di quei tempo non si sarebbe 
mai udito si fa la tal cosa, o non si fa, perche nostro figlio, od anche 
solo la nostra bambina, vogliono o non vogliono! Una simile pre- 
tesa avrebbe fatto ridere come una incredibile stranezza. I balocchi, 
i divertimenti, erano pochi e semplici. Nelle famiglie signorili si 
pranzava tra le quattro e le cinque del pomeriggio, e dopo pranzo 
si andava in carrozza al Corso, che si svolgeva tra la Porta Orientale, 2 
ora Porta Venezia, e i bastioni vicini, sotto la direzione d'un Com- 
missario di polizia a cavallo, seguito da due ussari. Le carrozze che 
vi intervenivano erano molte, e tutte a due cavalli. Una signora 
non sarebbe andata mai in un legno a un sol cavallo, e non usciva 
a piedi che seguita da un domestico in livrea. 

Non c' erano vetture pubbliche, come ora; c'erano solo dei fiacres 
a due cavalli in alcune piazze della citta, e servivano specialmente 
pei forestieri. I cosi detti broughams 5 non comparvero che dopo il 
1850, e gli omnibus assai piu tardi. 

La prima signora che a Milano sfoggib un elegante brougham, a 
un cavallo, venuta da Parigi, fu la marchesa Ippolita d'Adda Sal- 
vaterra Pallavicino. Di questo fatto allora si parlo molto a Milano. 

Alle ville, in campagna, ci si andava coi cavalli propri, perche 

i. Ed. cit., dal cap. I, pp. 10-28. 2. Porta Orientale: vedi la nota zap. 
260. 3. broughams: vedi la nota sap. 268. 



292 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

non c'erano ferrovie, alFinfuori del breve tronco di dodici chilo- 
metri tra Milano e Monza, aperto nel 1842.* Noi andavamo nelle 
nostre case in Valtellina, distant! da Milano da 1 60 a 170 chilometri, 
col nostro legno e coi nostri cavalli, impiegandoci tre giorni. L'il- 
luminazione a gaz per le vie di Milano non principi6 che nel 1845. 

Alle volte il babbo e la mamma ci conducevano al teatro alia 
Scala, ove si diceva che c'erano dei grandi maestri e de' grandi 
cantanti; ma cio che m'interessava soprattutto era il balletto co- 
mico, che chiudeva lo spettacolo dopo il hallo grande. 2 

Qualche volta poi nostro padre ci conduceva a sentire il Modena, 3 
e ci diceva : Quando sarete grandi, vi fara piacere ricordarvi di 
questo attore. 

Una delle impressioni, che mi rimase viva per parecchi anni, fu 
lo spavento che aveva messo in tutti la prima invasione del colera 
in Lombardia. 4 Mio padre si conservava calmo, come di solito, ma 
mia madre era spaventata, e voile lasciare Milano. Si ando a To 
rino, ma prima di passare il Ticino si dovette fare una quarantena 
di parecchi giorni in una villa, che mise a nostra disposizione il 
conte Francesco Annoni, amico e parente di mio padre. Alcune 
stampe di quel tempo raffiguravano il colera in forma d'un dia- 
volo, anche piu brutto del solito, che percorreva i paesi spar- 
gendo un veleno. Per me dunque il colera non era altro che quel 
diavolo, e mi guardavo sempre in giro per scansarlo, caso mai 
comparisse. 

Dopo il colera, ci fu nel 1838 Pingresso solenne in Milano di 
Ferdinando I, 5 il nuovo Imperatore d* Austria, ch'era successo al 
padre. Fui condotto anch'io su un terrazzino del corso di Porta 
Orientale a vedere lo spettacolo della fastosa sfilata di cavalieri in 
ricchi costumi, di araldi, e di cocchi dorati. Quando arrive la car- 
rozza, tutta oro e cristalli, nella quale c'erano T Imperatore e rim- 

1. nel 18421 la ferrovia Milano-Monza fu inaugurata il 17 agosto 1840. 

2. Alla Scala Popera veniva interrotta a meta dal ballo, detto "grande"; 
finita 1'opera c'era il ballo "piccolo", o "balletto comico". Di questi "bal- 
letti" ne fu celebre uno, che rappresentava in caricatura tutti i giovani ele- 
ganti milanesi piu noti a quel tempo (nota del Visconti Venosta). 3. Gu 
stavo Modena (1803-1861), uno dei piu famosi attori tragici italiani; fu 
anche fervido patriotta. Sono rimaste celebri le sue interpretazioni del- 
PAlfieri. 4. la prima . . . Lombardia: la prima epidemia colerica si diffuse 
in Italia negli anni 1835-1837; in Lombardia divampo nel 1836. 5. Fer 
dinando I d'Austria (1793-1875) sali al trono nel 1835, succedendo al padre 
Francesco I, e abdico a favore del nipote Francesco Giuseppe nel 1848. 



RICORDI DI GIOVENTt 293 

peratrice, parecchi lungo la strada incominciarono ad applaudire 
ed a sventolare i fazzoletti. lo guardavo con tanto d'occhi, e bisogna 
dire che in quel momento avessi levato di tasca il fazzoletto anch'io, 
perche a un tratto mi sentii prendere fortemente pel braccio da un 
giovinotto piu alto di me, che mi era vicino, e che mi disse bru- 
scamente: Guardati bene dalPapplaudire quando Plmperatore 
passera qui sotto! 

Fissai quel giovane stupefatto, e senza capire nulla, ma mi guar- 
dai bene dall'applaudire. Poco dopo domandai alia mamma la spie- 
gazione di quel comando ; essa mi rispose che quel giovanotto aveva 
avuto ragione, ma che certe cose le avrei capite piu tardi. Era questa 
una risposta che sentivo sovente, e non chiesi altro. Quel giova 
notto si chiamava Guido Susani, 1 che rividi molti anni dopo, e 
col quale entrai in amicizia; un'amicizia che fu spesso attraversata 
da nuvole e da temporali, poiche quelFarroganza, sotto i cui auspici 
avevo fatto la sua prima conoscenza, lo accompagnava sempre, sia 
che avesse torto, sia che avesse ragione, come in quel giorno del- 
Tentrata dell'Imperatore. 

Ma siccome i bambini molte volte vanno ruminando tra se nel 
pensiero sulle cose udite e non capite, soprattutto quando si dice 
loro che son cose che capiranno piu tardi, cosi ho poi ruminato 
anch'io sulle parole del Susani, e a poco a poco, pigliando a volo 
una parola qua, una parola la, sentendo parlare da mia madre della 
storia pietosa di Teresa Confalonieri, 3 e del Pellico da mio padre, 
imparai che gli austriaci erano una cosa detestabile. In casa nostra 
non erano mai venuti ne ufiziali, ne alti funzionari austriaci. 

Bisogna dire che la parola diplomatico avesse colpito, a que 
tempi, la fantasia di mio fratello Emilio, 3 poiche ricordo che quando 
gli domandavano, come si fa coi bambini: Che cosa vuoi fare 

i. Guido Susani (1824-1892), nato a Mantova. Giovanissimo al tempo di 
questo episodic, si laureo poi in ingegneria ed ebbe fama e onori. Deputato 
di Sarnico e poi di Sondrio, dove dimettersi, nel 1864, perche risulto coin- 
teressato nella Societa delle ferrovie meridionali, proprio mentre era rela- 
tore di una legge a favore di questa Societa. Visse, da allora, soprattutto 
in Francia, e mori a Parigi. 2. Teresa Confalonieri: Teresa Casati (1787- 
1830), moglie di Federico Confalonieri (1776-1846). 3. Emilio Visconti 
Venosta (1829-1914), fratello maggiore di Giovanni, fu poi tra i piu no- 
tevoli ministri degli esteri del Regno d' Italia, e copri tale carica per ben 
sette volte, dal 24 marzo 1863, quando entr6 a far parte del gabinetto Min- 
ghetti, fino al 15 febbraio 1901, in cui lascio tale portafoglio, che aveva 
tenuto nel gabinetto Saracco. 



294 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

quando sarai grande ? rispondeva : Voglio fare il diplomaticol 
e si rideva. Una volta pero, quando fu piu grandicello, il babbo gli 
disse: Sta bene, se tu dici cio come un proposito di studiare se- 
riamente; ma ricordati che nel nostro paese c'e un governo che non 
dobbiamo servire! 

L'anno dopo la venuta delPImperatore fui mandate a scuola per 
far la prima classe elementare, ma un caso disgraziato, che poteva 
essermi fatale, mi fece interrompere le lezioni per alcuni mesi. Un 
giorno fui preso dalla curiosita di sapere che cosa ci fosse nelPar- 
madio di una stanza di servizio, che vedevo sempre chiuso : Papersi, 
e in mezzo a molte bottigliette ne trovai una sulla quale era scritto 
Malaga vecchio : ne tracannai un sorso ; mi sentii come una flam- 
ma in bocca, e caddi a terra. Era acido solforico. 

Fui in grave pericolo per parecchi giorni, soffrendo molto ; guarii 
lentamente, e ne risentii per un pezzo. 

Mio fratello Emilio, che andava a scuola gia da tre anni, aveva i 
suoi piccoli amici, ch'eran parecchi, ma i tre piu intimi erano i figli 
del marchese Antonio Trotti, 1 Lodovico e Lorenzo, che poi mori 
giovane, e Saule Mantegazza. Queste amicizie erano naturalmente 
accompagnate da quelle dei rispettivi parenti ; in casa Trotti poi ci 
andavano altri ragazzi, e di carnevale c'erano delle lezioni di ballo, 
delle belle festicciuole anche in costume, e delle recite. Era un 
grande divertimento, e i miei genitori conducevano anche me. Una 
sera per6 Emilio ebbe un dispiacere, ed uno lo ebbi anch'io. 
Emilio ballava con una bambina d'Azeglio, vestita alia Bernese 2 con 
una gran cuffia; urtati nel ballare, caddero tutt'e due; fecero per 
rialzarsi, ma in grazia del cuffione della bambina e delle maglie 
strette che aveva Emilio, non ci riuscirono ; ruzzolarono sotto una 
tavola, e ci voile un po' di tempo per levarneli. 

Emilio, da quel giorno, non voile ballar piu. 

II mio dispiacere Febbi alcune sere dopo. Mia madre aveva com- 
binato con la marchesa Fanny d'Adda De Capitani ch'io ballassi 

i. i figli . . . Trotti: Antonio Bentivoglio Trotti (1798-1879), nobile mila- 
nese, pur non svolgendo parte attiva, fu tra i sostenitori della causa nazio- 
nale. Attivissimo, invece, fu il figlio Lodovico (1829-1914), combattente 
tra gli insorti milanesi nelle Cinque giornate, e poi nelle guerre del '48, 
del '59, del '66. Fu tra i milanesi che sostennero la soluzione monarchica 
del problema italiano. Vedi A. MALVEZZI, II Risorgimento italiano in un 
carteggio di patrioti lombardi, Milano 1924. 2. alia Bernese: secondo il 
costume delle Alpi bernesi. 



RICORDI DI GIOVENTt 2Q5 

una quadriglia con la sua bambina Lauretta. La quadriglia and6 
disastrosamente, e non seppi piu neanche dove fosse andata a finire 
la mia ballerina. Per un pezzo, anche dopo quella sera, io continuai 
a incolparne quella bambina, mentre essa continu6 a prendersela 
con me. 

Chi mi avrebbe detto allora che quella bambina sarebbe un 
giorno diventata mia moglie! 1 Eppure la nostra prima conoscenza 
e datata da quella sera, e comincio con un disaccordo che doveva 
essere il primo e rultimo. 

Da bambini, noi tre fratelli eravamo gracili, nervosi, vivacissimi. 
Percio nostro padre non voile mandarci a scuola, e neanche farci 
insegnar Falfabeto, che dopo i sette anni compiuti. Cosi, fino a 
quelPeta, non si fece che giocare, saltare e passeggiare, accompa- 
gnati dal babbo, ch'era sempre con noi, e prendeva occasione da 
ogni piccola cosa per interessarci a tutto cio che si vedeva. 

Allora non c'erano scuole di ginnastica, ed in casa nostra non 
c'era un giardino ; percio nostro padre ne aveva preso uno in affitto, 
dove ci conduce va ogni giorno a far il chiasso, mentre lui se ne 
stava sotto una pianta con un libro in mano. 

Le scuole pubbliche elementari a quei tempi erano scarse, e 
non buone. Nei Ginnasi e nei Licei c'era qualche bravo professore, 
e anche celebre, ma si studiava poco, e superficialmente. A Milano 
c'erano diversi Istituti d'insegnamento private, e tra questi il Bo- 
selli 2 e il Racheli erano i due piu importanti, che accoglievano i 
figliuoli di molte tra le migliori famiglie. 

Noi fummo mandati all'Istituto Boselli, ove c'erano alcuni tra i 
migliori professori d'allora, tra i quali Achille Mauri, 3 noto lette- 
rato, e che piu tardi nella Camera Piemontese, nei Senato italiano 
e nei Ministero della Pubblica Istruzione lascio un nome caro ed 
onorato. 

i. Lauretta . . . mia moglie: Giovanni Visconti Venosta spos6 Laura D'Adda 
Salvaterra, dopo che essa rimase vedova del suo primo rnarito, il nobile 
Scaccabarozzi. 2. Antonio Boselli (1803-1848), direttore delTIstituto, cadde 
tra i primi nella insurrezione delle Cinque giornate (cfr. p. 318). Vedi A. 
VANNUCCI, I martiri della liberta, Milano, Bortolotti, 1887, n, pp. 340-1. 
3. Achille Mauri (1806-1883), letterato (traduzione del Messias di Klopstock; 
una Vita di son Carlo Borromeo ; il romanzo storico Caterina Medici di Broni 
ecc.), insegn6 per alcuni anni, fino al 1847, nell'istituto Boselli. Attivissi- 
mo nella insurrezione di Milano del '48, esule in Piemonte, deputato, 
torno a Milano nei '59. Senatore dal 1871. Gli era stato offerto dal Rat- 
tazzi, dopo Villafranca, il ministero dell'istruzione, rna non lo accetto, 
per modestia. 



296 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Nell'Istituto Boselli la prima classe elementare era tenuta da un 
certo maestro Pozzi, uomo di moltissimo ingegno, il quale, dopo 
aver fatto il professore di matematica in un Liceo, aveva voluto de- 
dicarsi ai fanciulli, per esperimentare certi suoi metodi che dove- 
vano condurli a imparare rapidamente il leggere, lo scrivere, un 
po 3 d'aritmetica, ed altre belle cose. 

I metodi del maestro Pozzi, dawero ingegnosissimi, consistevano 
in una serie continua di giochi traverse i quali si imparava in fretta, 
senza fatica, anzi divertendoci moltissimo. De' suoi sistemi alcuni 
sono rimasti, e sono in uso, senza che alcuno rammenti chi primo 
li introdusse. Tra i suoi scolaretti il Pozzi poi ne sceglieva alcuni, e, 
sempre a furia di giochi, insegnava loro cose che facevano sbalordire 
i buoni genitori, quando presentava i suoi piccoli allievi agli esami, 
come cagnolini ammaestrati. 

Ma non c'erano solo i giochetti, c'era di serio nella scuola del 
Pozzi che 1'insegnamento diventava facile, attraente, rapido, senza 
stancare mai la mente tenera dei bambini, e senza far nascere quelle 
ripugnanze precoci che ispiravano molte volte le vecchie scuole. 

II maestro Pozzi lascio la scuola pochi anni dopo, e mori gio- 
vane. Tra gli ultimi suoi scolari ci fu mio fratello Enrico, a cui 
prodigo cure affettuose e pazienti, che non dimentichero mai. 

Mio fratello Enrico, a cagione d'una malattia cerebrale avuta da 
bambino, era giunto fino agli otto anni senza quasi poter profferire 
le parole. Si temette da principio che fosse muto ; ma non era sordo, 
e dava segni d'intelligenza svegliata. Mio padre s'intese col maestro 
Pozzi, il quale a poco a poco, in un paio d'anni, riusci a snodar la 
lingua ad Enrico, e a farlo parlare, con un seguito di espedienti 
ingegnosi e amorevoli. 

Mio fratello Enrico divento un uomo di mente svegliata e acuta ; 
ebbe Fanimo buono e giocondo, lo spirito pronto e arguto. 

Tutto amore pei suoi fratelli, le sue preoccupazioni, i suoi 
pensieri, eran tutti, e sempre, rivolti a loro, con un affetto quasi 
figliale. 

Finche visse, le abitudini mie furono le sue; eravamo sempre in- 
sieme, in casa, in campagna, nelle conversazioni, nei divertimenti ; 
non ci lasciavamo mai. 

II suo carattere aperto e leale, la grande bonta del suo animo lo 
rendevano caro ai molti che lo conobbero e che ne cercavano con 
premura 1'amicizia. Mori a 46 anni, nel 1881, e la sua perdita, che 



RICORDI DI GIOVENTtl 2Q7 

rimpiango ogni giorno, mi lascio privo quasi d'una parte di me 
stesso. 

II maestro Pozzi aveva per assistente un chiericotto, che pareva 
awiato a divenir prete ; ma quel chierico abbandono presto il collare 
e 1'insegnamento delPalfabeto. Piu tardi lo ritrovai, quando fui alia 
Universita; si chiamava Taw. Antonio Mosca e fu mio professore 
di legge. Dopo il 1859 divento deputato, e fu un' illustrazione del 
Foro Lombardo. 

II direttore, Antonio Boselli, aveva dato molta riputazione al suo 
Istituto circondandosi sempre di ottimi professori. Quanto valesse 
lui non lo so, ma ne j suoi alunni non desto 1'impressione simpatica 
lasciataci dai suoi maestri e professori. Ne avevamo paura: era duro, 
severo, e distribuiva con grande facilita ingiurie e scappellotti, spe- 
cialmente a quelli che teneva in pensione. 

Le prime confidenze su queste abitudini manesche del Boselli 
le ebbi da alcuni condiscepoli dejla prima classe ginnasiale. Era- 
vamo in tre sul medesimo banco, e io ero nel mezzo. Fin dal primo 
giorno feci una grande amicizia coi miei due compagni, e incomin- 
ciarono le confidenze mentre si mangiavano i due panini concessi 
nella mezz'ora della ricreazione. Due panini, nulla di piu; i rego- 
lamenti scolastici, allora, non permettevano altro, e la concessione 
d'un po' di companatico era un affare non facile. II mio vicino di 
sinistra era un giovanetto magruccio, pallido, timido; aveva due 
gran mani, gonfie, rosse pei geloni, e sanguinolenti. Era un con- 
vittore, e mi raccontava che il Boselli li faceva alzare col lume nel- 
rinverno prima di scuola, e li metteva a studiare in camerotti freddi, 
distribuendo poi con facilita fior di ceffoni senza economia; e mi 
diceva che quando i convittori erano irrequieti, il Boselli, chia- 
mando morbosa 1'irrequietudine, sornministrava loro dei purganti. 

Non so dei purganti , ma dei ceffoni ne pigliava parecchi anche 
il mio povero compagno. Poverino! e infatti aveva Faria intimi- 
dita e malinconica. Ma non lo era di natura, poiche quando piu 
tardi, divenuto io amico in casa sua, ci ritrovammo, in mezzo ai 
suoi fratelli, lo rividi vispo, allegro, e tutt' altro che timido. Ma allo 
ra mi faceva tanta compassione! Solo mi pareva che un giovinetto 
cosi mingherlino, cosi timido, avesse un nome troppo solenne, 
troppo da uomo grande; si chiamava Malachia De Cristoforis. 1 

i. Malachia De Cristoforis (1832-1915), medico, partecip6 alia guerra del 
1859, fu al Volturno nel '60, combatte nella guerra del '66. Grande gineco- 



298 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

II mio compagno di destra era molto diverse; aveva dodici anni, 
era tarchiato, aveva il fare risoluto, e lanciava anche qualche be- 
stemmia, specialmente contro il latino. Suo padre 1'aveva messo 
nella Pensions Boselli solo per alcuni mesi, cioe mentre era assente 
con parte della famiglia, lasciata in Spagna. Pero, diceva questo mio 
compagno, se nel frattempo il signor Boselli mi somministrasse un 
qualche ceffone, allora farei una conspiracion in collegio, e poi un 
pronunciamientOy e occorrendo una revolution, come si fa in 
Spagna . 

Sei spagnuolo ? gli domandai. 

No, sono di Val Seriana, 1 ma mio padre e cittadino onorario 
di Saragozza, ove e chiamato el Dio del do di petto! 

lo non capivo niente. Ma il mio amico mi racconto che suo padre 
in trepiazze dove fece tre stagioni, in Spagna, era ricevuto come un 
Rey. 

Basti dire che a Toledo gli tudenti gli staccarono i cavalli e 
trascinarono essi la carrozza; a Valladolid illuminarono la citta per 
lui. Quando poi c'era la sua serata, allora fioccavano inviti, poesie, 
serenate, regali, e si lanciavano pel teatro dei canarini: e il mio 
amico non la finiva piu nel raccontare cose meravigliose, intanto 
che si sbocconcellavano que' due panini. lo e gli altri compagni lo 
ascoltavamo pieni di meraviglia e quasi d'invidia ; ci pareva proprio 
il figlio d'un Re. 

Due mesi dopo venne a prenderlo un belPuomo, senza barba, 
che cantarellava, intanto che il signor Boselli gli faceva vedere 
1'Istituto. 

Era il cittadino di Saragozza, che veniva a prendere suo figlio 
per ricondurlo in Spagna. Tutti salutammo affettuosamente il no- 
stro amico, facendo mille propositi per 1'anno dopo. Ma 1'amico 
non ritorno piu, e non seppi piu nulla di lui. 

Si andava alia fine d'ogni mese al Ginnasio di S. Alessandro 
(ora Beccaria) a fare un breve esame, chiamato esperimento , su 
qualcuna delle materie della classe, insieme agli alunni del Gin 
nasio pubblico. Ci trovavo press'a poco sempre gli stessi scolari, 
ch'erano molto birichini e insolenti, soprattutto con noi delle scuole 

logo e ostetrico, fu a lungo primario dell'Ospedale Maggiore di Milano. 
Era rimasto orfano del padre nel 1838, con altri sette fratelli. Ha lasciato 
moltissime pubblicazioni nel campo medico, i. Val Seriana: e la valle 
del flume Serio, affluente dell'Adda. 



RICORDI DI GIOVENTtl 299 

private; per cui correvano spesso delle busse. Parecchi mi canzo- 
navano perche avevo i capelli rossi, e mi lanciavano dei proverbi 
popolari poco lusinghieri. Per un po' fingevo di non badarci; poi 
ne pigliavo qualcuno, e gli davo una buona strigliatina. Mi dice- 
vano in milanese: Guardet de la tos e di cavei ross, Qui ross in 
difficil de conoss. 1 

Tra questi scolari ne avevo notato specialmente due, che stavano 
sempre tra loro, col fare brusco e con la faccia accigliata. D'uno 
seppi piu tardi ch'era il figlio d'un Commissario di Polizia; Paltro, 
ch'era anche il piu altezzoso dei due, per un pezzo non sapemmo 
chi fosse; ma qualcuno tra noi disse che doveva essere il figlio d'un 
generale, perche una volta venne a prenderlo suo padre con in capo 
una feluca. 

Un giorno, nelPuscir di scuola, gli domandarnmo : E tu chi 
sei ? Chi e tuo padre ? Mio padre rispose in tono fiero il ra- 
gazzo e Commissario di Sanita del Municipio. 

Ma siccome noi avevamo Faria di non aver capito, e si rideva, il 
ragazzo replico, con fare d'importanza e di compassione per la 
nostra ignoranza: Mio padre e il Capo che sta al disopra di chi 
accalappia i card! 

Rammento ancora un grosso guaio ch'ebbe una volta mio fra- 
tello Emilio nella scuola BosellL Non so per qual ragione, la sua 
classe era stata un giorno messa tutta in castigo e privata della ri- 
creazione. Che fecero allora gli scolari ? C'era su una stufa grande, 
e fatta a colonna, un busto in gesso dorato, ch'era il ritratto delFIm- 
peratore d' Austria; gli scolari, approfittando d'un momento in cui 
il professore era uscito dalla classe, buttarono una cor da al collo 
del busto, e con una forte tirata lo rovesciarono a terra, mandando 
tutto in frantumi Tinfelice Imperatore. 2 

Apriti cielol I sospetti piu gravi caddero su mio fratello Emilio, 
come ispiratore e principale esecutore del delitto. Boselli, a buon 

i. Guardati dalla tosse e dai capelli rossi. Chi e rosso e difficile a conoscer- 
si. 2. Nella Cronistoria di Alessandro Gianetti edita da L. F. Cogliati, 
si legge: "II Direttore dell'Istituto Boselli, in obbedienza delle ricevute 
ingiunzioni, dispose per 1'insegnamento de' suoi allievi del canto dell'inno 
austriaco. Ma non pochi di questi allievi vi si rifiutarono, e non lo canta- 
rono. Tanto era il sentimento di italianita che quegli scolaretti avevano 
gia assorbito nelPambiente delle loro famiglie. Quei giovanetti erano i fra- 
telli Mancini, i fratelli Guy, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Visconti- 
Venosta, Carissimi, Emilio Bignani-Sormani, ed altri" (nota del Visconti 
Venosta). 



3OO GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

conto, gli diede una terribile lavata di capo, accompagnata da pa 
role ingiuriose; mio fratello allora mise i suoi libri sotto il braccio, 
e se ne ando a casa. II giorno dopo, mio padre accomod6 la faccenda 
alia meglio. 

Boselli, quando ci strapazzava, soleva dedurre dalle nostre scap- 
patelle le piu terribili conseguenze : Si incomincia colla disobbe- 
dienza, poi di questo passo si finisce sulla forca!)) 

Molti anni dopo, nel 1853, vennero i processi di Mantova, le 
forche furono rizzate dawero, e mio fratello Emilio corse un grave 
pericolo. 1 Che Boselli 1'avesse indovinata? mi disse un giorno 
Emilio. Infatti c'era mancato poco. 

Ma i vecchi alunni del signor Boselli dovevano presto perdonar- 
gli le strapazzate, gli scappellotti, i purganti, e i suoi pronostici, 
poiche venute le Cinque Giornate y egli fu tra i primi ad accorrere 
al Broletto, che fu uno dei punti di ritrovo delPinsurrezione, e vi 
rimase ucciso. 

Devo pero dire che, a quei tempi, il migliore dei miei maestri e 
stato mio padre. Egli ci faceva, dopo la scuola, delle ripetizioni, 
ch'erano vere lezioni, e con grande amorevolezza e chiarezza c'in- 
segnava ben piu di quanto avevamo sentito, e talvolta non capito, 
a scuola. 

Con mio fratello Emilio, maggiore di me, come dissi, e che era 
dotato di molta precocita d'ingegno e di molta volonta di studiare, 
le lezioni eran lunghe, ed erano seguite poi da discorsi istruttivi 
durante le passeggiate che si facevano dopo le lezioni. Molte volte 
ci accompagnava nelle passeggiate il poeta Giuseppe Revere, 2 anzi 
ricordo che parecchi de' suoi bei sonetti li scrisse in casa nostra. 

Uno dei modi di educazione di mio padre era quello di stare co j 
suoi figli piu che poteva, di esigere da noi una confidenza illimitata, 
ricambiandocene molta, e di considerarci come persone un po' 
superiori alia nostra eta; cosi ispirava in noi il sentimento della 
responsabilita e del dovere. Eravamo trattati da piccoli uomini, 
cosa che ci lusingava assai ; per cui era grande il nostro impegno per 
tenerci a quel livello. 

i. mio fratello . . .pericolo: Emilio era stato dapprima mazziniano e caro 
al Mazzini. Percio aveva avuti frequenti contatti con quei mazziniani lom- 
bardi che furono arrestati e condannati nei processi di Mantova, special- 
mente con Antonio Lazzati. 2. Giuseppe Revere (1812-1889), di Trieste, 
noto per i suoi drammi storici (Lorenzino de' Medici, 1839; / Piagnoni e 
gli Arrabbiati, 1843 e cc.) e i suoi sonetti lirici e paesistici. 



RICORDI DI GIOVENTtl $01 

In Valtellina, ove passavamo le vacanze, mio padre alle volte 
interrompeva 1 miei spassi, non di rado un po 5 sfrenati, colPafE- 
darmi qualche incombenza campestre, in cui ci volesse delFassi- 
duita e dell'attenzione. Non e a dire come ne fossi superbo, e con 
quanta serieta mi ci mettessi. Cio aweniva specialmente nel tempo 
delle vendemmie, che mio padre, buon agricoltore e buon enologo, 
dirigeva in casa sua diligentemente, introducendo metodi allora 
nuovi, e prendendo Emilio e me come suoi aiutanti. 

Mio padre amava i contadini e ne era fortemente riamato; vo- 
lontieri s'intratteneva con loro, s'occupava dei loro affarucci, e il 
suo studio era sempre frequentato da contadini che venivano a chie- 
dergli aiuti e consigli. Specialmente affezionata gli era Pintera po- 
polazione di Grosio, colla quale la nostra famiglia aveva avuto da 
parecchi secoli tradizionali legami di interessi e di affetti. 

Sentimenti riaccesi anche piii vivamente da non lontane me- 
morie, quelle che si riannodano al mio avo, don Nicola, il quale, 
anche in mezzo alle gravi occupazioni della sua vita operosa, non 
aveva mai dimenticato i suoi grosini, ed era stato in ogni occasione 
difensore e consigliere amorevole degli affari loro e del Comune. 

Cerano in quel tempo in Tirano parecchie buone e distinte fa- 
miglie, ora in parte scomparse ; e noi ci avevamo anche dei parenti, 
poiche mio padre aveva tre sorelle che si maritarono in Valtellina, 
nelle famiglie Cattani, Quadrio e Merizzi. Tra i parenti voglio 
ricordarne specialmente due, che lasciarono nel mio animo una 
cara e indelebile memoria; e questi furono un cognato di mio 
padre, don Antonio Merizzi; e un suo cugino germano, don Luigi 
Quadrio, prete e parroco nel paesello di Bianzone. 

Don Luigi Quadrio era un sacerdote severe nella condotta, di- 
gnitoso nella persona; aveva ingegno, coltura, idee larghe e liberali, 
come molti a quel tempo nel clero lombardo. Modestissimo, nemico 
di ogni rumore mondano, non voile cariche, che lo avrebbero con- 
dotto a diventar Vescovo, e passo la maggior parte della sua vita nei 
paeselli di Bianzone e di Mazzo in Valtellina, amatissimo dal po- 
polo, venerato dal clero, dedito ai suoi studi e alle cure intelligent! 
e solerti della sua piccola parrocchia, spendendo tutto il suo in be- 
neficenza. Tra lui e mio padre c'era un grande accordo di senti- 
menti e di pensieri; c'era un legame d'affetto quasi fraterno, che il 
buon sacerdote continue con noi pure, fin che visse. 

Dopo il 1840, una prima e lieve aura di risveglio nazionale aveva 



302 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

cominciato a spirare in Italia coi Congressi scientific!, ch'erano 
stati awiati in alcune citta. 1 

Al Congresso, che si doveva tenere in Milano nel 1844, si voleva 
dare una speciale importanza, e percio se ne cominciarono i prepa- 
rativi fin dall'anno prima. Vi prendevano parte le persone piu no- 
tevoli e piu colte di Milano; si preparavano temi e studi di argo- 
menti patri e cittadini. C'era in tutti un ridestarsi di attivita, di in- 
tendimenti patriottici, e di vaghi presentimenti. 

II Cattaneo, che preparava il suo libro sulle Condizioni morali 
e civili delta Lombardia? s'era rivolto a parecchi studiosi per avere 
delle notizie economiche, statistiche, morali, riguardanti le diverse 
provincie lombarde. Si rivolse a mio padre per aver quelle della 
provincia di Sondrio. 

Mio padre si mise al lavoro, e fece una completa monografia 
della Valtellina, che per la sua importanza non fu trasfusa nel libro 
del Cattaneo, ma fu per intero pubblicata negli Annali di stati- 
stica. 3 Presentata al Congresso, ne ebbe grandissime lodi, e mise 
allora in vista mio padre, che viveva di solito in un modesto riserbo, 
e gli diede molta notorieta. Fu allora che entro in relazione piu 
intima con quel gruppo di studiosi, fra i quali Cesare Correnti, 4 
che poco dopo dovevano diventare uno dei nuclei piu important! 
delPazione e della lotta politica. 

Mio padre era socio, e assiduo frequentatore, della Societa d'ln- 
coraggiamento delle scienze, lettere ed arti, che aveva una ricca 
biblioteca, ed era un ritrovo di studiosi, ma che per la natura dei 

i. Dopo . . . citta: numerosi i congressi scientific! che si svolsero durante il 
Risorgimento e agevolarono il trionfo della causa nazionale. Quello di Mi 
lano, cui qui si accenna, ebbe luogo dal 12 al 27 settembre 1844. 2. // 
Cattaneo. . .Lombardia: quest'opera, di cui il Cattaneo esegul il solo pri- 
mo volume, nel 1844, e tra le sue piu note: una sintesi della storia geologi- 
ca, economica, culturale e politica della Lombardia. Per le notizie sul Cat 
taneo, vedi il volume che ne accoglie gli scritti (comprese anche le Notizie 
naturali e civili su la Lombardia) nella presente collezione, Romagnosi, Cat 
taneo, Ferrari, a cura di E. Sestan. 3. Gli Annali universali di statistica, 
economia pubblica, storia, viaggi e commercio , iniziati nel 1 824, erano una 
rivista mensile, fondata da Francesco Lampato, e poi proseguita da Giu 
seppe Sacchi. Tra gli animatori vi furono Gian Domenico Romagnosi, 
Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Cesare Correnti. Gli Annali cessaro- 
no la loro pubblicazione nel 1871. 4. Cesare Correnti (1815-1888) era gia 
collaborator degli Annali , dove nel '42 aveva pubblicato una Teoria 
della statistica. Fu tra gli animatori del congresso di Milano del '44, dove 
desto molta lode una sua relazione sul lavoro dei fanciulli. Su lui, vedi C. 
MORAKDI, L 'azione politica di Cesare Correnti nel '48, in Annali di scien 
ze politiche di Pavia, xm (1940), pp. 1-56. 



RICORDI DI GIOVENTft 303 

tempi limitavasi ad essere poco piu (Tun casino di lettura. Nell'oc- 
casione del Congresso si penso di risollevarla e di fame un centre 
di studi attivi e fecondi. Si nomino una Commissione incaricata di 
stendere il programma; mio padre ne u il presidente, e lesse una 
prima relazione suH'argomento. lo allora ero un giovanetto, e non 
saprei dire quali fossero gli intenti di mio padre e della Commis 
sione; solo ricordo ch'egli ne discorreva calorosamente col Cor- 
renti, col Revere, e col conte Carlo Porro, 1 in un locale munici- 
pale ove il Porro si occupava dei primi ordinamenti del nascente 
Museo di storia naturale. Vi si radunavano parecchi, che non 
conoscevo, e mio padre, che ci aveva sempre con se, vi conduceva 
Emilio e me. Piu volte vi sentii parlare della Societa Palatina, 2 ono- 
re in passato di Milano, e augurio di speranza per Pawenire. 

II conte Porro doveva morire subito dopo le Cinque Giornate, 
come vedremo, ucciso da un soldato, mentre era condotto prigio- 
niero ed ostaggio. E ben presto doveva morire mio padre. 

Mio padre era pure tra i frequentatori della casa di donna Anna 
Tinelli, 3 signora colta, e nota a Milano pel suo talento artistico e 
per le sue belle miniature. Nel suo salotto conveniva un piccolo 
mondo politico, quale era compatible coi tempi, ed erano avanzi 
di gente complicata nei movimenti del 1831. II marito di lei era 
stato processato e condannato in contumacia, e s'era riparato in 
America. Anche donna Anna era stata inquisita dallo Zaiotti, 4 e se 
n'era liberata con fermezza e presenza di spirito. Durante il pro- 

i. II conte Carlo Porro, divenuto, ancor giovane, provetto naturalista, fu poi 
tra gli ostaggi che il Radetzky trascino con se nel '48 sgombrando Milano. 
A Melegnano, la sera del 23 marzo, un colpo di fucile, tirato contro gli ostag 
gi, ferl mortalmente il Porro, che spir6 due giorni dopo, senza che si potesse 
stabilire chi fosse il responsabile di quella fucilata. Un commissario di 
polizia, Maurizio De Betta, in un suo libro, Gli ostaggi milanesi alia fortezza 
di Ruf stein, Vienna 1850 (citato da C. SPELLANZON, Storia del Risorgimento 
e delVunita d'ltalia, in, Milano, Rizzoli, 1936, p. 953), narra che si tratt6 
di un colpo sfuggito disgraziatamente dal fucile di un caporale. Vedi 
PP- 337-8. 2. La Societa Palatina era stata fondata a Milano, nel 1721, 
da un gruppo di nobili, tra i quali primeggiava il principe Alessandro Teo- 
doro Trivulzio, per la stamp a e la pubblicazione dei Rerum Italicarum 
Scriptores del MuratorL 3. Anna Tinelli Zannini (1805-1885), moglie 
del dottor Luigi Tinelli, che fu arrestato nel 1833 e condannato a morte 
nel 1835: condanna commutata in venti anni di carcere e poi nell'esilio. 
Donna di molto talento, si applico all'arte della miniatura. Nel suo salotto, 
in via Santo Spirito, convenivano numerosi patriotti. Concluso il Risorgi 
mento, si dedico alTeducazione e alTistruzione della donna. 4. Paride 
Zaiotti) di Trento (1793-1843), fu giudice istruttore assai spietato nei pro- 
cessi contro i liberali, dal 1831 fino al 1842, quando fu trasferito a Venezia. 



304 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

cesso Paride Zaiotti soleva inter rornpersi con qualche storiella, poi 
ripigliava il filo, per confondere gli inquisiti. Una volta avendo ri- 
cevuto una lettera, s'interruppe ridendo : Ecco uno che mi scrive 
al Signor Adone Zaiotti ; le pare che io sia un Adone ? E donna 
Anna prontamente : Non e un Adone, ma non e neanche un Pa- 
ride! Zaiotti riprese il fare brusco. 

Da donna Anna andavano pure assiduamente Arese, 1 Belcredi, 
il marchese Gaspare Resales, 2 i genitori miei e di mia moglie, e 
parecchie altre persone appartenenti a famiglie cospicue, liberali 
ed anti-austriache. 

Ai primi di settembre del 1846, finite le scuole, che allora du- 
ravano tutto il mese d'agosto, si parti per Tirano. 

Le vacanze di quell'anno incominciarono con auspici che si sareb- 
bero detti piu lieti del solito. Mio padre aveva incominciato uno stu 
dio economico sulla Beneficenza religiosa e la Beneficenza civile, e 
correggeva le bozze d'una seconda edizione, di molto ampliata, del 
suo libro sulla Valtellina. Queste occupazioni, le sue nuove amicizie, 
il nuovo campo d'attivita intellettuale che presentiva, erano argo- 
mento in quei giorni d'una viva soddisfazione nelPanimo suo, e lo 
distraevano da una preoccupazione malinconica che lo turbava da 
parecchio tempo in seguito a un caso disgraziato che gli era awenuto. 

II caso era stato che nel ritornare dalla Valtellina, una notte, la 
diligenza in cui si trovava era ribaltata da un'alta ripa, tra Sondrio 
e Morbegno. Un certo Scala, di Grosotto, che si trovava nella di 
ligenza, era rimasto morto; e a mio padre, in seguito alia scossa 
avuta, era andata mano mano indebolendosi la vista d'un occhio, 
fino ad offuscarsi completamente. Questo fatto lo impensieriva as- 
sai, e gli aveva lasciato dei presentimenti dubbiosi e mesti. 

Ora, il mutamento improwiso delle sue abitudini solite veniva 
con molta opportunity a sviarlo dai pensieri molesti, e a ridargli la 
calma serena delPanimo e Pattivita geniale della mente. 

Mia madre, che lo adorava, ne gioiva ed era in vena di vivacita 
e di spirito piu che mai. 

i. Francesco Arese Lucini (1805-1881) fu nel '48 un sostenitore dell'inter- 
vento di Carlo Alberto in Lombardia. Data la sua amicizia, fin da giovane, 
con Luigi Napoleone, molto giovo al Piemonte nel favorire i rapporti con 
Napoleone III, prima e dopo la guerra del '59. 2. Gaspare Ordono de 
Resales (1802-1887), milanese, di famiglia d'origine spagnola, arrestato 
nel 1832 come mazziniano, esule poi in Svizzera, organizzatore della spedi- 
zione di Savoia, condannato in contumacia, era poi potuto tornare in Mi- 
lano dopo dodici anni di esilio. 



RICORDI DI GIOVENTt 305 

lo poi avevo dentro di me una secreta gioia, die mi faceva pa- 
rere quell'autunno il piu bello di tutti. Mio padre, per non so quale 
disgusto che aveva avuto col direttore Boselli, aveva fissato di farci 
continuare gli studi in casa, alia ripresa delle scuole. 

S'era fatto intanto un programma di escursioni sui monti e di 
scarrozzate, e si principio con una gita a Poschiavo in una nume- 
rosa compagnia. A Poschiavo allora s'andava per una strada appena 
carreggiabile, a cavallo o su carrette. La brigata non poteva essere 
piu allegra; e ricordo che mia madre fu in quel giorno (e doveva 
esserlo per 1' ultima volta nella sua vita), della piu gioconda festivita. 

Nel ritornare, sulla sera, fummo sorpresi da un temporale e da 
un forte acquazzone. Per un tratto di strada non breve non trovam- 
mo ove ripararci, e intanto soffiava un vento gelato che veniva dalle 
gole del monte Bernina. 

Nella notte mio padre si senti male; gli si sviluppo un violento 
malore, e tre giorni dopo spirava ai 24 settembre del 1846. 

Presente a se fino agli ultimi momenti, voile salutarci tutti, rac- 
comandando 1 suoi figli a quanti erano accorsi in casa nostra. A me 
disse : Sii d'aiuto in ogni cosa alia mamma, e seguine sempre i 
consigli . . . te ne troverai contento per tutta la vita. 

I ricordi di mio padre e i consigli di mia madre dovevano essere 
infatti una delle fortune della mia esistenza. 

Mia madre era caduta in terra svenuta, e fu in delirio per parec- 
chi giorni. lo e i miei fratelli fummo condotti quella sera in casa 
di mio zio Merizzi ; il giorno dopo venne a prenderci il cugino don 
Luigi Quadrio, e ci voile presso di se nel suo paesello di Bianzone, 
ove fu condotta poi anche mia madre. 

Saputasi a Grosio la morte di mio padre, tutta la popolazione in 
massa scese a Tirano, che dista dodici chilometri, e voile averne la 
salma per accompagnarla la, dove riposavano tanti della nostra fa- 
miglia. 

Mio padre aveva da poco compiuti i 48 anni. Egli ebbe la sven- 
tura di passare la maggior parte della sua vita nel periodo di quella 
morta gora in cui visse 1 s Italia tra il 1815 e il 1848. La sua mente, 
i suoi studi, la riputazione che s'era acquistata gli avrebbero cer- 
tamente riservata una parte politica importante nei grandi aweni- 
menti che seguirono da poco la sua morte; ma questa immatura- 
mente lo tolse alle speranze del paese, e alPaffetto di quanti lo co- 
nobbero. Di questi sentimenti si rese interprete Cesare Correnti in 



306 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

una Commemorazione che lesse alia Societd d'lncoraggiamento, e 
che fu uno de* suoi scritti piu ispirati e gentili. 

[PRODROMI DELLE ((CINQUE GIORNATE DI MILANO] 1 

ll Governo, le Autorita militari e la Polizia di Milano comincia- 
vano a perdere la bussola, e la pazienza. Da Vienna venivano alle 
Autorita locali ordini rigorosi ingiungenti la resistenza e la forza; 
i militari e la Polizia anelavano a menar le mani. 

La prima occasione, o, meglio, il primo pretesto, 1'ebbero dalla 
dimostrazione del non fumare. Questa comincio, come ho detto, il 
primo gennaio. La prima giornata passo lietamente. La gente scen- 
deva in strada, passeggiava, per vedere la dimostrazione, e i citta- 
dini, incontrandosi, si ammiccavano anche senza conoscersi, per 
congratularsi reciprocamente che nessuno, proprio nessuno, avesse 
il sigaro o la pipa in bocca. La sera, in tutte le case, in tutti i caffe 
non si parlo d'altro ; e non si fum6. 

Ma il giorno dopo, ch'era una domenica, la faccenda cominci6 
a farsi seria. Le strade erano percorse da ufficiali e da soldati in 
gran numero, che fumavano, fin con due sigari in bocca per cia- 
scuno, per aver Taria ancor piu provocatrice ; e una folia, che andava 
crescendo, li seguiva, e tratto tratto li fischiava. 

Un ufficiale, il conte Neipperg, figlio di Maria Luigia 2 Duchessa 
di Parma, il quale con aria provocante se ne stava fumando sulla 
porta del caffe Martini, di fronte al Teatro la Scala, dopo una collut- 
tazione con alcuni aveva ricevuto uno schiaffo. II Podesta Casati, 3 
che si dava d'attorno per raccomandare ai cittadini la prudenza, 
e alle guardie di Polizia la moderazione, s'era trovato in mezzo 
a un gran tafferuglio, e sulle prime era stato arrestato anch'esso. 

Quelle prime awisaglie non dovevano essere che il preludio dei 
fatti ben piu gravi che seguirono poi. 

La sera del 3 gennaio mi trovavo in casa della nonna, con mia 
madre. Vi si discorreva del fumare, e delle dimostrazioni della 

i. Ed. cit., dal cap. in, pp. 53-60. 2. il conte . . . Luigia: il conte Adam 
di Neipperg (1775-1829), padre deU'officiale qui ricordato, dopo avere a 
lungo convissuto con Maria Lirisa, separata ormai da Napoleone relegato a 
Sant'Eleha, la sposo morganaticamente e ne ebbe tre figli. 3. II conte Ga- 
brio Ctfsaft (1798-1873), podesta di Milano dal 1837, fu nel 1848 presiden- 
te del govemo prowisorio creato durante le Cinque giornate, e si orient6, 
politicamente, verso la fusione della Lombardia col Piemonte. 



RICORDI DI GIOVENTtl 307 

giornata. Ne i miei zii, ne altri, in casa della nonna, avevano mai 
fumato ; la nonna, che si awicinava ai novant'anni, diceva di credere 
che due de' suoi figli avessero fumato quand'erano ufficiali nel- 
1'armata Napoleonica, ma ne parlava come d'una scappata giova- 
nile, scusabile tra gli orrori della campagna di Russia: approvava 
quindi la dimostrazione del non fumare, ma non capiva perche mai 
il Governo non fosse dello stesso parere. Quando entra mio fratello 
Emilio, col fare concitato, e con gravi notizie. Veniva dal centro 
della citta per awisare la mamma, e per tranquillarla, sul proprio 
conto, nel tempo stesso. 

Bande di soldati si erano sparse per la citta, ubbriachi, fumando 
e provocando quanti incontravano. Qua e la la folia H circondava, 
ed essi sfoderavano le sciabole, gettandosi sui cittadini inermi. 
C'erano gia stati parecchi feriti, e vicino alia Galleria De Cristoforis 
era stato ucciso, con un colpo di sciabola sulla testa, il vecchio Con- 
sigliere d'Appello Manganini. In ogni punto della citta accadevano 
atti di violenze soldatesche, e fatti di sangue; si parlava gia di pa 
recchi morti, e d'un centinaio di feriti tra i cittadini. 

II giorno dopo si seppe che quella sera stessa un gruppo di cit 
tadini, tra i quali c' erano Carlo d'Adda, Cesare Giulini, Enrico 
Besana, Manfredo Camperio 1 e il Podesta Casati, erano entrati nel 
Palazzo Marino, dove alloggiava il Ficquelmont, 2 per esporre lo 
stato della citta, e protestare con vive parole contro 1'eccidio che vi 

i. Carlo d'Adda (1816-1900), prima della rivoluzione milanese delle Cin 
que giornate, fu scelto dai patriotti perche si recasse da Carlo Alberto a 
sollecitarne aiuti, e fu poi rappresentante a Torino del governo prowisorio 
milanese. Ebbe molta parte nel decennio di preparazione. Vedi su lui 
EMILIO VISCONTI VENOSTA, Carlo D'Adda, Firenze 1904; Cesare Giulini 
Della Porta (morto nel 1862), preparatore e animatore delle Cinque gior 
nate, dopo il ritorno degli Austriaci (agosto 1848) fu esule a Torino. Tomo 
a Milano nel 1850, ma conserv6 frequenti rapporti con il Cavour e ne age- 
vo!6 molto 1'opera fino alia guerra del '59; Enrico Besana (1814-1878), 
gia esule a Lugano, vivamente attivo nella insurrezione milanese, combatte 
nel '48-49. Viaggio poi lungamente in Asia e in America; ma fu presente 
nelle campagne del '59 e del '66; Manfredo Camperio (1826-1899) nel 
gennaio del '48 fu arrestato e condotto a Lienz: ricondotto a Milano per il 
processo, il popolo insorto lo Iiber6, e partecipo cosi alle Cinque giornate. 
Combatte nel '48, nel '59, nel '66. Viaggid a lungo. Fu deputato. Ha lasciato 
una autobiografia (Milano, Quintieri, 1917)- 2. -Karl Ludwig von Fic 
quelmont (1777-1857), gia generale, e poi ambasciatore austriaco in yari 
stati, era allora in Milano con la vaga missione di impedire che gli Italiani 
si distaccassero sempre piu dall* Austria. Come e noto, scoppiata la rivolu 
zione e allontanato il Metternich, subito il Ficquelmont fu chiamato a Vien 
na come ministro degli esteri: cio alia vigilia delle Cinque giornate, ch6 egli 
parti da Milano il 9 marzo. 



308 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

accadeva. II Governatore, alia sua volta, ne incolpava le provoca- 
zioni, e il D'Adda gli aveva risposto : Forse che il cuoco del conte 
di Ficquelmont, ch'e tra gli uccisi, era d'accordo con noi per pro- 
vocare gli austriaci? 

La citta rimase sdegnata, ma non atterrita. Le proteste d'ogni or- 
dine di cittadini, e le dimostrazioni si succedettero con maggiore 
insistenza e con maggiore entusiasmo, fino a che il 22 febbraio il 
Governatore Spaur pubblico la legge marziale, che iniziava un pe- 
riodo di severe repression! e legalizzava le violenze militari. 

Giovanetto qual ero, e di solito non uscendo di casa solo, avevo 
pero veduta qualcuna delle dimostrazioni, e m'ero trovato anche in 
mezzo a qualche tafTeruglio ; ma poi tornavo a casa, per non tenere 
in agitazione mia madre. Mio fratello Emilio ci prendeva invece 
una parte attivissima. Egli faceva il primo anno degli studi legali 
universitari privatamente in Milano; i suoi professori pero sole- 
vano dire a mia madre, e al nostro tutore, lo zio don Giovanni Bor- 
gazzi, che questo loro scolare era un giovane di molto ingegno, ma 
che non aveva la testa a casa, e che pensava molto piu alia rivolu- 
zione che alia filosona del diritto. 

Le notizie di quei giorni, e i propositi pei giorni seguenti, le 
discussioni sulle idee e sui fatti che si andavano svolgendo, li sen- 
tivo in casa Correnti, dove andavo con mio fratello quasi ogni sera. 
Ricordo ancora vivamente quelle serate, interessanti, talora com- 
moventi, piene di entusiasmo e di fede, che furono la mia prima 
scuola di patriottismo e di politica. 

Nello studio del Correnti, in via della Spiga, ch'era tutto un di- 
sordine di libri ammucchiati e di carte sparse, c'era ogni sera un 
andirivieni di molte persone, che venivano a portar notizie, a ri- 
ceverne, a discutere sui fatti d'ogni giorno, a preparare le dimo 
strazioni, e a raccogliere la parola d'ordine per gli altri crocchi 
d'amici, che si radunavano in altre case o in altri ritrovi. In mezzo a 
tutti Cesare Correnti era, come gia dissi, un vero capo di Stato 
Maggiore; era, nel gruppo de' suoi amici, la mente direttiva, ed 
aveva su tutti un assoluto predominio. Egli lo esercitava nello spin- 
gere alPazione e nel mantenere la concordia tra le diverse correnti 
d'opinioni che si agitavano intorno a lui. Occorreva che un'alta 
idealita patriottica predominasse in tutti alle singole opinioni ed ai 
partiti; e verso questa idealita il Correnti infiammava gli animi 
costantemente. 



RICORDI DI GIOVENTtl 309 

In questo suo lavoro di propaganda e di disciplina, che possiamo 
dire rivoluzionarie, aveva trovato un forte contradditore in Carlo 
Cattaneo. 

II Cattaneo era certamente, a quei tempi, uno dei cittadini piii 
cospicui di Milano. I suoi studi economici, studi non coltivati allora 
da molti a Milano, e il suo Politecnico ,* gli davano notorieta 
ed autorita; la sua casa era un centro di studiosi, filosofi, econo- 
misti, giuristi, della scuola del Romagnosi. 2 Aveva il carattere 
altero e sdegnoso, e, per un certo orgoglio d'intelletto, si teneva 
lontano dalle opinioni dei piu. Pregato piu volte di prender parte 
alle manifestazioni patriottiche che si andavano apparecchiando 
nei primi mesi del 1848, egli vi si era sempre rifiutato, conside- 
randole quasi come ragazzate. Le sue opinioni lo conducevano 
per una strada affatto diversa, sulla quale, a dir vero, era pres- 
soche solo. 

Era repubblicano, federalista. Sognava un* Italia divisa in varie 
repubbliche, per arrivare alle quali era disposto ad intendersi coi 
Principi italiani, e anche forestieri, salvo a strappar poi loro a una 
a una tutte le liberta. Credeva possibile di accomodarsi a questo 
modo anche con 1' Austria pel Lombardo-Veneto, e sognava un'au- 
tonomia amministrativa e in parte militare, come esiste oggi in 
Ungheria. 3 Seguendo questa Utopia, egli aborriva soprattutto dal- 
Tidea di chiamare Carlo Alberto a farsi condottiero della guerra 
per Pindipendenza italiana, la cui conseguenza sarebbe stata la for- 
mazione di un forte stato monarchic nelPalta Italia. Repubblicano 
e democratico, non vedeva in tale concetto che una cospirazione 
di nobili e di conservatori. 

Udii dire in casa Correnti che Alessandro Manzoni, interrogato 
su questo disparere, rispose: Oggi tutto e Utopia, ma tra Tutopia 
bella delFunita e quella della federazione, sto per T Utopia bella. 

Piu volte il Correnti, col mezzo di amici comuni, aveva cercato 



i. Carlo Cattaneo fondd il Politecnico nel 1837, quale repertorio men- 
sile di studi applicati alia coltura e prosperita sociale . Ne apparvero sette 
volumi fino al 1844. La rivista risorse alia fine del 1859 e cesso le sue pub- 
blicazioni nel 1865. 2. Gian Domenico Romagnosi (1761-1835), giurista e 
nlosofo, collaboratore del Conciliatore , fu tra gli arrestati dalla polizia 
austriaca nel 1820 e, sebbene liberate, subi sempre sorveglianza e perse- 
cuzioni come liberale. 3. un'autonomia . . . Ungheria: si allude alia costi- 
tuzione dualistica deirirnpero austro-ungarico, attuata con la cosiddetta 
legge di decembre (21 dicembre 1867). 



310 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

di persuadere il Cattaneo, e di smoverlo ; ma sempre inutilmente. 
Egli guardava d'alto in basso i giovani cospiratori, e questi, natu- 
ralmente, se ne lagnavano, e non lo amavano. Molti anzi lo criti- 
cavano aspramente, e il Cattaneo li chiamava ragazzi . 

Le intelligenze colla parte aristocratica il Correnti le coltivava 
col mezzo di amici suoi, ch'erano Cesare Giulini, Carlo Porro, 
Carlo d'Adda, Anselmo Guerrieri. 1 Vedeva di frequente il Podesta 
Casati, essendo professore d'uno dei figli; Taltro figlio era all'Ao 
cademia militare di Torino. Le adesioni erano larghe, e risolute. Le 
famiglie aristocratiche milanesi, che nel 1815 avevano accolto con 
qualche favore il governo austriaco, sia per la poca simpatia verso il 
regime napoleonico, sia pei buoni ricordi tradizionali lasciati in 
Lombardia dal Governo di Maria Teresa, ora, disilluse ed irritate, 
se ne staccavano sempre phi, si schieravano risolute nelfopposi- 
zione, e guardavano al Piemonte. 

La rivoluzione di Parigi del 24 febbraio, e il movimento liberale 
che andava manifestandosi in ogni punto d'Europa, spingevano 
anche Milano alia rivoluzione. 

L'eccitazione degli animi cresceva ogni giorno, e parecchie fa 
miglie di impiegati e di ufficiali austriaci, sbigottite, si disponevano 
alia partenza. 

Primi a partire, sul principio del marzo, furono il de Ficquelmont 
e il Vicere, 2 colle famiglie, diretti a Bolzano. Ficquelmont, mandato 
come un fine diplomatico, aveva scoperto che i Milanesi si annoia- 
vano. Era vero, ma non era tutto. II Vicere Raineri, zio dellTmpe- 
ratore Ferdinando, aveva due figlie, di cui una era andata sposa al 
Principe di Piemonte Vittorio Emanuele, e cinque figli maschi. Noi 
giovanetti quando s'incontravano a passeggio i cinque arciduchi, 
impalati, seri, con una gran tuba, e conun gran precettore, si rideva, 
e ci parevano anche molto brutti. 

i. II marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga (1819-1879) aveva studiato lette- 
re a Pavia, ma aveva allora un impiego negli uffici fiscali di Milano. Mem- 
bro del governo prowisorio, nel marzo del '48 fu inviato a Parigi a favo- 
rire la causa italiana presso il ministro Lamartine. Rimase, poi, a lungo 
esule a Torino. Fu deputato, dopo il '59, di Mantova. Appartenne alia 
destra. Ha lasciato varie traduzioni d'opere tedesche. 2. il Vicere: 1'ar- 
ciduca Ranieri d' Austria fu vicere del Lombardo-Veneto dal 1818 al 1848. 
Una sua figlia, Maria Adelaide, sposo nel 1842 Vittorio Emanuele 1'allora 
duca (che il Visconti Venosta definisce impropriamente Principe di Pie 
monte) di Savoia, e mori nel 1855. II vicere lascio Milano il 17 marzo del 
1848, in seguito alia rivoluzione di Vienna, quando ancora la notizia era 
ignorata dai Milanesi. 



RICORDI DI GIOVENTtr 3!! 

In compenso era molto bella la madre, Parciduchessa Elisabetta, 
sorella di Carlo Alberto. Sulla bella Viceregina, e sul brutto Vicere, 
correvano vari pettegolezzi di Corte, di cui giungeva Peco fino a noi 
ragazzi. 

Anche il Governatore Spaur, dopo aver proclamato la legge mar- 
ziale, se n'era andato. 

Fanno fagotto, fanno fagotto diceva la gente, tutta ilare, e 
fregandosi le mani. Ma rimanevano Radetzki, con PHiibner, 1 col 
Vice Governatore O'Donnel 2 e col barone Torresani, 3 direttore 
della Polizia. - Non avevano quindi fatto fagotto i personaggi piu 
importanti. A Radetzki, che da parecchio tempo aveva dato Pal- 
larme a Vienna, erano stati a mano a mano rinforzati i presidi in 
Italia fino a 80.000 uomini, e con lui c' erano i generali Walmoden, 
Carlo Schwarzenberg, Clam Gallas, Wohlgemuth, Wocher, Schon- 
hals. La guarnigione di Milano era stata portata a diciottomila 
uomini. 

C'era da riflettere, ma per fortuna nessuno rifletteva. Non riflet- 
teva che Carlo Cattaneo, il quale ad alcuni amici che s'erano recati 
ancora da lui la sera prima della rivoluzione perche si unisse a loro, 
aveva dato un reciso rifiuto. 4 Egli si disponeva invece a pubbli- 

i. Radetzki'. vedi la nota i a p. 183 e questi Ricordi a pp. 360-1; Joseph 
Alexander Hubner (1811-1892) era a Milano, inviato dal principe di Met- 
ternich, con una missione presso il vicere Ranieri. Rimase poi per cento- 
sei giorni in ostaggio dei milanesi: periodo che egli stesso ha narrato 
(Une annee de ma vie, Paris, Hachette, 1891). L'Hiibner fu poi ambascia- 
tore presso Napoleone III e, dopo il '65, per un paio d'anni, presso 
Pio IX. 2. Heinrich O'Donnel, vice-governatore di Milano, si trov6 a capo 
della citta, essendo partito il conte Spaur, che ne era il governatore. 
3. Carlo Giusto Torresani Lanzelfeld (1779-1852), tirolese, era dal 1822 
direttore di polizia a Milano. D'accordo col Radetzky, contro Topinione 
del vice-governatore, avrebbe voluto energiche misure allo scoppio della 
sommossa. Sfuggi agli insorti seguendo le truppe austriache che lascia- 
vano la citta, ma la moglie fu. trattenuta a Milano come ostaggio. Caduto 
in disgrazia per gli eventi milanesi, si ritir6 a vita privata. 4. Ecco come 
il Cattaneo racconta la visita avuta da alcuni giovani la mattina del 18 mar- 
zo: "La sera del 17 marzo, uno degli amici rniei, che veniva airistante dalla 
casa del conte O'Donnel, Vicepresidente del govemo, avendomi annunziato 
che una nuova sedizione in Vienna ci apportava 1'abolizione della Censura, 
deliberai tosto, di por mano pel di seguente alia pubblicazione d'un gior- 
nale. Parevami propizio il momento d'indirizzare i cittadini a estorcere 
immantinente all'attonito governo quanto piu si potesse di armamenti o di 
liberta ; e recarci soprattutto in poter nostro i nostri soldati. Conveniva met- 
terci in grado di dar principio alia lega italica con mani guarnite, sicche 
il vicino regnante, fattosi costituzionale da troppo pochi di e solo per nostro 
amore, ci fosse alleato se voleva, ma non padrone. Ricordo nuovamente che 



312 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

care un giornale, il ((Cisalpino)); 1 nel nome c'era il programma 
C'era, invece, in tutti il presentimento di grandi novita e di 
grandi awenimenti, che nessuno sapeva precisare, ma di cui tutti 
parlavano. A un tratto si sparse intorno la notizia d'una rivoluzione 
scoppiata a Vienna il 13 marzo. La commozione fu grande e gene- 
rale in Milano, e sebbene non si sapesse nulla di precise, pure tutti 
si agitavano e si chiedevano : E noi cosa si fa ? Ma poco dopo 
corse la parola d'ordine, che si dovesse fare una grande dimostra- 
zione per chiedere le riforme, sostenendola, dicevano i piu animosi, 
anche con le armi. 



Fimpresa dei cittadini comprendeva il conquisto dell'indipendenza insieme 
e della liberta. Una indipendenza servile, una indipendenza all'austriaca 
o alia russa, non mi pareva cosa da farsi se non per disfarla da capo. 
Per siffatte mezze imprese non mi pareva lecito insanguinare la patria. 
Avevo appena finite di scrivere in fretta il mio primo foglio, quando poco 
dopo 1'alba due amici vollero entrare da me, ragguagliandomi che il podesta 
Casati dopo mezzodi doveva recarsi dal Municipio al governo, per diman- 
dare a nome del popolo alcune concession!; volevano essi avere 1'awiso mio 
su cio ch'era per loro a farsi, nel quasi inevitable evento di un conflitto. 
Questa smania di correre immantinente alia forza, quando nulla si era fatto 
per possederla e ordinarla, mi pareva troppo favorevole al nemico, che 
sapevamo presto e bramoso. II Podesta fara mitragliare i cittadini: io 
dissi egli va da cieco dove lo spingono ; ma voi con che forze volete assa- 
lire una massa di ventimila uomini, che si e preparata di lunga mano a fare 
un macello, e lo desidera ? Quanti combattenti avete ? Quei giovani non 
avevano a mano che qualche dozzina d'altri cacciatori. Non vedete 
risposi che vi vogliono parecchie migliaia d'uomini bene armati e ben 
comandati ? Mi dissero che tutta la citta si sarebbe mossa, e che si ave 
vano pronti quarantamila fucili. Questi quarantamila fucili li avete visti ? 
Non li abbiamo visti ; ma sappiamo che il comitato direttore li aspettava 
di Piemonte. Andate dunque prima a vedere se sono arrivati; andate al 
comitato-direttore. E siete poi certi che questo comitato vi sia ? Senza 
dubbio; tutti ne parlano. Ebbene, vedrete che infine non avremo ne 
comitato, ne fucili. Io conosco da un pezzo codesti ciambellani; hanno una 
fede cieca in Carlo Alberto, e saranno corrisposti come al solito. Carlo Al 
berto non ama la liberta; e non puo amarla. Bisogna pigliar tempo per 
armarci, e perche tutta PItalia si metta in grado d'aiutarci; non ci vuol meno 
che tutta 1' Italia. Andiamo adagio; non cacciamo in bocca al cannone 
un popolo disarmato, finche almeno non ci mettono alia assoluta necessita 
della difesa. Li amici se ne andarono poco di me content!. Ne vennero al- 
tri; e si fecero li stessi discorsi; altri m'invitarono a non so quale adunanza, 
a due ore, nella Galleria; io intanto portavo a uno stampatore il mio 
manoscritto" DelV insurrezione di Milano nel 1848, e della successiva guerra, 
Memorie di C. Cattaneo, Bruxelles, Societa Tipografica, 1849, pp. 29-31" 
(nota del Visconti Venosta). i . il Cisalpino : il giornale non arrive- alia 
luce, che gli eventi travolsero 1'iniziativa del Cattaneo. 



RICORDI DI GIOVENTtl 313 

[RICORDI DELLE CINQUE GioRNATE))] 1 

La mattina del 18, tra le dieci e le undici, una gran folia, stipata 
in piazza del Duomo, si metteva in colonna per recarsi al Broletto, 
sede del Municipio, a chiedere al Podesta e alle autorita cittadine 
che si mettessero alia testa del popolo per muovere insieme al pa- 
lazzo del Governatore, e chiedere le Riforme. 

E la colonna, ossia un'innumerevole folia, si mosse, inondando 
le vie, e levando un alto mmore, come un mare in burrasca. 

Con questo primo atto incomincia la rivoluzione delle Cinque 
Giornate] rivoluzione che ha i suoi episodi in ogni via della citta, 
gia narrati e descritti da testimoni oculari e dai molti che hanno 
scritto su quel grande awenimento. Non e quindi la storia delle 
Cinque Giornate che io rifaro ; io mi propongo soltanto di scrivere 
alcuni episodi veduti da me, che, si noti, era un giovanetto, e quello 
che in quei giorni sentivo dire intorno a me. 

Fin dalle prime ore del mattino mio fratello Emilio, ch'era ri- 
tornato da Correnti, rientrando aveva detto alia mamma e a me 
che in quel giorno ci sarebbe stata una grande dimostrazione, la 
quale avrebbe potuto finire anche con la rivoluzione. La povera 
mamma raccomando a Emilio la prudenza, e le si velaron gli occhi 
di lacrime. Principio da quel giorno nel suo cuore, ch'era grande, 
la lotta tra Pamor di patria e 1 s amor infinite per i suoi figli; la 
lotta che per tanti anni doveva essere piena di dolorosi contrast! e 
costarle molte ansieta e molte lacrime. Povera mammal 

AlPannunzio datomi da Emilio pensai di mettermi subito anch'io 
in istato di guerra. Uscii di casa un po 7 di soppiatto, poiche fino 
allora, secondo gli usi del tempo, io non avevo che una liberta 
limitata, e corsi a comperarmi due piccole pistole innocue, e un 
gran cappello alia calabrese. Poi, rientrato, tolsi da un cassette una 
coccarda tricolore, alquanto vistosa, che mi aveva regalata pochi 
giorni prima una cuginetta, e la cucii in secreto sul davanti del 
cappello. 

Con cio, dal canto mio, ero pronto agli awenimenti. E gli awe- 
nimenti non tardarono a presentarsi. 

Era mezzogiorno. Un rumore, da prima cupo e lontano, ma che 
awicinandosi pareva quello d'una folia in festa, che battesse le 

i. Ed. cit., dal cap. in, pp. 63-8. 



314 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

mani e gridasse degli ewiva entusiastici, clamorosi, ci chiam6 
tutti, noi e i vicini, ai balconi e alle finestre, le quali si andavano 
spalancando in ogni casa. Era la dlmostrazione che arrivava, pre- 
ceduta dalle carrozze dell'Arcivescovo, 1 del Podesta e del Muni- 
cipio, awiandosi al palazzo del Governo. 

Noi abitavamo in via della Cerva, al primo piano della casa che 
fa angolo con quella parte di via Monforte che conduce alia chiesa 
di S. Babila. 

Spinto dalla curiosita e dal desiderio di far qualcosa anch'io, 
scesi in istrada e mi awiai verso la folia che procedeva in colonna 
serrata. 

Nell'uscire, m'ero trovato sul pianerottolo con un inquilino del 
secondo piano, il dottor Restelli, il quale scendeva le scale insieme 
ad un altro giovane medico, il dottor Angelo Tizzoni; Puno e 
1'altro avevano il fucile in ispalla, e furono i due primi armati che 
vidi unirsi alia dimostrazione cosi detta pacifica. 

M'ero appena messo tra la folia, quando alcuni vedendo questo 
giovanetto con una cosi grande coccarda tricolore (nessuno ancora 
1'aveva al cappello), cominciarono ad attirare Pattenzione su me 
con qualche bravo ragazzo! e con qualche ewiva la coccarda! . 
Detto fatto, parecchi tra quelli che m'eran vicini mi presero tra le 
braccia e mi sollevarono in alto, provocando una piccola dimostra- 
zione speciale in mio favore. Anziche stare in alto io mi sarei spro- 
fondato. Mi dibattevo, e pregavo mi si lasciasse andare. Ma fu 
inutile, e fui portato in trionfo per un centinaio di passi. Una sola 
faccia riconobbi in quel momento tra le moltissime che vedevo ri- 
volte a me, ed era la faccia di Carlo Tenca, 2 che rideva e mi am- 
miccava con benevolenza. 

Quando, ad un tratto, a liberarmi venne il rumore d'un colpo di 

i. Arcivescovo: era arcivescovo di Milano Bartolomeo Romilli, di Bergamo 
(1794-1859), che aveva preso possesso della diocesi il 6 settembre 1847, 
tra il giubilo del popolo, poiche un prelate italiano veniva a sostituire Par- 
civescovo precedente, Gaetano Gaysruck (morto il 19 novembre 1846), di 
origine tedesca. Vedi C. CASTIGLIONI, Gaysruck e Romilli, arcivescovi di 
Milano, Milano 1938. 2. Carlo Tenca (1816-1883) era gia giornalista e 
critico letterario molto stimato : dal '45 al '47 aveva diretto la Rivista eu- 
ropea . Dopo le Cinque giornate diresse il Ventidue marzo , giornale del 
governo prowisorio, e poi, awerso alia fusione della Lombardia col Pie- 
monte, scrisse nell' Italia del popolo . Tomato a Milano dopo una lunga 
dimora in Toscana, diede vita al piti importante dei suoi periodici, II 
crepuscolo (6 gennaio 1850-31 maggio 1859). II Tenca fu poi deputato 



RICORDI DI GIOVENTtT 315 

fucile; mi si lascio cadere, e ruzzolai per terra. II mio trionfo era 
finite; ero salito e caduto precipitosamente, come succede nelle 
rivoluzioni. 

La folia si era arrestata. Si senti dapprima un rumore assordante 
di voci, anzi di urli, che venivano dalle vicinanze del palazzo del 
Governo; poi la folia comincio a retrocedere, come presa da un 
panico; poi quegli urli diventarono piu vicini e distinti, e non 
s'udiva piu che il grido: Airarmi! airarmi!. 

Mi tirai dietro la porta d'una casa, per non farmi travolgere 
dalla folia. Poco dopo vidi rovesciare, presso il ponte di S. Da- 
miano, un carro di botti vuote che vi stava fermo, e si principio 
la prima barricata tra un baccano indiavolato. Poi sentii suonare 
a stormo le campane della vicina chiesa di S. Damiano; poi il 
rumore secco di alcune fucilate; poi un grido: Ewiva i morti! 
alto, terribile, che parmi ancora di riudire oggi mentre scrivo, dopo 
tanti anni. 

In breve la via Monforte rimase deserta, e rasente al muro mi 
diressi in fretta verso la chiesa di S. Babila, fino alia colonna da cui 
ha principio il corso Venezia, chiamato allora di Porta Orientate, e 
popolarmente Porta Renza. 

Mi fermai alquanto a contemplare lo spettacolo cosi nuovo, e 
che tanto entusiasmava, delle bandiere tricolori che ornavano ogni 
finestra. 

Erano bandiere improwisate quella mattina, bandiere fantasti- 
che, fatte di coperte, di scialli, di cenci, purche fossero bianchi, 
rossi e verdi. E dalle finestre le signore gettavano alia folia, che ap- 
plaudiva, coccarde e nastri tricolori. 

Tra quella folia agitata parecchi erano gia armati con fucili da 
caccia; alcuni avevano delle carabine o qualche fucile militare in- 
trodotto dal Piemonte. Tra quegli armati riconobbi parecchi gio- 
vani miei amici, o di mia conoscenza, tra i quali Lodovico Trotti, 1 
i fratelli Mancini, 2 Enu'lio Morosini, i fratelli Dandolo, Luciano 
Manara, Carlo De Cristoforis, 3 e mio cugino Minonzio, che di- 



di Milano, dal 1860 al 1876, e copri important! cariche. Vedi i suoi scritti, 
in due volumi, raccolti da Tullio Massarani, Milano, Hoepli, 1888. 
i. Lodovico Trotti: vedi la nota i a p. 294. 2. Per uno del fratelli Mancini, 
Lodovico, vedi la nota i a p. 355. 3. Emilio Morosini (1831-1849) parte- 
cip6 giovanissimo, con gli amici fraterni Dandolo e con Luciano Manara, 
alle campagne del '48 e del '49 ; e insieme con loro alia difesa di Roma, dove 



316 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

vento poi, quasi vent'anni dopo, colonnello e capo di stato mag- 
giore del generate Cialdini. 

Questi giovani, in unione con altri, sotto la guida di Luciano 
Manara, avevano fatto venir secretamente dei fucili dal Piemonte, 
e durante 1'inverno si erano esercitati tutt'insieme e di nascosto al 
maneggio delle armi ed avevano preparate munizioni e cartucce. 1 
Quei giovani valorosi, entusiasti d'amor patrio, ed ispirati nel tempo 
stesso a idee mistiche e religiose, prima di scendere in istrada ar- 
mati, erano andati, circa in trenta, in una chiesa a ricevere Passo- 
luzione quali morituri da un buon prete, il coadiutore Sacchi. 2 
Li conduceva un barnabita, il padre Piantoni, e il precettore dei 
Dandolo, il prof. Angelo Fava. 3 Corsero poi alle barricate, e furono 
primi tra i piii audaci nei principali combattimenti per cinque 
giorni. 

Educatore ed ispiratore di alcuni di quei giovani, specialmente 



mori il i luglio, e dove caddero anche Enrico Dandolo (1827-1849) e il 
Manara (1825-1849); Carlo De Cristoforis (1824-1859), fratello del gia ri- 
cordato Malachia (vedi lanota a pp. 297-8), partecipo alia insurrezione delle 
Cinque giornate, combatte nel battaglione Manara la guerra del '48 ; fu esule 
da Milano, perche ricercato dopo gli eventi del 6 febbraio 1853, ai quali 
del resto non aveva partecipato, e accorse volontario nel 1859: cadde 
a San Fermo, il 27 maggio 1859. Fu studioso di problemi economici e 
militari, e su tali argomenti ha lasciato alcune pubblicazioni. i . "Riu- 
niti in piccola brigata," scrive Emilio Dandolo, nel suo libro sui Volon- 
tari Lombardi "passavamo delle ore ad imparare gli esercizi militari. La 
notte ci trovava raccolti in qualche cameretta rernota a fondere palle e a 
preparare cartucce. Ogni nostro giardino, ogni nostro cortile racchiudeva 
in fosse casse di munizioni procacciate dai nostri risparmi, a quella no- 
stra eta oltremodo penosi." Tra quei giovani ricordiamo i fratelli Croff, 
i fratelli Broggi, Gerolamo e Alessandro Borgazzi, Manara, i fratelli Dan 
dolo, Fioretti, Testa, i fratelli Mancini, Lodovico Trotti, Saule Mante- 
gazza, Carlo De Cristoforis, Bussi, e qualche altro che non rammentiamo. 
Tutti furono alle barricate. - Era sempre con loro Angelo Fava. - In via 
Rugabella, nel giardino di casa Valerio, i fratelli Lazzati ed altri avevano 
nascoste delle armi. Carlo Alberto vi mando un carico di polveri nelle Cin 
que Giornate, che non fu possibile far penetrare in citta (nota del Visconti 
Venosta). 2. Sacchi: di questo sacerdote liberale il Visconti Venosta diede 
una trasfigurazione nel suo romanzo // curato d'Orobio, dove don Cornelio 
Sacchi, protagonista del romanzo, diviene simbolo di un sacerdozio ideale. 
Qualcuno pensa che al prete del romanzo abbia dato non pochi colori 
don Cesare Ajroldi, su cui vedi la nota a p. 322 (cfr. M. SCHERILLO, 
Visconti Venosta minore, in La lettura, maggio 1915, p. 399). 3. Angelo 
Fava (1808-1881), sebbene dottore in medicina, si dedico all'educazione 
dei giovani, tra i quali i Dandolo e il Morosini gli furono carissimi. Al ri- 
torno degli Austriaci a Milano emigr6 in Piemonte. Rese poi notevoli ser- 
vizi al Regno d' Italia, presso il ministero della pubblica istruzione. 



RICORDI DI GIOVENTtl 317 

del Dandolo e del Morosini, era il Fava, che divento poi, durante 
il Governo Prowisorio, capo della pubblica sicurezza in Milano, 
e piu tardi Segretario Generate al Ministero delPIstruzione Pub- 
blica in Torino. Quella mattina era sceso in istrada coi suoi alunni; 
io lo intravidi dal piazzale di S. Babila in mezzo a una folia che ad 
im tratto sbuco precipitosa dalla via Bagutta. Quella folia veniva 
dalla via Monte Napoleone sospinta dalla tnippa, che poco prima 
aveva fatto fuoco su di essa. 

Molti anni dopo, ricordando col Fava alcuni fatti delle Cinque 
Giornate, e dicendogli che Favevo visto sbucare da via Bagutta 
dopo le fucilate di via Monte Napoleone, egli mi racconto questo 
episodio: In via Bagutta mi ero imbattuto pochi minuti prima in 
Carlo Cattaneo. Io ero stato fra quelli che nei giorni prima della 
rivoluzione avevano cercato di persuaderlo ad essere con noi. Egli 
mi aveva opposto un costante rifiuto. Avevo a lungo discorso con 
lui, rimanendo e 1'uno e 1'altro nelle nostre opinioni e nei nostri 
propositi. La rivoluzione, secondo lui, era un errore, e sopra tutto 
un'impresa impossibile. Ma ora la rivoluzione era scoppiata, e non 
c'era piu da discutere. Dove vai, Cattaneo ? gli dissi vieni con 
me! Dove vado ? mi rispose Quando i ragazzi hanno il soprav- 
vento, gli uomini vanno a casa! e mi volto le spalle. 

Ma a quello scatto improwiso segui poi la riflessione : il Cattaneo 
aveva la mente troppo alta per ostinarsi in un rifiuto sdegnoso e 
inerte. Chiamato dopo tre giorni in Municipio, lo vediamo a capo 
d'un Comitato di difesa con Enrico Cernuschi, con Giorgio Clerici, 
con Giulio Terzaghi 1 prender parte risoluta ed energica alia ri 
voluzione. 2 

Intanto la rivoluzione era incominciata e da per tutto sorgevano 

1. Enrico Cernuschi (1821-1896) fa tra i piu arditi nelle Cinque giornate, 
e tra 1'altro si dove a lui 1'organizzazione del Martinitt come messaggeri 
(cfr. pp. 331-2). Tornati gli Austriaci, combatte alia difesa di Roma. Ca- 
duta la Repubblica, si stabili a Parigi, rimanendo lontano dagli awenimenti 
italiani, fedele alle sue convinzioni repubblicane federaliste; di Giorgio Cle 
rici la cronaca poco informa, tranne che era egli eccellentepatriotta e uomo 
d'azione (cosi C. PAGANI, Uomini e cose in Milano, dalmarzo all'agosto 1848, 
Milano, Cogliati, 1906, p. 178); il marchese Giulio Terzaghi, secondo le Me- 
morie del conte Enrico Martini, era stato fino allora austriacante e maestro 
di danza alle arciduchessine austriache (cosi C. PAGANI, op. cit., p. 34). 

2. II Comitato di difesa si trasform6 in un Comitato di guerra di cui era 
presidente il conte Pompeo Litta, gia capitano d'artiglieria al seguito di 
Napoleone I, e ne erano membri Cattaneo, Cernuschi, Clerici, Terzaghi, 
Carnevali, Lissoni, Cerani, Torelli (nota del Visconti Venosta), 



318 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

barricate; dai portoni delle case uscivano carrozze ch'erano subito 
rovesciate ; dalle fmestre venivano gettate tavole, sedie, materasse e 
masserizie d'ogni sorta; il selciato e le pietre del marciapiedi ve 
nivano messi sossopra, tutto era ammucchiato con febbrile attivita, 
e ogni strada in pochi momenti era asserragliata da barricate che 
sorgevano a poca distanza 1'una dall'altra. 

Ero fuori di casa ormai da parecchie ore, e pensai di rientrare 
per non lasciare troppo a limgo in agitazione la mia buona mamma. 
Emilio non rientro che a notte inoltrata ed eravamo in non poca 
agitazione per lui: egli era stato lungamente trattenuto con Lodo- 
vico Trotti in una delle vie che fiancheggiano la piazza del Duomo, 
poiche sulla Cattedrale c'erano i cacciatori tirolesi che facevano 
fuoco su quanti cercavano di attraversare la piazza. 

Emilio ci racconto i fatti a cui aveva preso parte, o che aveva udito 
da altri ; ci narro che gli austriaci avevano assalito e preso il Brolet- 
to, facendo molti prigionieri tra i nostri e conducendoli in Castello 
quali ostaggi ; ci disse i nomi di alcuni di questi, e i nomi dei primi 
caduti, tra i quali il nostro antico Direttore di scuola, il Boselli, che 
era stato ucciso a colpi di baionetta sulla porta del Broletto. 

All'alba 1 del giorno seguente, una domenica, Emilio era uscito di 
casa di buon'ora, ed anch'io ero sceso, e m'ero fermato sul lirnitare 
del pottone, socchiuso come tutti gli altri portoni. 

Pioveva; nella via della Cerva non si vedeva nessuno; tutt'in 
giro era un profondo silenzio, non interrotto che dal suono conti- 
nuo delle campane a stormo, e da qualche colpo di cannone. Tutte 
le persiane eran chiuse, o socchiuse. Mi spinsi piano piano fino allo 
sbocco della strada, e vidi che anche la via Monforte era abbando- 
nata e silenziosa. La barricata del ponte era stata distrutta dagli 
austriaci durante la notte e gettata in parte nel canale detto il 
Naviglio. Al di la del ponte, in vicinanza del palazzo del Governo, 
si vedevano dei soldati, che ora procedevano guardinghi, ora si 
ritiravano tenendosi ai lati della strada, sotto le gronde, coi fucili 
in direzione delle finestre, e pronti a far fuoco appena vedessero 
una persiana semiaperta. 

A un tratto vidi venire dal piazzale di S. Babila, rasente il muro, 
un giovane armato di carabina; egli si fermo al vicolo Rasini, e si 
apposto dietro Tangolo. Questo valoroso, che doveva morire poche 
i. Ed. cit., cap. rv, pp. 73-88. 



RICORDI DI GIOVENTt 319 

ore dopo, era Giuseppe Broggi. 1 Dal punto in cui s'era messo, in- 
comincio a far fuoco contro i soldati che erano nelle vicinanze del 
ponte, e ogni suo colpo ne faceva cadere uno. Cosi, solo, in meno 
di mezz'ora ricaccio fino al bastione i soldati che avanzandosi len- 
tamente si preparavano ad occupare la via Monforte. II Broggi, 
quando vide che tutta la via era sgombra, si avanzo fino al ponte, e 
presa la strada del Naviglio si apposto di nuovo, facendo fuoco, 
all'angolo del Corso. Qui ebbe, sulle prime, il medesimo fortunato 
successo, finche una palla di cannone, rimbalzando dallo stipite di 
una porta, che ne conserva ancora la traccia, gli squarci6 il petto. 

Per alcune ore tutto fu quiete e silenzio nelle vie Cerva e Mon 
forte. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alle finestre, o con 
passo prudente usciva dalle porte, e allora si awiava in istrada un 
po' di conversazione, per chiedersi e scambiarsi qualche notizia. 
Non tutti, naturalmente, erano eroi; chi aveva 1'aria spaventata; 
chi sommessamente arrischiava qualche parola di prudenza o di 
biasimo; chi si millantava; chi, senza allontanarsi dalla porta, pru- 
dentemente, faceva progetti e propositi terribili. Tutti, anche i 
migliori, erano esaltati, e ben diversi del solito. 

Tra le persone piu agitate del quartiere osservai un certo inge- 
gnere Alfieri, che abitava nella stessa nostra casa; uomo di solito 
tranquillo e di poche parole, diventato ora loquacissimo e di ma- 
niere strane. Egli s'era trovato il giorno prima in via Monte Na- 
poleone nel momento di quel gran parapiglia in cui la folia, che 
ritornava dal palazzo del Governo, veniva accolta a fucilate da una 
compagnia di soldati. Vivamente impressionato, aveva avuto tutta 
la notte, come mi disse poi il suo servitore, una gran febbre, e 
improwisamente era impazzito. Ma nessuno lo sospetto allora, e 
parve soltanto un patriota dei piu ardenti. 

L'ingegnere Alfieri, a un tratto, chiamo tutto il vicinato e pa- 
recchi delle case vicine a raccolta in una corte ; dichiaro che da quel 
momento egli prendeva il comando del quartiere e che tutti avreb- 
bero dovuto obbedire a lui solo sotto la piu severa disciplina. La 
cosa parve a tutti naturalissima, e Fingegnere cominci6 a dare i suoi 
comandi. Ordin6 che si preparassero dei pannolini bagnati per spe- 

i. Giuseppe Broggi (1814-1848) aveva disertato dall'esercito austriaco e, 
fuggito ad Algeri, si era armolato nella legione straniera. Tomato a Mi- 
lano, fu lasciato libero dagli Austriaci, dopo breve prigionia. Sembrava lon- 
tano da interessi politici e fu invece tra i primi a combattere e a cadere 
(19 marzo) nelle Cinque giornate. 



320 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

gnere le bombe, e che si mettessero delle caldaie al fuoco per get- 
tare acqua ed olio bollente sui soldati; poi mando alcuni nelle can- 
tine, e sui tetti, per sorvegliare le spie e i nemici nascosti. Anche su 
cio non si ebbe nulla da ridire. A me, che avevo le pistole, diede 1'or- 
dine di tenermi accovacciato dietro Tabbaino d'un tetto, ove mi 
condusse egli stesso, per sorprendere un nano che, a suo dire, fa- 
ceva dei segnali dai tetti, ai soldati. A nessuno, dico, venne il so- 
spetto che a quel nostro comandante avesse dato di volta il cervello. 
Erano tutti esaltati da un bisogno di fare e di credere; piu un co- 
mando era misterioso, e piu ci trovava devoti. Si viveva alPinfuori 
della realta; la realta era il complesso dei sentimenti e delle spe- 
ranze di tutti; era un amore infinite per T Italia; era la sicurezza 
della vittorial 

Rimasi parecchie ore sui tetto, dietro il mio abbaino, osservando 
innanzi tutto se compariva il nano, e poi le linee dei soldati, che 
tratto tratto sfilavano sui bastioni, a passo rapido, e guardando i 
campanari che picchiavano a martello le campane sulle torri di 
tutte le chiese. Tutto ci6, tra un rumore continue di grida, di fu- 
cilate, di cannonate, che assordavano 1'aria, e tra il sibilo tetro delle 
racchette 1 e delle bornbe. 

Nel guardare lungo la via, vidi presso il ponte sui Naviglio di 
S. Damiano, stesi sui lastrico, due cadaveri, che vi giacevano pro- 
babilmente dal giorno prima. E infatti seppi poi che i soldati ve- 
nuti dal bastione a rioccupare il palazzo del Governo, appena n'era- 
no usciti O'Donnel e le Autorita milanesi, nel caricare la folia e 
nel risospingerla al di la del ponte, erano entrati in alcune case, e 
saliti sui tetti, avevano gettato in istrada quei due infelici che vi 
stavano appiattati, e di cui vedevo i cadaveri. 

In quel momento mi sentii risuonare nell'anima, con una pro- 
fonda pieta, quel grido: Ewiva i morti ! con cui avevo sentito il 
giorno prima la folia salutare le prime vittime. 

I morti erano la. E non ristavo dal guardarli da lontano, con 
quella specie di fascino che ci tiene awinti alle cose che ci fanno 
meditare. Chi erano quei morti ? 

Venne la sera, e il nano non compariva; per di piu avevo una 
gran fame, e cio contribui a persuadermi che la mia missione fosse 
pel momento finita. Cercai la scaletta per la quale ero venuto, ed 

i. racchette: razzi incendiari (cfr. p 331). 



RICORDI DI GIOVENTtl 321 

ebbi Pingrata sorpresa di vedere che Puscio era chiuso a chiave. 
L'aveva forse chiuso il mio stesso comandante, per assicurarsi me- 
glio che avrei eseguito la consegna datami. 

Che cosa fare ? Non mi rimaneva che di aggirarmi pei tetti, come 
un gatto, di fumaiolo in fumaiolo, col pericolo di finire in istrada, 
in cerca d'im'altra soffitta aperta e d'un'altra scaletta. 

Le trovai ; scesi ; ed eccomi in una casa, e in mezzo a gente che 
non conoscevo. In altri tempi sarei stato accolto come un ladro, 
ma in quel giorno fui accolto come un amico, come un figliuolo di 
casa. Narrai la mia awentura a quella buona famiglia, in mezzo 
alia quale ero capitato ; mi si fece una gran festa, si parlo del nano, 
e si voleva anche trattenermi a cena, se non avessi avuto fretta di 
rivedere mia madre. 

Non e facile descrivere 1'ospitalita che in quei giorni si trovava in 
ogni casa. I pericoli, e le vicende della lotta, obbligavano spesso a 
cercar rifugio nella prima casa che capitasse. Tutti trovavano dap- 
pertutto un'accoglienza fraterna e festosa. Pareva che Milano fosse 
una sola famiglia. Si era in quei giorni tutti amici e fratelli; tutti 
si soccorrevano a vicenda, si abbracciavano, si davan del tu. Dalle 
strade si saliva nelle abitazioni, e vi si trovava un letto per ripo- 
sare, un bicchier di vino, un boccone per rifocillarsi. Cio alle volte 
diventava una vera necessita. In alcune vie tutte le botteghe eran 
chiuse, e le comunicazioni erano difficilissime. Qualche cuoco, o 
qualche servitore che si era azzardato ad andare in cerca di com- 
mestibili, era stato ferito o ammazzato. La citta era bloccata, e al 
quarto giorno i viveri cominciarono a scarseggiare. La larga ospi- 
talita, che metteva in comune le prowiste di quelli che ancora ne 
avevano, diventava una vera prowidenza. 

I ricchi e le persone agiate distribuivano, nelle strade e nelle 
case, viveri e soccorsi a quanti si presentassero loro, fossero o non 
fossero poveri. I signori distribuivano larghi soccorsi ai popolani 
e agli operai, che in quei giorni della rivoluzione si trovavano ne- 
cessariamente disoccupati. Soccorrevano in ogni maniera anche le 
loro famiglie, ed essi volonterosi e coraggiosamente si adoperavano 
in ogni piu audace azione, e volonterosi ubbidivano a chi li diri- 
geva e li comandava. 

Nessun furto awenne in quei giorni, mentre tutte le case erano 
aperte a tutti e non guardate da nessuno. Milano era una famiglia 
sola; tale fu la fisionomia morale della rivoluzione. 



322 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

La mattina del lunedi, di buon'ora, qualcuno venne ad awi- 
sarci die i soldati si avanzavano, che avevano oltrepassato il ponte, 
e che pareva si disponessero ad occupare tutta la via. Sarebbe 
stata da parte loro una bella mossa, che avrebbe potuto condurli 
a pigliare alle spalle le barricate del corso di Porta Orientale. 

L'allarme fu grande tanto nella casa nostra quanto nelle case 
vicine, e tutti si misero ad asserragliare le porte per timore d'una 
invasione. II figlio del nostro portinaio, certo Cecco Migliavacca, 
giovanotto alto e robusto, detto fatto, principle a disselciare il 
cortile, e a portar sassi su un balcone della casa dal quale si domi- 
nava rimboccatura della strada. lo lo aiutai in questo lavoro, e ifi 
pochissimo tempo ci fu su quel balcone una abbondante prowista 
di sassi. Quando, ad un tratto, che cosa vediamo ? I soldati si avan- 
zano rapidamente, coi fucili puntati alle finestre, e quattro zappa- 
tori colle asce alzate, comandati da un ufficiale, principiano a menar 
colpi a tutta forza contro il portone della casa del duca Visconti di 
Modrone, che fa angolo tra via Monforte e via della Cerva. 

Quella casa era zeppa di gente, venuta a ricoverarsi dalle case 
piu minacciate di via Monforte, e trattenuta con una generosa ospi- 
talita dal Duca. 

II mio giovanotto comincio a lanciar sassi furiosamente : io Taiu- 
tai del mio meglio, e i soldati qua e la retrocedevano, senz'accorger- 
si sulle prime da qual parte venisse quella grandinata. Tutto cio 
fu 1'affare d'un minuto. 

Intanto il portone di casa Visconti stava per cedere ed era im- 
minente una qualche grave sciagura; quand'ecco aprirsi la finestra 
d'una casa vicina, che fa angolo col vicolo Rasini, e nella quale 
abitavano alcuni canonici della chiesa di S. Babila. A quella finestra 
si affaccia un prete, il quale, tra le fucilate che gli tirano dalla strada 
i soldati, spiana un fucile, prende di mira I'ufficiale e lo colpisce. 

Questo fatto improwiso atterrisce i soldati, che rapidamente 
fuggono al di la del ponte, portando seco il ferito. La casa Visconti 
era salva. 

Chi era quel prete ? II vicinato disse subito che era don Cesare 
Ajroldi. 1 Io lo vidi, quel prete, mentre lanciavo i sassi, ma nella 

i. Cesare Ajroldi Aliprandi (1800-1891) aveva studiato lettere e filosofia, 
ma, sebbene sacerdote, non gli era stato concesso di insegnare, proprio per 
le sue idee liberali. Al ritorno degli Austriaci si ritiro, o fu obbligato a riti- 
rarsi, nel paesello di San Giovanni, presso Sesto, e non torno a Milano se 
non dopo la liberazione del 1859. 



RICORDI DI GIOVENTfl 323 

commozione del memento non potei rawisarlo. Sul nome di quel 
prete si fecero poi correre voci disparatissime, con Fevidente in- 
tenzione di non richiamare una speciale attenzione su nessuno. Pa- 
recchi avevano anche Findiscrezione di domandare air Ajroldi stesso 
se fosse stato lui Feroe di questo episodio, ma egli si schermiva 
sempre. Uomo d'ingegno e distinto predicatore, FAjroldi, dopo il 
ritorno degli austriaci, fu tenuto per dieci anni in una specie di 
esilio ; lo mandarono curato in un paesello di poche centinaia d'ani- 
me; dopo il 1859 ritorno a Milano, divento Monsignore del Duo- 
mo, ed occupo diverse cariche cittadine nella beneficenza, tra la 
stima generale. 

Dopo quel fatto venne Fordine, non so da chi, di erigere una 
forte barricata di fianco a S. Babila, per difendere il Corso, e per 
proseguire poi, con altre barricate, di mano in mano fino al ponte. 

Eccoci, dunque, tutti quelli del vicinato, a costruire in gran fretta 
una barricata, servendoci di masserizie e di materiali che genero- 
samente ci venivan dati dalle case vicine. Don Cesare Ajroldi, sceso 
in istrada esso pure, aveva preso a dirigerne la costruzione. 

La barricata era finita, e gia si pensava a costruirne un'altra, 
quando gli austriaci avanzarono di nuovo fino al ponte con due 
pezzi d'artiglieria, e ci tirarono alcune cannonate. La nostra bar 
ricata si sfascio, e in breve fu messa sossopra. Ci mettemmo in 
fretta a ricostruirla, ma mentre stavamo collocando dei sacconi e 
delle materasse per difenderla meglio, una palla di cannone Fat- 
travers6, schiacciando e recidendo la testa d'uno ch'era in mezzo a 
noi, un certo Perelli. Don Cesare e il Migliavacca trasportarono il 
morto nella vicina chiesa di S. Babila, e tiratici tutti in disparte, 
commossi, assistemmo una seconda volta allo sfacelo della nostra 
barricata. Non tentammo allora di rizzarla nuovamente, e poco 
dopo anche gli austriaci ritirarono i loro cannoni, e pel momento 
non fecero piu nessuna mossa in avanti. 

Nullameno i fatti di quella mattina avevano messo in allarme 
tutto il quartiere. II duca Visconti comincio a raccogliere gente per 
fame dei difensori della sua casa, e questi furono il primo nucleo 
d'un reggimento di volontari, che poi equipaggio a sue spese e 
condusse al campo. II duca in quei giorni era sempre in mezzo alia 
strada, con un sacchetto di lire austriache, dette svanziche, che 
vuotava e poi riempiva, distribuendo sussidi agli operai, ai popo- 
lani, alle donne del quartiere e dei quartieri vicini. 



324 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Intanto le case di via Monforte e di via Cerva venivano in parte 
abbandonate dagrinquilini, che cercavano di rifugiarsi in vie meno 
esposte, in punti meno minacciati. Correva la voce che gli austriaci 
si preparassero ad un nuovo e piu vigoroso assalto, scendendo dalla 
via Monforte. 

La mattina del terzo giorno Emilio, capitato a casa, dopo averci 
narrato le sue vicende, ma in modo da non spaventare la mamma, 
la persuase a lasciar la casa, e a portarsi altrove con me e col fratello 
Enrico. Mia madre penso allora di recarsi nella vicina via Durini 
presso una certa madame Garnier, ch'essa conosceva e ch'era la 
direttrice d'un Collegio di fanciulle situato nel palazzo Durini. 

Non e a dire con quanta festa ci accogliesse quella buona signora, 
la quale aveva gia messo a disposizione di altri, ch'erano venuti a 
chiederle ospitalita, i locali delle sue scuole. C'era percio, in quel 
Collegio, un andirivieni continuo di amici e di amiche della Diret 
trice, di giovanotti armati e di combattenti che venivano a portare 
e a sentir notizie, a veder le sorelle, o le madri che v'erano accorse, 
a rifocillarsi, a riposarsi, o a farsi medicare se feriti. Tutto cio in 
un Collegio di fanciulle! Ma chi ci badava allora? Tutti rispettosi, 
tutti fratelli; la gente aveva ben altro pel capo. 

Dopo che ci fummo collocati alia meglio nella nuova abitazione, 
mi venne la curiosita di ritornare in via Cerva, e di dare una capa- 
tina in via Monforte per vedere se gli austriaci avanzassero. In via 
Cerva trovai un assembramento di persone, e pareva anche che ci 
fosse un po' di parapiglia, precisamente dinanzi alia casa Perelli, 
dove noi abitavamo. Che cosa era awenuto ? In quella casa abitava 
pure un certo De Simoni, console pontificio; ora un messo, scor- 
tato da alcuni cittadini armati, era venuto ad invitarlo a un ritrovo 
dei Consoli che, come si seppe poi, volevano chiedere un abbocca- 
mento al maresciallo Radetzki. Ma il messo e la pattuglia erano 
stati bruscamente fermati dalPingegnere Alfieri, il quale gridava 
che senza il suo permesso il Console non sarebbe uscito di casa. 

II Console intanto s'era affacciato alia finestra, ed era principiato 
un curioso colloquio tra lui, 1* Alfieri, il messo e quelli della strada. 

Finalmente il Console, in uniforme, scese, e allora 1' Alfieri si 
mise a gridare : Vedete quest'uomo ? Questa e la spia che tutti 
andiamo cercando da due giorni . . . ammazziamolo ! 

II povero Console, che non ne capiva nulla, si agitava, tremava; 
ma per fortuna le smanie dell' Alfieri furon tali e tante che tutti 



RICORDI DI GIOVENTt 325 

finalmente si accorsero, cosa non facile in quei momenti, che aveva 
smarrita la ragione. Dopo un chiasso indiavolato, TAlfieri cadde a 
terra dibattendosi. 

Raccolto da alcuni pietosi fu condotto alPOspedale, dove pochi 
giorni dopo mori delirando. Non fu in quei giorni il solo caso di 
pazzia improwisa. 

La mattina del 21, sull'albeggiare, dopo parecchie ore dormite 
saporitamente su una branda, nelPanticamera del Collegio Garnier, 
non ostante lo scampanio continue di quasi tutti i campanili della 
citta, scesi in istrada e m'imbattei subito in alcuni che, con una 
sciarpa tricolore a tracolla, si affannavano a dar ordini in nome del 
Comitato di difesa e a disciplinare Tinsurrezione : non fosse altro, 
ne avevano la buona intenzione. Caduto anch'io nelle mani d'uno 
di questi capi, fui messo subito di sentinella ad una innocua bar- 
ricata, che chiudeva la via Durini dalla parte del Verziere. II mio 
comandante, dopo aver osservato le mie pistole, non trovandole 
forse abbastanza micidiali, voile aumentare il mio armamento, e 
mi mise in mano un fioretto da scherma, poi mi diede la parola 
d* or dine : Papa Pio . 

Poco dopo venne un altro capo, il quale trovo opportune di rin- 
forzare il posto, e mi diede un compagno, ch'era un buon vec- 
chietto, armato di una lancia antica. Gli confidai la parola d'ordine, 
e fummo subito amici. 

Venne una pattuglia: Alt! grid6 il vecchietto la parola 
d 5 or dine! 

Concordia, coraggio rispose il capo della pattuglia. 

Veramente, osserv6 il vecchietto la parola d'ordine sa- 
rebbe un'altra . . . pero, siamo tutti italiani, e passino pure . . . 

Rimanemmo appoggiati alia barricata chiacchierando, io e il mio 
vecchietto, ch'era un impiegato in pensione, per un paio d'ore. II 
vecchietto mi racconto che il Podesta era stato promosso a Go- 
verno Prowisorio ; e mi confido le ingiustizie che aveva subite du- 
rante la sua camera, concludendo che se arriveremo a diventar 
noi i tedeschi . . . * 

Alia fine cominciammo a domandarci che cosa facevamo noi li. 
II nemico non si lasciava vedere; si combatteva in tutt'altre parti 
della citta; intorno a noi tutto era silenzio; la curiosita chiamava 

i . Cioe, comandare al posto dei tedeschi, essere liberi. 



326 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

tutti altrove; e anche noi due, dataci la buona sera, ce ne andammo 
pei fatti nostri. 

Riacquistata la mia liberta individuale, mi portai alia Corsia dei 
Servi (ora Corso Vittorio Emanuele), e poi mi spinsi innanzi verso 
il Corso di Porta Orientale. 

Vidi con stupore la barricata dei chierici del Seminario, 1 la piu 
formidabile di quante ce ne fossero in tutta Milano; una barricata 
tutta fatta coi lastroni di granito dei marciapiedi, che sbarrava il 
Corso, ed era alta parecchi metri, Vidi sventolare sulla piu alta 
guglia del Duomo la bandiera tricolore, messaci, seppi poi, dal 
Torelli, un amico di mio padre, che vedevo in casa nostra a Mi 
lano e a Tirano. Vidi poi alzarsi i palloncini, 2 fatti dai seminaristi, 
per mandar fuori di citta i bollettini e i proclaim del Governo Prov- 
visorio. 3 

Vidi cose serie e cose buffe, ma che allora a me e a tutti, pare- 
vano serie anch'esse; vidi le barelle su cui erano trasportati feriti e 
morti; e vidi dei bellimbusti, con corazze lucenti, sciarpe e cappelli 
con penne d'ogni colore, con spado ni antlchi, che passeggiavano, 
come cantanti sul palcoscenico. Ammiravo anche loro. 

Ritornato sul tardi al mio quartiere generale, presso mia madre, 
in casa Garnier, ove continuava 1'andirivieni di conoscenti e non 
conoscenti, seppi le nuove di tutti i fatti che s' erano andati svol- 
gendo nella giornata. 

Seppi ch'era stato costituito il Governo Prowisorio, e che il 
conte Martini 4 aveva potuto penetrare dalle mura in citta, recando 



i . la barricata . . . Seminario : la barricata costruita dai seminaristi nel 
corso di Porta Orientale. Tra i suoi difensori merita particolare ricordo 
Tallora chierico Antonio Stoppani (vedi sotto la nota 3). 2. i palloncini: 
narra il Cattaneo che li Austriaci, accampati sui bastioni, stavano attoniti 
mirando quelli aerei messaggeri sorvolare alle loro linee, e li bersagliavano 
con vani colpi (Dell'insurresione di Milano nel 1848, in Romagnosi, Catta 
neo, Ferrari, a cura di E. Sestan, Milano-Napoli, Ricciardi, 1957, p. 894). 
Con questo sistema di comunicazione si diffuse e rincoro 1'insurrezione 
fuori della citta. 3. La costruzione della barricata, e la costruzione dei 
palloncini, erano state dirette, come seppi piu tardi, da uno dei chierici 
anziani, Antonio Stoppani, che aveva allora 23 anni. Lo Stoppani [1824- 
1891] divento poi sacerdote, e fu il celebre geologo e scrittore a tutti no- 
to (nota del Visconti Venosta). 4. Enrico Martini di Crema ( 1 8 1 8- 1 869) , 
cognato di Luciano Manara, incaricato, poco prima dell'insurrezione, di 
chiedere aiuti a Carlo Alberto. Dal 1848 visse esule in Piemonte, fu depu- 
tato di Genova. Dopo il '59 rappresento per varie legislature la sua citta al 
Parlamento. 



RICORDI DI GIOVENTfr 327 

da Torino Tassicurazione datagli da Carlo Alberto che le truppe 
piemontesi avrebbero varcato il Ticino. Seppi che i consoli s'erano 
recati dal maresciallo Radetzki, e che il giorno prima un maggiore 
austriaco si era presentato al Governo Prowisorio per proporre un 
armistizio. 

A quella notizia, il viso di Madame Gamier, che in cuor suo co- 
minciava ad essere inquieta per randirivieni crescente degli ospiti, 
si illumino d'un breve raggio di speranza. Ma subito chino gli occhi, 
rassegnata, perche, tra gli applausi degli astanti, si senti che il Go 
verno Prowisorio aveva respinto la proposta. Questa notizia veniva 
a mano a mano ripetuta festosamente da quanti venivano, e tutti 
la ripetevano a un modo ch'era evidentemente quello della verita. 
II Governo, cioe, aveva riunito il Comitato di difesa, e i principal! 
'comandanti delle barricate. La discussione era stata breve. II conte 
Durini e il conte Pompeo Litta, 1 ex militare Napoleonico, avevano 
osservato che 1'armistizio poteva esserci utile per lasciare a Carlo 
Alberto il tempo di giungere a Milano e prendere gli austriaci alle 
spalle. Ma gli altri, unanimi, dimostrarono le ragioni prevalent! per 
respingere la proposta, la quale era stata pur respinta dai Comitati 
di guerra e di difesa, recentemente nominati. Del Comitato di 
guerra, nominate il terzo giorno, aveva accettato di far parte anche 
il Cattaneo. 2 



1. II conte Giuseppe Durini (1800-1850) fu ministro degli affari esteri nel 
governo prowisorio, sostenne la tesi delTannessione al Piemonte, tenne il 
ministero delPagricoltura, industria e commercio nel gabinetto Casati dal 
27 luglio al 15 agosto 1848; Pompeo Litta (1781-1852) aveva combattuto 
nelle guerre napoleoniche (Ulm, Austerlitz), e si era poi, per una siogatura, 
ritirato a vita privata, occupandosi di quegli studi di araldica e genealogia 
cui e legato il suo nome. Fu tra le guide politiche nelle Cinque giornate 
e solo brevemente si rifugi6, al ritorno degli Austriaci, in Piemonte. 

2. Piu tardi, quando alia verita si sovrappose la leggenda, molti vollero 
attribuirsi il merito d'aver respinto rarmistizio; si disse, tra 1'altre cose, 
che il Governo Prowisorio lo accettasse, e che il solo Cattaneo lo respin- 
gesse: la verita e piu semplice. lo mi atterro a quanto ne scrisse Luigi To- 
relli, presente a quel Consiglio, nei suoi Ricordi delle Cinque Giornate, 
cronaca esattissima d'ogni fatto della Rivoluzione: "Essendo presente 
anch'io a quel Consiglio, posso darne qualche ragguaglio. Riuniti in nu- 
mero non minore al certo di quattordici o quindici, poiche, oltre il Go 
verno Prowisorio, v'era il Comitato di guerra ed il Comitato di difesa 
(del quale io facevo parte), il presidente Casati espose la domanda di 
sospensione d'armi del generate Radetzki. Chi prendesse primo la parola 
non rammento; certo il signer Cattaneo fu uno di quelli che parlarono con- 
tro, ma sul numero di present! tre soli opinarono per 1'accettazione; gli 



328 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

I felici e important! success! ottenuti dagli insorti nella quarta 
giornata, la presa della Caserma del Genio (1'attuale palazzo della 
Cassa di risparmio) e di altre caserme, nelle quali s'eran fatti dei 
prigionieri, avevano nei piu accresciuto Tentusiasmo e la fede, e 
dissipato in parecchi i dubbi e la paura. 

Dopo la presa delle caserme e dei vari posti militari, il numero dei 
cittadini armati era di molto cresciuto, e si facevano piu fitte le fu- 
cilate, di cui giungeva 1'eco dai vari punti della citta. 

C'era gia nell'aria il presentimento della vittoria, e si pareva tutti 
mezzo matti per Pesaltazione e per la gioia: non si vedevano che 
facce stravolte per la fatica, per 1'insonnia, e per Tebbrezza della 
lotta e del pericolo : tutti avevano la voce rauca, tutti avevan fame, 
e cercavano di rifocillarsi, sicche pareva un boccone ghiotto anche 
il pezzo di pane secco che veniva offerto da chi ne aveva ancora 
un poco in serbo. 

Gli austriaci, sia per indecisione, sia per un certo sprezzo militare 
di fronte a dei borghesi quasi senz'armi, s'eran lasciati sorprendere 
il primo giorno, e poi non avevan saputo riaversi con una offensiva 
risoluta e audace. Al quarto giorno la lotta era diventata difficile, 
ma nei primi due giorni, con un'azione vigorosa, le truppe avreb- 
bero potuto soffocare la rivoluzione senza molta difficolta, prima 
che fosse proclamato Pintervento di Carlo Alberto. Radetzki giu- 
stifico la sua ritirata con buone ragioni ; ma le ha trovate dopo. 

Alia fine, le barricate, le tegole che piovevano dai tetti, e quel- 
1'incessante sonare a stormo di tutti i campanili della citta, avevano 
sbalordito, scoraggito i soldati. I generali, tra le notizie incerte, al- 
larmanti, di Vienna, di Torino, e delle citta lombarde, pressoche 
tutte insorte, erano rimasti dubbiosi e inerti. Le truppe stettero 

altri, senza aver d'uopo di sforzi di rettorica di nessuno, la ripudiarono riso- 
lutamente, perche era evidente che, in ogni modo, era piu utile a Radetzki 
che a noi. Quando venne il mio turno, senza ripetere le ragioni degli altri, 
aggiunsi solo: che nella mia qualita di capo delle pattuglie, dovevo poi 
dire che si andava ben errati, se mai si credeva che quand'anche si avesse 
accettata la sospensione, i combattenti Tavrebbero rispettata; di disciplina 
non vi era nemmen I'ombra. Inoltre potrei anche appellarmi ai molti che 
spero ancora esistano, per rammentar loro come, durante il breve tra- 
gitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gridasse ad alta voce, no, no, non 
accettiamo sospensione; e questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore 
di casa Taverna, che precede quella dove si tenne il Consiglio. Voi ve- 
dete dunque che senza nulla detrarre al merito reale del signor Cattaneo, 
non e quella circostanza che si puo addurre come di gran servizio reso al 
paese" (nota del Visconti Venosta). 



RICORDI DI GIOVENTfr 329 

quasi sempre sulla difensiva, certamente ostinata e valorosa, ma i 
loro assalti alle barricate furono pochi, e poco vigorosi. 

La sera del quarto giorno gli austriaci avevano perduto quasi tutti 
i posti e tutte le caserme dell'interno della citta; erano ancora pero 
padroni del Castello e dei bastioni che circondano la citta, e delle 
porte. 

Tra i posti perduti nell'interno della citta c'era stato, come ho 
detto, il palazzo del Genio militare, ove ora si trova la Cassa di 
Risparmio. Ne aveva diretta la presa Augusto Anfossi, 1 che aveva 
militato all'estero. Dirigeva il fuoco da un balcone d'una casa di- 
rimpetto, quando una palla lo colpi in fronte. Ma Tassalto era con- 
tinuato, per opera del manipolo d'insorti capitanati dal Manara, in 
cui erano il Dandolo, il Morosini, Manfredo Camperio, i Mancini, 
il Minonzi, 2 ed altri; finche un ciabattino sciancato, Pasquale Sot- 
tocornola, 3 si porto ad appiccare il fuoco alia porta delta caserma, 
incendiandola, cosi fu costretta alia resa. 

L J assalto a una porta -fu il pensiero, fu la parola d'ordine 
dei combattenti, del Governo Prowisorio e del Comitato di difesa, 
nella notte tra la quarta e la quinta giornata. Con cio si sarebbe 
rotto quelPanello che circondava la citta ; gli armati accorsi dai paesi 
vicini sotto le mura 4 sarebbero entrati in Milano, e con essi i viveri 
che cominciavano a scarseggiare. 

L'impresa era certamente grave e difficile, ma in quel momento 
tutto pareva possibile nelPebbrezza delle prime vittorie. 

i. Augusto Anfossi (nato a Nizza nel 1812, morto il 21 marzo 1848), 
ufficiale piemontese, costretto a esulare dopo le repression! del 1831, si era 
recato in Francia. Si era poi arruolato nell'esercito egiziano, che allora inva- 
deva la Siria. Era a Milano da pochi giorni, quando scoppiarono i moti. 
Per la sua esperienza militare fu organizzatore degli insorti. Cadde mentre 
guidava, ferito, 1'attacco al Palazzo del Genio. 2. Minonzi: e quello stes- 
so Minonzio (Carlo Minunzi) di cui Tautore ha fatto cenno a pp. 315-6. 
3. Pasquale Sottocorno (1822-1857) non solo incendio la porta, ma anche, 
appena invasa la caserma, i fienili. Al ritomo degli Austriaci, esulo a Tori 
no, dove continue il suo mestiere di ciabattino : e a Torino mori. 4. Da 
principle si decise di tentare 1'assalto della citta entrando dal bastione 
di Porta Comasina (oggi Porta Garibaldi). Se ne incarico Gerolamo Bor- 
gazzi alia testa di alcune centinaia di persone ch'egli aveva condotte dalla 
campagna. Ma durante Passalto rimase morto. Questo era fratello d'un 
Alessandro Borgazzi che, durante le dimostrazioni, insultato da un uffi 
ciale, nipote del Ficquelmont, lo aveva bastonato. La "Gazzetta d' Augu 
sta" aveva stampato che un "nobile milanese aveva aggredito un Thurn, e 
ch'era stato arrestato". Questi Borgazzi erano cugini di mia madre (nota 
del Visconti Venosta). 



330 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Sentivo 1 dire che s'era pensato di dare Passalto a Porta Comasina, 
ma che colla morte del Borgazzi 2 1'impresa fosse fallita ; e che poi si 
progettasse un assalto alia Porta Ticinese, ma la resistenza vigorosa 
che vi si trovo, e varie altre circostanze che rendevano difficile 
1'impresa, facessero mutar consiglio. Alia fine era prevalso il pro- 
getto delPassalto a Porta Tosa. 

Questo fatto, che e certamente uno dei piu importanci della ri- 
voluzione, fu preparato e diretto con molte cautele, con ordine, 
e con un piano predisposto. Ci furono un'ala destra e un'ala smistra 
di combattenti di fianco al corso, che si avanzavano attaccando le 
truppe dei bastioni per distrarle dal punto centrale, ch'era la porta; 
e contro la porta furono dirette, lungo il corso, le barricate mobili 
con le quali si doveva alia fine prenderla d'assalto. I meglio armati, 
e i piu risoluti, avevano il comando dei vari gruppi di combattenti, 
ai quali era affidata I'esecuzione di questo piano. 

Le barricate mobili erano grandi cilindri, fatti di fascine legate 
con corde, che venivano sospinte innanzi rotolandole, e dietro le 
quali stavano i nostri combattenti. Le aveva pensate, e fatte se- 
guire, Antonio Carnevali, 3 gia professore alia scuola militare di Pa- 
via durante il Regno napoleonico. Furono queste barricate che re- 
sero possibile Pavanzarsi dei nostri sotto le fucilate d'un reggi- 
mento di fanteria, e sotto la mitraglia d'una batteria, che difende- 
vano la porta. 

Trovandomi sulla piazza del Verziere assistetti alia costruzione 
d'una di tali barricate ; e piu tardi, verso il mezzogiorno, spinto dalla 
curiosita e dal desiderio di far qualcosa anch'io, mossi verso il ponte 
di porta Tosa, per arrivare almeno fino all'imboccatura del corso. 

Da lontano, nella direzione del bastione e della porta, si sentiva 
il rumore continue delle fucilate dei soldati, e dei colpi di carabina 

i. Ed. cit., cap. v, pp. 91-102. 2. Girolamo Borgaszi (1808-1848), educa 
te da giovane in Francia, legato ai mazziniani, aveva partecipato alia spedi- 
zione nella Savoia (1834), era stato nella legione straniera in Algeria e tra 
gli insorti costituzionali in Spagna. Tomato a Milano nel 1843, era ispet- 
tore della strada ferrata che si costruiva in Lombardia, e perci6 pote portare 
aiuti dentro la citta. Mori nell'assalto a porta Comasina (vedi la nota 4 a 
p. 329). 3. Antonio Carnevali (1791-1866) aveva combattuto, nel 1813, 
in Germania, nelTarmata napoleonica. Prigioniero a Wittemberg, era tor- 
nato a Milano nel settembre del 1814. Insegnava matematica al collegio 
militare di San Luca e al collegio delle Filippine. Durante le Cinque gior- 
nate fece parte del comitato di difesa. Esule in Piemonte, continue ad 
insegnarvi, e torno in Lombardia solo nel 1860. 



RICORDI DI GIOVENTtl 331 

dei nostri; e a brevi intervalli la mitraglia, rimbalzando sul selciato, 
giungeva fino al Naviglio. 

II ponte, tra il Verziere e il tratto di strada che conduce al corso 
di porta Tosa, era asserragliato da una forte barricata, alia cui cu- 
stodia stava un drappello di cittadini armati. Quand'io mi presen- 
tai (ero un giovanetto mingherlino), non mi fecero neanche Ponore 
di domandarmi dove volessi andare. Uno diede un'occhiata, sor- 
ridendo, a me e al fioretto di cui ero armato, e mi fece un gesto 
che voleva dire di lasciare il passo ad altri, e di tornare indietro. 

Infatti non si lasciavano passare che persone armate di carabine 
o di fucili, oppure popolani robusti, che venivano con fascine, con 
pali, con corde, per rafforzare le barricate mobili. 

Passare il ponte voleva dire andare al fuoco sotto la mitraglia, 
voleva dire gettarsi in una mischia terribile, e affrontare la morte. 

Mentre ero rimasto li sui due piedi, un po' mortificato, per essere 
stato tacitamente dichiarato inabile, e guardavo Paffaccendarsi af- 
fannoso di chi andava e di chi veniva, vidi che al di la della barri 
cata stava ritto un prete: aveva un crocifisso in mano, e dava Passo- 
luzione in articulo mortis ai combattenti, che si inginocchiavano 
dianzi a lui prima di andare al fuoco. Quello spettacolo, grave e 
solenne nella sua semplicita, e tanto caratteristico di quei giorni e 
di quel tempo, non si cancello piu dalla mia memoria. 

Passai quasi tutta la giornata nella piazza del Verziere e nelle 
strade vicine, facendo anch'io un po' di tutto, per quel che potevo 
nel limite delle mie forze, aiutando a portar travi ed assi, sacconi e 
masserizie per rinforzare le barricate. Poi c'era sempre qualche no- 
tizia o qualche or dine da portare; o si era chiamati in un'osteria, o 
in un caffe, o in qualche casa a fonder palle e a far cartucce. In- 
tanto venivano a mano a mano i feriti, portati nelle case o all'ospe- 
dale. Vidi tra questi, su una barella, un bel giovane, squarciato dalla 
mitraglia; mi si disse ch'era Pingegnere Stelzi. Di tanto in tanto 
cadevano anche nella piazza dei razzi, o racchette come le chia- 
mavano allora, che erano ancora in uso nelPartiglieria austriaca. 

Questi razzi molte volte riuscivano innocui; ma in quel giorno 
vidi parecchi cittadini rimanerne feriti. 

Andavano e venivano dal ponte dei piccoli e coraggiosi messag- 
geri, che avevano libero il passo, e ch' erano gli alunni dell'Orfano- 
trofio, detti dal popolo i Martinitt . Col loro mezzo i combattenti 
del corso di porta Tosa comunicavano coi vari punti della citta, e 



332 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

col Comitato della difesa. Questi valorosi figlioli della beneficenza 
cittadina erano argomento deH'ammirazione di tutti. 

E tutti, ogni tanto, alzavano gli occhi in alto, nella direzione 
della piu alta guglia del Duomo, sulla quale sta la statua della Ver- 
gine, con cui i milanesi sono in grande confidenza, come col genio 
tutelare della casa, e la chiamano la Madonnina . Essa vede da 
tanti anni le nostre gioie e i nostri dolori; situata si in alto, pare piu 
vicina al cielo, al quale i milanesi amavano sperare che dicesse in 
quei momenti una buona parola per loro. Quando, nella terza gior- 
nata della rivoluzione, si vide sventolare in mano alia Madonnina)) 
la bandiera tricolore, 1 nessuno dubito piu della vittoria. Da tutta la 
citta si levo un grido di trionfo e di gioia, come se la Madonnina 
avesse fatto causa comune con noi, e avesse preso Milano sotto la 
sua protezione. 2 E ogni tanto si guardava in su, per assicurarsi che la 
bandiera della Madonnina sventolasse ancora. 

Verso la sera della quinta giornata, le grida vittoria, vittoria , 
fecero accorrere e affollare verso il ponte quanti erano in piazza, 
e questa volta la barricata e i suoi custodi non valsero piu a tratte- 
nere la gente. Potei anch'io passare il ponte, e avanzarmi fino al- 
1'imboccatura del corso. 

La mitraglia non rimbalzava piu; tutto il combattimento s'era 
ridotto alia porta. Era stata presa, poi incendiata, poi ripresa dagli 
austriaci, poi ancora dai nostri; ora bruciava. Gli austriaci si erano 
ritirati, lateralmente, sui bastioni, e facevan fuoco sulla folia che 
correva verso la porta. Le prime case del corso, in vicinanza al 
bastione, ardevano, e le fiamme si elevavano alte nelPoscurita, ere- 
pitando; il terrore di quello spettacolo era accresciuto dalle grida 
della vittoria, dagli urli degli assalitori, e dai lamenti acuti dei 
feriti, o di donne fuggenti. Ogni tanto qualche panico ricacciava e 
disperdeva la folia, che poco dopo ritornava con nuovo furore. 

i. sventolare . . . tricolore: a piantare sul duomo di Milano la bandiera fu 
Luigi Torelli, che narro poi (1876) I'insurrezione di Milano. Vedi L. To- 
RELLI, Ricordi intorno alle Cinque giornate di Milano, Milano, Dumolard, 
1883. 2. Durante i primi due giorni della rivoluzione il terrazzo piu 
alto del Duomo era occupato dai cacciatori tirolesi, che colle loro carabine 
tenevano sgombre la piazza del Duomo e le vie vicine. Appena cesso il 
fuoco nel terzo giorno, Luigi Torelli, che fu poi ministro e senatore del 
regno, accompagnato da un altro cittadino, ebbe 1'idea felice e coraggiosa 
di salire sul Duomo per assicurarsi che i cacciatori si fossero ritirati, e di 
piantarvi la bandiera tricolore per indicare ai cittadini che si era padroni 
del centro della citta; fatto che non solo rialzo gli animi in tutta la citta, 
ma anche nei paesi circonvicini (nota del Visconti Venosta). 



RICORDI DI GIOVENTt 333 

Corsi a casa a confermare anch'io la gran notizia della presa di 
Porta Tosa, chiamata da quel momento dal popolo Porta Vittoria 
(Decreto 6 aprile 1848), e trovai mia madre agitatissima, perche 
ormai da ventiquattro ore non s'era pill veduto Emilio. Non lo rive- 
demmo che la mattina seguente, e allora ci narro le varie peripezie 
della giornata, che gli avevano impedito di venire in via dei Durini. 

Calata la notte, e cessato il fuoco a Porta Tosa, si principle a 
sentire un cannoneggiamento lontano, che pareva venisse dalle 
vicinanze del castello. Ed ecco subito giungere ordini nelle case di 
sorvegliare attentamente i tetti, le soffitte, i fienili, poiche pareva 
che incominciasse un bombardamento piu vigoroso. 

Ecco mi ancora di guardia su un tetto, questa volta della via dei 
Durini, passandoci una notte umida, fredda, appoggiato ad un fu- 
maiolo, e rawolto in una coperta di lana; ne la stanchezza ne il 
sonno mi avrebbero potuto vincere dinanzi allo spettacolo spaven- 
tevole di quella notte. Dalle parti del castello e lungo un tratto dei 
bastioni si vedeva una grande striscia di fuoco, che in vari punti 
si elevava con fiamme alte e sinistre nella notte nerissima. 

Erano incendi di case e colonne di rumo, era il fuoco dei batta- 
glioni austriaci e delle artiglierie, che assieme tiravano contro la 
citta, senza tregua, con un rumore indiavolato, che scoteva 1'aria e 
la terra. 

Era uno spettacolo cupo, grandiose, che la notte rendeva piu mi- 
sterioso e spaventevole. 

Tutti, come seppi poi, erano rimasti in piedi quella notte, com- 
presi da un muto terrore; tutti s'erano domandati ansiosamente se 
un corpo d'insorti, o una avanguardia piemontese, fossero venuti 
a dar Passalto alle mura; o se principiassero Fincendio e il saccheg- 
gio della citta. Tutti erano trepidanti, silenziosi. Anche le campane 
a martello in alcuni punti tacevano. 

Alt! chi sei tu? chiesi a un tratto ad un'ombra bianca che 
si avanzava verso di me pian piano, e facendo scricchiolare le tegole 
del tetto. 

Sono una sentinella, viva Pio IX! 

Parola d'ordine! 

Augusta Anfossi. 

E chi mi rispose cosi venne a sedersi accanto a me, tutto rawolto 
in una coperta di lana bianca e con uno spadone antico a due mani 
sulla spalla. 



334 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Riconobbi in lui quel guerriero che avevo gia osservato piu volte 
il giorno prima al ponte di Porta Tosa, e che, pur accorrendo dove 
si sentivano le fucilate, procurava che la sua coperta di lana facesse 
sempre delle pieghe bizzarre con una certa pretesa artistica. Era 
un giovanotto sui vent'anni. 

Si principio, io e lui, con Palmanaccare su quello strepito diabp- 
Hco e su quei fuochi. II mio collega ne sapeva quanto" me, ma so- 
prattutto ammirava le tinte purpuree incandescent! del cielo. E 
intanto prese a narrarmi, con la voce rauca, e con un linguaggio 
un po j slegato e fantastico, i mille episodi della presa di Porta 
Tosa e di altri fatti ai quali aveva preso parte, prima con un fucile 
che gli si era rotto, poi con lo spadone, uno spadone antico, che 
diceva essere una bellezza. Alia fine gli domandai : 

Sei uno studente ? 

Ma che! mi rispose con una certa alterigia. Sono un ar- 
tista, un pittore! 

Ed hai fatto molti quadri ? gli domandai. 

No, ma ne ho gia in mente tre . . . ed ora penso a un quarto . . . 
la scena di questa notte veduta da un tetto, la luce delValba, e il bom- 
bardamento della cittd! che contrasto! . . . una cosa magnifica! ve- 
drai! che bellezza! 

Come ti chiami ? 

Sebastiano De Albertis. 1 

QuelPamicizia, incominciata sul tetto, continue; egli fece pa- 
recchi quadri, non la scena veduta da un tetto, che gli diedero una 
certa fama; fu garibaldino nel '59 e dipinse delle scene militari; 
rammentammo piu volte la notte passata insieme, appoggiati ad un 
fumaiuolo. La rammentammo anche pochi giorni prima che mo- 
risse, trovandoci in una Commissione che preparava pel 50 anni- 
versario delle Cinque Giornate quei festeggiamenti ch'egli non 
doveva vedere, 

Alle tre dopo la mezzanotte tutto quel rumore diabolico improv- 
visamente cesso. Segui un silenzio profondo, ansioso, che duro un 
paio d'ore; poi ad un tratto si sentirono delle grida lontane, che pa- 

i. Sebastiano De Albertis (1828-1897), pittore, partecip6 attivamente alle 
Cinque giornate. L'accenno dell'autore alia coperta corrisponde al modo 
con cui gli insorti se lo indicavano: 1'uomo della coperta di lana. Parte- 
cipo successivamente a tutte le campagne d' Italia, al seguito di Garibaldi. 
Tra i suoi quadri, La morte di Francesco Ferruccio ; Carica di carabinieri del 
1848 Ricordo di Bezzecca ecc. 



RICORDI DI GIOVENTt 335 

revano degli ewiva; poi alcuni campanili incominciarono a so- 
nare non a martello, ma a festa; poi un rumore nuovo, come di voci 
allegre e di gente festosa, scoppiava da ogni ptinto, cresceva, e saliva 
distinto fino a noi. 

Che c'e ? Che sara ? esclamammo noi due, e corremmo ra- 
pidamente in strada. 

In istrada la gente scendeva da tutte le case. Non si sentiva piu 
che un grido: 

Sono andati! Sono andati! 

Tutti si ripetevano Tun Taltro la grande notizia, tutti si abbrac- 
ciavano, si baciavano, piangevano; le porte, le finestre si spalanca- 
vano; da ogni finestra sventolava una bandiera fatta coi tre colori; 
molti vi accendevano dei lumi. Sono andati! Sono andati! 

Oh, come descrivere a chi non 1'ha veduta la gioia, la frenesia 
di quell'ora! 

Chi aveva sopportato i dolori e la vergogna della schiavitu pro- 
vava ora la fierezza del sentirsi libero, la confidenza nelle proprie 
forze, la fede nel proprio awenire. Nessuno avra fatto Panalisi di 
tutto ci6 in quel momento, ma pure c'era tutto cio in quel grido 
unanime, pieno di gioia e di ebbrezza - sono andati, sono an 
dati!)) - che erompeva come una voce sola. 

Giovanin Bongee 1 e vendicato! fu la prima parola che mi 
disse il Correnti quando lo incontrai in quel giorno. 

Dopo avere scambiato anch'io molti abbracci e molti baci, non 
solo con mia madre, ma con quanti c'erano in casa Garnier, ritornai 
in fretta a girandolare per le strade, spingendomi verso tutti quei 
posti dove sentivo che c'erano stati i principal! combattimenti. 
Dappertutto era il medesimo spettacolo ; dappertutto sventolavano 
drappi, tele, cenci d'ogni qualita, purche fossero bianchi, rossi e 
verdi; e la gente noncessava dal contemplare, dalTinebbriarsi quasi 
di quei colori, simbolo di tante speranze e di tanti dolori. Tutti 
portavano grandi coccarde d'ogni foggia ai cappelli e sui vestiti; 
e dalle coccarde pendevano medaglie col ritratto di Pio IX e col 
motto: Italia libera, Dio lo vuole. 

Nelle strade era uno scambiarsi continue di saluti, di rallegra- 
menti, di abbracci, tra conoscenti e non conoscenti. A ogni passo 

i. Giovanin Bongee: e il nome del protagonista d'una celebre composizione 
poetica di Carlo Porta, Desgrazzi de Giovannin Bongee, che rappresenta un 
popolano milanese angariato e offeso dai dominatori francesi. 



336 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

c'era qualche crocchio in cui si scambiavano notizie, o si narravano 
i fatti, gli episodi di quei giorni ; seppi allora che con quel grande 
strepito, che ci aveva colpiti nella notte, gli austriaci avevano pro- 
tetto la loro ritirata. 

Sentii anche che nelle corti del Castello si vedevano cose racca- 
priccianti, pozze di sangue, cadaveri di uomini e di donne, fucilati, 
mutilati. 

Sono andati! Sono andati! E in tutti era una festa, un entusia- 
smo che pareva un delirio ; tutti eran mossi da una smania di espan- 
dersi, di affratellarsi, di affaccendarsi. Molti continuavano il lavoro 
alle barricate, specialmente quelli che ne erano stati lontani nei 
giorni antecedenti; le rinforzavano, e persino le abbellivano, glo- 
riosi di quelPopera cittadina, che in quel giorno pareva il presidio 
eterno della comune liberta. 

Non mancavano, anzi abbondavano, i tipi comici, che furono poi 
chiamati gli eroi della sesta giornata , che andavano in giro facendo 
pompa dei piu strani costumi; con corazze antiche sul petto, con 
cappelli piumati o morioni, con stivali di cuoio giallo, con armature 
ed abiti da teatro. Queste strane fogge di abbigliamenti patriot- 
tici continuarono, pur troppo, per molto tempo ancora; e anzi 
comparve una moda nel vestire, chiamata alia lombarda, e che 
consisteva in un camiciotto, o blouse, di velluto nero, di fabbrica na- 
zionale, stretta alia vita da una cintura di pelle da cui pendeva una 
daga o una spada; colletto bianco, grande, rovesciato sulle spalle; 
calzoni corti di velluto nero ; stivali che arrivavano fino al ginocchio ; 
cappello alia calabrese con pennacchio ; e una collana che scendeva 
sul petto, e da cui pendeva un medaglione, ch'era di solito il ri- 
tratto di Pio IX. 

Anche ad alcuni uomini seri non era sembrato strano, in quei 
primi giorni, il vestire a un di presso cosi. E non era sembrato 
strano neppure a Cesare Correnti, secretario generale del Governo 
Prowisorio, che appunto in quei giorni vidi anche lui vestito di 
velluto, alia (dombarda, con la fusciacca tricolore a tracolla, e una 
sciabola al franco. 

Anche parecchie eleganti signore adottarono sulle prime questo 
strano genere di abbigliamento, e trovarono modo di adoperare, 
quali ornamenti delle toilettes, fusciacche tricolori, cappelli alia 
calabrese, pistole, e persino, Dio glielo perdoni! spade e sciabole 
di cavalleria. 



RICORDI DI GIOVENTtl 337 

La festivita, mezzo seria e mezzo comica, che segui in Milano la 
ritirata degli austriaci, si protrasse per parecchi giorni. Nessuna 
stranezza stupiva, o pareva tale, usciti tutti come eravamo da quel 
grande awenimento, che superava cio che di piu strano poteva 
figurarsi la nostra immaginazione. 

Ci furono anche-, ad onor del vero, delle manifestazioni e degli 
atti piu seri. II 24 marzo un manipolo di giovani, ch'erano stati tra 
i piu valorosi durante la rivoluzione, sotto il comando di Luciano 
Manara, uscivano dalla citta inseguendo la retroguardia austriaca. 
Quei giovani furono il primo nucleo di quel battaglione lombardo 
di circa otto cento, che, dopo avere valorosamente combattuto a 
fiance dell'esercito piemontese sui campi di Lombardia, e piu tardi 
alia Cava 1 in Piemonte, chiudeva la sua breve e gloriosa vita militare 
decimato sugli spalti di Roma. 3 

Un altro gruppo di cittadini milanesi s'awiava intanto penosa- 
mente, dietro i carriaggi austriaci, verso Verona: erano gli ostaggi. 
In seguito all'assalto e alia presa del Broletto, eseguiti per ordine 
del generale Wallmoden, sulPimbrunire del 18 marzo, erano stati 
presi circa cinquanta cittadini, e condotti prigionieri in castello. 
Tra questi, n'erano stati scelti una ventina quali ostaggi, al mo- 
mento in cui Parmata si ritiro, nella notte del 22 marzo. 3 

Le truppe giunsero la sera del 23 marzo a Melegnano, condu- 
cendo seco gli ostaggi, affidati alia custodia d'un Commissario di 
Polizia, un tal De Betta. Furono rinchiusi in un camerone oscuro, 
ove poco dopo si vide una luce sinistra, seguita da un colpo, e da 
un grido; uno degli ostaggi cadde mortalmente ferito; era il conte 
Carlo Porro. 4 Ne fu incolpato il Commissario De Betta, che poi se 
ne scolpo, e attribui il colpo a un soldato, e a un caso fortuito. II 
Porro mori il giorno dopo, e fu una grave perdita. Cultore di scienze 
naturali, fu uno dei fondatori del museo di Milano; cittadino auto- 

i. Cava: e il nome di un paese sulk via provinciale Pavia- Alessandria. 
Nel '49, in conseguenza dell'errore compiuto dal generale Ramorino, il 
battaglione Manara vi sostenne Turto di quattordicimila austriaci, ritardan- 
done 1'avanzata. Per quell' episodic Cava ebbe poi (1863) il nome di Cava 
Manara. 2. sugli spalti di Roma: nella difesa della Repubblica romana 
del 1849. Vedi la nota 2 a p. 339. 3. Fu dato 1'ordine di prendere il 
Palazzo del Broletto, ove risiedeva il Municipio, a qualunque costo, al co- 
lonnello Perrin che comandava un reggimento boemo. Lo Schonhals pero, 
nella storia sulla campagna d' Italia, attribuisce la presa del Broletto al co- 
lonnello Doll [rectius: Doll] comandante del reggimento Paumgater [rect ius : 
Paumgartten] (nota del Visconti Venosta). 4- Carlo Porro: vedi la nota 
i a p. 303. 



338 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

revolissimo, era stato in quei giorni uno dei dirigenti il movimento 
del paese, di cui era un onore e una speranza. 1 

Gli ostaggi furono condotti a Klagenfurt, e piii tardi vennero 
scambiati con prigionieri austriaci. 

Cosi si chiudeva quel primo giorno di trionfo. I gridi di gioia 
coprivano molti gemiti, e molte lacrime, come segue la sera d'ogni 
trionfo ; ma la gioia era tanta, che perfino gli afHitti gioivano, o al- 
meno erano piu rassegnati nel dolore. 

Intanto giungevano notizie da ogni parte della Lombardia e del 
Veneto. Dappertutto era la stessa cosa; come in una polveriera 
dove si fosse dato fuoco a una miccia nel tempo stesso, in ogni 
citta, in ogni borgata, in ogni villaggio, ognuno a suo modo aveva 
fatto la sua rivoluzione, quasi vi fosse stata un'intesa, e con gli stessi 
caratteri di concordia, di entusiasmo, e talora di imprevidenza 
generosa e ingenua. 

Le lezioni delPesperienza vennero poi, inesorabili e dure; ma 
non turbiamo quei momenti felici. 



[VIAGGIO PER L'lTALIA] 2 

In principio di luglio, 3 fatti i nostri esami universitarii, io e mio 
fratello Emilio ci sentimmo presi da una grande smania di pren- 
dere una boccata d'aria fuor di paese, e di sollevarci un po' Tanimo 
dopo tanti giorni di sciagure, e dopo i pericoli corsi, specialmente 
da Emilio. 4 Ci decidemmo per un viaggetto a Roma, a Napoli, e in 
Sicilia: Favere un passaporto per quei paesi, incatenati al pari di 
noi, non era difficile; e poi ci sorrideva di vedere una parte d' Italia, 

i . Gli ostaggi erano : Antonio Bellati delegato (Prefetto) di Milano, conte 
Giuseppe Belgiojoso assessore municipale, conte Ercole Durini, nob. Pie- 
tro Bellotti assessore municipale, marchese Giberto Porro, conte Giulio 
Porro, nob. Filippo Manzoni, nob. Carlo De Capitani, nob. Francesco Gia- 
ni, Enrico Mascazzini, nobile Alberto De Herra, dottor Antonio Peluso, 
Enrico Obicini, Mascheroni, Citterio, ing. A. Brambilla, Carlo Crespi, 
Carlo Pozzi, Guglielmo Fortis, nobile Carlo Porro. Lungo la strada ne 
furono aggiunti altri sedici, arrestati tra i notabili dei paesi che le truppe 
attraversavano nella ritirata. Carlo Porro era fratello del conte Alessandro 
Porro, che divenne poi Senatore e Presidente della Cassa di Risparmio di 
Milano (nota del Visconti Venosta). 2. Ed. cit., cap. xvii, pp. 263-83. 

3. In principio di luglio: del 1853. II viaggio durd dal luglio al settembre. 

4. sciagure . . . Emilio : allude ai processi di Mantova e ai pericoli corsi al- 
lora da Emilio. Vedi la nota i a p. 300. 



RICORDI DI GIOVENTtl 339 

di questa nostra Italia a cui si dedicavano tanti pensieri e tanti 
dolori. Partimmo per Geneva, ove dope un paio di giorni passati 
in compagnia di parecchi amici emigrati, o fuggiti dai recenti pro- 
cessi, ci imbarcammo, e si ando a Civitavecchia. 

Sbarcati, fummo condotti nell'uffizio della Dogana, ove ci fu- 
rono aperti i bauli, e un commissario di Polizia li perquisi minuta- 
mente. Ne tolsero i libri, un Macchiavelli, un Moliere e un paio di 
romanzi, dicendoci che qualsiasi libro veniva sequestrate, e che 
avremmo potuto cercarli poi alia Polizia centrale in Roma. Ma in 
fatto non li riavemmo piu. Questa prima impressione non fu pia- 
cevole, e meno piacevole ancora fu il viaggio da Civitavecchia a 
Roma in una vecchia diligenza sgangherata, che Emilio diceva tro- 
vata tra le masserizie di Torquemada. 1 

In Roma rimanemmo quindici giorni, girando da mattina a sera, 
nella canicola del luglio, trafelati, ma non stanchi di vedere e di 
ammirare. Visitammo anche minutamente quei luoghi a cui le re 
centi memorie della difesa di Roma davano uno speciale interesse: 
le mura, il Vascetto z e la breccia, ove erano caduti Manara, Enrico 
Dandolo, Morosini, e tant'altri amici e giovani valorosi in nome 
di una grande idea la quale pareva non si potesse effettuare che in 
tempi ben lontani. Quando incontravamo per le strade i soldati 
francesi esclamavamo in cuor nostro : Che cosa fate voi qui ? II 
vostro posto sarebbe stato sui campi di Lombardia da amici, e 
non qui da nemici! 

Chi m'avrebbe detto allora che questa logica del sentimento 
avrebbe avuto tra pochi anni il suo trionfol E per di piu, per opera 
di colui che, in quei giorni, per essere dei patriotti in tutta regola, 
bisognava chiamare con ira Tccuomo del 2 dicembre! 3 

Francia e francesi nei nostri animi giovanili erano associati al- 
1'epopea della rivoluzione, e del regno italico; erano associati a ogni 
piu alta idea di liberta e di progresso! E ora invece vedere i francesi 



i. Metaforica allusione a Tomas de Torquemada (1420-1498), inquisitore 
di Spagna. 2. La villa del Vascello> a porta San Pancrazio, dove i gari- 
baldini, comandati da Giacomo Medici, combatterono strenuamente, nel 
1849, contro le truppe francesi, in difesa della Repubblica romana. Nella 
difesa di Roma morirono, tra i tanti, Luciano Manara, a Villa Spada; 
Enrico Dandolo a Villa Corsini; Emilio Morosini in seguito alle ferite 
riportate al bastione del Merluzzo. 3. II 2 dicembre 1851 Napoleone 
Bonaparte, presidente della seconda Repubblica francese, intraprese il 
colpo di stato che gli schiuse la via al trono. 



340 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

in Roma, accanto agli svizzeri del Papa, venuti a sostenere colle 
armi il governo temporale papalino! 

Un'altra cosa che ci offendeva la vista e il sentimento era il tro- 
vare, in ogni ufficio ove s'andasse, dei preti; dei brutti preti che, 
col piglio di frequente rozzo e sgarbato, adempivano a incarichi 
che proprio non avevan nulla a che fare colla sacristia. E ci stupiva 
poi tanto il sentir bestemmiare contro i preti e dileggiarli, senza ri- 
tegno e generalmente ; noi, che eravamo abituati a rispettare i nostri 
bravi preti di Lombardia. E che cosa poi non si diceva del governo 
dei preti! Era un subisso di imprecazioni, che vorremmo per un 
momento solo far udire a quelli che lo invocano . . . per passatempo. 

Un giorno, mentre in piazza di Monte Cavallo stavo osservando 
Pobelisco e i cavalli greci, vidi uscire dal palazzo del Quirinale 
una gran carrozza a vetri tutta dorata. In quella carrozza c'era un 
bel vecchio, 1 tutto vestito di bianco, che benediceva dagli sportelli : 
il suo viso pareva circondato da un'aureola di santita e di pace; 
sulle sue labbra c'era un fine sorriso pieno di bonta; quel dolce sor- 
riso col quale forse aveva pronunziate un giorno quelle parole che 
risuonarono dall'Etna alle Alpi: Gran Dio, benedite 1' Italia !. 

Pensamrno di recarci a Napoli, attraversando gli Appennini, pas- 
sando poi per Capua e per Caserta. II primo giorno s'ando a Tivoli 
e ad Arsoli, un ameno paesello presso il confine del regno di Napoli, 
con un viaggio di parecchie ore di polvere e di afa in una vetturaccia, 
in compagnia d'un frate che russava e d'una balia che allattava. Ad 
Arsoli ci dissero che non c'eran locande per galantuomini : in quei 
paesi si chiamano galantuomini quelli che noi chiameremmo persone 
civili. Ci fu pero indicato un palazzotto il cui proprietario, un certo 
signor Marcello, offriva Pospitalita ai forestieri, e ai galantuomini . 

II signor Marcello era un uomo gentile e gioviale. Ci alloggio as- 
sai bene, e la sera ci diede un'ottima cena. Ci disse ch'era di Roma, 
e che dopo i fatti del 1849 passava parte dell' anno in quella sua villa; 
poi mi racconto molte storielle della sua gioventu, nelle quali c'en- 
trava anche il principe Luigi Napoleone. Ci disse pure che nella 
villa c'eran sua moglie e le sue figlie, ma non ce le lascio vedere. E 
avendogli noi lodata la cena, ci informo ch'era stata cucinata da una 
sua giovane cuoca; ma anche questa non fu visibile. E quando prima 
di partire la cercammo per darle la mancia, si presento invece sua 
un'altra persona di servizio, ch'era un maschio. 
i. un bel vecchio: Pio IX. 



RICORDI DI GIOVENTt 341 

II signer Marcello ci procure una guida e tre muli per attra- 
versare PAppennino. Si viaggio tutta una giornata, valicando un 
monte arido e dirupato, per una strada mulattiera che conduceva 
a Tagliacozzo, per scendere poi ad Avezzano. La strada che noi fa- 
cemmo era appunto quella che, circa dieci anni dopo, veniva per- 
corsa dalle bande dei briganti che entravano dallo Stato romano 
negli Abruzzi ; e su quelle baize era preso e fucilato il carlista spa- 
gnolo Borjes, 1 venuto in Italia a capitanare il brigantaggio, a ricat- 
tare e a tagliar orecchie, da dilettante. 

Verso sera, prima di arrivare ad Avezzano, fummo raggiunti da 
un signore, pure a cavallo, il quale con molta cortesia ci diede delle 
indicazioni utilissime, e ci procure un buon alloggio. Non contento 
di questo, la mattina seguente venne a prenderci e ci condusse 
a vedere il lago di Fucino e Temissario di Nerone: 2 poi ci voile ac- 
compagnare fino a Sora e a Capua. Sulle prime ci eravamo tenuti 
con lui in molto riserbo, ma a poco a poco smettemmo la diffidenza. 
Egli ci disse che in seguito agli awenimenti del '48 era stato rele- 
gato in provincia; e ci diede una infinita di particolari su cose e 
persone che sapevamo d'altra parte veritieri. 

Questo cortese signore si chiamava Altobelli, e mio fratello Emi- 
lio lo rivide a Napoli nel 1861, quando v'ando con Farini. L J Al 
tobelli gli racconto che dopo la cavalcata e la gita con noi era stato 
arrestato dalla Polizia, la quale voleva sapere quali macchinazioni 
avesse fatte con quei due forestieri venuti dal confine romano ; e, a 
buon conto, Tavevano tenuto in prigione alcuni mesi. 

Accomiatatici a Sora dal signor Altobelli, si ando in vettura a 
S. Germane, poi a cavallo alPAbbazia di Montecassino. Eravamo 
neiragosto, e si pensi che caldo facesse. II portmaio del convento, 
indovinando i nestri desideri, ci condusse subito in un salottino da 

i. Jose Borjes (nato nel 1803) aveva combattuto in Ispagna tanto alia morte 
di Ferdinando VII come nel 1847. Ingaggiato segretamente dai Borboni 
spodestati, avrebbe dovuto sollevare la Calabria contro il Regno d'ltalia: 
sbarco infatti con un pugno di spagnoli in Calabria (15 settembre 1861), 
ma circondato dalle truppe italiane, e contando solo su alcune centinaia di 
briganti, cadde prigioniero e fu fucilato a Tagliacozzo 1'8 dicembre 1861. 
Vedi B. CROCE, Uomini e cose della vecchia Italia, u, Bari, Laterza, I943 2 , 
pp. 325 sgg., e vedi anche G. SCHMITT, Briganti celebri, Napoli, S. Roma 
no, 1905, pp. 68-78. 2. il lago . . . Nerone: il lago di Fucino, negli Abruzzi, 
era stato fornito, nell'antichita, da Claudio imperatore, di un emissario che 
ne impediva gli straripamenti, portando le acque nel Liri: emissario che 
successivamente si ostrui del tutto. II Fucino fu interamente prosciugato 
con i lavori compiuti dal 1854 al 1875. 



342 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

toeletta ove potemmo lavarci, rinfrescarci, e toglierci di dosso tutta 
la polvere che ci rawolgeva. Quel bravo portinaio ci porto anche 
delle buone limonate, e ci disse a nome del Priore, al quale ave- 
vamo mandate i nostri biglietti da visita, che eravamo pregati di 
accettare in refettorio una colazione. Accettammo con piacere, e la 
colazione fu ottima. Alle frutta vennero due monaci benedettini, 
uno dei quali credo fosse il Priore, a farci visita; poi il piu giovane 
dei due ci condusse a visitare il convento, la chiesa, e la biblioteca; 
visita che duro parecchie ore, e che quel monaco ci rese anche piu 
interessante colla sua molta erudizione. Era di Napoli, e si chia- 
mava Carfora; aveva maniere distinte e gentili da signore. 

Lasciammo con dispiacere quello splendido asilo, ove avevamo 
trovato un'ospitalita tanto cortese ; ove tutto era dedito alia fede, 
alia coltura, all'arte: e ove tutto faceva dimenticare li pretacci di 
Roma, come dicevano allora i romani. 

Viaggiando tutta notte in una diligenza, si arrive la mattina dopo 
a Capua. Di quel viaggio ricordo che un gendarme, incaricato di 
scortare la diligenza, non trovando altro posto, venne a sedere in 
mezzo tra me ed Emilio schiacciandoci sui fianchi del legno. Cer- 
cammo di protestare, ma fu inutile. Che cosa non era lecito a un 
gendarme ? Anzi voleva essere ringraziato. Prima ci frugo indosso 
per assicurarsi che non avevamo qualche arma nascosta, poi voltosi 
a Emilio, che aveva un paio di giovanili baffetti biondi, gli disse: 
lo vi dovrei far tagliare li mostacci, perche nel Regno sono proi- 
biti, ma veggo che siete inglesi e per rispetto alia vostra nazione 
non ci faccio caso. Ma ringraziatemi, perche vi faccio una grazia. 
Ma pure mi dovete ringraziare se sto assettato in mezzo a voi, e vi 
proteggo contro li malfattori, che ce ne stanno tanti . . . che se ve- 
nissero nella notte avranno da fare con me . . . sangue di! . . . Rin 
graziatemi, ringraziatemi ... Poco dopo, col fucile tra le gambe, 
si addormento, e russo fino alia mattina. 

Da Capua s'andava a Napoli con la strada f errata, 1 una strada 
ferrata di carattere pacifico e conciliante, su cui il treno andava con 
la velocita d'una vettural i passanti lo facevano fermare per salire o 
per scendere a loro volonta. 

A Napoli alloggiammo in un albergo, in vicinanza di via Toledo, 

i. Da Capua . . .ferrata: il tronco ferroviario Capua-Caserta era stato inau 
gurate nel 1844, come prolungamento della linea Caserta-Napoli, comple- 
tata nel 1843. 



RICORDI DI GIOVENTtl 343 

che si chiamava, mi pare, del Commercio. II proprietario e direttore 
era un vecchio francese, Monsieur Martin, venuto a Napoli ai 
tempi di Murat, e che quando non brontolava, come faceva quasi 
sempre, canticchiava sottovoce continuamente una canzone fran 
cese che aveva per ritornello: Aux armes, aux armes, que vient 
le Due de Parme. 

Appena arrivati trovammo alcuni amici che furono poi i nostri 
compagni per tutto il tempo che si rimase a Napoli, ossia una 
quindicina di giorni. Questi erano Carlo Casalini veneto, compagno 
di studi di Emilio, il conte Sassatelli di Bologna e Cristoforo Ro- 
becchi milanese, che divento molti anni dopo Console generate del 
Regno d' Italia. 

Se volessi dire tutte le impressioni di maraviglia da cui passavo 
da mattina a sera, non la finirei piu; quella Bella Napoli m' aveva 
ubriacato. Ma pur troppo accanto alle maraviglie del cielo, della 
natura e dell'arte, c'eran le impressioni brutte che lasciava nell'ani- 
ma la gente bassa, che e appunto quella parte di popolo che chi 
non e del paese vede di piu. 

Per noi che ci sentivamo italiani, cittadini di una Italia da farsi, 
e che come tutti i liberali di quel tempo circondavamo il popolo di 
tanta poesia e di tante speranze, era penoso il veder quella plebaglia 
cosi priva di dignita e talora d'onesta. Allora c' erano ancora i tra- 
dizionali (dazzaroni)), scomparsi poi coi Borboni loro protettori. I 
forestieri se ne divertivano, ma noi ne arrossivamo. Quello sciame 
di pitocchi, di oziosi, che a ogni passo s'aveva tra' piedi, che piom- 
bavano addosso come locuste, che ingannavano, truffavano, e che 
bisognava nunacciare, o peggio, per liberarsene, era uno spettacolo 
insoffribile, tristissimo. Ci confortavamo col dire tra noi che quel 
popolo era tenuto ad arte nelPignoranza e nell'abbiezione; ma bi 
sognava pur confessare che i risultati del sistema non potevano 
essere piu completi. 

Tutta questa bordaglia faceva contrasto e vero con le classi alte, 
e soprattutto coi molti eletti per ingegno e per cultura di cui non 
era, e non fu mai, scarso quel paese. Ma allora molti di questi si 
tenevano in disparte, e quasi appiattati, per non dar nell'occhio 
alia Polizia, la quale non era meno feroce, ma era piu vessatoria e 
pm stupida della Polizia del Governo militare di Lombardia. 

Un giorno io e Emilio, tornati dalla gita del Vesuvio stanchi, ac- 
caldati, ci buttammo sul letto mezzo vestiti, e ci addormentammo 



344 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

profondamente, senza aver chiusi gli usci delle nostre camere. Ci 
svegliammo verso Tora del pranzo, e si pensi con quale spiacevole 
maraviglia ci accorgemmo ch'eran scomparsi tutti i nostri abiti, 
compresi quelli ch'erano negli armadi. Chiamammo il carneriere, 
chiamammo il signor Martin, furono interrogate le persone di ser- 
vizio dell'albergo, ma dei nostri abiti non se ne seppe piu nulla; 
e per quel giorno si dovette pranzare in camera in maniche di cami- 
cia, e poi andare a letto. 

II signor Martin ci giuro in francese, in italiano, e sulla sua testa, 
che avrebbe scoperto il ladro. Per un paio di giorni lo sentimmo 
strepitare e bestemmiare ; poi tutto torno in quiete, ed egli riprese 
a canticchiare aux armes, aux armes, que vient le Due de Parme. 

Cio che di buono fece intanto il signor Martin fu di chiamar 
subito un bravissimo sarto, che con una rapidita ammirabile, cioe 
in un paio di giorni, ci riforni di quanto c'era stato rubato, portan- 
doci degli abiti assai ben fatti e di ottimo gusto. C'eran state ru- 
bate anche le marsine , e avevamo un invito a pranzo proprio in 
quei due o tre giorni. II sarto con un sorriso benevolo ci rassicur6, 
e un'ora prima del pranzo ci porto le marsine)), i calzoni, e le 
sottovesti che andavano a pennello. 

Quando partimmo da Napoli il signor Martin, nel metterci in 
carrozza, ci disse aH'orecchio che il ladro dei nostri abiti era stato 
il servitore d'un generale, venuto per la festa di Piedigrotta, e che 
aveva le sue camere accanto alle nostre; ma che trattandosi di per 
sona dipendente da un pezzo grosso, era prudenza tacere. 

II pranzo, pel quale ci occorrevano le marsine , era in casa 
Gargallo. Ai discendenti del traduttore d'Orazio 1 eravamo stati 
presentati pochi giorni prima ; ed essi, tutta una famiglia composta 
di fratelli, sorelle, nuore e nipoti, ci avevano invitati pel giorno 
della festa di Piedigrotta a veder la parata la mattina, cioe la 
grande rivista militare e il passaggio del corteo dei Sovrani, e poi 
a pranzo la sera. 

Ci trovammo in casa Gargallo con altri invitati, che dovevano 
essere dei borbonici della piu belFacqua. Ce ne accorgemmo quan- 
do pass6 la carrozza del Re seguita dalle carrozze di Corte. Emilio 
mi diede subito un'occhiata, per domandarmi se dovevamo ritirarci 

i. traduttore d'Orazio: Tommaso Gargallo (1760-1842), marchese di Ca~ 
stel Lentini, autore di liriche, epigrammi, novelle, poemetti, e traduttore 
di Orazio. 



RICORDI DI GIOVENTfr 345 

dal balcone, come si faceva a Milano quando passava un generale 
austriaco. M'aspettavo in buona fede che su quei balconi si facesse 
altrettanto, ma nessuno si mosse. lo avevo gia atteggiato il viso a 
una sdegnosa severita patriottica, ma ecco che i miei vicini inco- 
minciano a batter le mani, a gridar viva il Re, e a salutare ammic- 
cando con gli occhi le persone del seguito. 

Durante il pranzo poi i discorsi si aggirarono unicamente su 
notizie di Corte ; e dal mio vicino ricevetti le congratulazioni perche 
anche in Lombardia fossero stati ristabiliti Pordine e la tranquillita! 

Due giorni dopo facemmo la nostra visita di congedo in casa Gar- 
gallo. Credevamo d'esser sulle mosse per andare in Sicilia; ma un 
improwiso incidente venne a trattenerci ancora per una settimana. 

L'amico Cristoforo Robecchi desiderava fare il giro della Sicilia 
con noi, e avevamo quindi mandato alia Polizia i nostri tre passa- 
porti chiedendo il visto per la partenza. Ma eccoci, dopo un'atte- 
sa di alcuni giorni, una lettera che ci chiama alia Legazione d' Au 
stria. A quei tempi gli italiani, sudditi austriaci, viaggiando evi- 
tavano di presentarsi alle Legazioni o alle Ambasciate austriache 
per cansarne le cortesie. Questa volta eravamo chiamati, e biso- 
gnava andarci. 

Alia Legazione fummo ricevuti dal prirno secretario, poiche il 
ministro era in congedo. Questo secretario, certo signor Rajmond, 
ci accolse molto gentilmente, e ci awiso che alia Polizia di Napoli 
era arrivata una relazione, piena di sospetti sul nostro conto, in 
causa della strada insolita che avevamo percorsa venendo da Roma, 
e in causa delle persone con le quali (il signor Altobelli) ci era 
vamo abboccati. 

Non ci fu difficile dimostrare al signor Rajmond 1'innocenza delle 
nostre azioni, ed egli si assunse di persuaderne la Polizia napole- 
tana, e di domandare per noi quei passaporti speciali che occorre- 
vano per andare in Sicilia. Noi non sapevamo che il nostro passa- 
porto per le Due Sicilie non bastasse, e che per una sola Sicilia 
ce ne volesse uno rilasciato anche dal Governo di Napoli. 

Dopo due giorni siamo chiamati di nuovo alia Legazione, e il 
signor Rajmond ci comunica la risposta del Governo il quale ci 
concedeva due passaporti ma non tre; bisognava quindi sce- 
gliere tra noi chi poteva partire e chi dovesse rimanere. II signor 
Rajmond pero, sempre gentile, si offerse di interporsi ancora per 
ottenerci la <cgrazia di partire in tre. 



346 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

La grazia venne, ma un personaggio del Governo voile vederci 
e interrogarci alia presenza del secretario della Legazione. Questo 
personaggio, di cui non rammento il nome, era un ometto asciutto 
e sbarbato; ci fece un lungo interrogatorio, squadrandoci da capo 
a piedi a ogni domanda ; poi alia fine con molta solennita ci disse : 
Ebbene, si concede a tutti e tre il passaporto per la Sicilia, ma 
si concede soltanto per un riguardo alia loro bandiera! E cosi 
dicendo accennava con la mano al secretario della Legazione 
d' Austria. 

Per la nostra bandiera! cioe per la bandiera austriaca. 

Cosi potemmo andare quella volta in Sicilia grazie a un funzio- 
nario austriaco, il quale per di piu ci raccomando di tenerci molto 
in guardia per cansare le vessazioni della Polizia borbonica, ch'egli 
pure si permetteva, sorridendo, di riconoscere eccessive. 

Partii pieno d'entusiasmo per il bel paese che avevo veduto, ma 
ne venivo via con tre dispiaceri nel fondo delPanimo : quello cioe 
d'aver perdute anche qui, e piu che mai, molte illusion! su quel 
popolo che Mazzini mi aveva insegnato a mettere accanto a Dio; 
d'aver trovati, nelle classi educate, dei borbonici; e d'aver avuto 
un protettore nella Legazione austriaca. 

Ci imbarcammo per Messina, e la traversata fu poco felice: il 
mare era burrascoso, il battello procedeva male e quasi a stento; 
a Paola si dovette fare una lunga fermata. Quando si giunse a Mes 
sina era sera, e si dovette passar la notte a bordo; la conclusione fu 
che si rimase sul battello chiquant'ore. Nel frattempo ci furono 
tutti quegli episodi che si possono immaginare pensando a un bat 
tello durante una burrasca. lo e Emilio per fortuna non pagammo 
quel tributo che il beccheggio e il rullio fecero pagare agli altri, 
Tra i passeggieri, ch'eran molti, c'era tutta una compagnia comica; 
la compagnia Domeniconi che andava a Messina. L'avevo veduta 
altre volte sulle scene, e allora la vidi tutta col mal di mare, che ruz- 
zolava sul ponte o nel salotto, in pose ora tragiche ed ora comiche. 

Tra gli altri viaggiatori c'erano delle donne, e anche qualche uo- 
mo, che parevano impazziti per la paura; strillavano, pregavano, 
invocavano tutti i santi napoletani e siciliani ; e ad ogni nuovo colpo 
di vento, o ad ogni ondata piu violenta, facevano un nuovo voto. 
Ne fecero di cosi smisurati (fra gli altri quello d'un organo a tre 
tastiere con sessanta canne), da scommettere che non furon man- 
tenuti tutti. 



RICORDI DI GIOVENTti 347 

A Messina ci fermammo tre o quattro giorni, poi si ando a Ca 
tania, dopo aver passata una giornata a Taormina; nella meravi- 
gliosa Taormina I 

Dopo aver gironzolato per alcuni giorni nella bella citta di Ca 
tania, ci accingemmo alia salita delTEtna. Ma 1'Etna, ci si disse, non 
e sempre cortese coi viaggiatori, e difatti non lo fu neppure con noi ; 
sicche dovemmo contentarci di leggere sulla Guida la descrizione 
dello spettacolo che vi si contempla dalla vetta. La prima fermata 
fu a Nicolosi, ove, com' era di prammatica allora, si ando a far visita 
al professore Gemellaro, 1 1'illustratore delTEtna, di cui egli parlava 
come un buon babbo parla di un suo figliolo, che fa qualche scap- 
pata, e vero, ma che gli da pure molte consolazioni. 

Dopo Nicolosi il tempo si fece cosi cattivo che dovemmo ripararci 
in una grotta e starci forse un paio d'ore, intanto che un vento impe- 
tuoso, accompagnato da una fitta gragnuola, schiantava gli alberi 
e faceva rotolar sassi giu della montagna. Usciti dalla grotta giun- 
gemmo, dopo altre sette ore di cammino, a un rifugio chiamato la 
casa degli inglesi. Ci si passo la notte, mezzo assiderati, poiche in 
quella casina anche il vento e la pioggia avevano libero 1'ingresso. 
A11 J alba tentammo la salita del cono, ma dopo una mezz'ora di 
strada fummo ricacciati indietro da una tormenta di lapilli e di 
neve, venuta a dirci bruscamente che anche il cono non voleva sa- 
perne di noi. 

E cosi si dovette rifar la strada giungendo a Catania stanchissimi 
per la fatica, pel freddo e pel caldo, poiche dalla neve e dai ghiacci 
dell'alta zona del monte eravamo passati, al piano, a 36 gradi cen- 
tigradi. 

Ad onta di tutti questi demeriti che 1'Etna ebbe verso di noi, io 
ne ho conservato un grande e indimenticabile ricordo. Per quanto 
la mia aspettativa fosse molta, essa fu superata; e ripensandoci, 
dopo tanti anni, lo spettacolo vario e grandiose delPEtna mi riempie 
ancora la mente di maraviglia. 

Ma altri spettacoli grandiosi ci si presentarono subito dopo, prin- 
cipiando da Siracusa. Non parlero della citta moderna che se ne sta 
accanto al piccolo porto, come un signore decaduto sta in un quar- 

i. Carlo Gemellaro (1787-1866), scienziato molto lodato, e soprattutto vul- 
canologo. Numerosi i suoi scritti sulla struttura e le eruzioni dell'Etna, 
anche sotto 1'aspetto storico e botanico. II fratello Mario, maggiore di lui, 
e che si era ugualmente occupato dell'Etna, era rnorto nel 1839. 



348 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

tierino modesto; ma ricorder6 la landa che, arida e maestosa, si 
diparte dalPattuale citta, e su cui si distendeva la Siracusa antica, 
la grande citta greca, di cui non ci son piu neppure le rovine. 

Percorremmo quella landa per parecchie ore a cavallo, non tro- 
vando che qualche raro frammento di pietre spezzate, la dove per 
piu secoli si agito la vita d'oltre un milione d'abitanti. Durante 
quella lunga cavalcata non trovammo, noi tre, una parola da dire. 
Certi spettacoli rendono silenziosi e meditabondi anche a vent'anni. 

Da Siracusa si ando a Girgenti, passando per Noto, Modica, 
Ragusa, Vittoria, Terranova, Licata, viaggiando ogni giorno per 
sei o sette ore a cavallo. Da Girgenti si ando a Sciacca, con una 
cavalcata di tredici ore filate; poi, a Selinunte, a Castelvetrano, a 
Mazzara, a Marsala, sempre su cavalli, o su muli. 

Ripensandoci, dopo tanti anni, mi si ridesta ancora Timpressione 
di quelle ore calde, faticose, di quelle sabbie infocate sulle quali 
le nostre cavalcature camminavano a stento sprofondandovi. Le 
vedo ancora quelle terre arse e sabbiose, e quel cielo, che face van 
pensare al deserto, e alPOriente. La fatica e gli stenti erano grandi, 
ma era cosi grande tutto cio che vedevamo che alia fatica non si 
badava piu. Quel mare azzurro, quelle spiaggie vaghissime, quegli 
avanzi greci, romani, saraceni, normanni che riuniti su una mede- 
sima terra ci parlavano di tanti popoli e di tante vicende, traspor- 
tavano i nostri pensieri in una sfera cosi alta e vasta che Teco dei 
nostri disagi e dei nostri piccoli guai non ci poteva arrivare. 

De J piccoli guai, e degli incomodi, oltre la fatica, il caldo e la 
stanchezza, a dir vero ce n'eran parecchi. I tre maggiori erano la 
fame, la sporcizia e i poliziotti. 

Di solito si faceva anche allora il giro della Sicilia con vaporetti 
che ne toccavano i punti piu interessanti. Ma il giro della costa per 
terra, che bisognava fare a cavallo non essendoci strade per lun- 
ghissimi tratti, non veniva di solito intrapreso da chi viaggiava per 
divertimento, se non da qualche inglese. Perci6 eravamo presi 
sempre per inglesi anche noi. E degli inglesi veri ne trovammo in- 
fatti alcuni che facevano la nostra medesima strada, ma la facevano 
con maggior previdenza e con minori disagi di noi : portavano con 
se prowisioni di acqua, di vino, di viveri; e avevano le tende per 
riposare di giorno, e occorrendo anche di notte, quando non tro- 
vavano locande decenti. 

Oggi in quasi tutti quei paesi della costa si trovano buone lo- 



RICORDI DI GIOVENTfr 349 

cande, e strade; ma non era cosi a quei tempi, e val la pena ram- 
mentare come si viaggiasse al tempo del Governo borbonico. 

Dicendo che parecchie volte abbiam sofferto la fame non rendo 
che un doveroso omaggio alia verita. In quelle bettole ignobili che 
si trovavano lungo la strada non c'era il piu delle volte che del pane 
secco, del cacio ammuffito, o qualche altro commestibile che ro- 
vesciava lo stomaco. Se ci fermavamo a qualche cascinale ci si tro 
vavano al piu delle ova: se ci son le ova, argomentavamo tra noi, 
ci dovrebbero essere anche le galline; ma siccome la logica non reg- 
ge sempre le cose di questo mondo, cosi le galline non c'eran mai, 
ed era impossibile di scovarle per quanto si ofTrissero dei prezzi 
principeschi. 

Nei piccoli paesi le cosi dette locande eran bettolacce da mulat- 
tieri. Sul limitare s'era subito accolti da un puzzo che vi diceva di 
non entrare ; e il piu delle volte infatti non ci si entrava, e si dor- 
miva sotto la volta del cielo, con la sella del mulo per guanciale. 

Se volessi parlare degnamente del sudiciume che ho ammirato in 
alcune di quelle locande, e in qualcuno di quei paesi, ci sarebbe da 
fame un poema. II concetto d'un po' di nettezza non c'era nep- 
pure nello stato embrionale. Bisogna dire che la nozione della pu- 
lizia sia tra quelle che penetrano per le ultime in certi cervelli 
umani, i quali comprendono piu facilmente il soprannaturale che 
il sapone. 

Una volta (mi si perdoni cio che sto per dire), mio fratello avendo 
detto alia padrona della locanda di pulirgli un coltello, su cui c'era 
stratificata una lunga storia di usi diversi, la locandiera sputo sul 
mat tone del pavimento, ci frego sopra la lama, la risciacquo in un 
catino d'acqua sporca, e Pasciugo ne' suoi capelli; tutto cio con una 
rapidita e con una premura che dimostravano la miglior volonta 
di servirci bene. 

Al primo arrivare in un paese si era subito pigliati da un gen 
darme, il quale prima di lasciarci andare alia locanda ci conduceva 
all'uffizio della Polizia; dove ci si frugava nei bagagli, e perfm 
nelle tasche, e ci si facevano i piu strani interrogator!, ch'eran spesso 
un divertimento. Alia fine ci domandavano una buona mancia. 
Dappertutto eravamo poi sempre Fargomento d'una grande cu- 
riosita. Forestieri ne vedevan di raro, era dunque ben naturale che 
tutti avessero un gran desiderio di awicinarci e di parlarci. Ma 
devo anche dire ch'eran tutti molto cortesi ed ospitali, e che spesso 



35 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

si durava fatica a cansare certe cortesie eccessive, come quelle d'of- 
ferte di doni che ci venivan da persone che vedevamo per la prima 
volta. A Vittoria, avendo noi lodati i vini di parecchi che ci avevano 
condotti a vedere le loro cantine, tutti volevano che ne accettassimo 
dei fiaschi e persino dei barili da portar con noi; un tale ci voleva 
donare un gran pacco di cremor di tartaro non sapendo che cosa 
darci di meglio. 

I discorsi, le domande che questa brava gente ci facevano, di- 
mostravano sovente una ben scarsa nozione degli awenimenti mo- 
derni, mentre poi dinotavano in loro quasi sempre una certa cul- 
tura classica e soprattutto archeologica. Ne c'era da stupirsene, 
poiche negli stessi gabinetti di lettura e di conversazione)), come 
li chiamavano, non ci abbiamo mai visto di moderno che il Gior- 
nale ufEciale delle Due Sicilie. II tenere isolate le popolazioni della 
Sicilia da ogni contatto intellettuale col rimanente del mondo era 
allora una delle principali preoccupazioni del governo borbonico. 

Non era piccolo lo stupore di chi ci interrogava a sentirsi rispon- 
dere che non eravamo inglesi, ma italiani e lombardi. Allora ci ve- 
nivano rivolte, con una grande curiosita patriottica, infinite do 
mande che dimostravano quanto in quei paesi la gente fosse tenuta 
all'oscuro su tutto cio che riguardava gli altri paesi d'ltalia. 

A Girgenti, mentre stavamo contemplando gli avanzi d'un tem- 
pio greco, un ufEciale, che ci parve di quelli addetti alle piazze, 
dopo averci osservati per un pezzo, non reggendo piu alia curiosita, 
ci si awicino e ci diresse parecchie domande. Si capiva ch'era un 
buon uomo ; per farsi poi perdonare le sue interrogazioni egli le 
intercalava con una infinita di scuse e d'offerte di servizi. Le nostre 
risposte accrescevano sempre piu la sua curiosita, ma ogni tanto 
rimaneva cosi impigliato nelle sue sorprese che non sapeva piu 
raccapezzarsi. 

II maggiore de' suoi imbarazzi fu quando gli dicemmo che era 
vamo italiani lombardi. Non era forte nella geografia, e si ostinava 
a voler mettere la Lombardia nella Svizzera. Ad onta di questo 
disinganno che gli dovemmo dare, voile incaricarsi egli stesso di 
procurarci le cavalcature per andare a Sciacca, e di farci il contratto 
coi mulattieri. Era un contratto che si poteva sbrigare con poche 
parole, ma quel buon uomo era verboso e voleva mostrarci tutto 
Tinteressamento che prendeva per noi. Alia fine, parlando ai mu 
lattieri, conchiuse con questa perorazione : Sentite, questi si- 



RICORDI DI GIOVENTtl 351 

gnori sono cavalieri prestantissimi che sanno scrivere! da Sciacca 
mi manderanno due righe scritte di loro pugno, sulla carta, capi- 
te? . . . e se mi scriveranno che siete stati dei bricconi, io vi faro 
dare tante bastonate che ve ne ricorderete per un pezzo! . . . e 
qui fece una faccia minacciosa e terribile, ma poi rabbonendosi su- 
bito continue : Ma voi siete dei bravi figlioli, vi conosco . . . 
questi signori cavalieri saranno contenti di voi, vi daranno una 
buona mancia . . . e voi avrete la mia protezione! E alzo il brac- 
cio in atto quasi di benedirli. 

Con quei mulattieri si fece una lunga cavalcata, arrivando la sera 
a Sciacca. Su quelle strade, in uno dei punti piu deserti, ci imbat- 
temmo in due individui a cavallo che potevano essere contadini, o 
guardiani, e che avevano i fucili ad armacollo. Questi, dopo averci 
squadrati ben bene, tirarono in disparte i nostri due mulattieri e 
rimasero per qualche tempo a confabulare con essi, poi scompar- 
vero, mentre noi proseguivamo lentamente per la nostra strada. 
Poco dopo i nostri mulattieri vennero a dirci che quei due avevano 
fatto loro la proposta di pigliarci alle spalle, di ammazzarci e di 
dividersi il bottino. I nostri mulattieri soggiungevano d'essersi op- 
posti, dicendo, per meglio dissuaderli, che noi eravamo terribil- 
mente armati, e che per di piu avevan veduti a poca distanza i 
gendarmi. 

Quella proposta sara stata vera? i nostri mulattieri ce Tave- 
vano inventata per farsi raddoppiare la mancia, e per assicurarsi 
meglio quelle due righe di benservito da portare alTuffiziale ? Le 
due ipotesi sono possibili del pan. 

Quest' episodic fu il solo che ci rammentasse la poca sicurezza di 
quelle strade. Noi le abbiamo percorse di giorno e di notte, senza 
nessuna precauzione, e senza darcene pensiero; fortunatamente 
nulla venne a turbare questa nostra serenita. 

A Marsala ci fermammo una giornata per riposarci. Sul taccuino, 
ove scrissi allora i miei appunti giornalieri, trovo scritto: aOltre 
le fattorie del vino e qualche avanzo dell'antica grandezza c'e poco 
da ricordare. Chi m'avrebbe detto allora che cosa ci sarebbe stato 
da ricordare, sette anni dopo! 1 

Da Marsala andammo a Trapani per mare, in una barca di pesca- 
tori, poi un po' a cavallo e un po' in vettura si arrivo in tre giorni 

i. sette anni dopo: allude allo sbarco dei Mille, a Marsala, I'll maggio del 
1860. 



352 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

a Palermo, passando per Calatafimi, Segesta, Alcamo e Monreale. 

A Palermo, ove eravamo arrivati il 6 ottobre, rimanemmo otto o 
dieci giorni, il tempo appena necessario per dare un'occhiata a quel 
paese di maravigliosa bellezza, e alle cose pin notevoli della citta. 
Una lettera di nostra madre ci aveva consigliati di affrettare il ri- 
torno, e ci diceva che a Geneva avremmo trovate altre sue lettere. 

Carlo Tenca ci aveva date delle lettere per alcune persone col- 
1'incarico di chiedere delle corrispondenze pel Crepuscolo , x o 
almeno delle informazioni di tanto in tanto ; cio per stabilire una 
relazione intellettuale e morale tra i lettori del Crepuscolo e la 
Sicilia, come gia aweniva con molte altre provincie d' Italia. 

Trovammo delle distinte persone che ci accolsero con molta 
cortesia, ma tutte ci diedero un'eguale risposta, e cioe che mandar 
delle lettere, anche non politiche, sulla Sicilia era un affar serio e 
quasi impossibile, poiche quelle lettere sarebbero state certamente 
aperte dalla Polizia e sequestrate; chi poi le mandasse avrebbe 
avute perquisizioni e vessazioni senza fine. Ci dissero per di piu 
che sarebbe stato poco prudente anche il lasciarsi veder troppo 
insieme con noi per le strade, poiche chi bazzicava con forestieri 
diventava per la Polizia un cittadino sospetto. 

Valga cio a dare un'idea delle condizioni in cui si trovava a quel 
tempo la Sicilia e del modo con cui era governata. 

Dopo aver percorsi gli Stati del Papa e del Re di Napoli, nel 
ritornare in Lombardia, bisogna confessare che, ad onta dello stato 
d'assedio e dei rigori del Governo militare, si provava un senso di 
sollievo; si sentiva d'essere in un paese le cui condizioni erano 
meno socialmente retrive, e che aveva un Governo meno stupida- 
mente tirannico. II Governo austriaco era sempre stato, quanto alia 
politica, pedantescamente assoluto ; allora poi era in un periodo di 
violenta reazione; ma era un governo civile del secolo decimonono, 
mentre il papalmo e il napoletano erano ancora in parte governi 
d'altri tempi, e giustamente ritenuti tra i peggiori del mondo civile. 

Da Palermo partimmo per Geneva, con un battello a vapore, 
toccando solo per poche ore Napoli, Civitavecchia e Livorno. 

A Genova trovammo le lettere che nostra madre ci aveva an- 

i. II crepuscolo , fondato e diretto da Carlo Tenca (vedi la notaa a p. 314), 
fu un giornale settimanale di letteratura, arte e scienze economiche: ebbe 
molta importanza nella vita culturale di Milano e, pur non occupandosi 
apertamente di politica, giov6 notevolmente alia causa nazionale. 



RICORDI DI GIOVENTfr 353 

nunziate; lettere important!, 1 che ci lasciarono pensierosi e per- 
plessi. 

[L'IMPERATORE D'AUSTRIA A MILANO] 2 

La causa italiana riceveva dal Cavour un impulse gagliardo e un 
nuovo awiamento. Egli voleva toglierla dalFambito puramente ri- 
voluzionario in cui era rimasta negli ultimi tempi ; voleva staccarla 
dall'azione del Comitato di Londra, 3 terreno su cui era facile alle 
Potenze il combatterla. Cavour aveva accusato P Austria di mante- 
nere T Italia in uno stato rivoluzionario, mentre dimostrava che Tor- 
dine era rappresentato dal Piemonte; e per di piu accusava 1' Au 
stria d'avere sconfinato nell'interpretare i poteri datigli in Italia 
dagli stessi trattati di Vienna. Era dunque in nome dei principii 
conservator! che Cavour difendeva Pltalia dinanzi ai gabinetti; ma 
era recente il 6 febbraio, 4 bisognava dunque dare alia politica ita 
liana un indirizzo diverse, togliendola dalle mani del partito rivo 
luzionario. 

L' Austria vide questo pericolo; quindi la venuta dell'Imperatore 
Francesco Giuseppe a Milano 5 non fu soltanto un fatto di politica 
interna, ma soprattutto era un atto di politica estera; era evidente- 
mente una concessione alle preoccupazioni di alcune potenze eu- 
ropee, specialmente delPInghilterra; la quale voleva bensi che le 

i. lettere importanti: in esse la madre li awertiva dell'arresto di Pietro 
Fortunate Calvi, che era entrato in Valtellina per suscitarvi un moto 
progettato dal Mazzini. Con lui furono arrestati Ulisse Dalis, Antonio Za- 
netti e Gervasio Stoppani. Una accurata perquisizione era stata anche ese- 
guita dalla polizia nella casa dei Visconti Venosta. Gli arrestati furono 
processati a Mantova, e il Calvi sail sul patibolo il 4 luglio 1854. 2. Ed. 
cit., dal cap. xxm, pp. 363-72. 3. Comitato di Londra: il comitato d'a- 
zione rivoluzionaria presieduto da Mazzini. 4. II 6 febbraio 1853, secondo 
un piano predisposto dal Mazzini, doveva scoppiare in Milano una rivolta 
dell'ampiezza gia avuta dalle Cinque giornate. Ma la sommossa si risolse 
in un fallimento: pochissimi scesero in piazza, e solo qua e la si ebbero 
degli scontri con sentinelle o soldati isolati. Pure, gli arresti, i prowe- 
dimenti militari e polizieschi che ne seguirono, furono numerosi e gravi: 
e molte anche le condanne a morte. SulF episodic, cfr. p. 282; A. BARGONI, 
II 6 febbraio 1853, Memorie di Giuseppe Piolti-De Bianchi, in Rivista 
storica del Risorgimento , 1897, e G. MONDAINI, Nuova luce sul moto 
milanese del 6 febbraio 1853, in Boll. della Soc. pavese di storia patria, 
dicembre 1905. 5. la venuta . . . a Milano: Francesco Giuseppe (1830- 
1916) era salito al trono imperiale d' Austria nel 1848, dopo Tabdicazipne 
di Ferdinando I (cfr. la nota sap. 292). II suo Arrive a Milano, per il viag- 
gio di cui scrive 1'autore, awenne il 15 gennaio del 1857. 



354 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

condizioni dei paesi italiani fossero migliorate, ma non voleva che 
ci6 fosse argomento di complicazioni europee, ed era quindi in 
sospetto per 1'attitudine sempre piu energica del Piemonte e quella 
sempre meno tranquillante di Napoleone. 

Le persone influenti, e che avevano una direzione dell'opinione 
patriottica, non tardarono a richiamare Tattenzione pubblica sul- 
rimportanza che avrebbe avuto il viaggio delPImperatore, solle- 
citati anche da informazioni e da consigli autorevoli che venivano 
da Torino. 

La parola d'ordine fu subito che si dovesse cospirare di nuovo, 
e lavorare attivamente, per mandare all'aria i progetti imperiali, in 
modo che in faccia a tutto il mondo il viaggio delPImperatore man- 
casse allo scopo, ed apparisse un fiasco. 

Bisognava dunque, quando 1'Imperatore fosse in Italia, fare il 
vuoto intorno a lui, ai suoi ministri e a tutto il suo seguito ; bisogna- 
va che tutte le persone piu notevoli delle classi dirigenti, delle classi 
piu in vista, si tenessero in disparte; che nessuno cedesse ne a lu- 
singhe, ne a pressioni; bisognava insomma rendere piu evidenti e 
piu clamorose 1'astensione e la resistenza. 

A tali scopi erano dirette in quei giorni la propaganda e I'agita- 
zione in tutte le societa, in tutti i ritrovi. Le signore piu alia moda, 
piu eleganti, piu belle, insomma tutte le oche, 1 come si diceva, erano 
nella cospirazione : il non essere nella Fronda, era non essere alia 
moda. Quanto bene non fecero allora quelle signore! 

In ogni ritrovo cittadino non si parlava d'altro, e di salotto in 
salotto correva la parola d'ordine sul contegno da tenersi, e sulle 
dimostrazioni di resistenza che la citta avrebbe dovuto fare durante 
tutto il tempo del soggiorno dell'Imperatore in Milano. Guai a chi 
avesse mancato alia disciplina; e coi timidi e cogli incerti non si 
lasciavano mancare anche certe minacce ; si minacciava cioe di non 
ricevere nelle case, ove solevano andare, e di non salutar piu, quelli 
che avessero accettati gli inviti a Corte, o avessero fatto qualsiasi 
atto di deferenza alFImperatore e a chi era con lui. In casa Maffei, 3 

1. le oche: in un altro capitolo (xxi, p. 337) dei suoi Ricordi di gioventii, 
1'autore scrive che questo nomignolo fu dato dagli ufficiali austriaci alle 
signore milanesi della societa elegante, che nei loro salotti tenevano alta 
Vintonasione del patriottismo. Le chiamavano le oche, parodiando quelle 
del Campidoglio, perche tenevano sveglio nella gioventu 1'odio alia domi- 
nazione austriaca . Per i patriotti quel nomignolo divenne un titolo d'onore. 

2. casa Maffei: il salotto di Clara MafTei (1814-1886) fu tra i piu illustri e 



RICORDI DI GIOVENTfr 355 

in casa d'Adda, in casa Dandolo e Carcano, in casa del marchese 
Luigi Crivelli, e in molte altre frequentate da giovani, Peccitazione 
era grandissima: pareva che tutti si preparassero a una battaglia. 

Si pensi quanto fossero frequentate e vivaci le serate di casa 
Maffei. Mio fratello Enrico che, sebbene da poco avesse fatto il 
suo ingresso in societa, gia la frequentava piu di Emilio e di me, 
e vi era desiderate per la schiettezza del suo carattere e pel suo spi- 
rito buono e fmamente gioviale, capitava ogni sera in casa Maffei 
col bollettino delle notizie e delle prime awisaglie. Ci va ? o non 
ci va? (a Corte, s'intende), era una delle domande che s'udivano 
piu spesso, e su cui si facevano discussioni accanite e perfino delle 
scommesse a proposito di qualche signora in pericolo ; in pericolo 
s'intende di cedere alia pressione di qualche suocero timido, che 
volesse mandarla a un ricevimento di Corte. Mio fratello portava 
le notizie intime, le piu accreditate, le piu sicure. 

Non meno eccitate erano le autorita austriache; condnuamente 
in faccende a spiarci, a far pressioni con ordini e con circolari ora 
lusinghiere e dolci, ed ora minacciose. 

Alcune settimane prima della venuta delPImperatore, la Poli- 
zia, per dare un awiso alia gioventu milanese, ne mando parecchi 
dei piu in vista a domicilio coatto. Tra questi rilego Emilio Dandolo 
ad Adro, Massimiliano Stampa Soncino a Bormio, Lodovico Man- 
cini 1 a Edolo, Costanzo Carcano a Mariano, e in altri luoghi altri di 
cui non rammento i nomi; e ci dovettero stare finche PImperatore 
rimase a Milano. 

Un gran da fare della Luogotenenza e della Polizia era pur quello 
di indurre almeno qualche signora delParistocrazia a presentarsi a 

piu attivi del nostro Risorgimento. Figlia del conte G. B. Carrara Spinelli, 
la contessina Clara aveva sposato nel 1832 Andrea Maffei, ma se ne era 
separata nel 1846. Specialmente da allora essa dedico la sua vita alia causa 
italiana. Vedi R. BARBIERA, II salotto della contessa Maffei e la societa mila 
nese (1834-1886), Milano, Treves, 1895, Pi numerose volte ristampato. II 
Barbiera da notizia anche degli altri salotti milanesi che 1'autore ricorda su- 
bito dopo. i. Massimiliano Stampa Soncino (1825-1876) gia nel gennaio 
del 1848 era stato arrestato, come Gaspare Resales (vedi la nota 2 a p. 304), 
e trasferito a Lubiana. In quanto alia sua relegazione a Bormio, nel 1857, 
pare che essa sia awenuta dopo Parrivo dell'imperatore, per un episodic 
verificatosi alia Scala: era rimasto seduto all' ingresso di Francesco Giusep 
pe. Vedi E. MICHEL, in M. Rosi, Dizionario del Risorgimento nasionale, 
Milano, F. Vallardi, 1930, iv, p. 316; Lodovico Mancini: gia -comb attente 
nelle Cinque giornate, ufEciale poi nel battaglione Manara, ferito alia di- 
fesa di Roma il 3 giugno 1849. 



356 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Corte. Citero, tra i molti, un episodic che ancora ricordo, e che pu6 
dare un esempio dei piccoli maneggi che si usavano per trovare 
una qualche recluta per la Corte. 

II marchese Carlo Ermes Visconti, 1 marito da poco d'una bella 
e colta sposa, la contessa Teresa Sanseverino Vimercati, si trovava 
un giorno in casa d'uno zio di sua moglie, il principe Porcia. 
Questo signore aveva dei beni feudali in Austria, e vi divent6 poi 
membro della Camera dei Signori; viveva a Milano, ove in eta 
avanzata sposo la contessa Vimercati, vedova Bolognini, sorella del 
conte Ottaviano e madre della futura duchessa Eugenia Litta. II 
giovane marchese Visconti durante la sua visita, si trov6 di fronte 
al barone Burger, ch'era il luogotenente austriaco della Lombardia, 
venutoci casualmente dopo. II Burger condusse a poco a poco il 
discorso sulla prossima venuta delPImperatore a Milano, e disse 
al Visconti a bruciapelo: Spero bene che lei condurra a Corte 
sua moglie, che sara una delle gemme dei ricevimenti imperiali. 
II Visconti, senza esitare, rispose francamente: Barone, non ci 
calcoli. II Barone insistette, prima con modi cortesi e insinuanti, 
poi con 1'aria altera e brusca. Alia fine il Visconti gli rispose: Se 
andassi a Corte, farei un atto contrario alle mie convinzioni, e con- 
tro il mio paese; dopo un atto simile non mi resterebbe che di 
espatriare. II Burger non disse altro, e cosi cesso la conver 
sazione. 

Tra i prowedimenti della Polizia, di cui molto si parl6 in Mi 
lano, ci fu la chiamata di Carlo Tenca per una speciale ammoni- 
zione. II direttore di Polizia gli disse che la luogotenenza sperava di 
vedere nel Crepuscolo annunziata degnamente la venuta del- 
ITmperatore. II Tenca rispose che il suo giornale per massima non 
si occupava dei fatti interni dell' Austria, e quindi non trovava ra- 
gione per occuparsi del viaggio dellTmperatore. II direttore, un po' 
colle buone, un po' colle brusche, cerco dimostrargli come questo 
viaggio fosse un awenimento di cui s'occupava 1'opinione pubblica 
di tutta Europa, e come il tacerne avrebbe avuto un carattere di op- 
posizione che il Governo non poteva tollerare. II Tenca, ch'era 



i. Carlo Ermes Visconti (1834-1911) si occupo successivamente, ai primi 
accenni della guerra del '59, di awiare molti giovani al di la del confine, 
perche si arruolassero nell'esercito piemontese. Si calcola che diecimila 
lombardi fossero gia passati in Piemonte prima dello scoppio della guerra 
del '59. 



RICORDI DI GIOVENTtl 357 

uomo dall'aspetto freddo e di poche parole, non aggiunse altro, 
e se ne ando. 

Una simile intimazione gli fu ripetuta alia vigilia della venuta 
dell'Imperatore, con la minaccia, questa volta, della soppressione 
del giornale, visto die il Crepuscolo era assai noto all'estero, e 
ch'era salito in fama tra le persone colte; circostanza che avrebbe 
reso piu grave il suo silenzio. Tenca ripete la sua prima risposta, 
rimase fermo, non si piego. 

II giorno 15 gennaio 1'Imperatore Francesco Giuseppe fece il 
suo ingresso solenne in Milano. Prima si fermo sul piazzale di Lo- 
reto ove era atteso, sotto un padiglione, dal Podesta, conte Sebre- 
gondi, e dalle altre autorita. Poi, proseguendo entro in citta dalla 
Porta Orientale, detta comunemente Porta Renza, ed ora Porta 
Venezia, e per il Corso Francesco, 1 ora Vittorio Emanuele, si rec6 
al palazzo di Corte. 

L'intesa tra i cittadini era che lungo le vie, che dovevano essere 
percorse dal corteo imperiale, non solo non ci fossero addobbi, ma 
rimanessero chiuse anche le persiane. 

Poco prima che incominciasse Fentrata m'ero recato dalla piazza 
del Duomo alia Porta Orientale per vedere se Fintesa era mante- 
nuta. Vidi che in gran parte lo era, ma vidi anche dei commissari 
di Polizia che entravano mano mano nelle case a far aprire le fi- 
nestre, e a farle addobbare con tappeti o con drappi. Per le strade 
non c'era molta gente; un po' di popolani, ma le persone piu civili 
evitavano il Corso. Mi recai subito dalla contessa Dandolo, che abi- 
tava in casa del marchese Luigi Crivelli, appunto sul Corso di 
Porta Orientale al secondo piano verso strada, sicuro di trovarci 
degli amici, e anche per vedere di nascosto Fentrata dell'Imperatore 
spiando traverso le persiane, ch'eran chiuse. Trovai infatti dalla 
contessa parecchi amici, tutti lieti per le buone notizie che ci scam- 
biammo sulFastensione della miglior parte dei cittadini. 

A un tratto il servitore della contessa entra in sala ad annunziare 
un commissario di Polizia. Costui veniva a intimare che si apris- 
sero subito le persiane, e che si addobbassero le finestre con stoffe, 
tappeti, od altro. La contessa Ermellina lascio partire il commissa- 

i. II Corso Francesco, denominazione ufficiale, era comunemente chiamato 
Corsia de* Servi, poiche sulk attuale piazza di San Carlo esisteva una chiesa 
detta di Santa Maria dei Servi, essendo congiunta a un Convento di ServitL 
La chiesa di San Carlo fu inaugurata nel 1847 (nota del Visconti Venosta). 



358 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

rio, poi prese una pelle di tigre, che stava dinanzi a un divano, e la 
mise alia finestra per addobbo, come drappo. Chi passava guardava 
in su, rideva, e principiava a far crocchio. Ma ecco di nuovo il com- 
missario con tanto d'occhi fuori, scalmanato, investendoci tutti e 
ordinando che fosse subito levata quella pelle, mentre la contessa 
dichiarava di non aver altri addobbi. Tolta la pelle, il commissario 
ridiscese in strada, e intanto arrivava il corteo che precedeva e se- 
guiva la carrozza delPImperatore. Non un applauso, non un ewiva, 
neppure tra quella plebe che applaude a tutti. Solamente, e proprio 
presso casa Dandolo, alcuni ragazzacci vociarono qualcosa che pote- 
va esser preso per degli ewiva ; allora Giulio Venino, 1 ch'era 
con noi, mando un sonorissimo fischio che fece rivolgere il viso in 
su a tutti i componenti il corteo. II corteo intanto procedeva attra- 
versando una folia fredda e silenziosa. 

Nella giornata corse la voce che all'Imperatore, appena arrivato 
al padiglione di Loreto, fosse giunta la notizia che il Municipio 
di Torino aveva, quella mattina stessa, accolta Pofferta del monu- 
mento alTesercito sardo, 2 presentata da una deputazione milanese. 
Cio forse spiegava il malumore delPImperatore, e Paccoglienza 
asciutta fatta al Podesta, che i presenti avevano osservato. 3 

Alcuni giorni prima, mio fratello Ernilio aveva ricevuto, secre- 
tamente, un pacco di fotografie di quel monumento, ch'era ancora 
nello studio del Vela. 4 Ci mettemmo in parecchi a distribute quelle 
fotografie, in modo che fossero recapitate principalmente alle per- 
sone del seguito dell'Imperatore, e che i ministri le trovassero, arri- 
vando, nei loro alloggi, e sulle loro scrivanie. Si seppe poi che 
quella distribuzione aveva avuto un esito felicissimo. 

Pochi giorni dopo ci fu il ricevimento e la presentazione a Corte 
delle autorita e degli invitati. Era una giornata interessante, poiche 

i. II conte milanese Giulio Venino , che entro poi nell'esercito piemontese 
come ufficiale di artiglieria. 2. monumento . . . sardo: il monumento, opera 
di Vincenzo Vela (vedi sotto la nota 4), che celebrava 1'esercito sardo per 
Timpresa di Crimea, era ancora in modello nello studio dello scultore, ma 
le fotografie che se ne difrusero ebbero ugualmente un grande effetto. 
3. La prima idea del monumento all' Esercito Sardo era stata comunicata 
dal Correnti, forse d'intesa con Cavour, che in quei giorni cercava d'ina- 
sprire i rapporti coir Austria, mentre questa, seguendo i consigli delTIn- 
ghilterra, era disposta a riprendere i rapporti col Piemonte (nota del Vi- 
sconti Venosta). 4. Vincenzo Vela (1822-1891), nato nel Canton Ticino, 
scultore molto noto (Napoleone I morente, VEcce homo ecc.), aveva com- 
battuto tra i volontari lombardi nel 1848. 



RICORDI DI GIOVENTtl 359 

si sarebbero conosciuti e contati quelli che ci andavano. II ricevi- 
mento a Corte awenne di giorno, Molti giovani della migliore so- 
cieta, molte signore, quasi tutti invitati, si diedero ritrovo in piazza 
del Duomo, e dinanzi al palazzo di Corte, facendo ala per vedere chi 
ci entrava, e per assistere allo sfilare delle carrozze. Passavano tra 
Pindifferenza quelle delle autorita austriache ed italiane, e della 
societa ufficiale; ma la curiosita e i sorrisi ironici degli spettatori 
eran rivolti verso le carrozze, che in verita furon poche, degli in 
vitati. Alcuni cercavano nascondersi nel fondo della carrozza, o ca- 
lavano le tendine, per non essere veduti. 

La sera in tutte le riunioni, in tutti i salotti, non si par!6 che del 
ricevimento delPImperatore e della famosa sfilata, ed era un con- 
tinuo scambiarsi di notizie. Le notizie erano buone; le diserzioni 
erano state pochissime e parecchie di queste venivano scusate con 
qualche circostanza attenuante. 

Cose piccole possono sembrar queste a chi le guarda a tanta di- 
stanza di tempo ; ma pure furono cose grandi, se si pensa alia meta 
che si voleva raggiungere, e che fu raggiunta. 

Quel primo ricevimento era fallito ; era riuscita una cosa misera. 
Le autorita austriache non se lo dissimulavano, e ne erano furenti: 
in citta si gongolava di contentezza, perche quella prima battaglia 
era stata vinta. 

Per molte famiglie delParistocrazia, Pastensione fu un atto co- 
raggioso, e veramente meritorio. In alcune di esse c' erano tradi- 
zioni di antiche relazioni personali, in altre legami di parentela con 
famiglie, e con personaggi militari o politici austriaci; in altre gio 
vani e vecchi rappresentavano due correnti diverse, e ora si erano 
fuse in una sola. Nel secolo antecedente, PImperatrice d' Austria 
Maria Teresa, che si occupava anche delle faccende private delle 
famiglie dei suoi sudditi, aveva combinati, e talora imposti, dei vin- 
coli matrimoniali tra famiglie austriache e lombarde delParistocra- 
zia: da cio eran venute delle relazioni di parentela e d'amicizia. 
Nel 1848 queste relazioni furono rotte; certe fiere ripulse, anche 
negli anni successivi, meritano quindi d' essere menzionate nella 
storia del patriottismo lombardo. 



360 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 



[MASSIMILIANO E LA RESISTENZA MILANESE] 1 

L'anno 1858, al pari delPanno antecedente, principiava a Milano 
con una viva preoccupazione nelle classi che chiamero dirigenti ; 
nella parte voglio dire piii eletta e patriottica delle classi aristocra- 
tiche e borghesi che allora veramente dirigevano Popinione pubblica 
cittadina. L'anno prima trattavasi della venuta delPImperatore, 
ora trattavasi dell'arciduca Massimiliano 2 giunto da poco e gia in- 
sediato tra noi. 

L'arciduca era un bel giovane alto, biondo, e che vestiva di so- 
lito Puniforme di ufficiale di marina. Lo aveva preceduto la fama 
di uomo intelligente, attivo, pieno di buona volonta, di maniere 
affabili, e di intenzioni larghe e liberali a favore dei paesi di cui 
doveva prendere il governo. Voci ufficiose cercavano di accreditare 
1'opinione ch'egli avesse dei poteri piu larghi di quanto apparisse. 
A queste voci, o, diro meglio, a queste speranze, aveva partecipato 
Parciduca stesso. In cuor suo egli andava esagerando la sua mis- 
sione, e credeva di cavarne quei risultati che gli prometteva la sua 
fantasia. Non privo di coltura, ma utopista, di mente fantastica e 
un po j leggiera (come Pha provato la tragica awentura del Messico), 
egli non si era accorto che a Vienna le cose erano intese ben diver- 
samente : la sua missione era una lustra. Egli aveva creduto di di- 
ventare il Principe d'uno Stato quasi autonomo, mentre da Vienna 
era stato mandato a riprendere la tradizione delPantico Vicere, os- 
sia di quel fantoccio che c'era prima del quarant'otto : perche PAu- 
stria mutasse ci volevano prima Solferino, poi Sadowa. 3 

La morte di Radetzki, awenuta il 5 gennaio 1858, aveva contri- 
buito a rinforzare le illusioni delParciduca. II vecchio maresciallo 
dal 1848 aveva avuto il governo civile e militare delle provincie 
Lombarde e Venete, 4 da lui riconquistate alP Austria, rappresen- 
tandovi colla durezza delle armi e del governo la politica della rea- 

i. Ed. cit., cap. xxiv, pp. 385-96. 2. Federico Carlo Massimiliano (1832- 
1867), fratello di Francesco Giuseppe, governatore della Lombardia fino 
al 1859, fu poi imperatore del Messico (1864), e fini fucilato a Queretaro. 

3. II 24 giugno 1859 i franco-piemontesi vinsero a Solferino gli Austriaci; 
il 3 luglio 1866 gli Austriaci furono sconfitti dai Prussiani a Sadowa. 

4. 77 vecchio . . . Venete: dopo Novara, il Radetzky fu nominato governa 
tore generale del Lombardo-Veneto, e rimase in tale carica fino al 28 feb- 
braio 1857, allorch6 fu collocate a riposo. 



RICORDI DI GIOVENTtl 361 

zione e delFassolutismo; ossia il governo di Metternich peggiorato. 

Radetzki era uomo di mente mediocre e di poca coltura; cieca- 
mente devoto al suo Imperatore, buon militare, bonario tra i suoi 
soldati, dai quali era amatissimo, duro, severe cogli awersari e 
nelPesercizio del governo. Tre giorni di sangue assicurano tren- 
t'anni di pace)), aveva detto alia vigilia delle Cinque Giornate, e 
nella sua mente angusta e tenace n'era convinto. Investito di poteri 
illimitati, governo il paese per quasi dieci anni senza pensare al 
domani; lo governo come un paese occupato in tempo di guerra, 
dimenticando che questo paese era una delle parti piu important! 
della monarchia ch'egli difendeva; e dimenticando che con un go 
verno imprevidente, colPodio che lo circondava, e ch'egli accre- 
sceva, poteva preparare, per Pawenire, alia monarchia austriaca 
le piu gravi e minacciose questioni politiche. E cosi awenne. Le sue 
lettere alPamata figlia Federica, pubblicate dopo la morte di lui, 
sono piene di affetto paterno e di tenerezza; ma di ferro, di fuoco 
e di forche pei sudditi italiani malcontent!. 

La sua morte capitava in buon punto : pareva segnasse la fine 
d'un fosco passato, e che col suo successore, il giovane arciduca, 
ora, sorgesse un'alba promettente. 

Massimiliano si mise subito all'opera, e per alcuni mesi da Vienna 
lo lasciarono fare, e si lascio che si impigliasse nell'equivoco. Egli 
si trovo da principio come in un deserto, e cerco d'attirarvi gente 
che piantassero delle tende intorno a lui. Penso di conoscere un po' 
di quei sudditi che doveva governare; cerco di attirarli a se, e di 
crearsi delle simpatie e de' partigiani, nulla risparmiando fin da 
principio per raggiunger tale scopo. Ma era tardi. 

Un primo addentellato, per incominciare, gli era offerto da una 
Convenzione stipulata a Vienna per una grande Societa Ferroviaria, 
che aveva tra gli altri scopi Fesercizio delle ferrovie, fatte e da 
farsi, nel Lombardo Veneto. 1 Fra i firmatari della Convenzione 



i . Convenzione 14 marzo 1856, stipulata in Vienna, approvata colla 
Sovrana Risoluzione 17 aprile successive, tra gli II. RR. Ministri Austriaci 
di Finanza e del Commercio, e i signori: Principe Adolfo di Schwarzen- 
berg, Presidente e rappresentante dell' I. R. Istituto privilegiato di Cre- 
dito per il commercio e per 1'industria a Vienna; Conte Francesco Zichy 
juniore; Barone A. S. de Rothschild, Vice-presidenti e rappresentanti del- 
1'Istituto suddetto; La casa bancaria S. M. Rothschild, in Vienna; Mar- 
chese Raffaele de Ferrari, duca di Galliera, in Bologna; Duca Lodovico 
Melzi, in Milano; S. E. Conte Giuseppe Archinto, in Milano, rappresentato 



362 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

c'era stato il duca Lodovico Melzi, 1 e Parciduca lo fece chiamare 
offrendogli un'alta influenza nella amministrazione. II Melzi ac- 
cetto, a condizione che fossero nominate nei vari uffici le persone 
ch'egli avrebbe indicate: ma piu tardi il direttore di Polizia osservo 
che i proposti dal duca erano tutte persone compromesse o sospette. 
Infatti molti dei giovani ammessi allora negli uffici delle ferrovie 
militavano nel campo patriottico, alcuni erano reduci da poco dal- 
1'esilio e dalle prigioni; anzi, poco dopo, v'ebbe un impiego anche 
il Lazzati. Massimiliano tuttavia li nomino tutti dicendo: Ora 
spero che questi almeno verranno da me . Ma anch'essi trovarono 
dei pretesti per non andarci, e non ci ando nessuno. L'arciduca 
dovette accorgersi, fin da principio, che non otteneva neanche la 
riconoscenza comandata. 

Fra i suoi progetti c'era stato anche quello di fondare un gran 
giornale, che doveva chiamarsi la Gazzetta Italiana)): si concedeva 
a quella gazzetta il nome di italiana purche fosse sottinteso quello 
di austriaca . Alcuni dicevano che la direzione del nuovo giornale 
dovesse venir affidata a Cesare Cantu, 2 che Tarciduca aveva voluto 
conoscere; ma altri asserivano che il Cantu fosse destinato a in- 
carichi ben piu alti. II Cantu smentiva queste dicerie, soprattutto 
la prima. II fatto provo ch' erano dicerie tutte. 

II giornale doveva essere il portavoce dell'arciduca Massimiliano 
e della sua politica, ma il solo annunzio datone desto nel pubblico 
una forte opposizione, e gia si preparavano delle dimostrazioni. La 
Gazzetta Italiana doveva in realta essere diretta da un giornalista 
di professione, il Menini, circondato da altri redattori, tra i quali 

dai sigg. Sebastiano Mondolfo e C. F. Brot; Pietro Bastogi, in Livorno; 
Fratelli de Rothschild, in Parigi; E. Blonnt e C., in Parigi; Paolino Ta- 
labot, in Parigi; N. M. de Rothschild e figli, in Londra; Samuele Laing, 
in Londra; M. Uzielli, in Londra; mediant e la quale viene concesso ai sud- 
detti signori: i. 1'esercizio ed il godimento di tutte le II. RR. strade fer 
rate situate nel Regno Lombardo-Veneto, con eccezione del tronco che da 
Verona s'inoltra verso il Tirolo meridionale, con tutti i diritti ed obblighi 
alle medesime inerenti; 2. la costruzione e Fattuazione di nuovi tronchi 
(nota del Visconti Venosta). i. Lodovico Melzi d'Eril (1820-1886) si av- 
vicind a Massimiliano sperando che si preparassero, in tal modo, migliori 
condizioni alia Lombardia. Ma dopo una missione a Parigi, resosi conto 
degli indirizzi politici di Napoleone III e del Cavour, si dimise dalle cari- 
che afEdategli da Massimiliano, e and6 a stabilirsi a Geneva. Conclusa la 
guerra del '59, torn6 alia sua Milano. 2. Cesare Cantu (1804-1895), il 
letterato e storico assai noto, non sembra, ad alcuni studiosi, che veramente 
favorisse Popera di Massimiliano. 



RICORDI DI GIOVENTtl 363 

Emilio Treves, 1 un giovane triestino assai promettente, che doveva 
farvi la parte letteraria. Ne fu preparato il primo numero, quale 
saggio, e si mando a Vienna: ma ne venne subito la proibizione. 
Cosi il gran giornale mori prima di nascere, e Parciduca veniva 
gia sconfessato; come implicitamente si faceva per ogni atto di 
qualche importanza della sua politica, tutta fondata, come dicem- 
mo, su degli equivoci. 

Ma Farciduca intanto procedeva impavido, e tra le prime per- 
sone a cui si rivolse ve ne furono alcune, tra le piu notevoli, di 
parte clericale. Vi trovo alcuni seguaci, e gli argomenti coi quali 
cercavano di giustificarsi potevano essere speciosi: dicevano che 
bisognava una buona volta chiudere il passato ; ch'era tempo di sol- 
levare il paese da quello stato di inerzia e di prostrazione in cui gia- 
ceva da tanti anni, per metterlo sulla via del progresso economico ; 
che ormai si dovevano mutare gli scopi e le speranze per 1'awenire; 
essere ormai un'utopia 1'ostinarsi a sperare nel Piemonte, impo- 
tente qual'era: dicevano, che le potenze a ogni modo non volevano 
la guerra; che bisognava quindi preparare una soluzione nuova, 
giovandosi delParciduca Massimiliano, venuto appositamente per 
assecondarla ed effettuarla; che bisognava infine cercare 1'autono- 
mia e la liberta per altre vie. 

Tale miraggio messo innanzi a un paese che da tanti anni, o lan- 
guiva nell'attitudine rigida d'una astensione passiva, o combatteva 
senza speranze vicine contro il suo governo, era un pericolo grave. 
Da quasi dieci anni il paese aspettava invano la riscossa, e ormai 
principiava a dar qualche segno di stanchezza. II contegno e il 
linguaggio di Massimiliano divennero in breve seducenti per molti, 
che gia principiavano a discutere apertamente se si dovesse appog- 
giarlo e seguirlo. Dico subito pero che tra questi non ce n'era nep- 
pure uno che avesse appartenuto al patriottismo militante; erano 
persone che in passato avevano seguita Fonda dei piu, ma che non 
avevano partecipato all'azione attiva, e che pur nutrendo senti- 
menti di italianita non s'erano compromesse di fronte al governo 
austriaco. Gente mediocre, alTinfuori di pochi, che poi non fece 
piu parlare di se, e che scomparve sommersa dall'alta marea degli 
anni che seguirono. 

i. Emilio Treves (1834-1916), venuto a Milano dalla nativa Trieste, yi 
fond6 poi, nel 1861, la nota casa editrice che prese il suo nome e fu tra le 
maggiori che abbia avuto V Italia. 



364 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Si lasciava credere come dissi, che tra i fautori di Massimiliano 
ci fosse anche Cesare Cantu. II Cantu, lavoratore indefesso, non 
viveva che nella cerchia ristretta dei suoi intimi, e di alcuni ammira- 
tori. Da giovane era stato egli pure imprigionato 1 dagli austriaci, 
ma poi non era piu entrato nel secreto consorzio dei patriotti, non 
s'era unito a nessuno di loro, e viveva solitario tra i suoi libri e i 
suoi lavori. 

II Cantu era egli pure un awersario del Governo austriaco, ma 
sdegnoso delle opinioni altrui, non segui nel '58 il movimento d'op- 
posizione a Massimiliano, e il pubblico a cui doleva di non avere 
con se, in quei giorni di lotta, un cittadino illustre, gli si mostrava 
severo e credette anche cio che non era. 2 

La societa milanese di solito si occupava ben poco dei personaggi 
governativi e politici austriaci ; anzi c'era quasi Paffettazione di non 
parlarne mai: ma di Massimiliano, dopo solo due mesi ch'era a 
Milano, si parlava gia molto. Era questo un risultato a cui nessun 
Principe, nessun Governatore austriaco, prima di lui, era arrivato 
mai. Egli amava far parlare di se, e occupare di se Topinione pub- 
blica: non essendo quindi possibile lasciar cadere lui e la sua 
missione nel silenzio, bisognava combatterlo tanto piu vivamente, 
bisognava rendergli impossible Fesecuzione di qualsiasi suo di- 
segno, di qualsiasi sua buona intenzione. 

Massimiliano, per la causa dell'indipendenza, era un pericolo. I 
suoi sforzi, Popera sua assai probabilmente non avrebbero condotto 
a nulla, sarebbero riusciti alia fine a un disinganno per lui e pei 
suoi aderenti; ma nel frattempo potevano illudere, potevano attra- 
versare la politica nazionale del Piemonte. Le lusinghe di Massimi 
liano potevano indurre molti a sperare in lui e ad abbandonare 
quella resistenza che durava da dieci anni e che, rendendo vani 

i. imprigionato: il Cantu era stato arrestato a Milano il 15 ottobre 1833 e 
sottoposto a processo dall'inquisitore Paride Zaiotti. Avevano destato 
sospetto i suoi scritti suir Indicatore , che raccoglieva intorno a s6 molti 
giovani romantici. Non trovandosi prove contro di lui, e poiche egli ne- 
gava costantemente ogni addebito, fu liberato Pn ottobre 1834. 2. I1 
Cantu piii tardi, nella sua Cronistoria delV Indipendenza Italiana, disco- 
nobbe gli uomini piu alti e piu cari del risorgimento nazionale, e ci6 gli fu 
poi d'ostacolo a entrare in Senato, onore a cui Pavrebbero chiamato i suoi 
titoli di scrittore e di storico. Crispi, essendo ministro delPinterno, pro 
pose al Re Umberto la nomina di Cesare Cantii a Senatore. Domenico Fa- 
rini, presidente del Senato e figlio delPex Dittatore dell'Emilia, saputo cio, 
si reco dal Re e vivamente lo sconsiglio di nominare senatore Pautore della 
Cronistoria. II Re non firm6 il decreto (nota del Visconti Venosta). 



RICORDI DI GIOVENTtl 365 

tutti i tentativi delP Austria, aveva data tanta forza alia politica na- 
zionale del Piemonte. 

Bisognava dunque combattere Massimiliano piu che i marescialli 
che ci avevano governati cogli stati d'assedio, colle prigioni e colle 
forche. Combattere Massimiliano in ogni modo, e ad ogni costo , 
fu la parola d'ordine che allora corse imperiosa tra i patriotti mi- 
lanesi. 

Quindici anni dopo, quando Vittorio Emanuele ando a Vienna 
a far visita all'imperatore Francesco Giuseppe, un ministro au- 
striaco, discorrendo di Milano con mio fratello Emilio, che accom- 
pagnava il Re, 1 ricordo gli anni corsi tra il '49 e il '59, e rammento 
le nostre resistenze e le nostre lotte. Pareva al ministro austriaco 
che le classi dirigenti italiane avessero avuto sotto mano una co- 
spirazione formidabile per mantenere il paese, con tanta disciplina, 
in quello stato di lotta continua. Mio fratello gli rispose: Non 
c'era nessuna cospirazione pennanente; ci fu qualche speciale co- 
spirazione, ma breve e di pochi; ma c'era la grande cospirazione di 
tutti, naturale, spontanea: la fermezza e la disciplina erano mante- 
nute nelle nostre file dai metodi di governo di quel tempo ; erano 
mantenute dai vostri governanti, dai vostri generali, dalle vostre 
Polizie. Una volta sola la nostra cospirazione divento difficile, e ci 
mise in pensiero . . . fu quando ci mandaste Parciduca Massimi 
liano. 

Uno dei ritrovi, ove piu gagliardamente ed efficacemente si pre- 
parava e dirigeva la lotta contro Parciduca, era il salotto della con- 
tessa Maffei: nella storia di quel salotto Pinverno del 1858 segna 
forse la data piu memorabile. L'antica tinta repubblicana di alcuni 
anni prima era scomparsa: il patriottismo andava sempre piu di- 
sciplinandosi intorno a una nuova fede, la fede in Vittorio Ema 
nuele e in Cavour. Casa Maffei voleva dire in Milano una societa 
politica e battagliera; alcuni la credevano un ritrovo arcigno di 
letterati e di pedanti; ma era tutt'altro. 

Nel piccolo appartamento di via Bigli, dove la contessa Maffei 
riceveva ogni sera, si incontravano persone serie, vecchi patriotti, 
uomini di studio e di bella fama, ma vi intervenivano anche signore 
del mondo elegante, artisti, giovani che vedremo poi nel 1859 var- 

i. Quindici . . . Re: il viaggio di Vittorio Emanuele II a Vienna ebbe luogo 
nel settembre del 1873. Emilio Visconti Venosta accompagnava il re come 
ministro degli esteri. 



366 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

care il Ticino e arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della 
contessa si discorreva piacevolmente di cose serie e di cose liete ; si 
discorreva di politica, di letteratura, d'arte, e dei fatterelli cittadini; 
si scherzava e si rideva, ma 1'intonazione generale era sempre alta- 
mente patriottica. La contessa MafFei, di natura indulgente e mite, 
diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione il 
Governo straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi 
amici prendessero parte, in queirinverno del 1858, alia lotta contro 
Parciduca Massimiliano che ferveva nella societa milanese. 

Chiarina Maffei esercitava sempre molto fascino intorno a se, il 
fascino della gentilezza e della bonta. Intelligente e colta, senza 
essere ne una letterata ne una dotta, aveva Tentusiasmo d'ogni cosa 
buona e bella, Pentusiasmo della patria soprattutto. Era sempre in 
faccende per far del bene; e quando i suoi mezzi, ch'eran modesti, 
non le permettevano di fare quanto il suo cuore avrebbe voluto, 
allora ricorreva agli uomini ricchi, o influenti, ricorreva special- 
mente al conte Cesare Giulini, 1 la cui carita e generosita erano 
inesauribili. 

II Giulini era sempre in Milano una delle persone piu note e di- 
stinte; ricco, generoso, di mente alta, di sentimenti nobilissimi, 
aveva Tanimo buono e caritatevole. La sua cultura era vastissima 
e la sua memoria era straordinaria, mentre poi era altrettanto straor- 
dinaria la sua distrazione, a proposito della quale si raccontavano 
tra gli amici i piu divertenti episodi. II dovere e la patria erano per 
lui una religione, e la parte ch'egli ebbe negli awenimenti patrii, 
dal '48 al '59 in Milano, fu grande, pure svolgendosi con quella 
semplicita e con quella modestia ch'erano nella sua natura. Quando 
il paese fu libero, il conte di Cavour voleva fare di lui un Gover- 
natore, un Ministro; ma egli non accetto, e nel 1862 moriva non 
avendo che 47 anni. 

II Giulini, che aveva conservato dei legami d'amicizia col Cavour 
e coi principali uomini politici del Piemonte, trovava modo di fare 
di tanto in tanto delle gite, ora palesi ora secrete, a Torino ; e di la 
portava alia contessa e agli amici piu intimi quelle notizie ch' erano 
Falimento delle nostre speranze. Non aveva mancato d'andarci in 

i. II Giulini (vedi la nota i a p. 307) nel periodo '48-50, da lui trascorso 
a Torino, era divemito intimo del Cavour e di molti uomini politici pie- 
montesi, come era amico dei patriotti lombardi: fu percid attivo messag- 
gero tra le due parti e molto giovo a preparare I'unione della Lombardia 
al Piemonte. 



RICORDI DI GIOVENTtl 367 

quel giorni, e col Cavour aveva discorso di Massimiliano e della 
nuova situazione che 1'arciduca cercava di preparare in Milano : e 
ci aveva riferito che Cavour, come conclusione del discorso, gli 
aveva detto airorecchio : urgente che facciate mettere di nuovo 
Milano in istato d'assedio! 

Questo motto, che diventava una parola d'ordine, corse rapida- 
mente di bocca in bocca, con patriottiche indiscrezioni, e servi ad 
infondere in una cerchia di persone, che si faceva ogni giorno piu 
larga, un nuovo ardore e una maggiore audacia. 

Emilio Dandolo era stato chiamato a Torino da Cavour, che gli 
disse: Caro Dandolo, ci siamo: Napoleone mi promise, che se 
gli austriaci mettono piede sul territorio Piemontese, egli verra in 
nostro aiuto. A farci invadere penseremo noi. A Milano fate cogli 
amici, e cogli amici del paese, del vostro meglio per tener viva la 
fiaccola del patriottismo e per tener viva Fagitazione. 

II marchese Luigi Crivelli, 1 quel medesimo che fu in prigione 
dopo il 6 febbraio in grazia della barba, e sua moglie, la marchesa 
Carolina, nata Medici di Marignano, riunivano in casa loro una 
societa numerosa di persone, tra le quali predominava la gioventu. 
Si rideva, si ballava, e si faceva del patriottismo risoluto e chias- 
soso : il punto verso cui convergevano anche in casa Crivelli tutti i 
discorsi era Farciduca Massimiliano ; si puo immaginare quale ef- 
fetto vi facessero le parole di Cavour, ripetute alTorecchio in gran 
secreto ... ma da tutti. 

L'arciduca Massimiliano, a cui non era ancora riuscito di dare 
a Corte ne una festa ne un ricevimento, adoperava tutte le arti della 
sua seduzione personale per fare delle conoscenze, e per chiamar 
gente intorno a se: si rivolgeva a persone notevoli per ingegno, per 
studi o per pratica amministrativa, ogni volta che gli si presentava 
qualche affare di pubblico interesse; e faceva chiamare, sotto i piu 
futili pretesti, anche dei semplici gentiluomini per .aver gente a 
Corte. In tal modo, ogni tanto, si veniva a sapere che qualche nuovo 
pesciolino era stato preso alPamo, e che qualche nuova recluta era 
entrata in palazzo reale a far visita all'arciduca. Era appunto ci6 
che non si voleva. 

i. Luigi Crivelli: dopo la mancata rivolta del 6 febbraio 1853 (yedi la nota 4 
a p. 353), la polizia austriaca cercava il capo della cospirazione, che era 
il mazziniano G. Piolti De Bianchi, di cui non conosceva ancora il nome, 
ma sapeva solo della sua lunga barba rossiccia. Per questa particolare rasso- 
miglianza era stato dapprima arrestato il marchese Luigi Crivelli. 



368 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Bisogna finirla, s'era detto; bisogna arrestare queste diserzioni 
dal campo intransigente, che a un po j per volta possono creare una 
situazione nuova, pericolosa, contraria ai nostri disegni, contraria 
alia politica che con tanta abilila e con tanta fortuna seguiva il 
Piemonte. Finirla, e presto detto, ma in qual modo? 

La sera, dopo il teatro, andavo frequentemente coi miei amici 
dalla contessa Dandolo, e chiacchierando e fumando fino ad ora 
tarda, si facevano le nostre discussioni e le nostre piccole cospi- 
razioni politiche. La contessa, intelligente, animosa, ardente di 
sentimenti giovanili come noi, era Panima della conversazione. Alle 
volte, essa ci faceva imbandire qualche cenetta, improwisandola, e 
si passavano in casa sua delle ore deliziose. 

Una sera, mentre si parlava delParciduca e di quelli che abboc- 
cavano al suo amo, qualcuno di noi, forse Emilio Dandolo stesso, 
salto su a dire che, per impedire le visite a Corte, bisognava pur 
pensarne qualcuna, se non bastava la pubblica riprovazione, se non 
bastavano il negare il saluto e il troncare i rapporti d'amicizia con 
chi ci andava. 

Nei nostri discorsi, ch'erano Peco dei discorsi e dei pensieri di 
persone piu serie di noi, c'era una preoccupazione, c'era il senti- 
mento secreto d'un pericolo che cominciava a manifestarsi. Quale 
potra essere il risultato, pensavano gia parecchi, dell'azione conti- 
nua, instancabile dell'arciduca ? Riescira egli ad aprire una breccia 
nel patriottismo disciplinato, rigido, ch'era durato fino allora? 
quanti mano mano non andranno cedendo alle lusinghe governa- 
tive ? quali nuovi interessi non verranno per awicinare il paese al 
Governo ? II pubblico, il gran pubblico, dicevano i patriotti, fino a 
quando ci seguira nella resistenza inflessibile anche dinanzi a un 
regime che si annunzia mite e largo di promesse ? E una tregua dei 
lombardo-veneti nella resistenza non avra delle conseguenze fatali 
per la politica di Cavour? 

E dunque ? Dunque che cosa si fa ? ... Dunque si potrebbe far 
qualcosa di chiassoso . . . sfidare a duello, per dime una, quelli che 
d'ora innanzi senza esserne obbligati andranno volontariamente a 
Corte, o si awicineranno in qualsiasi modo alia politica dell'arci- 
duca! 

L'idea fu accolta con entusiasmo : questa bravata ci parve bel- 
lissima, ed era infatti al livello della temperatura delle nostre teste, 
e di quella in mezzo a cui si viveva. 



RICORDI DI GIOVENTtl 369 

Dopo cio, quella sera ci separammo, colle teste calde di progetti 
e di duelli. 

L'arciduca 1 Massimiliano continuava imperterrito, e talora anche 
con qualche buon risultato, a usare le sue arti seduttrici; quando 
eccoci ad un nuovo episodic, capitato proprio qualche giorno dopo 
1'intesa del duelli, in casa Dandolo. 

Era assai noto a quel tempo, in Milano, come amatore di cavalli 
ed esperto cavallerizzo, un .marchese Luigi d'Adda Salvaterra, 
fratello del marchese Gerolamo, letterato, scrittore d'arte, e noto 
bibliofilo. 2 II d'Adda compariva quasi ogni giorno sui bastioni della 
citta, ch'erano a quel tempo il luogo della passeggiata pubblica e 
il ritrovo del mondo elegante, cavalcando 1'uno o Paltro dei suoi bei 
cavalli arabi. Correva, caracollava, e lo avevano soprannominato il 
Mazeppa? 

Un giorno Massimiliano, che di tanto in tanto cavalcava egli pure 
sul bastione, mando il suo aiutante a dire al d'Adda che desiderava 
ammirare il suo belParabo. II d'Adda gli si awicino, 1'arciduca 
gliene fece gli elogi e lo preg6 di mandare i suoi cavalli alia caval- 
lerizza di Corte, desiderando cavalcarli. Dopo di cio, sotto vari 
pretesti, lo fece andare a Corte piii volte, e lo invito a colazione. 
II d'Adda accett6 gli inviti. 

Questo fatto, che in altre circostanze sarebbe passato inosservato, 
allora fece parlar molto; e a qualcuno, tra quei deH'intesa, parve 
venuta Poccasione di dar principio al programma dei duelli. Si 
incominci dunque dal d'Adda! Trattandosi d'una persona tanto 
nota in Milano, come il d'Adda, il caso era opportune, sebbene vio- 
lento, per una dimostrazione chiassosa. 

Ragazzate! potra esclamare qualcuno nel leggere questi fatti; ma 
i giovani d'allora erano cosi; e si puo essere indulgenti con questi 

i. Ed. cit., dal cap. xxv, pp. 399-405. 2. Luigi d'Adda Salvaterra y nato 
nel 1829, aveva partecipato alle guerre del '48 e del '49 come sottotenente 
di cavalleria: partecipd anche alia guerra del '59. II fratello Girolamo 
(1815-1881) fu realmente notissimo bibliofilo ed erudito, e molto scrisse in 
tale campo: non ebbe parte, invece, nel Risorgimento italiano, che visse 
raccolto nei suoi studi. 3. Mazeppa: romanzieri e poeti hanno trasfigu- 
rato il personaggio storico di Jvan Stepanovic Mazepa, vissuto tra il 1644 
e il 1709, che tento di dare 1'indipendenza all'Ucraina. II personaggio 
leggendario appare in un poema di Puskin, in Byron, in Victor Hugo. 
NelPaccenno del Visconti, si allude soprattutto alia sua eccezionale abili- 
ta di cavaliere. 



370 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

ragazzi, quando si pensi che pochi mesi dopo, tra mille pericoli, 
lasciavano la casa loro per prender le armi; e che molti alle loro 
case non ritornarono piu. 

Alcune sere dopo ci fu un veglione alia Scala e Alfonso Carcano, 
ch'era il piu giovane della compagnia di Casa Dandolo, ci ando 
in maschera, e detto fatto si diresse verso il d' Adda, e dopo un breve 
colloquio, alludendo alia visita fatta alPArciduca, lo insulto; poi 
levatasi la maschera gli diede il suo biglietto di visita. II d'Adda 
era in un palchetto con due forestieri,,dei quali e facile immaginarsi 
lo stupore. Corse subito la voce del fatto per tutto il teatro, e per 
alcuni giorni in Milano non si parlo d'altro. 

La mattina seguente vennero da me donna Giulia e Costanzo 
ch'eran la madre e il fratello dell' Alfonso Carcano, dicendomi che 
questo si teneva nascosto, e pregava me e il marchese Massimi- 
liano Stampa Soncino a fargli da padrini. La buona donna Giulia 
piangeva, ma mi pregava d'assistere suo figlio. 

Due giorni dopo ci fu un ritrovo tra i padrini; pel d'Adda furono 
quei due che s'eran trovati nel palco, venuti alia Scala per dwertirsi 
al veglione; ed erano un Della Rocca, ex ufficiale spagnolo, e un 
Cervis di Novara. Nel frattempo ebbi una chiamata alia Polizia. 

II Direttore mi ricevette tenendosi ritto in piedi e parlandomi 
in tono brusco e severo. 

So tutto: prese a dirmi il marchese Luigi d'Adda e stato 
Faltra notte insultato in teatro da un giovinastro mascherato . . . 
sappiamo chi e . . . e sappiamo anche la causa deirinsulto! ... Si 
parla di un duello, e si dice che lei sara uno dei padrini . . . ma io 
le dico che questo duello non si fara! Ha capito ? . . . Questo duello 
sarebbe uno scandalo! Questo duello mi obbligherebbe a far arre- 
stare lei e i suoi due amici, e a far aprire contro di loro una duplice 
inquisizlone, cioe pel delitto di duello, e pel delitto politico! Ha 
capito ? . . . Ora le domando formalmente di darmi la sua parola 
d'onore che il duello non si fara . . . o almeno che lei non vi pren- 
dera parte. Mi risponda! 

Del duello di cui lei mi parla, risposi finora non so nulla. 
Ma devo pero dirle che io non le potrei dare la parola d'onore che 
mi domanda. Lei e un gentiluomo, e comprendera che, se un amico 
mi chiedesse di assisterlo in un caso simile, io non potrei rifiutare. 

Si discusse per alcuni minuti, fermi Tuno e Paltro nei nostri ar- 
gomenti; egli alzando la voce e in tono sempre piu minaccioso; io 



RICORDI DI GIOVENTt 371 

con 1'aria rassegnata, come una vittima, caso mai, deiramicizia. 

In quella stessa mattina il marchese Soncino aveva avuta una 
eguale chiamata dal Direttore di Polizia, e aveva sentite le stesse 
minacce, e aveva data la stessa risposta, poiche le avevamo com- 
binate. 

Nel nostro abboccamento era parso, ai padrini del d'Adda, sulle 
prime che un diverbio di veglione dovesse venire accomodato con 
qualche bottiglia di champagne, ma presto capirono che sotto il 
diverbio apparente c'era una questione politica, e che il duello era 
quindi inevitabile. 

Si convenne un duello alia pistola, da farsi al di la del Ticino, 
presso la frontiera. Ma il difficile era Pandarci, sorvegliati come 
eravamo dalla Polizia. 

Si combin6 di partire quella stessa sera, e per non svegliar so- 
spetti s'ando tutti al teatro della Scala, mostrandoci nei palchi fino 
alTora convenuta. 

Dal teatro, poi scomparimmo improvvisamente, e andammo di- 
filato in piazza Fontana, dove ci attendevano due carrozze. 

Per attraversare il Ticino, a quel tempo, non c'erano ferrovie; 
eravamo in febbraio, nevicava e faceva un gran freddo; io era in 
giubba, con la cravatta bianca, le scarpette lucide e le calze di seta: 
gelavo! Non avevo il passaporto, indispensabile a quei tempi; per 
questo, quando si arriv6 alia frontiera, montai a cassetta d'uno dei 
due legni, e il Della Rocca mi fece passare pel suo cameriere. 

In un villaggio, al di la del confine, trovammo un ufficiale di 
cavalleria piemontese, che, prevenuto dal mio collega, il marchese 
Soncino, aveva portato le pistole. L'ufficiale ci condusse in una 
boscaglia distante circa un chilometro, che facemmo in mezzo al 
fango e alia neve. Oh le mie scarpette! e che freddo! Con noi era 
venuto Scipione Signoroni, un giovane nostro amico medico, e gia 
ufficiale di Manara. 

I due awersari furono messi di fronte, a venti passi di distanza. 
La sorte indico il Della Rocca pel comando del duello, che doveva 
essere al segnale. Puntarono; uno, due, tre; i due colpi par- 
tirono insieme, ma le due palle andarono a conficcarsi negli alberi 
vicini; avevano avuto piu giudizio di noi. Ma a nostra discolpa ri- 
peter6 ancora una volta che a quel tempo noi ci consideravamo co 
me gia in guerra, e che se allora la gente si fosse condotta sempre 
con certe buone regole di prudenza e di giudizio, gli austriaci forse 



372 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

passeggerebbero ancora per le vie di Milano. Si ricaricarono le 
pistole, ma allora i padrini awersari si awicinarono a noi dicendo 
che, avuto riguardo alia causa che ci aveva condotti sul terreno, si 
poteva far cessare lo scontro e riconciliare i due awersari. Fummo 
tutti del medesimo parere : la dimostrazione politica era fatta, e sa- 
rebbe stato assurdo il continuare il duello. II d'Adda ci teneva a 
giustificarsi; ci scambiammo delle strette di mano e delle parole 
cortesi, poi partimmo subito per Milano. 

Qualche ora dopo, viene da me il Soncino, che aveva avuto una 
nuova chiamata dal Direttore di Polizia: questi era stato con lui 
ancora piu brusco del giorno prima; ma con sua gran sorpresa il 
mio amico s'era accorto che il Direttore non sapeva ancora che il 
duello fosse avvenuto! 

Sento ripetere che lei dovrebb'essere uno dei padrini, ma 
questo duello non si fara! Se tentassero di farlo, li faro sorprendere 
in flagrante\ li far6 arrestare tutti, e manterro la mia parola . . . 
duplice processo! Glielo dico di nuovo ... ha capito? 

II Soncino aveva taciuto, stringendosi nelle spalle, come chi e 
rassegnato alia fatalita, solo ripetendo ancora che, pregato, non 
avrebbe potuto rifiutarsi a un amico : non aggiunse altro, poi corse 
da me. Oh che commedia! si disse tra noi. Ma come la 
finira? 

In Milano per alcuni giorni non si par 16 che del duello, 1 e se ne 
fece un gran chiasso. lo e i miei due amici, non sapevamo che fare : 
parecchi ci consigliavano di prender il largo; ma noi, d'accordo 
anche coi nostri awersari, si decise di non muoverci, e di negare 
che ci fosse stato il duello, non essendocene le prove, caso mai ci 
arrestassero. 

Non fumrno arrestati. Piu tardi venni a sapere che al nostro ar- 
resto s'era opposto il luogotenente Burger, il quale aveva giusta- 
mente osservato al Direttore di Polizia che, non essendo egli riu- 
scito ad impedire il duello, era meglio che fingesse di non saperne 
nulla; tanto piu che il processo avrebbe sollevato un chiasso enorme 
su un fatto ch'era meglio mettere in tacere. Cosi la passammo liscia. 



i. duello: a questo duello ne seguirono molti altri. Tra i duelli awenuti a 
Milano in quegli anni, prima della seconda guerra di indipendenza, 1'au- 
tore ricorda quello di Manfredi Camperio con il capitano Schonhals, 
a proposito del quale riproduce una lettera dello stesso Camperio. 



RICORDI DI GIOVENTt 373 



[MORTE DI EMILIO DANDOLO - LA FUGA IN piEMONTE] 1 

II 1859 s'apriva con una bella giornata, serena come le nostre spe- 
ranze; e principiava anche lietamente. Alcune bande musicali an- 
date sulle prime ore del mattino a far omaggio pel capo d'anno, 
come d'uso, alle autorita, nel far ritorno, percorrendo parecchie vie 
della citta, salutavano Fanno nuovo con allegre sonate. Tra queste, 
ogni tanto ripetevano, tra gli applausi della folia che le seguiva, una 
canzone popolare, venuta fuori da poco, chiamata la Bella Gi- 
gogin. 

La musica della canzone era facile e vivace, le parole erano sci- 
pite e quasi senza senso, ma tra esse c'era un ritornello che diceva: 
dagliela avanti un passo, delizia del mio cor ; parole a cui il pub- 
blico dava un significato patriottico sottinteso, accogliendole con 
entusiasmo. 

La Bella Gigogin percorse quella mattina Milano trionfalmente, 
tra infiniti applausi, accolta come un augurio, e rinnovando in tutti, 
col buon umore, le speranze. 

Quella canzone fu per qualche tempo popolarissima; talche, 
quando Napoleone entr6 in Milano dopo la battaglia di Magenta, z 
le musiche militari francesi sonavano la Bella Gigogin, che chia- 
mavano la milanaise. Ma il miglior augurio pel nuovo anno ci 
doveva venire prima da Parigi, poi da Torino. Napoleone nel ri- 
cevimento di capo d j anno del corpo diplomatico, rivolgendosi al- 
Tambasciatore d' Austria, Hiibner, 3 gliaveva detto: Mi duole che 
le nostre relazioni non siano cosi buone come per Taddietro. Quel- 
le parole del silenzioso Imperatore avevano avuto un'eco formida- 
bile in tutta Europa, come se fossero gia un annunzio di guerra. 
L J Austria rispose mandando subito in Lombardia un nuovo corpo 
d'Armata, e sei battaglioni di confinari croati. 

Pochi giorni dopo, il 10 gennaio, Vittorio Emanuele nel discorso 
d'apertura della sessione del Parlarnento, pronunziava le parole: 
Non sono insensibile al grido di dolore che verso noi si leva da 
ogni parte d' Italia ; parole che si seppe erano state dette d'accordo 
con Napoleone. 4 

i. Ed. cit., cap. xxvi, pp. 417-41. 2. La battaglia di Magenta awenne il 
4 giugno, e 1'ingresso di Napoleone in Milano 1*8 giugno 1859. 3. Hiibner: 
vedi la nota i a p. 311. 4. La citazione testuale (presso G. MASSARI, Vita 



374 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Ne giunse la notizia a Milano la sera del giorno stesso in cui 
erano state pronunziate. Ero al teatro della Scala; a un tratto si 
vide un parlarsi Tun 1'altro, con ansieta, con commozione, come di 
persone che si comunicano una grande notizia, parve scorresse in 
tutti un fremito ; e una sorpresa insolita si osserv6 anche nei palchi 
delle autorita e dei generali austriaci. 

Queirelettricita, per cosi dire, ch'era nell'aria, che era in tutti, 
doveva, poche sere dopo, scoppiare rumorosamente in quella sala 
stessa del teatro. 

Si rappresentava la Norma, e appena i sacerdoti druidici intona- 
rono il coro possente del guerra, guerra , tutto il pubblico scatto 
in piedi : dai palchetti le signore sventolavano i fazzoletti, e tutti a 
una voce, anzi con un urlo formidabile, si grido guerra! guerra ! 
II coro fu fatto ripetere piu volte tra un entusiasmo frenetico. 

Gli ufficiali della guarnigione, che, come di solito, occupavano le 
due prime file della platea a loro riservate, non capirono sulle prime 
la ragione di quel chiasso. Esterrefatti, guardavano, quasi interro- 
gando, nei due palchetti riuniti di prima fila, ove stava il generale 
Giulay, 1 con parecchi ufSciali superiori. 

Questi capirono ben presto di che cosa si trattasse e si misero ad 
applaudire essi pure il guerra guerra >\ Anzi Giulay stesso ne diede 
il segnale, battendo replicatamente la sciabola sul pavimento. Chi 
gli avrebbe detto quella sera che la guerra sarebbe proprio scop- 
piata, e che cinque mesi dopo egli vi avrebbe perduta a Magenta 
una grande battaglia! 

II segnale dato da Giulay fu subito seguito da tutti gli ufficiali 
che si rizzarono in piedi, e fissando il pubblico, applaudirono 
fragorosamente. 

Si pensi che baccano! Da una parte si gridava entusiasticamente 
viva la guerra! , si sventolavano i fazzoletti, e si chiedevano nuove 
ripetizioni del coro; dalPaltra si battevano, con grande strepito e 
in modo parimente provocante, le sciabole in terra. 

II teatro fu attorniato dalla truppa chiamata in fretta, e Giulay 
usci circondato dallo stato maggiore e da ufficiali, quasi accorsi in 
sua difesa. 

II baccano quella sera duro lungamente; era la esplosione d'una 

di Vittorio Emanuele, Milano, Treves, 1878, 1, p. 367) reca: Non siamo in- 
sensibili al grido di dolore che da tante parti d' Italia si leva verso di noi . 
i. II generale Giulay ebbe il comando degli Austriaci nella guerra del '59. 



RICORDI DI GIOVENTfr 375 

aspirazione repressa, di veder spuntare il giorno desiderate, il giorno 
della guerra. Le parole di Vittorio Emanuele avevano messo il 
fuoco alle polveri. 

Intanto si andavano disponendo i mezzi, seriamente e in grande, 
per mandare quanti piu giovani si poteva ad arruolarsi in Piemonte. 
Le citta e le borgate di Lombardia dovevano awiare questi giovani 
a Milano, e da Milano, per varie strade prestabilite, sarebbero stati 
poi diretti ai confini del Ticino, della Svizzera e del Po. Lungo tali 
strade ci sarebbero stati dei punti indicati, ove chi arrivava avrebbe 
trovato carrozze, alloggio airoccorrenza, e guide per proseguire il 
cammino in modo rapido e sicuro. Tutto cio era pagato da una 
Cassa centrale in Milano. Chi partiva riceveva degli scontrini 
ch'erano carte da gioco tagliate, o bastoncini che combaciavano, 
noti a chi li doveva raccogliere ai punti di ritrovo. 

Con questi contrassegni, se occorrevano, o accompagnati da soc- 
corsi in denaro quand'era opportune, i giovani che partirono giun- 
sero presso che tutti in Piemonte rapidamente e senza contrattempi. 
In tre mesi ve ne giunsero circa dieci mila. 

Alle spese prowedeva una cassa secreta fatta con contribution! 
fiduciarie. La cassa e gli scontrini erano affidati ad un gruppo di 
cittadini che se li passavano Fun Faltro, tenendoli pochi giorni, 
poiche era un deposito pericoloso. E infatti presso chi Taveva c'era 
subito un andirivieni di giovani che doveva destare i sospetti della 
Polizia, e che procur6 spesse visite, chiamate e perquisizioni. 

Non tutti i diecimila certamente andarono in Piemonte coi mezzi 
e coi soccorsi della cassa secreta, poiche chi lo poteva andava a pro- 
prie spese, ma ce n'andarono moltissimi. In tutto ci6 ebbe una gran 
parte quella cospirazione generale, spontanea, di tutti, che s'era 
veduta nel quarantotto; e, come allora, le classi elevate contribui- 
rono con una grande generosita, tanto piii notevole questa volta 
perche secreta. 

II pensiero d'andare in Piemonte ad arruolarsi comincio presto 
a farsi strada tra i giovani e tra gli antichi volontari del '48. 

Gia nei primi giorni del gennaio, nei ritrovi, nei caffe, tra gli 
studenti, si susurrava: ccQuando si va? 

Una sera mi trovavo in casa del marchese Luigi Crivelli, e si 
parlava appunto delle speranze ch* erano sulle bocche di tutti, e del 
progetto di passare in Piemonte per arruolarsi. Quando si in- 
cominciera? domandavano alcuni. E se si andasse subito? 



3?6 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

salt6 su Giulio Venino, che allora era studente di matematica, e 
che poi divento capitano d'artiglieria. Se io, per esempio, partissi 
tra un paio di giorni, farei bene ? 

Tutti lo applaudirono, e pochi giorni dopo seppi ch'era partito, 
e che s'era arruolato a Torino come soldato semplice nelPartiglieria. 

Ho voluto ricordare il suo nome, perche in quei giorni il nobile 
esempio del Venino trov6 un'eco simpatica e vivissima tra i gio- 
vani milanesi. 

Un giorno, il padre di Gaetano Negri, 1 ch'era un vecchio amico 
di casa nostra, venne a confidare a mia madre che il suo unico figlio 
maschio Gaetano, giovane di vent'anni, partiva per arruolarsi. Ave- 
va le lacrime agli occhi, ma nel tempo stesso era superbo della 
decisione di suo figlio. Gaetano Negri, dopo un anno era sotto- 
tenente di fanteria, e aveva gia guadagnato una prima medaglia al 
valor militare. 

Questi esempi furono presto seguiti da molti, e ormai ogni giorno 
s'udivano ripetere i nomi di giovani appartenenti alle piu alte fa- 
miglie milanesi che si erano furtivamente recati in Piemonte per 
arruolarsi. L'esempio, cominciato dall'alto, si diffuse in ogni classe; 
prima che finisse il febbraio si contavano gia a migliaia gli arruolati. 
I pochi che, potendolo, non partivano, non si lasciavano vedere. 
Tra gli arruolati si annoveravano anche i piu bei nomi delle pro- 
vincie lombarde e delle venete. Nessuno resisteva a quelPentusia- 
smo generale che chiamava la gioventu ad espatriare per arruolarsi 
e ad esporsi alle piu gravi sventure, se gli awenimenti fossero fi- 
niti male. 

Questa grande dimostrazione patriottica merita veramente d'es- 
sere ricordata come uno dei fatti piu seri, piu generosi che conti 
la storia del nostro risorgimento. Le autorita austriache, civili e 
militari, solite a burlarsi delle nostre dimostrazioni, questa volta 
rimasero stupite; e pur fremendo ammiravano un tal fatto cosi 
nuovo, e che non giungevano a frenare. 

Ciascuno di noi, di quel gruppo di giovani, voglio dire, che vi- 
veva in continua dimestichezza, aveva fatto i propri preparativi per 
passare in Piemonte, ma se ne voleva differire Pesecuzione per poter 

i. Gaetano Negri (1838-1902) combatte nella guerra del '59, partecipo dopo 
il '60 alia campagna contro il brigantaggio nell* Italia meridionale. Lettera- 
to, saggista e sindaco di Milano. Deputato nella seconda legislature, fu se- 
natore dal 1891. 



RICORDI DI GIOVENTfr 377 

intanto accrescere la cassa, e sorvegliare i contrassegni di fronte a 
qualche improwiso contrattempo, o a qualche scoperta della Po- 
lizla. 

Eran questi di solito gli argomenti del nostri discorsi in quei 
giorni in casa Dandolo, seduti presso la poltrona su cui giaceva il 
povero Emilio, affranto dalla tisi che faceva rapidamente i suoi ul- 
timi progress!. Egli era affettuosamente assistito dalla madre Er- 
mellina, 1 dal padre, dal barnabita padre Piantoni, dagli amici, e 
tra questi, soprattutto, dal medico Scipione Signoroni, suo antico 
compagno d'armi nel battaglione Manara, e gia attaccato lui pure 
dalla tisi che doveva spegnerlo, sul fiore dell'eta, pochi anni dopo. 2 

Emilio Dandolo non s'illudeva da parecchio tempo sulla gravita 
del suo male, e nei discorsi di quei giorni le nostre liete speranze 
facevano un penoso contrasto colla inesorabile fatalita che spegneva 
1'amico. Dandolo nondimeno si lusingava di poter vivere ancora al- 
cuni mesi; non sperava di poter rivestire la sua antica divisa di 
ufficiale dei bersaglieri, ma Cavour gli aveva assicurato un posto 
nello Stato Maggiore. I suoi pensieri erano tutti rivolti alia guerra 
e si aggiravano sempre intorno alia speranza di morire su un campo 
di battaglia. Ma il male inesorabile doveva ben presto dissipargli 
crudelmente anche questo ultimo sogno. 

In uno di quegli ultimi discorsi intimi egli mi confidava alle volte 
alcune informazioni che gli giungevano, e ch'egli trasmetteva a Ca 
vour, sulle forze e sui movimenti delle truppe austriache. Fin dal- 
Pautunno erano secretamente venuti in Lombardia due capitani 
piemontesi di Stato Maggiore, Incisa e Govone. 3 II capitano Al 
berto Incisa della Rocchetta, nominate innanzi, e che divenne poi 
generale come il suo collega Govone, aveva a Milano parenti ed 

i. Ermellina Maselli era la matrigna di Emilio. II padre, Tullio, perduta 
(1835) la prima moglie, Giulietta Bargnani, aveva sposato Ermellina nel 
1844; ed essa fu affezionatissima ai figliastri. 2. Tra gli amici intimi che 
avevano in passato fatte liete le serate di casa Dandolo, e che ora circonda- 
vano il povero amico che si spegneva, rammento, oltre al dottor Signoroni, 
i fratelli Mancini, i Carcano e i Caccianino, Pingegnere Pirovano, Alfredo 
Ulrich, Costantino Garavaglia, il conte Ignazio Lana, Ignazio Crivelli, 
il marchese e la marchesa Crivelli, il pittore Chialiva, le famiglie Piola e 
Fontana (nota del Visconti Venosta). 3. Alberto Incisa della Rocchetta 
(1824-1888) aveva lasciato Milano nel 1848 ed era entrato nelPesercito 
piemontese: aveva percio conoscenze e legami notevoli nella Lombardia; 
Giuseppe Govone (1825-1872) aveva gia partecipato alle guerre del '48- 
49 e di Crimea. Nella guerra del '59 e poi nel '66 prest6 altri servizi. Nel 
1869 fu ministro della guerra. 



378 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

amici, oltre il Dandolo, che I'aiutarono nella sua pericolosa mis- 
sione: tra quest! Lodovico Trotti, Carlo d'Adda, Cesare Giulini, 
Carlo Ermes Visconti. 

Piu tardi Cesare Giulini, con quei due ufficiali, compiva una 
missione ancora piu ardita. Conoscendo strade e paesi tra Milano, 
il Ticino e il Novarese, per averci dei possessi, quando, dopo la 
dichiarazione della guerra, le truppe austriache entrarono in Pie 
monte, essi ne seguirono a poca distanza le mosse, e via via ne 
facevano giungere le informazioni al Lamarmora. 

La mattina del 20 febbraio Emilio Dandolo tranquillamente spi- 
rava nelle braccia del padre e della madre, circondato da alcuni 
amici. 

La notizia corse rapida per la citta, e corse anche la parola d'or- 
dine che tutti dovessero accorrere a rendere gli estremi onori al gio- 
vane e valoroso patriotta. Intanto la famiglia e gli amici vegliavano 
il cadavere, e prendevano gli accordi per la giornata dei funerali. 
Si voleva che sulla tomba parlasse mio fratello Emilio, ma in quella 
mattina egli doveva essere padrino d'un duello di Gerolamo Fadini 
con un ufficiale austriaco ; cosi egli cedette il mesto incarico al conte 
Gaetano Bargnani, 1 parente dei Dandolo, il quale in poche ore 
prepare un caloroso e coraggioso discorso. Carmelita Manara ed 
Ermellina Dandolo deposero il cadavere nella bara: Carmelita gli 
mise sul petto la coccarda tricolore, che suo marito Luciano aveva 
portata durante le campagne; Ermellina vi colloc6 una ghirlanda 
di fiori dai tre colori. 

Ma non contenta di cio, la contessa Ermellina incaricava uno 
degli amici, Ignazio Crivelli, di procurargli delle camelie bianche 
e rosse per intrecciarle con foglie verdi e fame una corona, ch'essa 
pensava di far collocare sul feretro nel momento del trasporto. E, 
fissa in questo pensiero, faceva conficcare nel coperchio del cofano 

i. Gaetano Bargnani (nato nel 1810), di Brescia. Organizzatore mazziniano, 
fu costretto a esulare in Svizzera nel 1833; nell'anno successive partecip6 
alia spedizione di Savoia, fallita la quale si trasferi in Francia. Da Parigi fu 
successivamente allontanato e cosl da Bruxelles, per le sue manifestazioni 
politiche: riparo in Inghilterra nel 1840. L'amnistia generate, concessa dal- 
Pimperatore Ferdinando, gli permise di tornare in Italia. Nel marzo 1848, 
uscito da Milano travestito, sollevo con i suoi discorsi Bergamo e Brescia. 
Esul6 poi in Piemonte; di 11 corse a Roma, dove era riuscito a trasferire il 
battaglione Manara. Caduta la repubblica, torn6 in Piemonte. Una nuova 
amnistia lo aveva riportato a Milano da poco, sempre attivo propagandista: 
finche le parole dette al funerale di Emilio Dandolo non lo costrinsero a 
nuovo esilio in Piemonte. 



RICORDI DI GIOVENTtl 379 

dei chiodi sporgenti per assicurare la sua corona. Ma qui stava il 
difficile, perche la Polizia Pavrebbe sequestrata al suo primo appa- 
rire. Penso dunque, d'accordo cogli amici, di far collocare la corona 
sul feretro solo quando il corteo sarebbe uscito dalla chiesa, dopo 
le esequie. Cosi tutti 1'avrebbero veduta, e alia Polizia sarebbe 
riuscito piu difficile sequestrarla. 

II trasporto funebre fit fatto la mattina del 22, e il feretro fu 
portato alia chiesa di San Babila dalla casa Crivelli, posta sul corso 
di Porta Orientate, ove, come gia dissi, abitavano i Dandolo. 

Durante le esequie, la folia, che presto non pote piu trovar posto 
nella chiesa, ando rapidamente agglomerandosi sulla piazza, oc- 
cupando a mano a mano fin le strade vicine e una parte del corso. 
Era una folia serrata, silenziosa, imponente. La Polizia se ne al- 
larmo, e non potendo disperderla, mando Tordine alia chiesa di 
sospendere il trasporto del feretro al cimitero. Appena si seppe 
quest 5 ordine, si sollevo nella chiesa un vivo rumore di impazienza e 
di protesta che decise alcuni amici di casa Dandolo, tra i quali Co- 
stantino Garavaglia e Lodovico Mancini, 1 a recarsi subito nella sa- 
crestia, dove c'era un Commissario di Polizia, per persuaderlo a la- 
sciar compiere il trasporto. Dopo un lungo e inutile battibecco, il 
conte Tullio Dandolo 2 e la duchessa Giovanna Visconti di Modro- 
ne andarono dal luogotenente Burger per persuaderlo come, nel- 
Tinteresse stesso dell'ordine pubblico, fosse miglior partito lasciar 
compiere il trasporto. II Burger, fatte molte raccomandazioni, ac- 
consenti. 

II feretro, portato a spalla, si mosse, e la folia che era in chiesa 
si precipito fuori dalle porte laterali. Alia porta centrale stava il 
gruppo degli amici di Emilio Dandolo, in mezzo ai quali c'era il 
portinaio di casa Crivelli, un ometto, patriotta anche lui, che teneva 
nascosta sotto un ampio mantello la corona. Mentre il convoglio 
stava per uscire dalla chiesa, Lodovico Mancini, giovane alto della 
persona, prese la corona e rapidamente la colloco, non veduto, sul 
feretro assicurandola ai chiodetti. 

i. Costantino Garavaglia: banchiere milanese, che nel 1860 consegn6 al 
D'Azeglio, allora governatore di Milano, una ingente somma, richiesta 
dal Cavour e che sembra certo servisse per la spedizione dei Mille. Un 
documento in proposito si trova in questi Ricordi di gioventu, alle pp. 585- 
7 deU'edizione da noi seguita. II Garavaglia, non essendo riuscito a fuggire, 
fu tra gli arrestati dopo il funerale di Emilio Dandolo; Lodovico Mancini: 
vedi la nota i a p. 355. 2. Tullio Dandolo: il padre di Emilio Dandolo: 
vedi la nota i a p. 377. 



380 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Appena comparve dinanzi all'immensa folia quel feretro, su cui 
stava la bella corona tricolore, ci fu un fremito in tutti e si Iev6 un 
urlo infinite, frenetico, spaventoso, che si ripercosse a lungo e lon- 
tano tra quelle migliaia di persone accorse a dar Pultimo saluto al 
valoroso patriotta precocemente morto. 

In mezzo a quella folia stipata non fu facile formare il corteo ; al- 
lora i feretri non venivano collocati sulle carrozze, ma erano portati 
a spalla. Dodici tra noi, amici intimi del povero Emilio, ci eravamo 
prefissi di adempiere a questo ufficio, dandoci il cambio tratto 
tratto, e tenendoci intorno al feretro. Accanto a noi c'era il padre 
Piantoni, un dotto barnabita, amico dei Dandolo. Dietro, al posto 
d'onore, veniva un drappello di antichi soldati ed ufEciali, avanzi 
del battaglione Manara, alcuni dei quali erano mutilati. 

II commovente drappello accresceva la commozione e il fermento 
della moltitudine di persone che si stipavano intorno. II feretro 
procedeva lentamente, fendendo a stento quella folia agitata, so- 
spinta. Tutti volevano veder la corona tricolore che ad ogni passo 
sollevava grida di entusiasmo ; grida che facevano uno strano con- 
trasto col sentimento di dolore che pur vedevasi in tutti. 

Quel trasporto funebre pareva un trionfo. Era infatti il trionfo 
d'un patriotta, il trionfo di quella concordia cittadina ch'era Pomag- 
gio piu caro allo spirito di lui. 

La ressa era tale che piu volte, essendo io pure tra gli amici che 
s j awicendavano nel portare il feretro, temetti che fossimo rove- 
sciati e calpestati. I gendarmi, le guardie, gli agenti della Polizia, 
erano scomparsi. Non sarebbe stato possibile aifrontare quella folia 
esaltata e risoluta; cosi essa rimase padrona del campo dalla chiesa 
fino al cimitero, detto di San Gregorio, ora soppresso, e ch'era 
fuori la Porta Orientale. 

II feretro e la folia, giunti alia dolorosa meta, trovarono il cimi 
tero occupato e circondato dalla truppa. II feretro e parte di quelli 
che lo seguivano poterono entrarci, ma i piu furono respinti. La 
cassa fu sepolta prowisoriamente in una fossa comune, e su di essa 
pronunciarono parole patriottiche e coraggiose il conte Bargnani, 
come era stato stabilito, e Antonio Allievi. 1 

i.Antonio Allievi (1824-1896) fu tra i fondatori, con Carlo Tenca, del 
cc Crepuscolo , e successivamente della Perseveranza . In seguito alle pa 
role da lui dette sul feretro di Ernilio Dandolo, fu costretto a fuggire in Pie- 
monte. A Torino fu addetto al gabinetto di Cavour: fu poi deputato, se- 
natore, presidente delle Ferrovie meridionali. 



RICORDI DI GIOVENTIJ 381 

II giorno dopo il conte Tullio ottenne di far trasportare la salma 
del figlio nella sua villa di Adro, in provincia di Brescia e fu disse- 
polta secretamente, alia presenza di agenti di Polizia. Vi accorse la 
contessa Ermellina, che pote, non veduta, ritrovare la corona, na- 
sconderla sotto il mantello, e riportarla a casa. 

Nei giorni seguenti il conte Tullio era chiamato a Torino per 
assistere a un ufficio funebre che, per iniziativa di Cavour, veniva 
celebrato in sufFragio del figlio. Tra i promotori di quelle onoranze 
si leggevano, accanto al nome di Cavour, quello di Lamarmora, 
Azeglio, Durando, Lanza, Sella ed altri. 

Era da aspettarsi che il Governo noa avrebbe tardato a far pa- 
gare a qualcuno quella grande dimostrazione, contro la quale era 
stato impotente, e ch'era parsa quasi uaa sollevazione. 

Infatti, nella giornata seguente a quella del funerale, alcune faccie 
poliziesche si presentarono in casa Bargnani a chiedere del conte. 
Avvisatone, egli si reco subito da mio fratello Emilio, che gli diede 
una lettera per un signore di Pavia, 1'aw. Caravaggio, 1 divenuto 
poi prefetto e senatore, e che allora si adoperava a far passare il 
confine ai compromessi e ai volontari. II Bargnani, prima di partire, 
ritorno a casa sua per pochi mornenti, e n'era appena uscito di 
nuovo che capitarono gli agenti della Polizia. Dopo averlo cercato 
invano, fecero nella casa una minuta perquisizione; e frugando fin 
nelle tasche dei vestiti di lui, nel vestito che aveva mutato poco 
prima trovarono la lettera di mio fratello, che nella fretta egli vi 
aveva dimenticato. 

La contessa Bargnani, ch'era stata presente alia perquisizione, 
appena usciti i poliziotti, corse a casa nostra per awisare Emilio 
che la sua lettera era stata trovata e sequestrata. Emilio ne awis6 
1'Allievi, pensando che la Polizia avesse voluto arrestare il Bargnani 
in causa dei discorsi pronunciati al cimitero ; e lo esorto a partire. 
L'Allievi infatti parti. 

Alia mia volta esortai molto mio fratello perche partisse egli pure, 
parendorni che dopo il sequestro della sua lettera 1'aria di Milano 
non facesse piu per lui; ma Emilio, che fu sempre ritroso a pren- 
dere delle precauzioni per se, prefer! differire. 

La sera del giorno seguente, ch'era il 24 febbraio, dopo la rap- 
presentazione del teatro della Scala, ci trovavamo io e Emilio in 

i.Evandro Caravaggio (1836-1913) era allora studente di giurisprudenza 
alTUniversita di Pavia. Fu nominate senatore nel 1901. 



382 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

tin crocchio di amici al caffe Cova. Emilio racconto 1'awentura 
della lettera, poi disse che poco prima s'era incontrato, in un cor- 
ridoio del teatro, col Direttore di Polizia, il quale lo aveva fissato 
in un certo modo che pareva volesse dire: Ah, sei ancora a Mi- 
lano ? Ci rivedremo tra poco ! 

Gli amici esortarono Emilio, e anche me, a pigliare il largo, al- 
meno a non rincasare quella sera, offrendoci Tospitalita in casa loro. 
Pregato vivamente anche da me, Emilio si persuase a seguire un 
amico che voile condurlo in casa sua. Emilio voleva che ci andassi 
anch'io, ma un impegno me lo impediva. Sapevo che la mattina 
seguente, di buon'ora, dovevano venire alcuni giovani bresciani 
indirizzatici da Giuseppe Zanardelli, 1 per avere gli scontrini neces- 
sari per passare il confine. Di piu dovevo consegnare la Cassa se- 
creta, che tenevo in quei giorni, alPamico Carlo Cagnola 2 che mi 
succedeva nelFincarico. 

Rincasai ma non andai a letto subito. Avevo il presentimento, 
naturale del resto, che potesse capitare anche in casa nostra una 
visita della Polizia da un momento all'altro, forse quella stessa notte. 
Diedi un'occhiata alia scrivania di Emilio e alia mia, e bruciai alcune 
carte. Nel frattempo, sempre seguendo i presentimenti, mi venne 
un pensiero che doveva tornarmi molto utile, e cioe di chiudere 
la camera di Emilio, e di nasconderne la chiave. Poi andai a letto. 

Un po' prima delPalba fui svegliato di soprassalto da un rumore 
di passi nella stanza vicina, ed ecco spalancarsi la porta ed entrare 
il mio servitore, che teneva un lume con mano tremante, ed era 
seguito da alcune persone. Queste circondarono subito il mio letto ; 
spalancai gli occhi e vidi due Commissari e quattro guardie di Po 
lizia. Uno dei Commissari mi disse che mi dovevano fare una per- 
quisizione, e che mi alzassi. 

Mentre frugavano tra le mie carte e tra i miei libri, in ogni angolo 
della camera, e persino nelle tasche degli abiti, mi vestii, apersi le 
finestre e diedi un'occhiata in istrada. Giu, presso il portone, c'eran 

1. Giuseppe Zanardelli (1826-1903), partecipo, giovanissimo, agli eventi del 
'48-49, distinguendosi nelle dieci giornate di Brescia. Deputato dal 1860, 
fu ministro dei lavori pubblici col Depretis (14 marzo 1876 - 14 novem- 
bre 1877), degli interni col Cairoli, nel 1878, e poi a lungo ministro di 
grazia e giustizia: a lui si deve la preparazione del nuovo codice penale 
(1890). Fu poi presidente del Consiglio (15 febbraio 1901-29 ottobre 1903). 

2. Carlo Cagnola (1828-1895) apparteneva anch'egli al gruppo di patriotti 
milanesi che faceva capo a Emilio Dandolo. Dopo la liberazione fu depu- 
tato per varie legislature e, successivamente (1876), senatore. 



RICORDI DI GIOVENTfr 383 

due guardie e una carrozza. La carrozza voleva dire, a quei tempi, 
che si trattava delParresto, 

Uno del Commissari mi domando se eravamo due fratelli. Gli 
risposi ch' eravamo tre. Mi parve che questa risposta lo imbaraz- 
zasse, perche si mise a confabular piano coiraltro ; poi mi disse di 
condurlo nella camera del fratello maggiore. 

Quando si trovarono dinanzi a un uscio chiuso e senza cliiave, i 
miei personaggi montarono in furore. Mi fecero un monte di do- 
mande alle quali risposi che non sapevo nulla, e alia fine ingiunsero 
al mio servitore di chiamare un fabbro. II servitore ando, si fece 
aspettare un pezzo, poi ritorno dicendo che le botteghe eran chiuse, 
e che di fabbri non ce n'era. Nuovi furori dei Commissari, che 
finirono colPordinare alle guardie di abbattere Puscio. 

Come mai ? esclamarono vedendo un letto ancor fatto 
Ma . . . suo fratello ieri sera era in teatro! 

E ne siamo usciti insieme risposi. Poi io venni difilato a 
casa, ed egli ando al caffe. 

II non aver trovato Emilio, e Paver sentito che eravamo tre fra 
telli, due fatti non preveduti, fecero confabulare di nuovo i miei 
Commissari. Poi, uno se ne ando per chiedere, evidentemente, nuo- 
ve istruzioni, e dicendo infatti che sarebbe tornato tra poco; Paltro 
principio a fare la sua perquisizione nella camera di Emilio. Intanto 

10 m'ero messo a chiacchierare colle guardie, dando loro dei sigari, 
passeggiando per le stanze attigue e meditando il mio piano. 

A un tratto sento il campanello delPuscio che metteva sul piane- 
rottolo. Mi viene un sospetto, e accompagnato da una guardia corro 
ad aprire. Vedo tre giovani, capisco ch'erano i tre bresciani mandati 
da Zanardelli. Ricordo ancora quelle tre facce che, sbalordite per 
aver vedute le guardie in strada, ora si trovavano dinanzi a un altro 
poliziotto: devono aver creduto in quel momento d'esser caduti in 
trappola. Dissi piano, ammiccando loro : A piu tardi e loro giu 
in fretta per le scale. 

Seppi poi, molto tempo dopo, che li accolse mio fratello Enrico, 

11 quale sapeva dove tenevo nascosti gli scontrini e la Cassa, e che 
penso lui a tutto. 

AlPappartamento che occupavamo allora, si accedeva anche da 
una scaletta di servizio, e nella casa c'eran due corti, una che met 
teva nella via Cerva e Paltra nella via Monforte. La Polizia era ve- 
nuta da via Cerva. Ora, mentre passeggiavo per le stanze, e scam- 



384 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

biavo colla massima indifferenza alcune chiacchiere colle guardie, 
mi decisi pel mio piano, ch'era di svignarmela prima che arrivasse 
il secondo Commissar io. E, detto fatto, approfittando d'un istante 
di distrazione delle guardie, passai di soppiatto da un uscio a muro 
in una stanza attigua, presi la scaletta, scesi in fretta nella seconda 
corte, apersi lo sportello del portone di cui poco prima avevo preso 
la chiave, e in un attimo fui in via Monforte. 

Albeggiava; le strade erano ancora deserte, e io potei principiare 
la mia ritirata con una certa velocita, senza destar sospetti, perche 
non incontrai anima viva. 

E ora dove vado ? Fu questo il mio primo pensiero, dopo aver 
fatto un paio di strade, mentre rallentavo il passo per riavere il 
fiato. Dove vado ? 

Andr6, pensai, in casa di qualche arnico dove potr6 prowedere 
ai casi miei. Mi diressi, di buon passo s'intende, verso la casa 
delPamico Costantino Garavaglia; e giuntovi, trovai sul portone 
il portinaio smorto, allibito. Mi conosceva, e fattosi vicino mi disse 
piano: II signor Garavaglia e stato arrestato, 1'hanno condotto 
via mezz'ora fa. 

Mi diressi allora verso casa Carcano, e fu la stessa scena. Quelli 
della Polizia son venuti a prendere don Costanzo questa notte ; 
mi disse tremando il portinaio ha ben cercato lui di svignarsela, 
ma 1'hanno ripreso. 

E ora dove vado ? dissi ancora tra me. Faccio pochi passi, ed ecco 
il servitore di casa Dandolo che mi disse d'essere in giro per ordine 
della contessa, per awisare i Carcano, me ed altri, che nella notte la 
Polizia era andata in casa Dandolo a fare una perquisizione, arre- 
stando poi il moro Latif. 

Lath era un giovane negro, che Emilio Dandolo aveva condotto 
con se dal suo viaggio in Egitto. La Polizia lo aveva arrestato spe- 
rando di sapere da lui come fosse awenuta, in casa Dandolo, la 
cospirazione del funerale, e quali fossero i cospiratori. Ma il povero 
moretto, come vedremo piu innanzi, rimase in prigione qualche 
tempo quasi senza aprir bocca, rispondendo a monosillabi : sapeva 
qualche parola di milanese, e ad ogni domanda rispondeva: Mi 
soo nient. 

II poveretto mori poco tempo dopo, etico anche lui come il suo 
padrone, a cui era grandemente affezionato. 

Al servitore di casa Dandolo diedi quelle poche notizie che ho 



RICORDI DI GIOVENTU 385 

qui riferite; lo incaricai di salutare la contessa, e di dirle che speravo 
di non lasciarmi acchiappare. 

Mi venne intanto il pensiero di andare, per strade un po' fuor 
di mano, dalla contessa Maffei, sicuro che vi avrei trovato tutti 
quegli aiuti che mi potevano occorrere. Piu tardi seppi che in quella 
notte la Polizia aveva fatti altri arresti, ed altri ne ordino poi tra le 
persone che credeva complici nella dimostrazione pel Dandolo. 
Tra questi c'erano il marchese Luigi e la marchesa Carolina Cri- 
velli, e il marchese Lodovico Trotti, che fuggirono in Piemonte. 

La contessa Maffei, che feci svegliare dalla cameriera, mi rice- 
vette subito, immaginandosi che ci fosse qualche cosa d'importante 
se venivo a quell'ora. In poche parole le raccontai 1'accaduto, ed 
essa penso di far chiamare subito il Tenca. 

Mentre la contessa si vestiva, e il servitore andava a chiamare il 
Tenca, mi ricordai ch'ero uscito di casa senza un soldo in tasca, 
circostanza sfavorevole per chi si prepara a una fuga. La contessa, 
li per li, non ne aveva molti. A pochi passi, cioe alia Croce Rossa, 
abitava donna Laura Scaccabarozzi d'Adda, che avrebbe potuto 
supplire, e in due salti fui da lei. Mi ricevette, e mi diede quanto 
mi poteva largamente abbisognare, poi si assunse di far awisare 
Emilio, e di andare da mia madre per dirle quanto era awenuto, 
appena mi sapesse fuori della citta. Ritornato dalla contessa vi trovai 
il Tenca, il quale ando a chiamare un comune amico, Tingegnere 
Achille Villa, che aveva cavalli e carrozze. 

In meno di mezz'ora il Villa fu alia porta di casa Maffei con un 
legnetto e un buon cavallo. Partii con lui, di gran trotto, e uscimmo 
da Porta Nuova senza che le guardie si occupassero di noi, in 
mezzo airandirivieni dei carri e delle carrette che a quell'ora en- 
trano in citta. Strada facendo il Villa mi disse che m'avrebbe con- 
dotto in una cascina, a due miglia dalla citta, ove abitava un tale, di 
cui non rammento piu il nome; mi diede il suo biglietto da visita, 
con cui dovevo presentarmi, e quel tale si sarebbe incaricato di 
mandarmi al di la del Ticino. 

Si giunse alia cascina, ci salutiamo, e in un attimo il legnetto e 
1'ingegnere scomparvero. 

Eccomi dunque solo, nella vasta corte d'un cascinale, dinanzi a 
un cane che abbaiava, e a un branco di oche che scappavano. 
Ma poco dopo mi venne incontro anche un uomo, un cavallaro. 

C'e il signor . . . gli domandai subito. 

25 



386 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

II signer . . . ? mio padrone non c'e. andato ieri a Milano, e 
per alcuni giorni non tornera. 

Cio detto il mio cavallaro mi volto le spalle e se ne ando in una 
stalla. 

Si incomincia male, pensai tra me. E ora che cosa si fa? ... 
Dar6 una buona mancia al cavallaro e lo mandero a Milano con un 
biglietto per Fingegnere Villa raccontandogli il mio contrattempo. 

II cavallaro mi fisso con una cert'aria scrutatrice, poi mi disse 
sottovoce: Lei sarebbe per caso uno di quei giovanotti che vanno 
via ... che vanno per di la? e fece un gesto nella direzione d'oc- 
cidente, ossia verso il Ticino. 

Precisamente risposi. 

Allora, quand'e cosi, aspetti un momento ; attacco un legnetto, 
e si parte subito. Eh, ne ho condotti in questi giorni, de* giovanotti 
che vanno ad arruolarsi! 

Vedo che siete un brav'uomo. 

Poco dopo ero nel legnetto, che s'awio per strade comunali, e 
fuor di mano, evitando le strade principali ch'erano per corse da 
pattuglie. II cavallaro-cocchiere mi disse che m'avrebbe condotto a 
un paesello, di cui non ricordo il nome, ove avrei trovato un altro 
legnetto per proseguire. 

Cosi viaggiai fin quasi a sera, mutando tre volte il vetturale, il 
legno e il cavallo, somministratimi da persone che non conoscevo, 
senza spiegazioni, come cosa intesa, e andando sempre per stradette 
tortuose e fuor di mano. Che brava gente! 

Suirimbrunire, Tultimo dei miei vetturali prese a dirmi: Vede 
quel paese ? Lonato Pozzuolo. la che lo conduce, e ci siamo. 
Poi interrompendosi di botto, m'indico poco distanti certe punte 
di elmi che luccicavano - allora i gendarmi avevano gli elmi alia 
prussiana-e mi disse sotto voce: I gendarmi! scenda subito, 
passi la siepe, attraversi in fretta quel campicello . . . vedra in prin- 
cipio del paese una vecchia casa . . . ci entri. Cosi dicendo, volto 
il legnetto; io scesi, attraversai la siepe, e via tutt'e due, uno da 
una parte, uno dalPaltra. 

In pochi minuti giunsi alia vecchia casa, e entrai in un portone. 

Chi e la ? Chi cerca ? mi chiese una vecchia fantesca facen- 
dosi innanzi. 

C'e il padrone di casa? risposi franco come se lo conoscessi. 

Entri per quell'uscio in cucina, e ve lo trovera. 



RICORDI DI GIOVENTtl 387 

Seduto sotto la cappa (Tun gran camino, attizzando colle molle 
le legna, e fumando la pipa, se ne stava un ometto sulla cinquantina, 
che vedendomi mi squadro, si alz6, e mi venne incontro. 

Con chi ho il piacere di parlare ? mi disse con un fare bo- 
nario che ispirava confidenza. 

Con uno gli risposi che viene a domandare ospitalita. 

II mio ospite mi squadro ancora, e diede una occhiata interroga- 
tiva al mio cappello. Bisogna sapere che nel fuggire di casa, quella 
mattina, nella fretta m'ero messo in testa un cappello a tuba. Quel 
cappello aveva piu volte attirato lo sguardo curioso e un poco 
sospettoso dei miei vetturali e di quanti incontravo per le stradette 
di campagna. 

lo sono presi a dire un giovane che vorrebbe andare di 
la ... e feci quel tal gesto colla mano e col braccio. Ma c'e di 
piu; la Polizia questa mattina e venuta per arrestarmi, e son fug- 
gito da Milano. Ora poi, poco fa, una pattuglia di gendarmi po- 
trebbe avermi veduto, mentre attraversavo unasiepe e me la davo 
a gambe . . . 

Ha fatto bene a dirmelo ; vado a chiudere il portone, e allora 
non ci pensi piu, lei e al sicuro. 

Eccomi da lei continue poco dopo, ritornando in cucina, e 
fregandosi le mani. Dunque lei avra le notizie di Milano . . . 

Innanzi tutto le diro chi sono ... e andavo cercando nel 
portafogli un biglietto da visita. 

Non importa, non importa. Volevano arrestarla? Basta cosi. 
Siamo tutti patriotti, e viva Fltalia! 

cosi che si parlava allora. lo non sapevo chi fosse lui, egli non 
sapeva chi fossi io; ma un sentimento reciproco di fiducia, una spe- 
ranza, una fede comune ci legava tutti; bastava che si parlasse lo 
stesso linguaggio, per sentirci amici, fratelli. 

Dunque a Milano grandi novita ? Si park che ci fu un grande fu- 
nerale, che ci fu una grande dimostrazione! Mi dica, mi racconti. 

Eh, sicuro ; ci ho preso qualche parte anch'io, e forse per questo 
mi volevano pigliare. Se desidera delle novita, gliene porto un sacco. 

Benone, benone. Sa che cosa faremo ? Vado a chiamare due 
miei amici, ghiotti anche essi di notizie . . . un ingegnere e un 
prete, due bravi giovanotti a cui piace la compagnia. Lei ci raccon- 
tera le notizie, e passer emo la sera insieme. Ma, a proposito, mi dica 
un po* come stiamo a appetito ? 



388 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

Benissimo, risposi ho pranzato appunto ventiquattr'ore 
fa; poi ho sbocconcellato oggi per strada qualche pezzo di pane . . . 
e basta. 

Peccato che lei sia capitato proprio quando avevo finito di ce- 
nare. Ma guardiamo nella credenza, forse qualcosa ci sara. 

Poco dopo, sulla tavola d'un salottino, accanto alia cucina, il mio 
ospite mi imbandi un mezzo piccione, del salame e del cacio; poi 
usci a chiamare i suoi due amici. Prima che il padrone tornasse, 
la serva aveva collocato sulla tavola quattro bicchieri e sei bottiglie! 
Cio, evidentemente, doveva far parte, oltre i discorsi, del program- 
ma della serata. 

L'ingegnere e il prete, che vennero poco dopo, erano due buoni e 
allegri compagni, che amavano la patria, il vino buono e la com- 
pagnia. 

Se ne fecero delle chiacchiere! Si continue fino a notte inoltrata, 
fmche il vino, la stanchezza, i discorsi, m'ebbero rifinito. Non ne 
potevo piu; finalmente il mio ospite, che per suo conto avrebbe 
continuato a chiacchierare e a bere, mi condusse in una camera 
ove e'er a un gran letto, e datami la buona notte mi raccomand6 di 
non uscire prima che venisse lui a prendermi. 

Quando venne, il sole era gia alto e io dormivo placidamente 
ancora. Egli mi disse d'aver fatto intanto un giretto d'esplorazione 
nei dintorni, e d'aver osservato che il passaggio del Ticino era di- 
venuto ormai quasi impossibile. Le rive del flume erano continua- 
mente percorse da pattuglie di ussari ; i barcaiuoli, minacciati con- 
tinuamente dai gendarmi, non osavano piu muovere le barche; a 
voler passare c'era da prendersi una schioppettata. 

Per 6 lei passera concluse il mio ospite. Ne ho fatti pas 
sare dei giovanotti! . . . e lei, sangue freddo, e faccia franca! 

Poco distante c'era un ufficio di Dogana, con un Commissario di 
Polizia. II mio ospite conosceva il Commissario, gli aveva fatto visita 
poco prima, e gli aveva detto ch'era arrivato Pingegnere capo d'una 
ferrovia progettata, di cui si parlava in quei giorni. Io, dunque, do- 
vevo essere Pingegnere, venuto a visitare le vicinanze della Dogana. 

Eccoci dunque sulla strada che conduce all'ufficio della Dogana, 
ed ecco poco dopo il Commissario, che avendoci veduti mi veniva 
incontro a complimentarmi. In quel momento il mio cappello a 
tuba tornava opportunissimo, come se Io avessi preso apposta per 
la circostanza. 



RICORDI DI GIOVENTtl 389 

Dunque e vero che si sta studiando il prolungamento della 
ferrovia a cavalli di Tornavento ? mi chiese il Commissario. 

Si studia, si studia risposi col fare circospetto di chi non 
vuol entrare in particolari. 

II Commissario amava discorrere, ed era molto ossequioso; io 
serbavo un contegno pieno di dignita. 

Dicevo questa mattina al signor Ernesto, venuto gentilmente 
a salutarmi, prese a dire il Commissario che sarebbe questa 
una bella occasione per me, se potessi impiegare mio figlio nella 
Societa, di cui sento ch'ella e I 5 Ispettore . . . Non avrei osato rac- 
comandarglielo, ma . . . il signor Ernesto Tirinanzi mi ha fatto 
coraggio . . . 

Sentivo in quel momento, per la prima volta, che il mio ospite 
si chiamava il signor Ernesto Tirinanzi. 

Accolsi con benevolenza la raccomandazione del Commissario; 
gli feci alcune interrogazioni sul figlio ; e levato di tasca il portafogli 
presi degli appunti, incoraggiando il mio ossequioso interlocutore 
a mandarmi, col mezzo del signor Tirinanzi, un'istanza regolare e 
documentata. 

Mentre il Commissario si profondeva in ringraziamenti, il signor 
Tirinanzi gli domando se il signor Ispettore, cioe io, avrebbe potuto 
portarsi per una mezz'oretta sulla riva destra del Ticino per certi 
studi che stavo facendo. 

Veramente, rispose il Commissario in questi momenti 
non si potrebbe . . . pero . . . 

Oh, ma io soggiunsi non ho alcuna fretta . . . al caso, piu 
tardi, un'altra volta . . . 

No, signor ingegnere, cioe signor Ispettore, se vuol portarsi 
sulPaltra riva, per darci un'occhiata, e meglio che ci vada subito, 
intanto che non ci sono i soldati. Lasci fare a me, signor ispetto- 
re . . . e chiamo quattro guardie di finanza. 

Poco dopo, colle guardie e col signor Tirinanzi, entrai in una 
barca della finanza; il Commissario si scuso di non poterci accom- 
pagnare, per non abbandonare il posto; e in pochi minuti toccammo 
la sponda piemontese. 

Cosi io potei compiere la mia fuga, attraversando il Ticino sotto 
la scorta delle guardie di finanza. 

Fattici i reciproci complimenti per aver bene rappresentata la 
nostra commedia, dissi al signor Tirinanzi : Io sono al sicuro, ma 



390 GIOVANNI VISCONTI VENOSTA 

lei deve tornare a casa . . . come Paccomodera col Commissario ? 

II Commissario capira che 1'ho canzonato, ma gli converra di 
tacere. Ora, lei dovra andare a Oleggio, poi a Novara, ove prendera 
la strada ferrata per Torino. Bisognera per6 che fino a Oleggio 
Faccompagni io, diversamente traverso le boscaglie c'e da perdere 
la strada. 

Si and6 insieme a piedi a Oleggio, poi da Novara mandai subito 
un telegramma a Milano per tranquillare mia madre e mio fratello 
Enrico. 

A Oleggio salutai, abbracciandolo, il signor Tirinanzi, e cercai 
alia meglio di esprimergli tutta la mia riconoscenza. Ci scrivemmo 
di tanto in tanto per parecchi anni, e ci vedemmo pure qualche 
volta. Di lui rammentero sempre la cordialita con cui mi ospit6, e 
il sentimento patriottico con cui protesse me, che gli ero scono- 
sciuto, come se fossi un suo figlio. 

Da Novara 1 a Torino mi trovai in vagone con parecchi giovani, 
che avevano da poco passata la frontiera, e che tutti narravano le 
loro peripezie di quella mattina, o del giorno innanzi. Cantavano 
come coscritti, e il dagliela avanti un passo era il ritornello co- 
mune. 

Tra quei giovani c'era un bergamasco, il Caroli, 3 allegro e chias- 
soso piu di tutti. Povero giovane! chi gli avrebbe allora predette le 
terribili vicende a cui era destinato! Dopo la campagna, implicato 
in una questione delicata con Garibaldi e percio mal veduto dai ga- 
ribaldini, and6 in Polonia col Nullo ; 3 prese parte all'insurrezione, 
fu fatto prigioniero, e condannato alia fucilazione. II nostro am- 

i. Ed. cit., dal cap. xxvn, pp. 443-4. 2. Luigi Caroli, di Bergamo, dopo 
aver partecipato alia guerra del 1859, come volontario, si invaghi della 
marchesina Raimondi, che doveva sposare Garibaldi. Questo suo idillio 
gli suscit6 contro molte inimicizie, che invano egli cerc6 di vincere, sia 
combattendo al seguito di Garibaldi nel 1860 e poi ad Aspromonte, sia 
ponendo le sue grandi ricchezze al servizio della causa nazionale. Segui 
Nullo (vedi la nota 3) in aiuto dei Polacchi insorti: mortogli accanto 
Nullo, e fatto prigioniero dai cosacchi, fu dapprima condannato a mor- 
te, poi deportato in Siberia, nella prigione di Kadaja, insieme con due 
compagni italiani: e ivi mori (8 giugno 1864) e fu sepolto. Di lui e delle 
sue vicende, scrisse belle pagine G. C. ABBA, in Ritratti e profili, Torino, 
S.T.E.N., 1912, pp. 175-87. 3. Francesco Nullo, di Bergamo (1826-1863), 
prese parte alia rivoluzione delle Cinque giornate, alia spedizione dei 
Mille, a quella di Aspromonte con Garibaldi. Chiamato come generate 
nella Polonia, che combatteva per la sua liberta, mori combattendo a 
Krjykavoka. 



RICORDI DI GIOVENTtl 3QI 

basciatore, Pepoli, gli salvo la vita; ma il Caroli fu deportato in 
Siberia, ove poco dopo mori. 

Tra i canti e 1'allegria si giunse sul far della sera a Torino. Scesi 
all'albergo Europa, ove la fortuna voile che trovassi anche mio fra- 
tello Emilio, arrivatoci quella stessa mattina. Ci raccontammo le 
nostre awenture, lieti d'essere giunti felicemente alia Mecca, come 
si diceva allora, e senza il menomo timore che quello potesse essere 
il primo giorno d'un esilio ; tanta era in noi, come in tutti, la fede 
che presto casa nostra sarebbe stata libera per sempre. 



UGO PESCI 



PROFILO BIOGRAFICO 



II PESCI stesso, nelle prime pagine che di lui abbiamo riprodotto, 
ripercorre gli anni della sua fanciullezza, trascorsa col nonno a 
Mercatale, villaggio del comune di San Casciano, e quelli della sua 
adolescenza, vissuti a Firenze, dove fu acceso spettatore dei vari 
eventi che decisero la fine del granducato e Tannessione della To- 
scana al Piemonte. Ugo Pesci era nato a Firenze nel 1842, e gia 
dalla famiglia, come poi dagli awenimenti stessi di quel tempo, 
aveva tratto sentimenti ed entusiasmi liberali. Proprio per questi 
suoi ideali si awio alia camera militare, e, frequentata la scuola di 
Modena, ne usci ufficiale nel 1865. La sua statura, la sua solida 
complessione lo fecero assegnare ad un reggimento di granatieri, 
e come ufficiale dei granatieri partecipo alia guerra del '66 e fu 
presente alia battaglia di Custoza. Alia fine della guerra, quando 
era appena passato tra i bersaglieri, awenne a lui ci6 che quasi nello 
stesso tempo accadde al De Amicis: la passione del giornalista e 
dello scrittore lo allontano dalla vita militare e diede un nuovo 
orientamento alia sua esistenza. Ma, in realta, dell'esperienza vis- 
suta nell'esercito gli rimase non poco: tra Paltro, quel suo costante 
lealismo monarchico che gli si presentava come un impegno d'onore 
e di disciplina, e che, mentre dette un particolare colore alle sue 
pagine, gli impedi anche, assai spesso, di comprendere pienamente 
altri atteggiamenti della vita politica italiana. Entrato nella reda- 
zione del Fanfulla, a Firenze, ne fu tra i principali collaborator^ 
elegante ed arguto : e proprio per questo, oltre che per il suo pas 
sato militare, fu prescelto dal giornale perche seguisse, come in- 
viato speciale, le truppe italiane che nel '70 movevano all j occupa- 
zione di Roma. E gia il 20 settembre era anch'egli dentro le mura 
della citta, a vederne le prime ore di nuova vita: spettacolo per lui 
indimenticabile, e che sembra ancora lo commuova e lo esalti nelle 
belle pagine del volume in cui fisso i ricordi di quelPawenimento 
storico : il volume Come siamo entrati in Roma, pubblicato molti 
anni dopo, nel 1895, e che tanto piacque al Carducci. 

Come altri giornali, anche il <cFanfulla si trasferi nella nuova 
capitale: e il Pesci, che ne divenne redattore capo, si spost6 an- 
ch'egli da Firenze a Roma. Fu, questo, il periodo migliore della 
vita giornalistica del Pesci : al Fanfulla egli si sentiva animatore ed 



396 UGO PESCI 

arbitro, anche piu dello stesso direttore, Bino Avanzini, cui del 
resto era particolarmente affezionato. Gli ambient! politici, quelli 
militari, la stessa Corte erano aperti a lui: re Vittorio prima, re 
Umberto poi, gli mostravano benevolenza e simpatia, deputati e 
ministri gli erano amici. Ma sapeva anche conservare frequenti con- 
tatti con popolani : lieto e fiducioso verso quella Roma che si spro- 
vincializzava gradualmente e faticosamente, pur conservando il 
fascino delle sue feste e dei suoi costumi: spesso, d'altra parte, tur- 
bato dalle prime agitazioni sociali e dal risorgere di moti repub- 
blicani. 

Quando 1' Avanzini lascio la direzione del Fanfulla , il Pesci 
abbandono il giornale e si trasferi a Milano, a collaborarvi per al- 
cuni anni al Corriere della sera , e poi al Caffe e alP Illustra- 
zione italiana. A Milano sposo una figlia del pittore Formis e ne 
ebbe una figliuola, Vittoria, che divenne il suo costante pensiero. 
Nel 1888, chiamato a dirigere la Gazzetta dell' Emilia , si sposto 
a Bologna, che gli fu poi cara come seconda patria, ne piu se ne 
allontano. Furono gli anni d'oro di quel nuovo giornale, tanto vi- 
gore, e vivacita d'ingegno e abilita di scrittore, vi profuse il Pesci, 
sostenendovi, con i suoi articoli, instancabilmente, il liberalismo 
moderato, fino al 1901, quando, sospesa temporaneamente la pub- 
blicazione del giornale, egli ne lascio la direzione. Da allora, pur 
continuando una sua attivita giornalistica, come collaborator assi- 
duo del cc Giornale d' Italia , della Perseveranza, del Secolo XX , 
dell' cc Illustrazione italiana, rivolse piuttosto la sua attenzione a 
raccogliere in volumi i molti ricordi della sua vita, che per gran 
parte si intrecciavano alle vicende italiane svoltesi dalla prima 
guerra di indipendenza sino alia fine del secolo. II ripensamento 
della sua esistenza gli destava contemporaneamente interessi e cu- 
riosita fra storiche e cronachistiche. La sua stessa vita di quegli anni 
ne e un segno, che entro a far parte del comitato romagnolo della 
Societa nazionale per la storia del Risorgimento e fu tra gli assidui 
frequentatori della libreria Zanichelli, dove si riunivano, in po- 
meridiane conversazioni, il Carducci, il Panzacchi, il Guerrini, 
ripercorrendo ricordi letterari e memorie patriottiche, lamentando 
a volte il presente ed esaltando il passato. In quegli anni egli com 
pose quasi tutti i suoi volumi: una rievocazione dei molti bolognesi 
che avevano combattuto nelle guerre del Risorgimento, una vita del 
generale Carlo Mezzacapo, che era stato suo comandante a Custoza, 



PROFILO BIOGRAFICO 397 

una biografia di Umberto I, una narrazione dei tempi in cui Fi- 
renze era stata capitale, e di quelli in cui Roma aveva iniziata la sua 
nuova esistenza come centro politico della vita italiana. Ma gia la 
sua salute cedeva: nel 1905 dove sottoporsi alPamputazione di un 
piede per cancrena diabetica, negli anni successivi non usci piii di 
casa: il 13 dicembre del 1908 cesso di vivere. 

Nei libri di memorie cui il Pesci dedico gli ultimi anni della sua 
vita, si incontrano due tendenze dello scrittore: Tabitudine, ac- 
quistata nei lunghi anni di giornalismo, di riferire gli awenimenti 
con ampiezza e precisione di particolari, e il desiderio di richia- 
mare in vita 1'atmosfera di anni ormai lontani, con i sentimenti, gli 
ideali, gli uomini che Pavevano animata. Due tendenze spesso con- 
trastanti, che Puna lo fermava ai particolari della cronaca e ad un 
procedimento minuto e analitico, mentre Paltra lo invogliava a 
panorami piu vasti, e piu liberi da riferimenti particolari. Non sem- 
pre egli seppe contemperare o, meglio, fondere in unita le due esi- 
genze. Una difficolta, questa, che gia aveva incontrato nel volume 
Come siamo entrati in Roma, composto vari anni prima, e nel 
quale a pagine nuove e colorite gia si alternavano notizie precise e 
minute, fino agli elenchi, posti in appendice, di tutti i reparti pre- 
senti airimpresa, e dei morti e dei feriti e dei decorati al valore. 
Documento, certo, da servire allo storico, ma che nella sua opera, 
non certo storica, apparivano contrastanti con le saporite pagine 
sulle dimostrazioni festose del popolo romano. Questo strano im- 
paccio riapparve in Firenze capitale, non tanto nel primo capitolo 
(Un decennio di prefazione), dove si alternano toni vivi e arguti con 
elenchi di uomini illustri venuti da ogni parte d* Italia nella capitale 
del granducato, ma soprattutto nei successivi, dei quali solo in pic- 
cola parte abbiamo dato un saggio nella nostra scelta. E riapparve, 
in forma e misura piu grave, nelPaltro volume da cui abbiamo tratto 
alcune pagine che ci son sembrate piu felici e piu significative, e che 
si intitola I primi anni di Roma capitale. In esso il Pesci rievoca fi- 
nanche le feste, i balli della Corte e delle famiglie aristocratiche 
nella Roma di Vittorio Emanuele II, con dovizia eccessiva di par 
ticolari, dando non solo minuti elenchi degli invitati, ma anche 
descrizione degli abiti stessi delle dame intervenute: e cio vuol es- 
sere soltanto un esempio, sia pure il piu significative, del procedi 
mento cronachistico di tante delle sue memorie, Ne bisogna tacere 



398 UGO PESCI 

che questa stessa minuteria pesa sulla prosa del Pesci, ne sgretola 
e distrugge non poche pagine, tanto Pingombro dei particolari cro- 
nachistici fiacca il suo stile, ne annulla il brio e la disinvoltura, 
quella semplicita e famigliarita calda e non affettata di cui lo 
lodava il Carducci. 

Ma questi sono i difetti, i limiti delle sue opere, che pure hanno, 
in compenso, non pochi pregi. Da un diverso angolo visuale, 
questi pregi, in sostanza, hanno la medesima sorgente di quei di 
fetti. Cera nel Pesci, e lo abbiamo gia accennato, un'ansia evi- 
dente di rievocare il passato, gli uomini, gli eventi, i luoghi tra cui 
era vissuto, di fermare per sempre, nelle sue pagine, il tempo 
che se ne era corso via cosi rapido e tumultuoso : di salvarne le linee 
maggiori, ma anche le briciole, quelle che il tempo cancella e di 
strugge totalmente. Era, del resto, la stessa ansia che guidava molti 
studiosi di quel periodo, il quale era ancora, nei piu anziani, 
quello del realismo e del positivismo, intento a rianimare il pas 
sato anche nei suoi piu minuti particolari. Ne bisogna dimenti- 
care che con questo orientamento dei tempi si incontrava il pe- 
renne gusto dei vecchi, e tale ormai si sentiva il Pesci, di riandare 
lungo i propri ricordi, di stringerli ancora alia propria vita. 

Da questi atteggiamenti, molteplici ma concordi, nascono le 
pagine migliori del Pesci, quella sua capacita di rendere vivi e pre- 
senti gli anni lontani : e ne sono un esempio le pagine sulla caduta 
del granducato, quelle delPannunzio a Firenze della presa di Roma/ 
le altre sulPawento della Sinistra al potere, la morte di Vittorio 
Emanuele, di Pio IX, il conclave di Leone XIII. E, piu ancora, 
certi rapidi quadri di ambiente fiorentino, certi scorci di vita ro- 
mana: stampe ottocentesche disegnate con commossa simpatia, 
senza insistenza, ma piuttosto con quelPimplicito distacco che 
nasceva dal sentirle, ad un tempo, care ed irrevocabili. 

Certo, lo storico del Risorgimento che legga le sue memorie non 
puo non restare troppe volte perplesso : in quella folia di piccoli 
fatti, di impression! e di passioni labili, la prospettiva dell'insieme 
puo apparire falsata; e quelle vicende, contemplate e giudicate con 
il costante metro delle sfere ufficiali monarchiche, debbono neces- 
sariamente destare, e di continue , il desiderio di panorami meno 
unilateral! e piu completi. Vogliamo dire che i ricordi del Pesci 
non sono ancora la storia, come, del resto, gia osservava il Carducci 
per i ricordi della occupazione di Roma; ma, certo, sono un docu- 



PROFILO BIOGRAFICO 399 

mento storico tra i piu vivi; e la loro stessa unilateralita, Concorde, 
d'altra parte, con tanta parte dell'opinione pubblica di quei tempi, 
accresce il loro valore documentario, tanta e la sincerita e la fede 
dello scrittore. E in cio appunto, oltre che nei molti pregi letterari, 
trova il suo appoggio la resistente vitalita che ci e sembrato di scor- 
gere nelle sue pagine. 



Per le opere del Pesci, si veda anzitutto: UGO PESCI, Come siamo entrati in 
Roma: ricordi, con prefazione di G. Carducci, Milano, Treves, 1895. Una 
nota edizione popolare dell'opera pubblic6 il Treves nel 1911. Recente- 
mente il libro e stato ristampato, con la prefazione di G. Carducci e una 
presentazione di A. Trombadori, Firenze, Parenti, 1956. Si vedano inol- 
tre: II re martire: la vita e il regno di Umberto I: date, aneddoti, ricordi 
(1844-1900), Bologna, Zanichelli, 1901, ristampato in edizione economica 
nel 1902; Firenze capitale (1865-1870). Dagli appunti di un ex-cronista, 
Firenze, Bemporad, 1904; I bolognesi nelle guerre di indipendenza nazionale, 
Bologna, Zanichelli, 1906 ; Iprimi anni di Roma capitale (1870-1878), Firen 
ze, Bemporad, 1907; II gener ale Carlo Mezzacapo e il suo tempo. Da appunti 
autobiografici e da lettere e documenti inediti, Bologna, Zanichelli, 1908. Delia 
sua produzione minore, oltre alia collaborazione ai giornali e a lie riviste di 
cui abbiamo dato notizia nel Profile, e utile ricordare tre brevi lavori: 
Vittorio Emanuele, il re liber atore, numero umco (per 1'inaugurazione del 
monumento a Vittorio Emanuele II a Milano, il 24 giugno 1896), Milano, 
Treves, 1896; Uassociazionepro esercito ai coscritti, Milano, Tip. A. Codara, 
1907; G. Carducci e I' esercito (commemorazione fatta al Circolo ufEciali in 
Bologna), Bologna, Tip. P. Neri, 1907, i quali scritti documentano la sua 
costante fede militare e monarchica. 

Non esiste una biografia esauriente del Pesci. Notizie su lui si possono rac- 
cogliere, anzitutto, da una rapida nota premessa alia citata edizione 1911 
del volume Come siamo entrati in Roma, e poi da giornali e riviste, special- 
mente in occasione della sua morte: e di alcuni di essi diamo successiva- 
mente Pindicazione. 

Sul Pesci scrittore e giornalista danno giudizi e informazioni : G. CARDUC 
CI nella citata prefazione, ristampata in Opere, xix (edizione nazionale), 
pp. 45 sgg. (le relazioni fra il Carducci e il Pesci sono ancor meglio docu- 
mentate dal copioso epistolario del poeta); A. D. V. in una recensione al 
volume Firenze capitale, in Archivio storico italiano, xxxvn (1906), serie 
5% PP- 479-8o; la redazione del Corriere della sera, 14 dicembre 1908; la 
redazione dell' Illustrazione italiana, 20 dicembre 1908. Si veda, infine, 
il saggio, gia citato, di A. Trombadori, che, pur non fermandosi diretta- 
mente sul Pesci, esprime, di scorcio, alcuni giudizi su lui e la sua opera. 



DA ccFIRENZE CAPITALS (1865-1870) 

UN DECENNIO DI PREFAZIONE 1 
(1855-1865) 

I primi ricordi chiari e precisi della mia vita, che escono daU'am- 
bito ristretto delle pareti domestiche, si riferiscono al 1854, vale 
a dire ai primi tempi della guerra di Crimea. 2 Mio nonno, lasciando 
la biblioteca Magliabechiana, 3 dove aveva reso utilissimi servigi a 
molti eruditi e studiosi del tempo suo, s'era ritirato dal 1850 a vi- 
vere in un villaggio della Val di Pesa, dove io passavo con lui tutto 
il tempo delle vacanze scolastiche. In quel villaggio - Mercatale, 
nel comune di San Casciano - capito neir estate del 1854 un vendi- 
tore girovago di libri, storie e carte geografiche. Mio nonno ne 
compro una grande, a colon, del teatro della guerra d'Oriente, 
contornata da piccole vedute di citta e da ritratti dei generali belli- 
geranti, fra i quali colpi pill di tutti la mia fantasia di fanciullo - 
non avevo ancora otto anni-quello di Omer pascia; 4 probabil- 
mente a causa del fez rosso che portava in testa. 

A Mercatale arrivava giornalmente, per mezzo del procaccia, una 
copia del Monitore Toscano, s nel quale, a comodo suo e con il 
permesso dei superiori, P abate Casali riportava le notizie della guer 
ra, tagliandole dalla Gazzetta di Genova. 6 Quella copia, diretta 
alia farmacia, faceva il giro delle case de' notabili. II nonno era uno 
de' primi ad averla nelle mani, e mi pare ancora di vederlo occu- 

i. Questo brano corrisponde alle pp. 5-57 dell' edizione da noi seguita. 
2. guerra di Crimea: Francia e Inghilterra, alleatesi con la Turchia, iniziaro- 
no ufficialmente la guerra contro la Russia alia fine d'aprile del 1854. La par- 
tecipazione del Piemonte fu approvata dal Senate il 3 marzo dell'anno suc 
cessive. 3. la biblioteca Magliabechiana : Antonio Magliabechi (1633-1714) 
aveva stabilito per testamento che la sua ricchissima biblioteca privata fosse 
aperta al pubblico : e cosi, nel 1747, si inaugur6 la Magliabechiana, che, gra- 
dualmente arricchitasi, entro poi a far parte (1861), come nucleo essenziale, 
dell'odierna Biblioteca nazionale di Firenze. 4. Omer pascia: generale 
turco, che poi acquisto particolare fama per avere sostenuto e respinto 
1'attacco dei Russi a Eupatoria, nel febbraio del 1855. s.Monitore 
Toscano: questo quotidiano, organo ufEciale del governo granducale, si 
era cominciato a stampare il 6 novembre 1848, come continuazlone della 
Gazzetta di Firenze , e dur6 fino al 31 dicembre 1862. Ne fu direttore, 
fino al 1859, 1' abate Giulio Cesare Casali. 6. La ^Gazzetta di Geneva* 
fu tra i piu important! giornali del Risorgimento. Nata con questo no- 
me nel 1805, fu dapprima napoleonica; poi, caduto Napoleone, divenne 
organo ufBciale del governo piemontese, adeguandosi man mano ai suoi 
orientamenti politici. Gesso di esistere nel 1878. 

26 



402 UGO PESCI 

pato a cambiar posto agli spilli con banderuoline di varii colori, 
che gli servivano ad indicare, chi sa con quanto ritardo, la posizione 
degli eserciti combattenti su la famosa carta distesa e fermata sopra 
un tavolino. 

Non capivo nulla della questione d'Oriente: ma il vedere as- 
sorto nella strana operazione un uomo abitualmente dedito a tutt'al- 
tri studii, mi faceva intravedere che awenisse qualche cosa di straor- 
dinario. In tale supposizione indefinita mi confermo 1'udire alcune 
mezze parole di speranza e di desiderio, delle quali ho capito molto 
piu tardi il vero significato, a proposito dei piemontesi, della loro 
partenza per la guerra e della battaglia della Tchernaja. 1 

In quel villaggio di mille anime, come in tutti gli agglomeramenti 
di popolazione, si muoveva e si agitava un microcosmo, un piccolo 
mondo, con tutti i pregi ed i mancamenti del mondo grande. La 
maggioranza si componeva di un gruppetto di piccoli possidenti 
e bottegai, indifferenti a quanto non aveva relazione immediata col 
prezzo delle derrate ed i loro affari. II medico condotto, di principii 
avanzati, 2 non aveva fiducia nella politica del Piemonte perche 
politica regia. II priore, come quasi tutti i preti toscani d'allora - 
se pur non dediti esclusivamente al paretaio ed alia calabresella 3 - 
esercitava caritatevolmente e con tolleranza il suo ministero, pre- 
dicando piu con Tesempio che con la parola, rispettando scrupolosa- 
mente il governo costituito, 4 ma non nascondendo sentimenti ed 
aspirazioni italiane. Nessuno a Mercatale pensava certamente ad 
una rivoluzione, e tanto meno alFunita d j Italia: ma pure posso 
affermare che nella farmacia di Sandrino Montecchi, giu a sinistra 
in fondo alia piazza, ho intraveduto vagamente, ad otto o nove anni, 
che la parola Italia era qualche cosa piu di una espressione geo- 
grafica. 

In me, come in tutti i ragazzi di quel tempo, quelPembrione 
di sentimento di nazionalita germoglio lentamente, con Feta e con 
gli studi fatti alle scuole pubbliche. Prima d'aver compiuti i nove 
anni, da una scuola privata, in piazza Madonna, tenuta da due si- 

i . a proposito . . . Tchernaja : il corpo di spedizione piemontese contribul 
molto valorosamente, insieme con i Francesi, all'esito vittorioso della bat 
taglia della Cernaia (16 agosto 1855). 2. avanzati: cioe, repubblicani, 
mazziniani. 3. al paretaio ed alia calabresella: alia caccia e al gioco. II pa 
retaio e il terrene destinato a stendervi le reti per prendere gli uccelli; 
la calabresella e un gioco di carte, con tre giocatori, simile al tressette. 
4. il governo costituito: il governo del granduca Leopoldo II di Lorena, che 
regno in Toscana dal 1824 al 1859. 



FIRENZE CAPITALS (1865-1870) 403 

gnore con i metodi degli Asili Infantili gia da un pezzo in onore 
a Firenze, ero passato alia prima classe ginnasiale del Liceo Fio- 
rentino. 1 L'istituto, fondato con la legge del 1852^ che toglieva 
ai padri Scolopi la esclusivita dell'insegnamento secondario, aveva 
la sua sede in quel palazzo, che, in piazza Santa Croce, sta dirim- 
petto alia Chiesa, allora proprieta del conte Luigi Serristori gen- 
tiluomo fiorentino d'antica stirpe, stato generale in Russia ai tempi 
napoleonici, e padre del conte Alfredo che faceva allora la campa- 
gna di Crimea nell'esercito Sardo, e fu poi, per molte legislature, 
deputato per il collegio di Pontassieve. 3 

L'istruzione che s'aveva nel Liceo non si sarebbe potuta dire 
liberale, dando a questa parola il significato che le si da moderna- 
mente: si poteva bensi ritenere liberalissima tenendo conto de' 
tempi e del governo d'allora, che, per necessita ligio all' Austria, 
era bensi tollerante non soltanto per i sudditi ma anche per gli esuli 
di altri stati italiani. I maestri - allora non v'era Pusanza di dare del 
professore a tutto pasto - sinceramente affezionati al loro paese, 
s'ingegnavano senza ostentazione ad educare a buoni sentimenti 
Panimo dei discepoli, che di loro hanno generalmente conservato 
grata memoria. 

Nei primi anni c'insegnava grammatica inferiore don Niccola 
Anziani, 4 giovine prete della Garfagnana, poi divenuto biblioteca- 

1. Liceo Fiorentino'. questo primogenito liceo di Firenze fu istituito con 
decreto del 30 settembre 1853 e si apri nel novembre. II 4 marzo 1865 
il governo italiano gli assegn6 il nome di Liceo Dante. Vedi F. MAG- 
GINI e G. MISCHI, Cenni storici sul Liceo-Ginnasio Dante, Firenze 1925. 

2. la legge del 1852 : la legge granducale del 30 giugno 1852 riconosceva la 
liberta dell'insegnamento privato, stabiliva che vi fossero licei nelle princi- 
pali citta della Toscana, e che fossero mantenuti dairerario con 1'apporto di 
vari altri contributi. Vedi G. BALDASSERONI, Leopoldo II granduca di Toscana 
e i suoi tempi, Firenze 1871, p. 474. 3. II conte Luigi Serristori (1793- 
1857) si reco in Russia nel 1819, entr6 al servizio dello zar, raggiunse il 
grado di colonnello. Partecipo alia guerra del 1828-29 contro la Turchia. 
L'accenno ai tempi napoleonici e dunque inesatto. Sulla figura del Serri 
stori, i suoi viaggi, la parte da lui avuta nelle vicende toscane dal 1847 
al 1849, vedi A. SAPORI, Luigi Serristori, Firenze 1925; Alfredo Serri 
stori partecipo alia guerra di Crimea come aiutante di Omer Fascia. Com- 
batt6 poi nell'esercito sardo, nelle guerre del 1859, del 1 860-61, del 1866. 
Fu deputato del collegio di Pontassieve per cinque legislature e, successiva- 
mente, di uno dei collegi di Firenze. 4. L'abate Nicola Anziani insegn6 
grammatica nel Liceo fiorentino dal 1853 al 1861. Su lui e sugli altri maestri 
qui sotto ricordati, vedi anche le belle pagine di rievocazione (I primi 
tempi del Liceo fiorentino)^ in T. GUARDUCCI, Studi e ricordi, San Casciano 
1902. 



404 UGO PESCI 

rio della Laurenziana; geografia e storia, Silvio Pacini, 1 liberalis- 
simo, che ha raccomandato la propria fama a parecchi libri scola- 
stici reputatissimi; aritmetica il prof. Merlo, 2 oggi Accademico 
della Crusca, e fino a pochi anni sono ancora insegnante nel Liceo 
Dante ; umanita e rettorica don Marcello Fornaini, 3 romagnolo - 
Marcellus Fornainuspraesbyter, come egli firmava - latinista di bella 
fama. Era direttore del ginnasio e liceo un altro prete, il canonico 
Girolamo Carloni, 4 uomo mite, pieno di affettuose premure per 
tutti noi; e prete, naturalmente, era il catechista, don Giovanni 
Metzger, che ogni giovedi ci faceva una lunga ma non seccante 
lezione, prendendo per testo il Catechismo di perseveranza del 
Gaume. 5 

La prevalenza numerica degli ecclesiastici non dava all'insegna- 
mento ed alia nostra educazione alcun carattere di bigottismo; e 
quantunque la legge del Granducato, citata sopra, dasse ai vescovi 
un diritto di vigilanza sugli istituti secondari, nessuno si accorse mai 
che tale diritto fosse realmente esercitato. L'insegnamento reli- 
gioso era impartito con giusta misura: il regolamento imponeva 
di compiere tre o quattro volte alFanno alcune pratiche religiose; 
ma, piu che ad alcun mezzo di coercizione, Posservanza del regola 
mento era affidata alia buona fede degli allievi e delle loro famiglie. 

II governo granducale perdurava nel seguire il metodo del vi- 
vere e lasciar vivere, del quale pare si trovasse contento: ed il 
metterlo in pratica gli riusciva agevole per Pindole dei tempi e del 
popolo toscano. La ricchezza pubblica era scarsa; ma pochi i bi- 
sogni e pochi i gravami: per conseguenza alto il valore del denaro. 
Semplice e non fastoso anche per i signori, era facile e senza gravi 

i. Silvio Pacini , laico, patriotta, autore di manual! di storia e geografia, 
e anche di antologie e racconti ad uso delle scuole. 2. Francesco Merlo 
insegn6 matematica nella sezione ginnasiale del Liceo fiorentino dal 1853 
al 1859, e poi nel Liceo fino al 1901. 3. L'abate Marcello Fornaini in- 
segn6 retorica inferiore nel Liceo fiorentino dal 1853 al 1870. 4. II 
canonico Girolamo Carloni (1800-1882) era gia stato professore di discipline 
filosofiche nel liceo militare Arciduca Ferdinando. Presiede il Liceo 
fiorentino dal 1853 al 1859, quando si ritir6 e gli fu sostituito F. S. Or- 
landini (vedi la nota 6 a p. 432). II Carloni pubblic6, tra 1'altro, una gram- 
matica latina svolta in forma di dialoghi. 5. Jean-Joseph Gaume (1802- 
i879)> teologo e scrittore francese, noto soprattutto per la sua polemica 
contro lo studio dei classici, che considerava causa dei mali morali, politici 
e sociali del proprio tempo. Tra le molte sue opere, la piu popolare fu il 
Catechisme de perseverance, apparso a Parigi nel 1838, ristampato nume- 
rose volte, e assai diffuso, in traduzione, anche in Italia. 



FIRENZE CAPITALE (1865-1870) 405 

fasti dii il vivere per chi, appena discretamente proweduto, si 
contentava del proprio stato ; ed era ignota allora quella eccitabilita 
morbosa che adesso, da un momento alPaltro, per cose da nulla, 
suscita o deprime le masse, le quali restano poi indifPerenti ed apa- 
tiche, per awenimenti di molto maggiore importanza. 

Come s'erano rassegnati, quantunque molti contro voglia, a 
veder richiamare il Granduca nel 1849, e P er fc> rza anche ad avere 
gli Austriaci in casa, i Toscani si rassegnarono filosoficamente, dal 
1852 al 1857, al flagello della crittogama, che prima intristi, poi 
distrusse intieramente le vigne toscane; con danno grandis