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ATTI 



DELLA 



ACCADEMIA DEI LUCEI 



ANNO GGXGI. 



1894 



SETRIE Q,TJI3ÌTT^ 



CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE 

VOLUME n. 

Parte 1* — Memorie 

Parte 2" — Notizie degli Scavi. 



V. 




ROMA 

TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI 



ntrsinX biu. oat. t. uititcoi 

1896 





ATTI 



DELLA 



E. ACCADEMIA DEI LINCEI 



ANNO GGXGI. 



1894: 



SEI5.IE] Q^TIIITT^ 



GLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE 

VOLUME IL 

Parte V — Memorie 

Partk 2^ — Notizie degli Scavi. 




ROMA 

TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI 
rnorBtRTX drl cat. t. aALvrocoi 

1896 



1^ 



' IvJ 



N0V10 1964 )Ì 






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D 4 ;> 3 



PARTE PRIMA 



MEMORIE 



Classe di scienze morali ecc. — Mkmorib — Voi. Il, Serie 5", p&rt* 1* l 



RELAZIONE 

letta dal Socio Ignazio Guidi a iiouie anche del Socio Teza uella seduta 
del 15 aprile 1894 sulla Memoria del dr. C. A. Nallino intitolata: 
Al-Huioàrìzml e il suo rifacimento della Geografia di Tolomeo. 



« Nella memoria che il di-. Nallino presenta all'Accademia, l'A. prende in esame 
il libro del Huwàrizmì sulla « figura della terra » J>;V\ ìs^^-o, del qual libro, noto 
fino a poco tempo solo da citazioni di altri geografi, è stato recentemente ritrovato 
un ms. che si conserva nella biblioteca di Strassburgo. Il Nallino tocca brevemente 
degli studii geografici presso gli Arabi, specialmente sotto Mamùn, e quindi ragiona 
della vita e degli scritti del Huwàrizmì. Egli mostra che non ostante il divario che 
COITO fra la J»;Vi i^y^ e la yswYQMpixi) vcpì'ji^aig di Tolomeo, quest'ultima, e non 
altra opera greca, è la prima fonte del libro dell'Huwàrizmì, sebbene non diretta ed 
immediata. Imperocché la J>j^ ij^-o è, innanzi tutto, l'illustrazione di una carta, e 
precisamente di quella specie di atlante (celeste e) terrestre che aveva fatto fare Ma- 
mùn ; atlante per la cui composizione era stata messa grandemente a profitto la geogi'afia 
di Tolomeo. L'opera di Huwàrizmì, nella quale sono copiose notizie e determinazioni 
nuove, può avere il vanto di lavoro, in buona parte, originale, siccome certo ha quello 
di essere assai rilevante e per sé stessa e per l'infiuenza avuta sulle posteriori opere 
geografiche degli Arabi. Il Nallino ragiona in seguito sulla critica del testo dell'unico 
ms. della J>;V; »)^-^, ed esamina e dichiara ad una ad una le grandi divisioni del- 
l'opera: l'Africa, l'Asia occidentale e centrale, l'Asia orientale e l'Europa. 

« La Commissione che loda la vasta e peregrina erudizione del di'. Nallino, il 
suo ottimo metodo critico, e l'importanza che i risultamenti da lui ottenuti hanno 
per la storia della geografia, non può non proporro all'Accademia che la memoria 
sia integralmente inserita nei suoi Atti i . 



Al-Huwririzmì e il suo rifacimento della Geografia di Tolomeo. 
Memoria di C. A. NALLINO. 



AVVERTENZA. 



I f^co^afi arabi il cui nome ricorre più di frequente sono citati in qaesto modo: 

al-l?tal»rl. Viae regnorum. Descriptio ditionis moilemicae auctore Abu Ishdk al-Fdrist 

al- /stnkhrì. Edidit M. J. de tìocje. Lugduui Batavorum 1870. 
Ibn Hawqal. Via et regna. Descriptio ditionis moslemicae auctore Abu 'l-Kdsim ibn Ilau- 

ical, Edidit M. J. de Goeje. Lugd. Batav. 1873. 
a1-Muqaddas!. Descriptio imperii moslemici auctore al- 3/okaddas i. Edidit M. .T. de tiocje. 

Lugd. Batav. 1876-77. 
Ibn al-Faqih. Compendium libri Kitnb al-Bolddn auctore Ibn al-Faklh al-IIamadhdni. 

Edidit M. J. de Goeje. Lugd. Batav. 1885. 
Ibn Hurdiidboh, Qodàmah. Kitàb al-Masdlik tra'l-mamdlik auctore Ibn Khordddhbeh 

Accedunt excerpta e Kitdb al-Kìiarddj auctore Koddmah ibn Dja'far. Una cum versione 

gallica edidit M. J. de Goeje. Lugd. Batav. 1889. 
Ibn Rosteh, al-Ya'qùbi. Kitdb al-A'ldk an-NafUa VII auctore Ibn Rosteh et Kitdb <tl- 

Bolddn auctore al-Jakùbl. Edidit M. J. de Goeje. Lugd. Bat. 1892. 
al-Edrìsi. Géographie d'Edrt'si traduite de l'arabe en franfais par P. Amédt'e Jaubert. 

Paris 1836-40, 2 voli. 
Abfi "I-fidà' (Aboulf.). Géographie d'Aboulféda. Textc arabo publie par M. ReinauJ et M. 

le Baron Mac Gnckin de Slane. Paris 1840. 
ai-Mas' udì. Mafoudi. Les prairies d'or. Teite et traduction par C. Barbier de Meynard. 

Paris 18G1-77, 9 voli. 
Yàqùt Jacut's Geograpkisches ÌVórterbuch herausgegeben von F. WQstenfeld. Leipzig 1866- 

1873, 6 voli, in 10 tomi. 
ad-Dimasq5. Manuel de la cosmographie du moyen dge traduit de l'arabe de Shems ed din 

Abou 'Abdallah Mohammed de Damas, par A. F. Mcliren. Copcnague 1874. 
Ibn YCinns (J. Y.). Ibn Yùnus, Kitdb az-zlg al-kabir al-hnkimi. Ms. della Bibl. di Leida. Ms. 

Or. 143 (Catal. DI, p. 88, n. 1057). 
Per T 1 <i m e mi servo dell'edizione curata da C. F. A. Nobbe, 2* ristampa. Lipsiae 1881-88, 3 voli. 

Sento qui il dovere di render vivissime grazie al prof. Th. Noldeke ed al Sig. Bibliotecario 
Dr. Harack di Strasburgo, por mezzo dei quali ebbi gentilmente a prestito il ms. unico d"al-Hu- 
wàrizmi ; al Prof. M. ,T. de Goeje di Leida, che nella sua qualità d'Intcrpres legati Warneriani 
m'inviò, appena lo rìcliiesi, il codice loidcnsc d'Ibn Yùnus; infine al mio Maestro Prof. G. Cora, 
il quale, ponendo generosamente a mia disposizione la sua riccliissima biblioteca, mi diede mezzo 
di compiere questo lavoro. 



I. 

Prime versioni arabe d'opere di Tolomeo. 

Mentre a Damasco regnava ancora la dinastia ommiade, che sotto certi aspetti 
sembrava far rivivere le idee della ffilhiliyyah o t barbarie " (come Maometto aveva 
qualiticato la vita dell'Arabia antoislàmica), già nel primo secolo dell'egira abbiamo 
tracce di commercio intellettuale fra gli arabi conquistatori ed i vinti Bizantini e 
Persiani. Hàlid ben Yazìd, lo sfortunato principe di stirpe ommiade che mori in an- 
cor giovane età neir82 dell'Egira (15 Febbraio 701 — 3 Febbr. 702), si era dato con 
passione sovra tutto allo studio dell'Alchimia, e Stefano l'antico (Istifan al-qadim) 
era stato da lui incaricato appunto di tradurre opere greche o siriache relative a 
questa e ad altre scienze (')• 

E gì' impulsi a tradurre in arabo i libri più notevoli greci, pehlevici, siriaci e 
persino indiani, crebbero quando, trasportata dagli 'Abbàsidi la sede del calitfato a 
Bagdad u la posta da Dio » (come significa il suo nome d'origine iranica), i dotti 
musulmani furono attratti in quelle regioni medesime ove era fiorita rigogliosa la ci- 
viltà sàsànidica. Ed i primi califfi 'abbàsidi, coadiuvati dai loro ministri della casa 
di Barmek, favorirono con tutte le loro forze questo febbrile rivolgersi dei dotti alla 
scienza degli antichi, e stipendiarono apposite persone le quali doveano colle loro tra- 
duzioni render accessibili a tutti i tesori dell'antichità. 

Ma ben presto parvero insufficienti le opere conservate nelle biblioteche di Siria 
di Mesopotamia ; ed al-Ma'mùn (-) senfi il bisogno di rivolgersi direttamente al- 
l'imperatore bizantino, e di inviare nelle terre di lui uomini dotti per ottenere « quanto 
v'era di scelto fra le opere scientifiche antiche conservate e tenute in gran pregio 
nel paese di Riìm » (^). Né sembra che al-Ma'mun si limitasse a chieder libri, poi- 
ché sappiamo che nell'anno 251 dell'era di Yezde^ird III (=883 d. Cr.) parecchi 
astronomi osservarono a Damasco l'obliquità dell' eclittica con uno strumento appo- 
sito che al-Ma'mun medesimo avea fatto venire dal paese dei Rum (*•). Anche i pri- 
vati cercarono d'imitare l'esempio del califfo; quindi leggiamo che i tre famosi fratelli 
figli di Miìsà ben Sàkir, datisi con ardore allo studio della scienza antica, inviarono 
gente nell'impero bizantino per scoprire ed acquistare opere dell' antichità ellenica (^). 

(') Kitàb al-Fihrist, herausgegeben von G. Fliigel, J. Rodiger und A. Miiller. Leipzig 
1872, p. 244, 1. 2 e anche p. 242, 1. 8 segg. 

(«) Regnò dal 2G niuliarram 198 al 18 ragab 218 (26 sett. 813—9 ag. 833). 

(5) Kitiib al-Fihrist, p. 243; vedi anche flaji K hai fa e Lexicon l/ibliogr. et encydopae- 
dicum, arabice et latine edidit G. Fliigel. Lipsiae 1835-58, voi. I, p. 81. 

(*) Ibn Yùnus, cap. XI, p. 222 del ins. di Leida: c^r''"»^' Uiliub y,\ ^\S ^\ iJ'ilb 

>y^>j^ roi i-l*o ,3 iJV^ sj^^ ^^«^1 O^i f»^* -^^ -il <*^y cx^- — H risultato 

fu 23° 33' 52" (nel ms. '-^ ^ ^). 

(5) Kitdb al-Fihrist, p. 243, 1. 15, e p. 271; Ibn Hallikàn, Dizionario biografico s. v. Banù 
Musa ben Sàkir (ed. Cairo 1299/1882, voi. U, p. 505). Da un altro passo di Ibn Hallikàn (I, 178, s. 
V. Tàbit b. Qorrah) sembra che lo stesso Abù 'Abd Allah Muhaniinad, uno dei tre fratelli, si fosse 
recato nell'impero bizantino. 



— 6 — 

ii naturale che non venissero frattanto dimenticate le opere del famoso astronomo 
alessandrino, Claudio Tolomeo: ed infatti sappiamo con certezza che lo seguenti furono 
tradotte prima della morte di al-Ma'mùn: 

1°. La ci'viithi xìfi lìarQuiouiui, in arabo al-Ma^is(l, tradotta e commentata 
per la prima volta da Yaliyà ben Hàlid ben Barmak, che mori nel 191 eg. (17 Nov. 
806—5 Nov. 807) ('). Sotto al-Ma'mùn l'opera incontrò molto favore e diede luogo 
a studi speciali: Abù Hayyàn (o Abiì Hassan) e Salma la commentarono di nuovo (-); 
al-Haggàji; ben Matar insieme con Sergùn ben Hiliyyà ar-Kùmì nel 214 (11 Marzo 
829 — 27 Febbr. 830) ne diede ima seconda e miglior traduzione {^) ; e da ultimo 
Mul.iammad ben Katìr al-Fariànì ne pubblicava un succoso compendio (^). 

2". Il trattato astrologico Tfrnù;ii;i).oc ai viarie ^Kt^ijiutixi], in arabo Kitàb 
al-arba'ah tradotto sotto al-Man>ur (9 Giugno 754—7 Ott. 775) da al-Batriq, e tosto 
commentato sopra questa traduzione da 'Omar ben al-Farrubàn (^). Kegnando al-Ma'- 
mùn, Ibràhìm ben as-Salt lo tradusse e commentò di nuovo (''). 

3°. La « Tavola [astronomica] di Tolomeo " [yid BaUamyàs) fu commentata, 
probabilmente sotto Hàriìn ar-Rasìd, da Ayyiìb e Sim'ùn per conto di Mubammad ben 
Hàlid ben Yahyà ben Barmak ("). La medesima opera è citata in al-Fargànì (*) ; 
ed il Golio, annotando questo passo, la crede eguale al xavùv nQÓxfiQog, che Snida 
annovera fra le opere di Tolomeo ('')• 

Quanto alla ytmyQictfixi] v(fijì,nic » Introduzione alla cartografia " non abbiamo 
notizie sicure; ci è noto che essa fu tradotta per al-Kindi ('"), ma poiché questi morì 
intorno al 260 eg. (874 d. Cr.), riesce impossibile stabilire se questa versione sia 

(>) KUdb al-Fihrist, p. 2G7, 1. ult.; Casi ri, Bibliotheca arabo-hispann escurialensis. Matriti 
1700-70, voi. I, p. 349-350 (estratti da al-Qift1). Cf. pure al-Mas'ùdi, VUI, 291; H. H. V, 38C, 
nr. 11J13. 

(«) Kitdb al-Fihrist, p. 268, 1. 1 ; Casiri, 1. c; H. H. 1. e. 

P) Kitdb al-Fihrist, p. 244, 1. 4 e 208, 1.2; Casiri, 1. e; Catal. coda, orient. Bibl. Acad. 
Lugduno-Batavae. L"gd. 15at. 1851-77, t. IH, p. 80. n. 1044. 

(*) Kitdb al-Fihrist, p. 379. Numerose altre versioni e commenti posteriori sono indicati nel 
Kitdb al-Fihrist p. 268, e nella prefazione al Kitdb el-Ubd'fi sarh as-sakl al-qa{(d' di 'Ali ben 
.^hmad an Nasawi (IV o V sec. cg.) riportata nel Catal. codd. orient. Lugd. Batav. t. ITI, 
p. 90. IV-i rifacimenti si pu''i consultare M. Steinsehncider, Die arabischcn Bearbeiter des Al- 
maijest {Bibliotheca mathematica lirsg. von G. EnestrOni, Neue Folge, VI. Bd. 1892, p. 52-62). 

(*) Kitdb al-Fihrist, p. 268, 1. 5 e 273, 1. 15. 

(6) Kitdb al-Fihrist, p. 208, 1. 5 e 7. 

C) Kitdb al-Fihrist, p. 244. 

(*) Muliammadis filli Ketiri Fergancnsis qui vulgo Al fraganus dicitur, Elementa 
astronomica, arabicu et latine cum notis, opera J. Golii. Amstelodami 1069, p. 6, 1. 13. 

(») Suìdae Lexicon recensuit Bernhardy. Halis 1834-53, t. II, pars II, p. 526. 

(>") Nel Kitdb al-Fihrist, p. 268 è detto che il Kildh l'/ijirdfiyd Hi To\omeo fu u tradotto per 
al kindi n (nuqila li-'l-kindi). Invece al-QiftS (in Casiri, Bibl. arab. hisp. I, 349) scrive: "Al- 
l' Kindì tradusse in arabo questo libro ». — Siccome nel Inngo catalogo delle opere di al-Kindt che 
trovasi nel Fihnst (ji. 255-201) ed in un altro luogo d'al-Qifti, non è ricurdata questa traduzione 
e «iccomc sappiamo che al-Kindi si fece tradurre ])er suo uso altro opere greche, cosi la notizia 
del Fihrist è forso più esatta dell'altra. Ad ogni modo, secondo il Kitdb al-Fihrist. questa tradu- 
zione era cattiva; una buona fu eseguita da labit ben Qorrah, morto nel 288 (26 Die. 900— 
15 Die. 901). 



— 7 — 
contemporanea ovvero postorioro ad al-Ma'mim ('). Ibn Hunlàilbeh, al principio della 
sua opera geografica (p. 3), dice: " Ho trovato che Tolomeo in una lingua straniera 
« determinò i confini e rese evidenti le argomentazioni nel descrivere la terra; io 
« tradussi questa descrizione dalla sua lingua in lingua chiara (cioè araba), affinchè 

« tu possa prenderne conoscenza; e poi ho compilato quel che spero abbraccerà 

«[ogni] tua richiesta e soddisferà il tuo desiderio, essendo come testimonianza di 
B ciò che è lontano, come notizia di ciò che è vicino. Ne ho fatto così un libro ecc. " . 
Da questo passo risulta che Ibn Hurdadbeh, prima di redigere la sua opera, aveva 
voluto ti'adurre o farsi tradurre la geografia di Tolomeo. Il de Goeje ha dimostrato 
che Ibn Hurdàdbeh fece due edizioni del suo libro, una verso il 232 (846/847), l'al- 
tra verso il 272 (885/886); se dunque il passo da me citato si trovava già nella 
prima, dovremmo couchiudere che questa traduzione della geografia di Tolomeo per 
opera di Ibn Hurdàdbeh fu di assai poco posteriore alla morte di ai-Ma' mùn. Ma era 
una versione per uso privato ; della quale forse il pubblico non potè mai approfittare. 
Tuttavia, se mancano indizi sicuri d'una versione del geografo greco durante il 
regno di al-Ma'mùn, nel Kitdb mrat al-ard o « Libro della figura della terra " di 
Muhammad ben Musa al-Huwàrizmì troviamo in compenso un ardito tentativo di 
rifare l'opera classica di Tolomeo. 

II. 

Vita ed opere d' al-Huvv^àrizmì. 

Le notizie a noi giunte intorno alla vita di Abù Ga'far Muhammad ben Miìsà 
al-Huwàrizmì sono scarsissime. L'autore del Kltàb ai-Flhrisl (-) ed al-Qiftì (■*) atte- 
stano ch'egli era oriundo del Huwàrizm, il Hwàirizem dell' Avestà, l'Uwàrazmi delle 
iscrizioni cuneiformi persiane, vale a dire di quel territorio che più tai'di costituì il. 
hàuato di Hìwah; ma forse, quand'egli nacque, la sua famiglia s'era già stabilita nella 
Mesopotamia. Il soprannome d'al-Qotrobbolì, datogli da at-Tabarì in un passo che 
riporterò più sotto, potrebbe anzi indicare che egli nacque a Qotrobbol, borgata posta 
sull'Eufrate non lungi da al-Anbàr e famosa pel suo vino. L'altro titolo d'al-Ma.^ùsi, 
datogli pm-e da at-Tabari, indica verosimilmente che la sua famiglia in antico, e forse 
egli stesso nella sua giovinezza, era di religione zoroastriana. 

Ad ogni modo in ancor giovane età lo vediamo onorato da al-Ma'mùn, e addetto 
alla famosa Dar al-hikmah ('') o Casa della sapienza, a Bagdad. Era questa un'acca- 

(') Hàggi Haltfali 11,003, nr. 4130 dice della Geografìa di Tolomeo: « fu tradotta in arabo 
« al tempo di al-Ma'mùn, ma ora è irreperibile ». La notizia è un po' troppo vaga perchò si possa 
trarne una conclusione sicura. — Una versione araba della Geografia di Tolomeo, sfuggita a tutti 
i bibliografi, è quella fatta eseguire da Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli. Ne esiste 
un manoscritto nella biblioteca di S. Sofia, del quale potei avere alcuni estratti grazie alla cortesia 
del prof. Bonelli. 

(2) Kitdb al-Fihrist, p. 274. 

(') Al-C^iftt, Tarih al-ìiukamd', Bibl. di Monaco, cod. arab. 4-10, f. 108,v. 

(■•) Detta anche « Bcyt al-hikmah, Hizànat al-l.iiknuili ", e persino u Hizànah kutub .al-l.iikmah •' 
(p. OS. al-Qiftì, cod. eit. f. 108,v.). 



— 8 — 

demia di dotti, istituita a quanto pare da Hàri'in ar-liasid ('), ma ampliata e resa 
celebre da ai-Ma luiiii; lo ora annessa una ricca biblioteca, ove speciali ed intelligenti 
copisti orano destinati ad aumentare continuamente la suppellettile dei libri (-). Dotti 
di gran lama, come Salma ('), Abu Hayyfin ('), Salii ben Hàrùn (■), avevano la di- 
rezione di quel vasto stabilimento sciontitico, il quale fu della massima importanza 
per lo svolgimento della coltura. 

In quell'ambiente favorevole al-Huwàrizmì, cbe si era dato in modo speciale 
agli studi matematici ed a.stronomici, compose per ordine dal-Ma'mun un compendio 
delle tavole astronomiche dette Sindhind, ed un breve trattato d'algebra elementare, 
che contribuì alla diffusione di questa scienza fra le persone colte dell' oriento mu- 
sulmano. Immerso negli .^tiidi, pare che abl)ia passato tian(iuillamente la vita durante 
i califfati d'al-Ma'miin e d'al-Mutasim ('•) ; invoco nel primo anno di regno d'al-Wà- 
tiq bi-'llah (") fu da questi mandato, probabibnonte a scopo di studio, al tarhàn o 
re dei Hazar (nella Russia meridionale tino al versante Nord del Caucaso) (^). Ma 
non sappiamo se il nostro al-Huw;irizmì, o piuttosto il suo noto con'^emporaneo Mu- 
i.iamniad ben Miì-sil ben »ùkir, sia il viaggiatore mandato dallo stesso al-Wàtiq reU'im- 
pero bizantino, coli' incarico di visitare le tombe dei Sette Dormenti d'Efe^J,^», come 
li chiama il Corano, della Ahi al-kahf « Gente della caverna ». Nella relazione di questo 
viaggio conservataci da Ibn Hurdàdbeh (p. 10(3-107), e da Yàqùt (■') si legge che Mu- 
hammad ben Musa l'astronomo, partito da SmTa-maii-ra'ìl sul Tigri, a monte di Ba- 
gdad, con lettere di raccomandazione pel re dei Bizantini, passò a Qorrah nell'antica 
Cappadocia, e di 1;\ in 4 giornate di viaggio (marlialah) arrivò ad una collina dove 
appunto stava la caverna che si diceva contener i corpi ben conservati dei Sette Dor- 
menti. Il guardiano del luogo cercò in ogni modo di dissuaderlo dall'entrare, desiderando 
che non venisse scemata la credulità dei visitatori; ma il nostro viaggiatore non si 
lasciò intimidire, od accompagnato da un servo munito di una torcia, entrò nel se- 
polcro. » I cadaveri erano avvolti in coperte grossolane che, prese in mano, si stilac- 
» ciavano; i corpi erano unti di aloe, mirra e canfora porche si conservassero; la pelle 

(') Cosi sembrerebbe almeno da un passo del Kildb al-Fihrist, p. 105, 1. 4. 

(*) Fra questi copisti il fihrist, p. 10.5, ricorda 'AUaii a'i-Su'ùbi, autore di varie opere impor- 
tanti. — Un .Vbiì 'l-liaris è ricordato {Fihrist, p. 10, 1. 2) come un fanii-so legatore di libri per conto 
della Dar al-hikmah ; e nel Fihrist medesimo (p. 19, 1. 15 e p. 21, 1. 26-27) si accenna a libri appar- 
tenenti un tempo alla biblioteca d'al-Ma'mfìn. 

(5) Fihrist, p.268, 1.1, e 305, 1. 19; al-Qifti in Casiri I, 349-350; Haji Khalfac, Le- 
xicon, m, 95. 

{*) Al-Qifti in Casiri, 1. e. 

(5) Fihrist, p. 10, 1. 13. 

{•') ricini.', dal 18 ragab 218 al 18 rabS' 1° 227 (9 ag. 833— 5 gonn. 842). 

C) Kcga!, dal 18 rabi' I» 227 al 23 dfl 'l-bilJfiab 232 (5 penn. 842—10 ag. 847). 

(') Al-Muqaddasi, p. 362. La data si liwcia determinare con esattezza percbò al-Muqaddasi 
fa questo Tiajrpio anteriore all'altro famoso di Sallnm at-tur)iuman cbe cominciò nel 228 cg. 

(») Yiiqùt II, p. 805-806. Un cenno se ne trova in al-HSrùnS {Albt'rùni's Chronoloijie 
orientalitcher Vùlker, bmp. von K. Sachau, Leipzijr 1878, p. 290), che però sostituisce qui, come 
altrove, al-Mu'tafira ad al-VVfitiq. — Un'altra relazione del viaggio fu narrata da al-Huwàrizmi ad 
Alimad b.'n. at-Tayyib as-Sarahsi (m. 280 = 17 genn. 899-6 genn 900); al-Mas'iidS li, 307-308, 
dioc di averla riprodotta nel suo al-Kitàb al-ausa(. 



— 9 — 

• era attaccata alle ossa; e passando la mano sul petto d'uno di loro sentii la du- 
» rezza dei peli e la forza con cui erano piantati. 11 custode avoa preparato intanto 
« il cibo e ci invitiN a mangiarne; ma appena lo assaggiammo, provammo un senso 
« tale di disgusto da farci vomitare. Infatti il custode voleva ucciderci aftinché non 
1 venisse smentito ciò che avrebbe narrato poi al re dei Rum, ossia che quelli erano 
« i Sette Dormenti. Noi gli dicemmo: Avevamo creduto che tu ci mostreresti dei 
« morti simili ai vivi; ma costoro non sono cosi » (')■ Solo in un cenno fugace conte- 
nuto nel Kitàb at-tanbih {-) , il nome del viaggiatore è Muhammad ben Musa ben 
Sàkii- l'astronomo ; e benché questo passo non sia forse decisivo, pure le probabilità 
maggiori non sono per al-Huwàrizmì, tanto piìi se si considera quanto dissi a p. 5, nota ó. 

Al nostro al-Huw;irizmì si riferisce una scena narrata non senza una punta di 
ii-onia da at-Tabarì (=*) : « Quando il califfo al-Watii s'ammalò della malattia che lo 
» condusse a morte, comandò di condurgli innanzi gli astronomi ; e gli furon condotti. 
« Tra essi v'era al-Hasan ben Sahl (fratello d'al-Fadl ben Sahl), al-Padl ben Isl.iàq 
« al-Hàsimi , Ismà'il ben Nawbalit , Muhammad ben Musa al-Huwàrizmì al-Magiisi 
« al-Qotrobboli, Send (compagno di Muhammad ben al-Haytam) e tutti quelli insomma 
» che guardavano le stelle. Essi osservarono e la stella di lui e l'oroscopo della sua 
« nascita, poi dissero: Vivrà lungo tempo; anzi gli assegnarono 50 anni per l'avvenire. 
« Invece non durò che 10 giorni, dopo i quali morì ». 

Questa é l'ultima notizia che io conosca intorno ad al-Huwàrizmì, di cui per- 
tanto rimangono ignoti gli anni della nascita e della morte; destino comune a tutti 
gli antichi geografi ed a molti astronomi e matematici musulmani. Mi rimane solo 
di citare in modo sommario gli scritti di al-Huwàrizmì di cui ci hanno lasciato ri- 
cordo i biografi e bibliografi orientali. 

1°. Kitdò al-gebr iva 'l-miiqdbalah (^), il famoso trattato d'algebra elementare 
giungente sino alle equazioni di 2°. grado, composto per ordine del califfo al-Ma'mùn, 
e che servì per due o tre secoli come manuale preparatorio a coloro che intendevano 
darsi a questi studi (^). Anzi nel medio evo se ne fecero varie traduzioni latine ; una 

(') Yàqùt invece scrive: " Il malvagio voleva uccider noi o qualcuno di noi, affinchè gli riu- 
u scisse di dar ad intendere al re che gli stessi Sette Dormienti ci avevano fatto perire. Noi gli 
u dicemmo : Avevamo creduto che essi fossero vivi simili ai morti. Poi lo lasciammo e ce ne andammo >i . 

(2) A'itdb at-tanbih iva H-ischrdf mctoie al-Mas'ùdì, ed. M. J. de Goeje. Lugd. Batav. 1894, 
p. 134. Ivi l'autore dice d'aver già riferito i particolari della spedizione nel suo libro A'itdb al-islid- 
/ta>. _ Cfr. anche i detti intorno ad alcune chiese bizantine raccolti da un Muhammad ben Musa, 
in Ibn Rosteh, p. 8.3, e nel passo parallelo di Ibn Hurdàdbeh 1C1-G2. 

(3) Annales quos scripsit Ahu Djafar Mohammed ibn Djarir at-Tabari, cum aliis edidit 
M. J. de Goeje. Lugduni Batavorum 1879-90, ser. Ili, t. E, p. 1363. Ibn al-.\tir riferisce la stessa 
scena, citando solo il nome di al-Hasan ben Sahl (Ibn el-Athiri, Chronicon quod perfertissimum 
inscribitur, edidit C. J. Tornberg, Upsaliae et Lugd. Batav. 1851-76, t. VII, p. 21, all'anno 232). 

(<) Haji Khalfae Lexicon, t. V, d. 67, nr. 10012 e II, 585, nr. 3996; al-Qiftì, Bibl. di 
Monaco, cod. arab. 440, f. 108,v. Il A'itdb al-Fihrist non cita quest'opera nel suo articolo su al-Hu- 
■wàrizml; ricorda perù i commonti su quest'algebra composti da as-Saydanàni (p. 280), da Sinàn ben 
al-Fath (p. 281) e da Abù 'l-Weffi' (p. 283). Inoltre nel Fihrist 275, si fa menzione d'un A'itdb al-gebr 
wa 'l-murjdbalah composto da Send ben 'Alt, illustre astronomo contemporaneo d'al-Huwàrizmi. 

(5) Il libro, conservatosi in un codice della biblioteca di Oxford, fu pubblicato jier intero dal 
Rosen: The Algebra of Mohammed ben Musa, edited and translated by Fred, liosen, Lon- 

Classe di sciBNZK MORALI ecc. — Mbmobie — Vol. II, Serie 5», parte 1» 2 



— 10 — 

dello quali, intitolata Liber alchoarismi de iebra et almucabala, ò dovuta al famoso 
Gherardo di Cremona (1114-1187) (')• Secondo Hìì,;'lì Halìfali fu questo il primo libro 
d'al{,'el)ra composto in arabo (-); e comunemente si crude che sia stato tratto, nelle 
suo parti foudameutali, da libri indiani. 11 Kodet invece corcò di diuiostraro che esso 
ha per base i lavori di matematici greci, sopra tutto di Diofanto; e che quindi al- 
Huwàrizmì « non ha punto conservato nel suo trattato d'alf^ebra il principio della 
» .-ioienza matematica tinaie la possedevano i suoi contemporanei dell'India i, ma che 
• e^'li è puramente e seinplicemouto discepolo della scuola greca •• {^). Io lascio vo- 
leutiori risolverò la questiono agli storici della matematica. 

2°. Kitàb hisàb al-'adad ai-hindi m Trattato di calcolo numerico indiano » li- 
bro che non è giunto sino a noi, e di cui ci è conservata qualche notizia solo in un 
passo del Ta'rìl.i al-l.uikamà' d'al-Qifti {*). L'opera era un rifacimento, con molte ag- 
giunte, d'un analogo trattato indiano, e servì a diifondore tra i musulmani la cono- 
scenza dell'aritmetica come si ora sviluppata nell'india grazie al sistema decimale. 
Kra posteriore al trattato d'Algebra, giacciiè questo vi si trova citato. L'opera fu 
conosciuta anche in occidente; od infatti il principe Honcompagni ebbe la fortuna di 
scoprire un frammento considerevole d'una versione latina medievale del libro (■''). 

•i". Kitiìh as-SiiidIu'/id (''•), redatto per desiderio d'al-Ma'mùn, e consistente in un 
compendio dell'opera che Jluhammad ben Ibràhim al-Fazàri avea composto nel l.Mj 
157 (773 774 d. Cr.) per il califfo al-Mansùr. col titolo di « Grande Sindhind » 
(Kitàb OS- Sindhind al-kabir). Com'è noto, quest'opera era un rifacimento del trattato 
astronomico indiano Brahmasiddhùnta, scritto nel (528 d. Cr. da Brahmagupta; vi si 
davano regole intorno al modo di calcolar il movimento degli astri, e vari processi 

don 1831. Una piccola parte di esso tratta delle arce e dei volumi d'alcune figure geometriche; di 
questa parte diede una versione francese con note .\. Marre {La parlic i/i.'ometri(]ue de Valgi Ire 
de Abou Abdallah Mohammed ben Mouisa, nei Nonvelles an lales de .ìfathématiques, t. V, Paris 18-16, 
p. 5.57-581), ed una rist.inipa del testo ar.ibo (r= p. 50-64 dell'ediz. Rosen) H. Sclia))ira a p. 36- 
42 della sua memoria: rUTon mU^O Hàchnat /fn-.ì/idoth (Lchre ro» (/t-n .lA/sscn) als crste gco- 
metrische Schrift in hebriiischer Sprache lirsg. ecc. (nelle Abbondi, zur Gesch. der .ì/alhem., Sujv 
plcmcnt zur hist.-liter. Abtheil. der Zeitschr. f. Mathera. u. Physik, 3 Heft, Leipzig 1880). 

(') Vedi F. Wu.st enfold, Die Uebersctsungi'tt arabisch. U'erke in das Latein. seit dem XI. 
Jahrh., p. 61 (nelle Abhandl. d. k. Geselhrh. d. Wissensch. su Gòttingen, 22 Bd., 1877). 

(«) Haji Khalfae Lexicon, t. V, nr. 10012. 

(') L. Rodet, L'Algfire d'al-Khùrizml et les nu'thodes indienne et grecque (nel Journal Asia- 
tique, sex. VII, t. XI, 1878, p. 5-98). 

(♦) Riportato in Casiri I, p. 427, eil in Woepcke, .ìf^moire sur la propagation des chiff'res 
indient (Journ. Asial., sdr. VI, t. I, 1863, p. 479). Il Kitdb aUFihriU 275, cita solo un trattato ana- 
logo (Kitàb al-hisnb al-hindl) di Sciid ben '.Vii, il noto astronomo di .Ma'miìn. 

(*) Trattati rf'aritOTcd'ca pubblicati da Haldassarre Buoncompagn i. Fasci: Algoritmi 
de numero indorum. Roma 1857. 11 Liber Algorismi de practira arismetricae ài Johannes Hi- 
spalensis (sec. XII), pubblicato pure dal Buoncompagni (Trattali ecc., fase. II. Roma 18."i7), sottj 
molti riguardi non è che una parafrasi di questo scritto d'al-Huwiirizmì sul calcolo indiiino. 

(") Il Kitàb al-Fihri.%t 274, conio pure al-Qifti (nis. di Monaco, f. 108,v.) ed Abù "1-Farag 
(l/istoria compendiosa dynastiarum authure Abul-Pharaj io, ed. et verlit Ed. l'ocockio. Oxo- 
niac 1763, p. 248 del testo, 161 della vers.) che lo copiano, confondono questo libro con l'opera se- 
guente nr. 4. Cfr. invece un altro pa-sso d'al-Qifti in W.iepcke, Propagalion, pag. 473 = Ca- 
9iri, L 429. 



— 11 — 

per detorminare gli ecclissi di sole e di luna, i coascendenti dei segni doli' eclit- 
tica ecc. ('). 

4°. KUàh a>zitj * Tavole astronomiche « in due redazioni, una anteriore, l'altra 
pojiteriore (-). Queste tavole ottennero per lungo tempo grande rinomanza in oriente, 
sovra tutto presso quegli astronomi che seguivano il metodo indiano del Sindhind; 
in esse, secondo vien riferito nel Ta'ri'i al-'.iukamà (^), l'autore «s'era fondato sui 
« movimenti medii (al-awsàt) del Sindhind, ma se ne allontanò per quanto riguarda 
« le equazioni (at-ta'àdìl) e la declinazione del sole ; accettando per le prime i me- 
« todi persiani, per la seconda il metodo di Tolomeo. Inoltre propose in questo libro 
« varie regole eleganti inventate da lui per le diverse specie d'approssimazione, ma 
» tuttavia insufficienti " . — Nel suo libro sull'India, al-Bìi-iinì cita le tavole di al- 
Iluwàrizmì a proposito del computo dei diametri solare e lunare risolto appunto se- 
condo i metodi indiani ('); ed un'altra volta a proposito d'osservazioni fatte da al- 
Huwàrizmi sui diversi colori degli ecclissi ('')• L'astronomo egiziano Ibn Yùnus, morto 
nel 399 eg. (5 Sett. 1008—24 Ag. 1009), riferisce secondo il Kitab az-zìg del nostro 
autore il risultato delle osservazioni eseguite durante il calitì'ato d'al-Ma'mùn nella 
specola d'as-Sammàsiyyah in Bagdad per determinare l'obliquità dell'eclittica CO- Que- 
ste tavole erano calcolate secondo gli anni dell'era persiana di Yezdegird III ('), che 
comincia il martedì 16 Giugno 632; Maslamah al-Magrìtì di Madrid, morto a Cor- 
dova nel 398 eg. (17 Sett. 1007—4 Sett. 1008), curò una nuova edizione dell'opera, 
mutando però l'era di Yezde'ird in quella dell'egira C^), e questa nuova redazione 
d'ai Magrìtì venne tradotta in latino da Rodolfo di Bruges, che vivea a Tolosa nel 
1144(9). Del resto le tavole d'al-Huvràrizmì od un loro rifacimento vennero tradotte 
pure in latino da Adelardo di Bath (circa 1130). 

(') Che vi fossero differenze notevoli, almeno in certe parti, fra il Grande Sindhind di al-Fa- 
zarì ed il compendio d'al-Hinvarizmì, sembra risultare dall'articolo di al-Qiftì sull" astronomo 
Habas stampato dal Flligel nel Fthrist {Anmerkunffen, voi. II, p. 130). 

(2) Fihrist 274; al-Qifti, ms. di Monaco f. 108,v.; Abù '1-Faraé (nist. camp, dinast., 
p. 248 del testo, 161 della vers.) 

P) Stampato in Casiri, I, 429, e Woopcke, Propagation, 473-474. 

(*) Albèrùnl's India edited by Ed. Sachau. London 1887, p. 241 (=t. II, p. 70 della vcrs. 
inglese pubbl. nel 1888). 

(5) Albérùnì's India, 257 (vers. Il, 114). Sembra pure tolta dal Kitdb az-sig la citazione 
intorno alle dimensioni della terra, che si trova in Ibn al-Faqih 4, e Yàqùt I, IG (cf. anche 
ad-Dimasqi p. 7 e 8). Infine altre citaz. in al-Mas'ùdjì, Kitàb at-tanbth, p. 4-5, 186, 222. 

(") Ibn Yùuus, ms. di Leida, cap. XI, p. 222. Questa prima osservazione avea dato per risul- 
tato 23° 33'; per la seconda v. nota 4, pag. .5. 

P) Infatti in un pa.sso dello Speculum astroncmicim d'Alberto Magno (1193-1280), ripor- 
tato casualmente dal Reinaud (La Géogr. d'Aboulfcda Iraduite etc, t. I, Introduction generale. 
Paris 1848, p. CCXLII), si legge : « Postquara coniposuit canones Mahometus .\lchocharithmi super 
u annos Persarum qui dicuntur Gerdagred (= Yezdegird) " ecc. 

(8) Ciri attesta Ibn Ahi Usaybi'ah, 'Oijùn el-anbu' ed. A. MuUer. Cairo 1884, voi. II, p. 39: 
«Egli [al-Magritì] si occupò pure del zig di Muh. b. Musa al-Huwàrizmì; ne mutò la cronologia 
« persiana in cronologia araba, ponendo i movimenti medii delle stelle secondo il principio dell'Ora 
" islàmica e vi aggiunse belle tavole. Però mantenne gli sbagli [dell'originale] senza additare i luoghi 
errati; cosa che invece già aveva fatto nei suoi due altri libri Corresione dei movimenti delle stelle 
" ed Esposizione degli sbagli commessi dagli osservatori «. 

P) Vedi in proposito Wiistcnfeld, Uebersetzungen, p. 53. 



5". Kitàb ar-roì}àmah • Trattato doUorologio solare », 

6°. Kilàb al-' amai hi 'l-astarlàb . Sul modo di operare mediante l'astrolabio » . 

7". Kitùb 'amai al-astarlùb • Sul modo di costruire l'astrohibio •. 

8». Kitàb al-ta'rif} (')• Il titolo ambiguo potrebbe lasciar supporrò che il lil)ro 
trattasse dei vari sistemi cronologici in uso presso i diversi popoli ; e ciò tanto più 
in quanto die l'autore era matematico ed astronomo. 11 Wiisteiifeld sembra esser 
stato di questa opinione, giacché non ricorda all'atto al-Huw;iri/.mi nella sua diligen- 
tissima rassegna degli storici arabi (-). Ma che si tratti di un libro di storia appare 
dal fatto che al-Mas'ùdì cita Mul.iammad ben llùsà al-Huwàrizmi fra gli storici da 
lui consultati jier le sue • Praterie d'oro • (^). Si può anche notare che at-Tabarì (*), 
parlando d'un avvenimento relativo ad al-Mamim nel 2lo og. (24 Apr. S2^> — 12 Apr. 
826), dice di narrarlo secondo quel che riferisce Muljammad ben Musa al-Huwarizmì. 

Qui finisce la serie delle opere di cui i bibliografi arabi hanno lasciato notizia. 
Tuttavia dopo una felice congettura del Friihn. i dotti europei sono d'accordo nell'attri- 
buire ad al-Huwdrizmi una traduzione od un rifacimento della geografia di Tolomeo 
rimontante al tempo del califfo al-Ma'mùn. 

Nella Geografia d'Abù '1-fidà' è citata spesso un'opera col titolo di liasm ar- 
rob' al-ma'mur >■ Descrizione del quarto abitato [della terra] » (•>), Rasm al-ma'miir 
• Descrizione della [terra] abitata « ("), rasm al-ard « Descrizione della terra • ("), 
ed anche semplicemente ar-rasm {-). Il nome dell'autore non viene riferito; solo a 
pag. 22 si legge: « Ciò è ricordato nel Kitàb rasm ar-rob' ai-ma' mitr, libro attri- 
> buito a Tolomeo (mansiìb ila Hatlamyus) e tradotto in arabo per al-ira'mun i. Piìi 
sotto (pag. 74) scrive d'aver tratto le indicazioni delle latitudini e longitudini da pa- 
recchie opere, tra lo quali - il Kitàb rasm ar-rob' ai-ma' mar, libro che fu tradotto 
dal greco in arabo per uso di al-Ma'mùn ». 

Questi due passi d'Abù l-fidà' dovettero esser già noti nel 1G97 al d'Herbolot, 
perchè nella sua fìibliothique Orientale, sotto la voce resm, egli dice che il rasm 
al-artl è una traduzione araba della geografia di Tolomeo, eseguita durante il calif- 
fato d' al-Ma'mùn. E ciò viene ammesso dai dotti posteriori, compresi il Reiske e il 

de Sacy (■'). 

Tuttavia il Michaelis aveva osservato che le cifre riportate da Abù 'l-fid;V se- 
condo il rasm, non s'accordavano con quello di Tolomeo, concludendo così che si 

(') I nr. 5, G, 8 sono menzionati nel Kitdb al-Fihrist, 274, ed in al-Qift! ms. di Monaco 
f. 108,v.; il nr. 7 6 ricordato solo nel Fihrist. 

(•) F. WOstcnfcld, Die Geschichtsschreiber der Araber und ihre H'crkt (.\bhan(l. d. k. 
Gcscllnch. d. Wiss. EU Gnttint'en, 1882, XXVIII e XXIX Bd.). 

(») Al-Mas'ùdì I, 11. 

(«) Annoles quos scripsit at-T abari, cum aliis edidit M. .1. de (.ioeje, Lugd. Bat. 1879-90, 

Bcr. ni. t. II. p. 108.5. 

(i) P. 22 e 74. 

(•) P. 38, 43. 44, 50 (tre volte), 53, 62 (due Tolte), 215. 

n P. 44, 59, 68, 71. 

(•) P. 69, 72 e cosi sempre nelle tavole di lonj^tndini e latitudini. 

(•) V. la sua nota a p, 3.13 della Relation de VÈgypte par Abdallatif ecc. Paris 1810, nella 
quale sono citati gli scritti anteriori. 



— 13 — 

trattava di due opere ben distinte ('); e quest'asserzione ottenne il suffragio, prima 
di H. A. Schultcns, poi del Frillin, il quale richiamò l'attenzione dei dotti sopra un al- 
tro passo della Geografia d'Abù '1-fìdà': » In oceano septentrionali est insula Tuli, in 
« ultimo qui habitabilis est orbe septentrionali ad longitudinem 10 graduum et 5 
« minutorum, et latitudinem 58, seeuiidum al chawarezniiciim, auctorem libri rasin 
« el ardili » (-). Facendo ancora un passo innanzi, il Friihn suppose che questo huwà- 
rizmiano fosse appunto il i'amoso matematico ed astronomo Mul.iammcd ben Musa 
al-Huwàrizmì {^) ; e questa congettura fortunata, accolta senza discussione dal Kei- 
naud e dal Lelewel, rimase definitivamente acquisita alla scienza, trovando piena 
conferma nella scoperta che lo Spitta fece piti tardi d'un manoscritto dell'opera. 

Anche altri autori arabi parlano d'una geografìa composta per il califtb al-Ma'- 
mùu; notevole specialmente è un passo del Kilàb at-tanbih wa 'l-iéràf d'al-Mas'ùdì, 
ove questi dice d'aver veduto parecchie carte geografiche, e che le migliori sono quelle 
contenute nel trattato di Geografia di Marino, » e nella figura al-ma'mùniana eseguita 
« per al-Ma'mùn, intorno alla quale avean lavorato insieme molti dotti del tempo. Ivi 
» era stato rappresentato il mondo colle sue sfere celesti, i suoi astri, il continente, 
» il mare, le terre abitate, le terre deserte, le regioni occupate da ciascun popolo, le 
« grandi città ecc. Questa figura è migliore delle precedenti che si trovano nella Geo- 
« grafia di Tolomeo, in quella di Marino ed altre " (^). 

Ibn 'Abd Allah Muliammad ben Abì Bekr az-Zohrì(5), dopo la solita invoca- 
zione a Dio ed a Maometto, comincia il suo Kitàb al-ijujrufnjah con queste parole : 
» Ho tratto questa Geografia da un esemplare della Geografia d'al-Qomàrì ('■), che 
« a sua volta la copiò dalla Geografìa del Signor dei credenti, 'Abd Allah al-Ma'- 
« mùn figlio di Hàrùn ar-Rasid. Per comporre quest'ultima s'eran radunati 70 per- 
« sonaggi tra i filosofi del 'Iraq, i quali scrissero intorno alla descrizione della terra " (''). 

(') Abulfedae Descriptio Aegypti, arabico et latine edidit Job. D. Micbaelis. Goet- 
tinjae 1776, nota 122. 

(2) Abilfedae Opus geographicum, latine vertit J. J. Reiske.Uamhnrg mo (nel Busching^s 
Magazin fùr neue ffistorie und Geographie, parti IV e V), p. 232. Questo passo, essendo stato sop- 
presso da Abù'1-fidà' nella terza e deiìnitiva redazione del suo libro, manca nel testo arabo pub- 
blicato dal Reinaud col de Siano. 

(5) Ibn Foszlan's und anderer Araber Berichte ùber die Russen àlterer Zeit. Test u. 
Uebers. von C. Fraehn. St. Petersburg 1823, p. XVI-XVm. 

(■•) Questo passo è riportato in francese dal de Sacy a p. 147 della sua memoria sul Kittib 
at-tanbih [Notices et extraits des mss. de la Bibl. Impér. t. Vili. Paris 1810; ristampato in appen- 
dice ad al-Mas'ùdì IX, 314). Il testo è a p. 33 della recentis. ediz. del Tanbih fatta dal De Goeje. 

(5) Viveva a Granata nel 532 (19 sett. 1137 -7 seti 1138). Su lui e sulla sua opera vedi Amari, 
Biblioteca arabo-sicula trad. ital. (Torino 1880-81), voi. I, p. XXXVI-XXXVII; e più ancora 0. Hou- 
das e K. Basset a pa<^. 192-198 della loro Afission scientifique en Tunisie (nel Bulletin de cor- 
respondance africaine, t. II, Alger 1884). L'opera esiste ms. a Parigi (Ancien fonds arabe, nr. 596^ 
Catal. des mss. arabes nr. 2220), alla Bibl. Universitaria d'Algeri (nr. 401 e 2016) e in al-Qayrwàn. 
Io mi servo d'un codice della Bibl. di Monaco (cod. arab. 456", nr. 1016 del Supjil. al Catal. dell'Au- 
mcr), il quale contiene lunghi estratti d'az-Zohrì copiati da M. J. Jfiiller sul codice jiarigino. 

(") Da quanto scrivono l'IIoudas e il Basset si ricava che dei 3 mss. algerini e tunisini, due 
leggono i^jIjiJl e l'altro o'*;-ftJI. 

C) Bibl. di Monaco, cod. ar. 456", p. 4 (= f. l,v. del ms. parigino): iS — a CJ:^.^ i_j— ''^ 
(sic) À^\ycs^ ^^ (1. l4jii_i*J) àJs^^ ^JJl j_5_^U-iiJI (sic) rf-^l_jj>^ ^^ iàx.*J j-^ (sic) <k>w»\-«iì.l 



— 14 — 
lufiuo dove riferirsi all'opera tl'al-Huwàrizml quel che al-Battàni scrive verso la 
tine ilei sesto capitolo delle sue * Tavole astronomiche» (Kitàb assi;}) {*): «La 
- loii'/itndine delle città e la loro latitudine sono secondo quel che fu indicato nel 

. Libro della fijjura della terra (Kidib xnrat al-anl) Noi al)biamo sta- 

. bilito ciò secondo liudicazione {ar-rasm) che trovammo nel libro della tigura della 
. terra, noto col nome di (/iyfdfii/d: ed abbiamo indicato separatamente i punti di 
. mezzo delle regioni e delle province, in numero di '.M, come avea fatto Tolomeo (-). 
. In questo libro (cioò nel Libro della figura della Terra) si trovano errori nelle 
■ lon<:itudiui e nelle latitudini -. 

111. 

Il uìs. di Strasburgo del Kiliìb sùral al-ard. 

Ciò premesso, possiamo senz'altro esaminare il testo d'al-Huwàrizmì quale ci ò 
pervenuto nel manoscritto della K. Uuiversitats- uud Landesbibliothek di Strasburgo, 
segnato • L. arab. Cod. Spitta 18 ". 

Acquistato al Cairo neirOttol)re 1878 dallo Spitta (■•). ed alla morto di questi 
venuto alla biblioteca di Strasburgo ('), il codice comprende 45 fogli, alti 32, ó era., 
larghi 20,5 cm., su carta bombicina di colore tendente al bruno; ogni pagina cousta 
in generale di 23 linee, talvolta anche d'un numero maggiore. Come ri.sulta da una 
nota finale (f. 45 v.), fu scritto nel ramailàn 428 eg. (18 Giugno— 17 Luglio 1(J37), 
non si sa da chi; il carattere è quel grosso nasi.ii comune noi manoscritti così an- 
tichi. Le vocali mancano interamente, e v'è grande scarsità anche di punti diacritici. 
In non pochi luoghi il tempo e le tignuole hanno guastato i fogli, sovra tutto in prin- 
cipio ed in fino; tuttavia il contesto permette in molti casi di ricostituire lo lacune, 
e si può dire anzi che il danno è irreparabile solo quando si tratta di cifre. Lo scrit- 
tore del codice dovette avere innanzi a sé un esemplare di lettura incerta, giacché 
non è raro il caso che sopra una cifra o sopra un nome proprio se ne veda scritto 
dalla stessa mano un altro poco diverso, lasciando così al lettore di scegliere fra le 
due varianti. Una mano posteriore, ma tuttavia assai antica a giudicai-ne dalla scrit- 

U,^ii jtj \4^ ^:^\ (1. ^\) ^iJi ■^/ o;^^ cj". or°^' '^'^ -^ o-^r^' ^ 

(') ^a Géoqraphie d'Aboulféda Iraduite par Reinaud. Puris 1848-83, t. I: Introduetion 
qfn^raU, paj;. CDI-XIV. Il Roinaud dii il testo arabo di circa metà del M capitolo secondo il ins. 
dell' Escuriale. 

(') Si alludo alla 'IxHfatt: /uiquiv tiji oixoi'fi{vi;i o tavola delle 94 cparchie (regioni) in cui è 
divina la terra, .-lic si tn.va in Tolonie') Vili, 29. Al-Batt;'iii5 riprodusse tutta questa tavola con leg- 
gerissime modificazioni ed a),'giungendo la latitudine e la lon^'ìtudine del centro di ciascuna regione; 
essa si può vedere stampaU in Lelewel, Oéographie du moyen àge. Bruxelles 1852, t. IV, Épi- 
loguc, p. 64 sgg. 

(') Il quale ne dii'de una descrizione sommaria prima nella Zeitsrhr. d. deutich. morgenl. Gè- 
telUrh. XXX. 1870, |). 21^>4-2;t7; poi nelle Verhand. dcs ,>"* internai. Orienlal.-Congr. Semit. Soction. 
Berlin 1882, p. 19-28 (col titolo Die Geogr. dcs Ptolomaeus bei den Araber), ma cn alcuni errori. 

(♦) Vedi Zeitichr. d. deutsch. morgenl. OetelUch. XL, 1886, p. 306. 



— 15 — 

tura dal coloro sbiadito dell'inchiostro, ha fatto qua e là eccellenti correzioni, e 
riparata qiialclie dimenticanza del primo copista. Evidentemente per ciò ebbe innanzi 
a sé un altro buon esemplare dell'opera (')• — Come sempre avviene nelle tavole 
astronomiche, le cifre sono espresse mediante le lettere dell'alfabeto e non secondo 
il sistema decimale; lo zero è rappresentato da un cerchio sormontato da una lineetta 
tangente (o), onde somiglia molto alla s dell'alfabeto arabo ('^). 

Quattro carte miniate trovansi nel codice; una, al f. 10, v., rappresenta «l'isola 
delle pietre preziose » gazìrat al-gawahir ; la seconda, su un pezzo di carta inserito 
tra i f. 10 e 20, rappresenta le varie configurazioni delle coste marine, coi relativi 
termini tecnici ; la terza, occupante parte dei f. 24,v. e 25,r., ci dà l'immagine del 
Nilo dallo sorgenti alla foce; l'ultima è al f. 45,r. e raffigura la palude Meotide 
(al-batìl.iah) coi fiumi che vi si scaricano. 

Il titolo, per metà coperto dai pezzetti di carta incollati onde impedire la ro- 
vina totale del foglio, è (f. l,r.): ^J/i-'^i j^'^} J'-^4-'5 o->-»-'' cj^ Jp^^ '^)y° (_>U^ 

^iyjUl ^^>-JJ^ » Libro della figura della terra riguardo alle città, ai monti, ai 
^ mari, alle isole ed ai fiumi. Lo trasse Abù Gafar Mul.iammad ben Musa al-Hu- 
« wàrizmì dal Trattato di Geografia composto da Tolomeo al-Qalawdì » (■*). 

Il libro non ha introduzione : dopo la solita formola " In nome di Dio clemente 
« e misericordioso » cominciano le tabelle scritte su due colonne per pagina ed in- 
dicanti la posizione geografica delle località principali (f. l,v.-9,v.) (^). Queste sono 
disposte clima per clima ; inoltre in ciascun clima esse vengon enumerate secondo la 
loro progressiva longitudine dal meridiano iniziale (-''), la quale disposizione permette 
di stabilire spesso la lettiu-a esatta delle cifre di longitudine, in molti luoghi ove 
la mancanza dei punti diacritici lascierebbe campo a varie interpretazioni. Sono 537 (^) 
località così distribuite: 

8 a sud dell'equatore 54 nel II» clima (16<'27'-24» N.) 

64 nel I» clima (0"-16''27' N.) 59 nel IIP clima (24''-30°22' N.) 

(1) Dalla scrittura sembra che questo correttore sia il medesimo 'Ali ben Alimad ben Ibràhìm 
^J\ at-Taràbulusì al-As'ari a'^-Siifi'i, che notò al f. 45,v. la data (nel codice abrasa) dell' acquisto 
fatto del libro. 

e) Lo Spitta infatti confuse i due segni tra loro e lesse 5 invece di 0. Nel nostro ms., come 
in venerale nelle tavole matematiche ed astronomiche, il 5 è rappresentato dalla lettera ha' scritta 
in forma di piccolo cerchio o. Molto probabilmente il segno S per indicare lo zero, viene da «, la 
nota sigla greca per ov, che è abbreviazione di oDVfV (=• nulla); v. Woepcke, Essai sur la prò- 
pagation des chi/fres indiens (Journ. Asiatique, S(?v. VI, t. I, 1863, p. 46C e 468-69). 

(3) Cioè discendente di Claudio imperatore. Vedi in proposito quanto scrive il de Sacy nelle 
Notices et Extraits des mss., t. Vili, 1810, p. 169 sg. = al-Jras'ùdi I.\, 33.>o36. Cf. pure Yà- 
qùt, IV, 167 e Catal. codd. orient. Bibl. Acad. Lugduno-Batavae. Lugdun. Batav. 1851-77, t. Ili, 
p. 80 al nr. 1045. 

(*) Per inavvertenza del copista, i f. 8,v. e !),r. son rimasti in bianco, benché non vi sia nes- 
suna lacuna nel testo. 

(S) Le eccezioni a questa regola sono rarissime e subito riconoscibili. 

(«) Per 9 località il copista non ha segnato le cifre relative. Inoltre si hanno 5 o 6 posizioni 
ripetute. 



— It) — 

14G nel IV clima (30"22'-3G" N.) 03 noi VI" clima (41°-45<' N.) 

78 nel V» clima (3(5"-41<' N.) 25 nel VII" clima (45M8» N.) 

40 oltre il VII" clima tino a 63" N. » limito estremo della terra abitata «. 

Alle tabelle delle città segue (f. 9,v.-15,v.) quella dei monti, dei quali è indi- 
cato il nome, la longitudine e la latitudine di ciascuno dei punti estremi, il colore 
e la direziono. Sono distribuiti per climi, ed in ciascun clima secondo la longitudine 
progressiva dal meridiano iniziale; cosi abbiamo 209 monti (') nel modo seguente: 

10 a sud dell'equatore 23 nel IV" (SO^-SG») 

10 nel r clima ((("-IG") 28 nel V (SGMP) 

27 nel IP clima (lG°-24») 24 nel VP (4P-45<') 

33 nel IIP clima (24»-30°) 7 nel VIP (45»-48») 

38 al di là del VIP, tino a 63°. 

Dopo i monti viene la descrizione dei mari (f. 15,v.-20r.) cioè: al-ba'ir al-ma- 
•iTibì al-! arig wa's-samàlì al-l.iàriC' " il mare esterno di N. 0. - (cioè l'Atlantico), il 
Mediterraneo (•-'), l'Oceano Indiano {^), il Caspio, ed infine al-bahr al-rau/,lim «il 
Mar Tenebroso - (cioè il Grande Oceano). L'autore riferisce le coordinate geoi^ratìcbe 
dei punti principali della costa, e per indicare le forme più salienti di quest'ultima 
adopera la seguente nomenclatura: 

taylasàn (velo inamidato, di mussolina, cbe i professori di teologia e di 
giurisprudenza ponevano sul turbante e sulle spalle, lasciandolo ricadere sul dorso (*) ) 
per indicare una insenatura lunga e regolare, ma non molto profonda; 

qowàrah, per una sporgenza considerevole della costa nel mare, cosi da for- 
mare spesso una penisola semicircolare; 

sàbùrah, per una profonda insenatura in forma di triangolo (•''). 
La descrizione del Caspio (f. 19,v.) mostrerà meglio il metodo dell'autore: " Esso 
.comincia, toccando il monte oy. C^)- a 74<'40' long, e 43»5' lat. ("): — si volge 

(') Parecchi sono senza nome, leggendosi solo gebel « monte »; qualche altro anonimo è deter- 
minato secondo il territorio in cui si trova, p. es. « Monte che s'estende fra Istahr e Gùr •.. 

(«) Non ha un nome collettivo, quindi il ins. dice: " Mare di Tan);ah (Tangeri), di Maritàniyah, 
u di Ifriqiyah, di lìarqah, d'Egitto, di Siria, tutti contigui gli uni agli altri ". 

(') Al-bahr al-kabir u il mar grande n ; secondo le sue varie sezioni è detto Ba\ir al-Qolzuin 
(Mar RoBso). al-bal.ir al-ahdar «Mar Verde » CF.QveQil eàXaaait degli antichi), balir as-Sind, balir 
al-Hind, bal.ir tL-fi^in, e bahr al-Ba^rah (il T.olfo Persico lU^atxòs xo'inof). — Il Mar Caspio è detto 
mare del Huwiirizm, di Gor^'àn, del Tabarisfàn, del Daylom. 

(«) Dozy, Dirtionnaire détaillé des noms des vétcmcnts cha lex arahes. Amsterdam 1845. 
p. 278-280. Circa il significato geografico del vocabolo cfr. anche de Goeje, Glossarium m geo- 
graphoi (voi. IV della liibl. Gcogr. Arab.) p. 201. 

(S) La cartina inserita tra i f. 19 e 20 dii anche la forma del tasnim, del quale per.', non si 
fa cenno nel corso dell'opera. Per queste varie denominazioni si confronti Abii 'l-fidfi 10 e al- 

Has'fidi I, 18.5. 

(•) Alla fine della descrizione del Caspio ò scritto oy ; il nome manca nella lista dei monti. 

C) Invece di o ^ il iii.s. jiorta o -- (•18°5'). La mia lettura e evidente quando si consideri 
l'ultima parte della descrizione del Caspio. 



— 17 — 

« a Te'O' long. ST-bO' lat: — continua a 77030', SS^O' (var. 5'); — poi a 78°40', 
« 38040' (var. 0'); — quindi a 79''0', 39^30'; — si dirige verso SPO', 39045'; poi a 
» 87<'0', 42»30' ; — (julndi a 87°40' (var. 86040'), 48°20'; — in seguito a 90o0', 42o20'; 
, _ a 90"40' ('), 44"U'; — 90°20', 45°0' (var. 5'). — 90o30', 46°5' (var. 47o5'). — In 
u forma di taylasàn prosegue tino ad SO^O' (ms. ki 109") (-), 48o30'; —prende l'aspetto 
« di qowàrah toccando 88''20' (ms. ^ ^) long., ed arriva a 89o20' (ms. er ki), 5U°0' 
» (var. 5'). — Poi continua in forma di (aylasàn per la long. 89o30' (ms. J ks), e 
« giunge- alla long. 88030' (ms. senza punti) ; — tocca 87°0' (ms. senza punti) long., 
. 50020' lat.; — poi 86o30' (ms. J y), SOMO' ; — in forma di qowàrah passa per 
«la lat. 50"20'; arriva ad Só^òO' long. (ms. senza punti), 51°30' lat. (ms. sonza 
« punti); — continua a guisa di taylasàn fino a 84o30' (ms. senza punti), 50o20'; — 
u poi ad 83"0' (ms. senza punti), SPIO'; — in forma di taylasàn va ad 82o0' (var. 5'), 
« 49020'; — passa per 8I0O', 49o20' ; — 78o0', 48oi0'. — Incontrata l'imboccatura di 
« due fiumi, prosegue per 77o4o', 4tì"0' (var. 47o0') ; — 7GnO', 45"20'; in forma di qo- 
« wàrah tocca la lat. di 4403O' ( J j^, colla variante erronea J ^ 47"30'), e giunge 
« a 7600', 4400' : poi tocca il monte presso il quale abbiamo cominciato, ossia il 
" monte oy. presso 74o40', 43o50' » . 

Terminati i mari, viene la descrizione delle isole (f. 20,r.-2G,r.). I nomi man- 
cano in grandissima parte ; delle minori è indicata la posizione del centro , la lun- 
ghezza e la larghezza (■^); delle maggiori viene seguito minutamente il contorno 
della costa. 

Ai f. 26,r.-27,v. una tabella espone le coordinate geografiche del punto centrale 
delle vario regioni ; subito dopo (f. 28,r.-45,v.) viene la parte più lunga ed ultima 
del libro, che descrive i fiumi contenuti nei singoli climi. Di ciascun fiume sono fis- 
sate matematicamente le curve principali e le città più importanti toccate; però, come 
pei monti e per le isole, molti fiumi sono anonimi. 

Questi pochi cenni mostrano a suÉBcieuza che la disposizione materiale dell'opera 
araba non ha più nulla di comune colla ytitìyQaqixì) vcfrj'yrjaK. 11 primo libro di To- 
lomeo, che espone i principii fondamentali della cartografia e che contiene una cri- 
tica minuta dell'opera composta da Marino di Tiro, è scomparso del tutto nel rifa- 
cimento arabo; così pure è scomparso l'ottavo libro, il quale indica la durata del 
giorno più lungo nelle località più ragguardevoli, e dà una tavola delle 94 province 
{ìnaQyua) in cui si divide la terra abitata. Il materiale contenuto nei libri Il-VII 
fu dall'arabo ordinato in modo affatto diverso; Tolomeo esamina in ciascuna regione 



(') Il ms. per errore di scrittura lui ^ r^ (,97"40') invece che ^ ^j>- 

(*) Il semplice esame delle cifre che seguoiio mostra chiiiramente la necessità di sostituire qui 
e più sotto la ^ (80) alla Jl (100). Si può inoltre considerare che al f. 7,v. la città di Huwàrizm 
è posta a Dl^SO', 42oi0', e la città dei Hazar a 93°0', 450O'; cosi al f. •(2,v. è detto che un lungo 
fiume (il nostro Slr daryà) terminante nel la^o ora detto Arai passa per 107°r>', 5O03O', poi per 
lOCSO', 51°n', traversa la città dei Hazar, riceve affluenti a 107"-20', 51"20', a IO403O' long., a lOOoSO', 
5105', a94»5', 46°5' ed a 92''5', 45°5'. Se non si ammettesse la correzione ch'io propongo, tutte queste 
posizioni rimarrebbero dentro il Mar Caspio. 

(3) Queste due dimensioni sono espresse sempre in gradi (nel testo (^«i'); p. es. " isola estesa 
l»i per 1»; centro a .^'O' long., gSMO' lat.». 

Classk di scienze morali ecc. — Memorik V(j1. II. Serie T)", parte 1» 3 



I. clima, 


, tino a 1(3° 


{l{i°27' 


) e) 


climi 


I-IV 


II. - 


" « 24° 






n 


V-VI 


III. - 


- - 30° 


(30"22 


') 


m 


VII-VIII 


IV. - 


' - 3G° 






n 


IX-X 


V. 


.. » 41° 






n 


XI-XII 


VI. ' 


» » 45° 






^ 


XIU-XIV 


VII. » 


» " 48° 






n 


XV 


Ài di là 


del VII. clima fino 


a 63°. 


n 


XVI-XXI 



— 18 — 

i monti, i fiumi, le città più importanti; al-Huwàri/,mi separa queste accidentalità 
geograficlie in tre categorie distinte, e studia ogni categoria zona (iqlìm, clima) per 
zona invece che provincia per provincia ('). Anzi, mentre lo zone di Tolomeo, fondate 
sulla lunghezza rispettiva del giorno e della notte, sono 21 (Ptol. I, 23), le zone 
dello scrittore arabo sono 7, come presso alcuni autori più antichi di Tolomeo (-). 
Volendo quindi stabilire un accordo fra le due divisioni greca ed araba, si avrebbe: 

Al-^uwàrizmi Tolomeo 

Regione a sud dell'equatore Regione a sud dell'equat. fino a &°25' S. 

fino a 16°2ó' 
" . 23°ó0' 
» . 30-20' 

n » yo'o' 

" « 40"55' 

- » 45°U' 

- - 48°30' 
" w G3°0' 

Esaminando più innanzi il contenuto del libro, vedremo che alla discordanza com- 
pleta nella disposizione della materia corrisponde una discordanza pure completa fra 
i dati del Kildb xiiral al-ard e quelli di Tolomeo ; tanto che non v'è quasi nessuna 
cifra identica in ambedue. Come si spiega un mutamento così radicale per parte del 
geografo arabo? 



IV. 

Origine del Kitàb sùrat al-ard. 

Il Lelewel, che pel primo rivolse la dovuta attenzione al rasm, quale appariva 
dalle citazioni di Abù 'l-tìdà', fu anche il primo ed il solo studioso che cercasse di 
spiegarne l'origine. Considerando che nessuna delle 92 posizioni di città riferite da 
Abù '1-fidà' secondo il rasm, lascia scorgere una vera parentela con Tolomeo o con 

(').La preferenza data alla divisione dei hinphi secondo le zone o climi (iqltm, xXi'/in) ha un 
motivo d'ordine pratico. Siccome le 5 prepliiere musulmane devono farsi in certe ore stabilite secondo 
la lunghezza massima del siorno, cosi la distribuzione dei paesi per climi che si fondano appunto 
sulla durata del giorno più lungo, permette di determinar facilmente le ore canoniche della preghiera 
in qualsia-^! località. 

(•) I'. es. Plinio, Hist. Noi. VI, 39. La divisione in 7 climi non fu scelta dagli Arabi solo 
per uno scopo pratico; essa ricorda troppo bene i 7 karsvari dell'A vesta (kéivar del jielilyS, kisirar 
del persiano moderno) e i 7 drtpa indiani, nonché i 7 cieli, le 7 terre, i 7 mari del Corano. Del 
resto sul numero 7 presso i Semiti, vedi I. (i nidi, Della sede primitiva dei popoli semitici (Me- 
morie della K. Accad. dei Lincei, CI. Scienze Morali, ser. Ili", voi. 3", 1879) pag. Gli, ed anche 
de Sacy, Chrestom. arabe, l'ari» 1806, t. II, p. 382 sgg. 

O Le cifre tra parentesi sono quelle diverse indicate nella tavola delle città; v. sopra. 



— 10 — 

alcuno dei suoi antecessori; considerando d'altra parte che Abù l-fidà' sembra rite- 
nere il rasm come una versione dui i;reoo, egli concluse che al-Huwàrizniì aveva tra- 
dotto per al-Ma'niiin un'opera greca intitolata òoiai.iòg xtiqàòoc i l'g DÌxoi'utrr^g t De- 
finizione del quarto terrestre abitato ". Ma quest'opera, continua il Lelewel, non è 
ricordata dagli scrittori bizantini e non lascia alcuna traccia di so nei libri del me- 
dio evo occidentale; dunque essa fu composta nelle provincic asiatiche dell' impuro 
bizantino che la conquista araba avea staccate dalla signoria di Costantinopoli. In- 
fatti nel ?-asm venne rifusa appunto quella parte della geografia di Tolomeo che 
abbracciava i territori corrispondenti all'impero dei primi califfi. Rispetto al bacino 
dell'Indo, la carta del rasm mostra di non avere alcuna informazione precisa; ciò 
significa ch'essa è anteriore allo stabilimento definitivo degli Aralii nell'India. Da tutte 
queste considerazioni risulta che un ÒQiai,iòg TSTQcióog Trjg olxovixs'vrjg fu composto 
verso il 750 da un greco che abitava nell'impero dei califfi e che potè servirsi anche 
di materiali musulmani. Al-Huwàrizmì tradusse più tardi per al-Ma'mùn il libro greco, 
conservando il titolo dell'originale: Easm ar-roh' ai-ma' mùr {}). 

Non è difficile accorgersi che il Lelewel si lasciò trascinare un po'troppo dalla 
fantasia ; tanto più che era molto pericoloso voler trarre tante deduzioni sull'origine 
del libro da una lista d'un centinaio di posizioni, che non sappiamo neppure perchè 
siano state scelte da Abù 'l-fidà' a preferenza di tante altre. L'analisi del testo com- 
pleto d'al-Huwàrizmì ci mosti'erà che la geografia di Tolomeo vi è modificata anche 
p.T quelle regioni che non entrano nel dominio dei califfi ; inoltre ci fornirà notizie 
su paesi che non potevano esser noti ad un suddito arabo o bizantino del 750 d. C. 
Invece le regioni che non erano entrate in rapporti diretti cogli Arabi portano nel- 
l'opera d'al-Huwàrizmì una nomenclatura ed una posizione spiegabili solo col testo 
di Tolomeo. Come mai uno scrittore bizantino avrebbe dato notizie cosi scarse in- 
torno alla penisola balcanica'? Il Kitàb mrat al-ard, dopo l'analisi che ne faremo, 
apparirà come una rifusione della y£U)yqa(pixri vtprjyiqttig e non d'altri libri, così da 

giustificare benissimo l'ultima parte del suo titolo: " libro che al-Huwàrizmì 

" trasse dalla geografia di Tolomeo ' . Le modificazioni numerose mostrano tutte di 
provenire da fonte araba; e nulla, in tutto il libro, lascia supporre ch'esso sia la tra- 
duzione d'un rifacimento greco dell'opera tolemaica. Perchè dunque inventare un òqi- 
afiòg TtTQcéàog Trjg oìxoi'ua'vi^g {-), di cui nessuno conosce l'esistenza, e che avrebbe 
dovuto poi esser rimaneggiato una seconda volta per dar origine al libro arabo? 

Ma escludendo questo ògiof^tóg, non mi sembra tuttavia che la rifusione arabica 
provenga direttamente dal testo scritto di Tolomeo. 

Già dissi che nelle tabelle dei monti è precisato anche il colore d'ognuno di 
essi, onde si ha una lista di ben 33 colori diversi. È possibile che al-Huwfuizmì 
sostenesse esser il Liì)ano color oliva, l'Antilibano (gebel a(-lalg) bruno (adkan), il 
Senir (in Siria) rosso, il monte al-Lokàm (pure in Siria) rosa, e così immaginasse 

(') Lelewel, Géographie du moyen ago. Bruxelles 1852, t. I, Cartes de géograplies ecc. 
p. 23-24, 28-29. 

(*) Si osservi che il tifilo rasm al-ard o rasm ar-rob' al-ma'mvr si trova solo in .\bù '1-fidiV, 
di 5 secoli posteriore ad al-Huwarizmi. Nel X sec. d. Cr. al-Mas'ùdi ed al-Battàiii lo chiamano A'i- 
tdb ^ùrat al-ard «Libro della fìi;nra della terra", come il nis. di Strasburgo. 



— 2(t — 

resistenza di montagne color di lapislazzuli (làzuwerdì), azzurre (azraq), giallo, nere, 
biancastre, giallo d'oro, monti a vari colori (mulawwan) ecc.? E si noti che in gene- 
rale i monti vicini hanno colori diversi. Cosi al f. 30,r. un tiuine africano attraversa 
un monle (jiallo alla long, di al"»)'; altrove (f. 37.r.) si dice che l'Indo (Mihràu) ad 
un certo punto del suo corso superiore passa fra >. un monte giallo ed una città » . 

Io non 80 spiegarmi im tal fatto se non ammettendo che al-Huwarizmì abbia 
composto il suo libro per illustrare una serie di carte geografiche, anzi traendo da 
queste ultime tutto il materiale dell'opera sua, appunto come Tolomeo avea ricavato 
la sua geografia da carte che si era prima costruito in base ad itinerari. Se tale è 
la genesi del libro arabo si capisce il motivo dell'indicazione dei colori dei monti; 
questi, per maggiore chiarezza, erano variamente dipinti sulla carta, ed il testo indica 
il loro colore per facilitare il confronto colla carta stessa. Torna qui in acconcio rife- 
rire un passo di al-Mas'ùdi ('), ove si parla della geografia di Tolomeo: " In questo 

. libro sono indicati i colori dei monti della terra: rosso, giallo, verde eca E 

i. tutti questi mari .sono dipinti (mu<a\vwarah) nel libro della giimlfiyri con varie 
" sorta di colori, e sono ditfereuti per grandezza e per forma ^ . Si vede dunque che 
anche questa versione di Tolomeo {-) era accompagnata dalle carte relative, e che il tra- 
duttore avea indicato nel testo il colore che ciascun monte portava sulla carta. 

Altri fatti si possono recare a sostegno della mia ipotesi. Al)biamo già veduto 
che moltissimi monti e fiumi, e quasi tutte le isole (eccettuate le maggiori) riman- 
gono senza nome; ora se al-Huwàrizmì rimaneggiava il testo di Tolomeo, perchè mai 
avrebbe accolto molti nomi aftatto greci che più tardi scompaiono nella geografia 
araba (per es. nell" India i monti Sardon3TC, Bettigo, Adeisathrum, Uxentum ecc.) ed 
altri invece ne avrebbe taciuti in quello stesse regioni, contentandosi di dire - monte, 
isola, fiume », benché vi unisse tutte le cifre relative? La cosa si spiega benissimo 
quando si ammetta che le carte geografiche su cui lavorava al-Huwàrizmi indicavano 
in certi luoghi l'esistenza d'una cittìi, d'un fiume, d'un monte, di un'isola, ma sunza 
dar loro alcuna denominazione, appunto comò avviene in ogni carta geografica. — E 
se ancora vi fosse bisogno duna prova decisiva, basterebbe citare i passi seguenti 
del libro: Al f. 18,v. si legge che la costa dell'Oceano Indiano incontra le foci di 
dieci fiumi; l'autore ne nomina quattro aggiungendo: " ed altri il cui nouio non si 
trova sulla figura (wa gayru ùàlika mimmà là asmà'ahu fi '^-sùrah) ». Al f. 40,r. 

è scritto : - fiume che scorre fra due città anonime (là asma lahumiì), e si getta 

- in mare fra una cittA sulla quale non v'è nome nella figura (là isma 'alayhà fi "s-.u- 
» rah) e la città di y^A »; e poco dopo si parla ancora d'una città senza nomo sulla 
figura (là isma lahà fi 's-surah). E la stessa frase - città senza nome nella carta 
(^lìrah) » ricorre anche al f. 41, r. 

ila quali carte avrà adoperato al-Huwàrizmi? Non certamente quelle di Tolo- 
meo, perclié allora non si capirebbero tante modificazioni e tante aggiunte. La solu- 
zione del problema è data dal passo già riferito del Kitùh al-Taiibih d' al-Mas'ùdi 
(vedi nota 4, pag. 13). Ivi si legge che al-Ma'mùn avea fatto lavorare molti dotti 

(>) Al-Mas'fidl I, 184 e 185. 

(«) l'robabilmcnfc scendo la traduzione araba di Tiil)it ben Q^rrab. I particolari riferiti da 
al-Mas'tidi non lanciano dubbio che si tratti veramente d'una traduzione della yiutyQuifixt] i(ftj)",at(. 



— 21 — 
del suo tempo (') intorno ad una serie di carte rappresentanti » il mondo colle sue 
li sfere celesti, i suoi astri, il continente, il mare, le terre abitate, le terre deserte, 
li le regioni occupate da ciascun popolo, le grandi città ecc. " ; in altre parole era 
un atlante celeste e terrestre. Al-Huwàrizmì, che probabilmente era uno di quei dotti, 
dovette esser incaricato di riprodurre in forma di libro, mediante tabelle di latitudini 
e longitudini, le carte riguardanti la terra; e poiché queste carte erano Itasate su 
quello che accompagnavano la geografia di Tolomeo, si comprende che il libro arabo 
venisse considerato come un rifacimento della y^wyQuifixr] vqi'yr^oig. 

Si potrebbe discutere se, per redigere le carte alma'mùniane, quest'ultima sia 
stata adoperata nell'originale greco o in qualche versione siriaca, la cui esistenza è 
messa fuori dubbio dal Kitàb al-Fihrist (''). 

Abù '1-tidà' la considera come tradotta dal greco; ma il modo vago con cui si 
esprime non esclude clie vi sia stato un intermediario siriaco. Unica guida per deci- 
dere la questione potrebbe esser l'esame della forma che i nomi greci hanno pre^o 
nel testo arabo; ma disgraziatamente molti errori facili nella scrittiu-a siriaca (p. es. 
scambio di d con /', di ii con y) sono altrettanto facili nella scrittura arabica ; di piii 
è impossibile stabilire quali errori del ms. di Strasburgo rimontino proprio ad al-Hu- 
warizmì e quali sien dovuti ai successivi copisti (^). Talvolta la o greca è rappresen- 
tata da una « araba (p. es. Ottoràqàrà per 'OrroQoxÓQQa, Mìlibàqon per Mi^XC/ìokuv), 
il che potrebbe forse indicare rm'influenza siriaca; ma altre volte la o è rimasta an- 
che nell'arabo (od almeno non è segnata con «, poiché il ms. non scrive le vocali 
brevi; p. es. Qa,\.ova.(\ionyim = EurorQaxzóriov, Eboraqùn = '£/:?o(»«xoi), oppure si è 
mutata in u (p. es. Fìlùmiliyon = 3>iAo^t/;'A/or, Masùi-iyà = M«ff«>«) ; quimli non si 
può trarne alcuna conclusione. — La x è sempre resa da un q. — La t9- ed il x sono 
resi rispettivamente da / e da h (^), due lettere che l'alfabeto siriaco non possiede; 
ma anche ciò non prova nulla, giacché gli scrittori siri, per una tacita convenzione, 
rappresentano sempre le aspirate ■& e x (^on t e k, laddove per le tenui t e x si ser- 
vono delle enfatiche t e q. Il t è reso in generale con /, come ha luogo in sii-iaco, 
e come accade anche nei vocaboli che l'arabo ha tolto direttamente dalle lingue no- 
stre ; però il fatto che qualche volta al t corrisponde pure la semplice i (^), sembra 

(!) Abbiamo già veduto che az-Zohrì parla di 70 dotti riuniti per questo lavoro. Il numero di 
70 non è a prendersi alla lettera, poiché esso ha acquistato ti-a i musulmani un significato quasi 
simbolico, su cui si può veder lo scritto dello Stein s eh neider nella Zcilschr. d. deutsch. mor- 
genl. Gesellsch. IV, 1850, p. 145 sgg. 

(2) Kitàb al-Fihrist p. 268. 

(3) Di più noi non conosciamo la lezione precisa del testo tolemaico, che serv'i di base o al 
supposto traduttore siro o ai dotti d' al-Ma"mùn ; certi errori potrebbero rimontare al manoscritto 
greco adoperato. 

[*) P. es. Ot/«ecr>;f = Yùhardìs (f. 4.3,v.; ms. ,j^>yL^y, — X«/?);pof = Hàbìros (f. 32,r.: nel 
ms. senza punti); — Xr;.»;,u«.» = Hilimàt (f. 32,r.; nel ras. JjU_«J.a.) ; — //nv^ts" = Dawhis (f. 9,v.; 
nel ms. ^_,.v»-^a.^^). — Vi sono tre sole eccezioni : \h? = Kiyus, JQ(aanx>) = Dorosàqt, ' Iriax' = 
fnisqi (ms. (j J ->.*t^ol) ; le quali si spiegano facilmente mediante lo scambio di X con K che spesso 
ha luogo nei mss. greci. 

(•'•) P. es. TotiVcffo? = Tundiyùs (f. 32,r.; nel ms. senza punti); TouVk? = Tùnas (f. 32, r.; nel ms. 
senza punti) ; Oìl^eviov =■ Uksinton (ms. senza punti). 



— 22 — 

far prevalore l'ipotesi d'iiua (itrivazione diretta dal greco. Molto maggior peso ha il 
fatto che por esprimere la y greca, al lluwàrizmi adopera sempre la «; (-jayn) {'), 
suomi che manca al siriaco. I siri trascrivono sempre la y greca col loro g (pronun- 
ziato duro, non palatalo); ma la ij .siriaca, tanto delle parole indigene, quanto delle 
forestiere, è sempre rappresentata dagli Arabi colla palatale ij\ quindi un testo siriaco 
nel nostro caso sembra da escludersi. Inoltro il ms. non ci dà alcun esempio di h 
sostituita da /*, o viceversa ; laddove il siriaco potrebbe facilmente dar luogo a con- 
fusione fra k (=^ A, x) « ''■ E poiché già molto prima d'al-Mamiin gli Arabi sape- 
van leggere testi greci, e poiché d'altra parte la geogratia o le carte di Tolomeo non 
richiedono che cognizioni linguistiche elementarissime, cos'i l'ipotesi dell'uso diretto 
del testo colle carte greche mi sembra preferibile a quella d'un tramite siriaco. 

Stabilire l'anno preciso in cui il libro fu redatto è impossibile ; e forse una sola 
limitazione certa si può fare ai 20 anni di regno d'al-Ma'mùn. Fra le località del- 
l'Egitto, al f. 3,v. è segnata Qiraan (nel ms. ^^\ villaggio di nessun conto del Sa'ìd, 
che i geograti arabi, eccetto Yàqiit (IV, 177), non ricordano neppure. L'unico titolo 
per cui al-Huwàrizmi, oppure l'autore della carta al-ma'mùniana, lo accolse fra tante 
città molto più importanti, mi sembra essere lo scontro avvenuto presso quella loca- 
lità fra as-Sari ben al-Hakam o Suleymàn ben Ùàlib nel 201 eg. (30 luglio 816— 
l;t luglio 817); se la mia ipotesi è giusta, la composizione del K'dùb furai al-ard 
non può essere anteriore a questo anno, e neppure di molto posteriore, perchè altri- 
menti il ricordo della scaramuccia di Qiman avrebbe perduto ogni importanza. Si può 
dunque ritenere che la carta al-ma'mùniana e l'opera tosto ricavatane da al-Huwà- 
rizmì siano state redatte fra il 20l e il 210 dell'egira (817-826 d. Cr.). 



Sussidi per la critica (1<>1 lesto. 

Ed ora possiamo esaminare il contenuto geogratìoo del libro. 11 bene però avver- 
tire ancora una volta che l'indole della scrittura araba e la mancanza molto frequente 
dei punti diacritici nel ms., rendono incerta la lettura non solo dei nomi propri, ma 
anche delle cifre. Gli scambi più frequenti sono fra 3 ^ ed 8 ^ ; fra 4 >, 6 5, 7 j 
(nel ms. sempre ^ che sarebbe 200) e .'> 0, (quand' è unito ad altra cifra): fra 10 i 
(-.) e óo i (-L), quando siano uniti ad altra cifra; fra 80 » e 100 ». Per ristabilire 
il testo dei numeri, oltre al confronto tra i vari luoghi del libro ove lo stesso nome 
ricorre, ed oltre al confronto colle località vicine, stanno a mia disposizione i mezzi 
seguenti : 

1. Siccome al-Huwàrizmi enumera le città, i monti ecc. di ciascun clima 
zona secondo la loro progressiva distanza dal meridiano iniziale, cos'i ci fornisce in 
molti casi un elemento sicuro per determinare le longitudini. 

{') .Si fa eccezione per '.laxijiovQyioy -^ .Vsriibiìrqiyùn (ms. Oy^)y'~^^) < "vo prubaliilmcute 
si Bvovu un errore ncll'uriginaic greco; e per /np/i.f = Ganéis, che era una forni;i entrata già da 
lungo tempo nell'arabo (il Fùy} >;ì di Taprobano = Uan^Ss). 



— 23 — 

2. Una lista di 291 posizioni che l'astronomo Ibn Tùnus, morto nel 309 eg. 
(f) sett. 1008 — 24 ag. 1009) inserì nel suo celebre ^ Libro della Gran Tavola Hà- 
kimita « {Kitàb a:-siij al-kabìr al-hnkim}), a pag. 133-1:^G del manoscritto della Bi- 
blioteca di Leida (ms. or. 143; Catal. Ili, 88, nr. 1057) ('). Ibn Tunus non indica 
da che libro abbia tolto i suoi dati; ma un semplice confronto mostra che la sua 
fonte è il .Kitàb suraf al-ard, o un derivato di questo, fatta eccezione per 10 paesi 
dell'Egitto e per 41 villaggi sulla via da Ba'idàd ad el-Medìnah ed alla Mecca (-), 
i quali non sono menzionati in al-Huwàrizmì, od inoltre per 20 altre località prove- 
nienti da altre tavole. Rimangono 220 indicazioni comuni alle due opere; però 11 sono 
ripetute. 

3. Una lista di 92 città che Abù '1-fidà' estrasse dal rasm al-ma'mur; alle 
quali vanno aggiunte 23 altre posizioni di monti, fiumi e laghi (^). 

4. Il testo di Tolomeo, che può dar qualche aiuto nelle cifre sovra tutto col 
fornire indicazioni sulla posizione relativa di località vicine. 

5. Yàqùt nel suo gran dizionario geografico cita 30 posizioni secondo la ^ Ta- 
vola Astronomica " {az-zUj) di Abù 'Awn Ishàq ben 'Ali {% delle quali 27 sembrano 
derivare da al-Huwàrizmì; le altre tre (Sin'àr, Qinnasrìn, Ral.ibah Màlik) non sono 
menzionate nel Kilàb silrat al-ard. Tuttavia nelle cifre che Yàqùt riporta v'è talora 
qualche errore grossolano che è impossibile attribuire ad Abù 'Awn; p. es. quando a 
Nasìbìn è assegnata la long, di 27°30', ed a Singàr quella di 30°0'. L'utilità che si 
ricava da questi frammenti d'Abù 'Awn è dunque minima. 

Ho già dovuto citare (v. nota 1, pag. 14) un luogo d'al-Battànì ove questi dice 



(1) E Lelewel, Geogr. t. I, Cartes de géographes, p. 165-177, iiubblicò queste tavole secondo 
una copia inesatta del ms. di Leida, ed a p. 43-62 tentò di ricostruire la carta di Ibn Yùnus. Ma 
gli errori della copia a sua disposizione, la mancanza di molti geografi orientali che attualmente 
si posseggono, infine la sua ignoranza della lingua araba bau fatto si che il tentativo del Lelewel, 
per quanto ingegnoso, in molti punti fallisse del tutto. 

(2) Delle località costituenti questo itinerario non è indicata la longitudine; invece si hanno 

due colonne parallele di latitudini, come avverte una nota marginale (p. 135): uy ^ Jp}j — * 

(1. ^^j^yii) ^^y^y^jì Mj^ ^-^ dS^ (sic) ^y^ " latitudini delle stazioni [sulla via] della Jlekkah 
[a partire] da Bagdad, in due modi ». Il medesimo itinerario, espresso in latitudini ed anche in 
miglia, si trova in al-Hamdàni, Geographie der arabischen Halbinsel, herausg. von D. H. Miil- 
ler. Leiden 1884-91, p. 183-185); le cifre di quest'ultimo, meno alcune lievissime differenze, con- 
cordano con quelle della seconda colonna (a sinistra) d'ibn Yùnus. 

(3) Dì pili vi sarebbe quel passo relativo all' isola di Thule che fu soppresso nel testo arjbo 
del lioinaud, e che sopra ho riferito secondo la traduzione latina del Reislie. Ma le cifre non corri- 
spondono aifatto con quelle (certo esatte) del ms. d' al-Huwàrizmi. Tre posizioni citate da Abù '1-fidiV 
come tolte dal rasm (Fayd, ar-RohhaL', .\mid) mancano nel ms. di Strasburgo. Bisogna poi ricor- 
dare che nel testo d'Abù '1-fidà' non si fa mai distinzione fra j- 8 e ^ 3, e neppure fra *^. 15 e 

* — > 55. 

(•<) Non sono in grado di fornire alcuna notizia precisa su questo autore il cui nome non trovo 
in altro opere. — Al-Fargànì, contemporaneo d'al-Huwàrizmi, nel suo breve compendio d'astrimomia 
(Alfragani, Elementa astronomica arabico et latine, cura J. Golii. Amstelodami 1669) enumera 
le città principali d! ciascuno dei 7 climi (senza coordinate geografiche) citando quasi soltanto nomi 
che ricorrono in al-Huwàrizmì. Avremo occasione di trarre da questo fatto alcuna utilità ]ier assi- 
curare talvolta la lettura del nostro ni'i. 



— 24 — 

d'aver segnato le latitudini e le longitudini delle varie città, basandosi sulle indica- 
zioni del Kitdb fiìral al-ard ; egli però avverte che in questo libro si trovano errori 
di latitudini longitudini, lasciando così capirt? d'aver corretto molte delle indicazioni 
trovate. Basta infatti considerare le tavolo d'al-Battrmi (') per convincersi che egli 
si sforzò di metter d'accordo il Kìlàh xùrat al-anl coH'opera di Tolomeo, dando spesso 
decisamente la preferenza a quest'ultimo, e conservando talora nomi greci per località 
che più non esistevano o che avean preso da lungo tempo una nuova denominazione 
aralia. La tavola poi delle !>4 provincio od epareiiie è tolta, come dice lo stesso al- 
Battànt, dalla Yf<^Y9"V'>" «V'/T'/'^'si g non ha nulla a che fare coU'opera dal-Huwà- 
rizmì. Sembrerà strana questa preferenza accordata a Tolomeo e costituente un vero 
regresso; e la spiegazione ne va cercata, se non m'inganno, nelle condizioni in cui 
si trovò al-Battàui (morto nel 317 eg. — 14 febbr. 'J2y— 2 febbr. OiJU). La città di 
Harràn, dalla quale usciva la sua famiglia, non solo avea lottato vittoriosamente contro 
il cristianesimo s"i da meritare il titolo di 'E?.lrywr nóhc, o, presso i Siri, di Jldì[^n]- 
thiì dh-l.ianpà\é - La città dei pagani ' ; ma ancora nei primi secoli dell'egira man- 
tenne viva la tradizione del paganesimo e della cultura ellenica, dando cosi origine 
ad una potente scuola scientifica mista d'elementi greci ed aramaici, la quale visse 
per un certo tempo quasi appartata ed esercitò da ultimo una forte azione sulla cul- 
tura musulmana. A questa scuola apparteneva per lunghe tradizioni di famiglia lo 
stesso al-Battani, che anzi ricevette l'epiteto di sàbi', col quale i musulmani desi- 
gnavano gli ultimi seguaci del paganesimo confinati ormai nel territorio di Harràn. 
Una traduzione della geografia di Tolomeo, migliore che quella eseguita o fatta ese- 
guire da al-Kindì, fu compiuta da Tàbit ben Qorrah (m. 288 = 26 dee. 900 — lo de- 
cemb. 901), non solo quasi coetaneo d'al-Battàni , ma come questi appartenente per 
origine e per tradizione scientifica alla scuola di Harràn. L' influenza di Tàbit ben 
Qorrah potè quindi spingere più del giusto il nostro astronomo verso Tolomeo, e far 
sì che le tavole albateniane, troppo fedeli all'opera greca, ci dessero scarsi aiuti per 
ristabilire il prospetto delle città d'al-Huwàrizmi. 



VI. 

Esame del testo: IVAfricu. 

, Prima d'esaminare più da vicino l'opera d'al-Huwàrizmì, è necessario stabilire 
quale sia il meridiano iniziale adoperato. L'autore non dice nulla in proposito ; mail 
confronto tra le longitudini tolemaiche e quelle del Kiiàb Ritrai al-ard per i paesi 
situati vicino alle rive dell'Atlantico, non lascia dubbio che al-Huwàrizmì si serva 
del meridiano tolemaico delle Isole Fortunate. Kra necessario osservar questo, perchè 
Abù '1-fidà', mentre dichiara (pag. 73) che tutte le longitudini ricordate nei suo libro 
parlano • min .^aiiil al-bal.ir ai-garbi », dal meridiano delle rive dell'Atlantico, « il 

(') l'ublilicate in arabe f francese, sccoikIm il ms. ik-H'Escurialo, dalLclewel, t. IV, fipilo- 
gue, pag. 64-93. 



— 25 — 

t quale differisce di 10 gradi (ad E.) da quello delle Isole Eterne », puro dà le cifre 
longitudinali d'al-ljinvàrizmì senza ridurle di 10 gradi. E spesso le cifro del Kitàb 
mrat ai-ani coincidono con quello di geografi ed astronomi posteriori, che dicono di 
contare le longitudini dalle spiaggie dall'Atlantico. Questo fatto ha importanza per 
la storia della geografia araba, dimostrando, al contrario di quanto si credette sin 
qui ('), che il successore diretto del primo meridiano tolemaico delle Beatorum in- 
sulae {MaxcéQior vìaui) è il meridiano delle rive dell'Atlantico, diverso dal primo 
solo per.il nome; e che invece il meridiano delle fsole A7er«e al-^azà'ir al-l.'àlidàt, 
a 10 gradi Ovest delle sponde occidentali dell'Africa, è un'invenzione di geografi arabi 
posteriori i quali non avevano più coscienza dell' identità del primo meridiano occi- 
dentale col primo meridiano tolemaico. Ma questa invenzione rimase sempre teorica, 
senza conseguenze nel campo pratico. 

L'Africa occidentale è una delle parti ove più si sente l'imitazione di Tolomeo. 
Nelle coste dell'Atlantico, che sono descritte (f. 15,v.) a cominciar dall'equatore, è 
accennata meglio che nel libro greco la curvatura africana, avendosi la serie seguente 
di coordinate (-) : 

long. 20"0' lat. ono' long. 7°0' lat. 12<'30' 

17"0' (var. 5') 3°0' (ms. j.) OHS' 12°20' (sic) 

9°0' 8030' a cui se- 9045' \Q''0' 

gue una grande sporgenza (qowàrah) 10"0' 17''0' 

dopo di che ha luogo una insenatura triangolare (sàbùrah). A partire da questo punto 
il divario da Tolomeo è piccolissimo e senza importanza, come appare anche dal con- 
fronto delle foci dei fiumi (f. 31,r. e 31, v.; Ptol. IV, 6, 5-G): 

Darados(3) 9020' 13°20' Jàqaòo^ ICO' IS'O' 
Fiyàdis, cioè Nahr al-hayyàt 

(fiume dei serpenti) (^) 20''25' 'Ocpioóórjg 10"0' 20''0' 

Hùsayros (5) 9°45' 21045' XovadQiog 10"0' 2l"40' 

Sàbos ('') QoQ' 25040' 2o€^og d^O' ^ò^O' 

L'Africa settentrionale ha una miscela curiosa d'elementi tolemaici con elementi nuovi 
musulmani; i geografi d'al-Ma'món pare non abbiano tentato, od almeno non siano 
riusciti a coordinare la loro situazione di Tangeri CTangah) , Tunisi, al-Qayrawàn e 



(') Vedi p. es. Rcinaud, Introd. generale, p. CCXXXIV; Lelewcl, t. I, CarWs de Géogr. 
pag. 27. 

(2) In Tolomeo i imiiti iiiìi orientali della eosta sono Y v-nóigo^oq At^ionlag (IV, G, 7) a ll"ii' 
long., .5°]. 5' lat., la foco del fiume MuaaUtoXK (iljid.) a U°0', 6°10'. 

(3) Ms. ^y>}); f. 15,v. ^'>i). Nella Uititiuline il ms. ha ^ ^. 

(') Rottura nel ms. Il nome Fiyàdis nel codice fc ^^\z; u fiume dei serpenti » è traduzione 
del nome greco. 

('•) Ms. ^^^->^yt.; f. 15,v. ^y^.^^. 
(") Ms. senza punti. 

Classe di scienze mor.m.i ecc. — Memorik — Voi. II Serie .'>*, parte 1* 4 



— 20 — 

Barqah, colle numerose altre dovute a Tolomeo. Un confronto tra il greco e l'arabo 
mostrerà le conseguenze strane di un tal fatto ('). 



Tan>ah (-) 


8-0' 


35030' 


Tiryi? 


6»30' 


35<'55' 


Uwaia 


lU-'O' 


20»40' 


OtaXce 


8"30' 


28"15' 


Sìqa 


31 "40' 


30°20' 


i'/xxft 


30"30' 


30°50 


Maksùlù 


35''45' 


32"0' 


Metalli ).a 


3ii°0' 


32»40' 


Tiinis (3) 


32<'0' 


33°0' 


Cfr. KaQx^iSuiv 


34":)U' 


32"40' 


al-C^ayrawàn {^) 


31»0' 


SIMO' 








Tarabulus (^) 


40°40' 


32»0' 


'Eo)n 


41 "30' 


31<>40' 


Barqah C^) 


43''0' 


33»45' 


BctQXTj 


49" lo 


30''45' 



La sconcordanza fra le longitudini tolemaiche di Sìqà e Maksùlà, e le longitudini 
nuove di Tunisi e d' al-Qayrawfin, è manifesta; cosi sombra strana la situazione quasi 
greca di Tripoli in mezzo a Tunisi uJ a Barqah. 

Invece è notevole il miglioramento nella posizione delle foci dei fiumi Hilimàt 
(ora àellif) e Serbis (ora al-Hamm:ìm) rispetto a Tunisi (f. 32,v.; Ptol. IV, 2, 3 e 7) : 

Hilimàt (") 17''45' 3200' X,'h;nd^ IS^O' 34"0' 

Serbia (S) 24040' 32'>0' 2V(./?rys ig-^SO' 32"50' 

L' importante riforma cominciata con Tunisi Barqah. prosegue nelle località 
ad E. di qnost' ultima, onde l'esagerata lunghezza tolemaica del Mediturraueo viene 
diminuita di l» gradi, come nelle carte moderne: 

Qadabatmùs ('•*) 46''0' 31";:!(y iffar«,'?«^iUoc ,«*>as r)4":30' 31'M5' 

Baretoniyyà 48"4()' 31"0' nagauóiiov 57"0' 31"10' 

Al-l8kanderi\7ah 51020' SPO' 'Ah^cirÓQtta 60°30' 3lo0' 

Vedremo che questa riforma fondamentale si collega con una rifusione completa 
della carta greca in Egitto, Siria, Mesopotamia, Persia ecc. 

Nell'interno dell'Africa (attualo Sudan e Nubia) due sole città sembrano d'ori- 
gine tolemaica (f. 2,v.; Ptol. IV, 6, 28 e 27): 



(') Lascio in di.spartc molte località tolemaiche il cui nome è irriconoscibile nel ms. 

(•) Le stesse cifre li.i il rasm in Aboiilf. 132. 

(3) Così anche il rasm in Aboulf. 142; la latitudine nel ms. e nel ra*"* J. - L Y. 2900', 
3300' (ms. ^). 

(*) L y. egualmente. 

(5) Ratm in Aboulf. 146 egualmente. L Y. 40"10', 33°0' (ms. ^). 

(«) Ms. e rasm in Aboulf. MS nella bms;. liannn sen/.a punti ^. La lettura Ut" è confer- 
mata dalla serie progressiva delle longitudini nella tavola d'al-Huwarizini dalla descrizione delle coste. 

P) Ms. CiU-l^; f. I5,v. >. 

(•) Ms. ^j^^y^- 

(») Ms. ^>r^/- 



— 27 — 

Taraondòqanì (I) 23°30' 18°0' 0«/ioi()ox«)« 23»0' 17°0' 

Nigìrà (-) 25''30' 18"20' NiyHQu 25»40' 17°40' 

Le altre località provengono da altre fonti: Mura 10°30', 15V (■'), Kos interna 
« al-wàjfilah ^ 50"0', 12"30' C), 'Alwah (•'*), Pazzàn (?), Zajj;àwah, Gànah, yLLS" (forse 
la Kiikii degli altri geogratì) , Garmi la grande 34°0', 19°30', Garmì d' al-Habas 
41"4o', 19°40', Donqolah (53"0' long.; una rottura del ms. impedisce di leggere la 
latitudine), Bilàq 55"25', 2P40' C'), ^_^^ ('), e la famosa Siiiilmàsah 31"0', 21 "0' {^). 
Al f. 4,r. sono menzionate ancora Tfihart, v_j^b (1. cu^^à'J Tàqdemt?), Targali (■'), 
e Katàmah, tutte località del Salirà' marocchino ; ma pm-troppo il ms. ha lasciato in 

bianco le cifre relative. Il paese dei Boi;ah (f 2,v.) fra il Nilo ed il Mar Rosso ò 

• 

(') L^3-?^""' '^ *"■ '^^-<'^- (_5-*-'j>^' ^'^ '""a- n<^l "is. è fi (28°) 30'; la mia correzione ^ i confer- 
mata dall'ordine longitudinale progressivo delle località, da un passo del f. 29,v., ed infine da Tolomeo. 

(2) \j^; f. 30,r. ^j^. — Al-Edrìsl I, 107 I^jo" (Jaubert : Taghiza); però la carta itineraria 
nel ms. Asselin ha 'j-:^ iXigini. È notevole il fatto, sin qui non osservato, che la carta itineraria 
del 1° e 2° clima, contiene in Africa certi nomi non ricordati nel testo i quali derivano da Tolomeo. 
Eccone alcuni esempi sicuri che tolgo dalle riproduzioni della carta poste alla fine del 1* volume 
d'al-Kdrìsì e nel 1° volume del Lelewel; i nomi fra parentesi sono la trascrizione del Lelewel: 
monte ^■:~^)^ (Lurtis), 1. ^j,'.'~^^^\ ='AQovc<Xxt]g; monte ^^^ (Kakus), 1. ^j^ — n^^Kdifttg; 
monte ^ (Tsela) = e>ià.ci; monte cjWj^ (Garitan), 1. ^;jiojU= r«p^«roj'; monte ..j^'-:^* (Kaìs), 
1. ^j^-JJ\="F.'kecfa.;; monte ^JjJ (Lunia, ^^^ d"al-Huwàr., '^^ in Ibn lyàs, Badd'i' az-zoMr, 
Cairo 1310, p. 29j, 1. ^^^ = Ai^vxà o Ai^vtjs igt;. Tutti questi nomi si trovano in al-Huwàrizmì (vedi 
pili innanzi!. Troviamo pure il monte ^_j-»..~-«.^ (Dzerdzis), e la città di |;^ (J/wra), che non hanno 

forse corrispondente in Tulomeo, ma che figurano nel Kitdb RÙrat al-ard colle forme ^jf o^^jJ». 

(f. ll,r.; al f. 31, v. ^^y'.y^y^. e ^-^--^^r^). e U^ (f. l,v.). — Sulle deduzioni possibili da questo 
fatto e da altri consimili, si veda la mia Conclusione e i richiami indicati nella nota 1, pag. .52. 

(3) Mura, come dissi nella nota precedente, ha riscontro solo nella carta itineraria di al-Edrìsl, 
ove è posta non lungi dalle rive dell'Atlantico. 

(') Probabilmente la Kùsah o Kùsà d'al-Edrisì, I, 27; Kùsah d'Abù'lfidà" (151 e 1.59) 
e di ad-Dimasqì (389). Nelle tavole di al-Battàni (presso Lelewel, t. IV, Épiloyue, p. 69) 
s'incontra AXs^ljJl o^3^' «he va letta iJ^WI J^^ a Eùs l'interna " 50"0', 12''0'. Il Lelewel 
credeva a torto di dover leggere ^_j.^^ Kùsin, per scoprirvi un supposto ebraismo (kù-siyyim = 
Etiopi, da kùs che nella Bibbia indica forse l'Etiopia). 

(^) Su 'Alwah vedi al-Ya'qùbl 335-33(1, Ibn al-Faqih 78 (che scrive 'Aiwa), al-Edrìsì 
I, 33 (ove per errore Galwah). 

(6) Sopra un'isola del Nilo a S. di Aswàn; vedi al-Ya'qùbì 334; al-Edrìsì I, 27,33,34, 
36, 37; Yàqùt I, 710. — I. Y. ha Bùlàq (sic) colle stesse cifre d'al-Huwàrizmì. 

C) FoL 2,v. colle cifre 61°0', 21°45'. Ibu Y'ùnus ha ^y^ colle stesse cifre. Il Lelewel 
(t. I, Cartes, p. 59, nota 147) crede, e mi sembra con ragione, che si tratti di lUargii (Ptol. IV, 7, 
15: 61°0', 20°40'), per la quale si mantenne la posizione tolemaica invece di metterla in armonia 
colle località vicine. In tal caso il nome si leggerebbe v_5;-«a» Fisrì. — Sembrano far parte del de- 
serto libico c^}}^ {f. 3,r.: 5000', 28''0'; f. 32,v. ^35^=; I. Y. ^y.^U» eolle stesse cifre), e U=J.;lj 
(f. 3,r.: 52»0', 27"'30'; I. Y. Uu^L» colle stesse cifre). 

(8) Città fondata nel 140 eg. (25 Maggio 757—13 Maggio 758) e corrispondente all'odierna 
oasi di Tàfilàlt. Su di essa vedi specialmente al-Bekrl (Description de VAfrique scptentrionale par 
Ahou Obeid el-Bekri, texte arabe publié par le Baron De Slane. Alger 1857, p. 148-152), 
e G. Kohlfs, Sifiihndsa iind T<l/ìlcU (Zcitschr. d. (ics. f. Erdk. zu Berlin, voi. XII, 1877. p. 335-346). 

{^) Nel ms. <>*^. Era a due giornate da Sigilmàsah, e col crescere di quest'ultima fu abban- 
donata (al-BekrJ, op. cit. p. 148). 



— 28 — 

rapprosoiitato da Madia az-zuinuinid - la miniera di smeraldo ^ iù°o', 21"5."»', e 
Ma'din ad-ilahab «.la miniera d'oro» .")7"5ó'. 21"4r)', dne luo<,'hi che gli scrittori 
arabi ricordano spesso ('). 

Le sponde africane dcìV Oceano Indiano (al-l)ahr al-alidar - il Mar Verde «) 
ebbero pure diminuita di circa lo «radi la loro lon<?itu(line. Secondo i f. 17,v. e lH,r. 
il Mar Verde si stacca dal Mare d'al-Qol/.um (Mar Rosso) a 64"4u', 10"20', si dirige 
a G^^SO', h°bb' (sic), poi tocca una città anonima la cui posizione al f. l,v. è fissata 
a ()1)"30', tì"0'. e, girata una qowàrah o grossa sporgenza rotonda, bagna Medinat at- 
Tib e Fanànà giungendo a 72"3o', 4"2u'. 

Seguono le seguenti posizioni a Sud dell'equatore: 



66°20' 0''20' S. 


esoQ 


7"30' S. 


68»40' 3»30' S. 


esoQ' 


IS-O' S. (ms. ^) 


Cittil di Rafàtfi 


72<'0' 


14»0' S. (var. ló<>0') 



dopo di che corre bruscamente sino a 112"0', 14"0' S. — Le città lungo questo tratto 
di costa sono tutte tolemaiche, salvo la correzione longitudinale (f. l,v, ; Ptol. IV, 
7, 10-12): 

Rafàtà (2) 65"0' 7''0' S. 'Parità 71"0' l^Q' S. 

Fanànà (^^ 72"30' 4"45' N. Tlinmv x(ó{ii] 82"0' ó^O' N. 

Medinat at-Tib {*) 72"0' 5»30' N. 'Aqu^iatu èintóq. 83"0' «"O' N. 

I punti estremi N. e S. del bal.ir al-Qolzum {Mar Rosso) conservano la diffe- 
renza latitudinale di circa 18" che ù data da Tolomeo; invece la ditlerenza fra le 
longitudini relative subì a torto una diminuzione di 3 gradi: 

al-Qolzum (•■) 56''30' 28<'20' K/.va,ua 63"20' 28"50' 

termine del mare di al-Qolzum G4"40' 10<'2U' Jéi^i^, limite del golfo arabo 74"30' 1 1"0' 

In compenso fu corretta la profonda insenatura tolemaica, ad angolo quasi retto, 
del golfo arabico meridionale, diminuendola di circa 2 gradi in long, e facendo così 
procedere più regolarmente la costa africana dall' attuale stretto di Bàb al-mandeb 



(') Ibii Vilnus dù per ambedue le stesse cifre. 

(«) Ms. Itljl; f. 18,r. UjIsI^. Nella lat. il ms. ha ^ 8"; la correzione, che concorda colle cifre 
di Tolomeo, è richiesta dalla descrizione dello costo (f. 18,r. ) citata sopra. 

(^) Ms. IjUji ripetuta poco dopo colla forma ULi»; f. 18,r. L>lXi. 

(*) Il nomr arabo, chi' significa « città degli aromi n è la traduzione del greco. Nel ms. una 
rottura lascia vedere nella lat. solo i minuti :iO'; la mia restituzione si basa sul seguito delle coste 
citato sopra, per cui la « città degli aromi » Tiene a trovarsi fra 6''0' lat. e Fanana {4°4.5' lat.). ^^ssa 
è confermala dalla latitudine tolemaica. — I. Y. 72''0', 1.5":J0' (sic!); al-Battani, che per le lon- 
gitudini segue Tolomeo, 82"0', :W"30' (sic!), onde il Lelewel (t. IV, Kpiloguc, p. 87) credette d'aver 
a fare con una città dell'Arabia, e la confrontò a torto con H«r;i« (Ptol. V, 19, 6: 72»45', 30°30'). 

('; ^'ol. 3,v. — Le stesse cifre in I. Y. e nel rasm (Aboulf. 116). 



— 29 — 

tino alla nostra Sués. Anche la posizione di Adulis o Adiile (f. l,v.; Ptol. IV, 7, 8) 
fu molto migliorata: 

Aduli (I) 58"30' Vào-ÒO' 'ASovh^ GT^O' IIHO' 

Il sistema oro-fd/'ogra/ìco africano è in massima parte tolemaico. Certi nomi 
del ms. non hanno riscontro sicuro nel testo greco (-'); ma la maggior parte corrispon- 
dono nel nome e nelle cifre ai dati di Tolomeo. A Sud dell'equatore (f. 9,v.) sono i 
monti seguenti (Ptol. IV, 0, 6) : 

„,..„, i 8°30' 0''50' S. ^ . - ,.„.,, „„„., Q 

Dawhis (3) I jg„g^, ^„_, g j Javxn 15"0 8"2o S. 

Inesqi (^) j 3^^^, ^^^^^, g_ j Ivea^c 25o0 13"0 S. 

( Q70A' (iof)' Q \ 

Bàrdìlùn I ^^„^, y^, l j 5«^J,rov 45''0' CO' S. 

- , , , ( 46''30' 11°30' S. ) ^ , , „ ( 47°0' 12<'3(j' S. ) 

Gehel al-qamar J ^^„.^, ^^^3^, g ^ le^vr,, ago, ^ g^„^, ^^030' S. ) 

L'identitìcazione dei monti ^yxìb, ^jU_<*o.., ^M=r" ed I — :^J-:^«-JU i quali sono 
nell'Africa a S. dell' equatore, mi riesce impossibile. 

A N. dell'equatore è facile riconoscere i monti Kdqag Qàfas (ms. ^-^li), il Oulcc 
Talà, V'AQovcéXTrjc Arwaltìs (ms. ^,x^l^y), il rap/SaTor Gàrbaton, Y " Eltq ug Eidas 
(ms. senza punti), i At^vxà oqì, Liìbiyà (ms. US' J) ; e nel IH" clima V'Arkag itieiCov 
Atlas al-kabir, il Jovqòov Durdùn, il Muóf^ov^akov (ms. ^J,^ — - — ^:s-o, che leggo 
^yJòj^), il Kiva^u Qìnabà (ms. Lu-o), il (pqovQuiaov Fm-ùraTgùn (ms. ^^.^), 
il BiQiv Birìn (ms. ^,jA, '\\ raqnQ Garas (ms. ^f\) ecc. 

L' idrografia mostra maggiore indipendenza da Tolomeo. Il fiume Jd^nóog (Da- 
rados, Daratùs) {^) cresce d'importanza ricevendo un numero notevole d'attiueuti; tra 
questi ultimi è un fiume anonimo (corrispondente senza dubbio al NCyeig, IV, 6, 14), 
il quale nasce a 24°0', 20"30', bagna la città di Nigìrà (vedi nota 2, pag. 27) e rag- 
giunge il Darados a 26020' long., 18^20' lat. — È notevole l'esistenza d'un lungo 
fiume anonimo, così descritto al f. 30.r.; « Nasce a 42'^30' (var. 44"30'), 1P40', si 
1. dirige a 39°30', 16"40', tocca la città di Garraì la grande (vedi sopra) taglia il 
« monte ^^[s.^^ (") alla long, di 31"0' , ed alla medesima long, traversa pure uu 

(') Nel ms. la lat. è, por i gradi, ^.. La lettura -s» è autorizzata anche dal fatto che Adiìlì 
6 compresa nel 1° clima, il quale giunge solo fino a 16''27' N. 

(^) Per alcuni esempi che ricorrono anche in al-Edrìsi vedi pag. 27, nota 2. 

(3) Leggo ^j^-..^^>; il ms. ha c^'-^^'^)^- '^''-'' "'onti al-Huwàrizmì indica le coordinate di cia- 
scuna estremità; Tolomeo indica per lo ])iii solo il centro. 

(■•) Leggo ,_yiòi«-ò\; il ms. (,y>-«-'«^'- 

(5) Al f. 31 ,r. ^>}); f- ir),v, ^^5;; f 29,v. tre volte ^^)>. Cf. sopra. 

(0) Lo stesso si legge al f. ll,r. nel catalogo dei monti; sembra identico -M' OvaÙQyaXd di 
Tolomeo IV, 6, 10. 



— 30 — 
- iiu monto giallo; poi tocca al-Qayrawrin alla long, di 31 °0' e sbocca in mare a SPSO' 
. long. 32"40' lai. — A 39"40', 16°40' riceve un altluente che si forma a 45''30', 
• 21°0' per l'unione di due fiumi provenienti ciascuno da una delle due bol.iayràt 
^ as-salàl.iir (cioè lagune delle testuggini) ('). Di queste la prima trovasi a 4r)"0', 22"20', 
» la seconda a 4(>"2o' (var. 3u'), 22"U' -. Se non m'inganno, si avrebbe qui la più 
antica rappresentazione di quell'intricato sistema di wàdì del SahiS', che si forma 
negli altopiani di À'.iaqqar (o Hoqqfir) e di Tassili, e che scorre a N. col nome di 
wàdì Yùarù'ar sino a raggiunger quasi lo sott liei '.ir. La complicata idrografia del 
bacino degli sott algerini e tunisini può spiegare l'orrore degli Arabi antichi di far 
giunger quel lungo letto d'acqua sino ad al-Qayrawàn. 

Il corso superiore del Nilo corrisponde nei suoi tratti essenziali all'idea tole- 
maica ; però ha già ricevuto quei maggiori particolari che sono rimasti in tutti i geo- 
grafi arabi posteriori. Dal gebel al-qamar ^ monte della Luna " , alle rispettive lon- 
gitudini di 48°, 49°, 50°, 51°, 52°, nascono 5 fiumi, i quali terminano in un solo 
lago (balil.iah) circolare, del diametro di 5 gradi, avente il centro a 50°0', 7°0' Sud; 
dagli stessi monti della Luna, alle longitudini 55°20', 56"2o', 57^30', 58°20', 59"20', 
nascono altri 5 fiumi che terminano tutti in un secondo lago circolare, del diametro 
di 5 gradi, col centro a 57°0', 7"0' Sud. Da ciascuno dei due laghi escono 4 fiumi, 
e tutti otto sboccano in un terzo lago (il Kùrà dei geografi posteriori) situato a 2"0' 
N., dal quale esce un solo fiume: il Nilo. Esso prosegue oltre Donqolah con vario 
curvatm-e oscillanti fra 50°0' e 59''20' e che troppo lungo sarebbe il riferire qui; 
raggiunge Aswàn (-). percorre l'Egitto, e poco dopo Misr (il Cairo) si divide in 7 halìé 
canali, che raggiungono il mare fra 51°30' long, (ramo d'Alessandria) e 54°30' (ramo 
di Damietta). 11 ramo di Alessandria dà origine ad altri rami secondari. 

Degli altluenti del Nilo è ricordato uno solo, che corrisponde all' 'Aatarrorc di 
Tolomeo ed al Balir al-azraq od Abài dei moderni; esso è così descritto (f. 29,v.): 
i. Lago rotondo, situato sull'equatore, che si scarica nel Nilo presso la città della 
» Nubia. Questo lago (^) ha il diametro di 3 gradi; il suo centro è posto a 62''U' long. 
« Alla long, di 61°30' ne esce un fiume che si getta nel Nilo a 53°0', 16"20' (Ptol. 
■i IV, 7, 22; 01"0', 12''0'), toccando il limite del 1° clima. La confluenza dei due 
>■ fiumi ha luogo sopra la città della Nubia (madìnat an-Nùbah, cioè Donqolah) '. 

\1 Eijillo è la parte dell'Africa meglio conosciuta da al-Huwàrizmì, clie ne enu- 
mera 4(J località (49 colle ripetizioni di Esnà, Erment ed Etfù) coi loro nomi arabi 
e con moltissima indipendenza dal geografo greco. E notevole che per qualche città 
abbiamo due serie parallele di longitudini, p. es.: 



Dalàs (^) j f;J°^?' j 27°55' (ms. ^) 



(') Traduzione del crecd .VtAuWdff A(>»«i (IV, C, 13: •J9«0', 20"0'). 

(«) A .5r>"0', 2j°:J0'; cos\ pure I. Y. e rasm in Aboulf. 112. — Cfr. it.»/Vij 63<>0', 23''50'. 

(>) Evidentemente il nostro lago .Sana; in Tolomeo (IV, 7, 2») K'oidi; ii^i-ij 69°0', 0»0'. 

M) T. Y. r,l»20', 27"55' (o 15'). 



— 81 — 
al-Fayyum (') j ^|[j^' | 2800' KQoxoóeawv Ttóhg 61''20' 27''20' 

ManfO I 54040' i ^^°^^' ^^'"f'^ ^^°^'^' ^^°'^^' 

'Ayu Sams(-') ., ,., b0"4' 'HXlov rtóXig Cì2'>30' 30n0' 

( o4"4o ) 

Si v.ede subito che le prime cifre longitudinali sono tolemaiche, e le seconde do- 
vute ad al-Huwàrizmì e da accettarsi. Ecco infatti alcune città marittime scelte da 
me a caso: 

al-Iskanderiyyah (^) 51''20' 31°ò' Tinnìs (^) 54°0' 31°40' 

Rasìd («) 52"40' 33°40' al-Faramà (•) 54"40' 31''30' 

Dimyàt C*) 58n5' 31°25' al-Qolzum ('') 56O30' 28"2(y 

Prima di lasciare l' Egitto credo bene di indicar alcuni luoghi sconosciuti od 
assai poco noti ai geografi posteriori : 

f. 2,v. oL <-"ò 54''50', 23''0' (ms. J, la correzione / è confermata dal fatto 
che la città è nel II" cUma). Al-Ya'qùbì p. 334, 1. 4 nomina appunto una o' — -— > 
sulla rifa occidentale del Nilo, poco a Nord di Aswan (v. pag. 30, nota 2). 

f. 3,v. Uyi 55M0', 27°0'. 

f. 3,r. l^^..vwJ^I 54°0', 27''40'. — I. Y. l^^-^^l colle stesse cifre. 

f. 4,v. UiU^ì sul mare, o2°20', 35°40'. — I. Y. UoU^ colle stesse cifre. 

f. 4,v. l^J^Ls sul mare, b3°òó' (0 15'; ms. ^) 35°4(y. — I. Y. y.li 53° (ms. 
*j J) 55', 35°40'. 

f. 4,v. U^> sul mare, 53°50', dlHO'. — I. Y. U«> 53" (ms. ^) 50', 32040' (sic). 
— Yàqut, II, 711, ed al-Maqrizì (Kiiàb al-mawà'i? wa 'I-i' libar. Bùlàq 1270/1854, 
voi. I, p. 73, 1. 31) nominano Uoj> come un'antica località del Basso Egitto. Seguendo 
questi due autori il De Goeje mutò in i^} (Dìsà) la I — <»-o^ del ms. di Qodàmah 
(p. 247, 1. 13). 



(1) Rasm in Aboulf. 114: .S^"!.?', 28''0'; I. Y. ePSS' (o 15'), 28''0'. 

(2) Rasm in Aboulf. IIG, ed Abù 'A wn (s. v. Mi?r) 54°40', 29>>15'; I. T. 61''4.5', 29015' (o .VV). 

(3) Rasm in Aboulf. 118: 61°50' (colla var. 54°4ò'), 30°!'; I. Y. Bl-SO', 30''4'. 
(■•) Rasm in Aboulf. 112 ha le stesse cifre; I. Y. nella lat. lejrge 31°0'. 

(5) Ms., rasm in Aboulf. 116, I. Y. hanno le stesse cifre; la latitudine è in tutti tre ? ^ 
88''40'. La correzione è evidente per se stessa, ed anche perchè la città è posta nel IV clima. 
(«) Ms., rasm in Aboulf. 116, ed I. Y. hanno le stesse cifre (long. <*J J). 
P) Medesime cifre nel rasm in Aboulf. 118, ed in I. Y. 
(') I. Y. stesse cifre. 
(') Clysma degli antichi, sul Mar Kosso. Rasm in Aboulf. 116, e I. Y. stesse cifre. 



— 32 — 

VII. 
Asia occidentale e centrale. 

Le lotte continue fra Hùrùn ar-llasìd e l' imporo bizantino avevano otì'erto più 
volte occasione agli Arabi d'invader l'Asia minore, e cosi acquistare mia ma{,'jrior co- 
noscenza dei luoghi; sappiamo infatti che nel 181 (5 Marzo 7'J7 — 21 Febbr. 798) 
'Abd al-Malik ben ^àlil.i avea condotto le sue truppe sino ad Anqirah (') ed all'El- 
lesponto, e che nell'anno seguente 'Abd ar-llahman ben 'Abd al-Malik s'era spinto 
combattendo sino ad Efeso (-). Gli stessi prigionieri di guerra contribuivano ad au- 
mentare le conoscenze arabe suir.4s/a Minore benché in modo certo non scientifico. 

Al-Huwàri/.mi operò anche per questa regione la riforma delle longitudini com- 
piuta sulle rive africane del Mediterraneo orientale ; alcuni esempi tolti dal f. 6,r. e 
7,r. del ms. lo provano a sufficienza: 



Iliyùn 


50<'45' 


42»20' 


"iXiov 


56«50' 


4 PO' 


AfUsos 


51°15' 


37''25' 


'EipiCOQ 


57''40' 


37»40' 


Fergfimos 


51 "35' 


40»15' 


IléQyHi^iog 


57''25' 


39»45' 


'Ammùriyah (^) 


53O0' 


38»0' 


' AflÓQlOV 


60030' 


4P15' 


Anqirah 


58°0' 


43"0' (ms. ^) "AyxvQu 


62''0' 


42''0' 


Malatiyyali (') 


ti PO' 


39"0' 


MehtTjv^ 


7 PO' 


39°30' 


Hanzìt 


6P40' 


39''45' 


' Av^ma 


7200' 


39''20' 



È strana invece la posizione allungata verao il Nord che prende 1' attuale mar 
di Marraara (cfr. Iliyiin): 

Niqmm'idiyà 5P0' 44°55' (o 15') Nixoiuófta 57''30' 4P0' 

Halqiaim 50°30' 46''0' XuUr^òon' 57°5' 4305' 

Hiraqlah 58025' 46»35' 'UqàxkHu nóvTov 59''0' 43<'20' 

Quindi la costa del mar Nero viene portata a Nord di circa 3 gradi più che 
in Tolomeo, avendosi (f. 16, v.) a 6P30' long, una latitudine di él'O' {•''). Questo er- 
rore trova un compenso nell' aumento in lunghezza del medesimo mare, che il geo- 
grafo greco avea tenuto troppo corto: 

Halqìdun 50''30' long. XaXxi^ówv òT'ò' long. 

Estremità orientale 7P30' foce del <I>àaie 72O30' 

(') Annales quo» scripsit . . . at-Tabari, cum aliis edidit M. J. do Goojc. Lugduni 15a- 
tavomin 1878-90, ser. UI, voi. Il, p. G4(i. 
(«) At-Tabari, ser. HI, t. II, p. 647. 

(') La lai. presenta un errore rispetto a l'crgaino. Ab fi 'Awn .53°0', 37°0'. 
(*) Rasm in Aboulf. :}8I le stesse cifre. 
(^) Cfr. rtol. V, 6, 7: f.,c<. ,lrl fmiiif \4,poQQO( 72"20', 44015'. 



— 33 — 

Siccome poi la costa meridionale dell'Asia minore, sul Mediterraneo, non diffe- 
risce molto in latitudine dalle cifre tolemaiche, mantenendosi sempre a circa 35''40' 
e Stì'^'O' lat., ne segue una eccessiva grandezza latitudinale della penisola. 

Tra i monti (f. 14,r.) è facile riconoscere l'ìdis (ms. senza punti; "/J»;), il Si- 
fùlos (ms. s. p.; ^Ltvhig), il Dìdùmos {ms.^^^^>; ./ùh'itoi); invece rimangono oscuri 
i seguenti : 

c>r^ SS'-SO' 42°40' 55050' 41''0' 

l,-..o_^ {') tìO''20' 42"20' 62''50' 44''40' 
^jr^>.^\ (-) 60020' 43020' 69040' 41030' 

meli' Armenia una serie di località estranee a Tolomeo rivela i nuovi studi arabi: 
Qàliqalà, Hilàt, Arzan, Arsìs (= Argìs), Bagunays, Gorzàn, Nasawà, Berda'ah, Bàb 
al-Abwàb (== Derbend). 

Una rifusione completa della geografia greca ebbe luogo nella Siria, nella Me- 
sojiotamia e nella Persia, tanto che è difBcile scorgervi a prima vista tracce di To- 
lomeo. Il materiale è copioso; poiché la Siria ci offre 36 località, la Mesopotamia 
(al-Gazirah ed al-'Iràq) 23 (■'), la Persia (intesa nei suoi limiti politici attuali) 48, 
non contando lo molte cifre relative alle coste, ai monti (') ed ai mari. Siccome Abù 
'1-fidà' ha conservato parecchie indicazioni del rasm su questi paesi, delle quali già 
il Lelewel potè trar profitto, così non occorre che mi fermi a lungo sull'argomento; 
tanto più che dovrei entrare in lunghe discussioni sulle latitudini di parecchie città 
della Sìria fra 34o e 37o lat., per le quali il ms. di Strasburgo contiene alcuni errori 
dovuti allo scambio facilissimo nella scrittura araba del > (4) col ^ (5) e col ^ (6). 

È difficile comprendere il motivo dell' esagerata inclinazione della costa della 
Siria, ancor maggiore di quella stabilita da Tolomeo; si vedano, p. es., le longitu- 
dini di alcune città marittime: 



'Asqalàn 


5502O' 


Yàfà 


56O0' 


Saydà' 


59020' 


Atràbulus 


6O035' 


al-Làdiqiyyah 


6 PO' 



^AaxaXióv 


65010' 


'lónnìj 


65040' 


2ió(òv 


67O10' 


TqinoXiq 


67030' 


AuoSlxeia 


6803O' 



(') Al f. 40, V. L-.;Ji-w. La scrittura ^^^-^-ju.^-^ ò data anche dal endice di Qodamah; il du 
Goeje nella sua edizione (p. 233, 1. 9) legge LUì-l*^ Masfina, seguendo il ms. londinese di Ibn Se- 
ràfiyùn. Qodàniali pone questo monte vicino al luogo dove l'Eufrate superiore si volge bruscamente, 
e per sempre, a Sud ; ciò Concorda con al-Huwarizmì f. 40,v. 

(2) Fol. 39,v. j*^V^ donde nasce l'Eufrate. Il medesimo monte è chiamato ^j^s>.^^ da Qo- 
damah, p. 233, 1. 8, ove il de Goeje annota: " Sic. Ibn Serapion ^^y-^>f\, Mas'iidi I, 211 ^jf-^^f'^ 
■< (cum var. 1. ^y^'^>y>\ Sprenger p. 245 et ^_,i-»^>^l St. Martin, Mém. I, 46). E.x antiquo Cara- 
ti nitis vix corruptum esse potest. Prior pars est forte >f^ .\rmeniaca forma nominis Ol^". 

P) Pili la città di Amid (ora Diyfirbekr) che manca nel ms. di Strasburgo, ma è conserv.ata 
in Aboulf. 286. 

(«) Nella Siria son già nominati il Luhnàn (Libano), il Uebel at-talii (Antilibano), il Sanir, 
al-Lokam; nell'alta Mesopotamia i monti Hàrit wa Huwayrit. Le catene della Persia non hanno nome 
speciale, ma lo prendon(j dalla regione attraversata. 

Classe di scibnzb .morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie .5', parte 1» 5 



— 34 — 

E questa longitudine di 61''0' si mantiene sino alla latitudine di 35''20' (f. 16,r.); 
poi si ritorna ad una posiziono normale, come è quella di Tarso: 

Tarasùs ó8"0' ;{6"ó5' (ms. do) Tagaóc i;7"40' SG^SO' 

In Persia, per influenza di Tolomeo, la costa meridionale è portata circa 2 gradi 
troppo a Nord, benché verso le foci dell'Eufrate si ristabiliscano le giuste proporzioni; 
abbiamo infatti le seguenti cittù marittimo da 0. ad E. ('): 



•al-Hasrah 


74"0' 


ai-o' 


•Gannàbà 


77"20' 


30''0' 


"AblmJùn 


75" 15' 


3 PO' 


•Sirùf 


79''30' 


29'"30' 


•Muhnibùu 


7()"20' 


30»U' 


Na in 


SOMS' 


2t)°20' 


•Siniz 


7G»45' 


ao^o' 


Tiz 


82O40' 


29''0' 



A Nord lo spostamento è di circa un grado {-) : 

•Sàriyah presso il Caspio 77''50' 38»U' •Astàràbàd sul Caspio 7i)"50' 38"45' 

•Tamìs - - - 78"4U' 38°40' 'Gorgàn presso il Caspio 80"45' 38"50' 

quindi l'errdre nelle diiuunsioui latituJiuali dell' Irùii viene ad essere in parte com- 
pensato. Dove più si riconosce la cartografìa greca è nella Persia meridionale ad E. 
del golfo Persico, cioè nell'antica Kag/icevia (Kirmàu). L'arabo non è riuscito a coor- 
dinar bene questo territorio col resto dell'Iran; e mentre Tùs figura ad 82°50' long., 
rimangono, veri naufraghi di Tolomeo, 

Armuzah 90»30' 22''0' "ÀQfiov^a 94''30' 22»0' 

Kirmàn 90"0' :W"0' Kdquava lOO^O' 29"0' 

L'unica buona correzione è quella della long, di Kirmàn rispetto ad Armuzah. 

Nella costa arabica dell'Oceano Indiano sono diminuite di molto le mostruosità 
tolemaiche. Al-Bahreyn (f, 3,v.) è fissata a 74''2u', 25"45' (■'); di qui la costa (f. 19,r.) 
procedo a 75"0', 24"(j', poi ad 85°20', 22"2o', forma una qowàrah, passa per 85"0', 
21"0', e tocca 'Oman {% Dopo 'Oman la costa si spinge alla lat. 19"0' senza muta- 
menti in longitudine, e si dirige regolarmente verso 79"0', 16''30', per toccare dopo 
varie insenature 77"30' (var. 7()"30'), 13''40'. Zafàr (•■) del Mahrah trovasi a 78"0'. 



(') Lo città segnate con * si trovano anche in I. ^'. l'in' ila le stesse cifre (perù la lonp. di 
Slràf in I. Y. è 79»O0. 

(•) Cfr. pure la descrizione del Caspio che ho rijiortata sopra per intero. 

(') Le stesse cifre hanno .\biì '.\wn ed al-Bat t ani. I. Y. nella lonj;. 75"20' (probabilmente 
qaest.j <>* J; nn errore di scrittura per J* 74"). In Tolomeo VI. 7, 17, isola TrAos- 90"0', 2 ("40'; iii- 
Tcce riga" (VI, 7, IC) 80»0', 23°20'. 

(«) Ms. (f. 3,r.), ra$m in Abonlf. 98 (s. v. Sohar) ed I. Y. SrSO', 10"15'. - l'tol. VI, 7. 36, 
'OfiKioy tfomiQiof. 87°20', 19''1.5'. 

{'■•) Kra sitaata sulla costa, |)rcsB'i t'ii attuali villat'i'i di IN ysùt e Hòr el-Belid. nnn lunt'i da 



— òò — 

IS'O'C); la capitale dello Hadraraawt (Sibùm) a 71"0', 12<>30' (-), 'Aden a Gó-'O', 
13"0' (■'). È tolta COSI la sporgenza anormale del promontorio Syagros {2iaYQog céxgee, 
ora Ka's al-Fartak) che in Tolomeo VI, 7, lU si avanzava tino a 9(ru', 14"0'. — 
Invece una rientranza regolare, ma eccessiva, che raggiunge il suo massimo presso 
Goddah o Giddah, rende deforme la costa arabica del mar Rosso (si confronti la de- 
scrizione già data della costa africana): 

^^1 (') sul mare S'ò^O' (ms. ^) 12''15' 

Mara del Yemen {^) sul mare 63'>0' (ms. ^) 15°15' 

punto della costa (f. 19,r.) GS-O' (ms. ^) 18°0' 

Goddah (•■) sul mare eS^SO' 2P45' 

al-Gàr sul mare 64''20' 24''0' 

punto della costa (f. 19,v.) 63°0' 26°0' 

Madyan (") s. m. 61°20' 2800' 

al-Qolzum (Egitto) 56<>30' 28''20' 

Ben coordinate con Goddah, al-Gàr e Madyan sono le 2 città sante 

Mekkah GToQ' 21°0' al-Medìnah G.5''20' 25"0' 

'Bell'Asia Centrale le regioni corrispondenti al Turkestan russo mostrano una 
nuova elaborazione, benché le località ad E. di Merw siano portate troppo a S. La 
posizione di Ballj a N. di Samarcanda ripete lo strano errore commesso da Tolomeo {^). 



Mirbàt; vedi Glaser, Skizze der Geschichte und Geographie Arabiens bis zum Prophelen Muham- 
mad. Berlin 1890, voi. II, p. 181. 

(') Le stesse cifre nel rasm in Aboulf. 96, ed in I. Y. 

(*) Rasm in Aboulf. 96, ed I. Y. hanno le stesse cifre. 

(3) Rasm in Aboulf. 92, stesse cifre; I. Y. nella long. GS^SO'. 

(■*) Ignoro che cosa sia. I. Y. colle stesse cifre (long, senza punti) ha ^j^^^: al-Battànì 
« città di ,_y^\ nel Yemen, TS'O', 12''55' >i. Al-Fargàuì (cfr. p. 23, nota 4), pai;. 36, nomina nel 
I" clima in Arabia una città di cr^*^'! che evidentemente sta per la nostra ^^J>-J1, o non ha nulla 
a che fare, come vorrebbe il Golio, colla al-Qayn che trovasi presso 'Aitar, cioè ai confini tra el- 
Yemen ed al-Higàz. Johannes Hispalensis, che nel XII sec. tradusse in latino al-Fargànì, deve aver 
letto ^:,r:^^ perchè al posto corrispondente della sua versione (Norimbergae 1537, fol. 9,r.) si legge 
« Fons n. 

(5) È la McÌqic fxrjTQÓno'Ms, che però in Tolomeo (VI, 7, 37: 76"0', 18°20') è una città di terra, 
così che viene identificata dallo Sprenger (Alte Geographie Arabiens. Bern 1875, p. 1571 con 
Sa'dah a N. di San'à'. I. Y. ha Mara colle stesse cifre d' al-Huwàrizmi (senza punti) : al-BattànJ 
la ricorda colla forma erronea, non compresa dal Lelewel (t. IV, Épilogue, p. 87), di " ^f — «o 
«del Yemen, 73°0', 15''15' » —Anche al-Fargànì, p. 36, pone Mara fra le città arabe del 1° clima. 

('') Rasm in Aboulf. 92 ha le stesso cifre. 

C) Il ms., rasm in Aboulf. 86, e I. Y. leggono nella lat. 29°0'. Ma la descrizione del Mar 
Eosso (f. 19,v.), nessun punto del quale supera 28"20' lat., sembra render necessaria la mia corre- 
zione. Cfr. Ptol. VI, 7, 27. MaJulfxa 68°0', 28n5'. 

(8) Bttxtqa ^aaOieiov (VI, 11, 9) 116''0'. H°0'; — MuQaxdvóa (VI, 11, 9) 112''0', SS^IS'. 



— 30 — 

Saralis 83''20' 38°0' Hojrendah 92''30' 37<>10' 

llerw 84O20' 38»35' Città dei Hazar t)3"0' 45<'0' 

Mt'rwaiTiVl S.^'u' 38"50' IJaiiùkit (') 94"3u' 38"3U' 

Aininùvah 85»4ò' 37"40' Hasilkat (-') 96"30' 37"40' 

Ihihùiù 87°2U' 37"50' Turùiabend (^) 9G"30' 39"35' 

Balli 88°35' 38''40' Isbi-iùb 98°10' 39»5U' 

Saiuarqand 89»30' 37''30' at-Taràz 100"3u' 40°24' 

Osriisanah gplO' 3(5"40' Nawfikat (<) 10400' 44''0' 

Huwàrizm 91"50' 42''10' 

Molto importauto è il fatto che al-Huwàrizmì conosce il lago d'Arai, nel quale 
(e non nel mar Caspio) si versano gli anticiii Oxus e Jaxartes (■). Al fol. 42,r. leg- 
giamo che il Nahr IJalh fiume di Balh {'i^i^oc dei Greci, Amù daryà dei moderni) 
si getta a 88"0', 39020' (var. 30') in un lago (batil.iah) che si estende da 86030' a 
90"0' long. Al f. 42,v. è detto che.un gran fiume, la cui descrizione lo mostra iden- 
tico col la^c'tQii^c dei Greci e col Sir daryà dei moderni, a 90"5', 41030' termina 
>i nel lago del fiume IJallj ". 

L'idrografia complicata, ed ancor oggi poco nota, della Persia orientale pare abbia 
fatto nascerò un curioso equivoco. Al f. 42, r. si parla d'un fiume il quale a 9r'30', 
3y"4o' esce dal fiume di Balh (Ami'i darvà), si dirige tagliando un lungo monte a 
92'>30', 37"40', passa fra Osrùsanah e Hoi:endah, scorre non lungi da al-Mul.iamma- 
diyyah (f. 5,v.: OCO', 31''45') e da Kirmàn (f. 3,v.: gOoC, 30''0') e sbocca in mare 
a 87''30' (ms. J ^), 27"0', ossia presso il golfo Persico. Tale stranezza mi fa sup- 

(') Seguo l'ortografia prescritta da Yaqùt (il ms. ^■^:^^; I. Y. vJ^Lo p.l»35', 38'>30'); però 
.sarebbe metrlio leggere tutte queste desinenze kat (neir.\vestà Aató = casa, ncupcrs. »J^ e Jsi'; cfr. 
/(eit. d. (ìeutsch. morgenl. Geselhch. XXXIII, 1879, 154). — Banakit è molto probabilmente forma 
secondaria di Binkat, la capitale del territorio as-Sàs, corrispondente alla moderna Tà.«kend (.ii9iiog 
nilQyoi di Tolomeo VI, 13, 2: ISSoQ', 43">0'). 

(') Cosi anche I. Y. (vlUS'U-^ colle cifre 98''34', 3703O'); gli altri geografi hanno Ahsikat 
(nella prov. di Fergànah). Lo scambio di a con l si verifica in parecchi luoghi del Horàsàn e del 
Turkestan; p. es. Hasasak (Ibn Hurda.lbch 173) ed Ahslsak (al-Ist.ahri 298), Bàwcrd ed Abl- 
werd, ^Và<gird e AVi^gird, Nawakat e NawSkat. — La lat. nel ms. è .36''40', per errore del copista 
che scrisse ^ invece di J (jJ) : cfr. I. Y. 

(') In causa d'una rottura del foglio, nel ins. si legge solo la >>• finale. Il nome di Turarabend 
(con e senza articolo), è noto ad al-Huwàrizmt (f. 27,r., ove il ms. ha J-onU>); al-Faréàni (cfr. 
pag. 23, nota 4), p. 38 lo conosce pure (nell'ediz. Joyiy.); ed I. Y. ha »Jojj\^\ 98»10', 39-35' 
(per la long. cfr. le cifre di Hasàsak). Credo dunque giu.stifieato abbastanza il nome che supplisco. 
— La località ricorre poi in Ibn-al-Faqìh 322. nl-Muqaddasi GÌ, Ibn Rosteh 98; Yaqùt 
(I, 34, 1. 4 e 23) la corrompe come I. Y. in ''ijoj^\jL. 

(*) 1. Y. CUSy 104''0', 4200'. - Al-Farg&nl 38 ed al-EdrisS II, 218 scrivono JUJ-ly; 
Ibn Hurdadbeh 29, Qodàmah20r., Ibn Rosteh98, at- Tabari (zinna/, ser. II. t. III. p. 1593) 
hanno «.^^Iv»; al-Muqaddas1 204 \l^-^.yi (cfr. pag. 30, nota 2). Invece al-Muqaddasi 49 e 
265, al-I?tahrl 331, 333, 344, .^IS, Ibn Hawqal 386 e 404, Ibn al-Faqih 327 ed al-Edrìsi 
II, 207-8, leggono J^^ (o CUSyi) come I. Y.; cfr. le due forme parallele Binkat e Banakit. 

(') È una conferma di più, benché non ve ne fosse bisogno, delle conclusioni a cui era giunto 
il de Goejc, Pas alte lieti des O.rus, Amù-Darja. Leiden 1875. — Anche la nuova edizione di 
Ibn Hurdadbeh 173 fa sboccare l'Oxus nel lago d'Arai (cfr. Da$ alle lieti, p. 8). 



— 37 — 

porre che la carta dei geografi d'al-Ma'mùn avesse riunito le sorgenti d'uno fra i tri- 
butarli meridionali di'll'Amii daryfi (probabilmente il (iume di Qiinduz) con quelle 
vicine dell' Hindmcnd o Hilmeud alHiiento della palude Hàmiui, e che da quest" ul- 
tima avesse fatto uscire il fiume che passa per Bampùi- e si getta in mare allo stretto 
di Hormùz ad 10. di Render 'Abbàs. 11 - monte lungo » attraversato, corrisponde dun- 
que alle catene del Kùh-i-bàbà e del HiuJiikus. 



Vili. 

Asia orientale. 

È noto che Tolomeo allunga le coste della Gedrosia 10 gradi più del vero. 11 
medesimo errore, diminuito di 2 gradi, appare anche in al-Huwùrizmì : 

Armùzah 90''B0' 22°0' "AQi.iovCa 94''30' 22''0' 

foce 0. deirindo 104015' 2000' foce 0. dell'Indo 110°20' 19<>50' 



- /\r 



Lungo questa costa, che per gli Arabi fa già parte del Sind, incontransi ad- 
Daybol 92''0, 24''20', an-Niiùn (') 92''20', 23"30', Armàbìl (^) 92''15' (o 55'), 22''45', 
ed infine ^rr^l (') a lOo^SO', 20°0' presso la foce del ramo più occidentale dell'Indo. 

Neil' interno possiamo notare : 

Kabul (^) lOOoO' 33°0' 'Ogróunava IIS^O' 3b''0' 

Farsis (^) 103<'0' 2500' nagaC? 106°80' 23''30' 

QimiPC') 104n0' 24°45' Kovvi 110°0' 27'>0' 

al-Qandahàr 11U"0' SCO' 'Akf^dvÓQsia'AQaxtùaiag IWÙ' 31''20' 

Si vede subito che Kabul ha una posizione conforme alle nuove cognizioni arabe 
e coordinata colle località della Persia e del Turkestan ; invece Farsis, Qùnì ed al- 
Qaudahàr sono rampolli diretti di Tolomeo. 

Il corso dell' /«rfo (0 conserva le linee generali che aveva nella carta greca. I 
fol. 37,r.-38,r. ci danno su ciò molte indicazioni, di cui lo principali sono: L'Indo 

(') Il ms. qui (f. 3,r.) ed ai ff. 19,r. e 31,v., non lia punti diacritici, (ili autori arabi sono in- 
certi tra la forma an-Nirùii (Yaqùt IV, S5(> j^y^) ed alBiriin; la prima però sembra la miiiliiire. 
Vedi H. M. E Ilio t, The history of India as told by its own historians. London 18G7-77, voi. I, 
pag. 396 seg. 

(2) Il ms. senza punti. Anche qui v'è incertezza tra le forme Armàbil ed Armà'ìl; la prima 
sembra da preferirsi (Elliot, I, 394 sgg.). 

(^) Così si legge il nome ai f. 19,r. e 37,v.; qui (f. 3,r.) il ms. non ha punti. 

(*) La lettura della lat. è incerta in causa d'una rottura del foglio. 

{^) Il ms. senza punti. 

C) Il ms. \S^- Se la mia ipotesi fc giusta, si dovrà porre nella lat. e long, un ^ (j) 7 in 
luogo del > 4, e leggere 107''10', 27"-15'. 

(") In arabo Mihràn, che mi sembra tulto dal persiano (mih-rau = gran corrente). 



— 38 — 

nasce a 126''30'. 36"10', si abbassa rapidamente verso il Sud toccando 125''30', 32°20', 
scorre verso Ovest tino a 119-0', 31"3o'. donde passa a lll'ló', 26»0'; a 107-0', 
23-30' comincia a suddividersi in parec(;lii rami, e sbocca in mare per foci prin- 
cipali, poste tutte alla latitudine di -Jicu', e comprese fra li>-l°15' e luO'iO' long. 
Secondo Tolomeo, le sorgenti dell'Indo sono a 125-0', 37'0' (VII, 1, 20), o lo foci 
8i schierano fra 110-20' e 113-30' long.; e 19-50' e 20-15' lat. 

Più sensibili sono lo moditicazioni nel corso del Gange (Gangis, f. 38,r. e 38,v.) 
che prende una direzione troppo longitudinale: 

Sorgente: 135-0' 39-0' (Ptol. VII, 1, 29) 136-0' 37-0' 

135-30' 31-0' ( 136-10' 31-30' 

140-10' 27-30' (Ptol. VII, 1, 30) ' 142-0' 28-0' 

139-0' 22-0' ( 146°U' 22-0' 

foce 0.: 135-20' 17-45' , j 144-30' 18-15' 

foce E.: 139-0' 18-40' ^ ' ' '' \ 148-30' 18-15' 

Per gli altri fiumi dell' India non si ha differenza notevole dalle cifre di Tolo- 
meo, fatta eccezione della diminuzione costante di 6-8 gradi nella longitudine ; quindi 
i fiumi costieri, come il Sàlìn (ms. s. p. ; 2wXì[ì\ ora Vaipàiu), il Hàbìros (ms. s. p.; 
Xu^ì^Qoc, ora Kàvori), il Tiinas (ms. s. p.; Ttnac), il Tuiidiyiis (ms. s. p.; Tovvàioc, 
ora Krisija), il Dosarùn (ms. ^-^ ; JwaÙQwr . ora Mahànada) , il Dumas (ms. 

^_^b ; "Aòu/iag, ora Brahmani), hanno tutti quella direzione da N. a S. cosi carat- 
teristica della carta tolemaica. 

Una lista d'alcune città, scelte fra quelle la cui corrispondenza coi nomi greci 
è sicura, completerà questi cenni sull'India: 

Fatala (') presso il mare 107-20' 16-30' ndttda 112-50' 21-0' 

Miiziris sul mare 112-15' 14-30' Mov^iQi'g 117-0' 14-0' 

Ozinì (2) 112-20' 20-40' 'O^^r»; 117-0' 20-0' 

Qottiyarà sul mare 115-55' 14-0' KoTTiaga 121-0' 14-0' 

Fàqiirà(3) 116-0' 19-10' 'I.77tÒxovqu 119-45' 19"l0' 

Fimalà (') 116-30' 17°0' IJoviidru 121-20' 17'0' 

Hàbiri8(^) 125-0' 16-15' Xa^r^gig 128°30' 15-40' 

Sàgida («) 130-0' 23-30' layiióu 133-0' 23°30' 

Il punto più meridionale della costa indiana è a 12"3o' lat. (f. 18,v.); ond' è 
evidente la completa derivazione da Tolomeo ('). Anche l' India transgangetica non 

(') F. 3,r., senza punti; f. 19,r. "^Ujlii. 

(') Ms. senza punti. 

(') M«. '^yjjl*: f. 34,r. Ij^'*. Nella longitudine forse bisogna legger» A» 115-0'. 

(<) M.S. U»»«4. 

(') M». ^P>l^; f. .S2,r. O^'^- 

(«) Ms. \^l^- 

C) I nomi dei monti sono tutti tolemaici: "Aq^iik (nella Uedrnsia, VI, 21, ;ij, i'opdlu'yi'f, /)iji- 



— 39 — 

mostra cognizioni speciali, benché fra le città si lascino nel ms. identificar con cer- 
tezza solo (cfr. Ptol. VII, 2, 23-24): 



Tii'ma (') 


142''40' 


20''45' 


Tovyi-ia 


152''30' 


22n5' 


Tarì^liìfon (-) 


144''15' 


16Hb' 


T(jiyhinTov 


154''0' 


18"0' 


Barewàtrà (-^ sul mare 


152H0' 


12''40' 


Baqivà-ihqa 


1G4''3U' 


12°Ó0' 



Noto' in al-Huwàrizmi l'esistenza di una vasta isola detta al-Mayd od al-Kùl ('), 
avente il centro a lOT^O', 12°0' (f. 24,r.), percorsa da un fiume (f. 30,v.) e popolata 
da 3 città anonime (f. 2,r.), una delle quali a 107°U' (ms. senza punti), !)°(y (-). Pro- 
babilmente rappresenta lo prime notizie arabe iutorno al Gui>aràt, e corrisponde al- 
l'isola che al-Edrìsì (1°, 160, 170, 171), sotto il nome di ,a^I Mend, dice posta a 
6 miglia da Kanbàyah e da Kùlì. 

Elementi estranei a Tolomeo sono penetrati nell'isola di Taprobano (Ceylon), da 
al-Huwàrizmì chiamata sempre Serendib per corruzione dell' indiano Siiihala-dvìpa 
{lulidi^a nel Periplo del Mar Eritreo, Serendiva in Ammiano Marcellino). L' isola 
è aumentata in larghezza nel senso dei paralleli, e diminuita in lunghezza da N. a S.; 
infatti i termini estremi (f. 25,r.) sono : 

al-Huwàrizmì Tolomeo 

long. 116°20' — 125"10' (diifer. 8°50') 120»30' — 132°30' (ditter. 12") 

lat. 12030' N. — 4-Ó0' S. (differ. 17°20') 12"30' N. — 2»30' S. (ditfur. l.j°) 

La tavola dei monti (f. I0,r.) cita in Serendib solo un gebel ahrad « monte rossa- 
stro " (") ; dal f. 30.V. si ricava che il suo nome è Mala (= MaXaiu). Allo stesso 

fol. 30,v. è citato un monte I >l od y dal quale nascono i fiumi rdyyrji e (Pciatc;; 

questa indicazione ci costringe a identificarlo col rùh^a (VII, 4, 8), benché il nome 
arabo non mostri alcuna affinità col greco. I fiumi sono tutti tolemaici: l'Azanùs 
"A^uvog (f. 25,r. ^y^l, f. 30,v. ,_j^i)\), il Baraqos Bàgaxog (f. 25,r. e 30,v. senza 
punti), il Gan.'ìs rdyyrjg (f. 25,r. e 30, v. senza punti) ed il Fàsìs (f. 25.r. j— -LÌ', 

Tiyui, 'Adfiaadgoy, Ov^Bvrov, Ovlviiov, [lìJTivQQOf, Jdftaaaa. Le trascrizioni del ms., per quanto difet- 
tose, mi permettono di rettitìcare qualche nome irriconoscibile nel testo d'al-Edrisi: Edr. I, 176 
^^vjvi^l (Jaubert: Oundaran), 1. C)^."^}^ Uwindiyùn, Ovi'dtov (in al-Huwàrizmì sempre senza 
punti); — Edr. I, 188 ;y»-:^ (Jaubert: C'nttisbor), 1. v»-;^!:^ BiUAù, lì?]rTtyoì (al-Huw. f. ]l,v. 
,__ya-Jx^; f. 31,v. tre volte |_y->-l:'-^) ; — E dr. carta itineraria O^j-'^^^ (Lelcwel: Ahenfibrnn), 
1. ^^JLobl Adàsatrùn, ' 4Seia(ihQoi' (al-Huw. 1'. ll,v. v^^^^-UJbl; f, 32,r. senza punti). - Cfr. i ri- 
chiami alla pag. 52, nota 4. 

(1) Forse la l*^ (Jaubert: Taouf,'ha) d'al-Edrisi I, 193, 194. 

(2) Ms. ejày-«^y>. 

(3) Ms. qui (f. 2.r.) e f. 3l,r. '/!>/; f. 18,r. ^f'^^f- 

{*) Il ms. (f. 24,r.) ha J^^, e la stessa lezione è in al-Fargàni (cfr. p. 23, nota 4) p. 35. 
Ibn Uosteh 96 le^ge J^J' al-Kul, che sembra da preferirsi (cfr. la nota del de Goeje). 

(^) I. Y.: a città di vX^I » colle stesse cifro (nella long, il codice lia^); al-Battàni (in 
Lelewel, t. IV, Épiloque, p. 87) «città di .>j-Jl " colle stesse cifre (nel cod. senza punti). 

('•) Una mano posteriore aggiunse: oyy^ tJ-H?" *^ J'-^.^- Infatti il nome ar-Kalum è co- 
mune nei geografi arabi posteriori. 



— 40 — 

f. 80,T. ^j-.-.— jl»). — Invece nello città si osserva una nomenclatura che ha stretti 
rapporti con quella di al-Edrìsi, ina ajisai poco conforme al modello tolemaico: 

f. l,v. A'jna sul mare, 122"0', 3''U' S. — Il ms. qui e f. 2."),r. U6\. — To- 
lomeo non ha nulla di simile; invece è ricordata da parecchi altri geograti arabi, 
p. OS. da al-Ediisi I, 72, Abù '1-tidà' ;{7ó, ad-Dimasqi 11, 199. 2o4. 

f. l,v. Ij.U^ sul mare, 12ó'0', 3°0' Sud. — f. 25,r. UU^. — al-Edrisi I, 72 
bU^ (altro ms. bl-y*). 

f. l,v. ^l3.^ 124°(i', S''0' Nord. — Sconosciuta agli altri scrittori arabi ('). 

f. 2,r. L;^>>-U; sul mare, 117015' (o 55') 4<'0' N. — al-Edrisi I. 72 Lc.^-Lw 
(altro ms. U^j^^-l.^). 

f. 2,r. ^>yl sul mare, 118"15' (o 55'), 4"30' N. — al-Edrìsi I, 72 ^jo.\. — 
Al f. 30,v. v3>yl, colla variante ^jyl- 

f. 2,r. ^il....X» 12O''40', 11°45' N. — f. 25.r. ^>\—^ colla var. ^>\ oU; 

f. 30,T. ^>Ujj; colla var. ^3>UJj'. — al-Edrisi 1, 72 ^V-AJ' (altro ms. ^3'^»!»). — 
Forse si devo leggere (^jUJj' Talaqàrì ed identilicare con TaXdxagv (126''2o', ll'iO' ; 
supponendo una scrittura ©«/«xwpr), poiché ambedue queste città sono rappresentate 
presso la foce del Pliasis. 

f. 2,r. oyy^^ 121°55, 7»0' N. — f. 30.v. ^J.^^U; al-Edr. 1, 72 ^^y>~U 
Dal f. 30,v. si ricava che la città non era lontana dalla foce del Ganges; ciò mi fa 

supporre che debbasi leggere ^^ ^y i' « Mà^Tamùn = MaayQa^ifiov lirjQÓnohc 

(127-U', 7°10'). 

f. 2,r. ^^yyx^j» sul mare, 125°1.V (o 55'), 5''15' N. — f. 25, r. senza punti; 
al-Edrìsì I, 72 j_$^yL^^ (altro nis. ^,yi— .^). — Probabilmente ^^^'i^^ Forosqùrì 
= nqóxiWQi (131°, 5''40'). 

f. 2,r. yu 121°15', 17''45' N. — La latitudine è certo erronea, giacché la 

città trovasi nel I' clima che arriva solo a 16"27' N.; anche la correzione a « jo 

14°45' sarebbe insufficiente, poiché nessun punto di Serendìb oltrepassa 12''30' lat. N., 
e la città verrebbe a trovarsi nell' India. 

Nel mare a Sud ed a S-E. di Serendib compaiono certe isole senza riscontro in 
Tolomeo, le quali sembrano dovute alle informazioni per metà favolose dei marinai 
del golfo Persico (-), che si spingevano sino alla Cina già prima del 750 d. Cr. Con 

(') Forse bisogna leggere ^b^j-J> Tabriibini= TanQo^ùvtj. Questa medesima scrittura jicr 
rajiprcscntare il nome greco «lell'isola è adoperata in Ibn Rosteb HI, 1. l.S, ed in al-Hamdàni, 
Gcof/raphie (At ara/j. HaUiinsel lierausg. voii D. H. Mflller. Leiden 1881-"Jl,i>. 12, 1. 11. Al-Bal- 
tanS (Rcinaud, /ntroduction generale d la Géogr. d'Aboulféda, pag. C'1>LXII) ha Tabrubani. — 
Credo che al-Huwàrizmi, come accade altre volte, indichi col nome dell'intera regione la capitale 
del paese; infatti I. Y. ha Serendib colle stesse cifre (nella long per errore A^ invece che •>^^, 
e Tolomeo 'ArovQÓyQituuov ^itatXeiot' 124°10', 8"1'>'. 

{*) Un bell'esempio di questi racconti, ove fatti veri sono mescolati a narrazioni fantastiche, 
è il Libro delle meravù/lie dell'India, composto fra il ftOO ed il 953 d. Cr. dal capitano Bozorg 
ben Sahriy&r di Riinihormoz, e pubblicato con versione francese da V. A. van der Lith e 
L. M. Po vie fLeide 1883-86K — Le avventure di Sindibiid il mnrinnio nelle .ìfilìc e una notte, 
sembrano pure nna eco di simili racconti, e dovettero formarsi in al-Hasrah non più tardi del 000 
o 9.50 d. Ct. (efr. Nòldeke, /fu den agyplinehen .Vàrehen, Zeitschr. d. dentsch. morgenl. Ge.sell. 
XI-II. 18S8, p. 6n. nota 2). 



— 41 — 

molti particolari sono descritti (f. 24,t.) i contorni della tjaslrat al-'aqàrib « isola degli 
Scorpioni ', i cui limiti estremi sono in long. 112''50' e 121°20', in latitudine a S. 
dell'equatore TTiD e 11"0'; vien fatta menzione della ^asirat al-'orùh » i^ola degli 
uomini nudi », di forma quadrangolare, col centro a IST^SO', ISoQ', lunga 4 gradi 
per 3 di larghezza e percorsa (f. 30,v.) da un fiume; ed è ricordata (f. 25, v.), l'isola 
degli Zani] antropofaghi, larga e lunga 4 gradi col centro a ISS^O', S^O', e percorsa 
(f. 30,v.) da un fiume ('). — Proseguendo ancora verso Est s'incontra la ^asirat al-fìd- 
dah « isola dell' argento » a' Sud dell' equatore; i suoi limiti estremi (f. 25,v.) sono in 
long. 154°0' e 159"30', in lat. 4020' S. e O^O' S. Un fiume (f. 29,v.) che sbocca 
in mare per tre foci l'attraversa in buona parte (-'). — Altre isole favolose sono la 
gazlrat al-qal'nh al-mwll'ah « isola del Castello lucente " {^) nel mar Tenebroso (il 
Pacifico) a circa 176° long., 22° lai; e la (jaslral al-gawàhir « isola delle Pietre 
Preziose » , detta anche gadrat al-yàqid " isola dei Giacinti » a circa 173° long., 
2" lat. N. nel mar Tenebroso {*). 

Nell'anno 95 eg. (2(3 Sett. 713—15 Sett. 714), regnando l'ommiade al-Walid I, 
il generale arabo Qutaybah ben Muslim soggiogava il territoiio di Kàsgar nell'alta 
valle del Tarim {■') ; sconfiggendo un corpo di 200.000 Turchi comandati dal figlio 
d'una sorella dell'imperatore cinese C'), cosicché quest'ultimo venne a trattative col 
generale musulmano. Dopo d'allora le relazioni a scopo commerciale colla Cina non 
furono più inteiTotte; ed ambascerie arabe giunsero alla corte cinese nel 726, nel 
756, nel 798 d. Cr., quest'ultima per opera di Hàrùn ar-Rasid ("). Né le relazioni 
si limitarono alla via di terra attraverso l'Asia centrale, poiché già nell' Vili sec. 
d. C. i marinai delle coste arabe e persiane spingevano le loro navi sino ai porti del 
Celeste impero; anzi gli annali cinesi raccontano che nel 758 gli Arabi e Persiani 
erano tanto numerosi e potenti a Canton, da approfittare d'un momento di agitazioni 



(') Sngli Zang della geografia araba posteriore, vedi L. M. De vie, Le pays des Zendja, ou 
la còte orientale d'Afriqii.e au moyen dge d'après les écrivains arabes. Paris 1883. 

(2) Un'altra Isola dell'Argento è nel Mar Tenebroso (il Pacifico) a circa 168°-172'' long., 7° hit. 
S. (f. 20,r. e 29,v.). 

(3) Il ms. al f. 20,r. scrive i~-~'a^\ .^JiiJCJI ; al f. 32,r. <*--;-£mJ1 <*^j<Ì-ììJ1. I geografi arabi della 
decadenza, che vanno in cerca di tutte le cose meravigliose, ricordano quest'isola: v. ad-Dimasqi 
171, Ibn al-Wardì (Fragmentum libri Margaritae mirabilium, edidit et latine vertit C. J. Torn- 
berg, Upsaliae 1835-30, p. 49 del testo) ed al-Qaz winì (t-Z- C« jm'Ì» i'.s Kosmographie,)i&rAnsg. 
von F. Wiistenfeld. Gottingen 1847-49, voi. II, p. 55). 

(*) V. 20,r., 31,r. e 10, v.; in quest'ultimo v' è la figura dell'isola, col monte die la circonda. Al- 
Huwfirizmi vi conosce (f. 2,r.) le città (^•'^, i_j — «-^-^ (anche f. 31, r.), ^^ — «= (anche f. 31,r.) e 
,^!iUs:* (f. 31,r. ^'^^)) e ricorda (f. 31,r.) anche un fiume ,_y~jU>y (var. ,_5^Li.jl). — Al-Edrìsi 
I, 300-301, conosce pure un'isola dei Giacinti, ma la pone nel IH clima. 

(^) Ann.ales quos scripsil at-Tabari, cum aliis edidit M. J. de Gocjo. Lugduni 

Batavorum 1879-90, ser. II, t. Il, p. 1275 e segg. 

(«) At-Tabarì, ser. II, t. II, p. 1195. 

C) Vedi Kremer, CuUurgcschicìUe des Oriimts unter don Chalifen. Wien 1875-77, voi. II, 
p. 279-280, ove son riassunti in breve gli studi del Itrct sch nei der {On the knowledge possesscd 
by the anr.ient Chinese of the Arabs and Arahian colonies. London 1871J. .\ltro interessanti cita- 
zioni si trovano in de Goejc, De Muur van Gog cn Magog (Verslagen en Mededeelingen der k. 
Ak. von Wetensch., Afdool. I-ctterk., 3" reek.s, deel V. Amsterdam 1888, p. 102). 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Tol. II. Serie 5*, parte 1* 6 



politiche per sollevare un tumulto, in cui sacchoggiarono le botteghe od abbruciarono 
le case dei mercanti, allontanandosi poi per mare col lauto bottino ('). 

Tali rapporti coli' estremo oriente lasciarono tracce nel Kitnh ^ùrat al-anl. Il 
sistema oro-idrografico ha sempre i caratteri generali di Tolomeo; ma su questo fondo 
greco si innestano le città di cui mercanti e marinai portavano notizia. Nel centro 
dell'Asia, a 130"0', 33''0' (-) compare at-Tubbat (•'). il Tibet, col quale gli Arabi erano 
entrati in rapporto, tanto che, .«econdo lo storico Ibn al-Alir, nel 194 (15 Ott. So'.i — 
3 Ott. 810) al-Ma'miin, essendo ancora semplice governatore del Horàsàn e della 
Transoxiana. avea concluso un trattato col monarca tibetano. — Procedendo ad Est. 
nella Serica degli antichi, gli elomenti greci si avvicendano con qualche dato nuovo; 
a 148"1U', 46°44' è indicata (f. 8.r.) la città di cj^. — y^. ^^^^ P^^''^ identica colla 
regione di ^-U....^^ che al-Edrisi II, 410 seg. pone nel VI clima; poi abbiamo: 

Ottoràqàrà (*) 140no' 37"50' 'Ouoqoxóqqu I66°0' 37»15' 

Dorosàqi 151 "30' 42"0' jQcoaaxì'^ 1(j7°40' 42"30' 

Siri cioè Sisiyàu (•') 15S''30' 40"'20' 2i]Qa ^ir^TQÓnokic ITT^O' 38"35' 

Sempre nel territorio dell'antica Serica, al-Huwàrizmi cita ancora (f. 0,v.) : 

■ àJ^j^ lb0''3ì' 40''37' 



yj> à^p.^ 1G0°0' 40°55' 

Ignoro cosa sia il secondo nome, al quale non trovo corrispondenti né in Tolomeo né 
presso gli altri geografi arabi; quanto al primo mi sembra quasi certa la correzione 
in sy^ Bajibùr. Gli Arabi chiamavano l'imperatore della Cina col nome di Hajibiir 
Fagfur(''); è quindi verosimile che la >. città di Bagbiìr ■- indichi una dello capi- 

(>) Uichthofcii, China, Ergebn'me cigencr Reisen und darauf gegrùndeter Studien. Ber- 
lin 18:7-83, voi. I, p. 569. 

(«) Ms. (f. r,,v.) J. I. Y. ha ISO-IS' (o 55'), 33"0' (^). 

(3) Nejjli annali cinesi del V scc. d. Cr. il nome è T'u-bat; esso è corruzione del tibetano 
Slod-liod « Bod superiore» (sul significato di Bod = Ti\>oì, vedi L. Fcer nel Journ. Asiatiquc 

séT. IX, t. I, 1893, p. 161-C2). 

(«) In al-Edrisi U, 214 e 21.5 erroneamente LiUiy»! (Jaiibert: Atracana). 

(5) ,\1 f. 28,r. si lepfre ^;;l>.»^«.4.i J>^\ ,_yb^ ^yò^.^ >)h u Territorio Siriqi (i>;e'X';) ossia 
terra di Sisiyàn » (cfr. al-Edrisi II, 222, 22:?. - :^'ÌQ" (Sin'i) crrisimude a Canp-npm, l'attuale 
Hsi-npan-fu, nella provincia di Sen-si (Richthofen, China, 1, 489). Teofilatto (Hfoyiinxrov) Si- 
iii./catta neir828 la chiama Sovjìói;v (IMchthofcn, I, 551-52); e già nella parte siriaca della fa- 
mosa iscrizione bilingue di Hsi-n(?an-fu, dell'anno 781 , la città appare col nome di Kumdan. Ibn 
Waiib, che il saccheggio d'al-Ba.:;rah per opera degli Zanii nel 25T eg. (29 Xov. 870—17 Nov. 781) 
avca spinto a viaggiar nell'India e nella Cina, visitò anche Cang-ngan, alb.ra capitale del regno, e 
nella sua relazione la chiamò Homdan. D'allora in poi questo nome rimase nella geografia araba 
(solo il h'itiib al-Fihrist, p. 3-50, 1. 15 ed ai-Mas' lìdi I, 313, 321 hanno Hamdàn). 

(<'•) l'er le varie forme del nomf vedi il Kitiib al-Fihrist, Aninirkungen, voi. II, pag. 185. — 
A I-M a»' lìdi I, 306, e l'autore del Fihrist (tosto, p. 350, 1.2-3) dicono che Uagbiìr in cinese si- 
gnifici u figli., del cielo». È evidente che gli Arabi ebbero questo nome per tramito iranico; in 
persiano ba^-pùr significa « figlio di Dio », ed ò la traduzione del titolo imperiale cinese tiCn-tszc 



— 43 - 

tali cinesi; ed allora la sua posizione rispetto a Sìrà (Cang-ngan, ora Hsi-ngan-fu) 
ci autorizza a identificarla con Lo-yang (ora Ho-nan-fu presso lo Hwang-ho), che in 
quell'epoca era una dulie residenze iuiperiali. 

Nella Cina (as-Sin) proi)riamente detta, 2ivoh' xw(>«, oltre a 5 città anonime, 
abbiamo sulle rivo del mare due avanzi di Tolomeo: 



Qattìy:òrà (') 


lePSO' 


6°0' Sud 


Kax%iyaqu 


17700' 


803O' s, 


Asfìtrà (^) 


164015' 


18°0' Nord 


'Aani&qtt 


17500' 


16"0' N. 



Al f. 2,r. incontriamo Sùsah I68040', 4°4o' città descritta come molto impor- 
tante da al-Edrisì I, 193. e menzionata anche da I. Y. » Sùsah dell'occidente -^ (al- 
garb; sic!) 168°35', 4°4ò'; poi al f. l,v. compaiono per la prima volta nella geo- 
grafia l^i^.U-, lyLJb I3 — «uls. Disgraziatamente il copista non ha indicato le cifre 

relative. Il primo nome va letto \^ tLii.^ Hànqù, città che corrisponde a Canton (0 

Hongkong) e di cui parlano spesso gli scrittori arabi (■'); l'ultimo è senza dubbio 
Qànsù, cioè il porto di Kiau-cóu nella provincia di San-tung ('). Ignoro come bisogni 

leggere ed interpretare il secondo nome Ij sob, tanto più che il ms. non indica le 

posizioni rispettive delle tre città. 

A N.-E. del Tibet (at-Tubbat), col centro a 14300', 59°30' (var. 14'), è il paese 

^figlio del cielo. Questa spiegazione fu già del resto intravveduta dal Neumann, Asiatische Stu- 
dien. Leipzig 1837. 

(1) In causa d'un guasto nel ms. la lettura della long, è un po' incerta. Cattigara pare fosse 
posta sul golfo del Tong-king sul luogo circa di Kiau-ci (ora Han-noi); v. Eichtliofen, China, 
I, 508-510. Il nome di Qattigòrà è conservato anche in al-Edrisi. 

(2) È ricordata an. he in al-Fargànì colla forma U-J^i-^l. — II ms. nella long, dà y-^ ( '-^ 
167") invece di ^x.»^ 164°; la mia correzione è richiesta dalla serio progressiva delle longitudini, 
e da quanto si legge intorno alle coste al f. 18,r. (ove il nome è scritto -.^XiLwl). 

P) Alcuni scrivono anche Ij — iJla^ Hànfù. Al-Edrìsi I, 84, 85, 90, 99, i mss. d'Ibn al 
Faqih (ediz. de Goeje, p. 13), al-Ta'qùbl .365, ed Abù '1-fidà' 364 hanno Hànqù; il Kitnb 
al-Fihrist Hànqùn (p. 350, 1. 3) e Hànqù (p. .350, 1. 16). Invece Ibn Hurdàdbeh ha Hànfù (p. 69, 
1. 3 e 5), e così pure il Livre des merveilles de l'Inde citato sopra a p. 40) p. 92, 133, 144. Altri 
scrittori sono incerti tra le due forme; al -Mas 'udì scrive Hànqù (I, 303 ter, 304) e Hànfù (I, 
308, 309, 311, 312, 313 ter, 321); ad-Dimasqi Hànqù (203 e 229) e Hànfù (15 e 127). ifRenau- 
dot nel 1718, il de Guignes ed il Neumann aveano identificato questa città con l'attuale Can- 
ton; ma il Klaproth (Mémoires relatiff à l'Asie. Paris 1824, voi. n, p. 200 sg.) credette di dover 
cercare Hànfù a Hang-cóu-fu nella provincia di Ce-kiang. Questa ipotesi fu tosto accettata dai più, 
ed in conseguenza preferita l'ortografia Hànfù. Però lo Sprenger (Die Post- und ReiserouWn des 
Orients. Leipzig 1864, p. 91. Abhandl. f. die Kunde des Morgenlandes, III Bd., 3. Heft) .studiando 
bene gli itinerari concluse che « nella Hànfù d'al-Blrùni si deve riconoscere senza dubbio Canton n. 
Il Richthofen (China I, 574-576), persuaso degli argomenti dello Sprenger, ammise l'identità di 
Hànqù con Canton, ma nel tempo stesso suppose a torto l'esistenza d'un' altra città delta Hànfù e 
corrisiiondonte a Hang-cóu-fu. Lo studio dei testi arabi mostra che Hànfù e Hànqù sono una stessa 
città uguale alla nostra Canton (Hongkong); ed a questa conclusione sembra giunto anche il de 
Goeje, a giudicarne da una sua brevissima nota ad Ibn Hurdàdbeh 66. — Hang-cóu-fu va cer- 
cata nella Hàngù d'Ibn Hurdàdbeh 06, d'al-Bìrùnt e d'Abù '1-fidà' 864 (al-Edrisi I, 85 
e 100 yoli-), 

(■') Kichthofon I, 57.5-570. — Ibn IJurdàiJbeh ha Qànsù (pag. 701 ed anche per errore 
(p. 69, 1. G e 9) ^Is; al-Edrlst l, 193 jmre erroneamente l^.l» (Jaubcrt: Caitova). 



— 44 — 

abitato dalla popolazione turca at-Tiujusyus (^); ed ancor più verso oriente, nell'e- 
stremo angolo N.-K. dell'Asia, son relegati i mitici paesi di Gog e di Mugog (Yà- 
éi'ig Màjì^l), che la leggenda coranica aveva reso famosi anche tra i musulmani. 
La muraglia gigantesca (as-sadd) posta fra i due monti YàC'Uii: e MAj^i'i^ (-) è ricor- 
data al f. 14,r.; al f. 14,v. si parla della montiigna circondante il paese di Yàgù^, 
quella stessa che al-Kdrìsì li, 347 nomina Qùqùyà; ed ancora nel paese di Yà^ù^ 
si citano i monti Sàmùlil (f. 14,v.), ^_;,».-.-..i>. (f. l.".,v.) e ^^^^ (f- l'),v.). Le città sono: 

Città di Yaé'ft^(3) 170''25' 43»35' (I. Y. 170''25', 42''35') 

Cittù di Wà^i 171«0' 45°0' (manca in L Y.) 

Città di Màgùg interna (<) 172''30' 63»0' (I. Y. 172''30', 63''0') 

Secondo il f. 38,v., il tìurae Bàtis {BavTtaog o Bavu^i, Ptol. VI, Ili, 3), che 
nasce a He^O', SO-'O', dopo esser passato per HO^O', 41O30' e per 158''0', 40''10', 
entra fra il monte ^_ywXw^ e la gran muraglia (as-sadd), tocca le città di Yà;ùg 
e di Màgiìg, terminando a 180°0', 47''30'. — Un altro fiume, il Yùhardìs (f. 43,v. 
^_y-o>y^y; 01xci()ài^g YI, la, 2 e 16, 3), nascente a 14ó"3u', 47''0', percorre le me- 
desime regioni, passa per la città di Maglie interna, e finisce a IBCO', 49''30'. — 
Si vede dunque che al-Huwàrizmì, avendo diminuito di alcuni gradi le longitudini dei 
paesi orientali, approfittò dello spazio rimasto libero ad E. per collocarvi i popoli 
leggendari di Yàgùg e Màgiìg. 

Le altre regioni asiatiche corrispondenti alla Scythia intra Imaum ed alla Scy- 
Ihia extra Imaum degli antichi non offrono innovazioni molto importanti (•''). 

(') F. 27.V. jij«-^l. Il nome è scritto e letto in vario modo: at-Taéazgaz, at-Tagaiyar (al- 
Edris! a torto sempre al-Bagargar). Il Reinaud (La f/i'ographie d' Aboul fèda traduile ctc, 
1. 1; Introduclion qi'iUrale. Paris 1848, p. CCCLXIII) fu il primo ad identificare questo popolo cogli 
Cygfir; e più tardi il Grigoricff, notando che gli Ùygùr si dividevano in Toqùz-ùygùr a i 9 uy- 
gùr n ed On-ùyijùr u \ 10 ùygùr » j spiegò la forma araba come derivata dal primo nome. Questa 
ipotesi, generalmente ammessa, fece dar la preferenza ad at-Tuguzgur. Per", come osserva il N fi 1- 
deke (nella prefazione del de Goeje ad Ibn Rosteh), il nome Tughzghuz s'incontra con caratteri 
]i!tzend in uno scritto pehlerico del gran sacerdote MànNscihr, il quale nel IX sec. d. Cr. pare abbia 
avuto rapporti personali con quel popolo ; ciì> rende dubbia assai l'etimologia del tìrigorieff, e ci fa 
Iirefcriro la forma at-Tuguzjuz. — Questi al tempo d' al-Huwàrizml abitavano a Nord dell' Altln-tàg 
e del Kùkù-nòr. 

(•). Le notizie vaghe intorno alla grande muraglia cinese, la cui costruzione rimonta al 220- 
212 av. Cr., hanno dato origine a questa leggenda d'una grande muraglia edificata da Alessandro 
Magno, leggenda che appare già nel II. sec. d. Cr. nel Pscudo-Callistene. Si veda de Goeje, De 
muur van Gog en Magog (Versi, on Medcdeel. dcr k. Ak. van Wetensch., Afdeel. Lctterk., 3" recks, 
V deci. Amsterdam 1888, p. 87-124). 

(') Xel ms. la lat. è ^ 48° invece che ^. Siccome la città 6 posta nel VI clima (fino a 45°0'), 
la mia correzione è necessaria; inoltre è confermata da altri passi del ms. 

(*) Nella lat il ms. ^ — >«> 68". Ma al-Huwàrizmi pone la città nella zona fra il VII clima e 
63°0' lat. (più a Nord non esistono terre abitate); quindi la correzione è evidente. Essa è pure con- 
fermata da quanto si legge al f. 43,v. 

(') Anche qui il testo d' al-HuwàrizmI pennetto di riconoscer con certezza l'origine tolemaica 
di alcuni nomi edrùsiani. Al-Edr5sl II, 412, monti lJL-Ji-j\ (.laubertr Oscasca); la carta iti- 
neraria mostra la loro identità cogli Lw»jLi.»ol d' al-ljuwiirizmi (f. 15,r. U-aiU-wI; f. 42,v. senza punti) 



— 45 — 

IX. 

L' Eu ropa. 

Nell'Europa, più che nelle altre parti del mondo, è naturale che appaia la guida 
di Tolomeo, benché anche qui il geografo arabo mostri alcune buone rettificazioni al 
suo predecessore; solo è a dolersi che i nomi europei siano tanto alterati nel mano- 
scritto di Strasburgo da diventare in buona parte irriconoscibili. 

L'Irlanda, ricordata col nome di Yilbàrniyà (f. 20,v. L_-J,by, f. 43,r. Lo.^b^), 
per la configurazione delle coste e pel suo sistema idrografico è calcata interamente 
sul modello greco; le longitudini e lo latitudini estreme sono: 



long. 


7''30' 


16°30' 


Tolomeo: 


TMO' 


16°20' 


lat. 


57''30' 


6 IMO' 


fl 


hl°0' 


61 "30' 



Eiferisco i nomi delle 5 città irlandesi (f. 8,r.), perchè serviranno a dare un'idea 
della scorrettezza del ms. nei nomi propri: 

Jb lO^O' 58»10' Cfr. 'lovfQvig IPO' 58»10' 

lj-b 11»0' SBoóO' Cfr. Jovvov 12°30' 58°45' 

^j^^y\ 12"20' 59n0' Cfr. Aà^i^Qoi; WO' oQ^lS' 

^> ^jJlì sul m. 12"50' 57°45' Al f. 20,v. ^^^ (var. ^.^-^-u^) 

^y sul m. IS^SO' 60°30' Al f. 20,v. senza puuti. 

Invece la Gran Bretagna od Alàyà (f. 21, r. U^l; f. 43,r. b_jJ\ colla var. Lo^l) 
contiene una riforma notevole. Ognuno ricorda la forma allungata dell'isola d'Albione 
{'Aluvidìì) in Tolomeo, così che la ditt'erenza tra le longitudini estreme è di 20"20', 
e quella fra le latitudini estreme solo di 10"10'. In al-Huwàrizmì la prima è di 14", 
la seconda di 10" come risulta dal prospetto seguente: 

long. 17"10' 31°10' Tolomeo: 11"0' 3P20' 
lat. 51"30' 61"30' » 51"30' 6P40' 



= 'Àaniata di Tolomeo VI, 14, 6 (quindi in al-EdrJsi 1. b;.^---.^! Asfìsiyà). — Al-Edrisi II, ll;ì. 
monti U^Àt (Jaubert: Taghora); 1. ^^y^ Tallirà come in al-limvfirizmi f. 15,r. = IV(;ioie« di 
Tolomeo VI, 14, 7. — Al-Edr. II, 415, monti bJ^*»" (Jaubert: Chounia), fra i paesi di Simriqi 
fprobabilmetito errore di scrittura per il Siriqì d'al-Huwàrizuiì = -vc^f';. Storica) ediSisiyàn; le<r!,n 
Lo_j^ Suwibà (al-Huwàr. f. 15, r. ^y^) ^ it'r»,,J« (VI, 14, 8). — Al-Edr. II, 400 ricorda la re- 
gione di <*-<Jyù*jl (Jaubert: Asconia), e 11,408 quella di ^J^\ {^yL^\ (Jaubert: .\sconia des 

Turcs); in ambedue i casi bisofjna leggere ' ó^JÙ-col Isqùtiyà, od à^yLui\ Isqùtiyali ; infatti al- 

Huwarizmi nella tavola dei punti cenlrali delle re^;ioni, conosce la Isqiìtiyà dei Tu.iuziiuz (= 2'xi'Wirt 
jj éxTÒs 'l^dov òpoiif) e la Isqùtiyà (ms. Lo^ìl»»jI) dei Turk (= -xvOiu >'/ éviùi 'IfÀclov oqovì). 



— 46 — 
Fra le città si possono riconoscere: 



Om5<ros (') 


20»40' 


Ó3*-15' 


Noioiiayo; 




19M5' 


53''25' 


Loudinùn ('-) 


21''0' 


54''25' 


-/orJnvoi' 




20''0' 


54°0' 


Eboraqiin (^) 


21030' 


58»40' 


'Efi6(}ieì(oy 




20"0' 


57020' 


QaturaqtoDTÙn {*) 


21O40' 


5..°30' 


KatovQuxtéì 


tiov 


20^'0' 


ss-o' 


Uwantà (^) 


22''0' 


57«10' 


Ovt'vra TWJ' 


2(;U«rwt' 


20''30' 


55''25' 



Delle città che non riesco ad identificare noto soltanto ^yi\ la grande, a 19"40', 
59''45' (f. 8,r. ; il nome ricorre anche al f. 21,r.), la quale si trova pure in Ibn Yùnus 
sotto la forma ^^1 e colle cifre iy»4u', 59»37'. 

Le isole vicine alla Gran Bretagna ed all'Irlanda rimasero anonime; però dalle 
indicazioni date è facile riconoscere le isole Ovi]XTt'c, Toltdmc, Kwowvog, Mòia, 
Moviiotód, le Efiofdtd ecc. 

Di fronte all'ingresso del Mediterraneo, scrive al-Huwàrizmì (f. l.',v.), alla lat. 
di 3fì°0' trovansi "^ due idoli (sanam) di rame, i quali portano, tenendolo per i piedi, 
k un altro idolo; e si dice che questi siano i limiti estremi di Ercole (nel ms. 
« JijA f^\) al di là dei quali nessuno può passare " (")• 

La costa europea MVAIlaiitico non offre diversità notevoli dalla carta di To- 
lomeo; invece bisogna notare che nell'arabo (f. 16,r.) la costa si prolunga molto più 
a N. di 63° lat, estremo limito delle terre abitate, toccando alla long, di 60°0' la 
lat. di 72°0', e giungendo finalmente a 58°0' long. 78°0' lat. A questo punto la 
costa si dirige verso Ovest fino a toccare 1°0' long.; segue questo meridiano sino 
a 0°10' lat. N., od allora piega verso Hst, cos'i da incontrare a 20°0' long.; 0"10' 
lat. N. le spiagge africane. In tal modo l'Atlantico diventa un vasto mare interno, 
e ciò spiega la longitudine delle isole Canarie {Maxdgwv rijaoi, 1"V, 6, 34) nel 
geografo arabo (f. 2u.r. e 20. v.). Siccome a PO' long, si trova la spiaggia occiden- 
tale dell'Atlantico, cos'i le Canarie dovettero esser portate più ad E. che in Tolomeo: 



Fintuwàrà {") 


3°(.)0' 


7°30' 


ITifiovaQin 


0°0' 


10»30' 


Qàuàriyà C) 


4°40' 


11»0' 


Kcetcegia 


PO' 


11»0' 


Hàrà 


a'O' 


13° (^) 5' 


"llqac l'f^ffoc 


1°0' 


15»15' 



(') La lat. (f. 8 r.) Ì! *-• ^ ; le notizie dat* al f. 21, r. permettono di leggere con sicurezza <*-^ ^• 

(}) F. 8,r. c->/->^> ; f- 33,r. ^y>^\- 

(») Ms. (f. 8,r.) ^j^f\- 

{*) F.8,r. si'nza punti; f. :?3,r. ^y^^ ^^■. al-HamdànS, Gcocjr. Arahixch. Ilalbinselhts^. 
von D. H. Moller. Liidcn 1881-91. p. 21 ,j~^y^ ;*^^ (cfr. la nota relativa nel voi. II, p. 9). — 
fn jruasto nel ms. impedisce di legger la seconda cifra della lat.; però dal confronto con Tolomeo 
e colle notizie al f. 33.r. si può ristabilire con certezza 59":30'. 

(5) Forse nei gradi della latitudine bisogna leggere y 56° invece di jj. 

(«) Cfr. al-Mas'iìdi I, 2.57: Kltiib at-lanb/h 60; el-Cazwini's A'osmoyrn/i/.iV, lierausg. von 
F. Wùstcnfeld, II, 300-370; ad-l)inia<qi 173 e 348; Dozy, lìecherches sur l'kistoire politi- 
que et liUéraire de VEspagne pendant le moyen dge. Leyde 1860, voi. II, pag. 329. 

P) M«. \)\^a^ colla variante l^U-^. 

(») Ms. bj\pU. 



— 47 — 

Kasàfàriyà (') G'O' (var. 5') 12°30' Kagaugiu 0»0' 12<'30' 

^LL^ib 3"(^)]()' 13°(^)40' W.ovnùXu CO' W\h' 

Isola 3''2U' 15"U'"(var. 5') 'AnQÙanoi 0°U' 16°0' 

L'idea di un continente così interposto fra la Spagna e la Cina non è tolemaica, 
e neppure mi sembra indicare vacrlie notizie intorno all'America. Nella Torrayijtafi'a 
Xtnaiiccvixi] composta fra il 535 e il 547 da Cosma Indopleuste, la terra abitata ha 
la forma di un grande rettangolo circondato interamente dall'Oceano, e questo a sua 
volta è tutto cinto da una terra inaccessibile all'uomo, o, come dice la figura del 
mappamondo di Cosma, yij ttìqkv tuv uixKcrov i'iO^a ttqò zov xarctxXvcyiioi' xanó- 
xovv ol cii^(iù).-Toi « terra al di là dell'Oceano, ove prima del diluvio abitavano gli 
uomini » (-). Questa concezione di Cosma (•') esiste anche presso altri scrittori cristiani, 
come quella che bene rispondeva a certe loro idee cosmologiche. Ora, se si vuol 
mettere d'accordo questo concetto coU'altro della sfericità della terra, si è costretti 
a far passare tra la Spagna e la Cina il continente che circonda l'Oceano. Il famoso 
Giacomo d'Edessa (Ya'qiìbh d-Urhày, morto nel 708) sostenitore della sfericità della 
terra, in una sua grande opera siriaca intitolata Mimrà dha-stà yawmé « Trat- 
tato sui sette giorni [della creazione] » , parla infatti di continenti inaccessibili posti 
al di là del mare a N. dell'Europa o dell'Asia, ed a Sud dell'Oceano Indiano (yamà 
siìmàqà « mar rosso » = '£Qv&Qà ^àXaaau) ; e nel tempo stesso scrive : " Anche ad 
« Est di tutta l'Asia narrano che parimenti vi sia una terra sconosciuta, con abissi, 
« voragini e baratri profondi, opera di Dio, la quale non viene percorsa [da alcuno] 
« e neppure è abitata » (^). Più innanzi Giacomo d'Edessa continua : » Sta scritto 
» che vi è una terra dirimpetto alla Spagna ed alle Colonne d'Ercole (qàyemté dh- 
« Heraqlìs), [la quale si estende] fino al paese dei Cinesi (athrà dh-Sìnàyè) che è 
" ad est dell'India; e questa terra è sconosciuta e disabitata » (^). — Così la teoria 
della sfericità terrestre, combinandosi con una vecchia e fantastica concezione cosmo- 
logica, faceva intravvedere alla fine del VII sec. l'esistenza del continente americano. 



(') Ms. Uo.^UU^. 

(2) Si veda la buona ri])rocliizione dui mapiiainondo di Cosma nel Marinelli, La Geografia 
ed i Padri della Chiesa. K..ma 1882, \<. 37 (Estr. dal Bollet. della Soc. Geogr. Rai, Mafrijio-Lu- 
fflio 1882). 

( ') L'origino di quest' idea d' una terra inaecessibile circondante l'Oceano, mi sembra vada cor- 
cata nella cosmografia iranica. Secondo VAvestn, nel primo giorno di pioggia la terra fn dalle acque 
divisa in 7 parti (karsvare); gli uomini ]inssono abitare sido il knrxrarc detto hiranirntha, intorno 
al quale, separati da abissi insormontabili e dalle aeque, sono disposti in giro gli altri ti. Insomma 
ò un concetto analogo a quello dei 7 dv/pa indiani. Ritengo probabile che questa idea iranica sia 
passata, come tante altre di carattere religioso, nel cristianesimo, avendo anche trovato il terreno 
un po' preparato dalle antiche concezioni elleniche. Al di là dell' oceano, creduto una vasta corrente, 
Omero collocava non solo l'Ade, ma anche la terra dei Cimmerii; <• tradizioni consimili vengono 
citate ili altri scrittori greci. Gli stessi racconti di continenti sommersi potevano favorire il ditl'on- 
dersi del concetto orientale. 

(') Si veda il testo in Martin, L' E.vnmrron de Jacques d' Edcssc [Journ. Asiat. st'r. Vili, 
t. XI, 1888, p. -1.3.5). 

('■) Il)ideiii, p. \'u unta. 



— 48 — 

Lo ideo di Giacomo d'Edessa erano senza dubbio ditTuso nello scuoio siriache tioren- 
tissinie di Nisibi e di Edessa; in tal modo {giunsero agli Arabi, e, un po' modificato, 
riapparvero nell'opera dei geografi dal-Ma'miìn. 

Parlando dell'Africa abbiamo veduto che fra Tunisi ed Alessandria era stata 
operata una riduzione della troppo grande distanza tolemaica; una riforma consimile, 
benché men buona, ebbe luogo anche nelle coste settentrionali del Mediterraneo orien- 
tale. In Ispagna il geografo arabo non si scosta dal greco, come bastano a provarlo 
alcune posizioni di città : 



(j adirà (') 




b'IO' 


3Ó"Ó0' 


rdànQic 


5»4U' 


36>'30' 


ìtaliqa UlU^\ 




7"30' 


39"4(y 


'IzCtXlXK 


7»0' 


38»0' 


Isbàlìs (-') 




7"'20' 


37"20' 


"lanieXii 


7°15' 


37OÓ0' 


Qorlobah (•'') 




9"2<»' 


38''2"/ 


KiifiSiiiì^ 


9''20' 


38»50' 


Astùriqi 




O-IO' 


43"30' 


'AaioÌQixa 


9»3U' 


4400' 


Haykal az-zuharah 


V) 


19"3U' 


42" 10' 


'IfQÒv 'Atfqoditifi 


20"20' 


42''20' 



Procedendo nella Gallia abbiamo p. es. 



Noinawsos 
Luiduiiùn (■') 

Nìqiyà (") 



22°5ó'(.*o) 44''15' 

23'*(^)45' 45''0' 

23°{^)45' 44»3U' 



280 lo' 



42''G' 



yiovyàovvov 

Ovuvva 

Nix((i(( 



21 "SO' 43"0' 

23n5' 45''50' 

23O0' 45»0' 

28»0' 42"35' 



ove nulla mostra una vera rirorinu di Toloiiiuo. Ijivece in llulia la longitudine è 
già spostata verso occidente di 1 i o 2 gradi: 



Kùmiyah (^) 
Qùmà (■') 



35°25' 41050' 
37010' 42O0' 



Kovixai 



36''40' 41" 10' 
39020' 41 "lo' 



(1) \yjU. Qodiimali 231, Ibn Rosteh 85, ed al -lì.ittàn i (in IJeininul, Introduction, 
p. CDLXII) scrivono i>j?.->^ Gadirali. 
. (*) Ms. senza punti. 

(') Qort.nlìati, fd 111 f. l.r. (^nr^à^inah (KttQxijduly via), sono i soli nomi di forma araba citati 
in I»pa);na da al-Huwarizmì. 

{*} n nome arabo è la esatta traduzione del greco (« Tempio di Venere "). e rimase anche nei 
geografi arabi posteriori. 

('') Ms. qui (f. 6,v.) e f. 39.r. Ciy^fy^- 

C) Al f. ;i!),v. LJyLj ; le indicazioni che ivi si leppono non lasciano dubbi" che si tr.itti pro- 
prio di (h'ttyt'u (Vienna di Francia). 

C) Ms. senza punti. 

(«) Abù M-fidiV 210, cita per Roma le cifre .30030', 13" (^) 50', come date da u un buwà- 
rizmiano n {i,j^j)^y^ senz'articolo). 

(*) Non so come correggere la latitudine, mancando in quest" casu ogni materiale sicuro di 
confronto. 



— 40 — 
Di qui la correzione aumenta rapidamente : 

Yàder(') BS^ÒO' 44<'30' 'Idóega 4200' 43<'45' 

al-Qostantiniyjah 49''50' 45''0' Bv^dvxiov -SG^O' 4305' 

Così la lunghezza totale del Mediterraneo è più conforme al vero che in Tolomeo; 
però, la riforma essendosi operata per le coste settentrionali solo a partir dall'Italia, 
la differenza fra Koma e Costantinopoli , in Tolomeo 2" i maggiore del vero, in 
al-Huwàrizmì rimase di 2° \ troppo piccola. 

Trattando dell'Asia Minore, notammo che le sue coste settentrionali erano state 
portate troppo a Nord; conseguenza di questo fatto è la troppo elevata latitudine di 
Costantinopoli e delle rive settentrionali del Mar Nero; p. es.: 

Ewfatoriyyà (^) 55''20' 52n0' EvnutoQla 60"45' 47»40' 

Delle isole italiane sono ricordate per nome solo la Corsica (Qumos f. 22,r., 
35,v. e 36,r.; Kvqvoo) e la Sardegna (■'); in quest'ultima noto (f. 5,v.), perchè si 
trova anche nel rasm in Abù '1-fidà' (p. 190), 

Sardàniyah, in un'isola 32''8' 3600' KaqaXXn; 32°30' 36°0' 

Nella longitudine si legge veramente 42°8'; ma il confronto colla descrizione del- 
l'isola e con altre indicazioni sparse qua e là, non lascia dubbio che si tratti d'un 
errore di copia e che al-Huwàrizmì aveva scritto 32''8'. 

Del resto l'orografìa e l'idrografìa europea non presentano novità importanti; i 
nomi stessi si lasciano per lo più riconoscere bene. — Merita di esser notata l'ap- 
parizione della città di Boruàn (in altri geografi anche Borsan) a 40°0', 45°0' (■*), 
che è forse il più antico accenno orientale alla capitale dei Bulgari occupanti allora 
il sud dell'Ungheria e la parte N. della penisola balcanica. 

Rimangono a vedere le regioni nordiche d'Europa. Al f. 22,r. si legge: « Isola 
« di Sqandiyà (ms. bj^.;j^) con una città. Comincia a 42''30', 59''40' ; in forma di 
« qowàrah giunge alla lat. di 59°0', incontra la foce d'un fiume presso 46''0', 59''45' ; 
« in forma di qowàrah passa per 60°30' lat., e torna al luogo d'onde cominciammo, 
« ossia a 42°30', 59°40' ". Si confronti la descrizione dell'isola di ^xarduc in To- 
lomeo II, 11, 34: «Estremità 0. 43<'0', 58»0'; — estremità E. 4600'. 5800'; — 
« estremità N. 44030', 58''30' ; — estremità S. 45''0', 57°40' " . — In alcune isole 



(1) Cioò Zara. Ms. (f. 7,r.) ^'jL> ; f. 17,r. j>l> colla var. yLo. Si noti la posizione longitudinale 
rispetto a Roma, assai migliore che in Tolomeo. 

(«) Ms. (f 8,v.) senza punti; f. 16,v. ^J^/»'- 

(5) Nel ms. f. 22,v., 36,r. sempre ,_y**-=-r^, ila legc^ersi probabilmente ^^j-^ SarJus. Il nome 
greco è ialini, al genitivo XttQiìuvf, l'arabo ò forse derivato da quest'ultimo? (ili altri scrittori 
arabi per indicare la Sardegna usano il nome Sardùiiivali , che in al-Huwàrizmì iiulica la capitale 
(Cagliari). 

C) Rasm in Aboulf. 210, ed I. V. hanno lo stesse cifre. 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. Il Serie .')*, parte I» 7 



— 50 — 
anonimo ricordate allo stesso f. 22,r., è facile riconoscere le 'Ai.ox{at e le Ixavólai 
iHxQcti del geografo alessandrino (II, 11, 32 e 33). — La Danimarca (Chersonesus 
Cirabrica) è ricordata al f. 2G,v., nella tavola doi punti di mezzo delle varie regioni: 
. Territorio di Qimriqi (ms. ^y,j-^ ; hiftSgix,] Xt^aun^aog). isola unita alla terra 
. ferma, 4 IMO', ()0°0' ». 

L'isola di Tiìlì (ms. senza punti; 0o«7»;) ha una descrizione minuziosa nel 
Kilàb xùrat ai-ani (f. 21,v.), ove le sono attribuite dimensioni assai maggiori che 
in Tolomeo. Infatti i limiti estremi sono: 

long. 2(i°20' — 32^20' Tolomeo 2900' — SIMO' 

lat. (J2"0' — 64''40' - 62»40' — 63»40' 

Inoltre al-Huwàrizmi dà particolari affatto nuovi; conosce una città chiamata ^ 
a SO'O', 62045' (f. 8,r. ; al f. 33,r. J^J>\), e descrive il corso d'un fiume percorrente 
l'isola. La fonte di queste notizie mi rimane ignota. 

I lettori d'al-Edrìsi (li. 433) ricordano che nel Mar Tenebroso, a N. della 
Russia, son posto duo isole chiamate Amràynes ('), una aliitata da uomini, l'altra da 
donne; ogni anno gli uomini vanno a passare un mese coU'altro sesso. La favola è 
ripetuta volentieri da autori orientali; essa ricorre in al-Qazwinì (-), ad-l)ima^qì 
(p. 17ij, ove il nome è Irmiyànus), al Hàkuwi {^) ed al-Bekri ('), il quale cita anzi 
a questo proposito la testimonianza d'iliràhim ben Ya'qub, che avrebbe appreso 
queste notizie da Ottone (Hótoh) il Grande, presso cui sera recato in ambasceria 
forse nel 973 (^). Anche Adamo da Brema, nel sec. XI», parla della terra feminarum 
lungo le rive del Baltico. 

Ma è notevole che la leggenda si trova già in al-Huwàrizmì f. 22,r.: " Isola di 
« Amrànùs (ms. qui Amràtiìs) appartenente agli uomini. Comincia a 49''4o' (var. 0'), 
. 64°45' (var. 40'), va a 50°20', 62020', continua a 56"50', 65°20', passa per 54''20', 
i. etJMO', e ritoi-na al luogo donde abbiamo cominciato. — Isola di Ami-àniis abitata 
. dalle donne. Comincia a 50°30', tiPlO', continua a 52°30', Sg'SO', poi a 56"0', 
. 61°20'; in forma di taylasàn giunge a 57°25', 64''40' e ritorna al luogo donde 
.. abbiamo cominciato «. — Ed al f. 44,r. è descritto un fiume dell'isola Amrànus 
(ms. j^ym) delle donne, ed un altro fiume scorrente nell'isola Amninùs (ms. senza 
punti) degli uomini. — Si deve forse leggere ^yl/<' Amazanùs e vedervi una tarda 
rimembranza dello Amazzoni antiche sovrapposta alla leggenda germanica? (")• 

(«) La carta itineraria, riprodotta noW Atlante del Lclewol, purta ^y^j*\ (Ainranyùs ?) 
(») El-Cazwini's Kosmoyraphie hcrausg. von F. Wflstcnfe Id. GOttiiigcn 1847-49, voi. II, 

pag. 408. 

(') Nelle Notice» et Extraits dei mss. de la Bibl. du Roi, t. H. Paris 1789, p. 539, ove ricorda 
la u Città delle donne » inadìnat an-nisa'. 

(*) Bekr!, Notisie mi Russi e sugli Slavi pubblicate in arabo e russo da Kunik e Roscn. 
St. l'etersburp, 1878, p. 37. 

(») Su Ibnililm ben Ya'qùb vedi Jacob, Sludien in arabischen Oeographen. Berlin 1891-92, 
fase. I, p. 10; fase. U, p. 37-42. 

(•) Sull'origine di quest'ultima, per una confusione tra il nome dei Filini Ku'cncn (a N. del 
golfo di Bothnia) e il vocabolo gennanico kiren (=donna), vedi Peschel - Rugo , Gesch. dir 
Erdkunde, 2. Ausg., MUnchen 1878, p. 90. 



— 51 — 

X. 

Conclusione. 

Da quest'analisi non è difficile formarsi un giudizio sull'opera d'al-Huwùrizmì. 
Essa non' è un'imitazione servile del modello greco, ma un'elaborazione dei materiali 
tolemaici fatta con molta indipendenza, anzi con una indipendenza che non avremmo 
forse sospettato a quei tempi in cui gli Arabi moveauo il loro primo passo nelle 
scienze geografiche, od in cui il nome di Tolomeo appariva cinto da un'aureola quasi 
miracolosa. In Em-opa, fin che si trattò di rappresentazioni generali della terra, 
l'emancipazione dal geografo greco fu assai lunga e laboriosa; onde si ebbe il curioso 
spettacolo di carte nautiche eccellenti accanto a mappamondi di forme mostruoso. 

Naturalmente nell'opera araba le incertezze non mancano; la fusione armonica 
tra gli elementi antichi e le informazioni nuove non si verifica sempre, e cosi nascono 
le sconcordanze notate nell' Africa del Nord presso Tunisi, e nelF altopiano iranico 
orientale. Talora anzi dobbiamo meravigliarci che Tolomeo abbia avuto tanta forza 
da far mantenere p. es. anche nel libro arabo la strana posizione di Balh (Bactra) 
rispetto alle altre località della Transoxiana. Le correzioni stesse non sempre furono 
felici, come nelle coste troppo inclinate della Siria, e in quelle del Mar Nero spinto 
tanto a Nord. 

Ma d'altro canto non bisogna tacere che miglioramenti ci furono, e di notevole 
importanza. Non li enumererò qui avendo già avuto occasione di ricordarli man mano 
che si presentavano; noterò solo come l'ardita ed eccellente riduzione di 9 gradi nella 
lunghezza tolemaica del Mediterraneo abbia prodotto benefici effetti su tutte le regioni 
poste ad oriente di esso, effetti che sarebbero stati ancora migliori se si avesse osato 
ridurre anche la esagerata lunghezza della Gedi-osia nella yfOìYQaqtxrj vtprjyrjaig. 
L'Egitto, la Siria, la Mesopotamia, la Persia, la Transoxiana rivelano un lavoro quasi 
del tutto indipendente dalla cartografia greca; e tra le novità più importanti pos- 
siamo ricordare la prima comparsa del lago Arai, coi suoi due affluenti, nei trattati 
di geografia generale. Nella Cina, nelle isole dell'Arcipelago malese, nella stessa Se- 
rendìb (Ceylon) è facile riconoscere le notizie portate dai marinai del golfo Persico; 
a quella guisa che le carovane traversanti l'Asia centrale hanno lasciato traccio nel 
lavoro di al-Huwàrizmì. L'interno dell'Africa segna pure un progresso; e se la rap- 
presentazione del Nilo superiore non è forse che un ampliamento fittizio dell' idea 
tolemaica, ispirato al desiderio di simmetria perfetta, non bisogna dimenticare i nuovi 
nomi che compaiono ad attestare relazioni dirette coli' interno, ed il tentativo di ripro- 
durre l'idrografia del Sal.irà' a S. dell'Algeria meglio di quanto avesse potuto fare 
Tolomeo. 

Un concetto cristiano, d'origine forse iranica, combinato colla teoria della sferi- 
cità terrestre ha fatto sorgere un continente tra l'Europa occidentale e l'Asia orien- 
tale (cfr. pagina 47) ; come un altro continente unito all'estremo nord coli' Europa 
viene a rappresentare per un caso fortunato l' esistenza delle terre polari artiche. 



— 52 — 

11 grande spostamento avvenuto nelle longitudini dell'Asia centrale (si cfr. per es. 
Hauàkit, capoluogo del territorio di as-éàs, col suo corrispondente tolemaico A(- 
Oirog Tii^yuc), e per conseguenza anche nella Serica degli anticlii, ha riparato con 
buon esito all'errore dei Greci, ed ha permesso di relegar, senza danno per gli altri, 
nell'estremo N.-E. dell'Asia, il leggendario paese di Gog e Magog, che già nel 
IP sec. d. Cr. dal Pseudo-Callistene è posto iu relazione colla gran muraglia cinese e 
colle imprese d'Alessandro. — Le ampliate cognizioni intorno alla misteriosa Tuie, 
e la leggenda appena abbozzata delle due isole Amrànùs a N. dell' Europa, abitate 
una da donne, l'altra da uomiui, sono forse i primi frutti delle relazioni commerciali 
iniziatesi fra gli Arabi e le coste del Baltico, relazioni che raggiungeranno il loro 
massimo sviluppo nel secolo seguente. 

L'opera geogratìca fatta compiere da al-Ma'mim, ebbe senza dubbio molta impor- 
tanza per i lavori posteriori. Certe posizioni fissate nel Kildb xiirat al-anl non ebbero 
più rimaneggiamenti sensibili; nel X sec. al-Mas'ùdì vanta l'eccellenza di quelle 
carte, e pochi anni dopo l'astronomo Ibn Yimus (o direttamente o per mezzo d'altri 
scritti) vi attinge buona parte delle sue tavole geografiche; verso il llóu lo spa- 
gnuolo az-Zohrì basa la sua geografia su quella d'un al-Qomàrì (cfr. pag. 13, nota 5) 
che a sua volta era fondata sull'opera al-ma'mùniana; ed ancora nella prima metà 
del sec. XIV, Abiì 'l-fidà', accanto alle cifre d'un al-Birùni o del Ki/dò al-ativàl 
crede bene di citare molte posizioni determinate dal vecchio rasm. 

Ed anche in altro modo si manifesta l'azione d'al-Huwàrizmì. Quegli Pseudo- 
Tolomei arabi, che da vari indizi possiamo arguire esistessero in tempi non molto po- 
steriori ad al-Ma'mùn. sembrano essere un nuovo tentativo di fusione tra il Kitùb xurat 
(il-(ird e la ytoy/gacfixi] {'(fiji^atc, simile a quello tentato da al-Battiinì. Le cifre di 
latitudini e longitudini conservate qua e là da Yàqùt come tolte da Tolomeo, sono 
la prova sicura di quanto diciamo; ed altra prova non meno importante ci è offerta 
da al-Edrisì. Nella sua prefazione (') il geografo di re Ruggero cita tra le proprie 
fonti anche Tolomeo al-Aqlii'li; ma è un Tolomeo speciale, che nel mar Tenebroso 
conosce 27000 isole abitate e deserte (-), e che fissa la latitudine e la longitudine 
di Gog e di Magog (^). Se si considerano ora le osservazioni che ho dovuto fare più 
volte intorno a certi rapporti fra al-Huwarizmì ed al-Edrisì, per cui il testo di que- 
st'ultimo veniva chiarito e corretto ('), non può rimaner dubbio che il Tolomeo edrì- 
siano fosse un Tolomeo rifatto con l'aiuto dell'opera al-ma'mùniana. 

Un'ultima conseguenza importante si può trarre dal libro sin qui esaminato. 
Alcuni storici della Geografia hanno espresso intorno alle carte arabe giudizi molto 
severi, tanto che il Kichthofen (^) le accusa a dirittura di non conoscere nemmeno 

(') n testo arabo si pu{> vedere ia Amari, Biblioteca arabo-sicula. Lipsia 1855-57, p. 14 sgg. 
e nell'opera L'Italia descritta nel libro di re Ruggero compilata da Ed risi, testo arabo con ver- 
sione e noto di M. Amari e C. Schiaparelli. Roma 1883. 

(«) Al-Edrisì, I, 202. 

O Al-EdrJsi, n, 421. 

(♦) Si vedano specialmente la descrizione di ScrendSb e le pagg. 27, nota 2; 38, nota 7; 44, 
nota 5; inoltre lo papi;. 30, nota 1; 42, nota 4 o 5; 43, nota 1, ecc. 

(5) Kichthofen, China. Berlin 1877-83, voi. I, p. 629. 



— 53 — 

meridiani e paralleli, e di costituire un regresso molto notevole rispetto agli antichi. 
Ma i critici hanno preso qui un grosso abbaglio, considerando come modelli della 
cartografia araba le figure miniate che esistono p. es. in alcuni manoscritti d'al-Istahri 
e d'al-Muqaddasì. In quelle rappresentazioni multicolori abbiamo l'opera di tardi 
copisti, i quali, non curanti delia parte geografica, peusavan solo a render più ele- 
gante il manoscritto con pagine dipinte a vari colori; appunto come certi codici del- 
l'opera d'al-Qazwìni, conservati a Berlino ed a Monaco, raffigurano in modo del tutto 
fantastico gli animali che il testo descrive con cura. Del resto uno sguardo aUe tre 
carte miniate accompagnanti il ms. d'al-Huwàrizmi basta per convincere che in esse 
abbiamo il lavoro individuale d'un pittore, il quale non si preoccupa neppure del 
testo che deve illustrare. Ed a tutti è noto che le carte itinerarie accompagnanti i 
codici bodleiani e parigini (ms. Asselin) dell'opera edrìsiana, non solo differiscono 
molto fra loro, ma hanno ben poca relazione col planisfero costrutto pel re siciliano. 
Ora io domando come mai al-Huwàrizmì avrebbe potuto con tanta cura indicare se- 
condo la carta eseguita per al-Ma'mùn le coordinate geografiche della città, dei punti 
estremi dei monti, di tutti i luoghi importanti nel corso dei fiumi e delle coste 
marine, se quella carta medesima non fosse stata costruita con ogni cura, segnando 
tanto i meridiani che i paralleli. Cosa sarebbe mai riuscita l'opera di Tolomeo s'egli 
avesse avuto dinanzi a sé la famosa carta peutingeriana? Solo una costruzione ba- 
sata su principii matematici poteva dar origine ad un libro come quello d'al-Huwà- 
rizmì; e solo carte eseguite con regole scientifiche possono spiegare la lunga serie di 
cifre ben coordinate fra loro che molto piìi tardi ci danno al-Bìrùnì e l'anonimo 
autore del Kiiàb al-atwàl. In altre parole non bisogna confondere le rozze figm-e aventi 
uno scopo puramente pratico od estetico (e per ciò appunto giunte sino a noi), colle 
rappresentazioni accurate ad uso esclusivo dei dotti; allo stesso modo che sarebbe 
puerile giudicar le carte di Tolomeo dalle labalae pictae che servivano ad uso degli 
impiegati dello Stato romano. 

Nel porre termine all'esame sommario del più antico monumento geografico degli 
Arabi, di questo monumento del quale nessuna nazione europea potrebbe vantare 
l'eguale nel periodo dei primi suoi passi nella scienza, io m'auguro che una lieta 
fortuna faccia presto rinvenire un altro buon manoscritto del Libro della figura della 
Terra, onde si possa pensare a farne un'edizione completa, la quale ci soddisfi in 
ogni punto. 



— R4 



Il « Gadla 'Aragàwì >. 

Memoria del Socio IGNAZIO GUIDI 

letta ìiella seduta del 21 giugno 1891. 



Della vita di Za-Mìkù'él Aragàwì, uuo dui celebri • nove Santi » di Abissinia, 
anzi il primo fra essi, sono assai rari i manoscritti nelle biblioteche pubbliche di 
Europa. Secondo i cataloghi che si hanno a stampa, se ne conoscono due mss., e 
questi nella più ricca collezione, cioè nel British Museum ('). Per un caso strano, in 
Roma, dove così scarsi sono i codici etiopici, si conservano, nel Museo Borgiano, altri 
duo mss. di quella vita, buoni ambedue e generalmente corretti. 

Chi abbia scritto questa vita e in qual tempo s'ignora; I" autore* sembra dire 
che il fondo almeno della narrazione risale agli stessi discepoli immediati di Ara- 
gàwì, come si danno analoghe origini ad altre vite (-). Senonchè fin dal principio si 

narra che a Za-Mikùél fu posto nome ^'flAA » "^t\.ì[\ vale a dire l'arabo j. ^ 

g--.^l; altrove occorrono nomi in forma araba, come 'J'rtT'JT'JJP. C7*S- '• del niese 
di Teqemt è data la corrispondenza con « Tasrin » ^„^-^. Anobe la l'orma hCftft')?' 
con «, del nome Horsisius (gtop-C6-HC6 * Oro tìglio di Iside «) potrebbe nascere 
da scambi facili nella scrittura araba. L' introduzione poi è in una specie di prosa 
rimata o vb^ che difficilmente è antica, sebbene questa introduzione potrebbe credersi 
aggiunta posteriormente (-^ì. Quanto al breve accenno che occorre di chiliasmo, esso 
sembra derivare direttamente dal noto passo dell'Apocalisse. 

(') Il XLVI e il CCI.XXXV; cfr. i Catalophi del Dillmann pap. 50 e del Wripht p. 188. 

(•) Cf. Pereira, Vida do Alba Samuel, 83. Secondo i codici di Roma (v. appresso pag. 57, 
col. I, lin. 8-9), l'aatore sarebbe nientemeno che Y&rèd, il famoso inventore del canto, ma son per- 
suaso che debba Iffirersi IIW.IÌ : nX^•l,•5^ll• " qualcosa di simili', .illudendosi alle strofe del Deggud 
(14 di Teqemt): V;'U. : HflD- : A<'.:)'1.' : /«Il ilin> : XK* = (D'IC : Il"l->M;or ecc. Il Deggud passa per es- 
ser tutto opera di Yàréd. 

(') Nell'introduzione trovasi anche la parola •^AO^^J4•: orbene •t'A«nj_.^ e pi. •t-Aim.'^ è, se non 

•.. 
erro, parola non antica, e deriva direttamente dall'arabo >« » b fpr. talmld) pi. > — y*^ ("o" li* 

j(T^'7,-l. I ; .v^S l) ; un'altra voce certo non antica ò il ^a : \^^ (j'Afn.) che occorre verso latine 
del tosto. Nelle rime di codesto introduzioni fcho lepponsi, p. es., nelle croniche pubblicate dal l'e- 
reira, dal Perruclion, nelle vite di Taklu ilayni:in<*it ecc.) si ripnarda solo all'ultima consonante, 
qualunque sia la vocile precedente. Come la rima della poesia araba sulla poesia siriaca, così il 5f^ 
delle prefazioni arabe sembra aver influito su queste introduzioni abissine. Non tacerò poi che il 
nostro Gadla 'Arag., nel norerare ì successori di Za-MikiVd, si arresta a Za-Iyasus successore di Abbù 
Yfihanl ; qaeiti i! il Vn" abbate dì Dabra Dùmmo dopo Za-Mik&'/!>1, e quindi la sua età può assegnarsi 



— 55 — 

Può quindi credersi che il Gadla 'Aragàwi sia del secondo periodo della lette- 
ratura etiopica, ma per quanto conosco, non si può addurre alcuna prova che esso sia 
una semplice traduzione o parafrasi di alcun testo ai'abo. Anzi nella prolissa vita di 
s. Pacomio pubblicata dall'Amélineau (') non si fa cenno di Za-Mìkà'él e de' com- 
pagni, quantunque discepoli di s. Pacomio. Ed invero nulla fa sospettare l' origine 
straniera di questa vita di Za-Mikà'él, la quale in moltissima parte si riferisce a 
luoghi e cose puramente abissine, e (come suole essere di simili leggende) è desti- 
nata a magnificare il convento di Dabra Dàmmo, non meno dello stesso Za-Mikà'él; 
non voglio però dire con questo che molti brani e leggende di mii-acoli ecc. non siano 
imitati (forse mediatamente) da libri stranieri. Dallo stile in generale e da alcuni 
luoghi in particolare scorgesi che questa vita è un' omelia, come tante altre consimili 
della letteratura orientale cristiana e dell'etiopica in ispecie, per la commemorazione 
solenne nella festa del santo, e tahmi periodi sono affatto omiletici, se pure non ri- 
tengasi esser ciò semplicemente una forma retorica della narrazione. 

Del Gadla 'Aragàwi ha detto il compianto Dillmann (-), che " praeter fabu- 
las manifestas multas quoque traditiones ex Aethiopum historia non contemnendas con- 
tinet » . Certo non pochi tratti che sono, come spesso avviene in queste leggende, 
imitazioni della s. Scrittura, di apocrifi e di leggende agiografiche, non hanno alcun 
valore storico, ma io confido che per gli studiosi delle cose abissine, la pubblicazione 
del Gadla 'Aragàwi non mancherà d'importanza e per il contenuto e per la lingua. 

Per condurre la mia edizione mi sono servito dei quattro codici che ho menzio- 
nato in principio (^). Essi stanno fra loro in relazione diversa, poiché i due codici di 
Londra e il cod. del Museo Borgiano segnato L, V, 12 appartengono ad una famiglia, e 
l'altro del detto Museo, segnato L. V, 13 ad altra famiglia distinta e spesso molto diversa : 
ma talvolta i codici romani hanno lezioni comuni un poco ditt'erenti da quelle dei codici 
di Londra. In tal condizione di cose non sarebbe possibile costituire un unico testo : 
io ho seguito la lezione del primo gruppo del quale avea tre codici, ed ho segnato 
in nota le varianti, talvolta migliori, di L, V, 13 che sembra essere del XVI sec, e 
la cui lezione avrei messo a fondamento dell' edizione, se avessi avuto almeno un altro 
codice di quella famiglia. In tal guisa lo studioso potrà avere sotto gli occhi le due 
forme principali nelle quali ci è pervenuto questo testo. Ho segnato anche talune 
varianti speciali dei codici di Londra, che mi parevano aver qualche importanza; del 

air Vili sec. incirca. Ma Abbà Yòhanl è contemporaneo di Takla HàymànSt, cioè del famoso monaco, 
della cui vita hannosi più esemplari, e che sarebbe stata scritta nel 1042 (cf. Dillmann, Cat. Br. 
Mus. 49-50, ove dìod+ : "rMl è l'èra della Creazione, detta « èra della condanna n, perchè per il pec- 
cato di Adamo , V umanità fu tosto condannata, ed è l'opposto di tftoo-f : qo^hi,^ cioè 1' èra della 
Redenzione). Senonchè le croniche abissine fanno Takla Hàym. (che si ritiene essere una stessa persona 
con quella di cui parliamo) contemporaneo di Yekunò Amlàk, quantunriue e il Senkessàr e le dette 
vite nulla dicano delle sue relazioni con questo re. Finché tutto ciò non sia ben chiarito, non sembra 
potersi trovare indizio sicuro sull'età del Gadla'' Arag., nell' arrestarsi che esso fa alla menzione di 
Za-Iyasus. 

(') Monuments pour servir à Vhistoire de VÉgypte Chrét. ecc. (Ann. du Mus. Guimet, XVU). 

(»} Catal. Br. AIus. pag. 50. 

(3) I due codici di Londra sono stati diligentissimamente collazionati i)ur me dal prof. C. Be- 
zold al quale rendo qui vivo grazie por il prezioso aiuto prestatomi. 



— sa- 
reste l'uno di questi, il CCLXXXV, oltre all'essere in disordine, ha talvolta strane 
lezioni erronee. Avverto poi che tutte le varianti di ciascun codice non menzionate 
nulle note critiche a piò di pagina, saranno da me trascritte sopra un esemplare di 
quest'edizione, che depositerò nella Biblioteca della nostra Accademia. 

Quanto all' ortografia, dirò che, in alcune parole, ho conservato la scrittura dei 
mss. quando corrispondo all'uso costante dei buoni codici, e non deriva da negligenza 
ignoranza dell'amanuense, come sarebbe Vh9°C per ^Ì\9"C (sapere): flOÌ* 
eaoerna (per distinguerlo da fl/i'ì' ingresso) ecc., quantunque teoricamente e sotto 
il riguardo dulia filologia comparata, l'altra scrittura sarebbe preferibile. 

In fine ho aggiunto un esteso sommario analitico; in esso ho tradotto letteral- 
mente e per intiero tutti quei luoghi del Gadla 'Aragàwi che si riferiscono diretta- 
mente alla storia di Abissinia. 



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M- ■■ Vrfì ■■ f\òt\ •■ f^.fì/. •■ XY'J ' OR 
A'7..P.- :•• ftl; : VnAnA •• H/t,A''7.P.- « 



1,1 =I!r Mu«. XLVI. - L2 = Iir. Miis. CCCXXXV. - R 1 = Mus. Horn. L. V, 12. 

R2 = Mtis. Horg. L. V. 13. 

«) R2 e 1. 1 V-A'>A'h : (DUUù — '') I! 1 vutì^ìi. — ') Tutta queit'invoCMionc al Figlio (col. 
I, 1.') II, 10) manca in 1(2. — -«j 1! 1 e 2 oiii. 



— 57 — 

P ■ A-nod : flJA^sft : -nrifi. • ìxi\\.h ne ■■ hot-no : "hiìo^ ■■ ^^l»"'^^^rt- : ,mx- • 



A^.'lp-A"^ = n<""PdA •• oD-ì-q^-p-. Al 

UÀ- • 9"rirt.V = A'JAO»- •■ 'JA'r : K'^'J :: 



-fl : 5in-c •• An-v = H'TL>i>i.A • hri??" 

fl»-?iM : ^fl>-Tft ' ■• -Ttn : UA° • AH • ^ 



Aft-|: : h'^'ìi/^'ì' ■■ cr " tìt^ : ha- 'XP •■ hnh ■ x^'T.'»' ' -in ' Kn ■• A 

nìUh-nth.C • flJfflA^. : efl>-A-ft : A 6 : ft I^C = AdA.ih •• flJ^.n.A- ■• nh'J'l- ! 9° 



'H^I<- • hn-> : fflffDìT'UO ' ••• (OÌiOO-ii : rt 






n-fl • ai{\é.6o • ^«711 h-n^h-c ' tD-ji^u «»^^/»'.irt : Hnì'".^'C •• -Tia^ ■ «D-h* « 



") R 2 i%" : HO)-" : Htm". — '')h\ HR-flC. Tj 2 om. (v. pag. 54, nota 2). — ") In R 1 gofiA : 
(DAR,: Hoqr.ygn, ma il nomo ì; sostituito ad altro cancellato; in R 2 il nome è cancelhito. 1, 1 ha: 
n^l^ : aD|ì4»A, L2 (DA.V. : n-finA-A. Ho sostituito qui e in seguito groiìA.l " ll^A ■• Vlt:i1l:V» inni,- 
suole scriversi dafjli amanuensi, quando il libro non è destinato per alcun pcissessore in ]iarticoIare. 
— "*) K 2 afiff. 1IIÌ"".V.(J) : 'A-ll.VX.ll- : '/\^.•^'«. — ') Così i 1 mss. (forse PCD-Vfl | i'corfsl ?) ; notisi anche 
il f'l.yVi per •V•^y.(\. — 1^2 X/'.,ÌM''n. — ») R2 'f/Sgo-r. — '') R2 ao(^.>.v^ : >,l|l : .V.llA : X 

<«.*«• — ') R 2 nXK'eln : ^Jtiì'ì-. 

Cl.ASSK ui SCIENZE MORALI ecc. — Memohie — Voi. II Serie .j*, parte 1* 8 



— 58 — 



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— 59 — 

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0^ • JiAnrt • 9"'>w-ft'i" = iDf\^M • AdA. 'TLft : ■t-ha^'i ■■ n^Th'i" = H-A- : ^1 ini: : 

If flO- : flJrtffDp.0iH : ^,rt<^'|:iro»- : HA Ah ■■ h(Dfii^? ■ OJ^ILV ! CDéM- = ^"J 

A 6 6 : fl)vn4- : 'ifl-^i = X h-'HP' ■ 9"iìt\ ■ d.iì- ■ ^^iìl' - hlW • ìHh+Vf. = Ahi 

aD>r[)Ca^- • hd '• ^ìi-'Xh ' -nfr'V : "J ||.K-flrh.C = hao { (De •■ A'7'J0-> ' Ali 

ao^'ì' : Ji-JH ' ^'V<w«<- • 1-fl^ •■ 9^1 1/. ■ X-Cd ! (ÌÙ^oo : h^H.h'Ilrh.C I R 

W-ftT • (O/^CO-Ì- ■• 'T^nC • n-nH"^ •■ A-I: s aUìdìì-U • atr^h^.-ì- ■ M'"Ah- : 

j\'^ : fl)'V;ju : tthcrr • (Dtt'i'òi/*' AKn-> ■ ^tì-'n.tì • Kn = tf^ijnìi- .• p u 

1- s flJ^i'Klì-f- = Chh ■••■ fl>^n.AP ■• AK A- •• rftA.V ' : MhoB : «JAì»" ' h'^Vi '- 



n-> •• * Sft • H'^.Jlh.A : 'fld'J'J : Ah ' 
Hh'JhV = ODCih • -in : H-l: : «PT-V ' h«» : 
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nn- ! tD9"3fi<. : A-}» ■■ jh-ft •■ (D-wìr • 
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©•/' : A'I.JP.^(?ft : fl'A «J. •• fflK'Vll : X' 
rM" : fl)^.(l.A" ! hÒÒ9"ì'V •■ tOxOO : ^ 

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^U*: V-tlT : llì-fbAl.. — '^) V. paf,'. 57, iKita e. — «) K2 (DXgD\^'t*'„l> : <!.ri.V.tJ)ii«- : Al) : At". — 
L 1 (DAAcrLlìHT (?), L 2 (DAI : Acrtllm. - ») R 2 om. — ») R 2 -f : A'I : iklhoniì : (D 
dR4K- — ') R2 TA'B. — *) R2 om. — ') R 1 om. 



— 60 — 

',:.).,r'^- : nn.f.v/.ir/n.- : h',W'r.'tf»- = nu'i/sh ■■ Mitiu ■■ hcM>, •■ is^h ••• ai 

/»•> : 1>"'VI1<- : r/»'/(l<- • Wl/. • M>t'/* •■ «f- : •n<>A •• ««l'in/. : IHhC •• U/.JìO : U 

fluij^ A -ì- •• nii'«' •■ yf\'ry,. ■■■■■ mhru •■ &. ■■ wy:\\u» ■. hrcix'ì'i- ■■ vr-ì- ••• m 
•ì- ' if.v : r"A>; : <"vh:j" = n>i'>'/:^y = a = n?i'>/- •• r-}-!- • ^/»>;^>iii. •• hhr^ ••• 



i: •■ m ■■ M"V ■■ hlì'f" •■ /vf.ATVl- : ?» 

r>.v ■■ i\hìì- ■■ )n:M{] ■■ w.i'.n.A" •• 
,/i.r: •■ n>i'>-/:Mi • rn.f.n,A" • A^^ = 



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tn»- .• ul-tt, ■ ht\ntì •■ ^Aiirt : r"ì)i- 
ti',' ■•■ initth : Vini •■ fl»H(V •• fihf] •■ l: 

9'y:c:tì ■ aìhé\nfì'i* •• hé\nfi •■ rititì 

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J".P.r.7l • ìxt\"« ■ y-M'M ■ K1/.-Ì- •• +^. 



A • •> Sfl : fl»A''ll.A?' •• A?»"/!!.?!* : VP = muti': ■■ aih'iU : A^n •• Ì^Vf"Y.ft : JiA 

?i'nj • «^^•V/.'Jl>. •• e'V"i*-h ' (oy. nil- :>i<n>: y»}r.ì' : Ah:^ì- ' aìy.hl: « 

+fl>-fl». : ^f,:^ : flie,n.A"««»- : >i";il.?»V : '""hi •■ ^rt/:-ì- •• r-Mi^-ì- : hn.Ì > h"! 

f^^'tì'tì ■■ >iA : '/»•/• : ìxa^l'ì- •• hrK' •• Oh : OI^Mlfl : tlj-l' : h'P'l ■ AflU*:^ > ' 

aìhuy-v ■ aì^yiv ■ H?i'>nA : ui-n ^/">»i0^..eì- - mA^-Jh = h/.P'P. ■ d./.- 

/. : d.^F- • AMi-e ! ìifìòiy-l- ■■ f»n */. ^ >»"?ii.Miwh.(: ^ i/rt»»- : ^Tr;ft •■ -t 

>i'>/1l : ^,^.yiA : ,h'iy. •■■■ fliAMlì" ■ '/" • h'/» •• f WllD-Jt") : /{hl'-l' •■ ìytì*"' ■ (W 

?!'"'•>. : >i.e.v •• \i\\ •■ ì-fiA : ii/hc •• n.-n ! fl»'^?»i'"c: •• fl>-?i'i-- - «»?i'/nn = ?»y" 

haì'/.-'i : fl>Ji(nn-h : nhTnlv ■■ a*- -■ ^-Vl.- •■ hay- •■ M"h-ìi"l'iAr'^- •• y- 

Aj?.f ! }x'r\iiMì-h •■ tt)x''ìu,h-tt,h.i: •• 'P. •••• aih''ìu- ■■ y-ìxtii. ■ ìx^:': > >»'^ = /i 



") L 1 e 2 —e, In R 1 postcriorm. è stato agfriunto — (p. — ') R 2 rtoq.<%. — ') R 3 Xqo": 
K : ^^" : »Uk - '') R 2 om. - •) R 2 Aq.*^. : Af". - '■) L 1 e 2 ncm" (Mt. 12, 47, Mr. 3, si. — 
») R 1 apk,'. (DrtùA-l-. — ») R 1 e L2 h". - *) R 2 AKji- — *) R 1 AQ.- — ') K 2 Xo"Ct>l-l-. 
- -} 1, 1 e 2 XaoA. - ••) R2 e L 1 agg. ni;r. - •) R 1 — v;.!)-. 



— 61 

n*) ' H'7.h^.<^ " •■ vn^l- • Mìì ■■ ì-l-"7. 
rtre : h<:.'»'e = vn<: •• h^^if ■.: n ■ 

«n» : ^.-ThA^h ■ Ad.'!" •■ "Y'^nc • fflO 

twìr*o<- •••• fl)Au+ : njii'" ■ fflnxrt-ì- 

h9°ìi ■ '\'9°Vd. •■ A^•ì^l^ ? fflVn4- ' -Ir 
(Uh : Ahn-> •• 'bìP^'C?^ ' «nniV • z"/ 
tfn-l- ••■• tDM"i{\ ■ M ■ ^fith^ ■ ììat-h 

-fi •■ l&'n ■■ KOif ■■ 9"fìà.iraO' :: mh9" 
lì •■ -IlAP •• ììoo'j ^'n-fìh- •' Ohtì-Ì' ■■ 01 
Ca^ : (D-l-rtThA- •• 9°tì/{ • htt'irao- : b 

{PJtCTft : tDiP-ftA ! M ■ hCÙ.Ìì'ì^ '' ' 

a)9"ììfi • W-rt°fl»' • l'^n/. ' ^■%fi'ì ' •■ 

-v^flì ! <n"PM • nody- ■■ '1-pv ■■ (on 

«n^- : ■ì-h9"i''ì' • OÌOD'ìYìi.'ì' :: ©«^T 

<p : A«i^ ■■ t^9°y ■• -in s y^<T?ì- •• e 

on- : ^fìAl " atlìòfì •■ fl9"0' ■ fli/-hn- • 



ve •■ AW-A- •■ *A •• yj^-^vs"-!- : >»ft</» ' 

ih9"c ■ (Dò4i9° ■ iiA.Tu- = hóy.i-i: 
U-y, •■ C-Po ■■ y'ì,R'à' • a)f.éL^y: : WA- • 

rtn?» •■ ^'ìtf»^,Ti ' = h-J-thii- • 'PS"i' ' 

w-A- : ^'i.A. ' ••■ (D'V,y:d, : An- ■ nv* 

y.h± ' UIC :;■ 
(Dhriì ■ mh ■ nA,A.-l- •• hian ■■ e 

?i9"I^ ■■ fi-nh •■ 9"flA ■ e hCfiKo- ■■ h'i 
il • ?.ooc,u : 4'-S.rt ! "IJi/bA : aiy,?,af 

a • nhv<i.y- •■ fflh-nKvn = s^m-v ' o 
IL •■ hhrt-r : -in • uAm. • '}7-/*' ■• fli 
AAft « fl»c?»f = w-A" •• v-n<j. • f*'co^ ■ 
(Dhn^ ■ A^h-t •■ oic ■ ìxi'\' •■ hr 
vi- = HJt-jnA ' rh'Pc^ì- ' flJTflvv •■ i-n 
h ■ A(?9"^ = ìxrsf:'^^ • vn<: = 'ì'Jm • 

<n"PdA : flJH.JìP<^ ' AK'1f^i> ' fflVT 
C?£n>- : •fi-tir : HC>ie • n^dje.'H:!)' •■ h-h 
V,ìhX ■ /in ! rt9"0- • *?ii'°.*A : hi-iì- "' ' 

-ìd.r'ih. •■ odv ■■ v/^'h • ffl'inuA- ' 
nn^T-fcif <»»- •• 'jrh-c • 'ihx'i'i. = -in •• ^ 



■^ K 2 e L 2 7^^,•^'^■ — >>) 112 e h2 XV. — ") L 1 e 2 •nih'S. — <*) L 1 — lìf: :T (sic), L 2 
_f^B^. _ «) E2 e L 1 om. — ') R 2 u" : C". — ") R 2 ^a : H./MÌ-. L 1 — -H, L 2 — ^. — ") R 2 
ji+ODUC- — *) R 2 (D. — *) R 2 ;igg. Tnoo : AguATì-. - ') R 2 agg. ^X•;^ì^'. — "•) R 2 Xijb^A- 



— 62 — 

)ìr.Mfì •■■■ oiintih' •■ 'iWivV •■ Tfìfy ■■ i'. V ■■ ""/.<'. ■■ in}M\"'ì-9' •■ Ah'lU.hihlu 

^.i>-ftao- : (l^'r{ì^ •■ :i-pftn'- : oìTh i: ■■ hìu •• s^.-nn- •■ nti*hì- •■ Ah = >»"/ii. 

Mura»- : (lìTM ■■ 'ny}\,l,ti'.-\n,'at*. ■. ai HMjJ : >,n^A'/. : (r>.<-ì-Jl ■•■ U'ÒiV/ > 

1/. •■ Mìfì'r ■■ Txiu •■ y.o"i:,i^<^- •■ MI- lU'tìì' •■ III* ■ •i'm.i •• h,h'\% •• "^nv. « 

> « H'^.Jl^.A : niU/» •• hh""/. •■ •l'>'i"V. ! hlW •■ y-0'""i- ■ }^A"-|- ■•■■ '>7/»'5r s ai 

'i.'r.i- : -^(1 : ut\uK ■■ l'ir' •■ inMtì •••• ^An •■ evJu:?'*^- •• <^n : i:h\'- •• /^v ' x- 

/*''h » fl^^v■'^(:?'<^• = <f..p.'{-^. •• iwi »i : .•«'a-*^- •■■• «'VfK- = >»'>ii = ji'i'fK- » 

•1- ' ■/,e.''7'r-f-0»- : ai/»'V 5 X'JP,'**^ ••"• ■l'>\9"/.'-ì' • in(ro'i\i/..'l' : fllr/nA^Vl'l- « 

OJjlV : 0^fo°- : A>lO» '>|- •• 4"'/.A'> : Il fì'^If. = «JÌV, : ^./h.U^X J"*^' = OìTil 

■yrt\ ■■ "/'«•■»• •• tm'}''}^'']: : AhA*} ||.?iV : aUfo?:'VO • ^.'ÌV.^p-ff»- = Oth, 

"V,>5 • WA^. : AA'ÌA'-n : Hfl>*?l'|- ' fìi^T : fl»ÌV. : rhm-il'fo»- : OO-;}-^ i 

A.p.Ti ' "JT-/** : hrh'fìi:'/ ■• ("hx-ri/ii « jpv/"h. •■ aìhti • Arx* = .evxM.. •• m^ 

-ÌH.I*- •• f{^'tì,ix'> •• cr? • ìxtì"" •■ jp<«. n}4A-f<n>- : mn = h'j^i.W'^' •■ >iA •• ^ 

^CJ" : ««.P.-i-^. : fl»4'<nff^ : O^M- • Il VAfr = ^Jfl'O/. = fl'H ■• >iA ! ì\é.t>r •• n<1» 

/*'p : m\un>?, : f/o-}-;/»'!- : >fA -o»- •• /. • ("0 •• >»A •• IIC?»?' • MiVS?- •• nj-ZU ■• 

(»(HA?. : >i'V|: •• AMl-V = ll"V.>ih.A : «"ll'/.ll. •• rtCh = h/.C?' = Mi.^-<"»- : 

lìoì'M: •■ hiVì ■■ ^.A/h* ••• oi'ì'ir'h •■ ^..i\ •• òo ■• nói: ■■ oìfi : ?»A : Mia- : 

Òl].'/ ■■ nA.A.-ì- ■■ >i'/'.f, "ì/. : V7I*' = % 'i òo •• ^a>-AA : 117.11. •• VIU ' flMlt.A • 

iw-ì' : ttìu: •■ ^•^1C^I.A = nhVif.D- = «»^ Aii.-/ = >»i>> = «iLv •• òo •■ flu'-nrt : o» 

'fl}\ M' : i;?/. = Mìfi-r •• rnv'/ : -vn •• o nxj. •■ ak'>'«u1i •• 'Ui. •■ rtch = ««n • 

Atn. : 'Ì'SA'} : ì'PlU^ao. : (17.11. : jìA ?iA : lì'l:.<' •• '^f • (1'"»'^^ = O'^.'/'ll 

•Jì- : H''"'JAÌ- •: <»<^n •• Oi**.}" : l'd. Ò(0 ■ "IV- : WO : }xfì : iTiìì' ■■ h^ 

/»'H». '■ luìfìoo»- •• IIIU'-V'/:»'""' = O) %i)'a»- •■ n>iy. : t^f\}\Yì1' ! fflO : >lA 



•) 1, 1 (e 2) <l»^ri*". — ') L 2 — K. — •) L 1 —^\\^,. 1. 2 M'Ali : ^^(l/> — '') K 2 (D-Xl" : A 
f>» : HUH" : A(D-Xli : A" : >i", H 1 An-T (prima scr. AiSfl») : a>-" : IIur" : Ali)-" : A" : V. '• ' ' <I>- = ^> 
Af>» r»ic) : Hon" : HU)Xt' : V.fl". I- 2 AAfV» : A01.'H(U->.-|i : y.f\ ■ - '^ 1! -' (I)I7>V"»- = HA<>".1 : ""> 
K.IÌ : ^Ain - J{ 2 airif. IKiyVtH""»- — «) R 2 AK". - *) K 2 (dXiH,X»>I. : .\i-1V.APUU- : wy.\. 
a>^uim- : AAX-'Ifh-. - ') •! 2 A*V.rn : P- • 



— 63 — 

(D't\h?.ù ■■ hji^^-J;'/ •• tìh'ìfì{ì9'-^o^ ■ T/ • hA •■ m{ih •■ l'^ftA.'/ - a)Afl»-?i'|.- 

RA"-?*"" • (Dm:M'af>' : fl)8<^ ■■ 'Ji^'f- jp ! ft-p ! ^/.,'»'B ' mn.-n ■ (oihrc ■ 

ao., port- : 9°tlM •■ A'JA»» = 'JAl'*' •■ h -flY.A ■ nh'>'|- : HhT<n>- : ««Crh = (l 

«^•} :: flihr Ti ■ T-l- : h A"/"?.^ ' "»/*' ' TS"'!' = h*"» : A-TCft • «"«Crh : rh*PC 

XA- ■• * s.^*} ' flJWA- : riiTi-n : flj+nc ;^H.'.' ■■ -Wf- ! fl»j2.n.A- •• "yo- ■ yi/iA 

<. ■ at-M' •■ (t-f" •■ 'Pm.'ì •• hl'hO.C Uia ■ òa • Vl'dhf' ■ AAòò :•• ainh 

•/•} ' ì^^ •■ jP'jnA'nA- = mx •• rt'^j& •• fl> tx-a • ©^n ■ ^'jmA.F'j : hif,^. ■ ii. 

U- ' I -nfr-ì ■• 1"^'/"/. ■• aian']|ìì^. •• ?.i n •■ hl^^, ■■ oo^ù- • «»mV • r l'"(i/.V : 

tDWim • ^Ì-T14- = flJ}^"fl«'-'T} : ^. ;!• ! IC'JA;!- : 0)^,0 : hA.V : ì\l\\h°l ■ 

ìxP'aO' : Hf.nCU ' ?i9"V : O'h?. • (Dh, ^'> : -Wl'ìiiX : htt'i ■■ h/.PV. ■ (Dtlh • A 



») K 1 e L 1 OTTI. — *) Cf. sopra, p. 57, nota e; RI ha sostituito qui O^H.A• = RTIA. — ') R 2 
HMII.AH'OD- : Ci.^„ : goTICtro- : (DV.Y^(1>^, I- 2 nillUiMI- = Alì^lA : (JVolh- — '') R 2 om., L 1 e 2 y/V 
^^^. — ") L 1 e 2 sempre un solo ri. — ^ 1' ' '< «' «■ — "^ R 1 e I- 1 oDir"1-t-. — '') R 2 liuij.-'l 
JS.A. — <) R2 ^Vn-U-OD- : (DA". — *) RI e I. 1 2 a^'jr. ^f>». ') L 1 e 2 A A od Vi vinifero-. - 
"*) L 2 «..tlV. — ") L 2 Jsq.X.S'M. — 0) L 2 Xn.A. 



64 — 



•ì- •■ nxMi. ! -in : ""in •■ hit- ■■ i-rt'/» 

fti' •• -iwh-c •• fl'vn/. •• -ìli.'/ : '«'niv : y; 
Ai- « tì»rtnA •• ¥hi:- mi: •■ o'p.yi ■■ >» 

oìiD-M:'/, ■■ /.rpo^' •' h)ìì •■ y-nfi\. ■■ ì- 
/.ff: ■' MI- ■■ hrfì"'ìi?. •• nA.A.l- •■ in 

òfiV ■•■■ fih.uìifi • me- rxii- •• 4'<n ■■ 
r/nn+A • hiìì •• ^.(lA : h.y-'ì-'itn>\ •• 

A •• fVi'.<- •• fl>-AI.-l'll. : inyAVi' •• n 
0-A> ■• at}^^■■Pav• : «/>'7ft ■ rii.f.ìV.hV. • 

^Ai»r'l:ir<n'- : ?i1'"(:ji.4' •• «Jhn"/'^. 

l/'ii»-: ^.ì'I'A^i •• nil-V : tta^'iM"} ■• 

OI^,^.-1V.»lfl : rlAl^A-h. •• 0(\/. •■ hììfiK : 

«»^.,ì>}^'" = "7.1'. : iit'iòi: ■■ hhiM ■■•■ 

'ìnì)U. : ACAI-- : M"'Vy:ff" ■■ S'W-'Ì •• A 

y.:''/. : '/n'I'j^A : aXìh'ìllì ■ IW.i) : AÌ" 

tì»-Ay. ■• ì(i»-A.e.- : htììì ■■ A"/A'r :•• fli 

*1.'l' : -^AJ." : /Aiti •■ A 'fl?lrt. •■ l/n : .'^Jv 



-} : oH'oo}'?: ' n.p.'fl» : fl»hA,ii > nuli. 

A-lh • «»uin •• nih'P'C'ì' • ""M'ì\ ' 

«"l'.ii.A" ! hcy"'/' ■• (iiAio/n^/D : Aii.y > 

<»;».vnn •• ini-d.of" •• onnòh •■ ;'i'> > 

«) : Ali.'/ : tnt'.ll.A" : Wi-C : fl>-A'l' : li 

'Hill : (nhhU'f- ■■ f^hnìì.h'thhAl ■• nhi 

h/.:Hi ■■ «'.e.n.A" = A..,t'.ì<<.AT = ?i'/" 
ih • A'JAr : ^irt*/» • A.intìh>. • ?iyT. 

'Bf •• WittlAì' ■ hlìl • ?»"/+Ji'. : «nmV • 
•À '}//"-!• :: tn^i-nO •• «••/■A?' : fl»»l> : 

/..f-'A. :•• mòn ■■ i:M' •■ ùnh ■ un: •• *h 
lìi •■ yim: •• J^i'/v. ■• in(f"'ì)n/. •• •/• 
>nh- •• -"iiut-: oa.y. ■■ anh-tì •■ htiìì' 
hjnto^.ix?* •■ y.,h.(: •• *!".'."•/• ■• ìxrtò 
«!• : rtn?» :• aì''|^.u: •■ Uòn ■■ hTuv •■ 

hfi/.é. • ;M.'/' •• XAA : /"/" •• h-ì'ì' • 

A"? •• ^o^Ao : '"/inr: • ««y.^'i: •• tò 
ò'i. ■■ 4"JA'> : >xtììì •■ vr ■■•■ (lìùiy. •■ r 
Al*' •■ Ari •• Oi.e • A'J'XAì- •• '"•>!> ! 'i 



") L 1 iri.!!- : (DHA>>(J). 1. 2 AÙA.II'i"H : 111/. : X.T : (DXAOIJÌ. — ') K 2 apR. AOA : qnjtr.Vlou-. 

- ") I! 2 Q.«».»iuo-. — <<) K 2 KV" — ') i; - rt>>>A : ravv^-;. : lìHiX : na)iìi."ì "n, : V.Tiv. (1. 1 (Drin 

X : Xa : P»h(I><.). — '■) M e 2 {DVIÌM-CX.. I^ 2 CDV/l-lll;». - «J H 2 (Dtl^A- : X-jn-ìlfou- (I. ] i 2 
|KT V/Vt" : Hi" hanno .V/V'IM'»). — *•) H 2 om. — ') '^ 1 "m., K2 (D/i/hl'ip e uin. I^IIM ; L2 oin. 
ila (Dff. ' .1 a).\'.n.A- — *) l: 2 A-I1WI«M.' : Ad» : Miig.'r/..A. — ') K 2 llA,^l'U)tlV, : X^OV'IM' : X»H : 

Xu^r. : rtiivA-i- : ui'io'f. — "') i: -' mii/., 1. 1 iiv.ii»;. - ") l- 1 p 2 ìikc- iìiTa :iiii;»» — 

') l: 2 VIìXt : .ht/. : (i.r-1- : X<;tiVÙ-ì- : (l)""! : :l' . - ') L 1 e 2 -A-'r. - «J I! 2 •Vrìuo.Vi. ■■) i; 2 
00*11. — 'J K2 •JiVl.-f 



— 65 — 






9"(i/i-7 • (D-tì-ì::t' '•■ ann-i' •• -n'/.A- = t^ 
/. •• "iti • hAh • '/'.eTr?"} : ìiTay-^ • R 






h<- ' flJ-l-Ro»- •• ?in«» • hAH ■ HChP- : 
fll.JP> : (D»,?(DÒ}i • hP'i'ii' ■'• (Dtth'i 



n •■ A'VSj: •• fl^fti.-,-!- ■■ mn,-/' = v/a = a. 
A.'!' •■ h'ììi ■■ jf^inc • KA-'i- : * nh'w -• 

•w ■ hAh : *'ì\?'rai •• h.^i)-rt ! no 



^hn- : d'j'fe ' n/hc^. •• hnv. •• (Dh^^-n (omoh •■ ^^n,y •• hi» ■• jK.7-nt: •• xa» 
ihf* •• ^.h-c ■■ ?iJ'"'m/'^ •■ «b^tTtf»- " '(■ = hiìh ■■ (icìi ■■•' (uhiTi^h •■ hihì' ■' 

*a)'}iì±'l' ■ 'ÌA.C: ^ ' nXrh : 'W •■ h"W- X^{+ : -^iìtì^ ■ flUl^lh ■ rOflAO : (Oh, 
A •• ?l•>•^ ' ^-tìaoj!. : {T'^i-i?^ : (DtìV? ■■ JP-lvi^ •■ lOhh'm^. : h'm : A. Mi* = *ìì 

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Classe DI SCIENZE MORALI ecc. — Memorie — \'ol. II. Serio .^'. parti' P fi 



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Aìr>ti'/h : riAgo.iA.ii- : t-:r».». : r«t : Yiovih - 'I R 2 t7,i/Dt-i.. - "> n 2 (Dun-f : ^yy^-f - ' ) CTr 
«opra patt. 57 nota ' — «) R 2 Mi. — >! 1! 2 wi'i =' K 24noii : >. : aoa "'i >,-V:ivv. 

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*J E 2 -t-H'in. - '') R 2 agg. -rokljujln. — <■) i; 2 ODI. — 'J 1! 2 -rvyrf.. 'j K 2 (Dd't-O). — 
n R 2 AW-A. — V n 2 non-<,y^A. — '0 R 2 senza (D. - ') R 2 fJC^ — *) R 2 ^.Ayiì. - 
') R 2 OkfXP : noi'HlO : X-^* : (D'I ". — "j L 1 HCD ' : A*".:!*»;. L 2 HCD-" : tm'i". In R 2 queste parole 
sono dopo ffiXip. — ") In R 2 inima di (D.Vir". — ") H 2 •fuilM'. — !>) R 2 agg. tDIVÌ- ') R 2 

flR" : <»X". "■) R 2 AAn-t : mYl. : {ai'. - 'ì R 2 Af.T. — ') R 2 l|(").Tiy>,A. - "J R 2 -irTH. - 

") R 2 >>^H : .E-l-nr.. - •') R -' i"n";ùa : iiXn<!,'n : Yi"u. — ") R J Aùti;. — =) R 2 e L 2 as?. 
iitnii.. " L 2 n>r;j-. iiViiACi '-'') R 2 AAr' : iiv" = 'a-'II." - "'■ì R 2 l'iy./i. : ni-ovv. 



— 68 — 
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Din ■■ jjt : nn/" ■■ /"Art. •• >/.n : v -z"?»^ •• vnnì- = it\/.-tth9"ftf\:/- 00' 



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«Hllflt" ■• A<^A •• «MlX'Ji : "/-ni" : «>• 

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VA. ! A-JP :• //{./".h = «»'i Mi/"f •• flJI '«' : /-hn ■• IP'T+'J' •• ^rf-C : hi/. •' 

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(L 1 \'/\f]Oi. : (D aXa'C : /><;">. : X>X-tV4 : Mvovfyoo. : ncìù V : W^OVJ ì" : (DaXaH : /v.Am'1. : iiiif"no- 
ecc. L 2 AX-1/S : M^Soprtiro- : nmCcV : WyugrV : (DaXaH : 'fy,ì\qoi, : a)/>>flA : M.Vlom-t-uu. : n 
fl-^X'ì- : M.eoprV : a>A>,A : 'A;/^f^ui. : uqfnijo. oCC. sic \K — ") I.' 2 (D/MUJ.V.'t : AilillgiiV : IIKA-Vri- 



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•1. : '^^y.l^^ ■■ (DAA'I'V. : •IV.'»! : Ajuu;|il- : llXuiA : Ml\.f\- — <■) H 2 •|-|1(D/. : XguUJI' : »*Ai;o 
•*) K 2 X09" — ') H 2 niH.— l'i U 2 om. — "ti. \ 2 |ircm. (D — '•) In II -' avanti a .Virfh" X ' 
•1-". - • ) K 2 \' (D" M I; 2 <on. - ') in, L 1 «■ 2 <DA:r. - "•> l! 2 iiooR-X : (Diil-M^K- = -t*-* 

f : turo: .Uinf. : XA-'I- : A<DA|i ) L 1 e 2 AftAiP. — ") H 2 M(ì :-n>»lX- — ») R 2 om (D - «) R 2 

AimAY' : ih-C : y.fl-m : tllfinn : l-Aux'lìl :: <DHT1' : iV'iJ.iW : <•«'. : HI : (DAH : Xtll : lIAd)^ : Il 
Xl<!. : V.-Jll". : «l'/.ll'l : I1M(I.V.(1)-Ì- : <|)rt»K:i = 3V» = (DtMJA : (DAT : Wi*y/, ■ Xtll : y.(\.-i\i*y : aX*III. 
X-nfh.i; : ffl'IOKt. : Oli-;» : Hi". — "■) 1! 2 afre. a)OD^Tl^. - ') K 1 p 2 a.rM(ì (appresso anche Al") — 
■t K 2 Art-nX. — •*» l{ 2 om /. — 1 In l{ 2 dipo ©JPICC — ') R 2 ©oo-^A Popò or l'una e i>r l'altra 
parola di qnesifo e del preri-ilontc nii'siagjri". i rudici atririnniron". nr l'uno e or l'altro e senia regola, 
il —X — •) R '^ mTiovi)-. — 'il, 2 u-C 



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— 72 — 

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V7/*'-> ! mn-^n : ^A«ìì' •• ««n-^n = o 'WM- = ««rtA-r'-j • >i'/',h.fl>-h ■• mh 

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A,J>II>A" ì'ÌXWi- ■■ ht\\- :H\Ì\ ■■ '^^S OÌ^',."i : OO'PÒ/i.ìì : flJ.ftd+'fl •• U'^.'P.'Ì' 

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ti •• y.XA, fili''" : eA'/'f.- : mh.ì'V >i?<ih •• roTTh-} .- H-1-V.A. •• A^-fle-^ • 

fl»-h : li^'■^'"?^ì^' ■ ■l\\\->'i • f^'Ohjf'i ■ YìCtìl'J'i'l' ■■ ArXl.C • WàMA ■■ '^Oh 



"l l: 2 'jiii. — '■) l; 1 1- l i; •-' 'fioo iflu Isoo -I. • 1 l; J a^.'^.'. IÌ-(1A. — ■') l; •_> om. e iigp. 
•t-rfìfl.)^ li lezione è R-iiasia in tutti i cmlici: potrebbe, per conpctturii. corrcgfrcr.-i . . (MAX-oo-r : d. 
.^V, : •non : y.-ì"5n>> : A'III.A IMi.C.IÌ : WT.iU'P : (DA.VH.t» : Vfl>r. : ^'tV. ■ <■<" — 'l I' 1 '' '-' IPX'HH. 
Aflih-r. - I I' -' >.';"lì llX : /.y.iiH.I': : tlOD : y.tì-J : "ni;, li : ATf/V : a)Arh^V : omdrt : ^'.V.lì : A 

tV>A- : MVAa ■• :«ll.n- : (DlliiDH : y.(}.^.V. : nil-.l : Cf./, ■ flOVIÌI"!- ») K 2 H)V.V."f:lA<t^ : ^.VAT — 

*)R2aj;(r -IvIìlU-f . - •) U 2 a>HH -.nun. — *) H 2 (ini. — ') 1! l AiivVL . — 'il; 2 ti. — 
") l: 2 (D-rt'f : in; . - ") It 2 •») : A" . 'l I! 2 Q^il" . - ') U 2 Xa : <"'X7v : .V'Ot:t(J) : XqOHl : i\^ 
^V, -\ i: 2 oin. — ') l; tltK : (D'ir.tl : ooY . ~ *) \i 1 >\W ''«•'t ^ "' !•' -' A:lH.'Yl . — ') K 2 (D 

y.Tn •■» : fì.A.nn = 'iit/i» : iiy.vA. . — )i; 2 f.A\ 



— 7:5 — 
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M'M'/, ■■ htììv : t« / V'À ■■ ÒIV/ •• m 

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If-A- •• n.h.^. •■ rr/.'^' : \\in> : /?,X.<.! 

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ft/-<C./'M« •• VA/; : rn^,rtAfl : ^AO 



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tìi: •■ An.rn : nan:^ • flj(i.n<.(: = oj;ì-o 

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9"lìi\,lh :: aìhlìHVp--òiP • A* S.ft : ^ 

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"u : ,1," : (DlbA- : AOT : flO) ": (Dd-n". — ") L 1 e 2 — A- . - ") R 2 Hfinjuj", — ''j L I e 2 jin in (|). — 
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Tioo : y." : 1^". — ") R 2 (l)iy.A(l) . — ") R 2 ooaXVII* : >>"m>,ll<li.(: : XmiIìiiW. : Aa'III : — 
■") I! 2 afri;. (D.ViT . - y) il 2 (Di"-!! : y.(J. : isn-l : ,l.i. : x:i : "uJrllì : ■ì>y.lì : (D/.y.- — •) K 2 llf.Xl'l- : 

rno : u»4.v; . — "-j R 2 ngy : Xa : in.^ : ur. 

Classe DI SCIENZE MonAi.1 ecc. — Memorik — Vcl. II, Serie D", parte 1" 10 



— 71 — 

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"it\A-\' ■■ \A ' \"\:mv •■ n>.y„i»- : ^M^ y.rtifì ■■ ii.yn-rt : «•^.ì'V.f.i « o't 

'/ ' h/.:i'n ' o'^An : ìihh""/. •■ ii?»'>ii ih: : «iifiA u^''^•l;l^ ' AhcR • 'ry:v.- 

A ' Hill'»:-!: "• aìm%h ■ rì-r •■ r\U. •■ nr/voc/- = ni- •■ h"» •■ y-h-i •■ ini 

""ft'i'A • htìì-.Hìh ' v>jyv = t»rtìh. lì/. •■ Aì<i»A*'. • -i(j»A.e.- : «Hi'/" : y- 

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— 7.= 



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V.ÌV'l : >>"lll.:'- : ^'J-K'lì ■■ (DWIÌTfl : ^/.ll-f : (DAf.uuuii. ') R 2 niii T; 1 AI* I. 2 tlAri- ') R' 2 

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— 70 — 

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/,iiu : ^AIÌV : >,i;trir»l' : ukAVU. e) IC 2 (Dl-fl/,. : V : AfhV. : rt " - M K 2 (I)I7.V":1 

*) I! 2 (D'IMU/I- : liuill..\'. : ÌHIf. — *) K 2 «RR. AMI.J. = '"l'V.lìV : >>•;"» : (l)>>"<i- : AAiI» : •!• 

nr.T : X'Ill : y.llili: : ■^ÙA.'I : Illìl.rin». : nV.-.l- : "OJ.f : HIOA : <|)inij '1MJ|- ' ) < I. >. |Mi:. '■. 

Il ' -- ") i: 2 >,i;ii>i'y.<iii, I. 1 >,Jll ■! «'■■»i i <...!.; i: 2 .1 .ii.. v.i'iXa il'u'. iTa'»-!- 

") R 2 Hi : (Dà\'. — I') le 2 (l»Alìl<;t)tli»>. iL 1 e 2 V.-M- : IMI, : .1. : Ain/. : All.ll ; >f I >illm:inil, 

l.r c-.\ >■]*, 



— 77 — 



rt • ^mc-ì- • H.e.tLArii •• n.-J-A = ("> 



i/ii',"fl»- : ff»f:,h : nvr-i- = A^'7-nf: 

n^/n : h'r l'ivi- •• vh'/'tr = r»nxvh ■• 
•in •• n.-i- ■• ìn:iìi:.n •• oJrtiA •• /"a 

mhA,h : n *A ■• ^w-Htfo-c • m^.n. • j?. 
rh.fl»-j\'P •• «"Ahifj-ì- : ?iA • nrt'^.ei" 



n-> : h^.P'Q •• (Dììfn» •• f-chi^' -• n.1' : /. •■ ""Mì-l- •• j^.h'i: ■■ py-ììV ■■ f?:)nV: 
ììctìì'.n •• ìi'M^ •• in/- ' «oft+A : m /'.e.h'P : mih.ìì' • /"> ■■ ^Tì-jx.-/ • A4' 



htt-^fì ■ hdpiì •■ h^^.'f^ • -iv-np- • fl» 
^n.A-fl»- •• A,?.** ■■ .e<t.e.' •• Jm/'J ■• 



mvn<: = rtìhAh •■ nu-'i •■ ^/»'P<>a • 
m'ì'é.r'tU ■■ PI- •■ ha-'i • hàp'P. ■ 






") R 2 Ifltoo (? l.'MOou :)aomi- : .V.-ì-ouU)'V. — '') L 1 e 2 >\A'in, H 1 ili;?. AÙA (R 2 ulii. 
questa e la preccd. parola (D.V'.")- — ") R 2 voyih. — '') R 2 y.nfi. : -Min-. — ') R 2 •ì'" rh". — 
R 2 noonioD-c. - 9) U 2 mi'.Vl". ^ 'J R 2 cm - ') R 2 e L 2 ~ lìi,. — ») R 2 a)n(D-X 
•|: : OOTÙA . - 'l R 1 y.TVAiìi. I. I (DyTkAVJ, — '") R 2 -MX)! . - "V R 2 (DUTI" : y.fì, : IHn>» 
A.(\ ■■ A>.';"r: : XlìOD : vXiijTjf^. — ') R 2 mj" : (Df" : yM>" : ««"<. — ') R 2 (D-fAgu-ruu-, — i) I! 2 
■■lùll :y.'ftl. (1> 1 "la. (I)y.ri." : V,"!"" e L 2 uni. qucstii e le duo [iricid. ii:ii<'lc; cf. i-upra jia^. .M 
nula 2. — "■) R 2 aRs ®PTVJ. — ') R 2 AÙA .— ') R 2 sen/.a il <D. ") R 2 airsr. \)'"nD-y^ir 

OD-. - '•) i; 2 y":X". - ■') If 2 Anjrt (L l e 2 <D'V). 



— 78 — 

II.: >i'7ll.>»'/ = lUmifis. ■■ hAn : ll.t'.ilA: 



un : A-|: = /.y-ìll •• ?^'7ll.^-(l,ll.(: = -Il 



Vi»»-*!» > '/"V- •• II""/. ^ : >i'm •• A''A/li. •• illiA: II//-- -jp/A •• <"T'r it/'^^.X-'r*:! 

«Mi;.».'/ : Kyi"ì'i- ■■ A.l. : '/••'/• : h"} S'UH. - ■l-"'li'ìxO'l • flXA " |: = y.f.'V» » 

aì-fìì- •■ i'i'Vc: : ""'i- ■■ <"<:.'i : anh' "*' •■ v.r:: tav.» : A'^ji'^.i-- • m-ìv. « 

A = UOC-J : fl>A I' : t'.-n<- <iMU:A.t'- >«All = A'JA'/" : "JAr : h"?.-» " K 

-|: : m\{\'%iì ■■ .''A- A^nv •• h/.;»'/.' = fl>^n •• t:>i\' = Miv : h/./»'/.» = h'/» : 

riAi..f-"V'.'>'> = V-V'ii-I- : in'l- : "/A'/': H'I/V : y.*/."!: •• fl»V>V •• •>'-A4''<»"- K»?f» 

(l'/i.iv.'ì't: : 'J^i'/J» • «'J'.'TK : '^v- : "/•"" = A""»' = '/"/'(!. •• 'nn"7'^n<- •• a 
tì»->i|: •• i/;»Ji'> = y"7.yir.' •■ w^v^.h ■■ "i ii. '^ •• 9"i^iy: •■ A^nAA- •• <">iA •• yin: 
n.l^ ' ììK-iy-i •■ -'^l'i- •■ ^""'i- '• '"'^ ^' '■ '^^^' '• '^''•"' '■ ^'^••^'- '•'■ *"" ■ ^^ '• ^• 

IJ. : y.\\)i»'\\ ■■ <"I17.II.'/ •• A.AHfl» : V AlfA"<n» = ^.h/HH<"» •■ AAI^nr.'""- ••• 
A.V»»- : "^'i- •■ ll.t''*lA T'J'I:*!' = V'/y. = «»i;A">'1- •• hJ»l: •• l'}h ' llfl'T •• ìl.'i' 

hiìriit-ì' ■■ i.f.A- : tiìi>x'r/.n- ■■ «»u. T/'c = i, //""/AA'i- •• Aj^-n-^ = i-^ni: • 
V » fl»->;A.i>- ••• «nnri.i- • yr/.Art: rt'A-fi <»i"/.'(:n- •• AArtr;»i ■■ niji. ■■ "tìi 
ih-i- ■■ «»-vi'A •• (nòny. •■ in/"fi\'n'ì ■■ y: •■ "»^m"'"• ■• y-"}»^,- • j^a-j- : >i 

Ahtl : rixiiA.e.- • <n'/"^<<.A •• «ì";?! •• 'V T'^y.-ff" ■ y.TO'"»- = >«yiA •• (l.'''A : "" 

,"h.f.- : >,"/ii.hn,/..r: •>iA'"':?»i'"'Vii.i»- = ii"»(: •• "«/ire-^/. : <f.}^o"- : 'nhy. •■ 
nni;:WA:i«v:«»n}\T:/..f.;..|: l'^i' jpwi-n •• myAjnv. ■■ A-<n» • //n;;,i,v. 
A •u'}-!:: ^•n •• ^■^\■)'\•• /a'.a = oilj'. = i- •• h"" ■ y.ò'\'iv ■■ -l-.i.-iv = wìA'/. •■ 

') I ms. IIAU* I! 2, in liiMR» di lutto ciò che qui scROcda XflTl fino a -l/vn»- din. IS-IO) lia 
solanient.' ; Ib/V : l\.V/.\ : ""»»»;> : Alni. : i«A<;i> : <It.V.l<>gll^. : XJtAlh : «nv.tld»-». : ""tV-ì-f :: 
Ilo». : UàW. : MUh : ì IMI- : a)M'Vrl."4» - >.lì"" = ""li.'IV., : JK'r'h : (DXUV»; : (IhXn : 'l 1.' 1 

llM'.-l-""»*© : >/UI : y.noX-X. ') I. 1 •• 2 (nilA.tX-.»- : «"«X.A '*) I, 1 e 2 dtii - ') li 2 «inz.i 

il <D. - ') K 2 <D\MH; : AM^A-n : 'V.V.n : Mi (H 1 'in (Ì)^"A"^■^). — (^1! 1. I. 1 '• 2 :»" 
») L 1 e 2 ai:({ A-h - •) l; ■-' /.11I1 : .W.A : A/^XU" : n.V.A *) W 2 ATI ' ) li 2 •niUl.'.. 

^. _ ")U 2 >vf1 : Ani' ») K 2 nm. - ") li 2 - »•'(.. ') i: 1. M -• 2 ill'u>-1-M : imc.ui-r- -- 

'I I{ 2 Xrioo : IT 1 i: 2 lininj-inr"«»- : My.TllC. : tni(i.>ì-y.'"'- : CTmV.A.lll""»- : AAI-I'IO"»- : 

liy.Uil.. - •) H 2 MAA . - ' ) li 2 y.IlV. : -l-T'H : AKiVV : ©U'iyt : A;HUi'>-1- — ") '! 2 y.«^\l 
r, ( I- 1 e 2 nin. <D.««^" ) 



— 7ii 



fllffl»-»;-/' : f,fm ! (D^A'-f' : aì\',uc.T "•■ 
fl»ì'(i"//"'/' : mi- •• Vf-A" •• inuv.finti 

A" : i^'Ctf = A"*»»- •• /"CO I- •• "71 ne •• 

ml:ì»».e.c';ft : ^n'/!^^ • /"Co 1- : "7'in 
r:rt : mx-rh.'i". ■ mtih ■■ ìx'r[\A' ■ Ahn- 

*A'>s.ftrt ■ ha-", ■h/.:'v. •■ hfìì'CM ■ 

«fl •• h.>{> : fl»j?-n.A" •■ vw- •■ -irt9"o : X 
A-1'h : -1fn.e ■• mao9,-ìxì\- •■ -VILh : h/"»! 

■1'V'/*'.i\1' ■ {07x9" i fii: ■■ (D-ììt ■■ Tn-tti: ■• 
n'h'ì-ì' •• H^VJh ' 'JA'w : Mé.'l •• (o 

^/D'>-^/-.|. : -ifid.!' •■ M •• ?»linh • tra 

'ìiA^ì' ■■ rt"?.el- •• i}h,?.nA. ■ fljAuf."? 
Anrt • iffflc* ' ■■ M •• ^Anrth • ho^.'J •• 

-ììì • im.ìì ■ h"! •• ?iiinh > A.f<«ìA.';"y ■ 



■I' ■■ Hf-ìAT. •• hi ■ bufili : hn.e-/' = 
-Mvn • \\hs\i\f\-y mui-m.i. •■ i- 
'iui/.h •• iuìh""y •■ n^ti-lìì'h-i-hih 

■• '/"Jrt : lì'Vy.'t/n : «"A?ihìf ■• «»A 
MXrh<<. : «"J\//i/<. ■ lJ?.Ah ■• tìiA»^/.- 
«hfc-yy ! n^"?/»^ : aìU'ltl'h'T • M' : 

?iXMiV-fir ■ aì'iìì' : tm^'AxA. : M'-m 

ì- •■ (oAuhi^'in •■ C'if-n • (Dtihtìiv '■ 

K^ao-h : h^ : T^nA/» : 'itìtìl' - ilxf^.lV 
•1- •■ flJ^rt-1-p- : X"*PO : »»JP."W.-1" •• ■ fl»H 
^^"ft/h : C'V-n : l\Ó/\l- • iìiiìCÌÌ ■ h 
•i : hfn>ì\,u • n+^"7.ì- • '/"A.li •• H Ti 
«iim^- s ffllfi^A? ! XA-'J" : nfl»-ft'|- ! 

^/"Cm-Ah •• ndAJ- : l-Hhch : hM" 
P ■ }4A"'f- : (DtihM- •• Tn» •• iDAHrh 

J5^ = n,'i- ■ hcft'/:.e'>h •• hv : * hwo = 
Ai'n^-i- ! ac/'ì '■ ime' :: AH'/. ■• h'ìn 

e • fl»-rt'l- •• n.'!-- •• *A'H'>'|.- : «"XWk^. ! 

1^-Ah •■ ni-M'"'," •• A.l'.nh : fl»-ft|- : 

n,i: : •n.p.-n.f.- •• /i.r/" : ù-tOx - mh-i 
M • a)h,'?Thl' ■ MnA :•• *fliHh?nn- 
Aini-.- «nx-,fi/<. : 7.<iAh ■■ tìTa-ó ■' 
A-n • * (DttCirPt. ■ i[h"V\ •■ nhiix 



«) R 2 -^^Cgo-f. — *■) R 2 om — "J H 2 lllnoti. — «') In questi, hmjjo (ratto (liu. 9-20) 
la lezione di R 2, alquanto diversa, è così: Aln*A- :: 0)11 B OA-V : 'a'JII : HA" : <p'¥.f\o : (D-lì-l- : XuyX 
■t< : TU. : omn.* : A.A.^ : Y\t\fV.f^\'- : )S"llOAt : ?».l'rtiì : tlClìflì : (DV.rtA" : nDxXt> : Ifltl : 'f-t\. 
■ftr.l' : Xiloo : nX-rh : IftP : mH4l| : ìXlMJVri : (DXA.^-tl : XgDV.Xll.ri : m : JILf : tlim : X(ì-f 
fi.MJrì>ll : W'Vt- •■ Vuijll : Mllijn.V^f. : ouvXl)- : tluo : Afì.Aritl : (DIÌ'I' : Ù/.li.ì- : 4IAV«Agn : a)A<^ 
(l)<;n : ATl : WX"» ■ fl"Vy. = (Dyi'Vf. : (Ulnao : -ì-WK; : «"lÌA.I' : (l)lì'P : •1-(i.lì<1,ì- : X<;u;J"JC : U)rìr 
t\m\ •■ Xgoyor. : a)-lìf : 0/.(\.^ ■■ UPTI- : lluonTn (sic) v,/\ao : ■Ji^iA.t- : XJ : Xunln : HX.I';1A 

fj. : iionAJJt- :: (Dijt's-f : llllo^^^ln (sic) /SA'irt : «pm'i-fv '■)R2 iiviìiM,AJ"fli ; inii/. : •r-ii''i 

/.'M : (I)IIX(I)-") : lìiiiilfl : M'I-X". - '') R 2 - ,1.H . - ") R 2 -l-Xo^r : II/"."»»!'. — '') U 2 ni;;,'. X 
or' : mnil : fl*y.oo : oiiaX^iVI' : (DXx- . ') " 2 <1)IIIÌ-Vl'. — '') R 2 fign>1,h : V.^V, : X-C-T — 

') R 2 niM. - "') R 2 uu-H'-lìll : (DlinnATri . - ") R 2 om. L 1 e 2 dopo ({.m-J . - ") R 2 tir, 
IÌI.V> : niìgotl. - f) ì: 2 Xn(l).X : O-rt-t-: rW-O)-^. — ") R 2 A1V.A : lUXIl ') R 2 AlhA- : 

iilìAAt. : iirmoln. 



— 80 — 

*T"iy,iUt- ■■ (»ìis't]af}i • (''>nh •■ hai' : y.w, -. tni- ■■ v/a- ■ wom-nW/, ■ yAh 

{t"\'i ■■ hai- : ''i'wh ■■ hah ■• H.f./- : h^ ■ }|. ì- : rnt'rt.ri.i, • t\rh ■■ i/7-il/. • /'H 

>\\\at-h •■ at-fìl- ■■ f/'''}";/'"ìi' : ani- JiCV •• «>}^i/i«<. •• '"'/.-.hx. : 7.f.-Af » at 

/•"/. •• ìty-ii-n •• 'jwn'M- •• hAUrt •• <» i/X(»-() •• M"y ■■ ouHh""i ■■ nxrt- 

yiiiic ■■ ""Ji>Ji = ^v = ^iii(HV> fi"" ìt' • h{\\\ ■■ hix'ìW- ■■ -l<i>-A.»'.- •• ir 

'>-?/"-ì-f ' <»>»}^.'V}'* : "i/.-i' ■■ oi: ■■ ai ,hc: •■ «»^.ii.A- : 'f^y.-Yo • hfih •• vu» 

y.-y; ■■ atfifi/f ■• Tfìfi ■■ '/">.«.'>'}•/:(>• : /• lui-A.f.- .• hTtiA" ■■ Ali :• o)y.n.A"« 

ath^of) ■■ "i'V{t^^ì^ : ri'J.ii = ry: Mi'/ : h^:/*'/.' •• htn*{\ » j-j/'-ì •• <» 

e 5 ^'rwA-rt : i/t'oii. •• KyA'CM\ •■ ^M'v •■ >jnv'> • y-^-ì'iv,- ■■ (\M:i- 

XAA-i- : T'ì- •■ aìh,yy^"ìo\\ ■■ ii"i\ rt".- : h.i.y.ò ■■ h^ •■ /.ti. ■■ y.'ì-i'iu: • n 

hìì ■■ Ti' ■■ <»ì ìiid > : \\"" > vih ■■ ì- ■■ if-A- •• ìiVi-iì •■ aìy.\\') : riìUv •■ 

oth.fi^ytì ■■ vii.yi-4' " ^h'n\ ■■ hy-; ■■ AV'.yj = aìM"t\\\*n •■ <»a?i:ìa > "v 

hii- 'MIC»! • nhyiih ■■ y.ihnv ■■ (i)-;i- • Mmu.-) •■ <»Ajr»i«ì'> = ht\ 

"".'f-n/.V ■■ a>hj'.-ì/.hy. .- A'/"'/-Y. •■ li '/•• •• h^ ■■ v-y.f.- : aì^Afì. ■■ at-M- ■ ni:- 

im : A.i'-ì'i'ni: : {\{\h •• nAi>A.y = h im: ■••■ aìy.iin- ■■ ^-/u.^v •• y-'n-'ì •• iiii 

tìh'h"" h't/"h ■■ nì'>"/;i. : ,'ì^y.aì "" ■■ ìn. •• «»hu»v"h •■ Mi-v •• h^:* 

■ì- ■■•■ Mi:i. ••"'")• y.nii = h/..tiy ■■ )ìtu: 'lì ■ <» t'iì.A • : /["-y-YO ■ wi. ■ l'+n 

•I- » <»ììl-'} : ''"/''fi/. : A*/;/"-ì- •• «»A /. : aì-txV ■ ""'Vy-M ■■ h'n'i. • ìl'l'^-tt • 

'>Af\'V •■■■ aìftl\ ■■ \n\- ■■ /'."HV : hmi '»>l''">. •• HL'/ll'ì' : <»'/"-|- ! Il^rt'li : 'l 

h't •■ f\hl\'i •• h/.:f'lì •• an'-tt.(\" •■ hn ■■ y:"ì •■ A-I.- = h"lì\,>, •■ .'•nOx-f- •■ '" 

VKic : h"" ■■ /.iinn- •• Tift • n-ì-.f.- jimla- = "^y.-Yo •■ wì-hu. •■ (\i:h 

"7.ii : hi\,Wi. ■■ huvix ■■ h'']ìì.h •• aty- fi ■■ y-t\i: ■■ n,i./:i: •• i/v. •■ l'i'-n/. • 

(i.A ■ : h'iììh", ■■ riA • ìiìiì ■■ atfih n.J/ir/- = y-m: ■ u'/. = •/•+'1ì/. •• nfl>- 

A : h'n.v • H'f.'i'.f.h : >.'i"'i:(:t' " ai •'Idi. •■ ""'Vy.Mì ■ yfi/.y. ■■ a- -i: = hi\ 



") r; J yulV.II. : (DIlAllX. : i;"X-ri- : M|-Ay"l VÌI : IKKlVf : '>IM;(hA'(l : A» : V.ltl' : yn^lù 
(I.I- : IIV./t.V.(i.V. :: 1>MJJ.. - '') 1." -' AA-lTl : Ad.Vìl : (DM.Vll "• " ') •! 2 olii. - '') I; _' i/lMlA. 
il : ||im-nM<-|- : ri'M^vV : (DAlf.r. : A-l> : Ul". : «IIK-NX-t- : (DV.I) f : quirì . - •) I! J WVV : IbA- : 
• 1.11 (111 |.-i.\) Ali.'l!f.l' : <l)>.";ii1hAri : Ill'U^U: A.V.r.AV.Il : "iV.» '•' -' 'l-Ml/.V. ") U -' «" 

IIA.M *) It J Mìllir: : IiXjI- : IKHHVÌ- : <Ji'IÌA,1l. ' ) I! 2 ai,T. «D'i- V. Ili' *) It 2 .«ri, : M 

■»i- : >.1ll.>,» : A<I>MJA : AlH : A/.:i'».* : «DV.II.A : aAiìuaÌI-: AXiII./!' : (IlA';i>All.r. ' ) U 2 oni. - 
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y) K 2 .l.rì : A.I- : V.TII.A : Hill. 'i '' - IDIÌI".!' = A.l.liù : AA : ,^M^/..^^'i\. ■ A.V'.I: : IM.U).;. : ^. 

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81 — 

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W-A" ' HP.n.A" ■ ©Hh"» • (OUd' ■■ Ì\A 
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fli<h<: •■ aiì\tì-l\'i-iiho^ ■• *''lrn •■ IL'h! 

hcA'i:^'» ■ flj-f'flJiifl- • AAfl» = nnjK-s' 
'i:if tf»- : M'ii. • hn-c » ©é^ = ^rn 



") R 2 Wiy. ■■ /VOI»- : X-IILA : An-llf oo. : AtV'AoaD- : flTlOD : gn,^<i;,^Yì : (D^aA" : X^^^.Xt : E 
n-T : nlnao : -Vtl. : (D.fflV.ÌI : 7^UJ/..-f : Xa- : fV/v.on.. — i- ) K 2 om. — ■=) K 2 tiu^KlÌp. '') 1! 2 0)*}^ 
(Ì'I- : M't : (sic) - "■) K2 uo.h-t"!;'! : quindi, in luogodi tutto quuUo che safjue tino a A/S<\r<. : AX" 1. 1 K 
R 2 ha solo, (Oy.tlT : 'V/VA : M^PP : (D^qop : na).fl't:l- : fl^V^ou : Ari-I' : limìoyyV : (D.VitlV. : y.'t* 
n. — f) h ì (DACDM'A : A^n.K : (D^fl. . — ») L 1 e 2 HTI'i, . — ') R 1 a).\iaA« : ^". — ') '^ 2 
tlTYl-n-ì-. — "J li 2 a)A.y.'lX. — ') R 2 om. — •") R 2 agg. ncV) : X°1H.A. — ") R XgniTl.— 
"; l{ 2 agg. X"1ll,Xt. — ') l>a qui fino ad u^AQH : Aiiq-J : (col. II, 1. 5) \\ 2 dico cos'i: Xa : 'Paq : •»(!.>( : 
AX:1/.T1 : ^H•rt.•ì' : (DiifVT : oo^„.r : a.(D-fì : AMOiyJ : Hyiì-TCX. = I-A9DÌ : nAÙA.1)- : AV«A<iu : HA 
go : A"ii'» . — ■!) L 1 e 2 om. — ') L 1 e 2 prem. (D. — ») L 1 e 2 nAOA,ll-. — ') R 2 •inm'? : aq 
Q : IUiH''lA.A . — ") R 2 ìl.y.t : ìl^A. : llrfJ'.V'. : (DXa<^ — ') R 1 e li 1 y<l.*C • — ") '■ 2 Alb"n. : AO) 
AVI' : uy-Vyiì : hXìI/.H : il/. : Xlìuu : Al"ll|-.Al'J, : X"1|0a» : nH-t : A,A.-^. — ") R 2 H-Miu : A.-f.— 

') K 2 om. — "") R 2 (D^tMJfh : l^')o•^d.(ì■. — ''") R 2 xcD(V<id-: AA;tseri. — ") R 2 niiiiwKii': 
OD- : OXDX-A : Af>V : Xgofm-fi : HI : (VP : VlCtì'tyT = ©(DUPorn- : lÌAOo . — '•') K 2 agg. VlA.U'uu-. 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie 5", parto 1" 1 1 



— 82 — 

ìxry.hìi.fì ^i.-lv-hv'i, ■■ n/".' (i»r^ ì- : «MiX/h : •'HI • noi: = ««/.y.hn • >, 
Il i rt'/'«- : h'ìio- ■■ fiJn' ! 'iiJn' •• '">/. f\"*' ■■ i-rt"»/. •■ <i»^y.Jiii •• nX'wiA ' 

">/»■»/">.""• = an'.{\,t["cn>- ■■ A.-Ivc (■.■«»•: A^'V/.'i»- ■• «»(ni»-V'<'i. :<»nJìVs 
lì- ■■ rnAi.ì-y. >"/()• •• /l'Jrt ! h-'ItUnl)-)! tìhV •• "^/./. •• inh'iW- ■ ""M't\ ■■ ot'/" 

o"»- : -wi : )ìi:M-h ■■ h'P'^^^^' ■■■ «".l'-n. i:hì ■■ flirto*^»- •■ wfn'òn-f"- ■ »i/.iin- ' 

A?' : A'^'V- = I-ÌMIV : h'«' : "i\Y') ■ lUPr»- ••: lUjiV : l-rtlU-tVI-- = À'/" = .1 

K^^ ; "vm-,»- • «•i'.ii.a-'"»- : -wi = Yìv. «»" = awii-^ : 'r'>i'"ì- = n^-C'i' •• (>n<c- 

Mt\ ■■ rt"vy«/.' : ^v>. : hii\a*-i: ■■ -wi •• oi-y'if» '• ^'"' = X *" <? •■ au'c-v •• :i't\A 

>i"/ii.hiiw».c: •• A'/'AiLi' : «».i'.ri-'}h "> : n'/'"P(^A.i>- = a-jh/. = ""n+A = ha 

<n»- : "Y-ì-yrt : TAi; • m'i\:K' •■•■ (nf> A'/» : >»^ll.^•n,/l.^: : j^a-I: = om/.h 

n » rtV"i) •• "Vìyn : W.P.-+ ■• ;iv1«'l' ' -l-" : aw-tt'ì' •• /S:>u-ì' • t»«'^ •• '>"/^.'|: •• 

hlM' ■■ woa^-K'w ■ "»yn. : h'){\ ■■ A, i'.ò'ì'tì^ •■ rni'.-1-"7nwiV> = «»y.>'rAfl»> • 

y.)ìfi\. > tt'lìh •■ tO'tì'ì' •■ ini' ■■ ""fi^Tiìì A'JA'/» •• 'iAT ■■■■ mhr'y:"i/. ' <{.X«^- : 

'ì- •• lìtt.y- ■■ ' ann'fi. : Ml-> : fl»,l'.n.A"- f[,har>- : >7(V<n»- : ''7'TeA ! t^A•■ : I/-I- 

hiiv^T •■ imnì' •■ ivi.t\" ■ ^^ •■ (n-h m-un ■• a-i-- •• tì.fii •■ ?i'r-wi = h^ììi.h 
'!• : noi: •■•• ^»^^•^ = h/,:'!: ■■ in/ n./i-f: - wòn ■■ fìTo- ■ uìì- •■ iv./" 

'ì » H'^^V- •• mnXrh : AC/'Ti V : «'Jl'i" : /«>• ■ (lIl.P ■• V/»''h s «nh^Vl" >?' : A?.T 

•i"/."r ■ >i'}ii : .l'-inr: = j^a-i- = >»^h : fti- = iv/'Mrl- = atònv •• h'/'xh. = 

y.-ì,hìl(ì : AH- : A"7-1" eri : ?if. : '/.II. : ììi::l'Ù = rtl'I'A'"' •• ("J^./l^- = 'n'i^tU/i. • 

y.fiafi: ' hTìAi'o^' '• fD-ì'ony.fn •. an i.e.A- •• aììì.y,'i- ■■ ìV/ny^f^- ■• '^■1-jffì- 

-fìh •■ '^n '■ vn/. '■ +^.<^- = h»» • ynn mpA/r. : h^ •• y.'n'i •■ /.oj. • a?iA •• 

•) 1! 2 Nin. <; au'ir. (Itimi : sn/. : >.nil.>>> : in;X"nA : rhTr.vV :: (OV.Il.A <">• : V'HII- : (DXAi: : T) 
on : A.V'lA- : IMli' : noJIÌ -l- : Wl*;. : nMJ(;n-1r : (mil/J. : /l'.l'.V. : AA^iiA^IJ : ')1<SV : (I>>.|! : ^'.l'V. : 
(iXinA : JH-.Ì. : (DìfVÌJ" : VO'nMJÌ- : (Dl'tUH -V : O'IMl : l/t'ì-C : (ni.lW.iI" : >,<"i'lAùV : IIVUUXù : 
fh'n.'f : a)"0-jri-l' : -V"" = (D*'JA-I- : Xlìnu : 'JV.-H : Aou(|AO : Ì-UJ(;«J) : (DHìI^A. - '') K 2 lii.'^- Il» 
.|. : ji/ , _ ') 1{ 2 e L 2 nin:. "TbA-uu-. — ■<) H 2 om. col sc^r. <D. — ') K 2 i.m. - '") K2 Wfiuìi 
f/ — ») K 2 aci; U>-lì-|' : <P>.V?C- - *) K 2 AlMll : IMIX : (D.V.flA» : •f'JHM' : ^mANVI' : (DYlT : 
•t-Ttl : AKA.-V ' ) l; 2 . I, 2 -jn. — *) H 2 (l^X•r.|ì : A — ' ) R 2 A.lv'ì- : «l>->.|i . "; 1! 2 

ne" : iiny. : V.iìri : l'S ■■ I1IITÙA.II- - •*) K 2 acR. oy-ì-ylì. — ") It 2 apt;. ti»™. - i) H 2 m/, 
Tui : riiiMìii' ■■ "<MiiA : (i>i;iir.T-ii . - 1) i; 2 ave- rhiiquo.. I! 2 X'JH : .v.Xmik - ') 1! 2 

X»M : VIÌI"Wl'lAg> ; ll'i" : M/.ÌHHJ) : A/,IH . — ' ) 1." 2 MiT/,l»-. — ") 1! 2 »(.'(,'. Mi : Amil — 
•) U 2 HUr. : An» : ll-f<IMIIl - ') U 2 ajri;. ''lOn. — ^) I! 2 Allim- : (l>n-f : ll^x>,h : (DAmjt»!. — 
') U 2 (DASII- : V.X-Hì^ : mix-rt,H. : IMA- : a>-V,>.t\.\:ì>- : X'UI : V.ÌKD». : lì»;"** "l H - AH 



— 83 — 

«<. ! h''" : h,y.ivì •■ in:f"b •• Art"? X"<"»«,' : ' .p.-^'ìa ■• an^i^^ix-. ii)fn>tì'ip 

nST^ì", •■ ^.Ihi/A : mhiM- ■ */*'(: e = rofto"- : fyaì'h'U • «"Viirt •■ ^0 ' «n 
(J'I* 5 Hu'CO ' A"<^- • 11''" •■ JZ.'KK- : n ^^"7. : iìif'ì- •• M'ih • fli^.n.A"*"»' : e 

A"7-ì-^ft •• hll •• tm'^i.tìao- -. uoìUpai" : h 'P"ìi'h't' ■ MVn • 0»! 'f'X.A- : hììli, 

n-ifo»- •• hùp'B. •• fflinh. : '^n : jny. •• a = m^ìwaì •■ Jirj • o^hj?. • Tt\n%ì' •• 
h-Hh^- ' Ahn-i/''"" :•• «>n (li dAl- ■• in ny-jonc^* •• ojijem'.fr •• (ijr.v •• ojo^ì 
<• ■ on.f • o'JA ! m:h^- ■• l'hr/. : h •■ AdA ■ WA- • riiun •■ T-n-^i-j • ?%a: 

fts <w>A^: W-A-! fflliV-- h<w-- +.Pi'^ ••: A»» •• mc^ : fli^ft-f'^n^*"»- •• AW-A" 
AdA,irtf«>- ■■ >i'Jh<- : fflh^h-'lhìP ! Mtx t' ' TJ^T*"»- : mie • onuf >. • aa-h 

s^-ìx-t ■■ adM' ■■ at-tìt •• n. ^ : «Tin -i-rtc»^ ■• ^rjie •■• mn^-ji-ii ■ '^ <«,/»• 

tiic • A^;"e' = h'ìn •■ ^'t.^ft ■■ 't"-c iJPo^ •■ nHC^e « mAn •• Aro ■ -}?•/*': 
nv ! flj.e+cnv ■■ Avf-Av ' = ka : '^;'^^l m<: = <wa<i»a : \\a^ •• ìfiat/. •. ^n-v • 

?itfnjr • AAA ! hA : MAfl>-> = Ah-JAl- • OCT ■ *(0'i'h9"'i •■ TtlA ■ '^VtiA'>' • 
fflA-f-OAl- •• Jh-A'} •■ mon.jP'J ■ h-jnA- mVìCP •■ HJi> •• fflHChP = hlXìù • fl» 

'hA.Ap- » fliJiAn : ^.iL ! JiAh.;fc •■ cìx, hM'o%i\ • fl>nhf •■ hi-no ■• «"^^i • n 
fl)^.U"n = f\ò\\ •■ fi-rì-à' •• 'ì'V.T •• fl>-A n-> ■ hi^pv. ■■ oìhM'P'tth ■■ ^^A- •• ù 

") L 1 e 2 prem. (D. — '') R 2 >\.-fX-i*id : nn/.l = (DHJ^goC = Hin<l. : t.^.T : (DfCD-Ut-. — 
») R 2 om. — ') R 2 muco, : /Viro- : MJquj'f : oq-lflf. : T\ao : ;^-V«t>ir; : AMJC"i'^ : n^-Vyiì : IMìR 
1 : A"iro- : J-A"» : Afl-iroo- : A/.PH; : a):JAi; : Alfl." : -fTl" (R 1 e L 1 nni. r.Xl^^^^) — ') R 2 axm'jVl 
/. ■■ Xu"y.'»/. : dX""- : <";Xv.l.li'<ro- : lllv(.«M" : Vi : fioo : '^yl^^ : |ìi:ou : (DJUU/;.»*. — /") L 1 o '2 II'» 

•r. — y) R 2 (D-l-y.tiu- : (l)l"in,ì,(J|) — ') il 2 y.Xll, : IIA<T) : (D'AI: — ) R 2 lUmuu-ì' : (Dim.!- : "V 
'tnCH. — '') i; 2 aA(I-ì : Ì1U)-I-. — ') R 2 agi.'. (D-I-IUU)^ : Xm>l.i i niii juii umotte tutto qikllo 
chu Bcgiio fino a 1'A.Ar'- : liti. 23. — "') I," 2 A^d-i. - ") L 1 e 2 y./l." • — °) R 2 Alt)»A> : AA aa : A 
Xa : 't-ll'rAV : Anfl./'. : -m'I^. : aXa'/. : AÙA : .V.fW. : (DaViAH : Jv'h-f : y.-flf. : UkfV.1' : (B'I/SIÌ : l'I 
ùl- : <l)/>llVl-. — ') l; 2 m/AÌIA. ') It 2 noiì-l'liyA : IIIÌud- : .(nyiiq. (sic).— "•) It 21IIII-I- : - 

') li 2 liy.nf> : i>0|ì.||Ut|- : Xi;iiU<l>y. : (I)AllA.A : (Df.'l- : .VJI : C.Xlì- . — ' J R 2 AiVillH : (D-UJIH. : 0) 
'Ml'f\. — ") K'2 (DI'mI : .V.II.Aim- : (iiiu-H. — ' ) K 2 U)-|-Ayu-t"". : rtuoj". — •>■") K 2 (e ì. 2) agg. IhA" 



— 84 — 

A"> ' TtXh.O- : wH'in* > ;Mil- ' ^^/. -flJi.C = H»"- = h"?? « 'fl»»H*n •• MI. ■• 

!»•• A''v-ìyn! »vn/. uHn/- :'/n'>n<.! hòwv.'ri whtuM'si • Mì.^ "^'h'i •■ 

/»' ! «u/riVì- ' r^:/. '• >»;'\'/ = '\:a'/ > V • hììh-'T'l. •• (L/- « ^/d-}"//»'-» •• >;t 

fl>^.?^()'/ : N'/n/.n • >.nh • 7^r:?^(: : Y, •• it./- •• xa-Iv • a'JA^/» = "JAr « <» 

<nmA- • '/"h^; •• y; hmc ■• '««n-n 4'S.Art » '^ìjpa -x'»» : o'-^va = n-mi 

A.*}?. ! I: ^U/C : ti^l/.- ■■ mn/.U-. m 'V •■ 7y."A •• «iJ^"? : lUttl'.hCT •■ }\9" 

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v-^/n : Vie •' H*<-'n •• 0JI/(.^h.'^ = h in.^n«i».c" > oN'/'y.-i/. ■• /^.?^f|f^ -. x 

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' Oli».!!. : h'^l^ ' ' ^.'irK. : >iA ' >iy".p.i ^i")!» = .eAv^ A- = ii>i'/'fl»-ft-i' •• '««iiiii 



•) R 2 atrir. tino : yn-v- = Art^oo ') H 2 R^n. - ') R 2 aprir- in/. luoiì-l'A . - ■*) R 2 om. 

ed .it'R. Ark'l- : Ad» : A/.:ri.'. ■ ') Il 2 <Dng".V^/. : -nA". — *■) I. 2 «oni'V. : (o C..M app ) L 1 ou->iJ : 
nuTnv^. - ") R 2 om. - *; L 2 HA.;»-!-. — ') U 2 00 : I. 2. (DÙU. — *) !> 1 (DAllijn : I. 2 (dX/IìVO ; 
U 2 agt'. a)n-n/>k'i : i- : 'fi^yC, ■■ oum/^ : <D'1/."»1 : (Din/. : x-K-V. - ' ) 1' 2X/.'ri : n ". — '"} I. 1 uo". 

I, 2 ao-' . — ") R 2 VM. —"IR 2 rX'ìl' : «"J '. «"^ R a)Af Ipl/. : ArU : AO^* = Xf!"" : P-h : YVA- : 

Tn •<) R 2 Min. — ■) I, 1 f 2 (miogii- ') i: 2 — /„».-') R 2 ©MI». ■ — ") '! 2 y.nr. : y.i\/. •■ 
n/.fvY : ©y.ri/. : r|.>iT. : fbir) yii/. : A-ukA. : (n.v.ri/. : (ìavo : -Vln-'i. — ' ) R 2 riAini-r. - ^ i R 2 mn. 

ed ^K. ìiou : XWHI- : oufV : UkAOvV :: (DA-Vrh'l- : O^f' : AtVA- : ©•|7>I1H — v) K 2 X-»M : .V.oiJHIC : 
■i'A : 'ly.i'gv V : IDV.I (ir. •Kui.wy. ') R 2 -VH (I< 1 <■ 2 (Dou ) - ""» R 2 A(D>>»i». : (DKA : lì 
iiimH- : ii.j I) : >,iii>-i|ii|. : iigwi/..t.(i- : .V.V/».lllh : IsicjA-J'A : H.Alh : CMII.;. : KAf : (l)tlA : Mh/. 

(I, 1 V 2 <D(i>>>i> «■ idXiiw>-m.). — '"1 R 2 /iKiyciJ-uo- ") R 2 airr v.avKD. = ii»i<'. = Xnii.An.M: : 
(l(DUf'in>- : i'A'».' : W. i iii.i om. tutto quellu clic si'gac- fino a XllLA-llilbi; (paj,'. sog. Un SJ. 



— 85 — 
riii»"' l-nUA ' ' fli^An'Mh'H^'h/*' aifWA- > l'"ftrt,> « A'^A»» ' «JAy" « 
f.^^lC ■■ *A « ò<'0 ' *flJ>7<: ■ HC* * > >- : A^iO ' Pvh>. > fi-nò' twpiìc : fl>- 

A'JAy" : h^ •■ ttì-riX' > ^v-nn- « aip -ì >»■[: : ^hvx. ■ a-i: : ^.** = n.»- • hcA 



•n*h.r: >« *ffl^An ■• H^.nfl>-?i' » fl>-ft'/'! 

Ao > H.e^c^'P^ « A-nrt > AOifr : ^?i 
a^- • * A.+ « 'Tinc ' ^O'^-a ■ (D-h-t ' 
6 n.ì- > ?ifth ■ hao > fjdn- > Hje.A-n 
rt- ■ fflh^n ! je.>/»'h. « flJ^.'BArtv ' ■ n 

tfnOrVh ' A.+ • «TinC * *fl)hAO : H 

«PP ' ! (O-ttìi-M •■ ?.A ■ TI: ' » A^H ' ^. 



rTh9> •• Ai^A• : ?iA • f.V/*7t. = tn>i.\' : 
rt-A •• T^ J cD/Z,n.A- ■■ A^n : PvhS: ! h 

fl>An.y ! ^AdA ■ fl>>n<: = -nfM = anvó 






iì- » h^ ■■ ^.'^Tfl»-JP ' /coopti « «D^'-SA 
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ncnni : Av.H(DX : 6h- — '') I.' 2 l'H^n : A.«t» : uq-lflf. : fi S a-^ : XCltl : .^Al: : (D>\y.ì-nUA : ll,A(' : 
•JT.V.I' : (D.VJMJ/'v : Hìiao : ^.Infl- : -fTlCiro-i, — 'J R 2 /S.vm[:H = «X'.'l' = iDi\/,./, : a)/»,''lAÌSfV, : T 
TI' : 'irt'l" : UkAgn : AM/h-t-V-""-. — 0^2 agg. niltluoTI : "1-nr. : ma um. tutld cuiello che segue fino 
a Ai">:iH : liii. 20. — ") H,2 (DV(<«'UD : Xqojf" : JS'l. — '') R 2 .«0>»>l' : (D.V.VuojJUr : Af^*.;. : Viq, 
A : •l.l'-C.'l.lì : (il nome in litur.) cf soijra p. 57, not. e— ') R 2 flHooruu- : aA'1 : l*-.!»!. : IIU)-X-f>. *) H 2 
om. — ' ) R 2 Hl-Jf'h-y. : .Vi-Y-<'.:l(J) : (DHIÌAA : y.f\iìOtt . — "') R 2 U)'I'IÌ<JUI' : uutJ.T/„ : A;ia)- : <Dt" : 

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86 — 



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(ìiifh. ' ) R 1. I. I 2 — y.. — *l R" 2 irA.I'riri : <1A.>I. : Xlll.All.h.C 'j R 2 rniJÌi-ì-ì- — 

•"I l; 2 '■/^t|ll^JH/,.'t^ : >,ritl : gtiO/,.!!. ' ) lO'IMJIi : AllUO : fi". - ") R 2 a^'p. (D-VùlM'-l- — >') ajrP- 
>.A : »urJ : (I,I.A.I1 : 'h'M.IÌ : •ì-.\:.lì : <I)";"IÌA : AX.I.^.II- : lH^A : >l'r.aiìlin IH.) : M-I'/vHO» : n:iu|. 
M* : (Ixr'lÌA : K.h/l.U- : lì^A : nillìTi'l : ■;«•*.» : (DV.I^f : C.Xlì. ( lihIi. 1, 1 r 2 .■ 1." 1 an;:iiini,'.nM «ini 
i golUi nomi. cf. p..'i7,n.<-. - ') R -' n«*A : .IvV.lì = nrtAM- : l-Ifl^. : AllUÙ :(IIA-ì-.V.IÌ:11"":»l"'"''i = 
IVA" : lt)l"A"/l)/.ll- : >.A : miwXj : >.<;"-ì -^.11 : (!)>.<;"(•. t.'ì- :>.JII : \M^>^ ■ "»y..»J.I- : ^"^^ = <l'»li.lì 



— 87 — 









Olit> ■ tì^ti-t' ■■ loT-l •• (\Kì-ì:M ■• (D <"'ìì/.- •• aìim'^i\"'\- : fl»,1,'^''7-|" : OljPT 



f.t-lDW. : XA-;i"l:h<"'- ' aì9T 



UH. •• n^HVÌ- : h'J-I- : ìv/nX?l •• A(i 



") R 2 (DÌSA : -^lìgnu- — ') R 2 fnCyn-V : ÙA-Ì". — ') Fv 2 e L 1 e 2 CDJi" (uvvero è da corregg. 
nSPU- ?) — '') E 2 (DyTAA : «P^qnitiao- : gnx-T-l-VnnJ- : <D^lìfhVlUD■ : (DyùC"! : X-" . — ') R 2 nfn 
K/V'ftlo»- (sic) : «D.KIÌmjOVlaD- : IìXaTÌIuu-. — '^I I.' 2 ohi. - 'J) K 2 iD.V.ùutYlao.. — '') U 2 (DJi'i 
RC- — ') R 2 agg. (DU^115. — *) R 2 ^iro : gm5i^H,nou- : >^-l■^ : JEoox-AVliiu-. — ') R 2"1UA- : (B 

9d". Segue qui la sottoscrizione, secondo la quale il codice fu scritto l'anno di grazia 251, sotto il 
re Ya'qòb (Malak Sagad II, 1597-1603; 1604-1C07), e il papas Aba Petrus ; il nome di chi ha fatto 
scrivere il codice ò cancellato. 



— 88 — 



SOMMARIO ANALITICO 



ns. 



Invocazioni alla Trinità (')• Origine regale di'Abd al-Masth o AragSwt (-), il padre P- 56. 
ha nome Isacco, la madre Ednà e il fratello Teodoro; sua educazione; è istruito nei 
Libri Santi, e frequenta continuamente la chiesa; non vuole prender moglie ('). Venendo 
in Tebaide presso S. Pacomio, s'incontra con un monaco che l'introduce presso S. Pa- 
comio ; colloquio con quest'ultimo che gli dice quanto sia ardua la vita monastica, 
e gli consiglia di sperimentar bene la sua vocazione. Riconosciutolo degno, S. Pacomio 
lo veste dell'abito monacale, e gli pone nome Za-Mikàél; aveva allora 14 anni. La 
fama della sua santità si sparge in Ròm, e vengono a lui Abb;l Liqànos di Questentenyà 
(Costantinopoli), Abbà Yem'àtà di QosySt, Abbù ijehmà di .\nsokiyà (Antiochia), Abbà 
Gubù di Qilqeyà (Cilicia), Abbà Afsè di 'Esyà (Asia), Abbà Pantaléwou di Romyà 
(Roma) e Abbà 'Aléf di Qésàryà (Cesarea). Fraternamente accolti da Za-Mikàél, chie- 
dono a S. Pacomio l'abito monacale, mostrandosi fermi nel proposito di darsi alla vita 
monastica. S. Pacomio li riveste del sacro abito, e restano ferventi monaci con lui 
per molti anni. S. Pacomio, morendo, dà al suo discepolo Teodoro un ordine in riguardo 
delle proprie ossa, e Teodoro l'interpreta quasi il Santo volesse che le proprie ossa 
fossero secretamente tolte da dove erano sepolte (0- Sue raccomandazioni a Teodoro che 

(') Nella prima invocazione {cttp. 104, Lib. Ilenoch p. 18 ecc.) il .va)rii"h (H 1, ycYl^) sembrerebbe 
essere il causai, di (DVlfh. ma non saprei aJdurne alcun altro esempin. (DVlrh ^ i>ropriamente il van- 
tarsi ad alta voce dei soldati, il che quadra bene nel passo citato in D i 1 1 m a n n s. v. Infatti il Sawd- 
aew pubblicato a Moncullo lo spiega con KH- mentre il Voc. acth. (Dillmann, 1. e. ) non è esatto, 
raccogliendo, sotto inTi, dei verbi affatto distinti fra loro, come sarebbero »«t>a). KO «*«. Potrebbe 
adunque intendersi: Dio che porta l'acqua del mare nella nuvola, e fa salire velocemente questa 
nuvola per mano dc^'li angeli e la rende forte, terribile, coi fulmini e i tuoni, facendo sì che la 
commozione del tuono e il bagliore del fulmine vantino, per così dire, la terribile forza, tanto che 
è intesa nei quattro anfji.li della terra. Il RA*A* corto si riferisce al ciclo e alle nuvole ( cf Hen. 
% 60). Di questa radice (DX\,h il l'iatt ha, Tit. III. 0, ©"n/h jier (DVlrìi, ma dubito sia errore di stampa 
o di manoscritto. Nella terza invocazione è notevole il (DUI/.nip (lin. 28); gli Apostoli che con 
ansioso fervore ricevono il Paracleto, per correr poi tutta la terra, sono paragonati a eavalli che 
guardano ansiosi al sorgere del giorno. Notisi anche come vi occorre la figura rcttorica (Igor : (DC^ 
sulla quale v. i mici Proverbi, strofe e rarconli abissini. Roma 1801, pag. 61. 

(') Nello stosso giorno nel quale si fa la commemorazione di Za-Mikiifd (14 di Teqemt) cade 
anche la commemorazione di un . „ ,U J.-^ o '"■abra Krestos, affatto distinto; cf Zotonbcrg, 
«atal. pag. 6.5 e 158. 

(') ^V.» (p. 57, II, 6) è tanto (ohniofifm in senso ccclcs.) 

(♦> Per evitare che si sovrapponessero altri cadaveri, ovvero perchè non divenissero oggetto di 
colto; forse questo tratto ha origine da ciiN che narra S. Atanasio di S. Antonio (ed. Migne X, 
2, p. 967, e. 90) e si collega coU'ueo dei cristiani di Egitto relativo ai cadaveri de' martiri ecc., sul 
<iaale uso cf. C. .Schmidt, Ein altchriiUichts .Vumienetikett, 8 {Z. f. aeg. Sprache, XXXII). 



— 89 — 

insieme con Orsisio, ò eletto al posto di S. Pacomio. Teodoro ama Za-Mikàél e i suoi 
compagni, ma specialmente Za-Mikàél. Ednit, la madre di questo, viene presso lui per p. «o. 
vederlo: sulle prime Za-Mikàél nou vuole incontrare la madre; poi persuaso dagli 
altri monaci, va a vederla, e intende che essa è venuta per vestir l'abito monacale : 
egli la veste monaca, e la fa dimorare insieme colla madre di Teodoro e la sorella 
di S. Pacomio, che era la badessa del monastero ; questo era prossimo al convento degli 
uomini, e ne era sorvegliante Pietro ('). 

Za-Mikàél cogli altri Santi (Abbà Garimà non era ancora con loro) prendono 
congedo, dopo 7 anni che eran vissuti insieme, da Teodoro e Orsisio, e tornano al proprio 
paese di Ròm, ove operano miracoli, e convertono il paese alla tede. Divozione di 
Za-Mikàél verso la Vergine, e grande fervore del popolo ove egli era. Uscito dalla 
città con due compagni, vengono, guidati dall'Arcangelo S. Michele, in Aksum. Za- 
Mikàél vede questa città già convertita alla fede, e tornato in Ròm, ne informa i fra- 
telli i quali vengono lieti, colle loro suppellettili e i Libri Santi, guidati da Za-Mikàél p. 02. 
in Aksum, ove il Re e il Metropolita li accolgono festosamente, l'anno V° del regno 
di Al'àmìdà figlio di Sal'àdobà. Mandano ad Ishàq, parente di Za-Mikàél, che era 
in Ròm, il quale abbandonato il regno, viene anche egli in Aksum, guidato dal- 
l'Arcangelo S. Michele. Gioia dei nove Santi nel ritrovarsi insieme ; vivono a corte (^) 
ammirati dal Re e dal Metropolita, e operano assai miracoli di diversissime 
specie, onde rafforzano la fede in Etiopia. ^ Quindi morì il Re Al'àmìdà, tre anni 
» dopo la venuta di quei Santi, pianto da essi e dal popolo, e onoratamente lo sep- 
» pellirono nel sepolcro dei Re, e regnò Tàzénà padre di Kàléb». I Santi rimasero 
a corte (fl,'^ : i'm.'ì) tutti insieme, digiunando e operando moltissimi miracoli, e cos'i 
stettero per 12 anni (■*) ; la madre di Za-Mikàél, Ednà, colle altre raoniche, era ivi 
presso. Za-Mikàél, amato e riverito come padre e signore, è soprannominato « 'Aragàwì » 
cioè il savio. « Nel 6" anno del regno di Tàzénà, i nove Santi si separano per andare 
s in varii luoghi : Abbà Liqànos va a Dabra Quanàsel, Abbà Pantaléwon va di contro, 
• alla distanza di due miglia; Abuna Isl.iàq o Garimà in Madarà, e Abbà Gubà i\a 
" incontro, alla distanza di un » me'ràf " Abbà Sehmà a Sedyà, Abbà Yem'àtà in Gar'altà, 
« Abbà Aléf in Ahse'a detto Rehzà e Abbà Afsé in Yàhà ; e abuna Aragàwì iisc'i al paese 
« di Oriente, chiamato Egalà, paese che un forte corridore può percorrere in due giorni » . 
Con Za-Mikàél era la madre Ednà, insieme col discepolo Màtyàs. Giungono ad un p. m, 
luogo chiamato Madhanit ove pernottano; i malvagi abitanti scagliano improperii 
contro Aragàwì, il quale maledice quel luogo e benedice invece una città vicina. 
Passato oltre, risana un indemoniato: la folla lo circonda al vedere i suoi miracoli. 
Proceduto oltre, siede sotto " l'ulivo del convento " (''); giunge in vista di Damme. Un 

(') cf. AmiJliiioau, //^.s■^ de S. Pnkhrìme de. {Ann. M. Guimcl, W II) "•!. 

(*) (ft-T) : «l»fl\T che Di 11 maini, nv\ lessico della crestomazia, fa = cr^ 

(3) Secondo il God. L. 1 per 22 anni. Fra i miracoli che qui si raccontano, ([uell" del ijrano piantato, 
cresciuto e mietuto in un giorno .sembra derivare daj;li Atti apocrifi di S. Oiuda (cf M a 1 a ii, The confticts 
oflhe H. Apostles 222 e i miei Atti apocrifi degli Apostoli 22, p. 1) quantunque leggende .simili s'incon- 
Irino non di rado; cf. A m é 1 i ii e a u, Moimmnnls pour servir V rtude di' l'/ù/ypte cìirrl. {Miss, archéol. 
fr. au Caire, IV) IG. Il verbo ATflAllA (03, 1, 19) che manca in I> i 1 1 in a n n, è spiegato rettamente nel 
.Sair/tseir di lloneullo con -l-'ll'lfl hrillarr. Vi corrisponde 1' amiirico A^nMAriA e 'l-guilAllA . 

(■*) !S(D-Aù ulivo selvatico. I,a l'urnui X'AA, a me ignota, è dei due codd. romani : C'irse per X-AA. V 

Classe ni SCIENZE MORAM ecc. — Memorie - Voi. II, Serie 5", parte I" 12 



— !>i» — 

(forine udendo della sua santità e dei miracoli che operava, gli reca iiu suo figliuolo 
malato, cui Za-Mikàèl guarisco con istupore di tutti. Viene poi ad una rupe chiamata 
Mesguilgue, donde vedo la cima di Dammo; assai piaceglì. e gira tutto intorno al 
piede della montagna, por trovare una via da salire su quella cima, ma inutilmente. 
Va ad un monto (') con alto precipizio, detto -Sequorù' ove trova una via per salire, 
ma sente che non era il beneplacito di Dio, che egli ivi restasse; e così gli accade 

!'• ''C al monto Mongergàr e al monto Jlnhàz. Hitorna quindi a Dammo e vede una fon- 
ditura nella rupe, ov'eni acqua; ivi fa restare la sua madre Ediià, o questo luogo 
fu chiamato >. baat elem • (fY\). Procede oltre, e gli distendono sulla roccia un tappeto 
sul quale riposa, posandovi sopra il bastone (•) ; al togliere del tappeto, quella roccia 
diviene della stessa larghezza e lunghezza di esso, e di bianca che era, si tingo in 
rosso, restandovi l'impronta del bastono: questo vestige restano ancora venerate. Giunge 
Za-Mikàól -al piede della corda' (cioè dove ora è la corda per salire) e prega: gli 
appare S. Michele Arcangelo che lo conforta, e mentre Za-Mikàél stava aspettando e 
non sapendo come salire. S. Michele gli appare di nuovo, e gli dice siccome verrà un 
serpente alto 00 cubiti, che lo porterà sulla cima del monte. Viene infatti questo 
serpente il quale dall'erta dice a Za-Mikàól, che quel monte era deserto e inospitalo; 
ma Za-Mikàél gli comanda di abbassare la coda, al piò del monte ova egli era. Za- 
Mikàol monta sulla coda del serpe, protetto dall'Arcangelo S. Michele che gli è allato, 
stupoiidoue Mattia e gli altri discepoli che erano al piò del monte, come Eliseo al 

p. GS. veder rapito Elia. Za-Mikàól è portato sul monto Dammo. ove giunto dice: Alleluia 
al Padre, Alleluia al Figlio, Alleluia allo Spirito Santo, onde il monte ebbe il nome 
di ' Dabra Hallóluv'à. " La montagna s'illumina, e Za-Mikàél, avuta prova del bene- 
placito di Dio (^), è lieto di quella dimora. 

• Dopo pochi giorni morì il Re Tàzénà e regnò il Re Kàléb in sua vece » . Za- 
Mikàél fa una capanna per il tabernacolo, e gli Angeli gli portano dal cielo tutto 
ciò che serve per celebrare l'oucaristia, tinche poi edifica un santuario, e por propria 
abitazione si sceglie una caverna, ove vive in preghiere e mortificazioni. Uomini o 
donne vengono a lui per essere risanati; anche coloro che abitavano ad oriente, gente 
che viveva solo di pastorizia e di ladroneggi (^), vengono a Za-Mikàél che li converte, 
e lasciano le rapino. Za-Mikàól converte gli infedeli, e conforma quelli che, già con- 

].. 70 vertiti da Abbà Salàmà. orano nella fedo ortodossa; sua vita santa (•'); risana la figlia 
di un capo di milizia, che era indemoniata, e fa altri miracoli. « Allora mandò a lui 
• Kàléb dicendo : io mi sono apparecchiato ad andare a far guerra ai nemici di Dio, 
■> che distrussero la chiesa, e versarono il sangue dogli abitanti di Nagràn — codesto 
' infedele per nome Finliàs — ; poichó ha mandato a me il patriarca Timoteo, dicen- 

(') Il testi' Ila 'pyTO che ò cvidcntcmontc da ©«'«rpor. niu sembra signiflcar un monte alto 
ed isolato donde .si veda tutta la regione circostante. 

(•) Tutti i codici li.-uino qui n^<^J,. 

(') A pag. f>8. II, '. '■• la lozione ò scorretta; forse è da emendare •Ki.U'ini. . "it-yv. 

(') .SeinbraTTo essere pli aliitanli del pae.«e ora occnpiito dai TeUàl ecc. e che prili ihihiiriMr erano, 
come gli attuali, di stirile .\far (Cf. l'raet orin s, f'rìier ilii: hamitisrhcn Spnirlian Oshifrihi's 
{Iteilr. 2. Atsyriol. ecc. II, :ìlHl. 

f) l'a^r. 70, II, 27 .i.irehbc Jiiù ruirett.. «)V^.y.(i.V-. 



— 91 — 

« domi- di vendicare il sangue dogli abitanti di Nagràn. Tu, o mio padre, fa preghiera, 
« poiché la preghiera del giusto ha potere e dominio ('). Kisposegli il nostro padre 
li Aragàwì e disse al messo del Re: va in paco, e che Iddio sottometta i tuoi nomici, 
« e li riduca ad ubbidienza nello tue mani, e a te dia grazia e ti renda terribile ai 
« nemici, e ti riconduca sauo e salvo. E Kaléb era re giusto, e niun re fuvvi, che 
" operasse, più di lui, miracoli e prodigii, mentre era nello splendore del suo regno. 
« E quando si ribellarono gli abitanti di Bur, Iddio gli aprì le viscere della terra, 
" perchè non lo vedessero gl'insorti, allorché faceva incursione contro di loro, e non 
" fuggissero da lui e si salvassero: — il percorso per giungere a Bùr è di un tre 
• giorni per un robusto corridore. E Kàléb, entrato por l'apertura dove Iddio aveva 
« aperto il terreno, giungendo all'improvviso, gli sterminò, e non ne lasciò un solo, e 
« sottomise la città nelle sue mani, e fino al giorno di oggi esiste e si vede il luogo, 
" dove entrò Kàléb nell'apertura e dove uscì da essa, essendo il detto luogo divenuto 
" un pavimento di pietra. E andò per far guerra, e giunto al paese dei Sabei, guerreggiò 
1 con quell'infedele ; e grande fu la strage presso di essi, per la forza delle preghiere 
« del giusto re e dei Santi, nelle cui preghiere era fidato, e vinse ed uccise tutti i nemici, 
« non lasciando vivi né grandi né piccoli, nel paese dei Sabei, ed uccise Fin'.iàs, re di 
« Saba, nemico di Cristo. E Kàléb fu lieto, e ringraziò Iddio, e costruì nella città di 
u Nagràn la chiesa che quell'infedele avea distrutto, e diede ad essa in dote tutta 
» la preda fatta nel paese di Saba. E lieto e giulivo tornò in Aksum, né tornò alla 
« reggia, ma andò secretamente, abbandonando il suo regno e la sua gloria ; e andato 
«presso Abbà Pantalèwon, gli disse: rivestimi dell'abito monastico, e incontanente 
« no lo rivestì ; diede il regno al figliuolo Gabra Masqal, e mandò ad Abuna Aragàwì 
« dicendo : Iddio, per le tue preghiere, mi ha felicemente ricondotto, ed ho preso il 
« monacale abito di Cristo : prega per me affinchè possa compiere la vocazione. E il 
« nostro padi-e Ai-agàvvi si allietò, e disse al messo del re dì dirgli: hai fatto la cosa mi- 
« gliore, e che Iddio ti compia ogni tuo volere ! E ciò udito andò via da lui. E regnò Ga- 
« bra Masqal, e selette sul suo regno. Nell'S" anno del regno di Bàzén nacque Cristo, 
« e da Bàzén fino ad Abrchà ed Asbel.ià cristiani, regnarono 19 re, e gli anni della 
«loro vita {del loro regno) furono 244; da Abrehà ed Asbehà fino a Gabra Masqal 
«regnarono 9 re, e la loro durata fu di 124 anni: e tutti insieme sommano a 368 
« anni (-). E Gabra Masqal regnò con rettitudine e giustizia, eia fama del suo regno 
« fu udita in tutta l'Abissinia ; ninno si oppose al suo regno, né egli usciva a spe- 
« dizioni militari, ma solo a costruir chiese, poiché regnò iu tempo di pace. " Za- 
Mikàél voleva vivere celato, ma tutti andavano da lui per essere risanati. 

« E l'anno che regnò, Gabra Masqal venne presso Abùna Aragàwì, mentre stava 
« nella sua caverna, affinché benedicesse il suo regno, e desse compimento alle sue cure 
«per costruire il santuario; venne prestamente a Debra Dammo, lasciando l'esercito 
« ai piedi della montagna, egli solo salì co' suoi, presso il santo padre Aragàwì ; si prostrò 
« ai suoi piedi e l'abbracciò dell'abbraccio dello Spirito Sauto, e lo supplicò e gli disse: 
« bonedicimi, o padre venerato, e benedici il mio regno e tutto il mio esercito ! E il 

(>) Jac. V, 16. 

(^) Queste cifre sono quasi tutte diverse da quello dello note liste. 



p. -'•. 



— 02 — 

. Santo rispose : cho Iddio benedica il tuo regno, come benedisse il regno di David 
» e Salomone, e corno benedisse il regno di K;iléb tuo padre; prolunghi i tuoi giorni, e 

• conservi il tuo esercito, e sottometta l'avversario e il nemico sotto i tuoi piedi ; pensa 
. alle chiese, alle vedove od ai pupilli! E Gabra Masqal piegò la testa e disse: Amen. 
. così sia. E stettero insieme, ammonendolo il Santo come rafforzare il suo regno. E 
- (Jabra Masqal gli disse: mostrami, ten prego, in qual luogo costruire la chiesa, e 

• Za-Mikàt'l sorse immantinente, e gli mostrò dove edificarla. E subito comandò il re 
« ad operai robusti i quali tagliassero legni e raccogliessero pietre, e cercò uomini sapienti 

• che conoscessero l'arte di edificare. Fece andare attorno un araldo per tutta la terra 

• di Oriente, ingiungendo che portassero legni e pietre e terra da lontano e da vicino. 

• Ordinò quindi che facessero ruote di carri (?) a guisa di gradini di stanze, di pietre 

• e legni, della larghezza di 3 eubiti, perchè potessero salire in esso, uomini ed animali, 
. portando legni e pietre, acqua e terra; e costruirono con magnificenza, con molta cura, 
» un edificio mirabile a vedere, che allietava l'animo e rapiva i cuori. E l'edificio fu 
« compito nel II" anno del suo regno ; ed egli lo dotò di vesti preziose, di patene 
« di oro ed argento, e calici di oro ed argento; e diede 12 croci di oro e di argento 
« e vangeli legati in oro e argento, le lettere di S. Paolo e le lettere degli Apostoli, 
» di oro e argento, e veli; ogni cosa in dovuto ordine. La onorò e magnificò, perchè essa 

• è la prima chiesa, e ninna chiesa era stata edificata prima di essa, ad eccezione di 
M Aksum. madre delle città {nr-TQÓrìoXtc). e diede ad esso quanto la corte reale possedeva. 
>■ Fece venire il metropolita che la consacrò e la segnò coli' unzione del Sacro Crisma 

• (olio) e vi pose entro il « tàbòt " che Za-Mikàél con sé avea recato, sacro al ceto del 
fc Primogenito (') e il « tàbòt « che avea dato il re e quel « tàbòt - sacro al Ceto del Pri- 

• mogenito ricoperto di oro e di argento, e il tabernacolo di N. S. Maria, adornatolo 

• insieme con esso. 11 re e il metropolita pregarono il nostro S. Padre cho celebrasse 

• l'eucarestia ». 

Za-Mikàél celebra il Sacrificio, scendendo dal cielo gli arredi necessari, e comunica 
tutti. Il re Gabra Masqal fa una grande festa per la consecrazioue della chiesa, dando 
cibo agli all'amati e vesti agli ignudi, e si fa promettere da Aragàwì che in vita e in 
morte non lo dimenticherà nelle sue preghiere ; quindi Aragàwì lo benedice, e benedice 
tutto il popolo (-). Il re, per desiderio di Za-Mikàél, toglie la scala fatta quando 
costruiva il tempio (•') e mette in suo luogo una corda per salire, in memoria del 
serpe (cf. p. li!)- Il re se ne torna via. Molti vanno a farsi monaci, presso Za-Mikàél e 
sono battezzati in un fiume a pie del monte, chiamato m à y a m e r q à y : i monaci si 
accrescono sempre e si danno a varii lavori. Vengono anche molte monaclie, delle 
quali Za-Mikàél dà la cura al discepolo Pietro, e consegna a sua madre Kdnà. Muore 
questa il 4 di Ter, ed è portata colà dove era Aragàwì che la piange ; vien sepolta 

(') nTl»r; ì; qui il Primogenitus omnit creaturae, 0. Cristo; o il cnj'^n/. : ntV>C sono tutti i 
•Santi dell' .\. e N. Te.stainento, rOjrnissanti, sotto la cui invocazione era stato consacrato il u tibnt n. 

(•) JSIRiJ, non ò qui tursum suspicere, m.. s\ il dare la benedizione al popolo, come fanno i 
liffti, alzando la mano e t-cnendola, nel benedire, a quel modo che usano i Greci, cioè coll'anulare 
unito al jioUicc. 

(') Kj^oooo, che m.anca in Dillmann, significa u demolire " e nc\ Siwiisew di Moncullo 
è gpicf^ato con J'JJ. Da dàlim'mo « demoliscilo n sarebbe derivato il wnnf di Debra Dammo. 



— m — 

in un sepolcro nuovo, preparato da Za-lMikàél per lei. In quel tempo vivea Yiìréd; 
notizie di lui, che è ammaestrato dagli Angeli nel canto ; egli viene per visitare Za- 
Mikàél e vedere la chiesa fondata da Gabra Masqal. Za-Mikàél predice ai discepoli 
la venuta di lui; giunto Yàréd, si abbracciano e vanno alhi chiesa, cui Yàréd celebra 
col suo canto. 

Grandi conversioni operate da Za-Mikàèl; cresciuti i monaci a GOOO, egli assegna p. 78. 
varii ufficii. Gli appare N. S. ; colloquio di Za-Mikàél con G. Cristo che lo chiama 
al cielo, e promette ogni benedizione a chi l'invocherà, a chi scriverà la sua vita p. so. 
ecc., ecc. Za-Mikàél narra la visione al suo discepolo Mattia; fa radunare i monaci e 
li informa della vicina sua morte : fa Mattia suo .successore, e scompare, a 99 anni, 
il 14 di Teqemt o 11 di Tasrìu, regnando Gabra Masqal. I monaci apprendono il ,,. 82. 
« kidàn » concesso da G. Or. a Za-Mikàél, e lieti ne scrivono la vita, e ne celebrano 
la commemorazione. Miracoli e apparizioni di Za-Mikàél ('), visione di Abbà Benvàmì. 
Gabra Masqal avea udito che Za-Mikàél era scomparso dalla terra; viene al monte 
e fa donazione alla chiesa di molte terre, cioè: tutta la terra di E gal à(hà) dal Mar eb p g-t 
fino a G u e r g u e r, in G e 1 M a k a d à sei città, e in B e 1 é n tre città, M a t a r à, R à r a k a 
eSeyot (e Makadà di Gelo). Barali to, (In Ràl.ito?) Bèta nobayt, (?) Baqlo. 
'E(ja, ('Ed) Mare, Galabà, Ham (Aham, Ehem) B adà. Erakà (in Barak à) 
Ganàdef, Megaryà (Mag. oMug.) Damr, Yàl.i à(Yel.ià): privilegi che il re ac- 
corda. Vita esemplare dei monaci sotto la direzione di Mattia ; muore questi l'S di Tàhsàs. 
Suoi successori Yoséf e Mad^aina Egzi'. Sotto il settimo superiore, dopo Za-Mikàél, che 
avea nome Abbà Yol.ianì, i discepoli editicano ima chiesa all'entrata della caverna 
abitata da Za-Mikàèl, perchè serva di sepoltura. Abbà Yo' ani riveste dell'abito mo- 
nacale Abbà lyasus Mo'a che tornato in Haiq, vi propaga il monachismo. Takla 
Hàymànot (cf. p. .3, nota 3) dal luogo di lyasus Mo'a viene presso Abbà Yohani a Debra 
Dammo, dove riceve l'abito monacale, e restatovi 12 anni, torna presso lyasus Mo'a e prò- p. gè 
paga il monachismo. Abbà Yohani muore il 9 di Genbot, e gli succede Za-Ivasus. 



Il cod. R 2 è preceduto dal novero degli scritti in esso contenuti e da una 
descrizione della Chiesa di S. Aragàwì, che credo opportuno qui pubblicare. La scrit- 
tura sembra essere della fine del secolo passato, incirca (-). 

" Descrizione della Chiesa di S. Aragavi, fabbricata dall'Imperadore, Gebera Mascall, 
figlio del santo Imp." Caleb, o sia Elesbaan nell' anno del Signore 600. Questa Chiesa, 
che è di fabbrica rotonda (come sono anche al dì d'oggi le Chiese di Etiopia) si 
divide in tre parti. La prima di queste si appella in etiopico C/mee Afaali (•'), cioè 
Coro, ed è un giro rotondo di archi aperti : La seconda dicesi Cchedest (■•), cioè santa, 
ed è un giro rotondo chiuso, ma con dodici porte per l'ingresso, ed otto fenestre: 
La terza Macchedas (^) cioè Santa dei Santi, ed è una fabbrica di muro di forma 

(') A pag. 83, I, 12 il tVA" sta, come vodesi ilalla nota, nei (re codici. 
('J IjO parole stampate in corsivo sono sottolineate nel manoscritto. 

(3) ^i : OD^A'V 

(4) ^v:.f,.V: 



— «Il — 

quadra, in mezzo di cui vi è un meniter (^) o sia trono, o vogliamo dire altare pari- 
niento quadrato di legno, con pitture di Angeli, della Madonua, di .S. Giorgio. Kesur- 
reiione. Ascensione ecc. Per intelligenza di questa descrizione si pone nella pagina 
seguente la pianta di detta Chiesa, come la formò Mo^sig^ Tobia Etiope traduttore 
della suddetta descrizione: 




Chnce maalt 

Notisi che le chiese in Etiopia non sono né a volto nò a soflitto, ma a tetto, 
come se ne conserva 1' uso nella basilica di S. Paolo di Roma. 

Adunque nella Prima parte, o sia primo giro della Chiesa di S. Aragavi, detto 
Cliiiee Manli vi sono 98 chinib (-) cioè certi legni quadrati per sostegno della fab- 
brica, nei quali al di dentro vi sono scolpite tìgure di Angeli, uccelli ecc. per vaghezza. 
Vi sono parimente cinque colonne di marmo. 

1735 naia (^), cioè palle di legno sulla paiete d'intorno per tutto il giro al 
di fuori. 

295 Cchnat {*) cioè cinture di legno per tutto il giro, e in guisa collocato, che 
alternansi un ordine di cintura di legno, e un ordine di pietre, come nella figura 
seguente, formata a dichiarazione migliore della cosa dallo stesso Monsig^ Tobia. 



Ic^o 
pietre 
legno 
pietre 
le^o 



(Il mnnq 

0») S-A (?) 



— 05 — 

202 maucaf (') o siano sostegni di legno noi giro snperiore di tutta la chiesa. 

397 viaian, madrcc'i, e guen ('-) cioè pilastri laterali, pilastri inferiori, e supe- 
riori legno. 

7 porte. 

124 fenustre. 

Nella seconda parte o sia nel Cchedest sonovi 72 chirub. 

148 mae:o (■') cioè porte di cedro. 

l.")2 :;cdchlì'a ('). Notisi che questo vocabolo scdeblra in lingua Arnahharn signi- 
fica canonici e nella lingua poi di Gltee:^ significa tabernacolo, e che rimane però 
incerto il vero suo significato. 

193 Cchnat legno. 

40 fluì (^) cioè certi travi fatti a guisa di colonne intortigliate come le corde. 

222 maucaf legno. 

12 porte. 

22 colonne di stucco. 

7 colonne. 

18 manca, cioè legni a foggia di chiavi per sostegno della fabbrica nella parte 
esteriore. 

4 Chenfaasa (") voce di oscuro significato per renderla in italiano. 

Nella terza parte, o sia fabbrica quadrata detta Macchedas sono: 

15 fluì. 

11 travi. 

28 Saragallà (") cioè appoggi di legno per sostenere i travi. 

3 porte grandi rivolte alle parti del mondo fuorché dalla parte Orientale, dove 
vi è una grande fenestra poco elevata dalla terra. 

3 colonne di marmo. 

37 naia legno. 

102 madrech, macan e guen . . . legno. 

13 manca legno. 

4 travi a guisa di colonne intortigliate. 

177 Zerghcf (^) di legno o di cemento. 

50 Cchnal legno. 

Descrizione di Betgul (■') o sia Belìdehem, cioè di quel luogo, dove si lavora 
il pane di proposizione, o sia del sacrifizio ed è una fabbrica separata dalla Chiesa. 
In questa vi sono 14 fluì. 



(') (oov-njj.) nv^q. (?) 

(-) oD^>'i, tm\^l^y\, •wy\ (V) iiropriam. sù(/lin, stìpite, architrave. 

(') iiv.n-i-A. 

(>>) Vl-t»<. : M,^ (V) 

(^1 l"l/.T> 

C) ■llf.'Ki. (V) 

(') rLM- : ■ini: {i"niic : rL-l") (V) 



— !)(ì — 

óO Cchnat. 

14 muucuf legno. 

ir>U pozzi scavati in sasso vivo. 

72 sepolcri scavati parimente in sassj vivo, e questi ]'oì:i e sepolcri fin ora 
esistono e si vedono, giacché questo celebre e grande Tempio di S. Aragaoi fu 
distrutto dai Turchi del regno di Adel. 



KiTula-Corriije : 65, 20 (sembra essere) 1.: che è della fine ; 67, I, 1 ì a»«aou ; 68, 
II, -l^-'H V.go'i;"; "lO. II, -21 Agnj.;i"V . 6», II, ir, Aaiiì. '^ì >>'nii./,(irii.c.; (il. 1, 17 
ArAiVJi'- li, 15-10 yXyoc; (Vi, 1, •."•2 nni>>>iO twV»" ^ ''-J' '• ■' ffliriiV.'ì n/.n^rt"; 
70, 1, IH tofrli i Jue imnti in fin di rìgra; 75, I, ó 1. ntnM%i- ; 76, I, 10 metti i 
duo punti d..].' llll-l o3 n. l. ajri,'. It 2 ny,ù<'."'l : l" 



— 07 — 



RELAZIONE 

dei Soci Guidi, relatore, e Teza, presentata al Presideute durante le ferie 
accademiche del 1895, sulla Memoria del dott. U. Conti Rossini intito- 
lata: Il «Gadla Talda Haijmanol^ secondo la redazione loaldebbana. 



« Una classe di fonti molto importanti per la storia dell' Abissinia sono le vite 
di quei santi che esercitarono qualche azione sugli avvenimenti e il progresso di quel 
paese : né ciò deve recar meraviglia, se si considera l'indole più o men teocratica del 
governo e la potenza del clero. Fra questi santi il più famoso forse è Takla Haymanot, 
sulla storia del quale restano ancora molti punti oscuri ed incerti. La sua vita ci è 
pervenuta in due forme o redazioni affatto distinte: l'una di Dabra Libanos, l'altra 
di Waldebba. La prima è la più nota: di essa si conservano parecchi mss. special- 
mente a Londra ; fu anche conosciuta dal P. d'Almeida, che se ne valse nella sua storia, 
ed ha servito di fonte, per la parte maggiore, alla breve narrazione del S e n k e s s a r. 
La redazione di Waldel)ba invece, più antica ed importante, non ci è conservata che 
in un unico ms. della Bibliothèque Nationale di Parigi. Il Conti Rossini ha prepa- 
rato l'edizione di questo testo, per intero, e lo ha tradotto quasi tutto, omettendo cioè 
solo quei passi che poca importanza hanno per chi non intenda il testo ge'ez, come 
sarebbero i racconti de' miracoli senza speciale importanza, ecc. 

« La preparazione critica di questo testo, che è in lingua assai pura, è molto buona, 
come fedele ed esatta ne è la traduzione. Nelle note il Conti Rossini rende anco conto 
di quei luoghi nei quali la redazione di Dabra Libànos più si discosta da quella di 
Waldebba; in queste note e nell'introduzione egli dimostra di ben conoscere quanto 
si può riferire al soggetto che tratta. 

» La pubblicazione del lavoro del Conti Rossini è desiderabile per il progresso 
deo-li studi sulla storia e la letteratura di Abissinia, ai quali studi è ben giusto che 
sia portato un contributo specialmente dagl'Italiani. 

« La Commissione è perciò di parere che la Vita di Takla Haymanot mdla re- 
censione di Waldebba, e per la sua intrinseca importanza o per iì modo onde ò stata 
preparata, possa pubblicarsi negli Atti Accademici ». 



Classb di scienze morali ecc. — Mkmorik - Voi. II, Scr. 5', parte 1*. 



IS 



— 98 — 



Il-Gadla TaklaHaymanot" secondo la redazione waldebbana. 
Memoria del dott. CONTI ROSSINI CARLO. 



Fra i santi che sortirono i natali in Etiopia indubbiamente Takla Haymanot è 
il più celebre, sia per quanto da alcuni vuoisi facesse a prò della dinastia salomonide, 
già scacciata, narrasi, dagli aviti domini (su di che, peraltro, non posso che rinviare 
a quanto scrissi altrove), sia, e con nia<,';j;ior fondamento, per l'opera sua in favore 
del cristianesimo, opera che gli valse il nome di • apostolo novello » . 

Numerosi manoscritti ne contengono la vita: 

Bibl. Nat. Parigi: ms. et. 13C. Del secolo XV i primi f. 90. 1\ rt. T. II. comprende i f. 1-44 r. {') 
n » » ms. ar. 284. Datato, dell'anno 1307 dei martiri = 1590 d. C. F. 148. Secondo 

il titolo, questa vita araba fu mandata da re GalSwdcwos (1.540-1559) 
a Gabriele, 95°. patriarca d'Alessandria. La redazione diiferisce da 
quella del ms. precedente e dogli altri etiopici susseguenti. Trattasi 
però d'opera composta o tradotta dal gtl3, e i nomi propri vi hanno 
subite le più btranc modificazinni ('). 

Bibl. Bodl. d'Oxford : ms. ar. crist. CV. Datato, del 1.310 dei martiri = 1593 d. C. F. 75 ('). 

Bibl. Nat. l'arigi : ms. et. 137. Secolo XVIII. F. 153, di cui il G. T. H. occupa i f. 1-111. Kedazione 

in 115 capitoli, seguiti dalla enumerazione dei miracoli. I primi ca- 
pitoli contengono la genealogia d'I santo da .Adamo a Zadoc, e da 
Zadoc a Takla HiSymànot, e quella dei re d'Etiopia; alla tìnc, l'elenco 
degli abati e degli amministratori di Dabra Libnnos. Questa redazione 
sembra essere una perifrasi della araba, con numerose aggiunte (genea- 
logie, liste reali, miracoli, ecc.), e par clie non semi)re il testo arabo 
sia stato ben inteso (*). 
.1 1 138. Secolo XIX. F. 150. Come il ms. 137. Mancano la genealogia d'.Xzaria, 
le liste reali e la divisione in capitoli. La vita propriamente detta 
è jircceduta da una oniilia e da un'inlroduzione: altra omilia, da leg- 
gersi il 12 di genbot (festa della traslazione delle ossa del santo), 
e un'altra sulla sua nascita, sono inserite fra la vita e i miracoli (^). 



(') Zotenberg, Cataìoijue da m»s. éthiopiena de la Bibl. Nat., p. 205. 

(») Zotenborg, op. cit., , p. 200 ; Slane, Cataloi/ue des mss. araba de la Ili/il. Xat-, n. 284. 
(') Uri, Bibliothccac Bodleianae codicum manuscriptorum oricntalium catalogus, pars I, p. 46; 
codd. ar. crist., n. CV. 

{*) Zotcnberg, op. cit., p. 204. 
(') Zotcnberg, op. cit., p. 206. 



— !)9 — 

British Muscum: ms. adii. 16. 2.')7. Secolo XIX. F. 1-118, vita di T. H. ; 118-119, sua gcncalngia; 

11!)-I27, (rasluziune del corpo; 127-101, miracoli ('). 
" ms. orìeiit. G9G. Del tempo di re Takla Hliymanot (1769-1777). F. 42/i, vifa di 

T. II. ; f. i;!2rt!, discorso sulla traslazione; M2a- M9, miracoli («j. 

" " " " 721. rriiiii parte del secolo XVIII. F. 0«, vita di T. H. ; f. 184a, 

discorso sulla traslazione; 203a, miracoli in numero di 16;209a-212, 
invocazione ed inno ('). 

" " n „ 722. Secolo XVIII. F. 4a, vita di T. H. ; 108A, discorso sulla tras- 

lazione; 117/y-127(2, miracoli in numero di 16 (^). 

n » » n 723. Sec"loX\III. F. 9«, vita di T. H.; 167a, discorso sulla traslazione; 

179fl, miracoli in numero di 44, con discorso introduttivo; 227i-279i, 
altri due miracoli scritti da differenti mani (^). 

" •> " " 724. Secolo XVIII. F. 5a, vita di T. H. ; f. 174Ì-190, miracoli in nu- 

mero di 16, con discorso introduttivo {'). 

» n » » 725. Secolo XVIII. Di varie mani. F. 3a, vita di T. H.; 155Ì-157, 

genealogia da Adamo ('). 

» " » it 726. Secolo XVIII. F. 5a, vita di T. H. ; 102a, discorso sulla tras- 

lazione; 109i, miracoli con introduzione; 133Ì-135, invocazione, come 
nel ms. orient. 721, f. 209a (•*). 

n n » » 727. Secolo XVIII. F. 2a, vita di T. H.; 155 3, discorso sulla tras- 

lazione; IdSb, miracoli in numero di 18; 1845, invocazione (^). 

" n >, n 728. Del tempo di lyasu II (1730-1755). F. 3a, vita di T. H.; 

f. 134a-149A, miracoli in numero di 20 (>"). 
Coli. d'Abbadie, » 40. Vita di T. H., pagine 12; miracoli in numero di 17, pagine 14 ("). 

Vanno altresì rammentati: 

British Museum, ms. 9801. /littoria da Ethiopia, ecc. del padre Manoel d'Almeida, comprendente 

un largo riassunto del G. T. H. 

e infine l'articolo, che al santo dedica il sinassario ('-). 

È facile vedere come questi manoscritti possano raggrupparsi in poche cate- 
gorie. Identico dev'essere il contenuto dei ms. arabi. Così pure due di quelli 
etiopici di Parigi e quelli di Londra sembrano appartenere alla stessa redazione, che 



(') Dillmann, Catalogus codd. mss. orientalium, qui in Museo Britannico asservantur : -p^xs III, 
codd. aethinp., p. 49. 

(^) Wright, Cataloijue of the ethiopic mss. in the British Museum, p. 182. 

(3) VS'right, op. cit, p. 194. 

(■») Wright, op. cit., p. 194-195. 

(5) Wright, op. cit., p. 195. 

(«) Wright, op. cit, p. 195. 

C) Wright, op. cit., p. 195. 

(8) Wright, op. cit., p. 196. 

(») Wright, op. cit., p. 196. 

(Il) Wright, op. cit., p. 196. 

(") Cat. rais, de mss. élh. di A. d'Abbadie, p. 48. 

(") Dillmann, Chr. aeth., p. 36; Sapeto, Viaggio e missione cattolica fra i Mensa, i Bogos e 
gli Uabab, p. 429. Degni altresì di menziono sono i numerosi inni a Takla HitymSnot dedicati : il più 
difFu.so fra di essi è quello elio incomincia lÌAgn : AO'tIÌ-l-'n : (DAA.V.'Vtl : XvnYlf.JLu : probaliil- 
mente composto da Yohannes, supcriore di Dahra Lihanos, morto cnii re (ìalàwdéwos mila batta- 
glia vinta da Nur, re d'Adal, il 23 marzo 1559 (Basset Études, p. 21-22; W. E. Conzelman, Chro- 
nique de Galdwdéwos, p. 54 e 105). 



— 100 — 

ritengo identica, o molto simile a quella del ms. tradotto e compendiato dal P. d'Almeida, 
e che accenni a Dabra Libanos fanno erodere scritta in quel convento. Il ms. 130 
Bibl. Nat. Parigi prosenta invece una redazione sua propria. 

Appunto questo ms., che, come vedemmo, è il più antico di tutti, e che assai 
facilmente presenta la redazione primitiva, mi ha fornito il testo che poco oltre imbltlico. 

La data di questa vita non può essere anteriore al regno di Yesl.iaq (11 1-1- 1429), 
parlando essa di questo sovrano, né posteriore ai primi tempi dol sec. XVI, essendo 
stato distrutto, con spaventevoli eccidi, da Alimad ben Ibrahim nel giorno 18 gen- 
naio 1530 il convento ov'essa assai probabilmente fu scritta ('). Inoltre non è 
senza importanza osservare come, mentre in tale vita si parla della traslazione 
delle ossa di Takla Haymanot avvenuta a' tempi di Sayfa Arad, e degli onori 
resi al santo da re Yesliaq, non vi si faccia invece alcun accenno dell'altra 
traslazione che dal ms. add. 10. 257 Hritish Mus. sappiamo fatta ai tempi di re 
Nfi'od (lt!t4-31 luglio 1508). Certo, quando conosceremo con maggior esattezza il 
tempo in cui visse la b ii n a Takla lyasus, per cui volere fu scritto il codice di cui 
disponiamo, potremo meglio precisarne l'epoca della composiziono. Ma sin d'ora pos- 
siamo con ogni verisimiglianza ritenere che il ms. 130, se pur non è autografo, non debba 
essere di molto posteriore alla composizione del g a d 1. Esso è sicuramente del sec. XV, 
anzi, per quanto, trattandosi di caratteri onciali, avanzare ipotesi troppo partico- 
lareggiate non sia prudente, direi non dogli ultimi tempi di quel secolo. Questo di- 
mostrano le forme delle parti rotonde nel tn>, nel d, nel R, nel ^, nel f , nel ip; 
il modo d'unirsi dell'asta indicante l'assenza di vocale nel jp* e nel f>>^ e 
dell'asta denotante la vocale o nel JP; la curva dell'asta sinistra noi |/; la forma 
quasi rettangolare del fl; quella pressoché triangolare del cerchietto indicante la vocale 
in -f^ e ^; l'assenza costante d'un tratto d'unione fra la vocale e la consonante in A", 
assenza che il Wright (-') all'erma non aver mai notato in manoscritti posteriori al secolo 
XV; e, in6ne, la presenza di frequenti fregi marginali, presi, come è noto, dal copto (^). 
Non è, secondo me, improbabile che la composizione di questa vita debba ascri- 
versi a quel periodo di rapido sviluppo e di floridezza che la letteratura etiopica ebbe 
ai tempi di Zar'a Yà'qob. 

Dello scrittore di questa vita nulla possiam dire. La forma d'alcuni vocaboli, 
quali -["^à-f. :, fì'-)f. s, ecc., lo dimostra nativo del Tigre: assai verisimilmente egli 
fu un monaco dell'ordine di Samu'èl di Gadama AValdcbbri, al pari di Takla Syon, 
cui devesi il ms. 130, e dell'ai) una Takla lyasus. A questa origine waldebbana sembra 
accennare anche un passo (f. 11 v.). ove si parla dei conventi, che, fondati da 
Takla Hfiymanot nel Tigray, innalzano sacrificio razionabile all'Agnello del Si- 
gnore, passo cui è da contrapporsi il silenzio costantemente serbato intorno a Dabra 
Libfinos. Lo stile è semplice, bello; la lingua è pura o scevra di dialettismi. Anche 
la grafia è abbastanza corretta : di raro soltanto avvengono scambi fra le aspirate, più 



(') Bassct, Études, p. 14; Ncrazzini, La conquista musfulmana dell'Etiopia, Roma, 1891, p. 156. 
(•) Wright, op cit., p. X. 

(') V. Krics, ll'eilddsé Mdryiiin, Leipzig, 1892, p. 20 e nota; V. JL Estcves Pereira, Vida do 
Abba Samuel, Lisboa, 1804, p. 76 nota. 



— lui — 

raramente fra le gutturali : pochissime volte in luogo di o trovasi •> , il che invece 
cosLantemente avviene noi manoscritti moderni. Tutto ciò meglio si vedrà in seguito, 
poiché all'ortografìa del codice io mi sono sempre attenuto nella stampa, correggendo 
soltanto quelle lezioni che manifestamente apparivano erronee. 

Il g a d 1 può dividersi in due parti: la prima, in cui campeggiano le figure 
di Motalame, di lyasus Mo'a e di Zamika'él, si estende tino alla andata dell'abuna 
in Gerarya ; la seconda, assai povera d'interesse, tratta della vita di lui nel deserto. 

Segue, infine, un'appendice, non senza importanza, relativa ai primi successori del 
santo ed alla traslazione delle sue ossa. 

Nel comporre questa vita, l'autore, oltre a servirsi di varie narrazioni del 
N. T. e di altre leggende agiogi'afìche, raccolse le tradizioni allora correnti intorno a 
Takla Haymanot, tradizioni che, ove le mie ipotesi intorno al tempo in cui visse quel 
santo e alla data della composizione delgadlsieno conformi alla realtà, dovrebbero 
avere un gran fondo di vero. Da essa rilevasi che, se già assai dilfuso era allora il 
cristianesimo, perdurava ancor fortissima l'idolatria, specialmente nel Katata, nel Damot, 
e, in genere, nelle regioni più lontane, ove l'elemento semitico o mancava affatto 
era in fortissima minoranza. Ma anche nel resto d'Etiopia, quando se ne eccettui la 
parte nord-est, ove sorgono Aksum e 'Adwa, e dove ancora in que' tempi era il focolare 
della civiltà abissina, il cristianesimo e gli istituti della chiesa erano mal conosciuti ; 
il che risulta evidente dall'episodio di lyasus Mo'a. L'averli divulgati, l'averli fatti 
meglio conoscere è gloria di Takla Haymanot, e ciò appunto deve averne reso sì caro 
il ricordo agli Etiopi. — Per la storia politica, abbiamo l'episodio di Motalame, il più 
importante di tutto il ga d 1, dal quale si rilevano l'esistenza e, in certo modo, l'estensione 
dello stato zaguè, l'indipendenza dello Scioa, ecc. 

Questa la redazione waldebbana. Quella di Dabra Libanos è forse più singolare, 
benché con ogni fondamento si possa ritenerla meno antica: nuovi e numerosi personaggi, 
quali l'ab'un a Beniamino, l'abuna Toh anni, abba Basalota Mika'él, ecc., vi appaiono. 
Non direi tuttavia che sia più importante per veridicità del racconto : troppo spesso l'au- 
tore sembra aver lasciato soverchiamente libero il corso alla fantasia, il che lo fa cadere 
in contradizioni e in anacronismi. Uno studio comparativo fra le varie redazioni per 
rilevarne i reciproci rapporti sarebbe interessantissimo : ma, per farlo, mi mancano gli 
elementi necessari. Del resto, in nota alla mia traduzione ho riportato in sunto il racconto 
del P. d'Almeida (') e l'articolo del sinassario : ciò basterà a dare un concetto dei punti di 
contatto e di quelli di divergenza. In fondo, moltissimi episodi dell'uno trovansi nell'al- 
tro, benché, talvolta, non poco alterati (-): il che denota come all'autore di una reda- 
zione non era ignota l'altra redazione. Il sinassario, poi, segue di preferenza la redazione 
di Dabra Libanos, ma talvolta se ne stacca per accostarsi alla waldebbana : in alcuni 
punti trovasi altresì qualche piccola cosa di nuovo. Trattasi d'invenzioni del compi- 
latore '? oppure di cose che il d'Almeida trascurò e che trovansi nel testo etiopico? 

(') Sarebbe, per^, vivamente desiderabile che questo compendio venisse tosto pubblicato inte- 
gralmente. 

(») P. e., Motalame diventa, nella redazione di Dabra Libànos e nel sinassario, un tiranno sorto nel 
Damot: trasformazioni' dovuta, credo, al non essere jiarso possibile afrli autori di quesili scritti 
che un governatore idolatra e sì fiero nemico dei cristiani esistesse nel regno dei piissimi ZìSgnè. 



— 1(12 — 

oppure altrimenti, per esempio nella esistenza d'una terza redazione, se ne dove 
cercar la sjiio^aziono ? K quanto i futuri studi non mancheranno di dirci. 

Se ho potuto intraprendere que>to lavoro, lo debbo in particolar modo al sig. 
dott.J. B. Chabot, il quale mi fornì una eccellente copia del Gadla Takla Hiiv- 
manot contenuto nel ms. et. 13tì della Hibliotèque Nationale di Parigi. Nel con- 
durlo a compimento, ho, come sempre, trovato nel prof. I. Guidi il più benevolo ed 
ampio aiuto. Il sig. F. M. Esteves Pereira mi ha comunicata una sua copia dell' in- 
teressantissimo compendio, fatto nel principio del secolo XVII dal padre M. d'Almeida, 
della redazione di Dabra Libanos del Gadl del nostio santo. Li prego di voler 
nuovamente aggradire i miei maggiori ringraziamenti. 



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*PA'i- • vort. : Amo- • fflK/lh : MIL ' 

J?.rtr/Df, : nA<w ! \\,Ì\lì' •• "hh'io •■ bV ' fi 

n-ir*»»- : A'/«"P>i,e'> •■ «"Vi'^-ì* ' ?iA •■ h 

Ar/Dp. : A«ro : niJ^'A^ : AAi/lf-^A' " n 



— 108 — 
òiì'ình •■ }xfììì ■■ n.liC " oììxtììì ■■ hVf\ "'t'iLA- : M-i •• IVlA ! 7>'."7',"-ì- ; >i 

T ' it>i:o' ■■■ w^o- « rtV/h = Miv ! M • ir. •■ aVja •- M > fl»-v.n/ii = hiìi •• Mi- 
•1>|A •• yA'.''V',"ì- •• ^^^^)•'l.'l^ • ^l'/'O/hC •• V • h'ìì' ■■ >^M ■•• «»MLA • ■ M ■ K. 

'/•>jA •• y^'.'^'rì- ! -i-flJAM •■ ?ira.-i' : n > ho ' /ìia •• y^."?'."!- • ami»»- -• h 

h-llC : cnmAy. : ^.•fc* • h(l-/:V ' ?iA • H •• ^.Pfrrt = '/"^ = -f-no : mariti. "7 » m 

lTi : rtiiv^. « »/fl»-?ii-- •■ -irinM' : i\x A- : nì/i.ì V " fl'.iv. •• mnxMi s ^.e.- 

"ijtx ■• fli-nA-.e. :•• KA •l- • aìf]}\f\U •■ y?: /. •• aty.f^.'i' « t/jj.'/'uf : oy.aì -. fl»i 

"l'i :: ;t"}> :: flJJM" : IH' •• '/'/»"Pl> : UhP'ì'ì 

/n •• i'".f.v. : rt.*P « fli?,'}!/ : \',/i<w(: : i; a>-9" : fli^'.x.A. : flirt^.rt]')^ •• r^n •• eh 

K' •• (\?xi\\ •• rhy.* • '^n •• ""'riH' • hn- V- ho •• XA •i- : fìinu •• 4* ^7i •• Hh«»" » 

A,frt-ft ! 'PVì : atòn ■■ 'IV.M- • y.n.A" •• 1 ,P.Afl»ì- •• A>^/.(."|- :: aìhV •■ ru-l-.e.-j; 

MIV ! Ai.f (Vrt •• Th •• ^.fliA.P.f ■ '/"} A •• X*»» • ^.-nA : flie. • A.I- •• >iA.A.|- ' 

ÌV 11 •• ìiat-tìl' ■ i:hh\\ : tf'H-^i.n •■ \ìfì hy-ì:'i- '■ hihat-i: : hni ■■ -n^rt. :•• a*ft 

y-ìì : ntxy.ì: • /.hnh • o'Viir •• h»"' n- ùrp ■■ /.ir • hn-v • h»" • Kyi^ 

Il r. VXi: « Jk/" ! ^'/T.n/. •• f,T ■ V/"h « m/'}'7.>. : >in'> ! -J-hA ■ vy.1T 

iiiiìòn •■ 'ne: ■■ hJi"» ■ a)t\y •. //"Viioi- ■• "i- > /i«/. = i;"*/ : «xìro : nhvì- •■ /i -n 

ny'T.V. ' ■l'I/.y. •••■ iDy.l\.f[" > M = /., ?irt. •• h'w> : i; a- • ""n'Cy. •■ ri)-J/j>,A- ■• id. f. 

vù-tì > Th > liti'/, •■ A//>. ■■ M»"«ìA : Il ii?i'>'i- ' i-fK- "• fl'Vìc; ' n?i'>'i' ! ^n 

(*) Co«ì corretto : prima tra scritto qunt; . 



— 109 — 

hn,h.C •■ (DhVtm^ •• MD-h-P •■ (DooU 9"ll • (otìF- ■■ o^ìì"')! ' A^ifl'V : 'ì'ìì^ ' 

(? : AT K'ill» •• A,efrA = ììCM'tì • y^'^TÌ" ■• (D-tìl- • >iAd • Olì.^. '■ at^tt 

xA-i: •■ fuA- = ruM ■■ hn-ì •• d ■■ (o-ìì-i' • ^hi: •■ ?Aò ■■ fì^-r •■ ©nx 

rh • 1 n : i-n^: » /^'t^J»" = mi^p •• ai hh^ • iwa ^ = hno- ■ nv^Tr-i- ' 

h'i • j?.'nA- : hAn ■■ (DO : ?iA ' ^.nA- ' A^n-v • h'w •■ uà» •- aoo,cf, ■■ *niìi ■• f is,»- 

mao^ic •■■ fflAn."/ ■• n<<.^ft = Kin.^-n ?»* = tm^c?' ■ -nx-rh-f- = A+Sft = «d-y 

rh.c i i-'ì/^'h ■• r^-T • cM^'-^ -hìx ^"ì- 'flhA.-f- ■ T"? " fl>MH : ^n•v ' fl» 

flJrt^A- ' ■■ /*'^9° • ììO« : J&nJi : M-V ! Oìììòn ■• (D{\P^ : Z»"?.?" : fl>-ft+ > 

(D-ft'l- • n.* s fflO.'!- ' if'M' ■ A-A.-!- = ftnC : HliA" : Hin : H^A '^C^. : ?i9"C «e. 

hllJ ■ f-'i'^C •• X\P.+ " fl)/»'f-9"J'. • ^X A-* •" fflJ^.rtlS. • ?iA •• Ue : UAffl. • ©n 

i»"?i : >icr -• JIT-/*''»» •" oirthA- ! h*"» s X.fh •■ t^h^ll •• ^.1119"*? • oahmo»' •' «ic. 

X-tf» ! nV^.'^S"'!' : hCA-f-A •••• <^- = fflóh- •• ^h^'.A'l- •• H^mi'V •• Jil»" 

tDhihi' •■ ÓM' •• ^nc?* • tiha-'i • vi •• ai'V\'^9*f^' •■ Mt^^ •■ Uàm. : Uf ••' 

h<w ' «A- : tf^fìlA ■• l/.eA'lv''A9" ■• (D tt)JP.'V<{.iro»" = (DùÌ\ •■ '\'""li • O^S- ' H 

C) Ms. (Da)lì>SA« . — C") Ms. (DooThlJIÌ. 



— Ilo — 



ILA-*"»- •• ^n•v •• y.'tiH •• A.iv.nih = © 

}xry:w, ' yA\. • hn-v •• ihA = ■/^."v," 
ì- » ^.>/*•^ ' rt 4'.<{. • mhy.T.h •■•■ toh, 

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O'Ii^- ! h'^lh •• y.)ìt'" '- 'H'.A- •••• (Dhih 

-t ' •n>irt.-1- » ^i'ti- '■ hiìi.h'fì.h.i: > 
■i- ■■ aiìi.'/ ■■■• y.i(\d)ì ■■ }^i\i.h-fì,h.i: ■ 

VX : A-<^- •• ILI- •• iicfi/.-yj ■• nfl>->i'|j » 

rt^ : nft<n»- : A"7.Ji;i.A •• XA"|: •• flifl/. 

hi-- • fWA- • rt\M •■ h"!"} ••■■ 

(D 6 •■ òhi '• }\'""Pòi\ ■■ l'P-tth' ' 
.li-H-fl ' iP'ti'ì' ■■ ILI- •• hOìI'.n ■••■ Uìp 
h ' M'i •• h«" > y-fi'V'ì •' aìyx-ììì : i;a- = 
A").».*!. ■ at'tìl- •■ \y„o- •• an/o^Ti ' rt^. 

•lA- •• >»>» = y'ff'ìi) •• A-i-' •• tioy-'i •■ ìì 
tn' •■ wy.'iy.v- • i\,uò •■•■ a)i\}x[\i ■ wy-f. 
X"V " aiAil>'J:rt : ^n> : IViA ! '/y-n 

T-l- > ^AHI: • ì'iìaì'h •••• y.hao- ' iOll 
1 •• }^A-|: : l/'/'rtA •• 'ì'.ivL ! (>''/'/• = 'ì' 



y.-tf» ■• AO-A " fl>£U->i'|: : 7.11. ! •/•:'"i'- »"^ 

/. ! '/"/il-^t Ce ! aììmjiì : lu'" J rn. ''^ " 

ft :: <mn|:rt : MIV • ,h'l'<:.e ■• Ax^iM a 
rtnVL : '>ft'li : 11"" •• y,W)t\ •••• h'Aiù • K 

\'{Y-t\ •••• lAi; » -l-rxìCA' ' AA.[TJ(rft « 

Oi'ti ' 'JA9" ! 'l/h.A " '>X/h : ""A^h 
-ì- • Afl'ft •••• flMrl-r •• (ì'To'ìd.tì •• 4'.'?. 

ft :: annì:ù •• Miv • '/JjA • vy-'^T'ì- > 
òn ■■ dA'y, ■ y.M: • ^»ft•^.^•n^<^• ■ a 

^-Arh-c •■ h<^ : A'.x'jo- •• i\'/y.'n*i-'ìr » 

> •• Ahn-v : Xìoo : uti" •■ rr'fb •■ wh? 

A- ! h\r • fl»(^n » nfi-Wi • n^.;''*'. •• hi 
ii,'>«n,/i.c • fl)/.»i'n?'<n.' •• Artfi?! : Ari ^ '' ^ 

t) •■ (OtO\-i\l : >,^H : y.{\n>i- ••• fflP^ ! u 
f •• flJVrt/- : 5'V"'P/'[<n>-] : mtroiìCao- 1 
^fl^V : /*'Art. :•• OJflld^i : >,'/' Uf : ^i-JlI « 

r», • i/Afli : rf\t\,0' : ytìH-}?* •■ n 

fl'A'm ' f .hAV. ' V'i-l' ' fì9"0 » 

A?iA : y-tf^ci^?* ■■ ""tì-i'i •■ rycci' ■ n 

ay.m :: 01""/.'/» ! J|A?i ••: fll^.d.A?» ' h 

Ao •• Hrt •• <<./..y. : >.-/ii.^'nw..r: ; at-Tx 
■u •• oj^-jH : y.iicf* •■ nxwi : Mi-v ' i- 
Via ■• y^'-Trì- •• wòiv/ •■ ftiy. ■■ at-M-. » 



(•) Ma -i-wr.i. - (') M«. -i-i/iHjr.h 



— 1 
òm.r. •• A^n-V " fli/?.n.A- • htl^^mi^ • 

nj^A-ì-h " flirt"?./': 4"J.ft •■ JV-vllfTrh : 

Id. V. A-I-- ■• IO*y.a.iì" ■• h'HhU. • 'W'PdA : M 

KCKìì ••• fl>?'n.A- • K: fl» i^ 'Jtf»'ì- •• ?l 

rn ■ hxK'n- ■■ o^hp « fli^n.A- • hn- 

at-h'U • ÓIO.C ' h(D : ^^9"! •■■• flj^-n. 
hdP'Q • nA : htfo • htìlò ■ hrjih 
fl>f.n. • àms. ■ ^^9"-^ : n 6 h'r^tì 
hi\ì,ì\a,ix.i: • h'>\\, • WA- • 'M\'F :•■ (D 
f'hì- ■ ^H. • xAe • hn> • -itn •• a^^a 
Ih ' ìxin •■ ?"tt^ •■ nh'w : atU'fììì •' -ne 

'/> ' AH : ()m.<- • +flJAf. : h*^Jl- ! ATI 
h'?».^ • flJAh ■ ft-flrhì- : A'ÌAir :•• fl»H 

^•/' •■ ny.A- ■■ 0+0 ! nfttf» ■ h'iii.hv : 

F.18,r. A ■• ^Hh ■•• *fl'>X<i ' fitt,'/ ■■ (Ohh ■ Uh 

01. ! uè ! ;»9"v- ' ^hiw.h'i ■■ mh'vtfo^ 

S"ì- ■ XA-|: •■ (OTO-'YÌ •• ^h •• Ì-?"UC 

'Il ! ewA- ■• rtxM • h-^i ■■ 

a-i : *s.A : '^Afl^ìP ■• ■mì".'>'ì •• finh ■■ 

flxw'h"'}'». : '/'A?' ! 9"AA.iro»- •■•■ fli.ft 

n.A- ! hn-> : inYi ■ fl^rt-^ • «?i p.ch « 
toao\\"iV/, •■ /«np- ■ fl»^.n.A- ' ^.p-^.p,- 
7h •• OrTh'/.-ìii « fl>f.n.A-- ^n-> : >.fl)A 



11 — 
?i'|." •• n.'/'h •• nh'w • ?in.Ah •• fli^.fl,A- •• 
«wh"'J'> : hf.'n-'ì : i.*ff:\\'' ^hfl-p • n 
eh s AdA.P « (oì\{\Yt. •• m.\\ ■ AdA. w «. 
«• ! fOAdA : fl>-A-S. •" AITILA" •■ ^'PP •• 

'V<.P : /?.<'.A.h : l/^i'W-Jh : ni: :•• (DfO-'h 

Ì^X •■ ODÌì'''ì'Ì : thè, : nh*"» ! ^'.n.A" •• h 
fl»'M^'|:rt • htt'i ■• -l'VlA •• y^."?'" 

'1' • -ì'iìhA ■ hrfi'iìh • UIC •• X'/»n •• n 

.P/fli' ! H^,P.'V«l-<- ! fl>-A'l;'|.- : rtnh ' 

'I: :■• fll^n.A?' : «A- : a^-(B' : l/^AO : 

ììììiih « fl),p,n.A-<^ ! •ne-'J'e = htiìi- 

ih • hCM'X • 1Ì..PU- : flJrh<. : r AA.U- ! 

fljiihn ■• n V'j* ■ (oinn-ì' • wv^i-*-- 

Tt :: flJ'^^A • CfTh^ì- « fljp.n.AìP -• 
^C.Cl•?^-tl^ •" «^Jnrt • U'TP- :: ©«^^rt ' 
C,1i*-T- :: fl)^n.A"0»' ! hn-> ■ ' A^* Fl-'.'^ 
* • ^.-V^Tì-HV- •■ nh'J'l- ! ''?^rt ■■ ht\tn> •■ 

A^^'Ahi •■ h'/A. : H'}ì+v^ : J2.y-n> M 
flihr'H ! xAp ! hn-v ! -ihA : y^.'^s" 
'Ih •• KìM •■ j!.nA ! h'7n.?ip •■ ^»^n.^ •■ 

hPhlì^ : flJ^T-lP ! >?/"-> •••• Hrt'^dri : 
RA-J^ : hÒ^^iil • ìxOO : X9"A : fl)>ift 

i-.e-h •■ K^wjhrt : ^.^"7 • flJArl»iinh • 

tìJ e : 'JJ?.J ■• A T : fl» e ■V'^?-'i • jP^'P-n •■ 
*s.Ah « MII.J: : «nv •• wiM'. •■ ahi 
■ncìiìì ■ inì-«i'V,p. ■■ Ah = ^rt»" : hiv • 
hjTAhj ••• mìx-^n • jf.-nA •• \ni' ■■ rt9" 

■• /''A ' h'^wAiVAi- : Chfr "• l/.P.-flA ! 



(") Ms. <i.+.v;Vi. — {") Ms. ujry.-V. 



— 1 

Cìì ' tf^'ilfi ' h-fìl •• H^'.f.'^ ' 7XJ) •• 

ij V. aìV.'i'Vò ■■ Ijf. " aì{\{Vf : iì\(\ : ni- 

>iy"cM* •• i'"M'(\ ■■ )ìi\i: ■■ Ki» •■ ^x. 

Ohà : tìT •■ Mìi'.Mtì ■••• aHÌ%U.V ■• /«»• 

th : ini: •• TOT ■■ tìT : hl)'^ •• iìì 

A : '/y."Vi''ì-- iithcy.Kit-i: • 'i-<f./"/h. = 

i^ftA.11- :•• m>n/. : iJf • Wiìì ■■ y.ìf,at''r • 

/^ òM' •• n+^,"y.-irt : rt-jn-i- •■ oìòm- • 
?i/h..e.' : y.'yór •■ ?i'/"v<:. •• Anto- : h 
ìd- : hr.ix'rf[ : ly.r •■■ mr^n • t:?ie : rt 

>»'>H •• f.'fiA • Ih ■■ hri •• Tv^.{:e : at 

A?!'/" •• ^n^.J) : h-ìh-'/.U-r. ■■ A(*A.h : ?l 

-flV • «n.P •• inìx'ì'lMì •■ Ah : '/"AA •• 

fl)A-p.}i :■• amiì' : òn ■■ ù9"o ■ hn-'i •• 

F20,r. ti,dAfU : TiTllCrì: : AJ^AA. : hft 
'/n : AOrt. •• '/"'>/f.A : '>-^.A •• fl)->»'|: s'- fl» 

hcfih.ofi : d.iio- •■ flj,i'.n.Aj" : ;.^^ : 

"n-fi •• hfi^flu • hv.A :•• ht\"^ ■ ììfi^mi 
rt ' aiòìiiì •• i/?i'/"Ayi> : fl>-?,|: :•• ;,.rt"7 

.enciJ ' A.'/- •• <n.p.P'iv>, ! y">ìv- » jp/^. 
r:iv/. :: }x''ìììM^'1*-ì: = 9">i'/'v = A.iif. 
(lì-iv : r-ìi-i- : yy.'rìo'/, ■■ •Af\}x'i\'fì ■■ 



12 — 

'iy-'i •■ Ky£.C.Vf, '• A-flP • h')tì •■ PJ: : 

Ji-'/n.^V ' Ky(ì-t\ •■ tìCMtx •■• mat'hl: 

9.r ■■ fflnxA-l"': -nii'V = wi = ^.r^Vh » 
}j'/n : yfìì':'"i'iv •• Am->,-i: : r/"n»- ••»•(: 
'> " r">i'w; •• iM" • m»>i.- •• ruA •• òr 
• .''•A •• ?/^.'nA : ^.v+cp •• 1/;.». « 2 
ipr/D s n I: : rt*}-!- •• y.fofctx •• -^iLh •• ii 
hrfì^ •■ (DdM • (O'hu •■ Mì-y. •• 0/^' • A 
x^p.•«^ :: mn<ì>.;i- : ^/»x -^ •• n7.n.y • x 

.f.v,h : "rvi- ! f.n. : nh*/" = /"CJ-i- •• 

r/n>JiO l- : hfll-^A'l^'J •• hlD'IÒ'} : VìA 

;i. •• i.u. ' «>^(l•'/rt • iHifl • ìjt ! .f.n. 

mi: •••• «»y'iì.A- •• h/.pii •■ r'ii- •■ -id. 
'ì'.p.- • at'tìi'iì- ay-of ••■■ my.(\,ti-' •• ùy. 
f'ì'ì •• hiìi •• '/"ftv} • h'i ■• •>*'.7J'. : h 

A : ìxl).!! •• rtJ,N<. : *m\WJi\V '• (ìMl 1 21 r 

r ■• -u-i'A' • vny. = (n-tìi- -■ oic • n<ìi 

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■iry-if- '• y-iifi" •■ ìiùVi- •• ìhA = vn. 

n : ìi-l-ù.fìy. ' m'j.ii». •• ^A '■ ìiy'iy.'i: •• 
i\'iV..yì-' ■■ òoof' •■ i/Afl»-> : 'ìi-ni: •■•■ o» 
hvifì •• A,.l>iA •• ^'py. •■ }\"i ■■ v\r '. 



{') Ms. n^•^ — (») M-. nfl/.y•^. 



— 113 



h'rfl^ •■ oì^n :•• jrvi-f: •■ hi •■ ^v^A• ■• 
91,'ì.n'/. ■ m:),f\'i. •■ ?ihA • fiìxa^- ■ h. 
-Ivi.'M'J • nìn-ìih? " fliy.?.».!-.: *"/ : -j 
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Vh ■ htìfm ■■ mó.n • hi ••■ mMìì • y-t- 
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V»- •• MI •• JiAÌ- : (I''|('A : firt-l- : A«l?. 

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')Ji' ■■ ^h{\•i •■ mh-W'ì't» ■■ Mo- <»<«»/> 
h : hriH'.'h.U' • h'w •■ ^rìAOA : hfì^ ■ 

1 JJ ,. ^,/>/^hV : Ah*<'.,'»'e : *f.rt : WAn = lì 

•in : nìh'/'C'/' : 'wA'i'A : hnc = ?i'> 

lì •• JZi^flJ-A : ft'/n •■ ìiCMfì ••■■ mn/,H. 

■/ •• -ì'ììCm : h«» •• OflA J H^'.P.-'^ •■ IX : 
i4{ì •■ mhril : fìTf •■ hlVi • h-JH : y. 

flii. •• rn-?il: : òtì-ù •■ V.i'.A : m,e..nA • 
vu- = fl»J^. •• A.'l- •■ h'ìan"/. •■ '»n?iA. ■•: 
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h • Mm ■■ *'.}\.a»-A : tìf" •• hT^\v ■■ «» 

{\ys.'f. ■ hr\n' ■■■■ anoun ■. >,r?.y..v • 



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(P'iì-lrU •■ hon •■ hìlìi ■• ^'."111"^ •• fl»'l* 
tn"PM '• t^Cn- •■ hiw ■ hVM'W •• nh^ 

-/• : l/h'V.P.'Ji'.: TlftCP" W/.\\{\9'00- : 

AJ|A?i : h.liM-n •• M\ì •■ .f-K^"",'/. •• Ì\\i- 

A- •• riiif •• ììhéM: •■•■ (oMìì • h'itu: : ^ ' 
'IV."/./lhP : TtìA • «>• A-.e.f •• '"•>'. -^ •• Il 
h/.;**R : A.e."fl»-f •■■ o»An •• c^.h?» ■• '!• 
oat-'n- ■•■ (OiiS.'iv.ft : Afì •• f.fì"1. ■■ ti 
on : h9"f\'n' •• é./.m • ì\h')\\' •■ 101 
r : fl)>f .e.lfi- : hTD? •• hlìi •• haììt: 
4* •■ mhlyih ■• hncn ■ fl>-?i'|: : H^. 
rt"7.- M" •■•• inhttW » n'e>. •■ (fl-txV • '^ 

'lAne : mir'h'K •• o^iiw.i •■ fl»n.lf >. •• 

/.rtP ! '^'V^Y. ■ AA''" ' hrf\\\' •■ flJ?iA. 

^^"/. : '"ÌXÌ/.h ■■ Ì\"lÒÌ'i\ •■ ""A + A : »f 
tifivi- •■ ),*•..(»• : h-y/.W ■■ h'r:> : Ali : V 

//'>A>» " «»»(IIU"/. •■ /.hoVir • «'•r'ifl •• A. 
'\'^:\v : ;,.*'.•}••;/' •• A""V = A"" = yjCAf- 
A : mn'/.H.y ! -F-hAm : A-rif •• *h'w» s 1 
"7^. : <«»/.«»>. ! \\0-:H\, •■ h?..n- •■ mh 
}>:ìfìfw : 'Vp.A • h'r'ì''H'{ì" ■ iih/.:i 

'lì •■•■ (nh'ìfì •■ hihlD-C '• hao •• h/.h-n •• 

fliTi-ji-rt : hn-v : 4» «;.A •• ^n : '!• 

hA : '/.e.'"/'i"-> : '|-<f./"V/i •• i\"'lF •■ A 

.liJ"-f- •• AAt'."!"» •• mAri/i» = A^-Jii.^n 
(U,V. ■••■ aì^at-fof- : àhC^iKii- ■■ ffl>i(" 

-} : rtiHh''» : fiTiì ■• h'ui •• ji'.A/ii. •• n 



■i3.r 



C) Ms. IJÌ.IÌ — ("") Ms. lV>uu. . 
Classb di sciente morali ecc. — Memorik — Voi. n, Ser. 5^ parte 1*. 



15 



— 114 — 

?i*vii7»fij..t: ■■ "hiM ■• .t'.-nA- •• y.-i-iw. )ns'i-- y.r.'/- «•imi.aì'' • f*t\-,h/,'i- -. 

vv = M'hy. ■■ ocv : A-|: •• tìiì.u'i- ■■ t\'i i.urr ìx.yh<"i:;: \\\^•,^^{ìM •■• m 

A"" •• 'JA*;" •• h"'l.') •••■ t'Il.A •«" : MI'/ •• -no"/'/.' : H\d. •• tio-i 

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— 116 — 

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'f"U.fì •■ «i'fA : yv- ■■ U.d. ■■ inTI.fi\. ' ?r|:>, • >i >^ : ""'/l'A •• hi"» = 'ÌH : h/. 

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Id. V. 



— 117 — 
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F.3o,r. *^c^lJP^^ •■ ffl^. wJi'h • '«''iiA •• C\h 

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ff"f{'h •■ òn ' hAj^^j •■ nx.rh • 'in ■• ^ 



IJ. V. 



C9* ■ A>l*fl-> • ^n : -IhA ! ■/^.'^T-> : F 31,r. 

fl'JP.n.A»'"'- • ^'rX'^iì^ : 1/f •• -IILf •• K 



11.51 : A.J&nXM. WLii- h^/» : hj!!:af i/aì- m^n». = hO • -IhA : ■/Ji'.'^S"!' ' 



(«j Ms. ^^-ì. 



— 118 



m'/ìC: ■■ Ml.A : IfA" • .l.A.'.'l»- = III)''" : 

ot'y,h : utìh'ìì- ■■ T-ìUfì'; ■■■■ ^^l^V"^ = 

li. .|. : .;•"}./. : •rìlt-tì',' • htì"" •■ lìTxfì. •• 

m-i: ■■ hìi' ■■ -iViA •■ ì'/"'v," : A'JA 

1»" : atf\'"ìòl-n ■■ OH'.')' •• IM'A" •• Ot'tìf ■■ 

yi«ì.f.ll " ì-J.f.VV- : ^Arirt : yiilV. : }| 

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I.i. r ^V>I : f\U'r •■■■ Oìy.l\,{\" ■■ Ml.A : li J/' • 

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rt'"/./' : \vi" ■■ i*".T' = V'K- = .''.''"I" = 
.f.'HIC • rt\^ ■■ h>ai' •••■ aìWry:'^/. •■ -i 

-ìfi ! "T'i^y.- '■ f.n.A- : AJiAh. : "ìiu: •■ 

'MI/.'/, : A(1A.(^ ■■ imi: ■■ A.A.Ì- : </»l'.(l. 

A" : "Hir: i/<i.«i'.p'.h :■• w(\fì'/,:h't, •■ ìi\ 

(lA.o ri'ji'/.'r;'^- : vn:}'' ■• amìv : h 
n •• iViA : '/y."!'"^' •■ wv^oì'P ■■ }\i\' 

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^.••7 •• ì-U.'/'/li • rii/rt.rt)'. : rtCh •• 

F.32,r. n "• ''•>»'"'• = ""IIAr^f rt : >»9" t'-Ml. = >'• 

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- 119 



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I». •• iìttih'l- ••■• (Ohr-ìl •■ h-ìtti^.i • JP.Jl'/' : 
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jf.tìììV' •■•■ oìhayjL •• An ■■ fìTo • *a • 
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121 — 



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Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. U, Serie 5", parte 1» 10 



— 122 

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— 123 — 



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— 124 — 



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— 125 



TRADUZIONE 



Al 24 di nabasè (•) lettura. 

In nome della Santa Trinità, che è un sol Dio, che ha sospeso il cielo come f. l r. 
una volta e stabilita la terra sul dorso del mare. A Lui gloria per bocca di ogni 
creato, in sempiterno. Amen. 

Ecco la storia della vita dell' abuna Takla Haymanot. Il suo luogo d' origine, 
invero, fu la terra di Amhara, che si chiama Bahr Qaga (^), e la sua stirpe fu Harb 
Gasè. Di là migrò un uomo, il cui nome era Ydla, per la regione di Sèwa (^), per- 
venne in Selales {*), e si stabilì nella terra diZararè {^). Egli generò Heywatna Basyon; 
Heywatna Basyon generò Bakuera Syon ; Bakuera Syon generò Hezb Qadasa ; Hezb 
Qadasa generò Berhana Masqal ; questi, poi, generò Masqal Bena ; questi, poi, generò id. v. 
Heywat Bena ; e Heywat Bena generò Saga Za-'ab, padre di Takla Haymanot ("). Fu 

(') 17 agosto, giorno in cui il sinassario dico avvenuta la morte di Takla Haymanot. Questo 
principio prova trattarsi d' nn' omilia da leggersi nel giorno della solenne commemorazione del santo. 
Sulle tre feste in onore di T. H., v. Ferrei et Galinier, Voyage, II, y. 36.3. Queste feste commemo- 
rano la nascita del santo, al '24 di tahsas (17 luglio) la sua morte, al 24 di nahase (17 agosto), 
e la traslazione del suo Corpo, al 12 di genbut (7 aprile). 

^2) Nel Dàwent, la cui capitale omouima trovasi a 26°35' long. — 11"26' lat. 

(') Sawa, secondo il Ludolf, Hisl. aeth., 1. I, e. 3, § 24, è parola amhariiia. 

(■•) Antica provincia dello Scioa, verso l'Abay, ancora importante ai tempi di 'Amda Syon I: 
T. Perruchon, Histoire des guerres d''Amda Syón, p.. 10 e 118; e Dillmann, Die Kriegsthaten 
des Kónigs 'Amda Syon, p. G. 

(5) Zoraré in Dillmann, Chrest., p. 37. 

(') Ben più diffusa, e non poco differente è la parte corrispondente della redazione di Dabra Libanos, 
tradotta dal d'Almeida*. Da Abeitar ("in''5^ 1 Sam., XXII, 20, A-fiyj-q :) nasce Sadoc (p1"72f, "IX* 0= 

da Sadoc nasce Azarias (•|n''"nj?, 1 Re, IV, 2; AHC.VIÌ:), che da Salomone viene mand.ato da Gerusa- 
lemme in Etiopia, ov'egli porta l'arca di Syam (= Sion, et. X-P-T :), insieme col figlio di quel sovrano, 
che tornava in patria per esserne re. — Su questa parte della favola, veggansi i capitoli 40, 51, 52, 56, 
57 ecc. del Kebra Nagast, concernenti Sadok, e i capitoli 47, 48, 90 dell' opera stessa, concernenti Aza- 
ryas : Dillmann, Cat. codd. mss. bibl. Bodleianae Oxoniensis, pars VII, Codd. Aeth., p. 70 e 71. — Giunto 
nel Tigre, Azarias da Decamadabay, donna nobilissima, ha il figlio Leni (a.t; :), padre di Ilizbizaay 
(fhlin: 0>hK:? cfr.il nome a)«?.K. = ««tiSi = portato da un re del primo periodo), padre di Hezbeoay 
(rhfin : fhiiO)^ : ?). Questi sacerdoti insegnarono la legge agli Etiopi, sino ai tempi di Tiberio, impe- 
ratore di Roma, Erode, re di Galilea, Bacen ('lin :), re d'Etiopia, e Aqnim (fh"n.gD:?) sacerdote, 
durante la vita dei quali nacque G. C. in Betlemme. Aquim generò Simaò (iXquT :), questi Embarim. 
Baecento cinquanta sei anni dopo l'ascensione di G. C, venne da Gerusalemme un mercante co' suoi 



' NoUrò Qna Tolt.i por iempro cho nel componiliu dull'upera del d'Àlttulda conservo costauttìmento per i nomi propri U 
furina duU loro da quello scrittoru. 



— 126 — 

questi uomo timorato di Dio, e sposA una donna, il cui nome era Egzi' HarayS: erano 
entrambi giusti, non avevano tìgli e se no stavano dolenti, dando elemosine ai poveri 
e facendo la commemorazione di Michele (')• Stettero cosi molti anni, e pregavano il 
Signore che desse loro figli. 

Mentre essi così stavano, sorse un uomo dal regno degli Zaguay ('-). che chiama- 



figliuoletti Fremcnatos e Sydracos (Q./'.ijorCMÌ : • iX.VA.t'ft 0, e pfeso alloggio presso Embarim, 
nella cui casa, morto il genit'ire, crebbero i due fanciulli. <ili antichi padri avevano pnilato la oircon- 
cisioiie, la regina Endakc {\J^Xt^. :) insegnò il cristianesimo. Frcmenatos, andato a Gerusalemme, 
ha dal patriarca Alhanasio il grado di vescovo d'Etiopia e il nome d'Abba Salama: tornato nella 
terra d'Agazy (•n«h.<l : Aioni. 0, vi trova, nel 315 dopo la nascita di ("i, C, Embarim, lo battezza, 
lo nomina diacono e poi s,icerdote, gli pone in nome Hczbókadez (^T|.{1 : M>y.fì :?), e, con poteri di 
vescovo, lo manda a convertire il popolo : così furono b.ittezzati quei del Tigre, dell'Amalu^ru (f^qoihf^ ■•) 
e dell'Angot. Hezbibarie (,>,Tin : ir,U : ? Aillfl : HAiCt : ?). figlio di Hezbekadez, migra mi Daont 
(J^a>•^^' :), in Baharaquedà ('ììh/. ■ 'P'^ ■ ; esiste peraltro anche 4>K : : v. Eiiteves Pereira. //istoria 
de ifinds, Lisboa, 1888, p. 18 e 19, e le altre tre fonti citate nel mio Cutaloi/o ecc.): ove spo.«a- 
tosi, ha per figlio Tecla Rade (-tVìA : *.V^h : ?). il quale, da una donna anihara, Magnedela (ooika :), 
ha sette figli; ed ancor oggi nellWmharà trovanti i suoi discendenti. Uno dei sette, Azqucleui (?), 
battezzata la gente di Olecù ((DA^ 0, Amahara. Marrabete fonA.n.-|.- : , oDA.r>in.-|: : . uor.di : fVIr :) 
e Manz (t^>^^( : , OD'nirh :)■ s'accasò in Harbeguixi- (fliC-tl : Hrt. :), e vi generò Abaila (A-ll : -tV-A- :). 
Come Abaila fu cresciuto, dal re Dignacio iy,-nr : ''n : lista B, per. 2°, nome 28°?) fu mandato con 
cencinqnanta sacerdoti nella terra di Cuna (>$■): ove in un solo giorno battezzò ventimila persone. 
Stabilitosi quindi in Zorare, vi generò Harbeguiié (nome già visto tanto in questa nota, quanto nella 
redazione waldebbana, n^n però riferito a persona): questi generò Racr.rasinn 'ntlV. : X'I'-T :), 
questi generò Hezbekadez (/hll-n : 't'S.fì :). questi Brahanamascal (4icm : croft'f'A :t. al cui tempo 
passò il regno d'Israele agli Zagoe (H3> :) Brahanamascal generò Hcotbena (/fiV.CD-ì- : -dV :). questi 
Zarajoannes (Hf.A : P-rf»Trt :\ questi .Sagaza Ab, padre di T. H. ; Sagaza Ab sjm.sò Sara, donna pir 
bellezza e virili oliianiata Eg-/.yerea (X"1II.X : li.V :), ma sterile, il che molto affliggeva i due Coniugi, 
i quali, per ottener figli, presero per loro avvocato S.an Michole, festeggiandolo, ecc. 

Nel ms. or. 696 (Wright, Cat.. p. 182) del British .Museum la gene.ilogia del santo, che occupa 
parecchie pagine, comincia da Ad.imo, e quella dei re da 'Ebna Hakim va sino a Delna'ad. F. 454.: 
u BerhiSna Masqal (detto altrimenti 'AqtSbina Egzi", era contein])oraneo di Deln.i'Sd, con cui la lin.-a 
d'Israele cessò e succedette quella degli Zaguè) generò Heywat Bena, detto anche Nolawina Egzi': 
Heywat Bena generò S5t: Set generò Warada Mehrjit: Warada Mehrat generò ZakarjrSs: ZakBryas 
generò Zar'a Yohannes, che fu il sauto Sag3 Z.i-'ab. Quegli, poi, generò l'abuna T. H. Generazioni 61 
da Adamo, e da AzìlrySs 27 n. — La madre di T. H. è chi.amata Egzi" HarayS. 

Il sinassario, che concorda con gli altri testi nei nomi dei genitori di T. H., si limita a dire 
che egli discendeva da quella stirpe di sacerdoti che avevano illuminato l'Etiopia con la loro fede. 
Ricorda parimenti la sterilità di Egzi" HarayS ecc. 

(') Michele, come è noto, è fra i santi più venerati in Abissinia: influenza, crederci, della chiesa 
egiziana. Cfr. E. Amòlineau, Le chri.it i ani sme chci Irs anriens Coptes, p. 38-43. 

(') ZSguSy è forma tigray, come •VT/.-y. : in luogo di -ì^d. ■ ecc. — L'episodio di Motalamè, 
come già dissi, i il più importante di tutta la vita di T. H. 

A proposito dei leggendari rapporti fra gli Ziigné e T. il., cfr. la mia memoria Appunti e 
ottervazioni xugìi Zàgul e Tnkla llàymanot. lioma, 1695. 

Il significato del nome MotalSmc è ignoto: Dillmann lo suppone derivato dall'arabo gt, 
(Chr. p. 177), il Basset lo accosta a À.,A— ~«; ma forse trattasi di vocabolo cuscitico. Nell'inno a 
re 'Amda Syon, edito dal Guidi, un nemico di quel re porta il nome di qo'V : Anq, :. 

Cosi rjicconta il sinassario questo episodio: » Sayt.àn eccitò M"talrinii", prefetto del Dilmot, e 
questi dominò tutte le terre dello Séw5, sino al fiume di GTmniS. Tutti i governatori del paese gli 
davano a vicenda le loro mogli ; e, come aveva fatto prede, egli, quando trovava belle donne, le faceva 



— 127 — 

vasi Motalamè. Costui venne in Selales, uccise cristiani e fece prigionieri. E IJaga 
Za-'ab, un cavaliere volle ucciderlo ; e subito egli fuggi, entrò in un' acqua, e vi stette F. 2, r. 
tre giorni. Portarono via prigioniera sua moglie : e Saga Za-'ab, Iddio lo trasse dal- 
l' acqua, e gli parlò del tiglio, che sarebbe nato da lui, e siccome sua moglie sarebbe 
tornata dalla schiavitù. Quelli, che la avevano fatta prigioniera, quando la videro, 
ne ammirarono la venustà delle forme, e parlarono al loro signore, dicendo: «Avvi 
una donna fra i prigionieri, bella d'aspetto: ella ti sarà moglie ». Egli disse loro: 
» Fatela venire » . E fecero subito come aveva loro comandato. Quando ebbe rimirata 
la venustà dell' aspetto di lei, egli ordinò di custodirla e di darle quanto ella volesse. 
Ma quella santa non mangiava né beveva, pregando il Signore e San Michele che 
la salvasse dalla unione dell' infedele. Questi, quando fu giunto al suo paese, voUe IJ. v. 
sposarla. Ma, allorché egli ordinò di arrecargliela, mandò il Signore il suo angelo 
al tempo delle tre ore; ed esso la rapì di mezzo a coloro che la conducevano, per 
le nove ore la portò al suo paese, e la fece entrare nella sua casa: il percorso del 
suo cammino è di circa dodici giorni. Disse quell' angelo alla santa e beata Egzi' 
Harayà: « Partorirai un figlio, benedetto come Giovanni battezzatore della divinità, 
predicatore di penitenza, e che con la sua dottrina redimerà 1' anima di molti » . Ciò 
detto, r angelo subito scomparve. 

E in quel giorno, mentre egli stava in chiesa incensando, raccontarono al marito 
come era tornata sua moglie. Poscia, avendo finito, egli ritornò alla sua casa, e, F. 3, r. 
quando ebbe vista lei, si rallegrò, lodò il suo Dio, e le domandò tutto; ed ella gli 



sue concubine. In que' giorni egli venne nel paese di Selales ed uccise tutti i cristiani : Saga Za-'ab 
fuggì per paura dell'uccisione, ma sna moglie Egzi' Haraya, la fecero prigioniera i soldati di Mota- 
lamé, e la condussero presso di lui. Come egli la vide, ne ammirò la bellezza, si rallegrò seco stesso, 
le die' molti ornamenti, preparò l'ordinamento delle nozze, e mandò messi ai suoi governatori ed 
a' suoi prefetti, affinchè questi si raunassero per le nozze. Come udì ciò, Egzi' Harayà pregò Dio di 
salvarla dall'unione dell'infedele. E subito venne Michele arcangelo, e la portò via con la sna ala 
luminosa dalla terra di Daraot al tempo delle tre ore, e la fece giungere nella terra di Zoraré al 
temjio delle nove ore n. Egzi' Haraya vi ritrova il marito (l'incontro però è raccontato un po' diver- 
samente da quello della redazione waldebbana), e si riunisce con lui. Una notte, un angelo annuncia 
loro un figlio, che diverrebbe illustre per la sua santità. Nato questo figlio, a ricordo della gioia 
provatane, gli pongono nome Fesha Syon. 

Il racconto del sinassario ha con quello del d'Almeida assai più strette relazioni che non con 
quello della redazione waldebbana. Ecco la narrazione del d'Almeida. Sorse in que' tempi un tiranno 
chiamato Mutalamè, che ebbe per madre Asoldane, e che regnò nel Damot, Xava (flT 0, Amaharà 
sino al fiume Gema (3Toq :), idolatra e distruttore delle chiese. Avendo una volta egli attaccato Salalgi, 
venne a Zorarè. Sagaza Ab fugge : inseguito da un cavaliere, scampa rifugiandosi in un lag", ove 
resta, custodito da San Michele, tre giorni. Egzyerea è consegnata al re, che, desiderandola per 
moglie, fa preparar grandi feste per sposarla e incoronarla regina dinanzi a un idolo chiamato 
Malberedfi. La donna però, triste e dolente, pregava Dio di salvarla. Giunto il dì prefisso, che era 
il 22 agosto, mentre conducevano Egzyerea nel tempio ove la corto reale l'attendeva, fattosi all'im- 
provviso fosco il cielo, scoppia un terribile uragano, che uccide molti sacerdoti idolatri e rende 
demente Mutolamè; intanto, Michele toglie di là la donna e la riporta in Zorarè, ov'ella si riunisce 
Con Sagaza Ab. Generato in quella notte (22 agosto) un figlio, misteriosi sogni la avvertono della 
futura grandezza di lui. Il bimbo, nato il 30 dicembre, dopo tre giorni, parla di Dio. Decorso il 
tempo della purificazione, battezzano il fanciullo ponendogli in nome Fe9a Sion (éì.MJ'I» : X-i'-T 0- 



— 128 — 

raccontò come 1" aveva rapita un angelo e come questo le aveva detto riguardo al figlio. 
Si rallegrarono e glorificarono il Signore, ohe li aveva riuniti. 

Dopo pochi giorni, concepì sua moglie, e partorì questo abuua santo: si ralle- 
grarono i suoi parenti nel dì della sua nasi-ita, che fu al 24 del mese di tahsas, 
fecero elemosine ai poveri, e chiamarono il bambino Feshana Syon, perchè li aveva 
rallegrati il Signore con la sua nascita. Il suo nome di battesimo, poi, fu Zar'a 
Yot.iannes. 

Tre giorni dopo la sua nascita, egli benedisse il Signore, e disse : « Santo, santo, 

Id. r, santo è il Signore vivente, immortale! - ('). Nel quarto anno da che era nato, soprav- 
venne una carestia nel lor paese (-); ed erano tristi suo padre e sua madre, perchè 
non avevano nulla da elargire nel giorno della festa di Michele. Disse la madre al 
fanciullo: * luco de' miei occhi, che mi diede il Signore per la preghiera di Mi- 
chele, ecco! non ho che fare per celebrare alla sua festa la sua commemorazione ». 
Mentre diceva ciò, piangeva la madre sua; ma il fanciullo indicava con la sua mano 
un orciuolo, in cui era poca farina. La sua madre, invero, si sdegnò contro di lui, e, 
quando egli la ebbe infastidita, prese quel!' orciuolo : come egli l' ebbe toccato, si 
empì di farina e incominciò a traboccare; e, allorché la distribuirono, essa riempì 
dodici sporte. Inoltre, quando egli toccò il recipiente del burro, questo fu tanto che 

F. 4, r. riempì, in verità, tutti i vasi della casa. Si allietarono e si stupirono quanti videro 
ciò ('). fanciullo, giocondo come il vino, e i cui miracoli sono soavi come 1" incenso (^)! 
il far miracoli, invero, dopo molta lotta spirituale e dopo grande ascesi viene con- 
cesso ai santi: ma tu, mentre eri fanciullo di quattro anni, fosti degno di far pro- 
digi! La tua preghiera e la potenza del tuo ausilio sieno con noi. Amen. 

Dopo che egli fu alquanto cresciuto (■'•), lo educarono nella dottrina, compì la 

{') È la nota formula etiopica del trisatrio. 

(*) Con leggere varianti, anche nel dWlmcida. 

(') Probabilmente derivazione da I Ile, XVII, 10-16. 

(*) l'rosa rimata. 

(') Il racconto del d'Almeida si va qui notevolmente allontanando dal racconto waldcbbano. 
T. H. cresce, molto imparando, e con digiuni e preghiere fortificandosi contro le tentazioni. (ìiunto 
che egli ò ai diciotto anni, suo padre lo invia, per avere gli ordini di diacono, presso l'abuna 
Kcrilos ("tq/V-n :), essendo patriarca d'Aless.indria Abba Benjamin. Ottenuto l'intento, il santo torna 
a casa; o durante il viaggio è oggetto di vari miracoli da jiarte di san Michele. l'oco di poi, suo 
padre cerca di dargli moglie per forza; ma (circostanza comunissinia in queste vite di santi, cfr., p. e., 
la vita di Macario in Dillmann, Chreil. Aeth., p. 24) la sposa, por voler di Dio, muore di U a 
poco. Fc^a Sion di poi va presso Kerilos, svelandogli gli abusi che erano in quella terra, ove face- 
vano altra fede e nuove consuetudini, battezzando i fanciulli prima di circonciderli: Kerilos lo fa 
prete e lo nomina suo vicario generale in tutto lo Xaoa. Tornato egli in patria, ai 12 agosto muore 
Egiyerca, ed ai 10 dolio stesso mese Sagaza Ab. Fe^a Sion se ne sta sette anni godendo le eredi- 
tate ricchezze, ed anche accadendo ai propri doveri religiosi. Ma, dorante una caccia, apparsigli, 
san Michele e Cristo l'avvertono dell'alta missione che egli è chiamato a compiere, e nel tempo 
stesso gii mutano il nome in quello di Takia llàymànot; ond'egli, torn.ito a casa, distribuisce ai 
poveri i suoi averi, incomincia una vita nuova, e compie grandi miracoli seguiti da infinite con- 
versioni. 

In Catita (TlrT:!' :), ove T. H., in seguito a notizie avuto nel Tigrò, crasi recato, por le sue 
preghiere l'albero adorato si sradica da si, Satana fugge svelando i suoi ingannì, risuscitando i 



— 129 — 

lefjge della chiesa e fu nominato diacono. Quando giunse verso l' adolescenza, fu eletto 
prete; ed era potente per la sua voce e per il suo operare, assiduo nel servizio eccle- 
siastico di giorno e di notte, e compiva il suo ministero santamente; né su di lui 
era il pensiero di questo mondo. Id. v. 

Mentre egli stava così, sentirono la sua fama gli abitanti dei paesi lontani, e 
venivano per essere da lui benedetti, portavano i loro ammalati, e questi guarivano 
in nome del nostro Signore Gesù Cristo. E, vedendo i suoi miracoli, molti abbando- 
navano il culto degl'idoli. 

Raccontarongli inoltre come vi fossero idoli nella terra di Katàta('). Quali vene- 
ravano un albero, quali il sole, e quali un fiume (-) : fra loro eranvi indovini. Ciò 
sentendo, il santo abuna andò nella terra di Katata, per istruirne gli abitanti e per 
far loro abbandonare il culto idolatra. Quando fu giunto là, prese a insegnar loro il 
culto del Signore: e, allorché sentirono quel nuovo parlare, s'irritarono contro lui e 
vollero ucciderlo Ma quel!' abuna rimase fermo per ricondurli alla fede della Trinità, F. 5, r. 



veiitiqiiattro uomini, uccisi (iall'albcro nel cadere, e altri quindici conterranei, vissuti a' tempi d'Abra 
e Azba (Xa : X-flCM = CDAX"-nfh :), e, dopo morti, giacenti in luogo di grandi pene: episodio assai 
comune in queste leggende agiografiche, cfr., p. e., Guidi, Bemerkungen zum ersten Bande der 
syrischen Ada Martyrum et Sanctorum, ZDMG, v. XLVI, p. 747. In quel d'i T. H. battezza mol- 
tissimi, compresi anche i quindici ultimi risorti, che però, non appena avuto il sacro lavacro, nuo- 
vamente muoiono. Nel dì seguente egli battezza anche il principe di quella terra Darasgued (j^C : 
AlìlR :), cui pone nome Baraina Christos (nAoni : Yl^lì+lì 0, e la moglie di lui Acrocia (?) : del- 
l'albero, fa una chiosa in Enquedem, nel luogo di Jatuiber. In Catata T. H. sta tre anni. Nel deserto, 
ov'egli passa le quaresime digiunando, gli appare Dio, che, mentre gli annuncia dover un giorno 
colà sorgere una chiesa per opera di Tadeos {■if-^^fì :), suo figlio spirituale, gli impone di andar 
nello Xaoa. T. H , predicando e convertendo, va nello Xaoa, nell'Oifat (TJ^-^ :)> d'onde scaccia un 
demone tirannico e crudele, nell'Ermaret {? XrcX'ì" : , terra dello Sawà?), ove distrugge molti idoli, 
neir Oiraguà (? (D^/\^ : ?), in Catal, nella terra di Bilat. Quaranta giorni egli lotta invano per 
convertirne gli abitanti : alla fine, una voce celeste gli annuncia che la conversione di quella terra 
sarebbe avvenuta per opera del suo figlio spirituale Anoreos (probabilmente rAr<i,(pfl : , comme- 
morato al 18 di maskarram dal sinassario, celebre per la sua lotta contro il re 'Amda Syon, e la 
vita del quale trovasi esposta nel ms. 43 d'Abbadie. Per Tadèwos v. Basset, Ftucìes, p. 10, e Esteves 
Pereira, Chr. de Susenyos, p. 38: la sua vita è contenuta nel ms. 177 d'Abbadie, e un inno in suo 
onore nel ms. orient. 573, f. 1884, British Museum). 

Il sinassario anche qui si accosta più alla redazione di Dabra Libanos che non a quella dì 
VVald'-bba T. H. cresce nello Spirito Santo e fa innumerevoli prodigi e miracoli. Quindi lo inviano, 
perchè riceva il grado di diacono, presso il vescovo abbà Gérlos, ai giorni di abba BenySmi, patriarca 
d'.Alessandria, al tempo del regno degli Zague convertiti alla fede. Abba (iérlos preconizza la gran- 
dezza di T. H., che, fatto diacono, torna in patria. Divenuto un giovine, ed essendo egli andato nel 
deferto a caccia, gli compare Iddio sull'ala di San Michele, che l'avverte dell'alta missione che gli 
è riserbata e gli pone in nome Takla Haymanot. Il santo allora distribuisce ai poveri i suoi averi, 
abbandona la sua casa; e poscia, nominato prete, predica il vangelo in tutto lo Sèwa, battezza in 
un sol giorno 10000 anime, abbattendo il cnlto degli idoli, ecc. 

(') Antica provincia dello Scioa, limitrofa, sembra, a Selales : v. Perrnchon, 1. e. Dillmanu, 1. e. 

(2) Su questi culti pagani in Etiopia, e nelle terre vicine veggansi, fra gli altri, Basset, Et., 
p. 271; Soleillet, Une exploration commerciale en Éthìopie, Paris, 1886, p. 211; Quatremèrc, J/e- 
moires, pag. 1.52-153, 155; Paulitschke, Ethnographie Nordest Afrikas: die geisliye Cultur ecc., 
Berlino, 1896, cap. 2; ecc 

Classb di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie 5*, parte 1* 17 



— 130 — 
e disse loro: • Che cosa adorate? ». Essi gli dissero: • Noi adoriamo un grande albero ». 
Ed egli: • Di grazia inastratenielo «. E, quando giunse il santo, urlc> Satana, che 
stava in mezzo all'albero, e disse agli uomini: • Perchè avete condotto un uomo che 
è straniero alla mia legge? ». Quelli, sentendolo, tornarono indietro per lapidare il 
beato e santo Takla Haymanot, e lo scacciarono via da loro: egli si scostò, pregò il 
Signore, e. compiuta la sua preghiera, disse: >i Io ti ordino, o albero, di svellerti dalle 
Id I'. tue radici in nome di Uesìi Cristo ■> (')• Sentendo il nome di Gesù Cristo, esso sra- 
dicatosi andò al luogo ov" era il Santo di Dio, questo fattor di miracoli al pari degli 
Apostoli: e subito videro gli uomini camminar l'albero e scagliar pietre con le sue 
radici, e Satana urlare al di sopra di esso fuggendo dal cospetto di quell'uomo. Inoltre, 
il santo Takla Haymanot precedeva 1' albero, e questo lo seguiva, sinché ebbe uccise 
trenta persone. L'abuna tormentò Satana, e questi fuggi : e quanti avevano ciò veduto 
credettero e furono battezzati nel nomo del nostro Signore Gesù Cristo. Egli ordinò 
loro di recidere quell'albero: e, mentre lo tagliavano, giunse il governatore di Katatà, 
V- 6, r. il quale, a tal vista, si sdegnò contro il santo. E, mentre l'albero veniva percosso, ne 
saltò via la corteccia, ed acciecò gli occhi del governatore. Questi gridò verso l'abuna, 
e lo pregò di sanarlo. Egli fu clemente verso di lui, e lo toccò dicendo : « Cristo ti 
sani ! " e subito e.sso fu sanato. Quelli, poi, che erano morti per getto di pietra, li 
fece risuscitare in nome del Signor nostro Gesù Cristo (ed il loro numero era di 
trecento), e li battezzò tutti dicendo : « In nome del Padre, del Figlio e dello Spi- 
rito Santo-. Con quel legno costruì loro una chiesa: rimase con loro molto tempo 
fortificandoli nella dottrina della religions vivificatrice, nella fede della Trinità, e vi 
stette facendo molti miracoli. 
Id. V. Un' altra volta venne Motalamè {-) in quel paese, uccise molti a fil di spada, 

e fece ancora prigionieri. Il santo, invero, andò con essi, e li incoraggiava a soppor- 
tare il maitirio. 

Giunto nella terra di Damot, l'abuna Takla Haymanot trovò un capo del paese, 
il cui nome era Qarara Wedem (■'), e tenne proposito con lui intorno alla religione. Entrò 
la soavità del suo parlare nel cuor di lui; ed egli lo ammaestrò nella religione della 
Trinità, lo distolse dal culto idolatra, lo battezzò in nome di Cristo e lo chiamò 
Cabra Wàljd. Inoltre, istruì molti e converti i loro cuori alla fede del nostro Signore 
Gesù Cristo. La sua preghiera, la sua benedizione, e la soave forza della sua predi- 
F. 7, r. cazione sieno con noi. Amen. 

Dopo ciò, lo vide una donna mentre egli, tenendo in mano un libro, leggeva, 

0) Un miracolo non molto aiffcrentc narrasi di abbtt GarimS; v. Sapete, Viaggio e missione 
fra i Boijos ecc., Roma, 1857, p. 408. 

C) Ecco il racconto del d'Alnicida. T. H., friunto nel Daraot facendovi prandi miracoli, recasi 
presso .Mutolami*, ^à da venticinque anni stolido: svela a lui il suo essere, e il nome della madre, 
lo sana, fa risuscitare quanti .rano rima.sli uccisi nel dì dell' urapano, e b.ittezza con il re Mutolamé, 
cui pone nome Kcva Sion, altre 1029!' p.Tsono. Hesta poi du.iici anni nel Pamot. Il sinassario, accen- 
nato alle conversioni di indovini e di incantatori operate nel Damot. dice che T. H. per mnlti iriorni 
resistette a Mnt.ilSm?, perverso, sino a che converti lui e quelli che con lui stavano. In questo tratto 
il lenkcuSr si scosta dalla redazione di Dabra LibUnos, e accostasi invece alla waldebbana. 

(») Poco appresso è chirtmato Qafaia Wedem. 



— 131 — 

e gli disse: » Che è ciò che è nella tua mano? ». Le disse l'abuna: « Questo è il 
libro della legge del mio Dio ". Ed ella: ^ Più graude forse è il tuo Dio del mio 
Dio? ». Subito arse il cuore di lui della Hamma della fede, ed egli le disse: » Si! 
è maggiore il mio Dio, perchè Egli ha creato tutto il mondo: Egli uccide e vivifica, 
impoverisce ed arrichisce; la sua esistenza non ha principio ». Subito ella, andata, 
espose a Motalame tutto quello che le aveva detto 1' abuna. Motalame ordinò tosto 
di farlo venire, e lo fecero stare al suo cospetto: egli lo interrogò sulla sua venuta 
e su quelli che con lui erano stati condotti schiavi, e gli chiese inoltre perchè vili- Id. v. 
pendesse gl'Iddii. Gli disse l'abuna: « Perchè immondi sono i tuoi Dei». Sentendo 
Motalame come egli oltraggiava i suoi Dei, ordinò con ira che lo legassero. Gli dis- 
sero inoltre come egli avesse distolto Qafara "VVedem dall' adorare gl'Iddìi; ed egli 
invero ordinò di far venire costui, e, quando esso fu giunto presso di lui, s' irritò contro 
di lui moltissimo. E comandò Motalame che li mettessero entrambi in una corba, e 
li gettassero in un grande baratro, che chiamano Tama Gerar. Sei soldati li porta- 
rono via, e li precipitarono giù: ma, prima che essi arrivassero a terra, li sostenne 
r angelo del Signore, e li condusse presso Motalame, innanzi che tornassero i sol- 
dati. Vedendoli, quegli si rattristò, disse: " Avendo accettato regali di corruzione, li 
hanno rilasciati sani e salvi». E nuovamente comandò a dodici uomini di gettarli F. 8, r. 
come aveva detto prima, ed insieme con loro di gettare i sei soldati. Posero tutti in 
una corba, li sigillarono con pelle bovina umida, e li scagliarono nel baratro. Ma li 
rapi r angelo del Signore, come prima, e li pose dinanzi a Motalame. Questi, a tal 
vista, s' irritò contro l' abuna Takla Haymanot, e ordinò di porgli una corda al collo, 
e d'appiccarlo a un albero. Mentre l'appiccavano, piegossi il legno e depose l'abuna: 
ma l'uomo che tirava la corda fu sbattuto al suolo e morì. E comandò Motalame 
che legassero l'abuna Takla Haymanot: ma i soldati commilitoni di quel ch'era morto 
pregarono l'abuna di risuscitarlo. Ed egli disse loro: " Credete nel mio Dio? ». Ed h v. 
essi dissero : « Sì, crediamo » . Ed egli disse loro : » Portate subito il morto » . E pregò 
l'abuna: terminata la sua preghiera, lo prese per mano, e dissegli : « In nome del 
Signor nostro Gesù Cristo, sorgi! ». E, sorto, quel morto si prostrò all' abuna; e quelli 
che erano là gridarono, e dissero : " Non v' è Dio fuor che il Dio di questo santo, e 
noi invero crediamo in Lui ». Motalame ordinò che uccidessero quanti avevano cre- 
duto, e li uccisero: quanto all' abuna Takla Haymanot, poi, comandò che lo legassero. 
E riunì Motalame gì' indovini, e li consultò sul come ei dovesse fare. Dissero a lui 
gl'indovini: "^ Comanda che radunino legna e accendano il fuoco: noi entreremo f. 9, r. 
nel fuoco prima, e costui, poi, v'entrerà dopo di noi. Se egli vince, segui lui: se lo 
vinciamo noi, lo uccideremo » . Così fecero. Entrati, gì' indovini scherzavano in mezzo 
al fuoco: ma l'abuna pregò insieme co' suoi, onde mostrasse il Signore i suoi prodigi, 
e tosto, facendo il segno della croce con l'acqua in nome della santa Trinità, fece 
aspersioni dicendo: " Sorga il Signore, e saranno dispersi i suoi nemici » ('). Prima che 
dalla sua bocca fosse compiuto il dire, gì" indovini arsero, bruciarono e divennero 
polvere. Ma quel beato e santo taumaturgo, predicatore come gli antichi apostoli, sop- 
portatore di martirio, compagno dei martiri, abuna Takla Haymanot salmeggiava in 

(1) Siilmi, LXVIII, 1. Cfr. Numeri X, 3.5. 



— 132 — 

1(1. V. meizo al fuoco fiammeggiante, e cantò dodici salmi di Davide, o usci senza che vi 
fosse iu lui odor di fuoco. A tal vista Motalàme credette co' suoi soldati e comandò 
di far festa, dicendo: . Vinsero gli attizzatori del fuoco ('). « furono vinti gl'indo- 
vini '. Disse Motalamé allabuna: . Battezzami nel nome del tuo Dio «. Ed egli lo 
battezzò nel nomo del Signor nostro Gesù Cristo, costruì molte cinese, e convertì tutti 
gli abitanti del Dimot con l'aroma della sua dottrina. La sua preghiera e la sua 
benedizione siano con noi. Amen. 

Mentre era questo abuna nei giorni di digiuno nel deserto che chiamano Zeba 
Fatan (-). venne a lui il Signoro nostro (ìesù Cristo (conviensi venerare la gloria 

Kio.r. del suo regno), e gli disse: ^ Salute a te. mio diletto! D'or innanzi, invero, sia il 
tuo nome Takla Haymanot (•') : ecco, io t lio chiamato con un nomo nuovo, come ho 
chiamato Abramo mio amico (*). Ti costituirò padre di molti (•'); e, siccome per cagion 
del mio nome hai sotlerto. ti retribuirò, in grazia del mio nome, grandemente nel mio 
regno. Ivi ora, invero, recati iu alt/e terre e prodicavi nel mio nome : io sarò sempre 
teco '. E gli di.-ise il sauto: « mio Signore, sii con me ovunque andrò! ». Gli 
rispose il nostro Signore, e disse: « La mia pace sia teco! -. R, ciò detto, s'innalzò 
il Signore con magnificenza. 

Andò questo santo nella terra di Sèwa C'). e fortificò con la sua dottrina gli 

M. r. abitanti di Katata. Dopo alquanti giorni, tornò di nuovo nella terra di Damot. Mentre 
vi andava, salì sul monte che si chiama \Vif5t, e vi trovò un altare degli Iddii: 
demoli l'altare, uccise un dragone, e convertì gli abitanti del paese in nome del 
Signor nostro. Partì di là, giunse nella terra di Segagà, e vi estirpò i sortilegi. Partì 
di la. giunse nuovamente nella terra di Damot, e ne trovò gli abitanti fermi siccome 



(') Il senso della jiaroLi •♦«^rtst'l''*' = m'è incerto, e solo a titolo provvisorio ne dfi questa tra- 
dazione: «t»*UI«t»*M' : «|»-M"I»^JLU : ecc. in gYls sìgniRca « varius, variigatus, vcrsicolor. pnnctis vel 
inaciilis inlerstinctus n, il che. nel nostro passo, non darebbe senso soddisfacente. •I»^rt«l>^fl :,<t^rt 
«••^fl'V : «P^'ì'l^'ì'ì' : "• " iirccus, ^'uttus aquariiis »: pensando all'aralm J^'-^J. ''lie, oltre a « supel- 
lettile " pn<i sif;nificare " lii>mines viliorcs n, avevo daiiprima trfidi.tto «»>--ri;l,>'1-V : " iinmini d.i nulla ", 
senso che mi pareva quadrar bene col contesto. In seguito, però, nel far lo spoglio del lessico titrray 
del compianto L. De Vito, trovai il verbo tipray «t>.n<l>.n : « 1) attizzii il fuoco; 2) <ri..fhprell>'> con 
q. e. stand» S(i|)ra pensiero ■>. Pensando a una frase precedente del gndl (llX'inA : .Vl/lX-ilo : nc, : 
y,^n''/^4.y>• ■ (l>-dl! : <DV.V'„ : «Din». : tiìOoy, :). mi è p.irso preferibile ad 'ttaro il primo senso eli questo 
verbo, tanto ]>iu che l'aatorc del gadl era un tigray e che qui probabilnunte si ha da fare con un 
detto o con an canto popolare. 

(«j Da cfr. col liamir sil/à « terra, località"? Come s'è visto, il mutamonlo di nome nella 
redazione di Dabra LibSnos è riferito assai prima. A questo punto, essa parla di una grande visione 
avuta da T. H. alla mezzinottc del sabbato santo, dopo il digiuno quaresimale. Egli riceve un cibo 
soprannaturale che gli ridìi le forze, affievolite durante i quaranta giorni di completa astinenza da 
ogni vivanda, e l'ordine di recarsi neU'.Vmahara e di restar colà sino a nuovo comando. 

(') Cfr. Cencsi, XVII, .5. 

(») Genesi, XVn, .ve. 

(«) Di qu.sta andata dal Daniot nello 8è»ìi dopo la conversione di M"talàmè e prima del 
viaggio ncH'Anibarii tace il d'Almeida, mentre vi accenna il senkessàr: u Allora prop.agi'i l'abito del 
monacismo nella terra ili .Séwa, e vi stette servendo Iddio con digiuni e preghiere senza numero, 
vinche eccitò all'emulazione gli altri monaci n. 



— 133 — 

aveva loro insegnato. Stette colà alcuni giorni insegnando loro, mentre faceva molti 
miracoli: quindi tornò nella terra di Séwa, e vi stette insegnando a' suoi abitanti. 
La sua preghiera e l'acuta forza della sua predicazione sieno con noi. Amen. 

Pensò inoltre di prendere il giogo del monachismo ('). Andò nella terra di Angot, F.ll.r. 
giunse al lago di Hayq (-), presso il convento di Santo Stefano {^), capo dei diaconi, 
protomartire, vi trovò il santo abuna lyasns Mo'a, e discorse con lui intorno al mo- 
nachismo, lyasus Mo'a gli disse: «Fermati qui, o lìgliuol mio, alquanto»; e lo 
rivestì l'abuna lyasus Mo'a dell'abito monacale. Takla Haymanot stette con lui, ser- 
vendolo, uovo anni. Essendo quindi stato benedetto dal suo maestro, abuna abba 
lyasus Mo'a, egli passò nella terra di Tlgray, giunse inoltre a Dabra Dammo, 
convento di abba Aragawi, ed ivi prese il cuculio e l'abito monacale da Dabra 
Dammo. Nella terra di Tigray egli fece molti monaci e fondò i conventi, che innal- Id. 
zane sacrificio razionabile all'Agnello del Signore, e che sino ad ora chiamansi col 
suo nome ; poiché egli fu il padi-e di tutti quei vittoriosi monaci, che illustrarono 
il lor nome in tutta l'Etiopia. Come è detto nel salmo: «sparse i suoi rami fin 
nel mare, e sino nei fiumi il suo seme(*) ", così sparse l'abuna Takla Haymanot 
i suoi frutti come cedro del Libano (^); poiché questo abuna Takla Haymanot fu gene- 



(') Altro episodio di grandissima importanza. Così narra il d'Almeida. Lasciato Feija Sion e 
il Damot, T. H. va nell'Amaharà, nel convento di Abba Michael, ove sfa dieci anni servendo umi- 
lissimamente i frati e facendo grandi esercizi di pietà. Ma, in segaito ad alcuni miracoli venendo 
venerato più di quanto la sua umiltà comportasse, ottiene che il Signore lo mandi in un altro con- 
vento, posto in un'isola del lago di Dambeà chiamata Haic (!). Quivi è accolto dal capo del con- 
vento, Abba Jesus, cui Michele aveva già svelata la volontà di Dio, che egli desse a T. H. l'abito 
monacale. Mentre dimora con grande divozione nell'isola, T. H. da una straordinaria visione apprende 
la futura grandezza sua e dell'ordine che avrebbe fondato. Dopo dicci anni egli passa nel convento 
di Damo, ove abba Joanni gli dà il cappello («f>'nù :) e l'abito monacale. Dodici anni sta colà 
T. H. facendo miracoli come i nove santi: quindi, per volere di san Michele, T. H. va nel 
deserto di Oallis (?), ove sta in digiuno 48 giorni con molti santi, poi al monastero di Hainzan 
(cattiva scrittura europea per Bizan ?), e, giunto in riva al Mar Rosso, è da san Michele portato 
sull'altra costa, d'onde, risuscitato un pellegrino morto di sete, si reca a Gerusalemme, quindi 
presso Abba Micael, patriarca d'Alessandria, e poi nel deserto di Sihot e Asquetes, d'onde torna 
in Etiopia. Pervenutovi, fonda conventi nel Tigre e fa molti monaci, primo de' quali il pellegrino 
da lui risuscitato, cui pone nome Brahaya Caguhu(?): torna altre due volte a Gerusalemme, poi, 
essendogli dal patriarca ordinato di non andarvi più, e, ricevuta al monte Daniù la benedizione di 
Abba Ioanni, si ritira sul monte Cantorar (?) ; ma, per volere di Dio, parte di là e giungo ancora 
al lago di Haic. Quivi dà schema e cappello ad Abba Jesus. 

Nel sinassario l'episodio di Abbà lyasus Mo'a manca affalto. Esso dice soltanto che T. II. 
sul carro di Elia va nell'Amliara, ove per molto tempo dimora presso abba Basalota Mikà'el. 

L'agiografia di Basalota Mika'èl, il quale, come si rileva dal Gadla Aron, ras. orient. 093, f. Mn, 
Br. Mus., viveva in Dabra Guai, è contenuta nel ms. 129 della collezione d'Abbadie. Quella di 
Yohanni fu già pubblicata dal Basset, Vie d'Abba ì'ohanni, Algeri, 1885. 

(2) Noto lago a E. di Maqdalà. 

(•*) Intorno a questo convento, già ricchissiino, v., per il periodo anteriore ad Alimail ben 
Ibrahim, Alvarez, Verdadeira informacùo ecc.. p. 71, e, più ancora, Nerazzini, La conquista ecc., 
p. 102-108. 

(■") Salmi, LXXX, 11. 

(5) Salmi, XCU, 12. 



— 134 — 

rato di stirpo gloriosa e generò figli illustri, numerosi come le stelle del cielo ('), 

K.l'J.r la cui luce è come il sole, e la cui purità è come una margherita. Dai contini della 
terra di Uamot e di Sèwa »iuo alla terra di Tìgray si molliplicarono i suoi lìgli, e 
vennero nutriti dalla mensa del lor padre Takla Haymanot, che seminava il grano, 
che è la dottrina del vecchio e del nuovo testamento (-). La sua preghiera e la sua 
orazione ci salvino dalla morte dui peccato e dell'errore. Amen. 

Stette egli poi nella terra di Tigray ; e per voler del Signore tornò nella 
terra di Sèwa. Mentre vi andava, pervenne in Hayq, presso il suo maestro abbi 
Ivasus Mo'a. Quando si trovarono insieme, dissegli l'abuna lyasus Mo'a: «0 
figliuol mio, che è questo che ti sta sulla testa e sul collo? dove l'hai trovato? ". 
(ìli espose Takla Haymanot come ciò rendesse perfetto l' ordinamento monastico, 

Ili 0. e come l'avesse preso dal convento di Dammo; e gli raccontò inoltre come avesse 
procreato monaci nella terra di Tigray. E gli disse abba lyasus Mo'a: • Dà a 
me pure come quello ch'io veggo, perocché ciò è buono ». Disse a lui l'abuna Takla 
Haymanot: - Come posso io dartelo, essendo tu mio padre, o abba? ». Gli disse 
lyasus Mo'a: . Perchè tu sei mio figlio, per questo siimi padre ". E. come egli ve 
lo ebbe costretto, diede abba Takla Haymanot a suo padre abba lyasus Mo'a il 
cuculio e r abito monacale ('), e fm'ouo concordi fra di loro. La loro preghiera sia 
con noi. Amen. 

Dopo alquanti giorni dissegli l'abuna lyasus Mo'a: • Va nella terra di Sèna, 

F.13,r. poiché è nel volere di Dio che tu vada colà». Sentitolo, lo salutò l'abuna Takla 
Haymanot umilmente, part'i e pervenne nella terra di AVaylaqa ('); di là passò per 
Mugar (^) e sal'i su di un gran monte, chiamato Quà'at ("). Bravi là un'ara per i 
demoni, e Satana vi appariva. L'abuna vi si fermò alcuni giorni digiunando e pre- 
gando; e Satana invero, vedendo il dardo della preghiera di quel santo come era 
pronto a saettarlo, fuggi e andò via dicendo: ► Ahimé! guai a me! dove andrò lungi 
da questo uomo? ». Quando l'ebbe udito, lo maled'i l'abuna, perchè non tornasse più 
colà in sempiterno. 

Id. p. Partito, l'abuna Takla Haymanot andò in Zem.i ("), vi udì di un incantatore, 

e lo interrogò intorno al suo modo d'operare. L'incantatore gli disse come esso era. 
Ascoltatolo, comandò l'abuna di dare a lui un cibo proibito : l'incantatore lo mangiò 
subito, e l'abuna invero si stupì. E disse quegli allabuna: ". Senti quel che ti rac- 



(1) Genesi, XXVI. ». 

(•) Il testo corrisponilentc g'fti •■ in iirosa riin.-ita. 

(') L'a.skòni,ì e " liiia tra.sinlia Je <ros tiriis ile couro ordinario e vcmiellio; as quays lan^ados 
A o pescovo se rcniatam cm Ima argolinha de ferro, on cobre, quc trazò em liù.i correva, coni iiue 
se cinfrem ". Tcilcz, Ifistoria da Klhiopin ecc., p. 8.5. 

(*) l'ili coninnt'inente Walaqil, fra l'Amliara e lo Sawil, verso T'Abiiv. 

(^) Antica provincia dello Scioa (l'crrnclion, op cif., e Dillmann, op. cit). a nord di <<iimiiri 
(EstcTcs Pereira, Chr. dr Suienyox, I, p. 17 e 159), attigua all''Abny. Ancor <i<,'kì un adlucnto di 
sinistra di questo fiume è chiamato Mu^'ar. 

(«) Cfr. EstcTcs l'ereira, Chr. de Susenyos, I, p. 12. 

f ) Probabilmente il distr. ogpi detto di Zuma (forse anticamente provincia), nel Mcrah Bète, 
non molto lontano dalla sponda destra del fiome ZcmmS (jroi) 0, a E.SE di Darn. 



— 135 — 

conto. Un dì, quegli che io adoro disse: " io ve nel Guazam ('), perchè giungerà un 
uomo, la cui tiirura sarà tale, e tali saranno le sue vesti: egli mi ti torrà ». Ciò 
udendo, l'abiina Takla Haymanot lodò il Signoro, battezzò quell'indovino e io istruì 
nella fede del nostro Signore Gesù Cristo. La sua preghiera sia con noi. Amen. 

Di là passò in Gerarya (-) e giunse dove il governatore teneva l'assemblea. Quando 
lo videro, disse/o: «Che è ciò?». Alcuni dicevano esser un uomo, altri negavano, F.i4,r. 
ed altri dissero : « Questi invero è colui del quale udimmo la fama in Zema e in 
Mugar». E subito, per volere di Dio, sorse il governatore e salutò l'abuna: questi, 
poi, lo benedisse e cognobbe nel suo spirito come egli sarebbe suo discepolo. Il gover- 
natore lo pregò d'entrare nella sua casa: l'abuna vi pernottò quella notte parlandogli 
del giusto. Il governatore invero lo ascoltò con allegrezza, gli chiese di restar presso 
di lui e divenne perfetto nella fede di Cristo. 

Un giorno raccontarono all'abuna come vi fosse un mago che indovinava, e come 
egli stesse sotto un albero e sotto una grande rupe. Sorse l'abuna, e, quando giunse IJ. r. 
colà, gridò dicendo : « In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che sono 
un sol Dio ! « . Quando l'ebbe udito, il seduttore, abbandonata la sua dimora, fuggì. 
Noi vedemmo la sua dimora, che era stata spogliata degli oggetti di ferro e di 
bronzo con cui egli mangiava e beveva. Con gli utensili di ferro invero avevano fatto 
gli uncini per appendervi la tenda allochè venne costruita la chiesa. Poscia il gover- 
natore condusse l'abuna Takla Haymanot in un gran dirupo e questi stette solo colà 
in digiuno e in preghiere. Ma il governatore lo visitava, perchè da lui era stato 
generato nella fede; e l'abuna chiamò il suo^nome Zamika'èl. 

Altri miracoli durante il soggiorno in Gerarya. Saputo dell'arrivo dell'abuna, un incantatore 
fugge, abbandonando la moglie, che si converte al cristianesimo. - - Mentre si sta, per ordine del 
governatore, tagliando un gran cedro, adorato dagli abitanti del luogo, erompono piii di trecento 
serpenti uccidendo i soldati di lui. Appare quindi un mostruoso dragone: ma, non appena l'abuna 
fa il segno della croce, esso perde le forze, e una donna lo uccide. Ne segue una conversione gene- 
rale ; e l'abuna col legno del cedro costruisce una chiesa, dedicandola a s. Michele {^). — Un'altra 
volta. Satana compare in chiesa durante l'ufficio divino, sotto forma di fuoco in modo spaventevole : 
la tranquillità e la preghiera del santo lo fanno dissipare come fumo. — Essendo stato detto all'abuna 
come in un luogo si adorassero i demoni, egli, insieme col governatore di Geràryà, vi si reca, di- 
strugge l'ara ad essi destinata e converte i pagani che colà dimoravano : al ritorno da questa spedi- 
zione, ridona la vista a un uomo, cieco da venticinque anni. 



(1) i-HOD :, forse per l^'i-r^o :, il che mostrerebbe ancora non diffuso, quando questo testo fu 
scritto, nel Tigre l'uso delle lettere amharìnà. Come è noto, il Guazàm è celebre per i suoi stregoni 
((VX :), indubbiamente avanzi dell'antica idolatria. 

(2) Antica provincia dello Scioa (Pcrruclion, op. cit., e Dillniann, op. cit.), probabilmente ove 
oggi sorge (ien'ar, a SO di Dabra Libànos. 

(3) Secondo il racconto del d'AImeida, T. H. da Haic va nell'Amaharà; giunto in Arabéa 
(««^ft..'? :), e, col suo discepolo Azaya Sagahu (XtII.X : XPU-:), salito .<<ul monto Oadà (V..V, :) , vi 
uccide, in circostanze analoghe a quelle raccontate dalla rad. wald. pel dragone, un gran serpente, 
e, quindi, con l'acqua del vicino fiume Soà, battezza il re del luogo con altre 10000 persone, e fa 
su quel monte costruire una chiesa dedicata ai quattro evangelisti. — Questo episodio ha probabil- 
mente relazione con quanto dice il Ludolf su 'I'. H. 



— i^r, — 

F.18,r. Inoltre, mentre partiva questo santo ahuna, lo seguirono molti nomini, ed anco 

il governatore lo seguì con essi. Dissegli l'abunu: <• Torna al tuo domicilio -. Ma 
il govoruatoro vi si ritinto, e dissegli: .Non ti lascerò solo». Gli disse l'abuna: 
- ligliuol mio, non è bene ciie tu stia con me: ritorna a casa tua, come ti ho 
detto». Dissegli il governatore: -Sia la tua volontà, o padre mio! benedicimi «. 

1,1. ,,. K l'abuna, invero, benedisse lui od i suoi tigli, e gli disse: . Colui nel quale hai 
creduto ti renda vaso di elezione (') ». Quel governatore, poi, se ne andò come gli 
aveva detto l'abuna. 

Questo abuna Takla Hilymànut domandò agli abitanti del paese se vi fosso un 
deserto, ove non abitasser uomini (-). (ili dissero: -Avvi un desorto che non ha 
uguale». Disse loro il beato: • Di grazia, mostratemelo». Andarono con lui: quan- 
d'egli vide quell'eremo, lo ebbe caro, e vi trovò vicino grotto e caverne belle, ma 
1 acqua era lontana. Dissero a lui i suoi discepoli: - Il luogo in verità è bello, ma 

V.io.r l'acqua è lontana ». Disse l'abuna a' suoi tigli: « Non attristatevi invero per cagion 
dell'acqua, che il nostro Dio potente, che serviamo, ce la darà ». Quindi pregò l'abuna 
Takla HaymSnot dicendo: « mio signore. Dio degli Iddii, e re dei re, che ascol- 
tasti la preghiera di Sansone, quand'egli ebbe sete e gli desti da bere in una mascella 
d'asino (•'), e quella del popolo d' Israele, cui desti da bere facendo scaturire dodici 
sorgenti per i dodici accampamenti di Giacobbe, tuo santo! {*) dacci ora da bere, a imi 
tuoi servi che ti ministriamo, poiché tu sei l'Iddio nostro ». Mentre cos'i diceva, 
senfi al di sopra della sua testa una voce che diceva: - Fu ascoltata la tua preghiera. 
servo di Dio ! benedici verso la rupe che ti sta dinanzi, e sgorgherà l'acqua » (•'). 

Ij r. Tosto egli fece il segno della santa croce invocando il nome di Cristo, e allora si 
screpolò la rupe, e ne scorse acqua limpida e molto buona di gusto ("). E benedisse 
Lidio questo abuna Takla Haymanot. dal nome soave; e i suoi discepoli, invero, si 
rallegrarono con lui. Egli stette colà, mentre per cinque giorni digiunava, ma al 
sabbato ed alla domenica gustava dei frutti degli alberi o dell'erba della campagna. 

Saf.-ina minaccia di far rotolaru macigi'i liall'allo del colle sulla dimora del santo: i suoi 
discepoli, atterrili, propnnttoiio dì fug!;ire, mi l'abuna li incorassjia con citazioni bibliche. Mentre 
poi con digiuni e dn pre<rbiere egli prega Iddio di svergognar l'inimico, è avvertito che presto 

(I) Atti, K, 1.5. 

(«) Lasciato .\zaya Sagahn con quei di Zema, T. H., andato, per ordine di Hiu, nello Xaoa, 
vi dà l'abito monacale a ib (= Vi) persone, fra cui un suo cugino. Cos'i il d'Almeida. Il sinassario 
racconta che, lasciato Ba?alota Mika'él, T. H. va nello SéwS: trovatovi Msrqos, suo cugino, con Ini 
si ritira nel deserto di Wagada, ove dà l'abito monacale a sedici suoi discepoli. 

(') Giudici, XV, 1519. 

(*) Ksodo, XV, 27. 

(»J Esodo, XVII, 0. 

(•) Trattasi d'una sorgente che zampilla ancor oggi a Dabra LibiSnos presso la tomba di T. II., 
e che, v.'n«rati8sima dagli Abissini, vuoisi per vie mi.steriose congiunta al Giordano. Le si attribui- 
scono virtù f<-rapeuticlie sopranaturali: la sua acqua e la terra medesima da cui essa sgorga ven- 
gono usate come medicine nelle malattie iiiii gravi — Nel Vi"!l!/io e minionr cattolica ecc., p. 470. 
del Sapet>, parlasi del soggiorno e della morte di T. H sul monte Zecinala, alla cui cima v'é un piccol" 
e delizioso laghetto, cinto da foltissimi e grossi alberi, in mezzo ai quali si trovano rovine d'antiche 
chiese ; ma temo siavi confusione con Oabra Manfas Qedus o. come volgarmente {■ chiamato, Abbo. 



— 137 — 

questi lo tenterà sotto le spoglie di giovinetto. Satana infatti così gli appare, lo saluta a rao' dei 
monaci, si dice signore del paese e costretto a cercare scampo nel deserto per isfuggire a" suoi sud- 
diti che l'hanno abbandonato, lo invita a seguirlo in un amenissimo luogo, ove gli promette di 
fargli da servo; ma la proghiera del santo lo pone in fuga. L'abuna quindi lo sente lamentarsi 
delle ripetute sconfìtte sofferte ('), convoca i suoi discepoli, loro racconta l'avvenuto, ed uniti ren- 
dono lode a Dio. 

Mentre l'abuna dimora nel deserto, tre leopardi sogliono venir ad accovacciarsi presso di lui, 
e mangiar la loro caccia a' suoi piedi. Avendo due di essi rapito il cibo all'altro, l'abuna toglie 
loro la preda di bocca e la dà al terzo leopardo. Rassicura quindi i suoi paurosi discepoli, dicendo 
che nulla hanno da temere da quelle fiere i servi di Dio. 

Inoltre, un dì fra gli altri, raccontarono all'abuna i suoi discepoli come si fosse F.24,r. 
ammalata una monaca (-): egli chiese loro la causa della malattia di lei, ed essi ij. v. 
gli dissero: i^ Quando ella andò per attinger acqua, allora tornò ammalata, nò sap- 
piamo che cosa le avvenne ». Disse l'abuna beato, taumatm-go: •^ Fatela venir qui 
presso di me ». La portarono a lui, e, allorquando la vide il santo di Dio, e vide 
come ella era venuta meno, comandò a quei che l'avevano portata di lasciarla presso 
lui. Tosto egli prese a leggere i salmi di Davide, e poi il vangelo, asperse acqua 
col segno della santa croce dicendo : « In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito 
Santo! ", e ordinò che la aspergessero. Come le ebbero fatte delle aspersioni, apparve F.25,r. 
tremando colui che l'aveva fatta ammalare sotto l'aspetto d'un giovinetto. Dissegli 
l'abuna: « D'onde vieni, e che hai fatto, che hai fatto ammalare l'ancella di Cristo? ». 
Disse all'abuna quegli che l'aveva fatta ammalare : « signor mio, non posso par- 
lare, perchè m'abbandonò la mia forza: ma la tua santità mi costringe a parlare. 
Ascolta, signor mio, me infelice ! stavo in verità presso l'acqua, e dov'erano gli uomini ; 
quando vidi la tua figlia mentre attingeva acqua, subito l'afferrai, sembrandomi che 
avrei avuto potere su di lei. Quando tu facesti il segno della croce su di essa invo- 
cando il nome di Cristo, m'oppresse la forza del Suo nome, mi separò da lei, mi dis- 
solse come cera, e m'avvilii e divenni tremante come tu mi vedi star dinanzi a te, 
legato con le catene della tua preghiera ». Gli disse l'abuna: « Torna alla tua dimora, id. v. 
e non trasgredir piìi contro i servi di Cristo ». E disse ancora l'altro: » mio signore, 
ove poss'io andare lasciando te, fiaccatore della forza dei prepotenti? Ma io in verità 
mi rifugio nella tua santità, per esserti ministro e servo ». Sentito il suo parlare, 
l'abuna conobbe come egli favellava secondo lo Spirito Santo, lo segnò tre volte col 
segno della santa croce; e uscì lo sgomento di lui, e l'abbandonò il suo tremito. 
Allora r abuna lo battezzò nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 
e tosto ne splendette e ne divenne bella la faccia: lo sigillò l'abuna con l'unguento 
della fede, e gli pose nome Be.su e Zaharayo Kerstos. Dopo alquanti giorni lo fé' 
monaco; e Besu'e Zaharayo Kerstos piacque al Signore, e stette servendo i fratelli F.26,r. 
monaci per ordine del suo maestro, finché morì ed entrò nella vita eterna per forza 



(') Cfr., fra i tanti esempi analoghi, Malan, The conflicts of the Apostles, p. 168-169. 

(2) L'episodio ne! racconto d'.41meida ha subito profonde alterazioni. Trattasi infatti in esso 
d'uno spirito maligno, chiamato bahara Alcao, clic, entrato nel corpo d'un discepolo di T. H., 
mentre questi col maestro passeggiava presso un lago, vien convertito, battezzato col nome di 
Christos harayo, e, fattosi frate, alla sua morto sale in cielo. 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. Il, Serio 5", parte 1' 18 



— 138 — 
del beato e diletto abuna Takla Haymanot. La benedizione della sua preghiera sia 
con noi. Amen. 

Quando ebbero sentita la sua fama, gli uomini elio abitavano lontane regioni 
venivano presso l'abuna Takla Hàyraanot, dalle sue mani prendevauo il giogo del mona- 
cismo, e stavano col santo abuna. servendo il lor Dio di buon animo con digiuni e 
con preghiere molto diligentemente ('). Allorché vide l'abuna Takla Haymanot come 
U. V. eransi radunati presso lui molti che servivano il Signore, fece loro un cenobio nel 
deserto ov' erano, e costruì una chiesa nel nome della nostra Signora Maria. Di poi, 
disaero i fratelli al padre loro : » padre, ecco ! vedi come si sono moltiplicati i 
discepoli per la tua santa preghiera ; i frutti, invero, degli alberi, che sono nel deserto, 
vengono meno, nò bastano al sostentamento dei fratelli. Noi desideriamo coltivar la 
terra -. Disse loro il lor venerabile padre: >■ Sta bene, o tìgli miei: ma che ciò sia 
con timor di Dio -. Avendone ottenuto licenza dal sauto padre loro, essi incomincia- 
rono a seminare; nò ciò avveniva con l'aiuto di buoi o di altri animali, ma essi 
stessi coltivavano la terra con le loro mani, e non aravi alcuno che mormorasse, 
poiché tutti erano consenzienti nella concordia dello Spirito Santo, scelsero un di loro, 
F.27,r. e lo preposero all'amministrazione degli all'ari del loro cenobio. La loro preghiera sia 
con noi. Amen. 

Sentite inoltre, o miei padri, e miei fratelli, e monaci! congiuntamente eranvi 
delle donne, le quali stavano coi monaci: i maschi uscivano nei campi e tornavano 
in casa promiscuamente con esse. Alla mensa non eravi divisione: maschi e femmine 
insieme mangiavano in comunità ; ed anco nel medesimo letto dormivano, come il fan- 
ciullo con la sua madre : quando s' alzavano per la preghiera, se il maschio s'alzava 
prima, chiamava la donna alla preghiera, ed ella in pari modo chiamava lui alla ora- 
zione, poiché non avevano pensieri terreni, ma sibbeue pen.><ieri celestiali, essendo itato 
legato Satana dalla forza della preghiera di questo abuna beato, di bella ricordanza, 
Id. V. mara (-) Takla Haymanot; e li proteggeva nella purità il braccio del lor padre esimio 
nell'operare, taumaturgo. La sua preghiera e la sua benedizione siano con noi. Amen. 
Mentre erano nello stato degli angoli, venne l'angelo del Signore presso l'abuna 
santo e venerabile, e dissegli : « Scegli fra i tuoi discepoli dodici, i quali ammaestre- 
ranno le anime, e mandali, divisamente, in dodici grandi provincie, affinchè predichino 
ad esso e le convertano nel nome della Trinità; poiché molti son coloro che non co- 
noscono il nome di Dio ->. Sentendo il venerabile il pariar dell'angelo, disse: « Sia fatta 
F.28,r. la volontà del Signore! « Poscia, l'abuna scelse dodici uomini saggi e prudenti, li 
inviò in dodici provincie, e disse loro: « tìgli miei, perchè Dio v'ha prescelti affinchè 
insegniate il Suo nome a quo' popoli che non lo conoscono, voi in verità, pervenuti 
in quelle provincie ove vi avrà mandati lo Spirito Santo, stendete la rete del Van- 

(') n ginassario racconta che T. H. da WagadJS si ritira in GeraryS, ove fa grandi penitenze. 
Presso lui si radunano molti uomini e donne, che divengono suoi discepoli e monaci: essi abitano 
in una sola casa, ma maschio e femmina non contraggono familiarità fra loro, e uniti stanno alla 
preghiera ed alla comunione, poiché .Satana tra legato a* tempi di quel santo. 

{•) Questa parola è bene il siriaco -JJO, )»oo ; ma gli Etiopi debbono averla ricevuta non già 
direttamente, ne' tempi più antichi, bensì più tardi per mezzo de' cristiani d'Egitto, i quali, come 
è noto, spessissimo scrvivansi di quel vocabolo {^j^. ;M premettendolo a' nomi dei santi. 



— 139 — 

gelo nel mare del mondo, insegnate agli uomini la legge della fede, e guidateli nel 
porto delia reden/.ioao. Ed ora, andate, o tigli miei, e il Dio della pace sia con voi. 
Amen. ». Essi invero, ricevuta la benedizione del giusto e beato abuua abba Takla 
Haymanot, andarono ciascuno per la sua via ('). La benedizione della loro preghiera 
pervenga a noi. Amen. 

Un frate ('), mandato fuori dall'amministratore del convengo, trova una donna con un suo 
figlio dell'età di due anni, avuto da U-i dopo lunga sterilità e che Satana aveva reso sordo-muto. 
Avendoli egli condotti da Takla Haymanot, questi guarisce il bambino. 

Mentre stava l'abuna Takla Haymanot nella sua cella, in quel di venne a lui F.30,». 
una voce dal cielo la quale diceva: « Salute a te, o uomo di Dio! verrà a te un 
uomo di stirpe di nobili, il cui nome è Abèl, figlio di Zèb Daliar (^): egli è di grande 
lignaggio. Tu, invero, lo accoglierai nella giustizia, perchè egli è caro a Dio». Dopo 
alquanti giorni, venne Abél presso l'abuna, abba Takla Haymanot. I monaci lo tro- 
varono mentre egli stava sulla porta dal convento, lo salutarono, e lo interrogarono 
circa la sua venuta; ed egli disse loro: « Voi, invero, parlate di me all'abuna ". 
Andati, i fratelli no parlarono all'abuna, abba Takla Haymanot, e questi disse loro: F.31,r. 
" fatelo venire qui, presso di me » , poiché aveva conosciuto per lo Spirito Santo essere 
quegli pel quale lo Spirito Santo gli era apparso. Giunse Abél dov'era l'abuna, si 
prostrò e ne baciò le mani e i piedi. L'abuna, abba Takla Haymanot, interrogò Abél 
intorno alla sua venuta; e gli espose Abèl tutto il suo animo, siccome era venuto 
per il monacismo. Gli rispose l'abuna: » Come potrai sopportare il giogo del mona- 
cismo? perocché tu sei persona di nobile stato. Potrai ripudiare il mondo e i fregi 
d'oro, che stanno sul tuo collo? lascerai forse le vesti onorate per coprirti di cenci o 
altrimenti di pelle bovina? » Disse a lui Abél: « A compiere tutto ciò m'aiuterà la u. y. 
tua preghiera » . Sentendo come il parlare di lui era buono, l' abuna lo fece stare 
insieme co' fratelli ; e dopo alquanti giorni lo nominò monaco. Nel giorno in cui Abèl 
prese il santo abito monacale, egli, entrato nella sua cella, disse al compagno: " Fammi 
il piacere, o fratello, di non costringermi a mangiare per questa notte » . L'altro gli 
disse : " Fa quello che vuoi » . L' indomani, poi, fece ugualmente ; e per la terza volta 
ancora non volle mangiare. Andati, lo raccontarono all'abuna abba Takla Haymanot; 
e questi chiamò Abél suo tìglio, e dissegli: » figliuol mio, renditi simile a" tuoi 
fratelli in tutto, desisti dalla tua astinenza, e mangia al crepuscolo co' tuoi fratelli » . 
Gli disse Abél: « Sta bene, o padre; ma d'or innanzi il mio cibo sarà l'erba del F.32,r. 
deserto, e giuro che non gusterò più vivande ». Conoscendo l'abuna com'egli era inspi- 
rato dallo Spirito Santo, lasciò di consigliarlo. E stette Abél a' piedi del suo maestro 
combattendo un esimio combattimento spirituale. Poscia disse Abél al suo maestro: 
«Io voglio migrare nel deserto». Gli disse il suo maestro: «Va, o figliuol mio, 
dunque ». E lo benedisse, e lo mandò dove egli volle. Andato, Abél combattè con 

(') L'origine di questo episodio ò evidente. 

(2) La lettera t, lia, in questo codice, una forma abbastanza singolare, come di un y alla 
cui sinistra ftjsse aggiunto il tratto indicante la mancanza di vocale in -l. 

(3) Non conosco il significato di questo nome, che nel noto inno a re 'Anula Syon ha assunto 
la forma di H-(1.V.C = • 



— 140 — 

digiuni con preghiere vagando per i deserti, sino a che gli fu dato d'ascoltare il 
suono degli angeli del cielo, e -sino a che fece scaturire l'acqua con la sua preghiera. 
Ed il suo cibo non fu più sapido, da che egli ebbe preso l'angelico schema. Poscia 

Id. V. che ebbe combattuta una grande lotta spirituale, questo beato Abèl emigrò da questo 
mondo, od entrò nel regno de' cieli. La sua preghiera venga a noi. Amen. 

In seguito, radunò l'abuna Takla Ilayuianot tutti i suoi discepoli, prese a dettar 
loro regole e disse loro: >^ miei discepoli, non è con l'essere chiamati monaci che 
si entrerà nel regno dei cieli ; ma sibbene ciò soltanto avverrà col ripudiare il mondo. 
tìgli miei, non siate cupidi di cibo o di vestimenta: cercate in prima la giustizia 
e il regno di Cristo, e tutto vi sarà aggiunto ('). figli miei, osservate il digiuno 
e la pregliiera ; non mangiate cosa da cui esca sangue. Specialmente, poi, amatevi fra 

F.33,r. di voi. Queste cose osservate: è il vostro deposito » (-). In quel giorno li esortò molto, 
citando tratti dei libri santi, onde guardassero le loro anime dalla cupidigia del 
mondo; e gli dissero i discepoli suoi: * Ci aiuti la tua preghiera, o padre nostro, 
affinchè noi si sia vigilanti a fare il bene ». Dopo ciò, li benedisse e diede loro la 
pace. La sua preghiera, e la sua benedizione sieno con noi. Amen. 

Dopo che l'abuna ebbe predicato e convertito, molte città d'anime umane 
redense mentre lo tormentavano come un martire, poiché egli somigliava agli 
Apostoli nella predicazione. Dopo ciò, quando fu fiaccata la sua forza pel molto pre- 
dicare, intraprese una grande lotta spirituale, entrò nella sua cella, ostruì la bocca 

Id. V. della caverna con pietre, e stette colà sette anni, insino a che si gonfiarono i suoi 
piedi per il molto dolore dello stare in piedi, gli si secò una pianta, e gli si separò 
dal corpo {^). 

Cristo visita Takla Haymànot, e promette a lui le infinite gioie del Paradiso, come pur anco 
promette il ciclo a quanti lo venereranno. Diccsi qui fra l'iiltro che quel santo por quattro anni non 
gustasse acqua. 

F.3-l,r. Quindi, per cagion del dolore, non potè piìi emettere alcim suono, perchè erasi 

inaridita la sua carne come l'erba d'estate. I suoi discepoli, quando non sentirono 

(>) Matteo, VI, 33. 

(«) Cfr. 1 Timoteo, VI, 20; 2 Timoteo, I, 12, 14. 

P) Secondi» il racconto del d'.Mmeida. poco dopo la conversione di Christos harayo, essendo 
venuto in Etiopia l'abuna loilo, questi offerì a T. H. il grado di vescovo e metà dell'Etiopia: 
offerta rifiutiita dal santo, il quale, scampato poi miracolosamente dalle armi di un fattucchiero, bat- 
tezza molti dello Xaoa sino alla terra di Gueraria (lA.C.V '■)■ Narratisi quindi alcuni suoi miracoli. 
Divenuto vecchio, T. H. ritirasi in una casuccia, ove sta sempre in piedi, senza mangiare né bere 
altro che on po' d'erbe e d'acqua alla domenici, finché gli s'imputridisce e cado un piede, che dai suoi 
discepoli è sepolto nella chiesa. Altri sette anni T. H. dura in tale iienitenza, dopo di che gli 
appare Cristo con grande gloria, il quale gli .innuncin prossima la fine delle sue pene, e che il 
sno corpo, dopo essere rimasto sepolto |.er cinquanfasette anni colà, e franando quella casa, sarebbe 
tra>portato in un grande convento, che nel luogo stesso i suoi discepoli avribbero eretto. T. H., 
raunati allora i discepoli, annuncia la sua prossima fine, raccomanda loro il disprezzo del mondo 
e il reciproco amore, e indica come suo successore Elsaà. Quindi, nella notte del 27 agosto, egli 
muore in età di 103 anni e 4.5 giorni. 

Poco differisce dalla redazione waldcbbana il sinassario, ove però manca ogni cenno ad Elss', 
e dove l'età di T. H. è di 99 anni, 10 mesi e IO giorni. 



— 141 — 

più alcuna voce da parte del loro padre venerabile, gli parlarono per la finestra pian- 
gendo, e l'abima, sentita la voce de' suoi discepoli, rispose loro con tìuvole voce. Allorché IJ. v. 
udirono la sua voce, gli dissero: " padre, quando più non abbiam potuto sentire, 
come dianzi, suono da presso te, noi siamo venuti ». Chiamò il venerabile uno di 
loro, e gli comandò d' entrare. Avendo aperto, entrò, e vedendo quel fratello come egli 
non avesse più un piede, pianse d'un pianto amaro. Il venerabile invero erasi seccato 
e coamentato col luogo in cui egli era; né su di lui eravi traccia di carne, né si 
distingueva ove erano le sue membra, poiché la pelle erasi attaccata alle ossa. Allora 
l'abuna gli ordinò di prendere quel piede che erasi staccato, e d'andare verso i fra- 
telli. 11 nome di quel frate era Elsa'e ('), cui spettò di doventar erede della sede di F.i5,r. 
questo abuna, dopo di lui. E avendo preso il piede del suo padre, che erasi staccato, 
egli andò verso i fratelli e lo die loro. Ciò vedendo i fratelli monaci, il lor cuore 
fu conturbato; ed essi piansero, lo riverirono tutti, portarono una veste e ve lo invol- 
sero, lo misero in un marmo, e lo posero in un bel luogo. La preghiera e la bene- 
dizione di Takla Haymanot sieno con suo tìglio, abuna Takla lyasus, e con tutti i 
suoi seguaci. Amen. 

Giunta presso il suo compimento la vita dell'abuna, torna ad apparirgli Gesìi Cristo, il quale, 
annunciatagli prossima la morte, e datagli licenza di domandargli qualsiasi grazia, benedice i disce- 
poli di lui e ne promette la grandezza: quindi concede il kidaii all'abulia. E, poiché questi ha paura 
della suprema dipartita, il Signore gli assicura che a riceverlo verranno tutti gli angeli, i profeti, 
gli apostoli e tutti i santi ecc. Vicino a morire, Tabuna esorta i frati a salvar la loro anima, e ad 
amarsi vicendevolmente. Avendogli essi chiesto di sciogliere quanto era stato legato dalla voce di 
lui, ed avendo egli annuito, tosto le fiere del deserto invadono le piantagioni e i campi dei frati, 
e li devastano ; essendo essi allora ricorsi al santo, questi raduna presso di sé quelle fiere ed ordina 
loro di non uscir più per l'avvenire dai luoghi per esse definiti. Le fiere obbediscono, e l'abuna 
comanda a' suoi discepoli di non molestarle, avendoli esse preceduti nell' .bitare que' deserti. L'autore 
quindi si diffonde in lodi per Takla Haymanot, paragonandolo ai profeti, agli apostoli, ai martiri, 
ad Antonio, a Macario e ad Abramo. 

Torniamo al racconto di prima. Quando divenne debole per la molta pena del f.SS.w. 
lottare, l'abuna raunò i fratelli, e die loro Elsa'e, affinchè fosse loro padre in sua 
vece; e tutti confermarono il dire del padre loro. 

Quindi, allorché perdette le forze e tacque, l'abuna odorò di un buon profumo. 
Mentre i fratelli lo circondavano, egli stese il suo corpo e rese la sua anima in mano 
del suo Creatore, in pace. E subito salì la sua anima in cielo con grande gloria e F.39,r. 
magnificenza, la ricevettero i profeti, gli apostoli e tutti gli angeli, e la introdussero 
nella Gerusalemme celeste con grande letizia della città del Gran Ke. Mentre innal- 
zavano l'anima di lui, sentirono molti fra i suoi discepoli il canto degli angeli. 

II suo corpo, poi, lo involsero in un bel sudario. Io posero in un feretro nuovo, 
e lo seppellirono in chiesa in grande onore con inni e con cantici. Allora vi furono 
molte grida, pianti, lamenti e lagrime. Fu sentita la fama della sua morte in ogni 
terra dell' Etiopia, e fuvvi gran pianto e dolore, perchè era caduta la colonna preziosa, id. v. 
che era stata piantata in mezzo all' Etiopia, ed era spai'ita nel cuor della terra, come 

(1) Eliseo. 



— 142 — 

i suoi padri. Né solo i monaci piansero; ma anche i magistrati e i principi, tutti i 
piccoli e i grandi, gli uomini e le donne, tulli invero piansero. Quelli che egli aveva 
convertito con la sua predicazione, dapprima lo andavano percuotendo durante la sua 
vita, mentre egli li ammaestrava, ma, dopo che ebbero creduto, lo ebbero in conto 
al pari del lor padre e della loro madre, pc-ichò somigliava la sua predica/ione a 
quella dei nostri padri Apostoli. Piii che durante la vita della sua carne, dopo la sua 
K.40,r. morte specialmente si locupletò la sua grazia; da mare a mare si moltiplicarono i 
suoi frutti, ogni mattino aumentavano e s'accrescevano quelli che erano generati per 
opera di lui. e per opera de' suoi discepoli e dei discepoli de' suoi di.scepoli, dopo 
di lui. Non ci separi egli da se nella sua preghiera ('). o faccia della sua felicità par- 
tecipi noi. lo scrittore della sua storia e chi la fa scrivere, chi la leggerà, chi la 
tradurrà, e quei che la ascolteranno, in sempiterno. Amen, amen. 

Gloria al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo, che sono un sol Dio. Prodigi 
e miracoli che fece il Signore per la preghiera del beato abuna Takla Havmanot, 

Id. V. stella prodigiosa che sorse dal nostro paese per seguire il Sole di giustizia, nostra 
guida, che è Gesù Cristo, nostro Signore, a Lui gloria, a Lui che dilesse quest'uomo, 
in sempiterno. Amen. 

Miracolo primo (-). Tre giorni innanzi la morte del beato abuna Elsa'e, morì un 
figlio d'una sorella di questo santo, chiamato Gabra Masqal, monaco e diacono, di 
prestante virtù. Lo involsero nel lenzuolo funebre per seppellirlo; ma, come fu ter- 
minata la preghiera dei defunti, egli si mosse : ne aprirono il lenzuolo, e lo interro- 
garono su quanto gli era avvenuto. Ei disse loro: '• Morii, come mi vedete, e mi po- 

F.n.r. sero presso il Signore; e di là mi condussero nella parte assegnata all'abuna Takla 
Haymanot. Lo vidi co' miei occhi in una grande gloria inenarrabile: nulla v'ha che 
somigli al suo luogo, non il sole, non la folgore. Egli con me discorse, dicendo : ' va, 
di ai miei discepoli : venga Elsa'e, che fu costituito in mio luogo, e Filpos (>) stia 
al posto di lui '. E, fra i monaci, disse il nome di ciascuno di quelli, che migreranno 
all'altra vita, e ne indicò, in ordine, il giorno. Cos'i disse il Signore della giustizia, 
ed io risuscitai per raccontarvelo » . Avendo compiuto il suo messaggio, Gabra Masqal 
mori. Dopo tre mesi si comp'i quello che egli aveva detto. I discepoli di Takla 
U. V. Haymanot fecero invero come l'abuna aveva loro comandato, e costituirono Filpos 
padre al posto di Elsa'e: perfetto quegli era nella virtù al pari de' suoi padri che 
lo avevano preceduto. A' suoi tempi venne alHizione e persecuzione, fino a tanto che 
egli mori {^). La sua benedizione pervenga a noi. Amen. 

(') Prosa rimata. 

(«) L'episodio è npuale audio nel racconto del d'Almeida, ove però il copino di T. H. è cliia- 
mato Anida Mascal (Vtqay, : oon<t>A :), clic muore tre giorni dopo T. H. e tre mesi prima di Elsaa. 

p) Il iiis. ..rieiit. 728, f. 1.50a-109, contiene pli atti di questo santo, opq : a.<t^ri :, niil^ in 
U1<J,:ni"V:ll-Vlìuoy. : A-V: dì parenti cristiani, e vissuto nuiiilXT : sotto il ret;no di 'Anidri S^un. 
Vcggansi su di lui le importanti notizie contenute nella cronica abbreviala, lìtisset, Jìludes, p. 10. 
La pubblicazione del Gadla Filpos e del Gndla Anoréiros, vivamente desiderabile, non nianclierà 
d'apportar notizie preziose alla storia d' Etiopia nel secolo XIV. 

(') liuesto accenno alle persecuzioni del re 'Amda Syon manca nel d'.Mincida, ove invece si 
parla dell' incremento avuto dalla fede per opera di Filpos. 



— 143 — 

Dopo lui, fu nominato abuna Hezqeyas, uomo ascetico. Gli apparve in visione, 

di notte, l'abuna Takla Haymanot: » Giunse il tempo della traslazione delle mie ossa, 
giusta la volontà del mio Signore ; e, per cagione di ciò, compi il suo volere, e tra- 
sporta le mio ossa, onde tu consegua la mia benedizione » . Dopo ciò, gli scomparve. 

L'abuna Hezqeyas radunò molta gente ; e presero a trasportare le ossa del giusto 
e fecero festa in quel giorno ('). Mentre portavano il corpo dell'abuna Takla Haymanot F.)2,r 
con laudi e cantici, per la molta angu.~;tia, schiacciarono un uomo, e gli si ruppe un 
piede ; ma, quando gli fecero toccare le ossa dell'abuna Takla Haymanot, subito egli 
guarì, e quanti ciò videro resero lode al Signore. Quando ebbero introdotto la salma 
dell'abuna Takla Haymanot nella santa chiesa, rovinò quella cella. 

Molti anni dopo, regnando il diletto a Dio Yeshaq, re, gli piacque ascoltar la 
storia del beato Takla Haymanot. Comandò egli che gli erigessero una chiesa molto 
onorevolmente (') ; e, dopoché ebbero terminato di costruirla, mentre trasportavano 
il corpo dell'abuna, si radunarono molti infermi. In quel giorno apparvero grandi prò- U- v. 
digi al toccare della tomba del santo. 

Narransi le miracolose guarigioni, avvenute in quel tempo per grazia di Takla Haymanot, 
d'un paralitico, divenuto si curvo da non poter piii né veder il cielo né bere in un bicchiere, e 
d'una vedova piena di mali. 

Così salvi l'abuna Takla Haymanot noi tutti, figli del battesimo, con lo scrittore F.43,w. 
della sua storia, con chi la fece scrivere, coi lettori, con gli ascoltatori, in sempiterno. 
Amen, amen. Divida il suo serto con l'abuna Takla lyasus, che fece scrivere questo 
gadl benedetto e la storia del suo padre, con tutti i suoi discepoli, che furono gene- 
rati per mano di lui e per la voce della sua bocca, con tutti i pellegrini che redense 
Cristo col sangue del suo costato, in sempiterno. Amen. E, per me che scrissi questa 
storia, Takla S3'on, povero discepolo di Abba Sjmu'èl di Gadama Waldebba, ricor- 
datemi, e non dimenticatemi, insieme col mio padre Takla lyasus, e con i miei fra- VA\,r. 
telli Pètros, Takla Selus, Pavvlos, e Sarsa Maryam. pellegrini, padri miei, non 
dimenticatemi, in sempiterno. Amen, amen. Per il corpo ed il sangue di Cristo, per 
Maria nostra Signora, per il Calvario e il Golgota affidiamoci al nostro Dio, perchè 
Egli abbia di noi misericordia, in sempiterno. Amen. 

(') Ciò è commemorato dal sinassario ai 12 del mese di genbot = 7 aprile. V. altresì Basset, 
Éludes, p. 10. 

(2) Cfr. Gataìo(]ue de mss. Hh. de M. A. d'Abbadie, p. 122, ms. 108, n. 1. 



PARTE SECONDA 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



C'i.ASSK DI SCIENZE MOKALI fCC. — MkMOUII-: — \ .il. Jl. Siri.' "i', liiUto'J" 1 



NOTIZIE DEGLI HCAVI 



GENNAIO 1894. 

Regione XI (TRANSPADANA). 

I. MASERÀ — Tombe di età romana scoperte nel territorio del 

comune. 

Da una relazione del maggiore Giulio Bazetta, inviata per mezzo della R. Pre- 
lettura di Novara al Ministero, rilevasi che nel luglio scorso, eseguendosi alcuni sterri 
in un fondo di proprietà del cay. Mellerio, si rinvenne una tomba con alcuni vasi, 
sparsi qua e là. Presso la tomba si raccolsero nn bastoncino di vetro colorato a 
strie, un pugnale di ferro ed alcune monete. 

Nel luogo stesso, a m. 4 di profondità, il giorno 15 del passato novembre tornò 
in luce un'altra tomba, formata da sei lastre di pietra, lunga m. 1,05, larga m. 0,42, 
alta m. 0,55. Vi si rinvennero cinque patere aretine, due delle quali con ornati 
a rilievo nel labbro, e tutte poi con marca di fabbrica nell'intorno; due ampolle di vetro 
azzurro; due piccole scuri di bronzo; una bella lucerna pure di bronzo, intarsiata 
di oro presso il becco, e con manico formato da un pipistrello, squisitamente model- 
lato e lavorato. In un vaso di pietra oliare, pur contenuto nella tomba, si [trovarono 
ossa cremate, in mezzo alle' quali erano : una casseruola di argento con manico piatto 
recante il bollo: EPAPHRODI; un braccialetto di argento, della forma così detta 
a vitigno; un anello di argento, a spirale di quattro giri; altro anello, pure di ar- 
gento, con cerchio d'oro che tratteneva una pietra calcedonia, finamente incisa; una 
fibula di argento, ed infine tre monete di bronzo, una di Druso Giuniore, e due di 
Nerone. Si raccolse pure un vittoriato di argento. 

Questi notevoli oggetti saranno donati dal proprietario al Civico Museo di Do- 
modossola. 

Regione Vili (CISPADANA). 

II. CAORSO — Scavi nella Terramara Rovere. 

La terramara della quale parlo è situata nella bassa pianiira piacentina, fra la 
via Emilia e il Po, 14 chilom. circa ad est di Piacenza, nel comune di Caorso, 
un chilometro e mezzo dal capoluogo. È attraversata dalla via dotta della >■ Rovere " 



CAORSO — I — REOIONK Vili. 

la quale corro lungo la destra della Chiureuna, e per la sua postura è tino a qui 
Tultiiiia delle terremare dell' Kinilia dalla parte di occidente. Il nome che le con- 
viene è quello di lloverc di Cuoi'su. 

Da esatto informazioni avute risulta che fu scoperta nel 1865 costruendosi ap- 
punto l'attuale strada ^ della Uovere » ; uia gli studiosi ne ebbero soltanto notizia 
nel 1877 (') grazie al dotto piacentino conte Bernardo PallastroUi, alle cure del 
quale siamo debitori se si couservaruno gli oggetti allora rinvenuti in quell'antica 
staziono e che, insieme col copioso materiale arclitologico da lui legato alla propria 
città, passarono al Museo Civico di Piacenza, (.ili oggetti stessi sono : — Fittili. Tre 
piccoli vasi e un tubo che era forse applicato a guisa di beccuccio a un grande reci- 
piente. — ISroiiii. Uno spillone, quattro lame di coltelli o pugualetti a foglia di sa- 
lice, una punta di lancia a cannone ed un'ascia ad alette. 

Conosciuta la potenza fertilizzante del terreno artificiale esistente nel luogo in- 
dicato (e noto di passaggio che è perfettamente identico a quello che compone ogni 
altra terramara) , chi lo possedeva nei giorni in cui fu scoperto vi fece estesi scavi 
nell'interesse agricolo, sconvolgendo o distruggendo il tratto compreso fra le lettere 
X X'X"X"', della tìg. 8, tuttavia ne rimase ancora intatta tanta parte da potervi ese- 
guire sistematiche esplorazioni con profitto degli studi palelnologici. E la fortuna di 
intraprenderle toccò a me, pei mezzi accordatimi nel lir>y2 e nello scorso anno dal 
Ministero della Pubblica Istruzione. dall'Amministrazione della Cassa di Risparmio 
di Piacenza, e dalla Commissione della Biblioteca e Museo Civico della stessa città, 
per cui mi professo a tutti oltremodo grato. 

Le mie primo indagini risalgono al 1891, ma furono allora semplici assaggi 
(tìg. y. num. 4, .T, 7, 8, 18) fatti, più che per altro, per assicurarmi della esistenza 
della stazione. Il luogo, a motivo dei lavori agricoli in passato ivi compiuti, mi si 
presentò poco meno che uniformemente spianato: ad ogni modo le ricerche di detto anno, 
come altre eseguitovi nell'aprile del 1802 (tìg. ò, num. 3, (i, 9), bastarono a pro- 
vare che pur tale terramara, al pari delle altre, aveva in origine la forma di mon- 
ticello, di cui rimaneva ancora intatta la base. 

Assicurato della esistenza di una vera e propria terramara, allorché nell'estate 
del 1892 intrapresi gli scavi coi mezzi dei quali ho fatto cenno, fu mia cura di cer- 
carne i limiti, seguendo il metodo appreso dal prof. Pigorini assistendo ogni anno 
agli studi da lui compiuti sulla terramara Castellazzo di Fontanellato nel Parmense. 
Con tale intendimento eseguii una trivellazione (tìg. i}, num. 'òu), 200 metri circa 
a sud della strada, nel podere della signora Frodesvinda Carrara ved. Boriani. Con 
siffatta trivellazione, come con altre due più a nord (28, 29), non cstrassi che ter- 
reno naturale, segno certo che la stazione non giungeva fino ai punti indicati. Per con- 



(') Bull, di pnltln., IH, )).iK. -11. — Qui peri );iov« lU'tiirc elio il l'all.iiitrclli la cliianiò ttT- 
ratnara di rnli);n&n<> ilal fatto clic j;li optietti in essa raccolti gli furono ilun.iti «lai rev. ilon Gae- 
tano Morandi parroco allora n l'olipnano, al quale poi, come in jiarticolar incido «gli epregi sigg, 
dott. Francesco Ferrari di Polignano e dott. Riccardo Pedrini di Cortcmaggiore. mi compiaccio addi- 
nioKtrare la mia vira riconoscenta per tutte quelle notizie che gentilmente mi vollero favorire. 



REOIONE Vili. — i) — CAORSO 



trarlo colla trivellazione 26 incontrai un terreno che accennava al riempimento di 
una fossa ('). FoDdamloiiii sopra silfatti indizi intrapresi uno scavo di m. 10X4 
(fìg. 3, num. 27) onde mettere iu chiaro se ivi, come io mi attendeva, si trovasse il 
limite meridionale della stazione. 

Levato il terreno coltivahile, un altro ben distinto se ne presentò alla profon- 
dità di un metro circa, di tinte diverse e senza dubbio di trasporto. Esso per altro 
non formava il piano inferiore della trincea per tutta la sua lungliezza, ma di mano 
iu mano che lo scavo discendeva andava gradatamente restringendosi a sud, ove ap- 
pariva invece un' argilla sabbiosa giallognola pura ed in posto. Arrivato alla prof, di 
m. 2.80 mi arrestai, e ripulito colla maggior cura il lato occidentale dello scavo, 
vidi che io aveva toccato il margine esterno della fossa la quale lambiva la stazione 
a sud, come dimostra l'esatta sezione che ne presento (tig. 1) eseguita sulla lincia 0. P. 



li'll aiiiiimiBiii :k .■iiiiiii]ì,:!,iiiMun.;,.r:,i| :i.:!...<ia',.. ,.;iI',.;i,Him, ii. iif.ji.ji. 



Fir;. 1. 




della fig. 3 (-). Restava però di determinare anche il margine interno dello stesso lato 
della fossa, e ciò ottenni ben presto colle trivellazioni 25 e 26. 

Posto in chiaro il fatto cui ho accennato, rivolsi le mie indagini a cercare il 
lato orientale. Già per le trivellazioni 22 e 23 e per alcuni assaggi (num. 15 e 16) 
eseguiti presso la strada aveva notato gl'indizi della fossa che ivi continuava, e a 
provarlo apersi lo scavo 12 e 12' di m. 18X5, tracciato in modo che non solo met- 
tesse allo scoperto la fossa ad est, ma altres'i a nord, se pure da quella parte fosse 
esistita, com'era da credere. Inoltre nel punto in cui i due tratti dello scavo formano 
un angolo retto, se le mie previsioni erano fondato, avrei dovuto tagliare la stazione 
nell'interno, o in altri termini incontrare il terreno artificiale, composto dei rifiuti 
delle abitazioni e al quale si dà in proprio il nome di terramara. 

Il risultato che ne ebbi non poteva riuscire più soddisfacente. Ai due capi, cioè 
ad est a nord, apparvero ben distinti il margine interno della fossa, l'argine che 



(') A questi primi assaggi e a parecchi altri presiedette il .sig. in?. Francesco Tìapuzzi. erede 
ed ainniinistrafore delle proprietà Boriani. .Mrugregio ingegnere, all'esimia signora rredesvitida Car- 
rara ved. Boriani, agli Ospizi Civili di Piacenza e al sig. Giuseppe Bassini, i nuali permisero di 
intraprendere scavi nelle loro proprietà, i miei sinceri ringraziamenti.. 

(■) Questa prima sezione e la seconda che segue sono sulla scala di 1 cent, por metro. 



CAORSO — <) — REOIONE Vili. 

luugo il lato della fossa scendeva con dolco declive, mentre aveva quello interno 
verticale, ap]ii);,'triandobi al contiatrorte di cui pure a Rovere di Caorso riuiangono i 
segni non dubbi : esso fa riscontro alla costruzione simile osservata già dal prof Pi- 
gorini nelle due terreniare parmensi Castione dei Marchesi e Castellazzo di Fontanel- 
lato ('). Laddove poi nell'interno i due tratti dello scavo si congiungono ad angolo retto 
trovai l'ammasso di rifiuti che si adagiava sul suolo vergine, nel quale restavano i 
testimoni sicuri della jialatitta che reggeva le abitazioni (-). Col lavoro eseguito per 
altro non era giunto a scoprire così a nord, come ad est, il limite esterno della fossa, 
e a completare l'opera, che riuscì felicemente, servirono le due trincee 13 e 14 (*). 
Terminata questa parte del lavoro, posi ogni cura nel rilevare, sulla linea Q R, 
la sezione di quanto si notava sul lato occideutale dello scavo ; e nel presentarla 
(fig. 2) ho fede di far cosa gradita al lettore e provargli all'evidenza l'esattezza dei 
fatti ossenrati. 




KiG. 2. 



In tale sezione abbiamo pertanto i seguenti terreni: 

a-f) terreno arabile dello spessore di cm. 20; 

c-d) strato archeologico o terramara delio spessore di m. 1,50: interno della 
stazione ; 

d-e) terriccio scuro per una larghezza di m. 1,50: tracce del contrafforte: 
e-f-rj) argilla giallognola scura dell'argine; 
f-g) terreno di riempimento della fossa; 
I-m) suolo vergine colle punte delia palafitta. 



(') Terramara in Caslione dei .ì/arcìiesi, istr. dagli Atti d. Acc. dei Lincei 1883, pag. 25; 
Terramara Cartellano di Fontanrlloto, cstr. dalle Notizie degli Scavi 1892, pag. 5. 

(•) Ijuanto fu osservato nel punto ove si congiunpono ad angolo retto i due tratti dello scavo 
corrisponde esattamente a ciò clic si rinvenne cogli scavi 7-8-10-1 1-1 8-10.2«'>-21 e 21 della fig. 3. 
Ad alcuni di questi scavi assistette il chiarissimo conte cav. Lodovico Marazzani benemerito riordi- 
natore del Musco Civico piacentino. 

(1) Pei fatti esposti rimasero pienamente convinte le cg^regie persone le quali visitarono il luogo 
durante le mie ricerche, cioè i sigg. prof, coinm. Luigi l'ig'irini direttore del Museo Prci.'stnrico 
di Roma, rag. Lagorio sindaco di Caorso, prof. cav. bonora K. ispettore degli scavi, prof cav. Hri- 
gtdini preside del R. Istituto Tecnico piacentino, professori Alfredo Ferrari e Ascr Poli dello stesso 
Istituto, cunte avv. Alessandro Morandi ispclture della Hiblinteca e Museo Civico, conte (ìiuscppc 
Nosalli Rocca e arciprete Gaetano Tononi della I!. deputazione di .Storia Patria. 



REGIONE Vili. — 7 — CAORSO 



Gli scavi dei quali ho parlato sin qui condussero, come ognun vede, a detormi- 
nare tre soli lati della stazione, cioè ronent.ale, il settentrionale e il meridionale. 
Kestava aucoia da trovare quello di oriente, e a corcarlo rivolsi le esplorazioni pra- 
ticate nello scorso luglio. 

Partendo dai dati raccolti, e assicuratomi colle trivellazioni aob (fig. 3) che in a 
si aveva il terreno naturale come nei casi precedenti, e in h per contrario quello di 
trasporto da cui è riempita la fossa, tracciai lo scavo 1 di m. l.^)X4. Il risultato avu- 
tone fu questo, che in a misi allo scoperto la sponda esterna occidentale della fossa, 
mentre dalla parto opposta {h) rinvenni non solo il margine interno, ma altresì l'an- 
golo che ivi il lato occidentale forma con quello di nord. E nei due lati maggiori 
dello scavo si notò con ogni chiarezza l'inclinazione della fossa che anche ad ovest 
manteneva la larghezza e la profondità osservate negli altri punti ('). A provare poi 
sempre meglio che il lato della fossa rinvenuto collo scavo 1 si congiungeva con 
quello di settentrione, giovò mirabilmente l'altro, aperto a breve distanza e segnato 
col num. 2, del quale tralascio di discorrere partitamente per non cadere in troppo 
frequenti ripetizioni. 

Dopo quanto sono venuto esponendo gli è chiaro che anche senza ulteriori in- 
dagini si poteva rilevare intera la figura che in pianta disegna la terramara Rovere 
di Caorso, e determinare esattamente le dimensioni tanto dell'area interna occupata 
dalle abitazioni, quanto della fossa e dell'argine col rispettivo contrafforte che la 
la circondano. Volli per altro continuare nelle ricerche fino a che lo permisero i 
mezzi concedutimi, e proseguii nello studio del limite occidentale collo scavo 17 e 
con una numerosa serie di trivellazioni sulle linee d-e-f,(j-h,i-l,m-n. Il risultato fu 
di stabilire esattamente la lunghezza del limite stesso, di provare che in ogni suo 
punto, scendendo da nord a sud, aveva le stesse particolarità osservate collo scavo 1 
e che al termine formava un angolo acuto col lato meridionale. Né sono questi sol- 
tanto i frutti degli ultimi lavori. Vidi inoltre che sul punto indicato si congiungevano 
esattamente l'argine e il contrafforte dei lati occidentale e meridionale, e che sul 
margine esterno della fossa, al vertice dell'angolo e nella direzione di sud-ovest, si 
si apre un canale della stessa larghezza della fossa. Evidentemente si ha ivi, come 
già fu notato dal prof. Pigorini nella terramara Castellazzo di Fontanellato {-) , il 
canale d'immissione o incile per cui traevasi l'acqua che allagava la fossa. E il fatto 
è tanto più certo in quanto il detto canale si dirige a monte del torrentello Chia- 
venna, unico corso d'acqua naturale e perenne del luogo (•'). La presenza del canale 
di iminissione induce a erodere che in qualche altro dei punti della fossa vi fosse 
anche il canale di scarico delle acque, ma per indagarlo occorrono speciali ricerche 
che io non ho avuto ancora modo di eseguire. 



(') Testimoni del fallo fiir'oi" il compianto prof. cav. Aiil'Hiio lioiii.ra K". ispettore degli 
Scavi, e il prof. Alfredo Ferrari del lì. Istituto Tocnico ili Piaicnza. 

(2) Terram. Castellazzo cit. pag. 5. 

(') La Chiavenna oggi si trova alla distanza di m. 400 circa a sud-ovest della stazione, ma 
è probabile che in antico vi si acc"stasse maggiormente 



CA0K80 



— 8 — 



KKDIONB Vili. 



In base ai fatti positivi osservati collo mie esplorazioni, che oso dire accuratis- 
sime, ho disegnato la pianta che prosento ai lettori (lig. 3). Essa ci mostra una stazione 
estesa complessivamente por raq. 20<M0. della quale per^ l'area dei-tinata alle abi- 
tazioni misura soltanto mq. 12870: la fossa, come Tarf^ine e il contratTorte. manten- 
gono ciascuno in ogni punto uguali dimensioni, cioè la fossa, al pari del canale d'im- 




missione, è profonda m. l.M» dall'antico piano di campatrna con ima larghezza di 
m. lo, l'aririno ha una base di m. ^, e il contrafforte è largo m. l..'>ii. Per chi amasse 
poi di conoscere la lunghezza dei singoli lati della stazione, dirò che l'orientale è di 
m. 1.50, l'occidentale è di m. 170, il meridionale di m. 135 ed il settentrionale di 
m. 130 ("). Ma ci<S che più importa di notare si òche pure la terramara Royere di 



(') T,e vario misuro ritatc. fia il-lla liindiozza di opii «iiiijolo lato, sia «lolla larL'hozza «Iella 
foMa e «iella baso delParirinc, nono <lìvÌMbili por .'■. Ciò si aroonla mlle osservazioni fatto pia dal 
prof. rie«.rini al Tastcllazzo di Fontanellato, e avvalora la opinione da lui manifestata (Ttfrram. 
Canlellazso nX. paR. (' k\v cioó i tirr.imnriooli avpssoro nn.i unità di misuri. 



REGIONE VII. — 9 — MASSA E COZZILE 

Caoiso ha forma di trapezio, e che i suoi Iati di oriente e di occidente sono paral- 
leli. Abbiamo in ciò una nuova conferma del fatto, dimostrato anche recentemente 
dal prof. Pigorini ('), che le terremare presentano i caratteri essenziali delle città 
degl'Italici, quelli cioè della quadratura e della orientazione. 

Cogli scavi praticati nell'interno rinvenni avanzi organici ed altri industriali, i 
quali tutti trovano riscontro in cil^ che ordinariamente esce dallo terremare. Negli 
avanzi organici, che furono ossa di animali, il prof. Strobel, il quale ebbe la cortesia 
di esaminarli, vi riconobbe il cavallo, il porco {sus palusiris), la capra e il bue 
(hos brachìjceros). Gli oggetti lavorati dall'uomo sono di terra, di corno cervino, di 
bronzo e di pietra, cioè: — FiltiU. Sette fusaiuole, quattro dui creduti pesi da telaio, 
tre piccoli vasi e moltissimi frammenti di stoviglie fra cui le caratteristiche anse 
cornute. — Corno di cervo. Alcuni punteruoli. — Broazo. Due spilloni, di cui 
uno frammentato, tre lame di coltello a foglia di salice. — Pietra. Una cote. 

Ed ora, nel chiudere la mia relazione, mi anima la fiducia che pure in avvenire 
i miei concittadini vorranno mantenermi il loro aiuto, onde io possa proseguire le 
iniziate esplorazioni paletnologiche della provincia piacentina, dalle quali, oltre al 
vantaggio che può averne la scienza, riceve notevole incremento il Civico Museo. 

L. Scotti. 



Regione VII (ETRURLì). 

III. MASSA E COZZILE — Tombe antiche scoperte a Monte a Colle. 

A oriente del poggio, sulle cui pendici sorgono gli ameni paeselli di Massa e 
Cozzile, si eleva, a 4.57 metri sul livello del mare, un altro monte, conosciuto e 
segnato nella carta dello Stato Maggiore col nome di Monte a Colle. Giovanni Mucci, 
proprietario di un piccolo podere situato presso alla cima di esso, stava nel maggio 189U 
scassando il terreno, che scende con pendio ripido verso occidente, per ridurlo a col- 
tivazione, in un punto discosto dalla casetta circa un centinaio di metri, allorquando 
s'abbattè in una pietra arenaria (serena) piantata ritta, in terra, a guisa di pilastro 
assai iiTcgolare e scabro, alto circa un metro e mezzo e dello spessore medio di 
4U centimetri. Rimossa la pietra, a circa 3 metri di profondità, riconobbe un denso 
strato di carboni, in cui eran mischiati frammenti di vasi, e da un canto un vaset- 
settino di terra rossa intero, che il Mucci raccolse, ma che poi andò perduto. 

Seguitando in quell'anno e nel successivo a scassare il terreno, gli avvenne spes- 
sissimo d'incontrare cumuli di sassi irregolari, che sovrastavano a fosse di forma ret- 
tangolare, della larghezza media di m. 1,.50 e della lunghezza di m. 3,50. Pare che 
complessivamente il numero di cotesto fosse sia stato di sedici. E tutte contenevano 
carboni più o meno decomposti, qualche volta misti a frantumi di stoviglie. 

Ma la scoperta piìi notevole occorse nel maggio 1891. Tn una di quelle tali 
fosse giaceva una specie di vaso a foggia di campana capovolto, contenente un altro 

(') Terram. Castellazzo cit. imtr, 1. 
Classe di scienze morm.i ecc. — Memorie — Voi. II, Serie T)", parie 2' 2 



MASSA E COZZILE — ".0 — REGIONE VII. 

vaso coperto da una ciotola, nel quale orano ossa combuste. Disi^raziatamente il vaso 
a campana fu distrutto, e non potei vederne che un piccolo frammento, d'argilla rossa, 
abbastanza depurata, appartenente alla estremità del vaso che veniva a trovarsi in 
cima, vale a dire al pieile rovesciato. Dalla struttura di questo frammento risulta 
evidente che il vaso tiniva a punta, come le anfore romane. Io credo pertanto che 
esso vaso fosse una i^rande anfora, la quale, sejjata in mezzo al ventre, sarebbe stata 
usata con l'apertura volta in giù, secondo una consuetudine frequentissima ne' tempi 
romani. Ma non escludo che si tratti d'un vaso fatto apposta cos'i per l'uso sepolcrale: 
perchè, secondo il Mucci. esso era munito di due anse o manubri laterali, che 
non combinerebbero propriamente con l'ipotesi d'un'anfora segata; essendoché la por- 
zione segata avrebbe dovuto restare sprovvista di manichi. Checché sia di ciò, anche 
il frammento di un'ansa, che lui fu fatto vedere, cosi por la qualit.'i dell'argilla come 
per la forma scanalata, corrisponde iu ogni caso a quello proprie delle liguline di età 
romana. 

Sotto di quella specie di campana si rinvenne un ossuario col ventre quasi sfe- 
rico e la bocca rientrante, fornito di un grosso labbro, ora rotto iu cinque pezzi, ma 
che si può ricomporre quasi interamente (alto m. 0,21 ; maggior diametro 0,23) ('). 
Considerato diligentemente il vaso, misurato esattamente l'orificio, constatata la per- 
fetta regolarità di esso e del ventre, notate certe strisele circolari che girano intorno 
a questo, ho dedotto che l'ossuario sia stato fatto al tornio. Esso è di terra rossastra 
simile a quella del vaso a campana su ricordato. 

D'argilla di color cupo o di rozzissimo impasto, fatta a mano e malamente 
cotta è invece una ciotola (alta m. 0,09, diametro 0,17) sbocconcellata da un canto, 
la quale serviva da coperchio all'ossuario, e vi era posta, secondo cui rifeii il Mucci, 
diritta, non rovesciata. Accanto ad essa si rinvenne un bicchiere di forma quasi 
cilindrica della stessa terra brunastra (alto m. 0,10) e di grossolana fattura. 

Kntro all'ossuario finalmente insieme con lo ossa combuste si trovò un pezzo 
di moneta di bronzo tagliata in antico, in cui tipo e leggenda sono atfatto irrico- 
noscibili. 

Un secondo bicchiere di terra roizissima, un po' panciuto e scheggiato nell'orlo 
(alto m. 0,08) fu trovato in un' altra di quelle fosse. In una terza s'ebbe un vasetto, 
di cui restano due insigniticanti frammenti e due pezzetti di ansa scanalata. Ksso 
era di line argilla rossastra, ricoperta di uno strato di vernice nera. 11 Mucci mi 
accennò per ultimo ad un vasellino elegantissimo di argilla, oltremodo leggero e di 
color rosso vivacissimo, disgraziatamente andato perduto, e che avrà molto probabil- 
mente appartenuto al genere aretino. 

Visitato il podere del Mucci e giunto al lato meridionale, dove esso confina con 
la proprietà Puccini, si vide una delle pietre del genere di quelle che si sogliono 
rinvenire sopra le fosse. Il Mucci si prolTerse di fare un piccolissimo .saggio di scavo; 
e, rimossa la pietra e scavato il terreno sottoposto, altre jiietre un po' meno grandi 

(') Cfr. por la forma Fabrctti, Scavi di Carrù nepli Atti della Società d'Archeologia e Belle 
arti per U provincia di Torino, li (1879), tav. U, fig. 10-12; tav. Ili, lìg. 4. 



REGIONE VII. — 11 — MASSA E COZZILE 

comparvero sotto e d'intorno. Tolte anche queste, si vide chiaramente uno strato dello 
spessore di circa 20 centimetri formato da una terra nericcia, grassa ed untuosa al 
tatto, residuo evidente di carboni decomposti e polverizzati. Soltanto qualche pezzetto 
di carbone era ancora intero, e mescolati con la terra si ravvisarono certi esigui 
fraiiimentini di stoviglie di argilla rossastra e d'impasto piuttosto rozzo. Sgombrata 
la l'ossa, in modo che sotto e intorno apparisse il terreno naturale senza tracce di 
combustione, non si rinvenne malauguratamente alcun oggetto, e neppure alcun ve- 
stigio d'ossa bruciate. La cosa parve a me alquanto singolare e mi fece nascere il 
sospetto che, sebbene, come dissi, il terreno sembrasse sotto ed intorno intatto, con- 
venisse tuttavia allargare e approfondire le indagini : il che l'i per lì non si po- 
teva naturalmente fare. 

Intanto, raccogliendo i dati, che l'analisi dei pochi oggetti serbati dal Mucci e 
le informazioni assunte sopra luogo potevano fornirmi, credo di poterne trarre le 
seguenti conclusioni. 

1° Il sepolcreto appartenne ad un vico, che doveva sorgere sul Monte a Colle; e, 
per quanto si può arguire dal pochissimo che si è scoperto, serv'i alla deposizione 
di gente di povera condizione. 

2° Il sepolcreto, se non tutto, almeno parzialmente è de' tempi romani, secondo 
si deduce dall'indole della tomba meglio conservata o meglio esplorata. Il vaso a 
campana che serviva a proteggere l'ossuario, l'ossuario stesso fatto al tornio, quel 
vasello rosso non veduto da me, ma giudicato, giusta le indicazioni de' contadini, di 
fabbrica aretina, finalmente la mezza moneta, la quale, sebbene corrosa, pare tuttavia 
essere stata un medio bronzo romano : tutto cotesto accenna, a parer mio, indubbia- 
mente all'epoca, in cui anche nella Val di Nievole era oggimai estesa la romana 
dominazione. 

'6° Sebbene spettante a' tempi romani, il sepolcreto serba una peculiare impronta 
primitiva e paesana: di che non è da far meraviglia, essendo risaputo che, dirimpetto 
all'assorbente e unificatrice cultura classica diffusa ed imposta dai dominatori del 
mondo, ogni singola regione mantenne in parte, massime ne' primordi della sua sog- 
gezione a' Romani, il patrimonio della civiltà che le era proprio per T innanzi, e, 
ricevendo i benefici della nuova coltura, li adattò alle particolari condizioni etniche 
e locali, in cui si trovava. 

Ora, appunto per la consistenza d'una civiltà arcaica, rude e disforme dalla 
romana classica, il vico di Monte a Colle pare a me degno di nota. A una tal civiltà 
accennano la ciotola sovrimposta come coperchio all'ossuario, i vaselli di grossolana 
fattura scoperti in talune delle tombe, e specialmente il rito e il modo di costruzione 
delle tombe stesse. I sassi che in grandissimo numero si rinvennero accumulati sui 
sepolcri e sopratutto il grande ed erto pilastro rozzamente scarpellato che serviva da 
cippo a una delle sepolture, ci fanno pensare a consuetudini riscontrate in antichis- 
simi sepolcreti italici, e in particolar modo in sepolcreti ligud. Mi basterà ricordare 
quelli di Velleia (') e di Cenisola (-), dove le tombe erano o costrutte o protette 

(») Cfr. Marietti, Aotisic 1877, sor. 3*, voi. I, p. 524 e sgpr.; tiiv. V-IX. 
r«) Cfr. Todcstìi, Notizie 187!), scr. 3^ voi. V, p, S(i o s<r?r.; tav. Vili. 1\ 



Masetto 



12 — REGIONE VI. 



da sassi. Nt-l sepolcreto di Cenisela poi uscirono in luce quei roizi cippi, uno de' quali, 
edito nelle .Voline 1879 ('), p»«'> esser messo a diretto coufrouto con quello scoperto 
dal Mucci. 

G. (illlUAKUlN'l. 



Ueoiunk vi (ILUBIIIA). 

W . riANKTTo {Irazione dol comuue di GaieaU) — Tomba preromana 
scoperta nel terrilorio del Comune. 

Fra Gaieata e Santa Sotia, al contine della provincia di Forlì con quella di Fi- 
renze, in un fondo del sig. Qiiercioli, pesto a Pianutto, in occasione di piantanicnto 
di viti è stata trovata una tomba composta di grossi ciottoli. Dalle notizie avute era 
di combusto ; ma non ne ho potuto determinare la forma. Essa conteneva i seguenti 
bronzi :[ — Due armille di verga ettagona, massiccia, a un giro e mezzo circa, assot- 
tigliantesi lievemente verso le estremità e del diametro interno di mm. 42. Per forma 
richiamano altre trovate qui, e specialmente quelle del ripostiglio scoperto presso 
Forlì (cfr. Bull, di l'alelu. Hai. anno IX, tav. VII, mi. 9, lU). Quattro fibule 
a navicella piena, fornite di tre globetti sullarco e di bottone un po' rialzato alla 
punta del breve astuccio; riproducono gli esemplari che erano nel ricordato ripostiglio 
(cf. lìuU. cit., tav. VII, n. (3). Altre due a navicella vuota, con soli due globetti 
laterali; ma privo di cartoccio e di spillo (op. cit. d. 2). Due più piccole con sei 
bottoncini distribuiti tre per parte, nelle coste del sottile arco e somigliante a quella 
riportata dal Gozzadini negli Scavi .Irnoaldi- Veli, presso Bologna, tav. X, n. 10. 
Cinque spilli con resti di ripiegatura e due cartocci con bottone tinaie, spettanti ad 
altre fibule. Tutti i pezzi sono coperti da patina bruna con chiazze verdastre e sono 
privi di qualunque ornato gratlito. 

Nulla mi fu dato di raccogliere di fittili che mi si assicurò non esser stati trovati. 

Come è noto, fibule a quattro globetti, con qualche dilVerenza nella distribuzione, 
si incontrano nelle necropoli della prima età del ferro e scompaiono, o quasi, nel periodo 
successivo. 

In altra occasiono trattai di questa foggia di fibule e provai che le medesime, 
quasi sempre associate alle armille semplici suddescritte, sono molto diiTuse e anzi 
in assoluta prevalenza nella nostra regione, specialmente sulle pendici appenniniche 
a sud-est e sud-ovest di Forlì (cf. Bull. cit. anno IX, p. 180 sgg.). Ritengo perciò 
che la tomba in discorso, sia di deciso tipo italico. 

Ho potuto fai e acquisto dei ricordati avanzi pel Museo forlivese, già ricco di 
esemplari consimili, usciti tutti dal nostro territorio, o da lunghi contermini. 

A. S.VNT.\REI,M. 



(') Tav. vili. fiff. 10. Il sepolcro II. 2 (ibid. fipll. 12. cfr. p. 299-300) conlcncva un ossuario 
coporto di una ciotola diritta, come pare fosse quella sovrimposta all'ossuario della nostra tomba. 




IIOMA — 13 — ROMA 

V. ROMA. 
Nuove scoperte nella cllth e nel suburbio. 

Regione III. Disfacendosi il muro di cinta di mi cito per sistemare l'ultiino 
tratto della via della Polveriera, alla profondità di ni. U,80 sotto il piano stradale, 
si è riconosciuto un avanzo di antico muro a cortina, per la lunghezza di circa m. 20. 
Fra i materiali adoperati nella costruzione si rinvenne : un frammento di grande 
coperchio di sarcofago marmoreo, con maschera scenica scolpita sull'angolo ; un pezzo 
di capitello ov' è rilevata una pantera, di cui manca la testa ; un piede di candelabro 
marmoreo, alto m. 0,70, sopra un lato del quale è conservata una figurina muliebre 
in rilievo, con breve tunica succinta, che nella mano destra abbassata tiene una pelle 
leonina e con la sinistra sorregge una lunga asta ; un frammento di lapide sepolcrale, 
ove rimane soltanto: 

M 
NV 

F 

Entro il medesimo muro si trovò una colonna di granitello, del diametro di 
m. 0,45, collocata verticalmente, e sporgente appena m. 0,35 dal suolo: il resto è 
rimasto interrato. 

Regione IV. Presso l'angolo tra la via Cavour e la via de' Serpenti, a circa 
m. 4 sotto il piano stradale, è stato scoperto im rocchio di colonna di marmo bianco, 
del diametro di m. 0,50. 

Regione V. Intrapreso nel grande terrapieno rimasto sulla piazza Dante, 
un piccolo sterro per ricavarvi una cantina, sono stati raccolti parecchi frammenti 
di marmo, cioè : testa virile alta m. 0,40, con la faccia del tutto consunta ; pezzo di 
gamba appartenuta a statua più grande del vero; plinto di statua, sul quale resta 
un avanzo di pelle leonina; rocchio di colonna di bigio, lungo m. 0,78, diam. m. 0,30; 
altro rocchio di colonna, in marmo bianco, baccellata, lungo m. 0,82, diam. m. 0, 22. 

Regione VI. Negli sterri per la nuova chiesa americana sull'angolo di via Venti 
Settembre e via Firenze, sono stati ritrovati: un pezzo di panneggio di statua, in 
marmo bianco; un frammento di cornice, ingiallo antico, e varie lastrine squadrate 
di marmo bianco, che dovettero appartenere ad un pavimento; un frammento di co- 
lonna scanalata in tufo, lungo m. 0,37 ; ed un piccolo frammento di capitello dorico, 
in travertino. Nel sito medesimo è stato compiuto lo sterro di una colonna, fornuita 
di vari rocchi trovata al suo posto. Al primo rocchio di tufo, alto m. 1,1."), era sot- 
toposto un altro rocchio di pietra sperone, anch'esso scanalato ed alto m. l,lU. Il 



POMl'Kl — 11 — REOIONR I. 



diametro della colonna è di m. O.OO. E-isa poiif^ia sulla propria base di travertino, 
alta in. O.HO, del diametro di m. 0.7o; e questa è piantata sopra un fondamento a 
massi squadrati di tufo, il quale è congiunto pon>endicolanuente con un altro tratto 
di simile costruzione. Il piano di posa della base è a m. ;"> sotto il livello stradale 
della via Venti Settembre. 

Uegiono IX. In via Capodiferro. avanti la casa segnata col n. T), facendosi 
un cavo per imbocco di fogna, alla profondità di metri 1,20 si è trovato un torso 
di statua virile, in marmo, granile più del naturalo, di buona fattura. Dal collo all'at- 
taccatura della coscia misura m. 1. La li^'ura è tutta ignuda; sulla spalla sinistra 
rimangono le tracce di una clamide, che fu totalmente scarpellata. 

Via Noraentana. Nella escavazione per fondare un nuovo fabbricato del Po- 
liclinico, sono stati raccolti fra lo terre di scarico vari oggetti, cioè: un'asta di bi- 
lancia, in bronzo, con appiccagnolo; un pezzo di cerniera, in osso; un cucchiaio ed 
una borchia, parimente in osso; un frammento di ornato, in bronzo. 

Via Salaria. Altri avanzi di muri reticolati, in tufo, sono apparsi nello sterro, 
di cui altre volte si è riferito, sul piazzale esterno di porta Salaria. Si rinvennero 
poi parecchi frammenti d'intonaco dipinto; un'anfora fittile intiera, alta m. 0,80. e 
sette lucerne comuni. Due di queste hanno impresso il bollo FORTIS, un'altra il 
bollo GABINIA, le rimanenti sono anepigrafi. In un pezzo di mattone leggesi parte 
di un bollo circolare, che sembra finora sconosciuto: 

I 

LESAGOR — 

Facendosi un cavo dinanzi al casamento n. 45 in via di porta Salaria, a circa 
m. 0,50 sotto il piano stradale, si è rinvenuta una base di colonna ed un capitello 
di marmo, assai guasto. 

G. Gatti. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

VI. POMPEI — 1. Giornale lìeijli scaci rcdallo dai soprastaìdi. 

1 dicembre. Si è ripreso il lavoro di sterro nella regione V, isola 2" ad est 
della casa detta delle .\oì:e di Argento; ma non avvennero trovamenti. 

2-15 detto. Non avvennero scoperte. 

Il) detto. Facendosi alcuni restauri si rivenne: — Avorio. Una tessera tea- 
trale col bassorilievo di una testa muliebre, a sin.; diametro mm. 31. Fu trovata 
nella prima stanza della casa detta di P. Emilio Celere, regione IX, isola 7". 

17-18 detto. Non si ebbero rinvenimenti. 



REGIONE I. — 15 — POMPEI 



19 detto. Fu causalmente trovato nei lavori per la nettezza, un medio bronzo, 
imperiale, guasto per l'ossidazione. 

20-31 detto. Non avvennero scoperte. 

2. Nuove epigrafi rinvenute nel fondo del signor Eduardo SantiUi. 

Nel fondo Santilli (cfr. Notkie a. 1893 p. 333 sgg.), continuandosi a cavare 
il lapillo, son tornati recentemente a luce altri sette cippi marmorei ad erma con 
le seguenti iscrizioni: 

1. Alto m. 0,95, largo m. 0,24: 

DELLIAEQiL 

CHI AE 

2. Alto m. 0,54, largo m. 0,26 : 

FORTVNATAtóVe'ANc^L- 

3. Alto m. 0,45, largo m. 0,20. Lettere quasi corsive: 

lANVARIVS 

VIX-ANN 
XXV 

4. Alto m. 0,97. largo m. 0,32. Lettere alhmgate : 

L'LATVRNIOGRATO 

PAGANO 
Et MI N ISTRO 

Innanzi a questo cippo era sepolta un' urna di vetro ben conservata, col coperchio, 
il cui alto manubrio vuoto era messo in comunicazione con un tubo di piombo (cfr. So- 
gliano in Notizie 1892, p. 252, 1 e p. 25;j, 3). 

5. Alto m. 0,88, largo m. 0,31. Lettere rubricate: 

L A T V R N i A 

lANVARIA'CALCARlA 
VIX • ANN • XXXXV 

6. Grosso cippo marmoreo ad erma, alto m. 1,10, largo m. 0,50: nella metà 
inferiore è grezzo, è lavorato cioè sin 1;\ dove appare l'epigrafe (cfr. Notizie 1893, 
p. 333-34) : 

M • PETACIO • M • F 
MEN 



FORCHIA — Iti — KF.OIONE II. 

7. Alto m. 0.60, largo m. 0.21 : 

P R V N I 
CF VIXIT- 
AN XVI 

Le lapilli 1, li, A. ."> o 7 prescntauo verso il basso il .«olito foro circolare. 

Si raccolsero inoltre poche monete di bronzo, fra cui un asse repul)blicano. 
un dupondio di Claudio e monetine del basso impero, parecchi tubi di ternicotta e 
qualcimo in piuuilio. messi già in comunicazione colle olio cinerarie di terracotta, 
in una delle quali si rinvenne unanfoietta di alabastro. 

A. SOGLIANO. 



Ekoioxk II (APULI.V. 

VII. l'CiKCinA. — Antichità varie riconosciute nel territorio del 
comune. 

Nel fondo denominato Tascaricllo, situato nella contrada di s. Alfonso, o del 
Crocefisso, di proprietà dei sigg. Falco, lavorandosi la terra, presso il ciglio di una 
così detta muracchia. si riconobbero alcune antiche tomlie, quasi accoppiato, rivolte 
ad oriente, costruite con tegoli, ed embrici. I tegoli erano privi di bolli ed in nu- 
mero di quattro pei lati lunghi della tomba. Non vi si riconobbe alcun oggetto della 
suppellettile funebre e le ossa furon trovate scomposte. 

Poco lungi dalle dette tombe si rinvennero due grossi blocchi di pietra lo- 
cale, in forma di parallelepipedi. Nella faccia di uno vodesi praticata una specie di 
nicchia di m. 0,25 X o.;{7 X 0,65. Entrambi i blocchi presentano le due facce con 
prima lavoratura a scalpello. Tra la terra mossa si rinvennero alcuni rottami di 
vasi neri, di impasto rozzo: un chiodo di ferro, ossidato; due monete di bronzo, 
irriconoscibili per l'ossido. 

Nei pressi di un'antica fabbrica, detta - la peschiera », esaminai aliuni fnmimenti 
di tegole mamraate. 

Nel recinto del caseggiato riconobbi un tratto di acquedotto e qualche avanzo 
di opera reticolata. Osservai inoltre due tratti di grande muratura a getto, in uno dei 
quali veggonsi i fori pei quali passavano tubi tìttili o plumbei. 

Presso l'aia si osservano le fondazioni di muri di antiche camere, e nel ter- 
reno rinvengonsi di frequente cubetti di pietra bigia ed altri di pietra bianca, ap- 
partenuti a pavimenti in mosaico. 

F. Colonna. 



''^<*'°^^"- -17- BRINDISI 



Vili. BRINDISI — Xuom titoli sepolcrali della necropoli brindisimi. 
Nel fondo De Marzo Monaco, si rinvennero i seguenti titoli sepolcrali, incisi su 
pietra calcare bianca: 

1. Cubo, alto m. 0,92, largo m. 0,30, dello spessore di m. 0,26. Nella parte sini- 
stra è scolpita una mano aperta, e nella fronte leggesi : 



D M 

I V L I O • HE 
LIO MATE 
R PIO FILI 
Va A XX ■ 
CAMPA TIA • SE 
VERA- V-A-XXI 
H-S-E-NICOPOLIS F B M 
POS 



2. Lastra di ui. U,5(J X 0,27 X 0,07: Reca inciso: 



/OCTAVlVS- 
eJELTICVS ■ SACERD 
V A- XXX • H • S 



3. Lastra di m. 0,48 di altezza, m. 0,86 di larghezza, ni. 0,12 di spessore: 

d / M 
yv N I A E/ 
^HEOGNjT^- 

4. Id. di 111. 0,40 di altezza e m. 0,.54 di larghezza: 

V ■ A • XXIII 
M • A E F I C I V S 

HERMES 
SORORI • PIENISSIME 

5. Id. di ui. 0,15 X 0,27 X 0,06: 



?^io-diane'n| 

QV • AV ■ ATQ^ 

_ Nel medesimo sito si rinvenne un medio bronzo di Antonino Pio. uguale a quello 
riprodotto del Cohen n. 588. ' 

G. Nervegn.ì. 



Ci.AS.sK DI scIE^v.E MOK.vLi ccc. - Mk.moru.: - \\,l. ji, Seri,. .V, parie 2 



.„„, , 18 — REGIONE 111. 

8TR0N00LI '" 



RKiiinNK III (UIC AMA ET BRUTTIÌ). 

IX. STRoN'eitilil — 1)1 un piedislallo di slatiai onoraria posta a 
Manio Megonio Lame nel Foro di Petclia, con iscrisione dedicatoria e 
con un nuovo capitolo del testamento di quel personaggio. 

Il IC ottobre del 18t>2 l'ispettore dott. Cesare Trombetta annunziò che, ricomin- 
ciati gli scavi di antichità nel comnne di Stiongoli, iu contrada Pianette, che è ter- 
reno di proprietà municipale, si scoprì il piedistallo di una statua, formalo in un solo 
blocco di marmo, alto m, 1.25 largo m. 0,00, senza la cornice. Si trovò rovesciato 
vicino alla sua baso, la quale rimane ancora al proprio posto. Nel prospetto reca 
un'iscrizione onoraria a Manio Megonio Leone; nel lato sinistro è inciso un capitolo 
del testamento di questo personaggio. 

Insieme a questo piedistallo si rinvenne la mano sinistra di una statua di bronzo, 
maggiore del vero, il cui indice è lungo m. 0,11, e l'anulare porta l'anello sul cui 
castone è un oi-nameiito a meandro, della forma di un s. volto a sinistra. 

Si scoprì pure il frammento di un grande vaso di pietra bianca o di calcare 
del luogo, sul cui labbro, largo m. 0,03, doveva in origine correre una leggenda, della 
quale rimane soltanto la parola: 

SACRVM 

Si scopri inoltre una moneta di bronzo ossidata, attribuita a Faustina Giuniore, 
e molti pezzi di bronzo appartenenti ad una statua. 

Nel luogo ove queste scoperto avvennero, si rimise pure iu luce un tratto di muro 
a grandi massi, alcuni dei quali, formanti angolo, misurano m. 1,70 di lunghezza e 
m. 0,40 di altezza ; e questi muri sono in rapporto con altre costruzioni più lontane, 
che accennano a rovine di grandiosi edilìzi. 

Non fu questa la prima volta che si rinvennero antichilii in quel luogo. La con- 
trada Piauette, ad est di Strongoli, sorge a all'altezza di 2.")7 metri, e consiste. 
come dice il nome stesso, in un piccolo ripiano sopra una delle tante colline che si 
affacciano lungo la spiaggia ionica, alla distanza di circa cinque chilometri dal mare. 
È distante poco più di un chilometro da Strongoli che sovrasta, sorgendo a mag- 
giore altezza cento metri circa. 

Quivi le scoperte di antichità furono quasi continuo, per quanto è a conoscenza 
nostra, non essendovisi fatto scavo alcuno che non avesse prodotto il rinvenimento di 
cose antii'he; e già fino dal 1S(Ì7 il compianto cav. Domenico Marincnla Pistoia aveva 
pubblicato una memoria sopra queste antichità quivi dissepolte. Sapevasi che nel 1842 
presso il diruto convento dei Domenicani erano stati rimessi a luce i ruderi di un 
edificio termale, i resti di acquedotti, od i frammenti di varie lapidi iscritte: e poi 
si erano scoperto altre costruzioni; e da ogni parte si avevano argomenti per provare 
che in quel ripiano ebbe sede l'antica città di Petelia. La quale tesi topografica riceve 
la massima conferma mediante il piedistallo marmoreo iscritto, ora rinvenuto presso 



REGIONE III. • — ly — STRONGOLI 



la propria base, vale a dire nel luogo che doveva conispoudero alla parte superiore 
del Foro di Petelia. ove appunto avrebbe dovuto essere collocata la statua a cui appar- 
teneva quel piedistallo, come sappiamo dalla iscrizione clic vi si legye. 

Scavi sistematici fattivi intraprendere dall'amministrazione provinciala sui primi 
del 1880 sotto la direzione dell'ispettore sac. Nicola Volante, e continuati in tutto 
l'anno stesso, fecero riconoscere nuove costruzioni e diedero copiosi oggetti di suppel- 
lettile domestica di età romana {Noi. 1880 ser. 3% voi. V, p. 317, 411 e voi. VI, p. 502). 

Nuovi scavi fattivi nel 188G, oltre la solita messe di oggetti comuni, diedero 
alcuni frammenti di una statua muliebre in bronzo, altri pezzi di bronzo di una statua 
virile, e poi due piedistalli di marmo l'uno con iscrizione iu memoria di Lucilla Isau- 
rica, l'altro con epigrafe in onore di Cedicia Iride. Servirono ambedue come basi di 
statue che i Petelini con denaro proprio posero a quelle donne ; e per tali onoranze, 
come si legge nelle epigrafi, lo stesso Manio Megonio Leone, di cui parla la lapide 
ultimamente trovata, fece al municipio di Petelia cospicui doni. Anche questi piedistalli 
furono trovati rovesciati presso le proprie basi che rimangono tuttora al loro posto. 

Io non so se con queste scoperte si abbia la guida sicura per risolvere tutto 
il problema della topografia, cioè se le antichità dissepolte in contrada Pianette ba- 
stino a provare che la città di Petelia ebbe sempre quivi la sua sede. Perocché se 
si considera che il luogo non sarebbesi prestato per resistere a quel lungo assedio 
con cui i Cartaginesi nelle guerre annibaliche oppressero la città da loro finalmente 
conquistata per mezzo della fame (Polib. 7, 1, 3; Liv. 22, 10, 30); se si considera 
d'altra parte che all'età romana appartengono tutte le costruzioni e gli oggetti che 
si rinvennero in contrada Pianette, apparisce sommamente probabile che la città nel 
tempo che precedette il dominio di Roma avesse avuto sede sull'altura in cui sorge 
la moderna Strongoli, ove tornarono a chiudersi le famiglie per difendersi dalle pira- 
terie e da pericoli nell'età di mezzo. 

Ma lasciando ciò da parte, certo è che Petelia nell'età della dominazione romana 
ebbe sede in questa collina sosttostante al paese moderno, e se non fu città di quella 
importanza che potrebbe credersi pigliando alla lettera le parole di Strabone, che la 
chiamò (ir^icórrD/.ig lo'v .itvxcamv ((3,3), intorno a che è bene avere innanzi ciò che 
del prof. Mommsen fu osservato (C. /. Z. X p. 15), godè indubitamente di una certa 
floridezza, della quale ci fanno fede i ruderi che accennano ad edifici pubblici gran- 
diosi, e le lapidi le quali sono testimoni dei monumenti che abbellivano la città. 

Vero è che, argomentando da queste lapidi, la floridezza di Petelia non avrebbe 
avuto lunga durata. Esse si riferiscono tutte ad un periodo ben circoscritto, il quale 
comincia con Traiano e non supera l'età di Antonino Pio, ossia diu-a pochi decenni, 
dalla fine del primo alla metà del secondo secolo dell'era nuova. E forse non ap- 
parirà ardito il supporre che questa prosperità avesse pigliato principalmente origine 
della munificenza di un personaggio, e di quel personaggio appunto di cui ci parla 
la nuova base marmorea recentemente scoperta. 

E poiché lo studio di essa ci offro motivo a considerazioni utili sopra la storia 
dei municipi nel periodo imperiale, ne dirò brevemente, cominciando dal presentarne 
il fac-simile, per cui siamo debitori al solerte dott. Solone Ambrosolj, conservatore 



8TR0N00LI — 20 — • REGIONE III. 

del Cìanibtìtto nuinisinatico di Milano. Questi trovandosi iu Catanzaro a riordinare il 
medagliere civico per incarico del Ministero, fu prejijato di recarsi in Strou>,'oli. ove 
assistito dall'ispettore locale dottoro Trombetta potè fare i calchi delle due nuove 
epigrafi ; e poiché l'iscrizione in ca:atteri più piccoli presentava alcuni passi nei quali 
le lettere sono appena superficialmente incise, curò che un esatto fac-siiuile riparasse 
allinsuflìcieu/a dal calco. 

Abbiamo adunque dal prospetto della nuova base: 



/WMEGOMIOj:AA/-F^ 

M/* M'AA/' P R O ' W ' co R- 
LiONl 

AJD^IJIPVIRLEG'COR 
Q_'PP'PATR_PNO^MV 

MlClPlMlll^VlR'd'Q. 
DECVI^I0NE5 AVGV5 

TALCS P0PVLV5Q.VE 
EXAERECOMLAT 

0BAAERITAEIV5 



cioè : 



Mfanio) Megonio M(anii) f(ilio) M(anii) n(ejioti) M(anii) pronfepoti) Cor(nelia) 
Leoni, aed(ilt), UH virfo) legfe), cor(nelia) i/ufaestori) ]>(cmnian) pfublicae), pa- 
trono mmicipii, iiii virfo) q(uin)q(uennaU). ilornrìnim. Aufiilìiirilrx j,o/iuliisi^ue 



fx aere conlal(o), ob merita eius. 



REGIONE III. — L'I — STRONGOLI 



dal lato sinistro: 

KAPV>[XTfSTMV\lNIO 

RFIP•AXVNKIPV^/v\[oRVM51M(HlS^X^VA PiDlSIRlS 

INfOROSvPtRloRLSOLiAL^PlDtKBMi x\àRUORUAD|XIx\PLVMBàJ 15 
QVAWvMI H I WGVrTÀl F S P05yi.I^yNT PI?0P| ( AXXQVAMXXi hi MMN I CI PFi 
POSVfRVA;TF0SITAFV[Rn_14^CMN OVAf H5 Mf VlVOPOU IflTV? SVMDaRIVOiO 
FXKMTtAA(OMDI(ION[ hHC MNQSSS D^f^l VO(OV7f K ViV/Rl $ 5[MI<;S I BVS 
ElV^PfCUNlWOWKiiBVSANMii DH MM K 1 15 AM IQVl HT X K Al APRII 
DlSTRIBVTlOriATDICvniOMlBV$ FPVIANTIBV^ XCfC OlDvCrOFXHi; 
3\/K\n-VSTRATiONlSUliOviif\iTI R| O^QV/lPRM 51 NlTF SF AHOR/ì f RVNT 
DIVIDANTVR It|MKVG.vSTAIIBV5 (ADIAXCOMDK I0N[ X( L DM51 VOI O 
ITMVNlClPlBvSRTfllMlWTRlVSQVf 51 VVS F^A^OR[ FOCI ^ I OXA 
NIBvSAnNJiSDXRivolOItiXA INCìMàPaR[ntàLI( IA X[ Il hoc 
XMPFIVSSVMPIVMHOSTIAF PROVTl OCATIoPVBl I CAlMf RiTDARiVOfO 
AvoBiSOFTi\AlAXVMiClPfSPfTOiTCo&oPfR'iAIVTF\ASACI?ATlSSlAAlPRlNCIPIS 
«HToMiMiAN/GYSTIPil |II?fPoRV\A9Vf FIVSHANCVOlVNTAT(XX\X(AM(rD(S 
Tùullm i?,'lY.''^-''''^'^l^VAM9V) HABfAT/(ToT\/AAOV[ HOCCAPVT rf5 

ccL c-c,Tw, ,,^^^'^<^^'^f^'^Q^ON0^l^5PoSTf(?lSQV0QvFN0STf?IS 
^^ff^P°5^'T^flMSQvO0VFQ\)IAAVNI H( I FRaAPATRIAMSVAMERJNTAD 



Cloe: 



KapiU ex Icslaineulo 
Reij)(ublicae) inumcipum meorum, si mihi statua pedeslris 
in foro superiore, solea lapidea, basi marmorea, ad exemjdum basis 
quam mihi auguslales posueruiU, prope eam quam mihi municipes 

5. posueruHi, posila fueril (seslerlium) c(entum) m(ilia) n(mnmum), quae eis me 

\_vivo pollicilus sum, dari volo. 
Ea aulem condicione (seslerlium) c(entum) in(ilia) n(ummmn) q(uae) s(upra) 

[s(cripla) s(unt) dari volo, ut ex usuris semissibus 
eius pecuniae omnibus annis, die nalalis mei, qui est x ìcal(endus) April(es), 
distribulio fial decurionibus epulantibus (denariorum) ccc, deducto ex his 
sumjHu strationis ; reliqui inler eos qui praesenles ea hora erunt 

10. dividanlur. Ilem augustalibiis cadevi condicione (denarios) e l dari volo 

et municìj)ibus Peleliais ulriusque sexus ex more loci (denarios singulos) om- 
nibus annis dari volo, ilem in cena parentalicia (denarios) l et hoc 
amjdius sumptum hosliae, prout localio publica fuirit, dari volo. 
A vobis, optimi tm/nicipes, peto et rogo per salutem sacratissimi principis 

15. Antonini Augusti Pii liberorumque eius, hanc voluntatem meam et dis- 
posilionem ratam perpetuamque habeatis, totumquc hoc caput tes- 
tamenti mei basi statuae pedeslris, quam saprà a vos (sic) pelivi (sic) mihi po- 
natis, inscribendum curetis, quo notius posteris quoque nostris 
esse possit vel eis quoque qui munifici ergo piatriani suam erint ad- 

20. moiiianl. 



STRONUOLI — 22 — RBOIONE HI. 

Quattro volte ricorre il nomo di Mcgonio tra lo epigrafi latine dell'antica Petelia. 

La prima è nel piudistallo di una ^jtatua che a lui posero gli augnatali, e chu 
contiene oltre la epigrafe dedicatoria anche un capitolo del tet-tamento di lui, ove 
si parla di lasciti che aveva fatti e pei quali potò poi meritare quella ouoranza. E in 
un solo blocco di marmo, simile a quello ora rinvenuto, e conservagli ora nella chiesa 
madre di Strongoli. Non si sa quando fu scoperto, nò dove; ma era conosciuto nel 
secolo XVI, e probaliilmeiite fu rinvenuto anch'esso nella medesima contrada Pianette 
(C.I.L.X, HI). 

La seconda volta ricorre il nome di Jlegonio in un' altra iscrizione marmorea 
pure rinvenuta in antico e murata attualmente nell'editicio del Monte dei Pegni in 
Strongoli (('././.. X, 113). È in una semplice lastra marmorea che doveva servire 
di rivestimento al piedistallo di una statua, essa pure di Megonio, con la dilTorenza 
che questa nuova statua non dagli augustali soltanto, ma anche degli altri ordini 
dei cittadini fu posta, ed allorquando Megonio era giunto al più alto onore della 
sua carriera municipale, onore che nella lapide precedente non è citato. 

La terza volta è ricordato nella base della statua di Cedicia Iride madre di lui 
{Notizie ISSI), p. 172, Kjihem. Epigr. Vili 2t3U); la quarta nella iscrizione della 
statua innalzata a Lucilla Isaurica {No/isic 188(3, p. 172; Ephem. Ejiigr. Vili. 201); 
la quinta volta torna ora nel nuovo piedistallo, ed in tutto queste lapidi il nome 
del nostro personaggio leggesi costantemente Megonio e non Meconio , come per orrore 
di tra.scrizione fu ri]iri,idotto nella pubblicazione dei primi due titoli. 

Per quanto concerne l'età in cui egli visse, abbiamo la notizia precisa dal capi- 
tolo del testamento inciso nel nuovo piedistallo, ove Manio Megonio chiede ai suoi 
concittadini che questa sua volontà testamentaria sia adempiuta jier salutem sacra- 
tissiìiii jtrincipis Aiitoinni Augusti Pii liberoruvique eius, il che ci riporta agli 
anni tra il 13S ed il 161 dell'era volgare. 

Dunque la statua a cui appartenne il nostro piedistallo, non fu la sola che in onore 
di Manio Megonio fosse stata innalzata in Petelia. Una statua gli era stata già eretta 
dagli augustali; e dal capitolo del testamento inciso nella base di essa (C. /. />. X, 
114) sappiamo ciie tale onoranza ebbe Megonio perchè aveva lasciato al municipio 
di Petelia diecimila sesten-ì, e la vigna cediciana, che indubbiamente aveva avuta 
per eredità dalla madre Cedicia Iride, come osservò il eh. (). Hirschfeld {Ephem. 
Epigr., Vili, p. 74) ; inoltre perchè aveva legata per testamento una parte del fondo pom- 
peiano ed aveva fatti in favore del municipio altre disposizioni. E se la statua per 
questi lasciti non dai cittadini dei vari ordini, ma dagli augustali fu posta a lui, 
la ragione sta in ciò che quasi a protitto esclusivo degli augustali riusciva quel 
legato testamentario, per quanto ciò finisse poi a risolversi in decoro pubblico e 
quindi riuscisse a vantaggio del municipio. Imperocché i diecimila sesterzi che do- 
vevano essere mossi al frutto del sei per cento, e la vigna cediciana ed il fondo 
pompeiano ed i pali per il sostegno dello viti, i quali gli eredi di Megonio avrebbero 
dovuto fornire da altri fondi, tutto ciò insomma che era considerato in questo capitolo 
del testamento, doveva servire per gli augustali a migliore comodo dei duo tricliuii 
che Mcgooio aveva loro donati pei banchetti pubblici, o doveva servire pel vino che 
gli augustali avrebbero bevuto in tali l)anchetti. 



REGIONE III. — 23 — STRONGOLI 

Una seconda statua gli era stata innalzata dai vari ordini dei cittadini, cioè dai 
decurioni, dagli augustali e dal popolo, e con denaro raccolto tra i cittadini stessi; 
e lo sappiamo dall'altra lapide onoraria suporiorniente citata (C. /. L. X, 113). 
Ma nulla conosciamo di preciso sopra 1 motivi che diedero origine a questa seconda 
onoranza, essendoci noto solamente il titolo che fu posto sulla fronte del monumento, 
ed essendosi perdute le altre lastre marmoree che rivestivano gli altri lati del piedistallo. 
Dove però è da considerare che la base di questa statua non fu formata tutta di un 
blocco di marmo, come la base della statua innalzata dagli augustali; ma fu fatta 
di fabbrica con rivestimento in lastre di marmo ; e di tali lastre è pervenuta a noi 
soltanto quella del prospetto. E non è improbabile che in una delle lastre laterali 
fosse stato incìso anche il ricordo della munificenza per cui Megonio aveva ottenuta 
questa seconda statua, innalzata a lui dai vari ordini dei suoi concittadini, come si 
è accennato. Anzi, se ben si riflette, non solo è probabile ma è quasi certo che tale 
ricordo vi fosse stato. In fatti il capitolo inciso nella base della statua innalzata a 
Megonio dagli augustali comincia con le parole: hoc amplius rei p(ublicae) Peieli- 
nonim duri volo sestertium decem milia nummum item vineam caediciaaam, parole 
che accennano nel modo più manifesto ad altri lasciti che il nostro personaggio 
aveva fatti al suo municipio ; e deve essere stato appunto per uno di questi lasciti 
che questa seconda statua gli fosse stata posta. Certamente sarebbe assai utile sapere 
in che cosa consistessero questi lasciti ; ma intorno a ciò nulla si può argomentare 
con sicurezza. Io avevo pensato che ciò potesse essere in rapporto con due munifi- 
cenze di Megonio, delle quali altre lapidi petoline ci conservarono la notizia. 

Un piedistallo marmoreo, rinvenuto pochi anni fa, accanto alla propria base, e 
poco distante dal sito ove il nuovo piedistallo si è scoperto, reca una iscrizione 
onoraria a Lucilla Isaurica figliuola di Caio, alla quale i cittadini di Petelia, con 
denaro raccolto tra essi, avevano innalzato una statua. Dice l'iscrizione che in me- 
moria di quella donna Manio Megonio Leone aveva donato al municipio centomila 
sesterzi. Non ci dice quali fossero stati i rapporti fra Lucilla e Megonio : ma non 
andremo errati supponendo che costei fosse stata sua moglie. Abbiamo innanzi 
tutto una donna ingenua, e poi una somma considerevole lasciata per testamento ad 
onorare la memoria di lei; il che significa che quella somma avrebbe dovuto essere messa 
a frutto, e colle rendite annue di essa avrebbe dovuto farsi un banchetto, e farsi la distri- 
buzione di denaro ai vari ordini dei cittadini, o nel giorno natalizio, o negli altri nei 
quali era costume di onorare la memoria del defunto. Doveva trattarsi di persona 
tanto nota, che bastava citarne il nome accanto a quello di Megonio per ricordare 
essere essa la moglie di lui. 

Un altro piedistallo marmoreo, pure con iscrizione onoraria, rinvenuto vicino a 
quello ora citato, e non lungi dalla nuova ba.so recentemente dissepolta, ci fa sapere 
che 1 Petelini posero una statua a Cedicia Iride, come attestato di riconoscenza a 
Megonio figlio di lei; il quale per la memoria di Cedicia lasciò al municipio altri 
centomila sesterzi. Ed è qui da ripetere ciò che è stato notato per la statua di Lu- 
cilla, vale a dire che questi centomila sesterzi dovevano essere mossi a frutto, e dalla 
somma degli interessi annui doveva ricavarsi quanto occorreva pel banchetto pubblico 



STRONOOLl -1 — ItKGIONE III. 



e per la distribuzione di denaro nella ricorrenza del natalizio o nell'anniversario 
della morte di lei. 

Ora io pen.savo che questi due lasciti, di ccntuiiiila sesterzi l'uno, ricordati nelle basi 
delle statue poste alle due donne, avrebbero potuto costituire un titolo sufficiente per 
far ineritare a Meirunio una :>tatua innalzataceli dai cittadini, e che la lastra marmorea 
con l'iscrizione onoraria a Megonio, avesse appartenuto alla base di tale i>tatua. Ma 
ho dovuto abbandonare questa ipotesi, rìllettendu che la riconoscenza dei cittadini per 
la elargizione dei duecento mila sesterzi era stata sufficientemente addimostrata con 
l'erezione delle due statuo alle due donne, la cui memoria Megonio desiderava ve- 
dere onorata. 

Deve trattarsi adunque di un altro lascito, ben distinto da quello per cui gli 
angustili posero la statua, e dagli altri che per ì quali i Petelini posero le statue 
alle due donno, alla moglie cioè ed alla madre di Megonio: ma in che cosa consistesse 
questo lascilo che fece ottenere a Megonio una seconda statua posta a lui dai vari 
ordini dei suoi concittadini, è ancora ignoto por noi. 

Ikl resto, stando a ciò che sappiamo del nuovo monumento ora dissepolto, come 
se tutte queste munificenze non bastassero, Megonio fece un quinto lascito, affinchè gli 
fosse eretta una terza st;vtua. Ne fece egli la richiesta in modo propriamente solenne 
nel capitolo del testamento inciso nella base di questa terza statua, ossia nella 
base ora scoperta. Comincia infatti questo capitolo col dire che se i cittadini tutti 
gli avessero posta una statua nella parte superiore del Foro, accanto alla statua 
che già i cittadini stessi gli avevano quivi innalzata, e con una base di marmo tutta 
di \ìù pezzo, come quella della statua posta a lui dagli augustali, avrebbero do- 
vuto pagarsi ai medesimi cittadini i centomila sesterzi che Megonio aveva loro 
promessi, salvo le condizioni che nel res^to del capitolo sono indicate. 

Anche in mezzo agli esempi dell'ambizione piii miseranda che immaginare si 
possa, anche in mezzo alle memorie che ci provano non essere stati infrequenti nei 
municipi i Nasidieni Ilufi ed i Trimalcioni, sorprende che la vanità umana avesse 
osato tin quello che molto ingenuamente osò il nostro Megonio, al quale non bastarono 
due statue innalzategli nella stessa città, e ne volle una terza ; e non si peritò di do- 
mandarla con atto pubblico. 

Non già che in un numero così grande di persone onorate mancasse qualunque 
documento di onoranza conceduta spontaneamente; anzi abbiamo qualche esempio di 
velata modestia, come fu quella di L'aio Medio Varo, patrono del municipio di Foro 
Sempronio , al quale i/itod citm anlea statua ei nomine puhlico ob merita eiiis de- 
creta esset. et is honore coalentus sumjilibus publicis pepercissel, decuriones de suo 
poKuennìt (Wilmanns, fi9-l). Ma .sono esempi rari, come rari nel senso opposto sono 
gli esempi di coloro che a somiglianza del nostro Megonio chiesero essi medesimi che 
8i ponesse loro la statua. Possiamo ricordare Postumio Giuliano di Frenaste, che fece 
un lascito ai suoi cittadini a condiziono che gli collocassero una statua nel Foro, e 
vi incide.-<serc) il suo testanunto (C. I. A. XIV. 2tt;i|). Ma Postumio visse quasi due 
gecoli e mezzo dopo Megonio. essondo morto nell anno :{8.5 dell èra volgare, cioè 
in un perìodo di estrema decadenza. 



REGIONE III. — 25 — STRONGOLI 



lù poiché il caso di Mt'?onio più che raro è forse unico, essendo aisai dilficile che 
si trovi doeuineato di tanto sfrenata ambizione come quella di lui, che domandò ai suoi 
concittadini gli innalzassero una statua, quando due altre statue gli erano state in- 
nalzate nella città medesima; sembra conveniente di indagare se possa esservi stato 
qualche motivo, per cui la domanda di Megonio diventi in qualche modo spiegabile. 

La, statua ultima non può collegarsi ad un fatto che avesse potuto SL-gnare nella car- 
riera pubblica di Megonio un grado superiore a quello che Megonio aveva raggiunto 
quando gli fu innalzata l'altra statua dai suoi concittadini. Già questa carriera pub- 
blica di Megonio non è tale da eccitare ammirazione. Trattasi di cariche ottenute da 
lui semplicemente nel municipio di Petelia, dove giunse al più alto onore quando 
diventò quattuorviro quinquennale ; e questa dignità, che era la maggiore a cui nella 
sua carriera potesse aspirare, l'aveva già ottenuta allorcliò l'altra statua dai suoi con- 
cittadini gli fu eretta. Dunque non era il caso di chiedere una nuova statua sola- 
mente acciò nella lapide dedicatoria le dignità della persona onorata fossero più nu- 
merose di quelle segnate nella statua precedente ; imperocché l'iscrizione sarebbe stata 
la stessa, cioè avrebbe ripetuto, come in fatto ripete, precisamente quello che nel 
piedistallo dell'altra statua fu scritto. 

Ed allora se il titolo dedicatorie doveva essere lo stesso, come lo fu di fatto, e 
sarebbe stato assolutamente ridicolo che la nuova statua che Megonio chiedeva fosse 
stata una ripetizione pura e semplice della statua che gli era stata già innalzata, si 
può indagare in che cosa la nuova statua avrebbe potuto variare, sicché si mostri 
almeno un motivo possibile nella domanda che Megonio rivolgeva ai suoi concittadini. 

Ricordo bene che parecchi sono gli esempi di due statue innalzate al perso- 
naggio medesimo in un municipio; sappiamo pure che più di una statua fu posta 
alla stessa persona nel luogo istesso, come avvenne per L. Arrunzio Rufo che nel 
Foro sorrentino ebbe due statue decretate a lui dai decurioni, l'uaa fatta a spese 
del municipio, l'altra per denaro raccolto fra i concittadini ( C. f. L. X, n. 689). 
Ma dobbiamo supporre che L. Arrunzio Rufo non avesse rivolto lui la domanda per 
queste due statue, e che in ogni caso queste non fossero state simili in tutto l'una 
all'altra. Infatti, parecchie statue alla stessa persona e nel medesimo municipio non 
sono concepibili se non supponendo che fossero state erette in diversi luoghi; e, se 
erette nel luogo medesimo, avessero rappresentato il personaggio stesso o in abito 
civile e militare, ovvero a piedi ed a cavallo. 

Come fosse stata la statua che gli augustali innaharono a Megonio ci è dimo- 
strato dal piedistallo che ne fu scoperto e che si conserva ora nella chiesa madre 
di Strongoli {C. I. L. IX, n. 114). È di un solo blocco marmoreo; e non poteva 
servire che ad una statua in cui il personaggio fosse rappresentato a piedi. E poiché 
domandava Megonio che la nuova statua gli fosse eretta dai suoi concittadini con 
piedestallo di un solo blocco marmoreo {solea lapidea, basi marmorea), precisamente 
come quello della statua che dagli augustali gli fu posta {ad exempUm basis quam 
Aiujustales posicci-unl), ne nasce di conseguenza che tale base avrebbe dovuto essere 
adatta per una statua pedestre, appunto come quella che gli augustali avevano erotta. 
Ma già queste deduzioni sono più clie superflue, se si ripiglia a leggero il capitolo 
Classe di scienze mokm.i ecc. — .AIe.morik — Voi. II. Serie ò", ji.irte 2° 1 



STR0S00I.1 



— 2^j — RKOIOSE 111. 



del ttìSiauiento, ove appunto una statua poilestre cliiode Megonio ai suoi conoittadini. 
Ed è anche manifesto che la base della statua, che i suoi concittaìini gli avevano 
già innalzata nella parte superiore del Foro, ove desiderava che la nuova statua 
dovesse sorgere, non fosso simile a quella della statua posta dagli augustali ; giac- 
che in questo caso Megonio avrebbe trovato più conveniente il dire che la base 
della statua che chiedeva ai municipali nel Foro fosse come la base della statua 
che i municipali nel Foro stesso gli avevano già innalzata; e la cosa sarebbe stata 
indicata con tanta chiarezza da non aver bisogno di ulteriori dilucidazioni. 

Né vi sarà chi possa supporre che la dill'erenza tra la base della vecchia e quella 
della nuova statua dovesse unicamente consistere nella materia con cui le due basi 
fossero fatte, riposando sopra un piedistallo di fabbrica rivestito di lastre marmoree 
la statua già erettagli nel Foro, mentre la statua nuova avrebbe dovuto posare sopra 
un piedistallo marmoreo di un solo pezzo. Perocché pur volendo misurare l'ambi- 
zione di Megouio al livello più basso die immaginare sia possibile, non è lecito di 
supporre che egli chiedesse ai suoi cittadini una nuova statua, solo per la voluttà 
di sapere che la base di questa non fosse di fabbrica rivestita di marmo, come la base 
della precedente, ma fosse di un blocco solo, e per tutto il resto il nuovo monumento 
fosse perfettamente somigliante al primo. Ci deve essere stata una dilTerenza più so- 
stanziale che avesse potuto incoraggiare il nostro personaggio ad esprimere il suo 
morboso desiderio; e cosi siamo condotti ad ammettere che la statua già innalzatagli 
nel Foro dai suoi cittadini non fosse stata pedestre come quella che ora Megonio chie- 
deva, ma fosso stata equestre. 

Ed allora si può comprendere come quest'uomo reputasse appagata la sua va- 
nità se nel luogo più f.equcntato della città, ove egli era stato già rappresentato 
a cavallo, fosse rappresentato anche a piedi, accanto alla statua della sua donna, ed 
accanto a quella di sua madre. 

E vale in conferma della cosa il considerare che non sarebbe stato facile in 
quella parto remota della moderna Calabria trasportare un blocco marmoreo così grande, 
come quello che sarebbe stato necessario per sostenere la statua equestre; mentre 
potovasi benissimo ad una statua simile fare la base di fabbrica, rivestendola di 
lastre marmoree, come in fatto si fece. E lo dimostra la lastra col titolo dedicatorie, 
che indubitatamente fu applicato alla base di detta statua equestre, e che rivesti la 
fronte del piedistallo, come si deduce dall'epigrafe che vi fu incisa. 

Nasce da ciò la conseguenza che la statua posta a Megouio dagli augustali non 
fosse stata innalzata nel Foro, ma nella sede del collegio. 

Intorno alle condizioni alle quali fu fatto qU'■^t'ultimo lascito di Megonio ed 
intorno ad altre questioni epigrafiche il dott. D. Vaglieri, addotto al Museo Nazio- 
nale Ilomano, scrisse la nota che qui si aggiunge. 

F. ISVRNABKI. 

Il nuovo capitolo del testamento di Maniu Megonio, mo.>tra con rara evidenza 
uno dei tratti caratteristici del mondo antico, il desiderio cioè tanto diffuso, di perdu- 
rare dopo la morte nella memoria dei posteri. Insidit, dice Cicerone, quaedam in 



REGIONE IH. 



— 27 — STRONGOLI 



optimo quoque virtus, quae noctes ac dies animum glorine stimulis coiicilat alque 
admoiiet, non cum, vilae tempore esse eommetieadam camme morationem nominis 
nostri sed cum omni posteritate adaequandam {prò Arch. 29). Le statue innalzate 
sulle piazze e nelle case, le immagini degli antenati, le marmoreae moles dell'Appia, 
che pure concutiet stenielque dies (Seneca in Poet. mia. ed. Baehrens p. 68), lo iscri- 
zioni sepolcrali (') sono tutte manifestazioni di quel desiderio, al quale noi dobbiamo 
tanta conoscenza dell'antichità. E come gli antichi desideravano che rimanesse il ri- 
cordo della loro gloria, grande o piccola che fosse, così credevano indecoroso, che i vi- 
venti non dimostrassero di frequente ai morti la loro ricordanza con sacrifizi e con 
banchetti. Da qui il fiorire del culto dei Mani e le grandi solennità funebri, tanto 
pubbliche, quanto specialmente private, nell'occasione dei parentalia, dei rosalia, del 
dies violae, del giorno natalizio del defunto ed anche di altri giorni, oltre questi ri- 
tuali (Marquardt, Staci tsv. 'ò- p. 311 segg.) (2). Da qui quella grande cura di assi- 
curarsi atti di pietà da parte dei posteri, o per lo meno il semplice voto del vian- 
dante, che la terra al morto fosse leggiera. Ed è perciò che tanto spesso abbiamo le 
raccomandazioni agli eredi, o a comunità, o collegi, fatte anche e principalmente nel 
loro interesse per mezzo di legati, e non rivolte puramente e semplicemente alla loro 
pietà. Che il morto si dovesse rallegrare di quegli atti e mercè di essi rivivere coi posteri, 
era opinione tanto diffusa, che vi badava anche chi non credeva ad una vita futura. 

Così fa il nostro Megonio Leone, ricco cittadino di Petelia, dove egli occupò 
tutte le cariche municipali : vi fu infatti aedilis, II II vir lege Cornelia {^) , quaestor 
pecuniae publicae (■') , patronus municipii ed infine //// vir quinquennalis. Delle 
sue prestazioni a favore della città egli fu ricompensato con onori e con statue, omaggio 
reso ai suoi meriti non meno che alle sue ricchezze, che egli usò nobilmente a giu- 
dicare da' suoi legati e da quello specialmente a favore degli augustali {C. I. L. 
X, 114). 

Nel capitolo del suo testamento testé scoperto, egli lega alla sua città, secondo 
una promessa fatta in vita, centomila sesterzi alla condizione che gli fosse posta una 
statua. A questa condizione, necessaria per poter adire il legato, soddisfecero subito 
i tre ordini di cittadini, i decuriones, gli augustales ed il populus, che gli innal- 
zarono la statua aere conlato, non ex pecunia piiblica. 

Col frutto del legato al sei per cento si dovevano però pubblicamente venerare 
i Mani del defunto nel suo giorno natalizio e in quello parentalis, probabilmente 
nel giorno anniversario della sua morte o del suo funerale. 



(1) Cf. C. I. L. Vili 2756: . . . Qme fuerunt praetoritae vitae testimonia nunc declarantur hac 
scriptura postrema: haec sunt cnim mortis solacia ubi continelur nominis vel generis aeterna me- 
moria etc. 

(*) Cf. C.I.L. VI 10239: ... ut die parentali [meo, Item XI k. Apr. die viola]tionls, item 
Xll k. lunias die rosationis, item UH k. lanuar. die natali meo, cu[m mortuus ero] etc. 

(3) Cioè praefectus prò duoviro, cf. Mdumisoii C. I. L. I r- 125 e Stadtrechte von Saipensa etc. 
p. 447. 

(*) A Petelia la questura dovè essere un munus, non un honor, dal posto che essa occupa nel 
cursus honorum di Megonio. 



STRONOOLI 



28 — REGIONE III. 



11 SUO piorno natalizio, il 2:^" luarno, doveva ossero solennizzato con una cena 
por i decurioni e j,'li augnatali ('), e con una distribuzione di trecento denari a quelli 
e di centocinquanta a questi, dotraendone però la spesa dell'apparecchio (-). Kssi do- 
vevano trovarsi presenti al banchetto all'ora fissata; e se qualcuno tardava, valeva 
por lui lanmiouimeuto della lapido di Ferentino {C. I. L. X, '>Hi4\: [(/f] le lar- 
dior a«[/] piger qucren\_s] (^). Un' altra distribuzione poi, in ragione di un denaro 
a testa, si doveva faro a tutti i Petelini secondo l'uso locale. a maschi o femmine. 
Quest'aiTgiunta ej: move loci, che credo nuova, è tanto più curiosa, in quanto secondo 
unaltra'lscrizione Petelina {C.f.L.'K, llii), la sola che oltre alla nostia accenni 
ad una distribuzione di donaio, un augustale distribuì un sesterzio a testa virilim, cioè 
evidentemente soltanto agli uomini. La ditlerenza si potià foi-se spiegare conside- 
rando, che quest'ultima è fatta ob honorem augustalilatis (<). 

In diverso modo quel fondo doveva servire a ricordare il dies parenlalis di Me- 
gonio Leone. Con cinquanta denari cioè si doveva contribuire alla spesa per la cena (^) 
e inoltro si doveva pagare la vittima pel sacrifizio da farsi allora sulla sua tomba. 
Ricorre spessissimo il ricordo di un sacrifizio simile {"•); ma qui abitiamo la parti- 
colarità che la vittima si deve pagare al prezzo fissato nel pubblico appalto delle 
cose necessarie al culto, illustrato specialmente da un passo della lex coloaiae luliae 
Genclirae (')• 

(') Tali biincliitli pubblici tiiin'. ...iiiuiiissinii, bcnchò senza dubbio nelle iscrizioni <ulvolla 
sotto epulum si liebba intenJirc sportula. E qua.si sempre sono i decurioni e gli augustali, che 

banchettano; cf. C. I. L. XIV 2793 : die natali Platine Verae filiae suae decur. et VI vir. 

Aug. publice in triclinis suis cpulcnlur. 

(«) Almeno questo sumbra debba essere il significato della parola strallo, che ricorre, per quanto 
ricordo, scio in due altre iscrizioni. Nei banchetti del collegio dei cultori di Piana ed .\ntinoo a 
Lanuvio si deve dare vini boni amphoras sinnulas et pane» a(s.uum duoru7n). qui numcrus roìiegi 
fuerit, et sardas n\uìmero qualluor, strationem caldani cum ministerio {C. I. L. XIV, 2112). Inoltre 
nell'altro noto capitolo del suo testamento (C. /. /-.X, 1 11) scrive Megonio Leone: Volo aulem ex 
uiuti* ncmiuiUs (icsterlium) X (milium) n(ummum) comparar i {in usum) aunuslalium loci n,o- 
ttri) ad instrumentum tricliniorum duum, quod eiì me vibo tradidi, candclahra et lucerna[s\ 
bilichnen arbitrio auguslnlium. quo facilius slrati\o\nd>us publicis obire passini. Secondo il For- 
cellini, che cita Viiruvio G, 10, la parola stratio indica il luogo dove si prepara il banchetto; 
secondo il Friedlaonder (Sitteng. I« p. 308) indica la coperta o i cuscini per i divani, forse ricor- 
dando gli strato cauponarum di Plinio (.V. /. 16, 36, (;4) e lo slralm del testamento del Callo 
(Bmns, if'on/ej iunV p. 297): stratas ibi sit, quod sternatur per eos dies, quibus cella memoriae 
aperietur: ma né l'una né l'altra di queste spiegazioni panni potersi accettare. Forse é da ricordare 
la fra.se tecnica: sterncre triclini um. 

(») Cf. C.I.L. 11,1511: ... si quo pauciores coH[vener]int, amplius inter praestntes prò rata 
divildatur} etc. 

(<) Cf. del ratto Tolkr. De spec.laculis etc. p. 73 seg. 

(») Questa cena è mcniion.ita in parecchie iscrizioni; cf. p. es. Orelli 3999: ... ex cuius re- 
dilu qiiodonnis die pnrentalwrum ne minus homincs .MI ad rogum meum vescerentur. 

(•) Cf. specialmente il ccnotafio pisano, C /■ L. XI, 1120 lin. 18 segg. 

Pi Cf. C. I. A. n Suppl. 54.39 cap. I.XIX : ... Il viri qui post colon{iam) dedwit]fim primi erunt, 
a in tuo mafi(istratu) et quicumque II vir(i) in colon(ia) luì(ia) erunt, ii in diebus L.\ proxumis, 
quibus eum maij(islralum) gerer-: coeperint, ad decuriones referunto, cum non minus -VA' aderunt, 



SAIIDINIA — 2!) — TERRANOVA FAUSANIA 



L'ultima parto del documento corrisponde in genere all'altro capitolo del testamento 
di Megonio, inciso nella base della statua a lui eretta dagli augustali. Egli desidera 
che si approvi e duri eterna la sua volontà e la sua disposizione ('), e che il capitolo 
del suo testamento sia iscritto sulla base della statua perchè la cosa si ricordi (-), 
e i posteri imparino ad essere munifici verso la patria {^). Peraltro qui è aggiunta 
una foripula assolutamente nuova, perocché egli invita i suoi concittadini ad approvare 
il suo testamento per salutem sacralissiml prlacipis AalotUni Augusti Pii libero- 
ramque eius. Egli non minaccia la multa che spesso è intimata nelle lapidi, per 
coloro che avessero mancato ai doveri imposti nel testamento, né si affida soltanto 
all'obbligo che i suoi concittadini s'assumevano, accettando il legato; egli mette 
invece in seconda linea la memoria della propria persona e dei proprii meriti verso 
Patella, ponendo innanzi la devozione al sacratissimo imperatore. E questa gli 
dava sicurezza, che gli oneri imposti nel suo testamento si sarebbero adempiuti, che 
i suoi ilani sarebbero stati venerati e che la sua memoria sarebbe durata. 

D. Vaglieui. 



SARDINIA 



X. TERRANOVA FAU8ANIA — Oggetti di età romana e costru- 
sioni varie riconosciute nel territorio comunale. 

1. Nel luogo vocabolo la conca di la padda, situato nella regione loiri mannu, 
a circa sei chilometri da Terranova, furono scoperte da certo Salvatore Fogu, il quale 
vi faceva uno sterro per impiantare le fondazioni d'una casupola, cinque tombe in- 
terrate a m. 0,40 di profondità, e vicinissime fra loro, senza ordine di regolare alli- 
neamento. Esse sono degne d'interesse per la loro struttura la quale, per quanto 
é a mia cognizione, apparisce ora la prima volta nelle tombe di Sardegna. 

L'interno presentasi in forma quadrilatera, variando la lunghezza da m. 1,80 
a 2 metri, e la larghezza massima in m. 1,10. Nell'alveo è disteso un selciato di 
pietre alquanto grosse, non lavorate, negli interstizi delle quali sono state conficcate 
altre pietre minori. 1 muri di cinta sono formati da eguali pietre, del pari rozze, 
senza rivestimento di calce o cemento, ed hanno l'altezza di m. 0,(35, e lo spessore 
di m. 0,30. La copertura d'ogni tomba consiste in un lastrone granitico, che posa 



mi redemptori redemptorihusque, qui ea redrmpla habchunt qme ad sacra resq{ue) divinas opus 
erunt, pecunia ex lege locationis adtrihuatur solmturq{ue). Cf. TertuU. de idoìol. 17: /wn liostias 
locet (V. Mommsen, Eph. Epir/r. 3 p. 104; Staatsr. 2' p. 428j. 

(') Cf. C.I.L. X, 114 lin. 41 sugg. : hatic voluntatem meam ratam et ut perpetua forma 
observetis. 

{•) Cf. 1. e, lin. 4:! segg. : quo facilius autem nota sit corpori veslro haec erga vos volun- 
tatem (sic), totum loco /caput quod ad vcstrum honorem pertinet cfc. 
(') Cf. a I. L. XIV 3679. • 



TBRRANOVA FAirSANlA — 30 — SAlìDI.SIA 

sui mentovati muri laterali, od eccedo di molto lo dimensioni della tomba, giacché 
esso raj^'i^uiigo in media in. ;i,()0 in lunghezza, ni. 2,(K) in larghezza, con lo spes- 
sore di cent. 20; solo in una lastra lo spessore fu riscontrato in in. U,;12. In ogni 
tomi)» stava uno scheletro quasi disfatto dall'umidità, senza indizio di suppellettile 
funebre. A pociii pas.si dalla tomba s'incontrò l'avanzo di una muraglia costrutta con 
rottami di mattoni, e ai piedi di essa due lunghe pietre scalpellate, unitamente a 
frantumi di embrici o di vasi littili. Vi furono anche raccolte alcune monete guasto 
dall'ossidazione. Poco distante da quell'area, nell'interno d'una costruzione ciclopica 
caduta in rovina, raccolsi io stesso alcuni pezzetti di ossidiana, e la parete d'un vaso 
nerastro, fatto a mano, e d'impasto ordinario, il quale sonza dubbio appartiene al- 
l'epoca preistorica. 

2. Cinque chilometri da Terranova, nella regione Moronsit, ove spesso si rinven- 
gono monete antiche, fu trovato in una piccola scavazione apertasi da un certo Sal- 
vatore Serra, il residuo d'una conduttura per acqua, consistente in un canaletto ri(jiiadro 
con pareti di pietra, intonacate, e ricoperto da embrici. Slargato lo scavo s'incontrò 
un gruppo d'informi avanzi di fabbriche costruite a mattoni, e si raccolse un piccolo 
tubo di piombo, lungo in. 0,7.'>, e poche monete ossidate, delle quali una sembra ap- 
partenere a Claudio li. 

3. Nella regione Frali Ziania, aprendosi una larga scassatura per fare un de- 
posito d'acqua pel bestiame, furon messe all'aperto le fondamenta d'una casa in la- 
terizi; essa è a pianta quadrata, coi lati di m. 9.50 e conserva da un lato cinque 
gradini di granito, i quali trovansi anconi a posto, e corrispondono ad un vano esi- 
stente nel muro del manufatto. La detta località dista circa sei chilometri da 
Terranova, e vi si trovano con frequenza monete romane. Due anni or sono vi si rac- 
colse un pane di piombo in forma ovale, attraversato nel mezzo da due fori circolari. 

4. Nel predio vocabolo Sticcatu, posto sulla stessa linea della regione anzidetta, 
e distante quasi quattro chilometri da questo paese, si rinvenne seppellito a circa 
ra. 0.20, un recipiente quadrato di granito. E lungo m. 0,30, largo m. 0,18, con 
pareti alte m. 0.12. Nello stesso predio, in un fosso aperto lungo la sponda d'un 
fiumicello, si misero alla luce gli avanzi d'un pavimento in calcestruzzo, sul quale 
stavano rovesciate due colonnine granitiche. 

5. Essendosi ultimamente riattivata una cava di prestito sul versante della col- 
lina, dietro la basilica di s. Semplirio. vennero .scoperte due tombe antiche costrutte 
con pietre e cemento. Sottostavano al piano della campagna m. 0,(Ì0; i muri ave- 
vano l'altezza di m. 0,50, e lo spessore di m. 0,25; il piano lungo m. 1,80, largo 
m. 0,70, consistc^va in un battuto di calcestruzzo. La vòlta era formata da lastre gra- 
nitiche, rivestite all'esterno da uno strato cementizio. In una di queste tombe fu rin- 
venuto lo scheletro in buona conservazione, raccogliendosi in mezzo alla tona pochi 
frantumi di fìttili, e due ampolline di retro azzurrognolo; nell'altra si trovarono in 
prossimità ai piedi del cadavere, un'anforetta priva di anse, col collo stretto, e mancante 
del fondo, e un piattello leggermente concavo, alquanto scheggiato negli orli: am- 
bedue questi fittili .sono d'argilla fini.ssima, e lavorali al tornio. 

G. Cavandosi nell'interno del paese il terreno per impiantare la conduttura del- 



•fn/i/.v; 1 



— :U — 



TERRANOVA FAUSANIA 



l'acqua potabile, si linveiiiiuio a più riprese molti avanzi di antiche costruzioni, di 
cui qualcuna con blocchi enormi, scalpellinati. Numerosissime le monete. Di esse, 
stando alle narrazioni fattemi, ne vennero raccolte non meno di tremila, ma andarono 
disperse fra gli operai, e poi vendute ; ed io non ho potuto esaminarne che una pic- 
cola parte che ho diligentemente studiata e confrontata. Appartengono a Treboniano 
Gallo, Valeriano, Gallieno, Cornelia Salonina, Aureliano, Severino, Tetrico, Floriano, 
Probo, Caro, Numeriano, Diocleziano, Massimiano Erculeo, Costanzo Cloro e Galerio 
Massimiano. Le dette scavazioni hanno inoltre restituito alla luce una straordinaria 
quantità di embrici e mattoni frammentati, con avanzi di antiche stoviglie e di ve- 
trerie, chiodi, e altri piccoli oggetti di ferro ; couie pure un residuo di mattonella 
fittile, su cui sono impressi ornati in rilievo a meandri, e fogliami elegantissimi, 
un anellino di bronzo per dito, ricoperto di bella patina verdastra, e due frammenti 
marmorei con le lettere : 





7. Nel gettare le fondazioni d'una nuova ala di fabbrica, presso la casa di certo 
Salvatore Fedele, entro l'abitato di Terranova, si posero al nudo le vestigia di an- 
tiche costruzioni in quadratura, con traccie di fabbricati accessori sporgenti sugli 
angoli; là presso si scoprì una vaschetta rovinata, in forma ovale, con impiantito so- 
lidissimo tirato a perfetto pulimento, raccogliendovisi alcune monete di piccolo mo- 
dulo in cattivissimo stato, due oggetti di ferro contorti e acuminati, di uso incerto, 
una lama di coltello affatto corrosa, e parte inferiore di una lucernina fittile con 
bollo ben conservato. 

8. Nel giardino Tamponi,, vicino al porto, furono scoperti casualmente due pez- 
zettini di cristallo lavorati in forma concava, e un frammento di lamina di bronzo 
opistografa che appartiene ad un diploma militare. Vi si legge 





9. In un cavo apertosi nel cortile del nominato Luigi Negri, all' entrata del 
paese, si ebbe a trovare un tubo di terracotta lungo m. 1,20, molte monete sformate 
dall'ossido, e alcuni piccoli arnesi di ferro di uso ignoto. 

r. Tampo.ni. 



Roma, 18 febbraio 18ti4. 



REGIONE XI. 



— U:j — GRAN SAX BERNARDO 



FKI3BH AIO 



Regione XI (IRAN SPADANA). 

I. GRAN SAN BERNARDO — Quarta relazione degli scavi al ^ Pian 

de Jiipiter " . 

Con gli scavi, cominciati nel pomeriggio del 22 di agosto dello scorso anno (1893), 
proseguiti nel restante del mese, senza interruzione, salvo la domenica 27, e terminati 
il primo giorno di settembre, si è condotta a fine la esplorazione del Pian de Jii- 
piler, ch'ebbe principio nel 1890 e continuazione nel 1891 e 1892 ('). 

Rimaneva da scavare il mezzo e la parte sud-ovest del piano : frutto di questi 
lavori fu la scoperta di resti di muri del medesimo genere di costruzione ed in ge- 
nerale del medesimo spessore (m. 0,90) di quelli dell'edifizio sterrato nell'anno scorso. 
Questi avanzi molto guasti, di altezza variante da m. 0,90 a 0,50, sono troppo pochi 
per potere ricavare l'intera pianta dell'edifizio, il cui asse devia alquanto dalla dire- 
zione di quelli del tempio e dell'altro edifizio, col quale ha comune la disposizione 
generale dei muri, sicché può tenersi come un' altra casa della mansione del monte 
Penino. 

11 viandante adunque, che aveva salito il versante italiano, uscendo dalla strada ('-) 
e giungendo sul piano, trovavasi a destra ed a sinistra due edifizt fra loro separati 
da uno spazio assai più largo della strada percorsa. L'edifizio di sinistra, come ab- 
biamo dedotto dalla grande quantità di tegoli e di carboni raccolti all'esterno del 
suo muro occidentale, doveva essere coperto da un tetto a due pendenze assai spor- 
genti (3). Non si è potuto fare uguale ossen-azione per l'edifizio di destra, i cui pochi 

(') Notizie 1890, p. 294-305; 1892, p. 63-77, p. 440-450. Era nostro desiderio lasciare .^fl•atto 
libera l'area scavata; ma lo stato di rovina, in cui si trovano i ruderi disscpolti, ci consigliò di 
provvedere alla loro conservazione ricoiirendoli con terra. Questn lavoro di ricoprimento non si è po- 
tuto ancora ultimare : nel finirlo pros.simamente è probabile clie dalla terra, anche già ripetuta- 
mente rovistata, venga fuori ([ualche altro piccolo oggetto, qualche moneta. 

(2) Nei piani, che accompagnano le mie relazioni degli scavi degli anni procedenti, è segnata 
sol.imfiite una parti- della strada romana; in quello ora dato (p. 3-1) ho creduto non inutile di tracciare 
quanto rimane di questa strada. Ter la descrizione dei duo ultimi tratti vedi Notizie 1800, p. 2!>4. 

(') Notizie 1802. p. ti:;. 

Classe di scikn/k mokam eco. IIf.mokik — V<d. II, Serie .'i", parte 2" 5 



GRAN SAN BBKNAKlai 



— ;i4 



REUIONK XI. 



niiloii furono ticoperti in un luogo rovistato dagli scavatori antecedenti più ancora 
dell'area doU'altra casa. Può darsi che la loruia del tetto non ditl'erisse dall'altro, e 
si può crederò che l'ingresso si trovasse sul lato rivolto a tramontana, nou in quello 
ad oriente, in faccia al muro occidentale del tempio, dal quale lo si può supporre 
separato da una certa dibtanza, forse la stessa (metri 7) ciie intercede fra il piccolo 
avanzo di muro più ad oriente e gì' incastri occidentali del santuario. Infatti sul 
suolo roccioso, contiguo a questi, non si veggono tracce di altri incastri. Il tempio 
aveva un edilizio in faccia ? Un leggero intaglio in un tratto di rupe sul prolunga- 
mento del muro meridionale della casa dissopolta l'anno passato farebbe supporre 
l'esistenza di qualche altra costruzione, che però non doveva giungere sino al san- 




• 'A 




.'\ strada rnmaiin ìi Piati de Jupiler 

tuario, e rimpetto ad esso, non discernendosi niun indizio di spianamento e d'intagli 
sulla roccia che lo fronteggia, e la quale ci parve abbia potuto essere l'altare pre- 



REGIONE XI. — ."jò — GRAK SAN BERNARDO 



romano di Penino ('). Libera adunque doveva essere la vista dinanzi al tempio, di 
fronte a cui si presenta la CheaaleUan con l'alta sua punta e ai piedi del monte lo 
stagno, da cui si estrassero pregevoli oggetti votivi. 

Nelle costruzioni della mansione dovevansi trovare scuderie non solo per le bestie 
da soma, ma anche per quelle da tiro; poiché non parmi vi sia ragione por negare 
noU'aiitichitìi il paesaggio di veicoli per questo colle, che era valicato da soldatesche, 
talvolta in grosso numero e necessariamente con cavalleria e con carri (-). 

Fra gli oggetti raccolti nelle ultime escavazioni primi per importanza sono tre 
tabelle votive di bronzo, una delle quali dorata. Questa ultima (alta m. 0,055, larga 
m. 0,112), fu estratta dalle macerie all'esterno dell'edifizio scoperto l'anno scorso. 
Con lettere di nini. 9 nella prima riga e di mm. II nelle due altre vi è incisa 
l'iscrizione: 

C- VETTIVS'SALl 



P'P- LEG' XV 
V ' S ■ L -M- 

C. Veltlus Sai... p(rmi)p{ilus) leg{ionis) XV v{o(um) s(olvU) l{ibens) m{erito). 
Per la legione, in cui servì questo ufficiale, fu essa la XV Apollinare, che da Augusto 



(') Notizie 1892, p. 65. 

(-) Per esempio il passag^'io dei soldati di Vitellio guidati da Cecina nel 69 hibernis adhuc 
Alpilm (Tacito, Iliit., I, 70). — Il De Saulcy (Rev. arcL, nouv. sèrie, t. Ili, 186, p. 454 e seg.), 
la cui ipotesi è stata fatta sua daU'Hirschfeld (C. /. L., XII, n. 5519), suppone che le venticinque 
miglia segnate nell'itinerario antoniniano e nella tavola peutingeriana per la distanza da Octodurus 
(Martigny) al summm Poeninus non si riferiscano che al tratto carrozzabile, che doveva terminare 
verso Bourg-Saint-Pierre, ove esiste un milliario col numero XXIIII: la strada rimanente sarebbe 
stata soltanto mulattiera e quindi trascurata dagl'itinerari. Ma, anche ammesso, come pare ]irobabile, 
che il milliario non sia mai stato mosso da quel luogo (non so dove il Durandi, Alpi Graie e 
Pennine, Torino, 1804, p. 50, abbia tratto la notizia che il milliario si trovasse un tempo al ponte 
di Nudry sulla Dranse, due chilometri prima di giungere alla sommità del colle), non si può esser 
sicuri che non esista un errore nelle cifre degli itinerari, come vi è per la distanza fra Aosta e il 
Penino. L'antoniniano dà venticinque miglia, numero da ridursi; la carta peutingeriana aumenta an- 
cora la distanza, e reca venticinque miglia fra Aosta ed Eiuìracinum e tredici fra questa stazione 
e quella della sommità del valico. Sia Eudracimum l'attuale Saint-Kómy, sia da collocarsi più in 
basso (Ktroubles ?), la cifra è pur sempre esagerata. Dunque sulle distanze degl'itinerari non vi è 
qui da Contare: piuttosto è da notare la stazione fra Aosta e il Penino con una distanza segnata 
(sia pur essa erronea); argomento per credere la strada sul versante italiano aperta ai veicoli, e 
quindi tale pure sull'elvetico. 

Certamente il passaggio non ha dovuto essere molto frequente: le offerte votive a Giove Pe- 
nino rivelano la poca tranquillità d'animo di coloro, che dovevano traversar il monte temuto ; ma 
le condizioni di viabilità erano certamente migliori all'età romana, di quanto furono in appresso 
e sino a ieri. Qualche giorno dopo la fine degli scavi di quest'anno fu aperta la strada carrozzabile 
sul versante svizzero, costrutta a spese del cantone Vallese col concorso dell'Ospizio. Per quanto so, 
non si fecero trovamenti antiquari, salvo un certo iiiimero di monete di argento, inglesi dei seculi 
XI e XII, probabilmente peculio di un viandante perito por istrada. Se, come è da sperare, si )ir(i- 
lungherà questa strada sul nostro territorio sino a Saint-Uemy, si avrà cura di vigilare sulle pos- 
sibili scoperte archcologiclie. 



GRAN SAN HERNARDO — '■>''> — REGIONE XI. 



a Nerone ebbe >t;in/.a in Pannonia. dove tornò al principio del regno di Vespasiano e 
rimaso siuo ai tempi di Traiano, ovvero la XV Primigenia, di' ebbe breve vita, «la Claudio 
sino a Vespasiano come pare ('). e .sedo nella Germania inferiore? La forma dei caratteri 
accenna al primo secolo; la mancanza di titolo alla legione non è sufficiente a far 
supporre che il dedicante abbia collocato questa taltella quando non esisteva che una 
sola legione XV. Agli esempi di omissione del nomo della legione, anche quando 
questo seno a distinguerò legioni col medesimo numero, un altro da aggiungere ci è 
somministrato da una lastra da noi scoperta in suolo ancora vergine nella parte meri- 
dionale del piano, non lungi dal tempio, ft alta m, 0,05'); con l'aletta di destra, 
che le rimane, misura m. U,ll;^ di larghe/za; l'iscrizione, dentro una riquadratura 
formata da semplici linee, ha lettere di min. 8 nella prima riga, di nini. 7 nella se- 
conda, () nella terza, .'» nelle due ultime: 

M • C A S S I V S 

FESTVS 

MILES LEG XOIV^-I 

RVFI 

V S L M 

if. Cassius Fesfus miles leg(ionis) X {cenluriae) Iu[iy{i) liu/ì v{otHm) s(plcìl) l{i- 

l^ens) m{erilo). 

Due legioni X esistettero sin dal tempo di Augusto, la Pretense, ch'ebbe i suoi 
quartieri in Oriente, e la Gemina dapprima in Ispagna, poi nella Germania inferiore 
fra i tempi ili Vespasiano e quelli di Traiano, nei quali passò nella Pannonia supe- 
riore. K ben probabile che il nostro milite fosse ascritto a quest'ultima. Questa tavo- 
letta, fissata da principio con due piccoli chiodetti nelle ali, fu iermata di nuovo 
più tardi malamente, forandosi il gentilizio del centurione, su cui però non rimane 

alcun dubbio. 

La terza tabella di voto fu rinvenuta in terra già da altri rovistata e parimente 
nella zona meridionale. È alta m. 0,U72. larga m. 0,08;:<, con lettere alte mm. !•: 

sic I PEONINcf 

IVLc-FORTV 
NATVS B F «3 

COS 
V«S'L«)M 

/(oy/) I\oc)nino lul(ius) Fortunaius b(ene)f{iciarius) co(n)s{ulam) viotum) s(olvil) 
l{i/j€/is) inferito). 

Oltre a queste trovammo un piccolo franiiiieuto di sottile lamina di bronv;o 
(a. m. 0,01, 1. m. 0,035) con la sola lette.a a sbalzo, alta mm. 15: 

(') Cf. Ritterlinj;, It- i-gione Romana .V gemini. Lipsino, 1885, i<. 81 e icgg. 



REGIONE XI. — y? — GRAN SAN BERNARDO 



e due alette di altre tabelle (a. m. 0,084 e 0,095); nel foro di una di esse era 
piantato un grosso cliiodo di ferro. Questi frammenti non appartengono a nessuna delle 
tavolette esistenti nella collezione dell'O.spizji. 

Il numero delle tabelle votive del Gran San Hernanlo è ora di cinquanta; una 
decina ò dì frammenti insignilìcanti. Quarantima di esse sono possedute dall'Ospizio; 
una dal ;iiuseo Britannico ('), una dal museo di Berna (-), una da quello di Brunswick (■') ; 
le altre sei sono perdute o celate (■*). 

Una piccola statuetta di divinità venne ad aumentare il numero di quelle sco- 
perte precedentemente al pian de Japiler (^). È questa una graziosa Pallade di 
bronzo (a. m. 0,055) con alta e lunga cresta sull'elmo e col petto coperto dal manto. 
La dea ha il braccio destro alzato per tenere l'asta, di cui si trovò una parte del fusto, 
ed ha il braccio sinistro pendente. Posa sul piede destro con la gamba sinistra 
alquanto ripiegata in dentro. Ad una statuetta più grande di squisitissima fattura 
doveva appartenere un piede destro ignudo di bronzo bianchiccio con bellissima pa- 
tina, nel quale sono ottimamente indicate le muscolature. Il calcagno è rotto, nello 
stato attuale misura m. 0,039 di lunghezza. La gamba era vuota: la pianta mostra 
di aver posato sopra un piedistallo. Ad una mano di maggior grossezza apparte- 
neva un dito mignolo di bronzo mancante della parte inferiore e lungo m. 0,028, 
trovato negli ultimi scavi, che ci diedero pure una bella mascherina di bronzo, 
1. m. 0,045 ed a. m. 0,045, con la bocca aperta e traforata destinata ad essere infissa. 

Alla raccolta degli ornamenti personali devono aggiungersi i seguenti: Fibula 
di oro (a. m. 0,035, 1. m. 0,03; peso gr. 3,12), formata di un sottile nastro, la 
cui massima larghezza è di mm. 4, con due fori alle estremità, in cui passava una 
spilla di ferro, della quale rimane una parte ossidata ; fìbula di bronzo, l. m. 0,065, con 
arco depresso, mancante dell'ardiglione e con la molla interamente coperta dall'os- 
sido; altra simile pure a molla, 1. 0,040, con grossa staffa e senza ardiglione; altra 
fìbula ad arco, a. m. 0,025, 1. m. 0,045, con una capocchia sulla coda e due ai fianchi 
della cerniera ora priva dell'ardiglione; altra della medesima forma, ma più grossa, 
a. m. 0,029, 1. m. 0,05, e senza ornamenti sulla cerniera; fibula di ferro, a. 
m. 0,037, 1. m. 0,068, con arco a nastro, che va restringendosi verso la statìa, 
rotta come la punta dell'ardiglione, il quale parte da una molla di quattro 
giri; frammenti di altre fibule; due fermagli di bronzo con un dischetto con- 



(1) C.I.L., V. n. 6866. 

(2j Ibid., n. 6883. 

(3) Ibid., n. 6872. 

{-') Ibid., n. 6878, 6886, 6888, 6889, 6890, 6891. Quelle indicate coi numeri 6886 e 6890 fu- 
rono trovate nel 1837 dalla contessa Calieri di Sala: ignorasi dove tinirono; non pass-^rono all'erede, 
presso cui ne ho fatto ricorca. 

Trentadue tabelle sono riprodotte nel C. I. L. V, n. 6863-6891. Cinque delle altre furono per la 
lirinia volta pubblicate dal prof. Barnabei nei Rendiconti dell'Accademia dei Lincei, se. nior., 
T. IH, 1887, p. 36I-.367, e nove da me ìieglì Atti dell' Acc. delle se. di Torino, T. XXIV, 1888-80, 
p. 291, p. 838 e seg., e nelle Notiiie 1890, p. 296, nota 2 e p. 303; 1892, p. 06, 68, 445. 

('') Vedi Notizie 18!)2, p. 71, •118. 



OH\S SAN BERNARDO — 38 — REGIONE XI. 

tornato da globetti, l'uno intero e l'altro rotto; un pezzetto di lastrina di argento 
con due borchiette, elio forse fece parte di un" estremità di cintura; un'armilla fatta 
di un nastro sottile di bronzo a. m. 0,01 , diani. in. 0,05.'). con una riga incavata 
longitudinalmente; sette anelli di bronzo, di cui due con qualche ornamento; tre 
gemme inciso, cioè una specie di topazio (m. 0,013X0,014) con un calice fra due 
deltiui, una corniola (m. 0,007 XO.Olò) con uu leone a sinistra, ed in atto di slan- 
ciarsi, ed un onice (m. 0,011X0,009) con una figura giovanile a sinistra incisa 
nello strato inferiore nero e spiccante sul fondo bianco delio strato superiore; uno 
spillone di bronzo rotto con capocchia ovoidale; un battone di osso; cinque di pasta e 
di pietra di vario colore; giani di collana, di pasta vitrea. 

Le armi scoperte (') furono: un ferro di lancia 1. m. 0,12, di forma piramidale 
con base triangolare di m. 0,03 di lato e con gorbia esteriormente corta (m. 0,017), 
di millim. 2 di spessore, l'asta entrava nella parto piramidale; una cuspide pirami- 
dale piena 1. in. 0,15 con sezione triangolare di m. 0.03 di lato, mancante della 
gorbia ; un ferro di giavellotto 1. m. 0,108, di cui m. 0,088 per la punta a seziono 
quadrata di m. 0,015 di lato con gorbia a cono vuoto; un altro 1. m. 0,145. con 
la punta 1. m. 0,066 alquanto smussata, parimente a sezione quadrata di m. 0,016 
di lato e con gorbia a cono vuoto, per la cui rottura si vede che l'asta vi penetrava 
per almeno 35 millimetri; quattro punte di freccie, di cui una a foglia di lauro 
(lungh. totale m. 0,08, della gorbia m. 0,035, largh. della punta m. 0,02), un'altra 
a rombo smussata 1. 0,035 con traccia del legno entro la gorbia, una terza I. 0,06 
della forma di piramide quadrilatera di m. 0,009 di lato e con punta in basso, che 
s'infiggeva nell'asticella, come la quarta 1. in. U.055 a sezione di triangolo con lati 
convessi; la lama di un pugnale con la punta .smussata, lunga m. 0,28, di cui m. 0,065 
per il codolo piatto, e larga presso il codolo m. 0,037 ; un' alt.-a col coJolo e con 
la parte inferiore rotti, 1. m. 0,25; un pezzo di un'altra; un calzuolo di asta conico 
I. m. 0,12 e con diametro alla baso di m. 0.025. 

Gli altri oggetti fo.niti dagli ultimi scavi fmono: la parte superiore di un can- 
deliere di ferro, a. m. 0,25, quasi uguale a quella rinvenuta l'anno passato (-'). con 
punta piramidale di base quadrata, e mancante di uno degli uncini laterali; un'altra 
simile, ma molto rovinata; due sbarro di ferro di sezione quadrangolare di min. 8 
di lato, l'una lunga m. n,24, l'altra più corta per rottura, entrambe ripiegate in cima 
e terminanti in una punta piramidale (credo servissero per infiggervi piccole candele, 
e fossero o piantate nel muro od attaccate ad un fusto); un gancio di ferro, che pare 



(') Nel dci-crivi'rt; il fcrr" di jnluin cMmi.it" iluc anni ur Simo {SolUie, 1892, j). 4 Ifi) mi sfujr»:^ 
di dire quadrata la seziunc della )>unta, laddnvc ( ssa è trian^rularc. Imdtre ho dellu che il peso ori- 
orinario doveva essere di iiocc superiore all'atlnale (pr. 1305). Al contrario il peso antico era quasi 
il doppio; come ho potuto verificare facendo fare un ferro simile. Esso pesa pr. 2370; una jierfofla 
identità fra l'antico e il nuovo nell'interno è impossibile, essendovi in lineilo avanzi dell'asta, che 
impediscono di scorgere sino a che punto la gorbia er.i vuota, ^■|■di Atti dell'Acc. delle se. di Torino, 
t. X.XI.X, p. 150 e sepg. 

(«) Xotiii* 1892, p 1 1.'.. 



REGIONE \I. — 3;i — GRAN SAN HERNARDO 



abbia servito per tener appesa uua lucuriui; due lame di coltello a foglia di salice 
e doppio taglio prolnugantisi in un manico quasi cilindrico (1. m. 0,2;3); duo altre 
lame di coltello ad un taglio solo col eodolo sul prolungamento del lato minore non 
tagliente, 1. m. 0,15 e 0,12; altre lame della stessa forma rotto; un ferro di falcetto 
a. m. 0,125; la parte superiore di un altro più grosso; l'impugnatura di osso di un 
pugnale o coltello, 1. m. 0,075 della figura di quattro piani esagonali sovrapposti e 
diminuenti di grandezza; un piccolo manico di osso con dentro un pezzo di ferro; 
un pezzo di osso lavorato, che può aver fatto parte dell'impugnatura di una lama; 
uno stilo di ferro ; mollette di bronzo, probabilmente per la depilazione, 1. m. 0,052 ; 
una spatola di bronzo per l'unguento od il belletto, 1. m. 0,076, che mostra aver avuto 
un manico di altra materia; im oggetto pure di bronzo, che può essere stato destinato 
al medesimo uso ; un coperchietto di bronzo od ornamento a forma di rosone, del 
diametro di m. 0,035; un grosso manico rotto di ferro rivestito di bronzo; il manico 
di una casseruola di bronzo ; quello di un vaso con testa di ariete, 1. m. 0,045 ; ima 
maniglia di bronzo con righe longitudinali rilevate, a. m. 0,027, 1. m. 0,045; una 
grossa maniglia di ferro a. m. 0,15, 1. m. 0,37; parecchi frammenti di ima sottile e 
lunga lamina di bronzo (a. m. 0,08) ripiegata e contenente tilauienti di legno; altri 
pezzi di lamine di bronzo, che hanno servito per rivestimenti ; una piastra rettangolare 
di bronzo con trafori, a. m. 0,041, 1. m. 0,085; chiodetti di bronzo; altri pezzi dello 
stesso metallo ; parecchi pezzi di catene di ferro con anelli a forma di 8, più o meno 
lunghi e più o meno aperti sul mezzo ; sette chiavi di ferro di varia forma e gros- 
sezza; alcuni arnesi di ferro guasti o di uso ignoto; ganci, grossi anelli, pezzi di 
lastre, chiodi pure di ferro ; frammenti di anfore, di vasi di forma e grandezza dif- 
ferenti di terra cotta grossolana e fina, tra questi ultimi qualche pezzo con bella 
vernice nera di riflessi argentini ed altri con vernice corallina, talvolta con lavori in 
rilievo, il fondo di un vasettino pure a vernice corallina e col l>ollo : 



ARRI 



di cui altro esempio si ha nella Narbonese ('); un altro col bollo in impronta 
di piede: 

OF • MERC 

esso pure noto nella Narbonese, nella Spagna, nel Piemonte (-) ; un terzo con le lettere : 



2AM 



(') C. I. L. XII, II. 568G, 7G. 

(«) Op. cit., II, 11. C257, 110; XII, 11. 5G8G, 582; Atti della Soc. di nrrheolotjia e belle arti 
per la prov. di Torino, T. V, p. 11 il. n. .1. 



GRAN SAN BERNARDO — 40 — REGIONE XI. 

una lainpaiia tìttik' rotta col uoiue : 

POTIDES 

frammenti di bottifflie, coppe od altri vasi di vetro, fra cui di un vaso di vetro j,'iallo 
con ornamenti bianchi e di un vaso turchino parimente con ornamenti bianchi, un pezzo 
di vaso di vetro bianco, su cui è inciso un pesce a sinistra u sotto: 



le lettere minori sono alte min. 4 le maggiori mm. L'i. 

Nei frammenti raccolti di tegoli con bolli, oltre a quelli già noti, trovossi in due : 



l> C- CASSI <l 



intiero nell'uno, rotto null'altro. Il sigillo è nuovo per il pian dv Jupiter ; però 
nell'Ospizio gi;\ si conservava un pezzo di tegola con questo nome, scoperto anni sono 
sul versante elvetico, nel luogo detto le fond de la Combe. Nuovi sono pure i se- 
guenti, che ci pervennero rotti: 



con lettere alte 34 millimetri : 



dove l'ultima lettera e bene distinta e la forma di essa e delle altre non permette 
di crederlo parto del sigillo; 



l> 



PVBL'C 



ovvio sui tegoli del Gran San Bernardo. Un pezzo di tegolo reca il bollo: 

fìl-P-N"! 
un altra l'avanzo: 



REGIONE XI. — 41 — GRAN SAN BERNARDO 

che ci fanno rettificare quello scoperto precedentemente, per meno buona conserva- 
zione letto ('): 



I>|l-p-nivp[< 



Vi è dunque uu cognome principiante per Nijmp. 

Notiamo ancora fra il materiale laterizio dissepolto tre frammenti di antefisse. 

Non poche furono le monete, rinvenute quasi tutte in terra già smossa. Eccone 
l'elenco : 

Galliche. 

1 (pot. gr. 1,97). Tipo come in Von Duhn e Ferrerò, Le monete galliche del 
medagliere dell'Ospizio del Gran San Bernardo, nelle Mera, della R. Acc delle 
scienze di Torino, serie 2^, t. XLI, tav. I, n. 2. ^. Cervo a sin. con la testa ri- 
volta a d. (Von Duhn e Ferrerò, p. 342, n. 21). 

2 (pot. gr. 4,35). Testa barbara a s. con diadema di due fascie molto oblique. 
I?l. Cavallo geometrico a s. con le gambe ripiegate e la coda a forma di S (Von Duhn 
e Ferrerò, n. 36). 

3 (pot. gr. 2,8.5). Altra simile. 

4 (br. gr. 2,92). REMO. Tre busti accollati a s. lì!. [RE]MO. Vittoria in una 
biga in corsa a s. (Von Duhn e Ferrerò, n. 59). 

5 (br. gr. 2,86). Altra simile, nel diritto e nel rovescio [RE]MO. 

6 (br. gr. 1,98). Altra simile, nel diritto [REMO] e nel rovescio REMO. 

7 (pot. gr 2,12). Due teste imberbi addossate come le teste di Giano, con la 
dirterenza che una è in senso diritto e l'altra è capovolta 1{). [AIAoYIN]. Cinghiale 
a s. (Von Duhn e Ferrerò, n. 63). 

Romane. 

8 (br. gr. 42,20). Asse (con un buco nel mezzo). 

9 (br. gr. 16,70). Asse. 

10-12 (br.). Tre assi tagliati per metà. 

13 (arg.). Vittoriato. 

14 (id.). Denario di Lucio Valerio Aciscolo (Babelon, Descr. des monn. de la 
rép. rom., t. II, p. 519, n. 18). 

15 (br. med.). Ottaviano ed Agrippa, coniata a Nemaimis (Cohen, Descr. des 
monn. de l'Emp. rom., 2^ ed. t. I, p. 179, n. 10). 

16-17 (id.). Altre due tagliate per metà. 

18-20 (arg.). Augusto (Cohen, t. I, p. 69, n. 43). 

21-34 (br. med.). Td. (Cohen, t. I. p. 94, n. 228). 

35-37 (id.). Altre tre tagliate per metà. 

(') Notizie 1SP2, p. 11:5. 
Cl.ASSB DI sciKNZi'. MORALI ucc. — Memorik — Voi. II, Sode 5', parte 2*. fi 



GRAN SAN BERNARDO — 12 — REGIONE XI. 



38-41 (id.). Augusto (Cohen, t. I, p. 05, n. 237). 

42 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 9t). n. 244). 

43 (br. picc). Id. (Cohen, t. I. p. 111. u. 352). 
U (br. <rr.). Id. (Cobon. t. I. p. ll'.i, n, 407). 
45-47 (br. picc). Id. (Cohen, t. I, 122, n. 42.")). 

48 (br. med.). Id. (Cohen, t. I, p. 124, n. 437). 

49 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 125, n. 440). 

5U-.M (id.). Id. Due moneto, entrambe di fabbrica barbara, ma diversa (imit;v- 
zione del n. .")04 Cohen, t. I, p. 137). 

52 (id.). Augusto (Cohen, t. I. p. 1 :'.'.». n. .Jl')). 

53-55 (id.). Monetarii di Augu.sto irriconoscibili. 

5fi-57 (id.). Altre due tajjliate por met;\. 

58-59 (br. picc). Monetarii di Augusto irriconoscibili. 

60-61 (br. med.). Marco Agrippa (Cohen, t. I. p. 17.'). n. 3). 

62 (id.). Id. — [M- AGRIPPjA LFCOSIII. Testa di Agrippa con la corona 
rostrata a s. l(. ROM ET AVG. Altare di Lione (')• 

63 (id.). Tiberio (Cohen, t. I, p. 191, n. 14). 

64 (ib.). Id. (Cohen, t. I. p. 191, n. 18). 

65 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 192, n. 24-26). 
66-69 (id.). Id. (Cohen, t. I. p. 193, n. 37). 
70-71 (id.). Due monete logore di Tiberio. 

72 (id.). Augusto Tiberio (Cohen, t. I, p. 95, n. 240, oppure p. 193, n. 31 
34 37). 

73 (id.). Druse giuniore (Cohen, t. I, p. 217. n. 2). 

74 (id.). Antonia (Cohen, t. I, p. 223, n. 6). 
75-76 (id.). Germanico (Cohen, t. I, p. 224, n. 1). 

77 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 226, n. 8). 

78 (id.). Moneta logora di Germanico. 

79-80 (id.). Caligola (Cohen, t. I, p. 240, n. 27-29). 
81 (id.). Id. (Cohen, t. I. p. 240, n. 28-29). 
82-83 (id.). Claudio (Cohen, t. I, p. 250, n. 1). 
84 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 254, n. 47). 
85-87 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 257, n. 84). 

88 (br. picc). Nerone (Cohen, t. I. p. J'.'l. n. ]>.\). 

89 (br. med). Id. (Cohen, t. I. p. 298 e seg., u. 2iiii-ò\):>), 

90 (id.). Vespasiano (Cohen, t. I, p- 369, n. 13). 

91 (arg.). Id. (Cohen, t. I, p. 376, n. 102 o p. 377 n. 125). 

92 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 377, n. 125). 

93 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 384, n. 222). 

<J4 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 395, n. 364 o 365). 
95 (id.). Id. (Cohen, t. I, p. 401, n. 432). 

(') Credo 8cono8cin1a questa moneta Ji Agrijiiia ibrida, al i«ari dei n. 1 e 2 C.dun, t. I. \k 17.5. 



REGIONE XI. — 43 — GRAN SAN BERNARDO 

96 (br. med.). Tito (Cohen, t. I, p. 420, n. 4). 

97 (arg.). Id. (Cohen, t. I, p. 452, n. 272). 

98 (br. gr.) Domiziano (Cohen, t. 1, p. 498, n. 314-316). 

99 (arg). Id. (Cohen, t. I, p. 505, n. 412). 
100-101 (br. med.) Due monete logore di Domiziano. 

102 (br. gr.) Adriano (?). 

103 (br. med.). Moneta logora di Antonino Pio. 

104 (id.). Marco Aurelio (Cohen, t. Ili, p. lo. n. 109). 

105 (id.). Id. (Cohen, t. Ili, p. 39, n. 78). 

106 (br. gr.). Id. (Cohen, t. Ili, p. 57, n. 564). 

107 (arg.). Moneta logora di Marco Aurelio. 

108 (br. gr.). Faustina giuniore (Cohen, t. Ili, p. 143, n. 96). 

109 (br. med.). Id. (Cohen, t. Ili, p. 146, n. 123, o p. 147, n. 130). 

110 (br. gr.). Moneta logora del secolo I o del II. 

111-144 (br. med.). Trentaquattro monete logore del secolo I o del II. 

145 (br. gr.). Moneta logora del secolo II o del III. 

146 (br. gr.). Severo Alessandro (Cohen, t. IV, p. 432, n. 305). 

147 (arg.). Id. (Cohen, t. IV, p. 444, n. 429). 

148 (id.). Id. (Cohen, t. IV, p. 459, n. 563). 

149 (id.). Filippo seniore (Cohen, t. V, p. 98, n. 33). 

150 (id.). Valeriane seniore (Cohen, t. V, p. 303, n. 57). 

151 (id.). Gallieno (Cohen, t. V, p. 363, n. 173). 

152 (br. picc). Id. (Cohen, t. V, p. 400, n. 617). 

153 (id.). Moneta logora di Gallieno. 

154 (id.). Claudio Gotico (Cohen, t. VI, p. 135, n. 50). 

155-162 (id.). Otto monete logore del tempo di Gallieno e di Claudio Gotico. 

163 (br. picc). Moneta logora di Crispo. 

164-167 (id.). Quattro monete logore del tempo di Costantino e dei figli. 

168 (id.). Moneta logora di Magnenzio. 

169 (br. med.). Valentiniano I o Valente (Cohen, t. VIII, p. 88, n. 12 o 
p. 103, n. 11). 

170 (id.). Graziano (Cohen, t. VIII, p. 130, n. 30). 
171-174 (br. picc). Quattro monete logore del secolo IV. 

Negli scavi precedenti ed in que.sti si rinvennero non pochi ossi di animali bo- 
vini, ovini, suini; due grosse e lunghe corna appartengono ad un bovino di una razza, 
elle tuttora esiste, ma non più in quei monti, dai quali disparvero pure, ma non da 
tempo remotissimo, l'orso ed il cinghiale : trovaronsi molti denti di questa fiera ed 
una mandibola di quella. Di ossa umane si riconobbero due mandibole, due parietali 
ed un pezzo di occipite. A qual tempo rimontano ? 

Fra le cose scoperte da noi e dai nostri piedecessori sul pian de Jupiter 
ninna vi ha, salvo Io moneto galliclie, la quale si possa assegnare con certezza ad 
età preromana. I fittili rozzamente lavorati possono benissimo essere prodotti di gros- 
solana industria locale, contemporanea alle perfezionate officine, donde uscirono quegli 



GRAN SAN BERNARDO 



— 14 — 



REGIONE XI. 



altri, di cui trovainiiio copiosi avanzi. Negli strumenti, nello armi, negli ornamenti 
della persona, in una paiola in t\ilto il resto, nulla si prosenta con impronta di un'in- 
dustria anteriore ai tempi imperiali, ai cui ini/i rimontano il santuario e hi man- 
sione, comò i lavori stradali del monte Penino ('). Per esso, non ostante l'aspro cam- 
mino {-), un po' più frequente era divenuto il passaggio nel primo secolo avanti 
l'èra volgare, come attestano lo di.>iposi/ioiii dato da Cesare nel -u por la sicuro/./a 
di esso (') e le moneto galliche colassi! dissepolte ('). E assai probabile che prima 
delle romane non esiste.ssero costruzioni sul colle: per il culto di Penino {•') doveva 
bastare la rupe, intorno a cui si scoprirono in copia monete galliche con nummi della 
repubblica romana ("). Fra le cose votivo, anche fra le tabelle, più abbondanti sono 
quelle di bel lavoro, conio in maggior numero sono lo monete del primo secolo, spe- 
cialmente dei Giulii e dei Claudii, ultime delle romane quelle di Teodosio e dei 

tìgli c). 

Il tempio ha sofferto una profanazione attestata dagli oggetti votivi spesso vio- 



(I) Probabilmente cuiiiiiiciatì subìtu di>|iii la coiiijuista del paese dei Salassi e la fondazione 
di Augusta Practoria (2.') av. C). Anche ammettendoli fatti d(.])o la conquista della Kczia (15 av. C.) 
ed il principio delle guerre gerraauichc (Mommsen, Róm. Geschichte, t. V, p. 18), il ritardo è di 
poco tempo. 

(») Cf. Strabonc, IV, 0, 7, p. 205. 

(3) Rell. Gali, HI, 1. 

(*) Le monete galliche del Gran San Bernardo descritte nel catalogo fatto insieme col eh. 
Von Dahn (Mcm. della R. Acc. delle sciense di 'forino, serie 2* t. XLI, p. 331 e segg.), nel quale 
sono comprese anche le poche trovate nel 1890, ammontano a 418. Negli scavi dogli anni seguenti 
se ne rinvennero 74, e vi è da aggiungere un piccolo numero di altre, che ci erano rimaste ignote, 
quando compiemmn il nostro lavoro. 

(5) Cf Livio, X.VXI, 28. 

1°) Notizie, 1802, pag. 64 e sgg. 

P) E peccato che non tutte le moneto romane scoperto al pian de Jupiter si trovino nel- 
l'Ospizio e che quelle, che vi esistono, non siano state distinte dai nummi di straniera provenienza. 
Mi 6 sembrato non inutile riunire: in uno specchietto i gruppi delle monete romane esistenti nel 
medagliuro dell'Ospizio prima dei nostri scavi, per la maggior parte delle quali si può presumere 
il rinvonimento al pian de Jupiter (ho escluso quelle, della cui origine diversa ho avuto sicura 
informazione e separato i gruppi delle monete fornito dai nostri scavi): 

scoperte prima 
degli ultimi scavi 

Repubblica romana. 130 

Imperatori (iiulii e Claudii .... 305 

Da Galba a Domiziano Gii 

Da Nerva a Commodo 134 

Irricunoscibili dei sec. I-II .... 

Da l'ertinace a Valeriano 137 

Da Gallieno a Carino 141 

Da Diocleziano a Gioviano .... 252 

Da Valenliniano I ai figli di Teodosio 67 

Totale 1322 303 1625 



scoperte negli 


Total. 


scavi 1890-93 




27 




157 


152 




547 


19 




85 


18 




152 


37 




37 


10 




147 


19 




160 


13 




265 


8 




75 



REGIONE XI. — 4ò — GRAN SAN BERNARDO 



lenteraente infranti, spesso scagliati lontano, come le belle statuette e le altre cose 
ricavate dallo stagno: gli editìzì della mansione furono consumati da un incendio. 
La devastazione del santuario e la rovina della mansione avvennero nel medesimo 
tempo ? Ovvero quello fu violato prima, quando trionfò la religione di Cristo, e la 
mansione si conservò sotto i Burgundii e poi sotto i Franchi padroni dei due ver- 
santi del, monte ? A queste domande non possiamo rispondere : solo a cagione delle 
monete caroliugiche (') ci è dato supporre colà un ricovero, almeno nel secolo IX (-). 
Siasi conservata la mansione, sia caduta e poi risorta più tardi, certo è che (vero- 
similmente per le devastazioni, di cui quei monti furono teatro nel secolo X per opera 
dei Saraceni annidati nel Vallese) il luogo ora deserto quando San Bernardo di Menlhon 
nel secolo XI (^) venne a fondarvi la sua casa ospitale ad un mezzo chilometro 
dall'antica stazione e dall'altra parte del lago, che occupa la sommità del colle, ado- 
perando per tale costruzione le pietre della mansione e del tempio (^). A questo poi 
ci sembra accenni il cronista della Novalesa (secolo XI) , allorché, a proposito della 
discesa di Carlomaguo nel 773 parla di un tempio sul Monginevro costrutto con 
pietre riquadrate congiimte con ferro e piombo (■''). Carlomagno non valicò il Mon- 
ginevro, ma il Cenisio; per l'Alpe Penina passò con parte dell'esercito lo zio Ber- 



ci) I^oHzie 1889, p. 393; 1890, p. 805; 1892, p. 77. 

Fra gli altri og<;etti qualcuno può essere dei primi secoli del medio evo : non ve n'ha però 
di quelli, in cui indubbiamente si palesi l'industria delle genti barbariche. 

(-) Non parliamo di un monastero, parendoci infondate le notizie, che vuoisi lo concernano. 
Esse si riducono a quella di un « Vultgarius abbas ex monasterio quod est situm in monte lovis u 
circa l'anno 820 [Formuìae Merovingici et KaroUni aeoi, ed. Zeumer, Hannoverae, 188G, p. .321); 
a quella di nn " clericus nomine Benedictus, ipsius loci (cioè del monte Giove) aedituus n neir826 
{Ada Sanctorum, ian. t. U, p. 284) ed all' « hospitale quod est in monte lovis » escluso dalla ces- 
sione dei contadi di Ginevra, Losanna e Sion fatta da Lotario II al fratello Ludovico II nell'SSD 
(Ann. Berlin., a. 859). Ma d'altra parte si ricorda neir842 o 849 il " monasterium S. Petri quod 
ad radicera mentis situm est" Ada Sandorum, aug. t. III.p. 613), un » Hartmannus elemosinarius 
s. P(etri) montis lovis n verso r851 (Cartulaire du chapicre de Notre Dame de Lausanne, Lau- 
sanne, 1846, p. 8 in Mcm. et doc. piilliés par la Soc. d'hist. de la Suisse romanie. t. VI); 1' « ab- 
batiara montis lovensis Sancti Petri » in una carta del 1011 (Grémaud, Doc. rei. à Vhist. du Vallais, 
t. I (XXIX dei ]\Iém. de la Soc. de la Suisse rom.), p. 54). Questi testi spettano ad un monastero 
a Bourg-Saint-Pierrc, al quale pure sono da riferire i primi sopra citati. Notisi la esclusione dcl- 
Vhospitale . . in monte lovis dalla cessione del contado di Sion. In questo trovavasi Bourg-Sainl-Pierre, 
ma non il pian de Jupiler, che ha dovuto sempre appartenere al territorio di Aosta. 

(') Non nel precedente, come comunemente si è creduto. Vedasi il recente studio di monsignor 
J. A. Due, vescovo di Aosta, A quelle date est mort Saint-Bernard de Menthon ? (voL XXXI della 
Miscellanea di storia italiana). 

(■*) Il racconto del culto idolatrico rinato in quei luoghi e della statua di Giove distrutta dal 
santo non appartiene che alla leggenda. La vita di San Bernardo, piena di favole, che contiene sì 
fatte narrazioni e va sotto il nome di Riccardo di Val d'Iscra, successore a lui nell'arcidiaconato 
di Aosta (Ada Sanctorum, iunii t. II, p. 1077) è compilazione tarda e senza valore. 

{^) li In niontem (ieminum ... in quo olim templum ad honorem cuiusdam Caco doo, scilicet 
" lovis, e.x quadris lapidibus plumbo et ferro valde conncxis, niirae pulchritudinis quondam con- 
" structum fucrat ». Chron. Novuliciense, III, 7. 



GRAN SAX BERSARDO — 4(1 — REGIONE XI. 

nardo ('). Non può darsi una confusione fra i due personaggi, un errore nel nomo 
del monte, ma in pari tempo un ricordo del santuario di Penino (-) ? 

A circa due chilometri prima di giungere al pian de Jupitcr, sopra un altopiano 
della superficie di un l.')00 metri quadrati, sorge una casa, chiamata la Cantina di 
Fontiales, la quale serve come luogo di riposo ed all'uopo di rifugio per coloro, che 
salgono il versante italiano del monte. La casa odierna fu costrutta uel I8:i5; ma 
quivi fin dalla metà del secolo XIII esisteva un piccolo ospizio (^). Trovansi sparsi 
sul suolo rottami di tegoli romani: il canonico Lugon vi raccolse una moneta im- 
periale. 

Queste traccio di una casa antica destinata al medesimo scopo dell'attuale in' in- 
dussero a farvi saggi di scavo, nei quali si scoprirono molti pezzi di tegoli, di cui 
imo col bollo: 



RP- A 



un altro con: 



resto del sigillo Ilijlae, uno col nonio: 



l> P V B L' C < 



un altro con avanzo del medesimo bollo: questi due sono di terra gialla; mentre 
quelli con uguale impronta scoperti al pian de Jtipiter sono di terra rossa. Rinvenimmo 
poi una certa quantità di framiiieuti di vasi fittili grossi e piccoli, qualcuno di terra 
fina con vernice corallina, e di vasi di vetro, chiodi e carbone, che mostra la distru- 
zione di quesf appendice della mansione romana essere avvenuta come quella dogli 
editìzi principali. I saggi di scavo non mi condussero allo scoprimento di muri : forse 
la casa romana era nella medesima area della moderna. 



(') Einardo, Ann., a. 77:5 

(*) Nel 1881 si scoprironci iivanzi antichi sul Monu'inevro, ove si sa esisteva una stazione ro- 
mana. Si suppose appartenessero al tempio menzionato dalla cronaca novaliciensc (Bull t'pi(/r., 1882, 
p. 47) , ed io stesso ricordai si fatta identificazione, descrivendo la strada di questo monte (Mem. 
della R. Are. delle sciente di Torino, serie 2* t. XXXVIII, ]>. 441). Ma la notizia del ritrovamento, 
che fu pubblicata e molto scarsa; nò si fece un'estesa esplorazione, la quiile sarebbe impresa utile 
per la scienza e lodevole per la Francia, sul cui territorio avvenne la scoperta. 

Non sappiamo poi in quale misura materiali degli editìzi del pian de Jupiter abbiano servito 
alla primitiva costruzione dell'Ospizio, né so di là se ne trassero ancora per le ricostruzioni e le 
ampliazioni successive. Ho trovato i conti delle spese per la rifabbric.izione di una parte di esso 
nil l'j.'iS, dopo un incendio: non vi è però cenno alcuno su trasporti di materiali dal pian de 
Jupiter. 

(') Martfuerett.iz, /l«''ie/n hòpilaux du vai d'Aoste, Aoste, l^'O, p, 1 | .• s^ri,'- "'"'r. dal 7° 
Bullettin della .Socict'i Accademica di .SantWnselmo di .\osta). 



REGIONE VI. — 47 — FOSSOMBRONE, ASSISI 

Né risnltamento più soddisfacente ebbero gli scavi, che per cura dell'Ospizio si 
sono latti ad un chilometro e mozzo da esso sul versante elvetico, in un luogo detto 
le forni de la Combe. ove i pezzi di pietre e di tegoli sul terreno attestano l'antica 
esistenza di un edificio, anche esso dipendenza della mansione in summo Poeniao. 
In questo luogo si osservano avanzi della strada scavata nella roccia, e a destra di 
chi scende dalla sommità del colle si vede intagliato nella rupe un piccolo condotto 
per avere l'acqua da uu ruscello a circa dugento metri di distanza: se ne possono 
seguire le traccie per tratti assai lunghi. 

Nell'escavazione quivi fatta dal canonico Lugon, come monsignor prevosto e gli 
altri superiori dell'Ospizio, sempre disposto a favorire le nostre esplorazioni ed i 
nostri lavori, si trovarono frammenti di tegoli, di cui due di terra rossa con resti 
del sigillo: 



I>|PVBL'C <l 



una fibula di bronzo ad arco ed a cerniera mancante dell'ardiglione, alta m. 0,025, 
larga m. 0,035; un peso (?) di pietra nera circolare (gr. 146); una moneta di Augusto 
(Cohen, 2* ed., t. I, p. 95, n. 237); una di Agrippa (ibid., p. 175, n. 3); una irrico- 
noscibile dei tempi di Tiberio con la contromarca impressa due volte: 



IMP/////// 



frammenti di vasellame cretaceo e vitreo, chiodi ed altri pezzi di ferro. 

E. Ferrerò. 



Regione VI (UMBRIA). 

II. FOSSOMBRONE — Di una statuetta di bronco scoperta fuori 
la citta. 

Nella località detta Culla, non lungi dal mulino dello stesso nome, apparte- 
nente alla signora Teresa Cesarini di Fossombrone, posto sul monte Cesana, a nord 
della città, un contadino, atterrando un albero, rinvenne una statuetta di bronzo vo- 
tiva rappresentante una divinità muliebre. È alta m. 0,07, e raffigura una donna 
avvolta in lungo manto con una patera nella mano destra. Colla sinistra molto con- 
tratta stringe qualche cosa di indistinto. 

A. Vernarecci. 

III. ASSISI — Rilievo sepolcrale scoperto nel territorio del comune. 
Il sig. Francesco del Bianco, facendo eseguire lavori agricoli nel suo fondo 

presso s. Potente, scopri un cippo di travertino, largo inferiormente m. 0,61, supe- 
riormente m. 0,5!» ; alto m. 0,GO, e dello spessore di metri 0,39. Nel piano superiore 



CAPOLONA — 48 — REGIONE VII. 



sono due incavi a base qnailrata, di ni. 0.20 di lato, profondi m. (Kì't, che dovevano 
essere destinati per le ceneri di due defunti; erano chiusi da coperchio ornato con 
rilievi di due pelte. Nel prospetto, entro campo rettangolare, largo m. 0,45, alto in. 0,35, 
è rappresentato in bassorilievo un uomo adagiato su di un letto, poggiando il gomito 
sinistro sul guaciale, nell'attiUidiui' con cui sono raftigurati quasi sempre i defunti 
sui coperdii delle urne etrusche nel territorio volterrano, nel perugino e nel chiusino. 
Regge con la destra un oggetto rotondo, ed Iia la sinistra sopra una patera (?). 

Presso di lui, nello stesso letto siede una donna coperta di velo, reggendo con la 
destra un bambino ignudo che lo sta ritto innanzi. La donna ed il bambino posano 
i piedi sopra uno sgabello, che alla sua volta è posato sopra il suppedaneo. 

Nel campo tra lo ligure pendono due festoni. 

A. Brizi. 



RAGIONE VII {BTRURIA). 

IV. CAl'OLONA — .\ra»:ì di. un'antica via a poca disianza da 
Are:::o. 

Nel parlare dell'antica figulina di Publio Telilo, stabilita al ponte a Buriano 
sull'Arno Notiiie 1803, p. 138), accennava che di quivi si dipartivano o diramavano 
due vie, sulla destra dell'Arno, seguendone l'una il corso verso Firenze, e l'altra ri- 
salendolo verso il Casentino. Ora è venuta nuova occasione di parlare specialmente di 
questa, e ne profitto volentieri, perchè non ne riinane ricordo o traccia alcuna: se non 
che vi sono elementi invero scarsi per segnarla e seguirla con qualche sicurezza. 

La strada antichissima da Arezzo giungeva al ponte a Buriano passando da Ga- 
lognono, che poi fu costituita Pieve ora distrutta. Alla riva opposta presso il ponte. 
Publio Telilo stabilì la fabbrica dei vasi rossi a rilievo incirca ai tempi di Siila: ne venne 
Publio Cornelio e se ne impossessava, seguitando a lavorarci con gli stessi operai. 
Ma cessò presto, che la fabbrica fu trasferita con loro a Cincelli a meno di un chi- 
lometro di distanza sopra la via, che risaliva il corso dell'Arno. La quale via aveva 
suo principio proprio dal ponte, e sul bivio era un' edicola edificata probabilmente 
con due sole colonne dinanzi, a ordino corinzio, come si vede da un capitello rimasto. 
Per la sua posizione noi possiamo credere che fosse dedicata ai Lari compitali, 
com' era di costume. 

Di l'i costeggiava la collina di Cincelli, chiamata allora Centum-Cellae, come 
si trae da carte dell'età di mezzo. Nelle sue falde, e sopra la via, e rimpotto all'Arno 
lavorava Publio Cornelio, certo un liberto di Siila, e venuto colla colonia corneliana 
in Arezzo. Ma si riscontra che prima di lui, o insieme a lui era ivi un' altra figu- 
lina tenuta da Caio Cispio. lo propendo a credere elio per alcun tempo fossero soci 
di quell'industria almeno in quel luogo, perchè tranne che a Cincelli non s'incontra 
nei vasi il nome di Cispio, commisto a quello di Publio Cornelio. Ora che vi sia 
stata stretta relazione o comune interesso fra questo due famiglio si rileva dalla let- 
tera di Cicerone al proconsole Quinto Valerio nel raccomandargli un Publio Cornelio, 



REGIONE VII. — 1'* — CAPOLONA 

dicouilo<,di : P. ConK'liu.s, qui tibi lia^ litterai> dedit, est mihi a P. Caspio com- 
iiientatiis (Famil. XIII, G). Dal quale passo si potrebbe anche rilevare il tempo, 
in cui Moriva la loro tigulina. 

Ma dopo avere addotti tanti argomenti, che i vasi aretini si fecero, e si spar- 
sero in Roma e nel mondo romano dai tempi di Siila a quelli di Augusto, noi ne 
al)biamo oggi un'altra prova manifesta. Il sig. ing. Vincenzo Funghini nell'csplorare 
nuovamente la figulina di Cincelli ha trovato molti avanzi di quella di P. Cornelio, 
e tra questi una piccola coppa ornata, e segnata RODO , che apparisce essere degli 
ultimi lavoranti di Publio Cornelio. Vi si vede in giro ripetuta per quattro orli l'im- 
pronta di una medaglia colla testa giovanile di Augusto, col nome AVGVSTVS, la 
quale medaglia è collocata in mezzo a due delfini guizzanti. Tutto questo è relativo 
all'assunzione del nome di Augusto due anni dopo la vittoria navale di Azio, avve- 
nuta nel l'anno 723 di Roma, vittoria simboleggiata dai due delfini. Questa data è 
importantissima per la storia dei vasi aretini, segnando la loro decadenza, per essere già 
scomparse prima della figulina corneliana, quelle della Rasinia, Memmia, Perennia, 
e Tellia, che produssero le opere più fine e leggiadre a bassorilievo nei loro vasi 
destinati ad onorare le mense. 

Poco sopra a Cincelli l'antica via, della quale ha il Funghini verificato sicure 
traccie, si biforcava; l'una seguiva l'Arno, e andava verso la Badia di Capolona, ora 
distrutta, e ridotta, nome che proviene da Cap/U leonis, se possiamo prestar fede alle 
carte del mille. L'altra si dirigeva alla Pieve s. Giovanni. Fra Cincelli e questa 
Pieve si transita per Casa rossa, dove pare che fosse un'altra fabbrica di vasi co- 
rallini, che non si è ricercata. Alla Pieve, che ha l'aggiunto di s. Giovanni in Sul- 
piciano, onde il fondo fu della famiglia Sulpicia, fanno capo, come era ancora da 
supporsi, più vie, delle quali non terremo conto. Quindi la principale scende a un vil- 
laggio chiamato Apia, nome che conserva dall'antico, e che è di provenienza italica, 
se non vogliam dire pelasgica, essendo Apia in Arcadia la sede di Pelasgi. Sotto 
Apia si scorge qualche traccia, e lì presso sono stati trovati dei sepolcri, di cui per 
non aver veduto gli oggetti non ho potuto certificare il tempo: solo mi è capitato 
un asse onciale di Roma del secolo secondo avanti Cristo. 

Da Apia la strada volgeva alquanto a destra per Busseto. Quivi nel 1654 fu- 
rono discoperte due urne cinerarie di marmo assai eleganti, lo quali erano iscritte: 
l'una del nome di Lucio Valerio Pesto, l'altra di sua moglie Crispinia, le quali ora 
sono nel museo di Firenze (C. /. Z. XI, 1863, 1864). Sia per la paleografia, sia per 
l'arte appartengono al secolo primo dell'impero, e Busseto (Buxetum) era adunque 
un fondo della Valeria. E qui non voglio tralasciare come pochi anni fa nella china 
del poggio verso Carbonaia si rinvenne un grande orcio, che i villani infransero, addetto 
forse alla villa romana, o per l'uso dell'orto. 

Proseguendo la strada incontrasi Casa vecchia, e poi Palazzo (il nome Palatìum 
come fermata od osteria, o taverna, è frequente nelle auticho vie); e poi si viene sotto 
Serboli. In quel tratto, lavorando la terra or fa un mese, si trovò un manico di col- 
tello in osso degno di essere descritto, e che ha pòrto occasione al presente ragio- 
namento. 

Ci.ASSK DI sciENZic MOiiALi ecc. — IIkmouie — Voi. II, Serie S', parte 2*. 7 



CAPOI.ONA — .Mt — REGIONE VII. 

11 manico è di tre pezzi, ma ricon?n"nti ed ha la intera lano^hezza di centi- 
metri otto. In sommo è stato intagliato un busto muliebre panneggiato ; nel quale 
la testa tiene l'acconciatura alta di molti capelli intrecciati sopra la fronte, simile 
a quella che si vede nell'imperatrice Sabina: foggia che allora le patrizie e le liberte 
di lei avranno sicuramente usato. Anzi è più probabile che nel manico sia effigiata 
Sabina stessa, uou discostandosene il profilo : poiché non solo nelle monete ,ma negli 
oggetti di uso ripetevansi sovente i ritratti dei sovrani d'allora. 

Tale ritrovamento ha pure la sua importanza topografica, indicandoci, che siamo 
lungo presso la via romana: la quale avanzandosi lasciava a sinistra in alto il 
villaggio di Ves:a, nome anch'esso italico, e luogo ricco di fontane, onde certo non 
tralasciato dalla primitiva gente, l'iìi oltre a circa un chilometro dominava la via 
vecchia (di cui non rimane adesso segno alcuno) il castello di Bibbiano, che potrebbe 
derivare dalla Dnchin, come dalla Vibia, anzi più probabilmente da questo: poiclié 
si cangil^ bene spes.so e in tempi tardi il v in /;. e si chiama ora Bibbiena, quella 
che fu un tempo Vibiena. o in etruso Vi pena. Inoltre abbiamo un riscontro di /?/- 
hianum per Vibianum per ascrivere Bibbiau" alla Vibia. che aveva molti possessi 
in Ktruria. 

.V poca distanza da Bilii)iano il sig. Farsetti trovò e donò al Museo pubblico 
un' umetta colla iscrizione TILI.^E ■ L F • TERTVLLAE. Per essere le due prime let- 
tere corrose ed incerte si potrebbe ]>ensare a Tnliac o TcHac scritte al modo arcaico: 
ma non convenendoci la paleografia lascio Tiliae. Il luogo chiamasi Miglinriiio. forse 
da una colonna miliaria, come abbiamo Migliari in una diramazione della via Cassia 
fra Civitella e Montevarchi. 

Di l'i si andava verso Ponina, luogo etrusco, e poi sotto il prossimo castello di 
Belfiori, dove in basso lungo la via si sono trovati sepolcri del secondo secolo dell'im- 
pero. Però si frequentava molto prima, essendomi di là pervenuto un asse onciale 
di Roma. Ponina e Belfiore fanno parte del piviere di Vogognano, vale a dire pi-ae- 
dinm Vocoiiianum. Al di sopra di questo punto, circa un chilometro sopra Subbiano 
si designa sull'Arno un pont^ antico distrutto, che viene chiamato il ponte della regina. 
La via poi lasciato a destra il ponte proseguiva tra il fiume e le colline della Zenna, 
di Lorenzano, e di Talliano. e avanti di giungervi si scopriva nella fine del se- 
colo scorso la lapide di Testimo Vittorino (/^. /. /.. XI, 1893). Il tratto che abbiamo 
percorso dal ponte a Buriane, ove era situata la figulina Tellia fino a Talliano ò a 
circa dieci chilometri, e vi abbiamo sempre riconosciuti fondi posseduti da famiglie 
romane. Prima l'Abiuia, quindi la ('omelia, la Sulpicia. la Valeria, la Bcbia. hi 
Tilia, la Voconia, la Laurentia. e la Tallia Questi fondi quasi tutti fertili ed ameni 
saranno loro pervenuti per effetto della colonia sillana, ovvero della triumvirale':' Dif- 
ficile per ora il risolverlo ; iu ogni modo apparisce chiaro, che si proclamò nell'aretine 
campagne l'editto: « veteres migrati coloni >•; e per dirla più chiara, l'Italia dopo 
le funestissime guerre civili non fu degli italiani ma de' romani. 

G. F. Gamurrini. 



REGIONE VII. — ■">' — CORTONA, MONTERIGGIONI 



V. CORTONA — Di un'urna con iscrizione etrusca, scoperta fuori 

r abitalo. 

A tre miglia dalla città di Cortona è stata rinvenuta, lavorando il terreno del 
sic. Petti un' umetta cineraria di travertino, nella cui fronte è malamente incisa la 
seguente iscrizione: 

Mentre il primo verso è chiaro, Vol.karse, l'altro è incertissimo per i buchi 
la qualità della pietra e la pessima scrittura. Importante però mi sembra il nome 
di karse Cursus, sicuramente italico: dal quale derivarono i nomi tipici di Carseoii 
Carsoli latino, e di Carsalae umbro.aggiungendovi 11 suffisso // in latino lum, 
significante luogo o dimora. Or questo nome italico si vede qui divenuto un perso- 
nale etrusco, indizio non lieve, essere la lingua italica il fondo e il sustrato dell'etrusca, 
come per la nostra la latina. Nulla diremo sul nome materno, probabilmente vele hai, 
l'eicia naitts, essendo comune, italico anch'esso, e pronunciato dagli Etruschi voi e hai. 
Già abbiamo da Dionigi d'Alicarnasso ('), che In Cortona a suo tempo ancor ser- 
bavasi la primitiva lingua pelasga. cioè italica, vale a dire che quel dialetto con- 
servava maggiori voci e modi arcaici: la qual cosa viene ancora notata da Plinio 
il giovine, quando descrive la sua villa nel territorio di Città di Castello ( Tifer- 
num Tlberlaum) situato dietro i monti di Cortona (-). 

La paleografia pure conserva l'arcaismo, e specialmente la lettera k, col di- 
stacco inoltre della curva dalla linea retta: la quale forma si riscontra in uno specchio 
Cortonese, che rappresenta un uomo che a cavallo passa il mare, e reca i nomi 
dichiarativi Erkle Pakste, forse Hercules Pacifer, che va agli Elisi. Pare 
dunque che fosse una regione piuttosto tarda nello svolgimento dell'etrusca civiltà. 

G. F. Gamurkini. 



VI. MONTERIGGIONI — Di una grande tomba a camera con sar- 
cofagi, scoperta nella tenuta del Casone. 

In un altipiano detto Malacena facente parte della tenuta del Casone di pro- 
prietà del sig. Giulio Terrosi, non lungi dalla stazione ferroviaria della Castellina in 
Chianti, eseguendosi i soliti fossati per una piantagione di viti, si rinvenne casual- 
mente una tomba famigliare a camera, scavata nel tufo, con un pilastro centrale e 
banchine in giro, dalla quale si estrasse una assai copiosa ed importante suppellettile 
riferibile al sec. ITI a. C. Vi sono : 

Trentacinque urne cinerarie delle quali quattro di alabastro e le altre di travertino. 

(') I, 20. 

(-) Ep. IV, I. 



CORSETO-TARQCISIA — ">2 — REGIONE VII. 

Liirna principale, alti col coperchio ni. 1,07 e larga 0,84, è di alabastro lu- 
im-gi^iato ìq oro. il bisoma, cioè fatto per le ceneri di due coniugi. Essi sono aggniit- 
pati sul copeidiio dell'urna come recunibenti nel proprio lotto. Sono i capi fanii^'lia 
della tomba; ed i loro nomi sono scritti in bei caratteri nel fronte dell'urna fog- 
giata a letto funebre: 

mi : capra : calis'nas' : lar!}al 
s'epus : arnSalisla : cursniflx 

(Quattordici specchi di bronzo figurati. 

Trentaquattro pezzi di oriticeria. 

Treutasette monete, fra le quali due dupondi di Volterra (— Garrucci, Mon. 
Hai., tav. 48. 1). 

Quattordici vasi di bronzo di varie forme. 

Trenta e più vasi verniciati, detti etrusco-campani, co.stitucnti di per sé una 
stupenda collezione, con pezzi unici. 

Ventotto vasi dipinti della Campania, per lo più krateri a campana. 

Vi sono inoltre vari candolabri, armi e molti altri oggetti in ferro ; molti vasi 
locali di terra gialla di varia forma; stoviglie che io giudico, imitazioni etrusche del 
genere campano ecc. 

La suppellettile raccolta è tale e cosilTatta da potersi costituire con essa un 
Museo particolare. 

Il sig. Terrosi la fece trasportare di questi di appunto iu Firenze nella sua abi- 
tazione per costituiiTi un Museo privato. Egli promise di dare al nostro Museo Etrusco 
Centrale una rappresentanza di essa. Dal mio canto promisi di illustrare la impor- 
tante scoperta con una memoria a parte. Frattanto si sta ripulendo e ristaurando gli 
oggetti principali per poterli studiare e descivcre esattamente. 

L. A. Milani. 



VII. CORNETO-TARQUINIA — Nuove scoperte dì antichità nella ne- 
cropoli tarquiniese. 

Gli scavi in questo anno furono incominciati il 20 gennaio ai Monterozzi vicino 
alle Arcatelle ed alla tomba del citaredo ('). Visitandoli il 10 el'll fulibraio, trovai 
scoperte soltanto due tombe, il cui contenuto era interessante per diversi rapporti. La 
prima di esse è una tomba a camera situata vicino al sepolcro dipinto del fondo Quer- 
ciola (-), sepolcro oggi indicato col num. 4. Il tetto no era franato. Oltre a ciò risul- 
tava da certi indizi che la camera gih anticamente era stata visitata. Ma quella visita 
deve essere stata molto superticiale, giacciiè sotto i rottami furono trovali jiarccciii og- 
getti di materia preziosa. Tra tali oggetti primeggia uno scarabeo intagliato in onice 



(') .I/o», dell' fmt. VI. VII 79, Ann. 1863 (uv. d'apg. M p. :W6-360. 

(«) Mon. deU'Insl. I 33. I/altrn letteratura relativa ne);li Ann. ddVInst. 1803 ).. 317 iiot. 2 
nani. 3. 



REGIONE VII. — aò — CORNETO-TARgOlNIA 

orientale, il cui diametro lungo è di ni. 0,019. L'incisione eseguita con grande finezza 
manifesta uno stile arcaico avanzato. Vediamo sull'impronta Peleo nell'atto di versare 
dell'olio da una lekjithos nella mano s. ed ai suoi piedi seduto per terra un giovinetto 
ignudo, il quale non so se abbia da interpretarsi per il piccolo Acliille o per uno schiavo 
di Peleo. Quest'ultimo — determinato per l'iscrizione 3 vi 31 incisa dietro le gambe — 
sta in piedi verso s. inchinando alquanto la parte superiore del corpo. L'eroe è rap- 
presentato ignudo ed imberbe. Egli tiene colla destra una lekylhos a base piana col- 
l'orifizio diretto ingiù verso la mano s. protesa. L'olio che ne stilla è indicato mediante 
due puntini incisi sopra la palma della medesima mano. Attorno il collo della Ickijllio» 
è avvolta la correggia che serviva a .sospenderla. Il giovinetto seduto per terra davanti 
a Peleo, guarda insù verso quest'ultimo e nell'atto di discorrere protende la sinistra, 
dalla cui palma pendono, sospesivi con una correggia, un anjballos ed una striglie. 

Oltre a ciò furono trovati sotto i rottami otto oggetti di oro, i quali sono: un 
anello liscio (diametro di luce 0,02; peso 14 grammi); un orecchino, il quale con- 
sisto d'un anello aperto (diam. di luce 0,015; peso 4^ grammi) e decorato presso 
le estremità con strisce parallele in rilievo; due bottoncini (diam. 0,015) che mo- 
strano nel mezzo una rosetta vuota, la quale anticamente fuori di dubbio era empita 
con smalto; due altri bottoncini rigonfi (diam. 0,012), l'uno dei quali ha una deco- 
razione eseguita a puntini d'oro (lavoro a granaglia), mentre l'altro è ornato con mo- 
tivi simili a foglie di vite, staccantisi da un fondo coperto con puntini di oro; final- 
mente un attaccaglio in forma di conchiglia {jiecteii) munito di due anellini per so- 
spenderlo (diam. 0,015). 

Di oggetti di bronzo furono trovati soltanto un piede scannellato di vaso ed un 
manico (alto 0,13), che finisce al di sotto in una maschera di Sileno, fornita d'una 
barba cuneiforme, la quale maschera palesa uno stile arcaico abbastanza avanzato. 

Notai inoltre due lekythoi d'alabastro (alte 0,15) ed uno strano oggetto di osso, 
il quale a quanto pare faceva parte d'un ombrello, cioè vi serviva per inserire le 
costerelle. Esso ha la forma d'un grosso disco (alto 0,03; diam. 0,045), perii quale 
passa verticalmente un buco tondo (diam. 0,025). Il cerchio che circonda la parte 
superiore di questo buco è munito di dieci intacchi che sembrano adattatissimi per 
fissarvi le costerelle. 

Mi resta di descrivere i vasi fittili scoperti nella medesima camera, cinque dei 
quali sono attici, uno di fabbricazione locale. 

Tra i vasi attici merita speciale attenzione un' olla munita di due manici obbliqui 
(alta 0,18; diam. dell'orifizio 0,225; forma: Furtwaengler 7?e/"//yier Vasensammlaag 
tav. VI n. 214), la quale in ogni lato mostra la medesima rappresentanza a figure 
nere, eseguita con grande trascuratezza. Non mi sembra impossibile che vi si tratti 
di un fatto simile a quelli ultimamente accennati dal Klein ('), che cioè il pittore 
vascolare, avendo già incominciato ad eseguire la scena da raffigurarsi, repentinamente 
la cambiò in una rappresentanza di significato diverso. La pittura ripetuta in ogni 
lato dell'olla, tale quale si presenta attualmente, è composta dai motivi seguenti : 

(') Jahrhurli d.-s arrh. histituts VII (1802) ji. 1 12-14 1. 



COnXETO-TARyUlNIA — .")1 — REGIONE VII. 



Nel centro sono rappr->i'iit;iii iiuaitio cavalli galoppanti verso destra. Dietro all'ul- 
timo cavallo a sinistra si \ede un peisouajrgio (verso d.), la cui maggiore parte — com- 
presa la testa — è coperta dai quadrupedi. Non se ne travede altro che il torace co- 
perto da una veste e sul dorso lo scudo (dipinto con colore bianco) quadrangolare e 
rigonfio, caratteristico per gli aurighi. Nel campo dietro a questo personaggio è dipinto 
con colore rosso un oggetto simile ad una spada, il quale non sta in alcuna rela- 
zione col resto della rappresentanza. Davanti ai cavalli procede velocemente verso d., 
ma rivolgendo la testa indietro, una donna — riconoscibile come tale per la carna- 
gione bianca — , vestita con alto berretto aguzzo e con un corto e stretto chitone. 
Essa è priva di qualunque arma, le braccia sono incurvate e le mani congiunte all'al- 
tezza della vita. Una simile figura procede dietro ai cavalli (vereo d.). Tale scena 
è rinchiusa da due Sfingi sedute, ognuna delle quali guarda verso il vicino manico. 
11 pittore, rappresentando donne vestite col costume scitico, certamente ha voluto 
ralliguraro Amazzoni. Ma accettata questa interpretazione, fa specie che le vergini 
guerriere sono prive di armi e che anche l'insieme della scena non trova riscontro 
nei monumenti i quali si riferiscono ai miti delle Amazzoni. In tali condizioni 
spontaneamente sorge il pensiero che il pittore originariamente avesse voluto espri- 
mere un altro soggetto. La quale supposizione trova conferma in due fatti. In primo 
luogo dall'anca di una delle Amazzoni sporge un oggetto dipinto di rosso-brunastro 
che rassomiglia ad una coda da cavallo. In secondo luogo un'altra Amazzone ha il 
volto sproporzionatamente lungo, ciò che suscita l'inpressione aver il pittore coperfo 
un volto barbuto col colore bianco tipico per la carnagione femminile. Per essere breve, 
sembra possibile che il pittore in principio abbia avuto l'intenzione di rappresentare 
un soggetto molto comime nella pittura vascolare, cioè Bacco montato sul cocchio, 
preceduto e seguito da un Sileno, e che poi abbia trasformato cos'i fatto soggetto in 
una scena riferibile alle Amazzoni. 

(ili altri vasi attici trovati nella medesima tomba sono i seguenti: Un or- 
cietto linamente lavorato (alto 0.045), decorato sul recipiente piatto colla figura rossa 
d'un delfino (verso s.). Un vaso (alto 0.1 la) informa di IcpitUtams (non eguale ma 
simile a Furtwaengler tav. VII n. 338) con un ornato rosso a schacchi che gira attorno 
la parte superiore del recipiente. Una tazza (alta 0,07; diam. O.l.'ió). il cui reci- 
piente è circondato da una zona di palmette nere sopra fondo giallo. Un'anforetta 
(altau.lT) decorata sotto il collo ed attorno la parte più gonfia del recipiente con 
palmette impresse e coperta di tìni.ssima vernice nera. 

Il vaso di fabbricazione locale, trovato nella medesima tomba, è lavorato in buc- 
chero grigio scuro. Esso consiste in un cerchio (diam. di luco 0,07). sul quale in distanze 
simmetriche sono imposte tre ollette (alte 0,M8.')). Sembra aver servito a tavola per 
contenere il sale e due altre spezie. 

Il 29 febbraio a nord degli stradali che trovansi fra il Tiro a segno e le Arca- 
telle fu scoperta una tomba a pozzo, nella quale il corredo funebre era rinchiuso in 
un grande ziro d'argilla (dolium). Siccome la lastra di pieti-a che copriva lo ziro non 
chiudeva esattamente, così della terra si era infiltrata entro il recipiente e colla sua 
pressione aveva sconvolto in gran parte il contenuto del dolinm e danneggiato il piede 



REGIONE VII. — ,").) — COKNKTO-TARQUINIA 



dfl vaso cenerario in lamina di colore aureo (') postovi nel centro. Tale vaso (alto — in 
quanto è conservato — 0,2ó), nella fonna e nella decorazione a sbalzo corrisponde general- 
mente ad un esemplare trovato in un'altra tomba tarquiniese a pozzo, anche essa provvista 
d'un dolium. Quest'ultimo esemplare però, il quale è riprodotto nei Mon. dell' Inst. voi. XI 
tav. LX n. .5 (-), non serviva da urna ceneraria, ma apparteneva al corredo funebre accom- 
pagnante, l'urna. Esso è munito di due manichi gii-evoli entro due fermagli, ognuno 
dei quali resta fissato con due chiodi sulla striscia di metallo formante l'orifizio. Sic- 
come sul vaso recentemente trovato in ogni lato della medesima striscia si osservano 
due buchi, così risulta che anche questo vaso originariamente era fornito di due simili 
numichi e fermagli, i quali sono stati levati per poter imporre al recipiente un coper- 
chio. Questo coperchio e decorato nel centro con una specie d'ombelico, dal quale strisce 
rette come raggi si dirigono verso una zona di piccoli tondi che gira attorno la peri- 
feria, tutti questi ornati lavorati a sbalzo. Siccome il coperchio è fissato molto soli- 
damente sul recipiente, così non si è ancora rischiato di toglierlo per paura di rom- 
pere il vaso. Può essere dunque che entro questo vaso si trovi ancora qualche piccolo 
manufatto frammisto alle ceneri. 

Ora passo alla descrizione degli oggetti aggruppati attorno all'urna ceneraria. Vi 
erano due vasi in lamina di colore aureo, cioè una tazza munita d'un manico verticale e 
baccellata attorno al recipiente (alta — compreso il manico — 0,19 ; diam. 0,19) (^) ed un 
piatto semplice (alto 0,085; diam. di luce 0,23). Tra le stoviglie notai due esemplari di 
fabbricazione locale, lavorati a mano nel così detto bucchero italico, cioè una tazzetta (^) 
ed im'oUetta, ambedue con manico verticale (la prima alta — compreso il manico — U,U6, 
diuui. U,()9; l'olletta alta 0,09, diam. dell'orifizio 0,08). Ma vi era anche un vaso (alto 
0,23), il quale è lavorato al tornio e perciò sembra importato. Esso ha il recipiente sferico 
ed è decorato con ornati — zone orizzontali, strisce verticali, triangoli — rossi sopra fondo 
giallastro. Per ciò che riguarda la forma e la tecnica, questo vaso corrisponde con 
quello riprodotto nei Man. dell' List. XI tav. LIX n. 18 (■'), ma ne diversifica alquanto 
nella disposizione degli ornati. 

Sul fondo poi del doUmn si trovarono sparsi molti oggetti di piccole dimensioni. Vi 
notai una fusarola d'argilla giallo-rossastra a sette faccette, due grani cilindrici d'ar- 

(') Per quanto concerne questi vasi di lamina metallica del colore medesimo del nostro ottone 
(Ir. il voi. IV dei Monumenti antichi editi dalla R. Accademia dei Lincei, testé pubblicato (]>. 208-22(i). 
calivi il iirof. Barnabei, illustrando i vasi scoperti nelle più antiche tombe delle necropoli di Narce 
e (li Falerii, ha inserito una Memoria che produce una vera rivoluzione noi nostri apprezzamenti 
sulla tecnica antica. E per amore di brevità dichiaro che d'ora in poi nelle mie relazioni mi servirò 
sempre delle determinazioni esposte nella Memoria suddetta. 

(«) Cf. BM. deWInst. 1883 p. 119 n. 1 ; A>in. 1S83 p. 289 n. 5. 

(3) Essa rassomiglia all'esemplare riprodotto nei Mon. delVInst. W fav. LX n. 2. 

(') Simile all'esemplare riprodotto nei Mon. deU'Inst XI tav. LX 21-21'. 

('') Il Gsell Fouillc.i dans la nécropole de Vulci p. .390 not. I attribuisce questo vaso alla 
categoria degli u exemplaires d'imitation », suppone dunque a quel che paro che essa sia un'imita- 
zione locale d'un vaso importato. Sopra la quisfione, se questi due vasi fossero lavorati al tornio. 
ho domandato un parere al sig. Scapjiini, proprietario e direttore della nota fablirica cornetana di 
vasi ili]iinti. Egli )ier ambedue esemplari mi ri,>;po.'io in maniera affermativa. 



CUKSKTO-TAHylM.NMA — .'ili — KEOIONE: VII. 



geiito ed i fraiiiincnti Hi pareoolii altri, quattro perle di vetro azzurro decorato con cerclii 
j,'ialli, una stretta spirale di Itronzo (alta 0,U2; diaiii. U.Ol). IJi libulo furono trovati dieci 
esemplari del tipo detto a sani;juisuga, nove dei quali di bronzo, uno d'argento, cinque 
esemplari di tipo simile ma muniti in ogni lato dell'ureo d'una sporgenza puntuta, 
tre coll'arco semplice scannellato, uno a<l arco semplice liscio. In due grandi fibule 
a sanguisuga (lunghe U,U7) è inserita una catenella di anelli di bronzo in modo cbo 
una parte di essa (questa parte lunga 0,25) riunisce le due fibule, mentre l'altra pende 
ingiù. Se tliinque queste fibule erano adoperate per fissare una veste sopra le due spalle, 
allora la parte della catenella stesa tra esse adornava l'orlo superiore della veste, 
l'altra pendente ingiù il busto in modo simile all'ó'w/ioc omerico ('). Sopra parecchio 
fibule sono infilati anelli. Quella d'argento è munita d'un anello del medesimo me- 
tallo. Negli altri esemplari notai soltanto anelli di bronzo. Speciale attenzione merita 
ima fibula di bronzo a sanguisuga, sopra la quale sono infilati tre anelli. L'uno n'è molto 
piccolo e senz'aggiunta. Il secondo più grande (diani. U,U35) ha infilate due perle di 
vetro, l'una celeste, l'altra bianca (non tralucida). Al terzo (diam. 0,02) è fissato un 
filo di bronzo che avvolge una freccia di pietra focaja. Ne risulta il fatto interessante che 
le armi di pietra </ih al tempo, a cui appartengono le tombe a pozzo, si usavano come 
amuleti, e che la superstizione, la quale durante l'epoca classica ed ancora ai giorni 
nostri si attacca a quegli oggetti, risalisce fino a tempi tanto antichi (-). Alla fino 
furono trovati anche diversi frammenti di bronzo, in parte muniti di buchi, i quali 
frammenti seml)rano provenire da due morsi di cavallo, spezzati a bella posta. Vi ap- 
jiartengono due rozze teste di cavallo simili a quelle che servono come ornato ai morsi 
lavorati nella prima epoca di ferro ('). 

Siccome nel (IoIìid/ì non vi era né un rasojo semilunare, il quale s'incontra rego- 
larmente nelle tombe a pozzo contenenti le ceneri di uomini, né alcun'arma. ma invece 
vi si trovarono una fusarola e grani di una o di più collane, cosi sembra che la tomba 
fosse stata di una donna. 

Gli scavi continuarono sui Monterozzi dal 12 febbraio al 12 marzo, nel qual 
giorno mi vi recai nuovamente. Ed ecco i fatti principali che meritano di essere 
notati per quest'ultimo periodo dei lavori. 

(') f'f. lli'Ibi); Dos homerisfhe Epos 2' ed. p. 268. Un vezzo siinilnieiite atti-ptfiato si osserva 
in un iiloM di terracotta (.\iihroditc ?) trovato in una tomba micenea: '/■(/■i;i(fp(c (ÌQ/itin).oyixi] 1888 
tar. 9 n. 1.5. 

(*) Cf. C'artailhac Z. '«'</« de pii^rre dans Irs souvenirs et superslilions populaircs, l'aris 187S. 
Bellucci Catalor/ue d'une coUection d'amulHtes i'alicnnex cnroi/t'e a ì'e.rposition de Paris, l'érouso 
1889. Heinach dans la Rerue archfologique Z* sino XI (1888) p. 71 net. 2. Verhandluni/en der Ber- 
liner GeseUschaft fùr Anlhropoloffie 1803 p. .5.58 s^'. Nell'Italia il più antico esem|>io di t.ilo su- 
|>eri<tizionc fino ad ora era fcmiito da un sepolrro ad inumazione scoperto nella necropoli .\rnoaliIi- 
Veli presBo Uoliii^ia : Xotixie deijli scavi ISS-I p. "0, XV. A tale esempio fanno sepuìto altri os- 
servati in necropoli cbu coiiten);ono già vasi dipinti attici : nella necropoli della Certosa di ]!o1of;nn 
(Zannoni Oli scavi della Certosa tav. XV n. 1 C-IO p. GG), in quella di Marzabotto (liozzadini l'Ite- 
riori scoperte nella necropoli a Marialiotto p. •12). in «nirlla di Tolentino piceno {lìM. di paletno- 
loifia italiana VI 1880 p. 1.50), in quella d't.Inieto (Ann. dell'Insl. IH?? y. 169). 

(') Goziadini Pe quelijues mors de cheval italiques (Bologna 1875) pi. 1. 



REGIONE VII. — tìl — CORNETO-TARQDINIA 

Il 13 febbraio a circa 40 metri dal Tiro a segno ed a settentrione di quest'iil- 
tinio fa scoperta una tomba a camera (limerà in. 2, larga m. l,i*0), con ingresso 
rivolto a ponente e con tetto franato. Era stata spogliata in antico, giacché sotto i 
rottami non si raccolse altro che parecclii frammenti di vasi campani o etrusco-cam- 
pani, due olle decorate con zone nere - senza dubbio prodotti d'una figulina italica - 
e tre lebiithoì d'argilla grezza. 

Più interessante era il contenuto di una toinba a fossa, coperta con lastre, la 
quale fu messa alla luce 50 metri a settentrione dal suddetto sepolcro a camera. 
Attorno allo scheletro (incombusto) si trovarono i seguenti oggetti: 

1) Un disco (diam. m. 0,041) lavorato in lastra d'oro clie sembra aver servito 
da pendaglio ad una collana. La decorazione a sbalzo - un ombelico ed attorno cerchi - 
rassomiglia a quella dell'esemplare riprodotto nelle Notizie 1882 tav. XIII 1 p. 14(3, 
il quale esemplare proviene da una tomba tarquiniese a pozzo ('). 

2, 3) Due fibule di bronzo, il ctii tipo si ravvicina a quello detto a sanguisuga. 
Ma ambedue hanno in ogni lato dell'arco una sporgenza leggermente puntuta ed 
attaccato al canale un disco che serve d'appoggio alla spilla. 

4) Una figura di Bes (alta m. 0,03) lavorata in pastiglia verdastra. Un foro pra- 
ticato nell'estremità superiore del pilastrino, al quale questa figura è appoggiata, 
prova che essa era sospesa. Non arrischio a decidere, se abbiamo da fare con un 
prodotto egizio o con un' imitazione fenicia. 

5) Uno strano guttus (alto m. 0,1.5) lavorato in argilla rosso-brunastra. Consiste 
in un cerchio vuoto, alla cui parte anteriore è attaccata una protome di toro, mentre 
dall'orlo inferiore si distaccano le quattro zampe. Sulla parte posteriore del cerchio è im- 
posto il tubo, mediante il quale il liquido s'invasava nel recipiente circolare. Per ver- 
sarlo serviva un buco praticato nel muso del toro. Le orecchia del toro sono ornate 
con orecchini composti di gruppi di anellini di bronzo. 

6) Una specie di fiaschetta (alta m. 0.155), lavorata a mano in argilla brunastra. 
Il recipiente ha una forma sferica, il collo una direzione alquanto obliqua. Il primo 
è riunito a! secondo mediante un manico verticale. 

7) Una tazzetta lavorata a mano nella medesima argilla (alta m. 0,085; diam. 
m. 0,09), simile all'esemplare riprodotto nei Moii. dell'Inst. X tav. X" n. 15 [Anii. 
dell' Inst. 1874 p. 262 n. 15). 11 tipo appartiene a quelli comuni alle tombe a pozzo 
ed a fossa (-). 

8) Un' oUetta (alta m. 0,086) della medesima tecnica colla tazzetta n. 7. Ha duo 
manici verticali ed in ogni lato del recipiente una sporgenza. 

11 23 febbraio fu fatto un saggio a settentrione ed alla distanza di circa 100 metri 
dal secondo miglio della strada provinciale. Vi fu scoperta una tomba a camera col 
tetto a schiena, lunga m. 1,05, larga m. 2,20, alta (cioè massima altezza) m. 1,80. 
L'ingresso è rivolto a ponente. Sopra ognuna delle due banchine si trovarono due 
scheletri e sopra 1' una come 1' altra banchina si osservò il medesimo fatto, che 

(i) Cf. Ami. dell'Inst. 1884 p. 122 note 4 e r-,. 

(») Cf. .inn. deWInst. 1881 p. 118-119 iiot. 4 n, 1. 

(j.ASSK. IM Siir.N^K Mon.M.i ecc. - Mem'MUK. — Voi. II, Si-rio 5'. l'irte 2". 8 



ROMA 



— 58 — ROMA 



cioè le ossa del corpo, ileposto prima, erano state rimosse verso la parete, per far 
posto alla salma indottavi postiriormente. La tomba <,Mà anticamente era stata visitata 
e spogliata degli oggetti preziosi. Perciò essa conteneva niente altro che una punta 
di lancia in ferro, lunga m. 0,42, otto stoviglie greche e sei vasi di bucchero nero. 
Le stoviglie greche sono un orcio (alto m. 0,275) coll'oritizio tondo e con due di- 
schetti attorno airestrernitii superiore del manico (forma: Furtwaengler tav. IV n. li»), 
la cui decorazione dipinta non si riconosce, essendo l'intero recipiente coperto dun 
grosso strato di sedimento calcareo; due tazze (alte m. 0,1<J(>; diam. m. (i,12; forma: 
Furtwaenu'ler tav. V n. 117), i cui piedi sono dipinti con vernice brunastra, mentre 
Zone del medesimo colore adornano tanto l'esterno quanto l'interno del recipiente; 
tre lekythoi decorate anche esse con zone bruuastre ; due piattini con zone rossastre, 
ognuno presso la periferia munito con due buchi per sospenderli. 1 vasi di bucchero 
sono tre calici bassi con zone gratlite attorno la parte esterna del recipiente e tre 
tazze semplici, ognuna munita con due manici orizzontali. 

Nel proseguire lo scavo verso il secondo miglio della strada provinciale il 26 feb- 
braio circa 200 metri dal sepolcro dipinto detto delle duo bighe ovvero di Fran- 
cesca Giustiniani (oggi insignito col num. 22) fu scoperta una tomba franata ed anti- 
camente spogliata, r ingresso della quale guardava a ponente. Sotto i ruderi non 
si trovò altro che parecchio stoviglie, le quali tutte quante sembrano di fabbricazione 
locale, cioè cinque orci (forma simile a quella riprodotta dal Furtwaengler Bcrliner 
Vasenmmmluiifj tav. IV n. 63) coperti di cattiva vernice nera ed alcuni piatti e 
lekythoi d'argilla grezza. 

Dal 26 febbraio al 12 marzo non avvennero scoperte di sorta. 

W. Hklbig. 



Vili. ROMA. 
Nuove scoperte nella citlà e nel suburbio. 

Regione IV. Nella parte occidentale del tempio di Venere e Roma, il Mini- 
stero della Pubblica Istruzione ha fatto rimuovere le terre, che formavano il giardino 
annesso alle moderne fabbriche dell'ex-convento di s. Francesca Romana. Alla pro- 
fondità di m. 2,80 si è trovato il pavimento dell'antica cella, una parte del quale 
è ancora lastricata di porfido e ili pavonazzetto. 

Nello sterro si sono trovati molti frammenti di bellissime colonne di porfido, 
di diverso diametro. Alcuni di questi rocchi appartengono all'ordine inferiore della 
decorazione intorna del tempio; ed uno di essi misura m. 2,40 di lunghezza e m. 0,86 
di diametro. Altri spettano all'ordine superiore, ed hanno il diametro di ra. 0,36. 
I rocchi maggiori sono similissimi a quelli che furono posti, alcuni anni or sono, 
lungo il lato esterno della basilica di Costantino, ed evidentemente provengono dal 
dmao adrianeo dedicato a Venere e Roma. 



ROMA — -ìO — ROMA 

Sono btati puro rocupeiati fiainincnti di capitelli marmorei, d'ordine corinzio; 
pezzi di cornici intagliate, e mattoni con bollo di Cablirica.Uno di questi è dell'anno 123 
e delle figuline di Claudio Liviano {C. I. L. XV, 932); due portano il bollo, del se- 
colo quarto (ib. 1620); ed altri tre sono improntati col noto sigillo delle officine 
Domi/.iane (ib. 1569 «), anch'esse del quarto secolo. Ciò indica che la prima 
costruzione di Adriano nei primordii del quarto secolo fu in gran parte risarcita e 
rinnovata. 

Kegione V. Demolendosi una piccola casa rustica nell'area della villa già 
Giustiniani, poi Lancellotti, fra la via Ariosto e il viale Manzoni, è stato ricono- 
sciuto ch'essa era stata costruita sopra un avanzo di antica fabbrica, le cui mura 
erano di opera reticolata. Il rudero messo allo scoperto, presenta una stanza di circa 
metri 5X4, coperta a volta con intonaco, e con un'apertura in un lato per darvi luce. 
Sopra di essa fu in antico elevata un' altra costruzione in mattoni, dei quali restano 
appena due o tre filari. 

Tra i materiali di fabbrica fu raccolta una lastra di marmo, di m. 0,64 X 0,27, 
con l'avanzo di iscrizione sepolcrale cristiana: 



DEPOSITA mi NOIIAS • D sic 

FL VALENTINI4NO AVO I 
OVIESCET IN PACE sic 



Spetta agli ultimi decenni del secolo quarto, nei quali i Flavii Valentiniani 
Augusti più volte ottennero il consolato. 

Via Tiburtina. Per i consueti lavori al pubblico cimitero nel Campo Verano 
è stato trovato un frammento di lapide sepolcrale cristiana, che certamente proviene 
dal sottoposto cimitero di Ciriaca. Vi si legge: 

E • BENEMERENTI • QVAE • VIXIT 
NSENSV- DEPOSITA • III -IDVS-SEPTEMBRES • 
ÀCE FECIT CLARISSIM,v\ SORORI 



aiiìios . ... me 
iti 2) 



Si è pure rinvenuto un frammento di tavola lusoria , che conserva le parole : 



maCnvs 

VINC AS 



Evidentemente nei primi due versi si contenevano le formole, già note per pa- 
recchi altri consimili monumenti: Circus -plcnus, clamor magnux. Per l'ultimo verso 



POMPEI, rARANTO — <J0 — REGIONE I, li. 

SÌ ha un confrouto ìd uua eguale tavola lusoria, pariuieule trovata al Campo Verauo, 
nella quale si legge: Circiis ple/ius, clamor tnanniis, Eugeni vincas {Dull. comun. 1877 
p. 88). 

Per i medesimi lavori si licupcrato : mia piccola testa di Genietto, in terracotta; 
un frammento di vaso vitreo, baceullato; un peso rotondo, di basalte; una lucerna 
in terra rossa, intiera, senza ornati o col bollo di fabbrica FORTVNATI. 



REtìONK I (LATIUM ET CAMPANIA). 

IX. i't'.Ml'iìl — (liornalc del lavori rcilaUu daijU assniteuli. 

1-2 gennaio. Continuano i lavori di restauro nella regione IX, isola (!, e nella 
regione I, isola 5 casa n. .">. Si assicurano anche le pareti nelle caso 1 e 5 della 
regione VI, isola 8. Proseguono pure i lavori di pulizia delle case, strade e dei 
monumenti. 

3-4 detto. Non avvennero scoperte. 

l.") detto. Proseguono i re.stauri nella regione IX, isolai!, nella regione I, isola 4, 
nella casa n. 5 detta del Citarista e nella casa detta del Pozzo, regione VII, isola 2. 
Non avvennero scoperte. 

16-31 detto. Non avvennero rinvenimenti. 



Regione II (APULIA). 

X. TARANTO — Nuove seoperte epiurafìcJic. 

1 lavori di Taranto in questi ultimi anni hanno Iruttato molto materiale scien- 
tifico, che resta ancora inedito nel Jluseo Nazionale di quella città. Fra Taltro son 
venute fuori molte iscrizioni; le quali benché non siano di grande importanza, non 
sono tali tuttavia da restare ancora ignote ai cultori dcH'archeologia. 

Non si cessa per^ dal deplorare la scarsezza di iscrizioni greche in uua cittii, 
in cui le diverse manifestazioni della vita ellenica ebbero il più ampio svolgimento, 
e nella quale il grecismo continuò anche dopo la conquista romana. Le iscrizioni 
latine, tranne pochi frammenti, sono tutto di ordine sepolcrale e furono tutte rac- 
colte nei lavori eseguili dal Genio Militare fuori e dentro l'arsenale marittimo. 

1. Lastra di marmo; m. 0,24X0,18. 



/ Ao AN A I ] 

JAEnNE n I KOPni 

KAIArYNATAAYKA 



REGIONE li. 



(il — 



TARANTO 



2. Frammento su lastra di marmo bianco; m. 0,32X0,17. 



ÓYPriM/XIOS 
A T I r O N O Y 
'P Y TANEYZ ANTA0EOIS 1 



3. Frammento d'iscrizione su piccolo blocco di pietra viva; le lettere sono esili 
ed alcune quasi corrose, poiché pare che la pietra sia stata per molto tempo esposta 
all'azione dell'aria e dell'acqua; ni. 0,37X0,18X0,22. 



PA AINOS 
!--^_X ! A A 



4. Piccola lastra di marmo; m. 
0,13X0,09. 



5. Altra piccola lastra di marmo 
bianco; m. 0,12X0,08. 




-'-STTi 

TPIHPEAI/'i 
AYToSoEW 



6. Lastra di marmo con lettere 
molto incavate; m. 0,16X0,14. 



7. Lastra di càrparo con rozza cor- 
nice; m. 0,21X0,12. 





TAKANTO 



— C2 — REGIONE II. 



8. Su piccola lastra di marmo rosso 9. Sopra il lato lun<jo di uu blocco 

e con lettere quasi f,'rallite; m. 0,11 di carparo e con lettere mal eseguite; 

X0,0G7. ui. 1,25X0,70X37 ('). 




OPAIKICAC 



Venendo alle iscrizioni lutine, prima di ogni altro bisogna correggere la iscrizione 
pubblicata nel n. 10. della mia relazione intorno alle scoperte di Taranto; Notule 
1891 p. 42:j: dove per errore fu edito pineses invece di PINNESES. 

10. Sopra lastra di marmo grigio frammentata e ridotta in 4 pezzi : m. 0,38 X 0.39. 



V A R G^V> 



I —Q-^f ATA\ 
L-HELVIVSDIC 

\ V X. O R I 

\ \- 



11. Sopra lastra di marmo biancastro frammentata e ridotta in 5 pezzi; m. 0,30 X 0,27. 



7~r\ 

L- TAMP/AIvfVS' 



ys-\;i 



oPTvrysyixiT 



A N • V ì -i^i-Elg-I-LL 
HS- 



(') Questo blocco trovavasi in una costruzione di forma semicircolare, rinvenuta nello sterro 
dell'angolo sud-ovest dell arsenale marittimo. Tale avanzo di monumento deve rimandarsi ad epoca 
molto antica, non solo percliè era formato da p.irallclcripedi tutti delle proporzioni di quello clic 
contiene la parola prcca sopra riferita, p mossi insieme senza malta; ma anche perclù' stava a circa 
8 metri «otto il piano di campagna ; mentre clic la iscrizione p.irc tracciata in tempo posteriore e 
da mano inesi.eria. Intr.rnn alla destinazione del monumento nulla fu possibile ronjictturarc. poiché 
nel resto si addcnlr.iva nel terreno che non venne taglialo. 



REGIONE II. 



G:5 — 



TARANTO 



12. Sopra lastra di marmo grigio frammentata e rotta in tre pezzi. Al disopra 
della iscrizione è inciso un cerchio con rottone, formato da segmenti di circolo; nei 
lati due delfini; m. 0,37X0,26. 



/D ■ M • 

JoyiUA ■ IVLIAc^ 
HICESTSITA QVEVI 
XSITANNIS-LXXV-ME 
SIBVSIII DIESVFILIE 
MATRI-BENE-MERE 
NTI'FECERVNT-ET-NE 
\ICIE ■ AVIE ■ BENE 

-<ri-posvERVKr 



13. Sopra frammento di lastra in marmo bianco, rotto in due pezzi e con cor- 
nice nella parte superiore; m. 0,39 X u,39. 




14. Lastra di marmo bianco in 
tre pezzi; m. 0,25X0,16. 



16. Id. frammentata in un angolo ; 
m. 0,22X0,16. 



C R A P T E 

VANNVH-S-E 



GRAECINIA 
a SEVIA O 
YIXITANIIII 
H -S-E- 



16. Lastra in marmo biancastro; 
m. 0,23X0,16. 



17. Id. di marmo bianco; m. 0,24 
X0,24. 



VENN C 


PROSDI 


VAIIII-D 


H-S-E- 


GRATV^J 



^^<^I A N Vv 
-ARIA • VI • AN I 



XXXX ■ H ■ S • E 
A;UN ATI VS _ 

y) s ijyi-^'- 



^ 



^ MATERE 



TAHAXTO 



— (U — 



HEOIONE II. 



18. Piccolo frammento di grande iscrizione su lastra di marmo bianco: lo let- 
tere sono lunghe ra. 0,24 e molto bene scolpite; m. 0,36X0,S1. 



i 



jES 1 amento 



19. Lastra di marmo baidiglio; 
m. 0,24X0,20. 



2n. hi. (li marmo grigio; iii. U,15 
X0,14. 



^TINA 
{X-HSE 

_CARIS^ 



M • A N II 
I AN V| 



21. IJ. di marmo bianco: lettere 
grandi e ben incise; m. 0,21X018. 



22. Id. in marmo bianco; m. 0,12 
X0,13. 



Xtds 

u 




26. Id. id.; m. 0,15X0,15. 



24. Id. in lettere alte m. U,21 e 
ben scolpite; m. 0,26X0,24. 



1 V l; 



[li 



25. Lastra in marmo grigio; 
m. 0,13X0,12. 



2t>. Id. id. con cornice laterale e 
lettere piuttosto grandi ;.m. 0,23 X 0,13. 






REGIONK li. 



— (55 - 



T Ai; ANTO 



27. Lastra in marmo bianco; 
m. 0,14X0,22. 



28. Id. con cornice nella parte 
superiore; m. 0,22X0,22. 



I 



RCHIV 

ARIVS^ 




2y. Lritraa in marmo grigio; 
m. 0,23X0,29. 



yo. IJ. iJ. ; m. 0,1(JX0,1.J. 



(^ 



ETINCOL 
ICE 



L 



\ 

\ 



frTANN 
XXII 
^•S-E 



31. Lastra di marmo bianco; 
m. 0.16X0,11. 



32. Id. id.; m. 0,15X0,09. 





33. Stela in marmo bianco mancante nella parte superiore: ornata con rilievi 
di foglie nei quattro lati; m. O.oO X 0,18 X 0,04. 



VS FIRMVS 
MAIRI- ET 
SIBIQVI 
V-ALVH-SS 



34. Su grande lastra di carparo e con listello sporgente nella parte superiore e 
nella inferiore. F'iVidentemento fu adoperato nel fregio di qualche cdifizio, anche 
perchè fu trovata in.^iunie a molti blocchi della stessa pietra, alcuni sparsi al .suolo, 
altri ancora in costrii/ioni' nel sito dove ora sorge la casa Fanigliulo nella via d'Aquino. 
Ivi furono pure Inivati riiHjnc i_n'andi pc/./.i di cornice in marmo, due dei quali 

(j.ASSK DI Srir.NZK MOUAM rCC. — Mli.MnUlK - Vul. II, ^l'vio ò ', jiaite 2'. 9 



TAKASTO — fio — REGIONE IL 



appartenenti a frontone e molti framnu'nti di una ptatua di epoca romana ; m 1.20 
X().-17 X (t.;i(t. 



f-.EPlDIO- P F Nk 



o"). lu altro pezzo della stessa pietra, in lettere dello stesse autore e probabil- 
mente della stessa iscrizione; m. 0,50 X (j,47 X 0,30. 

CAPI" 

Mi. Su lastra di carparo con cornice nella parte inferiore; le lettere sono alte 
m. 0,29; m. 0,77X0,64. 



|MIG 



37. Stela di càrparo lavorata nella parte superiore con due angoli sporgenti nei 
lati ed un arco nel mezzo; m. 0,5.') X 0.32. 

A ■ HORDIONN 
ESSPER VIX s<> 

AN ■ L X V ■ 
H ■ SE 

38. Stela di carparo lavorata a tre angoli sporgenti nella piutc sui)«io». <iiie 
uei Iati ed uno nel mezzo; m. 0,88X0,2(3. 

Q_ PLOTIV 

SIANVARI 

VS- VIX 

ANNIS 

XXV 

HS E- 

39. Stela di cai-paro lavorata nella parti- superiore come la precedente. 

PATHRIA 

AMPLIATA 

V • A XI 

HSIIST 

CONTVBIIR 

NALIIS ■ Mll 

RIINTI 



REGIONE II. — ùi — TARANTO 

40. Stela di càrparo lavorata come le precedenti: alcune delle lettere sono al- 
quanto incerte per la corrosione della superticie; m. 0,78X0,52. 

D • M ■ S • 
LAQVIVSSATER sic 

VIXANLX 

H ■ S • E 
ItZIAFOTVNATA aie 
COIVCB-ME- 
ET-SIBIVIXAL- 

H • S • E • 
ET-FILIPARENTI 
BVSBM'FECERVNT 

41. Stela sepolcrale in càrparo lavorata nell'alto alla solita maniera; ra. 0,83 
X 0,39. 

D • M ■ 

C • IVLIVS 

ABASCANTv 

S • V A XXXX 

H-S-EST 
SEXTIA-SAT^ 
RNINAC- B 
M • F • 

42. Stela sepolcrale di carparo con lettere molto guaste, alcune delle quali se- 
gnate in rosso; m. 0,74X0,44. 

POP H INI 

SERCLYPO 

VIXANNL 

ARTEMIO 

ORVSET- 

FEROXA 

MICAE-BM 

43. Stela di cài-i)aro lavorata allo stesso modo nella parte superiore ; m. 0,70 X 0,34. 

C • SCEVI 
VSHILAR 
VS-H-I-S sic 
CLAVDIA 
PRIMA 
HIS- sic 



TARANTO — '>*^ — UEOIONK II. 



•11. Altra stela simile; in. 0.72X0,39. 

C-MEMInJ 

vsaSì'hv 

VA XXX 
HSE 



•lo. Stela sepolcrale di càrparo, lavorata a froiitoue nella parte superiore con 
lettere rozzo ed in parte corrose; ni. 0,70X0,36. 

ARTIMIA 
APRHODITIA 

H-S-E 



40. Stela sepolcrale in carparo lavorata al solito modo nella parte superiore; 
m. (1.78X0.36. 

PHALERES 
A- XVI 

H • ES- 



47. Stela sepolcrale in càrparo lavorata nella jiarte superiore a tre angoli, dei 
quali manca uno; m. 0,72X0,38. 



ACERRONIA 

ELEVTHERIV 

VA LXXV 

USE' 



48. Stela di carparo frammentata nella parte supcriore; ni. 0,75X0.34. 



M • A7777777Trr 

NIVS ■ M ■ F 
M A L L V S 
V- A IX 



REGIONE II. - ((0 — TARANTO 



49. Stela sepolcrale di càrparo, rotta in due pezzi e lavorata al solito modo 
nella parte superiore; ni. U,80XO,4(t. 



PAEZVSA 
VA-VII 



50. Stela sepolcrale di càrparo terminata ad arco nella parte superiore ; 
m. 11.73X0,46. 

L XALIDIVS sic 
VENERIVS 
VAXXXV 
HSE 



51. Stela di càrparo finita ad angolo nella parte superiore; m. 0,60X0,43. 

C • VETIVS 
ECVNDVS 
VIXALXHI 



52. Stela in càrparo con lettere incavate e tinte in rosso: la parte superiore è 
a tre punte ; m. 0,59 X 0,42. 



M ■ PVBLILIVS 

LVCRIOVIX 

ANCVCA 

RVS ■ SVIS 

HES- 



53. Stela sepolcrale in càrparo frammentata allo stesso modo nella parte supe- 
riore. 

MCLODIVS 

PRIMOGENE 

V. A- X / 

A N ^- C ,- 



TAKANTO — «U — REGIONE II. 

"»4. Sopra framiuonto di stela sepolcrale con lettere molto corrose; ni. 0,34 X 0,48. 



)'«777777///iA 

ILYDEVIX 1 

."SS. Frammento di stela sepolcrale in càrparo con epigrafe incompleta e con let- 
tere molto corrose; m. 0,47X0,36. 




56. Frammento superiore di stela in càrparo con iscrizione incompleta; m. 
0.22 X 0.34. 

D • M- 

MALLEGINIVS 



57. Stela sepolcrale in càrparo frammentata nella parte inferiore, e con lettere 
molto guaste nelle ultime due ri{,'be ; m. 0,30 X 0,28. 

D » M 
SABINIANVS 
VIXANXIII 
H- S- E- 
////ILIS VIR 
/////E-B.M-F 

58. Frammento di stela in càrparo; m. 0.28X0,20. 

jELVIA 

.'S- E- 

I 

51*. Frammento di stela in càrparo con testa virilo di liassa arte romana, alt. 
m. i>,3!». 

MIS 
/lXHSE 



REGIONE II. — 71 — TARANTO 



60. Nella parte anteriore di un basso pilastrino in càrparo con testa virile di 
bassa arte romana; alt. m. 0,39. 



C-MVTIFAVSTE 
SALVE 



61. Riproduco completandola l'epigrafe tarantina, pubblicata dal prof. Sogliano; 
Notisie 1893, p. 255, n. 6. 

QVE«eRIVS 
MASCHIO 
VA ex 

L. Viola. 



Roma 18 marzo 1894 



REGIONE XI. là liOKGO.M ASINO, PAVIA 



AI A R Z O 



Regione XI (TRANSPADANA). 

I. BORGOMASINO — Moneta barbarica di oro. 

Nelle No ti:/' e del 1893, pag. 259, parlando della scoperta di sepolture barba- 
riche fatta in questo comune, accennai ad una moneta di oro, imitazione dei 
nummi imperiali del V o del VI secolo, rinvenuta in tale sepolcreto. Di questa 
moneta io non aveva potuto vedere allora che un'impronta imperfettissima; ma, avendo 
avuto ora occasione di esaminarla, vi ho riconosciuto una delle note imitazioni dei 
tremissi di Maurizio Tiberio (582-602), sottile, leggermente solfata e circondata da 
un cerchietto, particolarità osservate nelle monete longobarde dell'Italia superiore e 
della Toscana: 

DN tDAVRCTbPPVI. Busto diademato a destra. 

R}. VICTORIAAVIVITORVN. Victoria di fronte con la corona ed il globo 
crucigero; nell'esergo CONOB; nel campo a destra + (mm. 18; gr. 1,496). Una 
simile è riprodotta dall'Engel e dal Serrure a pag. 31 del loro Trai/.é de numis- 
matique dii moyen dge (Parigi, 1891). 

E. Ferrerò. 



II. PAVIA — Avanci di un antico ponte romano presso la città, 
e Note di topoi/rafia nella regione dell'antica licinum. 

Nel breve periodo che passai nelle scorse vacanze a Pavia ho eseguito alcune 
ricerche nel territorio che circonda immediatamente l'antica Ticiaum, e che dal lato 
archeologico, e specialmente preistorico, può dirsi ancora inesplorato. Perciò poteva 
offrire campo a studi interessanti, principalmente perchè, data la frequenza di stazioni 
dell'utà del ferro lungo tutta la vallata ed il bacino del fmme Ticino sino a Castel- 
lotto-Ticino ed al famoso territorio di Golasecca, potevasi sperare che nella regione 
comprosa tra i due rami del delta del Ticino ed il corso del Po, regione forte e si- 
cura, si dovessero avere i resti d'un centro notevole di quelle genti. Ma la scarsezza 
del tempo ed anche dei mezzi scientifici e materiali, e più di tutto le esigenze dei 

Classi-: di scIE^zE morali ecc. — Mf.mokie — N'ol. II, Serie S", parte 2" 10 



PAVIA 



74 — REGIONE XI. 



miei studi, mi costrinsero a limitare per ora il campo delle mie ricerche e dirigerle 
ad un più modesto ambito, cioè allo studio di alcuni manufatti, esistenti nel letto 
del fiume stesso, a poca distanza dalla cittA di Pavia, e che già avevano vagamente 
attratto l'attenzione di alcuni dei più insigni scrittori di storia locale (')• 

La città di Pavia, come è noto, ha conservata la sua posiziono nell'ambito dell'an- 
tica Ticinum, e siede sulla sponda sinistra del fiume, che diede nome alla città romana, 
elevandosi a poco a poco sino a raggiungere l'estremità superiore del terrazzo quater- 
nario, entro al quale è racchiusa l'attuale corrente del fiume stesso. Ancora attual- 
mente recinta da una poderosa cerchia di fortificazioni, è congiunta al suo più grande 
sobborgo sulla riva destra del fiume, da un ponte coperto, che per la sua forma, per 
la sua pittoresca irregolarità, è una delle caratteristiche della città moderna. 

K appunto sotto all'arco centrale di questo ponte che si notava nelle grandi magre 
la traccia d'una costruzione molto poderosa, la quale aveva dato luogo, credo, alla 
leggenda popolare dell'intervento del demonio nella costruzione del ponte sul Ticino, 
opera veramente colossale dei tempi di mezzo. Ma per quanto io abbia cercato negli 
archivi del municipio, e più ancora nelle opere degli scrittori di storia cittadina, 
nessuna notizia era cosi chiara da rispondere alle domande che si potevano fare in- 
torno a quell'avanzo subacqueo. 

Nello scorso anno la magra del Ticino, iu seguito ai fortissimi calori, fu delle 
più grandi; e così, essendosi ridotto a poco più di un metro e cinquanta cent, il velo 
d'acqua purissima, che copriva l'avanzo in questione, mi parve di potere asserire che 
si trattava di un basamento d'una pila di un ponte, il quale si trovava in questa 
stessa località, in momento precedente alla costruzione del ponte attuale. Decisi al- 
lora di approfittare dell'occasione favorevole e di fare il rilievo topografico, prima che 
qualche pioggia improvvisa facesse crescere il livello, o alterasse il colore delle acque. 
1 resultati delle mie ricerche non furono dei più copiosi, ma però non credo inop- 
portuno di presentarli nella speranza che possano incoraggiare a qualche altra ricerca 
sulla topografia dell'antica Ticinum (-'). 

Qui aggiungo uno sciiizzo topografico, eseguito dall'egregio mio amico Emilio Tac- 
coni, perchè possa la mia esposizione essere più chiara (fig. 1, 2, 3, 4). 

L'avanzo in questione dista m. 8.40 dal pilone centrale del ponte moderno, sul 
quale sorge una piccola cappelletta, e m. V.\'m dal primo pilone di destra. La sua 
forma (fig. 3, 4) è rettangolare, di poco rastremata verso monte, ove termina con uno 
sperone triangolare a larga base ed alquanto smussato. Invece a valle termina iu una 
testata a semicerchio, di cui si scorge nettamente il profilo. La pila ha la faccia supe- 
riore a m. 1,50 sotto il pelo della massima magra, e sorge per un altezza di m. 1,35 
dal letto sabbioso del fiume, che s'abbassa a destra fino a m. t,.".!) (fig. 1 e), a sinistra 

(>) Mi limito a citare Capsoni, Storia della citili di Pavia voi. I, cnj-. Ili e scjruenti. 

(•) Non voglio ililiinp.irnii n descrivere come iiroccdetti alla ricrea, n-ii del tutto a(.'ovole; 
arcndo dovuto condurla sott'acqua, con una corrente f-rte : devo j.cW. rendere sentite prazie al 
siirnor Emilio Tacconi, allievo della Kacoltà scientifica di queiriniversitil ed ai miei amici Ncpri, 
Caldino, Sanporpi. Sacelli ed altri, che mi prestarono pcntilmente l'opera loro di topografi, di ca- 
nottieri e di palombari, per il rilievo o per le misuraiioui subacquee. 



REGIONE XI. 



— 75 — 



PAVIA 



a m. 3,25 (fig. 1 (/), calcolanJo però semine uu minimum di livello, quale appunto 
era nello scorso anno. 

Sorgendo dal fondo, questa pila presenta due larghe riseghe, che le fanno quasi 
da basamento, e corrono lateralmente ai due fianchi ed alla testata posteriore, ter- 
minando dolcemente a smusso, a destra, dove comincia lo sperone, a sinistra invece 
alquanto più indietro (m. 1,00). 

La lunghezza totale della pila è di m. 12,20, computando naturalmente le due 
riseghe, che hanno ciascuna una larghezza di circa ni. 0,40. 




Fig. 1. 



La larghezza a monte, alla base dello sperone, è di m. 2,05 ; a valle, alla base 
del semicerchio, e tralasciando le due riseghe, è di m. 2,35, ed alla base inferiore 
m. 3,15. 

Come risulta da queste cifre e dalle figure qui aggiunte, questa pila è assai più che 
quella del ponte medioevale, svelta ed elegante, e si accosta, per la forma, alle chiatte 
di legno, con cui si fanno i ponti natanti. D'altra parte l'eleganza di questo pilone 



^. 




li 



Fig. 2. 



non urta allatto contro le esigenze tecniche a cui deve rispondere, giacche la forma 
stretta ed allungata, offre poco ostacolo alla corrente, mentre la leggera rastrema- 
zione e la duplice risega danno solidità e robustezza ai suoi fianchi. 

Già anticamente era noto ciò che la scienza idraulica moderna ha consacrato 
colle esperienze e coi calcoli, cioè che la resistenza statica d'una pila è tanto mag- 
giore, quanto meglio essa, pur essendo normale alla corrente, ne riceve l'impeto sopra 
piani obliqui, atti a rompere la corrente stessa ed a deviarla lungo i due lati. Nel 
nostro caso la costruzione risponde a tale esigenza: infatti la forma tozza, ma ro- 
busta del triangolo mouolatico a larga base costituente lo sperone, servo a tagliare 



PiVIA 



— Tfi — 



RBOIONB XI. 



la correute, costretta dopo a sfu^r<,'irc secondo i i>iaiii inclinati, dotormiDati dallo 
riseghe. 

D'altra parte poi la testata eurvilinea a valle, aualofja a quella conservata nei 
grandi ponti moderni in muratura, è atta ad impedire la formazione di gorghi peri- 
colosi alla navigazione ed alla soliditù stessa della pila, determinando il subito avvi- 
cinarsi delle acque, divise dalla punta dello sperone. L'eccellenza della tecnica si 
rivela altres'i dal modo magistrale ed eminentemente pratico col quale furono disposte 
le varie pietre che costituiscono l'edificio, come anche dalla scelt^i del uiateiiale. 

Esso è il bellissimo granito delle celebri cave del lago Maggiore, d'una com- 
pattezza tale che riuscirono vani tutti gli sforzi por staccarne anche un piccolo fram- 



l"lG. 3. 



mento che doveva servire a risolvere una questione storica e litologica insieme, sull'uso 
delle cave di IJaveno nell'antichità. Quanto alla disposizione delle pietre essa è chiara- 
mente dimostrata dalla tig. -1 ; solo deblio aggiungere che lo sperone e la testata superiore 
constano di due enormi blocchi, lavorati a perfezione; gli altri conci sono tagliati a 
squadra viva, disposti secondo le migliori regole d'arte e siffattamente aderenti l'uno 
all'altro, che solo dopo ripetute immei-sioni ho potuto esattamente notare le commes- 
sure. L'unione d'un concio coU'altro era ottenuto mediante grappe a doppio t, forse 
di bronzo, le cui impronte si notano ancora, come si notano quelle di altre grappe che 
congiungevano questi conci con quelli del corso soprastante. Si vede adunque che quando 




l'io. \. 



si costruì il ponte medioevale e si distrusse ci(^ che restava del ixinte più antico, si 
levarono anche da que.'^ta pila gli strati più alti, sino a togliere ogni pericolo per la 
navigazione; ma per quanto l'opera di distruzione fosse violenta e tale da non rispettare 
questo vetusto avanzo, essa non potè alterare la distribuzione della robusta compagine. 
Un esame per quanto mi fu possibile minuzioso ed accurato, che eseguii in tutto 
il letto del fiume nelle adiacenze del ponte coperto, e lo studio diligente della strut- 



REGIONE XI. 



— 77 — 



PAVIA 



tura e della composizione del ponte stesso, mi indussero nel più assoluto convinci- 
mento che la costruzione del ponte medioevale, come dirò più oltre, fu compiuta a 
spese del ponte precedente, o per lo mt-no di quanto di esso restava. 

Le altre pile di pietra, che, data la larghezza di m. 200 circa della corrente 
ed una luce degli archi di m. 12 o 14 ('), possibile colla struttura della pila stessa, 
dovevano essere certo più di 10, sono completamente scomparse, o comprese dal largo 
impostamento delle pile moderne, o forse anche sistematicamente distrutte. Come giova 
credere, al monieuto della costruzione del ponte medioevale, essendo stata deviata la" 
corrente per la maggior parte, apparvero allo scoperto almeno le parti più alte delle 
pile antiche, che furono adoperate nell'edificio nuovo, o direttamente, o anche estraen- 
done le belle piastre di granito, le quali si vedono ancora, quìi e là murate nei pen- 
nelli, negli speroni del ponte moderno, in mezzo al rosso vivo cupo degli eccellenti 
mattoni medioevali. 

Dalla pianta da me presentata (tìg. 5), più ancora che delle mie parole, apparirà 
chiaramente che la pila da me rilevata, appartenga all'antico ponte romano che univa 



PAVIA 




FiG. 5. 



la fiorente città di Ticinum col suo territorio finitimo, e che sosteneva sulle sue so- 
lide pile la grande strada, importante strategicamente e commercialmente, la quale, 
staccatasi dalla via Aemilia a Placentia, raggiungeva Ticinum ; e poi varcato il fiume, 
si dirigeva per Cuttiae e Laumelliim a Mutatio Diiriae, dove poi si divideva in 



(') La luce di 12 o 11 m. ò moltu considerevole per i ponti rom.ani, ed in generale veniva 
adottata solo nel caso che si volesse con un solo arco saltare danna sponda all'altra. Cosi, per esempio, 
nel ponte presso Kiakhta, nella Coinmagene, visitato dal prof. Moltke e dal Sester ed ora rilevato 
recentemente dall'architetto 0. Puchstein (V. Karl Humann, Otto l'uclistein, Reiscn in Kìein- 
asicn und Nordsyrien. liorlin 1800 p. 393 e seg. : Atlas, Taf. XLI, 1) abbiamo una luce di m, 14, 10, 
con una lunghezza delle due spalle di m. 8,20, inferiore, come si vede, a quella della pila ticinensc 
(m. 12,20). 



PAVIA 



— 78 — REGIONE XI. 



duo grandi rami, l'uno, che per Kporedia metteva ad Augusta Praeloria ed alVAlpes 
Poeninac, l'altra che per liigomagum ed Augusta Taurinorum, rajrfjiunjjeva la regione 
dei Cottii e di là la (ìallia (M. Non ritengo ardita la mia supposizione, in quanto 
che un ponte che faceva parte integrale di una delle più importanti arterie delllUilia 
e del mondo romano, e che oongiuugeva fra di loro città e territ<>ri liorenti per com- 
merci e per industrie, doveva essere certamente in pietra, perchè potesuo essere più 
sicuro e mantenere non interrotte le comunicazioni d'ogni sorta che avvenivano du- 
rante i lunghi secoli di tranquillo e forte dominio romano. 

Ed appunto di pietra, e solidamente ed elegantemente costrutta, è la pila che 
ancora rimane nel fondo del tìame ; e la sua forma e le sue dimensioni sono tali da 
reggere al confronto coi migliori editici congeneri che i Romani costrussero in tutti 
i paesi del loro vasto dominio (-). Kssa ricorda assai da vicino la forma delle pile 
del ponte detto dei Quattro capi sul Tevere a Roma, e quella del ponte Fabricio o 
dello splendido ponte Elio, nella medesima città. Questi ultimi ponti però, oltre ad 
essere nella capitale dell'impero, fanno anche parte di un complesso architettonico 
ed artistico, come il ponte Elio, clie completava la mole Adriana, o il ponte Fa- 
bricio, che continuava lo belle opere repubblicane ed imperiali del Palatino e dell'Aven- 
tino (^). Quindi tornano più utili i confronti colle costruzioni di ponti nelle provincia 
e sui contini dell'iiiipero, che furono recentemente rilevati e studiati, specialmente 
in Francia ed in Germania, quali ad esempio i ponti sul Rodano e suoi atlluenti ('), 
e i ponti sul Reno presso Magontiacura, Colonia, Augst-Wylen (•'), e sul Meno a 
Seligenstadt ed altrove, ricercati con zelo indefesso dalla benemerita società degli 
Altertuiiinfreunden in Ilheinlaiidc, la quale ha tanto contribuito alla conoscenza 
dell'antica civiltà romana su quei lontani contini. 

Un'altra questione che ora si presenta riguarda la forma di questo ponte. Dall'unico 
frammento sarebbe ardito desumerla; però non credo d'essere lontano dal vero, sup- 
ponendo che non solo questa pila, ma le altre che rimanevano dovessero essere co- 
strutte completamente in pietra. I Romani costrussero ponti in legno sui grandi fiumi, 
come il Danubio, il Reno, il Meno ("); ma preferirono sempre, nei luoghi dove le 

(') V. C. /• L. V, pap. 715 e r.iiiiicssa carta (IcU'aiitica Italia supcriore di U. Kirpcrt. 

(«) Per i confronti colle altre pile e coi ponti romani cf. l'opera un po' antiquata, ina sempre 
utilissima, di Guhl e Kohner, Dai Lehen der Griechen uni Ròmer p. 419 e seg. 

(») R. Lanciani, The Anricnt Rom. Roma 1800. p. 'JOO. 

(<) C. Lcntlicric, /fUtoirc d'un fìeuve. Lyon 1802, voi. 1, II. L'illustre ingegnere in capo di 
ponti e strade di Lione, ha in questo lavoro riassunto splendidamente tutte le notizie arclieolociche 
del bacino del Rodano, e l'opera sua merita d'essere segnalata a tutti quanti amano una ricerca 
coscienziosa e completa. 

(^) Wolff. Berlin. Philol. Iforlienschrift, VI, 18S6 p. 1381. Vili, 1888 p. 314; per i ponti 
kul Meno cf. K. K..fler, Alte Meinbrùcke bei Scli</enslad in llonner Studien a. 1885 p. 169; sui 
ponti del Reno a Colonia cf. il lavoro del generale Von Vcitli, Dos Rómi^rht h'Sln ( Vinchelmanns 
lùntproijrnmm 188.">);ed in generale per tutto le opere romane sui confini del Reno vedi E. HQbner, 
,V<rM''i/« Studien ùber den rùmischen Grcnzìrall in fleutschland in lìonner Studien a. 1888 p. 30, 48 
e fcg., 58 e ig. ecc. 

(") V. Koflcr. Alle MeinbrAcke ecc. in lìonner Studien a. 1885, p. 100. 



REGIONE XI. — 79 — 



PAVIA 



condizioni lo permisero, attenersi alia solida costruzione in muratura, lasciando la 
costruzione in legno ai luoghi paludosi, dove le pesanti pile in muro non avrebbero 
fatto buona riuscita ('). Potrebbe anche darsi che questo nostro ponte sul Ticino, pur 
avendo le pile di pietra, avesse la costruzione superiore, cioè i correnti, i supporti, 
le capriate e la balaustrata in legno, come per esempio il ponte di Magontiacum 
sul Keno, studiato dal eh. prof. E. Hubner (-). Osservo però un fatto che mi venne 
dato di notare durante i miei studi nel letto del tiuiue. Sotto il secondo arco, a 
partire dalla sponda sinistra, a m. 2,50 sotto il pelo dell' acqua, rilevai un grosso 
frammento di muratura, costituito da grossi quadrelloni rosso-cupi, d'eccellente cot- 
tura, fortemente cementati in modo da presentare quasi un solo masso, leggermente 
concavo su una delle sue superficie. Non vorrei ora andare errato, attribuendo quel 
frammento ad un arco crollato precedentemente alla costruzione di questo ponte me- 
dioevale, e di ritenere quindi che il ponte romano fosse costrutto nelle condizioni mi- 
gliori e completamente in muratura, come i ponti di Verona, di Roma ed altri. 

Più difficile è conoscere l'età a cui può risalire questo ponte, come anche il 
modo con cui gli architetti romani procedettero nella costruzione. Non conoscendosi 
allora l'arte delle fondazioni a pressione atmosferica, possiamo ritenere che il corso 
del fiume, la cui strada è chiaramente designata dai terrazzi quaternari, fosse stata 
deviata durante la costruzione delle pile e poi ricondotta nel suo letto a lavoro finito. 
Mi pare di ravvisare nella cosidetta Morta a monte del ponte, e nella linea di 
massima depressione lungo tutto il borgo Ticino, la quale è la prima ad essere inon- 
data nelle piene del fiume, la traccia di questo canale artificiale (tìg. 5, lett. a), 
utilizzato forse anche nella costruzione del ponte medioevale. Quanto all'età della costru- 
zione non credo possibile un giudizio; credo solo che essa possa risalire all'età augustea, 
quando, ampliato l'impero, assicurata la pace, si procedette alla costruzione od alla 
restaurazione di tutte le grandi arterie stradali che percorsero l'Italia e la allaccia- 
rono colle altre provincie transalpine. Se questa supposizione non è ardita, però non 
vi sono, per quanto io mi sappia, notizie letterarie od epigrafiche d'età classica, le quali 
accennino direttamente al nostro ponte. Solo abbiamo un ricordo assai breve, ma di 
grande valore, in Procopio {De Bello Gotico 2,25) che dice : uhi ( Ticino) Romani 
veteres ponte /lumen (Ticinum) iunxerunt. 

La costruzione del ponte che tuttora vediamo, dovuta a due architetti di Verona, 
risale agli anni 1351-1354, al momento cioè in cui la città di Pavia, sotto il dominio 
dei Vi-:Conti prima, e poi degli Sforza, aveva preso un grande sviluppo ed una grande 
importanza (•') ; ma nell'intervallo tra questa costruzione medioevale, e quella notizia 



(■) Sui ponti (li legno nelle paludi, rimando il left.iro ad una mia Nota sui ponies lomji della 
Germania. V. A. Taramelli, Le Campagne di Germanico nella Germania pag. 83 e se.?. 

(2) E. Hubner, Neiieste Studien ecc. p. 48 e sg. 

(') Torello Sairano {[Ustoria e fatti dei Veronesi, Verona 16-111 p. 52) parla di due arcliitotti 
insigni di Verona, Giovanni Ferrarese, Jacopo Go/.io, i quali « havevano fatto il ponte di Pavia 
sopra il Tesino, il quale gli era riuscito bene ». Questo avvenimento è posto nel 1351, o 1354 
(cf. Magenta, i Visconti e gli Sforza nel Castello di Pavia, pag. 30). 



PAVIA 



— 80 — REGIONE XI. 



di Pixwopio sul ponte Uoinano noi troviamo molti ricordi chu sembrano mostrare che 
quest'ultimo siasi conservato sino ad epoca assai vicina a noi. Così per esempio è noto 
che nell'anno lU'l l'impcriitore Unrico V con un suo decreto confermava alla ghibellina 
l'avia il privilejfio d'avere essa nila il ponte sul Ticino ('). favorendo in tal modo 
gli interessi di questa città a danno di Milano e degli altri borghi vicini. Tale pri- 
vilegio pere» durò solo sino al 1203, perchè in seguito ad una guerra accanita contro 
i Milanesi, i cittadini di Tavia. sconfitti, dovettero concedere ai loro vincitori la costru- 
zione d'un ponte presso Vigevano. 

Nell'aureo libretto De Laudil/iis civitatis Papiae (2) del cosidetto Anonimo 
Ticinese, così ricco di notizie riguardanti Pavia medioevale, noi abbiamo anche a 
e. XII un importantissimo cenno sul ponte. 11 passo, che cito por intoro, è il seguente: 
« ««///•« queììì ( Tìci/i'im) e$l poiis jicr dimidium sladium longiis. ipiasi dimidius 
copertila, habens hiac inde muros ac fenestras et a parte suburbii portam ciim 
valvis, sttpra quam est ecclesia S.' Saturniai. llabet etiam hic pons pilas ex saxis 

et lapidibiis factas et in aliqua parte lapideos arcus ftindatos saxis et ille 

Vetus pons dicitur. 

Ora questa insistenza sulle pile in pietra, che dovevano costituire una meraviglia 
nell'età medioevale, sugli archi di muratura, e più di tutto su questo nomo di pons 
l'eliis, che l'autore indica così chiaramente, per distinguerlo da un altro ponte di 
barche, inferii>re al primo (habet ipsa cioilas aliqttando pontem alium ligneiim toliim 
a parte inferiore ftuminis) , mi induce a ritenere che questo pons Vetus fosse ancora 
il ponte romano, con molte aggiunte posteriori e con molti ampliamenti di carattere 
militare. 

Tutte queste aggiunte e sovraccarichi, fatti forse senza alcun criterio tecnico, e 
forse anche qualche forte alluvione fecero crollare questo antico avanzo, certamente 
nell'intervallo dal l:«0 al 1:351, e tornati vani gli sforzi di riattarlo (^). si cominciò 
la costruzione, non del tutto spregevole del ponte coperto, che forma una delle carat- 
teristiche di Pavia. Durante questa costruzione, che assai probabilmente fu fatta 
colla deviazione della corrente, si fece, come dissi, tavola rasa di tutti gli avanzi 
ingombranti; solo venne lasciata, forse per la sua profonditi!, forse anche por un ri- 
spetto alla veneranda antichità, la pila che mi dette occasione a questo studio (^). 



(') .\zuvio, Cronico» e. IX, pag. 92. — Del Carretto, Cronaca di Monferrato voi. III. — 
< 111111111. Memorie spellanti alla cilUÌ e campagna di Milano IV, 77. 

(•) Ter giudiiio concorde dei piii distinti annalisti e storiufrr.'ifì di Pavia roper.i di questo 
anonimo, forse un esule, forse frate Onesto da Pavia, dev'essere riferita all'anno 1329, 1330. V. Mu- 
r.»triri. Rer. Italie, tcriptor. v. XI. — Bosisio, Gaietta provinciale di Pavia 27 pinpno 1857. — 
Terenzio, Comment. drll'nnnnimo ]ia(r, 91. — Maeenta, oj>. oìt.. i>. 2. 

(') Ho saiiuto troppo tardi che esistono in .ilcune ])arti dell'archivio di Stato di Pavia, alcuni 
documenti riguardanti le opere fatte dal Comune intorno al ponte. Li consultcrf» al mio ritorno in 
patria. 

(<) Non dobbiamo dimenticare che nel 1.3.5 1-1. '154, epoca di questo colossale lavoro, Pavia era 
sede llorente di Mudi e ili civiltà o piena di cortesia, come la dipinge Kranccsco Petrarca nelle sue 
epistole latine. 



REGIONE XI. — 81 — l'AVIA 

Un'altra osservazione che debbo aggiungere si è clie la pila romana da me rile- 
vata è sul medesimo asse delle pile del moderno ponte ; dal che si deve arguire che 
il ponte romano, non solo fosse stato nel medesimo sito nel quale sta il presente ma 
avesse avuto anche il medesimo asse, la medesima direzione. 

Sino a questo punto arrivano i fatti die io potei osservare colla massima diligenza; 
mi si permetta ora di desumerne alcune conclusioni non senza interesse per la topo- 
grafia dell'antica Ticiiium. 

Come è noto, il ponte medioevale sul Ticino si trova allo sbocco del Corso Vit- 
torio Emanuele ; ed io credo probabile ciie, come l'attuale ponte si trova sulla conti- 
nuazione della via più importante dell'attuale Pavia, così l'antico ponte, che come di- 
cemmo, ò posto sul luogo e sull'asse medesimo dell'attuale, dovesse trovarsi all'estre- 
mità meridionale d'una delle grandi arterie della città romana, e probabilmente della 
maggiore delle strade che la percorrevano dal nord al sud, cioè sulla linea del 
cardo maxiiìim {^). Non è facile trovare la prova diretta di questa ipotesi, giacché 
per Pavia lo strato di macerie che copre l'antico suolo è alto almeno tre metri. 
Però non credo che ci manchino affatto gli indizi. 

Se si osserva l'attuale pianta di Pavia, si nota al primo sguardo una regolarità 
non molto solita nelle città che si dicono medioevali (-). Il corso V. Emanuele, l'antica 
strada grande, e che come dicemmo va presso a poco dal nord a sud (tig. 6 A B) 
è intersecato normalmente dalle linee delle strade ora chiamate Corso Garibaldi, 
Via Cardano, Via Cavour, Via Mazzini e parallele (ib. C, D, E, F), le quali, insieme 
colle linee parallele del Corso principale, dividono la città in tante isole quadrate o di 
forma quadrilatera. Tale regolare distribuzione non è d'ora; anzi esistono prove certe 
che, almeno le grandi linee, risalgono molto addietro nella storia della città. Così 
nella pittura murale esistente nella chiesa di s. Teodoro {^), ed in quella inedita 
della chiesa di s. Salvatore fuori mura è facile ravvisare questa linea principale della 
strada (jraade, che dal ponte attraversa tutta la massa dell'abitato. 

Non senza valore è anche l'attestazione dell'anonimo Ticinese ( '). Questi, nella 
sua accurata descrizione della città (anteriore al 1330) ricorda che la parte interna 

(') Non posso qui entrare nella di.scussione intorno al valore dei due termini cardo e decu- 
manm, determinata dall'interpretazione diversa data dai filologi ai passi di Servius Verq. Georg. 
I, 12(): Festus, pag. 71 (v. Nissen, Das Templum, p. 13 e seg.; Curtius, Gr. Ft>/m. p. 1-12; Legnazzi, 
Del cataro romano, Padova, 1887; Pigorini, Nuove scoperte nella torramara Castella;so, Koma, 
Kcndiconti Acc. Lincei, 1803 p. 832) ; e mi attengo all'opinione del Marquardt, Rómische Staatver- 
waltunff 11^, p. 406. 

(*) Le città d'origine medioevale o feudataria, si svilupparono successivamente intorno ad un 
centro, il castello del dominatore, e sono quindi formate di zone concentriche. Così alcune delle 
città lombarde, p. es. Milano, che si sviluppò su un piano completamente medioevale, dopo l'incendio 
di Federico Barbarossa nel 1162. 

(') V. Magenta, op. cit. I, pag. .586, n. 1, Il rev. prof. P. iloiraghi, ha pubblicato una buona 
eliotipia di questa jiianta, corredandola con una illustrazione del massimo interesse per la storia di 
Pavia medioevale; rimaiidn ]ierciù il lettore alla monnfri-iilìa )iuhblieata nel Hullettino storico Pavese 
1803, Anno I, p. 41 e sg. 

(■•) De Laudibus etc. e. XL 

Classe di scienze mokai.i ecc. — Memorie — Voi. II, Serio 5', parte 2* U 



1-vvu - 82 — RBOIONB XI. 



crii la iiiìi antica, o che essa era difesa ancora al suo tempo da una cinta antichis- 
sima di mura, la prima di tre cerchie concentriche e successivamente più esteso, la 
quale era quadrata, e che era stata rinforsata e ristorata dai Longobardi dopo la 
cimquista della città. (Questa parie interiore, prose^'ue, pur essendo vetusta, aveva an- 
cora vie larghe e spaziose e ben selciato, e tali erano anche le piazze, cinte di ampi 
porticati. Quasi come illustrazione del passo citato dell'anonimo, abbiamo la famosa 
pianta di Pavia, dise^'nata verso il l.M'i) dal grande arcliitetto (ì. Hattista Ciancio, 
pianta che è proprietà del conte Sola di Jlilano e che veime pubblicata dal prof. Magenta 
nella sua opera sul Castello di Pavia ('). Questa carta, che è disegnata a volo d'uc- 
cello con veduta dal mezzodì, presenta le tre cerchie di mura. La parte centrale, limi- 
tata dalla cinta quadrilatera delle mura più vetuste, contiene gli edilìzi più anticiii. 
la duplice cattedrale del XI secolo (-), la torre di Severino Boezio, il palazzo dei 
consoli romani {sic) ed altri edifici dell'alto medioevo. È notevole che, mentre non 
sono segnate le vie, periN si osserva come le porte si aprono con grande simmetria 
nel circuito delle mura; cosi si fanno riscontro la porta Palacense ad est colla porta 
Maricia o Marenga all'ovest (^). Sull'altra linea nord-sud troviamo la porta del ponte, 
mentre al nord si devia verso sinistra a Porta Palazzo, o a destra verso Porta s. Pietro; 
ma devo notare che diritto alla linea del ponte, nel lato settentrionale delle mura, 
si presenta un tonione con un segno di pustierla, accanto al palazzo dei coiuoli ro- 
mani. A questa apertura corrisponde in linea retta una porta nel muro meridionale 
della s Cittadella - in cui stanno racchiuse la chiesa di s. Pietro il Ciel d'auro » (^), 
e la chie.-ia ora scomparsa di s. Agostino. 

Al nord questa linea si continua colla porta .settentrionale della cittadella e colla 
strada suburbana, detta nelle carte del XII secolo e seguenti strafa, sive citrsum. la 
quale attraversa in linea retta tutta la regione che fu il parco Visconteo, e poi pro- 
seguiva più al nord, in linea rotta, e che se non altro era un ricordo dell'antica via 
che univa Pavia a Milano ('■)• Ora noi non possiamo sapere esattamente donde il C/a- 
riciiis desunse le notizie con cui poi compilò la sua bella carta ; è certo però che 
le sue indicazioni sono molte esatte per quanto riguarda i monumenti medioevali e 
cos'i anche, per quanto riguarda gli editici più antichi, si accordano colle notizie 
dell'anonimo Ticinese, il cui libro rimase forse ignoto all'ingegnere Claricio. 



l'j II Clariciu fu uno dei più fjrandi inpcftiicri idraiilii-i iloi sudi toiiipi, v. rniinis. Iiio<)rafic 
iti ingctjneri militari Jlnliani dal secolo XIV al XVIll, t. XIV, paf,'. 731 e se>r. 

(') Brambilla. La chiena di ,t. Maria del popolo. 

Ci Sarcbbi; imprudente il collci^arc questo nome di purta Marioia, che .'-i trova del restu ;-ino 
nel XII 8CC., colla popolazione antica dei Marici, abitanti insieme eoi Lacvi in que.sto territorio 
Ticinensc. 

(*) Vedi Dante, Parodilo, canto \l\. v. lli'i 
) LanfTo qucDta linea troviamo i villa););! che portano il nome di arrus .ìfarianuf. ad .'>epti- 
miim. ad fìerimum e che non sono che ricordi delle antiche tahcrnaf. lun);o la strada romana di- 
sposte presso i miliari. Un documento scoperto recentemente nell'Archivio di Stato di Milano (\\of. 
Missine, n. 12, pais'. 2t'8) contiene una lettera di ti. (Jaleazzo Visconti, che impone di tener libera 
].ir !•• ••i.r^' la v,-. r)ii > %trniii 



REGIONE XI. — 83 — 



PAVIA 



Ora non ciedo che sia una supposizione troppo ardita riferire questa regolarità 
nelle linee generali della Topografia moderna e medioovale di Pavia ad una remini- 
scenza ad una continuità dell'antica disposizione della città di Ticinum. Richiamo 
un momento il confronto con Roma. Se v'è una città che più sofferse nella succes- 
sione del tempo per le guerre e per gli spostamenti edilizi è appunto la città tibe- 
rina. E malgrado queste molteplici vicende è notissimo che molte delle linee antiche 
si conservano anche nella topografìa attuale. Non ho bisogno di accennare il Corso, che è 
l'antica Via Lata; la Via Venti Settembre, che è l'ff/te Semita del monte Quirinale; la 
piazza Agonale, l'antico Stadium Domitiani. E tale conservazione è un fatto molto chiaro 
e spiegabile. Se una città subisce una grande distruzione ed i suoi abitanti sono im- 
pediti di farvi ritorno, in modo che la località resti abbandonata, allora, dopo appena 
mezzo secolo, le rovine si frantumano, si forma un terriccio vegetale, e l'humus colla 
sua verde coltre di vegetazione cancella ed altera tanto potentemente l'antica forma 
della città, che solo con istudì e con scavi si può seguirne la traccia. Se invece, ap- 
pena cessato il disastro e scomparso ogni pericolo, la popolazione può rientrare nella 
città e riaprirsi una via fra le rovine, allora avviene che si sgomberino e si livellino 
le macerie, e ci) e si utilizzino le parti inferiori degli edilìzi per le nuove costruzioni. In 
tal caso una distrazione, anche completa, ha per conseguenza immediata l'elevazione 
di qualche metro del livello delle nuove strade, che però più o meno si conservano 
nell'andamento primitivo. Così molto probabilmente avvenne di Pavia. La città che 
i Romani costrussero. fortificarono ed abbellii-ono, non fu coinvolta nella grande rovina 
dell'Italia. 

Appena tocca da un parziale incendio dei Goti ('), essa venne « per divina virtù 
preservata dai Longobardi, che la elessero a stanza e capitale del proprio regno » (-) 
e quindi per tutto il lungo periodo longobardo fu non solo conservata, ma anzi ampliata 
ed abbellita. Poco diversa fu la sorte sotto il regno dei Carolingi, durante il quale 
probabilmente avvenne l'ampliamento della seconda cerchia, che rese la città formidabile. 

Il più famoso negli annali Ticinesi è l' incendio del 1004 sotto Enrico II il Zoppo: 
ma il fatto, che venne troppe volte esagerato, va ridotto nella sua vera misura: poiché 
r imperatore, entrato senza contrasti nella fedele Pavia, ricevette, in San Michele (?) la 
corona ferrea; ma in seguito ad una zuffa tra i cittadini e le soldatesche imperiali, 
queste vennero espulse dalla città, e l' imperatore stesso, precipitato da cavallo, si 
fratturò la gamba destra. L' incendio che si sviluppò in questa occasione deve avere 
danneggiato qualche edilìzio della città, ma non la distrusse completamente, perchè 
poro tempo dopo troviamo diplomi ed atti pubblici, ciie attestano come la vita civile 
non rimase sospesa. Più tardi, le lotte interne tra i Beccaria ed i Langosco ed altre 
grandi famiglie feudatarie, e la lunga accanita contesa con Milano fecero erio-ere in 
città dei palazzi fortificati e le famose torri del secolo XI, le quali, importa notare, 
sono tutte allineate lungo i due assi principali e le vie parallele della città. La 

(') .luniiiiiJes, De bello 'jotico, e. 3 e sg. ; cf. F. Hodglviu. Italy and her hivaders, vof. IH, 
j). 220 e SL-g. 

^') Anonimo Ticinese, De land. civ. efc. ci, § 1. 



PAVIA — fii — REGIONB XI. 

dominazione viscontea poi ebbe per oflfetto di dare uno splendore ed uu ordine alla 
città che si manifesta nelle pitturi- murali citate e che trasparo altresì dalle lettere 
uu jtoco onfaticho. ma non del tutto false, del grande Petrarca. 

Da quanto ho sino a qui esposto appare verosimile che le linee dell'attuale Pavia 
ricordino in generale quelle dell'antica Ticinuui. Però, ad onore del vero, debbo ri- 
conoscere che noi siamo assai poco informati sulla disposizione della città all'epoca 
romana. Noi sappiamo solo che il luogo era occupato da Laevi e da Marici. popola- 
zioni Liguri, secondo Livio e Plinio, Galliche invece, secondo Polibio e Tolomeo (')• 
Visitato dai Romani al tempo delle guerre coi Galli e della seconda guerra punica, 
è probabile che questo luogo ricevesse uno stabilimento, forse una colonia militare 
quando nel 567 d. R. fu costrutto quel prolungamento della via Emilia che moveva 
da Placeutia e Crenxona e veniva a Ticinum, per dividersi poi nei due grandi rami, 
uno per Mediolanum e le regioni alpine della Retia, l'altro verso ovest per la Gallia (-). 
È probabile allora che questo stanziamento, che divenne più tardi municipio {C. I. L. \. 
6419) avesse la forma regolare, quadrata che fu propria della colonia, come del 
campo militare, e come della città italica in generale, colle sue grandi vie. orientate 
secondo i punti cardinali, e tagliate ad angolo retto {^). Ora questa forma tipica del 
castro romano, salta subito agli occhi a chi osserva la pianta di Pavia, come vedesi nella 
tig. qni aggiunta, ove suno indicate lo parti corrispondenti alla più interna cerchia. 
Ci presentano esse perfettamente la forma dell'accampaniento romano, come ognuno può 
riconoscere confrontando la nostra pianta con quella del castro romano secondo gli studi 
diligenti del Domazeswski, del Marquardt, del Nissen {*). Al punto A corrisponde la 
]or/a praelon'a: al punto B la por/a decumana \ la linea E F corrisponde alla via 
quintana; la linea CD alla via princijialis coWe relative porte. Noto anche come la 
parte più regolare e più interna di Pavia ha le misure di circa 1100 m. periato, 
(jual'era appunto il castro romano d'una sola legione, colle sue aggiunte e col suo 
bagaglio (•'). 

Debbo inoltre ricordare che nelle vie principali della città moderna, nel punto in 
cui intersecavano la cinta detta dall'anonimo vetustissima interior, disegnata nella 
carta del Claricius come quadrata e regolare, esistettero sino al principio di questo 
secolo alcune porte antichissime, dagli archi di pietra profondamente interrati, e che 
gli scrittori pavesi, di comune accordo, chiamano archi Romani. Così sulla linea di 
via Mazzini trovavasi la porta Palaconse, con alcuni resti d'un edificio grandioso, incor- 



(') Plinio, h. H. Ili, 17, 12 J: Ticinum... conditum a Laevis et Mariciis, Li<iurum populis" ; 
coni pure Livio, V, %'ì, 2. u Antiquam gcntem Lacvox Ligure*, incolentes circa Ticinum amnrm n. 
cfr. Tolomeo, .3. 1. 33. Polibio, 2. 17. 4. eh. Moininscn, C. I. L. V, pa?. 015. 

(•) Livio. 3!>. 2. Strabo, V. 11, ].»?. 217. 

(») Polyb., VL :J1. 10. ro uiy avftnaf ax>'if" ;i>'f'«i "ìv aiQiituiidSiiti reiQiiytavot' iaÓTiXef 
poK. Cfr. Joseph. Judaic. 3. 51 : dtitf/fiQtìtm ài nnpf,u,WfJ ittQnyiavoi, cfc. 

(«) Cf. -Xlfr. Domaszewski, llygini gromatici de munitionibui ra.ttrorum. Li-ipzip 1887; Mar- 
qaarilt, Rrimi»rhe ."^Inatsverunllung V", 101 ; Nissen. f)as Tempìum. llerlin, IHC!», p. 23 e seg. 
cf. C. Kocnen, /um Ventandniss det Banner lìfmcrt lager in Banner Jahrbuch. 1887. paff. 189. 

(') Marnn.ir(lf. op. e l»r. cif. 



REGIONE XI. 



85 — 



PAVIA 



porato nella attuale casa Fiorar; più a sud, sulla linea di via Garibaldi, parallela 
a quella prima, esisteva la porta s. Giovanni, atterrata nel 1818, alla quale si col- 
lega la tradizione dell' ingresso di re Alboino, condottiere dei Longobardi. Xell'estre- 
mità opposta della cittil, ad ovest, via Cavour era intersecata da porta Jlaricia, o 
Marenga, conservata sino al 182.') ('), poco lontano dalla quale v'era la nota statua 
del Muto dell'Accia al collo, rappresentante un magistrato romano, avvolto nella toga. 




F:g. 6. 



E anche interessante notare che al di fuori della cinta delle mura, in cui queste 
porte romane erano poste, si estendevano i cimiteri, sacri in tutto il medioevo per 
le reliquie dei martiri e di tutti i vescovi pavesi; e non voglio scordare una notizia 
dell'Anonimo del più alto valore, che cioè fuori dtdla prima cerchia di mura, accanto 
al monastero di s. Maria in Pertica, dalla parte orientale della città si erano trovate 
insieme a tombe ad inumazione della età cristiana, i vasi di terra dove gli antichis- 



{') Tcunzio, La statua del muto dell'Accia al collo. Pavia 1S5.5. Questa famosa statua è 
ancora al suo posto, o poco lontano, ed !• importante ricnnlari' cnine ad essa si Cidlei;a tii(ta una 
letteratura di pallidore. 



PAVIA 



— 8(.i — REGIONE XI. 



simi riponevano le ceneri dei loro morti. Non vogliamo noi vedere in queste parole 
mi ricordo di qualche antico sepolcreto romano, allineato lungo le vie che furono già 
estraurbane e poi incorporate nell'aliitato d'etii più recente? 

Se queste mie osservazioni rL-uJoiio in qualche modo evidente che in parte almeno 
le linee generali dell'attuale cittìi ripetono quelle della città romana, mi si conceda 
di aggiungere una considerazione che non mi sembm trascurabile. Se si esamina la 
pianta di Pavia, si trova ohe l'asse did ponte, non è in perfetta coineidenza con quello 
del Corso Vittorio Emanuele, ma che questo è alquanto piii inclinato verso nord nord-est, 
e come le altre linee, normali alla principale, della via Garibaldi, Mazzini, Cavour 
e parallele non corrispodono esattamente alla linea astronomica est-ovest, ma hanno 
un'inclinazione verso sud di 13°, liO', 15". 

Questo fatto sulle primo sorprende, perchè è naturale domandarsi il perchè di 
questa curva della strada prima di giungere sul ponte, il perchè di questa inclina- 
zione sulla linea astronomica. Credo che la mia risposta non sia del tutto errata. 

Sappiamo che tutti gli impianti di cas/ra, e le fondazioni di colonie, tanto ita- 
liche die latine (forse anche elleuiclie o indogermaniche) erano precedute dalla ceri- 
monia ieW augurano, colla quale si stabilivano le prime mensurae del futuro abitato, 
prendendo per punto di base quello dell'apparente spuntare dal sole sull'orizzonte; 
con questo punto si tracciava la linea da oriente a ponente, poi la normale da nord 
a sud, valendosi delle leggi augurali e dei calcoli dei gromalici profcssores ('). Ora dal 
precedente discorso, credo di avere dimostrato come la città di Ticinum, ebbe per 
sua prima origino un castro romano, che successivamente si venne ampliando, che ebbe 
molte vicende, vide le case ed i palazzi succedere alle umili tende o baracche mili- 
tari, ma che conservò sempre la sua forma tipica: e quindi è molto probabile, anzi 
vorrei dire certo che avvenne anche per Ticinum la cerimonia religioso-agronoma della 
augurano preliminare. 

Ora è noto che il punto dall'apparente levata del sole si sposta durante l'anno 
a nord etl a sud dell'est astronomico, equinoziale: ed è così che, applicando un sem- 
plicissimo calcolo, saremmo condotti a stabilire che il momento in cui venne fatta 
l'osservazione cardinale per il tracciamento topografico del cas/rum o dello stabili- 
mento romano, doveva trovarsi tra il 21 settembre ed il 21 dicembre, o tra il 21 di- 



(') C'Ir. Hytfiuus (iJoiniiszcwskiJ e. 1:5. .J. hi profuisons eius arlts. . . . ijromatici sunt cogno- 
minati. Nei lavori clic ho citato piii innanzi del Legnazzi, dui Marquardt, e specialmente nel lavoro 
cai>ilalc del NÌ88en: Das Tftnplum pag. 13 e seg.; 2.3, e scg. pag. 53 e scg., sono esposte con grande 
larghezza di critica le fonti classiche sul rito augurale, che appare fondamentale nell'edilizia e nel- 
l'oconomia iiolitica della Koina e dell'Italia antica, e che è coordinato sulle più inveterate credenze 
religiose della schiatta italica, l^ui mi basti ricordare il passo di Hyginus. « De limitili, conslt- 
luendis pog. 16H: postea placuit omncm relujionfm eo convertere et qua parte coeli terra inlumi- 
natur, sic et limites in oriente constituunlur «; cosi anche l'altro dello stesso autore pag. 181 
{aromatici vet. ree. Laclimann): « itaque ti loci natura permittit, rationem servare debemus, sin 
autem proximam rationi; cfr. Servius. Vcrg. Georg. I, 120, cum agri colonia dwidcrentur, fossa 
ducebatur ab oriente in occidentem, quae cardo nuncupabatur. et alia de seplcntrionc ad me 
ridiemqui decimonus limet vorabatur - Cfr. Veget. t. 23; F.stus. png. 2'2X Tacif. I/nt. IV. 30, ecc. 



REGIONE XI. 87 PAVIA 

cembre ed il lil marzo, e più precisamente si doveva essere o al 12 novembre o 
air 11 febbraio ('). 

Se noi pensiamo al lungo lavoro che doveva richiedere la costruzione d'una città, 
che era ad un tempo stazione militare importante e destinata a proteggere la duplice 
linea del Po e del Ticino, parrebbe logico ammettere che l'osservazione « inaugurale ■< 
della futura Pavia, venne fatta nella prima metà del febbraio. Allora era prossima 
a spirare, la stagione delle nevi, e s'aveva dinnanzi tutta la buona stagione per co- 
minciare a condurre a buon termine il lavoro. 

Questo fatto di eseguire il tracciamento della città in principio di primavera, il 
quale nei tempi primitivi trova la sua spiegazione nella necessità sopra accennata, 
ebbe più tardi, come fatto antico, tradizionale la sanzione religiosa; è a questa che 
si collega il rito, essenzialmente italico, della primavera sacra {ver sacrum). E cosi 
io spiego l'obliquità dell'antico cardo dell'attuale corso Vittorio Emanuele, sulla linea 
del ponte: la prima linea è collegata coU'orientazione della città, e da questa dipende 
organicamente ; la seconda invece è determinata dalla direzione della corrente del fiume, 
alla quale il ponte stesso, alla sua volta, dev'essere normale. E per questo che anche 
oggi vediamo questa deviazione conservata attraverso i secoli, perchè la costruzione 
primitiva della città e del ponte dovette obbedire a due esigenze affatto diverse. 

Questi pochi appunti, nella grande mancanza di notizie letterarie ed epigrafiche, 
possono servire come incentivo ad altre ricerche, le quali a me non sono ora possibili 
in causa dei viaggi impostimi dalla mia qualità di alunno della Scuola di Archeologia. 
E anche per la stessa ragione della mia assenza da Pavia che non ho potuto seguire 
attentamente i lavori che avvennero nel duomo della città, in occasione della costru- 
zione della facciata. Essi sono stati diligentemente sorvegliati dalla Commissione Con- 
servatrice; ed il rev. P. Moiraghi ha dato alcuni cenni su quei pochi frammenti romani 
che furono scoperti nell'atterrare alcune delle antiche colonne della basilica di s. Maria 
del popolo, e nello sgombero del terreno. Ma come il signor prof. Moiraghi è incorso 
in qualche inesattezza, così credo dovere di dare qualche cenno. Anzitutto debbo la- 
mentare la distruzione senza un piano ben delimitato d'una delle prime e più antiche 
basiliche dell'Italia settentrionale. Debbo anche aggiungere che non credo che il 
rev. Moiraghi debba insistere più a lungo sulla antica idea espressa già dal Terenzio 
e dal Capsoni, che cioè il duomo di Pavia sia sorto sul posto di un tempio antico 
e precisamente di Cybele. Per lo meno la prova su cui tutti questi scrittori si basano 
sono insufficienti. È noto che nell'interno dei piloni compositi della chiesa romana si 



(') Questo calcolo astronomico cht; troviamo cliiaramentc esposto dal dott. B. Tiele, Astrano- 
mische hùlfxtafdn aggiunte all'opera già citata più volte dal Nisscii, condusse a risultati sorpren- 
denti come a risolvere alcuni punti controversi nella topografìa dell'antica Atene, sulla fond.izionc 
di alcuni templi (v. p. es. Penrose An investigation of the pnnciples of Athenian Arckitecturo. p. 
2. Ediz. pag. 8; cfr. Koehler Der S&dabhang der Akropolis su Athen in Ath. Mittheil. II, 171-186; 
229-260). E cos'i pure giovò al eh. prof. Tacchini per determinare la data di impi.anto di alcune 
delle stazioni dette le terramare e specialmente di quella grandiosa e recentemente esplorata di 
Oastellazzo (v. l'igurini Monumenti antichi pubblicati per cura dell' Accademia dei /,m«», Roma 1889, 
I. )iag. 1.34; cfr. Nuove Scoperte ecc., Roma .\ccad. Lincei 189'1. n. 3 e seg.). 



l'AViA — 88 — REGIONE XI. 

trovarono dei fusti di colonna, decisamente romani, che furono posti dagli architetti 
por formare una specie di nucleo al pilone stesso. Queste colonne sono state ritenuto 
l'avanzo d'un tempio pagano, cupeito e coinvolto dal tempio cristiano. Debbo anzi- 
tutto mostrare che tutte le colonne non solo sono di marmi diversi, ma sono di mo- 
duli di stili all'atto diversi, in modo che si dovrebbe pensare a un edifìcio di tanti 
stili di cui non abbiamo esempio abun.i. Rivedendo i miei appunti trovo per esempio 
queste indicazioni: 

rt) fusto di colonna spezzato, di marmo di Verona (breccia) senza scanalature, 
lungo m. 4.47: dm. della base cm. 65, del fusto cm. 55; 

b) troncone di colonna di marmo, probabilmente apuano, lungo m. 2,34. 
diam. 0,85. La colonna è di stile composito, cioè le scanalature corinzie sono ricolme, 
in luogo di essere concave: larghezza delle scanalature m. 0,08; 

e) altro troncone di colonna, pure di marmo apuano, lungo m. 1,70, dm. 57 cm. 
Le scanalature che sono pure ricolme, come nel frammento precedente, sono ampie cm. 6. 
Disfirraziatamento non trovo altra misura delie varie colonne rinvenute nello scavo, 
come pure ho smarrita una piccola pianta da me fatta per indicare il posto delle vario 
colonne e dei vari tronconi nell'interno dei massicci pilastri della antica basilica. Ma 
mi conforta l'idea che non siamo autorizzati a ritenere che si possa da questi vari 
avanzi farsi un concetto dell'edificio romano che avrebl)e preceduto la iirimitiva chiesa 
lombarda. Clie anzi io insisto nell'opinione che l'architetto o i mastri fabbricatori 
abbiano raccolto il materiale da edifìci più o meno vicini nella città, e che nella 
grande scarsezza di pietre nella pianura alluvionale di Pavia, e colla difìicoltil estrema 
di procurarle da lontano, data la infelice condizione della viabilità dell'alto medioevo. 
siano anche andati a cercarli lungo le vie che uscivano dalla città, la maggior parte 
dello quali erano di origine romana. Io ne vedo una prova in questo fatto che uno dei 
tronchi di colonna, e forse non è il solo, che facevano da nocciolo ai pilastri, non ò 
che un milliario romano. Quando io lo ho veduto, esso giaceva nelle macerie, capovolto 
e quasi coperto dai rottami, ma col [lermesso doU'iug. direttore dei lavori, ho potuto 
vedere le traccie dell'iscrizione. Il milliario è una colonna di granito, alta m. 0,()5 che 
sorge su basamento di cm. 64 X 64 di base, e di 87 di altezza; nel punto dove il fusto 
si innesta sulla base, si trovano quattro rotondi ovoli, che o;a sono smussati. Quello 
che si può scorgere dell'iscrizione ò assai poco; dall'esame ripetuto della pietra e dei 
calchi che ne ho tratti, ho potuto avere solamente questo lettere, che trascrivo nella 
loro posizione: 

IMPgg 

ildllil 

ESÌiS 

leiiiEi 

iP • VI 
cioè : imp{erator Antó)nin{us '«)/'• ^ 



REGIONE XI. 



— 89 — 



FORNOVO S. GIOVANNI 



Questa iscrizione aviubbe poco valore per la topografia della antica regione tici- 
nese, se non ne esistesse un'altra consimile, trovata a Cuttiae nel territorio ticinese, 
in cui si legge : impei: \ Antodi iias \ pius Au[/ \ poai \ curavil \ Iviii. 

Col confronto di questo niilliario che conta le miglia della via, che conduceva 
ad Angusta Taiiriaorum, cominciando probabilmente da Placeniia, io credo di dire 
che il niilliario da me esaminato, appartenesse alla medesima via da Ticinum a Lau- 
mellum -gìh sopra citata. Quanto alla cifra {m).p. VI, che è sicura, mi pare di poter 
ritenere che almeno i milliarì più vicini a Pavia portassero le indicazioni della di- 
stanza a partire da questa città, e poi si riprendesse la numerazione da Placentia^ 
che è necessaria ammettere per comprendere la cifra di L V/ff, del resto non sicura, 
sul miniarlo di Cottiae (Cozzo). Si vedo adunque che i muratori ed i mastri anda- 
rono a cercare le pietre da lungi, e trovarono atta allo scopo la colonna milliaria. 
Un'altra prova di questo fatto è dato anche dal piccolo cippo funerario, rinvenuto 
nelle macerie, intitolato a Caelia Materna {Notule 1893, p. 348). 

Questa iscrizione che rammenta la famiglia Caelia assai diffusa sotto l'impero 
nell'Italia superiore (cf. C. I. L. V, 6827 Aug. Praetoria; 6680 Vercellae etc), 
doveva senza dubbio trovarsi nelle necropoli, che massime nell'età imperiale erano 
fuori della città ; e dalla necropoli dovè essere tolta per formarne materiale di costru- 
zione. Sino a nuova prova perciò credo infondata l'ipotesi che nel posto dell'attuate 
duomo di Pavia sorgesse il tempio di Cybele ('). A. Taramelli. 



Nuove scoperte di antichità nella provincia di Bergamo. 

III. FORNOVO SAN GIOVANNI — Scoperte di non comune importanza 
avvennero nel territorio continuamente esplorato e non mai esausto del nostro Fornovo 

s. Giovanni. 

Nella primavera del 1892, in occasione di lavori agri- 
coli del podere Brolo, di proprietà Gallavresi, a m. 0,50 
del soprassuolo si incontrò una specie di pilastro in mura- 
tura, largo m. 1,50; il quale alla profondità di m. 1,00 
posava sopra un pavimento di ciottoli. Lì presso, ed alquanto 
al di sopra del piano dell'acciottolato, si trovò una testa 
marmorea, virile, di grandezza naturale, alta m. 0,3;i. 
della quale offriamo qui una riproduzione tolta da ima fo- 
tot'rafia. È sufficientemente conservata, se si eccettua un'otfesa 
non grave al naso, ed altra meno grave ncU' occhio sinistro, 
e per amichevole deferenza dei signori Achille e dott. Emilio 
Gallavresi, fu da me acquistata per la mia raccolta di anti- 
chità fornovesi. 




(') Vedi Tercntio, D'un monumento scoperto nell'anno 18.Ì9 nella cattedrale di Pavia, cf. 
Cixpsoni, Memorie Isteriche della R. Città di Pavia, 1782, I, p.. 2.">0. 

Ci-ASSK DI SCIENZE MORALI cc<5. — Memorib — Vol. II, Serio 5", parte 2» 12 



FORNOVO S. GIOVANNI — 90 — REGIONE XI. 



Pare assai probabile die nou ad un busto, ma abbia appartenuto ad una statua, 
non formata da un pezzo solo, ma con la testa riportata, come si deduco dal tajjlio 
del marmo nell'attaccatura del collo. Ma uuU'altro può dirsi con certezza intorno al 
porsonag«jio di cui il marmo ora dissepolto dovè rappresentare le sembianze in ma- 
niera assai perfetta. K probabile che sia stato qualche cittadino insigne od altra 
persona benemerita dell'antico Forum noviim ; ma se trattisi di una statua onoraria 
posta nel Foro od in qualche edificio pubblico, ovvero se trattisi di semplice ritratto 
posto sul sepolcro di qualche ricco od insigne cittadino, nulla si può conoscere. 

Nel campo attiguo all'aia del Hrolo, fu trovata molti anni or sono, e conservata 
in posto una specie di base marmorea, ma senza epigrafe. 

Essendomi recato sul luogo ove avvenne la scoperta, ebbi la fortuna non solo di 
assistere agli scavi che vi si fecero presso il cos'i detto pilastro ; ma ancora di acqui- 
stare i seguenti oggetti, tutti spettanti a due separati trovameuti. 

Provengono dai «^ Casaretti ' proprietà Carminati, quelli che qui si notano e ciie 
formavano il corredo di una tomba a cremazione. 

1. Vaso ossuario in terra rossastra, frammentato, con residui di ossa bruciate. 

2. Metà inferiore di vasetto bruno rossastro, in forma di calice a base piatta, 
ornato da doppi cerchietti, stampati a creta molle; diam. del fondo m. 0.04: alt. 0,U8. 

3. KotcUa di bronzo di grosso cordone fuso, a sezione elittica. adorno nella peri- 
feria da 14 bottoni equidistanti; diam. 0,045. 

4. Rotella simile, ma di cordone un poco meno grosso, e mutila por antica frattura. 

5. Frammenti di due rotelle simili. 

G. Rotella di grosso cordone cilindrico, ornato nella periferia da sei anitrelle; 
diam. m. 0,04.5. 

7. Pezzo di lamina pure di bronzo appartenente ad un vaso. 

Questi oggetti trovano riscontro in quelli delle tombe di Brambate-Sotto (cfr. 
Mantovani, Not/sie archeologiche bergomeiìsi, 1884-181*0 p. ò2, 72). 
Provengono dal - Castelletto » , proprietà Santoni i seguenti : 

8. Lama bitagliente di pugnale in bronzo, a foglia di ulivo, con due fori nel 
codolo, ed i relativi chiodetti ])er riiiiinanieatura; lunga ni. o.ir. : larghezza mas- 
sima m. 0,017. 

9. Grosso anello del diam. interno ili m. 0.032 con castone a targhetta. 

10. Da questo predio pervenne alla mia raccolta un'urna cineraria fittile, che pre- 
senta tutti i caratteri delle terrocotte preistoriche; con la quale urna, circa l'età, sono 
in rapporto i bronzi qui accennati. 

In questa stessa mia visita sul luogo ove si rinvenne la testa mannorsa, sempre 
coU'assistenza dei signori fratelli Gallavresi, potei tentare un altro scavo nell'area 
del virino podere Cosala Grande. K quivi, alla profondità di in. 0,.")0. trovai una va- 
sca, proliabiiincnte per bagno, alta m. 1.00, chiusa da pareti in laterizi. 



REGIONE XI. — 91 — BARIANO, BRIGNANO 



IV. BARIANO — Presso un campo del convento di Banano, scavandosi una 
fossa per gelsi, si scoprì una tomba formata di tegole romane anepigrafi, poste a 
tetto. Vi era dentro uno scheletro; nò si seppe di oggetti di corredo funebre che vi 
si fossero rinvenuti. 



V. BRIGNANO — A poca distanza dal paese di Hrignano {Dregnaiium : 
anno 847), in una cava di ghiaia recentemente aperta nel predio Broda, proprietà 
del sig. Francesco Carminati, a circa m. 0,80 dal piano attuale di campagna, si scopri 
una sepoltura romana. Lo scheletro, ben conservato, stava in direzione sud-est nord- 
ovest, ed aveva ancora coperta la sola parte superiore da tre tegoloni anepigrafi e rotti. 
A lati del cranio si raccolsero gli oggetti che seguono: 

1) Anforetta fittile giallastra alta m. 0,21. Non deve essere comune nella sup- 
pellettile delle nostro tombe, perchè è ora la prima volta che mi accade d'incontrarne. 
Un vaso simile, ma con una sola ansa, fu esumato a Ticengo (Soncino) da una tomba 
romana dell'epoca degli Antonini. 

2) Ai-milla in bronzo coll'asticciuola finiente a testa di seqje; diam. m. 0,042. 
Una simile ne fu scoperta nel predio Guadali a Zanica. 

Un'altra sepoltura, costruita come la precedente, conservava dello scheletro sol- 
tanto il cranio, ed è molto probabile che fosse stata già esplorata in antico ; il che, 
del resto, era anche desumibile dalla condizione smossa in cui fu trovato in quel punto 
il terreno. Sotto i laterizi che coprivano il cranio si raccolsero: 

3) Scodella fittile rossastra, a labbro espanso orizzontalmente all'orlo, e con 
beccuccio per mescere il liquido, particolarità che pure per la prima volta riscontro 
nella numerosa serie di tali terrecotte; alta m. 0,06; diam. m. 0,18. ' 

4) Aryballos ventricoso ansato e di corto collo, di pasta ordinaria rossastra ; 
alto m. 0,14. Simili si scoprirono nel Campo s. Giuseppe a Zanica. 

5) Fibbia in bronzo da cintura, con gancetto mobile, di forma comune, lunga 
m. 0,04. 

6) Anelletto di bronzo ; diam. di m. 0,02. 

7) Altro anelletto simile, risultante da un'asticciuola cilindrica ripiegata alle 
estremità ; diam. 0,02. 

8) Laminetta pure di bronzo usata per rivestimento di cintura, ed ornata da 
puntini traforati agli orli; larga m. 0,02. 

9) Pezzetto di lamina in ferro, irriconoscibile per corrosione. 

Non avrei raccolto queste notizie senza 1' avviso e l'assistenza dell' egregio si- 
gnor Francesco Carminati di Brignano, amante delle memorie patrie, al quale sono 
lieto di esprimere la mia gratitudine. 



CULOQNO AL SERIO, MOZZANICA, OSIO — 92 — REGIONE XI 



VI. COIjOGNo al serio — l'iesso la cascina Caiitaiaiia, nel comuiie 
(li Cologno al Serio, da un campo gliiaioso, posseduto da Caniiiuuti Giuseppe. In 
estratto, a u». 0,75 di profoiiditù, un coltello di ferro, a grossa costola, lungo nella 
lama iii. 0,20, nel codolo ui. 0,08. 

Stava di fianco ad uno scheletro di uomo, sepolto in piena terra. Cotali armi si 
giudicano, corno è noto, più specialmente usato nel basso impero e nell'epoca barbarica. 



VII. .MO//.VNICA — Nel predio del sig. Gustavo Camozzi. situato assai 
prossimo al comune di Mozzanica. tra le radici di un albero divelto da un turbine, 
fu trovato un bollissimo cimelio dell' epoca litica primitiva. K un pugnale di selce 
nera trascheggiata, perfettamente conservato; lungo m. 0,11, largo a metà della lama 
m. 0.n4. Sebbene iiell'insienie alibia figura quasi romboidale od a foglia di lauro, pure 
mostrasi alquanto ristrutto nel codolo e ciò per opiiortunità dell'immanicatiua. 

Di tali armi parlai nella mie Notizie archeologiche bergomensi, 1882-83, p. 134 
e sgg. Debbo solo aggiungere, che questa scoperta accresce l'importanza paletnologica 
della stazione di Mozzanica, mai esplorata a scopo scientitico. 

Certo, che senza l'intelligente premura del sig. Camozzi, nemmeno quanto vi 
fu trovato siuora, in occasione di lavori agricoli, noi conserveremmo ed avremmo 
potuto salvare dalle dispersioni. 



Vili. OSIO SOPllA — Sulla line del febbraio 1891. nello scavar forse per 
piantagioni di gelsi in podere Casello di proprietà Mongili, alla profondità di m. 0,(50 
e distante m. 20O tanto dall'ospitale che dal cimitero, si scopersero in piena terra 
tre urne titUli os^uarie, come quelle di Brenibato Sotto, posto in linea retta ed a circa 
m. (J,50 l'ima dall'altra. Secondo il referto dello scavatore Moretti Angelo, le due 
più piccole non contenevano che i residui della cremazione; nella maggiore, invece, 
frammisti sul fondo colle ceneri, si raccolsero i seguenti bronzi, i soli salvati dalla 
distruzione. 

1) Quattro anelli; due del diam. di in. 0,03; e duo del diam. ili m. 0,02. 

2) Anello di lega biancastra; diam. 0,03. 

3) AnoUetto; diam. m. 0,012. 

4) Stalla scanalata di grossa fibula, lìniente a globetto. 

5) Fibula serpeggiante od a drago, col dischetto fisso nell'arco, mutila nelle 
estremità. 

6) Socchietto per pendaglio, col foro poco sotto le estremità del manico. 

7) Lamina di metallo bianco, che secondo l'analisi fattane dal chimico dott. 
Pietro Giacomelli, risultò essere una lega di rame, manganese, antimonio ed arsenico, 
analoga certamente a quella dell'anello sopra citato. 

E poiché oggetti simili a questi, eccettuato l'ultimo, si rinvennero noi sepol- 
creto di Hrembate Sotto, spettante al terzo periodo della prima età del ferro 



REGIONE VII. — 93 — 



AREZZO 



(cfr. Mantovani, Notisie archeol. herfj., 1 884-1890), crediamo con tutta ragione do- 
versi attribuire al periodo uiede.siino anclie le urue del Casello. 

¥j così ci viene indicata nel nostro territorio una nuova stazione preromana, me- 
ritevole di sistematiche indagini. 

G. M.\NTOVANI. 



Rkgione Vir (KTRURIA). 

IX. AREZZO — Nuove indagini nell'orlo di Santa Maria in Gradi, 
nel luogo ove avvennero le scoperte delle figuline di Marco Perennio. 

La direzione del Museo civico di Arezzo fece intraprendere nuove indagini nell'orto 
di santa Maria in Gradi, entro la città, nel luogo ove si scoprirono le figuline bel- 
lissime di Marco Perennio {Notizie 1884, ser. 4^^, voi. I, p. 83, tav. I, II, III). 

Si recuperarono esemplari delle splendide forme di Niceforo, di Cordone, di Pi- 
lade e di Tigrane, e frammenti che rappresentano il prodotto dell'ultimo periodo della 
fabbrica perenniana, quando vi lavorarono Bargate e Crescente. 

Affatto singolari e nuove le formo decorate con figurine in caricatura, riprodu- 
centi scene comiche. Di tali forme non comparse finora tra i fittili aretini, abbiamo 
una intiera e vari frammenti di altre. 

Si comunica per ora questo annunzio sommario in attesa delle ampie notizie 
che si aspettano intorno a questi trovamenti. 



X. ROMA. 

Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione TV. — Sono state continuate le escavazioni nella cella del tempio di 
Venere e Roma, delle quali fu data notizia nello scorso mese di febbraio (p. .58). Fra le 
terre si sono trovati altri frammenti delle colonne di porfido che ornavano quel san- 
tuario ; una base, parimente di porfido, del diametro di m. 1,03; e vari frammenti di 
fregi e di capitelli marmorei. 

Regione VI. — Nel cavo per costruire una piccola fogna entro l'area, ove si sta 
edificando la nuova cliiesa americana, presso l'angolo di via Firenze e via "Venti Set- 
tembre, è stato recuperato un braccio di statua marmorea lungo m. 0,48, di buona 
fattm-a e bene modellato, mancante delle estremità della mano. 

Sottofondandosi un casamento in via Cadorna, di fronte al Ninfeo degli Orti 
Sallustiani, si sono rinvenuti, alla profondità di ni. 13, due pezzi di cornicio^ inta- 
gliato in marmo, con ovoli e dentelli, di buon lavoro e benissimo conservati. Uno 
dei frammenti misura m. 0,55 X 0,15, l'altro m. 0,35 X lo. 



UOMA — 'J4 — UOMA 

lìegioiie IX. — Nel restaurare una fogna, sulla piazza di s. Stefano del Cacce, si ò 
trovata una lastra niaruiorea, scorniciata, alta in. U,47, larga ni. 0,58, che ora stata 
adoperata per coprire la fogna medesima. Vi si legge l' isc-ri/iono: 



TTILLIVSTFPA/ 

SAB1NVS7C0H • XTT VRB li 

POSTVMIA 
PHYLLIS 

FRATRIS • VXOR 

CANINIA • MVSA 

CONCVBINA SABINI 



Regione X. — Restaurata l'antica scala, che dal portico orientale dello Stadio 
Palatino ascende al piano superiore ed a livello della grande loggia semicircolare 
severiana. si è trovata una grande condottura di piombo, grossa m. 0,03, che corre 
per tutta la lunghezza della scala ed è posta immodiatamente sotto il ciglio dei gra- 
dini. Ne sono stati scoperti per intiero quattro pezzi, della lunghezza di m. 1.70 cia- 
scuno, cioè di sei piedi romani, saldati fortemente l'uno coU'altro, ed aventi il dia- 
metro maggiore esterno di m. 0,17, l' interno di m. 0,14. In uno ò impresso a rilievo 
un grande ramo di palma e il segno numerale V; un altro porta due volte il sigillo : 

IMP-DOMITIANIAVGGERSVBCVRAEPACATHIAVG-L 
PROCFEC- MARTI ALIS- ET ALEX ANDERSER 

Sul terzo e sul quarto tubo ò ripetuta la medesima leggenda; ed inoltre in uno 
è aggiunto il numero V, nell'altro il numero ...III. 

Questa condottura discendeva fino all'antico piano della scala e dello Stadio, che 
è stato riconosciuto essere circa mezzo metro sotto il jiiano attuale. K quindi mani- 
festo che nelle grandi rinnovazioni fatte da Adriano e da Settimio Severo nello Stadio 
di Domiziano, no fu nutabihnento rialzato il livello. 

Altre fìstule acquario col nome di Domiziano, il quale distribuì in questa parte 
del palazzo l'acqua Claudia derivante dall'acquedotto Celiinontano. sono state quivi 
trovate in altri tempi. Portano però i nomi dei procuratori M. Arricinio Clemente u 
di Euticho ; mentre quello di Epagato si legge soltanto sopra un tubo trovato presso 
piazza di Spagna ('). Una sola iscrizione simile a quelle testé rinvenute, e portante gli 
ste.-<si nomi del procurature Epagato e dei plumbarii Jfarziale ed Alessandro, trovasi 
registrata nellf mOh'iIc di'H'Aiiiati. si-nza veruna indicazione del luogo unde il tubo 
proveniva (-). 



(•) Lanciani, Silloge epvfrafica aquarin. \\ 211-213, 2.T1. n. 1:?". 
(»J 0. e. p. 277. n. 172. 



ROMA — 95 — KOMA 

Spianandosi poi il teiieno in prossimità dei ruderi del palazzo Severiano. sul 
lato volto ad oriente e dietro la grande essedra dello Stadio, sono stati scoperti 
avanzi di una casa privata del primo secolo, la quale sorgeva su quell'ultimo lembo 
del Palatino. No rimangono soltanto alcune parti delle mura laterizie, ed un fram- 
mento di pavimento a musaico finissimo, tutto bianco, con larga fascia nera. Il piano 
di queste stanze trovasi circa va. 12 sotto il piano del palazzo di Severo. 

Fra .le terre si sono raccdti alcuni frammenti d'intonaco finissimo, di vivace 
colore rosso, ed altri piccoli pezzi di colore giallo con liste rosse. 

Area del Policlinico. — Sistemandosi la strada d'accesso al Policlinico, si è 
ritrovata, fra la terra, a poca distanza dalle mina della cittìi, una piccola base mar- 
morea, alta m. 0,34 X 0,18 X 0,22, mancante della parte superiore. Sulla fronte vi 
sono scolpite in altorilievo due figure, in mezzo alle quali è un tripode. Esse sono 
assai danneggiate. Nei due lati sono egualmente scolpite due Vittorie alate che recano 
un grande ramo di palma. 

Fu pure recuperato nello stesso luogo un rocchio di colonnina tortile, di marmo 
bigio, alto m. 0,60 e del diametro di m. 0,10. 

Alveo del Tevere. — Per gli sterri che si eseguiscono sulla riva destra del 
Tevere, nel sito appellato ilontesecco, e sulla riva sinistra in prossimità del ponte 
Milvio, .sono stati recuperati questi oggetti: Marmo. Piede sinistro di statua, appena 
abbozzato, lungo m. 0,22, rotto in due pezzi. — i?/'0/i40. Uncino, lungo m. 0,15. Tre 
piccoli frammenti, forse di vaso, assai consunti. Una fibula, mancante dell'ardiglione. 
Quattordici monete diverse. — Vetro. Due piccoli balsamarì, iutieri e" ben conser- 
vati. — Terracotta. Grande lucerna rotonda, mancante del becco, con un tridente 
rilevato nel fondo. Altra rotonda, col bollo a lettere incavate e rozze: FORTIS. Altra 
più piccola, di terra gialla, col bollo a lettere rilevate : FORTIS. Due lucerne grezze, 
di forma ellittica, e con largo becco. Altra piccola bilione, con cerchietti impressi sul 
piatto. Manico d'anfora col sigillo 'c • AlSTOlf ■ Qvjìt |. Frammento di ciotola are- 
tina, con testine e meandri nell'orlo superiore. Vasetto grezzo, alto m. 0,05, diam. m. 0,035. 
Osso. Spillo, in due pezzi, rotto alla punta, lungo m. 0,18. 

G. Gatti. 

Via Ostiense. — Ad occidente del nuovo quadriportico della basilica di s. Paolo, 
eseguendosi uno sterro per una fogna, si rinvenne, a m. 1,70 di profondità, una 
cassa fittile, lunga m. 1,95, larga m. 0,4tì, s^'uza ornati di sorta, e rozzamente lavo- 
rata. Era chiusa da due tegoloni bipedali e da due tegole battentate, spezzate per la 
pressione delle terra sovrapposta, e non recavano bolli figuli. Neil' interno della cassa 
fu trovato il solo scheletro, che riconobbesi di adulto. La cassa era posta obliqua- 
mente tra due muri fatti con scaglie di tufo e calce, spettanti ad uua camera che 
probabilmente doveva contenere altre sepolture. 

Il seppellimento è di età tarda, e precisamente del tempo in cui si usò seppel- 
lire intorno o nelle vicinanze delle basiliche. L. Borsari. 



l'ALKSTRIXA, TKUU\C1NA — 0(j — REGIONE 1. 



Rkoionk I (LATIUM ET CAMPANIA). 

XI. l'AliESTRINA. — Dì una iscrÌ2Ìoìic onoraria a Traiano. 
Nel terreno Galeazzi suUentrata della città, in contrada s. Hocco, nell'area ove 
si estendeva la parte superiore deUaiitico Foro di Prenesto, il ^'ioriio 15 dello scorso feb- 
braio fu dissotterrata una baso di statua inannorea di forma cilindrica. Ha nel vivo 
del plinto il diaui. di m. U,t)!i. ed ò alta in tutto ni. 1,20. Vi è incisa l'iscrizione 
seguente, che ho trascritta dal calco cartaceo mandato al Ministero dall'ispettore sig. 
V. Cicerchia: 

IMP CAESARI DIVI NERVAEF 

NERVAE TRAIANO AVGVST 

GERMANICOPONTIFMAX 

TRIBPOTESTATCOS IIIIPP 

DECVRIONESPOPVLVSQVE 

Le lettere del primo verso sono alte mm. 50; quelle dell'ultimo mm. 32; a si- 
nistra, in lettere alte mm. 22, si legge : 

DEDICATA xml K • OCT • 
TI • CLAVDIO ATTALO MAMILIANO^ 
T- SA3IDIO • SABINO- II. VIR- 

Di questa iscrizione mandarono apografi larcliitetto sig. D. Marchetti e l'ispet- 
tore sopra ricordato sig. Cicerchia. Ambedue notarono che il titolo onorario ci riporta 
all'anno lOl dell'era nuova, e che il giorno 18 di settembre, in cui la statua a Tra- 
iano fu inaugurata, era il giorno natalizio di quell'imperatore. 

L'ispettore aggiunse che vicino alla base .si rinvenne un rocchio di colonna sca- 
nalata di marmo bigio, dell'altezza di poco più di un metro. 

F. Bar.vabei. 



XII. TERRACINA. — Del tempio di Giove Anxure, scoperto sulla vetta 
di Monte s. Anfjelo, presso la città. 

Poche e scarse notizie ci tramandarono gli antichi intorno al celebre santuario 
di Giove Anxure. Livio (XXVIII. 11), enumerando i prodigi avvenuti nell'anno 548 
della città al tempo della seconda guerra punica, ricorda un fulmine caduto sul tempio 
di Giove a Terracina ('); e poco dopo (XL, 45) mura di altri fulmini che nell'anno 
575 caddero in vari luoghi del Lazio, recando danno ai templi, tra i quali ò ricordato 
pure il nostro di Giove Terracinese (-). 

(') In rivitaU tanto discrimine bolli toUicita... multa prodigio nunliabanlur: Tarracinac 
lovis aedem... de cacio tartam. 

(«) cadem tempestai et in Capitolio aliquot tigna prostrava fulmxnibusquc compiuta loca 
deformavit, aedem lovix Tarracinae... 



REGIONE I. — 07 — TERKACINA 

Virgilio {Aen. VII, 799) enumerando i popoli che preparavansi a combattere con 
Turno, ricorda quelli che 

sacrum . . . Namici 
litm arant Rululosque exercent vomere collcs 
Circaeumque iugum, quis Jujiiritcr Anxurus arvis 
praesidet. . . . 

Tale menzione ha maggioro importanza per l'antica topografia, poiciiò dalle pa- 
role di Virgilio ben intendasi che il culto di Giove Anxure non era ristretto alla sola 
città di Terracina, ma estendevasi anche alle terre circostanti; la qual cosa è con- 
fermata anche da Servio. Sappiamo inoltre da questo passo che il santuario doveva 
sorgere sulla cima di un monte, essendo visibile da tutto il territorio circostante, da 
Ardea cioè, presso cui scorreva il Numicio, sino alle terre situate alle falde del Circeo. 
Che sotto il titolo di Aiixxr od Anxunis fosse adorato Giove bambino, sappiamo per 
mezzo dello stesso Servio, il quale nel passo ora citato, commentando i versi di Vir- 
gilio, scrive: circa lume Iraetum Campaniae colebatur piier Jnp2nter, qui Anxurus 
dicebatur, quasi ava ^v^ov. 

Ma, per quanto preziosi, nulla ci dicono questi ricordi classici intorno al luogo 
preciso in cui presso Terracina il tempio fosse stato edificato. Né giova ricorrere alle 
fonti archeologiche. È stato più volte citato il denaro della gente Vibia, in cui vedesi 
rappresentata una divinità giovane, assisa, con testa coronata, recante in una mano 
lo scettro, nell'altra la patera, e con la leggenda lOVI AXVR ('), il quale documento 
che pure ha per noi grande valore, perchè ci conferma la notizia dataci da Servio, 
cioè che sotto il titolo di Aiixur fosse adorato Giove fanciullo, nulla aggiunge per 
la questione di architettura e di topografia. 

Poco nulla si occuparono del tema gli scrittori moderni, i quali ricordando questo 
tempio si limitarono per lo più a riportare i passi di Livio e di Virgilio, senza dir 
nulla intorno alla sua ubicazione. 

Soltanto il Contatore, meglio di ogni altro avendo interpretato le scarse notizie 
dei classici, sciisse che questo celebre sacrario dovè sorgere saprà opiceni montis 
Terracinensi urbi imminentis, vulgo « il Monte s. Angelo « , sulla cui sommità pose 
anche l'arce della città volsco-romana (-). E dell'arce, secondo il Contatore, facevano 
anche parte quelle arenazioni che tuttodì veggonsi sul detto monte, quasi avessero 
servito da specola per osservare da lungi lo mosse dei nemici {^). 

Del medesimo avviso fu lo Smith, il quale parlando di questo tempio di Giove 
presso Terracina non esitò a dire clic molto probabilmente esso sorgesse nell'acropoli 
dove erano ancora visibili gli avanzi delle sue mura e lo sostruzioni ('). 



(') Cf. Eckhel I, |i. lOH; Oula^ii .Ued. Conx. ji. .^JW, n. 10; F;iliretti Oloas. Ital. col. 123. 

(') De hist. Terracin. p. 307, sejr. 

(■■') Op. cit. p. 310. 

(■*) Dkt. of Greck and l'oman ijcoyra/ilu/, II, />. llo|. 

(Jl.vsse di scienze mouam ecc. — Memoiuk ■ Voi. II, .Soli ' .j\ parte 2» 13 



TKKKACINA 



— 98 — REGIONE I. 



Cosi la ponsò auclie il sig. Salvatore Viuditti, zelante ricercatore delle memorie 
patrie ('). 

Ma in <;eiierale. per qiiaiit*) ciuictriie questi antichi avanzi esistenti sul Monte 
s. Angelo, gli altri si tennero alla tradizione locale ; e cosi fece lo stesso eh. De La 
Blanchère, a cui dobbiamo i migliori studi, fatti in questi ultimi tempi, sopra le au- 
tichitri terracinesi. 

Secondo il eh. autore (-') anche le grandi arcuazioni sono le rovine di una caserma, 
o di un prae/oriiim Theodorici, e coeve, giudicando dallo particolarità tecniche della 
struttura, alla cinta fortificata che dal vertice del colle discende sin presso la città, 
cinta clic l'autore denomina mocnia nevi barbarici, pur riconoscendo una costruzione 
più diligente e perfetta nelle arcuazioni i^). 

Escluso pertanto l' intero monte s. Angelo dal perimetro dell'antica Anxur. il 
eh. De La Hlanchère pone l'arce in quella piccola elevazione, a nord di Terracina, sulla 
quale sorge ora il castello medioevale, ed ivi stabilisce pure la sede del tempio di 
Giove ('). 

E veramente, se non può farglisi colpa di avere prescelta questa località per la 
sede dell'acropoli e del tempio, resta inesplicabile come mai riferisse a cosi tarda 
età le costruzioni di monte s. Angelo, le quali presentano subito il carattere di co- 
struzione romana, di oi)era incerta, dei tempi migliori. E tale infatti fu il giudizio 
che me ne formai, pur non sapendo quale attribuzione dare a questi avanzi, allorché 
visitai la località per la prima volta, nel giugno del 1891, unitamente al eh. archi- 
tetto sig. Giacomo Boni. 

Le recenti ed importanti scoperte che mi accingo a descrivere ebbero origine \\\ 
opere che se non possono diisi fortuite, certo non erano dirette alla indagine archeo- 
logica. Perocché, nel passato marzo, un tal Luigi Antonio Capponi, ritenendo che sulla 
sommità del colle dovesse colarsi una somma di denaro d'oro, clandestinamente re- 
catovisi, cominciò a scavare una buca, lunga o larga '1 metri circa (■"■) ; e giunto alla 
profondità di m. 2,50, incontrò una muratiu^ in calcare del luogo, con soprappo'^ta 
cornice di ottimo stile. 

Avendo di là a breve tempo avuta occasione il sig. Pio Capponi di recarsi sul 
Monte s. Angelo, esaminato lo scavo, e colpito dalla presenza di quella base scorni- 
ciata, riconobbe che essa apparteneva al basamento di un tempio, anzi al tempio di 
Giovo Anxure, che secondo l'opinione da lui varie volte manifestata, sorgeva su quel- 

(») Cfr. Monografia della basilica cattedrale, già antichissimo tempio di Apollo in Terracina, 
Foligno, 188.5, p. 5. 

(') Terracinc. Essai d'histoire locale. Fa-^cic. 31, della Bihliothì^uc dcs Ecohs Franfaises 
d'Athhiei et de Rome. 

(') Op. cit e. IX, pat,');. 102-171 pi. II. .\nclu' il Wuslplial (Guida per la campai/na di Roma, 
p. 22) designa le costnizidiii <li Monte s. Angelo " un cimipo fortificato del re Tcodorico ». 

{<) Op. cit. pi. Il, 11. 7. 

(') Tolpo questi particolari da una corrispondenza del sig. ispettore degli scavi, iiig. Filippo 
Libeniti, edita nel periodico Arte e Storia, 1891, n. 8. Debbo inoltre rammentare che di <|ucsli 
scavi diede contezza il oh. prof, conim Francesco .Vzzurri. in un iirtirolo inserito nel giorn.ile 
l'Italie. 



REGIONE 1. 



— oy — 



TERRACIXA 



l'altura. Ed in conferma di'lla dotta tesi topografica potè egli additare anche alcuni 
avanzi di pavimento a musaico, rimessi a luce lì vicino. 

Pigliando molto interesse a questa importante scoperta, e secondando le premure 
di vari egregi cittadini, ed in particolar modo del predetto sig. Pio C'apponi, il Mu- 
nicipio di Terracina, proprietario dell'area, con nobile atto mise a disposizione del 




FlG. 1. 



Capponi una somma per cominciare l'esplorazione di quel luogo. In breve gli scavi 
fecero riconoscere, a non grande profondità, l'intera pianta di un tempio di forma 
rettangolare, orientato da nord a sud, della lunghezza complessivii di m. 3;ì,50 X 10,70. 
A maggiore intelligenza qui se ne aggiunge la pianta (fig. 1) con le relative sezioni 
(lìg. 2. 3) secondo i rilievi trasmessi al Ministero dal sig. ispettore ing. P. Liberati. 



TEKKACINA 



— lUO — 



REGIONE I. 



La colla, luiij,'a in. ll.lM: lari^a ni. 13,00. con ingresso largo in. 4,98, costruita 
ad opera incerta, come tutto il resto del tempio, era esternamente decorata con mezze 
colonne aderenti allo pareti, e costruite pure ad opera incerta, salvo la parte inferiore 
formata con un mezzo tiimburo di travertino. Si scoprirono alcuni di questi semicilindri 








I t • I I I « * m m 



Fio. 2. 
^(Sezione trasversale P Q lì) 



di travertino, e parecchi blocchi della fabbrica sui quali risalta la parte superiore di 
tali semicolonne. Rimangono al loro posto lungo le pareti della cella i blocchi 
squadrati di travertino sui quali le mezze colonne venivano a posare. Dal loro numero 
sappiamo che le mezze colonne erano sei su ciascuno dei lati lunghi, e quattro sul 
lato di fondo. 




Fio. i. 
(Sezione lonfritndinalc N 0) 



Noi centro di questo lato, nel punto segnato in pianta con la lettera' E (fig. 1),' 
rimano un basamento in lat^jrizi, con zoccolo cornice o gola rovescia, come vodesi 
nella figura che qui appresso si aggiungo (fig. 4). Kia destinato a .sostenere la statua 
della divinità. 



REGIONE I. 



— 101 



TERRACINA 



Il pavimento è di musaico bianco a tasselli di calcare, contoniato da una fascia 
scura a tesselli di ardesia. 

Il pronao lungo m. 12,80 mostra sul prospetto i resti della gradinata. Era de- 
corato con grandi colonne scanalate e con capitelli di stile corinzio, il tutto formato 
col così detto alabastro delle cave del Circeo. Dello colonne si scoprì un tamburo, 
che ha il diametro di m. 0,92 e si raccolsero molti frammenti dei fogliami dei capi- 
telli, eseguiti con magistero che ci riporta ai primi tempi dell'impero. 

Lo stilobate, assai bene conservato lungo il lato orientale, è fatto con grossi 
blocchi di calcare con cornice, listello, guscio e gola rovescia, secondo il motivo che 
qui è rappresentato (fìg. 5). 





Kin, 4. 



FiG. 5. 



Ed anche questa parte, per la eleganza con cui iu condotta, va attribuita all'età 
tra la fine della repubblica ed il principio dell'impero. All'età medesima ci riportano 
i bolli impressi su tegoli e sugli embrici che si raccolsero nello scavo. 

Alcuni, con lievi differenze nella disposizione delle parole, offrono bolli già 
noti, e del tempo sopra citato. 

Il primo, impresso in un pezzo di embrice reca: 



I EVPQll| 

L • DOMITI 
L VP I "«^ 



Ripete con diversa distribuzione la leggenda del bollo di una tegola scoperta 
nell'agro di Velletri (C. /. L. X 8043, 55). 

Il secondo, pure impresso in im embrice, presenta: 



I PATROSy US 

L ■ DOMITI 
L VPI 



Ripete, puiC con distribuzione diversa, il bollo di una tegola scoperta presso 



TEURACINA — 102 — REOIONE I. 



Sermonota (ib. 8043, 56). Il nome solo di questo servo tìffulo apparisce in una te- 
gola rinvenuta a Fondi (ib. 8048, 72). 

Il terzo, pure su embrice porta il nome dello stesso padrone L. Domizio Lupo ed 
il nome di un servo Felix, di cui nessun altro bollo finora si conosceva. 



L DO (Ai ti 
L V P I — 

III un frammento di tegole leggasi il bollo inedito: 



IZL 



che va attribuito alla fine della repubblica. 

Ad et;ì più antica, probabilmente si devono attribuire alcune teste di leone, 
pure di alabastro del Circeo, adoperate per la grondaia. 

11 tempio fu devastato da un incendio che lo distrusse completamente, calci- 
nando perfino alcuni dei grossi blocchi del basamento, della parte orient;ile. Dovunque 
è manifesta la violenta azione del fuoco, ed un potente strato di ceneri e carboni 
ricopre le rovine. A questo aggiungasi l'opera dirutta dell'uomo, che infranse in mi- 
nuti pezzi le statue che adornavano il santuario, di guisa che non sono stati recupe- 
rati che frammenti di piedi e di mani, ed informi avanzi di testi-, suflìcienti però 
a far riconoscere il corretto disegno ed il gusto con cui le statue erano state condotte. 

E la mancanza delle colonne, delie quali un solo tamburo fu rinvenuto, e 
di tanti altri frammenti architettonici, induce a credere, che distrutto l'edifizio, se 
ne dispersero gli avanzi precipitandoli pei borri e pei rocciosi greppi del monte. 
Alla reazione cristiana devesi certamente qucst' ultima rovina dell'insigne tempio, avve- 
nuta, secondo ogni probabilità, dopo il 12(3 di Cristo, dopo cioè che fu promulgata da 
Teodosio la costituzione per la distruzione dei templi pagani {Cod. Tlieod. X'VI, 10, 25). 

Lungo il fianco orientale del monumento, tra gli strati di cenere, si recuperò, 
una notevole quantità di oggetti votivi, di piombo, risparmiati dal fuoco per esser 
forse stati protetti dai materiali caduti dall'edifizio, mentre altri oggetti simili esposti 
alle fiamme si erano fusi. Vi si trovarono inoltre due piccole colombe di pasta vitrea; 
globetti vitrei per collana; un amo da pesca di rame ed alcune cerniere per mobili. 
■Vi si raccolsero pure due piccole basi marmoree di donarli di forma quadrata, 
destinate a reggere una statuetta che vi era infissa, come dimostrano i fori praticati 
nella faccia superiore. 

La prima di metri n,o4 x (),(>.">, reca inciso in piccole lettere: 

DEXTER 
VENERI 

opseqveSìi 

U M DON 



KEUIONK I. lUa TEKKACI.NA 

L'appellativo di obsequeas dato a Venere ricorre soltanto in un titolo votivo 
rinvenuto presso s. Polo dei Cavalieri, edito sull'apografo del Viola (f. /. Z., XIV, 
;i5(i9) quantunque il compilatore lo abbia creduto sospetto. 

Parimenti credo che dopo il rinvenimento della nostra base, debba accogliersi 
tra le vere, sebbene di scorretta scrittura, l'epigrafe terracinese reputata falsa 
(6'. /. Z., 855*). 

ad venere opsequente 

La seconda di m. (),(J7 X 0,05, reca a piccole lettere, imitanti quasi la scrittura 
a pennello : 

CARPINATIA 
FORTVNATA- 
VENERIVS-LM 

Queste iscrizioni provano come anche Venere avesse un sacello nel maggior 
tempio terracinese. 

In un frammento di lastrone marmoreo, calcinato restano, soltanto le lettere : 



AF, 

Lungo lo stesso lato del tempio, al di là del muro di opera incerta che lo re- 
cingeva, fu trovata una buca di forma quadrata, segnata in pianta colla lettera D. 
Fu probabilmente una delle favisse, in cui, oltre agli ex voto in piombo superior- 
mente accennati, si rinvennero gli avanzi di una cassettina di piombo, listata di 
rame e tutta deformata dal fuoco. 

Poche moneto vi si recuperarono. Una di esse spetta ad Augusto, ed ha il nome 
del triumviro monetale C. Plozio Kufo (Cohen I. p. 95 n. 452) ; una è di Faustina 
minore, ed una di Marco Aurelio. Si trovarono pure due altre monete di bronzo 
irriconoscibili per l'ossido. 

Una singolare e curiosa costruzione apparve, col procedere dello scavo, a levante 
del tempio, ed a breve distanza, nel punto segnato in pianta colla lettera C. 

Consiste in quattro muri, dell'altezza di ra. 0,75 circa, di opera incerta, formanti 
un rettangolo di m. 6,9U x 6,00, coi lati non paralleli all'asse del tempio. In tale 
costruzione è incluso uno scoglio natuialc, superiormente forato nel punto corrispon- 
dente al centro del rettangolo. Da scandagli fatti si è riconosciuto, che sotto lo scoglio 
apresi una piccola caverna, ora profonda poco più di m. 7, comunicante per mezzo 
di cunicolo di altra apertura, coU'esterno, come è provato dalla corrente d'aria 
che esce dal foro, sufficiente a far sollevare le paglie e lo fronde che si volessero 
introdurre nella cavità. 

Certamente è questo un antro per le sorti, o il luogo pei responsi dell'oracolo ('). 

(') Iiiti'ressaiite jicr l'antica tnpotcrafìa di 'l'crracina ò una iiianta della città e dei suoi din- 
torni, rilevata nel 1781 dall'in^', (iaotano AstnKì, nella quali' vedesi disegnato umi solo il tempio 



TBRRAOINA 



— 104 — 



KEOIONE I. 



Né crediamo di orraro attrilmendo l'ori^iuo di questa siugolaro costruzioue ad un 
fiilmiiio caduto in questa parte del monte per cui il saaso, su cui Giove aveva mo- 
strato la sua potenza, divenne un sacro hidentnl, e quindi fu coperto e chiuso ai profani. 
Infatti quella sacra roccia non solo rimase nascosta entro la procinzione tuttora 
esistente, ma ancora fu ricoperta da piccola tettoia sorretta da colonnine laterizie, di 
ordine ionico, delle quali, come pure dei capitelli di travertino, vari frammenti furono 
dissepolti. 

Trovato il tempio, fu facil cosa il riconoscere nelle sottostanti arenazioni, attri- 
buite, come dicemmo al jtraetorium Theodon'ci, la grande sostruzione che per una 
lunghezza di m. 02 e per m. 24 nel lato occidentale, sorregge la platea al cui centro 
fu eretto il santuario, come vedesi nella figura che qui si aggiunge (tig. 6). 




Fio. «5. 



Trattasi di lavoro colossale ed imponente, se si considera che la platea fu otte- 
nuta con lo scalpellare molta parte delle roccie del monte, le quali ergonsi quasi 
a picco dietro il tempio e quasi lo recingono e difendono. Kd aftinché nò dal tempio 
nò dall'area sacra si vedesse l'asprezza del luogo, fu innalzato dietro la cella un jior- 
tico, nel punto segnato in pianta con la lettera I (tig. 1). 

Era anch'esso costruito con opera incerta, rivestito d'intonaco dipinto a colori 
giallo e rosso, con colonne di stile corinzio, come rilevasi da pochi frammenti raccolti; 
e vi si ascendeva per quattro gradini. 

Tutta la platea, come bene può osservarsi dalla jiianta di insieme, è di forma 
irregolare, secondo che le difficili condizioni del sito ricliiedevano. L'acqua piovana 
veniva raccolta in due grandi cisterne (tig. 1 G, II) di forma rettangolare, pel cui 
lato meridionale, a risparmio di costruzione, si seppe trarre partito dal grande muro 
interno della sostruzionc. 

L'asse del tempio non è normale con la fronte della sostruzione, e ciò è natu- 
rale, ove si consideri che il tempio è orientato, mentre la sostruzione segue la forma 
del monte. 



ma anche la cnstriizinnc ora descritta. Questa pianta cnnscrrasi presso rufiìciu tecnico della bonifica 
puntina, e fn indicata al Ministero dal t\^. xn^. Filippn Liberati, il quale inviò anche il Incido delle 
antiche cortruzioni di Monto 8. Anjrelo. 



REGIONE I. — hi.") — TERRACINA 



La comunicazione tra la platt-a del tempio od il ripiano sottostante, formato in 
gran parte mediante le sostruzioni, avveniva pm- mozzn di una .sciala (lig. 1 //), scoperta 
presso l'ultima arcata del fianco occidentale della sostruzione predetta. 

Da queste sostruzioni, nel punto segnato in pianta con la lettera F, si penetra 
in un'altra grotta usata anch'essa per le sorti. 

Potrebbesi forse domandare por quale ragiono gli antichi non eressero il tempio 
pili verso la sommità del monte, risparmiando cos'i l'enorme lavoro e della platea e 
delle sostruzioni. La risposta è facile, se si osservi che nel punto prescelto dagli 
antichi, a circa 200 metri sul livello del mare, il tempio era visibile da lungi, a 
partire da Fondi e da Gaeta verso oriente, e da Anzio e da Ardea verso occidente: 
inoltre dominava la città, alla quale sarebbe rimasto invisibile se fosse stato edifi- 
cato sul culmine dell'altura. In qualunque altro punto fosse stato eretto, la veduta 
non sarebbe stata così estesa, ed il santuario sarebbe stato occultato dalle scogliere 
e dalle rupi. Ed è questa ampia veduta che ci dà l'argomento principale per riconoscere 
nel tempio ora scoperto quello di Giove Anxuro, poiché solo da questo punto poteva il 
nume dominare, come ci è attestato dai versi di Virgilio, il territorio bagnato dal 
Numicio, i colli dei Rutuli, ed 1 giuochi del Circeo. 

Il tempio era difeso dall'arce, cui si accedeva per una rampa tagliata nel vivo 
sasso, che gli ultimi scavi ci hanno fatto riconoscere nella parte nord-ovest della 
platea (fig. 1, L). Delle fortificazioni dell'arce rimangono non pochi avanzi, dei quali 
sarebbe fuori luogo ora discorrere, collegati alla grande cinta turrita che protegge il 
monte lungo il versante nord nord-ovest. La struttura ad o-p'is incertum, identica a 
quella dei muri del tempio e delle sostruzioni, identica anche a quella delle tombe che 
fiancheggiano l'Appia primitiva, alle falde di Monte s. Angelo, esclude assolutamente 
che la cinta fortificata sia opera dei tempi barbari ; e l'appellazione di moenia aeri 
barbarici, come l'altra di palaiium Tiieodorici, dovrà ora bandirsi per sempre. 

Non è improbabile che il nome Aaxur ci rappresenti la divinità originaria 
adorata dai Volsci, ed immedesimata poi nel concetto di Giove, come avvenne di 
altre divinità locali. Vuol dire che questa divinità primitiva aveva carattere somma- 
mente giovanile, donde il culto di Giove fanciullo, o Anxur come sappiamo da Servio. 
Ciò è confermato dalla base con iscrizione : lovi puero, che lo Schotto attesta di aver 
veduto a Terracina {Ilin. ital., Antuerpiae MDCXXV, p. 577), la quale iscrizione 
fu annoverata tra le false o sospette {C. I. L. X, 918*, I). 

Ciò è maggiormente confermato dagli oggetti votivi, che sopra abbiamo ricordati, 
e che sono veri giocattoli [crepundia). Questi oggetti rarissimi, dei quali sono qui 
raffigurati i tipi principali, sono tutti di piombo, ed ottenuti mediante la fusione del 
piombo in stampiglie come si usa fare anche adesso per molfi balocchi. 

Rappresentano mobili per l'arredo di una camera, piatti ed utensili da tavola e 
da cucina; il tutto nello stile che fu in voga tra il finire della repubblica ed il 
principio dell'impero, che è appunto l'età a cui la costruzione ora scoperta o le ul- 
time rifazioni del tempio si devono riferire. 

Abbiamo una menm tripes (fìg. 7) alt. mm. 38 coi trapezofori a testa e zampe 
leonine, come negli originali di marmo e di bronzo. 

Classk di scik^ze mokali ecc. — Mkmouie — Vul. II, Serie 5", parte 2^^ 1 I 



TERRACINA 



— 1()(» — 



REGIONE I. 



Viene poi una cathedra supina alt. rara. 34 che ha la forma delle nostre pol- 
trone (ib.); nella quale sul prospetto del sedile è rilevato un fe^tonciuo, iu raezxo a 
cui è una patera ; e nella spalliera la testa di un fanoiullo. Un'altra testa giovanile 
ò rilevata nella parte opposta della spalliera medesima. 




Fi(i. 7. 



Segue una specie di seamnum, se pure non deb1)asi delinirlo un piccolo {lìiacus. 
ossia una tavola rettan^'olare a quattro piedi, con sbarre (ili.), alt. nim. H», destinata 
a simulare la credenza, od il rr/iositon'um per lo vivande che a mano a mano do- 
vevano essere apposte. Quindi una base cilindrica con scanalature, chiusa superior- 
mente con un disco di maggiore diametro, ornato nella superficie con un rosone (ih.), 
alt. mm. 18. Probabilmente era destinata essa pure a seivire da 
reposilorium, od a fare l'uflìcio della tavola conosciuta col nome 
di delphica. su cui. come ncWahacus, o nel reposilorium ordi- 
nario, si disponeva il va.sellame pei cibi e per le bevande. 

Ne manca un altro arnese, che pure fa parte integrale 
degli accessorii per la tavola, cioè il candelabro. Se non che 
iKMi ;iMii;iiiii> 111) candelabro nel più stretto senso della parola, 
ossia un ccrioUtrc o ccrioiarium (cfr. la nota iscrizione: /te- 
cimia C. f. Candid. saccr{dos) M{alris) I)(r,nn) ddfìcam cim 
laribm et ceriolariis n{timero) XXXVI: («rolli n. 250')), ma un 
canddabrum nel significato ordinario di lychauchnm, cioè un 
lucernario della forma più semplice consistente in unasta che 
sostiene un lai-go piatto, sopra il quale poteva essere posata una lucerna, probabil- 
mente di quelle grandi a più becchi (noXv'jiìoc). 




Fio. 8. i : i 



REGIONE 1. 



— 107 — 



TERRACINA 



Finalmente a compimento ilrl servizio di tavola abbiamo il ptier dapifer, che 
si avanza con un ferculum (ib.). 

È noto che secondo il costume antico non si siedeva a tavola con le vestimenta 
e la calzatura ordinaria, ma si indossava la vestis cenaloria^ e vi erano anche san- 






FlG. 9. 1:1 



FiG. 11. l:l 



FiG. 10. i:i 



dali speciali (soleae). Così vediamo dipinte le pianelle accanto ad un servo, forse il 
servus a pedibus, in una pittura mm-ale rappresentante scene di triclinio, scoperta in 
una casa presso il Palatino {Notizie 1802, p. 47). Quindi, acciò nulla mancasse al 
nostro corredo, furono aggiunte anche le pianelle convivali (fig. 8). 

Non saprei se al vestito per la cena si riferiscano anche gli oggetti rappresen- 










'%^^- 



■W ': 






FiG. 12. 1:1 



Fi.:. 13. 1:1 



tati nella tig. 9, lu, 11. Certo è che i due primi debbono considerarsi come fibule, 
essendovi rappresentato l'ardiglione ; e non è improbabile che per fermaglio di cin- 
tura avesse servito il terzo, che non ci è pervenuto nella sua integrità. 

Seguono i piatti pel servizio della tavola ed alcuni rappresentati con le vivande. 
Abbiamo anzi tutto una pisciiim jmtiaa (fig. 12), ove si veggono rilevati due pesci, 
probabilmente due triglie {mullas barbalus). 



TEKRACINA 



— lOS — 



REGIONE I. 



Segue uuaitni patina ove ò un pesce solo (tig. 13); è poi un'altra senza alcuna 
rappresentanza ili cibo (Iì.t. 14), ornata in <,'iro da una lascia a piccole baccellature o 
nel nieizo da una stella. L'u'altra scodella è ornata con un solo giro di baccellature, 




.<?: 



V 




Fic. It. 1:1 



ed anch'essa è vuota (fig. 15). Un'altra, assai elegante, è in forma di conchiglia, forse 
per simulare la conca salis puri (tig. l(j). Un'altra scodella con l'orlo ottagonale, po- 
trebbe meglio detìnirsi un catino (fìg. 17). Tutti questi piatti hanno due anse, se si 
eccettua quello in foruia di conchìglia che ha un'aniia soltanto. 





Fili. ].'). 1:1 



l'io. ll'i. 



.\1 medesimo servizio della mensa appartengono tre altri piatti, che por la loro 
forma .somigliano perfettamente ai nostri vassoi. Uno è ovale (tìg. IS), due altri ret- 
tangidari; e di (|ue8ti, uno è con anse traforate (fig. 10), e un altro senza manici, e con 
bordo, nella furina dello schifo usato ancora in molti paesi i>er fare il pane, ed ado- 
yterat'j dai mannvali jirr |iurtare la calce (lig. "JiJ). 



REGIONE I. 



lU'J — 



TERRACINA 



Credo potersi ascrivere questi utensili a quelli che gli antichi designavano col 
nome di lances, usati talvolta anche per fruttiere. Le due ultime (tìg. 19, 20) possono 
ben corrispondere alle lances i/iuidralae (Ulp. Dig. 34, 2, 19). 

Parimenti alla mensa appartengono due pale rae (tig. 21, 22) ciascuna col proprio 
manico, e dirterenti tra loro solo nell'ornato, l'una avendo nel fondo solo cerchi con- 
centrici, l'altra un rosone. 





FiG. 17. i;i 



FiG. 18. 1:1 



Pei vasi da bere possiamo citare solo iin'oinochoe. di forma certo non elegante, 
e che se fosse stata fratturata nell'estremità avremmo creduto che rappresentasse un 
elmo (tìg. 23). 

Degli utensili di cucina abbiamo una graticola (cralicula) lunga mm. 125 
compreso il manico, formata con laminetta di rame una delle quali è mancante 
(fig. 24). Essendo molto adoperato per arrostire il pesce, quest'utensile doveva essere 
uno dei più comuni nella cucina di un paese marittimo, quale è Terracina. 





Fu;, m. 1:1 



Fig. 20 l:l 



Ho detto che questi oggettini sono rarissimi, uè vi ha bisogno di aggiungere argo- 
menti per confermare ciò, bastando ripensare al culto di Giove a cui si riferiscono ed 
alla tesi topografica e storica che per mezzo di essi è pienamente risoluta. 

Ma quantunque rarissimi non potrebbero dirsi unici, come mi ha fatto osservare 
il eh. prof Pigorini, a cui devo la notizia di oggetti simili che si conservano nel 
Museo di Re22Ìo Emilia, e che furono rinvenuti nella tomba di una fanciulla. Con 
la notizia avuta dal prof. Pigorini, e con alcune dilucidazioni datemi dal r. ispet- 
tore degli scavi prof. Naborre Campanini, ho potuto leggere quanto riguarda tale 



TERKACINA 



111» — 



RBOIONB I. 



scopurta, cioè la Nota del compianto Chierici, intitolata Ragguagli di uno scavo 
a liresedh, scritta il 19 settembre del 1863, ed inserita negli Alti e Memorie delle 
lì li. J)ejiufaiioiii ili Storia j>ulria per le Provincie modenesi e parmeim \oì. I, 1864, 
p. 381 8g. . La tomba, cos» scrisse il Chierici, era intatta. Il fondo e il coperchio qua- 





Fio. 21. 1:1 



FiG. 22. 1:1 



(^' 



drati si formavano di un mattone e mezzo, ed intorno girava l'altezza di uu mezzo 
mattone. Dentro, fra la terra, eh' eravi penetrata, si trovò un macchietto di ceneri 
e di ossa bruciate, una Incernetta pendiila di terra nera e una serie di piccoli og- 
getti di .«stagno che rappresentano niellili ie e arnesi domestici spettanti particolarmente 
alla mensa ed alla ciieina. 

>. Una mensa rotonda a tre piedi. Una sedia die ha tutta la forma delle mo- 
derne cattedre episcopali ; nello schienale dinanzi è disegnata una tosta giovanile di 

femmina, e un' altra dietro. Due piatti ovali : sul fondo di 
uno t' ligiuato un pe.^ce. Altri due escari (/(niccf) nitondi, 
cavi, a due manichi. Un quinto piatto a foggia di conchi- 
glia, se pure non ò una coppa per libazioni. Due urne di 
forme diverse. Una lucerna a mano. Una cesta col coper- 
chio. Una calderuola (ìchcs) ed un secchietto col manico 
arcuato mobile (sitala). Un frammento di baso rotonda. Un 
largo cerchio radiato come nimbo ed alcuni minori pezzi 
lavorati sono avanzi di altri oggetti che erano consunti o 
non si poterono salvare ". 

Sopra questa tomba era stata trovata l'iscrizione {C. f. A. 
XI, 1020): (l. m, luliae Graphidis vixit ami. xv, tn. ii, d. jci. Q. Julius Ale.raader 
vi vir 'mg. mng. aiig. bis et ì'uccia Justina alnmnae Icnrissimae. Il che conferma che 
1 resti del rogo appartenevano ad una fanciulla, a cui per conseguenza bene conro- 







1:1 



REGIONE I. 



— Ili 



POMPEI 



nivaao quei giuocattoli simili a quelli posti per voto a Giove fanciullo, od Anxure, 
adorato sull'alto del colle di Terracina. 




Fui. 24. 2:5 

Dobbiamo esser grati dell' importante rinvenimento al locale Municipio che pro- 
mosse le indagini; e singolare elogio merita il sig. Pio Capponi, studioso e indefesso 
ricercatore delle antichità della sua patria, il quale diresse gli scavi che a stagione 
propizia saranno continuati. 

L. BORS.VRI. 



XIII. POMPEI — Giornale degli scavi redatto dal soprastanti. 

1. febbraio. Sono cominciati gli scavi ad est della casa detta delle no^se d'ar- 
gento. Si sistemarono anche le terre nella regione IX, isola 6^ e propriamente nel- 
l'ultima casa, lato ovest. 

Si eseguirono restauri nella regione I, isola 5^ e nella casa n. 16, regione VII, 
isola 2^ 

Nell'anzidetta ultima casa, lato ovest, della regione IX, isola G'', si rinvenne: 
Bronzo. Un candelabro terminante a piedi leonini e foglie di edera, alto m. 1,317. 

2-5. detto. Continuano i lavori, come sopra. 

<K detto. Si è eseguito uno scavo straordinario nella regione 'V, isola 2'*, casa 
n. 1 .">; e presso il triclinio si è trovato : Ferro. Un braciere ossidato ed in frammenti. 

7. detto. Sistemandosi lo stesso scavo, lasciato incompleto nei tempi passati, della 
casa indicata coi numeri lo, 11, sulla via Nolana, regione V, isola 2°, si rinvenne: 
Ferro e avorio. Un piede appartenente ad un Ietto, alto m. O.iiori. — Ferro. Un 
gladio ossidato e corroso, mancante della punta, lungo m. U,39U. — Osso. Un 
cucchiaio circolare, lungo ni. 0,112. 

Nello sgomberare un vano di fronte all'ingresso segnato n. l;ì, regione 'V, isola 2*, 
nella via Nolana, si rinveiiiio: Terracotta. Lucerna ad un lume, verniciata di 
rosso, con la rappresentanza di Giove, sedente, innanzi a cui è l'aquila ad ali spie- 
gate, lungh. m. 0,142. Altra lucerna bilicne, con la stessa rappresentanza, rotta 



TERRANOVA KAISANIA 



— llli — 



SAHDISIÀ 



nella parte posteriore, lungli. m. 0,140. Altra a due becchi, uno dei quali rotto, e 
con rappresi-ntanzu di armi gladiatorie, nel centro, lunga m. 0,141. 

Lucerna bilicne a vernice nera, semicircolare, diam. m.o.lod. Altra a vernice nera, 
luonolicne. con manico ad anello. Il bordo è decorato con ovoli ed altre decorazioni. 
lìroìuo. Una piccola conca, lesionata e mancante nel fondo, diam. ni. n,27o. Un anello, 
diam. m. O.o-Jt». Altro .simile, diam. m. (»,o24. Una moneta di j.iccolo modulo irri- 
conoscibile. 

8-12. detto. Continuano i lavori nelle mentovate località ; ma non si ebbero rin- 
venimenti. Fu casualmente raccolta: Bron:o. Una testina ornamentale, mal con- 
servata, alta m. 0.022. 

1:1-14. Si sgombera il materiale esistente nell'atrio della casa sognata coi numeri 
IS. r.i nella regione V, isola 2», e si trovò un'anfora con epigrafe. 

15-27 detto. Continuano i lavori di restauro, e di scavo, nelle accennate località. 

28. Si rinvenne un frammento di lastra marmorea, in quattro pezzi, alto m. 0,18, 
largo m. 0,:j'>, in cui rimangono le lettere: 

b D ■ AB • SV 



SARDLVIA 

XIV. TERRANOVA FAUSANIA — Di un frammento di diploma 

militare. 

Nelle Notisie dello scorso gennaio (p. 31) per en-ore tipografico sono state in- 
vertite due linee nella pubblicazione del frammento di diploma militare, trovato a 
Terranova Fausauia. Hii>roduciaiiio ([uel frammento epigratico, aggiungendovi i facili 
supplementi, che determinano spettare il monumento all'età di Adriano. 

Da un lato: 

imp. caes.lDWl llraiaai parthici f. divi 
nervae «IePOS Th-aianus hadrianus aug. 
poni if. ?« U X lK\jb. poi. ... cos ...p. p. 
ìis qui mili^^^^avcruiU etc. 



Dall'altro: 



dimiss is honesta 

-....^..--r^/w quorum nomina subscripla 
SVNT \?\sis liheris poster isquc eorum 
CI V ITATJo» dedil el conuhium cum tucorib^ 
QWAS- 7 lune habuissent cum est civilas 



iis data, aul si qui caelibes essent, etc. 
Cfr. specialmente il diploma militare di Adriano, dell'anno 120. edito nel C. I. L- 111, 

„ a-- n '^9 fi- •'«ATTI, 

p. »/;), n. .ii. 

lloma 15 aprile 1894. 



REGIONE XI, Vili. — 113 — LENTA, EIORENZUOLA i/aRDA 



APRILE 



Regione XI {TRANSPADANA). 

I. LENTA. — Tomba dieta romana scoperta nel territorio del comune. 

Ad un chilometro circa, a sud di Lenta, a m. 10 dalla strada Vercelll-Gattinara, 
a m. 1,80 di profondità, in uno scavo di ghiaia, fu scoperta un'anfora, mancante del 
collo. Conteneva ossa combuste, due bottiglie quadrangolari dì vetro, ed una grande 
lucerna di terra cotta, ornata di due mascherine, e col bollo figulo ATIMETI, già noto 
in lucerne di Vercelli (cfr. Bruzza Iscris. ani. vercell. p. 227, n. 5 ; Leone in Atti 
della Soc. di Arch. e belle arti di Torino t. V, p. 317), e del Vercellese (Ferrerò, 
in Mcìn. dell' Acc. delle Scienie di Torino s. II, t. XLI. p. 176, n. 42). L'anfora 
ed una bottiglia furono infrante; la lucerna e l'altra bottiglia, alta m. 0,18, con orlo 
e manico larghi e piatti e circoli concentrici sul fondo esterno, furono acquistate dal 
diligente raccoglitore di antichità vercellesi, cav. Camillo Leone, alla 'cui cortesia 
debbo la notizia del rinvenimento. 

Soppesi poi che alla suppellettile funebre delle medesime tombe apparteneva un 
poculo di terra rossa, alto m. 0,085, diam. della bocca m. 0,08, con le lettere: 

M S C 
graffite nel fondo all'esterno: ed anche questo poculo passò nella raccolta del cav. Leone. 

E. Ferrerò. 



Regione Vili (CISPADANA). 

IT. FIORENZUOLA D'ARDA. — Fondi di capanne dell'età neolitica 
scoperti alla Pala^^ina d'Olza nel territorio di Fiorenniola d'Arda. 

In Olza, villa distesa lungo la sinistra dell'Arda, comune e parecchia di Fiorcn- 
zuola, 3 chilometri e mezzo inferiormente alla via Emilia, a nord dello stesso capo- 
luogo e nella media pianura del Piacentino, vi ha un podere denominato - Palazzina •>, 
di proprietà dell'Istituto Gazzola. 

Il iìttabile signor Virginio Gallini, distinto agricoltore, visto che un campo detto 
Giarrone, posto a ovest della casa colonica e a 200 metri circa dalla sponda del tor- 

Classb di scienze mor\li ecc. — Memokik — Voi. H, Serie 5°, parte 2* 15 



FIORENZUOLA D ARDA 



— Ili — REGIONE Vili. 



rento, era molto fertile e un pò" elevato sul livello della proprietà, pensò di fare una 
grande spianata e adoperare il terreno por concimare altre terre. In questo lavoro rin- 
venne molti avanzi di laterizi, del che fui tosto avvertito per mezzo dell'egregio conte 
Giuseppe Nasalli Uocca, presidente del Consiglio d'Amministrazione dell'Istituto Gaz- 
zola, ed il 25 marzo u. a. feci una prima visita sul luogo. Vidi che si trattava degli 
avanzi di un'antica abitazione romana. Questi consistevano in grandi quadroni romani, 
embrici, resti di pavimento a impasto, anse di grosse anfore e frammenti di vasi terra 
finissima ; avendo però notato sotto a questi ruderi qualche indizio di età piii antica, 
credetti opportuno di intraprendervi alcune esplorazioni coi mezzi in parte accorda- 
timi dalla benemerita Amministrazione dell' Istituto Gazzola. di cui mi professo oltre- 
modo grato. 

Le mie ricerche, durate per tutto l'aprile, accertarono l'esistenza di alcune buche 
circolari del diametro da m. 2,50 a m. 3,00 e della profondità media di m. 1,30, 
col fondo concavo, che, per la loro forma e i)el materiale contenuto in osse, trovano 
riscontro coi /'ondi di capanne dell'età dulia pietra già rinvenuti dal Uosa nella Valle 
della Vibrata nell'Abruzzo di Teramo; dal Chierici ad Albinea, a Ilivaltella, a Cam- 
peggine, ecc. nel Reggiano; dall'Orefici nel Cremonese, ecc. 

Intrapresi i lavori di esplorazione, fu mia precipua cura di levare innanzi tutto 
lo strato romano dello spessore di 50 cm. circa, e di portarmi sul terreno vergine 
sottostante. Noto qui che i laterizi romani affioravano sulla superficie del campo per 
un'estensione di 30 are. Per tal modo ho potuto osservare due macchie circolari di 
terreno scm-o, disegnate con regolari contorni del diam. di m. 2 e mezzo, alla di- 
stanza l'una dall'altra da nord a sud di m. 10. 

Con una lunga trincea tagliai traversalmento una di queste macchie, e di mano 
in mano che si discendeva si vedevano nel terreno giallo i margini di una buca colle 
pareti quasi verticali e col fondo leggermente concavo. 

Arrivato alla profondità di un metro e mezzo, osservai che il margine d'ovest 
discendeva quasi verticale, mentre quello d'est scendeva con dolce declive in modo da 
unirsi colla curva del fondo. 

Lisciati poi per bene i lati dello scavo, si vide che il terriccio di cui ora riempita 
la buca, composto di ceneri e carboni, di avanzi animali e vegetali, era disposto a 
strati orizzontali, e sul fondo, dalla parte d'oriente, si scorgeva uno straterollo in po- 
sizione orizzontale dello spessore dai 5 ai 10 cent, e per la lunghezza di 35, di un 
terreno cotto o bruciato dall'azione del fuoco, resto forse di un focolare. Discesi un 
mezzo metro oltre il fondo della buca, gli operai avvertirono l'orlo di un vaso di 
terra. Si tentò di estrado, ma per la grande quantità d'acqua che ivi sorgeva, essendo 
il piano di questo campo un metro più lìasso del letto dell'Arda, come pure è notato 
anche nella carta topografica militare che dà una quota sul livello del mare di GO 
pel campo e di fJl pei ietto dell'Arda sulla stes.sa località, non se ne poterono avere 
che alcuni frammenti. 

Meno chiari risultati diede la seconda buca. Riprese però le ricerche alla di- 
stanza di m. 10 a nord-ovest della prima buca, ne rinvenni una terza. 

Feci levare lo strato coltivabile per uno spazio di mq. 10, e lisciato per bene 



REGIONE VIU. — 115 — FUKLI 

il piano sottostante, si vide pure in questo disegnato un circolo del diametro di m. 3, 
u tutf intorno al circolo delle piccole macchie circolari del diametro dai 4 ai 7 cent, 
di terreno nero, impronte dei pali che dovevano sostenere il tetto della capanna. Ri- 
levata la sezione orizzontale, feci aprire uno scavo da est a ovest proprio al centro 
della buca, e vidi che essa era stata colmata in parte da laterizi romani ; ma subito 
sotto ad essi notai una striscia o straterello di terreno scuro che sembrava comple- 
tamente formato da rami o da piccoli pali carbonizzati. Questi rami carbonizzati, 
forse avanzo del tetto caduto in seguito ad incendio, giacevano orizzontalmente sopra 
un terreno pure scm'o e formato di carboni, ceneri, ossa in parte bniciate, cocci di 
stoviglie e piccoli sassolini di selce. 

Collo scavo non potei discendere oltre il fondo della buca per la grande quan- 
tità d'acqua che anche qui sorgeva ; ma ho potuto però rilevarne un'accurata sezione 
verticale completa. 

Era cosi ben marcata l'orma di questa grande buca scavata nel terreno giallo 
argilloso, che ne fm-ono meravigliati gli stessi egregi signori ing. Lorenzo Concari, 
R. Ispettore degli scavi e monumenti, e mons. dott. Pietro Piacenza, arciprete di Fio- 
renzuola e membro della R. Deputazione di Storia Patria, che visitarono gli scavi. 

Insieme ai cocci raccolti di pasta impura, mista a granollini di selce, assai ben 
cotti all'esterno, meno nell'interno, rinvenni due madre-selci o nuclei, uno di selce 
verde e l'altro di diaspro rosso. Dal nucleo di selce verde si vede con chiarezza che 
furono staccate schegge ad arte; non così dal nucleo di diaspro, quasi levigato dal- 
l'uso. Pm-e in questo furono staccate alcune scheggie, ma per la sua forma lascie- 
rebbe credere che fosse, invece di un nucleo, im vero percussore o martello. Ha la 
forma di parallelepipedo ovoidale della lunghezza di cent. 0, della larghezza di 3 
e dello spessore di 2. Rinvenni pure una conchiglietta fossile, pliocenica, tagliata arti- 
ficialmente a punta, smussata dall'uso al margine e levigata all'apice. 

La messe degli oggetti non è stata ricca, ma quei pochi trovano riscontro in quelli 
che per solito si rinvengono nei fondi di capanne. 

Presenterò più estesa relazione corredata da pianta e sezioni, allorquando avrò 
eseguite più estese esplorazioni: per ora mi sono limitato ad accennare i soli fatti 
che provano l'esistenza all'Olza di fondi di capanne. E a conferma di ciò mi piace 
notare che ne andò pur convinto il prof. Pigorini, al quale spedii saggio del mate- 
riale uscito dai fondi stessi insieme a minuto ragguaglio di tutti i fatti che di mano 

in mano si notavano durante le indagini. 

L. Scotti. 



III. FORLÌ — Tombe romane scoperte entro In città. 

Nello scavo por una fossa da grano nel palazzo dei marchesi Albicini sito in 
Borgo Garibaldi già Schiavonia, alla profondità di m. 4,50 furono incontrate due tombe 
romane d' inumati. Erano composto di mattoni manubriati, coperte da rozze lastre di 
tufo ed orientate da est ad ovest. Gli scheletri si trovarono guasti dall'umido e privi 
di corredo. 



FIESOLE, AKE/.ZO — liti — REGIONE VII. 



L' importanza quindi della scoperta sta tutta nei dati che ci fornisce di topografìa 
locale, per essorsi ivi riscontrato clic il terreno di trasporto, intramezzato da strisele 
di arena, giungo tino alla profondità di m. 5; il che prova che iu quel punto il 
piano di Forlì era molto basso e venne mano a mano colmato, parte artificialmente, 
parto per le inondazioni del ramo del fiume Montone sottopassante all'antico ponto 
romano detto dei Morattiiii, distrutto nel 184U. Altre testimonianze del primitivo 
livello della cittìi in questa zona si ebbero nel fondare un pozzo nella vicina Caserma 
Chellini per l' incontro di terriccio di rifiuto con istoviglie romano a m. 7 dal piano 
attuale, comò presso a poco si verificò, non è guari, nella costruzione di una buca 
da grano in casa Petrucci-Rosetti nelle vicinanze del ponte surricordato. 

Una seconda fossa aporta nel palazzo Albicini, accosto a quella indicata più sopra, 

non diede altre tombe comò speravo, ma solo due grossi muri che corrono paralleli 

all'asse del Borgo Garibaldi, formati superiormente con mattoni messi alla rinfusa, e 

nella parte inferiore, di ciottoli fluviatili fortemente ceuiontati con calce, tecnica che 

può convenire a sostruzioni romane. 

A. Santarelli. 



Kkgione vii [ETRURIA). 

IV. FIESOLE — Nuova stele funebre con rilievo di stile arcaico ag- 
giunta alle raccolte del Museo Etrusco di Firenze. 

Ho potuto assicurare pel Museo Etrusco centrale di Firenze un importante mo- 
numento trovato vari anni or sono, vicino a s. Ansano, nel comune di Fiesole. 

Trattasi di una stele funeraria, di macigno, alta m. 0,42, larga 0,32 o 0,29, 
spessa m. 0,10, sulla quale sono scolpite in bassorilievo due figuro di stile arcaico, 
assai bene conservate. Un uomo barbato (forse ritratto del defunto) con mustacchi, 
manto, a metà corpo, e stivali curvi (superiormente assumono la forma di due schi- 
nieri), tiene la mano sinistra aperta o con l'altra stringe un Icanlharos. Gli sta in- 
nanzi un giovino con simile manto, con piedi nudi, il (jiiale tiene nella sin. una 
oinochoc, e fa come da coppiere alla figura principale. 

L'arte e lo stile di questo monumento me lo farebbero ascrivere al VI secolo 
av. Cr. 

La punta a cuneo, con cui la stele conficcavasi in terra, manca; ma notasi la 
rottura della medesima. Vedausi lo altre stele dell'agro fiesolano, da me descritte nelle 
Notizie 1889, p. 152, 183. 

L. A. M11..VNI. 



V. AREZZO — Nuovi ritrovamenti di vasi fittili nella città enei 

contado. 

Nel corso del 1893 e nei primi di quest'anno si sono discoperti entro fuori 
la città moltissimi frammenti di vasi a vernice rossa, privi della decorazione a ri- 
lievo, rappresentanti il prodotto di modeste oflicine. Questo vasellame liscio porta 



REGIONE VII. — I ! ( — AREZZO 

sempre nel fondo interno impresso il sigillo del tornitore o del possessore della for- 
nace, il nomo di ambedue, essendo riserbato ai flguli veri e propri l'onore di col- 
locarlo all'esterno tra le figure e tra gli ornati. 

Via Guido Monaco. — Dei fondi di vasi lisci si raccolsero negli scarichi 
antichi giacenti nel terreno interposto tra il Teatro Petrarca e la chiesa di s. Fran- 
cesco, e. diviso dalla Via Guido Monaco. Alcuni di essi recano i sigilli di lavoranti 
finora sconosciuti delle fornaci di Rasinio, di Annio, di Avilio, di Sura, di Telilo, 
il quale sappiamo che ebbe una fabbrica di vasi figurati a Ponte a Buriano ('), lungo 
la via Cassia, non lungi da quella cospicua di P. Cornelio In Cincelll, l cui prodotti 
fanno parte della raccolta esposta nel civico Museo. La promiscuità di detti scarlclil 
prova che anche su quello spazio lo spurgo di più fornaci era portato ora in un punto 
ora in un altro, ove occorreva riempir le fosse scavate per l'estrazione dell'argilla e 
livellare il terreno. 

Enumero i bolli delle piccole tazze e dei piattelli di forme semplici, dei quali 
mi fu possibile prender nota mano a mano che venivano scoperti, specialmente nelle 
fondazioni di nuove case o nelle fogne della via Guido Monaco o li vicino. 

1. In fondo di tazza liscia 

2. In piccolo piatto AFRI 

3. In fondo di vasello ESCNy/// 

4. Su fondo di jxUella C ■ NON 

5. Vasetto semplice C-VOLV? 

{/RIVS 

6. In frammentino di fondo di una riatella ' ,,^^,,; forse 11 primo nome è 

\lHh;// 

Fiiriiis; il secondo non si spiega per altri raffronti. 

,. , , CERDO 

7. Su pezzetto di londo --- .^,J^[ 



Hi L 1 

8. Su fondo di vasello _ -^^, 

C-NN 



Philemo C. Anni. 



9. Su di ugual fondo -w««.v.i.v,u- 

C • ANNI 

10. Su piattello '^j^^j^ Onvirus (?) C. Anni. 

11. In fondi di diversi fasattii , ,, 

\ I N ; 



(') Notis. 1893, p. 138 scgg. 



ARKZZO 



— 118 — 



REGIONE VII. 



12. Xel fondo di jiatellae 

13. Su fondo di piatto 

14. Entro piccolo raso 



EROS: 

LA>NI 

L•A^NI 
CLEM 

CN AEI 
EROS 



C C I SPI 

15. Su fondo di itiatltìUo , ^^_,,, (') 

L CA-SIVs 

16. Su di ugual fondo A/IL 

17. Su fondo di vasetto e di piattelli 

a LA'ILLI b LAVILt e 

SVRA- SVR/e 

e LA/LSAI^ l. Avilli Surae. 

18. In fondo di piatto e vasello SV? 

19. In fondo di piatti SJ?/% . Il nome di Siira o Si/ra si ha ancora in grande 
monogramma cosi graffito S/l nel fondo di una forma fi;,'urata. proveniente dalla mede- 
sima località. 



LAVILLI 


(/ 


LAAirn 

CA VR/c. 


2 VR A 



20. Su diversi fondi di piattelli e piccoli vasi 
a RVFRE // TR/''RE e TRlH 

R/FIO Ry''I©J R/''IoV 



d TR/'RE 
R/'IO:-: 



2]. In fondo di due grandi vassoi 



PlElSG 



Pl£.I£I 



22. Su fondo di vasetti decorati ^^q 

23. In fondo di vasello ^^f^ 

24. In diversi piattelli frammentati 

VMBRIC // VMBRICI e CVMBRIC 
P}(L0L"G pfIlolog PHILOL 



(/ C ■ WB R I 
OlOlIHd 



P H ì\^ 
L VV\BRI 



25. Su fondo di piccolo vaso fuso in fornace e attaccato ad altri tre ^^,9, 

SVRA ET 
su altro piattello ^^jloLOG 

2(3. Su fondo di piatto e di vasetto I-ERT HERO Ilerlori 

27. Su piattello gERMN 



(') Cfr. Gamurrini, fscris. dei vosi aret. \k I!», n. 221. 



REGIONE \M1. 



— 119 — AREZZO 



28. In piccoli vasetti lisci RASN RASk RASN; e in un frammentino di fondo 
di piattello 




CELER CERTV"* 

20. Su fondo di tazza (') e ^^^^j^ , il qual Certus qui apparisce come 

semplice tornitore, ma fu anche figulo come si rileva da un frammento di forma 
elegantemente ornata, oggi posseduto dal sig. dott. A. Guidacci. 

30. In frammentino ^^^^^ Raaitn Auteros (-) 



tiUM'/r-j'.i 



PRIJW 
81. Su piattello ^^^^^ 

,^ r, • ., ,1 LYSIM 

32. Su piattello ^^^^^ 

RVFIO 

33. In fondo di vaso piccolo „ .^,,., 



34. In frammento in fondo WEMI ^'E^V1I 

35. S;i fondi di vasetti CT-E CTEU 

ALBA/V 
3(3. Su fondo di altro piccolo vaso _ __, ^ , 

CTELLl 

A/TER 

37. Su fondo di due piccoli piatti -~.jci i 

38. Vaso liscio L-VM L. Umbria. 

^^ AVETTI 

39. In fondo di altro vasetto ^_,_._,, 

OPTATI 



40. Sotto l'orlo d'un frammentino di vaso figurato, a lettere ben rilevate LTETTEI 

41. Su fondo di piattello LTIC /.. Tili Copo (^). 



(') (iamurrini, oi). cit. \\. :5I, ii. 180. 
(2) ib. p. .31, n. 1,31. 
P) ib. p. 23, n. 69-73. 



AREZZO 



— 12U — REGIONE VII. 



Fonte Pozzo lo. — Nei campi di Fonte Pozzolo ('), contigui alle mura at- 
tuali, dalla parto di tramontana, e precisamente nulla proprietà del sig. L. llossi. gli 
avanzi di vasi sono quasi a supertìcio, e vengono continuamente in luce ogni volta 
che si lavora la terra. Siccome tutto il terreno nò cosparso, ritengo che vi si siano 
stati rovesciati allorché verso il 1325 il Comune edificò quel tratto di mura, e scavò 
il fossato, dimezzando cosi l'area occupata da diverse officino di fittili. 

È stiito detto che in detta località si sono trovati gli scarichi della fornace Je- 
cidia, Murria, Saufeia, Vibia ed Krtoria (-), o che perciò vi esistesse una fabbrica 
passata in breve tempo a diversi proprietari. Ma poiché vi si rinvengono ancora i 
fittili della Gelila, della Tizia, della Perennia, della Rasinia, della Cavia. dell'An- 
nia ecc.. credo che moltissimi di questi avanzi siano venuti in quel luogo cogli sterri 
della città, siccome più volte ho osservato in vari punti limitrofi all'antica cinta di 
Arretium. Gli scarichi adunque di vasellame semplice che trovansi in un dato sito 
non vi stabiliscono la ubicazione o la vicinanza di una fornace: questa peraltro non 
è mai lontana dal luogo in cui sono abbondanti i frantumi di forme e di vasi 
figurati. 

I bolli segnati tanto nei piattelli quanto in vasetti a tronco di cono, che appa- 
rirono a Fonte Pozzolo, sono i seguenti : 

1. In grande vassoio e ripetuto quattro volte SE 

2. In piccolo pezzo di fondo LS-G. L'ultima lettera non è ben visibile; potrebbe 
leggersi anche per una C. 

A. Su frammento C V C. Voluscni, vedasi sopra al n. ò. 

•J. Su fondo di piattelli ETC e LTC- cioè A. Tili C'OjW, vedasi sopra al n. 11. 

b. Su dae patellac DAlI QALTì 

li. Piattello e piccolo vasetto C ARVI C-.1!VI 



t . 



Si. fondo di patella )[^^^'ll\ 
-. In un ugual fondo CCL-SiB {^). 
(I. In fondo di piccolo piatto cioè Gavi Se.vtus. 

in. Sul fondo di piattelli IO-I LCIIS' rCHa lcris 

(') Si (lice talvolta anclie fonie Poz:oli (Foni pulcoìi), ed eravi iraiiticliissiino tempo una 
ptibldica fonte: otrui resta .solo il nome ni luopo clic doveva essere anche .il tempo romano di pro- 
prietà pubblica. Nel 21 agosto 1412 il comune d'.Vrczzo iirovvide " super reaotatinncm .>;eM relie- 
dificationem fontis del pozzolo site proprc civitatem Aretii " spendendo centotrenta lire (.\rcli. 
Coni. Iiclil». n, e. 72'). 

(») (iamurrini. np. rit. p. 2.".. 

(') ib. p. :J5, n. ICO. 



REGIONE VII. — 121 — ARI-ZZO 



11. Ili tondo di piattelli L GELIi 

LGEL 



12. Ili fondo di piccolo vaso 
lo. Su fondo di vasello 



QVAD 
HERT 



14. Su di un iigu.il fondo C-WiR. 

15. In fondo di grande vassoio PftA 

16. In fondo frammentato PECR Pereiuii Crescens. 

17. In fondo di piccolo piatto /o^NOv.S'C 2M. Pereaai Crescens in nesso 
alfatto insolito. 

18. Su fondo di piattello ■««^wfH:'.^»l■ 

M PER 

19. In fondo di ciotola SA/?'iE e |L-SA/''iE| nelle quali impressioni, ottenute con 
due diversi sigilli, abbiamo insolitamente un piccolo segno tra la F e la E, che sem- 
brerebbe una I. 

DAMA 



20. Suir interno di piccolo vasetto frammentato 



SAi^EI- 



21. In fondo di piatto -1^}^ {R)asml Saufei. Avanti di avere una fornace 

AFEi 

in proprio, L. Saufeio era lavorante socio di L. Rasinio ; quegli non ebbe che una 
modesta officina di semplici stoviglie; questi invece produsse tazze decorate con uno 
stile secco, più arcaico, però elegante quanto quello che riscontrasi nelle liguline di 
M. Perennio. 

22. Entro il fondo di piccolo vaso jL-TiTl| 

23. Su fondo di vasetti A ■ SES 

Sii 

24. Su pezzetto di fondo \ Sexlm L. Tilii. 



2.5. In fondo di vasetti LTì'RSI L- TYR.S'I |T^1 L. Tilii Ti/rsis C). 

MPHIo , , . „ ^.., . - 
25. In fondo di tazza .,,,„. Ampli/o 0. imeni. 

V I B 

Care i arci le. La fabbrica di L. Calidio, della quale si fa ricordo da antichi 
scrittori di cose aretine {-\ è stata ultimamente rintracciata per alcuni saggi fatti 
dal sig. dott. A. Guiducci nell'aia del podere detto • delle Carciarollo - di proprietil 

(') Gamurriiii, op. cit. p. '2.5, n. fi7. 
(») Notizie 1800, jiaf?. iJfi. 

Classe di sciknzk morali ecc. — Memorie — ^'yl H.- i^^-'i"'*-' j"- 1'*''*^ -" "' 



AUEZ'.O — 122 — REGIONE VII. 



«lolla nobile sig. Auua Saiacini, che gentilmente diede il permesso. Rimaneva pre- 
cisamente in vicinanza e siiUa destra del torrente Castro, lungo la via che in quel 
sito lo passava discostandosi dall'attuale un centinaio di metri, (ili avanzi dello ar- 
ginature di questa via, costruite a grosse pietre squadrate, vedonsi tuttora sotto gli 
annessi della casa colonica, la quale dev'essere fondata sopra la fornace antica. Gli 
scarichi trovausi ammassati a poca profonditi^, per modo che è bastato un colpo di 
zappa per ben conoscere il luogo ove fabbricavano i vasi L. Calidio e i suoi servi. 
Pel consueto non si produssero che semplici tazze dalla forma più comune, a tronco 
di cono, e piattelli ad orlo sagomato e lisci, simili a quelli della fornace dell' Orc;o- 
laia (') che sta di contro a poca distanza. 
Le marche venute fuori sono queste : 

1. Su piattelli CA-, su vasetti CAL 
1. Su fondo di vasetti e piattelli CA-D 
3. Su vas3tti C.^LDI CAUP 



■1. Su fondo di piattelli CA-ID CALDI |CAL1D1 



. C -V 
n. Entro vasetti i d i 

ti. Su piattelli (Q^^S^ kal:di 

7. Su fondo di patulla A'^ILIìif Acmili: 

-»>?>^* — 

IVCVN CA!.DI 

8. Entro eleganti vasetti a tronco di cono (-^^idI JVCV 

^ CRIS 
0. Fondo di piccolo vasetto 

K». Entro parecchi vasi e piattelli -^'r-- 

FELlXg . 

CAiDl* CALDO 



CALDI 

11. Su fondo di molti piattelli ^tth^^ 7^ 
1-ERM 



12. Entro vasello 



CALO 



. , „. ^wvlA (') 
1.;. Su piattelli -^^^ 

\^ SAO 
14. Entro vaselli o piccoli piatti cAlDI 

NENtDyOSl 
1.'). Su vassoio 



JCADH^ 

(«) Sotizie 1890 pap. 63-72. 

(*) tìaiii'irri»"- "p cit" I'. ■", n. 237. 



REGIONE VII. 



123 — 



CAI'ODIMONTE 



IG. Sul foudo di parecchi piattulli f-., j)[| Nicephor Calidi 

17. In piattelli e vasi <- . li D l" ^"^'^"^ Odvirus piuttosto che Odiriis 

PELEV3 

18. In fondo di moltissimi piattelli 



19. Su di un piatto frammentato 
SIASA-CA 



PROT 



CA'/ 



Proli Calidi (') 

SASACA 



20. Su grande piatto e in altri grandi vassoi 

LIDI ****" 



LIDI 



21. In frammento di fondo rsTNlM (-) 



S TABI II 
22. In fondo di piattello q^q<^ O 



, . ,. . TELA TELMO 

23. In piattelli diversi _ ^ ^ , e _^, ■^- 

C Al- D I CALIDI 



U. Pasqui. 



VI. CAPODIMONTE — iVuodì scavi nella necropoli Visentinn nel co- 
mune di Capodimonle sul lago di Bolsena. 

Le nuove esplorazioni della necropoli Visentina, cui si riferisce il cenno nelle 
Notizie del 1892 p. 404, si devono principalmente alla lodevole iniziativa dell'egregio 
proprietario cav. Napoleone Brenciaglia, deputato provinciale, e furono condotte, parte 
alla Palazzetta, dove si praticarono i primi scavi dell'antica Viseiilium o Viseatia 
(v..Vo//j^e 1886, p. 143-1.51 ; Bull. hi. 1886 p. 18-36 ; Bormann, C. I.L. XI, p.444 e sg.), 
e parte in contrada Polledrara, poco discosto dal luogo dove si era rinvenuto il terzo 
sepolcreto primitivo di quella importante necropoli (v. Notizie 1886, pag. 290-314). 

Il primo sepolcreto, con ossuari di tipo primitivo e con urne a capanna, si scopri, 
come è noto, dal sig. Paolozzi di Chiusi presso la Palazzetta nella primavera del 1885, 
approfondendo lo scavo sotto le deposizioni in casse tufacee (v. Notisie 1886, pag. 144 
e Bull. hi. 1886, p. 19). Il secondo sepolcreto di carattere pure primitivo, ma con 
casse tufacee a umazione, alternate al medesimo piano con i pozzetti italici, ap- 
parve nella parte più bassa della necropoli Visentina, quasi a riva del lago, sulla 



e) Gamurrini, op. cit., p. li!, ii 
(«) ih., p. 45, n. 2M8-251. 
P) ib., p. 11, n. 2%. 



CAI'OUIMOXTE — 1-1 — REGIONE VII. 

piaua di s. Bernardino. Questo sepolcreto, indipendente dal primo e limitato intomo 
intorno da un cerchio di pietre, fu potuto esplorare accuratamente e completamente 
dal Pasqui nel novembre 1886 (v. Notizie 1880, p. 177-2U5. tav. 11-111): per cui 
le ricerche del dicembre dello stesso anno si portarono più a mezzogiorno di s. Bernar- 
dino, nel terreno denominato la PoUedrara. Quivi si rinvenne un terzo sepolcreto, con 
tombe a fossa ed a pozzetto alternato, simile a quello di s. Bernardino, pure ac- 
curatamente descritto dal Pasqui nelle Notizie 1880, p. 290-314. 

L'esplorazione di questo terzo sepolcreto essendo stata pressoché esaurita in 
quella campagna di scavo, per consiglio dello scavatore Filippo Manetti, bracciante 
del sig. Brenciaglia, le ricerche ulteriori furono portate a circa metri 400 dal se- 
polcreto di s. Bernardino, sempre in contrada PoUedrara, ma più in prossimità della 
strada provinciale e propriamente in una piana detta Porto Madonna. Fu qui che il 
8ig. Napoleone Brenciaglia rinvenne il quarto sepolcreto primitivo, di cui diede egli 
stesso un cenno nelle sopracitate Notizie del 1892, p. 404 e sg. Io mi recai 
a visitare le nuove scoperte nell'aprile decorso e potei constatare, con alcuni saggi 
di scavo praticati alla mia presenza, che il carattere del nuovo sepolcreto di Porto 
iladonna corrisponde a quello dei sepolcreti precedenti, con la sola differenza che i 
pozzetti non apparvero mai alternati da deposizioni a umazione, e tutti si trovarono 
sul medesimo piano vicinissimi l'uno all'altro, a un metro circa di profondità dal 
suolo. Le suppellettili dello tombe si rinvennero costantemente collocate dentro cu- 
stodie di tufo col recipiente ora emisferico ed ora quasi cilindrico, e col coperchio 
tondeggiante foggiato un po' sul tipo della ciotola che suol ricoprire i rituali ossuari 
a doppio tronco di cono, a quando quasi sul tipo di un elmo pileato, a quando quasi 
sul tipo dei tetti delle urne a capanna. "Vedasi il disegno di una di queste custodie e 
relativo pozzetto nelle Notizie 1886, tav. II, fig. 4. Le stele della necropoli falisca pri- 
mitiva foggiate più determinatamente a tetto di capanna, ed una simile stele rin- 
venuta anche nella necropoli di Bisenzio (v. Notizie 1886, tav. III. fig. 12, p. 188) met- 
tono fuori di dubbio l'intenzione degli antichi italici di dare alla loro necropoli la fisio- 
nomia di una città dei morti, imitando le capanne, ossia le loro proprie abitazioni 
normali, non solo nei recipienti destinati a conservare direttamente i resti mortali ; 
ma altrcs'i, in qualche caso, perfino nella custodia destinata a conservare le rituali 
suppellettili funebri, ovvero nelle stele che sopra suolo, richiamavano il sepolcro e la 
memoria del defunto. 

Esibisco il disegno di una di tali tombe {\\g. 1) ottenuta in dono per il nostro Museo 
Etrusco Centrale dalla ben nota liberalità del sig. cav. Brenciaglia, e faccio seguire 
la descrizione di altre dodici tombe a pozzo da me acquistate per il Museo stesso, 
e scelte fra quello che mi parvero adatte a dare un' idea del nuovo sepolcreto visen- 
tino di Porto Madonna. 

Tomba 1, inlatta, donata al Museo dal cav. Brenciaglia. La custodia tufacea di 
questa tomba alta m. 0,87 con un diam. di circa m. 0,65, ha la parte inferiore emi- 
sferica e la parte superiore in forma di ciotola rovescia col fondo piano, il ventre 
rigonfio ed il labbro ripreso. Quella specie di strozzatura o gola presso il labl)ro iul'e- 



KEtìlON'K va. 



— 1-25 — 



CAPODIMONTIC 



riore s'incontra anche nelle custodie, che, come accennai, mi sembrano imitare o l'elmo 
pileato degli italici, o il tetto di ima capanna (cfr. jYoli:le. 188'i, tav. II, fig. 4). 

La rottura naturale del coperchio della nostra custodia lascia scorgere interior- 
mente l'urna a capanna, ancora in posto, e intatta col coperchio a testuggine formato 
con due caprcoU e due caalherii appoggiati al relativo colameli. I capreoLi, i cantherii 










Fio 1. 



il eolumen ed anche la gronda del tetto sono scannellati peculiarmente, così da 
dare un' idea del materiale (legno) di cui erano latti. 

I canlherii terminavano superiormente in cornetti ricordanti le note corna pro- 
filattiche di altre urne a capanna. Il tetto e le pareti cilindriche dell'urna sono rive- 
stite di ocra bianca. 



CAI'UUIMONTK 



12(5 — 



REGIONE VII. 



Addossate all'urua a capanna si vedono un calicetto ed un poculo molto rozzi; 
qiiest' ultimo vasetto nasconde anzi la porta rettanirolaro dell'urna ed il relativo spor- 
tello. Accanto all'urna, all'ondati nel terriccio d'infiltrazione, ifiacciono un piccolo in- 
censiere a barchetta con maniglia centrale e tre altri vasetti della suppellettile 
funebre molto ordinari. 



Altre tombe a po:30 di Porto }fadonna {Polledrara). 

Tomba 1. — Fittili: a) Umetta a capanna a pareti quasi cilindriche con fi- 
nestra tonda sul davanti (tìg. 2). La copertura è composta di due cupreoli e due 




Vw 



cantherii desinenti in cornetti. Alt. totale 0,26; dm. della copertura 0,21. — b) Vasetto 
decorato di graffiti, alt. 0,10, con tre borchie mammellate come negli ossu,irii orvietani 



C 



FiG. 3 




tipo Villanova. — e) Tre bicchieri (peculi) O.US. — d) Due coppe alt. 0,05. — e) Incen- 
.siorc a saliera con piccola ansa nel mezzo. — /") Ruote e piano d'un piccolo carro. 



REGIOXIÌ VII. 



— 127 — 



CAPODIMONTE 



giuocattolo da fanciullo. 11 disegno ohe ne diamo (tìg 3) è un terzo del vero. I relativi 
cavallucci non si rinvennero allatto ; saranno stati di legno come il timone e l'asse delle 
ruote. Ofr. la biga di Orvieto nel Museo di Firenze. 

Tomba 3. — Filiili: a) Ossuario alt. 0,23, bocca 0,65, liscio senza manici, 
di terra brunastra. — b) Vaso a un manico decorato con ocre bianche simile a quello 
della tomba n. 3 a, alt. 0,21. — e) Tre vasetti senza manici fatti a olla alt. 0,12, 0,11, 
0,U'J. — . d) Due poeuli con ansa anulare alt. 0,06. — e) Kyathos leggermente scan- 
nellato nel ventre e con manico a due prese scannellato orizzontalmente a stecco. Di 
questo kj'athos tipico diamo il disegno un terzo del vero (fig. 4). — /) Cinque tazzine a 
calice con largo labbro piatto e piede ripreso, tipo poco più elegante di quello iVo//j/e 1886, 
tav. Ili, 7, diam. 0,17, 0,14, 0,12, 0,12, 0,11. La più grande ha il labbro striato 





Fig. 4. 



FiG. 5. 



a stecco a circoli concentiici, ed ha due fori per l'attacco di una cordicella. — (j) In- 
censiere con maniglie nel centro lungo 0,19, largo 0,11 con quattro pieducci (tig. 5) — 
li) Ciotolina diam. 0,06. 

Bronsi: i) Due fibule a disco con arco ornato di ambre. I dischi ornati d'in- 
cisioni finissime simili a quelli di Vetulonia esibiscono croci gammate e quadrati 
iscritti lung. 0,10, piattello larg. 0,06 (cfr. fig. 8). — j) Due armille spirali a un 
giro di fettuccia con striatura mediana; probabilmente erano infilzate nelle fibule 
come nella tomba 4 a (v. fig. 8). — k) Bulla di bronzo placcata di foglia d'oro; 
e decorata a sbalzo di circoli concentrici lineari e punteggiati (diam. 0.03) ; una 
delle foglie d'oro manca. Una simile bulla o flialcra faceva parte di una collana 
trovata in una tomba del sepolcreto di s. Bernardino ora nel Museo di Firenze (v. No- 
tizie 1886 p. 187 rrì). — /) Fibula a sanguisuga con grattiti. — vi) Due palline di 
ambra e cinque di vetro filogranato, pertinenti a collana. 

Tomba 4. — Fittili: a) Ossuario con ansa verticale a nastro attaccata al- 
l'omero ed alla bocca (alt. 0,22, bocca 0,15). lìl decorato, come vedesi nel disegno 
fig. 6, di graffiti geometrici riempiti di ocre bianche. Ben conservato. — b) Due 
kyathoi con alta ansa a doppia presa di tipo corrispondente a quello della tomba 3 e 
(tìg. 4). Sono decorati con ocra bianca a dentiera di lupo intorno al ventre 



CAI'OUIMONTE 



— 126 — 



R KG IONE VII 



diam. O.oO. alt. (I.IO. — r) Askos a testa di bue, lun;^. O.Kì. alt. 0,08, decorato di 
Erraftiti ffcometriri (lig. 7).— d). Tazzina a un manico con doppia fila di graffiti a dente 
di lupo. diam. il.l 1. — e) Coppa ansata con piede conico, decorata di tre cornetti sulla 
linea dell'ansa alt. 0.09'.. diam. (»,l(i. — f) Ciotola ansata, tipo Villanova. diam. 0,11, 
decorata di tre nervature verticali sul labbro, bucchero piuttosto fine. — /"") Ciotola 





Via 



Fio. 



di simile tipo, ma ordinaria, diam. 0,15. — </) Pignatto rotto, simile a quello dato nello 
Nulitie 188<> tav. Ili fig. 5, molto ordinario. — ìì] Due calici molto ordinari tipo 
Notisie 1886 tav. II, fig. 7, mancanti del piede. — /) Due fuseruole, una a tronco di 
cono e l'altra a lenticchia. 

Dro>t:i: j) Due fil>ulp a disco con finissimi graffiti geometrici e con l'arco rive- 
stito d'ambre. Reca infilata neil'ardigliono un'armilla a due giri spirali fatta di doppio 
filo di bronzo di coloro aureo (') con le estremitìi ritorte a fune. Vedasi il disegno fig. 8. 
un quarto minore del vero — /•) Fibula a sanguisuga, lunga 0,05 con graffiti molto pro- 
fondamente incisi. — /) Spirale a tre giri di fettuccia di bronzo, per capelli, diam. 0.05. — 
m) Altra sjiirale a im giro di fettuccia pure per capelli, diam. 0,03. — n) Capocchia 
conica probabilmente bottone di colore aureo avendo nella parto interna una piccola 
sbarra per l'attacco. — o) Campanella piccola massiccia, dm. 0,03. — p) Due ambre 
oblunghe e tre o quattro chicchi tondi pure d'ambra per collana. 

Tomba 5. — Fili ili: a) Urna a capanna di tipo simile a quella della tnmba 1*. 
solo il tetto più schiacciato e le pareti leggermente oblique; alt. 0,18, diam. circa 
0,19, sportello con tre fori. La part« superiore mal conservata. — b) Fuseruola lenti- 



■') V. r.;irn;.l.ei, .\fijn. Ant. IV p. 208 •2-.'t'.. 



REGIONE VII. 



— rj!i — 



CAPOOIMONTE 



colat-e decorata di punti incisi. — e) Tazzina molto rozza con ansa cornuta. E con- 
servato un solo cornetto sovrapposto all'ansa. — (/) Tre tazzine a calicò con pie- 
duccio, diam. 0,12, 0,08. — e) Tazza a pignatta del solito bucchero ordinario col 




FiG. 8. 



ventre leggermente scannellato, decorata di palline di bronzo simili a capocchie di 
spillo. L'ansa anulare a nastro è decorata nel medesimo modo (tìg. 9). — f) Due peculi 





Fui, !). 



■"ir.. 111. 



rozzi alt. 0,08, 0,07. — o) Due incensieri a forma di barchetta 0,10; 0,11, il se- 
condo con ansa nel centro ed estremità piatte (tìg. K)). 

JJroiui: (j) Fibula con ornati a dente di lupo nell'arco di nastro rientrante 
lungh. 0,04 — h) Campauelliiie ili lilo Ji bronzo. 

Ci.ASSK DI soiEN/.E MOUAi.i ccc. — Memouik — Vol. II, Scri-^ .'j", parte 2« 17 



CAPODIMONTE 



— 130 — 



REOIONE VII. 



Tomba (i. — Fittili : a) Ossuario grande tipo Villauova (v. Notiiie, 1886, ter. Ili, 
fig. \ò), di cui ò conservata la sola parte superiore. Loinero è decorato dei soliti 
graditi a greca, e la greca stessa è limitata da un giro di astri impressi. — b) Vaso 
affatto simile per forma e decorazione a quello nelle Notizie 1886, tev. Ili, fig. 9; 
ma con una sola ansa a nastro liscio. Alt. 0,20, bocca 0,19. — e) Pignatte rozzo, 
simile Xotisie 1886. tev. Ili, tig. .5, bocca 0,09. — d) Vaso tipo Villanova alt. 0,20, ma 
con ansa anulare. È decorato di graditi a greca sul collo conico; a denti di lupo e 
zig-zag sulla linea dell'ansa (fig. 11). — e) Poculo alt. m. 0,09. — f) Paio di ciotole 
emisferiche con ansa orizzontale diam. 0,12 — g) Tre kyathoi del solito tipo fig. 4. 
con ansa a doppia presa; tutti e tre con ventre decorato di striature oblunghe fatte 




Fir,. 11. 



con lo stecco. Huccliero piuttosto fino e ben cotto. — lì) Due tazze a calice, una 
con doppio foro i>er l'attacco (diam. 0,10); l'altra (0,l0) di rozzissimo impasto pri- 
mitivo. — i) Anforetta di bucchero fine, simile a quella nelle Notisic 1886, tev. Ili, 
fig. 3, decorata nel ventre di semicerchi scalfiti, ma senza bugna centrale. 

lìroiiii: j) Grande fibula a disco e giogo sovrapposto, lung. 0,10. L'arco fatto di 
filo di bronzo massiccio è ornato di grattiti, cos'i pure il piattello (0,06) è tutto fina- 
mente inciso di graniti geometrici. Mantiene infilati fra l'arco e l'ardiglione tre anelli 
(diam. 0,02) a fettuccia leggermente convessa e nervata. — le) Simile fibula a disco, 
ma senza quella specie di giogo che serra ranli<,'lione sopra il piattello. Ha infilati 
nell'ardiglione due coppie di campauelline (tre dentro una quarta). — /) Fibula a drago 
m. 0,05 con arco rientrante tondo, decorato di graffiti. — m) Itesoio simbolico di 



REGIONE VII. 



— 131 — 



CAPODIMONTE 



ferro, seraiiunato, privo dal manico rotto (lungh. 0,04). — n) Cuspide simbolica di ferro 
graudezza e forma del di-segno fig. 12. — o) Bottone un po' convesso, con due fori 
laterali decorato di punti a sbalzo. — p) Due campanelle di esilissimo filo di bronzo 
coloro aureo, diam. m. 0,35, forse orecchini ? — q) Varie perline di osso per collana. 




Fio. 12. 



Tomba 7. — a) Olla cineraria liscia senza manici a ventre ovoide e labbro 
obliquo, alt. 0,11. — b) Vaso a due anse, tipo Notizie 1886, tav. Ili, 9, ma con piede 
più a tronco di cono, anse a nastro liscie, e ventre ornato da una parte e dall'altra 
di due semplici cornetti (un'ansa manca). — e) Anfora 0,20 con anse peculiari 
scannellate (v. fig. 13). Omero decorato di piramidette incavate a punta di stecco, de- 




FlG. 18. 



sinenti in circoli concentrici impressi ; ventre a rettangoli di doppie linee impresse a fune. 
Anche nel punto d'attacco delle anse sono aggiunti dei circoli concentrici impressi. Buc- 
chero grigio-nero piuttosto line. — d) Piguatto grande con la solita ausa anulare di 
nastro, alt. 0,14, bocca 0,14, col ventre decorato di graffiti, divisi da zone a tratteggi. — 



CAPODIMOSTK 



— 132 — 



REGIONE VII. 



e) Pignatte di similo forma liscio. Terra ed impasto molto rozzi. alt.U,lO bocca 0,1 (J. — 
/■) Ciotoletta quasi emisferica, diam. 0,07. — g) Poculo a tronco di cono molto ordi- 
nario alt. 0,08. — h) Due tazzine a calice circa m. 0,12X0,10. — /) Due tazzine 
(kviithoi) ad alto manico tipo della tomba 2 e. In questa tomba mancavano atlatt*) 
i bronzi. 

Tomba 8. — Fittili: o) Olla analoga a quello della necropoli laziale, Jilt. 0,18, 
bocca <i,17. È decorata di nervature le quali si legano a riquadri, incrociandosi ncl- 





FiG. 1 !. 



Tir.. 1.-.. 



l'omero e nel basso ventre del vaso ; impasto nero rozzissimo (tìg. 1.')). — li) Vaso tipo 
Noliiic 18S(J, tav. Ili, tig. 15, ma con anse anulari e senza piede ripreso. Sul ventre 
larghi graniti a dente ; l'ansa è rotta. — e) Tre pignatti con ansa a nastro, anulare, 
quello più grande alt. 0,10, decorato di graffiti; quello mezzauo alt. 0,09 bocca 0,11, 




Fio.' 16. 



liscio, quello più piccolo 0,08, d impa.vto rozzissimo, decorato di graflìti e punti — 
d) Tazzina a tronco di cono con ansa triangolare sormontata da testa animalesca orec- 
chiuta; di.ini. alla bocca 0.12 (tìg. 10). — e) Cinque tazze a calice, diam. da 0,14 a 0,09, 



REGIONE VII. 



— 133 — 



CAPODIMONTE 



liscie. — /■) Ciotola a sezione di cono, diain. 0,15 molto ordiiiaria. — g) Kyathos, 
del solito tipo tìg. 4, con ausa a doppia presa. — h) Poculo o pignatto senza ansa, 
alt. 0,08. — /) Vasetto a zuppiera alt. 0,09 bocca 0,10 con ansa rotta e tre cornetti 
sull'orlo (fig. 14). 

Bromi: j) Spirale da capelli e due giri di fettuccia, diam. 0,14. — k) Fibula 
ad arco semplice graffito, lung. 0.04. — /) Due gruppi di campanelle da credersi 
originariamente infilate nella fibula. — m) Culter simbolico di bronzo, con largo 
manico (lungh. 0,04). 

Tomba 9. — Fittili, a) Ossuario tipo Notizie 1886, tav. Ili, fig. 13, con due 
anse orizzontali, ventre decorato di graffiti a greca, alt. 0,31, bocca 0,22, impasto 




Fio. i; 



rossiccio. La superficie nera è tanto consunta da lasciare appena scorgere la decorazione 
a riquadri graffita sul ventre (fig. 17). — li) Olla ovoide piena di ceneri, con 
ansa anulare a nastro, rotta, e col ventre decorato di graffiti, alt. 0,23, diam. 0,19. — 
e) Piatto discoide con labbro obliquo e foro nel eentro (simile ad un sottovasi 
da fiori); rozzissimo impasto, diam. 0,18 (fig. 18). — d) Poculo a pignatta 



CAPODIMOXTE 



— 134 — 



REGIONE VII. 



alt. 0,11 rozzo. — e) Duo tazzine a calice rozzissime. — /") Tre pignatti ansati 
alt. da 0.1 "J a O.lU lisci. 




Fio. 18. 



Tomba 10. — a) Olla seuza maiiii-i li.scia, molto rozza, alt. 0.33, bocca (i,17. — 
Ij) Vaso a barchetta, lung. 0,20, largii. 0,11: da un capo termina in testa animalesca 
e dall'altro in un calicetto per gli incensi (tìg. 19). — e) Altro vaso a barchetta 




KiG. 1'.'. 



lung. 0,25, larg. 0,13, sostenuto da 4 zampine. Da un lato termina superiormente in 
un piattello quasi esagonale, dall'altro in calicetto tondo (tìg. 20). — (/) Piatto 




Fio. 20. 



vassoio per incensi, tipo oblungo, lung. n. 1 7, laig. u,12. — e) Vasetto ansato, alt. 0,17. 
/■) Undici piatti, e tazze a calice con peducci più o meno alti, diam. 0,31-0,12. 



REGIONE VII. 



135 — 



CAPODIMONTE 



(j) Due kyathoi del solito tipo fig. 1, diaiii. 0,10, decorati di gralliti. — h) Pignatto, 
alt. 0,15 franimeatario. 

Tomba 11. — «) Urna a capanna frammentaria, tipo simile allo precedenti. — 
l>} Pignatto con alta ansa a doppia presa simile a quella propria dei kyathoi. — 
e) Tre pignatti decorati di graffiti (fig. 21). — (/) Due calicetti. — e) Specie di 





FiG. 21. 



Fig. 22. 



ciotola con ansa peculiare e orlo rientrato, decorata con linee impresse e con circoli 
concentrici (fig. 22). — /) Due fibule ad arco semplice graffite 0,075, con due cam- 
panelle attaccate all'ardiglione. 

Tomba 12. — Fittili: a) Urna a capanna, alt. 0,26, lung. 0,26, porta 0,10X0,10 
circonferenza 0,84, originariamente incrostata di ocra bianca. Conserva ancora molti 
avanzi della colorazione ; è rotta nella parte posteriore. Tre cavalietti {capreoli e caa- 
therii) costituiscono l'ossatura del tetto, poggiando sul colmareccio {columeii), il quale 
termina in testa d'animale (aries). Le travi sul culmine del tetto sembrano termi- 
nare in teste di serpi (cornetti ?). Sul davanti quattro correnti {Iraiistra e iiilci'pensiva) 
formano il frontoncino; nessuna finestra. Lo sportello termina in una punta che fa 
da cardine a s. ed ha un foro per legarlo all'altra estremità. Si apriva da d. a s., 
com'è indicato dal foro corrispondente praticato nell'urna. — b) Pignatto della solita 
forma liscio, alt. 0,13, bocca 0,13. — e) Pignatto, alt. 0,07 decorato di graffiti tratteg- 
giati a raggi. — d) Due poculi 0,09-0,10, rozzi. — e) Quattro calici, uno grande andato 
in frantumi e tre piccolissimi, diam. 0,06 — /) Incensiere a saliera, lung. 0,15, larg. 0,07 
con una specie di spina graffita nel mezzo. — rj) Saliera rozza. 

Bromi: lì) Fibula ad arco semplice, lungh. 0,037. — i) Cuspide di lancia sim- 
bolica, lungh. 0,07. 

Tomba 18. — Fittili: a) Pentola liscia, alt. 0,22, larg. 0,19, piena di ceneri. — 
//) Ciotola di bucchero nero fine con "due cornetti sul labbro, decorata di graffiti a 
linee oblique tratteggiato diam. 0,16. — e) Incensiere, lung. 0,16, larg. 0,05 — 
e) Kyathos della solita forma fig. 4, dentro il quale stavano collocate la punta 



CAI'OOIMONTE 



— \:W — 



REGIONE VII. 



di lancia e il rasoio descritti più oltre. — /") Duo poetili e quattro tazze a calicò 
rozze, di varie grandezze. 

lìroHii : g) Cuspide di lancia simbolica, con residui dell'asticella di legno 
(tìg. 23 al vero). — A) Rasoio simbolico (fig. 25 al vero). — i) Fibula a drago 
(fig. 21 al vero). 



*(£ Vtmm 






Fio. 23. 



Kio 21. 



Fi< 



Aggiungo qui il disegno, mota del vero, di un .singolare e interessante vasetto 
di bucchero grigio rossastro, rinvenuto dal >ig. «iiovanni Paolozzi di Chiusi in una 
delle prime tombe risentine (v. Notim 18st;, p. 147 sg. h). Questo vasetto (fig. 26, 26a), 
stato separato dalla ricca suppellettile di detta tomba, quando se ne faceva l'acquisto 
per il Museo di Firenze (a. 1887), non fu potuto ricuperare prima del luglio 1893. Nelle 
NoIìtìc p. 148 veniva così descritto dal Pasqui : 

« Vasetto rotondo posato su tre bastoncelli di terracotta. Il corpo è striato 
verticalmente ed il manico decorato di due cavalli che posano sulle zampe anteriori 
sopra l'orlo. Dietro ai medesimi aderisce la figura rozzissima di un uomo nudo che 
sostiene con ambedue le mani le redini espresso con due bastoncelli accoppiati e 
congiunti ai lati e dinanzi alle teste '. 

Lo cosiddette redini, sembrano piuttosto lacci per la presa dei cavalli, perchè 
fatte evidentemente con forcelle tlossibili (ferro legno) che abbrancano lo teste dei 
cavalli oscurandone gli occhi (fig. 2<>a). 

Vasetti di bucchero ornati similmente coft figurino generiche s'incontrano anche 
nelle tombe a ziro di Chiu.si. Uno di questi, proveniente dalla collezione Servadio, 
donato teste al Musco di Firenze dal sig. S. T. Uaxter, è una piccola olla cineraria 



REGIONE VII. 



— 137 — 



CAPODIMOXTE 



di bucchero cinereo, sul cui ventre, peculiarmente baccellato e graffito è espressa in alto 
rilievo la rozza figura di unajiraefica nuda (fig. 27). Le anse poi di quest'olla son formate 





FiG. 20. 



Fio. 2(1 a. 



con duo ligure di ginnasti o saltimbanchi, i quali tenendo le faccio e lo inaui a terra 
stanno per rizzare il corpo sopra le braccia. È questa per certo la più antica rappre- 
sentazione che abbiamo del xv^iatrjTi](j o cernuus. Tali vasi io associo e faccio di- 
pendere dai più antichi prodotti plastici della tecnica maremmana in bucchero nero 
finissimo (cf. Mas. (Jreguf. II, tav. 98). Il coperchio con la maniglia in forma di 
cavalluccio non appartiene a quest'olla, ma è del tempo, e le si adatta. 



* 



Le suppellettili proprie delle tombe a cassa tufacea della necropoli Visentina 
della Palazzetta sono in parte note por le descrizioni od illustrazioni fattene dal 
Pasqui nelle Notizie, 1880, p. 177 sgg., e dallo Helbig nel lìull dell' h(. 1886, 
p. 19 sgg. 

Le tombe di questa specie, esplorato dal sig. cav. Brenciaglia nel novembre 1892 
Classe di scieuzk morali ecc. — Memorie — Voi II,. Serie 5', parte 2» 18 



CAPODIMONTE 



— 138 — 



REGIONE VII. 



hanno dato suppelUttili dui niedesiuio carattoro dello preocdcuti e circa del mede- 
simo tempo con vasi dipinti greci a figure nere, ascrivibili piuttosto al secolo VI 
che al secolo V a Cr. 

Due di queste tombe diedero una suppellettile specialmente ricca di bronzi ; e sono 
appunto quelle che io scelsi por il Museo Etrusco centrale, reputandole opportune 
per riempire talune lacune delle nostre raccolte. 




•Ì7 rK'^\ '.V,' 




^KI^.J^Ì-, 



Ki.i. 27. 



Faccio seguire la descrizione di queste suppellettili, richiamando partieolarmonto 
l'attenzione sopra l'insigne kyathos di liron/o sì);il/;ito desprilto per il primo ed accom- 
pagnato dal relativo disegno. 



REGIONE VII. 



— 130 — 



CAPODIUONTE 



Tomba a cassa tufacea della Palasse Ita N. 1 . 

Bronzi: a) Kyathos, alt. U,28, diani. U,24, con ansa a nastro, larga 0,06, alta sopra 
il labbro del recipiente 0,19 e piede massiccio. Il labbro ed il piede sono finamente 
cesellati con la decorazione a rocchetti e baccelli. L'ansa, desinente in una larga 
ed elegante palmetta, è peculiarimente decorata a sbalzo con due figure di tipo e 
stile ieratico esprimenti, a mio avviso, due sacerdotesse addette al culto della divinità 
che sormonta l'ansa stessa. Tali figure, con testa e corpo di faccia e gambe e piedi 
di profilo, sono vestite di una tunica manicata raccolta in pieghe sul davanti e alzata 
dalla mano s., corno nelle note immagini ieratiche della Spes. Hanno capigliatura fluente 
disposta a frangia intorno alla fronte calceoli ricurvi {calceus repandus). La figura 





Fio. 28. 



FiG. 28 a. 



che sormonta l'ansa è massiccia: rappresenta certamente una divinità etrusca, nomi- 
natamente, secondo opino, Thufllìia-Tiiraa- È assisa, fornita di tutulo diademato, 
vestita di tunica ionica, con calceoli ricurvi, tiene la mano s. abbassata e prona 
e stringe fra l'indice e il pollice dell'altra mano un frutto più simile all'ananasso che 
al melagrano. 

Per la forma e per la peculiare ornamentazione dell'ansa ritengo che questo 
vaso interessantissimo, abbia potuto servire allo rituali lilia/.ioni di qualche sacerdo- 
tessa etrusca. 



CAPOOIMO.NTE 



— l-lu 



KEOIONE VII. 



ò) Sitala alt. 0,12 con l'omero e il ventre decorato di baccellature, tipo ovoide 
con pieduccio ripreso (manico rotto). 

e) Ptxis ossia acena frammentaria a tronco di cuuo liscio con coperchio concavo 
atto a ricevere gli incensi (alt. u.14). Per il tipo ricorda quelle cosi caratteristiche 
della necropoli di Vetulonia (cfr. Falchi, Veltilonia, tav. XV, 24). 

(/) Kvathos liscio frammentario con un manico massiccio, alt. 0,08, diaiii. 0,09. 

<•) Bacile liscio, diam. 0,22. 

/') Patera mesomphala frammentaria, diam. 0,12, con piccola maniglia a cerniera. 

fj) Borchia liscia convessa, diam. 0,08. 

h) Duo manici cilindrici frammentari, manubri l'ortu del cataletto mortuario (alt. 
0.1(M»,08). 

/) Kyathos, diam. 0,20 con ansa a nastro sormontata da fiorame massiccio (fig. 28). 
Questo fiorame ha riscontro e sembra aver relazione col frutto che tiene in mano la 
divinità che sormonta l'ausa del kyathos, u. 1 (cfr. anche i fiorami che sormontano i 
coperchi dei cinerari Vetiilonicsi). 




Fio. 20. 

j) Oinochoc, alt. 0,12 con ansa desinente in mascheroncino silenico. 

A) Lebete grande liscio, diam. 0i57. 

Fittili: l) Catino liscio di terra ordinaria giallastra. 

hi) Paio di pignatti. alt. 0,07, di bucchero cinereo assai fine. 

a) Tazzina rozza di terra bruuastra, diam. 0,08. 



Tomba a ca-^tsa N. "J. 



llfon:i: a) Secchia ovoide, alt. 0,2G, con doppia maniglia di bastone tondo, 
bocca <»,17. — //) Oinochoe con bocca a foglia di ellera, alt. 0,28 con l'ansa desi- 
ni ni.' in fiiirliame. — r) Due siinpoli di cui uno con manico desinente in dnpiiio becco 



UUMA — 141 — KOMA 

d'oca, lungo 0,32. — (/) Due patere mesomphale U,13 e 0,15. — e) Roiiiaiolo da 
manicarsi in legno, luug. 0,15. — /) Trua con manico di doppio filo di bronzo 
ondulato. — g) Due bacili lisci, diam. 0,21. — h) Pignatte con alto manico, 
diani. U,lU. — i) Altro pignatto ossia situla manicata, alt. 0,12. — k) Guttus 
elegante, alt. 0,15. — l) Oinochoe a pancia larghissima e bocca distrutta, alt. 0,20. — 
m) Anello a fettuccia convessa, diarn. 0,02. — n) Due campanelline di oro (orec- 
chini). -7- o) Due perle di vetro tilogranate per collana. — ;/) Due frammenti di 
fibule ad arco schiacciato. 

Ferro: q) Candelabro di ferro in frammenti. 

Fittili: r) Kanlharos di bucchero nero fine. — s) Olla di bucchero cinereo 
fine, alt. 16. — t) Olla di terra rossa italo-pelasgica dipinta a zone geometriche 
alt. 0,22. — li) Grande lebete (diam. 0,57) liscio, simile a quello della tomba prece- 
dente, ma in peggiori condizioni. 

Luigi A. Mil.ìni. 



YII. ROMA. 

Nuove scoperte nella cillà e nel suburbio. 

Regione III. — Abbassandosi il livello del pianterreno nel casamento Bel- 
lucci, in via Giovanni Lanza, per ridurlo a cantina, è comparso un tratto di mura- 
glione composto di grandi massi squadrati di tufo. È desso la continuazione dell'altro 
tratto quivi stesso scoperto parecchi anni or sono, che taglia obliquamente il muro di 
prospetto della fabbrica, e continuava fino al lato opposto della strada, ove ne restano 
ancora visibili alcuni massi. 

Sull'angolo orientale della scuola comunale femminile in via della Polveriera, 
facendosi un piccolo cavo, si è incontrato il selciato di un'antica strada romana, a 
m. 0,90 sotto l'odierno livello stradale. 

Regione IV. — Nel cortile annesso alla casa, già destinata alla Direzione 
delle carceri, in via Viminale, è stato scoperto, alla profondità di m. 1,10, un tratto 
di antica strada a poligoni di selce, per la lunghezza di circa m. 7. Nel mede.simo 
cavo si sono incontrati avanzi di mura laterizie, che distano m. 6,50 dalla strada 
predetta. 

Un altro pezzo di antico muro a cortina, con arco a tutto sesto del diametro 
di m. 2, è stato scoperto nel palazzo Medici, in via di s. Maria Maggiore n. 151, 
per i lavori quivi intrapresi ad ett'etto di rinforzare le fondazioni del lato opposto 
alla facciata. 

Regione XIII. — In via di s. Sabina, costruendosi una nuova fogna, è stato 
scoperto, alla distanza di circa m. 10 dal cancello d'ingresso all'ofirtcina Conscience, 
ed alla profondità di m. 1,20, un tratto di antico pavimento stradale, lungo circa 
m. 5,00, formato dei consueti poligoni di lava basaltina. 



ROMA 



11:2 — 



ROMA 



Via Flaminia. — A destra della testata del ponte Milvio, facendosi lo sterro 
per l'ariijinatura della sponda sinistra del Tevere e per la livellazione del piano del 
ponte inedosimo, è stato trovato nn fraintneiito d'angolo di grande cornicione in marmo, 
ornato con men-'ole intagliate a foglia d'acanto e rosoni fra una mensola e 1 altra. 
Misura in lunghezza in. 2,20X1,90X0,76. Sulla parte piana superiore sono inciso 
rozzamente le lettere seguenti: 



) 




)\yji 



e a poca distanza è pure incisa una mazzuola da scalpellino con le lettere S C in 
questa forma : 




Altri massi marmorei, ma senza verun intaglio architettonico, si trovarono presso 
il medesimo luogo fra le sabbie fluviali; e sembrano spettare all'ingresso di nn 
antico ponte, delle cui testate restano ancora in piedi i solidissimi fondamenti sulle 
due ripe del tiume, alla distanza di m. 24,50 a monte del ponte odierno. 

Sulla predetta sponda sinistra, e precisamente a m. :U di distanza dal ponte, 
è stato scoperto, al suo posto primitivo, un altro cippo terminale delle ripe del Te- 
vere, colla nota iscrizione dell'anno 700 di Roma: 

P-SERVEILIVS-CF 

ISAVRICVS 

M- VALERIVS M-F 

AV • N ■ MESSALL 

GENS 

EX-SCTERMIN 

Il cippo è in travertino, ed ha l'alte/.za di m. 2,40 X 0,00 X 0,40. 
Si .sono pure recuperati nello sterro: un copsrchio d'urna cineraria, quadrata, con 
fastigio e pulvini; un frammento di lastrone marmoreo, su cui si legge: 




AIAIOC 
M O C AC/ 
K A A HI,' 
CYN B/ 



ROMA — 143 — ROMA 

ed un altro fiamniento di lastrina da eolombaro, che conserva: 

gemina! 

B V S SVI 

Via Nomentana. — Per i lavori di foudazione di una scuderia nel villino 
Doria, posto lungo la nuova strada del Policlinico, si è trovato un antico sepolcro 
formato con tegoloni e coperto alla cappuccina. Era a m. 2 sotto il piano stradale; e 
conteneva pochi avanzi dello scheletro scomposti e frammisti alla terra, eil un piccolo 
balsamario di terra cotta alto m. 0,12, di forma comune. 

Via Salaria Ve t ere. Nel sotterraneo cimitero di s. Ermete, posto sotto la 
vigna del Collegio Germanico, alla sinistra della Salaria vetere. la Commissione di 
archeologia sacra ha compiuto in questi mesi alcune escavazioni. È stata ritrovata 
la cripta dei martiri Proto e Giacinto, che fu scoperta nel 1845 e restò poi nuova- 
mente sepolta sotto le rovine ; ed è stata sterrata l'antica scala che scendeva a quel 
santuario. Uno dei muri di questa scala si trovò restaurato in antico, e copriva un 
loculo chiuso con la seguente lapide inscritta, dell'anno 4(l0 : 

FELIX DICNA IVLIT PARVM MVNER.a. CRISTI ''^ 
ET SVO CONTVS HABVIT PER SAECVLA NOM E N 
LAETIFICVM RENOVANS PRIGINE TEAfTPVS 
INFANDAQVCIENS ISTIVS I VRGI.rSAECLI 
CERTVM EST INREGNIERQVEAMOEjjjA VIRECTA 
ISTVMCVM ELECTIS ERIT HABIl VM FRAEMIA DIGNA 
SEMPERETADSIDVAE BENEDICI PRO MVNERE TALI 
QVIVIXITAgNoLXIIIIc^MoVIlhD.XXIIl/DEPtVIf IDVS t lAN» 
ELi-STILICGNEtCON^ 



Le iniziali dei versi metrici ripetono il nome del defunto FELICIS : l'epitatio 
è inciso con incredibile numero di errori ('). 

Un altro loculo a pie' della scala medesima si trovò chiuso con una pietra in 
forma di stela, col seguente titolo più antico, volto verso l'interno del sepolcro : 

l'astur buono 
fra due pecore 



TOAAI A 
ACKAHniAKH 



(') \'. de Rossi, Bull, d'archeol. crist. 180-1 p. 24 e 64, cliu ne lia correità ed intejrrata la 
lettura. 



ROMA — 1*^ — ROMA 

Si rinvennero pure sedici frammenti dell'epigrafe posta dal prete Teodoro per 
ricordare la costruzione da lui fatta della scala predetta: la quale epi'jjrafe era ^ih 
nota per la copia conservata nel celebre codice Vat. Palat. 833. Il marmo originale 
è scritto in carattere tìlocaliano. ma con lievi ditferenze dal tipo delle isc.izioni del 
papa Damaso. Il testo ne è il seguente: 



aspice descensinn cerNES MIRAé/LE FACT«m V 

sdìiclorum monumenta r\DE'ì> palEY kQlfi ,<?//" LCi.HIS 
marlijris hic Proli lumulVS lACET ADQVE YACINTHI 
qiiem cum iamdudim legEKEl MONS TERRA CALIGo 
hoc Theodonis opus cons/ RWC\ÌT PRESBYER INSTANS 
;// domini plebcm opera MAIORA TENERENT cs y 



Negli sterri dello gallerie cimiteriali fu trovato un grande capitello corinzio, di 
giallo antico; un frammento di vetro con ligure graffite in oro e col nome /"LORVS, 
e lo seguenti lapidi inscritte: 

a) grande lastra di marmo, servita per mensa di arcosolio, e probabilmente 
proveniente da un sepolcro pagano della via Salaria: 



hie >'i'tA • SVNT • PI A • NATORVM • DVA • COR 
^3>^1VIATRIS ■ MYSERAE ■ SEMPER ■ DILECTAE ■ MA 

Romina svB • titvlo ■ qvorvm ■ perscripta! 

QVOS • PATER • INFELIX • CO NI VX • MYSER • IPs' 
TE • QVICVMQVE • LEGIS • PIETATIS • NOMINE -A 
CVM • SIS • MORTALIS • QVaE • SINT • MORTAL 
ET • PATRIAS • AD.VIITTE ■ PRECES ■ ET • PARCE • S 



li) lastra di loculo sepolcrale cristiano: 

VICTOR IN FA 

CE QVI VIXIT 

ANNOS XXX 

e) simile : 

1 E N V A R I A 
TE CVM PACE 



ROMA 14ó ROMA 

il) lastra in cui manca la parte, ove era scritto il nome del defunto fanciullo : 

IN -PACE- 

QyiVIXIT-ANNIIIMIIIID- 
Vini- BONE • MEMORIE • FILIO • 
DVLCISSIMO•PATER•BEN•FEC• 

e) titoletto di loculo cimiteriale: 



PARENTEs fJllJO 
BONOSO • FeV/eRVNT 

bene-mere,nti-in 
Pa\ce-et in! re fri 
gerivm\\^ 

(/VI-VIXIT-AUre?\X 



/■) frammento di titolo simile: 



JeweweR-ENTI IN F ace 



lecl 'ori TITV^.2 

deposill VI ID •; 



In prossimità poi della basilica sotterranea è stato scoperto un cubicolo con 
arcosolio, decorato di pitture. Nel centro della volta vi si ravvisa il Buon Pastore, 
in gran parte perito; e ai quattro lati della volta medesima, la donna orante, il sacri- 
ficio d'Isacco, Daniele fra i leoni, i tre fanciulli in mezzo alle fiamme. Nella lunetta 
dell'arcosolio è rappresentata la moltiplicazione dei pani, con una colomba posata 
sopra un pilastrino. Il resto della decorazione è a riquadri architettonici con gruppi 
di pesci e colombe. 

Via Tiburtina. — Nel cavo per la costruzione di una fogna sul piazzale 
della basilica di s. Lorenzo fuori le mura, si sono raccolti fra terre di scarico quat- 
tro piccoli frammenti d'iscrizioni in marmo, che conservano: 



fl) /R O b HIM■^l 

jroR I 




IXlN 

ClvVsse di scienze morali ecc. — Memorie — \'ol. II Serie .")', parto 2* 19 



TIVOM, MARCKLLINA — 146 — REGIONE 1. 



Si ebbe inoltre: una lucerna rotonda di terra gialla, con fogliami a rilievo sul 
j>iatto, e col bnllo di fabbrica L Q_ P con duo cerchietti ; un fondo di vaso aretino 

col bollo ^ I ^ I ; di un frammento di fregio in terracotta, con ornati di foglie e viticci. 

G. ({atti. 



Rkoione I (LATIUM ET CA}f PANIA). 

Vili. TIVOLI — Tomba romana scoperta nel territorio del comune. 

In contrada Favate, eseguendosi alcuni lavori campestri, tornò in luce un'antica 
tomba formata da lastre di travertino, dello quali quella di fronte era lunga m. 1,20 
alta m. 0,76 e dello spessore di m. 0,20. Racchiusa da una fascia rilevata vi è incisa 
la seguente epigrafe: 

H Y G I .\ 

MVRDIAEPHIALE 

NVTRICI SVAE 

A base della tomba erano due gradini di travertino, dei quali uno lungo m. 1,38, 
alto m. 0,19; l'altro di m. 1,48, alto 0,23. 

Nel sepolcro, la cui copertura era di calce e sassi, non si rinvennero che le ossa, 
a quanto mi affermò il colono inventore. 

A sud della tomba, osservai resti di muri antichi, ed all'intorno pezzi di pavi- 
mento a mosaico a tasselli bianchi e neri e frammenti di intonaco a colore rosso 
e giallo. 

L. COCCANARI. 



IX. MAllCELLIN.V (frazioue del coimme di s. Polo de'Cavaliori) — Sar- 
cofago marmoreo rinoemito in contrada Colonnelle. 

Nel territorio di Marcellina e precisamente nel fondo denominato Colonnette, 
eseguendosi uno scassato per vigna, si rinvenne un sarcofago di marmo lunense, tutto 
di un pezzo, lungo m. 2,00 alto m. 0,64 con proprio coperchio marmoreo pure di 
un pezzo solo e dello spessore di m. 0,13. Nella fronte il sarcofago è ornato di sca- 
nalature ondulate, e nel centro, sotto un arco poggiante su due colonnine, è scolpita 
una figura virile, ignuda, con clamide che dalla spalla destra scende sotto l'ascella 
sinistra, in atto di guardare un cane poggiato sulle zampo posteriori. Alla sinistra 
di questa figura è altra minore di Satiro. Alle due estremità della fronte del sarco- 
fago, sono scolpite, in bassorilievo, altre due figure, rivolte al centro, in atto di 
camminare. Quella a dritta è di un pastore nudo, che stringe un vincastro nella 
destra e con la sinistra tiene un'otre, poggiato sulla spalla da cui pende una polle. 
L'altra figura, apparentemente di donna, ha una vustc. a pieghe spesse, che dal collo 



REGIONE I. — 147 — SAN PRISCO, POMPEI 



sconde ai piedi, aperta verso la metà della coscia sinistra. Con le mani regge due 
tibie divergenti, fisse alla bocca. Il coperchio lia la sola fronte ornata di scanala- 
ture ondulate. 

Entro il sarcofago si rinvenne uno scheletro di donna, come lo provano alcuni 
aghi crinali di osso, che giacevano presso il teschio, e globetti vitrei per collana di 
vario colore. 

Mi fu detto che vi si rinvenne anche una moneta od un anello con pietra limpida 
e rilucente. 

Il sarcofago era murato tutto all'intorno con forte calcestruzzo del quale riman- 



gono tracce sulle sculture. 



L. C0CC.\NARI. 



X. SAN PRISCO (presso s. Maria di Capua Vetere). 

Nel tenimonto di s. Prisco, a poca distanza dal noto fondo Patturolli e a circa 
un metro di profondità venne fuori, non ha guari, un cippo di tufo con iscrizione 
osca, che di recente è stata aggiunto alla raccolta delle iscrizioni italiche del Museo 
Nazionale di Napoli. 

Il cippo ha l'altezza di m. 0,50, la larghezza di m. 0,28 e una grossezza mas- 
sima di m. 0,17. Come in altre epigrafi della medesima provenienza e del medesimo 
materiale, le lettere vi sono profondamente incise, e la prima riga è sventuratamente 
in gran parte danneggiata. Il mio apografo, collazionato anche col calco cartaceo, è 
il seguente : 

kMvm 
anmvn 

/VT/ 

Sono a notare le lineole oblique messo in luogo dei punti diacritici e la strana 
scrittura delle parola ' pumperi ', che nella forma ' pumperias ' ricorre due altre volte 
in una iscrizione opistografa rinvenuta nel 1873 nel fondo Patturelli (cfr. Zvetaieff, 
Sylloge n. 32). A. Sogliano. 



XI. POMPEI — Giornale degli scavi redatto dal soprastanti. 

1-13 marzo. Proseguirono i lavori di scavo nella regione Vili, isola 2", via quinta, 
casa n. 14, della quale si sgombra il viridario, dal lato sud. Si eseguiscono intanto 
vari restauri nella casa 13, della regione Vili, isola 2-\ e nella casa 18 della re- 
gione IX, isola 5". Non avvennero rinvenimenti. 

14 dotto. Nel ricordato viridario si rinvenne: — Terracotta. Lucerna circolare, 
verniciata di rosso, monolicne e con manico ad anello, lungh. m. 0,120. Altra mono- 



CITTADUCALE, RUVO DI PUGLIA — 148 — REGIONE IV, II. 

licDe con manico ad anello, luiig. ni. U,124. Vaso ordinario con ventre rigoutio, 
piccolo collo, ad un'ansa, corroso nel ventre, alt. in. 0,145. Altro simile, alt. m. 0,140. 
Altro più piccolo, alt. m. 0,124. Altro alto m. 0,o85 : — ì\'lro. Tazza con labhro 
sporgente, del diametro di m. 0,112. Piccola bottiglia, a collo lungo, alt. m. 0,150: — 
Piombo. Un peso: — Marmo. Piccolo peso circolare, nero, con due lati piani. 

15-31 detto. Continuarono i lavori di restauro nella casa n. 3, regione IX, isola 1* 
e nella regione V isola 2". Non avvennero scoperte. 



Reuioxk IV (SAMMUM ET SABINA). 

SABINI 

XII. CITTADUCALE — Iscrizione funebre lalim scoperta dentro 
l'abitato. 

Quando fu demolita la fontana pubblica nella piazzetta del Popolo in Citta- 
ducale, si scoprì una lapide di travertino di m. 1,50 X 0,50 X 0,40. Il lato destro 
è sagomato, con diverse scanalature (gola, ovolo, guscio e listello): la imitf sinistra 
fu distrutt^i in iintico. Vi è incisa l'iscrizione seguente: 

CALLISTE ■ ATI 
PIAE VILICA 
DAPHINVSCO 
FECIT » 



Di sotto, in bassorilievo, è .scolpita una pianella. 



A. De Nino. 



Regione li (APIJLIAJ. 

XIII. RUVO DI PUGLIA — Vasi dipinti che diconsi scoperti iii una 
tomba greca di L'uro. 

Presso il can. d. Francesco Fatelli di questo comune ultimamente ho potuto ve- 
dere la suppellettile funebre d'una antica tomba greca, che egli dice di aver com- 
perata da un contadino sul finire dell'anno 1893, ma non sa indicarmi il nome del 
luogo del rinvenimento. Ora di alcuni di questi vasi mi pregio trasmettere la seguente 
breve descrizione, non senza aver prima notat') che i rimanenti non hanno importanza, 
né meritano che se no faccia menzione. 

1. Vasca con larga base circolare che quasi eguaglia in diametro la larghezza 
della stessa vasca, la quale è sostenuta da lungo piedistallo cilindrico in forma di 
bassa colonna. Intorno al piedistallo, sul colore natmale della creta cotta, veggonsi 



REGIONE IV. — 149 — KUVO DI PUGLIA 



delle- zone circolari nere, e intorno al labbro della vasca tre dischetti e tre sporti 
mammellati, quelli e questi disposti triangolarmente e a rilievo. Alt. ni. 0,1(3; 
dìam. m. 0,13. 

2. Vasellino di forma elegante con alto coperchio. Alt. del vaso m. 0,18; del 
coperchio solo m. 0,095. La sottocoppa è dipinta di nero con linee circolari di color 
rosso vivo. Ha il piede piuttosto alto, il labbro molto piegato in dentro e quattro 
sporti mammellati in corrispondenza fra loro al cominciare del ventre. Il coperchio 
è senza colore, ma cinto in più luoghi da linee circolari di nero e di rosso, e dove 
comincia il suo finimento cilindrico, somigliante in diminuite proporzioni al piedi- 
stallo della vasca innanzi descritta, veggonsi disposti in cerchio quattro animali a 
tutto rilievo plasmati grossolanamente, dei quali uno è anche incompleto per recente 
fruttura, e due sembrano quadrupedi del genere canis, mentre il quarto potrebbe 
credersi un grosso uccello. Degno finalmente di nota è il fatto che il coperchio non è, 
come ordinariamente, chiuso in cima, ma lascia invece aperta la comunicazione del- 
l'aria con la coppa sottostante, il cui contenuto cosi non era coperto né protetto in- 
teramente. Ciò potrebbe forse dar luogo a pensare che l'elegante vasellino fosse stato 
destinato ad esalare odori o profumi, i quali per la lunga canna del coperchio tro- 
vavano l'uscita e si diffondevano intorno; ma sul momento non sono in grado di 
addm-re alcun confronto per avvalorare questa congettura. 

3. Olla sferica con pévera alla bocca e manichi orizzontali nel ventre, del colore 
della creta cotta con ornati di nero, consistenti in zone circolari alla parte inferiore 
e alla metà del ventre, in corrispondenza dei manichi, sotto la pévera formante il 
collo e nell'interno di questa. Tra le due zone del ventre, su ciascun lato dell'olla 
è dipinto un lungo e nero serpente ondulato che va da d. a s. ed imo ha la bocca 
aperta poco discosta dalla coda dell'altro. Alt. m. 0,27 ; circonferenza alla linea dei 
manichi m. 1,03. 

4. Kelebe di disegno trascurato, dipinta di nero matto-rossigno con ornati e figure 
dello stesso colore su fondo rosso-giallastro. Alt. m. 0,25 ; diam. m. 0,26. Il ventre 
dell'anfora, interamente nero, dal piede in su va sempre slargandosi fino ai manichi, 
prendendo la forma d'un cono tronco riverso. Ove poi cominciano i manichi è cinto 
da larga zona rosso-giallastra su cui sono dipinte di nero due rappresentazioni quasi 
simili da un lato e dell'altro. 

A) Sfinge a d. di chi guarda, dritta sulle quattro gambe e Tolta a s. Le ali sono 
foggiate alla maniera arcaica; la punta della coda è simile alla testa d'un serpente 
e sulla fronte ha una prominenza che deve credersi un radio o altro muliebre orna- 
mento. Segue una specie di stele fantastica, composta di due palmette che, congiuu- 
gendosi le rispettive basi, sono attraversate orizzontalmente da fiori di loto e contor- 
nate da cerchietti concentrici, motivo che ricorda i vasi di Melo e di Kotli (cfr. Jahrb. 
d. List. 1887, p. 57 e s.). Di fronte alla descritta e a lei simile in tutto è un'altra 
sfinge, a cui tien dietro un grifo (?) del quale è andata perduta la pai-te posteriore 
del corpo, poi un'altra sfinge anch'essa molto sciupata e finalmente un grosso uccello 
a collo lungo, tutti volti a d. 

B) Due sfingi, come le precedenti, l'una di rimpetto all'altra con la stele vege- 



CANOSA 



— 150 — RBOIONE IV. 



tale in mezzo a loro, so non che la seconda sembra star seduta sulle gambe poste- 
riori. Seguo un grande fioro di loto con steli tonninanti in voluto concentriche alla 
sua base e tìiialiiionte un'altra slìngo volta a d. Kssendo questa faccia del vaso assai 
meglio conservata doU'altra, permette notare che le gambo anteriori delle sfingi dalla 
metà in giù della loro lunghezza si vanno assottigliando in guisa, da prendere a 
dirittura la forma di gambe di uccello; lo che poi non so dire se debba credersi 
fatto pensatamente, o per frettolosa sl)adataggine ; tanto più che una delle sfingi mostra 
le sue gambe posteriori arbitrariamente torte e che nel vaso mancano del tutto lo 
linee graffite che solitamente determinano i contorni delle figure. 

Il collo e il labbro dell'anfora recano ornati di stile geometrico, consistenti su 
quello in lineo oblique e verticali che s'intersecano fra loro lasciando dei vuoti trian- 
golari, e su questo in lineette in forma di aiijma coricato. I manichi cominciano bi- 
partiti e sottilmente tondi, ma poi i due bastoni congiungonsi, in cima all'arco da 
essi formato, ad una larga striscia che tennina nell'orlo del vaso ; e su questa larga 
striscia veggonsi delle linee orizzontali e un fiore di loto, mentre sull'orlo ripetesi 
lo stesso ornato del collo. Quanto allo sfingi, parrai che ad osse debba darsi un fu- 
nebre significato e che forse sia da pensare lo stesso della fantastica stele. Lo stile 
poi non meno che lo forme dei quattro vasi descritti pongono fra le greche più an- 
tiche di Ruvo la tomba che li conteneva, quand'anche piacesse meglio attnl)nirli ad 
alquanto più tarda imitazione dell'arte locale, che ad importazione per via del commercio. 

6. Jatta. 



XIV. CANOSA — Due ter recotte ed un'urna di arte canosina. 

Lo stesso rev. Fatelli mi ha mostrato una bella urna e due figuline da lui 
comperate a Canosa, ed ivi rinvenuto sul cominciare del corrente anno, delle quali 
ecco la descrizione. 

5. Una dello terrecotte, non raffinata nò ritoccata a mano ne' particolari dopo 
l'estrazione dalla forma, ma nell'insieme pregevole e abbastanza curiosa, rappresenta 
un uomo nudo, seduto sopra un pogginolo di forma rotonda, con le gambe incrocic- 
chiate e le braccia piegate sul grosso ventre in guisa da far congiungere le mani 
sulle pudende, dello quali per altro non appare indizio veruno. 11 suo volto è coperto 
da una maschera comica di tipo presso a poco simile a quella del Museo di Napoli 
riprodotta dal Wieseler {Theatcnjeb. "V, 38 e 40) e da lui creduta di schiavi. L'atto 
di star seduto su tonda base e di tener le gambo incrociate notasi spesso nello figu- 
lino rappresentanti attori comici in costume da jihbjakcs (v. K<")rt« in Jahrh. d. fiuti. 
1893, p. 82 e s.). Ma se nella nostra statuetta si possono chiaramente vedere avanzi 
di bianco e di colore roseo ai piedi, alle gambe, alla maschera e in altre parti del 
corpo, non sono poi visibili in nessun luogo tracce di mantello, tunica, lirache, cal- 
zari, né pare che il restauro, a cui la statuetta fu parzialmente sottoposta, le avesse 
potuto far sparire del tutto. Alt. m. 0,13. 

G. L'altra terracotta rappresenta >m gruppo di due amanti che si abbracciano e 
baciano. La donna ha la testa coronata di larghe foglio tondeggianti, lungo chitone 



REGIONE IV. 151 — CANOSA 

e hmation avvolto di traverso alla parte media del corpo; l'uomo corta tunica che 
tocca quasi i ginocchi e clamide avvolta anche di traverso alla parte superiore del 
coi^po. Qua e là si veggono avanzi di color roseo e generalmente un rivestimento di 
bianco. La donna pone la mano d. sotto il mento dell'uomo e la mano s. intorno al 
collo dello stesso; l'uomo ha la mano d. intorno al collo della donna e stende il 
braccio e la mano s. lungo il coi-po e fino all'anca d. di lei. Le bocche poi di en- 
trambi, ravvicinate dal reciproco stringersi delle braccia intorno al collo, si mostrano 
congiunte in erotico bacio. Anche questo gruppo, come del resto quasi tutte le figu- 
line di Canosa, non fu ritoccato dopo averlo tratto dalla forma, di guisa che i par- 
ticolari sono molto trascurati e talora, come p. e. nella testa dell'uomo, non si giunge 
neppure a distinguere le parti e i tratti del viso. Alt. m. 0,16. 

7. Urna (slamuos) a tìg. rosse su fondo nero, di vernice lucida e di colorito finis- 
simo, di disegno alquanto leggiero, ma molto espressivo, e certamente importata, 
perchè la creta non è quella dei vasi canosini. Il coperchio, ornato con un'ellera gi- 
rante intorno, evidentemente non appartiene a quest'urna che doveva averlo di men 
largo diametro, corrispondente a quello della sua bocca, e ben più alto relativamente 
all'altezza dei manichi del vaso, nella cui forma per ciò notasi im non so che di tozzo che 
la detm-pa. Sulle spalle dell'urna è una scannellatura di rosso e di nero, sotto i ma- 
nichi le solile palmette con rabeschi e volute, e finalmente sotto le figure il meandi'O 
chiamato greca. Due sole sono le figure, una sopra ciascima faccia del vaso, ma la 
scena è completa e rappresenta il lavacro e la conseguente toeletta di una giovine 
donna. Vedesi infatti da un lato una donzella interamente nuda, senza alcun orna- 
mento, tranne le armille ad ambe le braccia, e coi capelli poco abbondanti sciolti e 
cadenti sul collo; la quale, reggendosi sulla gamba d. e piegando mollemente la s., 
è presso una vasca sostenuta da piedistallo scannellato con larga base e capitello do- 
rico ornato di ovoletti. Sull'orlo della vasca sta un uccello (forse colomba) che apre 
le ali, come per rispondere alle carezze della sua padrona, la quale stende sull'uc- 
cello la mano d. mentre tiene la s. immersa nell'acqua della vasca. Nel campo una 
palla da giuoco e una lunga zona fimbriata che fa panneggio. Dall'altro lato la 
stessa donzella, già lavata ornata e vestita, si contempla compiacentemente neUo 
specchio che ella si tien ritto d'innanzi con la s., mentre lascia pendere inerte la d' 
Ella siede, malgrado che non sia espresso il sedile ; ha i calzari, lungo chitone senza 
maniche affibbiato sugli omeri, che lascia nude le braccia ornate di armille ; Y hmation 
è avvolto strettamente alla parte inferiore del corpo, né mancano la collana, gli orec- 
chini e la mitella, disposta elegantemente intorno ai capelli che neppur qui si mo- 
strano abbondanti. Gli ornamenti metallici sono dipinti di nero e in tutto il vaso 
non è traccia alcuna di bianco, il che ne rialza la data. Nel campo, innanzi alla gio- 
vinetta vedesi infine quel paniere in forma di cono tronco riverso (calathì/s), che 
tante volte sui vasi dipinti apparisce presso le donne riunite nei ginecèi. 

Senza dubbio la bella urna del can. Patelli deve assegnarsi al miglior tempo 
dell'arte pugliese, e fa dispiacere che, mentr'essa non lui frattura alcuna (cosa ben 
(lifticile nei rinvenimenti canosini), manchi poi del coperchio, come innanzi ho no- 
tato, ed anche d'uno dei manichi. Alt. m. 0,22. 



SIRACUSA, NOTO — 152 — XiriLIA 



8. Terracotta di Canosa raitprosentante una donna seduta con lun^o chitone 
himation ravvolto alle anche o allo t^ambe, in atto di allattare nn bambino fasciato 
che ella sostiene col braccio s., mentre, con f,'e.sto tanto naturale nello madri, porta 
la d. alla propria mammella. Esecuzione, al solito, trascurata nei particolari; alt. 0,1<!5. 

(J. .Tatta. 



Sin LIA. 

XV. SIRACUSA — Xiiove scoperte nella necropoli del Fusco. 

Nei mesi di noveinl)re e dicembro 1893 si continuarono le indagini nella ne- 
cropoli ijreca del Fusco. Fu esplorato un tratto di terreno contenente circa 38U toml)e, 
per la mag^or parte arcaicissime, cioè della lino del secolo Vili, e del principio 
del VII; pochissimo sono di età posteriore; una sessantina poi spettano a barbari 
che nel V-VII (?) sec. di Cr. deposero i loro morti nel campo funebre greco. La 
suppellettile vascolare greca è rappresentata in gran maggioranza da vasi dello stile 
protocorinzio geometrico e protocorinzio: si ebbero anche scarabei in pastiglia, argen- 
terie, fibule in bronzo (a navicella) ed in ferro, avorio ed ambre di un tipo fin qui 
sconosciuto. 

Questa campagna estonde notevolmente la nostra conoscenza sulla civiltà dorica 
di Siracusa ed allarga gli orizzonti cronologici degli strati greci. Oltremodo interes- 
santi sono poi le osservazioni fatte sulle deposizioni dei barbari nelle tombe greche, 
come a suo tempo sarà detto in queste Notizie. 

Nuove imlagini nelle catacombe cristiane di Siracusa. 

In quella di s. Giovanni la revisione accurata della regione meridionale e di 
alcune parti, prima meno attentamente esplorate nella settentrionale, fruttl^ una .'•et- 
tantina di nuovi titoli; si esplorò anche qualche sepolcro intatto. 

Sulle pendici meridionali dell' Acradina vennero sgombrati due piccoli ipogei con 

sarcofagi, che dalle numerose lucerne che contenevano, risultarono cristiani. Molti 

altri analoghi esistono nella stessa località ed io penso che rappresentino il tipo di 

collegamento tra gli ipogei pagani dell'impero e le ampie catacombe del tipo s. (iio- 

vanni. Cassia, etc. 

P. Orsi. 



XVI. NoTit — Sepolcreti siculi ricotwscinti presso Noto Vecchio. 

In una ricognizione archeologica a Noto Vecchio, l'antica Neetum, vennero rico- 
nosciute alcuno piccolo necropoli siculo, nei burroni che conterminano la città: ed una 
vasta, di tipo greco, nelle colline a nord di ossa. Fu poi da me riveduta la grande 
iscrizione (Kaibcl n. 240) e studiata la possibilità di portaria in salvo a Siracusa. 
Ho poi scoperto due cameroni scavati nei fianchi del monte, con numerose nicchictto 
(|Hadre. adorne di avanzi di scultura: le quali stanze, come si deduce dai residui 



.9I/Ì.0/.Y/I l-,;-j 



CUOLIERl 



epitfi-alìci altro non erano se non degli ;^'po«. Xell'iuteruo della motagna verso Palazzolo 
(.txoni) constatai poi l'esistenza di un piccolo borgo di età bizantina, con ca-;e costruite 
di gran massi non cementati e colla sua piccola necropoli. 

P. Orsi. 



SANDLYLi 

XVII. CUdLIKUl — JJi una nuova pietra terminale eoi ricordo di 
antichi popoli della Sardegna. 

Nello scorcio del settembre dello scorso anno l'agricoltore Francesco Obino, nella 
località detta Sesia \\i\ territorio di Cuglieri verso i punti chiamati Baragiones e 
Busridde, dissottcì-rò una importante pietra terminale. Era seppellita, per quanto affer- 
masi, poco lungi dalla sponda sinistra di un torrente che ora chiamasi Rio Mauiiu 
(Rio grande). 

E alta m. 1, larga m. 0,(>0; ha lo spessore di m. 0,20, ed ha forma parallele- 
pipeda, quantunque non esatta. La parte meno regolare è la inferiore che doveva intro- 
dursi, come base, nel terreno. Nella parte superiore si osserva una solcatura quasi a 
forma di mezzaluna. 

Nella fronte leggesi in bei caratteri ('): 

TERMINVS 
OyiNTVS 
VDDADHADDAR 

NVA1ISIARVM 



E dalla parte opposta, è inciso: 

EVTYCHIÀNI 

Per quauto fu possibile sapere, la pietra era ritta alla sinistra del torrente ed 
a poca distanza di esso, guardando con l'ultima indicazione la regione Scssa, cioè 
il territorio dell'attuale Cuglieri, mentre l'epigrafe più lunga era rivolta verso il tor- 
rente ed il territorio della così dotta Plaaarcjia. 

Abbiamo dunque un nuovo titolo terminale tra gli Eulhiciani od p] ut n chiarii, 
ed altri popoli che con essi continavano. Di questi conoscevamo soltanto i Giddi- 
litani (cfr. C. I. L. X, 7930); ora ci vengono additati anche gli Uddadhad- 
darri. Lasciando ad altri lo studio sopra questo nome, possiamo osservare che la 
nuova lapide rende oltremodo probabile die ai contini coi popoli medesimi apparton- 

('} Di fiuosta impurtiintc lapido il eh. prof. Vivanet trasmise al Ministero oltre >rli iipoirrafi 
alleile il calco cartaceo. 



CUGMBItl 



l.-)4 SAHPISIA 



gano anche «li altri due titoli frammentati, scoperti nello stesso territorio di Cuglieri 

(C. /. /.. X, 7i»;n, 7ita2). 

!•: chiaro che questi titoli costituiscono una serie, della quale quello ora sco- 
perto è il tenninus (juinliis. Inoltre è chiaro che in tutti ricorre nell'ultimo verso 
il nome Niimisiariim, e che rultiina parte del nome Uddadhaddarri rimane in 
uno di questi titoli. 

In consej,'iienza di ciò sembra più che probabile che il titolo frammentato 7932, 

debba leggersi : 

/f/-M I N VS 
.tffCVNDVS 
iiddadhadVARKl . . . 
nu!MSÌAK\'ìn 

E se ciò è vero, anche l'altro titolo frammentato, il quale come il nuovo mostra 
intiera la parola Kutychiaui. può leggersi: 

termin\S 
pr/.M VS 



«H?«1SIARVM 

Kesta solo incerto il verso terzo, il quale secondo l'apografo edito non ci da- 
rebbe gli elementi del nome che ricorre nel verso medesimo degli altri titoli. 

L'insigne monumento acquistato dall'egregio cittadino di Cuglieri comm. Giu- 
seppe Sanna Najtanu. fa da lui generosamente donato al patrio museo, ove ora si 
trova esposto. 

V. VlVANET. 

Roma 2<t maggio 1894. 



REGIONE IX. — 155 RONCAGLIA 



MAGGIO 



KiouioNE IX ( LIGURIA) 

I. RONCAGLIA (frazione del cinnuiie di Beiie Vagicuna). Dell'antico 
teatro di Augusta Bagiennorum. 

Dopo alcuni tentativi fatti iu diverse epoche alla Koncaglia, frazione del comune 
di Bene Vagienna, ove eia l'antica Augusta Bagiennorum, i sottoscritti intrapresero 
ivi su più vasta scala, nello scorso autunno, alcuni scavi che condussero avarie scoperte 
tra cui la principale si è quella del teatro. 

I ruderi dell'antica città distano di circa tre chilometri dal capoluogo, giacciono 
in perfetta pianura, sulle sponde del torrente Mondalavia, dalla cui direzione est- 
nord-est pare abbiano presa l'orientazione i singoli edifizi. 

L'area del teatro non venne completamente scavata: e si fecero soltanto dei nu- 
merosi saggi per riconoscerne la planimetria, come è indicato nella figura che qui 
appresso si aggiunge. Rimangono perciò alcuni punti indeterminati, che sarà facile di 
poter ulteriormente stabilire, essendo che ovunque si assaggiò il terreno, vennero sempre 
trovate tracco continuate e simmetriche dello diverse parti; il che induce a credere ne 
esistano per intero le vestigia. 

La cavea è rivolta ad ovest-sud-ovest e, come risulta dal disegno, cousta di tre 
muri semicircolari, legato il minore al mediano con muri trasversali posti a modo di 
raggiera, fra i quali sono gettate delle volte coniche di cui si hanno sicure tracce 
nel punto A; il muro mediano era probabilmente unito con una vòlta anulare al 
muro esterno ; sopra tali volte erano posti i sedili in marmo, di cui si rinvenne un 
frammento che misura m. 0,48 di altezza e 0,33 di larghezza, metà forse di quella 
totale. 

(Guardando la pianta vena osservato il notevole spostamento dei centri dei tre 
muri semicircolari, singolai-ità che si può spiegare supponendo che due sole scale, 
all'estremità della càvea, dessero accesso alle gradinate, e queste mettessero ad una 
precinzione corrispondente al muro semicircolare mediano, che larga da principio 
metri o,.')0, andasse restri ngendoisi verso il mezzo sino ad essere della sola larghezza 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Vul II,. Serie ò", parte 2" 20 



RONCAGLIA 



— 15G — 



REGIONE IX. 



di un ^'radino, o poco più. Que»ta dispobizionc divenuta plausibile ore si rifletta che so 
tale precinzione si restringeva coll'avvicinarsi al mezzo della cavea, diminuiva pure 
in essa proporzionalmente il numero degli spettatori, che .scendevano e salivano ai 
rispettivi posti per le numerose scalette, tagliate a mezzo gradino, che vi davano 
adito. 

Il diametro dell'orchestra era di m. 22,20; quello del muro periferico me- 
tri .j7,50; la lunghezza della scena ni. 40,50; il proscenio era largo nella parte di 
mezzo m. 7,20; e nelle parti laterali meno avanzate m. 5,25. 

La decorazione della scena risulta abbastaaza palese dalla disposizione dei muri 
che ne formano la base. Quattro massicci in muratura, larghi m. 2.20, sporgenti 
111. (i.n:^ sul grosso muro che costit'iisce il fendo di essa, dovevano formare il piedistallo, 




ciascuno a due colonne, su cui correva corto una trabeazione. Negli intervalli fra detti 
pila.'itri, nella parte anteriore a detta scena, si rinvennero alla rinfusa i grossi stilliti 
gli architravi in marmo delle tre porto, eguali nelle modanature quelli delle duo 
laterali, alquanto diversi quelli della mediana, da cui si potè determinare la loro di- 
mensione. In corrispiindenza dei jiilastri e degli spazi comprosi fra ossi e le porte 
si rinvenne un gran nuiuero di cornici in marmo bianco con varie sagomature, e fram- 
miste ad esse una quantità di sottili lastre segato di marmi colorati, alcune assai 
grandi, altre tagliate secondo forme geometriche, tre finalmente contornate con formo 
ornamentali che dovettero comporro una grnziosa decorazione di opera alessandrina 
alla parto bassa della scena. \'i Mblioml.i un ln'l (■ipoUino a von;ituro vordngnole e 



REGIONE IX. — 157 — RONCAGLIA 

bianche, vari iininiii ili un gialli di divuisa intensità, un rosso unito, varie Itreccie 
simili ad alcune belle varietà di marmi africani ed orientali, che però secondo il pa- 
rere di persone competenti deriverebbero tutti da cave dell'alta valle del Tanaro, 
ricca di svariatissime qualità di calcari colorati. Si rinvennero inoltre frammenti di 
stucco, come foglie di acanto, cornici e cordoni intagliati, intonachi dipinti ad imi- 
tazione di marmi, ed altri portanti traccio di pitture, un dito ed alcune pieghe del- 
l'abito di una statua ed un frammento di una lettera che doveva far parte di una 
iscrizione. 

Ad una estremità della sporgenza del proscenio, nel punto B, si trovò un foro 
quadrato assai profondo di cm. 28 di lato, che si può supporre abbia servito col suo 
simmetrico a tener dritta un'antenna od altro congegno destinato a sostenere il sipario. 

Dietro la scena esiste un sottile muro che forma con questa uno stretto corri- 
doio praticabile agli attori per le loro entrate ; tale muro ha ancora delle tracce di 
intonaco colorato in rosso nella parte esterna ove era probabilmente un portico che 
non si è potuto scavare per essere il campo coltivato ; quivi si trovarono vari cocci 
di vasi conteuenti colori diversi. 

Alle due estremità del corridoio si aprivano due ambienti simmetrici, destinati 
agli attori, in quello a sinistra si trovarono rasente ai muri degli stucchi finamente 
dipinti ; in quello a destra una grossa nicchia semicircolare, il cui pavimento era 
formato da piccoli pezzi irregolari di marmo bianco. Nella parte posteriore di detta 
nicchia, nel punto C, si trovò un capitello d'ordine corinzio, di forma quadrangolare, 
di lavoro mediocre in marmo bianco, facilmente sfaldabile, ornato nelle sue quattro 
faccie. 

Fra il muro semicircolare esterno ed il mediano, si trovarono in quantità fram- 
menti di belle tegole di un'argilla compatta, di color rosso intenso, fra le quali 
molte col bollo : 

MATERNVS 

È questo il terzo sigillo che si trova impresso su laterizi da costruzione nei 
dintorni di Augusta Bagiennorum ; essendone noti altri due, cioè quello che reca 
semplicemente : 

COCCEl 

pubblicato nel C. I. L. V. 8110, 424, e l'altro che reca: 

LCOCCEI 

finora inedito, e trovato dal prof. G. B. Adriani a s. Nazario, frazione del comune di 
Narzole, finitima alla Koncaglia. 

Una sola moneta venne trovata fra i ruderi del teatro, ed è un piccolo bronzo di 
Claudio Gotico coU'ara della consacrazione (Cohen, n. 51). 

Fuori dell'area occupata dal teatro si raccolsero altre monete, fra lo quali basti 
citare per i limiti del tempo una dell'età di Augusto (Cohen n. Il;>): un'altni di 
Valentiiiiano I (Cohen n. 52). 



MILANO — 158 — KEOIOSE XI. 

Dopo il supplemento al voi. V del f. /. /.. venueio fuoii sul territorio di 
Aii<,'usta Uagieuuorum varie iscrizioni e fraiuraenti di esse; lucerne con o senza bollo; e 
fiamuienti di marino con ti<,Mire. Si scalzarono le fondamenta di alcuni edilizi nei 
quali si rinvennero avanzi di bellissimi intonachi dipinti; aghi crinali e da lavoro 
iu osso; pezzi di argento fuso e di bronzo lavorato, fra cui uno che pare abbia ser- 
vito di contorno ad una iM-rizione; vasetti unguentari, vasi di bucchero, cocci di anfore, 
di vasi dipinti, vasi sigillati del tipo Aretino o PoUentino, fra cui notevoli due 
frammenti verdi invetriati all'interno ed argentati al di fuori. Si ritrovarono pure 
vari frammenti di vetro, tra i ((uali di un vaso azzurro con ornamenti bianchi spi- 
raliformi, altro con incisioni alla ruota, altro di pasta vitrea aranciata e molti pic- 
coli oggetti; il che mentre conferma limpoi-tanza della distrutta città, fa deside- 
rare che scavi condotti su più vasta scala vengano praticati, sia per scoprire il resto 
ilei teatro come per mettere alla luce le altre parti della cittji medesima, che tuttora 
rimangono sepolte. 

G. ASSANURIA. 

G. Vacchetta. 



Regionk XI fT/L'l\SI'AJJAXAJ. 

II, MILANO. — Lapidi sepolcrali con iscrizioni Ialine scoperte presso 

il l'onte di Porla Magenta. 

Nei lavori di sterro eseguiti durante lo scorso febbraio per collocare alcuni tubi 
della conduttura di acqua potabile lungo il corso Magenta in Milano, nel tratto tra lo 
sbocco della via Terraggio ed il Ponte sul Navilio interno, detto di s. Girolamo, essendo 
stato necessario demolire una parte del ponto, vi si riconobbero adoperate come ma- 
teriali di fabbrica due lapidi con iscrizioni latino funebri; delle quali l'uHìcio regio- 
nale per la conservazione dei monumenti in Lombardia mandò i calchi cartacei. 

La prima è incisa in un parallelepipedo di granito, come quello che viene dalla 
cava del Monte Orfano vicino al Lago Maggiore, alto m. L42, largo 0.()2. munito di 
cornice e cimasa, lavorato in tre lati a punta gros.sa e nel prospetto a punta lina. 

È di importanza non comune, perchè ci fa conoscere un altro dei scxviri 
iuniores dell'antica Mediolanum (C. /. /.. V, p. (>;3ó). 

V F 

PI ON T 1 V S 
CRESCENS VRSINVS 

VI • VIR • IVN 

SIBI- ETSVIS 

INFR- I • X 

IN AG- P ■ > 

Abbiamo diiiique : l'yiveus) f{ccil) I'(ul>lìi(s) Ponlius \ Crescens Umiinis \ 
s,:rrir iiiinior) | stibi el suis \ in fr(oiile) ]i(,c(lcs) X | in ag{ro) p{etlcx) \ X. 



REGIONE X. — 159 — 



BASSANO 



Si vede che il lapicida, procedendo con lavoro rapido, non badò ad incidere com- 
piiitameute le lettere seguendo tutte le linee che erano state segnate col carbone; 
quindi di alcune lettere incavò soltanto una parte. Coii della prima lettera del. nome 
nel secondo verso incise soltanto la linea perpendicolare, la quale tra le due lettere 
in cui cade non può prestarsi che per un P. 

Ne è possibile ammettere la opinione del eh. sig. F. Ponti ispettore degli scavi 
in Varese, il quale pubblicò questa lapide leggendo /'. Conlius. riconoscendosi da 
altri esempì nella lapide medesima che il C vi fu inciso regolarmente. 

L'altra è un parallelepipedo di sarizzo ghiandone, a base rettangolare con cor- 
nice e cimasa, alto complessivamente ni. 1,25, largo m. 0,75, senza gli sporti. Fu 
lavorato nei due fianchi e nella faccia posteriore a punta grossa, e nel prospetto a 
punta fina. Quivi è inciso il titolo: 

C VALERIVS 

FABRICIVS • SIBI ■ eT 

C • VALERIO ■ MASCLO • F 
ET ■ VALERIAE • PRImIGENIAE 
ET • VALERIAE • PRIMVLAEF 
ET • KANINIAE • THYmELE 
ET • P • FVLVIO • MACRINO 
ET • P- FVLVIO- FESTO 
ET • ACILIAE ■ MANSVETAE • F 

Ambedue queste lapidi furono depositate nel castello, futura sede del Museo 
Archeologico di Milano. 

F. B.4RNABEI. 



Regione X (VENETI A). 

III. BASSANO VENETO — Di una antichissima necropoli e di altri 
avanzi romani riconosciuti presso la città. 

Nel settembre 1892 a breve distanza da Angarano, grosso sobborgo di Bassano 
sulla destra del Brenta, i contadini che lavoravano in un fondo del sig. Brocchi, 
lungo la via Bassano — s. Giorgio — Val Rovina, si imbatterono in un campo funebre 
antichissimo, che venne in gran parte manomesso. Portatomi a Bassano a studiare i 
pochi avanzi scami)ati dalla rovina, mercè le cure del conte Tiberio Roberti, ispettore 
onorario degli scavi, e del suo egregio tiglio, ho saputo che non meno di 150 urne 
funebri, deposte nella nuda terra, a piccola profondità (cm. 50). e distanti l'una 
dall'altra m. 1.00 ad 1,50 erano state distrutte dai contadini, i quali miravano solo 
a raccogliere i pochi bronzi, venduti poi e dispersi. 

Il conte Roberti tiglio si recò sul luogo; ricuperò qualche bronzo, e scavando 
un paio di giorni mise a nudo altre quattro urne ad incinerazione, portate in casa 



HASSA.NH 



— 16(J — REGIONE X. 



Koberti. dove io le studiai assieme a tutto il resto, mercè l'amabilità del proprìetario. 
O^Duna giaceva, ini fu assicurato, in un fosso terragno (due sole erano protette da 
scaglie), e derivavano da punti opposti della necropoli: tanto il l^>ber^i nel no- 
vembre 92 come il Brocchi nell'ottobre i)^ tentaiMiio nitri punti del suolo, ma con 
rit^ultato negativo. 

Fittili. — fl) Olla alta cm. 15 larg. mass. cm. 2) , qui riprodotta (fig. 1). 
Ha forma emisferica con spalle larghe, orizzontali, al centro delle quali si imposta 
il breve collarini". Xi-llo spitriiln vivo delle spalle spuntano quattro ansi- uilimclie. 




Kici. 1. 



con lineette verticali a stecca, tracciate fra l'una e l'altra di esse. L'impasto è di 
creta nerastra, sparsa di renella quarzitica, tirata a lucido alla superficie. 11 vaso 
ricorda, ma non riproduce esattamente, alcune forme proprie ai piii antichi strati della 
necropoli di Kste ('). Vuotato alla mia presenza esso diede terra nerastra e buona 
quantitii di ossa combuste. 

h) Ossuario simile al precedente, alto cm. 17, larg. mass. cm. 22. Le spalle bre- 
vissime si risolvono in un collo a cono tronco, sul quale girano delle impressioni a punta 
di dito; aggiungansi quattro ansette un po' adunche e fra l'una e l'altra fregi ver- 
ticali a stecco. La creta è rossastra, epurata, con chiazze alla superficie. Ksso era 
per metà pieno di ossa umane combuste, coperte da terra di rogo : vuotato diede, 
assieme alle ossa, rottami di armillette filiformi, ed un paio delle fibule che sotto 
descrivo, e che il conte Roberti non seppe più identificare, avendole confuse col re^to. 
La forma del vaso si riattacca alla precedente, ma è più rudimentale (-). 



f) Si raflrDiili iol'Iì ossuari editi dal S^ranzo Srai-i e tcoperte nei poderi Smart di Kste 
tav. V, 8 e dal Prosdocimi \ot. 1 882. ser. 3*. voi. X, t.iv. III. 1 3, IV. 2, .3. Si distinpuc por altro da codesti 
e pT la mancanza del piede conico, e percliè lo sviluppo della metà soperiore, conico ad Estc, 
qoi i Bunplificato, e resta quasi sprofondato in quella inferiure; anche il collo »! dritto, mentre ad Estc 
è sempre ad agf;ctto obliquo. Non manca ad Este l'ansa adunca in qualche ossaario del primo pc- 
r : (.Votitie 18S2. «er. 3*, voi. X, tav. ITI. -1) e qualche salcio trovo anche nella XerropoU di s. Lucia 
.') Tolmino (tav. IV. .5) recentemente illustrata con copiosa dottrina dal Marchcsctti. 

(*) E perei'"! bì accosta ai tipi arcaicùssìmi di Buvolone (BuUetlino Palei». Italiano 1879, 
tav. XIl) e Bismantova (Ihid. 1871'., tav. Vili) 



REGIONE X. 



l(il 



rUSSANO 



e) Ossuario simile, alt. cm. 22, larg. mass. cm. 34, di creta e fattura come i 
precedeuti: per la forma si avvicina a b, ma le spalle più sviluppate ed inclinate 
si risolvono in uu collarino divergente, ben pronunciato, e sono adorne di cerchioni 
tracciati colle dita nella creta fresca. Questa forma, eccezionale ad Hste ('), la si 
trova più facilmente altrove, come a V'aduna e nello necropoli comasche (-); remi- 
niscenze di essa si hanno pure nelle necropoli istriane e dello Alpi Giulie (^). 

L'u,na era piena di terra, e vuotata alla mia presenza diede molte ossa com- 
buste, terra di rogo, ma nessun oggetto. 

(/) Cista fittile a cordoni alta cm. 18, diam. cm. 20, munita in giro di cinque 
cordoni o costolature di forte rilievo con intaccature a stecco distribuite in due colonne 
verticali, e con quattro bitorzoli o capezzoli equidistanti, al labbro (tìg. 2). La creta 




FiG. 2. 



è rossastra con qualche sassolino. 11 vaso, aperto davanti a me, ha dato abbondanti 
ossa combuste con terra di rogo ed un sottile anello in frammenti. Questa cista, 
non vi ha dubbio, è imitazione di un esemplare in bronzo (^) ; lasciando la questione 
sull'origine delle ciste metalliche a cordoni {^) , osservo che riproduzioni fittili liscie 
sono numerose a Bologna, più rare le cordonate, delle quali si ha qualche saggio 



(') Unico, credo, un vaso iJeiitico nella necropoli Benvenuti : Oliirurdini, La silula italica pri- 
mitiva, nei Monumenti antichi, voi. II, p. 238, fìg. 20. 

(21 Orsi, La necropoli italica di Vadena tav. I, 4. Rivista archeol. di Como 1874, I, 2. 

(■■') Dall'Istria Bull. l'aletnol. Italiana a. XI, tav. I, 15. Volendo, si juiò considerare questo 
vaso come una situla fìttile rudimentale, rattrappita ; cfr. Marchesetti, Necropoli di s. Lucia tav. V, 5-7. 
Non affatto dissimili sono gli ossuari, però più anticlii, della necropoli di Monza {Bull. Pai. /tal. 
a. XVII, tav. III, .\, B), i quali, come ben osserva il Castelfranco (ibid., ]). 43 e scg.) rammentano 
nella sagoma il primo periodo di Golasecca, sebbene so ne distaocliino per la decorazione. 

(*) Per l'imitazione in terra cotta dei vasi laminati veggansi gli eccellenti studi del Pigorini 
Sull'origine del tipo di alcune stoviglie fabbricate dagli Italici nella 1" età del ferro, nel Bull. 
Paletn. hai. XIII, p. 73 e segg.; e del Gbirardini, La situla italica primitiva, op. cit. p. 230. 

(^) Per le ciste cfr. i recentissimi studi del Marchesetti, Necropoli di s. Lucia, p. 185. 



NASSA NO 



— ll)2 — 



REtilONB X. 



anche neHlstiia (')■ La prosenza di codesto vaso, che cronologicamente è più lenente 
degli altri, dimostra che lo antiche tribù, le quali seppellivano i loro morti sulla 
destra del Brenta, conoscevano la cista in bronzo e la imitavano. 

Pjf quanto scarsi di numero, i tittili esaminati ci permettono di orientarci in 
qualche modo sul posto da assegnare alla necropoli di Angarano, accanto alle altre 
dell'alta Italia. Ad onta della vicinanza col grande centro veneto illirico di Este, i 
contatti con e.-^so sono scarsi, ed in ogni modo si atFermano cullo strato più antico 
di esso, l'italico (-'). Gli ossuari /*, e ed in parte anche quello a si accostano in- 
vece più sentitamente a quelle forme che risconti-ansi nello necropoli di popolazioni 
uscite dalle torreinaro, palafitte, e stazioni affini, quali Bovolone, Crespellano, Monte Lo- 
nato, Bismantova tra le più antiche, Vadena tra le recenti del gruppo orientale, 
Monza e Golasecca dell'occideulale; per quanto poco conosciute le palafitte orientali, 
cioè le venete, non pertanto anche l'esame dei bronzi conferma questa assegnazione. 
Con ciò non intendo affermare che la necropoli aia sincrona alle palafitte, ma essa 
appartiene per altro, con tutta probabilità, ad un popolo da esse uscito, il quale abitò 
poi a lungo sulla destra del Medoaco. Solo la cista fittile si stacca dagli altri vasi 
e por forma e per età. 

/Iroiisi. — I pnclii pezzi conservati dal conte Roberti furono tolti ai contadini. 
chi trafugarono il m.';.;Uo; pochi vennero estratti dall'urna ò. 





Fio. 'ò. 



(ìli aghi crinali, nove in tutto, sono parte rotti, parte interi, lunglii ila cni. In 
a 21 : tre sono lisci, sei coll'estremità superiore decorata. Basta un'occhiata ai quattro 
saggi, che qui riproduco (tìg. 3) per riconoscere come poco o nulla vi abbia di comune 
cogli strati veneti di Este. e manchino per lo meno le forme specifiche ad essi. Di deri- 
vazione prettamente palafittico-terraniaricola sono gli esemplari 1, '2. '.\ con pomello 



(') liozzadini, Di un nrpalm-ln fh-ntia ICC , (:iv I\'. ."). — (Irsi, Ilull. l'iilrtniél. lini \I, 

tav. II, 3, p. 75-76. 

(*) Accelto pipnniiioiite \:\ tri|iartizii>iic ])r(i]io.st;i li.il (jliirarilini (.\où:ie ItìSBp. 3o7; La col- 
lesioni- llaratela p. •iOT-'iOOj. 




REGIONE X. — Ilio — HASSANO 

a doppio cono, e rigonfiamento dell'asta superiore, ornata di tortiglione, o di fasci 
di linee, e di spinapesce; essi continuano anche nei più antichi orizzonti della prima 
età del ferro, alla quale è tutto proprio il u. 4 a larga capocchia ('). 

Di armille si ebbero due eleganti esemplari; uno con bellissima patina è for- 
mato da doppio filo di bronzo avvolto per tre giri, finiento ad una estremità ad occhio, 
nell'altra a coda di serpe, mediante saldatura a martello del capo 
dei due fili (fig. 4). Siccome il diametro im])orta soli cm. .'5 ' ''., codeste 
spirali piuttosto che ad ornare i polsi di una bambinetta avranno 
servito a raccorne la chioma sull'occipite e sono perciò delle 
vere (Ji'oiyyfc. Non mi diffondo in riscontri, trovandosene esem- 
plari in tutti gli sti'ati protostorici dell' Italia e della Grecia. 

Come armille interpreto una massa aggrovigliata di sottili fili 
i la. 4. '■ °° ° 

in bronzo, ad uno o più giri, con diametri vari fra gli estremi 
di cm. 4 e 6^; di più un esemplare a nastro (con sezione a calotta), ad estremità 
appuntate e sovrapposte, del diametro di cm. 5 .V ; aggiungansi parecchi rottami di 
altre, ed un anello digitale. 

Le fibule sono poche di numero, ma di forme caratteristiche per la cronologia. 
Una bellissima ed intatta serpeggiante, il cui ardiglione consta di uno spillo inne- 
stato ad occhio nel bastoncino contorto e costolato, viene qui riprodotta, attesa la sua 
importanza(tig. 5). Misura in lung. cm. lo ed è uno dei saggi più eloquenti, a dimo- 
strare la genesi della fibula dallo spillo ritorto (-). Il tipo, dopo quello ad arco sem- 
plice, è tra i più antichi che si conoscono, proprio specialmente agli strati umbro 
italici dell'Italia Centrale, da Bologna ai colli Albani (^). 

Tre esemplari ad arco semplice, tutti rotti, sono formati da una verghetta cilin- 
drica coir arco a solcature oblique; una quarta è a piccolissime costolature; lung. 
era. 4-5. Anche codeste fibule sono annoverate fra le più antiche degli strati italici 
della prima età del ferro. Un quinto esemplare della stessa categoria, più grande dei 
precedenti, ma guasto, ha l'arco leggermente rigonfio con cordoni o costole ben mar- 
cate e spaziate. 



(') Mi manca il modo di dare ampie statistiche, ma basteranno pochi riscontri salienti. Un esem- 
plare della necropoli di Monza {Bui!. Palelnol. Ital. X^'II, tav. Ili, 8) è identico ad uno bassanese. 
Il n. I si ha così nella palafitta di Peschiera come a Vadena (Orsi, Vadena p. 34) e dalla torbiera 
di Fiavò (Orsi, Nuove note di palotnoì. trentina tav. II, 11); pure da un bacino lacustre deviva un 
esemplare come il nostro n. 2 (Orsi, ibid., II, 9). Piti recente è il tipo n. 6, ombrelliforine, e proprio 
alle necropoli norditaliche della prima età del ferro (Orsi, Vadena, tav. V, .5. — Marchesctti, A'tf- 
cropoli di s. Lucia, tav. XXII, 21). 

(*) Tale teoria fu 'emessa dal Chierici {/luì!. Palelnol. Rai. 1876, ji. 219; 1878 p. 50) assai 
tempo prima che si conoscessero i risultati dell'esplorazione delle tombe greche arcaiche della Si- 
cilia, nelle quali io ho constat.ato frequenti volte due spilloni in bronzo od in arf;ento posti all'eslre- 
mità delle spalle, per fissare il chitone od il peplo, fungendo cosi csattumente da tibule. Cfr. le mie 
rettifiche (Orsi, Megara Hyblaea p. 12-5 nota 2) allo Studnicka che nelle Moirai del vaso Prani,-ois 
credette riconoscere sulle spalle delle fibule, mentre in realtà non sono che spilloni a disco e nodi. 

(■') Me rassegnai una statistica in Vadena p. 19 e segg., ed in Hull. Palcln. /tal. XIll. 
li. II. "> e 122. 

Ci.AS.SK DI SCIENZE MOUAi.i ccc. — Memokik — Vol. Il Soric ")" , parte 2» 21 



HASSANO 



— 104 — 



REGIONE X. 



Spettano a cultn lunati o rasoi due frammonti; l'uno, qui disegnato (tig. li), non è 
altro che il manichetto a tortiglione, finientc in un occhio con due cornetti, e con porzion- 
cina della lama (lung. tot. em. 7 5): l'altro simile conserva una por/iono maggiore 
della schiena della lama con andamento ad angolo ottuso (lung. cm. llj). Ormai è 
provato che codesti rasoi si hanno nella lor forma più antica nelle terreniare e pa- 





Fk;. .-.. 



Fio. (i. 



lafitte. e che prendono il massimo sviluppo di forma e diffusione nei più antichi 
strati della prima età del ferro; non mancano ad Kste, nel Trentino, nella Svizze:a 
meridionale e nella Francia ('), fanno invece difetto nelle necropoli illiriche delle 
Giulie e doU'Istria (-'). 

Di osso era un disco rotto (diam. cm. óf) con circoli concentrici ed occhi di 
dado alla superficie; se ne trovarono di simili a Vadena e nelle terremare (^). 

Ove si ponga mente che delle cento e più tombe antichissime di Angarano ma- 
nomesse dai contadini, appena quattro sono pervenute a nostra conoscenza, con qualche 
altro bronzo isolato, ognuno comprenderà come non si possa per ora esprimere un esatto 
giudizio sull'indole etnica e cronologica della necropoli. Per altro gli oggetti studiati 
presentano note cos'i spiccate, che si prestano ad un giudizio di massima, il quale 
sarà definitivo .solo in seguito ad ulteriori scavi sistematici. 

Intanto risulta certo cosi dall'esame dei fittili come dei bronzi, che la necropoli 
.spetta agli strati più arcaici della prima età del ferro; è. in qualche modo, sincrona 
al periodo Menacci di IJologna, all'italico di Ks(c ecc.; dei tittili la sola cista sembra 



{') Orni, Vndcna p. 81 e setjft. — Pi^'orini, Nolixie 1888, p. 242. 
(•) Mnrchcsctti, j\ecropoli di ». Lwin y. 207. 



RliGlONt; X. — ](J5 — BASSANO 

accennare ad un momento piìi recente. Col gruppo veneto-illirico abbiamo solo con- 
tatti generali, come d'indole generale sono quelli col villanovano; mancando, almeno 
per ora, i fittili specifici all'uno ed all'altro nulla ci autorizza a chiamar umbra o ve- 
neta la necropoli; e nemmeno vedo rapporti col gruppo bellunese-cadorino ('). Invece 
ci accostiamo a quelle arcaiche necropoli del Veneto occidentale e della Lombardia, 
spettanti ad una popolazione uscita dalle palafitte e dalle stazioni analoghe alle ter- 
remare. Più in là di questo giudizio, che, come vedesi, è ancor lato, non possiamo 
andare, sino a che la necropoli di Angarano non sia meglio conosciuta. 



Jieliquie di età romana presso Angarano. 

Angarano è oggidì sobborgo di Bassano, anzi continuazione della città, dalla 
quale è soltanto diviso pel maestoso letto del Brenta; ma in addietro non deve esser 
stato così, e furon due abitati vicini ma distinti, dei quali più antico quello sulla 
dostia del fiume. Di Bassano infatto, ad onta del nome che suona tutto romano {vicus 
Bassiaaus) non il più piccolo documento archeologico di tali tempi (2); il titolo 
C. I. L. V, 2101, già nel monastero di s. Fortunato, è di origine incerta. Invece tutti 
i luoghi contermini alla città tradiscono nel nome, e colle scoperte, la loro origine ; 
quindi Cartiliano, Crespano, Rossano {Carlilianus , Crispianus, Roscianus), Mar- 
gnano {Marinianus ?) , Marsano (Marcianm?) derivano da gentilizi certi od ipotetici. 
Ad Angarano stanziavano genti italiote antichissime, prima ancora che i Romani vi 
avessero imposto un nome {Anclurrlanus , Aiicjarianus) ; di lì deriva il titoletto 
C. I. L. V, 2107, ed il vico apparteneva alla pertica della vicina Asolo {Acelum, 
Acilium) . L'esistenza di un vico romano è ora affermata da alcune fortuite scoperte 
avvenute in un podere dello stesso sig. conte Roberti, a pochi passi dall'abitato, e 
meno di mezzo chilometro discosto dalla necropoli primitiva. 

Quivi a breve profondità i contadini scoprirono due lunghe braccia di muro, 
d'opera incerta, spesse circa m. 0,50 , una normale all'altra ; nel punto d'incontro for- 
mavano un vano quadrato di circa m. 2,00X2,00. Tutto il terreno circostante si 
trovò pieno di tegoloni e mattonacci (ne misurai alcuni di em. 30X 22 X 8), dei quali 
se ne raccolsero quanti bastarono per fare l'impiantito di una cucina. Presso il conte Ro- 
berti vidi pure una mezza dozzina di pesi a piramide tronca, un tambellone circo- 
lare (diam. cm. 17, spessore cm. 8), una antefissa con testa di Medusa fasciata in 
giro di meandro ed in basso di fogliette; di più un frammento di fregio fittile, rotto 
in tre (cm. 27 X 24) ; in basso è conterminato da un astragalo e nel campo avvi il 
residuo di un rilievo a disegno forte e corretto, rappresentante una donna seduta 

(') (iliirardini, Notizie, 1883, ser. 3', voi. XI, p. 106 e 162. 

(^) Il Brentari nella sua Storia di Bassano cercò dimostrare, che la città non esisteva affatto 
all'epoca romana. Però cffli mi scrive, che in epoca recentissima tracce di abitati romani, consistenti 
in monete, tombe, pavimenti a mosaico, teijole di varia specie si rinvennero nei contorni immediati, 
cioè- a Mussolente, Fellette, C'assola. Ciò pui'i sisrnificare, che la città attnale jirese il n.ime da nn 
vico, che esisteva nelle sue vicinanze. 



Kll MA.NA — 10(5 — KEOIONE Vili. 



pannej^giata, dietro la q alo soor^jonsi le estremità iuferiori di due altre ; davanti ad 

esaa avanzi di pauneg^o, da cui sporge una mano che sembra presentare un' oll'erta. 

Delle tegolo molte erano segnate, ed in casa Koberti ho copiato i seguenti bolli: 

») ;aìM/"p[ cioè [3/.] Val{erius) Mii. /•'. /'[«s/o;] 
//) m. ■ PASTOR 

Bolli o«juali a A) si conoscevano giii ila Venezia e dai contorni di Padova (f. /. /-. 
V, Silo. 277). 

e) A-NV ■ FU 

d) j FATA I parecchi 

.■) PATA 

L'officina di Avillia Paeta era già conosciuta per alcuni bolli padovani 6". /. L. V, bl li>, 
267; uno di Villadose nel Kovigoto ne porta anche il patronimico: « Avilia Mn. 
F. Paeta ' (Pais, Addi lamenta ad C I. L. V. 1075). 

11 conte Roberti ha in animo di amiiliare le cscavazioni nei ruderi romani del 
suo podere; e farà cosa buona, perchè essi accennano ad un cditizio <li qualche im- 
portanza, forse una villa, la cui ostensione non si può ancora precisare. 

P. Orsi. 



Regione Vili (l'ISlWbAXA). 

IV. FIUMANA — Arma litica rincenuta nel territorio del comune. 

Da un colono che lavora a Fiumana, paese distante chilom. 11 da Forlì, acqui- 
stai, in questi giorni, pel Museo civico, un'ascia di pietra levigata, uscita sporadica- 
mente in opere campestri. 

K di roccia serpentinosa verde-cupa, tra-^lucida e durissima, di tipo cuneiforme a 
fianchi tondeggianti, a taglio arcuato. Considerata la tecnica si direbbe ricavata da 
un ciottolo, perocché sono rimaste attorno alla punta delle piccole zone depresse, 
serbanti la corteccia antica. 

Tranne alcune intaccature nel tagliente, prodotte dall'uso, essa può dirsi perfet- 
tamente conservata. 

Per il volume, è la maggiore fin qui raccolsi da noi. misurando in lunghezza 
inni. 140 e nella più lata espansione min. 22. 11 suo peso specifico è di gr. 2G5. 
Per la forma riproduce l'ascia trovata nel seiiolcro eneo-litico di Ciimarola (cfr. Unii. 
di l'aleln. il. a. X. tav. VII. n. 4) ed altre tornate in luce a Mozzanica. nel Ber- 



REGIONE VI. l(i7 



PIANETTO 



gamasco (cfr. op. cit. a. XI tav. Ili n. 1); uoii che quella nnveiiuta noi Friuli e 
ripoi-tata dal Molon, l'reisl. e coat. tav. II ii. 14. 

A. San'tarem.i. 



Regione VI (UMBRIA). 

\. PIANETTO (frazioue del coimme di Galeata) — A m. 4 di distanza 
dalla tomba arcaica trovata a Pianetto, tra s. Sofia e Galeata (cf. Notizie 1894 p. 12) 
venne scoperta una seconda tomba e questa di inumato. 

Da quanto apprendo, in detto luogo doveva esisteie una necropoli, essendo in 
passato tornato in luce un elmo di bronzo, con altre anticaglie dello stesso metallo. 

Ciò che mi è riuscito di fare, ò di aver salvato ed acquistato pel Civico Museo 
forlivese quella parte di suppellettile funebre che vi fu raccolta e che si collega con 
la nostra, nell'intento che non andasse dispersa. 

Stando alle notizie di chi vide la tomba, essa si trovava presso un corso di acqua, 
detto Riosecco; era sotterra appena m. 0,30, di forma ovale, molto ampia, formata 
da grossi ciottoli spianati, che sormontandosi e crescendo mano mano in lunc^hezza, 
venivano a coprirla a vòlta. 

Con poche ossa dello scheletro di adulto (che data la piccolezza del sepolcro, 
doveva giacere seduto o rattrappito) erano un vaso che fu ridotto in pezzi, per la 
solita avidità ed ignoranza, ed i seguenti bronzi. 

Ventuno fibule, tutte, meno una, senza ornamenti e così distinte: 

a) Undici a navicella, con pometti laterali nell'arco e pometto in fondo al 
cartoccio, lunghe mm. 60. Mancano dello spillo. 

b) Sette della stessa foggia, ma più grandi e con cartoccio più lungo, meno 
una, anche' esse mancanti di spillo. Misurano mill. 83. Il tipo dei due gruppi ri- 
risponde a quello dato dal Montelius Spannan fràn Bromàldern p. 142, n. 145 ed 
alle moltissime trovate nel forlivese e luoghi contermini (cf. Santarelli Seconda me- 
moria sugli avanzi di abil. irrim. a Villanova, p. 24 e Bull, di Paletti, it. a. XII, 
tav. VII). 

e) Due piccole a sanguisuga, senza spillo, identiche, meno pel pendaglio, a 
quelle rinvenute a Bologna e riportate dal Gozzadini {hitorno agli scavi Arnoaldi- Veli, 
tav. XII, n. 8-12). 

d) Una a navicella, con cordone tagliuzzato sull'arco e cartoccio tìniente in 
isporgenze a triangolo, volte in su: lunghezza mm. 47. Riproduce il tipo trovato in 
Orvieto e riportato dal Montelius (op. cit. p. 154, n. 154), nonché di altra da lue 
rinvenuta nel ripo,stiglio forlivese (cf. Bull. Puletn. il. a. XII. tav. VII). 

e) Cinque spilli isolati ed un cartoccio con pometto finale. 

/■) Due armille : una formata di grosso filo sormontantesi per due terzi, a se- 
zione esagona, del diametro di mm. 64; l'altra di filo più sottile, a sezione cilin- 
drica, del diaraotrn di mm. 60. 

A. Santauei.li. 



ClVllKLI.A, SE.NriNo, CuUroNA — ItìS — HEOIONE VI, VII. 

VI. ClVlTKLliA HI liOMAtiNA — Ha uu colono abitaut* nei pressi di 
Oivit«lla di Romagna potei acquistare pel Museo civico di Forlì una lucerna mono- 
licno ivi trovata, di terra cenerognola, verniciata in nero, con rilievo rappresentante 
due tigure cioè un uomo e donna in atto erotico, sopra letto ad una sola spalliera 
e fornito di suppedaneo isolato (scammim). 

Nel disco di fondo reca il noto bollo FACCI. 

A. S.\NTAREhI.I. 



VII. SENTINt» — Monete romane scoperte nei laoori per In fer- 
rovia da s. Arcan//e/o a Fahriano. 

Facendosi una cava di prestito pei lavori della nuova ferrovia s. Arcangelo-Fa- 
briano, si rinvenne un recipiente di bronzo, contenente varie monete consolari, di 
argento, molte delle quali furono asportate dagli operai addetti ai lavori. Se ne re- 
cuperarono soltanto quindici, che mi furono consegnate, per le raccolte del Civico Museo 
di Ancona, dal sig. ing. Gamberale direttore tecnico dei lavori ferroviari. Spettano 
alle famiglie Aemilia. Caecilia, Considia, Cornelia, Julia. LoUia, Plancia, Poblicia, 
Valeria. Due sono irriconoscibili per l'ossidazione. Si raccolsero pure cinque assi di 
bronzo, con Giano bifronte da una parte, e dall'altra la prora di nave, ed un medio 
bronzo di Faustina Seniore. 

Gli scavi restituirono anche alla luce un gancio di bronzo, a tre punte a becco 
di oca, un ago crinale di bronzo, con tracce di doratura, lungo m. 0,20. 

C. ClAVARrNM. 

llRKKiNE VII (ETiniRIA). 

Vili. CORT<»NA — Tomba antichissima con armi di pietra e di 
hronso scoperta nel territorio del comune. 

Nella valle di Cortona, in luogo chiamato Hattifolle presso Farneta, si trovò 
una tomba a fossa, scavata nel declivo di una collina. Conteneva lo scheletro intero, 
ma in massima parte disfatto e consunto. Presso il capo un vasetto, con una freccia 
dentro, ben fatta di piromache color cenere (limgh. cent. 8): presso le spalle due 
asce di bronzo ad alette lievenaente rilevate; la maggiore lunga cent. 30, e la mi- 
noro cent. 9. Al sinistro fianco posava un pugnaletto di bronzo assai consumato, e 
lungo cent. 14; aveva un foro nel rotondo manico, certo per tenere fìssa con un 
chiodo la rivestitura di legno. 

Questo è UDO dei più antichi sepolcri trovati nella Val di Chiana, e segna 
l'epoca di passaggio dalle armi di pieira a quelle di bronzo, poiché non si pu<^ sti- 
mare la freccia di silice come amuleto, che non sarebbe stata entro il vasetto, ma 
.sospesa al collo o deposta nelle mani o nel petto del morto. Tutti gli oggetti sono 
stati da me acquistati e deposti nel Museo di Arezzo. 

G. F. Gamlrrini. 



ROMA 



169 — ROMA 



IX. ROMA. 

Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione IV. Negli sterri clie'si eseguiscono in via Genova, sotto il giardino 
di Panisperna, per collocarvi la fontana detta det Prigione, già esistente nella 
villa Massimo, è stato recuperato un frammento di pilastrino triangolare, in marmo, 
che appartenne al fusto di un candelabro. È lungo m. 0,45, coi lati larghi m. 0,14. 
Vi sono intagliati leggiadramente un serto d'edera e fogliami di vario disegno : i tre 
spigoli sono ornati con una serie di globetti. 

Nello stesso luogo si rinvenne un' anfora fittile, alta m. 0,50, con collo stretto, 
a due anse, una delle quali è mancante ; un pezzo di piede di statua marmorea con 
parte del plinto su cui poggiava; ed un frammento di bronzo, di forma ovoidale. 

Per i lavori di risarcimento nel grande fabbricato, che serviva per carceri sulla 
piazza di Termini, è tornata in luce una base marmorea di colonna, del diametro 
di m. 1,10. 

Regione V. Sul viale Principessa Margherita, costruendosi un muro di recinto 
alla proprietà Ghezzi, distante m. 1G5 dalla porta Maggiore, sono apparsi tre ordini 
di massi rettangolari di tufo sovrapposti l'uno all'altro. Questi avanzi spettano alle 
arenazioni dell'antico acquedotto della Claudia e dell' Aniene nuovo; corrispondendo 
al sito dell'antica vigna Belardi, ove nel secolo passato furono riconosciuti e distrutti 
sei piloni delle arenazioni medesime. 

Regione VI. In via Cadorna, a m. 5,50 sotto il piano stradale, è stato sco- 
perto per m. 2,75 X 2,00 il pavimento di un' antica stanza, formato di mattoni ad 
opera spicata; ed alla profondità di m. 21 si è trovata un'antica fogna scavata nel 
tufo ed intonacata, alta m. 0,80 e larga m. 0,45. 

Via Salaria. Facendosi un piccolo cavo per condottura d'acqua fuori di porta Sa- 
laria, a sinistra di chi esce dalla città e alla distanza di oltre m. 200 dalla porta, 
ò stato scoperto un tratto dell'antico selciato, por la lunghezza di m. 45. Esso segue 
l'andamento della via moderna, e trovasi in media a m. 0.45 sotto il piano attuale. 

Via Tiburtina. Proseguendo i lavori della fogna sulla via Tiburtina. presso 
il piil)blico cimitero del Campo Verauo, sono stati raccolti i seguenti frammenti di 
antiche iscrizioni : 



AEUAECRSC ^Hah7, 

XrQR bene) (N3m*^ 



ANZIO — 17U — KEOIONB 



Nello stesso luogo pure ho trovato: im frammento di fregio in terracotta; una lu- 
cerna fittile, grezza; due laiitrine di smalto; due paste vitree lenticolari; quattro anelli 
ed altri piccoli frammenti di bronzo. 

G. Gatti. 

Nella ricca collezione dei cippi terminali del Tevere, esposta nel Museo Na- 
zionale Romano, esisto uno, la cui epigrafe è ridotta in pessimo stato, appart4?nente 
alla terminazione fatta sotto Tiberio dai cuni/ores Tilteris, C. Vibitis Rufus, Sex. 
Sotidius Strado, C. f'alpefanus Slatius Rufus, L. Viselliits Varrò, M. Claudim 
Marcellus (cfr. Cantarelli, Bull. d. comm. Ai'ch. com. di Roma 1889 p. 192 seg.). Mi- 
sura in altezza m. l,;{tì. in larghezza m. 0,8;^, in spessore m. 0.^(5. Confrontato 
coll'altro edito nel C. /. L. VI n. 1237 .si supplisce facilmente: 



C V 1 B I « S e. /'. rufus 
sex SOMDIVS sex. f. s/;-ABO 

LIBW se id 
e cAljietefius. e. f. statius 

rufus 

LWlSElli US. e. f. u a r r O 

MCl\udius. m. f. marcellus 

curatores Kiparum et alvei Tiberis 

e.i\ t.r. /rrnìin. 



Quesf è il solo cippo appartenente a questa terminazione, che sia tornato in luce 
negli ultimi lavori del Tevere. Un'altro, siccome m'avverte il eh. prof. Hùlsen, è 
pubblicato dal Gudio tra le epigrafi sepolcrali (pag. 338 n. 16) e sarà edito negli 
addenda al volume VI del C. I. L. Questo mostra i nomi dei curatores disposti 
in altro ordine, come d'altra parte il nostro stesso ha un'altra disposizione di quello 
superiormente citato. 

D. Vaoi.ieui. 



Reoionk I (I,.\TlUyf ET fAM l'ASI. \). 

X. ANZIO — Kseguendosi alcuni lavori per sistemare lo scolo delle acque 
dinanzi al cancello d'ingresso alla villa già Albani, ora sede dell'Opera pia degli 
O.^pizi marini, è tornato in luce un frammento di cornicione marmoreo, con semplici 
linee architettoniche, lungo poco più di un metro ed in cattivo stato di conservazione. 
Si sono pure trovati due pezzi scheggiati di una colonna di cipollino, di niun valore. 

G. Gatti. 



REGIONE I. — 171 — TERRACINA, NAPOLI 

XI. TERllAGINA — In occasione di lavori di rostaiiro, esplorandosi l'area 
circostante al sepolcro detto di Valmarina, posto sulla sinistra dell' Appia, a circa 8 chi- 
lometri da Terracina, si ò rinvenuto un frammento dell'epigrafe di detta tomba. 
È scolpito su di uno scaglione di calcare del luogo, di^ui. 0,47 X 0,35. Vi restano 
solo le lettere : 

•T-F/ 



Di questo frammento mandò anche il calco cartaceo il cav. iug. F. Liberati. 



XII. NAPOLI. — Nuove scoperte di antichilà entro Vahltato. 

In questi ultimi tempi i lavori di risanamento nella vecchia Napoli sono stati 
quasi sospesi, per le questioni della Società col Municipio, per la crisi edilizia e ban- 
caria. Di nuove costruzioni non s' è iniziata alcuna, contentandosi gli appaltatori 
di poter mandare stentatamente a termine le già incominciate. Lavori nuovi quindi 
nel sottosuolo non ce ne sono stati, e però la speranza di nuovi rinvenimenti è 
rimasta delusa. 

Pur tuttavia dai pochi cantieri aperti e dai lavori di fognatm-a qualche cosa è 
venuta fuori ; e di ciò tratta la presente relazione. 

Sezione Porto. Continuando i lavori di fondazione per la Nuova Borsa dalla 
parte di mezzogiorno e di occidente, tornarono in luce altri avanzi di costruzioni di 
età varia. Sotto i ruderi di alcune abitazioni private di età recente dal lato di sud-ovest 
si scoprirono molti blocchi di marmo bianco comune, che con ogni certezza si riferivano 
al rivestimento esterno di un edifizio di età romana. Avevano tutti le stesse dimensioni, 
cioè alt. m. 0,87 X 0,95 X 0,34 di spessore, ed erano rovesciati con la faccia migliore 
sul terreno, in modo da lasciar supporre che la facciata dell'edifizio fosse caduta in una 
sola volta col ripiegarsi a settentrione; giacché il sito, dove l'edifìzio sorgeva, pre- 
sentemente è occupato dalla grande strada del rettifilo, che mena direttamente dalla 
stazione ferroviaria a s. Giuseppe. Difatti nell'area edificatoria si trovarono non più 
che venti dei sopradett blocchi, ma altri si vedevano nel terrapieno dell'area stra- 
dale ed erano posti in modo da non potersi estrarre senza andare incontro ad una 
spesa piuttosto rilevante. Giacevano essi su le arene del mare, ed erano stati adope- 
rati come substratum di tutte le fabbriche posteriori: stavano a circa m. 1,50 sotto 
il presente livello del mare. 

Uno di questi blocchi lavorato con cornice in incavo presenta sul piano rilevato 
la seguente parola, scolpita con lettere molto regolari: 

TESTAMENTO 

la quale doveva far parte di una iscrizione. E della stessa iscrizione doveva far 
parte, a mio modo di credere, l'altro frammento pubblicato dall'egregio prof. Spi- 

Classe di scienze morm,i eco. — Mkmoiue — Voi II,. Serie 5', parte 2* 21 



NAPOLI — 172 — REOIONB I. 



nazzola nelle Notiiie del 1893 p. 522; difatti il blocco di marmo sul quale e scol- 
pito il detto frammento, se non è dello identiche proporzioni, perchè è frammentato, 
fu nondimeno trovato nello stesso sito e per due lati vi ricorre la stessa cornice che 
si vede nel nostro. Sicché di tutta la iscrizione noi conserviamo l'angolo superiore a 
destra e l'angolo inferiore a sinistra di chi guarda. Eccone la disposizione: 

LIO 

VI 

TAE 

TESTAiMENTO 

Non giunge poi meno degna di esser conosciuta la notizia che sotto la cripta 
di s. Aspreno esisteva, come esiste tuttora, un' altra costruzione pure di epoca 
romana, consistente in un fofjnone o condotto lurido, La luce di tale condotto 
era di ni. :{,00 in larghezza per m. 2.10 in altezza a contare dal punto supe- 
riore dell'arco, mentre che la freccia dello stesso era di m. 0,8U. Nella parte interna 
era rivestito d'intonaco dello spessore di mm. 2; era costruito poi di fabbrica 
a masso, la quale nei lati raggiungeva lo spessore di m. l,8if; nella parte superiore 
e propriamente nel centro dell'arco misurava m. 0,70 e nel fondo m. 1,30. In rap- 
porto col presente livello del mare sottostava di m. 2,60, restandovi al di sopra di 
m. 1,50; vuol dire adunque che, supponendo identiche in quei tempi le presenti con- 
dizioni altimetriche, per dentro al canale l'acqua del maro penetrava e molto oppor- 
tunamente serviva a lavare e disinfettare. 

L'esistenza intanto di queste costruzioni iu uu livello inferiore a quello del mare, 
ci fa ritenere che un certo riparo contro l'azione delle acque già esisteva, altrimenti 
non sarebbero avvenute né la costruzione ne la conservazione dei fabbricati. Non vo- 
lendo supporre, come non saremmo autorizzati a farlo, alcun cambiamento di livello 
in seguito a commozioni telluriche, dobbiamo ritenere che quello spazio fosse stato 
occupato in epoca romana dopo la costruzione del grande muro di cinta, quale ce lo 
presenta la pianta di Napoli del 1100 pubblicata dal eh. V>. Capasso TiaW Archivio 
storico per le prov. nap. (anno 1892, p. 832-8'J2 sg.). E siccome alcune di queste 
costruzioni non possono discendere di qua dai primi secoli dell'impero romano, cos'i a 
quel tempo per lo meno dobbiamo rimandare la costruzione o ricostruzione del 
grande muro di cinta, attribuendolo o all'età di Adriano o a quella di Augusto. 

Va notato inoltre come in questo sito nessuna traccia di antichità di epoca greca 
sia apparsa, per quanta cura abbia posto nel ricercarne ogni menomo indizio, mentre 
che nel terreno rosta sempre l'orma del popolo che l'ha calpestato, ed a chi accura- 
tamente osserva ed esplora non è facile che sfuggano le diverso stratificazioni, rap- 
presentanti epoche e civiltà diverse. Questo fatto mena alla conclusione che quel ter- 
reno restava ancora spiaggia nel tempo della greca Neapolis; e però se una porzione 
della cinta, quella delle alture dove si spiegava la città greca, fu semplicemente rie- 
dificazione, la parte del mare fu ex novo costruita, perchè da questo lato avvenne 
l'ampliamento della città. 



REGIONE I. 



— I7;j — 



NAPOLI 



Parecchi pezzi architettonici di marmo bianco, assai guasti, furono trovati nella 
continuazione dello sterro di quel cantiere ; cioè due tronchi di colonna, due capitelli 
ed uu pezzo di cornice di epoca bassa i quali considerato il loro stato, ed il poco o 
uiun valore della loro materia, non si trovò conveniente di estrarre. Si rinvenne pure 
una testa marmorea di uomo barbato (alt. m. 0,26) corrosa e guasta e senza alcuna 
importanza. Fra le terre di scarico si raccolsero poi i seguenti frammenti di marmi 
con iscrizioni: 

1. Lapide in marmo bianco mancante di un pezzo e rotta in due parti, con iscri- 
zione latina dei bassi tempi ; m. U,27 X 0,26 : 



ERIVS PE 
ÌS5UNVS-SEN 
TIAEHÌ^ERIDI 
CONIVGI 
LIMERENTIFECE 
RVNTI I 



2. Piccolo frammento di lastra in marmo grigio con lettere mal eseguite, alt. 



m. 0,13X0,12: 



PHOEBVS 
\ XVIII 



3. Lapide in marmo bianco, frammentata nella parto superiore e rotta in due 
pezzi, che si ricongiungono; m. 0,43X0,22: 



OnPCtY^Xi-W 

KeAeycANTOYeeoY 



Richiamo particolare attenzione su l'ultima iscrizione, la quale, secondo a me 
pare, lui im' importanza speciale. Già, la scoperta di un alfabeto, greco o latino che 
sia, non è mai un fatto trascurabile. Più interessante riesce la scoperta se l'alfabeto 
è scritto sopra lapide, invece di essere graffito o dipinto sopra vasi o mura antiche. 
Cresce anche più l'interesse se si tratta di un alfabeto di epoca cristiana, scar- 
sissimi essendone gli esempì. 

Il nostro alfabeto sventuratamente non è uscito completo : esso era scritto in 
due righe, di cui la seconda è comi leta " comprende le lettere dall' o all'w, mentre 
che della precedente non resta che la prima lettera a, e la parte inferiore della ,i'. 



NAPOLI — 174 — REGIONE I. 



Ciò non pertanto non può cadere alcun dubbio intonio al suo completamento ; poiché 
si riferisco ad un'epoca, in cui da parecchi secoli l'alfabeto greco avea preso stabilità 
nel numero dello lettere, cioè di 24. La rottura della lapide però ci lia tolto il mezzo 
di sapere se, oltre l'alfabeto, nella parto superiore fosse stata altra iscrizione, come 
si osserva nella inferiore. Ad ogni modo, l'età cui si dove rimandare non oltre- 
passa la prima metà del 3° secolo dell'impero; la regolarità e l'uguaglianza delle 
lettere, la forma lunata della a e dell' <^, il prolungamento superiore della sbarretta 
media nella y, «^ od w, nonché una discreta esecuzione sono proprio i caratteri paleo- 
gratìci di quel tempo, quando molte delle istituzioni greche e la lingua istessa erano 
in vigore in Napoli, come in Taranto e Reggio, le sole città d'Italia che continua- 
rono ad esser greche durante la conquista romana (')• La interpretazione dell'ultima 
riga, che da principio mi restava oscura, venne chiarita dal dotto mio amico mons. A. Ga- 
lante, il quale ritiene che in tutto quelle lettere non sia scritto che un solo nome 
proprio al genitivo, corrispondente al genitivo latino QuodvuUdei, KtltvaavtofOtoì , 
nome dol tutto cristiano, per cui cristiana anche la nostra epigrafe. 

ila a quale scopo fu essa origiuariamente destinata":' Escludendo l'idea che fosse 
scolpita per esercizio grafico, essa non poteva essere che o una tabella abecedaria 
ovvero una iscrizione funebre. Trova riscontro la nostra lapide col titolo sepolcrale 
pubblicato dal eh. De Rossi (-) , nel quale oltre all'alfabeto greco posto nella prima 
riga, e' è il nome proprio al genitivo nella seconda ; ma il De Rossi, osservando 
che questo nome è di epoca posteriore, giustamente ritiene essere stata quella una 
tabella alfabetica, adoperata poi come lapide sepolcrale. Tale ipotesi non essendo del 
caso nostro, perchè alfabeto e nome proprio sono della stessa epoca e della stessa 
mano, noi incliniamo a ritenerla una tabella abecedaria ad esclusivo scopo scolastico. 

Nel cantiere Martinelli, posto alle spalle della grande piazza De Pretis, ese- 
guendosi pochi lavori di fondazione, furono scoperti alcuni avanzi di mura romano in 
reticolato; ma sì ben misera cosa da non poterci tirar su un qualsiasi costrutto. 
Le case modenie in questo sito avevano il pianterreno a circa un metro sul livello del 
mare, mentre che le fondazioni giungevano sino a m. 4 sotto il detto livello. Alla pro- 
fondità di circa m. 3 si è rinvenuto un altro fognono della largh. di m. 2 X 1,50 di al- 
tezza, probabilmente anche questo di epoca romana. Quivi si rinvenne piu-e una bellissima 
antefissa fittile seniiellittica. frammentata nella parte superiore (alt. m. 0,18X0,26), 
rappresentante una faccia muliebre di fronte con folti capelli che scendono a trecce 
e con monile al collo. Una zona ad orli rilevati, che nei lati finiscono a disco la 
circonda, e tutto l'insieme posa sopra altra zona lavorata a modo di ventaglio. E della 
bell'arto romana, colorata in gialletto, tendente al bianco nella faccia e nella prima 
zona, e nel resto in rossastro. 

Sezione s. Lorenzo. Non mono privo d'interesse è il rinvenimento avvenuto 
nei lavori di fognatura in via del Duomo. Nella sopracitita pianta del secolo XI 
è con esattezza notato il percorso del muro di cinta lungo l'asse stradale di via Set- 

(') Slriib. V, 7;- VI, 2. 

(•) fiull. di arch. critl. 1n><1 y. i:il. 



REGIONE I. — 175 — POMPEI 

tembrini, tagliando poco men che perpendicolarmente la via del Duomo. E proprio 
in quel sito nello scavo dui canale collettore fu trovato una muraglia che senza alcun 
dubbio apparteneva alla cinta della città. Kra a m. 15 circa di profondità, composita 
da lìlocclii ben levigati in tutte le faccio, disposti senza malta ed a strati orizzontali 
iu modo da formare regolare costruzione isodoma: le proporzioni dei massi erano di 
m. 1 ,20 X 0,85 X 0,45. Per costruire il condotto convenne sfondare la muraglia, per 
in. 2,50 di altezza, ciò che vuol dire che essa conserva ancora non poca altezza. 
Si osservò lungo lo scavo che un altro muro delle identiche proporzioni si cougiuu- 
geva al primo ad angolo retto e che per breve spazio soltanto si potette seguire. 
Anche il Tutini citato dal Capasse {Archivio storico per le prov. nap. a. 1891, 
p. 486) parla di questa mm-aglia, la quale discendeva fino alla profondità di pai. 55 
napoletani, cioè poco più di 15 metri. 

Nella parte estramurale, cioè nel tratto verso la strada di Foria, si trovava terra 
alluvionale trasportata dalle correnti che si formavano nelle colline di nord e di ovest 
ed iu questa terra parecchie tombe di epoca romana furono rinvenute, mentre che 
entro il recinto urbano s'incominciò a trovare la roccia tufacea, per cui il lavoro non 
ha presentato d'allora in poi alcuna novità. 

Le tombe, a quanto mi assicura l'egregio ing. Raffaele Galante, direttore dei lavori 
di quella fognatura, alla cortesia del quale devo molte notizie ed i mezzi di visitare 
quell'importante lavoro, erano di due diverse costruzioni : alcune erano formate da 
grandi tegoloni (m. 0,65 X 0,42) , disposti a schiena por proteggere lo scheletro, le altre 
erano sarcofagi di tufo di varie dimensioni. Di queste tombe potei vedere una soltanto, 
l'ultima; era di un bambino e misurava ra. 0,82X0,30X0,25; di oggetti nulla. 
Probabilmente furono dispersi, o furono sottratti da' muratori ; i quali di notte ed 
in numero di tre soltanto fanno quel tanto di scavo, quanto basta per costruire il 
giorno dopo. Si procede così lentamente e per la ristrettezza dello spazio e per tema 
di crollameuti. 

Il muro di cinta adunque era fondato nel declivio della collina, avendo nella 
pai'te esterna ima naturai difesa nel burrone, che ora non più si vede, ma che an- 
ticamente dovette esser grandissimo, nello spazio presentemente occupato da lungo 
tratto della strada Foria. 

L. Viola. 



XIII. POMPEI — Giornale degli scavi redatto dai soprastanti. 

1-8 aprile. Sono stati ripresi i lavori di restauro nella Kegiono IX, isola 2^^ e 
nella casa n. 3, nell' isola 6*'' della regione stessa. 

9 detto. È stato eseguito uno scavo staordinario nella regione V, isola 2'' via No- 
lana, casa nn. 18-19 e nel vano di fronte all'ingresso si rinvenne: — Bronco. Una 
piccola casseruola con manico finiente ad anello fisso, tutta frammentata nel fondo 
e restaurata dagli antichi: diam. mm. 125. Una lagena a due manichi, dissaldati, 
finienti a testa di baccante, ossidata in un lato della faccia, o restaurata, alt. 
mm. 179, Altra lagena a duo manichi dissaldati, e con incrostazioni nei duo lati 



IMMl'Kl 17f'> — KEtilONG I. 

della pancia, alt. iiim. 203. Uua l'orma per pasticcerìa a foggia di couchiglia con 
anello mobile, mancante nell'orlo, diam. mm. Ilio. Altra simile pure mancante uel- 
lorlo. diam. min. 1(30. Un tripode circolare ben conservato, con piedi (ìuieiiti a 
zampe leonine, i quali sono intermezzati da fregi, diam. mm. 112, alt. mm. Ii2;ì. 
Una forma ovale per pasticceria, lung. mm. 200. Una patera con tracce di incrostazioni 
nei due lati dell'orlo e nel manico, diam. mm. 142. Un vasetto conservatissimo di 
fonila circolare restaurato, diam. mm. (38, col corrispondente coperchio, il quale nella 
parte superiore e posteriore è lavorato con incavi e rilievi; Umto il vasetto che il 
coperchio erano muniti di catenelle per sospendersi, delle quali restano solo due. 
Piccola forma ovale per pasticceria, corrosa e frammentata nel fondo, lung. mm. 113. 
Vaso a base circolare e pancia rigonfia, ansato e restaurato, alt. mm. 153; l'ansa 
finisce nella parte inferiore con testina di .satiro fiancheggiata da due foglie, noUa 
parte superiore si dilunga ne' due lati del labbro con teste di volatili, e nel centro 
di esso vi è pure altra testina di satiro con ornati nei lati : è leggermente frammen- 
tato nell'orlo anteriore della base con incrostazioni verso la parte bassa della pancia, 
Uua pinzetta, lung. mm. 57. Uno scudo di serratura con i corrispondenti chiodetti e 
relativa mappa, frammentata nel giro. Due cerniere, la prima di mm. 71, l'altra di mm. 62. 
Un piccolo manico semicircolare con i corrispondenti ritieni, appartenente a qualche 
cassettiuo. larg. mm. 65. — Argento. Asticciuola cilindrica, frammentata in un esti'emo, 
lung. mm. C»ó. — Veti'O. Un piccolo vaso turchino, con manico scanalato e pancia decre- 
scente verso il basso, con collo lungo e labbro finiente a nasitenio. È rotto nella parte supe- 
riore dell'ansa, alt. mm. 138. Altro quasi simile, con ammaccature nella pancia, alt. 
mm 127. Vasetto cilindrico a collo breve e labbro sporgente e piccola ansa, contenente 
della materia grassa, alt. mm. 151. Altro di forma cubica ad un'ansa, pure contenente 
della materia grassa, alt. mm. 130. Altro più piccolo, alt. mm. 82. Altro depresso 
nelle quattro facce della pancia a largo collo che fa le veci anche del labbro, alt. 
mm. 142, diam. mm. 96. Altro a forma di oca con ansa scanalata soprapposta, 
lung. mm. 138. Vasetto con pancia circolare a larga bocca e labbro sporgente, alt. 
mm. 59. Altro a pancia rigonfia, mancante di porzione del collo e del labbro, alt. 
mm. 58. Altro cilindrico finiente con la base a dentelli, e mancante di buona por- 
zione, alt. mm. 35, restaurato. Hottiglia a pancia rigonfia e collo lungo, alt. mm. 176. 
Altra quasi simile, alt. mm. 168. Bottiglia simile alla precedente, alt. mm. 152. 
Hottiglia a pancia rigonfia e collo lungo, contenente materia grassa, alt. mm. 148. 
Altra, alt. mm 155. Altra, alt. mm. 135. Altra, alt. mm. 121. Altra più piccola, alt. 
mm. l02. Altra simile, alt. mm. 101. Due piccoli unguentari. Tazza a labbro spor- 
gente e pancia decrescente finiente con bordino per base, diam. min. 115. Hicchìere 
a forma di cono tronco, lesionato e mancante di alcuni pezzi, alt. mm. 100. restau- 
rato. Tazzolina circolare con labbro sporgente e rivolto in su, contenente della pol- 
vere di vetro, diam. mm. 70. Altra con piccolo labbro sporgente, diam. min. 83. 
Piattello, diam. min. 172. Altro con piccolo bordino circolare che fa le veci di base, 
diam. mm. 148. Altro più piccolo, diam. mm. lo4. Altro di color verde, diam. mm. 107. 
Altro di color turchino, rotto e restaurato, mancante di diversi pezzi nell'orlo, diam. 
mm. 160. — Terracotta. Vaso con piccolo piede a larga pancia e due piccole anse ade- 



REGIONE I. — 177 — l'OMl'KI 



renti in prossimità del labbro, striato in senso verticale, diam. nini. 135. Una piccola 
coppa verniciata rossa e con marca a forma di piede nel fondo, diam. mm. 140. Altra pure 
verniciata rossa e con marca, diam. mm. 124. Altra mancante nell'orlo, diam. mm. 1.33. 
Pit^nattino a due anse ordinario, diam. mm. iH). Altro lesionato e mancante nell'orlo, 
diam. 88, restaurato. Altro lesionato e mancante nella pancia e nel fondo, diam. 
mm. 86, restaurato. Vasettino ordinario ad un' ansa, mancante nel fondo e nel labbro, 
alt. mm. 6.5. Pignattino a forma di cono tronco a due anse, diam. mm. 70. Altro 
simile mancante di un' ansa e nell'orlo, diam. mm. 68. Altro piìi piccolo ad un'ansa, 
diam. mm. 46. Vaso ordinario a pancia rigonfia, collo breve e labbro sporgente 
e ad un' ansa, alt. mm. 148. Lucerna ad un luminello e con manico ad anello con deco- 
razioni in giro ed ovoli, lung. mm. 118. Altra ordinaria ad un luminello lung. 
mm. 110. Altra lung. mm. 100. Altra lung. mm. 85. Piccola lucerna a due luminelli 
con manico in senso verticale, lavorata con piccoli circoli concentrici, lung. mm. 57. 
Altra simile, lung. mm. 57. Piccola lucerna ad un luminello, mancante di porzione 
del manico, lung. mm. 60. Altra ordinaria ad un luminello con manico ad anello, 
lung. mm. 58. 

10 detto. Non avvennero scoperte. 

11 detto. Si eseguì uno scavo straordinario nella Keg. 'V, isola 2* nella casa 
con entrata dal secondo vano nel vicolo ad oriente di detta isola, a partire dall'an- 
golo sud-est. Nell'ambiente ad est dell'atrio si rinvenne: — Bronco. Un candelabro 
con fregi sulla base, rotto e restaurato, alto m. 0,121. 

12-15 detto. Non si ebbero scoperte. 

16 detto. D'ordine del sig. Direttore si praticò un scavo straordinario, alla 
presenza dei chiarissimi membri della K. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle 
Arti, nella Reg. V, isola 2^ casa nn. 18, 19, e nel vano a sinistra del giardino si rin- 
venne: — D ronzo. Vaso a pancia rigonfia e labbro sporgente, mancante di porzione del 
labbro, alt. m. 0,123, diam. 0,117. Altro, ))ure non ben conservato, alt. m. 0,182. 

17 aprile. Eseguitosi uno scavo straordinario nella località indicata il giorno 11, 
nell'ambiente ad ovest dell'atrio, si rinvenne: — Terracotta. Pignattino, sul cui ventre 
è rilevata una maschera rotta nell'orlo, alt. m. 0,105, diam. m. 0,135. Pignatta ordi- 
naria, senza manichi, alta m. 0,180, diam. 0.130. Cola-pasta con due sporgenze che 
fanno lo veci di anse, diam. della bocca iii. 0,135. Vaso ordinario a due manichi, 
alt. m. 0,240, diam. m. 0,100. Una scodella ordinaria, diam. 0,232. Vaso ordinario, 
alt. m. 0,238, diam. 0,118. — O&io. Corno di cervo, frammentato in una punta, 
lungo m. 0,425. 

18 detto. Proseguendosi lo scavo straordinario di cui è stato detto il giorno 0, 
si rinvenne: — Bronzo. Candelabro con fusto scanalato e con piedi leonini, cesellato 
alt. m. 1,028. Altro con piedi leonini frammezzati da una foglia di edera, alt. m. 1,20, 
restaurato. Padella ovale, lunga, senza il manico, m. 0;350. Una forma per pasticceria, 
ovale, lung. m. 0,175. Tre delfìni, il primo lungo ni. 0,72, il secondo 0,69, il terzo 0,61. 
Una conca con baso circolaro per piede e a due manichi un poco lesionata nel ventre, 
diam. m. 0,325. Pozzo cilindrico decrescente, forse una forma, rivestita nell'interno 
di vimini di cui ne esiste una parte, è molto sconservata e misura in lunghezza 



PETTORANO SIL 017,10 — 17S — REGIONE IV. 

ni. 0,100. Un ago saccaie, lungo m. 0,149. Una borchia di m. 0,046 di diametro. 
Altra più piccola cui è attaccato un anello; diara. m. 0,032. Un dupondio sconservato, 
di Tiberio. Un luminello di lampada. Un corrente di serratura. Un manico apparte- 
nente ad un v;iso. .Vitro semicircolare. Una fibula. La^fena a due manichi restaurata, 
alta m. 0,378. Duo forme per pasticceria, rettangolari, aderenti per l'ossido, rotte 
nell'orlo. — Conchiglia. Una tuba marina. — Velro. Vaso cilindrico a collo breve 
e labbro sporgente, con manico formato a listelli, alt. m. 0,310. Piccola bottiglia a 
vuntro rigonfio, collo lungo e labbro sporgente, alta m. 0,r2iì. Altra a ventre molto 
rigonfio, collo breve e labbro sporgente, alta m. 0,U95. Un balsamarin alto m. «,073. 
Piccola tazza, mancante dell'orlo, del diametro di m. 0,073. 

19 aprile. Per ordine del sig. Direttore si è praticato uno scavo straordinario, 
il quale ha avuto luogo nella Regione V, isola 2" nella casa suddetta, e nell'am- 
biente ad est dell'atrio si rinvenne: — Ferro. Una zappa molto ossidata, lunga 
m. 0,35. Un ronciglio puro ossidato. 

20-30 detto. Non avvennero rinvenimenti. 



lliioioNK IV (S.i.UNIUM et S AD IX A). 

r.ìElJGNI 

XIV. rETTORANO SUL GIZIO — Di una nuooa lapide dialettale 
peligiui, scoperta nel territorio del comune. 

In una contrada, al di là delle Prete Regie, sopra al Tratturo. alla destra del 
fiume Gizio, il colono Giuseppe di Censo rinvenne una lapide rettangolare di calcare 
paesano, alta m. 0,70, larga m. 0,48. dello spessore di m. 0,1 1, lavorata grezzamente 
e solo nella parte superiore levigata. Vi si legge: 



SALVIA + MVSESA + PA 
ANACETA + CERIA 
ET + AISIS + SATO / 



L'i troviamo dunque iuuauzi ad un altro monumento epigrafico peligno. Noto è 
già por altre iscrizioni, il Saluta. Nuovo poi nella collezione peligna il Mnacsa. 11 
secondo verso si confronta col corfiniese Alicela Cerri. Invece di aiso^, abbiamo 
qui \'iiiMs e salo , anche nuovo per noi. 

La lapide fa ora parte delle raccolte epigrafiche del Civico Musco di Sulmona ('). 

A. De Nino. 



(') Ini •ni' .1 ■[tf.-Ma l'iii^Tafc srrisac il niii>k'8Ìino iirof. l)c Nino nella Jiivista Abru2:ese (aiinn I.V, 
fMcicolo II, fibbrai.j IfOl, j). 90 nf:.), c<l il prof. Curio l'ascal (Rendiconti della R. Accad di 
arch, leti, e belle arti di Napoli a. 189)). 



REGIONE IV. — 179 — l'ENTIMA, MUSSI 

XV. PENTI.AIA — Xel territorio di Pentima, liiugo la via di Kaiano, già 
Claudia-Valeria, por iscavo fortuito, in un terreno del sig. Domenico Marrama, l'aflit- 
tiiario Pelino Nuvaroli scoprì una tomba fon una lapide di calcare paesano, di ni. 0,.57 X 
U,2(jXU,18, terminante a timpano, e recauto nella fronte l'epigrafe: 

C ■ L ve I L I O • C 
APOLLONIO 

P A E D A G O 

APOLLONIA 
FILIA- PATRI POSIT 

A. De Nino. 



VESTI. XI 

XA'I. BUSSI — Antichità varie riconosciute nel territorio del comune. 

Incontro al paese di Bussi, tra oriente e sud, trovasi la contrada Piano di s. Hocco, 
che è appunto uno spianato sopra una roccia assai scoscesa verso nord, alla destra 
del Tirino. Per la sua topogra6a e pei frammenti laterizi arcaici può ritenersi coni e 
sede di primitivi popoli. 

Nel medio evo, in detta contrada fu eretto un fortilizio, di cui oggi rimane 
un'alta torre triangolare di m. 9 di lato. Dava accesso al Piano di s. Rocco, una 
via di età romana, ancor oggi riconoscibile alle falde dell'attiguo colle, nella direziono 
di Piano le Case, altra contrada dorè in vari tempi si scoprirono tombe e si rin- 
vennero parecchie anticaglie. La traccia di questa via non ammette più alcun dubbio 
verso la metà della sua lunghezza riconoscibile e proprio in un punto nel quale ri- 
mane ancora l'antico taglio della roccia, per circa m. 7. La detta via può ritenersi 
come un diverticolo della Claudia Nuova che attraversava quindi la montagna di 
Somma per ricongiungersi alla Claudia Valeria, presso Popoli. 

Presso al Piano le Case sorgeva la chiesa della Madonna di ponte Marmore. 
Ora, in un altare quasi cadente ho rinvenuto un pezzo di lapide di calcare locale, 
di m. U,70 X 0,35 X U,2U, in cui leggesi • 



RE- VXORVIVISIBIET 

I PETRONIAE- V-L 
iNIGELLAE • FECERVNT 



Subito dopo Bussi, distcndesi la contrada s. Paolo, tutta seminata di rottami 
laterizi, cioè tegoloni, dolii, anfore ed altre specie di vasi. 

Al di là del Tratture, a nord-ovest, vi si annetto la contrada detta i Fossi. 

dove gioini dietro, in uu ti'neno del sig. Antonino De Stephanis, si rinvenne ini.i 

liimba a inumazione, senza lastre, o tegole. Lo scheletro aveva a dr. una spada di 

ferro, lunga m. U,(j;J, a sin. una cuspide di lancia, lunga m. 0,43, anche di ferro, con 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie 5", parte 2* 22 



RBNBVKNTO — 180 — REOIONB II 



costola ben rilevata; da capo, una coppa di bronzo, alta ni. 0,06, col diametro di 
ni. 0,19. Dentro questa coppa era caduto il cranio, sicché fu presa per una specie 
di elmo. 

I detti oggetti couservaiuM dal proprietario del fondo. 

A Uè Nino. 



Kkoionk II (AP/'LI.l). 

IIIIII'ISI 

XVII. HEXEVEXTO — Nuove epigrafi latine. 

rotei in questi ultimi tempi riconoscere le seguenti iscrizioni entro la cittù ('). 

1. Pietra calcare grezza, trovata nella demolizione della casa del sig. Giuseppe Zop- 
poli Cusano nel Corso Garibaldi, presso il teatro Vittorio Emanuele, nel settembre 
dello scorso anno. Misura m. 0,75 in altezza e m. 0,67 di larghezza e m. 0,30 di 
spessore. Il campo è m. 0,48X0,39. Vi si legge: 

S A C R V M 

SILVA NO CO 

RNELIANO 

PERMISSV C L- RET ■ 

RVFI M-PAMPINEIVS 

RVFINVS- AL- V- S 

Nel lato sinistro della stessa pietra sono incise le lettere: 

SMPR.DBBM.ALVS. 

È manifesto che sieno compendio della iscrizione votiva medesima, e che deb- 
bano leggersi: S{Uoano) M{arciis) P{ampineius) Ii{ufiiitis) d{eo) Ji(pnó) b(ciie) ?«(e- 
rciUi) a{n/ìno) Inibenti) v(olum) s{olvil). 

2. Sull'alto della spalla destra del Castello, entrando, presso Tarco antico, ho 
riconosciuto la seguente epigrafe, di calcare, alta m. 0,58, larga m. 0,30: 



I 1 

\ V E S O N I O 

SAC I 

VESONIAE • /' 

PONTIAE- QjL- 

STATIAE L- j 

Z O S I M A eI 



;5. Due frammenti ili una iscrizione in pietra calcare, il primo di in. ii,75X0.30; 
ialini di III. tiJJX (i,2t>. 

(') Il s..|<r1i' ÌKpi|t"P' .Mi'iiin.irtiiii n.- in.ind" -li .ipH'.'riili ■■ 'li iiliiiin- m\<\\<- i '-slclii r.-irlarci 



reoio.niì: II. 



— 181 — 



BENEVENTO 



Si scoprirono restaurandosi il castello por adattarlo a Museo Provinciale. Erano 
nel v;iiio <ii lìnostra a mezzodì del gran salone al primo piano. Dopo le lettere del 
tVauiniéiito miniirt' notasi un po' di rilievo che accenna ad un ornato, forse una corona. 
Intorno come una cornice. 



\CCVR 



SEX-VETTIO-CF 



4. Sulla facciata orientale della casa del sig. Gabriele Palmieri in via s. Diodato 
su calcare del luogo lungo m. 1,5.5, alto m. 0,83 si legge: 



VIA • D • L • MNEMOSINE 

1 • SALVIO • M • F ■ VIRO ■ SVO • FECIT 



.5. Sulla fronte meridionale della cantonata della casa ora Bozza nel cortile alle 
spalle della suddetta casa Palmieri, pure in calcare, alto m. 0,-55, largo m. 0,70, 
si legge: 

IRYPHO 
IIO-PINDA 

Stando alla qualità della pietra, alla forma ed alla misura delle lettere, pare 
che questo frammento appartenga all'iscrizione precedente. 

6. Sulla facciata occidentale della casa dei signori Principe e Mutarelli, presso 
il cantone sud-est resta il frammento assai deperito, che conserva: 

D M 

V///ORI 
VIX • ANN 

7. Negli scavi per la nuova fognatura in via Pontalo, che va all'arco Traiano, si è 
scoperto un frammento di lapide cemeteriale in marmo bianco, alta ni. 0,245, larga 
m. (i,;{4, che dice: 

KALENDAS / DEG 
ET/MENSIS / xy 
'^CCON>^ 



8. Quivi pure si è recuperato un altro frammento marmoreo C(^nieteri;iU' di 
m. 0,395 ">< 0,1:55, ove rimano: 



^OS- QJ/INQyACN s 



RUVO I>1 l'IUl.IA — 182 — RElilONE 11. 

11. Anche quivi fu sroneit^) un altro frammento marnioroo cemeU'iiale Ji m. 0,2rìr) X 
0,210, ove si lejB^e: 

(eanastasi 

Ho puro riconosciuto che nella spalla sinistra della orrande porta settentrionale 
del Castello in un blocco di pietra calcare di in. ì.tióX 0,">7XO,42 si legge : + intro- 
euiUili I sii pax \ ex euntib \ letilia. 

A. Meomautini. 



XVIII. lU'VO DI PUGLIA — .Vhoìh sepolcreti della necropoli ru- 
vcstina. 

Nei mesi di novembre e decenibre del passato anno liS^ci il dott. Rinaldo Balducci 
nel fare eseguire alcuni lavori campestri in un suo fondo in contrada Arena, poco 
distante dall'abitato, ebbe il piacere d'imbattersi in due piccole necropoli di et;"l ditle- 
renti, che prese insieme possono attribuirsi dui VI al III secolo a. Cr. La più an- 
tica occupava uno strato più profondo del terreno, a circa 2 metri dalla superficie 
presente, la più recente era sovrapposta a quella, a circa 1 metro dal suolo. A quanto 
dice il dott. Balducci, in tutte ha trovato cù'ca 60 tombe di povera costruzione e 
di più povero contenuto. Erano infatti scavate nella terra qui chiamata carpino (sabbia 
calcare più o meno compatta mista ad argilla) e non avevano muri di cinta né casse 
di tufo da riporvi i cadaveri, ma solamente dello lastre di pietra locale che ne for- 
mavano la copertura. La suppellettile funebre poi consisteva in vasi per la maggior 
parte senza vernice e senza ornati e figiu-e. È deplorevole intanto che le cose trovate 
non siano state da principio segregate e distinte fra loro, separando accuratamente 
i rinvenimenti della necropoli antica da quelli della posteriore, afliuchè si fosse potuto 
almeno limitare con qualche precisione il tempo che divide l'una dall'altra, cioè il 
principio e la fine di ciascuna. Non mi è stato neppure possibile esaminare tutti e 
bene i vasi fino a quando i medesimi sono rimasti ammucchiati insieme confu.samente 
in luogo troppo angusto presso l'inventore, e solo ora che sono passali al rev. can. Klicio, 
che ne ha fatto l'acquisto, m' è consentito prcndorno qualche appunto. Mi limito per 
altro a dar notizia delle cose soltanto a cui può darsi una qualsiasi importanza e 
tralascio i vasi senza colore e senza ornati, o con semplici zone circolari, i quali for- 
mano, come ho già detto, il numero maggiore. 

1. Lekythos a figure nere su fondo rosso; linee graffite e carni di bianco, di- 
segno frettoloso o trascurato, alt. m. o,18. Nel pro.spetto vedesi Dioniso (?) in atto 
di cammiuare a d. volgendo la testa a s. con barba, pallio e lungo chitone orlati 
di bianco ; il quale reca nelle mani due oggetti di forma allungata con in cima del 
bianco. Ha un lato e dall'altro del supposto Dioniso seggono sopra muletti itifallici 
a lunghissimi orecchi due figure simili affrontate, con faccia, collo, braccia e gambe 
di bianco e mantello nero avvolto al corpo, le quali sono da credere muliebri. 



REGIONE II. — 183 — RUVO DI PUGLIA 

2. Lekythos che, come la precedente, aveva nel prospetto le figure nere su fondo 
rosso, che per altro sono andato quasi interamente perdute. Dai pochi avanzi si può 
forse credere che vi fosse rappresentato Dioniso (di cui distinguesi la faccia barbuta) 
sdraiato con a fianco una figura di donna (?) in jiiodi. Al vasollino manca inoltre 
la bo(^ca e senza di questa ù alto m. 0,14. 

'ò. Lekythos come al n. 1, ma fini e conservatissimi ornati di linee curvo e sot- 
tili con fogliette lunghe e acute sono disposti in cercliio sulla spalla del vasellino, 
il cui disegno inoltre ò meno trascurato; alt. m. 0,14. 

Nel prospetto veggonsi quattro figure a linee graffite, disgraziatamente molto 
sciupate per esser caduto lo smalto in parecchi punti, ma che tuttavia lasciano bene 
intendere e ricostituire la scena. La prima a d. di chi guarda è quella di un Satiro 
iti fallico a coda lunghissima e sottile in atto di camminare a d. volgendo a. s. la testa. 
Segue Dioniso barbato e avvolto in lungo pallio, il quale si volge a s. e tiene 
nella d. un grande corno potorio. Di rimpetto a lui siede sopra un muletto itifallico 
ilfesto, e chiude finalmente la scena un altro Satiro simile al primo, ma che cam- 
mina a s. volgendo la testa a d. La barba di Dioniso e dei due Satiri mostra avanzi 
del colore purpureo col quale originariamente fu espressa. Sotto il piede poi della 
lekythos notansi due lineette verticali e parallele, impresse come segno sulla creta 
ancor tenera, se pure tal cosa non sia del tutto accidentale. 

4. Lekythos come al n. 3 e sciupata, come quest' ultima, per la caduta dello 
smalto; alt. m. 0,195. 

La scena per altro composta di cinque figure si lascia facilmente intendere. 
La prima a d. di chi guarda è una donna con carni bianche, in lunga tunica e pallio, 
la quale in piedi e volta a s. eleva il braccio d., e pare che in mano abbia un og- 
getto ovoide anche bianco. Segue il gruppo non nuovo dei due guerrieri seduti o 
inginocchiati, non ben si distingue, con il tavoliere da scacchi in mezzo a loro, sul 
quale essi con il braccio disteso sono in atto di muovere le pedine, mentre Atena 
sta ritta in piedi dietro il tavoliere e presiede al giuoco. Ciascuno dei due giuocatori 
imbraccia uno scudo tondo con episema bianco irriconoscibile, della qual cosa non 
ricordo altro esempio, perchè gli scudi ordinariamente stanno dietro ai guerrieri e 
come addossati al muro ; tiene inoltre la lancia, di cui appena rimane qualche traccia, 
e mostra il capo coperto da elmo ad alto cimiero di foggia arcaica, che in uno dei 
due è anche crinito, circostanza questa che trova il suo riscontro nell'Ajace della nota 
anfora di Exekias, che ha il cimiero crinito, mentre l'Achille n' è privo. La dea, con 
la testa coperta anch'essa da elmo ad alto cimiero e in lunga tunica e pallio avvolto 
alla persona, stende il braccio s. volgendo a d. la faccia. Chiude finalmente la scena 
lui' altra donna in piedi, volta a d. e atteggiata come la prima descritta. 

Le donne, come raccogliesi da Omero, sono da credere le amiche e compagne 
degli eroi nella vita del campo, le quali naturalmente assistono anche ai loro giuochi. 
Per queste donne, per la presenza di Atena e per la scena in generale cfr. Owerbeck 
Bildwerke sum Theb. und Troiseh. Heldenkreis taf. XIV, 4 p. 311 e3l:{n. li! 
e 17; Bull, dell' Is/. 1857 p. 1(33 e 1885 p. 220; Ann. delilst. 1844 p. 123 e sg., 
e 1877 p. 123 e sg. 



RUVO DI PUOLIA — 184 — KEOIO.NE 11. 



fi. Kylii inancaiiU' di un pezzo al labbro in curri»°]>ondun7.a dì uno dei iiiaDiclii, 
tutta nera i> a piede alto. Nel tondino della parte interna, eli' è di color rosso e con- 
tornato da cerchietti neri cflncentrici, vedesi un «(rosso uccello nero a gambe e collo 
lunfjhi (1,'ruV che cammina a d. ; alt. ni. 0,08.">, diani. m. 0,185. 

ti. Kvlix a piede ba.-isissimo e tutta nera come la precedente. Nel tondino rosso 
dell'interno è dipinto di nero un cavaliere con pctaso in testa, che galoppa verso s., e 
mentre stende la d. sul collo del cavallo agita con la s. alzata una lunga frusta in 
atto di volerlo sferzare; alt. m. O.O.'ì. diam. m. 0,19."). 

7. Coppa profonda in forma di skvplios. a duo manichi e tìgure nere su fondo 
rosso con linee e contomi graffiti. Lo interno è tutto nero, l'esterno è cinto da larga 
fascia rossa con due palmette nere ai lati di ciascuno dei manichi, mentre nel pro- 
spetto si ripete la stessa rappres^'utazione, completa da una parte, incompleta dall'altra 
jier la mancanza di qualche pezzo del vaso. Vedesi un auriga in lungo chitone, che 
sostiene con la d. la sferza e con la s. le briglie, conducendo una biga da s. a d. 
Un uomo intanto è a fianco del cocchio e, correndo nella stessa direziono a gambo 
smisuratamente distese, sembra che voglia stidare e pareggiare nel corso i cavalli. 
K notevole che questa coppa fu nei tempi antichi ricucita in più luoghi, come dimo- 
strano i forellini che servirono a dar passaggio ai tìli di piombo. Sotto il piede è 
graffito un AA ; alt. m. 0,07.i, diam. m. 0,1."). 

8. Kylii a piede alto, a tiguro rosse e tutta nera all'esterno. Nell'interno in 
un tondino circondato dal meandro detto greca vedesi un giovane avvolto nel pallio, 
con calzari e tenia intorno alla testa, in atto di camminare a d. allontanandosi da 
una vasca, che egli si lascia dietro le spalle, e recando nella d. un lungo bastone. 
La vasca è sostenuta da un pilastrino rettangolare a larga base e non apparisce in- 
tera; alt. m. 0,09, diam. m. 0.195. 

9. Skyphos a figure rosse, mancante di uno dei manichi, sotto i quali veggonsi 
le solite palmette affiancate da lunglii steli a volute. Sopra l'una e l'altra faccia 
del bicchiere ripetesi la stessa figura d'un giovane palliato clie, tenendo il solo braccio d. 
fuori del mantello, impugna una striglie; e da una parte gli sta d'innanzi, dall'altra 
dietro le spalle un pilastrino quadrilatero con larga base; alt. m. 0,115. diam. m. 0.155. 

10. Olpe panciuta con bocca trilobata, a figure rosse: alt. ni. 0.21. Nel prospetto 
vedesi la seguente !>cena lateralmente chiusa da due striscette, superiormente da ovo- 
Ictti e inferiormente dal meandro chiamato greca; il resto dell'urceo ò tutto nero. 
\ d. di chi guarda è una donna in lungo chitone senza maniche, con calzari, milella e 
i .soliti ornamenti muliebri di color bianco, la quale, stando ritta in piedi e abbas- 
.sando la mano s., eleva con la d. uno specchio fra il proprio volto e quello d'un 
giovane nudo con bastone e clamide pendente dalla mano d. e dal braccio s. K dubbio 
se la donna nello specchio contempli la sua bellezza stessa, ovvero inviti ad ammi- 
rarsi il giovane che le .sta d'innanzi, benchò la prima cosa sia da credere molto piii 
probabile. Tra le due figure vedesi un'ara in forma di pilastrino quadrilatero con 
larga base, sulla faccia del quale sono apparenti i segni d'una libazione. Disegno leg- 
giero, ma non cattivo, e fino colorito. 

11. Arjballos rotto, a figuro ros.<e. Nel prospetto tra due rami a volute è una 



REGIONE II. — 185 — KUVO DI PUGLIA 



donzella in lungo chitone e stante in piedi d'innanzi a un quadrilatero e basso pila, 
strino su cui. piegando indietro una gamba, ella si appoggia con la mano s. mentre 
sostiene con la d. una cassuttina chiusa, alla quale volge lo sguardo; alt. m. 0.145. 

12. Piccolo unguentario della medo.'^iina forma, coi soliti ornati di palmette e 
volute sotto il manico e scannellatura dipinta nel collo. Nel prospetto testa muliebre 
coperta dalla cuffia e dietro palla da giuoco; alt. m. 0,105. 

13.' Altro simile più piccolo. Nel prospetto uccello (quaglia?) volto a s.; alt. m.0,09. 

14. Altro simile ancora più piccolo. Nel prospetto un'oca volta a d. ; alt. m. 0,08. 

l'i-W. Due unguentari perfettamente simili, la cui forma può vedersi in Heydemann 
(Vasenscmml. zu Neapel taf. IH, n. 172). Sul dorso hanno entrambi la figura ri- 
petuta d'un animalo (probabilmente cane o lupo) accovacciato, con orecchi tesi, bocca 
aperta, coda lunga e pelle maculata; alt. m. 0,06; diam. m. 0,09. 

17. Altro unguentario per grandezza e forma simile ai precedenti, sul cui dorso 
però vedesi due volte la stessa figura di Eros accoccolato, in atto di prendere un uc- 
cello che gli sta innanzi sul suolo. Questo concetto grazioso non è infrequente sui 
vasellini di Ruvo del secolo III a. Or. i quali spesso rappresentano Eros intento ora 
a prendere un insetto o una farfalla, ora a cogliere un fiore, ora con qualche uccello 
nelle mani (Cfr. Arch. Zeitcj, 1867 pag. 126; Heydemann Vasenb. taf. X, 3, 4, 5 e 
Hilftaf. 9, 10; Jatta Catal. 752, 772, 902, 1312 agg. e corr., 1393 e Vasi Caputi 380). 

18. Piccolo skyphos con due civettoni tra rami di ulivo, uno sopra ciascun lato; 
alt. m. 0,07. 

19. Umetta (stamnos) tutta nera, tranne una zona giallo-rossigna sulla spalla 
con rosette di nero, e a coperchio basso senza finimento, ornato di cerchietti con- 
centrici; alt. m. 0,13. 

20. Anforetta di graziosa forma, presso a poco come in De Witte {Calai. Durand 
pi. II, n. 32), ma con due manichi invece di uno e a piede più alto; tutta nera, 
di creta leggiera, di buona vernice e con ornati di bianco (greca e triangoli senza 
base) ben conservati sulla metà superiore del corpo; alt. m. 0,11, diam. m. 0,10. 

21. Vasellino in forma di piccola campana senza manichi e tutto nero (vedi Heyde- 
mann Vasensamml. ^u Neapel taf. Ili, n. 154). Poco al di sotto del labbro veg- 
gonsi da un sol lato due forellini che servirono a dar passaggio alla cordicella per 
tenerlo sospeso; alt. m. 0,09, diam. m. 0,15. 

22. Vaschetta tutta nera a piede alto con quattro sporti intorno al labbro in 
forma di cappietti; alt. m. 0,09, diam. m. 0,10. 

23. Grazioso unguentario col corpo in forma di pomo solcato da larghissima bac- 
cellatura a rilievo del colore della creta, mentre il vasellino è nero. Da un lato 
sporge il lungo becco cilindrico, da un altro il manico anulare e nel centro è un ton- 
dino con orlo rilevato e fornito di sei fori, destinati certamente a colare il li(|uido 
uelliutrodurlo nel vasellino; alt. m. 0,06. 

24. Unguentario in forma di ciambella bucata, del colore dell'argilla, ma col 
ventre cinto da tre cerchietti neri e con strisele anche di nero sul numico e intonio 
alla bocca; alt. m. 0,05. 

25. Aryballos tutto nero con cerchietti rossi intorno al ventre; alt. m. 0,085. 

26. Piccolo askos tutto nero; alt. m. 0,085. 



KUVO DI l'UOLlA — 180 — REOIONE II 



27. Candelabro di coloro rossijjno in forma di colonna dorica profondamente scan- 
nellata, con toro, base e plinto quadrilateri, ornato quest'ultimo intorno intorno di 
uua riiijjhiera di pilastrini rettanj^'olari ricacciati da piccole lacime che li separano 
ad eguale distanza. La colonna, ruvidamente lavorata a mano, è sormontata da una 
scodelletta che le tien luogo di capitello e che serviva a contenere la lampada ; altezza 
m. 0,27, diam. della scodelletta m. u,12. 

2S. Anfora rozzissima dai manichi a colonnette, senza figure, ma con ornati neri 
su fondo rosso, mentre tutta l'anfora è nera, e con un tralcio di edera bianca che 
ne circonda il ventre; alt. m. 0.26. 

20. Vaso in forma di calatbus con il corpo interamente coperto da zone oriz- 
zontali di colere rossigno sul fondo giallo-scuro della creta. Le zone sono sei, e, co- 
minciando dal piede, si succedono in quest'ordine, cioè: meandro detto greca; linee 
obblique che s'intersecano lasciando tra loro dei piccoli vuoti in fonna di trapezi; 
bastoncelli coricati; foglie di edera appaiate con stelo dritto e orizzontale in mezzo 
a loro; fogliette probabilmente di mirto similmente disposte; infine triplice fila di 
dadi rossi e neri formanti scacchiera; sotto il piede cerchietti concentrici; alt. m. 0,20, 
diam. m. 0,28. 

30. Cratere, comunemente detto vaso a campana, tutto nero tranne nella parte 
superiore, ove a livello dei manichi è cinto da larga fascia rosso-giallognola su cui 
è un ornato nero conservatissimo, che rappresenta un grosso tralcio sei-peggiante di 
edera con foglie non bene imitate, le quali per ciò prendono un aspetto a bastanza 
strano; alt. m. 0.29. 

31. Piccola collana composta da 19 pezzi in forma di cubetti, irregolannente 
tagliati e muniti del foro per farvi passare il filo che dovea tenerli uniti, e inoltre 
da un più grande pendente di ambra. I cubetti in discorso, sottoposti dall'inventore 
al giudizio di persone competenti, da queste sono stati creduti, non di pasta vitrea, 
ma di vero corallo, del quale hanno il colore, lo non oso decidere su ciò. ma se la 
cosa fosse vera, sarebbe un fatto, per quanto io sappia, non ovvio, anzi a bastanza 
raro. La collana poi, giudicandone dalla grandezza, non potè servire che all'ornamento 
del collo d'una fanciulla. 

32. Armilla di bronzo a spirale, certamente apjiartenuta alla stessa fanciulla 
di cui fu la collana innanzi descritta. Nelle spire deiranuilla si è conservato un 
buon pezzo dell'osso radiale del braccio della piccola morta. 

33. Notevole finalmente sopra tutte le cose fin qui descritte è una piccola fonila 
in creta, fatta per cavarne la .sola tosta di una stiituetta muliebre. 11 dott. Italducoi 
mi assicurò che la medesima fu trovata in una delle tumbe dello strato inferiore 
appartenente alla necropoli più antica, la qual cosa invero è confermata dai tratti 
stes.si della testina di stile a bastanza severo. Il trovamento poi di questa forma può 
provare due cose; primieramente che tra il secolo VI e V qui gi;ì si fabbricavano 
dello terrecotte e in secondo luogo che si adopravano a tal uopo, almeno per le testo, 
delle forme ricavate senza dubbio da terrecotte di arto più provetta importate dalla 
llrecia por via del commercio, la i(ual cosa non è itiiut<i senza importanza por la 
storia dell'arto ceramica localo. fi. .Iatta. 

l{"ma 17 giugno ìs'.)\ 



REGIONE XI, IX. — 187 — SAN GIUSTO, BENE VAGIENNA 



GIUGNO 



Regione XI (TRANSPADANA). 

I. SAN GIUSTO CANAVESE E FOGLIZZO. — Sepolture di età ro- 
maìta rinvenute sul confine dei comuni. 

Nei lavori eseguiti per livellare un prato, nella regione Meletto, a nord-ovest 
dell' abitato di Foglizzo e traversato dal confine tra questo comune e quello di s. Giusto 
Canavese, nella parte spettante all'ultimo comune, si è scoperto un gruppo di fittili, 
di cui rimangono un' umetta di terra grossolana, coperta da una coppa di terra rossa 
più fina, capovolta, e tre vasi con largo ventre, manico e collo stretto. Costituivano 
la suppellettile di una tomba ad incinerazione, alla quale appartengono pure un pic- 
colo balsamario di vetro bianco ed un medio bronzo di Tiberio. Ho visitato il luogo 
della scoperta, di proprietà del sindaco di Foglizzo, il quale mi informò che a poca 
distanza, nella parte del l'ondo compresa nel territorio del suo comune, nello scorso 
autunno eransi rinvenuti altri fittili, distrutti dagli scavatori, ed undici monete di 
mezzano bronzo, da me vedute. Sei di esse vanno dai tempi di Tiberio a quelli di Tito, 
e cinque sono affatto logore, ma pare spettino al primo secolo dell'impero. A qualche 
decina di metri si trovò pure nel 1893, e nel territorio di Foglizzo, una tomba for- 
mata di grossi tegoli a risvolti, con entro un'urna; pure questa tomba fu distrutta. 

È probabile che altre sepolture si celino nei punti dove non si è latto lo sterro, 

ovvero che questo non sia giunto alla profondità di m. 0,Go, che è quella in cui si 

cominciarono a scoprire le dette tombe. 

E. Ferrerò. 



Regione IX (LIGURIA). 

II. BENE VAGIENNA — Nuoi^e iscrisioni romane. 

Nel palazzo civico di Bene Vagienna, per cura dellex-sindaco cav. Giuseppe As- 
sandria, furono raccolte alcune iscrizioni romano del luogo, edite {C.I.T.. V, 7680, 
7692, 7693, 8110, 424), insieme con riproduzioni di gesso di altre, pure benesi, 
che si trovano nel K. Museo di antichità di Torino (ib. 7151, 7685, 7()'J0: cfr. 
Aia della Società di arch. per la prov. di Torino, IV, p. 279). Si aggiunsero 

Classe'di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie 5', parte 2* 2!? 



PIEVE DI CADORE — 188 — REGIONE li. 

alcune epijjiafi vouute alla luce dopo la pubblicazione di quel volume e del suo sup- 
plemento, le quali furono inserite già dallo stesso Assandria a pag. 13 e 104 delle 
note del suo libro: Capi/ulti et Stnliita Comunitatis liaeiinarum ab amio 1293 
Koma, 1892. Gli apografi di esso da me ultimamente fatti sono i seguenti: 

1) Lastra di marmo bigio rotta, a. m. 0,47, 1. m. 0,10; a. delle lettere 
lin. !• m. 0,055, 2" e 3» m. 0,04. Già lulla cantina della casa Ansaldi, donde fu 
levata nel 1801: i 

1 M 

(a G R 1' P A 

F 

\ 

2) Sasso, a. m. 1,20, 1. m. 0,40, scoperto nel 1883 nella regione Pra. L'iscri- 
zione, con lettere rozze a. ni. 0,05."), è dentro un quadrilatero con timpano, tracciato 
con un solco nella pietra: 

D Q M IT 1 A I 

pftertiaT 

3) Sasso, a. m. 0,00, 1. m. 0,30 con lettere rozze deUallczza media di m. 0,oO 
scoperto nel 1892 nella ùazione San Bernardo. 

M 1 1 T T 
IA • SEX 
F-SECVND 
A 

4) Altro esemplare di mattone C. I. L. V, n. 8110, 424. 

LAssandria è di avviso che Tiscrizione n. 7151, dal Momnisen postii fra le pie- 
montesi di origine incerta, appartenga a Bene, e che il n. 7(594 non sia un titoli) an- 
tico (op. cit. p. 12). 

Vj. Ferrerò. 



Regioni-: II rV/'JX /■:'/' fAj. 

III. PIKVI'] DI CADORE — Bi um slatuetUi di hroiuo e di un piai- 
tinello di rame con iscrisione Ialina roliva. 

Nei lavori che per ordine del Genio Militare si eseguirono alle falde setten- 
trionali dt'l Monte Ricco a sud-est di Pieve, e precisamente ciuque o sei metri a 
destra dalla via che mette al Roccolo di s. Alipio, ed a sinistra della vecchia strada 
che conduceva allantico castello, si rimisero a luce ruderi di antiche fabbriche, 
presso i quali si raccolsero varie monete romane. 



REGIONE V. — ISn 



PAOSULA 



Vi si trovò pure una bella statuetta di bronzo, alta m. 0,10, conservatissima, rap- 
presentante Diana cacciatrice, nell'atto di tirare l'arco. Nella mano sinistra è il buco 
per cui passava l'arco, e nella destra, a cui mancano le dita, rimane parte della corda. 

Vi si raccolse inoltre un piattinetto di rame, del diam. di in. 0,1.'), tirato a mar- 
tello, sul cui orlo è inchiodata una laminetta di rame, forse residuo di un'ansa. 
Sotto l'orlo, con lettere formate a linee di punti, ottenute con punzone ed a colpi 
di martello, corre la leggenda: 

MARTI .-. CORNELIA .-. L .-. F .-. OSSA .-. V .-. S .-. 

La prima parola, quella cioè della divinità a cui ora fatto il dono votivo, è 
formata con due linee di puntini, mentre le lettere delle altre parole sono ad una 
semplice linea. 

Questi due oggetti sono ora esposti nel Museo comunale di Pieve di Cadore, al 
quale furono destinati, mercè le cure del sig. ispettore don Luigi Bernardi, che mandò 
le notizie sopra il rinvenimento e l'apografo dell'iscrizione sopra riferita. 

Questo apografo fu da me confrontato sull'originale, che unitamente alla sta- 
tuetta fu trasmesso per studio al Ministero. 

F. Harnabei. 

Regione V (PWENUM). 

lY. PAUSULA — Avanzi di edifici della picena Pausulae scoperti 
nella località denominata Antico. 

A sud-ovest di Pausula, che non prima del 18.52 riacquistò questo suo antico 
nome, cambiatole nel medio evo in quello di Montolmo, a circa due chilometri e 
mezzo da essa, evvi una contrada denominata Antico. Ivi, in un latifondo apparte- 
nente alla sig. marcliesa Teresa Montani Leoni Ugolini, ogniqualvolta si è dovuto ese- 
guire uno scavo, sia per piantagione d'alberi, sia per altro lavoro campestre, a qualche 
metro appena di profondità dalla superficie del suolo, si sono rinvenuti rottami late- 
rizi, presentanti alle volte tracce di incendio, qualche tomba coperta con tegoloni alla 
cappuccina, ed una volta anche un'olla contenente ossa calcinate, che al contatto 
dell'aria si disfece, come mi narrò il colono Benedetto Ke. 

Anni sono, quasi nel centro del terreno medesimo, si rinvennero i ruderi di una 
camera le cui pareti presentavano tracce dell'antico dipinto. Il pavimento era a mo- 
saico bianco cou ornati in nero, che tuttora conservasi. A poca distanza da detta 
camera, nello scorso inverno si è fatto un vivaio di oppi, che ha dato occasione al 
ritrovamento di altro gran numero di mattoni rotti, anepigrafi; e di notevole si sono 
rinvenuti soltanto piccoli avanzi del fregio della trabeazione di qualche importante 
edificio, tutti in terracotta locale, di color giallastro e di rozzo stile. Essi sono due 
antefisse con dilferento rappresentanza, avendo una nel mezzo una testina muliebre, od 
un altra maschile; testa di bue frammentata, alta m. 0,20, avanzo forse di una me- 
tope; bassorilievo di cui resta una sola figurina rappresentante Cupido, alto ni. (i.lii. 
in atto di inseguire altra persona contro cui tira rniro. 



CAMPI. 1 — It'O — REGIONE V. 



Presso la casa colonica poi conservasi un grosso rocchio in puddinga, di m. 0,70 
XO,r>0 di diametro. Ha un foro quadrato nel mezzo, largo m. U,20, che lo buca da 
un capo air altro, e che si rinvenne puro iu quel terreno. 

È da aui,'urar!ii che nuove o più fruttuose scoperti) diauo maggiore luce sullan- 
tica destìiia/ioMi- ili quella località. 

N. Per.'^iciìetti. 



V. ('A.Ml'IJ — Di un ripostujlio di telradrammi di argento, scoperto 
preuo il villayyiu di Battaijlia nel comune di Campii. 

Il 1 1 ina!x;4i" scorso l'ispettore degli .scavi e dei monumenti in Teramo, cav. F. Sa- 
\ ini, riferì che poco prima, in un terreno vicino al villaggio di Battaglia, noi comune 
di Campii, si trovi'» un ripostiglio formato da una quarantina di monete d'argento. 
L'ispettore trasmise i disegui dei principali tipi di queste monete avuti per cortesia 
dell'egregio cav. Norberto Rozzi, colto gentiluomo di Campii stesso. A questi disegni 
l'ispettore cav. Saviui fece seguire gli originali dei cinque totradrammi che qui si 
descrivono. 

Il primo è di Lisimaco re di Tracia (32:3-281 av. Cr.). A dr. testa di Alessandro 
col corno di Ammone ; nel rov. nel mezzo Pallade nicefora, e la leggenda BAIIAEns 
AYIIMAXOY ; innanzi A ; nell'esergo tridente tra due delliui. Nel trono BY (cfr. Head, 
llisl. Nim. p. 242). 

11 secondo è di Eucratide, re della Battriana e dell'India (200-1. 'iU av. Cr.). 
A. dr. busto del re volto a destra coperto di elmo, ornato con un corno di Ime: rov. 
i dioscuri a cavallo e la leggenda BASIAEHI MEFAAoY; nell'esergo EYKPATlAoY; 
innanzi ai cavalli R (Head o. e. p. 704). 

Il terzo è di Demetrio 1° Sotere, re della Siria (162-150 av. Or.). A dr. busto dia- 
demato del re volto a destra; rov. la Fortuna nel trono con scettro e cornucupia. e 
la leggenda BAIIAEnz AH.MHTPIoY IflTHPoI; a sin. ,^ (Head o. e. p. tì42). 

Il quarto è della città di Tiro nella Fenicia, riferibile agli anni tra il 12() av. Cr. 
od il 'u dell'era nostra. A dr. tosta di Krcole laureato, volta a dr. : rov. aquila e la 
leggenda TYPOY lEFAI KAI AIYAOY. Nel campo a sin. LN e clava; a dr. A e 
ramuscello di palma (Head o. e. p. tìT.S). 

Il quinto è un cistoforo della città di Apamea di Frigia. A dr. cista mistica 
col coperchio mezzo aperto, da cui esce il serpente, il tutto chiuso da corona di edera; 
rov. serpenti intrecciati, con le teste erette, e la leggenda ATTAAOY TIMoY: a dr. 
AflA (Head, o. e. p. ^^hl). 

Le monete di quest ultimo tipo, cominciate a coniare nel II secolo av. Cristo, 
durarono tino alla dominazione romana. 

Il maggior numero delle monete del ripostiglio era formato appunto da questi 
cistofori. 

Essendo la moneta piii recente riferibile al periodo tra il 126 av. Cristo ed il 



ROMA 



— 191 — ROMA 



57 deil'èra volgare, e uou contrastando a questa data il cistoforo, il tesoretto deve 
essere stato do;)ositato non [iriiiia JeHultimo secolo avanti Cristo. 

P. Barnabei. 



VI. ROMA. 

Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione ITI. Intrapresi gli sterri pel prolungamento della via dei Serpenti, 
incontro il lato settentrionale del Colosseo, sono incominciati ad apparire ruderi di 
antiche fabbriche, e sovrapposti nuclei di fondazione, appartenenti ad epoche diverse. 
Alcuni muri sono in laterizio, altri in opera reticolata di tufo. Uno di questi ultimi 
conserva gran parte dell'intonaco dipinto, che sarà intieramente messo allo scoperto 
approfondendo l'escavazione. 

Presso Tabside della chiesa di s. Martino ai Monti, costruendosi la nuova scala 
d'accesso dalla via Giovanni Lanza alla porta minore della chiesa medesima, è stato 
recuperato un frammento di antico bassorilievo in marmo, alto m. 0,40 X 0,35. Vi ri- 
mane la parte inferiore di una figura virile, vestita di toga e lungo pallio, che poggia 
la mano destra sopra un oggetto quasi sferico posto su di un pilastrino. La scultm'a 
è di arte assai scadente e mal conservata. 

Costruendosi una fogna in via dell Olmata, alla profondità di m. 3 sotto il piano 
stradale, sono stati scoperti tre massi squadrati di tufo, sovrapposti l'uno all'altro, 
spettanti ad un muragliene diretto da nord a sud. Ciascuno dei massi è lungo m. 0,05, 
profondo m. 0,50, alto m. 0,25. Si sono pure rinvenuti due pezzi di capitelli ionici, 
in marmo; un'anfora fittile alta m. 1,10; ed un tegolone col bollo del figulo Mirtilo, 
servo di Domizia Lucilla (C. /. L. XV, 1037). 

Regione IV. In fondo alla via Genova, sotto l'orto di Panisperna, sono stati 
scoperti altri avanzi di mura laterizie; sotto i quali si è trovato un cunicolo sca- 
vato nel tufo, alto m. 1,30 e largo m. 1,10. 

In un cavo per rinforzare la fondazione del casamento Sereni, in via Cavour 
n. 348, alla profondità di m. 7,00 si è incontrato un avanzo di rauraglioue in paral- 
lelepipedi di tufo. Ne restano due ordini, alti insieme m. 0,95, della Imighezza totale 
di m. 1,20. 

Regione XIII. Scavandosi per una piccola fogna lungo la via che fiancheggia 
il lato occidentale del monte Testacelo, fra un grande cumulo di rottami d'anfore, 
furono raccolte venticinque delle consuete anse, che portano impressi questi bolli 
di fabbrica: 

1. L F GRES CVF P 2. L F C CVF P 

3. L F C CVF C . 4. F C CVF PAC 



ROMA — 192 — ROMA 



P M O C V (i. A e I H e I 

FI GÈ DO ''" •^""'"l'I"'' 



7. .^Y.bA^E 8. OF GRAR LVC 

9. POR ODV ](). LIVNJM 

E L 1 SS"Ì 

11. L * I ♦ ME 1 ■_>. C * I * S 

LlSSItCI 

].\. Q.IAS 14. P N N liv .-s.-mi.ljrì 

1.".. INI Ili. M P V 

17. CRA 18. IEMIH/1> 

10, RICAMO 20. C^C-D 

•21. rfeCILA 

Alveo del Tevere. Fra le tei io provcuienti dallalveo del Tevere, trasportate 
allo scarico delle barche presso il ponte di s. Paolo, sono sUiti raccolti i .seguenti 
oggetti: — Moì'mo. Una testa femminili', assai consunta; cinque piccole testine, 
egualmente corrose e danneggiate dall acqua; due frammenti di titoletti sepolcrali: 

A 

</ ■ K\\\-U 

/ I 

un frammento di bassorilievo, con parte di figura virile ignuda; due pesi in traver- 
tino di forma ellittica, uno di libbre cinque, l'altro di libbre tre. — ìironzo. Metii 
anteriore del braccio di statuetta, lunga m. ii,iil': cinque spilli; un ago da rete; 
varie monete ossidate. — Piombo. Un anforetta. a dm' inanichi, alta m. O.OO'i. — 
Terracotta. Due testine muliebri; uu piede votivo; due lucerne conniui: un bui- 
samario. — Osso. Tre .stili. 

Via Portuense. Negli sterri per il collettore dello acque urbane fuori di 
porta Portese sono state trovate due anfore in terracotta, una delle quali mancante 
delle anse : alcuni balsamarì e vasetti fittili comuni ; una lucerna rotonda senza or- 




REGIONE I. — 193 — POMPEI 

nati; un manico di lucerna, formato dal busto di Diana sopra nna mezzaluna; due 
piccoli balsamarì di vetro ; uno spillo in osso ; tre frammenti di capitelli in peperino. 

Via Tiburtina. Per la costruzione di nuovo celle sepolcrali sul Pincetlo al 

Campo Verano, sono stati ritrovati i seguenti oggetti : — Bronzo. Piccolo anello con 

castone rilevato nello stesso metallo; ago da rete, lungo m. 0,07, con doppia cruna e 

terminato superiormente a cerchietto ; frammento del fusto cilindrico di un candetabro, 

lungo m. 0,20, diam. 0,012. — O&&0. Cucchiaio, mancante quasi intieramente del 

manico. — Marmo. Lapide cimiteriale cristiana, che conserva parte dell'epitaffio: 

ì 
TASELVS IN PACE 

mi tó q-/ / 

~A~ 

Terracotta. — Arca sepolcrale, lunga m. 2,25 X 0,56 ; lucerna rotonda con ghirlanda 
a rilievo, e col bollo PALLAD; altra simile di terra rossa, senza ornati; altra oblunga 
con largo becco e col bollo: L FABRIC MAS. 

6. Gatti. 



Regione I (LAÌIUM ET CAMPANIA). 

VII. POMPEI — Giornale degli scavi redatto dagli assistenti. 

1-3 maggio. Fiu:ono ripresi i lavori nelle medesime località indicate il 30 aprile : 
e non avvennero scoperte. 

4-6 detto. Sono stati cominciati alcuni lavori di restauro a Porta Stabiana. 

7 detto. Gli operai della nettezza rinvennero : — Bronzo. Un sesterzio di Nerone 
col tipo del tempio di Giano, nel rovescio. — Terracotta. Una testina muliebre, 
alta m. 0,058. 

8-9 detto. Nou avvennero rinvenimenti. 

10 detto. Da uu operaio della nettezza fu rinvenuto: — Bronzo. Un asse di 
Augusto, coniato dal triumviro monetale Sex. Nonius Quinctilian{us). 

11-14 detto. Non avvennero scoperte. 

15 detto. Dagli operai della nettezza si rinvenne una moneta di bronzo irrico- 
noscibile. 

16 detto. Non si ebbero rinvenimenti. 

17 detto. Da un operaio addetto alla nettezza fu rinvenuto: — Bronzo. Una 
pinzetta, lunga m. 0,101. 

18-21 detto. Non avvennero scoperte. 

22 detto. Nello scavo al lato sud della Regione VIII, si trovò: — Bronzo. Un 
gancio della lunghezza di m. 0,09. 

2:^-24 Non avvennero scoperte. 

25 dotto. Proseguirono gli scavi nel lato sud della Eegione Vili. Si fecero ri- 
parazioni dello pareti nella casa n. 1, Reg. V, isola 2" e nella casa n. 10 delia 



TORNIMI'ARTE — 1JI4 — REGIONE IV. 

Reg. IX, isola 2*. Si rinvenne: — lìronio. Una coppa ili bilancia, con relativi anelli, 
in numero di quattro; diametro ni. 0,099. 
26-31 detto. Non avvennero scoperte. 



Regidnk IV (SAMXin.M KT SABINA). 
SABINI 

Vili. TORXniPARTE — Frammenti di epigrafi latine, riconosciuti 
nel territorio del comune. 

Avendo avuto notizia, die nel territorio di Torninipaite trovavansi sparsi qua 
e colà parecchi frammenti epigrafici latini, mi credei in dovere di rintracciarli, ed 
ho finora trovato i seguenti, non editi nel IX volume del C. I. L. 

1. Nel villaggio Casa Mascetti, murato in una parete della cantina di Tom- 
maso Legini. esiste un frammento di calcare, di m. 0.20X0.21. in cui. a bei carat- 
teri, leggesi: 

;'/S- L- F^ 

2. Sulla facciata occidentale della chiesuola consacrata a s. Pietro, presso 1 an- 
golo a sinistra, nel villaggio Piedi la Villa, è un frammento in calcare, di in. 0.22 X 
0,31, ore rimane: 




;<. Nella contrada Cnpelli, del villaggio !<. Nicola, sulla facciata meridionale del 
casale del sig. (ìiovanni Cipolloni, presso l'angolo a .sin. ed ali altezza di ni. I «lai 
suolo, è il frammento: 




I. Allo spigolo del cantone a .sin. della facciata della chiesuola di s. Tommaso, 
fuori Villa Piedi la Costa, è infisso un cippo frammentato, di m. 0,60X0,44, i 
quale offre: 

P M I C C I O N 
P L ERONI 

stveTivs 

ST H E P A N 



I 



REOIONK IV. — 195 — PIZZOLI, RAUNO 

Ho trovato inoltre, che l'iscrizione edita al n. 4.":ì.")0 del voi. IX, ('. I. L. non 
esiste più. Quella del n. 4351 è oggi posseduta da Paolo Micarelli; e di quella 
del n. 4857 avanza la metà soltanto, essendo stata la lapide adoperata per soglia 
di porta, nella frazione Colle s. Vito. 

N. Persicuetti. 



IX. PIZZOLI — .{Uri frammenti lapidari rinvenuti nelle frazioni 
comunali di Vallicella e s. Lorenzo. 

Nella facciata meridionale della casa di Serafino del /io, in Villa Vallicelhi, e 
precisamente circa m. 0,30 al disopra delia porta di ingresso, ho riconosciuto il se- 
guente resto di epigrafe sepolcrale, scolpito in calcare e di bei caratteri: 



C- APP 
C ■ L • ERCi 

N ■ F 



i'iico tempo la certo Domenico di Luca, scomponendu ulcnue macerie in un suo 
terreno, in contrada (Jona di Candelette, nel villaggio di s. Lorenzo, rinvenne il se- 
guente resto di epigrafe, in calcare : 

lA O • F E CÌÌ 



Nel pavimento, presso il focolare della casa di Maria di Cola, ho riconosciuto 
questo altro frammento di iscrizione, a grandi lettere, incise su lastra marmorea, e 
che mi si disse esser stato trovato, circa dieci anni sono, presso l'antiteatro dell'an- 
tica Amiterno: 

f0"» 




PAELIGNI 

X. RAIANo — Di una lapide iscritta scoperta nel territorio del 
comune. 

Nel territorio di Baiano, nella contrada s. Petronilla, verso la metà del monte 
e presso la fontana, nei poderi dei sigg. Lepore, si è rinvenuto un plinto di calcare, 
di m. 0,.">7 X 0,49 X 0,23. Sulla fronte è incisa l'epigrafe: 

L • TATIVS • L • F 

Dietro mio consiglio, la pietra è stata portata a Kaiano, ove conservasi presso 
i proprietari del fondo. 

A. De Nino. 
Classb'di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie 5', parte 2* 24 



BRINDISI 



— l'JtJ — 



KEUIUNK 11. 



REOIONK II Ll/'f^LlAJ. 

XI. i; lì! N DISI — Xuove epi</ra/i latine della necropoli roimna (ti 

Brindisi. 

Nel fondo De Marco-Monaco, di contro la località denoniinata Osanna (cf. No- 
tiiie lf'92 p. 2ó2, M\) sono tornati in luce parecchi altri frammenti di iscrizioni 
per lo più ì^epolcrali, incisi nella solita pietra del luo-^o. i quali verranno depositati 
nel Jliiseo municipale di s. Giovanni al Sepolcro. 

Di esse il solerte ispettore Nervegna mandò i calchi cartacei, dai quali si de- 
sumono le lezioni selcienti, confrontate pure con gli apografi die lo stesso ispettore 
trasse direttamente dagli originali. 

1 (33 X 25 X 24). Sia per lo spessore della lapide, sia per la grandezza delle 
lettere, l'iscrizione esce dall'ordine comune di questi titoli sepolcrali. 



^/ì. R W A 
^^V B I A R 1 



2 (:;;J X 22 A 14). 

jCOSVL^, 

kx ■ H -J 



:; (2Ó X 2ó X lo). 






PREP 



tenesti due frammenti potrebbero appartenere all' istessa iscrizione. 



I 11 1 - 12 X -1). 

vii 
SLIf 



.-, (Il X lil X 4 1). 

ys-c-L\^ 

\ M A ,G Vslvr ? 



fi (2') X 30 X 11). 

aCVT VS 
wa CISTER 



7 (47 X ];i X 7). 



L ARRVNi IVS 



llii due pe/.zi). 

«/•'rvn/ 

//VS 



9 (25 X 20 X G). 




REGIONE II. 



10 (0,30X0,25X0,06). 

fi) C L O D- 

ARFc 

/ 



7^ 



— 107 — 



BRINDISI 



IO''"* (0,48 X 0,26 X (J,0(J). 



b) ISALV 
W- VI- 
LLA 



li (11 X 21 X 7). 



LCO 

L-LQ 



12 (lil X2U X 11). 

'/. m. ,S 

.^r-CTHES 

VlII-M-IIIli 

'-^Vl•VLC' 



l:{ (19 X 32 X 9). 
C • FA/ 



APR 



ri 



14 lu due pezzi: 



LL-i-UKTVTsx- 
VAL-HS 



15 In due pezzi: 

IVLIAPLVÌBNA 
LYSy~ ~" 



Questo u. 15 è stato corretto: si riconosce 
chiaramente che prima era stato scritto: 
IVLIAORBNA. 



Ili (UX 9X 4). 



: v-ii A • c: 



17 (11 X20X9). 



18 (18 X 25 X 5). 



In 



BIENVS 

EROS 

H-S 



19 (31 X 19 X 7). 
V-A-X>l 



20 (ir, X 16 x;,). 



.'•L- N]| 



21 (25,X 21 X 8). 

C • O C T A V iV 
IVSTVS-V-A-Ih' 

-i^^svr///////- 



BRINDISI 



22 (36 X25 X 11). 



•-"ivSOPTATvS 



24 (10 X20X 7). 

oc r AVI >., 



— 1118 



REGIONE U. 



23 (23 X 30 X 1(1). 



/ V\'^A- 



PRIMVS 


mh 




MATR 


Vili • 





2r> In tre pezzi: 



VALXXXX* 
SEXTILIA- 
- VITALIA • 



2ti (18X21 X2 0- 



A • TERTIA 

\ S 



27 (27 X 22 X 12). 



//MIL///) 



28 (1.") X l;i X 4). 
VE^ER 



29 (28 X 27 X 12). 

/ c ■ vTtVl' 

(v • AL- VEt! 
N34-M <^ ■ P 



.ÌO (1.-. X 14 X 4 ••). 
^?QRIA 



31 (18 X 20 X 8). 



ZOS) 
e Y_RJ 



32 (Ifi X X 6). 






33 (12 X 21 X n^). 



34 (12 X 25 X 7). 



•A EC 

c- va! 

S// 



^ra| 

|COC| 



!T? 



REGIONE II. 



lOfì 



BRINDISI 



35 (9 X 12 X 5 i). 



ly 



36 (15 X 20 X 9). 



^TiAy 



37 (10 X 12 X 6). 
fCEIlii 



38 (15 X 8 X6i). 



39 (27 X 30 X 7). 



iOA . V • A LX ■ 1 



Kl (!t X 17 X 2). 

!l AN/ 
k • M j 



41 (19X18X 7). 
DVLH// 




12 (11 X 21 X5 1)- 



EIV 
ÌND 



43 (19 X 27 X 6). 

ieyr) 

MP| 



44 (10 X 10X9). 



45 (15 X 15 X 6 i). 



-Id (12 X 13 X 9). 

wIAO? 

(^A.L3^ 



47 (14X21 X3.V). 

Ia"^ 

aNCILÌ\| 



[•M-X1| 
■<JERE' 



48 (7 X Si X 4i). 



Q 



BRINDISI 



49 (10X8ÌX4;)- 



I •/ 



— 20(1 — 



RBGIONB 11. 



SO (12 X 18 X 9). 
LIX 



sJS 



-7 



,1 (Il X21 X6). 

ter' 



:,i (0 X HI ■ ti). 

ONIS 



r,:t (19 X BX 19). 
:..-, (11 X 9 i X 4 i). 

foìP 



.-,4 (Uix Uì X :>). 

H/ 



V 



.■>t5 (11 X20X6). 
RIA 



57 (12X11 X9). 
Ó9 (20X 12X 10). 

J V e r -K 

t.o (11 X22X8). 



58 (25X37X 11). 



\' 



SETRI^\ 



5ISTE j 
URINI) 



;i (14 X20 X5i). 

>f'SOLJ 
SI^l- 



(i2 (10 X 21 X ()). 

VS 
XI P 



e,:', (1.-. X 20X7). 



THAPSOS — 201 — •w;/.M 



(34 (9x71 X4). (35 (12 X 15 X 7). 

(30 (8 X 15 X 5 .\). (37 (14 X 9 X 7). 





KIT! 


68 


(12X74 X(3). 




A^^5'o\ 


70 


(18 X 12 X 8 4), 




w/N'BVS- 


72 


(28 X ti X (3). 




rXXÀVK. 




(39 (yj X 11 X 6). 

71 (15 X 11 X ()). 

73 (7 i X (3 X 2). 
TPlI 



D. Vaulieki. 



Sì CU A A. 

XII. THAPSOS (penisola di Maijuisi presso Siracusa). — Dalla tìnc di 
aprile ai primi di giugno venne esplorata la grande necropoli sicula di Thapsos, esplo- 
razione già debolmente tentata dal eh. prof. Cavallari. Risultò essere del 2" periodo 
siculo, con grandi sepolcri a iìóloc od a forno, in alcuni dei quali, per la prima volta 
si riconobbero ingressi con tentativi di decorazione architettonica, ed in altri, nell'in- 
terno, sostruzioni murarie che ci danno una genuina idea della tectonica sicula, sin 
(|ui sconosciuta. 

La suppellettile risponde esattamente a quella della necropoli di Cozzo Pantano 
(cf. Monumenti voi. II puntata 1='), ed è ricca sopratutto di vasi fittili. Si constatò 
anche la presenza di piccoli vasi micenei in parecchi sepolcri. 

I bronzi erano scarsissimi, perchè quasi tutte le tombe erano state depreihite 
nell'antichità. Qualche piccola perla di pastiglia sembra aricelo fenicio, importato. 

Di tutta vorrà pubblicata a suo tempo un'ampia relazione illustrata. 

P. Orsi. 



SBLINUNTE — 202 — SICILIA 



XIII. SKLINUNTK — Uelazione sommaria intorno agli scavi ese- 
guiti dal 1S87 al I89'J. 

L'ultima relazione defjli scavi fatti a Seliuuute è quella che compilata dal mio 
collega prof. Patricolo e da me {Notiiie 1888 p. 593) dà cooto dei lavori eseguiti 
sino alla primavera del 1887; a quel rapporto fa seguito una mia Relaiione sugli 
oggelii rinvenuti nei lavori esegniti u Selinuiile nell'inverno 1884-85, che è con- 
tinuazione di una precedente, relativa al 1883, inserita nelle Notiiie del 1884 
(ser. 4», Tol. I, pag. 39-50). 

Da quel tempo non è venuto più fuori alcuna pubblicazione ufficiale degli 
ulteriori scavi fatti a Selinunte, sebbene lavori di molta importanza vi si compissero, 
stante la giusta predilezione che il Ministero e il li. Commissario per le anti- 
chità di Sicilia, Principe di Scalea, hanno avuta per un posto di una importanza ecce- 
zionale, tanto riguardo allo studio dell'architettura greca, che a quello generale del- 
l'arte e della storia antica. Sarebbe qui fuor di proposito l'esporre le molteplici ca- 
gioni per le quali non si son potute compilare le relazioni generali, vivamente de- 
siderate dal Ministero: dirò soltanto che pel lato topografico ed architettonico si 
aveva il giusto desiderio di attendere il completamento dei lavori, sicché venisse 
fuori più chiaro lo studio di alcuni quesiti topografici e, spesso, l'ufficio non ben de- 
finito di alcime fabbriche; e pel lato poi dello studio degli oggetti rinvenuti, pareva 
e pare, a chi scrive miglior consiglio il disporre tutti gli oggetti secondo la forma 
loro, anziché dividerli secondo l'anno del rinvenimento, nel qual caso s'incorre in 
ripetizioni o in descrizioni monche o inesatte per necessità, dovendosi spesso atten- 
dere che esemplari più completi o più conservati facciano capire esattamente le forme 
di una terracotta o le lettere di un bollo figulino. Si aggiunga che lo studio di tante 
luigliaia di pezzi non era possibile senza che tutta la suppellettile fosse prima ordi- 
nata in locale adatto: il quale, pur troppo, non possedevasi nel Museo palermitano; 
sicché i miei sforzi si diressero anzitutto a procurare un'ampia sala coi mobili necessari; 
dei quali potendo oramai disporre, sono in grado, con la presente relazione, di dare 
un succinto ragguaglio complessivo del risultato degli scavi selinuntini dal 1885 in 
qua, notando solo i pezzi più notevoli, poiché in altro luogo spero di poter esporre, 
completamente e per categorie, tutta la suppellettile rinvenuta. 

A ben comprendere l'origine dei trovamenti, premetterò un breve cenno di tutti 
i lavori di scavo dal 188tì al presente giorno, estendendomi, per la parte topografica, 
alla campagna 1891-02, la cui direzione fu a me affidata. In quanto agli anni 1885-87 
sarà bene ripetere che i lavori, nel loro complesso, non ebbero per iscopo scavi de- 
terminati, perché dopo che fu conferita al prof. Patricolo la direzione tecnica e a 
me quella archeologica dei monumenti siciliani, credemmo di dover proporre al 
K. Commissario che. anzitutto, si sgombrassero le boscaglie che nascondevano e 
danneggiavano i monumenti, si verificasse lo stato di tutte quelle antichità e si di- 
sponesse un sistema di lavori, pel quale si rendesse possibile una larga e metodica 
esplorazione di tutta l'acropoli selinuntina e dei Propilei ad occidente del fiume, 
nella contrada Gaggera. 



SICILIA — 20y — SELINU.NTE 



188(i. Mar/", aprile e maggio. 

Scavi: — (i) iJancli-iiia dt^l porto (iVo//:/i\ 1886, p. lU4). //) Fortitica/ioni a nord 
dell'Acropoli : esterno della torre H e da questa al muro che unisce la torre M 
all'Acropoli, e) Sgombro di macerie e pulizia ai Propilei (Q) e in altri monumenti e 
nelle strade. 

Non tengo conto di ripuliinenti di poca importanza. Le fabbriche sono indicate 
con la nomenclatura stabilita nelle No//j/e del 1888, quando con nuove lettere fu 
proseguito il sistema del Serradifalco, ad evitare equivoci non infrequenti. 

Questi scavi non diedero origine a rinvenimenti di importanza; furono trovati i 
soliti frammenti di chiodi e di altri oggetti di bronzo, |)uiite di freccio e pezzi di 
vasi e di terrecotte con ornati a rilievo. 

1887. Maggio e giugno (XII) (')• 

a) Scavo della necropoli di Galera Bagliazzo (proprietà Castelli). //) liipulimento 
ai Propilei alla Gaggera (Q), e) Scavo della strada principale dell'Acropoli, da nord 
a sud. d) Sgombro del peribolo e del peristilio del tempio A. 

Della suppellettile rinvenuta nella necropoli Galera Bagliazzo in questo anno 
e nel seguente si è fatto un notamento a parte; gli oggetti pertanto si sono collo-, 
cati in vetrine separate, distinti tomba per tomba. 

Nel ripulimento b non si rinvennero che piccole terrecotte insignificanti. Nello 
scavo e, oltre le solite monete bizantine ed i frammenti di bronzo e di terracotta, 
venne fuori un grosso pezzo di grondaia con testa di leone. 

1888. Gennaio ed aprile (IX e XIII). 

a) Bipulimento della strada da E. ad 0. 

Scavi : — b) Muraglia e porta settentrionale, a destra e a sinistra ; strada da nord a 
sud. e) Lato occidentale e angolo sud-ovest del Tempio 0, d) Fortificazioni orien- 
tali fuori dell'Acropoli (ad oriente della porta originaria della muraglia settentrionale) 
e fortificazioni presso il così detto teatro. Corridoio da nord a sud. Rinvenimento di 
due porte, e) Suolo della gradinata e lati esterni della camera attigua ai Propilei. 
/). Saggi lungo la muraglia orientale dell' xVcropoli, pel rilevamento della pianta. 
g) Scavo della necropoli Galera-Bagliazzo, dal 20 marzo al 21 aprile. 

Sebbene i rinvenimenti piìi notevoli di quésto anno fossero fatti ai Propilei della 
necropoli, tuttavia noterò alcuni pezzi venuti fuori dai molteplici scavi di altri posti. 
Presso la torre M, in una porta rivolta alla parte di mezzogiorno, si trovarono gli 
avanzi del legno bruciato e della ferratura dell'imposta (IX, 420, 421). Abbiamo un 
certo numero di piastre di ferro con chiodi, larghe circa cent. 8 (ne ignoriamo la 

(') (J(iii questi iiuiiicri r.iiiiaiii Mum ilistiiid' ik/I Musco di l'iliriiiii le varii' |i;irtito ili n;,'i.'ctti 
1 l'iveiiii'iiti (la SelinnnU'. 

Ci.AssK DI SCIENZE MORALI ccc. — JIkmokik — Voi. II, Scrii' •ì", parte 2* 25 



SKiaNCNTH 



— 2U4 



SICILIA 



lunghezza ; ma uu frainineuto misura cent. óU). I chiodi più grandi, i quali sebbene 
uun compioti misurano tino a Itj cent., hanno una borchia circolare di un diametro 
dai C agli 8 cent. ; uno ha hi tostai in forma di losanga, come quelli che si rinven- 
gono talvolta nelle tombe. 

Un bel frammento di terracotta (IX. 40-J) credo che meriti una speciale consi- 
derazione per la singolaritìi della sua fattura, simile, per alcuni rispetti, a quella degli 
orli dei va.si con ornati a rilievo. Kra forse una base, lunga 42 cent., ma mentre 
nelle basi più piccole, altra volta tenute in conto di iurco/'ayi, le figure sono uiodel- 
late, qui invece il rilievo è tenuto tanto piatto da parere un disegno a contorno. La 
rappresentazione, ripetuta due volte, si compone di un gruppo di un guerriero, cui 
fanno seguito due cavalieri, aventi ognuno una coppia di cavalli ; sotto è una fascia 
con ornato a meandro, e tanto questa, quanto la fascia figurata, si ripeteva nei lati 
minori, senza, tuttavia, una esatta ricorrenza di linee. La fattura è arcaica molto 
accurata, e l'ondeggiamento delle linee, che dovrebbero essere orizzontali e la ripe- 
tizione dell'incisione mi pare che sieno la prova più evidente di quanto ebbi altra 
volta ad asserire, che cioè questi stampi fossero fatti facendo rotolare sulla creta 
una matrice a forma di cilindro (Vedi Nolisie 18B4, ser. 4", voi. 1, p. 41). 








Fio. 1. 



Sul suolo antico della via da nord a sud, il 24 marzo, si rinvenne una testa di 
iiiarnid (IX. 411) qui rappresuntata nella lig. 1. K grande al vem (dal vertice alla cstre- 
mitii del colio misura 2i) cent.), gravemente danneggiala nella parte anteriore, e ci fa rim- 
piangere la perdita di una importante scultura del V secolo, eseguita in marmo greco 
bianchissimo a gro.ssi cristalli, lo stesso adoperato nelle altre sculture selinuntine. Pare 
che i>er lungo tempo rimanesse esposta alle ingiurie degli uomini. 11 nas" è •li.'-trutlip. 
rotti 1 orecchio, la jiartc sinistra della barba e i capelli sulla fronte, e sciupati! la 



sirii.iA 



205 — 



SKLINUNTE 



superficie, in generale. Il lato destro, invece, conserva perfettamente il lavorio dei capelli, 
che, annodati in due lunghe trecce, cingono due volte la nuca con una disposizione fre- 
quente nell'arte arcaica, secondo può vedersi negli esempì citati dal Benndorf (Die 
Melopeu von Seliaunl, pag. 55, n. 2). Il tipo della testa e la disposizione generale dei 
capelli richiamano, a prima vista, la testa di Giove nella nota melopa selinuntina 
(Benndorf, o. cit. tav. Vili, Serriidifalco Aatichilà di Sicilia, voi. II. tav. XXXIII). 
La bocca qui è chiusa, mentre nella metopa, ad esprimere il senso di meraviglia, 
lascia vedere i denti; ma anche qui i baffi scendono ripiegati ad angolo. Le forme 
sono più larghe e tondeggianti di quel che non sieno nella metopa, dove scolpendosi 
nel tufo, si dava alla fattura una certa angolosità. 

Non tengo conto di altri piccoli oggetti rinvenuti; ma parrai meritevole di spe- 
ciale ricordo un frammento di ambra siciliana (IX, ;^24). trovato nello ncavo della 
strada da nord a sud. 




FiG. 2. 



Lo scavo ai Propilei della Gaggera, o Propilei Q (tig. 2), dimostra ancor più 
come in quel posto per ragione di culto si accumulasse una quantità di statuette votive 
e di lucerne, e come uno strato ricchissimo di avanzi provenisse da un trasporto allu- 
vionale derivante dalla necropoli sovrastante. Un pezzo di marmo (IX, 186) ha le lettere 
di stile più antico fin qui rinvenute a Selinunte (fig. 3). Questo frammento di base 
circolare ellittica col povero avanzo della parola («rA')®EKE, prova come nel pro- 
sieguo degli scavi sia da sperare il rinvenimento di amthemata arcaici ed impor- 
tanti per dimensioni e per materia. 

Singolare è stato il numero delle lucerne e delle figurine, per la più parte rotte, 
rinvenute nel suolo antico tanto della gradinata che dell'interno e dell'esterno della 
camera attigua all' ingresso. Le lucerne sono grossolane, senza vernice, e di dimen- 
sioni piccole, variando nella lunghezza da 5 a 11 centimetri. Di queste lucerne solo 
alcune si sono trasportate a Palermo, tutto il grosso della partita restò a Selinunte. 
Nel giornale degli scavi trovo partito di più centinaia rinvenute nello stesso giorno 
e un totale di più di mille e duecento. Più curiose son quelle a più becchi, delle 



SKI.1.NDNTK 



— JUIi 



.v/(7/.M 



([iiali si afri^iuiigi' i|iii un disegno (lell'eseniplaru st'fjnato IX, :!27 (liff. 4). l'ino u 
ci-utinaia ascende il mimerò delle terrecotte tij^iinite. delle (|iiali indico soltanto 
nlcnni tipi |iiii notevoli. 





Fio. 



Ki... 1. 



Diii' iiuisclieie arcaiche col lineo in testa ]>rr aiipendorsi (IX, 278 o 27!0- La 
prima con una specie di cuffia in capo, è specialmente notevole per le dimensioni 
(altezza 1!' cm.), per l'accurata fattura e pel tipo che non ha riscontro nella serie nu- 
merosa delle maschere selinnntiue. H singolare è pure una piccola placca (IX, 3G8) 
con una figura arcaica di Medusa, ritagliata per essere applicata ad uso di decora- 
zione, come si vede ancora da un buco presso il braccio sinistro. Nel fondo e nell'ala 
restano vestigia di uu colore rosso vivo. La statuetta muliebre con la colomba in 
mano forma una transizione fra il tipo orientale delle statuette di Afrodite e quello 
greco sviluppato, di cui quest'anno si è qui trovata una bella statuetta sedente (IX, 291) 
alta 37 cm., che è la più completa di quante se ne posseggano dal Museo palermi- 
tano, dove pure ne abbondano i frammenti e massime le teste. Pregevoli per tinezza 
di modellatura sono il grosso franmiento di figura muliebre con un bocciuolo nella destra 
(IX, 293) già dipinta, almeno nel panneggio, con una tinta rosso cupo e i frammenti 
di lastre con bassorilievi (IX, 396Ì di squisita esecuzione (fìg. '), fi). Da applicare, ma 





l'io. fi. 



non in superficie interamente piana, era la elegante vittoria a bassorilievo (IX, 120) 
che è ritagliata e con un buco nell'ala. La testa col saccos, al quale è aggiunta una 
larga fascia (IX. 'l'AW. '<• Moti'vnlr p^l nuiin'ni «b'il.' repliche (se ne hanno circa ses- 



SICILIA — L;U7 — SEUNUNTE 




santa). Importante è il l'atto clie il culto di questo santuario funebre sia continuato 
in tempi cristiani antichi, alla (juale epoca ò da attribuirsi la costruzione rinvenuta 
più in alto. Qui, dentro la caiuora attillila all' ingresso o nell'angolo esterno nord-ove.'^t, 
sul suolo arclieologico, si rinvennero alquante lucerne di una fattura diversa dalla 
classica, con ornati a cerchi e puntini rilevati (IX, 141) o con palmette (IX, 104) e 
alcune, a dirittura, con segni cristiani, cioè col monogramma costantiniano (fig. 7) e col 
pesce (IX, 84, 142). E allo stesso periodo è da riportare un capitello forinzio di marmo 
(IX, 144) alto 10 cent., rinvenuto nell' interno della detta stanza; 
trovamenti tutti che corrispondono con la presenza di monete di bronzo 
del basso impero. Strano impasto di avanzi, dove non mancano i fram- 
menti di vasi arcaici a figuro nere, i vetri fenici a colore e una bella, 
ma piccola punta di lancia in bronzo (IX, ;i50) di 2U cent, di lunghezza. 
Una scure di bronzo (IX, 322) molto ben fatta, è a dirittura un gio- 
cattolo (misura 00 mm. di lunghezza). Anche pregevole per fattura e 
per completezza è un campanellino emisferico di bronzo (IX, 47), or- 
nato di cerchi incisi e fornito del battaglio in ferro ; ha un diametro di mm. 30. Fra 
le monete di bronzo, elio sono sempre ossidate in modo orribile, è, per rara ecce- 
zione, ben conservato un esemplare della moneta siracusana di re Gerone II, con la 
testa di Nettuno nel dritto e il tridente nel rovescio, sulla quale moneta i Romani 
stamparono il sestante con la testa di Mercurio e la prua di nave ; riconio non infre- 
quente, ma di ricordo storico importante a dimostrare come i conquistatori accettas- 
sero la monetazione esistente al momento della conquista, pur distruggendone il tipo. 

1880. Marzo, aprile, maggio (XIV. XV. XVI). 

a) Fortificazioni settentrionali dell'Acropoli, presso la porta centrale e presso 
la porta occidentale dal lato del Selinus. f>) Necropoli di Galera Bagliazzo. e) Propilei 
alla Gaggera dalla parte occidentale e meridionale e nell'editìzio scoperto ad occidente 
dei Propilei stessi. 

Dei trovamenti fatti nell'Acropoli merita speciale ricordo la ferratura di una 
porta, che insieme ad avanzi di legno bruciato si trovò nella porta a mezzogiorno 
della torre H in direzione da est ad ovest. Sono frammenti di piastre, simili a quelle 
rinvenute l'anno precedente nella porta vicina e chiodi ancor più grossi con una 
borchia ciie ha da 8 a 9 cent, di diametro. Un pezzo di piastra ricurvata e traver- 
sata da un chiodo ci mostra che lo spessore della imposta doveva essere di un 7 cen- 
timetri, sebbene la ripiegatura di un grosso chiodo ci dà un maggior spessore (14 cent, 
circa), forse perchè lì coirispondeva l'intelaiatura della porta. Si rinvennero parimenti 
due grossi anelli dei cardini. • 

Ai Propilei continuarono le numeroso scoperte di terrecotte. 

Per avere un'idea del numero rilevante di quegli avanzi, tolgo questa semplice 
enumerazione di cifre dal giornale degli scavi. 

Delle solite lucerne: — 304 al 21 marzo; 180 al 27 marzo; 378 al 28 marzo; 
su al ].') aprile; 1U8 al 18 aprile. 



SBLIKUNTE 



— 208 — S;t7J!./;4 



E sotto la data del 13 maggio si registrano: — 148 statuette sedenti; 77 sta- 
tuette in piedi; 924 testine e busti muliebri. 

Delle tisurine di carattere orientale (latte di ereta per lo più rossa con pagliuzze 
piccolissime luccicanti a color di oro) troviamo una bella tìi,'urii muliebre in piedi a 
forma di vaso (XV, 172) tenente una colomba, con tracce di colore rosso vivo: un'altra 
ligura muliebre sedente con la colomba e tracce di pittura: una figura ermafrodita 
accoccolata (XV, 280): un'estremit;"! di vaso a forma di figura (XV, 78), come quella 
riportata più sopra, ma con questa peculiarità di una testa bifronte; altro vaso a 
forma di uccello con testa di donna. Delle figure muliebri arcaiche ima rappresenta 
il tipo rudimentale delle figure sedenti; un'altra più grande ha i buchi per riportarvi 
le braccia, e dietro, un grande N bone inciso; ed un'ultima ha una collana con Aulle 
e mezze lune. La figura appartiene ad un tipo più frequente a Sclinunte nelle figure 
sedenti. Uara è pure la figura che tiene sulle ginocchia un bambino (XV, 157). 

Nello stile più progredito è singolai-e la figura muliebre vestita di doppio chi- 
tone e le mani avvicmate al petto con la punta delle dita in su. figurina che si ripete 
in diverso grandezze. Di arte ancor più sviluppata ò il grande frammento della parte 
superiore di una figura muliebre (XV, 48), che aveva sulla mano sinistra, alzata, mi 
disco con oggetti (frutta e piccole torte) ; il braccio destro era conficcato in un buco. 

Di lastre con bassirilievi si hanno due piccoli frammenti, ma non dispregevoli; 
una testa di Medusa e vm avanzo di braccio che afferra il braccio • destro di una 
fio-ura coperta di un chitone a corta manica. Como prodotto di un' industria diversa 
merita ricordo la figmùna con testa di animale (XV, 240), e avanzi di genitali presso 
la base. La figurimi è fatta interamente a mano senza l'aiuto di forme. 

Parimenti a mano libera è eseguita la grande maschera al vero (XV, 205) rin- 
venuta chiusa fra quattro tegole, a due metri a nord dell'ara, diversa, per dimensioni 
e per fattura, dall'altre terrecotte di Selinunte. Rappresenta una faccia imberbe, coi 
capelli a forma di scanalatura (forma propria delle figuline arcaiche). In giro al collo è 
una serie di buchi ; nelle pupille è un vuoto, certamente per incastrarvi un corpo estraneo. 

Piccoli frammenti di marmo, come un piede (XV, 182) ci danno sempre da 
sperare che più in su abbia a trovarsi qualche scultura di dimensioni importanti. 
Fra le piccole mi paiono degne di considerazione due statuette rinvenute nel pozzo 
avanti al monumento, perchè la prima, che rappresenta una figurina muliebre sedente, 
alta cent. 21, mancante della parte inferiore, e tenente nella destra un frutto (XV, 237) 
riproduce in marmo i tipi delle statuette di terracotta ; mentre la seconda (XV, 238) 
fuori dei tipi soliti, rappresenta una donna recumbcnte col corpo piegato in atto di 
appoggiarsi sulle braccia (fig, 8). Pare come se fosse una figura collocata in un 
frontone triangolare; e malgrado la scorrezione dell'insieme, richiama alla mente le 
figure giacenti del frontone occidentale di Olimpia, di «jueU'Olinii.ia cos'i strettamente 
legata, per arte, a Selinunte. 

Ma il trovamento più importante, fatto in questo posto, fu quello di una iscrizione 
greca in quattro righe (fig. 9), rinvenuta add'i 13 aprile (') E scolpita in una base di 

(1} V. rutriclo iiillr Aolitie 1880, j.. 251. 



SICILIA 



209 



SELINUNTE 



tufo, decorata pou una cornicetta, mancante della parte inferiore e rotta in varie 
scheggi e, che si sono diligentemente messo iusieme. La base misura m. 50 X 4o. 
riscrizioue scolpita a lettere di 2 cent, di altezza, molto accuratamente, si conserva 
nitida, meno in qualche posto in cui il terriccio si è attaccato al tufo, o si trovi qualche 
frego per urto accidentale. Tuttavia è da notare che di proposito, e molto irregolar- 




Fkì. s. 



mente, vi fu aggiunto un P capovolto, che dal secondo A del primo rigo va ad incon- 
trare il secondo E del secondo rigo. 

Lo stile delle lettere, ad eccezione della llwla e del ])lu, richiama quello della 
grande iscrizione selinuntina rinvenuta nel più grande dei templi, pubblicata le tante 
volte e recentemente nella raccolta del Bechtel {Sammlung d. grieck. Dialekl-Iu- 
schrifteii. III, p. 26, n. 3046). Solo è da notare che qui la theta ha un semplice 
punto nel centro, come un punto hanno pure tutti gli O, non che il /j/ì/ del terzo 



% % V'AMBI t "f tJlLè 



FiG. 9. 



rigo. E con la massima delle iscrizioni selinuntiue si accorda puro la presento per 
l'epiteto di Mu/ocfógoc dato a Demeter, epiteto noto soltanto per un' indicazione di 
Pausania (I, 44, 3). Non è chiaro qual fosse l'oggetto dedicato a Maloforo da T/u'ul/oa 
figliuolo di Pifrrhlas (nomi ambidue noti, sebbene il primo non, come (jui. nella 
forma dorica, ma nella forma comune (•it'aXko.: (cfr. Pape, Worlcrh. dcr grìcch. Eigca- 
namen), perchè la parola C \' (* A N dà luogo a qualche ambiguità a cagione della 



SKUNUNTB — 210 — ynll.lA 



prima lettera, che ha la forma di un E. Ma il tratto medio orizzontale pare ohe non 
sia oriffinario. e por questo e perchè la parola EVRAN non avrebbe senso plausii- 
hile, credo che debba piuttosto riconoscersi in principio nn diiiamina e però mia 
parola VRAN. 

Che questa voce possa mettersi in rapporto con vqov registrato da Ksichio come 
equivalente di ain'ioi, alveare? L'ultima parola va letta senza dubbio ENPEA A(AEN| 
restando qualche traccia dell'ultime tre lettere. 

La forma dell'incavo, scolpito nel piano superiore della base cin ima profondità 
di 4 cent., accenna alla collocazione di un oggetto specialissimo (e non certo di una 
statua), massime se si tien conto dell.i direzione dell'incavo rispetto alla fronte, 
iscritta, che è la meno larga. 

1890. Marzo, aprile e maggio (XVII). 

a) Scavo del corridoio coperto a nord-ovest, della muraglia e del corridoio a 
nord dell'Acropoli. //) Sterro della muraglia occidentale e sgombro delle due torri di 
quel lato e della parte nord della torre circolare H. 

Come in tutti gli sgombri di muraglie, anche in questo non si sarebbero tro- 
vati che frammenti di poca importanza, se per sorte non si fosse rinvenuta al 25 
marzo, fra i materiali da costruzione, avanti il vano settentrionale del lato occiden- 
tale della muraglia, la piccola metopa (XVII, 1) di tinissima esecuzione, la quale 
fu pubblicata dal prof. Patricolo (Di una nuova metopa selinundna nei Monumeali 
antichi voi. I. 1800), nonché due pezzi di tufo, con avanzi di iscrizione, riferiti 
pure nella detta Memoria. 

1891. Febbraio, marzo, aprile e maggio (XVIII),. 

n) Scavo nel tempio D. b) Saggi nel tempio di Apollo ((?). e) Scavo nella strada 
da nord a sud, ad ovest del tempio D. d) Scavo nel lato nord delle fortificazioni e 
nel corridoio. 




Fio. 10. 



Un pezzo solo merita di essere notato fra i soliti piccoli fiammenti rinvenuti 
negli scavi di quest'anno. K un grosso ciottolo del peso di gr. l,8r>(). che porta scol- 
pite le lettere DEKA (lig. IO) di bella forma arcaica, e trovossi nel collocare la ferrovia 
lungo la strada antica da nord a sud. Kvidentemente avremmo avuto in questo pezzo 
un peso greco del quinto secolo ; ma nel suo stato presente è inutile far congetture, 
essendo che la rottura non lascia neanche sospettare quanta parte possa mancare. 



sirii.lA 



— Jll 



SELINDNTE 



Perduto rosi il valore metrologico, qunsti) pozzo non lascia di ossero molto pregevole 
come dnciiiiiento paloogratico e come piova dell'uso fatto anche a Seliuimto di pesi di 
pietra. 

Nello scavo delia graudc via da nord a sud è veiiutu fuori un piccolo ripostiglio 
di 25 monete d'argento campane, di buona conservazione, ma fortemente ossidate, col 
noto tipo della testa imberbe bifronte nel dritto e la quadriga e l'iscrizione ROMANO, 
incusa, nel rovescio. Venti sono del maggior modulo e sei del minore, oltre ad alcuni 
frammenti. Il fatto di questo rinvenimento non è senza importanza, ove si consideri 
che altra volta si era già assicurato che a Selinunte non si fossero mai trovate mo- 
nete romane, e ove si pensi al ricordo dei numerosi mercenari campani che guerreg- 
giarono in Sicilia. 

1892. Febbraio, marzo, aprile e maggio (XIX). 

Col grandioso lavoro compiuto in questa primavera io mi proposi di sgombrare 
tutta la parte nord-est fuori della muraglia settentrionale dell'Acropoli, per mettere a 
giorno il sistema delle opere avanzate e l'accesso all'Acropoli da questa parte, dove 




■SCA\T DEL 1332 
I^uri su roccia^ 
Muri su ierra. 
Scavi precedcnli. 



3uni*''ji 



FlG. 11. 



doveva essere il maggiore traffico, essendoché quivi si trovi la sola comunicazione 
col porto e con la città. La vigilanza degli scavi fu afìidata airassi,«tente sig. Mi- 
chele (iioiré; l'ingegnere sig. Francesco Valenti rilevò negli ultimi giorni la pianta, 
Classk di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. II, Serie 5", parte 2' 20 



SELINDNTE 



— 212 — 



SICILIA 



che e qui rìprudotta (tig. Il), la quale mostra come ìu seguito ad un ingente sgombro di 
materiali si riuscisse a mettere allo scoperto il muro settentrionale dell Acropoli e girando 
esteriorinentt' il cosi dotto teatro (torre J/). si scoprisse una serie di muri, che com- 
pletavano il singolare sisteuia di fortilicazioiiu poste all'ingresso dell'Acropoli seli- 
nuntina, o si aggiunsero, in età più tarda, a protezione delle antiche opere di difesa. 
Ulteriori scavi mostreranno il vero ufficio di alcune delle scoperto, diverse per 
epttca e per sistema costruttivo. Por questo ed anche per la mancanza di una pianta 




Fi.;. 12. 



degli scavi precedenti, devo di necessità limitarmi a considerare isolatamente i risul- 
tati dello acavo di quest'anno. In (luelli precedenti non posi mano, .salvo che a 
rinettare esternamente la torre M, della quale venne fuori la risega di base. 
Il primo e importante risultato e stato lo scorrimento del muro originario del- 



SICILIA — 213 — SELINUVTE 

l'Acropoli, degno, per la bellezza della sua fattura, di stare a paro con le migliori 
fabbriche selinuntine e superiore per conservazione e per qualità di pietra, agli altri 
tratti scoverti all'estremità occidentale della fronte nord e nella fronte occidentale 
prossima a questa (fig. 17). 

Il tratto ora scavato va per una lunghezza di più di cinquanta metri, da ovest 
ad est, cioè dalla torre aggiunta alla muraglia di faccia al corridoio che va alla 
torre .V, sino all'angolo nord-est dell'Acropoli. In questo angolo dovetti arrestare il 
lavoro, essendo che in quel posto la muraglia, squarciatasi, si precipita in fuori, di 
modo che prima di togliere esternamente la terra, bisognerà smontare e rimettere a 
piombo un tratto di muro. La fig. 12 qui annessa mostra la struttura tanto dei 
filari superiori, già visibili, quanto della parte inferiore intatta, scoverta soltanto adesso ; 
la quale è tanto più importante, in quanto che gli studiosi delle antichità selinuntine 
sono caduti spesso in inesattezze intorno alla struttura di questo muro e alla sua pianta, 
poiché limitarono le loro indagini ai soli filari superiori rimaneggiati e spostati. Per- 
tanto si vede ora che questa muraglia aveva principio con una risega, la quale se- 
guiva, con una serie di spezzature a scalini, l'inclinazione notevole del terreno e spor- 
geva irregolarmente, ma, per lo più, di 1(3 centimetri. A quella risega ne seguiva 
un'altra di una sporgenza variabile da 8 a 3 centimerri. I filari poi sovrastanti 
sono di pezzi di una altezza da m. 0,3G a m. 0,37 '/ji e di una lunghezza che varia 
da m. 1,47 a m. 0,80, posti per lo più per lungo; nei filari superiori, invece, sono 
più frequenti i pezzi messi per punta. All'estremità presso la torre, sui filari antichi 
della parte inferiore, sono sovrapposti restauri con blocchi alti 53 centimetri e lunghi 
irregolarmente, come quelli della torre adiacente. 

I pezzi della costruzione primitiva, squadrati con ogni cura, liauno una smussa- 
tura nello spigolo superiore per far sì che la pressione del filare sovrastante non 
avesse a danneggiarlo : tanta gelosa attenzione si usava dai Selinuntini anche in grandi 
muraglie di cinta. 

Le altre fabbriche sono ben lungi dall'avere lo stesso merito di struttura, ma 
sono importanti per altre ragioni storiche e tecniche. Come è noto, questa parte del- 
l'acropoli di Selinunte rivolta a settentrione e però allo stesso livello dell'altipiano 
dove si crede che sorgesse la città, fu afforzata con rilevanti opere di fortificazione 
tosto dopo la distruzione della città (409 a. (J.). 

È indubitato che queste opere, le quali hanno tanti luiuti di analogia con quelle 
del forte siracusano dell'Eurialo, fossero fatte dal siracusano Ermocrate; altre di fatttura 
grossolana senza fondazioni e con massi malamente accatastati, sono da attribuire ad 
età più tarda. 

Nella pianta annessa si son segnate con semplici linee le mura scavate precedente- 
mente, con un tratteggio più scuro quelle che fondano sulla roccia, e con un trat- 
teggio più chiaro quelle piantate sulla terra. 

Delle prime, che comprendono princi]ialmente la torre ,1/, io non ilevo oc- 
cuparmi; delle seconde dirò che si scavò un tratto (ria) il (|ua!e passando sotto 
alla torre è, di certo, avanzo delle primitive opere di rortilicazionc e però di una 
grande importanza si(!Come uu'opei'a che accenn;i ad un Ii'ommic tra l'.Vcropoli e l'ai- 



SKLINUNTE 



— 214 — 



SCILI A 



tipiauo detto della cittì», o almoiio a diiosf anteriori a quelle di Krinocratu: è ro- 
stniito con due fila di conci esternaiiieute, e nell'interno con pezzi messi per lungo 
(incatenati i|u:iltiu' vidtii) e con un rieinpinit-ntu di pietn- e terra. Ma sventuratamente 
i|Uet;to munì, passala la trinrca //. cuntinua con io .■spessore di ui. l.M, ma di una 
co.stnizione di pezzi messi pi-r punta e per lun^o. cmi Irammeuti di terre colt* an- 
tiche, po^'jjiata sul banco di sabbia, sicché la sua ulteriore esplorazione potrà imiHU- 
tan- per lo studio delle tiusCormazioni di questo sistema di difese. 




Fi.:, m. 



Sinffolare scoperta è stata quella della trincea li in curva coi suoi passjuj<ji for- 
tificati /l'.V. La trincea, lar^'a da m. 2..')(l a m. ;>,.")(» nella parte inferiore, è tagliata 
nella roccia, con pareti a scarpa, ed ( ni forse chiusa al suo sbocco, per quanto se m- 
può dedurre, da un cumulo di pietre trovate li juesso. Il pa.ssaggio /i è rappresen- 
tato chiaramente dalle q\ii unite ligure (lig. l;<, l:{«), ed è notevole che queste forti- 
ficazioni si'liniiiitine, dopo di averci mostrato un lungo uso dell'arco semicircolare in 
fabbriche greche ('). ora ci danno vani chiusi a filari rientranti come nelle antichissime 
eustruzioui di Tirinto. 

(■) Hai iiciii •'■ iftìtn iitililù il rii-iifditre c)i<> iknrlie all'Kiiriulu sir.icUKano. in una visita fattavi 
iiikieiue al pruf. l'utricyl". trovaimii» pezzi coii simili .-inlii Hcrnicirculari (jS'oluif l.'sbl», pag. ìli)). 



SICILIA 



215 — 



SEMNONTE 



Questo passaggio (al quale furono più tardi aggiunte, e di fabbrica molto pre- 
caria, un iiiiiiii di eliiusura e toinpagnature) era, naturalmente, chiuso con lastroni al 
livello della campagna e difeso aucora da una sopraediticazione, cui appartenevano di 
certo i massi caduti. Seguendo la curva della trincea, s'incontra un altro passaggio 
simile a questo (S), che non si è potuto scavare e che, di certo, immetteva nella 
galleria sottostante al munì settentrionale dell'Acropoli. 

Postoriori, e di struttura più che negletta, sono tutti gli altri muri scavati in 
questo anno; i quali, nel complesso, pare che sorgessero per maggiormente difendere 
le fabbriche antiche, massime quando la terra accumulatasi con l'andare dei secoli 
aveva mutato le condizioni del livello. 










5 melri 



Vu. i:'. «. 



Più notevole è il muro quasi parallelo alla fronte del muro di cinta dell'Acropoli, 
costruito sulla sabbia con massi situati per lungo e per punta, e dal quale si partono 
alcuni muri traversi clic suddividono quel recinto in dieci vani, limitati a mezzogiorno 
(la un muretto che serve di canale alle acque. Nell'ultimo ripiano si riuveune un 
jiozzo con acqua, rivestito di anelli di terra cotta; se ne contano otto i'uori dcll'aciiua. 
del diaiiKd.ro di cm. (j;-!, od hanno i soliti Imclii per mettervi i piedi. 

Nel posto segnato 4 si rinvciincro statuette; di terra cotta. Il muro nella sua 
parte bassa accenna a curvarsi, seguendo l'angolo nord-estdell'Acropoli, ma che questo 
recinto non fosse un corridoio di accesso è provato dalla forma sua stessa e dal dis- 
livello rispetto alla piccola porticina presso l'angolo della torre, la cui fronte orientale, 
scavatasi ora, ,sorg(i su ili una triplice risega. Continuandosi lo scavo dalla parte 
orientale potrà aversi un criterio più jireinso sul modo col quale entravasi irniuesti 
ambienti, il cui ullicio doveva pur aver raiijiorto con la ciistoilia di'llc mura. 



sei.im:nte 



— 21(; — 



siriijA 



Tutte K- muraglia in giro e in prossìiuitìi della torre M sono fatte di piccole 
pietre e terra, ad eccezione del tratto e e, messo insieme con grossi pezzi aiiticlii. 
Dentro di questo reeinto. al posto segnato 5, furono rinvenute le tre metope. 
Il- quali erano adoperai*- per pavimento, colla farcia scolpita all'ingiii. I due muri 
// t^ l/y '^'^■' piantati sulla terra a più dì due metri di alte/za dal piano della risega 
iul'erioit' della torre. A nord di questa restano gli avanzi di alquante povere casette 
labliricate con frammenti antichi di ogni genere. Ancora piìr a nord, al di là della 
triui'ea, si sono rinvenuti due pozzi: quello inferiore (2) senza rivestimento, l'altro (;{) 
con sei anelli di terra cotta fuori dell'acqua, che è profonda m. 1,20. 

K (|ni dovrei intrattenermi dei pezzi architettonici di ogni genere rinvenuti o spar>i 
nel suolo o adoperati nelle falibriche. Sono colonne spaccate, capitelli, spesso segati a 
metà, di tipi e di dimensioni diverse, pezzi di trabeazione e altri frammenti diversi di 
di l'ditìzi antichi, manomessi nella furia dell'improvvisare nuove fortificazioni. Pur- 




IlG. Il 



troppo qut'gli avanzi non appartengcmo ad un solo edificio, e per(^ in tanta farragine 
con\ieni' attendere, che ultimato lo sgombro delle fortilicazioni, possano farsi tentativi 
più fondati di ric.o.^tituire (juelle inembra >parse. Degno di nota è un pezzo di tra- 
beazione dorica (lungo m. l.lii). nd (jinile lu incavato poi uno di (| negli archi carat- 
teristici a tutto sesto; un grande frammento di capitello ionico con .stucco bianco e 
un |)ilasfro molto rastremato, decorato da tre facce (wn ima trabeazione dorica, ri- 
co|iertn dì stucco, della larghezza nuis>ìma dì cui. ìt.ì. 



mriUA 



— 1217 



SELINUNTE 



La campagrna di quest'anno fu favorita dalla sorte con iscoperte di oggetti di 
prima importanza, come le tre metope arcaiche, dello quali ho fatto speciale pubbli- 
cazione nei Monumenli Amichi (voi. 1. p. ITi? segg.). 

Il posto preciso del rinvtniiuiento è sognato col nuiiiero '> nella pianta .superior- 
mente data (tig. 11), alla quale .serve di completamento la vcdutina (tig. 11), che 
mostra il recinto in cui fu fatta la scoperta. Aggiungerò (jui un cenno degli splen- 
didi pezzi di decorazioni architettoniche di terra cotta dipinta, i più grandi che si 
siano trovati da noi, e chu furono rinvenuti presso un muretto segnato in pianta col 
n. 6, al di là della trincea a nord della torre M. Due pezzi sono rivestimenti di ijeiso, 
diversi nella decorazione della treccia (fig. 15, 15a, 16, I6a); il più conservato (tig. Ki) 
è lungo 93 cm. e largo 69 ; nel centro e verso le estremità mostra due buchi di 
mm. 17 di diametro, per fissare il pezzo con Taiuto dei chiodi. Il pezzo di sima, 
rotto alquanto nell'estremità superiore (tig. 17, 17«), è completo nella sua lunghezza 
di cm. 95, compreso il dente che s'incavalcava dall'uno e dall'altro lato coi pezzi 
seguenti. 




KlG. Itju. 



Fio. 17. 



l'iG. ila. 



(Ini abbiamo vere e prop.ie grondaie a l'orma di un grosso imbuto, del diametro 
di 11 cm. circa, mentre tìn qui non avevamo trovato a Selinuute che un solo fram- 
mento, ed isolato, di grondaia di terracotta di un piccolissimo diametro (cfr, Notizie 
1882, ser. 3% voi. X, p. 467; ib. 1884, ser. 4", voi. I, p. 48 tav. III). 

Il processo della pittura di ipiesti pezzi è, al solito, con rosso e nero soprapposti 
ad un fondo giallastro; ma questi esemplari hanno il pregio di completare, in modo 
indubl)io, tanto la decorazione che la l'orma di (|uesti rivestimenti, ricostruiti fin qui 



SEI.lNl'NTK 



— -Jis — 



Siriu A 



ila semplici fraiumanti nelle pubblicazioni anteriori dei signori Doipleld, (Jiiibor. 
Horrmann e .Siebold (l/eher die Vcrwetiduiig i>oa TerrakoUen um Geisoti und Uacke 
ijrierkischer lìauwerke. Berlin, 1881). 

Scarsi, come sempre, sono stati i piccoli ofrgetti rinvoiiuli nello s^'onibio delle 
fortificazioni, ma luirc non privi di pre},'io. V. singolare un disco di bronzo (XIX, I) 
del diametro di Vó cm., al quale è soprappesi i un'altra lamina di bronzo, ritagliata 
con una figura di ippogrifo, dal cui dorso esco una testa e un collo di animale, 
come nella dhimera (tig. IS). 




Fk;. 18. 



Di hninzo si i' rinvenuta un jiìcckId falln (XIX. i'><>l. 

Un piccolo frammento in marmo di pollice di piede (XIX, BH) ci fa rimpian- 
gere la perdita di una bella statua. In terracotta abbiamo avuto : una statuetta se- 
dente (XIX, 46) di buono stile, sebbene con lo braccia aderenti ancora al coi-po. di 




Kir.. I!'. 



un tipo molto rrt'<|uent* a Selinunte (fig. HO. Ma questo esemplare ha una particolarità 
curio.sa. in questo genere di terrecotte: tracce di colore azzurro e rossso in vari punti del 
chitone, nel petto, nelle ginocchia e nell'orlo inferiore. Sono piccole tracce, ma sicu- 



SICILIA 



— 210 



SKI.INUNTE 



rissime, quantunque il colore disgregato vada cadendo senza che possa mettervis' 
riparo. 

Si rinvenne pure : — Parte inferiore di una statuetta di Afrodite sedente con 
la colomba in seno (XIX 152), siiiiile a quella ricordata più sopra. Una testina di 
donna di bello stile, con colore rosso nei capelli e il resto preparato in bianco (XIX, 75). 
Un frammento di figura muliebre sedente, con una striscia di color rosso vivo 
(XIX lti2). 




FiG. 20. 



Ben fortunata è da stimarsi la scoperta fatta al lato settentrionale della torre M, 
di alquanti pezzi di terracotta (XIX, 82) i quali, messi insieme, ci hanno data qu;isi 
completa una singolare vasca con piede, e con bassorilievi intorno all'orlo (fig. 20), e cosi 
la soluzione di un enigma riguardo alla destinazione di certi orli di vaso propri 
della Sicilia, dei quali ragionò a lungo il Kekulé (Die TermcoNeu uo,/ Siciliea, 
pag. 50 segg.) pubblicando molti disegni di quei bassorilievi, rinvenuti in pezzi molto 
frammentati. 

Nella mia relazione del 1883, [Nat. 1884, ser. A^, voi. I, p. 32), con l'aiuto di grandi 
frammenti, rinvenuti allora, potei accertare che quei bassorilievi non fossero appartenuti 
ad orli di vasi, ma bensì a grandi dischi, leggermente concavi e del diametro di m. 0,08. 

Dagli scavi del 1882 viene ora intera la forma di un rrtQiQÒuvxi^Qiov, alto 47 cm., 
formato da una base circolare con una colonna vuota (è fornita anche di un buco 
per agevolare la cottura della creta), sulla quale è fissato il disco, che ha appunto 
il diametro di m. 0,68 da me provisto. La rappresentazione stampata in giro è la 
solita dello Nereidi con le armi di Achille, ma ditferisce da quelle già pubblicato 
dal Bonndorf, dal Kekulé e da me, in quanto che le figure, invece di essere rivolte 
a destra, vanno tutto verso sinistra. Riguardo, poi, alla destinazione di questo uten- 
sile, mi riservo di ragionarne di proposito col sussidio di altri monumenti ; e però 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — WA. II, Serie 5°, parte 2" 27 



SOROOSO 22U — SAHDISIA 



le espressioni qui adoperate di vasca e di TtQi^^ctiiì'Qior valgano solo in modo ge- 
nerico ad indicarne la forma dell'oggetto. 

1894 

Furono concentrati i lavori in un sol pimto e dove, senza rimuovere grandi massi 
si poteva esser certi di una larga copia di trovamenti. Pertanto feci scavare al di là del 
Selinos, a Monte dei Propilei Q, liberando per intero, internamente ed e:<ternaniente, 
una fabbrica singolare di cui non isi-orgevan.si in pianta, che le sole mura perimetrali. 
A que?to edilizio, che pur essendo privo di peristilio ha tutti i caratteri di un tempio, ho 
attribuito la lettera distintiva T. Dalle piante ora rilevate si vedranno i particolari di 
questa costnizione e gli avanzi di un'altra fabbrica preesistente; per ora accennerò 
soltanto ai felici trovamenti ottenuti di vat^i, lucerne, ligurine di terra cotta, pezzi di 
bronzo e di vetro sparsi con una ricchezza fenomenale tanto dentro che fuori dell'edi- 
lizio. Basterà dire che le sole lucerne rifiutate e però lasciate a Selinunte in magaz- 
zino, ascendono a undici mila e ottantanove. 

Per la prima volta mi è occorso di avere tanti avanzi di colore nelle figurine di 
terra cotta e massime, in quelle arcaiche. Si è pur trovata una grande vasca di marmo. 

Dalla muraglia occidentale dell'Acropoli ho fatto togliere tutte le boscaglie che 
la nascondevano, sicché ora è agevole il rendersi conto della sua struttura. 

Altro lavoro importantissimo .-ii è compiuto in tempo molto breve, il rilievo 
dflla pianta dell'Acropoli eseguito dall'ingegnere sig. Rao, rilievo che comprende pure 
il risultato degli scavi da me diretti nello scoi-so anno. 

A. Salin.\s. 



SARDINIA, 



XIV. SC)R(Ì0N() — Di una gemma itieisa scoperta nel territorio del 

comune. 

Nel territorio del comune di Sorgono, nella località detta >■ Bingia de santu Sar- 
badore ■ . fu raccolta una corniola adoperata come amuleto. Ha da una parte un' iscri- 
zione greca, formata di quattro righe, ridotta ora, per effetto di scheggiatura, a sole tre, 
restando in fine della prima riga solo qualche traccia di lettera. In seguito, per dare 
forma più n-golare alla pietra ed incastonarla come gemma, in qualche anello, venne 
ritagliata nel margine, facendo scomparire anche l'ultima lettera del secondo verso, 
vi si legge: 




-•'^ SORGONO 



La corniola nello slato attuale è larga nim. 15, e le lettere misurano in altezza 
mm. 2. Nell'altra faccia, stante l'anzidetta frattura, vedesi solo la parte inferioro di pro- 
tome barbata, che ritengo di Giove Serapide. il cui nome si legge nell'epigrafe sopra 
riferita. 

Il descritto cimelio è stato da me acquistato per le raccolte antiquarie del 
R. Museo di Cagliari. 

F. VlVANET. 

Koina ITi luglio 1894. 



REGIONE X. 



— 223 — VERONA 



L TT G L I O 



Regione X (VENETI A). 

I. VERONA. — 1. Scavi e scoperte mWarea del Teatro romano. 

Già tìu dagli anni 1758-1760 il sig. Gian Maria Fontana, scavando l'area del- 
l'odierna casa Monga, affittata al sig. Merzario, fra la piazzetta di s. Libera e quella 
del Redentore, aveva scoperto frammenti figurati e architettonici e un piede colossale 
di bronzo, riconosciuti come pertinenti all'antico Teatro, clie sorgeva ai piedi del colle 
di s. Pietro e sporgeva sino alla riva dell'Adige ('). Che vi fosse stato un Teatro 
importante a Verona ancóra in tempi romani, oltre l'Anfiteatro, lo attestavano gli 
storici più antichi veronesi ; ma quale forma avesse, quale estensione nessuno l'aveva 
potuto rintracciare con esattezza e il Maftei stesso, delle glorie veronesi amantissimo, 
aveva sostenuto essere follia, in mezzo e dopo tanta ruina, di volerne ricostruire la 
pianta (-). 

Se non che, il fu cav. Andrea Monga, negli anni 1834-1840 e con speciale at- 
tività dal 1834 al 1838, con abnegazione di scienziato e con munificenza di sovrano, mise 
allo scoperto alcune parti principali del Teatro romano e tentò di ricostruirlo in pianta 
e in disegni che, se non sono esatti in tutti i particolari, sono approssimativamente veri; 
ma non poterono essere mai pubblicati. Scoperse inoltre statuo, fregi, epigrafi, fram- 
menti di marmo finamente lavorato, monete importanti per la storia del Teatro; 
ma, morto lui nel 30 aprile 1861, nessuno più se ne occupò, e gli oggetti scoperti, 
accumulati in un sotterraneo, non potendo più essere studiati, rimasero dimenticati. 

(') Gli ofrgetti ili cui sopra, in numero Ji centoventi, furono nel 1818 dal figlio dott. Silvio 
Fedele Fontana donati alla Confrregazione municipale di Verona, che nel 1821 li depositò presso 
la biblioteca municipale, che fungeva allora da museo. Da quella passarono poi nel 18(vt al musco 
civico (vedi Biadego G. Storia della BMioteca Comunale di Verona 1802, p. 123-128). 

(') Vedi Maffei, Verona illustrata IV pag. 63-70. Non credo opportuno di ricordare in questa 
breve nota i disegni o le piante del Caroto, del Palladio, del Cristofali, per la maggior parte im- 
maginarie e di cui si parlerà in un lavoro speciale. 

Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. Il, Sirie 5", parte 2". 28 



VERONA 



— 224 — REGIONE X. 



Da tutto ciò ne venne che ben pochi sanno e degli italiani e degli stranieri 
che a Verona siono i resti di un Teatro, anteriore di tempo all'Anfiteatro e sotto 
molti rispetti storici e archeologici importantissimo ; nò possediamo alcmi lavoro com- 
l>leto che ne dia concetto scioutitìco agli studiosi ('). 

Recatomi con incarico ministeriale a studiare i monumenti di Verona e ricono- 
sciuta la necessità di assaggi opportuni d' escavo sull'area del Teatro per confermare 
ed ampliare le scoperte del Monga, ottenni dall'onor. Sindaco di Verona, comm. 
avv. Augusto Caperle, e dalla onor. Giunta, con deliberazione del 25 novembre 1893, 
lo stanziamento di circa lire cinquecento per compiere gli assaggi e per eseguire le 
fotogralìe delle vedute e degli oggetti antichi piìi importanti, che fiu-ono scoperti 
sull'area del Teatro dal 1757 ai nostri giorni. 

Gli assaggi condotti su luogo con sei operai, sotto la mia direzione e col solerte 
e intelligente aiuto dell'ing. capo cav. Tullio Donatelli, dell'ing. Peretti e dell'asses- 
sore cav. prof. Spazzi dal 29 novembre a tutto il 15 decembre 1893, diedero risultati 
splendidi, in proporzione alla breve durata od all'esigua somma stanziata per essi, 
e confermarono la necessità, anzi l'urgenza di scavi sistematici e completi per denu- 
dare tutta l'area del Teatro e le grandiose sue sostruzioni. 

I. Sul lato destro di chi sale alla piazzetta di s. Libera, fra questa e la piaz- 
zetta del Redentore, in continuazione del piano della scena e del lato estremo orientale 
dell'orchestra, si operò un escavo della profondità di m. 3,00 circa, della superficie 
di m. 2,90 X 4,80, e, tolto uno dei membri architettonici dei soliti palchetti della loggia 
superiore del Teatro, si rintracciò sùbito il seguito dei lastroni verticali dal lato 
della chiesetta di s. Libera, lastroni di varia lunghezza ed altezza in séguito a poste- 
riori alterazioni del luogo. Dietro i lastroni sorge il muro originariamente rivestito 
di blocchi di tufo e più tardi dai lastroni sopradetti, il quale, a un dato punto, di- 
verge seguendo la curva della cavea e dista dal termine opposto dello scavo m. 4.20. 

IL Nel riparto scavi della Cavea del Teatro, verso l'Adige, al vertice dell'angolo 
opposto all'entrata, formato dai due muri di sostegno dell'orbo Monga affittato al 
sig. Tosi, si lavorò per un paio di giorni, affondandosi m. 1,70 Xm. 2 sotto un 
voltino moderno seminten-ato, che sostiene il muricciolo di parapetto dell'orto. 



(') Intorno al Teatro non abbiamo che duo brevi.ssimi resoconti deiristituto .Xrcbeoìogico {;cr- 
ni.inico (Bull. 1837, p. 173-175; Ann. 1830, !>. 181-185), alcuni cenni storici del Benassuti {Dell'antico 
Teatro della città di Verona, 1827) e un' insuflìciunto rcl.izionc del l'inali {liclnz'onc degli scavi 
dell'antico romano Teatro ecc., Milano 18I.")). Solo il Falkencr ne imbblio'p discfrni fatti dal l'al- 
ladio, elle crcdevansi perduti e furono da lui ritrovati fra le carte di lord liurlington a Lontlra 
(v. The Afuseum of class, antiq. II, p. 174 e segg.), ma siccome anche il Falkener, come il Finali e 
gli altri dotti contemporanei aspettavano la pubblioa/.i'me dello scopritore, il lavoro rimase interrotto 
allo stito preliminare. Avendo io ottenuto dai fr.itelli Mon^'a, sipp. cav. l'ictro e Bartolomeo, il 
permesso di studiare e di ]inbblicare i disegni e gli appunti inediti deirìllustre loro padre Andrea 
MonuM, ò mia intenzione di riassumere i risultati delle sue e mie ricerche e, premettendo un'intro- 
duzione storica, illustrare convenientemente il Teatro di Verona in un lavoro speciale che è già 
preparato, e che sarà fra mesi pubblicato jpcr cura della \i. Deputazione veneta di Storia l'alri.i 
e Cui Concorso drl ^lunicipio di V.toii.i, 



REGIONE X. — 225 — 



VERONA 



Si scopersero intatti tre gradi in posto e sei gradini di uno degli scalarla che 
davano accesso ai cunei ed alle praecinctiones del teatro, inoltre intatto il primo mezzo 
grado della cavea. Allora si mise a nudo lo scalarium nella sua larghezza di m. 0,89 
e si proseguì finché, il terriccio a strampiombo impedendo di continuare senza pun- 
telli, si interruppero per il momento i lavori. 

III. Una splendida conferma che il primo mezzo grado e i tre ordini 
inferiori per i subsellia continuino, come nel luogo descritto, per tutto il semi- 
cerchio, si ottenne dall'assaggio importantissimo compiuto nel contro della piazzetta 
di s. Libera. 

Si .squarciò il suolo a m. 9,30 circa dall'angolo sinistro della casa Monga, per 
una superficie di m. 5,20 X 3,20 e alla profondità di m. 3,80 circa, tastando il ter- 
reno sottostante per circa m. 1,20. Seguendo i dati della planimetria dell'Ufficio 
Tecnico e i rilievi su luogo presi per cura dell'ing. Peretti, non fu posto in fallo colpo di 
zappa, e a m. 3,06 si scoperse il primo mezzo gi-ado all'estremità opposta a quella 
del riparto scavi della Cavea, verso l'Adige. Degno di nota è un muro laterizio moderno, 
perpendicolare all'asse della piazzetta e costruito a volta, che non si è potuto accer- 
tare quale avanzo di edifici anteriori, oppure quale indizio dell'esistenza del primo 
mezzo grado, del limite delle costruzioni antiche e dell'imboccatm-a o meglio sbocco 
di un euripo romano. È questo una galleria di stupenda conservazione e di forma- 
zione identica a quella della parte opposta occidentale, già scoperta nel riparto Cavea 
all'Adige e non segnata nella pianta Monga. È un canale alt. 1,5.5, larg. 1,03, con 
lastroni di pietra sopra e lastroni sotto e con una tapezzatura di cemento romano 
dmissimo ai lati; è alla profondità di m. 1,70 dal pavimento del condotto al 
sommo del vòlto sopra indicato e segue perfettamente la cm-va semicircolare 
della cavea. 

Scoperta questa parte orientale dell'euripo. si rivolse ogni attività ad espurgaria 
per quanto fosse possibile. A metri 5,15 dallo sbocco dell'euripo sulla piazza, lungo 
l'arco descritto dalla cavea si ritrovò un muro a secco, rifatto con materiale antico 
forse in epoca posteriore, e sotto il muro il primo mezzo grado e tre pei subsellia in 
posto, corrispondenti per la loro misura e posizione a quelli scoperti nel riparto Cavea 
in riva all'Adige: inoltre si mise allo scoperto un pozzo circolare che scende m. 3 
dal piano stradale e comunica coll'esterno. 

Espurgato l'euripo per m. 16, si mise allo scoperto altro piccolo pozzo circolare, 
e, levato da questo il materiale che lo otturava, altra parte dell'euripo fu visibile e 
altra porzione del primo gi-ado; ma, fattosi l'espurgo pai difficile e costoso, si do- 
vette interrompere il lavoro e ricoprii-e, ponendovi i segui d'uso. 

Potei pertanto rilevare che il condotto sotterraneo si prolunga per m. 21,15 nel 
modo sopradescritto, seguendo la curva della cavea; s'incontra poi a m. 37,50 con 
la parte già scoperta dal Monga nel riparto Cavea verso l'Adige. Il punto di par- 
tenza scoperto ora sulla piazzetta di s. Libera non è lo sbocco antico dell'euripo, 
che si prolungava in linea retta alcun poco ancóra verso l'Adige e poi continuava 
ad angolo retto in direzione della piazzetta del Redentore, conginngendosi con la 
partu dello stesso euripo già scoperta iiul riparto scavi al Redentore. 



VEKONA — 22G — REGIONE X. 

Scavando più addentro, al disopra delleuripo e verso la chiesa, s'incontrò il primo 
mezzo grado sotto il vólto laterizio già descritto a m. 2,80 dal piano stradale : quivi, 
oltre il mezzo grado, si scoprì il muro romano a calcestruzzo, scaglionato, per ri- 
cevere i lastroni di pietra dei subsellia, che di là furono asportati. 

IV. Si potè studiare inoltro il modo di costruzione della sostruzione della cavea, 
cioè lo strato inferiore a quello a calcestruzzo dei subscllia. A metà dell'odierno 
vicolo di s. Libera, alquanto più in h'i dell'asso del Teatro, si scavò una superficie di 
m. 2,40 X 3,40. Alla profondità di circa m. 2,40 si trovò un lastrone squadrato romano 
che può essere stato uno dei subsellia, usato poi a sostegno della strada, come un altro 
scoperto più in giù. A m. 3,70 di profondità apparvero blocchi squadrati di tufo, 
da niq. 1 a niq.l,.'>0, che continuavano d'ogni lato della strada, uniti fra loro senza 
cemento con due piccole incanalature per l'acqua scavate nd tufo stesso. Ora, sopra 
codesto strato di blocchi tufacei veniva costruito il muro a calcestruzzo che doveva 
sostenere i subsellia. 

V. Lo scavo che diede nel minor tempo i mi'.^liori risult^iti fu l'ultimo, condotto 
sul rettifilo della facciata occidentale del Teatro dalla parte del Ponte Pietra, la quale 
doveva essere perfettamente simmetrica a quella orientale del riparto al Redentore 
e trovarsi quindi sul prolungamento della perpendicolare all'asse, passante per que- 
st'ultima facciata. 

Secondo gli accordi presi in comune con l'ing. Peretti in base ai dati della pla- 
nimetria, che si riconobbe anche questa volta esatta, feci cominciare l'assaggio 
sul dinanzi d'una finestra, che dà luce al riparto scavi già esistente al Ponte Pietra 
e che è aperta sul piano stradalo del vicolo Botte, che poi, volgendo a sinistra con- 
duce al Castel di s. Pietro. A poca profondità si scoperse, come si sperava, una delle 
pareti laterali della scala e precisamente il cornicione all'esterno, il piano scaglionato 
dei gradini all'interno. 

Si delinearono in breve all'esterno i massi di tufo e una delle colonne colossali 
che ornavano la facciata, por la lunghezza di m. 3 circa e l'altezza di m. 4,30 circa. Il 
cornicione che corre sopra la colonna e la parete attigua stanno profondi m. 1,70 dal 
piano della strada, ra. 2,20 dal piano dello scavo interno più basso; le sostruzioni dei 
gradini dello scalone sono m. 3,7r> sotto il piano della finestra sul riparto interno 
sopradetto. 

I risultati ottenuti da codesti assaggi, oltre la conoscenza più esatta delle varie 
parti del Teatro, dei vari condotti sotterranei e delle sezioni architettoniche di tutto 
l'edificio, offrirono specialmente la conferma della sussistenza delle sostruzioni dei cunei 
e di parte dei relativi subscllia nella cavea, inoltre condussero alla scoperta di membri 
architettonici importantissimi, che completano la conoscenza del Teatro e sono di tale 
importanza da raccomandare un provvedimento pronto e conveniente anche da parte 
del Ministero della Pubblica Istruzione. 

Frattanto di tutti codesti assaggi ottenni dall'Ufficio Tecnico che rimanga traccia 
visibile al visitatore ed allo studioso per agevolare all'uno la ricostruzione mentale 
del Teatro, all'altro l'opera susseguente d'escavo. Furono inoltre fatti i rilievi oppor- 
tuni dall'ing. Peretti, che, riportati poi nella planimetria del Teatro e adiacenze, sa- 



REGIONE X. — 227 — VERONA 



ranno resi di pubblica ragione, ridotti in scala minore, nelle tavole e piante annesse 
alla prima parte dell'illustrazione del Teatro ('). 

Quanto agli oggetti scoperti o ritrovati diu-ante il periodo de" miei studi intorno 
al Teatro, poco venne alla luce dagli assaggi suesposti, perchè non fatti su larga scala, 
né molto profondi. Furono raccolti due frammenti d'epigrafi, l'uno m. 0,11X0,08, 
dello spess. di m. 0,07 in pietra locale grezza con le lettere E C, l'altro 0,095 X 0,105, 
dello spess. di m. 0,06, di biancone veronese con le lettere colorate in nero P F. Si ca- 
varono inoltre due monete medioevali e una moderna, alcune lastrine di porfido di 
rivestimento e qualche frammento d'ornato dello stesso carattere di quelli riconosciuti 
come pertinenti al Teatro. Quello che più importa pei nostri studi e che non posso 
passare sotto silenzio è il ritrovamento sopraccennato degli oggetti già scoperti dal 
Monga, ancora ignoti al mondo scientifico e che illustrerò particolarmente a suo luogo 
con le fotografie relative. (-) 

Per intromissione del eh. sig. Prefetto, conte Sorniani Moretti e del eh. sig. Sindaco, 
ottenuto il permesso dai proprietari sigg. Monga, feci trasportare in una sala superiore 
dell'antico convento di s. Gerolamo quattro busti laureati e vittati, che dovevano ap- 
appertenere a quattro erme di carattere decorativo, verosimilmente di marmo greco e 
di fine lavoro. Ispirate tutte dall'ambiente teatrale, due di queste erme rappresen- 
tano i tipi giovani e due i tipi adulti di Dionysos e di un suo satiro, con evi- 
dente contrasto fra loro. L'Ercole giovane, in marmo italico, che potè vedere il Dutschke 
quando fu a Verona e che cita come appartenente al Teatro {^), non lo ritrovo 
fra le statue del Teatro, né lo potrei identificare con certezza con alcuna delle 
sopracitate. 

Nella stessa sala sopracitata ebbi cura che fossero trasportati tutti gli altri og- 
getti artistici. Ammirasi ima sfìnge che può essere stata spalliera del trono imperiale, 
e frammenti di altra si sono trovati sparsi fra il materiale ; ammirasi una parte della 
spalliera e di un bracciale del trono, con rilievi greci finissimi rappresentanti la testa 
di un ariete e quella di un gallo che sono davvero una creazione; termina la spal- 
liera con un bel satiretto frammentoso, di marmo greco e di egregio scalpello. Parte 
dell'altro lato simmetrico della spalliera e dell'altro bracciale sta ancóra immurato 
in una delle pareti del Museo Filarmonico al u. 417(')- L'altro putto alquanto con- 



{') Questa prima parte, che è gii in corso di stampa, contiene la storia degli avvenimenti 
relativi al Teatro, degli studi e degli scavi Monga e la descrizione dello stato attuale delle rovine; 
la seconda parte sarà composta a scavi compiuti e completi. 

(') Le fotografie del Teatro romano, eseguite dallo Stabilimento fotografico Kaiser, in numero 
di cinquantaquattro sono già state raccolte e depositate in busta speciale presso l'Uflicio Tecnico muni- 
cipale, come proprietà del Comune, e saranno cedute alla Biblioteca come album completo di ve- 
dute e di fotografie di oggetti antichi pertinenti al Teatro romano, a complemento di questa nota 
e del lavoro maggiore. 

(3) Ant. Bildw. ini Oberitaì. IV, p. 277, n. 26S. - Il n. G30 che cita eine schlecht erhaltene 
Ilerme.istatuc non appartiene al Teatro e fu comperata dal Munga a Mantova. 

{') Maire!, Mui. ocroii., \\ 101, n. 117. 



VERONA — 228 — REGIONE X. 

sunto dal tempo e dall'acqua fu ritrovato nei recenti scavi dell'Adige certamente ro- 
tolato insieme con le macerie nel fiume ('). 

Fu ridata alla luco anche una graziosa cariatide di marmo, o per meglio diro 
un torso antico acefalo, di proporzioni e di fattura squisita, di marmo greco anch'esso, 
supplito come cariatide con testa, braccia e piedi moderni. Lo scopritore, che aveva 
l'ottima intenzione di formare un museo teatrale, aveva di suo provveduto al restauro 
di questa come della sfinge, che è in molti punti ritoccata, e di altri oggetti d'arte ; 
ma il restauro non è riuscito perfettamente, anclie per la diversa qualità del marmo. 

Deffni di nota sono i frammenti di una statua colossale di marmo, di cui altri 
frammenti e molto interessanti furono trovati appartenenti ad essa fra quelli scoperti 
nel 17(30 e dal dott. Silvio Fedele Fontana donati al Museo; un'altra statua mono 
colossale, di tipo satiresco, doveva ornare il Teatro, appoggiata sul ginocchio destro, 
e di questa molti frammenti sparsi vedonsi fra il materiale del Teatro. 

Il tipo di gorcjoneion su un circolo a raggi e ornati, accennato di sfuggita dal 
Dutschko (-) non ò che uno dei tanti ornamenti circolari, di cui frammenti innu- 
merevoli furono da me ritrovati recentemente. E cos'i dicasi di altri frammenti di bas- 
sirilievi finissimi lavorati e di una lastra di marmo dello spessore da 0,04™ a 0,05™ 
da ambi i lati, e di argomento fra loro diverso. Non sono ancora conosciuti, fanno 
parte della categoria dogli oscilla, di cui si vedono scelti esemplari al Museo 
di Napoli. Fu tale la distmzione antica e moderna di codesti cimeli di arte finis- 
sima, che ben poco si può ricostruire delle scene scolpite, quantunque ogni frammento 
di scena sia per sé istruttivo e degno di illustrazione; però una di codeste doppie 
rappresentanze figurate si è por ventura conservata intera e l'altra per buona parte 
si potò ricongiungere. Quella intera è, per così dire, una pseudopelta, le cui estremità 
lunate rappresentano il motivo delle teste dei grifi affacciautisi, che incontrasi anche 
negli oscilla di Napoli. Nel campo vedesi d'un lato la pugna fiera tra un gladiatore 
ed una tigre, dall'altro la sfinge che tiene con la zampa destra il braccio d'un cadavere, 
di cui appare il teschio più innanzi con altri resti umani. L'altra rappresentanza 
frammentosa rappresenta scene di satiri allusive al Teatro. 

Troppo lungo e inopportuno riescirebbe il parlare in questo momento dei singoli 
frammenti, oltre quelli architettonici; cornicioni, capitelli, colonne, plinti, sime, ecc., 
alcuni di squisito stile ionico e corintio, di finissimo marmo, greco e italico. No- 
tisi inoltre una numerosa e varia serio di marmi orientali e africani, che dovevano 
rivestire le varie parti visibili e più decorate del Teatro. 

Ciò che è maggiormente degno di nota e su cui desidero di richiamare l'attenzione 
è il fatto che altra serio numerosa e varia degli stessi frammenti architettonici fu 
scoperta sull'area del Teatro, ma in altra località, dal sig. Gian Maria Fontana, 
che già nominai, ed è identica nello misure e nei particolari motivi artistici alla 
serie che il Monga scoperse nei suoi scavi dal ÌH'.ii al 1831». Cos'i alcuni oggetti di 



(') V. Catal. ma. (IcH'Uff. TeCn. n. 3.53: Frammento di putto di marmo greco trovato presso 
i ruderi del Ponte Postumio (30 gingno 1891). 

(«) Dutichkc, Ani. lìildir. im Oberital. IV. y. Ili, n. G2it. 



REGIONE X. — 229 — VERONA 

bronzo, raccolti in due vetrine nella recente raccolta del Teatro, ritrovano la cou- 
ferma della loro pertinenza al Teatro stesso in uno stupendo colossale piede romano 
di bronzo, già scoperto dal Fontana e donato al museo Civico di Verona. 

Occorrono inoltre frammenti di mosaico, di cotto, di muri parietali dipinti, an- 
fore balnearie, acroteri ed autetìsse in terracotta, epigrafi frammentose di varie epoche 
e su vario materiale, che pubblicherò insieme con gli altri oggetti a suo luogo. 

Per ora mi basta di aver mostrato che dinanzi a un monumento fra i ben con- 
servati e i meno conosciuti d'Italia come è il Teatro di Verona, è veramente il 
caso che Governo, Provincia, Municipio concorrano con nobile gara per la riuscita di 
un'opera importante per la scienza, per il decoro e per l'utile stesso della città. 
Si tratta di un teatro che si può scoprire interamente, che è posto sul pendio del 
colle più storico di Verona romana, che i vari sistemi di costruzione, gli stili. le 
epigrafi, le monete confermano una delle opere più antiche di Verona romana ed 
usata come teatro pubblico fino agli ultimi tempi dell'Impero. 

Va data pertanto lode sincera al sig. Prefetto, sen. Sorniani Moretti, che tentò 
già anni fa un accordo per gli scavi, e voto favorevole ed unanime al grandioso 
progetto che presto farà approvare il sig. Sindaco comm. Caperle, quello della cassa dei 
monumenti e musei, nella quale riversando tutto quello che dai monumenti e musei 
ricava il Comune, a vantaggio di questi, per gli scavi e i restami opportuni, saranno 
devoluti gl'introiti ed i fondi. E quest'opera intelligente e patriottica dev'essere in 
ogni modo aiutata. 



"o 



2. Epigrafi etnische e varie di Verona. 

Pubblico altre tre iscrizioni appartenenti alla collezione dei conti Gazzola, che 
già si è provata sospetta per molte epigrafi latine e greche che pubblicai nelle Notizie 
del gennaio 1893 (pag. 17-19). Questa volta sono epigrafi etrusche, che vidi nel cortile 
del palazzo dei conti Gazzola (piazza S. Maria in Chiavica) nei giorni 13-15 set- 
tembre del 1892. Ora sono state trasportate al museo Civico insieme con le epigrafi 
greche e latine già da me illustrate e con tutto il materiale archeologico e zoo- 
logico del museo Gazzola, acquistato dal Municipio di Verona. Le lastre inscritte pro- 
vengono dai poderi Gazzola, o da Quaderno, sulla linea di Mantova, o dalla Palazzina, 
nel comune di s. Giovanni Lupatoto, o da Koverchiaretta, circondario di Legnago. 
Non si sa a quando rimonti la scoperta; da cinque o sei mesi giacevano neglette nel 
cortile e mi furono mostrate insieme con tegoloni antichi di m. 1 circa di altezza 
e 0,50'" di larghezza, formanti sarcofago e scoperti a Koverchiaretta, secondo le indi- 
cazioni degli scopritori, nella campagna Crosara, unitamente a monete e a piccolo 
recipiente di terra cotta ora perduto. 

In apparenza codeste tre iscrizioni paiono ottime epigrafi etrusche, ma invece 
sono tutte e tre falsificazioni. La trasposiziono di alcune lettere, il ducU's della le- 
zione, specialmente in riguardo del principio e della fine dei tratti rettilinei e curvi, 
alcune forme peculiari al falsario che si ripetono e si allontanano dal buon uso, infine 
il materiale su cui sono scolpite, eh' è verosimilmente pietra di Saltrio, giustificano 



VBRONA 



— 23U — 



REOIONE X. 



i dubbi eh' io mi ero formato e cho contoraporaneamente a me esponeva par suo conto 
anche il sig. Cordenons, direttore del Museo di Padova, in una sua lettera al sig. Sgul- 
mero, vice bibliotecario della Comunale di Verona. 

Ora il eh. prof, coniin. Lattes. professore emerito della li. Accademia Scientifica 
Letteraria di Milano, gentilmente mi comunica il suo giudizio circa le epigrafi in 
questione, che io riporterò insieme con la pubblicazione dei facsiniili delle epigrafi 
e con alcuno mio note, innanzitutto per porre in guardia gli studiosi e poi perché 
come falsificazioni sono importanti : 

Ecco le osservazioni del prof. Lattes: • Le tre iscrizioni etrusche di Verona 
sono tutte e tre copie inesatte, ma molto interessanti d'epigrafi già note: 

1» - V. Fabr. 1382: [fhtavc . Vdxeim | LarOiia. Vipis Gasp \ res{^)\ lamina 






plumbea, oggi, come pare, a Béziers, essa medesima forse una falsificazione di Fabr, 

Primo sappi. 340, oggi a Napoli (cfr. Deecke Elr. Farseli. HI, p. 195-tì, n. 31) ". 

2» . V. Fabr. 935 tav. XXXIII e Gloss. col. 811 = C /. /.. !.. p. 255: L(arO). 






Cae. CaiUias' (in lettere etrusche); L(arO) — Cae — CauUas (in lettore latine con II 
juT A' e col nesso THC finora inavvertiti l'uno v l'altro), tegolo di Montepul :iano, 
oggi a Firenze •. 

i?» ^ Fabr. 901 e Gloss 1529; ÌMrH. Numsi \ liau/ias , tegolo sepolcrale id. ib. «. 




Cj II faliiarii) Irnaportù Casip — nella prima liiira o irnlascib res. Si notino le forme dell a 
.liTcmc 'Uiroriftinnlo coi tratti cgagerati (fi fi fl) v io h di Uhlave, che pare mi H di J'iifra del 
periodo arctirisriiiio. 



REGIONE X. 



— 2ai — 



VERONA 



« Fra lo particolairità del falsario ù la sua personale simpatia per quella forma 
di S, che pare 5 arabico capovolto e che egli pose nello strano Nuais, da lui sur- 
rogato per falsa lezione al genuino Numsi , forse perchè avea sottocchi Fabr. 871, 
(love quel S occorre due volte, di cui una precisamente in Nuasiae » ('). 



ob.oSr/ì'd-boiòhCQhu-jó 



Devo la conoscenza di codesta epigrafe alla gentilezza del prelodato sig. Pietro Scrul- 
mero. L'epigrafe è di sua proprietà e gli fu consegnata nel maggio del 1887 da^li 
eredi del fu Simone Meneghelli, antiquario in Verona, morto nel 1887. Io la vidi 
il settembre 1893 e ne ritardai la pubblicazione, tentandone invano l'interpretazione 
anche dietro le indicazioni di persone competenti. 

Il p. Placido Bresciani, in una raccolta, in fogli sparsi e in minute copie, di 
iscrizioni greche, latino e medioevali, cho ora trovasi con altri suoi mss. nella bi- 
blioteca Capitolare di Verona (sala Maffeiana) , unisce un facsimile abbastanza fedele 
di codesta iscrizione e ci dà la seguente notizia preziosa : trovata a La::ise (la»o di 
Garda) in occasione di fare un fabbricato nel 1785, presso il nob. sig. Paulino Gian- 
filippi. 

Ora il eh. sig. Sgulmero, che trovò presso gli eredi Meueghelli libri provenienti 
dalla libreria Gianfilippi, crede molto verosimilmente che l'antiquario Menec^helli 
abbia acquistato lapide e libri nel 1848, quando la sostanza Gianfilippi andò divisa 
e venduta. Lo Sgulmero raffronta codesta epigrafe, quanto al carattere, con l'iscrizione 
di Gaudenzia, che era nel Cimitero di Ciriaca e che fu donata dal Boldetti al mons. Bian- 
chini (M. A. Boldetti: Cimitero di Ss. .Martiri ed antichi Cristiani di Roma I, 84-85). 
Infatti nell'ultima linea di quell'epigrafe: Anime (sic) Innocenti Gaudeniiae que (sic) 
vixit * an. V. m. VII d. XXI in pace, si legge in caratteri di un unciale goffo e 
barocco, tutto a curve, apici e nessi; Mercarim pater filiae ('J) V idus nocemb. Urso 
et Polemio coss. Il dicctus assomiglia molto a quello della nostra epigrafe, come a 
quello di altre due epigrafi della raccolta Bresciani sopracitata, che non è qui il 
luogo di esaminare. Tentai di decifrare con l'aiuto di queste la nostra epigrafe, ma 



(') Io lof,'f,'o Numsi (fai iiii(j cafcu, qicinluiniui! at(iii:iiito confuso Vm e quasi abrasu l'i lìnaK'; 
il falsario avrebbe (lun(|ue copiato senza alcuna alterazione il Numsi genuino. Oltre l'uso del sejriio 2 
per il S , si Udii la i)rcdilezione del falsario per l'V a calice ed obliquo. 



Classk di scienze morali ecc. — Mkmorik — Voi. II, Serie 5°, parte 2" 



20 



VERONA. VENEZIA — 232 — REGIONE X. 



le lettere formano un accozzo di parole senza 8Ìj,'niticato. Daltra parto la nota mss. 
del Bresciani circa la provenienza della lapide allonUinerebbe la supposizione di 
Talsitil della medesima. 

Kpi.Urafo greca falsa, copiata presso il fu cav. Alessandri, <,'ià conservatore del 
museo Civico. È immurata nel cortile del suo palazzo ed è di pietra bruna lucente, 
molto simile a quella di Saltrio, alt. m. 0,385, larg. m. 0,17, dello spess. di m. 0,03, 
lettere 0,02. Leggesi : 

MENANAPOC I lEPAnOAETHC | nPOC | MENANAPON | nOTAMON 
MèinV(S(ioc ifQarTolèti^i ttqÒc Mnatógoy rTOiccuiii. 

Cfr. Kaibel, /. G. S. ci It. n. 1848 (Roma) : MìvhvSqoì: Uqa7ToXtti]c ttqòì 

MfcivÓQor TTotKUÓr. 

S. Ricci. 



II. VKNKZIA — Di un'importante epigrafe cretese rinvenuta nella 
Basilica di s. Marco. 

Durante il mio soggiorno a Venezia por la revisione delle iscrizioni cretesi che 
si trovano sparse nei musei pubblici e privati e nei codici «li quella città, dovetti, 
per studiare il marmo del lato opposto allo scritto, die è la nota epigrafe cretese 
della Basilica di s. ilarco ('), rimuovere la lastra dall'incassatura di legno e stac- 
carne lo strato di gesso che la ricopriva da tutti gli altri lati. Fui sorpreso nel ri- 
conoscere all'intorno della lastra rettangolare, nel senso dello spessore, lungo uno 
dei lati maggiori e lungo i due minori, un fregio ottimamente conservato e tìnora non 
rilevato da alcuno. Sìibito lo identificai con quello ricorrente per tutta la facciata della 
Basilica nella costura dei piloni, fra il primo e il secondo ordine di colonne ed anche 
altrove. Consiste il fregio in due fascio a scacchetti altornautisi. in mezzo ai quali 
corre una lista sporgente d'ornato a foglia di edera; esso è indubbiamente del sec. XIll. 
Nella zona mediana della lastra, dalla parto non scritta, si vedono ancora le im- 
pronte a stella del cemento che teneva fissi i capitelli delle due colonne sottostanti, 
alle quali la lastra serviva di abaco. Accertatomi da questi indizi che quella lastra 
fortunata doveva avere un posto speciale nella storia della Basilica, e che questa storia 
a sua volta doveva dilucidare quella della lastra, mi rivolsi al eh. ing. comm. Sac- 
cardo, direttore dei lavori di restauro di S. Marco e dello Studio di mosaico. 

Risult«S dalle sue gentili informazioni che la lastra ora stata da lui scoperta 
nell'agosto del 1882, nel secondo intercolunnio della facciata, venendo dalla piazzetta 
precisamente al posto del pilone delle arcate nell'ordine superiore. La lastra di 
marmo fu sostituita da altra identica e ceduta al Museo dalla Fabbriceria della Ba- 
silica; essa faceva parte di tutto il restauro ed ornato della l?asilica anteriore al 13U(>. 
ed il fregio architettonico doveva perciò essere di (piel periodo di tempo, come del 
resto risulta evidente dallo stile stesso del fregio e dalle colonne in posto sottostanti, 

(') Comp»retti II. .I/mi. ilnl. tii antich. rlnst. I, |i. lll-l"i'i. 



REGIONE X. — 238 — VENEZIA 

che hcanno la fop^lia piotezionale, o poi anche dal fatto che nel 1385 incominciarono 
ujI sommo della tacciata le decorazioni dello stile gotico successivo al nostro in 
questione. 

Ora, siccome la cronaca Da Canale, che accenna agli ornati artistici della fac- 
ciata, s'arresta al 1275 e parla di un mosaico di quel tempo, che ancfira si vede 
in posto nell'ultima arcata a sinistra, per chi guarda la facciata, rappresentante ap- 
punto la facciata della Basilica col nostro ornato, risulta evidente che questo appar- 
tiene al periodo 1204-1275 e che molto prima del 1275 l'epigrafe cretese doveva 
essere stata trasportata a Venezia da Creta direttamente o forse da Costantinopoli, in 
occasione del ritorno trionfale a Venezia dui doge Enrico Dandolo (12U4) ('). 

È dunque impossibile che la nostra epigrafe, già prima del 1275 membro ar- 
chitettonico delia facciata, sia la stessa che servì al testo del foglio Molin, di cui 
parla il eh. Comparetti nella sua pubblicazione, foglio ora perduto, stampato in sè- 
guito al trasporto nel decimo sejìtimo saeculo (-) ed erano quindi giustificati i dubbi 
dello stesso prof. Comparetti, che rilevava già fin dal 1884 che l'epigrafe della Basilica 
mancava dell'aggiunta fatta di comune accordo fra le due città (che leggesi invece 
nel foglio veneto), e che questo, d'altra parte, si mostrava mancante di brani che 
la nostra epigrafe porta scolpiti tuttora leggibili. 

In attesa di maggiori dilucidazioni, il marmo, dietro mia proposta e per gentile 
concessione del eh. comm. Barozzi, direttore dei RR. Musei e Gallerie di Venezia, 
non si vede più come prima ingessato nell'incassatura di legno, ma è stato posto su 
sostegni a rotelle, ad un' altezza che renda agevole il vederlo e studiai'lo da ogni lato, 
e gli sarà apposta una targhetta, che ne ricordi la pertinenza alla Basilica, come 
membro architettonico, e la sua storia come epigrafe, storia che merita d'esser nota 
anche ai non specialisti della materia, perchè interessa Creta, ma più ancóra Venezia. 

S. Ricci. 



(') Un'altra importante epigrafe cretese rimane tuttora a Costantinopoli ed ò il giuramento 
di quei di Dreros (v. Cauer, Delectus" , n. 121: Ì7i museo Turcico ecclesiae s. /renne). 

(2) Gli studi del Torres y Eibera {Antiqui t. crei., cap. I. jiag. 28 e segg., cfr. Periphs Cretae, 
p. 13-14) avevano posto in luce che il testo di codesto foglio prezioso era stato tratto da un'epi- 
grafe che Francesco Molin vide in quel di Kydonia in Creta, saeculo elaòente decimo septimo non 
procul a Salinis, quam (tabulam) ruslicus quidam prò mensa adhibere sueverat, e che spedì su- 
bito al fratello Domenico, senatore veneto e raccoglitore di antichi monumenti, non quidem, ut 

Chishullus prodidit, anno 16 J.'), cum Dominicus Molinus diem suum obierit 17 die nov. a. 1033 

decem nimiruìn tot annos ante detecti ac transmissi lapidis epochnm a Chishullo e.rpressam 

Ora riidiiiità (lell'argoinento tra il testo del fofjlin, che ci ò i)crvenuto per mezzo ihd CliisliuU, e 
quello dcH'cpigrafe della Basilica aveva indotta ad idontificaro l'uno coiraltro. 



NONTEUARCIANO, AN'CONA — 2.i\ — RKOIONE VI, V. 



Regione VI (UMBRIA). 

111. Mi.LNTKMAKClAiNt.) — l)i un ripoatiijlio di nionclc coììnohiri di 
argento. 

In ui) predio di proprietà del sig. Enrico Àndroanelli, situato in contrada (ia^'- 
giola, fu casualmente rinvenuto un ripostiglio di 208 monete familiari, di argento, 
contenuto entro una rozza olla di terracotta, a ni. 0.(5U di profondità. 

Le monete spettano allo famiglie ^^eguenti : Aburia 1. Aelia 1. Antestia 1. An- 
tonia 4. Atilia 1. Caocilia 4. Calpurnia 12. Cipia 2. Claudia 7. Coelia 1. Cornelia 2. 
Crepusia 2. Curtia 1. Egnatia 3. Fabia 2. Flaminia;?. Fonteia 8. Furia 4. Julia 11. 
.Tunia 4. Licinia 7. Lucilia 3. Lucretia 4. Lutatia 1. Manlia 4. Marcia 8. Maria 3. 
Memmia 2. Miuucia 4. Naevia 5. Papia 2. Papiria 2. Plautia 1 Poblicia 2. Pom- 
peia 2. Porcia 2. Postumia 7. Procilia 8. Ilubria 3. Rutilia 7. Satriena 3. Scribonia 1. 
Sempronia 1. Sorgia 2. Sernlia 1. Thoria 1. Titia 7. Tituria 9. Trebania 1. Tullia 1. 
Vibia 2U. Volteia (J. Incerte 4. 

C. ClAVARINI. 



Regione V (PICENUMJ. 

IV. ANCONA — Tombe ed avaìid di coslrtaioni di eia varia sco- 
perti in piazza Cavour. 

Sulla fine del passato marzo, cominciarono i lavori di sterro per le fondamenta 
del nuovo palazzo delle Ferrovie, nella piazza Cavour. 

La valle in cui si sta costruendo il detto palazzo, chiusa tra il colle dei Cap- 
puccini e quello del Cardeto a nord, ed il colle di 8. Stefano a sud e che si allarga 
dalle vecchie mura e dalla porta Calamo, trent'anni fa demolite, fino alla nuova cinta 
ed a porta Cavour, si chiamò, modernamente la piana degli orli, e nel medio evo 
t>alle (li Penocchiara (nelle carte del sec. XI è detta Peneclaria). 

Prometto pure che la tradizione e le memorie dei cronisti riferiscono che nel 
prossimo colle di s. Stefano si edificò nel primo secolo una memoria a quel santo; 
e nel V secolo una chiesa allo stosso vi fece innalzare Galla Placidia, chiosa che 
fu la cattedrale anconitana fino ai secoli X o XI circa. Inoltre sappiamo che in 
Penocchiara fu anche una chiesa dedicata a s. Silvestro, la quale nell'anno 510 già 
demolita dai barbari, era ridotta un mucchio di rovine. Nel VI secolo, in seguito 
al terremoto del 5.")S, gli abitanti del colle di s. Stefano scesero a fabbricare caso nel 
piano sottostante; e nel secolo XI i monaci Benedettini • nelle vicinanze di b. Stefano, 
nella piana degli orti • murarono il monastero di s. Gio. Battista {Ecclesia Pene- 



REGIONE V. — 235 — ANCONA 

claria, in fundo Peiieclaria, fonte Alcìiara: da carte del 1051) con ospedale per i 
poveri malati e con cura di anime. Questo monastero, accresciuto nel 1168 con la 
parrocchia di s. Giacomo, si mantenne fino al secolo XIV, come si ha dalle carte 
del 1191, 1205, 1296, 1300; ed era quasi demolito quando fu abbandonato dai 
monaci nel 14G4 (Ann. Camaldolesi); e forse il suo materiale venne adoperato nel 1532 
per la costruzione della cittadella, ordinata dal papa Clemente VII. 

Vi fu inoltre una fontana di s. Giovanni, e, più tardi, la Madonna degli orti. 

Rammento da ultimo che in cotesta valle, dai Goti in poi, si attendarono sempre 
i nemici i quali assediarono per terra Ancona. 

Premesse tali notizie riferisco le scoperte. 

Nella linea dei pozzi, a tramontana, nei giorni 2, IZ, 20, 23. 25 e 27 aprile 
si sono trovate sette tombe di tegole a tettoia, con coppi sul culmine e sulle con- 
giunture laterali delle tegole, variamente orientate, le più da est ad ovest, ed alla 
profondità dal livello attuale di campagna da m. 5,12 a m. 6,08, che, compresa 
l'altezza delle tombe, scende da m. 5,58, a m. 6,51, meno la sesta tomba, scoperta 
il 25 aprile a soli m. 4. Tutte erano piene di terra filtratavi dalle commessure, 
con scheletri conservati bene fra il terriccio : e due crani ho portati al Museo per 
essere studiati. 

Soltanto nella prima tomba si rinvennero tre unguentari di vetro in pezzi, a 
sinistra dei piedi dello scheletro. Nella terza osservai che la tegola di mezzo, sot- 
tostante al cadavere, era forata nel centro. Nella sesta, apparsa il 25 aprile, come 
si è detto di sopra, lo scheletro posava, invece che su tegole, su quadroni di laterizi 
con incavo a presa; e nell'ultima scoperta il giorno 27, lo scheletro posava sulla 
nuda terra. Singolaro la quinta, che conteneva ossa umane combuste entro un fossetto 
aperto nel piano della tomba. Vi erano misti carboni, ceneri, rottami di una lucerna 
fittile col noto bollo Foriis, frammenti di due o tre vasi ansati di terracotta, e chiodi 
di bronzo e di ferro. 

Il 20 aprile fu rimessa in luce a m. 5,44 anche una tomba a cassa, alta m. 1,03 
orientata da est ad ovest. 

Era formata di gi-andi lastre di tufo del montagnolo, come quelle tombe che ho 
trovato sempre ricche, specialmente se nell'interno dipinte e intonacate. Ma a questa 
mancava la lastra superiore della testata ad ovest e mancavano due dei pioventi del 
lato sud, evidentemente tolte da chi in altro tempo la scopri e spogliò degli oggetti 
preziosi. Infatti la trovai piena di terra penetratavi dalle lastre mancanti, con lo sche- 
letro femminile intero e a posto, col capo a levante. Degli oggetti della suppellet- 
tile funebre vi rimanevano : un' anfora fittile, ai piedi dello scheletro ; una coppa di 
vetro; un disco di rame, frammentato probabilmente fondo di un vaso, anche questo 
presso i piedi ; un ago crinale ed un bastoncino di osso lavorato, presso la gamba 
sinistra, ed a destra un asse unciale con Giano bifronte, e prova di nave; im' oncia; 
tre vasi fittili fusiformi, ed un vasetto con un' ansa a vernice nera. 

Tali tombe scoperte alle indicate profonditii, confermano che la necropoli di 
Ancona continuò in quel sito anche nell'età romana, appartenendo all'età suddetta le 
prime tombe, superiormente citate, mentre la tomba sesta è del secolo 111 av. Cristo, 



ANCONA — 236 — REGIONE V. 

come molto altre precedentemontti scoperte nella zona medesima (cfr. Notizie 1892 
p. 80, lOìS). 

]SIolto importanto per la topografìa della città è la scoperta dei ruderi di vari 
muri e di sculture. 

Noto tre muri nella linea di tramontana: uno diretto da est ad ovest; un altro 
da nord a sud; un altro da nord-ovest a sud-est; quattro altri muri apparvero nella 
linea di levante; e di essi uno da nord a sud, e tre da est ad ovest. Tre muri appar- 
vero nella linea meridionale tutti diretti da nord-ovest a sud-est. 

Il primo muro del lato di tramontana, della larghezza varia da m. 0,r).') a 
m. 0,8.") apparso alla medesima profondità di m. 4.80, scende lino al piano di fon- 
dazione da m. .'),:{() a m. 5,70; e solamente in un punto, nell'angolo nord-est scendo 
a m. fi.S."). Da esso si distaccano lungo la linea, a varia distanza, altri due muri 
da m. 4,75 a m. 5,46 di profondità. Cotesti muri, per conseguenza, raggiungono 
quasi tutti il piano delle tombe più antiche, e forse sono contemporanei ad esse, o 
fossero muri di recinto del sepolcreto, o di altro edificio. 

All'opposto dei muri apparsi nei pozzi e nella trincea del lato di levante, quello 
diretto da nord a sud è a m. 2, 88 dal livello attuale, e gli altri che si spiccano da 
quello nella direzione da est ad ovest, sono alla profondità varia da m. 1,60 a 
m. 3,20. 

Cos'i i muri scoperti finora nei pozzi del lato meridionale, orientati da nord-ovest 
a sud-est, sono alla profondità di m. 2,14 a m. 3,52. Laonde questi che rimangono 
tanto al disopra del livello delle tombe e dei ruderi del lato nord crederei appar- 
tenessero a costnizioni di età posteriore. 

Presso il muro di levante diretto da nord a sud, verso il mezzo della linea, si 
raccolse sotto calcinacci e macerie, una colonna di granito bianco macchiato di nero, 
alta m. 3,30 e del diam. superiore di m. 0,37, e inferiore di m. 0,44. Accanto giaceva 
un grosso cilindro in travertino, alto m. 0,78 del diametro esterno di m. 0,60 e dia- 
metro intemo di m. 0,31 e questa parte interna era tutta ripiena di calcestruzzo. 
Si trovi"! in piedi, su propria base, la quale posava sopra due parallelepipedi di tufo 
del montagnolo, e sopra un dado a fondazione formato di calcestruzzo. 

Dove è da notare che il vano circolare di questo cilindro superionnente si al- 
larga per l'innesto di un cilindro simile, il che dimostra che il ciliudio appartenne 
in origine ad una conduttura di acqua, e poi, riempitone il vuoto, fu adoperato come 
un semplice roccliio di colonna. 

Poco discosto furono trovati tre altri cilindri simili. Allargato poi lo scavo per 
estrarli, si rinvenne un altro cilindro simile ai precedenti, pure ripieno di calcestruzzo 
ed in piedi sulla base, uguale a quella del primo, e distante da questo circa m. 3,.")0 
ed in linea da est ad ovest. Vicino giacevano due capitelli di travertino, dei quali 
uno ornato a fogliami, ed uno quasi intero, con quattro aquile agli angoli. 

Infine a pochi metri dalla ]irima colonna di granito si è rinvenuto un tronco 
di altra colonna simile, lunga m. 1,60 del diametro superiore di m. 0,44. 

Nollo estrarre le prodette sculture si sono rinvenuti alcuni massi rettangolari 
di travertino con le facce leggermente intonacate a colori rosso e giallo. 



REGIONE VII. — 237 — FIRENZE, MONTEPULCIANO 



Non debbo omettere la scoperta di una tomba formata parte di lastre di tufo 
e parte di tegole tolte da antichi sepolcri, e coperta di due lastre di tufo. 

A ridosso poi del muro dei lati est e sud, ed alla profondità varia da m. 2,24 
a m. 3,52 : si scoprirono quattro grandi sepolture, piene di ossa raccolte da altre tomba. 

Senza dubbio tali muri, e le basi trovate al loro posto, e, poco lungi, le colonne 
intere ed i rocchi di colonne, ed i capitelli, ed i massi rettangolari di travertino 
intonacati e colorati sono le tracce sicuro di uno degli edilìzi dei primi tempi cristiani, 
dei quali si è detto in principio e che vennero formati con materiali di vario stile 
e di varia provenienza. 

È a sperare che col progresso dei lavori sia dato raccogliere tutti gli elementi 
per delinearne la pianta. 

C. ClAVARINI. 



Regione VII (ET RUBI A). 

V. FIRENZE — Proseguirono lo scoperte nei lavori pel Centro di Firenze, 
e si rimisero in luce pezzi architettonici, per lo più riferibili ad editici pubblici di 
età romana, intorno ai quali sarà presto edito un rapporto del direttore degli scavi. 



VI. MONTEPULCIANO — Arredi di una tomba chiusina a camera. 
Non lungi da Montepulciano in una tomba franata a camera, scoperta casual- 



monte, si raccolsero i seguenti oggetti d'arredo funebre. 



Bronzi 



1. Giuoco del Kottabos in bronzo, alt. m. 1,30, con base di ferro frammentaria 
(v. tig. 1, 2, 2^^). Ha la gà^óog xairufitm] di bastone liscio affusato, la vnoxnittvi] Itxdn^ 
di lamiera tonda, come nell'esemplare di Perugia (Helbig, Hóm. Mitth. 1886 tav. XII; 
cfr. IJaruabei, Nolizlc 1886 p. 314 sg.); ed è sormontato da una mostruosa figura alata 
e seminginocchiata, alt. cent. 17, nella quale è da riconoscersi il Cliarim etrusco 
Tachulcha, il più abietto servo dell'Averno. Corrisponde per tipo alla figura di 
Caronte i)si/choimmpos dell'urna etrusca in Micali, TtaL av. Rom., tav. XXIV 
(= Martha, L'Ari (Urasqtic p. 178). Nelle mani protese teneva probabilmente due serpi, 
come Tuchulcha nella pittura cornetana della tomba dell'Orco [Moa. Isl. Vili, 
tav. 15; Martha op. cit. p. 394, fig. 268). La testa barbata col caratteristico naso 
a becco d'aquila, con occhi disformi, uno più grande dell'altro, è coperta da una 
specie di berretto ('Aidoc xrvi-i^), sul i|uali' sporgono due orecchie ferine, due corni 



MONTKPCLCIANO 



— 2.18 



REGIONE VII. 



caprini ed un punzone ottuso, destinato a sostenere in bilico la Tthiany^ del Kot- 
tabo». È vestito di breve tunica manicata stretta in cintura od ha i piedi nudi ('). 

2-3. Duo candelabri coniiiaj,'ni. alt. m. 1 ,54. simili por tipo 
per arte e grandezza a quelli del Museo tìrc^oriano I tav. LUI. 4. 
I piedi d'aquila sono franiezzati da elcf^'anti palmetto. 11 fusto, 
cesellato alla baso con tre ordini di palmette e scannellato tino 
in cima, presenta la solita padellina convessa, sulla quale riposa 
il (iiiadruplice uncino dove si conficcavano lo candele. In mezzo 
agli uncini per le candele è posto il symplegma di un cavaliere 
nudo in atto d'infrenare il proprio cavallo (Dioscuro). 

Uno di questi simplegina alt. 0,11 è intatto (v. tìg. 3, 3a); 
dell'altro si cont^orva solamente il cavallo in galoppo privo di 
una gamba e della coda. 

4-5. Due stamnoi compagni, alt. 0,38, bocca 0,23, corrispon- 
denti al tipo del Musco Gregoriano I tav. IV, 5 (fig. 4). Hanno 
però il labbro con l'ornato a lingue finamente cesellato e le 
anse orizzontali con l'attacco in forma di foglia piena lanceolata 
(cfr. Mus. Gregor. I tav. 60 il). Mancano vari pezzi del ventre. 

(). Altro siamnos simile, alt. 0,28, bocca 0,21 (fig. 5). Le anse 
orizzontali banno l'attacco in forma di foglia di palma frasta- 




•^ 



^ 






Fio. 2 a. 



Ki.i. 1. 



Fio. 



(') l^ucntu nnovo jfinKCii del Kutlnlws e i citiulelabri i-oi Diusciiri, ilcscriUi qui np)ireiiiiii for- 
inanu sotrk'cttu di una mia trallaiioiio i*c|tiiriita noi Rendiconti dei Lincei vu). IH fase. 5 p. 268-282. 



REGIONE VII. 



— 239 — 



MONTKI'l'I.riANO 



gliata (cfr. Mi/s. Grcf/or. I tav. 60 e). Il labbro al di fiinri e similmente decorato 
a linguette e sn[ierioniiente con ima treccia continua bulinata. 

7. Patera uiiibellicata (diam. U.2o) decorata esternamente a bulino con finis- 




Fio. Sa. 




FiG. 4. 




Fifi. X 



Fio. 5. 



simi tralci di toglie d'ellera e con un doppio ordine di foglie palmate, le quali contor- 
nano l'umbellico concavo convesso corrispondente a quello d'una Irua (fig. fi). Esterna- 
mente è decorata sempre a bulino con un corridietro a onde e sovrapposti delfini 

Cl.ASSK DI Si IF.N7K MdHM.I ecr. -- AIk.MOHIK — Vlil. II, Serie ■>', l'Alte 2" 30 



MONTEPULCIANO 



J40 — 



REGIONE VII. 



natanti (fig. 6a). L'ansa, di forma ovale, ha un nodo supcriore con triplice periato 
elio la contorna, e l'attacco decorato in rilievo con uu leone gradiente. 





Fi.:. C. 



FiG. <!a. 



8. Altra patera a fondo piano, dm. 0,29. Ha il bordo cesellato con l'orruato 
a lingua e la maniglia ovale, con nodo superiore e l'attacco cesellato a rilievo con 
un pegaso volante. 

9. Manico di oinoclioe a canna (alt. 0,19), identico a quello del Mux. Gregor. 
I tav. hde. Superiormente termina in testa di ariete, ed inferiormente in una placchetta 
rettangolare, sulla quale è rajipresentato un eroe in panoplia caduto con testa rove- 
sciata tutta all'indiutro. Per il tipo della oinochoe cui appartenne, cfr. Mus. Grcyor. I 
tav. VI. 1 infra. 5. 1 supra. 

10. Manico a nastro (alt. 0,20) di oinochoe con bocca a foglia d'oliera (cfr. Mus. 
Gregor. 1 tav. VI. 1 supra). È decorato longitudinalmente a tre tili di periato, ed ha 
l'attacco tondo ornato al rilievo di un grifo che assale un puledro. 

11. Due maniglie orizzontali (larg. 0,11) di un bacile, con gli attacchi tondi, 
nei quali sono scolpiti due mascheroni silenici. 

12. Due maniglie e relative orecchie cesellate, in parte frammen- 
tarie, di una situla, la quale doveva esser identica a quella del Mus. 
Oregor I tav. IV n. 4. 

13-15. Tre kijalhdì (alt. 0,08) ossia poculi con alti manici corri- 
spondenti con quelli del Mus. Gregor. I tav. VI. 1. Uno ben conser- 
vato (tig. 7); gli altri due mancanti della parte inferiore. 

16-17. Due vasetti (alt. 0,12; 0,10) col ventre in forma di situla a labbro espanso, 
simili a quelli del .Mus. Gregor. I tav. III. 2. 




Fio. 



REGIONE Vlt. — 241 — MONTEPULCIANO 



18. Altro vasetto iu foruia di situla privo di labbro, alt. 0,09. 

19. Ohieni (diain. 0,27) uervata e base tonda sagomata e cesellata riferibili, ad 
un kratere ossia ad un oxijhapkon col ventre ovoide (cfr. per es. il tipo del Mas. 
Gregor. I tav. IX. 4). 

20. Borchia tonda in forma di coppella (diam. 0,08) e frammento di due altro 
simili. 

21. Borchietta simile più piccola, diam. 0,025. 

Ferro. 

22. Foculo ossia braciere in frammenti di forma quadrangolare, fatto di lamina 
di bronzo con rinforzi di ferro e sostenuto da quattro rotelle di brony-o (presunta 
lungh. 0,68, largh. 0,42). Corrisponde esattamente coi tipi di braciere rinvenuti negli 
scavi di Visenlium. 

23. Frammenti di una spada di ferro (larga m. 0,05.5). 

Terrecotle. 

24. Fondo di una kylix in frammenti di fabbrica orvietana a vernice rossa, nel 
cui interno è rappresentata una figura virile in atto di correre. 

•Questo fondo di tazza, per quanto male ridotto e con la vernice quasi intera- 
mente distrutta, è interessante per la tecnica, e perchè serve a fissare la data della 
suppellettile suddescritta verso la fine del sec. IV a. Cr. , epoca con cui ben corri- 
spondono lo stile e l'arte di tutti gli altri oggetti. 

La tomba a camera, dentro cui si rinvenne, era di forma quadra (m. 3 X 3) ; e 
priva di banchine. Nel bel mezzo, in posizione traversa rispettivamente al dromos, 
si trovò la cassa di legno con lo scheletro del defunto. 

Il kottabos n. 1 e i candelabri n. 2-3 si trovarono piazzati a sin. dell'ingresso 
della tomba ai piedi della cassa. 

Alla cassa di legno del defunto appartengono le borchie n. 20-21. 

Tutto il vasellame (n. 3-19) si trovò ammassato accanto alla cassa vicino 
all'ingresso. 

Questa tomba sta strettamente connessa con un'altra scoperta nel 1868 dal 
Mazzetti, parimente nei pressi di Montepulciano, della quale faceva parte la impor- 
tante kylix del kottabos edita negli Ann. dell'/si. 1868, tav. d'agg. i?, p. 226. 

Questa tazza fu acquistata nel 1892 per il Museo di Firenze insieme con al- 
cuni altri oggetti provenienti dalla stessa tomba, degni di esser qui almeno ricordati 
e brevemente descritti : 

Bromi. 

a) Stamnos (alt. m. 0,39, diam. della bocca m. 0,22), con maiiii^lio lìnamcnto 
cesellate desinenti in mascheroni silenici, e bocca ornata di ovuli. Conservazione por- 
fetta ; splendida patina verde azzurrognola. 



ROMA 



— 242 - 



ItOMA 



b) Altro stamnos similo al ii. G siiddescritto (v. fip. 5). Conservazione perfetta 
patina coniu sopra. 

e) Oinochoe con bocca a foglia d'ellera e con alto manico a nastro (alt. m. 0,23). 

Con-serva/ione e iiatina come sopra. 

</) Oinochoe con manico ornato di gor- 
(joneion o bocca tonda (alt. m. (».'22). Conser- 
vazione e patina come sopra. 

e) Trua di bella conservazione e patina 
come sopra. 

/■) Paio di poetili cilindrici manicati 
(cfr. ti.,'. 7). 

<jr) Poculo a tronco di cono ansato. 

?■) Candelabro, alt. m. 1, con tripiede a 
zampe d'aquila, fusto scannellato decorato infe- 
riormente a squame, e sormontato da un gruppo 
di squisito lavoro, il quale esiliisce un dio 
clamidato ed imberbe (credo Apollo) in atto 
di colpire col pugno un Gigante (credo Enri- 
medonte) (fig. 8). Il Gigante, allerrato per la 
barba e ^'i;\ atterrato, tenta di difendersi lan- 
P,p j, ciando un sasso contro il suo assalitore. 




Ori. 

a) Paio di orecchini {imurcx), limg. 0,0.">, ad anello vuoto, decorato a stampa 
di rabeschi e palmizi e con campanella pendente fìlogranata. Per un tipo analogo 
cfr. Martha, f/art Klrunfjue pag. 565, fig. 381. 

//) Grosso anello da dito di oro vuoto, con grosso castone convesso ornato a 
stampo di rabeschi e dm gemma vitrea nel centro. 

L. A. Milani. 



VII. RO.MA. 
Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione li. Negli sferri por le fondazioni di un villino, di proprietìi della 
signora Claudia Palassi in via Capo d'Africa, alla profondità di m. tì dal piano stradale. 
sono slitti scoperti due tratti di antico muro laterizio, largo m. 1,20. Essi sono pa- 
ralleli fra loro; traversano tutta la larghezza del cavo, che è di m. 1,40, e distano 
l'uno dall'altro m. 7. In qualche parte conservano ancora l'intonaco tutto bianco. 

Regione 111. I lavori per il prolungamento della via de' Serpenti hanno fatto 
tornare all'aperto altri avanzi di antiche costnizioni. Alcune di queste, in opera re- 



i 



ROMA 



— 240 — 



ROMA 



ticolata e dei primi secoli dell'impero, trovansi a maj^^ore profondith; altre di età 
posteriore sono in gran parte ad esse sovrapposte. 

È stata totalmente sgombrata dalle terrò l'antica stanza, il cui rinvenimento fu 
ricordato nelle Noli^ie del corrente anno (p. 191). Misura m. ri,80 X 4,r)0. Solo tre 
pareti sono conservate, ed hanno l'altezza di m. 5,50 ; la quarta fu distrutta in antico 
per le fabbriche posteriori. La loro costruzione è d'opera reticolata nella parte supe- 
riore, è di parallelepipedi di tufo nella parte piti bassa. Il pavimento è formato a 
piccoli cubetti di marmo bianco, con una semplice fascia nera che gira tutt' attorno 
alla stanza. La parete di fondo, che ha una porta verso l'angolo orientale, è decorata 
di mediocri pitture su fondo bianco : lo zoccolo è di color nero. Circa la metà dell'al- 
tezza v' è una fascia rossa, sulla quale sono dipinti genietti ed animali. Sopra e sotto 
di questa fascia, con linee di vario colore sono diseguati scompartimenti architettonici 
assai semplici ; e fra questi sono dipinti due piccoli quadretti rappresentanti scene 
di campagna, in cattivo stato di conservazione. 

A m. 13 dalla stanza ora descritta, verso nord, ne è stata scoperta un'altra 
(larga m. 3,75X4,00), similmente costruita in reticolato. Una parete conserva un 
frammento d'intonaco, sul quale è dipinto un festone con foglie e frutti di pino. 

Nello sterro è stato trovato un frammento di tavola marmorea, alto m. 0,20 X 0,21, 
che 'conserva questa parte di antico calendario romano: 



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ili *<S\ludi 

PJ. i\ LVDl 

ili Ly 1 M EPVLVM-INDICITVR 

lOVI • IV NONI -MIN • IN ■ CAPITOL 

XlIX Jr EQVOR VM • PROB ATIO 

INFERIAE-DRVSl-CAESARIS 

IN LVDl- 

c 



.(VII 
XVI 



■IN CIRCO 
LVDl-IN CIRCO 



XV 



LVDl-IN CIRCO 



FERIAE-EX-S-C 



yMOjD-EO-DIE-HONORES-CAELESTES-D IvO- AVCVSTO 
a ««ìj'JATV- DECRETI -SVNT- POMPEIO • ET-APPVLEIO • CCS 



'.tini 
xi\\\ 
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X i V ' 

X 



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e 

G 



LVDI-IN CIRCO 
I-IN CIRCO 
IWERCATVS 
M E R C A r 
M E R C A J/ 



feriae-ex-s-c-d1'i\. 

F 1.1 FON T^>P 

( FONTl-EXTRA^iVor/aW 



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XVI \_^ 


y 


G XV G 

\j^ni A r m. 


n' 



n, xih e 



Nella parte sinistra si contengono le indicazioni dei giorni 11-22 di settembre; 
nella parte destra quelle dei giorni 12-20 di ottobre. Le lettere maggiori, che ri- 



ROMA — 211 — ROMA 

producono le antichissimo tabulae fastorum, cioè le lettere iiuDdiuali e le note o i 
nomi proprii di ciascun giorno, sono alto un centimetro: le minori hanno l'altezza da 
tre a quattro millimetri. L'incisione è nitida e regolare; parecchio lettere, specialmente 
nelle not*j del settembre, conservano tuttora li' tracce della primitiva rubricazione. 

Fra le due serie di lettere incise a caratteri magjfiori sono inseriti i numeri 
calendarii, quali trovansi pure in altri omerologii dello stesso tempo, per es. nei Val- 
lensas, nei Vaticani, negli Amiternini, i quali ultimi per il tipo generale sono par- 
ticolannente da mettere a riscontro col framineutu novellamente scoperto. In questo 
le HOtae dei singoli giorni corrispondono quasi tutte con quelle degli altri emerologii, 
e ne divereilìcano (soltanto ai giorni 12, 15, 17 settembre. Il 12 e il 15 sono in- 
dicati nefasti, concordemente ai calendari! Mall'eiano, Sabino e di Amiterno la cui 
età ò di poco posteriore all'anno 7(JU di H., mentre gli Anziati, che sono dell'anno 804, 
segnano quei giorni cumitiales. Per contrario il 17 settembre, che dagli emerologii 
di età più antica è notato comitialis, qui è segnato nefastus hilaris, come nei 
calendarii di Amiterno e di Anzio. Ciò dimostra che il monumento ora scoperto è 
in circa contemporaneo o di poco posteriore ai fasti d'Amiterno, mentre è anti'riore a 
quelli di Anzio. 

Delle ferie che si osservavano lìn dall'età remotissima, e derivavano dai fasti 
attribuiti a Numa, rimane soltanto l'indicazione delle fOKTinalia al giorno 1;{ ii ot- 
tobre; e senza dubbio era notato VAKMiliiatrium a! giorno 19 dello stesso mese. 
Delle altre ferie aggiunte nei primi tempi dell'impero abbiamo nel nostro frammento, 
al 1 7 di settembre, il ricordo di quelle decretate dal senato nell'anno 7G7 di Roma 
(14 d. Cr.) per la divinizzazione di Augusto. Tale nota corrisponde esattamente a 
quella scritta nel calendario d'Amiterno: Fer{iae) ex s{enalus) c(oiimlto), tj(md) e(o) 
(l(ie) diro Augusto hoaores cadesles a senalu decreti. Sex. Apjiul(eio) Sex. Pom- 
peio COS. ('). Al 12 di ottobre poi dovevano essere ricordate le A.VGustalia, ferie 
istituito nell'anno 735, quando ritornato a Roma Augusto dopo avere ordinato la Si- 
cilia, la Grecia, l'Asia e la Siria, il sonato volle che fosse dedicata un" ara alla Fortuna 
reduce. Nel citato emerologio d'Amiterno l'annotazione relativa dice cos'i; Fer(iae) 
ex s{enalus) c{onsulto), q{uod) e{o) d{ie) imp. Caes{ar) Aug{astus) ex lraHgniarin(is) 
provinc(is) urbem iutravit, aratj{uc) Forl(unae) reduci constil{ula) ('-'). Nel fram- 
mento testé rinvenuto l'indicazione è mutila, ma doveva essere espressa con formola 
assai più breve e contenuta in una sola linea. Ne rimane solamente il principio: 
FERIAE EX • S C -, cui fanno seguito alcuni avanzi di lettere, delle quali è diflficile 
precisare il suiiplemento. 

I LVDI menzionati nel settembre erano i celeborriiui e vetustissimi giuochi, 
appellati propriamente ludi Romani e ludi Romani magni. Nell'ultimo tempo repub- 
blicano celobravansi per quindici giorni consecutivi, dal 5 al 1!) settembre: dopo 
la morte di Cesare ne fu aggiunto un altro in onore di lui, e così avevano luogo 

{') C. l.L. 1 p. .121 =1X n. 1192. NiUVrat'roloj.'io di Anzio la not.n ò abbrcvi.itn lullo parole 
[4u7 wto) Aon(orM)l cafl(ett»») \decreti] C. l.L. I \>. .128 =X n. iiC38. 
(') C. l.L. I p ^14 =IX I). 1192. 



Rt>.MA — 245 — ROMA 

dal giorno 4 a tutto il 19. Parte di tali ludi erano scenici; parte si celebravano con 
le corse IN CIRCO. 

Al giorno 13 di detto mese gli emerologii fino ad ora conosciuti notano sem- 
plicemente: lovi epulìitn — lavi indictum epuliim — Epuli iadictio ('); siccome 
pure alle idi di novembre, durante i ludi plebeii, un simile banchetto era offerto a 
Giove, il quale » cenai magnisque implendtts esl dapibus, iamdudum inedia gestiens 
et anniversaria ialerieclione ieiuaus » (Arnob. VII, 32). Quantunque fosse lecito argo- 
mentare che al banchetto offerto a Giove fossero pure invitate le altre due divinità 
tutelari di Roma, Giunone e Minerva, che con lui erano venerate in Capilolio e do- 
vevano trovarsi anch'esse anniversaria interieclione ieiunae ; pure non se ne aveva 
finora espressa menzione. Il nostro calendario registra pienamente, che in occasione 
dei solenni ludi Romani : EPVLVM INDICITVR lOVI IVNONI mHi^ervae) IN 
CAPITOL(/o). 

Nel giorno 14, oltre V equorum 'probalio, che ripetevasi pure nel giorno susse- 
guente zXYepulum del novembre durante i ludi plebei, troviamo indicato : INFERIAE 
DRVSI CAESARIS. Tale nota si ha parimente nell'emerologio Anziate; ma per la frat- 
tura del marmo non rimanendo quivi che le sole parole INFER • Bk\usì , ha avuto origine 
un equivoco storico, che il nuovo monumento corregge con sicurezza. In fatti hanno 
fino ad ora tutti i dotti concordemente creduto, che al 14 settembre sieno ricordate 
nel calendario di Anziate la inferiae di Druse seniore, cioè del fratello dell'imp. Ti- 
berio e padre dell'imp. Claudio, morto nell'anno 745 di Roma (9 av. Cr.). Ma poiché 
nel frammento d'emerologio testé scoperto è aggiunto al nome di Druso il cognome 
Caesar, e questo cognome non fu giammai portato da Druso seniore, non essendo 
stato egli adottato, come il suo fratello Tiberio, nella gente Giulia; é manifesto che 
il Drusus Caesar, di cui al giorno 14 di settembre gli emerologii segnano le inferiae, 
deve invece intendersi Claudio Druso giuniore, cioè il figlio dell'imp. Tiberio, il quale 
con l'adozione del padre passò nella gente Giulia ed ebbe il cognome di Cesare. Egli 
moli nell'anno 776 di Roma (23 d. Cr.), avvelenato per opera di Seiano. Tiberio 
nel senato ne pianse la perdita immatura ; furono decretati alla memoria di lui onori 
anche maggiori di quelli decretati a Germanico (~) ; ed il » funiis imaginum pompa 
maxime inluslre fidi, citm origo Jiiliae gentis Aeneas omncsque Albaaorum reges 
el conditor urbis Romuliis, posi Sabina nobilitas, Allus Clausus celeraeque Clau- 
diorum efflgies longo ordine spectarenlur » (Tacit. IV, 9). Druso Cesare nacque 
nell'anno 739 di Roma, e ne è segnato il giorno nel feriale Cumano, ove è scritto 
al 7 ottobre: DRVSI CAESARIS NATALIS, SVPPLICATIO VESTAE (»). Conoscendo 
ora dal frammento, di cui ci occupiamo, anche il giorno della morte, che fu il 14 set- 
tembre dell'anno 776, risulta con precisione da questi monumenti epigrafici, che 
Druso giuniore visse 37 anni, meno 23 giorni. Questa indicazione della morte di Druso 



(') Cfr. e. I. L. I 1). ini. 

i?) Esistono tutt'ira due frainmcnti, incisi in bronzo, ilol scniitus cousiilto col ijuale fu oiioriita 
la niuMioria di Druso Cesare (cfr. C- 1. L. VI, 912). 
P) C.I.L. I p. :ì10 =X, 3082 e 8:^5. 



ROMA l'Ili — ROMA 

è un altro argomento cronolof^co, che conferma i fasti testé scoperti OBsere stati scritti 
dopo l'anno 77(j, cioè noi primi anni dell'iinpero di Tiberio. 

Un'altra novità esibisce il nuovo emerologio al p^iorno l:t di ottobre, noi <|ualu 
cadono lo ?OÌ<T ina/ia. 11 solo calendario di Aniitorno, al nome prnj>rio dol friorno, 
ri-'jistrato in tutti pli altri fa>ti. agfjiunge la semplice annotazione Fvriac t'orni ('). 
Ora sul nostro marmo era indicato anche il luogo, ove colebravasi la festa principale 
e solenne; e tale luogo è additato fuori di una porta della città: [feriac] FONTI 

EXTRA Vortam Disgraziatamente il nome della porta è perito; ma si potrebbe 

supporre che fosse la Fontinale. così nominata appunto dalla celebrità dei fontcx, 
che nelle vicinanze sgoi^avano ed erano certamente venerati. Anzi da Pesto si ricava 
che appunto dalle feste in onore delle Fonti aveva origine il nome della porta me- 
desima: Fon/inulta, fo/itii/m sacra: nude et Romae Fnnfi/ial/s porta (p. 85 Miiller). 
Se non che a me sembrerebbe anche probabile il supplemento : e,vtra ]){^ortam Capenam']; 
riconoscendo che il sito indicato dai fasti era il celeberrimo fonte sacro, che scorreva nel 
luco delle Camene. In fatti tutte le iscrizioni sacre alle Fonti, di cui è nota la provenienza, 
sono state trovate nella regione I e nelle vicinanze dell'antica porta Oapena. Un notabile 
gruppo d'iscrizioni de<li<'ate da ni/ujistri e ministri Fontis, dall'anno ti'.* dell'era nostra 
tino ad oltre la metà del secondo secolo, furono dissepolte in una vigna • in Piscina pu- 
hlica, ad Caelii montis radices, ac secus Ardentinam viavi » (-). Altre simili dedica- 
zioni furono trovate nell'ultimo lembo della vallata fra il Celio e l'Aventino {•'); una 
base sacra Fonti Aug. era nell'orto Mattei irsuti Coelio colle prope velcris Capenae 
porlae sittim » {*); il celebre bassorilievo, ora Capitolino, dedicato Fontibm et Nijìnphis 
sanctissimis fu parimente scavato « ante veteris portae Capenae sittim siih hortis 
Malthacis » (■"). Ora è noto che nella valle della porta Capena, la quale anche nel 
medio evo era appellata arcns stillans, l'abbondanza delle acque ed il culto di esse 
era antichissimo e tradizionale. K ricordato da Cicerone: « Appia ad Martis, mira 
pro/luvies .... magna vis aquac usqiie ad Piseinam ptthlicam " (''). — • Ad velerem 
arcum mad/ilaiin/nc Capenam » erano il ' sacri fontis nemus et delubra » men- 
zionati da Giovenale ("); dal fons, che perenni rigahat aqua il sacro bosco delle 
(Jamene attingevasi l'acqua pel servizio del tempio di Vesta, riputata migliore delle 
fontinali e della Marcia ("*); in line « extra portoni Capenam, iuxta acdem Martis ». 
custodivasi religiosamente il celebre lapis manalis, che di là era portato processio- 
nalmente in città per invocare ed otleneri; la pioggia (''). 



(') CI.!.. I p. .•^2.^ =ix n. ii:i-.'. 

(«) C.l.L. VI. l.S5-ir>2. 

(») Ib. 153. 163-1 e."). 

(«) ib. 150. 

(») ib. 106. 

{•) Ad Oiiint. fr. Ili, 7. 1. 

P) Sat. VA. 12. Cfr. I.ìv. I. L'I: riul.ircli. Xum. I:'.; .'^.vninricli. /:)iisl 1. 'Jl. 

(•) Viiruv. VIII, ;l. 

(♦) rniil Kinc. p. 12*- Mnll. 



ROMA. — 247 — ROMA 

Pare dunque assai verosimile, che mentre la Fontium memoria nel giorno 14 
di settembre era festeggiata in tutta la città coll'ornare di fiori le sorgenti d'acqua 
e gittar corone nelle fonti ('), il centro principale di questo culto fosse nella valle 
esterna della porta Capena, e precisamente nel sito dov' era il foas sacer, che irrigava 
il bosco delle Camene, e ricordava i leggendarii colloquii di Numa (-). Per tali con- 
siderazioni nel frammento di calendario parmi poter supplire con molta probabilità, 
che extra p{ortam Capenam) si celebrassero principalmente le Fontinalia, essendo 
quivi il fom vetustissimo, che più di ogni altro aveva celebrità e rinomanza. 

Oltre al ricordato frammento di calendario, sono stati ricuperati i seguenti og- 
getti: — Marmo. Statuetta virile, mancante delle braccia e della testa, alta 
m. 0,16. Rappresenta una figura nuda nella metà superiore del corpo, e coperta 
col solo pallio che dalla spalla sinistra scende dietro l'omero destro ed avvolge la 
metà inferiore della persona. Può riconoscervisi l'imagine di Esculapio. Rocchio di 
colonna di portasanta con baccellature, lungo m. 0,93, diam. m. 0,18. Simile di 
breccia, lungo m. O,.^?, diam. m. 0,19. Simile di cipollino, lungo m. 0,44, diam. 
m. 0,30. Piccolo frammento di colonna scanalata, e pezzo di base, di marmo bianco. — 
Vetro. Tre piccoli balsamarii interi, e due mancanti del collo. — Osso. Tre spilli 
ed un cucchiaio — Bromo. Parecchi frammenti informi. — Terracotta. Lucerna 
monolicne rotonda, con due grappoli d'uva in rilievo e col bollo L CAE SAR. Simile, 

di grossolana fattura, che nel fondo ha il bollo K__ frammezzato da otto piccoli cer- 
chietti. Simile, di terra rossa, senza manico, che porta in rilievo una figura muliebre 
nuda accovacciata. Simile di terra gialla, con ornato di foglie intorno al piatto e con 
manico ad anello. Simile, di terra grezza, con giro di globetti. Grande manico di 
lucerna, in forma di mezzaluna, con protome di Giove che stringe il fulmine nella 
destra, ed aquila. Ciotola di terra rossa, senza verun ornato, del diam. di m. 0,15. 
Manico di anfora, col bollo P N N. Tegolone col bollo di Primigenio, figulo dei Domizii 
Lucano e Tulio (6". /. L. XV, 1000 «). Frammento di fregio, lungo m. 0,.58, mancante 
della metà inferiore, e decorato in alto con una serie di ovoli sotto la cornice. Vi è 
rappresentata una figura muliebre seduta sopra un cigno, il quale cammina ad ali 
spiegate verso destra. La donna è volta a sinistra, ed ha una veste che lascia sco- 
perto il seno e tutta la spalla sinistra. Con la mano destra regge il manto, che a 
modo di vela svolazza dietro le spalle. Vi restano tracce di policromia: il fondo è 
colorato in turchino, la veste ed il velo in rosso, le ali del cigno in giallo. Tre altri 
piccoli frammenti di simile fregio : in uno dei quali resta la parte superiore di una 
donna seminuda; nel secondo una mezza figura, pure muliebre, col braccio destro 
sollevato ; nel terzo, im avanzo di architettura con due arcate, in ognuna dello quali 
si vede la testa di una figura virile. 

Regione VL Nella via di s. Martino, presso il Castro Pretorio, costruendosi 
un nuovo casamento, sono stati trovati duo grandi massi marmorei, che certamente 
provengono dallo prossime Termo di Diocleziano. Uno di essi è largo m. 1,15 ed 

(i) Cfr. Varr. de !.. L. VI, 22; Frontin. de aquis 4. 

(') Camenarum reliejio sacro fonti advertUur (Sj-mmacli. cp. I, 01). 

Classe di scienze woiiai.i ecc.— Memorie — Voi. II. Soric' .V, ]iaHc T. 21 



ROMA — 248 — ROMA 

alto ni. 0,90; e conserva sopra un lato l'iotaglìo di un grande capitello di pilastro, 
d'ordine corinzio; del quale però tino da antico fu segata quasi una terza parte nei 
due lati e nel piano inferiore. Dal lato grezzo, opposto all'int^iglio del capitello, ò 
rozzamente incisa una nota numerale di cava. 

L'altro masso, scorniciato in tre lati, è largo m. 1,35 X 1,18, con spessore di 
ui. U,73. È la base di un pilastro, corrispondente nelle proporzioni al capitello sopra 
ricordato. La sua pertinenza alle Tenue è esplicitamente dichiarata dalla parola: 

< T H R M A R V M >ic 

incisa sopra il lato grezzo dallo scarpelliuo, al quale ne era stata commessa l'esocu- 
ziono. La parola Thye)rmarum è preceduta da una grande V, segno numerale del 
pilastro ove tale marmorea decorazione dovevasi collocare. 

Uegione VII. Per i lavori della nuova fogna, che da via Capo le case dove 
scendere alla via delle Convertite, sono avvenute le seguenti scoperte. 

Sulla piazza di s. Silvestro, di fronte alla chiesa, è stata rimessa in luce, alla 
profondili di m. 2,40, una parto di quell'aDtica platea, formata di lastroui di tra- 
vertino, che già fu veduta dal Fea nell'anno 1778 ('). II tratto scoperto nel cavo 
è di m. 3,35X1,00. Fra le torre si è trovato un rocchio di colonna di grunitello, 
alto m. 0,80 col diametro di m. 1.10; ed una lucerna fittile monolicne, di forma ovale, 
senza verun bollo od ornato. 

Incontro all'ingresso principale delle R. Poste, a m. 3 sotto il piano stradale, 
è stata recuperata un' erma doppia, di marmo, alta m. 0,80, larga m. 0,30. Rap- 
presenta in ambedue i lati una figura giovanile di donna con capelli arricciati sulla 
fronte e cadenti in larghe ciocche sulle spalle. 'Veste un peplo assai scollato, ed aflib- 
biato sulla spalla dritta. 

Sul principio della via della Mercede, a m. 2,25 di profondità e stato scoperto, 
per un tratto di m. 2, un muro a cortina largo m. 0,75; e sono stati raccolti due 
frammenti marmorei con strie ondulate, spettanti probabilmente al lato anteriore di 
un sarcofago. 

Regione IX. Rinforzando le fondazioni della facciata del casamento posto in 
via Montoroni n. 78, si è trovato un rocchio di colonna scanalata in marmo giallo, 
lungo m. 0,75. Il marmo è scheggiato quasi per un terzo: la parte superstite ha la 
larghezza di m. 0,08, e il diametro intiero della colonna doveva essere di circa 
m. 0,'JO. 

In piazza di s. Pantaleo scavandosi per gittare le fondamenta del monumento 
a Marco Minghetti, fra i muri moderni delle cantine spettanti a fabbriche demolite, 
si ù rinvenuto un pezzo di antico .sarcofago marmoreo. (Jcmsi.ste nel solo lato sinistro 
con piccola parto dei due lati principali. La fronte era adorna di baccellature ondulate ; 
il tianco porta leggermente inciso due peltc e fra esse una bipenne. 

(') Ottfrv. Mull'anfil. Flavio j>. ■41. 



ROMA — 249 — ROMA 

Regione X. Nello spurgare una stanza terrena delle fabbriche di Caligola, a 
livello del clivo della Vittoria sul Palatino, sono state raccolte fra la terra cinque 
piccole lucerne fittili, di rozzo lavoro e di bassa età, ornate all'ingiro dei consueti 
globetti. Fu pure recuperato un frammento di mano, spettante a statua marmorea ; 
due pezzi di mattoni improntati coi noti sigilli delle figline Cepioniane di Curiatio Co- 
sano {CI. L. XV, 97 e) e di quelle di Oppio Prisco (ib. 1347); e due manichi di 
anfore coi bolli : 

/;) E X P R o V 

(ì) (—AC MAVRETAN 

CAES-TVB 

Di questo secondo sigillo, spettante ad una fabbrica che era nella colonia di Tu- 
busuctu nell'Africa, si trovò un altro esemplai-e al Monte della Giustizia (cfr. Aan. 
d. Istit. 1878 p. 134). 

Prati di Castello. Presso il mausoleo di Adriano, demolendosi im muro del 
bastione moderno a valle del ponto s. Angelo, è stata recuperata una testa di statua 
virile marmorea, quasi colossale, con parte del collo. È scheggiata sulla guancia destra, 
e manca tutta la parte inferiore, dal naso al mento. Nello stato presente è alta m. 0,39. 
Su di essa è poggiata la mano destra della medesima tìgm-a, o più probabilmente 
di un'altra, il cui braccio scendeva dietro la nuca. La mano, alta m. 0.31, impugna 
un oggetto, che non può riconoscersi per la rottura del marmo. 

Nello stesso luogo si è rinvenuta una piccola erma bicipite, alta m. 0,14, di fattura 
assai mediocre. Da una parte presenta una figura virile barbata; dall'altra, una figura 
di giovane donna con capelli inanellati sulla fronte. 

Via Tiburtina. Al Campo Verano, facendosi nuovi sterri per la costruzione 
di edicole sepolcrali sul così detto Pincetto, sono stati raccolti i seguenti oggetti : — 
Lucerna di terra gialla, rotonda, con manico ad anello, che porta nel fondo il bollo 
P IVL PHIL. Altra grezza, di forma ellittica, con ramoscello di palma e globetti in 
rilievo: nel fondo è incisa una croce. Altra piccola, rotonda, a due becchi, con ma- 
nico in forma di mezzaluna. Frammento di vaso aretino, di rozza fattura, con ornati 
di foglie ed uccelli nell'orlo. Due frammenti di lapidi cimiteriali cristiane, che 
conservano : 

a) V E R ì\ lettere alte m. 0,12 
barchetta 

b) MATH' lettere alte m. 0,05 

/ 

Balsamario di vetro, intiero, alto m. 0,04. Ago di bronzo, lungo m. 0.12. Piccolo 
campanello di bronzo. Varie monete consunte dall'ossido ed irriconoscibili. 

G. Gatti. 



TERRACISA — 250 — REGIONE 



Ri-.ìioNE I (LATIUM ET CA.UPAXIA). 

\ 111. TKlvUAGlNA — J)i rar/'e ficoperie di (niticliità avvcmile in oc- 
casione degli scori per hi nuova conduttura. 

Nei cari per rimpianto delia nuova conduttura d'acqua in Terracina, dalla lo- 
calità detta Mola della Torre, a cinque chilometri dall'abitato, fino al serbatoio, od 
antica piscina, detta le ijrolte di s. Francesco sulla pendice occidentale di Monte s. An- 
gelo, avvennero le scoperte se<,'uenti. 

1. Dinanzi la Mola della Torre apparvero i resti di un antico edificio, con 
muri di opera reticolata ed in parto anche di laterizio, un intonaco dipinto e fram- 
menti di incrostazioni di marmi nobili. Si scoprirono pure avanzi di una piscina into- 
nacata di opus signinum. 

2. Abiuanto inferiormente a questo edificio, il taglio delle terre pose allo sco- 
perto un nucleo di muratura rivestito di blocchi marmorei con una tomba nel centro, 
a forma di cassa, allettata su di un piano di sottile lastra di marmo, tianchcu'u'iafa 
da sponde costruite con conci di macigno locale, e coperta da altra lastra di marmo 
più grossa. 

3. Seguendo il tracciato della condottura, a 200 metri circa dall'altra mola, dotta 
Mola di mc::o, si rinvenne il lastricato dell'antica via .\ppia, a m. 0,40 sotto il 
jiiano di campagna. La strada in quel punto misurava m. 0,.'i7 di larglie/.za. Correva 
dal lato sinistro di essa un muro grosso m. 1,50, con paramento di opera reticolata, 
sul quale probabilmente era stabilito l'antico acquedotto della cittù ; sulla destra 
vedevasi, tuttora al posto, un ordino di pietre costituenti il margine stradale. 

4. Segue dopo questo punto, rincontro, nel cavo, di un deposito di parecchi massi 
lavorati, di pietra locale. Appartengono al rivestimento di un sepolcro che fiancheg- 
giava l'Appia. Sono stati rilevati tra i detti massi: 

ft) Hlocco di m. 1.24X0,61X0,51, sul quale rimane il seguente resto di 

epigrafe : 

LO 

Liei 
LOT 

M 

\ 

L ■ OTAC^ 
OTA / 

//) Pulvino decorato d'intagli, che faceva parte del fastigio del sepolcro; mi- 
sura m. 1,02X0,57X0,30. 

e) Frammento di cornice di coronamento del sepolcro medesimo; misura 
ra. 1,30X0,50X0,21». 

5. Nel tratto di cavo, che procede la Mola di messo, la quale ò stata ridotta 
ad edifìcio pel macchinario del sollevamento dell'acqua potabile, si rinvennero due 



REGIONE I. — 251 — POMPEI 



cippi anepigrafi di calcare locale, alti m. 1,06. Trovavansi al loro antico posto, cioè 
collocati a contine del margine destro dell'antica Appia e dei campi. Erano distanti 
tra loro m. 6i) circa, pari a duecento piedi romani. 

(3. Dopo la mola predetta, il tracciato della condottura incontra l'Appia al 
ponticello della linea ferroviaria, detto di s. Benedetto dal titolo della prossima chiesa 
medioevale, oggi diroccata, posta a monte della linea medesima e la attraversa a 
m. 0,50 di profondità sotto il lastricato di poligoni. 

7. Da questo punto sino alla città, la condottura segue il fianco destro della 
via antica, passando col cavo accanto all'acquedotto moderno. 

In prossimità della Stazione Ferroviaria, per m. 300 circa, la condottura è stata 
posata entro la fonna di un' antica fogna sottostante alla crepidine del lato destro 
dell'Appia. Ha i fianchi costruiti di muretti di opera reticolata e la copertura a 
Volta a sesto ribassato, di muro in pietrame, essendo tutta intonacata di coceiopesto. 

8. Internamente alla città, il cavo, dalla Porta Komana risalendo per il Borgo, 
sino alla porta Maia, prosegue sulla destra, ed ha messo allo scoperto un tratto lungo 
m. 25 circa, lastricato con lastroni di calcare locale, dello spessore di m. 0,22; quindi 
segue la pavimentazione della via consolare, che trovasi costantemente a m. 0,45 circa, 
sotto il ciottolato moderno. 

9. Così proseguendo a salire per la moderna via mattonata, praticandosi il cavo, 
si è sempre ritrovato il pavimento della stessa via consolare, ad una profondità che 
varia da m. 0,40 a 0,60. Questa passa a tergo del tempio di Apollo, sul quale fu 
innalzata la moderna chiesa cattedrale, sino all'antico foro Emilio. 

Nel fare l'ultimo cavo descritto, si è rinvenuto un frammento di statua muliebre, 
seduta, mancante dalla vita in su. 

Giunto il tracciato della condottura all'antico Foro, devia dal lato destro della 
cattedrale, salendo per la via del Palma; prosegue dietro il palazzo municipale; ri- 
discende per la strada della Salita del Castello, e toccando l'angolo orientale del Foro 
segue la discesa della strada della Annunziata, ove a m. 1,50 dall'angolo in- 
contra l'antico margine della via consolare, che trovasi a m. 0,30 sotto il selciato 
moderno. 

Alla distanza di m. 0,40 circa dall'angolo citato s'incontra il piedritto di un 
antico arco che probabilmente formava l'ingresso nel Foro, la cui soglia trovasi a 
m. 1,25, in media, sopra il suolo della moderna via predetta. 

Da questa dirigendosi verso la via di s. Francesco il cavo per la condottura, 

s'incontrò costantemente, fino al serbatoio, l'antica via consolare, lastricata di poligoni 

di calcare locale, alcuni dei quali di grandi dimensioni. 

D. Marchetti. 



IX. POMPEI — Criornnle dei lavori redatto dagli assistenti. 

1-20 giugno. Proseguirono gli scavi nel lato sud della regione Vili. I lavori 
di restauro continuarono nella regione IX, isola 2" e isola 3*; e nella regione V, 
isola 1'''. Si eseguirono anche riparazioni alle pareti della casa n. 5, del