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Full text of "Les grandes familles, roman"

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Me m orie 

Accademia délie scienze deH'Istituto di 
Bologna. Classe di scienze fisiche 



p^SoorcAi sHavEs 



HARVARD UNIVERSITY. 



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OF THE 



MUSEUM OP COMPARATIVE ZOÔLOOY. 

TRANSFERRED TO 









GODFREY LOWELL CABOT SCIENCE LEBRARY 



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MEMORIE 



DELIA 



R. ACCADEMIA BELLE SCIENZE 



DELL' ISTITUTO DI BOLOGNA 



SERIE VI. - TOMO IV. 



BOLOGNA 

TIPOGRAFIA GAMBERINI B PARMEGGIANI 

Jrl907 



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(A 



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AZIONI CHIMICHE DELLA LUCE 



V. MEMORIA 

DI 

GIACOMO CIAMICIAN e PAOLO SILBER 

(Letta nella Sessione dell'll Novembre 1906). 



Des Sonne bringt es an den Tag. 

ADALBBRT VOD CRkWSBO, 



Allo scopo di formarci un concetto serapce più largo intorno agli effetti prodotti 
dalla luce sui composti organici fondamental!, abbiamo creduto necessario di studiare 
il contegno délie aldeidi e dei chetoni in presenza di acido cianidrico. Non era da 
escludersi che la luce déterminasse délie azioni chimiche che andassero oltre alla for- 
mazione délie semplici cianidrine e realmente con V acétone la previsione si è veriflcata ; 
esperienze preliminari ci insegnarono ben tosto che il prodotto delP insolazione in 
questo caso è un miscuglîo assai complesso, il di cui studio prometteva resultati in- 
teressanti. Le aldeidi invece si mostrarono assai meno pronte ed ora possiamo affermare 
che le cianidrine aldeidiche resistono in soluzione diluita acquosa air azione délia luce, 
anche in presenza di acidi organici, alterandosi soltanto in minime proporzioni. In 
seguito a questo contegno indifférente délie aldeidi abbiamo tentato T azione delP acido 
cianidrico sui loro composti ammoniacali e perb segnatamente sulla ordinaria ammo- 
nialdeide e cib tanto piit volentieri, che le vecchie esperienze di Erlenmeyer e 
Passavant (1) stavano a provare come la luce non fosse senza effetto sui contegno 
dei detti corpi. Questo effetto non è perb speciflco e riguarda, come si vedrà, soltanto 
r andamento quantitative délia reazione, che si compie anche air oscuro sebbene coa 
minore velocità. Questa parte délia ricerca potrebbe per5 essere trattata anche sepa- 
ratamente e se noi preferiamo pubblicarla sotto al titolo suindicato egli è per non 
turbare il quadro générale dei nostri studi intorno aile azioni délia luce, che deve 
comprondere tutti i nostri tentativi e per6 anche quelli in cui gli effetti délie radia- 
zioni luminose sono meno rilevanti. 



(1) Liebigs Annalen der Chemie, vol. 200, pag. 120 (1880). 



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— 4 — 

Ammonialdeide ad aoldo olMiidrioo. 

Intorno ail* azione deir acido cianidrico sulla aldeide ammoniacale esiste una lunga 
série di osservazioni fatta da diversi autori. Per restare entro i limiti délia questîone 
che ci riguarda, non faremo una esauriente citazione di tutti i lavori pubblicati sul- 
r argomento, ma soltanto di quelli che col nostro stanno in stretta relazione, Dopo gli 
studi fondamentali di .\ d o 1 f o S t r e c k e r , che ottenne T alanina dai due corpi suin- 
dicati, E. Erlenmeyer e S. C. Passavant, ripetendo ed estendendo le sue 
esperienze, dimostrarono nella già citata Memoria, che per azione deir acido prussico 
al 30 pcto, suir aldeide ammoniacale in presenza di acido cloridrico o solforico si 
forma oltre air a-aminopropionitrile ed altri compostî, V a-hninopropionitrile 

CE. CH. 

I ^ i ' 

CH—NH—CH, 

I I 

CN CN 

che era già stato descritto da Urech (1), il quale 1' ebbe dair ammonialdeide per 
trattamento cpn cianuro potassico ed acido cloridrico. Prima perb délie ricerche di 
Erlenmeyer e Passavant, W. Heintz (2) aveva ottenuto, sempre dalla ammo- 
nialdeide, col metodo di Strecker, ma opérande in modo che egli non riusci a ben 
precisare, per caso, un acido cristalline che con quel nitrile dovea stare in stretta 
relazione. Di questo acido Heintz préparé e descrisse tutta una série di sali, ma 
non ne dette il punto di ftisione. Ora Erlenmeyer e Passavant saponiflcando il 
loro nitrile ebbero un' acido che seconde loro sarebbe amorfo, Da qui tutta V incer- 
tezza, che, intorno alla natura di questi acidi, rimase per lungo tempo nella letteratura. 
Recentemente Marcel Delépine si occupb di questo argomento ed in una série di 
lavori pubblicô moite interessanti osservazioni, ma sul punto, per noi essenziale, non 
credette di dovere insistere in modo esauriente. Egli saponifîca V iminopropionitrile 
con barite, e ottiene un' acido cristallino, che per V aspetto del suo sale di zinco ri- 
tiene identico a quelle di Heintz, Cosi egli considéra risolta la questione, senza 
pero dare il punto di fusione (3) deir acido iminopropionico da lui ottenuto e senza 
neppure analizzarlo. 

Ora c' è a notare sopra tutto che V a-iminopropionitrile, corne il corrispondente 
acido a-iminopropionico contengono due atomi di carbonio assimmetrici uguali tra di 
loro e che devono per6 presentare le stesse isomerie degli acidi tartrici : 

CH^ CH^ COOH CIL 

H—C—NH—C—H e H—C—NII—C—H. 

Il II 

COOH COOH CH, COOH 



(1) Berichte 6, 1114. 

(2) Annalen der Chemie 160, 35 (1871); 165, 44 (1873). 

(3) Centralblatt 1904, I, 157, 353, 360 e segnatamente Bull. Soc. chim. de Paris [3] 29, 1190 (1903). 



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— 5 — 

La prima forma sarebbe inattiva, corne V a'iido mesotartrico, e la seconda race- 
mica sdoppiabile, corrispondente air acido racemico. Di acidi iminopropionici ne devono 
dunque potere esistere due, di diflferenti proprietà flsiche e perb la questione era tut- 
t' altro che risolta, malgrado le ricerche di De lé pi ne. 

A questo punto stavano le cose quando noi abbiamo incominciato le nostre espe- 
rienze. Facendo agire suir ammonialdeide V acido cianidrico diluito nel rapporte di 
70 gr. délia prima per un litro délia soluzione al 3 pcto. del seconde, per un période 
di circa 6 mesi, si f >rmano, tanto all|i luce che alP oscuro, ma con rendimenti diversî, 
le seguenti sostanze : 

Due composti isomeri délia formola C^H^^O^N^, di cui quelle meno solubile nel- 
r acqua fonde a 232**, montre il più solubile fonde a 210**, una sostanza solubile 
neir etere délia formola O^H^^O^N^y che fonde a 186** ed alanina. Oltre a questi 
corpi ben cristallizzati e facili a caratterizzarsî si ottengono in notevoli quantità ma- 
terie gommose non direttamente deflnibili. I due composti délia formola C^H^fi^N^ sono 
le monoamidi dei due acidi a-iminopropionici suddetti che la teoria faceva prevedere 
e precisamente air amide ftisibile a 232** corrisponde V acido meno solubile nell' acqua, 
dal punto di f\isione 254**- 255**, air altra amide, che fonde a 210**, il seconde acido 
che ha il sue punto di fusione a 234-235**. La ccstituzîone di queste due amidi deve 
perb essore la seguente : 

CH^ CH. COOH CH^ 

H—C—NH—CH e H—C—NH—C—H. 

Il II 

COOH CONH^ CH^ CONH^ 

Il composte délia formola C^H^^O^N^ non è altro che V imide corrispondente air acido 
dal punto di fusione 234-235** e pero anche alP amide 210**. La sua costituzione sarà 
da esprimersi nel seguente modo : 

I ' I ' 

CH—NH—CH 
i I 

CO—NH—CO. 

Ora è évidente che malgrado tutti gli studi fatti flnora sul famoso a- iminopropio- 
nitrile di Erlenmeyer e Passavant, non era possibile decidere a quale dei due 
acidi esse corrispondesse o se fosse un miscuglio dei due relativi isomeri. Noi abbiamo 
dovuto rîpetere le esperienze dei citati autori e; come si vedrà più avanti, abbiamo 
trovato che facendo agire suU' ammonialdeide V acido cianidrico nel modo praticato 
da Streckor, Erlenmeyer e Passavant e da Delépine, F a-iminopropioni- 
trile risultante, dal punto di fusione 68**, è un composte corrispondente air acido 
a-iminopropionico che fonde a 254-255**. Questo è dunque il composte che ebbero fra « 



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— 6 — 

lo inani Ërlcnmeyer^ Passavant e Delépine. Rignardo air acido descritto da 
llo/ititz b irnpossibile esprimersi con sicurezza, mancando i dati necessari per definire 
la qiUHtiono. Sfuiza dubbio esso sarà stato formato da uno dei nostri due acidi o forse 
(IrtI miHcufflio dei due. Non k perci da escludersi che Del épine abbia indovinato e 
clio 8i tratti delP acido che fonde a 254-255''. Ammettendo ciô, V altro isomero fu- 
Hibile a 234-235'', non si formerebije cbe per azioni lente e noi saremmo stati 1 priaii 
ad ottenorlo. 

/• Esperienze alla luce. 

Il procedimento da noi segiiito nella ricerca pu5 essere riassunto nel seguente modo. 

Noi abbiamo impiegato, corne s' è già accennato, sempre una soluzione di acido 
cianidrico al 3 [>cto. , debitamentq titolata, ed abbiamo, tanto alla luce che air oscuro, 
fatto agire in flaschi di vetro bianco chiusi alla lampada, 70 gr. di ammonialdeide 
per ogni litro délia soluzione cianidrica. In tutto vennero esposti alla insolazione dal 
maggio airottobre o novembre 420 gr. di ammonialdeide. Ad esposizione ânita il 
contenuto dei flaschi, in cui non v'è pressione, è un liquido bruno nerastro, che con- 
tiene in sosi>en8ione un po' di materia carboniosa. Si sente l'odore deir ammoniaca, 
non quello doir acido cianidrico. La prima operazione, che ha la massima importanza, 
fe quella di decolorare il liquido col nero animale ; senza questa precauzione tutto 
rulterioro trattamento diverrebbe estremamente difficile, poichè la presenza délie ma- 
terie che il carbone trattiene, ritarderebbe o impedirebbe addirittura la cristallizza- 
zione dei singoli prodolti. Il contenuto di ogni singolo matraccio venue perô, diluito 
colla meta dei suo volume d'acqua, agitato ripelutamente con un buon nero animale 
coir agitatore di Plancher mediante un piccolo motore a gas. Il liquido filtralo dal 
carbone deve avère soltanto un lieve colore paglierino ; concentrato prima a pressione 
ridotta a &. m. e poi suir acido solforico dei vuoto, dà un residuo in parte cristalline, 
colorato lievemente in bruno. 

L'ulteriore trattamento di questo prodotto nelle sue linee generali è stato il se- 
guonte. Esso venne anzitutto bollito a ricadere con alcool assoluto, si ottiene cosi una 
separazione di una parte insolubile che indicheremo con A, dalle materie solubili che 
chiameremo B. La prima, cristallizzata dair acqua, dà subito come primo prodotto 
V amUle iminopropionica dal punto di fusione 232**, che si sépara allô stato puro senza 
difflcoltà; nelle acque madri si rinvennero poi, oltre alla detta amide, ma in minori 
quanti ta, l'altra amide che fonde a 210"* ed in fine, come più solubile, V alanina. 

La porzione solubile nell' alcool B. liberata dal solvente e seccata accuratamente 
nel vuoto, si présenta in forma di una massa bruna, gelatinosa e déliquescente. Per 
procodero ad una ulteriore separazione délie sostanze in essa contenute, venne trattata 
in soluzione di alcool assoluto con etere anidro. Si ottiene un' abbondante precipitato 
amorfo, caseoso, che indicheremo con a, montre resta sciolta nel liquido fitrato la 
parte che chiameremo 6. Il precipitato (a) attira facilmente Tumidità atmosferica, va 
in deliquescenza e lo sciroppo risultante divenla a poco a poco in parte cristalline. I 



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cristalli che si possono facilmente separare dallo sciroppo, sono dati dalVamide fondeute 
a 210", che in questa frazione è contenuta abbondantemente. La frazione indicata 
con 6, liberata dal solvente, è anch'essa sciropposa, per trattamento con benzolo si 
pub e^trarre da essa una sostanza cristallina, che è Vimide flisibile a 186°. 

Nel seguente specchietto sono indicate le quantità dei diversi prodotti, ottenuti 
nelle singole preparazioni, esse si riferiscono serapre a 70 gr. di ammonialdeide ed un 
litro di soiuzione cianidrica al 3 pcto. 



Numéro 
d' ordine 


Prodotto 
totale 


Frazione A 


Frazione B 


Gomplessiva 


Amide 232° 

separata 
direttamente 


Gomplessiva 


Porzione a 


Porzione b 
complessiva 


Amide 210° 


Sostanze 
gommose 


1. 


94 gr. 


22,0 gr. 


12,7 gr. 


67, gr. 


7,6 gr. 


28,7 gr. 


10,0 gr. 


2. 


71 » 


16,6 » 


7,4 » 


52,5 » 


7,0 » 


20,2 » 


10,5 » 


3. 


76 » 


19,5 » 


11,4 » 


58,5 » 


10,2 » 


25,0 » 


10,8 » 


4. 


80 » 


16,2 » 


7,2 » 


60,0 > 


8,5 » 


22,0 » 


10,5 » 


5. 


80,5 » 


17,8 > 


7,7 » 


58,5 » 


10,0 » 


24,0 » 


10,5 » 


6. 


76,0 » 


19,5 » 


12,8 « 


— (•) 


10,5 » 


21,2 > 


11,1 » 


Medie 


79,6 gr. 


18,6 gr. 


9,9 gr. 


59,3 gr. 


9,0 gr. 


23, 5 gr. 


10,6 gr. 



(1) La quantità non venne determinata. 

Le sostanze délia frazione A. 

La prima separazione del prodotto totale nelle sue singole parti venne fatta, corne 
s'è dette, per trattamento con alcool; il residuo secco, proveniente dalla lavorazione 
di ogni singolo matraccio, venne bollito a ricadere con 250 ce. d'alcool assoluto. 
Durante l'ebollizione la massa si scioglie in parte ed in parte si deposita in forma 
d'una polvere cristallina, montre sul tubo del réfrigérante si forma sempre un subli- 
mato di carbonate ammonico. Délia parte disciolta {B) diremo più avanti. 

La parte cristallina contiene principalmente T amide iminopropionica ftisibile a 
232°, che si sépara assai facilmente come primo prodotto. Sciogliendo questa frazione 
nell'acqua e concentrando, dopo averla filtrata dai residui del nero animale, la soiu- 
zione a b. m. , questa si ricopre da fogliette cristalline prive di colore, che aumentano 
pel raffreddamento e costituiscono < Y amide 232° separata direttamente » dello spec- 
chietto soprastante. Si puriflcano ulteriormente, dair acqua senza che il punto di ftisione 
abbia a mutare. 

Concentrando le acque madri si sépara ancora dell'altra amide 232°, ma poi per 



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— 8 — 

ulteriore concentrazione, tutto il liquido si rapprende in una massa cristallina formata 
da aghetti bianchi e sottili. Dalle sei singole esperienze, indicate nello specchietto, si 
ebbero in totale 111,6 gr. di sostanze insolubili neir alcool (fraz. A), da cui risulta- 
rono 5U,2 gr, dell'amide fusibile a 232"*, dalle acque madri, provenienti dalle flingole 
sei preparazioni che vennero riunite, si poterono ottenere in totale 48 gr. di prodotto, 
di cui si tratterà un po' piii oltre. 

La monoamide a-iminopropionica dal punto di fusione 232^^ crîstallizza dalPacqua 
in tavole esagonali, che a 232'' fondono con sviluppo di gaz. La soluzione acquosa ha 
reazione acida e dà una bellissima reazione del biureto, Dagli altri ordinari solventi 
non viene attaccata, nell'acqua fredda non è facilmente solubile. 

Analisi : 

Sostanza 0,1748 gr. ; CO^ 0,2894 gr. ; H^O 0,1226 gr. 

Sostanza 0,1354 gr. ; azoto, misurato a 16"* e 763 mm., 20,7 ce. 

In 100 parti : 



trovato 



c 45,14 


— 




H 7,79 






N — 


17,88 




Peso mdlecolare : 






In soluzione acquosa 






concentrazione 




abbassamento 


1,165 




0°, 140 


2,293 




0°, 275 



calcolato per C^H^^O^N^ 

45,00 

7,50 

17,50 



peso molecolare 
trovato calcolato 



157,2 
157,6 



160 



Corne è stato già accennato, a questa amide corrisponde un'acido dal punto di 
fusione 254-255®, ma di questo acido e degli altri suoi derivati immediati diremo 
piii avanti nel prossimo capitolo, per non interrompere qui V ulteriore esposizione re- 
lativa ai prodotti contenuti nella frazione A. 

La suindicata porzione avuta dalle acque madri (48 gr.) venue anzitutto boUita a 
ricadere con alcool assoluto ; questo processo, che diremo quasi di lavaggio, esporta una 
materia gommosa. Il residuo insolubile (40,5 gr.) fti quindi sottoposto ad un lungo e 
paziente lavoro di cristallizzazioni frazionate parte deU'acqua e parte dair alcool di- 
luito. In questo modo riuscimmo a separare delFaltra amide 232°, ma dopo di essa 
ottenemmo una frazione più solubile che da principio fondeva a 225"*, ed aveva Ta- 
spetto di minuti aghettini bianchi ; da questo prodotto si ebbe in quantità non molto 
rilevante, una sostanza bene definita, cristallizzata in grossi prismi senza colore, che 
fondevano a 210*. Questo composte è isomero al précédente e costituisce V amide imi- 



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— » — 

nopropionica fusibile a 210^^ che è contenuta più abbondantemente nella frazîone B 
e che sarà li ulteriormente descritta. A differenza deU'amide meno solubile, questa 
cristallizza daU'acqua in forma di idrato, cbe puo essere deacquificato a 100'^. La 
sua formola più semplice sarebbe ; 

C^H^fi^N^ -H 1 y, H fi . 
Analisi: 

Sostanza 0,5985 gr. ; perdettero a 100° 0,0875 gr. di Hfi. 
In 100 parti : 

calcolato per C^H^fi^N^-^ 1 V^Hfi 
14,51 

Sostanza, seccata a 100^ 0,1458 gr. ; CO^ 0,2394; H fi 0,1111 gr. 

Sostanza, seccata a 100"*, 0,1495 gr. ; azoto, misurato a 18"* e 777 mm., 22,5 ce, 

In 100 parti: 

trovato calcolato per C^H^fi^N^ 

C 44,77 — 45,00 

H 8,46 ~ 7,50 

N — 17,65 17,50 

Corne parte più solubile délie sostanze délia frazione A, abbiamo per ultime potuto 
separare Valanina, che si accumula nelle ultime acque madri. Da principio la si ot- 
tiene in mammelloncini blanchi, ftisibili circa a 260"*, ma per ulteriori cristallizzazioni 
dair acqua il punto di ftisione del prodotto s' innalza fine a 270° ; esso si présenta in 
prismi, che per riscaldamento sublimano completamente senza lasciare residuo ; si 
ebbero cosi 7 gr. di alanina pura, 

Analisi : 

Sostanza 0,1778 gr. ; CO^ 0,2636 gr. ; Hfi 0,1310 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^fffi^N 

C 40,43 40,45 



H 8,18 7,86 

Prima di procedere alla descrizione dei corpi contenuti nella seconda frazione prin- 
cipale indicata con 5, vogliamo intercalare un capitolo per trattare deir acido che 
corrisponde all'amide fusibile a 232°. 

V acido a-iminopropionico che fonde a 255^. 

L'amide flisibile a 232° si saponifica facilmente e nettamente tanto per tratta- 
mento con acido cloridrico, che con barite. 

Série VI. - Tomo IV. 2 



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^ 10 -^ 

Saponificazione con barite. Abbiamo bollito a ricadere flno aïr esaurimento dello 
sviluppo d* ammoniaca, 8 gr. di amide sciolti in 80 c. c. d' acqua con una soluzione 
di 40 gr. di barite in 400 c. c, d' acqua. L'operazione dura dalle 3 aile 4 ore. La 
soluzione risultante venne liberata corne di consuelo dall'eccesso di barite per trattamento 
a caldo con anidride carbonica e portata a secco. Si hanno cosi cca. 12 gr. di un 
sale baritico. Puriflcato dair alcool diluito e poi dair acqua, si présenta in forma di 
aghetti raggruppati délia composizione 

An al i si : 

Sostanza, seccata nel vuoto sulPacido solforico, 0,2528 gr. ; BaCO^ 0,1082 gr. 
In 100 parti: 

calcolato per C^^H^N^O^Ba 

29,98 

Si Iratta corne si vede di un sale acido. Esso non è molto solubiie neir acqua. 
Trattandolo con la quantità voluta di acido solforico si ottiene il relative a^ido a-imi- 
nopropionico. Il liquide flltrato dal solfato baritico dà, per concentrazione, un prodotto, 
che si présenta in grossi cristalli privi di colore, che a tutta prima fondono a 249- 
250° ; puriflcandoli ulteriormeute dall' acqua il punto di fusione s' innalza flno a 254- 
255*^. L' acido fonde con sviluppo gassoso decomponendosi. La sua composizione corri- 
sponde alla formola : 

Analisi : 

Sostanza, fondente a 250*^, seccata nel vuoto suir acido solforico, 0,1768; CO^ 
0,2905; H^O 0,1174 gr. 

Sostanza, come sopra, 0,2051 gr. ; azote, misurato a IF e 761 mm., 15,1 ce. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^fi^N 

C 44,81 — 44,72 

H 7,37 — 6,84 

N ~ 8,79 8,69 

Da 16 gr. di amide si ebbero cosi 15,8 gr. di acido fondente a 250°. 

Saponificazione con acido cloridrico. Essa avviene tante per eboUizione a ricadere 
che per riscaldamento in tubo. Noi abbiamo scaldato 3 gr. di amide con 60 c. c. di 
acido cloridrico concentrato ordinario a 130-140° per 10 ore. Il liquide rimane senza 
colore ; evaporato, dà un residuo bianco e cristalline, che è formate da cloruro am- 
monico e dal cloridrato dell' iminoaoido. Per togliere il primo si estrae con alcool 
assoluto e si ottiene cosi il seconde, che dair acqua viene facilmente idrolizzato ; per 



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— 11 — 

ottenere Tacido libero si tratta con solfato argentico, indi con idrogeno solforato e si 
scompone il solfato ottenuto con barite. Dal sale di bario si ha V acido nel modo già 
descritto. Il prodotto cosi ottenuto fondeva a 249-250"*. 

Analisi : 

Sostanza 0,1719 gr. ; CO^ 0,2820 gr. ; H^O 0,1131 gr. 
In 100 parti 

trovato calcolato per C^H^^O^N 

C 44J4 44,72 

H 7,31 6,84 

Ugualmente bene avviene la saponiflcazione boUendo Tamide con acido cloridrico 
a ricadere. 

Proprietà delVacido a-iminopropionico fvsiUle a 255^. Non è molto solubile nel- 
Tacqua, poco nell* alcool allungato, punto in quelle assoluto e negli altri solventi or- 
dinari. La soluzibne acquosa ha reazione acida ben marcata. Col cloruro di benzoile, 
opérande seconde E. Fischer (1), non potemmo ottenere un composte benzoilico ; 
neppure ci fti possibile di combinarlo cell' isocianato di fenile. 

Con l'acide cloridrico dà un cloridrato cristalline molto solubile, la di cui selu- 
ziene non précipita ne col cloruro di platine, ne con quelle d'ero, ne con l'acide 
picrico. 

Esse si comporta celle basi come un acido monohasico. Opérande colla fenolfla- 
leina la colorazione compare già dope avère aggiunto poco piii d'una melecela di 
potassa; questa soluzione centiene il sale monopotassico, CqH^^O^N'K] cencentran- 
dola a b. m. si ha une sciroppe, che per aggiunta di alcool si intorbida. Dal liquide 
non tarda a depositarsi il sale in prismetli senza colore. 

Analisi : 

Sostanza, seccata nel vuete suU' acido solferico, 0,2360 gr. ; K^SO^ 0,1024 gr. 
In 100 parti : 

calcolato per C^H^fi^NK 
19,59 

Sali e composa argentici. Saturando la soluzione dell' acide con una melecela di 
potassa di ammoniaca ed aggiungendo nitrate argentico, si sépara dope qualche tempe, 
massime soffregande le pareti del vase, una pelvere bianca e cristallina, formata da 
picceli mammelloni. Siccome il prodotto annerisce alquanto se si tenti di cristalliz- 




(1) Berichte 34, 459. 



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— 12 — 

zarlo dair acqua bollente, lo abbiamo analizzato direttamente, dopo aVerlo seccato Bul- 
l'acido solforico nel vuoto. Esso ha la seguente composizione 

e sarebbe un composto doppio del sale monoargentico, 
Analisi : 



Sostanza 0,2038 gr. 

Sostanza 0,1966 gr. 

Sostanza 0,1655 gr. 

Sostanza 0,2720 gr. 

Sostanza 0,4366 gr. 



CO^ 0,1256 gr.; H fi 0,0503 gr. 

CO3 0,1210 gr. ; Hfi 0,0496 gr. 

azoto, misurato a 5** e 772 mm., 9,5 c. c. 

argento 0,1338 gr. 

AgCl 0,2834 gr. 



In 


100 parti 


• 
• 










trovato 




C 


16,81 


16,78 






H 


2,74 


2,80 


— 




N 


— 




7,17 




Ag 






— 


49,19 



calcolato 
per C^H,,Nfi,Ag^ 



— 16,44 

— 2,28 

— 6,39 
48,85 49,31 

Si puo perb avère anche il sale biargentico C^^Efi^N'Ag^j del nostro acido, trattando 
la sua soluzione colla quantità corrispondeute a due molecole di potassa ed aggiun- 
gendo indi il nitrate d* argento. Si ottiene, cosl facendo, un precipitato gelatinoso, che 
si stenta assai a lavare sul flltro. Seccato suir acido solforico, dà una massa cornea 
grigiastra, che venue polverizzata e nuovamente ripresa con acqua, in cui perô non 
è del tutto insolubile. Scaldato, deflagra leggermente ; per6 è necessario premunirsi 
neir analizzarlo onde evitare perdite. 

Analisi: 

Sostanza 0,1600 gr. ; argento 0,0924 gr. . 
In 100 parti : 

calcolato per C^H^NO^Ag^ 
57,60 

Etere dietïlico C^H^NO^{C^H^^. Lo abbiamo preparato seguendo il metodo di 
Ë» Fischer, (1) saturando a freddo 5 gr. deir acido sospesi in 100 c. c. d' alcool asso- 
luto con acido cloridrico gassoso e scaldando poi per circa un' ora a ricadere. La 
soluzione risultante, distillata a pressione fortemente ridotta a lieve calore, dà un re- 




(1) Berichte, 34, 453. 



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— 13 — 

siduo che tosto cristallizza. Il cloridrato deir etere venne, nello stesso pallone, sciolto 
in pochissima acqua e, raffreddando esternamente coq ghiaccio, trattato con etere ed 
un forte eccesso di carbonato potassico; agitando energicamente la poltiglia acquosa 
coir etere, si ottiene facilmente V estratto, che venne seccato con carbonato potassico 
anidro e con ossido di bario. Svaporando il solvente resta indietro un liquide oleoso 
che fu rettiflcato nel vuoto ; a 15 mm. belle a 123-124**. L' analisi non dette risultatî 
molto esatti, ma noi non in^istemmo ulteriormente, perché più delP etere ci interes- 
aava il «uo derivato nitrosilico. 

Analisi : 

Sostanza 0,2302 gr. ; CO^ 0,4700 gr. ; H^O 0,1988 gr. 
In 100 parti: 

trovato calcolato per C^^H^^O^N 

C 55,69 55,29 

H 9,59 8,96 

Il nostro prodotto non si è solidificato nel miscuglio di anidride carbonica solida 
ed etere. Ha reazione neutra, è senza odore. Si scioglie bene neir acqua ; la soluzione 
cloridrica non précipita ne col cloruro platinico, ne con quelle d' oro, ne coir acido 
picrico. 

Composto nitrosilico delV etere dietilico^ C^H^O^N{C^H^^ • NO. Per la sua natura 
di base secondaria, V etere del nostro acido doveva dare con facilita il derivato nitro- 
silico. Per prepararlo, trattammo la soluzione acquosa del cloridrato delP etere, con 
acido solforico e nitrito sodico. Si sépara subito une strate oleoso giallognolo, che 
venne tosto ripreso con etere, e nella sua soluzione eterea lavato con potassa diluita 
e con acqua ed indi seccato con solfato sodico anidro. Il composto nitrosilico è un 
liquide oleoso, lievemente colorato in giallo, che a 18 mm, belle a 177°. Dà in modo 
marcatissimo la reazione di Liebermann. 

Analisi : 

Sostanza 0,2460 gr. ; (70^0,4413 gr. ; 5^0 0,1652 gr. 

Sostanza 0,2242 gr. ; azote, misurato a 10"* e 753 mm., 22,3 c. c. 

calcolato per C^^S^^O^N^ 

48,88 

7,32 

11,38 




Come abbiamo dette neir introduzione e come si vedrà con maggiori particolari 
pih avanti, l'acide da noi ora descritto, dal punto di flisione 255*, corrisponde 



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— 14 .^- 

air a-iminopropionitrile di Urech, Erlenmeyer e Passavant e di Delépine; 
siccome la costituzione di questo nitrile è ben provata dalle ricerche di questi Autori, 
anche quella del nostro acido rimane fuori di dubbio. Nessuno perô fin qui lo aveva 
sufBcientemente caratterizzato, siçchè, si pu6 dire, che esso comparisce appena ora 
bene accertato nella letteratura ; Erlenmeyer e Passavant lo ottennero corne 
materia amorfa déliquescente (sic !) (1), mentre corne si vide esso è cristaUino e 
ben poco solubile neir acqua fredda. Delépine (2) lo ebbe in forma cristallina, ma 
la sua descrizione è troppo incompleta, egli ne fa menzione appena per dichiararlo 
identico air acido di Heintz, ciô che, corne si disse, non è per nulla provato. 
La sua costituzione è senza dubbio da rappresentarsi con la formola 

I ^ 1 ' 

CH—NH—CE 

COOH COOH, 

mentre la sua configurazione rimane ancora a discutersi. 

Sebbene sia un* acido bibasico si comporta con gli alcali corne monobasico, eviden- 
temente perché i suoi sali bimetallici solubili sono per meta idrolizzati. La sua biba- 
sicità è perô dimostrata dal sale biargentico e dair etere dietilico ; il derivato nitro- 
silico di quest' ultime prova la presenza deir imino. 

Le sostanze délia frazione B. 

La parte del prodotto totale che nel primo trattaraento resta sciolta neir alcool, 
si présenta, come s' è dette in principio, dopo lo svaporamento del solvente, in forma 
d' una materia colorata in bruno, gommosa e déliquescente. Questi residui provenienti 
dalle singole* esperienze ftirono trattati separatamente nel seguente modo. Ciascuno di 
essi, dopo essere stato seccato nel vuoto suir acido solforico, venne sciolto in 200 c. c. 
d' alcool assoluto ed alla soluzione si aggiunse agitando, tanto etere anidro, dai 1000 
ai 1200 c. c, fine a che il precipitato formatosi non aumentava più. Si ottiene, cosi 
facendo, una materia bianca, caseosa, che venne tosto raccolta su filtro. Essa costi- 
tuisce la " porzione a „ dello specchietto. 

Délia parte che rimane disciolta b nel liquide alcoolico etereo diremo più avanti. 

La porzione a. Lasciandolo esposto ail' aria, il precipitato suddetto attira V umi- 
dità atmosferica e va in deliquescenza, formando una massa gommoso-sciropposa, per 
facilitare questo processo è utile spruzzarvi un po' d' acqua. Lo sciroppo abbandonato 
a se stesso, dopo qualche giorno cristallizza parzialmente, in modo che si pu6 alla 



(1) Liebigs Annalen der Chimie, 200, pag. 130. (1870). 

(2) Bull, de la Soc. Chim. de Paris, 29, pag. 1192 (1903). 



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— 15 — 

pompa separare la materia solida délia parte gommosa. La prima venne indi distesa 
su piastra porosa ed inflne bollita a ricadere con alcool assoluto, perché una volta 
separata dalla gomma la sostanza cristalina non si scioglie quasi più neir alcool. I 
flltrati, tanto gli acquosi che gli alcoolici, tutti riuniti e portati a secco costituiscono 
€ le sostanze gommose » dello specchietto che saranno trattate più dopo. 

La parte cristallina è costituita dall' amide a-iminopropionica fusMle a 210^ ; 
come risulta dai singoli rendimenti indicati nello specchietto, la quantità di questo 
prodotto allô stato greggio aramontava in totale 53,8 gr. ; cristallizzato una volta dal- 
r acqua, in modo da raggiungere il punto di Aisione indicato, la sua quantità scese 
a 44 gr, Per Y analisi il composte venne puriflcato ulteriormente senza perô che 
mutasse il punto di fusione. La nuova amide si sépara dalle sue soluzioni non troppo 
diluite in aghi lunghi flnissimi, che danno al tutto V aspetto d' una massa bianca 
feltrosa. Da soluzioni più diluite. per lento deposito, si formano prismetti allungati 
raggruppati a Stella. A differenza di quella flisibile a 232'', questa nuova amide, che 
si rinvenne in piccola quantità anche nella frazione A, cristallizza, come si è già dimo- 
strato, dair acqua in forma di idrato délia composizione. 

Analisi : 

Sostanza, seccata sul cloruro calcico, 0,7000 gr., perdette a 100" 5,0 0,1016 gr. 
Sostanza 0,1698 gr., seccata a 100°, (70, 0,2800 gr. ; H fi 0,1162 gr. 
Sostanza 0,1396 gr., seccata a 100°, azoto, misurato a 21° e 759 mm., 21,6 c c. 
In 100 parti : 



trovato 



calcolato 
per C,H,fi^N^ e per C^H^fi.N^ -+- 1 '/, H fi 



H fi 14,51 — 

C — 44,98 — 45,00 

H — 7,60 — 7,50 

N — — 17,59 17,50 



14,51 



Peso molecolare . 
In soluzione acquosa 



concentrazione 



abbassamento 



peso molecolare 
trovato calcolato 



1,52 
2,60 



0», 190 
0°, 305 



148 
175,5 



160 



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— 16 — 

Le due sostanze isomère délie formule G^H^fi^N^^ che costituîscono la parte prin- 
cipale del prodotto cristallizzabile délia reazione, hanno altresi la composizione del 
dipeptide V alanilalanina ; siccome al momento in cui noi incominciavamo queste ricer- 
che il dette composto non era stato ancora descritto, ci rivolgemmo al Prof. Emilie 
Fischer, il quale gentilmente ci offri un campione délia detta sostanza, che egli 
aveva appunto preparato. Cosi potemmo subito convincerci che i due nostri composti 
erano diversi dalP alanilalanina. Noi porgiamo qui sentite grazie air illustre chimico 
di Berlino per averci cosi risparmiato un inutile lavoro (1), 

Il composto fusibile ha 210^ è anche esso^ corne si è accennato neir introduzione^ 
un' amide, che corrisponde ad un altro acido a-iminopropionico. Essa è più solubile 
neir acqua delP amide fusibile a 232° ed a stento si scioglie a caldo alquanto anche 
neir alcool metilico ed in quelle ordinario ; negli altri solventi consueti è insolubile. 

La sua soluzione acquosa ha reazioue marcatamente acida e dà con alcali e solfato 
di rame una colorazione azzurro intensa. 

Prima di poter proseguire nella descrizione délie altre sostanze contenute nella 
brasione 5, è necessario, per intendere Y ulteriore svolgimento délia ricerca, intercalare 
qui un capitolo suir acido che corrisponde ail' amide di cui ci siamo occupati. 

L^ acido a-iminopropionico fusibile a 235"^, 

V amide che fonde a 210** si saponifica con la barite senza difflcoltà, ma la idro- 
lisi è in questo caso accompagnata da un fenomeno che non comparisce con V altra 
amide del punto di ftisione 232**, perché questa volta si sépara il sale insolubile 
C^H^O^NBa. 

Saponificazione delV amide con barite. Bollendo a ricadere 5 gr. delP amide in 
50 c. c. d' acqua con una soluzione di barite 25 gr, in 250 c. c. d* acqua, si svolge 
ammoniaca, ma a poco a poco il liquide limpide si ricopre d' une strate di cristalli 
bianchi, che con la continuata eboUizione vanne al fonde ed incrostano le pareti del 
pallone. Dope due o tre ore, quando le sviluppo d' ammoniaca è cessato, si pub facil- 
mente per decantazione separare e lavare questo prodotto, che aderisce cosi al vetro 
che non è agevole staccarvelo. Come s' è detto, esso è il sale baritico neutro del nuovo 
acido, délia formola : 

C,H^O,N.Ba, 

che in questo caso tante facilmente si ottiene, perché poco solubile nelP acqua. 

Analisi : 

Sostanza 0,2056 gr., seccata a 100**, dette in tubo aperto, 0,1376 gr, di BaCO^ 



(1) L' alanilalanina fonde, eome ora si sa, a 276''(corr.) Vedi E. Fischer e K. Kautzsch. 
Berichte, vol. 38, pag. 2375. (1905). 



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— 17 — 

ed inoltre 0,1528 gr. di CO^ e 0,0596 gr. di H^O. Tenendo conto del carbonatô 
baritico si ha per CO^ 0,0307-4-0,1528 = 0,1835 gr. 

Sostanza 0,2406 gr., seccata a 100*" ed ordinariamente calcinata, dette 0,1616 
gr. di BaCO^. 

In 100 parti: 

trovato calcolato per C^H^O^N • Ba 

C 24,34 — 24,33 

H 3,22 — 3,06 

Ba 46,54 46,70 46,28 

BoUendo questo sale con acqua e facendo passare nel liquide ttna corrente d' ani- 
dride carbouica, esso a poco a poco si scioglie mentre si sépara carbonate baritico; 
la soluzione contiene ora il sale acido, che, per il consueto trattamento, puô ottenersi 
anche dal liquide baritico da cui per decantazione si separarono i cristalli del sale ora 
descritto. Svaporando il liquide liberato dal carbonate baritico, resta indietro una 
sostanza amorfa, dall' aspetto gommoso che non voile cristallizzare ; sciolta in pochis- 
sima acqua, si ebbe per aggiunta di alcool un precipitato caseoso, che col riposo 
indurisce e diviene fragile. Seccato a 100"* ha la composizione del sale baritico acido 

Analisi : 

Sostanza 0,2595 gr., seccata a 100*; BaCO^ 0,1133 gr. 

In 100 parti: 

trovato calcolato per C^^H^O^N^Ba 

Ba 30,06 29,98 

Per evitare la formazione del sale baritico neutre, che riesce assai difficile dope 
separato portarlo in soluzione, conviene operare con un grande eccesso d' acqua ; noi 
abbiamo per6 in seguito impiegato per 5 gr. di amide e 25 gr. di barite, 2 litri di 
acqua. La saponiflcazione procède piîl lenta, ma il liquide rimane limpido. Aggiun- 
gendo poi alla soluzione la quantità voluta d'acide solforico e concentrando il liquide 
liberato dal solfato baritico, si sépara il nuovo acido a-iminopropionicOj C^H^fi^N, in 
prismi privi di colore, che dope al^mne cristallizzazioni dair acqua fondono con sviluppo 
gassoso a 234-235*. 

Analisi : 

Sostanza 0,1594 gr. ; CO^ 0,2624 gr. ; H^O 0,1022 gr. 

In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^fi^N 

C 44,89 44,72 

H 7,12 6,84 

Da 15 gr. di amide si ebbero cosi 12,8 gr. di acido pure. 

Série VI. - Tomo IV. 3 



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— 18 — 

Proprielà delVacido a-iminopropionico fnsibile a 235P. Esso è molto più solubîle 
neir acqua del suo isomero, che fonde a 255^, negli altri solventi non si scioglie punto ; 
r alcool allungato lo scioglie notevolmente e da questo mîscugîio si deposita in prismi 
più grossi. 

La sua soluzione cloridrica non précipita ne col cloruro di platino, ne con quelle 
d'oro, ne coiracido picrico. 

Con gli alcali caustici il nuovo acido si contiene corne il suo isomero, apparisce 
monobasico. Titolando colla fenolflaleina il passaggio è încerto, ma la colorazione com- 
parisce già dopo avère aggiunto poco più d' una molecola di potassa caustica. 

Sali e composH argenticL II comportamento corrisponde quasi del tutto a quelle 
dèir isomero fusibile a 255°, anche qui trattando la soluzione deir acido con ammo- 
niaca flno a reazione neutra ed aggiungendo nitrate d'argento si ha per soffregamento 
délie pareti del vaso, un precipitato bianco abbondante, formate da piccole squamette 
cristalline di un sale doppio. 

Esso è alquanto solubile neir acqua e, seccato nel vuoto suir acido solforico, ha la 
composiziOne 

2C,H,fi^NAg^AgN0,, 

che è diversa da quella del composte proveniente deir acido 255**. 

Analisi: 

Sostanza 0,1467 gr. ; CO^ 0,1114 gr. ; Hfi 0,0435 gr. 

Sostanza 0,2000 gr. ; AgCl 0,1226 gr. 

Sostanza 0,2364 gr. ; per calcinazione, Ag 0,1084 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato por O^^H^O^^N^Ag^ 

C 20,71 — — 20,39 

H 3,29 — — 2,55 

Ag — 46,13 45,85 45,89 

Il sale biargentico, C^H^O^NAg^j si pu6 ottenere come nel case précédente, trat- 
tando la soluzione dell' acido con la quantità di potassa corrispondente a due molecole 
ed aggiungendo alla soluzione nitrate argentico. Il liquide tosto s' intorbida ed air in- 
torbidamento segue, agitando, la deposizione d' un precipitato polverulento. Seccato sul- 
r aoido solforico diventa cornée. Fu ripreso una seconda volta con acqua e nuovamente 
seccato. Il sale scaldato bruscamente deflagra. 

Analisi : 

Sostanz^ 0,3010 gr. ; per calcinazione, ^^r 0,1748 gr. 
In 100 parti : . 

trOvato calcolato por C^II^O^NAg^ 

Ag 58,07 57,60 



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— 19 — 

Etere dietilico, C^H^O^N{C^H^^. Venne preparato seguendo il metodo di E. Fi- 
scher uello stesso modo corne il suo isomero già descritto. Dopo avère saturato la 
soluzione alcoolica con acido cloridrico gassoso, scaldato a ricadere e distillato a pres- 
sione ridotta, si ottenoe un residuo sciropposo del cloridrato che questa volta cristal- 
lizzo molto lentamente e in grossi mammelloni blanchi. Da questo residuo, seguendo 
le norme già indicate, venne poste Y etere dietilico in libertà. È un liquide oleoso che 
a 15 mm. belle a 121-122^ 

An al i si : 

Sostanza 0,1934 gr. ; CO^ 0,3910 gr. ; H^O 0,1610 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^^H^fi^N 

C 55,14 55,29 

H 9,24 8,76 

Posto nel miscuglio frigorifero si solidifica facilmente e fonde a — 5*. Ha reazione 
neutra, è quasi senza odore. La sua soluzione cloridrica non précipita ne col cloruro 
d' oro, ne con quelle di platine, ne coir acido picrico. Bollito con barite si saponiflca 
facilmente, formando il caratteristico sale baritico neutro insolubile e trasformandosi 
quantitativamente neir acido ftisibile a 235^. 

A differenza delF acido libero, T etere dietilico dà col metodo di E. Fischer il 
derivato benzoilico, in forma d'un olio vischioso, che nel miscuglio di anidride carbo- 
nica solida ed etere si rapprende in una massa vetrosa amorfa. Anche questo pro- 
dotto non da colF acido picrico un composte insolubile. Esse non serve quindi a carat- 
terizzare ulteriormente T acido da cui proviene. 

Composto nitrosilico delV etere dietilico^ C^H^O^N(NO){C^H^)^. Anche T etere dieti- 
lico deir acido fusibile a 235^ dà con grande facilita il derivato nitrosilico, che venne 
preparato nello stesso modo corne quelle proveniente daU'altro isomero, trattando la 
soluzione acquosa del cloridrato dell' etere, con nitrito sodico ed acido solforico. Non 
ne ripeteremo qui la descrizione. Il composto che belle a 17 mm. a 163-164**, è un 
liquide oleoso lievemente colorato in giallo ; esse dà con grande facilita la reazione 
del Liebermann. 

Analisi : 

Sostanza 0,2271 gr. ; CO^ 0,4044 gr. ; H^O 0,1525 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^^H^^O^N^ 

C 48,56 48,88 

H 7,46 7,32 



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— 20 — 

Per tutto il mo contegno cosi analogo a quelle deiracido fusibile a 255*, per il 
fotto che eggo è come quelle un acido bibasico, che contiene Timino, perché il suo 
etere dietilico dà la corrispondente Ditrosammina, si deve ammettere che anche Tacido 
ora descrittOy fusibile a 234"^, è un' acido a-iminopropionico délia fonnola 

CH —NH—CH , 
COOH COOH 

che differisce dal suo isomero précédente per una configurazione diversa, che discute- 
remo in fine. 

Relativamente alla questione se quest' acido sia già stato descritto, come s'è detto 
nclla introduzione, è difficile formarsi un concetto précise. Esso potrebbe essere iden- 
tico air acido ottenuto per caso una volta dal Heintz, ma questo autore non dà di- 
sgraziatamente il punto di fusione del suo prodotto. Vi sarebbe corrispondenza nella 
solubilità (1), perché Heintz asserisce che il suo acido è facilmente solubile nel- 
Tacqua e lo è un po' meno deU'alanina, ed inoltre nelFaspetto del sale baritico (2), 
che questo autore descrive pure quale composte amorfo, ma di cui non dà Tanalisi. 
Tenendo [)er6 conto che questi acidi se sono impuri diventano più solubili e danne 
sali che cristallizzano difflcilmente, ogni affermazione sarebbe azzardata. 



Continuazione delV esame délia porzione a. Dope avère separata Tamide ftisibile a 
210®, si ebbero per concentrazione dei flltrati « le sostanze gommose > dello specchietto. 
che sommando le singole preparazioni animontano complessivamente a 141,1 gr. Questo 
prodotto ha Taspetto di una materia amorfa, gommosa, che air aria va in delique- 
scenza fermando une sciroppo. Non ci fù possibile separare da esso ulteriormente délie 
sostanze cristalline in quantità apprezzabili e, siccome queste materie gommose costi- 
tuiscono una parte rilevante dei corpi che si formano neir azione delF acido cianidrico 
sulla ammonialdftide, abbiamo tentato di riconoscere almeno indirettamente la loro na- 
tura per mezzo délia saponificazione con barite. 

Sapœiificazione con harite, È da notarsi anzitutto che il prodotto trattato con potassa 
barite svolgo già a freddo ammoniaca, cio che dimostrerebbe in esso la presenza di sali 
ammonici. Senza tener conto ulteriormente di cio, una parte délia gomma (34 gr.) venue 
bollita a ricadero lino al termine dello sviluppo d' ammoniaca con barite (175 gr,) in 
seluziono acquosa diluita (circa 2 litri). Il sale baritico, ottenuto nel modo ordinario, 
ha Taspetto golatinoso (46,7 gr.) e da esso, per trattamento con acido solforico, si 
ebbe un residuo (27 gr.) che a poco a i)oco in parte divenue cristalline. 



(1) Liebigs Annalen der Chemie, vol. 100, pag. 37 (1871). 

(2) Ibiil. vol. Kif), pag. 52 (1873). 



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— 21 — 

Questa parte cristallina, purificata daU'acqua, dette în fine i noti prismi (circa 3 gr.) 
delVacido a-iminopropionico fusihile a 251^. 

Analisi : 

Sostanza 0.1618 gr. ; CO^ 0,2704 gr. ; Hp 0,1002 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^fi^N 

G 44,76 44,72 

H 6,76 6,83 

Tutte le acque madri ri unité ftirono portate a secco e bollite con alcool assoluto. 
In questo modo si riesce a separare una nuova porzione di materia solida (10 gr.), 
che purificata a sua volta dair alcool diluito e daU'acqua venne riconosciuta per 
alanina. 

La parte maggiore del prodotto resta per6 sempre nei flitrati acquosi ed alcoolici, 
da oui si ottiene ancora allô stato gommoso. Per estrarre da questa gomma ulteriori 
sostanze bene definite, abbiamo trovato assai vantaggioso trasformarla in sali di rame 
coir idrato rameico preparato col metodo del Heintz (1), da quantité volute di sol- 
fato di rame ed idrato di bario. Trattando la soluzione acquosa délia detta gomma 
con questo preparato si ottiene un filtrato azzurro, che venne portato a secco a b. m. 
ed indi bollito con alcool assoluto. L' alcool asporta alcune materie resinose, che non 
abbiamo ulteriormente studiato, e lascia indisciolto un prodotto solide azzurro verdastro 
incorapletamente solubile neir acqua. Toi^liendo il rame coir idrogeno solforato e concen- 
trando il filtrato, si ottiene un residuo che da principio è ancora sciropposo, ma che 
non tarda a cristallizzare. I cristalli purificati dell' acqua fondevano fra 240 e 244**, ma 
in fine ci fu possibile ottenere dalle acque madri Vacido iminopi^opionico fusibile a 235^. 

La porzione a è formata dunque oltre che daU'amide fusibile a 210'', da una ma- 
teria gommosa la quale per saponificazione con barite dà, con forte svolgimento d'am- 
moniaca, segnatamente un miscuglio dei dtie acidi a-iminopropionici e di alanina. In 
quale stato tali corpi sieno contenuti nel prodotto primitive non lo possiamo dire, forse 
diamidi dei primi e dell'amide dell'ultima. 

La porzione h. Le sostanze che nel trattamento con etere délia frazione B riman- 
gono sciolte nel liquide alcoolico etereo, costituiscono dopo svaporato il solvente un 
residuo sciropposo che stando nel vuoto dimostra tendenza a cristallizzare. Senza tener 
conto di ci5 esso venne bollito a ricadere con benzolo, in cui a poco a poco si va 
sciogliendo per la maggior parte ; ci5 che resta indietro (circa un quarto del tutto) 
è una materia resinosa. L' estratto benzolico, sciropposo da principio, dopo qualche 
tempo cristallizza parzialmente in modo da poter separare alla pompa la parte cri- 
stallina da quella sciropposa. 



(1) Liebîgs Annalen der Chemie vol. 198 pag. 49. 



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— 22 — 

La prima, puriflcata dalFetere acetico e dal benzolo, si présenta da principio in 
pagliette gialle, che coir ulteriore purificazione assumono Taspetto di aghi o prismi senza 
colore, che fondono a 186^. II nuovo composto ha la formola 

Analisi: 

Sostanza 0,1799 gr. ; CO^ 0,3348 gr. ; H^O 0,1196 gr. 

Sostanza 0,2062 gr. azoto, misurato a 27'' e 756 mm., 37,2 c, c. 

In 100 parti : 

trovato calcolato per CJI^fi^N^ 

C 50,75 — 50,70 

// 7,39 — 7,04 

N — 19,80 19,71 

Esso è neutre; solubile nell'acqua, nell'etere, neir alcool ed a caldo neir etere ace- 
tico e meno nel benzolo. Da 63,5 gr. si ebbero 4,5 gr. di prodotto puro. 

Il nuovo composto come s'è accennato nella introduzione, è da considerarsi come 
Vimide dell'acido a-iminopropionico fusibile a 235^^ 

CH. CH. 

I ' ! ^ 

CH —NH—CH 
CO —NH—CO, 

perche per ebollizione con barite si trasforma facilmente e completamente neiracido 
ftisibile a 235**. Il trattamento venne fatto su di 1 gr. di imide in 10 d'acqua ed 
una soluzione di 5 gr. di barite in 50 d'acqua. Durante T ebollizione si svolge am- 
moniaca e si sépara il caratteristico sale baritico neutro. Diluendo con altri 300 gr. 
di acqua e bollendo ulteriormente esso passa in soluzione, da cui per aggiunta di acido 
solforico in quantità voluta e concentrazione del filtrato si ebbe T acido in forma di 
prismetti riuniti, dal punto di fusione 235*". 

Analisi : 

Sostanza 0,1798 gr. ; CO^ 0,2947 gr. ; H^O 0,1126 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^^O^N 

C 44,70 44,72 

H .6,96 6,84 

Scaldando l'amide fusibile a 210"* alla sua temperatura di ftisione fine che cessa 
r effervescenza, si ottiene una massa giallastra, da cui per ebollizione çon etere acetico 



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— 23 — 

si estrae Timide flisibile a 186**; la parte che resta indietro è amorfa e nen venne 
studiata per ora. 

La parte sciropposa suaccennata délia frazione 6, da cul venne separata V imide 
ora descriita (40,45 gr.), venne anche questa volta trattata con barite perché diret- 
(amente non decifrabile. L'operazione venne eseguita come per le gomme délia por- 
zione a. Il prodotto liberato dalla barite, contiene rilevanti quantità d' acido acetico] 
proveniente dall' ammonialdeide (che lo conteneva forse allô stato d' acetato ammonico), 
e portato a secco a b. m. ha l' aspetto sciropposo ; non accennava a cristallizzare. 
Anche qui condusse a buon fine il trattamento colP idrato rameico, preparato col me- 
todo di Heintz. Il sale rameico ottenuto, puriflcato dalT alcool e liberato dal rame 
con idrogeno solforato, dette per evaporamento un residuo sciropposo, che per5 per ag- 
giunta d' un po' d' alcool si solidific6 completamente. Purificandolo dall' acqua si ebbe 
un prodotto che fondeva a 248°, formato evidentemente in prevalenza dalV acido a- 
iminopropionico délia frazione A. Anche in questo caso non potemmo decidere in quale 
forma esso sia stato présente nel prodotto esaminato. 

2. Eapertenze aU^oscuro. 

L'esperienza fatta all'oscuro, che ordinariamente noi non tralasciamo di eseguire 
allô scopo di controllo, ha nel casb attuale un rilevante interesse perché, come s' è 
detto neir introduzione, la reazione fra T ammonialdeide e Tacido cianidrico avviene 
tanto alla luce che all'oscuro qualitativamente nello stesso modo. La differenza, come 
ora si vedrà, consiste nei rajpporti quantitativi. 

Noi abbiamo conservato airoscuro per circa 6 mesi (dal 18, V al 20, XI) due 
matracci contenenti ciascuno 70 gr. di ammonialdeide ed 1 litro di acido cianidriôo 
al 3 pcto. Il prodotto è un liquido bruno nerastro, che contiene in sospensione délia 
materia carboniosa ; ha odore d' ammoniaca, ma non di acido prussico. L' ulteriore 
trattamento venne fatto come pel prodotto ottenuto alla luce. Dopo di avère decolorato 
il liquido con nero animale si passo alla prima separazione con l'alcool assoluto. La 
massa résiste qui maggiormente all'azione del solvente e richiede una ebollizione pro- 
lungata per due o tre giorni. 

La frazione A non è inferiore a quella ottenuta alla luce, ma ha una composi- 
zione quantitativa assai diversa. Come s' è visto, allora essa risultô formata principàl- 
mente dall'amide flisibile a 232'', che si potè separare colla massima facilita per di- 
relta cristallizzazione dall' acqua. Il prodotto ottenuto al buio contiene invece la detta 
amide in quantità cosi esigua che non ci fli possibile separarne neppure un grammo 
per diretto trattamento con acqua ; tutta la frazione A corrisponde in questo caso a 
quella parte che, operando alla luce, è contenuta nelle acque madri dopo la separa- 
zione délia amide 232**. Concentrando la soluzione acquosa délia intera frazione A^ ' il 
liquido ad un certo punto si rapprende in una massa cristallina bianca, formata da 
finissimi aghi ; per separare le singole sostanze in essa contenute abbiamo dovuto ri- 



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— 24 — 

correre ad un lungo e paziente lavoro di frazionamento deir alcool diluito. Cosi facendo 
siamo riusciti a steuto ad ottenere (dai due matracci soltanto 7 gr.), corne meno so- 
lubile, Vamide dal punto di frazione 232^. 

In quantità relativamente maggiore si présenta invece in questo caso Vaînide fu- 
sibile a SIO^, che riuscimmo ad avère cristallizzata in prismetti raggruppati a Stella 
délia nota composizioiie : 



C,H,fi,N,-^\y,Hfi 



Analisi 



Sostanza 0,1482 gr. ; CO^ 0,2092 gr. ; H fi 0,1162 gr. 

Sostanza 0,1867 gr. ; azoto, misurato a 15** e 770 mm., 23,4 ce. 

In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^fi^N^-^iy^Hfi 



C 38,49 — 

H 8,71 — 

N — 14,88 



38,50 

8,02 

14,97 



Dalle ultime acque madri come più solubile si ebbe in fine V alanina. 

La frazione B è per quantità assai inferiore a quella ottenuta alla luce. Venne 
anche qui trattata in soluzione alcoolica con etere anidro ed il precipitato caseoso 
formalosi, sottoposto allô stesso processo. Esso è déliquescente e lo sciroppo a cui dà 
origine dopo un riposo di 10 giorni cristallizza in parte. La sostanza cristallina (dai 
due matracci se ne ebbe soltanto 4,2 gr.), anche opérande al buio, è costituita dal- 
V amide fusibile a 210^, La maggior parte del prodotto corrisponde aile gomme che 
furono già descritte a proposito délie esperienze fatte alla luce. 

Senza insistere ulteriormente nella descrizione del processo seguito, crediamo suffl- 
ciente comparare nel seguente specchietto i risultati ottenuti alla luce ed airoscuro. 
Noi riportiamo qui soltanto le medie délie 6 esperienze eseguite alla luce, mettendole 
in relazione con quelle che risultarono dalle due esperienze fatte aU'oscuro. 



Medie 

délie 

esperienze 

eseguite 


Prodotto 
totale 


Frazione A 


Frazione B 


Complessiva 


Amide 232^ 

sepai-ata 
direttaraente 


Complessiva 


Porzione a 


Porzione h 
complessiva 


Amide 210^ 


Soslanze 
gommose 


alla luce 


79,6 gr. 


18,6 gr. 


9,9 gr. 


59,3 gr. 


9,0gr. 


23,5gr. 


10,6 gr. 


aU'oscuro 


60,7 gr. 


i9,9gr. 


— 


36,7 gr. 


2,1 gr. 


24,25 gr. 


8,4gr. 



Da questo specchietto risulta anzitutto che aU'oscuro la quantità assoluta di pro- 
dotto è minore di circa un quarto ; le quantità délia frazione A si corrispondono, 



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.^ 25 — 

mentre invece la frazione B è air oscuro assai inferiore, ciô forse dipende anche dalla 
circostanza che nella lavorazioue del prodotto otlenuto ail' oscuro, la parte maggiore 
deiramide fusibile 210'' passa nella frazione A. Quelle che apparisce più évidente 
è la esigua quantità dei prodotti cristallini che si ottiene opérande senza l'intervento 
délia luce e parrebbe înoltre che Tinsolazione favorisse segnatamente la formazione 
deir amide fusibile a 232''. Si potrebbe perb pensare che per azione délia luce l' amide 
dal punto di fusione più basse si trasformasse in quella che fonde a temperatura più 
alta ; su ciô stiaino appunto eseguendo délie esperienze che speriamo potranno risolvere 
la questione. 

3. Svapm^ando a bagno maria. 

Dopo quanto è stato succintamente dette nella introduzione, appariva indispensabile 
ripetere le esperienze di Erlenmeyer e Passavant per stabilire quale sia o quali 
siano i prodotti délia saponificazione deir a-iminopropionitrile descritto da questi au- 
tori. Essi ottennero tanto coiracido cloridrico che con la barite un acido amorfo, di 
cui analizzarono i sali di bario e di calcio amorfl essi pure (1). È assai strano che 
le loro analisi sieno concordanti, perché, corne si vedrà, nella saponificazione dell'a- 
iminopropionitrile si forma anche alanina. I dati di Erlenmeyer e Passavant, 
non hanno per5 più che un interesse storico e sono da eliminarsi dalla letteratura, 

Per preparare il dette nitrile abbiamo preferito seguire il metodo di Strecker, 
che corne dimostrarono Erlenmeyer e Passavant conduce facilmente al prodotto 
volute (2). Svaporando a b. m. quantità equimolecolari di ammonialdeide e di acido 
cianidrico in soluzione di circa il 12 p.cto fine a consiste::za sciropposa si ottenne un 
prodotto che a freddo si solidiflca in gran parte. Il rendimenlo in materia cristallina 
dipende a quanto pare assai dalla purezza deir ammonialdeide impiegata. Senza tener 
conto délia parte cristallina, anzi senza attendere che le sciroppo si solidifichî, le ab- 
biamo ripreso alcune volte con etere. L'estratto cristallizza quasi subito parzialmente 
e per separare il nitrile solide dalla parte oleosa, di cui diremo piil avanti, abbiamo 
raflFreddato il tutto con ghiaccio e flltrato su imbuto del pari raffreddato a zéro. 
L' iminopropionitrile greggio cosi ottenuto, torchiato fra carta e cristallizzato dair etere, 
ci dette facilmente un prodotto pure, fusibile a 68°, come indicano gli autori citati. 

La saponificazione deir a-iminopropionitrile, tanto con acido cloridrico, che con barite, 
non procède, come s' è accennato piii sopra, in modo nette. Si élimina sempre in parte 
acido cianidrico con formazione di alanina ed aldeide, la quale si modiflca poi ulte- 
riormente per sue conto dando origine a prodotti di condensazione, che inquihano il 
prodotto principale. Verisimilmente si pu5 ammettere che in via intermedi'a si formi 



(1) Liebigs Annalen der Chemîo vol. 200, pag. 129. 

(2) Ibid. ibid., p. 137. 

Série VI. — Tomo IV. 



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il éomposto ôssidrilato, 

CH. CH^ CH^ 

CH^NH^CH — ^ CHNH^ H- i ' 
I 1 I * CHO, 

CN OH COOH 

che per idrolisi darebbe poi origine aU'alanina ed alPaldeide acetica. 

Noi abbiamo preferito saponiflcare con barite, visto che l'acido cloridrico non 
dava risultati migliori ed abbiamo ordinariamente impiegato per ogni 10 gr. di ni- 
trile, 40 gr. di idrato di bario cristallizzato e 600 c. c. di acqua. Durante Tebolli- 
lizione il liquido si colora in giallo e Pammoniaca che si svolge trascina con se dei 
composti aldeidici di odore sgradevole, che ricorda quello dell'aldeide crotonica. Ces- 
sato lo sviluppo d' ammoniaca, il liquido venne saturato a caldo con anidride carbonica; 
durante questo processo si libéra Tacido cianidrico, che, per la reazione secondaria 
suindicata, si trovava nella soluzione allô stato di cianuro di bario. II liquido flltrato 
dal carbonate baritico dà per svaporamento un residuo brunastro gommoso, che Er- 
lenmeyere Passavant analizzarono direttamente, considerandolo sostanza unica. Esso 
contiene invece, oltre al sale baritico dciracido imiuopropionico, rilevanti quantità di 
alanina. Per procedere ad una prima separazione, abbiamo decolorato il prodotto greggio 
con nero animale e lo sciroppo riottenuto estratto a caldo con alcool diluito. Cosl si 
asporta gran parte delP alanina, che perô contiene a sua volta del sale baritico. Pu- 
riflcata dair acqua e poi dair alcool allungato, la si ebbe allô stato puro dal punto di 
ftisione 273^ 

Analisi : 

Sostanza 0,2133 gr. ; CO^ 0,3150 gr. ; H^O 0,1527 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^O^N 

C 40,28 40,45 

H 7,95 7,86 

Il sale baritico greggio rimasto indietro e che nel trattamento con alcool allun- 
gato era divenuto cristalline, venne senz' altro sciolto in acqua, in cui non è piii 
tanto solubile, ed alla soluzione aggiunto quel tanto d' acido solforico neoessario per 
togliere tutto il bario. Il liquido flltrato dal solfato baritico, dà per svaporamento un 
residuo che tosto cristallizza e che tolto dair acqua madré fonde subito a 24 0^ Il 
punto di fusione stenta assai ad innalzarsi ulteriormente, ma dopo una série di cri- 
stallizzazioni dall' acqua, ottenemmo i prismi dell' acido a-iminopropionico ftcsibili 
a 254-255''. La sostanza è di certo identica air acido avuto dair amide 232^, perche 
mescolando i due prodotti il punto di fusione non si altéra. 



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— 27 



Analisi : 




Sostanza 0,1962 gr. ; CO, 0,3226 gr. ; H^O 0,1/Î18 gr. 

Sostanza 0,1972 gr, ; azoto, inisurato a 10^ e 756 mra., 14,8 c. c. 

In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^^O^N 

44,72 
6,83 
8,70 

Restava ora a vedersi ci6 che, oltre alP alanina, era contenuto nelle acque madrî 
da cui si separarono i cristalli ora descritti. Per togliere dal prodotto 1' alanina ab- 
biamo pensato di ricorrere al trattamento con cloruro di benzoile, sapendosi che i 
nostri acidi non danno composti benzoilici noentre V alanina reagisce facilmente con 
questo reattivo. Seguendo il metodo di E. Fischer tutto il prodotto ricavato dalle 
acque madri venne agitato in presenza di bicarbonate sodico con cloruro di benzoile. 
Il liquide flltrato ed acidiflcato con acido cloridrico dà un' abbondante precipitato, da 
cui si potè facilmente estrarre con etere petrolico la benzoilalanina dal punto di 
fusione 163M1)- 

La soluzione cloridrica vernie prima esaurita coû etere per togliervi le ultime 
tracce d' acido benzoico e poi concentrata ; essa contiene ora, a canto al cloruro sodico, 
il cloridrato delP acido iminopropionico. Il primo si sépara in gran parte per la con- 
centrazione, ma per eliminarlo d^l tutto, si porto a secco e si estrasse il residuo con 
alcool assoluto. La parte solubile venne in soluzione acquosa trattata con ossido d' ar- 
genté ed il liquide flltrato, liberato dall' argento con idrogeno solforato, flnalmente 
svaporato a b. m. Il residuo è une sciroppo che non ha tendenza a cristallizzare -^ — 
da cui si apprende quanto sia diflacile il lavoro con questi corpi e quanto sia indi- 
cato il premunirsi nelle conclusioni — sebbene contenga, corne si vedrà, notevoli quan- 
tità deir acido che fonde a 255'*. Anche qui condusse a buon fine il trattamento con 
idrato rameico. La soluzione acquosa del dette sciroppo dà col preparato di Heintz 
un liquide azzurro. Portato a secco e ripreso a caldo con alcool assoluto, quest' ultime 
estrae una sostanza verdastra gommosa, da cui non si poterono ottenere sostanze cri- 
stalhne. Il residuo è un bel sale colorato in azzurro intense dai riflessi violacei, che 
si scioglie bene neir acqua colle stesso colore. Tolto il rame con idrogeno solforato 
e concentrata la soluzione, si ebbe questa volta subito un prodotto solide, dal punto 
di fusione 240*", da cui per ultoriore cristallizzazione dall* acqua si ottenne V acido 
dal punto di fusione 254-255°. 



(1) Vedi E. Fischer. Berichte 32, pag. 2454. 



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-^ 28 — 

Dalle acque madri non ci fli possibile avère altre sostanze e perô ci sembra lecito 
concludere che ail' a-iminopropionitrile fusibile a 68**, corrisponde l' acido a-îmino- 
propionico fusibile a 255**. Certamente, in vista délie enormi difflcoltà che si îiicon- 
trano nella separazione di questi corpi, non si pu6 del tutto escludere la possibilità 
che nel prodotto di saponiflcazione del detto nitrile siano présent! anche piccole quan- 
tità deir acido che fonde a 235° ; per risolvere in modo assoluto la questione biso- 
gnerebbe fare délie ulteriori ricerche, che non abbiamo creduto opportune di eseguire, 
perché la cosa non ci è sembrata rneritevole di tanto interesse. 

Influe abbiamo voluto esaminare se nella parte oleosa del prodotto deir azione 
deir acido cianidrico suUa ammonialdeide a b. m. fosse forse contenuto, oltre al nitrile 
deir alanina ed al iminopropionitrile corrispondente air acido iminopropionico fusibile 
a 255°, in quanti ta apprezzabile V altro isomero, corrispondente air acido che fonde 
a 235°. Per questa parte délia ricerca ci furouo utili le recenti esperienze di Delé- 
pine (1). ïutto il prodotto oleoso (204 gr.) venue sottoposto ad una distillazione 
frazionata alla prèssione ridotta di 18 mm. Sebbene il miscuglio non distilli del tutto 
inalterato pure la scomposizione non è rilevante. Furono separate le seguenti frazioni, 
che corrispondono a quelle avute dal citato autore. 



Da 45 ai 


55» - 


- 33 gr. 


» 55 ai 


95° - 


- 77 gr. 


» 95 ai 


150» - 


- 66,5 gr., 



il residuo si solidiflca ed è formate dal nitrile già esaminato. Le prime porzioni con- 
tengono invece, corne lo dimostrb De lé pi ne il nitrile deir alanina, il di cui punto 
d' ebollizione è intorno ai 62°. Delépine trovo a 20 mm, 68-73°. Noi abbiamo 
voluto esaminare il contegno délia terza porzione, che seconde Delépine èun miscu- 
glio di aminopropionitrile e d' iminopropionitrile ; la sua porzione corrispondente, a 
20 mm., passava a 110-125°. Questa frazione venue saponificata cou barite nel modo 
ora descritto per T iminopropionitrile, ottenendosi dal sale baritico un miscuglio di 
acidi in forma d' uno sciroppo brunastro. L' ulteriore trattamento fu del pari il mede- 
simo. Lo sciroppo venne sottoposto ail' azione del cloruro di benzoile per togliervi 
tutta r alanina ed influe trasformato in sale rameico. Questo, estratto cou T alcool 
assoluto, dette il solito sale azzurro, da cui colT idrogeno solforato si ebbe 1' acido 
fiisibile a 255°. 

Per azione deir acido cianidrico sull' ammomialdeide a b. m. non si forma dunque 
in quantità apprezzabile il nitrile corrispondente air acido fusibile a 2î*5°, almeno 
entre i limiti da noi osservati. 



(1) BuU. Soc. chim. de Paris, vol. 29, pag. 1184 (1903). 



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29 



4. Finale. 

Le esperienze che abbiamo descritto nei precedenti capitoli insegnano che 1' azione 
lenta deir acido cianidrico diluito (3 p.cto) suir ammoniaideide dà risultati assai divers! 
da quelli che si possono conseguire operando rapidamente a caldo ed in soluzione 
concentrata. L' azione lenta è più inoltrata e ricca di maggiori particolari. In luogo 
dei soli nitrili, si formano le amidi e gli acidi : cioè si hanno corne prodotti cri- 
stallini segnatamente V alanina libéra e le naonoamidi dei due acidi a-iminopro- 
pionici. Ma per ottenere risultati migliori conviene agevolare il processo col concorso 
délia luce. 

Il risultato pià importante di questi studi è quelle d' avère potuto ottenere i due 
acidi a-iminopropionici isomeri ; noi li vogliamo ora distinguere colle lettere A e B e 
chiamare acido A a-iminopropionico quelle che fonde a 255° ed acido B a-iminopro- 
pionico quello fusibile a 235°- Non sarà inutile, crediamo, riunire in une specchio le 
proprietà più salienti di questi due acidi e dei loro derivati. 



Gomposti 


Acido v4 a-iminopropionico 


Acido B a-iminopropionico 


Acido 


p. f. 254-255^ 


p. f. 234-235<' 


Sale baritico acido 


aghetti raggruppati 


gommoso 


Sale baritico neutro 


solubile neU'acqiia fredda 


insolubile nelFacqua fredda 


Gomposto argentico 


C^H,^O^N'Ag-\-ÂgNO^ 


2C^H,^0,N'Ag-^AgN0., 


Sale biargentico 


precipitato amorfo gelatinoso 


precipitato amorfo polverulento 


Etere dietilico 


p. eb. 1?3-124^ a 15 mm. 


p. eb. 121-122° a 15 mm.; p. f. — 5° 


Gomposto nitrosilico delFetere 


p. eb. 177^ a 18 mm. 


p. eb. 163-164° a 17 mm. 


Monoamide 


G^H,^0;N^ ; p. f. 232^ 


C^Ht.O^Nt-hiV^H^O; p. f. 210° 


Tmide 


— — 


p. f. 186° 


Nitrile 


p. f. 68° 


— 



I due acidi devono avère la stessa costituzione e sono perô da considerarsi stereo- 
isomeri, essi naturalmente non hanno potere rotatorio, ne possono 'averlo ; la loro 
isomeria corrisponde, corne s' è già dette, a quella degli acidi racemico e mesotartrico, 
perche contengono corne questi due atomi di carbonio asimmetrici uguali tra di loro. 
Per risolvere la questione quale dei due acidi sia il racemico e quale V inattivo, biso- 
gnerebbe tentare lo sdoppiamento, cib che, seguendo le norme trovate daE. Fischer 
per gli acidi amidati, potrà farsi crediamo agevolmente per mezzo degli eteri. Questo 
ci proponiamo di fare in seguito ; pero flno d' ora ci sembra possibile dire qualche 
cosa in proposito. Confrontando i nostri due acidi con quelli tartarici e ricordando che 
il racemico ha il punto di fusione piîl elevato, 205-206,** dei mesotartrico, 140-143**, 
vien fatto di supporre che V acido A a-iminopropionico sia il racemico e Y altro T inat- 
tivo. Con ciô concorderebbe la minore solubilità dei primo, che si ripete pure nella 
sua amide. 



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— 30 — 

Volendo dare forma a questa supposizione le configurazioni dei due acidi in pro- 
iezione sarebbero p. es. le seguenti : 

CH^ COOH CH^ CH^ 

H— C— NH— G— H H^c— NH— C—H. 

COOH CH^ COOH COOH 

acido A-iminopropionico acido fi-iminopropîonico 

Quelle délie due corrispoodenti inonoamidi di conseguenza p. es. 

CH^ COOH CH^ CH^ 

H—C—NH — C—H e H — c — NH — C — H 

CONH^ CH^ CONH^ COOH ; 

amide p. f. !i32* amîde p. f. 210^ 

qui per5 c'è da osservare, che non essendo più in queste ultime i due atomi di car- 
bonio asimmetrici uguali tra di loro, le due forme devono essere entrambe racemiche, 
cioè sdoppiabili. 

Finalmente Vimide corrispondente ail' acido iî-iminopropionico e perô anche aU'a- 
midô fusibile a 210^, verrebbe, sempre seconde la supposizione fatta da principio, ad 
avère la seguente conâgurazione 

CH. CH. 

I ^ I "* 

H—C —NH-^C — H 

CH— NH---CO 

e sarebbe perô, al pari dell' acido a cui si riferisce, inattiva. 

Dei due acidi quello indicato con fi, dovrebbe essere, per più ragioni, il meno 
stabile, e con cio starebbe in buon accordo il fatto che esso non potè essere ottenuto 
che per azioni lente a temperatura ordinaria. Se la luce tende, corne vorrebbe parère, 
a trasformarlo nell' altro isomero per ora non lo possiamo aflFermare con sicurezza ; 
questo speriamo potranno risolvere le esperienze che, come si disse, ora stiamo facendo. 



Per ultime, quale appendice a quanto abbiamo esposlo ora intorno ail' azione del- 
r acido cianidrico sulla ammonialdeide, vorreramo aprgiungere poche parole suir azione 
deir acido cianidrico sulla isovaler ammonialdeide. Noi abbiamo esposto alla luce per 
quasi un anno intero (dal 20, VI, 1905 al 17, V, 1906) complessivamente 150 gr. 
dei composte ammoniacale deir isovaleraldeide in 1300 c. c. di soluzione d' acido prus- 
sico a circa il 3 pcto. Anche dopo una cosî lunga insolazione il dette composte non 
si scioglie nel liquide acquoso ; il prodotto è formate perb da un olio brunastro, che 



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-^ 31 — 

surnuota sopra il liquide acquoso bruno nerastro esao pure e contenente in sospensione 
délia materia carbouiosa. Ha V odore dell' aldeide e di ammoniaca, ma non quello del- 
l'acido cianidrico. 

Essendovi présente ancora délia sostanza primitiva, tutto l'assieme venne distillato 
con vapore acqueo ; passa un olio piii leggiero dell' acqua ed il liquido ha, per am- 
moniaca libéra, marcata reazione alcalina. Là, parte oleosa dopo qualche tempo co- 
raincia a mettere cnstalli, in seguito al riformarsi del composto ammoniacale del- 
r aldeide isovalerianica. 

Il residuo délia distillazione contiene in sospensione una notevole quantità di ma- 
teria nera* peciosa, che venne tolta per flltrazione; il liquido rossobrunastro che per 
conceutrazione dà dcU'altra materia resinosa, venne portato a sécco. Riprendendo con 
acqua, la résina resta indietro e la parte disciolta, in conveniente conceutrazione, inco- 
mincia a cristallizzare. Perô la quantità di materia cristallina era assai esigua: posta 
su piastra porosa per liberarla dalla parte oleosa, non pesava che 2 gr. Lavata con 
alcool e purificata dall' acqua, questa sostanza cristallizza in mamelloncini blanchi, ma 
in vista délie difflcoltà che tali ricerche presentano, non abbiamo creduto opportune 
di proseguire nell' esame. Il rendimento era troppo scarso per permettere uno studio 
anche superficiale délia reazione. 

Pare dunque che in questo, corne in tanti altri casi analoghi, il processo che si compie 
abbondantemente nei primi termini délia série, diventi assai tarde in quelli più elevati. 
Per ottenere rendimenti maggiori sarebbe forse bastato ricorrere a température elevate, 
ma naturalmente cib ci avrebbe condotto ftiori dei limiti che avevamo imposto ai nestri 
studi. Noi non cerchiamo le reazieni forzate, ma quelle che spontaneamente si com- 
piono, perche soltanto queste a nostro avviso possono servire di avviamente aile studio 
di quel fenomeni che interessano la fisiologia végétale ed a cui noi intendiamo di 
accostarci. 

Acido cianidrico ed acétone. 

Lo scopo délia présente ricerca era quello di vedere se per azione délia luce la 
reazione fra queste due sostanze andasse oltre alla formazione délia cianidrina e dei 
suoi derivati immediati. Come s* è dette nella prefazione, la luce détermina qui un 
complicato processo, per cui, assieme a sostanze amorfe e gemmose che non siamo riu- 
sciti ancora a decifrare, si producone i seguenti composti. 

In quantità mené rilevanti : T acido ossiisobutirrico {acetonico) e la sua amide 



CH^ CH^ CH^ CHg 

C^OH e C^OH 

COOH CONH^ 



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— sa- 
in quantité prevalente V acetonUurea di Urech ed il corrispondente acido a-ami- 
noisobutirrico. 

C—NH , e C^NH^ 

\ ^CO I * 

CO—NH"^ COOH 

ed inoltre poco abbondantemente, ossalato ammonico. 

I^ formazione dei due primi si intende senz'altro, essi sono i successivi prodotti 
di idrolisi dell'acetoncianidrina; meno facile a comprendere ed a prevedersi è invece 
la sintesi dei second!. L' acido ossalico era già stato notato fra i prodotti di decom- 
posizione dell' acido cianidrico alla luce. L' acetonilurea o meglio dimetilidantoina è stata 
ottenuta per la prima volta dair Urech (1) facendo agire sull' acétone il cianuro po- 
tassico contenente dei cianato in presenza d' acido cloridrico, mentre col cianuro pure 
non si forma che T acido acetonico e la diacetoncianidrina. Lo stesso autore Tebbe 
poi ancora per azione dei cianato potassico suir acido a-aminoisobutirrico. 

La sintesi deir acetonilurea dall' acétone con gli acidi cianico e cianidrico è espressa 
evidentemente dair equazione di Urech 

C^H^O H- CNH H- CNOH =z C^H^O^N^ . 

Per intendere la formazione di questo composto dall' acétone ed acido cianidrico 
puro, bisogna invece ammettere che la luce determini un processo di ossidazione o 
meglio di disidrogenazione, che sarebbe rappresentabile con lo schéma : 

C^H^O -H 2CNH H- //,0 = C^Hfi^N^ H- /f, , 
acétone acetonilurea 

il quale processo di disidrogenazione bisogna invocare anche per poter spiegare la 
sintesi deir ossalato ammonico : 

2CNH'^ AH fi — C^Hfi^N^ H- H^ . 
ossalato ammonico 

Che la luce determini simili processi di disidrogenazione non è senza esempio, ma 
quasi sempre riesce difficile a rendersi ragione dei modo in cui V idrogeno (che natu- 
ralmente non si libéra) viene impiegato ed assorbito dall'insieme délia reazione. In questo 
caso forse potrebbe ammettersi, che V idrogeno venga tolto dall' acétone e noi non pos- 
siamo cerlamente escludere che fra i prodotti délia reazione non sia stato présente 
l'alcool isopropilico o il pinacone. 

Spiegata o per dir meglio resa meno oscura la formazione dell' acetonilurea, appa- 



(1) Liebigs Annalen der Chemie vol. 164, pag. 255 (1872). 



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— 33 — 

risce assai probabile che quella deiracido aminoisobutirrico sia dovuta air idrolisi 
deir urea 

CH. CH. CH, CH, 
\/ ' \/ * 

C—NH. C-^NH. 

I yC0-i-2H^0= I * _H iV^, -H CO, . 

CO — NH • COOH ^ 

Comunque siano da interpretarsi questi processi, apparisce senza dubbio intéressante 
il fatto, che per azione délia luce V acétone con Y acido cianidrico in soluzione diluita 
dia origine ad un' aminoacido ; si sarebbe tentati a pensare che a simili processi sien 
dovute le sintesi degli aminoacidi nelle plante, perché sovente si riscontra in esse la 
presenza d' acido cianidrico libero. Giova perô riflettere per non lasciarsi sedurre da 
questo concetto, che, corne s' è detto nella prefazione, le aldeidi, e sono sostanze ben 
più importanti delF acétone per la vita végétale, si mostrano assai indifferenti. Che simili 
processi possano compiersi nelle plante forse anche con Taiuto di enzimi, non è da 
escludersi, ma noi non abbiamo ancora suflficienti ragioni per ammetterlo. Certamente 
apparisce necessario lo studio di altre aldeide e segnatamente di quelle appartenenti 
alla série del gliossale. Noi crediamo che nel caso nostro la ragione del fenomeno 
sia da ricercarsi nella, certamente non spiegabile, tendenza deir acétone a dare il 
composto ureico ; la luce col favorire la disidrogenazione, rende possibile la sintesi di 
esso anche col solo acido cianidrico. 

Oltre ai composti cristallini ora accennati, per azione dell' acido prussico suU' acé- 
tone in presenza délia luce, si producono in quantità prevalenti, sostanze gommose 
molto solubili neiracqua, anzi addirittura deliquescenti, che in soluzione acquosa danno 
intensamente la reazione del biureto colla potassa ed il solfato di rame. Non vogliamo 
nascondere che da principio questi corpi hanno attirato in alto grade la nostra atten- 
zione, perché speravamo che si trattasse di prodotti condensati, che ; data la loro ori- 
gine, per le proprietà flsiche ed il contegno chimico, avrebbero potuto essere di assai 
notevole interesse. Queste sostanze gommose almeno in parte danno per idrolisi con gli 
acidi diluiti, colla massima facilita, T acido aminoisobutirrico. Ma per quanto si fosse 
insistito nella loro purificazione, il peso molecolare di queste sostanze si mantenne basse 
e taie da escludere quella complessità molecolare che da principio credevamo doversi 
presupporre. Del reste anche gli studi fatti quasi contemporaneamente sui prodotti del- 
r azione dell' acido cianidrico suirammonialdeide e precedentemente descritti, ci inse- 
gnarono che l'aspetto gommoso pu6 molto spesso trarre in inganno e non dà nessun 
criterio per giudicare délia natura dei corpi che si stanno esaminando. 

Che i prodotti ora menzionati sieno dovuti ail' insolazione lo provô in questo caso 
l'esperienza fatta all'oscuro. Conservando al buio per 5 mesi, una soluzione acquosa 
di 20 gr. d' acétone in 230 c. c. d' acido cianidrico al 4 pcto, il liquide rimane sco- 
lorato ; concentrandone una porzione a b. m. , resta indietro un liquide incolore lieve- 
mente acido, che scaldato sulla lamina di platino brucia con flamma azzurrognola senza 
Série YI. — Tomo IV. 5 



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-- S4 — 

îasciàre residuo, Tutto il prodotto venae dopo ci6 estratto con etere, seccato cou sol- 
fato sodico anidro e distillato. Esso passa dai 40*" a 130^ ed il distillato ha Todore 
Suffocante dell'acido cianidrico e deir acétone. Evidentemente s'era formata in parte 
r acetoncianidrina, che Urech ebbe analogamente dair acétone con acido prussico anidro. 
Questo aiitore asserisce inoltre che anche a 100** il risultato non è essenzialmente 
diverse (I). 

È strano che Tazione dell' acido cianidrico diluito sull'adetone alla luce, venga 
impedita anche da piccole quantità di acidi minerali. Esponendo al sole dal 5, VI (1905) 
flno al 17, III (1906) uiia soluzione di 60 gr. d'acétone in circa 1 litro d' acido cia- 
nidrico al 3 pcto, contenente 1 c. c. d' acido solforico al 20 pcto, il liquide si man- 
tiene quasi incolore. Concentrandolo nel vuoto passa tutto T acétone e T acido priissico 
e non rimane che un piccolo residuo di circa 2 gr. contenente, oltre alP acido solfo- 
rico, un po* di solfato ammonico e di materia organica (acido acetonico î). 

EsposMone parUcolareggiata dette enperienze, 

Vennero esposti alla luce in più rlprese durante i mesi estivo autunnali in ma- 
tracci chiusi alla lampada in complesso circa 500 gr. d'acétone in circa 7 "/g litri di 
acido prussico dal 3 al 4 pcto di concentrazione. L' acido prussico era slato in parte 
preparato da noi in parte proveniva da Kahlbaum. Durante l' insolazione il liquide si 
colora in bruno flno ad assumere un colore quasi nero con deposito carbonioso. È da 
notarsi che il rendimento sta in relazione coll'annerimento dol liquido; in alcune espe- 
rienze, forse perché l' acido cianidrico impiegato conteneva tracée di acido solforico, 
il liquide stentô a colorarsi e la quantità di prodotto fu assai scarsa. Dopo l' insola- 
zione, se l'operazione è ben riuscita, il liquido contiene poca cianidrina e svaporato 
direttamente dà un grosso residuo nero, pecioso, semisolido. 

U elaborazione del prodotto fti eseguita nel seguente modo. Il contenuto d'ogni nia- 
traccio, concentrato alquanto a b. m. per eliminare l' acido prussico riraasto inalterato, 
venue allungato coll' egual volume d' acqua ed agitato a lieve calore con un buon nero 
animale per mezzo dell' agitatore di Plancher, mosso da un piccolo motore a gaz. 
Filtrando dal carbone animale, si ottiene una soluzione appena colorata, che per con- 
centrazione nel vuoto a b. m. dà un residuo sciropposo a caldo, che a freddo si rap- 
prende in una massa gelatinosa. Nelle operazioni ben riuscite, da p. es. 175 gr. di 
acétone si ebbero 134,8 gr. di questo prodotto greggio; se invece Tannerimento del 
liquide era stato ritardato, il prodotto risulto più scarso cioè p. es. da 120 gr. di 
acétone soltanto 60 gr. di residuo gelatinoso. 

Il primo trattamento délia massa greggia conviene farlo con alcool metilico ; in 
questo modo si élimina buona parte dell' ossalato ammonico. Scaldando il prodotto greggio 
a b. m. con il doppio o triple volume d'alcool metilico. tutto passa in soluzione al- 



(1) 1. c. pag. 256. 



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— 35 — 

r infliori di un piccolo residuo ; p. es. partendo da 250 gr. di acétone, ô gr. ; questo 
residuo insolubile neir alcool metilico, che contiene uTi po' di nero animale e di silice, 
puriflcato daU'acqua, ci dette aghi lunghi, incolori che si scomponevano a 255®, i 
quali ftirono riconosciuti per ossalato d'ammonio, 

Analisi: 

Sostanza 0,1692 gr. ; CO^ 0,1042 gr. ; Hfi 0,1122 gr. 

Sostanza 0,0974 gr. ; azoto, misurato a 15* e 768 mm,, 16,4 ce. 

In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^O^N^-^ H^O 

C 16,79 16,90 

H 7,37 7,04 

N 19,94 19,71 

Per procéder© alla separazione délie singole sostanze contenute nella soluzione me- 
tilica, questa venne da prima portata a secco e la massa gelatinosa che resta indietro, 
iu adeguata diluizione acquosa, dibattuta con un agitatore meccanico circa 20 volte 
con etere acetico. Questo scioglie molto meglio deU'etere ordinario Tacetonilurea ed è 
perè più conveniente. Tutto il prodotto resta cosi diviso in due parti, nella frazione 
eterea {A) ed in quella acquosa {B). 

A. Le sostanze solubUi neilV etere acetico. 

L'estratto ottenuto con questo solvente, seccato completamente nel vuoto, è una 
massa prevalentemente cristallina, alquanto colorata in bruno. Da 280 gr. di acétone 
se ne ebbero 45 gr. Essa venne anzitutto ripresa con acqua e decolorata nuovamente 
con nero animale ; il liquide incolore che ne risulta, dà per concentrazione una ma- 
teria cristallina, la quale puriflcata sistematicamente dair acqua fonde circa a 170**, 
per ulteriore cristallizzazione dair etere acetico si hanno grossi prismi senza colore, che 
fondono a 174"*. Questo composte ha tutte le proprietà délV acetonilurea, corne venue 
descritta dagli autori che ebbero ad occuparsene (1). 

Analisi : 

Sostanza 0,1950 gr. ; CO^ 0,3334 gr, ; H^O 0,1168 gr. 

Sostanza 0,0974 gr. ; azoto, misurato a 13® e 756 mm., 18,2 ce. 

In 100 parti : 

trovato calcolato per C^H^O^N^ 

C 40,62 — 46,87 

H 6,65 — 6,25 

N — 21,97 21,88 



(1) Vedi Urech, Liebigs Annalen der Chemie 164, 264. — Heilpern. Monatshefte fur Chemie 
17,238; Errera, Gazzetta chimica, 26, I, 210. 



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— 36 — 

Le acque madri, da cui venne separata T acetonilurea, danno per evaporaraento un 
residuo sciropposo, alquanto déliquescente, giallognolo. Seccato nel vuoto e ripreso con 
etere, passa quasi tutto in soluzione. Il residuo resinoso è trascurabile. La soluzione 
eterea s' intorbida per raffreddaniento e deposita accanto a dei cristalli bene sviluppati 
un olio denso giallognolo. I cristalli, che si possono separare meccanicamente dallo sci- 
roppo, purificati dall' etere e flnalmente dair acétone, si presentano in prismi dal primo, in 
squame dal secondo e fondono a Oe"*. Questo composto è Vamide deWacido a-ossiiso- 
butirrico, ottenuta per la prima volta dal Pinner (1). 

An al i si : 

Sostanza 0,1718 gr. ; CO^ 0,2942 gr. ; IJ^O 0,1416 gr. 

Sostanza 0,1744 gr. ; azoto, misurato a lO"* e 758 mm., 20,2 c. c. 

In 100 parti: 

trovato calcolato per C^H^O^N 

C 4«,70 — 46,60 

H 9,15 — 8,74 

N 13,82 — 13,59 

Essa è solubile nell'acqua, neir etere solforico, neir etere acetico e neir acétone ; 
si scioglie pure nel benzolo da cui si sépara in pagliette che air aria sfloriscono. La 
soluzione acquosa dà una assai intensa reazione biuretica colla potassa e solfato di 
rame. Crediamo che questo contegno, che le amidi degli a-ossiacidi hanno in comune 
con quelle degli a-aminoacidi, trovato da Ugo Schiff, non sia stato fin'ora osser- 
vato. L'amide a-ossiisobutirrica è stata descritta, come si disse, da A. Pinner; egli 
Tottenne, puriflcandola dall' acétone, in squamette ftisibili a 98**. 

Per togliere ogni dubbio sulla identità del nostro prodotto con l'amide a-ossiiso- 
butirrica, lo abbiarao saponificato con barite ed abbiamo ottenuto Vacido acetonico 
{a-ossiisobutirrico) di Morkownikow (2) che sublima facilmente in aghi dal punto 
di fusione 80**. Questo autore lo ebbe fondente a 78*. 

Piîl sopra s' è dette che i cristalli dell'amide ossiisobutirrica di Pinner si de- 
positano dall' etere assieme ad una materia oleoso sciropposa déliquescente, da cui ven- 
nero separati meccanicamente. Questa sostanza oleosa ci dette molto da fare credendo 
potesse nascondere qualche altro corpo, ma dopo un lungo ed assai paziente esame, 
mutando spesso solvente, potemmo convincerci che essa conteneva in prevalenza le due 
sostanze già descritte, cioè l' acetonilurea e l'amide ossiisobutirrica. Per arrivare a 
deoifrare questa materia sciropposa la trattammo, bene essicata nel vuoto, con benzolo 
bollente, che lascia indietro poca materia resinosa. La soluzione benzolica, per raffredda 
mento, deposita un miscuglio cristalline formate da squamette che sfloriscono e da 



(1) A. Pinner. Die Imidoàther, Berlin 1892, pag. 37. 

(2) Liebigs Annalen der Chemie 146, 339 e Beilstein vol. I, pag. 5G3. 



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— 37 — 

prismi che si mantengono incolori. Rîprendeudo con etere e concentrando con molta 
cautela, si riesce a separare prima T acetonilurea, che puriflcata ulteriormente dal- 
Tacqua diedo 1 caratteristici cristalli fusibili a 174**, e poi per ulteriore concentra- 
trazione Tamide di Pinner, che cristallizzata ancora dair acétone, si présenté in 
tavolette dal punto di ftisione 96**. 

B. Le sostanze che restano sotolte neWacqua. 

Il liquide acquoso esaurito con etere acetico, concentrato nel vuoto a b. m. e poi 
sull'acido solforico, dà una massa gelatinosa che, proveniente da 280 gr. d'acétone 
ammontava a 64 gr. Essa è déliquescente, scaldata su lamina di platino dà un odore 
di corna bruciate e lascia un abbondante residuo carbonioso. La sua soluzione acquosa 
si colora intensamente in rosso violetto (reazione biuretica) colla potassa e solfato 
di rame. 

Per r ulteriore trattamento, essa venne in soluzione acquosa scolorata con nero ani- 
male, portata nuovamente a secco e ripresa a caldo con alcool assoluto. Per 60 gr. 
di prodotto si impiegarono prima 200 e poi altri 400 c. c. d' alcool. In questo modo 
si separano dei precipitati amorfi, colorati in bruno in quantità di circa 26 gr. Questa 
materia, sciolta in acqua, scolorata con nero animale e lasciata a se nel vuoto sul- 
l'acido solforico, deposita dei cristalli di ossolato ammonico^ filtrando da qaesti ed 
aggiungendo al liquido a poco a poco dell' alcool assoluto si ottengono délie altre cri- 
stallizzazioni formate dair acetonilurea e dalP acido a-aminoisobutirrico ; quest' ultime 
si ritrova più abbondantemente nei liquido alcoolico. La soluzione alcoolica, da cui 
separammo il precipitato amorfo era descritto, concentrata a circa due terzi, deposita 
questa volta una sostanza solida cristallina pulverulenta. Puriflcata dalP acqua si pré- 
senta in tavolette esagonali, che sublimano completamente senza fond ère, ha un sapore 
intensamente dolce. Essa è il già menzionato acido a-aminoisobutirricOj che Urech 
ottenne per la prima volta per idrolisi dell' acetonilurea e che fti poi per piîi volte 
descritto da altri autori (1). 

Analisi : 

Sostanza 0,1842 gr. ; CO^ 0,3158 gr. ; H^O 0,1526 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per CJI^O^N 

C 46,75 46,60 

H 9,20 8,74 

Le proprietà dei nostro prodotto corrispondevano perfettamente con quelle descritto 
dagli indicati autori. 



(1) Heintz, Annalen der Chemie 198, 51 ; Tiemann, Berichte 14, 1972; Heilpern, Monats- 
hefte fur Ghemie 17, 241; Gulewitsch, Berichte 33, 1900; Hellsing, ibid. 37, 1923. 



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— 38 — 

Dopo la separazione dell' acido aminoisobutirrico, il liquido alcoolico in discorso 
venne portato a secco. Si ottiene cosi nuovamente una massa amorfa, gommosa déli- 
quescente, che pesâva 3 S gr. Dopo essere stata seccata nel vuoto, V abbiamo, in solu- 
zione di alcool assoluto, trattata con un' eccesso d' etere anidro. Si forma cosi un 
precipitato (a), che venne separato per flltrazione dal liquido (6), e seccato tosto 
nel vuoto. 

La porzione a. Questo precipitato, quando è secco, ha Y asi>etto d' una materia 
amorfa, fragile, lieveraente colorata in giallo ed è estremamenté déliquescente : in 
soluzione acquosa dà la reazione del biureto. Fu questa sostanza che, per le sue pro- 
prietà fisiche e per la facilita con cui per idrolisi dà V acido aminoisobutirrico, cre- 
demmo potesse essere un prodotto di condensazione, una specie di peptone, dal peso 
molecolare elevato. Le ulteriori ricerche che qui descriveremo, ci convinsero perô che 
c' eravamo illusi. 

Da principio avevamo tentato di purificare questa materia, proveniente da altre 
esperienze, precipitandola con acido fosfotungstico in soluzione solforica, ma Y abbon- 
dante precipitato che si forma, scomposto con barite, non ci dette che ammoniaca, 
proveniente forse dall' ossalato ammonico. Dal flltrato délia combinazione fosfotungstica, 
trattato anch' esso con barite e poi scomposto coU' acido solforico, si riottenne la 
sostanza primitiva. Questa, precipitata dalla soluzione alcoolica con etere, nel modo 
anzidetto, venne sottoposta air analisi. 

Analisi : 

Sostanza 0,2062 gr., ceneri 0,0034,; CO^ 0,3176 gr. ; H^O 0,1456 gr. 
In 100 parti : 

C 42,71; H 7,07 

Peso molecolare : 

In soluzione acquosa 

concentrazione abbassamento peso molecolare 

0,946 1,872 0% 16 0%31 111,7 114,1 

Dopo questo insuccesso, credendo che la materia amorfa contenesse délie sostaiize 
cristalline estranee che ne abbassassero il peso molecolare, l' abbiamo ripresa con alcool 
assoluto, che realmente lasciô indietro un residuo insolubile, formate dall' acido a-ami- 
noisobutirrico già menzionato. La parte solubile venne nuovamente precipitata con 
etere ed il prodotto, seccato con cura, nuovamente analizzato. 

Analisi : 

Sostanza 0,1952 gr., ceneri 0,0034 gr. ; CO^ 0,2892 gr. ; H^O 0,1310 gr. 



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— 39 — 

Sostanza 0,1569 gr,, tenendo conto délie ceneri ; azoto, misurato a 9** e 767 
mm., 25,9 c. c. 
In 100 parti: 

C 41,12; H 7,59; N 20,04 

Peso molecolare : 

In soluzione acquosa 

concentrazione abbassamento peso molecolare 

1 848 2,03 0^330 0^405 104 105 

La sostanza, corne si vede, contiene più azoto deir acido aminobutirrico (che ne 
richiede 13,59), ma ha un peso molecolare poco diverse da questo [C^H^O^N z=z\Q*i). 

Per arrivare a qualche risultato più concludente, col prodotto di una nuova pre- 
parazione, trattato nel modo descritto in principio, cioè ottenuto per precipitazione con 
etere dalla soluzione alcoolica, abbiamo proceduto nel seguente modo. La massa déli- 
quescente venue ripresa con acqua, decolorata con nero animale e lasciata a se per 
qualche tempo suU' acido solforico. Si separarono cosi dei cristalli delP acido aminoiso- 
butirrico, che vennero tolli per filtrazione. Col prodotto sciropposo, liberato dair ami- 
noacido, abbiamo tentato anzi tutto di ottenere un derivato benzoilico, opérande nel 
modo indicato dal Fischer, ma il tentative non riusci. Il precipitato che si sépara 
coir acido cloridrico è formate soltanto dair acido benzoico ; il filtrato acido portato 
a secco e trattato nel modo consueto ci dette T acido a-aminoisobutirrico, che evi- 
dentemente s' era formate per idrolisi délia sostanza gommosa nella evaporazione a 
b. m. coir acido cloridrico. Va notato che Y acido a-ami noisobutirrico trattato con 
cloruro di benzoile col metodo di E. Fischer (1), si trasforma, come era da aspet- 
tarsi, nel relative composte benzoilico, che fonde a circa 203"*, ma che per ora non 
abbiamo ulteriormente studiato. 

Non potendo per questa via arrivare allô scopo, siamo influe ricorsi alla salifl- 
cazione coir idrato rameico, preparato col metodo del Heintz dal solfato di rame e 
))arite. Le sciroppo trattato col dette preparato diede un liquide verde, che portato 
a secco a b. m., lascia un residuo vischioso dello stesso colore. Estratto con alcool, 
la parte maggiore passa in soluzione dando un liquide verde cromo. Il residuo inso- 
lubile, liberato dal rame, non dà la reazione del biureto e contiene acido ossalico. 
Venue perb messe da parte. La porzione solubile nelP alcool, che è la principale, dà 
invece una bellissima colorazione rosse violetta per aggiunta di potassa ; liberata essa 
pure dal rame in soluzione acquosa e portata a secco, si présenta sempre in forma sci- 
ropposa. Per trattamento con alcool si poterono separare da essa ancora piccole quantità 
di ossalato ammonico e di acido aminoisobutirrico ; liberata da questo venue infine 



(1) Untersuchungen ûber Aminosâuren, Polypeptide und Protéine. Berlin 1906, pag. 166. 



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— 40 — 

nuov&mente precipitata con etere. Il prodotto cosi ottenuto ha perb sempre un peso 
molecolare semplice. 

Peso molecolare : 

concentrazione abbassamento peso molecolare 

1,968 4,518 0^38 0^86 97,9 99,3 

Dopo ciô convenne arrendersi ; non si tratta già di una sostanza di natura com- 
plessa, ma di qualche derivato dair acido a-aminoisobutirrico, che, per le impurità 
che lo accompagnavano e di oui non siamo riusciti a liberarlo, non potè essere fin' ora 
isolato allô stato cristallino. Non è improbabile si tratti di un prodotto di parziale 
idrolisi dell' acetonilurea corne sarebbero i seguenti : 

C—NH—CO— NH^ ^pp^j.^ C — NH— COOH 

COOH CONH^ 

II primo è stato descritto dairUrech (1), che T ottenne e per azione del cianato 
potassico sul solfato deir acido aminoisobutirrico in forma sciro[)posa, che pero per 
aggiunta di un po' di acido nitrico diluito cristallizza e fonde a 160®. Il seconde non 
è stato ancora descritto. 

L' idrolisi di questa materia gommosa, che conduce facilmente, come s' è detto, air a- 
cido a-arainoisobutirrico, fu eseguita sopra un altro campione di sostanza nel seguente 
modo. La massa gommosa sciolta in acido cloridrico venne bollita a ricadere per circa 
3 ore e la soluzione brunastra risultante portata a secco. Siccome conteneva del cloruro 
ammonico formatosi nella reazione, venue liberata da questo per estrazione con alcool 
assoluto. La parte disciolta, decolorata con nero animale, dà per svaporamento un 
abbondante residuo completamente cristallino, formato dal cloridrato del suddetto acido 
aminoisobutirrico. Per ottenerlo allô stato libero abbiamo ripreso il residuo con acqua 
e trattata la soluzione con solfato d' argento ; liberato il liquide dal cloruro argentico 
formatosi, vi abbiamo aggiunto barite in eccesso per decomporre il solfato dell' acido 
amidato ed indi, senza flltrare dal solfato di bario, scemposto il sale baritice a caldo 
con anidride carbonica. Filtrando ora e concentrando il liquide, si ebbe V acido a-ami- 
noisobutirrico con tutte le sue caratteristiche preprietà. Venne purificato dalF acqua 
e per V analisi anche dair alcool diluito. Sublimava completamente senza fondere. 

An al i si : 

Sostanza 0,1766 gr. ; CO^ 0,3036 gr. ; H^O 0,1436 gr. 

In 100 parti : 

trovato calc olato p e r C^H^O ^N 

C 46,88 46,60 

H 9,03 8,74 



(1) Liebigs Annalen der Chemie 164, 274 e Beilstein I, 1311. 



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— 41 — 

Questo risultato deir idrolisi sta naturalmente in buonissimo accordo tanto con una 
che con V altra délie due citate formule. 

La porzione b. Il liquido alcoolico etereo, da cui venue separato per flltrazione 
la materia amorfa, di cui purtroppo ci siamo cosî lungamente occupati, dà per sva- 
poramento del solvente un residuo gommoso che ha poca tendenza a cristallizzare. 
Ëstraendolo a freddo con etere assoluto resta indietro una materia resinosa, che non 
abbiamo pid oitre esaminato. La parte solubile invece, dopo eliminato V etere, cri- 
stallizza parzialmente. I cristalli, puriflcati dair acqua, fondevano influe a 96"" e si 
dimostrarono identici air amide a-ossiisobutirrica già menzionata più sopra. Lo sciroppo^ 
filtrato dair amide, è intensamente acido. Venue per6 saturato con carbonate sodico, 
e la soluzione alcalina estratta ripetutamente con etere. Acidificando quindi con acido 
solforico ed estraendo nuovamente, si ha un residuo sciropposo, che pero ora neU'ess:- 
catore dopo qualche tempo cristallizza. Questo residuo ben secco, puriflcato delPeter? 
petrolico è subliraabile e dà cosi i lunghi aghi incolori deir acido a-ossiisobutirrico 
{acetonico) che fondono a 79*". 

Analisi : 

Sostanza 0,2244 gr. ; CO^ 0,3800 gr. ; H^O 0,1588 gr. 
In 100 parti : 

trovato calcolato per CJSJÛ^ 

C 46,18 46,15 

H 7,86 7,69 

Esso ha le proprietà indicate degli autori che ebbero ad occuparsene (1), e segna- 
tamente il punto di ftisione 79**. 



Influe, quale appendice ai nostri studi suir azione dell* acido cianidrico suir acétone 
vogliamo aggiungere qualche dettaglio intorno al contegno délie aldeidi. Nella intro- 
duzione s' è già dette che questi corpi si mostrarono assai indiffferenti rispetto air acido 
prussico. 

L* acetaldeide \enne esposta alla luce in soluzione di 54 gr. in un iitro di acido 
cianidrico al 3 pcto. durante un' anno dal 3, VI, 1904 al 11, VI, 1905. Dopo T in- 
solazione il liquido si présenta incolore e venue concentrato a pressione ridotta ; il 
residuo brunastro, mobile, che arde con flamma azzurrognola senza lasciare indietro 
materia carboniosa, è formate precipuamente dalla cianidrina deir acetaldeide. Svapo- 
rando a secco completamente, il lieve residuo dà una debole reazione biuretica. 

Abbiamo poi fatte alcune esperienze colla cianidrina deir acetaldeide, esponendone 
100 gr. in un litre d' acqua coll' aggiunta di 5 o di 45 gr. d' acido formico per 



(1) Vedi Beilsteln I, pag. 563. 
Série VI. — Tomo IV. 



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un intero.auno .ftUa Jucfî solâre; L\'.effetta:fa.per6 completaiBéôte «fegativa, giacchë sva- 
porando il liquide, che resta quasi completamente scolorato, oon riiûase ajduir.'rçsiduo ; 
oi6 che prova la oianidrina rimàne del luUo inaltèrata». ''''/' . 

Direraoper ultime che abbiame fatta ua'.esperieuza anchè ceft V aideide benzoica. 
Si implegarouo. 20 gr. sospesi in 125 c. c. d' acido. oianidricc al 3 pcto., ma ^che 
dopo unMnsolazione d'unJntero annc, T aideide e T acido^ prussico restarono inalteratî. 

Anche qîiesta volta vogliamo pubblicamente ricordare .con gratitudint? T aiuto ef- 
ficace che il dôtt; Egisto Paviraiii ci ha prestato durante queata iunga e difficile 
série di ricerche. . ' ' '. ■ 

Bologna, agosto 1906. 



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INDICE CRIHCO mie BILOCULINE FOSSILI D" ITALIA 



' , MEMORiA 

Dottor CARLO FORNASINI 

' presantata' n^l'àduriftiiza' del 25 rovembre 1906 

(CON Tl^lt TAVOLE) 

« pour faire abandonner la légende des BHo- 

■ ■ k' ' culina hùlléides et ringens encore vivantes.^.... » 

' SCHI.UMRKttOKR, 3891. 

« The, differentiation of internai structures, as shown 
by MM. Munier-Chaimas and Schlumb'erger, 
.*». raise hopes of a better distinction of forms... .! > 

RUPKRT J0NK9, 189:3. - 

Al contrario di çib che abbiamo notato nel génère Spiroloculina (1), noi troviamo che 
BilocuUna ha, subito profonde alterazioni, tanto che. la frase con la quale esso fu definito da 
d'Orbigny nel 1826 (2) è dlvenuta oggidi insufflciente. Non intendo di accennare a quelle 
modiflcazioni deir aspetto esteriore, che derivano, per esempio, dalP incompleto sviluppo 
délia penultima caméra di B. lucemvla quando questa assume carattere di Triloculinrfj 
ne a quelle svolgersi singolarissimo 'Il B. depressa che, seconde le osservazioni di Flint, 
passerebbe gradatamehte a Spiroloculina robusta, ma bensi al fatto normale del diraorfismo, 
il quale nelle biloculine, a diflferenza di altri tipi di foraminiferi, conduce ad una modifî- 
cazione pseudogenerica che intéressa la prima parte délia conchiglia. Infatti, se, corne 
Schlumberger ebbe più volte occàsibne di dimostrare, nella forhia cosidetta megalosfe- 
rica di una biloculina Tordinamento délie camere è taie da essere in armonia compléta 
con la definizione orbignyana, nella raicrosferica, invece, un primo giro costituito da cinque 
camere circonda la microsfera; ad esso possono seguire altri gi ri quinqueloculinari, ma poi 
le camere si rrdacono a quattro, poscia a tre per ogui giro, e riescono infine al comune 
ordinamento délie biloculine. La risultante per le due forme, se si eccettuano forse le mag- 
giôri dimensioni délia seconda, è dunque la slessa, e gli stessi sono i caratteri esteriori. 
I quali perô, se nella maggior parte dei casi possono bastare alla determinazione generica, 
non. sono altrettanto validi per una. esatta determinazione speciflca, poichè ad ottenere 
quest'ultima è indispensabile, seconde Schlumberger, la conoscenza deir intima struttura 



(1) Bollettino délia Società Geologica Italiana, vol. XXIV (1905), pag. 387. 

(2) € Loges embrassantes; opposées sur un seul plan, deux d' entr' elles apparentes ». 



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— 44 — 

deila forma micrbsferica. Ora, taie conoscenza non si pu6 avère che tagliando con diligenza 
gli esemplari, in modo che la sezione sia normale alPasse longitudinale e passi per la mi- 
crosfera, operazione questa che, per riescire perfetta, présenta non poche difflcoltà. Ed è 
appunto in conseguenza di tante difflcoltà che scarseggiarono le determinazioni speciflche 
délie biloculine eseguite col metodo sopra indicato; chè, se da un lato Schlumberger. 
nella sua « Révision des Biloculines des grands fonds », ci ha fornito un ricco e splendido 
materiale d'osservazione, noi vediamo, dall'altro lato, che le poche ricerche mie e di S i 1 - 
V es tri sulle biloculine microsferiche italiane ci lasciano nella sfavorevole condizione di 
dover giudicare délia buona o délia cattiva determinazione délie specie suUa base unica 
dei caratleri esterni, non sempre fedelmente riprodotti, e discretamonte variabili per giunta. 

* * 

Giova perô notare, che Tosservazione accurata dei caratteri esterni nelle biloculine, o 
particolarmente di quelli deirorificio, ha sempre grandissima importanza, non solo percha 
moite volte non si riesce a rinvenire la forma microsferica di una data specie, e, rinvo- 
nutala, spesso mancano i mezzi, il tempo o Tabilità per sezionarla convenientemente, ma 
anche perché alla diversità nella struttura intima sembra corrisponderne altrettanta nei 
caratteri esterni. Comunque sia, è indubitato che le ricerche di Schlumberger, a parlf> 
il valore che posseggono in relazione al fatto dei dimorfismo iniziale, hanno avuta per con- 
seguenza la nécessita di una maggiore distinzione di nomenclatura fra le biloculine eoce- 
niche e le neogeniche e recenti, e ci6 in opposizione a quanto conclusero da prima i 
rizopodisti inglesi, i quaii, alla loro volta avevano creduto di potere sopprimere senz'altro 
le distinzioni proposte da d'Orbigny. 

Nel présente indice vengono considerate soKanto forme neogeniche. Se la memoria non 
mi tradisce, due sole biloculine furono raccolte in Italia in terreni preterziari, vale a dire : 
quella che Reuss rin venue negli strati di San Cassiano, e che egli confronté con la sua 
B. amphiconica (1), e Taltra che Mariani osservo in sezione nel calcare liasico di Nese 
in Val Seriana, e che egli ascrisse, non vedo per quale ragione, a B. liasinn T. e B. (2). 

aequilabiata Terquem (tav. III, fig. 6). 

Fornasini 1886. Boll. Soc. GeoL It, V, p. 261. — 1898. Mem. Ace. Se. Bologna, 5, VII, p. 207, 
t. 0, f. 3. 

Per la sua forma lenticolare ricorda B, depressa\ ma, come giustamente fece notare 

(1) Sitzungsber. k. Akad. Wiss. Wien., vol. LVII (1868), pag. 105, tav. I, flg. 10. 

(2) Boil. Soc. Geol. Ital., vol. X (1891), pag. 723, tav. I, fig. 1. — B, liasina di Essey-lès- 
Nancy è forma compressa e carenata, tanto che da Brady fu tenuta inseparata da B. depressa o riguar- 
data come la più antica rappresentante di quest'ultima specie e dei génère Biloculina, Ma la forma di 
San Cassiano appare molto più prossima di B. liasina a B, depressa^ di guisa che, ammettendo una 
identità specifica délia quale dubiterei fortemente, la biloculina illustrata da Reuss sarebbe da riguar- 
darsi come la più antica rappresentante di B, depressa, nonchè dei génère Biloculina. 



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— 45 — 

ïerquem, B. aequilabiata^ tanto per il contorno ovale, quanto peri caratteri deiroriflcio, 
si distingue benissimo da qualunque altra biloculina lenticolare. Riproduco per confronto 
(tav. III, âg. 7) la flgura terquemiana di B. aequUaMat'a. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presso Bologna e di San Pietro in Lama presse 
Lecce. 

aéquiTOca Costa. 

Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VIT, p. 308, t. XXIV, f. 5. 

Non ha i caratteri esteriori di una biloculina, ne si comprende corne Tautore la con- 
sidérasse corne taie montre scriveva : « Questa conchiglia, guardata da uno de' suoi lati si 
annunzia per una QuinquelocuUnaj dal lato opposto è una vera Biloculina ; l' apertura è di 
Nonionina ». Probabilmente egli vi fu indotto dall'averla trovata < affine alla contraria 
per la compressione e contrarietà di andamento délie cavità ». Ma la cosidetta B, con- 
traria non è una biloculina. 

Nel neogene di Lucugnano in Terra d' Otranto e di Reggio in Calabria. 

affinis d'Orbigny (tav. III, âg. 14). 

Mantovani 1874. Descr. geol. Campagna Romana, p. 47. — Seguenza 1880. Mem. Ace. Lin- 
cei, 3, VI, p. 152. 

Seguenza ascrisse a questa specie « piccoli esemplari un po'dubbi », e Mantovani 
non diede figura di quelli da lui osservati ; cosi che non possiamo con sicurezza affermare 
se la biloculina di Baden presso Vienna si trovi anche in Italia. 

Nel neogene del Monte Mario presso Roma e di Benestare in Calabria. 

affinis d'Orbigny (tav. III, flg. 15). 
F ornas! ni 1891. Tavola con foram. del Ponticello di Savena, fig. 3. 

Meglio forse che con B, affinis del Bacino di Vienna, l'eseraplare da me figurato sa- 
rebbe da controntarsi con certe biloculine recenti, quale, per esempio, è quella illustrata 
da Schlumberger nel 1891 sotto il nome di B. elongata d'Orb. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presso Bologna. 

amphioonioa Reuss (tav. III, fig. 3). 

Reuss 1850. Denkschr. k. Ak. Wiss Wien, I, p. 382, t. XLIX, f . 5. - Costa 1856. Atti Ace. 
Pontaniana, VII, p. 305. — Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 65, 92, 153, 311, 334. 

È lenticolare, prossima, almeno in apparenza, a B. depressa, tanto che i rizopodisti 
inglesi la ritennero da essa inseparabile. Anche Seguenza, benchè mantenesse distinte 
le due forme, ne riconobbe perô la grande afflnità. E, quanto a Costa, mi limitera a 
ricordare che, in un tubetto délia sua coUezione del Museo di Napoli, contenente esemplari 
di San Pietro in Lama déterminât! come B. amphiconica, ebbi ad osservare tanto B, de- 
pressa quanto B. aequilabiata (Mem. Ace. Se. Bologna, s. 5', VII, 1898, p. 207). 

Nel neogene di Casiellarquato nel Piacentino, deir isola d'Ischia, di San Pietro in 



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— 46 — 

Lat&it::pi>88so Lecœ^ délia valle del Lamato e di.vari ktoghi délia provincia di Keggio 

ia.iGalabria. . . - • 

borohi Silvestri. (tay. I, flg. 17). : : .,/: .. .. 

SilveVt'rî 1901. "Atti Ace. Zelanti, n. s., X, p. 18, t.' I, f, 6, ' ^ 

Simile, secondo Tautore, a B, inot^ata^ ne' differirebhe « per la minore regolarità 

dei segmenti, più rigonfl e di dimensioni raeno decrescenti >. La B. borchi pare vicina a 

quella che lo stesso Silvestri illustra sotto il nome di B. inornata d'Orb. [y. tav. I, 

flg. 10); ma non è dimostrato che quest'ultima sîa identica alla forma del Bâcîno di Viènna. 

\NeI pliocène diSâh Giovanni presso Caltagirone in Sicîlià. 

'Iiraoliyodonta Fornasini (tav. II, flg. 9). 

Fornasini 1886. Boll. Soc. Geol. It., V, p. 260, 261, t IV, f. 3; t. V, f, 3. — De Amicis 
1893. Ibidem, XII, p. 306. — Fornasini 1894. Mem. Ace. Se. Bologna, 5, IV, p. 229. 

Avendo io esaminata la interna struttura di questa biloculîna, ho potuto verificare 
(Riv. It. Paleont, 1896, p.. 336) che la sua; forma microsferica ha una certa analogia con 
quella di B. fischeri, È évidente, d'altra parte, che i caratteri esteriori di que9t'ultima 
sono ben diversi da quelli di B. br^achyodonta (v. tav. II, flg. 17). 

Nel neogene di Trinité Victor nel Nizzardo, dei Ponticello di Savena presso Bologna e 
dei dintorni di Messina. 

bradjri Fornasini (tav. III, flg. 18). 

Fornasini- 1886. BoU. Soc. Geol. It., V, p. 261. 

È una délie biloculine che nel 1884 furono da Brady ascritte a B. depressa^ ed è 
quella precisamente che egli rappresentb con la flgura 15 délia tavola II. A me parve che 
taie forma dovesse distinguérsi dalla specie orbignyana, e proposi di designarla col nome 
del suo illustratore. Nel 1891 Schluraberger denominô B. b^^adyi una specie ben di- 
versa; ma è chiaro che a me spetta la priorità di nomenclatura. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presso Bologna. 

builoides d'Orbigny. 

Nicolucci 1846. Nuovi Ann. Se. Nat., 2, VI, p. 206. — Malagoli 1888. Boll. Soc. Geol. It., 
VII,- p. 868. — Sacco 1889. Ibidem, VIII, p. 302. — Silvestri 1896. Mem. Ace. Nuovi Lincei, 
Xlli p 15. — Burrows e Holland 1897, Mon. Foram. Crag, p. .'r75. — Sangiorgi 1906. Riv. 
It. Paleont, XII, p. 83. 

Istituendo questa specie su esemplari delPeocene parigino, d'Orbigny citô una flgura 
di Plancus edue di Soldani, e la indicé fossile, non solo nei dintorni di Parigi, ma 
anche in quelli di Bordeaux, e vivente neirAdrîatico. Più tardi s' accorse dell' errore, e nel 
Prodrome, citando B. builoides fossile a Grignon, Parues e Mouchy, aggiunse tra paren- 
tesi « non. Bordeaux, non Rimini ». Evidentomente, Tautore voile riservata taie dénonii- 
nazione alla bîloculina eocenica, che intendeva diversa dalle neogeniche e recenti, e le os- 



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— 47: — 

servaziohi^di. Schiumblërgér dèl 18!77 Ihanna diûûQàti^tô che 'égli sfvêva ragforife' Ifv^daBi- 
tav. I, fig.-l).^— Nicolncci si rifôti («yntempofscnéateenta aUe 'figuré * dèl • Tàbl^^^ è 'àd^ 
altre di Soldani, e cosi anche le sue 4ndicàzioni.'haniK> Valore piiramerite gt^Rérick)! 
Quanto ai rimanenti autori sopra citati, possiamo dire con certezzà 6he, qualunquè sia la 
specie da loro osservata, questa non è B. bulloides. Essi, probabilmente, si sono atte- 
nuli al concerto di Brady, il quale cdmprése in'ZT btdloides la forma ébcenica figu- 
rata da d'Orbigny, quella di Rimini flgurata dà Planons, rionchè BJ lucerriùïa di 
Schwager (v. tav. Iljflg. 1-2, 13).; ; , .: : ' 

Nel neogene del Piemonte in génère, di Bordighera in Liguria, di Cà ' di ftoggio. in 
provinciadi Reggio Emilia, délie yicinanzed'Imola, di Cellamonti nçl Çene§e,.-ç <li Ç^al- 
bore, Gravina e Lecce nell'ItaUa Méridionale. . . 

bulloides d'Orbigny (tay. I, flg. 2). 

Costa 18S6. Atti Ace. Poiitan., VIF, p. 299, t. XXIV, f. î. — Seguenza 1862. Notizie.terr. 
terz. Messina, p. 21, 33. — Atti Ace. Gioenia, 2, XVIII, p. 114. — 1880. Méiii. Ace. Lihcei, â, VI, 
p. 92, 152, 310, 334, 376. — Coppi 1881. Paleont. Modenese, p. 133. 

Dopo quanto ho sopra esposto, facilmente si compreride che la biloculina figurata da 
Costa sotto il noiite di bulloides non è da ascrivensi alla specie orbignyana. Éssa ricordçt, 
tra le forme neogeniche, quella che fu da me designata col nome di B. intermedia (v. tav. 
II, fig. 5); ma qualunquè determiriaztone speciflca hasata sullasemplice figura costiana è 
da accogliêrsi con riserVa. Anche rèserhplare incbmpleto indicatô hella collezîohe Costa 
corne B. bulloides e da me figurato rie! 1898 (Mem. Aôc. Se. Ôologna, Ô, VU; p. 207, t. 0,' 
f. 2), non fu determinatospeciftcamenté.' È prohabilé chê la illustrazione costiana del 1856 
abbia servito di base a Seguenza per le sue citazioni, o almeno per una parte di esse; 
a Coppi, senza dubbio. 

Nel neogene di Monte Gibio, délia Fossetta e di Cianca nel Modenese, di San Pietro 
in Lama presso Lecce, délia valle del *Lamato e di parecchi luoghi dellà prôvinciâ di Reggio 
in Calabria, di Catania e di Messina, nonchè nél qUêiternario di Reggio in Calabria. ' 

bulloides d'Orbigny (tav. I, fig. 6). 

Fornasini 1880. BoU. Soc. Geol. It., V, p. 257, 261, t. IV, f. 1 ; t. V, f. 1. 

Corne e. quanto differisca la biloculina da me illustrata sotto il nome specifico orbi- 
gnyano dalla vera bulloides^ fu già splendidaihente dimostrato da Schlumberger nella 
sua nota del 1877. È d'altronde assai notevole la somiglianza. che si osserva nella interna 
struttura fra la forma microsferica délia mia biloculina pliocenica e quella di A cofnata 
(Riv. It. Paleont., 1896, p. 336), tanto che riterrei potersi la prima riguardare corne var. 
laevis délia seconda. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presso Bologna. 

bulloides d'Orb., var. oalostoma Karrer (tav. I, fig. 5). 
Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 152. 
Rarre.r, non si sa con quale fondamento, vide una grande afflnità fra la biloculina 



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— 48 — 

del Banato e la specie di d'Orbigny, e i risopodisti inglesi la videro anche maggiore fra 
essa e B. r ingens Lamarck. sp. Ma è évidente la diversità délie tre forme. — B. ccdo- 
stoma ricorda B. intermedia (v. tav. II, flg. 5). 
Nel neogene di Benestare in Calabria. 

buUcides d'Orb., var. Inonutta d'Orhigny (tav. I, flg. 3). 
Segaenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 152. 

Seguenza si è attenuto a Reuss, che nel 1867 associ6 B. inornata a B. buUoides. 
È superfluo insisiere suUa inopportunità di taie identiflcazione specifica. I rizopodisti inglesi 
(Mon. Foram. Crag, p. 98) preferirono di riguardare B. inornata quale B. eUmgata in cui 
è piriforme la parte esposta délia penultima caméra ; e, sotto un certo aspetto, i rapporti 
di alHnità, almeno apparenti, fra B, inornata e certe forme illustrate sotto il nome di 
B. elongata (quale sarebbe, ad esempio, B patagonica) non sono trascurabili. 

Con la précédente. 

buUcides d'Orb., var. tmnoata Reuss (tav. I, rïg. i). 

Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 152. — Mariani 1888. Atti Soc. It. Se. Nat., 
XXXI, p. 94. 

Per quel che concerne i prêtes! rapporti d' afflnità di questa biloculina con B. buUoides^ 
valga Tosservazione fatta nei paragrafl precedenti. In complesso, si direbbe che le maggiori 
somiglianze fossero anche qui con la cosidetta B. elongata. 

Nel neogene di Savona in Liguria e di Benestare in Calabria. 

oiroumolausa Costa (tav. III, flg. 4). 

Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VII, p. 307, t. XXIV, f. 6. — Seguenza 1862. Notizie terr. 
terz. Messina, p. 15, 21. — 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 311. 

Costa non conosceva B. depressa del Tableau; perciô si limité a confrontare la 
circu^nclama con Vamphiconica, con la quale, secondo lui, ave va maggiore afflnità che con 
la lunula. Seguenza, pur tenendole distinte, ebbe a trovare che queste tre biloculine 
erano « troppo afHni ». Per parte raia ho potuto veriflcare che un esemplare di Lucugnano 
indicato nella collezione Costa del Museo di Napoli corne R circumclausa non appare 
diverse dalla comune depressa (Rend. Ace. Se. Bologna, n. s., I, p. 48). Lo stesso dicasi 
di altro esemplare di Messina délia collezione Seguenza (Mem. c. s., 5, IV, p. 229). 

Nel neogene di Lucugnano in Terra d'Otranto, di Reggio in Calabria e dei dintorni 

di Messina. 

olypeata d'Orbigny (tav. II, flg. 4). 

Seguenza 1862. Notizie terr. terz. Messina, p. 15, 21. — Atti Ace. Gioenia, 2, XVIII, p. 114. 
— Conti 1864. Monte Mario, p. 42. — Schwagep 1876. Boll. Corn. Geol. It., p. 473. — Ciofalo 
1878. Atti Ace. Gioenia, 3, XII. — Coppi 1881. Paleont. Modenese. p. 133. 

Fu da Brady associata a B. ringens Lara, sp., dalla quale, evidentemente, è diver- 
sissima. Quanto aile precedenti determinazioni, sarà prudente accettarle con riserva. Per citare 



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— 49 — 

un esempio ricorderb, che esernplari di Mesmna, determinati da Seguenza per B. clypeàta 
nella sua coUezione di Napoli, furono da me trovati riferibili a forme ben diverse, quali 
B. intermedia e B. brachyodonta (Mem. Ace. Se. Bologna, 5, IV, p, 229). 

Nel neogeae délia Fossetta nel Modenese, del Monte Mario presse Roma, e dei dintorni 
di Messina, di Catania, di Oirgenti e di Termini Imerese in Sieilia. 

ecmata Brady (tav. III, flg. 25). 

Fornasini 1883. Boll. Soo. Geol. It., Il, p. 179. 

lUustrata nel 1891 anehe da Sehlumberger, che ne fece conoscere la struttura 
interna. 

Nel neogene del Pontieello di Savena presse Bologna. 

oomplanata Michelotti. 

Michelotti 1841. Mem. Soc. It. Se, XXII, p. 347, t. III, f. 2. 

ConfroDtata con A depressa^ questa pretesa biloculina fu maie deseritta e peggio flgu- 
rata. Si direbbe pîuttosto una miliolina. 

Nel neogene di Villavernia (Villarvernia ?) in Piemonte. 

compressa Costa. 
Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VII, p. 310. 

Non âgurata. A giudicare dalla descrizione, sembrerebbe trattarsi di una biloculina sul 
tipo depressa ; ma non si capisce perché in tal caso Tautore non Tabbia almeno confrontata 
con V amphiconica o con la circumdausa. 

Nel neogene di Santa Severina e di Reggio in Calabria. 

eonstriota Costa (tav. I, fig. 7). 

Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VII, p. 301, t. XXÏV, f. 2. — Seguenza 1862. Atti Ace. 
Gioenia, 2, XVIII, p. 114. — Coppi 1881. Paleont. Modenese, p. 133. 

Costa la confronté con B. clypeàta^ ma pare simile piuttosto a certe forme che so- 

glionsi designare col nome di B. elongata d'Orb. (v. lav. I, flg. 3 e 9). 

Nel neogene del Tiepido e di Grizzaga nel Modenese^ di Casamicciola in Ischia e di 

CatanÎH. 

contraria d'Orbigny. 

Citata quale Biloculina da d'Orbigny e da parecchi altri autori per parecchie lo- 
calità italiane, non appartiene a questo génère, corne Steinmann dimostr6 per primo. 
È una Planispirina. 

depressa d'Orbigny (tav. III, flg. 1). 

D'Orbigny 1826. Ann. Se. Nat., VII, p. 298, mod. 91. — 0. Silvestri 1862. Atti X 
Congr. Se. It., p. 82. — Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 153, 230, 311, 334, 376. — 
Ooppi 1884. Boll. Com. Geol. It., XV, p. 194. — Fornasini 1886. Boll. Soc. Geol. It., V, p. 261. 
— 1894. Mem. Ace. Se. Bologna, 5, IV, p. 229. — 1897. Rend. c. s., n. s., I, p. 48, 53, 113. — 

Série VI. Tomo IV. 7 



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~ 50 — 

1898. Mem. c. s., 5, VII, p. 207. — De Amie is 1895. Natup. Sicil., XIV, p. 54. — A. Silvestri 
1901. Atti Ace. Zelanti, n. b., X, p. 19. 

Molto probabilmente le précèdent! citazioni concernono soltanto la tipica depressa^ 
quale fu rappresentata da d'Orbigny nel 1826 e da Schlumberger nel 1891. 

Nel neogene di Castellarquato nel Piacentino, del Ponticello di Savena e délia Casa 
del Vente presse Bologna, délia Tagliata, del Capriolo e di Montagnana nel Modenese, délia 
Coroncina e di Volterra in Toscana, di Palidoro nel Lazio, di San Pielro in Lama e di 
Lucugnano in Terra d'Otranto, di parecchi luoghi délia provincia di Roggîo in Calabria, 
di Messina, di Bonfornello, délia Croce e di San Giovanni presse Caltagirone in Sicilia, 
nonchè nel quaternario di Reggio in Calabria. 

depressa d'Orbigny. 

Jones e Parker 18(30. Quart. Journ. Geol. Soc., XVI, p. 302, prosp. — Fornasini 1883. Boil. 
Soe. Geol. It., II, p. 179. — Neviani 1887. Ibidem, VI, p. 208. — 1889. Ibidem, VIII, p. 450. — 
Mariani 1888. Rend. Ist. Lomb., 2, XXI, p. 498. - Atti Soc. It. Se. Nat., XXXI, p. 93. — Mala- 
go II 1888. Boll. Soc. Geol. It., VII, p. 368. — Mariani 1890. Note geol. pal. dint. Girgenti, p. 8. — 
Malagoli 1892. Boll. Soc. Geol. It., XI, p. 83 — De Amicis 1893. Ibidem, XII, p. 307. — Ter- 
rigi 1893. Rend. Ace. Lincei, 5, II, p. 412. — Mariani 1893. Ann. Ist. Tecn. Udine, 2, XL — 
Corti 1894. Rend. Ist. Lomb., 2, XXVII. — Silvestri 1896. Mem. Ace. Nuovi Lincei, XII, p. 21. 
— 1900. Ibidem, XVII, p. 241. — Burrows e Holland 1897. Mon. Foram. Crag, p. 375. 

La maggior parte di queste determinazioni fu fatta certaraente seconde il concetto com- 
prensivo dei rizopodisti inglesi, e di Brady in particolare. È probabile quindi che, oltre la 
tipica dfpressa di cul al paragrafo précédente, siano state osservate altre forme che deb- 
bonsi distinguere da essa. Délie biloculine illustrate da Brady sotte il nome di B. de- 
pressa d'Orb., quella rappresentata dalla fig. 15 délia tav. II fu già da me designata nel 
1886 col nuovo nome di B. hradyi (v. la qui unita tav. III, fig. 18); quella rappresentata 
dalla fig. 2 délia tav. III ricorda moltissimo B. aequilahiata (v. tav. III, fig. 13) ; quella, 
infine, rappresentata dalla fig. 12 délia tav. II présenta grande afllnità con B. carinata^ 
che del reste fu dallo stesso Brady associa ta a B. depressa (v. tav. III, fig. 11). Parec- 
chie sono le forme illustrate da altri autori sotto quesl' ultime nome, le quali, anche per 
i soli caratteri esteriori, diflferiscono notevolmente dalla specie orbignyana, ed è, fra le altre, 
degna di considerazione quella figurata da Egger nel 1893 (v. tav. III, fig. 8). 

Nel neogene di Trinité Victor nel Nizzardo, di Bordighera, di Albenga e di Savona in 
Liguria, di Taino, Val Faido, Nese e San Colombano in Lombardia, del Rio Crasale nel 
Bellunese, di Castellarquato nel Piacentino,. di Cà di Roggio in provincia di Reggio d' E- 
milia, del Passe Stretto presse Sassuolo nel Modenese, del Ponticello di Savena presse 
Bologna, di San Sepolcro, délia Coroncina e di San Quirico in Toscana, di Roma, del Ca- 
tanzarese e dei dintorni di Girgenti. 

depressa d'Orbigny (tav. III, fig. 5). 
Fornasini 1885. Boll. Soc. Geol. It., IV, p. 108. — 1889. Tavola con foram. di S. Rufillo, f. 1. 
Non è da ascriversi a B. depressa^ ma piuttosto a quella forma illustrata da Brady 



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— 51 — 

quale B. depressa, che sino dal 1886 proposi di distinguere col nome di B. bradyi (v. tav. 
III, flg. 18). 

Nel miocène di San Ruflllo presso Bologna. 

depreua d'Orb., var. dentioulata Si Iv es tri (tav. III, flg. 16). 

Silvestri 1901. Atti Ace. Zelanti, n. s., X, p. 20. 

L'autore propone di distinguere con questo nome gli esemplari denticolati di B. de- 
pressa^ i quali non sono da confondersi, anche per il carattere orale, con B. sei^ata^ oome 
egli aveva fatto nel 1893. 

Nel pliocène délia Croce presso Caltagirone in Sicilia. 

depressa d'Orb., var. mnrrhyna Schwager (tav. III, fig. 9). 

Terrigi 1891. Mem. Corn. Geol. It., IV, p. 114. 

Fu Brady che voile riguardare B. mwn^hyna di Schwager quale varietà di A d^- 
pressa. Ma Schlumberger, nel 1891, mediante Tesame délia struttura interna, dimostrô 
la diversità speciflca délie due biloculine, diversità che Schwager aveva stabilita da 
prima in base ai soli caratteri esteriori. 

Nel neogene di Roma. 

dii^anota Seguenza (tav. III, flg. 24). 

Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, Vil, p. 153, t. XIV, f. 11. 

Somiglierebbe, seconde Tautore, a B. cyclostoma Reuss, pur difFerendone per essere 
più gibbosa, con le camere disgiunte da un solco ben distinto. Regione orale depressa e 
incavata; orificio piccolo, ellittico, con dente a T. 

Nel neogene di Benestare in Calabria. 

divarioata Costa. 

Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VI, p. 310, t. XXIV, f. 8. 

L'autore, dopo di avère accennata la presenza di molteplici varietà e anomalie di Bilo- 
culina fossili di Calabria, scrive che la flgura sopra citata rappresenta appunto una di 

tali anomalie « le cui cavità divaricando afffettano la struttura di TrUoculina », e 

la distingue col nome di B. divay^icata. — È una TrUoculina. 

Nel neogene di Reggio in Calabria. 

dolomieui Silvestri. 
Silvestri 1900. Boll. Aec. Gioenia, fasc. 64, estr., p. 7. 
Non è stata daU'autore descritta ne flgurata. 
Nel pliocène di San Giovanni presso Caltagirone. 

elongata d'Orbigny (tav. I, fig. 8). 

Fornasini 1883. Boll. Soc. Geol. It., II, p. 179. — 1889. Minute forme Ponticello, f. 1. — 1891. 
Tavola Foram. Ponticello, f. 2. 

Un lodevole tentative di separazione délie numerose biloculine ascritte dai rizopodisti 



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— 52 — 

inglesi a B. elongata fu fatto da Millett nel 1895 (Mon. Foram. Crag, p. 97), il quale 
propose di dividere tali biloculine in due gruppi, di cui l' une sarebbe qualiflcato dalla con- 
figurazione ovale, non piriforme, délia penultima caméra, mentre Taltro avrebbe per carat- 
tere appunto la conflgurazione piriforme délia caméra stessa. Brady aveva mantenuto 
indistinti questi due gruppi ; ma la sua fig. 9 délia lav. II (v. la qui unita tav. I, fig. 14) 
rappresenta evidentemente un esemplare spettante al primo. 

Il seconde gruppo di biloculine già ascritte a B. elongata^ e che è qualiflcato come 
sopra è dette dalla conflgurazione piriforme délia penultima caméra, fa capo evidentemente 
a B. patagonica (v. tav. I, fig. 9). Ad esso spetta la biloculina sopra citata e da me figu- 
rata nel 1891, nonchè quella che Schlumberger illustré, studiandone anche T intima 
struttura, sotto il nome di elongata. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presse Bologna. 

elongata d'Orbigny. 

Jones e Parker 1860. Quart. Journ. Geol. Soc., XVI, p. 302, prosp. — Seguenza 1880. Mem, 
Ace. Lincei, 3, VI, p. 334, 376. — Ma la go li 1892. Boll. Soc. Geol. It., XI, p. 83. — De Amie is 
1893. Ibidem, XII, p. 308. — Burrows e Holland 1897. Mon. Foram. Crag, p. 375. 

Tali determinazioni possono riferirsi tanto air une quanto aU'altro dei due gruppi di 
biloculine allungate, di cui nel paragrafo précédente. 

Nel neogene di Trinité Victor nel Nizzardo, di Bordighera e d' Albenga in Liguria, di 
Castellarquato nel Piacentino, del Modenese, di Monosterace in Calabria e del Monte Pel- 
legrino presse Palermo, nonchè nel quaternario di Reggio in Calabria. 

elongata d'Orbigny (tav. I, fig. 11). 

Fornasini 1891. Ta vola con foram. del Ponticello di Savena, fig. 1. 

I rizopodisti inglesi (Foram. Crag, p. 99) riguardarono la biloculina da me flgurata quale 
modificazione di B. elongata prossima a B. ringens. Ammesso, come è dette in altra parte 
délia présente memoria, che B. ringem sia specie eocenica, ben diversa dalle biloculine neo- 
geniche e recenti, è évidente che la forma del Bolognese nulla ha a che fare con B. ringens. 
Grande, al contrario, è, almeno esternamente, Taffinità tra essa e B. inoimata quale fu 
illustrata da Silvestri (v. tav. I, fig. 10), ed è nota, d'altra parte, TatHnità tra B. inor- 
nata d'Orb. e B. elongata del gruppo patagonica. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presse Bologna. 

gioenii Silvestri (tav. II, fig. 16). 
Silvestri 1901. Atti Ace. Zelantî, n. s., X, p. 18, t. I, f. 4. 

Robusta, globosa, parzialmente plicata, con oriflcio ampio e prive di dente, sarebbe 
assai vicina, seconde Tau tore, a certe forme che assume talvolta B. globuhis Reuss. 
Nel pliocène di San Giovanni presse Caltagirone. 

globoM Solda ni (tav. II, %. 8). 

Silvestri 1896. Mem. Ace. Nuovi Lincei, XII, p 10, t. I, f. 1, 2 (Soldani 1780. Saggio, p. 111, 
t. IX, f. R, S). — 1889. Atti Ace. Nuovi Lincei, LU, estr., p. 1-5, f. 1-3, 4, 5. 



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— 53 — 

L'autore designo questa biloculina col nome di globosa Soldani sp. perché essa in 
realtà fu illustrata per la prima vol ta da Soldani, che descrivendola le applicè Tagget- 
tivo globosa. Ma, appunto per il carattere descrittivo délie denorainazioni soldaniane, queste 
non vanno riguardate mai, come altra fu dette, quali denominazionî specifiche secondo il 
concetto di Linné o; cosi che anche nel nostro caso il termine globosa deve considerarsi 
come speciflcamente applicato da Silvestri. Il quale, pertanto, délia 5. globosa ha fatto 
conoscere, non solo i caratteri estemi, ma anche la struttura interna délia forma micro- 
sferica. 

Nel pliocène délia Coroncina, di Cellamonti e di Volterra in Toscana. 

globnliM Bornemann (tav. III, fig. 21). 
Coppi 1881. Paleont. Modenese, p. 133. 

L'autore si riferi alla illustrazione che di fi. globulm Born. fu data da Reuss nel 
1863, la quale specie non corrisponde a B, globidus di Bornemann, che è una planispi- 
rina, ma bensi a B, globulus Born. quale fu illustrata da Schlumberger nel 1891; 
dimodochè le forme osservate da Reuss, da Coppî e da Schlumberger sarebbero da 
ascriversi ad una stessa specie: B. globulm Reuss. 

Nel pliocène délia Fossetta nel Modenese. 

globulus Schlumberger (tav. II, fig. 13-15). 
Silvestri 1901. Atti Ace. Zelanti, n. s., X, p. 17, t. I, f. 1-3. — 1906. Riv. It. Paleont., p. 20. 

Giustamente l'autore fa notare che Schlumberger, nel 1891, ha erroneamente ap- 
plicato ad una biloculina, da lui studiata anche nella struttura interna, il nome globulus 
di Bornemann. Infatti, come è dette nel paragrafo précédente, B. globulus Born. è una 
planispirina, montre B. globidus (Born.) Schlumb. 1891 non è altro che B. globulus 
(Born.) Reuss 1863, cosi che il nome B. globulus Schlumb. andrebbe mutato in B. glo- 
bulus Reuss. Quanto aile tre forme illustrate da Silvestri, due di esse (flg. 13, 14) non 
si allontanano molto da quella flgurata da Schlumberger. La terza (flg. 15) è priva di 
dente; ma l'autore crede, ciononostante, di poterla ascrivere « con tutta sicurezza alla 
specie in questione ». 

Nel neogene di ïor Caldara presse Anzio nel Lazio e di San Giovanni presse Caltagi- 
rone in Sicilia. 

guerrerii Silvestri (tav. II, flg. 10). 

Silvestri 1900. Boll. Ace. Gioenia, fasc. 64, estr., p. 3, f. 1-5. 

Apparterrebbe al gnippo di B. brachyodonta e di B. fischey^i (v. tav. II, fig. 9 e 17), fra 
le quali sarebbe intermedia. L'autore ne ha ricercata la struttura interna; ma, non avendo 
egli potuto esaminare che la forma megalosferica, la specie rimane tuttora alquanto inde- 
flnita, al pari di B. intermedia^ che sembra non esser molto lontana (tav. II, fig. 5). 

Nel pliocène di San Giovanni presse Caltagirone. 



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— 54 — 

inornata d'Orbigny (tav. I, flg. 3). 

Seguenza 18G2. î^otizie terr. terz. Messina, p. 21. — Silvestri 1802. Atti X Congr. Se. It., p. 82. 
— Fuchs 1878. Sitz. Ak. Wiss. Wisn, LXXVII, p. 472. — Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, 
VI, p. 92. — Coppi 1881. Paleont. Modenese, p. 133. — Mariani 1888. Rend. Ist Loinb., 2, XXI, 
p. 498. — Trabucco 1890. Cron. terr. ppov. Piacenza, p. 39. — (îorti 1892. Boll. Soc. Geol. It., 
Xr, p. 224. — Rend. Ist. Lomb., 2, XXV, p. 998, t. IV, f. 1. — 1894. Ibidem, XXVII, p. 202. 

Le precedenti deterrainazioni furono fatte in base alla illustrazione orbignyana del 1846, 
la quale concerne una biloculina, affine, almeno in apparenza, a quelle varietà di B. elon- 
gâta che hanno piriforme la parte esteriore délia penultima caméra (A pataganica). 

Nel neogene di Sciolze presse Torino, délia Folla d' Induno, di Almenno, di Castenedolo 
e di San Colombano in Lombardia, del Piacentino, délia Fossetta nel Modenese, del Senese, 
•di Malochia in Calabria e di Messina. 

inomate d'Orbigny (tav. I, flg. 21). 
Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VII, p. 302, t. XXIV, f. 4. 

La biloculina illustrata da Costa fu da lui riguardata corne una varietà délia specie 
orbignyana; ma neppure è taie. Avendo io avuta la fortuna di trovare nella collezione 
Costa del Museo di Napoli l'esemplare flgurato dall'autore, ho potuto convincermi che 
si tratta di forma ben diversa da B. inornata^ e che ricorda invece, per alcuni caratteri, 
B. intermedia (Mem. Ace. Se. Bologna, 5, VII, p. 207, t. 0, f. 1). 

Nel pliocène di San Pietro in Lama presso I/Occe. 

inornata d'Orbigny (tav. I, flg. 10). 
Silvestri 1901. Atti Aec. Zelanti, n. s., X, p. 19, t. I, f. 7. 

L'autore trova che i suoi esemplari « corrispondono piuttosto bene al tipo del bacino 
terziario di Vienna » ; ma, a giudicare dalla figura, non pare che si possa avère sic!irezza 
assoluta sulla identità deile due forme. 

Nel pliocène di San Giovanni e délia Croce presso Caltagirone in Sicilia. 

intermedia Fornasini (tav. II, flg. 5). 

Fornasini 1886. Boll. Soc. Geol. It., V, p. 259, 261, t. IV, f. 2; t. V, f. 2. — De Amicis 

1893. Ibidem, XII, p. 306. — Fornasini 1893. Mem. Ace. Se. Bologna, 5, IFI, p. 138, t. I, f. 1. — 

1894. Ibidem, IV, p. 228, 229. — 1898. Ibidem, VII, p. 207. — Corti 1894. Rend. Ist. Lomb., 2, 
XXVII. — ChecchiaRispoli 1904. Boll. Soc. Geol. It., XXIII, p. 293. 

Benchè io non abbia potuto osservare che la forma megalosferica di questa biloculina, 
ritengo tuttavia probabile che si tratti di una specie da conservarsi, molto più estesa forse di 
quanto fin qui si è creduto, dovendosi ascrivere ad essa moite varietà neogeniche e recenti 
designate coi nomi di B. ringenSj B. bulloides^ J5. sbaplex^ ecc. 

Nel neogene di Trinité Victor nel Nizzardo. di Val Faido in Lombardia, del Ponticello 
di Savena presso Bologna, di San Pietro in Lama presso Lecce, di San Giovanni in Piano 
presso Apricena in Capitanata e di Rometta presso Messina. 



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— 55 — 

laevis Defrance. 
Fornasini 1886. Boll. Soc. Geol. It, V, p. 261. 

Citando questa specie, mi riferii alla flg. 13 délia tav. II di Brady, notando perb che 
Tesemplare da me osservato aveva roriflcio lineare ed unico délia comime B. depressa. 
Ma le due biloculiae flgurate da Brady col nome di Icusvis sono veramente da ascriversi 
alla specie eocenica di Defrance? Il carattere di doppia caréna, assegnato da Brady a 
B, laevis, molto probabilmente si riscontra in diverse specie ; ne è fuori di proposilo il ri- 
tenere cbe, se da un lato la biloculina eocenica designata da Defrance col nome di laevis 
non è che una forma bicarenata di B, bulloideSy dall'altro, certe biloculine neogeniche e 
recenti designate col nome defranciano non sono che forme bicarenate di varie specie, fra 
le quali non sarebbe da escludersi B. depressa. 

Nel neogene del Ponticello di Savena presse Bologna. 

larvata Reuss, var. breTinsciila Seguenza. 
Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 153. 

Uautore ha ritenuto di dover distinguere dal piccolo tipo reussiano, del quale ripro- 
duco la figura nella qui unita tav. I (flg. 15), una forma più brève e con la penultima 
''.amera più larga. Si confronti la varietà seguente. 

Nel neogene di Benestare in Calabria. 

larvata Reuss, var. Tentrloosa Mariani (tav. I, fig. 16'. 

Mari an i 1888. Atti Soc. It. Se. Nat. XXXI, p. 94, t. 1, f. 1. 

Mariani non fa cenno délia varietà précédente, che del resto non era stata flgurata. 
Potrebbe darsi che si traitasse délia stessa forma. 
Nel neogene di Savona in Liguria. 

lobata Reuss (tav. III, flg. 22, 23). 

Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 152. 

A giudicare dalle flgure reussiane. questa biloculina è molto variabile nei suoi carat- 
teri esteriori, tanto che, tenuto calcolo particolarmente délia forma deirorificio, non sarei 
aliène dal ritenerla assai prossima a B. globulus dello stesso Reuss (tav. III, flg. 21). 

Nel neogene di Benestare in Calabria. 

longiroftra d'Orbigny (tav. I, flg. 20). 

D'Orbigny 1826. Ann. Se. Nat., VIT, p. 298. — Fornasini 1902. Mem. Ace. Se. Bologna, 5, 
X, p. 18, 19, f. 11. 

Pubblicando, nel 1902, la figura inedita orbignyana che ci ha fat ta conoscere B, Ion- 
girostra del Tableau, non ho mancato di mettere in evidenza V afl9nità, almeno apparente, 
che si osserva tra essa e B. tubulosa di Costa. 

Nel pliocène di Castellarquato nel Piacentino. 



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_ 56 — 

luoemnla Schwager (tav. I, fig. 12, 13\ 

Fornasini 1894. Mem. Ace. Se. Bologna, 5, IV, p. 229. 

Trattasi di esemplari délia collezione Seguenza del Museo di Napoli, da lui deter- 
minati, flno dal 1862, corne B. tubidosa^ e che a me parvero doversi ascrivere alla specie 
di Schwager. Quest'ultima fu studiata nella sua interna struttura da Schlumberger 
nel 1891 ; ma B, tubulosa non pu6 dirsi altrettanto conosciuta, sia perché la figura co- 
stiana non è perfetta (v. tav. I, fig. 19), sia perche non siamo certi che Tesemplare figu- 
rato da Brady sotto il nome di B. tubulosa sia veramente da ascriversi alla specie di 
€osta (v. tav. III, fig. 17). Pare tuttavia che la diversità esteriore fra B. tubulosa e B. lu- 
cernvla consista principalmente in questo : che la prima ha margini angolosi, arrotondati 
la seconda. 

Nel neogene dei dintorni di Messina. 

limala d'Orbigny (tav. III, fig. 2). 

Costa 185i$. Atti Aee. Pontaniana, VII, p. 304. — Seguenza 1862. Notizie terr. terz. Messina, 
p. 21, 33. — Doderlein 1862. Atti X Congr. Se. It , p. 93. — Conti 1864. Monte Mario, p. 42. — 
Orespellani 3875. Ann. Soc. Nat. Modena, 2, IX, p. 35. ~ Fuehs 1878. Sitz. Ak. Wiss. Wien, 
LXXVII, p. 472. — Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 153, 311, 334. — Coppî 1881. 
Paleont. Modenese, p. 133. 

I rizopodisti inglesi hanno sempre identiflcata B. lunula con B. depressa. I caratteri 
esteriori délie due forme sono infatti tanto somiglianti da lasciar credere con fondaraento 
che esse appartengano ad una stessa specie. 

Nel neogene di Sciolze presso Torino, di Monte Gibio, di Savignano e d'altri luoghi 

del Modenese, del Monte Mario presso Roma, di Santa Severina e di Reggio in Calabria 

e dei dintorni di Messina. 

ovata Silvestri. 

Silvestri 1900. BoU. Ace. Gioenia, fase. 64, estr., p. 8. 

Dairautore non è stata descritta ne figurata. 

Nel pliocène délia Croce presso Caltagirone in Sicilia. 

ovula Michelotti. 

Sis monda 1871. Mem. Ace. Se. Torino, 2, XXV, p. 261. 

Nel 1841 (Mem. Soc. It. Se, XXII, p. 347) Michelotti voile sostituire il nome spe- 
cifico bulloides proposto da d'Orbigny nel Tableau con ovula di Solda ni. Ma, come 
sopra notai aU'articolo globosa^ le denominazioni soldaniane vanno abbandonate se usate 
speciflcamente. Quanto al valore del termine bulloides applicato a forme neogeniche o re- 
centi, vedansi gli articoli bulloides délia présente memoria. 

Nel miocène di Stazzano presso Tortona. 

perremutoi Silvestri 

Silvestri 1900. Boll. Ace. Gioenia, fasc. 04, estr., p. 8. 

Non è stata dall'autore descritta ne figurata. 
Nel pliocène délia Croce presso Caltagirone. 



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— 57 — 

plana Karrer (tav. III, flg. 12). 

Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 376. 

Spetta al gruppo della depressa^ e ricorda, sino a un certo panto, la aequilabiata. 
Nel quaternario di Reggio in Calabria. 

rlngeng Lamarck sp. 

Jones e Parker 1860. Quart. Journ. Geol. Soc, XVI, p. 302, prosp. — Fornasîni 1883. Boll. 
Soc. Geol. It, II, p. 179. — 1884. Ibidem, III, p. 92. — Lovisato 1885. Boll. Corn. Geol. It., XVL 

— Neviani 1889. Ibidem, VIII, p. 450. — Mariani 1888. Rend. Ist. Lomb., 2, XXI, p. 498. — 
1890. Note geol. pal. Girgenti, p. 8. — Dervieux 1892. Atti Ace. Se. Torino, XXVII. — Ter- 
rigi 1889. Mem. Ace Lincei, 4, VI, p. 107, t. IV, f. 1. — Boll. Soc. Geol. It., XI, p. 82. — Ter- 
rigi 1893 Rend. Ace. Lincei, 5, II, p. 412. — Corti 1894. Rend. Ist. Lomb., 2, XXVII, p. 202. — 
De Amicis 1895. Natur. Sicil., XIV, p. 53. — Silvestri 1896. Mem. Ace. Nuovi Lincei, XII, p. 18. 

— Burrows e Holland 189'!r. Foram. Crag, p. 375. 

Dopo la pubblicazione della nota di Schlum berger del 1887, crederei auperfluo insi- 
stere nel dimostrare le enormi differenze, anche soltanto esteriori, che esistono fra la vera 
B. rhigens di Lamarck deireocene parigino e le biloculine neogeniche e recenti che i 
rizopodisti inglesi, e gli autori che ne seguirono il metodo, designarono cchi la denomina^ 
zione lanaarckiana. Mi limitera), a titolo di confronte, a riprodurre la figura data appunto da 
Schlumberger (v. tav. II, fig. 1) e quelle date da Brady (tav. II, flg. 2, 3), nonchè 
una terza lasciataci da Go es (tav. III, flg. 19). Aggiungasi che Brady associb alla ringens 
anche la simpleoo e la clypeata del Bacino di Vienna, cosieehè h probabile che le citazioni 
di B. ringens posteriori al 1884 comprendano altre forme, diverse da quelle da lui flgurate» 
A quali e quante specie siano da ascriversi le biloculine illustrate da Terrigi, da Brady^ 
o citate da tanti autori come ringens^ è difficile per ora di stabilire, occorrendo ulteriori, 
accurate e minute ricerche. Quella flgurata da Brady ricorda B. intermedia. 

Nel neogene di Bordighera e d'Albenga in Liguria, di Vîllarvernia in Piemonte, di 
Almenno e San Colombano in Lombardia, di Castellarquato nel Piacentino, del Rio Landa 
e del Ponticello di Savena nel Bolognese, di San Frediano, della Coroncina, di Cellamonti 
e di Volterra in Toscana, di Roma e di Palo nel Lazio, di Serra di Spina presso il Lamato 
e del Catanzarese in Calabria, di Girgenti, di Palerrao e di Bonfornello in Sicilia. 

serrata Brady (tav. III, flg. 10). 
Fornasini 1886. Boll. Soc. Geol. It., V, p. 261. 

Citando questa specie, mi sono riferito alla fig* 3 della tav. III di Brady. Si tratte- 
rebbe quindi della vera B. serrata^ quale fu studiata da Schlumberger nel 1891, e che 
Brady aveva riguardata erroneamento come varietà di B. depressa, Esiste in realtà una 
forma serrata di B. depressa, ed è quella che Silvestri propose di denominare B. depressa 
var. dentictdata, 

Nel neogene del Ponticello di Savena presso Bologna. 

Série VI. — Tomo IV. 8 



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— 58 — 

simples d'Orbigny (tav. Il, fig. 6). 

Doderlein 1862. Atti X Congr. Se. It , p. 93. — Conti 1864. Monte Mario, p. 42. — Cre- 
spellani 1875. Ann. Soc. Nat. Modena, p. IX, 34. — Fuchs 1878. Sitz. Ak. Wiss. Wien, LXXVII, 
p. 472. — Coppi 1881. Paleont. Modenese, p. 133 — Jones 1882. Cat. Foss. Foram. Brit. Mus., 
p. 50. — Parona 1883. Rend. Ist. Lomb., 2, XVI, estr., p. 13. — Malagoli 1886. Rend. Soc. Nat. 
Modena, 3, II, p. 126. — Trabucco 1890. Cron. terr. Prov. Piacenza, p. 40. — Fornasini 1894. 
Foram. Coll. Soldani, p. 20 (O Silvestri in schedis : M.seo di Firenze, vaso 79; Soldani: Sag- 
gio, t. IX, f. R,S). — Dervieux 1895. BoU. Soc. Geol. It., XIV, p. 306. — Silvestri 1900. Boll. 
Ace. Gioenia, fasc. 64, estr.. p. 8. — Toldo 1905 Boll. Soc. Geol. It., XXIV, p. 370. 

Non è specie ben deflnita. Sarebbe necessario lo studio minuto ed accurato, tante de^rli 
esemplari del Bacino di Vienna, quanto di quelli del neogene italiano, per potere stabilire 
se e quali di questi siano da ascriversi a B. simplex. Senza dubbio, sono state designate 
con tal nome forme specificamente diverse, ed una di esse è, a parer mio, B, globosa. 
Brady, come sopra ho detlo, associé B. simplex a B. ringens^ e Goës illustré sotto il 
nome di simplex una biloculina (tav. II, flg. 11) che, anche per i soli caratteri orali, nulla 
ha a che fare con quella d'Austria. Lo stesso, probabilmente, è a ritenersi di quella del- 
l'Adriatico da me illustra ta col raedesimo nome (tav. II, flg. 12). 

Nel neogene di Sciolze presse Torino e di Sant*Agata Fossili, di Taino in Lombardia, 
del Piacentino, di Monte Gibio, délia Sarsetta, di Savignano, délia Fossetta e di Guana 
nel Modenese, dell' Imolese, d' Orciano, di Siena e di Volterra in Toscana, del Monte 
Mario presse Roma e délia Grèce presse Caltagirone in Sicilia. 

■implex d'Orbigny (tav. II, fig. 7). 

Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VII, p. 300, tav. XXIV, f. 3. — Seguenza 1862. Notizie 
terr. terz. Messina, p. 15, 21, 33. — 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 92, 152. 

Che B. simplex seconde Costa sia identica a B. simplex d'Orb. del neogene d'Austria, 
è cesa da dimostrarsi. A buen conte, <Josta trovô la sua simjylex poco dissimile dalla sua 
bulloides^ la quale, come dissi, è ben diversa dalla vera bulloides eecenica. E, a propesito 
deirafflnità délie due bileculine cestiane, ricorderb che, studiando gli esemplari délie cellezieni 
Costa e Seguenza, sempre osservai che quelli determinati per simplex erano quanto 
mai semiglianti a B. intermedia (Mem. Ace. Se. Belogna, 5, III, p. 438, 1. 1, f. 1 ; IV, p. 228 ; 
VII, p. 207), dalla quale, sino dal 1886, non mi parve punto sépara bile B. bulloides seconde 
Costa. 

Nel neogene di San Piètre in Lama in Terra d' Otrante, di Malochia e di Benestare in 
Calabria e di Messina. 

•phaera d'Orbigny. 

Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 376. 

D'Orbigny la credette una biloculina, e come taie fu cita ta in seguito da parecchi 
autori. È invece una planispirina, come dimostrb per prime Schlumberger. 
Nel quaternario dei din terni di Reggio in Calabria. 



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— 59 — 

tarantoi Silvestri (tav. I, 18). 
Silvestri 1901. Atti Ace. Zelanti, n. s., X, p. 19, t. I, f. 9. 

Fu confrontata daU'autore con A inornata^ da cui differisce per la penultima caméra 
non piriforme, per il contorno più tondeggiante, per le suture un po' flessuose, per l'oriflcio 
trilobato e per il dente bifide con diramazioni curve. 

Nel pliocène di San Giovanni presse Caltagirune. 

tubnlosa Costa (tav. I, flg. 19). 

Costa 1856. Atti Ace. Pontaniana, VU, p. 309, t. XXIV, f. 7. — Seguenza 1802. Notizie terr. 
t^pz. Messina, p. 15, 21. — 1880. Mena. Ace. Lincei, 3, VI, p. 230, 311, 376. 

Nel 1894, esaminando gli esemplari determinati da Seguenza per B. iuhulosa (Mem. 
Ace. Se. Bologna, 5, IV, p. 229), credetti di vedervi soltanto B. lucemida. Quest'ultima è 
hen conosciuta, anche per lo studio fattone da Schlumbergor nel 1891; ma non puo 
dirsi altrettanto délia prima, come sopra accennai nelFarticolo lucernula. 

Nel neogene dell' isola d'Ischia, di Lequile in Terra d' Otranto, di Gerace, Ardore, 
Riace e Bovalino in Calabria e di Messina, nonchè nel quaternario di Reggio in Calabria. 

▼entrlooia Reuss (tav. III, fig. 20). 

Seguenza 1880. Mem. Ace. Lincei, 3, VI, p. 153. 

Prossima, seconde lo stesso Reuss, al tipo di B. contraria^ che è, come si disse, una 
planispirina. Brady, dal canto sue, non esit6 a ritenerla inseparabile da B, irregidaris 
d'Orb., per la quale pure non sembra infondato il sospetto che possa trattarsi di una 
planispirina. 

Nel neogene di Benestare in Calabria. 

È facile comprendere, i)ercorrendo l'indice précédente ed esaminando con diligenza le 
figure qui unité, che la conoscenza délie biloculine in générale è quanto mai incerta e in- 
completa, e che un prospetto délia distribuzione délie singole specie in Italia rappresente- 
rebbe un tentative inutile di sintesi. Era mio unico intendimento di offrire, con la présente 
memoria, una relazione per quanto possibile esatta intorno allô stato attuale délie nostre 
cognizioni suirargomento, e d'indicare in pari tempo la via verosimilmente migliore da 
seguirsi per comporre una monografia compléta délie biloculine che si raccolgono nel neo- 
gene italiano. E voglio sperare che il fine sia stato raggiunto. 



[ultime bonë: 20 mano 1907]. 



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— 60 — 



Spiegazione délie figure. 

TA VOLA I. 

1. Forma eocenica dei dintorni di Parigi; da Schiumberger (1887) denominata ^tïoeii/tna 6u//oiV//'$ 

d'Orb., e da riguardarsi, seconde lui, quale vera rappresentante délia specie istituita da d'Or- 
bigny (1826) con tal nome. — Ingrandita 35 volte. 

2. F. neogenica di Terra d'Otranto e di Calabria, da Costa (1850) denominata B, buUoides d'OrK. 

da Fornasini (1886) ascritta a B. intermedia Forn., e da Goés (1894) a B. simplex d'Orb. 
— Ingrandita circa 14 volte. 

3. F. neogenica dei dintorni di Vienna, da d'Orb igny (1846) denominata B. inomata, da Reuss 

(1867) ascritta a B. bulloides d'Orb., e da Millett (1895) aB elongcUa i' Orh, — Ingrandita 
circa 22 volte. 

4. F. neogenica di Galizia, da Reuss (1867) denominata B. bulloides d'Orb. var. iruncata, e da 

Goé's (1894) ascritta a B. elongata d'Orb. 

5. F. neogenica dei Banato, da Karrer (18(58) denominata B, bulloides d'Orb var. calostomay «la 

Goés (1894) ascritta a B. stmplex d'Orb., edaRupert Jones (1895) a B, ringens Lam. sp. — 
Ingrandita circa 15 volte. 

6. F. neogenica dei Bolognese, da Fornasini (1886) denominata B. bulloides d'Orb. e da lui ste:5<n 

(1896) trovata si mile internamente a B, comata Brady. — Ingrandita circa 15 volte. 

7. F. neogenica d' Ischia, da Costa (185()) denominata B, constricta, e da Goès (1894) ascritta a 

B. elongata d'Orb. — Ingrandita circa 40 volte.. 

8. F. neogenica dei Bolognese, da Fornasini (1891) denominata B, cf. elongata d'Orb. — Ingran- 

dita 45 volte. 

9. F. récente di Patagonia, da d'Orb igny (1839) denominata B. patagonica, e da Brady (1884) 

ascritta a B, elongata d'Orb. — Ingrandita circa 65 volte. 
0. F. neogenica di Sicilia, da Silvestri (1901) denominata B. innrnata d'Orb. — Ingrandita *M voît^. 

11. F. neogenica dei Bolognese, da Fornasini (1891) denominata B, cf. elongata d'Orb. — Ingran- 

dita 37 volte. 

12, 13. Forme neogeniche délie Nicobare, da Schwager (1866) denominate B, lucernula ffig. lîi 

€ triloculine Varietàt »), da Brady (1884) ascritte a B, bulloides d'Orb., e da Goés (1894) 
a B. tubulosa Costa. — Ingrandite circa 40 volte. 

14. Forma récente dragata dal « Challenger », da Brady (1884) denominata B elongata d'Orb. — 

Ingrandita 45 volte. 

15. F. neogenica di Galizia, da Reuss (1867) denominata B, larvata, e da Goés (1894) ascritta, con 

dubbio, a B. arctica Goés. — (< Sehr kleine Species »). 

16. F. neogenica di Liguria, da Mariani (1888) denominata B. larvaia Reuss, var. ventricosa. — 

(< Piccolissimo esemplare »). 

17. F. neogenica di Sicilia, da Silvestri (1901) denominata B, borchi, e avente, secondo lui, carat- 

teri di somiglianza con B. inomata d'Orb. — Ingrandita 49 volte. 

18. F. neogenica di Sicilia, da Silvestri (1901) denominata B. tarantoi, e molto prossima, secondo 

lui, a B. inomata d'Orb. — Ingrandita 34 volte. 

19. F. neogenica di Terra d'Otranto e d' Ischia, da Costa (1856) denominata B, tubulosa. — Ingran- 

dita circa 25 volte. 

20. F. récente dell'Adriatico, fossile nel Piacentino e in Francia, da d'Orb igny (1826) denominat.i 

B. longirostra, e da Fornasini (1902) confronta ta con B, tubulosa Costa. 

21. F. neogenica di Terra d'Otranto, da Costa (1856) denominata B. inornata d'Orb. varietas, e da 

Fornasini (1898) ascritta a B. intermedia Forn. — Ingrandita 27 volte. 



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— 61 — 



TAVOLA II. 



1. Forma eocenica dei dintorni di Parigi, daSchlumberger (1887) denominata B, ringens Lam. sp., 

e da riguardarsi, seconde lui, quale vera rappresentante délia specie istituita da Lamarck (1804) 
con tal ^ome, — Ingrandita 17 volte. 

2, 3. Forme recenti dragate dal < Challenger », da Brady (1884) denominate B, ringens Lam. sp., 

da Fornasini (1886) asoritte a B. intermedia Forn., da Schlumberger (1891) in parte 
(fig. 2) a B, bradyi Schlumb., e da Goês (1894) a B. simplex d'Orb. — Ingraudite 25 volte. 

4. Forma neogenica dei dintorni di Vienna, da d' Orbigny (1846) denominata B, clypeata, da Brady 

(1884) ascritta a B. ringens Lam. sp., e da Goés (1894) a B. simpleœ d'Orb. — Ingrandita 
circa 46 volte. 

5. F. neogenica dei Bolognese, da Fornasini (1886) denominata B. intermedia, da Goés (1894) 

ascritta, con dubbio, a B. simpleœ d'Orb., e da Rupert Jones (1895) a B, ringens Lam. sp. 
— Ingrandita circa 17 volte. 

6. F. neogenica dei dintorni di Vienna, da d' Orbigny (1846) denominata B, simpleœ^ e da Brady 

(1884) ascritta a B. ringens Lam. sp. — Ingrandita circa 15 volte. 

7. F. neogenica di Terra d'Otranto, da Costa (1856) denominata B. simpleœ d'Orb. — Ingrandita 

circa 15 volte. 

8. F. neogenica dei Senese, da Silvestri (1896) denominata B, globosa. — Ingrandita 10 volte. 

9. F. neogenica dei Bolognese, da Fornasini (1886) denominata B. brachyodonta, da lui stesso (1896) 

trovata alquanto simile internamente a B. fischeri Schlumb., e da Rupert Jones (1895) 
ascritta a B. ringens Lam. sp. — Ingrandita circa 14 volte. 

10. F. neogenica di Sicilia, da Silvestri (1900) denominata B, giierrerii, e da lui ritenuta assai 

prossima a B. brachyodonta Forn. — Ingrandita circa 20 volte. 

11. F. récente di Scandinavia, da Goês (1894) denominata B, simplex d'Orb. (< apertura parva, lingua 

cruciformi »). — Ingrandita circa 22 volte. 

12. F. récente deirAdriatico, da Fornasini (1900) denominata B, simplex d'Orb. — Ingrandita 

45 volte. 
13-15. Forme neogeniche di Sicilia, da Silvestri (1901) denominate B, globuliis ^chlnvcib, — Ingran- 
dite 49 volte. 

16. Forma neogenica di Sicilia, da Silvestri (1901) denominata B, gioenii, e da lui ritenuta assai 

prossima a B. globulus Schlumb. — Ingrandita 49 volte. 

17. F. récente dei Golfo di Guascogna, da Schlumberger (1891) denominata ^. /îsc^m. — Ingran- 

dita 35 volte. 

TAVOLA III. 

1. Forma récente dell'Atlantico e dei Méditerranée, da Schlumberger (1891) denominata B, de- 

pressa d' Orb., e da riguardarsi, seconde lui, quale vera rappresentante délia specie istituita da 
d' Orbigny (1826J con tal nome. — Ingrandita 17 volte. 

2. F. neogenica dei dintorni di Vienna, da d' Orbigny (1846) denominata B lunula, e da Brady 

(1884) ascritta a B. depressa d' Orb. — Ingrandita circa 36 volte. 

3. F. neogenica dei dintorni di Vienna, di Galizia e dei Piacentine, da Reuss (1850) denominata 

B. amphiconica, e da Brady (1884) ascritta a B, depressa d'Orb. — Ingrandita circa 20 volte. 

4. F. neogenica di Calabria e di Terra d'Otranto, da Costa (1856) denominata B. circumclausa, e 

da Fornasini (1897) ascritta a B. depressa d'Orb. — Ingrandita circa 25 volte. 

5. F. neogenica dei Bolognese, da Fornasini (1889) ascritta a B. depressa d'Orb., e da lui stesso 

più tardi (1896) a B, bradyi Forn. — Ingrandita 20 volte. 

6. F. neogenica di Terra d'Otranto, da Costa (in schedis : 1856?) denominata B. amphiconica Reuss, 

e da Fornasini (1898) ascritta a B, acquilabiata Terquem. — Ingrandita 27 volte. 

7. F. neogenica di Rodi, da Terquem (1878) denominata B. aequilabiata, — Ingrandita 20 volte. 



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— 62 — . 

8. Ç. récente dragata dalla € Gazelle », da Egger (1893) denominata B. depressa d* Orh . — Ingran- 

dita circa 50 volte. 

9. F. neogenica délie Nicobare, da Schwager (1866) denominata B. murrht/na, da Brady (1884) 

considerata corne varietà di B, depressa d'Orb., e da Schlumberger (1891) corne specie di- 
stinta. — Ingrandita circa 45 volte. 

10. F. récente del Golfo di Guascogna, da Schlumberger (1891) denominata B, serraia Brady, la 

quale da Brady (1884) era già stata considerata corne varietà di B, depressa d'Orb. — Ingran- 
dita 20 volte. 

11. F. récente délie Antille, da d'Orbigny (1839) denominata B. carinata, e da Brady (1884) 

ascritta a B. depressa d'Orb. — Ingrandita circa 35 volte. 

12. F. neogenica d'Austria; da Karrer (1867) denominata B, plana^ e da Goés (1894) ascritta a 

B, depressa d' Orb. 

13. F. récente dragata dal < Challenger », da Brady (1884) denominata B, depressa d'Orb., e da 

Silvestri (1893) B. depressa d'Orb. var. separans, — Ingrandita 40 volte. 

14. F. neogenica dei dintorni di Vienna, da d'Orbigny (1846) denominata B, affinisy e da Goes 

(1894) ascritta a B. simplcx d' Orb. — Ingrandita circa 35 volte. 

15. F. neogenica del Bolognese, da Fornasini (1891) denominata B. ci. affinis d'Orb. — Ingrandita 

27 volte. 

16. F. récente del Mare Jonio, da Silvestri (1893) denominata B. depressa d'Orb. var. serrata Brady, 

e più tardi (1901) da lui stesso B, depressa d'Orb. var. denticulata, — Ingrandita 15 volte. 

17. F. récente dragata dal < Challenger », da Brady (1884) denominata B. tubulosa Costa. — In- 

grandita 35 volte. 

18. F. récente dragata dal c Challenger », da Brady (1884) denominata B, depressa d'Orb., e da 

Fornasini (1886) B. bradyi, — Ingrandita 40 volte. 

19. F. récente del Mare Caraibico, da Goés (1882) denominata Milioltna ringens Lam. sp., (« sph^- 

roidal variety »). — Ingrandita circa 11 volte. 

20. F. neogenica di Galizia, da Reuss (1867) denominata B. ventricosa, e da Brady (1884) ascritta 

a B. v*regularis d' Orb. 

21. F. oligocenica di Prussia, da Reuss (1863) denominata B» glohulus Born., e da Brady (1884) 

ascritta, con dubbio, a B, irregularis d' Orb. 

22. 23. Forme oligoceniche di Prussia, da Reuss (1863) denominate J9. lobata, e da Goês (1882) 

ascritte a Miliolina ringens Lam. sp. (< magis ovalis »). 

24. F. neogenica di Calabria, da Seguenza (1880) denominata B. disjuncta. — Ingrandita 44 volte. 

25. F. récente del Golfo di Guascogna, da Schlumberger (1891) denominata B. comata Brady. — 

Ingrandita 20 volte. 



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Mem.p. Ace. Sc.Bologna,s.6! vol.lV. 



Tav.I. 




C.fxiniéiSinî: <Ui varifintori . 



E.Contoli lit. 



StatxLit.rohà'p F. Casanova e Figlio - Bolo^na. 



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Mem.r.Acc. Sc.Bologna,s.6? vol.lV. 




C.Pom^^ini: cia variautori . 



E.Contoli lit. 



Stab.Litrohtip F.CaAsnova e Figlio - Botogna. 



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Mem.r. Ace. Sc.Bolognei,s.6? vol. IV. 

1 2 



Tav. III. 




C.fx>rnéi^ni: davmriautori. 



E.Contoli lit. 



Stab.LitFotoHp F.CnAanova e Figlio - Bo/ogna. 



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SOPRA LE DIMOSTRAZIONI 

DELL A FORMULA DEL CAGNOLI 

RELATIYA ALLA DDRATA MINIMA DEL CREPDSCOLO 



NOTA 



DEL 



PROF. MICHELE RAJNÀ 

(letta neiradunanza del 9 dicembre 1906) 



In un luogo di data latitudine geografica (p indichiamo con t^ e t^ rispettivamente 
gli angoli orarî del Sole alPistante del tramonto vero e alla fine del crepuscolo ve- 
spertino; con d la declinazione del Sole, quantità che si pu6 ritenere costante nel- 

r intervalle t^ — f^ ed uguale al valore che corrisponde alP istante - {t^ -h t^) ; e final- 

mente con c la depressione deir almucantarat che détermina la fine del crepuscolo **^ 
Allora le formule che risolvono il problema del crepuscolo minimo sono le due se- 
guenti '**' : 

(I) sin ^ = — tg- c sin (p [Giov. BernouUi, 16931 

(II) sin- (<j — Q = sin ~ c sec (p . [Ant. Cagnoli, 1786J 
Si sa inoltre che la condizione délia durata mini ma del crepuscolo, cioè 

dâ ~ ' 

équivale alla condizione geometrica 

(in) îi = ?o. 



i*\ c- u 'A' ) 6*30' ., , i civile 

<*> Si ha quindi c=:( ,,^ ^ per il crepuscolo , . 

f 18 f astronomico. 

(*•) Vedi D'Arrest, Asiron, Nachrichten, vol, 46 (1857), pag. 70. Nella mia Memoria intitolata 

€ Nuovo calcolo dell' effemeride del Sole e dei crepuscoli per l'orizzonte di Bologna » (Memorie délia 

R. Accademia délie Scienze deUTstituto di Bologna, tomo I, série VI, 1904, pag. 69 [11 dell'^s^ra«o]) 

ho attribuito, per equivoco, al Bernoulli la formula (II) invece délia (I). 

Série IV. — Tomo IV. 9 



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— 64 — 

dove con q è indicato genericamente T angolo .parallattico del Sole ^^K 

La dimostrazione délia formula del Cagnoli si fa di solito mediante una costru- 

zione geometrica che per maggior chiarezza indicherb brevemente **'. 

Rappresentîamo (flg. 1) con HS^H' Toriz- ^ . ^ 

zonte e con KS^K^ T almucantarat corrispon- 

dente alla depressione HK = c . Per un dato 

giorno sia S^ il punto dove il Sole tramonta 

e Sj il punto corrispondente alla fine del cre- 

puscolo. Si traccino i circoli orarî e i verticali 

dei due punti S^^ e S^. È noto che nel caso 

del crepuscolo minimo si ha 

Ci6 posto, si prenda sul verticale Z5j, a 
partire dallo zenit, l'arco ZQ = FiSj=c, e si 
tracci il circolo orario del punto 0. I due 

triangoli sferici PS^Q, PS^Z sono uguali e ^'^'^ 

congruenti fra loro : infatti, oltre aU'eguaglianza degli angoli parallattici, si ha 



?^ / : \ 



Dunque sarà 



e di qui segue 



PSj = 90"— J = P5o 



PQ=PZ=90** —(p 



QS^ = 90'' = ZS^. 



SingZPS^ = a.ng QPS^ 



ang ZPQ = ang S^PS^ = t^ — t^. 
Allora il triangolo sferico isoscele ZPQ dà 



Ne segue 



ossia 



cosc — sin*(2> 

.cos {t. L) = f- — - . 



. ol , . , cosc — sin'(2î 
1 _ cos(^ — n = 2 sin^--(/, — g = 1 ^— *- 



2sin''-c 

^ . 2I /. .V 1 — c^sc 2 

2 sin''-(^ — L) = ç-T— = ^—- 

2^* ^' cos^(p cos^(p 



^*^ Rimando al luogo citato di D'Arrest per la dimostrazione délia relazione (III) e délia for- 
mula del Bepnoulli. Ivi sono date indicazioni storiche e bibliograâche sul probleraa del crepuscolo 
minimo, che fu célèbre nel secolo XVII F, e altre se ne trovano presso R. Wolf, Handbuch der Astro- 
noynie, ihrer Geschichte und Litteratur, Zurigo, 1890-93, vol. I, pag. 477. 

(**) Cfr. F. T. Schubert, Traite d'Astronomie théorique (Hamburg, 1834, vol. I, pag. 138). 



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— 65 — 



e flnalmente 



1 '^r 

sin-(<,— g = 



2''* '*' coaqi ' 

che è la formula del Cagnoli. 

Una costruzione geometrica è pure sottiiitesa dal D' A r r e s t nel luogo citato 
(§ 5, pag. 72). 

Si coDgiungano i due punti 5Jj, S, con un arco di circolo massimo (flg. 2). Il trian- 
golo sferico S^PS^ è isoscele e quindi se si z 

divide per meta Tangolo al vertice, médian te 
l'arco di circolo massimo PK^ questo arco è p^ 

perpendicolare alla base S^S^ e la divide per 
meta. Poniamo 







s,s^ = A', 




allora 


il 


triangolo rettangolo 


S^KP dà 






singCi — U 


1 






. 1 , COSÉ^ * 

sin-A, 



(1) 




Fig 9 



Se indichiamo genericamente con a V azimut del Sole, contato dal sud verso ovest, 
è facile, vedere che nel caso del crepuscolo minime sta la rela2ione 



a^= 180^— «Q. 
Infatti avendosi in générale 

cos (p sin a^ = cos â sin q^ 
cos <p sin ttj -= cos â sin q^ 

ne segue che per q^ = q^ si ha 

sin a, = sin a^ , 

e non potendo manifestamente essere a^:=zaQ^ rimane dimostrata la relazione (2). 
Ci6 posto, nel triangolo S^VS^, che è rettangolo in V. si ha 



(2) 



e quindi risulta 



VS, = c, 



7S, = a,— a,= 180O— 2a, 



cos A = 1 — 2 sin*- À : 
2 



cosccos2a„ 



sm 



g 1 5 1 -h cos c cos 2a. 



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— 66 — 

e per la (1) 



g 1 ^^ ^ ^ 1 -K cos c cos 2a,, 



sin^(', — <o) = 



2^' ^^~ 2cos'(y 

Ma essendo in générale 

sin^ 



ne segue 



cosa. = - , 

^ cos(p 



^ sin*^ 
cos 2a. = 2 — 7-^ — 1 
° cos '^ 



e quindi 

1-+-C0SC(2 5-T — 1) 9^ n .«5^ 2>^ 

. g l \ cos*(^ / cos^(p H- 2 cos c sin'a — coac cos cp 

_ g ,., ^ ^^ . g^ cos^ÇJ-2sin*-c-K2(l — 2sin*-c)sin*^ 

. vl/, .V cos'^^fl — cosc)-+-2coscsin*a 2 \ 2 / 

2^^ ^^~ 2cos'^cos^a^ ~ 2 cos'çJ cos-(^ 

Qui bisogna sostituire per sin^^ e cos*^ i loro valori dati dalla formula del 
B e r n u 1 1 i , cioè : 

sin*-c sin*~c 

sin^^ = — sin^<(p cos^^ = 1 — 8in^(p 

cos^-c cos*-c 

2 2 

e C08Î, dopo alcune riduzioni che ometto per brevità, si ottiene la formula del 
Cagnoli. 

A me pare che a questa formula si arrivi in maniera più naturale seguendo una 
via puramente analitica, come segue. 

Essendo 

ZS^ = 90** ZS^ = 90^ H- c, 

le fi>rmule fondamentali délia Trigonometria sferica applicate ai due triangoli f!PS^^ 
ZPS^ dànno luogo, fra le altre, aile seguenti relazioni : 

sin q^ = cos (p sin t^ (3) 

coscsing, =cosÇÎsiu<, (4) 

= sin (^ sin d -K cos (p cos d cos t^ (5) 

— sin c = sin fi sin ^ H- cos (^ cos d cos t^ . (6) 

Per ?i = ?o s^ deduce dalle (3) e (4) 

sin^, 



cosc 



sin</ 



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— 67 — 

relazione semplice fra i seni degli angoli orarî del Sole al principio e alla âne del 
crepuscolo minimo. Di qui si ha 

sin t. — sin L 

^— ^ = ces c — 1 

ossia 

sin <j — sin <Q = — 2 sin*- c sin f^ . (7) 

D'altra parte le (5) e (6) dànno per via di sottrazione 

2 sm-ccos-c 
sine 2 2 ,^, 

cost, — cost^ = — ^ = -p ^— , (8) 

' " cos (p cos a cos (p cosa 

relazione générale che non è limitata al caso del minimo. 

Ora le equazioni (7) e (8) equivalgono rispettivamente aile seguenti : 

cos - {t, -+- g sin - (t^ _ g = _ sin'- c sin t^ 

sinlccosic 



2^^ ®' 2^^ ^' co8(pcosâ ^ 



da cui 



^'ô('i— O = sîi^%^sin''o 



2 

sin' 



. ,1 ol 

sin^^-ccos^-c 



2 v'i 0/ — - " 2 ^ cos'(p cos'd • 

Nel secondo membre bisogna eliminare sin^^, e cib si ottiene per mezzo délia re- 
lazione notissima 

C08tQ=z — tg(ptgâ . 
Cosi avremo 



sin' 



2 , . 2 V sin^'-ccos'^-c 
j* .. .V . ^* #, «*A*c^Sln^>v 2 2 



,1 . 4I / sin*(^sin^>v 



^ coa^â/ cos* (^J cos* ^ 
sin^-c(cos*(^ cos*^ — sin*(^ sin*^) -+- sin*- c cos*- c 

cos* (^J cos* ^ 
sin* -c| cos*(yJ ( I — sin*^) — ain^(p sin*^ | -K 8in*-c co8*-c 

cos* (^ cos* ^ 
sin*-c (cos*<^ — sin*^) -k sin*-c cos*-c 
cos*(^ cos*d 



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— 68 — 

Ora introduciamo qui per sirrÔ e cos'^ i loro valori particolari corrispondenti al 
caso del crepuscolo minimo, cioè 

sin* - c c^8*ô ^ — s^^*9^ sin*<^ 
sin*r^ ^= — siv?(p , cos*^ = 

cos*-c cos*-c 

2 2 

e avremo 

, cos*- c cos* (p — sin^ - c sin* 

sin*-c 1- sin -c cos*-c 

cos*-c 
sin*- (<. - g = 

o 2 2 ^ 

cos (^ 



cos'-c 



sin*-c|n — sin*~cj oo8^(p — sin*-r(l — cos^^p) 



. «1 4I 
sin x^cos -- c 

2 2 



cos*^! 1 — 8in*-c — 8in*-c(l — cos'(^)| 
-c I cos <p — siir-c\ H- sin'^-cC 1 — sm^-c l 



cos*(2J( 1 — 2 sin^-c -h sin^-c cos*(^j 

. «l / ?! ?w . 4I , « . jl . 4I \ 

sin'-cf sm'^-ccos (p — siï^ 0^ "*" ^ — 2sin'--c-Ksin*-cj 

^ \ ^ ^ ^ ^ / 

cos* (^ f 1 — 2 sin*-c -4- sin*-- c co8^(p) 
e flnalmente 

che è la formula del C a g n 1 i , da lui pubblicata neir articolo Crépuscule délia 
grande Enciclopedia (1786). 



^^s^^M^ié^^ 



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Dell' azione degli acidi cloridrico e nitrico concenirati 
siil cloruro e niirato di Bario 



NOTA 

DIX 

Prof. DIOSCORIDE VITAL! 

(Letta neir Adunanza del 13 Gennaio 1907). 

È noto che, volendo riçercare V acido solforico o i solfati nelle loro soluzioni, si acidi- 
ficano queste con acido cloridrico e poi si aggiunge cloruro di bario che précipita quoi 
composti allô stato di solfato baritico. Ora, quando nell' aggiungere T acido cloridrico lo si 
impieghi concentrato e in eccesso forte si ha precipitato bianco anche allorchè nella solu- 
zione non si trovi traccia di acido solforico o di solfati; il che naturalmente pub indurre 
in errore nelle ricerche analitiche ; errore perô che si potrà sempre evitare non impie- 
gando grande eccesso di acido cloridrico concentrato, o avendo impiegato questo eccesso, 
avvenuta la precipitazione, aggiungendo al liquido torbido raolta acqua, la quale farà scora- 
parire il precipitato se nella soluzione primitiva non erano presenti acido solforico o solfati, 
mentre esso persistera se formato dal solfato di bario : e ci6 perché il precipitato che si 
forma aggiungendo eccesso di acido cloridrico concentrato aile soluzioni di cloruro bari- 
tico è costituito da questo sale reso insolubile dair eccesso di queir acido, il quale colla 
molta diluzione di questo ritorna in soluzione. 

Ora ho voluto constatare se questo fenomeno si produce anche nelle soluzioni di altri 
cloruri; poichè, quando ci6 non si verificasse, si avrebbe in questo risultato negativo un 
mezzo non solo per distinguere il bario dagli altri metalli, ma altresi un mezzo per sepa- 
rare quello da questi. Ho voluto inoltre vedere se la precipitazione del bario allô stato di 
cloruro col mezzo dell' acido cloridrico concentrato ed impiegato in grande eccesso è com- 
pléta, nel quai caso si avrebbe un mezzo di determinazione quantitativa del bario una volta 
che fosse trasformato in cloruro. Ed ecco i risultati di queste ricerche. Non s' intorbidano 
e molto meno precipitano con grande eccesso di acido cloridrico concentrato le soluzioni 
dei cloruri degli altri metalli terralcalini, stronzio e calcio. Ciô torna utile nelle analisi 
perché, com' è noto, i sali di quei metalli ànno in comune col bario alcune reazioni e il 
poterli separare da questo è quindi un mezzo per evitare un equivoco. 



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— 70 — 

Nessuno dei metalli terrosi o pesanli ha verso Tacido cloridrico un comportamento 
simile a quello del bario. Solo il piombo e T argento precipitano coir acido cloridrico ; pero 
la precipitazione avviene anche coU' acido cloridrico estremamento diluito, ed inoltre il 
precipitato o è affatto insolubile anche per aggiunta di molta acqua, corne nel caso del- 
Targento, o è pochissinno solubile come nel caso del piombo. 

Questo fatto fenomeno deir insolubilîtà del cloruro di bario neir acido cloridrico 
concentrato ed impiegato in eccesso pub essere utilizzalo anche per la determinazione quan- 
titativa del bario una volta che lo si sia trasformato in cloruro. Questo metodo di dosa- 
mento è molto facile e semplice: poichè basta aggiungere alla soluzione del cloruro bari- 
tico piii concentrato che sia possibile un fortissimo eccesso di acido cloridrico concentrato 
(8 vol. circa di acido per 1 vol. délia soluzione salina) perché tutto il cloruro sia preci- 
pitato : il che è dimostrato dal fatto che, nel liquide acido separato dal precipitato, V acido 
solforico diluito non vi produce il ben che minime intorbidamento ed inoltre dal fatto che 
detto liquide acido evaporato a secchezza non lascia residuo, la cui soluzione s'intorbidi 
coir acido solforico. Per dosare con questo metodo il bario basta evaporare in capsula 
tarata il liquide acido insierae al precipitato e quando è perfettamente secco pesare e dal 
peso del cloruro cosi ottenuto dedurre quello del bario. 

Per ottenere risultati esatti quando il cloruro di bario si trovi mescolato a cloruri o 
a sali di altri metalli non precipitabili dalP acido cloridrico concentrato è necessario dopo 
avère a^iunto questo lasciare a se il miscuglio perché il cloruro baritico si depongra 
totalmente, lasciando limpidissimo il liquide acido soprastante, per il che non occorre molto 
tempo non essendo il precipitato polveroso ma cristalline e pesante, poi decantare e aggiun- 
gere al precipitato, agitando, nuovo acido cloridrico concentrato fine che questo piîl non 
presenti le reazionî di detti sali estranei coi quali il bario era mescolato e sino a che 
r acido evaporato non lasci più residuo. Avendo eseguita Toperazione in capsula tarata 
non occorre altro che evaporare, come si disse, a secchezza e pesare per avère il peso del 
cloruro di bario dal quale poi dedurre il peso del métallo. 

Questo metodo puo applicarsi alla separazione e determinazione del bario anche quando 
esso si trova in combinazione con altri acidi diversi dal cloridrico poichè gli altri sali e 
composti del bario si possono sempre facilmente trasformare in cloruro e facendo agire 
r acido cloridrico direttamente su di essi, se si tratta dell' ossido, idrossido, del carbonate e 
di altri sali facilmente decomponibili da quell' acido, come V acetato, il valerianato, Tossalato, 
il succinato ecc, o ricorrendo alla disaggregazione con carbonate sodico, qualora si tratti di 
sali non attaccabili dair acido cloridrico, come ad esempio il solfato e trattando poi il 
carbonate baritico, une dei prodotti délia disaggregazione, coll' acido cloridrico. 

Fra i sali di bario che non possono essere, almeno totalmente, trasformati in cloruro 
dair acido cloridrico, avvi il nitrate. Quando ad una soluzione di nitrate baritico si aggiunga 
forte eccesso di acido cloridrico concentrato si produce immediatamente precipitato : il 
liquide acido, separato da questo, non contiene neppure una traccia di bario, il quale si 
trova tutto nel precipitato. 

Ho volute accertarmi se il precipitato è costituito solamente da cloruro di bario 



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— 71 — 

o da solo nitrato oppure da un miscuglio di entrambi questi sali. Nel primo caso nel 
liquido acido soprastante al precipitato si sarebbe trovato acido nitrico, e non nitrato 
nel precipitato; nel secondo caso nel precipitato non si sarebbe trovato cloruro e non 
acido nitrico nel liquido acido ; nelP ultimo caso infine sarebbesi rinvenuto cloruro nel 
precipitato e acido nitrico nel liquido acido. Le ricerche che ho a questo scopo ese- 
guite m' hanno convinto che il precipitato è costituito in parte da nitrato e in parte da 
cloruro, e che quindi nel liquido acido soprastante si trova acido nitrico. Ed ecco corne ho 
potuto dimostrar ci6. Ho lavato il precipitato con acido nitrico concentrato e puro flno che 
qiiesto piîi non intorbidasse col nitrato d' argento : poi ho sciolto il precipitato cosi lavato 
in acqua: la soluzione intorbidb fortemente col nitrato argentico; ci6 che sta a dimostrare 
che nel precipitato si trovava cloruro di bario, formatosi per azione deir acido cloridrico 
sul nitrato di bario. Una prova ulteriore che T acido cloridrico concentrato nel montre 
précipita il nitrato di bario in pari tempo lo decompone in parte la si ha nel fatto che 
r acido cloridrico soprastante al precipitato contiene acido nitrico. Per la ricerca di que- 
st' acido neir acido cloridrico ho proceduto nella maniera seguente. Ho neutralizzato parte 
di questo acido con carbonate sodico purissimo e quindi affatto esente da nitrati e ho 
evaporato il liquido a secchezza : poscia distillai il residuo insieme ad acido solforico pari- 
menti privo di acido nitrico e di prodotti nitrosi, e a rame : ottenni cosi uno stillato che 
coir acido solforico purissimo e colla difenilammina manifesté un' intensa colorazione azzurra 
prova délia presenza di acido nitrico o nitroso : e questa colorazione azzurra si produsse 
non estante che nel distillato fosse présente dell' anidride solforosa prodottasi per la ridu- 
zione deir acido solforico operata dal rame. 

Per ci6 che riguarda la ricerca del cloruro di bario nel precipitato parrebbe che se 
ne fosse potuto dimostrare la presenza raccogliendo il precipitato, asciugandolo il più che 
fosse possibile fra carta bibula a piti doppi, poi scaldandolo per scacciare le piccole quan- 
tité di acido cloridrico interposto nel precipitato medesirao e in fine ricercando nella solu- 
zione di questo il cloruro col nitrato d' argento. Ma non ho praticato questo metodo di 
ricerca ed ho invece date la preferenza a quelle sopradescritto perché con esperienza pre- 
liminare ho potuto dimostrare che facendo intervenire il calore anche quantità minime di 
acido cloridrico sono capaci di decomporre il nitrato di bario formando cloruro baritico. 

L' azione quindi dell' acido cloridrico concentrato sul nitrato di bario, per la quale 
tutto il bario di questo sale, è, come si è visto, precipitato totalmente, non pu6 essere 
utilizzata per la determinazione del bario in dette sale, collo stesso metodo col quale lo si 
dosa allô stato di cloruro precipitandolo dalla sua soluzione con eccesso di acido clori- 
drico concentrato. Siccome perô anche in questo caso si ha nel precipitato tuito il bario 
che era contenuto nel nitrato sottoposto air azione deir acido cloridrico, cosi in questo fatto 
non solo si ha un metodo per separare quel métallo da altri metalli i cui nitrati non sono 
come quelle di bario precipiiabili dair acido cloridrico, ma si ha altresi un modo di dosare 
il bario nella soluzione del precipitato allô stato di solfato di bario seguendo in ci6 le norme 
deir ordinario metodo. 

Quando una soluzione di nitrato di bario venga trattata con fortissimo eccesso di acido 
Série VI. — Tomo IV. 10 



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— 72 -- 

nitrico concentrato tutto il sale baritico précipita nello stesso modo col qualé, corne si è 
visto, précipita dalle sue soluzioni il cloruro di bario, quando ad esse si aggiunga pure 
grande eccesso di acido cloridrico concentrato. Che la precipitazione sia totale è dimo- 
strato dal fatto che il liquide acido separato dal precipitato non s'intorbida per aggiunta 
di acido solforico diluito, ed inoltre evaporato a secchezza non lascia residuo. Quindi è che 
il bario quando si trovi allô stato di nitrato lo si potrà dalle sue soluzioni separare me- 
diante F acido nitrico concentrato e in eccesso dagli altri metalli i cui nitrati non sono 
precipitati da queir acido, e lo si potrà dosare, scaldando il precipitato per liberarlo dal- 
r acido nitrico interposto, nella capsula stessa, precedentemente tarata, in cui si è formate 
e, dopo complète essiccamento, pesando : dal peso del nitrato si deduce poi quelle del bario. 
Naturalmente per dosare il bario allô stato di nitrato in altri composti di questo métallo 
fa duopo trasformarli in quel sale : ciô che si potrà fare facilmente trattandoli con acido 
nitrico (ossido, idrossido, carbonate di bario, ed altri sali facilmente decomponibili dal- 
P acido nitrico quali, acetato, valerianato, ossalato, succinato ecc.). Per ciô che riguarda 
i composti non decomponibili dair acido nitrico, anche in questo case corne quando si tratta 
di trasformarli in cloruro, fa duopo ricorre alla disaggregazione col mezzo del carbonate 
sodico, con che il bario si trasforma in carbonate facilissimamente trasformabile in nitrato 
coir acido nitrico. 

Il fatto délia precipitazione del cloruro di bario coir acido cloridrico concentrato e del 
nitrato coir acido nitrico parimenti concentrato parrebbe potesse ricevere spiegazione me- 
diante i principî délia teoria délia dissociazione elettrolitica, seconde la quale la dissocia- 
zione dei composti chimici è proporzionale alla loro conducibilità elettrica, e diminuisce 
coir aumentare in essi dei loro joni ; pel quale aumento la dissociazione rétrocède. Cosi si 
spiega per esempio come aggiungendo ad una soluzione di cloruro di potassio del clore, 
retrocedendo la dissociazione, si separi di quel composte saline. Altrettanto si dica per 
ci6 che succède quando ad una soluzione di solfato di potassio si aggiunge delP idrossido 
di questo métallo, nel quai case si ha separazione di dette solfato, il che accade perché 
per r aggiunta délia potassa si aumenta il jone potassio nel solfato e percib la dissocia- 
zione rétrocède e quindi quel sale précipita. 

Volendo applicare questo principio ai fatti che hanno formate oggetto di questa nota, 
cioè alla precipitazione del cloruro di bario per aggiunta di acido cloridrico, e del nitrato 
di bario per aggiunta di acido nitrico, essi si spiegherebbero ammettendo che la precipi- 
tazione avvenga per V accumularsi del jone clore nel r caso e del jone NO^ nel 2**, per 
la quale concentrazione di joni, retrocedendo la dissociazione di quoi due composti baritici, 
avverrebbe la loro separazione. &î non che parmi che quel principio délia dissociazione elet- 
trolitica non si possa applicare ai fatti su esposti. Innanzi tutto perché nel caso del cloruro 
di bario non avviene la sua separazione se invece deir acido cloridrico concentrato si im- 
pieghi acido cloridrico diluito anche in grandissime eccesso; nel quai caso si avrebbe 
parimenti aumento di joni e quindi la dissociazione dovrebbe pure retrocedere. Altrettanto 
dicasi del nitrato di bario il quale non précipita quando invece deir acido nitrico concentrato 
si aggiunga anche nel piii grande eccesso l'acide nitrico diluito. 



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— 73 — 

Del resto è évidente che ranzidetto principio délia dissociazione elettrolitica non si 
pu6 assolutamente invocare per spiegare la precipitazione del nitrato di bario mediante 
Tacido cloridrico concentrato: poichô aggiungendo quest'acido alla soluzione del nitrato 
non si introducono dei joni contenuti già in quel sale di bario e quindi non avvi aunaento 
concentrazione di essi. 

Questi fatti invece non si possono plausibilmente spiegare, se non ammettendo che 
tanto il cloruro che il nitrato di bario precipitano dalle loro soluzioni per Taggiunta di 
eccesso di acido cloridrico e nitrico, perché affatto insolubili in questi ultimi quando si 
trovano in uno stato di grande concentrazione. 



g^i^^C^-o 



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Canale utero-vaginale 

in rapporte 

con genitali maschili normalmente sviluppati 



3STOT-A. 



DEL 



letta alla R. Accad. délie Scienze deiristituto di Bologna 
nella Seduta del di 11 Novembre 1906 

(CON tavola) 

Vari casi di permanenza dei canali di Muller, fusi o separati fra loro, o di perma- 
nenza di un solo di essi, furono descritti neiruomo. Ci5 non ostante, taie anomalia, che 
quasi sempre si trovô accompagnata ad arresto di sviluppo dei genitali maschili e spesso 
alla mancata discesa dei testicoli nello scroto, è da considerarsi corne straordinariamente 
rara se trattisi di individui aventi i genitali maschili al complète grado di sviluppo. 

Per taie considerazione non stimo inutile la descrizizione di un canale utero-vaginale 
rudimentale, occorsomi di osservare esaminando, in più di 200 cadaveri, la prostata e le 
vescichette seminali accuratamente preparate per altre ricerche, tanto più che T anomale 
canale, per alcune particolarità, diflferisce dagli altri flnora descritti. 

BIBLI06BAFIA — Già nel 1850 dal Betz (3) in un neonato, insieme ai canali de- 
ferenti bene sviluppati, fu trovato un canale utero-vaginale, per cui venue riflutata Topi- 
nione primitiva di Arnold relativa allô sviluppo dei condotti escretori dei testicoli e del- 
Tovaia da una identica formazione. 

L A. Boogaard (6) in un uomo di 66 anni ha notato la persistenza di ambedue i 
canali di MUUer che separatamente sboccavano nella porzione prostatica dell' uretra. Situati 
internamente agli uret^ri, si estendevano, ciascuno, dalla prostata all'estremità superiore 
del rené dello stesso lato, terminando, il destro in modo appuntato, ed il sinistre con una 
vescichetta rotondeggiante, del diamètre di circa 8 cm. Senza prendere alcun rapporte con 
i calici o con il bacinetto, contornavano i reni dal lato interne. Il destro misurava 3,5 cm. 
di circonferenza ed il sinistre da 7 ad 8 cm. Il loro sbocco neir uretra avveniva per mezzo 
di stretti orifizi, simili a quelli dei condotti eiaculatori, presse la linea mediana e poco più 
Série VI. — Tomo IV. 11 



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— 76 — 

in alto del « colliculus seminalis ». L'A. fa rilevare che sopra a questo non esisteva Tor- 
dinaria apertura àélVotfHcolo prostatico e che un piccolo foro situato 4-5 mm. più in basso 
dello sbocco dei canali eiaculatori, corrispondeva ad un canalino comunicante con il canale 
di MUller del lato sinistro, il quale cosl veniva ad essere in comunicazione con Turetra 
per mezzo di due orifizi. 

Si ha di tal caso ima relazione nel « Journal de V Anatomie et de la Physio- 
logie » (•) sottoscritta con le iniziali G. P., che per quanto si apprende nello stesso gior- 
nale da una comunicazione di Rem y (21) suUa quale avremo da intrattenerci, corrispondono 
al nome di G. Pouchet. In taie relazione si riconosce corne indiscutibile il signiflcato di 
condotti di Millier per i due canali anomali descritti dal Boogaard, a causa spécial mente 
del loro rapporte con Turetra prostatica; ma, notandosi che la loro estremità superiore 
non avrebbe seguito la discesa délie ghiandole genitali, si émette il dubbio « qu'on ait 
cru à tort retrouver les restes de cette extrémité entre le testicule et Tépididyme » (?). 
Si trova poi di un certo intéresse la differenza di diametro di quai canali che ricorderebbe 
Tatrofia unilatérale dei corrispondenti organi nolla femmina degli uccelli. 

Barth (2) descrive in un bambino di 6 anni, morto per idronefrosi doppia, un con- 
dotto cilindrico situato anteriormente aiP uretère di destra ed esteso dal livello délia cor- 
rispondente capsula surrénale alla parete posteriore délia vescica. Taie condotto terminava 
in alto con una estremità assottigliata ed a fonde cieco, in rapporte con un piccolo gruppo 
di cisti h^asparentij nel quale TA scorge un reste del corpo di Wolff; ed in basso, dopo 
essersi insinuato fra la tunica muscolare e la tunica mucosa délia vescica, sollevando 
quest' ultima in modo da formare una specie di valvola capace di ostruire Toritizio del collo 
vescicale, si apriva neirotricolo prostatico per mezzo di un oriflzio che senza difflcoltà 
permetteva T introduzione di « un stylet de gros calibre ». Nulla di simile si trovava dal 
lato opposto ; e normali erano, da ambedue i lati, tanto i canali deferenti che le vescichette 
seminali, i canali eiaculatori, la prostata, e le altre parti genitali. Il Barth, pur ricono- 
scendo in quel canale anomale il rappresentante di un condotto di MUller, mette più spe- 
cialmente in rilievo l'intéresse clinico del caso, poichè a causa di quel sollevamento délia 
mucosa vescicale si aveva taie ostacolo alla emissione deir orina, che fu causa délia morte 
deir individuo. 

Remy (21) prendendo in esame il caso già descritto dal Barth, ne ri leva altre par- 
ticolarità, ed aggiunge alcune proprie considerazioni. Riguardo al volume dell' anomale ca- 
nale, nota che questo va gradualmente ingrossando daU'alto al basso, presentandosi dap- 
prima come una penna d' oca e raggiungendo poi il diametro di un piccolo intestine : Le sue 
pareti, dello spessore di V4 di millimètre, resultano di una tunica flbrosa esterna, di una 
tunica média muscolare, e di una mucosa. Quesf ultima, liscia, présenta délie valvole sparse 
per la lunghezza del canale ; al livello délia vescica prende un aspetto reticolato ed è 
provveduta di diverticoli. Riconosce il Remy, nel caso del Barth, « una évidente dirao- 
strazione del signiflcato di utero mascolino attribuito generalmente airotricolo prostatico, 



(•) Annp 1877, p. 200. 



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— 77 — 

dopo che Weber (99) lo considerb corne taie » (*). Avendo poi ricercato e riscontrato nello 
stesso caso la presenza, da ambedue î lati, délie idatidi srssili di Morgagni, lo stesso 
Rem y esprime il dubbio già emesso da Pouchet, ri{?uardo al significalo attribuifo a 
quest' ultime formazioni dal Waldeyer (28), osservando che la loro presenza è in disac- 
cordo con la mancata discesa délie estremità superiori dei canali dî Miiller, délie quali 
vengono considerate omologhe. E poichè anche Yorgano di Giraldés esisteva nello stesso 
individuo, e bene sviluppato da ambedue i lati, pure riguardo a questo il Rem y émette 
il dubbio che debba considerarsi corne un reste del corpo di Wolff, che serabra vî sia rap- 
rappresentato dalle piccole cisti trasparenti aventi rapporte con Testremîtà superiore del- 
r anomale canale. Soggiunge tultavia, che una scia osservazione non pu5 distruggere ci6 
che hanno edificato i lavori di Waldeyer e di Giraldés, ed inoltre: € Si d'une coté 
r observation de cette monstruosité est défavorable à Waldeyer, elle tourne en sa faveur 
par un autre point de vue. Ainsi, il est certain que le testicule est tout à fait bien formé 
malgré la persistance du corps de Wolff, ce qui n'aurait pas dû 'avoir lieu si les tubes 
testiculaires naissaient de tubes de Wolff. Si Ton admet avec Waldeyer la formation des 
tubes testiculaires aux dépens de Tepitelium germinatif, F explication du fait actuel ne 
rencontre aucune difficulté » (!). 

Riguardo al confronte che fa Pouchet fra T ineguaglianza di sviluppo dei due canali 
di Millier nel caso del Boogaard, e Tatrofla unilatérale degli organi genitali femminili 
degli uccelli, Remy osserva che lo stesso confronte non è possibile péril caso di Barth, 
ove unicamente il canale di destra era sviluppato, cioè quelle appunto che negli ucceUi 
si atroflzza. 

E. Martin (17) descrive come caso di persistenza dei canali di Mtiller, la loro man- 
cata riunione in un feto di 7-8 mes!, ove, a guisa degli ureteri, questi sboccavano nella 
vescica urinaria. Ma tal caso, ove non fu possibile stabilire il sesso per la mancanza délie 
glîiandole genitali, intéressa più che altro la patologia del feto. 

C. Langer (15), in un giovane soldato suicida, descrive un organe anomale, délia 
lunghezza di 8 cm. e provveduto di una cavità rivestita da mucosa, che inferiormente si 
insinua nella prostata per continuarsi con l'otricolo prostatico, e termina in alto biforcan- 
dosi in modo simmetrico per dare origine a due corni appuntati, lunghi circa 2 cm. Per i 
differenti caratteri che la mucosa, anche se macroscopicamente osservata, présenta a varie 
altezze di quell' organe, si possoao dîstinguere in esso tre porzioni : Una porzione inferiore, 
con mucosa liscia, estesa per quasi Va délia lunghezza totale, che TA. considéra come 
rappresentante la vagina; una porzione média, ove la mucosa présenta délie rilevatezze 
paragonabili aile « plicae palmatae >, che egli ritiene corrispondente alla porzione cervi- 
cale deir utero; e flnalmente una terza porzione che insieme ai corni con i quali si 



(•) Da Thiersch (1852) fu denomînato vagina masckile l'otrîcolo prostatico o « sinus novus di 
Morgagni », ma è da notare a tal proposito che già Malacarne (Memorie della Società Italiana, 
IX, 1802, p. 109) lo paragonô alla vagina, in conformità délie più recenti vedute (Mihalkowics : 
Untersuchungen ûber die Entwickelung des Ham-und Geschlechtapparates der Amnioten. Intern, Mo- 
nalschrift fur Anaiomie, II, 1885). 



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— 78 — 

continua, rappresenta il corpo dell' utero. Si trovano poi, distaccate da quest' organo, ed in 
rapporto con i ligamenti larghi, insierae con i canali deferenti e con i testicoli (non discesi) 
i rudimenti délie trombe utérine Un caso simile fu descritto dallo stesso Langer nel 1855 
in un individuo di 63 annl. Con ambedue i casi del Langer presentano grandissima so- 
miglianza i casi del Petit (19), del Franque (9) e del Baeckel (6) che si trovano 
citati pure nel trattato di Anatomia del Testut (1905, T. IV, p. 512). 

Lookwood (16) descrive in uomo di 38 anni, un cordone parallelo air uretère di 
destra, che dal livello dell'ilo rénale dello stesso lato, ove terminava in modo da sembrare 
un seconde bacinelto, scendeva in basse, e, giunto presse la fossa iliaca, abbandonava i*ure- 
tere per unirsi al canale déférente. Il cordone résultante da quella unione seguiva il corso 
ordinario del canale déférente e terminava nello stesso modo di questo. L'otricolo prosta- 
tico nuUa presentava di anormale. In accorde con il signiflcato di condotto di Muller da 
assegnarsi a taie cordone anomale, e con il signiflcato attribuito dal Waldeyer alla îda- 
tide di Morgagni (differenteraente alla osservazione sopra citata del Rem y) il Lookwood 
trova, nel suo caso, mancante l'idatide del Morgagni presse il testicolo di destra (*). 

lacques (13), in uomo di 31 anni, descrive un organe di forma conica, situato po- 
steriormente alla vescica, délia lunghezza di circa 7 cm. e délia larghezza massima di 
18 mm., provveduto di una cavità in continuazione con rotricolo prostatico. Le pareti di 
quest' organe sono lateralmente fuse con quelle délie ampolle dei canali deferenti, ed in 
basse con i canali eiaculatori. Di questi, il destro solamente sbocca alla superflcie del 
veru montanura, ed il sinistre nella stessa cavità deir otricolo. I^a descrizione di tal caso 
è specialmente intéressante perché accompagnata da un diligente esame istologico e da 
nuove c^nsiderazioni sopra il signiflcato dell' organe anomale. Nella parte più alta di questo, 
ove le pareti presentano uno spessore di 4 mm., si distinguono tre strati di fibre muscolari 
liscie : nello strate esterno queste presentano una direzione longitudinale, nel medio una 
direzione trasversale, e neir interne, che è il più spesso, una direzione irregolarmente obli- 
qua, in modo da presentare una disposizione plessiforme. Ognuno di questi strati diminuisce 
gradualmente di spessore daH'alto al basse, flnchè tutti si fondono insieme. Scai*sa quan- 
tité di tessuto connettivale si trova fra i fasci muscolari. La cavità dell' organe è tappez- 
zata da una mucosa di spessore non uniforme, e rappresentata più specialmente da uno 
strate di connettivo che si continua con il connettivo intermuscolare. L'epitelio, mal conser- 
vato, è formate da elementi di varia altezza (verso i 100 |i), ma dello stesso tipo per lutta 
Testensione dell' organe, per cui in questo non è possibile tare alcuna distinzione fra por- 
ziene uterina e porzione vaginale. Diverse villosilà si notano alla superflcie délia mucosa, 
più sviluppate e più numerose nella parte inferiore, montre che in alto vi si osservano délie 



(*) Il Lookwood si propone di tornare sopra il caso descritto dopo aver praticato l' esame isto- 
logico del preparato ; ma non mi ë stato possibile di trovare altra sua comunicazione sopra lo stesso 
argomento. È da notare inoltre che nel Trattato di Anatomia del Poirier (T. V, 1901, p. 398) ci- 
tandosi il caso del Lookwood (senza T indicazione bibliograûca) si considéra questo corne uno dei casi 
eccezionalissimi in cui si è osservata € la persistance presque totale du conduit mûllerien, sous forme 
d'un cordon qui accompagne T uretère, puis le défèrent jusqu* à V ^pididymc ». 



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vere cripte. Ci6 che più specialmente mette in rilievo il lacques, è la presenza, nello 
spessore délia parete muscolare, di un gran numéro di cavità tappezzate da un epitelio. 
Queste sono di forma irregolare e di varie dimensioni (da 50 a 500 (i), sono sparse tanto 
nello strato medio che nelP interne, più numerose in alto, e mancano affatto nella porzione 
inferiore delî'organo. L' epitelio, nei punti ove è meglio conservato, si présenta come un 
epitelio cilindrico stratiflcato, ma per lo piti è rappresentato da uno o due strati di cellule 
allungate. La massima parte di quelle cavità sono affatto isolate dalla cavità centrale, e 
soltanto dei rarissimi orifizi si trovano a farne comunicare alcune con questa, per ciii 
sembra ail' A. che a ciascuno di questi oriâzi corrisponda un sistema lacunare vasto ed 
esteso. Neir interne di tali cavità sono dei gruppi di grosse granulazioni costituiti da 
una sostanza flnamente granulosa e disposta a strati concentrici, simile a quella dei gra- 
nuli di.amido. L'A. riconosce tali granulazioni come identiche aile concrezioni azotate 
che normalmente si sviluppano, nell'adulto, negli acini délie ghiandole. Numerosi vasi, 
arteriosi e venosi,decorrono nello spessore délie pareti muscolari, ed al di fuori di queste, 
délie arterie voluminose a direzione trasversale. 

In considerazione che la struttura délia raucosa delPorgano descritta dal J acquits, 
non corrisponde alla struttura délia mucosa uterina o vaginale, egli osserva che « mo^yAo- 
logiquement V organe utriculaire étudié ne saurait être compaf^é à V utérus, et moins en- 
core au conduit utéy^o-vaginal entier. Per rispondere poi alla questione se quelPorgano 
possa considerarsi come il resultato di una ipertrofla deirotricolo prostatico, non ha dati 
precisi sopra la struttura di questa, che fu dagli autori variamente descritta. Ed in base 
alla ingegnosa spiegazione data da Tourneux (') délia divergenza di opinioni sopra la 
forma dell'otricolo prostatico, ritiene possibile che la cavità dell'organo anomale rappresenti 
« un diverticule de Turèthre limité par une muqueuse très analogue à la muqueuse uré- 
trale >. Tuttavia, per ci5 che riguarda Tinviluppo muscolare non esclude che esso possa 
appartenere ai canali di Muller. 

Sopra il significato délie cavità epiteliali intra-muscolari non émette alcuna opinione, 
ritenendo difficile attribuire ad esse il significato di ghiandole non estante l'esistenza nel 
loro interne di concrezioni simili aile concrezioni délia prostata che le avvicinano aile 
ghiandole di quest' organe. 

Primrose (20), in un giovane di 23 anni con i testicoli nella cavità addominale, dé- 
scrive un utero con canale cervicale ben distinto ed in continuazione con la vagina, che 
sboccava neU'otricolo prostatico. L' utero, insieme con il colle, misurava 7 cm. in lunghezza, 
possedeva una cavità larga, nella parte centrale, circa 6 cm., e terminava in alto con 
due trombe rudimentali. AU'esame istologico, presentava, nelle sue pareti, fibre muscolari 
liscie, e ghiandole. Non vi era traccia di canali deferenti ne di vescichette seminali. 

Stonham (26) in un ragazzo di 9 anni, pure affetto da criptorchia, trova un utero 
con vescica bene distinta, e con canale cervicale provveduto di « plicae palmatae ». Man- 
cavano le vescichette seminali, ma vi era il canale déférente in rapporte con l'epididimo. 

(•) Vedi nota a pag. 83. 

Série VL — Tomo IV. 12 



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Willet (30) descrive un utero con vagina e tube rudimentali, in uomo aramogliato e 
con due figli. I testicoli, con epididimo, non erano discesi, ma il pêne era normalmente svi- 
luppato. L' utero, sprovvisto del collo, possedeva una cavità che non si estendeva aile tube. 
La prostata era normale. Vi erano i canali deferenti, ma non le vescichette. 

Siegenbeek van Heukelom (25) descrive un caso molto intéressante di utero ma- 
scolino bicorne in un giovine supposto affetto da ernia inguinale îrriducibile, ove si trovava 
nel sacco erniario il corno sinistre dell' utero. Il testicolo sinistre era disceso nello scroto 
•e non presentava alcun rapporte con Tuiero anomale, mentre il testicolo destro era nella 
cavità addominale in rapporte con il ligamento largo. Il collo uterino presentava le sue 
■caratteristiche « plicae palmatae », ed immediatamente al di sopra di questo sorgevano i 
■due corni uterini divaricati fra loro ad angolo retto. Il testicolo destro era accompagnato 
•dair epididimo e dal canale déférente, e presentava bene sviluppati T organe di Giraldés e 
la idatide di Morgagni. Quest'ultima era manifestamente in continuazione con le tute fal- 
loppiane, in appoggio aile vedute di Fleischl e Waldeyer sopra il significato deir ida- 
tide stessa. 

Molti altri casi potrebbero essere ricordati di presenza dei canali genitali femminili nor- 
anali od atrofici insieme a genitali maschili piîl o mené sviluppati, che rientrano nella catego- 
ria degli ermafroditismi ; ma troppo questi si allontanano dal caso che sono per descrivere 
perché ora su di essi mi intrattenga. Mi limite percib a citare : — il caso di androginîa del- 
l'Ackermann (1): — il caso descritto dal De-Crecchio (7) di un utero con vagina, 
trombe e padiglioni in rapporte con ovaie atrofiche, in un individuo di 40 anni con pêne 1 

aflfetto da ipospadia; — l'ermafrodita esaminato da Friedreich (10), Schultze (24), 
Franque (9) e Rokitansky (22), e qualificato da Friedreich corne caso di erma- l 

froditismo latérale vero: — il caso di Griiber (11); ed i casi di Heppner (12), di Obo- 
lonsky (18), di Schmorl (23), e di Blacker e Lawrence (4) che erroneamente, 
come Primrose fa osservare, furono considerati come casi di vero ermafroditismo. 



088ERYAZI0ME ORIGINALE — L'organe anomale presentatosi alla mia osserva- 
ïione, che già ho denominato canale utero-vaginale, si trovava in un individuo di 63 anni, 
sopra il quale, tante per la conformazione générale del corpo che per la presenza di te- 
sticoli bene sviluppati e discesi nello scroto e di un pêne perfettamente normale, non pote- 
vasi avère alcun dubbio riguardo al sesso, ne potevasi sospettare di alcuna malformazione 
interna dei genitali. 

La sua prostata misurava in lunghezza 31 mm., era larga 50 V, mm. e spessa 24 mm. 
Délie vescichette serainali, ambedue di forma regolare e ben distinte dai canali deferenti, , 

la destra misurava in lunghezza 7,3 cm. ed aveva una larghezza massima di 2 cm. ; la i 

sinistra era lunga 7,2 cm. e larga 1,5 cm. I canali eiaculatori sboccavano, ciascuno iso- ' 

latamente, ai lati del veru montanum^ circa 1 mm. piii in basso dello sbocco deirotricolo , 

prostatico, che presentavasi normale per forma e situazione. Esaminando la prostata dalla , 

sua parete posteriore, era facile accorgersi délia presenza di un organe anomale cordoni- ' 

forme, délia lunghezza di più che 11 cm. (flg. 1), che serge va dalla fossetta intéressante I 



I 



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la zona posteriore délia sua base, e precisamente frainezzo ai due canali deferenti che in 

quella fossetta si insinuavano, corne normalmente, insieme aile vescichette seminali, per 

* 

dare origine ai condottini eiaculatori. Taie organo, che alla palpazione si dimostrava co- 
stituito da un tessuto piuttosto resistente, dalla base délia prostata si portava in alto ed 
indietro, essendo addossato insieme ai canali deferenti, al basse fondo délia vescica. 

La sua parte inferiore, di forma regolarmente cilindrica e del diamètre di 6 mm., era 
tenuta aderente ai condotti deferenti seraplicemente da tessuto cellulare lasso, in modo che 
riusciva facile di poterla isolare da questi con un leggero stiramento manuale; ma dopo 
un decorso di circa 2 cm. esso si univa tanto intimamente con il condotto déférente di si- 
nistra per un tratto di circa 4 cm., e poco più in alto con quelle di destra per circa 1 Vi cm., 
che neppure con una accurata dissezione era possibile continuare ad isolarlo senza in- 
cidere un tessuto duro, coraune ad esso ed ai condotti deferenti stessi, che anche macro- 
scopicamente si rivelava per un denso tessuto muscolare liscio. Da quella unione risultava 
un cordone appiattito in senso antero-posteriore, avente un diamètre trasverso di 1 Vi cm. 
ed une spessore di 6-7 mm. Dopo che nuovamente F organo anomale si era reso libère dai 
condotti deferenti, andava gradualmente assottigliandosi, seguitando a decorrere framezzo 
al tessuto sotto-peritoneale, finchè terminava con una irregolare e bilobata dilatazione di 
apparenza cistica (fig. 1. c), lunga 1 Vi cm. e lai^a 9 mm., alla quale faceva seguito un 
cordoncino che presto si sperdeva nello stesso tessuto sotto-peritoneale. Da una puntura 
praticata in taie parte, è sgorgato un liquide limpide ed incolore, del quale, a causa délia 
scarsa quantità, non è stato possibile praticare Tesame chimico. 

Avendo insinuato neU'oriflzio deirotricolo prostatico un sottile specillo bottonato, fa- 
cilmente ho pôtuto constatare che la cavità di questo era in diretta continuazione con un 
canale che si estendeva per quasi tutta la lunghezza di quel cordone e precisamente sino 
alla dilatazione cistica ora notata. Taie canale si è presentato direttamente air osservazione 
in sezioni trasversali praticate allô scopo di eseguire Tesame istologico; ed in corrispon- 
denza délia parte piîi larga del cordone, nel tratto, cioè, per cui questo trovasi intima- 
mente unito ai condotti deferenti, misurava in senso trasversale circa 3 mm., mantenendosi 
sempre distinto dal lume di questi (flg. 2). 

L'esame istologico di numerose sezioni praticate in varie parti del canale anomale ora 
descritto, ha rivelato che le sue pareti sono prîncipalmente costituite da un tessuto musco- 
lare liscio, a fasci di varie direzioni, e parzîalmente rivestito air interne da un epitelio : 
Questo si présenta sol tanto nella parte média e più bassa dell' organo, e per le più è in 
via di disfacimento o distaccato. Ci5 non estante, è possibile distinguere in esso due forme 
differenti, e cioè, nella parte média (fig. 3), un epitelio cïlindrico ad un solo strato, e nella 
parte che direttamente sta al di sopra deir otricolo prostatico un epitelio pavimentoso stra- 
tificato con cellule basali rotondeggianti (flg. 4). Riguardo ai fasci muscolari, si osserva che in 
corrispondenza délia parte média, ove le pareti presentano il massimo spessore, questi sono 
distintamente disposti in due strati, dai qualiT interne è costituite quasi esclusivamente di 
fibre circolari strettamente serrate fra loro (fig. 3. s. i.) e Testerno di fibre longitudinali 
(flg. 3. s. e.). I fasci di flbre longitudinali aumentano in spessore verso la periferia del canale 



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^ ^2 -^ 

e sono intercalâti con essi dei sottili fasci aventi una obliqua direzione. In corrispondenza della 
unione oon i condottl deferenti, i fasci muscolari più esterni si coniinuano senza distinzione 
con lo strato muscolare di questi. Ovunque, framezzo ai diversi fasci muscolari, si trova 
insinuato del tessutô connettivo fibrillare. Lo strato muscolare interno è poi attraversato da 
numarosi vasi (flg. 3. v.) attorno ai quali sono circolarmente disposte délie fibre muscolari. 

Nella parte inferiore deU'organo, in quella parte cioè ove le traccie del rivestimento 
epiteliare rivelano un epitelio paviraentoso stratiflcato (fig. 4), lo spessore délie pareti è circa 
Vi dello spessore délie pareti della parte média, lo strato circolare délie fibre muscolari è sot- 
tilissimo, non vi appariscono vasi, ed in mezzo aile fibre longitudinali molto più abbondantc 
è il tèssuto connettivo. In alcune sezioni, la cavità si présenta divisa in due parti (fig. 5) 
da un sepimento diretto in senso antero-posteriore formate da tessuto muscolare, sembrando 
che ivi non sia avvenuta la fusione compléta dei due canali di Millier. 

Tanto nella parte média che nella parte inferiore deirorgano ora descritto, gli stiaii 
più interni délie sue pareti sono scavati da una grande quantità di lacune, varie per forma 
e dimensione, délie quali le maggiori sorpassano 1 mm. di diamètre (flg. 6). Tali lacune 
sono quasi lutte indipendenti dalla cavità centrale e soltanto due o tre fra le più piccole 
sembrano comunicarvi per stretti ed irregolari condotti, in prossimità deU'otricolo pro- 
stati(».o. Presentano un incomplète rivestimento di epitelio cilindrico in via di disfacimento, 
che in diversi punti risulta di un solo strato di elementi, e che si rileva come stratifl- 
cato nelle parti ove è meglio conservato. Esso è formate da cellule corte e decisamenie 
poliedriche, identiche aile cellule di rivestimento délie normali ghiandole prostatiche, come 
dal confrontô délie figure 7 ed 8 puô rilevarsi. Le stesse lacune contengono délie produ- 
zioni brunastre (flg. 6. c. p.) che in sezione si mostrano di forma circolare, ovoidale, od 
anche triangolare> e che, per presentare délie sottili striature concentriche, si presentano 
identiche aile concrezioni azotate {corpuscoli amiloidï) che normalmente si formano nelle 
ghiandole prostatiche deir adulte. Le più voluminose di tali produzioni presentano dei dia- 
metri di circa 100 fi, montre le più piccole misurano appena 20 o 30 |i. Se ne possono 
contare fine a 20 o 25 in una sola cavità. 

Nella parte più alta del canale, ed in corrispondenza della dilatazione cistica che si 
trova alla sua estrêmità, lo strato muscolare, molto assottigliato, si presentava costituito 
quasi esclusivamente da fasci longitudinali disposti irregolarmente in vari strati frammisti 
a tessuto connettivo; mancava poi in taie parte qualsiasi traccia di epitelio. 

CONCLUSIONI — Non estante che per V esame macroscopico del canale ora descritto 
non fosse possibile distinguere in esso, come in al tri simili casi (C. Langer) fu fatto, le 
diverse porzioni diflferenziate del canale génitale femminile, pure per la struttura délie sue 
pareti, e tanto per cio che riguarda lo strato muscolare che il rivestimento epiteliare, fa- 
cilmente possiamo venire alla conclusione che almeno due parti fossero in esso rappresentate, 
e cioè r utero e la vagina, rispettivamente nelle sue porzioni média ed inferiore; restando 
soltanto il dubbio. per la sua parte più alta, a causa dell'estremo grade di atrofla in cui 
trovavasi, che essa possa rappresentare le tube falloppiane fuse insieme, od una sola di 



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esse. Paragonando la struttura délia parte média dello stesso canale cônja strutturà. délie 
pareti utérine a complète sviluppo, moite differenze certamente ci si presentano, ne è pos- 
sibile distinguere nelle pareti del canale anomale tutti gli strati che in queste ultime si de- 
scrivono. Ma tali differenze, nello stato di atrofia dell'organo possono facilmente trovare la 
ioro spiegazione; e corne nello strate interne a fibre circolari ed abbondanie di vasi, pos- 
siarao riscontrare il rappresentante dello strate principale o raedio {stratum vascolare di 
Kreitzer) deir utero normale, cosi nello strate a fibre longitudinal! ô facile riscontrare le. 
strate externe. Notandosi poi che nella parte inferiore le strate a fibre circolari è molto ri- 
dotto, che per i caratteri sopra notati le stesso strate chiaramente si difl'erenzia dalle stratô 
corrispondente délia porzione sovrastante, e che le traccie del rivestimento interno rivelano 
un rivestimento epiteliare pavimentoso stratiflcato, niente mi sembra si opponga a conside- 
rare quest'ultima parte come rappresentante délia vagina. 

Riguardo aile lacune con produzioni prostatiche, circondanti Tultima porzione del de- 
scritto canale utero-vaginale, per la grandissima somiglianza che esse presentano con i di- 
verticoli ghiandolari délia prostata, sia per ci5 che riguarda il Ioro rivestimento epiteliare 
che il Ioro contenuto (produzioni simili aile concrezioni prostatiche) è da ritenere che il più 
probabile significato da attribuirsi Ioro, sia quello di diverticoli di origine prostatica svilup- 
patisi attorno aU'estremità inferiore dello stesso canale e che successivamente, per l'allun- 
garsi di questo si sono dalla prostata stessa resi indipendenti. Il Jacques riguardo al 
significato délie stesse cavità che nel sue case si presentavano in rapporte con la parte 
média e superiore deir organe anomale e mancavano hella parte iftferiore, crede difficile 
poterie considerare come forraazioni ghiandolari, sia a causa del Ioro rivestimento epite- 
liare che trova a un solo strate come quello délia cavità centrale del canale col quale 
sono in rapi)orlo, sia per la Ioro irregolarità. Ma come quest'ultima potrebbe facilmente 
trovare ragione nella differenza di amb ente in cui si sono accrésciute (pareti di un canale 
muscolare piuttosto che tessuto prostatico) cosi non mi sembra che' sia da darsi gran peso 
alla identità che il lacques riscontra fra il Ioro rivestimento epiteliare e quello délia 
cavità centrale delP organe anomale, per venire ad una conclùsione diversa da quella ora 
esposta: Primieramente perché si tratta di un epitelio in via di riduzione, per cui si in- 
tende facilmente come esso possa presentarsi (come appunto nel case da me osservato) in 
alcune parti a piii strati ed in altre ad un solo strate, oppure mancante ; ed inoltre è da 
considerare che il lacques, senza venire ad una decisiva conclùsione riguardo alla ori- 
gine del canale anomale da lui descritto, accenna alla ipotesi che esso pôssa rappresentare 
(almeno con la sua parete mucosa) le stesso otricolo prostatico straordinariamente svilup- 
pato anzichè un rudimento dei canali di Millier ('). 



(•) Per intendere come taie ipotesi che seinbra trovarsi in contraddizione con il significato ordina- 
riamente attribuito alF otricolo prostatico, di un rudimento délie estremità inferiori dei canali di Mûller, 
possa essere emessa, è da considerare che questo stesso significato non è da accettarsi senza riserva. 
Come infatti Tourneux (27) ha sostenuto la partecipazione dei canali di Wolff alla formazione délia 
parte inferiore délia vagina, cosï il fatto che i condotti eiaculatori non sempre sboccano alla superficie 
dell'uretra, ma in alcuni casi nella cavità deir otricolo prostatico, puô dimostrare che alla formazione 



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Riguardo alla dilatazione cistica che sormontava Tanomalo canale utero- vaginale, è 
probabile che ess& rappresenti, come ritiene il Barth i>er le cisti osservate nel caso da 
lui descritto, un rudimeoto del corpo di Wolff; ma sia a causa délia sua seraplicità, sîa per 
la mancanza belle sue pareti di qualsiasi traccia di epitelio, niente mi sembra che auto 
rizzi, per il caso da me descritto, a ritenere per certo taie slgniflcato. 



di questo concorrono talvolta gli st68si canali di Wolff, fondendosi come nota il lacques, con la parte 
inferiore dol canale génitale. Inoltre, per le diverse deserizioni che vengono date dagli aotori, del rive- 
stîmento epiteliare dell' otricolo, è pur posaibile penaare che, almeno questo, non sempre abbia ana iden- 
tica origine. E sebbene il Tourneux stesso abbia sempre riscontrato nelFotricolo prostatico del feto e 
nel neonato un epitelio pavimentoso stratiûcato e perciô attribuisca a quest'organo il valore di un rudi- 
mento vaginale, par cerca di mettere in accorde le diverse descpizioni, rilevando che Tosservazione di 
un rivestimento cilindrico semplice indieherebbe la perststenza di una porzione del segmente ntenno del 
canale génitale, e che la presenza di un epitelio cilindrico stratiiicato potrebbe essere eonsiderata come 
una invaginazione dell' epitelio uretrale neU'otricolo stesso. 



BIBLIOCfBAFIA 



1 Ackermann — Infantis androgyni historia. lena, 1805. 

2 Barth — Anomalie de développment de Tutricule prostatique; persistance de T organe de Mûiler 

du côté droit, en forme de poche diverticulaire passant sous la vessie ; soulèvement de la mu- 
queuse vésicale formant valvule (retentiQU d'urine; dilatation consécutive des uretères et hj- 
dronéphrose double). Bull, de la Société Anatomique de Paris, 1878. p. 483. 

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24 Schultze (B. S.) — Der Hermaphrodit Katharina Hohmann aus Melrichstadt. Virchow's Archiv. 

1868, n.^* 54. 

25 Siegenbeek van Heukelom. — Ueber den tubular und glandular Hermaphroditism beim Men- 

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27 Tourneux — Développement du vagiiie mâle chez le foetus humain. Revi. biol. du Nord de la 

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28 Waldeyer (W.) — Ueber die sogenannte ungestilte Hydatide des Hoden. Arch. f. mikroskopische 

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29 Weber (E. H) — De vesica prostatica rudimento uteri in corpore masculino* Annotaiiones ana- 

tomicae et physiologicae, I, 1836. 

30 Willet (Ed^r.) — Transveree Hermaphroditism in the Man. Trans. Path. Soc. London, vol. xlv, 

1894, p. 102. 



8PIEGAZI0NE DELLE FIGURE 



Fig. 1. — Da una fotografla del canale utero-vaginale in rapporto con la prostata e con 
i condotti deferenti (faccia posteriore - circa % del vero). 
c. w. V. — condotto utero-vaginale. 

c. — cisti situata presso la sua estremîtà superiore. 

d. d. — condotto déférente di désira. 
d. s. — condotto déférente di sinistra. 
P. — prestata. 

Fig. 2. — - Da una sezione délia porzione uteri na del canale utero-vaginale, corrispondente 
alla sua unione con i condotti deferenti (ingr. di 10 diametri). 
c. — cavità del condotto utero-vaginale. 
c. d. — cavità del condotto déférente di sinistra. 
V. — vaso sanguigno. 



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— 86 — 

Fig. 3. — Dimostra la struttura délia porzione uterina del canale utero-vaginale (ingr. di 
110 diametri). 
e. — epitelio cilindrico ad un solo strato. 

5. i. — strato muscolare interno, a fibre circolari, con numéros! vasi (t?.). 
s. e. — strato muscolare esterno, a fibre longitudinali. 
Z. — lacune epiteliari intra-muscolari. 

Fig. 4. — Dimostra la struttura délia porzione vaginale dello stesso canale utero-vaginale 
(ingr. di 110 diametri). 
e. ~ epitelio pavimentoso stratificato, con cellule basali rotondeggianti. 
s. i. — sottile strato di fibre muscolari circolari. 
5. e. — strato di fibre muscolari longitudinali. 

Fig. 6. — Da una sezione del canale utero-vaginale, corrispondente alla divisione délia sua 
cavità centrale per mezzo di un tramezzo (/.) antero-posteriore (ingr. 10 di diametri). 
Z. — lacune epiteliari. 

Fig. 6. — Da una sezione délia parte più bassa del canale utero-vaginale. Dimostra la pre- 
senza di lacune epiteliali (/.) contenenti délie produzioni (c. p.) identiche aile con- 
crezioni azotate della prostata (ingr. di 15 diametri). 

c. u, V. — cavità del canale utero-vaginale. 

s. L — strato muscolare interno (fibre circolari). 

s. e. — strato muscolare esterno (fibre longitudinali). 

Fig. 7. — Epitelio délie lacune circostanti air anomale canale utero-vaginale. I gruppi iso- 
lati di cellule corrispondono al centre délie lacune (ingr. di 475 diametri K 

Fig. 8. — Epitelio di una ghiandola prostatica normale di adulte (ingr. di 475 diametri). 

N. B. — Le figure n.* 7 ed 8 furono disegnate con la caméra chiara di Zeiss e le 
altre (eccettuata la prima) con Tembriografo di His. 



a^oe!:|!j5C>i > 



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Mem.Sep.VI.Tom.lv? 



G.Valenti-Canale utero-vaginale ecc. 



Fig.6. 



CUV. 

I 
I 
I 



'^ 



-1. 

cp. 



Fig.2. 



.C. 



Fig. 5. 







4 






Fig. 7. 




Fia. 8. 



e. - 



y. 

I 

I 






:::^ 



SA. 



Fig.3. 



V. 



-— s.e. 



e.— 



s.i. 



Fig. 4. 



s.e. 



G.Vaienti di'^. 



E.Contoli lit. 



Qofogna-ôtab.LiteFototipia F? Casanova e figlio. 

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GOUSIÛEHflZIOKI SOItM SPIjlTA DEItItE TERRE 



MCMORin 



DEL 

PROP. SILVie eANEVAZZI 

(letta neir adunanza del 27 Gennaio 1907) 
(CON tavole) 



§1, — Fra gli argomenti che formano oggetto délia statica délie costruzioni la 
determinazione délia spinta, che un masso di terra produce contro una parete di so- 
stegno, è quelle che allô stato attuale délie cognizioni présenta maggiore varietà nei 
concetti fondamentali invocati per la risoluzione del problema. Senza entrare nell' esame 
degli studî spécial! fatti al riguardo e rimanendo entro la sola cerchia dei procedi- 
menti tecnici consigliati nei trattati usuali di meccanica applicata aile costruzioni, per 
valutare la spinta, che un masso di terra produce contro una parete resistente (muro 
di sostegno) si incontrano tre modi diflTerenti o, corne suol dirsi, tre diverse teorie. 

a) L' antica teoria di Coulomb basata sul concetto che la spinta di un masso 
di terra contro un muro di sostegno sia quella prodotta da un cuneo limitato dal pro- 
file superiore del terreno, dalla parete del muro e da un piano tracciato nelP interne 
del masso in guisa, che la spinta stessa risulti massima fra quelle prodotte da cunei 
similari. La risoluzione analitica di questa questione riesce alquanto complessa : Pon- 
celet con felice intuito ha date una soluzione geometrica, la quale permette di de- 
terminare con somma facilita il cuneo di massima spinta. Altri sono arrivati allô 
stesso risultato impiegando diagrammi ottenuti per punti in seguito a tentativi, come 
ad esempio Callignon e Pillet. 

In questa teoria, che per lungo tempo ë stata quasi unicamente seguita dagli in- 
gegneri, ed è usata da molti anche attualmente, si ammette che la spinta délie terre 
faccia colla normale alla parete resistente un angolo costante x?, che si ritiene uguale 
air angolo d' attrito <p' fra terra e muro, e conseguentemente non molto diverse, e 
quindi in via d' approssimazione uguale, air angolo (p d' attrito fra terra e terra, os- 
sia air incliuazione délia scarpa naturale del terreno. Qualcuno pero ha applicato que- 
sta teoria ritenendo i; = 0, cioè la spinta normale alla parete resistente. L' obbiezione 
principale, che viene fatta a questa teoria è che assegnando air angolo v il valore 
Série VI. Tomo lY. 13 



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— 88 — 

coûtante (p^ o (p ai arriva in générale air assurdo di considerare il cuneo di spinta in 

equilibrio sotto V azione di tre forze, la spinta S ^ contro la parete resîstente, 

cosî; 

il peso P del prisma spingente e la reazione R del piano di scorrimento, le quali, rite- 
nendo lineare e proporzionale alla profondità il diagramraa di distribuzione di S ed R 
lungo le superficie resistenti, non si incontrano in un punto. La teoria indîcata pub 
quindi dare risultati piîi o meno largamente approssimati, ma non pu5 avère forma di 
ricerca condotta con metodo rigoroso e razionale. S' aggiunga, osservano molti scrittori, 
che in questa ricerca si considéra la spinta prodotta da un masse di terra contro la 
parete resistente variabile col piano di distacco supposto, montre in realtà essa non 
pub avère che un solo valore determinato dalle condizioni flsiche del masse stesso. 

6) La teoria piîl récente del piano di più facile scorrimento, che Rebhann 
ha dimostrato essere determinato dalla condizione che la retta che lo rappreseiita sul 
piano délia figura divida in due parti equivalenti V area limitata dalla parete resî- 
stente, dalla scarpa naturale délie terre, più esattamente dalle due rette che le rap- 
presentano sul piano délia figura, dal profile del terreno e da una retta condotta dal 
punto in cui la retta (o piano) di scorrimento interseca il profile superiore del ter- 
reno parallelamente alla direzione che fa col profile rettilineo del mure un angolo (p -H 2^ 
La retta BC condotta dalT estrerao superiore B délia parete resîstente AB (Fîg. 2, 
Tav. I*) ed inclinata alla medesiraa delP angolo (p -^ v fine ad incontrare la scarpa 
naturale del terreno in C viene detta retta di direzio7ie^ perché appunto serve a de- 
terminare la retta poc' anzi considerata. 

La dcterminazione analitica del piano di scorrimento rîchîede un certo svîluppo 
di calcolo, perb anche in questo caso si pub risolvere il problema con procedimento 
geometrico analogo a quelle impiegato da Poncelet per la determinazione del cuneo 
di massima spinta (Costruzione di Mueller-Breslau) ed in ultîma analisi concor- 
dante con esso. Se V angolo v si fa uguale costantemente a c/î' si ottengono gli stessi 
risultati forniti dalla teoria di Coulomb, se invece si attrîbuîscono a v valori di- 
vers! da ^' si ottengono risultati similari, ma numericamente differenti. I diversi va- 
lori deir angolo v vengono consigliati dalla condizione che le tre forze S^ P ed R 
debbono concorrere in un punto (Teoria di Weyrauch). Se la parete resîstente è 
verticale ed il masse è limitato superiormente da un piano BM inclinato ail' orizzonte 
di un' angolo f < ^ la condizione che le tre forze P, S ed R concorrano in un punto 
è verificata quando r = f . In base a questo fatto autorevoli trattatisti (Muller- 
Breslau e Seyring) consigliano di determinare sempre la spinta colla condizione 
di Rebhann supponendo la parete interna del muro resîstente verticale e i; = f • Se 
poi la parete effettivamente non è verticale gli stessi trattatisti consigliano (Fig. 1*, 
Tav. I*) di determinare la spinta S contro una parete verticale AV idéale e di com- 
porla in seguito col peso 7t del prisma compreso fra il profile del terreno, la parete 
idéale AF e la parete reale AB, ottenendo cosi la spinta S realmente agente sopra 
il muro di sostegno. 

c) La teoria matematica viene dedotta dalla teoria ordînaria dell' equilibrio mo- 



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— 89 — 

lecolare neir ipotesî che gli elementi materialî siano incoerenti e soltanto atti a re- 
sistere a compressione ed a svihippare una reazione d* attrito, corne avverrebbe 
appunto in ud ammasso di sabbia ben lavata e perfettamente secca. In questa ipotesi 
si arriva alla conclusîone che V equilibrio del masso è possibile in générale in înfl- 
niti modi diversi, tutti compresi fra due stati estremi, detti appunto stato limite in- 
feriore e stato limite superiore. Lo studio pub essere svolto con metodo analitico 
relativamente semplice, oppure con procedimento geometrico facendo dipendere la so- 
luzione délia questione dalla costruzione di un circolo spéciale dette circolo moleco- 
lare. Il problema per altro délia determinazione degli stati di equilibrio possibili non 
è risolubile in modo determinato altro chè nel caso che il terrapieno sia limitato su- 
periormente da una superficie piana facente coir orizzonte un angolo e <C(p» 

Gli scrittori che si sono occupati di questa teoria sono d* accorde che per deter- 
minare la spinta che un masso di terra produce contre una parete resistente si debba 
considerare lo stato d' equilibrio limite inferiore, ma non convengono circà le condi- 
zîoni, nelle quali la teoria stessa è applicabile 

Kaukine e Considère ritengono applicabile in ogni caso la teoria matematica 
deir equilibrio délie terre 

Winkler e Levy la ritengono applicabile solo quando una délie superficie di scor- 
rimento coïncide colla parete resistente 

Weyrauch e Mttller-Breslau ammettono questa teoria quando 

l"" Le due direzioni délie forze principali incontrano la superficie del terreno 
neir interne del masso 

2° L' angolo v che fa la spinta, calcolata colla teoria matematica, colla nor- 
male al paramento del muro di sostegno non supera V angolo d' attrito. 

Mohr e Ceradini opinano che la teoria matematica délia spinta délie terre possa 
essere usata tutte le volte che, tracciate le direzioni délie forze principali in cor- 
rispondenza ad un elemento délia parete del muro resistente, la forza principale 
minore cada nell' interno del muro di sostegno con direzione inclinata e giacente 
neir angolo compreso dair orizzontale e dalla parte di verticale diretta verso T alto. 

Koussinesq flnalmeute ritiene applicabile la teoria matematica completandola col- 
r aggiunta délia condizione di scorrimento delP ammasso contre la parete del muro 
che lo sostiene (condizione ai limiti del masso). Quest' ultima considerazione non 
è ammessa da molti perché ritengono che un muro stabile potrà presentare defor- 
mazioni elastiche, ma non un cedimento da permettere un inizio di scorrimento. 

Da questo cenno riassuntivo appare la moltiplicità dei criterî che sono stati auto- 
revolmente seguiti nella determinazione délia spinta prodotta da un masso di terra 
contro un muro di sostegno. Sembra quindi possa non essere del tutto prive d' inte- 
resse uno studio di confronte dei valori che si ottengano applicando le diverse teorie 
e piH particolarmente la teoria del cuneo di massima spinta, quella del piano di piii 
facile distacco rispetto ad una parete resistente verticale, reale od idéale, passante per 



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— 90 — 

la base del muro di sostegno e finalmente la teoria matematica délia spinta délie 
terre : non appare oppoi tuno considerare il caso di sovracarichi poichè V esistenza di 
questi non modiflca, corne è noto, specificamente V essenza del processo di calcolo. Il 
caso di proflli di terreno alla parte superiore diversi da un piano non présenta spe- 
ciale interesse in questo studio, perche questi casi in via d' approssimazione con pro- 
cedimenti ben noti, non potendosi far meglio, si riducono al caso délia superficie su- 
periore piana. 

La ricerca dei valori délie spinte pu5 essere fatta analiticamente coir uso di for- 
mule, ma contenendo queste elementi trigonoraetrici, i! loro uso riesce alquanto labo- 
rioso. Ci limiteremo quindi air indagine geometrica, come quella che risulta più sem- 
plice e di facile apprezzamento senza ricorrere a quadri numerici. 

In questo studio considerererao quattro diverse inclinazioni délia superficie piana 
superiore* del terreno e due disposizioni diverse délia parete resistente, una verticale 
e r altra inclinata verso V esterno del masso spingente. 

% 2. — La costruzione grafica indicata da Poncelet per la determinazione del 
cuneo di massima spinta si riassurae nel raodo seguente. (Fig. 2*, Tav. I*) 

Sia AB la parete resistente, BM il profile superiore del terreno ed AM la scarpa 
naturale délie terre jpiù correttaraente le intersezioni di dette superficie dal piano délia 
figura supposta normale aile generatrici délie superficie stesse (. Per A si conduca una 
retta AO che faccia con AB un angolo ÇÎ -H i; = ^ H- ÇÎ* ad incontrare in O il pro- 
file BM del terreno suflacientemente prolungato, e per B una retta parallela ad incon- 
trare in C la scarpa naturale délie terre: le due rette sono dette entrambe rette di 
dirczione^ ma più particolarmente con questo nome si indica la BC. Per B si conduca 
una parallela alla scarpa naturale délie terre A M ad incontrare in iV la >10 e si 
determini con una délie costruzioni ben note OX média proporzionale fra ON ed OA 
in guisa che sia OX:=:zi/ ON X OA. Si tiri XL parallela ad AM ad incontrare in 
D il profile del terreno e DK parallela alla retta di direzione, la retta AD détermina 
il cuneo di massima spinta ABD. 

Dalla figura, ricordando che AO, BC^ DK sono parallèle e che sono pure fra loro 
parallèle BNj DX, il AT si ricava 



qN_qx qB_OD ac_ak 

ÔX~âÀ' ÔD~ÔM' Jk~am 



e quindi 



OX = i/ ONXOA 0D = ^ OBXOM BK = \/ ACXAM 

Queste tre relazioni permettono di determinare il punto 2), e quindi il cuneo di 
massima spinta DAB, oltrechè nel modo indicato sulla OA, anche direttamente sulla OM 
come média proporzionale fra OB ed OM, oppure prendendo sulla AM una média pro- 
porzionale AK fra AC ed AM e conducendo per K una parallela alla retta di direzione 
ad incontrare in D il profile di terreno. 



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— 91 -- 

La retta -AD, individuata dal punto D trovato con uno dei tre metodi indicati, 
liraita il prisma BAD di massima spinta ed essendo BX parallela ad AD il valore 
délia spinta 5, preudendo AXi=z AX^ nella teoria di Poncelet e dato da 

S = ?-iX* sen OAM — 5 ÂX' sen OATz=zn area XAX, 
2 2 ^ 

nella quale 7t esprime la densità o peso speciâco del terreno. Supponiamo condotta da 
D la normale DV=f^ alla linea AM e poniamo DKz=zy allora, in causa del paral- 
lélisme esistente fra le rette tracciate nella figura, AX = DK 

S = ^ÂX^8enOAT = ^DK^ senDKA = ^DKX I^V^^yt^ 

Se si prende KK* z=: DK il triangolo DKK^ ha per area -rf^y per cui moltipli- 

cando la sua area per Jt si ottiene la spinta S e quindi viene indicato col nome di 
triangolo di spinta. Qualche volta il triangolo di spinta si costruisce in AXX^ pren- 

dendo AX^ = AX = DK = y infatti area AXX^=z^. 

Se si tira KE ad incontrare in G la retta AB, 6K è parallela a BM\ infatti, 
essendo BC parallela a DK^ risulta 

AE_AC AC _AK . AE _AK 

~Ab~^Âk ^^ âk~Jm ^^^^ ^ Âb~ÂM 

ed EK è necessariamente parallela a BM. 

Se si tirano OC e BK^ essendo GK parallela a BM^ BC parallela a DK^ sarà 

AG_AE_AC 
'AB~'Ab~AK 

e quindi sarà necessariamente GC parallela a BK. 

La figura BDKE è un parallelogramma, perche BE è parallela a DK e KE è 

parallela a BE, quindi BE = DK^ 'S = "7 BË^ sen DKA ed i due triangoli ABD, DKA 

hanno la stessa base e le altezze uguali, quindi sono équivalents II piano AD (li- 
vide quindi V area ABDKA in due parti equivalenti, proprietà caratteristica del piano 
di più facile scorrimento, dimostrata per la prima volta da Rebhann e che vale ad 
individuarlo. La dimostrazione che questo scrittore dà di taie proprietà è diversa, 
ma poichè dalla costruzione graflca di Poncelet si puô dedurne il teorema di Reb- 
hann si comprende come Mueller-Breslau abbia potuto dedurre da questo teorema 
una costruzione geometrica in tutto analoga a quella di Poncelet, a parte il valore 
attribuito aU'angolo i?. 

Una considerazione importante è che queste proprietà sussistono qualunque sia il 
valore dell'angolo v, quindi sia che si faccia v = (p'^^(p come si usa nelPantica 



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— 92 — 

teoria di Coulomb e Poncelet, sia che si prenda i;=:£ corne Tiene proposto 
nelle teorie più moderne, considerando V azione del masso contro una parete verticale 
(reale od idéale secondo i casi) sussistono sempre le relazioni indicate. A parte quindi 
il valore deir angolo Vy e dei criterî che lo determinano. una volta flssato il suo 
valore la teoria del cuneo di massima spinta e quella del piano di più facile scorri- 
mento si equivalgono completamente ed in ultima analisi non sono che due forme 
diverse di un' unica risolurione dello stesso probleraa. 

§ 3. — Nella costruzione geometrica indicata superiormente EK deve esser pa- 
rallela a BM e DK parallela a BC (retta di direzione); ne segue che il piano AD 
di più facile scorrimento, che stacca il cuneo di massima spinta, pub anche essere 
determinato nel modo seguente. Per A (Fig. 3 , Tav. I) si conducano due rette AU ed 

AW 3id intersecare in uiv la BC ed in u'w' la BM. Pei punti B, u\ w si 

tirino tante parallèle a BM^ ed analogamente per B^ u\ w\ si conducano tante pa- 
rallèle BC in guisa da ottenere due fasci prospettivi aile punteggiate Buw... hu'w\.^ 
le quali alla loro volta sono prospettive fra loro. Se colla ^Af si intendono sezionati 
questi due fasci si otterranno due punteggiate Af, u^. w^.... (7, w^, w^... che S(»no 
necessariamente proiettive, ed il punto unito di queste, che cade necessariamente fra 
C ed M perché gli elementi coniugati non sono separati, sarà il punto K che détermina 
il piano di più facile distacco AEB. Ci6 risulta anche dal fatto che in base alla pro- 
prietà délie rette parallèle si ricava 

AC AE AK . ,. _^ .—■ 

Punteggiate analoghe si possono ottenere sulle rette BC e BM. È intéressante os- 
servare che i punti C ed M délie due punteggiate considerate si corrispondono in 
doppio modo percui ilCZAf determinano unMnvoluzione, délia quale A è il punto centrale 
e A" un punto doppio, e per conseguenza soddisfa alla relazione AK:=z[/^ ACX. ^M. 
Il punto K pub quindi essere determinato colle note costruzioni che servono a trovare 
i punti uniti délie punteggiate proiettive, oppure i punti doppi di una involuzione 
(Fig. 9, Tav. II). 

Se dal punto deir infinité délia retta BM si proietta la punteggiata ACKM, e più 
precisamente la série dei punti in involuzione sulla retta di direzione BC, si ottîene la 
série in involuzione LCEB (Fig. 4, Tav. I), nella quale i è il punto centrale ed E* 
il punto doppio. Da questa considerazione si deduce subito un metodo pratico per de- 
terminare il piano AED di più facile scorrimento, che in casi determinati potrà essere 
molto conveniente. Coadotta la retta AB, la linea di direzione BL, la scarpa naturale 
ACM ed una parallela al profile superiore BM da A ad incontrare in L la retta di 
direzione, E rimane determinato da 



XJ? = |/ LCX.LB. 



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— 98 — 

Se si traccia un circolo passante per BAC^ e per L la tangente al medesimo XiV, 
il punto E pub essere ottenuto ribaltando LN in LE. Oppure, costruito un circolo sopra 
LB considerato corne diametro, si tiri CC^ nonnale a questo ad incontrare il circolo 
stesso in Cp LE sarà eguale ad LC^. È importante osservare cbe qualora si prenda 
r angolo z?, che la spinta fa contre la pare te AB ritenuta verticale , uguale non al- 
r angolo (p' d' attrito fra terra e muro, ma bensi uguale ail' angolo f, che il profllo 
superiore del terreno fa coir orizzontale, la retta Az^ condotta per A con direzione 
orizzontale, incontra necessariamente il circolo ACB all'estremo B^ del diametro con- 
dotto per fi, perché T angolo BA% è retto (Fig. 5, Tav. I). L' angolo ABB^ è uguale 
ad f e cosi pure per costruzione LA% = e quindi l'arco AB^ = arco B^A^ e A^BB^ = f, 
per cui AL è Tasse radicale di tutti i circoli passant! per A e^ A^ e déterminant! 
sulla BL un' involuzione di cui X è il punto centrale e C e B due punti corrispondenti. 
Fra gr infiniti circoli passant! per AA' ve ne sarà uno tangente in E alla retta di dire- 
zione e potrà servire, costruendolo, a determinare il punto E e quindi anche il piano 
AED di più facile scorrimento- Questo circolo è determinato dalle condizioni seguenti : 
deve passare per A ed A^, cioè passare per A ed avère il suo centre sulla BE^ 
normale a BM in B ed essere tangente alla retta di direzione BL, facente colla ver- 
ticale AB un angolo (^ h- f . Oltre il punto doppio E ne esisterà un altro simmetrico 
ad L in E^ che vîene determinato in modo analogo, esso ha il suo centre sul prolun- 
gamento délia BB^ e passa per A riuscendo tangente in E^ alla retta BL. 

§ 4» — lu une studio suirEquilibrio molecolare, presentato a questa R. Acca- 
demia délie scienze nel 1878, abbiamo dimostrato corne profittando délie proprietà proiet- 
tive esislenti fra il poligono ftiniculare e quelle délie forze relative ad un punto in 
equilibrio sul piano, nonchè di quelle dei sistemi reciproci nello spazio, era possibile 
rappresentare le intensità e direzioni délie forze agenti intorno ad un punto di un si- 
stema continue di punti materiali attenendosi ad un procedimento esclusivamente geo- 
metrico. Abbbiamo inoltre dimostrato corne la risoluzione dei problemi di equilibrio 
molecolare poâsa farsi dipendere unicamente da costruzioni geometriche eseguibili colla 
rlga e col compassé servendosi di un circolo, che appunto per questo ed in confor- 
mità aile ricerche di Rankine e di Mohr, abbiamo chiamato circolo molecolare. 
Nel case di un ammasso di materie incoerenti, limitato superiormente da una 
superficie piana, il problema dell' equilibrio molecolare è determinato, pcichè si hanno i 
dati sufflcienti per peter scrivere le equazioni di equilibrio, oppure, cosa équivalente, si 
hanno gli elementi necessari per costruire il circolo molecolare. Infatti (Fig, 6, Tav, I) sono 
note le direzioni di due elementi coniugati mm" (parallelo al piano limitante supe- 
riormente il masse di materie incoerenti) ed nn" (disposto verticalmente), poichè la 
direzione del peso è verticale, e tutti gli elementi analoghi ad m' m", esistenti sul 
prolungamento del medesimo, sono tutti in egual modo soUecitati délie materie sovra- 
stanti. Essendo note le direzioni m'm" ed fin' è necessariamente conosciuto anche 
r angolo â di deviazione corrispondente ai medesimi, cioè la differenza fra un angolo 



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— 94 — 

retto e Tangolo compreso dai due elemeuti coniugati, angolo che nel caso che si con- 
sidéra è uguale ad e, È conosciuta la pressione p sulP elemento m'm' prodotta dalla 
colonna di altezza h di materia sovraincombente. Sia Ji la densità del materiale, y la 
distanza di 0, punto dMncontro dei due elementi mm'' ed nn" dalla BAf, la pressions 

p' su m'm'* sarà data da 

?uix 
dx 



p^ = --^-- = nh cos e:=ny 



COSf 

Finalmente è determinato il massimo valore che pu6 essere assunto dair angolo di 
deviazione d, perché d non pub superare V angolo d' attrito (p corrispondente al ter- 
reno considerato corne ammasso di materie incoerenti (per es. sabbia ben lavata e 
secca). Con questi elementi (vedi memoria citata) notoriamente si pu6 costruire il 
circolo molecolare d' equilibrio e precisamente vengono determinati due cîrcoli limiti, 
uno limite inferiore e V altro limite superiore, che rappresentano due stati di equilibrio 
limite, fra i quali sono compresi inflniti stati d' equilibrio possibili. Si ritiene ordina- 
riamente che lo stato limite inferiore rappresenti V equilibrio di un masse limitato 
da una parete resistente ed abbandonato a se stesso, cioè air azione del proprio peso 
e di carichi sovrastanti, montre invece lo stato limite superiore rappresentereblie lo 
stato d' equilibrio che si veriflca quando un azione esterna, agendo sulla parete resistente, 
tende a disturbare lo stato d' equilibrio nel quale il masse si era costituito sotto 
r azione del proprio peso, disaggregandolo in apposizione al peso stesso ed air azione 
deir attrito esistente fra i suoi elementi. La possibilità di più stati di equilibrio com- 
presi fra due stati limiti viene spiegata dal fatto che V attrito è una reazione, di 
sua natura passiva, che si sviluppa fra due elementi in quanto viene eccitata, cioè 
in condizioni da poter assumere inflniti valori diversi, compresi tutti fra due estremi 
uguali e di segno contrario. In altri termini il circolo limite inferiore rappresen- 
terebbe l' azione attiva délie terre, cioè V azione del peso diminuito delF eflTetto 
massimo, che pub produrre T attrito interne, mentre lo stato limite superiore rap- 
presenterebbe la reazione passiva de) le terre, cioè quella del peso congiuntamente 
air eflTetto massimo che pub produrre V attrito interne. Nella teoria matematica del- 
equilibrio délie terre si considéra lo stato limite inferiore quando si vuole calcolare 
la spinta che un masse di terra produce contre una parete resistente, mentre invece 
si considéra lo stato limite superiore quando si vuole determinare la controspinta di 
un masse di terra sotto T azione di una parete resistente, che si appoggi e sia spinta 
contre il medesimo. 

La costruzione del circolo molecolare di equilibrio è la seguente (Fig. 8, Tav. I!): 

y 

a partire da B si prenda BA=^h = iu direzione verticale, daU'alto al basse, 

* ^ COS£ 

come rappresentativa della parete resistente e per B si conducano By normale a BM 
e Bz e Bz' inclinate alla By deir angolo (p in guisa che zByz=zz^By=^(pjABy=ze, 
ABz = (^ -H f . Il circolo molecolare di equilibrio limite deve passare per A, avère 



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— 95 — 

il centro sulla By normale a BM in 5, ed essere tangente a Bz^ quindi risulta deter- 
minato il problema e la risoluzione è fornita da due circoli, dei quali noi conside- 
riamo solo il minore, tangente m E s. Bz. Se si ricorda quanto è stato dette superior- 
mente considerando le tcorie del cuneo di massima spinta e del piano di più facile 
scorrimento quando la parente resistente è verticale e si prende i> = « si vede che il 
circolo molecolare di equilibrio coincide con quelle passante per AA' e tangente alla 
BL nel punto E^ infatti entrarabi passano per A^ hanno il centro sulla normale in B 
alla BM e sono tan<?enti alla retta di direzione facente colla BE un angolo (p -^ e. 
Tracciato il circolo, la pressione p" sull' elemento nn\ coincidente colla direzione 
AB e posto alla profondità A = i4B, è data da jB^cose, e la sua direzione Ara è 
dettîrminata conducendo da n la retta nm passante pel polo délia BM rispetto al cir- 
colo molecolare. Il piano di più facile scorrimento è date da AED (un altro piano di 
scorrimento è date da AE'D') pel quale Y angolo d raggiunge il suo valor massimo (p. 
Le direzioni délie forze principali sono date da ^17^ ed AT" ed i loro valori rispet- 
tivamente da BT'' e BT* . Finalmente T angolo compreso fra la direzione di più facile 

scorrimento [AE, AÉ*) e la direzione principale AT' h date da -—, precisamentè 

corne viene date dalla costruzione di Mueller Breslau applicata ad un rettangolo 
premuto normalmente ai suoi lati 

(90 — (7} jT st Fier. 7I\ 
infatti triang. ^2)iîr= triang. ADB, BAD = DAK= :r-^= , )• 

^ ' 2 4 2 Tav. Il|/ 

La spinta S fornita dalla teoria ordinaria è data da 

2 

ma EE^ è parallelo a BM e passa per £*, quindi passera anche per JT, e per conse- 
guenza si pub anche scrivere 

5= — Â&'COS^ 

Dalla teoria del circolo molecolare risulta che la pressione suU- elemento verticale (w'»") 
in A e data da TtBn cosf=y e quindi su tutta la parete AB da 

S, = - pIJ A = -r- h Bn cos e 

ma per le propriété del circolo hy^ Bnz=. BË^ quindi 

Sj = — 'bË^ cosf =-^^2 cosf = S 

Da queste considerazioni si deduce che la teoria matematica e quella usuale per la 
determinazione délia spinta contre una parete verticale, qualora si faccia V angolo v 
uguale air angolo e d' inclinazione délia superficie superiore, conducono agli stessi ri- 
sultati. 

Série VI. Tomo IV. 14 



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— 96 — 

§ 5. — Dalle cose esposte risultano le consei^enze aeguenti : 

l** L'antica teoria di Coulomb e Poncelet e la teoria di Rebhann, quan- 
tunque riposanti in apparenza su priucip! divers!, tuttavia si confondono in un unico 
procedimento e conducono agli stessi risultati, qualora per V augolo v si assumano gli 
stessi valori. Questo procedimento essendo il più usato dagli ingegneri, indicheremo il 
complesso dei principî che lo informano col nome di teoria usuale délia spinta délie 
terre. 

2"^ Oltre le costruzioni équivalent! di Poncelet e Mueller-Breslau perla 
determinazione del cuneo di massima spinta o del piano di pitL facile scorrimento si 
puo usare una costruzione analoga da eseguirsi sulia retta di direzione, che in casi 
determinati, cioè quando il punto od il punto M escono dal foglio del disegno, puo 
riescire assai conveniente. 

3"* Se la superficie resistente è verticale e si prende V angolo i; = £ tanto la 
teoria usuale corne la teoria matematica conducono allô stesso risultato* 

4"" La teoria usuale e quella matematica conducono necessariamente allô stesso 
risultato quando e = f), cioè quando il terreno ha V inclinazione délia scarpa naturale. 

5° Il procedimento semierapirico, col quale si détermina la spinta contro una 
parete inclinata componendo la spinta agente contro una parete idéale verticale col 
peso del prisma corapreso fra questa parete idéale e la parete reale del mure resi- 
stente, costituisce una forma di soluzione del problema délia determinazione délia spinta 
délie terre contro una parete resistente, intermedia fra la teoria matematica e quella 
usuale, per cui la indicheremo col nome di teoria intermedia délia spinta délie terre. 
A complemento délie cose dette nelle tavole II* e lir, Fig. 10, II.... 17 diamo 
i valori délia spinta délie terre per otto casi diversi, e precisamente considerando 
quattro mûri colla parete resistente verticale e quattro colla parete resistente incli- 
nata, attribuendo ail' angolo e quattro valori distinti in ciascuno dei due casi. In ogni 
esempio la spinta è stata calcolata colla teoria usuale (Su) ritenendo i; = (^, con 
quella intermedia (Si) ritenendo v = e e colla teoria matematica (5m) : naturalmente 
quando la parete resistente è verticale, i risultati délia teoria intermedia coincidono 
con quelli forniti dalla teoria matematica. 



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NenxSer.YI.TomoIV, 



S.Canevazzi - Considerazioni sulla spinta delle terre. — Tav.II 




S„-K^ 3650 



Fig.tO. 



s,. ' K 3600 
S„.K^' ++12 
S^-K^ 4-500 



Fig.n. 





• rnnhnîi inr 



Zaovux u-iHi^t^ ... OccLia. 1 : I Oui ^ 

^eoviix. v^uxke%%\aJùccL Digitized by 's^^y^y^pciK^ 



A^u». f.'* - r-*-»:-:~ t:o r^. 



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Mem.Ser.VI.TomoIV. 



S. • 5^ - Kg 3690 
5^- Kg 3780 



S.Canevazzi — Considerazioni sulla spinta delle terre. — Tav.IIl 



Fi9.l2. 




> ■ A-/--.. 
j < ^'^ ^.ù^ 

y// ^ 



Si - K 3931 
Su- Kg 5220 
5„. Kg 5580 




Sa Kf 



f1g.l5. 



S; ■ K„ 5393 



•^.•5„- K„45*7 
S,,'Kg4-78ô 




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ScaBa 1:100 



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RrxlnrtrtM.ïit P fnhnt'tnia F* fft 'ifinr\v;i n fi'nlM 



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Sullci dcvicizione elettrostatica 
dei raggi catodici nel tubo di Braun 



MEMORIA 



DEL 



(letta nella Sessione del 14 Aprile 1907). 



Una délie esperienze dimostrative, che presentano la maggior importanza rispetto alla 
teoria deglî elettroni, è senza dubbio quella délia deviazione dei raggi catodici prodolta 
da un campo elettrîco, per la quale si suole impiegare un tubo di Braun munito di due 
lastrine metalliche, fra le quali passa parallelaraente il sottile fascio di raggi catodici, e 
che si portano a différente potenziale mercè una batteria di piccoli accumulatori. 

Avendo avuto bisogno di mostrare in un corso questa esperienza, mi è venuto in 
mente di renderla possibilmente piii semplice e facile, per esempio col far a meno délia 
batteria, o ancora délie due lastrine, cioè impiegando in quest' ultime caso semplicemente 
r ordinario tubo di Braun. Ho avuto cosi l'occasîone di osservare certi effetti speciali, 
che recano qualche utile indicazione intorno ai fenomeni che si compiono in quel tubo, in 
quanto che. pur riducendosi in fonde ad una deviazione dei raggi catodici, presentano 
modalità nuove e curiose, la cui spiegazione non sempre è stata facile a trovarsi. 

Per esempio, invece d'osservarsi il brusco spostamento délia macchia luminosa pro- 
dotta sul disco fluorescente dai raggi catodici, qualche volta si vede la macchia stessa in 
pari tempo deformarsi, o allungarsi in causa di rapide oscillazioni, o spostarsi con insolita 
lentezza. Gli effetti osservati, sono differenti, seconde che si adopera il tubo ordinario, a 
cui debitamente si accosta un conduttore elettrizzato o no, oppure il tubo a lastrine pa- 
rallèle, una délie quali si elettrizza in una data maniera. Inoltre si osservano effetti diversi 
modiflcando la capacità délie lastrine, modificando la resistenza di certe comunicazioni ecc. 
Di qualcuno dei fenomeni osservati la spiegazione mi sfugge ancora, od almeno quella 
pensa ta non mi sembra soddisfacente; ma per la maggior parfe di essi ho potuto rendormi 
conto del modo presumlbile di loro produzione. 

A scopo di concisione e di chiarezza, alla descrizione di questi fenomeni farb imme- 
diatamente seguirne la giusta spiegazione, od almeno quella che taie a me sembra. 



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— 98 



Esperienze ooU' ordincurio tubo di Braun 
eooitato oon maoohina ad influenza. 

Ho successivamente adoperato due tubi ; uno grandissimo nel quale il diaframma 
forato, che délimita il fascio catodico, è tnetallico; Taltro di dimensione usuale, e che 
ha il diaframma di vetro. La natura nel diaframma non ha verosimilmente notevole im- 
portanza, mentre ne ha una considerevole il grado di rarefazione delParia nelPinterno del 
tubo. Il grande mostrè in modo evidentissimo gli effetti che andrô descrivendo: il piccolo 
invece li offri in modo assai meno palese, DalPaspetto del fenomeno luminoso che si osserva 
in questi tubi si riconosce, che nel secondo la rarefazione è minore che nel primo, ed è 
quindi da ascriversi alla ionizzazione del gaz residuo una azione disturbatrice. Un terzo 
tubo, nel quale la macchia luminosa è brillantissima, e la rarefazione assai poco spinta, 
non mostrb affatlo i fenomeni, tanto evidenti nel grande tubo. 

Eccitato questo tubo per mezzo di una niacchina ad influenza privata dei suoi conden- 
satori, e mantenuta in azione continuata da un motore elettrico, gli si accosti un condut- 
duttore C (fig. 1), ponendolo presse quella porzione del tubo che sta fra il diaframma 
forato, ed il grande recipiente in fondo al quale è flssaio il disco fosforescente, e si faccia 
comunicare il conduttore o con uno degli elettrodi o col suolo. Ecco y^^ j. 

quauto ho osservato nei casi principali. 

a) Se il conduttore C comunica col catodo si osserva uno sposta- 
mento da M verso A/' délia macchia luminosa, vale a dire la ripulsione 
esercitata dalla carica negativa del conduttore sui raggi catodici. Questa 
deviazione è più o meno stabile a seconda del grado di secchezza del 
vetro del tubo e a seconda délia rarefazione del gas entre il medesimo. 

Il miglior modo di eseguire l'esperienza consiste neirapplicare in 
C e C esternamente al tubo due striscie parallèle di stagnuola, che poi 
mediante un commutatore si fanno alternativamenle comunicare col ca- 
todo. D'ordinario il fenomeno che si osserva è il seguente. Invece délia 
macchia in Af, si vede una striscia luminosa che si estende da Af ad 3f c\ je' 

oppure da M ad M" secondo che la stagnola comuni îante col catodo è 
quella in (7 o quella in C, e che mostra una vibrazione del fascio ca- 
todico facile a spiegarsi. Infatti la carica del conduttore ad ogni emis- 
sione di raggi catodici subisce necessariamente una variazione, donde 
la variabile ripulsione, che segue lo stesso ritmo délie successive scariche 
nel tubo. 

b) Se il conduttore C comunica coU' anodo non si osserva lo sposta- 
mento délia macchia da ilf ad A/", che si poteva prevedere. Essa al con- 
trario non si sposta affatto, o tutto al più si sposta pochissimo. Ma se 
si allontana dal tubo il conduttore C la macchia luminosa si sposta alquanto per un istanto 
verso A/'. Questa esperienza puo farsi più semplicemenle mantenendo r anodo in .comuni- 



È" 



*< 



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— 99 — 

cazione col suolo e toccando il tubo col dito, giacchè nelPatto di allontanarlo si osserva 
la descrltta momentanea ripulsione dei raggi catodici. 

Secondo me questo fenomeno non preveduto indica che entro il tubo, oltre agli elet- 
troni costituenti i raggi catodici, si trovano sempre molti altri elettroni, muoventisi indif- 
ferentemente in ogni direzione, dei quali la probabile origine è la seguente. Alcuni degli 
elettroni formanti raggi catodici incontreranno le rare molecole dei gas residuo, e le 
ionizzeranno per urto ; i nuovi elettroni cosi generati, insieme agli elettroni urtanti, i quali 
naturalmente dopo V urto avranno una direzione di moto generalmente diversa da quella 
primitiva, costituiscono appunto quegli elettroni mobili in qualsiasi direzione, ai quali mi 
sembra necessario ricorrere per spiegare l'ultima esperienza descritta. Ecco come. 

La carica positiva dei conduttore C, attirando i detti elettroni, rimane prontamente 
dissimulata da una carica negativa suUa superficie interna délia parete dei tubo, e percib 
r aspettata attrazione dei fascio catodico non ha luogo. AUontanando il conduttore C la 
carica negativa délia parete non sparisce tanto presto, sia perché i ioni positivi entro il 
tubo sono meno numerosi degli elettroni negativi, sia perché si muovono con velocità mi- 
nore. Ne consegue che la detta carica negativa, prima di rimanere eliminata, ha tempo 
di manifestare la sua ripulsione sui raggi catodici. 

c) Quando entrambi gli elettroni dei tubo siano isolati e quindi a potenziali presse a 
poco uguali e di contrario segno, oltre ai due casi esaminati a) e b) v'è luogo di consi- 
derame un terzo, e cioè quelle dei conduttore C messo in comunicazione col suolo. 
Per eserapio si tocca semplicemente con una mano il tubo nella posizione C. Cosi facendo 
si osserva una momentanea ripulsione dei fascio catodico, giacchè la macchia luminosa si 
sposta bruscamente da M verso M' per tornare tosto in A/, pur mantenendosi intanto il 
contatto délia mano col tubo. 

Per rendere conto di questo fenomeno parmi necessario supporre, che il tubo si cari- 
chi spontaneamente nel suo inlerno di elettricità positiva, la quale pub giungervi per 
esempio lungo la superficie dei vetro a partire dairanodo. Non è questa una gratuita 
supposizione, giacchè ho verificato sempre che in un tubo di Braun munito délie lastrine 
metalliche parallèle destinate a produrre la deviazione elettrostatica, queste si elettrizzano 
spontaneamente in più, salvo il caso in cui V anodo sia mantenuto in comunicazione col 
suolo. 

La carica positiva délia parete interna non puô crescere oltre un certo limite, perche 
continuamente in parte neutralizzata dagli elettroni negativi, di cui si è i)arlato a propo- 
sito deir esperienza b). Toccando col dite il tubo, il dite stesso si elettrizzerà perinfluenza 
di elettricità negativa, e di qui V osservato spostamento verso M' délia macchia luminosa. 

Ma ben tosto la carica positiva interna aumenta, e la deviazione dei fascio catodico 
cessa. Un brusco allontanamento dei dito dovrebbe provocare una momentanea attrazione 
dei fascio catodico; ma Tabbondanza e la grande mobilità degli elettroni negativi ne 
rendono malagevole la constatazione. 

d) Afflnchè tutte queste esperienze riescano bene, occorre fra altro che la superficie 
esterna dei vetro sia ben asciutta; certe irregolarità mi sembrarono dovute al non essere 



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— 100 — 

questa condizione soddisfatta Se poi si rende espressamente assai umida, e quindi alquanto 
conduttrice, la superficie estema del tubo, qualcuno dei renomeni descritti più non si produce, 
qualche altro resta modiflcato. Per esempio nel caso a), cioè avricinando al tubo un 
conduttore comunicante col catodo si osserva bensi la ripulsione dei raggi catodici, ma in 
modo momentaneo e non permanente. La spiegazione di ci6 è assai facile. Infatti 11 ritomo 
délia macchia in Af è evidentemente dovuto al formarsi, al disotto di ^oairintomo sulla 
superficie esterna del tubo, di una carica positiva d'influenza. 

Se cosi difatti avviene, siccome questa carica non si dissipera istantaneamente allon- 
tanando o scaricando il conduttore C, dovrà in tal caso notarsi una temporanea attrazione 
del fascio catodico. Questo fenomeno realmente si osserva. 

Esperienze ool tubo di Braun eooitato ool rooohetto. 

Gli effetti che si osservano in questo caso ripetendo le précèdent! esperienze, sono 
sempre meno marcati, o anche mancano afTatto, specialmente se al rocchetto è congiunto 
un interruttore lento. Puh dirsi in générale, che coir uso del rocchetto meglio si osserva 
r effetto deir intermittenza délia carica deir interruttore C, allorchô esso comunica con 
uno degli elettrodi. Se per esempio C comunica col catodo, il fenomeno che ho osservato 
ë il seguente. La macchia luminosa sembra rimanere in M^ montre un'altra simile com- 
pare in M\ congiunta alla primitiva da una pallida striscia di luce. Si ha dunque una 
oscillazione regolare del fascio catodico prodotta dalla variabile ripulsione del conduttore C. 

Esperienze ool tubo a lastrine 
eooitato oolla xnaoohina ad influenza. 

I fenomeni che si osservano con questo tubo, allorchè si fa comunicare col suolo o 
con uno degli elettrodi una délie due lastrine, sono più pronunciati e più costanti di quelli 
oflorti dal tubo semplice. Per chiarezza di quanto segue supporremo sempre che la lastrina 
messa in comunicazione con un elettrodo o col suolo sia la A (flg. 2), [)er cui uno sposta- 
mento délia macchia verso M' o verso M" indicherà una ripulsione, o rispettivamente 
un' attrazione, esercitata dalla lastrina A sul fascio catodico. 

a) Un primo effetto a constatarsi è quelle di una momentanea ripulsione, che ha 
luogo se si tocca col dito, o altrimenti si mette in comunicazione col suolo, una délie 
lastrine A^ mentre i due elettrodi sono entrambi isolati. Corne si è dette più sopra, le la- 
strine si caricano positivamente, e il toccarne una équivale a dargli una carica negativa, 
donde l'osservata ripulsione, la quale dura poco per la ragione che in brève la tempo- 
ranea dissimetria di cariche sparisce. 

Se si rende grandissima la capacità délie lastrine mettendo ciascuna di esse in comu- 
nicazione con una armatura di un condensatore, di cui la seconda armatura comunica col 
suolo, il fenomeno descritto si produce ancora; ma, come era prevedibile, se Tesperienza 
viene ripetuta più volte, la deviazione momentanea del fascio catodico riesce tanto più 
ampia quanto più tempo si lascib trascorrere fra una esperienza e Taltra. 



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Fig. 2* 



[fi 



3 



— 101 — 

h) Se i due elettrodi essendo sempre isolati, si mette la lastrina A in comunicazione 
coll'anodo, si ottiene un momentaneo spostamento délia raacchia luminosa verso 3/" evi- 
denteraente dovuto air attrazione esercitata dalla detta lastrina sul fascio 
catodico. Lo spostamento si rende lento, se le lastrine comunicano con con- 
densatori. 

c) Se si ripete la précédente esperienza, mentre si tiene l'anodo in 
comunicazione col suolo, nel quai caso naturalmente non è più necessaria 
la comunicazione délia lastrina coir anodo, ma basta toccarla, si osserva 
ancora la momentanea deviazione dei raggi catodici verso di essa; ma si 
présenta altresi un fenomeno nuovo, e cioè una nuova attrazione momen- 
tanea del fascio catodico nell' istante in cui si toglie il contatto délia mano 
colla lastrina. Questo fenomeno finale manca qualora le lastrine comuni- 
chino con condensatori. 

d) Quando non T anodo ma il catodo venjra mantenuto in comunica- 
zione col suolo, facendo comunicare coir anodo la lastrina A la macchia 
luminosa sembra rimanere in il/, ma intanto si forma un prolungamento 



di essa verso M'\ che indica Tesistenza di una oscillazione del fascio 
catodico, evidentemente dovuta air attrazione intermittente délia lastrina 
su di esso. V aggiunta di condensatori aile lastrine fa sparire questa inter- 
mittenza, in quanto che la lastrina comunicante colP anodo resta carica 
anche durante T intervalle di riposo fra le successive scariche nel tubo; si 
ha quindi uno spostamento permanente délia macchia luminosa verso Af- 
in quest' ultimo caso si produce inoltre il fenomeno seguente. Stabilité 
le comunicazioni délie lastrine coi loro condensatori, e quella délia lastrina A coir anodo, 
la macchia luminosa sparisce; perô poco a poco ricompare, ma pallida e grandissima, di 
forma elittica colPasse maggiore parallelo al piano délie due lastrine. Poco a poco la 
macchia stessa diminuisce di grandezza e cresce di splendore sinchè assume Taspetto con- 
sueto ; percib se inizialmente non si vedeva, ci6 dipendeva dal fatto, che in principio essa 
era oltremodo dilatata. Basta mettere le lastrine per un istante in comunicazione col suolo 
e scaricarle cosi délia elettricità positiva, che via via vanno acquistando, perche la macchia 
luminosa nuovamente sparisca e poi passi per le descritte fasi di grandezza decrescente e 
luminosità crescente. 

Lo spostamento délia macchia luminosa, dovuto air attrazione esercitata sui ra^i catodici 
dalla lastrina comunicante coU' anodo suol essere cosi grande, che la macchia stessa esce 
dal disco fluorescente. Ma si pu6 rendere meno grande lo spostamento, e far si che la 
macchia resti visibile, dando alla comunicazione fra anodo e lastrina una resistenza gran- 
dissima, per esempio facendo taie comunicazione mediante un fllo da cucire umido, o un 
lungo tubo da termometri pieno d' alcool. Se inoltre mediante un commutatore si stabilisce 
alternativamente la comunicazione coir anodo dell'una o deiraltra lastrina, si realizza una 
esperienza diraostrativa délia deviazione elettrostatica dei raggi catodici, la quale si effettua 
cosi in modo perfetto senza Tintervento di una batteria di accumulatori. 



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— 102 — 

e) Se si stabilisée una comunicazione fra una délie lastrine A e By non più colPanodo 
ma col catodo, gli efTetti che si osservano, e che passD a descrivere, sono sensibilmente 
g\\ stessi, sia che i due elettrodi siano isolati, sia che runooTaltro comunichî roi suolo, 
Ci5 che sempre si osserva è uno spostamento délia macchia luminosa verso M\ se A è 
la lastrina comunlcante col catodo. Montre si sposta, la macx^hia impallidisce e si dilata, 
e generalmente si sposta tanto da uscire dal disco fluorescente. Anche in questo caso si 
riesce a far si che rimanga visibile, col dare alla comunicazione fra la lastrina ed il catodo 
una resistenza énorme. Qui pure Taggiunta di un commutatore, che permotta di far co- 
municare col catodo ora la lastrina A, ora la B, fa si che l'esperienza divenga più com- 
pléta ed istruttiva. 

Se poi si rende grandissima la capacità délie due lastrine, col metterle in comunica- 
zione colle armature non comunicanti col suolo di due condensatori , l'esperienza assuma 
un particolare interesse. Infatti, cosi facendo, lo spostamento délia macchia quando si al- 
lontana dalla posizione normale M, e più specialmente quelle con cui vî ritorna, si rendono 
assai lenti, si che la macchia stes>a si pub seguire collo sguardo nei suoi movimenti. 

Come si è detto, V essere o no in comunicazione col suolo uno degli elettrodi non ha 
sensibile influenza sul risultalo. Si nota soltanto questo particolare, e cioè che se il catodo 
è in comunicazione col suolo, la macchia luminosa è dapprima, come nel caso précédente, 
pallidissima e assai dilatata, e solo poco a poco essa riprende l'aspetto consueto. 

Esperienze ool tubo a lastrine eooitato ool rooohetto. 

I fenoraeni che si osservano opérande in tal modo differiscono in molti punti da quelli 
che si ottengono eccitando il tubo colla macchina ad influenza, particolarmente poi se si 
fa uso di un interruttore a raercurio, in ragione délia frequenza incomparabilmente minore 
délie scariche. Accenneiô solo aile più notevoli varianti dovute aU'uso del rocchetto, indi- 
cando con lettere accentate esperienze corrispondenti a quelle dosignate colle stesse lettere 
nel paragrafo précédente. 

a') la maccchia luminosa assume la forma di ventaglio, ciô che si deve al fatto 
che essa oscilla fra la posizione normale e quel la deviata, aumentando di dimensioni du- 
rante lo spostamento di M verso At e diminuendo di nuovo nello spostamento inverso. 

6'), c'), d) In queste esperienze si osservano effetti assai meno distinti che coirim- 
piego délia macchina ad influenza. Tutto sembra ridursi ad una oscillazione di piccola 
ampiezza, che assume il fascio catodico per T azione intermittente délia lastrina comuni- 
cante coiranodo. 

Se perb aile lastrine A e B sono connessi i soliti condensatori, che loro conferiscoao 
grande capacità, si osservano fenomeni alquanto diversi da quelli dati dalla macchina ad 
influenza. Cosi, se il catodo essendo isolato si mette la lastrina A in comunicazione coir a- 
nodo, si constata T oscillazione del fascio catodico dovuta alla attrazione intermittente délia 
lastrina ; ma neir atto in cui s' interrompe la comunicazione suddetta si produce una brusca 
e momentanea deviazione in senso inverso, come se alla lastrina A venisse comunicata per 
un istante una forte carica negativa. 



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— 103 — 

Mi sembra verosimile che taie carica provenga dagli elettroiii negativi che, conie fu 
dello più sopra, vagaYio neirinterno del tubo, e da non confondersi con quelU che co- 
stituiscono il fascio catodico. 

é) Questa esperienza riesce pressochè identica alla é). Essa pure costituisce dunque 
una buona esperienza dimostrativa délia deviazione elettrostatica dei raggi catodici. Anche 
qui l'aggiunla di un commutatore, che permetta di far coniunicare col catodo ora una, ora 
Taltra délie due lastrine, rende T esperienza più compléta, mentre rimane utile llmpiego 
di una énorme resistenza nella comunicazione délie lastrine col catodo, onde evitare che 
la raacchia luminosa sparisca. Influe è opportune in questa esperienza col rocchetto, come 
in quella analoga colla macchina ad influenza, dare grande capacità aile lastrine mediante 
due condensatori, perché cosi facendo gli spostamenti della macchia luminosa divengono 
lentissimi. 

Har%o 1906. 



Série VI. — Tomo IV. *5 



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RISULTATI OTTENUTI 

NEI 

PROLASSI COMPLETI DELL' UTERO 

COL METODO PROPRIO 



MEMORIA 

DEL 

PROF. GIUSEPPE RUGGI 

DinETTORE DCLLA CL1NICA CHTRURQICA DI BOLOONA 

(letta nella Sessione del 25 Novembre 1906). 

Sebbene il metodo che mi appartiene per la cura radicale dei prolassi complet! 
délia matrice, sia stata più volte da me e da altri resa di pubblica conoscenza (1), 
desidero non pertanto tornare a parlare di esso stante l' importanza deir argomento e 
gli ottimi risultati ottenuti da tutti che l' accennato metodo reiterate volte applicarono. 

Come è a voi noto, raolti sono i metodi ed i processi proposti ed applicati p«r 
la cura radicale dei prolassi completi délia matrice ; ma certo non è qui il caso di 
doverne parlare. A ricordo invece di quanto più direttamente mi appartiene, vi rias- 
snmero quelle che più d' importante si riscontra nelle già accennate mie publjlicazioni. 

Il metodo del quale da dieci anni io mi serve per la cura dei prolassi completi 
délia matrice non è il risultato di un solo mio lavoro mentale, di un solo esperimento, 
bensi la conseguenza di un lungo studio razionalmente condotto, frutto di osservazioni 
ripetute e di riflessioni molteplici, basate su prove per molto tempo continuate. 

Passando dal cistocele vaginale allô studio dei prolassi semplici délia matrice, venni 
successivamente occupandomi dei casi complicati con o senza ipertrofia délia porzione 
sopravaginale del corpo délia matrice, 

La razionalità del metodo riposa tutta sul concetto che il prolasso complète délia 



(1) Ruggi — Intomo alla cura del cistocele vaginale e del prolasso complète della matrice. 
(Bull. Scienze Mediche di Bologna, 1894). 

misse Dott. Gardini — Metodo Ruggi per la cura dei prolassi completi della matrice. (Ri- 
forma medica, N.^ 40, Vol. III, agosto 1896). 

Ruggi — Metodo nuovo per la cura radicale dei prolassi completi deir utero (Atti della Società 
ital di Chirurgia 1897-1898). 

Metodo per la cura radicale ecc. (Zanichelll, Bologna 1897); e Policlinico Memorie chirurgiche, 
1898. 



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— 106 — 

matrice nuiraltro signiflca che lo spostamento di un viscère ricoperto dal peritoneo 
avente rapporti intimi di connessione con esso. 

A mio avviso noi ci troviamo in tali casî di fronte ad un' ernia sui geneîis^ avenle 
un involucro peritoneale al quale V utero aderisce tenacemente essendone fuori ; che 
lo stesso utero in basso trascina nella sua discesa e che in esso s'insacca allorchè 
spontaneamente o ad arte venga fatto risalire per entre il bacino. 

In base a tali considerazioni la cura per essere efficace doveva naturalmente diri- 
gersi anzitutto alla distruzione delf accennato sacco, il quale principalmente di due 
larghe logge si compone ; anteriore V una, posta fra la vescica e T utero ; posteriore 
Taltra, più ampia e più profonda délia prima, posta fra F utero ed il retto intestino. 

L' indicazione corne vedete era évidente perché il peritoneo che nei prolassi coni- 
pleti deir utero scende a formare le accennate insaccature, costituisce in avanti ed in 
addietro deir utero due piani di scivolamento su i quali T utero stesso, in associa- 
zione costante délia vescica (cistocele) e qualche volta del retto intestino (rettocele), 
si sposta scorrendo in basso sospiiito dalle potenti forze endo-addominali e contre 
le quali non havvi elemento o disposizione alcuna che possa valere. Da ci5 Tinsuffl- 
cienza di tutti i metodi e processi che ftirono a questo scopo ideati, compresa Taspor- 
tazione délia stessa matrice perché, togliendo questa, non si modiflcano per nulla le 
condizioni relative ai mutati rapporti del peritoneo pelvico che ha assunto in tali 
casi disposizioni anormali per non dire evidentemente patologiche. Si comprende di 
conseguenza che se nel prolasso delP utero rimangono incoluiiii gli accennati piani di 
scivolamento non è possibile pensare ad una cura radicale di quelle, |»erchè tal fatto 
corrisponderebbe a lasciare intatto il sacco o porzione di questo in un' ernia inguinale 
crurale e sperare nella guarigione radicale e duratura délie accennate condizioni 
patologiche. 

Ma r idea fondamentale che mi doveva servire di guida per ottenere, dopo la 
distruzione dei due sacchi peritoneali (anteriore e posteriore alP utero), la flssazione 
salda e duratura délia matrice nelT interne del bacino, mi venne suggerita da altra 
operazione ideata da me allô scopo di facilitare la cura degli annessi uterini per la 
via vaginale. 

In simili casi, avendo attraverso délia vagina distaccato V utero dalla vescica e 
dair intestino retto, nonchè dalle parti laterali di esso fine aile trombe faloppiane o 
poco meno, in modo da lasciarlo attaccato per le sole comunicazioni vasali e nervose 
utero-ovariche, notai che, rimosso il viscère in sede normale e fîssato quivi mediante 
il tamponamento vaginale, non solo poteva V utero vivere e normalmente fissarsi, ma 
funzionare ancora nel modo più flsiologico, da rendere possibile nello stesso soggetto 
parecchie gravidanze (1). Pensai allora di servirmi di un mezzo analogo per cruentare 
r utero prolassato nella sua periferia, accorciando contemporaneamente le due insacca- 
ture peritoneali e cioè la vescico-uterina e T utero rettale o piega del Douglas. 



(1) Ruggi — Metodo nuovo per l'ovariectomia vaginale. (Clinica Moderna. Anno II. N. 21. 1896). 



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— 107 — 

A questi concetti originali e fondamentali nella cura delle accennate affezioni^ 
aggiunsi' per ultimo un processo di plastica vaginale il quale, senza coadiuvare in 
modo diretto la fissazione in alto délia matrice, modificasse l' allargato canale vaginale 
restringendolo in modo naturale e relative a quel determinato soggetto. Anche sulla 
vulva, spesso assai allargata, eseguii talora un limitato processo di perineo-cheilorafia, 
collo scopo di rendere efficace il tamponamento délia vagina che doveva servirmi di 
base per la fissazione délia matrice in alto, durante i primi giorni di cura. 

Ed ora in brève i ricordi del metodo che non pertanto ha subito dalla sua origine 
alcune lievi modificazioni le quali lo hanno reso più facile, più semplice e quindi più 
spedito, senza togliere nulla che potesse modificare l'intima ossenza di esso. 

Operazione — Messa la donna nella posizione dorso lombare propria air istere- 
ctoraia vaginale, pongo due assistenti ai lati in modo che, mentre sosteugono gli arti 
inferiori, mi possono coadiuvare durante l' operazione. Afferro quindi V utero al muso 
di tinca con le pinze uncinate che mi appartengono e raschio T interna cavità del collo 
e délia matrice disinfettando e sterilizzando con cura quella e questa. Fatto ciô pratico 
attorno al collo, là dove dovrebbero corrispondere i fornici, una incisione circolare 
(Fig. 1* A A) la quale, interessando ovunque la mucosa, mette allô scoperto il cellu- 
lare sottostante. 

A questa prima incisione faccio tener dietro altre due che cadono sulla parete an- 



Fig. !• 

Fig.«* 

teriore vaginale, una per parte délia colonna anteriore. (Fig. 1* BB) le quali incisioni 
da un lato terminano nell' incisione circolare sopraindicata e dair altra, s' incontrano 



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— 108 — 

ad angolo con altre due incisioni condotte per piccolo tratto in senso orîzzontale, cor- 
rispondentemente all'oscuio vaginale (Fig. 1* CC). Limito in tal modo un lembo (Fi- 
gura l*" E) di mucosa mediano, allungato, che comprende la colonna, che distacco in 
parte e che parzialmente escido, corne si vede di già fatto nella (Fig. 2* A). Le pre- 
dette incisioni iimitano anche due lenibi laterali quadrilateri che distacco e sollevo 
corne è appunto dimostrato nella Fig. 2* e indicato dalle lettere BB. Taie distacco è 
facilissimo perche, specialmente ai lati délia colonna, la mucosa vaginale si isola dai 
sottostanti tessuti anche senza bisogno del tagliente cioè col semplice stiramento e 
coir incisione di piccoli lacerti connettivali. 

Fatto questo, approfltto dei praticati scoUamenti délia mucosa jier distaccare con 
cura la vescica dalla faccia anteriore deir utero ; in addietro mi serve del taglio 
circolare già praticato per distaccare con esattezza la matrice dali' intestine retto e 
dair insaccatura peritoneale posteriore (piega del Douglas). 

Durante il distacco deir utero dalle parti annesse, colio scopo d'f^vitare quaisiasi 
emorragia, applico al lati délia matrice dei punti preventivi di sutura dati cou flio 
robuste di catgut (N. 5 di Rognoue), isolando poi i tesHUti allacciati dalF utero 
mediante incisioni verticali eseguite con robuste forbici. 

Con due aghi, uno per parte, montati di catgut, come sono solito di fare per la 
isterectomia (1), dando punti a catenella successivamente da una parte e dall'altra 
e verso T alto, isolo T utero ai lati. Fatto questo per circa i due terzi délia lunghezza 
dei bordi délia matrice, apro in avanti ed in addietro le insaccature peritoneali, 
distaccando ancora per quanto è possii)ile in alto il peritoneo dalla faccia anteriore 
del retto intestine. Pratico dipoi il capitombole anteriore deir utero ; ed, afferrato con 
pinza il lembo di peritoneo viscérale che ricuopriva la faccia posteriore délia vescica, 
le rivolto verso V alto e le vado ad attaccare al borde superiore délia faccia anteriore 
deir utero. Use a taie scopo piccoli aghi tendi, ricurvi montati di sottile catgut (Ro- 
gnon e N; 1), coi quali dî» 5 o 6 punti staccati. Rimesse T utero in posizione ricon- 
ducendolo in cavità, faccie eseguire ad esse il capitombole posteriore, manovra anche 
questa facilissima, stante il prélasse e le coudizioni nelle quali è artiflcialmente messa 
la matrice. Afferrato infine il lembo posteriore di peritoneo che scendeva a fermare la 
piega del Douglas, la distacco dalla faccia anteriore dell' intestine retto; ed il bordo 
libère di quelle, rivolgendolo verse l'alto, Tattacco alla parte superiore délia faccia 
posteriore délia matrice. 

Ora la semplificazione del metodo è riposta nell' avère seppressa la cruentrazione 
délie facce anteriore e posteriore del corpe délia matrice come ère solito fare nei 
primi casi eperati, aile scopo di facilitare Tadesione délie parti, ma che ora ho veduto 
non necessarie perché il peritoneo, ricoperto di endetelio, quanto una superficie cruen- 
tata, si presta ad assuraere con essa rapporti intimi e. di sellecita adesione. 

Ampute per ultime l' utero nella sua posizione sepra vaginale, asportando buon 



(1) Ruggi — Deir isterectomia vaginale ecc. (Bullet. délie Scienze Med. di Bologna. Série VU, 
Vol. IV. Anno 1893), 



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— 109 ^^ 

tratto di collo ; e, attacco direttamente in addietro la mucosa vaginale al moncone 
deir utero stesso, cercando che la mucosa vaginale posteriore si metta in rapporto di 
continuità con quello del collo uteriuo, che le corrisponde, montre in avanti mi regolo 
in modo assai diverse. 

Quivi le cose debbono essere dirette al duplice scopo di ottenere P accorciamento 
délia parete anteriore nel senso délia lunghezza e la riduzione délia stessa in senso 
orizzontale, vale a dire a seconda délia sua ampiezza, senza uscire, corne dissi, dalle 
norme fisiologiche i^roprie a quel determinato soggetto. 

A taie scopo con punti di sutura intercisa dati con flli di catgut, attacco da prima 
il lerabetto médiane, già accorciato in lunghezza, al moncone uterino, facendolo aderire 
alla parte corrispondente, senza che si metta in rapporto di contiguità colla mucosa 
délia porzione mediana anteriore del collo. (Fig. 2* A). In detta figura poi la dimo- 
strazione non è perfettamente esatta dovendo, a questo punto dell' operazione, essere di 
già stata amputata la porzione intravaginale délia matrice: ad ogni modo, amputato 
il collo, il lembo médiane viene fissato al punto 
indicato délia Fig. 3* dove non puo raggiungere 
la mucosa interna al collo dell' utero. 

Cruentato dipoi dette lembo mediano in 
tutta la sua superficie mucosa mettendo a nudo 
cosi il tessuto sottomucoso, ricuopro detta su- 
perficie sanguinante con gli altri due lembi la- 
terali quadrilateri (Fig. 2^ BB) i quali vengono 
con punti di sutura dati sempre con catgut, fra 
di loro esattamente fissati nel loro bordo libero 
in modo da aversi la conflgurazione indicata « 
dalla Fig. S" AAA e BBB. Questi due lembi, 
coi bordi superiori debbono raggiungere e met- 
tersi in rapporto di contiguità con la mucosa 
anteriore ed interna propria alla parte alta del 
collo uterino, che coir amputazione preindicata, 
viene messa in vista. 

Mette inflne un «ottile ma lungo stuello di 

Fiff 3* 

garza sterilizzata per entre alla matrice, tam- 

ponandone la cavità e db termine ail' o|)erazione, sospingendo verso l'alto il viscère, 

mediante il tamponamento délia vagina, eseguito con garza sterilizzata e cotone ste- 

rilizzato* 

La Fig. 4* dà un' idea délie condizioni nelle quali si trova T utero, rispetto al 
peritoneo ed alla vagina, prima del tamponamento di questa. I lembi di peritoneo ante- 
riore A e posteriore B si vedono in detta Figura distesi, montre che la mucosa vaginale si 
mostra pieghettata e protrusa. Sospingendo ora l' utero in alto, mediante il tamponamento 
délia vagina, si ha naturalmente la riduzione di questa in cavità e la riformazione délie 



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— 110 — 

pieghe peritoneali vescico-uterina ed utero-rettale, ma accorciate da quello che erano 
prima di tutto quel tratto di peritoneo, che ricuopriva le facce anteriori e posteriori 
délia matrice In alcuni casi essendo la insaccatura posteriore oltreraodo ampia è ne- 
cessario esciderne una parte. La Fig. 6*, messa a confronte délia Fig. 4*, mi sembra 
più che sufflciente a dare un' idea esatta délie cose. 

L' utero cruentato nei suoi bordi laterali, la vagina distaccata e fatta riaderire 
alla parte rimasta di collo di utero; le parti vescicale e rettale per un certo tratto 
pure cruentate, danno origine, coi loro reciproci rapporti, ad uno spazio sanguinante 
assai ampio dove le superflci preparate al coalito, vengono a mutuo contatto pren- 




Fig. 4* ^''«' ^^ 

dendo disposizioni naturalmente assai nuove, ma che debbono riuscire oltremodo effi- 
caci per Tassetto fisiologico di tutte quelle parti in antecedenza patologicameiite 
spostate. 

I concetti fondamentali adunque di una cura del prolasso deir utero rimangono 
sempre quelli da me annunciati nelle precedenti mie pubblicazioni e cioè : 

1** Di modificare anatomicamente il parametrio in modo che quando T utero viene 
riraesso in posto e per un' certo tempo mantenuto nella fîsiologica sua posizione per 
mezzo del tamponamento^Vaginale, trovi in unione aile altre parti spostate la maniera 
di fissarsi e di rimanere fissato. 

2** Di spostare, accorciare e modiflcare i lembi di peritoneo che formano i piani 
di scivolamento, lembi che debl)ono essere cambiati nelle loro disposizioni, in guisa 
da non potere più servire al facile scorrimento délie parti le une sulle altre, 

3** Di trovare infine la maniera di modificare nel modo più fisiologico le con- 
dizioni délia vagina e délia vulva, stringendo Tapertura di questa, qualora ve ne sia 
bisogno e raccorciando non che raff^orzando le pareti di quella in avanti senza modi- 
ficare pero dette parti oltre i limiti voluti, costantemente guidati dal concetto razionale 
di volere aile singole parti ridare quelle disposizioni normali che sono loro proprie. 



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— 111 — 

Avendo in questi dieci anni di prova deiraccennato metodo operato in sedi diverse 
con risultati costantemente buoni lio cercato di conoscere le consepruenze tardive del metodo 
ed ho avuto la fortuna di avère dal coUega Prof. Ulisse Gardini che fli mio aiuto 
air Ospedale Maggiore, dove allora io ftinzionavo da Chirurgo Primario, una statistica 
di 7 casi operati nel 1896 e 1897; fra i quali T ultime è più che mai interessan- 
tissimo, non tanto per il risultato ottenuto che rlcorda gli altri tutti, quanto perché, 
trascorsi nove anni si è potuto constatare la persistenza deirottimo successo. 

La quai cosa fa dallo stesso Gardini verificata, essendo la donna in parola^ 
attualmente ricoverata neirOspizio dove Egli è Direttore sanitario. Ed ora ecco quanto 
il Gardini mi scrive in proposito : 

€ B. Clementa, d'anni 73, degente ora al Ricovero di Mendicità, entrava nel 
€ Gennaio del 1897 air Ospedale Maggiore colla diagnosi di Prolasso deir utero di 
€ terzo grade, che datava da 4 anni. Venue operata nello stesso mese ed uscî guarita 
€ dair Ospedale nel successive Febbraio. 

€ Dopo Toperazione^ la B. non ha più avuto accenno di prolasso ed anche al 
€ présente, dopo più di 9 anni, T utero si trova flssato in alto ne vi è accenno di 
€ cistoc^le di rettocele. AlPesplorazione vaginale il corpo deir utero appare assai 
€ impiccolito, quasi atroflco, ma flsso in alto tenacemente. > 

La mia statistica su tal génère di cure è di 27 casi operati in 10 anni, e cioè: 
7 air Ospedale Maggiore fra il 1896 e 1897 (Storie del Gardini); 12 alla Clinica 
di Modena (Storie raccolte dal V a c c a r i ) ; 8 in quest' anno nella Clinica di Bologna 
(Storie raccolte dal Calabresi). 

I risultati, come si potrà vedere dalle storie stesse, furono sempre ottimi. 

Storie raooolte dal Prof. nUMe Oardini, 

r R. Olimpia, d'anni 67 di Bologna, donna di casa. Entra neir Ospedale Maggiore il 
12 Marzo 1896. 

jjnamnesi. -- L' inferma da circa 6 mesi, av verte un corpo, che tende a fuoriuscire 
dai genitali esterni, e che le impedisce di camminare a lungo. Taie corpo le produce con- 
tinue senso di peso. 

Ha meslruato a 15 anni, e le mestruazîonî furono regolari fine aU'elà di 41 anno, 
epoca nella quale cessarono affatto. 

Ha avuto 17 gravidanze lutte regolari ed a termine, e 2 aborti. 

Non ha mai sofferto malattie degne di nota. 

La raadre è morla per carcinoraa deir utero, nient' altro a carico deirereditarietà. 

Q>iagnos!\ — Prolasso totale delP utero. 

Jjffo operativo. — 19 Marzo 1896. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post-operatorio è regolare ; non si ha la più piccola elevazione di tempera- 
tura, e T ammalata lascia V Ospedale œmpletaniente guarita il giorno 27 Aprile 1896. 

Série VI. — Tomo IV. 16 



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— 112 — 

2*" G. Luigia, d'anni 44 di ZapiK)lino, contadina. Entra neirOspedale Mag^iore il 21 
Aprile 1896, 

JJnamnesL — L' iaferma ha avuta 5 gravidanze a termine. Dopo il 2* parto, avvenulo 
5 anni or sono, ha avvertito senso di peso nei genitali. 

Solo perô da 4 anni avverte un corpo, che gradatamente è disceso lungo la vagina, 
^no a nioslrarsi fuori dei gnnitali esterni durante la stazioiie ereita. Taie corpo le procura 
dolori nelle regioni lombari, e la mette nella impossibilità di attendere, corne prima, ai 
lavori campestri. 

Non ha mai sofTerto malattie degne di nota. NuUa a carico délia ereditarietà. 

2iagnosi\ — Prolasso totale dell' utero. 

JJtto operaNvo. — 30 Aprile 1896. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endO'Uterino, zaffl. 

Il decorso post-operativo è normale. Non si ha elevazione di temperatura, se si eccettua 
un 37,4 nella sera del 3 maggio successivo. 

L'ammalata abbandona TOspedale completamente guarita il 2 Giugno 1896. 

3'' G. Gaetana, d'anni 38 di Barletta, donna di casa. Entra neirOspedale Ma^giore 
r 1 1 Giugno 1896. 

jînamnes/. — L' inferma in quesli ultirai 5 anni ha aborlito 3 volte. In seguito a tali 
aboiti ha avvertito, che T utero discende lungo la vagina, e fuoriesce dai genitali esterni, 
lutte le volte che è costretta a sollevare qualche peso da terra. Taie corpo le dà impedi- 
mento alla deambulazione e dolori nelle fosse iliache. . 

Ha niestruato giovanissima, e le mestruazioni successive furono sempre accompagnate 
da dolori al capo. A diciotto anni prese marito, dal quale non ebbe figli. Rimase vedova 
dopo 2 anni di matrimonio. 

A 21 riprese marito, dal quale fu contagiata di sifilide. Da quel momento comincio 
una sequela di mali. Himase incinta, ma per 2 volte dette alla luce due bambini che 
morirono, dopo pochi giorni. 

Si fece curare délia sifilide, e migliorata, partori per 2 volte bambini che sono ancor sani. 

Il padre è morto di un tuinore nelPaddorae, nuU'altro degno di nota. 

Q>iagnosi. — Prolasso totale delP utero. 

JJtfo operativo. — 18 Giugno 1896. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post-operatorio è normale. lia temperatura anche essa normale, tranne che 
nel giorno 24, in cui raggiunse un massimo di 37,6. 

L'ammalata abbandona TOspedalo completamente guarLa il giorno 18 Luglio 1893. 

4"* G. Maria, d'anni 44 di Barletta, donna di casa. Entra nell'Ospedale Maggiore il 
giorno 12 Giugno 1896. 

jÇnamnesi. — L' inferma venti anni fa, circa, comjnciô ad avvertire che T utero tendeva 
ad abbassarsi, ci6 perb non gli ha iinpedito di partorire a termine dei figliuoli, che sono 
tuttora vivi e sani. 



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-- 113 — 

Maritatasi a 18 anni, contrasse la blenorragia, che è scomparsa ed è ricomparsa ad 
intervalU più o mène lunghi. 

La prima gravidanza fu condotla a termine, e il nato vive ed è sano, la seconda fini 
a 4 mesi con un aborto. Ebbe in seguilo tre altre gravidanze, tulte a termine, ma dei 3 
figli, 2 soli vissero, il 3** mon dopo pochi giorni. 

Da qualche mese avverte dolori al basse ventre ed aile gambe, e non pub attendere, 
come prima, aile ordinarie occupazioni. 

Quattro anni fa ebbe la malaria, dalla quale pare è guarila. 

Le mestruazioni furono quasi sempre regolari. Ebbe solo abbondanti perdite bianche. 
Nulla dal lato ereditario. 

Q>iagnost\ — Prolasso totale deir utero. 

JItto operafivo. — 27 Giugno 1896. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post-operatorio è normale, La temperatura sempre normale. L'ammalata 
abbandona TOspedale covipletamente guarita il giorno 28 Luglio 1896. 

5"* B, Rita, d'anni 47 di Persiceto, donna di casa. Entra neirOspedale Maggiore il 
21 Settembre 1896. 

JJnamnesi. — L' inferma si è accorta, da circa 1 anno, che la matrice si sposta verso 
il basse, specialmente quando è costretta a rimanere per molto tempo in piedi. 

Taie fatto le procura senso di peso e lievi dolori in fonde al bacino. 

Mestruazioni quasi sempre regolari. Nulla nelPanamnesi remota; muta T ereditarietà. 

7>iagnosi. ■ - Prolasso deir utero. 

j7ffo operafivo. - 3 Ottobre 1896. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post-operatorio è normale. La temperatura non raggiunge che una sol vôltâ 
37,4. 

Il 3 Novembre Y inferma ha la mestruazioni, le quali sono regolari per quantità e 
qualità, e non si accompagnano con nessun disturbo. 

L'ammalata abbandona l'Ospedale completamente guarita il 15 Novembre 1896. 

6* R. Elena, d'anni 57 di Bologna, servente. Entra neirOspedale Maggiore il 5 No- 
vembre 1896. 

jÇnamnesi. — L' inferma, da 8 anni, s'è accorta che nella vagina esiste un corpo, il 
quale tende a discendere verso i genitali esterni. Dice che taie corpo fuorîesce da questi, 
da solo un anno, e che si fa più appariscente quando sia alzata e lavora. Siccome le pro- 
duce senso di peso e impedimento alla deambulazione, lo contiene con una fasciatura a T. 

Lamenta sopratutto il bisogno di urinare spessissimo e dice che T urinazione si compie 
a goccie e con dolore. 

Ha avuto tre aborti e tre parti a termine. Le mestruazioni si sono sempre mantenute 
regolari, e sono cessate a 53 anni. Non ha mai avuto malattie degne di nota; nulla a 
carico dell' ereditarietèt. 



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— 114 — 

2>iaffnosi. — Prolasso totale delP utero. 

Jîtto opéra tivo. — 16 Novembre 1896. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post-opera<ivo è normale; e Tammalata abbandona TOspedale completor 
mente guarita^ il 23 Dicembre 1896. 

T B. Clementa. Storia già sopra esposta. 



Storie raooolte dal Dott. Lulgi Vaocari. 

8"" Z. Anna, d'anni 45 di Modena, conladina, maritata. Entra il Clinica in giorno 1 
Gennaio 1897. 

jVrtamnesi. — Ebbe 8 flgli sani, nali dietro parto normale. È ancora mestruata, partori 
r ultima volta due anni fa. Dopo V ultirao parto, ebbe a risentire senso di peso al perineo. 
Soffriva di perdite blanche e di quando in quando, se compieva sforzi, notava la fuoriuscita 
dairostio vaginale del muso di tinca. 

€same ôbbieftivo. — Essendo la paziente in posizione eretta, divaricàndo le grandi 
labbra, si vede sporgere il muso di tinca. L'orificio uterino è ampio, irregolare e présenta 
qualche ulcerazione. La parete vaginale anteriore, è le^germente sporgente corne la po- 
steriore. 

7>!affnosi. — Cistocele e rettocele, Prolasso uterino di 2** grade. 

JJtto operafivo. — 3 Gennaio 1897. Isteropessi col metodo Ruggi. 

Il decorso post-operativo fu ottimo. Dopo 15 giorni la paziente poté lasciare la Clinica 
perfettamente guarita. 

9*» S. Giuseppa, d'anni 48 di Salicela (Modena), sartrice, maritata. Enti-a in Clinica il 
giorno 29 Gennaio 1897. 

JJnamnesL — Diede alla luce 4 flgli, ora vivent! e sani, con parti laboriosi, che le 
produssero la lacerazione del perineo. Da due anni è amenorroica. L' ultime parto seguî 
7 anni or sono. Da tempo la paziente nota abbondante secreto vaginale, talora striato di 
sangue, e avverte un senso di stanchezza ai lombi per le più lievi fatiche, che Tobbligano 
a sdraiarsi. 

€same ohbiettho. — L'esplorazione vaginale nota una considerevole ipertroûa del colle 
deir utero. Il corpo è retroflesso e di volume piccolo, facilmente spostabile. La parete po- 
steriore délia vagina, se Tamraalata preme, viene a fare prolasso. 

2iaçnosi. — Rettocele, ipertrofia del collo uterino, retroflessione deir utero. 

J^ffo operafivo. ~ 4 Febbraio 1897. Isteropessi col metodo Ruggi. 

Il decorso post-o;^eratôrio regolare. 

La paziente esce guarita dopo 20 giorni di degenza in Clinica. 



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^ 115 — 

10** M. Matilde, d'anni 45 dî Correggio, raassaia, maritata. Ealra m Clinica il giorno 
5 Ma^io 1897. 

JJnamnesL — Partori 6 volte. Sofferse febbri reumatiche dopo l'ultimo parto avvenuto 
3 anni fa. Anche attualmente ha mestruazioni regolari. Accusa dolori ai quadranti inferiori 
dell'addprjae con senso di peso al perineo ed ai lorahi dopo gli sforzi flsici. 

€same obbiettivo. — Posta la paziente in posizione ginecologica, esaminando i genitali 
esterni, si vede spoi^ere dalFostio vaginale il muso di tinca assai arrossato, e daU'orificio 
uterino si vede fuoriuscire una disçreta quantità di muco filante. Anche le pareti vaginali 
anteriore e posleriore sono prolassate. 

Q>iaffnosl. — Prolasso uterino di 2** grado. Cistocele e rettocele. 

JfHo operativo. ~ 5 Maggio 1897. Isteropessi col metodo Ruggi, 

Il decorso post-operativo fu buono. 

La paziente venne iîongedata dopo 25 giorni. 

ir P. Aldegonda, d'anni 20 di S. Felice sul Panaro, contadina, maritata. Entra in 
Clinica il giorno 30 Novembre 1898. 

J^namnesi. — Partori bene e a termine 3 ftgliuoli, poi ebbe un aborto in seguito al 
quale si senti notevolmente iadeliolita, essendosi aggiunta anche una diarrea oslinata. In 
appresso, ristabilitasi, fu presa da altri disturbi e cioè da leucorrea abbondante, da cefalea 
e da nausea. In questo periodo che risale a 4 anni or sono essa si accorse che negli sforzi 
scendeva airorificio vaginale un corpo, che le causa va senso di peso e le dava un certo 
impedimento alla deambulaziona Inoltre di quando in quando essa avvertiva a livello délia 
piega inguinale destra la fuoriuscita, dietro i colpi di tosse, di un viscère dal cavo addo- 
minale entro al quale colla pressione poteva facilraente ridursi, si tratlava di ernia cru- 
rale destra. 

€same obbiettivo. — La parete vaginale anteriore è assai prolassata, e sporge moltis- 
simo, se si invita la paziente a premere. L' utero scende flno fra le grandi labbra ed è 
ipertroflco nella porzione del collo. EsploranJo in vagina, esso viene spintp in alto, e si 
nota che è mobilissimo. Gli annessi sono integri. 

2>iaffnosi. — Cistocele, pro lasso uterino di T grado. 

Jîtfq operativo. — 6 Dicembre 1898. Isteropessi col metodo Ruggi. 

Esito deir operazione, buonissimo. 

L'ammalala esce guarita il giorno 30 Dicembre 1898. 

12** M. Romilda, d'anni 34 di Novi (Modena), massaia, maritata. Entra in Clinica il 
giorno 24 Gennaio 1900. 

JJnamnesi. — Nove anni fa la paziente, dopo un puerperio, avverti air ostio vaginale 
un corpo duro, indolente, che veniva a fare una maggiore sporgenza, se contraeva i mu- 
scoli dell'addome. Fino da allora essa cominciô a provare senso di peso a tutta la regione 
ipogastrica e talvolta ai lombi, distuii)o che negli anni successivi, dopo altri due parti, 
venne man mano accentuandosi. Soffriva anche di tenesrao vescicale. 



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* €same obbieftivo. — Esaminando la paziente in posizione ginecolof^ica, si osserTa una 
vulva ampia dalla quale sporge la parete vaginale anteriore. Il dito introdotto nella vagina 
incontra a 3 cm. dairostio il muso di tinca, e nota che tanto il colloche il corpo uterino 
hanno volume normale. Quest' ultimo è leggermente retroverso. Nella posizione eretta, il 
muso di tinca si abbassa maggiormente, giungendo a livello délie grandi labbra. 

3>faffnosf. — Cistocele. Prolasso deir utero di 1* grado. 

Jfffo operaffvo. — 19 Febbraio 1900. Isteropessi col metodo Ruggi. 

La guarigione segui nel période di circa 20 giomi. 

IS"" F. Albina, d'anni 36 di Ravarino, contadina, vedova. Entra m Clinica il giorno 
23 Aprile 1900. 

JJnamnesi. — Per la prima volta, dieci anni fti, la paziente, gravida di 2 mesi, senti, 
compiendo uno sforzo, un corpo abbassarsi entro la vagina. Partort, e in appresso noté che 
comunemente dalla vulva fuoriusciva un corpo roseo, tondeggiante, avente la grossezza di 
un pugno. Pertanto non risentiva chë qualche dolore alF ipogastrio, e solo se si tratténeva 
a lungo in piedi. Ha avuto cinque flgli ora viventi e sani. 

€same obbieftivo. — Essendo la paziente in decubito dorsale, esplorando in vagina, si 
sente V utero in posizione regolare ma notevolmente abbassata. Con fticilità lo si pub spin- 
gere in alto e si nota che ha volume e forma normale. Se si invita Tammalata a premere. 
lo si vedé fuoriuscire completamente dalla vulva e scendere fra le coscie. 

2iaffnosi. — Prolasso uterino di 3* grado. 

Jlth operafivo. — 9 Maggio 1900. Isteropessi col metodo Ruggi. 

Segui la guarigione operatoria regolarmente, e notizie ulteriorraente assunte circa la 
sainte générale e le condizioni dei genitali delFoperata sono oltremodo soddisfacenti. 

14"* M. Teresa, d'annî 33 di Modena, servente, vedova. Entra in Clinica il giorno 
19 Gennaio 1901. 

JJnamnesi. — Ebbe 6 figli, dei quali due per parte gemellare. È mestruata regolar- 
mente, ma soffre di copiose perdite bianche, e di quando in quando, massime se si affatica 
nei proprii lavori di casa, prova un molestissimo senso di peso alF ipogastrio ed âl perineo. 

€same obbieftivo. — Essendo la paziente supina, se si divaricano le grandi labbra, si 
vedono notevolmente sporgenti le pareti anteriore e posteriore délia vagina. L' esplorazione 
vaginale rileva una notevole ipertrofia dei collo uterino. Il corpo è retroverso e di volume 
leggermente aumentato. L'oriflcio dei T utero présenta qualche ulcerazione, e da esso fuori- 
esce abbondante catarro gialliccio-mucoso. 

QUaçnosi. — Cistocele e rettocele. Ipertrofia dei collo uterino. Retroversione. 

JJtfo operafivo. — 1 Febbraio 1901. Isteropessi col metodo Ruggi. 

L'operata esce guarita il 20 Febbraio 1901. 

15* De L. Carolina, d'anni 43 di Ganaceto (Modena). massaia, maritala. Entra in 
Clinica il giorno 21 Marzo 1901. 



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JJnamntsi. — Ebbe un primo parte distocico, pel quale subi T a|)plicazione del forcit>e, 
e successivamente partori in modo regolare altre due volte. Da qualche tempo essa sente, 
che quando compie sforzi flsici, entre la vagina si sposta in basse un corpo che viene a 
sporgere dair ostio vaginale. Ha senso di peso ail' ipogastrio ed al perineo rxella dciambu- 
lazione e nella stazione eretta. 

€same obbiettivo. — Divaricando le piccole labbra, si oaserva il prolasso délie pareti 
anteriori e posteriori délia vagina. Invitando la donna a premere^ dair ostio vaginale fuo- 
riesce il muso di tinca, che scende ancor più, se la paziente fa pressione, ponendosi in 
posizione eretta. Ridotta la parte prolassata, si avverte la vagina oorta, V utero in leggiera 
retroversione, grosso, mobile, indolente. Gli annessi sono integri. 

3>faffnosK Cistocele e rettoceie. Prolasso uterino di 2* grade. 

j7ffo operafi'vo. — 3 Aprile 1901 • Isteropeesi col metodo Ruggi, 

Esito deiroperazione, buonisfâmo. 

L'operata esce perfettamente guarita dopo 25 giorni. 

16* A. Clorinda, d'anni 36 di Pievepelago^ servente, vedova. Entra iu Clinica il giorno 
15 Maggio 1901. 

jfnamnes/. — Ebbe solo un âglio 10 anni fa e non fu mai ammalata. Due anni or 
sono comincib a sentire dolori ai quadranti inferiori delPaddome, specie a sinistra, esenso 
di peso al perineo. Le mestruazioni si fecero irregolari per epoca di compar^a e si mostra- 
rono abbondanti perdite blanche. Non di rade T ammalata veniva colta da naitsea e da 
vomito, ed ultimamente con una certa frequenza da cefalea. 

€same obbiettivo. — Esaminando i genitali esterni, si vede la parete vaginale anteriore 
prolassata tra le piccole labbra. L' esplorazione vaginale desta qualche dolore, e rileva una 
leggiera ipertrofia del colle uterino. Questo viene spinlo fine in prossimità deiroriflcio, 
vaginale, se T ammalata contrae la parete addominale. Il corpo uterino è molto mobile, 
regolare di volume, e leggermente retroverso. 

Q>iaffnosi. — Cistocele. Prolasso uterino di T grade. 

Jîtto opéra tivo. — 20 Maggio 190L Isteropessi col metodo Ruggi. 

Esito: guarigione. 

17"* F. Geltrude, d'anni 42 di Marzolino (Castelfranco deirEmilia), contadina, maritata. 
Entra in Clinica il giorno 1 Maggio 1903. 

JJnamnesi. — La paziente ebbe otto parti normali, e fra il 4** e il 5* un aborto, pel 
quale fu febbricitante per diversi giorni. Molti anni fa s'accorse che T utero aveva tendenza 
a scendere flno alPoriflcio vaginale, ma ci5 non le dava alcun disturbo. Cinque mesi or 
sono per accidente cadde dair alto, riportando diverse contusioni, che la obbligarono al 
letto. Guarita ritornô al lavoro ma senti di non potere attendere a fatiche per un senso 
di peso air ipogastrio e dolorabilità ai lombi. Nel fratlempo not6 che il prolasso uterino 
si era acceiituato. 

€same obbietfivo. — Fra le grandi labbra sporgono le pareti anteriore e posteriore 



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délia vagina, e taie sporgenza s'accentua, se la paziente si alza in piedi o se preme. L'esplo- 
razione vaginale apprezza che il muso di tinca, causa Tipertrofla del collo, giunge aU'ostio 
vaginale. 

7>!affnosi. — Cistocele e rettocele. Prolasso uterino di T grado. 

Jîfto operativo. — 11 Marzo 1904. Isteropessi col metodo Ruggi. 

Decorso post-operativo, buono. 

L'operata lascia la Clinica il 3 Âprile 1904. 

IS"" B. Emilia, d'anni 38 di Rolo, contadina, vedova. Entra in Clinica il giorno 9 
Marzo 1904. 

JJnamnesi. — La paziente 6 anni fa nel raingere si accorse che T utero veniva a 
sporgere in modo anormale dai genitali esterai. Ripetute volte venue curata con pessari, 
senza risultato, poichè provava egualmente senso di dolorabilità ai lombi e talvolta, specie 
nelle ore del mattino, provava difflcoltà neiremettere T urina. Ebbe 6 flgli a termine, dei 
quali 5 sono morti. 

€same obbiettivo. — Esaminando la paziente in posizione supina, c divaricando le 
grandi labbra, si vede al livello delPostio vaginale il muso di tinca. La parete vaginale 
posteriore è pure sporgente. Invitando la paziente a premere il prolasso s'accentua. Pra- 
ticando V esplorazione vaginale, si sente V utero di volume normale, leggermente retroverso 
e mobilissimo. Gli annessi sono integri. 

Q>iagnosi. — Prolasso uterino di 2"* grado. 

JItto operativo. — 13 Marzo 1904. Isteropessi col metodo Ruggi. 

L'esito operativo è buono. 

La paziente vien congedata dalla Clinica il giorno 5 Aprile 1904. 

19'' R. Clonice, d'anni 44 di S. Cesario sul Panaro (Modena), levatrice, maritata. Entra 
in Clinica il giorno 17 Maggio 1904. 

JJnamnesi. — La paziente dopo un primo parto pel quale le fu applicato il forcipe, 
noto che negli sforzi T utero scendeva flno alPostio vaginale. Taie prolasso per altre 4 
successive gravidanze s'accrebbe tanto che essa, oUremodo disturbata, fu costretta a sot- 
toporsi ad una cura cruenta all'Ospedale di Castelfranco-Erailia. Otto mesi dopo che fu 
operata le sue condizioni erano le seguenti: 

€same obbiettivo. — Quando la paziente è in piedi tutto Y utero viene a trovarsi fra 
le coscie, è piccolissimo e privo di collo. La vagina interamente prolassata è coperta da 
mucosa scabra e secca. 

J)iaçnosi. — Prolasso totale deir utero. Recidivo a cura chirurgica. 

Jîtto operativo. — 23 Maggio 1904. Isteropessi col metodo Ruggi. 

La guarigione segui nello spazio di circa 20 giorni. 

L' operata è stata visitata anche pochi giorni or sono, ed ô stato constatato che F utero 
si trova flssato in posizione normale e che le condizioni generali sone ottime. 



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Storie raooolte dal Dott. Calabreii. 

20** B. Emilia, d'anni 65 di Bologna, servente. Entra in Clinica il giorno 26 Gen- 
naio 1906. 

JJnamnesi. — V inferma, da 10 anni circa, avverte un corpo, il quale tende a fuori- 
uscire dagli organi genitali esterni. 

Taie corpo gradatamente si è reso molesto ; dà un continuo senso di peso, e a volte 
impedisce air inferma il disbrigo délie sue ordinarie occupazioni. 

Da due mesi soltanto, detto corpo, sporto in fuori dagli organi genitali esterni, è au- 
mentato di volume, e non rientra più, corne prima, nella posizione supina. 

La presenza di questo tumore viene attribuita dair inferma ad una sequela di lavori 
faticosi, ché è costretta a fare giomalmente, non ultime, la pulizia dei pavimenti. 

Ha mestruato a 18 anni, e le mestruazioni, che sono cessate ai 55, furono sempre 
regolari per epoca e du rata, non cosî per qualità, essendosi, a volte accompagnate per- 
dite blanche. 

Prese marito a 25 anni, ed ebbe 3 flgli ; due morirono in tenera età, Taltro è vivente, 
ed è sano. 

I parti furono tutti regolari, ed a termine. Le gravidanze anch'esse norraali. 
Non ha mai sofferto malattie degne di nota. 

Nulla dal lato ereditario. 

€same obhiettivo. — 29 Gennaio 1906. Esaminando T inferma nella posizione supina, 
e a gambe divaricate, si vede sporgere fra le grandi labbra un tumore délia grandezza e 
délia forma di un uovo di tacchina. 

Divaricando le grandi e piccole labbra, il tumore appare di colorito rosso, a super- 
ficie liscia. 

II meato urinario, che è subito air innanzi di detto tumore, è più béante del normale, 
coi contorni un po' tumefatti, un po' arrossati e frangiati. 

Il tumore si pu6 spingere in alto. In taie momento si riesce a palpare T utero, che 
présenta l'oriflcio dilatabile ed il coUo molle. 

I quattro fornici sono abbastanza deprimibili ed indolenti. Gli annessi, d'ambo i lati, 
non presentano nulla di anormale. 

Se fâcciamo tossire la paziente, e portiamo il dite esploratore gradatamente verso 
l'esterno, si avverte che il tumore segue il dito, quasi flno airostio vaginale. 

Esaminando la paziente invece in posizione eretta, il tumore sporge fra le grandi 
labbra, in vicinanza délia forchetta ; e si riconosce l'orificio uterino, che è béante, di forma 
ovalare, allungato; si riconosce il coUo, a superficie liscia e di colorito rosso scuro, cui 
segue una superficie arrossata e rugosa. NuU'altro di rimarchevole. 

Fegalo e milza nei limiti normali. La palpazione rénale è negativa d'ambo i lati. 

Apparato circolatorio, respiratorio e digerente normali, cosî pure Papparato urinario. 

Urine normali. 

Série VI. Tomo IV. 17 



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j^tio operativo. — 2 Febbraio 1906. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

11 decorso post-operatorio ô normalissimo. La teniperatura, tranne che nei primi 6 
giorni susseguenti Toperaziono, nei quali si ebbe verso sera un massimo di 38,1, si man* 
tenne normale flno al giorno in oui V inferma abbandonb la Clinica. 

Esaminata V inferma, 24 giorni dopo V operazione, si trova che V utero è inlimamente 
flssalo nei la parte alla del bacino ; ne gli sforzi di tosse, ne quelli del ponzare fanno per- 
cepire al dilo osploratore alcun irapulso. LMnferma abbandona la Clinica completamente 
guarita il giorno 5 marzo 1906. 

2r B. Teresa, d'anni 60 di Bologna, donna di casa. Entra in Clinica il giorno 28 
Febbraio 1906. 

JJnamnesi. — Da due mesi avverte un corpo che, discende lungo la vagina ed esce 
dalla viilva, quando fa degli sforzi [)er sollevare grossi pesi da terra. Ha perdite bianche 
e dolori, quasi continui, ai quadranti inferiori dell'addome. 

La sensazione pero corne di un corpo, che tendeva a fuoriuscire dei genitati esterni, 
la avverte da circa dieci anni ; ma ci5 non le ha mai impedito di attendere aile sue ordi- 
narie occupazioni. 

Ha mestruato a 18 anni, e le mestruazioni si sono sempre ripetute regolarmente per 
epoca e durata, non cosi per qualità, essendo sposso precedute e accompagnate da abbon- 
danti perdite bianche. 

A 20 anni prese marito dal quale ha avuto 3 ilgli, che sono vivi e sani. I parti furono 
tutti a termine e regolari. 

Assicura di non aver mai sofferto malattie degne di nota ; è andata solo soggetta, ad 
intervalli piil o meno lunghi, a cefalee intense, ma di poca durata. 

Nulla di notevole dal lato gentilizio. 

€same obbieitho. — 1 Marzo 1906. Esaminando T inferma nella posiziono supina, si 
vede sporgere tra le grandi labbra, un tumore oblungo, délia grandezza di un uovo di tacchina. 

Divaricando le grandi e piccole labbra, il tumore appare di colorito rosso; a superficie 
liscia, e si continua colla parete superiore délia vagina. Il meato urinario, che è subito 
air innanzi di detto tumore, è più béante del normale coi contorni un po' tumefatti, arros- 
sati e frangiati. 

Il tumore si pu6 spingere in alto. In taie momento riusciamo a palpare T utero, che 
présenta TonAzio facilmente dilatabile, il coUo molle e tutti quattro i fomici assai rilasciati. 

Gli annessi appaiono normali e sono indolenti. 

Se colla mano, situata suiraddome, cerchiamo di spostare il corpo dell" utero, questo 
puô essere portato talmente in alto, da non avvertirlo piô col dito esploratore. 

Se facciamo tossire la [)aziente, e portiamo il dito esploratore gradatamente verso 
Testerno, si avverte che il tumore segue il dito, quasi flno all'ostio vaginale. 

Facendo camminare la paziente, e poscia esaminandola in posizione eretta, si osserva 
che il tumore sporge tra le grandi labbra in vicinanza alla forclietta; si riconosce Torificio 



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uterino, che è béante, di forma ovalare allungata; si riconosce il collo a superficie liscia 
e di colorilo rosso scuro, cui segue una superficie arrossata e rugosa. 

La palpazione rénale fa avvertire a destra il polo inferiore del rené; è negativa per 
il rené sinistre. 

Il fegato e la milza sono normali, cosî l'apparato respiratorio, digerente e cardio- 
vascolare. 

Urine normali. 

Jltio operatfyOs — 6 Marzo 1906. Isteropessi col metodo Kuggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post-operativo è normale. La temperatura, nei cinque giomi susseguenti 
ail' operazione, raggiunge un massirao di 38,8, quindi ritorna normale, e si mantiene, fine 
al giorno 11 Aprile, nel quale l'informa abbandona TOspedale col suo utero quasi inchio- 
dato nella parte alta del bacino. 

22*" B. Anna, d'anni 61 di Bologna, donna di casa. Entra in Clinica il giorno 12 
Marzo 1906. 

JJnamnesi. — L' inferma racconta che verso i 53 anni, col cessare délie mestruazioni, 
ha cominciato ad avvertire un dolore lieve, ma continue in corrispondenza dei genitali 
esterni, specie quando era costretta a lavori faticosi, che la obbligavano di rinianere per 
lungo tempo in piedi. 

Solo per5 da cinque mesi ha la sensazione come di un corpo, che tende a fuoriuscire 
dai genitali esterni, impedendole la normale deambulazione. 

Taie sensazioue si rende più manifesta quando tossisce o fa sforzi per sollevare qualche 
peso da terra. 

Costretta a rimanere per qualche ora in piedi, il dette corpo si rende molesto, e pro- 
voca la fuoriuscita d' urina senza che la inferma sia capace di trattenerla. 

Mestruè a 19 anni e le mestruazioni successive furono sempre regolari per epoca, 
quantità, qualità e durata. 

Prese marito a 22 anni dal quale ebbe 4 flgli, 3 tuttora viventi e sani, une morto a 
18 anni, pare di tubercolosi polmonare. 

Tutte le gravidanze furono normali, e cosî i parti successivi. 

Non ha mai sofferto malattie degne di nota. Nulla nel gentilizio. 

€same obbiettivo. — 13 Marzo 1906. Esaminando T inferma nella posizione eretta, dopo 
avaria fatta camminare, si osserva tra le grandi labbra in vicinanza délia forchetta un 
tumore oblungo, del volume di un uovo di tacchina, a superficie liscia, di colorito rosso 
scuro, il quale si continua con la parete superiore délia vagina. Il meato urinario è subito 
air innanzi di dette tumore e si présenta un po' più rosso del normale. 

Invitando la paziente a tossire, il dette tumore si rende più appariscente. 

Introducendo un dite neU'ostio vaginale, il tumore si pu6 spingere in su e ridurre 
completamente. 

Se colla mano, situata suU'addome, cerchiamo di spostare il corpo deir utero, questo 
puô essere portato talmente in alto, da non avvertirlo più col dite riduttore. 



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-^ J22 -^ 

Se fâcciamo tossire la paziente e portiamo il dito esploratore gradatamente verso 
l'esterno, avvertiamo che il tumore segue il dito fine airostio vaginale. 

Gli annesssi appaiono normali, tanto a désira quanto a sinistra. 

Una esagerata pressione sul tumore, che si vede chiaramente essere. costituito dal- 
r utero, provoca la fuoriuscita di urina. 

Negativa la palpazione rénale. Apparato circolatorio, respiratorio e digerente normalL 
Urine pure normali. 

Jfffo operativo. — 14 Marzo 1906. Isteropessi . col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

Il decorso post*operatorio è dei migliori. Non si ha elevazione di lemperatura nei 
giorni susseguenti air operazione, se si eccettua un 37,4 avuto la sera del 15 Marzo. 

LMhferma abbandona il lelto il 29 Marzo. 

Esaminandola in posizione eretta si avverte i' utero, flssato nella parte piil alta del 
bacino; e invitando la paziente a tossire, il dito esploratore non avverte alcun impulso, 
essendo 1' utero stesso corne inchiodato nella sua nuova sede. 

L' inferma lascia TOspedale guarita il 2 Aprile 1906. 

23'' F. Rosa, d'anni 59 di Bologna, donna di casa. Enlra in Clinica il giorno 18 Aprile 1906. 

JJnamhesf. — V inferma riferisce cbe un anno e mezzo fa, montre prendeva un bagne, 
palpô un piccolo tumore, situato fra le grandi labbra. 

Non se ne préoccupé, perche dette tumore non le arrecava disturbi insoliti, ne le 
impediva di attendere aile sue ordinarie occupazioni. 

Notô pure che detto tumore, grosso quanto un uovo di gallina, appariscente nella 
stazione eretta e sotto i colpi di tosse, scorapariva nella stazione supina. 

Da due mesi perô il tumore è un po' aumentato di volume e arreca air inferma dolori 
nelle fosse iliache e continue senso di peso che le impedisc^ di lavorare a lungo. 

Le mestruazioni, iniziatesi a 15 anni furono sempre regolari. 

Ha partorito 4 volte a termine ed ha avuto un aborto. 

Non ha mai sofferto malattie d' importanza. Nulla a carico delPereditarietà. 

€same obbiettivo. — 22 A[)rile 1906. Esaminando la paziente in posizione supina, e a 
gambe divaricate, si nota l'ostio vaginale molto ampio, montre il perineo è assai ridotto. 

Il meato urinario è di forma regolare, ma molto arrossato. 

Il tubercolo anteriore délia vagina, è assai sviluppato, e al disotto di esso si osserva 
la parete vaginale liscia e pallida. 

Invitando la paziente a far degli sforzi, corne per andar di corpo, la parete vaginale 
anteriore viene a fare prominenza verso l'esterno, formando un tumore del volume e délia 
forma di un uovo di tacchina. 

Taie tumore si rende più appariscente, se si osserva la donna nella posizione eretta, 
e la si invita a tossire. 

Coir esplorazione si sente la vagina molto allungata, le sue pareti sono floscie e molto 
levigate; si sente il muso di tinca discretamente sviluppato, e Toriflcio uterino dilatato 
e béante. 



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— 123 — 

I fornici si presentano normali ed indolenti ; cosî pure gli annessi d' ambo i lati. 
Nuiraltro riscontrasi degno di nota. 

Apparato circolatorio, respiratorio, digerente normali. 

Fegato e milza nei limiti fisiologici. Urine pure normali. 

Jltio opéra fivo. — 2 Maggio 1906. Narcosi morflo-cloroforraica, incisione circolare, 
scollamento délia vescica, sutura del peritoneo anteriore alla parte alta anteriore del corpo 
deir utero, amputazione sopravaginale del collo uterino, drenaggio nel fornice posteriore e 
piccolo drenaggio endo-uterino, zaffl. 

II decorso post-operatorio è ottimo. Non si ha elevazione di temperatura durante la 
degenza deir inferma in clinica. 

Tanto la parete vaginale quanto V utero sono ritornati nella loro fisiologica posizione. 
L* inferma abbandona la Clinica guarita il giorno 25 maggio 1906. 

24^ L. Marianna, d'anni 59 di Poggiorusco, donna di casa. Entra in Clinica il giorno 
8 Maggio 1906. 

JJnamnesi. — L'informa sei anni fa, aborti a cinque mesi. Poco tempo dopo Taborto 
cominciô ad essere molestata da un senso di peso nei genitali. Ben presto da essi fuoriusci 
un piccolo corpo, il quale si faceva più appariscente durante le ore di lavoro, e scompariva 
del tutto nella posizione supina. 

Da qualche mese soltanto Y inferma avverte dolori nelle fosse iliache, ma ciô che le 
arreca piii fastidio, è un continue ed invincibile bisogno di mingere. 

Ha mestruato a 18 anni, e ha avuto mestruazioni regolari per epoca e durata, non 
cosi per qualità, essendosi quasi sempre accompagnate ad abbondanti perdite blanche. 

Ha partorito 9 volte a termine ed ha avuto Taborto surricordato. Dei 9 flgli, 7 sono 
morti in tenera età, quasi tutti affetti da rachitisme, 2 sono viventi e sani. 

Non ha mai soflTerto malattie degne di nota. Nulla dal lato ereditario. 

€same obbieffivo. — 10 Maggio 1906. Vulva ampia. Il meato uretrale è spinto' in 
avanti causa una spéciale prominenza, data dal tubercolo anteriore délia vagina, e da 
tutta la colonna anteriore délie pieghe vaginali. 

AU'ostio vaginale osservasi una massa globosa, del volume di un uovo di tacchina, 
coperta dalla parete vaginale anteriore. 

L' esplorazione fa avvertire molto abbassato il muso di tinca, che è di forma regolare. 
L' utero non si riesce a palpare. 

I fornici si presentano deprimibili ed indolenti. Gli annessi normali d'ambo i lati. Nul- 
Taltro degno di nota. 

Fegato e milza nei limiti normali. 
Apparato circolatorio, respiratorio e digerente normali. 
Urine anch'esse normali. 

J^fto operativo. — 14 Maggio. 1906. Isteropessi col metodo Ruggi, piccolo drenaggio 
endo-uterino, zaffl. 

II decorso post-operatorio è regolare. Solo nei primi giorni susseguenti air operazione. 



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— 124 — 

si ha un massîmo di teraperatura di 37,5 ma dopo questa diventa normale, e si mantiene 
fino al 7 Giugno successive, in cui V ammalata abbandona la Glinica completamente g^uat ita. 

25® G. Rosa, d'anni 66 di Bologna, contadina. Entra in Clinica il giorno 9 No- 
vembre 1906. 

JJnamnesi. — Ventinove anni or sono V inferma in seguito ad un parte laborioso, per 
compiere il quale fu necessaria T applicazione del forcipe, cominciô ad avvertire senso di 
peso in fonde al bacino. Passato qualche mese si accorse che dai ^enitali esterni fuoriusciva 
un corpo il quale le impediva di camminare a lun^o. Non ha avuto disturbi di sorta fino 
a 4 anni or sono epoca in cui il dette corpo, auraontato considerevolmente di volume, le 
impediva di accudire aile sue ordinarie occupazioni. Pochi giorni fa T inferma ebbe capogiro 
e cadde battendo col bacino su! suolo. Da quel giorno la tumefazione, che generalmente 
scompariva nella posizione supina, non è più rientrata in cavità, Per questa ragione si è 
recata nella Clinica. Mestruazioni sempre regolari, cessarono 5 aimi or sono. NuUa nella 
anamesi remota e nel gentilizio. 

J)iaffnosi. — Prolasso totale dell' utero. 

Jîtfo operafivo. — 15 Novembre 1906. Isteropessi col melodo Ruggi. 

Il 23 Novembre si procède alla prima medicatura. L' utero è gia in alto nella posi- 
zione normale. 

26* C. Cesira, d'anni 37 di Bologna, lavandaia. Entra in Clinica il giorno 25 Set- 
tembre 1907. 

JJnamnesi. — Da cinque mesi T inferma avverte senso di peso in fonde al bacino. 
Solo da un mese ha dovulo abbandonare il sue mestiere perché un corpo, fuoriuscito dai 
gemfali esterni le impedisce di stare in piedi a lungo. Ha partorito due volte; nel primo 
parte occorse un'applicazione del forcipe. Non ha sofTerto mai malattie. Mestruazioni sempre 
regolari. Nulla dai lato ereditario. 

€same obbiettivo. — Colonna anteriore délia vagina sporgente pel sue terzo inferiore 
dair ostio vaginale che è relativamente ampio. Invitando la paziente a premere il cistocele 
si accentua e con esse si scopre il muse di tinca il quale è ipertroflco e un po' estroflesso. 
Il corpo uterino pare di volume normale. Gli annessi non si palmano distintamente. Tutta 
la tumefazione si puô ridurre facilmente, ma se in questo mémento facciamo tossire la 
paziente e gradatamente portiamo aU'esterno il dite espluratore, essa segue il dito stesso 
fine airôstio vaginale. Nuiraltro degno di nota. 

J)iaffnosi. — Prolasso dell' utero di 2° grade. 

Jftto operafivo. -■ 8 Ottobre 1906. Isteropessi col metodo Ruggi. 

L'ammalata abbandona la Clinica il 3 Novembre completamente guarita. L' utero è 
fisse in alto e tante i colpi di tosse quanto Tatlo del ponzare non Tabbassa neanche di 
un centimètre. 



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— 125 — 

2T P. Teresa, d'anni 50 di Lodi, possidente. Entra in Clinica il giorno 15 Ottobre 1906. 

Jînamnesi. — Dodici anni or sono T inferma partori a termine un bambino molto 
sviluppato. Dopo un mese dal parte not6 che dai genitali esterni tendeva a fuoriuscire un 
corpo grosso quanto una noce, il quale si faceva più évidente durante le ore di lavoro e 
scompariva nella notte o nella posizione seduta. Si fece visitare da un medico il quale le 
disse trattarsi di prolasso deir utero e le consigliô l'operazione. L' inferma non voile saperne, 
ma oggi che la intumescenza si è fatta voluminosa e rimane perraanentemente fra le coscie 
impedendole di camminare e dandole un bisogno continue di urinare, si reca in questa Cli- 
nica per r opportuna cura. Ha partorito quattro volte ed abortito due. Mestruazioni regolari, 
Nulla di ereditario. 

€same obbieftivo. — Esaminando l' inferma nella posizione supina si vede subito im- 
mediatamente al di fuori dei genitali esterni una tumefazione piriforme délia grossezza 
di un cedro, la quale è data dair utero che présenta il muso di tinca ulcerato ed estroflesso. 
La superficie superiore del tumore è di colorito roseo e rugoso specie nella sua parte più 
alta, mentre T inferiore è di colorito più pallido ed è liscia. 11 meato urinario è subito al 
disopra délia base del dette tumore. Per qiiante manovre si faccia non è possibile far 
rientrare in cavità il dette tumore. È perfettamente indolente. Nulla a carico degli altri 
organi e tessuti. 

Diagnosi. — Prolasso totale deir utero. 

J^tto operativo. — 22 Ottobre 1906. Isteropessi col metodo Ruggi. 

Dopo 15 giorni T inferma guarisce. L' utero è fisse in alto, ne si sposta sotte i colpi 
di tosse nell'atto del ponzare. 

Esce dalla Clinica il giorno 25 Novembre. 




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MASTODONTI 



DEL 



MUSEQ GEOLOGICO DI BOLOGNA 



I. 



I^E13S4:OI?/I^ 



DEL 



Prof. Sen. GIOVANNI CAPELLINI 

(letta nella Sessione del !3 Gennaio 1907) 

L'abate A. Fortis, chë nella storia dei progressi délia geologia iBgura onorevol- 
ihente tra i geologi veneti, nel 1801 era bibliotecario dell' Istituto délie Scienze di Bologna 
e interessandosi in modo particolare dei fossili del già ricco museo di Storia naturale, 
esaminando la porzione di mandibola fossile scoperta nel 1718 a Monte Biancano fu il 
primo a sospettarne inesatta la determinazione che ne aveva fatta Giuseppe Monti(I). 

Fortis riteneva che non si trattasse di avanzo di Rosmarro, ma che quel fossile 
dovesse piuttosto riferirsi ad un pachiderma e nel 1803, avendo pensato di sottoporre il 
suo dubbio al giudizio di Giorgio Cuvier, inviava al sommo paleontologo le sue con- 
siderazioni corredate di buone figure. 

LMnvio del Fortis andb malauguratamente smarrito e il nostro bibliotecario-geologo 
poco dopo moriva. 

In quello stesso anno (1803) moriva pure Camille Galvani direttore del museo di 
geologia e mineralogia e subito gli succedeva Tabate Ranzani. Questi, interessandosi del 
dubbio soUevato dal Fortis, consultando le più recenti pubblicazioni di Cuvier, Pallos 
e Camper intorno ai rinoceronti, riferiva a questo pachiderma il fossile, di Monte Bian- 
cano e délie sue osservazioni faceva argomento di una Dissertazione per promuovere alla 
laurea alcuni studenti di Medicina e Chirurgia. 

Frattanto G. Cuvier senza aver notizia alcuna, ne del dubbio mosso dal Fortis, 
ne délie osservazioni deU'abate Ranzani, maie interpretando le figure pubblicate dal 
Monti col titolo : « Rosmari antediluviani capitis fragmen », nella sua dissertazione sui 



(1) Menti J. — De Monumento diluviano nuper in Agro Bononiensi detectQ, Bononiae 1709. 
Série VI. — Tomo IV. 18 



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— 128 — 

Mastodonti pubblicata nel Tom. S"" degli Ânnali del Museo di Storia naturale e nella prima 
edizione délia immortale sua opéra « Recherches sur les Ossements fossiles » riferiva al 
génère Mastodon il classico fossile bolognese. 

Nel 1810 Cuvier venuto in Italia per visitarne i principali musei, trovandosi in Bo- 
logna potè osservare accuratameate il fossile in quistione e apprezzare la giusta determi- 
nazione che ne aveva fatto V abate naturalista che esortô e incoraggi6 a recarsi a Parigi 
per sua maggiore istruzione. Ranzani fu a Parigi nel 1812 e 1813^ nel quai tempo non 
solamente acquistè nuove cognizioni ma, seconde il mandate del Sovrano che gli forniva 
i mezzi materiali, acquistè minerali, fossili e conchiglie per il museo affldato alla sua cura 
e che ne era allora assai povero. 

Cuvier nella seconda edizione delP opéra sopra citata corresse Terrore intomo alla 
mandibola già illustrata dal Monti e, a proposito délie cose vedute nel museo di Bologna, 
citb ancora qualche avanzo di mastodonte : « .... V Institut de Bologne ; celui de V uni- 
€ versitè de Pise ; celui du collège romain^ m' en ont offert des morceaux plus ou moins 
« considérables > (11. 

Quali avanzi di Mastodonte avesse trovato Cuvier nel museo di Bologna non è po&- 
sibile di precisare, perché con le più diligent! e accurate ricerche ho potuto constatare 
non esservi, ne frammenti originali, ne modelli acquisiti al nostro museo prima del 1815. 

In queiranno T abate Ranzani ebbe da Parigi una série di modelli di resti di verte- 
brati fossili, tra i quali ne flgurano alcuni di denti di Mastodonte che ricorderb in seguito. 

Dal catalogo del museo di Anatomia comparata (autografo del prof. Alessandrini) 
résulta che nel 1817 col n, 301 venivano registrati due modelli di denti di Mastodonte 
gigantesco, uno intero e Taltro porzione. Quel modelli, ora nella collezione del museo di 
Geologia, furono cavati da esemplari originali che già esistevano nel museo di storia natu- 
rale e che furono diligentemente conservati; ma régna tuttavia la più grande incertezza 
riguardo alla loro esatta provenienza. Non erano certamente nel museo quando fu visitato 
da Cuvier nel 1810, perché troppo allora se ne sarebbe interessato e li avrebbe anche 
flgurati. Ranzani non ne fece mai cenno in alcun suo lavoro, e la notizia si ha pei modelli 
registrati nel catalogo sopra ricordato (1817). 

Solamente nel 1824 Cuvier nelle Aggiunte e Correzioni alla sua Opéra immortale, in 
fine del Tomo quinto nel paragrafo < Sur le Mastodonte à dents étroites > scrive : < M. 
Ranzani m' en a adressé le moule d'une grande trouvée sur les pentes de V Apennin^ 
du côté de Bologne » (2). In seguito B lai n vil le riferi la citazione di Cuvier e giudi- 
cando quel modello degno di essere figurato lo rappresentb nella Tav. XV flg. 6, (3) senza 
aggiungere alcun schiarimento sulla sua provenienza. 



(2) Cuvier G. — Recherches sûr les Ossements fossiles. Nouvelle édition. Tome l*" p. 252. 
Paris 1821. 

(1) Cuvier — Recherches sur les Ossements fossiles, Nouv. Edit. Tom. V. IL Partie pag. 497. 
Paris 1824. 

(2) Blainville — Ostèographie ou description iconographique comparée du squelette et du 
système dentaire des cinq classes d* animaux vertébrés récents et fossiles. Vol. IL Fasc. XVL PL XV 
fig. 6^- Paris 1839 p. 364. 



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— 129 — 

Da una vecchia Nota col titolo : « Ossa fossili del Valdamo esibite in varie mite dal 
Prof. Targioni nel Î88S » si ricava che, in quel tempo, dal Ranzani furono acquistate 
anche tre porzioni di mandibole di Mastodonte, le quali ho ritrovate e facilmente ricono- 
sciute perché conservano ancora i vecchi numeri corrispondenti alla nota che ritengo 
Gopiata dal prof. Bianconi. 

Il 7 dicembre 1837 il professore Alessandrini comunicava all'Accaderaia délie Scienze 
di Bologna una lettera con la quale il prof. Giuseppe Giuli di Siena accompagnava il 
dono di insîgni frammenti ossei di Mastodonte (1). Quel resti furono trasmessi al pro- 
fessore Ranzani, ma non mi è riescito di constatare che tutti sieno stati conservât! nella 
circostanza del riordinamento del museo di Storia naturale 1844-1852. 

Di un mio primo dono di 120 esemplari di avanzi e modelli di vertebrati fossili nel 
1861, facevano parte una notevole porzione di dente molare del M. longirostris avuto da 
Kaup e interessanti modelli pure di denti di mastodonte di varie specie, avuti da Kaup, 
Lartet, Gastaldi e Lessona. 

In seguito la coUezione dei vertebrati fossili si arricchiva di important! resti di talas- 
soterii, ma in fatto di Mastodonti non mi riesciva di procurarmene alcun frammento, ne 
dalla Toscana, ne dal Piemonte, regioni ove allora se ne scavavano con qualche frequenza; 
nessun avanzo ne era ancora stato scoperto neir Emilia. 

I lavori per la ferrovia Parma Spezia condussero alla scoperta di resti di Mastodonte 
nei dintorni di Pontremoli e di essi e dello scopritore che li inviava in dono al nostro 
museo, facevo cenno in una Nota stampata nel BoUettino délia Società geologica ita- 
liana (2). In quelle stesso anno recatomi a visitare il giacimento di lignite di Spoleto vi 
scoprii avanzi di Mastodon arvernensis e potei arricchire la nostra coUezione con una 
zanna e due molari uno dei quali benissimo conservato. Ë poichè quasi contemporanea- 
mente il Dott. Conti aveva scoperto un bel dente pure di Mastodonte a Castrocaro e 
anche questo avevo potuto ottenere in dono per il museo, pensai di fare di tutti quel 
resti una brève illustrazione (3). 

Trascorsi appena due anni dalle fortunose vicende per le feste dell'Ottavo Centenario 
dello Studio bolognese, S. E. Boselli, Ministre délia Istruzione, con lettera 10 gennaio 
1890 mi affldava il graditissimo incarico di recarmi a Torino per esaminare la coUezione 
paleontologica del Cav. Filippo Cantamessa e di riferirgU intorno alla sua importanza 
scientifica e valore commerciale. 

A Torino al N. 38 in Via Cernaia trovai un grande appartamento pieno zeppo di bei 



(1) Alessandrini A. — Rendiconto délie Sessioni delV Accademia délie Scienze delV hiituto 
di Bologna, Sessione 7 dicembre 1837. Bologna 1838. 

(2) Capellini G. — Intorno ad ossa fossili dei dintorni di Pontremoli e di Ortona. BoU. Soc. 
Geol. Ital. Roma 1886. 

(3) Capellini G. — Sui resti di Mastodon arvernensis scoperti a Spoleto, Pontremoli e Ca^ 
strocaro. Mem. délia R. Accad. délie Se. di Bologna. Série IV. T. IX. Bologna 1888. 



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— 130 — 

resti di mammiferi fossili, per la maggior parte raccolti neirAstigiano, invertebrati del 
pliocène e del miocène, piante fossili, avanzi preistorici, minerali e rocce. Ingombri erano 
il pavimento, le tavole, le seggiole e importanti resti di Mastodonte occupavano perflno la 
caméra nuziale. L' appassionato e infaticabile raccoglitore nuUa aveva risparmiato i>er accu- 
mulare un prezioso materiale al cui studio sperava di potersi dedicare tranquillamente. Da 
parecchi anni il Cantamessa gareggiava con i musei del Valentino e del palazzo Cari- 
gnano dolente che non apprezzassero il suo entusiasmo per la paleontologia e più ancora che 
fossero state respinte sue generose offerte. Non v'era dubbio che somme egregie doveva 
avère speso per acquistare, scavare, trasportare tutto quel mateiiale; ma io non poievo 
tener conto di circostanze eccezionali e rivolsi la mia attenzione particolarmente ai resti 
di mammiferi. 

Verso la meta di aprile mandai a S. E. il Ministre la mia relazione, raccomandando 
perché gli avanzi di vertebrati potessero restare in Italia. Debitamente autorizzato a trat- 
tarne T acquisto pel museo di Bologna, col concorso di lire diecimila da parte del Mini- 
stère e lire due mila da prèle varsi in tre anni dalla dotazione del museo, i vertebrati 
fossili délia raccolta Cantamessa furono acquisiti al nostro Istituto geologico. 

E qui devo confessare che essendomi impegnato di mettere in buon ordine tutte quelle 
ossa in parte ancora avvolte dalla roccia, tutte pih o meno malconce, qua.^i m' increbbe 
di trovarmi obbligato di giustificare a suo tempo la importanza del nuovo acquisto. 

Dei resti di uno dei Mastodonti, quelle scavato a Cinaglio, il Cantamessa si era parti- 
colarmente occupato e già ne aveva scritto; notevole porzione di un cranio di adulto con 
bellissimi molari era tuttavia avvolta in sabbia ferruginosa poco cementata e con gran- 
dissima difflcoltà potè essere rimosso dalla tavela suUa quale posava. Dello scheletro di un 
terzo Mastodonte proveniente da Cà de Boschi capii che poco doveva mancare e ch^ 
mediante lungo e paziente lavoro ne avrei potuto cavare buon partito; il Cantamessa ne 
aveva apprezzato la importanza, ma, per buona fortuna, non aveva tentato di restaurarlo. 

Liberare tutti quei resti dalla roccia, consolidarli e restaurarli convenientemente fu 
lavoro lungo, indagînoso, faticosissimo cui, honoris catcsa^ dovetti sobbarcarmi coadiuvato 
pazientemente dal preparatore Agostini. 

Mentre mi occupavo del Mastodonte di Cà de' Boschi, D. Badini curato di Vizzano mi 
recava per studio un bel dente molare di Mastodonte che asseriva di aver raccolto nel 
maggio 1892 nel Rio Badalo sotto Cà délia CastelUna. 

Pensai allora di lasciare, per poco, in disparte i Mastodonti piemontesi per far prima 
conoscere quelli del Bolognese, e nella memoria che ebbi Tonore di preseiitare aU'Acca- 
demia nel gennaio 1893 trattai dei resti di Mastodonte provenienti dalle sabbie plioceniche 
di Gorgognano, Montelungo presse Cà Castellina e Monte San Pietro (1). 

Col ferme proposito di illustrare i Mastodonti acquistati a Torino quando fosse com- 
pita r armatura dello scheletro scavato a Cà de' Boschi, non prima di ora mi fu possibile 



(1) Capellini G. — Resti di Mastodonti nei depositi marini pliocenici délia provincia di 
Bologna. Mem. délia R. Accad. délie Se. di Bologna. Série V. T. III. p. 3G;i Bologna 1893. 



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— 131 — 

di mantenere quanto già allora promettevo ; in parte per aver dovuto pensare a lavori più 
urgenti e in parte per le difflcoltà che dovevo affrontare per avère una bella fotografla o 
un buon disegno dello scheletro raontato ed esposto alla ammirazione di tutti nella sala 
XI del nostro museo. 

Tracciata brevemente la storia délia provenienza dei resti di Mastodonte del museo di 
Bologna, dovendo ora enumerarli e farne conoscere le diverse specie aile quali si riferi- 
scono, seguir5 V ordine col quale sono distribuiti cronologicameiite nella collezione générale 
dei vertebrati fossili. 

La prima apparizione del Mastodonte si ha nel lerziario medio ; si è ancora incerti se 
si possa farla risalire al miocène inferiore, ma abbastanza copiosi sono i resti di quel pro- 
boscidiano raccolti nel miocène insieme a resti di Dinotherium. 

E poichè i denti molari di quei primi Mastodonti ricordano assai bene i denti del 
tapiro, ad una délie più antiche specie fu imposte il nomo di Mastodonte tapiroide. La 
specie Mastodon tapiroides era stata fondata da Cuvier nel 1821 con un frammento di 
dente raccolto da Defay a Montabusard presse Orléans rappresentato nella Tav III fig. 6 
deir Opéra già citata: Recherches stir les Ossements fossiles. Un esame accurato in seguito 
fece conoscere che i resti studiati da Cuvier appartenevano alla dentizione di latte del 
Mastodon angustidens, e valenti paleontologi ritennero conveniente di adottare il nome di 
Mastodon turicensis col quale Schinz nel 1833 illustrb esemplari provenienti dai dintorni 
di Zurigo (Turicum\ incontrastabil mente spettanti alla specie a denti tapiroidi (1). 

Mastodon tuHoenais^ Schinz. 

' Di questa specie si hanno nel museo di Bologna alcuni interessanti modelli e cioè: 
P II modello deir ultime molare inferiore destro, descritto da Lortet col nome di 
Af. tapiroides^ nella sua Nota : « Sur la dentition des proboscidiens fossiles » (2), avuto 
dal museo di Storia naturale di Lione (1876). L'esemplare originale fu raccolto nei din- 
torni di Simorre {Gers) in strati riferibili al miocène medio; il Gaudry negli Enchaîne- 
ments du monde animal ha riprodotto, col nome di M, turice^isis [tapiroides)^ la figura 
del Lortet (V, de^ vero) ed altrettanto ha fatto lo Zittel nel sue Trattato di Paleon- 
tologia a V. del vero. 

2** Modello di ultime molare inferiore sinistre, dalla collezione Noulet con T indica- 
zione W^ Garonne] avuto dal museo di Lione col nome di Sf. tapiroides. 

3*" Modello del T e 2*' molari sup. sin. flgurati da Lortet e Chantre nella loro 
bella Memoria : « Recherches sur les Mastodo7ite^ » % grand., (3) dall' originale prove- 
niente da Elgg presse Winterthur. 



(1) Schinz — Ueberreste organischer Wesen aus den Kolengruben des Cantons Zurich. Schwei- 
zep. Gesellschaft. Vol. I. II p. 1833. 

(2) Bulletin Soc. geol. de France. 2. Série T. XVI. p. 513. PL XV. fig. 3. Paris. 1859. 

(3) Archives du Muséum d'Histoire naturelle de Lyon. Tome IL pag. 708. PI. IX fig. 10. Lyon 1878. 

Série VI. Tomo IV. 19 



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-- 132 — 

4** Modello del 3° molare superiore sinistro con frararaento di zanna. V esemplare ori- 
ginale proviene esso pure dalle ligniti di Elgg e fu esso pure illustrato e flgurato da 
Lortet e Chantre nell' Opéra citata (V. PL IX flg. 7'/, del vero). Anche questi modelli 
furono inviati in dono dal Museo di Lione nel 1876. 

5** Modello délia corona di un ultlmo molare inferiore destro che ebbi dal prof. Kaup 
a Darinstadt nel 1859 con la indicazione che T originale probabilmente proveniva da 
Oeningen. Ricorda T esemplare flgurato da Blainville, (1) inviato a Bu ffon dalla Silxî- 
ria dal signor de Vergennes. Nel 1861 donai questo modello insieme a parecchi altri mo- 
delli e resti di vertebrati fossili. 

Mastodan angustidena, Cuv. 
(M. pyy'enaicuLs, Lart.) 

r Un modello del V premolare superiore sinistro si trova nella collezione del Museo 
fino dal 1815. Faceva parte di un invio di modelli dal Museo di Parigi ed è cavato dal- 
r esemplare flgurato da Cuvier nella PI. II. flg. 11 '/, grandezza Vol. I. Op. cit. Cuvier 
aveva avuto T esemplare in comunicazione da Antonio Lorenzo de Jussieu che lo 
aveva avuto da Bernardo de Jussieu cui lo aveva inviato il prof. Hugo corne pro- 
veniente dalla Sassonia. Il prof. Ranzani ne aveva avuto un modello da Parigi e ne aveva 
fatto cavare copia pel museo di anatomia comparata; questa si trovava registrata nel 
catalogo Alessandrini col N. 1120. 

2° Modello deir ultime molare inferiore destro proveniente da Simon^e^ descritto per 
la prima volta da Daubenton, Hist. nat. XII. N. 1109 e poscia da Cuvier Op. cit. 
2- édit. Tom. I. pag. 255 ed è rappresentato a meta délia sua grandezza nella Tav. 1. flg. 4. 
(Essendo stato disegnato direttaraente, nella tavola è rappresentato rovesciato, come tutte 
le figure deir Opéra alla quale ci riferiamo). Anche questo modello faceva parte deir invio 
ricevuto da Ranzani nel 1815 e dal preparatore Astorri ne fu fatta una copia pel Museo 
di Anatomia comparata nel 1828. 

S"" Il modello di un ultime molare inferiore destro faceva anche parte dell' invio sopra 
accennato, con la indicazione : Germe de dent Mastodonte à dents étroites de ChevUly. 

Questo modello ricorda assai bene T esemplare di Simorre che Cuvier ebbeda Dau- 
benton e rappresentè nella PI. I. flg. I, ma non corrisponde per le dimensioni e per la 
indicazione délia provenienza che si ricava dalla nota originale deir invio fatto nel 1815 
dal museo di storia naturale. Non mi è riescito di trovare se e dove T esemplare origi- 
nale sia stato illustrato. 

4"* Modello deir ultime molare inferiore destro, descritto e flgurato da Lartet col 



(1) Blainville — Ostcographie ou description iconographique comparée du squelette et du 
système dentaire des cinq classes d* animaux vertèbres récents et fossiles. Vol. III Fasc. XVÏ. PL XVII 
6*>- Paris 1839. 



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— 133 — 

nome di M. pyrenaicus, esemplare proveniente dai dintorni di Ile en-Dodon (H^ Garonne) (l). 
Dono Capellini 1861. 

5"* Modello del primo molare inferiore deslro da un esemplare proveniente da Simorre 
{Gers) e delerminalo da Lartet. 

La determinazione è scritta a lapis sul gesso da Lartet da cui nel 1859 a Parigi 
ebbi questo e gli altri modelli di M. angustidens (6-9) che registro donati nel 1861. 

6** Modello délia prima dentizione délia mascella superiore sinistra determinato da 
Lartet e proveniente da Simorre {Gers). Forse dall'es. flg. 1 PI. XIV. Mem. cit. 

T Modello délia dentizione di latte délia mandibola destra V. Lartet Mem. citata 
PI. XIV flg. L L'originale proveniente da Simorre. 

8"* Modello del seconde premolare superiore, modellato da Lartet da esemplare di 
Simonne {Gers). Dono Capellini. 

9"* Modello del secondo molare inferiore di latte avuto da Lartet e cavato da esem- 
plare proveniente esso pure da Simorre {Gers). Dono Capellini. 

10** Modello di frammento del 5"* molare superiore destro ; T originale proviene dalle 
ligniti di Pommieres presse Voreppe neW Isère, fu raccolto nel 1835 e modellato nel 
rauseo di Lione, da cui ebbi il modello citato nel 1876. 

IV Modello di frammento di dente molare, cavato da esemplare proveniente dal Roc 
de Coiiissy, AurUlac {Cantal). Avuto dal museo di Lione 1876. 

12* Modello del b"" molare superiore destro proveniente dalle ligniti di Kâpfnach presse 
Hoi^gen nel Cantone di Zurigo. Avuto in cambio dal museo di Lione. 

13"* Modello di notevole porzione délia mandibola sinistra di un giovane individuo, 
riferibile alla prima dentizione. L'originale trovasi nel museo di Gratz e fu raccolto a Vor- 
dersdo7*f ipvesso Eihiswald in Stiria. Avuto in cambio dal dette museo prof. Hoernes. 

H"" Quando nel maggio 1892 tornai a visitare il museo geologico di Palermo, il prof. 
Gemmellaro mi indic5 un piccolo dente di Mastodonte proveniente, secondo esso, dal plio- 
cène di Burgio in provincia di Girgenti. Quel fossile mi interessava in modo particolare e 
il Gemmellaro mi promette va di procurarmene un modello; ma poichè, trascorso un 
anno, nulla avevo avuto, ricordai in nota ad una mia memoria il dente del Mastodonte 
siciliano non sospettando affatto che non provenisse da strati pliocenici (2). Rivoltomi in 
seguito al gentile prof. G. Di Stefano per avère T esemplare in comunicazione imparavo 
che « la base escavata di quel dente conteneva calcare giallastro tenero con Orbitoidi di 
carattere miocenico ». Avuto T esemplare del quale esiste ora un perfetto modello nella 
coUezione del nostro museo mi sono facilmente convinto che realmente si tratta del 3"* mo- 
lare inferiore destro del Mastodon an<7î^^/d^w.5 il quale, sebbene citato anche dallo S trozzi 



(1) Lartet Ed. — Sur la dentition des proboscidiens fossiles et sur la distribution geoyra-- 
phique et stratigraphique de leurs débris en Europe, Bulletin de la Soc. géol. de France 2 Sér. T. XVI 
p. 513. PI. XV. flg. 4. Paris 1859. 

(2) Capellini — Resti di Mastodonte nei depositi marini pliocenici délia provincia di Bolo- 
gna. Mem. R. Ace. Se. Ist. Bologna. Série V. Tom. IIL Bologna 1893. 



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in Valdarno corne trovato nel pliocène inferiore, in générale fu riscontrato nel miocène e 
non solamente nel miocène superiore, ma più abitualmente nel miocène roedio a nel mio- 
cène inferiore. 

Mastodan UmgirostrU^ Kaup. 

r Nel 1859 essendo a Darmstadt ebbi dal prof. Kaup un belle esemplare delP ultime 
molare superiore sinistre dî questa specie da lui fondata. L' esemplare appena incompleto, 
con cartellino autografo di Kaup faceva parte del mio dono di resti vertebrati nel 1861; 
proviene da Eppelslieim. 

2" Intéressante modello del 6"* molare superiore destro descritto e figurato da Lortet 
e Chantre Opey^a citaia pag. 304 ; PL XIV. fig, 5). L'originale fu trovato nel taglio délia 
strada ferrata Croix-Rousse e precisamente nella strada del Bon Pasteur in Lione. Avuto 
dal rauseo di Lione nel 1876. 

3"* Modelli délie prime cinque vertèbre cervicali avute in cambio dal Museo di Gratz, 
con la indicazione di essore stati tratli da esemplari provenienti da Fehring in Stiria da 
un piano geologico corrispondenle aile ghiaie di Belvédère (ife/î?^(i^*e ^cAôYfer) dei geo- 
logi austriaci. 

Col Mastodonte longiroslre spettante al miocène superiore terminano le specie riferibili 
senza contraste al terziario medio, mentre vi ha tuttavia qualche dubbio per la specie 
seguente Mastodon Boi^soni (o M. virgatidens, Meyer) del quale si trovarono avanzi nel 
miocène superiore, ma i resti più abbondanti furono raccolti nel pliocène inferiore. 

Mastodan BarMni, Hays. 

L'Abate Stefano Borson, fondatore délia cattedra di mineralogia délia Università di 
Torino, nelPaprile 1822 presentava a quella Accademia délie Scienze una intéressante Me- 
moria (col modeste titolo di Nota) interne a denti del gran Mastodonte trovati in Pie- 
monte (1). In quella Mernoria l' Autore fa conoscere un dente molare di Mastodonte trovato 
presse Villanova d'Asti, già da esso comunicato in modello a Cuvier che aveva [len- 
sato di poterie riferire al Mastodon maœimus. 

Hays, nel 1831, (2) avendo avuto a sua disposizione un dente pure trovato a Villa- 
nova cre5 la specie M. Borsoni in onore di chi primo lo aveva riconosciuto diverse dalla 
specie che più comunemente si trova neirAstigiano e in tante altre parti d' Italia. 

Di questa specie il Museo di Bologna possiede solamente alcuni buoni modelli tratti 



(1) Borson — Note sur les dents du grand mastodonte trouv(}es en Piémont et sur des mâ- 
choires et dents fossiles prises dans la usine de houille de Cadihoyia proche Savona. Memorîe délia 
R. Accademia di Torino. Tomo XXVII. Torino 1823. 

(2) Hays F. — Description of the spécimens of inferior maxillary Bones of Mastodonts in 
the Cabinet of the American philosophical societt/, with Remarks of the Genus Tetracaulodon (God- 
man) ecc. {Read Mai 1831). Transactions of the American philos. Soc. T. IV. p. 317. New Séries 
Philadelphia 1834. 



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dâir eseniplare col quale fu trovata la nuova specie e da altri illostrati da Gastaldî, non- 
chè da Lortet e Chantre. 

r Deir esemplare tipico che il Borson nella citata menoioria descriveva e âgurava nella 
ïav. II in grandezza V3 del vero, il nauseo possiede un bellissimo modello che devo alla 
gentilezza del prof. C. F. Parona Direttore del rauseo geologico-paleontologico di Torino il 
quale si compiacque inviarmelo corne strenna del 1906. Quel dente è V ultime molare supe- 
riore destro e coine già dissi fu raccolto. a Villanova d'Asti. 

Fine dal 1858 il Gastaldi, dopo la sua pubblicazione « Oenni sui Vet^tebrati fos- 
sili del Piemonte » (1) mi donava, insieme ad altri modelli, anche una bella riproduzione 
di un dente molare trovato a S. Paolo neirAstigiano. 

2* Quel dente indicato semplicemente come dente molare délia seconda dontizione fu 
dall'autore rappresentato in grandezza naturale nella Tav. VII fig. 9 e 10. Negli sterri che 
si eseguivano nel 1851 per l'apertura délia strada ferrata da Torino a Genova, nel terri- 
torio di Dusino fu trovato lo scheletro quasi intero di Mastodon a7^vernensis illustrato da 
Eugénie Sismonda e sul confinante territorio di San Paolo il signer Ferrero Giuseppe tro- 
vava il bel dente di Mastodon Borsœii che offriva in dono al Gabinetto statistico-mine- 
ralogico deiristituto tecnico di Torino. 

Anche quel modello donai al museo di Bologna nel 1861. 

3** Modello del sesto dente molare inferiore sinistre ; da un esemplare raccolto a Bou- 
cliot presse Autrey nella H.te Saoïie nel 1834. Dal museo di Lione nel 1876. 

4"* Modello di germe del 5® dente molare inferiore sinistre ; dair originale trovato a 
Buisson-la Ville presse Autrey nello Kte Saône nel 1840. Dal museo di Lione. 

5" Modello del penultimo molare inferiore sinistro. L' originale trovato al Puy de Dôme. 

Anche questo modello si ebbe in cambio dal museo di Lione nel 1876. 

Seguendo V ordine cronologico, dovendo ora numerare i resti délia specie di Masto- 
donte decisamente pliocenico, ossia dovendo dire del Mastodon arvermnsis^ farb dapprima 
conoscere quali avanzi possediamo provenienti dair Emilia, in seguito enumererô i resti 
avuti dalla Toscana e flnalmente farb apprezzare quanto ho trovato nella collezione acqui- 
stata dalFavv. Cantamessa. 

Nel 1888, a proposito dei resti di Mastodonte scoperti a Spolelo, Pontremoli e Castro- 
caro, scrivevo : « In tutta quanta la regione deir Emilia, nelle Marche, neir Umbria, negli 
« Abruzzi, nella Capitanata, nelle Puglie, fino a pochi anni or sono si erano raccolti impor- 
€ tanti avanzi di Elefanti ; nessun reste di Mastodonte ! » 

Dai cenni storici che ho preniesso interne alla provenienza dei resti di Mastodonte 
del Museo di Bologna è facile di rilevare che Cuvier prima e Blainville in seguito 
ricordarono che il Museo di Parigi aveva avuto da Ranzani il modello di un bel dente 
molare di Mastodonte trovato neirApennino dal lato di Bologna. Inesatta pertanto si ha 
da ritenere in parte quella mia indicazione, sebbene dell' esemplare in quistione e di por- 
zione di altro dente molare entrambi stati modellati nel 1817, come ho sopra accennato, 



(1) Memorie délia R, Accademia délie Scienze di Torino. Série 2* Vol. XIX. Torino 1858. 



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^ 136 — 

non sia riescito a scoprirne V esalta provenienza, ne abbia trovato alcuna indicazîone del 
Ranzani o del successore Bianconi che potesse eliminare ogai dubbio in proposito. 

E per questa ragione e perché fu già il dente intero flgurato da Blainville (1), mi limi- 
ter5 ad aggiungere poche parole intorno a questi due esemplari ritenuti bolognesi che 
sono in ogni modo i più antichi délia nostra collezîone. 

Mastodan arvei'nenaiSy Croizet et Jobd. 

r Bellissirao esemplare deir ultime molare inferiore sinistro spettante a individuo 
assai vecchio. Le tre prime colline sono assai logore, ma abbastanza usate sono pure la 
quarta e la quinta e il robuste tallone posteriormente ad essa. La iunghezza massima di 
questo dente è di m. 0,208 ; la larghezza maggiore délia corona in corrispondenza délia 
terza collina dair avanti ail' indietro m. 0,076 ; la 2* coUina nel lato estemo ha una altezza 
appena di millimetri diciasette misurati dal collette del dente. Una robusta radice poste- 
riore è lunga tredici centimetri, le altre radici sono rotte. 

2"* Notevole porzione del sesto dente molare superiore sinistro poco consumato ; manca 
la parte anteriore, il lubercolo esterno délia lerza collina è rotto, e poichè ho trovato il 
modello che ne fu cavato nel 1817 devo dire che si trovava in questo stato quando fu 
acquisito al museo di Storia naturale. Per lo stato di fossilizzazione si pub ritenere che 
provenga dallo stesso ignoto giacimento del précédente molare intero, e quindi esso pure 
del Bolognese. 

3"* Porzione di un dente molare raccolto presso la Chiesa di S. Giovanni, comune di 
Monte S. Pietro. Questo dente che ebbi dal gabinetto di Mineralogia nel 181K) fu descritto 
e flgurato nella Memoria pubblicata tre anni dopo col titolo « Resti di Ma^todonti nei 
depositi marini pliocenici délia provincia di Bologna (2). Confrontato con esemplari pru- 
venienti dalla Toscana, dal Piemonte e dalP Emilia credetti di poterlo atlribuire ad una 
femmina non molto vecchia e lo riconobbi per ultimo molare superiore destro. 

4° Un bel dente molare superiore sinistro (r uHimo) proveniente da individuo adulto 
raccolto nel Rio Badolo sotto Cà délia Ca.^tellina fu parimente descritto e flgurato nella 
sopra citata Memoria. L' esemplare raccolto da D. Badini arciprete di Vizzano mi fu 
affldato per studio e per cavarne un modello che si conserva nella nostra collezione. Non 
mi riesci di persuadere il raccoglitore a donare al Museo V esemi>lare originale che certa- 
mente andrà perduto, come troppo sovente avviene per oggetti preziosi per la scienza con- 
servati per qualche temi)o in private raccolte. 

Nella Memoria nella quale trattavo dei denti di Monte S. Pietro e Rio Badolo ebbi 
pure a ricordare porzione di una tibia trovata a Gorgognano presso Riosto; essa mi fu 



(1) Blainville — Op. cit. PL XV. fig. &> Va del vero. 

(2) Memorie délia R. Accad. délie Scienze dell' Istituto di Bologna Série V. Tomo III p. 363. 
Bologna 1893. 



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comunicata per studio dal Dott. Rellini, ma non ne fu cavato alcun modello e Tesem- 
plare fu restituilo. 

Si potrebbe sospettare che forse dallo stesso giacimento in vicinanza di Rioslo sieno 
pervenuti i denti primi descritli e che continueremo a ritenere di incerta sede. 

5** Verso la fine del 1887 il Signor Aristide Conti donava al Museo di Bologna un bel- 
lissimo ultimo molare superiore destro di Mastodonte alvernense da esso raccolto nel bur- 
rone délia Peverara e Cerreto presso Castrocaro. 

L' esemplare flgurato a Vi délia grandezza nat'jrale fu illustrato in una Memoria nella 
quale rendevo conto di altri resti di Mastodonte scoperti a Spoleto e Pontremoli che pure 
si conservano nel museo di Bologna (1); a quel lavoro rinvio chi desiderasse maggiori 
notizie intorno air importante esemplare di Castrocaro e al giacimento degli altri resti che 
qui mi limitera a ricordare. 

6** Ultimo molare superiore sinistro raccolto nelle lignite di Spoleto lungo il Rio Tre 
pentino. Quando visitai quella miniera nel maggio 1880 erano ancora in posto le due zanne 
spettanti allo stesso individuo cui si riferiva il dente molare che gentilmente mi veniva 
donato dal prof. Moro; ma per incuria dei cavatori esse erano già tanto sciupate che di 
una soltanto potei trarre qualche profltto. Nella citata Memoria si hanno particolareggiate 
notizie suir intéressante giacimento che ha fornito parecchi altri resti del Mastodon arvcr- 
nensis e il dente molare qui notato vi è pure flgurato in grandezza Vg del vero (ïav. I 
fig 1,2). 

T Porzione notevole di altro dente molare superiore destro, ultimo anche questo forse 
spettante allo stesso individuo, non flgurato ne descritto ; manca la prima collina anteriore 
e meià della seconda. 

8* Di un molare superiore destro probabilmente il 5"* o penultimo vi ha pure una note- 
voie porzione che suppongo spettante sempre allo stesso individuo del quale ebbi il dente 
intero e la zanna provenienti dall' affloramento di lignite lungo il Rio TrepeAtino sotto 
Morgnano poco distante da Santa Croce presso Spoleto. 

Di. questo frammento ho conservato pure la impronta lasciala nella lignite nella quale 
era sepolto; evidentemente cra intero e fu sciupato dai cavatori. 

9** La zanna già più volte menzionata e ricordata pure nella citata Memoria, è la sini- 
stra; della destra, quando mi recai a visitare la miniera nel maggio 1880 restavano sol- 
tanto pochi frammenli e la impronta nella lignite stessa, onde mi fu agevole di renderrai 
conto della esatta posizione relativa di entrambi quel denti. L' esemplare cavato con molta 
difflcoltà e restaurato, non per5 in buon stato, si trova nel nostro museo; ha una lun- 
ghezza di circa tre metri (m. 2,95) e la sua circonferenza média si pub valutare in centi- 
metri quaranta, essendo la massima m. 0,41. Donato nel 1880. 

gbis Porzione della zanna destra dello stesso individuo. 

Lunghezza m. 0,35, circonferenza média di m. 0,30. 



(1) Sui resti di Mastodon arvernensis recentemente scoperti a Spoleto, Pontremoli e Castrocaro. 
Memorie della R. Àccad. délie Scienze dell' Ist. di Bologna. Série IV Tom. .IX. Bologna 1888. 



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10** Mastodon Borsoni Hays ? Riferisco dubitativamente a questa specie la meta di un 
grosso tubercolo di una collina di dente molare di mastodonte proveniente dalla miniera 
di Santa Croce ove furono raccolti tanti avanzi del M. arvemensis. Quel frammento di 
dente mi fu donato dal Cav. Ing. Capacci aecompagnato dalla seguente indicazione: 
« Dente trovato nelle argillc del Utto del Banco di lignite nella galleria di Santa Croce^ 
avanzamento sud sotto S. Floriano — Morgnano ottob^^e 1887. Spoleto Urabria >. Il prof. 
Pantanelli (1) riferi al M, Borsoni i resti da lui osservati nella collezione del Conte Toni 
ma non li figurb ne li descrisse ed è probabile che anche la maggior parte di quei resti 
fossero riferibili alla sp. pih comune in quel giacimento, ossia al M. arvemensis. 

La rugosità délia porzione di tubercolo aviiîo dall' Ing. Capacci e il suo svîluppo mi 
hanno perb fatto sospettare che questo possa riferi rsi al M. Borsoni. 

W Porzioni di zanna scoperta nella cava di argilla per mattoni nella località detta Caaa 
Calvi lungo il torrente Ardiola nelle vicinanze di Pontremoli. L'esemplare descritto nella 
Meinoria più volte citata fu donato daU'Ing. Silvio Venturini nel 1887; tenuto conto di 
alcune porzioni intermedie mancanti, la sua lunghezza potrebbe essere di m. 1,73 circa; 
alla base la circonferenza è m. 0,332. 

12* Condilo occipitale destro raccolto insieme alla zanna ora accennata; si pu5 dubilare 
che altri avanzi dello stesso animale sieno andati perduti per ignoranza dei cavatori. 

Nulla più si è avuto da quel giacimento per molti riguardi importante e meritevole 
di essere accuratamente esplorato. 

Dopo avère registrato i resti di Mastodonte che si trovano nel nostro museo raccolti 
in questi ultimi anni nelle provincie di Bologna, Forli, Perugia e Massa-Carrara, seguendo 
Pordine che mi sono proposto, enumererb gli avanzi di Mastodon arvefmetisis provenienti 
dalla Toscana. 

13"* Porzione di mandibola che nell'elenco délie ossa fossili acquistate dal prof. Tar- 
gioni nel 1822, come ho già sopra accennato, si trova cosi registrata dal prof. Bian- 
coni: N. 15 Pa7Ue di mandibida infeynore spaccala, nella quale si vede parte délia radûr 
di dente di Mastodonte; abbiamo ancora la indicazione del prezzo che fu appena di paoli 
due, ossia una lira e otto centesimi. 

14"* Col N. 62 cartellino rosso, corrispondente allo stesso numéro nella Nota Bian- 
coni è cosî descritta altra porzione di mandibola proveniente dalla Toscana e pagata al 
prof. Targioni paoli 10 corrispondenti a uno Scudo romano, ossia lire cinque e cente- 
simi quarantuno : € Parte ayiteriore destra délia mandibola inferiore di Mastodonte con 
mento e radici di dente molare >. 

Anche questo esemplare proviene dal Valdarno. 

IS*' Nella stessa Nota è pure registrata al N. 101 il seguente esemplare stato pagato 
paoli 10. € Parte anteriore sinistra délia mandibola inferiore di Mastodonte con la radiée 



(1) Pantanelli D. — Vertebrati fossili délie ligniti di Spoleto. Atti délia Società toscana di 
Scienze naturali. Vol. VIL Pisa 1884. 



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del dente mascéllare primo ». L' esemplare è intéressante perché conserva porzîone del 
mento colla sinfisi abbastanza distinta, benchè anteriormente sciupata. 

16** e 17® Ne ad esemplari di resti di Mastodonte donati dal prof. Giuli ne ad acqui- 
stati dal prof. ïargioni posso riferire due porzioni di mandibola sinistra; il primo (N. 16) 
è perô abbastanza intéressante perché, è porzione del ramo sinistre con parte délia sinflsi 
e le radici del primo molare; Taltro esemplare che segner6 col N. 17 è una porzione 
esterna di mandibola, pure del lato sinistre e vi ha soltanto una piccola porzione délia 
radice del primo molare. Gli esemplari non portano alcun numéro e li ho trovati sempli- 
cemente indicati come provenienti dal Valdarno. 

Quando nel 1837 il prof. Alessandrini presentava alFAccademia gli insigni fram- 
menti ossei donati dal Giuli, indicava: T Porzione notevole délia destra meta délia ma- 
scella supeiHore rotta in dm pezzL 2° Porzione di za^ma di mezzo piede di lunghezza. 
3*" La punta obliquamente logora di altra zanna. 4° I co7idili deir occipitale. 

Per i resti N. 1, 3, 4 io non ho trovato alcun esemplare da potervi riferire con cer- 
tezza assoluta e solamente per il N. 2 penso di potere indicare, non senza qualche dubbio 
ancora, il seguente: 

18** Un frammento di zanna lungo quattordici centimetri, che corrisponderebbero ap- 
prossimativamente al mezzo piede, con una circonferenza maggiore di m. 0,190 e la minore 
di m. 0,160. 

19° Porzione délia mascella destra con dente che non ha ancora funzionato (sembra 
essere 1' ultime) e porzione di radici di altro dente. 

Non azzarderei di affermare che questo esemplare possa riferirsi egli pure a une dei 
due pezzi di mascella donati dal Giuli; ho trovato l' esemplare con la semplice indica- 
zione di provenienza dal Valdarno. Cuvier nelle aggiunte del ïomo 3° deir Opéra più 
volte citata a pag. 379 annunzia che il Dott. Giuli nel 1815 trovè due mascelle di Masto- 
donte a Asinalunga e le donô airAccademia dei Fisiocritici di Siena ; probabilmente anche 
gli avanzi mandati a Bologna provenivano dalla Val di Chiana e non dal Valdarno. 

19"*" Tra i modelli avuti dal Museo di Lione nel 1876 une ve ne ha particolarmente 
intéressante perché traite da un esemplare che sarebbe slato raccolto a Merli ? tra V In- 
cisa e Figline nel 1828. Esso è indicato come Mastodon dissimilisj perché Lortet e 
Chantre adottarono il nome proposto da Jourdan nel 51840 e, se il N. del cartellino 
corrisponde a quelle dell' originale, esso si troverebbe nel Museo di Lione col N. 198. È 
una collina costituita da due coni o mammelloni cresciuti isolati e che è stata riferita alla 
mandibola sinistra. 

Che non si tratti di un frammento di dente, si rileva dal cercine che attornia la col- 
lina; meriterebbe di essere flgurato. 

Nello scorso anno 1905 il Dott. Antonio Barbiani arricchiva il Museo di Bologna 
col dono intéressante di tre bei denti di un Mastodonte adulte scoperto nella miniera di 
lignite di poggio Canapino presse Petroio, tra Sinalunga e Montepulciano nel Senese. Di- 
sgraziatamente, di quelle scheletro, per un complesso di circostanze, non si poterono sal- 
vare altro che frammenti appena riconoscibili, ma da non peter servire per ricostruire 
un esso. I tre denti donati dal Dott. Barbiani sono : 

Série VI. — Tomo IV. 20 



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20** L' ullimo rnolare superiore destro con corona perfeftamente conservata, mentre 
mancano le radici ; inoltre giova avvertire che anche questo dente benchè il più completo 
fu raccolto in pin pezzi e il primo cono o mammellone interno corne anche la coppia suc- 
cessiva sono un poco sciupati, ciononoslante dobbiarao dire che è un belle esemplare lungo 
m. 0,190 e con larghezza massiina ail' estremità anteriore di m. 0,085. 

2V Molare inferiore destro incompleto, non essendosi trovati i frainraenti délia seconda 
coppia di coni ed essendo alquanto sciupato anche il cono esterno délia terza coppia. Con 
opportuni confronti ho poluto collocare T ultiraa coppia anteriore di coni alla sua vera 
distanza dalle altre e la lunghezza del dente risulterebbe cosi di m. 0,204; la larghezza 
média délia coppia anteriore dei mammelloni m. 0,075. 

22"* Ultime molare inferiore sinistre del quale sono, pih o meno, logorati tutti i coni 
esterni ben conservati e in numéro di cinque; manca il talloncino posteriore benissimo 
conservato nel corrispondente del lalo destro pel quale mi fu possibile di ritrovare la lun- 
ghezza vera di questi denti. 

Da notizie che mi sono state fornite dal ricordato Dott. Barbiani riguardo al giaci- 
mento ho rilevato : Che il Dott. Barbiani, solamente un anno dopo che erano state tro- 
vate ossa nella lignite délia cava Canapino ne fu avvertito, e i)otè avère quanto ancora 
ne restava e fu con quei frammenti che si poterono ricostruire i descritti denti del Masto- 
donte, mentre non fu possibile di mettere insieme altri avanzi. Un dente di Sus trovato 
coi resti del Mastodonte andè perduto. 

Il Barbiani tentô di ritrovare quanto di quelle scheletro colossale doveva essere 
ancora in poste, e fece ricerche al fonde di una galleria lunga m. 25 ; ma le sue ricerche 
riescirono difflcili e terminarono per essere pericolose, sicchè dovetle rinunziarvi. Uno studio 
sulla cronologia del giacimento gli forni elementi per concludere che si trattasse di ligniti 
riferibili al piano Levantine. 

I resti del Mastodonte di Petroio resteranno tra le cose preziose del museo nostro, 
perché il loro giacimento è in rapporte con i depositi marini dai quali provvennero un 
tempo i resti di Mastodonte illustrati dal Baldassari e quelli raccolti e donati dal Giuli 
al museo di Sienaricordati anche da Cuvier. 

23"* Modello deir ultime molare superiore destro incompleto perché mancante delP ul- 
tima collina posteriore. L' originale si trova nel museo di Firenze e proviene dal Valdarno 
superiore. 

23^ Modello délia prima vertebra cervicale, senza esatta indicazione délia provenienza 
deir esemplare dal quale fu cavato. Questo modello fu inviato dal Museo di Firenze con 
la semplice avvertenza che V originale era state trovato in Toscana. 

23- Porzione superiore délia tibia destra, supposta proveniente dal Valdarno. Un car- 
tellino antico che vi è incoUato sopra e che sembra di carattere del Targioni dice: 

Questa porzione di tibia non è certamente di Ippopotayno, somiglia molto a quella del 
Rinoceronte ! 

Tra i resti di vertebrati fossili délia collezione dell'Avv. Cantamessa, oltre tutto cib 
che si riferisce ai Mastodonti di Cà de' Boschi e di Cinaglio dei quali dirô da ultime, tro- 



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— 141 — 

vavansi alcune porzioni di denti di provenienze diverse e il ramo sinistro incompleto di uua 
mandibola abbastanza intéressante. 

24** In questo esemplare manca conipletamente la branca ascendente, resta in posto 
ben conservato V ultimo dente molare del quale solamente i coni délie due colline ante- 
riori avevano cominciato a funzionare, epperô sono alquanto logorati; esso è lungo m. 0,214 
con una larghezza média di m. 0,058, il cono interne délia collina anteriore è un poco 
sciupato. Meno ben conservato è il penultimo molare che fa seguito; lungo m. 0,135 e largo 
approssimativaraente m. 0,058 pu6 dirsi che fosse il principale funzionante quando mori 
r animale essendo tutti i coni délie rispettive colline, proporzionatamente alla loro posizione, 
abbastanza logorati. I coni interni e T ultimo posteriore esterno sono un poco sciupali per 
colpa di chi scavè od ebbe F esemplare prima che fosse nella collezione dell'Avv. Can- 
tamessa. Anteriormente una fossetta obliqua ovale, con diamètre anteriore di m. 0,060 e un 
diamètre minore trasverso di m. 0,043 indica il posto che occupa va la radice deir ultimo 
avanzo del 3"* molare anteriore che doveva essere ancora in posto quando mori l'animale 
e forse andô perduto solamente per incuria del cavatore. 

Nulla si sa délia esatta provenienza di questa porzione di mandibola, ma da un biglietto 
che vi ho trovato unito, ho potuto rilevare : Che il 30 ottobre 1889 T esemplare era pos- 
seduto da certo Demilmio Pietro portinaio a Torino Corso Principe Oddone e che in dette 
giorno veniva offerte airAvvocato per la sua raccolta di fossili per studio. Il buon porti- 
naio che offriva il grosso osso C07itenente molti denti ancora in buon stato^ aggiungeva: 
un mio amico mi Disse che era Di un mastro Dwite (sic). Molto probabilmente T esem- 
plare proveniva da Cà de' Boschi e azzardo di cosi congetturare tenendo conto délia ma- 
niera di fossilizzazione e délia sabbia che ho trovato nella fossetta sopra indicata e tra le 
colline dei denti. 

25** Ultimo molare superiore destro ben conservato se si eccettuano il cono anteriore 
interne e il tallone dal lato esterno, entrambi un poco sciupati. Si rileva che questo dente 
apparteneva a un animale molto vecchio poichè i coni o mamelloni sono tutti quanti logo- 
rati flno alla meta délia loro altezza. Il diamètre antero-posteriore è di m. 0,186 e la lar- 
ghezza o diametro trasverso misurato in corrispondenza délia terza collina m. 0,075. 

Questo esemplare, come résulta da un cartellino scritto a lapis che vi ho trovato unito, 
fu raccolto nella Costa di Riccio alla Cascina del Cornaglione nella collina a destra délia 
strada da Villanova d'Asti a Montafià, nel gennaio 1886. 

26'' Molare inferiore sinistro di giovane individuo incompleto perche mancano i due 
primi coni o mammelloni esterni ; Y esemplare è poi molto sciupato anche per quanto 
riguarda le radici o per dir meglio la sua base che sarebbe stata intéressante. Ques'o 
eseraplarino consta di quattro colline coi soliti tubercoli o piccoli coni accessorii ; la sua 
lunghezza è di m. 0,094. Da note dell'Avv. Cantamessa che ho trovate unité a questo 
dente résulta che a lui era stato regalato dalla Signora Ved. Routin il 3 novembre 1886 
e pare che fosse stato trovato in Val Cacceria presse Montafià il 26 marzo di quell'anno. 

27** e 28** Dalle stesso giacimento dell' esemplare ora descritto, e trovati nello stesso 
giorno vi hanno due porzioni di denti molari superiori i quali molto probabilmente sono 



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— 142 — 

(la rîferirsi allô stesso individuo. Il primo di essi che si riferisce al N. 27 è la meta poste- 
riore di un molare superiore destro che per le dimensioni corrisponde assai bene al molare 
inferiore prima descritlo ; il secondo che ho notato col N. 28* è un frammento che consta 
deir ullima collina posteriore e del tubercolo esterno délia penullima e che sarcbbe cor- 
rispondente ail' altro dal lato opposlo, ossia sinistre. 

29*» Da Val Cacceria presse Montaflà, e sempre dair acquisto délia coUezione Can- 
tamessa, proviene un dente superiore sinistre, forse il penultimo, spettante a giovane 
individuo. I coni sono ancora integri se si eccettua V ultime anleriore interne appena 
usato e il terzo interne del quale manca una meta nel senso verticale evidentemente per 
incuria di chi raccolse Teseraplare. Da un cartellino trovato unito alPesemplare résulta 
che anche questo dente fu raccolto o fu donato al Cantamessa il 26 marzo 1886, corne 
gli esemi)lari già ricordati. 

Il N. 30"* si riferisce alla porzione del molare superiore destro corrispondente per posi- 
zione e grandezza a quello intero ora descritto lungo m. 0,118 e largo m. 0,065 raisu- 
randone la corona alla base dei tubercoli o coni che costituiscono la seconda collina, cioè 
verso la me là délia sua lunghezza. 

3r Sotto questo numéro sono registrati piccoli resti di zanna ben riconoscibili come 
spettanti a Mastodonte. Un cartellino indica che provengono dalla stessa località dei molari 
sopra descritti e certamente questi resti facevano parte di qualche bella porzione di zanna 
stata miseramente sciupata. Forse sarebbe stato possibile di ritrovare parte notevole dello 
scheletro, invece sono stati salvati appena pochi frammenti. 

22** Ultime molare inferiore destro incomplète nella estremilà anteriore e raancante 
dei tre primi coni interni. I due primi coni esterni sono appena logorati. L*esemplare fu 
raccolto alla Cascina S. Vile presso Buttigliera d'Asti il 21 febbraio 1886 e fa parte del- 
r acquisto fatto dal Cantamessa. 

33** Di un ultime molare superiore di adulte restano solamente le meta esterne délia 
seconda, terza e quarta collina, légère e sciupate, mentre è ben conservata V ultima col- 
lina posteriore e il robuste tallone. A questo esemplare sono evidentemente riferibili alcune 
porzioni di coni che provengono dalle stesso giacimento con la indicazione délia stessa 
data di ritrovamento o di acquisto [Cajiriglio 20 Febbraio 1886), 

34° Penultimo molare inferiore destro incomplète anteriormente e moite consumato. 
La sua fossilizzazione ricorda quella delP esemplare tipico del Mastodon Borsoni e le di- 
stingue dagli esemplari provenienti da altri giacimenti delPAstigiano. Un cartellino che 
trovasi con i frammenti coi quali fu ricomposto questo esemplare porta la data 21 feb- 
braio 1886. Come provenienza vi ha la seguente indicazione: Cascina S. Vito presso But- 
tigliera d'Asti. 

35"* Con questo numéro sono catalogati i coni délia seconda collina anteriore di un 
ultime dente molare sinistre inferiore, non usati. Di questo frammento di dente non è indi- 
cata la provenienza e neppure quando fu raccolto ; esse pure fa parte deir acquisto fatto 
da questo museo nel 1890. 

36" Modello del V e 2** molare inferiore sinistro avuto in dono dal prof. Barto- 



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— 143 — 

lomeo Gastaldi flno dal 1860 6 da me donato al rauseo di BologDa. L'originale deve 
trovarsi nel museo di Torino e riguardo alla provenienza dire che mi consta solaraente 
essore deirAstigiano. 

37* Porzione di una zanna stata restaurata dal Cantamessa, troncata in ambe le estre- 
mita, e délia quale non azzardo di precisare quale doveva essere la lunghezza dell'esem* 
plare complète. Queslo frammento è lungo m. 1,27 e la sua circonferenza maggiore verso 
la base è di m. 0,350. Non ho trovato alcuna indi<'.azione délia provenienza e dalle note del 
Cantamessa si rileva solamente che è deU'Astigiano. 

38'' Altra porzione di zanna meglio conservata e proveniente pure dall' Astigiano, lunga 
m. 1,120 con la maggiore circonferenza dal lato délia base di m. 0,245. Trovata in più 
pezzi, è ora consolidala e convenientemente rostaurata. 

38^** Altra porzione di zanna lunga appena m. 0,12 avuta con parecchi cartellini dai 
quali si rileva che TAvv. Cantamessa diibitava se fosse di Mastodonte e pare che prove- 
nisse da Roatto presse Villafranca d'Asti, poichè Cantamessa la aveva avuta fiuo dal 1885, 
da certo Casimiro Bestante di Roatto. Questi esemplari nulla oftrono di particolarmente 
intéressante, meritano perè di essere notati per la forma e le dimensioni. 

Per dire ora dei resti più importanti di Mastodonti provenienti dalla coUezione Can- 
tamessa acquistata nel 1890 dovrei descrivere e registrare le notevoli porzioni dello sche-r 
letro di Cinaglio, il cranio di adulte di Cà de Boschi e lo scheletro montato di Cà dei 
Boschi, meno incomplète di quelle già tante note di Dusino illustrato da E. Sismondae 
conservato, non montato, nel museo di Torino. 

Ma poichè con la illustrazione di questi esemplari, la cui restaurazione e montatura 
fu opéra paziente e faticosa, intendo di terminare la mia memoria, cosi lasciando per poco 
in disparte i mastodonti pliocenici del Piemonte registrerî) i modelli e gli esemplari origi- 
nali provenienti da altre regioni curopee e dall' America. 

39** Modello délia mandibola o mascella inferiore destra con l' ultime molare perfet- 
tamente conservato e molto consumato, ciô che prova che l'animale era già vecchio. Dal 
cartellino che vi sta unito si rileva che Y originale esposto col N. 176 proviene dalle sab- 
bie marine plioceniche di Montpellier la cui fauna ha cosi stretti rapporti con quella délie 
sabbie plioceniche del Bolognese e del Senese. Non occorre che io ripeta come questo 
e gli altri resti di Mastodon arve)yiensis del museo di Lione quindi i modelli che ne furono 
fatti sono ivi registrati col nome di Mastodon dissimilis; quantunque buone ragioni pote- 
vano forse militare per adottare questo nome piuttosto che quelle di M. arvemensis, 
bisogna tener conte che questo nome fu adottato [)ei Mastodonti a denti stretti flno dal 
1828, montre il Jourdan solamente nel 1840 proponeva quello di M. dissimilis. 

40'' Modello del 6"* ossia ultime molare superiore destro rappresentato a meta délia 
grandezza naturale nella ïav. III flg. 6 e 6* délia Memoria < Chantre e Lortet > Re- 
cherches sur les Mastodontes, Archives du Mmeum d' histoire naturelle de Lyon. Tom. 
deuxième. Lyon 1879. L' esemplare dal quale fu cavato il modello che si trova nel museo 
di Bologna fu raccolto a Trévoux nel dipartimento deU'Ain nel 1855. 

4r Modello deir ultime o Q" molare superiore sinistre, rappresentato, nella Memoria 



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citata, a meta délia grandezza naturale, nella Tav. VI flg. 3, 3^. L' originale fu raccolto a 
Bathemay cantone di Samt-Donat (Drôme) nel 1835. 

42** Modello del penultimo o 5* molare superiore sinistre incomplète. L' originale pro- 
veniente da Saint-Germain aurMont-d* Or {Rhéne) fu trovato nel 1853 ed è figuralo (a 
meta grandezza) nella Tav. VI (flg. 1, T) délia Memoria citata. 

Nel museo di Lione ë segnato col N. 21. 

43" Modello del 5* ossia penultimo molare superiore smistro flgurato in grandezza 
meta del vero nella Tav. VII (flg. 5. 5'). Dal cartellino col quale fu inviato nel 1878 si 
ricava che V esemplare originale ora nel museo di Lione fu trovato neir ottobre 1835 a 
Crépol {Drôme) ed è notato col N. 87. 

44" Modello del quinto molare inferiore destro. L' originale proveniente da Trévoux 
{Ain) nel 1834, si trova nel museo di Lione col N. 28 e sempre corne M. dissimilis. Nella 
Memoria Chantre e Lortet si trova rappresentato a meta délia grandezza nalurale nella 
Tav. III flg. 5, 5". 

45'' Modello délia meta di un ultime molare inferiore destro raccolto a Montmerle 
(Ain) nel 1850 ed ora nel museo di Lione col N. 30. 

L' esemplare è rappresentato a meta délia grandezza naturale, visto di faccia e di 
profilû, nella Tav. V flg. 2, 2* Memoria citata. Dal museo di Lione nel 1878. 

46** Modello di posizione del quinto molare inferiore sinistre trovato nelle sabbie fer- 
ruginose di Drambon presse Pontaillier presse Dijon {Cote d' Or) e notato nel Museo di 
Lione coi N. 205. 

Nella Tav. IV flg. 4, 4* délia Mem. Chantre e Lortet è rappresentato a meta délia 
grandezza naturale. 

Mastodan Andiwn^ Cuv. 

r Modello di un ultime molare inferiore sinistre, incomplète anteriormente. L'origi- 
nale si conservava nel museo di Genova con la indicazione Kepubblica Ârgentina e ne ebbi 
il modello dal prof. Lessona nel 1860 ; quel modello fu poscia da me donato al museo di 
Bologna. Il N. 59 che si trova nelF esemplare (modello) si riferisce al catalogo dei resli 
di vertebrati donati nel 1861. 

2*" Porzione di palato coi due ultimi molari appena guasti anteriormente e moite con- 
sumati ; evidentemente Y animale era vecchissimo. 

Questo esemplare faceva parte di una quantità di ossa fossili provenienli dalla Repub- 
blica Argentina acquistate col mio denaro e poscia donate al museo, ad eccezione dei resli 
coi quali potei ricomporre le scheletro del Scelidotherium Capellinii Gervais e Ameghino. 

I denti di questo Mastodonte hanno un diamètre antero-posteriore di m. 0,200 e la 
larghezza maggiore alla base délia seconda collina anteriore è di m. 0,092. 

Mastodan Humboldtiy Blainv. 

r Modello del 6"* o ultime molare inferiore destro proveniente dal Campa dei giganti 
a Santa Fè di Bogota neU'America méridionale. L'originale si trova nel Museo di Lione 
e porta il N. 91. 



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>^ 145 _ 

2*» Modello di una parte deiromero destro; T originale si trova nel Museo di Lione 
ed è notato col N. 93. Dal cartellino che vi è unito si ricava che proviene dal ver- 
sante orientale délie Ande nell' Alto Perù, tra Potosi e la Plata, e che fu trovato nel 1856. 

Mastodon ohioUcus^ Blainv. 

r Modello deir ultimo dente molare superiore destro. Dalle rive deir Ohio nelPAme- 
rica settentrionale. Questo modello faceva parte délia série di modelli avuti dal prof. Ran- 
zani dal Museo di Storia naturale di Parigi nel 1815. L'animale doveva essere vera- 
mente gigantesco. 

2** Modello di parte délia mascella superiore destra col 5« e sesto molare di un indi- 
viduo ancora giovane Avuto dal museo di Lione con la sola indicazione di provenienza 
dairAmerica settentrionale. 



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UN ERBARIO BOLOGNESE DEL SECOLO XVII 



MEMORIA 



DI 



(letta nella Seduta del 14 Aprile 1907). 



Il noto bibliofilo e bibliopola bolognese Ernesto Martelli neU'acquisto che egli fece due 
anni or sono a Faenza di una partita di libri anlichi, rinveniva T Erbario che forma argo- 
mento di questa comunicazione.. Disgraziatamente esso mi è pervenuto senza indicazione 
alcuna, ne di autore, ne di data di tempo e di luogo, la quai cosa, oltre a diminuire assai 
la sua importanza, mi costrinse, per le indagini, a servirmi unicamente del confronte del 
carattere (1) usato nel cimelio per la deterrainazione délie piante con le scritture che ho 
poiuto consultaro dei botanici del secolo XVII, e in primo luogo di quasi tutti quelli che 
passarono con qualche fama pel nostro Studio : nonostante pero le ricerche più accurate 
fatte col Dott. E. Orioli nel nostro R. Archivio di Stato e neirArchivio Arcivescovile, col 
Dott. L. Frati nella R. Biblioteca Universitaria, col Prof. A. Sorbelli in quella Comu- 
nale, non che coi chiarissimi Professori P. A. Saccardo e A. iiorzi, non sono riuscito 
a scoprire il formatore o i formatori di questo Erbario. 

Si tratta di un tomo (31 X 21 V, X 4 cm.) rilegato con cartoni comuni, contenente 88 
carte non numerate con 273 piante agglutinate. 

La carta adoperata è quella comune a mano (cm. 29 V, X 20 Vi), marcata talvolta 
con una flligrana che rappresenta una testa di donna. 

La raccolta è intéressante e risponde al concetto, già molto diffuse fra gli studiosi dei 
Semplici a partire dalla seconda meta del secolo XVII, di poter disporre di collezioni di piante 
più complète che fosse possibile. Quelle collezioni erano largamente in uso anche presse 
i farmacisti, i quali, seguendo atientamente i più rinomati botanici del tempo, le compila- 
vano seconde Tordine délie opère più acclamate. La raccolta che il Martelli ha ridonato 



(1) Col carattere più diffuse, che è certamente quelle del formatore delC Erbario, esistono nel testo 
altri caratteri di altro tempo, ma di nessuna importanza per noi. 

Série VI. — Tomo IV. 21* 



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— 148 — 

alla luco appare a prima visla fatla con buoni crileri di scelta. coine le coUezioni più 
classicbe, sebbene ad un esame ineno superficiale se ne riveli ben presto il modesto valoœ 
intrinseco in confronte di altre collezioni consimili dei secoli XVI e XVII. 

Le piante sono rappresentate da esemplari piccoli e non di rado da semplici fram- 
menti, corne foglie, o flori, o frutti. Appartengono in générale alla flora bolognese. Con le 
specie dei coUi e con talune dell'alto Apennino, se ne trovano parecchie di giardino e altre 
offlcinali esotiche. Qualche specie è di provenienza délie Alpi e niolto verosirailraente venne 
raccolta dallo stesso formatore deir Erbario sul monte Baldo. cho, durante il secolo XVII, 
era la meta agognata di molti botanici noslri e stranieri, tanto che ognuuo ambiva di 
farvi un'escursione per raccogliere con le proprie mani quelle S|)ocie che i grandi prede- 
cessoii avevano raccolto e poi descritto nelle loro opère. Le piante alpine non erano ritenute 
offlcinali, ma non venivano trascurate in omaggio alla scienza che andava sempie piii 
allargaiido i suoi orizzonti, e talora anche si coltivavano nei giardini botanici. Oltre a quesie 
piante non mancano neir Erbario alcuna specie dell'Italia média e méridionale. L'Autore di- 
mostra con cio di conoscere abbastanza largamente le piante più note nel suo lerapo. Le deter- 
minazioni, quasi lutte di una stessa mano, sono spesso accompa(.mate dai sinonimi più usati. 
Tuttavia, nella grafia, il compilatore dimentica consonanti, dittonghi e vocali; conosce e scrive 
maie il latino. Non è tanto confusionario, quanto affrettato ; cosl affrettalo che qualche volta, 
nello scrivere, dimentica nella penna sillabe intere. Ma il suo più grave errore, che è anche 
il meno scusabile, è V imperizia nello scrivere il nome di Gaspard Bauhin che egli scrive 
spesso Casprus Bauchinus, sebbene dimostri sempre per questo dotto botanico uim 
spéciale predilezione. Forse il nostro anonimo è di tempo non molto posteriore al Bauhino, 
quando maggiormente veniva approzzata Topera dei grande svizzero (1). 

Questi ultimi difetti sono senza dubbio assai gravi per il nostro botanico. Certo è che eirli 
dovette essere di poca coltura moite essendo le scorrettezze ortograflche e gli errori di no- 
menclatura di parecchie piante che si incontrano nelF Erbario. Il Casprus Bauchinus 
che si legge invece dei Caspar Bauhin us acconnerebbe alla probabilità che si tratti di 
un conjpilatore il quale riprodusse un erbario classico, coi)iandone maie la nomenclatura e 
facendo confusione di specie con specie (cfr. c. 44, 50, 52 ecc). A questa supposizione 
sono condotto da una curiosa scritta a carta 65, che dice, sotto il Gossypium herbaceunw 
€ Gossipium duplex novimus alterum vulgatum, alterum arboreum, quod in horto Doctoris 
Zwingeri vidimus, cujus iconem Historia nostra exhibobit etc. ». Ora lo Zwinger, al quale 
si accenna, era il Dott. Giacomo Zwinger, medico e botanico di Basilea (1569-1610), 
che teneva un orto botanico, ed era amico dei due fratelli Bauhin, cui somministrè 
moite piante. Dalla predetta citazione parrel)be che chi la scrisse avesse veduto il Gossijpium 
arbo7^eum nelPorto di Zwinger dandone poi la figura nella < Historia ». 

E cosi è davvero. Nella Historia phvitanim universcUis di Giovanni Bauhin e soci 



(1) Cfr. J. Camus e 0. Pcnzig: Illustrazione dei ducale Erbario estense conservato nel R. Ar- 
chlvio di Stato di Modena, in Attl délia Società dei iiaturalisti di Modena, IV, 1885. — Dr. Saint- 
Lager: Histoire des Herbiers. Paris, 1885. 



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— 149 — 

(vol. L p. I, pag. 346) si irova la figura di quesla specie \Xylon arboreum) e V indicazione 
che la planta fu comunicata dallo Zwinger. Coincidenza perfetta ! Ma chi potrà mai pen- 
sare che uno dei più dotti botanici, corne G. Bauhin, commettesse tanti errori di no- 
menclatura e persino scrivesso maie il suo cognome (Bauchinus) ? 

In questo mio Erbario è curiosa un'altra cosa. A c. 78, in fine délia scheda délia 
Capsella Bursa pastoris^ e delto « ut in Phylopinace monuimus ». Ora è ben noto che il 
Phytopinax è opéra di Gaspare e non di Giovanni Bauhino, ciô che permette di 
considerare maggiormenle il nostro Autore un copista poco accuralo. 

Il nostro Autore pu6 avère copiato le schede, raostrando anche tutta T imperizia sopra 
accennata. Ma evidentemente egli formb una collezione intéressante, ricca di plante di ogni 
zona, distribuite con qualche metodo. Vi sono carte che contengono due o tre specie dello 
stesso génère (Geraninm^ Gentiana etc.) e una scheda porta una stazioiie fltogeografica 
(c. 53, ThalicU^m). Non conoscere il latino e per conseguenza scrivere con errori i nomi 
botanici non era certaniente cosa comune fra gli studiosi del secolo XVII; ma, senza essore 
un dotto, il nostro botanico si rivela tuttavia un buon amatore di plante. Egli, fu quasi 
con certezza, bolognese, non solo perche nel suo erbario si riscontrano piante appartenenti 
per la maggior parte alla flora nostra (talune di queste piante esistono tuttora alla Croara 
presso Bologna, come Delphinium velutinum^ Lunaria rediviva etc.), ma anche perche 
qua e là, nello scrivere, è portato alla grafla, dirô cosi bolognese ; come a c. 5, Pim- 
pinella {Poterium)^ c. 57 « Bella Dona » e cosi via. 

Il nostro botanico prediligeva il Mattioli eil Gaspare Bauhino ele determi- 
nazioni attinte colla scorta délie opère di questl due autori sono quasi sempre esatte. 
Anche la sinonimia è raolto esatta. La sua scrittura è dritta e ferma, chiara e précisa. 
Se egli copiasse o imitasse, lo qui non potrei dire, perche nuUa si conosce di lui, ma sono 
convinto che egli avesse buona famigliarità con le opère dei grandi botanici del XVI secolo 
e del suo tempo e che conoscesse anche con buon occhio un numéro assai notevole di 
piante italiane ed esotiche. Cosi si pu6 congetturare che, dopo i grandi botanici, egli avesse 
famigliarità anche con i più modesti, fra i quali cita Andréa Lac una o Laguna, 
Castore Durante, Cratevas, Gio. Molineo ed altri come quelli allora conosciuti 
col nome collettivo Monspelii o Monspelienslum (cioè i botanici di Montpellier) ed 
altri. Il suo viaggio al monte Baido (dove Bauhin aveva erboiizzato nel 1578-79) di- 
mostra in lui il desiderlo di aver piante nuove e rare. 

Questo Erbario passo più tardi in altre mani, come si vede chiaramente dai caratteri 
a carte 8, 12 etc., che rivelano qualche empirico del basso settecento o del principio del 
secolo scorso, nel quai tempo, forse, vennero asportate alT Erbario stesso diverse carte, 
(quelle che dovevono essere la nona, la décima, V undecima, la quindiceslma e moite altre), 
innanzl, come è presentemente, di essere rilegato col cartone moderno attuale che sul doi-so 
porta scritto « Botanica > sopra una targhetta verde di pelle con caratteri maiuscoli in oro. La 
dicitura « Fiori di qualunque cose » nel rétro delT ultima carta dénota pure un altro pas- 
sagglo in mani sempre più inesperte. Concludendo, si traita di un cimelio di modeste autore, 
che meritava tuttavia, a parer mio. di essere ricordato per la storia délia botanica bolognese. 



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— 150 — 



Catalogo délie plante contenute neirErbario 



0) 



1.(1)? Heracleum sp. Pseudocostus Matthioh. Fo- 
glia basilare in cattivo stato di conservazione. 

2. (2) Draoocephalum Moldavicum L. Meiissa Mol- 

davica Matthioli, Ramo fiorifero c. s. 

(3) Ajuga ChamaepytiS L. ChamaepUis Prior 
Matthioli, Rametto ben conservato. 

(4) Cucubalus bacciferUS L- Ahine repens Major 
Clusii. Rametto fiorifero maie conservato. 

3. (5) ? Viburnum TinUS L. Carum minus ? Im- 

pronta fogliare. 

(6) LinOSyriS VUlgariS DC. Ost/ris austrîaca 
Clusii. Chisocome. Ramo fiorifero ben conser- 
vato. 

(7) Asclepias Cornuti L. Apocinum Syriacum 
forte, Impronta fogliare. 

4. (8) Ruta graveolens L. Ruta sativa ClusH. Ra- 

mo fogliare discretamente conservato. 

5. (9) Poterium Sanguisorba L. Pimpineila vui- 

garis. Foglia appena riconoscibile. 
Nel Bologneso il volgo conosce questa specie col 
nome di Pimpineila (cfr. anche Bert. FI. it. 
XI, 190), il quale fu adottato da quasi tutti 
i botanici antoriori a Linnco. 

(10) AmarantUS trioolor L. Amarantus tricolor. 
Simphonia Plinii Dalechampii. Ramo bene 
conservato. 

(11) Carduus nutans L. Dripis. Foglia ben con- 
servata. 

6. (12) Agrimonia Eupatoria L. Agrimonium. Fo- 

glia basilare alquanto danneggiata. 

(13) Tanacetum VUlgare L. Tanacctum vulgare, 
Atanasia, Foglia ben conservata. 

(14) T. vulgare L. var. crispum L. Tanacetum 
anglicum foglio crispo. Foglia ben conservata. 



7. (15) Thuja OrientaiiS L. Thujae Genvs tertium. 

Arbor nittens Gallis, Ramo ben conservato. 

8. (16) Abutilon Avicennae L. AhutHon Amcennap, 

Althea Altéra Matthioli. Foglia ben conser- 
vata. 
Una determinazione posteriore di altro Autore è 
illeggibile. 

Mancano tre carte. 

9. (17) Euphorbia Characias L. Thttimaïus Cha- 

ratas, Rametto terminale in médiocre stato 
di conservazione. 

(18) Genitta tinOtoriaL Genistra Tintorea, Tin- 
ctorius flos sive Genistra humilis, Rametto 
fiorifero ben conservato. 

(19) OnobrychiS sativa L Onohrichls ClusH, Ra- 
metto danneggiato 

10. (20) Campamila rotundifolia L. Campanuia mi- 

nor^ alpina rotundioribus imis foliis Clitsii 
de Moniis Baldi, Esemplare bene conservato. 

(21) Peucedanum offioinale L. Peucedanum of- 

ficinae Plerenquc hun^ et vulgo feniculwn 
Porcinum appdlant. Foglia tarlata. 

(22) Gentiana acauliS L. Gendana V Gencia- 
nella maior verna Clusii. Esemplare ben con- 
servato. 

11. (23) Gnaphalium luteo-album L. Amarantus lu- 

tus. Sommità fiorifei*a ben conservata. 

(24) Filago arvensiS L. Gnefaphalium Plinii. 
Rametto ben conservato. 

(25) Sorophularia oanina L. Ruta canina, Ra- 
metto fiorifero tarlato. 

(20) Euphorbia sp. Titimalus Alipias. Esilissimo 
frammento di ramo stérile, indeterminabile, 
mal conservato 



(1) Si riportano i nomi con g-li errorî che hanno neirorij^inale. 



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(27) Deiphinium AjaciS L. fl. pL Delphinium 
elatius simplici flore. Consolida regalis. Som- 
mità ûorifera alquanto tarlata. 

12. (28) Orchis MorîO L. Testîculus morionis mas 

Esemplare le^ermente tarlato. 
Questa pianta venne nominata più tardi (forse al 
pp. dsl secolo XIX) Concoi'dia. Questo nome, 
per il volg:o bolognese, indica qualunque Or* 
chidea a tuberi palmati e spécial mente la 
Gymnadenia conopsea. 

(29) Heliotroptum europaeum L. ffeiitropium 
maius. Rametto ben conservato. 

(30) Orohis UStulata L. TesUculm morionis fe- 
mina, Esemplare ben conservato. 

Con la stessa mano précédente questa pianta venne 
denomiuata Sconcordia con la quale il volgo 
bolognese indica le Orchidée a tuberi rotondi. 

13. (31) Yucca sp. Jucca sive Hiucca Americae in 

Historia Plantarum. Foglia ben conservata. 

(32) Ammi majUS L. Ammi. Rametto discreta- 
mente conservato. 

(33) CooCUiuS laurifolius D. C. Malfibatrum fo- 
glium indium officinarum, Impronta fogliare. 

Determinazione molto approssimativa. Questa spe- 
cie, di solito, ha foglie assai più anguste alla 
base di quanto appaia nella nostra impronta: 
potrebbe trattarsi di una vera Laurinea. 

14. (34) Prenanthes purpurea L. CicerhUa affinis, 

Sommità fiorifera alquanto tarlata. 

(35) Helichrysum Stoechas Gaertn. Canfrata 
Ispanica. Rametto foglifero stérile ben con- 
servato. 

(36) Rhus Coriaria L. Sumach et Rhus Mat- 
thioli, Rametto fiorifero ben conservato. 

(37) Fumaria OfficinaliS L. Fumaria in offici' 
nis, fumusterrae Apellatur vero, Esemplare 
ben conservato. 

(38) Cardiospermum Halicacabum L. Soianum 

vescicarium, Vesicaria sive halicacabum Re- 
pens Maitioli, Foglia mediocremente conser- 
vata. 

Manca una carta. 

15. (39) Centaurea Scabiosa L. Senza determina- 

zione. Due capolini mal conservât). 



(40; ? Zanthoxylum sp. R?iaus sive Sumac Mail- 
Foglia mal conservata. 

Il portamento e la determinazione fanno credere 
al Rhus Coriaria, ma le foglioline pellucido- 
punctate portano anche a corisiderare questa 
foglia di una Rutacea e probabilmente di un 
Zarlthoxylum, 

(41) Dianthus prolifer L. Caryophylleus silve- 
stris Clusii. Tre sommità fiorifere. 

16 (42) Rhododendron ferrugineum L. Nerion Al- 
pinum îedum Balsamum. Rametto poco ca- 
ratteristico ben conservato. 

(43) Daphne Mezereum L. Daphenoides Matth., 
Camelea sive Melarada Tragi, Cornelea ger- 
manica Dodonei. Mezereum Germanicum lo- 
belli. Laurus Picsilla. Rametto in discreto 
stato di conservazione. 

(44) Centaurea Scabiosa L. (cfr. c. 15, n. 39). 
Jacea folio Centauri, Frammento di foglia. 

(45) Trifolium rubens L. Lagopus Maior, In- 
fiorescenza con foglie, tarlata. 

17. (46) Chrysanthemum Parthenium Pars. Matri- 

caria. Rametto fiorifero ben conservato. 

(47) Phyllirea variabilis Timb. a latifolia L. 

Phylliria. Piccolo rametto fiorifero. 

(48) Polypodium VUlgare L. PoUpodium, im- 
pronta di fronda. 

(49) Géranium sanguineum L. Géranium Ba- 

trachiodes, Rametto tarlato. 

(50) ? CytisUS sp. Pseudocytisus Prior Impronta 
di un rametto foglifero. 

18. (51) EpipactiS sp. Elleborine Receniiorum Clu- 

sii, Esemplare foglifero ben conservato. 

(52) RhagadioluS StellatUS Willd. Cicoreum ste- 
laium. Rametto fruttifero. 

(53) Anémone alpina L. var. p DC. Ranunculus 
Montanus Clusii. Cima fruttifera tarlata. 

(54) Osmunda regalis L. Felice floride filicis 
Maioris Tragi, Due frammenti di fronda. 

19. (55) ? CeltiS sp. Citonium, Due foglie, V una a 

sinistra, l'altra a destra (Citonium ibidem, 
danneggiata). 

(56) Hieracium sp. PHosera FabU Columnae, 
Una foglia basilare tarlata. 



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— 152 — 



(57) Potentilla ap. PotentUa. Una foglia alquanto 

tarlata. 

(58) Centaurea sp. Cîantis Maœimus, Un' im- 
pronta di fogliu. 

20. (59) Coronilla vaginalis L. Omitopodium Dod. 

Un esemplare poco tarlato. 26. 

(60) Mentha Silvestris L. Menthastrum PHnio 
auctore apellatur, Miniasiri. Hamo fiorifero 
ben conservato. 

(61) Veronioa didyma Ten. AUine spuria altéra. 27. 
Rametto mal conservato. 

21. (62) Thaliotnim angustifalium Jacq. Valeriana. 

Foglia alquanto danneggiata. 

(63) PalleniS Spinosa Cass. Aster Atticus Dod. 
Rametto alquanto atipico. 

(64) Veratnim album L. Fios Eieborî awl in- gg 

fiorescenza danneggiata. 

22. (65) Géranium sanguineum L. (cfr. c. 17, n. 49). 

Géranium tuberosum Mains Casprus Bau- 
hinus. Géranium subrotunda. Radice DiosccH 
ridis. Géranium Bulbotum. Lob Géranium 
tuberosum Dod. Rametto ben conservato. 

(66) Santolina Chamaeoyparitsus L. Secca Ara- 

bum sive Semé Santo vulgo sementina, Ra- 20. 
mette stérile. 

23. (67) Astrantia major L. Sanicula femina mon- 

tana Clusii, Una foglia compléta. 

(68) Melampyrum arvense L. Ririetaria syu 

vestris quorundam, Rametto fiorifero. 

(69) Teuorium Soordium L. Sœrdion. Fram- 
mento di ramo. 

(70) CystopteriS fragiiiS Bernh. Driupteris alba. 30. 
Frammento di fronda. 

24. (71) Teucrium montanum L. PoUum Pannonî- 

cum Vil cum semine, Esemplare buono. 

(72) Orobanche Cruenta Bert. Orobanche. Infio- 
rescenza alquanto tarlata. 

(73) Ballota Pseudodiotamnus Benth. Pseudo- 

dictamum, Ramo foglifero certamente pro- 
venîente da planta coltivata. 

25. (74) Anthyllis Vulneraria L. var. rubriflora DC. 

Flore Anthilis legumifiosa. Due sommità fio- 
rite. 



(75) RanuneulUS illyrioUS L. Ranuneulus Om- 
mosa Badice 4 Clusii, Uua foglia ben con- 
servata ed un flore tarlato. 

(76) Erytfiraea Centaurium L. Centaurium Mi- 
nus Esemplare ben conservato. 

(77) Achillea Millefotium L. MUlefoUum Ruhro 
Colore, Foglie basîlari alquanto danneggiate. 

(78) Caltha palUStriS L. Caltha Palustris Plem 
flore Clusii, Due foglie ben conservate. 

(79) Valeriana dioica L. Valeriana Imerom 

Gaule fiorifero ben conservato. 

(80) Nigella damaioena L. Melanthium Dama- 
scenum Pleno flore. Esemplare ben cortservato. 

(81) Carex Silvatica Huds. Gramen Spedes. E- 
semplare ben conservato. 

(82) BtaehyS recta L. Tetrait. Betonica Aqiiatilû 
sive Clymenos mollis, Frammento di ramo. 

(83) 6eum rivale L. Garyophyllata MoiUana 
Matthioli. Ramo fiorifero alquanto danneg- 
giate. 

(84) BelliS perennie L. BeUs speces. Esemplare 

c. s. 

(85) CytiSUS prostratus Scop. Cistus. Esemphir^ 

fiorifero alquanto tarlato. 

(86) Fraxinus Omus L. Pistacea Gei^manica C. B. 
Nuœ vesicaria Tragi. Staphilodendron Plinii 
Dodonaei. Foglia alquanto danneggiata. 

(87) Herniaria hirSUta L Amiaria. Rametto. 

(88) Nardosmia fragrans Casa. PetasHes odorain 
flore Clusii, Gaule fiorifero tarlato. 

(89) Euphorbia sp. (cfr. c. il, n. 26). Senza 
determinazione. Frammento danneggiato. 

(90) CorydaliS Cava Schweigg. et Kort. Fumaria 
Bulbosa Radias Cava Herbariorum Clv^^n. 
Piccolo esemplare alquanto tarlato. 

(91) Cassia Senna L. Siena vera soluUva. Fo- 
glia. incompleta. 

(92) Epilobium hirSUtum L. Lismachia syliquosn. 
Ci ma alquanto danneggiata. 

(93) RanuncUlUS arvensiS L. Artemisia echl- 
nata Uiisis Aldrovandi, Ranunculus amn- 
sis Fuch. Frammento ben conservato. 



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— 153 — 



31. (04) Polygala amara L PoUgoia cerulea. Esem- 

plape bene conservato. 

(95) Salvia verticillata L. Orminium Alpînum 
Ramo in buone condizioni. 

(96) Lapsana COmmunis L. dcoreum sylvestre, 
Frammento quasi irriconoscibile. 

32. (97) Linum OOrymbulOSUm Rchb. Vecis species, 

Frammento. 

(98) Asperula taurina L. Rubîa levîs. E«;em- 
plare médiocre. 

(99) Clematis Viticella L. ClemaUs repem, Fram- 
mento COQ âore alquanto anormale, galligero. 

33. (100) Sorbus Aria Crantz. Aria di Theopasto. 

Impronta di foglia. 

(101) Doronicum Pardalianches L. Pseudo-Aœ- 

nitum Pardalianches Maithioli (foglia). Ihi^ 
dem cum flore (rametto). L'una e Taltro di- 
scretamente conservati. 

34. (102) Datura Stramonium L. Solanum fetîdum 

porno sp'noso semine nigro vel stramonia /ie- 
tida vocant maxima pars medicorum in iis 
regionibus legitimam nucem Mathel Fiore 
e foglie in ottimo stato. 

f 103) Genista radiata Scop. Sisaron Altéra spe- 
des. Buon esemplare. 

(104) RibeS rubrum L Ribes fructum Rubrum. 
Esemplare danneggiato. 

35. (105) Cerinthe major L. Plumbago et MoUbe- 

dena Plini, He?^ba Lepidium Anionius Pe- 
trisentis Santi Antoni Romae. Dentelaria 
Rondoletii herba ad Dificultatem. Esemplare 
foglifero danneggiato. 

(106) Asperula Odorata L. Asperula ùdorata 
flore Clusii, Ramo foglifero. 

(107) MelilotUS italica Lam. Lotus urbana et 
lotus sativa, Rametto fruttifero. 

36. (108) Vincetoxicum offieinale Mônch. Vincetoœi- 

cum vulgo dicitur. Asclepias Albo flore Ca- 
sparus Bauhinus, Vincetoœici altéra species. 
Asclepias altéra flore nigro lobelii. Vincitoxi- 
cum Matthioli, Esemplare buono. 

(109) Chenopodium Vuivaria L. Vuivaria a 

Trago. Rametto. 



(110) Aristoloohia altistima. Desf. Pistolochia 

Altéra Clusii. Esemplare buono. 

37. (111) Nigritella giobosa Rchb. Pahna Çhristî 

Maior Matthioli, Satyrium Basilicum an- 
gustifolium C. B. Palma Christi maior Mat- 
thioli, Palma Christi alia. Palma Christi fe- 
mina, Satirium, Basilicum. Esemplare a - 
quanto danneggiato. 

(112) Dentaria pinnata Link Dentaria, Dentaria 
Pentaphillos, Dentaria Minor Mat th. Pen- 
taphilos Clusii, 

(113) Orobanche sp. Orobancha non Ramusa 
Matth, Impronta fiorifera. 

(114) Géranium nodosum L. Géranium nodO" 
sum quintum Clusii, Rametto fiorifero. 

38. (115) Fraxinus Ornus L. (cfr. c. 29, n. 85). 

Frasinus verus, Foglia incompleta. 

(116) Schinus mollis L. Lentiscus Peruviana, 
Frammento fruttifero. 

(117) Galium purpureum L. Oalium flore Rubeo 
Clusii. Frammento. 

(118) Spiraea AruncUS L. Barba Capri. Foglia 
danneggiata. 

(119) Géranium Robertianum L. Géranium Bui-- 

bosum maius C. B, Géranium sobrotunda 
radice Diosc. Géranium folio Malvae seu Al-- 
terum Dioscoridis, Foglia danneggiata. 

39. (120) Aster Tripolium L. THpoUum Dodonei 

Esemplare ridotto quasi alla sola impronta. 

(121) Juniperus Sabina L. Sabinanon bacifera 
Matth. Rametto molto danneggiato. 

(122) Actaea spicata L. Actea PUni, Napelus 
racemosus Dodonei. Aconitum baciferum Cri- 
stofreana Clusii, Foglia danneggiata. 

40. (123) DelphiniumvelutinumB6rt.^eonttttm9t/ar- 

tum Matth, Aconitum lycoctomum flore ce- 
ruleo Dalecampi, Parte superiore di inflore- 
scenza in subantesi. 

(124) Falcaria VUlgariS. Bernh. Crythamum qua- 
rtum Matth. Critamus agf*estis Trago, Eryn- 
gium montanum recentiorum Alterum lobelli, 
Eringium quartum Dod, fol, Ammi Cornu- 
dam Dalecampi lugdunenais. Fronda poco 
danneggiata. 



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~ 154 — 



(125) Glauoium hltoum L. Papaver comicula- 
tum flo flore. Foglia danneggiata alla base. 

41. (126) Euphorbia exigua L. Thitimalm leptophi- 

los Matth. Thitimals tninimui tab, Esula 
exigua Tragi, Esula minima. Esemplare di- 
screto. 

(127) Spiraea Ulmaria L. Ulmaria ClusU. Fo- 
glia alquanto danneggiata. 

(128) Epilobium parvîflorum Schreb. Lysmachia 
siliquosa terciam Chemaenerion GesnerL Ra- 
mo danneggiato. 

42. (129) Epipactis sp. (cfr. c. 18, n 51). Elebo- 

rine Recentiorum teriior ClusiL Esemplare 
foglifero ben conservato. 

(130) Isatis tinctoria L. Flos GuadL Sommità 
fiorifera non danneggiata. 

(131) Erodium ciCUtarium L. Géranium cicu" 
taefoHo C. B, Géranium tertium Matth. Gé- 
ranium supinum Dodonei. Géranium tertium 
Plinii. Rametto alquanto tarlato. 

(132) Peucedanum venetum Koch steseiinum. 

Foglia b n conservata. 

43. (133) Heliosperma quadrifidum Griseb. Hoio- 

stium Ruelli. Gramen floridum. Frammento. 

(134) Bymnadenia conopsea R. Br. Testicuius 

Hirconis. Planta foglifera. 

(135) Géranium Robertianum L. Géranium Ro- 

bertianum Primus Casprus B. Géranium 
tertium Matth* Géranium Robertianum lob. 
Dod. Géranium secundum Dioscoridis Ge- 
sneri hortensis cui et Gratia Dei. Rametto 
in parte tarlato. 

44. (136) Aconitum LyCOCtonum L. Aconitum quar- 

tum Matthiolù Aconitum liconytum flore del-- 
phinii Coerulei. Foglia ben conservata. 

(137) Stachys Silvatioa L. Bacara da Andréa 
Lacuna, Foglia e infiorescenza ben conservata. 

Andréa Laguna da Segovia (1494-1560) scrisse 
alcune note botaniche su Dioscoride. È pro- 
babile quindi che abbia trattato anche délia 
Baccara cui si riferisce il nostro Autore. 
Questa pianta era stata per errore denomi- 
nata « Lunaria odorata et Viola latifolia Clu- 
sii > che è la seguente. 



(138) Lunaria radiviva. L. Lunaria odorataH 
Viola latifolia Clusii, Dell'esemplare in fiutto 
non resta che un frammento. 

45. (139) Géranium maororrhizum L. Géranium ai- 

pinum (foglia alquanto tarlata). Ge^'anium 
Batiriochiodes C. B. Géranium qmrium 
Matth. Quintum Fuchsii. Géranium Balra- 
chiodes Dod. Géranium Sanguinarium Tah. 
Balsamina vulgo Géranium Balsaminum Ce- 
salpini (Infiorescenza ben conservata). 

(140) Géranium ditsectum L. Géranium almi 
secundum Matth. Rametto fruttifero. 

46. (141) Querous Robur L. var. pedunculata. in- 

determinata dall' Autore. Foglia compléta. 

(142) 7 Lotus. L' esemplare originale, ridoîto a 
quasi la sola impronta, è indeterminabile. 

(143) Centaurea montana L. Cianus Afaai i^ 

latifolius Clusii. Scianus ex Dodonaei. Fo;:li.i 
alquanto incompleta. Determinazione appr^-s- 
simativa. 

(144) IberiS sp. Thlaspi incanum Machlinem 
Clusii .... Foglie e fiori. 

(145) Hibiscus SyriaCUS L. Alcea americaua 
Clusii. Foglia danneggiata. 

(146) Epimedium alpinum L. Epiynedivm in 
Historia Plantarum. Tre impronte fogliari. 

Manca una carta. 

47. (147) Valériane offioinalis L Valeriana si/ct- 

stris Clusii. FogWBL alquanto danneggiata. 

(148) Lysimachia Nummularia L. Numu:ann 

MatthioH. Soldanela Montana Pêne Boll'f>- 
nae Dodonei (era stato scritto < Donodei > !). 
Ci ma ben conservata. 

(149) Geum montanum L. Gariofilatn alpiM 
Clusii Foglia. 

48. (150) Yucca sp. (cfr. c. 13, n. 31) Jucca 5iV 

Iliucca Americe in Historia Plantarvui 
Impronta fogliare. 

(151) Cynoglossum officinale L. Cynogiossm 

verum lingua Canis Matth. a C. 6. 55. Duf 
foglie. 

(152) Spiraea Ulmaria L. (cfr. c. 41, n. 1*2:)^ 

Ulmaria Clusii. Ramo fiorifero. 



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— 155 — 



49. (153) Calystegia sepium R. Br. Fios Noctîs. 

Fior di Note. Foglia. 

(154) Senebiera Coronopus Poîp. Coronopus re- 
pens Dod. Coronopus silvestris repens. Na-- 
sturcifolio Bauini. Cornus Cervi aUeramnulgi 
Hei^ha Cavra iidem. Ambrosia Prior Matth, 
Rametto. 

(155) Géranium argenteum L. Géranium aipi- 

num, Esemplare foglifero. 

(156) Cornus sanguinea L. Indeterminata dal- 
l'A. Foglia maie conservata. 

(157) Brunella laoiniata L. SemphUum Petreum 
Lob, Infiorescenza tarlata. 

(158) Silène Otites L. Indeterminata daU'A. 
Fiori e foglia. 

50. (159) ClematiS integrifoiia L. Clematîs Recta 

Clusii. Clematis Coerulea Pannonina, Esem- 
plare fiorito ben coDservato. 

(160) Campanule persicifolia L. PhiteumaMat- 

thiolo, Campanula persicifolia nostras Lob, 
Campanula Angustifolia Taber, Medion flore 
albo. Ramo fiorifero. 

(161) SuOCisa pratensiS Mônch. Succîsa recen- 
tiorum, Morsus diabuli Matth. Foglia al- 
quanto tarlata. 

(162) Gentiane acauliS L. Gentiana Gentianella 
niaior verna Clusii, Esemplare alquanto tar- 
lato. 

(163) Gentiane campestriS L. Gentiana spedes, 
Esemplare fiorifero ben conservato. 

51. (164) Achillea Ageretum L. Eupatorium, Cima 

ben conservata. 

(165) Saxifrage rotundifolia L. Saxssifragia 

Aurea, Foglia alquanto tarlata. 

(166) Achillea Millefolium L. Achillea MatthioU 
Achillea Sidey^itis lugd, Millefolium nobile 
et stratiotes vera. Tanacetum minus Dod. 
Stratiotes milefolium Mattiolo. Regia Plinii 
Dalecampi in Plinium, Esemplare ben con- 
servato, 

(167) Rhinanthus miner L. Aiectorolafos PlinU, 

Pedicularia Campestris Rametto fruttifero 
tarlato. 

Série VI. — Tomo IV. 



52. (168) Galeopsis Tetrahlt L. Laudanum segetum 

Plinii, Tdtrahit angustifolia, Sideritis spe- 
des, Rametto. 

(169) Calycoteme Spinosa Link. Acacia altéra 
Dodonei, Acacia altéra Dioscoridis, Aspaltus 
secundus Maranthae, G, H, Asphaltus Caes, 
Camerario Acacia aHera Matth, Ramo. 

(170) Arthrolebium scerpioides Desv. Scorpioi- 

des ob siliquas ab similitudinem Cudei scor- 
pionis reflexus,., potest scorpioides Matth. 
Dodo. Lunaria, ... G, H. Thelphinum An^ 

glicum Cesalpino cui Esemplare danneg- 

giato. 

(171) Scutellaria Celumnae Ail. Casida Fabu 

Columnae Scutellaria Aldrovandi, Ormini 
species, Piccolo esemplare. 

53. (172) Theiictrum equilegifolium L. Thaiictrum 

folia Coriandri habet Finguiora Paolo Na- 
situr maxime in Campestribvs. Esemplare 
tarlato. 

(173) Farsetie Clypeeta R. Br. Alyssum Dodonei. 
Rametto fiorifero. 

(174) Ballota Pseudodictamnus L. (cfr. c. 24, 
n. 73). Pseudodictamum Mattioli. Esemplare 
coltivato alquanto tarlato. 

(175) Senecio eruoifolius L. Verbenaca recta. 
Herba sacra ; sacra Herba Mattioli, Esem- 
plare alquanto tarlato. 

(176) Orobus niger L. Orobu^ et AntilUs. Im- 
pronta e di foglie e fiori. 

54. (177) Trifolium angustifoiium L. Lagopus An- 

guslifolius Hispanicus lagopus Aller. Planta 
Clusii. Spica fruttifera. 

(178) Senecio eruoifolius L. (cfr. c. 53, n 175). 

Verbenacea Recta Mattioli. Ramo foglifero. 

(179) Alchemilla alpine L GeptaphoUon Clusu, 

Tormentilla candida Dalecampi. Penthafilon 
Alpinum Argent isfolis. Esemplare povero fo- 
glifero. 

(180) Artemisie sp. Thesius. Ramo foglifero. 

55. (181) Campanule Trachelium L. Tracheiium. 

Rametto ben conservato. 

(182) Lychnis chalcedonica L. Fios Costantino- 

politanus. Ramo fiorifero ben conservato. 

21»* 



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— i5â — 



(183) Staehys germanioa L. Reudasiac. Esem- 

plare in buone condizioni. 

(184) Sisymbrium Alliaria L. Pes Asini Pende- 
iario Alliaria dicta. Alliaria Trago. Thlaspi- 
dium Cornutum Matth. Fuc, Dod, Alliasirum 
vel Alliaria. SommitÀ con l' inâorescenza ri- 
dotto air impronta. 

(185) Galiiim oruoiata Scop. AUsum PUnH Co- 

rundam. Ramo tarlato. 

56. (186) Euphorbîa sp Senza determinazione del 

compilatore. Impronta di una ci ma. 

(187) Sohierantus annuus L. PoUcapium in m- 

storia Plantarum, Ramo. 

(188) HyOSCiamuS albus L. Huscismus Ispani- 
eus. Esemplare alquanto tarlato in alto. 

(189) OrigailUm DiotamnUS L. Dictamum Cre- 
ticum cum flore Matthioli, Ramo povero ben 
conservato. 

(190) Gentiana UtrioulOSa L. Gentiana Sexta 
Gencianella minor verna. Un fiore tarlato. 

57. (191) Circaea lutetiana L. Epimedium. Una fo- 

glia rotta. 

(192) Pyrola rotundifolia L. Pt/rula vulgata ra- 
tondifolia Casparus Bauhintis, Pyrulla Mat- 
thioli, Pyrula vidgaris Clusii HisL Pann. 
Pyrula minor Thaï. Liynonium silvesire Tra- 
go. Limonium Fuchsii. Lymoniiim Diosco- 
ridis. Esemplare ben conservato. 

(193) Hibiscus SyrîaCUS L. Althaea fruicx 2 
Clusii. Una foglia e due fiori, dei quali T uno 
è tarlato. 

(194) Atropa Belladonna L. Herla Bdla Dana. 
Solanum sioe Mains Alattioli, Solanum ni- 
grum hortense Trago. Solanum Sumniferum 
Fuchsii. Piccolo esemplare tarlato. 

(195) Polygonum BiStOrta L. Bistorta Minor 
Camerario in... Matth. et folio. Limonii spe- 
des minor Ges. de hortis. Foglia incompleta. 

58. (196) Centaurea montana L. (cfr. c. 46, u. 143). 

Cianus Maœimus latifolia Clusii. Foglia. 

(197) Alohemiila VlUflariS L. Stelaria. Foglia 
tarlata.. 

(198) Saponaria OffioioaliS L. Saponaria levis 
quod saponis prebeat ad purgandos panns. 



Saponaria Trago Mattiolo. Ges. horiensis Lac. 
Lob. Dod. fol CaPS. tab. Cam. liamo fiori- 
fero ben conservato. 

(199) Genitta germanioa L. Genutra tintoria 

vulgaris. Rametto florifère discretamente con- 
servato. 
È cancellata la denominazione : c Ginestra An- 
glosa Casparus Bauchinus ». 

(200) ParnasSia palUStriS L. Epatica alba Cordi. 
Piccolo esemplare discretamente conservato. 

59. (201) Rubia tinotonim L. Eryitrodanum RadU 
rubra est quia tinguntur lanae. Rametto ben 
conservato. 

(202) Doryonlum rectum Ser. Lotus Nobilis. Ra- 
metto déficiente. 

(203) Ceratonia Siliqua L. Fiore délia Comalia 
Marina. Infiorescenza. 

(204) Doryonium hireutlim Ser. Dorichînum Mat- 
th. Rametto alquanto tarlato. 

Manca una carta. 

fîO (205) JuniperuS sp. Muschus ift forma saline. 
Selago Plinii quihusdam. Rametto. 

(206) Euphrasia OfficinaliS L. Euphrasia dîna 
eo quod oculos eorum Caliginem discuiiendo 
delectet officinarum Casparus Bauchinus. 
Euphrasia Matthio'i. Euphrasia vulgo Cae- 
sal. Esemplare ben conservato. 

(207) Chenopodium BotryS L. Botris amlrosiai- 
des Casparus Bauchinus. Botris Trago Matth. 
Botrys aHera ambrosiae species cuius semen 
amomum officinarum quibusdam Cordo in 
Dioscoridem. Porzione terminale di un ramo. 

(208) Chrysanthemum cinerariaefolium vis. 

Senza determinazione del compilatore. Fiore 
con qualche foglia. 

(209) Tanacetum vulgare L. var. orispum L. (cfr. 

c 6, n. 13 e 14). Tanacet m crispwn foliim. 
Esemplare quasi ridotto air impronta. 

01. (210) Paris quadrifolia L. Solanum quadrifoUum 
baciferum Casparus Bauchius. Herba paris 
Matihioli. Aconitum salutiferum Taber. Aco- 
nitum se-f Pardalianches monococcum Cordo 
m. hisforia. Aconitum Pardalanches telipho- 
non theophrasd Cord. in Dioscoridis. Esem- 
plare ben conservato. 



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— 157 — 



(211) Aspienium Aditntum nignim L Onuphte- 

ris niger. Fronda bene conservata. 

(212) Passif lora COerulea L. Moracot sive Gm- 
natilia. Fiore délia Pasione, Fiore e foglie 
tarlate. 

62. (213) NigeiiadamascenaL. Afe'^^ncttim iYt;^^/a. 

Esemplare cattivo. 

(214) ArîStolOOhia Clematîtis L. Aristolochia ro' 
tunda flore ex purpureo-nigro Casprus Bau- 
chinus. Aristolochia Rotunda Mattioli, Ari~ 
stoîochia Rotunda vera Trag. Ion, Eseinplare 
ben conservato. 

(215) Teucrium Chamaadrys L. Camaedryum 

maiorem Repentent cum Dodoneo vocamus. 
Camedryos vera Trag, Trixago sive Came- 
drys Mattiolo, Trissago Lac, Cast, Camedrys 
Maior Clusii Historia Plan. Piccolo esein- 
plare ben conservato. 

(\3, (216) Eryngium oampestre h, Eringium cam- 
pestre vulgare Casprus Bauchinus, Eringium 
primum Trag, Ion, Eringium Fuc. Erin- 
gium vulgare Dodonei, Gai. Cam, Eringium 
montanum Mattioli lugd. Eringium medi- 
terraneum Ges, hort, Eringion campestre 
meditarraneum lohelli, Eringium et centiim 
capita Plinio, Esemplare alquanto tarlato. 

(217) Eryngium maritimum L. Eringium Ma- 

ritimum quod eum a Acano Plinii lih, 22 
cap, 9 non maie convenit, Casprics B. Di- 
citur Eringium marinum Mattioli, Erin- 
gium folio. Apis in litoribus maris Plinii, 
Eringium maritiynum Ges. hort. Glycyrrhiza 
spinosa et Glycyrrhiza ! Cratevae lacunae. 
Rametto ben conservato. 

64. (218) RicinuS COmmurriS L Ridnus MattioU 

Fuch. Ricinus vulgo Trago cui et Palma 
Christi et Phaselm Romanvs Thussis Mar- 
cello Virgilio. Cici. Gesneri Hortensis. Cata- 
putia Maior, Crichio Cordo in sux) Botano- 
logio. Foglia alquanto danneggiata. 

65. (219) fiossypiiim herbaceum L. Xyion sive Go- 

sipium. Gossipium duplex novimus alterum 
vulgatum alterum arhoreum quod in horto 
Docioris Zwingeri vidimus cuius iconem Hi- 
storia nostra exhihehit sed de vulgato quod 
Coto et Bombai Sarapionis dicitur. Xylon 
Fuchs. Matth, Gossipit0m Matthioli. Esem- 
plare ben conservato. 



(220) Echium vulgare L. Echium vulgare Ca- 
sprus B. Echium Matth. Ges. hortensis. E- 
chium sive Alchibiacum. Echium floribus 
purpurantibus rubellis lobelli. Sugolosum sil- 
vestre. Ancusa sylves. Ancusa maior Caes. 
Rametto fîorifero. 

(221) Aconitum Anthora L. Aconitum salutife- 
rum seu Anthora Casprus B. Tedoaria et 
Napellus Aloysio Avicenae cui et Algiednar, 
Antora Matth. Ges, hortensis. Fiore tarlato. 

Manca una carta. 

66. (222) Myrtus oomifiunis L. var. tarentina Mill. 

Mirtus Terentina, Rametto foglifero. 

(223) Antirrhinum majUS L Antirrinum 4 quar- 
ium a Maithiolo. Antirrinum album parum 
a secundo var tans. Due rami fioriferi discre- 
tamente conservati. 

67. (224) Sesleria argentea Savi. Moiia montani 

folium Clusii. Foglie. 

(225) Artemisia pontîca L. Absinth. Ponticum 
tenuifolium incanum C. B. Abrotanum mi- 
nus Trago. Abrotanum femina Fuch. Absinth. 
Ponticum Fuch, in icon. Matth. Absintium 
Pùntificum vulgare Clusii hist. Pann. Ramo 
ben conservato. 

(226) Allium panicuiatum L. Moim montani 
quatuor species Clusii. Scapo alquanto tarlato. 

68. (227) Achillea Ptarmica L. var. Ptarmica vuU 

garis pleno flore (dicitura ripetuta). Esem- 
plare ben conservato. 

69. (228) Thaliotrum angustifoliimi Jacq. (cfr. c 21, 

n. 62) Valeriana vulgaris cum flore. Esem- 
plare poco danneggiato. 

70. (229) Xeranthemom eylindraceum Sm. Jacea, 

Ptarmica Ausiria, Ptarma Austriaca Prior 
Clusii, Esemplare tarlato. 

(230) ? Cirsium Bertolonii Spreng. Spina alba 
sylvestris Casprus Bauchinus, Acanthium 
Matth, Acanthius sive Acantha, Brancha ur- 
sina officinis dicitur. Foglia tarlata in basso. 

(231) Anthémis tinctoria L. Crispela. Piccolo e- 
semplare completo. 

71. (232) Origanum vulgare L. Origanum sHvestre 

Casprus B. Origanus sylvestris Cord. in Diosc, 
Origanum vulgare Tragi Matth. Origanum 



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— 158 — 



Italicum Caesal eut et Tragoriganum Dio~ 
scoridis / Cunila et Bubula Plinio, 

(233) ? Heraoleum Sphondylium L. Pamcesffe- 

racheum, Foglia tarlata. 
Determinazione molto approssitnativa. 

(234) Coronilla varia L. Securidacae II Altéra 
species Clusiû Esemplare tarlato. 

72. (235) Lythrum Saiicaria L. (cfr. c. 83). Non de- 
terminato dal compilatore Esemplare tarlato. 

(236) Lithospermum purpureo-coeruieum L. Li- 

tospermon Maius Matth. lacuun Castor, lu- 
ydunensi Milium Solis fabium, Esemplare 
discreto. 

(237) Ononis antiquorum L. Anonis spinosa pur- 
purea C, B. Resta Bovis Trayi. Anonis sive 
Ononis Matth, Anonis Fuch. Dod. 

73 (238) Periploca graeca L. Apocynum repem 
purporescente flor {e) Casprus Bauhinus, 
Apocinum Repens Mattioli. Apocinum se- 
cundum ClusAsth. Hisph, Peripolaca altéra 
Dodonei flio. Foglia incompleta. 

(239) Abutiion Avicennae L. Althea Theufrasti 
flore luteo Casprus Bauch. Althea altéra 
Mattioli. Altha lutis florihus lob. Abutiion 
Avicene Gesnerio htensis. Foglia compléta. 

(240) Polygonum lapathifolium L. Persicaria 
Maculosa Casprus B, Persicaria femina. 
Persicaria Altéra Matth. Britanica apud 
Lioscoridem, Persicaria Fuc, Dodonei, Fo- 
glia incompleta. 

74. (241) Datura Stramonium L. Malum spinosum. 

Solanum . . . alterum Dioscoridis, Nuœ Matel 
Avicenae Cesalpino, Primum Solanum Porno 
spinoso semine albo C B, Stramonia seu Po- 
mum spinosum Tragi, Stramonia Dodo, cui 
et Nuœ Mathel. Stramonium Peregrinum, 
Lycopersicum GalenL Hyosciamus Peruvia- 
nus Cordo Historia. Solanum spinosum, Nux 
Mathel Avicenae, Solanum Romanum Mon- 
spellii, Solani Pùmiferi genus tertium G. H, 
Nux Mathel sive Stramonio Alpino, Una fo- 
glia compléta. 

75. (242) Beriieris VUlgaris L. Crespinus Matthioli, 

Oxyacantha Dioscoridis. Arabum est Amiu- 
beris fructu lungo acido non autem rotundo, 
unde de / voce officinis dicitur. Be?'beris 



spina santa Comudam. Esemplare foglifero 
discretamente conservato. 

76. (243) Agrimonia Eupatoria L. (cfr. c. 6, n. 12). 

Agrimonium, Foglia. 

(244) Kentrophylium lanatum DC. Carduus d, 

Mariae Benedictus Benedicti vires. Carduus 
Benedintus Trag, Matth. Cnicus sylvestris 
later Theof. Cnicm supinus Cord. Carduus 
Sanctus Caesalpini. Esemplare buono. 

(245) Polyonemum majUS A. Br. Camepitis spu- 
ria, Esemplare ben conservato. 

77. (246) Althaea Offioinalis L. Althea Matthieu. 

Esemplare poco danneggiato. 

78. (247) Capsella Bursa pastoriS Monch. var. Bursa 

Pastoris Maiorfolio sinuato C. B. Bursa 
Pàstoris Brunf. Trag, Ges. hor. Thlaspi 
Taber, Bursa Fuch, Dod, ? gali et folio 
sunt et Bursae aliquot species ut in Phyto- 
pinace monuimus. Esemplare alquanto dan- 
neggiato. 

Manca una carta. 

79. (248) Inula britannica L. Aster Aticus secundum 

Primus Matthioli, Ramo fiorifero piuttosto 
danneggiato. 

(249) Dolphinium Consolida L. Regalis Conso- 
lida, Esemplare non danneggiato. 

(250) Artemisia camphorata L. Abrotanum Mas. 
Ramo foglif*îro poco danneghiato. 

Manca una carta. 

80. (251) Cnious benodictUS L. Car dus Benedictus 

Esemplare buono. 

(252) Artemisia camphorata L. (cfr. c 79, n. 

249). Abrotanum mas. Due rami. 
In questa carta esiste in alto, a sinistra, Tim- 
pronta di un'altra planta non détermina ta dal 
compilatore; forse una Euphorbia. 

81. (253) Plantago Cynops L. PsylUum. Ramo. 

(254) Gaiega Officinalis L. Galega. Esemplare 
buono. 

(255) MeiiSSa officinalis L. Non determinata 
dal compilatore. Ramo tarlato. 



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— 159 — 



82. (256) ? Galium sp. Rubia silvesiris, Aparine. 86. 

Esemplare foglifero in buono stato Forse si 
tratta di una forma gracile di G, Aparine L. 

83. (257) Lythrum Salioaria L. Indeterminata dal 

compilatore. Rametto fiorifero. 

(258) Arctium sp. indeterminata c. s. Foglia. 



87. 



(259) Lysimachia Nummularia L. indeterminata 
c. s. Ramo stolonifero. 

84. (260) Linaria VUlgaris Mill. Linaria lutea. Ramo 
fruttifero e ôorifero tarlato. 

(261) Punica Granatum L. Rubia. Ramo fogli- 
fero tarlato. 



(262) Chenopodium Vulvaria L. Vuhmria. Ramo 88- 
tarlato. 

85. (263) Cephalaria ieucantha Schrad. Scabiosa 
Hispanica, Due foglie. 

(264) Artemisîa camphorata L. (cfr. c. 79, 80; 

n. 249, 257). Abrotanum mas Matlh. Fram- 
mento tarlato. 



(265) Capparis rupestriS s. s. Caparus. Ramo 
foglifero. 

(266) Polygala VUlgariS L. PoUgola Cerulea. 
Esemplare tarlato. 

(267) Hyosoiamus albus L. (cfr. c. 56, n. 188). 
Alcea Arbor. Rametto tarlato. 

(268) Cephalaria ensifoiia Rich. indeterminata 
dal compilatore. Ramo fiorifero tarlato. 

(269) Lychnis Coronaria Desr. C. s. Ramo bene 
conservato. 

(270) MelilotUS Officinalîs Lam. C. s. Impronta. 

(271) Erisymum Cheiranthus Pers. G. s. Fram- 
mènto. 

(272) ScorZOnera hispanica L. c. s. Esemplare 
ridotto quasi alla sola impronta. 

(273) Cucubalus bacciferus L. (cfr. c. 2, n. 4). 
Alsine Major ClusiL Ramo discretamente 
conservato. 



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RICERCHE SULLÂ MORFOLOGIÂ DBLLÀ PIUMA 



MEMORIA 



DEL 



Peof. ALESSANDKO GHIGI 

letta alla R. Accademia delle Scienze dell' Istituto di Bologna 
nella Sessione del 28 Aprile 1907 

(CON DUE TAVOLE E QUATTRO FIGURE NEL TESTO) 



Introduzione. 

Lo sviluppo délia piuma fu studiato flno dalla prima meta del secolo scorso, ed in 
particolar modo dal Meckel e dal Remak; dobbiamo tuttavia riconoscere che le nostre 
attuali cognizioni soao quasi esclusivamente fondate sui lavori di Pernitza, Studer, 
Klee, e segiiatamente sa quello del Davies. Negli ultimi anni, Targomento è stato 
ripreso soltanto dal Wolhauer, il quale ha ripetuto lo studio dello sviluppo délia 
piuma embrionale del pinguino, studio per la prima volta fatto dallo Studer. Il precon- 
cetto che in tutti gli uccelli, lo sviluppo générale delle penne procéda come nel polio e 
nel piccione, costituisce forse la causa principale délia scarsità di recenti ricerche su 
questo argomento, mentre non mancano studi important! sulla distribuzione delle penne, 
come quelli del De Meijere: sulla minuta struttura delle remiganti, come quello del 
Mascha; suUo sviluppo del pigmento come quelli di Strong, Haecker, Woronin; 
sulla muta come quelli di Degen e Hein ro th. 

Gadow e Selenka hanno rlassunto le ricerche compiute suU' argomento fino al 1891, 
ed hanno riunito un elenco bibliograflco completo ; sarebbe una ripetizione inutile rifare 
qui la storia delle ricerche sullo sviluppo delle penne, onde mi limiterô ad esporre breve- 
mente quel fatti morfologici più importanti, che reputo necessari a rendere più chiara e 
più concisa la esposizione dei risultati ai quali sono pervenuto io stesso. 

In embrioni di piccione e di polio, dopo 5 o 6 giorni di incubazione si formano piccole 
protuberanze, le quali appaiono dapprima sui lati délia coda, sul dorso e sulle ali e ben 
presto si distendono su tutto il corpo, disponendosi come una scacchiera. Ciascuna di queste 



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— 162 — 

protuberanze è dovuta airac5cresciuta, atlività délie cellule del derma e delF epidermide ; 
questa si solleva, spinta da un ammasso di cellule dermiche sottostanti, in maniera da costi- 
tuire una piccola papilla, che non è altro se non il germe délia penna che s'inclina [>oi 
leggermente addietro, e si prolunga fino ad assumere forma cilindrica. L' epidermide in se- 
guito si ispessisce considerevolmente, per la produzione di cellule che si formano fra lo 
strato basale délie cellule cilindriche, le quali in questo caso non raeritano affatto il loro 
nome, e lo strato esterno o epitrichiale : a tali cellule il Davies ha dato il nome di cellule 
intermedie. Queste non formano uno strato uniforme, ma costituiscono dei cercini longitu- 
dinali, fra i quali le cellule cilindriche si addentrano formando setti, che contengoiio nel 
loro spessore elementi délia papilla dermica ; in sezione trasversa tali setti offrono la figura 
di stelle. Secondo Klee, il cambiamento è invece dovuto alla polpa, la quale inviando 
radialmente cellule allungate fra quelle dello strato mucoso, sépara queste in gruppi, ma 
taie opinione non ë accolta. 

Quando il germe si allunga ulteriormente, le cellule délia papilla che dapprima erano 
compatte, si allontanano le une dalle altre o mantengono rapporti |>er mezzo di una rete di 
prolungamenti : al tempo stesso le cellule cilindriche delF epidermide e gli elementi dello 
strato epitrichiale si appiattiscono, e si distendono passivamente per effetto deir accresci- 
mento délie cellule intermedie. Poi, quando la differenziazione e la cheratinizzazione di queste 
ultime, che debbono formare i raggi délia fllopluma, è abbastanza avanzata, la papilla 
che ha funzionato come organo di nutrizione, si ritrae gradualmente dair estremità del 
germe; le cellule cilindriche dell' epidermide si ritraggono con essa, continuando a rivestirne 
la superficie terminale, e formando successivamente una série di calotte coniche, collegate 
da un sottile fllamento. Frattanto la base deirintero germe, immediatamente circondata 
dalle cellule malpighiane proliferanti, s' insinua nella pelle in modo che la papilla viene a 
trovarsi in una specie di tascA. Dal fondo sale un*arteria, che si risolve in un nido 
capillare, dal quale procède una vena; più tardi questi vasi aumentano e portano al 
germe délia penna il necessario nutrimento. 

Ciascun cercine cresce in lunghezza e dà origine ad una barba, montre la sua punta 
si corniflca per prima e nuovo materiale cellulare viene su dal fondo. Le barbe si riu- 
niscono alla base in un brève calamo comune, ravvolto dalla guaina allô stesso modo 
che questa è alla sua volta rivestita dair epitrichio, per tutto il tratto sporgente calla 
pelle. Questo doppio e delicato involucro, riveste la penna primitiva del pulcino quando 
schiude, e soltanto dopo che la guaina si è disgregata neir asciugarsi , si distendono i 
graziosi raggi délia giovane penna. Nella parte del germe che è invaginata nel derma, i 
cercini délie cellule intermedie possono rimanere distinti, sebbene meno pronunciati, fino 
alla base, ma possono anche sparire dando origine ad un vero e proprio calamo délia 
filopluma. 

Ciascuna barba consta di cellule corniflcate ed ordinale longitudinalmente ; le interne 
sono meno solide e possono in certi casi essere trasformate in cellule midollari contenenti 
aria; quando queste mancano, le barbe appaiono corapletamente omogenee. 

Il calamo délia peuna primitiva non è chiuso alla base, ma alla sua estremità inferiore 



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— 168 — 

comincia a risolversi di nuovo in un numéro di raggi che si ingrossano rapidamente, e 
non sono altro che le punte délia penna definitiva già abbozzata neiruovo. 

In générale la penna definitiva si forma similmente a quella di nido. L' intero foUicolo 
délia penna si sprofonda fortemente nella pelle , cosicchè neir ala arrivando flno al pe- 
riostio, produce le note impressioni suU'osso stesso, particolarmente suirulna. 

La papilla è notevoliaente allungata, estremamente ricca di vasi sanguigni, e le cellule 
cilindriche delT epidermide constano di nutnerosi strati. La punta di ciascuna papilla, lascia 
vedere in sezione trasversa una figura sirnile a quella délia penna di nido; da ciascuno 
dei numerosi gruppi radiali sorge una barba. In tagli più vicini alla base del follicolo, 
i gruppi radiali mostrano un nuovo ordinamento. Due gruppi situati di flronle sono 
più grandi degli allri ed attirano a se, in tagli ancor più profond!, i gruppi più pic- 
coli, fino a che si fondono con loro. Dal gruppo più grande si forma la rachide prin- 
cipale, da quello che gli sta di fronte si forma la rachide accessoria, mentre i gruppi 
più piccoli diventano le barbe attaccate alla rachide primaria od accessoria, ovvero forma- 
zioni di seconde ordine. Si ripete in tal modo nello sviluppo embrionale délia penna defi- 
nitiva lo stesso processo, che fllogeneticamente si riscontra in un confronte fra la penna 
primitiva del piccione e quella deir anitra. 

In egual modo vanno considerati i rapporti di topografia e di sviluppo délie barbule 
formazioni di terz' ordine, colle barbe che le portano. 

L' abbozzo délia penna definitiva non è dunque se non il prolungamento di quello délia 
fllopluma, la cui porzione epiteliale continua a crescere ed a sprofondarsi nella pelle. 
Il vano che sépara l' abbozzo epiteliale' délia penna dall'epitelio del foUicolo, non appare se 
non quando la prima ha raggiunto tutta la sua lunghezza; la cavità del foUicolo, si forma 
dunque secondariamente, corne una semplice fenditura, neir abbozzo solide, limitata in 
fuori e in dentro da une strate di cellule basali che si continuano collo strato mucoso délia 
epidermide; il rimanente spazio è occupato dalle strato intermedio che è continuazione 
dello strato corneo deir epidermide. Non vi è al contrario continuazione deirepitrichio nel 
foUicolo, e la guaina délia penna non ha alcun rapporte con questa formazione. Come nello 
sviluppo délia filopluma, si formano dei cercini di ceUule intermedie, avviluppali dalle cellule 
cilindriche e costituenti T abbozzo dei raggi, i quali conducono alla formazione délie barbule 
e délie loro appendici. La differenziazione procède dair estremità verso la base délia penna. 
L'estremità délia rachide dériva come le barbe da un semplice ispessimento dello strato 
délie cellule intermedie; più giù, il sue abbozzo si allarga e cresce in ispessore, più rapi- 
damente sui lati che non in niezzo. Finisce cosl per avvolgere una parte délia papilla, e 
questa porzione compresa nella rachide diventa sempre più grande, man mano che si di- 
scende verso il calamo. Infinr^ la papilla si atroflzza e si ritira, sempre avvolta dallo strato 
di cellule cilindriche che si cheratinizza, formando una série di calotte, come nello sviluppo 
délia filopluma. Cosi ridotta, la papilla rimane al fonde délia penna in istato di riposo, fino 
a che dalla muta le vien data nuova vita. 

ïutto le penne délia piuma definitiva sono precedute da una fllopluma embrionale; 
tuttavia, per un certo numéro, la filopluma rimane allô stato rudimentale e puo non essere 

Série VI. — Tomo IV. 22 



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— 164 — 

rappresentata che da un semplice abbozzo. Secondo Davies, si pu6 dire che ciascuna penna 
definitiva succède ad una piuma embrionale, tuttavia, alcune copritrici inferiori dell'ala del 
piccione sembrano a prima vista fare eccezione alla regola. Nelle due file che stanno più 
vicine aile remiganti, si possono scorgere nei giovani nidiacei piccole papille nei posti che più 
tardi vengono occupati dalle copritrici, ma quelle cadono comunemente, se non sempre, 
prima che sorgano le penne définitive seguenti, nei quai caso il legame fra il fonde délie 
papille e la punta délia penna definitiva è soppresso, prima che cominci T accrescimenlo 
deir ultima. 

Nella terza fila délie copritrici inferiori le papille primitive sono rudimentali o non 
sono, almeno in apparenza, aifatto abbozzate ; e nei luogo dove più tardi apparirà una 
quarta fila di piccolissime penne, non si pu6 mai 'osservare nei nidiacei una traccia di penne 
embrionali. Tuttav.a i punti dove si stanno formando follicoli di penne, possono essere 
indicati corne piccole macchie, se si osserva esattamente la pelle con una lente. Anche 
qui nei giovani embrioni sorgono papille, corne dapportutto, soltanto più tardi che nelle 
altre parti délia pelle ; queste papille crescono per brève tempo, si arrestano poi nei loro 
sviluppo e quando l'uccello è schiuso dalT uovo, spariscono. Non vi è dubbio che qui la 
penna definitiva nasca dalla stessa papilla, come il rudimento délia filopluma. 

Le cose che ho esposto fin qui sono tratte in gran parte dal lavoro di Davies ed in 
piccola parte dal Klee. Ultimamente Strong ha sludiato lo sviluppo délie penne défini- 
tive in Sterna, Passerina, Munia e Columba con spéciale riguardo al pigmente: riferiro 
le conclusioni che riguardano lo sviluppo. Secondo Strong, le cellule intermedie del germe 
délia penna, non derivano tutte dallo strato délie cellule cilindriche, ma si moltiplicano per 
mitosi; ciascuna barba è composta di un' unica fila di cellule, i cui elementi distali svilup- 
pano processi ; l' epidermide è separata dalla polpa mediante una membrana basale di 
cellule piatte provenienti dal derma. Le cellule dello strato cilindrico non hanno la nota 
forma, dove quelle intermedie crescono intensamente per la formazione délie barbe laterali, 
ed il germe délia penna cresce in lunghezza, parte per la proliferazione délie cellule délia 
base e parte per Y ingrossamento délie cellule stesse. Nei corso dello sviluppo le strisce 
cellulari délie barbe subiscono una doppia curvatura. 

Wohlauer studiando lo sviluppo délia piuma primiliva nei pinguino {Eudypies chry- 
socomé) non ha rilevato in isladi precocissimi alcuna difl'erenza fondamentale fra T ab- 
bozzo délia penna e quello del pelo. Lo sviluppo ulteriore si corapie nei modo già descritto 
dal Davies pel piccione, ma nella formazione délie barbe lo strato délie cellule cilindri- 
che non si estende soltanto in direzione centrifuga, ma anche in direzione centripeta verso 
la polpa; non si consuma durante la formazione délia jienna, ma si ripiega più tardi fra 
i raggi e costituisce un semplice strato cellulare attorno alla polpa, che non si insinua 
fra le diramazioni délie cellule intermedie di ciascun cercine e la guaina délia penna. 
L'autore si è occapato anche brevemente del pigmentée délia muta, argomenti che non 
formano oggetto délie mie ricerche. 



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— 165 -^ 

I miei studi sono fondati suU'esame délie seguenti specie: 

1. Fulica atra, in série abbondantissima di erabrioni, e pulcini fino a 4 giorni di vila. 

2. Podiceps cristatus^ in due soli sladi embrionali. 

3. Ephialtes scops, in due stadi embrionali. 

4. Melopsittacus undulatus, in série numerosa di embrioni e di giovani. 

Le uova délie prime tre specie provengono da nidiate rinvenute allô stato libero: 
quelle di Melopsittacus undvlatus da allevamenti praticati nel raio aviario. Tralascio di 
parlare dei metodi di flssazione, colorazione, ecc. che furono quelli generalmente in uso; 
e dirb invece qualche cosa sui metodi di ricerca e di raccolta del materiale di valle. 

È necessario potere avère le uova in laboratorio non soltanto fresche, ma ancor vive, 
poichè rappresentando ogni covata di folaga una série embriologica più o meno avanzata, 
con intervalli regolari di 24 ore di incubazione fra uovo e uovo, non è possibile trovarne 
più d' uno in ogni nido, il quale non soffra se lasciato raffredare. Cosî, quando una nidiata 
contiene non più di 8 o 9 uova, è segno che ia deposizione non è ancor terminata e la 
série embriologica va da uno a 7 od 8 giorni di età. Per mezzo d'incubatrice o di chioccia 
facevo proseguire l' incubazione fino al giorno da me desiderato. Per riuscire a trasportare 
le uova senza uccidere gli embrioni, mi sono valso di una cintura di tela suUa quale stanno 
applicale otto cassettine rettangolari di legno, aperte superiormente e nel fianco applicato 
alla tela. Tenevo la cintura suUa pelle sotto ad un maglione da bicicletta, e coliocavo le 
uova due a due in ogni cassetta, rincalzandole con dell'ovatta, e mettendole a contatto 
colla tela, in modo da usufruire del calore del corpo. Ho cosi percorso parecchie volte 
più di 30 chilometri in bicicletta ed ho conservato le uova nella cintura per moite ore, 
senza che si verificasse il più piccolo inconveniente ; qualunque altro mezzo è riuscito in- 
vece o meno pratico e più incomodo per me, ovvero nocivo agli embrioni. 



II. 
Sviluppo délia piuxna primitiva nella Fulioa atra. 

La piuma embrionale o primitiva, non offre nel pulcino délia folaga il noto aspetto 
ordinario, caratteristico del polio, deU'anatra, ed in générale di tutti quegli uccelli che, 
in rapporte alla facoltà di nutrirsi da se stessi poche ore dopo la schiusa, si chiamano 
precoci. 

Air età di quattro o cinque giorni , quando cioè la piccola folaga è in grade di 
camminare, di inseguire e di acchiappare piccoli insetti e vermi, di pigolare con voce sten- 
torea, il suo corpo è ancora rivestito di appendici tegumentarie di varia forma, e cioè di 
piuraino sofflce, simile a quelle ordinario degli uccelli precoci, di piumino più o meno rigide, 
di setole diritte, di produzioni setoliformi più o meno lunghe e più o meno arricciate, e 
finalmente di produzioni claviformi, attenuate alla base. 



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— 16Ô — 

Passeremo rapidamente in rassegna queste diverse produzioni, tal quali si possono os- 
servâre in pulcini di quattro giorni di età. 



V: Piumino soffice. — Questo è distribuito su tutte le parti inferiori e specialmente 
sul ventre, sulle coscie, nel sotlocoda e sopracoda. Ciascuna penna possiede un calamo 
dal quale partono varie barbe, generalmente in numéro di sei ad otto, guarnite ciascuna 
in ambedue i iati di barbule sottilissime e discretamente lunghe: queste perô non si tro- 
vano lungo tutto lo stelo ; ad oitre tre quarti délia lunghezza totale di ciascuna barba, si 
accorciano rapidaniente e scompaiono, rimanendo Testreniità dello stelo nuda per un cerlo 
tratto, e completamente trasparente. 

2**: Piuraino rigido. — Questo riveste particolarmente il dorso, le ali ed il petto, 
e passa gradatamente a quello precedentemente descritto. Ad occhio nudo, serabra costi- 
tuito da una rachide piuinosa nella parte basale; nuda e rigida nel terzo apicale. Osser- 
vando tuttavia una di queste penne con un microscopio a visione stereoscopica o con una 
forte lente d' ingrandimento, si osserva che il calamo porta un ciuflfb di barbe norraalmente 
vestite di barbule, e che la porzione apicale délia penna è ravvolta in una guaina cornea 
sottilissima e resistente, alla quale è dovuto l'aspetto rigido di quella. Dilacerando la 
guaina, cosa non tanlo agevole quanto si crederebbe data la resistenza che essa offre, le 
barbe poste in libertà ci mostrano una penna primitiva, del tutto simile a quella del piu- 
mino sofflce, coirunica differenza che il tratto nudo délie barbe è alquanto più lungo, 
meno esil^», e quasi sempre di color nero come la parte basale. 

3**: Setole diritte. — Sono brevi, nerissime , situate sul vertice e sulPoccipite, 
disposle in file regolari che lasciano abbondantemente scoperta la pelle del capo, rossa, 
quasi violacea sui Iati, per effetto del colore cupo del globo oculare, il quale cambia la 
tinta del sottilissimo tegumento. Il loro aspetto è quello di un pelo, ma anche in questo 
caso r ingrandimento e la dilacerazione ci mostrano che si tratta in realtà di una piuma 
le cui Otto o dieci barbe, rigide e nude fuorchè alla base, sono racchiuse in una sottilis- 
sima guaina, che raggiunge il calamo. 

4° : Setole arricciate. — Queste sono grossette, più o meno arricciate ed allungate, 
intensamente colorate in arancio suUa meta apicale. Formano una corona, posteriorniente 
alla regione occupata dalle setole diritte, e si stendono sul coUo, sul mento e nella gola, 
anche sotto agli occhi. Quelle del collo confinanti col petto e col dorso, sono le più lunghe 
ed il flagelle colorato sorpassa la meta deirintera [)enna, la quale raggiunge spesso la 
lunghezza di quindici a venti millimetri: la meta basale è piumosa. Le setole più brevi e 
più arricciate sono quelle che si trovano nel mento e nella gola; esse sono piumose nel 
tratto basale e non oltre il quarto dell'intera lunghezza: attorno aile orbite se ne trovano 
alcune interamente seioliformi. L' ingrandimento mostra che queste penne non sono sostan- 
zialmente dissimili dal piumino, ma la guaina che racchiude le barbe è più estesa verso la 
base, più spessa e resistente ail' apice ; le punte sottilissime délie barbe sono qui racchiuse 
in un involucro relativamente grosso, al quale è dovuto il caratteristico colore arancio. 



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~ 167 — 

5*: Appendici claviformi. — Queste sono le più strane: occupano quella parte 
délia fronte che si trova situata fra la cresta, il becco e gli occhi : le più caratteristiche 
sono situate anteriormente, mentre quelle che si trovano addietro, assottigliandosi, vanno 
man mano rassomigliando aile setole riccie. 

Ciascuna produzione offre una specie di peduncolo o picciuolo impiantato nella pelle, 
il quale si ingrossa e si rigonfla nella sua regione distale, a guisa di una clava, e présenta 
aU'estremo apicale una protuberanza, simile a quella che si osserva nei limoni airestremo 
opposto al picciuolo. Il colore del picciuolo è nero, quelle délia parte rigonfiata è rosso 
fuoco. Col solito ingrandimento non si osserva nuUa di spéciale, ma dilacerando si vede 
che anche qui abbiamo a che fare con una filopluma, composta di sei ad otto barbe vestite 
di rade barbule nella parte basale, nude, esilissime ed incolore nella parte distale. Il rigon- 
flamento è dovuto al forte ispessimento délia guaina esterna. 

Queste produzioni raggiungono il massimo sviluppo durante gli ultimi giorni délia 
vit^ embrionale. Da principio, quando l'embrione in età di circa quindici giorni, offre una 
pterilosi marcata per riniziato sviluppo délie papille délie penne, queste nella regione 
attorno al becco ed agli occhi, vanno gradualmente ingrossandosi e poi si restringono ad 
un tratto, terminando in una specie di lungo e sottile flagelle. 

In embrioni più avanzati, la parte distale délia papilla si rigonfla crescendo, mentre 
il flagelle, rimanendo quaFè, appare più brève, e prende T aspetto di un' appendice délia 
papilla: in seguito poi, allorquando il pulcino è prossimo a schiudere, per un maggior 
accrescimento ed allungamento délia parte basale, là dove si trovano le barbe délia filo- 
pluma, Tintera papilla assume quell' aspetto di clava che ho descritto. 

Conviene adesso esaminare la struttura interna délie papille , ci6 che andrô facendo 
prendendo a studiare délie sezioni di pulcino nascente. 

In sezioni trasverse délia regione apicale non si trovano che cellule cheratinizzate, le 
più interne délie quali hanno forma poliedrica, citoplasma granuloso, ed in alcune si 
scorge ancora il nucleo. Man mano che ci si accosta alla periferia, le cellule si mostrano 
sempre più compresse, non si vedono più nuclei, e uegli strati esterni è affatto scomparsa 
la struttura cellulare. 

Nelle sezioni corrispondenti alla parte mediana del rigonflamento claviforme, si vede 
che la clava è costituita di corteccia e di polpa. Nella prima si distinguono bene due 
strati : une esterno complet amente corniflcato, che sembra constare da sette od otto 
strati di cellule concentricamente compressi : man mano che si procède verso T interne, si 
puo distinguere innanzi tutto il contorno délie cellule, poi appaiono nuclei radi che vanno 
facendosi sempre più numerosi. Nella corteccia si contano complessivamente quindici o 
sedici strati di cellule. 

La polpa è costituita da cellule piuttosto rade, le quali riempiono tuttavia Tintera 
cavità délia papilla: alT intorno, addossati alla corteccia, si notano i raggi di aspetto cir- 
colare, non interamente corniHcati, tanto che a forte ingrandimento con oggettiva ad im- 
mersione, si notano in ciascuna sezione una decina di cellule compatte, incolore, a cito- 
plasma granuloso, con nucleo quasi sempre évidente. Man mano che si esaminano sezioni 
più vicine alla base, si osservano le differenze seguenti. 



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— 168 — 

Ad un certo punto i raggl sono interamente corniflcati: ciascuno di essi forma una 
massa nera compatta, intorno alla quale si notano ancora cellule sparse della polpa e nel 
mezzo vasi sanguigni : gli strati della corteccia sono assai meno numerosi e tutti cheratiniz- 
zati. Scendendo ancora, oltre ai raggi principal! che non son altro che le barbe, s' incon- 
trano raggi secondari in numéro di dieci o dodici generalmente per ciascuna barba; sono 
distribuiti attorno a queste verso il lato esterno, e prevalentemente ammassati in due 
gruppi laterali, cosicchè le aree raaggiormente piene di raggi secondari, sono gl' interstizi fra 
barba e barba dal lato esterno. Qualche raggio cornificato si incontra anche internaraente, 
ma assai di rado. Cellule non cornificate si trovano nella regione centrale e negli interstizi 
fra raggio e raggio: la corteccia è qui sottilissima, per5 serapre costituita di più strati 
di cellule. 

La regione del calamo, impiantata nella pelle, non offre alcuna differenza da quella 
descritta dagli Autori nel piumaggio erabrionale del piccione e del polio. 

Complessivamente, le filoplume in questione si possono descrivere nel modo seguente. 

La filopluma, costituita di 7 od 8 barbe, rararaente più o meno, è ri- 
vestita da una guaina cornea pluristratificata, piuttosto sottile alla 
base, notevolmente ispessita ail' apice. Le barbe, sprovviste di barbule 
al loro estremo, sono interamente cornificate in quasi tutta la loro lun- 
ghezza, eccetto che nelle punte, dove si possono ancora riconoscere cel- 
lule e nuclei. Vasi sanguigni percorrono T orgauo in tutta la sua lun- 
ghezza, occupandone la parte centrale: la cavità della filopluma è 
riempita di cellule mesodermiche, délie quali se ne trovano anche 
negli interstizi fra barbe e barbule. Queste, nella regione prossimale 
sono indurite, montre non lo sono affatto nella regione distale, dove 
anche gli strati più interni della guaina non sono interamente corni- 
flcati, e permettono di distinguere bene i nuclei. 

SvUuppo dèUe appendici claviformi, 

Stadio I. - Emhrloni di 12 giomi. — Si notano ispessimenti dermici che produ- 
cono un leggero sollevamento dell' epidermide, come per le altre filoplume. Questo sotto 
l'aspetto raorfologico. Dal punto di vista istologico, si osservano ammassi di nuclei mesodermici 
che si addensano nei punti dove V epidermide si solleva, ed è a notare che il maggior diamètre 
deir ispessimento dermico corrisponde al culmine deU'eminenza, cosicchè alla leggera curva 
deir epidermide verso T esterno, corrisponde una curva delPammasso dermico verso Tinterno, 
curva che va man mano accentuandosi col crescere deU'eminenza. L' epidermide offre normal- 
mente due strati di cellule; uno esterno o superiore di cellule leggermente appiattite, T altro 
inferiore di cellule cilindriche: questi strati si trovano cosi negli apterii e nella cresta: noto 
incidentalmente che in quest'ultima regione vi è una proliferazione notevole délie cellule 
cilindriche. Nella eminenza lo strato superflciale si è divise in due strati, il più esterno 
dei quali è costituito da cellule ancor più appiattite e sottili : fra questi due strati e quello 



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-— 169 — 

profondo délie cellule cilindriche si è costituito uno strato intermedio abbastanza grosso, 
di cellule a nuclei rotondeggianti : sono le cellule intermedie di Davies. 

Insisto su questo particolare, in quanto il Davies ha osservato la formazione délie 
cellule intermedie, solo quando ha principio la formazione délie papille, e descrive questo 
primo stadio con due soli strati cellulari. Nella folaga, già nel semplice ispessi- 
mento dermoepidermico, p ri mo abbozzo délia penn a, lo strato su perflciale 
si divide in due, e dallo strato profondo si sépara lo strato intermedio. 

Gr ispessiraenti dermo-epidermici di ciascuna fila di penne sono a contatto immédiate 
Tuno deU'altro. 

Stadio II. - Embrmii di 13 giomi, — Si formano le papille: anche le cellule me- 
sodermiche aramassate, sospingono V epidermide, la quale si soUeva costituendo un mam- 
mellone rotondeggiante air apice e solo leggerissimamente piegato di fianco : in esso entra 
tutlo Tammasso di cellule mesoder miche, cosicchè montre nello stadio précédente Tintero 
ispessimento ofTriva in sezione normale alla pelle due superfici convesse, in questo stadio 
la papilla offre una superficie piana ail' interne. L' epidermide délia papilla contiene gli 
stessi strati di cellule precedentemente osservati, tuttavia lo spessore è maggiore air apice 
ed alla base, che non sui lati. 

Stadio III. - EmbfHoni di 14 giomi — La papilla si allunga e T apice di essa 
tende ad ingrossarsi e ad incurvarsi leggermente di fianco: fuorchè sui lati délia regione 
basale, T epidermide si è notevolmente ingrossata per Tapparire di numerose cellule ro- 
tondeggianti, derivate dallo strato di Malpighi : sono le cellule intermedie che aumentano 
di numéro, moite disponendosi a strati concentrici sotto lo strato epitrichiale, montre quelle 
più vicine allô strato délie cellule cilindriche, tendono in determinati punti a spingere 
quest' ultime verso la papilla dermica centrale. 

Stadio IV. - Embrioni di 16 giomi — I^ papilla seguita ad allungarsi e ad ingros- 
sarsi verso r estremità, ci6 che détermina un' apparente strozzamento alla base. Le cellule 
intermedie degli strati più esterni si sono compresse, ed hanno assunto un aspetto schiac- 
ciato. In sezione trasversa ciascuna papilla mostra quel caratteristici rilievi epidermici 
che si protendono verso l'asse centrale, e che, come è note, costituiscono il primo abbozzo 
dei raggi cornei délie flloplume; rilievi che provengono come è note, dal fatto che le cellule 
intermedie si sono maggiormente accresciute in quoi punti, spostando in dentro con esse 
lo strato délie cellule cilindriche. 

Stadio V. - Embrioni di 17 giomi. — Prosegue T allungamento délia papilla, al- 
r apice délia quale si forma quasi del tutto a spese dell' epidermide il flagelle caratteri- 
stico terminale : contemporaneamente si inizia la formazione del pigmente, il quale in ogni 
sezione si manifesta con V apparire di un reticolato di cellule bruno nerastre, che occupa 
in lunghezza la parte mediana délia papilla, e tende a estendersi verso la base : questa 



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— 170 — 

non offre ancora alcun principio di invaginazione nella pelle. La formazione del pigmento 
coinincia adunque prima che si determini l' inizio del follicolo. Le cellule niesoderiniclie 
sono ancora uniformeniente distribuite. 

Stadio VI. - Embrioni di 19 giornL — Procède 1* accrescimento totale délie papille, 
e si inizia la corniflcazione dei ragg-i : inoltre la base délia produzione si è invaginata nella 
pelle costituendo il follicolo. In questo stadio non è tuttavia possibile farsi una idea chiara 
deir intima sua struttura, se non esaminando parecchie sezioni a diverse livello délia stessa 
papilla. Ed è ciô che faremo cominoiando dall' apice. 

Una sezione perfettamente apicale condotta alla base del flagello, lascia riconoscere 
un tessuto compatto, costituito di cellule leggormente compresse, con nuclei non molto 
numerosi, evidentissimi, leggermente ovoidi verso il centre, marcatamente schiacciati alla 
periferia. Nel mezzo délia sezione, là dove sorge il flagello, si osserva un gruppo di nuclei 
addensati piuttosto irregolarraente, e che si appalesano di origine dermica. 

Discendendo, troviamo sezioni che vanno man mano aumentando di diamètre, al centre 
délie quali si trovano cellule distribuée irregolarmente e molto rade, che hanno tra loro 
moite aderenze mediante lunghi prolungamenti. L'area di questa natura cresce man mano 
ci si allontana dair apice. In mezzo si protendono i raggi, in numéro di 6 a 7, che partono 
dalla regione corticale e sono costituiti da numerosi nuclei tondeggianti, assai ravvicinati 
fra loro: quelli più esterni costituiscono une strate che tappezza tutta le parete interna 
del tratto di origine epidermica e corrisponde allô sirato délie cellule cilindriche, senza 
conservare minimamente la caratteristica forma che queste avevano in origine. ïutt' air in- 
torno si osserva una grossa parete fatta di molti strati di cellule, simili a quelle osservate 
nella sezione apicale. In queste sezioni si va accentuando sempre più lo schiacoiaraento 
délie cellule, che offrono per forma e struttura, dair interne aU'esterno, le medesiiue par- 
ticolariià che si osservano nello strato corneo ispessito del becco degli uccelli in générale. 
Le cellule délia polpa vanno diventando sempre più rade ed i raggi, costituiti sempre dollo 
stesso numéro di cellule, si rendono più distanti V une dall' altro 

Nelle sezioni successive diminuisce T area totale, prima a spese dello strato cornet) 
esterno, chè ormai conviene riconoscerlo per taie, poi anche a spese délia polpa. Quando 
il diametro délia intera papilla è diminuito di circa la meta, si incontrano fiualraente le 
prime corniflcazioni délie cellule dei raggi ; da principio le cellule sono scarsamente [ji^r- 
mentate, tanto da poterne ancora riconoscere la struttura, poi ai)paiono sotto forma di 
masse nere. Le prime cellule a corniflcarsi, sono per ciascun raggio quelle che si trovano 
sugli angoli del medesimo, poi sMndurisce e si pigmenta tutto lo strato interne; cosicchè 
a processo non molto avanzato, ciascun raggio ha la forma di un ferro di cavallo , più 
scuro nei due punti che corrispondono aile due estremità posteriori del ferro. 

Procedendo in basse, il diametro délia sezione diminuisce rapidamente e notevolmente, 
fine a divenire alla base délia produzione, inferiore di un quarto a quelle délia parte più 
ingrossata. Questa diminuzione di diametro è dovuta alla estrema sottigliezza dello strato 
corneo esterno, nello spessore del quale non si trovano più che tre o quattro cellule 



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— 171 — 

appiattite, ed alla diminuita area délia polpa, le oui cellule pur presentando i caratteri 
di un tessuto lasso, sono molto ravvicinate in confronte a quelle délia regrione apicale. 

In tal modo si giunge a livello délia pelle, ove si riscontra la sezione del follicolo, 
neir interne del quale le cellule cilindriche hanno ripreso finalmente la loro forma abituale. 

Da questo stadio si passa direttamente a quelle del pulcino nascente, che io ho già 
dpscritto nella sua intima struttura prima di trattare dello sviluppo. 

Dai fatti embriologici ed istologici fin qui esposti, emergono le particolarità inerenli 
alla piuma embrionale di Fulica atra. Essa è costituita da produzioni clavi- 
formi, plumiforrai e setoliformi, soffici e rigide, di aspetto svpriato, 
ma che tutte non sono altro che filoplume composte di 6 a 10 barbe, 
|)ortate da un calamo normale e guernite più o meno da barbule secon- 
darie; il varie aspetto è dovuto ad una guaina più o meno estesa e più 
o meno spessa, la quale avvolge totalmente o parzialmente le barbe, 
e persiste per qualche giorno dopo la nascita delTanimale. 

Le più caratteristiche fra queste filoplume , sono quelle situate sulla fronte, sulla 
cresta ed interne agli occhi, e che hanno forma di clava colla parte ingrossata ri vol ta al- 
r apice e terminata da una specie di appendice cornea délia guaina. 

Queste produzioni hanno origine da une spessimento dermo-epidermico che si trasforma 
in una papilla rilevata e tondeggianto air apice, non ripiegata su di un fiance come le 
papille che originano le ordinarie filoplume. Fine dai primi momenti dello sviluppo, si nota 
un fortissimo accrescimento délie cellule intermedie fra le strate délie cellule mucose e 
quelle epitrichiale. Di tali cellule, una parte va a costituire i cercini lon- 
iritudinali a spese dei quali si formano le barbe, mentre la parte 
esterna più spessa dai mezzo in su, si indurisce in un robuste strato 
cornée, paragonabile a quello che ricopre il becco. La cornificazione délie 
barbe non ha mai principio dair apice, ma dai mezzo, e procède con maggior rapidità 
verso il follicolo che non verso la punta; anzi quando la guaina cornea comincia a sfal 
darsi verso la base délia filopluma, mettendo in libertà le barbule, gli apici délie filoplume 
si trovano ancora appicciccati alla guaina esterna e fra di loro. 

Sebbene io non abbia una prova assoluta di quanto sto per dire, ritengo che la 
guaina cornea non giunga a distaccarsi dalla filopluma, e cada insieme a questa, nella 
muta che sostituisce alla piuma embrionale quella deflnitiva. 



III. 

Osservazioni sulla distribuzione délie penne 
e sulla maoohia pariétale di Podioeps oristatus. 

Il materiale embriologico di Podiceps cristatus da me posseduto, è troppo scarso per 
[.oterne seguire appieno le sviluppo délia piuma. Anzi non posseggo che tre embrioni nei 

Série VI. Tomo IV. 24 



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— 172 — 







quali le papille délie penne siano già cresciute, e questi appartengono tutti al raedesimo 
stadio, che corrisponde a quello che per la folaga ho indicato corne V. 

Sul capo sono mescolate grandi e piccole papille. Le prime hanno la base chiaramente 
e notevolmente invaginata, e qnesto è uno dei caratteri 
pei quali maggiormente differiscono dalle corrispondenti 
di folaga; inoltre la polpa si restringe man mano ci si 
avvicina alPapice, cosa naturale data la forma deirin- 
tera papilla, che rassomiglia a quelle ordinarie del polio 
e deir anatra. Le papille più piccole sono alternate senza 
troppa regolarità aile altre : appartengono evidentemente 
al piumino, che anche allô stato adulto ricopre di uno 
strato sofBce Tepidermide, sotto aile penne définitive 
di contorno. Tali papille sono in uno stadio più giovane 
di sviluppo : non offrono ancora traccia alcuna di cor- 
niflcazione e non presentano, in sezione trasversa, alcun 
principio di formazione dei cercini epiteliali, dai quali 
traggono origine le barbe délia fllopluma. 

Ma i rapporti più interessanti fra grandi e piccole 
papille si osservano nella regione del petto: comples- 
sivamente le grandi papille sono meno sviluppate che 
nel capo, perché non si osservano in esse cellule di 
pigmente. Le grandi papille sono ordinale in file rego- 
lari, e dietro a ciascuna di esse e precisamente dal 

lato ove sono ripiegate, si trova la piccola papilla: cosicchè abbiamo qui un a rego 
lare e compléta alternanza délie due specie di papille. 

Ma le singole file dei pterili pettorali, non 
sono disposte V una accanto alP altra in modo 
che nelle medesirae linee trasverse vengano a 
trovarsi le penne corrispondenti di ciascuna fila; 
queste sono invece situate in ordine alterne, 
cosicchè ciascuna penna di una determinata fila, 
non ha a destra ed a sinistra le penne délie file 
contigue, sibbene le piccole papille. Risulta in 
tal modo che la filopluma è circondata da quattro 
papille di piumino, e che alla lor volta ognuna 
di queste ultime si trova in mezzo a quattro 
flloplume in via di sviluppo. ïale particolarità 
non è citata dagli Autori; Gadow e Selenka, 
in base aile osservazioni di Nitsch dicono che 

nei Podiceps il piumino è sparso per tutto il corpo, e che le parti inferiori sono unifor- 
memente vestite, astrazion fatta da una sottile interruzione mediana che si ingrossa al ventre. 



Fig. 1 — Tratto di plerilio peltorale di 
un embrione di Svasso in sezione 
trasversa. p^ papille delle filoplume 
d, id. dei piumini ; /\ pieghe follico- 
lari anteriori di ciascuna filopluma. 




Fig. 2 — Tratto di pterilio pettorale di un em- 
brione di Svasso in sezione orizzontale. p, filo- 
plume ; d, piumini ; ?n, muscoli delle penne. 



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— 173 — 

È certainente dovuta a questa distribuzione regolare, la compattezza e la sofflcità del- 
r iiitera pelle pettorale del tuffetto, la quale corne è noto, serve per J'ai-e degli elegantissimi 
manicoiti per signera. 

Negli sladi da me studiati, la papilla délia filopluma è fortemente foUicolata e V epi- 
derinide costituisce anteriormente una leggera eminenza: questa dal lato posteriore délia 
penna è in continuazione diretta colla papilla del piumino, cosic^Jiè in quesli stadi si po- 
trebbe considerare la papilla del piumino, corne un prolungamento délia piega formatasi 
nel margine posteriore del follicolo délia filopluma. 

Ma una osservazione intéressante ho fatto, constatando la presenza délia macxjhia parié- 
tale fScheitelfleck) sul capo dei miei embrioni. 

È noto come il Klinkowstrôm abbia trovato negli embrioni di alcuni uccelli marini, 
una piccola macchia rotondeggiante ed intensamenle colorata in nero sulla regione occipi- 
tale del capo. Questa macchia apparve in un embrione di Sterna hirundo^ in 2 di La- 
rus ca'^uSj in 4 di L. marimcs, in 4 di L. glaucus, in 1 di Anser brachyrhynchus : in 
tutto 12 esemplari su duecento embrioni di uccelli nuotatori di varie specie, cosicchè TAu- 
tore svedese conclude che taie formazione è tutt' altro che comune negli uccelli. 

Tutti tre gli embrioni avanzati di Podiceps cristatus, da me studiati, possedevano la 
macchia pariétale, la quale pu5 riferirsi per la forma e V intensità, a quella rappresen- 
tata nella figura 2 di Klinkowstrom, e che si riferisce ad un Larus glaucus ] sembra 
anche esservi una certa corrispondenza per lo sviluppo délia pterilosi, sebbene i miei esem- 
plari accennino ad un maggiore sviluppo délie penne. È notevole il fatto che queste sono 
disposte intorno alla macchia pariétale dello svasso in file concentriche, e sono meno svi- 
luppate quanto più ad essa si avvicinano. 

Si puo concludere che esiste nello svasso un rapporte fra la macchia pariétale e la 
pterilosi del capo, nel senso che quella appare come una cicatricula attorno alla quale le 
papille délie penne si sono disposte in file concentriche, e quelle più vicine sono meno svi- 
luppate. 

Circa il significato di taie macchia non ho ragione di fare obbiezioni alla opinione di 
Klinkowstrom, che la ritiene omologa a quella che nei rettili corrisponde al forame 
pariétale. Accetto quindi, almeno pérora, T opinione di Klinkowstrom, non contradetta 
dal Livini, il quale si è recentemente occupato dei rudimenti deU'occhio pariétale negli 
uccelli. Quanto ai rapporti délia macchia pariétale col cranio e coU'epifisi, mi limiterô 
a dire qui che essi sono molto curiosi e che meritano di essere studiati. 

Dal punto di vista pterilograflco, devesi ancora notare che negli embrioni di 
Svasso esiste un vasto apterio triangolare sulla fronte, con vertice ri- 
volto al becco; area che negli adulti è rivestita di piumino. 



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~- 174 — 



IV. 



Osservazioni sul rivestimento outaneo délie zampe 
neir Ephialtes soops 

Corne già ho accennato, non posseggo che due stadi embrionali di questa specie, uno 
dei quali non si pu6 veramente considerare corne taie, avendo già rotto il guscio. Mi sono 
limitato alKesame del rivestimento cutaneo délie ganibe, per vedere quali siano i rapporti 
fra squame e penne. 

Stadi I. — Esaminando sezioni orizzontali alla pelle, si nota innanzi tutto che gli 
abbozzi délie penne, rivolti nella stessa direzione del margine délia squama, non sono unici 
su ciascuna di queste, ma un grande abbozzo, nel 
quale già sono évident! i cercini radiali, è situato 
fra due abbozzi molto piccoli, situati verso il mar- 
gine délia squama. 

Il margine di ciascuna squama porta 
adunque un gruppo di tre penne, délie 
quali la mediana è più sviluppata e com- 
pie Tufficio di penna di contorno. 

È noto come neiradulto di questa specie, le 
dita soltanto e l' articolazione intertarsale al suo 
lato esterno, siano sprovviste di penne, mentre il 
metatarso porta superiormente penne normali con 
vessillo ben sviluppato, ed inferiorniente penne con 
vessillo un poco piil ridotto. La differenza di gran- 
dezza fra le penne délia regione anteriore délia 
gamba e quelle délia regione posteriore, è mani- 
festa nelle filoplume embrionali. 

Se si pratica una sezione trasversale alla pelle, 




Fif;. 3 — Sezione obliqua al piano di una 
squama con penne, délia zampa di un em- 
brione di Ephialtes scops. j, Iwrdo délia 
squama ; p, papilla délia penna ; /", ispes- 
simento dermico addossato alla regione ven- 
trale del follicolo ; d, papille di piumini che 
non si sviluppano. 



staccando di questa un tratto longitudinale al me- 
tatarso, si osservano nella regione delT articolazione intertarsale numerose protuberanze 
dermo epidermiche, le quali ci rappresentano gli scudetti posteriori in via di sviluppo. 
Questi constano di voluminose eminenze del derma, leggermente tondeggianti nella su- 
perficie apicale e rivestite dair epidermide, la quale offre lo stesso spessore in tutta 
la sua estensione. Le cellule cilindriche hanno la loro forma tipica e costituiscono un tap- 
peto egaale, a contatto immediato délia papilla dermica : sopra allô strato corneo costituito 
di più strati di cellule leggermente depresse, trovasi l'epitrichio. 

Le filoplume sono ravvolte dalla loro guaina e contengono nel loro interno un residuo 



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— 175 — 

di pol[)a : i raggi e le barbule sono completamente sviluppati, ma per T assenza di pigmente 
e per la cornificazione incompleta, consentono di distinguere perfettamente la loro minuta 
struttura. 

Esse spuntano dal margine délie squame: non si trova alcun abbozzo di piume negli 
spazi intersquamosi, cosicchè la penna è qui una produzione sorgente sulla squama, ed è 
strano il parallèle che si pue istituire fra il cemplesso di questi ergani ed il pterilie pet- 
torale del tuffetto, in quante la porziene squamosa rassemiglia alla piega fellicelare di 
questo. 

Stadie II. — Invane he cercate nelle sezieni erizzentali e tras verse délia pelle una 
traccia degli abbozzi di penne secendarie, ai lati délia penna principale. Ogni squama 
porta un'unica penna, la quale sporge nel mezzo del margine apicale 
di quella. 

I raggi délie flleplume sono liberi per 
la scomparsa délia guaina, cosicchè il loro 
sviluppo pu5 essere considerato précoce di 
fronte a quello normale, perché la filo- 
pluma offre alla nascita del pulcino il dé- 
finitive sue aspette di lanugine embrienale. 

La squama ha raggiunto il sue complète / 

sviluppo e la sua struttura istelogica è Fif,^ 4 — Sezione anulare attraverso la peUe délia zampa 
identica, sia che perti la penna e che sia ^' un pulcino nascente di Ephiaites scops. ., scudetti 

posteriori ; s\ lati di una squama latérale con penna; 
intégra, ceme accade per quella deir arti- p^ papilla délia penna. 

colazione intertarsale. Si nota le sviluppo 

considerevole délie strate cernée, superficialmente disgregate, e délie strate délie cellule 
cilindriche, il quale manda brevi ramiflcazieni nel derma settestante, in maniera da rendere 
piû intimi i rapperti fra questo e la parte epidermica délia squama. Va notate altresi che 
la parete del fellicelo délia penna appare continua colla sui^erflcie délia squama: in altri 
termini la porziene epidermica di questa si ripiega a cestituire la tasca fellicelare, nella 
quale la parete disgregata délie strate cernée è più settile. 

Dai fatti espesti si pu6 cencludere che le penne a struttura normale, che 
rivestene le zampe de\l' Ej^hialtes scops, sono pertate da produzieni 
squamifermi di struttura si mile a quella degli scudetti, che rivestene 
la maggier parte délia regiene plantare délia zampa. 

Si fermane in origine su ciascheduna squama gruppi di tre penne, 
due délie quali più piccole e dispeste lateralmente alla più grossa; 
questa sela si svilup[)a, ed alla nascita del pulcino la filepluma è già 
libéra dalla guaina avvelgente. 

II fatte che la tasca del fellicelo offre la medesima struttura délia 
superficie epidermica délia squama, fa pensare che la penna si formi 



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— 176 — 

da una porzione di quella; tuttavia di fronte aile conclusioni del Davies circa i 
rapport! ontogenetici fra penne e squame nelle zarape dei piccioni doinestici calzati, secoaéo 
le quali conclusioni la squaraa è fonnazione secondaria, che si coslituisce attorno al fol- 
licolo délia penna, reputo [>rudente mantenere oggi una riserva, ripromeltendomi di stu- 
diare a fondo V argomento, in occasione di una prossima ricerca più estesa sulla morfo- 
logia délie produzioni squamifornii degli uccelli. 



Sviluppo délia piuma definitiva nel Melopsittaous undulatus. 

Descriverô brevemente i vari stadi embrionali e postembrionali, intrattenendorni su 
qiianto ho poluto osservare di particola» mente intéressante. 

Stadio I. - Embrione di 13 glornL — Lo sviluppo délia penna ha principio da sol- 
levamenti epidermici semilunari sul piano générale délia pelle, riempiti da cellule dermiche 
le quali costituiscono un abbozzo di papilla a base piatta: una sezione trasversa al capt), 
fa vedere una superficie esterna marcatamente ondulata a causa délie emmenze, inentre 
le basi délie papille dermiche sono situate su di una linea piana, iramediatamente sottostante 
aU'epidermide interstiziale, fra gli abbozzi délie penne. L'epidermide è costituita anche 
suUe eminenze dei due soli strati caratteristici. 

Stadio II. - Embrione di 14 giornL — In einbrioni più adulti di 24 ore di quelli 
che costituiscono lo stadio précédente, si sono formate deflnitivaniente le papille, che hanno 
forma di tubercoli pronunziatissimi: non sono affatto ripiegate verso alcuno dei loro flan- 
chi, e neir epidermide non si ha fonnazione di cellule intermedie; soltanto aila base di 
alcune papille, di quelle cioè che si trovano in uno stadio più avanzato di sviluppo, si 
osserva ciie lo strato cilindrico tende a sporgere verso la papilla dermica, accennando in 
tal modo ad un leggerissimo strozzaniento di questa ; fra lo strato cilindrico poi e quello 
superficiale piatto, si interpongono cellule rotondeggianti, aile quali si deve la suddetta 
tendenza délie cellule cilindriche. 

Stadio III. - Embrione di 16 giorni. — Questo s*adio, del quale disgraziataraente 
posseggo un unico embrione, mérita di ossere studiato e descritto molto accuratamente. 
Innanzi tutto osservo che sebbene esso non possa essere più avanzato delTaltro che di 
48 ore al massimo, ed in età di circa 16 giorni, vale a dire 24 ore prima délia rottura 
del guscio, pure, le condizioni degli abbozzi délie penne sono molto differenti. Le papille 
sporgenti, non sono ulteriormente cresciute nello sviluppo in modo sensibile; le loro cellule 
cilindriche non sono disposte in gruppi a forma di stella intorno alla polpa; sotto a cia- 



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— 177 — 

scuna papilla si osservano lunghe invaginazioni dell" epidermide nel derma, e flnalnaente 
di fianco a ciascuna papilla principale, si scorge il principio deir abbozzo di una nuova 
papilla assai più piccola. 

Se noi esaminiamo innanzi tutto una sezione longitudinale, attraverso la vecchia pa- 
pilla che ha proseguito nel suo sviluppo, troviamo che essa è ricoperta da un cappuccio di 
cellule poliedriche, addossate le une aile altre ma non schiacciate , contenenti numerose 
masserelle intensamente colorabili. Il cappuccio, sottile sui lati, va * diventando più spesso 
man mano che ci si avvicina air apice délia papilla, ove ë costituito da cinque o sei strati 
di cellule. Il cappuccio non è altro che l'ordinario strato epitrichiale che nella 
sezione délia papilla è cresciuto per una straordinaria moltiplicazione 
délie cellule che lo compongono, le quali nel dividersi hanno altresi 
inodificato la propria forma che da piatta è divenuta cubica o polie- 
drica. SuUa natura istologica del cappuccio e suUa sua origine epitrichiale non pub sor- 
gere alcun dubbio, sia perché è manifesta la continuazione sua coir epitrichio délia pelle, 
sia perché i nuclei di questo strato assumono, come o noto, una colorazione assai più 
intensa che non quelli délie altre cellule epidermiche, per la presenza dei numerosi granuli 
di cheratojalina, che hanno una straordinaria afflnità colle sostanze coloranti. Altro fatto 
degno di nota è che V intero cappuccio tende a disgregarsi, poichè nella sua parte super- 
flciale si scorgono quà e là dei vani, nonchè nuclei distaccati; ne la sua superficie è com- 
patta e liscia, come si osserva per V epitrichio dolla pelle, ma offre al contrario uno 
spiccato aspetto di mosaico. Questa formazione epitrichiale pluristraflcata, non trova altro 
riscontro che in quella che si osserva sul becco in formazione, e particolarmente sull'area 
occupata dal callo embrionale, non soltanto negli uccelli ma altresi nelle testuggini. I 
granuli di cheratojalina sono perô minutissimi in questo caso, abbastanza numerosi, ed 
indifferentemente distribuiti sia nel mezzo délia massa nucleare, sia a ridosso délia relativa 
parete, 

Sotto air epitrichio sta uno straterello costituito di due o tre strati di cellule forte- 
mente appiattite, fra le quali è assai difficile scorgere nuclei : taie strato offre V aspetto 
caratteristico dello strato corneo disgregato, ed ha lo stesso spessore tanto sui lati quanto 
air apice. 

La massa délia papilla è costituita di nuclei tondeggianti e numerosissimi e per quanto 
riguarda la parte epidermica, si osserva che le cellule non solo non si sono raggruppate sia 
[)ur soltanto per iniziare i caratleristici cercini longitudinali, ma non sono neppure disposte 
in regolari stratiflcazioni. La parte dermica délia papilla, è, come ho già detto, scarsa, ed 
è riconoscibile solo pel l'alto che le cellule che la compongono sono meno ravvicinate délie 
altre, accennando in tal modo ad allontanarsi le une dalle altre, per costituire quella specie 
di maglia che è caratteristica alla polpa délie penne in via di sviluppo. 

L' epidermide che circonda la base délia papilla, si approfonda un poco in direzione 
obliqua verso di questa, in modo da costituire una specie di collare che restringe il dia- 
metro basale délia papilla, poi di nuovo si allarga costituendo un lungo cono sprofondato 
nel derma. La parte basale e profonda del cono è aperta, e per essa entrano cellule del 



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denna; sui lali, procedendo dall'intenio alPesterno, si trovano prima lo strato malpighiano 
e poi lo strato corneo dell' epidennide approfondita, ed a ridosso di quesf ultimo niolteplici 
stratificazioni epiteliali, nel mezzo délie quali si trova la polpa. In sezione trasversa pero 
si osserva che fra queste stratificazioni una sola, e precisamente la più esterna, è netta- 
mente distinta dalle altre, che appaiono piuttosto corne cumuli celhilari distribuiti senzor- 
dine. Poichè è chiaro che qui abbiamo che fare col follicolo délia penni definitiva in via 
di sviluppo, possiamo chiederci in primo luogo se alla sua formazione prenda parte la 
papilla vecchia, già primitivamente abbozzata. La risposta è negativa, poichè qui è eviden- 
tissimo il fatto che nessuna invaginazione si manifesta per parte délia papilla, invagi- 
nazione confrontabile a quella che nello sviluppo délia penna del polio o del tuffetto, in 
periodi corrispondenti, si verifica quando pel suo insinuarsi in basso, la penna in forma- 
zione sembra sorgere dal fondo di una tasca. 

La papilla primitiva sembra invece, corne ho già detto, strozzata alla sua base dal- 
r invaginazione deir epidermide. Questa si approfonda con ambedue i suoi strati sotto 
forma di duplicatura cutanea, in modo che lo strato corneo proveniente dalla superficie 
costituisce il rivestimento del follicolo, mentre quelle proveniente dal cercine basale délia 
vecchia papilla, gênera un pavimento di cellule che vanno a costituire la guaina délia 
penna. 

La papilla secondaria appare come un bitorzolo o mammellone rotondeggiante : essa 
e rivestita dallo strato corneo, sotto al quale lo strato délie cellule cilindriche costituisce 
un unico tap|)eto di cellule, che appaiono compresse dalla massa di quelle connettivali, che 
hanno sospinto V epidermide in alto. ♦ 

Stadio IV. - Embynone di 17 giomi. — Questo stadio précède di poche ore la rot- 
tura del guscio: Tembrione pertanto è ancora ravvolto nel liquido amniotico. 

Il fatto più notevole è qui la quasi totale scomparsa délie papille e dei 
mammelloni esterni; possiamo dunque dire che il piumaggio di nido è nel 
melopsittaco quasi interamente rudimentale, giacchè esaminando P embrione 
coir aiuto di una lenta non si osservano che rare flloplume sparse sul doi'so, sulla coda e 
suUe coscioj mentre la rimanente superficie del corpo appare liscia anche là, dove negli 
stadi più giovani la lente permetteva di scorgere le papille ordinate a scacchiera nei pterili 
normali. 

In sezioni oblique alla pelle, tali da risuitare normali agli abbozzi délie penne, si osserva 
che accanto a ciascun follicolo grande, si trova una produzione dermo-epidermica assai più 
piccola, non follicolata. Nel primo vediamo uno strato di cellule cilindriche, limitanti la 
polpa. Nelle piccole produzioni non follicolate, un gruppo di cellule dermiche è circondato 
da due strati di cellule epiteliali. 

In sezione sagittale, si osservano nelle penne più grandi i residui délia papilla primi- 
tiva. I limiti délia pelle costituiscono una piccola tasca che si racchiude innanzi aU'apice 
délia penna in formazione; nella tasca è contenuto un residuo di aspetto cheratinizzato 
délia vecchia papilla, nel quale non è possibile scorgere alcuna traccia di struttura cellulare. 



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— 179 — 

Per quanto concerne le produzioni minori, esse appaiono in sezione longitudinale corne . 
uno zaffo dello strato mucoso deirepidermide, avvolgente nel fondo una papilla dermica. 
Lo strato corneo nella superficie corrispondente allô zaffo, non solo non offre alcuna traccia 
di eminenza ne di depressione, ma présenta le caratteristiche dello staio disgregato. 

Stadio V. - Pulcino nascente. — In questo stadio, corrispondente airuscita dairuovo, 
gli abbozzi délie penne définitive non hanno più alcun rapporto con residui délia papilla 
eiïibrionale atrofizzata. Tali residui osservati nello stadio précédente sono stati espuisi e il 
canale del foUicoIo embrionale è totalmente chiuso. In quella regione del capo dove la 
pelle, in vicinanza aile narici, è più spessa, l' abbozzo situato alquanto profondamente nel 
derma appare collegato air epidermide per mezzo di un peduncolo epiteiiale, discretamente 
lungo : il peduncolo invece è assai brève, anzi quasi nullo, là dove la pelle essendo sottile 
e fortemente tesa al disopra del cranio, costringe gli abbozzi ad adagiarsi in essa in senso 
quasi orizzontale. Gli abbozzi délie produzioni minori sono alquanto cresciuti in dimensione, 
raa presentano i medesimi caratteri morfologici ed istologici, descritti precedentemente. 

Stadio VI. - Giovane di 2 gmmL — Descrivero in questo stadio gli abbozzi délia 
regione frontale e quelli délia regione occipitale. Esaminando una sezione dei primi, longi- 
tudinale air abbozzo e nella sua parte mediana, si osserva un'ampia canipana epiteiiale, 
attaccata dal lato délia cupola air epidermide. Tanlo sul contorno esterno del manico e 
délia campana, quanto su quelle interne di quest' ultima, lo strato di Malpighi costituisce 
una superficie continua, unistratiflcata esternamente, a due strati evidentissimi nell' interne. 
Il margine inferiore délia campana è ingrossato per formazione di cellule intermedie. La 
cavità è riempita di cellule dermiche non uniformemente distribuite, giacchè là dove V epi- 
telio è più spesso, per la compressione che ne ricevono appaiono più fitte, e ci6 si verifica 
presse la bocca délia campana. 

Lo strato corneo, a contatto con quelle del foUicolo, appare formate da elementi 
piatti, fortemente ravvicinati gli uni agli altri, specialmente nella regione elevata délia 
campana, alla quale costituiscono una specie di cappuccio, che si prolunga in un ispessi- 
mento corneo, che si protende attraverso lo zaffo epiteiiale fin verso la sua origine. 

Condizioni simili si verificano negli abbozzi délie penne occipitali, senonchè in essi 
r ispessimento corneo è già spuntato fuori délia pelle e costituisce la parte apicale délia 
guaina délia penna, nell' interne délia quale non sono ancora giunte ne la punta délia 
rachide ne le barbe. 

Le produzioni minori accennano ad uno sviluppo più lento : in sezione trasversa, la 
pelle présenta un abbondantissimo strato corneo disgregato, sotto al quale trovasi lo strato 
corneo compatto e quelle di Malpighi: da questo, parte lo zaffo epiteiiale che si addentra 
nel connettivo, racchiudendovi poi la solita papilla. 

Stadio VII. - Giovane di 4 giorni. — Nelle sezioni longitudinali alla pelle, si os- 
serva in questo stadio che tutto il follicolo e 1- abbozzo délia penna è fortemente cresciuto, 
Série VI. — Tomo IV. 25 



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e che la papilla dermica occupa un larghissimo spazio: inoltre Tintero abbozzo non olfio 
più la forma di una campana, ma ha assunto quella ciiiaramente conico-cilindrica, lutta 
spéciale aile grosse penne di contorno, quando sono per spuntare. In sezioni trasverse sono 
ben costituitt nelle grandi produzioni i cercini radiali, numerosi e sottiii ; in essi tuttavia 
le cellule epiteliali non sono ancora allineate con ordine. Nelle piccole produzioni abbiamo 
soltanto un accenno dei cercini radiali, inquantochè la superficie epiteliale che ta()i)ezza 
r interno deir abbozzo, offre un aspetto irregolare. 

Stadi VIII e IX. - Giovani dai 6 ai 12 giomi. — Questi stadi dal punto di vista 
délia raorfologia générale délie penne, non offrono fatti particolarmente interessanli, giacchè 
la penna deflnitiva ormai spuntata va costituendosi nei suoi elementi, nella stessa manifra 
che altri autori hanno descritto per lo sviluppo délie penne définitive del polio e del picrione. 
Quanto alP abbozzo dei piumini, essi pure fanno vedere la formazione dei cercini radiali e 
délia guaina délia penna, che spunta in maniera analoga a quella che ho descritto |)er le 
grandi penne di contorno. Alcune fotografie mostreranno raeglio alcune particolarità isto- 
logiche e topograflche délie penne in questi stadi. 

Fossiamo ricapitolare adesso Tontogenesi délie penne del MAopsittacus undulatm. 
Poche di esse hanno sviluppo normale di fllopluma, alla quale succède la penna defitiiiiva 
in modo simile a quelle che si verifica pel polio e pel piccione. 

Per la maggior parte délie penne di contorno, le papille dermo-epi- 
dermiche primitive si arrestano ben presto nel loro sviluppo, e mentre 
Tepitrichio si ispessisce e diventa pluristratiflcato, Tepitelio che cir- 
conda la base délia papilla spinge in basse una duplicatura, che di- 
scende man mano nel derma, racchiudendone a mo' di campana, una 
porzione. 

In seguito la papilla primitiva dégénéra, strozzata alla sua base 
dalTepitelio proliférante, il quale forma attorno ai residui délia pa- 
pilla uno stretto canale, destinato a chiudersi completamente dopo il 
rigetto di quelli. 

In tali condizioni l'abbezzo délia penna rassomiglia, nei suoi rap- 
porti colTepidermide, aU'abbozzo di un pelo, giacchè dalla superficie 
délia pelle discende nel derma uno zaffo epiteliale, che ravvoljre poi 
una voluminosa papilla mesodermica. 

La parte esterna délia duplicatura epiteliale va a costi tuire la ta- 
sca follicolare; quella interna gênera la penna. Dallo strato cornei 
délia duplicatura interna, si forma in modo centripète la guaina, la 
quale sviluppandosi alTapice assai più presto che non i raggi, cosii- 
tuisce una specie di ponzone corneo che âpre nuovamente il canaleat- 
traverso lo zaffo epiteliale, e spunta preparando al vessillo la via per 
giungere aU'esterno. 



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— 181 — 

Più ridotto è lo sviluppo délia lanugine o piumino. Questa è distri- 
buita uniformemente in modo che ciascun piumino è situato indietro, ed 
alquanto a lato a ciascuna penna di contorno. 

La papilla primitivadei piumini è ridotta ad un semplice mammellone 
dermo-epidermico che scompare rapidamente, lasciando al suo posto 
uno zaffo epiteliale, esattamente comparabile a quello del pelo, e che 
solo assai tard! racchiude la papilla dermica. 



VI. 
Penne e squame. 

Ammessa, in base a reperti paleontologici una stretta afflnità fra i Rettili e gli Uccelli, 
niolti tentarono di ricondurre alla semplice squama dei primi, la penna, organo complicato 
che ricopre la cute dei secondi. Mentre negli ultimi anni gli autori hanno cercato di sta- 
l)ilire quali siano i rapporti fllogenetici délie due forraazioni, considerandone Tontogenia 
da un punto di vista molto générale, prima non era mancato chi ave va voluto scorgere 
fra penne e squame una compléta omologia. 

Ed ammettendo che quelle sian derivate da queste, vi fu chi ravvisô addirittura in 
certe forme particolarmente modificate un vero anollo di passaggio fra squame e penne. 
Il Kerbert per esempio, nelle penne dei pinguini credette di potere riconoscere un tal 
punto d'unione fra le specie di organi. Nel suo lavoro sulla pelle dei rettili e di altri 
vertebrati, fra le altre particolarità délie penne del pinguino, rilevô, che esse posseggono 
ancora una reale papilla e che in esse non si manifesta un' unica rachide principale, ma 
che il vessillo è costituito da numerose barbe, riunite alla base e divergenti nella regione 
apicale. Kerbert attribuiva importanza alla presenza di una papilla nella penna, giacchè 
sobbene questa si possa considerare come una squama cilindrica sfllacciala, mentre nella 
squama la papilla persiste, è noto che nella penna la papilla si ritrae col tempo al fonde, 
ma nel pinguino certe parti del corpo ofTrono produzioni coniche riferibili assai bene aile 
squame coniche dei moloch fra i rettili. Seconde il Kerbert avremmo che fare in am- 
bedue i casi con squame, che si sono sviluppate in forma cilindrica, cosicchè le due caté- 
gorie di organi dovrebbero ritenersi assolutamente omologhe. 

Queste conclusioni furono oppugnate dallo Studer. Egli dimostrô che le penne squa- 
miformi dei pinguini, come tutte le altre penne, constano di calamo, rachide e barbe e che 
il loro sviluppo è perfettamente riferibile aile penne munite di vessillo degli altri uccelli. 
Rilevo in oltre che la loro forma si deve ritenere derivata in seguito a modificazioni 
recenti, riferibili air adattamento di quegli animali alla vita acquatica. A favore di questo 
concetto parla anche la scoperta del Paleoeudyptes antarticus, pinguino fossile di grandi 
dimensioni rinvenuto nelle arenarie del terziario neozelandese : questo animale possedette 



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— 182 — 

un omero più allungato e proporzionatamente più grosso di quello che si rinviene nelle 
specie viventi ; inoltre V adattamento délie estreraità posteriori air ufflcio di remi non era 
in esso cosî sviluppalo come nelle specie attuali. Finalmente la persistenza délia papilla, 
corne da lungo tempo è noto, non è propria aile sole penne del pinguino, ma a tutte le 
altre penne. In tal modo tutti gli argomenti di Kerbert per Tomologia fra le penne e 
le squame, rimanevano destituiti di qualsiasi valore. Ed oggi che si puô dire di conoscore 
bene la piuma del pinguino insieme al suo sviluppo, si puo, in base alla circostanza che 
i nidiacei nascono ciechi, escludere assolutamente che questi uccelli abbiano a rappre- 
sentare un tipo primitive. 

Un'altra forma di passaggio fra penne e squame, fu indicata dal Gadow nelle scaglie 
dei piedi dei ratiti, dove s' incontra un piccolo numéro di brevi processi cornei, impiantati 
suUe scaglie. Seconde questo Autore gli stadi intermedi fra squama e penna sarebbero 
stati i seguenti: 

1° scaglia con base larga; 

2"* una parte délia squama si solleva sul resto e forma un orlo o rialzo alquanto 
ripiegato indietro; 

S"" la squama acquista un margine dentato, montre la parte basale porta délie 
piccole papille ; 

4** al di sopra ed ail' intorno di queste piccole papille dermiche, l' epidermide crosce 
determinando la formazione di una specie di corto processo corneo, la cui parte basale 
da pianeggiante e schiacciata diventa alquanto rotonda. 

Da questa forma si passa senz'altro alla piuma embrionale, con moUi raggi di consi- 
stenza e struttura simili. 

Anche il Klee considéré le scaglie dei rettili e le penne degli uccelli come forma- 
zioni omologhe, e suppose che gli antichi rettili ed uccelli, dovessero avère un rivestimonto 
atto a riparare il calore del corpo, e formate in questi ultimi dalla risoluzione in fibrille 
deir epidermide cornea dei tubercoli cutanei. 

Contre questi concetti si espresse il Davies, del quale ho già accennato air impor- 
tante lavoro sullo sviluppo délie penne nel piccione. Contre il Klee che aveva rievocaia 
Topinione precedentemente manifestata dal Kerbert, rilev6 che le piume squamifonni dei 
pinguini non sono primitive, ma derivano da penne più complète, e negô Tesistenza di 
piume ridotte al solo calamo, senza vessillo, confermando in parte le vedute dello Studer. 
Anche Topinione del Gadow non fu accolta dal Davies, il quale non ammette che le 
scaglie délie zampe dei ratiti, il cui bordo porta dei processi cornei con papille basali, 
siano forma di transizione fra la squama e la penna, giacchè queste papille sono esse stesse 
dei rudimenti di piume. Questa conclusione dériva daU'altra che le scaglie o placche cornée 
délie zampe degli uccelli, non sono omologhe aile scaglie dei rettili : ammettendo che le 
penne rappresenti no délie squame rettiliane modificate, non si potrebbero seconde Davies, 
comparare a queste medesime squame le placche cornée dei [liedi, il cui bordo pu6 
portare piccole piume. Negli embrioni di piccioni a zampe calzate, le placche si formano 
come degli ispessimenti, attorno alla base degli abbozzi délie penne. Nei pulcini di piccioni 



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— 183 — 

a zampe nude, vi sono flloplume rudiraenfali suU'orlo délie squame. Il Davies pensa che 
la condizione a zampe calzate è primitiva negli uccelli, e che le placche cornée sono forma- 
zioni secondarie; egli ritiene che non si debbano comparare direttamente aile scaglie dei 
rettili che i piccoli scudi délia faccia plantare délie zampe. 

Il Davies conclude che noi non conosciamo alcuna forma d'organo esistente, che 
possa considerarsi intermedio fra squama e penna, Fondandosi sulP ontogenia egli ritiene 
che queste due produzioni abbiano per punto di partenza un' escrescenza délia pelle, rico- 
perta dair epidormide ispessita. Uno stadio susseguente è rappresentato dai tubercoli a 
strutiura raggiata, come si trovano nei Gechi e nei Camaleonti. Un' appendice di questa 
specie, allungatasi e ripiegatasi indietro è il punto di formazione délia penna. Data T omo- 
logia délia penna e délia scaglia, la faccia profonda delF epidermide di questa, è rappre- 
sentata daU'ultima callotta dell' anima délia penna, che resta in contatto colla papilla;gli 
strati cornei superficiali, come V epitrichio, corrispondono agli strati omonimi délia scaglia 
e sono rigettati prestissimo; tutta la massa délia penna rappresenta dunque lo strato 
corneo profondo délia scaglia e le cavità che essa racchiude sono gli spazi intercellulari. 
L' ispessimento ulteriore deir epidermide su di una scaglia rag'giata come quella descritta, 
e la sua risoluzione in fibrille dopo il ritiro délia papilla e la rottura degli strati cornei 
superficiali, hanno potuto condurre alla formazione di una filopluma semplice, come quella 
del piccione, che pub considerarsi primitiva, in rapporto aile flloplume piii complicate di 
altri uccelli. 

Di molto interesse dal punlo di vista générale sono le setole pettorali dei tacchini, illu- 
strate dal Ficalbi. È noto come nei mezzo del petto, questi animali posseggano un maz- 
zetto di setole ispide, più lunghe nei maschi che nelle femmine, contornate da lunghe 
e sottili squamette e da rilievi bianchi, poco lunghi, nastrati, che ricordano dei piccoli 
tubercoli. Il Ficalbi ha osservato che tali rilievi non sono altro che produzioni dermo- 
epidermiche, nelle quali è specialmente sviluppato lo strato corneo, e che rammentano 
nella loro sozione i piccoli tubercoli délia pelle di molti rettili. Le squamette sono pure 
rilievi dermo-epidermici, nei quali il derma forma una lunga papilla, alquanto schiacciata, 
che si proietta in alto; T epidermide cho- la ricopre si approfonda alla base verso il derma 
a guisa di ripiegatura, cosicchè la squametta pare che abbia la sua radice in un infossa- 
mento epidermico. Tuttavia queste produzioni non sono foUicolate, come non lo sono mini- 
mamente le setole, che appaiono produzioni cutanée piliformi, emergenti dal piano tegu- 
mentale, con manifesta natura di produzioni dermo-epidermiche. 

Sebbene il Ficalbi riconosca che queste produzioni hanno, specialmente sotto Taspetto 
del loro modo di formazione, maggiore somiglianza colle penne che non coi peli dei mam- 
miferi, afferma tuttavia che sarebbe erroneo dire che le setole del tacchino siano penne 
modificate. 

U ontogenesi è più vicina a quella délie penne, le quali pure cominciano con un rilievo 
dermo-epidermico, sporgente da principio sul piano cutaneo ; ma poi nelle penne il sud- 
detto rilievo si invagina e si differenzia in modo che la parte epiteliale prende il soprav- 
vento sulla dermica, che si riduce a semplice papilla délia penna, la quale, cosî, non solo 



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allô stato deflnitivo, ma anche a quello di filopluma, è produzione epidermica follicolata, 
inentre le setole del taccliino sono produzioni non folUcolate, nelle quali il derma ha larga 
parte. Queste produzioni vanno in tal modo considerate corne più primitive e più semplici 
délie vere penne. 

Per comprendere il valore morfologico atiribuito dal Ficalbi aile setole del tacchino, 
è necessario seguire le considerazioni che egli espone circa le varie forme di produzioni 
rilevate délia pelle dei rettili. A questo io mi accingo volontieri, tanto pift |)erchè reputo 
necessario esaminare questi dettagli per poter discutere in seguito le omologie fra le pro- 
duzioni tegumentarie degli uccelli e dei rettili, ed anche perché condivido in gran parte 
le opinioni del Ficalbi. 

Gli Autori che si sono occupati di questo argomento, sogliono istituire raffronti fra 
penne e squame. Queste non sono tuttavia sole a costituire il rivestimento cutaneo dei 
rettili : consistono in produzioni dermoepidermiche laminari, inclinate, più o meno embri- 
cate; il derma entra nella squama come una ripiegatura di tutti i suoi strati. Afflni aile 
squame sono le placche, quali rinveniamo ad eserapio nello scudo e nel piastrone dei che- 
loni : esse pure embricate d' avanti indietro, si possono considerare come squame con piccola 
parte libéra, e con spazi intersquamosi molto serrati. 

Ma in antitesi a queste produzioni laminari, oblique, e talvolta orizzontali sul piano 
cutaneo ed embricate, e nelle quali il derma è entrato come vera e propria ripiegatura 
con tutti i suoi elementi, stanno altre assai più semplici a forma di piccoli rilievi tondeg- 
gianti délia superficie del derma, nei quali si modella Y epidermide, ingrossandosi un poco 
nel suo strato corneo. Di queste produzioni sono provvisti i gechi, i camaleonti ed in parte 
le tartarughe. Il Ficalbi le chiama tubercolini, che deflnisce piccole produzioni 
rilevate e circoscritte dermoepidermiche, nelle quali il derma non fa 
che mandare una piccola protuberanza délia sua parte superficiale. 

Fra i tubercolini e le squame, i tubercoli si possono considerare come organi intermedi: 
sono essi pure produzioni dermoepidermiche rilevate, diritte, tondeggianti, più o meno ottuse 
od acuminate all'apice e qualche voUa pianeggianti, ma, a differenza dei tubercolini, il 
derma prende parte alla loro forinazione con tutti i suoi strati e si possono considerare non 
come piccoli rilievi délia superficie del derma, ma come vere ondulazioni dello stesso. 

Seconde il Ficalbi, i tubercolini si debbono considerare come primitivi tanto riguardo 
aile altre produzioni rilevate dalla pelle dei rettili, quanto a quelle dei vertebrati superiori: 
taie concetto è in armonia colle vedute di Davies e, lo dichiaro fin d'ora, si accorda 
coir opinione che io mi sono formate in base aile ricerche, i cui risultati ho superiormente 
esposti. Seconde questi autori, il tubercolo e la squama sono differenziazioni secondarie e 
collaterali del tubercolino : per spiegarsi V origine délie penne è necessario volgere le 
nostre ricerche a quest' ultime, lasciando da parte le squame. 

Il tubercolino si è allungato, seconde il Ficalbi, rimanendo o diventando sottile, 
mentre la sua parte cornea si sviluppava maggiormente prevalendo specialmente aU'apice, 
e la sua parte radicale si rendeva in piccola parte follicolata. Si è giunti in tal modo a 
délie produzioni dermoepidermiche con apparenza di setole e grossolani peli, non realmente 



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follicolate, ma sorgenti nel piano cutaneo, e tutto al più pseudofollicolate: produzLoni con 
parte epidermica esuberante, ma nel oui interne si prolunga sempre il derma, corne polpa 
connettiva. Per tali produzioni il Ficalbi propone il nome di peli priraitivi e ritiene 
che essi costituiscano la forma di passaggio fra i tutercolini e le filoplume: le setole 
pettorali del tacchino'tanto in via ontogenetica, quanto in via défini tiva o anatomica, anche 
per il fatto di essere precedute nell'area cutanea, nella quale sorgono, da tubercoletti e da 
squamettine nastrate, molto semplici, parlano a favore della ipotesi délia trasformazione 
graduale dei tubercolini in peli primitivi. 

Contre quest'ultima interpretazione si espresse il De Meijere, osservando che il si- 
gnificato morfologico délie setole pettorali del tacchino, puo essere compreso studiando le 
produzioni simili che si incontrano in altri gallinacei, produzioni tutt' altro che rare e suUe 
quali le prime non hanno altro vantaggio clie la grande lunghezza. SuUa fronte di Numida 
ptilorhyncha, per esempio, si trova un ciuffo di setole carnose, che hanno l'aspetto di 
scaglie lunghe, strette e sottili, le quali non sono altro che papille dermiche, riveslite di 
epidermide ispessita: cosi pure 1h caruncole di molti generi di Fagiani consistono in pa- 
pille simili, nelle quali la parte dermic^ ha il sopravvento su quella epidermica. Le mie 
ricerche suUe appendici carnose del capo dei Tragopan, mostrano assai bene la genesi 
di tali produzioni. Studiando la pelle nuda délie guance, dimostrai come in origine quella 
porzione di tegumento sia vestita di penne normali con vessillo sviluppalo, le quali nelle 
mute successive vanno riducendo la lunghezza délia rachide e délie barbe, fine a scom- 
parsa quasi compléta di queste, montre la pelle circostante diviene ricca di cromatofori, 
più spessa ed a superficie ondulata. Queste ondulazioni si prolungano in altri generi come 
Phdsiarms, Lophura e Oennoeus^ in vere e proprie papille dermo-epidermiche, le quali 
danno alla intera superficie della gnancia un aspetto vellutato di color rosso e qualche 
volta azzurro: sparse fra le papille, si scorgono le penne ridotte nella forma e nelle di- 
mensionl come ho già dette. 

Papille dermo-epidermiche lunghe e sottili, con predominanza dell' epidermide si possono 
osservare anche come prodotti [)atologici nelle zampe di molti uccelli. Non di rado accade 
di vedere sorgere nella planta dei piedi dei piccioni, dei fagiani e di altri animali da cor- 
tile, appendici fungose, le quali inceppano la normale andatura deir uccello e sono costi- 
tuite nel modo che ho dette. 

ïutte queste produzioni non sono evidentemente omologhe aile penne, perché noi le 
abbiamo vedute sorgere come pieghettamenti della pelle intorno aile penne normali, ed è 
per questo motivo che io sono disposto a considerarle col De Meijere come particolari 
squame modiflcate, o meglio ancora, come produzioni rilevate della pelle degli uccelli , non 
riferibiU aile altre délie quali ho discorso fino ad ora. Concludendo io ammetto col Fi cal bi 
e col Davies che la prima origine délie penne vada ricercata in produzioni simili ai 
tubercolini dei rettili; son d' accorde col Ficalbi nel riconoscere che i peH degli 
uccelli, setole o vibrisso, siano ontogeneticamente ed anatomicamente vere e proprie 
penne modiflcate; dissento da lui, e mi accorde col De Meijere nelFescludere che le 
setole pettorali del tacchino si possano considerare come produzioni primitive, dalle quali 
sarebbero originate in via definitiva le penne. 



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Il De Meijere si è occupato prevalenlemente délia distribuzione délie penne sul 
corpo, riconoscendo che il piumino è molto più nuraeroso e vario, di quanto non fosse 
stato riconosciuto prima. Per lo più è composto di elementi piccolissimi, i quali compaiono 
non solaraente accanto aile penne, ma anche aile calugini. Generalmente su tutto il corpo 
appaiono gruppi di penne, fra le quali una si è sviluppata nel mezzo più fortemente délie 
altre. Nei barbagianni {Strix flamneà) evvi una évidente connessione fra tali gruppi di 
penne e le scaglie dei piedi, poichè dietro ad ogni scaglia stanno tre penne. Probabilmente 
il rivestimento degli uccelli consisteva da principio di gruppi alterni di simili penne con 
lunghe rachidi, le quali portano due file di barbe alla loro volta rivestitc di barbule. Col 
tempo la penna mediana non solo avrebbe mantenuto i suoi caratteri, ma li avrebbe ulte- 
riormente specializzati, raentre le altre avrebbero a poco a poco diminuito prima la lun- 
ghezza délie barbule, poi quella délie barbe, riducendosi ad assumere Taspettodi piumino. 

Scartata in tal modo Tipotesi che le penne possano essere considerate una modifica- 
zione ulteriore di squame rettiliane, ed egualmente messa da parte V altra ipotesi che lo 
stadio immediatamente précédente a loro sia quelle di setole provviste di ampia papilla 
dermica : ammesso in ogni modo che la prima origine délie penne abbia a vedersi nelle 
più semplici produzioni rilevate délia pelle dei rettili, non rimane che discutere T ipotesi 
del Davies, seconde la quale lo stadio intermedio avrebbe dovuto essere un tubercolo 
rettiliano allungato, nel cui interne si fossero costituiti dei filamenti cornei, distaccati al- 
r apice, riuniti alla base, i quali, resi liberi col tempo, avrebbero costituito le flloplume 
primitive. 

Non occorrono moite parole per dimostrare corne le mie ricerche 
suUo sviluppo délia piuma primitiva nella folaga, costituiscano un 
valide appoggio per la ipotesi formulata dal « Davies », e come le 
piume clavate del capo di questi uccelli indichino precisamente una 
forma di transizione fra i tubercolini e le penne, e consentano di for- 
marci un'idea délia filogenesi di queste. 

Durante i primi stadi di sviluppo Tabbezzo dermoepidermico è paragonabile ad un 
tubercolino, giacchè la parte superflciale del derma soltanto, entra nel rilievo epiderniico 
a costituire la papilla. Poi Tabbozzo si allunga diritto restringendosi alla base, ma senza 
foUicolarsi, montre Tepidermide dà origine ad uno strate corneo spesso e compatto, il quale 
riveste la parte apicale della intera produzione. Montre flno a questo punto Y abbozzo cilin- 
drico della penna è cresciuto per la proliferazione délie cellule epidermiche che ricoprono 
le papille, si inizia un leggero follicolamento e il germe si allunga per la proliferazione 
délie cellule malpighiane che ne costituiscono la base invaginata, e si dispongono radial- 
mente per proseguire i cercini epidermici che corrono longitudinal mente nel mezzo della 
papilla. 

Se si considéra la porzione apicale di un' appendice claviforme, si vede che essa puô 
essere considerata come un tubercolino a strato corneo fortemente ispessito, sotto al quale, 
a contatto colla polpa dermica si sono costituiti dei raggi cornei indipendenti Y uno dair altro 



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e semplici. Produzioni di questo génère possono rappresentare il principio délia trasforma- 
zione del tubercolino in penna. Il secondo passo è determinato dair allungamento del 
tubercolo e daU'inizio délia forraazione del foUicolo e corrisponde perfettamente alla cla- 
vipluma délia folaga, la quaîe pu5 essere considerata corne un tuber- 
colo peduncolato, a base leggermente infossata nella pelle circostante, 
provvisto di un ciuffo di raggi cornei, i quali ne formano l'apparec- 
chio interne di soslegno. 

Come il tubercolo peduncolato si trasformi in fllopluma, in altri lennini e per usare 
la parola di Davies, come avvenga lo sflbrillamento, ci è nel modo più évidente rivelato 
dai vari stadi verificati nella piuma del pulcino di folaga. 

La formazione dei raggi e la liberazione délie barbe, sono conco- 
mitant! air assottigliaraento délia guaina cornea, la quale da pré- 
pondérante qual'é nel tubercolo peduncolato, finisce col diventare gra- 
datamente sottilissima e col ridursi al semplice strato sottoepitri- 
chiale: allora si sfalda a contatto dell'aria ed appare la filopluma, 
alla quale è dovuto il caratteristico rivestimento embriouale degli 
uccelli. 

Non intendo certamente, in questo période di scetticismo raorfologico, aflfermare che 
gli uccelli primitivi debbano avère avuto una piuma eguale a quella dei pulcini di 
folaga: mi limite a rilevare un fatto, e cioè che tanto soito Taspetto ontogenetico quanto 
sotto quelle anatomico, alcune produzioni appartenenti alla piuma di nido 
di questi uccelli, ci si presentano come forme intermedie fra tuber- 
colini e filoplume. Di più lo sviluppo di tali produzioni, e le differenze strutturali 
délie varie catégorie di filoplume délia folaga, ci consentono di formulare una 
storia particolareggiata e plausibile délie trasformazioni subite da 
questi organi nel corso délia filogenesi. 



VIL 

Penne e Peli. 

Come tra squame e penne, si è volute da tempo ammettere una compléta omologia 
anche tra penne e peli, ritenendo che queste produzioni abhiano pure avuto per punto di 
partenza le squame cornée dei rettili. I comuni rapporti flsiologici, consistenti nel fatto che 
ambedue queste produzioni servono a mantenere uniforme la temperatura del corpo, e la 
loro natura essenzialmente cornea, sembrano a prima vista sufflcienti per invogliare ad am- 
mettere r omologia, tanto più che anche fra squame e peli come fra peli e penne non 
mancano forme intermedie. Il Kerbert osserva che alla stessa maniera nella quale i lavori 
di Reclam, Pernitza, Studer ed altri, hanno dimostrato chiaramente che le penne 

Série VI. — Tomo I^. 26 



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si iniziano come le squame, mediante un soUevaraento délia pelle, quelli di Reissner e 
di Goette hanno dimostrato che il primo abbozzo del pelo non è uno zaflfo epiteliale ma, 
come per le squame e le penne, una vera papilla dermica. La formazione del follicolo, si 
délia penna che del pelo è, seconde Kerbert, un fatto secondario e le due catégorie di 
organi sono omologhe. Considerato che anche fra i maramiferi si hanno esempi {Dasypus, 
Castor) di rivestimento cutaneo squamiforme, « non ci dovremo meravigliare, conclude il 
€ Kerbert, se le ricerche di Reissner e Goette hanno provato che anche il primo 
€ abbozzo del pelo è costituito da una vera papilla. Perb mentre queste papille nella 
« maggior parte dei mammiferi vengono spinte in basse per Taccrescimento dello strato 
€ mucoso per dare origine al pelo, nella coda del Castoro e nei Ddsypus sorgono délie 
€ formazioni squamiformi, egualmente che nei rettili le squame ». 

Deir interpretazione data dal Ficalbi aile setole pettorali del tacchino, già ho par- 
lato nei capitolo précédente, dove ho anche accennato aile diverse opinioni del Klee e del 
De Meijere a tal riguardo. 

Mi contentero di ripetere qui come il Ficalbi veda nei pelo una produzione nella 
quale la cenogenesi h arrivata ad un grade estremo, sebbene egli ammetta che la onto- 
genia sembri indicare una origine tutta spéciale. Unico ricordo fllogenetico che esso dia 
nei suo sviluppo è il piccolo raammellone epidermico, il quale accenna fugacemente al luogo 
di origine. Il derma ha perduto ogni importanza nei pelo, che nasce dair epidermide in 
modo centripète, che ha profonde follicolo dermico, e minuta papilla connettiva di origine 
secondaria. Se è vero, dice il Ficalbi, che esistono peli a bulbo pieno, essi sarebbero 
r ultime limite délia riduzione, poichè neppure la papilla si troverebbe in queste produ- 
zioni totalmente epidermicho. Egli conclude ritenendo che anche pei peli « si possa rico- 
« noscere il punto di partenza da produzioni dermoepidermiche, come il tubercolino che 
« poi ha date lo stadio di pelo primitive. Di qui ha preso la mossa il vero pelo, facendosi 
« perfettamente follicolato, e gradatamente spogliandosi délia parte dermica. La parte 
€ epidermica alla fine ha preso Tassoluto predominio, un profonde follicolo con papilla 
« secondaria è stato necessario per la nutrizione e la stabilità; per Tabbreviazione di 
< sviluppo, r origine ontogenica dei peli si è ridotta in quel modo peculiare che oggi si 
« vede: essa Segna T ultime limite délia cenogenesi ». 

Fra gli autori che si sono espressi a favore délia omologia fra peli e penne vanno ri- 
cordati altresi il Waldeyer ed il Davies. 

Quest' ultime nei suo lavoro suUo sviluppo délie penne e degli aculei del riccio, con- 
forma in générale i risultati del Goette. L' abbozzo dcU'aculeo è da principio una leg- 
gera escrescenza formata dair epidermide e dal derma; in seguito si détermina una 
invaginazione epiteliale, la cui estremità è ricoperta da un ammasso di cellule del derma 
costituente il primo abbozzo délia papilla, che viene poi ravvolta da una piega circolare 
deir invaginazione epidermica. L' aculeo non si forma per differenziazione délie cellule 
deir invaginazione, ma per proliferazione degli elementi che rivestono la papilla: durante 
r accrescimento si dirige nei senso deir invaginazione, le cellule centrali délia quale, dege- 
nerando, form?no un canale per il suo passaggio. Quando i tessuti deir aculeo cominciano 



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a difFerenziarsi, formauo délie pieghe radiali che respingono la papilla al centre, flno a che 
sia scomparsa affatto; suUa sezione longitudinale si vede, che le cellule midoUari sono di- 
sposte in maniera da forinare una série di calotte sovrapposte. 

Basandosi suUa grande somiglianza riscontrata nello sviluppo degli aculei e délie 
penne, Davies concluse che queste ed i peli si siano egualmente sviluppati da produzioni 
squamiformi, e che tali organi cosi diversi a sviluppo complète, debbono avère avuto un 
unico punto di partenza. Questo concetto è sostenuto anche dal Wiedersheim. 

Taie modo di vedere fu oppugnato fra gli altri dal Gegenbaur, il quale pensava 
che la penna ed il pelo sono organi essenzialmente differenti fine dal principio del loro 
sviluppo, e da considerarsi perciô corne formazioni divergenti. 

Più tardi il Maurer, cou materiale abbondantissimo di ciclostomi, pesci, anflbi, rettili, 
uccelli e mammiferi, cercô di fondare su una larga base di fatti morfologici ed embriolo- 
gici una nuova teoria, seconde la quale la penna ornitica soltanto deriverebbe dalla squama 
dei rettili, mentre il pelo deriverebbe dagli organi di senso cutanei dei vertebrati inferiori, 
e specialmente dagU organi nervosi periferici dei pesci e degli anflbi. 

È irapossibile riassumere brevemente il lavoro di Maurer. Mi limiterô ad indicare i 
punti principali che hanno date luogo a discussioni ed obbiezioni per parte del Seydel e 
principalmente del Keibel, al lavoro del quale rimando il lettore che voglia essere mag- 
giormente iiiformato in proposito. 

Il Ma'jrer divide gli organi del tegumento in due gruppi nettaraente distinti: organi 
epidermici ed organi tegumentari nel vero senso délia parola. Gli organi epidermici sono 
caratterizzati dal fatto che tanto nei rapport! ontogenetici , quanto in quelli filogenetici, 
hanno origine esclusivamente dair epidermide. Per la loro formazione pu5 in certe produ- 
zioni entrare in campo anche il derma, tuttavia questo fatto deve essere serapre conside- 
rato corne secondario. A questo gruppo appartengono gli organi di senso cutanei dei 
vertebrati inferiori, le ghiandole délia pelle, i pori femorali délie lucertole, i peli dei 
mammiferi, ecc. 

Gli organi dermoepidermici, sono caratterizzati dal fatto che il loro primo abbozzo è 
formate da un differenziamento del derma, consistente in un suo sollevamento rivestito 
dair epidermide rialzata. Questa sebbene partecipi alla formazione deir organe in modo 
secondario, pu6 bensi dare origine a formazioni cornée importantissime, tuttavia il sol- 
levamento del derma rimane sempre il punto di partenza. A questi organi appar- 
tengono le scaglie dei pesci, quelle dei rettili, quelle di alcuni mammiferi e le penne 
degli uccelli. 

Come è naturale, questo nuovo modo di vedere, completamente opposto al précédente, 
ha date origine a numerose opposizioni. Mentre, oltre Gegenbaur, anche Seydel si è 
pronunziato a favore délia teoria di Maurer, Weber, Rômer, Emery, Leydig, 
De Meijere, Poulton, Reh, Schwalbe ed Oppenhimer cercarono più o mené di 
aflfievolirla. La maggior parte di questi autori trattarono la questione délia formazione 
délie squame nei mammiferi e i loro rapporti col pelo. Il Poulton considéra omologa la 
penna al pelo, studiando lo sviluppo di questo neirornitorinco. Il De Meijere rileva la 



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disposizione a gruppi délie penne situate sulle squame dei piedi nella Strix flammea, 
e ne mette in evidenza la grande somiglianza coi gruppi di tre peli, che si trovano nelle 
code dei mammiferi squamosi. 

Nella sua esposizione monografica suUa filogenia dei peli e délie penne, Keibel che 
ha, come ho già dette, vivamente criticata Tipotesi di Maurer, concludendo, esprime il 
parère che nello stato attuale délie nostre cognizioni, non sembra ammissibile una dériva- 
zione dei pelo e délia penna da particolari organi dei vertebrati inferiori, giacchè non 
troviamo ne sui pesci ne sugli anflbi, produzioni dalle quali si possano direttamente deri- 
vare peli e penne. Come invece V embriologia dimostra chiaramente che tanto gli uccelli 
quanto i mammiferi hanno origine da reltili antichi, cosi tutto lascia credere, seconde 
Keibel, che penne e peli siano in intimi rapporti fllogenetici colle squame cornée 
dei rettili, la quai cosà è provata non solo dalla distribuzione a gruppi dei peli e délie 
penne, ma anche dalPapparire di abbozzi degli uni e délie altre sulle produzioni squami- 
formi. Il Keibel conviene che la penna si avvicini più alla squama che al pelo, ma in 
base alla comparsa di abbozzi di penne sulle scaglie dei piedi degli uccelli, egli trae al- 
cune rifle&sioni per omologare perfettamente penna e squama, considerando quella come 
omologa ad una parte spéciale di questa e non air intera squama. 

Alla stessa maniera considéra il pelo. Quanto poi allô stabilire a quai parte délia 
squama siano omologhi il pelo e la penna, il Keibel dichiara di non potere evsprimere 
una convinzione, giacchè non sappiamo da quai parte délia squama procéda lo svilujïpo 
loro; tuttavia respinge Topinione di Oppenheimer che il pelo derivi da particolari 
organi di senso, situati sulle squame, come se ne trovano in Hatteria ed in embrioni di 
Anguis fragilis, 

L'ipotesi di Emery è sostanzialmente di versa dalle precedenti e perô mérita di essere 
sia pur brevemente, esposta a parte. In un primo lavoro, nel quale l' illustre mio maestro 
aveva discusso varie questioni relative alla morfologia dei peli ed aile loro relazioni con 
gli organi epidermici di altri vertebrati, egli aveva formulata la tesi, che i peli dei mam- 
miferi e i denti cutanei dei selaci sono fra loro omologhi, perché derivano dagli stossi 
organi dei tegumento dei vertebrati primitivi, montre le squame dei rettili rappresentano 
le piastre ossee di sostegno dei denti cutanei, col loro rivestimento epidermico divenufo 
prépondérante sulle parti mesodermiche sottostanti. Non vi è dunque omologia, seconde 
Emery, fra i peli e le squame, ma queste due catégorie di organi cutanei possono coe- 
sistere, come avviene in fatti in taluni mammiferi, nei quali la pelle è fornita di scudi 
o squame, e insieme di peli. 

L'opinione di Weber che i primi mammiferi avcssero la pelle squamosa e che negli 
intersiizi délie squame sorgessero i primi peli, è ammessa in parte ed in parte combattuta 
dair Emery, il quale pure crede che i mammiferi primitivi fossero foruiti di squame 
epidermiche e fors' anche di une scheletro cutaneo, dalle quali formazioni derivarono la 
corazza degli sdentati loricati e le squame dei pangolini e quelle che si osservano in 
varie parti dei corpo di molti mammiferi vivent! ; ma le sue osservazioni e special- 
mente Tesame délia polie di Dasypus e Clami/dophorus^ T hanno condotto a ritenere che 



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i primi peli si trovcassero, non tra le squame, ma entro Tarea dî ciascuna squama, come i 
denti cutanei dei selaci sono impiantati nel inezzo délie squame placoidi corrispondenti. 

L'ipotesi esposta spinse TEraery a ricercare in un altro lavoro quali organi possano 
considerarsi omologhi ai peli dei mamraiferi in aliri vertebrati, pure derivati dai primitivi 
Stapediferi, ritenendo verosimile che in alcuni rettili e forse ancora in alcuni anflbi, si 
possano riscontrare délie formazioni derivate dalla stessa fonte, che diede origine ai peli 
ed ai loro organi ghiandolari. A taie categoria di organi, TEmery ascrive i pori cutanei 
che si trovano sugli scudi dei ventre, délia coda, dei fianchi e di una parte délia testa 
nei Crocodilidi e nei Gavialidi. Descrivendone la struttura e lo sviluppo, egli mette in 
evidenza la grande somiglianza che nei primi stadi si riscontra fra i pori cutanei dei coco- 
drilli ed i peli dei mammiferi, e considéra i primi come formazioni rudimentali, derivanti 
da organi molto diflfusi nei rettili primitivi e conservatisi solo nei loricati, anzi solo nei 
gruppi dei Crocodilidi e Gavialidi, ma non negli AUigatoridi, fuorchè sulla pelle délie lab- 
bra, dove hanno acquistato uno sviluppo più complète e costante come organi di tatto. 

L' opinione di Emery suUe relazioni fra peli e squame dei mammiferi, fu combattu ta 
dal De Meijere e confermata dair Ach in uno studio suUe squame dei mammiferi. 

Il lavoro di Poulton sul tegumento deir ornitorinco porse air Emery T opportunità 
di fare alcuni confronti fra i bastoncelli epidermici dei becco di questo mammifère e le 
papille labiali dei cocodriili. 

Termine col riportare la fine dei seconde lavoro dell' Emery, oltremodo intéressante: 
< Qualora venisse dimostrato che le penne non sono squame trasfor- 
mate, ma organi sui generis, differenziatisi nel mezzo délie squame, 
potrebbero anch' esse ricondursi alla medesima origine >. 



Quando T Emery scriveva queste parole, non era ancora uscita la pubblicazione dei 
De Me y ère, nella quale si rileva la presenza di gruppi di penne suUe scaglie dei piedi 
di St7nx flammea] fatto, che come abbiamo veduto è stato interpretato anche dal 
Keibel a favore di una compléta omologia fra la distribuzione dei peli e quella délie 
penne, nonchè délia omologia fra questi organi ed una parte soltanto délie squame. Il fatto 
rilevato dal De Meijere non è più isolato, avendo le mie ricerche posto in chiaro che le 
medesime condizioni sono offerte da Ephialtes scops, ci5 che lascia presupporre essere 
generali ai rapaci notturni, e potrebbe darsi che si riscontrassero anche negli altri uccelli 
a tarso vestito, come nei tetraoni. 

Certo è che allô stato attualo délie nostre cognizioni, si pu5 ritenere con fondamento 
che le penne pur non essendo squame trasformate, siano invece organi differenziatisi in 
quella porzione di tegumento clie dà origine alla squama. 

Non posso accogliere affatto T opinione dei Davies che le squame degli uccelli siano 
formazioni secondarie, sorte intorno a penne preesistenti e che i piedi pennuti rappresentino 
la condizione ornitica primitiva. Ne le ricerche dei medesimo sul piccione, ne le mie sul- 
r Ephialtes pvovdino che 1' ontogenesi sia quale il Davies espone; l' avère egli riscon- 



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Irato che quasi tutti i piccioni portano rudimenti di penne aile squame, è una ragione 
priva di qualsiasi valore, poichè è risaputo che le penne ai piedi rappresentano nei poUi 
e nei piccioni domestlci una condizione teratologica secondaria, e che quasi lutte le razze 
domestiche risultando più o rneno da incroci fra individui calzati e nudi, solo in tal failo 
deve ricercarsi la ragione dell' aver egli trovato rudiinenti di i^enna ai piedi di quasi tutti 
i piccioni da lui esaminati. In ispecie selvaggie, appartenenti ai generi Goura, Calfmias, 
Turtur ed anche nei Colombaccio e nella Coloinbella, non si rinvengono rudimenti di 
penne ai piedi. 

lo considère primitiva negli uccelli la condizione implume dei piedi, e ritengo che le 
penne si siano sviluppale suUe squame in via secondaria ed a seconda délia nécessita 
flsiologica di riparare la gamba daU'eccessivo freddo, quale pu6 veriflcarsi di notte e nelle 
regioni in gran parte delPanno coperte di neve. lo ho osservato che le gambe sono le 
parti i)iii facilmente suscettibili di congelazione negli uccelli t^rrestri: tutte le specie tro- 
picali, fra le quali cito per esempio Goura e Geotrigon fra i colombi, Lophura, Acryllium, 
Niimida, Gutte^^a, ecc. fra i gallinacei, con grande facilita perdono durante il uostro 
inverno le falangi terminali délie dita, e, se non siano sufflcientemente riparati perdono 
addirittura l'uso della intera gamba. Moite razze di polli domestici soffrono pure rumi- 
dità ed il freddo, ed i primi disturbi si manifestono sempre con grande diflacoltà nella 
locomozione terrestre. 

Fra gli uccelli selvaggi sono le specie notturne e quelle polari o che vivono nelle alte 
montagne, che hanno i piedi ricoperti di penne setoliformi pitl o mono sottili, montre le 
specie acquatiche hanno i piedi nudi, giacchè le penne sarebbero di évidente impiccio nei 
nuoto. 

Questo io ho voluto dire per affermare subito che i rapporti fi loge net ici fra 
peli e penne non possono essere alterati dal fatto che i primi sono 
spesso portati da squame, giacchè la medesima condizione puo, corne 
si è visto, verificarsi anche per le penne. 

Ora 10 debbo affrontare la questione della omologia fra penna e pelo e discutere se 
la diversa maniera di sviluppo dei due organi abbia da ritenersi veramente contraria alla 
omologia medesima. 

Come dalla maggior parte degli autori è stato rilevato, la differenza fondamentale 
sta nei fatto che la penna si sviluppa da una papilla dermo epidermica, ed il pelo invece 
da uno zaffo puramente epidermico. Richiamando i risultati da me esposti sullo sviluppo 
délie penne nei Melopsittacus ufidulatus, è évidente che quasi tutta la piuma di questo 
animale, offre uno stato di transizione fra le due manière di sviluppo. Là dove si formano 
nettamente papille che poi si atrofizzano, montre i loro margini basali si approfondano ne! 
derma per costituirvi la penna definitiva, dobbiamo dire che la differenza fra lo sviluppo 
della penna e dei pelo è piccola, inquantochè in ambedue gli organi si for- 
mano principalmente da invaginazioni dell' epidermide, e solo la for- 
mazione di una eminenza dermica trausitoria oostituisce una fonda- 



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— 193 — 

mentale differenza tra loro. Se noi consideriamo lo sviluppo dei piu- 
mini persistenti neU'adulto, anche taie diversità scompare, poichè ho 
chiaramente dimostrato che essi hanno origine da uno zaffo epider- 
mico preceduto da una leggera eminenza dermo-epiderraica, appunto 
corne si verifica pel pelo, ed in ispecial modo, corne ha dimostrato 
€ Davies >, per gli aculei del riccio. 

Dobbiamo tuttavia tener présente che tanto le penne quanto i piumini del melopsittaco, 
appartengono alla piuma deflnitiva, mentre quella embrionale, rappresentata dalle eminenze 
dermo-epidermiche pîù o meno pronunziate, è rimasta atroflca. 

È chiaro adunque che quando si tratta di omologia fra penne e peli , è necessario 
distinguere le prime in due catégorie: quelle embrionalî che si formano costantemente 
per estroflessione del derma, ricoperto dall" epidermide sollevata, e quelle définitive, le 
quali hanno invece origine da una invaginazione epiteliale, preceduta o no dal soUeva- 
mento del derma. 

lo mi sento portato a stabilire che non vi è omologia fra penna primitiva 
filopluma embrionale e pelo, bensî fra questo e la penna definitiva. 

È giusto quanto affermano in générale gli autori cho il mammellone epidermico, il quale 
précède il primo abbozzo del pelo, costituisce Tunico ricordo riferibile aile produzioni 
rilevate del tegumento degli altri vertebrati, in altri terraini rappresenti V omologo délia 
papilla délia filopluma embrionale; è altrettanto giusto riconoscere che il fol- 
licolo délia penna corrisponde al follicolo pilifero, tanto è vero che 
nel melopsittaco, nel quale probabilmente troviamo un caso estremo, 
la punta délia penna sorgente si âpre un canale attraverso lo zaffo 
epiteliale, appunto come fa il pelo. 

Seconde questo mio modo di vedere, i mammiferi primitivi avrebbero posseduto peli 
sorgenti al di sopra del piano cutaneo da estroflessioni dermo-epidermiche, follicolate se- 
condariamente e scomparse nel corso délia fllogenesi, e questa mia opinione si accorda 
coU'ipotesi teorica dei peli primitivi del Ficalbi. 



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— 194 — 



VIII. 
Conolusioni. 

Riassumendo i fatti e le considerazioni esposte, ho provato: 

r : nolla Fulica atra, V esistenza di penne embrionali, che per la loro strutiura e 
per il loro modo di sviluppo, rappresentano uno stato intermodio fra le produzioni rilevate 
délia pelle dei rettili e le flloplume erabrionali degli uccelli. Tali produzioni ci consentono 
di ritenere fondata Tipotesi, che le filoplume abbiano avuto origine da tubercoli cutanei 
a struttura raggiata, noi quali si siano costituiti raggi cornei, resi liberi in seguilo per la 
disgregazione délia guaina esterna. 

2" : nel Melojmttacus undulatus^ la quasi totale atrofla délia piunia di nido e 
la formazione di piumini deflnitivi che si sviluppano da zaffl epiteliali preceduti da un 
leggero raammelloue dermo-epidermico. Questa maniera di sviluppo simile nelle sue linee 
generali a quella del pelo, consente di precisare Tomologia fra le due catégorie di organi, 
ritenendo omologa al pelo soltanto la penna definitiva, mentre con quella primiliva puo 
compararsi soltanto il leggero mararaellone, col quale il pelo dà il suo primo accenno. 

3°: nel lodiceps cristatits la presenza délia macchia pariétale, in rapporto con par- 
ticolare distribuzione délie penne sul capo. 

4*" : neir Ephialtes scopSj la presenza di irermi in parte transitorii di penne, distri- 
buiti in gruppi suUe squame dei piedi, corne De Meijere ha provato per St?*Lr flarnmea, 
ïali rapporti forse generali a tutti gli uccelli con tarsi pennuti, accreditano la teoria di 
Emery, sostenuta in seguito corne propria dal Keibel, che penne e peli non siano omo- 
loghi a intere squame rettiliane, ma solo a determinate porzioni di esse. 

Quest' ultime punto ha tuttavia bisogno di essere ulteriormente chiarito, mediante 
estese ricerche suUo sviluppo délie produzioni squamose negli uccelli, ciô che formera 
oggetto di altro lavoro. 



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— 195 — 



BIBLIOGRAFIA 



AvvERTENZA — Degli scritti sulla Morfologia délie penne, pubblicati anteriormente al Trattato di 
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— 198 — 



SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE 



TAVOLA I. — Fulica atra. 

Fig. 1, 2, 3, 4 — Embrioni che mostrano la distribuzione délie appendici claviformi in 
vari stadi di sviluppo. 

Fig. 5 — ïratto di pelle di un embrione corrispondente a quello rappresentato dalla fig. 2, 
in età di circa 15 giorni, che porta un grupi)0 di appendici claviformi. 

Fig. 6 — Appendice claviforme isolata di un embrione di circa 20 giorni. 

Fig. 7 — Appendice claviforme di un pulcino di 4 giorni. 

Fig. 8 — Filopluma di struttura intermedia fra la setola diritta e l'appendice claviforme. 

Fig. 9 — Setola diritta del vertice. 

Fig. 10 — Setola arricciata con tratto basale piumoso, del coUo. 

Fig. 11 — Filopluma dorsale, con estremo ravvolto nella guaina. 

Fig. 12 — Filopluma ventrale. 

Fig. 13 — Sezione attraverso un gruppo di appendici claviformi in un embrione di 19 giorni. 

Fig. 14 — Sezione trasversa di una appendice claviforme dello stesso embrione, nel tratto 
apicale. 

Fig. 15 — id. nel tratto mediano délia parte clavata. 

Fig. 16-17 — id. nel tratto basale. 

Fig. 18 — id. nel tratto apicale di un pulcino nascente. 

Fig. 19 — id. nel tratto mediano délia parte clavata di un pulcino nascente. 

TAVOLA IL — Melopsitiactis undulatits. 

Fig. 20 — Sezione attraverso una papilla primitiva e relative germe délia penna definiliva, 
in un embrione di 15 giorni. La leggera protuberanza che si nota superiormente 
alla base délia papilla è Tabbozzo del piumino. Si vede chiaramente lo strato epi- 
trichiale che riveste V una e l' altra papilla. 



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— 199 — 

Figg. 21-24 — Tagli in série del germe di iina penna deflnitiva del capo, in un giovane 
di 2 giorni. È scomparsa qualunque traccia délia papilla primitiva, ne si è ancora 
formata la tasca follicolare, n6 la guaina délia penna. 

Figg. 25-28 — Tagli in série del germe di una penna deflnitiva del capo, in un giovane 
di 4 giorni. La guaina délia penna raggiunge l'esterno. 

Figg. 29-32 — Tagli in série del germe di un piumino in un giovane di 6 giorni. 

Fig. 33 — Sezione obliqua dei germi di una penna e di un piumino nello stesso giovane 
per mostrare la reciproca posizione. 

Fig. 34 — Sezione longitudinale ad una penna deir occipite in un pulcino di 7 giorni. La 
guaina délia penna è spuntata. 

Fig. 35 — Sezione longitudinale ad una penna délia fronte nello stesso. 

Fig. 36 — Sezione longitudinale a due penne di un pulcino di 12 giorni, nella quale si pu6 
vedere il processo di forraazione délie barbe. 

Fig. 37 — Sezione trasversa ad una penna del medesimo. 

Fig. 38 — Sezione obliqua ad una série di penne dello stesso. 

Fig. 39 — Sezione normale a due série di penne dello stesso. 




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GHIGI A. 
Mem.IlAcc.Sc.BoIogna,Ser.V].Toni.IV. Ricerche sulla morfologia della piuma Tav.l. 



rig. 4 



'^ 8 



'iq. 2 



Fij 1 






rig. 14- 



15 




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^ 



fig. 13 



— ng. 16 



r.g. 17 



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I i\j. &*^ 




Fig. 3 



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Fig. 12 Fig. Il Fig. lO fig. 9 Fig. ô Fïg. 7 



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GHIGI A. 
Mem.ILAcc.Sc.Bologna,Ser.YI.Toni.IV Ricerche sulla morfologia délia piuma Tav.II 



Fig. 20 



Fig. 21 



Ficj 22 



Fig. 23 



Fi^ 24 



Fig 25 



Fig. 26 



Fig. 27 



Fig. 28 



Fig. 29 



Fig. 30 



Fig. 31 



Fig. 32 



Fig. 33 



Fig 34 



Fig. 37 



rig. 35 



Fig. 36 



^^o"t^ 



Fi^ 38 



Fig. 39 



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CONTRIBUZIONI ALLO STUDIO DEL PÂLEOZOICO CARNICO 



m. 

LA FAUNA A CLIMENIE 

DEL MONTE PRIMOSIO 



MEMORIA 

DI 

MICHELE GORTANI 

présenta ta nell' adunanza del 12 Maggio 1907 

(CON DUE TAVOLE) 

La Carnia racchiude le sole forraazioni sopradevoniche flnora scoperte nella penisoia 
italiana; ma ciô non valse a richiamare su questi terreni l'attenzione di molti geologi. 
Se ne occuparono, fino ad oggi, Fritz Frech, Georg Geyer e Gioacchino De An- 
gelis d'Ossat: tutti con buoni lavori, ma nessuno con uno studio complète. 

Per primo il Frech, nelle fortunate ricerche compiute nel 1886 e nel 1887, riusciva 
a scoprire una fauna a Ciimenie sul versante méridionale del monte Pal Grande (1), e 
raccoglieva sul Pizzo di Collina un blocco di calcare con Brachiopodi spettanti senza dubbio 
alcuno al Neodevonico inferiore (2). La fauna del monte Pal Grande non venue ancora illu- 
strata, a eccezione di alcune sue forme (3) ; essa è composta di Clathrodictyon philody- 
menia Frech, Camarophoria sp., Posidonia vennsta Mstr. con la var. carinthiaca Frech, 
Cardiola [Buchiola) retrostriata v. Buch, Lunulicardium aff. subdecussatum Mstr., PorceU 



(1)F Frech. Die palàozoischen Biîdungen von Cabrières (Languedoc). Zeitschr. Deut. geol. 
Ges., vol. XXXIX, 1887, pag. 452-53; — Id. Ueber das Devon der Ostalpen^ nebst Bemerkungen ûber 
das Silur und einem palàontologischen Anhang, Ibid., 1887, pag. 699; — Id. Die Kmmischen Alpen. 
Estr. d. Abhandl. Naturf. Ges. Halle, 1892-94, pag. 268-71. 

(2) F. Frech. Ueber das Devon der Ostalpen, etc. L. c, pag. 698; — Id. Ueber das Devon der 
Ostalpen. IL Die Brachiopoden des unteren Oberdevon (Iberger Kalk), Zeitschr. Deut. geol. Ges., 
vol. XLIII, 1891, pag. 672-78 e 681 ; — Id. Z)te Karnischen Alpen, L. c, pag. 266-67. 

(3) Posidonia venusta var. carinthiaca (Frech. Die devonischen Aviculiden Deutschlands, Abhandl. 
z. geol. Specialk. Preuss., vol. IX, fasc. 3, Berlin, 1891, pag. 71, tav. XIV, flg. 16), Clt/menia undu- 
lata (Frech. Leihaea geognostica, L Lethaea paîeozoica, Stuttgart, 1897-1901, tav. XXXII a, fig. 1 a, 6), 
CL laevigata (Frech. Ibid., tav. XXXII a, fig. 2 a), CL aegoceras (Frech. Ueber devonischen Am- 
moneen. Beitr. z. Palâont. Oesterr.-Ung. u. Orients, vol. XIV, n. 1-2, 1902, pag. 31 [5], tav. II [I], 
ôg. 5 a, b). In quest' ultimo lavoro il Frech a pag. 109 [83] dà un elenco riveduto e corretto dei 
Cefalopodi raccolti sul M. Pal Grande (che ora egli chiama invece M. Pal Piccolo). 



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— 202 — 

lia Tietzei Frech, Orthoce^^as sp., Clymenia [Cyrtochjmenià) laevigata Mstr., CL {Cyrtocl.) 
cingulata Mstr., CL {CyrtocL) Bunkeri Mstr., CL (CyrtocL) binodosa Mstr., CL (Cyrtocl.) 
aegoceras Frech, CL [OxycL) undulata Mstr., CL {OœycL) striata Mstr., CL {GùniocL) 
speciosa Mstr. sp. , CL [GoniocL) n. f., Aganides mlcatus yisiv. sp., Tornoceras planidor- 
satum Mstr. sp., T, Escoti Frech, Cheiloceras n. f., P?*olobites Delphinus Sandb. sp., 
Sporddoceras cuadlatum v. Bue h sp., Trim^rocephahis carinthiacus Frech cm. Furono 
descritti invece i Brachiopodi del Pizzo di Collina (1), dove parrebbe che successive esplo- 
razioni abbiano permesso al Frech di raccogliere in posto, sul versante orientale, i fossili 
rinvenuti dapprima nel blocco isolato. Egli pero non lo dice esplicitamente, e riraane il dubbio 
che si tratti serapre di trovanti, che, dojio gli ultimi studi, io ritengo provenire dalle somme 
creste délia montagna. Le forme raccolte (Productella Herminae Frech, P, forojvliensis 
Frech, Ch^this striatula Schl., Spirifev Urii Fie m., Athyris globosa Roem. sp. e var. 
elongata Frech, Rhynchonella ctdx)ides Sow. sp., Rh. ptignus M divi. sp,/2A. acnminata 
Mart. sp., Rh. Rormeri Dames var. plana Frech e var. obesa Frech) sono in parte nuove, 
ma la presenza délia Rh. cuboides e délia Rh. pugrius basta a precisarne con sicurezza Teià. 

La diligenza accurata che il Geyer pose nelle sue lunghe esplorazioni carniche, e che 
lo condusse a risultati molto importanti, non bastô ad arricchire notevolmente le nosire 
cognizioni sui terreni sopradevonici. Anche il Geyer raccolse la Rhynchonella pugmis e 
le Productelle già segnalate dal Frech sul Pizzo di Collina, ma non in posto; anch'egli 
rinvenne Climenie e altri fossili sul versante méridionale del M. Pal Grande, ma senza au- 
mentare il numéro délie forme già note (2). Egli per6 fu il primo ad accennare alla pre- 
senza di Climenie < sul versante occidentale délia sella fra il M. Primosio e il Pizzo di 
Timau, e a nord délia Cas. Primosio alta non lungi dal lago Primosio » (3). 

Nel 1895, un anno dopo il lavoro del Geyer, Tescursione organizzata dal prof. Ta- 
ramelli e compiuta insieme a lui dai professori L. Brugnatelli, G. De Angelis 
d'Ossat, 0. Marinelli e A. ïoramasi, permetteva ai geologi italiani di scoprire una 
discreta fauna a Climenie nella Malga (4) Primosio ed al Passe omonimo, e di raccogliere 
una Productella del Neodevonico inferiore fra le Casere Monumènz e Val di Collina. Il ma- 
teriale fu accuratamente studiato qualche anno dopo dal prof. De Angelis (5), che ebbe 



(1) F. Frech. Zeitechr. Deut. geol. Ges., vol. XLIII, 1891, pag. 672-81, tav. XLV-XLVII. 

f2) G. Geyer. Zur Stratigraphie der palaeozoischen Schichtserie in don Karnischen Alpcn. 
Verh. k. k. geol. R.-Anst., VVien, 1894, n. 3, pag. 117-18. -- lîgli r&ccolse Cardiola retrostriata, Pu- 
sidonia venustn, Orthoceras sp., Clyynenia laevigata^ CL undulata^ Cl striata e Cl. speciosa, già rin- 
venute dal Frech; inoltre un Trimerocephalus che egli détermina corne T, ayptophthalmus Emmr. 
(ma che forse è il T. anophthalmus) e varie Goniatiti indeterminabili. 

(3) G. Geyer. L. cit., pag. 118. 

(4) Malga dicesi in Carnia una superficie di terreno nelTàlta montagna, dove nelFestate è con- 
dotta a pascolape una quantità più o meno grande di bestiame e dove son costruite una o più casere, 
ossia fabbricati dove si ricoverano i pastori e si fa il formaggio; vicino ad esse, sono le tettoie per 
il ricovero degli animali. 

(5) G. De Angelis d'Ossat. Seconda contrihuzione allô studio délia fauna fossile paleozoira 
délie Alpi Carniche. Fossili del Siluriano superiore e del Devoniano. Mem. R. Ace. Lincei, Cl. di se. 
fis. mat. e nat., ser. 5, vol. III, 1899, pag. 3-32. 



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— 203 — 

cosi il vanto di compiere il primo lavoro italiano suUa fauna paleozoica antica délie nostre 
Alpi. Le quattordici specie che egli potè isolare e detenninare sono: Bellerophon Frechi 
De Ang., Clymenia (Cy^HocL) aiigmtisi^ptata Mstr., Cl. [CyrtocL) laevigata Mstr., CL 
[Cyrtocl) cfr. Dunheri Mstr., C/. [OxycL) undulala Mstr., CL (OxycL) striala Mstr., (L 
{GoniocL) speciosa Mstr. sp., [CL (GoniocL) Haueri Mstr. (1)), Tornoceras cbictum Keys. 
sp., Aganides sulcatus Mstr. sp., Trimerocephaliis anophthalmus Frech, T, carinthiacus 
Frech em. (2). 

Durante le esplorazioni e ricerche sui terreni più antichi délia Carnia, continuate 
nelPestate del 1905 dal prof. Paolo Vinassa de Regny, e da me poteramo ritrovare 
e raccogliere saggi abbondanti di calcari a Climenie sul versante nordoccidentale del M. 
Primosio (3). La località è poco a nord délia Casera principale di Primosio, o Casera Pri- 
mosio di mezzo (non Primosio alta), fra 1500 e 1600 metri sul mare. Taie località non pu6 
esser lontana da quella piîl bassa notata dal De Ange lis, se, come pare, deve identiâ- 
carsi con la Cas. Primosio di mezzo la Cas. Primosio da lui nominata. 

La roccia fossilifera è un calcare grigio o grigio cupo, duro e compatto, ora sottil- 
mente stratificato, ora in banchi piuttosto grossi, con frequenti vene spatiîhe e sottili ve- 
nature ondulate di un colore avana chiaro. In qualche punto il suo aspetto non è molto 
diverse da alcuni tipi litologici sparsi qua e là nella zona riferita al Neosiluriano : nuova 
conforma delFassoluta nécessita del criterio paleontologico anche nel riconoscere gli oriz- 
zonti che sembrano meglio défini ti. 

Gli strati con Climenie del Passe e del Monte Primosio appartengono alla gamba mé- 
ridionale deir anticlinale (o meglio deU'ellissoide incomplète), che fu già riconosciuto dal 
Frech e dal Geyer, e di cui il Pizzo di Timau forma la parte centrale. In tal modo gli 
strati medesimi si riattaccano a quelli del M. Pal Grande, che appartengono anch'essi al 
déclive italiano délia giogaia. 

Nel copioso materiale raccolto, che préparai con gran cura, riconobbi quasi tutte le 
specie già rinvenute dal De Ange lis, oltre a un buon numéro di forme nuove per il 



(1) Questa determinazione, come dirô a suo luogo, non mi pare esatta ; secondo me Tesemplare 
appartiens allô Sporadoceras Mûnsteri v. Buch. 

(2) Il Taramelli {Osserv, stratigrafiche sut terreni paleozoici nel versante italiano délie Alpi 
Corniche, Rend. R. Ace. Lincei, Cl. di se. fis. mat. e nat., ser. 5, vol. IV, 1895, 2** sem., pag. 185) 
e il De Ange lis (l. cit., pag. 9 e 10) accennano alla presenza di Climenie anche al passo di Pecôl di 
Chiàula, presso il ponte Fusèt a \V (non E) dol M. Germula, oltre la Stua di Ramàz e presso la Cas. 
Lodin. lo perô non posso a meno di sospettare che in alcune di tali località (massime la prima e l'ul- 
tima) le sezioni di Cefalopodi osservate appartengano a Goniatiti o ad altri generi più antichi, date le 
condizioni tettoniche, stratigrafiche e litologiche délia regione, che maie si accorderebbero con la pre- 
senza di terreni neodevonici in quei punti. Il De Angelis (Op. cit,, pag. 22) avrebbe anche raccolto 
un eseraplare di Clymenia laevigata presso il Passo di Monte Croce. — Ricorderô infine che l'opinione 
espressa provvisoriamente dal prof. 0. M Ar\ n e\\ i (Nitovi appunti sulla giogaia del Coglians. In Alto, 
Cron. d. Soc. alp. friul., vol. XIV, 1903, pag. 55) sulT identità fra il calcare con Brachiopodi délia Cia- 
nevate e quelle sopradevonico del Pizzo di Collina, apparve infondata dopo lo studio ch' io feci sul ma- 
teriale raccolto nella Cianevate stessa. 

(3) P. Vinassa de Regny e M. Gortani. Nuove ricerche geologiche sui terreni compresi 
nella tavoletta € Paluzza ». Boll. Soc. geol. ital., vol. XXIV, 1905, pag. 721. 

Série VI. — Tomo IV. 28 



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— 204 — 

Devoniano d' Italia. Per questo raotivo, e perché le forme nuove si prestavano a opportun! 
confronti con quelle già note, non mi sembrô inutile di tentare una monografla générale 
délia fauna a Climenie del M. Primosio. Taie compito mi venue facilitato assai dalla squi- 
sita gentilezza dei professori Torquato Taramelli e Alessandro Portis, che mi 
inviarono i fossili studiati dal De Angelis ed esistenti nei musei geologici di Pavia e di 
Uoma. Al prof. Portis, e piti angora al prof. Taramelli, che ebbe per me in tante oc- 
casioni la maggiore benevolenza; al mio caro e venerato Maestro prof. Giovanni Ca- 
pe 1 Uni, che mise la sua biblioteca a mia disposizione con la più grande lil)eralità; al- 
ring. Pietro Zezi, per la cui gentilezza potei consultare opère rare e preziose, rinnovo 
Tospressione délia gratitudine più viva e sincera. 



DESCRIZIONE DELLE SPECIE 



Class. Braohiopoda. 

Fam. Strophomenidae King. 

Orthii Dalman. 

1. Orthls fon^vUMisIs n. f. — Tav. I [VI], fig. 1-5. 

Contorno a forma di ventaglio, semiovale o semîellittico, troncato superiormente, in 
générale più largo che alto; rapporte fra allezza e larghezza, variabile da *y,fo a ^V^^nî 
margine superiore uguale alla massima larghezza o appena più brève. Valva ventrale poco 
rigonfla, con lo spessore uguale tutt'al più a un terzo dell' altezza ; apice médiocre, spor- 
gente appena sul margine superiore, leggermente convesso, non ricurvo verso la faccia 
dorsale ; seno indistinto. Valva dorsale quasi piana, con uno spessore uguale a Vi o V^^ 
(lella larghezza; apice minute e non sporgente; linea superiore diritta o spezzata in un 
angolo apicale ottusissimo (oltre 160"*) ; lobo impercettibile. Pieghe disposte come le slecche 
di un ventaglio, diritte, ampie, estese dair apice alla fronte e man mano più larghe, a se- 
zione largamente arrotondata, divise da solchi lineari ; se ne contano da 8 a 10 suUe valve 
veiitrali, da 6 a 11 sulle dorsali. Guscio molfo sottile ; superficie apparentemente liscia nella 
niaggior parte degli esemplari, ma in uno di essi, raeglio conservato, percorsa da una sot- 
tilissima striatura trasversale (tav. I [VI], fig. 5). Dimensioni sempre piccole, corne appare 
dalle seguenti misure : 









I 




11 


III 




IV 


Altezza délia valva 


ventrale 


. . . . mm. 3,5 


mm. 


2,5 


mm. — 


mm. 


— 


Larghezza 


» 


» 


...» 8,5 


» 


3,0 


» — 


» 


— 


Spessore 


> 


> 


...» 1,0 


» 


0,8 


» — 


» 


— 


Altezza 


> 


dorsale 


» — 


» 


— 


» 4,0 


» 


2,0 


Larghezza 


» 


» 


» — 


» 


— 


» 5,0 


» 


2,3 


Spessore 


> 


» 


» — 


» 


— 


» 0,2 


» 


0,5 


Angolo apicale 


, 


. . 


. . . 170*^ 




180* 


170^ 




165^ 



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— 205 — 

Ha soraigliaoze notevoli con V Orthis Kielcensis Roemer (1) délia Poloiila, la quale 
perô se ne dislingue per la maggiore convessità e il numéro maggiore di pieghe (11 se- 
conde la descrizione del Roemer, ma 14 e 15 seconde le figure date da lui), nonchè per 
le dimensioni molto più grandi; lo stesso pub dirsi riguardo all'O. moneta Eichwald (2), 
che il Glirich (3) ritiene anzi identica air 0. Kielcensis. Inflne non posso a meno di no- 
tare la grande somiglianza che passa fra la specie descritta e alcuni esemplari di Vihdina 
pustidosa figurati daU'Hall (4) e dal Thomas (5). Fui anzi tentato a riferire la specie 
carnica al génère Vitulina; ma non essendo riuscito a mettere in evidenza Tarea ne i ca- 
ratteri interni dei raiei esemplari, non mi azzardai ad ammettere nel Neodevonico un gé- 
nère esclusivo di formazioni assai più antiche e di una provincia geograflca ben lontana 
dalla europea (6). 

U Orthis forojidiensis è abbastanza fréquente nei calcari presse la Cas. Primosio di 
mezzo. 

Fam. Atrypidae Dali. 

Atrypa Dalman. 
2. Atrypa crr. deBqnamata Sowerby. 

1840. Atrypa desqtuimaia Sowerby. Devonshire Transac. Geol. Soc, ser. 2, vol. V, pt. 3, tav. LWÎ, 

ûg. 19-22. 
1865. — — Davidson. -4 Monograph of British devonian Brachiopodi, Palaeont. 

Soc, vol. XVII, pag. 58, tav. X, fig. 9-13, e tav. XI, fig. 1-9 {cum syn.). 
1905-07. — — G or tan i. Contribuzioni allô studio del Paleozoico carnico, II, Faune 

devoniane. Palaeont. Ital., vol. XIII, pag. 9 [93| {cum syn,). 

Rara nel Devoniano superiore, questa forma sembra rappresentata quasi certamente 
nel mio materiale da una valva ventrale di piccole dimensioni (mm. 6,5 di altezza per 6 
di larghezza), a contorno largamente ovale. L'apice è prominente, conformato in guisa 



(1) F. Roemer. Veognosttsche Beobachtungen im Polnischen Mittelgebirge, Zeitschr. Deut. geol. 
Ges., vol. XVIII, 1866, pag. 676, tav. XIIÏ, fig. 12-14. 

(2) de Vernueil. Paléontologie de la Russie, vol. II, 1845, tav. XIII, fig. 10. 

(3) G. Gùrich. Las Palaeozoicum im Polnischen Mittelgebirge, Verh. k. Russ. minerai. Ges. St. 
Petersburg, ser. 2, vol. XXIIÎ, 1897, pag. 238. 

(4) J. Hall. Paleontology of New York, vol. IV, 1867, pag. 410, tav. LXII. fig. 1 a, b, 

(5) I. Thomas. Neue Beitràge zur Kenntniss der devonischen Fauna Argentiniens, Zeitschr. 
Deut. geol. Ges, vol. LVII, 1905, pag. 267, tav. XIV, fig. 43. 

(6) Il génère Vitulina, corne è noto, fu trovato sinora rappresentato nel Mesodevonico dello stato 
di N. York e in parecchi di quei giaci menti del T America méridionale, la cui età fu a lungo discussa 
e sembra doversi fissare per tutti fra T Eodevonico superiore e il Mesodevonico inferiore : Icla (Ulrich 
in N. Jahrb. f. Min., Beil. Bd. III, 1892, pag. 71-73), Rio Sicasica (id.) e isola di Coati (lago Titicaca ; 
Derby in Bull. Mus. Compar. Zool. Harv. Collège, vol. III, 1876, pag. 282) in Bolivia, province di 
Para (Rathbun in Bull. Buffalo Soc. nat. Se, vol. I, 1874, pag. 255), Mato Grosso (Derby in Arch. 
Mus. Nac. Rio Janeiro, vol. IX, 1890, pag. 76) e Paranà (Derby in N. Jahrb. f. Min., 1888, vol. II, 
pag. 173) nel Brasile, Cerro del Fuerte (Kayser in Zeitschr. Deut. geol Ges., vol. XLIX, 1897, 
pag. 296) e Cerro del Aqua Negra (Thomas, 1. cit.) nelP Argentina occidentale. Venne pure scoperto 
nella Colonia del Capo (cfr. Ulrich, l. cit., pag. 104-107) in terreni verosimil mente sincroni coi 
precedenti. 



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— 206 — 

analoga airi4. desquamata var. rugom del M Germula (1); la superficie non è i>er6 ornata 
dai cercini concentrici disiintivi di questa varietà. Le costîcine radiali sono fittissime, in 
numéro di 4 o 5 per ogni mlUimetro d'intervallo nella regione mediana délia valva. 
Calcari sopra la Cas Primosio di mezzo. 

Fam. Rhjniohonellidae Gray. 

Rhynèhoiiella Fischer. 

3. BliynoliOB«lla «onmiiiata Martin sp. vnr. platylob* Sowerby sp. — Tav. I [VI], fig. 6awi. 

1825. Terebratula platyloba Sowerby. The Minerai Conchoîogy of Great Briiain, vol. V, pag. 155, 

tav. 49(5, fig. 5, 6. 
1836. — actiminata y kv, platyloba Phillips. Illttstrations of ihe Geolooy of Torkêhire, 

vol. r, pag. 222, Uv. XII, fig. 7-9. 

1844. Atrypa platyloba Mac Coy . Synopsis of ihe characters of ihe Carboniferous Limestone fossiU 

of Ireland, pag 155 

1845. — — deVerneuil. GMogie de la Russie d' Europe et des montagnes de l'Oural , 

vol. II, pag. 76, tav. IX, flg. 14. 
ISCiO. Rhynchonella acuminata var. platyloba Davidson. Palaeont. Soc., vol. XIII, pag. 96, tav. XXI, 

fig. 14-20. 
1882. — — var. platyloba Davidson. Mon, Brit, foss. Brachiopoda. Devonian 

and Silifrian Suppléments. Palaeont. Soc, vol. XXXVI, pag. 47, 

tav. II, fig. 20 a, b. 
1884. — — var. platyloba Tschernyschew. Mater ialen zur Kenntniss der de- 

vonischen Ablagerunyen in Russland. Mêin. Corn. géol. St. Pêtersb., 

vol. I, n. 3, pag. 21 e 65, tav. III, ^^. 14 a^. 
1887. — — var. platyloba de Koninck. Faune du calcaire carbonifère de la 

Belgique. VI. Brachiopodes. Ann. Mus. Roy. Uist. nat. Belg., vol. 

XIV, pag. 38, tav. XII, û^. 1-15? e 23-35. 
1889. — — var. platyloba v. Toll Wissenschaftliche Resultate der zur Erfor- 

schung des Janalandes und der Neusibirischen Insein angesandten 

Ea^pedition. Mèm. Ac. Imp. Se. St. Pétersb., ser. 7, vol. XXXVII, 

n. 3, pag. 21, tav. II, fig. 9, 10. 

Esemplare giovane, poco rigonfio. Contomo reniforme-ovale, Iras verso, di un quarto 
più largo che alto, arrotondato ai lati, quasi rettilineo in basso, in angolo ottusissimo su- 
periormente Convessità maggiore nella meta apicale; apici piccoli, non prominenti, poco 
rigonfi, subeguali in altezza ; seno ampio, ma superflciale e mal limitato, al pari del lobo. 
Percorrono il seno 5 larghe pieghe molto superflciali, con rilievo debolissimo, separate da 
leggiere depressioni lineari, visibili soltanto nella melà frontale ; 6 pieghe con uguali carat- 
teri ornano il lobo; le une e le altre sono cosi lievi che la conmiessura frontale appare 
molto leggermente crenulata. Le regioni laterali délie valve hanno superficie liscia. Ai lati 
la sinuosità délia commessura è minore che alla fronte. 

Altezza délia valva ventrale mm. 8 

» > dorsale , » 8 

Larghezza > 10,5 

Spe.«5sore > 3,5 

Angolo apicale 125** 

(l) Gortani. Op. cit. Palaeont. Ital., vol. XIII, 1905-07, pag. 10 [94], tav. I [IV], fig. 1 a-c. 



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— 207 — 

Uesemplare non è facile a delerminarsi con precisione, perché gli individu! giovani 
délie Rh.pugnm Mart. sp. (1), Rh. reniformis Sow. sp. (2), Rh. subreniformis ^chnyxv 
sp. (3) e Rh. aeuminataj sono molto simili fra loro. Particolarmente difficile è la distin- 
zione fra i giovani di Rh. reniformis e Rh. acuminata van pLaiyloba^ perché uno dei pochi 
caratteri distintivi fra esse, cloè il rigonfiamento dell' apice nella piccola valva délia Rh. re- 
niformis^ si perde allora quasi completamente. Tuttavia rilengo esatla la mia determina- 
zione, mancando neiresemplare di Primosio ogni accenno alla convessità dei lobi laterali, 
ed essendo perfetta la sua corrispondenza con le figure dei Davidson e dello Tscher- 
nyschew. 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

Class. Lamellibranohiata. 

Fam. Avioulidae Lamarck. 
LeptodMma Hall. 
4. Zieptod«Bma sp. ind. 

L' unica valva destra ha contorno obliquamente ovale, subrombico, un po' piîl alto che 
lungo; margine inferiore regolarmente curvato e racoordato in curva continua col poste- 
riore rettilineo, non rientrante ; linea cardinale diritta ; ala anteriore sconosciuta, la poste-, 
riore espansa ma non protratta in addietro ; convessità notevole nella regione mediana su- 
periore e suU' umbone ; superficie percorsa da strie di accrescimento a intervalli irregolari. 
La valva è alta mm. 7, lunga mm. 6,5; la linea cardinale mîsura mm. 5,5. 

La mancanza délia porzione anteriore délia conchiglia rende arrischiato ogni confronte, 
nonchè ogni tentative di più sicura determinazione. La forma ricorda il L. mytiliforme 
Hall (4) dei Neodevonico superiore (gruppo di Chemung). 

Calcari presse la Cas. di Primosio di mezzo. 

Poii do nia Bronu. 
5. Pofltâonia primovloa n. f. — Tav. I [VI], fig. 7 a, b. 

Conchiglia piccola, equivalve, appiattita, quasi simmetrica. Il contorno ha la figura di 
un ovale in traverso, troncato al margine superiore, cosî da ricordare grossolanamente un 
fagiolo ad ilo non rientrante ; U polo più ottuso corrisponde al margine posteriore. Il rap- 
porto fra altezza e lunghezza varia, negli esemplari esaminati, da ^Vx^^ a V^^. Dei margini, 
il posteriore segue una curva a raggio più lungo deir anteriore ; quello ventrale è arcuato; 
il cardinale è rettilineo e collegato agli altri due contigui in angolo ottuso. Su di esso sporge 



(1) Cfr. de Koninck. Op. cit., pag. 39, tav. XIII, fig. 1-15. 

(2) Cfr. Davidson. Palaeont. Soc, vol XIII, pag. 90, tav. XIX, ûg. 1-7. 

(3) J. Schnar. Zusammenstellung und Beschreibung sàmmtlicher im Uébergangsgehirge der Eifel 
vorkommenden Brachiopodm. Palaeontographica, vol. III, 1853, pag. 174, tav. XXII, fîg. 5 a, &. 

(4) J. Hall. Pal. New York, vol. V, 1885, pagg. 235, tav. XXV, fig. 7, II, e tav. XCI,% 22-25. 



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— 208 — 

àlquanto r uinbohe, situato quasi suUa linea mediana, poco rigonflo, piccolo, prominente 
appena. La superficie esterna délie valve è percorsa da numerose e fitte costiciiie concen- 
triche, estese anche air umbone, parallèle ai margini laterali e ventrale e piegate verso 
r umbone poco prima di toccare il cardine, cosi da arrivare al raargine anteriore più o 
meno inclinate. Se ne contano da 20 a 30 su tutta la valva e da 5 a 6 in ogni millimetro 
di intervalle ; le distanze fra esse sono irregolari, corne il loro rilievo. Fra due ben rilevate 
consécutive sonvene talora 2 o 3, talora 1 o nessuna, delle piii minute; le piii forti sono 
spesso sdoppiate nella parte ventrale del loro percorso ; la loro forma è quella di cercini ; 
i solchi interposti sono minori di esse. II guscio è sottile. Le dimension! piccole. 

I II 

Altezza délia valva mm. 3,5 mm. 3^ 

Lunghezza » » 5,5 » 5,0 

Spessore » » 0,5 » 0,5 

Lunghezza délia linea cardinale » 4 » 3,9 

È molto vicina alla P. intercostalis Richter (1) del Sopradevonico délia Turingia, 
questa perô ha un numéro di costicine molto minore, Tangolo supero-posteriore retto an- 
zichè ottusamente arrolondato, e la scultura assai più regolare e uniforme. Soraigliano alla 
specie carnica anche talune forme del ciclo délia t\ venusta Mstr. (vedi più sotto); ma la 
nostra ne differisce sempre per la convessità molto minore, la scultura meno fitta e più 
irregolare, il contorno meno asimmetrico e con maggior tendenza alla forma rettangolare. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

6. PoflldeaU ▼•nosta v. Mdnster. — Tav. I [VI], fig. 8. 

1840. Pùsidonia venusta v. Munster. Beitrâge zur Petrefactenkunde^ III, pag. 51, tav. X, fig. 12 a-d, 
1891. — — Frech. Die devonischen Aviculidcn Deutschlands. Àbhandl. z. geol. Speciak. 

Preuss., vol. IX, fasc. 3, pag. 70, tav. XIV, ûg. 15-15 B {cuyn syn,). 

Tre piccole valve con guscio sottile, convessità notevole, umbone poco spiccato e poco 

eccentrico. Regione anteriore quasi piana, estesa per un terzo délia lunghezza délia valva; 

regione posteriore molto ampia e mal definita dalla porzione centrale. Linea di massima 

convessità direlta dair umbone verso Tangolo postero-inferiore. La s.^ultura più grossolana 

è visibile in tutti tre gli esemplari ; meno conservata è la finissima striatura che si nota 

fra le costicine primarie. 

I II 

Altezza délia valva destra mm. 5,5 mm. 3 

Lunghezza > 7,5 > 4 

Spessore > 1,5 > 0,8 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 



(1) R. Richter. Beitrag zur Palàontologie des Thûringer Waîdes. /. Th. Denkschr. k. Ak. Wiss. 
Wien, math.-nat. Cl., vol. XI, pag. 127, tav. II, fig. 56-61. 



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— 209 — 

7. Povldoiiia TMiiista v. Munster var. oarlnthiaoa Frech em. — Tav. 1 [Vi]. fig. 0. 

1891. Pùsidonia venusta var. carintiaca Frech. Abhandl. z. geol. Specialk. Preuss., vol. IX, fasc. 3, 

pag. 71, tav. XIV, fig. 16. 

Conchiglia piccola, rigonfla, un po'allungata trasversalmente, a contorno ovato sub- 
triangolare, meno alto che lungo, molto inequilaterale. Margine posteriore in curva ampia, 
Tanteriore in curva ristrettissima ; questo riunito al superiore con una curva continua, 
quello con un angolo ottuso appena smussato. Umbone eccentrico, cosî da cadere nel terzo 
anteriore délia valva. Guscio sottile ; superficie corne nel tipo, da cui si distingue sopra 
tutto per la posizione deU'apice e la forma dell'ala anteriore. L' angolo infero-posteriore è 
neU'esemplare di Primosio raolto piii slrettamente arrotondato che neir esemplare del M. Pal 
Grande illustrato dal Frech. 

Altezza délia valva mm. 2,8 

Larghezza > 3,6 

Spessore ... » 0,7 

Calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 

Fam. Aroidae Lamarck. 

Maorodon Lycett. 

8. KaoroAon (?) TaramelUi n. f. - Tav. I [VI], fig. 10. 

Valva destra piccola, molto inequilaterale, poco rigonfla, obliquamente allungata. Con- 
torno ovale trasverso, troncato obliquamente dalla linea cardinale; quesf ultima, piii brève 
délia lunghezza délia valva, diritta, un po' arcuata in avanti dell' umbone, forma una brusca 
curva col margine anteriore e si riattacca ad angolo ottuso col posteriore. Il margine vi- 
scérale, arcuato ed oblique, unisce in una curva continua i due margini laterali, di cui 
r anteriore è il più brève e il meno largamente arrotondato. L' umbone ha convessità e 
rilievo mediocri, è poco prominente e cade nel terzo anteriore délia conchiglia. La regione 
posteriore si espande largamente, costituendo oltre meta délia valva, montre è brève e ri- 
stretta la regione situata avanti ail' umbone. Il guscio è sottile e ornato di strie concen- 
triche fittissime, fra le quali taluna acquista maggiore importanza e rilievo. 

Altezza délia valva mm. 6 

Lunghezza » 8 

Spessore > 2 

Lunghezza del margine cardinale > 5,5 

Si accosta in parte al Macrodon {Parallelodon) Faba de Kon. (1) del Dinantiano del 



(1) de Koninck. Faune carb. Belg. V. Lamellibranches Ann. Mus. Roy. Hist. nat. Belg., vol. XI, 
1885, pag. 150, tav. XXV, ûg, 11, 12, 14, 16, 17. 



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— 210 — 

Belgio. Questa forma ha contorno molto variabile, ma sempre più allungato délia specie 
carnica; inoltre ha il margine cardinale relativamente maggiore e la convessità più forte. 
Calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 

Fam. Conooardiidae Neumayr. 

Oonooardimn Bronn. 

9. OoBOoardluiii sp. iiul. 

Un frammento di conchiglia molto rigonfla, minutamente costulata, ad alta caréna; 
è la parte mediana di un individuo assai giovane, con lo spessore uguale alfaltezza. 

Fam. Praeoardiidae Hoernes. 

Oardiola Broderip. 

10. Oardiola Bovshaïuioiil Holznpfel. 

1895. Cardiola Beushauseni Holzapfel. Das obère Mitteldevon im Rheinischcn Gehirge, Abhandl. k. 

Preuss. geol. L.-Anst., N. Folge, fasc. 16, pag. 227, tav. XI, flg. 12, 12 a; 
tav. XII, flg. 17, 18 ; tav. XVI, fig. 10, 10 a. 

Valva destra quasi equilatera, molto convessa, poco meno alta che lunga. Margine 
cardinale rettilineo nella sua parte mediana, ricurvo aile estremità per attaccarsi ai mar- 
gini laterali. Umbone maggiormente protratto in alto che negli eseraplari deir Holzapfel; 
tutta la regione apicale è spostata in alto cosi da far prendere una forma subrombica al 
contorno. Area piccola e suhtriangolare. Irraggiano dair umbone 8 pieghe radiali principal!, 
di cui le esterne s' incurvano verso i lati; 8-10 pieghe meno forti si interpongono fra le 
prime, alternando con esse; le une e le altre sono minute, sottili, ma ben rilevate, a se- 
zione acutamente triangolare, separate da intervalli più larghi di esse, e con tendenza ad 
appaiarsi. Negli intervalli appaiono tracce di finissime costicine concentriche. 

Altezza della valva mm. 4 

Largbezza > 5 

Spessore > 2 

Con la valva descritta se ne trovano due piii minute, a contorno ovale troncato, |^r- 
corse da costicine appaiate, spettanti probabilraente al medesimo gruppo. 
Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

11. Oardiola (Bnolilola) retrostrlata von Bue h sp. 

1832. Venericardium retrostriatum von Bue h. Ueber Ammoniten, pag. 50. 

1837. Cardium palmatum Goldfuss. Petrefacta Germaniae, vol. II, pag. 217, tav. CXLIII, fig. 7 a, b 

1843. Avicula speciosa Hall. Geoîogical Survey of New York, Report on the Fourth District, pag. 

243, tav. CVl, fig. 1, 1 a. 
1846. Cardiola retrostriaia von Kejserling. Wissemchaftliche Beobachtungen auf einer Reise in 

das Petschora-Land, pag. 254, tav. XI, fig. 3. 



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— 211 — 

18L0. Cardium retrostrtatum d'Orbigny. Prodrome de Paléontologie, voL I, pag. 79. 

1850. — palmatum Roemer. Beitràge zur geologischen Kenntniss des nordwestlichen Harz- 

gehirges. I. Palaeontographica, vol, III, pag. 26, tav. IV, fig. \\ a, b, 
1850. — anguliferwn Roemer. Ibid., pag. 27, tav. IV, fig. 12 a, h. 
1852. Cardiola retrostriata Naumann. Geognostisches Atlas, tav. XI, ûg. 2. 

1852. — — Sandberger. Die Versteinerungen des Rheinischen Sohichtenst/stems in 

Nassau, pag. 270, tav. XXVIII, fig. 8-10. 

1853. Cardium retrostrtatum Geinitz. Die Versteinerungen der Grauwackenformation in Sachsen^ 

pag. 47, tav. XII, fig. 7. 

1880. Cardiola retrostriata Gosselet. Esquisse géologique du Nord de la France, fasc. I, tav. IV, 

fig. 16. 

1881. — (?) retrostriata var. Bohemica Barrande. Système Silurien du centre de la Bohême, 

vol. VI, tav. 181, fig. II, 1-10. 
1881. — (?) — var. praecursor Barrande. Ibid., con la précédente. 

1881. Buchiola — Barrande. AcëphaUs silurien de la Bohême, pag. 95. 

1883. Cardiola speciosa Hall. Pai. Ncio York, vol. V, pt. I. Plates and Explanations, tav. LXX, fig. 2-9,. 

1884. — re/ros^nVi^aTschernyschew. Mém. Com. géol. St. Pétersb., vol. I, n. 3, pag. 8 e 61, 

tav. I, fig. 14. 

1885. Glyptocardia speciosa Hall. Pal. New York, vol. V, pt. I, pag. XXXV e 426, tav. LXX, fig. 2-9, 

e tav. LXXX, fig. 10. 

1894. Cardiola (Buchiola) retrostriata Frech. Karn, Alpen, pag. 269. 

1895. — — ferruginea Holzapfel. Abhandl. k. Preuss. geol. L.-Anst., N. Folge, fasc. 

16, pag. 229, tav. XI, fig. 16-16 d. 
1895. — -— sagittaria Holzapfel. Ibid., pag. 230, tav. XI, fig, 17-17 c. 

1895.? — — aquarum Holzapfel. Ibid., pag. 230. 

1905. Buchiola speciosa Williams. Contributions to devonian Paleontology 1903. Bull. U. S. Geol. 

Surv., n. 244, pag. 51 ecc. 

Gli esemplari di Primosio hanno contorno ovato trasverso, di circa un terzo più lungo 
che alto, regolarmente arcuato ai lati e in basso, quasi rettilineo superionnente ; urnbone 
eccentrico, cosi da cadere nel terzo anteriore délia conchiglia, poco rigonflo e poco spor- 
gente sul cardine; convessità médiocre; coste radiali basse, in numéro di 8 a 11, poco 
ricurve, separate da solchi stretti e profondi e ornate da esilissime costicine trasversali 
àppena arcuate e raramente visibili. Altezza, lunghezza e spessore stanno fra loro corne 
2,5 : 3,5 : 1. 

Dal quadro sinonimico che ho esposto si rileva corne al ciclo délia C. retrostriata ap- 
parlengano, secondo il mio modo di vedere, numerose forme che debbono esservi raggrup- 
pate. Il polimorfismo délia specie in questione dipende sopra tutto dalla sua larga diffusione 
nello spazio e nel tempo; e nella moltitudine délie sue variazioni, tutte collegate fra loro 
da insensibili passaggi, soltanto alcune, meglio caratterizzate come razze geografiche o evo- 
lute in una determinata direzione, possono ancora distinguersi con un nome spéciale. Queste 
forme passeremo rapidamente in rassegna, per vedere a quale di esse meglio si avvicini 
la nostra. 

Una prima e accurata revisione critica venue già fatta nel 1881 dal Barrande, con 
idée analoghe a quelle ch' io seguo. Egli pero, mentre insiste giustamente nel considerare 
la sua var. bohemica distinta dalle forme americane {Cardiola o Glyptocai^dia speciosa 
Hall), sembra ritenere la C. speciosa indipendente dalla tipica C. retrostriata. Secondo il 

Série VI. — Tomo IV. 29 



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— 212 — 

Barrande, parrebbe che la differenza tra le due forme stesse nel numéro délie cost^ 
radiali : 10 a 15 negli esemplari americani, 6 a 9 negli europei. Ma va notato che, fra le 
stesse iconografle citate dal Barrande por la tipica C. 7^etrostriatay Tesemplare figura to 
dal G osselet (1880) ha 13 coste, e Tesemplare disegnato dal Roeraer corne Cardium pal- 
matum (1850) ne ha 12; che altrettante ne ha la valva riportata dallo Tschernyschew 
(1884); che d' al tra parte la flg. 10, tav. LXXX di J. Hall (1885) rappresenta una valva 
con sole 8 pieghe e identica in ogni altro carattere aile sue conterranee; che infine lo 
stesso Hall, cosi restîo a riconoscere Tidenlità fra specie europee e americane, dice che 
la sua Glyptocai'dia speciosa « is probably identical with the Cardiola retrostriaia (von 
Buch) of varions authors, and with Cardium palmatum of Goldfuss » (1). Tutto ci6 
mi persuade a riteneie identiche le due forme discusse. Quanto al génère Glyptocardia, 
istituito da Hall per la sua specie, esso evidentemente deve passare in sinonimia del gé- 
nère (o meglio sottogenere) Buchiola^ fondato dal Barrande quattro anni prima. 

Con la C. speciosa deve anche abolirsi la C. ferrtiginea descritta da Holzapfel. 
Nella forma tipica di C. retrostriata si hanno numerose e instabili mutazioni sia riguardo 
al numéro e al rilievo délie pieghe, sia riguardo alla convessità più o meno spiccata délie 
sottilissime strie e costicine trasversali che intersecano le pieghe stesse e che assumono 
tutte le modalità possibili da una retta a una curva ogivale. Quando si noti che tali mi- 
nute costicine variano anche moltissimo Tiel loro numéro e nella loro frequenza, s' intende 
facilmente come le combinazioni diverse di questi diversi caratteri si prestino a creare un'^in- 
finità di nomi specifici che non hanno ragione di esistere, e come sia del tutto vano anche 
distinguere con un nome spéciale soltanto le forme estreme délie combinazioni stesse. La 
C, fenmginea non ô che una C. vet7^ostriata con pieghe forti e rade, intersecate da costi- 
cine trasversali notevolmente arcuate. La C. aqiiarurn (Beushausen) Holzapfel, de- 
scritta soltanto e non figurata, rientra pure quasi certamente in questo gruppo. 

Nel caso estremo in cui le costicine trasversali seguano una linea spezzata con un 
angolo rivolto verso Tumbone, si giunge alla forma descritta dal Roemer (1850) sotto il 
nome di Cardium anguUfeinim, Senza identiflcarla con la tipica C, retrostriata^ come alcuni 
hanno fatto (2), mi sembra perè di poterla a buon diritto inglobare nel ciclo délia nostra 
specie, come sua varietà. È naturale che in essa le pieghe siano variabili e in rilievo e in 
numéro, come nel tipo; e per la medesima ragione dovrà abolirsi il nome di C sagittavin 
dato da Holzapfel (1895) a una valva con costicine angolose e con 8-10 pieghe soltanto. 

Il quadro délie principali variazioni che rientrano nel ciclo délia C. inttr^^pta si pub 
dare come segue : 



(1) J. Hall. Pal New York, vol. V, pt. I, 1885, pag. 42(5. 

(2) Vedi ad es. Tromelin e Lebesconte. Observations sur les terrains primaires du Nord 
du département d* file -et -Vilaine. Bull. Soc. géol. France, ser. 3, vol. IV, 187(5, pag. 605. 



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— 2Ï3 — 

1. Forma relativainente poco allungaba. — Terreai devoniani. 
2. Margine cardinale intero. Area nulla. 
3. Costicine trasversali diritte arcuate. 

4. Coste radlali da 6 a 15. Valve molto inequilatere (=:: Venericardium v. Buch - Cardium 
palmatum Goldf. - Avicula spectosa Hall - Cardium d'Orb. - Cardiola speciosa Hall - 
Glyptocardia speciosa Hall - Cardiola ferruginea Holz.). . .a typica. 

4'. Coste radiali da 14 a 17. Valve naeno inequilatere. . . . P hohemica Barrande. 
3'. Costicine trasversali piegate ad angolo (= C. sagittaria Holz.). y angulifera (Roemer 6p.)« 
2'. Margine cardinale minutamente denticolato. Area piecola e bassa . 5 Keyserlingi Barrande. 
r. Forma allungatissima. — Terreni siluriani e praecursor Barrande. 

Gli eseraplari carnici, raccolti in buon numéro presso la Cas. Priraosio di mezzo, ap- 
partengono evidentemente al tipo. 

Fam. Grammy siidae Fischer. 
Edmondia de Koninck. 

12. Edmondia Clymeniae n. f. — Tav. 1 [Vl], f\g. 11 a, b. 

Conchiglia molto piecola, equivalve, inequilatera, a convessità médiocre. Contorno ovale 
irasverso, di quasi un terzo meno alto che lungo; margine anteriore largamente arroton- 
dato, il posteriore più brève e in curva più stretta, V inferiore in curva ampia e regolare. 
Linea cardinale un po'convessa nella parte anteriore, diritta verso Taddietxo; umbone pro- 
minente, rigonfio, non molto spostato dalla linea mediana. Valve regolarmente convesse, 
con lo spessore più forte nella regione apicale. Ala anteriore più brève ma molto più alta 
délia posteriore. Superficie liscia, con rade strie di accrescimento. 

Altezza délia valva destra mm. 1,6 

Lunghezza > > 2,3 

Spessore » » 0,4 

L' E. Clynieniae somiglia, nella sua forma générale, ad alcuni esemplari délia E. sub- 
ovata Hall (1), propria del Neodevonico americano (gruppo di Chemung). La forma ri- 
stretta delPala posteriore basta per5 a tenerla distinta, quando non si voglia ricorrere 
anche anche aile sue minime dimensioni. 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

Class. Gastropoda. 

Fam. Bellerophontidae Mac Coy. 
Bellerophon de Montfort. 

13. Bellerophon tnberoiilatiui Férussac et d'Orbigny. 

1840. Bellerophon tuherculatm Férussac et d'Orbigny. Monographie des Cëfalopodes, tav. VIII, 

fig. 7-10. 



(1) J. Hall. Pal Neio York, vol. V, pt. I, pag. 389, tav. LXIV, fig. 18-20 e 26-28, e tav. XCV, 
fig. 9-12. 



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— 214 — 

1876 Belîerophon Maera Hall. Illustrations of Devonian Fossils: Oasteropoda, tav. XXII. 

187Ô. — Neleus Hall. Ibid., tav. XXII. 

1879. — Maera Hall. Pal. New York, vol. V, pt. II, pag. 119, tav. XXV, fig. 9-14, e 

tav. XXVI, fig. 19-24. 
1884. — tuberculatus Tschernyschew. Mém. Coin. géol. St. Pétersb., vol. I, n. 3, pag. 53, 

tav. I, fig. 5 a-c {cum syn,). 
1887. — — Tschernyschew. Die Fauna des mittleres und oheren Devon am 

Westahhange des Urals Mém. Com. géol. St. Pétersb., vol. III, n. 3, 

pag. 33 e 171, tav. VI, fig. 7. 

L' unico esemplare che son riuscito a ottenere è mal conservato, in gran parte ridotto 
al solo modello interno, in cui rimane soltanto una debole traccia délia caréna mediana. 
Ma la deterrainazione è sicura perché è tuttora ben riconoscibile il tipo délia scuUura 
superficiale, costituila da numerosissime granulazioni a forma di minute pustolette discoidi, 
che caratterizzano la specie nel modo migliore. L' esemplare ha dimension! ridotte ; V ul- 
timo giro è meno espanso e la bocca si âpre alquanto più rapidamenle che in molli indi- 
vidui europei, ma senza uscire dal ciclo di variabilità délia specie. 

Diametro massimo mm. 8 

Altezza massima (larghezza délia bocca) » 8 

» del penultimo giro » 4,5 

Il B. tuberculatuSy segnalato nel Mesodevonico degli Urali e nei terreni meso e neode- 
vonici deir Europa centrale, compare anche nelT America settenlrionale , ove Hall lo 
descrisse sotto il nuovo nome di B. Maera. Nessuna differenza notevole pu6 riscontrarsi 
fra gli esemplari europei e gli americani, come lo stesso Hall ammelte implicitamente. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

14. Belîerophon Freohi De Angolis. - Tav. II [VU], fig. 1 a-c. 
1899. Belîerophon an sp, n. (Frechi) De Angelis. Mem. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, pag. 27, fig. 8. 

L' esemplare descritto dal De Angelis, e da lui giustamente riconosciuto come una 
forma nuova, è pur troppo T unico finora isolato. Il De Angelis dimostrô in modo chiaro 
la sua pertinenza al génère Belîerophon^ facendo anche notare come nessuna délie specie 
devoniane finora descritte gli si possa avvicinare. 

Una nuova preparazione deir esemplare mi ha permesso di trame Tesatta figura sche- 
matica, che presento nella tav. II [VII], fig. 1. Da essa appare évidente il carattere più 
smgolare del fossile in esame, e cioè la sua forma nettamente asimmetrica, analoga a 
quella di moite specie neopermiane. Il B. italicus, da me ultimamente descritto tra i fossili 
del calcare a Belîerophon délia Carnia (1), pu5 venire paragonato air esemplare in que- 
stione, che apparliene foi'se al suo medesimo gruppo. Il tipo dell' asimmetria, il modo di 
avvolgimento, la mancanza di caréna mediana, la natura liscia délia superficie sono comuni 
ad entrambi. Il B, Frechi ha perô conformata molto diversamente l' apertura boccale e 



(1) M. Gortani. La fauna degli strati a Belîerophon délia Carnia, Riv. ital. di Paleont., vol. 
XII, 1906, pag. 122, tav. VI, fig. 14 a, b. 



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— 215 — 

tutta r ultima parte del giro esterno : caratteri che bastano per individualizzarlo in modo 

assolulo. 

Diametro inassiino deir ultimo giro mm. 18 

> minimo » » » 14 

Awltezza massima » » » 15 

» délia bocca » 5 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. — Museo geoiogico di Pavia. 

Fana. Capulidae Cuv. 

Platyoeras Conrad. 

15. PUtycerM pimetUluin n. f. -- Tav. I [VI], fig. 12 a-c. 

Conchiglia minutissima, conoidea, a lati quasi diritti, con una lievissima concavità 
presso Tapice e una convessità leggera del pari verso la base. Apertura ellittica, di un 
quarto meno larga che lunga. Altezza di valore intermedio fra quelli del semiasse mag- 
giore e del semiasse .minore deir apertura ; angolo apicale fra 100® e 110**. Apice subot- 
tuso, centrale, in modo che la sua proiezione orizzontale cade nel centre deir apertura. 
Superficie ornata di esilissime strie di accrescimento. 

Lunghezza massima dell' apertura mm. 1 

Larghezza » » » 0,75 

Altezza » 0,4 

Angolo apicale in corrispondenza déliasse maggiore 110^ 

» > > minore 100** 

Per la forma sembra quasi riprodurre in miniatura il PL eootenmm Bar rois (1), nel 
quale perô (tralasciando le dimensioni) i lati sono convessi e T angolo apicale è alquanto 
minore. È pure molto simile alla forma del nostro esemplare il Lepetopsis Whitei de Ko- 
ninck (2), la cui base ha tuttavia un contorno ovale. Corne già ebbi ad osservare per una di 
esse (3), io rltengo per6 che entrambe le specie ora nominale debbano rientrare nel ciclo del 
Platycej^as selcanum Gieb. sp., sia per la variabilità di questi organismi, sia perché, non 
conoscendosi i caratteri interni dell' apertura, non vi è alcuna ragione per ascrivere la 
forma belga al génère Lepetopsis invece che a Platyceras (4). Ma il fossile di Primosio ha 
un'impronta spéciale; esaminato T apice délie specie ora nominale, esso non pu6 ritenersi 
un esemplare giovane di esse, e la sua piccolezza estrema, unita alla forma del suo pro- 
âlo, è quindi sufflciente a caratterizzarlo come specie dislinta. 

Calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 



(1) Barrois. Faune du calcaît^e d' Erhray {Loire Inférieure). Mém. Soc. géol. Nord, vol. III, 
1889, pag. 194, tav. XII, fig. 10 û-c. 

(2) de Koninck. Faune carb. Belg. IV. Gastéropodes, Ann. Mus. Roy. Hist. nat. Belg., vol. VIII, 
pag. 193, tav. XLVIII, fig. 21, 22, 43, 44. 

(3) Gort.ini. Palaeont. Ital., vol. XII, 1907, pag. 46 [130]. 

(4) Anche il Barrois (op. cit., pag. 194) osserva che la maggior parte almeno délie forme de- 
scritte come Lepetopsis dal de Koninck sono probabilmente Platyceras. 



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— 216 — 

Class. Cephalopoda. 

Nautiloidea. 

Fam. Orthooeratidae Mac Coy. 

Orthooeras Breyn. 

16. OrtkocerM cfr. lineâre v. Munster. — Tav. I [VI], flg. 13. 

1850. Orthooeras lineare (v. Munster) Roemer. Palaeontographica, vol. III, pag. 17, tav. lïl, ûg. 23. 

Frammeiito délia parte apicale di una conchiglia conico-cilindrica allungatissima, con 
sifone centrale, divisa in camere poco più larghe che alte. L' altezza di queste varia da 
mm. 0,7 a 1,1; il loro diametro da mm. 0,9 a 1,4; il rapporte fra altezza e diametro 
oscilla fra 'V,^, e *V,o:). Non vi è traccia di ornamentazione superflciale; esternameate la 
posizione dei setti è rivelata da solchi leggeri non tutti in ugual modo visibili, 

Lunghezza del frammento mm. 6 

Diametro alPapice » 0,9 

» alla base » 1,5 

Salvo le dimensioni molto ridotte, l' esemplare corrisponde pienamente a quelle flgurato 
dal Roemer, anche per il leggero resiringersi dell'angolo apicale verso la som mita délia 
conchiglia. Gli è simile T 0. fragile Roemer (1), che se ne distingue per la forma più 
schiettamente cilindrica : distinzione difficile a riconoscersi nei giovani esemplari, per V an- 
golo apicale acutissimo che in essi présenta anche V 0. lineare, 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

17. Ortkoo«rMi crr. oOAvliui Roemer. 
1850. Orthoceras conulus Roemer. Palaeontographica, vol. IIÏ, pag. 39, tav. VI, fig. 6 a, 6. 

Conchiglia di forma conica, allungata ; superficie apparentemente liscia ; angolo apicale 
di circa 18^ ; sifone quasi centrale. 

Altezza délia conchiglia mm. 9 

Diametro air apice » 1,5 

» alla base » 4 

Non sono riuscito a mettere in evidenza le concamerazioni délia conchiglia, e il rife- 
rimento è percib assai dubbio. Neir esemplare del Roemer, proveniente dai calcari fra- 
sniani di Grund, le camere sono tanto larghe quanto alte, e il sifone, centrale dapprima, 
si fa più tardi espanso e diviene eccentrico. 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. 



(1.) Roemer. Palaeontographica, vol. III, 1850, pag. 18, tav. III, fig. 24 a -c (nelki spiegazione 
délia tavola è indicato, per errore, corne O. cylindricum). 



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— 217 — 

18. Ortli«o«fMl 8p. itid. 

Frammento di forma conica, luolto allungata, con angolo apicale acutissimo (7** od 8*); 
superficie liscia; sifone centrale; sezioae molto largamente ovale. 

Lunghezza del frammento mm. 23 

DJametro aU'apice » 2 

» alla base » 4,5 

Ricorda da vicino 1' 0. mbflexuosum descritlo dal von Munster (1) e Tesemplare 
ascritto con incerlezza a taie specie dal Roemer (2); ma ogni ri ferimento précise sarebbe 
azzardato. 

Calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 

Ammonoidea. 

Fam. Clymeniidae v. Munster. 

Clymenia v. Munster. 

19. Clymenia (Cyrtoclymenla) lae^igata v. Munster. — Tav. 1 [VI], flg. 18 a, 6. 

1832 Planulites laevigatus v. Munster. Goniatiien iind Planuliten, pag. 5, tav. I, flg. 1. 

1839. Clymenia laevigata v. Munster. Beitr. z, Pttrefactenk., /, pag. 6, 7. 

18G3. — [Cyrtoclymenia) laevigata v. Gûmbel. Ueher Clymenien in den Uebergangsgebilden 

des Fichielgehirges. Palaeontogpaphica, vol. XI, pag. 137, tav. XVI, fig. 

5-9 {cum syn.). 
1897. Cyrtoclymenia laevigata Frech. Lethaea palaeozoica, vol. I, tav. XXXI ï a, fig. 2 A. 
1899. Clymenia (Cyrtoclymenia) laevigata De Angelis. Meni. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, pag. 22. 
1902. — — — Frech. Ueber devonische Ammoneen, Beitr. z. Palâont. 

Oe8t.-Ung. u. Or., vol. XIV, pag 31 [5], tav. V [IV], fig 2, e pag. 34 [8|, 

fig. 4 b. 

Quesla notissima forma, largamente diffusa nel sopradevonico europeo, fu già trovata 
in nu me rosi esemplari anche sul M. Pal Grande (Frech) e sul M. Primosio (De Ange- 
lis); è pure indicata in Carnia al Passe di M. Croce (De Angelis). Il calcare fossilifère 
da me raccolto presso la Cas. Primosio è zeppo di giovani esemplari e di vesciche embrio- 
nali riferibili senza dubbio alcuno alla CL laevigata; une di essi è rappresentato nella 
tav. I (VI], fig. 18. Le superficie erose délia roccia fossilifera mostrauo spesso sézioni di 
grandi esemplari (fine a 8 o 10 centimetri di diamètre) che molto probabilmente appar- 
tengono pure alla medesima specie. Gli individui che son riuscito a separare dal mio 
materiale sono oltre una cinquantina. Un esemplare, preparato dal De Angelis, si con- 
serva nel museo geologico universitario di Roma; tre in quelle di Pavia. 

Presso e sopra la Cas. Primosio di mezzo; presso la Cas. Primosio alta. 



(1) v. Munster. Beitr, z, Petrefactenk., IIl, 1840, pag. 10, tav. XIX, fig. 9. 
(2/ Roemer. Palaeontographica, vol. III, 1850, pag. 27, tav. IV, fig. 13. 



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— 218 — 

20. Clymvnla (Oyrtoolymenla) «afiiftiMptata v. Munster. — Tav. I [Vl], flg. 19 a, 6. 

]832. Planulites angustiseplaitis v. M uns ter. Ooniat, u. Planul., pag. 8, tav. I, fig 3. 

1843. Clymenia angusliseptata v. Munster. Beitr, z. Petrefactt*nk., I, éd. II, pag. 4 e 36, tav. I, fig. 3. 

1863. — {Cyrtoclymenia) angustiseptata v. Gûmbel. Palaeontographica, vol. XI, pag. 120, 

. . tav. XV, fig. 1-6 {cum syn.). 

1899. — — angustiseptata De An gel i s. Mem. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, 

pag. 21. 
1902. — — angustiseptata Frech. Beitr. z. Palâont Oest.-Ung. a. Or., vol. XIV, 

pag. 30 |4]. 
1902. — — plicata Frech. Ibid., pag. 30 (4) e 33 [7]. 

L' unico esemplare ben conservato che posso riferire alla CL angustiseptata è quello 
già preparato e descritto dal De Ange lis. Corne appare daU'accurato disegno che ne 
d6 nella tav. I [VI|, fig. 19, la conchiglia è percorsa da numerose costicine trasversali 
relativamente spiccate, cosi da rispondere al carattere délia C7. plicata Mstr.; forma che, 
seguendo il GUmbel a preferenza del Frech, ritengo una semplice varietà o mutazione 
délia CL angustiseptata. 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo (museo geologico di Roma). — Due piccoli 
esemplari, probabilmente délia stessa specie, si conservano nel museo di Pavia con l'indi- 
cazione : Passo di Primosio. 

21. Olymenla (Oyrtoclymeiiia) aamilata v. Munster. 

1832. Goniatites annulatus v. Munster. Goniat. «. Planul, pag. 32, tav. VII, fig. 6. 

1839. Clymenia annulata v. Munster. Beitr. z. Petrefactenk , /, pag. 14, tav. XVI, fig. 7. 

1863. — (Cyrtoclymenia) annulata v. Gûmbel. Palaeontographica, vol. XI, pag. 130, tav. XV, 

fig. 11-13 (cum syn.). 
1902. — — annulata. Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, 

pag. 31 [5], tav. II [I], fig. 6, 7. 

La variabilità che moite Climenie presentano nella scullura superflciale, si riscoutra 
anche nella specie in esame. Come la forma ultima di cui ci siamo occupati, anche essa 
pu5 avère le pieghe trasversali a rilievo più o meno spiccato; ma varia inoKre sia nel- 
r andamento, sia nella frequenza délie pieghe medesime. Questo falto, mentre gîustifica 
r idea di riunire la CL plicata alla CL angustiseptata^ ini persuade anche a ritenere una 
mutazione secondaria délia (L annulata la forma che il Frech ne sépara come var. deîi- 
sicosta {Op. cit.j pag. 31 [5], tav. II [I], flg. 7), e che ne è distinta solo dal numéro mag- 
giore delle sue pieghe. Taie forma è rappresentata nel mio materiale da un frammento di 
conchiglia ben conservato, con 4 giri di spira; sul giro esterno le pieghe sono a meno di 
un millimelro di distanza fra loro e si biforcano in générale a poca distanza dalla sutura. 

La sezione relativamente bassa e allargata dei giri e lo sviluppo rapide délia spirale 
distinguono bene il nostro esemplare dalla CL aegoceras Frech (Op. cit., pag. 31 [5], 
tav. II [I|, fig. 5 a, 6), a cui è simile per il tiix> deirornamentazione e Paspetto générale. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 



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— 219 — 

22. Clymeiiia (Cyrtoclymeiiia) fleznota v. Munster. 

1840. Clymenia fleœuo$a v. Munster. Beitr, z, Petrefactenk , III, pag. 92, tav. XVI, ûg. 4. 

1856. — brevicostata (non v. Munster) Richter. Denkschr. k. Ak. Wiss. Wien, vol. XI, 

pag. 112, tav. I, fig. 24-26. 
1887. — fleœuosa Tschernyschew. Mém. Com. géol. St. Pétersb., vol. III, n. 3, pag. 18 

e 168, tav. I, fig. 23-26 {cum syn.). 
1902. — fleœuosa Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, pag. 32 [6|, fig. 2. 

Un solo esemplare, a conchiglia quasi liscia e pochissimo involuta, con sviluppo più 
rapido délia CL Dunkeri. Sezione dei giri ovale, di un quinto circa più alla che larga, 
appena intaccata alla base dalla rientranza del giro précédente. Linea lobale semplice- 
raente sinuata, con sella e lobo esterni in curva larga e dolce. La somiglianza maggiore è 
con gli esemplari délia Russia figurati dallo Tschernyschew; quello sassone riportato 
dal Frech si allontana più di tutti gli altri dal nostro. Le dimensioni sono le seguenti: 

Diametro mm. 22 

Altezza deirultimo giro in rapporto al diametro ....... 0,45 

Spessore massimo > » 0,30 

Altezza délia bocca (1) » » 0,37 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

23. Clymenia (Osrrtoclymenla) cfr. Duikeri v. Munster. 

1839. Clymenia Dunkeri v. Munster. Beitr. z. Petrefactenk., /, pag. 15, tav. XVI, fig. 1. 

1843. — — V. Munster. Ibid., éd. II, pag. 42, tav. XVI, ûg. 1. 

1863. — (Cyrioclymenta) Dunkeri v. Gûmbcl Palaeontographica, vol. XI, pag. 135, tav. XVI, 

fig. 3, 4. 
1899. — — cfr. Dunkeri De Ange lis. Mem. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, 

pag. 22. 
1902. — — Dunkeri Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, 

pag. 30 [4], pag. 29 [3], fig. 1 a, e pag. 34 [8], fig. 4 c. 

La presenza délia CL Dunkeri nei calcari del M. Primosio era finora assai dubbia, 
perché T esemplare studialo dal De Ange lis e conservato nel museo di Pavia è una 
sezione mal conservata che pub dare soltanto un' idea dell' involuzione dei giri. 

Nel materiale raccolto dal prof. Vinassa e da me ho potuto isolare una conchiglia 
poco involuta, a superficie liscia, con uno svolgimento délia spirale meno rapido che nella 
CL fleamosa e meno lento che nella CL laevigata. Non sono riuscito a mettere in evidenza 
la linea dei lobi ; ma questi caratteri mi persuadono ad avvicinare con fondamento V esem- 
plare alla CL Dunkeri. Anche la sezione dei giri corrisponde a quest' ultima specie : è 
ovale, un po' attenuata superiormente, di un quarto circa più alta che larga, e occupata 
dal giro précédente per un sesto délia sua altezza. 



(1) Avverto qui una vol ta per tutte che in nessuna délie Animoniti studiate in questo lavoro, è 
conservata Tapertura boccale. L' espressione < altezza délia bocca > da me adoperata è quindi pura- 
mente convenzionale ; e va intesa corne l' altezza della sezione trasversale dell' ultimo giro sulla linea 
mediana. 

Série VI. — Tomo FV. 30 



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— 220 — 

Diametro mm. 24 

Altezza dell* ultimo giro in rapporte al diametro 0,27 

Spessore massimo » » . 0,21 

Altezza délia bocca » » 0,23 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

24. Olymenla (Oxyclymenla) nndiilata v. MQnster. - Tav. H [VII], flg. 6, 7. 

1832. Planulites undulaius v. Munster. Goniat u. Pîamd., pag. 9, tav. II, fîg. 2. 

1839. Clymenia undulata v. Munster. Beitr. z, Petrefactenk., I, pag. 10. 

1863. — {Oxyclymenia) undulata v. Gûmbel. Palaeontographica, vol. XI, pag. 140, tav. XVII, 

flg. 1-9 ; non tav. XVIII, fîg. 12 {cum syn., excl, CL bisuleata et linearis), 

1870. — undulata Tietze. Ueher die devonischen Schichten von Ebersdorf in der Grafschaft 

Glatz, Palaeontographica, vol. XIX, pag. 133, tav. XVI, fig. 9. 

1892. — — Loewinson-Lessing. Les Ammon^^es de la zone à Sporadoceras Mun- 

ster i dans les monts Gouhcrlinskya Gory (Oural inMdional), Mêm. Soc. 
Belge de gèol., palêont. et hydr., vol. VI, pag. 16. 

1892.? — dubia Loewinson-Lessing Ibid., vol. VI, pag. 22, tav. II, fig. 3. 

1897. — (Oxyclymenia) undulata Frech. Lethaea palaeozoica, tav. XXXÏI a, fig. 1 rt-c. 

1899. — — undulata De Ange lis. Mem. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, pag. 23. 

È fréquente nei calcari del M. Primosio, ove costituisce la specie più abbondante dope 
la Cl. laevigata. Numéros! sono gli individui molto giovani, come quello che ho riprodotto 
in modo scheraatico nella tav. II [V1I|, e le vesciche embrionali ; ma sono comuni altresî 
frararaenti di esemplari bene sviluppati, in cui è sempre riconoscibile la caratteristica 
ornamentazione délia superficie. Influe, uno di tali framraenli è molto simile a quello del 
M. Pal Grande disegnato dal Frech nella Lethaea palaeozica (tav. XXXII a, flg. 1 a, b): 
mostra cioè la sua parte esterna percorsa da un rilievo longitudinale mediano, inclinando 
in tal modo alla forma délia Cl. bisuleata Mstr. (1). 

Calcari presso e sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

25. Ol3rm*iiia (Oxyolymenla) strlata v. Munster. 

1832. Planulites striatus v. Munster. Goniat. u. Planul., pag. 13, tav. III, fig. 2-5. 

1839. Clymenia siriata v. Munster. Beitr. z. Peirefactenk,, /, pag. 11. 

1863. — (Oxyclymenia) striata v. Gûmbel. Palaeontographica, vol. XI, pag. 144, tav. XVIII, 

fig. 1-8 (cum syn., excl. Cl. ornata), 
1899. — — striata De Angelis. Mem. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, pag. 23 

Si distingue dalla précédente sopra tutto [)er V involuzione molto maggiore délia con- 
chiglia 11 probabile che taluni dei numerosi frammenti di giri da me riferiti alla Cl. undu- 
lata possano invece appartenere al Cl. striata ; ma il solo osemplare spettante senza dubbio 
alcuno a quesf ultima forma è sempre quello raccolto e descritto dal prof. De Angelis. 
Mi limite qui a darne le dimensioni. 



(1) V. Munster. Beitr. z. Petrefactenk , III, 1840, pag. 93, tav. XVI, fig. 6; — Frech. Beitr. 
z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, 1902, pag. 34 [8], fav. II [I], fig. 12. 



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— 221 — 

Diametro mm. 23 

Aitezza deiP ultlmo giro in rapporto al diametro 0,48 

Spessore massimo > » 0,26 

Aitezza délia bocca » » 0,32 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. — Museo geologico di Pavia. 

26 Olymeni* (Bellaolymenla) cfr. uiffiilota v. Mûnstor. 

1839. Clymenia planidorsata v. Munster. Beiir. z. Peirefactenk,, /, pag. 7. 

1839. — angulosa v. Munster. Ibid,, pag. 12, tav. XVI, fig. 3. 

1813. Goniatites planus v. Munster. Beiir. z Petrefactenk., /, éd. II, pag. 32, tav. VI, fig. 4. 

1843. Clymenia planidorsata v. Munster. Ibid.j pag. 36. 

1843. — angulosa v. Munster. Ibid., pag. 40, tav. XVI, fig. 3. 

18(53. — (Sellaclymenia) angulosa v. Gùmbel. Palaeontographica, vol. XI, pag. 149, tav. XIX, 

fig. 2. 
1902. — — angulosa Frech. Beitr. z. Palàont. Oest-Ung. u. Or., vol. XIV, 

pag. 35 19]. 

Riferisco con leggera incertezza a questa forma un esemplare guasto, ridotto a porzione 
deir ultimo giro. Caratteristica ne è la sezione subrettangolare, oltre due voile più alla 
che larga. con il lato superiore (esterno) rettilineo, e i laterali molto leggermente con- 
vessi. In conseguenza, il giro è appiattito estemanoiente e sui fianchi. La superficie appare 
liscia. Délia linea lobale si vede soltanto in parte il segmente latérale, e sembra concordare 
con la figura del v. Giimbel. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

27. Clymenia (BelUolymenla) cfr. bUobato v. Mûnstcr. — Tav. Il [VII], fig. 2, 3. 

1839. Clymenia bilohata v. Munster. Beitr, z, Petrefactenk., /, pag. 11, tav. II, fig. 6. 

1843. — — V. Munster. Ibid., éd. II, pag. 39, tav. II, fig. 6. 

1863. — (Cymaclymenia) bilobata v. Gûmbel. Palaeontographica, vol. XI, pag. 147, tav. XIX, 

fig. 4, 5. 
1902. — {Sellaclymenia) — Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, 

pag. 35 [9]. 

Due piccoli esemplari, di cui il maggiore è sezionato trasversalmente. Tanto la forma 
esterna del primo, quanto il modo d' involuzione nettamente rivelato dall' altro, corrispon- 
doQO ai caratteri délia CL bilobata ; vi corrispondono altresi la larghezza dell' ombelico e 
la forma che ha la sezione dei giri ; sembrano corrispondervi anche le tracce délia linea 
lobale, ma queste sono troppo deboli e indécise perché se ne possano ricavare elemenli 
decisivi. Ecco le dimensioni dell' individuo complète : 

Diametro mm. 10 

Aitezza deir ultimo giro in rapporto al diametro 0,42 

Spessore massimo » > 0,50 

Aitezza délia bocca > » 0,30 



* 
Calcari preaso la Cas. Primosio di mezzo. 



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— 222 — 

28. Olymenla (Oonloolymenla) «psolMa v. Munster sp. — Tav. Il [VII], flg. 5 a. 6. 

1832. Goniatites speciosus v. Munster. Goniatit. u. PlanuL, pag. 27, tav. VI, fig. 1. 

J8Ô3. Clymenia {Gonioclymenia) speciosa v. Gûmbel. Palaeontographica; vol. XI, pag. 150, tav. XIX, 

ûg. 6-8, e tav. XX, fig. 1-4 (cum syn.). 
1899. — — speciosa De Angelis. Mem. R. Ace. Linceî, ser. 5, vol. III, pag. 24, 

fig. 7. 
1899. — — —Frech. Beitr. z. Palâont. Oesterr.-Ung. u. Or., vol. XIV, 

pag. 39 [13], tav. II [I], fig. 2; pag. 30 [11|, fig. 5, e pag. 38 

[12], fig. 6 a {cum syn,). 

Per quanto il Frech, con la solita sua noncuranza dei lavori italiani, ammetta la 
presenza délia Cl. spcciosa soltanto in Germania e nella località carnica da lui scoperta, 
senza confutare ne ci tare il lavoro del prof. De Angelis, si deve ritenere certa Tesi- 
stenza délia specie stessa nel calcare del M. Primosio. 

Ricorrendo a vari procedimenti, ho potuto ricomporre e preparare di nuovo il fossile 
completo che già il De Angelis era riuscito a isolare; e ne ho tratto il disegno sche- 
matico ma fedele che riporto nella tav. II [VII]. Esso concorda pienaraente con gli esem- 
plari tedeschi, e ogni ulteriore descrizione, dopo quanto ebbe a dirne il nostro paleonto- 
logo, sarebbe superflua. Le dimensioni deir esemplare sono le seguenti : 

Diametro mm 32 

Altezza deirultimo giro in rapporto al diametro 0,40 

Spessore massimo » > 0,28 

Altezza délia bocca » » 0,36 

Calcari sopra la Cas. Primosio. — Museo gelogico di Pavia. 

Fam. GoniaUtidae v. Buch. 

Anaroestes v. Mojsisovics. 

29. Anaroestes cfr. Denokmaïuii H o 1 z a p f e 1 . 

1895. Anarcestes Denckmanni Holzapfel. Abhandl. k. Preuss. geol. L.-Anst., N. Folge, fasc. XVI, 

pag. 72, tav. III, fig. 22-24. 

Conchiglia piccola, globulosa, con lunga caméra d' abitazione, giri molto più larghi 
che alti, a sezione largamente ovale, occupata per meta délia sua altezza dal giro précé- 
dente. Ombelico stretto e profonde. Superficie quasi liscia. Linea lobale appena sinuata, con 
lobo esterno minute e lobo latérale rappresentato da una bassa e leggerissima curva. 

I due eseraplari che presentano tali caratteri lasciano dubbioso il riferimento solo per 

il loro stato giovanile e la natura quasi liscia délia superficie. Dimensioni : 

1 II 

Diametro délia conchiglia mm. 7 ... mm. 4,2 

Altezza dell' ultime giro in rapporto al diametro . . 0,46 0,48 

Spessore » » . . 0,86 . . . . 0,74 

Altezza délia bocca » » . . 0,24 0,22 

Larghezza deir ombelico > . » . . 0,14 0,13 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 



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— 223 — 

Tomooeras Hyatt, em. Frech. 

30. ToniocerMi cfr. conTOlntnm Holzapfel. — Tav. 1 [VI], fig. 14 a, h. 

1895. Tomoceras convolutum Holzapfel. Abhandl. k. Preuss. geol. L.-Anst., N. Folge, fasc. XVI, 

pag. 88, tav. IV, fig. 1-3. 

La conchiglia globulosa, con i primi giri molto rigonfl e i successivi alquanto ap- 
piattiti esternamente ; Tombelico ampio e profondo; la bocca reniforme, una volta più 
larga che alta; inflne la linea lobale appena ondulata, con il solo lobo esterno manifesto, 
mi persuadono a considerare gli eseraplari in esame corne individui giovani di T. convo- 
luticm. Essi concordano pienamente con le figure deir H o 1 z a p f e 1 e permettono una deter- 
minazione relativamente sicura* per quanto cioè è possibile con esemplari non bene svilup- 

pati. Le dimensioni sono le seguenti : 

I II 

Biametro délia conchiglia mm. 5 ... mm. 3,5 

Âltozza deir ultime giro in rapporte al diamètre . . 0,46 — 

Spessore » > . . 0,80 0,78 

Altezza délia bocca » » . . 0,36 0,29 

Larghezza deirembelico » > . . 0,46 0,43 

Calcari presse la Cas. Primosio. 

31. TomoovrMi oinotnm v. Keyserling sp. 

1844. Ooniatiies cinctus v. Keyserling. Beschreihung einiger Goniatiten aus dem Domanik-Schiefer. 

Verh. k. Russisch. minerai. Ges., pag. 227, tav. A, fig. 2, 3. 
1895. Tornoceras cinclum Holzapfel. Abhandl. k. Preuss. geol. L.-Anst., N. Folge, fasc. XVI, pag. 90, 

tav. VI, fig. 12 ; tav. VII, fig. 4, e tav. VIII, fig. 8 (cum syn.). 

1898. Parodoceras — Haug. Études sur les Goniatites. Mém. Soc. géol. Fra^nce, vol. VII, fasc. 4, 

pag. 18, fig. 5 h. 

1899. Tornoceras — De Angelis. Mem. R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, pag. 26. 

Agli esemplari illustrati dal De Angelis, uno dei quali risponde perfettamente a ogni 
carattere degli individui renani, non posso aggiungere che una porzione deirultimo giro di 
un individuo mediocremente sviluppato. La forma del giro stesso, il decorso e 1' aspetto 
dei due solchi longitudinali sugli spigoli esterni, V andamento délie strie di accrescimento 
e doUe tracce visibili délia linea lobale, appoggiano la determinazione. 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo (museo geologico di Pavia) e presse la Casera 

stessa. 

32. Tornooeras simplez v. Buch sp. — Tav. I [VI], fig. 15 a-e, 

1832. Ammonites simplex v. Buch. Ueher Goniatiten, pag. 42, tav. II, fig. 4. 

1832. Goniatites ovatus v. Munster. Goniat. u. PlanuL, pag. 18, tav. IV, fig. 1. 

1 856. ? — retrorsus B e y r i c h . Beitràge zur Bestimmung der Versteinerungen des Rheinischen 

Uehergangsgébirges, pag. 30, tav. I, fig. 10. 
1867. — — typus T r e n k n e r . Palàontologische Novitàten von nordwestlichen Harze^h 

Abhandl. Naturf Ges. Halle, vol. X, pag. 127, tav. I, fig. 5, 6. 
1887. — {Tornoceras) simplex Tschernyschew. Mém. Com. géol. St. Pétersb., vol. III, n. 3, 

pag. 23 e 169, tav. I, fig. 22, e tav. II, fig. 9 {cum syn.). 



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— 224 — 

1895. ToTTioceras simplex Holzapfel. AbhandL k. Preuss. geol. L.-An8t , N. Polge, fasc. XVI, pag. 95, 

tav. IV, flg. 8, 9; Ut. VI, fig. 11, e tav. VII, fig. 9 (cum syn.), 

1896. — cireumflextu var. inflata Gûrich. Verh. k. Russisch. minerai. Ges., ser. 2, vol. 

XXIII, pag. 338, tav. XIII, fig. 5 a-c. (1) 
1896. — — var. applanaia Gûrich. Ibid., pag. 338, tav. XIII, fig. 8 a-^, (1) 

1897 — simpleœ Prech. Lethaea palaeozoica, vol. II, tav. XXXII a, fig. 11, 12. 

1902. — — mut. ovata Frech. Beitr. z. Palâont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, pag. 47 

121), tav. III jH), fig 21 a-h. 

Due esemplari mediocremenle sviluppati e parecchi individu! giovani hanno conchiglia 
discoidale o lenticolare, con giri debolmente convessi sui flanchi e molto più alti che larghi, 
ombelico nuUo o molto ristretto, solchi radiali pochi o nessuno, linea lobale poco ondulata. 
Gli individui giovani sono strettamente ombelicati e presentano più sovente solchi tra- 
sversali ; i due più sviluppati sono senza ombelico, e uno solo di essi (quello flgurato nella 
tav. I [VI]) ha un' infossatura trasversale sinuata. La linea lobale per il suo andamento 
dolce si accosta alla mut. angmtelobata di Holzapfel (l. cii, pag. 99), mentre gli al tri 
caratteri si avvicinano alla mut. ovata dello stesso autore (1. cit., pag. 99-100). Il lobo 
esterno non è molto profondo, e la sella esterna ha la medesima altezza délia sella laté- 
rale. Dimensioni : 

I II III 

Diametro mm. 16 . . mm. 13 . . mm. 8 

Altezza dell' ultimo giro in rapporto al diametro . . 0,62 .... 0,61 .... 0,60 

Spessore » » . . 0,50 .... 0,54 . . . 0,48 

Altezza délia bocca » > . . 0,31 .... 0,35 .... 0,31 

Calcari presse e sopra la Cas. Primosio di raezzo. 

33. Tornooerai Esooti Frech var. oamioua n. f. — Tav. I [VI]. fig. 17 a-e, 

Conchiglia discoide-lenticolare, con i primi giri completamente nascosti dall' ultimo, a 
ombelico ristrettissimo e quasi interamente chiuso. Guscio sottile, con superficie liscia. 
Fianchi leggermente convessi; spessore massimo verso il mezzo; regione esterna arroton- 
data. Sezione trasversale dell' ultimo giro semiellittica, con un rapporto di Vi fra altezza e 
larghezza, occupata dal giro précédente fino a un terzo délia sua altezza. 

L' unico esemplare intero e ben riconoscibile è concamerato sino alla fine. Suir ultimo 
giro di esso riuscii a mettere in evidenza (mediante attacco con HCl diluito) quasi tutte 
le linee lobali, che sono circa 17. Ciascuna possiede due lobi laterali e due selle laterali 
(l'interna incompleta), oltre al lobo e alla sella esterni. Il lobo esterno è ristretto, oltre 
due volte più lungo che largo, a lati quasi paralleli, arrotondato ail' apice ; la sella adia- 
cente è ampia e tozza, in forma di U rovesciata, quasi simmetrica, talora con una lieve 
sinuosità ail' attacco con il lobo esterno. Il lobo latérale esterno, più profondo del primo, 
è appuntito e asimmetrico, come un dente di sega, il lato esterno essendo quasi diritto e 
verticale, l' interne concavo e oblique. La sella latérale segue un' ampia curva, superando 



(1) Cfr. Gûrich. Nachtràge zum Palaeozoicum des Pùlnischen Mittelgebirges. N. Jahrb. f. 
Min. etc., Beil. Bd. XIII, 1900, pag. 342. 



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— 225 — 

notevolmente in larghezza, altezza e apertura la sella esterna e occupando da sola un 
terzo deir altezza del giro. Inflne il lobo latérale interno, allargato e poco profondo, rag- 
giunge tutt' al più il livello del lobo esterno, e la sella latérale interna, interrotta a meta, 
è a mala pena accennata. 

Le dîmensioni sono le seguenti : 

Diaraetro mm. 30 

Altezza dell'ultimo giro . . » 18 . . e in rapporto al diametro . . 0,60 

Spessore » 14 . . » » . . 0,47 

Altezza délia bocca ....»11.. » » .. 0,37 

La forma descritta è molto affine al T. Escoti Frech (1), di cui io la considero una 
semplice varietà. La differenza sta unicamente in alcune particolarità délia linea lobale, e 
cioè il maggiore sviluppo délia sella latérale in confronte délia sella esterna, la forma 
simmetrica di quest' ultima e il suo modo di attacco con il lobo esterno. Nel T. Escoti la 
sella latérale è bensi più elevata délia esterna, ma la sua curva ha un raggio minore, e 
la sella stessa appare minore del lobo latérale, inversamente a quanto si ha nella forma 
carnica; la sella latérale è nel T. Escoti asimmetrica, curvata dal lato interno e inter- 
rotta ad angolo retto dal lato esterno al suo attacco con il lobo omonimo. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

Cheilooeras Frech. 

34. OheilocerM sp., aff. Iftffowieiuie Gûrich. — Tav. I [VI]. fjg. 16 a, b. 

Conchiglia ovoidale, leggermente compressa ai lati, con giri alti e rigonfl. Ombelico 
in te rameute nascosto dal guscio. Superficie percorsa da sottili strie trasversali molto fine 
e minute, alquanto sinuose sui fianchi e diritte sul lato esterno; esistono pure due solchi 
radiali, quasi in continuazione une dell' altro. Sezione dell' ultime giro semilunare, circa 
tanto alta quanto larga ; oltre meta deir altezza è occupata dal giro précédente, che vi è 
insinuato. Linea lobale sconosciuta; caméra d'abitazione lunghissima. 

Diametro mm. 16 

Altezza dell' ultime giro in rapporto al diametro 0,50 

Spessore » » 0,75 

Altezza délia bocca > > 0,30 

Il riferimento generico è assicurato dalla forma d' involuzione, dalla lunghezza délia 
caméra d' abitazione, dair andamento délie strie trasversali. La specie che più si avvicina 
alla forma descritta è il Ch. lagowiense GUrich (2) del Neodevoniano polacco: la sola 
differenza note vole con essa è data dalla sezione dei giri, che è relativamente più larga 
neir esemplare carnico, in modo da rendere la conchiglia mono lenticolare e più globulosa. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

(1) Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, 1902, pag. 48 [22]; pag. 50, flg. 13 ô, 
e tav. II, fig. 19. 

(2) Gûrich. N. Jahrb. f. Min. etc., Beil. Bd XIII, 1900, pag. 344, tav. XIV, fig. 4, 5; — 
Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, pag 74 [48[, tav. IV [III], fig. 8 a, b. 



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— 226 — 

Aganides de Montfort em. 
35. AffaniAM raloatu v. Munster sp. 

1832. Qoniatites su^catus v. Munster. Ueber Clt/menien und Goniatiten des Fichtelgebirges, pag. 23, 

tav. III, fig. 7. 

1862. — — V. Gûmbel. Revision der Goniatiten des Fichtehjebirges. N. Jahrb. f. 

Min. etc, pag 298, tav. V, fig. 14 {cum syn,). 

1862. — linearis v. Gûmbel. Ibid., pag. 317, tav. V, fig. 9-12 e 15-18 {cum syn,). 

1873. — suicaius Kayser. Sludien aus dem Gebieten des rkeinischen Devon IV, Zeitschr. 

Deut. geol. Ges., vol. XXV, pag. 614, tav. XIX, ûg. 5. 

1884. Brancoceras sulcatum Hyatt. Gênera of fossil Cephalopods, Proced. Boston Soc. Nat. Hist, 

vol. XXII, pag. 325. 

1884. Prionoceras divisum Hyatt. Ibid., pag. 328. 

1887. Goniatites (Tornoceras) sulcatum Frech. Die palàosoischen Bildungen von Cabrières (Lan- 
guedoc). Zeitschr. Deut geol. Ges., vol. XXXIX, pag. 449, 453, 485. 

1894. Parodoceras sulcatum Frech. Karn. Aljyen, pag. 2G8. 

1899. Paradoceras — De Ange lis. Mem. R. Ace Lincei, ser. 5, vol. III, pag. 25. 

1902. Aganides sulcatus Frech. Beitr Palàont. Oest.-Ung. u Or., vol. XIV, pag. 76 [50]; pag. 77 [51], 

fig. 32 6, e tav. IV [III], fig. 19. 

Una dozzina di esemplari, che si aggiungono a quello determinato dal De Ange lis 
e conservato nel rauseo geologico di Pavia. È tutta una série da individui giovanissimi a 
individui bene sviluppati ; sempre forli, netti e profondi i tre solchi radiali, che talora sono 
cosî spiccati da rendere nettamente trilobo il contorno délia sezione longitudinale; sezione 
deir ultimo giro sempre in forma sottilmente semilunare, occupata corne è in massima parte 
dal giro précédente, che ne resta celato. Dimensioni variabili nei raiei esemplari da mm. 4 
a 15 di diamètre; mm. 20 misura l'esemplare del De Angelis. I rapporti délie varie 
dimensioni negli individui meglio conservati, sono i seguenti : 

I 

Diamètre mm. 12 

Altezza dell' ultimo giro in rapporte al diamètre . . 0,50 . 

Spessore » » . . 0,65 . 

Altezza délia bocca » > . . 0,25 . 

Calcari presse e sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

Sporadooeras Hyatt. 
36. BporaaooerMi Kfinst^rl v. Buch sp. — Tav. Il [III], fig. 4. 

1832. Ammonites Mûnsteri v. Buch. Ueher Ammoniien, pag. 42, tav. II, fig. 4. 

1897. Sporadoceras Mûnsteri Crich e Foord. Catalogue of the Fossil Cephalopoda in the British 

Muséum, pt. III, pag. 129 {cum syn). 

1898. — — H au g. Mém. Soc géol. France, vol. VII, fasc. 4, pag. 18, ûg, 5 f. 

1899. Clymenia {? Discoclymenia) Haueri (non v. Munster) De Angelis. Mem. R. Ace Lincei, 

ser. 5, vol. III, pag. 24. 
1902. Sporadoceras Mûnsteri Frech. Beitr z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, pag. 79 |53], 

fig. 34 c; pag. 81 |55], fig. 35 e, e tav. IV JIH], fig. 13 a, b. 

L' attacco con HCl diluito mi ha permesso di render visibile nei più minuti particolari 



II 


III 


mm. 11 


. mm. 4 


. . 0,54 . 


... 0,50 


. . 0,72 . 


... 0,90 


. . 0,20 . 


... 0,20 



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— 227 — 

la linea lobale deir esemplare détermina to dal De Ange lis corne Clymenia HaueH. Il 
risultato ottenuto mi rese possibile un accurato confronto del fossile con la specie germa- 
nica; confronto che mi pareva tanto più necessario dopo che il Frecb ebbe dimostrato 
la pertinenza délia CL Haueri al génère Sporadoceras e la sua identità con lo Sporado- 
ceras cucullatum v. Buch. sp. (1), montre il De Angelis asserisoe che T esemplare da 
lui studiato ha il sifone « addirittura vicino alla superficie interna ». 

Il De Angelis fu evidentemente tratto in inganno dal doppio strato che forma la 
conchiglia in esame e che nella sezione longitudinale di essa dà V apparenza di un piccolo 
sifone addossato alla superficie interna del giro ed esterna del guscio. Invece il sifone non 
appare, per essere il taglio molto oblique al piano longitudinale médiane délia conchiglia. 

La linea dei lobi présenta a sua vol ta notevoli discordanze con quella délia cosi detta 
CL Haueri^ poichè le manca il lobo accessorio laterale-esterno e ha la prima sella latérale 
nettamente arrotondata anzichè appuntita. 

Con lo Sporadoceras Munsteri sono invece complète le analogie. La forma délia con- 
chiglia, ben più rigonfia dello S. cucullaltmiy è corne nello S. Munsteri tipico, con sezione 
trasversale ovata ; la linea lobale ha i due lobi laterali délia stessa lunghezza, e la prima 
sella latérale arrotondata al pari délia esterna e alquanto più ampia di essa; la superficie 
è percorsa da esilissime strie di accrescimento, visibili con la lente soltanto. V esemplare 
doveva misurare circa mm. 29 di diametro e mm. 18 di spessore. 

Calcari presse il Passe di Primosio. — Museo geologico di Pavia. 

Class. Crustaoea. 

Trilobitae. 

Fam. Phaoopidae Salter. 

Trlmerooephalns Mac Coy. 

Il génère Trimerocephahis venne fondato dal Mac Coy nel 1849 (2) sopra il Trinuclem 
laevis del v. MUnster (3), assuraendo corne diagnosi i principal! caratteri di taie forma. 
Dalla diagnosi, completata dallo stesso Autore nel 1855 (4), risulta come la sola distin- 
zione che valga a separare nettamente il nuovo génère da Phacops, sia la mancanza degli 
occhi e la conseguente forma particolare délie guance ; in via subordinata, la mancanza di 
solchi laterali sulla glabella. 

In progresse di tempo, si riconobbe come vari Phacopidi con occhi piccolissimi pre- 
sentassero afflnità tali con il Trimerocephahis laevis, da consigliare a riunirli nel mede- 
simo génère; parve anzi che la mancanza assoluta di occhi fosse dovuta a imperfetta 



(1) Vedi Frech. Beitr. z. Palàont. Oest.-Ung. u. Or., vol. XIV, 1902, pag. 83 [57]. 

(2) Mac Coy. On the Classification of some British Fossil Cruslacea etc. Ann. Nat. Hist., ser. 2, 
vol. IV. 

(3) V. Munster. Beitr. z. Petrefactenk. , V, 1842, tav. X, ôg. 6. 

(4) Mac Coy. Description of the British Palaeozoic Fossils in the geological Muséum ofthe Uni- 
versity of Cambridge^ London, 1855, pag. 178. 

Série VI. — Tomo IV. 31 



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— 228 — 

conservazione degli esemplari (1); e taie concetto fu seguito dallo stesso Zittel nel suo 
Trattato di Paleontologia e nel suo Compendio fino alla più récente edizione. L' uno e 
Taltro infatti (2) portano la diagnosi caratteristica del sottogenere o génère Trimeroce- 
phalus cosi concepita: « Occhi piccoli, composti di poche grandi faccette soltanto ». Ben 
diversamente si era espresso il Mac Coy, descrivendo il suo génère « evenly convex, 
without eyes or facial sutures » (3). 

Ma si andô ancora più avanti. Il GUrich (4) credette di poter mettere in seconda 
linea il carattere délia presenza o délia relaiiva grandezza degli occhi, e preporgliene uno 
che il fondatore del génère non aveva accennato. Questo nuovo carattere vorrebbe rispec^ 
chiare V habitus particolare che sogliono avère parecchie forme di TfnmerocejfhaltiSj e si 
riassume, secondo il GUrich, nell'apertura deH'angolo che fanno tra loro i solchi assiali. 
Uangolo sarebbe acuto, e oscillante di poco intorno ai 50*, nei Trimerocephalus ; quasi 
retto, e varîabile da 80° a 90", nei Phacops. E il chiaro geologo di Breslavia riferisce al 
génère Phacops un Phacopide cieco (che chiaraa appunto Phacops caecus), basandosi sul- 
Tangolo di 80"* o 90* fonnato dai solchi assiali. 

Effettivamente le varie forme cieche o quasi di Phacopidi hanno spesso una somi- 
glianza di portamento fra loro. Ma taie somiglianza, oltre a non essere estesa a tutte le 
specie, maie si presta a una descrizione, perché ciascuno dei caratteri che possiamo pigliare 
in esame si présenta raolto variabile. L'assenza o lo sviluppo ridottissimo degli occhi 
porta con se un mutamento nell' aspetto del capo ; per moite forme le piccole dimensioni, 
r andamento del lembo, il contorno regolare, tozzo e arrotondato, contribuiscono a dar 
loro una certa aria di famiglia; per le altre si potranno forse istituire nuovi generi o 
sottogeneri, quando sian meglio note e studiate. Ma, in tutte, 1' angolo formate dai solchi 
assiali è ben lungi dair esser costante. Pur tendosi in générale inferiore a 90**, offre tutte 
le variazioni da 50* a oltre 80* non solo nelle diverse specie, ma anche fra gU individuî 
stessi che siamo costretti a riunire sotto uno stesso nome speciflco. E la cosa non deve 
sorprendere, poichè taie variazione si coUega con la maggiore o minore larghezza del capo, 
che già il Barrande indicé oscillante fra limiti molto estesi in ogni singola specie. Basti 
citare del reste il Phacops c7Hstatus Hall em. (5), in oui l' angolo dei solchi assiali varia 
da 60* a 100*, e il Phacops rana Green (6) in cui varia da 65* a 100* e più. Infine, mi 
sembra di capitale importanza il fatto che la specie su cui il Mac Coy fondô il génère 
TrimerocephaliLSy ossia il Trinucleus laevis Mstr., ha un angolo cosi aperto che oit repassa 
anche i 90*. Evidentemente non è ammissibile di togliere alla diagnosi di un génère il ca- 
rattere principale datole da chi V ha fondato, per sostituirne uno contrario a quelli Dfferti 



(1) Vedi ad es. Salter. A Monoyraph of British Trilohites, Palaeont. Soc, vol. XVI, 18<M, 
pag. 17; — Richter. Denkschr. k. Ak. Wiss. Wien, vol. XI, 1856, pag. 117. 

(2) V. Zittel. Handbuch dei' Palaeotitologie, Palaeozoologie, vol. II, 1885, pag. 614 ; — Idem. 
Grundzûge der Palàontologie^ II éd., pt. I, 1903, pag. 509. 

(3) Mac Coy. Brit, Palaeoz. Foss,, pag. 178. 

(4) G. Gûrich. Verh. k. Russisch. minerai. Ges., ser. 1, vol. XXIII, 1896, pag. 362 

(5) Hall. Pal. New York, vol. VII, 1888, pag. 11, tav. VI. 

(6) Vedi Hall. PaL Neio York, vol. VII, 1888, pag. 19, tav. VII e VIII. 



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— 229 — 

dalla specie su cui il génère fu istituito. Se il concetto del Gurich trovasse appoggio nella 
série délie forme in questione, sarebbe quindi necessario di istituire un génère nuovo. Ma 
ho già dimostrato corne questo non sia, e come perciô dobbiamo ritornare alla prima e 
piii giusta diagnosi del paleontologo inglese. 

Per concludere adunque, noi riterremo carattere fondamentale del génère Trimero- 
cephalus la mancanza o la riduzione fortissima degli occhi. A taie carattere, altri se ne 
aggiungono volta a volta, ma senza una fissità costante. È probabile che sottogeneri diversi 
si possano distinguere in seguito, quando nuove ricerche ci abbiano fatto conoscere un 
numéro maggiore di tali forme e se ne possa meglio rintracciare la fllogenesi. Per ora mi 
sembra opportuno di dare importanza massima al carattere fondamentale accennato, e di 
scindere in relazione ad esso il génère Trimerocephalus in due sottogeneri : Eutrimero- 
cephalus, senza occhi; Microphthalmus^ con occhi ridotti. 

Le forme sopradevoniche riferibili a questi due sottogeneri si possono raggruppare 

come segue. 

8ubg. Entrimeroo^phaliui. — Occhi nulH. 

1. Trimerocephalus {Eutrimerocephalus) kievis v. Munster sp. (= 'BHnucleus laevis Mstr. 
Beitr. z. Petrefactenk. V, 1842, tav. X, fig. 6; — Trimerocephalm laevis Mac Coy. L, cit., 1849 
e 1855; — T. laevis Sa 1 ter. Palaeont. Soc, vol. XVI, 1862, pag. 16, tav. I, fig. 5-7; — Phacops 
cryptophthalmus [non Emmr] Roeraer. Palaeontograpliica, vol. III, 1850, pag. 42, tav. VI, fig. 14). 

— Capo una volta più largo che alto ; glabella largamente securiforme, un po' meno alta che larga, 
estesa quanto le due guance riunite ; angolo dei solchi assiali da 70** a 100** ; lembo sottile e ristretto. 

— Tav. II [VU], fig. 8-10. 

2. Trimerocephalus (Eutrimerocephalus) anopht?ialmus Frech, con le forme typhlops (Gurich) 
e Richteri Gortani, e le varietà caecus (Gurich) e Tietzei Gortani. — Vedi descrizione e sino- 
nimia a pag. 230. — Tav. II [VII], fig. 12-18. 

3. Trimerocephalus (Eutrimerocephalus) carinthiacus Frech. — Vedi descrizione e sinonimia a 
pag. 231. — Tav. II [VU], fig. 11. 

4. Trimerocephalus (Eutrimerocephalus) carnicus Gortani. — Vedi descrizione a pag. 232. — 
Tav. I [VI], fig. 24 a-c, e tav. II [VII], fig. 19. 

Subg. Miorophthalmiui, — Occhi ridotti, con poche faccette. 

5. Trimerocephalus (Microphtfialmus) cryptophthnlmus Emmrich sp. — Vedi descrizione e si- 
nonimia a pag. 232. — Tav. I [VI], fig. 20, 21, e tav. II [VU], fig. 20, 21. 

6. Trimerocephalus (Microphthalmus) pseudo-granulatus Gortani. — Vedi descrizione e sino- 
nimia a pag. 234. — Tav. II ]VII], fig. 22. 

7. Trimerocephalus {Microphthalmus) acuticeps Kayser. — Vedi descrizione e sinonimia a 
pag. 235. — Tav. I [VI[, fig. 23 a-e, e tav. II [VII], fig. 23, 24. 

8. Trimerocephalus {Microphthalmus) mastophthalmus^ï Q\iiQV sp. {^ Phacops mastophthalmus 
Richter. Denkschr. k. Akad. Wiss. Wien, vol. XI, 1856, pag. 118, tav. II, fig. 7-12; -- 'i Calymene 
laevis [non Mstr.] Phillips. Figures and descriptions of the paleozoic fossils of Cornwall, 1841, pag. 
129, tav. LV, fig. 250). — Capo a contorno semicircolare o subtriangolare ; glabella molto sollevata, 
rigonfla e protratta in avanti, a figura spatolata o irregolarmente rombica, occupante meno délia meta 
del capo: solchi assiali profondi, concorrenti con un angolo di 55** a 70''; lembo largo un quarto delle 
guance; tracce di due solchi laterali sulla glabella. — Tav. II [VII], fig. 25, 26. 

9. Trimerocephalus {Microphthalmus) lioemeri Gortani (— Phacops laevis [non Mstr.] Roe- 
mer. Beitr. z. geol. Kenntn. nordw. Harzgeb., III. Palaeontographica, vol. V, 1855, pag. 38, tav. VII, 
fig. 17 a, 6). — Capo una volta più largo che alto, a contorno largamente triangolare arrotondato; 



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— 230 — 

glabella subpentagonale, più larga che alta, a margine anteriore angoloso; angolo dei solohi aasiali da 
80^ a 90"" ; lembo molto ristretto. Simiie al T. laevis^ da cui si distingue sopra tutto, oltre che per la 
presenza degli occhi, per Tangolosità del margine anteriore. — Tav. II [VII], fig. 27. 

10. ^ Trimerocephalus {MicrophthalmiLs) macrocephalvA Richter sp. (= Phacops macrocephalus 
Richter. Denkschr. k. Akad. Wiss. Wien, vol. XI, pag. 117, tav. II, flg. 6). — Capo molto granu- 
loso, a contorno rettangolare trasverso, assai più largo che alto; glabella énorme, trapézoïdale, estesa 
per una superficie quasi doppia délie guance riunite : angolo dei solchi assiali di lOO"^ ; lembo ristretto. 
— Tav. II [VII], fig. 28. 

11. ^ Trimerocephalus {Microphthalmus) incisus Roemer sp. (= Phacops incisus Roemer. 
Beitr. z. geol. Kenntn. nordw. Harzgeb., V. Palaeontographica, vol. XIII, 1866, pag. 212, tav. XXXV, 
fig. 4). — Capo semicircolare, marginato su tutto il contorno ; glabella granulosa, securiforme, strozzata 
in addietro, estesa per un terzo circa délia superficie del capo, incisa da tre solchi laterali per parte ; 
guance liscie ; anello occipitale molto rigonfio ; angolo dei solchi assiali di 70^ — Tav. II [VII], fig. 29. 

37. Trln^roo^phaliui (Bntrim^roo^phaliui) anophtludiiiiui Frech. 
Tav. I [Vl], flg. 22, e tav. Il [VII], flg. 12-18. 

1848. Asaphus laeviceps (non Dalman) Richter. Erster Beiir, PaL Thûr. Waldes, pag. 22, tav. II, 

fig. 3. 
1856. Phacops eryptophthalmu% (non Emmrich) Richter. Denkschr, k. Ak. Wiss. Wien, vol. XI, 

pag. 116, tav. Il, flg. 2-5. 
1866. — — (non Emmrich) Roemer. Zeitschr. Deut. geol. Ges., vol. XVIII, 

pag. 674, tav. XIII, fig. 6, 7. 
1870. — — (non Emmrich) Tietze. Palaeontographica, vol. XIX, pag. 126, 

tav. XVI, fig. 1. 
1894. — {Trimerocephalus) anophikalmus Frech. Karn, Alpen, pag. 270-71. 
1896. Trimerocephalus typhlops Gûrich. Verh. k. Russisch. minerai. Oen.^ ser. 2, vol. XXIII, pag. 

359, tav. XV, fig. 7 a, 6. 
1896. Phacops caecus Gûrich. Ibid., pag. 362, tav. XV, fig. 4 a-c. 
1899. — (Trimerocephalus) anophthalmus De Ange lit. Mem R. Ace. Lincei, ser. 5, vol. III, 

pag. 19, fig. 5 A'C, 

Capo a contorno variabile dalla forma semicircolare alla semiovale o semiellittica, 
troncato o sinuato in addietro, sempre molto convesso, con gli angoli posteriori arroton- 
dati. Il rapporto fra altezza e larghezza oscilla, anche negli esemplari tipici, frsi^y^^ e ''/jo^,. 
La glabella, molto rigonfla e protesa in avanti, uasconde e oltrepassa il margine frontale. 
Il suo contorno è ora securiforme, ora spatolato, ora flabellare, con i solchi assiali diritti 
concavi verso Testerno e il margine anteriore arcuato flno a esser talvolta semicirco- 
lare. L' angolo dei solchi assiali varia fra 50"* e 80'', mantenendosi per lo più vicino ai 70*. 
Il solco occipitale è per lo più sinuoso ; dei solchi laterali è présente soltanto quelle basale, 
diretto orizzontal mente, ridotto talora a due segment! laterali che non arrivano a con- 
giungersi e che non appaiono su lia faccia interna del guscio. Il lobo o i lobi basalî che ne 
risultano hanno la stessa altezza delP anello occipitale, che ha forma lineare, un po' in- 
grossata nel mezzo. Notevole è la convessità délie guance, che sono subtriangolari, un poco 
più alte che larghe, arrotondate sopra tutto air angolo inferiore esterno. Del lembo riman- 
gono soltanto le parti laterali e la posteriore, essendo fusa con la glabella la parte fron- 
tale: esso ha larghezza notevole, ridotta in addietro, rilievo spiccato e superficie convessa ; 
internamente è limitato da un solco in générale netto e profonde, che appare assai più 



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— 231 — 

forte sul modello interne del guscio e si atlenua spesso in corrispendenza degli angoli 
posteriori. La superficie è quasi sempre liscia o un po' scabra, con alcune granulazioni 
verso la fronte; esse perô si estendono in rari casi a tutta la testa. 

Tali sono i caratteri del capo in questa forma poco nota, quali si possono ricavare 
dagli esemplari délie Alpi Carniche e deir Europa centrale, dando al nome specifico il senso 
piîi largo. Rientrano nel ciclo del T. anophthalmus le varietà e mutazioni seguenti: 

a iypiciis, Capo con angoli posteriori largamente arrotondati, troncato in addietro ; glabella ampia, 
glabellare o trapézoïdale, raramente (mut. typhlops [Gûrich]) spatolata ovvero (mut. Bichteri n. nom. 
[=: Phacops cryptophthatmus (non Emmr.) Richter. L. cit., 1856] ) securiforme e ristretta, mai 
semicircolare in avanti ; superficie con granulazioni soltanto alla fronte. — Tav. II [VII], fig. 12-14; 
flg. 15 (mut. typhlops) \ fig. 16 (mut. Richteri), 

3 Tietzei n. nom. (== Phacops cryptophihalmus [non Emmr.] Tietze. L. cit , 1870). Capo molto 
sinuato in addietro, con angoli posteriori appena ottusi ; glabella nettamente semicircolare in avanti ; 
superficie c. s. — ïav. II [VII], fig. 18. 

y caeciis Gûrich sp. (= Phacops caecm Gûrich. L. cit, 1896). Capo sinuato in addietro ; gla- 
bella c. s. ; superficie tutta granulosa. — Tav. II [VII], fig. 17. 

Délia Carnia conosco un solo esemplare intero riferibile al îl anophthalmus. È un 
capo ridotto al modello interne e conservato nel museo geologico di Pavia ; vari a) tri fram- 
menti sono mal conservati e hanno scarso interesse. L' esemplare, che ho disegnato accu- 
ratamente nella tav. I [VI], flg. 22, è forse lo stesso che il De Ange lis studio e flgurb 
nel suo lavoro : me ne toglie la certezza V imperfetta corrispendenza tra V esemplare e la 
figura. A ogni modo, il capo conservato a Pavia è, fra tutti quelli a nie noti, il più somi- 
gliante al disegno originale del Roemer (1866) su cui il Frech istitui il nuovo nome 
speciflco. Il Frech cita bensi anche la figura del Tietze; ma essa, come abbiam visto, 
raijpresenta una forma diversa da quella del Roemer. Le dimensioni deir esemplare 
carnico sono le seguenti : 

Altezza del capo . mm. 7 

Larghezza » » 10,5 

Altezza délia glabella » 6 

Larghezza > » 6,3 

» massima del lembo » 1,2 

Angolo dei solchi assiali 70® 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. 

38. Trim^roo^phaliui (Entrim«roo«phaliui) oarinthlaoïui Frech em. — Tav. II [VII], fig. il. 

1894. Phacops (Trimerocephalus) carinthtacus Frech. Kam, Alpen, pag. 271. 
1899. — — — DeAngelis. Mem. R. Ace, Lincei, ser. 5, vol. III, 

pag. 20, ûg. 6 A-C. 

' Il capo rinvenuto dal De Angelis è ancora il solo framraento di questa specie che 
sia stato isolato dai calcari del M. Primosio. La descrizione del De Angelis e la figura 
che l'accompagna (da cui ho ricavato il lucide délia tav. II [VU], flg. 11) mi dispensano da 



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- 232 — 

ogni cenno descrittivo. Le dimensioni deir esemplare, stando aU'accennata figura, sono le 

seguenti : 

Altezza del capo mm. 6,5 

Larghezza » » 10 

Altezza délia glabella » 5,8 

Larghezza » > 6 

» massima del lembo » 1,4 

Angolo dei solchi assiali 70* 

Calcari sopra la Cas. Primosio di mezzo. — Museo geologico di Roma. 

39. TximmTOO%jflÈJÊlxm (Biitrim«roo#phâliui) oandowi n. f. 

Tav I [VI]. flg. 24 fl-c, e tav. II [VII], fig. 19. 

Contorno del capo semiellittico, con tendenza alla forma ogivale, un po' meno largo 
che alto ; convessità e spessore molto forti ; raargine posteriore concavo esternarnente ; 
angoli posteriori acuti o appena ottusi, non arrotondati. Glabella molto rigonfla, in modo 
che la sua superficie superiore prende in sezione trasversa un contorno semicircolare ; 
forma délia glabella flabellare, coi lati un po' concavi verso le guance e il margine ante- 
riore semiovale ; un po' strozzata in addietro dopo il solco intercalare, che è il solo dei 
laterali présente e che è parallèle al solco occipitale. Guance subtriangolari, forteraenle 
convesso. Porzione anteriore del lembo fusa con la glabella ; porzioni laterali e posteriore 
non molto larghe, a rilievo médiocre. Estensione délia glabella uguale a meta circa del 
capo. Superficie liscia. 

Altezza del capo mm. 6,5 



Larghezza » 

Spessore » 

Altezza délia glabella 

Larghezza » 

» massima del lembo 

Angolo dei solchi assiali c 



6,3 
3,2 
5 
5 
1 
rca 70^ 



È prossimo al T. anophthalmusy da cui si distingue perô nettamente per il contorno 
più slanciato del capo, la sua convessità fortissima e il conseguente spessore, la poca lar- 
ghezza del lembo e la forma degli angoli posteriori. Ne ho isolato anche una parte del 
torace, ma è troppo malconcia per poterne rilevare i minuti caratteri. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

40. Trln^rooepluaiui (Miorophthalmiui) orsrptophthalmiui Emmrich sp. 
Tav. 1 [VI], fig. 20, 21, e tav. II [Vil], fig. 20,21. 

1845. Phacops cryptophthalmus Emmrich. Ueher dieTrilohiten.\jeiOXi\id^v^ u. Bronn's N. Jahrb. 

f. Min. ecc, pag. 27, 40 ecc. 
1850. — — Sandberger. Verst Rhein, Schicht, Si/si, Nassau, pag. 13, tav. I, ^g,6 

(partim), 
1870. — sp, indet Tietze. Palaeontogpaphica, vol. XIX, pag. 126, tav. XVI, fig. 2 (non ^g. 1 !). 
1894. — (Trimerocejihalus) cryptophthabnus Frech. Karn. Aljyen, pag. 270-71. 



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— 233 — 

Per i motivi accennati trattando del génère Trimerocephalm e per la mancanza di u 
esame critico accurato, si produsse e continué a lungo una confusione non indifférente tra 
le forme giustamente ascrivibili al T, cryptophthalmus e quelle attribuite per errore alla 
raedesima specie. E raerito del Frech avère in gran parte dilucidato la questione, che 
dal nostro De Angelis fu pure meglio chiarita, ma in oui altri punti debbono essere 
ancora trattati. 

Ritornando agli esemplari originali deU'Emmrich e aile pochissime forme che ne 
ripetono i caratteri essenziali, la descrizione délia specie pu6 essere fissata corne segue. 

Capo a contorno semicircolare, un po' sinuoso o troncato in addietro. Glabella rigonfla 
e convessa, al pari délie guance ; a contorno flabellare, strettamente curvato a semicerchio 
in avanti. Solchi assiali netti e profond!, leggermente concavi verso Testerno, diretti uno 
verso Taltro con un angolo prossimo ai 70**, Dei solchi laterali sono presenti soltanto due 
basali, uno per lato, ricongiunti nel mezzo in un solco unico soltanto nel modello interno 
del guscio ; i lobi o V anello basale cosi limitati sono alti quanto T anello occipitale, che 
è rilevato a cordoncino. Le guance occupano insieme un'area minore délia sola glabella; 
hanno contorno subtriangolare-equilatero, con gli angoli smussati e i lati debolmente con- 
vessi verso V esterno. Gli occhi piccoli, formati da poche lenticelle, sono come due minu- 
scoli ma ben netti rilievi emisferici nell' angolo anteriore délie guance. Il lembo, largo come 
l' anello occipitale, è ben dehmitato dal solco omonimo e si fonde con la glabella in avanti. 
Gli angoli laterali sono smussati o arrotondati. La superficie appare minutamente granu- 
losa sotto la lente. 

Il pigidio è cosi deflnito dai fratelli Sandberger: < brève obrotundatum, ex arti- 
culis 8, pseudopleuris 5, compositum ». 

Nel materiale da me raccolto si trovano un capo e un pigidio che senza dubbio 
alcuno appartengono al T. cryptophthalmus. Il capo corrisponde appieno ai caratteri su- 
esposti. È troncato alla base e con gli angoli posteriori arrotondati. Ha un' altezza massinia 
di mm. 3 e una larghezza di mm. 4; la glabella è alta mm. 2,7 e larga altrettanto. Nel 
pigidio non si possono veder bene i segmenti deir asse, a cui manca la parte superiore. Le 
pleure lasciano scorgere 5 coste, di cui la prima biflda; tutte perô a rilievo debolissimo. 
L' asse non tocca il margine posteriore ; è largo appena la meta di ciascuna pleura ; i suoi 
lati formano un angolo di circa 25**; è molto rigonflo, mentre le pleure hanno convessità 
debolissima. Non vi è separazione netta fra il lembo e il resto del guscio; il solco del 
lembo è indistinto. Il contorno générale del pigidio forma un arco' molto aperto e non 
giunge a descrivere un semicerchio; V altezza (mm. 2,8) è meta circa délia larghezza (mm. 6). 

Dalla sinonimia che ho riportato più sopra si ricavano le località dove la specie fu 
con certezza rinvenuta sinora : bacino del Reno ed Ebersdorf. Le altre località indicate 
vanno tutte escluse o messe in quarantena, come si pu5 vedere nella brève rassegna che 
mi sembra opportune di farne. 

1. Strati a Ciprinidi délia parte occidentale dell' Harz, nella Lautenthal (Roemer. Palaeontogra- 
graphica, vol. III, 1850, pag. 42, tav. VI, fig. 14). È una forma cieca, con i solchi assiali concorrenti 
ad angolo ottuso^ glabella poco protratta in avanti, guance molto sviluppate in larghezza, capo una volta 
più largo che alto è molto affine, se non identica, al T, laevis. 



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— 234 — 

2. Selva di Turingia (Richter. Denkschr. k. Ak. Wiss. Wien, vol. XI, 1856, pag. 116, tav. II, 
âg. 2-5). È la mia mut. Rinhteri deL 71 anophthalmus sopra descritta. 

3. Newton Bushell, nell' Inghilterra méridionale (Salter. A Monoyraph of British Trilohites. 
Palaeont Soc, vol. XVI, 1864, pag. 17, tav. I, fig. 8). È un vero Phacops, con occhi molto svilup- 
pati, semilunari; i suoi caratteri si accostano molto a quellt del PA. latifrons Bronn sp. (1), a cui 
giustamente la ri porta il Whidborne (2). 

4. Fra il Kanzelberg e la città di Kielce, in Polonia (Roemer. Zeitschr. Deut. geol. Ges., 
vol. XVIII, pag. 674, tav. XIII, fig. 6, 7). Già il Roemer aveva notato la assoluta mancanza degli 
occhi. Ë Tesemplare su cui il Frech istitul il T, anophthaîmtu, 

5. Ebersdorf: appartiene al T. Cfyptophthalmtts l'esemplare descritto e figurato dal Tietze 
(vedi sopra) come Phacops sp. ind. ; quello da lui determinato per Phacops cryptophihalmiis (L. cit., 
tav XVI, fig. 1) è il T. anophthalmus var. Tietzei. 

6. Strati a Ciprinidi e a Climenie del Waldeck (Holzapfel. Die Goniaiiten-Kalke von Adorfin 
Waldeck. Palaeontographica, vol. XXVIII, 1882, pag. 232). La mancanza di figure e di qualsiasi cenno 
descrittivo impedisco di stabilire di quai forma si tratti. 

7. Neodevonico medio presso Cabrières (Frech. Zeitschr, Deut. geol. Ges., vol. XXXIX, 1887, 
pag 438). Come sopra. 

8. VersantA méridionale del M. Pal Grande, in Carnia (Geyer. V^rh. k. k. geol. R.-Anst., 1894, 
pag. 118). Neppure il Geyer figura né descrive gli esemplari ; ma la nota accuratezza deirautore, che 
probabilmente potè tener conto délie osservazioni del Frech, rende probabile Tesattezza del riferimento. 

Nei calcari del M. Primosio il T. cryptophthalmus fu raccolto presso la Cas. Primosio 
di mezzo. 

4t. Triiii«roo«phâliui (lUerophtlimlmiui) cfr. pMvAo-cnuiiilatiui n. nom. — Tav. Il [Vil], fig. 22. 

1848. Phacops limhaius Richter. Erster Beitrag zur Palàontologie des Thûringer Waldes, tav. II, 

fig. 18-21. 
1848. — (f) granulatus (non v. Munster sp.) Richter. Ihid,, pag. 20, tav. II, fig. 23-31. 
1856. — — (non v. Munster sp.) Richter. Denkschr. k. Ak. Wiss. Wien, vol. Xï, 

pag. 107, tav. I, fig. 1-5 {syn, excL). 

Un pigidio molto piccolo, con superficie assai minutaniente granulosa, a contorno serai- 
circolare, un po' più largo che alto ; asse fusiforme, ben rilevato, ottuso ail' apice, largo 
alla base meno délie pleure, con segmenti poco numéros! e poco ricurvi ; pleure a con- 
vessità leggera, con segmenti quasi indistinti, separati da solchi leggeri e lineari ; lembo 
mal deflnito, non raggiunto dair asse ; guscio piuttosto esile. 

Altezza del pigidio mm. 2,5 

Larghezza » alla base » 3,0 

Lunghezza daU'asse » 2,0 

Per quanto si pub giudicare dai caratteri del pigidio, si tratta quasi certamente délia 
forma descritta e figurata dal Richter sotto il nome di Phacops granulatus. Taie forma 
è perô ben diversa dal Phacops granulatus M s t r . sp. (3), sia nei caratteri del pigidio, sia 



(1) Vedi Burmeister. Die Organisation der Trilobiten, Berlin.. 1843, pag. 105, tav. II, fig. 4-6. 

(2) Widborne. Palaeont. Soc, vol. XLII, 1888, pag. 6. 

(3) Vedi Salter. Palaeont. Soc, vol. XVI, 1804, pag. 18, tav. I, fig. 1-4; — Kayser. Beitrâge 
zur Kenntniss von Oberdevon und Culm am Nordrandc des rheinischen Schiefergehirges. Jahrb. 
Preuss. geol. L.-Anst. f. 1881, pag. 56, tav. I, ^%. 1. 2. 



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— 235 — 

m quelli del capo. Il pigidio infatti è nella specie del v. Munster molto più allargato, 
avendo larghezza doppia dell'altezza; la sua granulosità è più accentuata, Tasse meno 
ottuso air apice e coi lati concorrenti ad angolo maggioruiente aperto. Il capo del vero 
Ph. granulatus è provvisto di due occhi molto sviluppati, reniformi, con un gran numéro 
di faccette; le sue guance sono profondamente incise; la glabella è flabellare e rigonfia; 
la granulosità forte e grossolana. La forma disegnata dal Richter ha invece occhi molto 
ridotti, con 5 a 12 facette soltanto; glabella ora ovale, ora subcircolare ; granulazione 
minuta. È insomma un vero Trimerocephalus délia sezione MicrophtfialmuSy distinio sopra 
tutto per la forma délia glabella e il suo notevole avanzarsi sopra il margine anteriore 
del capo. 

L'esemplare carnico proviene dai calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 

42. Tximmto%%'phÊlxm (lUorophthalmiui) acntio^pt Kayser. 
Tav. 1 [VI], fig. 23 a-c, e tav. II [VII], fïg. 23, 24. 

1889. Phacops (Trimerocephnlus) acuticeps Kajser. Ueber einiger neue oder wenig gekannte Ver- 

steinerungen des rheinischen Devon. Zeitschr. Deut. geol. Ges., vol. XLI, 
pag. 288, tav. XIII, fig. 6-6 d. 

La specie è caratterizzata dalla fortissima convessità del capo, dalla forma rombica 
délia glabella cho dà al conlorno del capo medesimo una figura nettamente ogivale, e che 
présenta un solco anulare nella parte inferiore délia fronte; dalla forma rigonfia délie 
guance, che, unita alla convessità délia glabella, rende quasi ogivale anche la sezione 
trasversale del capo; dalle tracce di solchi trasversali che la glabella présenta nella sua 
uietà posteriore. L' angolo dei solchi assiali è di circa 70''. 

L' unico esemplare che son riuscito a scoprire nel materiale di Primosio, per quanto 
mal conservato e incomplète, présenta in modo tipico gli accennati caratteri. I solchi tra- 
sversali sono pero molto meno evidenti che negli individui renani, e la glabella è un po' più 

slanciata. 

Altezza del capo mm. 8 

Larghezza » » 8? 

Spessore > » 4,6 

Altezza délia glabella » 7 

Larghezza » » 6 



Calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 



Fam. Proëtidae Barrande. 

Proëtas Steininger. 

43. PrS^tiui cfr. Phooion Billings. - Tav. 1 [VI], fig. 25. 

1874. Proéius Phocion Billings. Palaeozoic Fossils of Canada, vol. II. Mem. Geol. Surv. Canada, 

pag. 63, tav. I, fig 31. 
1888. — — Hall e Clarke. Pal Neio York, vol. VIF, pag. 125, tav. XXV, fig. 9, 10. 

Due pigidi, a uno dei quali è unita parte degli ultimi segmenti del torace. Contorno 
Série VL — Tomo IV. 32 



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— 236 - 

semielliltico, ma col niargine anteriore notevolmeote convesso; larghezza quasi doppia délia 

lunghezza ; superficie liscia. L' asse, con la maggior larghezza alla base, occupa quivi un 

terzo del pigidio; è composte di 8 o 9 segmenti, ben visibili soltanto ove sia asporlata 

parte del guscio : in caso diverso i primi soli si posson distinguere, non riraanendo alcuna 

traccia dei successivi air infuori di lievissime linee trasversali che vanno man mano obli- 

terandosi. I segmenti sono un po' arcuati lateralmente, e rettilinei nella parte mediana. 

L'asse vien limitato da un leggerissimo solco; il suo apice ha un contorno semicircolare 

e tocca il raargine interno del lembo, da cui si éleva con inclinazione dolce e graduale. 

Caratteri analoghi ai segmenti deU'asse hanno i segmenti délie pleure; sono rilievi debo- 

lissimi, ben presto evanescenti. La convessità délie pleure è molto debole, corne è debole 

il rilievo deU'asse. 11 solco del lembo è appena accennato da una depressione leggera e 

sfumata; il lembo stesso è ingrossato, largo, a superficie convessa. 

1 II 

Altezza del pîgidio mm. 6 mm. 5,5 

Larghezza » » 10,5 » 9 

Lunghezza deU'asse » 4,5 » 4 

Larghezza » » 3,5 » 3,5 

Larghezza massima del lembo . ...» 1,2 » 2,1 

Dalla semplice descrizione appare subito la somiglianza grande fra gli esemplari car- 
nici e il P, Phocion, Particolarmente notevoli sono, fra i caratteri comuni, la larghezza 
del lembo con il solco omonimo cosi superficiale, Tasse e le pleure con rilievo debole e 
segmenti cosî poco spiccati. Questi ultimi sono forse ancor più minuti nei miei due pigidi, 
e, a quanto sembra, in numéro alquanto minore. Le dimension! dei pigidi americani sono 
doppie délie nostre; ma un particolare nanisme è carattere générale délia fa una primo- 
siana. Noterb da ultime come gli esemplari in questione abbiano pure afflnilà con il P. 
Rowi Green sp. (1), che per6 a una statura maggiore unisce un rilievo dei segmenti 
costitutivi molto più forte. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

44. Proëtiui sp. ind. 

Alcune glabelle poco rigonfie, con superficie apparentemente liscia e contorno semio- 
vale, non o appena più lungo che largo. Manca ogni traccia di solchi e lobi laterali. Sol- 
chi assiali e solco occipitale poco profondi ; quest' ultime diritto o poco sinuoso. Anello 
occipitale con scarso rilievo ma notevole altezza. Dimensioni piccole : da 3 a 5 millimetri 
per r altezza, da 3 a 4.5 per la larghezza. 

La forma délia glabella ricorda il P. batilhis Whidborne (2) e il P. lepidus Bar- 
rande (3); la levigatezza e il rilievo sono come nel P. siq)erstes dello stesso autore (4). 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 

(1) Cfp. Hall e Clarke. PaL Nno York, vol. VII, 1888, pag. 119, tav. XXI, fig. 2-6 e 24-26, 
e tav. XXIII, flg. 20-29. 

(2) Whidborne. Palaeont. Soc, vol XLII, 1888, pag. 20, tav. I, fig. 23-26, e tav. II, fig. 1-4. 

(3) Barrande. Si/st, Silur. Boknne, vol. I, 1852, pag. 466, tav. XVI, fig. 28-30. 

(4) Barrande. Ibid,, vol. I, 1852, pag. 441, tav. XV, fig. 5-9. 



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— i37 — 

Deohenella Kayser. 

ro BMheMUa Vinanud n. f. — Tav. I [VI], fig. 26, e tav. II [VII], flg. 31. 

Glabella depressa, ben poco rigonfla, a contorno un po' obcordato. Il margine ante- 
riore è arrotondato; il posteriore quasi rettilineo, appena sinuato; i laterali dolcemente 
arcuati a convessità esterna, con una leggera sinuosità rientrante nella parte anteriore. 
Dei solchi laterali non vi è altro accenno se non due lievi e strette impression! arcuate, 
in forma di virgola, disposte una per lato presso la base délia glabella, e dirette obliqua- 
mente ; ciascuna di esse occupa un quinto délia larghezza délia glabella. Il solco del lembo 
e quelli assiali sono distinti, ma accennati solianto da un' impressione lineare; più netto, 
più profondo e alquanto più largo è il solco occipitale. L' anello occipitale, abbastanza ben 
rilevato, è leggermente convesso in addietro, e la sua massima altezza uguaglia un quinto 
délia larghezza; nel raezzo porta un minute tubercolo arrotondato. Il lembo è conservât© 
soltanto in parte délia regione frontale : è largo un po' meno dell' anello occipitale e rimane 
separato dall' apice délia glabella da un intervalle spianato di uguale larghezza. La super- 
ficie è liscia. 

Altezza del capo, dalla fronte aU'occipite mm. 3,5 

» della glabella » 2,5 

Larghezza » » 2,2 

Rassomiglia notevolraente al Proëtus unguloides Barrande (1), che io ritengo una 
vera Dechenella^ e del quale riporto un lucido nella tav. II [VU], fig. 30. Nell' esemplare 
descritto la glabella ha pero un contorno più allargato alla base e relativamente più atte- 
nuato in avant! ; i suoi margini ^aterali e il solco occipitale presentano una leggera sinuo- 
sità che manca nella forma boema ; i due leggeri solchi basali sono meno estesi ; l' anello 
occipitale è in proporzione più alto. 

Calcari presso la Cas. Primosio di mezzo. 

46. BMhea^lU iUUM n. f. - Tav. I [VI], flg. 27, e tav. II [Vil], fig. 32. 

Glabella depressa, a contorno slanciato, ovale oblungo, poco ristretto in alto, un po' di- 
latato alla base. Margine anteriore regolarmente arrotondato a semicerchio, il posteriore 
appena leggermente sinuato, i laterali quasi paralleli fra loro in avanti, poi convessi ail' e- 
sterno. Solco del lembo, solchi assiali e occipitale come nella forma précédente. Solchi 
laterali conformati anch' essi come nella D. Vinassai, ma un po' più estesi, cosi da occu- 
pare ciascuno un quarto della larghezza della glabella. Anello occipitale quattro volte più 
largo che alto, a lati anteriore e posteriore paralleli, fuorchè nella zona mediana, dove 
r anello tocca il massimo della sua altezza ed è provvisto di un tubercolo centrale molto 
piccolo e appena ottuso air apice. Lembo frontale largo come 1' an silo occipitale, separato 



(1) Barrande. S^st. Silur, Bohi'me, vol. I, pag. 443, t.iv. XV, fig. 23-27. 



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— 238 — 

dair apice délia glabella da un intervallo spianato un po' più largo dal lembo stesso. Super- 
ficie liscia, 

Altezza del capo, dalla fronte aU'occipite mm. 3,5 

» délia glabella » 2,5 

Larghezza » » 2,0 

Anche la D. italica assomiglia alla Z). unguloides, ma se ne distingue facilmente por 
la forma délia glabella e deir anello occipitale. Per il contorno délia glabella, è intermedia 
fra la D. Vi7îassai e la D. unguloides da un lato, e la /). pusilla Gurich (1) daU'altro. 
In quest' ultinia, la glabella è ancor più allungata, più attenuata in avanti, e vi sono le 
tracce di un seconde paie di solchi latéral i. I semplici contorni délia fig. 33, tav. II [VU], 
che ho ricavato dalla figura del Gurich, permettono di apprezzare facilmente le diffe- 
renze notate. 

Calcari presse la Cas. Primosio di mezzo. 



CONCLUSIONI 

Il quadro a pag. 240 e 241 dà il prospetto générale délia fauna studiata e riassunie 
i suoi rapporli con le devoniane più note. 

La forte percentuale di forme neodevoniche suporiori risulta évidente anche air esame 
più sommario; ma la presenza délie dieci Climenie ci dispensa da ogni altro confronte 
diretto a stabilire Y età délia fauna e dei calcari che la racchiudono. La presenza di forme 
ritenute proprie di livelli più antichi è une dei risultati paleontologici e stratigrafici del 
nostro studio, in quanto ci fa meglio conoscere la diffusione di tali organismi nel tempo. 
Tali sono la Cardlola Beiishausenij il Tornoceras c'mclum^ il Trimerocephalus acuticeps ; 
e, in via subordinata, gli Orthoceras lineare e conulitSj Y Anarcestes Denckmanniy il Tor- 
noceras convolutum^ il ProHus Phocion, È singolare a questo proposito come nella fauna 
in esame, la quale spetta al Sopradevonico piii récente, compaiano forme identiche o molto 
simili a specie mesodevoniche, e nessuna invece propria del Carbonifère anche più antico. 

Negli strati a Climenie délia Carnia la faciès dominante è quella distinta dal Frech (2) 
come faciès a Cefalopodi, e più precisamente dei calcari varicolori a Cefalopodi ; faciès a 
cui spettano nel Devoniano superiore i calcari del Fichtelgebirge. È particolarità générale 
délia fauna la dimensione ridotta di tutte le specie, come negli scisti e marne a Cefalopodi 
deir Europa occidentale e centrale. 

Il carattere paleontologico prevalente dei fossili primosiani è determinato sopra tutto 
da alcune specie che vi sono oltre modo frequenti : Clymenia laevigata^ Orthis fovojU" 



(1) Gurich. Verh. k. Russisch. minerai. Ges., ser. 2, vol. XXIII, 1896, pag. 373, tav, X, fig. 1; 
Id. N. Jahrb. f. Min. etc , Beil.-Bd. XIII, 1900, pag. 305, tav. XV, fig. 10. 

(2) Frech. Lethaea palaeozoica, vol. II, 1897, pag. 134. 



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— 239 — 

liensis, Clymenia undulata^ Aganides sulcatus, Cai^diola retrostriata. È singolare l'abbon- 
danza délia Orthis foy'ojuliensis^ che non è prossima ad alcuna forma neodevonica e che 
viene seconda pel numéro degli esemplari, da cui la roccia è talora gremita. D' altra parte, 
va segnalata la totale assenza di Coralli, di Briozoi e specialmente di Ciprinidi, che nei 
depositi europei sincroni al nostro sono spesso copiosi, e non mancan neppure nella piccola 
faunula a Climenie délie Alpi Stiriane (1). La grande povertà di forme dei Brachiopodi, 
comune con molti giaciraeiiti sopradevoniani deU'Europa centrale, si accompagna con la 
scarsezza dei Gasteropodi e in numéro di specie e in numéro di individui. 

I Lamellibranchi hanno una proporzione veramente notevoJe di forme endemiche, che 
puo aver la sua causa nella lontananza dei bacino carnico dai luoghi ove si svolgeva più 
rigogliosa la vita nei mari sopradevonici europei. I Cefalopodi, tutti identici o afflni a 
quelli già noti, parrebbero forse oppugnçire questo concetto. Ma non va dimenticato che 
molto probabilmente le loro larve potevano, corne organismi planktonici, subira trasporti 
passivi per opéra dei flutti e délie correnti marine ; che la varietà carnica dei Tomo- 
cerds Escoti ha i caratteri di una mutazione locale; che infine sul vicino M. Pal Grande 
il Frech giunse a scoprire Tendemica Clymenia aegoceras. Délie numerose Climenie, che 
da sole costituiscono una quarta parte délia nostra fauna, son nuove per V Italia CL an- 
nulata^ CL flexuosa^ CL angulosa, CL bilobata; il fossile guida Sporadoceras Mûnsteri è 
nuovo per T Italia continentale, e fu citato di Sardegna, non so su quali fonti e quali baai, 
dal Frech nella Lethaea palaeozoica. 

Un buon numéro délie nostre specie è dato infine dalle Trilobiti, che in parte almeno 
son degne di nota. Le due nuove Dechenelle sembrano collegare la D. ptmlla, loro con- 
temporanea ed affine, délia Polonia, con la più antica D. unguloides délia Boemia. Il gé- 
nère Trimerocephaliis compare con sei forme distinte, tre con occhi ridotti e tre cieche, 
di cui due sono finora endemiche ; esse hanno permesso di sistemare e raccordare fra loro 
le specie note, e di studiare i caratteri diversi e mutabili di questi interessanti Crostacei. 

Se ora ci proviamo a confrontare la fauna dei M. Primosio con le coetanee più cono- 
sciute, dobbiamo constatare per prima cosa la sua decisa indipendenza dalle faune d'Ame- 
rica, d* Inghilterra e dei bacino franco-belga. Scarsi legami si notano con le province 
renane; quattro sole specie (Posidonia venmia, Cardiola retrostriata^ Orthoceras cfr. 
conidus, Clymenia striata) sono comuni ai giacimenti nostri e a quelli deir Harz. Quattro 
dei fossili carnici [Rhynchonella var. platyloba, Clymenia anmdata, CL fleocuosa^ Torno- 
ceras simplex) sono pure state segnalate negli Urali ; ma la scarsa messe paleontologica 
ivi scoperta rende ben maggiore la percentuale délie forme comuni. 

Le analogie più spiccate si riscontrano in ogni modo con i depositi délia Selva di 
Turingia e dei Fichtelgebirge, délia Polonia e délia Slesia, e dei dintorni di Cabrières in 



(1) Vedi A. Penecke. Dos Grnzer Devon, Jahrb. k. k. geol. R.-An8t., vol. XLIII, 1893, pag. 589. 
— Le specie rinvenute nella Stiria sono: Rhynchonella sp., Posidonia venusta Mstr., Cardiola sp., 
Orthoceras tnterruptum Mstr., ? Trochoceras sp., Clymenia laevigata Mstr., CL flexuosa Mstr., 
CL undulata Mstr., CL planorhiformis Mstr., CL speciosa Mstr. sp. (?), CL sp. n. ?, Gephyro- 
ceras retrorsum v. Buch sp. (?), Cypridina cfr. serratostriata Sandb. 



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— 242 — 

Linguadoca. Nei primi troviamo qualtordici specie identiche o molto afflni aile nostre 
(Posidonia t^eniLsta^ Cardiola retrostriata, tutte le Climenie, Sporadoceras Munsteri, Tri- 
merocephalus anopththahuus^ T. psettdo-granulatus). I monti délia Polonia centrale hanno 
comuni con noi Posidonia venusta, Cardiola retrostriata, Clymenia laevigata^ CL annu- 
lata, CL undidata, CL bilobata^ Cfieiloceras lagowiense (aff.^, Si)oradoceras Munster% Tri- 
merocephalus ayiophthabniis ; tutte queste forme, a eccezione del Cfieiloceras e délia CL 
'bUobata, compaiono nel classico giacimento di Ebersdorf nella Slesia, ove riscontriarao pure 
Clymenia striata^ CL speciosa, To7moceras Escoti, e un Trinierocephalus probabilmente 
identico aXV anophthalmtis o al cryptophthalmus. Le alture di Cabrières inflne, diedero 
campo al Frech di scoprirvi, insieme a una quantità di raateriale prezîoso, una diecina 
dei fossili che abbiamo notato a Primosio. Oltre la solita Posidonia e la non meno diffusa 
Cardiola^ vi sono le CL laevigata^ Dtmkeri^ undidata, striata e speciosa; vi compaiono il 
tipo del Toymoceras Escoti, YAganides sulcatus, lo Sporadoceras Mûnsteri, e non manca 
un Trimerocephalus cerlamente affine ad alcuno dei nostri. 

È opportune osservare da ultime corne si abbia concordanza compléta tra le faune del 
M. Primosio e del M. Pal Grande, le quali spettano al medesimo piano non solo, ma anche 
allô stesso orizzonte, e mantengono Tidenfica posizione rispetto aile faune contemporanee. 

Riassumendo adunque, la fauna a Climenie délie Alpi Carniche ha innegabilmente un 
carattere suo proprio, di cui la sua posizione isolata puô farci interpretare la causa; ma, 
sopra tutto nei Cefalopodi, ha altresi rapporti di affinità non trascurabile con le faune 
sincrone délia Linguadoca, délia Germania centrale e délia Polonia. E siccome dobbiaino 
oggi ritenere che non soltanto i Brachiopodi e i MoUuschi inferiori, ma anche le Ammoniti 
paleozoiche vissero nei mari sul fonde dei quali ne ritroviamo le spoglie, cosi possiamo 
concludere che nel mare relativamente basso, che ricopriva la regione carnica sul flnire 
del période devonico, regnavano condizioni fisiche e biologiche mollo simili a quelle domi- 
nanti suir Europa centrale. 

Bologna, R. Istituto geologico, m&g^io 1907. 



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243 - 



SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA I [VI]. 



Fig. 1-3 . . — Ortliis forojiilieiisis n. f. Valve dorsali ; ingr. 3, — pag. 204. 

» 4 e 5 . — Orthis forojvliensis n. f. Valve ventrali ; ingr. 3, — pag. 204. 

» 6 a-d. — Bliynolionella aouninata Mart. sp. var. platyloba Sow. sp. Esemplare giovane: 6 a dal 
lato ventrale, 6 h dal lato dorsale, 6 c di fianco, 6 d dal lato frontale ; ingr. 3, — pag. 206. 

» 1 ajb. — Posidonia piimoBioa n. f. Valva destra : 7 a F esemplare di faccia, ingr. 3 volte ; 7 h fram- 
mento délia superficie a forte ingr., — pag. 207. 

— Posidonia rennsta Mstr. Valva destra; ingr. 3, — pag. 208. 

— Posidonia ronnsta Mstr. var. oarintMaca Frech em. Valva sinistra ; ingr. 3, — pag. 209 

— Kaorodon (?) Taramellii n. f. Valva destra ; ingr. 3, — pag. 209. 

— Bdmondia Glymoniao n. f. Valva destra: il a di faccia, 11 & dal lato superiore; ingr. 10, 
— pag. 213. 

— Platjceras pnnctillnm n. f. Esemplare ingr. 10 volte : 12 a dal lato superiore, 12 h di fianco, 
parallelamente airasse minore, 12 c id., paralielamente alliasse maggiore, — pag. 215. 

— Ortliooeras cfr. lineare Mstr. Esemplare visto di fianco; ingr. 5, — pag. 216. 

— Tornoooras cfr. oonrolntiim Holz. Esemplare giovane; ingr. 2, — pag. 223. 

— Tornoceras simplez v. Bucb sp. Fig. 15 a, & esemplare giovane, in grand, nat. ; 15 c linea 
lobale dello stesso, — pag. 223. 

— Clieilooeras sp. , afif. lagowiense Gûr. Esemplare in grand, nat., -— pag. 225. 

— Tornoooras Bsooti Frech var. oamionm n. f. Fig. il a^h esemplare in grand, nat.; 17 c 
linea lobale dello stesso, — pag. 224. 

— Glymenia (Gyrtoolymenia) laorigata Mstr. Esemplare giovanissimo ; ingr. 3,5, — pag. 217. 

— Glymenia (Gyrtoolymenia) an^rnstiseptatA Mstr. Esemplare giovane, conservato nel Museo 
geologico deirUniversità di Roma; ingr. 2,5, — pag. 218. 

— Trimerooephalns (Mioroplitlialmns) oryptophthalmns E m m r . sp. Pigidio ; ingr. 3, — pag. 232. 

— Trimerooephalns (Mierophthalmns) oryptophthalmns Emmr. sp. Gapo; ingr. 3, — pag. 232. 

» 22 . . . — Trimerooephalns (Sntrimerooophalns) anophthalmns Frech. Gapo, conservato nel Museo 
geologico deir Università di Pavia ; ingr. 3,3 , — pag. 230. 

» 23 a-c . — Trimerocophalns (JCiorophthalmns) acntioeps Kays. Gapo : 23 a dal lato superiore, 23 h di 
fianco, 23 c dal lato inferiore ; ingr. 3, — pag. 235. 

» 24 a-c . -~ Trimerooephalns (Sntrimerooophalns) oarnions n. f. Gapo : 24 a dal lato superiore, 24 h di 
fianco; 24 c dal lato anteriore; ingr. 3, — pag. 232. 

» 25 . . . — Proétns cfr. Phooion Bill. Pigidio; ingr. 2, — pag. 235. 

» 26 . . . -- Deohenella Yinaasai n. f. Gapo ; ingr. 3, — pag. 237. 

» 27 . . . — Deohenella italioa n. f. Gapo ; ingr. 3, — pag. 237. 

N. B. - Salvo indicazione contraria, gli esemplari figurati appartengono alla mia collezione, conservata nel 
Museo geologico delV Università di Bologna. 

Série VI. — Tomo IV. 33 



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244 — 



SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA II [Vil]. 



Fig. 1 fl-c . 

» 2 a,b, 

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Belleroplien Vreohi De Ang. Esemplare conservato nel Museo geologico di Pavia: 1 a di 
faccia ; 1 6 dal lato destro ; 1 c dal lato sinistro ; grand, nat.^ — pag. 214. 

Glymenia (Sellaolymenia) cfr. bilobata Mstr. Esemplare giovane, délia mia collezione; 
grand, nat., — pag. 221. 

Clymenia (Sellaolymenia) cfr. bilobata Mstr. Sezione trasversale; mia collezione; ingr. 2, 

— pag. 221. 

Sporadooeraa KUnoteii v. Bue h. Esemplare del Museo geologico di Pavia; grand, nat., 

— pag. 226. 

Clymenia (Ckinioolymenia) speoiosa Mstr. sp. Esemplare del Museo geologico di Pavia: 

grand, nal., — pag. 222. 
Clymenia (Oxyolymenia) nndnlata Mstr. Sezione longitudinale ; Museo geologico di Pavia; 

grand, nat., — pag. 220. 
Clymenia (Oxyolymenia) nndnlata Mstr. Esemplare giovanissimo, délia mia collezione; 

ingr. 2, — pag. 220. 
Tiimerooeplialno (Entrimerooeplialna) laevia Mstr. sp. CSapodegli esemplari inglesi fîgurati 

dal 8 al ter (1862); grand, nat., — pag. 229. 
Trimerooephalns (Bntrimerooephalns) laeris Mstr. sp. CSapo deir esemplare del Laut^n- 

tal figurato dal Roemer (1850); grand, nat., — pag. 229. 
Trimerooephalns (Entrimerooeplialns) oarintbiaons Frech ms. em. Capo figurato dal De 

Angelis e conservato nel Museo geologico di Roma; ingr. 3, — pag. 231. 
Trimerooephalns (Sntrimorooephalns) anophthalmno Frech. Capo figurato dal De An- 
gelis; ingr. 3, — pag. 230. 
Trimerooeplialno (Entrimerooeplialna) anophthalmna Frech. Capo disegnato nella ta vola 

précédente (fig. 22) ; ingr. 3,3 , — pag. 230. 
Trimerooeplialna (Entrimerooeplialu) anopbtbalmno Frech. Capo disegnato dal Roemer 

(1866) e proveniente da Kielce; ingr. 3, — pag. 230. 
Trimerooephalna (Entrimerooephalns) anopbtbalmns Frech, for. typUopo (Gûr.). Capo 

disegnato dal Gûrich (1896); ingr. 3, - pag. 231. 
Trimerooephalns (Entrimerooephalns) anophthalmna Frech, for. Biohteri n. nom. Capo 

figurato dal Richter (1856); ingr. 3, — pag. 231. 
Trimerooephalns (Entrimerooephalns) anophthalmns Frech, var. oaeons (Gûr. sp.). Capo 

figurato dal Gûrich (1896) ; ingr. 2, — pag. 231. 
Trimerooephalns (Bntrimerooephalns) anophthalmns Frech, var. Tiotiei n. nom. Capo 

figurato dal Tietze (1870) e proveniente da Ebersdorf; grand, nat., — pag. 231. 
Trimerooephalns (Entrimerooephalns) oamions n. f. Capo disegnato nella tavola précédente 

(fig. 24 a) ; ingr. 3, - pag. 232. 
Trimerooephalns (Miorophthalmns) eryptophthalmns Emmr. sp. Capo figurato dal T i e t z e 

(1870) e proveniente da Ebersdorf; grand, nat., — pag. 232. 
Trimerooephalns (Miorophthalmns) oryptophthalmns Emmr. sp. Capo disegnato nella ta- 
vola précédente (fig. 21) ; ingr. 3, — pag. 232. 
Trimerooephalns (Miorophthalmns) psendo-grannlatns n. nom. Capo disegnato dal Richter 

(1856) ; grand, nat., — pag. 234. 
Trimerooephalns (Miorophthalmns) aontioeps Kays. Capo figurato dal Kayser (1889) e 

proveniente dal Martenberg pr. Adorf ; ingr. circa 2,5 , — pag. 235. 
Trimerooephalns (Miorophthalmns) aontioeps Kays. Capo disegnato nella tavola précédente 

(fig. 23 a) ; ingr. 3, - pag. 235. 



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— 24o — 



Fig. 25 e 26. 

» 27 . 
» 28 . 
» 29 . 
p 30 . 



» 31 
» 32 
» 33 



TrimerocephaluB (lEioroplitlialmiis) mattoplitlLalmiis Richt. sp. Ësemplari délia Turingia 
figurati dal Richter (1856); grand, nat., — pag. 229. 

Trimerooephalns (Mioroplitlialmui) Boemeri n. nom. Gapo disegnato dal Roemer (1855) e 
proveniente da Schulenberg ; ingr. circa 2, — pag. 229. 

Trimerooephaliu (Mioroplithalaiu) maorooeplialiis Richt. sp. Gapo delF esemplare di Tu- 
ringia figurato dal Richter (1856); ingr. 4, — pag. 230. 

Trimerooephalns (Microptlialains) incieiu Roem. Gapo figurato dal Roemer (1866) e pro- 
veniente da Rûbeland ; grand, nat., — pag. 230. 

Dechenella uagrnloides Barr. sp. Gapo figurato dalBarrande (1852); ingr. 3, — pag. 237. 
— In questa figura e nelie tre seguenti, per errore delF incisore, il contomo è chiuso agli 
angoli posteriori, montre dovrebbe essere aperto per indicare la presenza del prolungamento 
spinoso. 

Deolienella Yinaseai n. f. Gapo disegnalo nella tav. preced. (fig. 26) ; ingr. 3, — pag. 237. 

Deohenella italioa n. f. Gapo disegnato nella tav. preced. (fig. 27) ; ingr. 3, — pag. 237. 

Deolieiiella pusilla Gûr. Gapo figurato dal Gûrich (1896); ingr. 2, — pag. 238. 



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Mem.R.Acc.Sc.Bologna,Ser.VI.Tom.IV. 

1 2 8 

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GORTAN I — Paleozoico capnico 
III. Fauna a Climenie -Tav.i:(VI), 



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E.Contoli dis. e lit. 



Sologna-Ut e Fototip. F- Casanova e Figlio 



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Mem.RAcc.Sc.Bologna,Ser.VI.Toni.IV. 



GORTANr-Paleozoico carnico 
m.Fauna a Climenie-Tav.II.(VJl). 




M.60HTAM/ Ù15. 



e.coNrou inc. 



BOlOatA- aTAB.UT. FOTOT/P. F CASANOVA l FIQUO 



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8ULLA DISIDRÂTÂZME B PRESÂ DEL GBSSO 



MEMORIA 



DEL 



PROF. ALFREDO CAVAZZI 

(letta nella Sessione del 26 Maggio 1907). 



Nel 1888 il Le Chatelier potè dire con ragione, in una sua memorabile pabblica- 
zione intorno alla costituzione e presa dei cementi, che lo studio sulla disidratazione del 
gesso era rimasto incompleto. Oggi, non ostante le numerose esperienze fatte al medesimo 
fine, i chimici non sono ancora d' accorde suUo stabilire il gi-ado di calore a cui la sele- 
nite perde tutta Tacqua di cristallizzazione, Secondo le ricerche del Payen ciô avver- 
rebbe fra 115' e 120*: secondo Shenstone e Cundall a 70*" soltanto, laddove Millon e 
Plessy affermano che la disidratazione totale del gesso non è raggiuntache a 300*. Nella 
precitata pubblicazione il Le Chatelier pone come fatto ben accertato che la disidrata- 
zione del gesso crudo è incompleta a 155" e compléta a 194^ 

Non minore incertezza rimane sulla temperatura a cui la disidratazione incomincia : 
a 115° secondo Payen, a 80*" secondo altri e a 40** soltanto secondo Shenstone e Cun- 
dall. 

Di fronte a tanta disparità di afferraazioni, le quali a mio avviso non sono da attri- 
buire a differenza dello stato molecolare del minérale cristallizzato nella forma propria 
délia selenite, chiunque abbia obbligo di trattare di questo argomento neir insegnamento 
teorico e specialmente poi in quelle délia chimica tecnica, ben presto viene nel convinci- 
mento che senza V aiuto e V accertamento délia propria esperienza non è possibile fornire 
sul fenomeno délia disidratazione del gesso notizie abbastanza sicure e bastevoli rispetto 
alla preparazione ed uso di questo materiale cémentante. 

Per uscire quindi dalle incertezze sopra un soggetto che è parte essenziale e obbliga- 
toria del mio insegnamento, intrapresi questo lavoro in cui riferisco brevemente i risultati 
délie prove eseguite sui voluminosi cristalli di selenite raccolti nelle ricche e rinomate ges- 
saie bolognesi e sopra un saggio ancor piti perfetto e purissimo dello stesso minérale che 
ebbi in dono cortese dall'amico Boeris, professore di Mineralogia nella nostra Università. 

E siccome nel fenomeno di disidratazione la quantità di acqua che il gesso perde, 
durante un certo période di tempo, dipende pure dalla grossezza délie sue particelle, cosi 

Série VI. — Tomo lY. 34 



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— 248 — 

debbo dire che in tutte le mie esperienze ho opéra to sempre sulla polvere del minérale 
passata allô staccio di 4900 maglie e tenuta per molli giorni in essiccatore alla tempe- 
ratura ordinaria per privarla interamente deU'acqua igroscopica. In ciascun esperimento 
introducevo gr. 5 di questa polvere entro un recipiente conico deir Erlenmeyer esatta- 
mente pesato. Alla bocca del recipiente era applicato un tappo di sughero portante un 
lungo tubo di vetro aperto ai due capi, il quale terrainava di sopra in punta esile. Quindi 
immergevo il recipiente cosi preparato nelPacqua o in un bagno ad olio e scaldavo per 
parecchie ore a temperatura determinata e costante, ripesandolo a periodi di tempo con- 
venientemente scelti. Ogni quarto d' ora toglievo il tappo alla bocca del recipiente e aspi- 
ravo con tubo di vetro ricurvo T aria in esso contenuta, più o meno ricca del vapore pro- 
veniente dalla disidratazione del gesso. 

Cosi sottoposi in prove separate la selenite fornitami dal Prof. Boeris a 80% a 100*», a 
120**, a 140"* e a 200^ Questa selenite, -per disidratazione compléta in crogiuolo di platino 
a temperatura non superiore al color rosso scuro, perde 20,915 di acqua su 100 di miné- 
rale, invece di 20,925 secondo la forraola CaS0^-2Hfi calcolata per Ca = 40,10 — 5 
= 32,06 - = 16 = H= 1,008. 

Esperienza I. — Dopo 5 ore di riscaldamento in bagno ad acqua a 80'', gr. 5 di sele- 
nite avevano perduto gr. 0,0462 di acqua, ossia 0,924 per 100 di minérale, ma la disidra- 
tazione incomincia senza dubbio a temperatura anche più bassa, corne fu osservato da 
Shenstone e Cundall. 

Esperienza II. — In bagno ad acqua a lOO"* e dopo 24 ore di riscaldamento, gr. 5 di 
gesso cedettero 0,783 di acqua, ossia 15,67 per 100 di minérale, poi la disidratazione si 
arresta: questo numerj corrisponde quasi esattamente ai V< deir acqua di cristallizzazione 
del sale messo in prova : in altre parole, per riscaldamento abbastanza prolungato a 100°, 
la quantità di acqua che viene da esso trattenuta corrisponde a quella dell' idrato ben 
definito e conosciuto 2CaS0^' H^O, che il Mi lion ottenne scaldando il gesso idrato a 110^ 

Il gesso cotto a 100**, ridotto in pasta con quantità bastevole di acqua, fa presa rapida 
e forte. 

Esperienza III. — In bagno ad olio a 120*" la disidratazione si arrestè dopo 18 ore 
di riscaldamento e la quantità di acqua trattenuta dal gesso fu di 0,631 e quella elimi- 
nata di 20,284 per 100 di minérale. È opportune perb aggiungere che dopo le prime tre 
ore di riscaldamento la perdita di acqua era già salita a 16,60 e dopo 9 ore a 18,94 per 
100 di sale idrato. 

Esperienza IV. — In bagno ad olio portato a 140"* la disidratazione délia selenite si 
arrestb dopo 12 ore di riscaldamento: l' acqua trattenuta per 100 di minérale fu di 0,513 
e quella eliminata di 20,402. 

Dopo le prime 2 ore e '/, di riscaldamento l' acqua perduta da 100 parti di minérale 
fu di 16,94 e dopo 5 ore e V, di 20,36. 

Il gesso disidratato a 140° si comporta, nella presa corne quelle cotto a 120*. 

Esperienza T. — In bagno ad olio a 200"* la disidratazione si arrestô dopo 6 ore 
soltanto di riscaldamento : V acqua trattenuta a questa temperatura sarebbe 0,283 e quella 



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— 249 — 

perduta 20,632 su 100 di selenite, Certo è che a 200** una piccola parte deir acqua resta, 
la quale, seconde il Mi lion, non pu6 essere scacciata interamente che a 300^ 

Questo arresto délia disidratazione aile diverse température non si puô spiegare che 
in due modi: o ammettendo che in ogni caso non tutte le inolecole sono ugualmente 
disidratate o che T acqua che in esso rimane sia ripartita uniforraemente fra di esse. 
Nella seconda ipotesi il numéro degl' idrati che il gesso puô formare sarebl^e indeflnito. 

Dopo queste prove parziali di disidratazione eseguite sopra saggi distinti di selenite 
riscaldata in ciascuna délie prove medesime ad un grade costante di temperatura, ho 
volute pur io studiare V intero andamento del fenomeno seguendo le indicazioni di uu 
termometro immerso nella polvere di selenite sottoposta a riscaldamento progressive. 
Ho dette pur io, perché il mérite di aver applicato questo metodo di ricerca al gesso 
spetta interamente al Le Chatelier, il quale, com' egli dichiara nella precitata sua pub- 
blicazione, ha esteso a questo minérale il metodo di riscaldamento progressive che fu 
immaginato dal Regnault per studiare le trasformazioni allotropiche dello zolfo fuse. 

Nelle esperienze del Le C a te lier il gesso polverizzato era contenuto entre tube di 
vetro immerso in un bagne di paraffina, ed un termometro indicava ad ogni istante la 
temperatura del sale. È da osservare che il bagne sali da 100° a 200° nello spazio di 36 
minuti primi, cioè in tempo moite brève. Cosî opérande il Le Chatelier trov6 nella curva 
di riscaldamento del gesso due punti di arresto : une a 128°, V altro a 163°, i quali a sue 
giudizio corrispondono a due fasi distinte délia disidratazione. Egli afferma inoltre che 
durante la prima fase la quantità di acqua che il sale perde ë perfettamente deânita e 
che il prodotto ottenuto pub essere rappresentato dalla formola CaSO^ - 0,511^0. 

V apparecchio da me adoperato si compone di un tube d' assaggio alto cm. 19 avente 
un diamètre interne di cm. 3 e pareti con spessore di 1 mm. circa. Nel lubo introducevo 
a poco a poco délia selenite più pura délie nostre colline bolognesi ridotla in polvere e 
passata allô staccio di 4900 maglie, finchè, battendo colle dita sul tubo per togliere i 
vani maggiori suUa massa del gesso, le strate di polvere avesse raggiunto T altezza 
di cm. 6. Ci6 fatto affondavo il tubo in un bagno ad olio tanto che, a temperatura 
ordinaria, il livello del liquide fosse di cm. 2 circa p.h alto délia superficie del gesso esi- 
stente nel tubo. Questo poi era ben fermato con pinzetta e cosi pure il termometro che 
facevo penetrare nel centre dello strate di polvere del minérale tanto che la parte più 
bassa del bulbe restasse a 2 cm. almeno di distanza dal fonde del tubo. L'olio era con- 
tenuto in un largo bicchiere di vetro a fonde piatto, il quale poggiava sopra un sottile 
strato di sabbia posta sopra una padelletta di ferro che veniva riscaldata da un fornello 
a gas munito di molti fori disposti in ordine di circoli concentrici. 

Era necessaria una précisa indicazione délie condizioni in cui ho operato, perché i 
risultati flnali variano entro certi limiti col variare délie condizioni medesime. 11 Le Cha- 
telier stesso nel suo lavoro più volte citato ha trovato che la temperatura di decorapo- 
sizione del gesso varia colla rapidità del riscaldamento. 

L'artifizio usato nelle mie esperienze consisteva principalmente nel mantenere, per 
quanto mi fu possibile, fra la temperatura del bagno e quella del gesso contenuto nel tubo 



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— 250 — 

una differenza di SO"", anche nel caso di arresto o di retrocessione nella temperatura segnata 
dal termometro interno. Per essere ben cerlo délia retrocessione di temperatura era neces- 
sario regolare la flamma in modo che il termometro del bagno restasse in qualche caso 
stazionario e considerarla corne apparente ed accidentale ogni qualvolta che essa corri- 
spondesse ad un abbassamento anche lieve di temperatura del bagno. 

lo ho scelto una differenza di temperatura di soli 30*, afflnchè avvenendo la disidra- 
tazione colla débita lentezza, riuscisse più chiaro e fedele tutto il quadro relative all'an- 
damento del fenomeno. 

Nel corso délie mie esperienze toglievo le goccioline d'acqua, che si condensavano 
nella parte interna più alta del tubo, mediante un sottile bacchettino di vetro intorno al 
quale avevo arrotolato un rilaglio di carta da flltro, e notavo il tempo che impiegava il 
termometro a salire aile diverse température con un semplice orologlo a secondi. 

Nello specchio seguento présente i risultati di tre esperimenti eseguiti in uguali con- 
dizioni e fra loro molto concordanti. 



P«T innalzare 
la tomperatun del geMo 


T«mpo impi«irato 


P«r innalnr* 
la temparatun del geaso 


Tempo impiecato 


da 70» 


a 


75» 


ore 


0,2' 


da 140» 


a 


145° 


ore 


0,3* 


. 75» 


a 


80» 




0,2' 




145», 


a 


150» 




0.3' 


» 80" 


a 


85» 




0,2' 




150» 


a 


155" 




0,3' 


» 85* 


a 


90» 




0,2* 




155» 


a 


160» 




0,3' 


. 90» 


a 


95» 




0,2', 30" 




160» 


a 


165» 




0,3' 


» 95' 


a 


100» 




0,5', 30" 




165» 


a 


170» 




0,3-, 32" 


» lOO* 


a 


105» 




0,3', 20 




170» 


a 


175» 




0,4' 


» 105" 


a 


110» 




0,8' 




175» 


a 


180» 




0,8' 35" 


. 110" 


a 


115» 




4,26 




180» 


a 


185» 




0,35' 


> Ub' 


a 


120» 




O,»!»» 




185» 


a 


190» 




0,2' 


> 120" 


a 


125» 




o,4«',3a" 




190° 


a 


195» 




0,2' 


» I25« 


a 


130» 


> 


0,9' 


» 


195» 


a 


200» 




0,2' 


. 130" 


a 


135» 


» 


0, 5', 25" 


» 


200» 


a 


205° 


> 


0,2' 


» 135» 


a 


140» 


> 


0,3', 28" 















Da questo specchio si vede che la temperatura del gesso si éleva regolarmente nello 
spazio di 5 minuti prirai fra 70° e 90* come se nuUa accadesse air infuori del semplice 
riscaldamento. Difatti nel brève periodo di 8 miimti primi T effetto délia disidratazione del 
sale non puô manifestarsi in modo abbastanza sensibile. Questa regolarità neir innalza- 
mento di temperatura comincia a venir meno palesemente fra 95* e 100*, e V effetto délia 
disidratazione raggiunge il valor massimo fra 110* e 115*, poi va degradando sino alla 
temperatura di 140*, alla quale segue un periodo di riscaldamento regolare che si estende 
sino a 165* e che a mio avviso corrisponde abbastanza chiaramente ad un grade appena 



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— 251 — 

sensibile di disidratazione. Questa regolarità cessa di nuovo distintamente fra 170'' e nb"" 
per un ritardo nel riscaldamento del gesso che è rilevantissimo fra 175* e 180*, ed assume 
il valor niassimo fra ISO"" e 185'' a oui segue \m periodo regolare di riscaldamento con- 
forme a quelle che avviene fra 70** e 90*, cioè di 5" in 2 minuti primi. 

Si noti che il gesso è passato da 100'' a 200'' nello spazio di 3 ore e 48', laddove il 
Le Chatelier non impiegô al medesimo flno che 36 minuti primi. 

In tre esperimenti nei quali diedi tutta la fiamma al bagno di sabbia sin da principio 
e produssi con ci6 un riscaldamento del gesso piuttosto rapide, tanto che il sale passé da 
lOO'* a 200" nello spazio di 1 ora soltanto, trovai anch' io un arresto fra 127" e 128" e un 
altro fra 185" e 190", ma la temperatura crebbe colla maggiore uniforraità fra 150*» e 180". 
Negli altri esperimenti, come vedesi uel précédente specchio, si ha uguale uniformità fra 
140" e 165". In conclusione, io credo di poter escludere in ogni caso e con tutta certezza 
un punto di arresto a 163". 

Negli esperimenti in cui ho tenuto una differenza di 30" fra la temperatura del bagno 
e quella del gesso non solo si ha un ritardo nel riscaldamento del sale ben manifeste fra 
170" e 185", ma anche una retrocessione immanchevole nel grade di temperatura del gesso : 
la quale retrocessione incomincia generalmente fra 179" e 180^ dove la temperatura si 
arresta per alcuni minuti, poi questa si abbassa di 2 o 3 gradi per riprendere poscia il 
sue cammino ascensionale. 

Or bene, questo ritardo nelP innalzamento délia temperatura del gesso fra 175" e 185" 
è Teffetto di un periodo distinto délia disidratazione del sale o di un semplice cambia- 
mento molecolare? 

A mio parère la causa più probabile del fenomeno è la seconda, sia perché esso 
avviene quando il gesso ha perduto la massima parte délia sua acqua di cristallizzazione 
dopo un lungo periodo di riscaldamento (3 ore e 10' circa), sia perché V acqua che in esso 
rimane viene esplusa molto difflcilmente, sia anche per il valore délia sopra detta retro- 
cessione délia temperatura, il quale, a mio giudizio, non pub corrispondere al fatto, se pur 
avviene, di una disidratazione lievissima. 

Cosa notabile, e forse non casuale, è che nei tre esperimenti che mi fornirono i dati 
del précédente quadro, il tempo impiegato per riscaldare il gesso da 95" a 100" fu mag- 
giore di quelle occorso nei 5 minuti successivi, ossia per condurlo da 100" a 105^ Non è 
improbabile che fra 95" e 100" oltre l' influenza délia disidratazione si faccia risentire mag- 
giormente quella del passaggio délia selenite alla forma 2CaS0^' Hfi. 

Notando poi il tempo occorso per riscaldare il gesso di grade in grade da 100" a 115" 
ho trovato che il ritardo maggiore nell' innalzamento di temperatura del sale si ha fra 110" 
e 112" con un periodo di arresto che dura talvolta parecchi minuti. 

Questi sono i fatti che io ho potuto rilevare nella disidratazione délia selenite sotto- 
posta a riscaldamento progressive e lento. 

La facoltà poi che ha il gesso cotte di riprendere T acqua perduta per effetto del 
riscaldamento e la rapidità di questo assorbimento, come ognun sa, dipendono sopra tutto 
dal grade di calore cui il gesso fu sottoposto. Quello cotte a temperatura relativamente 



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— 252 — 

bassa (IW-HO*) la riassorbe presto, completamente e fa presa rapida: cotto invece fra 
320* e 330** fa pure presa in due o tre rainuti e abbastanza forte, purché venga ridotto 
in pasta soda, ossia stemprato con poc' acqua : ma in questo caso V idratazione non è 
compléta. Di fatti con selenite polverizzata, passata allô staccio di 4900 maglie e poscia 
cotta a questa teniperatura elevata, feci délie pallottole di pasta consistente che dopo 
indurimento lasciai seccare air aria alla temperatura di 25" circa. Nel gesso cosi indu- 
rito trovai in due prove distinte poco più del 15% di acqua invece di 20,92, quan- 
tanque la quantité di acqua impiegata a formare pasta soda fosse non poco superiore a 
quella che sarebbe bastata a produrre V idratazione compléta del sale. Aggiungerô inoltre 
che con una parte di questo gesso cotto fra 320"* e 330** feci un latte piuttosto denso 
che, sbattuto per cinque minuti a 15** circa e passato su flltro, forni una soluzione forte- 
mente soprassatura ^ non forse al medesimo grado, ma simile a quella che si ottiene 
col gesso ben cotto. Da questi fatti viene in chiaro che il gesso disidratato fra 320** e 
330** non possiede la rapidità di presa che distingue lo stesso minérale cotto a tempe- 
ratura moderata, ma che praticamente, ossia nelle condizioni in cui le malte di uso 
comune vengono confezionate e di forte umidità in cui rimangono per parecchi giorni, spe- 
cialraente nella costruzione dei mûri, non opéra certamente corne corpo inerte nel fenomeno 
délia presa. È quindi pratica buona e consigliabile, seguita nell' unica fornace continua 
délie gessaie bolognesi, quella di far arrivare il gesso, tosto che esce dal forno, neU' appa- 
recchio di macinazione e da questo nella c>amere di deposito a temperatura relativamente 
elevata. Con taie artifizio il gesso poco cotto continua a disidratarsi e quelle troppo cotto 
assorbe acqua, producendosi cosi un materiale in cui V acqua è ripartita con conveniente 
uniformità e utilmente nella intera massa. 

A proposito délia idratazione del gesso vale il pregio di accennare i due seguenti 
esperimenti. 

Nel primo misi del gesso cotto a 120*^ in capsula di porcellana e lo scaldai a 100** 
entre stufa ad acqua : poscia impastai il gesso stesso con acqua bollente e, impedendo per 
quanto fu possibile il raffreddamento, lo ridussi a forma di piccola focac<îia che posi subito 
sopra una lastra di vetro anch*essa riscaldata sul piano délia stufa, in cui mantenni Tim- 
pasto per 1 ora e V4 a fine di scacciare V acqua non coinbinata. In queste condizioni il gesso 
cotto a 120** cristallizza in forma di esilissime squamette birefrangeti, non indurisce che 
debolmente e contiene 6,5 per 100 di acqua: esso quindi si trasforma essenzialmente in 
CaSO^'0,ïyRO in cui la dose deir acqua combinata è 6,20 per 100 di sale. Ugualmeute si 
comporta il gesso cotto a 140**. 

Nel seconde esperimento introdussi entre matraccino di vetro del gesso flnamente pol- 
verizzato cotto a 120°, su cui versai deir acqua bollente. Mantenendo la temperatura a 100** 
agitai il recipiente per alcuni minuti, indi lo immersi in acqua fredda e filtrai a 15^ Corne 
effetto di questo abbassamento rapide di temperatura il CaSO^ • 0,5/7,0 si trasforma nell' i- 
drato più solubile délia selenite per cui il liquide raccolto riesce fortemente soprassaturo. 

In quanto alla presa debbo ricordare che in altra Memoria pubblicata negli atti del- 
TAccademia, avendo dimostrato che questo fenomeno non puô effettuarsi seconde T ipotesi 



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— 253 — 

iramaginata dal Le C ha te lier, fui tratto a supporre che il fatto precipuo ed essenziale 
che produce V indurimento délie malte di gesso, anche ben cotto, non fosse la totale sua 
cristallizzazione. A questa couclusione non sarei giunto qualora avessi posseduto nel mio 
laboratorio un microscopio polarizzatore Sono perciô gratissimo alla cortesia deiramico 
Boeris, il quale non solo mise a mia disposizione questo istrumento, ma tutta l'espe- 
rienza e la sicurezza che egli possiede in cosi délicate ricerche. 

Or bene, dalle osservazioni insieme fatte su alcuni campioni di gesso indurito che era 
stato cotto a 100% 120% 130% 140% 320^ a 330% venne in chiaro che la massa totale del 
gesso è costituita in ogni caso di ânissime squamette o di prismi esilissimi birefrangenti, 
cioè di particelle cristalline che presentano una larga superficie di contatto, giustamente 
considerata dal Le Chatelier corne condizione di loro mutua e forte aderenza e conse- 
guentemente del fenomeno meccanico deir indurimento. 

Il Boeris mi scrisse pure da Ronco Canavese che prima di lasciare il laboratorio 
guardè di nuovo e attentamente parecchi preparati dei due campioni di gesso indurito che 
erano stati cotti Tuno a 120** e Taltro a 140% e che in tutti vide molti granuli che ave- 
vano conservata la forma originaria del gesso. 

Cib posto la presa del gesso ben cotto, che è quanto dire atto alla più rapida e com- 
pléta sua idratazione avviene seconde me nel modo seguente : 

Nel primo contatto delPacqua il gesso cotto moderatamente o quella parte di esso 
che non ha perduto délia sua efflcacia por troppo forte riscaldamento, produr^e un idrato 
più ricco di acqua délia selenite e più solubile, formando col liquide eccedente nella malta 
una soluzione soprassatura, come di fatto avviene. La massa maggiore del medesimo idrato, 
che non si scioglia e assume aspetlo quasi gommoso, rapidamente si risolve in CaSO^ • 2Hfi 
e cristallizza : le squamette o i prismi cosi generati aderiscono fra loro e col disseccamento 
la massa indurisce alla maniera dell' argilla plastica. Molto probabilmente i primi cristalli 
si formano per decomposizione delP idrato instabile esistente nella soluzione soprassatura 
e la loro presenza agevola la trasformazione di tutta la massa amorfa non disciolta nel- 
r acqua deir impasto. 



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SULLA DEVIAZIONE DEI lONI GENERANTI LE SCINTILLE 

DOVUTA AD UN CAMPO ELETTRICO TRASVER8ALË 



MEMORIA 

DEL 
(letla nella Seduta del 26 Maggio 1907). 

(CON CINOUE FIGURE NEL TESTO) 

I. Ricerche anteriori deirAutore. 

Secondo i concetti oggi dominanti intorno al meccanismo délie scariche, V appa- 
rizione délia scintilla fra i due elettrodi è preceduta da una convezione di elettricità 
compiuta da ioni, clie si muovono solto Tazione délia forza elettrica. Quando la dif- 
ferenza di potenziale fra i due elettrodi aumenta a partire da zéro, i moti dei ioni 
divengono di più in più veloci, per cui cresce sempre più il numéro di quelli, i quali 
fra un urto e V altro contro le molecole neutre acquistano velocità sufflcienti, afflnchè 
si produca la ionizzazione délie molecole stesse. Il numéro dei ioni aumenta quindi con 
crescente rapidità, sinchè giunge la fase finale, in cui si ha T emissione di luce, e cioè 
la scintilla, 

Fra r istante in cui una prima molecola resta ionizzata per urto dei ioni preesi- 
stenti, e quelle in cui appare la scintilla, trascorre necessariamente un certo intervalle 
di tempo, durante il quale il fenomeno visibile sta preparandosi. 

L'esistenza di questa fase preparatoria fti da me ammessa sino da trenta anni 
fa (1), in base a considerazioni speciali assai simili a quelle teste richiamate, ma se- 
condo le quali erano in giuoco, non dei ioni, ma délie molecole gassose elettrizzate 
dagli elettrodi. Pero il concetto délia ionizzazione dei gas, sorte più tardi, proietta 
tanta luce sui fenomeni di cui qui si tratta, che non si potrebbe menomamente esitare 
ad addottarlo, quand' anche numerosissime altre bnone ragioni noîi militassero in suo 
favore. Perciè continuerô qui ad esporre le idée, che mi guidarono in quelle antiche 
ricerche, ad opérande i termini suggeriti dalle odierne teorie. 

(1) Ricerche sperimentali suite scariche elef triche, Atti délia R Ace. di Bologna 1876. — Il N. 
Cimento, 2' série, t. XVI, pag. 80 e 97. 

Série VI. — Tomo IV. 35 



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— 256 — 

Poichè a deterininare la ionizzazione per urto occorre innanzi tiitto, che i ioni 
già esistenti arrivino ad acquistare una certa determinata velocità sotto Tazione délia 
forza elettrica, cosi è chiaro, che qualsiasi causa capace di auinentare in una porzione 
qualunque del carnpo, a parità di dif;èrenza di potenziale fra g:li elettrodi, la detta 
forza, dovrà favorire la produzione délia scarica, cioè dovrà far si che questa si pro- 
duca con difTerenza di potenziale minore, di quella che è necessaria, quando la detta 
causa non esiste. Cosi per esempio, se si mette in coniunicazione col suolo uno de^^li 
elettrodi, si aumenta la densità elettrica suirelettrodo isolato, esposto corn' è air in- 
fluenza dei corpi non isolati circostanti, o quindi si aumenta V intensità délia forza 
elettrica presso la sua superficie. Da cio dovrà restare facilitata la scarica, corne ap- 
punto risulto da apposite misure riportate nella Menioria citata. 

Seguendo quest'ordine di idée giunsi a |»revedere la produzione d'un fenomeno vi- 
sibile, quello cioè del cambiamento di forma délie scintille, allorchè sugli elettrodi 
agisce un campo elettrico trasversale. 

I ioni, che partono dagli elettrodi, tendono infatti a seguire le linee di forza del 
campo nel quale si muovono, e questo. quando esista anche il campo trasversale, è 
quello che risulta dalla composizione del campo trasversale stesso con quello principale 
dovuto ai due elettrodi. Perciô si puô dire, che i ioni subiscono per opéra del campo 
secondario una deviazione, la quale naturalmente avviene in opposte direzioni pei ioni 
dei due segni. Ne consegue che il luogo, ove comincia la ionizzazione per F urto contre 
le molecole gassose prodotto dai ioni respinti dall' elettrodo presso cui il campo ha h 
massima intensità, verra spostatu, o nella direzione del campo trasversale o in dire 
zione contraria, secondo che il dette elottrodo e quello positive o quello négative. 
Necessariamente sarà altresi spestata nel sue cemplesse tutta la regione nella quale si 
compie il lavorio preparatorio délia scintilla, e quindi la scintilla stessa. 

Questa previsione fu da me con opportune esperienze piil tardi verificata (l), 
sempre pero opérande nelfaria all'erdinaria pressiene. I due elettrodi erane cellecati 
uno sotte Taltro in una stessa verticale, a mefà distanza fra due grandi dischi veni- 
cali e paralleli mantenuti a petenziali di segne opposte da una l'iacchina elettrica. 
Con taie disposizione potei coiistatare, che la scintilla si spestava e s' incurvava verse 
il disco négative o verso il positive, seconde che era presso Telettrodo positive o 
presso il négative che la forza elettrica ave va la massima intensità, essia secondo che 
presse l'anode o presse il catedo si iniziava la ionizzazione per urto. Solo in qualche 
rare case esservai, che la scintilla assumeva una ferma assai simile a quella délia 
lettera S, ciè che indicava riniziarsi simultanée délia ionizzazione presse i due elettrodi. 

Con elettrodi di dimensieni non treppe inccele esservai ineltre, che le estremità 
délia scintilla si spostavane sulla lore su[)erricie ; cio che si spiega facilmente riflet- 
tendo, che per effette del campo trasversale cambiane poste i punti nei quali la den- 
sità elettrica è massima, e presso i quali per censeguenza comincia la ionizzazione. 



(I) Mem délia R. Ace. di Hologna, 12 ma^^no 1881. 



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— 257 — 

Poichè questi fatti sono iiitimameiite connessi alla teoria dei ioni, e valgono ad 
illustrarla, ho creduto utile riprenderne lo studio, per estenderlo al caso délie scariche 
neir aria piîi o mono rarefatta, a ciô consigliato anche dalle seguenti considerazioni. 
Coir aria alla pressione ordinaria non si resta in générale dubbiosi, quando si 
cerca di prevedere se ed in quai senso sarà deformata o spostata la scintilla dal carapo 
elettrico trasversale, in mezzo al quale si fa scoccare, giacchè si ha motivo spesso di 
prevedere presse quale dei due elettrodi il moto dei ioni è più veloce. Cosî, per pren- 
dere un esempio différente da quelle scelto più sopra, nel caso in cui un elettrodo è 
in foi'ma di grande sfera o di lastra piana e Taltro in forma di piccola pallina o di 
punta, è certamente presse il seconde elettrodo, ove il campe elettrico possiede la 
massima intensità, che ha principie e sede principale la ionizzaziene préparatrice délia 
scintilla* Si resta invece in dubbie nel case di due elettrodi eguali ed a potenziali 
eguali e di segno contrarie ; ma V esperienza mi dimestro, che la scintilla accenna a 
deformarsi nel campe trasversale in senso taie da indicare, che il fenomeno délia io- 
nizzaziene si inizia presse l' elettrodo négative. 

Ora, rammentando il mode nel quale oggi si spiega la fermaziene délia scarica 
nei gas rarefatti, appare verosimile, che diminuendo la pressione delF aria si accentui 
quella dissimetria, e cieè che la ionizzaziene per urto ceminci presse il catedo, anche 
quando coi medesimi elettrodi ma coH' aria alla pressione ordinaria accadrebbe V op- 
pesto. Mi parve quindi intéressante V esaminare questo punto, riprendendo queirantico 
studio sulla ferma délie scintille producentisi in un campe elettrico trasversale, ma 
dispenendo le cose in mode da potere rarefare alquanto l'aria, nella quale il fenomeno 
si produce. E siccome le deformazioni délie scintille si esservane in modo particolar- 
mente notevole, allerchè si opéra cen scariche non oscillanti ma continue (o intermit- 
tent!), cosi ho quasi sempre incluse nel circuito di scarica una resistenza, facile a 
graduarsi, e costituita da una celenna d'acqua distillata. Ineltre ho quasi sempre fatto 
use d' una batteria di condensatori avente grandissima capacità, quella stessa anzi che 
impiegai nelle mie ricerche sulle scintille glebulari (1), avendo constatato, che anche 
la grande capacità contribuisce a rendere i fenemeni più netti e pronunciati. 

Siccome pei Tapparecchie imprevvisato, che descrivero fra poco, non mi permetteva 
di raggiungere facilmente grandi rarefazioni, cosî in tutte le esperienze, che saranne qui 
riferite, la pressione deU'aria fu ridotta solo sine ad essere compresa fra une e 10 centi- 
metri di mercurie. Entre questi limiti V essere la pressione più e mené ridotta non ha 
grande influenza sui fenemeni studiati ; perciô mi dispenserô d' indicare il valore délia 
pressione stessa in ciascuna particolare esperienza. Mi parve d'altronde che a queste pres- 
sieni, che sono quelle stesse délie quali si deve far uso cegli apparecchi délie dimensioni 
più usuali per osservare i fenemeni délie scariche glebulari, le modificazioni prevedute 
nella ferma e neir aspette délie scintilhî si manifestassero colla massima evidenza ; perciè 
non ho creduto necessario, almeno per ora, di sperimentare cen grandi rarefazioni. 



(1) M-'m. délia R. Ace. di Bologna, 25 gennaio, 19 aprile, 20 aprile 1891; 10 aprile 1892; 19 
maggio 1895. 



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258 — 



II. Principale disposizioae sperimentale. 

L' apparecchio adoperato nelle nuove esperienze consta di un grande pallone di 
vetro P (flg. 1) a grosse pareti del dîametro di 25 centinieiri circa, il cui collo ë 
fissato con ceralacca in un nianicotto d" otlone .4 chiuso in fondo e munito di due lu- 
bulature laterali, una delle quali B porta un manometro, mentre Taltra / conduce, 
attraverso due rubinetli di vetro, a due tubi di gomraa, che terminano V uno alla 
macchina pneumatica, V altro ai tubi dis- 
seccanti, pei quali passa Taria che si fa 
rientrare nel pallone onde produrvi la vo- 
luta pressione. Una grossa colonna d'eba- 
nite Cj su cui il manicotto A è fissato a 
vite, serve di sostegno ail' intero apparec- 
chio, di cui ecco le parti essenziali. 

Sul fondo del manicotto è saldata un' a- 
sta verticale d'ottone /), alP estremità délia 
quale pub avvitarsi un elettrodo di forma 
qualunque, sfera, punta, disco ecc. Una si- 
mile asta E, aU'estremità inferiore délia 
quale si pub avvitare un secondo elettrodo, 
si trova sul prolungamento délia prima, 
essendo flssata con ceralacca al centro di 
un grosso disco F di vetro da specchi, il 
quale serve di chiusura ad una larga aper- 
tura praticata alla sommità del pallone. 
L' orlo di questa apertura è smerigliato, di 
modo che, applicandovi il disco spalmato di 
grasso da rubinetti, si ottiene una buona 
chiusura. 

E fra i due elettrodi, avvitati aile estre- 
mità prospicienti delle due aste d'ottone, che si fanno scoccare le scintille. La lun- 
ghezza di queste pub variarsi allungando o accorciando le due aste, le quali a questo 
scopo furono costituite di [)iii pezzi avvitati assieme ; ma è bene che la distanza fra 
gli elettrodi rimanga sempre minore delle distanze fra essi ed i grandi dischi LM, XO, 
che servono a creare il campo elettrico costante destinato a modificare le traiettorie 
dei ioni. Questi dischi comunicano coi serrafili ff, // esterni al pallone, fissati a questo 
sempre mediante ceralacca, e introdotti in due piccoli fori esprossamente praticati nel 
vetro. I dischi constano poi di sottilissime lastre circolari d' ottone ben rincotto, le 
quali, introdotte accartocciate nel pallone, e poi fissate ai serrafili mediante dadi a 




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— 259 - 



vite stagnati su di esse, vennero distese conlro le pareti in modo da assumerne la 
forma concava. 

La fig. 2 niostra il modo in cui vennero generalmente disposte le esperienze. 
Gli elettrodi A, B comunicavano colle armature del condensatore caricato da una 
grande macchina ad iufluenza N. mossa da un motore elettrico. Generalmente l'elet- 
trodo inferioie comunicava colF armatura positiva. Lungo i conduttori di comunioazione 
fra gli elettrodi e le armature erano inseriti uno spinterometro C e la resistenza rego- 
labile R costituita da una colonua d' acqua distillata. Generalmente V uno e T altra 
erano coUocati nel luogo indicato dalla figura, e cioè entrambi fra Telettrodo positive B 

e la rispettiva armatura. 
'^' ' Una seconda macchina ad 

influenza M, messa in moto essa 
pure da un motore elettrico, 
forniva ai dischi JF, F le ne- 
cessarie cariche. Perb fra essi 
e la macchina era intercalato 
un inversore (1), il quale per- 
metteva d'invertire istantanea- 
mente, quando occorreva, le ca- 
riche. Siccome poi era spesso 
necessario limitare Tintensità del campo orizzontale creato 
dai due dischi, si era stabilité in derivazione fra essi 
uno spinterometro S, i cui elettrodi erano formati da 
sottili fili di platino. Fra questi trascorreva continuamente 
un torrente di esili scintille, di cui poteva variarsi a 
piacere la lunghezza, cio che permetteva di regolare la 
differenza di potenziale fra i dischi e quindi l'intensità 
del campo. Una colonna capillare di alcool, o altra énorme resistenza, fti messa qualche 
volta al posto di S per raggiungere il medesirao scopo. 




N 



III. Esperienze preliminari. 

L' apparecchio descritto è quale venne defiiiitivamente adottato ; ma dapprima in- 
vece dei grandi dischi concavi LM. NO (fig. 1 ) il pallone conteneva due grossi dischi 
metallici piani di circa 7 centimetri di diamètre, e fu in queste condizioni che intra- 
presi le mie esperienze. I risultati di queste mi consigliarono ad ingrandire alquanto 
i dischi, onde evitare una causa d' errore, che non tardai a rilevare. 



(1) Mem. délia R. Accademia di Bologna, 20 aprile 1891. 



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— 260 — 

Le scintille fra gli elettrodi venivano bensî deformate, spesso anzi in modo con- 
siderevole, allorchè venivano caricati i due dischi, ma non si ottenevano pero queste 
deformazioni in alcuni casi, e specialmente aile pressioni più basse, che a patto di 
caricare i dischi a potenziali cosi elevaii, da generare piccoli flocchi luminosi in vari 
punti del loro contorno. ci6 che poteva essere causa di perturbazioni. Infatti quel fioc- 
chi dovevano verosimilmente generare il noto venticello elettrico, e spostare la scin- 
tilla, corne farebbe una qualunque corrente d'aria diretta contro di essa. La circostanza 
del cambiar di senso délia deformazione coir invertire la carica dei dischi non eliini- 
nava quel sospetto, giacchè è da ritenersi, che il sofflo prodotto dai pennacchi di luce 
positivi non abbia eguale intensità di quelle prodotto dai pennacchi legativi. 

Ma mi convinsi deir esistenza di una taie causa di deformazione délie scintille, 
quando constatai effetti inversi di quelli che ragionevolmente erano a prevedersi, ed 
inversi di quelli, assai meno pronunciati, che intravvedevo allorchè abbassavo i poten- 
ziali dei dischi sino a far cessare la produzione dei flocchi luminosi sulP orlo di essi. 

Desiderando tuttavia di constatare direttamente il fatto délia deformazione mec- 
canica délie scintille per opéra délie correnti d'aria generate dai pennacchi luminosi, 
eseguii la seguente esperienza. 

Tolto di posto uno dei dischi, per esempio K (fig. 2), lo sostituii con un ago da 
cucire orizzontale, la cui punta era rivolta verso gli elettrodi A, B. Vidi allora la scin- 
tilla piegarsi fortemente verso F, qualunque fossero gli elettrodi, e qualunque fosse il 
segno délia carica data alla punta. Questo risultato rendeva verosimile, che anche i 
flocchi luminosi che si formavano suH' oîlo dei dischi producessero un analogo effetto, 
e mi decisi ad impiegare i grandi dischi LMj NO délia fig. 1. 

Anche sugii orli di questi si formano, se i loro potenziali sono troppo elevati, 
i flocchi luminosi ; ma dato il luogo che essi occupano, essi non possono evidentemente 
influire sensibilmente sulla forma délie scintille. 

Ecco ora gli effetti osservati con elettrodi di varie forme. 



IV. RisultatL 

Elettrodi entrambi sferid e di egual diametro. — Due sfere d' ottone di circa 
due centimetri di diametro erano avvitate sulle estremità vicine délie aste D, E della 
flg. 1 ; la distanza fra V una e V altra era di circa quattro centimetri. 

Quando i dischi LM. NO erano scarichi, la scintilla fra gli elettrodi aveva forma 
sensibilmente rettilinea, ed era più o meno grossa e sfuraata a seconda della raaggiore 
minore rarefazione. Con resistenza relativamente moderata nel circuito di scarica 
(per esempio colonna d' acqua d' un centimètre di diametro e di tre o quattro centi- 
metri di lunghezza) la scintilla era giallastra, e diveniva poco a poco rossa se si au- 
mentava la resistenza. La parte attigua aU'anodo assumeva infatti allora Taspetto di 



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una flamma rossa, corrispondente a quelle délie scariche globulari. La differenza fra 
i due aspetti si riduce infatti a questo, che, mentre in tubi cilindrici si formano 
con gran facilita masse luminose, che si staccano dair elettrodo positive e poi cam- 
minano verso il catodo, in uno spazio libero le luminosità rosse si allungano in forma 
di flamma senza abbandonare T elettrodo su cui si producono. Per avère masse lumi- 
nose staccate o quasi in un largo recipiente, gioverebbe dare aU'anodo la forma di 
punta e al catodo quella di largo disco piano, e inoltre occorrerebbe condizionare op- 
portunamente la resistenza del circuito, la capacità del condensatore, la pressione del- 
Taria ecc. 

L'azione del campo elettrico orizzontale si manifesta particolarmente bene su queste 
scintille a flamma. Caricando i due grandi dischi vidi infatti la flamma incurvarsi 
verso il disco positive, 

Naturalmente invertendo ripetutamente mediante T inversore le cariche dei due 
dischi, e quindi la direzione del campo elettrico fisse, si vede la flamma piegarsi era 
da una parte era daU'altra. È quasi inutile aggiuiîgere, che per una data direzione 
del campo orizzontale la deviaziene délia flamma cambia sensé, quando si inverte la 
direzione délia scarica. 

Il risultate non mut6 adoperando elettrodi sferici di diamètre maggiere. 

Ne risulta dunque, come si era previsto, che nell'aria rarefatta, come nelParia 
alla pressione ordinaria ma in modo pih spiccato, la ionizzazione per urte comincia 
per opéra dei ioni negativi ; cio che, del reste, è in pieno accorde con molti fatti noti. 

Punta positiva e disco negativo. — Il case più intéressante era, come fu già dette, 
quelle di elettrodi a curvatura moite diversa, per esempie una piccola sfera od una 
punta di fronte ad una grande sfera e ad un disco piano. 

Nel case d' un elettrodo positive di piccolissimo raggio di curvatura poste di fronte 
ad un catodo di curvatura piccola, o affatto piano, è presse V anode che, almeno quando 
la scintilla si forma neir aria alla pressione ordinaria, comincia la ionizzazione per urte 
préparatrice délia scintilla; ma vista la tendenza, che si manifesta, quan<le l'aria è 
rarefatta, aU'iniziarsi del fenomeno per opéra dei ioni negativi, Tesperienza sola puô 
decidere, se in queste case il fenomeno si produca nell' una o neU'altra maniera. 

Dalle moite esperienze eseguite mi parve di peter concludere che, quando la dif- 
ferenza di curvatura dei due elettrodi non è grandissima (p. es. piccola sfera come 
elettrodo positive e grossa sfera o disco piano come elettrodo negativo) la deviaziene 
délia scintilla ha luogo nello stesso sensé, come se gli elettrodi fossero eguali ; e che 
quando invece la diffferenza di curvatura è grandissima (p. es. punta positiva e grande 
sfera o disco piano negativi) la scintilla si piega verso il disco negativo. Ecco infatti 
i fenomeni osservati in questo caso, con qualche accenne air aspette offerte dalle 
scintille. 

Quando non esisteva il campo elettrico orizzontale (e cioè con dischi scarichi), e 
quando la resistenza inclusa nel circuito del condensatore era assai grande, la scintilla 
presentava i seguenti caratteri. 



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Fig. 3. 




— 262 — 

Airestremità délia punta positiva si osservava una stelletta di viva luce bianca, 
da cui partiva una fiamma rossa F (fig. , -, a), la quale tenninava a qualche distanza 
dal catodo. A) centro di questo vedevasi un bagliore violetto Z? e, a poca distanza da 
esso, un fiocco ironco-conico di luce rossa C, che non arrivava sino alla flamnua F. Fa- 
cendo agire il campo elettrico trasversale 
tutto il fenomeno luminoso s' incurvava tosto 
verso il disco negativo (flg. 3, 6). 

Adoperando una batteria di capacità 
grandissima la scintilla acquistava una no- 
tevole durata, fin' anche di più minuti se- 
conde La flamraa F (fig. 3, 6), una volta 
prodotta, s' inclinava di più in più verso 
il disco negativo. 

ïutto cio sempre nella ipotesi, che la 
resistenza del circuito fosse grandissima. Ma anche con resistenza moderata la scin- 
tilla, che in tal caso era gialla e formava una striscia di uniforme larghezza da un 
elettrodo all'altro, si spostava verso il disco negativo. 

La scintilla C (fig. 2), che non ô necessaria quando, corne nel caso précédente, 
nessuno dei due elettrodi ha grandissima curvatura, è naturalraente indispensabile 
quando. corne nel caso attuale ed in quello seguente, uno degli elettrodi è in forma 
di punta. Il luogo occupato dalla scintilla C nel circuito, e quello occupato dalla co- 
lonna d'acqua i?, non sono senza qualche influenza sulPaspetto assunto dalla scintilla 
e sul deformarsi di essa per opéra del campo trasversale ; ma per amore di brevità 
non terro parola di questi piccoli dettagli. Come facilmente si comprende, la lunghezza 
délia scintilla C ha non piccola importanza. 

Punta negativa c disco positivo. -- È in questo caso che si ottengono gli effetti 
più rimarchevoli. La ionizzazione comincia infatti indubbiamente presse F elettrodo ne- 
gativo, e la scintilla deve spostarsi notevol- 
mente verso il disco positivo. Inoltre il fe- 
nomeno présenta particolarità di dettaglio 
degne d' essere rilevate. 

Montre la scintilla assumeva, quando 
i grandi dischi erano scarichi, un aspetto 
assai simile a quello che presentava nel caso 
précédente, essa si modificava assai, non 
appena si creava il campo elettrico tra- 
sversale, passando bruscamente dalla forma 

fig. 4, a alla forma fig. 4,6; e precisamente la fiamma rossa F, che prima si 
formava al centro dell' elettrodo positivo, si presentava invece in un punto assai più 
vicino al disco positivo, ciô che dimostrava essere in tal caso prevalente V azione del 
campo trasversale sui ioni negativi respinti dalla punta. 



Fig. \. 




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— 263 — 

Ma se, oltre che includere nel circuito di scarica una grandissima resistenza, impie- 
gavo un condensatore di capacità grandissima (tutte le 108 grandi giare collegate in 
modo da formare un'unica batteria, la quale richiedeva parecchi minuti prlmi ad essere 
sufflcientemente caricata da una grande macchina di Holtz a quattro dischi) il fenomeno 
diveniva assai notevole. Infatti la scarica luminosa assumeva in tali condizioni una 
durata di più secondi, e la fiamma rossa camminava suir eletlrodo piano dirigendosi 
verso il disco positive sino a raggiungere Torlo deir elettrodo stesso, ove, rimanendo 
ferma alla sua base, s'inclinava airinfuori prima di spegnersi. 

Corae si è già fatto osservare questa scarica a flamraa corrisponde aile scintille 
globulari, e precisamente nel caso attuale a quelle che chiamai composte, costituite 
cioè dairemissione di successive luminosità mobili dall' elettrodo positive, ed ha perciô 
un certo carattere d' intermittenza, che suggerisce Tidea di* considerarla corne costitiiita 
da una série di successive scariche parziali. L'osservare la fiamma in une specchio 
girante ne porge una conforma. È quindi probabile che la presenza dei ioni dovuti ad 
ogni scintilla parziale contribuisca a rendere successivamente sempre più grande lo spo- 
stamento del lenomeno luminoso per opéra del campo trasversàle. 

Anche nel caso attuale lo spostamento e il cambiamento di forma del la scarica 
luminosa non cessano di prodursi, quando si adopera una resistenza non tanto grande 
nel circuito di scarica. Cosi per esempio se la detta resistenza è taie da conferire alla 
scintilla Taspetto d'una colonna luminosa giallastra sensibilmente ininterrotta da un elet- 
trodo alPaltro, questa, che in assenza del campo trasversàle mostra una forma quasi 
rettilinea andando dalla punta al centre deir elettrodo inferiore, assume inve-.e una forma 
curva non appena i dischi vengono caricati, e va ad incontrare T elettrodo positive in un 
punto situato fra il centre di esso ed il disco positive. 



V. nitre esperienze. 

Le esperienze fin qui descritte furono eseguite colla disposizione délia flg. 2, cioè 
raediante la scarica di una batteria attraverso un circuito contenente una colonna d'ac- 
qua. Ma si possono ottenere effetti analoghi abbastanza visibili anche impiegando con- 
densatori di piccola capacità, oppure utilizzando semplicemente le scariche di un grande 
rocchetto o di un trasformatore. Non mi fermerô a descrivere tutti gli effetti osservati 
in tal modo, i quali tuttavia presentarono in certi casi alcune particolarità, che potreb- 
bero divenire oggetto di ulteriori ricerche; mi limiterô a descrivere un solo fenomeno, 
quelle offerte dalle scintille fornite da un grande rocchetto adoperato a guisa di tra- 
sformatore. 

Nel primario del rocchetto facevo passare la corrente alternata stradala a 42 periodi, 
senza porre sul sue cammino verun interruttore, montre le estremità del secondario 
erano in comunicazione cogli elettrodi contenuti nel solito apparecchio délia flg. 1, i quali 
Série VI. — Tomo IV. 36 



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Fig. 5. 



— 264 — 

erano costituiti da due eguali sfere d'ottone di circa 2 centimetri di diametro. L'effetto 
del campo trasversale sulle srintille è rappresentato nella flg. 5. 

Ogni scarica luminosa consta principalmente d'una âamma o lingua luminosa di 
color rosso, che per effetto del campo trasversale risulta incurvata verso il disco positive; 
ma le lingue rosse, che alternativamente si Tormano sulPuno o sulfaltro elettrodo^ assu- 
mono successivamente una curvatura di più in più grande sino a 
lambire quasi il disco positivo. Questo progressive aumento délia 
curvatura délie scintille costituisce un fenomeno analogo a quelle 
del moto délia fiamma rossa suirelettrodo positivo piano, descritto 
più sopra. Raggiunto un ccrto limite di deformazione la scintilla 
riappare poco deviata, mentre le successive lo sono nuovamente di 
più. Per la rapidità, con cui si seguono le scariche del trasfor- 
matore, si vede sempre simultaneamente un certo numéro di lingue 
luminose incurvate formanti sugli elettrodi due larghi ventagli, e 
con questa particolarità facile a spiegarsi, e cioè che le lingue 

rosse formanti une dei ventagli si prolungano negli intervalli esistenti fra quelle che for- 
mano Taltro vent agi io. 

Ogni âamma o lingua luminosa, che si forma su queir elettrodo, il quale momenta- 
neamente funziona da anodo, è accompagnata da un vivo bagliore bianco violacée sul 
catodo. Ne consegue che sulle due palline, oltre ai ventagli di luce rossa^ dei quali la 
flg. 5 dà una qualche idea, veggonsi pure tante stellette di luce bianca, nella figura stessa 
non rappresentate, che rendono più belle il fenomeno luminose complessivo. 




"■^^^^H^^" 
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DI UN PARTICOLARE METODO DI GINNASTICA AÏÏIVA 

PER 

u immmi RESPiumu t m ii mmhento gewe WÊm\m 



MEMORIA 

DEL 

Prof. GIOVANNI D'AJUTOLO 

SPECIALISTA PER LE MALATTIE 
DELL' ORECCHIO, DEL NASO E DELLA GOLA A BOLOGNA 

(letta nella Sessione del 26 Maggio 1907) 

(coN 27 FI dure) 

Gento e cento vivono vita corta ed infelice o 
la trascinano dietro, nggiosa come una inaledizione, 
perché non sanno respirare. 

(Manteqazza. Elementi d' Igiene.) 

Otto anni or sono ebbi V onore di iatrattenere qiiesta illustre Âccademia su di un mio 
particolare metodo di Ginn(isiica attiva per individui deboH ed in ispecle p^r convole- 
scenti {*), e T Accademia colla usata sua benignità voile onorare di stampa e di premio quella 
mia conaunicazione. Incoraggiato da quel lusinghiero successo, avevo in aninao di parlarequi 
di un altro metodo di «jinnastica attiva, che ho trovato utilissimo nella cura post-operatoria 
della insufflcienza di respire, in individui che erano affetli di stenosi nasale, faringea o naso- 
faringea contemporaneamente, e che, se non pub esser dette del tutto mio — come Taltro 
— pure in gran parte m'apparliene, sia per la semplicità da me data aU'apparecchio 
ginnastico da renderlo tascabile, sia pel gran numéro di esercizi nuovi introdotti, sia influe 
per lo scopo a cui esso mira, e che consiste nel rinvigorire soUecitamente gl' individui 
con insulflcienza di respire, a base di una spéciale ginnastica respiratoria. Ma poi riflet- 
tendo, che la ginnastica di respire è il vero fondamenio alla ginnastica medica ed educa-. 
tiva e che sarebbe stato meglio raccogliere in un sol quadro tutti i miei esercizi di ginna- 
stica attiva e vecchi e nuovi, ho preferito di scrivere una memoria suUa ginnastica attiva 
per la rieducazione respiratoria e per il rinvigorimento générale di qualsiasi persona e 
in qualsiasi stato di salule. Ed è appunto la Memoria, che ho Tonore di presentare. 

Com' è risaputo, la ginnastica respiratoria — a scopo igienico e curativo — non è cosa 
nuova, essendo stata praticata dagli antichi in non pochi casi (1). In tempi più recenti 
essa è stata vieppiù racccomandata (2) e non solo nelle scuole di vociferazione e di canto e 



(•) Memoria letta nella Sessione del 29 maggio 1899 (con tavola) V. Mem. della R. Accad. délie 
Scienze dell' Istituto di Bologna, Série V, Tom. VIII. Bologna, 1900. 
(1-10) Vedi in fine i Lavori citati nel testo. 



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negli Istituti per balbuzienti e sordomuti (3), ma ben anco nella cura di molti stati mor- 
bosi. Cosi, per es. : dal Manuel (de Tolosa) è slata usata nella anémia (4) ; dal Broatnel- 
Tasma (5); dal Natier nel falso adenoidismo per insufflcienza respiratoria nei nevropa- 
tici (6), e nella laringite nodulare (7); dal Tissier nella cura délie aderenze pleuriche (8); 
dal Rosenlhal (9) per la rieducazione respiratoria nella insufflcienza délia respirazione e 
dal Jacob (10) nella cura postoperatoria dei rino-adenoidei. E corne è facile pensare, a 
seconda dei proponenti e délie varie indicazioni curative, la ginnastica respiratoria è stata 
eseguita con una tecnica più o meno di versa. Di fatti, mentre il Mantegazza, ad es., con- 
siglia profonde inspirazioni, anche con una narice chiusa, ovvero respirazioni attraverso un 
particolare tubo, il Broat invece adopera la ginnastica da caméra, il Tissier i\ massaggio 
addominale, ed altri altre modalità lecniche. Ma chi ha veramente sviscerato Targomento ~ 
seguito in cib dal Jacob — e.Tha magistral mente (ratlato, è stato Giorgio Rosenthal. 

Questij di fatti, — dopo di aver premesso, che un apparecchio respiratorio per dirsi 
normale dev'essere immune da qualsiasi infezione o lesione e deve avère una funzione nor- 
male — ha preso a studiare tutti gli attributi di una respirazione fisiologica, e dopo accu- 
rate ricerche ha trovato, che essa deve essere : esclusivamente nasale, bilatérale^ suffîciente 
e compléta, — a) Escltcsivarnente nasale e per le due fosse nasali^ perché queste rappresen- 
tano Tanticamera dei polmoni, dove Taria si umidiflca, si riscalda, abbandona i gerrai e la 
polvere, che puo essere più dannosa dei germi stessi, e dove si eccita, per mezzo dei 
riflesso naso-inspiratore, il gioco regolare délia respirazione. — b) Sufficiente, perché nelle 
inspirazioni Taria deve penetrare sufflcientemente ed egualraente nei due polmoni. — 
c) Compléta, perche nell'atto inspiratorio si del)bono dilatare egualmente tutti tre i dia- 
metri dei torace, non potendo e sere considerali corne normali « i tipi (respiratorii) sotto- 
clavicolari, costali, mediani e diaframmatici dei fisiologi ». E per assicurarsi delPeffetto dei 
profondi atli respiratorii, egli ricorre alla ascoltaziône ed alla misurazione. La prima difatti 
gli rivela, se il murmure respiratorio è diffuse a tutto Tambito toracico; e la seconda 
(fatta con un suo spéciale nastro metrico^ gli dimostra un ampliamento dei perimetro 
toracico di 10 a 12 centimetri nello stato normale, mentre è di soli 4, 3 e perflno di un 
solo centimètre nella insuffîcienza respiratoria. 

Posto ci5, il Rosenthal considéra come respiratoriamente insufficienti tutti coloro, 
che mancano di qualcuno degli altributi délia respirazione normale, equmdi: gli adenoidoi, 
i falsi adenoidei, i convalescenli di malattie acute, gli individui con pseudo-iperlrofla car- 
diaca durante lo sviluppo, i tubercolotici, ecc. Ed in conseguenza a tulti costoro egli sug- 
geriscc la ginnasti'^a respiratoria. 

Questa — seconde Rosenthal — comprende quattro gruppi di esercizi, colla impor- 
tante avverteriza, che: « Ogni esercizio per esser valcoole deve essere accompagnato da 
una respirazio7ie fisiologica, volontaria, profonda, lentamente presa e controllata uiedi- 
cahnente ». 

i° Gruppo, Respirazioni in differenti attitudini regolari. 

5^ Gruppo. R'^spirazioni accompagnate da movimenii passivi dei tronco, délie braccia 
e délie gambe. 



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— £67 — 

5'' Gruppo. Respirazioni accompagnate da movimenti attivi del tronco, délie l>raccia 
e délie gambe. 

4"* Gnippo. Respirazioni nei différent! atti délia vita: marcia, parola, canto, lettura, 
scrittura, ecc. 

Oltre tutlo questo, il Rosenthal, in casi spécial!, raccomanda anche il massaggio 
del ventre, le pressioni esercitate sui lati colle mani, cioè la spremitura del toraoe, le 
vibrazioni, V elettrizzazione di cerli mus<îoli e i bagni d' aria e di luce. 

Da ultime il Rosenthal av verte, che con questi eseicizi si ottengono vanta^gi 
notevoli e solo lievi inconvenienti. I vantaggi sarebbero : 

a) Lo sviluppo del petto ; 

b) una diuresi considerevole ; 

c) un aumento rapido del peso. 

Gli inconvenienti invece si ridurrebbero : 

a) alla co7*yza iniziale^ per eccitazione délia mucosa nasale per la polvere deiraria; 

b) alla diminuzione iniziale del perimetro toracico, per V abbassamento più com- 
pleto dei lati alla fine délia espirazipqg^; . 

c) ai capogirij durante la guarigione, per la ebbrezza di ossigeno determinata dagU 
esercizi. 

Per sommi capi son queste le idée principali espresse dal Rosenthal sulP impor- 
tante argomento, ed io ho voluto riassuraerle, anche per invogliare i colleghi alla lettura 
del lavoro originale, che è pieno di savie considerazionL 

Per raio conto, mi associe volentieri aile vedute del R o s e n t h a 1 , e ge me ne di* 
scosto in qualche punto, ed in ispecie intorno al metodo da seguire nella ginnastica respi- 
ratoria, è perché reputo, che si possa ottenere più soUecitamente una eccellente ricduca- 
zione respiratoria per mezzo di una peculiare ginnastica attiva, fatta con particolari appa- 
recchi e con criteri e norme determinate, che offre anche T altro e non lieve vantaggio di 
favorire il rapido e générale rinvigorimento deir organisme. 

Seconde me, afflnchè la ginnastica respiratoria consegua presto e bene il sue fine, è 
necessario, innanzi tutto, che gli individui con insuftlcienza respiratoria siano divisi in due 
grandi catégorie: in quella, cioè, de' deboli e dei convalescenti ed in quella dei sani; a 
molivo, che quelli non possono sopportare gli esercizi prescritti per i sani, senza pericolo 
di stanchezza pel loro cuore. E del pari necessario mi sembra il distinguere i bamblni ed 
i ragazzi dagli adolescenti e dagli adulti, per la ragione, che i primi richieggono un' assi- 
stenza ed una vigilanza, che gli altri quasi affatto non domandano. 

Oltre a cib, è necessario che gli esercitandi aWiano tutti i vequisiti per compter e 
respirazioni normali. Onde, se per caso vi siano pinne nasali floscie, occorre che e^e 
siano sostenute, o dal dilatatore metallico del Feldbauach, o meglio, dai tubetti ela- 
stici alla G u y e . Se vi ha stenosi nasale o faringea, vi si deve tosto rimediare, aspor- 
tando polipi, creste, turbinati ipertrofici, spine, correggendo deviazioni e rimuovendo vegeta- 
zioni adenoidi, tonsille palatine ipertroflche, ecc. eventualmente esistenti. Per la stessa ra- 
gione, si rimuoveranno colletti, cravatte o busti stretti, e si elimineranno del pari tutte le 



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— 268 — 

cause di rigonfiamento gastro-intestinale. Sola eccezione dev' esser fatta (e per ovvie ragioni) 
per le ventrière e per i cinti ernarii ; che anzi, se ne dovrà raccomandar V uso, lutte le 
volte che havvi, o che vi sia a temere, ptosi dei visceri addominah. Ed afflnchè poi la 
circolazione sanguigna non sia inceppata durante gli esercizi ginnastici, è altresi necessario 
rimuovere le giarrettiere e le scarpe, che siano troppo strette. 

E non meno necessario è del pari, che siano osservate scrupolosamente lutte le norme 
che governano gli esercizi ginnastici, tanto da un punto di vista générale, quanto spéciale — 

r Fra le nof^me gene^^ali richiedesi, prima di lutlo, che V esets^itando neWoccin- 
gersi a tali esercizi sia ben compi^so délia importanza e délia utUità loro, per polerli 
eseguire colla puntualità e coUo zelo necessarii. 

2** Gli esercizi debbono essere tatti vi aria para ed aJV aperto, o per lo meno, di 
contro ad una ampia finestra aperta; 

3** Durante gli esercizi si deve usare la posizione orizzontale o sdraiata per i deboli 
e convalescenti ; la eretta pei sani, e la mista per i ragazzi. 

4° Gli esercizi ginnastici si debbono praticare tre volte al dl, mezz' ora avanti o 
tre ore dopo i pasti^ per non disturbare la digestione, ed ogni volta per la durata di 10 
a 15 minuti, 

5** Si deve procedere sempre dagli esercizi più semplici o più lievi a quelli più 
coniplicati e più gravij per allenare in certa guisa V organisme, e se ne faranno 5, 10, 
15 al minutOj a seconda délie condizioni generali dell' esercitando ; 

6® È bene che ogni esercizio sia ripetuto più volte di seguito, da ambo i lati, ed a 
preferenza dal lato più debole^ per favorire lo sviluppo armonico délie parti ; 

T in ogni eseixizio V inspirazione deve esser fatta lentamente e profondamente net 
primi giomi, in modo rapido ed energico nei gio7mi successivi; 

8** Alla fine di ogni inspirazione si deve tt^attenere un po* il respirOj per abituare 
il lorace e con esso i polmoni alla massima loro distensione; 

9* V espirazioney al pari deir inspirazione, %Bxk prolungata nei primi giot^ni^ rapida 
ed energica nei successivi; 

10* Fra un ese» cizio e V altro, specie per i deboli, é bene interporre degli atti re- 
spiraiori semplici^ per non affaticar troppo gli esercitandi ; 

ir È indizio sicuro di affaticamento la cresciuia frequenza di resp'ro e sopralutto 
del polso. Nei deboli, convalescenti o nialati una frequenza maggiore di 5 o ff pulsazioni 
al minute dovrà far rallenlare od anche sospendere gli esercizi, ed ai convalescenti dovrà 
essere proibito di scendere dal letto, per evitare il pericolo di una sincope. 

12*" Da ultime fra wia seduta ginna^tica e V altra V esercitando non deve dimenti- 
carsi dei precetti appresi sulla ginnastica respiratoria^ per rendere durât uro il profil to; 
allô stesso modo che un buon soldato, proseguendo fuori di quartiere nei coutegno pre- 
scrittogli, flnisce per acquistare queiraspetto marziale, che spesso egli conserva per lutta 
la vita. 

Le norme speciali riguardano T atteggiamento, che deve assumere T esercitando nei 
vari esercizi, e Tuso degli apparecchi, quando questi vengano adoperati. Per conto mio, 



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— 269 — 

g\\ apparecchi ginnastici sono utilissimi, perché disciplinano meglio i varii luovinoenti e ne 
rendono pîù pronto ed efficace [\ risultato, [)er la resistenza che essi oppongono air azione 
muscolare ; e debbono essere preferiti quelli formati con cordoni di flli elastici rivestiti di 
un tessuto a raaglia, perché durano molto, e sopratutto, perché offrono una resistenza gar- 
bâta, graduabile a seconda délie varie circostanze, e non punto quelli a spirale metallica, 
perché troppo rigidi, né quegli altri costituiti di un sol pezzo di gomma elastica, perché 
— oltre ad essere abbastanza rigidi — facilmente si screpolano e si rompono con pericolo 
talvolta per Tesercitando E fra gli apparecchi a cordoni elastici, debbono seconde me, 
essere prescelti quelli, che non abbisognano di esser âssati agh usci o altrove e che non 
pesano troppo, afflnchè possano essere portati in tasca, per essere poi usati dovunque^ 
air aria aperta e nei pm svariatl esercizi di tutto Vorganwno. Di tal fatta sono appunto 
due miei apparecchi ginnastici ; uno (che data dal 1899 e che fu py^emiato con medaglia 
d'oro aile esposizioni igieniche di Napoli e di Padova del 1900) é il cosidetto rinvigori- 
tore a staffe^ perché — corne scrissi neir altra mia Memoria — é costituito di un cordone 
elaslico, di circa metri 1,70, e di due staffetle che servono per appoggiarvi e flssarvi i 
piedî ; — T altro (che data dal 1903 e che é di due grandezze, per adulti e per ragazzi) 
è stato da me denominato rinvîgoritore tascabile a tre cordoni, perché si pué portare in 
tasca, e risulta composte di tre cordoni elastici agganciati colle loro estremità a due pic- 
coli manubri; cosicché pué essere adoperato con uno, con due o con tutti tre i cordoni, 
fanto riuniti parallelamente fra loro, quanto distesi in catena. Questi due apparecchi sono 
altresi leggierissimi, giâcché il primo pesa non piti di 250 grammi e il seconde non sor- 
passa i 300. 




Fig. !• 

Volendo adoperare questi miei apparecchi per la ginnastica respiratoria, occorre prima 
stabilire, se si tratta : a) di adolescenti o di adulti deboli o convalescenti ; h) di ado- 
lescenti o di adulti sani: c) o di ragazzi, e poi si procédera nel seguente modo: 

A — Per gli adolescenti e per gli adulti deboli o convalescenti — come avvertii 





Eig. 2» Fig. 3» 



nella su ricordata mia prima Memoria del 1889 — si adoprerà il rinvigoritore a 
staffe, (V. Fig. 1*), e Tesercitando assumera la posizione fondamentale o di riposo, 



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— 270 — 

mettendosi sdraiato e supino, colle garabe flesse, il cordone sul collo, î piedi nelle 
staffe e le mani sul cordone a' lati deiraddome (V. Fig. 2*). E — corne scrissi allora 





Fig. 4» 



Fig. 5* 



— gli esercizi incominceranno dagli arti, che saranno alternativamente flessi ed estesi, 
ed estesi e flessi, nelle varie direzioni. E prima si eserciteranno gli arti inferiori, 





Fig. 7* 




Fig. 6* 



Fig. 8* 



estendendoli successivamente, airingiù (Fig. 3*), alFesterno, air interne ed in alto, tanto 
unilateralmente quanto bilateralmente. Poi, gli arti superiori. Indi si faranno esercizi 



Çe^^ 





Fig. 9» 



Fig. 10* 



Fig. 11* 



di flessione del tronco, (Fig. 4* e 6*), e flnalmente movimenti alternati di inarcamento 
e di al)bassamento del tronco seconde le norme date nella citata mia Memoria. 

Oltre la pôsizione supina, pu6 essere adoperata anche la latérale (Fig. 5*), e volendo, 
si puô anche agganciare il cordone alla spalliera del letto od altrove (Fîg. 6*). 



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— 271 — 

B — Per gli adolescenti e per gli adulti sani (é questa — insieme con quella che 
segue per i ragazzi — la parte nuova del mio metodo di ginnastica attiva) gli eser- 
cizi saranno eseguiti col rimngoritore a 3 cordoni (modello grande), (Fig. 7*), libéra 
mente ed in posizione eretta, e. solo per eccezione, in posizione sdraiata (Fig. 8*), od 
all'appoggio (Fig. 9*). Si comincerà dagli arti superiori, (Fig. 10), poi si esercite- 
ranno gli arti superiore ed inferiore dello stesso lato (Fig. 11*), indi gli alterni (il 





Fig. i2* 



Fig. 13* 



Fig. 14*^ 



superiore di un lato e P inferiore dell'altro lato), (Fig. 12*), poscia i due arti supe- 
riori con uno inferiore, (Fig. 13'), indi i due arti inferiori con uno superiore, (Fig. 14*), 
fînalmente tutti quattro gli arti contemporaneamente, (Fig. 15*), e tanto con due o tre 
cordoni paralleli fra loro e distesi, quanto con i cordoni ripiegati su se stessi (Fig. 16*). 
Ma, come è facile pensare, durante questi esercizi, oltre gli arti, anche il capo e il 






Fig. 15* 



Fig. 16* 



Fig. 17* 



tronco vengono contemporaneamente nella più svariata maniera esercitati, mentre si 
eseguisce colla massima cura la ginnastica respiratoria. Per avère un'idea délia grande 
varietà degli esercizi da me usati per taie ginnastica, basterà dare un'occhiata al 
Quadro, che presto pubblichero a parte, per mio conto, dove trovansi non solo ripro- 
dotti molti esercizi délia scuola svedese (colla notevole aggiunta dell'uso del rinvi- 
goratore a tre cordoni), ma altresî disegnati moltissimi altri del tutto nuovi, che ripro- 
ducono per la massima parte atteggiamenti professionali), come ad es.: Tassai to di 
Série YI. — Tomo IV. 37 



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— 272 — 

scherraa (Fig. 17'). il tiro d'arco (Fifç. 18*), il lavorare di pialla (Fig. 19*), o Tatto 
di sturar bottiglie (Fig. 66*) ecc, o che servono alla spremitura (dirô cosi) delKad- 
dome e del torace, corne la Fig. 21*, dove si veggono i cordoni stringersi attorno all'ad- 
dome, mentre il tronco si flette rapidaraente ed energicamente in avanti. 

Corne dissi già, tutti gli esercizi miei vengono normalmente eseguiti liberamente 
ossia senza appoggio ed in posizione eretta. Pero ve ne ha alcuni, che dehbono essere 







Fig. 18* 



Fig. 19* 



Fîg. 2U* 



praticati all'appoggio od in posizione orizzontale corne quando si abbia bisogno di eser- 
citare meglio alcuni gruppi muscolari, o che Tesercitando sia un po' stanco od affati- 
cato od abbia qualche edema ortostatico. 

Aggiungasi da ultime, che col rinvigoritore a tre cordoni Tesercitando pu6 bénis- 








Fig. 21* 



Fig. 22* 



Fig. 23* 



simo eseguire sopra se stesso anche il massaggio addominale, appoggiando con una 
certa forza un manubriô sulla regione ileo-cecale e Taltro suUa parte alta délia regione 
epicolica sinistra e facendoli poscia muovere in direzione opposta, corne vedesi nella 
Fig. 22\ 

C — Per i ragazzi finalmente, si terra la via di mezzo, si adoprerà, cioè, la 
posizione orizzontale, per i deboli (Fig. 23*), e la e^^etta per i robusti (Fig. 24*), e 
corne apparecchio si adoprerà il piccolo rinvigoritore a 3 cordoni, (Fig, 25*), usando 



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— 273 — 

i cordoni isolatamente od a catena (Fig. 26*), nei primi tempi e per gli individu! 
deboli, e poi a mano a mano riuniti in fascio a due od anche a tre insieme. In 
quanto poi agli esercizi, essi sono su per giù gli stessi dei due primi gruppi e si 
trovano in gran parte rafflgurati neila terza parte del quadro. 

Ci6 che importa molto nella ginnastica dei ragazzi di ogni età, è la grande sor- 
veglianza che debJjono usare coloro, che li hanno in cura, afflnchè gli esercizi siano 
fatti con tutta puntualità e senza che si veriflchi alcun pericolo dal modo, col quale 
i manubri sono tenuti nelle mani o flssati ai piedi ; giacchè nel caso sfu^issero, essi 
potrebbero offendere il viso od altra parte importante del corpo deiresercitando o di 
qualche suo vicino. Ad evitare questa possibilità basterà far stringere fortemente i 
manubri nelle mani, o legarli ben bene ai piedi per mezzo di un nasiro qualsiasi, 
che abbia la sua parte mediana situata dietro ai talloni e le due estremità annodate 
al telaietto metallico dei manubri stessi (Fig. 26*). 

Tutti gli esercizi miei sono attivi, ed io li preferisco tali, perche conformi a quelli 




D Q 



Fig. 25* 




Fig. 24* Fig. 26* 

che flsiologicamente compie il nostro organisme dal primo vagito all'ultimo respiro. 
Essi si fanno sentire più direttamente sul sistema nerveo-muscolare e subito dopo sul 
respiro e sul circolo, determinando un più rapide ricambio materiale. Ed afflnchè siano 
eseguiti con tutta puntualità, li ho fatti disegnare e riunire in un Quadro générale, 
(che contiene 98 figure, ed è quindi il più ricco di quanti si conoscono (*)), e dove gli 
esercizi trovansi divisi in tre gruppi, in ragione délie tre catégorie di esercitandi superior- 
mente stabilité (vale a dire: degli adolescent! e degli adulti deboli e convalescenti, 
degli adolescenti e degli adulti sani e dei ragazzi) ; e ciô perché ogni esercitando possa 
eseguire quelli délia propria categoria nella posizione e coU'ordine ivi indicati. 

NelPeseguire i singoli esercizi, T esercitando assumera prima la posizione fonda- 
mentale, seconde il disegno in linea continua, e poi passera destramente all'atteggia- 
mento délia linea punteggiata. che rappresenta Tacme deir esercizio. Nelle figure di 
solito non è segnato con una freccia o con un altro mezzo il passaggiô dair uno all'altro 
atteggiamento, come vedesi in alcuni quadri gfnnastici; perché mi è sembrato di 



(*) Quaicuno forse dira, che le figure son troppo numerose. Io invece opino, che sia meglio mettere 
sotte gli occhi di tutti gli esercitandi il massiino numéro di esercizi, afflnchè ognuno li possa eseguire 
âge vol mente e col massimo possibile vantaggio. 



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— 274 — 

poterne fare a meno, visto e considerato che molti esercizi sono {?eneralmente assai 
noti, perché ricordano quelli délia scuola svedese, e che molti altri, benchè nuovis- 
simi, sono per la massima parte una imitazione di esercizi professienali, specialniente 
di arti e mestieri, di guisa che suUa guida anche délie figure, possono essere facil- 
raente compresi ed eseguiti. Ed invero chi non conosce od è incapace di imitare i 
movimenti del falegname, che pialla o che setra, e qnelli del legnaiuolo o del raieti- 
tore, quando compiono il loro ufflcio? Lo stesso si dica degli altri esercizi professio- 
nali. Solo in quattro figure ho posto la freccia, perche mi è sembrato doveroso, per 
rendere più immediata T interpretazione del moviraento da praticarsi. 

E del pari non ho voluto indicare i singoli esercizi dal nome dei muscoli a pre- 
ferenza adoperati, come ad es. pectoralis major, latissimus dorsi, ecc. usato da altri, 
perche taie nomenclatura è diflficilissima a chi non ba famigliarità colla anatomîa 
descrittiva e racchiude, per me, anche un errore, facendo credere ai profani, che col- 




Fig. 27» 

Tesercizio taie o tal altro vengano esercitati quelli soltanto o quegli altri muscoli, 
mentre in ogni esercizio entrano in funzione la massima parte, se non tutti i muscoli 
del corpo. Ho creduto quindi meglio designarli col nome, o deir esercizio professionale 
imitato, o dell'arto a preferenza esercitato. 

L' esercitando inoltre eseguirà ogni esercizio da ambidue i lati, ed, ail' occasione, 
più dal lato debole, per conservare simmetrico ed armonico lo sviluppo délie varie 
membra. Che se nel quadro si trovano disegnati gli esercizi da un lato solo, cio è 
dipeso da economia di spazio, non volendo moltiplicare le figure. Per la stessa ragrione 
sono stati disegnati gli esercizi in un solo atteggiamento délia mano; ma Tesercitando, 
posto suiravviso, li potrà ripetere negli atteggiamenti più diversi, cioè, di pronazione, 
di supinazione, colla palma volta in avanti, air indietro, ecc. 

Ma ciô, a cui sopratutto deve badare T esercitando, è Tesatta osservanza dei pre- 
cetti, che governano la respirazione durante gli esercizi. Di regola, egli deve inspirare, 
mentre distende il rinvigoritore, ed espi7*are mentre lo rallenta. Vi ha perb dei casi, 
nei quali, a mio avviso, si deve fare V inverso, come quando, ad es., si vogliano rin- 
vigorire soUecitamente i muscoli addominali, che sono indeboliti e come afflosciati: 



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— 275 — 

allora — fatta applicare un' ottima ventriera a sostegno dei visceri — io consiglio di 
espirare energicamente, mentre con rapidità il tronco vien fleaso in avant i ed il rin- 
vigoritore messo in tensione. Si ottiene cosi anche una specie di spremitura abdomino- 
toracica^ che si pub conseguire anche piiJi efflcacemente, se si stringa il rinvigoritore 
attorno airaddome, mentre si espira e si flette rapidamente il tronco in avanti, corne 
nella Fig. 21*. A coadiuvare poi in qualche modo Tazione di questi esercizi si puô 
adoperare anche il massaggio addominale, che sarà fatto eseguire dairesercitando stesso, 
corne nella Fig. 27*. 

Qualora tutti questi esercizi siano praticati colle norme volute, si avrà, corne primo 
effetto, r ingrandimento di tutti i diametri del torace, con escursioni respiratorie più 
ampie e più ritmiche, ossia, una vera rieducazione respiratoria. E si avrà — come 
avvertii più sopra — in un tempo anche più brève, che con gli altri metodi, perché 
la ginnastica fatta attivamente, con garbata resislenza ed a base di profonde respi- 
razioni deve sviluppare senz'altro rapidamente e preferibilmente i muscoli respiratorii, 
che saranno poi una garanzia sicura per la lunga durata délia rieducata respirazione. 

Ne col mio metodo c'è mai da temere affaticamento o stanchezza da parte del- 
l'esercitando; primieramente, perché Telasticità dei cordoni, mentre consente di gra- 
duare dallo zéro flno alla tolleranza la resistenza del rinvigoritore, ha in se stessa 
anche Taltro pregio di ricondurre, quasi ex se, le membra nella posizione di equilibrio, 
appena che V esercizio sia cessato. In seconde luogo, perche la posizione orizzontale — 
ed anche a gambe elevate che faccio pur prendere ai convalescenti, ai deboli, ed agli 
affaticati — serve mirabilmente a prevenire qualsiasi affaticamento o stanchezza del 
cuore. Ciô dimostrai flno dal 1894-95 in due miei lavori (*), e ci6 son venuto confer- 
mando colle pubblicazioni ulteriori (**); nelle quali ho potuto far rilevare anche la 
grande importanza pronostica, che puo avère la maggiore o minore frequenza del polso 
durante e subito dopo gli esercizi ginnastici fatti in posizione orizzontale dai convale- 
scenti. Difatti il numéro délie pulsazioni cresce sol di poco, di 4, 5, 6 ail' incirca, se 
il cuore è sano; notevolmente invece, se vi sia debolezza o degenerazione latente del 
cuore; nel quale ultime caso si deve assolutamnente proibire al malato di discendere 
dal letto, per non vederlo morire di sincope. Ma vi ha di più; cogli esercizi ginna- 
stici attivi da me proposti e fatti in posizione orizzontale, si raggiunge anche Taltro 
vantaggio del riassorbimento più facile degli edemi ortostatici degli arti inferiori o 
deU'addome, che riscontransi in moite persone deboli e convalescenti, quando esse 
stanno in piodi. Sicchè non è affatto necessario ricorrere al massaggio in questi casi: 
— massaggio che talvolta riesce molesto, doloroso e quasi contundente (per le ecchimosi 
che produce in certi individui), oltre che dispendioso per talune persone. 



(') D'Aiutolo G. Délia Ginnastica attiva degli arti inferiori nei convalescenti. BuUeitino délie 
Scienze Mediche di Bologna. Série VU, Vol. V, 1894. 

Idem. Dello sbilancio fisiologico. Ibid. Vol. VI, pag. 197, 1896, e Supplemento al Policlinico, 
Anne I„ pag. 842. Roma 1905 

(**) Mem. cit. in principio del lavoro; e Sulla ginnastica respiratoria in ôto-rino-laringolatria. 
Atii del IX Congresso délia Soc. OlaL di Laringologia tennio in Roma nelTottobre 1905. Siena 1906. 



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— 276 — 

Ma oltre alla rieducazione respiratoria, col mio metodo di ginnastica attiva si ot- 
tiene anche r altro e notevolissimo effetto, che è il rinvigorimento générale delF orga- 
nismo. A questo proposito scrivevo già nel 1899, circa la ginnastica attiva dei de- 
boli e dei convalescenti (*) : « in quanto poi ail' efflcacia di questa risorsa, V espe- 
rîenza mi ha insegnato che essa è veraraente grande, non solo per sviluppare Tenergia 
muscolare, ma benanco per attivare tutto il ricambio materiale cosi nei convalescenti, 
corne nelle altre persone per qualsiasi altro motivo indebolite. E infatti sotto V influenza 
di essa, ho visto rapidamente crescere Tappetito, facilitarsi la digestione, cessare la 
stitichézza, attivarsi la secrezione délie orine e dei sudore, agevolarsi il sonno, rin- 
vigorirsi il polso e il respire, il colorito farsi sempre piil vivo, T umore più gaio e 
la massa musoolare più voluminosa. E uno degli esempi più splendidi lo ebbi a ri- 
scontrare in una giovane signera, la quale nella convalescenza di una grave febbre 
tifoidea récidiva, vide aumentata la circonferenza délie sue gambe rispettivamente di 
centimetri 4 e //, dopo una sola settimana di ginnastica, e nella settimana successiva 
di altri centimetri 3 per parte; — e quel che è più — con taie benessere générale, 
che, quando discese dal letto, potè procedere sicura di se come persona sana, recarsi 
in una stanza lontana deU'appartamento e conversare per sei ore consécutive, senza 
alcun segno di stanchezza ». Ma c'è di più. Con gli esercizi praticati specialmente col 
rinvigoritore a 3 cordoni e nel modo superiormente descritto, si ottiene anche un ef- 
fetto correttivo od ortopedico su certi difetti flsici di alcuni individui, quali ad es. la 
scoliosi, la cifosi ad arco, certe deformità toraciche da progressa insufficienza respira- 
toria, ecc. Indubbiamente tutti questi vantaggi non derivano agli esercitandi dalla sola 
ginnastica attiva, ma dal concorso altresi di altre e non meno beneflche influenze. Fra 
le quali vuolsi ricordare : la tranquillità dello spirito, un lavoro moderato (per i sani, 
s' intende), un'abitazione igienica, il riparo dei freddo, T igiene délia bocca (**), Tuso 
di cibi sani e in modica quantità (a base specialmente di latte, uova, farinacei, le- 
gumi e frutta cotti, poco pesce, pochissima carne bianca^l e l' uso altresi di bevande 
rappresentate in massima parte daU'acqua schietta o dalle minerali leggiere, da po- 
chissimo vino e annacquato per i sani, schietto e spumante per i deboli, ecc. Perô 
come la ginnastica, senza di queste condizioni, non potrebbe produrre un rinvigori- 
mento générale, cosi queste condizioni non lo raggiungerebbero, senza una conveniente 
ginnastica. La quale portante deve essere considerata come mezzo efflcacissimo per 
riordinare e per sviluppare tutte le énergie organiche ; donde poi il meraviglioso ri- 
sultato superiormente descritto. 

Ma afflnchè questo risultato si conservi a lungo, è mestieri che gli esercitandi 
— come fu dette nelle norme generali — non dimentichino affatto gli esercizi resi)i- 
ratori. Quanto ai ragazzi, essi certamente, finchè liberi, non hanno bisogno d' incita- 



(*) Memorla citata, pag 335. Bologna 1900. 

(") A questo proposito leggasi il mio lavoro: L'irrigatore délia bocca. Bullettino délie Scienze Me- 
diche di Bologna. Série VII. Fascicolo di Ottobre 1898. 



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— 277 — 

menti, occorrendo anzi spesso di doverli frenare, per evitare il pericolo che si amma- 
lino. Infatti, essi corrono, si rincorrono, saltano, lottano, ciariano, cantano, gridano, 
piangono, ridono (*) ecc. talvolta a più non posso ; la quai cosa è altro che ginna- 
stica respiratoria! Piuttosto bisogna badar loro, quando sono nella scuola, dove sono 
ol)bligati a stare per délie ore intere raccolti in gran numéro ed in locali non sempre 
spaziosi e sufflcienti, dove si respira un'aria piti o meno viziata e dove bisogna star 
seduti ed intenti ai taticosi compiti scolastici. In tal caso, per ovviare aile conse- 
guenze di cosi poco igieniche condizioni respiratorie, sarebbe bene interporre a quando 
a quando qualche piacevole esercizio di gînnastica respiratoria, da farsi all'aperto e 
senza che si determini polvere; e fra tutti sceglierei il canto, riservando per la fine 
délia scuola qualche altro esercizio ginnastico col rinvigoritore a 3 cordoni, da ese- 
guirsi da gruppi di ragazzi, disposti in flle alternate, ed a cmnando^ per prepararli 
in certa guisa alla vita militare. Il canto poi dovrebbe essere corale, su argomenti, 
che elevino il sentimento, ineggiando alla patria, alla libertà, al lavoro, alla fratel- 
lanza umana ; chè cosi, oltre al ricambio gassoso più attivo attraverso i polmoni, per 
le respirazioni più ampie e più energiche, si otterrebbe anche il vantaggio di educare 
r orecchio eminentemente musicale del nostro popolo e d'ingentilirgli anche lo spirito. 
E sarebbe anche maggiore il beneflcio, se il canto fosse accompagnato dal suono di 
qualche istrumento musicale — di un armonium p. es. od anche di un semplice 
organino — per dare la giusta intonazione al canto stesso (**). Una sola cosa proibirei 
nella scuola ed è Tuso del salto délia corda, che si fa fare aile ragazze, giacchè 
quelle sballottamento delForganismo si fa sentire sopratutto a carico degli organi ge- 
nerativi interni, specie nel période mestruale, non che delP intestine cieco, col pericolo 
di disordini utero-ovarici e di appendiciti. E per la stessa ragione proibirei Tuso dej 
trapezio e délie parallèle, che hanno anche V altro difetto dello sforzo iniziale, che 
debbono fare quelle tenere costituzioni per potersi sostenere suUe braccia, donde non 
di rado stanchezza e peggio. 

Ma, più che tutto, è da raccomandare la continuazione degli esercizi respirator 
agli adolescenti ed agli adulti sani, che per ragioni di impiego o di professione siano 
obbligati a vivere in ambienti chiusi, in mezzo ad esalazioni, in unione a molti altri, 
o in atteggiamenti speciali, come accade ad es. negli stabilimenti industriali, nelle 
minière, ecc, o che per ereditarietà o per malattie pregresse abbiano un organisme, 
ed in ispecie Tapparecchio respiratorio, molto vulnerablle. In tutti questi casi anche 
il canto corale potrebb' essere utile ; ma ci6 che sopratutto dovrebbe, seconde me, gio- 
vare, è il rinvigoritore a tre cordoni, adoperandolo naturalmente air aperto e prefe- 
rendo tutti quegli esercizi, che giovino maggiormente alla correzione dei difetti esistenti 



(') Circa gli effetti del riso, vedi il mio lavoro; Del riso convulso corne espettorante. Bull, dalle 
Scienze Med. di Bologna. Série VII, vol. X, pag. 236 e 262/ 1898. British Med Journ April 22, 1899, 
e la Sem Med. pag. 24, Paris. 1899. 

(*') Diceva Platone, che < la gînnastica imita alla musica ë esclusivamente destinata alla coltura 
delTanimo ». Piscopo — Diz. di massime, pensieri c sentenze. Milano 1907. 



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— 278 — 

od a prevenire le tristi consegruenze di certi attegpriamenti professionali. Coel ad esem- 
pio : ai fabbri si farebbero fare a preferenza esercizi di estensione délie braccia; ai 
minatori quelli di estensione degli arti tutti e del tronco; ajrli arrotini, ai tornitori, 
ai commessi di ne^ozio, ecc, che sono obblisrati a stare in piedi tutta la giornata, a 
preferenza gli esercizi degli arti inferiori ed in posizione orizzontale; ai sarti, aile ri- 
camatrici, ai disegnatori, gli esercizi generali, ed in ispecie quelli di estensione del 
tronco; agli scoliotici i movimenti di flessione latérale del tronco dalla parte délia 
convessità délia spina dorsale, per rafforzare muscoli, scorciare legamenti, modiflcare 
rapport! articolari ecc. Per quelli poi che vivono in mezzo alla polvere (mugnai, scal- 
pellini, gessaiuoli, carbonai, ecc.) non si dovrebbe trascurare Tuso di un ottiino re- 
spiratore o filtro dell'aria, per prevenire i danni délia inspirazione continua délia pol- 
vere stessa ; allô stesso modo, che oggi coir uso dei guanti e dei veli, impedendo il 
contatto délie anofele colla pelle umana, si ottiene un grande effetto preservativo contre 
la malaria. 

Procedendosi in tal guisa, la ginnastica assumerebbe una missione eminentemente 
educativa e sarebbe quindi di somme vantaggio sociale. 



LAVORI CITATI NEL TESïO 



(1) Vedi Mercuriali G. Deli'arte ginnastica. Faenza 1854. 

(2) Mantegazza. Loc. cit. 

(3) Tilloj G. La gymnastique et la rééducation respiratoire appliquées à la méthode orale dans 
l'enseignement pédagogique des sourds-muets. Arch. Internat, de Laryngologie. Tom. XX, sept et 
Oct. pag. 666. Paris 1905. 

(4) cit. dal Rosenthal. V. sotto. 

(5) Asthma Behandlung. Monatsch, fur Ohrenheiikunde n. 9-10 1899 V. Grazzi - Bollettino 
délie malattie dell'orecchio, ecc pag. 189. Firenze 1900. 

(6) V. Arch. Internation, de Laryngologie etc. mai et juin. Paris 1901. Grazzi -BoU. cit. pag. 188. 
Firenze 1901. 

(7) V. Société Française d'otologie etc. Mai 1901. 

(8) Tissier Ph. La gymnastique respiratoire et le massage médicale, dans le traitement des 
adhérences pleurales. Paris 1903. 

(9) Rosenthal G. La insufficienza respiratoria e la rieducazione délia respirazioae. La Rivîsta 
degli Ospitali (Edizione italiana). Como, g ugno 1904, pag. 3 e marzo 1905 pag. 4. 

(19) Jacob E. La rééducation respiratoire des Rhino-adenoïdiens. Thèse de Paris 1906. 



--■^-^ 



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SILU MIlillME «lli Um II 




NOTA 



DEL 



PROF. FEDERIGO GUARDUCCI 

(letta nella Sessione delli 26 Maggio 1907) 
CON TA VOLA 

Neir astronomia e nella geodesia è elemento délia più alta importanza la conoscenza 
délia verticale locale, e il mezzo semplice e classico per procurarsi taie elemento riposa, 
corne è noto, suU'uso délia livella a bolla d'aria; se non che questo istrumento, pur ri- 
manendo.indiscutibilmente prezioso e raeritevole di tutta la nostra riconoscenza pei grandi 
servigi che esso ci rende, diviene per6 alquanto infldo allorchè si chiedono ad esso alte 
precisioni, giacchè la sensibilità che bisogna in tal caso conferirgli (un millimetro circa di 
spostamento délia bolla per un seconde di arco) è taie che solo un leggero disequilibrio 
di temperatura o l'irraggiamento terraico di un oggetto vicino od una non sufflciente 
attesa a lasciar fermare la bolla bastano a renderne fallaci le indicazioni. — Se poi la 
livella serve già da molto tempo, si va incontro anche al pericolo che speciali e non 
avvertite incrostazioni che si formano neir interne del tubo ostacolino più o mono la bolla 
mentre si avvia ad assumere la sua posizione di equilibrio, e da ciô, nuovi errori. 

A tal proposito giova qui iuvocare Tautorevole opinione delF illustre e compianto fisico 
Cornu il quale, in occasione di una riunione tenul a a Bruxelles nel 1892 dall'Associazione 
geodetica internazionale ed alla quale anche il sottoscritto ebbe Tonore di assistere, non 
esit6 a mostrare una certa diffldenza nelle indicazioni délie livelle molto sensibili ritenendo 
assai probabile le indicazioni di esse soggiacciano spesso ad influenze completamente 
estranee alla gravita (1). 

Cib del reste era stato anche in precedenza notato, tantochè da molto tempo si era 
già pensato ad un surrogato délia livella che non présentasse gli accennati inconvenienti , 
e si ebbe ricorso dapprima al cosî dette b(igno nadirale consistente in un semplice bagno 
di mercurio che si collocava al disotto del cannoochiale puntato verticalmente in basse; 
facendo coincidere la imagine oculare dei fili colla imagine dei medesimi (convenientemente 



(1) Comptes rendus des Séances de l'Association géodétique internationale reunie à Bruxelles en 1892 
Série VI. — Tomo IV. 38 



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— 280 — 

illuminati) riflessa dalla superficie del mercurio si ottiene evidentemente F asse di coilima- 
zione del cannocchiale rettiflcato sul nadir. 

È peraltro troppo noto il fatto che la superficie del mercurio, al più leggero fremito 
del suolo deiraria circostante, dà luogo a instabilità e deformazioni deir imagine ; 
negli Osservatorii délie grandi città, ed in particolare in quelle di Parigi, la circolazione 
dei veicoli turba le imagini a tal segno che per la raaggior parte della giornata riesce 
difficile determlnare con dette mezzo il nadir. — Molti tentativi sono stati fatti per attenuare 
questi effetti per5 con scarso risultato; ed allô scopo di ricorrere il meno possibile alFuso 
del bagno nadirale o, per meglio dire, di ricorrervi solo quando è possibile ottenerlo in 
quiète, T astronome Paye propose (1) Tadozione di un piccolo cannocchiale murato supe- 
riormente airistruraento dei passaggi in modo che i due obbiettivi rimangano voltati Tuno 
contre l'altro quando i cannocchiali sono verticali, si rende verticale Tasse di coUima- 
zione del primo cannocchiale raediante il bagno nadirale dopodichè, togliendo dette bagno, 
se ne coUima il crocicchio dei fili col cannocchiale delF Istrumento dei passaggi il quale 
rimane cosi rettiflcato suUo zenit anzichè sul nadir, il che è vantaggioso trovandosi le 
zenit nella stessa regione del cielo che si osserva e non essendovi cosi bisogno di passare 
per la graduazione del cerchio per dedurre lo zenit dal nadir. 

Successivaraente Ignazio Porro propose (2) di guardare col cannocchiale verticale, 
il disotto di una bacinella col fonde trasparente a faccie parallèle e contenente un liquido 
trasparente. — I fili, convenientemente illuminati, divengono visibili per le riflessioni che 
hanno luogo sopra le tre superficie di separazione dei mezzi e si producono cosi tre ima- 
gini che coinciderebbero fra loro se le superficie del vetro fossero parallèle e bene oriz- 
zontali, e si confonderebbero con quella del fl.o da cui derivano se il cannocchiale fosse 
esattamente verticale; impiegando per5 un liquido e un vetro i cui indici di rifrazione 
siano pochissimo differenti, la superficie superiore del vetro non produce ne imagine ne 
rifrazione apprezzabili e basterà procurare la coincidenza fra le altre imagini perche il 
cannocchiale risulti verticale. — Ottenuto cio si toglie la bacinella e si opéra come col 
procedimento di Paye. — Questo metodo avrebbe dunque il vantàggio di sostituire al mer- 
curio un liquido meno instabile e inoltre di darci pure lo zenit anzichè il nadir. 

Nel 1896, Deichmtiller propose Tuso di une specchio natante in un bagno di mer- 
curio per ottenere una minore mobilità della superficie di questo; la superficie riflettente 
si sposta cosi 'sotte V influenza délie grandi perturbazioni ma rimane sempre piana e si 
ottiene la direzione nadirale prendendo la média délie direzioni corrispondenti aile coinci- 
denze colle imagini riflesse del crocicchio dei fili per posizioni dello specchio facenti fra 
loro un'angolo di 180^ 

Altri ha suggerito uno specchio sostenuto orizzontalmente (colla faccia riflettente in 
basso) da un pezzo foggiato a toro natante in un recipiente anulare contenente del mer- 
curio co'locato superiormente al cannocchiale, col quale specchio, al solito, si guarda l'ima- 
gine riflessa dei fili in posizioni del natante che difleriscono di 180* Tuna dalPaltra; ed 



(1) Cfp. Comptes rendus des Séances de T Académie des Sciences pour Tan 1846 (Vol. 36, p. 871) 

(2) Cfr. Comptes rendus etc. (Maggio 1853, pag. 482j. 



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— 281 —- 

altri finalmente ha proposto di frenare le trepidazioni del mercurio mediante un sîstema 
di molle (1). 

Nella riunione plenaria dell' associazîone geodetica internazionale che ebbe luogo in 
Parigi nel 1900, il prefato fisico Cornu, a giustiflcazione, in ceHo modo, délie critiche 
da lui mosse otto anni prima al funzionamento délie livelle ad alta sensibilità, suggeri un 
nuovo espediente mirante appunto a liberarsi dair uso délia livella stessa nelle raisure de- 
licatissime di latitudine che sistematicamente vengono eseguite in organizzazione interna- 
zionale, per lo studio dei piccolissinn movimenti del polo geograflco ; movimenti la cui 
entità è di circa 0".5 e per misurare la quale Cornu giudicava dvbbiamente sufflcientB 
la precjsione effetHva che ragionevolmente si poteva chiedere, secondo lui, aile livelle. 

La disposizione da lui suggerita, cui ha dato il nome di Apparato zenito-nadirale^ 
consiste in un cannocchiale puntato pressochè orizzontalmente sopra due specchi posti Ira 
loro ad angolo retto sovrapposti ad un bagno di mercurio e collocati in modo da lasciare 
vedere nel campo del cannocchiale tanto Y imagine dei fili del reticolo riflessa da uno di essi 
quanto l'imagine di un'astro riflessa daU'altro. — Con taie disposizione, la distanza delPaslro 
dallo zenit si pub misurare direttamente e speditamente colla vite microraetrica che sposta 
il fllo mobile daU'oculare. — Cornu dimostra poi che il retto funzionamento di questo con- 
gegno non ha bisogno di una rigorosa perpendicolarità degli specchi ed è indipendente dalla 
rotazione degli specchi stessi attorno al loro comune asse. Siamo cosi completamente sba- 
razzati dalla livella ed, in teoria, taie istrumento nulla lascia a desiderare; esso ha perb, 
a comune cogli apparecchi precedenteraente accennati, il difetto di dipendere dal bagno 
di mercurio e di necessitare di un' obbiettivo di grande apertura che possa comprendere 
ambedue gli specchi. — È stato proposto anche di utilizzare un pendolo sul quale è trac- 
ciato un segno di ritrovo da guardarsi con un microscopio a forte ingrandimento e final- 
mente un cerchio con tre punte distribuite su di esso secondo un triangolo equilatero le 
quali si fanno andare a contatto (contatto che viene accusato elettricamente) colla su- 
perficie libéra del mercurio (2). 

Si vede dunque che il problema délia determinazione délia verticale ha dato da fare 
e dà tuttora da fare agli scienziati e, sempre a riguardo di taie argomento, il L alle- 
mand (3) ha creduto conveniente di procedere ad una analisi comparativa délie preci- 
sioni che possiamo aspettarci dal metodo del contatto a tre punte da quelle del pendolo, 
dal bagno nadirale e dalla livella, e le sue conclusioni sono le seguenti : 



pel contatto a tre punte 
» bagno nadirale . . . 

» pendolo 

» livella 



errore probabile délia verticale = 3" 

» > » » =3" 

» » » » = 2" 

» » » » =:0".2 



(1) Cfr. Hamy. Sur rammortissement des trépidations ci. cl. au moyen de ressort. (Comptes ren- 
dus etc. 1900, pag. 990). 

(2) Cfr. Perchot et Ebert. Comptes rendus etc. pour Tan 1897 (Vol. 125 pag. 1009). 
Questi stessi autori hanno proposto, basandosi sempre sul principio dello speech io natante un ap- 

parecchio che fornisce visuali inclinata di 45** ail' orizzonte. 

(3) Cfr. Comptes rendus etc. (1897, vol 124, pag. 991). 



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— 282 — 

Si comprende che questi risultati si riferiscono più alla sensibilità intrinseca degli ap- 
parecchi che non alla precisione che essi possono dare realmente in pratica tenuto conto delle 
cause esterne di errore ; e si intuisce che anche la livella, per quanto apparisca tanto su- 
periore agli altri inezzi, possa eventualmente dare in atto pratico précision! minori delle 
precedentemente registrate a causa delle influenze perturbatrici accennate e specialmente 
delle irregolarità termiche deir atmosfera (1). 

Trovandomi consegnatario da parte délia R. Scuola di applicazione per gli ingegneri 
di Bologna di un buon cerchio meridiano di Starke nel quale manca per6 il modo di 
determinare la posizione dello zenit (certamente peichè destinato per costruzione esclusi- 
vamente ad osservazioni di ascensione retta e declinazione) ho pensato che tornerebbe 
conveniente il poterlo utilizzare anche per osservazioni che implicassero la conoscenza 
délia verticale, quali quelle di latitudine; e mal prestandosi d'altronde Tistrumento alla 
aggiunta di pezzi a sostegno di adatte livelle, ed essendo d'altronde lenta ed incomoda la 
sua inversione sugli appoggi, mi sono valso, per determinare la verticale, di un espediente 
non nuovo ma che, per quanto mi consta non è stato sinora utilizzato precisamente nel 
modo che vengo ad esporre (2), modo che, oltre al riuscire più pratico, fornisce direttaraente 
la direzione délia verticale con una precisione, a mio avviso, maggiore di quella che 
possono fornire gli altri espedienti già accennati in sostituzione délia livella. 

Si tratta qui (v. Fig. annessa) di un cannocchiale sospeso su due coltelli di acciaio fissati 
su di e'sso in vicinanza dell'oculare e che, a somiglianza del fulcro di una bilancia poggiano 
sopra un cerchio di acciaio orizzontale che puô ruotare, traendosi dietro i coltelli, attorno 
ad un asse verticale passante pel suo centro. Questa rotazione, onde riesca il più possibile 
dolce, si effettua sopra una corona di piccole sfere di acciaio contenuta fra due scanala- 
ture circolari a sezione di V. 

La parte di questo apparecchio che deve rimanere flssa viene assicurata al disopra dell'i- î 
strumento dai passaggi (3) in modo che il canocchiale di questo, quando è verticale possa 
guardare per Tobbiettivo delPaltro che pende liberamente. Se ora i due cannocchiali si 
riducono in posizione telescopica^ o in altri termini se il reticolo dei flli è condotto per 
ambedue nel piano focale principale del rispettivo obbiettivo, il cannocchiale deir istrumento 
meridiano vedrà T imagine dei flli deiraltro come se questi si trovassero a distanza infi- 
nita. 

Se disponiamo il cannocchiale suir apparecchio coi due fulcri in direzione Est-Ovest e 
lo facciamo quindi ruotare di 180"*, il piano determinato dal fllo che è in direzione dei 



(1) Nelie misure sistematiche e continue di latitudine che si eseguiscono in organizzazione inter- 
nazionale per lo studio dei movimenti del polo geograâco, è prescritto che durante le operazioni si 
asportino le pareti del casotto entro il quale si ti'ova T istrumento appunto per evitare le influenze 
nocive dell' irraggiamento di dette pareti sulle indicazioni delle livelle. 

(2) Cfr. D. Lulgi Volta. Le determinazioni fotografiche di latitudine e le ricerche recenti del 
Prof. Schwarzschitd. Torino. 1905. 

(3) Deve essore assicurata in modo stabile e indipendente dalla cupola ; ciô non è stato possibile 
fare in questo mio primo saggio speri mentale. 



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— 283 — 

fulcri stessi assumera délie posizioni rigorosamente sirametriche rispetto al verticale Est- 
Ovest, ptîr cui la média délie letture del cerchio corrispondenti aile coUimazioni di questo 
filo ci darà rigorosamente la lettura corrispondente alla posizione zenitale del cannocchiale 
meridiano. Disponencio poi il cannocchiale deir apparecchio in due posizioni normali aile 
precedenti, si potrà anche nel cannocchiale meridiano correggere Vasse di collimazione 
sul piano Est-Ovest ed ottenere cosi l' asse stesso corretto sullo zenit. 

AUo scopo di smorzare le oscillazioni sono state aggiurite al cannocchiale deir appa- 
recchio, dalla parte deir obbiettivo, délie appendici che pescano in un recipiente anulare 
contenente olio o meglio glicerina, ed inoltre è stato chiuso tuito l' apparecchio entre due 
tronchi di cono di lamina di zinco per proteggerlo dalla influenza del vente. I flli sono 
illuminati per di sopra da una lampadina elettrica attraverso un diaframma di vetro 
smerigliato. Con tali disposizioni si otliene un quasi complète annullamento délie oscilla- 
zioni (anche quando spira un poco di vente) e una illurainazione tranquilla e cos tante del 
campo del cannocchiale e si possono eseguire i puntamenti con comodità e precisione. 

Una prima série di valori ottenuti per la lettura corrispondente alla posizione zeni- 
tale del cannocchiale meridiano è la seguente, e, come vedesi, essi non sono disprezzabili 
per quanto T apparecchio richieda ancora alcuni miglioramenti. 



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— 284 — 



S 

1 

• 


Lettnra ottenuta 
per la posizione 

zenitale 
del cannocchiale 


Scostamenti 
délia média 

V 


vv 


1 


90». 00*. 38". 9 


+ 1.3 


1.69 


2 


38.3 


+ 0.7 


0.49 


3 


37.6 


0.0 


0.00 


4 


36.0 


— 1.6 


2.56 


5 


38.3 


+ 0.7 


0.49 


6 


37.5 


-0.1 


0.01 


7 


38.5 


+ 0.4 


0.16 


8 


35.9 


-1.7 


2.83 


9 


39.7 


+ 2.1 


4.41 


10 


39.9 


+ 2.3 


5.29 


11 


39.1 


+ 1.5 


2.25 


12 


37.4 


— 0.2 


0.04 


13 


36.7 


-0.9 


0.81 


14 


36.5 


— 1.1 


1.21 


15 


36.7 


-0.9 


0.81 


16 


37.8 


+ 0.2 


0.04 


17 


38.1 


+ 0.5 


0.25 


18 


36 8 


-0.8 


0.64 


19 


36.2 


-1.4 


1.96 


20 


37.2 


-0.4 


0.16 




152.6 


26.16 



Media 90.00.37.63 
Error medio di una determinazione 



= */^#=r. 



» délia média ==h:[/|^~| = .26 



Una seconda série di letture fu fatta inlercalando fra i diversi valori dello zenit le 
letture corrispondenti ai passaggi al meridiano di alcune stelle, e se ne ricavarono cosi al- 
trettanti valori per la latitudine dell' istrumento. La média délie letture zenitali fu adottata 
corne corrispondente allô zenit strumentale per tutta la serata, ed i risultati furono i 
seguenti : 



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— 285 — 





18 Giugno 1907 




Num. 
d'ordine 


Letture zenitali 


Stelle osservate 


Latitudine risultata 


1 


89». 57', 38.0 










p Bootis 


44«.29'.29".8 


2 


36.2 










8 » 


27.1 


3 


41.7 










l» » 


31 .9 


4 


41.5 










Yj Draconis 


32.8 


5 


38.6 










Gr. 2377 


29.8 


6 


41.2 










J Draconis 


31 ,4 


7 


40.8 










W Herculis 


30.1 


8 


38.4 










^ Draconis 


30.0 


9 


38.3 










Û) » 


29.8 


10 


37.6 










ç » 


29.1 


11 


39.1 






431.4 


301.5 



Media = 89 . 57 . 39 . 2 =t Media = 44 . 29 . 30 . 18 ± 0",5 

Valore dedotto (mediante elementi geodetici) 
dalla latitudine dell'Osservatorio deirUni- 44 . 29 . 29 . 96 



versità. 



Differenza 



0.22 



>> ^m::acj ag- ^ ' ' 



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Mem.RAcc.Sc.Bologna; Ser.Vl.TomJV. 




Conloli'inc. 



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^[ab.%ptotùi.^r^lpi/h 



^ 



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CURVA AUTOMATICA ISOTONICA CONIUGATA 

E VELENI DELLA FATICA MUSCOLARE 



COMUNIGAZIONE PRELIMINARE 



DBL 

I^itoip. I"VO 1<T(D-^X 

(letta nella Seduta del 12 Maggio 1907). 

CCN TAVOLA 

Le pubblicazioni che da me 1), dai miei allievi Mastri 2), Acquaderni 3), Spada 4), 
dal Blâzek 5), dal Kuliabko 6), dal Filippi 7), dal Pasanisi 8) sono state faite 
suUa curva automatica della fatica muscolare mi esimono dal dirne oggi dopo tanto tempo 
da che io V ho indicata. 

Poichè non mi è venuto fatto mai flno ad oggi dall' ultima mia pubblicazione di occu- 
parmi più di co teste génère di ricerca debbo una risposta brevemente al Filippi, il quale 
ha conchiuso in un suo lavoro, come la immersione in liquidi alteri le particolarità della 
curva, leda le proprietà del muscolo. 

Gli allievi del mio laboratorio che si sono occupati di studiare V influenza di alcune 
sostanze si sono certamente preoccupati della possibilité del fatto ricercato dal Filippi, 
se ne sono preoccupati tanto che hanno confrontato sempre i risultati ottenuti da solu- 
zioni di cloruro di sodio nel rapporto di probabile isotonia, con quelle délie sostanze tos- 
siche, che si dovevano studiare e che erano fatte sempre con altrettali soluzioni saline 
contenenti inoltre il veleno. 

Apprezzando le diflTerenze fra le due azioni, cioè il semplice cloruro di sodio, e il clo- 
ruro di sodio col veleno da studiare, evidentemente non si poteva cadere e non si cadde 
in alcun errore. E d' altra parte le curve, che i miei allievi hanno dato come normali otte- 
nute mediante immersioni in soluzioni di cloruro di sodio, corrispondono del tutto a quelle 
ottenute dai muscoli non immersi. Chi voglia confrontare queste curve o le mie con quelle 
portate dal Filippi per esemplari, potrà convincersi di una differenza énorme, per regolarità, 
per costanza, per estensione, la somiglianza e unicamente nel tipo. 

Quanto aile variazioni di lunghezza del muscolo durante la sua fatica, io avevo già 
formato un piccolo apparecchio atto a produrre T allontanamento del contatto elettrico 
per quanto il muscolo si fosse andato allungando, non potevo perô provvedere alF avvici- 
namento e del reste non ce n'è punto bisogno. 

La mia curva si presta bene allô studio dei vari veleni o farraaci, ha un tipo a se, 

Série VL — Tomo IV. 39 



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— 288 — 

présenta délie modiflcazioni particolari a seconda délie alterazioni che i farmaci portano 
sulla elasticità, suUa contrattilità, suUa eccitabilità del muscolo, il Filippi si domandava fin 
d'allora se quella era la curva automatica délia fatica, e trovava di dover rispondere 
per parte sua, francamente di no. 

Ebbene e perché ? Se il muscolo si allunga più rapidamente aumentando délia sua ela- 
sticità e toccando prima il contatto, non è questo per una i»roprietà sua intima ? Se per fatto 
di contrattura, perdendo quindi di elasticità esso tocca più tardi il contatto e quindi i sin- 
goli piccoli tetani si fanno più rari, non è questo un effetto di variazione propria del 
muscolo? In alcune prove eseguite pure nel mio laboratorio dal Dott. Tullio, allonta- 
nando appunto raediante una vite di brève passe il contatto elettrico sottoposto al muscolo 
abbiamo veduto che la curva si allunga va, ma che per ciô? Lo scopo nostro è di aver 
una curva di lunga durata? Il mio scopo fu quelle di lasciare a se il muscolo, libero di 
scegliersi il suo stimolo, libero di accorciarsi o di allungarsi, anche di allungarsi, perché il 
contatto è rappresentato da una laminetta a molla e non da un punto flsso; ma natural- 
mente questi allungamenti o questi accorciamenti portavano un' alterazione délia curva ed 
è qui r interesse, perche si rilevavano per tal modo più facilmente e più notevolraente. 

Esatta invece mi paro T osservazione del Pasanisi, che la mia curva automatica 
non rappresenti tutto il lavoro possibile del muscolo dacchè, come io stesso ebbi a rile- 
vare e i miei allievi pure pubblicarono, dopo esaurito il muscolo per un determinato sti- 
molo, aumentando la intensità di questo si puô ottenere altro lavoro. 

Il Pasanisi confessa di non aver potuto rimediare a questo inconveniente, che perô 
non ha importanza pratica ed ha esaurito il muscolo aumentando a periodi V intensità 
dello stimolo. Ho in mente un meccanismo per oltenere questo risultato automalicamente 
mediante V interposizione di un reostato e spero di raggiungere lo scopo. 

Intanto avverto che T inconveniente esposto del Pasanisi è reale, ma pu6 diminuirsi 
d' assai ricorrendo sul principio a stimoli massimi per intensità, che diverranno certamente 
sottomassimi successivamente, ma con differenze assai meno notevoli di quelle che non si 
abbiano scegliendo flno da principio uno stimolo medio come io ho indicato nelle mie pub- 
blicazioni. 

Ma poi devo anche qui notare che non occorre punto di ottenere tutto il lavoro che 
un muscolo puo compiere, il déterminisme sperimentale in questo caso indicava di met- 
tersi in condizioni tali da ottenere dal muscolo il massimo non assoluto, chè V assoluto è 
sempre irrealizzabile, ma relativo per quelle circostanze di ambiente croate dalla disposi- 
zione sperimentale. 

E quosto con la mia curva si ottiene. 

Promesse queste considerazioni ho volute qui esporre uno spéciale adattamento con 
che si puô contemporaneamcnte ottenere un tracciato di confronte normale, prodotto 
dagli stessi stimoli, con i medesimi intervalli, con la stessa durata e ciô sempre per lo 
scopo di avère risultati comparabili, giacchè in biologia tutto è relativo e relativo a cumuli 
di circostanze talora inafferrabili. 

Poste adunque che nella solita disposizione sperimentale da me usata, oltre al muscolo 



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— 289 — 

che aucomaticamente interrompe o chiude il circuito che deve stimolarlo, si introduca un 
altro muscolo, V oraonimo del lato opposto dello stesso animale, o di altro se cosi richiede 
lo sperimento, si comprende di leggeri che cotesto secondo muscolo dovrà obbedire aile 
condizioni del primo e se esso era normale metterà più in rilievo le alterazioni che V altro 
présenta, se era anormale per influenze esterne o intime dimostrerà per confronto il suo 
diverso modo di contenersi per degli stimoli di muscolo normale. 

Si dira facilmente che per tal modo quella specie di arbitrio che io avevo invocato per 
il muscolo, sparisce, che per il secondo muscolo, quelle délia curva coniugata o indotta, sarà 
scomparso l'automatisme, ma veramente basta porre in simile relazione due gastrocnemi 
dello stesso animale sano, non alterati dw^ante la preparazione, e ciô vuol dir molto, non 
eccitati da tagli o stimoli sullo sciatico, non stirati da pesi o dalle mani dell' operatore e 
le curve si vedranno identiche, per quanto possono dirsi identici i due miografi mati. 

Se i miografi non sono eguali per sensibilità, per lunghezza délia leva, per l'applica- 
zione dei pesi, le curve presenteranno sempre differenze. 

Il tracciato V che unisco mostra appunto una curva automatica, isotonica, coniugata 
ottenuta nel modo anzidelto. 

Evidentemente se il secondo muscolo, quello che potremmo dire influenzato, avesse una 
elasticità maggiore o si allungasse col tempo o si accorciasse, noi potremmo osservare tutto 
ciô e osservarlo per degli stimoli, per délie condizioni comandate da un muscolo, per 
quanto puô credersi eguale a lui. Non é già un vantaggio cotesto? 

II vantaggio perb più notevole si riferisce air uso dei medicamenti, questa mia comu- 
nicazione ha il solo scopo di indicare una disposizione nuova ed un fatto anche inaspettato. 

Interessatomi alla ricerca deir azione dell' adrenalina per dimostrare la esattezza délie 
teorie più reputate suUa sua funzione e specialmente quella di antitossico contre i veleni 
délia fatica muscolare, mi venue fatto di cercare quale influenza esercitassero questi pro- 
dotti direttamente portati intorno al muscolo. 

VoUi perô sempliflcare la disposizione sperimentale che avevo preparato per i miei 
allievi. Invece di servirmi di un tubo di vetro sul fonde del quale fosse flssato il femore 
e dalla apertura superiore uscisse il filo assicurato al tendine d' Achille, fllo che doveva 
poi scorrere sopra due carrucole per soUevare il miografo, pensai di usufruire la pelle 
délia stessa zampa di rana nella quale riraanesse compreso il solo gastrocnemio. 

La preparazione semplicissima è la seguente : taglio la coscia alla sua radice e lego 
un filo attorno alla zampa al disotto délia inserzione del tendine d'Achille, fllo, che ser- 
vira ad innalzare la leva del miografo. 

Questa legatura deve essere stretta. si, ma non taie da tagliare la pelle, il che è facile 
avvenga se si usa spago di canapa cerato. Scuoio allora le zampe diligentemente ponendo 
mente di non lacerare la pelle di contre al ginocchio presse il quale essa ha aderenze 
forti. ïolgo le masse muscolari délia coscia e di un colpo nette recido lo sciatico o lo 
lascio intatto se voglio servirmene per l' eccitamento, come faccio per certi casi speciali. 
Asporto la tibia per tutta la diafisi e i muscoli che 1' abbracciano e poi tenendo la zampa 
per le dita, rovescio la pelle come un dite di guanto. 



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Ho cosî costruito una specie di astuccio nalurale che pub servire benissimo di serba- 
toio per i liquidi di prova da introdursi poi con una sottile pipelta e fissando l'estremità 
superiore délia pelle in alto, corne fosse un gambale da cavallerizzo o da motociclista ! 

La preparazione riesce in un momento, è più facile anche di quella che facevo un tempo, 
se non si voglia adoperar Iquidi ha lo scopo di proteggere il muscolo dair essiccamenio 
e quindi è sempre utile. Mi preineva dunque di vedere per tal modo gli eflfetli già noti di 
un estratto di muscoli affaticati in confronto di un estratto simile di rauscoli normali. 

Ripeto che qui voglio solamente fissare il fatto. I rapporti con le cognizioni che pre- 
cedono la mia osservazione verranno poi, quando avrô chiarito diversi altri risultati. 

Per afTaticare V animale, naturalmente scelsi la rana per non promuovere azioni com- 
plesse, plantai un ago sul muso deir animale e con un altro riunii le estremità délie zampe 
posteriori. Applicai ai due aghi i reofori di un circuito indotto, nel rocchetto priraario del 
quale era interposto il mio (1) interruttore pendolare a 1 oscillazionc per secondo. 

Avvicinai i rocchetti di 5 cm. ogni 5 minuti partendo da una distanza di 15 cm. e 
cosi ottenni che dopo un quarto d' ora di tetani che duravano ciascuno circa V, secondo 
i muscoli non si contraevano più qualunque fosse lo stimolo e dovunque applicato. Il cuore 
perb continuava a pulsare e io sacriflcavo rapidamente V animale ne toglievo tutto il tes- 
suto muscolare o il più che mi era possibile, lo pestavo flnamente in mortaio di vetro e 
aggiungevo mano mano il doppio in peso di soluzione di Na Cl a 0,75%, dopo un contatto 
di 10' circa talora anche flno a mezz' ora spremevo su tela e raccoglievo il succo. 

In modo eguale mi contenevo per ottenere il succo di muscoli normali. 

Orbene il succo dei muscoli normali diede sempre una diminuzione del lavoro mu- 
scolare in confronto del succo dei muscoli affaticati ; dimostrarono i muscoli trattati col 
succo di materiale fresco una eccitabilità più facile ad esaurire, una elasticità minore. 

E questi fatti si osservarono ora più ora meno tanto opérande appena introdotto il 
succo intorno al muscolo, come lasciandolo in contatto per 5' prima di incominciare la 
curva, tanto se il muscolo portava il peso durante questi 5 miimti, quanto se non lo por- 
tava, tanto se il muscolo irrorato da succo di materiale affaticato era quelle che inter- 
rompeva il circuito, quanto se era quelle influenzato. 

A che cosa sia dovuto il fenomeno che è certamente paradossale sarà mio compito di 
cercare, T attività del succo di muscolo affaticato ha mostrato di mantenersi per 24 ore 
a 10**; ricerche dirette a dimostrare l'azione di questo succo sopra muscoli ancora uniti 
air animale saranno comunicate in seguito, esse tendono a confermare quanto ho già 
osservato sui muscoli staccati. 

Il tracciato 2** présenta uno di questi casi molto caratteristico, V effetto fu évidente non 
solo nella prima curva, ma anche in una successiva ottenuta dopo 15' di riposo. 

Infatti misurate le due curve e detratto V effetto delF ingrandimento cioè divise per 3 



(1) Ivo Novi — Un apparecchio, che segna le frazioni di secondo fino al centesimo e i multipli 
fino al terzo secondo ecc. ecc. 

Memorie délia R. Accademia délie Scienze di Bologna. Seduta del 20 Maggio 1901. 



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— 291 — 

il lavoro compiuto, si trova che la curva dovuta al succo di muscolo normale diede un 
lavoro di grammetri 2,45, mentre l'altra ne diede 6,70! 

I materiali délia fatica muscolare avevano dunque stimolato il gastrocnemio ad un 
lavoro triple, di quello che si era potuto ottenere dal contatto con materiali provenienti 
da muscoli freschi. 

Pensando che la diluizione cui sottoponevo il succo muscolare fosse troppo notevole, 
dacchè il succo raedesimo era trattato xîon due parti di menstruo, ne préparai altre con 
una parte sola di soluzione e con questo solo procedimento ottenni il risultato notato dal 
Weichardt (1) e dagli altri Autori. 

II tracciato 3** dimostra benissimo questo risultato. In questo caso il succo muscolare 
fu ottenuto pesando 5 gr. di muscoli di rana e triturandoli per 10' in mortaio con 5 ce. 
di soluzione di Na Cl al 0,75%. Il lavoro compiuto dal gastrocnemio immerso nel succo 
di muscolo fresco fu di grammetri 7,09 e quello del gastrocnemio immerso in succo di 
muscolo aflFaticato fu di grammetri 5,75. 

Probabilmente con materiale anche piit concentrato si otterranno risultati più note- 
voli, intanto credo intéressante mettere in vista il fatto osservato, che cioè piccole dosi di 
prodotti délia fatica muscolare possono causare nel muscolo uno stato spéciale, che andrô 
analizzando in altra comunicazione, stato spéciale, che dà luogo ad un maggiore lavoro, 
mentre dosi più forti mettono in vista i caratteristici fenomeni délia fatica. 

A questo proposito faccio osservare che le curve automatiche ottenute sotto Y in- 
fluenza dei prodotti di fatica, o per essere più esatto dirô, dei succhi di muscolo affati- 
cato, presentano i caratteri dell' ultima fase che io ho descritto nella mia curva auto- 
matica, di quella cioè simile al tracciatx) del Kroneker. Nella curva ottenuta in tali 
condizioni manca precisamente quella 4* fase che, a mio parère, esprime il prodursi di 
fatti anabolici durante il più lento rilasciarsi del muscolo non ancora stanco. 

L' azione eccitante délie piccole dosi di prodotti di fatica rende conto del fenomeno 
dette di allenainenio durante un determinato période di lavoro muscolare. 



(1) È noto che il Weichardt (*) da muscoli aifaticati ha isolato una tossina capace di determi- 
nare per iniezione i fenomeni propri délia fatica, non solo, ma ha pure potuto produrre una antitossina 
atta a combattere gli effetti délia tossina stessa, perô il succo usato dal Weichardt era diluito in 10 
parti dl soluzione salina. 

(*) MQDch. mdd. Wocbenschrift, Tomo XLVIil pa«. 2121 — Idem, Tomo LU pag. 1234. 



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NOTA - Durante la correzione délie bozze di stampa è uscito un lavoro del Dott. 
Panel la, sulPazione del principio attivo surrénale suUa fatica muscolare (l). Il Dott. 
Panel la ha usufruito délia disposizlone sperimentale usata da me e dai miel allievi e 
nel présente lavoro modificata, per lo sludio deir azione di liquidi su muscoli isolati. Con- 
frontando questo metodo col processo délie iniezioni e l'uso dei muscoli in sito, il Pa- 
nel la ha trovato che il contatto diretto delF adrenalina non dà per nuUa gli effetti délie 
iniezioni di questa sostanza e si propone di studiare le ragioni di questo falto. 

lo debbo dichiarare che nelle proye mie e dei miei allievi la differenza fra le due con- 
dizioni fu semplicemente in ragione délie dosi usate e che nella sua tesi di laurea discussa 
due anni sono il Dott. Pietro Boriani dimostrô che nella ranasotto l'influenzadi adre- 
nalina si aveva un lavoro muscolare più lungo e più cospicuo. 



(1) Dott. Amilcare Panella. Annali dello Università Toscane. Vol. XXVI Estratto. 



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BIBLIOGRAFIA 



1). IvoNovi — La cura délia fatica muscolare — Bullettino délie Scienze Mediche 1897. Sé- 
rie VII Vol. VIII. 

Idem — Azione délia temperatura salla curva aatomatica délia fatica muscolare — Bullettino délie 
scienze Mediche 1900. Série VU Vol. XI. 

Idem — Die automatîsche Curve der Muskel-Ermûdung. Erwiderung. — Pflûger' s Archiv fur die ge- 
sammte Physiologie. Bd. 88. 1901 pag. 301. 

2). Dott. Carlo Mastri — Azione délia veratrina o délia caffeina sulla curva aut. délia fatica. 1907 
— Bullettino délie scienze mediche série VIII Vol I. 

3). Dott. Augusto Acquaderni — Azione délia cocaina e del Cloruro di Ba ecc. 1901 — Bullet- 
tino délie Scienze Mediche. Série VIII Vol. I. 

4). Dott Gaetano Spada — Azione dell' anidride carbonica sulla curva ecc. 1901. Archivio di Far- 
macologia e Terapeutica, Vol. IX. 

5) Boleslaw Blâzek — Ein automatischer Muskelunterbrecher, 1900. Arch. fur die ges. Physiolo- 
gie pag. 529. 

6). Dott. Kuliabko — Arch. fur die ges. Physiologie 1901. 

7). Dott. Ed. Filippi — Influenza dell' immersione del muscolo in vari liquidi sopra la curva autq- 
matica délia fatica, 1902. — Arch. di Farmalog. sperim. e scienze affini. Anno I Vol. I. 

8). D. R. Pasanisi — Sulla jurva délia fatica muscolare Arch. di farmacologia sperim. e scienze 
aflSni Anno II Vol. IL 



»-TSjr?^jf^^- 



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CELLULE CROMAFFINI E " MASTZELLEN „ 

NELLA REGIONE CARDIACA DEI MAMMIFERI 



MEMORIA 

BEL 

Dottor GIULIO TRINCI 

(letta nella Sessione del 26 Maggio 1907) 

CON UNA TAVOLA 



Le più recenti ricerche hanno del tutto modificato il concetto che si aveva di quel 
tessuto dapprima scoperto corne costituente la parte midoUare nelle capsule surrenali 
dei Mamrniferi. AUo stato présente délie nostre cognizioni gli elementi di questo tessuto, 
altrinienti distinto corne « cromaffine » o « feocromo » per la sua proprietà dî colorirsi 
più o meno in giallo quando venga trattato con miscele cromiche, si considerano corne un 
particolare tipo cellulare, geneticamente ed anatomicamente legato al sistema nervoso 
simpatico, trovantesi soltanto in linea secondaria, negli Aranioti, in rapporte con la sostanza 
corticale délie capsule surrenali. Nei Vertebrati inferiori infatti non esistono organi che, 
nello stretto senso délia parola, possano designarsi coine capsule surrenali ; esistono invece 
due catégorie di corpi ciascuna costituita da uno dei tessuti che nelle capsule surrenali 
dei Mamrniferi rappresentano la sostanza corticale e la midoUare. Tutta una série di for- 
mazioni Jescritte nei Vertebrati, in varie epoche e da vari autori, corne € corpi soprarenali », 
« nidi cellulari », 4c gruppi di cellule brune », « corpuscoli feocromi », < paragangli », etc., 
costituisce, seconde le odierne vedute, un sistema autonome di organi diversamente distri- 
buiti negli animali délie cinque classi ma perfettamente oraologhi per derivazione embrio- 
logica corne per proprietà strutturali e fisiologiche: organi di cui base anatomica comune 
è la cellula cromafflne. Il sistema feocromo ed il simpatico derivano entrambi dalla stessa 
matrice e conservano anche neir adulte intimi rapporti, poichè se in gran parte gii ele- 
menti del primo si dispongono lungo le pareti dei grossi vasi o contraggono relazioni ana- 
tomiche con la sostanza corticale délie capsule surrenali, in parte rimangono intercalati 
fra i gangli ed i nervi del simpatico stesso. 

Una conoscenza abbastanza estesa délia distribuzione dei corpi cromaffini nell' organisme 
dei Mamrniferi la possediamo per opéra di Kohn (11, lia, 12, 13) e Ko se (15). Seconde 
le ricerche di Kohn, alcuni di tali corpi, che egli distingue colla denominazione di « pa- 
Serie VI. — Tomo IV. 40 



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ragangli », godono socondariîxmente noiradnlto di una cerla indipendonza dal simpatico; altri 
invece conservano stretti rapport! con i gangli ed i nervi di codesto sistema, rimaiieiidovi 
inclusi sotto forma di nidi cellulari o di cellule isolate (*). Kohn diniostra infatti la pro- 
senza di giacimeiiti cromafflni nei gangli cervicali superiori, nei gangli dei cordoni limitrofi 
e in numerosi gangli e nervi dei plessi simpatici periferici, segnatamente del Plexus coo- 
liacus, aorticus abdominalis, mesentericus inferior, hypogastricus superior et inferior. Ko se 
da suo canto li ha osservati nei gangli simpatici del coUo, in quelli toracici e lombari dei 
cordoni limitant! e !n quelli del Plexus solaris e mesentericus inferior. 

Lo scopo per eu! ho iniziato il présente studio è stato di stabilire se anche nei nervi 
e gangli simpatici délia regione cardiaca dei Mammiferi esistessero inclusion! di elementi 
cromafflni. A ci5 mi ha indotto specialmenle la notizia di Schwartz (24) che alla super- 
ficie del cuore di topo, insieme a cellule ganglionari, esiste un numéro di particolar! elementi 
più piccol! dei nervosi e più intensamente colorabili, i quali, isolât! o in piccoli gruppi, 
accompagnano ! nervi ed i vasi o dimorano neirinterno dei gangli stessi. Mio primo 
pensiero nei leggere il lavoro di Schwartz è stato che tal! élément!, da lui denominati 
€ cellule granulose del cuore » e con una certa dubbiezza ravvicinati aile < Mastzellen » 
di Ehrlich, fossero di natura cromafflne; la quale ipotes! sembravami sostenuta dalla loro 
particolare distribuzione corne dalla circostanza che receniemente Valedinsky (27) ha 
accennato alla probablle presenza di giaciment! cromafflni nella regione cardiaca del vitello. 
Valedinsky infatti descrive e rafflgura occasionalmente, presse un ganglio nervoso del 
cuore (ventricolo), un cumule d! particolar! cellule comprese eniro una capsula connettivale. 
Egli pensa che tal! cellule, le quai! costituiscono una formazione nettamente separata dalla 
massa ganglionare e si distinguono per una certa scarsezza di contenuto citoplasmatico e 
per il volume piuttosto rilevante del nucleo, rappresentino une « Zellnest » di Sigmund 
Mayer, vale a dire un nido di cellule cromafflni. 

Se da quanto ho esposto risulta, in conclusione, che nessun dato précise possediamo 
sinora intorno ail' esistenza di paragangli cardiaci nei Mammiferi, altrettanto non puî) dirsi 
relativamente ad altri Vertebrati; poichè nei Ciclostom! e negli Uccelli, s! sono ottenut! por 
opéra d! Giacomini (7) e di Ko se (16) risultat! positivi, i quai! m! hanno permesso di 
ritenere non infondata T ipotes! che mi consigliô le présent! ricerche. 

Giacomini infatti ha osservato che, nella regione cardiaca di Petromyzon marinnSj 
il tessuto cromafflne si dispone suUa faccia ventrale del sono venoso facendo sporgenza nei 
sue lume e che un certo numéro di elementi nervosi si intromette fra la sostanza del 
tessuto stesso: d! più anche nella regione cardiaca di Atn'hocoetes branchialis egli ha 
notata la presenza di straterell! di sostanza midollare. 

Kose a sua volta ha dimostrato che in diverse parti délie orecchiette cardiache degl! 
Uccelli esistono gruppi più o meno numerosi di cellule cromafflni (paragangli* cardiaci), 
i quai! regolarmente si trovano in stretta connessione con ! nervi simpitici: infatti tal! 



(*) L'esistenza nei simpatico di elementi identificabili con i niidollari délie capsule surrenali, prima 
che da Kohn, è stata segnalata nei Mammiferi da StiUing (20a e 20b). 



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grui)pi posseggono alla loro superficie un esile rivestimento connettivale costituilo in gran 
parte da una prosecuzione dell' epineurio dei nervi stessi. 

Ai risultati di Giacomini e Kose è da aggiungere che anche dagli Anflbi anuri,'in 
una regione molto prossima alla cardiaca, cioè presso Tilo pohnonare, sono stati descriiti 
da Smirnow (25) nidi cellulari di Siginund Mayer. 






Ho già rilevato che presumibilmente i corpi cromafflni nel cuore dei Maramiferi do- 
vrebbero risiedere neirinterno o in prossimità dei gangli nervosi apparteiienti a taie organo. 
Avanti di esporre i risultati délie mie indagini ritengo perciô opportuno richiamare qualche 
notizia suir innervazione ganglionare cardiaca di cotesti Vertebrati. 

Degli autori che si sono occupati deir argomento, parte [Koplewsky (14), Ott (21), 
Eisenlohr (5), His jun. (8), Lomakina Nadina (17)] hanno descritto la presenza di 
gangli di élément i nervosi isolati soltanto nel distretto délie orecchiette ; parte [Remak 
(22), Vignal (28), von Openchowsky (20), I. D. Dogiel (4), Jacques (9 e 10), 
Schmidt (23b), Noc (19), Shuk (24a) j li hanno rinvenuti anche in quelle dei ventricoli. 
Contre la negazione recisa di Schwartz (24) ed Eng el m an n (6) che il sistema ganglio- 
nare si estendesse al disotto dei solco atrio-ventricolare, di récente anche Valedinsky (27) 
e Smirnow (26) hanno dimostrato che in realtà nuraerosi gangli trovansi nella regione 
dei ventricoli, non escluso l'apice. 

Per quanto la questione dell' innervazione intracardiaca dei Mammiferi non sia ancora 
completaraente delucidata, tuttavia daU'insieme délie descrizioni degli autori si traggono 
sufficienti notizie sulla distribuzione dei relativi cumuli gangliari. I rarai cardiaci pror 
venienti direttamente o indirettamente dal pneumogastrico si uniscono alla base dei cuore 
insieme ai rami cardiaci dei simpatico cervicale formando un plesso principale, munito di 
gangli, distinto corne « cardiaco »: da esso dériva secondariamente, nello strate profonde 
dei pericardio subito al disopra dei miocardio, un seconde vaste plesso, che per la sua 
posizione fu designato da A. S. Dogiel col nome di « subpericardiale ». Questo plesso, 
contrariamente aU'altro più profonde < subendocardiale », è caratterizzato dalla presenza 
di gangli diffusi su tutta la zona da esso occupata alla superficie délie orecchiette e dei 
ventricoli, ma specialmente frequenti nella regione auricolare presso gli orifici délie vene 
cave e délie vene polmonari ed in quella veniricolare presso il solco coronario. I gangli, 
circondati e compenetrati da tessuto connettivo, giacciono lungo il decorso o in rapporte 
con le trabecole dei plesso. Essi constano di un numéro estremamente variabile (1, 3. 5, 10, 
sine a centinaia) di cellule nervose distinguibili in due catégorie: cellule unipolari mené 
numerose appartenenti al sistema cérébro-spinale e cellule mi:ltipolari perfettamente simili 
a quelle dei gangli dei cordoni limitrofl. In conclusione i gangli cardiaci contongono, 
diversamente mescolati, olementi cerebro-spinali e simpatici e debbono perciô riferirsi alla 
categoria dei gangli niisti. 



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Agglungasi da iiltimo che cellule i?angliari anche nello si)essore del miocardio sono 
State osservate da Berkley (1), A. S. Dogiel (3), Jacques (10) e Smirnow [20) (♦). 






Fer il mio studio mi sono valso di cuori Iratti da rapprosentanti délie segucnti specie : 

Mus decumamis var. alh. adulte, 

Cavia cobaya adulto, 

Felis domestica neonato, 

Ei^naceiis europaetis adulto, 

Ovis aries giovane. 
Avendo constatato direttamente quanto sia difficile Potlenere sezioni inlere e surtl- 
cientemente sottili se le cavità cardiache rimangono occupate da grumi sauguigni, ho 
ucciso gli aniinali por dissanguamento resecando i grossi vasi del collo. I cuori, asportati 
con il pericardio, sono stati fissali in sublimato acetico o in Hquido di Zenker o in liquido 
di Millier con aggiunta di forinolo. Quest^ultima raiscela, seconde il coraune consenso degli 
autori, è fra le piîi appropriato per una buona conservazione del tessuto croniafflne cui di 
solito conferisce una colorazione gialla di varia intensità. Per la ricerca délie < Mastzellen » 
è stato impiegato corne fissativo T alcool assoluto, T uso del quale si rende indis[)ensabile 
quando vogliasi accertare la presenza o la mancanza di tali elementi nei t^ssuti sotto- 
posti air osservazione. Si sa infatti [Maximow (18)] che, in seguilo alla solubilità mag- 
giore minore nell'acqua délia sostanza che costituisce le granulazioni caratteristiche délie 
« Mastzellen », non è possibile in molti casi riconoscere le medesime se non evitando, durante 
le varie manipolazioni, Tacqua stessa e qualsiasi soluzione acquosa. Dopo essore stati ridotlti 
in pezzi, i cuori furono inclusi in paraffina e sezionati serialmente. Le colorazioni furono 
ottenute mediante emallume ed eosina oppure, per la ricerca dello < Mastzellen », mediantc 
una soluzione di tionina in alcool a 50"* seguendo le norme del metodo Nissl. 



* « 



Le osservazioni relative alla distribuzione ed alla situazione dei cumuli ganglionari 
coincidono in massima con le notizie sopra enunciate : ritengo pcrcio superfluo entrare in 
maggiori dettagli che riuscireijbero del tutto estranei al tema propostomi. 

Rsporro subito piuttosto quanto mi è risultato a proposito délie cellule granulose do* 
scritte da Schwartz; di quelle cellule, cioè, che avevo supposto potessero essere di 
natura cromafflne. 

Nei preparati di cuore di toi>o fissati con alcool assoluto od anche con sublimato acetico 



(*) Chi desidemsse ma^çgiori notizie suirinnervazione intra- et extracardiaca dei Vertebrati in 
génère piiô consultare la recentissima edizione délia monografia di Cyon sui nervi del cuore (2), per 
quanto T argomento vi sia trattato in massima dal lato fisiologico 



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e trattati seconde il raetodo Nissl, lo stesso metodo adottato daSchwartz nelle sue ricer- 
che, apparisce un numéro sorprendente di cellule che, dalla spéciale colorazione e dalle pro- 
prietà morfologiche, ho subito riconosciuto per quelle descritte sotto il nome di « cellule gra- 
nulose » (fig. 1 e la). Esse trovansi, isolate o in piccoli gruppi, in tutte le parti in cui 
esiste tessuto connettivo, ma specialmente nella regione auricolare : giacciono cioè nello 
spessore del pericardio, nel tessuto adiposo, alla superficie dei tronchi nervosi, alla 
periferia e neirinterno dei cumuli gangliari , neiravventizia dei vasi, nel connettivo 
intermuscolare, etc. Lungo la parete dei vasi non è raro inoontrarle ordinate in file 
piîl meno estese. In quanto ai loro caratteri particolari, si presentano piuttosto vo- 
luminose in coufronto degli altri eleraenti del connettivo (diam. ji 12-15) e prevalente- 
mente sotto ibrma ovale, ma spesso sono anche sferiche, fusiformi o poligonali con angoli 
acuminati. Una proprietà che permette di distinguerle a prima vista, per quanto comune 
anche aile cellule ganglionari, è quella di presentare la massa citoplasmatica intensa- 
mente colorita, montre la totalità degli altri elementi assumono una colorazione azzurra 
esclusivamente nucleare. Non è possibile perô alcuna confusione tra le cellule nervose e quelle 
in discorso, poichè le prime difTeriscono sensibihnente dalle seconde sia per il volume e la 
struttura del corpo citoplasmatico e del nucleo, sia per il tono générale délia colorazione. 
Le cellule nervose infatti, sebbene variino molto in dimensioni, appariscono in ogni caso più 
grandi e sopratutto si differenziano per la presenza. di vistose zoUe tigroidi perinucleari 
intensamente azzurre ; le granulose invece si distinguono in spécial modo per la tinta rosso 
vinosa o rosso-violetta del citoplasma riccamente consparso di granulazioni rotondeggianti 
brune. Il nucleo è piuttosto piccolo, sferoidale, spesso situato nel centro, talora alla peri- 
feria e présenta una membrana e corpuscoli cromatinici intensamente coloriti in azzurro, ma 
talora risalta sul fondo rossô-vinoso del citoplasma sotto V aspetto di una formazione tinta 
omogeneamente in azzurro cupo. AUo scopo di ottenere una distinta differenziazione del 
nucleo e dei granuli contenuti nel citoplasma, è necessario spingere ad un alto grade la 
decolorazione con alcool ed olio di anilina ; in caso contrario la cellula apparisce come un 
corpo opaco rosso-bruno in cui non è possibile riconoscere nessuno dei particolari ora 
descritti. Nel materiale flssato con liquide di Zenker e célérité con tienina i risultati 
sono identici; in quelle flssato con liquide di MlUler e formolo e célérité con emallume- 
eosina è molto difficile distinguere le cellule in parola perche le granulazioni, visibili cogli 
altri trattamenti, passane del tutte inosservate. 

I risultati esposti mi fanno escludere assolutamente la mia ipetesi primitiva che le 
cellule granulose di Schwartz siano da considerarsi di natura cromafflne, poichè mancano 
loro tutti i caratteri che distinguono gli elementi di taie tessuto ; mi pongono anzi in grade 
di identificare le medesime con le < Mastzellen » di Ehrlich, cenfermando cosi la dubbia 
opinione deirautore che primo le descrisse. In complète favore di questa identificazione 
depengone la loro residenza esclusivamente connettivale e le loro reazioni di frente aile 
sostanze coloranti. Conosciamo infatti che le « Mastzellen » come particolari elementi del 
connettivo, i quali vengono caratterizzati dalla presenza di numerose granulazioni diflFuse nel 
citoplasma e dalla pro[)rietà di assumere con i céleri basici di anilina una tinta spéciale 



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diversa da quella che il reattivo comunica agli altri elementi; una tinta, cioè, metacro- 
matica. E precisamente la tinta comunicata aile < Mastzellen » dai colori azzurri ë, conie 
nel nostro caso, d'un rosso violaceo. Tanto più fondata riesce T identificazione quando poi 
si prenda nota dei dati che Maximow (18) fornisce nel suo récente ed accurato lavoro 
sulla varie forme cellulari del connettivo dei Mamniiferi. Egli ci dà col suo studio una 
estesa illustrazione délie < Mastzellen » di molti Mammiferi e fra gli altri del topo e del 
ratto ; nelle quali forme, contrariamente a quanto si verifica in altri Roditori, le < Ma- 
stzellen » raggiungono il più alto grade di sviluppo e si trovano diffuse in tutti gli organi. 
Le raie osservazioni coincidono perfettaraente con quanto egli dice e rafflgura a proposito 
di quegli elementi che distingue dai « Mastleucocyten » come « histiogenen » o « Binde- 
gewebsmastzellen ». Ricorderô da mia parte, in aggiunta aile notizie fornite da Maximow 
sulla loro distribuzione, che essi si rinvengono pure in discreto numéro nel connettivo in- 
terstiziale del timo e nelPinvolucro délie capsule surrenali (*). 

Anche nella regione cardiaca del gatto ho riscontrato la presenza di < Mastzellen » le 
quali mostrano la stessa distribuzione di quelle del topo, ma ne differiscono sensibilmente 
per i caraiteri citologici e per il numéro (flg. 2, 2a, 2b, 2c). Il corpo cellulare si présenta 
alquanto meno voluminoso (diam. |x 8-10), la granulazione diffusa nel citoplasma più mi- 
nuta, quasi pulverulenta, il nucleo, in proporzione délie dimension! deU'elemento, più 
grande (diamètre |i 4-5): circa la frequenza con cui si incontrano tali cellule nel connet- 
tivo, essa è molto minore che nel topo. Questi dati trovano piena conforma in quelli che 
Maximow fornisce a proposito délie « Mastzellen » osservate in altre regioni del 
gatto stesso. 






Esaurito quanto concerne la presenza di < Mastzellen » nella regione cardiaca, vengu 
ad esporre ci6 che mi è risultato a proposito del tessuto cromaiïlne. 

— Mics decumanus adulte. — Comincerb dai rilevare che, nei preparati fissati con 
liquido di Millier e formolo, invano ho ricercato elementi, se si escludano i corpuscoli 
sanguigni, che presentassero la caratteristica reazione gialla délie cellule cromafHni. Una taie 
constatazione, che in altre circostanze mi avrebbe forse indotto ad abbandonare la ricerca, 
nel caso présente non mi ha invece recato sorpresa, sapendo per gli studi di Kohn (12) 
che anche nei paragangli intercarotici del ratto e del topo gli elementi cromafflni sono 
difflcilmente colorabili con le soluzioni cromiche. Aggiungasi cho pure Ko se (16), negli Uc- 
celli, ha osservato che le cellule le quali costituiscono i paragangli del coUo e del cuore, 
contrariamente a quelle dei paragangli soprarenali (sostanza midollare délie capsule sur- 
renali), non si coloriscono in alcun modo in seguito a fissazione con miscele cromiche. Ko se 
inoltre ha rilevato che tali elementi, da lui designati come < cromafflni incolori », possono 



(•) « Mastzellen » nell' involucro e nelPinterno délie capsule surrenali dei Mammiferi e d' altri 
Vertebrati sono state ultimamente descrittç anche da Sabra zès-Husnot (23 e 23a). 



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— 301 — 

anche trovarsi intercalât! fra quelli colorabili in altri paragangli : cosî, ad esempio, in al- 
cuni gangli toracici e cervicali dei cordoni liraitanti, in diversi nervi simpatici addominali 
e talora anche, in grande quantità, nel paraganglio soprarenale. D' altra parte è certo che, 
per il loro peculiare abito morfologico e per la loro distribuzione (Ko se) corne per lo 
sviluppo diretto da cellule gangliari embrionali (Kohn), tali elementi incolori debbono 
considerarsi di natura croraaffine. 

La mia aspettativa infatti non è rimasta delusa perché, in rapporto col plesso subpe- 
ricardiale e sopratutto con i cumuli ganglionari, ho rinvenuto formazioni che, in base ai 
précèdent! risultati di Kohn e di Ko se, ho tutta ragione di considerare corne giacimenti 
di tessuto croraafflne. Tali formazioni si presentano per lo più sotto forma di piccoli cumuli 
cellulari non colorabili in giallo col fissativo cromico e giacciono di preferenza alla periferia 
dei gangli nei punti di entrata od uscita dei fasci di fibre (figg. 3 e 4) ; ma talora si rin- 
vengono anche completamente compresi fra gli elementi simpatici oppure a lato o inclusi 
nei tronchi nervosi che costituiscono le trabecole dei plesso (flg. 5). Moite volte, anzichè 
di cumuli più o meno grossi e variamente conformât!, si tratta di file cellulari o di cellule 
isolate che possono trovarsi anche disposte lungo la parete dei vas! di piccolo calibro. I 
cumuli assumono Taspetto di veri nidi cellulari quando sono circondati da un sottile ri- 
vestimento di connettivo ; ma spesso sembrano mancare d' un involucro proprio e giacere 
in diretto contatto con gli elementi ed ! fasci nervosi. Nel loro interne si notano numerosi 
e sottilissimi capillari, i quai! costituiscono una rete intercellulare che caratterizza molto 
bene i piccoli organi; vi si distinguono inoltre, per la forma e le dimension!, parecchi 
nuclei connettivali, la cui presenza fa supporre che gli elementi più voluminosi siano com- 
presi fra le maglie d' uno stroma. Come è noto, ambedue queste dis;iosizioni sono state 
osservate in molti altri paragangli. 

Relativamente ai caratteri citologici délie cellule che costituiscono i cumuli inparola, 
osserverô che le medesime, nei préparât! flssati con Mtiller e formolo e colorit! con 
emallume, si distinguono abbastanza facilmente sia dalle cellule nervose sia dalle connet- 
tivali per le particolari proprietà morfologiche come per il tono délia colorazione alquanto 
più intense. I limit! cellulari generalmente sono poco distinti, tanto da non poters! escludere 
che in qualche punto esistano masse sinciziali simili a quelle osseWate da Kose nei pa* 
raganglî carotic! degli Uccelli e da altri autori in altri paragangli. Soltanto in pochi casi 
sono riuscito a distinguere il contorno poligonale délie cellule reciprocaraente compresse oppure 
la forma rotondeggiante di quelle isolate. La massa citoplasmatica si présenta meno abbon- 
dante che nelle cellule midollari délie capsule surrénal! dello stesso animale : ha struttura 
omogenoa flnemente granulosa e, con le doppie colorazioni, assume una leggera tinta mista. 
Il nucleo, perfettamente distinguibile da quelle délie cellule nervose e connettivali, è quasi 
sempre sferoidale (diam. {i 4-5), colorato piuttosto intensamente e consparso di poche e mi- 
nute granulazioni cromatiniche. 

In conolusione le cellule da me descritte, per i rapport! costanti con i gangli e di 
neiTi simpatici dei plesso subpericardiale, per il fréquente raggruppamento in nidi compe- 
netrati da uno stroma connettivo e da una ricca rete di capillari sanguigni e per il par- 



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ticolare abito morfologico, si dimostrano délia stessa natura di quelle osservaie da Kohii 
da Ko se nei parai^angli intercarotici e cardiaci. I giacimoiiti da ess'^ costituiti, perfet- 
tainente simili ai nidi rafflgurali da Kohn in Taf. IV e da Kose in Taf. XXIV e proba- 
bilmente corrispondenti a quelli veduti da Valedinsky (Taf. 19-20, Fig. 2) nel cuore di 
vitello, debbono percio riportarsi al sistema générale feocrorao e considerarsi corne veri 
paraganglî. 

— Cavia cobaya adulte. — In taie specie ho riscontrato disposizioni identiche a quelle 
descritte nella précédente. Gli elementi cromafflni cardiaci difflcilmente rimangono coloriti 
in seguito a trattamento con miscele croiniche ; soltanto in via eccezionale ne ho osser- 
vato qualche piccolo gruppo che presentava una reazione giallo-bruna. 

— Felis domestica neonato. — Il plesso subpericardiale si distingue per una grande 
ricchezza di tessuto cromaiïlne le cui cellule, al contrario di quanto abbiamo constatato in 
Mus e Caviay assumono di fronte ai liquidi cromici una colorazione giallo-bruna o giallo- 
orange più o meno accentuata ma sempre évidente. Questa reazione caratteristica prova 
decisamente V esattezza délie conclusion! forinulate a proposito délie due specie per primo 
sottoposte air osservazione ; conclusion! quasi esclusivamente stabilité su! caratter! rciorfo- 
logici e citologici dei corpi da me désignât! corne cromafflni. Anche nel gatto lali corpi 
trovansi in stretta connessione con i ganglî nervosi (fig. 6) e presentano un volume varia- 
bilissimo. I piccoli giacimenti risultano costituiti di un solo nido che pu6 contenere anche 
un numéro molto scarso di cellule; i grandi invece constano d' un sistema di nidi compres! 
in un rivestiraento connettivale comune ed alla loro volta circondati ciascuao da una capsula 
propria. La struttura dei nidi è la medesima descritta nel topo: le cellule cromafflni, cioè, 
giacciono fra le maglie d' un trabecolato connettivale, di cui generalmente non si distin- 
guono che i nuclei, e si trovano in rapporte piîi o meno direlto con i numéros! capillar! 
che irrigano T organe e che al medesimo conferiscono un aspetto veramente caratteristico. 
Le cellule cromaffln!, se si eccettui la loro reazione gialla con le miscele cromiche, pre- 
sentano caratter! presse a poco identic! a quelli descritti nel topo, compresa la proprietà 
di riunirs! in masse sinciziali. Oltre che in contatto e neir interne dei ganglî, ho osservato 
piccoli nidi anche fra le fibre dei rami nervosi che coslituiscono il plesso (fig. 7), come 
pure cellule isolate o in gruppi lungo la parete dei vasi di calibre minore decorrent! in 
prossimità dei j^anglî. Non manchero infine di ricordare che, cefalicamente alla regione 
auricolare, nel territorio dei plesso cardiaco propriamente dette, ho pure incontrato, fra i 
grossi vasi che fanno capo al cuore, important! deposit! d! tessuto cromafflne sotte forma 
di corpi piuttosto voluminosi perfettamente simili nella struttura ai paraganglî carotici. 

— EHnaœus europaeus adulte. — I giacimenti cromafflni cardiaci sono qui anche più 
numéros! e in génère più voluminosi che nel gatto. Del reste mantengono gli stessi rap- 
port! con ! gangli ed ! rami dei plesso subpericardiale descritti nelle specie précèdent! e 
mostrano la medesima costituzione : forse sono meno riccamente vascolarizzat! (figg. 8 



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— 303 — 

e 9). Le cellule del tessuto specifico ra^fgiun^ono dimensioni piuttoslo considerevoli e, con- 
trariainenlç a quanto abbiamo verificato sin ora, presenlano liniiti assai ben distinti con- 
ferendo agli organi un aspetto d' insieme del tutto paragonabiie a quelle rappresentato da 
Kohn (12) per i paragangli carotici del gatto (ïaf. IV, Fig. 4). Anche qui perb non man- 
cano casi in cui si verifica un raggruppamento sinci^iale di più cellule. Mediante l'impiego 
dei Hssativi croinici, alcune cellule reagiscono intensamente in giallo, altre rimangono del 
tutto incolori : tanto le une quanto le altre possono costituire nidi a se, oppure rinvenirsi 
raescolate in un medesirao nido. Non mi trovo peraltro in grado di stabilire se si tratti 
di due varietà distinte o piuttosto d' una stessa qualità d' elementi colpiti in diverse istadio 
funzionale. Certo si è che fra i due non esistono dififerenze di struttura apprezzabili. 

— Ovis aries giovane. — - Di taie specie ho sezionato soltanto una piccola porzione 
délia regione auricolare contenente un ganglio. Neir interne di questo ho incontrato un 
bellissimo nido di cellule cromafflni colorite in giallo-citrino. Il nido è rivestito da una 
capsula connettivale propria e mostra la stessa struttura già descritta nelle altre specie. 

Giunto al termine délia présente memoria con la quale ho avuto occasione di dimo- 
strare Tesistenza, nel cuore dei Maramiferi, di due tipi cellulari entrambi caratterizzati, 
sebhene del tutto autonomi V uno dair altro, dalla proprietà comune di ritrovarsi nelle più 
diverse parti deir organisme, mi sia concesso di istituire un paragone fra i medesimi e di 
passare a qualche considerazione d' indole générale. 

Come gli elementi cromafflni, per la loro derivazione, per la loro struttura, per le loro 
reazioni di fronte ai reagenti délia tecnica raicroscopica, per la loro distribuzione ed i 
rapport! anatomici, rappresentano un tipo cellulare comprendente più varietà ma perfetta- 
mente definito, altrettanto le « Mastzellen », giusta i risultati dei recenti studi di Maximow, 
significano una forma speciflca cellulare del tutto .individualizzata e nettamente distinta da 
ogni altra delP organisme. La presenza costante e la diffusione di queste due specie cellu- 
lari, non solo nel corpo dei Mamuiiferi, ma altresi in quelle dei rimanenti Vertebrati, de- 
pongono con sicuro indizio per un' alta funzione ad ambedue riservata nell' economia ani- 
male. Per quanto limitate le attuali cognizioni sulla natura di queste funzioni ed incompleto 
r accorde fra gli autori, prévale tuttavia V opinione che in entrambi i casi si tratti di 
attività secretrici. Tanto gli elementi cromafflni infatti, quanto le « Mastzellen », si distin- 
guono per la presenza nel citoplasma di inclusioni del tutto paragonabili ai granuli di 
secrezione degli elementi ghiandolari tipici, non che per gl' intimi rapporti da cui son 
legati al sistema vascolare; rapporti i quali non possono riuscire che altamente favorevoli 
air esercizio di una funzione secernente. Aggiungasi, per il tessuto cromafflne, la partico- 
lare distribuzione del connettivo neir interne dei paragangli, il quale venendo a limitare 
interne aile cellule un completo sistema di aperture e di lacune, sembra a bella posta 
ordinato, seconde il giusto pensiero di Ko se, nel modo più favorevole air eliminazione di 

Série VI. — Tomo IV. 41 



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— 304 — 

prodotti secreli. Se adunque lo [iroprietà dei due tipi oellulari in parola coincidoiio ancho 
nel valore secreiivo délia loro attività, a me pare che entrambi possano distinguersi dai 
restant! organi ghiandolari per il carattere délia dispersione nelP organisme, la quale forse 
corrisponde a particolari contingenze del loro ufflcio. 

Si Iratta perci5 d' una ben definita categoria di organi secretorii, i quali, indipen- 
denteraente dalla loro derivazione embrionale e dalla natura dei prodotti elaborati, hanno 
in comune la proprietà di trovarsi disseminati nelle regioni più varie del cor{)0. Alla quale 
categoria che, in contrapposto ail' al(ra degli « organi ghiandolari a residenza localizzata », 
potremo distinguere come quella degli « organi ghiandolai^i diffiisi », debbono forse ascri- 
versi pure altri tipi di cellule, le quali, seconde le vedute più recenti, sarebbero inveslite 
di una funzione secretrico speciflca [vedi i paragrafl di Prenant-Bouin-Maillard (2Ia) 
suUe cellule adipose e pigmentarie] e, come le cromafflni e le < Mastzellen », si distin- 
guono per una larga distribuzione neil' organisme animale. 






Per concludere, possiarao ricapitolare quanto venue esposto precedentemente nei 
seguenti termini: 

a) Nella regione cardiaca dei Mammiferi esistono, variamente distribuite, < Mast- 
zellen » e cellule cromafflni. 

b) Le < Mastzellen » si rinvengono, isolate o in piccoli gruppi, in tutte le parti ove 
esiste tessuto connettivo; cioè nello spessore del pericardio, nel tessuto adiposo, alla super- 
ficie dei tronchi nervosi, alla periferia o nelF interne dei cumuli gangliari, nelP avventizia 
dei vasi, nel connettivo intermuscolare, etc. Per quanto varia, la distribuzione délie « Mast- 
zellen » è prevalentemente perivascolare. 

c) Le cellule cromafflni giacciono, talora isolate, per lo più sotto forma di nidi 
divereamente voluminosi o di aggregati di nidi, alla periferia o nelP interne dei gangli e 
dei nervi del plesso subpericardiale. Qualche elemento si osserva anche lungo la parete 
dei vasi di minor calibre prossimi ai ganglî cardiaci. Nella regione extracardiaca inime- 
diatamente soprauricolare si rinvengono pure grossi depositi cromafflni in relazione con 
i gangli del plesso cardiaco principale. I nidi possono essere muniti o no d' un involucro 
connettivo proprio : in ogni caso le cellule, singolarmente o in gruppi, sembrano disposte fra 
le trabecole d'un délicate stroma connettivale e si trovano in stretto rapporte con i capillari 
sanguigni che numerosi circolano fra di loro. Mediante trattamento con miscele cromiche, 
in talune specie esse rispondorio con la caratteristica reazione gialla da cui derivô il loro 
nome, in altre rimangono del tutto incolori : talora, in numéro più o mené grande, si 
riuniscono a formare masse sinciziali. In comple>so i giacimenti da me osservati nella 
regione cardiaca dei Mammiferi presentano gli stessi caratteri morfologici dei para- 
gangli carotici e le stesse relazioni col sistema sim^)atico e col vascolare dei paragangli 
in génère. La loro esistenza dimostra sempre più ampio il territorio di distribuzione del 
tessuto cromafflne neir organisme dei Mammiferi. 



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dj « Mastzellen » e cellule cromafflni, in base alla loro natura secretice e alla loro 
rlispersione nell' organisme, vengono a costituire una categoria a parte di organi ghiando- 
lari distinguibili corne « diffusi » ; tra i quali forse sono da annoverarsi altri lipi di cellule 
del pari disseminate in diverse regioni del corpo e presumibilraente investite d' una fUn- 
zione secernente. 

Dal Laboratorio di Anatomia comparata délia if. Università di Bologna^ maggio 1907. 



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23a) id. — Mastzellen dans les surrénales des animaux. Ibld. 

23b) S c h m i d t — Ueber die Innervation des Herzens der Sàugetiere. Diskussion zu dein 
Vortrage von Jacques: L'innervation ganglionnaire du coeur des mammifères- 
C. R. XII Congr. intern. méd. Moscou 1897. Vol. 2, 1899. 

24) Schwartz S. — Ueber die Lage der Gangiienzellen im Herzen der Sâugeihiere 

Arch. f. mikr. Anat , Bd. 53, 1899. 

24a) S h u k N . N . — Ueber die Nervcn des Herzens. Woprossy nernmo-psich. med., Bd. 8, 
Kiew, 1903. (Russe). 

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Arch. f. mikr. Anat, Bd. 35, 1890. 

26) id. — Einige Bemerkungen Uber die Existenz von Gangiienzellen in den Herzven- 

trikeln des Menschen und einiger Siiugethiere. Anat. Hefte; 81 Heft. (Bd. 21. 
H. 1), 1904. 

26a) Stilling H. — A propos de quelques expériences nouvelles sur la Maladie dWd- 
dison. Revue de Médecine, 1890. 

26b) id. — Die chromophilen Zellen und Kôrperchen des Sympathicus. Anat Anz,, 
Bd. 15, 1899. 

27)Valedinsky I. A. — Zur Frage Uber die Nervenknoten im Herzventrikel einiger 
Sàugetiere. Anat. Hefte; 81 Heft (Bd. 57, H. 1), 1904. 

28) V i g n a 1 — Recherches sur Tappareil ganglionnaire du coeur des vertébrés. At^ch. de 
physiol., T.8, 2^ ser., 1881. 



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— 307 — 



SPIEGAZIONE DELLA TA VOLA 



Indicazioni comuni a tutte le figure: 
c.cr, giacimento di cellule cromaffln', 
CQy cellula^gangliare, 
es, capillare sanguigno, 
w, tronco nervoso. 

Figg. 1 e la — Mus decumanus var. a/6., adulte. 

< Mastzellen » e nuclei connettivali délia regione cardiaca. 

Il citoplasma ed 1 granuli di secrezione délie « Mastzellen > si presen- 
tano colorili metacroinaticamente in rosso-vinoso ; i nuclei invece, corne quelli 
délie cellule connettivali, sono coloriti in bleu. 

Subliraato acetico; lionina seconde il metodo Ni s si. — Ingrandimento 
diam. 1120. 

Figg. 2 2a, 26 e 2c -- Felis domestica, neonato. 

« Mastzellen » e nuclei connettivali délia regione caidiaca. 

Le « Mastzellen » hanno un corpo cellulare meno volurainoso di quelle 
del topo ma invece un nucleo più grande. Il citoplasma ed i minuti granuli 
di secrezione mostrano la stessa reazione metacromatica. 

Alcool assoluto; tionina alcoolica. — Ingrandimento diam. 1120. 

Fig. 3 — Mîis dccuwianus var. a/6., adulte. 

Porzione di ganglio del plesso subpericardiale (regione auricolo-dorsale) 
in conlatto, peritericamente, con un nido di cellule cromafl3ni. fa, fasci di 
fibre amieliniche sezionali longitudinalmente; fm, fascio di fibre mieliniche 
sezionato trasversalmente. 

Nel preparato le cellule cromaflflni non presentano la reazione cromica. 

Liquide di Millier + formolo; emallume, eosina. — Ingrandimento 
diam. 486. 

Fig. 4 — Mus decumanus var. a/6., adulte. 

Giacimento cromafflne neirinterno di un ganglio del plesso snbpericar- 
diale (regione auricolo-dorsale). 

Nel preparato le cellule cromafl[ini non presentano la reazione cromica. 

Liquide di Millier + formolo; emallume, eosina. — Ingrandimento 
diam. 552. 

Fig. 5 — Mixs decumaus var. a/6., adulte. 

Giacimento cromafflne neirinterno di un grosso tronco nervoso del plesso 
cardiaco (regione soprauricolare). 



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Nel i)reparato le cellule cromaflfini non presentano la reazioiie croniica. 
Liquide di Mu lier + formolo; emallume, eosina. — Ingrandimentu 
diam. 224. 

Fig. 6 — Felis domestica, neouato. 

Porzione di ganglio cardiaco délia regione auricolare in rapporto con un 
giacimento di cellule cromafflni. 

Nel preparato le cellule cromafflni presentano la reazione crornica (colo- 
razione giallo-citrina). 

Liquide di Mu lier -f formolo; emallume, eosina. — Ingrandimento 
diam. 552. 

Fig. 7 — Felis domestica, neonato. 

Nido di cellule cromafflni nell' interne di un nerve del plesso subpericar- 
diale (regione auricolare). 

Nel preparato le cellule cromafflni presentano la reazione cromica (colo- 
razione giallo-bruna). 

Liquide di Millier + formolo; emallumo, eosina — Ingrandimento 
diam. 283. 

Fig. 8 — Erinaceus europaem, adulte. 

Veduta d'insieme di un grosse paraganglio cardiaco délia regione auri- 
colare. ap, porzione délia parete deirarteria |)elmenare (schematica). 

Nel preparato si osserva che alcuni nidi cenlengeno cellule cremaffini 
inceleri; altri lutte célérité in gialle-citrino o gialle-brune; altri infine cellule 
incelori e célérité mescolate insieme. 

Liquide di MtUler + formolo; emallume, eosina. — Ingrandimento 
diam. 100. 

Fig. 9 — Erinaceus europaeus, adulte. 

Piccolo paraganglio cardiaco délia regione seprauricelare. te, teca con- 
netivale di rivestimente cemune al depesite cromafflne ed al ganglio nervoso. 

Nel preparato gli elementi cromafflni sono quasi tutti interisamonte colo- 
riti in gialle-brune e presentano contorni ben definiti. 

Liquide di M U 1 1 e r + formolo; emallume, eosina. — Ingrandimento 
diam. 560. 



■^^-. 



r^^îP^f^" 



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Memorie R. Ace. Se. Bologna, Série VI, Tomo IV. 



O. TRINCI — Cellule cromafflni ecc. 



Fig. : 



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Fig. 4 






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Fig. 2 







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Fig. 2* 




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DEGLI INVOLUCRI EMBRIONALI E DEI LORO RISPETTIVI VASI 

NELLE TESTUGGINI E NEI COCCODRILLI 



DEL 

PROF. ERCOLE GIACOMINI 

(letta nella Sessione del 10 Marzo 1907) 

(CON DUE TAVOLE DOPPIe) 

In una mia brève nota di quattro anni fa « sui resti del sacco vitellino nelle Testug- 
gini » (1) feci rilevare che in questi Rettili resti del sacco vitellino si riscontrano sempre, 
non solo durante la prima età ma per tutta la vita, insierae a certe dis|)Osizioni vascolari, 
ossia persistenza délia vena e deir arteria onfalo-mesenteriche, corne traccie délie antiche 
disposizioni embrionali, e mostrai inoltre che nelle ïartarughine nate da pochi giorni sulla 
faccia dorsale deir ombelico cutaneo trovasi un corpicciuolo sferico od ovale discretamente 
grande che a poco a poco regredisce e scompare. Cotesto corpicciuolo, al quale si attacca 
r apice délia vescica urinaria, io paragonai al corpo allantoideo (corpus allantoideuïn) già 
da me osservato nei neonati di Lacer ta e di Tropldonotus e dovuto a parti deir amnios e 
delTallantoide, che in questi, agli ultimi tempi délia vita embrionale, per il meccanismo 
di recezione del sacco vitellino, entrano nella cavità addominale (2). 

Sin da quando pubblicai la suddetta nota, ebbi in animo di studiare la disposizione degli 
involucri embrionali nelle ïestuggini e il meccanismo per mezzo del quale in esse il sacco 
vitellino viene introdotto nella cavità deiraddome, poichè era soltanto colla cojioscenza di 
taie meccanismo che potevasi spiegare la formazione del corpo allantoideo Ma ad onta di 
replîcati tentativi per aveie uova di Testudo gy^aeca o di Emys lutaria suUe quali corn- 
piere la desiderata ricerca, non mi fu possibile raggiungere lo scopo, perché ottenni sol- 



(1) Monit. ZooL liai, Anno XIV, Firenze 1903 (Rendic, délia IV assemb, ord. e del Convegno 
deir Un, ZooL liai, in Rimini, I^-IO Snt 1903), 

(2) Giacomini E. — Nuovo contributo alla migliore conoscenza degli annessi fetali nei Rettili. 
Recezione del sacco vitellino e deirallantoide nella cavità addominale Monit. ZooL Anno /F. Fi- 
renze 1893, 

Sut meccanismo di recezione del sacco vitellino nella cavità addominale degli Uccelli paragonato 
a quello dei Rettili. Ihid. IV, 1893. 



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— 310 — 

tanto uno scarîo numéro di nova e perche queste poche o nôn'^îih|(ei svilupparono o mi 
morirono già nei primi terapi. Tuttavia, studiandp la strutlui^^jiyclnoscopica del corpo al- 
lantoideo, del quale voUi pure seguire il processo di rt'gressione, arrivai a persuadenni 
che la raia interpretazione eragiusta, poichè tra le parti costitutive'd5qiiel corpo si trovavano 
residui epiteliali provenienti senza dubbio dairepitelio delTallantoide. Recenteraenle pero 
Hochstetter (1) che raccolse in gran copia uova di ^my5 /letorîa, una parte délie quali 
riuscî a fare completainente sviluppare in laboratorio fino alla schiusa dei piccoli, ebbo 
agio di esaminare la disposizione degli invôlucri embrionali, i loro rapporti col sacco vi- 
tellino e di assistere portante al rneccanisnio del tutto spéciale pel cui mezzo questo entra 
nella cavità viscérale e si détermina contemporaneamente la fonnazione del corpo allan- 
toideo. Or bene, le ricerche di Hochstetter dimostrano che appunto alla formazione del 
corpo allantoideo concorre per la massima parte Tallantoide, poichè allantoide e amnios 
neir Emys^ corne forse in tutti i Cheloni, non vengono abbandonati al momento délia 
schiusa, ma, effettuandosi Papertura di detti invôlucri in corrispondenza od in vicinanza 
délia connessione siero-amniotica, i medesimi, ossia T amnios lacerato e specialmente l' al- 
lantoide che, senza subire lacerazione, si conserva intégra, montre cooperano a sospingere 
il sacco, sul cui polo distale si raccolgono e si contraggono, nella cavità deiraddome, vi 
penetrano anch' essi dando luogo alla formazione del corpo allantoideo (2). 

Ora con la présente memoria intendo di illustrare più arapiamente, corredandoli di 
figure esplicative, i fatti nella mia brève nota accennati. Vi aggiungo nuove osservazioni 
relative al processo di riassorl)imento del sacco vitellino, alla struLtura del corpo allan- 
toideo e alla sua regressione ed ai vasi allantoidei. 

Per le osservazioni, particolarmente per quelle sui vasi allantoidei, oltre aile Tarta- 
rughe neonate, giovani e adulte, dissecai embrioni di Testiido graeca e di Emys lutaria 
già flssati e conservati in alcool, e mi giovai poî nioltô dello studio délie série di sezioni 
trasverse di embrioni a varie grade di sviluppo si deU'una che deiraltra specie messe a 



(1) Hochstetter F. — Ueber die Art und Weise wie die europàische Sumpfschildkrôte ihre 
Eier ablegt und wie die Jungen dièses Tieres das Ei verlassen. Sonderabdruck aus: Bei^ichte des na- 
turwiss,-mediz. Vereines in Innshruck. Jahrgang 1 905- 1906. 

(2) Quaado Tembrione si libéra dagli invôlucri embrionali, di regola col suo arto anteriore destro 
li rompe nella regione délia connessione siero-amniotica in modo da spingere Tarto tra i due lobi 
deir allantoide situati ai lati délia predetta connessione, sicchè il lume dell' allantoide non viene affatto 
aperto. Mediante i movimenti dell'arto, primo uscito, l'apertura s' ingrandisce rapidamente e tosto 
sporgono attraverso ad essa anche la testa e V altro arto anteriore. Gl' invôlucri embrionali, da cui 
frattanto si »ono liberati anche la parte posteriore del tronco, la coda e gli arti posteriori, si addossano 
al sacco vitellino, il quale è ora contenuto in una sacca formata da una parte dell' amnios, in corri- 
spondenza di quella pyrzione del sacco vitellino prima rivolta verso il piastrone, e dalle due lamine 
deir allantoide, all'esterna délie quali è saldata una membrana costituita in parte dalla sierosa e in parte 
dalla porzione deir amnios che prima avvolgeva Tembrione Dalla dett^ sacca, per la retrazione sempre 
maggiore dell' allantoide, il sacco vitellino è gradatamente spinto nella cavità viscérale (Hochstetter). 

Similmente in Clemmys japonicay come osservô Mitsukuri, gl' invôlucri em.brionali vengono 
aperti per fenditura lungo la sutura siero-amniotica dai membri anteriori deirembrione che sta per 
schiudere, in modo che quasi sempre T allantoide si mantiene intégra. 



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mia disposizione dal collega ed amico prof. Bertelli, al quale esprirno qui i mieî 
vivissimi ringraziamenti. 

Che anche nelle Tartarughe il sacco vitellino venisse accolto nella cavità addorainale 
degli embrioni giunti al termine del loro sviluppo e prossimi a schiudere dairuovo, era 
già noto a Duvernoy (1), il quale cosi ne fa menzione: « IjBS CMloniens se rapprochent 
davantage des Oiseaux pour les changements qu'éprouve leur vitellus. Il diminue sans 
doute à proportion du développement. Cefiendant M. ïiedemann Ta trouvé encore considé- 
rable dans un foetus très avancé. Le sac vitellin entre dans l'abdomen encore volumineux, 
chez un foetus près d'éclore ». 

ïiedemann (2), che porté il primo contributo ail' embriologia délie Testuggini, 
descrivendo due uova di Emys amazonùa con embrione quasi maturo, trattô degli invo- 
lucri e del sacco vitellino, circa al quale dice che, ancora discretamente grande, ovale e 
ricco di vasi, era situato sotto Taddome e congiunto per mezzo del suo coUo, attraver- 
sante la guaina amniotica e l'apertura ombelicale, alla parte média deirintestino tenue 
senza che perô il sottile tratto d'unione fosse cavo, sicchè non esisteva piil una comuni- 
cazione pervia tra sacco vitellino e intestine. 

Rathke (3) in un giovane esemplare di Emys etiropaea, il cui scudo dorsale misu- 
rava linee 11 Vi di lungh. e 10 V^ di massima larghezza, vide che esisteva ancora una 
cicatrice ombelicale di figura romboido e con superficie scabra, lunga linee 2V, e larga 
al massimo T", mentre nella cavità addominale trovavasi ancora un sacco vitellino sfe- 
rico del diametro di 2V/'\ 

Rathke nota anche che i feti di Emys possono schiudere più tardi del solito, sia 
perché le uova furono deposte tardivamente, sia perché la stagione fu poco favorevole al 
loro sviluppo, e, appena schiusi, cadere in letargo (4). Egli ebbe al 28 di maggio un gio- 
vane esemplare in cui si trovava ancora una grande cicatrice ombelicale e nella cavità 
addominale un sacco vitellino discretamente grande. 



(1) Duvernoy — Articolo < Ovologie, Anat. et Phjsiol. » nel Dictionnaire universel d'histoire 
naturelle dirigé par M. Charles D'Orbigny. Paris i849. Tome IX. Pag, 307. 

(2) Tiedemann F. — Zu Samuel Thomas Soemmerings Jubelfeier. Heidelherg und Leipzig 1828, 
(Citato da Duvernoy e da Rathke). 

(3) Rathke H. — Ueber die Entwickelung der Schildkrôten Braunschweig 1848, 

(4) Secondo Rathke non è da credersi che questi giovani lascino in primavera le loro uova le 
quali abbiano passato IMnverno nella terra e siansi poi sviluppate. Rollinat (Sur T accouplement 
automnal de la Cistude d'Europa. Bull, de la Soc zool. de France. T. 24 ^ N. 2, pag. 103-106) 
afferma che Taccoppiamento della Cistudo Europaea accade pure nell'autunno (in novembre) ma non 
dice se uova vengano deposte anche in quest'epoca, la quai cosa del resto sembra poco probabile. Sic- 
come perô nella primavera si raccolgono moUissimi giovani délie dimensioni circa di quelli appena 
sgusciati dalTuovo, è certo che, avendo essi schiuso neU'autunno, il loro accrescimento durante il lasso 
di tempo trascorso in letargo è quasi inapprezzabile [Miram (Beitràge zur Naturgeschichte des 
Sumpfschililki'ôte, Emys europaea^ in: Bull, de la Socivti^ impr'riale des Naturalistes de Moscou. An- 
nre 1857) riferi che ne! dintorni di Kiew le uova deposte dalV Emys europaea rimangono sotterra fino 
alla prossima primavera (fino aU'Aprile) sicchè i giovani ne schiuderebbero dopo dieci od undici mesi circa]. 

Série VI - Tomo I\^. 42 



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Notevole è il fatto che Ratlike in un embrione di Testudo non ancora schiuso trovo 
il sacco vitellino che stava per entrare nella cavità addominale. Esso era discret anieiito 
grande con la forma di un ovale o di una pera, situato ancora fuori délia cavità addomi- 
nale, ma in maniera che la sua estremità più sottile penetrava alquanto nell'ampia aper- 
tura ombelicale e la sua estremità più grossa si dirigeva verso Tavanti. La sua estre- 
mità più sottile passava nell'apice di un'ansa delPintestino tenue di guisa che tra Tuno 
e Taltra esisteva soltanto un restringimento ma non uno spéciale peduncolo o ductus vitel- 
larius; mancava per6 una comunicazione cava tra il sacco vitellino e l'intestine, talchè le 
cavità di ambedue erano manifestamente separate Tuna dalPaltra. Anche nei giovani di 
Chelonia, di Trionync aegyptlacus, Sphargls coriacea, Tei^rape/iie tricarinata, Emys e Pla- 
temys Rathke vide che esisteva ancora nella cavità viscérale, sessile o appeso alla 
parte média delP intestine per raezzo di un peduncolo solide estremamente corto, un sacco 
vitellino rotonde, assai piccolo, sicchè esso era già molto vicino alla sua compléta scom- 
parsa. Dalla parete del sacco vitellino si elevavano verso T interne grosse pieghe, discreta- 
mente alte, di diversa lunghezza e irregolarmente ripiegate, ognuna délie quali conteneva 
una rete di delicati vasi circondati da una guaina formata dalla membrana interna del 
sacco vitellino, alla quale era attaccato un sottile strate di tuorlo. 

Rathke fece inoltre interessanti osservazioni sui vasi onfalo-mesenlerici e sui vasi 
ombelicali (allantoidei), le quali dovro riferire più sotto parlando di detti vasi. 

Dalle ricerche di Rathke bisogna venire al lavoro di Mitsukuri (1) sulle mem- 
brane fetali délie Testuggini giapponesi per avère qualche altra notizia sui resti del sacco 
vitellino in quesli Rettili. Mitsukuri stesso vi accennava per6 soltanto incidentalmente 
notando che in Cleinmys japmiica e Trionyx japonicus il sacco vitellino persiste per 
parecchi mesi dope la nascita nella cavità addominale, avendolo egli trovato in giovani 
Tartarughe nella primavera delPanno seguente a quelle in cui erano nate. 

V oel tzkow ritiene che nelle Testuggini il sacco vitellino scompaia assai presto poichè, 
seconde le sue ricerche in Chelonia imbricata, esemplari giovanissimi di questa specie, 
esaminati otto giorni dope la schiusa, mostravano queirorgano già ridotto alla grandezza 
di un piccolo pisello. 

Se per i dati bibliograflci surriferiti si conoscova sin da molto tempo che nelle Testug- 
gini, come accade, salvo qualche rara eccezione (Lact.rta invipaf'a, Seps chalcidesj, negli 
altri Rettili e negli Uccelli, il sacco vitellino viene accolto nella cavità addominale del- 
r embrione poco tem[)0 prima che questo schiuda dairuovo, non si sapeva per altro con 
quale meccanismo il fatto si svolgeva. Taie meccanismo, alquanto diverse da quelle che si 
verifica negli altri Rettili (2), compresi i Coccodrilli (3), e negli Uccelli (4), fu, come sopra 



(1) Mitsukuri K. — On the Foetal Membranes of Chelonia. T,)e Journal of ihe Collège of 
Science, Impérial University, Japan. VoL IV. Part. I, Tu^tyo 1891, 

(2) Giacom ini E., l. c. 

(3) V oel tzkow A — Beitràge zur Entwicklungsgeschichte der Reptilien. IV. Keimblàttep, Dot- 
tersack und erste Anlage des Blutes und der Gefàsse bei Crocodilus madagascariensis Grand. Ahhand. 
herausg von der Senckenberg. naiurf. Gesellschaft. Bd. XXVI Heft III. 1901, 

(4) Virchow H. — Der Dottersack des Huhnes. Interyiat, Beitrâge zu îoîss. Medicin FeMschriftj 
Rudof Virchoio gevidmet zur Vollendung seines 70 Lebensjahres, Bd. I. 



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— 313 — 

ri(-oniai, recenteinente studiato da Hochslelter(l)in Emys hitaria. Per le Testuggini non 
si conosceva nemraeno il processo di regressione del sacco vitellino. È noto che generalmeiite 
nei Sauropsidi il sacco vitellino, passato nella cavità addominale, ben presto regredisce flno 
a scomparire del tiitto senza lasciare traccia di se. Ma, a parte che in alcuni Uccelli, cioè 
nei Palmipedi e nel massimo numéro degli Uccelli palustri, rimane, corne segno del sacco 
vitellino, un diverticulura coecum vitelli a guisa di un corto cieco, inserito nel raezzo del- 
rintestino medio, con una cavità che sbocca nel lume intestinale (2), e che nei Ratiti 
molto a lungo, ovvero per tutta la vita, si conserva, sebbene in forma degenerata, anche 
un resto del tuorlo medesimo (3), in alcuni Rettili resti del sacco vitellino possono acci- 
dentalmente trovarsi pure ncU'adulto. Infatti Strahl (4) rinvenne resti del sacco vitellino 
in alcuni esemplari adulti di Lacerta e in giovani orbettini (Anguis fragllis) <li mezzo anno. 
Per le Tartarughe per5, se ne togli Taccenno di Rathke e di Mitsukuri che videro il 
sacco vitellino negli esemplari giovani sgusciati di corto o solo da qualche mese, nessun 
autore ave va mostrato che resti di quesforgano embrionale si hanno, normalmente, 
pure negli adulti. Inoltre, montre nella Lacerta fu anche studiato da Bersch (5) il pro- 
cesso di regressione del sacco vitellino, dopo la sua penetrazione nella cavità addominale, 
e uno studio simile venue fatto da Voeltzkow (6) per il sacco vitellino del Crocodiltis 
madagascariensis Grand. {Çrocodiliis niloticiis Laur.) nel quale scomparirebbe assai presto, 
e affatto recentemente ricerche sul riassorbimento del sacco vitellino residuale furono ese- 
guite da L. Cohn (7) nelV Anguis fragilis L,, per le Testuggini mancavano ancora ricerche 
in questo senso, donde la ragione délie mie indagini che mi condussero cosi a rilevare 
altri fatti relativi aile traccie che nelPadulto rimangono di quelle disposizioni legate nel- 
l'embrione alla presenza ed alla funzione degli annessi fetali (8). 

Le mie osservazioni si fondano sopra un abbondantissimo numéro di esemplari di Te- 
stiido graeca L. e di Emys lutaria Marsili {Emys europaea Gray). 

Per V Emys lutaria esaminai una série di oltre 60 esemplari, la quale va da gio- 
vani schiusi da poco tempo, con un piastrone délia lunghezza di mm. 20, su su agli adulti 
con piastrone lungo cm. 13,5. Un' altra série consimile esaminai per la Testudo graeca dai 



(1) l. c. Quanto ai particolari di questo meccanismo rimando al lavoro di Hochstetter. 
{2) Gadow H. — Versucli einer vergleichenden Anatomie des Verdauun^systems der Vôgel. 
II Theil. Jenaische Zeitschrift fur NaturwissenschafL Bd 13 Jena 1879. 

(8) Siebold und Stannius — Handbuch der Zootomie. IL T, Die Wirbellhiere. 

(4) Strahl H. — Ueber Dottersacksreste bei Reptilien. Anatom, Hefte, Erste Abteilung. X Heft 
(III Bd,, Hefi IIl) Wiesbadcn 1894. 

(5) Bersch C. — Die Rûckbildung des Dottersackes bei Lacerta agilis. Anatom.' Hef te, Erste 
Abtheilung VI-VII Heft (II Bd , Heft III-IV), Wiesbaden 1893. 

(0) Voeltzkow A. — 1. c. Keimblàtter, Dotteraach etc. bei Crocodilus madagascariensis Gr^inâ. 

(7) Cohn L. — Ueber die Résorption des Dotterrestes bei Anguis fragilis L. Zool. Anzeiger, 
Bd. X.YX. 1906. 

(8) Per gli Uccelli ricerche sulla regressione del sacco vitellino furono eseguite da H. Virchow 
(l. c, Das Dottereach des Huhnes) corne pure da Charbonnel-Salle et Phisalix (De révolution 
postembryonnaire du sac vitellin chez les oiseaux. Comptes rendus de V Ac. des se. de Paris, T. Cil). 



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piccoli, nati soltanto da qualche giorno, il cui piastrone niisurava mm. 24,5 di lung-hezza, 
sino ad adulti con lo scudo ventrale di 11 cm. Mi fu pertanto possibile di seguire passo 
a passo tutto il processo di regressione del sacco vitellino ed osservare che il medesimo 
avviene lentamente, quantunque in alcuni esemplari più lentanienle, in altri meno(l). Di più 
riuscii a stabilire cho nelPadulto perdurano nornialmente, quali segni délia pree^istenza 
del sacco vitellino, certe disposizioni da considerarsi come resti di quest' organo. 



Sacco vitellino e vasi onfalo-^mesenferici. 
J{egressione del sacco vitellino. 

Il sacco vitellino nelle Tartarughine (Testudo) schiuse da pochi giorni è ancora assai 
voluminoso relativamente alla grandezza del corpo dell' animale, misurando 21 mm. nelPasso 
maggiore e 11 mm. nell'asse minore; ha forma ovoidale con superficie esterna liscia ed 
occupa buona parte délia cavità deiraddome nella quale si dispone ventraJmente Ira il 
fegato c la vescica urinaria, con Tasse maggiore diretto in senso trasversale (Tav. I, Fig". 1). 
S'inserisce ad un'ansa deir intestine medio, dal lato opposto air inserzione del mesenterio, e 
puô dirsi che manchi addirittura di un peduncolo vitellino, talchè T organo è affatto sessi le 
sulla parete dell' intestine (Tav. I, Fig. 2); dalla parte del suo polo distale non aderisce airoin- 
belico addorainale ne alla vescica e mostra cosi di non avère durante la vita embrionale 
connessioni, nemmeno vascolari, con Tallantoide, il che risulta anche dalle ricerche di 
Mitsukuri (2), mie (:?) e di Hochstetter (4). Ad esso arrivano di solito due arterie 
onfalo-mesenteriche (arterie vitelline) che sono due rami di un'arteria staccatasi dalla 
mesenterica. Anzi V arteria onfalo-mesenterica, che è poi V arteria mesenterica dell' adulto, 
originatasi dalla radice sinistra (arco sinistre) delPaorta, subito dopo T arteria gastroepi- 
ploica (Bojanus) e molto vicino ail' arteria celiaca o quasi insieme con questa, cammina 
diritta tra le lamine del mesenterio per dirigersi direttamente al sacco vitellino, ma [)oco 
avanti di raggiungerlo, ad una distanza maggiore o minore, variabile seconde gl' individu!, 
si divide d'ordinario in due rami, le due arterie vitelline (onfalo-mesenteriche), che cin- 
gono a guisa di laccio l'intestine di fronte al luogo in cui s'inserisce il sacco vitellino e 
si gettano sul suo polo prossimale [ïav. T, Fig. 3-7, a. v. fa om.J, a. v! (a, (mi!)\. Sono 
per lo più sostenute da pioghe del mesenterio bene evidenti. Similmente Rathke (5) 



(1) Corne estremi délia rapidità di regressione del sacco vitellino ricorderô che per la Tesitido 
graeca di fronte ad esemplari con piastrone lungo mm. 28 e sacco vitellino molto voluminoso ne trovai 
altri con piastrone lungo mm. 20,5 e sacco vitellino già piccolo quanto un grano di miglio. S' intende 
pertanto che in esjmplari délia stessa età il sacco vitellino puù avère grandezza assai diversa. 

(2) 1. c. 

(3) Giacoinini E. — Contributo alla migliore conoscenza degli annessi fetali nei Rettili. 2' Nota 
prev. Monit. Zool. liai. Anno II. Firense 1892. 

(4) 1. c. 

(5) 1. c. 

Anche nei Coccodrilli manca ogni connessione del sacco vitellino con Tombelico addominale e con 
la vescica urinaria. 



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neirembrione e nei giovani di Chelonia, come anche di Sphargis, e in un giovane esem- 
plare di Emys europaea^ trovb due rami deirarteria onfalo-mesenterica, mentre in un 
embrione di Testudo graeca potè riconoscere soltanto una semplice arteria, ma suppose 
che pure in questa specie fosse doppia. Ora io ho rilevalo clie tanto neir Emys quanto 
nella Testudo^ a seconda che V arteria onfalo-mesenterica si biforca o meno, si possono 
avère due rami o un ramo solo (il sinistro), ossia due arterie vitelline od una sola (la 
sinistra), se non che quest' ultime caso mentre è abbastanza fréquente in Testudo^ 
raramente invece s' incontra in Emys; e difatti nella Testudo trovai un'unica arteria in 
un tferzo circa degli esemplari osservati, nell' Emys air opposto soltanto nella proporzione 
del 10 per cento degli esemplari presi in esame. Pur esistendo due arterie, T una di esse 
(la destra) pu6 essere molto ridotta; rarissimamenle si presentano ambedue fortemente 
regredite. Dal polo prossimale del sacco vitellino presse al punto di sua inserzione al- 
r intestine si parte la vena vitellina od onfalo mesenterica [vv. fv. omJ\, la quale 
corre poi cranialmente lungo V intestine sine alla porzione duodenale, passa, volgendo verso 
r inserzione del mesenterio, fra il duodeno ed il pancréas e giunge al fegato formando una 
radice délia vena porta: s'adagia per un tratto più o meno lungo suUa parete intestinale 
nel lato opposto ail' inserzione del mesenterio ed è sostenuta per mezzo di una piega pe- 
ritoneale tesa tra Tintestino e la vena medesima. Questa vena^ che diverrà la vena duo- 
denale deir adulte, confluisce nell' attraversare il pancréas con la vena mesenterica prima 
di aprirsi nel tronco délia vena porta, poste trasversalmente suUa faccia dorsale del fegato, 
nel cui lobe destro pénétra camminando parallelamente al dette coledoco (1). 

Il sacco vitellino, che continua a fornire materiale nutritizio ai piccoli, dope alcuni 
giorni dalla nascita comincia a lentamente regredire e a diminuire a poco a poco di volume, 
cosicchè scende aile dimensioni di mm. 9 X 5j'^> 8,5 X 4 mantenendo ancora una figura 
ovoidale (Tav. I, Fig. 3), poi rimpiccolendosi maggiormente assume una forma sferica e 
si riduce sino alla grandezza di un chicco di canapa o di miglio oppure si mostra a guisa 
di un tubercoletto aderente con larga base ail' intestine (Tav. I, Fig. 4-7) (2). Per un certo 
tempo, finchè il sue volume è ancora notevole, conserva la situazione tra il fegato e la vescica 
urinaria, ma diminuendo molto di volume il sacco vitellino coll'ansa che le sostiene si 
situa di consueto sul lato sinistre dell'addome. Col regredire l'organe cangia pure di co- 
lore ed acquista una tinta giallo-rossastra o giallo-aranciata o bruna. Sebbene estrema- 
mente ridotto, non giunge mai ad una scomparsa compléta, cosicchè in esemplari deU'età 
di parecchi anni (3) si scorge ancora in sue luogo attaccato ail' intestine (ïav. I, Fig. 8, 9) 



(1) Questa parte délia vena porta o il suo sbocco sono si tuati alquanto medial mente alla vena cava 
inferiore (vena spermatica di Bojanus) che attraversa il fegato raggiungendolo pure per il lobo destro. 

(2) lu giovani esemplari di Emys raccolti nella primavera dell'anno seguente a quello in cui 
nacquero, puô «ssere ancora discretamente grande giungendo talvolta a misurare mm. 6,5 nell'asse 
maggiore e mm. 4 nelTasae minore. 

(3) È noto che l'accrescimento délie Tartarughe avviene molto lentamente. Veggasi la tabella data 
a questo proposito da Agassiz e riportata da Hoffmann (Bronn's Klasse und Ordnungen des Thier- 
reichsy VI Bd.^ III Abt, Reptilien. I. Schildkrôten). U Emys picta, ad es., a 2 anni ha il piastrone 
lungo 25 mm. 



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un piccolo corpicciiiolo che talvolta apparisce soltanto a {?uisa di un ininuto tubercolellu 
di color bruno giallo-aranciato, nel quale, corne rivela Tesame microscopico, sono sompre 
contenute cellule vitel.ine rosiduali cariche di tuorlo modificato o di pi«rmento. Ed infine 
negU aduUi in corrispondonza délia primitiva sede del sacco viteilino vedesi un leg-giero 
rilievo, sia di forma ovale s-a rotouda, oppure un piccolo avvallainento che, tenuto conto 
délia sua derivazione, chiamero ombelico intestinale (Tav. I, Fig. 10-13). Di regola il sottile 
canale vilellino o vitello-intestinale (1) si oblitéra più o meno tardi, non di meno talvolta, 
essendo pure scomparse tutte le cellule vitelline, nel tubercoletto che mostrasi alla super- 
ficie deir intestine corne reste del sacco, rinvenni, anche in eseraplari d'età avanzata, un 
diverticolo délia cavità intestinale rivestito di un epitelio simile a quelle deir intestine, il 
quale diverticolo deve ritenersi derivato dalla persistenza del condotto viteilino (2). Ma pur 
scomparso il sacco e il canale viteilino, rimangono sempre neiradulto sefjni délia preesi- 
stenza delPorgano e appunto uno di questi segni è rappresentato da un ombelico intesti- 
nale più meno distinto, talvolta sporgente alla maniera di un piccolo tubercolo sur un^ansa 
deir intestine tenue nel punto in cui si inseriva il sacco viteilino, taPaltra volta visibile 
soltanto a mo' d'una piccola cicatrice. Negli adulti perô, anche quando al posto del sacco 
viteilino si ha solamente un piccolo ombelico intestinale, altri segni pitl imjwrtanti e più 
caratteristici sono dati dalla persistenza dei vasi vitellini, arteria e vena. Infatti Tarteria 
vitellina od onfalo-mesenterica, sostenuta, come nelPembrione e nei giovani, da una spéciale 
piega del mesenterio (3), permane o con una sola diramazione o con ambedue le diraina- 
zioni che allora abbracciano a guisa di cingolo l'intestine nel punto (ombelico intestinale) 
dell'antica inserzione del sacco viteilino [Tav. I, Fig. 10-13 a. v. (a, om.)\. 

I^ vena vitellina od onfalo-mesenterica [v. v. (v, omJ\ corre ora lungo la porzione duo- 
denale dell' intestine ; è divenuta la vena duodenale (< vena duodenalis » Bojanus) del- 
r adulte e come taie permane sempre, ma cio che più intéressa si è che essa, costantemenle 
in Testudo non sempre in Emys (4), si estende ben distint<a, o direttamente o con una sua 
diramazione, fino ail' ombelico intestinale, ricordando lo stato embrionale. Va per altro av- 



(1) Attraverso a questo canale, anche quando è pervio, non passa mai tuorlo nella cavità dell' in- 
test i no. 

(2) Quanto al modo d' inserzione del sacco viteilino, vi è differenza tra ciô che si verifica nelle 
Tartarughe e nei Coccodrilli da un canto e quello che dair altro canto si riscontra nella mapfjior parte 
dei Saurii e negli Ofidii, poichè mentre nei primi come pure in qualche Saurio, ad es. nel Gongylus, 
il sacco viteilino, similmente che negli Uccelli, s'attacca, con o senza peduncolo.. direttamente ail' in- 
testino, nei rimanenti Lacertilii e negli Ofidii, dove il canale viteilino scompare precoceraente, l'organo 
perde ogni diretto rapporto con l'intestino e s'appende invece al mesenterio con un picciuolo più o 
meno lungo, contenente i vasi onfalo-mesenterici. In quei rari casi, come in qualche esemplare di La- 
certa, in cui trovasi nell'adulto un resto di sacco viteilino, questo è attaccato al mesenterio e non 
mostra alcuna connessione con la parete dell'intestino Pei confronti gioverà altres\ notare che negli Uc- 
celli, come nelle Tartarughe e nei Coccodrilli, l' arteria onfalo-mesenterica si divide in due rami che 
abbracciano l'intestino nel punto ove a questo s'inserisce il sacco viteilino. 

(3) Le pieghe del peritoneo mesenteriale, che sostengono i due rami dell' arteria vitellina, quando 
sono molto sviluppate, formano ciascuna una tasca rivolta per lo più cranialmente. 

(4) Probabilmente a causa délia maggior lunghezza dell'intestino tenue. 



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vertito che in questo tratto distale la vena, sempre più sottile clie nell' arnpio tratlo pros- 
si maie, pub essere per la sua obliterazione ridotta ad un sottilissirao cordoncino solido, il 
quale non di raeno risalta per il suo aspetto bianco opaco (Fig. 10 e 11). Il vaso nel suo 
tratto prossiraale inantiene i rapport! che già possedeva agli ultimi tempi dello sviluppo 
erabrionale e che corrispondono a quelli dal Bojanus descritti per la vena duodenale (1), 
la quale, come sopra rammentai, si dirige verso il pancréas, passa tra questo e V inte- 
stino, e neir attraversare il pancréas si congiunge con la vena inesenterica, formando in- 
sieme ad essa le radici délia vena porta che ne è come la continuazione. 

Seconde Rathke la vena onfalo-raesenterica sarebbe già completamente scomparsa 
nelle giovani Tartarughe. Mérita per6 di essere qui riportato quanto egli scrisse relativa- 
mente a questo vaso e che mostra tuttavia V accuratezza délie sue osservazioni : « La 
vena onfalo-mesenterica in prossimità délia vena porta passava nella vena mesenterica ed 
era ancora discretamente ampia non soltanto negli embrioni di ïestudo e di Chelonia ma 
anche nel giovane esemplare di Sphargis, aU'incontro di un' ampiezza soltanto insignifi- 
cante negli esemplari più avanzati e nei giovani di Chelonia e di Emys europea. Nelle ri- 
manenti giovani tartarughe non si lascia più affatto ritrovare alcuna traccia di essa » (2). 
Noi invece abbiamo veduto che anche negli adulti non solo se ne riscontrano traccie sino 
in vicinanza deirombelico intestinale, ma se ne trova ben conservato il suo tratto prossi- 
male come vena duodenalis, la quale mantiene i rapporti che la vena onfalo-mesenlerica 
possedeva negli embrioni a termine e nei giovani (3). 

Esame microscopico 
del saeco vitellino nelle varie fasi délia sua regresaione. 

11 sacco vitellino esaminato poco dopo che venue accolto nella cavità addominale 
offre ancora, come dicemmo, un notevole volume. Nel suo interne non contiene una massa 
sciolta di deutoplasma, sibbene mostrasi percorso da numerose appendici che, sorgendo 
dalla sua parete a guisa di villosità, si dirigono verso il centre e ne riempiono quasi 
completamente la cavità, giacchè solo nel mezzo di questa puô trovarsi una certa quan- 
tità di tuorlo libero, non percorso dalle dette appendici. Notevole è il fatto, già in parte 
rilevato da Mitsukuri, che mentre Tarteria vitellina si distribuisce alla superficie del 
sacco vitellino, la vena, che è molto più grande dell'arteria, non raccoglie rami dalla 



(1) Devo perô far notare che dalla descrizione o dalla figura che ne dà il Bojanus, non risulta 
che questa vena nel duodeno giaccia colla sua porzione distale sul lato opposto air inserzione del me- 
senterio e sia sostenuta da una spéciale piega del peritoneo. 

(2) Rathke, 1. c, pag. 212-213. 

(3) Traccie délia porzione prossimale délia vena onfalo-mesenterica lungo il tratto iniziale dell'in- 
tcstino tenue s' incontriino pure in esemplari adulti di Gongylus ocellatusj nei quali è inoltre ricono- 
scibile un resto deirarteria vitellina. Un residuo di questa arteria Strahl (1. c.) rinvenne in adulti 
di Lacerla, In qualche Mamniifero, cosi nel Gatfco (Dexter Franklin, On the vitelline vein of the 
Cat. Amer. Journ. of Anat, Vol. 1) i vasi del sacco vitellino e più specialmente la vena permangono 
fi no ad alcuni giorni dopo la nascita. 



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superficie del sacco vitellino, ma col tronco principale pénétra direttamente dentro la massa 
del vitello dove si ramifica metlendosi in rapporte con i capillari délie appendici, i quali 
ne formano le radici; ed infatti è facile vedere che diramazioni délia vena attraversano 
il sacco vitellino approfondendosi dalla sua parete prossiinale sino al polo distale (1). Taie 
disposizione facilita certamenle il traspoilo deimateiiali nutritizi che, elaborati ed assor- 
biti dalle cellule vitelline rivestenti le appendici, passano nel lume dei capillari délia rete 
vascolare contenuta nelle appendici inedesirae e di là giungono nella vena onfalo-mesente- 
rica. Le appendici ad un' osservazione superficiale hanno Taspetto di grosse pieghe di varia 
lunghezza, ma generalmente molto alte, con decorso ondulato o irregolarmente circonvoiute, 
strettaraente addossate l'una all'altra. Dispiegate, il che è agevole ad ottenersi esaminan- 
dole a fresco nella soluzione fisiologica di cloruro di sodio, ciascuna di esse risulta costi- 
tuita da una rete di delicati vasi sanguiferi a rnaglie più o meno larghe le quali in 
seguito si rimpiccoliscono, si modificano e si alterano coll'avanzare délia regressione del 
sacco vitellino. I sistenii capillari délie varie appendici si anastomizzano tra loro. Sui 
capillari sanguiferi, accompagnati da scarso connettivo, s'impiantano grandi cellule ento- 
dermiche vitelline (epitelio délie appendici) che, determinando piccoli rilievi emisferici, 
dànno alla superficie dei filamenti vascolari un aspetto bernoccoluto. La stessa parete del 
sacco vitellino alla sua faccia interna è rivestita da cellule vitelline (epitelio délia parete) 
un po' meno grandi di quelle délie appendici, ma contenenti pure voluminosi globuli di 
tuorlo. A questo stadio le cellule délie appendici (Tav. I, Fig. 14^, sebbene di forma alquanto 
irregolare, possono dirsi cilindriche. Le medesiine con la loro estremità basale (prossimale), 
ove di solito risiede il nucleo, poggiano direttamente sulla parete del vaso e con Testre- 
mità apicale (dislale) arrotondata formano le piccole sporgenze, che conferiscono l'aspetto 
bernoccoluto alla suiierficie dei filamenti o cordoncini, dei quali le appendici si compongono 
Il loro citoplasma alla periferia forma come una esilissima parete délimitante il corpo cel- 
lulare e neU'interno un retico? a sottili trabecole che circoscrivono amplie maglie in cui 
stanno racchiusi i globuli d tuorlo (2); esso è alquanto più abbondante alla base délia 



(1) Simil mente nel Coccodrillo alcuni rami venosi più grossi attraversano il sacco vitellino e fun- 
zionano come da vasi collettori (Voeltzkow). Nel sacco vitellino di Lacerta e di Tropidonotus non 
solo attraversano Torgano ma si anastomizzano con i vasi allantoidei. 

(2) L. Kohn (l. c, ZooL Anzeiger i906), seguendo il concetto di Voeltzkow, ammette che le 
sfere di vitello per giungere nelle cellule deir epitelio vitellino, che riveste la parete e le appendici 
deirorgano, si disgreghino in granuli vitellini, i quali, entrati nelle cellule, cominciano poi a fonderai 
tra loro formando le grosse sfere in esse contenute. Voeltzkow e L.Kohn non credono pertanto 
che intiere sfere di vitello, come ritiene H. Virchow, vengano incluse dalle cellule epiteliali. lo mi 
accordo invece con Virchow e penso clie anche grossi globuli di tuorlo possano essere inchiusi dalle 
cellule deirepitelio vitellino. A taie convinzione mi conduce il confronte tra le cellule délie appendici 
e délia parete distale da una parte e quelle délia parete prossimale daU'altra nel sacco vitellino di 
Lacerta, Gongi/lus, Seps. Mentre nelle prime sono contenuti grossi globuli di tuorlo, nelle seconde che 
appunto assumono il tuorlo sciolto, disgregato in granuli, raccolto nella cavità subgerminale, i granuli 
non si uniscono a costituire grosse sfere I globuli vitellini in seno aile cellule subiscono le modifia 
cazioni chimiche per le quali si sciolgono fornendo materiale nutritizio digerito, che sotto forma liquida 
viene assorbito e passa nel lume dei vasi délia parete e délie appendici. 



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cellula attorno al nucleo. I globuli di tuorlo di forma sferica, ovoidale, ellissoidale oppure 
meno regolarmente configurât! a causa délia reciproca corapressione, hanno varia dimen- 
sione, ma generalmente sono grandi. Vario è pure il loro aspetto essendo alcuni omogenei 
altri flnamente granulosi quasi fossero gremiti di minutissimi vacuoli, mentre altri conten- 
gono gocciolette o vacuoli alquanto meno minuti, e dai globuli con quest' ultima apparenza 
si passa par gradi a globuli pieni di vacuoli discretamente grandi e infine a globuli che 
contengono pochi ma cospicui vacuoli a guisa di grosse vesci^.ole, derivati probabilmente 
dalla fusione di quel più piccoli. Questi divers! aspelti dipendono dal vario grade di ela- 
borazione subita dai globuli neir interne délie cellule vitelline. 

La parete prossimale del sacco vitellino, specialmente presse la sua inserzione allô 
intestine, è più spessa (fatta astrazione dalle appendici parietali, le quali per altro qui 
mancano) che la parete distale ; procedendo dal polo prossimale al polo distale deU'organo, 
le spessore délia sua parete va sempre più diminuendo. Al centre délia parete prossimale 
si riscontra una struttura pressochè simile a quella offerta dalla parete dell' intestine. Le 
studio microscopico délie sezioni sériai i di sacchi vitellini a vario grade di regressione 
dimostra che il canale vitellino o vitello-intestinale talvolta si oblitéra ben presto, taraltra 
invece scompare assai tardivamente, ovvero anche permane corne un piccolo diverticolo 
délia cavità intestinale. Se, quando il sacco vitellino è voluminoso, il canale esiste ancora, 
Tepitelio délia mucosa intestinale si continua, lievemente modificato, lungo il brève canale 
e si espande sul centre délia parete prossimale del sacco, passando poi a poco a poco ad 
assumere la struttura dell'epitelio vitellino, col quale infine si continua e nel quale, in 
questa zona, si hanno anche cellule che sembrano occupate da un solo grosso vacuole, da 
una sola grossa gocciola adiposa. Un rivestimento simile air epitelio intestinale sulla parte 
centrale délia parete prossimale s' incontra anche quando manca il canale vitellino. Più 
manifesta si rende la somiglianza di struttura tra parte centrale délia parete prossimale 
e l'intestine, se si considéra che nella detta parte trovasi airesterno il rivestimento fatto 
da un sottile strato di cellule simili a quelle deir epitelio peritoneale e che procedendo 
verso r interne segue ad esso une strato muscolare discretamente spesso, le cui fibre liscie 
decorrono in senso circolare, ed infine un epitelio eguale a quelle che tappezza Tintestino (1), 
possedendo persino délie cellule mucipare (caUciformi). Le spessore délia parete prossimale 
è in gran parte occupate dalle sezioni di numerosi vasi di vario calibre, che altro non 
sono se non le diramazioni dei vasi onfalo-mesenterici. 

Quanto alla funzione délie appendici parietali, non vi ha dubbio che esse compiano 
l'ufllcio di elaborare ed assorbire il tuorlo, la quai cosa è dimostrata dal fatto che i vasi 
vitellini persistono, e che anzi la vena vitellina si mantiene moite ampia per lungo tempo 
anche nel sue tratto distale. 



(1) Strîxhl nel sacco vitellino residuale di un giovane Anguis fragilis (raccolto nella primavera 
successiva alla sua schiusa) osservô che una parte délia parete era rivestita da un alto regolaro epitelio 
cilindrico, simile a quello dell' intest ino. 

Série VI. — Tomo IV. 43 



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^ 320 — 

Le appendici parietali del sacco vitellino délie Tartarughe, vedute pure da Clark (1) 
in Chelydra serpentina e da Voeltzkow (2) in Chelonia imbricata^ sono raolto simili a 
quelle del sacco vitellino dei Coccodrilli studiate e descritte da Voeltzkow per il Croco- 
diltts madagascariensis (C. niloticitë). 

Con la diminuzione di volume del sacco vitellino decresce Taltezza délie sue appen- 
dici parietali, ma queste esistono sempre, benchè raodiflcate, anche quando il sacco è sceso 
alla grandezza di un cece o di un pisello. La superficie del sacco vitellino anche cosi rim- 
piccolito si mantiene liscia, non afflosciandosi mai. AlPesame microg(popico di sacchi vilel- 
lini già molto rimpiccoliti si trova che la loro parete prossimale continua ad essere per- 
corsa da numéros! e larghi vasi, ramificazioni deU'arteria e délia vena onfalo-mesenteriche; 
essa è più grossa délia distale, possiede nello strato intermedio connettivale cellule musco- 
lari lisce e aU'interno è rivestita o completamente dall'epitelio del sacco vitellino o nella sua 
parte centrale da un epitelio simile a quello deir intestine anche se non v* ha più traccia 
del canale vitellino. La parete distale è sottile e, procedendo dalPesterno verso T interne, 
mostra, dopo Tesile rivestimento {leritoneale, un tenue strato connettivale con rari e fliii 
vasellini, a cui segue Tepitelio del sacco vitellino, il quale per6 in alcuni tratti è costi- 
tuito da cellule molto basse, riconoscibili come cellule vitellino soltanto dal loro contenuto 
in granuli di tuorlo. 

Le cellule deir epitelio del sacco vitellino, di queir epitelio cioè che riveste si la 
parete che le sue appendici, sono adesso relativamenie grandi, ma non délie dimensioni che 
le medesime possedevano allorchè il sacco vitellino era molto voluminoso. In confronto si 
mostrano basse e per la maggor parte contengono, come in un ampio vacuolo, una sola 
grossa sfera di tuorlo (ïav. I, Fig. 15). Il loro nucleo, situato nella loro parte basalo, 
varie di forma, talvolta triangolare o semilunare, è grande, ricco di sostanza croma- 
tica e con grossi corpuscoli nucleari. 

Laddove è avvenuto il riassorbimento del tuorlo, i vasi délie appendici anzichè da 
distinte cellule sono circondati da uno strato protoplasmatico, come da un sincizio in cui 
si scorge soltanto qualche rara sfera di deutoplasma e in cui stanno disseminati grossi 
nuclei, parte dei quali con caratteri di cromatolisi. 

Negli spazi tra le appendici si rinvengono cellule vitellino libère, le quali in alcuni 
punti si radunano anche in forti cumuli. 

Successivamente la regressione del sacco vitellino procède in varia maniera, sicchè 
Torgano che siasi ridotto al volume di un chicco di canapé o di miglio, ovvero ad un 
piccolo tubercoletto piîl o meno incorporato con la parete deir intestine, offre nelle sezioni 
microscopiche un aspetto talmente svariato da non potersene dare una descrizione unica 
che valga per tutti i casi. Come carattere générale si ha che le appendici parietali sono 



(1) Agassiz L. and Clark H. J. — Contributions to the natural history of thc United States 
of America. Vol, II, Parte ÏII, Boston i857. Embryology of the Turtle. (Citato da H. Virchow 
e da Voeltzkow). 

(2) 1. c. 



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— 321 — 

regredite e disfatte in gran numéro (Tav. I, Fig. 16), e quelle che ancora rimangono sono 
divenute molto più corte o cortissime, ma tuttavia posseggono un rivestimento di grandi 
cellule epiteliali con nucleo voluminoso, ricco di sostanza cromatica, nel quale spicca un 
distinto nucleolo II citoplasma di queste cellule contiene ancora qualche grossa sferula di 
tuorlo, oppure solamente deutoplasma elaborato e ridotto in fini granuli. 

Tra le poche appendici rimaste si trovano cumuli di cellule vitelline libère, una parte 
délie quali provengono certaraente da cellule deU'epitelio vitellino distaccate, come s'ar- 
guisce dai caratteri del loro nucleo [)iuttosto grande, mentre il nucleo délie cellule vitel- 
line, libère fin dalla loro origine, è piccolo. Il protoplasma délie cellule vitelline libère è 
d' aspetto vacuolizzato o relicolato e contiene dei pallidi granuli di tuorlo. 

Alla fine, effeituatasi la scomparsa délie appendici parietali, nell' interne del sacco vi- 
tellino si riscontrano svariatissime apparenze dovute senza dubbio ad un diverse processo 
seguito nella regressione delFintiero organe, ad una diversa partecipazione che vi pren- 
dono le cellule linfoidi, ad un diverse contegno del tessuto connettivo e alla varia dege- 
nerazione che colpisce le cellule vitelline residuali. 

Spesso neir interne del sacco vitellino estremamente ridotto si trovano délie lacune 
vuote(l) più o meno ampie. In qualche caso non si notano più appendici di sorta e allora 
la cavità del reste del sacco vitellino, deliminata da una parete piuttosto sottile, si mostra 
piena di cellule vitelline libère con protoplasma vacuolizzato e contenenti fini e pallidi gra- 
nuli di tuorlo, la quale massa di cellule si pub prolungare lungo il canale vitellino sino 
alla cavità deir intestine se il canale esiste ancora (Tav. I, Fig. 18). 

Altra voila invece V avanzo del sacco vitellino mostra la parte esterna, periferica, dél- 
ia sua parete fortemente inflltrata di cellule linfoidi, mentre al centre lascia scorgere una 
più cavità, non molto anipie, rivestite di cellule epiteliali con nucleo piccolo, assai sti- 
pate fra di loro e prive di granuli di tuorlo (Tav. I, Fig. 19 e 20). Questo epitelio, che 
invia perifericamente délie corte gettate, apparisce in alcuni punti (Fig. 20) sotte forma 
di masse protoplasmatiche disseminate di molti nuclei (2). Nell' interne délie cavità stanno 
racchiuse zolle granulose di tuorlo di colorito giallo aranciato e anche detriti di nuclei 
caduti in disfacimento. Alla periferia, presse la superficie del reste del sacco vitellino, 
possono trovarsi piccoli cumuli di cellule vitelline degenerate, che non contengono più 
deutoplasma bensi granulazioni pigmentarie giallognole. 

Un aspetto del tutto particolare, meno fréquente ad incontrarsi, è quelle che si ha 
quando il sacco vitellino residuale è solide ed offre nelle sezioni la struttura d' un tessuto 
glandulare. Poichè allora (Tav. I, Fig. 17) un fine reticolato connettivale partendosi dalla 
parete suddivide le spazio da questa compreso in tante piccole maglie rotondeggianti, riem- 
pite da cellule epiteliali col nucleo situato verso la periferia di ciascuna délie aree da esse 
occupate, sicchè sembra d' aver sott' occhio come tanti acini od alveoli glandulari : alcune 



(1) Neirorgano fresco occupate da un liquide limpido, incolore o cltrino. 

(2) Anche Strahl e Bersch nei resti del sacco vitellino di Lnceria e di Anguis trovarono, 
a stadi avanzati délia regressione, cellule o niasse protoplasmatiche plurinucleate. 



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di queste cellule contengono granulazioni o zoUe vitelline d' aspetto omogeneo di un colore 
giallo aranciato o giallo paglierino, altre ne sono prive. ïuorlo pub essere contenuto nel 
centro di taluni dei detti alveoli, mentre qualche aîtro alveolo apparisce vuoto. 

Quando il sacco vitellino è molto ridotto, s' impianta con pifi larga base sulla parete 
deirintesUno (ïav. I, Fig. 21) oppure vi rimane in parte incorporato, e i suoi avanzi pos- 
sono essere rappresentati da un tesâuto conneltivo particolare, essendosi in gran parte 
sclerotizzato e moslrando percib abbondante sostanza fondamentale d' aspetto jalino e rari 
nuclei. ïratti connettivali circoscrivono piccoli spazi, i quali contengono cellule vitelline 
con protoplasrna vacuolizzato e pallidi granuli di tuorlo, oppure racchiudono masse proto- 
plasmatiche plurinucleate. Altra volta il reste del sacco vitellino, già ridotto ad un pic- 
colo tubercoletto solido, racchiude soltanto qualche rara cellula vitellina o gruppetti di 
cellule vitelline con scarsi granuli di tuorlo, corne ultime residuo degli élément i propri 
del sacco vitellino, e risulta formate da connettivo fortemente inflitrato di cellule linfoidi 
sparse o riuniie in piccoli cumuli; tra i fasci del connettivo s' interpongono fll)re muscolai'i 
liscie in dipendenza délia tonaca muscolare dell' intestine. Qualche gruppo di cellule epi- 
teliali con o senza résidai di tuorlo si pub eccezionalmente incontrare sulla superficie 
esterna dell' intestine ad una certa distanza dal reste del sacco vitellino. 

Finchè il sacco vitellino non si riduce ad un tubercoletto, la sua parete prossimale, 
mediante la quale esso s'attacca air intestine, si conserva sempre più spessa délia distale, 
contiene fibre muscolari liscie, clie raramente invece trovansi in questa, e inoltre nume- 
rosi vasi che le dànno quasi T aspetto di un tessuto cavernoso. 

Il sacco vitellino dap[)rima comunica costantemente con V intestine per via di un bre- 
vissimo canale vitellino o vitello-intestinale. Or l)ene, dette canale pub obliterarsi e scom- 
parire più o meno tardi, completamente o parzialmente, ma talvolta persistere molto a 
lungo per tutta la vita. Quando si estende dair intestine al sacco vitellino (Fig. 16 e 
18, c, t\) présenta due orifizi, une nel lume intestinale, Taltro nella cavità del sacco; più 
o meno stretto, è rivestito da un epitelio del tutto simile a quelle intestinale, il quale sul 
contorno delP orifizio vitellino passa a tappezzare un tratto più o meno esteso délia parete 
prossimale del sacc!o, dove si conserva anche allorquando il canale, lungo il tratto di 
congiungimento coH' intestine, è scomparso. 

Talvolta, pure essendo scomparse tutte le cellule vitelline, nel tubercoletto che 
mostrasi alla superficie esterna dell' intestine come reste del sacco, ho trovato, anche in 
esemplari molto avanzati d'età, un diverticolo délia cavità intestinale (Fig. 22) rivestito 
da un epitelio affatto simile a quelle delP intestine, il quale diverticolo, perfettamente 
paragonabile al diverticulum coecum vitelli di alcuni Uccelli, deve ritenersi derivato dalla 
persistenza del condotto vitellino. La Fig. 22 che ne rappresenta un caso mostra anche, 
air interne del diverticolo, una ricca infiltrazione di cellule linfoidi. 

Finalmente, sebbene siano del tutto scomparsi il sacco e il canale vitellino, rimangono 
sem{)re nelT adulte segni délia preesistenza dell' organo dati da un ombelico intestinale più 
meno distinto e dalla persistenza dei vasi vitellini, arteria e vena. 



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— 323 — 



ômbelico addominale e eorpo allantoideo. 

Nelle Tartarughine nate da poco o per Y Emys anche negli esemplari raccolti uella pri- 
raavera deiranno seguente alla loro schiusa, ô ancora visibile, suUa faccia esterna dello scudo 
ventrale, Tarea delF ômbelico cutaneo, situata tra le piastre cornée del quarto e quinto 
paio, la quale va poi sempre più restringendosi, finchè negli esemplari maggiormente avan- 
zati, quindi dopo varii mesi dalla nascita, scompare, confondendosi con la linea di sutura 
délie lamine cornée medie del piastrone. Neîle piccole Emys con piastrone lungo da mm. 20 
a 23,5 Tarea ombelicale od ômbelico cutaneo, discretamente ampio, ha figura fusata o rom- 
boide con V asse maggiore di circa mm. 5 in média diretto in senso sagittale e V asse mi- 
nore di mm. 1—1,5 in senso trasversale. È chiusa da un tegumento pitl sottile o meglio 
da una membrana ombelicale di colorito biancastro o bianco-gialliccio la cui superficie 
ventrale pub avère varie aspetto: raramente è liscia, pitl di fréquente mostra leggiere 
pieghe o increspature longitudinal!; talvolta apparisce leggermente invaginata verso T in- 
terne, qualche altra volta è al contrario lievemente rialzata verso l' esterno od ha nel mezzo 
come una piccola sporgenza a guisa di tubercoletto di colorito più scuro. L'area ombeli- 
cale, restringendosi sempre più, finisce colPassumere una forma lineare e col coincidere con 
la sutura mediana longitudinale délie piastre cornée con la quale si confonde. La mem- 
brana ombelicale, per il restringersi dello spazio dalla medesima prima occupato, va a poco 
a poco scomparendo (1). 

Negli esemplari di Testudo graeca nati da poco T ômbelico cutaneo è lungo mm. 5 e 
largo mm. 2 circa, negli esemplari col piastrone lungo mm. 25 è già ridotto ad una 
stretta fessura e in quelli col piastrone lungo 30 mm. non se n' ha più traccia. 

Specialmente degno di nota è perb il fatto che sulla faccia dorsale o peritoneale del- 
r ômbelico cutaneo aderisce un corpicciuolo di forma sferica oppure di figura ovoidale, di 
colorito bianco-roseo, che sporge verso la cavità viscérale (Tav. I, Fig. 1, ïav. II, Fig. 23 
e 24, c. a.). Il peritoneo sui lati e caudalmente al detto corpicciuolo è lievemente infossato 
ad imbuto. Questo corpicciuolo nelle Tartarughine {Testudo graeca) schiuse da pochi giorni 
(Fig. 1 e 23) ha una lunghezza di mm. 3,5 ed una larghezza di mm. 2,5, poi si riduce e si 
rimpiccolisce assumendo una forma conica con Tapice rivolto cranialmente (Fig. 24) e 
non présentando che una lunghezza di mm. 1,5 — 1 e una larghezza alla sua base di 



(1) L' ômbelico cutaneo quantunque ben visibile è assai più piccolo dell'apertura' ombelicale nel 
mezzo dell'abbozzo del piastrone dell' embrione. La forma affusata od ellittica dell'area ombelicale con 
gli estremi craniale e caudale acuminati dipende dal fatto che nell' embrione Tintegumento al davanti 
e al di dietro dell'apertura ombelicale, come fu notato da Rathke, nella linea mediana délia parete 
addominale è più sottile che ai lati di essa, sicchè al davanti e al di dietro dell' ômbelico si présenta 
una doccia longitudinale discretamente profonda, la quale ë più larga negli embrioni mené avanzati 
nello sviluppo, montre manca quando le due meta del piastrone si addossano maggiormente tra loro. 



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— 324 — 

mm. 1,5 — 1 (in esemplari col piastrone lungo mm. 30), finchè a poco a ihjco M*oiijj«a:-=- I 
Similmeote nei giovani di Emys^ suUa faccia dorsale deiromljelico cuianeo, ln»Vca>i 3..."-^-' 
in un lieve infossamento del periloneo, che lo ricopre, un rorpicciuolo roton»l«j i>J -iv^. 
dî colorito giallognolo del diamètre di poco più di 1 mm., inisuralo irasversaluient»-. N---:. 
esemplari di Emys alquanto più avanzati si restrin«fe mainriorniente ed acquisia una r*>r:i^ • 
fusata o cilindroide. Tanio in Testwfo quanto in Emys alfeslremo caudale di qnesio c^ r- 
picciuolo aderisce la vescica urinaria per mezzo di un coilo irailo rislretio a «ruisa «i. 
peduncolino (uraco) ; in allre pan>le puô dirsi che c^udalmenie il corpicciuoln arfilaii'î* '^: 
si continua con la vescica. 

Ai lati il descntlo corpicciuolo ê fianche^nriaio dalle vene aildominali (Fiir. 21 e 21. 
r. a. d., r. a. s.) che corrono in avanli vei-so il feiraio e che m^Ue Tartarucrhe. c«»me ittl 
\\oco cercherô di dinn»sirare. derivano, secondo il mio parei^e, dalle veno omtielicaiî •■ 
allanioidee. 

Il coipicciuolo, del quale ora <i <x*cupiarao, seW^ene non prenda adesione c«jI sao^o 
vitellino, tuttavia mostra frli stessi rap[>orli to[>o!rrafici del corfK) allantoid^> che io }zVt% 



Fig. I 



Fig. \. — A ' Porzione posteriore del 
tronco i\\ una Larevta ï«ura/if 'ap^»ona suus-idia 
daU'uovo. Fu asportata la parete anteriore e 
latérale defl'adilume e per^semplicitâ non fa- 
rono disoiirnali gti al tri visceri. Il prej>arato 
è veduto dalli faccia ventrale, a//., corp<j al- 
lantoideo fonnaio dairallantoidc e dallaninius 
accolti nella cavità addoroinale : sac. vii., sarco 
vitellino veduto dal polo distale; o., omlieliro 
culanco; res.^ vescica urinaria; a. o., arterie 
omhielicali (allantoidee). Il sacco vitellino e 
il corpo al lantoideo furono spostati in alto 
f>er metterli mealio in evidenza. Injjrandi- 
mento diam. 7 C'rca. 

B ' Lai stessa veduta di prolilo per me- 
glio mostrare le connessioni tra corpo al lan- 
toideo, ombelico, sa^-co vitellino e >esci**A. p., 
parete delTaddome. In?randimento diam. 7 
rîrca. 



1^9. Jl. 



Joe. vil. 



iOL 



tms. 




--'VJ^ 




descrissi n^^lla Larerîa e nel Tropidonotiis (vedi le ¥\\z. 1-3 nel te>to) e al quaie i-» a» 
idenlitico, ritenendolo del pari derivato da parti dcU'amnios e deirallanîuide. f^iitraie n»i;:i 
cavità addominale {)er il meccanisino col quale in quosta viene accolto il sacco vii»^uino. 
Ma la prova cerla che il niedesimo sia verameiite dovuto airainnios e alPallantoMe ci è 



(1) In e3$emplari con piastron*? lungo «fâ mm. e ancora discivtani^'ijf»* visibile. I^ Tarianiirf:»* a iu.'^ 
non ne pos.sej?j;rono più alcuna traccia. AU'inconriH) per le LuLerloie, setondo le osseivazioni dî Bersch 
e Strahl, non sarebbe affatto rare il ca-îo di rieonoscere anche neîrli adulti un uliinio ivsto deu» z^tî.» 
vescicale ossia del corpo allantoidee. 



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— 325 — 

fornita dalla sua struttura, quale ci si ri vêla aU'esame raicroscopico délie sue sezioni 
trasversali. 

La Fig. 25, Tav. II, rappresenta la sezione trasversa del corpo allantoideo di un giovane 
eseaiplare di Testudo graeca schiuso da poco. Il corpo allantoideo è rivestito superficialmento 
dal peritoneo, nel suo interno risulta di lamine connettivali ripiegate su loro stesse, forte- 
mente stipate ; vi corrono pochi vasi e qua e là si notano délie aree occupate da masse 
epiteliali con una parte délie cellule, che le costituiscono, in disfacimento (Fig. 25, e^ 
Fig. 26). In coteste masse epiteliali si riconosce Pepitelio che rivestiva la superficie interna 
délie lamine dell' allantoide. AU' intorno délie masse epiteliali od anche in altri punti si 
puô vedere un' invasione di cellule linfoidi. Il connettivo ha un aspetlo particolare mo- 
strandosi omogeneo, povero di nuclei, mentre abbonda di sostanza fondamentale grossola- 
namente striata; esso a poco a poco, anche per rimpiccolimento ed obliterazione dei vasi 
sanguiferi, si sclerotizza e va incontro al raggrinzamento cicatriziale. In altri corpi allan- 
toidei, in certi punti délia loro periferia, si veggono sezioni di numerosi vasi sanguigni che 
sono i resti délie diramazioni dei vasi allantoidei. 

Nelle Fig. 27-30, Tav. II, sono rappresentati corpi allantoidei di Emys pure in sezione 
trasversa. Nella Fig. 27 si ha alla periferia una parte distinta a guisa di una membrana 
che circonda la porzione centrale, la quale parte periferica è forse dovuta aU'amnios. La 
porzione centrale possiede una struttura particolare, poichè vi si scorgono délicate trabecole 
connettivali che formano un reticolo nelle cui maglie sono comprese cellule epiteliali in 
via di disfacimento. Questa porzione proviene più specialmente dalP allantoide. 

Fig. '> 
Fig. 2. — Porzione posteriore del tronco pjg 3 

di un esemplare di Tropidonotus natnx appena 
uscito dairuovo. Fu tolta la parete anieriore e 
latérale delfaddome. Il preparato è veduto un 
po' di profilo. a//., volumino8o corpo allantoideo, 
diretto cranîalmente, nel quale si distingue un 
grosso picciuolo (peduncolo cutaneo rovesciato) 
lungo mm. 7 circa ed una porzione lobuiata, 
lunga mm. 7 e larga mm. 4-5 circa, costituita in 
parte dalfallantoide ed in parte dalfamnios. Qui 
il corpo allantoideo rappresenta la sacca musco- 
lare clie circondava il sacco vitellino, rovescia- 
tasi air interno délia cavità viscérale; su di esso 
spiccano i vasi ombelicali. a. 0., arterie ombeli- i 
cali (allantoidee) ; 0., ombelico cutaneo ; w\ (v&r.) 
uraco rudimento di vescica urinaria congiunto 
al corpo allantoideo; ov,, ov.\ ovidutti, sinistro e 
destro ; r., r.\ reni ; i., ultima porzione delfin- 
testino medio; 1. /., intcstino terminale. Ingran- 
dimento diam. 3 circa. 

Fig. 3. — Sacco vitellino {sac, vit,) e corpo 
allantoideo {ail.) di un esemplare di Tropidonotus 
natrix appena uscito dall'uovo, insieme congiunti 
per mezzo di un lungo e sottile ponte, nel quale 

corrono i vasi che dalla lamina interna delf allantoide si gettavano sul sacco vitellino. 0., ombelico cutaneo; 
py., peduncolo vitellino; 1., intestino medio. Ingrandimento poco più di diam. 1 Vj. 



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— 326 — 

La Fi|Ç. 2H rîproduce la sezione di un altro corpo allantoideo di Emys^ la cui part^ 
apicale conliene tra fasci connetiivali cellule epiteliali in disiruzione, nientre la part^ ba- 
sale coasta anicamente di teâsuto connettivo cicatriziale. 

Nella Fi|r. 2îi e 30 sono rilratte s^zioni di coqii allantoidei majr?riormente ridotii, es- 
.sendo stati presi da esernplari alquanto più avanzati dVtà: pss^ val^ono anche a mostrare 
il rapporto che i corpi allinloidei hanno con la vescica urinaria. Non è raro il caso di 
vedere, seguendo la série délie s^zioni, repitelio delfuraco, ossia del |)eduncoliuo che coo- 
giunge la vescica col corpo allontoideo, continuarsi poi con la massa epiteliale di questo 

Nelle Fig. 25, 28 e 2î> si rileva inoltre che gli slrati superHciali deirepidermide che ri- 
copre la membrana oml>elicale sono destinati, col reslringersi e collo scomparire deir om- 
Ijelico, ad essere elirninati. 

Le ricerche di Hochstetter suUa disposizione degli involucri embrionali (amnios e 
allantoide) rispetto al sacco vitellino e il meccanismo, dal niedf*simo Autore illustrato, per 
rnezzo del quale il sacco vitellino viene introdoito nella cavilà addominale, dànno conipleta 
ra^'ione délia formazione del corpo allanloideo (1». 



Vasi allantoidei od ombelicali. 

Arterie allantoidee. — Tîederaann (2) ric^rda che negli enibrioni di Emys ama- 
zrmica da lui esaminati le arterie, le quali si raraificavano neir allantoide, provenivano dai 
tronchi arleriosi del bacino. 

Anche Duvernoy (3) accenna per i Cheloni a due arterie provenienti dal bacino, le 
arterie ileo-ombelicali che € escono dalPaddome col peduncolo del F allantoide e si esj^an- 
r'ono con fine ramificazioni su tutta Testeiisione di queslo doppio sacco ». 



(1) Se perô la formazione del corpo allontoideo in certi Saurii (Lacerta) e in certi Ofidii {Tropi- 
flonotîM), corne pure negli Uccelli, dipende dal fatto che il sacco vitellino aderendo nel suo polo distalc 
alTallantoide trae con se più specialtnente quelle parti deirallantoide medesima e deir amnios che for- 
mavano la sacca in cui il sacco vitellino, prima di passare neir interno del feto, era racchiuso e dalla 
quale viene sospinto nella cavità addominale, nelle Testuggini invece la formazione del corpo allantoideo 
è df5terminata unicamente dal modo spéciale con cui Tembrione a termine si libéra degli involucri, 
lasciando intégra F allantoide, e dall'azione che questi retraendosi esercitano sul sacco vitellino per 
spingerlo nella cavità viscérale. D'altra parte nella Vipera e nel Gongt/ lus, corne io ho osservato, dove 
mancano aderenze o connessioni vascolari del sacco vitellino con T allantoide, sebbene la recezione del 
sacco vitellino si effettui mediante un meccanismo simile, non si veriûca la formazione del corpo al- 
lantoideo. Di più è notevole che, mentre nelle Tartarughe e nella LaceHa Tentrata del sacco vitellino 
nella cavità addominale si compléta solamente quando l'embrione ha già cominciato a lîberarsi dagli 
involucri e a rompere il guscio, nella Vipera e nel Gongylus è già avvenuta prima che il feto abbia 
rotto le membrane (amnios e allantoide), dalle quali perciô esso si vede ancora conipletamente circondato, 
quando, al posto esternamente occupato dal sacco vitellino, non trovasi più che la sacca amnio-allantoidea 
(costituita dal peduncolo cutaneo e dalla lamina interna deirallantoide), nella quale il sacco vitellino 
stesso era contenuto e la quale è adesso retratta e appesa al peduncolo cutaneo. 

(2) 1. c. 
(3; 1. c. 



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— 327 — 

Più précisa menzione délie arterie allantoidee degli embrioni di Tarlarugho si trova 
fatta da Rat h ko, il qiiale le vide aache in grovaiii esemplari di Emys, di Sphargis, di 
Chelonin^ e iiotô cho erano in numéro di due e correvano sotto la vescica urinaria ira 
questa e la parete addominale, ai lati del piano raediano del corpo, non molto distanti 
Tuna dairaltra. 

10 le osservai negli embrioni di Testudo e di Emys, dove vidi appunto che decorrono 
sotto la vescica, tra questa e la parete deU'addoine, mentre in certi altri Rettili, partico- 
larinente nei Saurii, cosi ad es. nella Lacerta e nel Gongylus^ caraminano molto lateral- 
mente alla vescica, fino alla loro uscita dair ombeilico insieme al peduncolo allantoideo per 
passare suirallantoide. Negli embrioni le arterie allantoidee iiascono dall'aorta addominale 
sotto forma di due grossi rami (1) che perb sembrano piuttosto derivati per biforcazione 
délia medesima, la quale immediataraente dopo la loro origine diviene molto sottile e si 
continua quale arteria (aorta) caudale. Esse scendono subito ventralmente a guisa d' arco 
suUe pareti délia regione pelvica e si portano dapprima a lato del tratto che unisce la 
vescica alla cloaca, poi al disotto délia vescica ai lati délia linea mediana e si dirigono 
cranialmente per ra^giungere poi l'uraco o peduncolo allantoideo (Tav. II, Fig. 32, a. omh.\ 

11 Rathke riferisce che uegli esemplari giovani, ma non già molto avanzati, di 
Emys e di Plate t>ys le arterie ombelicali erano in grandissima parte o anche complcta- 
mente scomparse. lo i:ivece le ritrovai ancora pervie in esemplari discretamente avanzati 
d'età e inoltre le rintracciai costantemente sin negli adulti, tanto di Testudo quanto di 
Emys^ dove per altro sono ridotte ad esili cordoncini connettivali solidi cho funzionano 
corne da ligamenti. Essi si staccano |)ero dal tronco deir arteria ischiatica e si portano 
ventralmente nella faccia inferiore délia vescica sin presse il suo apice. 

Ho voluto dare risalto pure a qupsto fatto, sembrandomi non del tutto superflue il 
metfere in evidenza che nogli adulti délie ïestuggini, corne nei Mammiferi, persistono resti/ 
délie arterie ombelicali quale traccia délie condizioni relative alla precessa esistonza d'uno 
degli involucri embrionali. 

11 Mitsukuri, accennando ai vasi degli annessi embrionali e alla loro disposizione 
neirombelico durante gli ultimi stadi dello sviluppo, sembra ritenere, se si giudica anche 
dalla figura schematica da lui datane (2), che, in Cletnmys japonica e Trionyx japomctts^ 
esista una sola arteria allantoidea, la quale subito dopo la sua uscita dairombelico si di- 
vide in due rami, destro e sinistre. Si tratta invece, almeno por quelle che io ho riscon- 
trato in Testudo e in Emys, di due vere e proprie arterie allantoidee (3). 

Vene allantoidee. ~ Passaiido ora a discorrere délie vene allantoidee, importa che 
io cominci col riferire quanto a proposito di questi vasi scrisse Rathke: « Dalla regione 



(1) Da ciascuno di essi sorge, corne piccolo ramo, T arteria ischiatica. 

(2) Mitsukuri — 1. c. , Tav. IX, Fig. 75. 

(3) Io soltanto por eccezione una volta in un embrione di Gongylus iio voduto che osisteva 
unicaniente l' arteria allantoidea di un lato. 

Série VI. — Tomo IV. 44 



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— 32> — 

delPombelico, non soltanto nelPembrione di Clielonia ma anche nei giovani di Chelonia e 
di Sphargis, decorreva una vena considerevolmente arapia sulla parete addominale verso la 
faccia inferiore del lobo sinistro del fegato e, a una distanza non niolto grande del niar- 
gine anteriore del m^desimo, si univa inanifestaraenle alla vena epatica di questo lobo. 
Senza dubbio era questa la vena umbilicalis per la quale niancava per6 un ductus venosus. 
Ma verso il raedesiino lobo anche nelle Testiiggini adulte si porta una vena, la quale nella 
meta del lato sinistro del corpo proviene dalParto posteriore e dal bacino, fa il proprio 
camraino sulla parete addominale, pénétra nella vena epatica sinistra e dal Bojanus 
è stata chiamata la vena ombelicale sinistra. lo potrei perô presumere raolto che questa 
vena del corpo negl» erabrioni délie Testuggini sta alla vena ombelicalo vera e propria 
nel rapporte di un ramo col suo tronco ». 

Mitsukuri accenna alla vena allantoidea negli embrioni di Clemmys e di Trionyx, 
ma non ne descrive il decorso nel corpo deirembrione. 

Bojanus nella sua opéra « Anatome Testudinis europaeae » (1) illustra per T adulte 
due vene che egli chiama ombelicali, ciascuna délie quali sorge come continuazione della 
iliaca, decorre lungo la parete deU'addome tra il muscolo obliquo e il traverse e raggiunge 
il fegato. Le due vene sono congiunte mediante la vena anastomotica transversa umbilicalis. 
La vena ombelicale sinistra con decorso sinuoso si reca al fegato e similmente la vena 
ombelicale destra. I due tronchi, raggiunto il fegato, si congiungono per mezzo di un ansa 
trasversa che costituisce la vena porta. Dalle vene ombelicali partono numéros! rami che 
penetrano nel fegato. Il vero tronco della vena porta è disposto trasversalmente sulla faccia 
superiore del fegato ed è continue ad ogni suo estremo con la rispettiva vena ombelicale, 
montre nella sua parte di mezzo risulta costituito dalle vene duodenale, mesenterica e 
pancreatica. 

Si tratta ora di stabilire se le vene indicate dal Bojanus neir adulte col nome di 
o.nl)elicali corrispondano o provengano almeno in parte dalle vene allantoidee delP embrione, 
poichè gli studi di Hochstetter suUo sviluppo del sistema venoso dei Rettili, partico- 
larmente dei Saurii, dimostrarono che, negli stadii più avanzati, délie vene ombellicali, dap- 
prima pari, perduta la loro unione col rispettivo dolto di Cuvier, rimane, per la scom- 
parsa della destra, la quale nella Lacer ta non prende nemmeno alcun rapporte colla 
rete venosa epatica, soltanto la vena ombelicale sinistra, che si congiunge colla detta rete 
e si sposta ventralmente per raggiungore il mezzo della parete ventrale del corpo e decorrere 
cosî daU'ombelico addominale al fegato. Dopo la nascita, cessata la funzione deirallantoide, 
la vena ombelicale sinistra si oblitéra e scompare, nel montre acquista maggiore irapor- 
tanza una vena già formatasi neir embrione al di dietro deir allantoidea e rappresentanto 
la vena addominale che proviene con due radici dalle vene ischiatiche: raccogliendo il 
sangue dai corpi grassi e dalla parete addominale, le due radici raggiungono la linea 
mediana ventrale, si uniscono in un tronco impari, la vena addominale propriamente detta, 
la quale poi si allontana dalla parete addominale e, decorrendo sul margine libero dol 



(1) Vilnae, 1810' 1821. 



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— 329 — 

mesenterio epatico ventrale verso il fegato, va a sboccare nel ramo sinistro délia vena 
porta, ossia si unisce alla vena mesenterica per formare la vena porta (1). La vena addo- 
rainale si era per T addietro scambiata colla vena allantoidea, la quale si sarebbe percift 
conservata neiradulto. Il destino délie vene ombelicali degli altri Amnioti, è simile a 
quello che abbiamo ricordato nei Rettili: soltanto negli Uccelli si mantiene un resto délia 
vena ombelicale sinistra per tutta la vita (2) e, quanto ai Mammiferi, solo nelV Echidna 
sembra che la detta vena non si obliteri ma piuttosto entri in unione con le vene délia ve- 
scica urinaria e persista durante tutta la vita rappresentata da quel vaso che il Beddard 
indica corne vena addominale (3). 

Nei Coccodrilli allô stato embrionale esistono una vena allantoidea e due vene addo- 
minali, corne fu già osservato da Rathke (4) e corne risulta dalle belle ricerche di Hoch- 
stetter (5) suiranatomia e suUo sviluppo del sistema vascolare dei Cocrvodrilli. 

Per le ïartarughe adulte esistono due vasi che, corne si è detto, Bojanus chiamo 
vene ombelicali, e che al présente dagli autori vengono indicate come vene addominali. 
Ora queste due vene addominali sono già formate e posseggono già i loro peculiari ra[)- 
porti neir embrione a termine, dove V una di esse, la sinistra, ha certamente relazione con 
l'allantoide ed è la vena allantoidea sinistra, l'altra, ossia la destra, non invia ramiflcazioni 
all'allantoide» ma nel corpo dell'embrione ha una posizione simile a quella del lato opposto: 
sembrerebbe pertanto che negli embrioni avanzati o a termine dei Cheloni esistesse una 
vena ombelicale (la sinistra) e una vena addominale; questa perô, secondo il mio avviso, 
corrisponderebbe alla primitiva vena ombelicale destra. 

Quindi io ritengo che le due vene (Tav. II, Fig. 23, 24 e 28-30) le quali nei giovani di Te- 



(1) II luogo in cui pénétra nel fegato la vena porta é situato più caudalmente rispetto a quello 
in cui vi entra neireinbrione la vena ombelicale sinistra. La vena addominale fu già descritta con 
molta precisione da Délie Chiaje (Dissertazioni sulTanatomia umana comparata e patologica. Mono- 
grafia sul sistema sanguigno degli animali Rettili. Rendiconto délia R. Accademia di Napoli. T. VIL 
1848). 

(2) Taie vena è descritta daMilne Edwards (Leçons sur la Phys. et V Anat. comp. de V homme 
et des animaux, 1\ III , pag. 470) e da Vogt et Y un g {Traité d* Anat, comp. pratiqua, T. II, 
pag. 830) Vedasi anche Rathke, Ueber den Bau und die Entwickelung des Vonensjstems der Wir- 
belthiere {Dritter Bericht ûber das Naturwissenschaftliche Seminar zu Kônigsbery 1838, pag. 12). 

(3) Vedi in Hochstetter, Die Entwickelung des Blutgefàsssystems. {Handbuch der vergl. und 
exper. Entwickdungslehre. der Wierbeltiei^e, herausg. von 0. Hertwig, Jena. 1903). 

NeU'uomo lo stretto lume vascolare che non di rado puô trovarsi lungo la parte centrale del 
cordone fibroso délia vena ombelicale, ritenuto da Baumgarten {Centralblatt fur die med. Wiss. 
1876, N. 40-41) similmente che da altri précèdent! osservatori, quale resto di questa stessa vena 
incompletamente obliterata, fu al contrario considerata da Wertheimer (Journal de V Anat. et de 
la Phys. T 1, 1866) come una vena di nuova formazione (vena centro-umbilicalis) sviluppatasi dopo 
la nascita, in seno alla vena ombelicale obliterata, per vascolarizzazione del trombo che Totturava. 

(4) Rathke H. — Untersuchungen ûber die Entwickelung und den Kôrperbau der Krokodile. Bra- 
unschweig 1866. 

(5) Hochstetter F. — Beitràge zur Anatomie und Entwickelungsgeschichte des Blutgefàsssy- 
siemes der Krokodile. In: Voeltzkow Reise in Ostafrika in den Jahren 1903-1905. Bd. /V. 
Stuttgart 1906. 



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- 330 — 

studo e di Ernys fiaiicheggiano il corpo allantoideo per raggriungere, ognuna dal proprio lato, 
il rispettivo lobo, sinistre o destro, del fegato, derivino dalle primitive vene oinbelicali, pari 
nelle Testuggini corne negli altri Rettili e in tutti gli Amnioti, le quali indiotro si sono 
messe in rapporte con le vene ischiatiche. Ma neU'embrione effettivamente è la sola vena 
sinistra che funziona da vera e propria vena allantoidea, da vena cioè che riconduce il 
sangue daU'allantoide. Per6 questa stessa vena riceve caudahnente presso l'apeilura onibe- 
licale un ramo che la congiunge con Pischiatica. La vena ombelicale destra, che caudal- 
mente si congiunge pure con l'ischiatica del suo lato, negli stadî avanzati di sviluppo o 
non raccoglie affatto rami daU'allantoide o soltanto qualche tenue e brève raino, che pro- 
venendo dalla membrana ombe'.icale segue il peduncolo allantoideo. La vena ombelicalc 
sinistra neirembrione è molto piit ampia délia destra, e simihnente nelPadulto la vena 
addominale (ombelicale) sinistra si mantiene di calibre alquanto maggiore délia désira. 

• Dichiarato quale sia per me il signiflcato attribuibile aile vene addominali (vene oni- 
belicali, Bojanus) degli adulti délie Testuggini, passerb a dare altre prove, segnata- 
mente embriologiche, che credo stiano a sostegne délia mia interpretazione. 

Ho già dette che negli stadii prececi di sviluppo délie Testuggini si hanno due vene 
onibelicali o allantoidee. Queste due vene, similmenle che negli altri Rettili e in tutti gli 
Amnioti, decorrono dappiima sulle pareti latéral! del corpo (Tav. II, Fig. 31) a quel modo 
che ben mostrano le sezieni seriali di un embrione della lunghozza di mm. 5,8 (1) da nie 
esaminate. Nei preparali che ebbi in istudio non mi fu possibile seguire cranialmente con 
esattezza le due vene ombelicali, ma è da ritenersi che esse si aprano nel seno veneso. Nelle 
sezieni seriali d'un embrione di Testudo alquanto più avanzato (lunghezza dal cape alla 
radice della coda mm. 7, distanza fra gli arti ant. e post. mm. 3,8) le due vene ombelicali 
corrono ancora lungo le pareti laterali del corpo, ma caudahnente in corrispondenza del- 
Tombelico si vede che soltanto Tuna di esse, la sinistra, possiede rapporti coirallantoide 
mentre per la destra non si riesce a scorgere relazioni con quesforgano. Al didietro del- 
rombelico, nella parete latere-ventrale del corpo, due vasi, une per lato, appariscono como 
la continuazione caudale délie vene allantoidee; sono certamente due vene che si congiun- 
gono aile allantoidee nella regione deirombelico. 

In un embrione di Testiuto graeca delPetà di 37 giorni le due vene ombelicali hanno 
perduto la loro unione col seno veneso e si mostrano amboduc in rapporte col fegato: 
nella re^^ione deirombelico le due vene, di oui la sinistra è piii grande della destra, decor- 
rono sui margini laterali deirombelico cutaneo, subito cranialmente a queste esse assu- 
mono una posizione piil ventrale avvicinandosi maggiormente alla linea mediana sonza pero 
raggiungerla mai, peichè si mantengono sempre ai lati del piano sagittale. Alquanto più 
in avanti ciascuna dello vene ombelicali corre per brève tratto ai lati della porzione cau- 
dale del pericardio in una plica pericardiaco-periteneale, e volgende un poce dorsalmente 
raggiunge la faccia ventrale del fegato per mettersi in unione, quasi aile stesso livollo 
(la destra arrivando al fegato alquanto più presto della sinistra), colla rete venesa epatica. 



(1) Tolto dall' uovo 25 giorni dopo la deposizione. 



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— 331 — 

la un'embrione di Testiido graeca dell'età di 41 giorni e in un altro di 46, dalle 
sezioni trasverse del quale sono stale ricavate le Fig. 32-37, si sono maggiormente accen- 
tuât! i rapporti ora descritti e che dalle figure appaiono assai manifesti. Nella regione 
deironibelico ambedue lo vene ombelicali (v. omb, d., v. omb. s,J decorrono sui margini 
laterali di esso. Esaminando in questa regione la vena orabelicale destra si vede che riceve 
una diramazione (rappresentata nelle Fig. 33 e 34 dal vaso posto più ventralmente) dal 
I)eduncolo cutaneo, raa essa col tronco principale si continua caudalmente. Anche per la 
vena ombelicale sinistra si scorge che la medesiiua, quautunque provenga col suo tronco 
principale daU'allantoide, tuttavia è in unione con un vaso venoso, che giunge dalla parte 
posteriore délia parete addominale. I vasi adesso ricordali, che derivano dalla parete addo- 
minale posta caudalmente airombelico e che si aprono nelle vene allantoidee, possono 
considerarsi corne vere vene addominali. Lungo il loro decorso daU'onibelico fine al fogato 
le vene allantoidee ricevono ramuscoli dalla parete ventrale deiraddome. 

E i rapporti ora descritti si mantengono pure negli embrioni di 51, 57, 70 e 73 giorni 
di età, ossia fino al termine dello sviluppo (ïav. II, Fig. 38 e 39). 

La vena ombelicale destra in questi stad più avanzati non raostra d'aver relazione 
col peduncolo allantoidee, corre lungo il margine corrispondente deirombelico e caudal- 
mente si congiunge con una vena che proviene dalla parete ventrale del bacino. La vena 
ombelicale sinistra, più ampia, si divide, presse il margine caudale deH'ombelico in due 
rami, uno grosso che vi giunge dal peduncolo allantoidee ed uno piccolo che vi arriva 
dalla parete ventrale del bacino (1). 

Uguali disposizioni si riscontrano con lo studio délie sezioni seriali di embrioni di 
F7ni/s hitaria. 

Complétai la ricerca dissecando embrioni avanzati di Testudo graeca [uno di 65 giorni 
d'età (2) e due di 73 giorni (3)] già fîssati e conservati in alcool. Asportato il clipeo e 
soUevato l' intestino posteriore in modo da porre allô scoperto la faccia dorsale deir ombe- 
lico, rilevai l'esistenza di due sole vene da me ritenute Tuna e Taltra come ombelicali, 
quantunque soltanto la sinistra, molto più ampia, riconduca il sangue dairallanloide. Con- 
simile dissezione eseguii j)ure su embrioni di Emys risconirandovi egualmente due vene 
ombelicali con le disposizioni indicate per gli embrioni di Testudo. 

lo non ho veduto che a lato di queste vene ombelicali si sviluppassero quelle veno 
cho nell'adulto vengono chiamate addominali, e pertanto sono indotto a credere con fon- 
damento che le vene in questione derivino dalle allantoidee. Nelle Tartarughe non si hanno 
due vene addominali e una vena ombelicale come nei Coccodrilli. 

Inoltre, dopo la nascita non avvengono significanti cambiamenti, e nei giovani e negli 
adulti si riscontrano due vene (vene ombelicali, seconde Bojanus) che, decorrendo o ai 
lati deH'ombelico e del corpo allantoidee nei giovani o ai lati delFantica regione ombeli- 



(1) Nell'adulto il ramo venoso che si continua colla rispettiva vena addominale, stficcato che si 
sia dalla vena ischiatica, si dirige ventralmente e in avanti. 

(2) Diménsioni del clipeo: lungh. mm. 18^ largh. mm. 17,5. 

(3) Clipeo rispettivamente mm. 25x27,5 e mm. 13,5 X 19,5. 



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cale negli adulti, si portano cranialmente, risalgono lungo la plica pericardiaco-i)eritoneale 
del rispettivo lato per mettersi in rapporto col fegato e con la vena porta; caudalmente 
invece si continuano ciascuna con la vena ischiatica del proprio lato. In corrispondenza 
dell'apice délia vescica urinaria e dell'antica regione ombelicale raccolgono rami venosi, 
provenienti da queste parti. Forse del tronco delP ombelicale sinistra che giungeva dal 
peduncolo allantoideo rimane soltanto un piccolo ramo, proveniente daU'antica regione 
ombelicale, tributario délia vena addominale sinistra. 

Dopo la vita embrionale, cessata la circolazione allantoidea, assume maggiore irapor- 
tanza e sviluppo il tratto venoso che da ogni lato congiunge indietro con la ischiatica la 
rispettiva vena allantoidea, la quale, anzichè scoraparire, serve ora al deflusso del sangue 
dalle parti posteriori del corpo al fegato. Sicchè nelle Tartarughe, a differenza degli altri 
Rettili e degli Amnioti in génère, si verificherebbe la persistenza délie vene allantoideo 
che assumono pero altro ufBcio, o meglio permangono coll' ufflcio che originariamenle 
avevano, prima di prendere rapporto con Tallantoide, funzionando come vene del corpo. 

Di più a favore délia mia tesi mi sembra che stiano i risultati délie ricerche di 
Hochstetter suUo sviluppo délie vene ombelicali ncl Coccodrillo. Qui le due vene ombe- 
licali da priucipio si aprono ambedue nel seno venoso, poi tutte e due, perdendo il loro 
sbocco nel detto seno, enirano in rapporto con la rete venosa del fegato (1) e frattanto 
si spostano verso la linea mediana, ed anzi la sinistra, cranialmente airombelico, giace 
quasi precisamente nel mezzo. La vena ombelicale destra caudalmente passa lungo il lato 
destro dell'ombelico e, senza contrarre connessioni colla vena ombelicale sinistra, si con- 
tinua con la vena marginale tibiale dell'arto posteriore destro, alla quale si uniscono rami 
venosi délia parete del tronco che, decorrendo verso il bacino, giacciono là dove nella La- 
certa trovasi la vena latérale del tronco. È certo adunque che nel Coccodrillo la porzione 
craniale délia vena ombelicale destra si conserva e insieme alla vena marginale tibiale, 
con la quale si continua, forma T abbozzo délia vena addominale ; la quale portante nella 
sua porzione prossimale dériva evidentemente dalla vena ombelicale corrispondente, dive- 
nuta cosi una via di deflusso del sangue che prima a lei correva dalla vena marginale 
tibiale e dalle vene laterali del tronco. Il comportamento è alquanto diverse nel lato si- 
nistre, ma pure durante lo sviluppo embrionale vi si veriflcano certi rapporti tra la vena 
ombelicale sinistra e la vena marginale tibiale dello stesso lato, i quali, seconde il raio 
avviso, varrebbero a spiegarci come mai nei Chelonî possa conservarsi anche la vena om- 
belicale sinistra per divenire poi la vena addominale sinistra deir adulte. Infatti nel Coc- 
codrillo ad un certo stadio (stadio 59 di Voeltzkow) anche nella vena ombelicale sini- 
stra sbocca, a livello dell' ombelico, un ramo venoso che, come la radice délia vena om- 
belicale destra, riceve il suo sangue dalla vena marginale tibiale deirarto posteriore ri- 



(1) A talo propositx), sempr* in appoggio del mio concetto, giova ricordare che nel Polio, tal vol ta, 
e nei Mammiferi (cosi almeno nel Coniglio, nel Gatto e forse nell'Uomo) la vena ombelicale destra 
assume pure, sebbene transi toriamente, rapporte con la rete venosa del fegato, rapporto che nel Gatto 
si conserva per un tempo relativamente più lungo (Hochstetter). 



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spettivo e dalle veno laterali del tronco. Cotesto ramo venoso rappresenta l' abbozzo délia 
porzione caudale délia vena addominale sinistra ed esso perde poi (in quai modo Hoch- 
stetter non potè stabilire per difetto di materiale) il suo sbocco nella vena ombelicale 
sinistra, e si forma la porzione craniale délia vèna addominale sinistra con la quale esso 
si continua. 

Orbene, quantunque io ignori le ragioni che determinano il fatto (1), nelle Testuggini 
il ramo venoso proveniente dall' arto posteriore non perderebbe il suo sbocco nella vena 
ombelicale sinistra e, anzichè formarsi la porzione craniale della vena addominale, persi- 
ste come taie la vena ombelicale sinistra. 

D' altro canto, influe, sempre a conforte della mia interpretazione, è da tenersi conto 
anche del fatto che pure nella Lacerta ad un certo période dello sviluppo, cioè in giovani 
embrioni, quelle vene pari, che più tardi si uniscono per formare la porzione caudale della 
vena addominale, si aprivano nella vena ombelicale prima che si costituisse la porzione 
craniale deir addominale. 

Tutto considerato, adunque, mi sembra più chelecito concludere: V che nelle Testuggini 
le vene addominali delP adulte derivano dalla conservazione della porzione intraddominale 
délie vene allantoidee (ombelicali) in rapporte con le vene ischialiche per mezzo di un 
ramo o di un tratto, il quale soltanto sarebbe omologo aile vere vene addominali degli 
altri Rettili (2); 2° che pertanio sotte questo punto di vista le vene addominali délie Te- 
stuggini possono meritare ancora il nome di ombelicali (venae umbilicalos) loro imposte 
da Bojanus; e 3*" che nelle Testuggini si mantengono a taie riguardo condizioni di une 
stato primitive. 

Sui resti del saeeo viteUino dei QoceodnW 
paragonati a quelli délie Z'esfuggim. 

Il sacco viteUino dei Coccodrilli e il processo della sua penetrazione nella cavità addomi- 
nale come quelle della sua regressione furono, pochi anni or sono, studiati da Voeltzkow. 
Io voglio qui rilevare soltanto la somiglianza di disposizione che vi ha con i Chelonî in ordine 
a ciô che particolarmente concerne il reste del sacco viteUino, Tombelico intestinale, le 
arterie e la vena onfalo-mesenteriche, e terminare con un cenno sulle particoiarità micro- 
scopiche offerte dalF organe durante le ultime fasi della sua involuzione, paragonandole a 
quelle che abbiamo osservato nelle Tartarughe. 

Intanto dirb che il modo d'inserzione del sacco viteUino alla parete intestinale nei 
Coccodrilli è del tutto simile a quelle che abbiamo veduto per le Testuggini (si confron- 



(1) Forse uaa délie cause puô consistere nella particolare conflgurazione del tronco e quindi della 
parete ventrale deir addome délie Tartarughe che è assai larga e corte. 

(2) Nei Coccodrilli per altro la vena addominale destra sarebbe veramente omologa a quella omo- 
nima délie Testuggini, poichë in ultima analisi dériva anch' essa dalla vena ombelicale destra. 



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tino le nostre Fig. 2-5 con le Fig. 57, 58 délia Tav. XXXVII del lavoro di Voeltzkow 
e con la Fig. 40 delk nostra Tav. II). Anche nei Coccodrilli il sacco è sessile siilla [)aroie 
intestinale e si ha un canale vitellino estremamente brève. Al suo polo dislale non po'<- 
siede alcuna connessione ne con Tombelico addominale ne con la vescica urinaria. Non 
risulta che nei Coccodrilli si formi un corpo allantoideo. 

In un giovane di Cvocodilus niloticus délia lunjrhezza totale di cm. 34,5 trovai appeso 
ad un'ansa deir intestine niedio (Tav. II, Fig. 40) un reste del sacco vitellino sotto Taspotto 
di un corpicciuolo piriforme délia grandezza di inin. 5,5 nell'asse rnaggiore e di niin. 4 
nell'asse minore, il quale s'inseriva con larga base alla parete intestinale (1). Ad esso, coine 
nelle Testuggini, giungeva un'arteria onfalo-mesonterica che si divideva in due rami (le due 
arterie onfalo-niesente riche) che abbracciavano rintejstino a guisa di laccio (2). Dal lato 
craniale del reste del sacco vitellino si dipartiva un vaso venoso che, sostenuto da una 
piega del peritoneo mesenteriale, correva cranialmente lungo Tintestino fino al duodeno, 
dove la detta piega diveniva più alta e la vena si gettava poi nella vena mesenterica. Il 
vaso era situato dal lato opposto airinserzione del mesenterio ed era molto lungo, se si 
considéra che la inserzione del sacco vitellino trovavasi quasi nei mezzo deU'intestino tenue. 
Taie vaso corrisponde alla vena onfalo-mesenterica doll' embrione, in cui è molto ampia, 
dovendo riportare il sangue dal sacco vitellino pienamente funzionante. 

Traccie, simili a quelle descritte per le Tartarughe, deirantica esistenza del sacco 
vitellino e dei suoi vasi si rinvengono pure in esemplari di Alligator lucius già discrela- 
mente avanzati d'età. lo ebbi agio di esaminare due esemplari di Alligator lucius délia lun- 
ghezza totale di 76 cm. e vi riscontrai ancora distinto un ombelico intestinale, costituito di 
un piccolo tubercoletto, come mostra la Fig. 41, al quale giungevano pure due arterie 
onfalo-mesenteriche mentre ne partiva, a guisa di un cordoncino, la vena onfalo-mesenterica 
sostenuta da una piega mesenteriale, la quale vena decorreva, come neir esemplare di 
Crocodilus^ cranialmente lungo F intestine sul lato opposto a quelle delP inserzione del 
mesenterio e giungeva flno al duodeno, fin presse al piloro, per gettarsi nella vena mesen- 
terica. Siffatte disposizioni, osservate in esemplari già discretamente avanzati, m'iiiducono 
a supporre che anche negli adulti dei Coccodrilli in génère, persistano a questo riguardo 
traccie délie antiche condizioni embrionali. lo non posseggo osservazioni dirette sugli adulti, 



(i) In un altpo esemplare délia stessa specie lungo cm. 31,58 il sacco vitellino era già ridotto ad 
un piccolo tubercoletto. Voeltzkow, parlando délia regressione del sacco vitellino nei Goccodrillo 
dichiara che non puô dire precisamente a quai tempo ne sia complu to il riassorbimento, ma afferma 
che < in ogni caso esso scompare senza lasclare traccia anche innanzi la une del priiïio mese doi)0 la 
nascita », la quale affermazione seconde ciô che fu da me osservato non sembrerebbe assolutamente 
esatta. 

(2) Negli embrioni di Goccodrillo Rathke, Voeltzkow e Hochstetter rilevano che Tarteria 
onfalo-mesenterica giunta ail' intestine si biforca m due rami, i quali dopo esser passati ai suoi due lati 
giungono al sacco vitellino. Nei Coccodrilli perô Tarteï'ia onfalo-mesenterica (la futura arteria mesente- 
rica), anzichè dalTarco sinistro dell'aorta come nelle Tartarughe, si stacca, a stadî avanzati, dalla 
parete destm deiraorta ad una certa distanza dall'arteria coeliaco-mesenterica, che proviene dalla radice 
sinistra deU'aorta dorsale presse al punto di sua unione con la radice destra (Hochstetter). 



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ma la supposizione testé espreâsa sarebbe confermata dalla seguente circostanza che io rilevo 
dalle ricerche di Hochstetter (1) sul sistema venoso dei Coccodrilli. Esiste cioè negli 
adulti una vena lungo la prima porzione dell' intestine tenue, ossia lungo il duodeno, la quale 
decorre proprio nel lato opposto ail' inserzione del mesenterio, e per essa si ha inoltre una 
lamina peritoneale di sostegno, diversamente alta nei vari esemplari, che risiede suUa parete 
intestinale sin dove la vena giunge. Taie vena, che si âpre nel tronco délia vena meseri- 
terica, corrisponde certamente a quella da me descritta nei giovani esemplari di Crocodilm 
e di Alligator ed è senza dubbio un reste délia vena onfalo-mesenterica che perciô per- 
siste anche negli adulti: essa corrisponde alla vena duodenale delje Tartarughe che, come 
sappiamo, ha lo stesso signiflcato. 

L'esame microscopico délie sezioni seriali del sacco vitellino di Crocodilm nilotictcs 
rappresentato nella Fig. 40 mostra che esso possiede una spessa parete, la quale délimita 
la sua cavità relativamente ampia. Il cospicuo spessore délia parete è dovuto allô strato 
connettivale che puô suddividersi in due piani: Tuno esterno, di gran lunga più spesso, il 
quale è assai compatto, con scarsi nuclei e sembra a sua volta costituitp di due ordini 
a causa del diverse andamente délie flbre ; V altro interne, sottile, fatto di cennettivo lasse 
ricco di nuclei, sul quale ripesa V epitelio vitellino che riveste la superficie interna del sacco. 
Qua e là nella parete connettivale, fra lo strato compatto e le strate lasso, si netane dei 
recelai di cennettivo cicatriziale con abbendante sostanza fondamentale di aspette jalino e 
scarsi nuclei. Alla sua superficie esterna la parete del sacco vitellino è ricoperta dal- 
r epitelio peritoneale. Alla sua superficie interna è tappezzata, come ho già dette, dall'epi- 
telio ed entoderma vitellino, il quale è formate da un semplice strato di cellule basse ed 
anche, in certi punti, massimamente nella porzione prossimale délia parete, moite appiattite 
con nuclee grande e citeplasma di aspette vacuolare, che contengene seltante rari e piccoli 
granuli di tuerie o ne sono anche prive. Queste epitelio nella parete prossimale, laddeve 
esso è più basse, si distacca facilmente per Tazione dei reattivi, sicchè in talune sezioni 
sembra qua e là interrotto. La parete prossimale è liscia, dalla parete distale invece sergone 
le appendici parietali che quantunque moite ridotte sono ancora bene evidenti. Le mede- 
sime nel loro asse, percorse da vasi sanguigni venosi, centengono una maggier quanti ta di 
cennettivo in confronte aile appendici parietali délie Testuggini. In qualcuna di esse il 
cennettivo per tratti più e mené estesi, è s<5lerotizzato. Generalmente le appendici, e massime 
verse il 1ère apice, sono in vase da una ricca inflltrazione di piccele cellule linfeidi. Alla 
loro superficie le appendici sono rivestite da un epitelio costituite di un semplice strato di 
cellule vitellino di forma cilindrica, con il loro estremo libère retendeggiante, più e mené 
alte, in alcuni tratti anche basse, ma non mai tante quante quelle dell' epitelio délia 
parete. Dette cellule hanne il citeplasma vacuolare e racchiudone seltante pochi e piccoli 
granuli eppure minute zoUe di tuerie, ma non mai grandi sfere : il loro nuclee è general- 
mente velumineso, in alcune più che in altre. 

La cavità è ripiena di cellule vitellino libère e distaccate che hanne forma glebesa, 



(1) 1. c, Anat. und Eatw. des BlutgefâsssyBtemes der Krokodile. 

Série VI. — Tomo IV. 45 



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vescicolare, nucleo non molto grande situato per lo piîi eccentricamente, citoplasma reticolato 
contenente piccoli e pallidi granuli di tuorlo, del quale per altro possono essere anche 
affatto prive. Una parte délie cellule che si trovano libère nel sacco vitellino si caratteriz- 
zano perché più piccole, di forma più regolarmenre rotonda, con citoplasma omogeneo e 
nucleo posto nel centre. Mucchi di cellule vitelline distaccate si trovano inoltre interposte 
fra le appendici parietali. Aile cellule vitelline libère o distaccate si framraischiano detriti 
di cellule e di nuclei disfatti, nuclei in cromatolisi e qua e là dei leucociti. Tutti questi 
diversi elementi nel fresco nuotavano in un liquide che nei preparati apparisce coagulato 
e di aspetto granuloso. Nel mezzo délia cavitÀ del sacco esiste una certa quantità di tuorlo 
residuale modificato, granuloso e con vacuoli di varia grandezza, circondato in parte da 
cellule plurinucleate, più o meno regolari per forma, e in parte da masse protoplasmatiche 
sinciziali con numerosi nuclei aggruppati in di versa maniera, spesso a guisa di cerchio. 

Nella parte centrale délia sua superficie interna la parete prossimale dol sacco, con 
la quale esso aderisce air intestine, mostrasi rivestita, corne nelle Tartarughe, da un rego- 
lare epitelio, simile a quelle delP intestine, sebbene più basse, il quale perifericamente si 
continua con T epitelio vitellino. È poi notevole la persistenza del canale vitello-intestinale 
che perci5 anche nei Coccodrilli, almeno in certi esemplari, non scompare cosl presto corne 
Voeltzkow crede. La parete intestinale sporge verso la cavità del sacco vitellino a guisa 
di una papilla nella quale il lume deir intestine forma un diverticolo imbutiforme, la cui 
parte ristretta, seguendo un decorso alquanto tortuoso, si âpre con un piccolo oriflzio nella 
cavità del sacco. In corrispondenza di questo oriflzio T epitelio di rivestimento dell' intestine 
i^he si era continuato nel diverticolo si riflette, divenendo più basse, per seguitarsi <cn 
quelle che, come sopra si è ricordato, tappezza la parte centrale délia parete prossimale. 
La mucosa che délimita il lume del canale vitello-intestinale présenta alcune ripiegature 
dirette seconde Tasse del canale medesimo, il cui lume in alcune délie sue sezioni trasversc 
assume, a causa di tali ripiegature, una flgura irregolarmente stellata. 

Per i confronti con le Tartarughe intéressa che io riferisca anche quanto rilevai con 
lo studio délie sezioni seriali del sacco vitellino residuale di un altro esemplare di Croco- 
dilus niloticus lungo cm. 31,5. In questo esemplare il sacco vitellino che macroscopicament^î 
appariva come un tubercoletto irregolare, col maggior diamètre di poco più di 2 mm., possiede 
caratteri microscopici simili a quelli riscontrati nel sacco vitellino di Emys rappresentato 
nelle Fig. 19 e 20 délia nostra Tav. I. Esso ha perduto completamente le appendici parie- 
tali e nelle sezioni sembra diviso in due lobi. Une di questi due lobi è solide, posto di lato 
e costituito da tessuto connettivo cicatriziale dense con scarsi nuclei; raostra pochissiml 
vasi sanguigni, fatta astrazione di un gruppo di vasi piuttosto grossi, residuo délie dira- 
mazioni dei vasi onfalo-mesenterici; vi si notano nel mezzo pochi resti epiteliali. L* altro 
lobo, più grande, pu6 suddîvidersi in due parti : una prossimale cava, ed una distale piena, 
sebbene fra loro continue. La parte cava contiene nel suc lume, e sovrastante alla parte 
piena, una massa costiluita da sangue stravasato e coagulato, da leucociti che tengono 
incorporati detriti cellulari, da cellule epiteliali distaccate atroflche e in via di disfaci- 
mento, da frammenti di nuclei e da zoUe granulose di deutoplasma residuale, profonda- 



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— isl — 

mente modiflcato. La cavità, che nella sua meta prossimale ha la parete rivestita da un 
regolare epitelio cilindr.co, alto, contenente anche cellule mucipare e del tulto simile al- 
Tepitelio intestinale, si prolunga in uno stretto canale, tappezzato dallo stesso epitelio, 
che si dirige verso il lume delF intestino ma senza raggiungerlo poichë cessa poco prima 
dî arrivarvi. Il descritto canale è un reste del condotto vitellino che si è soltanto parzial- 
mente obliterato. Nella parte distale piena si notano délie grandi cellule plurinucleate e 
délie grandi masse protoplasmatiche, masse sinciziali, con moltissimi nuclei, le quali sono 
più specialmente addossate alla parete connettivale di questa porzione del sacco vitellino. 
Qui la parete connettivale, fortemente ispessita, è riccamente inflltrata di cellule linfoidi. 
Ricorderb per ultime che alcune délie masse protoplasmatiche plurinucleate si trovano in via 
di disfacimentOi poichè il protoplasma vi è divenuto molto più scarso, più granuloso e i 
nuclei sembrano residuati alla scia loro niembrana, sulia quale si vedono attaccati dei 
piccolissimi granuli cromatinici. 

Possiamo adunque conchiudere che un confronte istituito tra i Coccodrilli ed i Che- 
lonî dimostra pure che è consimile la struttura délie appendici parietali e dell' epitelio del 
loro sacco vitellino, struttura la quale invece differisce alquanto da quella del sacco vitel- 
lino dei Saurî e degli Ofldî, e che flnalmente anche i processi di regressione dell' organo del 
vitello studiati nelle Testuggini e nei Coccodrilli ofïVono compléta somiglianza. 



P.S. - Di récente Hochstetter (1) nelle Memorie delP I. Accademia délie scienze di 
Vienna ha pubblicato per esteso il lavoro (gentilmente inviatomi dalTAutore) sul modo 
corne gli embrioni dell' Emys lutaria lacerano i loro involucri e corne i giovani di questa 
Tartaruga lasciano F uovo. Egli con più précise osservazioni ha potuto slabilire che Taper- 
tura délia cavità amniotica non avviene perché gli elementi cellulari délia connessione 
siero-amniotica si allontanino gli uni dagli altri, ma si effettua per una lacerazione degli 
involucri embrionali vicino a questa connessione. La rottura degli involucri accade senza 
partecipazione délia connessione siero-amniotica nel lato destro di essa e ad ogni modo la 
lacerazione non détermina Tapertura délia cavità allântoidea, sicchè mentre l'amnios è 
lacerato altrettanto non succède per Pallantolde. Da questo fatto e daU'altro che gl' invo- 
lucri vengono intieramente accolti nella cavità addominale, Hochstetter è stato ben a 
ragione indotto a ritenere che il processo di recezione del sacco vitellino e degli involucri 
embrionali ïïqW Emys è molto più primitive che nella Lacerta e nel Tropidonotits. 



(1) Hochstetter F. — Beitràge zur Entwickelungsgeschichte der europàischea Sumpfschild- 
krôte {Emys lutaria Marsili). 1. Ueber die Art und Weise, wie die Embryonen dep Sumpfschildkrôte 
ihre Hûllen abstreifen und wie die Jungen dièses Tieres das Eî verlassen. Besonders Ahgedruckt ans 
dem LXXXl Bd. der Denkschriften der math.'-naturiomensch, Klasse der K. Akad, der Wisscfi^ 
schaften Wien 1907. 



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SPIEGAZIONE DELLE FIGURE 



TA VOLA I. 



Fig. 1* — Tronco di un giovaae esemplare, schiuso da poco tempo, di Testvdo graeca, nel quale fu 
asportato quasi completamente il piastrone, lasciandone soltanto la porzione corrispondente 
alla regione ombelicale che venne rovesciata caudal mente. Veduta dalla faccia ventrale. 
sv, sacco vitellino; ca^ çorpo allantoideo; vu^ vescica urinaria; f, fegato. Appena un poco 
più grande del naturale. 

Fig. 2* — Sacco vitellino di un giovane esemplare di Testudo graeca schiuso da poco. Il sacco vitel- 
lino, sVf fu asportato insieme all'ansa intestinale, t, alla quale s'inseriva. aom^ arteria 
onfalo-mesenterica ; vom^ vena onfalo-mesenterica. Ingrand, diam. 1 V» circa. 

Fig. 3* — Sacco vitellino di un giovane esemplare di Testudo graeca schiuso da non molti giomi. 
8V, sacco vitellino, già assai rimpiccolito in confronte a quelle délie figure precedenti; 
av (aom), av' (aom'), arterie onfalo-mesenteriche (arterie vitelline), désira e sinistra, 
che abbracciano l' intestine, i; vv.(vom), vena onfalo-mesenterica (vena vitellina) che 
corre nel ramo craniale dell'ansa intestinale ed è sostenuta da una piega del peritoneo. 
Ingrand, diam. 3 Vt. 

Fig. 4* — Sacco vitellino di un giovane esemplare di Testudo graeca, alquanto più avanzato d'età 
dei precedenti. Il sacco vitellino è già molto ridotto. Vi si vede la divisione dell'arteria 
onfalo-mesenterica in due rami, destro e sinistro, che abbracciano l' intestine. Le lettere 
corne sepra. Ingrand, diam. 3 V»» 

Sacco vitellino, già moite ridotto, di un giovane esemplare di Emys ItUaria, Le lettere 
ceme sepra. Ingrand, diam. 3. 

Sacco vitellino, già molto ridotto, di un giovane esemplare di Emi/s lutaria. Sono assai 
manifeste Tarteria e la vena enfalo-mesenteriche. L'altro rame (il destro) deirarteria era 
moite esile. Le lettere ceme sepra. Ingrand, diam. 3. 

Sacco vitellino estremamente ridotto di un esemplare di Emys di média età. Le lettere 
ceme sepra. Ingrand, diam. 4. 

Intestine tenue, t, di Testudo graeca di média età. Il reste del sacco vitelline, rsv, ridotto 
ad un piccole tubercoletto. La vena onfalo-mesenterica corre per lungo tratto cranial- 
mente sull' intestine e colla sua porzione pressimale rappresenta la vena duodenale. 
Ingrand diam. 2. 

Fig. 9^ — Da un esemplare adulte di Testudo graeca, Tratto dell' intestine tenue, t, visto dal lato 
opposto ail' inserzione del mesenterie. Il reste del sacco vitellino, rsr, ridotto ad un tuber- 
coletto, è quasi incerporate colla parete intestinale. Vi si vedone ancera manifesti i due 
rami dell'arteria onfalo-mesenterica e la porzione distale assottigliata délia vena onfalo- 
mesenterica. Ingrand, diam. 2. 

Fig. 10* — Da un esemplare adulto di Testudo graeca. Rappresenta l' intestine tenue, t, con l'ombelico 
intestinale, oi, alPantica inserzione del sacco vitellino. Vi si vedone ancera i vasi onfalo- 
niesenterici, arteria, aom, e vena, vom, la quale con la sua porzione pressimale forma la 
vena duodenale. c, cieco dellMntestine crasse. Grandezza naturale. 



Fig. 


5* 


Fig. 


6" 


Fig. 


7» 


Fig. 


8» 



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Fig. 11* — Da un esemplçire adulto di Tesiudo graeca. L'intestine tenue, t, con Tombelico intestinale, 
oi, al quale giungono i due rami deirarteria onfalo-mesenterica e dal quale parte la vena 
onfalo-mesenterica, che corre cranialmente sull' intestino sino al duodeno, dove rappresenta 
la vena duodenale. Presse questa porzione deir intestine si vede il pancréas, jp, e nel 
mezzo del mesenterio la milza. Grandezza naturale. 

Fig. 12* — Da un esemplare adulto di Tesiudo graeca, Tratto dellMntestino medio, i, coirombelico inte- 
stinale (ultime reste del sacco vitellino), oi (rsv), visto dal lato opposto air inserzione del 
mesenterio. Sono ben visibili i vas! onfalo-mesenterici, le arterie, av (aom), av^ (aoni)^ 
e la vena, vv(vom). Ingrand, diam. 2. 

Fig. 13* — Da un esemplare adulto di Emys îutaria. Tratto dell' intestino tenue, t, coirombelico inte- 
stinale (ultime reste del sacco vitellino), oi (rsv), visto dal lato opposto ail' inserzione 
del mesenterio. Le arterie onfalo-mesenteriche, av (aom), av' (aom'), sono ben manifeste. 
La vena onfalo-mesenterica in questo esemplare non giunveva sino aU'ombelico intestinale. 
Ingrand, diam. 2. 

Fig. 14* — Parte d'un'appendice pariétale del sacco vitelllino di Tesiudo rappresentato nella Fig. 2, 
da una délie sezioni trasversali del quale la figura fu ricavata. L'asse dell' appendice è per- 
corso da un vaso sanguigno, vs, sulla cui parete poggiano le cellule vitelline che tengono 
inclusi grossi globuli vitellini, ^^v. n, nucleo délie cellule vitelline; j^a, parete del sacco 
vitellino. Ingrand, diam. 130. 

Fig. 15* — Parte d'un'appendice pariétale di un sacco vitellino di Tesiudo graeca già discretamene 
ridotto, essendo presse a poco délia grandezza di quelle disegnato nella Fig. 3. Anche qui 
sulla parete del vaso sanguigno, vs, poggiano le cellule vitelline che perô sono più basse 
e contengono quasi ognuna un solo globule di tuorlo, glo, n, nucleo délie cellule vitelline. 
Ingrand, diam. 130. 

Fig. 16* — Sezione del sacco vitellino moite ridotto, tolto da un giovane esemplare di Emysluiaria. 
sv^ sacco vitellino nel quale le appendici parietali sono per la massima parte scomparse. 
Ad un lato délia sezione trovasi un ampia lacuna vuota, Esiste ancora il canale vitellino 
(canale vitello-intestinale) pervio, cv, rivestito daU'epitelio intestinale che si continua in 
esse fine a riflettersi sulla parete prossimale del sacco. t, intestino; ep, epitelio intesti- 
nale. Ingrand, diam. 42. 

Fig. 17* — Sezione del sacco vitelliiio moite ridotto di un giovane esemplare di Emi/s luiaria. Il 
sacco vitellino, sVj e solide: nel suo înterno un délicate reticolo connettivale circoscrive 
numerose piccole aree che sono occupate da cellule epiteliali (cellule vitelline) contenenti 
tuorlo degenerato. L'insieme offre quasi l'aspetto di un tessuto glandulare. aom, arteria 
onfalo-mesenterica; v, sezioni di vasi sanguigni (rami dell'arteria e délia vena onfalo- 
mesenteriche); t, parete dell' intestino ; ep, epitelio intestinale. Ingrand, diam. 42. 

Fig. 18* — Sezione del sacco vitellino di Emt/s Iviaria, ridotto ad un piccolo tubercoletto. Sono scom- 
parse le appendici e nell'interno del sacco, svy si trova una massa di cellule vitelline non 
contenenti più tuorlo, la quale s'insinua anche nel canale vitellino, et?, che è ancora 
pervio. t, intestino; ep, epitelio intestinale che si continua nel canale vitellino e si riflette 
sulla parete prossimale del sacco; m, mesenterio. Ingrand, diam. 54. 

Fig. 19* — Sezione trasversale del sacco vitellino e^tremamente ridotto di un esemplare di Emys 
ItUaria. Nell' interne del reste del sacco vitellino si trovano due piccole cavitù conte- 
nenti zolle granulose di deutoplasma modiflcato e rivestite da une strate epiteliale a guisa 
di sincizio, che nella figura è rappresentato in chiaro con gruppi di nuclei seriati. Sulla 
parete del sacco vitellino, subito al di fuori dello strate epiteliale, si ha una forte infil- 
trazione di cellule linfoidi. t, intestino; 6p, epitelio intestinale. Ingrand, diam. 54. 

Fig. 20* — Un tratto délia parete inferiore del sacco vitellino estremamente ridotto rappresentato 
nella figura précédente, d, zolle granulose di deutoplasma modificato contenute nella cavitÀ 



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— 840 — 

del MC60 ritellino residuale; mp, massé protoplâsmatiche (strato epiteliale) plnrinucleate 
che a guisa di sincizio rivestono la cavitù e sono in parte incluse nella sua parete con- 
nettivale oome grandi cellule plurinucleate. Le granulazioni scure nel limite tra deuto- 
plasma e strato epitoliale aono frammenti di nuclei disfattisi por oromatolisi. /, cellule 
linfoidi che formano nna forte infiltrazione periferiea; <c, tessato eonnettivo délia parete; 
ep.py epitelio peritoneale. Ingrand, diam. 250. 

Fig. 2P — Sezione del reste del sacco vitelltno di un esemplare adnlto di Têstudo gtaeca. Il resto 
del sacco vitellino, sVy quasi incorporato nella parete intestinale, mostra una cavità rive- 
stita da cellule vitelline atrofiche e a lato di questa una parte solida costituita da una 
massa di cellule vitelline atroâche, ma contenenti ancora tuorlo, sebbene in forma dege^ 
nerata. r, vasi sanguigni (ramificazioni dei vas! onfalo-mesenterici residuali); ep, epitelio 
intestinale. Ingrand, diam. 42. 

Fig. 22^ — Sezione del resto del sacoo vitelline d'un esemplare di Emyn di média età. Sono scom- 
parse le appendici pariétal! e le cellule vitelline. Il sacco vitelline residuale, «t% è 
incorporato colla parete deir intestine, t, si è perô mantenuto un diverticolo intestinale 
derivato dal canale vitellino, cv, (diverticulum coecum vitelli), rivestito daU'epitelio del- 
r intestine. Airintorno del diverticolo numerose cellule linfoidi. ep^ epitelio intestinale 
Ingrand, diam. 42. 



TAVOLA II. 

Fig. 23^ — Porzione posteriore délia parete inferiore deiraddome d'un giovane esemplare di Testudo 
graeca schiuso da poco. È veduta dal lato dorsale e corrisponde principalmente alla 
regione deirombelico. ca, corpo allantoideo; vu, vescica urinaria; vad, vas, vene addominali 
(vene ombelicali) destra e sinistra; i, intestine posteriore; r, rené, sopra al quale si scorge 
il corpo génitale (gonade). Ingrand, diam. 2 Yt circa. 

Fig. 24"^ ^ Da un giovane esemplare di Testudo graeca schiuso da parecchi giorni. Regione deirom- 
belico addominale, veduta dal lato dorsale, col oorpo allantoideo, ea, gîÀ abbastanza ridotto. 
vadj vas, vene addominali (vene ombelicali) destra e sinistra. Ingrand, diam. 2^/^ circa. 

Fig. 25^ — Sezione trasvorsale délia regione deU'ombelico cutaneo e del oorpo allantoideo di un gîo* 
vane esemplare di Testiuio graeca, schiuso da poco. ca, corpo allantoideo ; e, cumuli epi- 
teliali costituiti dai resti deir epitelio allantoideo; ep, epidermide; ep\ strati superôciali 
deirepidermide che in corrispondenza deirombelico, o, si sfaldano e cadono. Ingrand, 
diam. 20. 

Fig. 26* — Une dei cumuli epiteliali délia figura précédente visto a più forte ingrandimento. Nella 
parte centrale del cumule sono racoolti detriti di cellule epiteliali disfatte. Alla periferia 
del oumulo epiteliale stanno sparse numerose cellule linfoidi. Ingrand, diam. 160. 

Pïg. 27* — Sezione trasversale del corpo allantoideo di un giovane esemplare di ^mj/5 Zt^aria raccolto 
nella primavera successiva alla sua schiusa. Il corpo allantoideo, ca, si solleva con un 
piccolo peduncolo dall'ombelico, non rappresentsto nella figura. Ai lati il peritoneo, p, 
soUevato. Alla periferia del corpo allantoideo una parte distinta a guisa di membrana 
(forse Tamnios) che circonda la porzione centrale. NelF interne di questa numerose cellule 
epiteliali in disfacimento. Ingrand diam. 52. 

Pig. 28* — Sezione trasversale délia regione deirombelico cutaneo, ô, e del corpo allantoideo di un giovane 
esemplare di Emys lutaria, raccolto pure nella primavera successiva. Il corpo allantoideo, 
cay è maggiormente ridotto: esso nella sua parte basale aderente all'ombelico è costituito 
da connettivo cicatriziale, invece nel sue apice da scarso connettivo e da numerose cellule 
epiteliali in dUâUîimento. La membrana ombelicale è leggermente infoasata e Tinfossamento 



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— 341 — 

ootttiene i detriti degli stratî supôrâciali deirepidermide quivi distaocatisi. va(omb)dj 
va(omb)s, vene addominali (vene orabelicalî) destra e sinistra; ep, epidermide. Ingrand, 
diam. 20. 

Fig. 29^ — Sezione trasversale deirombelieo cutaneo e del corpo allantoideo di un giovane esemplare 
di JEJmi/s lutaria. Il corpo allantoideo, ea, molto ridotto è unito per mezzo di un tratto 
ristretto, l'uraco, Uy alla vescica urinaria. La membrana ombelicale è infossata e nello 
infossamento trovasi una massa epidermica distaccata e disft^centesi. Le altre lettere corne 
nella figura précédente. Ingrand, diam. 20. 

Fig. dO'' — Sezione trasversale dell'ombelico cutaneo e del corpo allantoideo di un altro giovane esem- 
plare di Emys lutaria. Anche qui il corpo allantoideo, ea, fortemente ridotto è ancora 
unito mediante Turaco con la vescica urinaria, vu, Esso contiene sempre epitelii in 
distruzîone. La membrana ombelicale è sollevata e sporge ventral mente. Le altre lettere 
come sopra. ïngrand. diam. 20. 

Fig. 31* — Sezione trasversale di un embrione di Testudo graeca délia lunghezza di mm. 5,8 
(tolto dall'uovo 25 giorni dopo la deposizione). La figura è data per mostrare le vene 
ombelicali (vene allantoideo), v. omh, che corrono nelle pareti laterali del corpo. m«, mi- 
dollo spinale; ^s, ganglio spinale; cd, corda dorsale; «o, aorta; rjp, rené primitive. Ingrand, 
diam. 36. 

Le Fig. 32 a 37 furono tutte ricavate dalla série délie sezioni trasversali di un embrione di 
Testudo graeca di 46 giorni d'età. 

Fig. 32* — Sezione poco al didietro dell'apertura ombelicale, vu^ vescica urinaria ; a. omhy arterie 
ombelicali (arterie allantoideo) situate fra la parete addominale e la faccia ventrale délia 
vescica urinaria; jpa, peduncolo allantoideo; «. omt', arterie ombelicali che corrono insieme 
al peduncolo allantoideo; v,omb.s, vena ombelicale (v. allantoidea) sinistra; *, ramo venoso 
che si âpre nella vena ombelicale sinistra, délia quale rappresenta il ramo destro. Ingrand, 
diam. 20. 

Fig. 33" — Sezione vicino al margine caudale deirombelico. pa, peduncolo allantoideo; pa^ (u) uraco; 
a. omb. d,a. omb. s, arterie ombelicali destra e sinistra; v. omb, 5, vena ombelicale sinistra; 
v.omb.d, vena ombelicale destra; fj fegato; t, intestine; rp, rené primitive. Ingrand, 
diam. 20. 

Fig. 34* — Sezione quasi nel mezzo delF ombelico. pa, peduncolo allantoideo; v.omb.Sj vena ombe- 
licale sinistra; v.omb,d, vena ombelicale destra; f, fegato; t, intestine; rp, rené pri- 
mitive. Ingrand, diam. 20. 

Fig. 35* — Sezione nel mezzo deirombelico. v.omb.Sj vena ombelicale sinistra; v.omb,d, vena ombe- 
licale destra; t, intestine; t', ansa intestinale che sporge daU'ombelico e sulla quale s'in- 
serisce il sacco vitellino; f, fegato; cf, cistifellea. Ingrand, diam.. 20. 

Fig. 36* — Sezione subito davanti al margine craniale dell'ombelico. v,omb.s^ vena ombelicale si- 
nistra; v,omb,d, vena ombelicale destra che si âpre nel fegato, f; cp, estremo caudale 
délia cavità pericardica. Ingrand, diam. 20. 

Fig. 37* — Sezione alquanto più craniale délia précédente, v.omb.s^ vena ombelicale sinistra che si 
âpre nel fegato, f; rp^ ramo pettorale destro che affluisce alla vena ombelicale destra; 
eu, cuore (ventricolo) ; cp, cavità pericardica. Ingrand, diam. 20. 

Le Fig. 38 e 39 furono ricavate dalla série délie sezioni trasversali di un embrione di Testudo 
graeca di 70 giorni di età (quasi a termine). 

Fig. 38* — Sezione quasi nel mezzo deirombelico. pa, peduncolo allantoideo con una délie arterie 



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— 342 — 

allaotoidee; v.omb,$, vena ombeiicale sinistra: v.omb d^ vena ombelicak de^xra: /*. i^- 
gato. Ingrand. poco pib di 5 diametri. 

Fig. ':$^ — Sezîone al daranti del margioe crantale delTombelico. v.omb. $^ vena ombeiicale ^iul^^.-s,: 
r. omb, d, vena ombeiicale destra che si âpre oel fegato; f^ fegato; cf^ cistifellea i et/, ec r^ 
oolpito airapice del veotrii^lo. Ingr&od. poco più di 5 diam. 

Fig. 40* — Rappresenta il resto del «acco ritellino con i relativi vasi di an giovane esempîare i: 
Crocodilut niiotictu délia lunghezza totale di cm. ',U^. gv^ gacco vitelIiDo: aof^t^ WLn^Tia, 
onfalo-meseoterica (dei suoi due rami, che abbracciano Tintestino, si vede soIt&ii''» i. 
sioistro); vom^ vena onfalo-meseoterica ; t, ansa intestinale a oui il sacco TÎtelIino ê Ills^^ 
rito. Ing»Dd. diam. 1 Vt^ 

Fig. 41* — Rappresenta il resto del sacco vitellino di un esempiare di Alligator luciu* àeWsL iriD- 
ghezza totale di cm. 70. Il tratto intestinale figurato è veduto dal lato opposto ^IV ïii<*fT- 
zione del mesenterio. oi(rsv)^ ombelico intestinale (rejito del sacco vitellino): arr fuout) 
arterie vitelline od onfalo-mesentericbe ; vv (vom), vena onfalo-mesenterica. lufzr^tkd. 
diam. 1 Vf- 




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Mem. R. Ace. d. Se. Bologna, Série VI, Tomo IV. 



vu 



Fig. 1 



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aOTTl.. 




Fig. 2 




au'(cu)m) 



au(nx)m) 



tv\ 



ttu(oom) "V ^ 
Fig. 3 



ai/(tioir^ 




Fig. 4 



Fig. 5 




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Fig. 6 



OU^OIlt 




Fig. 15 



au(aoTny 



trf.V. 






aufuoni! ^.^y 




Fig. 9 



uu(U0Tn) 



Fig. 8 



Fig. 12 



Fig. 14 



Fig. 10 



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Fig. 11 



V:, uom 

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ja.0Tn) 



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Fig. 13 



p. OREOORI dis 



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E, GiACOMiNi. — Ulteriori ricerche sui resti, ecc. - Tav. I. 






Fig. 16 



»... 



eu- 



in., \ A. -^ . - 



Fig. 18 



Fig. 19 



Fig. 20 



Fig. 22 Fig. 21 



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Mem. R. Ace. d. Se. Bologna, Série VI, Tomo IV. 



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Fig. 24 



Fig. 23 




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Fig. 26 



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Fig. 27 



Fig. 28 



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Fig. 29 



P. OREOORF dis. fig. 23, 24, 40, 41. 
R. RISTORI dis. fig. 25-39. 






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E. GiACOMiNi. — Ulteriori ricerche sui resti, ecc. - Tav. II. 






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Fig. 31 



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Fig. 35 



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Fig. 34 




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Fig. 39 



Fig. 37 




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Fig. 38 



h.d 




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Fig. 40 



II 

(aom) *. '^ y(cLom) 




(v.OTTiy 



Fig. 41 



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OSSERVAZIONl CRISTALLOGRAFICHE 

SOPRA 

ALCUNI COMPOSTI ORGANICI DI ADDIZIONE 



MEMORIA PRIMA 

Dl 

(letta nella Sessione del 12 Maggio 1907) 

CON 7 FIGUEIK NEL TESTO 

Nella présente memoria raccolgo i dati cristallograflci relativi ai seguenti composti 
di addizione : isoapiolo d'aneto e s-trinitrobenzolo (*), naftalina e s-trinitrobenzolo (•), 
naftalina e cloruro di picrile {% naftalina e s-trinitrotoluolo (*). 

I due primi di questi composti mostrano la più stretta somiglianza di forma cri- 
stallina rispettivamente coi composti di addizione isoapiolo d' aneto e acido picrico, 
naftalina e acido picrico, già da me altra volta studiati (^), e dai quali difFeriscono 
per la sostituzione di un atomo di idrogeno a un ossidrile. 

Qui adunque si ripete la relazione già nota da tempo che intercède fra s-trinitro- 
benzolo e acido picrico. 

Lo studio délie forme cristalline dei composti naftalina e cloruro di picrile, nafta- 
lina e s-trinitrotoluolo, e il loro confronte con quelle *del composte naftalina e acido 
picrico presentava un certo interesse. Sono infatti composti délia stessa costituzione 
chimica, che mostrano una relativamente piccola difFerenza in parte délia loro grande 
molecola e si prestano quindi meglio di altri a un controllo délie regole morfotropiche 
stabilité dal Groth (^). 



(^) Bruni e Tornani. Sui picrati e su altri prodotti di addizione di composti non saturi, 
Gazz. chim. ital., 1905, II, 304. 

(*) Hep p. Ueber Additionsprodutcte von Nitroderivaten mit Kohlenxcasserstoffen, Liebig's Ann. 
215, 375, 1882. 

(^)Lieberraann u. Palm. Ueber Verhindungen von Kohlenioasserstoffen mit Abkômmlingen 
der Pikrinsàure, Ber. d. d. chem. Ges., 8, 377, 1875. 

{*) Hepp. 1. c. 

(*) De^erminazioni cristallogra/îche di composti organici {série prima) Atti Soc. ital. S. N., XLI, 
31, 1902. 

Per quanto rîguarda il peso moiecoiare del prodotto di addizione délia naftalina coli' acido picrico 
cfp. Paternô e Nasini, Gazz, chim. ital,, 1889, 202, e Bruni e Carpenè, ib., 1898, II, 75. 

(^) Einleitung in die chemischeKrystallographie, 24 e seg., 1905. 

Série VI. — Tomo lY. 46 



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— 344 — 

E dalle mie osservazioni risulta che se i cristalli di naftalina e cloruro di picrile 
e quelli di naftalina e s-trinitrotoluolo hanno una simmetria minore di quella presen- 
tata dai cristalli di naftalina e acido picrico, non mostrano di avère con questi rela- 
zioni angolari, nemmeno parziali, evidenti. Tra r cristalli di naftalina e cloruro di 
picrile e quelli di naftalina e s-trinitrotoluolo si ha per6 una relazione dejçna di nota, 
ed è che sono tra loro strettamente isomorfl. 

Ricordando le considerazioni che fa il Jaefçer (^) sulla equivalenza di CH^ e di 
£r a spiegare r isomorfismo che egli trovô fra il 1-2-4-6 tribromotoluolo e il 1-2-3-5 
tribromotoluolo, si è tratti a pensare che CH,j^ e Cl abbiano nei nostri due compost i 
la stessa funzione modificatrice, ove naturalmente la loro somiglianza di forme cristal- 
line tanto stretta non sia del tutto casuale. 

Sarebbe opportune cercare se questa somiglianza si mantenga in altre coppie di 
composti analoghi ai due nostri, e questo mi propongo precisamente di tare, perché mi 
riservo di estendere le mie ricerche a quanti composti di addizione mi sarà possibile 
deir acido picrico, del s-trinitrobenzolo, délia trinitroresorcina, del cloruro di picrile, 
del s-trinitrotoluolo, délia s-trinitroanilina. 



Jsoap/o/o d'aneto s-trtnttrobetizolo 

C., H,, 0, • C, H, N, 0, 
P. di fug. w-ir. 

Sistema cristallino : monoclino 

a : b : c z= 0,9090 : 1 : 0,4194 

^ = 89" 3' 

Forme osservate : }100| JOIO» }110( }120{ }101{ |Ï01| |ïllj 



Angoli 


Limiti délie osserv. 


Media 


Calcolato 


N 
10 


(100) : (110) 


42" r — 42" 28' 


42" 16' 


* 


(110) : (010) 


47 35 47 59 


47 43 


47" 44' 


7 


(110) : (120) 


18 47 18 57 


18 52 


18 55 


2 


(120) : (010) 


28 39 — 29 3 


28 51 


28 49 


2 


(100) : (101) 


64 13 — 64 27 


64 22 


64 27 


6 



(*) Ueber molekulare und hrystallographische Symmetrie von stellungsisomeren Benzolabhôm- 
mlingen. Zeitsch. f. Kryst. u. Min. 38. 555, 1904. 



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— 345 



Angoli 


Limiti 


délie osserv. 


Media 


Calcoiato 


N 


(101) : (TOI) 


49» 


27- 


— 49° 


38' 


49" 32' 


■k 


9 


(loi) : (ÎOO) 


66 





— 66 


4 


66 1 


* 


7 


(010):(îll) 


68 


58 


— 69 


10 


69 3 


69 2 


4 


(ril):(Î01) 


20 


41 


— 21 


5 


20 56 


20 58 


5 


(Tll):(101) 










52 51 


52 42 


1 


(T11):(I10) 


58 


22 


58 


24 


58 23 


58 34 


2 


(Tll):(TIO) 












87 42 




(Ill):(T20). 






— 




60 10 


60 14 


1 


(111): (120) 










97 17 


97 30 


1 


(Tll):(T00) 










67 39 


67 42 


1 


(101): (110) 


71 


8 


— 71 


24 


71 17 


71 23 


9 


(TOI) : (TlO) 


72 


25 


— 72 


38 


72 30 


72 30 


9 


(101) : (120) 






— 






78 




(Toi) : (T20) 










— 


78 42 





K 




Cristalli da miscela a freddo di alcool e di etere. 

Sono tutti molto allungati secondo Tasse [001], e non sempre terminât! da entrambe 
le estremità di questo. 

È costante la contemporanea presenza délie due forme SlOlj e îT01|: quest'ultima 
ha per5 le sue facce sempre alquanto mono estese di quelle delTaltra. 

La S 1 1 1 i ha in ogni caso facce subordinate aile rimanenti ter- 
minali ed è forma piuttosto rara nei cristalli esaminati. 

Forma costante è la JllOj; non su tutti i cristalli invece si 
osserva la )120i, la quale ha facce che da strettissime arrivano 
flno ad essere grandi quanto quelle di jllOj. 

La jlOOj è più fréquente di j010(, e non sono rari i cristalli 
sui quali sono contemporaneamente presenti, ma le facce di jOlOj 
sono sempre poco ampie, montre quelle di jlOOj hanno di sovente 
discreta estensione. Anzi si trovarono alcuni cristalli con una faccia 
grandissima di jlOO(, o sola, o colla parallela assai stretta. 

Le facce délie forme terminai! sono di regola molto piane e ri- 
flettono bellissime immagini; quelle délia zona [001] sono sempre più 
meno striate secondo Tasse dolla zona stessa e di rado danno immagini semplici e nette. 

Sfaldatura abbastanza facile e abbastanza perfetta parallelamente aile facce îllOj. 



Fig. 1 



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— 346 — 

Il colore dei cristal li è rosso granato scuro. 
Una direzione di estinzione è quasi normale allô spigolo [lOl]. 
Per il composto di addizione dell' isapiolo d'aneto colPacido picrico si determina- 
rono le seguenti costanti: 

a : b : c = 0,9163 : 1 : 0,4226 
/? = 89" 55' 

e si riscontrarono le forme jlOOj j010( jllOj |120i }101| JfOlj, le quali corrisix)n- 
dono a quelle di egual simbolo osservate sul composto isoai)iolo d'aneto e trinitroben- 
zolo che presenterebbe adunque una forma di più, cioè la }lllj. 

L'aspetto poi dei cristalli dei due composti è somigliantissimo, perché le piccole 
difFerenze che si potrebbero far rilevare noir estensione délie facce délie forme del- 
Tuno e deU'altro, non sono sufflcienti a modificarlo di molto. 

Anche le proprietà fisiche délie facce délie forme di entrambi i composti sono iden- 
tiche, identica è la sfaldatura e identico il colore. 

Per il composto isoapiolo d'aneto e acido picrico, tra i cui cristalli se ne trova- 
rono dei geminati ad asse normale a ) lO 1 j , non riscontrati, almeno con sicurezza, fra 
quelli di isoapiolo d'aneto e trinitrobenzolo, si poterono istituire più complète osser- 
vazioni ottiche dalle quali risulta che gli assi ottici sono in piani normali a j010> e 
le bisettrici acute sono approssimativamente perpendicolari a |roi{. 

Jfaftaltna 9 s-trlnltrobenzolo 

c,, H^ . C, H, a; 0, 

p. di fus. 152". 

Sistema cristallino : monoclino 

a : 6 : c = 2,3170 : 1 : 4,0961 

3 = 83- 24' 

Forme osservate: jlOOl IIOIJ ,001j jT02i \iQ\\ jllOj j012i J112j. 



Angoli 


Limiti délie osserv. 


Media 


Calcolato 


N 
8 


(100) : (101) 


27° 32' — 2T 59' 


27" 45' 


27» 49' 


(101) : (001) 


55 26 55 43 


55 35 


* 


11 


(100) : (001) 


83 15 83 33 


83 24 


* 


7 


(001) : (102) 


44 25 44 46 


44 35 


44 21 


9 



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347 — 



Angoli 


Limiti 


délie osserv. 


Media 


Calcolato 


iV 


(102) : (foi) 


21" 


8' 


— 2V 


16' 


21° 12' 


21° 15' 


3 


(Toi) : (TOO) 


30 


41 


— 31 


10 


30 50 


31 


5 


(101) : (lOT) 


58 


35 


— 58 


55 


58 42 


58 49 


4 


(100) :(110) 


66 


29 


— 66 


38 


66 31 


66 31 


8 


(110) : (no) 


46 


41 


— 47 


4 


46 58 


• 


14 


(100) : (012) 










86 53 


87 6 


1 


(012) : (Î12) 










21 50 


21 40 


1 


■(Tl2): (TOO) 










71 5 


71 14 


1 


(001) : (012) 












63 49 




(012) : (015) 






— 






52 21 




(001) : (Ï12) 


67 


58 


— 68 


2 


68 


67 56 


2 


(112) : (TlO) 


24 


32 


— 24 


35 


24 33 


24 42 


3 


(001) : (110) 


87 


19 


— 87 


26 


87 22 


87 22 


2 


(T02) : (Tl2) 










58 23 


58 18 




(Tl2) : (115) 










63 13 


63 23 




(102) : (012) 










71 42 


71 37 




(012) : (110) 










32 25 


32 30 




(110): (105) 










75 30 


75 53 




(TOI) : (Î12) 










60 40 


60 41 




(ri2) : (110) 










49 16 


49 17 




(110):(10r) 










70 1 


70 2 




(110) :(101) 










69 26 


69 22 




(110) : (015) 










36 28 


36 35 




(012) : (101) 










75 43 


75 34 




(012) : (Toi) 










79 37 


79 30 




(012) : (115) 












53 17 




(T12) : (TOI) 


84 


36 


— 84 


38 


84 37 


84 48 


2 



Dair etere, dalP etere acetico, dairalcool e dall' acétone, nei quali solventi, a freddo, 
non è molto solubile, non ottenni cristalli molto atti a misure nemmeno sciogliendo in 
Série VI. — Tomo IV. 46* 



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— 348 — 

quanto liquido occorre e lasciando spontaneamente svaporare. Si scio^lie assai più nel 
cloroformio, e da miscela, a freddo, di questo liquido con alcool ricavai dLscreti cristalli. 
Sono tutti quanti molto allungati secondo Tasse [010] e terminati sempre ad una 
sola estremita di questo. 

Forme costanti sono }101{, {OOlj, |T01( e lîlOj; 
frequenti sono )J00j, 11021 e J112J; meno fréquente 
è J012i, 

Quanto aile forme délia zona [100 : 001] si nota 
che |Ï01j è in générale a facce qualche poco più 
estese di quelle délie altre, e lo è tanto alcune volte 
che i cristalli riescono laminari secondo taie forma. 
Si hanno poi anche dei cristalli tabulari secondo JIOOS, 
ma questo non avviene molto frequentemente, avendo 
la |100j per lo più facce subordinate e talvolta anche molto ridotte. In parecchi cristalli 
inoltre si ha prevalente sviluppo délie facce délia }101{, e qui si ha, secondo i casi, o 
jr01( con facce estese, meno per5 di quelle di )101(, e }I00j, JOOlj, jî02{ con facce 
strette o strettissime, oppure {ÎOlj, }100j, |001j, }T02( tutte con facce eprualmente e 
discretamente ampie. La |001( e la }012( non sono adunque mai forme dominant!. 

Vi sono ancora dei cristalli che nella zona [iOO : 001] presentano solamente facce 
di |001|, !}101j e }Î01j tutte estese quasi ad un modo, sicchè i cristalli stessi vengono 
ad assumere un contorno esagonale. E quando in certi cristalli tabulari secondo JlOOj 
con facce di questa forma solo alquanto estese, compaiono, corne effettivamente av- 
viene qualche volta solo facce di jllOj ail' estremita delTasse [010] dalla quale sono 
terminati, e sotto e sopra solo facce di }101| e di jl01| egualmente ampie, si viene 
ad avère un deciso abito trimetrico. 

Per quanto riguarda poi le forme comparenti a terminare i cristalli sempre da 
una sola parte, come si è detto, delPasse [010], si osserva che |110| ha di regola 
facce più estese che }112( e j012(, e che solo per eccezione si trovano cristalli sui 




Fig. 3 




Fig. 4 



quali sono presenti tutte e tre queste forme con facce presse a poco egualmente estese. 
Le facce délie forme |110|, |Tl2S e J012S sono in génère più piane e brillanti che 
quelle délie rimanenti. 



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— 340 — 

Numerosi abbastanza sono i cristalli geminati che venne fatto d' incontrare, e sono 
tutti geminati per giustaposizione ad asse normale a |100[. 

Sono anch' essi terminati tutti quanti ad una sola estremità deir asse [0 1 0], e del- 
r aspetto di uno dei più perfetti e dei più ricchi di facce osservati dà una idea la 
figura 3. 

Ma non sono rari altri, paragonabili a dei cunei molto allungati nel senso dei fen- 
dente, per il fatto che, come mostra la figura 4, superiormente sono terminati da 
strette facce dijOO 11, di jlOOl e di jlOlj e inferiormente àa'due grandi facce di iTOlj 
che si tagliano immediatamente secondo uno spîgolo, non comparendo da questa parte 
altre facce che stiano fra queste due. 

Altre volte, pur avendosi questa. identica disposizione di facce, quelle délia jlOOj 
assumono una estensione di molto prevalente su quella délie altre. 

Le zone [100 : 001} e quelle [100 : 110] dei due individui, in ogni gî'Uppo, coin- 
cidono esattameute, . La misura di alcuni spigolL di^eminazione diedci. seguenti 
valori : 

(ITO) : ( TlO) = mis. 

; (001) : (00T)~= w 

: (0T2) : ( 01g ) = » 

(TT2) : (015) = > 

(101) : ( Toi) = » 

(lOÎ) : ( Toi) = » 

I 
Le costanti dei composto di addizione délia. Jiaftalina coU'acido picrico sono le 

seguenti: 

a : b : c = 2,3582 : T : 4,1846 

I /9 = 83** 12" 

e nei suoi cristalli si osservarono forme ciascuna délie quali ha la sua corrigpondente 
tra quelle! dei prodotto di addizione délia naftalina col trinitrobenzolo. Sono jl01(, |001j, 
ITOIÎ, jl92i, }110i e}ri2(. 

Quest] ultime prodotto sarebbe adûnque alquanto più ricco dell'altro in forme cri- 
stalline; jinfatti i suoi cristalli mostrano con una_certa frequenza facce di jlDOj e di 
|012j, forme che nel composto naftalina e acido picrico non si poterono mai opservare. 

Carattere comune ai cristalli dei due composti è il costante marcato allungamento 
secondo liasse [010]; presentano poi la stessa varrabilità di estensione délie facce délie 
loro formé e, conseguentemente, la stessa variabilità di abito.. 

In entrambi i composti è molto oomune la geminazione secondo la normale a |100| 
e le partîcolarità di certi gruppi secondo tal legge testé descritte, altro non sono che 
la ripetizitone di quelle che già altra ; volta ebbi a far notare a proposito dei gemi- 
nati dei composto naftalina e acido picrico. 



46° 


58' 


Câlc. 


46" 


58' 


13 


18 


» 


13 


12 


5 


50 "■ 


» 


5 


48 


15 


46 


» 


15 


52 


124 


31" 


» 


124 


22 


118 


14" 


» 


118 






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- 350 — 

JlafiaUna 9 eloniro et ptetih 

<^,a ^8 • C. ff, ^. 06 « 
P. di fus. 95"- 96". 

Sistema cristallino : triclino 

a : b : c =: 0,4940 : 1 : 0,4455 

a = 100° 59' 

^ = 93 54 

Y = 85 28 

Forme osservate : j010| )110j }1Î0( jl01( jOUj jOOll jOTlj jT21j \V2l\. 



Anfçoli 


Limiti ( 


lelle osserv. 


Media 


Calcolato 


18 


(010) : (110) 


66» 14' 


— 66» 45' 


66' 


28' 




• 


(110):(1Î0) 


53 


53 19 


53 


10 


53» 


15' 


12 


(lIO) : (010) 


60 12 


60 31 


60 


22 


60 


17 


12 


(010) : (011) 


57 7 


— 57 39 


57 


21 


57 


15 


7 


(011) : (001) 


21 46 


— 22 11 


21 


57 


22 


1 


5 


(001) : (Of 1) 


25 30 


— 25 34 


25 


32 




* 


3 


(OTl) : (010) 


75 2 


— 75 26 


75 


12 




* 


13 


(010) : (I21) 


48 10 


48 29 


48 


22 


48 


18 


5 


(T21) : (121) 


68 21 


68 34 


68 


25 


68 


31 


5 


(121) : (OTO) 


63 2 


63 24 


63 


12 


63 


11 


10 


(lîO) : (101) 


56 3 


— 56 9 


56 


6 


56 


8 


3 


(101): (011) 


46 2 


— 46 32 


46 


20 


46 


29 


4 


(011):(r21) 


35 28 


— 35 54 


35 


42 


35 


36 


4 


(1-21) : (IlO) 


41 43 


— 42 4 


41 


55 


41 


48 


4 


(110): (101) 


47 22 


47 48 


47 


38 


47 


41 


7 


(101):(0Î1) 


44 34 


44 55 


44 


41 




* 


9 


(Oïl) : (Î2l) 


42 16 


42 30 


42 


24 


42 


26 


10 


(121) : (ïiO) 


45 1 


— 45 26 


45 


13 


45 


12 


10 


(OTl) : (iro) 


87 29 


87 48 


87 


38 




* 


13 



Digitizpd by VjOOQ IC 



— 351 



Angoli 


Limiti délie osserv. 


Media 


Calcolato 


N 


(101) : (001) 






40° 13' 




(101) : (010) 






84 43 




(001) : (110) 






82 11 




(001) : (HO) 






91 57 




(001) : (Î21) 


— 




49 12 




(001) : (Ï21) 


— 




56 42 




(011): (110) 




— 


74 24 


— 


(011): (121) 




72" 19' 


72 40 


1 


(OÎT) : (lîO) 






79 23 




(Ori) : (121) 




69 22 


69 26 


1 


(T21) : (rro) 


79° 56' 80° 0' 


79 58 


80 1 


2 


(121) : (TlO) 






80 49 





Si ottengono bei cristalli di questo composte lasciandone lentamente svaporare le 
soluzioni sature a freddo in acétone. 

Sono di regola molto allungati secondo Tasse [001] e nella 
zona [110 : 010] suole predominare colle sue facce la jOlOj, 
che è forma costante, e talora prédomina tanto che i cristalli 
assumono un abito laminare secondo questa forma. 

Délie forme che terminano i cristalli alFestremità delPasse 
[001] la J001( ha sempre facce subordinate, le rimanenti si mo- 
strano con facce a sviluppo piuttosto variabile. 

La combinazione di tutte le forme osservate fu trovata un 
numéro rilevante di volte. 

Si ebbe anche un geminato ad asse normale a jllOj: in 
questo il piano di geminazione è anche piano di contatto. Le 
zone [110 : 010], [110 : 101] e [f 21 : 010] delTun gemello coincidono esattamente 

colle corrispondenti delTaltro. Si misurarono inol- 
tre i seguenti spigoli di geminazione : 




Fig. 5 




Fig. 6 



(OTO) : (010) =: mis. 46° 


58' 


cale. 47° 


4' 


(TlO) : (lïO) = » 73 


41 


» 73 


30 


(Î21) : (12T) = » 20 


11 


» 19 


58 


(Oïl) : (OTl) — » 4 


50 


» 4 


44 


(101) : (011) = » 40 





» 39 


26 



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— 362 — 

Ho procurato di ritrarre il più fedelmente possibile questo f?eminato colla fleura 6 
nella quale Tasse cristallografico 07 è scamliiato coir asse z. 

Nella parte sua superiore (l'anteriore délia figura) il gruppo ha facce di } 1 2 1 ( 
}l2l{ ;oîli }011( suir individuo in posizione normale, e facce di |Î21( |ï2lj jOlI) 
suir individuo che è con quoUo in posizione di geminazione : nella parte inferiore en- 
trambi gli individui hanno facce di jlOlj e jOÎlj. Affatto simmetrica rispetto al piano 
di geminazione è la distribuzione délie facce appartenenti aile zone [110 : 010] dei duo 
individui componenti il gruppo. 

Sfaldatura non osservata. 

Cristalli di color giallo citrino. 



JfaffetUna irlntiroMuolo 



^10 ^8 



C-, H, N, 0, 



P. di fus. QT'-gS". 

Sistema cristalliao : triclino 

a : h '. c = 0,4891 : 1 : 0,4839 

a = 99» 16' 

/^ = 94 35 

y = 85 35 

Forme osservate : jOlOj }110{ jlTOj jlOlj jOllj jOri{ {T21j }ï2l| 



Ângoli 



(010) 
(110) 
(lIO) 
(010) 
(011) 
(001) 

(oTl) 

(010) 

(T21) 

(121) 



(110) 
(ITO) 
(010) 
.(011) 
(001) 

(oTi) 

(oro) 

(121) 
(121) 
(OTO) 



Limiti délie osserv. 



66» 34' 

52 47 

60 10 

58 29 

22 15 

24 53 

73 55 



66» 45' 

53 

60 29 

58 38 

22 28 

25 3 

74 9 



62 33 — 62 39 



Media 



dd" 45' 

52 31 

60 23 

58 33 

22 23 

24 57 

74 1 

48 55 

68 27 

62 36 



Calcolato 


N 
6 


• 


52" 54' 


6 


60 44 


6 


58 57 


3 


22 5 


3 


* 


3 


* 


5 


49 24 


1 


68 8 


1 


62 28 


3 



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— 353 — 



Angoli 


Limiti 


délie oaserv. 


Media 


Calcolato 


N 


(110) : (101) 


55» 


2' 


— 55" 15' 


55° 10' 


54" 56' 


5 


(101) : (011) 


46 


18 


— 46 21 


46 19 


46 10 


3 


(OU) : (T21) 






— 


36 18 


36 29 


1 


(121) : (ÎIO) 








42 53 


42 26 


1 


(110) : (101) 


47 


57 


— 48 7 


48 1 


47 58 


4 


(101) : (OTl) 


44 


4 


— 44 26 


44 13 


* 


4 


(Ori) : (121) 


41 


39 


42 13 


42 2 


42 10 


4 


(Ï2l) : (ïfO) 


45 


35 


45 47 


45 41 


45 39 


4 


(OTl) : (TiO) 


87 


37 


— 87 59 


87 49 


• 


6 


(101) : (001) 











39 52 




(101) : (010) 


85 


50 


— 86 2 


85 56 


85 56 


2 


(001) : (110) 










82 18 




(001) : (lIO) 










90 25 




(001) : (Î21) 










50 6 




(001) : (I2l) 










56 2 


— 


(011) : (110) 










74 33 




(011) : (T2l) 






— 




72 2 




(OTl) : (lîO) 


78 


18 


— 78 26 


78 22 


78 21 


2 


(OTl) : (121) 










69 43 




(T21) : (TTO) 










79 18 




(Ï2l) : (IlO) 










80 10 





Cristalli ottenuti da soluzione satura a freddo in acétone. 

In générale sono alquanto allungati seconde Tasse [001] e 
per lo più mostrano le facce délie forme appartenenti alla zona 
[110 : 010] presso a poco délia medesima estensione. Sono in- 
vece assai più variabili in ampiezza da cristallo a cristallo le 
facce délie forme terminali. 

Sfaldatura non osservata. 

Cristalli di color giallo chiaro. 





Fig. 7 



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OSSBRYÂZIONI METEOROLOGICHB 

NELL' OSSËRVATORIO DELLA R. UNIYERSITÀ Dl BOLOGNA 



DBL 

PROF. MICHELE RAJNA 

E DEGLI ASTRONOMI AGGIUNTI 

RINALDO PIRAZZOLI e ALBERTO MASINI 

(letta neir adunanza del 26 maggio 1907) 

Metodo di osservazione. 

Le osservazioni di cui qui si presontano i risuUati sono quelle délie ore 9, 15 e 21 di 
ciascun giorno, prescritte dal R. Ufflcio centrale di Meteorologia e Geodinamica. Non si 
riportano, invece, i risultati deiraltra osservazione che si fa oeni mattina aile ore 7 dal 
r aprile al 30 settenabre e aile ore 8 dal r oltobre al 31 marzo e che serve per il tele- 
gramma da spedirsi al predetto Ufflcio. 

L'altezza barometrica si legge sempre a un barometro Fortin, cui si applica la cor- 
rezione coslanle + 0*"", 46, delerminata anni addîetro per cura dell' Ufflcio centrale. Il 
pozzetto del barometro si trova a 83", 8 di altitudine sul livello del mare (1). 

La temperatura deiraria si legge su^ termometro asciutto del psicrometro di August, 
posto nella gabbia raeteorica, e le température estreme su termometri a massima e a 
minima, collocati anche questi neiristessa gabbia, al nord e aU'ombra. I termometri si 
trovano a quasi 39 metri di altezza sul suolo, o a 91 metri di altezza sul livello del mare. 

La quantité délie precipitazioni si ottiene in millimetri di acqua medîante il pluvio- 
metro registratore di Fûess, provvisto di un sistema di riscaldamento ad immersione per 
ottenere la fusione délia neve. A questo sistema di riscaldamento è innestato un termo- 
metro il quale permette di veriflcare che il liquido riscaldato non raggiunga una tempe- 
ratura troppo elevata, da alterare, per evaporazione, la quantità di acqua caduta. Il plu- 



(1) Da misure dirette prese nell'anno 1904 risulta che il pozzetto del barometro si trova a 28'", 76 
di altezza snl caposaldo délia livellazione di precisione situato alla base délia torre dell' Osservatorio, 
sulla facciata esposta a sud-ovest. Dietro cortese comunicazione dell'Istituto geografico militaro, taie 
caposaldo ha la quota di 55'", 066 sopra il livello del mare a Gcnova. Quiadi il pozzetto del barometro 
ha Taltitudine di 55", 07 + 28"*, 76 = 83"', 83. 

Série VI. — Tomo IV. 47 



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— 356 — 

viometro è collocato nel punto pih elevato délia torre, a un'altezza di 49 metri sul suolo 
di 101 metri sul livello del mare. 

La tensione del vapor acqueo e V umidità relativa si determinano con un psicrometro 
(ti August provvisfo di venlilatore a palette, del solito modello adottato in Italia. 

L'apprezzamento délia nebulosità si fa stimando ad occhio, in ciascuna osservazioiie, 
quanti decimi di cielo sono ricoperti dalle nubi. 

La provenienza del vento si desurae dalla direzione délia banderuola deiranemoscopio 
alPatto deirosservazione. Per la velocità si prende la média giornaliera dei chilometri 
indicati dalFanemometro di Fuess a registrazione etettrica. (Per un guasto avvenuto in 
taie anémomètre, esso non potè funzionare nel période dal 4 aprile al 14 maggio). 

L' evaporazione delPacqua si raisura ogni giorno alla sola osservazione délie ore 15 
neH'evaporimetro posto nella gabbia meteorica e quindi protetto dai raggi solari e dalle 
precipitazioni. 

Il pluviometro e Tanemometro di cui è fatto cenno furono collocati per cura del pro- 
fessore Bernardo Dessau nel tempo in cui egli diresse interinalmente T Osservalorio 
(1900-03); a lui si deve pure Tacquisto di tre strumenti registratori di Richard, un 
barografo, un termografo e un igrografo, i quali con le loro registrazioni continue servono 
di controllo aile osservazioni dirette. 



Riassunto dei quadri mensili. 

Barometro 

L' intiera escursione barometrica dell'annata fu di SS"", 3, che rappresenta la differenza 
fra la massima pressione osservata di 770^"", 1 dei giorni 23 e 24 novembre e la minima 
734""'', 8 del 10 dicembre. Questa oscillazione barometrica, notevole non tanto per la sua 
ampiezza quanto per il brève periodo di tempo nel quale fu. percorsa, fu accompagnafa 
da cielo sereno e da temperatura relativamenle elovata nei giorni di maggiore pressione: 
da pioggia, da bassa temperatura ed inflne anche da neve, durante la depressione. La 
média annua risultô di 754'"", 3. Intorno a questa oscillarono le medie mensili discostan- 
dosene in générale di poco: la più elevata fu quella di gennaio, 759""", 2; la più bassa, 
quella di febbraio, 750'"", 3. Le medie mensiU più prossin>e alla annua furono quelle 
di luglio, 753*"", 9 e di agosto 755"", 0. In questimesi si ebbe pochissima nebulosità e poca 
pioggia. . 

Temperatura 

Lg, niedia annua di 13°, 3 ha clifferito di poco dalla normale, e cosi in générale cia- 
scuna média mensile e le température estrome si sono di poco allonùinate dalle corri- 
spondenti nôrmali. Non freddi eccezionali-, ne calori troppo intensi. Un abbassamento un 
po' notevole si è avuto alla fine d'anno in cui con — 5'', si è raggiunta il 31 dicembre 



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— 357 .— 

la ininima générale. Agli ultimi di niaggio un aumento sensibile di temperatura pareva 
annunciare il periodo estivo piuttosto précoce, mentre airopposto esso fu alquanto tar- 
divo, essendosi veriflcate alla fine di giugno température più miti. La média più elevata 
è stata quella di agosto, nel quai mese il giorno 4 si è raggiunta la massima temperatura 
dell'anno con 33°, T. 

Preoipitasioni 

Dei 95 giorni con precipitazioni, 78 furono di sola pioggia, 10 di neve e pioggia, 7 di 
sola neve: in tutto si ebbero 611™'", 5 di acqua. 11 mese con maggior numéro di giorni di 
precipitazioni fu febbraio che ne ebbe 13: quello con minor numéro fu agosto che ne ebbe 3. 
La maggior quanti ta di acqua cadde in maggio con 132™™, 1 ; la minore in agosto con 4™™, 1. 

Si ebbero in tutto Tanno 13 temporali, il primo dei quali segui il 14 aprile e T ultime 
il giorno 11 settembre. Notevole per attività e potenza di scariche elettriche fu quello dei 
30 giugno: per pioggia torrenziale (34™'', 5) quello dei giorno 8 maggio. Durante questo 
temporale caddero alcuni chicchi di grandine minuta e cosi anche neU'altro dei 15 maggio. 



Tensione dei vapor aoqueo 

La média annua risultb di 8"™, 0: la massima di 18"™, 1 fu notata il 25 luglio e la 
minima di 1™™, 2 il 31 marzo. Le medie mensili partendo da quella di 4'™, 2 ottenutasi in 
gennaio, aumentarono con continuité fino a 12™™, 9 in luglio, poi diminuirono quasi rego- 
larmente flno a 4™™, 1 in dicembre, descrivendo una curva quasi parallela a quella délie 
température medie mensili. 

Umidità reUtiva 

La massima umidità relativa di 100 centesimi fu osservata tre sole volte, nei giorni 4 
e 19 gennaio e 29 dicembre La minima di 11 centesimi avvenne il 13 marzo. La média 
annua risultô di 64 centesimi. Le medie mensili più alte si ebbero nei mesi di tempe- 
ratura più bassa, e le medie più basse furono quasi sempre in corrispondenza délie più 
alte température. 

Nebulosità 

Seconde le norme meteorologiche si considerano sereni quel giorni nei quali la somma 
délia nebulosità délie tre osservazioni giornaliere è compresa fra e 3; misti quando la 
detta somma varia da 4 a 26; coperti quando va da 27 a 30. Cosi si ebbero 101 giorni 
sereni, 212 misti e 52 coperti. Agosto, rispetto alla limpidezza dei cielo, fu il più belle 
dell'anno; si ebbero in esso 18 giorni sereni e nessuno degli altri fu interamente coperto. 
Il mese più ricco di nebulosità fu dicembre con soli 4 giorni di cielo sereno e 14 di cielo 
intieramente coperto. 



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— 358 — 

Provenienxa e velooità dei^venti 

La direzione dominante, specialmente nei mesi di gennaio, novembre e dicembre, fu 
quella di ponente, osservata 312 volte da sola, 201 volte in composizione col sud e 159 
volte in composizione col nord. Dopo di questa vengono i venti del T e del 2** quadranle 
osservati rispettivamenle 97 e 98 volte, con prevalenza nei mesi estivi. 

La velocità média delFanno, astrazion fatta dal periodo in cui rOsservatorio rimase 
privo di anémomètre, fu di Km. 8. Le medie mensili si aggirarono intorno a questa. Gior- 
nate di vente forte e talvolta impetuoso furono il 3 aprile con vente del T quadrante, il 
2 giugno con vente del 3*" quadranta 

EvaporasiMM 

Si evaporarono in tutto 1260"", 3 di acqua (in média 3""", 5 al giorno). Agosto, mese 
più caldo, diede la maggiore evaporazione e cioè 193''", 1. Gennaio, mese di minor tem- 
peratura média, diede la minore evaporazione, 35"", 7. 



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QUADRI NUMERICI 



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— S60 — 

OSSEEVAZIONI METEOROLOGICHE 
FATTE NELl' OsSEEVATORIO DELL A B. UnIVERSITÀ DI BoLOGNA (ait. 8:3-, 8) 



î 

6 
"S 

E 

o 

3 


GENNAIO 1806 — Tempo medio deir Europa centrale 


pioggia, neve 
e grandi ne fuse || 


Forma 

délie 

precipitazioni 


Barometro ridotio a 0** G. 


Temperatura centigrada 


9»» 


15»» 


21»» 


Media 


9»» 


15" 


21" 


Mass. 


Min. 


Media 

mass min. 

9", 21" 




mm. 


mm. 


1 
mm. ^ mm. 














o 





min. 


■ 


1 
2 

3 


764,0 
763,4 
761,9 


761,9 
762, 6 
761,9 


761,8 762,6 

762, 6 762, 9 

763, 762, 3 


-0,8 
— t,7 
-1,0 


1,5 

0,8 

-0,5 


-1,0 
-0,4 
-0,6 


1,8 
1.2 
0,4 

t 


-1,2 
-2,0 
-1.6 


-0,3 
-0,7 
-0,7 






4 
5 
6 


764,8 
766, 5 
762, 


765,0 
764,6 
758, 9 


766, 765, 3 
763, 8 765, 
752, 6 757, 8 


-0,8 
0,6 
1,7 


-0,2 
2,4 
2,2 


0,7 
1,7 
1,6 


0,7 
2,8 
2,6 


-1,3 
0,0 
0,4 


-0,2 
1,3 
1,6 


0,2 


neve 


7 
8 
9 


750, 9 
746,3 
746,6 


749,7 
743,2 
749,0 


750, 7 750, 4 
742,9 744,1 
751,2 748,9 


0,0 

- 1,6 

2,4 


2,9 
0,2 
8,2 


2,3 
1,3 

7,2 


3,8 
2.3 
8,9 


(1,0 

-1,6 

1,1 


1,5 
0,1 

4,9 


3,9 
0,1 


pioprgia 
pioggia 


10 
11 
12 


752, 
757, 
764,8 


752,6 
7:)8, 8 
764,6 


753, 1 ■ 752, 6 
761,1 759,0 
764,7 ; 764,7 


3.2 
2,4 
3,4 


5,4 
5.4 
6,8 


4,1 

3,8 
4,0 


7,2 
5,7 
7,0 


3,2 
1,8 
3,2 


4,4 
.3.4 
4,4 






13 
14 
15 


764,0 
761,5 
766,7 


761,3 

700, 7 
765,9 


762,3 i 762,9 
763,3 ' 761,8 
766,0 766,2 


3,2 
3,1 
3,1 


6,9 
5.8 
4,4 


4,0 
5,1 
4.2 


6,9 
6,3 
5,1 


2,1 
1,8 
2,2 


4,1 
4,1 

3,7 






16 
17 
18 


764,7 
765,7 
764,2 


763,9 
763,8 
761,7 


765,2 
764, 5 
760,1 


764,6 
764, 7 
762,0 


2,7 

2,4 

-2,0 


5,7 
.5,3 
3,3 


2,7 
3,3 
0,0 


6,0 
6,1 
3,4 


2,2 

1,3 

-2,2 


3,4 

3,3 

-0,2 






19 
20 
21 


753,6 
755, 5 
757,9 


751,9 
756,9 
754,9 


752,3 
758,1 
753,2 


752,6 
756,8 
755,3 


-0,8 
1,6 
1,1 


1,2 
2,6 
3,2 


1.8 
1,7 


1,9 
2,8 
3,6 


-1,3 
1,6 
1,1 


0,4 
2,1 
1,9 


0,2 
«,7 


pioggia 
pioggia 


22 
23 
24 


750,0 
756, 6 
763,3 


749,9 
758, 9 
761,5 


752,1 
761,6 
761,5 


750,7 
759, 
762,1 


1,0 

1,8 

-2,0 


2,7 
2,0 
1,0 


2,3 

0,6 

-1.2 


3,0 

2,8 
1,3 


I.O 

0,6 

-2,9 


1,8 

1,5 

-1,2 






25 
26 
27 


759, 9 
757,2 
763,0 


758,5 
757,9 
763,5 


758,5 
760, 3 
764, 6 


759, 
758,5 
763,7 


-1,8 
-1,3 
-1,2 


0,6 
1,0 
3,6 


-1,0 

- 0.2 

2,5 


1.2 
1,3 
4,0 


-2.4 
-2,4 
-2,2 


-1,0 

-0,7 

0,8 




1 


28 
29 
30 


766,4 
764,5 
757,4 


765,6 
761,7 
755, 2 


765, 8 
761,2 
756,3 


765, 9 
762, 5 
756, 3 


2.0 
0,9 
2.4 


7,4 
9,0 

7,2 


2,3 
4,5 
3,6 


7,8 
9.1 
7,5 


1,0 

-0,8 

1,0 


3,3 
3.4 
3,6 






31 


754,1 


752,7 


757,8 


754, 9 


2,9 


6,3 


2,7 


6,7 


-2,1 


2,6 






759, 6 


758,7 


759,3 


759,2 


0,9 


3,7 


2,1 


4.2 


0,1 


1,8 


6,1 


Altezza baromeirica massima 766,7 g 15 


Temperatura massima '.Cl R 29 1 


» » minima 742,9 » 8 
» » me.iia 759,2 


» minima — 2, 9 » 24 ' 
» média 1, 8 


Nebbia nei giorni 1, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 10, 11, 12 
Brina nei giorni 1. 2, 3, 8, 9, 11, 14, 15, 16, 1 


. 13, 14. 15, 16, 17, 18. 19, 20, 26, 29, 30, 31. 
7, 18. 19, 21, 27, 28, 29, 30, 31. 



Digitized by 



Google 



— 361 — 
OSSERVAZIONI METEOROLOaiCHE 

FATTE nell'Osseryatorio della R. Uniyersita di Bologna* (ait. 83"», 8) 



c 
o 
O 



Tensione del vapore acqueo 
in millimetri 



GElfN AIO 1806 — Tempo medio dell' Europa centrale 



9^ \b^ 2\^ Media 



Umidità relativa 
in centesimi 



gh .|5h 21»' Media 



Nebulosità relat. 
in decimi 



9»» 



ib^ 



2ih 



Provenienza 
del venlo 



9^ 



15" 2P 



-I ' 

Se * 

-^> é 



o o 

a» 



3 


3,5 
3,1 
3,4 


4 
5 
6 


4,2 

4,2 
4,7 


7 
8 

y 


4,0 
3,9 
4,8 


10 

11 

12 


3,4 
4,9 
4,8 


13 
15 


5.0 
4,8 
4,7 



16 
17 

18 

19 
20 
21 

22 
23 
2\ 

25 

26 
t 27 

I 

i28 
29 
30 

31 



4,7 
3,6 

4,3 
4,9 
4,1 

3,8 
2,8 

*, O 

2,8 
3,2 

3,4 
4,3 
4,3 

4,0 



3,6 
3,3 
3,8 



4,5 
4,6 
4,6 

4,9 
4,3 
4,4 

4,9 
5,5 
5, 5 

5,6 
4,8 
5,3 

5,3 
4,7 
4,7 

4,8 
5,1 
4,6 

3,8 
2,4 
2,6 

2,9 
3.4 
3,6 

4,3 
5,0 
4,9 

4,7 



4,3 
4,1 

4,3 
4,7 
5,0 

4 9 
4,7 
3,7 

4,8 
5, 3 
4,9 

5,1 
5,0 
5,0 

4,9 
4,5 
4,3 

4,8 
4,8 
3,7 

4,6 
1,9 

2,7 

3,1 
3,5 
3,1 

4,1 
5,1 
4,7 

4,7 



3,7 
3,6 
3,8 

4,3 
4,5 

4,8 

4,4 
4,3 
4,3 

4,4 
5,1 

5,2 
4,9 
5,0 

5,0 
4,5 
4,2 

4,6 
4,9 
4,1 



4,1 
2,4 
2,5 



2,9 
3,2 
3,3 

4,0 
4,8 
4,6 

4,5 



80 
77 
80 

96 
87 
91 

87 
96 

87 

60 
89 
81 

86 
83 
^i 

84 

77 
90 

100 
94 
83 

78 
54 
59 

64 
66 
76 

64 

87 
79 

70 



71 

68 
84 

100 

84 
86 

86 
93 
54 

72 
81 
74 

75 
70 
84 

77 
71 
81 

96 
93 
80 

68 
4i 
53 

60 
68 
60 



00 

58 
64 

66 



96 
96 
94 

88 
91 
96 

77 
92 
48 

79 
88 
80 

83 
76 
80 



78 
94 

93 
91 
71 

86 
39 
65 

73 
78 
57 

81 
81 
80 

75 



82 
80 
86 

95 

87 
91 

83 
94 
63 

70 
86 

78 

81 
76 

82 

83 
75 
88 

96 
93 
78 

77 
46 
59 

66 
71 
64 

67 
75 
74 




9 

8 

10 
10 
10 

10 
10 





3 



3 

10 



3 

\Q 
10 
6 

10 
8 




10 

2 









1 

10 

10 

5 

10 

1 

10 



8 
8 
2 


3 
4 


3 
2 

10 
10 

8 

10 
8 



2 

8 
10 

10 
10 
10 


10 

9 




6 



10 






10 

9 

9 

10 

10 

10 



2 
3 








4,0 4,4 4,3 



4,2 



80 



73 



80 



78 



w 
w 

? 


ne 
w 

NW 


w 
w 

NW 


8W 

? 
8E 


NW 

NE 
W 


NW 
W 
W 


W 

NW 
W 


w 

NW 
W 


W 

w 
w 


w 
w 
w 


w 

NW 

7 


w 

? 


W 

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NW 


8W 
W 

w 


W 

NE 
W 


sw 

NE 
NE 


W 

NW 
W 


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NW 
W 


W 

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NW 


w 


SW 



E 
? 
W 

SW 
? 
? 

? 

SW 
SW 

? 

w 

SW 

S 

NW 

? 
? 
? 

SW 

NW 

W 

NE 
NE 
NW 

SW 
SW 
NW 

NW 

W 

NW 

NE 



2 
3 
1 

3 
2 

5 

7 

6 

14 



gelato 
gelalo 
gelato 

gelalo 
gelato 
gelato 

gelato 
gelato 

7,2^') 

3,5 
0,8 
1,5 

0,7 
1,1 
1,3 

1,2 

M 
gelato 

getato 
l,5(» 
1,0 

9 9 

2;ô 

gelato 

gelato 
gelato 
gelato 



gelato 
7,81'^ 
1,5 

1,3 



1,2 



Tens. del vapor acq. mass. i>, 6 g. 13 
» » » » min. 1, 9 » 23 
» » » » média 4, 2 

Umidità relativa mass. 100 g. 4 c 19 
» » min. 39 » 23 

» » média 78 



Proporziono 
dei vcnti nel mese 

N NE K SE S SW vV NW 
8 1 2 1 12 35 17 



Media nebulosità 

relativa nel mese 

in decimi 

5 



(l) comprende aiicho i* evaporazioiie dei giorui precedenii iti cui i' evaporiineiro era gelato. 



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— 362 — 

OsSEBTAZIOiri METEOROLOGICHE 
KATTE XELl' (XSEBVATOKIO DELLA E. UinVEBSITA DI BoLOGXA (ail. 83-, 8 » 







- Tempo medio deir Enropa ceatnle 


hï 

5*1 

1*1 


Forma 

délie 
precipitazioni 


Karonrjecro ridrHUi a 


rr c. 


Temperatura cent.'gnida 


9* 


15"^ 21* 

1 


Me^iia 


9^ 


15^ 


21» 

1 


MaM. 


Min. • 
1 


Media 

Dian.inin. 

9». 21» 




rrifA 


1 


11*111 


o 


o 








o 


O 


mm. 




1 

3 


761.4 

7:/^ 7 
746.8 


761,8 ' 76-^,1 
755, 6 75.'3. 6 
7 42,7 741,9 


761, « 
756. 3 
743,8 


2.8 
2.3 
1.4 


5.8 
6.5 
5,4 ' 


2.9 
2,7 


5,8 
6.6 
5,5 


-0.3 

1.6 

-0.6 


3.6 
2,3 






4 
5 
6 


740. 3 
74.V6 
7.>5. 4 


740.3 742,4 
747.0 75M.6 
75<), 4 747, 9 


741,0 
747,7 
75U,6 


•,3 
1,4 

«,7 


2,0 ■ 

4,5 

1,5 


1.7 
3.0 
1,4 


3,5 
4,9 
3,0 


0,7 
1,3 
«,0 


1,8 
2,7 
1,8 


0,5 
1,6 


neve 
ncve e pioggia 


8 
9 


747, 2 
751. 1 
740, .i 


747,9 749,7 
7r,^j.5 . 749.8 
7 48,8 742,4 


748,3 
750. 5 
743.8 


2,r, 

4,J 
1,6 


4.0 
7,2 
0,6 


4.4 

3.8 
1,3 


4,4 
7,6 
4,0 


1,2 

3,8 
0,2 


3,1 

4,9 
1,8 


6,2 
6,9 


neve e pioggia 
neve 


10 
U 
12 


746.9 
747,8 
745, 5 


747,6 
746,3 
743,9 


748, 9 
7413 
743, 4 


747,8 
746,8 
744,3 


0,3 
-3,2 
-1,4 


2.4 

2,4 

-1,6 


-0,5 
0,6 


2.9 
2,6 
0,6 


— 0.5 
-3,8 
-4,1 


-1,1 


6,7 


neve 


13 
U 
15 


742,9 
745,2 
750, 1 


742,5 
747,2 
750, 5 


742, 1 
749, 2 
751,6 


742,5 
747. 2 
750,7 


1,2 
1.6 
1,7 


1,8 
3,3 
3,0 


ï,7 


2,0 

4,8 
3,2 


0,2 
0,8 
1,7 


2,4 
2,3 


3,8 
1,5 
1,3 


neve e pioggia 

neve e pioggia 

pioggia 


16 
17 
18 


75?, 6 
755, 9 
757,0 


752, 6 753, 9 
755, 6 755, 9 
756,8 757,0 


753, 
755, 8 
756. 9 


3.2 
2,8 
2,3 


4,2 
5.2 
.5,0 


3,8 
4,3 
3,2 


4,6 
6,1 
5,4 


1,9 
2,6 
2,0 


3,4 
4,0 
3,2 






19 
20 
21 


756. 5 
755, 6 
753, 2 


755,3 755,4 
755,0 755,4 
752, 8 753, 5 


755, 7 
755, 3 
753, 2 


3,4 
3 8 
3,3 


6,7 
7,1 
3,3 


5,4 

r.,0 

2,5 


7,5 
8,0 
5,0 


1.7 
2,0 
2,5 


4,5 
4,7 
3,3 


0.5 

8,8 


pioggia 
pioggia 


22 
23 

24 


754,3 
752, 5 
745, 4 


754,5 . 755,0 
749,3 ' 748,6 
745,3 , 747,3 


754,6 
750, t 
746,0 


0,4 
1,0 
0,8 


1,4 

5,0 
2,6 


2,5 
2,8 
3,0 


2,5 
5,1 
3,0 


0,1 
0,7 
0,5 


1,4 

2,4 
1,8 


6,3 

2,6 


neve e pioggia [ 
neve | 


25 
26 
27 


752, 7 
754, 
753, 4 


753,6 ' 754,0 
753,6 , 754,3 
751,0 ' 748,7 


753, 4 

754, 
751,0 


3.8 
4,1 
5,3 


7,2 
8,2 

a, 9 


6,4 

6,2 

10,0 


7,2 

9,0 

11,4 


2,2 
3,1 
4,2 


4,9 

5,6 
7,7 




1 


28 


744,0 


744,0 746,6 

i 

1 

1 
1 

1 


744,9 


10,7 


12,8 


7,5 


13,4 


7,5 


9,8 


7,6 


pioggia 




750, 4 


750,1 


750,3 


750,3 


2,3 


4,6 


3,4 


5,3 


1,3 


3,1 


54,3 




AltHZZ 


a barometrica m 


assima 


762,1 g 


1 




Tem 


peratura 


Diassima 


13", 4 g. 28 


» 
» 




inima 
eilia 


740,3 » 
750,3 


4 






» 
» 


mimma - 
média 


-4,1 » 12 

3,1 1 


Ncbbii 
Brina 


\ nci giorni 2, 4 
nei giorni 1, 2, 


, 5, 6, 7 
3,9. 


, 8, 9, 1 


1, 12, i; 


1, 14, 15 


, 20, 21, 


22, 23, 


24, 26, 27 


1 



Digitized by 



Google 



— 363: — 



OSSERVAZIONI METEOROLOGICHE 
FATTE NELl'OsSERYATORIO DELLA R. UnIVERSITÀ DI BoLOGNA (ait. 83", 8) 



T 

i 

1 

:3 




Velocità média il 

del vento 1 

in chilom. allVaH 


o o 


Tensione del vapore acqueo 
in millimetri 


Umidità relativa 
in centesimi 


Nébulosité relat. 
in decimi 


Provenienza 
del vento 


9" 


\b^ 


21»' 


Media 


9^ 


15»» 


2P 


Media 


9^ 


15»» 


2(h 


9»» 


15»> 


21»» 


1 
2 
3 


3,1 
3,6 
3,2 


3,5 
2,4 
3,5 


3,8 
3,4 
4,3 


3,5 
3,1 
3,7 


56 
66 
62 


50 
34 
52 


67 
55 

77 


58 
52 
64 



6 
4 






10 





8 


W 

SW 

w 


E 

SW 
8 


W 
W 

SW 


6 
4 
5 


mm. 

2,0 
2,0 
1,9 


4 
5 
6 


3,7 
4,3 

4,7 


4,4 
3,8 
4,5 


4,6 
4,7 
4,3 


4,2 
4,3 
4,5 


72 
85 
91 


82 
60 
89 


89 
83 
85 


81 
76 

88 


10 
10 
10 


10 
9 
10 


10 
10 
10 


NW 
NW 

NW 


SW 
NE 
W 


NE 

? 

W 


9 
4 
8 


0,5 
1,3 
1,0 


7 
8 
9 


5,2 
4,8 
3,5 


5,5 
3,7 
4,4 


5,5 
4,7 
4,6 


5,4 
4,4 
4,2 


95 

77 
67 


90 
48 
9i 


87 
78 
91 


91 
68 
83 


10 

10 

9 


10 
2 

10 


10 



10 


W 

NW 
E 


SW 
SW 

w 


NW 
SW 
NW 


19 
6 
9 


0,9 
2,1 
1,5 


10 
11 
12 


3,1 
1,8 
3,2 


2,8 
3,2 
3,9 


3,3 
3,4 
4,2 


3,1 

2,8 
3,8 


65 
51 

78 


52 
58 
96 


67 
75 
88 


61 
61 

87 






10 






10 






10 


W 

SE 

? 


SW 
SE 

NW 


SW 

9 

NW 


10 
6 
4 


gelato 
gelalo 
gelato 


13 
14 
15 


4,4 
4,8 
4,7 


4,8 
5,1 
4,9 


4,9 
5,2 
4,5 


4,7 
5,0 

4,7 


89 
93 
91 


93 

88 
86 


98 
96 
82 


93 
92 
86 


10 

5 

10 


10 

7 

10 


10 

10 

2 


W 

SE 

NW 


NW 
NW 
SW, 


NW 

N 
NW 


13 

12 

9 


gelato 
gelato 

4,80) 


16 
17 
18 


4,4 
3,9 
3,4 


4,5 
3,2 
3,5 


4,4 
4,0 
4,2 


4,4 
3,7 
3,7 


76 
69 
63 


72 
48 
54 


73 
65 
73 


74 
61 
63 


5 










10 
2 



NW 
NW 
NW 


w 

NW 

NW 


NW 
W 
W 


9 
• 6 

7 


1,6 
2,5 

1,8 


19 
21 


3,3 
0,3 


4,0 
5,0 
5,1 


4,3 
5,9 
4,9 


3,9 
5,2 
5,1 


57 
80 
91 


54 
66 

88 


63 
90 
89 


58 
79 
89 






10 




8 

.10 



10 
10 


SW 

? 

NW 


NW 
NW 
NW 


? 

? 

w 


6 

1 

16 


1,8 
1,2 
0,9 


09 

23 
24 


4,6 
4,2 

4,7 


4,9 
4,7 

4.8 


4,8 
4,4 

4,7 


4,8 
4,4 
4,7 


98 
85 
96 


96 
72 
86 


88 
77 
83 


94 

78 
88 


10 



10 


10 

7 
9 


6 

10 




NW 
SW 

NW 


W 

SE 
SW 


N 

? 

W 


14 

8 
6 


0,4 
1,2 
0,7 


25 
26 

27 


4,0 
4,6 
5,7 


4,4 
5,7 

î,8 


4,3 
5,8 
6,8 


4,2 
5,4 

6,8 


67 
75 
86 


58 
70 

85 


59 
82 

74 


61 
76 

82 



6 
3 



1 
4 





7 


SW 

NW 

SE 


NE 
SE 

NW 


s 
? 

SW 


8 
2 

5 


1,7 
1,6 
0,9 


28 


7,1 


6,5 


6,9 


6,8 


74 


59 


89 


74 


7 


5 


10 


S 


W 


w 


15 


2,1 




4,2 


4,4 


' 4,7 


4,4 


77 


71 


79 


76 


6 1 5 

1 


1 

; 6 






, 


8 


1,3 


Tens. del vapor 
» » » 
» ]> » 


acq. mass. 7, 8 g. 2 
p min. 1,8» 1 
» média 4,4 


7 
l 




1 
dei 


Proporzione 
venti nel m 


ese 


Media i 
relativa 


lebulos 
nel m 


ta 
pse 


Umidità relaliv 


d mass. 98 g. 13 e 
min. 34 » 2 


22 


N 


NE E 


SE S SW 


' W N\V 


in (\ 


lecimi 




» » 


média 76 




2 


3 2 


6 3 15 


18 27 




6 





(1) Compreiide anclie l' evaporazione dei giorni précèdent! in cui l' e vapor i me iro era geiato. 
Série VI. — Tomo IV. 



48 



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— 364 — 

OSSERVAZIONI METEOROLOOli^K 
FATTE NELl' OSSERVATORIO DELLA B. UnITERSITI DI BoLOONA (ait. 83", 8) 



i 

"05 
E 


MABZO 1806 


Tempo medio dell* Europa centrale 


5|5 

as. 
5-1 

«S'a 


Forma 

délie 1 
precipitazioni 


Barometro ridolto a 0** G. 


Temperatura ccntigrada 


9»» 


15»» 


2ih 


Media 


9»» 


15* 


21" 


Mais. 


Min. 


Media 

niass min. 

9\ 21»» 




min 


tu m. 


mm. 


mm. 











o 


o 


o 


laiii. 




{ 

2 

3 


752,5 
753,8 
753, 


753, 2 
752,8 
754,5 


753, 8 
752, 4 
760, 6 


753,2 
753,0 
756,0 


7,6 
8,8 
9,0 


11,8 
1?,0 
13,0 


9,4 

10,7 

8,0 


12,3 
12,2 
13,6 


5,4 
7,6 
6,7 


8,7 
9,8 
9,3 


4,1 


pioggia 

i 


4 
5 
6 


767, 1 
768, 1 

768,6 


767,1 
766. 7 
767,4 


768,0 
767, 4 
768,0 


767, 4 
767, 4 
768,0 


6,8 
7,» 
9,6 


9,5 
12,3 
14,2 


6,9 

9,4 

11,3 


10,4 
13,0 
14,7 


.5,0 
4 7 
6,6 


7,3 

8,6 

10,6 




1 


7 
8 
9 


768, 3 
764,6 
754,6 


766,4 
761,5 
750. 2 


766,3 
760, 2 
749, 


767,0 
762, 1 
751,3 


9,2 
9,3 
8,6 


14,5 
14,0 
15,5 


tl>4 
11,5 
13,4 


14,7 

14,8 
15,8 


7,6 
8,0 

7,7 


10,7 
10,9 
11,4 






10 
W 
12 


748, 9 
756, 2 
746,9 


749,9 
755, 2 
740,0 


752,8 
754, 4 
737,1 


750, 5 
755, 3 
741,3 


15, 3 

7,0 

11,5 


17,1 
12,0 
15,0 


10,0 
9,8 
8,5 


17,2 

12,8 
15,3 


10,0 
6,0 

7,4 


13,1 

8,9 
10.7 


0,9 


pioggia 1 


13 
14 
15 


747,5 
754,2 
758,7 


750, 4 
753, 4 
759,7 


753,9 
754,7 
760,6 


750,6 
754, l 
759, 7 


9,0 
6,6 
9,1 


11,4 
10,4 
13,2 


7,7 
8,2 
9,5 


11,8 
10,4 
13,3 


7,2 

4,1 
6,0 


8,9 
7,3 
9,5 




i 


16 
17 

18 


761,0 
759,0- 
757, y 


759, 5 
758, 2 
755,1 


759,0 
758, 6 
753,3 


759, 8 
758,6 
755, 4 


6,7 
8,4 
7.8 


14,4 

15,8 
17,0 


13,1 

10,8 

7,7 


15,3 
16,3 
17,5 


5,3 
7,9 
6,2 


10,1 

10.9 

9,8 






19 
20 
21 


748,5 
742,5 
741», 


742, 7 
7V3, 8 
748,9 


741,6 
745, 7 
749,3 


744,3 
744,0 
749,1 


9,6 
8,6 
7,8 


14,3 
9,9 
9,6 


9,9 
8,0 


14,4 
10,3 
10,0 


5,3 
5,1 
5,0 


9,8 
8,1 
7,7 




1 


22 

23 
24 


749,0 
736, 1 
740,7 


746,5 
737, 
739,6 


745, 5 
740, 7 
740, 5 


747,0 
737, 9 
740,3 


4,3 
4,8 
6,6 


4.3 

11,6 

8,5 


4,8 
8,0 
7,3 


8,0 

11,8 

9,1 


3,9 
3,2 
5,4 


5,3 
7.0 
7,1 


22,5 
3,6 
0,3 


pioggia j 
pioggia 
pioggia 1 


25 
26 
27 


741,6 

748, 7 
746,5 


742, 5 

748,7 
745,5 


744,7 
747,8 
745,3 


742, 9 
748, 4 
745,8 


6,2 
7,0 
3,5 


7,0 
6,1 
8.6 


6,3 
4,5 
6,9 


10.7 
8,4 
9,6 


5,6 
3,5 
1.8 


7,2 
5,9 
5,5 


0,3 
10,4 
11,4 


1 
nevu e pioggia i 

pioggia 
neve e pioggia ' 


28 
29 
30 


743,9 
745,9 
749, 8 


743,7 
745,1 
750,4 


745,7 
746,7 
753, 8 


744,4 
745,9 
751,3 


8,2 
4,4 
4,0 


12,0 
7,6 
8,0 


7,8 
5,0 
4,3 


12,0 
7,9 
8,4 


5,7 
2,7 
2,3 


8,4 
5,0 
4,8 






31 


757,0 


756,2 


757,0 


756,7 


4,0 


7,6 


5,9 


8,5 


1,9 


5,1 






752,9 


752,0 


752, 7 j 752, 5 

1 


7,6 


11,6 


8,5 


12,3 


; 5,5 

1 


8,5 


53,5 


Altezz 

» 


a barometrica massima 
» minima 
» média 


768,6 h 
736,1 » 
r52,5 


t. 6 
23 




Tem 


peratura 

» 
» 


massima 

minima 

média 


17,5 
1,8 
8,5 


» • 27 1 


Nebbi 


& nei giorni 11, 18, 19, 


23. 

















Digitized by 



Google 



— 365 — 
OSSEBVAZIONI METEOKOLOGICHB 

FÀTTE nell' Ossbbvatorio dblla R. UniversitI di Bologna (ait. 83'", S) 



1 

! E 

s 

o 

ô 






HABZO 1806 


— Tempo medio deirSuropa 


centrale 


Vélocité média I 

del vento 1 

in chilom. all'ora || 


Se 

o o 

^^ 


Tensione del vapore acqueo 
in milliinetri 


Umidità relativa 
in centesimi 


Nebulosità relat. 
in decimi 


Provenienza 
del vento 


9" 


15" 


21^ 


Media 


9»» 


15»» 


21»» 


Media 


9»» 


15»» 


2ih 


9^ 


15»» 


2ih 


1 

2 
3 


3,9 
4,9 
7,0 


2.7 
6,1 
7,8 


3,7 
6,3 
6,2 


3,4 

5,8 
7,0 


51 

58 
81 


26 
58 
70 


42 
65 
70 


40 
60 
74 




6 
2 


7 
5 





3 

10 


W 
W 
SW 


W 

N 
NE 


S 
S 
E 


16 
10 
13 


mai. 

3,1 
3,5 
2,4 


4 

1 5 

1 ^ 


4,2 
4,5 
4,8 


4,5 
4,8 
5,4 


5,2 
6,2 

4,7 


4,6 
5,2 
5,0 


57 
59 
54 


51 
45 
45 


70 
70 
47 


59 
58 
49 

















se 
w 
w 


N 
NE 
SE 


SW 

w 

SW 


14 
5 

7 


2,8 
3,0 
2,9 


7 
8 
9 


5,3 
6,1 

5,8 


5,5 
6,0 
6.6 


6,7 
6,0 
7,0 


5,8 
6,0 
6,5 


61 
70 
69 


45 
51 
50 


66 
59 
61 


57 
60 
60 




9 












sw 
w 

SE 


SW 

NW 
SW 


s 

SW 
SW 


7 

11 
21 


3,5 
3,8 
3,0 


10 
H 
12 


3,0 
6,6 
7,3 


2,8 
7,2 
7,1 


5,6 
7,2 
5,7 


3,8 
7,0 
6,7 


23 
86 
72 


19 
69 
56 


61 

79 
69 


34 
78 
66 


5 
10 

7 



3 
8 




10 
8 


SW 
w 
se 


NW 

SW 

S 


E 
E 
W 


8 
8 
17 


5,5 
2,5 
4,0 


1-3 
l-i 
15 


1,7 
2,6 
4,3 


i,2 
3,3 
3,6 


5,8 
4,8 
5,3 


2>9 
3,6 
4,4 


20 
35 
50 


H 
35 
32 


73 
59 
60 


35 
43 

47 




8 



2 

10 
4 







w 

sw 
w 


W 

SW 
NW 


SE 
? 
E 


19 
8 

7 


6,3 
4,0 
3,7 


16 
17 
18 


5,1 
6,2 
0,1 


6,4 
6,9 

7,7 


5,6 
6,9 
7,1 


5,7 
6,7 
7,0 


69 
75 
78 


56 
52 
53 


50 
71 
90 


58 
66 
74 


2 

8 
0. 


3 

7 



6 
2 



NW 
W 

9 


? 
? 

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SW 
E 

NE 


3 

11 

4 


3,2 
3,5 
2,6 


1<J 
20 
21 


6,9 
3,1 
5,1 


5,6 
3,0 
5,1 


4,8 
4,1 
6,1 


5,8 
3,4 
5,4 


78 
36 
64 


46 
33 
57 


52 
50 
76 


59 
40 
66 


8 
8 
5 


4 

8 

10 


7 

3 

10 


? 

SW 

se 


SW 

NW 
SE 


SW 
S 
E 


17 
14 
22 


2,8 
4,6 
3,0 


22 
23 
24 


5.6 
6,0 
5,2 


5,8 
5,0 
5,5 


6,1 
4,7 
4,7 


5,8 
a,l 


90 
93 
71 


93 
49 
66 


95 
59 
62 


93 
67 
66 


10 
9 
5 


10 

8 
5 


10 
5 
3 


w 

? 


W 

SW 
SW 


W 

S 
? 


5 
12 
10 


1,5 
1,8 
1,9 


25 
26 

27 


4,2 
4,6 
5,4 


4,5 
5,3 

5,7 


4,5 
5.2 
5,5 


4,4 

5,0 
5,5 


59 
61 
91 


60 
74 
68 


63 
82 
74 


61 
72 

78 


8 

6 

10 


6 
10 
10 




10 




sw 

E 
W 


w 

SW 

w 


SW 

? 

SW 


13 
9 
8 


2,8 
2,0 
0,9 


28 
29 
30 


5,1 
4,1 
3,9 


5,6 
3,2 

2.7 


6,1 
3,3 
3,6 


5,6 
3,5 
3,4 


62 
65 
64 


54 
41 
34 


78 
51 
57 


65 
52 
52 





7 


6 
8 
6 


10 


7 


? 
W 

NW 


NE 

N 
NE 


N 

N 

SW 


14 
6 
5 


2,0 
2,6 

2,7 


31 


3,0 


1,8 


2,U 


2,3 


49 


23 


29 


34 











W 


W 


s 


5 


2,7 


4,9 


5,0 


5,4 


5,1 


63 


49 


64 


59 


4 


5 


3 


11 


3,1 


Tens. del 

» » 
» » 


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» 


r acq. masH. 7, 8 g. 
» min. 1,2 » 
» média 5, 1 


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13 




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relativa 


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min. W » 13 
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5 


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6 7 


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7 7 


sw w 

23 22 


NW 
6 


in d 


ecimi 
4 





Digitized by 



Google 



— 366 — 
OSSERVÀZIONI METEOROLOGICHE 

FÀTTE nell' Osservàtorio dellà R. UniversitI di Bologna (ait. 83", 8) 



9 

B 
% 

£ 

o 

5 


APBILE 1906 


Tempo medio dell' Europa centrale 


Precipitasione II 

pioggia, neve 1 
e grandi ne fuse || 


i 

Forma 
délie ' 
precipitazioni * 


Baromètre ridotto a 0° C. 


Temperatura centigrada 


9»^ 15»» 

1 


21»» ' Media 


9^ 


15»» 


21»» 


Mass. 


Min. 


Media 

mass min. 

9\ 21»» 




mm. 


mm. 


mm. 


mm. 





o 








o 





mm. 




t 

2 
3 


759,0 
762,2 
762,8 


758, 
760,8 
761,7 


759,4 
761,5 
765, 4 


758,8 
761,5 
763,3 


6,2 

7,7 
7,4 


12,4 
12,9 
11,3 


8,3 
9,2 
6,0 


13,0 
13,7 
11,4 


2,7 
4,1 
3,8 


7,6 

8,7 
7,2 




; 


4 
5 
6 


768,0 
766.1 
765,2 


766, 7 
764,2 
762,9 


766,9 
764, 7 
763,4 


767,2 
765, 
763,8 


5,8 
4,6 
6.4 


9,0 
10,4 
11,3 


5,9 
7,5 
8,7 


9,1 
11,0 
11,5 


3,7 
3,0 
5, 5 


6,1 
6,5 
8,0 




1 


7 
8 
9 


763,2 
760, 5 
759,1 


761,6 
758, 2 
758, 5 


761,7 
758, 1 
759, 5 


762,2 
758, 9 
759, 


9,0 
10,3 
11,2 


13,8 
15,4 
16,1 


10,5 
13,0 
13,8 


14,3 
16,1 
17,4 


5,8 
7,7 
9, S 


9,9 
11,8 
13,1 






10 
11 
12 


761,0 
764.0 
764,0 


760,3 
763,4 
761,9 


761,5 
763,8 
761,7 


760,9 
763,7 
762, 5 


14,0 
13,4 
14,0 


17,1 
18,3 
19,9 


14,6 
14,3 
16,3 


17,7 
18,4 
19,8 


11,8 
11,3 
12,1 


14,5 
14,4 
15,6 




1 


i3 
14 

15 


760,5 
759,1 
760,9 


758,6 
758,8 
760,5 


758, 6 
759, 6 
761,5 


759, 2 
759,2 
761,0 


16,0 
16,2 
14,2 


20,2 
14,7 

18,8 


18,1 
14,2 
16,2 


20,8 
18,8 
19.0 


13,1 
13,4 
11,5 


17,0 
15,7 
15,2 


2,7 


pioggia 


16 
17 

18 


761,1 
756,3 
749,4 


759,0 
753, 5 
746,3 


758, 4 
753,3 
744,7 


759, 5 
754,4 

740, 8 


16,0 
13,9 
14,2 


19,2 
18,2 
15,2 


15,8 
15,4 
13,9 


19,7 
18,3 
16,5 


11,4 
11,6 
13,1 


15,7 
14,8 
14,4 






19 

20 
21 


740,2 
752, 6 
758,0 


744,2 
754,3 
757,1 


747,5 
755,7 
756,6 


744,0 
754, 2 
757,2 


11,8 
15,6 
13.8 


12,8 
18.0 
17,7 


12,2 
15,6 
14, 4 


13,9 
18.8 
18,6 


11,5 
10,4 
12,6 


12,4 
15 1 
14,9 


16,0 


pioggia 


22 
23 
24 


753,6 
751,5 
749, 5 


751,0 
749,8 
747,0 


751, 6 
749,7 

748,4 


752, 1 
750,3 
748,3 


14,8 
15,2 
10,7 


14,4 

17,7 
17,2 


14,0 
14,2 
12,4 


17,1 

18,6 
17,5 


12,2 
12,3 
10,4 


14,5 
15,1 
12,8 


1,6 


piogi.Ma 


25 
26 
27 


747,6 
749,1 
740,2 


748,2 
746,9 
740,2 


750,0 
745, 
741,0 


748,6 
747,0 
740, 5 


10,0 
13,0 

7,8 


11,6 

16,0 

9,6 


9,5 

11,6 

8,3 


12,7 
16,0 
11,6 


8,2 
8,7 
6,7 


10,1 

12,3 

8,6 


2,2 
14,0 


pioguia 
pioggia 


28 
29 
30 


743, 9 
746, 2 
743. 7 


744,6 
744, 2 
743, 2 


745,9 

743, 6 

744, 7 


744 8 

744,7 
743,9 


10. 5 
14,7 
14,0 


15,8 
17,2 
14,4 


13,8 
14,0 
11,9 


16, r. 

17,8 
15,4 


7,3 
11,0 
11,9 


12,J 
14,4 
13,3 


1,^» 


pioggia 




756,0 


754, 9 


755, 4 


755, 4 


11,7 


15,2 


12,5 


16,0 


9.3 


12,4 


38.0 




Altezza barometrica massima " 
» » minima "i 
» » metlia 7 


•68,0 g 
•40,2 » 
55, 4 


. 4 
19 e 27 


Teiii 


peralura 
» 


massima 20,8 
minima 2, 7 
média 12,4 


g. 13 

■ ' 1 


Nebbia nei giorni 17, 10. 














Temporale nel giorno 14. 















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— 367 — 

Osseryjlzioni meteoeologichb 
FAITE nell' Observatorio della R. UniversitI di Bologna (ait. 83", 8) 



en 

O/ 

B 
E 

o 

c5 


APBILE 1906 


— Tempo medio dell' Europa 


centrale 


Velocilà mediu II 

del vento 1 

in chilom. allora || 


II 


Tensione del vapore acqueo 
in millimetri 


Umidità relativa 
in centesimi 


Nebulosità relat. 
in decimi 


Provenienza 
del vcnto 


9* 


15" 


21* 


Media 


9" 


15" 


21* 


Media 


9»^ 


15»» 


2{h 


9»» 


IS»» 


2ih 


4 

2 

3 


3,9 
5,5 


2,1 
3,3 
3,0 


4,1 
4,0 
3,9 


2,9 
3,7 
4,1 


37 
50 
65 


19 
30 
30 


51 
46 
56 


36 
42 
50 




5 




2 






10 


? 
? 

NE 


W 

NW 
NE 


E 
SE 

NE 


8 

4 

30 


iiun. 

2,9 
3,6 
3,4 


4 
5 
6 


4,2 
4,5 
5,4 


3,9 
4,4 
4,9 


4,8 
5,0 
5,1 


4.3 
4,6 
5,1 


61 
71 
75 


46 
46 
49 


68 
65 
60 


58 
61 
61 


8 
8 
9 


6 
8 
5 



5 



? 
W 

8W 


NE 
SW 
SE 


E 
SE 

SW 


(1) 


2,6 

2,4 

2,5 


7 
8 
9 


5,9 
4,6 
7,3 


3,9 
4,5 
7,2 


5,8 
5,7 
6,5 


5,2 
4,9 
7,0 


68 
49 
73 


33 
34 
53 


G.» 
51 
55 


54 
45 
60 






10 


1 

5 

7 



6 
5 


8W 

W 

W. 


SW 
NW 

W 


SE 

SW 
SW 




2,7 

^* 
3,4 


10 
il 
12 


6,3 
5,7 
6,0 


3,8 
4,3 
4,2 


6,2 
7,1 
5.4 


5,4 

5,7 
5,2 


53 
50 
51 


26 
26 
24 


49 
58 
39 


43 
45 
38 



3 




3 
2 


9 
3 



ne 
sw 


E 

E 

NE 


? 

SE 
SW 




6,3 
5,5 
5,1 


13 
14 
15 


5,3 
7,7 
7,4 


4,7 
8,1 
6,9 


6,4 
7,9 
8,3 


5,5 
7,9 
7.5 


39 
56 
61 


27 
65 
42 


41 
66 
60 


36 
62 
54 



3 



4 
9 



10 
4 



w 

SE 
W 


SE 

SW 
W 


SE 
W 
SE 




5,6 
5,1 
3,1 


16 
17 
18 


7,5 

8,5 

10,2 


6,0 
10,2 
11,7 


8,7 
10,8 
10,2 


7,4 

9,8 

10,7 


56 
72 
84 


36 
66 
80 


65 
83 
86 


52 

74 
83 



10 
10 



10 
10 



10 
10 


SE 
SE 
E 


SE 

SE 

E 


SE 
SE 

NE 




3,6 
4,3 
2,2 


19 
20 
21 


9,6 
6,5 

7,7 


9,2 
7,2 
8,3 


8,8 
8,3 
9,4 


9,2 
7,3 
8,5 


93 
49 
66 


84 
47 
55 


83 
63 

77 


87 
53 
66 


10 
4 
5 


10 
6 
3 




4 


W 

8 

SW 


NW 
? 
E 


SW 

SW 
SE 




1,0 
2,7 
3,6 


22 
23 
24 


9,8 
7,0 
7,3 


7,6 
5,7 
1,9 


8,6 
6,5 
6,1 


8,7 
6,4 
5,1 


78 
55 
76 


62 
38 
13 


72 
54 
57 


71 

49 
4<J 


8 
2 
8 


9 
5 
3 


8 
3 
2 


SE 
SW 

vv 


NW 
SW 
SW 


SW 

SW 

w 




3,5 
3,4 
4,1 


25 
26 
27 


5,0 
5,0 
7,0 


5,6 
5,0 

6,8 


6,7 
6,1 
6,9 


5,8 
5,4 
6,9 


55 
45 
89 


55 
36 
76 


75 
60 
85 


62 
47 
83 


4 

3 

10 


10 

7 

10 


3 

2 
10 


NW 

SW 

W 


SW 
SE 
W 


SW 

s 
w 




3,0 
2,8 
2,1 


28 
29 
30 


7,2 
6,3 
6,3 


6,6 

5,8 
6,6 


7,6 
5,8 
4,8 


7,1 
6,0 
5,9 


76 
51 
53 


50 
39 
54 


65 
49 
46 


64 
46 
51 


6 



10 


2 
2 

10 



4 



w 

NW 
SW 


W 

S 

NW 


w 

SW 
SW 




4,3 
3,1 
3,9 




6,4 


5,8 


6,7 


6,3 


62 


45 


62 


56 


5 


5 


4 








(1) 


3,4 


Tens. del vapor acq mass. 11, 
» » » » min. 1, 
» » » » média 6, 


9 » ; 
3 


18 
'4 




I 
dei ^ 


^roporzione 
^enti nel mese 




Media r 
relativa 


lebulosità 
nel mese 


Umidità relativa mass. 93 g. 
» » min. 13 • 
» » média 56 


19 
24 




N 



NE E 

7 7 


SE 8 8W W 
18 3 25 18 


NW 
7 


in d 


ecimi 
5 



(1) NB. — Dal giorno 4 fiao alla fine del mese inanca r indicazione della velocità del vento per guasto avvenuto neiranemometro* 
Série VI. — Tomo IV. 49 



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— 368 — 

Ohservazioni meteorologiche 
FATTE nell' Osservatobio della E. UniversitI di Bologna (ait. 83", 8) 



î 

B 

% 

î 

5 


BIAGOIO 1806 - 


Tempo mcdio deir Europa centrale 


Precipitasione il 

pioggia, neve 
e grandine fuse || 


Forma i 
délie 
precipitazioni 


Barometro ridotto a 0** C. 


Temperatura centigrada 


9»» 


15»» 


21*' Media 

1 


9^ 


15»» 


21** 


Mass. 


Min. 


Media 

mass min 

9\ 21»* 




mm. 


mm. 


mm. 


mm. 


o 





o 











mm. 




! 
2 
3 


747,6 
751,6 
758,9 


747,9 
752, 3 
758,1 


748, 5 
755,7 

758,2 


748,0 
753, 2 

758,4 


13,8 
10,2 
13,4 


12,6 
15, 
17,0 


10,8 
11,9 
14,0 


15,0 
15,2 
17,8 


10,8 
7,5 
9,4 


12,6 
U,2 
13,7 


0,8 


piofigia 


4 
5 
6 


758, 4 
756. 9 
756,5 


757, 
755, 7 
755,6 


756, 
756, 1 
756,4 


757, 4 
756, 2 
756,2 


15,4 
17,0 
15.4 


18,8 
21,0 
19,4 


15,9 
16,8 
16,8 


19,1 
21,6 
19,4 


11,3 
13,1 

i2,7 


15,4 
17,1 
16,1 




i 


7 
8 
9 


756,1 
755, 1 
753,3 


755, 
754, 
75?, 3 


755, 3 
754, 
752,3 


755, 5 
754, 4 
752,6 


16,4 
16,2 
15,0 


18,6 
14,8 
15,6 


16,7 
15,2 
13,8 


20,0 
19,2 
19,4 


13,1 
14,5 
13,5 


16,6 
16,3 
15,4 


0,5 
35,1 
10,5 


pioggia 
pioggia 
pioggia j 


10 
11 
12 


751,3 
750. 9 
751,4 


750, 3 
749,6 
751,0 


750,2 
750, 9 
752, 4 


750,6 
750, 5 
751,6 


15,2 
16,8 
14,6 


19,0 
20,5 

18,2 


16,0 
16,8 
15,2 


19,4 
21,2 
18,8 


12,9 
13,9 
13,7 


15,9 
17,2 
15,6 


5,8 


pioggia 

1 


13 
14 
15 


753,0 
749,9 
744, 5 


751,9 
747, 6 
742,1 


751,8 
746,7 
742, 1 


752, 2 

748, 1 
742,9 


17,0 
19,6 

18,8 


20,7 
23,3 
16,5 


18,8 
20,2 
16,8 


21,7 
23,6 
20.6 


14,6 
16,2 
16,0 


18,0 
19,9 
18,1 


8,8 


1 

pioggia 

1 


16 
17 
18 


740,7 
738,8 
740, 4 


740,0 
738,7 
741,2 


740,4 
738,8 
743,5 


740,4 
738,8 
741,7 


14,4 
16,4 
17,6 


16,3 
16,2 
20,4 


15,2 
15,7 
16,3 


16,9 
19,4 
20,5 


14,0 
13,5 
13,8 


15,1 
16,3 

n,i 


43,0 
18,5 


pioggia 1 
pioggia 


19 
20 
21 


743,3 
744,4 
745,3 


744,2 
744,1 
744,9 


745,4 
745,4 
747,4 


744,3 
744,6 
745,9 


13,0 
12,8 
15.2 


17,6 
15,8 
17,2 


13,6 
14,0 
12,7 


18,6 
16.8 

i:,4 


11,1 
10,0 
12,7 


14,1 
13 4 
14,5 


8,9 
0,2 


pioggia ' 
pioggia 1 


22 
23 
24 


749,7 
754,0 
755,2 


750,3 
753,7 
754,4 


752,1 
754, 5 
755,0 


750, 7 
754,1 
754,9 


12,6 
17,8 
19,4 


16,2 
20,8 
22,0 


15,3 
17,6 
20,3 


17,9 
21,5 
22, 7 


11,0 
13,4 
15,4 


14,2 
17,6 
19,5 






25 
26 
27 


755,2 
756,4 
757,0 


754,8 
755,4 
755,8 


755, 2 
755,7 
756,5 


755, l 
755, 8 
756,4 


19,0 
21,0 
21,4 


24,0 
25, 4 
24,2 


20,7 
22,8 
21,3 


24,5 
26,8 
24,4 


17,0 
18,2 
17,9 


20,3 
22,2 
21,3 




1 
i 


28 
29 
30 


757,8 
759,4 
754,4 


757,7 
757, 1 
752,0 


758, 8 
756,0 
750, 6 


758 1 
757, 5 
752,3 


22,3 
24,2 
25,2 


25,3 

28,8 
28,8 


22,7 
26,6 

25,8 


26,5 
30,0 
29,5 


19,6 
20,7 
22,0 


22,8 
25,4 
25,6 




1 


31 


751,8 


750,2 


749, 5 


750,5 


25,2 


29,4 


26,7 


30,9 


22,3 


26,3 




1 


751,6 


750,8 


751,4 


751,3 


n/2 


20,0 


17,5 


21,2 


14.4 


1 17,6 


132.1 


Altezz 

» 


a barom 
» 


etrica massima 
minima 1 
média 1 


r58,9 g 
•38,7 » 
51,3 


. 3 

17 




Tem 


peratura 
» 

» 


massima 

minima 

média 


30",9 

7,5 

17,0 


g, 31 1 

* 2 1 


Nebbi 
Tempe 


i nei gi( 
)rale nei 


)rni 28, 29. 
giorni 8, 9, 15, 


16, 17. 

















Digitized by 



Google 



— 369 — 
OSSEBVAZIONI METEOEOLOGICHE 

FÀTTE nell' Osservàtokio dellà R. UniversitI di Bolognà (ait. 83 ", 8) 



B 
13 




HAOOIO 1806 


— Tempo medio dell'Earopa 


eentrale 


ocità mcdia 1 
lel vento 
lilom. aU'ora || 


.2 © 

a» 
s-s 


Tensione del vapore acqueo 
in milliinetri 


Umidità relativa 
in centesimi 


Nebulosità relat. 
in decimi 


Provenienza 
del vento 


5 


9" 


15'- 


21'> 


Media 


9" 


15" 


21" 


Media 


9»» 


15»» 


2ih 


9^ 


ib^ 


21^ 


> C 


> 2 


1 

2 
3 


5,9 
6.5 
6,4 


5.0 
4,7 
5,3 


6,8 

-'fi 
^ 6 


6,2 
6,1 
6,4 


50 
70 
56 


55 
37 
36 


70 
68 
64 


58 
58 
52 


8 
6 



10 
5 



3 




SW 
SW 


N 

W 

NW 


W 

S 

SW 


(1) 


mm. 

3,3 
2,8 
2,6 


4 
5 
6 


7,4 
8,0 
8,9 


6,3 
6,6 
7,0 


8,1 
8,2 
7,3 


7,3 
7,6 

7,7 


57 
55 
68 


39 
35 
42 


60 
57 
51 


52 
49 
54 




2 



2 
6 







SE 

NW 

? 


E 

N 
NE 


SW 

s 

SE 




3,8 
4,1 
3,1 


7 
8 
9 


8,4 
10,3 
10,2 


9,7 
10,3 
8,8 


10,3 
10,1 
10,0 


9,5 

10,2 

9,7 


61 

75 
80 


61 
82 
66 


73 
78 
85 


65 

78 
77 


8 
7 
8 


9 
10 
10 


5 
4 
4 


W 

SW 
NW 


SW 

NE 
E 


W 

SW 

N 




5,4 
3,6 
2,4 


10 
H 
12 


9,3 
8,6 
9,1 


9,8 
7,1 
9,6 


10,2 

9,7 

10,5 


9,8 
8,5 
9,7 


72 
60 
74 


60 
40 
62 


75 
6.S 
8-2 


69 
56 
73 


5 



10 


10 
1 

8 


4 

7 


W 

SW 
SW 


SE 
SE 
Ë 


SW 

SE 
SW 




2,0 
2,8 
4,2 


13 
14 
15 


10,4 
8,2 
9,3 


9,0 

7,6 

10,5 


10,4 

8,3 

10,6 


9,9 

8,0 

10,1 


72 
49 
57 


49 
36 
75 


64 
47 
74 


62 
44 
69 




4 




1 
7 




8 


w 

? 

NW 


NW 
NE 
NE 


SW 

SW 
E 


17 


3,4 
5,6 
5,8 


16 
17 

18 


11,4 

10,5 

6,7 


11,9 

10,9 

6,9 


11,5 
9,5 
8,6 


11,6 

10,3 

7,4 


93 
75 
44 


87 
79 
39 


89 
72 
62 


90 
75 
48 


10 
4 



10 

10 

6 


10 
4 
3 


W 

NW 
SW 


SW 

S 

SE 


W 

E 

N 


7 

7 

18 


2.3 
2,2 
4,2 


19 
20 
21 


8,3 
6,8 
5,8 


5,4 
6,3 
5,6 


5,5 
7,0 

7,8 


6,4 
6,7 
6,4 


75 
61 
45 


36 
47 
38 


47 
59 
71 


53 
56 
51 


3 
2 
6 


3 

7 
6 


2 
4 

7 


W 

w 

SW 


SW 
SE 
SW 


SW 
SW 


10 
27 


3,6 
3,6 
4,7 


22 
23 
24 


8.3 
7,0 
10,2 


7,7 
7,0 
7,3 


8,2 
U',3 
9,5 


8,1 
8,1 
9,0 


77 
51 
61 


56 
38 
37 


64 
69 
53 


66 
53 
50 


10 

3 


5 

5 




V 


2 


w 

SW 

E 


W 

NE 
NE 


SW 
SE 
W 


7 
9 
5 


3,6 
4,1 
4,3 


25 
26 

27 


9,1 

9,3 

11,0 


7,8 

9,9 

11,3 


9,1 
10.9 
10,8 


8,7 
10,0 
11,0 


56 
51 
58 


35 
41 
50 


50 
53 
57 


47 
48 
55 


2 




3 

1 
5 



2 
2 


NW 
W 

SE 


NW 
W 

NE 


SW 
SW 
SE 


10 
10 
13 


5,9 
6,9 
4,3 


28 
29 
30 


12,7 

13,6 

9,7 


13,5 
12,7 
13,0 


13,4 
12,7 
10,6 


13,2 
13,0 
11,1 


64 
61 
41 


56 
43 
44 


65 
49 
43 


62 
51 
43 


3 
4 
6 


1 

2 
6 







NW 
NW 
SW 


SE 
W 

S 


E 

S 
SW 


5 

5 

22 


4,8 
4,3 
7,5 


31 


12,6 


14,7 


8,2 


11,8 


53 


48 


31 


44 











w 


NW 


SW 


14 


8,5 


9,0 


8,7 


9,3 


9,0 


62 


50 


63 


58 


4 


5 


2 


(1) 


4,2 


Tens. del 
> > 

» » 


vapor acq mas». 14,7 g. 
» » min. 4, 7 » 
> » média 9,0 


31 
2 




l 

dei