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Full text of "Memorie dell'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova"

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MEMORIE 



DELLA 



ACCADEMIA 



DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 



DI PADOVA 




PADOVA 

PER NICOLÒ ZANON BETTONI 

TIPOGRAFO DEL l' ACCADEMIA 

IMDCCCIX 



liT 



)ÌM M 



Edizione protetta dalla Legge nj fiorile anno IX. 



u% 



PREFAZIONE 



I j Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova fon- 
data nell'anno 1779 dalla veneta munificenza, e di leggi, 
di soccorsi, di onori liberalmente dotata, non ha temuto 
fin dal suo nascere di mostrarsi in faccia del Pubblico ora 
con importanti e gelosi uffizj a soddisfazione di ordini su- 
periori, ora con dotte e luminose corrispondenze, tratto 
tratto colla solennità delle numerose assemblee , e colla 
pubblicazione a stampa degli Atti Accademici, cooperando 
per queste e per altre guise, quanto meglio per lei si po- 
teva, alle intenzioni del Governo, ed ai voti della Nazione. 
Le cose passarono di questo modo parecchi anni, non senza 
lustro e profitto della crescente Accademia , quandoché le 
vicende sopravvenute co' politici cangiamenti, la lontananza 
di alcuni Membri, la perdita d'altri molti, e la incertezza 
delle Sovrane determinazioni sparsero come una nuvola sul 
chiaro orizzonte de' nostri destini; e se non hanno potuto 



IV 



estinguere lo zelo del Corpo nella onorata continuazione 
de' suoi travagli, hanno portato necessariamente un qualche 
disesto, e un qualche rallentamento. E infatti per tacere le 
fortune dei tempi , che avvolsero in miserabili circostanze 
r intero Corpo, e alcuni de' nostri per dottrina e per fama 
chiarissimi tradussero altrove; gravissima perdita ha fatto 
negli anni addietro la Classe Sperimentale per la morte del 
linomato Botanico signor professore Marsili, dell'operoso ed 
inventivo Georgico il signor professore Pietro Arduini, a cui 
deve quest'Orto agrario la sua benefica istituzione, dell'in- 
signe naturalista e letterato signor abate Fortis, dell'illustre 
Zoologo signor abate Olivi, e ultimamente del Chimico Os- 
servatore signor professore Carburi : né a danno men grave 
soggiacque la Classe di Matematica rapito ai vivi il fonda- 
tore ed il padre di questo astronomico Osservatorio, il ce- 
leberrimo abate professore Toaldo, e poco dopo il valente 
Fisico abate professore Zuliani; e più che tutte per avven- 
tura sofferse danno acerbissimo la Classe congiunta di belle 
Lettere e di Filosofia speculativa, se alla mancanza del già 
defunto abate professore Sibiliato per acutezza d'ingegno e 
per moltiplice erudizione riputatissimo, dell'abate Gennari 
benemerito illustratore della Storia patria e degli studj di 
Antichità, dei chiarissimi PP. Gardini e Bassani , si voglia 
aggiungere la recente irreparabile perdita del nostro Segre- 
tario signor abate commendatore Cesarotti. Spogliata di tali 



e tanti uomini, le oni opere immortali vivranno a eterna 
gloria dell' Istituto, a cui si onoravano d' appartenere, spo- 
gliata dell'antico e primitivo diritto di sostituire alle man- 
canze, e di riparar legalmente alle perdite, vuota inoltre di 
sussidj e insuriìcicnte di mezzi l' Accademia ha dovuto in- 
terrompere la periodica pubblicazione de'suoi Atti, e ha cre- 
duto dovei' sospendere le pubbliche funzioni e le solenni 
rappresentanze, alle quali non poteva presumer di soddisfa- 
re con quella onesta decenza e dignità, che per l' addietro 
le veniva impartita dalla sanzione del Governo. Fu dunque 
costretta a contenersi fra i limiti angusti, e come all'ombra 
delle private sessioni, e fu paga di servire agli assunti do- 
veri, senz'altro compenso che quello della coscienza e della 
speranza. 

Ma ora che gì' indizj del regio favore manifestati al no- 
stro Corpo da S. A. I. il Principe Vice-re Io invitano a 
riprendere le quasi abbandonate speranze; che S. E. il si- 
gnor Ministro dell' Interno si è degnato di aprire con esso 
una illustre corrispondenza per oggetti d'arti, manifatture 
e scoperte; che il signor Direttore Generale della Pubblica 
Istruzione, Senatore Moscati non ha dubitato di spiegare i 
sentimenti della sua parziale disposizione a nostro riguardo, 
l'Accademia penetrata di gratitudine, e rianimata di nuovo 
zelo imprende a dar segni di nuova vita, ed offre al Pubbli- 
co questo Volume di Memorie, quasi per saggio e testimonio 



della sua ferma perseveranza nel grande oggetto della na- 
zionale istruzione. Oltre alle Memorie contenute in questo 
Volume, più allre di mano in mano furono lette nel corso 
ordinario delle Sessioni, e parecchie tra queste sono state 
dai loro Autori pubblicate a parte, con giusto danno bensì, 
pure con danno del nostro Corpo. Crede pertanto T Acca- 
demia di potere a buon titolo rivendicarne il diritto, e prega 
i discreti Lettori a non volerla fraudare d' una sì giusta 
compensazione. 

Né a ciò solo ha voluto ristringere l'Accademia gli sforzi 
qualunque del suo zelo, e gli attestati della sua confidenza 
ìieir ottimo Governo ; ma conoscendosi per 1' acerba man- 
canza di tanti Membri insufficiente a supplir con decoro 
agli importanti obbietti della sua primitiva destinazione, e 
non essendo per altra parte autorizzata a completare le 
Classi degli Accademici pensionar], si è fatta un pregio di 
chiamare nuovi Colleghi a sostegno e incremento di tutto 
il Corpo, distinguendoli col titolo di Accademici onorar] 
attivi, e i Soc) urbani essi pure con emula gara si sono 
offerti d'essere attivi. Oltracciò per accrescere a se mede- 
desima lustro e splendore si adoperò di procacciarsi la cor- 
rispondenza e la società onoraria di alcuni soggetti per 
eminenza di pregi e per altezza di grado ragguardevolissi- 
mi; ed ha il conforto di contare fra questi i nomi più il- 
lustri del Regno Italiano. 



Piaccia pertanto all'alta mente del MASSIMO che ci 
governa, e airacloraì)ile Principe che tra noi lo rappresenta, 
accoglier benignamente cotesto Saggio delle nostre fatiche, 
e guidare a certa e sicura mota i nostri destini. 



IX 



CATALOGO 

DEGLI ACCADEMICI 

PENSIONAR!, ONORARI, ED URBANI ATTIVI 

PENSIONAR! 

Classe di Scienze esperirne/itali 

Signor Leopoldo Caldani Professore emerito di Anatomia e Medicina 

teorica 
Signor Abate Vincenzo Chimincllo Professore di Astronomia 
Signor Vincenzo Malacarne Professore d' Istituzioni Chirurgiche e di 

Ostetricia 
Signor Salvatore Mandruzzato Professore di Chimica farmaceutica 
Signor Stefano Galliui Professore di Fisiologia e di Anatomia comparata 

Classe di Matematica 

P. Alessandro Barca C. Pi. S. Professore di Diritto naturale e sociale 
Signor Abate Giuseppe Avanzini Professore di Fisica generale 
Signor Abate Daniele Francescoui Professore del Codice Napoleone com- 
parato al Diritto romano 

Classe di Filosofìa speculatila e di Belle-lettere 

Signor Abate Matteo Franzoja Professore emerito di Diritto pubblico e 

delle Genti 
Signor Abate Benedetto Mariani Professore emerito di Diritto civile e 

del Codice Napoleone 



Siiiiior Abate Giovaiiui Costa Professore di Letteratura nel Seminario 



vescov 



Ile 



Signor Abate Siinoue Assemani Professore di Lingue orientali 

SOCJ ONORARJ ATTIVI 

Classe di Scienze esperimentali 

Signor Luigi Arduini Professore di Agraria 

Signor Angelo Dalia-Decima Professore di Materia medica 

Signor Glo. Ballista Polcastro 

Signor Francesco Fanzago Professore di Patologia e Medicina legale 

Signor Floriano Caldani Professore di Anatomia umana 

Signor Abate Salvatore Dal-Negro Professore di Fisica esperimentale 

Signor ?Vicolìi Da-Rio Consigliere di Prefettura e Ispettore ai Boschi 



Classe di Matematica 

f. Pietro Cessali C. R. T. Professore di Calcolo sublime 

Signor Abate Francesco Maria Franceschinis Professore di Matematica 

applicata 
Si'mor Antonio CoUalto Professore d' Introduzione al calcolo sublime 

Classe di Filosofia speculativa e di Belle-lettere 

Signor Luigi Mabil Cavaliere dell'Ordine della Corona di Ferro, e Pro- 
fessore di Diritto pubblico interno del Regno. 
Signor Abate Giuseppe Barbieri Professore di Lingua e Letteratura greca 

SOCJ URB.\TS1 ATTIVI 

Classe di Scienze esperimentaU 

Signor Giuseppe Bonato Professore di Botanica 

Signor Jacopo Penada Medico della Commissione Dipartimentale del 
Brema 



Siijuor 3Iarc'Anioiiio Dalie-Ore Ripetitore della Cattedra di Fisiologia, e 

Membro della Direzione di Polizia medica 
Signor Girolamo Melaudri Professore supplimeuiario e Dimostratore di 

Chimica generale 
Signor Stefano Maria Renier Professore di Storia naturale 
Signor Valcriano Luigi Brera Professore di Clinica medica 

Classe di Matematica 



Signor Abate Magarotto Professore di Elementi di Geometria e d'Algebra 
Signor Giovanni Santini Professore aggiunto di Astronomia. 



Signor Abate Bertluossi Basata Allievo di Astronomia 



"o 



Classe di Filosofia speculatifa e di Belle-lettere 

Signor Abate Braus Professore di Belle-lettere nel Seminario vescovile 
Signor Abate Furlanetto Direttore della Tipografia del Seminario vescovile 
Signor Abate Gregorio Qualni 

PE5SI0NARJ 

Ora domiciliati fuori di Padova 

Signor Simone Stratico Cavaliere del Real Ordine d<?ila Corona di ferro, 
Membro della Logiou d' onore, e Ispettore geuet'ale di acque e strade 

Signor Francesco Maria Colle Cavaliere del Rea/ Ordine della Corona 
di ferro, e Consigliere di Stato Uditore 

Signor Abate Angelo Zendrlni Professore di elementi d'Algebra e Geo- 
metria nel Liceo di Venezia \ 

Signor Abate Giuseppe Greatti ^ 

Socio Urbano domiciliato fuori di Padova 
Signor Abate Antonio Meneghelli Professore di Belle-lettere nel Liceo di 
Vicenza 

Socio Lrhano emerito 
Signor Abate Giovanni Coi 



Xll 



ALUNNI 

Signor Giovanni Bianchi ' 

Signor Girolamo Festari- 

Signor Carlo Bruni , 

Signor Giiilio Zaiamelliu 

Signor Steilio Boria 

Signor Angelo Melissinò 

Signor Giacinto Toblini 

Signor Francesco Scotti 

Signor Giuseppe Ciudro 

Signor Girolamo Venanzio 

Signor Antonio Piovene 

Signor Alvise Franceschi 

Signor Taddeo Scarella 

Signor Carlo Lugnaui 

Signor Bruuelll 

Signor Matteo Dudan 

Signor Giuseppe Bianchetti 

Signor Bruaon 

ACCADEMICI ONORARI 

Nominati dopo Cidtiina pubblicazione del Tomo III anno i ■704. 

Monsignor Francesco Scipione Dondi dall' Orologio CavaKere del Rcal 
Oidine della Corona di ferro, Barone del Regno d'Italia, Vescovo 
di Padova 

S. 'E. il Signor Girolamo Polcastro , Senatore, e Cavaliere del Real Or- 
dine della Corona di ferro 

S. E. il Signor Conte Pietro Moscati, Senatore, Graud'Aquila della Le- 
giou d'Oiiure, e gran Dignitario della Corona di ferro. 

Signor Vincenzo Dandolo Provveditore generale della Dalmazia, Cavalie- 
re del Real Ordine della Corona di ferro , e Membro della Legiou. 
d'Onore 



S. E. il Signor Duca di Lodi Cancelliere Guarda-Slgilli del Regno, Gran 
Cordone della Lcgiou d'Onore, e Gran Dignitario della Corona di ferro. 

S. E. il Signor Conte Giovanni Paradisi, Senatore, Grand' Aquila della 
Legioa d'Onore, e Gian Dignitario della Corona di ferro. 

S. E. il Signor Conte Arborio De-Brerae, Senatore, Ministro dell'In- 
terno ec. ec. 

Il Signor Stefano Mejan , Membro della Legion d'Onore , Cavaliere del 
Real Ordine della Corona di ferro, Consigliere di Slato, e Segretario 
degli Ordini di S. A. I. il Principe Vice-re 

Il Signor Gaudenzio Maria Caccia Cavaliere del Real Ordine della Co»- 
rona di ferro, Prefetto del Dipartimento d'Olona 

S. E. il Signor Giuseppe iiuosi Gran Giudice Ministro della Giustizia, 
Grand' Aquila della Legion d' Onore, ec. ec. 

SOCJ NAZIONALI 

raggiunti dopo la sunnommata epoca 

P. Ermenegildo Pini Cavaliere, Ispettore generale di Pubblica Istruzione 
Signor Giacomo Filiasi 

Signor G. B. Brocchi Professore di Storia naturale, ed Ispettore gene- 
rale alle miniere del Regno 
Signor Marco Corniani Ispettore generale alle miniere del Regno 
Signor Vincenzo Brunacci Cavaliere, Professore di Calcolo sublime in Pavia 
Signor Vincenzo Monti Cavaliere, Istoriografo del Regno 
Signor Coccoli Ispettore generale di acque e strade 

Signor Luigi Lamberti Cavaliere, Ispettore generale di Pubblica Istruzione 
Signor Luigi Rossi Cavaliere, Segr. gen. della Direzione di Pubblica Istruz. 
Signor Achille Alessandri 
Signor Francesco Dottor Aglietti 

SOCJ ESTERI 

aggiunti dopo l'epoca indicata 
Signor Prospero Balbo 

Signor Colonnello Barone di Zach ora General Maggiore al servizio di 
S. M. I. e R. r Iniperalor d'Austria 



xrv 



Monsignor Nicolò Maria Nicolai di Roma 



Signor Tenente Colonnello Barone di Zach Astronomo di Gotha. 
Signor Consigliere Stift Archiatro di S. M. l' Iniperator d'Austria 
Signor Barone Quariu di Vienna 
Signor Pietro Ferroui Professóre di Pisa 
Signor Harles Presidente dell'Accademia di Erlauga 
Signor Barone di Corvlsart Primo Medico di S. M. I. e R. Napoleone I. 
Signor Le-Sage Ingegnere in capo di prima classe , ed Ispettore della 
Scuola Imperiale de' ponti e strade 

SOGJ CORRISPONDEiMi 

Signor Pittarelli 

Signor Gardini 

Signor Abate- Plnazzo 

Padre Nocca Professore di Botanica a Pavia 

Signor Girolamo Trevisau Regio Procuratore nella Corte d'Appello di Venezia 

Signor Olao Gerardo Tychseu 

Signor Liunaberg Uffiziale al servizio di S. M. 11 Pie di Svezia 

Signor Ijulgl Romano Jugegnere in capo per le opere stiaordinarle 

Signor Canonico Belgrado 

Signor Abate Clarlmbaldo Comoda 

Signor Sante Fattori Professore di Anatomia umana a Pavia 

Signor MarabelU Professore di Chimica farmaceutica a Pavia 

Sisnsr Arceotini Agronomo di Cesena 

Signor Giuseppe Sonsis di Cremona 

Signor Luigi Morelli Professor di Pisa 

Signor Nicolò Valen^nl 

Sienor Abate Giacomo Giuliani Professore di Diritto e Procedura cri- 

minale secondo il nuovo Codice 
Padre D. Giuseppe Rossi Monaco Cassinese 
Signor D. Agostino Vlvorio 
Signor Gaetano Dottor Malacarne 



XV 

Signiir Dottor Giuseppe Mouiesanti Ripetitore della Calletlra di Clinica 
medica, e Membro della Direzione di Polizia medica di Padova 

Sif^nor Pietro Antouio Letler Ingegnere in Capo 

Signor Francesco Giuli di Pisa 

Signor Dottor Zcccliinelli 

Signor Dottor Savaresl Medico in Capo dell' Armata di Napoli 

Signor Ahale Antonio Maria Dottor Meueglielli Professore nel Liceo di 

Venezia 
Si-nor Mario Pieri Professore di Belle-lettere nel Liceo di Treviso 
Signor De-Rossi Professore di Chirurgia e Membro dell'Imperiale Acca- 
demia di Torino 
Signor Sebastiano Disderi Pro-Vicario Capitolare e McmLro dell' Acca- 
demia di Torino 
Signor Abate Placido Tadini 
Signor Dottore Bartoloinmeo Apiilis 

Signor Dottore Agostino Olmi ^ 

Signor Dottore Doineuico Boninl 
Signor Capitano Reichembach 

Signor Dottor Quadri Incisore d'Anatomia umana a Bologna 
Signor Mazzuccato Professore di Botanica e Agraria nel Liceo di Udine 
Signor Hernandez Professore di Medicina a Tolone 
Signor Dottor Luigi Manzoni 



SUI GETTI EMOPxROIDARJ 

M E IM O R I A 

DEL SIGNOR OVMILLO BONIOLI 



I. i_Ja stoiia Jo' falli , che la natura sconccrlaia nelle sue operazioni 
spoiUancaiucMiio offre a chi si presta nell' indagarli , o che è forzala a 
iiiaulfeslargli per l' incessante industria dei Chirurghi, ha somministralo 
gli argoineuli di discoprire il nicccauisnio di tante morhose produzioni 
che nelle varie parli del corpo umano vivente si osservano. E pertanto 
vero, che la storia di multi fatti registrati non è sincera, perciocché gli 
autori non sono d'accordo, e si contraddicono a loro grande vergogna, 
onde risulta una sì fastidiosa incertezza, la quale , oltre che rilarda il 
progresso dell' arte nell' esatta conoscenza delle malattie, è seguila anco 
dal disprezzo contro chi osa asserire con audacia in materia de' falli so- 
leuuissime contraddizioni. Dai quali disordini d' opinione molle malattie 
si sono perpetuate nell' uomo coli' erronea supposizione di felicitargli la 
.salute e la vita. Quindi è che senza maturo esame prevalse anco fra Me- 
dici r opinione di clii riconohhe utile la sussistenza dei getti emorroidarj 
l)ianclii o rossi, bian con mentito periodo, o irregolarnicute fluenti, quan- 
d,o veramente si deve riconoscerli o utili per accidente, o indifferenti, 
o dannosi. Eppure certi valenti Dittatori delle mediche verità si credo- 
no soli aver il diritto, di partecipare ai Chirurghi il tesoro delle loro 
dottrine , e di guidarli nelle loro indicazioni, sebhene molli fra loro non 
ahliiano maggior merito, che quello d'aver ricevuto sul capo la hcrrelta 
di Dottore. 



2. Sappiate però ch'io non pretendo oggidì d'csporvi, egregi Accade- 
jnici, un lungo catalogo delle infinite coniraddi/Joni che si trovano regi- 
strate nel fasti asclepiadei, quantunque conosca che nell'arte non v'ha 
proposizione , la quale asserita dalla ragione , dalla autorità , dalle osser- 
vazioni e dagli esperimenti, non sia contraddetta da celebri scrittori 
con allrellante autorità e fatti incoutrastahih , ma mi propongo soltan- 
to di mostrarvi : Primo , che non si ha forse una giusta idea dell' es- 
senza delle emorroidi , ossia dei tumori sanguigni emorroidarj. Secondo, 
che gli spurghi sanguigni, che talora spesso escono per l' ano, non sem- 
pre, e forse mai, dipendono dal solo varicoso sfiancamento delle propa- 
gini della vena emorroidale. Terzo , che finalmente assai di rado sono 
critiche e salutari evacuazioni coleste frequeuti perdite , come suppone il 
volgo de' Medici, essendo dagli stessi prese alla rinfusa, e confuse con 
altre malattie ; osservandosi inoltre, che non sempre sono sottrazioni del 
ridondante del sangue , ma un necessario effetto d' accidentali violenze 
morbose , o di temporarie morbose operazioni meccaniche , o d' un con- 
fumato vizio di conformazione e di fabbrica in quelle parli . 

3. La voce einoiToide significa un tumore dipendente dallo sfianca- 
mento dei rami della piceiola vena raeseraica detta emorroidale interna , 
il quale per essere prodotto dall'adunanza di pretto e sincero sangue, 
si chiama titmor sanguigno. Egli non differisce dalle varici, se non in 
quanto alla varia origine , alla sede, e alla diversa natura delle parti, 
colle quali i vasi emorroidarj souo uniti , e unitamente cospirano nella 
lor vita e negli offizj. Comunemente non i rami, ma i piccioli ramuscel- 
li sono quelh che si sfiancano, i quali o risguardano la superficie del 
retto o delle cellulose annesse e vicine , o il contorno del podice , 11 
perchè sono distinte coli' aggiunto di esterne e d'interne. E questi oltre 
l'essere sfiancati possono soggiacere ad altre cagionevolezze, e quindi le 
loro cellulose s' ingorgano di materia bianca , o rossa ; or variamente 
s'infiammano, addolorano, si riscaldano ec, ed ora gonfiano con pro- 
rito, e colla materia delle cellulose adjacentl a mano a mano insieme 
indurano j or gettano sangue, ed ora linfa e moccj , e tal altra volta in- 
sterihscono e quasi atrofiche divengono, o sotto altra forma e per altri 
modi manifestano tanti altri loro strumentali sconcerti. 

4. Che poi sia vero , che in materia di fatto la vera essenza dell' emor- 
roidi comunomenle dai Pratici non è intesa, e viene confusa con altri 



difetti di quelle pani , non solo <!ai Medici volgari , ma da molti dei 
Professori ragionevoli, e da taluno ancora del più solenni Scrittori, or 
io m'accingo a mostrarvelo. Dalla maggior parte dei Medici si pensa, 
che mi addoloramento dentro all'ano, un riscaldo, una lumldezza ec. 
siano manifeste dipendenze dell' emorroidi sconcertate ed afflitte ; e del 
pari eziandio si giudicano le offese apparenti d' intorno al podice , mas- 
sime se il soggetto sofferse qualche perdita sanguigna ; e mollo più sì 
confermano nell' erronea opinione , se osservano uscire dall' ano e poi 
riconcentrai'e alcune tuberosità , siano o non siano con uscita di san- 
gue , qualificandole per emorroidi interne. Io per me credo , e meco 
concorreranno certamente gli esatti Osservatori , che 1' intestino retto col- 
le di lui appartenenze può andar soggetto al complesso de' mali, ai quali 
soggiacciono tutte lo altre parti del corpo umano organiche ed attive, 
e che quindi eira quel Clinioo , che indistintamente 11 riconosce come al- 
trettante dipendenze d' emorroidale sconcerto . 

5. Suppone Ippocrate ( lib. de Htvmor.), che le intcì-ne emorroidi rap- 
presentino gli acini dell'uva, che siano livide e sparse per la superficie 
dell'intestino retto, le quali talvolta pi>ocedono fuori, il perchè egli le 
distingue dall'esterne, che formano altrettante manifeste luherosith. Que- 
sta ippocratica osservazione ormai adottata da tutte le scuole è quella 
d'oggid'i, e si tiene per fermo, che uno o piii vascllini emorroidali a 
tanto si sfianchino, che simulino nel tumore gli acini dell'uva. Io meco 
considerando la condizione dell' emorroidi , siccome concorro nell' ac- 
cordare che spesse fiate s'osservano queste apparenti, esterne, livide e 
liscie tuberosità d' ampia base ; così discordo dalla comune credenza , 
che ciascuno degli acini sia costituito dal solo sfiancamcnto particolare 
d'un semplice vaso, e tanto più ne dlscoido, quando rifletto sulle va- 
rie forme, e sull'esterne rappresentanze delle medesime; sendochè os- 
servasi che talvolta elleno circonvallano 1' orifizio dell" ano con grosso lab- 
bro più o mcn renitente, mostrando al di dentro una carnosa tuberosi- 
tà gemente moccio, e talora sangue. I quah strumentali disordini in sem- 
bianza d' emorroidi molto differiscono dalla vera essenza delle varici , che 
nelle varie parti del corpo si manifestano , come talvolta differiscono fra 
di loro sì nella forma, nella mole, nella solidità, e nelle diverse appa- 
renze, che nel fenomeni, e nelle variate* loro trasformazioni, talmentc- 
chè si può affermare con ragionevole consigho, ch'essi sono d'indole 



4 

beu diversa dallo sflaucamcnto delle vene , e dalla succedente loro de- 
generazione, ma che veramente dipendono da maicriali ingorganicuii as- 
sociati al difetto di struttura dell' interna membrana. Quando poi si pren- 
da in esame le interne emorroidi , e si cerchi dentro nell' ano col dito la 
Jioro presenza e la condizione , niente s' osserva di circoscritto , tubero- 
so, ed elevato, che pareggia coli' emorroidi quando escou fuori dell' ano, 
e solo si riscontra essere 1 interna membrana dell'intestino uniformemen- 
te tumidetta e liscia , senza gì' immaginati nodosi risalti. Che se si con- 
sidera, e attentamente si esamini il podice , dacché il soggetto ha vuo- 
tato il ventre , massime avendo sofferto nel mentre dell' operazione efti- 
caci stimuli e ripetute pressure , si osserverà comunemente una o piii 
tuberosità dure, e liscie , e livideite, d'ampia base, che non s'avvallano 
alla pressione , come è proprio delle varici ringorgate di fluido sangue , 
inerenti al cautoruo dell'ano, le quali non indurite per soverchia adu- 
nanza di materia, sogliono indi riconcentrare colla pressione , o sponla- 
ueamcntc, o colla sforzata contrazione del podice, o coli' applicazione 
dei hipiori freddi , allora pareggiano in gran parte le particolari proci- 
denze della vagina. Se la cosa è dimque cosi risulta manifesto , che non 
possono uscir fuori 1' emorroidi , se non escono iusicme quelle niombra- 
ne colle quali sono legali e insieme sparsi i vasi emorroidarj , come nep- 
pur questi possono prodursi, se non si allentano le cellulose cogli altri 
legami die insieme strettamente le uniscono. Perciò nel divisalo allen- 
tamento dell' accennala membrana, e quindi nel disordine delle parti che 
vivono congiuntamente ad essa, consiste ciò clic ingannò i Medici ed i 
Cliirurghi , facendo loro le viste di tumori sanguigni emorroidarj. Alla 
comparsa delle quali tuberosità protesto d'aver costantemente osscr\ato, 
che non eraìio canali sfiancati quelli che procedevano trasformati a gui- 
sa d' acini , ma la membrana istessa ingrossata coli' ingorgamento delle 
annesse cellulose, nelle quali suppongo che m parte risieda la causa stru- 
mentale della malattia. ^ 

6. Nella susbistenza degli slimoli inerenti all' ano segìilii dai i-ipetuti 
premili j e nella lame volle occorsa caduta dell'interna membrana si vie- 
ne alla fine a sconcertare talmente l'intima di lei struttura, e delle vi- 
cine cellulose, òhe si formano i tumori sotto diverse rappre«entanzc. I 
quali tumori di larga base , siccome derivano dalla mutata sede delia- 
mentovata membrana, e dalla seoucertata siiumetria- delle parti che la 



compongono, mostrando un' affano allona sostanza, giusta i varj loro ap- 
pareiiii direni, perciò or addolorano aGerbameiUe, ed ora meno, or get- 
tano semplice moccio , ed ora moci<ij sanguigni o pretto sangue in ah- 
bondan/.a ; or sono tesi con mauifesle lacune, Nolumiuosi, inllanunati, 
lividi-oscuri, renitenti, tardamente ricouccntrabili, gangrenosi ec. ed ora 
son molli, llscj, cedenti, prontamente rientranti, e fondenti tenue rau- 
cilaggine. Da cosi fatto sconcerto di fabbrica di rpielle parti , e dall'in- 
signe loro allentamento ristdta il disordine degli organi muciferi dei ca- 
nali , e delle cellulose che li circondano, gli sostengono , e li connet- 
tono colle altre parti , e quindi nasce F errore nell' equabile e propor- 
zionato spartimenlo dei liquidi , il loro ritardo nel moto , la ridondan- 
za , la dlsioiisione , la pigiatura, e tanti altri danni, che seguon poi la 
succedente loro degenerazione, secondo la proporzionata naturale, o mor- 
bosa irritabilità o sensibilità degli afflitti sirimienil e degli occorbi con- 
scusi, onde spesso seguono i mali d'orina e talora le mentite coliche 
emorroidali ec. 

■y. Nella mentovala procidcnza , e nel violenti,' strangolamento dei canali 
emorroidali, o di diversa stirpe, siccome ripieni di sangue, spremesi a 
forza dagli escietorj nniciferi , dalle lacune, e da' vascUini sfiancati, ap- 
parenti lalor nella superficie, non meno che dai pori organici e dagli 
inorganici un puro siero mucoso, o sanguigno, che continua finché que- 
ste supposte emorroidi spontaneamente o coli' artifizio riconcentrano e si 
avvallano. Ma gettasi sangue pretto e sincero, e talvolta in copia gran- 
de , quando nella trasformazioue dell' interna rilasciala membrana si spie- 
gano ed allungano sulla superficie di lei gli allentati vaselhul che ne la 
tessono, i quali lussureggiano a guisa di rossa velutata peluria, talinen- 
techè un' infinita mulliplicità di confluenti vaselliui mentisce ai- meno ac- 
corti una plaga floscia e bavosa, o un t nuore carnoso escrescenziale. Quin- 
di da clasehedun punto dell' accennata vasculosa carnea superficie , os- 
servasi colla maggior evidenza ad uscire per successione i globuli del 
•«angue, i quali raccolti in gocciole formano rivo perenne, lìnchc rien- 
trano in sede le cosi dette interne emorroidi j e questo appunto è quel 
sangue emorroidale, che tanto si decanta utile alla salute, quando ognun 
vede eh' ci deriva dall' accennato disordine strumentale. E quantunque io 
conosca esser tale la condl/.ione dell' emorroidi , nonostante però non 
nego, che indipendentemcaie dall'esposto disordine i \as<Jllui propvj 



dell' interna membrana non possano soli dilatarsi, e conciò formare an- 
cora degli appena discernibili nodi , come s' osserva nelle permanenti flus- 
sioni delle fauci e d' altrove , e nello sfiaucamenlo delle proprie vene 
della pelle. Anzi credo, che nella sovercliia loro distensione, dipendente 
dalla particolar ridondanza del sangue , essi s' apriuo e versino il sangue 
per r ano , il qual disordine di rado è disgiunto dalla flussione dell' ac- 
cennata niem])rana inzuppata d' allena materia , clie talor trasuda ed esce 
lu sembianza di scolo emorroidario bianco. Dall' esterne emorroidi non 
esce mai sangue , e qualora gonfiano ed intumidiscono elleno si manten- 
gono fisse, secche, e più o men dolorose e costanti. In esse non si os- 
serva mutata 1' intima condizione della pelle , la quale cede e si presta 
al particolare ingorgamento della sottoposta sfiancata cellulosa vicina al 
podice, e verso al perineo, dal quale sconcerto della cellulosa essendo 
i di lei vasellini sfiancati e pieni zeppi di sangue, e comuni con quei 
della pelle , è manifesto cbe deve in essa ancora risultare l' ingorgo e 
la tumldezza per il sangue ivi in copia adunato. Quindi è manifesto che 
la cute soffre d' irritamento , di pienezza di sangue , e di dolore per la 
distensione e la pigiatura del canali , perlochè tanto soffre e si debilita 
nel corso del male , che ad onta del dileguamento umorale resta talor 
difettosa e rilasciala a guisa di borsa vuota. Cbe la cosa sia cos'i io tan- 
to più mi confermo , quanto piìi rifletto agli esiti delle medesime , seu- 
dochò osservo, che qualora le emorroidi non dileguano, seguono esse 
quelle tanto diverse trasformazioni che si osservano negl' iugoigamenti 
umorali delle cellulose dell' interna membrana dell' intestino retto , e del- 
la pelle del podice , capaci di cosi variate degenerazioni. 

8. Intorno al secondo punto , penso che pecchino di erronea creden- 
za coloro , i quali stimano che l' uscita del sangue per 1' ano dipenda 
dallo sfiancamento dei vasi emorroidali, quando la presenza di qualch' al- 
tra malattia non faccia loro mutar consiglio. Eppvire egli è vero che 
spesse volte ci se ne esce fuori dai canali o pel distacco delle loro reci- 
proche inoculazioni , o per la dilatazione dei pori organici , o per la so- 
luzione della loro sostanza , o per altra morbosa temperarla , od organi- 
ca trasmutazione. Il modo col quale il sangue s' apre la strada e se 
n'esce pel naso, sia accidentale la perdita, o critica, o morbosa, ce ne 
reca una prova convincente. Ben lungi dal sospetto di varicosa dilata- 
zione del vasi della pituitaria scheneideriana , spesso improvvisamente, e 



senza il minimo sospetto di caUeiituia od altro, il sangue esce fuori iu 
-oopia grande, come sovente s'osserva nei giovani, e talor nelle febbri 
ardenti per critica evacuazione. Ora, se la membrana che investe colle al- 
tre budella l' intestino retto sembra della stessa identifica natura ; se iu 
rssa si ponno destare quelle subitanee mutazioni , onde disunire le ana- 
stomosi , o amplificare i pori j se non è interdetto alle cause operanti 
d' uniformemeule agire nell' uguaglianza delle circostanze , o nella ira- 
cliéa , o nel naso , o nell' ano , secondo le combinazioni che le porta- 
aio a Colà operare piuttosto che altrove, non deve però recar maraviglia , 
se indipendentemente dall' emorroidi si osserva ad uscire il sangue per 
l' ano. Ed invero ognun sa , che iu molte circostanze può contrarre il 
.sangue corto difetto da non potersi comprendere , il cpiale per occulte 
leggi trasferitosi in parti di adattata fabbrica, ivi opera sopra di esse , ir- 
ritabili e sensibili che sono , in guisa da sconcertarne la loro tempera- 
tura , talmente che o destandosi l'eritema, o altramente operando, viensi 
a mutare tcmporariamenie la fisica orditura dei canali scostandone le 
anastomosi , ed ampliando i loro orifizj con altro uascoso lavorio , laon- 
de il sangue rarefatto ed iu bollore, e perciò ridondante rispetto il lu- 
me dei canali, per là ei se n'esce, evacuandosi cou esso la cagione 
morbilica che a tanto Jo fé' degenerare. 

6. Inoltre s'osserva, che nella sussistenza dello strumentale sconcer- 
to, il sangue che si perde è sempre di buona cpalilà , e talvolta iu tanta 
copia si perde, che interessa l'Artista ad usare delle cure diverse per 
sospenderne l'ulteriore perdita. Or chi non vede, che rpieste sanguigne 
peiditc per 1' ano non derivano dai tumori emorroidarj , come il volgo 
crede , ma dipendono da altra mutazione diversa indottasi nei canali per 
cui è forza clie il sangue esca per meccanica potenza , come accade nei 
(iori merini delle donne , avvegnaché d' altrove derivati , e nell' emorra- 
gie del naso ec. La grande analogia e la conformità che v' ha fra le va- 
rici , e le emorroidi mi conferma nella credenza ; e tanto piìi io m' im- 
pegno nella massima , dacché ho osservato essere affatto guariti quei sog- 
getti , che sostennero per lungo tratto le perdite sanguigne per l'ano, 
senza operazione , e senza che vi sia rimasto alcuno sconcerto né dilata- 
zione iu quegl' interni canali che si supposero sfiancati e varicosi. Ep- 
pure è manifesto che le vene, che divennero per debililamento vai-ico- 
»e , giammai . non rinforzano , né si contraggono in guisa da cancellare 



queir ampiaraenlo, die contrassero per la cagionevolezza dei loro com- 
ponenii , e per Y allcntanicuto della loro iiiierua forza di coesione . 
-f IO. E vanità dunque il credere, che qualunque perdila sanguigna per 
r ano dipenda dallo sfiancaraento dei vasi emorroidali , come è vanità il 
credere , che il dolore e 11 varj lumori, e tante altre diverse cagiouevo^ 
lez/ie, ch'ivi si formano, sempre dipendano dagl'ingorghi di sangue nel- 
le slesse emorroidi trattenuto , e per vario modo degenerato. Ne vi rin- 
<:resca, o Signori, se vel ripeto: queste parti vanno soggette alle loro prò- 
prie malattie, relativamente alla respettiva loro fabbrica, alla sede, ed agli 
ullìzj, delle quali indebitamente se n'accagionano i tumori emorroidarj , 
quando elleno derivano dalle cause affatto lor proprie, o da consensi, o 
da meccaniche forze ivi dirette , o da inesplicabili accidentalità. E ve- 
ramente , se dagli aperti vasi dell'utero, o dello stomaco, o del naso, 
o della trachea, o di tante altre parti, si spande il sangue in gran copia 
con grave pericolo dei soggetti , senza che ncppur accada sospetto di 
varicoso amplamcnto, non deve perciò recar maraviglia, se indipenden- 
temente da qualunque \lzlo coiifu-mato in quelle parti, si osserva acca- 
dere improvvisamente delle simili .gravi perdile di sangue. E poiché pos- 
sono nascere nei nostri liquidi tanti diversi stemperamenti, quante sono 
le morbose preponderanze dei varj ingredienti che li compongono , e 
delle forze vive che li muovono, e delle aggiunte aceidenialilà, è ma- 
nifesto , che nello sviluppo di qualche reo fomite attivo di repente su- 
scitatosi , a mano a mano si verrà a sconcertare talmente la condizione 
dei canali e dei liquidi, che per essi scorrono, o vi dimorano, che nel- 
la loro effervescenza e bollore sarà uopo , che se n' esca il sangue a, 
pieno rivo , tutto che picclolissimo sia il diametro del vaso aperto . ' 

II. Non vi sembri ora strano, ornatissimi Signori, se spoglio delle 
legali facoltà io m'accingo in questo terzo punto a sciorre un medico-; 
pratico argomento , ed entro nel sacrario delle recondite cllniche verità 
riservate soltanto ai gran Sacerdoti d'Esculapio; né vogliate condannar-, 
mi come sacrilego , se oso dubitare d' uno dei plii venerandi dommi 
della medicina, autenticato dalla lunga serie dei secoli, e dalla autorità 
di tutti i Medici : imjjerocchè essendo di ciascuno libera l' opinione , 
non dee rincrescere a chi che sia , se lo mi pongo a svelare liberamen- 
te i miei pensieri mostrando ,. che di rado sono critiche e salutari le 
frequenti perdite sanguigne , STipposte emorrold'all. Temo p.erò che vi 



9 

sembrerà strano eli' lo colle podio mie forze m' Innal/i contro il comu- 
ne pensare del Medici, e contro un infinlio numero di osservazioni pro- 
dotte da valentissimi Professori , comprovanti l' utilità dei sangui enior- 
roidarj , e del gravi danni che risultano dalla lor sospensione ; ma mi 
lusingo di meritarmi la vostra credenza, se colla sagacllà del vostro in- 
gegno mi seguirete , e vi darete a riflettere , che gli errori si assumono 
senza considerazione adottando ciecaniente i detti altrui, senza punto ri- 
flettere sulla forza del vero. Egli è certo , che talvolta nella sospensio- 
ne del fiori nelle donne escono i loro sangui con esatto periodo per 
r auo , e che per rpicUa via in certe cagionevolezze della testa e del 
petto, si vide a succedere delle salutari sanguigne evacuazioni j e fu an- 
che deciso, elle nelle affezioni ipocondriache dipendenti da materiali ree 
adunanze , e nelle miste ancora , si sottrasse alcuna volta per l' auo col 
sangue certo umorale fomite cattivo cou esito salutare. Io non pretendo 
a tanto, onde negare questi fatti j e sarebbe gran superbia il voler ne- 
gar ciò di cui non s' intende la ragione. So che la natura è spesso in- 
volta nelle sue operazioni in arcani impenetrabili, e se non pecca co- 
lui , che modestamente s' ingegna di riconoscerli , commette errore chi 
audacemente vi si oppone, invece di confessare la propria ignoranza. 
Quindi su tal argomento con pienissima libertà concorro a riconoscer 
vere molte osser\ azioni, e fermaniouto credo, che talor per incognite 
leggi si tolga per Fano 11 ridondante, e tal rara volta ancora l'alleno. 
Ma si dirà jier questo, che tutte le sanguigne perdite per l'ano sono 
critiche, sono salutari? Si dirà che si fanno sempre pel vasi emorroida- 
li sfiancali, e divenuti varicosi? E si dirà finalmente, che dalle quoti- 
diane perdite ne risulta un complesso di beni ? Or è noto eh' io discor- 
do su ciò , e già si vede , eh' lo considero essere le così dette perdile 
emorroidali solo qualche rara volta evacuanti la ridondanza degli umo- 
ri , misti lalor con allena sostanza , giudicandole comunemente co- 
me costanti e vere dipendenze di morbose temporarie mutazioni, o di 
iconcerti strumentali da lungi slabllitl, talvolta feraci di conseguente gra- 
vissime, e della morte medesima. Aczlo stesso riconobbe questa verità, 
t. 3, cap. 5, pag. i o., ove dice .• Hcemonhoidas morbi genus plurinioruni 
scepe malorum. origo est , nani et deformitatem , et (^itam mìseram , iu- 
ta dum et mortem ojfert: deformitatem , quoniam nimia inanitìone uni- 
versum corpus decoloratur _,• litam miseram , quoniam perpetuw imhecil- 



ts 

litati occwrenditm ; mortem, quia frequenter jecinore ob excedentem 
ecacuationem refrigerato , aqua intercus supervenit. 

12. Si sa, giusta le osservazioni del signor Siiupson , cbe non d'al- 
tronde derivano ì nienstrui , che dalla particolare pletora dell' utero ; e 
si sa ancora per testimonianza del signor Clinfton Wintringan eh' essi di- 
pendono dalla ridondanza del sangue nell' estremità delle arteriucce ute- 
rine per ciò che loro non corrispondono le socie vene nel numero , 
e quindi nella somma dei lumi. Glie sieuo vere , e non fallaci le sup- 
poste dottrine intorno alla produzione dei nienstrui , io noi deciderò , 
quantunque a ragione tema , che la faccenda sia ancora involta nel mi- 
stero. Può accadere adunque nella morbosa resistenza all' aprirsi delle ar- 
terie uterine , che il sangue si derivi ai vasi vicini , e quindi vadi a pe- 
so degli emorroidali, o ad essi si trasferisca, dacché passato nelle ve- 
ne ivi trovi ostacolo, che lo sforzi a passare appunto nelle emorroidali 
colle quali comunicano, ed in tal caso ognun vede l'utilità della salu- 
tare derivazione per l'uscita del sangue menstruo per l'emorroidi, co- 
me osservò Ippocrate nel lib. 4 dei mali popolari al num. i5, e nelle 
coacl prenozioni al num. 3 della pag. i5o. Ma non sempre dalla ridon- 
danza del sangue derivano i getti pei canali emorroidarj , imperciocché 
indipendentemente da essa gli adulti spesso vi soggiacciono, come ne av- 
vertì Ippocrate nell' afforismo 3o della sez. 3 , e sembra che vi soggiaccia- 
no , secondo il Gorter, per la di lui densità, e per il tardo moto ch'egli 
ha per la vena porta priva di valvole ; a produrre la qual densità e pi- 
•nizia di moto tante altre cause diverse inoltre vi concorrono, e ben se 
u' avvide Ippocrate al n. 4 de aere, aquis, et locis, ivi assegnandole co- 
me capaci di produrre anco 1' emorroidi. Non è però vero , clie prima del- 
la pubertà alcuno non vi soggiaccia , come dice Ippocrate , il quale fra ì 
mali che non accadono alla pubertà annovera anco 1' emorroidi. Hcemor- 
r.hoides ante pubertatem non fiunt , Cornaro Coac.prcenot p. 2, pag. i8y 
mentre io ho riscontrato il contrario anco qui in Padova in un giovi- 
netto delle più cospicue nobilissime famiglie, il quale per esse soffriva 
delle gravissime quotidiane perdite. Ora chi non vede, che nel secondo 
caso i getti emorroidarj bianchi o rossi che siana, dipendono dal disor- 
dine della lor fabbrica, o da violenza meccanica ec. e che perciò non 
\uoiano ne il ridondante, né l'alieno, ne sono mai salutari, ma sem- 
pre molesti ? Norv ostante tale è la prevenzione a loro vantaggio , che 



imputasi a dclilto a chi pensa in contrario , non cou^tleraudo , clic tal- 
volta elleno degenerano falalmente , come accennò lo slesso Ippocraie 
nel lib. 5, u. io dei mali popolari, o che infiammano, o suppurano, o 
portan seco altri gravi danni. 

i3. L'aver detto Ippocrate nel libro delle coaci prenozioni al n, 3: Si hce- 
morrhoides sjderatis accedaiit utile est; e ai ììhvo de j'udicalionib. n. io, 
pag. iGo: ^trabiliaris cwn phrenitide occupati^ hcemorroides suprave- 
nientes bonuin ; e nel lib. 6 degli afforismi all'afforismo 1 1 : Atrabile vcxa- 
tis , et reiiuin passioìiibus , h(S morrhoides supraveidentes bo/iuin; e all'af- 
forismo 2 1 : In insanientibus si varices et hcemorrhoides superveneriitt , 
insanice solatio, proverà mai die le diuiurne costanti emorroidi sono sa- 
lutari , se mai lo furono nell" esposte particolari circostanze? E potrà mal 
dirsi , che in tali casi il sangue esca per le emorroidi sfiancate e tube- 
rose , se non lo erano prima della supposta critica emorragia , ne lo so- 
no dopo ? E se il sangue esce da tante altre parti senza che vi sia sospet- 
to di varicoso sfiancamento , perchè mai condannare sempre i vasi emor- 
roidali a questo difetto , rpiaudo si sa che può uscire per altri modi , 
onde produrre il fenomeno ? Certamente non potrà dirsi altrettanto da 
ciò eh' egli scrive nel lib. 6 dei mali popolari alla sez. 5 , pag. 1 1 4^ Qui 
hcemorrhoides habent ncque pleuritide , neque peripneumonia , ncque 
phagedena , neque tuberculis terehinthi figuram habcntibus coiiipiun- 
tur : fortassis autein neque lepris , fortassis neque vitiliginibus ec. Qui 
si vede eh' egli le considera un preservativo di molti mali gravi e peri- 
colosi, sebbene per natura e per sede tult' affatto diversi. 

14- Ma poiché costantemente s'osserva, che anco gli Emorroidarj sog- 
giacciono a tutti rpianti i mentovati mali , e che gli espurghi nemmeno 
vagliono a moderare la forza delle cause esterne , sicché non operino 
sopra i polmoni producendo le acute e le croniche malattie , come ce 
ne fan fede le tanto frequenti flussioni di petto , e le pleuritidi ec. è 
manifesto che sono vanità i decantati vantaggi che risultano dagli espur- 
ghi emorroidarj. E tanto più si conosce l'errore, quando si rifletta agli 
ascessi dell'ano, che precedono, o seguono le tabi pulraonari, rilevan- 
dosi ad evidenza, che neppure il copioso getto purulento può essere 
considerato come una utile derivazione, peggiorando gli ammalati quan- 
to più copiosa n' è l'evacuazione purulenta. E mal s'avvisa chi pensa, 
che dalla sospensione dei getti emonoidarj bianchi o rossi che siano, 



12 

succedano i mali del capo o del petto ec. , imperciocché se per avxen- 
tura vi accadono , non mai derivano dal trasporto della materia che 
usciva innanzi dall' ano, depositata ai polmoni , ma deve credersi vera e 
reale dipendenza di quelle cause morhose , che occultamente operano sul- 
le potenze motrici di lutto il corpo, produceudo un' universale fisica per- 
turhazione nel sistema delle parti irritabili e sensibili , pria di ridursi 
all' atto , e di caricare il capo o i polmoni , o altrove , ed ivi produrre 
le diverse malattie. 

i5. Cerca Ippocrate nel lib. 4 dei mali popolari al n. 5o pag. iSg di 
comprovare la di lui sentenza intorno all'utilità dei getti emorroldarj con 
una storia. Alcippus ciim haheret hcemoirhoidas, a curatione prohihe- 
batur, curatus insaiiiit , jebre acida succedente cessavit. Ma potrà egli 
mostrar mai che Alcippo divenne pazzo perchè guari dell' emorroidi , se 
tanti ve ne sono , o vi divengono senza eh' abbiano giammai sofferto 
r emorroidi ? E se egli guarì dacché sofferse la febbre acuta , come per 
essa guariscono tanti altri pazzi i quali né prima , né dopo furono cagio- 
nevoli per emorroidi ; ritornò poi a lui lo spurgo emorroidario, ondo 
preservarlo dalla pazzia, giacché credette che si siano in lui disordinati 
»li uffizi del cervello per quel sangue colà trasferito ? Egli non ne fa 
cenno , eppure ce l' avrebbe detto , se in lui fossero ricorsi gli espur- 
ghi , poiché tale sopravvenienza gli avrebbe somministrato plausibile ar- 
gomento , onde megho appoggiare il suo detto. Ne deve tarsi gran con- 
to di ciò eh' ei dice al n. 56 delle predizioni : Curant hcemorrhoides ca- 
pitis doloiem i mentre si sa, che la cavata di sangue produce il mede- 
simo salutare effetto , come talvolta lo' produce il purgante , il vomito- 
rio, o altro rimedio, giusta la causa da cui deriva il dolore j sapendosi 
inoltre, c]ie il getto emorroidario non può guarire quel dolore di capo 
che dipende da gruma di stomaco , o da convulsivo irritamento ce. E 
sembra anco raccogliersi , clie lo stesso Ippocrate non sempre faccia con- 
to nella cura dei mah del sangue eh' esce dalle emorroidi , quasi eva- 
cuante materia morbosa , imperciocché egli cosi scrive nel lib. delle coaci 
prenozioni: Ex hcemori hoide panan apparente veitigines obortce parvam 
et niodicain sjderationem significant , solvit vence sectio ec. Conviene 
qui riflettere, che i conati della natura non si possono imitare giammai 
coir artifizio , mentre s' osserva succedere la crisi perfetta o imperfetta 
or pel naso, ed ora per l'emorroidi, come videro con Galeno l'Are- 



i3 

teo ed il TrUlero guarire le plouritidi. Perciò risulia eh' esse non sono 
nemmeno i soli necessaij emuniorj delle salutari evacuazioni , sovcule 
uscendo d' altronde la rea materia , giusta 1' indole della medesima , e 
delle forze vive , che la preparano e la dirigono per quelle vie , in quei 
tempi, circostanze e modi, che essenzialmente, o per accidentali com- 
hluazioni ad essa convengono. E se non può dirsi salutare o critica eva- 
cuazione nei mali, quell'emorragia per l'ano, che accade estemporanea- 
mente , e senza la spontanea preparazione della materia, poiché riesce a 
carico della salute , o indifferente , si dovrà ella mai valutare di più del- 
la sanguigna diretta a minorare l' impeto vitale , o a togliere la ridon- 
danza degli umori? Perchè dunque senza considerazione stimar tanto le 
perdile di sangue per l'ciuorroidl? Ed iu vero si osserva che nella fch- 

lire ardente, né la ripetuta cavata di sangue, nò le scarificazioni al na- 
so decantate dall' Alpino , ne le mignatte al podice con uscita grande 
di sangue non giudicano mai la malattia, come si verifica nella sponta- 
nea critica emorragia. Tanto si dica della frenilide e della nefritide , 
a\-vegnachò Galeno, Ub. 5 de alimento. Carter, t. 6, pag. 271, ci dica 
d'aver osservato patir di nefritide colui al quale erausi sospesi i getti 
emorroidarj , molto plìi se si considera , che lo scolo sanguigno per 
r emorroidi non impedisce , che i mentovati mali non accadano , e cor- 
rano essi il loro periodo giusta 1' efìlcacia della causa morbosa. 

16. Quanti non vi sono, 1 quali un tempo emorroidarj, cessale poi 
r emorroidi vissero tuttavia sanissimi ed alti a tutti gli uffizi della vita ? 
E quanti all'opposto, che sebbene emorroidarj sono afflitti da un com- 
plesso di caglonevolezz» ? Che se si considerano 1 disordini strumentali che 
accadono per la loro presenza, e si rifletta ai mali universali dipenden- 
ti dalle soverchie perdite ec. ne verrà conclusione contraria alla favori- 
ta dagl'lnfehcl credenti agli spurghi emorroidarj. E se tanto diverse per 
sede, per indole, e per cause sono le nefritidl dalle pleuritldl, come 
queste lo sono dalle frcniiidi , chi non vede che in tanta diversità di co- 
se e di circostanze giudicandosi il male coli' emorragia dovrebbe ei:li 
uscir sempre per l'emorroidi in vece che per U naso, come plìi spesso 
s'osserva, quando elleno fossero 1 uccessarj emuutorj? Ma In così fatte 
discrepanze si dovrà forse far conto dei particolari consensi, onde cre- 
dere, che per l'ignota loro potenza la sovrabbondanza degh umori 
dall' emorroidi si evacui, invece che per altrove? O si dirà, che la pie- 



i4 

torà è solamente propria di quelle parti? Queste coDgliìeiiure , ancor- 
cliè sembrino applausibili , non soddisfauiio però alla pratica, percloccliè 
veugouo sovente smentite dalle costanti non tenebrose osservazioni . Che 
si dirà poi dell'apoplessia la cpialc, benché di rado, pure sopravviene ta- 
lor alle donne nella sospensione dei loro fiori, e dilegua al ricomparir 
dei medesimi ? Piacerà a taluni il dire , che 11 sangue menstruo si tras- 
feri al cervello, d'onde nacrjue l'apoplessia, quando sembra che non 
sanguigna ma convulsiva ella sia stata in tal caso, cioè dipendente dall'irri- 
tamento dei ucrvi dell' utero , i quali tanto mirabilmente consentono col 
cervello. E se ddeguò al ricomparire de' raenstrui l'apoplessia, ciò de- 
rivò non già perchè ritornassero i sangui all' utero , ma perchè slenlò 
quell'irritamento che formava strettoja ai di lui canali, ed obbligava il 
sangue a soffermarsi nei medesimi, e portar quindi disordine ed irrego- 
larità nell'azione dei nervi. Così s'intenda di quell' atrabiliario umore, 
che Ippocrate cogli altri antichi riconobbe , col suo trasportarsi altrove, 
cagione manifesta di tanti mali, oltre quelle malattie, ch'egli con par- 
tlcolar voce chiama atrabiliari. Or quest' atrabile da lui distinta in flava 
e nera , è quella appunto eh' ei credeva un composto di bile , e di san- 
gue , quando altro non è che il sangue della vena porla divenuto lento 
per eccesso, e ricolmo degli elementi della bile, forse non perfettamen- 
te mescolati colla respettlva massa, talché per la di lui crudezza ingorga- 
tosi nei canah , e quindi irritandoli e stringendoli , e con ciò disordi- 
nandone il moto è forza, che per la dimora vieppiù degenerato, egli 
.acquisti glutinosa densità e nerezza, eoa altrettanta pericolosa acredine, 
e produca un infinito complesso di fastidiosissimi fenomeni. Egli è vero 
che quando questo sangue se n' esce pei vasi emorroidali , porta insigne 
vantaggio : imperciocché divenuto alieno , si viene a scemare quella par- 
ticolare maliziosa ridondanza, dalla quale deiivano tanti malanni; ma è 
pur vero , che si fatta evacuazione , tuttoché promossa da violenza mec- 
canica, vale a dire da stringimenti convulsivi, che a forza caccia fuori 
il sangue, non ostante vale a render l'uscita in pari circostanze sempre 
luile e benefica, purché non ecceda nella dose, la quale uscita però 
deve esser distinta da quel sangue pretto e sincero, che di sovente se 
lì esce per 1' ano a cagione del vizio strumentale , di cui facemmo men- 
zione ai §. 5, 6 e 7; il qual sangue divenuto nero per la dimora simu- 
la ai meno cauti l' atrabile ippocratica. 



t J 



17. Su questi ed altri simili fondamenti, senza ultronea considerazione 
si veane a tonnare il famoso assioma, clie sia pericolosa impresa il chiii- 
diniGiilo degli espurglii emorroidarj. Ora questa sentenza resasi presso- 
ché uuiversale ha prodotto il tristo effetto di mantenere un male soven- 
te molesto , e talvolta ferace di pericolose conseguenze. Aezio conohbe 
questa verità ; per la qual cosa nella cura delle emorroidi , egli non 
adottò r opinione d' Ippocrate , il quale trattando della cura dell' emor- 
roidi vuole clie una non si allacci, oude si mantenga fliieatej dottrina da 
lui espostaci nel lib. degli afforismi all' afforismo i 2 ove dice : a diuturiiis 
sanato hcemorrhoidibus , si una non servalur, periculum est aquam Inter 
cutcni i>el tabem advenire ; ma vuole che tutte si guariscano , rimediando 
all;i pletora colla dieta, e colla sanguigna (^t. 5, cap. 5, pag. io. Un. 20). 
Ma queste coufn-mate emorroidi non sono forse vere ed essenziali di- 
pendenze del vizio strumentale come accennai ? E i getti che ne risid- 
tano, non sono anch'essi conseguenze dei vasi aperti, di quelli appun- 
to che formano quella rossa velutata sostanza composta da un infinito 
complesso di vaselliui spiegati sulla superficie dell' interna membrana in 
sembianza di piaga bavosa, o di carne, che manifestasi soltanto allora 
che procedono le mentite emorroidi. Perche dunque non si devono esse 



serrare con pienissima sicurezza ? 



18. Ditemi adesso se si possano mai vantare i sommi vantaggi , che de- 
rivano dalle moderate perdite di sangue per l' ano , e se debba contarsi 
per utile provvidenza il conservare una evacuazione la quale , senza lo 
sconcerto dell' interna membrana del retto , congiuntamente ai celluiosi 
bianchi ingorgamenti e all'urtante forza che la caccia di sito, qviasi mai 
non accaderebbe. Facciasi anche il paragone , ed osservisi la differenza 
dei modi , del tempo , delle circostanze e delle altre contingenze , che 
passano fra questi particolari getti sanguigni dagli altri che si fanno per 
r ano , o d' altronde , che si reputano benefiche crisi , e si vedrà che 
quelli non succedono mai, sennonché nel mentre che il soggetto si pre- 
sta ad evacuare il ventre , i quali sono sempre più copiosi , quanto mag- 
giore è il mentovato difetto organico , e quanto più efficaci e durevoli 
sono gì' interni stimoli , che la sforzano ad uscire , o l' irritano soverchia- 
mente. E qui si considerino 1 varj danni , che dalla diuturnità delle sup- 
poste emorroidi soventemente accadono. I dolori , le gonfiezze , il riscal- 
damento, le distensioni, le pulsazioni, e tali altri sconcerti, che jpcr 



• 3 

esse si formano nella loro degenerazione, sono 1 mali della minor con- 
seguenza. Ma sono gravissimi se vengono seguili dalla cancrena , o dal 
carcinoma, o dalla callosa ed estesa angustia o rislringimeuto .dell' inte- 
stino , o dagli ampi ascessi , o dai profondi tortuosi seni purulenti , dal- 
la fìstola , e slmili. Permettetemi che d' alcuni di questi or ve uè faccia 
un cenno . 

ig. Nella voluminosa procldenza della membrana promossa e sostenu- 
ta dalla eagllardia degli stimoli , e dal sovercliio afflusso e ridondanza 
degli umori, congiuntamente alla violente distensione ed al dolore, la- 
]pr associate all' effusione del sangue nelle cellulose , accade che nello 
sliangolamento dei canali e nelF eccedente irrilamenlo delle parti , la ri- 
lasciata mcmljiana sollecitamente passa alla cancrena. Ed avvegnaché il 
male sia grave , nonostante vi è lusinga della guarigione , purché 1' am- 
mortimento non oltrepassi la membrana medesima ; ma ella diviene fa- 
tale , se progressiva più oltre s' estenda ed occripi l' intestino colle par- 
li vicine. Che se dall' induramento degli esposti Ingorgamenli risidtino i 
tuberosi, profondi ed anipj condiloma, e la materia indi degeneri in 
malizia , ninno v' ha che non veda verificarsi il sentimento d' Ippocrate , 
il quale nel lib. 5 dei mali popolari n. i o cos'i s' esprime : Si hcemoirhoi- 
dibus cancer successit , fehris iiruit et non dimisit, antequani occide- 
ret. Sono poi gravissimi e cruciosi 1 fenomeni che accompagnano quel- 
la tremenda malattia , nella quale tralignano alcuna volta le mentovate 
diurne emorroidi. S' intenda quel profondo ed esteso ristringimeulo cal- 
loso del retto intestino, per cui si difticultano , si ritardano, e talor à 
sospendono le fecciose separazioni inlestinali , le quali a stento devono 
passare come per angusta trafila , essendosi ormai ristretto l' intestino , a 
guisa di più o men angusto, duro e tortuoso cannello. Dall' accresciuta, 
morbosa forza di contrattilità delle cellidose, poste in violenza dal lun- 
go soffrire degli Emorroidarj , e dalla presenza e contatto d' un parti- 
colare ingenerato veleno, che a tanto le sfoi-za , congiuntamente alla den- 
.«là di quel linfatico trassudamento che bagna , umetta , e mantiene 
molli 1 fogli cellidosl, talmente si vengono ad incollare fia di loro gli 
uni cogli altri , e tanto strettamente s' uniscono colla materia , per la 
vieppiù accresciuta forza di coerenza, onde risulta la malattia sovente, 
accompagnata da adjacenil duri ingorgamenti , e da diverse aspre tube- 
rosità , da ulceri ree ec. ■ •' 



^7 

20. Né si devono stimar meno gl'ingorgamenti che dolorosissimi e 
con pondo si formano nella cellulosa dietro l' iutesliao , la quale, debi- 
litata pei cpiotidiaui disagi, dà (iuabiieute accesso alle ostruzioni, i cui 
umori cattivi, essendo di flogisto ripieni, e nel di lui sviluppo disordi- 
nandosi 1 componenti il sangue nella lor coesione , e adequata mesco- 
lanza, ed impropriamente accozzandosi insieme per specifica morbosa 
affinità quegl' ingredienti che hanno fra loro particolare convenienza, 
risulta queir inflannnatorio tumore che a torto si stima dipendente dal- 
l' emorroidi , il quale tumore, passando iudi all'ascesso, dà occasione 
alle varie sinuosità purulente, alla fistola, e ad altri mali fastidiosissimi, 
e di difficile curazione. Ma io qui non intendo di annoverare tutti gli 
strumentali disordini che accadono all'ano in semijiauza d'emorroidi 
trasformale , e nemmeno vo' favellarvi di quelli che loro succedono ^ o 
accidentalmente vi si associano , sendochè uscirei dal mio assimto con 
somma vostra noja. Basta che sappiate , che dalla mal concepita idea 
dell'emorroidi prese in equivoco con altri sconcerti diversi, e dall'er- 
ronea credenza dei beni che ne risultano dai loro spurghi, derivano un 
complesso di mali gravissimi. 

21. Or io m'avveggo, che ad onta dell' esposto discorso dedotto dalle 
molte ed irrefragabili mie osservazioni , astutamente mi si opporrà nu- 
merose storie intorno ai salutari effetti che risultano dai getti emorroi- 
dari ; opposizione invero, la quale sebbene apparentemente sembra for- 
midabile, pure se bene si rifletta, si rileverà che fu da noi affatto 
riprovata , dimostrandone l' inefficacia , e l' intollerabile semplicità di chi 
ne proclama i vantaggi, talmentechè non resta agli oppositori nemmeno 
la minima presunzione a lor favore. Che si dirà poi, quando si cono- 
sca ch'io lodo ed approvo l'artifiziale sospensione dei getti, procurando 
di guarire quegli organici disordini d'onde essi derivano? Sappiasi eh' e 
di mio grande piacimento il mostrare la semplicità dei modi, coi quali 
ottenni la sospensione degli espurghi, e se ho convinto di falsità le 
aottriue dei conirarj , intendo adesso di mostrar loro come io m' accin- 
go alla cura , giacche è indubitato eh' ella è seguita da uu complesso 
di beni. Nella considerazione adunque, che i diurni getti emorroidarj 
dipendono dal disordino nella liibbrica delle cellulose , e dall' interna 
membrana , e che le perdite sanguigne coli' agsrojfato dei travagli non 
tanto derivano dallo sconcerto strumentale , quanto dall' esser ella cac- 

3 



iS 

data fuori da interna violenza, conglimta nel menlrc all'afflusso e alla 
ritloiidauza del sangue, uiun v'ha che or non vcgj^a, che nella sussi- 
stenza delle cause , sempre maggiori devon rendersi i fenoraeul che da 
esse derivano. 

22. Mi ristringo però a parlare della cura di questa specie sola di 
perdite sanguigne delle quali sotto altra vista Ippocratc slesso elle per 
quei tempi fu eccelloutissimo Chirurgo, ne favellò, e si è distinto fra 
tulli, singolarmente nell'esposizione dei varj metodi di meccanicamente 
operare su questi tumori. Egli nel lihro delle emorroidi , per opporsi ai 
danni gra\issinii, ^che risultano dalle solenni perdile di sangue, ci pro- 
pone l'allacciatura, il taglio delle supposte emorroidi, l'adustione e gli 
escarotici ancora, solo avvertendoci di lasciarne una fluente ed aperta, 
laiche al giorno d' oggi alcun Maestro non immaginò mai altri eftìcacl 
artifizj , sendochè coli' uno o l' aliio degli accennali si viene a com- 
piere felicemente la Cina radicativa dei flussi sanguigni eniorroidarj, e 
con ciò si allontana eziandio il pericolo degli altri mali gravissimi , che 
dai medesimi possono derivare. Sopra tale applausihile meccanismo , 
sempre necessario nei massimi rilasciamenti, io non ho nulla da aggiun- 
gere , e solamente intendo di esponere un metodo facile, che mi riuscì 
in ogn' incontro con maravigliosa facilità, e con interna mia soddisfa- 
zione. Riconoscendo adunque , che nel complesso consiste il disordhic 
ueir allentamento e discesa della da lungi sconcertata membrana e della 
cellulosa, per cui ella si lega e coniiclle ali" intestino, e riflettendo an- 
cora , che dall' alterata struttura di loro risulta il disordine nella separa- 
zione dei liquori che ad esse membrane appartengono, e sapendo inol- 
tre , che per la depravata natura di questi liquori succedono gli stimoli 
e quegli erronei irritamenti che simulano il maggior bisogno di pili 
abbondanti fecciose separazioni , è manifesto che nel dileguare, appunto 
l'attività delle cause irritanti, nel rinforzamento delle parti debilitale, e 
neir impedire, che piti non escan fuori le supposte emorroidi, consiste 
la curazione. 

25. Supplisco al primo oggetto col ripetuto uso delle infezioni nel- 
l'ano d'acqua fredda usale da Euderao fino dalla plit rimota antichità, 
come ci riferisce Cello Aureliano , colla quale felice pratica il Castro- 
giani ed altri ottennero in altri mali delle guarigioni mirabili. Quindi 
si vede, che col diluire ed attutare l'acredine, mediante la mole acquea 



introdotta, e col facilitarne l' uscita, sicché con la dimora non acquisti 
nia""ior atliiudiuc ad irritare aspramente le parli su cui poggia, e iicl- 
r avvalorare anco le parli affievolite , consiste la comprovata loro attività. 
Ma se oltre al diluire ed alla fredda potenza sia necessario aggiungervi 
maggiore rinforzanicnto , allora v' aggiun'go la duodecima parte d' aceto , 
del quale a mano a mano ne accresco la dose giusta la tolleranza, o vi 
sosiituiàco l'acqua fredda coli' allume di rocca, o la decozione di con- 
trajerva , o di simaruLa, o di china china e simili, abhorreudo la moltl- 
plicità delle ricette tanto stimate da chi vagheggia le composizioni e 
i condimenti. Ai quali artifìzj v'aggiungo nella pletora la sanguigna, e 
riformando la dieta , cerco ancora col convenienti teneri e freschi vege- 
laliill, o coi lenitivi alternativamente auimiuistrati di ammollire il secces- 
so, onde dall' adunanza dei duri globi, e dagl' irritamenti che colle loro 
asprezze comprimendo e distendendo recano , non dislruggansl i salutari 
effetti delle praticate diligenze. Ed uso altresì per il più facile e pronto 
jlnfurzamcnto delle parli, e per disgomjjrare gli occorsi ingorgamenti, 
e per mantener quindi equabile il molo dei liquidi l' acqua dcl!a Brau- 
dula , o le acidule di Recuaro, e simili scegliendo le une, o le altre se- 
coudtf le circostanze. 

24. S' ottiene il secondo fine coli' impedire che negli ufficj dell' ano 
più non discenda l' iiiierna sconcertata membrana, sapendosi che quanto 
più ampie, dine ed elevate sono l'esterne tuberosità da essa prodotte, 
e quanto più lungamente si raautengon fuori per la forza del ricorrenti 
forti premiti, altrettanto elleno divengono dolorose, infiammate e ridon- 
danti di sangue; e sebbene riconcentrano, e dileguano i fenomeni, e 
manifesto, ch'ella sempre plìi si debilita, e s'ingrossa, e s'allunga; co- 
me è proprio delle membrane tutte quando sono allentate , e vengono 
per lenti e lunghi intervalli distese. Coli' introduzione di molli stuelli di 
cencio , o di carta , o di filaccia , o dei pessarj di varia adattata strut- 
tura , come avvertono il Rodio , Muralio , Basslo ed 11 Valsalva con al- 
tri, si conscguisce ch'ella più non discenda ad onta dell'esplosione del- 
le feccle , le quali per essi se n' escono , come per trafila. Se ciò 
avvenga è cosa evidente, che la membrana più non esce per essere va- 
lidamente e con meccanica distendente forza sostenuta, come s'osserva 
neir ernie vaginali, e nelle discese dell'utero, o della vagina, quando 
questi organici tumori siano colle convenienti macclilue sostenuti dili- 



20 

gentemente; né reca maraviglia se alcuni luti' affatto guariscono per 
({iiesti modi. Imperciocché conservala in sede l'accennata membrana si 
dileguano gl'inzuppamenti di lei e delle cellulose, si diradano le ostru- 
zioni, e quindi nell'uguaglianza del molo degli umori, e colle incessanti 
evaporazioni si ammolliscono le durezze , e sparisce quella ingenerata 
morbosa sostanza, in sembianza di vivida carne, talché ritornando in- 
sieme alle cellulose la loro contrattilità, riattaccasi la rilasciata membra- 
na all'intestino, per il quale riattaccamento conservasi al medesimo sta- 
bilmente connessa. 

25. Non si deve tacere 1' indocilità di alcuni soggetti i quali non 
accordano la permanenza del pessario, avvegnaché credano essere l'in- 
testino quello che discenda, né posso vantare, che due soli malati i 
quali vi si adattarono con ottimo successo, e allora solo se li introdu- 
cevano, che dovevan vuotare il ventre. Per la qnal cosa ho preso il 
partito d'obbligarli a non prestarsi al cesso giammai, che nel solo 
mentre del gran bisogno reale, incoraggendoli a sostenersi il podice nel 
tempo della materiale esplosione , e di non dar più retta ai mentiti sti- 
moli , né al sangue che se n'esce; ma subito contraendo a forza quelle 
parti, ed applicandovi una spugna bagnata nell'acqua fredda, compri- 
mendo il luogo li fo giacere a letto per 20 minuti con diligenza rl- 
coucentraudo qualunque parte fosse discesa, sostenendola, sicché non 
l'icada . Né mi si ascriva a vanità se asserisco , che in tal guisa operan- 
do guarirono quelli che con diligenza si adattarono al metodo , il 
quale per mio avviso è quel solo che convenga all' essenza del male 
ed alle sue dipendenze, senza bisogno delle tanto artifiziali fasciature. 
E nemmeno vi sembri vanità , se coli' esposto semplice metodo vidi a 
cessare del tutto 1 getti sanguigni , imperocché è manifesto , che deri- 
Tando dall' avvertito strumentale disordine in conseguenza dei quotidiani 
rilasciamonti , devono questi immantinente sospendersi, dacché più non 
discende la sconcertata membrana, e si vennero a cancellare le organi- 
che alterazioni della di lei fabbrica e dei suoi canali. 

26. Per promovere sollecitamente il rinforzamento di quelle parti 
ornai debilitate e cadenti, aggiungo alle avvertite diligenze di fredde in- 
jezioni e di bagnature , il ripetuto uso del sugo d' ortica , parimente 
freddo schizzalo nell'ano, o di piantaggine esimili, e l' introduzione dei 
menzionati stuelli inzuppati ne' medesimi liquori i quali oltre l' impedi- 



SI 

re che nel moto, o noli' esplosione dei venti non esca fu ori la rilascia- 
ta membrana, giovano mirabilinentc ancora al di lei rinlonamenio. E 
di più aggiungo le brevi e sottili diacciate supjìosle di sevo mescolato 
colla cerasa, o col bolarmeno, o colla polvere di rose rosse, accioc- 
ché s'accresca col particolare loro solletico la naturale contrattilità del- 
le cellulose , e si avvalori coli' iucessaute loro contatto la viva elasticità 
di quegli organi affievoliti. E quando mai ossei-vo essere troppo facile 
ed insigne il rilasciamento e la procideuza , accresco immantinente la 
forza delle altre cose, e con diligenza sostengo il podice mediante la fa- 
sciatura ed i piumacci in guisa che niente più uscendo fuori, e ritenu- 
te le parti in sede , ed egualmente sostenute a giusto contatto , si ren- 
dano con ciò più possenti gli applicati rimedj secondo le rispettive loro 
facoltà. Che è quanto suU' essenza , su gli esiti e sulla cura dell'emor- 
roidi mi son creduto con qualche vantaggio del pubblico di poter dire. 



33 



SULLE CAUSE DELLA. PELLAGRA 

M E ]>! R I A 

DEL SIGNOR FRANCESCO FANZAGO 

IETTA ALL' ACCADEMIA L' ANNO MDCCCVB. 



IVI 



Lolle volte, Accademici ornatissimi , ho occupata la vostra atteii- 
zloue sulla pellagra sin dal primo tempo, the ho rivolle le mie consi- 
derazioni a questa malattia , la di cui esistenza nel nostro Dipartimento 
ho fatta conoscere nel 17^91 puhLhcando una Memoria a tale scopo 
unicamente diretta. 

Co' miei Paialelli dati alla luce nel 1792 ho avuto soltanto in mira 
d' istituir un confronto tra la pellagra , ed alcune malattie , che più le 
rassomi'diano. Mi restavano parecclii altri punti essenziali da prender in 
esame concernenti questo morbo quanto lento , altrettanto micidiale , e 
quindi non ho mai cessato di ripetere le mie indagini e le mie osser- 
vazioni. 

La frequente occasione di vedere dei Pellagrosi nel nostro civico 
spedale, e le mie sollecitudini per trar dei lumi anche dai Medici del 
Dipartimento mi sonmiinistrarono appoco appoco dei materiali per un'o- 
pera su questa malattia di qualche utilità. 11 fine che mi sono paiti- 
colarmente proposto fu di fissar le basi di un metodo curativo, della 
di cui efficacia potessi rispondere coli' appoggio dell' esperienza. Molle 
osservazioni falle e raccolte ni' hanno aperto l' adito ad un felice risul- 
tamento. 

Il mio lavoro, henchè assai prossimo non è per altro ancor giunto a 
quel grado di maturità che l'importanza del soggetto ricerca. Frattanto 



25 

mi lusii>go di non farvi cosa disaggradevole csponendiivi In questa Sedu- 
ta alcune mie vedute patologiche sulle cause della pellagra. So , ('he 
ella è scabrosa e difficile impresa il ragionar sulle cause delle malat- 
tie, ma spero nondimeno, che le mie idee non a\ran la sembianza di 
semplici conghielture. 

Come sempre addiviene in simili ricerche , varie cause furono asse- 
gnale alla pellagra. Chi ne incolpò il sole esclusivamcntcj chi la derivò 
dalla sporcizia e dall'immondezza dei tugnrj contadineschi j chi pensò 
di scoprirla nell'aria; chi accusò 1 cihl ; chi le bevande; e chi (iual- 
menie ne addotto alcune , o le abbracciò tutte indistintamente. 

I Medici milanesi che trattarono 1 primi di rpiesta malattia , credet- 
tero di ripeterne la causa dall' insolazione. Frapolli scrisse : nonne satis 
cvidens et unica causa insolatio ? AlJjera seguendo le pedate di Fra- 
polli lo chiamò viale dell' insolato di primavera , credendo così di 
spiegare la causa, da cui derivano tutti gli sconcerti ; ed infatti d(j]>o 
aver ammesse alcune cause predisponenti, consuma molte pagine a di- 
mostrare, clic la sola causa occasionale della pellagra sono 1 raggi del 
sole in tempo di primavera. Molti Scrittori j^osterioii, Ghcrardini, Strau- 
elio, Facheris ed altri con argomenti convincenti fecero conoscere, che 
r insolazione non n e certamente la prlnclpal cagione. E per verità si 
presenta subito una riflessione ben seria, cioè che se questa fosse la 
princlpal causa , la pellagra sarebbe assai plìi estesa di quello che per 
buona ventura non è. Tutte le popolazioni dedicate al lavori campestri, 
e che si espongono necessariamente all' azione del sole ne dovrebbero 
essere plìi o meno attaccate. Sarebbe malattia anticliissima, e insepara- 
bile dal lavoratori della campagna. 

Nondimeno nell' indagare , se veramente l'insolazione sia o non sia la 
causa della pellagra, non si è ben distinta e sepaiaia la causa della malattia 
dalla causa del fenomeno quasi indivisibile della pellagra, cioè l'affezione 
cutanea. A torto si negherebbe, che 1 vizj e le alterazioni che nascono 
nella pelle del Pellagrosi riconoscano per causa occasionale e determi- 
nante 1 raggi solari. Egli è un fatto noto, costantemente osservato, che 
il mal cutaneo comincia e germoglia al primo csporsl del \ illiei al sole 
verso l'equinozio di primavera, e che affetta la pelle nelle sole parti 
ohe sentono l'azione diretta del sole, restandone le altre illese. Se ten- 
gono le parti coperte e. difese , o se stanno all' ombra il mal cutaneo 



H 

non comparisce 5 e se è comparso ritiranclosi dal sole per lo più se ne 
liberano facilmente. Dunrjue lo stimolo del calorico dei raggi solari de- 
termina nella pelle il vizio che la detnrpa. Ma questo stimolo avrebbe 
egli l'attività di far nascere l'esantema, se la pelle non avesse giìt una 
morbosa disposizione ? No certamente. 1 raggi solari non generano il vi- 
zio cutaneo se non in coloro , in cui la malattia ha già cominciato a 
stabilirsi internamente , ed ha per consenso , come meglio vedremo in 
seguito ed a suo luogo , resa morbosa anche la pelle ; talché diviene 
straordinariamente sensibile all' azione dei raggi solari , i quali le diven- 
gon nocivi, non per sé stessi, ma per l'acquistata sua condizione mor- 
bosa 5 allrimenti se fosscr nocivi per se stessi lo sarebbero del pari alla 
pelle di tutti i villici che vi si espongono indistintamente in tutte le 
stagioni. Che l' organo cutaneo in questa infermità sia morbosamente 
prodisposto in tutta la sua estensione ce lo provano chiaramente l'espe- 
rienze falle dal dottor Gherardini e da altri. Avendo persuaso alcuni 
Pellagrosi a restare per alcune ore, e per piìi giorni consecutivamente 
chi con iiua, e clii con un' altra parte, ma però ogni giorno sempre la 
stessa esposta all'azione del sole, la vide dopo alcuni di gonfiarsi in 
alcuni , ed in altri no , ma sempre osservò nascere lo stiramento , il 
bruciore , il prurito , e successivamente incrudelire gli altri sintomi della 
malattia. Già anche senza quest' apposita esperienza basta la comune os- 
servazione , che il vizio della pelle si negli uomini che nelle donne si 
manifesta e si dilata secondo che più o meno si iioprono, e secondo 
la maniera di coprirsi differente nei due sessi. Egli è quindi fuor di 
dubbio , che iu un Pellagroso tutta la pelle del suo corpo è predispo- 
sta all' affezione cutanea , ed ha solamente bisogno della causa determi- 
nante del sole il quale farebbe nascere il cos'i detto volgarmente salso 
sopra tutta la superficie del corpo, se tutto il corpo nudo restasse per 
qualche spazio di tempo esposto alla sferza dei raggi solari. Ecco pertan- 
to , come r insolazione è la causa determinante il vizio locale , senza 
esser punto la causa della malattia universale. Non è però da tacersi , 
che quando la pelle è mal' affetta, esponendosi i Pellagrosi all'azione 
del sole , il solo stimolo del raggi solari produce iu essi molestissimi 
fenomeni. Vide Gherardini un Pellagroso giacente al sole esser colto 
da una asfissia. Cosa consimile osservò e notò anche Stranclio, aggiun- 
gendo ; fere oniiies pellagrosi radiorum solarium exitium testantur. 



25 

cuni ah ìiisolatione vèrlìgine et cnj>itis gravitate facile coiripiaiitur. 
Concliiudc per altro sagf^iamcnic : sed liaec omnia soLem Peliagiosis 
quiilcin iniiniciiin esse , minime vero ad moibum generandum corifei'' 
re. Non deve però intendersi nemico per sé stesso, ma nemico per la 
morbosa sensibilità della pelle, eli' è un effetto della malattia. 

S idi' immondezza delle abitazioni dei contadini, e sul sudiciume dei 
loro vestiti, che da laliini si considerarono quali cause della pellagra 
poco giova trattenerci. Convicu prima avvertire , che generalmente 1 vil- 
lici non soiio tanto sucidi come generalmente si crede, essendo ccrla- 
menle molto più sucidi e immondi i meudici delle città, ne' quali non 
s'incontra la malattia. Secondariamente quand'anche accordar si ^ elesse, 
che la sordl^ie contribuisse lontanamente allo svlluppamcnto della pel- 
lagra, essa forse potrà contribuire a far nascere il vizio cutaneo, nulla 
certamente la inalattia in se stessa. Veggiam benissimo nascere lutto 
giorno dalla sporcizia malattie cutauee , ma sono di poco rilievo , e si 
limitano alla sola pelle. Cessano agevolmente con pochi presidj , massi- 
me se toglicsi la causa che le ha prodotte. Nei Pellagrosi comparisce 
il vizio esterno , ancorché la pelle si tenga monda , e se il vizio cstcr- 
Jio svanisce, cessando l'azione del sole, non per questo svanisce la 
malattia. 

Che diremo dell'aria perenne sorgente di salute e di malattie? Su 
questa causa differenti opinioni s'incontrano. Chi non la nominò nep- 
pure, chi la escluse del tutto, chi ve la fece entrare come causa acccs- 
.soria , e chi volle , eh' essa grandemente cospiri ali" origine di questa 
malattia. Frapolli, che ne die' tutta la colpa al sole non trovò di che 
accusar l' aria. Albera fu dello stesso avviso. Nennneno Gherardini ricor- 
se a questa causa. Credè però ciie 1' aria vi conuibuisca solo precaria- 
mente nello accrescere cioè la sua intensità. Riferisce che i Circum- 
padani ed i Risajoli perchè nuotano in un atmosfera crassa ed 
umida , e le lor fibre conseguentemente sono mcn resistenti più, rila- 
sciate e floscie ri soggiaccion di meno. Per le ragioni contrarie , e 
per le temperature diverse la malattia incrudelisce maggiormente. 
Nei suoi tre Anni, ma specialmente nel secondo Strambio osserva, che 
nulla influiscono sulla malattia le varie qualità dell' aria. Non solo van 
soggetti nel Milanese alla pellagra gli abitatori dei colli di Brianza, 
della Montagnuola e della iasta pianura che dalla città di Milano 

4 



a6 

estendesi verso il nord-ovest, i quali vivono in una regione alta, apri- 
ca, dominata dai venti e dal sole, e quindi secca ed asciutta, ma 
quelli pure, che abitano lungo il fiume Olona, che per lo più respi- 
rano lui' aria caliginosa ; e del pari i • nmgnaj che albergano in case 
fabbricate nelF acqua , non che i custodi dei prati , che passano le notti 
e i giorni in un' atmosfera umida. Non si può dunque a detta di que- 
st'autor benemerito incolpar la siccità o l'umidità dell'aria, o qualche 
altra sua particolar alterazione. Non trovasi nemmeno in Videmar, lad- 
dove parla delle cause remote , che fra queste cause annoveri l' aria. 
Soler non obblia l'aria del tutto, poiché avendo per le sue osservazio- 
ni trovato necessario di divider la pellagra in secca ed wnicìa , dice , 
che nei luoghi alti, ghiajosi ed asciutti il predominio d' un' aria secca, 
sottile , elastica , quasi sempre agitata dai venti favorisce la pellagra 
secca, mentre al contrario le emanazioni e gli effluvj delle paludi e 
dei luoghi bassi , vallivi e limaciosl , generando un' atmosfera umida e 
vaporosa favoriscono la pellagra umida. 

Checche voglia credersi della divisione, di questo Scrittore, la quale 
certo non stabilisce due reali specie di pellagra ; altro non risulla ri- 
spetto all' aria , se non eh' essa può modificare la malattia , cioè far che 
si presenti l' affezione ctilanea or sotto' un aspetto, ed or sotto un al- 
tro , ma non esser perciò la cagion primaria , da cui tragga origine la 
malattia. 

Nel paese di Ariano fra le cause esterne e rimote notò Saitogo \m aria 
colatii di tramontana ^ ma non la riconobbe però qnal causa particola- 
re della malattia. Finalmente Facheris che scrisse sidla pellagra del ter- 
ritorio bergamasco, ove non ò piccolo il numero dei Pellagrosi, dalle 
cause esclude l' aria assohiiamente. 

Malgrado il consenso di tanti Scrittori, non persuasi d'^ incolpar l'aria 
il signor Tliouvcnel nel suo pregevolissimo Trattato sul clima d' Italia 
non pensò che l'aria esser dovesse interamente inmume da taccia j anzi 
gli parve, che un'alterazione qualunque dc-ll' atmosfera si dovesse risguar- 
dar come causa predisponente , ed il regime alimentare come causa oc- 
casionale o determinante. E siccome la pellagra per oplnton conforme 
dei Medici è malattia di data recente , giacché non cominciò a farsi ve- 
dére e conoscer in Inlla, se non verso il principio del secolo scaduto, 
e quindi siippor dovendosi da coloro che accusano l'aria, che nato sia 



21 



flualclic noiaLlle cangiamento nel clima della LoniLardia e nel nostro 
sin dal coniinciameuto del passatt» secolo, così il signor Thou\ enei nou 
perde di vista l'ovvia ol)]>iezionc, clic polca venir mossa contro la sua opi- 
nione , cioè che essendo la malattia circoscritta od nna regione di 26 a 
5i> miglia in larghezza sopra 200 miglia circa in lunghezza, sarchile assai 
difficile^ di s|>iegarc , come il clima l'ossesi cangialo in qncslo solo tratto 
suh-alpiuo j oppure per rpial ragione un generale cangiamento av\enuto 
in tutta r atmosfera italica agir dovesse sopra questa limitata estensione 
di paese. Egli però sludiossi di render nulla, o di snervar almeno 1' oh- 
blozione colle seguenti riflessioni. Siahilisce intanto, che durante il se- 
colo scorso sieno benissimo nati dei cangiamenti in tutta l' estensione 
della Lombardia, pei quali dovea necessariamente cangiarsi la condizio- 
ne d.'ir atmosfera. Riconosce questi cangiamenti nella prodigiosa molti- 
plicità dei canali d'irrigazione, nell'innalzamento del fiumi, nel lor par- 
ziale interramento, nelle loro maggiori divisioni, e nel ralleulamenlo 
del loro corso, principalmente nel quarto inferioic della Lombardia. Crede, 
che in questi cambiamenti abbia avuto anche parte, si"- non l' innalzanieu- 
to del mare adriatico, almeno rinlorramcnto d'una parte del suo lillo- 
ralc all'ovest. Quindi dalla superficie delle acque dei fiumi tanto pili 
moltiplicala ed estesa , quanto più han perduto la lor profondità e ra- 
pidità ; dal loro spandimenlo naturale o artinzialc per le irrigazioni : dai 
depositi putrescibili che ne risultano j dalla maggior estensione delle 
praterie ; dalla coltura sempre crescente delle risaje e delle piantagioni 
d'ogni genere ha dovuto per opinione dell'autore cangiarsi lo stato del- 
l'atmosfera della Lombardia. Aggiunge inoltre che in proporzione che 
la massa degli alberi è cresciuta nella pianura essa è diminuita nelle 
montagne che la circondano a mezzogiorno ed a settentrione ; e però 
n' è derivata una maggior evaporazione, una massa di vapori più folta, 
uno stato nuvoloso più costante in questa vasta pianura trasformata in 
parte in paludi, e dal lato delle montagne un accesso più facile a que- 
sti vapori, ed alla lor mescolanza con l'aria delle contrade limitrofe. 
Ciò posto ei conchiude, che converrebbe forse cercare la prima causa 
fleir influenza producitrice della pellagra nella mescolanza dell' atmosfera 
impura e grossolana delle basse regioni coU'aria vivace e cruda delle 
regioni alpine nello spazio di terreno limitato, in cui domina la malat- 
tia; spazio scmimoutuoso e circonvallato; di qua e di là del quale una 



a8 

tal mescolanza non può aver luogo , ed in cui dall' altro canto 11 grado 
d' insolazione diretta e riverberata è molto piìi attivo , che nelle due re- 
gioni collaterali. Alla mescolanza delle due specie d'aria moltissimo ete- 
rogenee contribuisce ancora il concorso del venti provenienti da regio- 
ni più lontane, quelli segnatamente del sud e dell'est, che sentono 
più o meno l' influenza del così detto scllocco , a cagione del loro pas- 
saggio sull'Adriatico , e sulla pianura della Lombardia. Questa influenza 
è incessantemente combattuta e respinta da quelle del venti contrarj, 
che dalle regioni glaciali del Nord , dalla parie dell' alta catena delle 
Alpi sempre coperte di nevi, soffiano cpjasi sempre periodicamente lun- 
go le valli, ed ivi perciò è come il punto di flusso e riflusso dell'at- 
mosfera. J>fè vien quindi, che questa regione sub-alplua , j^llmilrofa, o 
intermedia alle altre due , e più esposta d'ogni altra al violento ed alter- 
nativo contrasto della doppia intemperie australe e boreale , intemperie 
dalla quale deriva necessariamente una composizione d' aria atmosferica 
abituale assai diversa da quella delle altre due regioni l' inferiore e la 
superiore. Il signor Thouvenel, al di cui brillantissimo lugeguo nou 
mancan mal nuove risorse , avvalora la sua idea con altre belle vedute 
e pensamenti , che si possono leggere nell' opera citata ; dalle quali ap- 
parisce , eh' egli ebbe il merito di spinger le sue ricerche su questa 
maniera di causa al di là d' ogni altro , procurando di renderla in ogni 
senso soddisfacente. Troppo lungo sarebbe por me l' esame della pro- 
posta opinione che aprirebbe l' adito a molte discussioni. Mi contente- 
rò di averla annunciata tributando lode agi' ingegnosi sforzi dell' autore 
e lasciando agli altri il merito di esaminarla sotto i suol varj rapporti 
lisico-chinilcl. Giova soltanto riflettere , che supponendo anche nati nel 
suolo lombardo 1 notabilissimi cangiamenti indicati , e quindi il per- 
manente vizio atmosferico non saprebbesi render ragione, perchè tal vizio 
abbia contribuito a far nascere una malattia sol propria degli agricoltori, 
risparmiando lant' altra gente, e massime gli abitatori delle città. Parrebbe 
che la morbosa influenza atmosferica avesse do\uto far sentire 1 suoi tristi 
effetti ai Lombardi indlsùntaraente , e non limitarsi ad ima sola classe di 
indlvldiù. Dall'altro canto nei paesi veneti, nel nostro Dipartimento, e 
molto pili nel Dipartimenti della Piave e del Tagllamento, ne' quali la pel- 
lagra ha fatto grandissima strage, non si trova esser nati tali cangiamenti 



o 



nel suolo, donde vcrisimihuente derivare una nuova composizione di aria 



«9 

atmosferica , una mistura eterog(°iiea capace di far sviluppare una nuora e 
singoiar malattia. Però , se 1' autore stesso non ignaro dei duljbj che pos- 
sono ragionevolmente trovarsi sopra tal causa, la propone con moltissima 
moderazione, sembrandogli solo, che sia essa finora la migliore per isple- 
gare il perchè la malattia sia di data recente j se la annuncia soltanto 
come causa predisponente , cioè non atta a produr di per sé sola la ma- 
lattia senza il concorso di qualche causa occasionale ; e se finalmente a 
tal causa non potrebbcsi almen per ora rimediare , poiché converrebbe 
restituire alla superfizie del suolo lombardo la prLmieia sua condizione, 
onde impedire gli effetti dei cangiamenti avvenuti , sembra più ragione- 
vole ed utile di rivolgersi ad altre cause più ovvie, meno ipotetiche, 
più facili da conoscersi , e forse più susceltilùli di ammenda , quali so- 
no i cibi e le bevande , cioè il regime alimentare contadinesco , che ap- 
punto dal signor Thouvenel vien riconosciuto sol come causa occasio- 
nale , e che per mio avviso imito ad altre circostanze che meritano di 
essere rischiarate , costituisce la primaria causa della nostra malattia , e 
forse la sola che debbasi generalmente incolpare. 

Quanta influenza abbiano i cibi e le bevande tanto nel mantenere e 
conservar la sanità, quanto nel generare le malattie, non v' è chi lo 
ignori. E se sono di qualità nociva e di malagevole digestione contri- 
buiscono allo sviluppamento di morbi piuttosto lenti , ma col progresso 
del tempo altreltanlo micidiali. Vero e che talvolta le potenze digestive 
con mezzi affatto sconosciuti, e si può dir portentosi, sprezzando lo stir 
molo ostile di alcuni cibi, trattano i lor nemici generosamente, poiché 
vinti e soggiogati , se li rendono amici , convertendoli in un fluido omo- 
geneo , che se non è del tutto innocente non turba almeno in un mo- 
do sensibile 1' equilibrio dell' economia animale. Veggonsi infatti uomini 
mal nudriti godc-re buonissima salute j ed osservasi nelle donne incinte , 
che appetiscono e mangiano cibi strani difficilmente digeribili senza di- 
scapito della loro salute e nutrizione , e senza offesa della tenera creatu- 
ra che portano in seno. Ma ciò non va preso generalmente ; anzi è ge- 
neralmente certo, che un nutrimento scarso e malsano altera e scon- 
certa ad un tempo la ferma condizione dei solidi, e la blanda tenipe- 
valura dei liquidi. 

Questi principi deggionsi applicare anche ai lavoratori della campa- 
gna. Quantunque per la contratta abitudine di cibarsi di un alimento 



5o 

grossolano; e spesso insaluLre ne sostengano il peso, e dieno prove di 
molta energia nelle lor facoltà digestive , pure la perversa qualità , o la 
scarsezza del vitto giorualicro deve a lungo andare recar ad essi un sen- 
sibile detrimento , e far nascere tm vero stato di malattia. 

Ma volendo esaminare , se veramente da questa causa derivi la nostra 
malattia, convien dilucidar alcuni punti, e sciogliere varie oLbiezioui. 

In primo luogo si può domandare, perchè un alimento pesante, in- 
docile e poco sostanzioso abbia potuto generar la pellagra nelle con- 
trade della Lombardia e nelle nostre solo da un secolo circa , mentre 
i couiadlui si son sempre più o meno malamente alimentati anche avan- 
ti la comparsa di questo morbo ; secondo perchè in tanti altri paesi, 
parlando dall'Italia, i contadini non van soggetti a questa malattia, av- 
vegnaché si nutrano presso a poco collo stesso alimento ; terzo perchè 
ammessa esclusivamente questa causa ne debba derivar la pellagra piuttosto 
che quelle altre molte malattie di vario genere , che in conseguenza di 
questa stessa causa si sviluppano nelle città «ssediate, nelle na\i, nelle 
armate, ed in qualunque paese, qualora T alimento o manca o è d'in- 
dole perversa; quarto finalmente perchè assoggettando i Pellagrosi ad 
un buon regime dietetico , nutrendoli cioè con cibo sano asperso di 
buona bevanda non glungesi a debellar interamente la malattia. Queste 
obbiezioni, che a prima giunta sembrar possono di non lieve peso riu- 
sciranno, mi lusingo, men forti dopo alcuni schiarimenti, e specialmen- 
te tenendo dietro ad alcuni fatti ed osservazioni. 

Per ciò che riguarda la prima obbiezione si può benissimo scoprire 
nn cangiamento nel cll)0 giornaliero dei conladini all' epoca circa della 
comparsa della pellagra , e questo da due cause dipendente. La prima 
dee ripetersi dall' introduzione e coltivazione del grano turco, eh' è or- 
mai divenuto il principal alimento dei coltivatori della campagna; la se- 
conda dalla deteriorata loro condizione economica, essendo ora più mi- 
seri e meschini di quello fossero ne' tempi addietro. Giova esaminar con 
un po' d' attenzione queste due cause. 

Il formentone nuovo alimento fondamentale dei villici non è stato per- 
duto di vista nemmeno dal sullodato signor Thouvenel , il quale am- 
mettendo come causa occasionale della pellagra il regime alimentare , 
accusa principalmente questo genere di biada. Rifolscc , che un medico 
del paese , cioè del territorio vicentino , fece sopra questa causa delle 



3f 

buone osservazioni, che dovcano essere puLLlicate, ma non son com- 
parse alla luce; ed aggiunge, che in alcune provincie nionluosc della 
Francia dopo l' iniroduzione del grano di Turchia osservò la propaga- 
zione del gozzo , delle malailie scrofolose e cutanee. M' è però di com- 
piacenza il poter avvalorare 1' opinione di questo dotto medico colle se- 
guenti riflessioni. 

Ebbe il sorgo turco, e non a torto, i suoi encomiatori. Mollo Io 
cclohrò fra gli altri il signor Hernandez dicendo, che è d'indole tenx- 
perata, cioè che nò soverchiamente riscalda, nò soverchiamente inumi.» 
disee , eh' ò di mediocre sostanza, e di facile concozione, e che gl'In- 
diani che di esso uutrisconsi in picciole placente , lungi dal sentirne 
grave/za e iiiolesilrt nel ventricolo, poche ore dopo averne mangiato, no 
mangiano nuovamente con grande avidità , conservandosi sani senza ostru- 
zioni, senza gonfiezze, e senza vestire un abito cachetico j ed aggiunge, 
che presso i Messicani somministra anche un vitto opportuno e confa- 
cent(^ nelle acute infermità , sicché que' medici preferiscono le poltiglie 
fatte col lìinis alla tisana orzala. 

Io sono ben lontano dal voler dar la taccia d'insalubrità a questa 
spezie di biada ; nò credo che abbiasi a far mollo caso di ciò che 
scrisse il Bacchino nel suo Teatro Botanico , cioè die se gì' indiani 
abusano troppo nei loro cilji di questo fiumenlo divengono gonfi e 
scabbiosi. Solo trovo necessario di ricercare , se esso veramente sommi- 
nistri un alimento sostanzioso da porsi in confronto colla farina del no- 
stro ordinario frumento. Da ciò appunto che ne dice il signor Hernan- 
dez chiaramente apparisce , eh' è poco mitritivo. Se coloro che si ciba- 
no di tal cereale dopo averne mangiato sentono presto il bisogno di 
mangiarne nuovamente con grande a\idità, egli è un certo indizio, che 
riman vivo il loro appetito, che la lor fame non e saziata, che la na- 
tura ha assai presto bisogno di risarcire le perdite , che è quanto di- 
re, che tal nutrimento non somiuinistra durevole e permanente sostan- 
za. Cosi se i medici nelle malattie acute preferiscono le poltiglie fatte 
col mais all'orzala, ciò prova, ch'esse apprestano un alimento più te- 
nue e leggero, quale appunto conviensl in tal genere di morbi per lo 
più d' indole stcnica. Geoffroy parlandcjf del mais scrisse : Frumentum 
illud ciiin hordeo pluriinwn convenire mihl videtur. Se dun(pie la fa- 
rina del grano turco è così tenue e liggera chi vorrà paragonarla a 



03 

quella del frumento per la sua facoltà nutiitira. Sono assai note 1' espe- 
rienze del chiarissimo Bcccari il quale scopri il piinio nella farina di 
frumento una materia glutinosa, di una natura animale, clie mollo si 
assomiglia alla materia fibrosa del sangue. Questa materia non la potè 
egualmente distinguere ed ottenere nelle altre sostanze farinacee , in cui 
se non vi manca del tutto , vi è certamente iu una minor proporzione , 
più dispersa , e quindi meno separabile. Si sa Lene , clic nella buona 
farina di frumento essa costituisce quasi sempre piìi di un terzo di tut- 
ta la massa. Egli è dunque bea verisimile , che dalla maggior copia di 
questa materia dipenda la maggior facoltà nutritiva della farina di fru- 
mento iu confronto degli altri farinacei. Anche il nostro Professore Eme- 
rito signor Antonio Pimbiolo nel suo pi-egevole Opusculo intitolato Esa- 
me intorno la qualità del vitto dei contadini del territorio di Pa- 
dova , parlando del frumento turco accorda bensì , che desso ò un cibo 
di sua natura abbastanza saluljre , che puù esser eziandio un naturale ed 
ottimissimo rimedio di alcune infermità, ma che però tutto questo nul- 
la prova a favore della sua nutritiva virtii, la qnale da alcuni falsamente 
supponesi esser maggiore , o almeno uguale a quella del nostro fru- 
mento. 

Fissando pertanto come principio dimostrato dall' osservazione e dai 
fatti , che il grano turco , quantunque d' indole non insalubre , possedè 
poca materia nuiribile , ognini vede , che questo alimento reso ormai co- 
mune nelle nostre campagne nutrica poco , e non quanto sarebbe ne- 
cessario , i poveri villici i quali per il continuo esercizio di corpo , per 
le lunghe fatiche , e pei sudori che spargono , hau certamente maggior 
bisogno del cittadini di un valido e sostanzioso nutrimento per risarcire 
le giornaliere abbondanti perdite. Questa maniera di alimento dee dun- 
que appoco appoco contribuire all' iufralimculo della lor costituzione. 
Non vuoisi però dedurne , che in esso solo abbiasi a riconoscere 1' uni- 
ca sorgente della pellagra. Ne fissa soltanto rimotamente la predisposi- 
zione, e si richiede poi l'aggiunta di altre cause occasionali per isvilup- 
pare la malattia , e i-endcrla permanente. So bene , che se il frumento 
turco fosse l' unica cagione della pellagra dovressimo incontrar da per 
tr.tto Pellagrosi non solo in campagna , ma anche nelle città , in cui il 
basso popolo se ne ciba più o meno quotidianamente. Egli è però da 
avveitlrc, chela così detta polenta riesce allora soltanto innocua, quando 



5S 

allri cibi nutritivi , o bevande oorroboranti compensano la sua scarsa vip- 
ili nutritiva, ed anche essa sola può somministrar un sunicieute alimcu- 
to nei sojjgetti di tempra robusta, e ben forniti di potenze digerenti, i 
quali potendone mangiar a sazietà , ed agevohucute digerirla supplisco- 
no colla copia alla sua debile facoltà di nutrire. Ma se per lo contra- 
rio i soggetti sono originariamente deboli, e mal provveduti di organi 
digerenti, o se non possono mangiar di tal cibo iu copia sul'tlcieute , o 
se non vi uniscono allri cibi più alti ad una lodevole imtri/.ione , o se 
finaluieuie manca ad essi una ljo\anda tonica e ra\vivante, iu tutte que- 
ste ciicostauze la polenta non vale da se sola a dar il necessario risto- 
ro agli affaticati lavoratori della campagna. Peggio poi se riducono la fa- 
rina in pan giallo , o In focaccie colle iu forno , o sotto le brace , le 
quali oltre di esser poco nutritive di\cniano anche direttamente uocevo- 
li. Inoltre questa farina e ancor più dannosa, quando il grano non fe 
bon maturalo, e non è stato quanto basta disseccato j lo che succede 
spessissiiuo , e perchè questo geuer di biada giunge presso di uui trop- 
po tardi a maturità, e sono rari gli aunl , iu cui se ne ottenga un com- 
piuto seccamento (i); nel qual caso frequente la soverchia umidità fa 
si, che sotto un dato volume di farina raccolgasi minor quantità di so- 
stanza nutritiva, oltre gli altri luali cui la stessa umidità rldoiidaulc de- 
ve produrre. 

Nella genie di citiii , che fa uso di polenta è ben diversa la faccen- 
da. Non la mangiano quasi mai sola. Vi uuiscouo per lo più ([ualcho 
•porzione di ahmento animale, la condiscono megho , e poi vi be\on so- 
pra del vino buono , sapendosi bene , che nelle città anche la più bas- 
sa classe del jiopolo abborriscc le acipic ed il vino piccolo leggero, e 

(i) Il sip;nor TIs'iot nella sua dissnla- so , segno eh' è men sano. Dall' alno 
zlone sul pane, e sull' rcnnowia e col— canlo la propiietà che hi d' ingrassine 
tuia de' grani in cnnfula/.iune dell' Ojiii— in hrevissimo temno lutti sii auinnili che 
scolo di Lingiiet contra l'uso del jìuiir e se ne aliiiieninno , prova , c\\r questo nu- 
di! grano; scrive a questo proposilo: Il Uimcnto non è sano quanto il l'runicuto , 
grano d' India , il quale non si raccoglie il quale senza tanlo ingrassarli , dà loro 
piiìiia dell' ottobre , non si pub mangiar una consistenza senza durezza , e rende 
subito: se non è perfettamente seccato , le carni saporite. Per questo motivo p.a- 
( al qual effetto sono necessarie diligen- re , che non fortifichi la fibra ; e pò- 
ze mollo maggiori di quelle che rithiode trebb' essere quala una delle cagioni del- 
il jiiimento ) si gua<:tn prestissimo ; e la sua inferiorità fìsica e morale a snf— 
qualunque cura s' impieghi nel ritirarlo , jicienza confermata da parecchi popoli 
senza comparir alterato, viene poi ad dell'ermetica, che non campavano, che 
acquistare nel mese di giugno ima sen- di grano d' India. 
■ sibile agrezza, che lo reiuU laeiiu ^iislo- 



54 

va iu cerca del vino robusto e generoso. Ad un faccliino , ed agli stessi 
questuanti non manca il mezzo di provvederselo. Sono essi fuor di dub- 
bio relativamente men poveri d' un misero villico. In campagna , tranne 
alcune famiglie un po' coniniode , la farina gialla è l' alimento esclusivo 
senza unione di altri cibi nutritivi, oppure se ve ne uuiscon talvolta so- 
no, cibi acri, salati, pungenti, di rea qualità, o flosci, flatulenti, come 
legumi , e simili. Bevon acqua per lo più impura e stagnante , o vi- 
uo piccolo leggerissimo , che quasi sempre si guasta ai primi caldi 
dell' anno. 

Che se poi in una povera famiglia contadinesca , benché tutti gì' in- 
dividui sieno del pari mal nudriti , non si manifesta in tutti la pellagra , 
come potrebbe sembrare, per essere tutti egualmenic esposti alla mede- 
sima causa, ciò dipende dal non aver agito sopra tutti altre cause se- 
condarie debilitanti. Vedesi infatti , che in coloro ne' quali comparisce 
la liialattia vi si è aggiunta quasi sempre qualche manifesta causa occa- 
sionale , che 'De ha determinato lo sviluppainento. I diligenti osservatori 
han potuto riconoscere , che l' individuo pellagroso , o era di costituzio- 
ne più debole degli altri ; o avea sofferta antecedentemente qualche ac- 
cidental malattia , massime qualche febbre periodica autunnale ; o era 
stalo inopportunamente salassato, e replicatameute purgato, come prati- 
casi generalmente iu campagna , cadendo per lo più i contadini nelle 
mani dei bassi chirurglil , o di certi medicastri i quali in ogni malat- 
tia , iu quelle pure di manifestissimo languore , altre medicine non cono- 
scono ed apprezzano, che le smodate evacuazioni, soprattutto le sangui- 
gne; o aveano sofferto qualche patema di animo afflittivo, scoraggiante, 
deprimente. Nelle donne nelle quali sembra più comune la malattia, 
olli'c le indicate cause , si è osservato , eh' è stata quasi sempre prece- 
duta , o da qualche disordine di mestruazione per eccesso o per difet- 
to , o da qualche sconciatura , o da qualche parto difficile , laborioso , e 
sue trascurate conseguenze. Tutte queste varie cause debilitanti, or l'ima 
or r altra , agendo sopra soggetti già affievoliti da una scarsa e triste nu- 
trizione contribuiscono a far sviluppare la pellagra; ed infatti negli scrit- 
tori che han trattato di questa malattia, specialmente nelle storie del 
benemerito Strarabio, trovasi notato il concorso di alcuna delle annun- 
ciate cause , come anch' io in un gran numero di casi ho avuto occa- 
sione di osservare , previa però la mala predisposizione originata da scar- 



■33 

so o malsano àlimeuio. Se 1 lavoratori della campagna fossero nutiicati 
con cibi più sani e sustanziosi Iroverebbcrsi iu maggior difesa , e quindi 
minor prosa avrebbe sopra di essi l' azione dell' eventuali potenze nocive 
debilitanti , che danno l' ultima mano alla generazione della malattia . 

Ho detto di sopra , che una seconda causa della comparsa della malattia 
in questi ultimi tempi deesi con foudamento ripetere dalla deteriorata 
condizione dei villici, cioè dal lor peggiorato ben essere domestico. Ciò 
mi verrà agevolmente concesso. Non e piii lecito dire di essi: O fortu- 
nati niiniuift , sua si bona norint agricoice. Ne' tempi , in cui potevansi 
chiamar fortunati , le rustiche famiglie possedevano qualche porzione di 
terreno, e gustavano i frutti della proprietà, oppxire i lavoratori delle 
terre altrui ne traevano una congrua vitilità , perchè i prodotti del suo- 
lo cui bagnavano coi loro sudori, ridondavano solo iu profitto dei prò- 
prietarj e di essi. Ora la cosa non è più così , almeno presso di noi. 
Pochi pochissimi sono i contadini possessori , ed il prodotto della ter- 
ra va quasi generalmente diviso fra il proprietario , il flttaiuolo ed il 
lavoratore. Una terza classe di gente col solo maneggio , e coUa specu- 
lazione lucra sulle fatiche del villico , pregiudicando per lo più il pro- 
prietario, e facendo sempre la rovina del conladino. Quest'ultimo non 
è calcolato , che qual meccanico strumento. E un rastrello , un vomere , 
un aratro. Quanto non è migliore la coudizione delle bestie da la\oro! 
11 flttaiuolo ha un maggior interesse per esse , e le fa ben governare e 
nutrire , perchè oltre il lavoro in esse contempla un' altra sorgente di 
guadagno. Non è però maraviglia , se le stalle sono più commode , e 
tenute più monde dei villerecci abituri. Altro non resta al misero lavo- 
ratore, che tma scarsa misurata porzione di polenta, e poca dose di 
languido vino , oltre l' avvilimento che malgrado la sua rozzezza uoa 
può non sentire, di spargere abbondanti sudori per coltivar una terra 
ed una vite, eh' è ingrata a lui solo. Chi conosce lo stato presente del- 
la campagna non potrà accusarmi di esagerazione. Tutti i Medici del 
nostro Dipartimento , i quali dietro gli eccitamenti della Commissione di 
sanità resero conto dell' esistenza della pellagra nelle diverse località , e 
produssero la loro opinione sulle cause di essa , souosi tutti arrestali spc- 
ciabueuie sulla miseria , sulla triste qualità , e sulla penuria dell' alimen- 
to , sulle acque palustri, e sulla vita loro stentata e laboriosa. Quasi tut- 
»i li Pellagrosi da loro osservati furono nella classe contadinesca li piìi 



36 ' 

miserabili ed iuiligeiili. Ejjli è però mauifesto ," clie a di uoslri regna 
fra i villici maggior mlsei-ia , che ne" tempi andati, e clic questa ha cer- 
tamente conlrihuilo nel senso sotto cui 1' ahbiamo risguardala, alla com- 
parsa della malattia , ed alla sua propaga/ione. 

Rispetto all' obbiezione , che questa malattia non si vede regnare in 
alcune regioni d' Italia , benché i contadini si alimentino pi-esso a poco 
nella stessa maniera, si può rispondere, che se non vi allignò ancora, 
potrebbe nondixiieno svilupparvisi in seguito. Per molti anni fece lenta 
strage In Lombardia , senza che noi ci accorgessimo punto della sua esi- 
stenza nelle nostre contrade, eppure successivamente si è resa per ma- 
lavveirtura sensibile anche presso di noi. Non è difficile , che lo stesso 
intervenga anche in altre località, specialmente, se oltre la causa pri- 
maria d'ir alimento vi concorrano altre cagioni debilitanti , dipendenti 
dalle carestie, dalle maggiori fatiche e disagi, dalle vicende dei tempi, 
dalle mutazioni dei governi, e dallo stato morale e politico delle po- 
polazioni, che tanto influisce sulle affezioni dell' anima , e dà spesso ori- 
gine a' patemi deprimenti. Certo è poi che la pellagra comparirà più fa- 
cilmente in que' luoghi in cui si fa uso comune della farina di formen- 
tone, e meno, o mai nei paesi in cui 11 pane di frumento è fami- 
gliare anche in campagna. Ove non si conosce il grano d' India i cou- 
tadmi , coni' è ben noto , sono assai plìi vegeti e robusti. 

All' altra obbiezione fondata sul non comprendere il perchè dalla scar- 
sezza , o triste qualità dell' alimento insorga presso i contadini la pella- 
gra , piuttostochè molle altre malattie che da questa slessa causa vea- 
gonsi in tante altre occasioni derivare, forza è risponder umilmente, che 
afdne di poter rendere chiara e soddisfacente ragione di ciò, necessa- 
rio saiebbe di conoscer distintamente tutti quegli elementi, che con- 
corrono alla formazione dei varj e mulliplici abiti e forme delle malat- 
tie che per lo più isfuggono al nostro corto intendimento , ed alla li- 
mliala nostra maniera di vedere. Osservasi p. e. nelle città assediate, iu 
cui siavi penuria e prava qualità di cibi e di bevande , oi-a svilupparsi 
r affezione scorbutica ; ora insorgere febjjri accessionali perniciose , ora 
infierire i tifi, e le febbri petcchiali, ora la dissenteria maligna. La stes- 
sa cosa accade nelle navi e nelle armate. Le cause sono a un dipresso 
le medesime, e nullameno predomina ai- l'uno or l'altro genere di ma- 
lattia. Chi può lusingarsi di render ragione e di spiegare queste vari?- 



^7 



zioni, e queste forme diverse, le rfuall dlpcuJouo da ciicosianzc , e da 
elc'iueuti clic uon si possono beu cogliere? Solo è permesso di dire, 
che tinte queste ^malattie sono per lo piìi di gon.o couformc, qunutun- 
qiic di forma differente, per eiò che iu esse più o meno signoreggia la 
tliatesi astenica, 1' abbattuto eccitamento, dipeudcnlc da potenze nocive 
dcbUitanti. Predomina del pari la diatesi astenica nella pellagra, come 
mcirlio vedicmo a suo luogo, colla differenza, clic nel caso di città as- 
sediate, di armate ce. le cause agiscono per lo piii con maggior forza, 
e quindi fan nascere malattie acute , e piìi rapide nel loro eorso , men- 
tre la pellagra suol progredire a lenti passi , ajìpuuto perchè la causa 
agendo appoco appoco pili leiitamcule si manifestano nell' economia ani- 
mali.' i suoi effetti dcljilllanii. Comuuqiie sia la cosa, basta inumo, ciu; 
il l'ulto della causa sussista chiaro e comprovalo , perchè ;ìou s' abbia 
a dujjitar degli effetti, avvegnaché per le varie circoslauze diversi. 

L' obbietto linalmjute, che ad onta di un buon regime nutritivo non 
s'ottiene di delicllar interamente la malattia, mentre tolta la cau.sa' do- 
vrebbero cessare gli effetti, diviene insussistente, qualora vogliasi a\er 
riguardo alle varie circostanze, e segnatamente ai diversi sladj della ma- 
ialila. Certo che se la malattia è giii ili molto -jivanzata , se va a tocca- 
re il terzo stadio, e se ha specialmente esercitata una gagliarda e pro- 
fonda imprcssiouc sul più nobile dei sistemi, non si ottiene il più del- 
le volte nessun vantaggio , nemmeno dal buon viiiu. Questo è il desti- 
no delle malattie, massime delle croniche. Quando si approssimano al 
loro infausto termine, quando e estremo l' abbattimento , quando è co- 
minciata la disorganizzazione di qualche viscere importante, uè il regime 
più conveniente , ne i rimedj li più efficaci valgono a debellarle. Ma la 
faccenda è ben diversa, quando la malattia è nei suoi priucipj, allorché 
specialmente è illeso o poco affetto il sistema nervoso, e non ha lissate 
profonde radici. Noi primo e secondo stadio della pellagi-a ho sempre ot- 
tenuto dal buon viuo combinato con appropriate medicine , grandissimi 
vantaggi, e vantaggi permanenti senza riproduzione della malattia. 11 signor 
Strambio racconta ( Dissertazione p. 77), che avendo trattenuto a bel- 
la posta dei Pellagrosi di primo grado per due, tre ed anche quattro 
anid nello spedale , pascendoli con tutta quella liberalità che può 
esser permessa in simili luoghi, essi acquistarono forze , ed alcuni s'in- 
grassarono assai. ^4g^iungtì però , die sempre icscò loro qualche in- 



38 

dizio del mede latente , poiché stando essi meglio d' inverno mostra- 
rono ad ogni primai>era qualche deterioramento , ed esponendoli al 
sole si J'e' loro rosso il dorso delle mani, anzi appoco appoco ad onta 
del buon vitto il male passò ad ulteriori gradi , ed alla morte : don- 
de conchiude , che il buon vitto nasconde il male , e ne ritarda gli 
avanzamenti , ma che non basta a togliere il fomite , e non ne im- 
muta la successa degenerazione degli umori. Comunque sia del fomi- 
te della malattia tolto o non tolto , qualunque sia la pretesa degenera- 
zione degli umori , che non si sa bene in che consista, se il signor 
StramLio concede, anzi vuole , che il miglioramento nei Pellagrosi ( Dis- 
sertazione p. 76.) si debba attribuire all' astinenza dalle fatiche , e dal 
sole , ed al buon pasto , e che il solo astenersi dalle fatiche e dal 
sole non giova a quelli che continuano a vivere nella loro miseria, 
e che quindi il miglioramento si dee riporre nel buon vitto (pag-77)j 
che il buon vitto nasconde il male , e ne ritarda gli avanzamenti ; 
che i malati col buon vitto aquistarono forze ed ingrassarono assai; 
che finalmente ( pag. 79. ) i sintomi interni col solo vitto nutriente si 
sogliono ammansale senza che loro diasi medicamenti di sorta alcuna, 
chiaro apparisce , che il vitto buono e nutritivo è uno del principali ele- 
menti del metodo curativo , e che per la ragion de' contrarj il vitto po- 
co nutritivo, malsano, e di rea qualità devesi ragionevolmeitte risguar- 
dare come uno dei primi elementi che cospirano alla produzione della 
malattia. Nel nostro spedale non si è mal osservato, che i Pellagrosi nel 
primo stadio della malattia ben nutriti e ben medicati sieuo periti. Le 
vittime furono tutte o nel terzo stadio, o nel secondo avanzato. 

Dimostrale colla possibile evidenza le cause predisponenti ed occa- 
sionali della pellagra , giova dar un' occhiata alla sua cagion prossima , 
cioè a quella condizione interna patologica dei Pellagrosi, da cui deriva 
quella serie di fenomeni che insieme uniti costituiscono il carattere no- 
solo"lco della pellagra. Mi limiterò soltanto ad alcuni cenni, giacché 
ncir indagine scabrosa delle cause prossime accade soventemente , che 
quanto più si studia e si tenta di estendere e raffinar le ricerche, tan- 
to plìi cresce la difficoltà di conoscerle e svilupparle. 

Ne' miei sopraccitati Opuscoli, non essendo allora per anche ben istrui- 
to di tutte le circostanze' della malattia, sulla quale non avea potuto esten- 
dere quanto basta le mie osservazioni, ed istituire diligenti ed accurati 



59 

esami, non mi ilLuUÒ l'Idea di uu'acrimouia pellagrosa, che mi fece 
comparire IMcdico umorista. Non sapendo iu quell' epoca cosa meglio 
produrre, mi sono adaualo al linguaggio più favorito delle scuole, spe- 
cialmente presso di noi. La patologia umorale, la dottrina delle acri- 
monie non disgustava in cpiel tempo le orecchie dei Medici, come le 
disgusla al di d'oggi. Ma in seguito m'accorsi facilmente, che l'idea 
di un'acrimonia pellagrosa era poco o nulla soddisfaccute , e del lutto 
incerta. Infatti chi la volle un luiior tenace d'indole acida, chi un'acri- 
monia di acida natura, che nel decorso della malattia degenera in una 
materia alcalina, chi un'acrimonia ueutia , muriatica, o neutro-ammo- 
uiacale , chi un lenlorc scorhuiico d' indole agra , vischiosa e tenace , e 
chi un eccesso di ossigenazione negli umori. Ognun vede che simili 
ipolesi capricciose mancano di real fondamento , e quel eh' è peg- 
gio non sono di utile applicazione alla pratica ; poiché tutti i metodi 
curativi, che sulla base delle varie pretese acrimonie furon proposti, si 
sperimentarono inefficaci. E però abbandonando l'idea di un'acrimonia 
specifica pellagrosa, feci conoscere la mia maniera di pensare su tal ar- 
gomento, dando 1' estratto di un' Opera del dottor Careno nel Giornale 
medico di Venezia ( T. IX. pari, medica p. i ag ). Ivi riferendo 1' opi- 
nione dell' autore che amò di ripetere la vera cagione della pellagra da 
una particolar degenerazione dei sughi del sistema linfatico , scrissi che 
volendo anche supporre la voluta degenerazione della linfa, non mi pa- 
rea di poter risguardar il vizio qualunque della linfa , che come un ef- 
fetto secondario ; ma che la principal causa della malattia mi sembrava 
piuttosto consistere in uno stato atonico dello stomaco e del tubo 
intestinale , il quale poi si comunica anche agli altri visceri del basso 
ventre , a quelli segnatamente che costituiscono il così detto sistema 
chilopojelico, donde poi ne deriva la degenerazione dei diversi liquidi 
che agi' intestini perenuemenie concorrono . 

Se, come parmi di aver evidentemente dimostrato, il vitto ordinario 
contadinesco scarso e di prava qualità è la cagione primaria della ma- 
latiia, è facile da comprendere , che posta la causa nel vitto la prima 
morbosa impressione dev'esser sentita dal ventricolo e dagl'intestini, e 
trattandosi specialmente di scarsezza di nutrimento sieno questi organi i 
prmii ad entrare in uno slato di abbandono, di languore, di astenia 
per mancanza di potenze stimolanti. Quest'aslenia, questo abbassato ce- 



4o 

citamento successivamente crescendo, e giungendo ad un certo ijrado 
somniiuistra il priucipal fondamento della nialauia, o per se solo, o col- 
r aggiunta di alcune di quelle moke altre potenze debilitanti , che ab- 
blam di sopra annoverate. Non è però da negarsi, che in conseguenza 
dell'inerzia, languore, e slato atonico o astenico del ventricolo, degli 
intestini e dei visceri adjaceuti, che sono fra loro in una stretta con- 
nessione di operazioni e di funzioni , iwan abhiuno a soffrirne qualche 
alterazione anche i varj liquidi, che in essi perennemente si separano, 
•e tanto contribuiscono ali' opera della digestione e chilificazione. Per 
quanto poco si voglia nelle malattie considerare gli imiori , non saprcb- 
besi certo comprendere, come scomposta e disordinata o l'irritabilità, 
o r elasticità , o l' eccitabilità , o il moto intimo delle parti dei solidi 
( qualunque sia il linguaggio , che piaccia di addottare ) non abbia da tali 
perturbati movimenti a risentir danno ed offesa la tempra dei fluidi. I vizj 
cui potranuo contrarre, sonO è vero secondar], cioè dipendenti dal \ 1- 
zi prima orditi nei solidi, ma i fluidi non possono cerlamenlc conser- 
varsi blaudl, miti, scorrevoli ed atti a quegli ufiizj a cui son destinati, 
se i solidi, al cui impero obbediscono, non agiscono sopra di essi se- 
condo le le"-gi d'una ben sistemata economia animale. Posta l'astenia 
del ventricolo e del canal intestinale, è chiaro, che debba soprattutto 
sturbarsi e disordinarsi la chilificazione, e quindi alterarsi e perdere le 
sue blande e nutritive qualità il chilo , ond' e che un primo morboso 
effetto è la disadatta ed imperfetta assimilazione e nutrizione , per cui 
risulta quell'abito cachetlco dei Pellagrosi, che presenta appunto il ca- 
rattere generale della classe a cui questa malattia appartiene. E vero 
però che nella pratica , cioè nelle indicazioni curative deesi far poco 
conto delle alterazioni dei liquidi, e molto all' incontro del vizio prima 
contratto dai solidi, giacché essendo esse«*subordinate è secondarie non 
si giunge a correggerle , se non si riordinano prima e ricompongono 
quelle perturbazioni dei solidi da cui dipendono. 

Anche il signor Strambio dopo lunghi studj fatti sulla pellagra, e do- 
po molti esami ed osservazioni somministrategli dall' autopsia cadaverica, 
credè di poter ragionevohriente riporre la sede ed il fomite di questa 
malattia nel basso ventre. Si affaccendò molto per discoprire qual fos- 
se la cagion materiale producitrice degl' infarcimenti che s' incontrano 
nei visceri del basso ventre, e quale la partlcolar degenerazione che \i 



4i 

contraggono gli umori. Volendo conservarsi ligio alle dottrine d' Ippo- 
craic, e prendoiidolo per guida nelle sue iudaj^iui esaminò spocialnicnle 
se si potesse incfdpar la pituita, o l'umore atrabilare. Parsegli dall' un cau- 
to, che nella pellagra i visceri addominali fossero da pituitose congestio- 
ni infarciti, ma dall'altro non gli fu possibile di determinare di qnal 
natura fosse la piiiiliosa congestione opprimente lo stomaco e gl'inte- 
stini, e di (piai vizio peccasse, pcrcliè Ippocrate ne stabilisce varie 
specie , secondo i diversi mali eh' essa produce. E rispetto all' umor 
airabilare , siccome l'ispezione dei cadaveri non gli dimostrò apertamen- 
te, com'era ben natiualc , l'esistenza dell'atrabile, cosi non amando di 
escluder totalmente da f|neslo morbo l' idea di un umor atrajjilare , si 
limitò soltanto a dire, che nella pellagra, o non si de\e accusare l'atra- 
bile , o elle quest' atrabile pellagrosa è diversa dall' ippocratica. ( Dissert. 
pag. 66, 67 , 68 ). Se egli avesse riflettuto , che la degenerazione qua- 
lunque degli umori non è realmente che un effetto secondario, non 
sarebbesi perduto in ricerche poco utili, e non saiebbe stalo condotto 
a conclusioni incertissime. Avrebbe assai meglio scoperta la sede ed il 
fomite della malattia nel basso ventre, arrestandosi solamente alla mor- 
bosa coudizione inerente al sistema dei solidi. Chi non vede , che le 
varie alterazioni e gì' infarcimenti osservati nei visceii del basso ven- 
tre dei Pellagrosi sono conseguenze suceessi\ e dello stato languido , 
inerte , astenico dei visceri medesimi , come lo sono soventemente in 
altre consimili malattie ? Parmi però dalle cose fin qui delle abbastanza 
dimostrato, che la causa della pellagra risieda primariamente nel basso 
ventre, e che consista nell' abl)assato e depresso eccitamento dei visceri 
specialmente consacrali alle due importantissime funzioni digestione e 
chilificazione. Determinala così la eausa prossima riesce facile di spie- 
gare , come nascano e si mantengano li fenomeni principah , che carat- 
terizzano questa malattia. 

Ho già scritto nel primo mio Opuscolo ( pag. 35 ) e non posso a 
meno di ripetere la stessa cosa , avendomene sempre più convinto l' os- 
servazione, che li fenomeni i quali devon fra gli altri meritar il nome 
di caratteristici della pellagra si posson ridurre a ire principali ; cioè 
alla somma debolezza di tutto il corpo, maggiore negli arti inferiori, 
che nelle altre pai li , alla scottatura dell'epidermide nelle parli esposte al 
sole ; ed allo sconcerto più o meno sensibile , jùìi meno profondo 

6 



i)3 

delle facoltà intellettuali. Questi fenomeni che determinano 11 Medico 
a stabilir esclusivamente iu un soggetto l' esistenza della pellagra, e che 
mancando renderebbero incertissima la diagnosi, questi fenomeni, e si 
spiegano agevolmente posta la causa surriferita, e rendono ad un tem- 
po assai più sicura la nostra concepita opinione sulla causa medesima. 
La miglior guida per ispiogare gli annunciati fenomeni ce la som- 
ministrano le leggi , quanto poco conosciute , altrettanto certe e da ri- 
motlssimi tempi sanzionate del consensi. Benché sia generalmente vera 
la prisca dottrina ippocratica coiifluxiis unus , conspiratio una , et om- 
nia conseìitieiitia , pure è indubitato, che fra certi organi del sistema 
animale, avvegnaché 1' un dall'altro lontani, e non dimostranti un'imme- 
diata connessione, hau luogo particolari marcati consensi, pei quali le 
affezioni morbose delle une presto o tardi si comimicauo alle altre. Ciò 
è abbastanza nolo ai Fisiologhi , ai Patologhl e ai Clinici. Comuni e 
frequenti ne sono gli esempj. Oscure, oscurlssime sono le vie, per cui 
si fauno qvieste simpatiche corrispondenze , ma qualunque siane il mez- 
zo , o la simpatia dei nervi, o la produzione delle membrane, o l' irri- 
tabilità , o r anostomosl del vasi, o la continuità del tessuto celluioso, 
o r analogia di fabbrica , o la somiglianza degli umori , o gli analoghi 
ed armonici eccitamenti , sui quali diversi mezzi si è molto e mollo 
dispulato con quel poco esito che suolsi d' ordinario ottenere in simili 
argomenti malagevoli ed astrusi , pure il fatto è incontrastabile , com- 
provalo da innumerevoli osservazioni (i). Per il mio scopo giovami dar 
un' occhiata al consensi , di cui è centro 1' addome , essendoché per 
tali consensi insorgono appunto que' morbosi fenomeni, che come ab- 
biam detto costituiscono il carattere uosologlco della nostra malattia. 



(i) Ecco alcuni cenni di un celclire eJ 
ingegnoso sciillore de' noslri giorni sulle 
aftezio'ii simpatiche o consensuali. » Le 
affezioni simpaticlie o comensuiill , scrive 
egli, esprimono, per me, allevazionc e 
commozione di quelle fibre soltanto, o 
di quelle parti che per continuità orga- 
nica formano nna cosa sola colia parte 
affetta , o sono ad esse legale per ilelle 
connessioni particolari, che lengons quasi 
luogo di una continuità di slrutluia. Le 
affezioni simpatiche sono per ciò una co- 
sa slessa coli' affezione locale. Per quanto 
si esUuUaiio a' luoghi lontani dalla parte 



affetta , esprimono però niente più die 
lo sconcerto locale più esteso , in quella 
guisa , che un dato organico complesso 
di parti ( il tubo intestinale p. e. in tut- 
ta l'estensione) esprime un organo solo. 
Queste affezioni simpatiche seguono" per 
ciò le leggi dell' indicata continuità e con- 
nessione, e quel che più importa cessa- 
no appena cessata la locale affezione che 
le regge » Sulla febbre di Livorno del 
iSo4- Sulla febbre Americana , e sulle 
malattie di genio analogo, Hicerche Pa- 
tologiche di G. Tomuiasini. Paima i8o5. 
Nota io6. 



45 

E primicramome per consenso nasce quella debolezza generale che 
rende languido e inerte il Pellagroso , e per cui anche nei primordi 
della maialila diventa inetto ai lavori ed alle fatiche campestri. Egli è 
ben naturale , che quella condizione astenica , da cui son compresi il 
ventricolo, gì' intestini e gli altri visceri c4ie con lui legame armoni- 
co costituiscono il cosi detto sistema cliilopojctico, si debl)a propagare 
e diffondere a tutto il sistema. Se una semplice indigestione è talvolta 
cagione di lipotlmla, se una raccolta di sahurre rende 1' uom frale e 
debole , se una colica di poche ore notabilmente lo abbatte e lo priva 
di forze , quanto più non dovrà esser compreso da universale debolezza 
un Pellagroso, in cui lo stomaco ed il tubo intestinale sono domluaii 
da un' astenia durevole e permanente ? E se si tratta di un Pellagroso 
a malattia avanzala quell'astenia che dapprincipio era soltanto locale, e- 
che solo consensualmente affettava l'intero sistema, diventa stabilmente 
nni\ersale, ond' è che allora il Pellagroso appena può alzarsi dal letto, 
giace immobile , ed ogni più piccolo movimento lo stanca. L' astenia 
dunque trae la sua prima origine dal basso ventre ; nel principio non 
è che consensuale , ma nel progresso della raalatiia si fa universale in- 
vadendo tulle le potenze muscolari. 

Per consenso pure nasce nei Pellagrosi la sjieciale affezione cutanea. 
E già nota anche ai non medici 1" armonia ed il concerto di azioni esi- 
stente fra il tubo intestinale e la pelle, ond' el(be origine l'aulico ada- 
gio mal di pelle mal di hudelle. Fra questi organi v' ha iiu' alterna 
corrispondenza cosi viva e palese , che inutil sarebbe il volerla dimostra- 
re ed illustrar con esempj. I Medici pratici ne han dato in ogni tempo 
mille e mille riprove. Sono slati felici nella cura di un gran numero di 
malattie della pelle , sol medicando la morl)osa condizione del basso 
venire. 11 signor Welt nella sua Dissertazione de exaiithematuin fonte 
abdominali ( Frank Delect. Opusc. Voi. IV. p. 5o ) dimostrò con pro- 
fusa erudizione , e coli' autorità dei migliori Pratici la forza di questo 
consenso; ma spinge la cosa tropp' oltre facendo derivar tulle le malat- 
tie esantematiche sì acute die croniche dall' addome. Nondimeno egli è 
certo, che, tranne le contagiose, hanno per la maggior parte il loro fomite 
nel basso ventre. Ciò poi è fuor di dubbio rispetto al malore esterno 
dei Pellagrosi. L' organo cutaneo di qucsi' infermi per lo slato nioibo- 
so dell'addome è pur esso cousensualmeule malaffetto, ed è ia mila 



la sua estensione disposto , come ho detto di sopra , a contrarre la così 
detta pellarina , se non che comparisce soltanto nel luoghi velhcati e 
punti dallo stimolo dei raggi solari , che u' è la causa determinante. 
Quando comincia l' affezione cutanea deve tenersi per certo , che già 
preesistc il disordine addominale , e che appunto da questo disordine è 
insorto consensualmente il fenomeno cutaneo. 

• Per conseuso finalmente nascono li varj sconcerti , a cui soggiacciono 
le facoltà dell' anima nel progresso della malattia. Fra i visceri addomi- 
nali ed il cervello regna una corrispondenza delle più strette. Tal rap- 
porto di azioni è notissimo a tutti i Pratici. Son poche le maialile del 
capo, le quali non abbiano la lor prima sorgente nel basso ventre. Oltre 
tante osservazioni registrate nelle Opere mediche comprovanti questo 
consenso se ne trova una scelta e copiosa raccolta nella Dissertazione del 
celebre Rìiann intitolata Miruin caput intcr, et visceru abdominis com- 
mei cium. Di questo consenso , per ciò specialmente che concerne le 
alienazioni mentali , ce ne dà una prova ben convincente il chiarissimo 
signor Prof. Pinci nel suo Trattato sulla Mania. Annoverando egli 1 se- 
gni precursori degli accessi maniaci scrive : La nature des afj'ections 
propres à donner naissanc^ à la manie perìodique , et les affudtés 
de cette maladie avec la melanchoUe et V hjpochondrie , doivent 
faire presumer , {]ue le siege primitif en est presque toujours dans la 
regio/i éplgastrique , et que e est de ce centi e , que se propagent , 
cornine par une espèce d' irradiation , les accès de manie. IJ ejcamen 
attentif de leurs signes précurseurs , dorine encore des preuves bieii 
frappantes de V empire si étendu que Lacaze et Bordeu donnent 
à ces forces épigastriques et que Buffon a si bien peint dans son 
Histoire naturelle ; e est méme toute la région abdominale qui sem- 
ole entrer dans cet accord sjmpatldque (i). Applicando questi principi 
alla pellagra , poiché si è ad evidenza dimostrato , che l' affezione addo- 
minale n' è la cagion primaria , per cui denno soffrire grave perturbazio- 
ne le forze epigastriche , egli è chiaro , che da questo centro , come 
per una spezie d' irradiazione si propagano le affezioni perturbatrici del 
comune sensorio , e che quindi presto o tardi si sviluppano i varj di- 



(i) Trailo inc'dico-Philosopliique sur I' alicnation mentale, ou la manie par Pli. Piuel 
Pai'is au. IX. 



/ 



45 



^ 



soldini al capo, le verliijiui , i capogiri, lo sbalordimento, la confusio- 
ne d'idee, e (ìiialineule le diverse spezie di ahcuazioiil mentali più o 
meno vive ed esaltale, che rendono tanto infelice e compassionevole |j 
stalo dei Pellagrosi. Assalito e colpito cos'i il centro de'neivi, non e 
poi maraviglia se vengono successivamente lu campo diversi altri fe- 
nomeni ■uer\osi, come 1' aniLllopia, la diplopia, il crampo, i tremori, le 
convulsioni, la paralisi, il telano, lo scelotirbe , »d altri acciacciù con- 
simili, 1 quali or in uno, or in altro Pellagroso si osservano uel corso 
ed aumento della malattia (i). 

Cdh queste vedute che, se non erro, sono le meno incerte, perchè 
fondate sulla pratica osservazione, panni che sia abbastanza spiegata l' iu- 
terna sorgente dei principali fenomeni che costituiscono il carattere no- 
sologico della pellagra. Egli è poi naturale , che cpiando la malattia 
ha messe profonde radici, ed è già pervenuta all'ultimo stadio, che le 
potenze vitali sono estremamente affievolite, e che si è stablliia una ge- 
uerale cachessia, è naturale dico che insorgano molti altri acciacchi, 
soliti a manifestarsi, e ad accompagnare tutte le malattie croniche, ap- 
prosslmanlisi al loro termine infausto. Sono però ordinarie conseguenze 
della pellagra avanzata , olire il dimagrimento e la consunzione , le va- 
rie specie di flussi, come il tialismo che in alcuni Pellagrosi compa- 
risce anche nel principio della malattia, la diarrea colliquatila, i pro- 
fusi sudori, l'incontinenza dell'orina, al quali si uniscono, o succe- 
dono la tabe di qualche viscere , l'ascile, l' anasarca e le cangrene 
che chiudono la miserabile scena. Accade nondimeno talvolta , che sen- 



(0 II signor Pro?t in un'Opcr.'i recen- 
te di molta utililJi inlilolata Mèdiciiw 
éclaiiée par V observation , et l' oui'ei- 
lure de: corps , Voi. i, p. 44> spiega li 
due solenni consensi Ira l'addome e la 
cute, fra l'addome ed il cervello, litor- 
rendo .alle membrane mucose addomina- 
li. Rispetto al primo ei dice, « che fra 
queste membrane e la pelle esiste ima 
spezie di equilibrio, da cui risulta un' al- 
ternativa di aziono e di riposo , clie co- 
stituisce Io stalo di salute, il quale resta 
interrotto, allorché cessa questa rccipro- 
citH » . Illustra la sua proposizione con 
varj esrnipj. Rispetto al secondo dice , 
die » le relazioni strette ed estese , che 
esistono Ira le mcmbrauc mucose intesti-- 



nali ed il cervello per mezzo dei nervi 
che tapezzano la loro superllzie , i loro 
rapporti colle glaudule mucose, l'azione 
eli' esse esercitano sul centro animale, e 
quella ch'esso esercita sopra di esse, so- 
no cause possenti, che incatenano le lo- 
ro mutue funzioni, e tendono a render 
comuni gli effetti delle alterazioni ad- 
dominali i> . Ammettendo 1' opinione di 
Prost non sarebbe irragione\o!e il crede- 
re, che la sede primaria dell'atonia, e 
la coudizione patologica coslituoule la ca- 
gion prossima della pellagra, fossero nel- 
le membrane mucose addominali , e no- 
minatamente in quelle dello stomaco e 
degi' iutesliui. 



46 

za questi malori secondar) soccombano i Pellagrosi souo il peso , e la 
violenza dei soli fenomeni nervosi. 

Quaulo ho detto finora può certamente bastare per aver una pratica 
intelligenza delle cause si esterne che interne di questo morbo , e dei 
fenomeni più familiari che ne derivano. Tutto il di più , per mio avvi- 
so, riuscirebbe ipotetico, e di nulla utilità. Lusingandomi di aver sod- 
disfatto al mio assunto, termino colla compiacenza di potervi assicura- 
re , Accademici cortesisslmi, che alle massime stabilite corrisponde fe- 
licemente il metodo curativo , che soglio praticar con buon successo con- 
tro questa malattia , del quale vi renderò conto in altra occasione per 
nou abusare piìi oltre della vostra tolleranza. 



47 



RELAZIONE 

DI UN Nt'OYO LETTO INSERVIENTE AD AGEVOLARE LA GCAUtGIONE DI MOLTE 
MALATTIE COMPLICATE IMMAGINATO E FATTO . COSTRUIRE 

DAL SIGNOR DOTTOIÌE 

MARCO ANTONIO DALLE ORE 

-Lja complicazione di una seria maialila conslsteute nella fratiina tlel 
collo del femore, e di una gangreua cslesa su Uiui gì' lutcgunieuil che 
coprono l'osso sacro, m'obbligò, essendone io alla cura, a pensar se- 
linnienie sul mezzi, onde provvedere a siflalll disordini. La persona all^c- 
cala da quesia maialila, sono ormai dieci anni, fu 11 preglalissimo signor 
Giandomenico Plnalo canonico di Piove , soggetto che alla coltura del 
sacri studj associa 11 buon gusto per l' amena letterauira , e tale amaln- 
liià di maniere, e rpialità di cuore che lo rendono caro e lispeltabile a 
chliuicjue ha 11 bene di conoscerlo. L'arte non suggeriva ripieghi oppor- 
tuni all' uopo : mentre muovendo l' ammalalo per medicar la gangrena 
che faceva rapidi progressi, le estremità dell'osso fratturato non si sa- 
rebbero certamente rincollate, e lasciando fermo 11 soggetto, onde si 
jlaiiaccasse l' osso , la gangrena l' avrebbe sollecitamente condotto a mor- 
te. Era dunque mestieri pensare ad un ripiego con cui ottenere 11 doppio 
Intento e di non muover le estremità dell'osso fratturato, e di medi- 
car la gangrena. Nessuno del letti finora Immagiuati e posti in opera 
poteva supplire a queste doppie vedute ambedue necessarie j non (|uello 
che M.' Guerin di Montpellier presentò all' Accademia di Chliurgia di 
Parigi nell'anno 1742 (i), nò. quello di R. P. Knoll, di cui Lambert 
fece il rapporto all'Accademia di Berlino (2) , uè alcun altro. Quindi im- 
maginai e feci costruire un nuovo letto , su cui riposi il mio Infermo. 
Questo letto di cui si presenta il disegno nell' anuessa tavola, è com- 
posto di cinque pezzi, dei quali A, B, E, sono sostenuti da quattro 

(1) Mcmoircs de l' Accademie Royale de (2) Nouveaux memoires de l'Accade- 

Cluiurgit: toiu. MI pag. 5-j ed. iu r2. mie de Berliu aunec 1774 pag- 24- 



84 

piedi , C ne ha pur quattro ma corti , e con quattro piccole ruote scori e 
sopra il tavolino D da cui è sostenuto per giungere a livello degli altri. 
I due A, B sono eguali fra loro, E è più piccolo, ed i due C, D so- 
no soprappostl 1' uuo all'altro per gli usi che tosto s' iudicherauno. 
Ognuno dei cpiattro pezzi A , B , C , E ha il suo materasso ed il suo 
lenzuolo della grandezza del pezzo medesimo, sicché uniti i quattro pez- 
zi riniaugono pure uniti i quattro materassi, e uè formano un solo ed 
un solo lenzuolo. 11 pezzo E sta dalla parte del femore fratturalo , e 
puossl questo trasportare al lato opposto secondo che l' osso rotto sarà 
a destra o a sinistra. Voleudo medicare la gangrena si ritira il pezzo C 
col suo materasso, e l' infermo rimane in quella parte a nudo, levato 
poi anche il jiezzo D il Chirurgo entra fra i due pezzi A, B, e può co- 
modamente pulir la piaga gangrenosa, medicarla, e cangiar il materasso, 
se fosse imhrattato , come anche il lenzuolo del pezzo C. 

Durante questa medicatura il femore fratturato non si muove, poiché 
sta appoggiato sul pezzo E che rimane inimohile. 

Quando poi l' infermo ha hisogno di soddisfare a qualche naturale oc- 
correnza si leva il pezzo C soltanto , e sul D si colloca uu vase clie ri- 
ceve qualunque escrezione : ripulito poscia 1' infermo da un assistente , 
si ripone il pezzo C a suo luogo j quindi è provveduto auche a questo 
bisogno senza che l'ammalato sia mai astretto ad alcun movimento che 
sempre, se non isconnelte l'osso riposto, ritarda almeno il rialtaccamento. 

Questo letto 1 cui pezzi si ponuo cangiare a norma che la malattia 
occupa o gli arti inferiori, o i superiori, o la schiena, o qualunque al- 
tra parte, può certamente essere di grandissimo vantaggio in molte sven- 
turose combinazioni, come riuscì mirabilmente a me stesso nel caso del 
degnissimo signor Canonico Pinato , e come se ne trovarono coutenti i 

Do ' 

signori Lorenzo Fabris e Leon Salora ambidue destri Operatori di que- 
sta città , eh' ebbero da me ad imprestito il letto medesimo. Potrebbe 
ancor questo letto salvare molli bravi militari che più degli altri sono 
esposti a simiU disavventure. 



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49 
MOSTRO UMANO SINGOLARISSIMO 

MEMORIA 

PATOLOGICO- ANATOMICA 

DI JACOPO PENADA 

IETTA ALLA ACCADEMIA L' ANKO MECCCVn. 



O. 



gni qiial volta si presenta allo sguardo degli studiosi Osservatori 
delle uniaue creale cose , o di qualsissia altra scusata , ed anco volga- 
re persona , una produzione qualunque , tratta dai svariatissimi doviziosi 
regni di natura, la quale notabilmente, ed anco un tal poco soltanto si 
discosti dalle norme generalmente tenute dalla stessa nello sviluppo re- 
golare ed uniforme delle parti singole componenti un corpo qualunque 
organnizzato e vivente, tosto si vuol caratterizzarlo col vago nome, e di- 
rei quasi inconcludente, di mostro. L'uomo per verità sempre trasportato 
pel raaraviglioso , e sempre avido di sapere ciò appunto che più si al- 
lontana dalla sfera ristrettissima delle proprie cognizioni alla vista di uno 
strano corporeo visibile oggetto che lo colpisca , s' interessa ben tosto 
nel dimostrarlo ad altrui, onde con la comunicazione reciproca d'una 
cosi fatta vista , e colle ripetute scambievoli riflessioni ed osservazioni 
sullo stesso oggetto instituite , appagare la propria e 1' altrui curiosità , 
formando ben tosto dei riflessi diretti alla possibile conoscenza delle 
particolarità le quali per qualunque modo e maniera, rendono maravl- 
glioso r oggetto da esso veduto e contemplato. 

E di qua appunto, e non d'altronde sembra ragionevole il supporre, 
che ne sia derivato il nome di Mostro, quasi a rnoristrando , applicato 
cos'i impropriamente a tutto ciò che a prima vista eccita in noi la com- 
muzione e la maraviglia. 

7 



5o 

Se però io non temessi di merllarmi la taccia di mal accorto inno- 
vatore di semplici parole, ben voloutieri sostituire vorrei alla voce di 
Mostro quella di prodotto tiregolare di natura , Oi^ni rjual volta io vo- 
lessi significare un corpo qualunrpie animale , vivente , o vegetabile an- 
cora , od altro che fosse , lu cui si osservassero delle traccie piìi o me- 
no marcate d'irregolarità, di mal ordine, di alterata interna, od esterna 
configurazione e disposizione di molte , o di alcune soltanto tra le par- 
li che sono solite di costituire l' integrità naturale dello stesso corpo. 
Ma dalla ricerca da me falla finora intorno ad una semplice voce, cam- 
miu facendo col mio ragionamento ad uua dimostrazione di fatto, mi af- 
fretto ben tosto , o Signori , ad csporvi in questa sera la storia appunto 
ragionata, e la parlicolar dimoslrpziouc anatomica di uno strano irrego- 
lare prodotto di natura nella nostra umana specie considerato e veduto. 

Esso però in grazia delle moltlplici sue irregolarità mi parve degno di 
memoria, ed atto ad intrattenere studiosamente la maturità de' riflessi di 
questa ragguardevole adunanza di dotte persone che mi fanno corona, 
e mi ouorauo del benigno loro compatimento. 



Descrizione del 3Iostro. 

Uuiva questo straordinario prodotto di natura in se stesso un vero 
complesso di deformità mollo strane e particolari. 

Esaminalo por ciò di primo aspetto , siccome risulla dal disegno 
che avete, Signori, sott' occhio , si osserva\a m esso uua (isonomia piut- 
tosto adulta, che propria di un neonato bambino. Ave^a il capo al- 
quanto più grosso del naturale senza però caplghatura, la faccia turgida, 
i liueameuti del volto inarmonici ed irregolari , cogli ocelli grossi fuor 
usciti e socchiusi , la bocca mollo grande , e le labbra tumide e stra- 
namente rivolte. 

11 suo collo però ed il petto tanto anteriormente , quanto posterior- 
mente erano couformati alla foggia naturale. Ma nel basso ventre s'iu- 
contravauo appunto le maggiori abberrazioui e mostruosità particolari. Il 
tralcio umbilicale un pollice e poche linee di sotto della sua uscita 
dal centro del basso ventre si dilatava in una gran vasca erniaria di fi- 
gura ovale, bislunga, della grandezza di sei pollici di Parigi. 



Dr 



Questo sacco però umLillcale erniario per una coniLinazioue vera- 
mente singolare non era già chiuso e rinserrato dagl' Inicgurueiui pro- 
pri del funicolo stesso, ma in quella vece eia aperto tutto per lo liin<;o 
come se fosse slato da coltello anatoruico inciso e spalancato. Per la 
«piai cosa si vedevano nude ed aperte le budella di cpicsto particolare 
prodotto , le rpiali in gran parto erano discese coli' omento in cpiclia 
11 orbosa vasca, ed ivi stavano raccolte e stazionate. Ma in aggiunta della 
massima porzion d'intestini raccolti in qviel sacco, si vedca disceso cou 
essi perfino il rene de:!;iro corrispondente. 

E qui conviene rillettere , che essendo calale tutte queste vìscere per 
quella porzione ristretta dell' umbilico , superiormente all'ernia esislenle, 
come (juasi per una streltoja, si osservarono perciò le budella tutte fuor 
uscite dal ventre , e rimaste nella borsa eruiaria , rese Lvide , e quasi 
gangrcuose; ed il rene poi disceso parimenti iiell' ernia, erasi ingraudilo 
sommamente di volume non solo , ma a^ ea acquistato esso pure una 
tinta livida, indicante mio stalo d' int-iplcnio mortificazione e gangrcnisnio. 

11 rimanente poi dei visceri, quali naturalmente sogliono aver luogo 
nella cavità del basso ventre, si r!iro\avano in istato naturale sì pel nu- 
mero , che per la loro regolar configurazione , se si eccettui però quel 
morboso spostamento , che quasi tutti aveano sofierlo per la prclernatu- 
rale discesa nel sacco erniario , da noi già indicato e descritto. 

Né qui però si arrestano le curiose uostre osservazioni fatte su di 
questo particolare maraviglioso prodotto j mentre esaminato attentameutc 
non ci si presentò all' occliio esploratore veruu esteruo contrassegno di 
parti sessuali, uè maschili, uè femminine, uè semplici, né complicate 
a foggia d'Ermafrodito, uè in qualsivoglia dltro modo osser^ abili e ma- 
nifeste. E di più aucora mancava parimeuii dello stesso foro esteruo 
dell' ano j in modo, che dalla regione de* pube, fino a quella del coc- 
cige, tutto era liscio come la palma di una mano , senza uè ruga, o 
piegatura, o pertuggio alcuno simulante il femminil sesso , uè appendice 
veruna, o promineuza visibile, che mentir potesse la presenza o dello 
scroto , o della verga virile. 

La mancanza però del foro dell'ano è poco singolare, e non di ra- 
do si riscontra verilìcató in qualche caso particolare; ma la deficienza 
totale delle parti tutte sessuali esterne è ben più rara d< Ila moltiplica- 
zione delle slesse , o di quella mostruosa loro conformazione , da cui 



ne derivano i così delti Ermafrodiii. Se non clie nell' apertura da me 
fatta della cavità tutta del basso ventre di questo mostro, mi parve di 
travedere abbastanza conformati i rudimenti dei due testicoli, appoii;glali 
alla cellulare che ricopre i due muscoli Psoas poco sotto ai reni. La pre- 
senza però di questi due corpetti potevano caratterizzare abbastanza il sesso 
maschile, a cui apparteneva forse il nostro mostruoso osservato prodotto. 

Esaminate d'avvantaggio le viscere addominali del bambino, vi ho rin- 
venuta alla propria sua sede la vescica urinaria con un primo rudimento 
di uretra nascente dal collo della stessa vescica, la quale però non ol- 
trepassava le parti interne della pelvi, per trasferirsi ai di fuori, onde 
insinuarsi nei corpi cavernosi del rene il quale, siccome abbiamo detto, 
intieramente mancava nel caso nostro. 

Ora passando all'esame delle due estremità, o vogliam dire dei due 
arti superiori ed inferiori, diremo, che se si jiarli delle braccia propria- 
mente dette , erano del tutto naturali fino alle mani ; a questo luogo si 
osservava un attacco prete maturale di tutte le dita , niuna eccettuala le 
viue con le altre per mezzo di una particolare membranosa sostanza po- 
co più che integumentale , dalla quale unione ne risultava che queste 
mani eguagliarsi potevano alle zampe di un'oca, o d'altro slmile acqua- 
tico volatile particolare. 

Ma negli arti inferiori v' erano delle cose ancor più strane da osser- 
varsi , mentre tutta la sinistra gamba mancava intieramente nel caso no- 
stro, se si eccettui un puro troncone che pendeva dagli ilii , e dalla 
natica corrispondente , quasi simile a quello che rimaner suole dopo 
fatta la chirurgica amputazione della coscia, il qual troncone per al- 
tro parea che non contenesse entro di sé uè porzione veruna dell' osso 
del femore, ne muscoli, né carni j ma sembrava fatto di una molle cel- 
lulare sostanza, floscia, cedevole a guisa di pasta. E l'arto poi inferiore 
destro era tutto nella svia propria iutegrith, e naturale conformazione, 
se non che esso aveva le dita del piede assieme unite siccome quelle 
stosse delle mani. 

Un complesso non pertanto di tante bizzarre singolarità ed abberra- 
zioni dal naturale, dalla scherzevole natura in un solo corpo straordina- 
riamente combinate, meritava, non v'ha dubbio', di essere diligentemente 
osservato, siccome fu da me fatto, e sottoposto ai riflessi vostri, orna- 
ilssijni Signori. 



S5 

Nacque questo bambiuo il giorno 12 geunajo 1806 ad un'ora pome- 
ridiana da cena giovane donna bastantemeiile sana e robusta ; e sicco- 
me il parlo riuscì alquanto laborioso e difficile , fu perciò assistila olire 
della mammana, dall'abilissimo nostro chirurgo signor Carlo Mariinetli, 
ed insieme abbiamo poi esaminalo il presente neonato fanciullino, e 
ne abbiamo fatti eseguire tantosto i uecessaij disegni dal signor Bulafoco. 

Parve che nel nascere avesse dato qualche contrassegno di vita, per 
cui fu sul momento asperso con le acque batlesimali. Ciò però che me- 
rita in fine un qualche particolare riflesso , anco per ciò che in seguilo 
intendo di dire , si è , che dopo l' uscita del presente bambino , la ma- 
dre si sgravò di una mola , o falso germe, mollo voluminosa ed insigne. 



Diinostì'azione delle Figure contenute nella presente Tavola 

Figura I. 

La prima figura segnala N. i espone allo sguardo nella sua tota- 
lità riguardato di fronte il nostro straordinario naturale umano prodotto/ 
Considerati iu complesso i lineamenti della faccia e della testa di que- 
sto bambino, essi un non so che presentano di virile, che poco corri- 
sponde alle fattezze di un tenero neonato fauciulletto , e ciò forse per 
quella certa macrocefalia, o vogliam dire grossezza straordinaria del ca- 
po , di cui era fornito. 

La lettera uou pertanto A. majuscola Indica la sommità della lesta 
molto voluminosa e deforme ; le due B.B. le parti laterali della stessa. 
La G. dinota il naso schiacciato e depresso ; le due d. d. poi minu- 
scole segnano gli occhi protuberauti , e socchiusi dalle palpebre j le 
due e.e. minuscole segnano le orecchie; la F. majuscola contrassegna il 
collo piuttosto corto , avvegnaché naturale j e la G. poi il petto pari- 
menti naturale. 

Passando al basso ventre la lettera H. dinota l' origine dell' umbilico 
del nostro feto là dove esce dal centro dcgl'integumeuli del basso ventre. 
Le letterine minuscole^. «'./. t. contrassegnano quella porzione considera- 
bue d' intestini che , discesi nel sacco erniario , si vedevano ivi raccolti 
e stazionanti j e le due L- L. poi majuscole iudicauo la presenza del re- 



•' • 



54 

ne parimenti disceso, e giaceute nella gran vasca erniaria bastantemente 
descritta. 

Passando in appresso ajjll arti superiori le due M. M. majuscole in- 
dicano le braccia alla naturai foggia costrmie, le qnallro minuscole 
o. o. o. o. contrassegnano i quattro spazj compresi dalle cinque dita 
d'ambe le mani riempiute da quella preternaturale membranosa tramezza 
cbe assieme univa le stesse dita, siccome si osserva nelle zampe d'occa. 

E passando agli arti inferiori, la lettera P. majuscola indica quel tron- 
cone informe , che formava l' arto sinistro inferiore ; le lettere poi ma- 
juscole Q. Q. Q. Q. segnano 1' andamento natm-ale dell' arto inferiore de- 
stro perfettamente costruito, e finalmente le letterine minuscole v. v. v. v. 
segnano parimenti li quattro intervalli delle dita del piede uniti alla stes- 
sa foggia delle dita delle mani. 

Figura IL 

La seconda figura è così disegnala , acciò più chiaramente risulti 
quella totale mancanza d' ogni vestigio di parti sessuali tanto maschili, 
quanto femminili, che abbiamo riscontrato nel nostro mostruoso prodot- 
to, non che la deficienza stessa d'ogni foro dell'ano. Le lettere A. A. 
majuscole indicano quel troncone mutilato, che formava l'arto inferiore 
sinistro. Le due b. b. minuscole seguano quello spazio liscio e netto , 
che risultava nel caso nostro dal pube all' osso del coccige per la sin- 
golare deficienza completa dei genitali tutti , e la letterina o. segna il 
luo"0 ove mancar si vedeva il foro stesso dell' ano. 

Figura. Ili 

Rappresenta lo spaccato del basso ventre di questo bambino, detrat- 
to lo stomaco , le budella e 1' omento , e ciò per osservare alcune par- 
ticolarità in esso riscontrate. 

Le lettere due A A. indicanoli fegato molto voluminoso, più ancora di 
quello che sono soliti ad avere 1 bambini neonati, il quale non solo occu- 
pava tutta la regione dell'ipocondrio destro, ma^juclla ancora nempieva 
del sinistro, coprendo quasi tutto lo stomaco e la milza, la quale per 
altro era di consistenza e di grandezza naturale. 



La leueiiiia pol.L. indica 1' origine in mezzo al due lolil niagf.nori del 
fc'-ato, di quel parlicolaic U'f^anicuto , dello roloiido, che coucoire , 
«iccorae è noto, alla formazione del tralcio un)l)i)icale. 

La lettera G. dinoia il tronco delio stesso trahio nella sua totalità; e 
siccome alla foiina/Jone drl funicolo unjbilicale vi si recano ancora le 
due arterie unibilicali , e 1" inaco che appartiene alla vescica minaria; 
COSI colle due letterine minuscole d. d. si veggono contrassegnate que- 
ste due arterie umbilicall, una a destra, l'aliraa sinistra, che nate dal- 
le iliache esterne si vanno ad unire coli" uraco per formare il cordone 
ombelicale, e la letterina e segna T nraco stesso. 

Passando alle due G. G. majuscole queste contrassegnano i due reni del 
nostro feloj ma poco sotto la regione degli stessi reni, e singolarmente 
del destro si scoprono qne' due corpetti rotondeggianti bislunghi , i qua- 
li abbiamo dello , che indicavano i rudiinculi dei testicoli coi loro an- 
nosi vasi spermatici , che esistevano ancora nella pelvi alla regione leste 
indicata. Le letterine minuscole g. g. indicano i due piccoli testicoli, e 
le due f . f. minuscole seguano i rudimenti dei due cordoni spermatici j 
(laalinente anco iu questa figura si vede la totale deficienza delle parti 
sessuali esleriie, e dell'orifizio dell'ano, cosa coairassegnaU colla lette- 
ra H. Più minute e più diligenti non hanno poiulo essere le mie indagi- 
ni sulla strana conformazione di questo singolare prodotto di natura per 
le ca"ioni altrove indicate. 

o 

Ma sulla formazione del nostro straordinario mostruoso prodotto mi 
trovo presentemente quasi autorizzalo ad avanzare una mia ragionevole 
conghietlura, lasciando volontieri per amore di brevità ogu' altro mio ri- 
flesso sul proposito già letto all'Accademia. "Vi ricorderete, o Signori, 
che poche pagine sopra descrivendovi la serie delle cose da noi osser- 
vate nel caso presente, abbiamo accennato che contemporaneamente, o 
poco appresso la nascita di questo bambino la donna stessa si sgravò 
di una massa enorme d'informi, e quasi d'inorganiche parli composta, 
la quale fu giudicala una vera vastissima mola, o falso germe. Ora non 
è fuor di ragione il ricercare, se la presenza di questo corpo estraneo 
coabitante, e strettamente unito negli stessi involucri dell' flm///oj e 
Chorion; da quali era avvinto e circondato il nostro mostruoso bambi- 
no possa avere, colla importuna sua compressione successiva, e coli' ur- 
to molesto sopra le molli e cedevoli parti del feto stesso, possa avere 



56 

esercitato , io dico , una tal forza , onde alterare notatilmente , e scon- 
volgere la naturai disposizione , e lo sviluppo di moltissime parti che 
doveano regolarmente svoglicre, ed ingrandire in quel tenero corpicino? 
E non poteva quel corpo estraneo racchiuso nell' utero materno in- 
sieme all'embrione, urtando nel belico dello stesso, infievolirlo da pri- 
ma , e poscia anco squarciarne gì' involucri , onde ne risultasse quel!' er- 
nia così insigne , e per tal modo lacerata ed aperta ? 

E la mancanza poi dell' arto sinistro non poteva essere avvenuta per 
la stessa causa premente nei rudimenti ancor imperfetti di qucll' arto , 
deviandone la materia destinata al necessario nutrimento dello stesso ? 

E la deficienza ancora delle parti tutte esternamente espressive il sesso 
o maschile , o femminile del nostro mostro, non che dell' orifizio del- 
l'ano , non poteva nel caso nostro essere accompagnata appunto dall'ap- 
plicazione preternaturale a quel luogo della stessa deforme massa mola- 
re , atta ad impedire l' ingrandimento di quelle stesse parti ? 

Ritrovo certamente , che il Pereo , il Liceto , e con essi i più ra- 
gionevoli Osservatori asseriscono, che la presenza di un corpo estraneo 
di una mola , o di checchessia , che coniprhna le delicatissime parti 
dell' embrione , che ancor si trovano in istato di sviluppamento , ponno 
accagionare dei gravi danni alle stesse , ed impiimervi delle strane de- 
formità. Nempe si placenta majorem in magnitiuìinem intumescat , 
majoremgue duritiem contrahat , quam par sit; et alienum a natura 
sltum quacumque ex causa sortiatur ; tunc locum occupans debitwn 
alicui parti foìuiandi conceptus, eam a naturali sede pellent orientem, 
ac proinde ob summam mollitiem duriori carpari concedentem , mem- 
hrorum naluralem silum vitiat, monstrumque quandoque deforme con' 
stituit. Llcetus de monstris llb. ii. cap. xxsii. 

Giulio Cesare Aranzio illustre Anatomico del secolo decimo se- 
sto , che prima forse di ogni altro osservò , e descrisse la naturai 
giacitura del feto umano nell' utero materno ( Caesar Àrantii de 
humano faetu Uh. ii. ) , indicò esso pure , che la pressione , 1' urto che 
talvolta esercita il volume stranamente ingrandito della placenta la quale 
talvolta si riscontra resa quasi cartilaginea ed ossosa , può recar danno 
al feto stesso nelle angustie dell'utero materno rinchiuso e ravvollo, 
somministrando causa sufficiente a trasposizioni di parti dell' embrione 
stesso, a' mutilamenti , a' guastanienti delle membra singole di que' teneri 



Meni. Aaa. ài. 




■^nhSu-ttef^oco titcLc^. 



57 

coi-pichil. La f[ual cosa se può aver luogo per la placenta raorbosameu- 
te viziata , peicliò uou l' averà per qualunque altro corpo estiaueo , che 
si trovi laccollo ed occupante lo stesso luogo , ove rinchiusi si seiLauo 
i germi animali in istato di successivo ingrandimento e particolare svi- 
luppo ? E ciò tanto più potrebbe verificarsi, se si volesse ammettere 
l'opinione di taluno, che le stesse mole abbondino di vasi assorbenti, 
molto dilatati ed aperti, co' quali possano in cpialche modo attraere , e, 
direi quasi, assorbire una gran parte di quella primigenia elementare ma- 
teria necessaria al più regolare iugraudimcuto ed alla nutrizione stossa 
delle parti singole integranti la fabbrica complessivamente presa dell' u- 
mano e dell'animale corpiciuo. 



4 

4 



58 



BELL'UNICITÀ DEL CALORICO 
E DELLA SUA AZIONE 



NON MENO CHE DI QUELLA DELL UMOR PROLIFICO NELLO SVILUPPO 
ttfì GERMI, E NELLA ECONOMIA ANIMALE 



MEMORIA 



DEL SIGNOR SALVATORE ]VL^T3RUZZAT0 



No 



I onestante che antichissima sia l'arte di far nascere 1 polli ed al- 
tri volatili senza la covatura dell' animale , pure , a quel che io posso 
discernere , poca o nluna attenzione fino al presente si diede a questo 
lavoro della materia del calore da' naturalisti B'ilosofi soverchiamente oc- 
cupati a tessere nuovi sistemi, o a pronunziare nuove conghietture so- 
pra il tenebroso argomento della generazione. 

Sono pertanto noti i sistemi de' Semlnisti , degli Animalisti, degli Ani- 
movisti, àfìSeminovisti, e finalmente il più probabile ed il più dimostrato 
de' Germinovisti ; e sono similmente noli li dispareri introdotti in cia- 
scheduno di questi sistemi. 

Qui niente ingombreremo il nostro discorso della descrizione di tan- 
te e sì svariate opinioni che punto non interessano lo scopo nostro , 
e basti aver fatto sentire , che noi adottiamo quella che ammette lo svi- 
luppo de' germi , senza impegnarci della loro preesistenza , parendoci la 
più prossima ai sani precetti di ragionare nelle fisiche materie, cioè non 
oltrepassando i confini delle sensazioni nostre , contenti di lasciare a' sot- 
tili ingegni la gloria di dijjcorrerne lodevolmente al di là. 

Sopra quesio principio adunque auderemo primieramente consideran- 
do r indole e l' azione di quella materia che produce in noi il senti- 
mento di caldo, vale a dire del calorico nella vita e nel totale svilup- 
po degli animali. 



59 

Se facciamo attenzione alle dllYereuti maniere di procurare alle uova 
feconde la temperatura atta al nascimento del germe, noi resiiamo coh- 
vinil che unico e semplicissimo sia in natura il caloiico, sebbene par 
alcuni effetti suoi possa essere tenuto per una modificazione della luce. 
La storia della covatura artlfiziale delle uova lo dimostra specialmente ; 
poiché qualunque sia la maniera con cui gli Egiziani riscaldano i loro 
forni per far nascere 1 polli , o mediante il calor de' letami come ac- 
cenna Plinio, o mediante l' abbruciaraento di qualche sostanza, certo è 
per le numerose e brillanti sperienze di Reaumur, che con ambidue questi 
modi si ponno far nascere i polli ed altri uccelli in ogni stagione , pur- 
ché la calda temperatura arrivi tra il 50.°"° ed il 52."° grado del suo 
termometro. Né solamente colla diretta applicazione del calorico se- 
parato per la combustione si ottenne il covamento delle uova, ma ezian- 
dio Immergendo nell' acqua calda il recipiente che li contiene, secondo 
che Io prova il signor Begueliu dell' Accademia reale di Prussia nella 
ingegnosa di lui Memoria che ha in titolo : Z' arte di covare le uova 
aperte: e finalmente è dimostrato che pur bcrtoldeggiando si potrebbe- 
ro far nascere i pulcini, avendosi in Svetonlo che Giulia Augusta mo- 
glie di Tiberio Nerone , essendo gravida e bramosa di partoi-ire un ma- 
schio prese, il forse allora usato augurio, di covare in seno un uovo 
di gallina , da cui nacque il pulcino , e da Giulia Tiberio Cesare. Igno- 
ro se a' tempi presenti alcuna delle nostre donne riuovi la covatura di 
Giidia Augusta , ma è poi a notizia di molti che non poche di esse si 
prestano a quella delle uova de' filugelli. 

La considerazione di tante varietà della covatura artlfiziale mi portò 
a giudicare che altrettanto si potesse conseguire dal perenne calore del- 
le nostre sorgenti di Abano. Di fatti dopo alcuni grossolani sperimenti 
che mostrandomi le prime apparizioni del pulcino confermarono il mio 
giudizio , ho fatto costruire uno stanzino di pietra sopra im ramo di 
quelle termali, onde poter esibire altrui grandi e decisive dimostrazioni. 

]\on é questo il luogo di dire le persecuzioni sofferte , nou so se da 
me o dalla mia stufa , a covare , ma è un fatto che per ben tre volte 
mi fu guasta la covatura a un terzo , o alla metà del tempo. Sola- 
mente duo che i malevoli persecutori nou furono già de' filosofanti 
ostinati a difendere una contraria opinione, ma de' viUaui ribaldi tanto, 
quanto souo sfroulati e più coloro che li proteggono. 



6o ^ 

Cou tutto ciò la mala riuscita de' miei temaiivi non toglie punto al- 
la sicurezza dell' esito , e , beucliè imperfetti , Ijastano a dimostrare , che 
r arte di covare le uova può esseie iuirodotla e in ALauo , e dovun- 
que vi abblau sorgenti calde a sufficienza cou utilità superiore a qual- 
sivoglia de' metodi conosciuti, ne' quali si richiede sempre qualche spe- 
sa , e moltissima diligenza e perdita di tempo , specialmente per mante- 
nere il grado di calore opportuno, quando per lo contrario la stufa o 
forno riscaldato per mezzo delle termali una volta che sia costrutto , e 
adequatamente regolato , non porta altra cura , che quella dell' alleva- 
mento de' pulcini ; poiché la perennità dell' acqua e del suo calore non 
esi"e veruna avvertenza per mantenere una sempre uguale temperatura. 
Ma rimettendo a migliori circostanze la esposizione pratica di questo 
articolo d' utilità nazionale , che come ho fatto osservare nel mio Trat- 
tato de Bagni di Abano , uou ò 1' unico in cui impiegar si possa l' in- 
dustria de'nostri, sia ora per noi il sapere effettivamente, che il calori- 
co delle terme aponesi non è meno alto de' precitati alla covatura del- 
le uova. 

Non è diversa la dimostrazione che si ha dell' indole e dell' effica- 
cia del calorico , scorrendo le varie maniere della covatura naturale. 

Senza punto dire di quegli animali che covano le proprie e le altrui 
uova, è curiosa e certa cosa, che gli struzzi del Senegal dividono col 
sole r opera del covare , intendendo quasi il bisogno di attendere al 
covaccio la notte che colà fredda succede al giorno bollente, laddove 
quei del Capo di buona speranza pel minor caldo del clima covano 
giorno e notte. 

Al sole unicamente è lasciata la cura di riscaldare le uova dalla lu- 
certola , dalla cavalletta , dalla testugine , dal coccodrillo : e negl' in- 
setti immenso è per così dire il numero di quelli che devono lo svi- 
luppo delle loro uova o al sole direttamente, o al caldo che questo 
pianeta sparge per l' atmosfera. Tra gì' insetti jiure avvi alcune specie di 
mosche, altre delle quali depongono le uova ne' corpi di altri insetti 
vivi, altre le piantano nella pelle de' tori, altre le scaricano negli inte- 
stini del cavallo , altre nei seni frontali del castrato , altre per finirla 
dentro le due borse carnose che stanno alla radice della lingua del 
cervo. 

Né i soli germi dagli ovipari sodo dal calorico in più o meno quan- 



6i 

tiià e tempo sviluppali, posciacliè ancora quelli de'\Ivipail ricevono da 
riiicsto principio e molo e vita. Numerose osservazioni anatomiche fatte 
ne' quadrupedi e ncj^ìì uomini informano che l' utero e gli addiaccnti 
organi generatori ne' primi momenti, e ne' primi giorni del concepimen- 
to trovansi in imo stalo di tmgcnza e di riscaldamento. Anzi gli ani- 
mali stessi che moltiplicano per talli e per polloni , o clic perdendo 
qualche parte del corpo la riproducono , addimandano per far ciò una 
certa misura di calorico. Lo sa il rinomato Naturalista ahate Spallanzani 
che ne da lui, nò da altri si è potuto osservare il maraviglloso fenome- 
no della riproduzione delle corna delle lumache , lo dirò colle sue pa- 
role , senza un grado di calore piuttosto forte (i). 

Egli è prohahile altresì clic l'emigrazione di alcuni uccelli, de' pesci 
e di altri animali non al)hiau aliro oggetto che la conservazione propria 
ed il propagamento della specie sotto un cielo men rigido, essendo iu- 
duhiiato clic la dolcezza del clima e quella delle stagioni regola gli 
amori di tanti animali e del loro parto; appunto come alcune delle no- 
stre stanze riscaldate nell'inverno perpetuano le razze di parecchi insetti 
che ci sono fastidiosi tanto quanto familiari. 

Qui senza deviare gran fallo dal mio soggetto non incresca che io 
rammenti leggermente quanto 1' influenza della materia calorica sia pure 
estesa, efficace e necessaria allo sviluppo ed al sostentamento de've- 
getahili. 

JE già nolo che anche per questa classe di esseri organizzati l'arte sup- 
plisce al difetto di caldo della stagione e del paese, e che perciò colle 
stufe risenldate a hrage si mantengono sotto il nostro cielo le piante 
esotiche delle calde regioni, e si fanno germogliare le indigene in mez- 
zo alla stagione dei geli. Ma non passerò in silenzio che con pari vi- 
gore agisca nella vegetazione il calorico eziandio che si sprigiona dalle 
scaturigiui termali: e dirò ch'egli è molto aggradevole spetlacolo vede- 
re alcuni tratti della superficie del nostro collicello di Ahano coperti 
dalla verdura e dai fiori nel più fìtto inverno , verdura e fiori che da 
tempo immemorabile gridano inutilmente all' attenzione ed all' industria 
della gente euganea. 

Ora con un colpo di occhio sopra tutta la serie de' fatti poc' anzi 
enunziaii si distingue chiaramente che dal calorico han principio e so- 
(i) Prcfaz. alla C. D. N. del Bonnet. 



62 

sleguo le funzioni della vita animale e vegetabile , e parimente che il 
calorico in genere è unico e semplice, qualunque sia la sorgente da 
cvil deriva: e quanto all' unicità della materia calorica abbiamo di plìi a 
testificarla le taute elegantissime sperienze mediclie clie la usarono feli- 
cemeuie a curare molle malattie esterne. 

Alla vista do' medesimi fatti apparisce ancora fpianlo sia conghietturale 
ed astratta la teoria piniana che distingue tre calorici col nome di pi- 
rico -, lerinio , Jlogico ; e per tacere di molte altre, quanto sia insussi- 
stente la dottrina ippocratica sui calori celeste e generativo , elementare 
e corruttivo , e sulle composizioni di entrambi in calor naturale , non 
naturale e preternaturale. 

Ma io non devo poi sorpassare i tentativi di alcuni valenti Chimici, 
e segnatamente di Schede , co' quali si è creduto provare sperimental- 
m.cnte la moltiplicità e la composizione della materia calorica, asseren- 
do per ora che la teoria dedotta da' loro sperimenti è soltanto la con- 
seguenza del non aver distinto talora gli effetti dell'alta o della bassa 
temperatura , talora l' azione delle diverse sostanze che si separano dai 
differenti corpi in varia guisa riscaldali o bruciami. 

A fronte non pertanto di cosi graudi e così luminose prove dimo- 
stranti la necessità della materia calorica allo sviluppo ed al manteni- 
merito specialmente degli animali, poca attenzione, come fm da princi- 
pio diceva , si è data agli effeiil di questa sostanza da' dotti indagatori 
delle cose naturali. 

E al certo osservabile che lo stesso celebre Bonnet, il quale nelle 
sue Opere de' Corpi organizzati , e della Contemplazione della Na- 
tura tanto sagacemente contemplò e considerò la oscura materia della 
generazione , analizzando i fatti d' ogni maniera , e tentando avidamente 
di afferrare qua e là tutto ciò che per conghietlura , o per deduzione, 
o per dubitazione , o per i-icerca si poteva dire e pehsare intorno a 
questo argomento e piima e dopo che dall' illustre di lui amico De 
Haller fosse rischiarato colle eleganti sue osservazioni sopra la forma- 
zione del pulcino, è osservabile dico, clie appena qualche cenno el 
faccia dell' influenza del calorico nello sviluppamento degli animali (i). 

Non è per ciò che da taluno non sia stata traveduta ed accennala 

(i) Corp. org. Art. i63. 34t. 



65 

l'azione del calorico allo sviluppo ed all'esercizio dtlle funzioni orga- 
niche, ma lungi dallo insistere su queste traccie si è studialo anzi di 
confutarle. 

Il sommo Fisiologo De Haller ne' suoi vastissimi e preziosi elementi 
della Fisiologia del Corpo umano è quegli in particolare che impugna 
cotesta influenza del calonco , e 1' opinione insieme di coloro che l'am- 
mettevano , opponendo tra le altre cose , che nel freddo settentrionale 
vivono Lenissimo e si propagano e hestie e persone (i). 

Ma dall' un canto non si de' ignorare che questo raro ingegno si sia 
lasciato trasportare dai prediletti suoi principi della irrilal)ilità e dello 
stimolo in maniera che sopra di essi ad esclusione di ogni altro ahbia 
piantato pressoché tutta la teoria della Fisica animale , non che della 
generazione ; e dall' altro canto non conviene dissimulare che al tempo 
in cui egli stendeva il suo sistema s'ignoravano del tutto 1 veri proces- 
si della respirazione. Per la qual cosa non è a prender maraviglia dei 
di lui ingegnosi pensamenti sopra lo sviluppo de'vi\ipari (:>), de' vola- 
tili e degli insetti (5) , come sarebbe poi a stupire di colui che preten- 
desse sostenere nel famoso De Haller ().) il difensore ed il conoscitore 
dell'influenza del calorico nello sviluppo e nelle funzioni degli animali. 

Forse dal menzionalo poco valore dato da sublimi uomini all'azione 
del calorico è derivato, che altri nello stendere i necrologi "-^^ alcune 
ville abbiano attribuito il maggior numero dei parli , corrispondente ai 
concepimenti operati nei mesi della mietitura e del battere allo stato di 
vigore e di eretismo iu cui si trovano i lavoratori della campagna al 
momento delle maggiori fatiche (5), dimenticando che la continenza tra 
gli uomini non albergò mai tra i lunghi sonni e le oziose piume dcU 
r inverno. Senza di che noi al presente sappiamo anche per una recente 
Memoria necrologiea di 25 popolazioni letta dall'infaticabile collega no- 
stro abate Chimiu'llo , che i mesi suddetti sono i più favorevoli a fecon- 
dare anche fuori de' conladini. Similmente se più conto avessero tenuto 
alcuni Medici dell'attività del calorico, uou si ripeterebbe ancora come 
una favola l' asserzione veridica , ma troppo generale , che i bagni caldj, 
minerali rendono feconde le donne sterili. 

(i) Lib. 29. Soci. IV. Art. XT. 40. 4i. et Sect. 5. Art. i3. 

(■}.) Lib. ag. Sect. 2. Art. 3o. 5i. (5) Aneddoti Patrj p.ig. 19J. Cal.ilopo 

(3) Ibi.l. et Lib. 29. .Sccl. 4. Art. "Xf. ec. <lel P. G. B. da S. JMartino Cap-r 

(4) Ibid. et Lib. 4. Stct. 4. Art. 34. puctino. 



lu codesta universale oLllvione o rifiuio del calorico , si accordarono 
Bonuet , Haller , Spallanzani ed altri con loro nel pensare die lo svi- 
luppo degli animali dipenda dallo sperma il quale stimolando accresca 
e sostenga la irritabilità del cuore j ma poi non trovando il pensatore 
Bounet nella sola facoltà stimolante di quel liquore la spiegazione so- 
prattutto de' cangiamenti che si osservano nel gran mulo contro il senti'* 
mento degli altri due , e segnatamente dello Spallanzani , vi aggiunse la 
uutriente , considerandolo per la sua tenuità proporzionato all' estrema 
delicatezza delle parti del germe (i). E tale sentimento fu il piìi ge- 
neralmente ricevuto. 

Per la qual cosa ci converrà pure osservare qual parte sostenga il li- 
quor fecondante nello sviluppo de' germi e nell' economia animale. 

Che lo sviluppo de' germi animali dipenda in grado ultimo dalla 
nutrizione , come la nutrizione dalla circolazione , e la circolazione 
dall' impulso del cuore , e questo impulso alla fine da una specie di 
stimolo, nessuno troverà che opporre a quest'analisi nel sistema degli 
inviluppi ; ma ■ a ben vedere non sarà lo stesso della conchiusione che 
lega gli estremi di tale proposizione , cioè che il liquore seminale sia lo 
stimolo ed il nutrimento. 

Investigando dove sieno state tolte le prove dirette di questa doppia 
asserzione , si trova che dalla argomentata preesistenza del germe uel- 
r uovo della gallina , e dall' ingrandimento delle uova nelle .galline ver- 
gini si è dedotto che il germe cresca eziandio , e che per ciò circolino 
in esso gli umori prima della fecondazione, ma che mancando al di lui 
cuore il grado di attività necessaria a superare la resistenza delle varie 
altre parli l' animale non finisca di svilupparsi, se l'umor seminale non 
gì' irriti quel viscere , ed imprima in esso maggior grado di forza e di 
moto (2) ; ne per altro lo sperma è slato considerato uno stimolo. 

Prima di contraddire a cosi fatto ragionamento ci piaccia riflettere 
come innanzi che il De Haller riconfermasse con certa chiarezza che il 
giallo è una parie essenziale del pollo , il non men dotto Bonnet , tes- 
sendo dietro a plausibili conghicllure il suo sistema della generazione 
( che la naturale di lui modestia era disposta a riguardare come un ro- 
manzo ), ammettesse la preesistenza de' germi , e considerasse il liquore 

(i) Coutcmp.D.lSf.I. I. Cnp. X. Pari. VII. (3) Corp. org. Art. 333. 



«5, 

seminale q«al nulrltivo, e qiial principio della circolazione de'germi (t); 
ina pensasse clic nessuna circolaiioue si facesse uel germe non fecon- 
dato , ed anzi clic tulio fosse in esso in una quiete peil'clta , e che i 
solidi non contenessero allora alcun licpiore (2). 

L' uliima di queste ipotesi, a ciò che vedremo, possedè più 1 carat- 
teri del verisimile, di quellu clic n' abhia del probabile la dcduzioue 
cavala dalle Osservazioni halleriarc, s^ bbene a tale opinione del Bouuet 
e dell' Mailer si unisca quella die il pr 'lodato abate Spallanzani appoggia 
alla differente grandezza de'ghini da lui osser\ata dal momeuio che 
sono attaccati alla ovaja, a quando sono calali nell'utero (3). 

E incontrastabile ciò che si dice del crescere delle uova nelle galli- 
ne vergini, e di quelle delle rane avanii l' irrorameuto del maschio, 
ma è poi troppo rapidamente dedotto , che dunque i germi abbiano ri- 
cevuto accrescimento. 

Se si consideri che sono partorite di una maniera le uova fecondate 
come le non fecondale , e che queste e quelle contengono similmente 
tulio il nutrimento che deve servire allo sviluppo dell'animale, si accor- 
derà facilmente che nelle uno e nelle allre la preparazione e la raccol- 
ta della sostanza nutritiva debba precedere lo sviluppo del germe, e pa- 
rerà di toccar con mano, se grandemente non erro, che l' accrescimento 
dell' uova proceda da ciò che il contesto cellulare del germe impregnan- 
dosi di essa sostanza si distende , e seco svolge e dispiega ogni ordine 
di vasi e di fibre. La macerazione di qnalclie sementa potrebbe illustra- 
re questo fatto che io credo identico tanto in proposito degli ovipari, 
quanto de' vivipari , cioè che sempre succeda anche in questi la indicata 
preparazione di dispiegamento del germe , e di raccolta dell' umore nu- 
tritivo, finché dalla cavità e dalla teuperatura dell'utero l' anim.Tle ri- 
ceva primieramente la vita, e poscia la milrizioiie appropriata all'ingran- 
dimento. 

Quando il crescere dell' uovo nelle galline vergini fosse un vero svi- 
luppo organico del germe si avrebbe il nascimento del feto, trattenendo 
ad arte l'uovo nella matrice della gallina vergine j poiché sarebbe un' as- 
surdità naturale che il cuore del germe accresciuto di mole e di forza 



(1) Corp. org. Ari. 58. (5) Contemplaz. D. K. Pari. VII. Cap. X. 

(2) Coip. org. Art. 43. 



66 

avesse bisogno di acquistare da una materia esterna maggior vigore per 
superare la resistenza delle altre parli che devono aver seguilo uno svi- 
luppo proporzionato a cpicllo del cuore stesso : e se ciò accadesse si 
estenderebbero le attuali cognizioni de' Naturalisti i quali, per le accu- 
rato osserv.'izioni del sempre grande Bonnet , non contano altre vergini 
feconde unni del vasto popolo de' Cureulioni, ed in esso solamente per 
tutta la calida stagione. 

Ma ninna differenza sensibile vi ha, come diceva, tra le uova fecondate 
e le non f grondate avanti la covatura, e senza di questa, ossia senza l'ap- 
plicazione del calorico naturale o arlifiziale continualo senza interruzione, 
*ì dentro certe misure di quantità e di tempo, nelle fecondale non si com- 
pie il jjrirao sviluppo dell'animale. Per le quali cose è al nostro proposito 
mi' idea indigesta della Fisica generale, tenere il liquore prolifico come 
uno stimolante dolalo della proprietà ò^ imprimere al cuore un moto, 
il quale una volta che sia stato impresso al mobile i'i si consen-i pei' 
l'irritabilità sempre sussistente, sempre inerente al muscolo (i). Quan- 
do fosse vero che il liquore prolifico agisce come stimolo sul cuore del 
germe , esso manifesterebbe la sua azione fino dal principio della fecon- 
dazione, e d' uopo sarebbe oltre a ciò eh' esso equabilmenie distribuito 
iu tutto il trailo della circolazione si mantenesse immutato, perchè sem- 
pre uguale fosse la di lui azione su di quell'organo 5 ma noi sappiamo 
che un solo accoppiamento del gallo comune e del gallo d' India ba- 
sta a prolificare una serie di uo^a le quali nascendo in un numero 
uguale e qualche volta doppio di giorni nessuna differenza di svihqipo 
marca 1' ultimo dal primo di questi parli ; e sappiamo di vantaggio che 
r assoluta imnuitabililà non è propria di ninna sostanza animale. 

Manco poi conviene al liquor prolifico il nome di stimolo , se si vo- 
glia che imprhna al cuore un moto durevole e sussistente ; poiché ciò 
lo stabilireblje per cagione dell' irritabilità e non per islimolo , essendo 
proprio degli stimoli eccitare ed esaurire le forze. 

Non ha migliori fondamenli l'asserzione che codesto liquore sia nutriti- 
vo o conghietturandolo talo per la sua sottigliezza (2), o deducendolo 
dalle modificazioni che si osservano nella strutlura della laringe, delle 
orecchie , e della coda del mulo, o da altre somiglianze (5) , o giu- 

fi) Corp. org. Art. 3"". f3) Contempla?.. Part. VI[. Gap. XI. Corp. 

(a) CoiUemplaz. §. VI. Gap. X. Part VII. org. Aat. 555. 5j(>. 



671 

tUcaiido (li averne l;i diiiiostrazioue dal crescerti della cresta , degli 
sproni, della barba, delle corna e delle zanne (1), o vciainenie 
dalla mutazione della voce, e dallo spossamento dell' individuo fe- 
condatore (3). Inipeicloccliè la cougliieviura clic l'umor seminale sia iiu 
luiuientc sonile proporzionato alla delicatezza del germe distrugge l' altra 
congliicltura da noi coui'uiaia intorno al crescere di esso germe senza 
il concorso della fecondazione ; e si oppone altresì alla medesima ipo- 
lesi tanto la prciudicata minima quantità dell' umor fecondante che La- 
sta allo sviluppo di molti embrioni, quanto la immutaLililà clie bisogna 
accordare a quel succo per volerlo un perenne slimolante. Manca simil- 
mente di sussistenza la deduzione lolla dalle somiglianze o dissomiglianze 
osservabili uè fecondameutl incestuosi, csseuducliè lo sperma, come qual- 
sivoglia soslauza nutritiva , non nutrirebbe giammai che in .proporzione 
della sua quantità: ed è poi noto al Fisici che vma gran mutazione o 
modificazione degli organi animali può essere operata anche da minima 
dose di materia , vale a dire senza nutrimento diretto. 

A questo luogo puro so 1' analogia può estendere il nostro ragiona- 
mento, siccome par che Io possa, per la parità delle circostanze sopra 
toccale, 1 germi de' vivipari, come quelli degli ovipari non ricevono 
direttamenie dalla injezione venerea nò nutrizione ne stimolo , ma il fe- 
coudaraentoj talmenicclic appariscono due cose distinte la fecoadazionc 
e lo sviluppo. 

Per ultimo io non trovo dimostrato che lo sperma sia nutritivo da 
ciò che la castrazione in alcuni animali Impedisce 11 germogliare ed il 
crescere di alcune loro parli, come della cresta e degli sproni al gal- 
lo, della barba- all' uomo ec. , o da ciò clic l'accoppiamento rl^ietuto 
indebolisce molti degli animali che noi conosciamo. E verissimo che 
per la castratura avanti l' intiero sviluppo delle parti suddette altre ar- 
restano il loro accrescimento , altre muojouo : ma è d' uopo avvertire 
due cose : la prima che ciò accade In un tempo che neppure gli or- 
gani amputati sono giunti a compimento, onde esser ani alla prepara- 
zione dell' umore prolillco : la seconda che niente influisce su di esse 
parti la mutilazione dell' animale adulto. 

Io fui curioso di sapere la cagione che volendo far de' galli capponi 

(0 Contempi. P. VII, Gap. X. Corp. org. (a) Contempi. PicfM. 

Alt. 353. 



6S 

si avesse in costume di levare ad essi anche la cresta , i bargigli e le 
grosse penne della coda, e perchè ninna chiara notizia lo tro^ai ne' li- 
bri , e ninna ragione seppero danni li contadini di tale operazione com- 
posta , feci ridurre a capponi otto galli giovani senza privarli delle men- 
zionale parli. I miei capponi guarirono pieslo della ferita, ma sempre 
accovacciali anda\ano in cerca del sole o del caldo. Dopo alcuni gior- 
ni la cresta e li bargigli cominciarono a diventar giallastri e flacidi , e 
poscia grado grado aggrinzandosi secchi e nerastri si fecero nel perio- 
do di ini mese. Le grosse penne della coda intisichirono anch' esse pri- 
ma di cadere , e le riprodotte furono piccole e stentale. Tre de' miei 
capponi perirono dopo quasi tre mesi in mezzo al freddo ed alla ma- 
grezza j egli altri crebbero a pena di statura , e restarono sempre sparu- 
ti, e sempre freddolosi, nonostante la copi^ del cibo e la dolcezza del- 
la stagione. 

L' antica consuetudine de' villani nel far capponi dipende pertanto da 
buoni principi di osservazione. 

Ma rpianto al fatto nostro è da riflettere che il lasciar la eresta e li 
bargigli ai galli giovani castrali non solo reca detrimento ad esse par- 
ti, ma ancora rende infermiccio T animale j quando all'opposto per le 
mie spcricnze e dimostrato, che la castrazione ne' vecchi galli non alte- 
ra punto la loro cosllluzione , nò la bellezza de' loro ornamenti galle- 
schi. D'altronde e cosi nota la inna/.ione della caslraiura nell'economia 
degli animali adulti, che stimerei affatto inutile l'addurre a testimonio 
rpialche altia osservazione rurale o chinirgica per ismentire • la contraria 
autorità dei tempi di Aristotele da alcuni bonariamente sostenuta a' tem- 
pi nostri , e tra gli altri dal dottor Witliof nelle sue erudite Comnien- 
lazioni De Castratis , (i) se certo abitante del Bassanello non ce ne 
avesse offerta pochi anni sono una che per la sua rarità merita di essere 
registrata. Essendo costui dell' età di circa 52 anni venne in tanto sde- 
gno per la fecondità di sua moglie , che prese il progetto di rendersi 
aorchide, e lo eseguì con indicibile fermezza. Egli, codesto turpe eroe 
del Bassanello, vive ancora sano robusto, e senza che la voce o la bar- 
ba lo rimproveri del suo delitto. 

Non è per ciò lo sperma che faccia crescere le creste , le barbe , le 

(i) Lausannac an. i-(ìà. ■_ 



corna ce; e aggiiiguci'ò che uon e per la sola perdila di esso, clic l'aui- 
nialc s' infievolisca. 

E"li è vero clie le smodate ejaciilazioni o volute o non voluie iudf^- 
boHscono 1' animale, qualmente piit o meno lo indcbulisce qualsivoglia 
altra soverchia evacuazione anche ^crementiziaj per lo che non è tan- 
to vera, uè tanto universale la sentenza: onine aiùinal post coilum con- 
tristatur excepto gallo- 

Dal fin qui detto apparisce , che senza una certa dose di calorico 
-non si ha il principio dfllc funzioni animali neppure dopo il feconda- 
meutoj e che l'umor prolifico non è la cagione assoluta tlel 'primo svi- 
luppo de' germi, né qurllo che somministra maloria alla nutrizione di 
alcuni organi de' giovani animali : ora ci bisogna determinare , piìi pre- 
cisamente che tìa possibile, quali sieno gli cflV'tti del liquore prolifico, 
e qnaji gli altri del calorico si nel principio che nel progresso della 
vita animale. 

E di già noto, che il calorico ha la proprietà di tenere le particelle 
dei corpi non meno che i loro principi senjpllci dentro, dirò così, a 
diverse sfere di attività, secoudochè in dose mairiiiore o minore si com- 
bina o si accumula ; e che ciò dà occasione a molle varietà di compo- 
sizioni e di decomposizioni, di aggregazioni e di temperauire. Tia lo 
molte spcrienze che provano codesta variazione di fenomeni vi hanno le 
osservazioni e le analisi dei Chimici recenti sulla decomposizione spon- 
tanea o artifiziale delle sostanze animali a varia temperatura, le quali di- 
mostrano clic l'assimilazione e l' auimnli/z^izioue d^lla materia alimentare 
riconosce per una delle principali cagioni 1' alta icmpcraiura del corpo 
animale. Questa gran verità fu posta in molta luce segnatameuic dal va- 
loroso nostro socio professor Gallini nel suo S/iggio di Ossen-eizioni ec. , 
opera degna di essere studiala da tulli coloro che amano d' instruirsl 
nei progressi della Fisica animale; polcliè ninna meglio di questa con- 
tiene raec(jllc, pesale, e sodamente applicate ad essa scienza le dottri- 
ne ed i falli chimici che onorano l'età nostra; e dei quali io suppon- 
go ora informati li miei uditori o leggitori. 

Il calorico pertanto oltre F indicato effetto di portare le particelle del 
corpo animalo dentro a quella sfera di attività, da cui dipendono le 
diverse combinazioui e separazioni proprie delle di lui funzioni, esso 
e ancora cagione e principio delle funzioni slesse , e di quell' alterna 



70 

mutabilità di aggregazione tra solidi e fluidi, dalla quale è laglonevol- 
mente dcdoiio il movimeuto de' vasi e de' muscoli, 

L' arresto quasi totale delle fun/.ioui in alcuui animali già formati , du- 
ranti i rigori del verno , come a dire per esempio nella marmotta e nella 
rondinella; il nessun movimeuto, ed il nessuno sviluppo del germe fe- 
condalo , se manchi la temperatura propria dell' animale, danno alla mia 
asserzione i caraiicri dell' evidenza. 

Quanto poi agli effetti del liquore prolifico , egli è manifestamente 
pvi^^ato che la mescolanza de' liquidi più assimilati facilita l' assimilazio- 
ue de' meno assimilati, appunto come la materia fermentata facilita e 
promuove la fermentazione della non fermentata. Basta conoscere le Lel- 
lo sperienzc del menzionato dotto Naturalista abate Spallanzani sopra la 
facoltà digerente del succo gastrico mantenuto alla temperatura del ven- 
tricolo , ed i processi chimici delle fermentazioni per esserne sicuri , non 
meno che per distinguere che tanto più assimilante o fermentante sarà 
quel succo che più contiene di elementi primitivi alti a promuovere 
r assimilazione , o quella tal fermentazione , in quella guisa che sarebbe 
r ossigeno per la fermentazione acida , 1' azoto per la putrida. 

Sebbene poi la composizione delle niaicric animali non sia ancora 
esattamente conosciuta , e che ci manchino sperienze per individuare la 
quantità precisa de' principi che si svolgono , O si combinano di nuovo 
nei processi dell' assimilazione ed animalizzazione , è certo non pertanto 
che i progressi di entrambi consistono nella prevalenza che ne' solidi e 
ne' fluidi prendono l' azoto e 1' idrogeno sopra il carbonio e Y ossige- 
no, e nella varia composizione di queste ed altre sostanze all'accresci- 
mento e riparo delle parti solide , vale a dire degli ossidi animali. 

E che il liquor seminale mescolato a' succhi dell'uovo, che devono 
servire allo sviluppo del germe, v'introduca il principio di assimilazione 
e di animalizzazione non si può dubitarlo tanto se si consideri la natu- 
ra di esso liquore, (i) quanto se si rifletta che le uova infeconde so- 
stengono il calore dell' incubazione per 4° e 5o giorni con poca alte- 
razione , laddove le feconde alla medesima temperatura presto si cor- 
rompono se r embrione non arriva a svilupparsi. 

11 prelodalo chiarissimo Bouuet crcdctlc che tale corrompimento di- 

(i) Vauquclin Annalcs de Cliymie T. IX. 



7* 



pendesse da un molo mterno cagionalo negli umori dell'uovo, e dubi- 
tò so quel moto fosse diverso dalla circolazione (i). 

A tale seniimeuto io opporrò di passaggio, che il moto cagionalo dal- 
la supposta irruabiliiù del cuore, non può esser consideralo come mo- 
to unestino degli umori: e che quantunque senza molo non si facciano 
le mollophcl decomposizioni e nuove combinazioni animali , nnlladi- 
meno la isolata parola di moto intestino de' liquidi, usata in antico da' gra- 
vi Filosofi, è una parola che si perde nell' insignincazionc. 

Tornando a noi, lo sperma è dunque la materia necessaria all'assi- 
milazione, il calorico quella che la promuove, e che sostiene la vita e 
r esercizio dell' organizzazione animale. 

Q.iesta generale e cliiara deduzione apre un vasto campo a bellissime 
esperienze, e dà luogo a qualche conghietlura, che alirc sperienze po- 
trebbero spiguerc al grado di dimostrazione. 

Chi cercherà, per esemplo, di conoscere i principj primitivi delle uova 
feconde, e passerà quindi a ricercare quah sostanze In esse entrino, e 
fiuahsi separino per l'azione del calorico durante l'Incubazione artlfimle ; 
e finalmente analizzerà I nati animali prima che altro nutrimento ricevano, 
sarà In grado non solo di pronunziare I risultati dell' assimilazione ed 
an.malizzazione, ma forse ancora ghignerà a distinguere se l'azoto e I) 
fosforo, non meno che lo zolfo, il quale laholta fu osservalo nelle ma- 
terie animali putrefatte, sieno sostanze semplici di lor natura, o vera- 
mente composte, siccome coli' appoggio di alcuni fatti chimici sono sta- 
te conghietturate dal nostro Accademico Galllnl nel precitato suo libro 
e vagamente immaginate tali da qualche altro fisico straniero. ' 

Quegli pertanto che si occuperà In questo genere di sperimenti con 
mimerò sufficiente di cognizioni e di buoni st>-omenti potrà dire di 
avere esaminala e trattata ab co la materia dell'economia animale, e 
meriterà gli cncomj de'dutii Fisici e Chimici, ancorché non armasse 
ma. per umuo artificio a formare im nervo od un muscolo. 

L'organizzazione è opera della natura come lo è la cristallizzazione, 
e pare impossibile che del i^g" ,1 abbia un Medico napohtnno il si- 
gnor Acuto professore primario, il quale credesse di formare colf arie 
del ccrebro umano, mentre unendo il fior della farina con d.lle uo^a 
taceva una pasta da maccheroni. 

(I) Corp. org. un. 34,. 



7^ 

Dalla maniera d' iustituirc le suindicate ricerche sarebbe ueiialmenie 
possibile che un diligente sperimentatore arrivasse fino a faici conosce- 
re meglio la natura dell' elettrico, e dell'animale elettricità, plìi di quel- 
lo che lo faccia la Mu'moria coronata del signor Gardiui , ed a sciorrc 
la didiitazione , se la luce sia una modificazione del calorico, o il calo- 
rico della luce , e similmente se 1' elettrico sia una modillcaziouc dell' una 
o dell' altro. 

Certo intanto egli è che 1' elettrico a guisa del calorico , introdotto 
liei corpo animale accresce l'espansione delle sue parti, e sottratto ne 
accresce le contrazioni e più chiaramente le muscolari ; ma a dit'fereuzu 
del calorico, non si sa che ne accresca la temperatura, come è noto 
dagli sperimenti che con esso si può promuovere e sollecitare lo svi- 
luppamento de' germi animali (i) e vegetabili (a): la qual proprietà ci 
vieu. confermala ancora dagli animali a sangue freddo, pel cui sviluppo 
e sostentamento concorrendo in picciola dose il calorico , la natura prov- 
vidamente forni loro una maggior quantità di elettrico che a cpiclli di 
sangue caldo: io non dirò ora di qual maniera, ma li tentativi nume- 
rosi segnatamente de' due nostri Accademici il chiarissimo professore 
Stratico , (5) ed il virtuoso dottore Floriano Caldani (4) sopra 1' elet- 
tricità animale, ciò dimostrano incontrastabilmente, seppure non ci fosse 
a notizia la grande elettricità della torpedine e di alui animali a sangue 
freddo. 

Non è inoltre manco certo che anche nell' oscurità e per la sola azione 
del calorico il sangue e le diverse parti fluide e solide degli embrioni 
animali ricevono i loro differenti colori j e che non è questo il solo caso 
che Li luce ed il calorico si combinino al medesimo modo e produca- 
no una parte de' medesimi effetti. 

Finche per ciò restiamo nella sconoscenza di questi princijij sottilis- 
simi, riosserveremo che il calorico applicato al germe lo vivifica, e man- 
tiene eziandio 1' esercizio delle di lui funzioni , purché si sostenga 
a certa misura qualunque sia pegli ovipari il mezzo che Io somministraj 
e rifletteremo che il bisogno di un caldo ambiente per 1' embrione e 

(i) Journal ci; Physique T. XX. p. 56 moire ce. par M. Achnrd. , et T. XX\'in. 

Memoire ec. par M.Achard. , et T. XXI. p. tp Obscrvation ec. pai- M. Duvarnier. 
pag. ■jà Lettre ec. De M. le Prince Dimi- (5) Ora Inspettore generale d' acque e 

tri de Gallitzim. strade. 

(2) Journal ec. T. XXV. p. 4^9 Me- (4) Ora Professore di Anatomia umana- 



73 

pel feto dura fino a che il di lui organo respiratorio sia capace di se- 
parare il calorico sopiatlutto dall' aliuosfcra , capacità che collo stimolo 
al nascere egli forse riceve solanicnte allora che i suoi polmoni non 
possono sc{,'nitare lo sviluppo degli altri organi se l' aria non entra 
a dispiegarli ; ed in cpiesto Lisogno d' inspirare semhra di travede- 
re il jirincipalc meccanismo impiegato dalla sapiente ed augusta natura 
al nasciraculo specialmente de' vivipari, perchè provveduti siccome sono 
di perenne nuiritiua, e di ahitaziouc espausile non si fermino a cre- 
scere oltre l'ampiezza dcUe materne porte; alla fine considereremo che 
nato r animale , egli avrà una relativa idiosincrasia e modificazione sia 
per parte del germe, che per quella dell' umor prolifico e del nutritivo, 
sia ancora per la quantità del calorico che lo accompagnò nel primo 
sviluppo, per lo che varicrà nel tessuto di ciascuno animale la proprie- 
tà di separare , di combinare e di accumulare la materia calorica, e va- 
ricrà parimenti la progressione e l'arresto dello sviluppo de'proprl orga- 
i)i, e per conseguenza delle funzioni, quasi direi, st.'i|jili(.e nell' animale 
adulto. 

Dietro a cosi fatte considerazioni non sarà strano conghletturare che 
variando ad arte la condizione naturale nelle secrezioni di un giovine 
animale per la sottrazione di un organo si cambi ancora la temperatura 
del corpo, e <juolla da noi detta sfera di attività, che è necessaria alla 
perfetta assimilazione degli umori , ed al perfetto sviluppo di ogni par- 
te ; come sarebbe strano il pensare che l'umore separato da un organo 
passi a nutrirne un altro; poiché se fosse vero, quello che abbiamo di 
sopra confutato, cioè che l'umor fecondante servisse a sviluppare alcu- 
ne parti del medesimo animale che lo fornisce , quale sarebbe poi 1' u- 
more che portasse a maturità i di lui organi generatori ? 

Rende assai verisimile tale supposizione l'osservare, che reslirpameuto 
delle ovaje nelle gio\ani femmine di alcuiù animali come del toro, del 
majale e del gallo influisce al maggior loro ingrandimento e grassez- 
za appunto come suol fai'e la easlraliira ne' maschi, non esclusi i pallidi 
e striduli aorchldi della specie imiana : locchè se risveglia alcuna delle 
antiche idee di analogia tra le o^aje ed 1 testicoli, esclude per ciò 
quella che loro assegnasse la facoltà di preparare un liquore nutritivo , 
ed invila a stendere le ricerche de' valenti Naturalisti e Fisiologi sopra 
I mfluenza di altri organi nella cosliluzione e successivo s\iluppo degli 

IO 



74 

animali iinmatarì , come sarebbe della milza , della tiroidea , de' reni 
succenturiati , ec. 

Ma se la somiglianza de' risultati nella cosi detta castrazione delle fem- 
mine smentisce un altra volta che il liquore separato dagli organi ses- 
suali de' masclii sia nutritivo , bisogna ancora riflettere quanto 1' opinio- 
ne medesima sia acerbamente censurata , se mal non m' appongo , dal 
vigore , dalla robustezza , e da quel di più cbe si sviluppa in seno alle 
nostre donne, quando arrivano alla pubertà, e che non è paragonabile 
allo spuntare di poca o molta barba. 

Io esibisco i fatti e le conghietture di questa Memoria al buon senso 
ed alle considerate ossei-vazioni de' tranquilli Filosofi , non alla profezia 
de' grandi ingegni. E sono sicuro che se dal retto giudizio di quelli sa- 
rà deciso, che la parte ragionata del mio lavoro sulla unicità della 
materia calorica, e siili' azione di questa e dell' umor prolifico nello svi- 
luppo de' germi , e di alcune parti animali non possa recar soddisfa- 
zione a' dotti Naturalisti , ne dileguare alcuna delle molte oscurità fi- 
siologiche, specialmente intorno la generazione, essi d'altronde non mi 
negheranno che la parte sperimentale non debba rendere a molti grato 
ed utile servigio , indicando essa una maniera di più per far nascere 
1 polli senza spesa di covatura, ed insegnando la via di ottenere con 
cognizione di causa de' grossi e grassi capponi. 



DELL' EDUCAZIONE DELLE FACOLTÀ 
INTELLETTUALI 

SVGGERITA DÌLLA COSTITUZIONE FISICA DEL CERVELLO 

MEMORIA^' 

DEL SIGNOR STEFANO GALLCfl 
1]VTR0DUZI0>^E. 



J-J ogi^elio della educazione morale degli uomiui è egualmente , se 
uoii più utile, che quelli di vegliare allo sviluppo del loro fisico, e di 
conservare, e ridonare loro la salute. A vivere bene per sé, e per gli al- 
tri non basta avere un corpo sano e ben fatto, ma conviene ancora 
nsar bene de' suoi sensi e della sua ragione^ e dirigere bene tutte 
ffunlle affezioni che ci attaccano a molti de' nostri simili, o che ci dis- 
gustano della condotta di altri. Per 1' educazione fisica , e per la con- 
servazione , o restituzione della sanità è indubitato, che si possono trar- 
re le più essenziali direzioni dalla conoscenza delle forze del corpo uma- 
no , dall' inielligeuza delle cause che possono mettere in azione quelle 
forze, e dalla previsione dei varj effetti che le diverse parti del corpo 
o isolate, od unite possono produrre. Ma, se io non m'inganno di 
molto , i varj lumi che la Fisica del corpo umano ha sparso in questi 
\iltimi anni , non solo hanno resa più manifesta questa verità , ma ci 
as.sicurarono ancora , che non devono essere trascurali questi fonti nello 
scegliere le direzioni per l'educazione stessa morale. 

È vero, che non sono i Filosofi arrivati ancora, e che forse non 



(*) T„i prima p.iite di questa Memoria toccala. La ieconJa per ìe vicende passate 
lu leUa liti maggio del i^QÒ, ed ora ri- l'aletta Dell'anDO i-SoO, e la terM nel l8oj. 



7^ 

aniveranno mai a detorraluare ìu ohe consista la facoltà di sentire, Ai 
formarsi le idee, e di dctermiuare tutti quei movimeuii coi quali si pos- 
sono manifestare , e soddisfare le idee , le affezioni e le volizioni. Ma 
10 ho giudicato sempre , che per l' oggetto filosofico di conoscere le 
operazioni designale sotto il nome di spirituali, e per rendere ragione 
della reciproca influenza tra esse e le funzioni attribuite al solo corpo 
lunauo , bastava partire da un fatto innegabile , che esista cioè in noi la 
facoltà di distinguere non solo tutte le impressioni che i corpi esterni 
( tra quali conviene considerare i corpi stessi , ed i fluidi penetrati , o 
circolanti nelle interne cavità ) trasmettono col mezzo dei nervi al cer- 
vello , ma quelle ancora , che per qualunque causa sono prodotte nelle 
fibre dello slesso, e quelle finalmente, che per la naturale attività del- 
le fibre del cervello sono riprodotte per essere state altre volte contem- 
poranee o imnicdiaiaraente successive a quelle che vengono di nuovo 
trasmesse o prodotte. Nel mio Saggio di osseivazioni concernenti i nuo- 
ti progressi della Fisica del Corpo Umano pubblicato in Padova nel 
1792 ho cercato di mostrare i.° che questa facoltà, o l'anima a cui 
quella facoltà si attribuisce , sia talmente congiunta , e inerente al cor- 
po , e particolarmente al cervello , clic quella non ha mai alcuna per- 
cezione , o idea, senza che in questo vi sia un'impressione corrispon- 
dente; 2.0 che nell'alto, che quella percepisce o distingue le impres- 
sioni di questo , non tralascia mai di modificare l' attività del cei-vel- 
lo per renderlo capace di riprodurre da sé le impressioni che furono 
trasmesse più volte contemporaneamente , o con una immediata succes- 
sione; e 5.° finalmente che sempre vi deve essere una corrispondente 
azione nelle fibre del cervello, allorché si sente, o si vuole manifesta- 
re, e soddisfare i propri sentimenti e le proprie affezioni. Ho potuto 
inoltre far osservare , che quanto quella facoltà viene esercitata con mag- 
giore intensità, o per esprimermi forse piìi chiaramente, quanto l'anima 
opera con maggior attenzione , tanto il cervello dipendente da quell' in- 
tensità , o da queir attenzione nella durata solamente delle successive sue 
azioni, si renda allo a riprodurre le impressioni in modo, che rappre- 
sentino ad essa facoltà , o ad essa anima un maggior numero d' idee 
semplici e complesse , e manifestino le suo affezioni e dctorminazlonl 
con una piii variala proporzione di que' movimenti ai quali può esso 
cervello dar occasione. 



77 

Dietro queste proposizioni , di cui una breve , ma più precisa espo- 
sl/.ioue mi farà strada all'oggetto di queste considerazioni, io ho gludlr 
calo esser possibile non solo di conoscere l' audanicnio e il modo 
con ciù l'anima può progredire nelle sue operazioni, indicando il mo- 
do con cui il corvello progredisco nelle sue , ma di rendere più slcu- 
jc ed euergiclic ((uolle , cercaudo soltanto di uou disturbare 1' ordine 
con cui queste nniuralmcnte acquistano prontezza ed energiii. Trovo 
dlfatli , che il cervello, quando sia accompagnalo nelle sue azioni dell' at- 
tenzione del noi, o dell' anima, acquista 1' abitudine di nno\anicnte ripro- 
durre le impressioni ad ogni uno che lo determini all' azione , in mo- 
do che si eccitano nell' anima le pili conseguenti serie d' Idee , e vi 
corrlspoudono le più conseguenti serie di movimenti. Questo è certa- 
meute lo stesso di dire, che ogni individuo deve prendere naturalmen- 
te in ogni cosa qucU" abitudine di ben giudicare , ed osservare , che 
buon senso , o ragione si chiama in proporzione dell' allcuzioue clic 
presta alle impressioni ricevute , o trasmesse al cervello, ed alle azioni , 
qualunque esse sleno , del medesimo. Osservo iu secondo luogo , che 
in grazia della fisica costituzione del cervello sia plìi naturale e plìi fa- 
cile 11 formarsi, e percepire dlstlntameute le idee, le massime e le re- 
gole che dirigono i retti ragionamenti e le savie deterniiuazloni do- 
po avere accpilstata quell' abitudine , di quello che acquistarla per giu- 
dicare, ed operare rettamente dopo aver apprese le regole e le massi- 
me dette fondamentali, o generali. Dall'esame poi dei progressi satura- 
li dogi' iiullvidui e delle società, ho dedotto, che gli uomini hanno di- 
fatti formate, o distinte queste idee dopo aver acquistata l'abitudine di 
ben ragionare , ed operare , di modo che i ragazzi , e quelli di una so- 
cietà nascente sembrano condotti da uu buon senso naturale pili , che 
dalla ragione , non perche essi sleno meii ragionevoli degli adulti 
e de' più civilizzati , ma perchè non sono ancora atti come questi a di- 
stinguere, e ad esprimere In parole la serie d'idee, che 11 conducono 
all'ultimo risultato ed alla ultima determinazione. Avendo finalmente 
trovato , che per la fisica costituzione del nostro cervello tutti quelli che 
prestano il dovuto grado d' attenzione alle loro idee sono condotti a 
distinguere ed a formarsi le stesse massime generali ed astratte , che 
sono le basi del loro ragionamenti, fui condotto ad agglvmgcrc, che que- 
ste massime ben distiate possono essere considerate le norme ed i cri- 



78 

lerj della retta concatenazione del giudizj e delle determinazioui ; m« 
che le operazioni dell'anima nel giudicare, e nel determinarsi sieno por- 
tale agli stessi risultati per esser dirette da un scuso ÌD4,i.'ruo naturale 
e comune , o slmile in tutti , che fa giudicare ed operare similmente nei 
casi slmili. 

Per progredire con ordine nello sviluppo di queste idee, dÌAÌdcrò 
le mie considerazioul In tre parti. Nella prima dopo avere esposto bre^ 
veniente il modo , con cui il cervello coucorre eoa 1' attenziune dell' ani- 
ma per forci acquistare le idee sì complesse che semplici, e per farci 
produrre tutti 1 movimenti che esprimono quelle, e le conseguenti af- 
fezioul e determinazioni, dimostrerò che nella riproduzione delle im- 
pressloui a cui corrisponde la riproduzione delle serie d'idee e di mo- 
ti, si deve stabilire un ordine tale, che si riproducano coustantemente 
le più conseguenti serie di ragionamenti, e le più corrispondenti serie 
di operazioni. Nella seconda facendo vedere, che H giudicare e 1' ope- 
rare in conseguenza sia più naturale , che l' arrestarsi a distinguere la 
serie e la concatenazione de' giudizj e delle determinazioni , aggiunge- 
rò, che il -giudicare e l'operare retianieuie precede, ed ha sempre pre- 
ceduto in quegli «tessi che arrivando In seguito a svogliere e distin- 
guere le idee e le massime che servono di legame alle serie conse- 
guenti di giudizj e di determinazioni, sono considerali , e si considerano 
essi nicdesimi 1 più ragionevoli. Nella terza finalmente esponendo alcu- 
ni prlncipj che devono seguire grinstiluiori della gioventù per 1' educa- 
zione morale, farò vedere che 1 giudizj, 1 ragionamenti e le determina- 
zioni non sono effetto di un puro accidente , o di una meccanica tenden- 
za all' imitazione , ma di un senso Interno e comune , per cui 1 giu- 
dizj e le determinazioni devono esser rette e simili nel casi slmili. 

Neir esporre la veriià ed 1 limiti di questi prlncipj , non preten- 
do dire cose del tutto nuove : anzi confesso d' esser appoggiato più alle 
altrui osservazioni ed esperienze le meglio comprovate , che alle mie ; 
ma ho cercato di partire dai falli 1 più sicuri e 1 più noti , e di dispor- 
li soltanto In luodo che manifestino evidentemente alcune nuove con- 
seguenze , eh' lo reputo ittilissime a conoscere le cause dei progressi e 
del fenomeni delle operazioni spirituali, e il modo di accrescerne l'energia 
e la sfera di attività. Non pretendo d' indicare tutto ciò che è necessa- 
rio di conoscere di quello studio di Metafisica , che rlsguarda la produ- 



79 

«Olle delle Idc^e, de" {jiudizj e delle dotermiuazionl; ma io dirò sollaulo 
che mi sono applicalo a questo argomento, perchè nella Zoonomia del 
celebre Darwin , trovo non poco spinta al di là del giusto l' applica- 
zione delle legj^i dell' economia del cervello per la spiegazione delle opc-> 
razioni spirituali. Inoltre mi ha determinato l' osservare , che cpiantuu- 
que la nuova Filosofia di Kant, che ha prodotto tanto romore, e che 
ha avute tante modificazioni in Germania dagl' illustri sognaci di quel 
Filosofo di Konisherga, si agiri sullo stabilire il criterio, a cui deve 
appoggiarsi la ragione per essere certa de' suoi giudizj e delle sue de- 
duzioni , Kant ed i Rantisti hanno però inviluppalo 1' argomento di oscu- 
rità e di difHcoltà , per non avere osservata la corrispondenza tra la 
facoltà dell'anima, e la capacità eh' lia il cervello di ricevere, e di 
riprodurre con un determinato ordine le impressioni, e per non a^c- 
re voluto ammettere con l' illustre Reid un senso comune , o un istin- 
to ragionevole, della cui esistenza possiamo avere tante prove. Io sa- 
rò molto contento del mio lavoro, se vi sembrerà, o Signori, ch'ab- 
bia resa più facile, e più aggradevole l'educazione ai fanciulli, allonta- 
nando dai metodi di educare ogn' atto di violenza, e che abbia manife- 
stata r eccellenza della somma delle cause di ogni cosa, mostrando , che 
ci ha costituiti in mudo, che possiamo essere portati a meglio giudica- 
re, ed operare, quando gì' Institutori non si oppongono alle naturali no- 
stre disposizioai , che quando si forzano a prenderne troppa cura. 

Parte prima. 

Chiunque abbia attentamente osservalo radunamento dei nervi, i di 
cui fili qnal rete prima intrecciati formano in varie parti del corpo ani- 
male dei centri di comunicazione, e negli animali più perfetti, e soprat- 
tutto nell'uomo, constitniscono un centro più generale nel tessuto di 
alcuni corpetti, o gonfiamenti di sostanza midollare e corticale, che 
compongono la massa tutta del cervello: e chiunque nel tempo stesso 
abbia considerate 1' esperienze dirette a pro\are, clie i ncr^i per la lo- 
ro sensibilità sono atti a ricevere facilmente delle impressioni da o"vù 
azione esterna, e a trasmettere e diffondere prontamente le impressioni 
ricevute a tutto il loro complesso, e alle parti stesse, in cui terminano, 
deve convenire in due cose. La prima che nell'uomo particolarmente e 



So 

negli animali più perfetli, il cervello sia il centro, ove vanno a tcimi- 
Dare lutti i nervi che , o dall' azione de' corpi esterni nel corpo uma- 
no, o dall'azione delle stesse parti le une sulle altre possono ricevere 
quelle impressioni a cui corrispondono le sensazioni e le idee nell'ani- 
]ua. La seconda che esso cervello sia il centro ancora dove preudono 
origine quei nervi che distribuiti agli organi del moto, possono traspor- 
tare dal cervello ad essi organi quelle impressioni che servono di sti- 
molo per metterli in azione. I centri di comunicazione che i fili di que- 
sta rete fanno in altre parli del corpo, e che gli Anatomici conoscono 
sotto il nome di gangli, non sono nell'uomo almeno di gran conseguen- 
za, e possono forse dare origine soltanto a quelle sensazioni, e a quel 
movimenti , de' quali non si ha quella percezione che ci faccia distin- 
guere la loro causa , o che se li faccia attribuire alla volontà. Questi 
gangli uegli animali meno perfetti , e di molto inferiori all' uomo , for- 
mano dei centri di comunicazione, che non sono gran cosa inferiori del 
centro il più rassomigliante al cen elio , e per essi centri in questi ani- 
mali la ^ila forse si conserva in ogni pezzo , in cui vengono divisi. 

Dietro a quanto i Fisiologi hanno indagato sulF intima conformazione 
dei sensorj esterni, e dietro quel poco che ho aggiunto nel citato mio 
Saggio, suppongo abbastanza noto, che le ultime estremità dei uerAl 
siano in essi così inviluppale , e così difese col mezzo di altre parti , e 
di alcuni umori particolari, che non tutti i corpi possono fare un'im- 
pressione su tutti i nervi , e che quelli che ne fanno , non la possono 
fare con tutte le maniere loro di operare. Quindi in alcune determinate 
estremità non può essere prodotta un' impressione , che da una partico- 
lare e determinata azione de' corpi. Alla retina non arrivano a far im- 
pressione , che i raggi della luce , al nervo acustico, che i raggi sonori, 
ai nervi delle interne superficie del naso e della bocca , che o gli alili 
odorosi , o le particole sapide dei corpi : ed al varj traiti finalmente della 
superficie esterna del corpo, o di quella delle interne cavità alcuni de- 
terminati corpi soltanto possono trasmettere sino all' estremità dei nervi 
sottoposti le impressioni prodotte dall'urto, o contatto delle loro masse. 
Suppongo eguahnenle nolo , che le impressioni le quali dlfusc dal cer- • 
vello agli organi del moto o possono servire di stimolo a quelle parti 
per metterle in azione , o si manifestano almeno con l' azione di quelle, 
non producono il loro effetto iudlstiutaracntc , ma che un dato nervo 



8i 

non molla in azione , clie quel cletennlnato organo a cui viene disirlhui- 
10. A questo si deve aggiungere, che queste impressioni tulle arrivano, 
o partono dal cervello per mezzo de' iilanientl nervosi, che nei curpeitl 
in cui terminano, o da cui prendono origine, sono ur piìi , or meno 
separati tra loro per una sostanza simile ed analoga almeno alla sostan- 
za de' nervi medesimi ; di modo clie nel cervello pure esse impressioni 
occupano un posto distinto, e facilitano all'anima il modo di distingue- 
re le une dalle altre. Quindi è, che que' corpetti sono moltiplicati e 
maggiori negli animali più perfetti e plii intelligenti. L' Anatomia e' In- 
segna, che negli animali di un ordine superiore, e soprattutto nell'uo- 
mo, siano più numerose le prominenze della sostanza dell' encefalo^ che 
la midolla spinale sia più grossa dei nervi che ne escono ; e che l' en- 
cefalo sorpassa la midolla spinale in grossezza. Cuvier ira gli altri uel- 
r insigne sua Opera di Anatomia comparata fa osser\are, che la parte 
del cervello propriamente detta , o i due emisferi siano appendici dei 
corpi striati,- ma appendici che li sorpassano in volume, e che quel- 
le appendici siano tanto più voluminose, quanto l' intelligenza degli ani- 
mali è maggiore, cosicché nell'uomo esse siano più dense e più eslese. 
Non è cos'i facile II determinare in cosa consista un'impressione, e 
come, o perchè si tiasmelta, e diffonda con tanta rapidità dall'estre- 
mità soprattutto nervose al cervello , e da questo all' estremità che ter- 
minano In qualche organo del moto. Ma credo non essere andato lon- 
tano dal vero asserendo nel mio Saggio di osservazioni già citato, e nella 
mia introduzione alla Fisica del corpo imiano pidjhlicata nel i8o2, che 
r impressione consista nel camhlaracuto di mutua posltiu-a o di propor- 
zione, a cui soggiacciono gli elementi delle molecole viventi per quelle 
qualunque imprrcettlhili iinpuLslonl e atti-azIonl prodotte dagli stimoli, e 
che la rapida diffusione dipenda da ciò, che le molecole viveutl già im- 
pressionate, delihano indurre un slmile camhiamento nelle loro vicine. 
Le ulteriori osservazioni intorno i fenomeni vitali mi hanno indotlo ad 
esprimere tutto questo forse con più precisione. Le (ihrille e lamlnettc 
del diversi tessuti animali, o le molecole di questi allora sono capaci 
di ricevere e trasmettere le impressioni a cui nel cervello corrispondo- 
no al noi o air anima le sensazioni e le varie loro modificazioni, ed a 
CUI nelle parli contrattili o turgescenti corrispondono le contrazioni o 
Je espansioni del volume, quando I moltlpllei principi più semplici, 

1 1 



83 

che le compougono, hanno le loro mutue affinità bilanciate in modo 
da restare mobilissimi tra loro , e mutabilissimi in conseguenza nella lo- 
ro mutua positura e proporzione : ma atti a rimettersi prontamen- 
te alla positura e proporzione di prima. Sono ajutati in questo ultimo 
caso della continua deposizione di materia nutritiva nell' intimo tessuto 
delle parti, dalla quale le molecole riprendono quel principi ^^^^ i*^ 
queir istante sono separati e che ncH' istante stesso sono inalati e portati via 
dai vasi assorbenti sempre vicini. Nell'equilibrio attivo dei principi s^™" 
pisci costituenti le molecole consiste la vitalità di queste, e di quei lo- 
ro aggregati, da cui risultano i diversi tessuti animali. Dal diverso gra- 
do di azione , con cui ciascuna molecola impressionata o cambiata nella 
positura e proporzione de' suoi principi deve operare sulla vicina alla 
quale per una mutua azione sta in qualclie modo coerente, risulta, che 
ogni molecola ncll' istante stesso che si rimette dall'impressione, pro- 
duce nella vicina un cambiamento o un'impressione slmile, e che quin- 
di l'impressione si diffonde per tutta la lungliezza de' filamenti nervosi, 
ed ai tessuti nei quali essi filamenti vanno a immedesimarsi. Finalmen- 
te dal più o meno facile cambiamento di positura o di proporzione de- 
gli elementi, o dalla più o meno pronta impressionabilità delle molecole, 
e più o meno pronta remissione dall' impressione ricevuta si devono far 
dipendere le diverse gradazioni di essa vitalità nei diversi tessuti. Quindi 
per essa diversamente graduata nasce , che nel nervi l' impressione e la 
remissione siano cosi istantanee, che non apparisce alcun cambiamento 
in essi durante la loro azione, e si conosce, che hanno ricevuto e tras- 
mosso un' impressione soltanto dalla corrispondente sensazione : per essa 
parimenti nelle parti contrattili o turgescenti, l' impressione e la remissio- 
ne essendo alternate con meno istantaneità, risulta, che gli elementi cam- 
biati nella loro positura e proj)Orzione hanno tempo d' operare tra loro 
con una diversa affinità per avvicinarsi o allontanarsi, e per avvicinare 
allontanare le molecole da loro composte, onde risulti nei primi la 
contrazione del volume , negli altri l' espansione o la turgescenza , sus- 
seguite però prontamente da una remissione allo stalo di prima. 

Dietro a questi principi che manifestano come siano prodotte le im- 
pressioni , come queste si diffondano dall' estremità senzienti al cervello , 
Q dal cervello all' estremità motrici, e come prodotte o trasmesse alle 
parti contrallili e lurgesceutt diano occasione alla conlrazione e tur- 



gescenza di quelle, si può intanto dire di certo, che senza ammetlcre 
alcuna misteriosa natura nelle diverse Impressioni, o nei diversi ncr\i 
che le trasmettono al corvello, quelle Impressioni dcl)bano comparire di- 
verse al noi, o all'anima per due ragioni j pel grado e pel modo cioò 
di camhlameuto che viene prodotto nella mutua positura o proporzione 
degli elementi delle molecole, ch'io nominerò forza o modo dell' im- 
pressione, e per la direzione con cui le Impressioni arrivano al cervello. 
Ma quando l'anima possa, o debba distinguere per queste due ragioni, 
si dedurrà certamente , che ella possa , e debba formarsi le prime sue 
idee, distinguendo per 1' una o per l'altra, o per tutte due queste cir- 
costanze le impressioni che sono diffuse sino al cervello in grazia delle 
corrispondenti fatte dagli oggetti esterni sui sensori esterni. Si aggiun- 
gerà solo, che quelle idee saranno o più semplici o più composte a mi- 
sura, che r anima presterà attenzione e distinguerà un minore, o uu 
maggior numero d' impressioni coutemporaueamenle arrivate al cervello. 
SI avverta, che io dico consistere la formazione delle idee prime nella 
distinzione che fa l'anima di aggregati d'impressioni contemporanea- 
mente trasmesse al cervello, diversi pel maggior, o minor numero di 
quelle. Conviene certo confessare come cosa di fatto , che tutte le im- 
pressioni contemporaneamente arrivate al cervello eccitano soltanto in 
noi una sensazione composta , ma coufusa , per cui altro non proviamo 
che quel senso di piacere o di molestia, il quale determina i movimen- 
ti necessarj o per continuare a goder del primo , e per accrescerlo , o 
per allontanare e per diminuire il secondo. Attendendo poi l'anima in 
particolare alle circostanze di alcune impressioni, ed io direi soltanto 
alla loro direzione, alla luro forza, o all'una e all'altra di queste cir- 
costanze, essa distingue alcune impressloui dalle altre contemp(ii-anee , e 
forma le varie sue idee più o meno complesse. Per quanto dlfattl si 
vorrà riflettere sulle operazioni dell'anima, allorché si forma le sue idee 
qualunque, si do\rà convenire, che in tutti 1 casi essa distingue sol- 
tanto, che una percezione od Idea è diversa da ogn' altra, o da ogni 
complesso di altre. Sotto questo punto di vista è ragionevole l'asserire, 
che gli organi del sensi siano il primo mezzo datoci dalla natura per 
analizzare le nostre sensazioni , e convertirle in idee. INon posso a que- 
sto aggiungere se non uu altro fatto costante , cioè clic le impressioni 
una volta diffuse al cervello dagli organi dei sensi, lasciano ivi una dis- 



84 

posizione a riprodurle tra loro , clie è lanlo maggiore , quante più vol- 
te furono contemporanee, o imniedialameute successive, e qtiauta più 
attenzione 1' anima vi presta nell' atto che sono dilfuse , prodotte e ri- 
prodotte. Dal qual altro fatto risulta la ragione per cui le stesse idee 
si rieccitano ucll'aulnia, senza che le corrispondenti impressioni siano stale 
prodotte negli organi de" sensi, e per cui si rendono in seguito più com- 
plicate e più varie le successive serie d' idee nei varj individui. 

Quanto alle altre idee semplici o complesse non dipendenti , o non 
corrispondenti inimediatamente alle impressioni trasmesse da sensori 
esterni al cervello, convicn riflettere che i Metalisici hanno dimostralo, 
che esse tutte sono il risultalo della composizione delle idee prime , o 
della riduzione delle medesime nelle loro parti, o di una nuova com- 
binazione di queste uliinie. Perchè dunque non corrisponderanno esse 
pure alle nuove impressioni che devono necessariamente prodursi nel 
cervello dalle mutazioni, a cui soggiacciono quelle ivi trasmesse da sen- 
sorj esterni in grazia della composizione , decomposizione e nuova com- 
binazione di esse medesime impressioni ? Non è egli vero , che le nuo- 
ve idee risultanti dalla composizione, decomposizione e nuova comLina- 
zione delle prime si associano con queste stesse in modo, che le une 
riproducono le altre con la stessa spontaneità, e con la stessa crescen- 
te prontezza a misura, che più volte furono contemporanee o immcdia- 
taaicute successive ? Perchè dunque non si accorderà , che le nuove 
idee siano simili alle altre, o corrispondano alle nuove impressioni che 
devono già formarsi e succedersi nel cervello ? Io non dubito di dire 
che siccome il noi, o l'anima forma le sue idee prime distinguendo 
iiu' impressione trasmessa al cervello dai sensorj esterni, o un aggregato 
di alcmie di queste da ogni altro aggregato , o da ogn' altra impressio- 
ne , cosi distinguendo ognuna di quelle nmtazioni che sono prodotte 
nelle impressioni del cervello già trasmesse dai sensorj esterni , forma 
ie altre idee astratte , generali e fattizie , e in conseguenza non solo 
cpicUe più esattamente corrispondenti alle impressioni prodotte dagh ag- 
gregati delle proprietà , o dalle singole proprietà dei corpi : ma tulle 
quelle ancora , clie formano il soggetto delle scienze esalte ed astratte , 
come sono la Matematica , la Metafisica , la Morale. Io ripeterò a que- 
sto proposito ciò cJie scrissi nel 1792 alle pagine 190, 196 del mio 
Saggio sopraccitato. 



» 



» 



85 

» Per rendere ragione ad un trailo di tulio lo idee auraue, conipo- 
»■ ste , generali, delle ragionate produzioni della riflessione e dell' iiu- 
w niaginazione , e delle stravaganti combinazioni e concatenazioni d'idee 
dei delirami , degli ubbrlaclii , dei sognatori e dei pazzi , basta os- 
> seiTarc , che oltre le idee clic ha l'anima corrispondeuii alle impres- 
sioni del cervello trasmesse dai sensorj esterni , essa ne abbia molte 
» altre corrispondenti a quelle impressioni che nascono nel cervello 
)) per la \arla combinazione dello irasraesse , per la riduzione di queste 
)) nello loro parli , e per la nuova combinazione di queste parti, siicce- 
» dano poi le riduzioni , o le composizioni con 1' ordine già stabilito 
» dall' Autore di ogni cosa per la distribuzione e comunicazione del 
» moto , o succedano per 1' effetto dell' attenzione dell' anima che rese 
» più marcale e più pronte a riprodursi alcune impressioni , o deviiuo 
» flnabuenie per effetto di alcune cause nieccauiclie , che operando nel 
Il cervello ora interrompono il corso alle prime, ora sfoizauo queste ul- 
a lime a riprodursi. » 

Per meglio rischiarare questa verità si osservi, che le impressioni forti 
diffuse sino al cervello manifestano evidentemente di comunicarsi , i)cr 
così dire, a tutta la massa, e a tulli i nervi che da esso vanno afill 
organi del moto, perchè tutti questi organi allora operano con un grado 
di forza bensì vario , ma sempre mollo maggiore del solilo. Ma le im- 
pressioni di una moderata forza, quantunque forse si diffondano egual- 
mente a tulli i nervi, e influiscano a produrre, o ad accrescere a uu 
vario punto le loro azioni , non producono , che in alcuni dati organi 
wa accrescimento manifesto di azione. Ora benché con queste azioni e 
con questi movimenil quello che li produce possa espiimere, e comuni- 
care agli altri tutte le sue idee e tutti i suol sentimenti , e quelli che 
r osservano , possano intendere senza alcun dubbio ciò che vuol espri- 
mere , r anima non fissa sempre la sua attenzione a lutti que' movimenti 
che diedero, e danno il modo di comporre uu linguaggio di azione. Essa 
è di'terniliiata in molte occasioni ad alcuni pochi, e generalmente ( forse 
per la maggii^- facilità e prontezza loro a riprodursi ) è determinata a 
fissare quel della glottide, e delle parti che concorrono a formare la 
voce, e ad articolarla, con suoni distinti per le lettere alfabetiche. Con 
questo mezzo per l'associazione e per la prontezza a riprodursi, che le 
impressioni più spesso contemporanee, o inimediaumculc successive nel 



86 

Cervello devono acquistare , l' anima può assoclafe , e associa in fatto 
tutte le impressioni sì isolate , che unite , e in conseguenza tutte le idee 
sì semplici, che complesse ai fissati movimenti, o alle parole, in modo, 
che non può avere , e non ha piìi la percezione di quelle idee senza 
che sieno riprodotti questi moti nell' istante , come non sono prodotti 
questi moti senza che nello stesso tempo dall' impressione prodotta dal 
loro suono sieno riprodotte tutte quelle altre impressioni nel cervello 
e tutte le idee corrispondenti nell' anima. 

Questa facilità e prontezza di associare tutte le diverse idee ai diver- 
si movimenti coi quali è articolato il suono della voce è una delle 
maggiori cause per cui 1' uomo può progredire , e progredisce in fatto 
a differenza degli altri animali nelle sue cognizioni , e può tendere in 
conseguenza ad una sempre maggior perfezione. Io dissi perciò alla pa- 
gina 2i8 del citato Saggio che » con questo dono unito alla facilità di 
» conservare e tramandare con le stampe , e con altri monumenti la 
» memoria delle cose osservate , succedute ed operale sì nel secoli 1 
)] più rimoti, che nei paesi i più distanti , 1' uomo solo può conoscere 
X e rappresentare lo stato fisico, politico e morale del mondo tutto, e 
» particolarmente di tutti 1 suoi simili, esso può vederne i successivi 
» camhiaracnti e le presenti varietà, confrontare il passato col presente, 
» il lontano col vicino, avere delle nuove idee composte ed astratte, 
n tirare dei lumi nuovi , fare dei maggiori avanzamenti , e trovare fi- 
» nalmcntc delle regole certe per prevedere e prevenire gli ostacoli , 
» e per dirigersi in modo, che le sue imprese abbiano un sicuro ef- 
^ fetto. » Quando l'uomo vuol confrontare e commilcare le sue idee, 
e conoscere quelle degli altri, non ha bisogno ogni volta di distingue- 
re o di far distinguere una ad ima le impressioni che sono ricevute e 
diffuse al cervello dal sensurj esterni, ne tutte le nuove composizioni 
delle medesime più diffìcili forse a distinguersi per la forza e direzione 
con cui si composero o decomposero, né finalmente è necessario clie 
le impressioni prime, e le loro, per così dire, irasformazioni diano sem- 
pre occasione a molli movimenti ; ma basta che nel suo««cervello ven- 
gano riprodotte le impressioni che corrispondono o fauno produrre il 
suono delle parole, e che esso presti attenzione alla impressione pro- 
dotta dalle parole degli altri. Questo è un sicuro e un grande vantag- 
gio, sicuro perchè è ormai dimostrato che le parole sono alle idee tnt- 



l 



87 

te, come le cifre alle idee di Matematica , sono segni cioè inventati per 
fissare eoa più- distinzione le nostre id.'e a misura, che formiamo alcu- 
ne collezioni nuove, o che ne formiamo di semplici} grande poi, per- 
chè l'attenzione può acquistare in intensità a misura che si limila a un 
minor numero d'impressioni. Quindi l'uso delle parole facilita l'eser- 
cizio della rillessione , come questa contrihuisce a moltiplicare le paro- 
le. L' una e l'altra si prestano de' mutui soccorsi, ma sono egualmente 
necessarie ed utili all' avanzamento delle umane cognizioni. Che se ta- 
luno volesse dire, che quando l'anima non fìssa le sue idee che sui 
segni, o sulle parole, i ragionamenti verseranno spesso sulle sole parole, 
e ci faranno cadere in errori ed inutilità, io risponderò che questo 
pur troppo succede , ma che la certezza , o l' utilità delle Matematiche 
deve farci pensare , che ciò arriva per mancanza di alienzione, e noa 
per difetto della cosa. Basta certamente determinare con precisione le 
idee attaccate ad ogni segno o parola , perchè facendone al bisogno 
r applicazione, o l'analisi non si possa trovarsi in errore, come non si 
trovano i Matematici. 

Dall' associazione poi che acquistano le impressioni a cui corrispon- 
dono le Idee nell' anima con quelle che diffuse agli organi del moto 
danno occasione al varj movimenti, risulta, che quantunque questi siano 
chiamati voloutarj, perchè l'atteuzlone dell' anima influisce nell' associar- 
li e proporzionarli diversamente , pure essi non possono non essere 
prodotti , ed una volta anzi che siano associati e proporzionati in un 
determinato modo , non possono non essere prodotti e riprodotti nella 
stessa proporzione dietro le stesse percezioni , talmente che e le perce- 
zioni ed i moti non sembrano più. dipendere dall' attenzione dell' ani- 
ma , o dalla volizione. Per togliere ogni equivoco nel parlare di azio- 
ni e moti involontarj e volontarj , io ho sempi-e giudicato più preci- 
so il dire, che i primi dipendono da un'impressione che sulla stessa 
parte seraove'nte viene diretta dai corpi esterni , tra 1 quali devono es- 
sere considerati i fluidi stessi animali, e che gli altri derivano da im' im- 
pressione trasmessa loro col mezzo dei nervi, la quale diffusa prima, o 
prodotta nel cervello, può essere distinta dall'anima, e deve sempre 
essere in quello variamente modificata. L' involontario rieccitamento di 
alcune idee e di alcuni moli dietro impressioni determinale , ma di- 
verse nei diversi individui j la riproduzione di alcune idee particolari 



88 

dietro alcuni urti interni prodotti dagli alimenti , dai fluidi circolami , o 
da altre determinate circostanze ; \e orazioni estemporanee spesso più 
energiche , più adattate e più efficaci , che le studiate ; i pronti trat- 
ti e le pronte risposte di spirito j le serie coerenti, ma nuove d' idee 
e di moti in alcuni sogni ; la soluzione di molte questioni pronta , fa- 
cile e chiara , se si tralascia di applicarvisi , dopo di avere inutilmente 
travaglialo sopra di essaj e fuialiuente la formazione in genere delle 
abitudini ci assicurano , clie bensì 1' anima fissando la sua attenzione alle 
successive serie d' impressioni può distinguerle , e conoscere da cpiali 
precedenti sia determinata alle susseguenti, ma che queste sempre si 
riproducono , e succedono con quel dato ordine per essere state altre 
volte contemporanee , o iramedlaianicutc successive. Molte di queste os- 
servazioni sono state da me raccolte nel citato Sagj^lo alla pag. 264- 
Ma che questa associazione sia più particolarmente la causa del lega- 
me tra le varie Idee e le parole, ogauiio sene può couvluccre colf os- 
servare che allorquando vuole apprendere una nuo\a lingua trova sulle 
prime molla difficoltà ucll' esprimersi , e nelf luteudere gli altrui discor- 
si , perchè non ha associato ancora il movimento con cui pronunzia 
tm nuovo vocabolo , o l' impressione del suono con quella impressione 
a cui corrisponde l' idea uell' anima ; ma deve ogni volta fare , e perce- 
pire il rapporto ancora tra l' impressione prodotta dalla parola della lin- 
gua nuova, e la corrispondente impressione della parola della propria 
lingua. Allora quando poi si trova atto a fare questo rapporto con la 
massima rapidità connette, per così diie, ed associa l'Idea ali' impres- 
sioue corrispondente alla parola del nuovo e del proprio linguaggio, 
che arriva sino a meravigliarsi di avere avuta altre volle della dlflicolià, 
o che altri ne possano avere nel risvegliarsi l'idea nello stesso istaute , 
che vien pronunziata la parola. 

Io non ho mai avventurato di dire, che sia facile il render ragione 
di questa associazione delle impressioni, per cui si riproducono le une le 
altre con quelF ordine determinato dalla loro forza , dalla loro direzione , 
e dall' attenzione che l'a^iima vi presta con una rapida successioue , o 
pluilosto instantaneità. Basta il poter asserire , che il fatto è certo e 
costante, e che esso ha fallo dire all'autore della Filosofia della natu- 
ra; » Le fibre agitate sovente da^ll stessi oggetti contraggono 1' abltudi- 
. >> ne di moversi nello slesso ordine iu modo, che quando una uuova 



80 

» causa viene in seguilo a scuotere una sola di queste fibre esercitale, 
» tulli i fascicoli nervosi, ciie gli corrispondono, producono le loro aii- 
)) lidie vibrazioni , e l' anima riproduce le sue idee. « Molli celejjii au- 
tori aiiticlii e moderni iianno sotto diffcrenii aspoiti asserito la -stessa 
cosa. Aristotele , Zenone ed Epicuro vi liaiino meditalo sopra. Locke 
attribuì ad essa le sole abitudini , le simpatie ed anlipaiie. Coudillac 
uella sua arte di pensare scrisse, die il legame di molte idee non può 
avere altra causa che l' attenzione da noi prestata, (piando esse si sono 
presentate insieme altre volte. E (piantunquc voglia con questa spiegare 
il più delle volle alcune irregolarità, o stravaganze nella riproduzione 
delle idee, come il gusto per gli occhi loschi, che conservò Des-Cartes, 
perchè la sua prima amante aveva questo difello, pure asserisce, che 
il legame delle idee sia il principio, o la causa della ragione e della 
follia. Io credo avere ridotta facile al possibile l' intelligenza di questi 
falli tutti, partendo da un fatto generale e costante, che le impressioni 
più spesso contemporanee, o immediatamente successive nel cervello, 
acquistano quell' associazione , per cui le une indipendentemente da 
oga' altra causa fanno riprodurre le altre, e quelle sopratulto che più 
furono distinte dall'anima. Io avca ciò detto nel mio citato Saggio sino 
dal 1792, e trovo che Darwin nella sua Zoonomia tanto decantata da 
molti, e piena corto di originali e buone vedute, disse nel i'-q4 ap- 
presso a poco la stessa cosa: » Tutti i movimenti animali » sono sue 
parole » che furono fatti nello stesso tempo , o che si succederono iiu- 
» mediatamente l' uno all'altro, acquistano una tal coiuiessione che se 
)i acca la riprodursene uno , l' altro tende ad accompagnarlo , e a 
» te/iergli dietro. » E per non far credere, che egli limili la riprodu- 
zione ai soli movimenti muscolari, dirò, che per movimenti animali in- 
tende tanto i cambiamenti della porziou midollare , dei nervi e del 
cervello, che chiama movimenti seusorj , quanto i cambiamenti o con- 
trazioni degli organi del moto e del senso , che chiama contrazioni fi- 
Lrose. Egli volle solo aggiungere, che quando contrazioni fibrose suc- 
cedono a contrazioni fibrose, una tal connessione si debba dire pro- 
priamente associazione, ma che quando contrazioni fibrose succedo- 
no a movimenti seusorj la connessione si debba nominare causazione , 
e finalmente che quando movimenti fibrosi e sensori s' introducono 
gli uni agli altri reciprocamente in progressive serie o in aggregazioni, la 

12 



90 

connessione si deLLa chiamare catcnazione. Ma qualunque sia 1' utilità; 
di queste distinzioni clie tendono a provare non es«er necessaria per 
la reciproca riprodiuione dei moli e delle impressioni 1' influenza del 
Cervello , sempre però è vero che le riproduzioni dijìcndono dall' essere 
stati altre volle contemporanei , o imiuediaiameute successivi que' niovi- 
iiienti , o caml)lamenii tanto nelle fibre de' nervi e del cervello , 
quanto in quelle che manifestamente sono stromcnli del moto ani- 
male. 

Posto questo fatto generale e costante io credo poter aggiungere , 
che quantunque il noi, o l'anima non ahbia , che le facoltà di avere 
delle percezioni corrispondenti alle varie impressioni trasmesse , prodot- 
te e riprodotte nel cervello , pure le operazioni sue prendono que' varj 
aspetti che le fanno comparire prodotte da varie facoltà a nilsma , che 
con più, o meno d'intensione, o di esteusioue l'anima applica la sua 
attenzione a varj successivi aggregali d'impressioni contemporanee. Quan- 
do essa fissa la sua allcnzione per la prima volta alla successione di 
alcuni aggregali d' impressioni più e meno numerose opera col suo in- 
telleito che prende il nome di percezione, di giudizio, di ragione, di 
riflessione a misura che dislingue o il rapporto immediato di due suc- 
cessivi aggregati d'impressioni più e meno numerose, o il rapporto 
che più d' lui aggregato successivo hanno con un dato altro , e con 
questo mezzo pure tra loro. Quando poi fissa l' attenzione alle serie suc- 
cessive d' aggregati d' impressioni trasmesse , jjrodolte , o riprodotte nel 
cervello in modo , che soltanto le percepisca distintamente , opera con 
la sua immaginazione clie prendo il nome di coscienza , di remini- 
scenza , di memoria e di fantasia secondo che per la maggiore , o mi- 
nore intensità ed estensione dell' atlonzion sua distingue pure in allora 
un maggior numero di aggregati più; semplici d'impressioni, che l'assi- 
curano di avere avuta altre volle la stessa serie, e che danno a quella 
che allora si produce 1' aspetlo di nuova sua creazione . Finalmente 
allor([uando fissa la sua attenzione alle impressioni clic, diffuse per mez- 
zo dei nervi sino agli organi del moto, jjroducono i movimenti di que- 
sti , opera con la sua volizione, perchè distinguendo allora le impres- 
sioni , o gli aggregati di essa , da cui hanno origine i moti clie espri- 
mono le sue idee, i suoi seutimanti, e che possono soddisfare le sue 
affezioni e i suoi bisogni, si fa conscia, e può far conscj gli altri 



91 

di ciò che coiùluce a quei tali raovimeuli. Questa volizione prende 
anch'essa divei'si nomi secondo le idee ed i seniimculi diversi dell'ani- 
ma , o secondo gli oggotli dtdle sue affezioni e de' sivà bisogni , e si 
chiama però desiderio, ripugnanza, anrore , odio, amicizia, appetito, 
nausea ec. Non essendo mio oggoiio di dare rjui un trattato di Meiafi'' 
sica, mi limiterò a couchiuderc, che l'attività del cervello sottomessa 
air mfluenza di uu diverso grado di attenzione dell'anima, serva indni- 
tamcute a farci acquistare tante idee complesse, o semplici, e a farci 
manifestare queste, e le tante alfczioni e sentimenti, che ne sono la 
-conseguenza con lauta varietà di moti, senza aver bisogno di conoscere 
e di ammettere altre cause. 

Per dimostrare ora, che nella riproduzione delle impressioni si deb- 
ba naturalmente stabilire un ordine tale, che si riproducano le più con- 
seguenti sei'ie d'idee e di moti, devo avvertire, che tutte Je operazioni 
spirituali finora osservate consistono in ultimo risultato nel percepire 
più o meno distintamente un aggregato d'impressioni contempoianee 
<la ogn' altro, ovvero un' impressione da ogn' altra. Questo è lo stesso di 
dir« ch« consistono esse nel giudizio del rapporto di dissomiglianza, o 
somiglianza tra le impressioni e tra gli aggregati d' impressioni che si 
succedono. Oia siccome gli aggregati d' impressioni conlemporauee pii'i 
o meno numerose, nell'atto di succedersi gli uni agli altri, non posso- 
no, uè devono fare se uon che cambiare la mutua positura degli cle- 
menti constitueuti le nìolecole del cervello già impressionate , si può 
dire francanieute, che il giudizio consista nella percezione di quel mag- 
gior, o minor camljlamcnto , e si può aggiungere soltanto, che sarà più 
o meno distinto a misura, che l'anima presterà pili o meno intensamen- 
te , e lungamente la sua attenzione a quello. Non si cn'da che ciò por- 
tarebbe a concludere che i giudizj d'dle medesime impressioni dovreb- 
bero essere diversi nei diversi individui, e però sovente falsi. 1 cam- 
biamenti nella mutua positura degli elenienll in grazia delle impressioni 
■che .si succedono nel cervello , possono essere di una tUffereuza assolu- 
ta maggiore o minore , secondo la diversa sensibilità degl' individui , e 
la diversa mobilità degli elementi delle molecole loro. Ma la differenza 
relativa sarà sempre nella stessa proporzione in modo , che consistendo 
•i giudizj nel percepire questa differenza relativa, essi saranno sempre 
gli stessi uc' casi slai'.ll , e però retti ancora. 



Non entrerò qui ad esporre, come attendendo al diversi caniLlamen- 
ti prodotti nella mutua positura degli elementi delle molecole nei suc- 
cessivi aggregali d' impressioni contemporanee più o meno numero- 
se, l'anima del)l)a formarsi non solo tulle le sue idee, ma assicurarsi 
dell'esistenza dei corpi, considerare le cause di tulle le sue idee come 
tanti esseri disllnli , decidere del rapporti di somiglianza e dissomi- 
glianza , riconoscere 1 componenti dai composti, le cause dagli effclll , 
e distinguere infine rpielle impressioni che danno origine ai moti coi 
quali esprime le sue idee o sentimenti, e soddisfa a' suoi bisogni e 
desiderj. I Metafisici conoscono certamente , che tutte quelle cognizio- 
ni, e tulli quei movimenti sono il risultalo de'giudlzj nello slesso tempo, 
che sono soltanto nuove percezioni. Condillac tra gli altri disse nella 
sua arte di pensare , che tulle le nostre cognizioni si riducono final- 
mente a farci avere delle idee semplici e complesse. Coli' allo di giu- 
dicare della differenza degli aggregali d' impressioni piìi o meno nume- 
rose vengono distinte e formate le idee, e ciò che risulta, o ciò in 
cui consiste il giudizio è una idea or semplice or complessa. I movimen- 
ti poi sono sempre conseguenti e corrispondenti alle varie idee , o 
percezioni. 

Ma io mi limiterò ad osservare, che in ogni giudizio l'anima presta 
un' attenzione piìi intensa alle impressioni che si succedono , e che 
d' altronde quanto presta più intensamente l' attenzione , tanto rende piìi 
pronte e più facili a reciprocamente riprodursi le impressioni contem- 
poranee , o immedialaniente successive. A misura dunque che l' anima 
presterà la sua attenzione per giudicare dei successivi aggregali d' im- 
pressioni , obbligherà queste a succedersi non indistintamente , ma per 
avere più spesso determinalo ai giudizj in modo , che .si riproduranno 
le serie dei giudizj altre volte a\ uti; e però ancora le serie di determi- 
nazioni aUre volle eseguite. Inoltre ognuno deve facilmente convenire, 
che gli aggregati d'impressioni, che si succedono nel cervello, ai quali 
èorrispondono le idee nell'anima più o meno complesse, non sono sem- 
pre cosiltuiii da impressioni non più prodotte e trasmesse al cervello, 
ma il piii spesso sono varie soltanto per qualche impressione di piìi , o 
di meno, che si comlnna con quelle altre volle avute. Ora se le im- 
pressioni più comuni , come più ripetute , devono essere più marcale , 
e in conseguenza più facili a essere riprodotte, e a riprodurre quelle 



95 

clie altre vohe furono contemporanee, o imniccliatamcute successhc, 
l'anima per lo leggi di corrispondenza tra le iniprcssioui del cervello, 
e le sue percezioni deve pii'i facilnienle e più prontamente percepire e 
distinguere ciò che gli aggregati d'impressioni lianno di comune con 
altri prima ricevuli, in preferenza a ciò che hanno di particolare, e 
dcv' essere inoltre condotta a formare di rpiclli successivi aggregati gli 
stessi gindizj e le stesse determinazioni, e ad esprimere rpielli e ^picite 
con r ordine con cui giudicò, si determinò e si espresse altre volte in 
grazia di quelle comuni impressioni. Essa dunque regolata in questi nuo- 
vi giudizj dai jirecedcntemente falli, esprimerà o formerà ciò che dicesi 
ragionamento, giacche questo, come Lene avvertì il Conddlac, altro 
non e che V effetto dell' attenzione dell' anima determinata -a un nuovo 
giudizio, perche è compreso nei precedentemente falli. 11 cervello perciò 
sottomesso all'atlcnzione dell'anima, deve acquistare l'abitudine di ri- 
produrre le serie d' impressioni a cui corrisponderanno nell' anima le 
serie di gindizj e di ragionamenti, che spesso saranno nuove j ma sem- 
pre tra loro coerenti e dipendenti. 

lo dico sempre che per giudicare Lene, e per acquistare l' ahitudiue 
di riprodurre le serie di retti giudizj , il cervello dcLba essere sotto- 
messo all'attenzione dell'anima. Quantunque gli aggregati d'impressio- 
ni e le impressioni semplici si riproducano reciprocamente a misura 
soliamo, che furono più volte contemporanee o immediatamente suc- 
cessive , pure l'attenzione che sola porta al retti giudizj, fa, che l'asso- 
ciazione e la reciproca riproduzione sia tra le serie dei giudizj e dei 
moti conscguenti, j'inttostochè tra le impressioni indistintamente che so- 
no state contemporanee o successive. Ma appunto perchè queste ultime 
circostanze sono le vere cause della riproduzione , io non esito a ripe- 
tere ciò che scrissi alla pagina 2^5 del citato Saggio che » se mai tro- 
ll vassero alcuni che a questo modo dovrebbero essere più comuni le 
» stravaganti associazioni d' idee e di moti dipendenti dall' abitudine di 
» succedersi, piuttostochè le conseguenti serie nelle quali le idee si 
» risvegllauo le une le altre, in grazia che le impressioni corrispondenti 
» a quelle dei sensorj eccitano quelle corrispondenti alle astratte, o ge- 
)> uerali o composte , alla formazione delle quali ebbero parte ; e que- 
» ste ne rieceitano delle altre particolari, che ne ebbero la slessa parte, 
» io dirò clie si faccia atteuziouc che le simpatie , le antipatie , le ahi- 



9+ 

» tudlui , le passioui regolano la maggior parie delle azioni degli uomi- 
)) ni e delle successive loro idee, e che quelli i quali souo i più conse- 
» guenti nelle cose particolari , a cui fissarono la loro allenzione , sono 
j> egualmente strascinati dall' abitudine e dall' accidentale, per cosi dire, 
» associazione d' idee e di moti in tante altre cose , di modo che lo 
» stesso saggio comparisce il più idiota e il più pregiudicato. » Avrei 
potuto aggiungere, che lo stesso idiota, o sciocco è alle volle capace 
d'una conseguenza superiore a quella d'un dolio e collo in alcune se^ 
rie d'idee, a cui abbia prestata molta attenzione. 

Io sono portalo a pensare che della ragione e della facoltà ragioua'- 
trice , che l' uomo possiede al di sopra d' ogni altro essere vivente , si 
abbia fallo un ente immaginario coli' idolatrarla lanio, coli' attribuirle dei 
poteri sovrani, collo stabilirla un giudice di ulliraa istanza o inappellabile. 
L'inglese dottore Williams in alcune lezioni suU' educazione pubblicate nel 
1789 mi sembra avere colto nel vero, dicendo: » Che l'umana costituzione 
« riceve delle impressioni da tulle le cose che la circondano j che que- 
>i sle impressioni sono conservale , e divengono idee j che queste idee 
» si combinano e si modificano in passioui, in affezioni, in massime 
» generali ed astratte, le quali tutte danno esistenza, autorità e qualità 
» alla ragione, che è un monarca al loro stipendio e se^^i2io, non un 
» sovrano ad esse jure divino.)» 11 fatto è , come il dottore Williams ci 
avverte , che la ragione varia negli uomini secondo la natura delle pas- 
sioni , che predomina in ciascuno, e secondo la >aria maniera, con cui 
le idee sono in ciascuno combinate e modificate in massime generali. 
Questa verità ha fatto dire all'autore della Filosofia della natura: » Che 
>i tutta la morale doveva consistere nel far prendere delle felici abitur 
» dini ai sensi, all' intelletto , alla volontà, e che queste dovevano es- 
» sere le tre basi di 0"ni educazione. » 

Io non pretendo di escludere qualunque norma o criterio che ci pos- 
si assicurare di non aver errato nei nostri giudi.'.] e nelle nostre deter- 
minazioni. Io dimostrerò anzi che questa norma esiste , e che naturalr 
mente si segue: ma sostengo, che il ragionamento non sia questa nor- 
ma. Quelli che insistono a voler conservare questo attributo alla facoltà 
i-agionairice, cadono nella supposizione o delle idee innate, o delle pro- 
posizioni fondamentali riservale conio in deposito nel magazzino della 
ragione di ciascuno, acciocché quali pietre di paragone ne faccia uso 



95 

per dcciJere ài tutto In ultimo appello. Tulio il travajjlio immenso e 
molto oscuro di Kant e de' svioi partigiani consiste nel cercare di stabi- 
lire alcuni piincipi astratti e generali, non innati, ma prodotti natuial- 
mcnle secondo il loro modo di esprimersi, allorclic ogni iudi\iduo cOr 
mincia a ricevere delle impi-essioui o delle idee, con i quali principi poi 
vogliono, che la ragione piu'a possa assicurarsi, e decidere della verità 
de' suoi giiidizj. Per questo l'Opera di quel celebre Filosofo fu iulllola- 
ta- Criterio d"Ila ragione pura. Dietro i prlucipj finora stabiliti mi lusin- 
go di poter meglio determinare la ragione per cui giudichiamo e ope- 
riamo rettamente in determinate circostanze. 

Prima però di parlare della norma a cui io penso , che siamo na- 
turalnieute disposti ad attenersi, e prima di esporre le direzioni che 
tlovrebboro tenere gl'istitutori della gioventù, devo far rivoglicre l' at- 
tenzione a due cose suggerite dalla stessa costituzione fisica del cenel- 
lo, e confermate dai fatti osservati nei progressi i piìi spontanei della 
civilizzazione della società, o della cultura de' fanciidli. L' una e, che il 
giudicare rettamente de' complessi d' impressioni contemporanee piìx nu- 
merose , e r esprimerli o 1" operare conseguentemente ad essi giudizj sia 
più facile e più sicuro, che il giudicare dei complessi piìi semplici, e 
delle impressioni semplici. L' altra che il giudizio delle impressioni in 
complesso , e le operazioni conseguenti a que' giudizj , ha sempre pre- 
ceduto la percezione distinta di quelle stesse impressioni, a cui corri- 
spondono le idee astratte, genei'ali, e comuni che servono di base ai 
ragionamenti per farci conscj , e atti a render conscj gli altri della ret- 
titudine de' giudizj , e della saviezza delle determinazioni. Queste due 
proposizioni formano il soggetto della 

Parte Seconda. 

E noto per mezzo dell' Anatomia che il cervello nell' uomo soprattut- 
to sia come il centro di tutte le fibre nervoso distinte in quelle che 
più esposte alle azioni dei corpi esterni ricevono le impressioni per dif- 
fonderle sino al cervello, e in quelle che penetrando l'intimo tessuto 
degli organi del moto, diffondono in questi le impressioni del cervello, e 
producono i varj loro movimenti. Il cervello adiaique deve essere ia 
uecessiià di ricevere e di tramandare ad ogui isiautc per varie direzioni 



96 

molte impressioni, come deve cambiare contlnuamcnle , e con la massi- 
jua rapidità rpicllc medesime contemporanee impressioni che riceve e 
tramanda tanto per la vitalità che rimette prontamente le molecole dal 
perturLamcnto o dall' impressione , quanto per la proprietà che possie- 
de di riprodurre ad ogni impressione nuovamente diffusa sino ad esso 
quelle che altre volte furono contemporanee o successive. E manifesto 
parimenti da molte osservazioni, che il noi o l'anima porta con molta 
rapidità la sua attenzione da un'impressione all'altra in modo, che per- 
cepisce quasi ad un tratto tutte le contemporanee, e rende ancora con- 
temporanee le sue percezioni coi movimenti stessi con cui le esprime, 
con cui soddisfa a' suoi dcsiderj , e con cui eseguisce le sue determi- 
nazioni. Chiunque avrà osservalo attentamente la rapida successione delle 
idee e de' moti conseguenti nei fanciulli, e iu tutti quelli che applica- 
no un poco Intensamente la loro attenzione alle successive impressioni 
del loro cervello , dirà certamente , clie essi passano rapidamente da un 
ocnfetto all' altro , sia di quelli che onerano nell' istante nei loro seu- 
.sor), sia di quelli clie altre volte associarono le loro impressioni con 
quelle degli oggetti presenti; e troverà, che essi provano ima sonmia 
difficoltà neir arrestarsi a percepire distintamente 'la somiglianza o la dif- 
ferenza dei varj aggregati d' Impressioni , che ricevono , e che si ripro- 
ducono nel cervello. 

Una moltlpllce coesistenza dunque d'impressioni nel cervello, e una 
somma prontezza dell' anima a percepirle ad un tratto , è più natural- 
mente conveniente all'uno e all'altro, che il predominio d'una sola im- 
pressione nel cervello, o l' intensa attenzione dell'anima necessaria a di- 
stinguere tra loro le diverse impressioni contemporanee. Quindi è , che 
neir esaminare l' origine dello nostre cognizioni non conviene osservare 
come dalle Idee semplici sieno formate le complesse, ma come dopo ave- 
re distinte e formate le complesse, si passi a distinguere, e formare le 
più semplici. Si giudica certamente della distanza di due corpi senza 
avere conosciuto o prima di avere conosciuto, che 11 giudizio dipenda 
dalla nota loro grandezza , e dalla nota forza , con cui quel corpi pos- 
60UO trasmettere ai nostri occhi i loro colori, molto più che dall'ango- 
lo diverso formato dai due assi ottici, allorché s'incontrano ad un punto 
della superficie dell' un corpo e dell' altro. Una superfìcie difattl pia- 
na , diversamente ombreggiala nei suoi colori viene giudicata assoluta- 



97 

mente un aggregato di corpi posti a diversa distanza con tanta sicurez- 
za, che spesso senza il tallo non gindlchcressiino aliiinicuti. Parlando 
poi dei movimenti prodolli in grazia di iiu giudizio o di una delcrini- 
nazione, ognuno può accorgersi di fare dei movimenti complicaiissinii 
adattati all'esecuzione di quelle dcternilnazionl, senza conoscere, o pri- 
ma di conoscere il uuuiero e la natura delle cause determinanti ognu- 
no di que' movimenti dai quali risultano. 

E poi: certo , che la sola viva immaginazione , e pronta riproduzione 
dell' impressione negli uomini dei tempi rozzi non regolata o moderata 
dall' educazione e dall' esperienza doveva impedire , ed ha impedito iu 
fatto, che essi limitassero l'attenzione a poche, e molto meno ad una 
impressione sola trasmossa e prodotta nel cervello. Difatti , conre Lene 
osserva il celchre Adamo Sinlili nella sua dissertazione SulT origine del 
linguaggio-, abbenchè iu quc'primi tempi gli uomini avessero distinte le 
qualità degli oggetti o le loro rclazioui, espressero però queste e quelle 
sempre in concreto con 1' oggetto medesimo j le espressero cioè o* vallan- 
do la desinenza soltanto del nome dell'oggetto, o usando parole che 
non avevano signlticato. fisso, se non erano usale insieme col nome de- 
gli oggetti. Nallo prime lingue in luogo di articoli defuiili o indefiniti , 
e iu luogo di verbi ausiliarj , coi quali sono ora espresse molle rela- 
zioni o circostanze degli oggetti, allro non si usava, che una varia de- 
sinenza dello parole , con cui era nominalo l' oggetto o il suo attributo, 
I nomi di qualità erano sul principio semplici addiettlvi, cìie non ave- 
vano una significazione precisa , se non usati col nome degli oggetti, e 
solo nelle lingue moderne , e non iu tulle , o almeno non per tutte le 
qualità furono trovate le parole che esprimono da sé le qualità, come 
nomi sostantivi , o significanti da per se precisamente una C[ualc!ie co- 
sa. Bello e grande si usava molto prima, che bellezza e grandezza. Lo 
stesso si osserva delle parole esprimenti le relazioni : sopra e sotto fu- 
rono parole usate prima di superiorità ed inferiorità. Quanto ai fan- 
cuilli essi arrivano, come dirò qui appresso, a distinguere le varie im- 
pressioni che prima percepixauo iu complesso, quando col crescere 
dell'età perdono alquanto di quflla somma mobilità degli elementi, che 
rende cosi facilmonte impressionabili le fibre nervose , o quando la nuil- 
tiphcità del successivi cambiamenti a cui soggiacerebbero le impressio- 
ni per effetto della riproduzione delle già avute , determina l' anima a 

i3 



9» 

un'attenzione piìi intensa, mentre obbliga i successivi cambiamenti a 
una progressione più lenta. 

Ma per provare ora , che i giudizj dei complessi d' impressioni più 
numerose debbano essere più sicuri e più facili, che i giudizj degli ag- 
gregati più semplici , o delle impressioni sempbci, si avverta che quanto 
più numerose saranno le impressioni contemporanee , tanto più vario sa- 
rà lo stato del cervello relativamente alla mutua positura degli elementi 
delle sue molecole: e il cambiamento instantaneo di un maggior nume- 
ro d' impressioni in un altro complesso di esse , produrrà una maggiore 
varietà nello stato del cervello, di quello che l' instantaneo cambia- 
mento di poche o di una sola impressione. Quindi il noi , o 1' anima 
stessa distinguerà più facilmente il cambiamento dello stato del cervello 
allorché si succederanno de' complessi più numerosi di quelle, che quan- 
do ne succederanno di meu numerosi, o quando succederanno impres- 
sioni semplici; ossia giudicherà più facilmente nel primo caso, che nel 
secondo. Ogni poco che si faccia attenzione alla fìsonomia di due per- 
sone, quando siano pure dello stesso paese, della stessa famiglia, ed ab- 
biano ricevnta la stessa educazione , sempre si distinguono fra di loro : 
ma volendo esaminare separatamente le diverse parti costituenti le fìso- 
nomie loro , riesce diffìcile il determinare in che consista ciò che ne 
fa la differenza. Questa proposizione è vera in tutta la sua estensione; 
perchè i fanciulli e le persone meno abituate ad analizzare le loro sen- 
sazioni , parlano di corpi , di sostanze , di fatti , in una parola d' idee 
che risultano dal complesso di varie impressioni contemporanee arrivate 
al cervello , e quantunque non abbiano mai percepito , o distinto il nu- 
mero, e la natura di quelle particolari impressioni a cui corrispon- 
dono quelle idee, pure non prendono mai una cosa per un'altra, men- 
tre i più dotti ed i pili avvezzi ad analizzare le loro sensazioni , vo- 
lendo giudicare dopo una rigorosa analisi si trovano il più delle vol- 
te imbarazzati nel confrontare fatti con fatti , sostanze con sostanze , e 
spesso si riducono a non sapere , perchè si distinguano tra loro. Io non 
dirò a questo proposito, che dopo avere tanto questionato sulla natura 
degli esseri incorporei e corporei , l' ultimo risultato sia stalo , che tan- 
to fosse ammettere nn essere incorporeo, che operi, e resista all' azione 
di un altro , quanio anuneltere un essere corporeo capace di nuiovere , 
e d' esser mosso , di modo che quei Doni non sapevano più , se fosse- 



99 

ro gli uni dagli altri distinti: ma dirò Lene, che i Naturalisti i quali 
vollero fissare alcuni caratteri per determinare il genere e la spezie dei 
varj corpi, e per accpiisiare la prontezza di distinguerli e di nominarli, 
sono spesso più imbarazzati a rendersi persuasi della loro differenza , che 
gì' idioti i quali sogliono esaminare i loro caratteri sempre in complesso, 
senza darsi la pena di formarsi un' idea chiara di essi in paiiicolare. E 
non vi fu uu tempo in cui i Metafisici ed i Fisici stessi, cercando sem- 
pre più di analizzare le loro idee per rendersi ragione di tutto non sa- 
pevano, se realmente i corpi si movessero , se i corpi esistessero, e per 
iluo se esistessero essi medesimi che sentivano ed analizzavano le loro 
sensazioni ? 

Potendo dedurre dal fin qui detto , che l' anima attendendo agli ag- 
gregati d' impressioni più numerose possa giudicare di essi rettamente , 
e determinarsi in conseguenza , non che ben esprimere i giudizj , ed 
eseguire le determinazioni, sarà facile il rendere ragione di (juella ca- 
pacità che hanno alcuni , e che si dice buon senso naturale. Questo 
buon senso naturale, che portato ad un allo grado di energia si chia- 
ma genio, si sviluppa, e si manifesta piìi facilmente negli argomenti com- 
plicati, come sono quelli di Politica, di Morale, di Commercio, e si 
osserva ancora nclV arte della guerra , e nell' esercizio pratico della Me- 
dicina, nelle quali circostanze tutte non tanto imporla il conoscere i 
rapporti delle idee semplici, quanto è necess.irio di percepire , e giudica- 
re dei complessi di esse ad un tratto. La conuine opinione, che iu 
questi casi non vi voglia teoria, nin pratica, e certamente giusta sotto 
questo punto di vista, che non basta cioè svoglierc cou l'osservazione, 
e distinguere que' principj generali , che servono a compendiare le no- 
stre cognizioni, e a rendere ragione dei casi particolari, nel che consi- 
ste la teoria ; ma che conviene più di tutto abituarsi a conoscere , e 
percepire ad un trailo lulti i rapporti delle idee più complesse. 

Per questo al grandi analizzatori delle idee, e ai Teorici sommi di Po- 
litica, di Morale, di Commercio, di Medicina, o della stessa arte della 
guerra, questi uomini di buon senso naturale , o di genio sombrano igno- 
ranti , perchè non lianno c'iob abbastanza analizzate le loro idee per di- 
stinguere i principj semplici e geuerali , die li dirigono, e per espri- 
mere tutte le conseguenti serie di giudizj e determinazioni loro, o fi- 
nalmente perchè limitali a quelle idee uou mostrano lo stesso buon scn- 



roo 

so in alili oggetti, o in altre circostanze, quantunque siano le piìi ov- 
vie e comuni. Ma a torto si disprezzano quelli che possiedono que- 
sto buon senso naturale , e che operano dietro i suoi giudizj , mentre 
quand'anche le loro idee siano meno distinte, sanno i Metafisici, che 
quelle sono piìi sensibili e più familiari, e che gli oggetti della no- 
stra conservazione, e la scienza del ben vivere, non esigono cognizioni 
pili esatte. 

La conseguenza poi diretta che dall' esistenza di questo buon senso 
naturale si deve tirare, è un fatto ceito : molti uomini cioè giudicano, 
ed operano giustamente, senza che percepiscano distintamente , o sappia- 
no esprimere tiute le serie di giudizj , che conducendoli a quelle ulti- 
me decisioni ed operazioni, possono render conscj , e alti a far conscj 
gli altri della rettitudine di quelle , e della giusta corrispondenza di que- 
ste. Abbencliè ciò possa sorprendere al primo aspetto , si osservi però 
che tutti gli uomini , e i fanciulli stessi dal momento , che possono fis- 
sare dei nomi alle cose o alle loro idee, parlano^ e che quando parlano 
hanno giudicato, ragionato, e aviuo una delerminazione , perchè han- 
no distinto un' idea dall' altra , hanno attribuito a ciascuna un nome pro- 
prio, e sanno applicare le modificazioni del linguaggio visate in alcune 
occasioni, O'^mi qualvolta loro si presentano occasioni simili. In oltre 
quando i fancivdh hanno potuto distinguere le cose a segno di fissare 
loro dei nomi , essi parlano ed esprimono i giudizj ed i ragionamenti già 
fatti sui corpi , sulle sostanze , sui fatti con molta sicurezza, senza avere 
percepito distintamente il numero e. la natura di quelle impressioni che 
li costituiscono. E quanti nuovi giudizj e ragionamenti non devono ave- 
re falli, e fare i fanciulli, quando sono abituati a parlare la sola lingua 
del proprio paese, e a servirsene in tante varietà di circostanze, nelle 
quali non ripetono le frasi che altre volle hanno sentite? E non è cer- 
to che tutti gli uomini osservano le regole grammaticali nella loro liu- 
"ua naturale, e in tutte quelle a cui hauno cominciato ad abituarsi, e 
che quando mai fallano , il piìi delle volte è per l' eccezioni che vi so- 
no alle regole , di quello che per non seguire queste naturalmente ? 
Quanti retti giudizj e quante conseguenti determinazioni non sono fat- 
te, o non sono eseguile dai fanciulli a misura , che si lasciano in libertà 
di ricevere , e di percepire un maggior numero d' aggregali d' impres- 
sioni , e di avere in conseguenza un maggior numero d' idee e di giù- 



dizj col mftzzo della conversazione con altri iioiiiini, senza che in tutù i 
casi quelli sappiano, o possano ricorrere alle regole, o ai principj ge- 
nerali, nei quali sono compresi , o con i quali potrcTljbero convincere 
molli altri della rettitudine dei medesimi ? 

Osserverò a questo proposito essere considerato cte la ragione , o la 
facoltà ragionatricc si sviluppi, ed operi nei fanciulli, allorché sono ar- 
rivati a una certa età. Ciò è vero in un certo senso, ma merita però di 
essere attentamente esaminato. I fanciulli arrivati a ima certa età non 
ftequistauo un'attitudine di ben giudicare ed operare, che prima non 
avevano, o l'attitudine di giudicare ed operare rettamente in ogni co- 
sa. Ma i fanciulli non possono ragionare, che arrivati a una certa età, 
perche senza avere più volte ripetuti gli stessi o simili giudizj , non pos- 
sono percepire distintamente che i nuovi giudizj sieno compresi nei pre- 
cedenti , o che li comprendano ; e non possono formare dei giudizj co- 
muni altrettante percezioni astratte, con cui prestare fiducia, e esprime- 
re con distinzione i giudizj particolari. Ora con simili progressi soltanto 
divengono i fanciulli conscj , o atti a render conscj gli altri della retti- 
tudine de' loro giudizj e delle loro determinazioni, cioè a dire diven- 
gono ragionatori. ]Ma per provare all'ultima evidenza, che si giudica ret- 
lameute , e che si opera conseguentemente prima o senza poter sempre 
esserne conscj e rcndo^r conscj gli altri, })asta riflettere, che la formazione 
delle regole, o la distinta percezione di quelle proposizioni o di que' giu- 
dizj asiiatti e generali , che sono la base e la norma de' nostri ragiona- 
menti, non ha mai preceduto, ne precede in alcuno la formazione dei 
retti ragionamenti e delle conseguenti operazioni. 

Ilo detto, che per la fisica costituzione del nostro cervello, e per le 
leggi di corrispondenza fra le impressioni sue e le idee dell' anima , le 
impressioni più comuni a diversi aggregati , devono essere più pronte a 
riprodurre le serie altre vohe contemporanee, o immediatamente succes- 
sive, e che per esse impressioni comuni 1' anima deve essere condotta a 
formare gli stessi o slniili giudizj e determinazioni, e ad esprimere quelli, 
ed eseguire queste con gli stessi o slmili movimenti , prima di aver bene 
distinto quello idee o giudizj comuni, che la dirigono slmilmente nei 
casi simili. Dando un' occlilata filosofica ai progressi dello spirito umano 
lu ogni genere di coltura, risulta costantemente, che questa abitudine 
del cervello a riprodurre dieCro le impressioni più comuni quelle serie 



loa 



Cile altre volte le seguitarono, fece i primi passi, e che la distinzione dei 
giudizj generali servi soltanto in seguito a rendere più sicuri e più ra- 
pidi i progressi. Per quella abitudine certamente i primi nomi sostantivi, 
a riserva di quelli d' uomini Pietro , Paolo ec. , furono nomi generali , 
denotanti classi e generi , e non individui. Albero , riviera , caverna era- 
no i nomi di tutti gli alberi , di tutte le riviere e di tutte le caverne ; 
e quelli che non conoscevano il fiume vicino , che per un nome pro- 
prio, davano lo stesso nome a tutti i fiumi che incontravano altrove. 
L' <)rigine di questi nomi generali sembrava misteriosa alf ingegnoso ed 
eloquente Rousseau, ma non sarà cosi considerata da quelli che legge- 
ranno ciò che ne dicono i celebri dottori Smith nella citata Disserta- 
zione sul linguaggio , e Blair nelle sue Lezioni di rettorica , e di belle 
lettere. Se noi , dice Smith , potessimo supporre così ignorante qualche- 
duno che abita lungo il Tamigi, sino a non sapere il nome generale di 
riviera , ma solo quello di Tamigi , trovaressimo , che esso chiamerebbe 
con questo proprio nome ogn' altra riviera che vedesse , come qualun- 
que Inglese che voglia descrivere una gran riviera ossei-vata in altro 
paese , dice che è un altro Tamigi. AH' opposto , aggiunge egli , di aver 
conosciuto un villano che non aveva chiamala la riviera del suo paese 
con altro nome, se non con questo generale, e che ricercato come 
fosse chiamata quella riviera, rispose di non aver mai sentito a chiamar- 
la con altro nome , che con quello di riviera. Il Blair assicura che non 
deve esser immaginato, che i nomi generali siano nati da ciò che gli uo- 
mini abbiano già astratto quello che gli oggetti hanno di particolare per 
fissare la loro attenzione a ciò che hanno di comune , e che dietro a quel 
travaglio abbiano formata l' idea generale ed astratta di una classe di 
esseri, per cui sia stalo inoltre inventato un nome corrispondente. Nac- 
quero , die' egh , questi nomi , e si applicarono a tutta la classe , perchè 
alla vista di differenti oggetti fa pai colpo ciò che essi hanno di comu- 
ne , di quello che ciò che hanno di proprio , o di particolare , e que- 
sto perchè l'impressione che essi producono in comune è pili ripe- 
tuta , viene rappresentala più vivamente all' anima , ed aurae più la sua 
attenzione, in modo che non si rimarcano subito le differenze. Suc- 
cede lo stesso ai fanciulli che cominciano a parlare. Questi danno pa- 
rimenti lo stesso nome a tutti gli o.'ji^eiil dui qiiali ricevono una qual- 
che impressione comune, e in seguito vanno a poco a poco rimar- 



io5 

candone le differenze, e fissano dei uonii proprj agli oggetti parti- 
colari. 

Ma dalla stessa disposizione a rimarcare le impressioni più comuni 
nei successivi aggregati d' impressioni , e per questa maggior prontezza a 
riprodurre in conseguenza quelle serie a cui corrispondono le idee ed 
i moti clic successero altre volte a quelle , nacque il parlare figurato. 
Al primo esame s' incliuarebbe a pensare , che le figure ed i uopi sia- 
no raffinamenti del discorso prodotti nei più avanzati periodi della so- 
cietà, in grazia di essere piìr estesa e più coltivata la facoltà di espri- 
mere tutte le produzioni delle proprie idee. Ma a ben considerare ciò, 
è manifesto che quelle figure e quei tropi devono la loro origine alle 
necessarie circostanze de' primi tempi della società , ne' quali o non erano 
rimarcale subito tutte cpielle differenze degli oggetti, o mancavano i ter- 
mini per esprimere tutte le idee che potevano indurre a cercare nuove 
parole , mentre al presente che le lingue moderne sono più arricchite 
di parole , i tropi e le figure sono come un accessorio alto soltanto ad 
allettare , e ad attirare l' attenzione per la grazia e dignità che danno 
al discorso, e per la rappresentazione di due idee nello stesso tempo, 
r idea principale cioè , e 1' accessoria. Mancando nei primordi della so- 
cietà i nomi proprj a molti oggetti è facile l' immaginarsi, che gli uomi- 
ni adoperassero non solo lo stesso nome per molti di essi , ma die 
esprimessero le loro idee con paragoni , con allusioni , con metafore ; e 
non avendo nomi particolari che per gli oggetti materiali, a parlare dei 
quali quei primi uomini più erano in necessità, è facile l'intendere, 
che dovessero adoperare gli stessi nomi per esprimere le loro emozio- 
ni, e le idee intellettuali, servendosi di quclh delle idee così dette ma- 
teriali , che più avevano relazione con queste intellettuali, o che più po- 
tevano in certo modo renderle sensibili. Ma può confermare questa ve- 
rità r osservazione seguente. Siccome per mancanza di avci-e distinto la 
idea generale, e di avere inventato un termine generale adattalo ad es- 
sa sola, quello che non conosce per riviera, che il Tamigi, chiamerebbe 
Tamigi ogni riviera che gli eccita un'idea simile, così si chiamò, e si 
chiama Ciceroue ogni grande oratore, e Alessandro ogni gran guerriero. 
In oltre lune le hngue dei primi e rozzi tempi delle società sono piene 
di figure, sono iperboliche e pittoresche al sommo grado. La lingua 
Slessa americana dei paesi situali pure al settentrione , come quella de- 



io4 

gli Iiocliesi o Illinesi è metaforica e figurata all' eccesso , ed è rimarca- 
tile per lo stile enfatico , conosciuto sotto il nome di stile orientale. 
L'immaginazione e le passioni più vive dei primi tempi, o dei tempi 
rozzi delle società devono aver contribuito molto a rendere il liniruasaio 

o OD 

di quegli uomini esagerato e iperbolico. Essi non ancora informati del 
corso ordinario delle cose , dovevano sempre considerare gli oggetti tut- 
ti come nuovi e strani j ed essi non avendo ancora imparato con l'espe-' 
rienza , che dovevano frenare l'immaginazione e le passioni per opera- 
re propriamente ed utilmente, non potevano nemmeno prestare grande at^ 
tenzione nel proporzionare 1' espressione all' idea, e soprattutto nel distin- 
guere la differenza tra 1' idea nuova e la simile , del cui nome si senti- 
vano già disposti naturalmente a valersi. Sempre dunque è vero che l'ef- 
fetto dipendeva dalla naturale disposizione a rimarcare nei successivi ag- 
gregati d' impressioni ciò che essi hanno di comune in preferenza a 
ciò che essi hanno di proprio , e dalla somma prontezza a riprodurre 
le serie d' impressioni , a cui corrispondono le idee ed i moti che altre 
volte successero a quelle comuni impressioni. Succede lo stesso ai fan- 
ciulli che non hanno ancora appresi tutti i termini della lingua, e che 
possiedono le passioni vive e 1' immaginazione fervida. Essi usano spes- 
so lo stile metaforico e figurato , ed esprimono talvolta le loro idee 
con pitture nuove. Quindi nell' età giovanile, piìi che in altra età è fa- 
cile il parlare e scrivere con la libertà poetica , piuttosto che con la 
precisione filosofica , come sembra che nei diversi periodi della società 
sia stata sempre anteriore la poesia alla prosa. 

Por la stessa naturale associazione delle impressioni in grazia delle co- 
muni a molti aggregati , le qualità e le relazioni simili degli oggetti 
diversi furono sul principio della civilizzazione espresse non solo in con- 
creto, come dissi poc'anzi, ma lo furono costantemente, o col modifi- 
care nello stesso modo la desinenza dei nomi degli oggetti , o coli' usa- 
re certamente alle stesse occasioni le medesime parole. Il genere, il nu- 
mero , il caso esorimouo attributi o relazioni in tanti oggetti , e si 
espressero per tutti nello stesso modo. E osservabile difalti , che nelle 
prime lingue questi attributi o queste relazioni erano espresse per una 
somigliante desinenza dei nomi proprj degli oggetti , e che per la stes- 
sa ragione il tempo , il modo , il numero e la persona che sono cir- 
costanze slmili modilicauli le qualità attribuite agli oggetti col mezzo dei 



100 



verLi , erano espresse colla stessa variazione nella desinenza della pai ola 
primitiva cornspondenie alle qualità, o all' attribuzione. Quindi le lingue 
primitive o le lingue madri sono composte di pochi radicali i quali va- 
riando uelle loro desinenze, manifestano il genere, il numero, il caso par- 
lando del nome degli oggetti, ed esprimono il modo , il tempo , il nu- 
mero e la persona, trattandosi, del verbi e delle parole corrispondenti 
a un'attribuzione d'un oggetto, o ad una affermazione. La lingua greca 
ha soltanto Ireceulo radicali circa, ma con le variate desinenze del no- 
me sostantivo esprime tre numeri singolare, duale, plurale, cinque casi 
per ogni numero, e tre generi, ciascuno de' quali ha tre numeri e 
cinque casi, e quindi può essa lingua esprimere con un solo radica- 
le quarantacinque tra qualità e relazioni dello stesso oggetto. Conside- 
rando poi i varj modi d' un verbo , i varj tempi d' ogni modo , i tre 
numeri d' ogni tempo e le tre persone d' ogni numero , si troverà risul- 
tare un numero maggiore ancora di qualità, di relazioni, di circostanze 
di un oggetto espresse col variare la sola desinenza del verbo radicale. 
Ora essendo simili in tutti gli oggetti e in tutte le attribuzioni ad un og- 
getto queste qualità, queste relazioni, queste circostanze, le impressio- 
ni die pur sono simili nelle fibre del cervello , dovevano riprodurre 
r idea simile altre volte avuta , e le serie di idee e di moli che allora 
successero, e quindi quelle qualità, relazioni e circostanze do\c\ano 
essere espresse colle stesse variazioni nella desinenza della parola radi- 
cale, o almeno colle stesse parole corrispondenti alla stessa qualità , re- 
lazione e circostanza degli altri oggetti. Da questa sola generale e co- 
slaute disposizione risultarono quelle uniformi declinazioni del nomi , 
delle conjugazioni de' verbi che in seguito alcuni osservatori attenti di- 
_stinsero, distribuirono in classi, e fecero conoscere come regole gene- 
rali atte ad agevolare lo studio della lingua o 1' arte del parlare , e ri- 
sultò ancora, che quantunque i nomi radicali e le desinenze variiuo nel- 
le diverse lingue , le regole però nelle declinazioni e conjugazioni sia- 
no comuni e coslanti in tutti;, di mudo che costituiscono ciò che vien 
dello Grammatica generale. 

Io farò poi rifleiiere a questo proposilo che la distinzione o formazio- 
ne di molte regole grammaticali, non è tanto dovuta alla circostanza di 
esprimere siiuihnente le percezioni simili a cui furono strascinati i pri- 
ini uomini , quanto alla moliipUcllà delle qualità doUc relazioni , e del- 

i4 



to6 

le circostanze clic gli uomini scoprirono e scoprono tutto giorao ne- 
gli oggetti , o tra gli oggetti. Questa moltiplicità non poteva più per- , 
mettere , clic tutte fossero espresse con la sola variazione nella desinen- 
za della parola radicale , ma nemmeno coi soli addiettlvi e preposizioni 
che erano soltanto usate in concreto col nome sostantivo , perchè in 
concreto pure le idee stesse erano allora pres itate all' anima. La mol- 
tiplicità producendo un imbarazzo , o una difficoltà nell' esecuzione del- 
ie determinazioni, fece che l'anima vi prestasse maggior attenzione, e 
r intensità maggiore di questa doveva far distinguere e considerare se- 
paratamente r idea della qualità , della relazione e delle circostanze 
dall idea dell'oggetto, e doveva far trovare le parole che esprimessero 
quelle idee indipendentemente da quest' ultima. Da essa moltiplicità do- 
vevano maggiormente essere imbarazzati quelli che oltre 'a lingua propria 
volevano, o dovevano apprendere qualche lingua forastiera, come suc- 
cesse ai barbari che veunero ad occupare le parti più colte dell' Euro- 
pa , ed al Turchi che divennero padroni della Grecia e di Costantino- 
poli. Nacquero allora le lingue moderne o le lingue figlie, nelle quali 
in luogo di seguitare a variare le desinenze ad ogni radicale, furono 
inventati gli articoli, moltiplicati i pronomi e le preposizioni, introdot- 
to ed esteso l' uso de' verbi ausiliarj , in modo che senza tante declina- 
zioni de' nomi, e tante conjngazloni dei verbi, fu adoperato il solo ra- 
dicale del nome o del verbo , e fu distinto il genere , il numero e il 
caso de' nomi , il modo, il tempu, il uumero e la persona dei verbi 
con articoli, con pronomi, con preposizioni e con verbi ausiliarj. Quin- 
di le lingue figlie, a misura che si perfezionarono, o che furono le ul- 
time prodotte, hanno aggiunto un maggior numero di voci che esprimo- 
no isolatamente un maggior numero di qualità, di relazioni degli oggetti^ 
e di circostanze delle affermazioni o attribuzioni loro , con le quali voci 
le esprimono tutte senza variare la desinenza del radicale del nome e 
del verbo. Le parole furono accresciute di numero , il discorso divenne 
più prolisso, furono usate più parole per esprimere lo stesso numero 
di idee , ma divennero plìi senipllci la sintassi , le declinazioni e le 
conjugazioni. Si osserva perciò che la lingua greca è meno ricca in 
termini radicali di tutte le altre colte, ma che abbonda di un maggior 
numero di modificazioni della stessa parola. La latina è più semplice 
avendo abbandonato il numero (i'-i^'l^ ^^^i nomi e nei verbi, ed espri- 



107 

mendo il modo ottaùvo dei verbi con la sola parola utinam: ma essa è 
più abljoiidaiiie della j^reca iu preposizioni e pronomi. La lingua fran- 
cese composta dalla latina e dalla franca, e l'italiana composta dalla 
latina e dalla lombarda divennero più composte di voci, ma più sem- 
plici nelle declinazioni e conjui^'azioni , supplendo alle varie desinenze 
per li nomi e per li verbi con articoli, con preposizioni, con pronomi, 
e con verbi ausiliarj. La lingua inglese che è l'ultima derivala tlal fran- 
cese e dall' aulico sassone , è più complicala di tutte nel numero del- 
le parole; ma e la piìi semplice nelle declinazioni e nelle conjugazionl, 
iu modo che comparisce 1' ultimo risultato delle astrazioni e delle con- 
siderazioni distinte e separale dalle idee più semplici. Tulle le cpialith, 
tutte le relazioni, tutte le circostanze sono espresse con preposizioni, e 
con verbi ausiliarj aggiunti alla voce radicale del nome e del verbo. Il 
genere mascolino, o femminino non appartiene , die alle cose animate , 
il neutro a tulle le alirc : gli addlcllivi in tutti i generi, e nmneri, a 
casi sono indeclinabili, perchè le rpialiià sono sempre le stesse in tutte 
cpicUe circostanze, o rebizioni degli oggetti. Tutto cpicsto è prodotto 
certamente da una maggior attenzione ai complessi di idee contempora- 
nee ; ma, a ben considerarle, è ilnalmente prodotto dall'avere distinto 
un maggior numero d'impressioni comuni, o una maggiore generalità 
di aleune impressioni, per citi' devono essere riprodotte con più pron- 
tezza , e con più frequenza quelle impressioni clie loro successero altre 
volte , e r anima pure de\ e formare più cosianiemeutc gli stessi giudizi , 
ed esprimerli allo stesso modo, allorquando vengono formate nel cer- 
vello delle impressioni appartenenti ai medesimi complessi altre volte 
immediatamente successivi. 

Ma per la stessa disposizione naturale del cervello di riprodurre più 
vivamente le impressioni comuni a pili aggregati di esse, e le serie di 
quelle che successero altre volte alle comuni, e per la corrispondente 
disposizione dell' anima di esprimere le id'.'c simili con inez/.i slmili , i 
primi uomini espressero in iscritto le loro idee prima con pitiurc, co- 
me fu osservato ancora nell' America al momento , che fu scoperta : in- 
di sono stali aggiunti i geroglifici e simboli che rappresentavano quel- 
le pitture in ablireviature , e le idee in ielle liliali, e gli oggetti invisibili 
per r analogia e rassomiglianza con i visibili. Simili geroglifici sono 
stati couservali per mollo tempo dai Sacerdoti egizj, quantunque comiL- 



nemente fosse semplificala e perfezionala la maulera Jl scrìvere. Forse 
volevano essi parlare e scrivere misterlosamcute sulle materie religiose, 
lu seguito gli uomiui usarono 1 segni arLlirarj, abbreviature ancora mag- 
giori dei geroglifici e delle pitture , ciascuno dei quali segui esprime- 
va una idea particolare. Questo uso è conservato ancora alla China, e 
nei paesi circonvicini, le lingue del quali hanno per lo meno -joooo 
segui diversi che esigono a impararli 1' occupazione di quasi tutta la vi- 
ta. L' imbarazzo finalmente prodotto da questa maniera di scrivere per la 
moltlpllcità dei segni che dovevano appunto crescere a misura che era- 
no accresciute le idee, attirò una attenzione più intensa, e fece osser- 
vare che ogni parola pronunziala ed esprimente una idea risultava dalla 
combinazione dei pochi suoni articolati, nei quali la voce poteva essere 
modulata. Quindi furono fissati i segni corrispondenti ad ogni suono 
articolato diverso , e col combinare diversamente questi sogni fu espo- 
sto lu iscritto 11 segno della parola, da cui gli altri dovc\ano rilevare 
1' Idea espressa. Forse prima di arrivare a questa perfezione inventarono 
alcuni segni per le sillabe , come vien detto usarsi lu Etiopia , e in al- 
cuni paesi dell' Asia , e come usano quel che scrivono ciò che iiu ora- 
tore dice a viva voce. L' ulllmo grado di perfezione, o T invenzione del- 
le lettere dell' alfabeto, che esprimendo 1 varj suoni della voce sono 
divenute comuni a malte lingue, e sopraltuito alle viventi colte, fece, 
che 1 segni per csprimei-e le idee siano molto minorati di numero , ma 
che ogni idea sia espressa con una complicazione di segni , e non più 
con un solo segno proprio. Nella sopraccitata Dissertazione di Smith, e 
nelle Lezioni di Rettorica e belle Lettere di Blair viene con più esat- 
tezza descritta la progressione naturale di questi perfezionamcutl dell' ar- 
te del parlare e dello scrivere , e da queste Opere meglio si dedurrà , 
se non m' inganno di mollo , la verità della mia proposizione, che siamo 
cioè naturalmente disposti a giudicare ed operare rettamente prima di 
percepire distintamente le massime e 1 giudizj generali , che servono in 
seguito di base e di prova alla rena concatenazione di essi giudizj e de- 
terminazioni. Convicn certamente che gli uomini abbiano parlato non 
solo con queste regole di Grammatica, ma con tulle quello di Rettori- 
ca, prima di avere conosciuta la loro geucralllà che in seguito ha faci- 
litato lo studio e r uso della parola. 

Può iuoltre essere osservato che sono parlali alcuni dialetti come 



il veneziano con tutte le regolarità, e con molta grazia ed energia sen- 
za che esistano Grammatica e precettori, e spesso senza che quelli 
che li parlano , abbiano mal conosciuta la Grammatica di alcuna lin- 
gua. 

Io mi sono esteso forse un poco troppo in questo argomento , e mi 
sono limitalo a prendere per esempio i soli giudi/,] sulla somiglianza e 
dissomiglianza delle impressioni e le sole determinazioni per cui sono 
espressi quei giudizj in parole. Ma quello che ho detto di quei giu- 
dizj e di queste determinazioni , può essere applicato a tutti e a tutte 
in generale. Lo stesso certamente verrà osservato in tutte le belle arti. 
Le idee generali, o le leggi del bello, del sublime, del perfetto non 
finono formate prima che siano state esaminate e giudicate le produzio- 
ni naturali ed artlfiziali , owero prima che sia stalo fallo un bel poe- 
ma, una bella pliiura , una bella slaUia, un bel palazzo. Esse leggi fu- 
rono dedotte dopo che era stato esaminato il modo particolare con cui 
veniva affetto il senso degli uomini da quelle produzioni. Omero col so- 
lo suo genio, senza sapere certamente i sistemi dell'arte poetica, com- 
pose quel poema che la posterità ammirò , ed ammira ancora : e le pri- 
me statue , le prime pitiure , i primi palazzi che piacquero , furono fat- 
ti non dietro le leggi stabilite, o dietro un archetipo della bellezza e 
della perfezione , ma per esprimere soltanto riunite molte cose che piac- 
quero al loro artellce in ciò che aveva veduto in natura, o in ciò che 
aveva osservato essersi prodotto dagli altri. Che più ? Nelle stosse affezio- 
ni che ci attaccano ad alcuni, e che ci disgustano di alul, nelle stesse 
azioni morali che sono ammirate o detestale , non furono e non sono 
mai le regole che precedono le rette approvazioni , e le esecuzioni di 
azioni approvate, o le rette disapprovazioni, e rastiuenza d.iUe azioni dis- 
approvate. Tutto è dovuto alla tendenza naturale di mantenere e ripro- 
durre lo stato piacevole, e a quella di c\ ilare e cambiare lo slato di 
molestia. Si osservi soltanto che questa tendenza è spesso determinala 
ad operare dalla immaginazione che produce o piuttosto riproduce in 
noi quelle impressioni le quali si manifestano arrivale o prodotte nel 
cervello di un altro che ci avvicina. Per questo effetto della innuagino- 
zionc si gode per simpatia dei beni di un altro, o si soffre dei suoi ma- 
li, e si tendo agli oggetti piacevoli a lui, o si allontana da quclh che 
sono dispiaccvoli allo stesso. Leggendo 1' eccellente Tratlalo del soprai- 



1 IO 



lodato Smith , che porta per titolo la Teorìa dei Senlimenti Morali , si 
avrà di ciò una pili ampia dimostrazione ; e potrà ciascuno conoscere , 
che le azioni virtuose e benefiche sono approvate ed esercitate , e le 
viziose e le malellche sono detestate ed evitate , non perchè alcuni 
principi, o massime generali dii-igano sin dapprincipio la condotta de- 
gli altri , ma perchè le prime, or direttamente, or per la shupatla, dallo 
Smith bene determinata , fauno piacere , e le altre dispiacere. Dalla co- 
stanza poi SI di noi che degli altri a giudicare ed operare similmente 
nei casi simili, furono, e sono dedotte le massime geuerah, quando nel- 
le società numerose , o dopo qualche tempo la moltitudine dei casi nei 
quali fu giudicato ed operato, fece , e fa prestare una maggiore attenzio- 
ne a quelli che ne erano , e ne sono i più interessati. 

Ma per terminar di mostrare all' ultima evidenza che sia più naturale 
11 ragionare, e determinarsi rettamente prima di conoscere le regole, e 
le massime generali osservate nel ragionamenti e nelle determinazioni, 
di quello che abituarsi a farlo dopo, e in grazia di avere conosciute 
e apprese quelle regole , si osservi la facilità e prontezza con cui al- 
cuni imparano a parlare e scrivere nella propria lingua, e con cui le 
donne ed 1 domestici tra gli altri apprendono le lingue forestiere col 
solo esercizio , senza impossessarsi prima delle regole grammaticali , e si 
confronti con la difllcoltà somma di parlarle con le sole regole. Si pa- 
ragonino aucora le produzioni di molli uomini di genio che non han- 
no bene apprese , o bene distinte le leggi del gusto nelle belle Arti con 
le produzioni del più esatti osservatori delle regole , mentre apparirà cer- 
tamente , che quelle del primi, come di Omero e di Shakespeare, so- 
no ammirabili, ad onta che abbiano tanti tratti rozzi e nou delicati, 
e quelle dei secondi, quantunque di maggior raffinatezza ed eguaglianza, 
non hanno quella grazia, quella forza, quella sublimità che eccita un 
vero piacere , ed una grande ammirazione. E nou si trovano esercitate 
le virtù sociali più dagli uomini incolti , che da quelli i quali l'.auno 
continuamente presenti 1 principi di morale ? E non hanno un giudizio 
sano ed una condotta ragionevole quelli che dalle loro proprie circo- 
stanze furono condotti ad educarsi , In preferenza di altri che lianno 
avuti dei precettori i quali ripeterono loro le saggie massime , e 1 prin- 
cipi di teoria ? 

Del resto la dlmiuuzloue della somma mobilità , a cui con i' età , o 



Ili 



con l' esercizio songiaccionO gli elemenli coiislltuenll le molecole dtl 
nervi e del cervello, produce In sej;uiio che le ùnprcssioni succedon(.i 
meno rapidamente , in modo che lasciano tempo all' anima di distin- 
guere, o percepire non solo le impressioni comuui , prima che a qnellc 
succedano le altro volle loro contemporanee o successive , ma le im- 
pressioni ancora particolari , che si vanno riproducendo con una più 
lenta successione. Allora essa anima dislingue meglio e le une e le al- 
tre, e si fa conscia, e può far conscj gli altri della retta coucatcuazlo- 
iie de' suol giudizj e delle sue determinazioni. E vero poi che l'atten- 
zione dell' anima resa più intensa dalla curiosila , dal hisoguo , dall' annui- 
razione , e da altre cause che possono accrescerla , produce lo stesso 
cfYetto , clic la diminuzione della mobilità delle libre, mentre arresta 
cgualmeiile lo staio del cervello prodotto da alcuni aggregati d' impres- 
sioni , e fa succedere più lentamente del nuovi aggregati, d'onde l'ani- 
ma può distinguere più facilmente le nuove impressioni dalle molte vol- 
te avute, o le comuni dalle particolari. Ma <juantunque l'istitutore della 
gioventii possa , e debba accelerare 1' effetto della diminuzioue di mo- 
bilità negli elementi delle fibre coli' accrescere l' intensità dell' attenzione 
dei suoi allievi ; conviene però che non pretenda ottenere assolutamente 
lo stesso effetto dalle cause diverse che accrescono 1" altenziouc , come 
dalla naturale diminuzione di mobilitii. Al e ima cena corrispondenza 
tra le operazioni dell'anima, e lo stato fisico del cervello che 1" atten- 
zione di quella non può esser accresciuta che in proporzione della di- 
minuzione di mobilità negli clementi delle fibre di questo. Quindi è 
necessario andare gradatamente , premettere gli studj che esigono una 
attenzione meno intensa, e non obbligare 1 fanciulli a sforzarsi troppo 
neir aumento della sua applicazione, o ad invertire 1' ordine con ciù può 
procedere. Io farò vedere nella seguente terza parte clie da questo piii 
che dai difetti de' fanciulli dipende che uou corrispondono all' aspetta- 
zione nell'età più adulta quelli clie ne'prlnù anni mostravano di giu- 
dicare e di operare rettamente. 



\ 



Il» 



PAR.TE Terza. 

L' oggetto delle mio jcousiderazloni intorno U rapporto tra le azio- 
ni del cervello , e le operazioni conosciate sotto il nome di spirituali 
era quello di -dimostrare , che nella educazione delle facoltà intellettuali 
dei giovani le leggi , con cui le azioni del cervello si succedono le une 
alle altre , con cui si rendono or più or meno complicate , e con cui 
acquistano vigore , potevano indicare il modo di rendere plìi sicu- 
re e pia energiche le operazioni tutte spirituali. Nella prima parte di 
questo mio lavoro ho esposto che alle impressioni arrivate , prodot- 
te , o riprodotte nel cervello , purché sleno accompagnate dalla atten- 
zione del noi o dell' anima nella successione loro , corrispondono tut- 
te le idee sì complesse , che semplici , e tutti i movimenti che espri- 
mono qaclle e le conseguenti affezioni e determinazioni j ed ho dimo- 
strato, che in quelle successive produzioni e riproduzioni d'impressioni, 
a misura che il noi o 1' anima vi presta più intensamente la sua atten- 
zione r si deve stabilire un ordine tale , che alle loro scric corrlspondino 
4e più conseguenti serie di ragionamenti e le più adattate serie de' mo- 
li. Nella seconda parte, facendo vedere con la corrispondenza sempre 
tra le impressioni successive del cervello , e le operazioni dello spirito , 
che sia più naturale il giudicare e l' operare rettamente , di quello che 
r arrestarsi "a distinguere le serie e la concatenazione de' giudizj e delle 
determinazioni , ho aggiunto , che il giudicare e 1' operare rettamente 
preceda , ed abhla sempre preceduto in quegli stessi che arrivando in 
seguito a distinguere le impressioni , a cui corrispondono le idee o le 
massime che servono di legame alle serie conseguenti del giudizj e det- 
le determinazioni sono considerati , e si considerano essi medesimi i più 
ragiouevoll. 

Dopo tutto ciò che esposi in quelle due parti posso intanto asserire 
subito, che quando nell' educare la gioveutii gl'istitutori non conduco- 
no , anzi non lasciano , che 1 fanciulli medesimi dalla conoscenza del 
casi particolari passino a distinguere quelle impressioni, e a percepire 
le corrispondenti idee semplici , le quali costituiscono 1 precetti , o le 
massime generali e fondamentali, essi obbligano il cervello a una se- 
rie di azioni indipendente, e dirò ancora contrarla alla naturale disposi- 



113 



ne sua di mcuersi ìu azione. Le operazioni quindi dello spinto dcsouo 
risultare disordinale e deviami cciiaiueulc da <|ucir ordine per cui è for- 
malo il buon senso , o per cui è resa più pronta e più sicura l' aLiuidl- 
ue di ben giudicare ed operare. Indire una molliplice coesistenza d' im- 
pressioni nel cervello , ed una somma prontezza dtlF anima a percepirle 
ad un tratto è naturalmente conveniente all'uno e all'altra, piuttosto 
che il predominio d' una sola impressione nel ccr\ elio , o l' intensa at- 
tenzione dell' anima a quella sola. Non conviene perciò cominciare mai 
r educazione dalle idee semplici , astratte e generali costituenti la mag- 
gior parte delle regole , o massime che dirigono in fallo i ragionamen- 
ti e le determinazioni. Ma avendo accennato ancora che col crescere 
d.'ir etìi le fibre dei nervi e del cervello devono prendere una maggior 
consistenza, e gli elementi di esse devono perdere della loro mobilila, 
l'isiiuilore deve essere certo, che le impressioni con la stessa proporzione 
si audranno da per loro come decomponendo nel cervello per domina- 
re separatamente, e per lasciare al noi o all'anima 11 tempo di perce- 
pirle separatamente, e di acquistare, distiuguere, o formarsi le varie Idee 
semplici, generali ed astratte. Finalmente avendo mostrato che vi è una 
tale corrispondenza tra 1' aitlvità del cervello e 1' aUenzione dell' anima , 
che questa non può essere accresciuta al di là di un corto grado , se 
non è proporzionatamente diminuita la mobilità dalle fibre del cervello, 
non deve esservi dubbio , che convenga procedere gradatamente nel far 
passare 1 fanciulli dalle idee complesse alle più semplici, dal falli parti- 
colari ai precetti o alle proposizioni generali. Da queste veiltà espostevi 
nelle altre parti, e dalle leggi dell' economia del cervello si possono de- 
durre alcune norme per 1' educazione della gioventù , 1' esposizione del- 
le quali sarà seguita dalle prove del sicuro loro effetto e formerà 1' ar- 
gomento di questa terza ed ulllma parte delle mie considerazioni. 

Il preside all' educazione deve limitarsi ed eccitare 1 fanciulli alla sola 
attenzione sulle impressioni prodotte dal diversi oggetti che possono met- 
tere in azione il loro cervello, e tutto al più deve disporre gli oggetti 
In modo clic operino con un dato ordine , e promovino pure con un 
dato ordine le altre circostanze tulle Influenti ad accrescere il numero 
c la varietà delle imjiressioui nel cervello. La storia e le osservazioni tut- 
te assicurano, che il più delle volte la necessità, o le circostanze in 
CUI si Uovarouo alcuni individui giudicati prima idioti o di una capa- 

i5 



it4 

cita assai limitala, furono, col detf^rminaill all' altenzlone a qualche og- 
getto , le cause sole dei prodigiosi avauzanienti nelle arti e nelle scien- 
ze , e le cause ancora di molte azioni conseguenti , sorprendenti , in- 
gegnosissime Riproducendo in conseguenza riiuiite simili circostanze, per- 
chè r allenzione non sarà egualmente (issata, e gli stessi effetti ottenuti? 
Aggiungo anzi clie l' effetto dev' essere maggiore- Per arrivare difatti al- 
la distinta percezione d' un giudizio astratto e generale non couvien pas- 
sare per la trafda di lutti quei ragionamenti, per cui passò il primo 
che lo distinse. Siccome questo stesso riandando le serie dei giudizj co- 
nosce quelle che piii scr\ irono a portarlo in ultimo risultato alla forma- 
zione e distinzione delle idee, o massime generali, cosi può, e deve 
servire di guida agli altri per accelerare la formazione e distinzione del 
principi stessi. Questo forma l' avvantaggio dei successori o dei moderni 
sul predecessori e gli antichi; avvantaggio che deriva ancora da ciò che 
in lutti gli argomenti, progredendo sempre con lo stesso metodo come 
ho provato nella seconda parte, formando cioè prima dei giudizj simili 
in circostanze simili , poi col riflettere alla loro costanza distinguendo 
o deducendo i principi generali, ne deve venire che le prime operazio- 
ni facihtiao le successive. Quindi Condlllao ha detto Lenissimo che 
0"ni qual volta faremo riflettere ad un fanciullo sulle occasioni , nelle 
quali ha fallo huon uso delle facoltà del suo spirito , lo mettiamo al 
caso di esci-citarle cou più arditezza iu occasioui nuove , e di fare dei 
progressi con maggiore facilità. 

Il preside dunque all' educazione deve prima d' ogni altra cosa cer- 
care, che sieno rapprcsoniali ai fanciulli in varie forme gli oggetti stessi, 
perchè essi possino percepire hensi distintamente, ma in tutte le loro 
circostanze e in tulle le loro parti gli aggregati d' impressioni o di idee 
corrispondenti che essi oggetti producono, e perchè confrontando ag- 
arcatl con a<jere"ati sia loro facilitato il modo di pcrceiùre e distin- 
guere molte delle idee semplici, comuni e particolari, che compongono 
quegli aggregati. È iuduhitato che aliiiuaii a giudicare ed a determinarsi 
rettamente, ( giacche mostrai che rettamente detono farlo allorché pre- 
stano il dovuto grado di allenzione ), e dclermlnaii ad accrescere sem- 
pre [ lìi r attenzione , distingueranno prontamente e chiaramente le im- 
pressioni a cui coriispoudono le idee o 1 giudizj generali ed astratti, 
che sono la causa delle concatenazioni di quelle serie , a cui corri- 



ii5 

spondono i retti ragiouanicmi , e le atlaiiaie dcteiniluazloni o nio- 



21U111. 



Ma il preside all' educazione devo riUcUere, che la facoltà seiizicuie 
o l'auima non può aircsiare e limitare luugameute 1' allcuziouc a per- 
cepire e distinguere quelle impressioni che sono trasmesse e prodotte 
nel cervello. Le più comuni osservazioni assicurano , che le impressioni 
ricevute per mezzo dei sensorj esterni , e trasmesse al cervello non solo 
possono essere combinate, decomposte e ricomposte in esso, alfiuchè 
sieno percepite nello stesso tempo or in un aggregato maggiore , or la 
numero minore , or isolate, or quali vengono contemporaneamente tras- 
messe, or nella nuova combinazione, ma che le stesse impressioni trasmesse, 
e prodotte riproducono rapidamente nel cervello quelle serie d' impres- 
sioni che più volte furono contemporanee o immediatamente succes- 
sive. Inoltre dimostrano che tanto le prime che queste ultime vengo- 
no trasmesse , o ne trasmettono di simili alle fibre nervose , le qualr 
partendo oppur nascendo dal cervello terminano alle parli irritabili, con- 
trattili e capaci di turgescenza vitale , e le quali trasmettendo a queste 
parti le impressioni le mettono iu azione. Queste tre operazioni dell' ani- 
ma , la percezione cioè semplice, l' immaginazione e la volizione non solo 
sono egualmente corrispondenti alle impressioni che in grazia della mobi- 
lità dL'gli elementi sia primitiva sia modificata dalle impressioni preceden- 
temente avute , sono prodotte e successive nel cervello , ma sono anco- 
ra tra loro cosi legate , che ogni percezione eccita sempre in qualche 
modo r immaginazione a riprodurre le serie d' impressioni altre volte avu- 
te , e r immaginazione e la percezione determinano sempre la volizione a 
produrre alcuni movimenti. Tutto dipende da ciò , che le impressioni 
trasmesse al cervello eccitano' sempre l' attenzione dell' anima a perce- 
pirle, ed obbligano le fibre a soggiacere alle serie d' inqiressionl altre 
volte avute contemporaneamente o inmiediatamente dopo quelle , men- 
tre e le prime, e le riprodotte devono comunicare delle inqiressioni alle 
fibre, che vanno alle parti si contrattili, che iu aluo modo mobili per 
eccitarle al moto. 

E iu grazia dell' immaginazione regolala da un determinalo grado di at- 
tenzione, che nou solo sono riprodotte sempre da un individuo le più 
conseguenti serie di idee e di moli, come provai nella pule prinia , ma 
che alla vista di un aluo , le cui circostanze abbiano eccitato una quai- 



che emozione , affezione e determinazione , sono prodotte pr.re nel pri- 
mo le impressioni corrispondenti a rpielle circostanze, ed è eccitata an- 
cora in esso nna simile simpatica -emozione , affezione e determinazione, 
come dirò qui appresso. E in grazia dei movimenti prodotti dietro la 
volizione che non solo vengono comnnicate, manifestate ed eseguile 
le idee , i sentimenti e le determinazioni , usando il linguaggio articolato 
e per convenzione fissato, o quello di azione più naturale e più dipen- 
dente dalla comunicazione delle impressioni : ma che tutte queste ope- 
razioni spirituali influiscono nelle altre funzioni del corpo, perchè ogni 
movimento delle parti contrattili e turgescenti deve influire nel moto 
della circolazione or direttamente, or col mezzo della respirazione , in mo- 
do che quando questa influenza è moderata e variata produce molti 
linoni effetti che i Fisiologi ora riconoscono. E iiaalmente ili graxia 
dell' immaginazione e della volizione quasi contemporaneamente eccitate , 
che ad ogni percezione viene di nuovo presentato ciò che di simile più 
vivamente e piacevolmente e stato percepito altre volte o negli oggetti 
naturali che circondano, o nelle produzioni dell' arte o nelle stesse azio- 
ni morali degli uomini , nello stesso tempo che vien eccitato il conato 
di tentare di esprimere, e che si esprime tutto ciò in parole , in produ- 
zioni simili, in azioni simili, e dando (inahnente agli oggetti che ne 
sono suscettibili quella forma che più è vicina a quella che ci ha col- 
piti , come la giornaliera esperienza ci assicura. 

Il preside all' educazione deve far attenzione a tutto questo , e partire 
da questi principj per potere secondare , ed accelei-are il naturale pro- 
gresso delle operazioni del cervello , e di quelle corrispondenti dell' ani- 
ma. Limitando 1' attenzione del fanciullo alla sola percezione delle impres- 
sioni degli oggetti, a (ine che le distingua perfettamente tra loro, e si 
formi delle idee distinte e precise, egli potrà influire certamente alla 
più pronta formazione delle idee astratte e geneiali, ed accelererà i pro- 
gressi della facoltà ragionatrice, accioechc quegli possa essere conscio, e 
lare conscj gli altri della rettitudine dei suoi giudizj e delle sue determi- 
nazioni. Ma facendo violenza e mettendo un ostacolo all'immaginazione, 
che vuole sempre associare , e far succedere ai nuovi aggregati d' im- 
pressioni quelle impressioni che altre volte furono contemporanee o 
successive ad alcune delle componenti quei nuovi aggregali , egli impe- 
duà quelle formazioni e successioni di ide* simili , che non precisa- 



1X7 

mente , ma certo per approssiniazloue rappresentano le Interne attuali 
percezioni, seutinieuti ed emozioni, e -tulle le loro gradazioni non alul- 
iiienti esprimibili. Quelle idee simili costituendo il discorso fìfjurato dan- 
no dignità allo stesso , rendono oggetti sensibili le idee le più astratte , 
e recano piacere alla mente rappresentandole allo stesso tempo senza 
confusione due oggetti la idea cioè principale , e 1' accessoria. Senza 
questo ajuto la Poesia e 1' Eloquenza die tanto sono ammirate e gu- 
state, sarebbero perdute, e non avrebbero 'certo quella vi\acilh e quel- 
r energia , che sole inducono all' entusiasmo e spesso sono necessarie 
per trasportarci alle azioni virtuose ed eroiche. 11 fanciullo si caricherà 
Lene la memoria di molte cognizioni , ma non le ridun-à sue proprie , 
diverrà più esaitamenle conseguente nei suoi giudizj e nelle sue azio- 
ni, ma sarà sempre diretto da quella fredda ragione che viene ammirata, 
ma che non diletta , ne attrae. 

Inoltre quando alla vista delle azioni o passioni degli altri viene im- 
pedito alla imniaginazionc , che essa riproduca nel fanciullo quelle im- 
pressioni , che lo mettono nello circostanze e nella situazione di quelli, 
siano agenti o siano pazienti, non solo il fanciullo è privato dei senti- 
menti simpatici, clic sono sempre reciprocamente piacevoli, ma è pri- 
vato ancora delle utili conseguenze di essi sentimenti. L' influenza di 
quelle simpatie , e Y importanza di quelle conseguenze può essere rile- 
vata leggendo la da me citala Opera del dottore Smith la Teoria dei 
Sentimenti Morali^ ove quel celebre autore dimostra all' ultima eviden- 
za , che in grazia di esse simpatie , regolate dalla differenza che vi deve 
essere tra il sentimento eccitato in quelli su i quali gli oggetti operano di- 
rettamente , e il sentimento di quelli nei «piali l' inmiagvuazione produce 
simili impressioni, viene formalo il senso, o l' abiiudine di ben giudi- 
care sulla proprietà e suU' improprietà delle azioni , sul merito e sid de- 
merito delle slesse : vien conosciuto che è necessaria una deferenza e 
riguardo all' opinione degli altri intorno la propria condona e il proprio 
carattere , vien acquistata la disposizione ad esercitare le azioni benefiche 
e ad evitare le malefiche, e inhne nasce l'abitudine di usare le virtù 
sociali , r impero sopra sé stessi , e di preferire spesso \ altrui bene al 
proprio, lo dirò qui soltanto, che non devono essere confuse queste 
naturali sinqiatie , o capacità di sentire ed operare, come sentono, ed 
o])erano quelli , alle cui circoslauzc facciamo molta attenzione con quelle. 



ì 
per cosi dire , viziose simpatie ed aLiludini , clie inducono a trovare 
aggradevole e disaggradevole ciò che al più degli uomini è indifferente , 
e che anzi eccita alle volte una sensazione opposta. Aggiungerò per al- 
tro , che le viziose simpatie dipendono dalla poca attenzione prestata ali», 
serie d' impressioni , per cui esse non sono ben distinto , e per cui il 
sentimento eccitalo non è attribuito a quelle che veramente l' eccitano. 

Che se il preside all' educazione mette un ostacolo alle operazioni ia- 
dipendenti dalla volizione, ed a quelle prodotte dall' imniaginazlo ne e 
volizione iusieme per maggiormente limitare l' attenzione del fanciullo a 
formare sollecitamente chiare e distinte le percezioni generali ed astrat- 
te , non solo impedirà quelle esecuzioni delle determinazioni , le quali 
seguendo immediatamente i retti giudizj devono essere più rette e con- 
seguenti, e quelle rappresentazioni di ciò che ha percepito ed imma- 
ginato , le quali espresse più immediatamente devono essere più esatte ; 
e non solo impedirà, che il fanciidlo divcnghi attivo da se, ed acquisti 
quella prontezza di eseguire ciò che ha meditalo e determinato , la 
quale tanto giova , ed è necessaria negli affari comuni della vita ; ma 
impedirà ancora quella continua variata produzione di movimenti musco- 
lari, e soprattutto quell'alternazione eguale dei moti inservienti alla re- 
spirazione , i quali tutti ajutauo la circolazione , la mantengono più fa- 
cile, piìi libera, più eguale, procurano la buona elaborazione, e la giu- 
sta distribuzione della materia nutritiva, e facilitano lo sviluppo ed au- 
m.ento delle forze del corpo. Rousseau fu indotto a suggerire , che non 
si facessero studiare li fanciulli , sinché il fisico non fosse bene svilup- 
pato, e reso robusto. Io rifletterò soltanto, che per non impedire que- 
sti buoni effetli non conviene cadere nell' altro inconveniente , di lasciare 
cioè negletta per tanti anni la facoltà percipiente e ragionatrice , che 
è sempre in conato di operare , e che opera in fatto sempre con una 
determinata relazione allo sviluppo del corpo ed alla forza di questo- 
Possono essere facilitati i progressi e le operazioni di quella facoltà 
senza nuocere allo sviluppo del corpo , ed allora si ottiene , che 1' ani- 
ma , ed il corpo acquistino nello slesso tempo vigore ed attività, e si 
ajatino reciprocamente ad acc[uistarne. 

Non credo necessario di esaminare ora uno ad uno tutti quegli argo- 
menti delle scienze e delle arti , sulle quali possono essere occupati i 
fanciulli e gli uomini tutti. Potrei far osservare , che per insegnare il- 



I'9 

traodo di espiimerc bene tutto le idee uon conviene cominciare dalle 
Tegole grammaticali e rettoriche , ma dal fare ai fanciulli dei racconti 
a voce , o fargliene leggere di scritti , ed eccitarli a raccontarli , e scri- 
verli essi pure, ed a raccontarne e scriverne di simili. Questi dovrebbero 
essere adattati alle idee die possono avere , ed allo a/.ìoni che pos- 
sono, ed amano di esercitare. Allora col far loro confrontare ciò elio 
essi dicono e scrivono con ciò che hanno iuleso o lotto, e coli' ar- 
restare la loro attenzione , ove non sanno esprimere chiaiamcnte e pre- 
cisamente le loro idee, devono arrivare a conoscere esservi alcune leggi 
e regole generali e costanti, che facilitano la maniera di esprimersi. 
Quindi facendo loro osservare le circostanze generali , che variano un' af- 
fermazione o attribuzione rjualuncpte , e le varie generali qualità e re- 
lazioni che hanno gli oggetti qualunque, possono essi fanciulli essere 
messi in curiosità ed in necessità di volere ben distinguere le conjn- 
gazioni dei ver1)i , e le declinazioni dei nomi, e le varie classi di pro- 
nomi, di proposizioni, di avverbj, ec. Potrei aggiungere ancora, che le 
regole grammaticali, che prime dovrebbero èssere insognate ai fanciulli, 
sono quelle della propria lingua, s'è colta, o di qiiolla che li piìi colti 
del paese parlano e scrivono, perchè di quella possono avere più oc- 
casioni di acquistare da por loro stessi molte cognizioni. Una volta pe- 
rò, che il fanciullo ha imparata la Grammatica della propria lingua avrà 
apprese le regole generali di ogni Grammatica inservienti por ogni lin- 
gua , perchè siccome 1' ordino , con cui sono acquistate e formate le idee 
è simile , così costante e simile ancora deve essere l' ordine per espri- 
merle. 

Neil' insegnare poi le lingue forestiero ai fanciulli direi, che non con- 
viene cominciare del far loro il confronto della Grammatica della lingua 
propria con quella della forestiera , raa che è più utile il cominciare, 
come vien fatto per la propria, dall' apprendere loro 1 nomi degli og- 
getti, delle qualità, relazioni, attribuzioni, oc. indi passare a varie frasi 
corrispondenti alle pili ovvie domande e risposte, in seguito alla let- 
tura ed all'espressione a voce di alcuni periodi, e finalmente alla co- 
noscenza e coiif.outo di tutte lo re<'ole grammaticali. Per non soi-uire 
questo metodo risulta, che sapendo bene una lingua per intendere un 
libro o por fare un discorso , uno non possa però sostenere il dialogo 
familiare, come succede per la lingua latina: ed all'opposto queUo che 



iao 



andando in uu paese Ibiesliero fa atleuzionc scmpllcemenic al suono del- 
le parole, con cui gli allri mostrano di designare alcuni oggetti, e di 
esprimere alcune qualità o circostanze di questi, apprende facilmente la 
lingua di quel paese, perchè segue il metodo indicato. Che se si traila 
delle belle arti io potrei dire , che in luogo d' opprimere subito i fan- 
ciulli con le regolo generali e con i principi più semplici, converreblie 
cominciare dai colpire la loro immaginazione , o dall' eccitare la loro at- 
tenzione e curiosità, facondo loro gustare le opere di nmslca , di scul- 
tura , di pittura , di architettura , ed Inducendoli a poco a poco ad ar- 
restare la loro attenzione a ciò che più hanno gustato , ed a fare qual- 
che cosa di simile. Qualunque cosa avrà in loro eccitata una curiosità, 
uu desiderio, una volizione»- gli ostacoli all' esecuzione accresceranno 1' at- 
tenzione , e faranno, che conoscano ciò che loro abbisogna, e li rende- 
ranno alti ad apprendere 1 principi dell' arte , e a svogllerli da per loro. 

Per facilitare i progressi nello scienze fisiche il migliore metodo è 
certamente quello di presentare loro molte esperienze e molti fatti di- 
stribuiti in modo , che sia facile il rimarcare la costanza dei principi 
che da essi risultano, e che costituiscono le teorie. A questo modo co- 
nosceranno r utilità di attendere a svogliere e ritenere questi pi-iucipj 
come atti a compendiare le loro cognizioni , ed a renderli proriti a co- 
noscere, ed a far conoscere la relazione di tanti fatti e di tante espe- 
rienze che considerate separatamente caricano inutilmente la memoria 
d' osservazioni e di riflessioni. Nulla di più utile per rendere più dif- 
fuse le cognizioni fisiche quanto la moltiplicazione delle scuole esperl- 
mcutall e la formazione del gabinetti di Fisica, di Cliimlca , di Storia 
Naturale e di Anatomia. In luogo di stabilire nelle diverse città tante 
società di agricoltura nelle quali, al dire del celebre Arthur Young, si 
trattano oggetti frivoli seriamente , ed oggetti importanti frivolamente , io 
sono di opinione , che la migliore società d' agricoltura sarebbe quella 
che coltivando una grande tenuta offrisse un esemplo perfetto di buona 
coltura a tutti quelli che volessero vederla. 

Con questi cenni generali io pretendo non di av«re indicato soltanto 
ciò che può servire all' educazione del fanciulli che devono vivere nel- 
le niuuerose e ricche società , ma ciò che può essere comune ancora 
a quegl' individui , le cui circottanze obbligano a vivere nelle campagne, 
ed a procurarsi con le loro fatiche il vitto giornaliero. Tutte le cogui- 



121 

BÌonl non possono essere che più o meno estese per adattarsi al biso- 
gno di lutti, ma tutti più o meno ne aLbisof^nano. 11 Ferguson nella 
sua Storia della società civile ba sviluppalo molto bene l'osservazione, 
che gli uomini quantunque superiori a tulli gli esseri animali per avere 
l'abitudine di applicarsi a varj oggetti, d'inventare, di migliorare la 
propria sorte , e di adattarsi ad ogni condizione senza potersi fissare 
ad alcuna , operano però nello stesso modo in ogni scena diversa , in 
cui si trovano dall'infanzia alla veccbiaja, dal rozzo slato di società al 
più colto , dallo stalo di povertà a quello della massima ricchezza. Se 
fosse piantata una colonia di baiubioi che avessero finito di allattare , si 
osservarebbe quello che già si osserva nel fanciulli lasciati liberi a loro 
stessi, o nel tempo, che sono lasciati in libertà. Essi mangiarebbero , dor- 
mirebbero, si attrupparebbero, giuoearebbero, ridurrebbero comune il loro 
linguaggio particolare articolato o di azione , comunicarebbero i proprj 
sentimenti, s' informarebbero di quelli degli altri, cercarebbero di mi- 
gliorare la loro sorte col dare migliore forma ai loro commodi e diver- 
timenti, formarebbero delle querele fra loro, si affezionarebbero con al- 
cuni , s' inimioarebbero con altri , si dividerebbero in fazioni, abborrireb- 
bero gì' ignoranti e gì' imbecilli , ammirarebbero quelli che mostrano 
penetrazione, ingegno, condotta, e finalmente nell'esercizio delle loro 
amicizie ed inimicizie trascurarebbero la propria preservazione ed il 
proprio interesse. E che altro fecero , e fanno j;li uomini in tutte le si- 
tuazioni , in tutte le società , in tutte le età dal più rozzo al più valente 
eroe ? lu non avventurerò di proporre , che dovendo le scuole pubbli- 
che raccogliere li fanciulli più e meno attivi e capaci , più e meno 
ricchi , ed atti a soddisfare ai loro bisogni e desiderj , ma in caso tutti 
di avere bisogno di quelle arti, di quei lavori, di quei mezzi, di quel 
reciproci ajuli, di quelle discipline che nella loro città o villa formano 
r occupazione della società adulta , ed il suo ben' essere , potrebbero 
esse scuole rappresentare una piccola città o villa, adattando tulio alle 
particolari circostanze dei fanciulli, e stabilendo per presidi all' educazione 
negli oggetti particolari quegli stessi che devono travagliare e sonrmini- 
strare loro alcuni oggetti , o quelli clie devono indicare loro i mezzi per 
soddisfare la loro curiosità , i loro desiderj ed i loro bisogni. Ma quan- 
tunque sia impossibile forse 1' esecuzione di questo progetto in luna la 
sua estensione , non sarei lontano dal credere che avviciuaudosi a quei 

i6 



122 



modelli , per qitntito è possibile , V effetto non fosse raeraviglloso e 
sicuro. 

Non è credibile , che lasciando in libertà l' immaginazione e la voli- 
zione de" fanciulli , purché siano disposti gli oggetti in modo che pos- 
sino, e debbano produrre le impressioni con certo ordine, e fissare la 
loro attenzione, risulti in essi una continua distrazione o un continuo 
passaggio da un oggetto all' altro , che impedisca ogni istruzione partico- 
lare. Perchè la cin-iosità, il bisogno, lo stato piacevole non potranno nei 
fanciulli fissare talmente l' attenzione ad alcune serie d' impressioni tras- 
messe e riprodotte nel cervello per fare, che essi le distinguano bene . 
le giudichino rettamente , e distinguano ancora i priucipj astratti e ge- 
nerali atti a facilitare in seguilo i loro giudizj e le loro determinazioni , 
e a renderli conscj ed atti a fare conscj gli altri della rettitudine di 
quelli e di queste ? I fanciulli amano certo di esprimere i loro senti- 
menti , di soddisfare ai loro bisogni e alle loro curiosità o desidcrj , di 
possedere ciò che piii brilla ai loro occhi, le pitture, le statue, gli 
altaretti o casette, diverse macchine, diversi stromenti di musica ed al- 
tro : essi amano di usare di quegli oggetti , di dare loro una nuova for- 
ma , di cambiarli con altri nuovi, e di compornc di simili: essi amano 
in fine gli esercizj della forza e della destrezza loro, quelli delle loro 
làcoltà morali, risentono le ingiurie, sono grati a chi fa loro piacere, e 
impiegano ancora dogli artifizj per persuadere gli altri ed eccitar gli stessi 
a compiacerli in alcuni incontri. Ma perchè si raccontano loro molte no- 
velle inutili, e non adattate alla loro capacità? perchè si fanno loro ri- 
petere dei discorsi clic non li possono interessare? perchè si fanno loro 
vedere pezzi di Architettura , di Pittura, di Scultura di nessun merito, e 
macchine di nessun uso ? Perchè nell' esercizio delle loro forze fìsiche 
o dei loro sentimenti morali non si eccitano ad osservare un qualche 
sistema, che quantunque adattato alle loro forze di spirito e di corpo , 
potrebbe dar loro un'idea del sistema che dovranno osserva. j, allor- 
ché saranno più avanzati in età? E ernioso, diceva nel 1788 l'inglese 
William nelle sue Lezioni sull' educazione, che gli uomini i quali devo- 
no operare nel pubblico teatro del mondo, in cui non sono stimati mai 
tanto per quello che sanno , quanto por quello che fanno , sieno riu- 
sen-ati nei loro primi anni ne' collegi e nelle scuole sotto la cura di 
•alcuni religiosi che loro fanno studiare isolatamente e ammirare 1' antica 



Ì25 

letteratura , le lingue morte , gli elementi di varie scienze senza interes- 
sarli mai alla società, e senza far loro esercitare il sentimento per perfe- 
zionarlo, e per renrlorli utili al loro simili. Le donne stesse che devono 
essere di tanto ornamento ed ajuto alla società sono rincLiuse nei con- 
venti, o nelle pensioni che ne rassomigliano , ove un ordine meccanico e 
superstizioso , una dieta parca e malsana tolgono il vigore del corpo 
r della mente , e le dispongono alla falsità , all' ipocrisia , alla servile 
obbedienza. 

Ma per portare all' ultima evidenza la verità di questi principi convie- 
ne dimostrare , che regolando soltanto l' attenzione dei fanciulli sulle 
loro sensazioni e sulle Impressioni del loro cervello , e tutto al pili di- 
stribuendo gH oggetti per produrre queste con un determinato ordine . e 
con una certa forza non sia incerto il risultato , ne avvenga mai , che 
i fanciulli possino giudicare diversamente , ed in consegueu.'.a non sem- 
pre rettamente. Io non nego, nò ho mai negato, che i precedenti giu- 
dizj e deterTninasIonl , qualunque esse sieno rette q false, influiscano nei 
susseguenti ragionamenti fatti in argomenti simili : e accordo r ed accor- 
derò sempre, che quando non vi si presta alla piima volta la dovuta 
atlenzionc nasce ciò che ho accennato nel mio Saggio d' osservaziom 
pubblicalo nel 179'-, e che ho riportalo nella parte prima di questa 
Memoria. Ma io dico in primo luogo che tutte queste cause di erj>Ori 
possono essere tolte dall' istitutore della gioventìi, facendo ritornare i fau- 
ciidli piìi volle all'esame degli stessi oggetti, o facendo rimarcare qual- 
che nuova circostanza e qualche conseguenza che potrebbero bensì de- 
iLirre dai loro gludizj , ma che non trovarebbero corrisnondente al fatto. 
Dirò in secondo luogo , che deve essere indubitato , che prestando il 
dovuto grada d' attenzione alle impressioni prodotte dagli slessi oggetti 
i risultati sieno costanti, e sempre gli stessi. GU organi difaiti, che pos- 
sono portare la loro azione sopra i diversi individui , oltre all' essere di 
un numero determinato ^ sono certamente gli stessi per tutti, e devono 
operare in tutti nello stesso modo e sugli slessi organi. Gli organi cl^e 
possono ricevere le azioni d! quegli oggetti , e trasmetteile al cervello 
sono presso poco siniJU in tiuti, e devono riceverle, e trasmetterle con 
una forza e direzione egualmente proporzionata in tutti. Le azioni che 
quegli oggetti simili possono produrre , e che questi organi simili pos- 
sono trasmettere nou essendo , che impressioni diverse tra loro per la 



124 

diversa forza con cui sono fatte e trasmesse, o per la diversa direzione 
con cui arrivano al cervello , devono conservare ancora in questo una 
determinata e costante relazione tra loro in tutti gì' individui , in modo 
che le idee dell' anima consistendo in generale nelle percezioni delle re- 
lazioni che hanno le impressioni nel cervello , devono essere le stesse 
per tutti. Quelle impressioni una volta trasmesse al cervello trovandolo 
similmente coXiiposto e dotato delle medesime forze ed attività devono 
certo produrre e riprodurre le stesse composizioni , decomposizioni e ri- 
composizioni d'impressioni nel medesimo, in modo che devono essere 
le stesse per tutti le idee tutte particolari che consistono nella percezio- 
ne delle particolari relazioni, o tra gli aggregati d'impressioni contem- 
poraneamente arrivate al cervello , o tra le impressioni che compongo- 
no quegli aggregati, o tra le impressioni che risultano dalle composi- 
zioni, decomposizioni e ricomposizioni delle trasmesse. Finalmente tutte 
queste impressioni o trasmesse al cervello , o prodotte e riprodotte nel- 
lo stesso dovendo comunicarsi alle fibre vicine, dalle quali sono tras- 
messe alle parti irritabili e coatrattili , per mettere queste in azione , sic- 
come non possono incontrare, che parti simili, e similmente poste, de- 
vono così dare occasione in tutti agli stessi movimenti , in modo che 
essi movimenti manifestando i sentimenti , i giudizj e le determinazioni , 
devono essere pure simili in tutti. Quando dunque gli oggetti e le cir- 
costanze sono simili, le idee, i giudizj e le determinazioni dell' anima 
devono essere simili, o sia la percezione, la immaginazione e la voli- 
zione devono operare similmente, e manifestarsi con le slesse operazioni 
in tutti. Tutta la differenza perciò dipenderà dalle circostanze partico- 
lari , nelle quali si incontreranno gì' individui diversi per ricevere un 
diverso numero d' impressioni, o impressioni di diversa natura, e dal di- 
verso grado di attenzione dell' anima, il quale dando ad alcune impres- 
sioni , piuttosto che ad altre, più forza, più prontezza a riprodursi ed a 
riprodurre le loro successive , influisce moltissimo a variare la composi- 
zione , la decomposizione e la ricomposizione delle impressioni , ed in 
conseguenza delle idee corrispondenti. Ma attendendo con eguale atten- 
zione alle medesime impressioni, le idee devono essere le stesse, i giu- 
dizi devono essere i medesimi, e medesime le determinazioni ed i movi- 
menti atti ad esprimerle ed eseguirle. 

Jfon una meccanica tendenza alla imitazione, che alcuni Filosofi si 



125 

compiacquero di supporre , ma la naturale disposizione «be hanno le 
tìbre dei cervello, e l'anima di operare similmeuie nelle occasioni si- 
mili è la causa, per cui tutti quelli clie prestano un eguale grado di 
attenzione alle stesse impressioni trasmesse al cervello, sentono, e giu- 
dicano slmilmente , ed esprimono le stesse determinazioni e producono 
azioni simili o simili opere nelle arti liberali e meccanicbe. Non una 
meccanica tendenza all' imitazione , ma la naturale disposizione a perce- 
pire , immaginare e volere similmente nei casi simili è quella , i cui 
effetti in seguito distinti produssero, e producono le regole, o le mas- 
sime generali che dirigono in fatto i nostri ragionamenti e le nostre 
determinazioni, e che servendo di appoggio agli ulteriori giudizj ed 
operazioni danno a quelli, ed a queste quella maggiore sicurezza di ret- 
titudine, che per la conformità dei giudizj viene generalmente accorda- 
ta. Non una meccanica tendenza alla imitazione, ma la naturale disposizio- 
ne del cervello e dell' anima che ci fa giudicare ed operare similmente 
nelle occasioni simili, costituisce ciò clie è nominato senso comune, 
norma e criterio di ciò che viene detto buon senso , direttore ed ulti- 
mo giudice dei retti giudizj e delle savie determinazioni. L' osservare , 
che molti individui i quali convivono insieme acquistano ancora le stes- 
se abitudini , e la stessa maniera di giudicare e di operare , ha fatto 
pensare ad alcuni , che vi sia una meccanica tendenza alla imitazione : 
ma non hanno essi osservato , che quegl' individui devono ricevere per 
lo più le stesse e simili impressioni, o immediatamente dagli stessi og- 
getti che li circondano, o mediante la riflessione sidle cause e sulle 
circostanze che fanno giudicare , e determinare gli altri. In grazia del- 
l' inalterabile , e presso a poco slmile numero di parti del cervello , 
che possono essere messe inazione per un determinato e simile numero, 
o natura di cause , risultano queHe quasi identiche associazioni d' im- 
pressioni e di idee , di giudizj e di movimenti che fiuono considerate 
provenire da una meccanica tendenza alla imitazione. 

In prova di questo è osservabile che prendendo l' effetto di quelle 
azioni o quell'apparente tendenza alla imitazione per una causa determi- 
nante l'azione medesima del cervello, e studiando non di far pingere 
vivamente alla mente dei fanciulli le idee medesime ed i loro acgresa- 
ti, ma di rendere soltanto inalterabili le successive serie di idee e di 
nwil quali furono combinate la alcune circostanze; ed in alcuni indivi- 



12(1 

dui , languisce certamente l' attività del cervello in luogo di divenire viva- 
e pronta all'azione, ed in luogo per così dire di accendersi; ed esso 
cervello acquista soltanto l' abitudine ad alcune azioni le quali o limir 
tane il numero e la varietà delle combinazioni di idee e di moti , che 
esso potrebbe rappresentare all' anima, e far produrre dai muscoli , o in- 
terrotte le serie già t'ormate colle precedenti assocGiazionl dalle nuove 
azioni del cervello , a cui per la somma mobilità dei suoi elementi vie- 
ne obbligato , le prime formano con queste ultime molte stravaganti e 
certo incongruenti associazioni di idee e di moli. Quei precetiori cbe 
tanto si vantano della capacità e dei progressi dei loro allievi -, perchè 
li sentono ripetere le loro opinioni, o perchè li osservano operare se- 
condo gli esempi che loro hanno dati» provano per lo più il dispiace- 
re di vedere, che lasciati essi fanciulli in libertà non giudicano, né 
operano dietro le nxassime e le direzioni loro insegnate ; che essi non- 
seguitano i principi da loro appresi , ove dovrebbero , e 11 applicano , 
ove non dovrebbero , e che spesso non sanno in altro nrodo dirigersi , 
che imitando , e segueudo l' esempio di quelli con i quali passano a 
convivere più frequentemente. Da altro non proviene tutto questo , se 
non perchè non essendosi i fanciulli abituati da per loro a ragionare » 
ed operare rettamente, ma avendo meccanicamente ripetuti alcuni ragio- 
namenti , o imitale alcune operazioni , non hanno da per loro percepiti 
i rapporti generali ed astratti delle idee ,. i quah possono e devono di- 
rigerli in seguito, e assicurarli della rettiiudiue del nuovi giudizi ^ delle 
nuove determinazioni. Non conoscendo perciò quei rapporti in tutta la 
loro estensione, non sanno nemmeno- canoscerc, se applicano, o quando 
applicano a proposito quei principi- E per qual altra ragione se non 
per la differenza tra la meccanica imitazione e la naturale disposizione 
di riprodurre ciò che altre volle è stato percepito, risulta, che in tutte- 
le produzioni delle arti liberali e meccanielie viene distinta sempre 
una copia chili' originale , e che quelli i quali sanno copiare esattamente 
una bella opera non ne sanno produrre una bella originale? E per quat 
altra ragione quelli i quali conoscono, e seguono tutte le regole nel 
giudicare delle opere di gusto, compariscono pedanti piuttosto che criti- 
ci , quando nello stesso tempo non abbiano un senso del bello , o una- 
capacità naturale di gustarlo ? 

Ma se le impressioni simili devono produrre giudizj e determinazioni 



ini 

simili' e retlc iu tutti quelli che vi prestano un dovuto grado di at- 
tenzione, la norma clic ci potrà assicurare, che esse siano simili, che 
loro sia slato prestato il dovuto grado di attenzione , e che di loro sia 
stato giudicato rettamente sarà la stessa. Essa consisterà nella conformi- 
tà dei nostri giudlzj, allorché- più volte poniamo la nostra attenzione 
agli stessi oggetti, e molto più nella conibrnilt!i do' nostri giudizj eoa 
quelli degli altri. Quindi nello stesso modo , che quantunque dobbiamo 
alle volte giudicare amaro lo zuccaro , e dolce il tabacco siamo però 
certi , che il primo sia dolce , e amaro il secondo , perchè realmente il 
più delle volte e dai più viene giudicato a questo modo di quegli og- 
getti, cosi qualunque altro giudizio che noi facciamo, o sull'esistenza 
di alcuni oggetti e di alcuni falli, o sull'effetto che qviesti devono 
produrre, o sul sentimento piacevole e molesto, che devono eccitare, 
o sulla somiglianza e dissomiglianza delle idee, o su d'altro, se sopra 
altro mai vien giudicato j qualunque altro giudizio , diceva , potrà essere 
reso, e dovrà essere creduto certo ed infallibile, allorcliè si osserverà 
soltanto, che in piii occasioni, e che il più degli uoniiui giudicarono 
e giudicano similmente. Questa deve essere certameuie la conseguenza di 
ciò che gli stessi oggetti devono produrre impressioni nel cervello di tut- 
ti che abbiano gli stessi rapporti ; clie queste impressioni debbano far 
percepire all' anima gli stessi giudizj ; e che questi giudiq debbano in - 
durla alle stesse determinazioni. Io non mi sono duuque tenuto lontano 
dal vero asserendo poc'anzi, che la disposizione del cervello e dell'ani- 
ma ad operare similmente iu circostanze simili, costituisca ciò che vlen« 
nominato senso comune. Non con\!cne però dire che ciascuno abbia iu 
sé le massime e le regole generali che sono ossei-vate nei retti giudizj 
e nelle savie determinazioni, e che quelle costituiscano il senso comu- 
ne, per cui ciascuno possa, e debba farsi conscio e rendere conscj gli 
altri della rettitudine di quelli, e della saviezza di queste. Ognuno non 
ha, che la disposizlotie a formarsi gli stessi priuclpj generali, ma deve 
formarseh prima di rendersi atto ad essere conscio e far conscj gli altri 
della rettitudine dei suoi giudizj e delle sue determinazioni in ogni argo- 
mento particolare. Per questo si osserva, che i più gran ragiouaton nel- 
le materie , in cui hanno distinto i principj generali , sono poi inetti in 
molti altri argomenti, in modo che con la maggior capacità di ragiona- 
re compariscono i più idioti. La generale disposizione a formarsi le stesse 



ia8 

massime o le stesse regole generali, può essere chiamata il senso co- 
mune , mentre certamente essa è 11 potere che hanno tutti di giudicare 
egualmente e rettamente negli oggetti ed argomenti medesimi. 

Questo senso o potere comune come può essere applicato a tutti gli 
argomenti e produrre lo stesso effetto, può essere considerato come uno, 
ma per farlo conoscere plìi precisamente io lo distinguerò ora dal gu- 
sto o dal potere di giudicare nelle opere di gusto, perchè essendo stato 
sotto questo punto di vista esaminalo con più. precisione , molte indu- 
zioni sullo stesso senso comune in generale potranno essere con più si- 
curezza dedotte dalle idee che sono slate formate sul gusto. Io dirò 
dunque , che l' appellazione al giudizio degli altri è quel più che pos- 
siamo fare, e che facciamo in fatto per assicurarsi della rettitudine dei 
nostri giudizj e delle nostre determinazioni. A questo modo sono state 
formate le leggi della buona critica nelle opere di gusto come chiaramen- 
te lo dimostra il Blair nelle sovraccilate sue Lezioni; ed a questa maniera 
ancora sono risultati i principj e le regole generali , che sono in fatto 
seguite in lutti 1 ragionamenti' ed in tutte le determinazioni sopra ogni 
argomento. Siccome nelle opere di gusto la norma è ciò che più ge- 
neralmente venne e viene giudicato piacevole , così la norma dei buo- 
ni ragionamenti e delle savie deierminazioui in generale non può esse- 
re , che ciò che venne , e viene giudicato giusto e retto più general- 
mente. Accorderò per altro , che il nostro potere di giudicare nelle ope- 
re di gusto può sembrare capriccioso ed arbitrarlo , quando si conside- 
ra, che in Architettura ora piacquero i modelli greci, ora i gotici j 
nella Eloquenza ora lo stile asiatico, ornamentato, pomposo, brillante, 
ora lo stile greco semplice e castigato. Accorderò similmente, che po- 
trebbe essere considerato capriccioso ed arbitrarlo il potere di giudicare 
in generale, mentre che diversi spesso furono i principj di teoria adot- 
tati nelle scienze e nelle arti , e diversi pure 1 principi di condotta mo- 
rale, che furono osservati dagli uomini in diversi paesi e in diverse 
epoche. Ma io dirò ancora, che apparirà tutto all'opposto, e per l'uno 
e per r altro potere , o sia che si ravviserà una costanza di giudizj quan- 
do saranno fatte due osservazioni che sono necessarie nell' appellarsi 
alla approvazione generale tanto in materie appartenenti al gusto , che 
in tutto ciò spelta al senso comune in generale. La prima è che la ap- 
provazione dei plì» nelle nazioni colle , e dei piìi tra i colti di una na- 



129 

zione devono essere preferito alle approvazioni delle nazioni selvaggie e 
barbare ; o a quelle dei più della massa luiale della nazione. Le nazioni 
più colle , e li più colli di una nazione liaiino reso più sicuro il loro 
potere di giudicare , come il tatto si rende più squisito in cpielli che 
esaminano di continuo i corpi politi e levigati, o come quelli che sono 
abituati alle osservazioni mieros.copiehe e ad incidere sulle pietre pre- 
ziose , possono piìi accuralaniente distingiiere gli oggetti minuti. La se- 
conda è, che (juautunqiie presso le stesse nazioni colte alcune cause, 
come la religione, il governo, l'entusiasmo per un uomo di genio, 
l'invidia per un altro hanno fatto giudicare capricciosamente nelle opere 
di gusto; e quantunque nei nostri giudizj in generale, per quanto sla- 
mo diretti dalle impressioni fatte sull' istante dagli oggetti , sempre siamo 
influiti dai precedenti giudizj retti o falsi, clie lasciano una modilicazinne 
nel cervello, o una diversa attitudine di giudicare: non ostante tulli 
questi errori non durarono lungamente per li più, e gli nomini saggi 
e colti mostrarono sempre di giudicare al medesimo modo sugli stessi 
o^i'etti , come e' istruiscono 1 documenti rimasliei della loro maniera di 
pensare. Per assicurarsi dunque di non cadere in errore nei proprj giu- 
dizi conviene appellarsi a ciò che plìi volte dalle persone piìi colte nelle 
nazioni colte e nei tempi colli fu giudicalo. 

Che questo sia linahnente il solo mezzo di convincersi della rettitudi- 
ne dei proprj giudizj lo si deduce non solo dal riflettere , che deve 
esservi in tutti questa naturale disposizione a giudicare ed operare si- 
niihnente in circostanze simili j ma dall' osservare ancora , che in fatto i 
giudizj dei più , particolarmente tra i colli delle nazioni colle in .•■ecoli 
i più colti, formarono e formano sempre le norme, diedero e danno 
occasione alla formazione delle regole o massime che più cosiaiìtcmen- 
te ed utilmente furono e sono osservale. L' Iliade e l' Eneide furo- 
no , e sono sempre i modelli di poesia ; i cinque ordini di areliitellura 
piacquero più generalmente , e più costaniemenie , e quando piaccia 
considerare i giudizj e la condotta degli uomini di tulli i secoli appa- 
rirà certamente nella stessa diversità loro un ultimo risultalo ed uno 
scopo simile, costante, inalterabile. Potrei aggiungere , che il popolo nei 
teatri applaudisce ai passi giudicati i più belli dai dotti dell' arte , come 
il Saggio si diverte ai passi più bizzarri e stravaganti : potrei osser-i are 
che col medesimo metodo sono slate coltivale le scienze nei tempi più 

'7 



i5o 

colti , ed eLLero per risultato le stesse teorie o gli stessi principj : po- 
trei considerare , che alcuni individui dolio stesso paese arri^atl allo 
stesso grado di coltnia in qualche argonicmo pariicolare sono atti agli 
stessi progressi, o alle stesse deduzioni, in modo che da questo sono 
nate alcune questioni sulla possibilità, che l'uno abbia soltanto copiato 
e adattato ciò che 1' altro vera/Honte ha dedotto e scoperto. Ma per 
non andare troppo in lungo mi limiterò a terminare questo Trattato 
coir applicare questa mia nilessione generale a due oggetti interessanti 
il b 'U essere e li tranquillità della società. L'uno è la religione, e 
l'altro la form.i di governo. Quanto al primo diverse certamente furo- 
no e sono le oplaionl rel]\;iose nei differenti secoli, nei differenti pae- 
si, e noi d'versi individui dello stesso secolo e dello stesso paese: 
ma tutti furono e sono sempre condotti ad ammirare, venerare e rispet- 
tare la so.n uà delle cause regolatrice l'universo. Lo spettacolo del cor- 
pi organici e inorganici che formano 1' universo , doveva e deve eccitare 
sempre l' attenzione degli uomini ; la considerazione di questi corpi do- 
veva e di^vo far conoscere esservi alcune leggi costanti ed immutabili, 
che diri >ono tutti 1 iu.>viinentl loro, e tutte le loro mutazioni o vi- 
cende, l'ordine che emana da queste leggi; la costanza, riualtcrablli- 
tà e la certezza de' loro effelli nel corpi modificati pure dalle mani de- 
gli uomini ; il vantaggio che ciascuno può trarne conoscendo quelle 
leggi e questi effetti, ed assoggettandosi ad esse, doveva e deve sem- 
pre ispirare 1' ammirazione , la venerazione , 11 rispetto e fare in somma 
considerare, clic esiste un aliquid supremo, eh' è appunto ciò che for- 
ma la base di tutte le religioni, e che dallo stesso Ateo ragionevole è 
conosciuto sotto il nome di natura. Passando al secondo argomento 
dirò , che nella storia delle società politiche e civili si ravvisa un quasi 
continuo stato di guerra e di confusione , non solo tra società e socie- 
tà, mi tra gl'individui di una stessa società, in modo che nessuno com- 
parisce mal conlento dello stato, in cui si ritrova, ne manifesta con 
precisione quale stato deslderarebbe. Ma in mezzo a tante confusioni, e 
spesso a infiniti errori esaminando la cosa più imparzialmente, di quello 
che alcuni Filosofi hanno fatto nell' ultimo secolo e In alti! ancora , ap- 
parirà , che gli uomini hanno sempre teso o finito sempre coli' avere, 
ed essere contenti di un solo capo della società, a cui o per iscelta^ 
o per un tacito consenso fossero affidati gì' interessi della società tutta. 



i3i 

La raoionc è evidente. Tulli devono conoscere e conoscono in faito di 
avere bisogno di appoggio e di direzione per la loro tranquillila e si- 
curezza eh' è il massimo bene ; tutti devono cercare , e ceicano fpicllo 
che meglio potrebbe dirigerli; e tulli finalmente devono attaccarsi e si 
attaccano, e devono lasciarsi dirigere e si lasciano dirigere da rpicl- 
lo che piìi loro comparisce capace. Ora se gli stessi oggetti de\ono 
fare le medesime impressioni , e queste devono eccitare 1' anima a for- 
mare gli stessi giudizj e le slesse determinazioni , tutti devono rivo- 
gliersi ad un solo per capo. Intendo già per tulli , quelli che pre- 
stano la dovuta aitenzione agl'interessi pvoprj e della società. JNon mi 
estenderò ora a dimostrare con la storia di ciò che è successo , e che 
succede la verità di questa mia proposizione , cioè che esiste una natu- 
rale disposizione ad appcjggiarsi a un solo capo, e a non esserne ribut- 
tati, (luand' anche non fosse scielto volontariamente; purché i più non 
si vedano offesi e disprezzati per 1' interesse privato o per un mal in- 
teso orgoglio di alcuni pochi. Potrei certamente mostrare la venia di 
questa mia proposizione confrontando lo stalo di continua turbolenza 
delle Repubbliche greche e romana con la durata della quiete nei paesi 
e nei tempi , in cui dominò un solo capo , qualunque egli sia stato. 
Non mi si dica clie lo slato di schiavitù e di terrore , più clie la volon- 
tà deli-rniinata dalla maggior felicità abbia raaaleuuio quella quieti^ ; per- 
che risponderò, che sotto la tirannia di Nerone, o di simili Imperatori 
non vi era mai quel ben' essere, e neppure quella quiete o volontaria som- 
raissioue c'ae sola può fare prosperare 1' industria nazionale. IMa che 
avrei bisogno di cercare nella storia de' secoli passati le prove di questa 
verità? La storia di questi ultimi anni me ne sommimstrarebbe un esem- 
pio luminoso , se la mia penna profana potesse o sapesse esporre le sa- 
cre gesta dell'Eroe degli eroi, il quale certo non ha avuto siin'li che 
lo precedano , e per quanto egli stesso sia persuaso , che lo spirito uma- 
no debba sempre progredire e perfezionarsi , penso che non avrà inai 
un simile nei secoli avvenire. 

Io finirò col dire, che da tutto l'esposto sulla vera norma che pos- 
siamo avere , e che seguiamo in fatto per riconoscere la relliiudine dei 
nostri gludizj , convien concludere essere principale oggetto dell' educa- 
zione morale di ogni individuo qualunque, quello di secondar.' la natu- 
ralq disposizione ad osservare e rimettersi in ogni argomento non al g:u- 



152 



dizlo proprio o di qualclie più vicino , ma al giudizio dei piìi nel sen- 
so sopra precisato. Neil' atto che nessuno acquisterà l' arroganza di cre- 
dersi il solo capace di vedere tutto giustamente, o di potere disprezzare 
ogni altro, unica cosa che ributta e disgusta, ognuno acquisterà l'abi- 
tudine d'indagare, seguire, e rimettersi al giudizio della maggior par- 
te , eh' è il solo mezzo che abbia sempre mantenuta la buona armonia 
nella società. E una massima ovvia e vera , che non convenga giurare 
sulla parola del maestro, o di alcuno j ma deve essere aggiunto, che 
non con, iene giurare nemmeno sulla propria. Quello che può, e che 
deve essere fatto consiste nell' esaminare , se quello che noi giudichia- 
mo sia stato giudicato dai piìi tra gli altri che vi fecero attenzione, e a 
questo siamo noi tutti naturalmente disposti per la naturale simpatia o 
tendenza di mettersi sempre con F immaginazione nelle circostanze di un 
altro per osservare , se pensaressinio coni' esso sugli oggetti che occu- 
pano la sua attenzione, o s'egli pensarebbe, come noi, in quegli og- 
getti che occupano la nostra. Lo stesso bisogno di ajuto e di consi- 
glio nel primi aani della vita ci abitua ad ascoltare , e rimettersi al giu- 
dizio dcijli altri 5 purché questi non ci disgustino coli' abusare di questa 
condiscendenza. 



i5S 



NUOVE ESPERIENZE SOPRA. L' ACIDO 
VITRIOLICO GLACIALE 



MEMORIA 



(*) 



DI MARCO CARBURI 



D, 



'alle sperlenze esposte nella mia Memoria sopra 1' acido vitriolico 
glaciale pubblicata l'anno 1789 nel tomo secondo dei Saggj di questa 
Accademia è dimostralo che rettificando dell' acido vitriolico concentrato 
e fumante si ha per primo prodotto un volatilissirao, e nello stesso tem- 
po pesante acido glaciale che si cristallizza in più modi , sommamente 
corrosivo , bruciante , incapace di sentire il contatto dell' aria senza pro- 
durre all' istante un' abbondantissima e densa nebbia , e che si mantiene 
solido ed immutato nei più cocenti estivi calori , purché sia perfetta- 
mente rinchiuso. Egli è parimenti dimostrato dalle stesse sperienze, che 
in quest' acido glaciale tutte le dette qualità sono proporzionate al di 
lui peso specifico , dimanierachè il più pesante è contemporaneamente 
sempre più volatile e più glaciale , cioè più solido , più corrosivo , più 
bruciante , e diffondente in più copia la densa nebbia al contatto del- 
l' aria, del meno volatile, meno pesante e meno glaciale. Una legge sì 
ben stabilita , e costantissima in tutti gli altri fenomeni che appartengo- 
no a quest' acido portato alla sua ultima possibile concentrazione sino ad 
ora conosciuta} chi avrebbe supposto _che esser potesse soggetta alle 

(*) Trattandosi di sole esperienze che pos- alla nomenclatura che l' autore sosteneva 

sono però essere interessanti , e che fanno al momento che compose e lesse questo 

seguito a quella d'un' altra Memoria està- scritto, 
lo creduto di non fare alcuna alterazione 



»54 

strane modificazioni che ora sono per esporre , per solo effetto d' una 
piccola giunta di poca acqua distillata nell' olio di vitriolo fumante mes- 
so a rettificare ? Chi non avrebbe supposto con tutta ragione dietro tut- 
ti i fatti noti, che un olio di vitriolo indebolito con 1' acqua distillata 
messo a rettificare non avrebbe più dato nella sua rettificazione se non 
che un acido vltriolico leggero e comune ? Tutto dovea farlo credere , 
ed io lo supposi fondato sopra tutte le possibili analogie. Vani fonda- 
menti però in molti casi particolari , e la natura ce ne mostra di tratto 
in tratto tutta la fallacia , come nel presente caso fanno vedere i fatti 
seguenti. 

I .° Io mescolai con una misura d' acqua distillala otto misure d' olio di 
vitriolo di Sassonia il di cui peso specifico era :: 67475, o sia :: 1,877, 
il termometro di Reaumur essendo 6 gradi sopralo zero. Il peso dell'acqua 
distillala era : : 35g, o sia : : 1,000. Al solilo la mescolanza della pic- 
cola porzione d' acqua distillata fece innalzare il termometro a mollo più 
di 80 gradi ; ed il liquore dopo raffreddato perfcliamente pesò : : 662, o 
sia :; i,844- P^'' conseguenza vi fu compenetrazione di fluidi, come vi 
è in molti casi di altri fluidi, e come vi è in più casi anche nei metalli 
insieme fonduti. 

2.° Ho messo a rettificare in bagno d' arena il detto misto d' acqua 
distillala, e d'olio di vitriolo, adattando alla storta un allungatore uni- 
to ad un recipiente , ed al primo collo dell' allungatore 1' estremità di 
una canna immersa coli' altra sua estremità nello spirito di vino conte- 
nuto in una bottiglia adattata all' apparecchio pneumatico. 

3.° Distillai prima con fuoco leggero circa la sola vigesima parte del- 
l' acido contenuto nella storta , il quale sortì torbido , mollo llogislicato 
e leggero, non essendoli suo peso specifico, se non 542, o sia : : i,5og. 
Durante questa prima distillazione non s; alterò in minima parte 1' ela- 
sticità dell'aria contenuta nei recipienti, non se ne sprigionò la raiuima 
bolla nell'apparecchio pueumatico, e lo spirito di vino in cui era im- 
mersa la canna restò perfettamente immutato, senz'acquistare traccia di 
odore di etere , ne alterazione veruna. 

4.0 Insieme col suddetto primo fluido latlicinoso levai dalla storta 
r allungatore , la bottiglia cullo 'pirito di vino, la canna, e tutto l'ap- 
parecchio pnouniillco, l.Tciaiid» applicato al collo della storta il solo 
recipiente. Io feci in allora dlstlliare ali' incirca la stessa quantità di flui- 



iS5 

do che la prima volta , e questo pure soni come il primo sulfureo vo- 
lalile, ma chiarissimo. ludi ho creduto a proposito di dover arrestare 
l'operazione, durante la cpiale io aveva già rimarcalo schiarirsi perfclta- 
naenle tutto l'acido contenuto nella storta, il quale, come si è veduto, 
restò spogliato in due volle di circa la sola decima parte di tutto il suo 
volume. 

5.° Raffreddato elio fu il liquore uella storta levai il recipiente , ver- 
sando in uua picciola bottiglia la seconda suddetta vigesima parte di 
fluido che conteneva. E parimenti levai tosto dalla storta per decanta- 
zione tutto il suo acido divenuto chiarissimo e irasparentlssimo. Nel 
foudo della storta ne restò uua porzione di latticiuoso e mescolato con 
una terra bianca separatasi e deposta dall' acido durante la sua rettifi- 
cazione. Egli è osservabile che questa terra si trovò con tale tenaci- 
tà aderente al vetro della storta, che non mi fu possibile di staccarla 
da esso , ne raschiandolo , uè col mezzo di acidi , ed il vetro non ha 
potuto plìi acquistare la sua politura , come nou la riacquista quando fu 
in contatto col gas spatoso. 

6.° La seconda suddetta vigesima parte d'acido sortito dalla storta era 
ben lontana dall' aver uessuu' apparenza d' acido vitriolico glaciale couo- 
sciuto. Ella nou era, come dissi, se non che un fluido chiarissimo e 
trasparentissimo , che sentiva leggermente 1' acido sulfureo volatile. Sol- 
tanto la caraffa in cui io lo aveva versato, alla mano indicava ch'egli 
era molto pesante. 

Vidi nou senza sorpresa poche ore dopo che questo fluido era pas- 
sato dal recipiente nella caraffa, in esso formarsi dei cristalli perfetti, e 
iraspareutissimi , che s' ingrossavano a vista d' occhio. Era il termometro 
alli tre gradi sopra lo zero. Nel giorno seguente quasi tutto 11 fluido era 
cristallizzato', fuorché una porzione ch'io separai tosto dai cristalli. 

■j." Questa fluida porzione, la quale nou avea voluto congelarsi in 
cristalli, pesò esattamente caratti i55-, ed un' esattamente pari porzione 
d'acqua distillata pesò caratti 75^ j sicché il peso dell'acqua distillata a 
quello dell'acido rimasto fluido, e separato dai cristalli fu : : 55g:662, 
o sia : : i,ooo : 1,844» precisamente lo stesso ch'egli avea prima della 
sua rettificazione , come si notò al n. i . Quest' acido mescolato con 
r acqua distillata non ha potuto far montare il termometro se non che 
ai gradi 5o. 



1-36 

8.° T cristalli poi d' acido vltrlolico contenuti nella caraffa pesarono 
caratti 55o, o sia poco meno di clnqu' oncle. Tutt' altro scniLravauo che 
r acido vitrlollco glaciale sin' ora conosciuto. Si avrebbero presi per cri- 
stalli di sale di Glauber j non davano traccia di fumo; erano irasparen- 
tlsslmij poco corrosivi e brucianti, e nondimeno volatilisslmi , come si 
è Veduto ; finalmente si scioglievano uell' accpia distillata con facilità, con 
poco calore , e senza il minimo fischio , o rumore. 

9.0 Qucst' acido glaciale cristallizzato si fonde con minimo calore so- 
pra le ceneri calde, e nel fondersi, cioè nel passare dallo stalo solido 
allo stato fluido produce sul termometro un raffreddamento di alcuni gra- 
di. Sicché per avere con questi cristalli un fluido freddo , non si ha che 
ad approssimarli al fuoco solo quanto basta per Isquagllarll. 

lo.o Una piccola bottiglia che contiene 322 grani d'acqua distillata, 
ha contenuto 1168 grani del detto acido fluido prodotto dallo squaglia- 
mento del suddetti cristalli; cioè il peso dell'acqua distillata a quello 
di questo nuovo acido vltrlolico glaciale reso fluido sul fuoco è : : 55g; 
1002, o sia : : 1,000 : 5,62--, enorme peso, molto superiore a quello 
dell' acido vltrlolico stellato , ( Memoria dell' Accademia di Padova To- 
mo 2 pagina 87 ) peso di cui non si ha esempio neranieno per ap- 
prossimazione lu nessun acido fluido noto. Il nostro acido fluido nel cri- 
stallizzarsi di nuovo nella piccola bottiglia iu cui ne presi lo specifico 
peso , si diminuì di volume , e quindi il vero effettivo peso di questo 
nuovo acido vitrlollco glaciale , è ancora siqjcriore di 3,627. Pure egli 
è molto più volatile di tutto l' acido fluido rimasto nella stona , 11 di 
cui peso è soltanto 662, o sia i,844- 

ii.o Qual' è dunque la materia che nello stesso tempo è sì volatile, 
e s'i pesante, o almeno capace di comunicare sì enorme peso al no- 
stro acido? Gli è ella essenziale, o avventizia? In che consiste 1' origina- 
ria composizione dell' acido vltrlolico ? D' onde proviene che 1' acido stes- 
so combinato con circa 1' ottava parte , in misura d' acqua distillata pro- 
duca i strani fenomeni sopra descritti, e che diluito con molto maggiori 
dosi della stessa acqua distillata non ne produca nessuno? A tutte que- 
ste questioni possiamo forse sperar d' essere in islalo di soddisfare in al- 
tro tempo. 

Frattanto per assoggettare In un colpo d' occhio alla riflessione sul 
punto interessante e particolare del peso specifico dell'acido vitriolico 



r57 

tutto il risultato dei miei osperimcnli si presenti, che puljl)licati nel 

detto II. volume dell' Accademia , n'espongo il complesso nella breve 
seeruenle tavola . 

Accpia distillata 35g . . ovvero . . i,ooo 

Olio di vitrlolo fumante di Sassonia .... 6Gi i,8|0 

- - - - detto 6g2 ''9^7 

- - - - detto non per anco glaciale 'yo5 i,<jf>5 

- - e nemmeno ancora glaciale ■yi'y ''997 

- - Glaciale semplice quale fu estratto da Hel- 
lot, dopo Lemery, non riuscito a Baumc, non 

estratto da altri Chimici 745 2,075 

Più glaciale da me fatto il primo 861 2,5g8 

A questi numeri jjuhblicati nelle pagine 86,87 

del citato volume , aggiungo in adesso i seguenti: 

Acido vitriolico concentrato di Sassonia . . 674^5 ''^77 

- - - - Lo stesso mescolato con 1' ottava parte , 

in misura , d' acqua distillata G62 i,844 

- - - - La sua vigesima parte incirca sortita la 

prima nella sua rettificazione 542 i,5og 

La porzione fluida della seconda vigesima par- 
te incirca dello stesso acido sortita nella sua 
rettificazione . 663 i,844 

La descritta porzione di ignoto acido vitrioli- 
co glaciale , del tutto dissimile da ogn' altra mo- 
dificazione d' acido glaciale sinora veduta . . . i,3o2 ^,627 

Questa tavola combinata con tutte le circostanze da me sinora de- 
scritte de' miei esperimeuti sull' acido vitriolico farà comprendere age- 
volmente quanto la Chimica fosse ancora indietro sopra la natura parti- 
colare di quest' acido , e quanto ancora ci resti da sperimentare per ri- 
conoscerla fondatamente. 



18 



id3 



DEL CITISO DEGLI ANTICHI 



MEMORIA 



o 



DI GIOVANNI IM ARSILI 



A. ra le piante clie si trovano spesso nominate e celebrale dagli an- 
tichi scrittori, non ben conosciute o controverse tra'moderni , il citiso è 
una di quelle che più hanno esercitato l' ingegno e la penna de' Critici, 
de' Botanici e de' curiosi j e ben merita illustrazione , se vere sono le 
qualità ad esso attribuite per il vantaggio e miglioramento che ne ver- 
rebbe all' economia rurale dalla bontà e abbondanza del pascolo e fo- 
raggio che somminisu-a , quando fosse pianta nativa del nostro suolo , o 
tollerante del nostro clima. Ma siccome nessuno degli Antichi ne ha 
a noi tramandata la descrizione con tale chiarezza e sicurezza di carat- 
teri da potersi agevolmente riconoscere , forza è di cogliere e quasi li- 
bare , e combinar insieme quei pochi dati qua e là dispersi ne' loro 
scritti, che possano avviarci e servir di guida in tale ricerca. 

Il più antico scrittore di cose erbarie tra' Greci , che sia pervenuto 
sino a' nostri tempi è Teofrasto , e perciò il primo , da cui si trovi 

(*) L' opinione del Maisili ninlorno il deinde descripxit; imdc passim nomen cy- 

citiso degli Antichi è stata adottata dallo tisi marantae taìil. Descriptio ea opprime 

Sprengel. Nrll' Opera intitolala AiHiquitii- congriiit ciim medicagine nostra arborea, 

luin botanicnnim specimen primimi aneto- Ma il Morsili mancato di vita l'anno 1795 

re Canio Sprengelio Lipsiae 1798 al capo aveva letta questa Memoria alcuni anni 

quarto de cytisis veternm pag.' 44 legge- prima, e ben conveniva rendergli la giu- 

si ■=Jam Èartholomaeus Maranta qui pe- slizia di avere il primo portato questo 

cidiaremliortum alehal , seminibtis ex grae- giudizio. 
eia ntissis j yeruni cj-iisum coluit , alque 



iZg 



fatta commemorazione del citiso j ma altro da esso non si rirava, sen- 
uoiichò è pianta lulcldiale alle plaule vicine, alle quali dcriiba il nodri- 
niciiio, e clic la so.slauza niidollaie d' esso per durezza e solidità supera 
il ro\ ere , e non la cede all' ebano. 

Ne palla dopo lui Dioscorido più diffusamente e con maijgior preci- 
sione , avendo lasciato scritto al capo novantatrè del libro rpiarto della 
Materia medica, che il citiso è un arboscello tutto bianco rpial è il 
rbanino, che caccia 1 suoi rami d'un «ombito in lunjjliezza e talvolta 
maggiori , vestili di foglie somiglianti a rpielle del flen-greco o del 
loto , ma minori e col dorso più elevato , le quali sfregate tra le dita 
spirano odore di ruchetta , e assaggiate il sapore di cece in erba j ag- 
giugnendo alcune notizie delle sue facoltà medicinali , che non fanno 
al mio proposito , e terminando col farci sapere , che v' era 1' usanza di 
piantarlo presso le arnie delle pecchie, le quali sono allettate dalla 
soavità de' suoi fiori. 

Galeno nel libro primo degli antidoti scrive del citiso , quanto segue. 
» Nella Misia in quella parte che conliua colla nostra provincia , v' è un 
» certo luogo chiamato Brittoue, dove ritrovai il mele non senza gran 
» maraviglia slmile a quello d'Atene. Quivi era una piccola collina, tutta 
» sassosa e coperta d' origano e di timo ; e in nn' altra parte v' era per 
» tutto il citiso , da' cui fiori scrivono gli Autori tutti , che le Api ricol- 
» gono copiosissimo mele. E il citiso pianta fruticosa , che cresce tanto 
» alta quanto il mirto «. Fin qui Galeno. Da Plinio poi sappiamo che 
vi fu tra'Greci un tale Archiloco il quale compose un intiero libro in- 
torno al citiso e all'erba medica, e si trovano dallo stesso citati due 
altri Autori di quella nazione, Democrito d' Abdcra e Aristomaco ate- 
niese , li quali, del citiso parlando, chiamato aveaulo pianta fruticosa, 
della grandezza del mirto, di bianca corteccia, le cui foglie e rami 
novelli ottima pastura sono per impinguare le pecore e le capre, e ge- 
nerare il latte in copia e di perfetta qualità, de' cui fiori sono avide le 
pecchie. 

Questo è quanto si ritrova lasciato detto da' Greci intorno al citiso (i). 
Da' Romani uou pare che fosse guari coltivato lo studio dell' erbe , 

(i) Quando non si voglia tener conto feliccnipnte ria Virpiìio : 

di quel verso di TcOClilO, imitato poi S.p.. la copra U du^o , ,cg„. a lupo la e^r,. 



i4o 

ausiliario della Medicina, arte da essi vilipesa e abbandonata ai servi e 
liberli nei bei tempi della lepubblica e dell' impero. Non è però mara- 
viglia , se niancbino a quella nazione scrittori di queste due scienze- Im- 
perciocché quanto a Celso, ingenuo e cittadino romano de' bei tempi 
d'Augusto, è opinione generalmente ricevvua, ch'egli non esercitasse 
giammai la Medicina, né fosse Medico di professione; ma dai Greci 
traesse quelle dottrine che con sì giudiziosa scelta e con tal garbo ed 
eleganza di stile ha a noi tramandate nel suo nativo idioma. 

Fu bensì altrettanto in pregio tra' Romani l'agricoltura, e scrittori 
v' ebbero di gran condizione , esperienza e sapere , che di essa trattaro- 
no , parte de' cui scritti s'è conservata sino a' nostri tempi. Da essi si 
trova fatta menziono del citiso, come di pianta utilissima per la nutri- 
zione de' bestiami grossi e minuti , e per il melllfuio ; onde da essi fa 
d' uopo ripetere que' pochi lumi che possono contribuire al ritrova- 
mento del vero citiso degli Antichi. 

Catone, il più antico dei latini Geopouici, non ne ha fatto parola, 
almeno ne' libri che di lui sussistono. Ma Varroue ne parla in due luo- 
ehi , cioè al capo decimo-quarto del primo libro, dove dice: Cjtisus 
seritiir in terra bene subacla, tanquam semcn brassicae , inde dijjer- 
tur et in sesqidpedem ponilur , aut etiain de cyliso duriores vir- 
gulae deplantantur, et ita pangitur in serendo ; e nel capo secondo del 
secondo libro , in cui tratta del nodrimenlo più proprio e confacentc 
alle gregeie lanate ; Furfures objiciuntur modice , ne pariiin aut ni- 
ììuuiii saturentur. Utrumque enini ad corpus alendum inimicum. At 
maxime amicum cjtisuni et medica. Nani et pingues facit facilli- 
me , ac genit lac- 

Più diffuse e circostanziate notizie ci ha lasciate intorno al citiso Co- 
lumella in plìi luoghi de' suoi libri , ma singolarmente al capo duodeci- 
mo, eh' è l'ultimo del quinto, e tutto al citiso dedicato: Cjtisum in 
agro esse quampluriinum refert , quod gatlinis, apibus , capris , bu- 
bus quoque et omni generi pecuduin utilissiinus est, quod ex eo cito 
pinguescit et lactis plurimwn praebet ovibus : tuin etiam quod ceto 
mensibus viridi eo pabulo uti, et postea arido possis. Praeterea in 
quolibet agro ., quaimds inacerrimo, ceLeriter comprehendit , omneni 
injuriam sine noxa patitur. Segue Columclla a ragionare delle sue qua- 
lità mediciuall , che per brevità tralascio ; e quindi passa ad insegnarne 



i4i 

la coltivazione. Salio aiitem cylisi vel autwnno circa ìdus octobris, 
veL fere fieri potcst. Cuni Icrru/n bene suhe^crii , areolas fucilo , ihi- 
que , veLut ocj-iiii , seiiien cjlisi aiUuiuno serilo. Vldiilas deiiule fe- 
re dis/ìoiiilo , ut iiUcr se quoquofersus (juuluor jieduin spalio disteni. 
Si semeii noti habucris , cacuiaiiia cjtisoruin fere deponilo , el ster- 
coralain terrain exaggeralo. Si pluvia non incesserit , rigato quinde- 
ciin proxiiins dicbus. Siiiiulatque nolani frondein agcre coepcril , sar- 
rito, et post trienniuin deinde caetlilo, et pecari pracbclo. Equo abuiide 
est viridis pondo quindcna , bubus pondo vicena , caeterisque peco- 
ribus prò porlione viriuni. Polest etiani ante septembrem salis coin- 
Tìiode ramis cjtisus seri , quoniam facile comprehendit et injuriam su- 
slinet. jiridum si dabis , parcius praebeto ; quornam vires majores ha- 
het , priusque aqua macerato , et exemplum paleis jierniiscelo. Cjti- 
suiit , culli ariduin facere voles , circa mensem septembrem , ubi se- 
men ejus grandescere incipiet., caedito, paucisque horis diun flaccescat, 
in sole habeto. Deinde in umbra essiccato et ita condito. Hactenus 
de arboribus praecepisse abwile est. Il medesinio auture ritorna al 
citiso nel libro ottavo , ove per cihar le galline insci^na , che jejunis 
cylisi foLia seininaque maxime probautur , et suiit Iiuic generi "ra- 
tissima ; neque idla est regio , in qua non possit liuj'us arbusculae 
copia esse vel maxima. E al capo quarto del libro nono, in cui traila 
defili arboscelli da piantarsi in vicinanza degli alveari , dislin^ne due 
specie di citiso : Post linee frequens sit incrementi majoris surculus 
( co aparativaniente al timo, all' oiigano , alla timbra e alla santoreoaia , 
che prima aveva nominate , chiamandole fiutices exiguos ) ut rosmari- 
nus et utraque cjtisus. Est enim saliva, eh' è la specie da noi con- 
templata, et altera siiae sponlis. Né altro si ha da ColiimcUa intorno 
al citiso. 

Di mezzo tra Varrone e Columella fiorì Virgilio , meritamente anno- 
veralo tra' primari seriitini di cose rustiche per le mirabili sue Georgi- 
che , da esso composte in obbedienza a Ottaviano Augnsto , cui impor- 
tava al cominciamento del suo imp(MO di _ richiamare li suoi sudditi 
all'agricoltura, negletta per il lungo corso delle guerre civili, e quasi 
perduta nell'Italia. Egli fa grande onore al citiso, e pro\a in qual 
uso e riputazione fosse tal pianta tra' Romani, spesso nominandola nei 
suoi versi , e segnatamente nella prima delle sue Pastorali , 



i4a 

Non me pascente capellae 
Florenteni cytiswn et salices carpetis amaras : 
e nella seconda 

Torva Icacna lupum sequitur , lupus ipse capeUam , 
Florentem cjtisuni sequitur lasciva capella ; 
e nella nona 

Sic cjtiso pastae distentant ubera vaccae 
e nella decima 

Nec lacrjmis crudelìs amor, nec gramina rivis 
Nec citiso satiantur apes , nec fronde capellae. 
Nel terzo libro parimenti delle Georgiche molto raccomanda il citiso 
per foraggio, affme di ottenere latte in copia e di eccellente qualità 
dalle pecore e dalle capre. 

^t cui lactis amor, cjtisum lotosque frequentes 
Ipse mano, salicisque feiat praesepibus herbas ; 
con quello che segue. Ma non fa cenno veruno , ne tocca particolarità 
o circostanze che possano darci un' idea della pianta e servir di lume. 
Plinio finalmente è 1' ulilmo de' Latini , il quale abbia parlato del ci- 
tiso. Ma secondo il suo istituto non fa che compilare e raccozzar in- 
sieme quanto udito aveva o trovato ne' libri si de' Greci che dei Ro- 
mani che innanzi a lui avevano scritto. Solamente riflette con ammira- 
zione , che pianta sì pregevole per li suoi usi fosse divenuta a' suoi 
tempi rara nell'Italia. Lwentus hic frutex in cjthno insula, inde 
translatus est in omnes Cjcladas , mox in urbes graecas magno 
casei proventu ; propter quod maxime miror , rarum esse in Italia. 

Ma se a' tempi di Plinio era di già rara , piìi rara deve essersi fatta 
in seguito ne' secoli della barbarie , e tanto in fine , che se u' è perduta 
affatto la conoscenza , come di tante altre utilissime piante, celebri tra 
gli Antichi, sappiamo esser avvenuto. 

Da più cause potrebbe ciò essere derivato, o dall'introduzione e so- 
stituzione di qualche miglior foraggio di più certa rendila e di più 
facile coltura, o da qualche stravaganza di stagioni o veramente da qual- 
che , per dir così, epidemia particolare, che ne abbia scemata o di- 
strutta la spezie in Italia. Lo che tanto più facilmente potrebbe es- 
sere avvenuto , se sia vero che il citiso , secondo Uioscorlde e il suo 
copista Plinio , fosse pianta non indigena e naturale dei suolo itaUa- 



i43 

no, ma orientale e nativa dell'isola di Cimo o Ciiisa , come è nomina- 
ta (la Servio, mia delle C'cladi , da cui scmbia che abbia preso il suo 



uome. 



Tale non è p^r avventura la sorte del citiso, e non è difatto dispe- 
rato il caso di trarlo dall' oscurità , e ravvisarlo in alcuna delle piante 
da noi sotto altro nome conosciute. Sappiamo intanto da (juei pochi in- 
dizj che ci sono da' soprarriferili autori sommluistrati , che il citiso è 
pianta fruticosa, dell' altezza più o meno che umana, di legno durissimo 
e nell'interno nereggiante, ricoperto da bianca corteccia, che si pro- 
paga da' suoi semi ugualmente , e da' suol rami piantali in terra , che si 
veste di foglie pelosctte , minute , sempre verdi , simili a quelle del tri- 
foglio, cioè tre a tre su lo stesso picciuolo, le quali sono man"iale 
volontleri da bestiami , che il fiore è giallo e continua buona parte del- 
l' anno, e le foglie strofinate tra le dita ricordano l'odore della ru- 
chetta, e masticate somigliano nel sapore a quello de' ceci verdi. 

Non può adunque essere il citiso degli Antichi , ne il citiso delle 
alpi, chiamato da' Botanici hihwniim ^ o anagjìiis ininus foetens, dai 
Toscani avarucllo , il quale se non è albero , è almeno arbusto di molto 
superiore altezza , con foglie ben grandi , liscie e di sapore erbaceo , e 
di fiore primaticcio e fugacissimo , come aveva conghietturato il nostro 
dottissimo Guilandiuo, e dopo esso Domenico Vigna Scrittore e Bota- 
nico pisano : non il citiso eretico con fior rosso di Onorio Belli , uè 
altra spezie fruticosa di quelle che portano oggidì il nome di citiso, 
ne la colutea vescicaria , come fu opinione d'Inglese moderno, mancanti 
ciascuna di molte o d'una o l'altra delle suddette condizioni. E molto 
meno potrà essere il luto urbano o meliloto o tribolo, come credette 
il Mattioli , o il trifoglio fruticoso , o il candido di Dodoneo , o altra 
spezie di pianta erbacea di ({uelle che allignano spontaneamente, o sono 
seminate nel prati, e che sono, ora una ora l'altra stale battezzate da 
taluno con questo nome. 

La pianta, in cui collettivamente concorrono tutte le suddette parti- 
colarith, e in cui parmi , che si possa senza equivoco liconoscere 11 ci- 
tiso legittimo dell' Antichità, è quella .spezie di medlcago, da Tourneforzlo 
nominata melicago triJoUa frutescens ^ iìicmia , e da Linneo definita 
medicano legwninibus lunatis margine integerrimis , e chiamata dal Mil- 
ler medica arborea. 



È miesta di falli un arboscello , che mai oltrepassa 11 cinque o sei 
piedi in altezza, almeno nel nostro clima. Il suo tronco è legnoso, ri- 
coperto di scorza ceneroj^nola , il quale si divide in molti rami, rive- 
stiti, quando sono novelli, di bianca e finissima peluria: a ciascuu nodo 
spuntano due o ire foglie , formate ognuna di Ire lobi slaccali su lo 
slesso picciuolo. I lobi o foglielle sono piccole e lanceolate , cioè lar- 
ghe nel mezzo, e acute alle due estremità, coperte di bianca lanugine 
al di sotto, di mi verde giallastro alla parte superiore. Sussistono su la 
pianta tutto l'anno, formando co' rami più teneri un ben follo cespu- 
glio. Ev'identissimo è in esse alla bocca il sapore di legume fresco, e 
r odore di ruchetta all' odorato. Da' lati de' raiuoscelll partono li pedi- 
celli che port-ino ciascuno un gruppo di quattro o cinque fiorellini, 
della classe de' papUionacel o leguminosi, di colore vivac'simo gi;:l]o , e 
quasi av.r "O. Al cader d'essi rimane il germe, e diviene im piccolo Ijac- 
cello semilunare , che contiene da tre a quattro granella reniformi. Na- 
sce dal suo seme, e facibuente attacca de' suol rimciticcj , se siano piau- 
lati in buona lerra nel mese d' aprile , e governali con le opportune 
avverlenze. Accordano tutti gli autori, che il clima suo nativo sia nel- 
l'Asia e n^'Ue isole d il' Arcipelago , ed è verisimile che di la abbia fallo 
passaggio alla Sicilia , al Regno di Napoli , all' Abruzzo , e ad altre 
contrade dell' llal a piìi meridionale , come porla 1' antica Iradizione. 

Quanto alla durezza e solidità del suo legno, ch'era uno de' pregj 
del citiso presso gli Antichi, sappiamo da Onorio Bello che viene ado- 
pr^ralo da' Turchi a formarne l' Impuguatuya a loro pugnali e scimitarre, 
e da' Calogeri greci per noccioli a'4oco rosarj e alle loro corone , 
come vedremo ch'era altra volta praticato, e forse lo è tuttavia nella 
città di Napoli. Ma la nerezza del midollo, per cui, come nella du- 
rezza, COSI uel colore rassomigliasi all'ebano, non si rende manifesta, 
sennonché uel tronco delle piante di lunga età, e di considerabile dia- 
metro, e Invano si cercherebbe nelle piante sottili e novelle. 

In una sola circostanza pare, che non com])lnl affatto con la descri- 
zione lasciataci dagli Antichi, cioè l'aspetto di canizie universale al ci- 
tiso allribiillo. Si fallo carattere osservasi bensì in tutto il resto di questa 
pianta, fuorché uella superficie superiore della foglia, la quale compa- 
risce d'un verde pallido, tirante al giallo, e senza pelo. Ma non è strano 
nò insolito alle piante de' climi forasiieri di perder tutta o parte di 



i4S 

quella lanugine che le riveste, e fa comparir biancheggiami , se siano tras-. 
portato e allevate sotto altro cielo. 

A chi poi opponesse , che il citiso de' Romani non può essere la pianta 
da me contemplala, la quale presso noi esige la coltura e trattamento 
delle esotiche , rispondo , ciò esser vero di qua dagli Apennlni , dove a 
<-Ielo scoperto e senza difesa non resiste al rigore e durata delle nostre 
invernate , ma nelle più lunghe e severe succede eh' è distrutta fino alla 
radice, e nelle più benigne, qual si fu 1' ultima .languisce, e si sfronda, 
e perde i suol rami più teneri e le cime. Diversamente però avviene 
ncir altra parte d' Italia , dove il clima è più temperato , e meno esposto 
a' venti boreali, l'Inverno brevissimo e mite, scarse e di poca durata le 
nevi ed i geli, e dove 11 Romani avevano le loro ville e poderi. Sap- 
piamo che questo arboscello vive e vegeta lietamente su' colli, e alla 
campagna del Napolitano, nella Sicilia, nella Sabina, In Terra di lavoro, 
e nell'Abruzzo, assicurandoci il signor Miller d'aver rlce\uto e semi e 
piante in Ischeletro da codesti paesi, e spezialmente dall'Abruzzo, dove 
è volgarlssimo , e serve di grato pascolo alle pecore e capre con gran 
vantaggio delle cascine j con questo di più-, che passa tra gli abitanti, ed 
è conosciuto col nome di citiso di \irgillo. Nella stessa isola d'Inghil- 
terra, dove malgrado la sua situazione geografica, tanto più settentrio- 
nale di tutta la nostra Italia, qualunque ne sia la causa fisica, le sta- 
gioni sono più equablh , e mai portano agli eccessi del caldo e del 
freddo , sappiamo dal medesimo signor ^Miller , che prova allo scoperto 
anche nell'Inverno, se trovisi In buona plaga, e non succedano strava- 
ganze di freddo e di gelo, e vegeta e fiorisce più lietamente, che non 
fa sotto ricovero e nelle conserve. SI è anzi trovato tra el' Inglesi im 
certo Switzer, per quanto si mostra ne' suoi scritti, miglior Agricoltore 
che Critico e Botanico, il quale persuaso e forse troppo riscaldato nella 
sua persuasione dell' eccellenza di questo foraggio , in una sua lettera pub- 
blicala colle stampe di Londra nel 1731, ne consiglia a' suoi nazionali 
le piantagioni In grande, credendone facile non che possibile la coltura, 
di cui prescrive i modi e le avvertenze da sé medesimo con buon esito, 
come afferma, praticate , calcolando il dispendio occorrente in confronto 
della rendita sperabile del prodotto. 3Ia rifletto da savio il signor Mil- 
ler , sommo maestro di tali studj , che per quanto possa essere conside- 
rabile il profitto di questa pianta per pascoli e foraggi nelle isole di Cau- 

»9 



i46 

dia e di Sicilia , nel reame di Napoli e nella campagna di Roma , dove 
nasce spontanea e vive senz'arte e senza spesa, non potrà mai allignare 
e addomesticarsi in modo che possa fruttare nessun reale vantaggio al- 
l' Inghilterra. Conciossiachè spesso avviene che vi è o totalmente distrutta- 
ne' gran freddi , o danneggiata a segno di non poter riaversi e rinfor- 
zare prima della metà o alla fine di maggio , ne perciò fare considera- 
bile messa , e soffrir il taglio più d' una volta l' anno , non senza difti- 
coltà e stento per la durezza acquistata da rami invecchiati. Non deve 
però allettare , uè merita incoraggimeuto un prodotto di dulibiosa riuscita 
e di certo dispendio in un paese abbondantissimo di pasture e foraggi 
naturali e artificiali di più facile ed economica coltura, q di maggiore 
o di più sicuro provento. 

Ma siccome non è mio assunto quello di pi-ovare l' utilità economica 
di questa pianta , ma solamente la sua identità col citiso di Columella , 
di Virgilio e degli Antichi , e questa- sembra ad evidenza slabilila da 
tanti rapporti e convenienze d' origin'e , di struttura , di sostanza , d' abi- 
to e di sembianze , e fino di colore , odore , sapore ed uso , m' affretto 
alla conclusione , la quale parnii dover essere , che o la pianta in consi- 
derazione è il vero e legittimo citiso degli Antichi, o la ricerca ne va 
abbandonata e rilegata tra problemi d' impossibile risoluzione. 

Comunque ciò sia, è di dovere ch'io dichiari non esser nuova né 
mia la scoperta , e non venga defraudato della meritata Lode il suo Au- 
tore. Fu Bartolomeo Mai-anta Medico veuosino e Botanico non igno- 
bile de' suoi tempi (i) il primo che ravvisasse in questa pianta li ca- 
ratteri e note del citiso , delle quali ne' greci e latini scrittori si tro- 
va ricordanza. Egli nell'elegante suo Trattatello latino del metodo di 
conoscere h semplici (2), al capo sesto del libro primo parla per in- 
cidenza del citiso, e cosi ne discorre. Matlhiolus alioqui , peritissìiniis 
prò cjtiso vulgare tribulum diutius ostenderat nihU curans , ijuod 
haec herbula potius sit , cjtisum vero fruticem appellet Dioscorides. 
Exhtiinahat etiim , credo , in hac ,. ut et in qiiibusdam aliis , eiini frii- 
iicìs nomen minus rccte accepisse. Veruni cum aliorum auctorum de 
ejtiso descriptionem vidisset , praesertim GaLenwn primo de Jntido-. 

(i) E già amico e corrispondente del nostro Falloppio. 
(3} Pubblicato in VeuMÌa nel iSjq. 



14? 

tis , ubi dicit ; fruticosa vero pianta cytisus est , Barn ùltiludinem ai- 
tìnrrens , ad c/uam mjrtus crescit ; coactus est sententiam mutare, ut 
qui dare cognosceret , Dioscoridem propria appellatione ibi fruticcin 
accepisse. Hunc rtos fruticem saepius coUegimus prope Neapolim in col- 
le quodam , qua ad Nesidem insulam itur , a Dioscoridis descriptione 
nihil variante in ; atque inter caetera odorem, si digitis terantur folia^ 
erucae proximum habent , gustwnque ciceris recentis ita repraesen- 
tant , ut mdlaia differentiam invenias. Totus frutex candidus est , fo- 
liis singuUs pediculis terna, sed rainulosa sunt , quod Plinius expres- 
sit ; Jlorem profert in ramulorwn cacuminihus laetum , aspccluquc pul- 
cherrimum, colore luteuin sed saturatum , quemadmodum quae prò 
cattila ostcndi solet et aurantiorum cortex. Siliquas contortas una et 
nonnunquaiii pluribus spiris parvas , in quibus semina parva , vix 
ineunte aestate maturescentia. Caudex jiigrum cor retinet et ebeni 
aemulum , quo ' sphaerulas orarias ad prece s Neapoli nmgno quaestu 
conficiunt , atque apud artifices Vastaccietta lignum hoc nuncupatur. 
Così il Maranta. Ma per quanto ragionevole fosse la conghiellura e ben 
fondato il giudizio, non cbLe però la forza di persuadere la generalità dei 
Botanici a lui posteriori ; imperciocchò , quantunque da taluno d' essi sia 
stato adottato, come nome o sinonimo, cpiello di citiso del Maranta, 
tutti però sino ai più moderni hanno dubitativamente e senza determina- 
zione parlato della sua identità col citiso degli Autlclil. 

Lo scopo pertanto di questo mio ragionamento si è quello di viep- 
più rischiarare e convalidare l'altrui scoperta, e risolvere o confutare, 
come ho fatto , le obbiezioni ; e basterammi , se sia da voi riguardato e 
compatito , come una semplice esposizione e commento del testo da me 
poc'anzi addotto del soprallodato scrittore. 



148 



TRATTATO DI ALCUNE SPECIE DI GRAMIGNE 

POSTE DAI MODERNI BOTANICI SOTTO LA GENERICA 
DENOMINAZIONE DEI BROMI 



MEMORIA 



DI PIETRO ARDUIiSa 



3.1 nome di bromo da' Botanici viene dato a diverse specie di gra- 
migne, alcune delle quali sono indigene dei nostri paesi, altre esotiche. 
Essendo piante alimentanti i bestiami ho creduto conveniente di formar- 
ne un Trattato che comprenda tutte rpielle che nascono appresso di 
noij e che servir possono per formare dei prati artificiali anche nelle 
situazioni dove il trifoglio , 1' erba medica , ed altre specie dell' istessa 
classe non possono allignare ; e di aggiugnere a questo Trattato due spe- 
cie dell' istesso genere , che o sono state mal definite dai Botanici, o non 
ancora bene osservate , come apparirà da quanto ne dirò a proprio 

luogo. 

Li caratteri generici dei bromi consistono in ciò, che le spighette 

componenti le spighe di qualunque specie dei medesimi costano di mol- 
ti fiori, o sivvero glume, compresse e distiche j e che il calice di ogni 
gluma è composto di due glume iuuguali , e senza ariste ; ed ogni fio- 
re ha la gluma esteriore piìi grande dell' interiore , ed aristata sul dor- 
so della punta. 

Il cavalier Carlo Linneo nel suo Sjstema naturce definisce il gene- 
re dei bromi dicendo : Spicula oblonga , teres distica : arista iufia api- 
cem. 



'49 

Ventitré sono le specie eli esso autore riduce sotto questo genere 
dei bromi , tra le quali ve ne sono alcune mancanti dclli caratteri più 
essenziali, cioè alcune mancano di ariste, altre non hanno le ariste sul 
dorso della punta, ma bensì le loro glume -esteriori terminano in un'ari- 
sta; e perciò recano della confusione , appartenendo queste seconde piutr 
tosto al genere delle festuche, che a quello dei bromi: ma sopra di 
ciò io non vogUo ora opinare, se sia d'uopo o no di separare da tal 
genere quelle che non hauno tutti 1 caratteri ad esso appartenenti, ba-< 
standomi di averne fatto cenno. 

Bromo arvense. Specie I. 

Avv&gnachè sia comune questa pianta a molle situazioni della nostra 
provincia e delle vicine, ed anche ad altre diverse d'Italia, e che age- 
vol fosse di arguire, al solo asseiTarla, l'uso utile che poteva farsene, 
nondimeno non s' è principiato a farne prove , e ad introdurne la colti- 
vazione se non dopo che Sovrana Provvidenza pubblica si è rivolta con 
paterne sollecitudini a promoverc ed incoraggire 1' Agricoltura con 1' in- 
stituzione della Scuola agronomica, e delle georgiche Accademie nelle 
suddite principali città. Onorato fino d' allora della cattedra di essa scuo- 
la, ima delle principali mie attenzioni si fu quella di formarmi una se- 
rie di piante da foraggio per gli animali, tanto italiane che di estere 
regioni ; di farne esperimenti , coltivandole in varj modi per iscoprirne 
1 più utili, e di farle conoscere. Quest' istessa fu una di quelle di tal 
serie , la cui pubbhcazioue da me si riservava per inserirla nel secondo 
tomo di mie esperienze ed osservazioni, che non ho iiotuto per an- 
cora vedere stampato per mancanza dei modi necessarj a farne effettuare 
l'edizione, la quale esige rilevante dispendio, particolarmente per le 
molte uivole di figure da essere incise in rame. In questo frattempo pe- 
rò la pubblica Società agraria di Conégliano, per diligenza del valente 
suo socio signor Ottavio Cristofoli, introdusse la coltura di un'erba 
<ìa foraggio , colà chiamata ventolana , di cui fu poi pubbhcata la 
scoperta e l'uso nel Giornale d'Italia, che stampasi iu Venezia (i). Man- 
dati che mi furono degli esemplari della cosi delta 'ventoÌMiia , conobbi 

(i) Giornale d'Italia, Tomo Vn. pagiua Sqi e seguenti. 



i5o 

che la stessa era appunto il bromo di cui favello , confrontandola cois 
quello iiicdosimo da me coklvalo nei puLLllci campi. Non ostante però 
la publ)lica?àone di detta Memoria, e di alire posteriori, non deggio 
dispensarmi dal trattarne , per far conoscere di rjual specie essa vera- 
mente sia, ad oggetto particolarmente che quelli che vorranno coltivarla, 
non siano indotti in errore, credendola il bromo sqiiarroso di Linneo, 
oppure r egllope del Mattioli, come fu supposto in altra Memoria inse- 
rita nello stesso Giornale (i), nella quale si fa inoltre appartenere im- 
propriamente al genere delle avene, citando Plinio. 

Tanto è confermato il vantaggio risultante dalla coltura di questa eilia 
SI dagli altrui, che da' miei proprj esperimenti di più anni , eh' io credo 
molto importante di farla ben conoscere in tutti li suoi rapporti, onde 
ciascuno possa distinguerla dalle altre sue aflini specie. 

Dirò dunque in primo luogo che il bromo arvcnse ( hromiis an'ensis 
dei Botanici ) non è da confondersi ne col bromo squarroso del Lin- 
neo, né con 1' egilope prima del Mattioli, perciocché queste sono piante 
di altra specie. L' egilops prima del Mattioli è il hromus sterìLis di 
Linneo. Non appartiene nemmeno al genere delle avene ; né l' autorità 
di Plinio conelude in contrario ; poiché egli veramente chiamò bromos 
ìe piante avenacee, e la nostra avena saliva, detta da' Greci ^po/j.o; , 
come ha spiegato il padre Giovanni Arduino nelle sue note all' istcsso 
autore ; ma i bromi de' moderni Botanici costituiscono un genere da 
quello delle avene diverso. 

Il passo di Plinio riportato nella Memoria leste accennata esprime ; 
Bromos est semen spicam ferenlis herhae , nascitur Inter vilia sege- 
tis , avenae genere, stipula et folio triticum imitatur (2). Qui certa- 
mente Plinio non parla della pianta in questione ; ma bensì dell' avena 
infesta alle biade, come è chiaro dalle parole Inter vitia segetis ; ed il 
bromo da lui indicato è la nostra avena silvestre nera , che nasce spon- 
taneamente, ed infesta i nostri seminali; erba dannosa, e da estirparsi, 
anzi che coltivarla. 

Falli questi cenni per togliere gli equivoci sopra 1' identità di una. 
-pianta utilissima da coltivarsi , passiamo a darne i caratteri specifici. 
Cresce questa specie di bromo all' altezza di quattro , ed anche di 

(0 Giornale d'It.-ilia, Tomo X. pagina ^2) Plinio IIIsl. Nat. lib. 22. capo 25. 
Q7, e Tomo XI. pagina 4i- 



i5i 

cinque piedi, ed è pianta liienne come il fiiimcnio. Ila le radici mol- 
iii)lici, sonili e (ìbrose ; e le sue foglie radicali spuntano cespugliose ; e 
sono simili a quelle del fruniculo, ma, più luuglie e più strette e cari- 
che di sottilissimi peli che le fauno apparire cenerognole. S' alzano fra 
le medesime in prlmaveia molte paglie o culmi, muniti di cinque in 
sei nodi, con altrettante foglie, nella parte inferiore, più larghe e molta 
più lunghe delle radicali , e similmcute pelose. Essi culmi sono piii sot- 
tili di quelli della segala, e terminano in lunga, sparsa e pendente pa- 
uicola , divisa in varj rami alternamente opposti, ciascuno de' quali sud- 
dividesi in molti sottili ramoscelli , e questi in varie crene che terminano 
in locuste, ossia spighette di figura lanceolata, strette ed acute, prima 
di fiorire 5 larghe e compresse quando sono mature. Ogni locusta costa 
di un calice formalo di due Lulle inuguall e muliche , e di sei in sette 
glume scagliose venustamente 1' una sopra Y altra collocate , e terminale 
sul dorso della loro punta da ariste sottili e porporescenti. Ciascuna 
gluma costa di due Lulle j I' esteriore delle quali è più grande, convessa 
e aristata, e l'interiore più piccola, ottusa, piana e membranacea^ e 
queste contengono nel mezzo il germe e gli stami; Le locuste o spi- 
ghette sono distiche , compresse , e di colore di paglia , quando trovansi 
giunte a maturità. 11 seme ha la figura di piccola linguetta , ed è con- 
vesso nella parte esterna superiore, piano uella inferiore, e tiensi vesti- 
to dalle sue Lulle come quello del loglio, il di cui colpre è cenero- 
gnolo; 

'■Alligna nei campi assai magri ; particolarmente tra le segale , donde è 
provenuta l' erronea volgare opinione , che delle medesime sia qtiesl' erha 
una trasmutazione. Nasce pure tra le siepi , alle ripe dei fiumi , e nei 
margini delle strade , nel Trevigiano , nel Friuli , ed altrove. E pianta 
Lienue quando nasce in autunno j ma nascendo in primavera diviene 
annua, seccandosi dopo la maturazione dei semi. 

Già molti anni io eLLi delle semenze di uu' erba a questa simile man- 
datami col nome di loliuin tragi. Ne differiva però nelle spighette che 
erano mutlche. Conobbi ch'essa era ìì grainen loliucewii clutius , locu- 
stis modo niulicis , modo hievissime urhLis inslritclis. Moni, grani. 5Gj 
TaL. ..icon. 4. Graineii paniculatum , clatius , spicis oblongìs , mitticis 
squamosis. Ray. List. 1286. synops.' ^58. Phoenix longius spicatn. Parli 
Theatr. 1146. Avendone però perduta Leu presto la razza, ne sapendl^ 



l52 

donde i semi me ne fossero venuti , non ho potuto farue i uecessarj 
esperimculi , e quindi non fo clic accennarla. 

Denominazioni. 

Bromus ( arvensis ) panicula nutante spicuUs ovato-oblongis. Lin- 
nacl spec. plani. 1 1 5. 

Bromus culmo paiiiculato , spicis compressis. Linnaei fior. lapp. 
liort. elijj. 23. 

Festuca granduea juha effusa. Bauh. pili, g, prod. ig, llieatr. \l\l\- 
Sceuchz. grani, pag. 26?., tao. f-, fig- i5. 

Altri sinonimi sono stati dati da altri Botanici a questa specie , che da 
me si ommettouo , uon essendo persuaso che le convengano. 

Coltura ed usi. 

Due sono i modi di coltivare il hromo , di cui si parla , per aver- 
ne 'Ottimo foraggio nella primavera j il quale riesce più abbondante di 
quello della nostra avena comune , della volgarmente detta cesarclla , 
e del vecloue j piante che si pratica di seminare per alimento de' be- 
stiami. 

Il primo si è quello di spai-gerne la semente sopra alli frumentoni 
eialli cinquantini , o di stoppia, subilo dopo 1' ultima zappatura , che loro 
si dà, oppure anche qualche giorno posteriormente, e senza coprirla. 
Bisogna guardarsi dal farue la seminagione sopra terreno secco j d' uopo 
esscudo che sia lunido , o che almeno sia imminente la pioggia, essendo 
la siccità contraria allo sviluppo dei germi. Questo metodo , praticato 
nel Coueglianese , trovasi dettagliatamente descritto nelle sopraiudicale 
Memorie dell' egregia Accademico Crislofoli. 

Il secondo modo, da me praticalo, e da altri per mio suggerimento, 
essendo più vantaggioso, quaulo all' libertà del prodotto, consiste nel 
coltivare quesl' erba da sé sola. Arala prima la terra , erpicala ed appia- 
unta, sopra vi si spargono le semento della medesima, al principio 
di settembre , o almeno dentro lo slesso mese in ragione di mio sta- 
io per ogni campo, tutto a questa nostra misura. Indi il seme si copre 
fipicando il terreno con erpice leggero , oppure con uu foscio di spmi 



i55 

tiralo da animali. Per mia esperienza , può farsi questa seminatura anche 
in primavera a' primi di marzo ; ma in colai modo il prodotto riesce iuu- 
guale, scarso e tardivo non divenendo perfetto da ridiu'si in fieno che 
circa alla metà di giugno ; quando quello delle seminazionl autunnali 
suole segarsi prima della metà di maggio , e perciò a tempo opportuno 
là fargli succedere il frumentone maggiatico , o altri minuti. 

Grande e mollo rLflcssiLile è certamente l'utilità di essa pianta, e 
ben merita che più che non s' è fallo finora , rendasene comune la col- 
tura. 

Seminata, come s'è detto, verso l'autunno, nasce e verdeggia in 
tutto r inverno , anche sotto le nevi , i diacci e le brine. Essa è delle 
prime ad alzarsi in primavera, ed alli primi di maggio è in istato da 
potersi tagliare per alimentare in verde degli animali fino alla raccolta 
del primo fieno : locchè riesce di grande soccorso in quel tempo , iu 
cui è frequente la penuria di altri foraggi. Somministra a' medesimi, sì 
verde clie secca, molto grato e sano alimento: ed essendo pianta sot- 
tile e poco sugosa è delle più facili a seccarsi iu fienoj e quindi molto 
proficua iu una stagione spesso assai umida e piovosa. Coltivandola si 
ottiene un prodotto di piìi , senza disordinare il circolo degli altri pro- 
dotti; pariicolarinente quando si semina tra li frumentoni cin(pianlini, o 
iu altre terre riservate poi minuti della susseguente estiva stagione. 

La sua rendita in fieno suol essere di tre carra per campo nei ter- 
reni pingui; di due circa in quelli mediocri; e di uno , poco più o po- 
co meno, nei molto leggeri e magri, sabbiosi , sassosi, ec. Allignando essa 
anche nelle terre secche e pochissimo feconde , nelle quali tanto si 
scarseggia di altri foraggi e di pascoli , chi non comprende di quanto 
prolìito riuscirebbe il coltivarla nei paesi di tale natura, per poterNÌ ac- 
crescere e mantenere gli animali, che vi soglion essere in poco numero 
e tristi? 

Li suol semi che maturano in giugno, ^possono tisarsi per alimento 
de' domestici volatili, ma non e da lasciarne maturare che la (jiiantllù 
bisognevole per le future semiuazioui, per non diminuir troppo la rac- 
colta del fieno, che dee segarsi «piando le spighe di questo bromo sono 
fiorite, e perciò molto prima della loro maturazione. 
\ 



30 



i54 

Bromo segalino. Specie 2. 

Alligna il bromo segalino tra i frumenti e particolarmente tra le segale, 
ed anche nei margini delle strade , alle ripe dei fiumi e nei prati. È 
pianta bienne che nasce ncU' autunno , e perisce nel giugno dell' anno 
susseguente. 

Descrizione. 

Rassomiglia nelle foglie al bromo della prima specie, sennonché esse 
hanno maggiore lunghezza e larghezza , e sono pelose ad ambi i lati. Si 
alzano i suoi culmi da due in tre piedi, sottili e vestiti di foglie simili 
alle radicali. Le vagine che li comprend<jco sono cariche di peli di- 
retti verso la terra. Da cinque in sei nodi sono divisi essi culmi , e ter- 
minati da panicele pendenti e sparse, lunghe sei oncie , e talvolta più» 
munite di locuste grosse tumide e pendenti, della lunghezza di quasi 
un'oncia, non comprese le ariste. Le locuste sono d'ordinario liscie e 
nitcìiti, e tabolla pelose, di color verde rossiccio, con li margini delle 
glume membranacei , lucidi e argentini. Quando le locuste o sivvero 
spighette sono mature passano al colore pagliesco, e divengono com- 
presse e distiche. Toccandole allora staccansi facilmente divise in parti, 
e cadono. Le bulle sono veolricose , e bifide nella punta. 

Denominazioni. 

Bromus ( secalinus ) paidcula patente , spiculis ovatis. Linnaei Jlor. 
svec. pag. 3o. rt.° 84- spec. plani. 111, editio novìssima , toni. 1 . pag. 
207. 

Festuca graminea glumis hirsulis. Bauli, pin. tlieatr. i45. 

Festuca culmo paniculato , spicis compresso -ocatis. Li/in. Jlor. lapp. 
28. Rojen Lugdb. 67. 

Festuca graminea glumis glahris. Bauli, pin. g. Scheuchz. gramina 
25 1 , tab. 5 , fig. IO. 

Gramen , Gras Montbelgradensium , spicis glabris. Bauh. hist. 2. 
pag. 458. 

Gramen segetale majus , gluma turgidiore. Moris hist. 3 , pag. 1 1 3, 
sect. 8, tab. "i^, Jìg- 17- 



t55 

E qui da notarsi che la festuca graminen glumis glahiis di Gasparo 
Bavluo (pili, g, e iliealr. pag. i/p ), aliio non è che una varleiù 
di quella da lui detta festuca graininea glumis hirsulis , come Scheu- 
chzero saggiamente avvertì, dicendo: Hoc graineii piaecedentis varie- 
tas est (i). 

Coltura ed uso. 

Esige questa specie la medesima coltura del bromo arvense preceden- 
temente descritto , e può servire agli stessi usi ; ma la sua raccolta che 
farebbesi, volendola coltivare, circa alla metà di maggio, riuscirebbe me- 
no abbondaute , come l' esperienza ci ha dato a conoscere. 

Siccome essa nasce per lo più tra le segale , così anche della stessa 
è stalo sognato che sia di esse una degenerazione. 

Quanto all'uso dei suoi semi dice il cavaliere Linneo, che misti con 
frumento, orzo, o segala, possono servire nella panizzazioue , ponendo- 
ne però in poca quantità , perchè rendono il pane oscuro , e nuocono 
ai denti. Ecco le sue parole : Semina meliori fi'uge immixta pani 
conficiendo iiiserinunt , dum cero justo majori adsiiit copia , panem 
infuscare et dentes priiiiwii (piasi leniulentos reddere dicuntur (2). 

Bromus secalinoides. Specie 5. 

La molta rassomiglianza di questa specie d' erba col bromo segalino 
( specie 2 , ) è la ragione , per cui le do l' epiteto di secalinoides. Essa 
però ne differisce nella minor grandezza di qualunque sua parte , e mol- 
to più ancora per la naturale sua indole. Inujerocchè la medeslnia in- 
coniincia appeua ad alzarsi dalla terra quando quello è già maturato e 
secco; locchc addiviene quauuimjue la seminatura d' amen due facciasi in 
un istcsso giorno , e nella medesima qualità di terreno. INasce nei cam- 
pi di fondo leggero e magro tra i frumenti e nei prati. È pianta bien- 
ne , e che, segata prima della fioiitura, ripullula, e cresce nuovamente j 
e cosi se ne può ottenere un secondo lieuo. 



(i) Schciichz. gramin.i, p.ig. a'Ji. 

(2) Linuxi Amoeuit. Acadeiu. lom. 5; pag. 80 



i56 , 

Des-crizione. 

Lfi sue foglie radicali sono più strette e corte di quelle del bromo 
segalino, e sopra il suolo distese e sparse. Li suoi culmi s'alzano da 
uno in due piedi, sottilissimi, e vestiti alla parte infeiùore di sei foglie, 
e tal volta di più , pelose e auguste ; ed hanno il medesimo numero di 
nodi pelosi e foschi. La loro sommità termina in chioma , o panicela , 
sparsa e rosseggiante carica di locuste picciole , tremolanti , e sostenu- 
te da sottilissime crine, o picciuoli j ed esse locuste, dopo maturate, 
si dividono e cadono , non lasciando che 1 loro calici attaccati a detti 
picciuoli- 

Denominazioni. 

A me sembra essere il Grainen ai'cnaceum locustis glabris , piiv- 
purescentibiis et aristalis. Tournefor. inst. bi5. P'aill. paris. pug- 9^ , 

e potrebbe esser anche la Festuca graminea arcensis minor , bre- 
vemente descritta da Gasparo Baviuo nel suo Teatro botauico , alla 
pag. i48. Neil' Agrostograpliia di Giovanni Scheuchzero , alla pag. 5ii, 
evvl descritta una specie di gramigna col nome di gramen. bromo ide s , 
panicula sparsa, locustis minoribus et aristatis , la quale ha con 
questa molta analogia. Ma siccome osservo esservi tra l' una e l' altra 
qualche differenza, forse dipendente dalla diversità dei climi, cosi non 

oso affermare che ambe sieno di un' istessa specie. 

Coltura ed uso. 

Se alcuno volesse coltivare questa specie , potrebbe seguire 1 modi già 
Indicati pel coltivamento dei bromi precedentemente descritti. Essa è 
più di quelli gentile , e più agevole da seccarsi ; ma più tardiva , e di 
prodotto più scarso. Serve questa pianta come gli altri bromi , per pa- 
stura e foraggio nutritivo e salubre ad ogni sorta di domestici animali 
erbivori. 

Bromo molle. Specie 4- 

Nasce spontaneamente questo bromo nei prati , nei cortili , nei mar- 
gini delle strade , ed alle ripe dei fiumi e dei fossi , nell' auUinno , e 



i57. 

perisce nel susseguente giugno , ed è perciò nel numero delle piante 
Licuui. 

Descrizione. 

E mollissimo e lanuginoso , cioè carico di densi souilissimi peli , ed 
i suoi culmi s'aLano circa tre piedi, più o meno a proporzione della 
qualità del terreno, ec. Sono essi culmi divisi da quattro o da cinque 
nodi, cmii da folli peli rivolti verso terra, come lo sono pure quelli 
che coprono le vagiue delle foglie. Terminano in sommità con pamcola 
eretta, sparsa quando è in fiore, ed unita e stretta dopo il fiorimento. 
Divisa è detta panicela hi varj ordini di ramificazioni alternatamente dis- 
poste, ciascuna delle quali suddividesi in due o in tre, ed anche in 
più ramuscclll. Alcuni di questi si separano in diverse crene , o picciuo- 
li che portano spighette di figura ovale, pelose e tumide, composte 
di un calice a due bulle iuuguali , e di otto in dieci fiori , o glume. Le 
Lulle esteriori di ciascuna gluma sono convesse al di fuori , concave 
nell'interno, e cinte da margine membranaceo di color argentino , stria- 
te e verdi nel rimanente , e terminano in punta bifida a guisa di penna 
da scrivere , e con arista sul dorso. Le bulle interiori poi sono più bre- 
vi delle predette , e più anguste e piane. Il seme è lungo , compresso e 
vestito dalle due di lui bulle. 

Denominazioni, 

Bromiis (mollis) panicula erectiuscula , spicis ovatis , aristis rectis, 
foUis moUissimis. Linnaei spec. plani. 1 1 2. 

Bromus panicula erectiuscula , spicis ovatis pubescentilnis : aristis 
rectis T foliis mollissiine villosis. Schreb. grani. 60, tab. G , fig. i. 

Gramen avenacewn , Locustis mllosis , angustis , candicantibus et ara- 
statis. Tournefort. instit. Scheuchz. gram. 254- 

Gramen avenaceum pratense , panicula squammata et villosa. Mo- 
ris. /list. 5, pag. 2i5, sect. 8, tab. '] , Jìg. 18. 

Festuca arenacea hirsitta , paniculis minus sparsis. Ray. hist. 1289. 

Bromus hirsutus locustis septijloris, ovato conicis. Hall. helv. nw 
mero i5o4. 



i58 

Coltura ed usi. 

Serve quest' erta agli stessi usi dei bromi precedenti , e nei modi me- 
desimi per quelli descrilli può collivarsi. Alligna anche nei luoghi asciut- 
ti e magri j ma riesce però meglio nelle terre buone e umide. Convie- 
ne segarla quando principia a mandar fuori le sue panlcole , affuichè 
troppo non s' induri , e sia più graia agli animali , e più nutritiva. 

Bromo squarroso. Specie 5. 

Rassomiglia questa pianta alla precedente ( specie l^. ); ma le sue fo- 
glie sono più anguste e piìi sottili, i culmi sono liscj. Alligna sponta- 
neamente in luoghi aridissimi e ghiajosi del Trevigiano , e d' altre pro- 
viucie, particolarmente nei margini delle strade, ed è erba che nasce e 
perisce, neir istesso anno. 

Descrizione. 

Oltre al già accennato , rispetto alle sue foglie ed ai suoi culmi , que- 
sti sono divisi da nodi di un rosso carico ; e ciascun culmo termina in 
panicela pendente e sparsa, e con spighette lunghe, compresse ^ liscie, 
lanciolate ed aristate , le quali sono sostenute da sottilissime e lunghe 
crene. Costano esse spighette di quattordici o più glume ciascuna , che 
hanno la bulla esteriore terminante in punta bifida , e sul dorso aristala. 
Le ariste quando sono verdi, stanno erette, e dopo la maturazione, sec- 
candosi divengono spirali. Le bulle sono gonfie , cartilaginee , e le une 
alle altre soprapposte a guisa di squamine di pesce e di colore paglieric- 
cio quando sono mature. 

Ha questa specie delle varietà, forse causate dalla diversità delle si- 
tuazioni e della quahtà dei terreni. Varia cioè nella grandezza e nel co- 
lore delle spighette e nelle ariste, le quah in quella di cui qui trattasi, 
sono, come s'è detto, spiraU nello stalo di perfetta maturità, in altre 
rette e divergenti , ed in alcune curve. 



Denominazioni. 

Bromus ( squairosus ) panicula natante, spicis oi'atis, aristis di- 
varicntis. Linnaei spec. plant. 112. 

Festuca graminea,glumis vacuis. Scheuchz. gram. 261, tab. 5 , Jìg. 11. 

Gramen avenaceum , locuslìs amplioribus , candicantibus glabiis eé 
arìstdtìs- Tournefort. inst. SaS. 

La coluira che potrebbe farsene conviene in tutto con (juella della 
seguente specie 6, e può servire al medesimo uso. 

Bromo sterile. Specie 6. 

Nasce il lironio sterile in varj luoghi tra le siepi , nelle terre incol- 
te , e sopra antiche muraglie,^ ed è pianta annua. E stato distinto dai 
Botanici dagli altri bromi col nome di sterile , perchè pervenuto ap- 
pena a maturità perde i suoi semi. Trovansene di due specie, cioè 
uno maggiore e 1' altro minore. 11 Mattioli che lo chiama aegilops , pri- 
ma ne vide in copia nella valle Anania ( volgarmente valle de Non ) 
tra gli orzi e le sneldc , e dice clie colà nomasi srjnala , e crcdesi un 
orzo degenerato : Ceterum ( sono sue parole ) ipse tjuoque teslori pos- 
suni me saepe numero in Anania valle audivisse agiicolas conqueri , 
quad hordcwn degenerasset in squalam (i). 

Ho già mostrato altre volte la falsila di tal fatta di volgari opinioni. 

Descrizione della specie maggiore. 

L'altezza cui suole glugnere questa gramigna della specie maggiore, 
è di due in tre piedi, ed anche più, co' suoi culmi j li quali sono di- 
stinti or da cinque , ora da sei nodi , e vestiti dello stesso numero di 
foglie, lunghe da quattr' onde a dodici, e larghe da due in quattro li- 
nee. Tale grandezza delle foglie sta sempre in projiorzlone di quella del- 
le respcttive piante ; e le foglie istesse sono vellutate di peli , che sono 
più folli verso le basi delle medesime. Porla ogni culmo nella sommità 
una pauicola pendente , e sparsa molto , divisa in varj ordini di ramifi- 
cazioni alternamente opposte , ciascuna delle quali ha molti ramuscelli 

(i) Mallioli coinm. iu lib. 4 Dioscorid.s pag. 1307. 



i6ó ' ■ 

lunghi, suddivisi, asprlssimi al tatto, e glandulosi alle basi, li quali ter- 
miuauo in spighette , compiesse , distiche , e lunghe da un' oncia in due, 
non comprese le ariste eh' esse hanno lunghissime. Ogni spighetta co- 
sta di uu calice a due huUe inuguali e mutlche , e di circa 8 glume 
aristate e feconde. Il seme e rinchiuso e tenacemente vestito dalle sue 
bulle j e tutta la pianta, maturando, si fa di un rosso carico, e perde 
allora le sue spighette , per ogni scotimento , benché lieve , e resta sen- 
za semi j donde , come dissi , tragge 1' epiteto di sterile. 

Denominazioni. 

Bromus ( sterilis ) panicula patula , spicuUs oblongis disticis , glu' 
mis subulato arìstatis. Linnaei spec. plani- 1 1 5. 

Bromos herba. Dod. pempt. S\o. 

jEgilops prima. Matthioli pag. 1207. 

\Avena sterilis. Lob. advers. 

Festuca avenacea sterilis elatior. Bauh. pin. 9. Morìs hist. 3 , 
pag. Ili , sect. 8 , tab. 7 , fig. 1 1 , 

Gramen apenaceum , panicula sparsa , locustis majoribus et arìsta- 
tis. Scheuchz. gram. 258. 

Gramen loliaceum locustis longissimis , modo purpurescentibus , mo- 
do viridibus. Mont. prodr. 55, tab. "^ , fig. i- 

Coltura ed uso. 

Serve come le allre gramigne per cibo de' bestiami , e potrebbe colti- 
varsi come gli altri bromi, seminandola agli ultimi di agosto o ai primi 
di settembre , e segandola subito spiegate le sue panicole ; ma non è 
facile di ra-';cogHeme le sue semenze, quando non si abbia l'attenzione 
di farne la raccolu prima della perfetta loro maturità, cioè quando le 
panicole iucominclauo a biondeggiare. 

Bromo sterile minore. Specie 7. 

iVlligna anche questa specie di bromo in luoghi aridi e sterili , tra 
le siepi, ai margini delle strade, nelle antiche muraglie e sopra i co- 



i6i 

perù ncglc-tii e veccia dei casoni; pcrloccliè è stato dal Linneo nomi- 
nato bromo da tetti (t). E pianta bienne: e perciocché ha della rasso- 
mi;,dianza con la specie maggiore precedeuicmenle descritta, ho divisalo 
di parlarne brevemente. 

Descìizione. 

E questa specie minoro , in tutte le sue parti del bromo sterile 
(specie 6) autecedente ; ed ha le foglie più auguste e più corte, e ca- 
riche di sottilissimi peli. Li suoi culmi s' alzano da terra poco più di 
un piede, sottili e con quattro o cinque nodi, e ugual numero di fo- 
glie , strette , liscie e striate , come lo sono pure le loro vagine che 
vestono la parte inferiore di essi culmi. Ogni culmo è terminato da pa- 
iiicula, ora eretta e poco sparsa, ora sparsa e pendente con inclinazio- 
ne a qualche lato. La panicula è divisa in varj ordini di ramuscclli , e 
copiosa di spighette sostenute da brevi e sottilissime crene , e lunghe 
un' oncia all' incirca , non comprese le ariste delle quali sono munite. 
Gasparo Bavlno dove parla delle differenze di questa dal bromo ste- 
rile maggiore, così la descrive: Priore humilior , culinis genìculatis, 
Strictis , molli lanugine incani s : foUis brevibus , angustis , lanugino- 
sis : j'uba minore , molliore , minusque sparsa : sic et aristis non multis , 
nec asperis armata (2). Queste succiuie notizie senJjranmi sullicieuli a 
poterla conoscere , e distinguere. 

Denominazioni. 

Bromus ( tectorum ) panicula nutante , spicuUs linearibus. Linncei 
spec. plant. \i!\iJlor. svec. n. 86. 

Bromus hirsutus , panicula nutante paucijlora , locustis 5-JIoris Iiir- 
sutis , glumis acute lanceolatis. Hall. helv. n. 1108. 

Gramen murorwn spicis pendulis angustioribus. Tournefort. inst. gì. 

Festuca ai^enacca slerilis , spicis erectis. lìaj augi. 5, pag. 4i5y 
Pluk. alni, l'i-i, lab- igg, fig. 2. 



(i) Liiinrl spcc. plani. rJict. j, pag. 114. 
(a) Bauli, tlieat. pag. 14^. 



l63 

Festuca arenacea slerilis , pedicelUs brevioiihus et s/jicis erectis. 

Moris hist. 5 , pag. 212, sect. 8 , tab. 7 , fig. 1 5. 

Festuca m-enacea sLeriUs humllior. Bauli, pia. io, theatr. i48. 

ScheuGÌiz. grani. 259. 

Coltura ed uso. 

Potrebbe coliivarsi ad uso di foraggio nei modi superiormente indicati 
per le specie di cpiesto genere, pariicolarnieute nei terreni sterili, ed a 
piante di altre sorti non confacentlj ma però anche in qnestl sempre 
sarebbe da preferirsi la precedente specie 6 ; perchè riuscirebbe di mag- 
giore prodotto , ed è delle prime a vegetare in primavera , e a poter 
somministrale pastura agli ammali. 

Bromo giganteo. Specie 8. 

Li bromi d;' quali si è anteriormente, parlato, non sono che di an- 
nua o di bienne durata, come abbiamo di ciascuno rispettivamente spie- 
gato, e quindi adattati non sono alla formazione di prati durevoli: e 
quantunque alcune specie de' medesimi siano molto facili e vantaggiose 
da coltivarsi , pel buono e abbondante foraggio che somministrano , di 
esso non si fa però che una sola raccolta. La specie, di cui ora si 
tratta, è perenne , e può utilmente servire a formarne prati di lunga du- 
razione. Questa veramente non sembrami appartenere al genere dei bro- 
mi : e non la chiamo col nome di bromo se non se per non dipartirmi 
dal metodo linneano. 

11 bromo giganteo, cosi nominato dal cavaliere Linneo, è pianta pe- 
renne e vivacissima, che spontaneamente nasce tanto in siti montuosi e 
aridi che nei piani e umidi, particolarmente alle ripe dei fiumi e dei 
fossi. Nelle terre umide cresce rigoglioso più che altrove : e molto più 
ancora in quelle soggette a inondazioni frequenti. 

Descrizione. 

Spuntano dalle sue radici cespitose foglie lunghe nei terreni umidi, 
da uno fino a due piedi , larghe due in tre linee , dure , liscie e ni- 
tenii di color verde carico, e nei lembi aspre. Tra le delle foglie sei- 



t63 

gono i culmi fino all' altezza di tre o quattro ed anche più piedi , divisi 
da tre o quattro nodi vestili di foglie slmili a quelle radicali , ed incli- 
nale verso la terra. Sono essi nella sommità terminati da panicola lunj^a 
dalle sei fino a dieci e più oncie , che pende ad una sola parte , ed è 
in più ordini divisa tra se distanti. Ogni ordine manda fuori due rami , 
clie in altri si suddividono ; e ciascun ramo porla diverse spighette lan- 
ciolate e rosseggianti prima che sieno mature, poi cenerognole nello stato 
di maturità e secchezza. Costa ciascuna spighetla di cinque in sci (lori o 
glume a due bulle , 1' esteriore delle quali è maggiore e sovente termi- 
nata da brevissima arista che ad occhio armato con lente pare situata 
siili' estremità del dorso alla punta ; perlocchè fu questa pianta nel ge- 
nere dei bromi collocata. Essendo però molto difficile il poter distinguere 
se tale arista sia veramente situata sul dorso della bulla, ed avendo que- 
sta specie una varietà mutica , vale a dire senza ariste , e che mollo ne 
differisce nelle sue panicole , ogni ordine delle quali suddividesi in due , 
in tre, ed anche in più ramuscelli , io sarei inclinato a riferirla, come 
ho detto , al genere delle festuche insieme con essa sua varietà. 

Denominazioni. 

•Bromus (giganteits) panicula natante, spìcuUs quatlrijlarìs , arìstis 
brevioribus- Linnaei spec. plant. 114; jior. svec. 2, «.99 Schreber. 
gram. 88, tab. 1 1. 

Bromus paniculae ramis conjugato-binatis. Linnaei Jlor. srec. i , 
n. 88. 

Festuca foliis digiti latitudine longissimis , panicula laxa. Bojen. 
ludb. 69. 

Gl'amen bromoides aquaticum latifoliwn, panicula sparsa tenuìssime 
aristata. Scheuchz. gram. 264. 

Grauien sjlvaticum glaber , panicula recwva. Vaili, paris. 9", tom. 

is,/;g. 3. 

Coltura ed uso. 

Molto adattata è quest' erba per ridurre a prato li terreni soggetti a 
frequenti inondazioni , perciocché in questi , più che in altri , prospera 
felicemente. Riesce nondimeno anche nei luoghi secchi e magri , ma dà 



i64 

minore prodotto, ed il prato presto ìuveccliia , siccliè conviene di rino- 
varlo dopo il terzo o il quarto anno : locchè così non succede nel- 
le terre Lasse, umide, o che spesso s'inondano. Se se ne formano 
piali in terreni argillosi, detti impropiamente cretosi, d'infeconda, o po- 
co iibcitosa natura, dopo rpiattro anni la loro cotica erbosa sarà dive- 
nuta cos'i folla e densamente intralciata di radici, che potrà tagliarsi 
a falde , coni' è già noto , e levarsi iu volte di conveniente grossezza e 
grandezza, da', bruciarsi , dopo che saranno divenute secche, e spargersi 
poi sopra gli slessi fondi donde saranno slate lc\ate, per migliorarli. 
Questo è un mezzo per migliorare e ridurre più ubertose' le terre di 
di tal falla, alle quali il mescuglio della polve di dette zolle bruciate, 
che si effettua co' susseguenti la\ ori . scema la soverchia densità e cru- 
dezza j per lo che , e per la cenere delle erbe e radici delle medesime 
zolle, mollo se n'accresce la fecondità; effetto considerabile , e non fa- 
cile da conseguirsi con la coltura di altre specie di piante da prati ar- 
lificiali. 

Per formare prati di questa specie di gramigna d' uopo e di preparare 
la terra con buona collina , seguendo la pratica anteriormente indicata 
pel coliivamento degli aliri bromi; senza però dividerla in porche, ma 
auzi riducendola di superficie unita, e bene appianata. Se ne fa poi la 
seminatura dalla metà di settembre fino ai primi d' ottobre : e se co' suoi 
semi si mescolerà qitaniiià uguale di quelle di bromo arveuse (specie i) 
oppure del loglio , dello raigrass , sarà molto meglio ; perocché si avrà 
aljbondante anche la prima raccolta nella susseguente primavera , la quale 
non può ottenersi quando questa specie si semina sola. Così facendo si 
ha pure il vantaggio che il prato riesce più ugualmente erboso ; poicliè 
fatta la prima raccolta del fieno, il bromo arvense , essendo annuo pe- 
risce ; ed il raigrass che la stessa vigorosamente soperchia , viene a sof- 
focarsi , donde ha essa luogo di cestire e dilatarsi. 

Se vuoisi seminarla sola , abbisogna uno stajo di semente per ogni 
campo (lutto a questa nostra misura), e mescolandovi altri semi, tre 
quartieri della medesima sono sufficienti. 

Per averne buon fieno , e più nudrilivo , e più grato agli animali 
deesi segare quando abijia spiegale appena le sue panicole , altrimenti 
troppo s' indura. 11 suo prodotto riesce più o meno abbondante , secondo 
la qualità delle situazioni, ed i gradi di fertilità, o magrezza dei fondi. 



(65 



Bromo plnnato di spiga angusta e curva. Specie g. 

La specie clie ora iniprendo a descrivere, e le altre due che seguo- 
no dopo la niedesinia, da me non si comprendono nel genere dei bro- 
mi, se non se per seguire il metodo del cavaliere Linneo che mi sono 
proposto. Per altro esse allo stesso non appartengono , ma piuttosto a 
quello delle festuche. Il carattere distintivo dei bromi consiste principal- 
mente nell'avere le ariste, non sulla punta delle bulle, ma bensì sul 
dorso di essa punta, come ho già detto; e questo carattere manca cer- 
tamente a quelle delle quali qui si favella. 

La pianta di cui ora si tratta , nasce spontaneamente nei luoghi bo- 
schivi ed ombrosi, ed alle ripe e negli argini dei fossi, e lungo il 
margine delle strade. Essa è più tarda a mettersi in spiga dei bromi 
già descritti, e della specie seguente: locchè a^\crti anche il Piavo, 
dicendo ; Tardius et post solstitium fere aestivwn spicaiii producit et 
semen perfecit. E pianta perenne , e che può coltivarsi per uso di fo- 
raggio. 

Descrizione. 

Le sue foglie radicali crescono a densi cespugli, lunghe circa im 
piede , striale , sottili , di lui verde diluto e pallido , e ad ambe le parti 
pellose. I culmi giungono all' altezza di due piedi e più , divisi da cin- 
que in sei nodi pelosissimi, e vestiti di pari numero di foglie, simili 
alle radicali, ma più corte, con vagine moltissimo pelose, ed inclinate 
verso la terra nelle loro parti superiori. La sommità di essi culmi è 
terminata da spighe di circa un palmo di lunghezza , curvate all' insù. 
Sono queste composte di varie spighette aristate, ed alternamente dispo- 
ste; sessili ed appoggiale al raco o culmo che le percorre, e lunghe 
circa un'oncia, non comprese le ariste. Tali spighette sono anguste, 
acute alla punta, alquanto compresse, e solcale a' due lati, distiche, ir- 
sute, e composte di molte glume o fiori, l'uno all'altro soprapposii, 
ognuno de' quali è composto di due bulle o squamme,r esteriore delle 
quali è aristata sulla punta; e tra esse esistono il germe e gli stami, e 
delle stesse e vestito il seme, anche quando è maturo, il quale è bis- 
lungo, ed ha il colore di quello della segala. 



i66 

TrovansI talvolta delle piante dì questa specie che non hanno peli , 
ma che però non ne differiscono nel rimauente. 

Denominazioni. 

Bromus (pinnatus) culmo indiviso spiculis alternis subsessiìibus te- 
retibus subaristatis. Linnaei fior. svec. n. 8g, loo, pa^. Sa. 

Gl'amen loliaceum corniculatum, spicis villatis. Toiirnefort. inst. 5i6. 

Del modo di coltivare quest' erba , e de' suoi usi si parlerà in seguito; 
cioè dopo la seguente specie , per ambe comprenderle ad un tempo 
istesso. 

Bromo pinnato di spiga eretta. Specie io. 

Tanto assomiglia quest' erba alla precedente ( specie g ) che da qual- 
che Botanico è stata con quella confusa ; ma la seguente sua descrizione 
ne dimostra le specifiche differenze. Essa è pianta perenne , ed alligna 
spontaneamente nei colli e situazioni montuose , e nelle selve e luoghi 

boschivi. 

Descrizione. 

Nasce a densissimi cespiti con foglie radicali più lunghe e meno lar- 
ohe di quelle della specie anteriormente descritia , e queste ora sono 
liscie , ora con peli raramente sparsi di color verde chiaro , lucide , e 
leggermente striate. S'ergono tra le medesime molti culmi retti, alti tre 
in quattro piedi, divisi da molti nodi pelosi, e vestiti di foglie rotte 
più corte e strette di quelle dei culmi della specie 8. Le loro sommità 
terminano In spighe erette, composte di varie spighette alternativamente 
opposte , e quasi orizzontalmente sparse , particolarmente quando sono 
fiorite. Esse spighette sono liscie , distiche ed imbricate , con soltdl e 
brevi ariste sulle punte delle bulle esterne delle loro glume. 

Non pare che il signor Linneo abbia veduta questa specie; poiché 

dov'egll parla del bromo pinnato, nella sua Flora sveclca, pagina Sa dice: 

Dum fiore t , spicae a culmo horiznntaliter descendunt , ante et post 

fioresceiiliam vero culmo apprimwitur. Carattere non di questa, ma 

della precedente. Non è da dubitare, che , se 1' avesse osservata , fatta 



non ne avesse disiliizionc , come Lanuo fallo il Tourncfoizio e lo ScLeu- 
cLzcro, e fo io slcsso. 

Denominazioni. 

Bromus pinnatus , spicìs erectis , spiculis compressis , aristatis alter-' 
ne oppositis , et horizontaliter spavsis. Ard. spec. io. 

Gramen loLiacewn conùcidalwn. Scheuch. gram. 55 , Tournefor. 
iiist. 5 1 6. 

Gramen loliaceum , altissimum , spica brizae praelonga , aristis bre- 
viorihus donatum. TourneJ. iiist. 517. 

Gramen spica brizae maj'us. Bauli, pin. g ; prodr. iq ; theatr. i33, 
Raj. /list. toni. 1, pag. laS-;. 

Coltura ed uso delle predette specie g e io. 

I modi di coltivare queste gramigne sono 1 medesimi già siiporiormcnte 
descritti per gli altri bromi. Si possono impiegare alla formazione di 
prati perenni, particolarmente nei luoghi montuosi e magri, e nelle 
ombrose situazioni, per le quali la seconda è più adattata. Con le stesse 
possono anche ridursi erbosi gli argini e le ripe degli scoli e fossi , 
dove provano benissimo. Producono buona pastura , ed il loro fieno è 
grato a' bestiami, purcliè sia segato avanti che le loro spighe mettansi 
in fiore. L' avvertenza di raccoglierne l' erba immatura è specialmente 
necessaria per la specie g, la qtiale essendo pelosa, non dee lasciarsi ■ 
troppo indurire : locchè conviene pure a tutte 1' erbe cariche di peli , e 
ruvide , aftinché da'di animali non si rifiutino. 

Bromo distachio coti due in tre spighette per culmos. Specie 1 1 . 

Questa specie di pianta è annua j e nasce spontaneamente nelle campa- 
gne di Monpellier, ed in paesi orientali; e benché essa non meriti d' es» 
sere coltivata , credo nondimeno conveniente di brevemente r.arlarne, es- 
sendo dal Linneo compresa nel genere dei bromi, e una di quelle da 
me esperimentale. 



\ 



i68 

Descrizione. 

Cresce con sitol culmi all'altezza di olio oucie fmo a dodici; e que- 
sti sono ramosi alla parte inferiore , retti , divisi da tre nodi , e vestiti 
di foj^lie brevi, lanciolate, e talvolta contorte, e sparse di varj peli, par- 
ticolarmente nelle parti inferiori dei loro margini. I culmi sono in som- 
mità terminati or da due, or da tre spighette, compresse, lanciolate, di- 
stiche e aristate. Esse costano di un calice senza ariste , e di molte glu- 
me, parimente a due bulle, delle quali le esterne sono terminate da 
un' arista. Ogni gluma ha tra le sue bulle tre stami , ed un germe ter- 
minato da due tube piumose. 

Denominazioni. 

Bronuts (<listachj'os) spicis duabus erectis , alternis. Linnaei spec. 
plant. II 5. 

Brotnus spiculis subbinatis compressis sessilibus- Ger. pvov. 98. tab. 2, 

fig- I- 

Gramen spica hrisae minus. Bauli, pin. q ; prodi', pag. ig; Pluk. 

alni. 175. tab. "So , fig. i. 

Osservazione. 

Le piante di questa specie che nascono spontaneamente, d'ordinario 
non producono che sole due spighette per ciaschednu culmo : ma quel- 
le che vencono coltivate ne producono spesse volte tre ; e perciò la 
^definizione di ( distachyos ) può recare della confusione a quelli che so- 
no principianti in questo studio. 

Restami ora da aggiugnere a questo mio Trattato altre due specie di 
bromi che non sono stati per ancora descritti, uè figurati da alcun au- 
tore: pare clie abbiano qualche rassomigllauza con quelli indicati dal si- 
gnor Linneo col nome uno di bioinus hispanicus e l'altro con quello 
di Broinus scoparius ; ma nou stando a dovere le denominazioni hn- 
noane, mi sono lusingato di far un piacere agli studiosi della Botani- 
ca , presentando loro le descrizioni delle medesime due specie. 



169 

specie prima. , 

Bromo molle mluimo di Spagna con chioma a guisa di scopetla. 

Abbiamo i scnai di questa pianta da paese estero col uomo di Gva- 

men hispanicum. Essa cresce all'altezza di circa un palmo, e di dieci 

a dodici oncic coltivandola. È alquauto simile al bromo molle ( specie 4 ) 1 

ma oltre all'esser mollo più piccola, ne differisce anche pei seguenti 

caratteri . 

Descrizione. 

Ha lo foglie radicali lunghe due onde all' incirca; ed i suoi culmi 
sono divisi da quattro nodi , e vestiti di cinque foglie striale e tolaluicn- 
te pelose , coma lo sono puro le vagine. Terminano essi culmi iu pa- 
uicola deusa, a guisa di una piccola scopetta, carica di rosseggiami ari- 
ste, e composta di moltissime dense spighette, divise in varj ordini al- 
ternamente opposti. Le spighette sono disposte a due a due , sostenute 
da brevissimi peduucull, e la loro figura è lanciolata ed alquanto com- 
pressa; e sono al più ddla lunghezza di un'oncia, comprese le ariste. 
Costa ogni spighetta di un calice a due bulle , e di dieci in dodici 
glume o fiori , ciascuno dei quali ha due bulle : 1' esteriore è aristata 
sul dorso della punta. Essa arista è retta quando è verde , e spirale 
quando è secca , a guisa di quelle del bromo squarroso. Le squamme 
esteriori , corapoueutl le spighelle , sono irsute , di cedor verde chiaro , 
e circondate da margine membranaceo uiteute e argentino. 

La fruttificazione è simile a quella dei bromi precedenti , ma è diffi- 
cilissimo di poterla esattamente osservare ; perciocché le sue antere ap- 
pena spuntano fuori squamme, e sono estremamente minute e fuga- 
cissime. Piccolissimo è pure il germe , bislungo , e terminato da due 
tube piumose. 

E pianta bienne se nasce l'autunno, ed è annua quando nasce in 
primavera. Non è specie che meriti considerazione , rispetto all' econo- 
mia campestre ; ma non pertanto ho creduto bene di farla conoscere , 
benché non se ne conosca 1' utlllt.ì. 

Questa a dn- vero ha qualclie rapporto col bromo scoparlo di Lin- 
neo; ma non lo avendo egli descritto, ne figurato , dire non posso, che 
essa sia l' istessa specie : e ciò tanto meno , eh' esso dice avere il prefa- 

22 



170 

to Lrorao le spigRclte glabre , e questa le ha Irsute ; ne rimarca il por- 
tamento spirale delle ariste che formauo uno dei principali caratteri 
specifici. 

Denominazioni. 

Bromus ( hispanìcus ) panicuLa Jasclculata hivsuta , aristis in spi- 
ram contar tis. Ani. 

Bromus ( scoparius ) paiùcula fusciculata , spicuUs suhsessilibiis , ari- 
stis patidis. Linnaei spec. plant. editio novissima. Amoenitates aca- 
demicae toni. ^, pag. 256. 

Specie seconda. 

Bromo rosso di Spagna con spiga scopiforme glaLra. 

Questa seconda specie di bromo di Spagna è pianta annua, che cre- 
sce all' altezza al più d' un piede , con foglie brevi acute in punta , e 
larghe alla base. 1 suoi culmi sono distinti da tre o quattro nodi , e ve- 
stiti di egual numero di foghe , cosi cariche di minutissimi peli che al 
tatto sembrano vellutate. Ciaschedun culmo è terminato da panicola for- 
mata a guisa di scopa , spai-sa ed in più ordini divisa , ognuno dei qua- 
li porta piìi spighette sostenute da brevissimi peduncoli. Esse spighette 
sono per Io più disposte a pajo a pajo, e simili alquanto a quelle del- 
la specie 7, compresse, ansiate e liscie, cioè senza peli, composte di 
nove in dieci, o più glume. Tutta le panicola è liscia e di color ros- 
so, fuorichè nei margini delle bulle, che sono argentini e uitenti. Nel 
disseccarsi però passa al colore ferrugigno. 

Non mi diffondo maggiormente sopra questa pianta , essendo essa da 
considerarsi, riguardo alle sue proprietà, affatto simile all'antecedente. 
Quanto alle denominazioni potrebbe per avventura essere quella chiama- 
ta dal Linneo Bromus (scoparius) panicula fusciculata , spiculis sub- 
sessilibus , villosis , aristatis ; ma perciocché egli le dà il sinonimo di Gra- 
men panicula molli rubente di Giovanni Bavino, il quale non con- 
viene a quella di cui parlo , uè ha le spighette pelose come asserisce il 
signor Linneo ; e perciò accertare non posso che sia 1' istessa. 

Qui termina, eruditissimi Consocj, il mio parziale Trattato dei bro- 
mi, piante da parecchie delle quali la rurale economia rilrar potrebbe 



i7t 

rilevanti vantaggi , per 1' abLondante , bitono e sano alimento del be- 
stiami , che alte sono a somniinlslrarc con facile collivamenlo , e clic 
allignano anche nel magri e pociiissimo fecondi terreni , dove mollo suo- 
le penuriarsi di foraggi, e quindi di animali, tanto necessarj alla coltu- 
ra dei campi. Dovrei temere di avere stancala la vostra sofferenza con 
cosi lunga lettura , se noto non mi fosse il vostro zelo , ed il fervore 
che prestate a chi fervidamente s'impiega per contrlLuire all'avanzamen- 
to delle scienze ed arti utili alla nazione ed allo Sialo. Gli estesi voslri 
lumi vi rendono presente il sommo nostro bisogno che 1 bestiami, in- 
dispensabili alla comune sussistenza , si aumentino , e l' Impossibilità che 
ciò avvenga senza un porporzlonale accrescimento del foraggi da alimen- 
tarsi. Dove rpiesti mancano o scarseggiano, quelli pure mancano o scar- 
seggiano in conseguenza. Quanto da ciò risulii di danno alla nazionale 
agricoltura, particolarmente nel tanti paesi, dove 1 prati sono assai rari 
e tristi , e le terre magre e pochissimo ubertose , a tutti è nolo. Per 
procurare adunque quanto da me si può che la coltura delle erbe da 
foraggio, più che ora non si fa, si aumenti e si diffonda, ho credulo 
mio peenliar dovere di dare a conoscere, con parziali Trattati, tut- 
te le specie di erbaml, delle quali, rispettivamente alle diverse qualità 
di terre coltivabili , gli agricoltori possono far uso profittevolmente. Co- 
si ho fatto finora , e farò In avvenire j sottomettendo al rispettabile giu- 
dizio vostro le mie produzioni, e continuando fino che da siffatti Tiat- 
tatl uno generale e compiuto sulla medesima importantissima materia 
venga a risullarne. Se alcune delle specie da me descritte sono di niu- 
na o di poca considerazione rispetto agli oggetti economici, io ne parlo 
nondimeno per seguire il metodo che mi sono prefisso , eu in grazia 
dogli studiosi della scienza botanico-agronomica, donde confido non 
sia air umanità vostra sgradevole. 



173 



CONSIDERAZIONI GENERALI 



SULL ARTE DI MACINARI; , E SOPRA LE QUALITÀ E GLI EFFETTI 
DELLE NOSTRE MOLE. 



MEI^lOmA 



DI LUIGI ARDUINO. 



N. 



1 ci numero immenso dei vegetabili , di cui 1' eterna creatrice Sa- 
pienza ha niaravigliosaiiieule abbellita tutta la vasta superficie terrestre, 
il pili necessario , e il pili proficuo alla specie umana è incontrastabilmente 
il fi^umento. Questa gramigna preziosa, adattabile a tutti i climi, cono- 
sciuta ed usata da tutte le nazioni agricole dAY antico continente , non 
ci sarebbe di cosi grande vantaggio , se l' uomo dotato d' una immagi- 
nazione industriosa , stimolato dalla necessità delle circostanze , e guida- 
to dalla ragione, non avesse scoperto il modo di prepararla, per farne 
r alimento il piìi omogeneo , ed il più analogo alla sua conservazione. 

Per fabbricare dunque del pane, fu di mestieri inventare una mac- 
cliiua, col mezzo della quale poter ridurre il grano in polvere, senza 
alterarne le di lui differenti parti costitutive. Questa macchina cotanto 
inwe^uosa, conosciuta generalmente sotto la denominazione di mulino, 
trovasi usata già fino da tempi rimotissimi. Dalla Storia non rileviamo 
per altro quale si fosse precisamente il genere di mulino adoperato dal- 
le differenti popolazioni. Sembra molto verisimile che i mulini a brac- 
cio , quelli cioè che tengonsi in moto colle mani , o le mole dei quali 
si girano con la forza dei cavalli, o d' altre bestie , essendo i più semplici 



173 

siano siali anclic i piimi inveiiiail e posii in uso (i). Dei mulini ad 
acqua, la di cui cosuuzione richiede delle cognizioni nicccaniclie mollo 
pili profonde, dee supporsi meno antica la loro invenzione (2). Rispetlo 
ai mulini clie si aggirano per la forza motrice del vento raccolto nel- 
le loro alo , non furono conosciuti in Europa che al tempo delle guerre 
sante , poicliè ne fu allora portato il primo modello dai Crociati , nel loro 
ritorno dall'Oriente (5). Scoperta importantissima, potendosi siahilire un 
tal genere di macchine in qnal si sia luogo , e dove non puossi avere 
r iuneslimabilc vantaggio dell' acqua. Tutti quelli che hanno viaggiato nel 
Brabante, nelle Fiandre, e principalmente nell' Olauda , conoscono il 
sommo profllto che quei popoli industriosi seppero ritrarre da tale in- 
venzione , avendola applicala non solamente alla trllurazione del grano , 
ma ancora a tanti altri usi vantaggiosissimi a molle arti, ed ai princi- 
pali bisogni della vita. Di alcune di così fatte artificiose macchine , ce 
ne ha recali ahjuanii cenni il valentissimo signor Rodella , professore 
macchinista di questa regia accademia, in una sua relazione a stampa, 
e in paiticolare di quelle eh' ebbe occasione di osservare in parecchie 
città dell' Olanda , allorachè fu di ritorno dal suo viaggio d' Inghilter- 
ra («i). Noi non conosciamo però , né i primi inventori benefici di così 
utili macchiue , né tampoco coloro che successivamente le ridussero al 
grado di perfezione , in cui presentemente le vcggiamo. Sopra un tal 
punto gli Storici non ci trasmisero che delle nozioni favolose , o per 
lo meno confuse ed incerte. Se si volesse prestar fede ali" attestazione 
di Pausanla , l'uso dei mulini e delle macine, fu prima inventato da 
Mj'la, figlio di Mele gè s , primo Re di Sparta. Varrone all'opposto pre- 
tende che ne sìa stato il primo iuveutore il Dio Pane. Plinio uè ai- 
uibuisce r iuvenzioue di macinare , e di fare il pane a Cerere. Altri 



{i) Il famoso poel.i Plauto si ridusse, 
per avere di clic vivere , ad aggirare la 
macina d" uii mulino di questa specie. E 
./4iilo Gellio nelle sue noni allieve, ril'e- 
risce che cotesto sventurato autore com- 
pose la maggior parte delle sue Comme- 
die , in mezzo a così rozzo esercizio. Aulo 
Gellio lib. 5. 

Perciò che ne dice Plinio , i Toscani 
di Bolsena furono i primi a trovare 1' uso 
dei mulini moveiitÌ6Ì a braccio. Lib. 5G. 
cap. 18. 



(2) Si crede che i mulini ad acqua fos- 
sero noti ai Romani, abbenchè non fosse- 
ro d'uso ordinario. ^ ed. Smiirj- , Dici, 
duCom. art. Moulin;e nuovo Teatro del- 
le macchine pag. i5. 

(3) Ved. Chambers. Rozier ec. Dict. et 
cours compi. d'Agric. 

(J) Relazione di vaiie ossenazioni in 
proj'osito di macchine , fatte dal signor 
Gio. Battista HocU-lln ce. Padova 1794 ■ ^ 
Mcm. Berna, an. 1762, pail. 1. pag. 87. 



ni 

riguardano siccome favoloso tutto quello che il citato latino Naturalista 
ci narra di coiesta pretesa figlia di Saturno , creata Dea delle messi dai 
Greci , e negli antichi tempi solenuememc adorata nella Siciha come in- 
ventrice in quell' isola della coltura del frumento , dell' arte di macina- 
re , dall' uso del pane , e de' principali villerecci istromentl alla coltiva- 
zione della terra , e alla raccolta destinati. Pollidoro Virgilio all' incontro 
fa risalire una tale scoperta a un'epoca assai più antica. Gli uomini, 
dice questo Storico, conoscevano 1' uso di preparare il frumento , molto 
prima dell' esistenza di Saturno , di Cerere e di Tritolemo , e princi- 
palmente gli Ebrei e gli Egiziani (i). Difatto gli stessi greci scritto- 
ri che pure seppero amplificare tutte le greche minuzie cogli artifizj 
dell' Eloquenza , non poterono a meno di confessare , che solamente al 
momento , in cui i Greci incominciarono a peregrinare uell' Asia e 
neir Egitto , acquistarono le prime cognizioni intorno alle scienze , alle 
arti, e particolarmente intorno all'Agricoltura (2). Noi però senza aggi- 
rarsi neir oscurità , e nella opposizione delle opinioni , ci limiteremo a 
far riflettere soltanto, che nel Genesi il più antico di tutti 1 libri, e 
l'unico monumento auieuiico, in cui siasi fedelmente conservalo quello 
che avvenne nei primi giorni del mondo , vi è fatta menzione In termi- 
ni chiarissimi del frumento , della farina e del pane , già usati fino al 
tempo di yibramo , vale a dire secondo la più esatta Cronologia , da 
pressoché due mila anni Innanzi alla uostf» era volgare (5). Dopo così, 
irrefragabile testimonianza credo certamente di non ingannarmi nell' opi- 
nare, che tra 1 piìi antichi popoli della terra clie abbiano conosciuta 
r arte ammirabile di convertire in farina il grano per farne del pane , 
sono stali gli Ebrei: né abbiamo veruna storia degna di fede, la quale 
ci riferisca che prima di loro sia stata nota presso di ciascun' altra na- 
zione. Sembra pure assai verisimile da alcune circostanze Indicateci dal 
rispettabile autore del Pentateuco sulla Storia del mondo , del genere 



(i; Encycl. Mei. Agric. tom. i pari. i. 



voi. I , pag. a8j , e seguenti. Encycl. Met. 



V' ■ j • ; • i' 1 n • ». '<J™- ■ P*rt. I . 

., t ■ ,, .^ , ■ 5\ .. (0) Gcn. cap. 18 yev. O. r/eiirr. Moeurs 

Croni. Isl. Je ari OS. voi. i , cap. 2. Ciiii 1 r 1 . / ■i-. r> 

n,. .. ,. ,, ,., ' ^ .,, ^ des Israel, purt. 1 , p. 10. Anculon Disc. 

4 timi Jfc. Hist. nat. lib. 7 cap. 50, 57. ,11 • „~ A ,r. ,c, e. 

„, , .. - .. ' i-> 1 sur les livr. sacres pag. aJ, i5i, lOi. Dos- 

Chambers Dict. univ. òavarr , Uict. tlu „ .. n n • . Cf > 

,. ^ ' siiet Disc, sur I liist. univei. pag. i. Slorò 

commerce Mouun. ^^^.^ ^,^. ^^^^ j ,^^, nell'inlrod. Para 

(a) Jgat. Crom. della Stor. della Filos. p^^^^_ ^. j,_j^^_ ^^^^^ ^_ 



Hmano, delle arti, e delle principali e piìi antiche monarchie, che 
qucsi' arte si utile , che necessaria , sia passata in seguito dalla Caldea, e 
dalla Mesopotamia nell'Egitto, dall'Egitto nella Grecia, di poi iu Ita- 
lia, e cosi progressivamente in tutto le altre nazioni dell'antico conti- 
nente (i). 

Ma è tempo oramai che dallo storiche ricerche , poiché non estranee 
al soggetto , io discenda ad esaminare la natura e gli effetti particolari 
delle nostre macine relativamente alla triturazione del grano, essendo 
questo l'argomento principale delle mie considerazioni, argomento che 
io mi sappia non ancora trattato da verun altro nazionale scrittore. 

Ora io non entrerò a ragionare , se non che intorno alle particolarità 
più importanti e più necessarie alla macinatura, e soprattutto mi slu- 
dierò di far conoscere i più essenziali difetti delle nostre mole, e i van- 
taggi che no potrebbero risultare, introducendosi l'uso ne' mulini di 
queste Provincie di macini di migliore e più perfetta qualità. INon ri- 
ferirò se non quello che le mie ricerche e le mie osservazioni m' han- 
no posto sotto j miei propri occhi iu replicate occasioni , e quanto ho 
saputo ritrarre dai maestri dell'arte che ho più e più volte consultati, 
affine di riconoscere le vere cause dei difetti delle nostre farine, pro- 
ducenti generalmente un pane mancante delle necessarie qualità e con- 
dizioni, ne mai abbastanza saporito, nutritivo e salubre. Facciamoci ad os- 
servare in primo luogo, che la bontà ed eccellenza della farina, non. 
solamente deriva dalla buona q>ialità e nettezza del grani; ma ancora in 
gran parte dalla perfezione delle macine, cioè a dire dal loro alquanto 
ruvido, ma denso e duro impasto, e dal loro peso; e parimenti dai 
modi di adattarle, e regolarle in lavoro. E avvegnaché tutti i mulini 
siano a un dipresso costruiti cogli stessi priucipj , non per questo pro- 
ducono costantemente gli effetti medesimi , mentre sono questi dipen- 
denti dalla intelligenza e dalla esattezza del mugnaio uell' osservare le 
regole dell'arte sua; dalla maggiore, o minore durezza e densità delle 
macine; dalla velocità con cui vengono mosse; e da alcune altre cause 
ancora, siccome trappoco saremo a considerare. Noi stabiliremo pertanto 



(i) Gen. cap. IO, e scg. Gios. Firn: suet loc. cit. cpoc. 5. Poiicelet Ilist. nat. 
della Antichità giuil. cap. i4, i5.ec./>o- du From. 
hertsoii Ricer. slor. dell' hidia , tom. i . Bos- 



176 



quali verità inconlraslabili, che le mole dotale d'insigne densità e du- 
rezza, molto lungaiueute resistouo iu lavoro j che fiuo a tanto che sono 
del loro couveulente peso , e che vengono mosse colla bisognevole ve- 
locità, intendo già di quelle superiori, le sole che girano, producono 
farine pure e fine, supponendo sempre che tutte le precauzioni necessa- 
rie per ottenere dei grani netti, sieno stale perfettamente eseguite; e 
che finalmente macinano anche copia maggiore di grano , a confronto 
delle mole mancanti delle qualità e circostanze accennate , ed in pa- 
rità di tempo. Dopo tali premesse , passiamo a disaminare quali sieno 
le macine più, o meno perfette di tutte quelle da me vedute, e di 
quelle anche, delle quali ho avute mostre, tanto di quelle che si trag- 
gono dalle cave di parecchi monti di queste provincie venete , quanto 
di quelle di altre cave esistenti oltre il confine. Per sentimento dei più 
periti ed intelligenti artefici da me interrogati sopra tale materia, e dal 
più accurati esami e confronti da me medesimo praticati , credo di po- 
ter francamente asserire , che le macine più perfette e più resistenti 
al lavoro sono le bresciane, che si cavano ne' monti alla valle Trom- 
pia e alla valle Camonica, poco lungi dal lago di Iseo, e quelle dei 
monti di Perseu nel Trentino. Le seconde iu bontà, sebbene moltissi- 
mo alle anzidette inferiori , sono quelle di Recoaro nelle Alpi vicentine, 
e di Terceulo e Tricesimo nel Friuli ; e simihneute quelle che si trag- 
gono dalle cave di Pede Castello e di Soccher , esistenti nella pro- 
vincia di Belluno ; e della vai di Seren nel Feltrino. Le mole poi che 
si cavano dai monti sopra Marostica , quelle di Posena e di Piovene , 
al torrente Astice , ec. sono le più imperfette , in paragone delle pre- 
nominate ; non perù tutte ad uno stesso grado, variando di densità e 
durezza, da luogo a luogo, e talvolta anche in una medesima cava. In 
quanto alle mole bresciane eh' io lio annoverate tra le più perfette , gio- 
va qui di avvertire , che ve ne sono di due generali qualità. Lo più 
stimate , perchè piii dense e dure , e perchè fanno iu conseguenza mi- 
gliore effetto ne' nmlini , e più lungamente resistono in lavoro , sono 
quelle denominale verdaccie , dal loro colore verdeggiante ; e le bigie 
che si nomano forme/Uine-, o brunelle. Quelle poi della seconda qualità 
sono alquanto meno perfette , perchè di grana meno dura, e perciò me- 
no atte alla polverizzazione del grano, e molto più facili a consumarsi; 
e queste vengono ordluariameule distinte sotto il nome di mole ghiaia, 



'77 

t) fin>aline per la copia di gliiajc e di ciottoli rotondi , di varie spezie 
di pietre che immerse si ravvisano nel loro nativo impasto. Da' miei 
particolari esami, e dalle relative informazioni ch'io presi tanto a voce, 
quanto per iscritto , venni a riconoscere che nella provincia bresciana , 
e in quelle alla medesima confinanti, non s' impic;j;ano ne' loro mulini 
da frumento che le sovracceunate macine Lresciaue , col mezzo delle 
quali i proprietarj e conduttori di mulini ne traggono più abbondante , 
più netta e più bella farina , di quella se ne suole generalmente rica- 
vare in tutti quo' luoghi , ne' quali i mulini si trovano rimontati con ma- 
cine di più tenero impasto ; e colà ne ottengono in conseguenza un pane 
della migliore qualità. Nel Veronese sono parimenti in uso le mole bre- 
sciane, dove anche si servono di quelle surriferite di Perseu , le quali 
essendo composte d'una grana assai densa e forte, sono quindi migliori 
nella durabilità e nesli effetti delle cosi dette verdaccie bresciane. L'c- 
sperienza fa chiaramente conoscere che i migliori mulini da macinare i 
frumenti, sono quelli composti delle prefate mole; cioè con vina di 
quelle verdaccie , o di quelle formentine , o brunette , per mola infe- 
riore che giace immobile , distia perciò anche mola giacente , o mola 
dormiente ; oppure in loro vece , con una di quelle di Persen , che dal 
color bigio chiamano gattine , e colla mula superiore che macinando 
velocissimamente gira mossa dalla forza dell'acqua , di quella specie che 
mola ghiara o favallna si appella. Nel Friuli vengono adoperate nei 
mi 'bori mulini le macine seiacine , così denominate dalla rassomiglianza 
che hanno nel colore al grano nero o saraceno (i), e le ziiccherìiie 
provenienti dallo sumentovatc cave di quella provincia , da me superior- 
mente riposte nel secondo ordine , rapporto al grado di bontà e perfezio- 
ne , comparativamente alle mole bresciane ed alle tremine. In molti luo- 
ghi però d'essa provincia, i proprietarj dei mulini, per risparmio di 
spesa , e per non sapere giustamente calcolare 1 loro veri interessi , e 
bene sposso indifferenti sulla qualità del prodotto che ne ottengono, so- 
gliono impiegare delle macino di molto inferiori alle sopraddette , che 
traggono dalle cave di Fragona, al disopra di Ceneda. In quanto ai 
mulini del Bellunese vengono nella maggior parte di essi impiegate per 
macine superiori , che da mugnaj di colà , mole correnti si nomano , di 

(i) Poljgonum Fiigniij-nim. Li/in. 

25 



178 

quelle che tagliauo dalle sopraccennale cave esistenti nella provincia 
medesima; e per macine iuferiori ossia giacenti, servonsi d'altra qualità 
di pietre, provenienti dalla vai di Seren nel territorio di Feltre. Fiual- 
raente nella provincia di Vicenza, di.Tri>igi, e in questa di Padova, 
sono iu uso pel frumento quei mulini che comunemente vengono chia- 
mati bdstanli, stantechò hanno la mola di sotto, o inferiore, oìerdac- 
cia bresciana , e la superiore di Piecoaro , o di qualche altro dei so- 
praindicati luoghi : ma sonovl per altro anche molti di tali edilìzj , to- 
talmente privi di mole bresciane e trentine. 

Il caro prezzo delle macine del Bresciano e di Persen , triplo e quadru- 
plo di quello delle recoariesi, e che ancora maggiormente eccede quello 
dello bellunesi e feltrine, è la cagione di tale dannevole costumanza 
che non va disgiunta da effetti nocivi, come dirò dappoi. Io ebbi oc- 
casione di riconoscere nello mie indagini relative a quest' oggetto, che 
quelli che d'abbono mautenere i mulini, cercano per lo più le macine 
di minor costo, senza far riflesso, ne alla molto maggiore durazione di 
quelle bresciane e trentine, né alla più perfetta e netta loro macina- 
tura , ne ai difelli e onslderabllissimi causati alle farine dalle mole degli 
aliri paesi di poco dura consistenza. Questo per altro non è che un ri- 
sparmio ingaunevolej mentre è beasi vero, che con minore dispendio 
si fa acquisto di macine di trista qualità ; ma non considerano poi che 
coir andare degli anni , la spesa diviene assai maggiore di quella che fa- 
rebbero col provvedersi di mole di ottime specie : imperciocché F espe- 
rienza dimostra, che una macina bresciana di qualità perfetta, ne con- 
suma duo a diiidici di quelle di Recoaro, ed in numero maggiore di 
quelle delle altre predette cave nostrali , che delle recoariesi sono mol- 
to più tenere e consumabili. 

Diversi mugnaj del Vicentino persuasi di questa verità, ed accertati 
dall' esperienza , che coli' uso delle mole bresciane si ottiene piii fina , 
più netta e plìi abbondante farina , e che innollre 1' aggravio d' un prez- 
zo maggiore delle mole viene loro largamente ricompensato nella per- 
fetta qualità e durabilità delle medesime , abbandonati li cos'i detti mu- 
lini basliirdi , per la macinatura de' frumenti, li rimontarono di sole 
macine bresciane. Una tal pratica si é da alquanti anni resa comune nel 
vicariato e vicinanze di Arzignano ; e s' usa pure in qualche altro luogo 
di quel territorio. Egli è desiderabile che uu simile esempio venga imi- 



'79 

tato da' proprietarj e condultoii di muliui, si di questo, che dcyli al- 
tri ex-veneil Diparliiueuli. Gli uulcl e i prliui, per (pianto mi è noto, 
che ia cpiesia provincia abbiano avuto il coraggio di uscire dal circolo 
delle volgari preveii^.ioni ed usanze, e clic abbiano dato il ooniinenda- 
Llle esempio dell'introduzione di cosi utile pratica, furono gli estlniabili 
signori Antonio Genovesi e Matteo Brcssau , ambidue soggetti che ac- 
coppiano a molte importanti pratiche sull' arie di macinare delle cogni- 
zioni interessantissime sulla meccanica. Eglino adunque abbastanza con- 
vinti del reale profitto die se ne ritrae nel macinamento del grano usando 
di mole più dure e più resistenti , e sapendo d' altronde che la farina 
riesce più, o meno (ina, e più o meno saporito, in ragione che il gra- 
no ne resta più o meno tritato , fecero a proprie spese costruire due 
mulini , rimontati 1' uno e l' altro con macine bresciane delle più perfet- 
te, de' quali se ne servono col maggiore successo e vantaggio. Il mulino 
appartenente al prelodato nostro concllladiuo signor Genovesi è posto 
sopra la destra riva del picciol (lume che scorre di rincontro al nuovo 
ospitale, e macina principalmente per uso di questo illustre Monastero 
di santa Giustina, ove si fabljrica il pane d'una bellezza e d'una qua- 
lità affatto particolare ; che por altro potrebbe riuscire ancor più sapo- 
rito e più nutritivo , se fatta ne fosse una combinazione meglio ragionata 
della farina. L'altro mulino, quello cioè di ragione del riputato artefice 
signor Brcssan , è stabilito al Ponte Mulino, così cliiamato dalla quau- 
lltà di tali macchine , che con mirabil arte quivi piantate sopra mobili 
edilìzi macinano in ogni tempo , nonostante qualunque sovrabbondanza o 
magrezza di acque. Or qui ci cade in acconcio di osservare nel propo- 
sito degli utili risultati , dipendenti dalla natura ed eccellenza delle ma- 
cine che la matetia farinacea contenuta nel grano del frumento, essendo 
composta di parecchie sostanze di natura tra loro differenti, siccome è 
già dimostrato dalla Chimica, cioè della materia gluti/iosa , della niiici- 
laginosa ossia mucosa, e della zuccherina , tutte le quali sostanze es- 
senzialmente coatribiiiscono alla formazione del pane, e che le une essen- 
do più dure e pili tenaci , lo altre piìi tenere o più raoUl , altre più 
fine, egli è perciò evldonte, che quanto più queste parti costituenti il 
grano saranno state triturate e polverizzate, mediante 1' azione d<'lle 
mol^, tanto megl'o aiic'.ie si combineranno convenientemente tradì loro, 
e produranuo quindi della farina d' uu maggior pregio e valore ; e se 



i8o 

ne oilei-rh in conseguenza un pano eccellente. Ma ritornando donde era- 
vamo alquanto trascorsi, prenderemo ora ad esamiuare brovenieuie le 
ragioni , per le quali le macine bresciane e le tremine riescano sì be- 
ne per la triturazione del grano, e perchè all'incontro imperfetta e vi- 
ziosa ne producono le altre sunnominate di Rccoaro , del Friuli , e del- 
ie altre cave nelle Alpi vicentine , non che di quelle del Bellunese e 
del Feltrino. Le prime, cioè le bresciane e le trentine, essendo dense, 
molto dure, di grana convenientemente ruvida, ed assai jjcsanii , niaci- 
nauo il grano con ispeditezza e sottilissimamente : e perciocché lunga- 
mente ritengono la naturale e necessaria scabrosità , e molto di rado 
hanno bisogno d' essere riaccomodate, ossia come suol dirsi auzzaie, po- 
chissimo si consumano , non imbrattano la farina di polvere pietrosa , e 
quindi riesce fina e bianca, a proporzione perù delle qualità de' frumen- 
ti , e delle attenzioni che saranno slate praticate al grano, avanti di ma- 
cinarlo; voglio dire che sia stato prima secc.ito come fa d'uopo, e bene 
nettalo da tulle le zizzanie, e soprattutto dai grani neri, o carbonosi; 
mentre senza di ciò non liisogna lusingarsi di ottenere né bella farina, 
né un pane perfetto. La negligenza nel ripnrgare i grani del frumenio, 
bruttati ed infetti non di rado di polve nera, o carbonosa, può anco- 
ra essere la cagione di non poche affezioni morbose , delle quali molte 
volle se ne va a rintracciare l'origine assai lontana, quando invece han- 
no la loro sorgente nel migliore de' nostri alimenti. Le malefiche pro- 
prietà di questa polvere si appalesano già fino dall' istante , in cui i vil- 
lici battono il grano cariato , cagionando loro dei bruciori agli occhi 
e alle narici , dell' agrezza alla gola , e dello nausee leggere. Egli è quin- 
di ben a ragione da sospettarsi, che iutroducendosl questa polve nel 
pane, olire che lo rende spiacevole al palato, e meno susiauzloso , pos- 
sa anche riuscire malsano. 

Rispetto alle altre predette mole essendo mollo meno dense, meno du- 
re , e meno pesanti, non macinano cosi bene, ne con tanta celerilà j e 
consumandosi moltissimo piìi prestamente, e quindi bisogno avendo di 
essere più spesso delle prime ribattute a martello , acciò abbiano la ne- 
cessaria scabrosità, d'onde il loro consumo vieppiìi si aumenta, spor- 
cano la farina del loro pietroso tritume , minorandone la naturale bian- 
chezza , e reudendola non di rado sa])ljiosa , che scroscia sotto ai denli 
di chi 66 uè ciba. Le maciue di R.eocaro , composte della natura di 



brccclc, o d'un rf mento pietroso d' inuguale densità e durezza, seco 
ijoriauo gli spif'ijaii ditelli ; ina sono conlultociò molto meno imperfet- 
te , per (pianto mi è noto , delle altre che tragj^onsi dalle cave delle 
prenominato vicine montagne, le cpiali per lo pili non sono che agjjre- 
•lati di "liiaie, e di ciottoli, e di rottami sassosi , da cemento calcano 
più o meno conglutinati e ricnipietriti. Spetta alla medica facoltii il 
dissertare sopra f,di cfleill, o innocui, o pernicios-i agli umani individui, 
che possono derivare dalla polvere , e arenoso tritume della lapidea so- 
stanza, di cui le predette ed altre simili catl;\e macine imbrattano le 
farine. In quanto al fallo, esso non ammette dubl)lo di sorte alcuna j 
essendo per sé manifesto, che tutta la porzione delle mole polverizzate' 
nel macinamento, resta colla sostanza larinacca inseparalùlmente mesco- 
lala , e si mangia in conseguenza da clii se ne alimenta. Egli e vero 
bensì che rpiesto è un male inevitabile , come inevitabile si è il consu- 
maniento anche delle mole più dure, e le più resistenti; ma però col- 
la riflessibile differenza da rpicUe bresciano , e da cpielle di Persen , 
ossia trentine, a quelle di Piecoaro , dell'uno al dodici circa, e di 
molto più a quelle delle altre cave sopraccennale. 

Un tal disordine scmlìrami adunque meritare i più pronti ed effica- 
cl regolamenti , e sarebbero por mio debolo sentimento , che in lutti 
que' Dipartimenti dogli Stali veneti, ne' quali i muhui desUnati alla ma- 
cinatura de' frumenti sono composti, non già di mole bresciane né 
trentino, ma di quelle delle sopraddette molto inferiori qualità, che 
tulli dcljliano por quanto ha possibile, essere in avvenire limontati di 
macine bresciane o trentine , come si è praticato con tanto prohtlo 
uè' luoghi che ho già nominati. Cosi verrebbe ad evitarsi il deteriora- 
mento cagionato alle farine dalla trista qualità dello macine , il pane fab- 
bricalo delle medesime oltre che riuscirebbe migliore , non iscroscierebbe 
punto fia denti nel masticarlo, come suole talvolta accadere; né vi sa- 
rebbe finalmente il sospetto della insalubrità che parrai possa ra^ione- 
volmeute temersi dalla polverosa e sabbiosa materia d' esse macine , clie 
vi resta commista ; la quale non essendo digeribile da nostri stomachi , 
ma scabra , rigida e indissolubile , non può a mio credere innocua ri- 
putarsi. Merita eh' io faccia qui menzione d' un caso accaduto ad Har- 
lem, e riportalo dal cliiarissimo signor dottor Sarerio Manetti , nella 
mollo erudita e laboriosa sua Opera intorno alle specie diverse di fu,- 



l82 

mento, il quale ne dimostra ancor piìi cliiaraniente i Funesti emergenti 
che possono derivare alla nostra salute , tramescolandosi con la farina la 
prefata arenosa sostanza , e venendo da noi inghiottita nel pane. » L' au- 
» tore delle Novelle letterarie di quel paese (i) era sottoposto a malat- 
y> tia di deholezza di stomaco , e di acida indigestione , per il quale 
» incomodo un suo conoscente gli prescrisse come rimedio , che pren- 
>i desse di quella sabbia che trovasi nel ventricolo musculare delle gal- 
r, line, ed ei ne prese parecchie volte. Sul principio parve che la ri- 
)i cetta giovasse , ma indi a qualche mese fu assalito da gravissimi do- 
» lori di stomaco e d' intestina , che pel medesimi in pochi giorni 
1) se ne morì. « Fin qui il prelodato dottor 3IanetCi. Un pane mesco- 
lato con simili frantumi pietrosi si mangia molto sovente in diverse pro- 
vinole della Svezia , e nella Norvegia , per quanto ci attesta l' insigne Bo- 
tanico e Naturalista signor Linneo , e da questo egli ne deduce la fre- 
quenza dei mali nello stomaco, dei dolori intestinali e delle morti, 
alle quali soggiacciono molli degli abitatori di quelle regioni. 

Non è dunque picciolo errore quello di servirsi per macine , di pie- 
tre di tenero impasto, e facili a squagliarsi, e a consumarsi. Credo per- 
ciò di non poter mai abbastanza ripetere , che un tale inconveniente me- 
rita provvida riforma, onde togliere qualunque benché lieve sospetto di 
mali effetti, e d'incomodi nella prima e nella più necessaria tra le so- 
stanze alimentanti. Io potrei ancora internarmi in altre particolarità ris- 
euardanti questo stesso soggetto, e singolarmente in alcune discussioni 
relative al vantaggi e ai difetti della macinatura economica , da alcuni 
lustri introdottasi nella Francia; ma i limili al mio ragionare prescritti 
non permettendomi di maggiormente diffondermi, riserverò tutto questo 
per altro piìi adattato momento. Aggiungerò solo, che quanto ho finora 
esposto non risguarda che i mulini da macinare frumento , ed altri gra- 
ni allo stesso simili; perciocché rispetto a quelli da frumentone, ossia 
mays, da meliche, da veccie , e da altri grani a ([uesti analoghi, le 
mole di Recoaro vi riescono bene, e vi sono tollerabili anche quelle 
delle altre vicine montagne, non meno che quelle delle cave del Friu- 
li, del Bellunese e del Feltrino; purché non costino di ghiajosi, o 



(i) Ciò occorse nel anno 1737. Ved. pane ec. Del dottor Saverio Jlaneiti. Fi- 
dejle Specie diverse di fiiuneulo e di renze 17O5. 



brecciosl aggregati , troppo impcrfeliamente rlinpleiriii , teneri , e facil- 
mente stritolabili. 

Se adunque dal sin qui detto oliiaro apparisce , clie i frumenti i piti 
eccellenti, quali appunto son quelli che si raccolgono uegli ubertosi ter- 
reni di questi fertili e deliziosi Dipartimenti , che invidiar uou ci lascia- 
no nò i grani, di cui jsi pregiano le feconde pianure di Catania, le 
campagne di IVoio e di Sesto, ne le messi preziose, di cui si vantano 
la Borgogna , la Guyenna , la Brettagna e Y Angolcme , ed altre provin- 
cie più fertili dell' Europa ; se il grano , com' io dicea , il pili eccellen- 
te va a perdere delle migliori sue qualità dalla .imperfezione delle mo- 
le j se una buona o cattiva macinatura presenta una differenza notabilis- 
sima nelle farine, si in riguardo alla loro bontà e ai loro difetti, che 
in riguardo al lor maggiore , o minore prodotto ; se finalmente conside- 
rar dobbiamo il macinamento del grano siccome la più importante e 
primaria operazione, onde ottenerne del pane perfetto, io mi do a cre- 
dere che queste considerazioni , oltre che debbono interessare ciasche- 
duno separatamente, possano per le addotte ragioni interessare ancora 
il Governo, alla cui vigilanza non può giammai sfuggire qualunque siasi 
oggetto , il quale direttamente sia per influire sulla salute , sul vigore e 
sul nutrimento il pili necessario alla popolazione. 

^d docendwn panim , ad impellendiim sati's. 

TULL. 



.i84 



DI UNA NUOVA TEORIA DI MUSICA 



MEMORIA II 



DI ALESSANDRO BARCA C. R. S. 



DE SUONI AGGIUNTI OSSIA DELLE DISSONANZE E DELL ARMONIA DISSONANTE 

CAPO I 

Esposizione del fenomeno dell' armonia dissonante. 

ì3i è da noi iucominciaia la esposizione di una nuova teoria di musica , 
dopo due Memorie d'introduzione, nella prima Memoria a rpiest' oggetto 
destinata colla applicazione del nostro principio alle consonanze e dell" ar- 
monia consonante , ossia col confronto di ciascuna parte dell' osserva- 
zione intorno r armonia e le consonanze altrove descritta col principio 
suddetto : e si è fatto vedere ne' pienissimi esemplari di ai-monia di ter- 
za maggiore e di terza minore, e in conseguenza negli altri tutti, a tutta 
esaltezza osservate quelle leggi «he si erano antecedentemente derivate 
dal nostro principio per ogni specie d'armonia consonante, e che di- 
vennero cosi leggi f(^ndamentali della nostra nuova teoria. Ora per pro- 
gredire nella incominciata esposizione mi sono proposto di trattenervi 
colla presente Memoria de' suoni aggiunti all'armonia consonante, ossia 
delle dissonanze e dell' armonia dissonante : facendo così alla teoria del- 
le consonanze e dell'armonia consonante succedere quella immediata- 
mente delle dissonanze e dell'armonia dissonante con assai fondata ra- 
gione j benché si voglia comunemente da chi scrive di musica dedurre 
dall' armonia consouaate ÌDnnediatameuie le scale , e nelle scale si so- 



i85 

gliano poi trovare gì' intervalli che si fanno servire alla costruzione delle 
dissonanze e doli' armonia dissonanip. La ragione peraltro ch'io ho d' in- 
vertere così r ordine comunemente adoperalo dagli altri nella esposizio- 
ne delle scale e dell' armonia dissonante, non ve la posso per ora pre- 
sentare in modo che convinca ; ma voi 1' intenderete bene quando 
si tratterà delle scale, e si dimostrerii che le vere scale del canto non si 
pouno sempre dedurre dalla sola armonia consonante, e clie anzi in più 
casi la sola armonia dissonante somministra il vero fondamento d'Ile 
successioni di scala, fondamento che da molti si attribuisce esclusiva- 
mente all'armonia consonante contro ragione. 

Le quali cose così essendo, benché si potesse senza inconvenienti 
suppor per ora ragionevole l'ordine che mi son prefisso di tenere; non 
voglio tralasciar di fare qui una riflessione , la quale potrebbe promove- 
re un forte obbietto, se non fosse prima attentamente considerata. Que- 
sta è che facendo precedere la sola esposizione delle consonanze e del- 
l'armonia consonante a quella delle dissonanze e dell'armonia dissonante, 
non si potranno nella presente Memoria descrivere e noverare tra gì' in- 
tei-valU dissonanti tutti quelli che sono un immediato prodotto delle 
scale, uè possono regolarmente costruirsi co' soli intervalli consonanti, 
di cui qui possiamo far uso solamente : di modo che dopo av^re nella 
presente Memoria descritti i casi più semplici di ciascuna dissonanza, e 
in parte solamente le maniere d'armonia dissonante, converrà poi, fis- 
sate le scale , tornar di nuovo sul già detto per estendere le pratiche e 
le teorie delle dissonanze e dell'armonia dissonante, oltre i limiti nei 
quali per ora convien trattenerci. Ma per non tornare sopra un og- 
getto, che si potrà in seguito, dopo averlo maneggiato per un verso, 
riprendere e trattare per un altro verso , sagrificlieremo noi un ordine 
alle cose essenziale, con pregiudizio non lieve di quella scienza che in- 
tendiamo colla nostra nuova tc(nia di stabilire? Oltre di che 1' obbietto 
farebbe ugualmente contro l'ordine tenuto (inora nella esposizione delle 
consonanze e dell'armonia consonante. Noi certamente non abbiamo fi- 
nora falla alcuna menzione, uè della quinta diminuita, ne del tritono, 
intervalli liiirodutli nell' armonia consonante dalla scala diatonica: né 
d'Ha terza duniruiila, nò d Ila sesta superlliia , nò della quinta superflua, 
uè d.'lla qiiaita diminuita, iiuervalli parimente introdulli nell'armonia 
consonante dalla scala cromatica del modo nrinore. Senza le scale non 



i8G 

avremmo mai potuto uè descrivere detti intervalli , uè ridurli a nessuna 
teoria; uè le scale possono costruirsi inai, per coufessione di tutti, sen- 
za ridar prima a priucipio le consonanze e l' armonia consonante : e per 
noi aiiclic le dissonanze e 1' armonia dissonante. Dopo tutto il già detto 
sarà dunque necessario ancora , fissate e costruite le scale , tornare alle 
consonanze , e comprendere nell' armonia consonante tutti i nuovi inter- 
valli di quinta diminuita e tritono , di terza diminuita e sesta superflua , 
quinta superflua e quarta diminuita dalle scale diatonica e cromatica som- 
ministrati. Che se nessuno ebbe a ridire se abbiamo prima trattalo delle 
consonanze e dell' armonia consonante , che delle scale per la sopra 
addotta ragione; per noi, i quali giudichiamo nella teorica costruzione 
delle scale medesime dover pure aver parte le dissonanze e 1' armonia 
dissonante , altrettanto potremo concludere dell' ordine da noi proposto 
ed abbracciato in questo luogo. 

Giustificalo COSI r ordine nelle nostre Memorie alle materie prefisso , 
spiegheremo un po' meglio sotto qual forma intendiamo qui di conside- 
rare le dissonanze e l' armonia dissonante. Quest' armonia la quale più 
volle a quest'ora abljiaino avuto occasione di nominare, è una spezie di 
armonia composta di suoni aggiunti ai suoni dell' armonia consonante , 
ne' medesimi intervalli proprj delle consonanze: e si clilama a confronto 
dissonante , non perchè realmente guasti il piacere proprio di qualunque 
specie d' armonia , o produca relativamente al suo fine un effetto men 
buono; ma perchè non suona coli' armonia consonante principale, da 
cui non va disgiunta la dissonanza giammai. Una tale idea, la quale ve- 
dremo essere la più vera che formar si possa dell' armonia dissonante , 
siccome suggerisce essere l'armonia dissonante , com' è di fatto, costruita 
coi medesimi inlervalli dell'armonia consonante; così dovrebbe escludere 
nella individuazione degl' intervalli dissonanti qualunque denominazione 
di settima, nona, undecima, decima terza, la quale non ha relazione 
alcuna cogl' intervalli realmente consonanti , da' quali è immediatamente 
composta l'armonia dissonante. Ma se si osservi poi d'altra parte, che 
appartenendo l'armonia dissonante, come vedremo, alla consonante, os- 
sia incorporandosi in essa, i suoni di quella non mai disgiunti da' suoni 
di tpiesta , si riferiscono anch' essi in qualche maniera al suono princi- 
pale dell'armonia consonante; non sembra poi che sconvengano tanto 
alle dissonanze i nomi di settima, nona, undecima e deeimaterza, uè 



187 

più di quel che sconvengano alle consonanze 1 nomi di ottava, quinta, 
quarta, terza e sesta, nomi lutti dalle scale ugualmente derivati. Tieste- 
rebbc finalmente di dire con qual ordine s' iuteuda di procedere nella 
presente Memoria alla esposizione della nuova teoria delle dissonanze; 
ma dopo le cose dette ncU' antecedente Memoria è inutile ripetere, clic 
r ardine di tutte queste Memorie di Musica sarà sempre quello di de- 
scrivere sempre il fatto e l'osservazione , e in questo caso l'armonia dis- 
sonante e le dissonanze come fenomeno, per poi passare all'applicazio- 
ne del nostro principio a quanto si è esposto , perchè ne risulti final- 
mente una nuova compita teoria di Musica. Veniamo al fatto. 

Se ad una armonia di terza e quinta se ne faccia succedere un' al- 
tra eh' abbia per base un suono una terza più grave, per terza il suo- 
no ch'era fondamentale, e per quinta quello ch'era terza nella prima 
armonia; la quinta della prima ritenuta nella seconda armonia costitui- 
rà colla base una settima , ed alla nuova armonia comunicherà insie- 
me del pieno, ed un certo carattere di sospensione, che non si potrà 
a meno di fare alla seconda succedere una terza armonia, parimente di 
terza all' ingiù, per la quale il suono aggiunto discenda di grado alla 
base della nuova armonia. Invece di far succedere l' una all' altra le tre 
armonie per terza all' ingiù, si avrebbe potuto introdurre la seconda e la 
terza , od una delle due per sesta all' insù , senza alterare in nessuna 
parte l' enunciato della nostra descrizione , purché si fossero supposte le 
armonie distese colle sue rcplicbe per più di un' ottava : ma finalmente 
ciò non avrebbe servilo che ad una maggior composizione di discorso, 
senza un immaginabile vantaggio nelle cose da dirsi. Basterà aver ciò 
avvertito una volta anche per tutti gli altri casi sinùli, ne' quali si ac- 
cenneranno semplicemente i passaggi meno proprj coi propri , senza 
tratlenervisi sopra. Si e supposto parimente qui sopra , che la seconda 
armonia succeda alla prima in terza all' ingiù o sesta all' insù , piuttosto 
che in altro intervallo, che pure avrebbe potuto usarsi: e ciò perchè la 
settima della seconda armonia fosse nella prima armonia quinta di quel 
medesimo suono , a cui la dissonanza si Ioga principalmente. Peraltro 
senza alterare troppo l' effetto di questo arlilicio che preparazione della 
dissonanza volgarmente si chiama, si p\iò far mo\eie l' armonia di quin- 
ta all' ingiù , quarta all' insìi , o di seconda all' insù, settima all' ingiù : 
«icchc diventi settima nella seconda armonia, non più la quinta della 



i88 

prima, ma la sua terza, oppure la base. Anzi non solo è quasi iudiffe- 
reuie , che la seiiima si prepari o colla quinta, o colla terza, o colla 
base dell' antecedente armonia, benché la prima maniera sia la più sem- 
plice e uaiinale j ma in una delle due spezie di settima, che distingue- 
remo qui sotto, oltre alcune altre spezie e varietà, di cui diremo dopo 
aver costruite le scale , si trascura alle volte ogni maniera di preparazio- 
ne , e s'inti-oduce la dissonanza, come si dice, di posta, senza che pri- 
ma quel medesimo suono appartenga all'antecedente armonia né come 
consonante, né come dissonante. Così quando abbiamo detto di sopra, 
che non si potrà a meno di fare alla seconda succedere una terza ar- 
monia, parimente di terza all' ingiù ( o sesta all'iusìi), per la quale il 
suono aggiunto discenda di grado alla base della nuova armonia j ab- 
biamo voluto descrivere il caso, m cui quest'altro artilicio, chiamato ri- 
soluzione , riesce massimamente sensibile. Peraltro soddisfa quasi ugual- 
mente il passo di quinta all' ingiù (quarta all' insù ), o di seconda all' insù 
(settima all' ingiù): per li quali passi la settima invece di discendere 
di giado alla base, discende di grado alla terza o alla quinta dell'ar- 
monia che immediatamente succede alla dissonante. Anzi risolvendosi alle 
volle la settima ( come vedremo a suo luogo , quando, costruite le scale, 
ne avremo descritte tutte le specie e varietà) risolvendosi, dico, alle volte 
ascendendo di grado in una consonanza, o più spesso discendendo di 
grado in un'altra settima, oppure pili rare volte mutandosi in un'altra dis- 
sonanza qualunque, ch'essa prepara prima di risolversi; non vi sarà inter- 
vallo di successione, il quale non serva alcuna volta alla risoluzione della 
settima. Vuoisi tuttavia avvertire che il fin qui detto generalmente intorno 
ai passi che preparano e risolvono la settima, debbesi per ora ristringe- 
re nel nostro discorso ai soh passi di terza all' ingiù (sesta all'insìi), e 
quinta all' ingiù ( quarta all' insù ) , tutto il di più supponendo le scale 
che non sono ancora eostruite nella esposizione della nostra teoria. Ma 
per li casi compresi ancora nel nostro discorso potrebbesi con qualche 
ragione dar pure eccezione a quanto abbiamo enunciato intorno al più 
sensibile , ed in conseguenza più semplice e più naturai modo di risolu- 
zione, quando bene non si dislingua l'effetto puro della risoluzione combi- 
nato coir effetto della successione. E evidentissima la ragionevolezza della 
distinzione, se si paragoni con diligenza ciò che a senso si comprende 
nelle due successioni di risoluzione di terza all' ingiù , e di quinta al- 



i89 

T Inglli parimente : nella prima delle quali la dissonanza si risolve nella 
base della susseguente aiiaonia con minor efietto di conclusione , di 
quello che la medesima dissonanza nella seconda successione discenda 
risolvendosi nella terza. In questo paragone la differenza di effetto , cer- 
tamente dovuta al diversi intervalli di successione, si vede da ognuno 
doversi sottrarre dall'effetto primario da uoi prima considerato per isii- 
marnc le vere cause relativamente. Questo caso poi può servir di regola 
per qualunque altro caso, in cui la dissonanza, passando ad altro suono 
ad oggetto di risoluzione , vi passi con imo, piuttosto che con altro in- 
tervallo consouauie. 

Per descrivere quindi con maggior precisione 1' armonia dissonante di 
settima, avendo finora noi generalmente parlato di armonia di terza e 
q\iinta, le quali ponuo essere o di terza maggiore o di terza minore; 
nella nostra ipotesi di discorso pochi riflessi ci si rendono necessarj a 
determinarne tutte le combinazioni. Imperocché nel primo passaggio di 
preparazione di terza all' ingiù ( sesta all' insù ) non potendo ad un' ar- 
monia di terza maggiore o di terza minore succederne mai un' altra del- 
la medesima specie, senza che resti alterata della ragione i5: 16, detta 
semituouo maggiore , la quinta della seconda armonia ; è chiaro ri- 
dursi tutte le possibili a due sole combinazioni : quella cioè , in cui 
ad un' armonia di terza minore ne succede un' altra di terza maggiore , 
e quella a cui diversamente ad una di terza maggiore ne succede un' al- 
tra di terza minore. Il primo caso che lascia alla settima un maggiore 
intervallo, si chiama di settima maggiore: ed il secondo al contrario, 
che lascia alla settima un intervallo minore, si chiama di settima minore. 
Il primo nella propria sua distribuzione ha due terze maggiori agli estre- 
mi con una terza minore nel mezzo ; ed il secondo ha due terze minori 
agli estrerai , che ne comprendono una maggiore nel mezzo. Né si mol- 
tiplicano le specie della settima eh' ora intendiamo di descrivere col 
far uso del secondo passaggio di preparazione di quinta all' ingiù (quar- 
ta all' insù ) per introdurre la settima, piuttosto che del primo. Allora 
a<l un' armonia di terza maggiore o di terza minore non ne potrà suc- 
cedere che un'altra della medesima specie, perchè nella seconda armo- 
nia la settima si riferisca alla terza in quinta giusta : e cosi avremo le 
due sole combinazioni di successione di due armonie di terza maggiore, 
e di due armonie di terza minore, le quali darauno nella seconda ar- 



raonia di settima le terze distribuite come sopra, e corrisponderanno in 
conseguenza non solamente nell' intervallo , ma nella costruzione ancora 
alle due settime maggiore e minore già descritte : ossia poiché l' inter- 
vallo costituisce la specie della settima, come di qualunque altra con- 
sonanza o dissonanza, e la costruzione ne costituisce la varietà; coinci- 
deranno nella specie e nella varietà , cosa affatto necessaria a costituire 
una medesima combinazione. Dopo tulio ciò altro non resta da dire per 
ora intorno alle settime, se non che le armonie di terza e quinta da 
noi considerate per la introduzione della settima nella forma loro pri- 
maria , senza alterazione di effetto ponno ugualmente ricevere ciascuna 
delle tre forme proprie dell' armonia consonante di terza e quinta , quarta 
e sesta , e terza e sesta : e che in conseguenza la primaria forma dell' ar- 
monia di settima di terza qviinta e settima non sarà 1' unica , ma potrà 
senza alterazione di effetto comparire la nuova armonia di settima , fra 
le altre sotto qualunque forma , anch' essa sotto quattro forme diverse di 
terza quinta e settima, di terza quarta e sesta, di terza quinta e sesta, 
e finalmente di seconda quarta e sesta : le prime tre delle quaHl corri- 
spondono alle tre forme d' armonie , in cui si ha aggiunta la settima ; e 
la quarta risulta dal collocare in Lasso il innovo suono aggiunto per ave- 
re la quarta combinazione de' quattro suoni dell' armonia di settima iu 
quella slessa maniera che tre ne somministrano i tre suoni dell' armonia 
consonante. 

Se ad una armonia di terza e quinta se ne faccia succedere un' altra 
che abbia per base un suono una quinta più grave ( o una quarta più 
acuto ) per terza un nuovo suono , e per quinta la prima base ; la quin- 
ta delia prima armonia ritenuta nella seconda costituu'à colla nuova base 
una nona, ed alla nuova armonia comunicherà insieme del pieno, e un 
certo carattere di sospensione, che non si potrà a meno di far rientrare 
la nona neirarmonia principale, facendola discendere all'ottava. Ho sup- 
posto che la seconda armonia succeda alla prima in quinta ingiù ( o 
quarta insù ): e ciò perchè il suono, che come aggiunto doveva di- 
ventar nona, fosse preparato nel miglior modo, cioè a dire colla quin- 
ta; peraltro se fosse fatto nella prima armonia o terza o base, cioè che 
la seconda armonia fosse succeduta alla prima o in settima all' insù ( o 
in seconda all' ingiù ), sarebbe riuscita solauiente men bnoua la prepa- 
razione : anzi sarebbe stata sopportabile ancora se la settima della prima 



IO* 



armonia fosse divenuta nona , movendosi l' armonia per una terza all' in- 
giù ( sesta all' insù ). Cos'i quando diciamo che non si può a meno di 
far rientrare la noua nell'armonia principale facendola discendere all' ot- 
tava, intendiamo bene che questa sia la più semplice e facile maniera 
di risolvere la nona, ma però senza escludere le altre risoluzioni, per 
le quali potrebbe la nona nella seguente armonia diventar terza o quinta 
o anche sottima, e moversi il basso fondamentale per la risoluzione o in 
terza all' ingiù (sesia all' insù ) o in quinta all' ingiù (quarta all' iusìi ) 
od anche in seconda all' ingiù (settima all' insù ) dell'antecedente armonia. 
In quanto alle combinazioni della nona nella nostra ipotesi , la quale 
non ammette qui che il primo passaggio di preparazione, sono tutte 
identiche, o per dir meglio si riducono ad uiia sola sempre la stessa. 
Succede nel primo passaggio ad un' armonia di terza maggiore o minore 
un' altra armonia indislinlamcnte di terza maggiore o minore , ma nelle 
quattro combinazioni di questa successione essendo esclusivamente co- 
stituita la noua dalle due quinte sempi-e le stesse nelle due armonie , 
senza alcuna relazione alle terze , le quali sole variano ; non si potrà dire 
che varii mai la combinazione della nona, uè rapporto alla sua costru- 
zione , la quale consiste in essere appoggiata in quinta sopra uu' altra 
quinta, ne molto meno rapporto all'intervallo sempre di due quinte, 
e in conseguenza Inalterabile. Finalmente la nona, come la settima e tutte 
le altre dissonanze , può essere preparata e risolta con armonie di qua- 
lunque l'orma : e l'armonia dissonante di nona ha anch'essa come quella 
di settima quattro forme, tre proprie dell'armonia consonante, alla quale 
è aggiunta, ed una dipendente dal potersi collocare in basso il quarto 
suono aggiunto ai tre dell'armonia consonante. Saranno le prime tre forme 
per la nona di seconda terza e quinta, di quarta quinta e sesta, e di 
terza sesta e settima, la quarta poi di seconda quarta e settima. Gene- 
ralmente però qui vuoisi osservare, non solamente per la nona, ma per 
r undecima ugualmente e per la decimalerza, che quando nella enuncia- 
zione delle forme de' suoni tutti rappressali in un'ottava si trova la dis- 
sonanza unita al suono, nel quale si deve essa risolvere ; s' intende sem- 
pre ciò fatto sulaniente per esclusione d'arbitrio nella detta enunciazione, 
fermo sempre per altro per l'effetto delle soprannominate dissonanze che 
non si trovino vicini mai nella medesima ottava i due suoni uno disso- 
naute e l'altro consonante, nel quale si risolve il primo. 



rQ2 



Abbiamo veduto la settima appoggiarsi come rpiìnta alla terza , e co- 
me terza alla quinta dell'armonia consonante: e la nona appoggiarsi come 
quinta alla quinta parimente dell' armonia consonante. Ora in un modo 
affatto contrario l'undecima quasi nuova base si attacca la base dell'ar- 
monia consonante come qiiinta : e lu simil modo la decimaterza quasi 
base si attacca la base dell' armonia consonante come terza e la terza 
come quinta. Potremo dunque con un ordine analogo all' adoperato 
per le due prime dissonanze descrivere anche le altre due 1' unde- 
cima e la decima terza , quali esse pure suoni aggiunti all' armonia con- 
sonante. 

Se ad un' armonia di terza e quinta se ne faccia succedere un' altra 
eli' abbia per base un suono una quinta più acuto ( o una quarta più 
grave ) , e per terza e per quinta due nuovi suoni ; la base della prima 
armonia ritenuta nella seconda costituirà un' undecima, ed alla nuova ar- 
monia comunicherà insieme del pieno, e un certo carattere di sospen- 
sione, che non si potrà a meno di far rientrare l'undecima nell'armonia 
principale , facendola discendere alla terza. Si è anche qui supposto che 
la seconda armonia succeda alla prima in quinta all' insù (quarta all' in- 
giù), e ciò perchè il suono che diventa undecima sia preparato nella 
maniera migliore , cioè a dire con quel medesimo intervallo , col quale 
deve poi legarsi all' armonia susseguente. Peraltro se fosse stato nella 
prima armonia o terza o quinta , vuol dire che la seconda fosse succe- 
duta alla prima o in seconda all' insù ( o in settima all' ingiù ) , non si 
ffvrebbe disposto molto meno l'orecchio alla introduzione della dissonanza^ 
nemmeno se nell'antecedente armonia fosse stata settima l'undecima della 
susseguente, movendosi per quinta all' ingiù ( quarta all' insù ) l' alimo- 
nia. Cos'i quando si prescrive all' undecima che si risolva nella terza della 
medesima armonia, benché questo sia l'andamento più naturale e più 
sviggerito, non si escludono i passaggi per li quali movendosi l'armonia 
si risolve l'undecima di grado discendendo alla base, o alla quinta, o 
alla settima dell' armonia susseguente. 

Simile affatto al caso della nona nella nostra ipotesi è quello dell'un- 
decima rispetto alle sue coiablnazioni , le quali tutte si riducono nella 
primaria sua forma a due qiiint'', delle quah la superiore porta l'armonia 
di terza maggiore o di terza minore, differenza affatto estrinseca alla co- 
stnuioue dell' uudcciiua. Le quattro forme parimenti, rappressati i suoni 



195 

nella medesima ottava, saranno di terza quarta e quinta, di quarta sesta 
e settima, di seconda terza e sesta, e di seconda quinta e scitiiua. 

Se ad un'armonia finalmente di terza e quinta se ne faccia succedere 
un'altra di terza all' insìi (o sesta all' ingiì. ) ch'abbia per base la terza 
della prima armonia, sia terza la quinta, e per (jiiinia un nuovo suono; 
la base della prima armonia ritenuta nella seconda costituirà colla nu(i\.T 
base una decimaterza , e comunicherà all' armonia del pieuo insieme , e 
un certo carattere di sospensione, che non si potrà a meno di far rien- 
trare la decimaterza nell" armonia principale , facendola discendere alla 
quinta. Se non si a\esse avuto rignaido al mij^'lior modo di preparazione 
si avrebbe potuto introdurre la decinialerza con un passo di quinta all'insìi 
(quarta all'ingiii), o di settima all'insìi (seconda all' ingiù), preparan- 
dola COSI colla terza o colla quinta dell'antecedente armonia : anzi anche 
con uu passo di selliina all'ingiìi (seconda all'insìi) volendola preparare 
con una settima. Cosi quando si prescrive alla decimaterza che si risoha 
nella quinta della medesima armonia, s'intende bene questa essere una 
risoluzione la più efficace , senza escludere però le successioni di armo- 
nia, le quali senza equivoco conducessero la dissonanza ad essere o terza 
o base della susseguente armonia. Di tutte le maniere di preparazione 
sopraddescrillc le due prime solamente pouno aver luogo nella nostia ipo- 
lesi, e nella stessa maniera che una simil cosa fu osservala nella descri- 
zione della settima danno ambedue due sole combinazioni aflàtlo simili di 
dissonanza, una di decimaterza maggiore costruita con due terze maggiori 
agli estremi , ed una terza minore di mezzo ; e l'alira di decinialerza mi- 
nore con due terze minori agli estremi, e di mezzo una terza matieiore. 
Anche le quattro forme della decimaterza coincidono colle quattro forme 
di settima, e sono di terza quinta e settima, di terza quarta e sesta, di 
ter7.a quinta e sesta, e di seconda quarta e sesta : ciò che rende non rare 
volle equivoco l'uso della decimaterza, se si adoperi sola principalmente. 

Ma questa e simili riflessioni non appartengono allo scopo della pre- 
sente Memoria. Ci siamo proposti nella prima parte di essa di descri- 
vere il fenomeno de' suoni aggiunti all'armonia, ossia delle dissonanze, ma 
colla sola relazione che hanno all'armonia consonante di terza e quinta, 
sorpassando per ora e rimettendo ad altro tempo tutto ciò che costitui- 
sce la maggior parte della teoria pratica delle dissonanze, e che non si 
può senza le scale nemmeno enunciare. Quindi è che delle tre o quai- 

25 



194 

tro specie di settima ne abbiamo descritte due sole, e di queste mede- 
sime abbiamo trascurate le uon poche varietà, le quali ci occuperanno 
più di proposito un' altra volta. Lo stesso si deve dire a ragguaglio degli 
altri generi di dissonanza. Per la stessa ragione ci siamo astenuti di fis- 
sare il grado di effetto corrispondente a ciascuna dissonanza, ed a cia- 
scuna specie o varietà, spesse volte dipendendo questo pure o in tutto 
o m parte dagli elementi delle nostre scale. Ciò che sarà necessario os- 
servare riguardo al piii o meno di effetto nelle dissonanze, lo indiche- 
remo quando in questa Memoria si applicherà il principio della nostra 
nuova teoria a ciascuno partitamente de'casi di dissonanza sopraddescritti : 
e mi lusingo che siate allora per riconoscere evidentemente quanto ra- 
gionevole, anzi necessario, fosse il metodo da noi seguito in questa prima 
parte della nostra Memoria, di parlare cioè di dissonanze alla prima, 
senza relazione alle scale, e di semplificarne quanto piìi si è potuto l'es- 
posizione. 



'95 



CAPO II 



Della coincidenza degli armonici di suoni diversi come principio 
delle consonanze e dell' armonia consonante. 



Jjenchè fra le teorie di musica, delle quali mi convenne premetter 
r esame all' esposizione del mio principio nelle due Memorie d' introdu- 
zione ad una nuova teoria, non alibia altrimenti avuto luogo la teoria 
del signor Estève sopra tutte le altre encomiata dal signor Rousseau nel 
suo Dizionario di musica; alla fine tuttavia del secondo capo della Memo- 
ria I. d' introduzione previdi e predissi di dover forse in altro tempo , e 
ad altra occasione di quella pure far parola, e prenderne in considera- 
zione il principio. Di fatto l' ordine appunto delle mie Memorie dirette 
a render ragione colla mia teoria di tutte le parti successivamente della 
musica pratica , mi chiama ora a confronti e discorsi , 1 quali col siste- 
ma del signor Estève hanno tutta la relazione. Il capo I. di questa Me- 
moria destinata ad applicare il mio principio all' armonia dissonante vi 
espose a parte a parte il fenomeno, ossia l'osservazione de' suoni aggluuti 
o dissonanti, per quindi poscia, secondo il metodo propostomi, farmi a 
dimostrare da altro non dipendere l' armonia dissonante , che dal dare 
una maggior estensione al principio medesimo che s' applicò all' armo- 
nia consonante , portandolo oltre i limili eh' erano ad esso alla priiua 
assegnati. Ma nella esposizione da me fattavi dell' osservazione circa le 
dissonanze avrete facilmente notato riferirsi queste in due diverse manie- 
re al principio dell' armonia consonante, o col riferirsi cioè le dissonanze 
in consonanza ai suoni dell' ai-monia consonante , diversi dal principale ; 
oppure in formarsi esse co' suoni dell' armonia consonante un' altra ar- 
monia a quella estranea e dissonante. Ciò posto voi ben comprendete 
quanto facile cosa sia trovar le dissonanze negli armonici delle conso- 
nanze in un caso ; e negli armonici delle dissonanze per l' altro caso 
trovare le consonanze. Cile se noi, quando saremo a dar ragione dell' ar- 
monia dissonante , non faremo uso degli armonici de' suoni a qucsl' og- 
getto ( come non abbiamo fatto uso della risonanza degli armonici del 
suono priuclpale per render ragione dell' armonia consonante); che se 



ig6 

anzi ne attribuiremo tutto l'effetto al nostro principio d'unità esteso ol- 
tre r ordine della semplicità delle ragioni ; gioverà tuttavia in qualche 
maniera allo scopo del nostro assunto, l'aver confrontati prima fra loro 
gli armonici di tutti i suoni di una qualunque armonia, l'averne ben 
conosciuti e ponderati i reciproci effetti e la forza loro sotto qualunque 
rispetto. Non può dunque sembrare a nessuno fuor di luogo in questo 
secondo capo della seconda Memoria di una nuova teoria di musica ( Me- 
moria iu cui principalmente si applica il mio nuovo principio all'armonia 
dissoiiaate) l'esame della teoria del signor Estève , il quale fa consistere 
la consonanza e l'armonia nel concorso degli armonici nelle consonanze. 
Imperocché quest' esame , mentre servirà a compimento di quanto si è 
detto altrove delle principali teorie immaginate finora a spiegazione del- 
le coQsonanze e dell' armouia, preparerà nel tempo medesimo al capo 
III. di questa Memoria delle mollo opportune ed utili vedute. 

Per finire di far vedere , dopo tutto ciò che se n' è detto altrove , 
quanto leggermente aljbia il signor Rousseau all' articolo Co7i50«a/zza del 
suo Dizionario di musica parlato del principio dell'armonia, basterà os- 
servare che , rigettate tutte le teorie del Galilei , del Cartesio e di Di- 
derot, conclude a favore di una, la quale molto meno di tutte le altre 
meritava il nome di teoria. » Quella teoria ( dice egli ) , la quale fra 
» tutte sembra che soddisfaccia piii , ha per autore il signor Estève del- 
» la Società di Mompellier. Ecco come questi si spiega » // sentimento 
del suono è inseparabile da quello de' suoi armonici : e poiché qua- 
lunque suono porta con sé i suoi armonici, ossia il suo accompagna- 
mento ; quest' accompagnamento medesimo è analogo al nostro orga- 
no. Vi è nel Suono il piìi semplice una giadazione di suoni piìi 
deboli e più acuti di esso, i quali quasi sfumandolo raddolciscono il 
suono principale , e lo fanno perdere nella grande -velocità de'suoni i 
più acuti. Ecco cos' é il suono. L' accompagnamento gli è essenziale , 
ne fa la dolcezza e la melodia. Così qualunque volta questo raddol- 
cimento , questo accompagnamento , questi annonici saranno rinforzati 
meglio si'iluppati, i suoni saranno piti melodiosi , e gli sfumamenti 
meglio soste/luti. Questa è una perfezione , e V anima dece sentirla. 
Ora le consonanze hanno appunto questa proprietà, che gli armonici 
di ciascuno de due suoni ^ concorrendo cogli armonici dell'altro, si 
sostengono mutuamente, diventano più se/isibili , durano pili lungo 



'97 

tempo , e rendono cos) più grato t accordo de' suoni che costituisco- 
no le consonanze. » Per rendere più chiara ( segue il signor Rousseau ) 
» r applicazione di questo principio il signor Eslève ha formate due ta- 
» vola, una per le consonanze, l'altra per le dissonanze, e la disposi- 
» zioue di queste tavole è tale che si vedono ad occhio in ciascuna 
» il concorso e 1' opposizione degli armonici de' due suoni di ciascun 
» intervallo. Dalla tavola delle consonanze si rileva che l'accordo del- 
)i r ottava conserva quasi tutti i suoi armonici , e questa è la ra"lone 
>i dell'identità che si suppone nella pratica dell' armonia fra i due suoni 
» di questo intervallo. Si rileva che l'accordo della quinta non conserva 
«che tre armonici, la quarta due soli j e finalmente che le consonan- 
» ze imperfette ne conservano uno solo; eccettuatane la sesta maggiore, 
» la quale ne conserva due. Dalla tavola delle dissonanze parimente si 
» rileva che non conservano queste alcun armonico, eccettuatane la sola 
» settima minore, la quale conserva il suo quarto armonico, cioè la ter- 
)i za maggiore della terza ottava del suono acuto. Quindi l'Autore cou- 
» elude, che quanto più fra due suoni vi saranno armonici che coinci- 
» dano, lauto più 1' acc<jrdo sarà grato, ed ecco le consonanze perfette. 
» Quanti più armonici si distruggeranno, tanto meno l'anima sarà sod- 
» disfatta , ed ecco le consonanze imperfette. Che se finalmente nessun 
» armonico de' due suoni si corrisponda e si conservi j li suoni non 
«avranno uè dolcezza, uè melodia, saranno piccanti e come scarnati 
)> l'anima non vi si potrà prestare, e invece della soavità delle conso- 
jiuanze, incontrando dappcrliuto durezza, ne proverrà in noi un senti- 
» mento d'inquietudine dispiacevole, e l'effetto della dissonanza». 

Fin qui il signor Rousseau; ed io confesso con ingenuità, che per 
quanto io abhia alla prniia h'ito e riletto il passo ora riferito intorno alle 
due tavole, e alla coinclden/,a e distruzione degli armonici de' due suoni 
costituenti un dato intervallo, non ho mai compreso hene uè la verità 
d; ciò c!'e si avanza, uè la mente del signor Estève, né molto meuo 
l'esposizione del signor Rousseau. Per buona sorte l'Operetta del si' nor 
Eslève stampata a Parigi l'anno i-jSa mi è capitata alle mani, vi ho 
potuto vedere le tavole, rilevarne l'imperfezione, e rettincarne il di- 
scorso che v' era appoggiato ; per cpiindi pesarne aggiustatamente le 
conseguenze che riguardano il nuovo principio delle consonanze, delle 
dissonanze e dell' armonia. 



Questa è la tavola per le consonanze, dove sì avverta che le note 
ut re mi fa sol la si ut, corrispondono alle lettere C D E F G 
ABC. 



Fondamentale . 
Ottava . . . 

f Quinta . 



Quaita 



f Terza maggiore 



ut 


VT 


SOL 


VT 


MI 


SOL 


1 


VT 


KE 


MI 


1 1 


SOL 


VT 


VT 




VT 




SOI, 




VT 




MI 




SOL 


SOL 




SOL 


(r 


e) 


SOL 


(S 





RE 








Fa 


(f 


a) 


VT 


(f 


a) (1 


a) 


VT 










Mi 


(m 


i) (S 


i) 


MI 


(') 


:n^ 


i) 










3 

' -5 




(3 


l)'A 


:-) 


((. 


:-' 


VT 


(i' 


3 

D 






S 


(■^6^(5 1)1: 


:-) 


SOL 


(7 


r) 










La 


1 (la) 


MI 


(1 


a) 


(« 


3-) 


MI 







^ Sesta minore 



! Terza minoro . 
j Sesta n- aggiore. 



La costruzione della tavola è chiara, ma pecca e in picciole cose, e 
in j'Ose di maggior rimarco. Nella prima serie del primo spazio, alla 
quale v' è sva'mo fondamentale , ut rappresenta il suono fondamentale, 
e le note UT, SOL ec. , e i numeri rappresentano i suoi armonici. Sono 
disegnati iti note quelli che o sono consonanti come UT, SOL, MI, e 
le loro repliche , o sono proprj della scala di ut come PiE : in numeri 
poi quelli che non sono ne consonanti, nò proprj della scala del prin- 
cipale. Il primo ut della serie è scritto in lettere piccole per distinguerlo 
da tutti gli altri suoni, e la serie finisce in SOL quinta sopra la tripla 
ottava: prohabilmente perchè suppone il signor Estève, che oltre di quel 
termine gU armonici di un suono non possano essere ne rinforzati, né 
disturbati dagli armonici di un altro. La seconda serie contiene l' ottava 
di ut e i suoi armonici. L'ottava di ut è indicala da UT in lettere ma- 
juscole sotto 11 fondamentale : e poiché questo istesso suono coincide 
col primo armonico del fondamentale medesimo ; si trova sotto il primo 
armonico replicato. La serie poi finisce in SOL quinta sopra la tripla 
ottava del fondamentale, come finì nella prima serie. Passando alla terza 
serie, il primo SOL quinta di ut, il quale non coincide con nessun ar- 
monico di ut, non intendo perchè sia scritto tutto in lettere majuscole, 
mentre gli altri suoni simili, capi di serie, sono scritti colla sola prima 



*99 

lettera majuscola, e colle altre minori. Dietro al primo SOL seguono gli 
armonici , fra quali quelli che non coincidono cogli armonici di iit, sono 
scrini con lettere minori alle linee di divisioni. Così nella terza serie è 
scrino re e Si. 11 Si tuttavia è scritto sempre anche nelle altre serie colla 
prima lettera majuscola , senza eh' io n' intenda la ragione. ]Ma tutto ciò 
nulla significa : piuttosto non è da trascurarsi che la terza serie finisca 
al RE tuono maggiore sopra la tripla ottava di nt, e non arrivi colle altre 
due al SOL nella ottava medesima. Avrehhe bisognato, per procedere 
imiformeraentc, aggiungere alla penultima linea della serie loi, e nel- 
r ultimo spazio un altro SOL. Ma allora gli armonici conservali della 
quinta sarebbero riusciti quattro e non tre. Le serie quarta, quinta, sesta, 
settima ed oliava , per la quarta, la terza maggiore , sesta mincn-e , la terza 
minore e la sesta maggiore, hanno in capo di serie o la nota della scala 
di ut principale , che con esso forma I' indicata consonanza , o un nu- 
mero calcolato nella supposizione di ut S i. Quindi seguono in ciascuna 
gli armonici fino alla quinta sopra la doppia ottava del rispettivo princi- 
pale , e nulla più come sopra nella terza serie. Prodotta fino all' ultimo 
spazio la quarta serie, oltre un numero, avrebbe ncU' ultimo spazio dato 
un SOL ; la quinta , olire due numeri , un MI in quarta sopra l' ulti- 
mo SI; la sesia numeri soli; la settima, oltre numeri, un altro SOL 
ncir ulumo spazio ; 1' oliava finalmente un solo numero nell' ultima 
linea. Così la quarta conserverebbe tre armonici, non due; la terza 
maggiore due, nou uno; la sesta luinore un solo come prima; la terza 
minore due , invece di uno ; la sesta maggiore finalmente due , come 
prima. Che se si voglia cercar la ragione per cui abl)ia il signor Estève 
interrotta la serie terza al RE sopra la tripla oliava di ut ; la quarta alla 
doppia ottava; la (jul\ita al Si di setto; la sesta al g- sopra di essa; la 
settima al -y i di sotto; e l'oliava (Inahuente al MI di sopra; è facil 
cosa l'accorgersi, che lutti i suoni nominali quali limili della propria 
serie sono tra gli armonici del proprio rispettivo principale quinta sopra 
la doppia ottava di esso. Stimò duuf[ue il signor Estève la coincidenza 
degli armonici inoperosa olire la (juinta sopra la doppia ottava del suono 
acuto : ciò che in seguilo chiameremo ad esame, e faremo vedere quanto 
sia arbitrario. 

Intanto a maggior illustrazione di quelle verità che il signor Estève 
CI ha presentate in parte, e confusamente, noi stabdiremo con tutta la 



200 

generalità e precisione: clic dati due suoni qualunque m, ed n, e le 
due serie degli armouici di essi m, am, 3ni, 4ni ec. u, an, 3u, ^ii ec. 
i lerniini delle due serie coincideranno qualunque volta un termine 
della prima serie m, 2m, 3m ec. sia uguale o multiplo di n: oppure, 
ciò eh' è lo stesso, qualunque volta un termine della seconda serie n, 
2n, 5n ec. , sia uguale o multiplo di m. Cos'i nell' ottava i due suoni 
sono I e 2 , le sue serie sono i , 2 , 3 , 4 ec. , e 2 , 4 ) 6 ec. : e poiché 
i termini della seconda ser.e sono tutti multipli di i priiuo suono, e 
quelli della prima souo alternativamente uguali o multipli di 2 secondo 
suono j le coincidenze cascberaiuio ogni due termini della prima, ed a 
ciascun termine della seconda serie. Cosi nella quinta la ragione de'due 
suoni è di 2 : 3 , le due serie sono 2 , 4 » 6 , 8 , e 5, 6, 9, 1 2 ec, le 
coincidenze si avranno ad ogni terzo termine dilla prima, e ad ogni se- 
condo della seconda serie. Nella medesima maniera si tioverà che nella 
quarta 3 : 4 coincide ciascun quarto terinlne degli armonici del princi- 
pale con ciascun terzo termine negli armonici del suono acuto. Nella 
terza maggiore 4 • ^ ogni quinto nella serie del grave con ogni quarto 
nella serie dell' acuto. Nella sesta minore 5 : 8 ogni oliavo con ogni 
quinto. Nella terza minore 5; 6 ogni sesto con ogni quinto. Nella sesta 
maggiore 3 : 5 (inalmeute ogni quinto della serie del principale con ogni 
terzo armonico della serie del suono acuto. Che se si voglia sapere di 
più il preciso numero delle coincidenze in mi dato numero di termini 
della serie di m, o di n; si faccia il numero dato di tcrmiul S p , il 
quale se sarà lissato nella serie di mj le coincidenze saranno tante, quante 
volte u divide per intiero p : e inversamente se p sarà fissalo nella seria 
di n ; le coincidenze saranno tante quante volte m divide p per intiero. 
11 signor Estève, come si è veduto di sopra, per le consonanze diverse 
dall' ottava ha fissato p sempre S 6 nella seconda serie, ossia nella 
serie di n; dunque doveva tro\arc per la quinta 2 : 5 coincidenze 5; il 
2 che corrisponde ad m, stando in 6 che corrisponde a p tre \olte 
iutiero : per la quarta dovea trovare coincidenze 2 : per la terza mag- 
giore I : per la sesta minore 1 : i per la terza minore : e finalmente 
per la sesia maggiore 2 coincidenze. 

Dimostrata cosi l' imperfezione della tavola del signor Estève, anzi, spie- 
galo e proposto in tutta la sua generalità e precisione il fondamento 
della sua teoria, la coincidenza degli armonici j facciamoci ora a dlscu- 



sor 



tere quanto qiies^ si possa dire vera teoria, e quanto corrisponda in essa 
la causa agli effetti delle consonanze e dell'armonia. E qui mi piace alla 
prima distinguere timi gli argomenti de' quali si può far uso , in due 
classi : altri potendo riguardare la teoria come appoggiata al fenomeno 
della risonanza, ed altri la teoria nella immediata applicazione della cuin- 
cidenza degli armonici agli effetti de' quali si vuol render ragione. 11 fe- 
uonieno della risonanza abbiamo mostrato al capo II. della prima Memoria 
d' introduzione alla nostra teoria per quanti titoli non si possa dire vera 
causa e principio delle consonanze e dell'armonia. Il signor Estève non 
prende immediatamente il fenomeno per principio : ma supposto il feno- 
meno in due suoni , deduce il principio dalle combinazioni clie quindi 
risultano. Crederei tuttavia die (juesto nuovo principio incontri de'grandi 
obbietti anche per la sua origine : anzi sono persuaso che i più forti ob- 
bietti che si fanno al principio della risonanza , sussistano ugualmente 
contro il nuovo iiriucipio da essa derivato. Si e dimostrato a suo luogo 
che il principio della risonanza non suppone niente meno di un altro 
principio : e che supposta la risonanza vero principio dell' armonia per 
terza maggiore , non Io può èssere assolutamente dell' armonia per terza 
minore. Queste sono le due principali difficoltà , colle quali si è com- 
battuta la teoria del signor Rameau ; e niente meno esse provano per 
escludere quella ancora del signor Estève. 

Insiste il signor Estève sullo sfumamenio clie gli armonici producono 
nel suono, sulla qualilìi che questo sfumamcnlo porta nella sensazione, 
e sulla necessità che il suono abbia questo carattere per poter nella 
nuisica essere oggetto di piacere: e di fatto questo sfumamenio, questa 
tal qualità e questo carattere del suono sono cose , senza le quali la 
coincidenza degli armonici non potrebbe supporsi mai causa delle con- 
suuanze. Ma poi questo sfumamento che gli armonici producono nel 
suono , questa qualità che lo sfumamento porta nella sensazione, e que- 
sta necessità che il suono abbia questo carattere per poter nella musica 
essere oggetto proprio di piacere, cosa sono altro mai, fuorché la peii- 
zion di principio, ch'abbiamo altrove apposta alla teoria della risonanza ? 
E chi mai curioso e attento investigaior della natura, sentendo a descri- 
vere effetti COSI dilicati ed essenziaU degli armonici , che per leggi mec- 
caniche si sviluppano dal suono, non si farà subito a domandare per 
qual ragione un fenomeno dipcudcnte da cause da noi lauto luuiauc in- 

26 



302 



fluisca tanto nel Lcn essere del nostro senso ? Di die se pur si riuscisse 
ad assegnar una causa la quale potesse in qualche maniera soddisfare j 
avremmo già per 1' armonia degli armonici , ossia per l' armonia di terza 
maggiore la risonanza del signor Rameau, anteriore alla coincidenza degli 
armonici, in luogo di un qualunque principio. Dico di un qualunque 
principio, polche la risonanza medesima del signor Rameau, anteriore alla 
coincidenza, non potrebbe dirsi vero principio, nemmeno se si suppo- 
nesse spiegala la maniera, in cui il fenomeno della risonanza influisce 
sul ben essere del nostro senso ; mentre in tal caso converrebbe esclusi- 
vamente il nome di principio alla maniera con cui si fosse resa ragione 
dell' influenza del fenomeno sul ben essere del nostro senso ; maniera che 
si avrebbe potuto adoperare con uguale facilità a spiegare immediata- 
mente il fenomeno dell'armonia dalla risonanza rappresentata. 

Ma di ciò basta. Passiamo ad esaminare se la coincidenza degli armo- 
nici sia più atta ad applicarsi come principio all' armonia per terza mi- 
nore , di quello che lo sia la risonanza da cui si è già dimostrato dc- 
dursi della armonia affano precariamente. 11 signor Estève non si prende 
alcun pensiero di ragionare distintamente sull' armonia di terza minore. 
A lui basta che la terza minore sia consonante, perchè si possa, va- 
riata la terza, sostituire al maggiore il modo minore, e adoperare pro- 
miscurmente le due armonie. La terza minore poi secondo la sua dot- 
trina è consonante , posto che gli armonici del snono grave sono in 
qualche maniera in della terza sostenuti e rinforzati dagli armonici del 
suono acuto. Per quanto scarsi sembrar possano questi miei cenni , non 
v'è di piìi in tutta l'Opera del signor Estève, che riguardi l'armonia per 
terza minore. Tralascio qui tutti i riflessi che si potrebbero fare sulla 
causa assegnata all' effetto della terza minore come consonanza, comuni 
a tutte le altre consonanze, e riguardanti direttamente la teoria delle 
coincidenze ; considererò solamente che un suono posto in terza mi- 
nore di un altro suono come principale, perchè gli armonici di uno 
rinforzino gli armonici dell'altro, è una vera contraddizione. Gli armo- 
nici del principale formano sopra di esso una vera armonia, uè altro 
significa in termini del nostro autore quello sfumamento che tanto rad- 
dolcisce e rende melodioso il suono. Questa armonia è di terza maggiore 
per r intrinseca causa necessaria che la produce , ne può essere altri- 
aienti. Quindi un suono aggiunto in terza minore del principale non 



203 

potrà incorporarsi ne' suoi armonici in nessuna maniera j appunto com'è 
impossibile, per qualunque artificio si adoperi, di unire- nella raedesiroa 
armonia le due terze ambe riferite al principale o sue ottave. Come dun- 
que im suono che non può soffrirsi ncU' armonia , ossia tra gli armo- 
nici di un altro, potrà abbellirne e rinforzarne l'effetto? Lo farà co'suoi 
armonici (dice il signor Estève) i quali iu un certo pianto coincidono 
cogli armonici del principale : ma se il suono principale de' nuovi ar- 
monici mollo più forte di essi ammorza e distrugge gli armonici del 
primo principale ; che forza avranno i suoi armonici , i quali ne' limiti 
fìssati dal signor Estève , non danno che una sola coincidenza ? oppure 
che forza avrà il suo sfumameuto con un solo punto d' appoggio di so- 
stenerli ed animarli, sicché a dispetto della molto piìi forte contraddi- 
zione del principale, no risulti il piacere della consonanza? Che se la 
teoria di cui si tratta per render ragione del solo effetto della terza mi- 
nore , bisogna che apertamente contraddica al fenomeno della risonanza, 
sul quale essa è fondata; si avrà poi da credere più felice di quella del 
signor Rameau , per quanto alcuno vi studiasse sopra per assegnar prin- 
cipio air armonia per terza minore ? 

E con questo argomento per la terza minoro e sua armonia mi sono 
falla strada per passare dagli obbietti che si oppongono alla teoria del 
signor Estève, come appoggiala al fenomelio della risonanza, a quelli che 
sono pili proprj di essa, e sotto uu qualche rispetto hanno di mira la 
coincidenza degli armonici de' suoni : e infatti questo argomento mede- 
simo appartcrrebl)e alla seconda classe, se la sola coniradJizione delle 
due terze non me lo avesse fatto collocar nella prima. E poi ciò tanto 
vero, che lo stesso argomento è applicabile a tutte le consonanze ugual- 
mente , che non sieuo quinta o terza maggiore. La quarta a cagioa 
d' esempio fa effetto di consonanza nella teoria del sigqor Estève , per- 
che fino a quel limite che a lui piace di prescriver loro , due de' suoi 
armonici s'incontrauo con altrettanti armonici del principale,- quindi 
quella comunione, quel rinforzo di armonici, che costituisce propriamen- 
te la consonanza. IVIa , torno qui a i-ipetere, che cosa imporla che due 
punti delio sfumameuto della quarta coincidano con due punti dello 
sfumameuto del principale, se la quarta stessa contrapposta al principale 
m luna la sua forza si trova a ciascun punto in contrasto col princi- 
pale e suoi armonici? Né serve punto che il suono della quarta sia o 



non sia suono della scala del principale; mentre la scala è un prodouo 
posteriore ed estraneo all' armonia di un suono solo. Quanto si e detto 
della terza minore e della quarta si pviò dire indistintamente della sesta 
maggiore e della sesta minore, e cosi di tutte le consonanze, eccettuata 
la quinta e la terza maggiore, le quali sole entrano nello sfumamento e 
neir armonia della risonanza del principale. Il male dunque consiste 
principalmente uell' aver voluto il signor Estève applicare a tutte indi- 
siintameuic le consonanze un discorso eh' era applicabile al plìi alla 
quinta e alla terza maggiore, consonanze dalla risonanza indicate. 

A questa occasione mi sia lecito di osservare quanto a torto il signor 
Estève rimproveri nella sua Opera a pagine 25 il siguor Piameau (come 
fa iu più altri luoghi, e ad altri propositi senza una vera ragione) di 
avere indistintamente, secondo il bisogno, sostituite agli armonici le loro 
ottave. Eppure il solo rappressamento nella medesima ottava sopra il 
principale degli armonici la duodecima e la decimasettima maggiore 
dall'esperienza suggeriti, ha indicata al signor Rameau la più semplice 
forma dell' armonia di terza maggiore 4 , 5 , 6 • e da questa ha dedotte 
col trasporto all' ottava acuta prima del principale , poi della terza , le 
due altre forme 5, 6, 8; G, 8, io, di terza minore e sesta minore la 
prima , e di quarta e sesta maggiore la seconda : e con ciò ha potuto 
passo passo arrivare direttamente al basso fondamentale, e indirettamente 
-ella gran distinzione da me poi chiaramente enuuziata per la prima volta 
delle consonanze che suonano in grave, da (pielle che suonano in acuto, 
vero ed unico paragone di una qualunque teoria. Né ripugnava il trasporlo 
al principio del signor Rameau , la risonanza , conciossiachè la risonanza 
medesima opera altrettanto procedendo agli acuti : e se le forme d'armo- 
nia rappressata nella medesima ottava non si trovano nella risonanza im- 
mediatamente sopra il principale; si trovano a diverse distanze negli ar- 
monici, fra' quali sempre domina una replica del principale. A niente di 
tutto ciò , forse per mancanza di pratica, pensa il signor Estève ; e così, 
fjuand' auche la maniera con cui di sopra rende ragione dell' effetto di 
tutte le consonanze seuza distinzione alcuna, fosse supcriore a qualunque 
altra opposizione ; questa sola di non distingvicre 1' effetto delle conso- 
rsanze che suonano in grave, dall'effetto di quelle che suonano in acuto, 
tasterebbe a diclùararla insufliciente e viziosa , ed affatto inetta a potervi 
costruire sopra l' essenziale pratica del .basso fondamentale. 



2C)5 

Ma prendiamo lo cose auoorà piti davvìciiio. Nella sua tavola il si- 
gnor Estève alle cohicidcuze degli armonici dell' ottava non pone alrim 
limito; e per le altro consonan::e poi lo pone dove gli armonici del suono 
acuto cessano d' essere consonanti nel senso comune , vuol dire al sesto 
termine : ciò si rileva dalla tavola , senza clic il signor Eslève lo dica , 
massima causa dell' oscurità de' paragrafi del signor Rousseau sopra rife- 
riti. Ora r effetto naturale della consonanza è di unire si fattamente due 
suoni i quali suonano insieme , che da due con grato senso si com- 
ponga un tiiito , un suono solo. A cpiesto fine è necessario che o l'a- 
cuto- s'incorpori col grave, o il grave coli' acuto. Nel primo caso sem- 
bra clie gli armuiiiei del grave si abbiano nella consonanza principal- 
nieiiie da considerare come rinforzali e sostenuti; e al contrario nel se- 
condo caso. Ma il signor Estève non ha fatta alcuna distinzione , ed ha 
inteso che le consonanze fossero tutte per questo verso costituite come 
la ter/a maggiore o la quinta : dunque doveva nella terza maggiore, nella 
quinta e nelle altre consonanze tulle indistintamente supporre rinforzati 
e sostenuti gli armonici del suono grave, e nella serie del suono gravo 
doveva fissare il limite all' efficacia delle coincidenze. Se cosi avesse 
fatto , e r avesse fìssalo al sesto icrniine , le coincidenze sarebbero state 
tre per l'ottava, due per la quinta, ed una per la terza maggiore, una 
per la (piarla, una per la terza minore, nessuna per la sesta minore , ed 
una por la sesta maggiore : tanto volte appunto il secondo lerniine di 
ciascuna delle dette consonanze essendo contenuto nel 6 per intiero. 
Ciò posto che conseguenze si potino tirar mai da un principio che 
dopo la quinta confonde lulla lo alire consonanze, eccettuata la sola 
sosta minore , e per tulte somministra la modcsinia misura di efficacia 
in una sola coincidenza? Pretende veramente l'Autore che il luogo 
della coincidenza influisca di molto nel suo effetto. Ora questo luogo , 
dividendo il 6 per il secondo termine delia consonanza, ci viene ad- 
ditato nella serie del limite dalle uni là del divisore e de' suoi multipli. 
Quindi ncir ottava è al secondo quarto e sesto termino , nella (jniiila al 
terzo e al sesto, nella quarta al quarto , nella terza maggiore al quinto, 
nella terza minore al sesto, al quinto pure nella sesta maggiore , e fuori 
del limito sarclibo all'oliava nella sosia minoro. Per la terza maggiore, 
quaila, terza minore e sesta maggiore, consonanze che tulle hanno una 
sola coincidenza, il luogo dunque sarà il quinto termine, il quarto, il 



•20 



e 



sesto, e di nuovo il quinto: e questa sola differenza di luogo deve 
spiegare i differenti effetti e caratteri delle quattro consonanze. Temo 
che ognuno, fuori del signor Estève, riconosca queste differenze per mi- 
nute troppo, anzi inconcludenti, non essendovene alcuna fra la terza mag- 
eiore e la sesta niageiore , e risultando così contro il fatto e 1' osserva- 
zione affatto eguali queste due consonanze. Oltre che Is differenze di 
luogo sopra notate non basteranno mai a spiegare come la quinta suoni 
in grave, e la quarta in acuto ; la terza maggiore sotto la sesta minore in 
grave , e la sesta in acuto j e finalmente la terza minore sotto la sesta 
maggiore in grave , e la sesta in acuto. La plcciola differenza di luogo 
ne' due primi confronti nessuuo certamente spiegherà mai come operi 
una così grande distinzione fra le consonanze : nel terzo confronto poi 
la differenza di luogo è di più in aperta contraddizione col fatto, incon- 
trandqsi gli armonici della terza minore al sesto termine , e quelli della 
sesta maggiore al quinto. Né l' aver noi trasj)ortato dalla seconda alla 
prima serie il limite degli armonici , acciocché fosse il signor Estève più 
coerente a sé stesso, ha condotto 11 nostro discorso a questi termini. 
In qualunque supposizione poco variano i risultati, né ponno sommini- 
strar mai più opportune conseguenze per appoggiare la teoria della coin- 
cidenza degli armonici. Ponendo il limite nella seconda serie a piacere 
dell'autore, il nostro calcolo dà per l'ottava sei coiucldeuze a ciascun 
termine della serie limilata; per la quinta tre al icrmine secondo, quarto 
e sesto j per la terza maggiore una al quarto 5 per la sesta minore una 
al quinto j una al quinto parimente per la terza minore; e finalmente 
due, una al terzo, l'altra al sesto termine della serie per la sesta mag- 
giore. Le quali cose così essendo non diventano le differenze di luogo 
in questa ipotesi né più grandi, né più concludenti ; anzi cresce la con- 
traddizione rilevata di sopra nel confronto della terza minore colla sesia 
maggiore; poiché, oltre il luogo, anche il numero delle coincidenze da- 
Tchbe in quel confronto contro il fatto una decisa preponderanza alla 
sesta maggiore sopra la terza minore. 

Dimostrala cosi l' insufficienza del principio del signor Estève a fronte 
degli encomj del signor Rousseau , per ispiegare que' medesimi- fatti i 
quali pur trovano nella teoria del signor Rameau una qualche spiegazione: 
se alcuno tuttavia desiderasse di tener conto di questa minuta causa an- 
cora, in quanto è reale, e in quanto può aver parte uell' effcUo delle 



207 

consonanze coli' annientare qncllo della risf>nar,zn, clic finalmente ha colle 
consonanze il medesimo piincipio; sì ricordi (ciò che sopra si è già ab- 
bastanza indicato) doversi per le consonanze che suonano in grave sup- 
porre il limite nella prima serie, cioè in quella del suono "rave ; e al 
contrario per quelle che suonano in acuto. Per chi desiderasse finalmenie 
tener conto del numero delle coincidenze, e insieme del loro luooo. 
considereremo separatamente ciascuna coincidenza divisa pel numero espri- 
mente il suo luogo, e faremo che la somma delle frazioni esibenti le coin- 
cidenze rapportale al luogo ci serva per ciascuna consonanza di misura 
dell' effetto loro. Troveremo cosi 1' effetto dell' oliava ■; + ^ f i , quello 
della quiuia ^ + i , e quello della quarta di nuovo ^ + L, quello della 
terza maggiore L , e quello della sesta minore 3- , di nuovo quello 
della terza minore l , e quello della sesu maggiore l -hi. Prescinden- 
do dalla sola sesta maggiore, io crederei tutti gli altri valori abbastanza 
conformi al fenomeno dell'armonia nella risonanza, la quale sola, non 
mai una teoria di musica, può nella coincidenza degli armouicl trovar 
qualche appoggio. 

Simile alle tavole delle consonanze il signor Estève dh. quella delle 
dissonanze, che qui aggiungo. 



Fondamentale . 



Seconda maggiore . 
Settima minore. 



Seconda maggiore . 
Settima minore. 

Seconda minore. . 
Settima maggiore . 



Tritono . 
Quinta falsa. 



ut 


VT 


SOL 


VT 


MI 


.SOL 


•7 


VT 


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MI 


I I 


SOL 


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32 ,8 










I 'È 

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1*5 


,45 145 


,■9 .45 









208 

L' esame di questa tavola peraltro ci sembra affatto inutile dopo quel- 
lo della tavola delle consonanze, in quanto riguarda la teoria del signor 
Estève ; e molto piìi inutile ancora in quanto risguarda ciò che ci 
ha indotti a far parola della delta teoria : i lumi cioè che ci può forni- 
re, e le vedute che ci può suggerire per l'applicazione del nostro prin- 
cipio alle dissonanze e all'armonia dissonante, soggetto del seguente capo. 



•ao9 

CAPO III 

.4pplicazione del principio della nostra teoria alT osservazione de' suoni 
aggiunti, e dell^ armonia dissonante. 

\-Jonsistendo 1' essenzial carattere del nuovo nostro princìpio di teoria 
musica nella unità di effetto mantenuta costantcmeiiie nelle consonanze 
e nell'armonia consonante j hou sembra a prima vista potersi applicare 
il principio medesimo al suoni aggiunti e all' armonia dissonante. Impe- 
rocché dalla descrizione da noi fatta di delti suoni e dell' armonia dis- 
sonante nel primo capo di questa Memoria, risulla chiaro abbastanza 
eccedersi 1 limili di imiià derivati prima dal nostro principio per le con- 
sonanze e per l'armonia consonante, quando s'introducono altri suoni, 
e l'armonia diventi dissonante. Ma siccome il principio di unità di ef- 
fetto abbiamo a suo luogo osservato applicarsi diversamente alle due 
specie d' armonia per terza maggiore , e per terza minore : e nella prima 
specie riuscire l'unità di effetto da più strette leggi compresa, e in con- 
seguenza più compita ed efficace , che nella seconda specie , senza che 
quest' ultima si possa però dire meno subordinata al principio medesimo^ 
così non saprei trovar contraddizione nel suppone che possano le con- 
dizioni di unità del nostro principio ricevere in alli'i casi una più am- 
pia e più libera applicazione ancora: principalmente se vi siamo condotti 
dal senso e dall'esperienza, come appunto nel caso de' suoni aggiunti e 
dell'armonia dissonante, di cui parliamo. 

E per dimostrare precisamente in qual maniera possa il principio di 
unità ricevere fino a un dato segno una più ampia e libera interpreta- 
zione, gioverà por mente alcun poco agli armonici delle consonanze e 
dell' armonia consonante. Bene intonata una quinta, dipende il suo effetto 
dalla perfettissima unità che si mantiene nella consonanza, ossia dall'u- 
nione de' due suoni, ossia dal legarsi in essa consonanza necessariamente 
il suono acuto al grave , piuttosto che il grave all' acuto , sicché no 
risulti quasi un suono solo. Pure quest' effetto il quale , come si è detto 
a suo luogo, riconosce per causa secondaria anche l'essere rinforzato dalla 
risonanza o dagli armonici del suono più grave j non lo è ugualmente 

=»7 



sto 

dalla l'ìsODanza o dagli armonici del suono acuto : anzi riferendosi questi, 
oiniiicsse le repliche, in settima maggiore, e in nona col suono grave; 
non lasciano di trovarsi al caso precisamente de' due primi suoni ag- 
giunti ossia delle due prime dissonanze fra le sopra descritte al capo I. 
di questa Memoria. Cosa dunque può conservare alla quinta il carattere 
di pura consonanza relativamente al nostro principio di unità , se Y unità 
dagli armonici dell' uno de' due suoni componenti la quinta è lesa tanto 
sensibilmente? La risposta non è difllcile , né può sembrar ricercata. 
Gli armonici di un suono sviluppandosi dal suono stesso ne formano, 
se non F essenza , la qualità certamente la più essenziale, ed avendo d'al- 
tra parte una assai debole intensità rispettivamente a quella del suono 
che 11 produce, si confondono con esso, ed in esso quasi si perdono 
senza lasciar di se traccia che gli faccia distinguere. Quindi non è me- 
raviglia se, quanto gli armonici del suono acuto nella quinta servono a 
renderlo piìi dolce e piti pieno , altrettanto poi ad esso solo si attacchino, 
e ad esso solo limitino tutta la loro influenza; e però niente disturbino 
nella quinta l'effetto di consonanza, benché paragonati col suono prin- 
cipale di essa non reggano alle leggi di unità alle consonanze e all'or^ 
inonia consonante prescritte. 

Ciò poi che si è qui intorno agli armonici del suono acuto della 
quinta asserito, si può confermar maggiormeiUe , se aggiunta una terza 
maciore al suono urave della quinta , si muti essa consonanza nella 
perfettissima armonia consonante di terza maggiore e quinta. Allora oltre 
gli armonici del suono principale , i quali ( non importando distinguere 
le repliehe da' suoni equisoni in questo discorso ) coincidono coli' ar- 
monia esattamente, ed oltre quelli del suono più acuto, de' qtiali si è 
detto finora, avremo gli armonici ancora del suono di mezzo, terza 
maasiore dell'armonia, i finali ci somministreranno nuova- riflessioni. E 
di fatti de' due nuovi armonici il primo, ossia la duodecima della terza 
maggiore si riferisce anch' essa in settima maggiore al suono principale 
dell' armonia , appunto come il secondo de' due armonici del suono acuto 
della quinta: ma l'altro armonico, ossia la decima settima maggiore, 
oltre al non coincidere colla quinta, e distaccarsi affatto dall'armonia 
del principale, suona colla terza maggiore di quella in una nuova terza 
maggiore ed introduce im nuovo intervallo di quinta superflua in ragione 
di i6 ; 25 tutto a maggior discapito dell' unità all' armonia necessaria. 



21 I 



sostcuula da tre suoni di essa, e da^jli akri loro armonici o rinforzala, o 
coiUraddelia meno diretlamcntc. Eppure nemnicno gli annoiiici della ler/.a 
laaj^giore nella pcrfclllssitna arinoi\ia di lerza niaggiore e quinta, e fra 
i due ucmmenu il secondo uè dislinhuno iu ulcuu modo 1' cffello : ma 
come si è osservalo di sopra per t;!! armonici del suono aeulo della 
«juiuta, unii due si coul'oudouo anche iu «pieslo caso ctd suouo clie 
11 produce, e in esso (|uasi si perdono seuza lasciare di se traccia clic 
11 faccia distinguere. 

Che se invece di aggiungere al suono grave della quinta una terza 
moi;t;iore , vi si aggiungerà una terza minore , e si nuitl cos'i la conso- 
nanza di quinta in una perf'elia aniiouia di terza minore, a\r<'mo anche 
in qucsLd caso nuovi argomenti per appoggiare semjTre piìi le conse- 
gueuue che conlemr.la 11 nostro discorso. Allora gli armonici del suono 
acutO' risponderanno al grave prlucipale dell' armonia come già negli altri 
due casi : cosi de' due armonici della terza minore il secondo , cioè la 
decima settima maggiore coincideià colla qulnia dell' armonia j ma jDoi 
il primo ossia la duodeeliiia conlraslerà col secondo armonico del suouo 
pili acuto introducendo questo nell'armonia una seilima maggiore in ra- 
gione di 8: 1 5, e quello una settima minore in ragione di 5 : g, le quali 
due seiilmc difleriscono della ragione 2^: 25, e cosi mentre quello si 
riferisce in quinta alla terza minore , questo vi si riferisce in quinta su- 
perflua , e mentre quello si riferisce alla quinta dell' arnioula in terza 
maggiore, questo vi si riferisce iu terza minore. Più di lutto peraltro 
rende quest' ultimo caso maggiormente opportuno sopra gli altri a pro- 
vare il nostro assunto , il non coincidere iu esso esattamente , come 
negli altri due coli" armoula principale nemmeno gli armouici del suono 
grave. L'armonia di terza mluore non s'accorda colla risonanza ; e però 
il secondo armonico del suouo grave ditYerlsce , ossia cresce della ra- 
gione 24 .-25 sopra la terza propria dell' armonia , quella della risonanza 
essendo sempre una terza maggiore , e quella dell' armonia una terza 
minore nel caso nostro. Il contrasto dunque si estende rjui fino agli ar- 
monici del suono grave o principale , ciò che non si era negli altri due 
casi osservato. iMa l'armonia di ter/a minore, hcnchè meno pf^rleila di 
quelle di terza maggiore , fa essa pure un effetto mlrahile , e quell' unità 
che n' è ■ la vera causa, e di cui ahhlamo altrove dimostrata la lcgj.'e, 
nieutc soffre dall'urlo dagli armouici de' diversi suonl,oud"è composta^ 



aia 

poiché tutti s'attaccano anche in questo caso come negli ahrl sopradde- 
scnlti ai loro proprj suoni da cui si sviluppano , e con essi si confon- 
dono, e niente influiscono nella primaria costruzione del tutto, dalla 
quale dipende 1' armonia. 

Tanto è poi vero tuttociò che intorno agli armonici de' suoni compo- 
nenti 1 armonia di terza maggiore o terza minore e quinta abbiamo as- 
sento finora, che l'osservazione, il senso e l'esperienza ci dimostrano 
assai di più nella composizione dei registri dell'organo, e nel pieno che 
con essi si procura a ciascuno de' suoni del cos'i detto principale. Neil' ar- 
monia di terza maggiore o minore e quinta presa sul principale dell' orga- 
no , co registri aperti, gli armouici dei tre suoni componenti l'armonia 
non risuonano solamente , ma ad essi realmente corrispondono altret- 
tanti suoni prodotti dalle canne a ciascun registro adattate , e servono 
questi a rendere ciascun suono dell' armonia nel principale piii sonoro e 
più pieno, senza pregiudizio dell'unità e dell' armonia. Niente si ricerca 
di più per ispiegare in qual maniera , senza pregiudizio dell' unità e dell' 
armonia, in quella di terza maggiore o minore e quinta si possono ag- 
giungere la settima o la nona del fondamentale, o le due dissonanze in- 
sieme ancora nel modo da noi descritto nel primo capo della presente 
Memoria. Serviranno dunque le dissonanze di cui parliamo a rinforzare 
quali armouici o 1' uno o l' altro dei suoni dell' armonia consonante di- 
versi dal fondamentale : e iuianto non disturberanno l' armonia di que- 
sto , in quanto si attaccheranno Immediatamente al suono , al quale si 
riferiscono nella più semplice consonanza , formando con esso un suono 
solo, o per dir meglio una seconda armonia talmente incorporata colla 
prima , che non ne disturberà , ma piuttosto ne accrescerà l' effetto ris- 
petto alla sonorità e pienezza. 

Anzi nel modo descritto al capo I. di questa Memoria introdotta la 
dissonanza , questa più decisamente ancora si attaccherà al suono al quale 
appartiene come consonanza , di quello che nel pieno dell' organo vi s' at- 
tacchi il suono nei registri corrispondente : e ciò in forza di quell' artifizio 
detto preparazione, con cui sogliono i pratici introdurre la dissonanza, 
e che è stato da noi nel suddetto capo esposto qual condizione di pra- 
tica necessaria, quando vogliasi all'armonia consonante con suoni ag- 
giunti accoppiar dissonanze. E in verità cosa mai altro si fa coli' artifizio 
4eUa preparazioue , se non che far sentire anticipatamente nell' accordo 



31,-» 



consonante, che precede il dissonante, quella consonanza medesima qual 
parte dell'armonia consonante, la quale poi mantenuta nel susseguente 
accordo , benché non appartenga più in esso all' armonia consonante , ad 
essa tuttavia si attacca col rinforzare il suono medesimo con cui come 
principale consonava nell'accordo antecedente? E questa anticipazione 
non prepara essa e determina il nostro senso a riferire la dissonanza 
nuir armonia dissonante a quel suono appunto, al quale riferendosi non 
contrasta, benché estranea, coli' armonia del principale, e uè mantiene 
in couseguenza l' unità quanto basta alla verificazione anche in questo 
caso del nostro principio ? Nò deve qui fare alcuua difficoltii 1' avere noi 
finora conforuiato il nostro discorso al solo caso di preparazione , che 
fli è come il plii naturale ed efficace da noi descritto in primo luogo, 
quello cioè in cui la nona è sempre quinta, e la settima o quinta o 
terza , secondo la combinazione , nell' accordo consonante che precede il 
dissonante. In tutti gli altri casi di preparazione a suo luogo accennati 
r effetto della preparazione sarà bensì meno sensibile , ma sempre la dis- 
sonanza ritenuta dall'accordo antecedente, in cui era consonanza dui 
principale, si attaccherà pili facilmente all' uno o all' altro dei due suoni 
diversi dal principale nell' armonia consonante susseguente, di quello die 
se fosse stata introdotta ( come si dice ) di posta in quella seconda ar- 
monia senza appartenervi direttamente. Cos'i a cagion d' esempio se ad 
un'armonia di terza e quinta, invece di farne succedere un'altra pari- 
mente di terza e quinta colla base una quinta al di sotto , tiatteneudo 
nel secondo la quiuta del primo accordo, per avere la nona preparata 
nella maniera più naturale ed efficace; se invece, dico, si faccia al- 
la prima succedere un'altra armonia di terza e quiuta una settima mi- 
nore o maggiore al di sotto, secondochè il primo accordo è inversa- 
mente di terza ma2"iore o di terza minore, trattenendo nel secondo ac- 
cordo la terza del primo ; diverrà essa una nona , la quale si riferirà in 
quinta alla quinta del secondo accordo , e 1' orecchio sentirà il buon ef- 
fetto d^•l^ artifizio della preparazione anche in questo caso, benché nou 
sia la stessa consonanza la quiuta che nel primo accordo lega col prin- 
cipale il suono che poi diviene dissonante, e si lega colla quinta nell'ac- 
cordo susseguente. 

Tanto potrebbe bastare per dir ridotto al nostro principio di unità 
r effetto delle due dissonanze settima e nona , benché sembri alla prima 



21 4 

una contraddizione salvar l'unità dell'armonia, e l' aggimigeivi suoni 
che proffriameute alla principal armonia non appartengono. Ma pure ol- 
tre al già detto si può osservare per la settima minore , che non dipen- 
de tiilto il suo effetto dall' unirsi essa solamente quasi un armonico alla 
terza o anche alla quinta del principale : mentre costituisce col princi- 
pale un intervallo che alla consonanza è vicinissimo j e per questa ed 
altre ragioni che dipendono dalle scale merita di essere collocata in una 
classe distinta da tutte le altre dissonanze , e con particolari leggi trat- 
tata. Ma di tutte queste cose , insieme ad una pili precisa applicazione 
del nostro principio a ciìiscuna delle dissonanze , non considerate in 
astratto nella scmplLce armonia, ma prese nel sistema nostro e nelle no- 
stre scale , ho già accennato iìno al bel principio di questa Memoria es- 
ser forza di riservarci a parlare dopo che avremo dai piìi antichi sistemi 
dedotto e descritto in tutte le sue forme o scale il nostro sistema , 
senza le quali premesse è impossibile trattare delle dissonanze in una 
maniera abbastanza pratica e teorica compitamente. 

Si dovrebbe ora passar oltre nel nostro discorso al confronto col 
principio di unità delle altre due specie di suoni aggiunti o dissonanze, 
che al principale si riferiscono in undecima e decimatefza ; se una assai 
importante riflessione non ci restasse ancora di fare intorno a ciò che 
della settima e della nona abbiamo detto finora; acciocché possiamo poi 
senza difficoltà alcuna applicare all'undecima e alla decimaterza il me- 
desimo ragionamento, ed arrivare per queste due nuove dissonanze alla 
incdcsima conseguenza. La settima e la nona, benché suoni estranei 
all'armonia consonante, iu tanto non ne guastano l'effetto di unità per 
tutto ciò che si è osservato finora, in quanto che la settima si at- 
tacca come quinta alla terza consonante , o come terza alla quinta 
parimente consonante ; e aliai quinta stessa si attacca sempre come 
quinta la nona. E in vero se( gli armonici della terza e della quinta 
delF armonia principale non solàmeule non la disturbano , ma la rin- 
lorzano ed addolciscono , rinforzando ed addolcendo i suoni dai quali 
fssi si sviluppano : e se di questo effetto non se ne può aiuibuire 
la causa alla poca intensità e forza solamente degli armonici relati- 
vamente ai suoni dell' armonia , poiché l' armonia del principale non è 
disturbala, ma rinforzata ed addolcila ugualnunie degli armonici de' re- 
gistri dell' orgaiiOj ai quali corrispondono suoni reali al pari de' suoni 



dell' armoiiiu j uon «ai'i maraviglia, se legandosi in cpilnla colla terza, o 
in terza colla quinta, la settima, e iti quinta colla quinta la nona, anzi 
che jjuasiar l'anunnia consonante, l;i rcndain» plìi piena e sonora. Unni- 
ca difforcn/a, volendo piMlar nel discorso la plìi scrupolosa esattezza, si 
è che gli armonici de' registri dell' organo sono semnre alla distanza di 
qualche ottava dal principale j mentre nella pratica delle nostre disso- 
nanze non si trovano esse ordinariamente ad una cosi grande distanza : 
anzi co' i-iv(jhi da noi descritti anclie per le dissonanze nel primo capo 
non raic volte si collocano le dissonanze nella parte piìi grave di tutto 
il complesso dell'armonia. Ma questa differenza è essa poi tanto essen- 
ziale, sicché dall'essere i stioni solamente in una piuttoslochè in un'al- 
tra ottava collocati abbiano in un caso d'aggiunger pregio all'armonia, 
ed impedirne, anzi distruggerne l'effetto nell'altro/ Chiunque anche per 
poco conosce la natura dell' eqnisonauza in musica, o chiunque per pra- 
tica sa lino a che segno serva l'economia del collocamento de' suoni 
per migliorarne in complesso la soavità e 1' efficacia , concluderà al con- 
trario certamente. Che se pure vogliasi tener conto di questa differenza 
fra gli armonici dei registri dell' organo e le nostre dissonanze di seili- 
ma e di nona ; gli si può ben contrapporre che a differenza dei primi 
la preparazione che nelle nostre dissonanze si pratica , contribuisce non 
poco a legarle coi suoni ai quali si riferiscono in consonanza. Un' al- 
tra differenza tutta a vantaggio delle nostre dissonanze a confronto d.""li 
armonici dei registri dell' organo merita d' essere qui ricordata e spie;>a- 
ta in tutta la sua estensione, siccome (juella la quale, mentre conferma la 
teoria della settima e della nona fondata sulla relazione fra le dette dis- 
sonanze e gli armonici dei suoni consonanti del complesso dissonante , 
estende e caratterizza più precisamente la teoria medesima , e colla teo- 
ria così estesa e caratterizzata somministra il fondamento all' applicazione 
che faremo del principio di unità alle altre due dissonanze la undecima 
e la decimaterza. I rcjristri dell'organo portando, almeno negli ori.'ani 
più pieni, l'intera serie degli armonici sopra ciascun suono del princi- 
pale, introducono necessariamente nel complessp intiero della loro armo- 
nia dei suoni che sono in contrasto , anzi in contraddizione fra loro , se 
il paragone fra essi fosse abbastanza- sentito. Di questi contrasti e di que<ite 
contraddizioni si è di-tto fin dal principio di questo capo parlando delle 
false relazioni che alcuni degli armonici dei tre suoni consonanti di un 



2l6 

accordo hanno fra di loro. Si è osservato a qiiel luogo l' armonico in 
decima settima maggiore della terza maggiore dell' armonia , rappressato 
Bella stessa ottava, riferirsi in quinta superflua in ragione di i6; 25 alla 
base del complesso consonante , alla qual base riferendosi la quinta giu- 
sta consonante in ragione di 2: 3 , ossia 16: 24» contrastano 1 due suoni 
fra loro, e renderebbero in conseguenza l'intervallo in ragione di 24 : 
a 25, eli' essi costituiscono, insopportabile assolutamente se fosse sentito 
abbastanza. Cosi si è parimente notato al medesimo luogo, nell'accordo 
di terza minore l' armonico in duodecima della terza minore , ridotto 
nella stessa ottava riferirsi in settima minore alla base , alla quale rife- 
rendosi in settima maggiore l' armonico in decima settima maggiore della 
quinta ridotto parimente dentro la sesta ottava ; le due settime in ragione 
di 5: g ed 8 : i5 costituiscono fra loro l'intervallo come sopra in ragio- 
ne di 24: 25, contrastano però, e introdurrebbero esse pure contrad- 
dizione nell'armonia, se fossero abbastanza sentite. Ma sono poi nel pieno 
dell' organo , nel quale agli armonici della semplice risonanza corrispon- 
dono suoni reali, così poco sentiti questi contrasti fra i suoni di un 
complesso ai-monico , che non si abbia ad essi da attribuire qualche svan- 
taggio a confronto dell' armonia dissonante di settima e di nona , nella 
quale i contrasti caderebbero fra armonici di semplice risonanza, se po- 
tessero distinguersi, mentre cadono fra suoni reali nei registri dell'or- 
gano , e portano nel complesso vera contraddizione per poco che sieno 
sentiti? Sono tanto -persuaso di questo svantaggio, ch'io credo potersi 
le dissonanze di settima e di nona introdurre nell' armonia con suoni di 
vignale intensità dei consonanti, e con essi nella medesima ottava o nella 
prossimamente siiperiore perciò appunto, che a differenza dei snoni dei 
registri dell' orsano non contrastano mai fra di loro uè portano mai con- 
traddizione nell' armonia. Certamente , se noi collocassimo nell' ottava del- 
le consonanze o nella prossimamente superiore i loro armonici in suoni 
reali come nei registri dell' organo sono in distanze molto maggiori ; il 
mezzo tuono minore di 24: aS fra la quinta giusta e la superflua nell'ar- 
monia di terza maggiore, e fra la settima minore e la maggiore nell' armo-, 
nla di terza minore, produrrebbe una tale cacofonia nell' intiero complesso, 
che tutto distruggerebbe l' effetto dell' armonia consonante del principa- 
le. Che se è cosi sarà poi egli probabile che suoni i quali contrastando 
pili vicini alle consonanze fanno tanta rovina uell' armonia , perdano poi 



21^ 

adaito , irasporlaù di qualche oliava solamenlc, il carattere loro proprio 
a se'»no di non prcseutar più traccia di coutraslo , e che raaniciieudo 
eschisivainente il caraltcre di armouici rinforzino aiui solameule i suoni 
ai quali apparteagotio come armouici, e cosi rechiuo all' armouia sola- 
lU'jnlc pieuezza e perfezloue maggiore ? Io torno a dire, uol credo : e il 
iiou trovarsi nei registri di molti organi la decima settima maggiore , e 
il farue discretissimo uso, dove si trova, quelli che uella pratica dcUor- 
gauo passano per piìi valenti , da altra cagione uon dipende a mio pare- 
re , che da uu residuo di contrasto e di contraddizione che si rende sen- 
sibile ad uu orecchio dilicato nel pieno dell' organo colla decima setti- 
ma ma^iiiore, e che cessa intleranienio escludendo da;'li armonici dei 
registri quel suono. Non abbiamo introdotto in tutto questo discorso che 
uel caso dell' armouia di terza minore sarebbe ancora pili sensibile che ia 
qualunque altro caso il contrasto e la contraddizione fra la terza dell" ar- 
monia e la decima settima maggiore del principale. Ognuu vede , appli- 
cato a questo caso tuttociò che si è ultimamente qui sopra riflettuto , 
quanto peso maggiore ne acquisterebbero le conseguenze. Ecco come 
l'ultima differenza fra gli ariuouici dei registri dell'organo e le nostre 
due dissonanze la sellimi e la uona sia lulia a vantaggio di queste come 
mi era di sopra proposto di dimostrare. Si conferma cosi l' argomento 
da uoi dedotto dagli armouici dell' organo per provare che l' unità di 
elicilo si mautieue uell' armouia consonante , benché ad essa si aggiua- 
aauo la settima e la uoua , e diventi cosi di consonante dissonante. 

Ma lo scopo nostro principale uell' insistere sopra quest' ultima diffe- 
renza fu quello di rilevare uu uuovo carattere affatto suo proprio uell' ar- 
uiouia dissonante di settima e di nona, che la distinguo dal pieno dell'or- 
gano, ed è comune ad essa coli' armonia dissonante di undecima e di 
dechnaterza. Consiste il nuovo carattere oltre al legarsi la settima e la 
nona, benché prese nella stessa ottava o uella prossimamente superiore, 
colle consonanze alla maniera degli armonici dei suoni, nell' introdurre 
di più e combinare coli' armonia consonante principale una seconda ar-. 
monia meno principale, la quale, intiera o dimezzata secondo che sono 
unite o separate le due dissonanze, si fa sempre sentire sopra aliia base 
con suoni ugualmente forti nel complesso dissonante j e così duplican- 
dosi culla base l'armonia, intanto solamente questa duplicazione non 
contraddice all' unità di principio, in quanto che la principale domina 

28 



SI» 

sopra la meuo principale , questa in corta raauicra s' incorpora con quel- 
la , e r audanieulo di successione delle armoule principali uou n' è non 
solamente disturbato, ma nemmeno reso per poco equivoco od oscuro. 
Che se di questo effetto se ne domandi la causa , diremo primieramente 
che i suoni della seconda armonia rinforzando quei della prima a manie- 
ra d'armonici, uniti ad essa diventano quasi suoni dell'armonia mede- 
sima : secondariamente poi faremo avvertire che ha molta parte ucll' ef- 
fetto di cui parliamo la successione delle armonie principali, la quale 
determinando il senso sempre ad una piuttostochè all'altra delle due ar- 
monie, le subordina essa una all'altra con forza e precisione. Di questa 
seconda causa qui principalmente ci con\ìen tener conto, e attentamente 
considerare quanto da se, anche senza il concorso della prima, possa 
aver d'efficacia a mantener l'unità nell'armonia dissonante. A questo fine 
io rifletterò in primo luogo che gli artifizj di preparazione da noi de- 
scritti nel primo capo, ai quali si è mollo qui sopra attribuito nell'ef- 
fetto di attaccare i suoni dissonanti ai consonani dell' armonia , sarebbero 
efficaci anche senza la relazione fra la settima e la nona e gli armonici 
de' suoni consonanti j benché a questa relazione abbiamo alla prima ap- 
poggiata la teoria delle due dissonanze, riferendovi l' effetto ancora degli 
ai'tifizì di preparazione. Piiflettcremo in secondo luogo che grande dimo- 
streremo altrove essere la forza di -successione nell'armonia: ed osserve- 
remo intanto che si move questa ordinariamente per quinta, e rare volte 
per terza , qualunque altro intervallo per cui si mova l'armonia risolvendosi 
sempre in quinta o terza, non eccettuali nemmeno gì' intervalli di settima 
O di seconda come vedremo a suo luogo. Quindi la successione riesce 
sempre all'orecchio cos'i imponente e determinata, che qualunque altro 
suono rimanga nel nuovo complesso dall'antecedente armonia, non può 
assolutamente contrastarne 1' andamento, e nemmeno nel nuovo comples- 
so introdurre sconciatura di sorte , purché il suono o i suoni aggiimti , o 
per dir megho sostenuti possano unirsi all'aimonia del principale, in 
essa rifondersi ed incorporarsi o alla maniera de.^U armonici, o in qualun- 
que altra maniera. Che poi nel caso della settima e della nona concor- 
rano le due maniere insieme, e che non concorrano esse nel caso dfl- 
r undecima e della decimaterza, dal fin qui osservato è chiaro uon poterne 
risultar mai intorno al mautenersi o u(^n maiiicnersi l'unità di prine pio 
fia le due prime e le due seconde dissonanze, una esscuzial differenza. 



3I( 



L'undecima nel primo modo di préparazìono fra i descritti nel primo 
capo, dopo essere slata Ibndanieuiale nell'accordo antecedente, nel dis- 
sonante rimane in figura di quarta , e così dopo essere stata fondamen- 
tale di quel suono come qiùnta, eli' è divenuto dopo fondamentale nel- 
r armonia dissonante , si mantiene l' undecima in quella slessa relazione 
col nuovo foudamentale, in cui era con esso nell'armonia antecedente, 
vuol dire in relazione di fondamentale alla sua quinta. Ecco però nel- 
r armonia dissonante di undecima le due arnjouic , quella cioè della 
dissonanza come base, e quella della sua quinta divenuta vera fonda- 
mentale. La prima è qui subordinala alla seconda j poicliè la successione 
di quinta all' insìi , o quarta all' ingiù è troppo sentita per lasciar luogo 
ad incertezza. L'undecima dunque, la quale ricorda l'armonia antece- 
dente, apparterrà e s'incorporerà alla susseguente, non perchè essa si 
rifonda in nessuno de' suoni consonanti come armonico alla maniera 
della settima e della nona, ma perchè ad essa si attacca il fondamen- 
tale delle consonanze , e perchè questa nuova maniera di legarsi la dis- 
sonanza nell'armonia, benché appoggiata alla sola preparazione, senza 
relazione alcuna cogli armonici de' suoni, è sufliclcniissima a produrre la 
necessaria unione fra i suoni consonanti e dissonanti nell' armonia dis- 
sonante. Né qui creda taluno che l' effetto di subordinare l'una all' altra 
armonia da noi attribuito alla successione possa, nemmeno in parte, 
nel nostro caso dipendere dall' essere 1' undecima rinforzala dalla sola 
sua quinta, mentre quesla come foudamentale olire la sua quinta porla 
la sua terza , e n' è in conseguenza la sua armonia resa più forte e più 
determinala. Per dimostrare quanto mal fondato sarebbe un tal pensa- 
mento basta nel primo modo di preparazione per l' undecima qui sopra 
adoperato, oltre il fondamentale del primo accordo sostenere nel se- 
condo anche la sua terza. Allora nel complesso dissonante i due accor- 
di quello dell'undecima e quello della foudamentale saranno ugualmente 
compili; e l'effetto di subordinazione del primo al secondo, che pur 
sussiste preciso, non si potrà ad altra causa attribuire, fuorché alla sola 
successione. Cos'i si accoppia spesso la decimaterza all' undecima : e in 
qviesto caso la deci,niaierza non si attacca immediatamente a nessuno dei 
suoni consonanti dell'armonia, ma è preparata ed introdotta sempre in 
figura di terza del medesimo accordo, il quale prima è principale, puì 
neir armonia dissouaale diventa meno pnncipalc e subordinato. Lo sles- 



330 

SO discorso è applicaMle n ragguaglio all' undecima preparata nel secondo 
e terzo modo fra gli esposti' nel primo capo, \iiol diro preparata anclie 
come terza , ed anche come Cfuiuta dell' accordo antecedcute. Già ab- 
biamo veduto che il cambiarsi l'intervallo consonante, per cui dalla pre- 
parazione alla introduzione si lega il suono aggiunto nell'armonia, non 
ne altera mollo l'efietto di preparazione: e per questo caso 1' esperienza 
ci risponde abbondantemente. Che se la successione nel secondo e terzo 
modo di preparazione non è di quinta, è però di seconda una volta all'iu- 
glìx l'altra all' in sii, de' quali passi presi nelle scale vedremo quanta relazione 
abbiano co' passi di quinta. Questi due altri modi di preparazione dell'un- 
decima servirebbero ugualmente ad esemplificare la congiunzione delle due 
dissonanze undecima e declmaterza: e nel primo di questi due idtimi modi 
sarebbe siala la decimaterza preparata iu figura di quinta, e nel secondo 
in figura di settima : e nel complesso dissonante sarebbesi sempre man- 
tenuta in figura di terza coli' undecima. IMa le combinazioni delle disso- 
nanze , non solamente di undecima e decimaterza, ma anche di settima 
e di nona , e di queste e quelle fra loro, tutte alterano le ordinarie re- 
lazioni di una qualunque dissonanza adoperata sola , e però formeranno, 
quanto è necessario il soggetto di opportune discussioni, quando potre- 
mo rati'onaruc in reln/Ionc alle nostre scale, e al nostro sistema. 

Intanto qui non ci resta a compimento della uostra Memoria che di 
considerare la decimatetza sola per indicarne il carattere e scoprire il 
legame che la tiene nel complesso dissonante unita all' armonia cou- 
sonante. Preparala la deeiniatcrza col suono foiulamentale dell' armo- 
nia antecedente, mantiene con essa, sostenuta nel complesso disso- 
nante, il nuovo fondamcuiale introdotto col passo di terza all' insù, o 
sesta air ingiù la relazione che prima aveva di terza : e se de' due suc- 
cessivi accordi uno sia di terza maggiore e l'altro, com'è nel nostro 
sistèma ordinariamente, di terza minore o viceversa; manterrà col no- 
stro suono la relazione di quinta la terza del secondo fondamentale : e 
cosi sarà la decimaterza nel nuovo complesso riuforzata dalla intiera sua 
armonia , che potrà rendere subordinata la sola successione. Né mollo 
diversa sarà la cosa se si prepari la decimaterza colla terza dell' accordo 
antecedente. Dovendo allora succedere il secondo accordo per quinta al- 
l' insù o quarta all' ingiù , si troverà anche in questo caso accompagnata 
di terza e quinta la decimaterza nel complesso dissonante ; divenuta, di 



22 É- 

terza ch'era prima, Tonda ine male secondaria: e se la sua armonia sarà 
subordinala non principale , sani tutto effetto della sola successione. Fi- 
nahueiite audio il terzo modo di preparazione riconduce allo stesso ter- 
mine , e la ({uinta del primo accordo, decimalerza nel secondo, nello 
stesso è anche foudameniale della secondaria armonia. Tutta la differen- 
za ne' tre casi consiste in ciò, che nel primo l'accordo antecedente 
tulio intiero forma nel susseguente l' armonia secondaria : nel secondo 
quest'armonia prendo un suono nell'accordo susseguente: e nel terzo 
ne prende due. ^la do' suoni aggiunti , ossia delle dissonanze, in quanto 
si pouuo considerare nella sola successione dell'armonia, senza relazione 
alle scale o sistemi, si è dello quanto basta, se si aggiungano due pa- 
role sulla loro risoluzione. 

Nel descrivere 11 fenomeno de' suoni aggiunti o dissonanti nel primo 
capo di questa Memoria si e osservato, che la loro introduzione dà al- 
l'armonia dissonarne un cerio carattere di sospensione, che rende poi 
necessario l' artifizio allora da noi descritto e chiamato risoluzione, per 
cui il suono aggiunto estraneo all' armonia consonante deve ordinaria- 
mente o rientrare in essa discendendo di grado nella scala , o diventare 
consonante discendendo parlitiente di grado ncll' armonia che sene. 
In quanto al carattere di sospensione : dipende questo dalla duplica- 
zione d' armonia da noi dimostrala noli' armonia dissonante : dur lica- 
zlone, la quale comunque sostenuta, e sostenuta comunichi all'armonia 
sonorità e pienezza , lascia il desiderio della semplicità e chiarezza di 
juiità propi-ia della sola armonia consonante. In quanto poi ai modi di 
fin- cessare una tal sospensione , già abbastanza indicati nel primo capo, 
non è possibile render qui di essi uà' adequala ragione, senza prima de- 
terminare l'efficacia de' moti di grado nelle scale. Bisogna in conseguenza 
riservare anche per questa parte l'applicazione del nostro principio alle 
dissonanze a quel nuimento , in cui dovrà il nostro discorso rllornare 
sopra l'oggetto di questa Memoria considerato nelle nostre scale, e da 
quelle più variamente modificalo che dalla semplice armonia. 



323 



DELLA GEOMETRIA DI POLIFILO 

MEMORIA 

DI D. ALESSANDRO BARCA C. R. S. 

LETTA IL DÌ 2'J APRILE 1808. 



iVlcuuo forse di voi , ciotti Accademici , nel sentire accennata nel ti- 
tolo di questa IMeiiioria la Geometria di PollClo s' immaginerà facilmente 
che dagli scavi d' Ercolauo sia stato di fresco estratto un qualche rotolo, 
il quale poi svolto felicemente abbia poste alla luce le speculazioni pri- 
ma non conosciute di un qualche greco Geometra : e si farà a me 1' o- 
nore di credere che lo mi voglia far merito coli' esporveue ed illustrarne 
le proposizioni. Se ciò fosse, io tengo assai probabile opinione , che cou 
molta mia fatica riuscirei a voi di molto peso , e di nessun vantag- 
gio alla scienza ; polche le più accreditate Opere de' Greci , di quelle 
scienze particolarmente , che a preferenza delle altre esercitarono gli 
acuti ingegni degli Arabi nei felici secoli del Califato,ci furono tutte da 
essi o nella originale lingua o nella lor propria tramandate. Nou pochi 
d' altra parte sono gli esempj di scoperte di nessun conto fatte nei ro- 
loli di quegli scavi : ed io stesso potrei narrarvi come altre volte m' era 
posto in una smaniosa curiosità per certa greca Opera di musica allora 
stampata in Napoli sopra un rotolo di Ercolano , e come avendo po- 
tuto per mia gran fortuna ( così credeva ) porvi sopra gli occhi j restai 
completamente deluso, non trovandovi che dicerie sopra la musica e 
frivolezze. 

E qui mi sia lecito di ossei-vare , che quanto è ragionevole 1' apprez- 
zare il genio ed 1 talenti, ovunque si scorgano; altrettanto fa torto ad 
alcuni il venerar ciecamente fra i prodotti di genio o di talento di qual- 
che età o di qualche autore, tutto ciò che di quella età o di quel- 



l'autore, henchè di poco o di nessun merito vien loro alle mani j mollo 
i)'iii se questi tali, vcneraudo ciecamente ciò che uon conoscono , pregiu- 
dicano alla giuria acipiistala di uou comuni talenti iu ciò clie profes- 
sano. 

Quest'idtima riflessione basterà a giustificare il preambolo finora udito, 
il quale nulla per tutto il resto ha che fare colla Geometria di Polifilo, 
primario oggetto della mia Memoria. Riponete pertanto la riflessione , e 
soffrite con pazienza un altro preambulo assai più lungo e pui neces- 
sario del primo. Quest' è una semplice storia. Quelli ai quali riuscirà 
nuova r aggradiranno certamente ; gli altri che ne hanno qualche sentore, 
hanno essi pure bisogno di ridursela a memoria , se amano di seguirmi 
fino alla fine del mio discorso. Questi stessi poi avranno la soddisfazione 
di sentirla la prima volta tutta precisa senza incertezze e discussioni , 
ciò richiedendo il Ciac di questa mia Memoria. 

Francesco Colonna veneziano di onorata famiglia, originaria di Lucca, 
uacque in Venezia l'anno i453. Provista la famiglia largamente di beni 
di fortuna, fu educato Francesco ed istrutto secondo fuso del Veneziani 
di <^{ue' tempi con luughi viaggi di mare, ne' quali visitando tutte le anti- 
chità d'Oriente e d'Italia, ed apprendendone le lingue riuscì cullo uou 
solamente, ma disposto e voglioso di divenii-lo sempre maggiormente. 
A. quest'oggetto forse si era egli già nel i455 ritirato dal mondo, ed 
era novizio in Trevijii nel monistero di san Nicolò dei Domenicani. Cir- 
ca quel tempo la famiglia Lelia, stabilita in Trevigi da Simone Lelio di 
Teramo famoso giurisconsulto, illustrava la nuova sua patria colla fama 
e colle viriti di due figli di Simone , Teodoro e Francesco. 11 primo 
do2>o avere in Pioma dati gran saggi di se stesso , era stalo promosso 
vescovo di Felire, ed indi nel 1462 trasferito alla sede di Trevigi. Il 
secondo nel collegio dei giudici di Trevigi fu uotissimo ucll' ammini- 
strazione de' pubblici affari. Questi, cioè Francesco, oltre due figli, ebbe 
una figlia per nome Ippolita naia l'anno i454- Prima certamente del 
1464 fu che il nostro Colonna ebbe occasione di vedeie Ippolita non 
ancora d' anni dieci , uicntre si faceva ad una finestra rassettare da una 
fante i capagli. 11 vodorla e restare estatico per sorpresa della rara av- 
venenza della fanciulla fu la cosa medesima: e tanto forte fu questa pri- 
ma impressione pel Culunna fornito di vivissima immaginazione , che 
sempre gli era presente Ippolita; sicché inquieto anda\a sempre studiando 



«24 

luoghi, opportunità e mezzi per contemplarne l'oggetto , e senza clic 
nenimeuo Ippolita potesse accorgersene , di sempre più innebriarsi della 
sua angelica bellezza. latanto l'anno 146+ la peste iu Trevigi ne' suoi 
principi colse Ippolita , e la ridusse agli estremi. In tale stato ricorse 
essa al Cielo , e le si fece o lasciò promettere castità o ritiro se campa- 
va la morte. L' esaudì il Ciclo , ed Ippolita fedele alla sua promessa 
si ascose al mondo , ed insieme agli occhi del suo ammiratore. La dif- 
ficoltà di contemplare Ippolita, dopo il suo cambiamento di stato, e di 
poter cosi alimentare il fuoco dell' accesa fantasia, travagliò non poco il 
Colonna j finche nell'anno 1466 mancò di vita Ippolita nel suo ritiro, 
e ne senti il Colonna a segno la perdita, ch'ebbe Ippolita lilla iu 
cuore per tutto il corso di sua lunghissima vita. 

Se non che occupato il Colonna nell' istruire i giovani del suo mo- 
nlslero iu Trevigi, e fpiiudi nel i^']5 passato in Padova per conseguire 
la laurea magistrale , gli studj , il cambiamento di stanza e le lunghe 
formalità dovettero alcun poco distrarlo dall' oggetto che avea iu lui la- 
sciata una cosi profonda impressione. Tutta la storia fin qui descritta è 
appoggiata a monumenti , qualunque essi sieno, riportali nelle Memorie 
trevigiane sopra le Opere di disegno. 

Innalzato il Colonna al magistero del suo istituto , e fissata la sua 
stanza in santi Giovanni e Paolo di Venezia, come attcstano le carte di 
quel monistero , là visse iu quiete fino all' età d' anni g4 , trovandosi la 
Mia morte registrata all'anno 1027. Dopo essersi ritirato iu patria, anzi 
dopo aver coli' età gustalo maggiormente il silenzio e l' ozio del chio- 
stro solamente , io crederei che iu lui si risvegliasse la memoria d' Ip- 
polita , e che r inimagiuazioue riscaldala dal genio concepisse l' idea di 
■un sogno o romanzo , in cui il soggetto di fiuti amori gli aprisse strada 
a fiir pompa di scienza ed erudizione. Un uomo d'età matura solamente 
poteva lavorar di proposito dietro un sogno cosi pieno di dotte allusioni 
e di minutissime descrizioni, qual è il romanzo del Colonna. Nò prima 
certamente potè egh dedicarsi allo studio dell" Architettura greco-ro- 
mana con tanto impegno , quanto era necessario per fare ad ogni tratto 
nella sua narrazione profusamente pompa di sempre nuove invenzioni e 
costruzioni architettoniche, nelle quali gareggia costauteraenle l'inven- 
zione la pili feconda col più squisito gusto dell' arte. Difficilmente assai 
avrebbe potuto il Colonna fare nell' Architcllura profondi studj avanti 



32$ 

cTie per opera di Giovanni Siilpizlo si ortlinasse la prima edizione dì 
Vilriivio l'anno i486, essendo i codici che esistevano di quell'autore, 
come attcsta Sulpizio , assai rari , guasti e scorretti a segno di non po- 
tersene assolutamente trar tanto profitto quanto mostra d'averne tratto 
il Colonna dai precetti di quell' antico maestro. Fiualmehle che tardi 
abbia fatti il Colonna sì gran passi in architettura lo prova invincibil- 
mente il riferir egli in alcuni luoglii regole, e fiu l'espressioni tratte 
dai libri De re aeillficatoria di Leon Battista Alberti comparsi in Fi-r 
reuze la prima volta l'anno i485. 

Comunque sia la cosa per aliro, l'anno 1409 ^""^ affitto compito II 
gran lavoro del Colonna sotto il titolo di Hypuerotoniachia, iu cui de- 
scrivendo i suoi finti amori con Ippolita sotto il nome di Polia , egli 
prende il nome di Polifdo , cioè amante di Polia. Ma il soggetto non 
troppo conveniente all' età , e molto meno allo stato dell' autore, ne inipe^ 
diva la pubbllcazioue che pur dove\a essere l'oggetto di cos'i grande ed 
ostinala fatica. Fortunatamente Leonardo Crasso gluriscónsulto veronese, 
amico certamente del Colonna, ebbe a quel tempo bisogno di far cosa 
grata a Guido duca di Ui-bino , e pensò a produrre colle stampe del- 
l' Aldo r Opera di Pohlìlo magnificamente stampata in foglio con quan- 
tità di disegni in legno, indirizzandola e dedicandola al soprannominato 
signore.* Ma poi pe' riguardi dovuti al Colonna la qualifica egli stesso 
nella sua Dedica quale : tjuoddain et adiniranduni Polipldli opus : e 
poco sotto : liber parente orhatus. Cos'i il Colonna «almeno per allora 
non ne compariva l'autore, benché il suo nome fosse nascosto nella 
serie delle 58 iniziali dei 38 capi di tutta l' Opera , le (|uali rappressate 
lejigono Pollala Frater Franclscus Coluinna jwraììiaiHt. 

» Questo libro , scrive il signor Apostolo Zeno , è un romanzo di 
ji una nuova speclf. Il suo stile è un gergo di greco, latino e lombar- 
» do col mescolamento di voci ebraiche e caldee w Cosi lo Zeno ; ma 
bisogna tuttavia che somma fosse la curiosità eccitata da un cos'i strano 
romanzo, e che grande ne fosse iu consoguenza lo spaccio, poiché del 
1545, soli 4^^ Anni dopo la prima, ne fu fatta dai figli di Aldo un'al- 
tra edizione , la quale , iu foglio al pari della prima , benché ornata de- 
gli stessi legni , dovette per la mule e nitidezza riuscire siccume la pri- 
ma di non lieve dispendio. 

ISè X Italia sola fino alla prima gustò II sogno di Polifilo. Un anno 



2 26 

solo dopo la seconda edizione degli Aldi uscì alla luce in Francia una 
versione del nostro romanzo : lavoro già preparalo dal cavaliere di Le- 
Doncourt, che egli aveva poi raccomandato a un suo amico per nome 
Coheorio. Questi non potendosene occupare, ad istanza del N. stam- 
patore Kerverlo , consegnò il manoscritto a Giovanni Martino , coli' assi- 
stenza del rpiale Rerverio pubblicò la traduzione francese del nostro ro- 
manzo la prima volta l'anno 1646, un'altra volta la ristampò nel iSS/j., 
■e finalmente una terza volta nel i56i, sempre in foglio con maggior 
Dvimcro di legni , cbe si dicono di miglior disegno di quelli delle edi- 
zioni originali. Io attribuisco tutte tre queste edizioni , delle quali fa 
menzione negli Annali dogli Aldi il signor Renouvard, al medesimo Ker- 
verio : ciò apparendo chlarameute dalla sola edizione del i56i j la quale 
ho potuto a mio agio esaminare per la gentilezza , con cui comiuilca 
agli amatori le sue ricchezze in belle Arti un eruditissimo e cospicuo 
soggetto di questa citta a tutti voi abbastanza uoto (*). U editore dell' En- 
ciclopedia metodica di Architettura riferisce due sole delle edizioni 
francesi soprammeutovate, e con molta confusione e scambio di nomi: 
ma ne annuncia poi un'altra del 1600 in 4.° di Beroaldo di Verville 
Canonico di san Graziano di Tours , della quale avremo occasione di 
parlare qui appresso colle notizie che ce ne somministra 11 signor Le- 
Grand Architetto r-aneese. Questi pubblicò a Parigi, due soli anni fa, 
colla più squisita eleganza tipografica una nuova traduzione libera del no- 
stro sogno, senza ^figure per altro, e in picciola forma. 

Non sO se Leonardo Crasso che produsse il primo alla luce il ro- 
manzo di P(dl(llo fosse intendente d'Architettura; osserverò per altroché 
nessun altro pregio di quel lavoro, del quale si professa Crasso grande 
estimatore, vi spicca tanto, quanto la grandiosità e sublimità delle idee 
dell'arte, delle quali è quasi interamente tessuto. Che poi esporto molto 
fosse in Architettura il cavaller di Lenoncourt lo prova abbastanza la 
chiarezza e il merito della sua versione nel descrivere minutamente con 
Polifllo le più difficili costruzioni d' Architettura. Quanto a Giovanni 
Martino se fosse veramente appassionato per la nostr' arte lo dimostra 
abbastanza l'ostinato studio sopra i migliori autori dei suoi tempi Gio- 
condo, Alberti, Budeo, Filandro, che gli costò la sua versione di \i- 

(*) Il signor Giovanni de LazzarS. 



227 

truvio stampata a Parigi ranno i547, ^ ristampaU l'anno 1573. Chi 
dusiJerasse sopra Glovauui Martiuo ulteriori notile le può vedere uelle 
prime Esercitazioni vilruviane del dollissimo nostro Poleui. Della peri- 
zia in Arc'.iilcltura di Beroaldo di Vervillc non saprei addurvi altro ar- 
eomenio, che l' asserire di lui il sopraunomalo Redattore dell' Enciclope- 
dia, ch'abbia migliorata e corretta l' aulica versione francese. Fiualnieute 
il signor Le-Grand professa 1' arte di cui parliamo. Tuttociò apertamente 
c'insegna quali fossero ^li uomini che ebbero in pregio Polifllo, e a 
costo di sostenere molta pazienza, e divorar molla uoja, l'interpretarono uel 
suo gergo, e lo seguirono passo passo nelle minutissime ed eterne sue 
descrizioni. Di fatti di 38 capi, uci quali e compresa tutta l'Opera, 24 
della prima parte altro iion sono che un continuo amiuasso di prodigj 
d'arte e di erudizione dipinti a parie a parte con esatlissiuia proUssilà , 
sostenuta sempre dalla feconda immaginazione di Poliiìlo esaltata dallo 
studio della bella e dotta amichila , che mal uou lascia riposare la men- 
te di chi la segue. Gli altri 14 capi della seconda parte contengono la 
storia dei finti amori • ma questi slessi che appajono nella prima parte 
un semplice pretesto, ridondano nella seconda di concetti non comu- 
ni e d'invenzioni quanto straordinarie, altrettanto atte a stancare chi di 
buona fede loro tieu dietro. 

Qtti-^rebbe il luogo , se questo fosse il mio scopo , di guidarvi die- 
tro le maraviglie dell' arte e lo sfoggio di erudizione che presenta 1' Ope- 
ra di Polililo. In quanto all' arte chi volesse conoscerne tutti i pregj li 
troverà con lutto l'ordine minutamente noverati nella vita di Polifilo, che 
di lui scrisse r erudito nostro Architetto Teinanza il quale uel suo la- 
voro ciò si propose priucipalmeute. Io credo che per voi basterà 1' elo- 
gio che dell" arte di Polifilo fa indirettamente il signor do la Monoye in 
una Memoria sopra il nostro autore inserita nella seconda edizione della 
raccolta col titolo di Menagiana » Il suo gergo, scrive egli, è mostruoso: 
» il suo libro è un tessuto di chimere senza fine. Avendolo intitolato 
,» sogno , si credette in diritto di accumularvi visioni sopra visioni , e di 
.» cacciarvi dentro tulio quello che sapeva : e poiché il suo forte era 
f l'Architettura ( della quale pretende il signor Felibreu figlio, ch'abbia 
■X portata la grandezza e la maestà al di là delle idee di Viti avio ); cosi 
» la sua Opera è piena di descrizioni di tempj , di palazzi , di teatri , di 
» obcLscbi e di mausolei, uon facendo mai grazia ai suoi letturl del 



» più minuto termine di Architettura. » Fin qui il signor de la Mo- 
noye, il quale certamente cosi scrivendo, non dovrebbe essere tacciato 
di prevenzione ; e non essendo egli Architetto cita di buona fede sul va- 
lor di Polifilo nell'arte l'autorità di un Architetto, a cui egli non osa 
contraddn-e. In quanto poi alla erudizione, udite come prosegue lo stesso 
signor de la Mouoye. » Descrisse parimente nel suo sogno Polifilo dei 
«trionfi, de'sacrifizj, delle danze, introducendovi qua e là sotto im- 
» magini romanzesche dei principi ^^ Fisica, di Morale e fino di Teo- 
» logia. Il capo XIX. fra gli altri della prima parte contiene gran nu- 
» mero d' iscrizioni ed epitafj in latino intieramente d' Invenzione di Po- 
slifilo, i quali si credettero veri monumgnti dell'antichità da Pietro 
e Appiano, Bartolommeo Amanzio, Girolamo Magio e molti altri. » Cos'i 
attesta il signor de la Monoye, il quale narra in seguito che lo stesso 
gran letterato Causobono s' è presa la pena di dimostrare coli' erudita 
sua critica non genuina l' iscrizione che fra le altre coniò Polifilo a nome 
di Faustina moglie di Marco Aurelio in memoria del Gladiatore suo drudo. 

Tuttavia non avrete, dotti Accademici, a questo luogo lasciato d'av- 
vertire, che in quanto al merito d' erudizione attribuito a Polifilo co- 
mincia ad avervi parte una troppo facile credulità di alcuni, i quali ab- 
haghati dalla fecondità del genio di Polifilo si lasciarono trarre in er- 
rore, senza colpa di chi sognando non pensava ad ingannarli. Non ba- 
stava la sola troppo facile credulità, ma vi dovette concorrere il pregiudizio 
a persuader altri di trovare nel sogno di Polifilo fin dei misteri. Udite 
di grazia per 1' ultima volta il signor de la Monoye. » Ma la fortuna del 
>i sogno di Polifilo non restò a questo termine : e siccome succede spesso 
oche si ammira ciò che non s' intende j questo libro scritto a bello stu- 
» dio perchè non fosse facilmente inteso è passato appresso alcuni per 
» un tesoro di scienza, e gli Alchimisti, gente fanatica, si credettero 
» che vi fosse per entro il sogno nascosto fino il segreto della pietra 
» filosofale. In confermazione di questo ultimo fatto cade opportuna la 
» notizia che ci dà il signor Le-Grand dell' edizione di Beroaldo di 
» Verville sopraccennata, e che non mi è stato possibile di vedere. U 
» titolo che essa porta è questo : » 

» Quadro delle ricche invenzioni sotto velo di finzioni amorose rap- 
i; presentate nel sogno di Polifilo spogliate delle ombre del sogno, e sot- 
» lilmeute esposte da Beroaldo di Verville. » 



229 

Il frontispizio è io rame ed ornato di emblemi i più sìguificanti della 
scienza occulta, specie di scrittura gero<;lifica, della quale i soli iniziali 
inleudouo o credono d' intendere il misterioso significato. Fin qui si po- 
trebbe credere composto il titolo, ed inventato il frontispizio al solo 
fine di aumentare il credito e procurare maggiore spaccio alla nuova 
edizione; ma l'avvertimento ai lettori, ed un lungo discorso intitola- 
to: » Raccolta Steganografica per l' intelligenza del frontispizio « provano 
abljaslanza i pregiudizj dell' autore. Senza però trattenervi delle frivole 
sottigliezze di questo discorso, basterà che io vi dica, clie il signor Le- 
Grand, dopo avere avuta la rara pazienza di leggerlo più d'una volta, 
confessa ingenuamente di non avei-e nulla compreso. 

Ed eccoci così bellamente arrivati in fine dopo tutti 1 preamboli all'og- 
getto della presente Memoria. Il signor Temauza qui sopra ricordato 
quale autore di una vita di Pollfilo, e quale esatto ed intendente espo- 
sitore de' pregi architettonici del nostro sogno , si lasciò dal meri- 
to di Polidlo in Architettura, merito che egli era al caso di ben sen- 
tire, si lasciò, dico, sedurre a segno di volercelo far credere Geometra, 
e tal Geometra da far vergogna ad Euclide, e a tutti quelli che finora 
si occuparono di Geometria. Egli è un peccato che un uomo , il quale 
ha lauti titoli alla riconoscenza di chi ama l'Architettura , qual è il si- 
gnor Teraanza, non solamente per le vite degli Architetti veneziani , e per 
la dotta descrizione dell' arco e del ponte di Rimini ; ma ancora per le 
fàbbriche di suo disegno, fra le quali molto si lodano dagl'intendenti 
la chiesa della Maddalena In Venezia ed il piccolo oratorio di santa 
Margherita in Padova , peccalo, dico, che un tal uomo abbia voluto mi- 
schiarsi in ciò che non era di suo mestiere, ed incorrere cosi la tac- 
cia nel mio primo preambolo preparatagli. Ho voluto però giustificarlo , 
quanto è lecito farlo con buona coscienza , cogli esempj ultimamente 
addotti di tanti altri, i quali al par di lui si lasciarono imporre da ciò 
che nel nostro romanzo s' ammira giustamente da ognuno. 11 resto del 
secondo preambolo quanto fosse necesarlo al fine principalmente propo- 
stomi con questo scritto , a voi toccherà giudicarlo da quanto ho dello 
finora , e da ciò che sono per dire. 

Approdato Pollfilo nel suo sognato viaggio all' isola di Citerà , che 
egli chiama » Sancto loco alla faceta a' mortali e miserabunda natura di- 
calo < ne descrive con immaginosa più che poetica invenzione il hito- 



25o 

rale. Quindi poco sotto prosegue egli ( sofTrite il lesto dell' intiero para- 
grafo , poiclic coiuieue la pretesa dal signor Temanza prima costruzione 
geometrica) « Ornatissima insula di gratissimo e novello e perenne ope- 
» rimento di verneo virore per tutto 11 piano spectatissima. Ma prima so- 
» pra le nude rive liitorali attiguo mirai gli aequevi e procerosi cupressi 
» cogli suoi stipiti e rimosl coni, perseveranti e durevoli ne' ponderosi 
«letti, tigni non saporosi alle rosicanti teredini. Per 1' intercupressio 
» di passi tre erano gli alberi l' uno dall' altro separati. Questo regulare 
» ordine in orbe girato clrcumducto era observalo per tutto l' estremo 
» circiuao dell' insula. Poscia circularmenle ambiva uno jocund'.ssimo e 
» floreo mirteto , amante li loijuacibundi littori , il quale alla divina ge- 
» uitrice degli amorosi fochi consta votivo e dicato. Compacto e den- 
» sissimamente rlducto , e deformato in modo di murale septo , uno lies- 
ìi quipasso altlusculo, includendo in se li tioucei stirpi delli drilissimi 
j> cupressi , cum exordio, della sua foliatioue subrecto dui passi dal sum- 
» mo acquato, ovvero piana del mirteto. Dunque questa così facta viri- 
X dura obvallava le littorali ripe cum le opportune itioui ali: lochi decenti 
;) reliete e distribute. Il quale septo minimo liguo accusava, ma pertecti 
» dalla dilectabile e florosa froudatioue , che una cima ne folio l' altro 
>i excedeva , ma cum esimia aequatura derasa conservava la summitate e 
i> la circinalioue. luiro da questo circumvallato mirteo, e virente sepe 
D ( il quale essere poteva da esso verso il centro dell' insula circa uno 
» semitertio di milliario ) vidi per deductioue di linee dal centro alla 
» circumferentia littorea la equipartitioue vigmli ciascuna dimeusitaie di 
» uno stadio, et adiecta una quinta parte, la estrema clausura del mirto 
» imitando. lu qualunque divisione era uno uemorulo di diversi prati 
» variamente erbauti, e di arborario il simlgliaute , distributo specllica- 
» mente secondo il requisito aspecto del benigno cielo. Ceda quivi Do- 
a dona Sil\a. La quale divisione nella figura decangula, opportunamente 
» interponendo per ciascun intervallo una linea, in vinti moltiplica. La 
» quale figura facta in slmplice circulo , et sectloae facendo mutuamente 
» dui diametri, davano et il centrico puucto. Uno semidiametro di questi, 
» quale tu vuol , parti per aequa medletate cum una punctura : e a questo 
» puncto obliquamente trahe una linea rccta verso la summitate supre- 
> ma del semidiametro : e a questo supremo puncto , supra questa pre» 
« fata linea dal semidiametro signa quanta è uua quarta parte di tutto 



23t 

» uno diametro : poscia estendi una linea dal centro secando sopra k 
« si"natiira alla circuuiferentia j sarà la divisione della figura dccangiila »^ 

Comunf[ue la costruzione di Polililo pel decagono sia inintelligibile, 
molto più per non aver figura corrispondente nelle due edizioni origi- 
nali, e sembri piuttosto una confusa riunione di due differenti maniere 
di esprimerne le operazioni ; io sono persuaso che il signor Lcnoncourt, 
o Giovanni Martino per lui, abbia nella versione francese felicemente 
indovinato ciò che intendeva di dire Polifilo , ed abbia posta nel miglior 
lume la sua costruzione colla corrispondente figura. Nella traduzione 
francese così si Interpreta il testo che avete rjui sopra udito : » Questa 
» divisione in venti lati si può facilmente fare sopra un decagono in 
» questa maniera. Dividete il cerchio in quattro parti uguali co' suoi due 
» diametri} poi dividete per metà un semidiametro, e al mezzo segmento 
» segnate un punto, sopra il quale tirate a traverso una linea, che tocchi 
» da una parte il diametro al punto ov' esso tocca la circonferenza. Ciò 
» posto lo spazio, che si troverà tra il semidiametro ed il punto estremo 
» della linea trasversale, sarà la decima parte del circolo. Dividetela per 
)i metà, e ne farete venti «. Fin qui la traduzione francese, ne in que- 
sta alcuno s' impegna ne per Polifilo , né per sé di avere insegnato a 
formare un decagono geometricamente a rigor di termine, benché il ri- 
sultalo ne sia per una tal qual pratica esatto sufficientemente. Il signor 
Temanza per lo contrario , pretendendo di correggere l' alterata lezione 
del testo di Polifilo, ci dà la stessa costruzione, e ci presenta la stessa 
figura della traduzione francese, eh' egli per altro non nomina ; ma questo 
sarebbe il manco male se non vi aggiungesse di suo. » Vegga dunque 
il dotto leggitore quanto Polifilo sia esalto nella descrizione di questo 
poligono. Con questo si può formare assai facilmente il pentagono , an- 
zi più facilmente che col problema di Euclide lib. 4-> prop. XI.». Se il 
signor Temanza avesse conosciuta la Geometria più che di nome ed 
a maneggio di compasso, non avrebbe con tanta sicurezza presa la co- 
struzione di Pohfilo o dflla traduzione francese per -geometrica a rigor 
di termine ; avrebbe risparmiato ad Euclide un cosi ingiusto rimprovero 
di far con più quello che Polililo sapea far con meno, ed a se stesso 
il discapilo di fama , che appresso gì' indiscreti gli può produrre un tale 
errore. 

Figura I. Mettiamo brevemente in chiaro la verità. SI supponga pure 



r arco GA la decima parte della circonferenza ; si supponga cioè dì 
gr. 56; sarà l'arco GC di 54 e l'ang. GDC al vertice di 2'] ; dunque 
r ang. EFD di 65. Essendo quindi per costruzione ED doppia di EFj 
dovrebbe essere il seno di gr. 63 doppio del seno di gr. 27 : ma i detti 
seni non sono in questa proporzione j dunque falso il supposto clie 
l'arco GA sia di gr. 36, cioè la decima parte della circonferenza. Pren- 
diamo ora la cosa a rovescio. I seni l' uno doppio dell' altro seno nel 
nostro caso 1' uno coseno dell'altro ancora ; e non pouno in conseguen- 
za corrispondere che agli archi di gr. 63. 26 mimili un po' crescenti, e 
di gr. 26. 54 minuti un pocalauti. Di quest'ultima misura sarà dunque 
CDG, e però l'arco GC un po' minore di gr. 55. 8 minuti, e la sup- 
posta decima parte GA della circonferenza un po' maggiore di gr. 35. 
62 minuti. Il compasso dunque del signor Temanza , dopo avere colla 
apertura dell'arco GV girata la circonferenza, se trovava dicci lati in 
punto, commellova un errore di piìi di 8 gr. e due terzi abbondanti. 

In un altro luogo del suo sogno Polifdo fa da Geometra, ed il com- 
mento del signor Temanza non fa niente m.eno disonore alla sua scienza 
in Geometria ed alla sua franchezza in far torto a so stesso col far torto 
agli altri in ciò che non conosce. 11 luogo di Polifdo è dove s' imma- 
gina un magnifico anfiteatro, del quale, dopo aver descritta la esteriore 
forma quanto si può dir mai grandiosa ed elegante, venendo alla porta 
d' ingresso, così si spiega : « la quale constructa era d'orientai lilharme- 
ji no, nel quale infinite scintule , quasi scope disperse si cernivano di 
» fulgurante oro : e di questo puro metallo erano delle exacle columue 
» le base e gli caplluli. Il trabe, il zoforo, la corouice, il fastigio, limine, 
» ed ante ed omni altro operamento della recensita materia vedevase re- 
» nuente il duro e tenace cahbe » . Ma senza abusar oltre della vostra 
pazienza in ascoltare un cosi strano linguaggio, riservandomi ad implo- 
rarla fra poco per 1' ultima volta, soggiungerò per finir di darvi un' idea 
delle fantastiche produzioni del nostro Polifilo , che le colonne dei tre 
ordini d' arcate interiori del suo anfiteatro erano alternatamente di por- 
fido e di serpentino nel medesimo giro, alternaudo nella medesima guisa 
(il porfido e il serpentino nelle colonne l' una all' altra soprapposte nei 
tre ordini, e clie il pavimento dell'arca interna, che pur era compresa 
in circolo da 56 grandi arcate, era di un solo masso di pietra obsidiana 
rispleudeulissiiua. Nel mezzo di questo superbo aufitealio destinato i già- 



353 

cTii iV amore sorgeva un teniplotto poligono di sette lati, clie raccliiu- 
deva il misterioso fonte della Dea d'amore; sette colonne ai sette anj^oli 
ne formavano il circondario. Soffrile, che siamo vicini alla costruzione 
che insegna Politilo per l'eptagono. « Una d'dle quale tornatdc colunuie 
B alla de\tera parte emanava perfulgcnte di (inissiino saffiro , e dalla si- 
« uistra vernava virente smaragdo di prestantissimo colore più lucenlis- 
» simo che gli aflixi por gli occhi al leone al lumolo di Henu'a Regolo... 
» Proxiina a rpiosta sequiva una colunuia di petra turchina di venusto 
» ceruleo coloratissima .... e quantunque ceca, illustrissima, e sp''cular- 
ti miuite perfulgeva. Contigua alla saflirica columna assideva una prr'tiosa 
• di petra ceca di jucundissimo colore quale il midiloto . . . Adlieriva a 
« questa una di jaspide di colore hyalino, e l'altra di topatio fnlgmante 
♦1 colore aureo. La scptima, sola e sin^^uilarmente, era exagonia di limpi- 
•) dissimo berillo indico di oleantc nitore, in contrario gli objecli redden- 
« do, e questa per medio delle due prime correspondeva , perchè omni 
>i figura dispare angulare uno angolo obvia nel mediano dell' intercalato 
» di dui. Dunijue ( qui conilucia la costruzione ) il circulo obducto dd 
» suo diametro seniisse, ivi uno triangolo equilatero eonstiluio, e poscia 
D dal centro una linea nel medio della linea sopra la circoferentia adia- 
1) ccnle deducla , lauto è la septeuarla divisione della dieta circidare fi- 
)i gura )> . 

ìaai traduzione francese di questa costruzione dell'eptagono non poteva 
somuiinistrare alcun lume al signor Temanza, poiché non lusingandosi 
il traduttore, di lui più esperto in Geometria, che Polllilo avesse potino 
COSI lestamente darci sciolto un prol)lema non per anclic sciolto geo- 
metr:camei3te da alcuno ; invece di studiarvi sopra ( che era assai ]>ià 
fac le comprenderne la costruzione, di quello che fosse il dicifrar rpiolla 
del decagono) se ne spiccia col supporre ciò che è in questione. Cos'i 
egli : « Per formare dunque questo contorno a sette angoli bisogna pri- 
» mieramente descrivere un circulo, poi dividerlo in quattro pai ti uguali 
)i con un diametro trasversale ed un altro perpeudieolare : quindi di\i- 
)i dere col compasso una di queste parli in sette parti : e finalmente preu- 
)i dendo quattro di queste parti col compasso passar questa misura so- 
>' pra la circonferenza, che sarà così esatLamenle divisa in sette parti ugua- 
» li ». Qui fluisce il traduttore francese, il quale non avverte, e pro- 
Jiabllmcnte dls«imula di avvertire, che il dividere la quarta parte del 

5o 



334 

circolo in sette parti uguali, aLtandonaiido l'assunto all' aLilità di chi ma- 
neggia il compasso, è la stessa stessissinia cosa che abbaudonare all'abllilà 
del compasso la costruzione del poligono di sette lati. Io pcB altro come 
accennai, non attribuisco ad equivoco* del traduttore la petizione di prin- 
cipio manifesta nella sua costruzione, ma bensì piuttosto a prudentemente 
intesa correzione dell'originale. Il signor Temanza, il quale in questo caso 
si vide senza la scorta della versione francese , che egli per altro non 
nomina mai in tutta la vita di Polifilo, comincia dal fare delle grandi 
difficoltà sull'interpretazione del testo sopra addotto, il quale per que- 
sta volta è pur chiaro quanto basta ad ognuno. Difatti « il circulo ob- 
» ducto del suo diametro semisse » uon rappresenta un circolo , cui 
s'abbia, riportandovi sei volte il raggio, iscritto un es-'^^'ono ? « Ivi uno 
» iriaugulo equilatero constituto n, ecco il fine per cui avea Polifilo pre- 
parato r esagono, l' iscrizloue nel circolo di uu triangolo equilatero. « E 
» poscia dal centro una linea nel medio della linea sopra la circumfe- 
» rentia adjacento deducian.Si può nello stil di Polifilo indicar meglio 
l'operazione di dividere per mela uno dei lati del triangolo? La qnal 
cosa fatta conclude : « tanta è la septenaria divisione della dieta circu- 
« lare figura « . Che cioè la metà del lato d' un triangolo equilatero 
iscritto in un circolo è il lato deU'eptagouo che si voglia iscrivere nello 
stesso circolo. 

Dopo le grandi difficoltà annunciate dal signor Temanza p.i inter- 
pretare un testo stranamente, come egli dice, imbrogliato e corrotto, 
quella da noi sopra esposta con tanta facilità è la interpretazione che 
euli propone : solamente che non so dove abbia preso nel testo di Po- 
lifilo di condurre dopo tutto superfluamente luia linea dal pimto G per- 
pendicolare al diametro A D nel punto H ; proliabilmente condotto da 
un qualche mezzo Geometra , eh' abbia voluto darsi poi merito di dimo- 
strare G H^A E per la simiglianza de' triangoli H G F, A F E. Ma 
poi non si può attribuire ad altri, che prima d'accingersi alla grande 
impresa d'interpretare un testo ch'io vi ho provato chianssimo , cosi 
si spieghi. <i Finora è incognita la soluzione di questo problema di iscri- 
» vere nel circolo un poligono di sette lati : e pure tre secoli prima, co- 
» me si scorge da questo passo, era nota a Polifilo: ma il problema di 
« lui e oscurissirao, perchè tronco e mancante di molte parole « (a noi 
nou è sembrato tale, e non è mancante che di quanto vi si è aggiunti» 



di proprio fuor di proposito)» pure, seguita egli, con istndio e pazien- 
)i za mi lusingo d'averlo capilo ». Finita la sua inlerprelazionc il sitmor 
Temanza , invece di diiiiostraic veramente geometrica la costruzione di 
Polililo, invita a fai'no prova col compasso, esclamando. » Si provi il 
11 leggitore, e vedrà die riesce a puntino: si darà poi merito, conclude, 
» qualche Matematico col farne la dimostrazione » . 

Ecco una dimostrazione , ma non la desiderata dal signor Temauza , 
poiché anzi prova il contrario di quanto egli asserisce. 

Figura II. Essendo il lato del triangolo equilatero nel circolo eor- 
da d'uà arco di gr. 1 20 , e il lato dell' eplagono corda d'un arco di 
gr. 5i. 25 - : ed essendo la metà della corda seno della metà dell'ar- 
co sotteso j la A E nel caso nostro sarà seno dell'arco di gr. 60 , e la 
metà della stessa A E, ossia metà di AI supposto lato dell' eptagono, 
sarà seno della metà dell'arco di gr. 5i. 26 - , cioè dell'arco di gr. 
25. 42 ~ j e in conseguenza il seno di gr. 60 doppio del seno di 
gr. 25. 42 r '■ ciò che è falso 5 dunque falso il supposto. 

A rovescio la metà del seno di gr. 60, è seno di gr. 25; 3g -, 
affatto prossimamente; dunque la linea AI ^ AE, invece di sottendere 
un arco di gr. 5i, 25 -, sottenderà un arco doppio solamente del- 
l'arco di gr. 25. 3g -, cioè di gr. 5i. ig, di sei min. e -, minore del- 
l'arco di 5i. 25 -, arco del vero lato dell' eptagono : differenza veramente 
minima, non risultando nell'intiero giro di sette lati, che di soli min. 47 5 
ma sempre tale da dimostrare al signor Temanza, che ha girato male il suo 
compasso , misurando colla sua apertura di A E nella circonferenza sette 
lati appuntino. Questo e l' esaminato di sopra sono i due soli luoghi 
del sogno di Politilo , che ahljiane relazione a Geometria. Non sarehhe 
poi stato facile con altro metodo diverso da quello che ahhiamo ado- 
perato di dimostrare con precisione l' eccesso o il difetto di simili co- 
struzioni. 

Concluderò dunque che con un po' di morale , con molta storia , e 
cou due sole dimostrazioni trigonometriche mi lusingo senza vostra gran 
noja di avervi reso conto delia Geometria di Polifilo , primario oggetto 
di questa mia Memoria, la quale Geometria che si può giustamente chia- 
mare geometria di comprensione, non ci propone dimostrazioni, ma 
semplici costruzioni pratiche non affatto esatte a rigore. Delle due pro- 
poste la prima ha un' esattezza suflìcicute per molli casi , e la seconda 



236 

per tutti. Si potrà dunque dar merito a Polifilo come Geometra , ma di 
quella Geometria che noi aLbiamo chiamata di comprensioue , e cosi si 
aggiugnerà anche questo a tanti altri pregj da tutti giuslameute ricono- 
sciuti nel suo sogno : sogno che i pregiudizj di alcuni hanno invano 
leutalo di screditare. 



Ate>n./iacf. 23Ó. 





/" 



a5j 

METODO 



PER, TROVARE L OBBLIQIJITA DELL F.ri.ITTirA RELATIYAi!F>TE ALLA. 
ROTAZIONE DEL SOLE E DELLA LUNA. 



M E M ORIA 



DI ANTOJilO CàGNOLI DI VERONA, 



Date tre longittuUni e tre latitudini , eliocentriche , o selenocentri- 
che il' una nuicchia , trovare L' inclinazione dell equatore solare , 
o lunare, i luoghi d'intersezione del medesimo sull'eclittica, e Ivs 
distanza della macchia ed suo polo di rotazione. 



J_Je proporzidiii di Neper , delle quali forse non viene fallo luUo il 
rollio che meritano , mi hanno fornito una risoluzione semplicissima dì 
questo prohlema, per cui molte ingegnose, ma laboriose se n'erano im- 
masinate. 

1. Sia E ( fig. I. ) il punto del globo solare o lunare, che coni- 
sponde al polo dell' eclittica; P il polo della rotazione dell' astro ; T, A, C, 
i tre luoghi ove è stata osservata la macchia. 

Le distanze TE, AE , CE, della macchia al polo dell' eclittica , e le 
differenze di longitudine, TEA, AEC, sono i dati somministrati dalla 
osservazione. 

2. Si cerca il valore di PE , distanza de' due poli; la longitudine del 
polo P, che fa conoscere cpiella de' nodi; e la distanza la quid si sup- 
pone cosiante, TP^=tAP=CP, della macchia al medesimo polo. 

3. Il triangolo sferico , TEA , nel qual sì conoscono due lati ET,EA„ 
e l'angolo fra essi compreso, si può risolvere secondo Neper nel lujdo» 



238 

seguente. Il seno della mezza-somma de lati dati, è al seno della loro 
mezza-differenza, come la cotangente della metà dell'angolo compreso, 
è alla tangente della semidiffercnza degli angoli alla Las e; ovvero 
sen. ^ (EA+ET) : scu. \ ( EA— ET) .■: cotang. |-TEA:iang.i (ETÀ— EAT). 
Ma ETÀ — EAT = ETP + PTA — ( PAT — EAP ) =^ ETP" + EAP , a ca- 
gione del triangolo isoscele (2), in cui PTA=:PATj dunque neirultimo 
termine dell'analogia si può sostituire alla mezza-differenza degli angoli alla 
base come , la mezza-somma degli angoli di posizione adia- 

ETP+EAP 
centi ai lati dati, come ' e si avrà la seguente equazione. 

4.Tang.rS0mma di ang.: di 1 ^ seiì. \ aif.^a|,,ti mr.1.°.iXcotnng. \ ang. compreso 
posizione adiacenti ai lati dati } ^*="- '^'^"^ "le^za-somma dei lati slcs.i. 

5. Se si adopera lo stesso ragionamento, e la stessa formola, anclie 
ne' due triangoli, AEC , TEC , e se si chiamano, per maggior brevità, 

T, A, C, i tre angoli di posizione, ETP, EAP, ECP , si verrà a co- 

T-I-'V A I C T I C 
noscere il valore di ~ , , , donde quello di qualsivoglia dei 

tre angoli di posizione sarà facile a ricavarsi. A colpo d' occhio si vede 

. T+A T+C A+C 
per esempio, che i = -f- 

■l 1 '2 2 3 

6. Dunque ogni angolo di posizione è eguale alle due mezze-som- 
me che lo contengono , meno la terza , in cui lo stesso angolo non 
si trova. 

n. Similmente per conoscere la semidifferenza corrispondente a qua- 
lunque delle tre mezze-somme (intendo per mezze-somme, e mezze- 
differenze corrispondenti , quelle che sono espresse colle stesse lettere ) 

. , . T— A T+C ALC . - 

SI ha per esempio = ~, ovvero se A lossc maggiore 

j. rr A— T A-I-.C T-i-C 

di i , = — ' • 

222 

8. Dunque in generale ogni mezza-differenza di due angoli di po- 
sizione è uguale alla dijferenza delle due mezze-somme , che non. 
sono corrispondenti alla mezza-differenza cercata. 

9. Ne' triangoli sferici, PTE , PAE, PCE, in grazia del lato comune 
PE, e dei lati eguah, PT , PA, PC, (2), / seid degli angoli al polo 
del£ eclittica sono proporzionali ai seni degli angoli di posizione cor' 
rispondenti. 



-■5D 



10. Prendendo duo tnaugoli, come, PTE, PAE , si ha dunque 

seu. PET ; scn. PEA : : scn. T : scn. A. 
Da questa proporzione , se si riflcile , che 

sen. T. + sen. A : scn. T. — scn. A : : lang. : tang. -, 

e che la prima ragione può trasformarsi nel modo slesso, si perviene ad 

ottenere quella che segue: 

tang. l (PET+PEA) : tang.i (PET— PEA) : ; tang. ~ (T+A) : tang. |- (T— A). 

Ora essendosi già trovata la mezza-somma e la mezza-differenza degli 
angoli di posizione ; e la mezza-differenza degli angoli al polo essendo 
eguale alla metà dell'angolo dato dall'osservazione, ne risulla, che l'ultima 
analogia non contiene che il primo termine incognito, e sarà atta a far 
conoscere gli angoli al polo dell'eclittica, PET, PEA. 

11. Si avrà dunque per seconda formula, 

tang. - somma ] tang. ~ som. ang.> posiz.»» conisponJ.'' x la"g- -; angolo dato 

aug.' al polo ) = — . — f 

dell'eclittica j tang. della mezza-differenza degli angoli stessi di posizione. 

12. Per mezzo di questa formula e della precedente (4) si viene per 
conseguenza a conoscere in qual si ami meglio dei tre triangoli , TEP , 
AEP, CEP, due angoli, cioè, quello al polo dell'eclittica, e quello di 
posizione 5 ed essendo già noto per osservazione il lato compreso, che 
è la distanza della macclila allo stesso polo , si possono trovare ad uà 
tratto i due altri lati cercati, mediante le formide seguenti pur diiuo^ 
strate dal Neper. 

,r^ ' ,"1") 1 '^"^r lato dnto X sen.- differ.^ aneoli adiacenti al mcd."» lato 

ditfer-"de > :^ : ^ _ 

lati cercati 1 ^'-'"' '^^'"'' mezza-somma degli augoli stessi 

lang.'j [ talli;.- 'a'o dato X coseno- diffcr." ang.' adiacenti al med.™» lato 
somma de' ) =^- 
lati cerca' 



I ^5 i _^ 

coseno della mezza— somma detili autioli stessi 
l'I > 



14. Nel triangolo PET, per esempio, si avranno le proporzioni se- 
gnenti : 
tang. ~ ( PT— PE ) . tang. 7 TE : : sen.-^ ( PET— T) : sen. \ ( PET-f T ). 

tang. ~ ( PT ^PE ) : tang. -TE:: cocn.l. ( PET— T ) : cos. ^ (PET-f-T). 
Se i seni fossero raolto grandi, o i coseni mollo piccoli, e si volesse 
evitare la poca esattezza de' loro logaritmi , si potrehbe , dopo aver fatto 
uso di quella delle due analogie, che tornasse meglio, impiegare, in 



2 4-0 

luogo dell' altra , quella die segue , e clie è ricavata da esse medesimo , 

dividendo l' una per l'altra. 

taug. ~ (PT+PE) :tang.-l (PT-PE) : : lang.^ (PET+T) : tang.^(PET-T). 

r5. Cosi quattro formule sole danno la decliuazione della macchia, 
r obliquità dell'eclittica, e il luogo de' nodi. La prima (4) non è che 
preparatoria, e fornisce gli angoli di posizione. Le due ultime (i3) fan- 
no conoscer la declinazione della macchia, e 1' ohliquità dell'eclittica, 
si conchiude dalla seconda (ii) il luogo del nodo, aggiungendo, o 
Sottraendo da una d'elle longitudini ossei-vate, per esempio in T, il com- 
plemento dell'angolo al polo TEP , secondo che è ottuso , od acuto, se 
il polo dell' eclittica è alla sinistra di quello dell' eqnatore ; e secondo 
che è acuto , od ottuso , se il medesimo polo è alla destra di quello 
dell' equatore. 

Queste formule inoltre sono comode, perchè nella seconda non si 
hanno a cercare che due losaritnii, i due altri venendo somministrati 
dalla piima. Le analogie (14) corrispondenti alla terza, e alla quarta 
formula hanno pure il secondo termine comune , e ciascuno dei due ul- 
timi si trova nelle tavole sulla stessa linea per 1' una e l'altra analogia. 

Il mio metodo mi sembra però rimediare ad un tempo, e alla poca 
esattezza delle approssimazioni , e alla lunghezza de' calcoli ; ostacoli i 
quali aggiunti all' imperfezione degl' Istromenti furono causa clie ancora 
non siano slati determinati con precisione gli elementi di cui si tratta, 

Passo all'applicazione di queste fornuilc ne' differenti casi. 

16. Allorché l'uno o l'altro de' limiti si trova frammezzo alle longitu- 
dini osservate, come si vede nelle figure 2.» e 3.^, allora ETÀ — EAT 
non è piìi eguale a ETP+EAP , come s'era trovato (3) nella i.» figu- 
ra, ma ETA-EAT , ( figura 2. ) ,=PTA-ETP-(PAT-EAP) =E-iP-ETP ; 
e simihnente ETÀ -> EAT , (figura 3.) = ETP-f-PTA- (EAP+PAT) 
= ETP— EAP ; vai a dire , che io ambi i casi la prima formula ( 4 ) dà 
la mezza-differenza degli angoli di posizione in vece di dare la mezza- 
somma, e ciò necessariamente in due triangoli, come, TEC , TEA; 
o TEC , AEC , quando sia 1' ultimo triangolo quello che è traversato dal 
circolo de' limiti. 

17. La prima formula dunque dà necessariamente, o tre mezze-som- 
me degli angoli di posizione presi due a due, o una mezza-somma, e 
due mezzo -differenze. Nel secondo caso si ravvisano facilmente le mez- 



ze-diffcreuze, perchè sapendosi presso a poco il luogo de' nodi, si li- 
conosce dalle longitudini osservate qual sia l' angolo , per cui passa 11 
circolo- de' limiti. Glie se le osservazioni cadessero nelle vicinanze di que- 
sto circolo , ogni dubbio sarebbe levalo per la regola seguente. Come 

si e già veduto (f>) cue i =^ — — ■+• — -, perciò qualunque 

volta le tre quantità trovate colla prima formula non potranno soddisfa- 
re a ([ucsta equazione , ma clic applicando le due più piccole ai due 
termini positivi del secondo membro , la loro somma sarà minore del 
termine negativo, se ne conchinderà con certezza, cbe le due più pic- 
ele quantità sono le mezze-differenze , in luogo d' esser le mezze-somme 
degli angoli di posizione. 

i8. Allora per avere le mezze-somme ignote, suppongo, por esempio, 

iV-4-t- 
clie sia la sola mezza-somma data dalla prima formola, e che si vo- 

,. T_l-C . , T-4-C A-4-C T— A A-l-C A— T ^ 
"lia conoscer , si avrà =: 1-- = ■ . Dunque 

allorché la pri/na Jbrmola dà due mezze-differenze degli angoli di po- 
sizione, la mezza-somma corrispondente a ciascuna di esse è eguale 
alla somma , ovvero alla differenza delle due altre quantità ricavale 
dalla medesima formula. Si prenderà la somma allorquando la mezza-- 
somma cercata sarà la pili grande delle tre mezze-somme, cioè riucbiu- 
derà i due angoli più lontani dalla linea de' limiti; la differenza negli 
alili casi. 

19. Imperciocché dalla proporzione che passa fia gli angoli al polo e 
quelli di posizione (cf) , risulta che gli angoli di posizione va/ino sempre 
aumentando, dai limiti, ove son nulli, perfino ai nodi, ove giungono 
al loro maximum. Bisognerebbe duncjue che le osservazioni fossero state 
irasccltc studiatamente tutte e tre ad eguale distanza presso a poco dal 
circolo de' limiti , perchè potesse aver luogo qualche incertezza ucU' uso 
della regola indicata (t8). 

Sarà cosa buona di tener conto delle decime de' secondi per rpicl 
che riguarda gli angoli di posizione, se si vogliono avere con esattezza 
gli angoli al polo dell" eclittica. 

20. L' uso della seconda formula (i i) richiede pure alcune avverten- 
ze, lu ambi i casi della 2.» e 5.» figura si ha sempre, tang.-j (PET-^PEA) 
= taug. - TEA. Però semprechè la prima formula dia due mezze-diffe- 
reuzc degli angoli' di posizione (16), la seconda formula similmente darà 

5i 



2.'f2 

le mezze-diffei'eiize degli angoli al polo per li due casi corrispondenti j 
giacché In allora 1' angolo conosciuto , come TEA , non è più la diffe- 
renza, ma la somma degli angoli al polo, e per conseguenza converrà in- 
vertire la detta seconda formula , come segue : 

tang - diff." ane- ) , ,._,, ... • , .. i , , 

" ^ I ta'ig- " uiil^' ang.' posizione corrispond.'' X taiig. - angolo dato 

al polo dell' e- ) =: ■—-, ; — r r . ,. ^ — — 

■^ I tatig- della mezza-somma degli angoli stessi di posizione 

Glittica J 

21. In generale, allorché si conosce la mezza-somma, e la mezza-dif- 
ferenza di due angoli al polo dell'eclittica, è necessario il sapere ancora 
qual de' due è il piìi grande. In ciò non può esservi ambiguità , giac- 
cliè (9) l'angolo al polo, il qual corrisponde al più grande angolo di 
posizione, deve avere il seno il più grande. 

22. Blso'ma conoscere inoltre, se la mezza-somma degli angoli al polo 
oltrepassi 90.° Ne' casi dubbj l' estremo partito sarebbe quello di cercare 
tutte e tre le mezze-somme degli angoli al polo, dopo di che non po- 
trebbe restare veruna incertezza, poiché si schiarirebbero vicendevolmente. 
Ma non si avrà forse mai d' uopo di tale operazione , purché si faccia 
uno schizzo di figura, mediante la cognizione anticipata a un di presso 
del luo"0 de' nodi, e per conseguenza della situazione del circolo dei 
limiti. Si avrà attenzione di collocare nella figura il polo dell' eclittica 
alla sinistra di quello dell'equatore , allorché le distanze al primo vanno 
in crescendo, e viceversa nel caso di diminuzione. Ques'ta figura e la 
resola (21), indicheranno qual sia l'angolo al polo più grande, e se 
la mezza-somma trovata oltrepassi 90.° Risolverò questo caso in un esem- 
plo qui appresso. 

23. Calcolando le osservazioni tre a tre, si ha l'avvaulaggio di potersi 
avvedere, se qualche errore sensibile sia trascorso nelle osservazioni me- 
desime, ovvero ne'calcoli prepaiatorj. Ho calcolato una gran parte delle 
osservazioni di Mayer inserite nella sua eccellente Dissertazione stampata 
a Nuremberg nel 1750, nella quale ha supphto col suo ingegno all'im- 
perfezione de' suoi stroraenti. Gli errori eh' egli non poteva discoprire 
col metodo suo, si sono potuti compensare, ma si sono anche potuti 
moltiplicare nel calcolo immaginato da quel grande Astronomo, nel quale 
ei riunisce im numero qualunque d' osservazioni. Si direbbe che fu fe- 
lice nelk determinazione della latitudine selenografica di Manilio ; ma 
forse gli errori hanno influito sopra l'inclinazione e sul nodo. Ho calco- 



2.p 

lala tre osservazioni fatte con migliori stroiuenti , e colla maggior dili- 
genza dal celebre Astronomo signor De-la-Laude ( Astronomia tomo III. 
art. 3206). Queste mi diedero, per l'inclinazione, i» 42' 43", tal presso 
a poco qual si deduce dalle stesse latitudini estreme di Mayer, nel men- 
tre che la di lui formula collettiva riduce questo elemento a 1°' 3o . Ho 
trovato, per la declinazione di Manilio, 14° 36' 7", e il nodo dell'equator 
lunare più avanzato, che quello dell'orbila, di 2» 5i' secoudo l'ordine 
de' segui. 

Quando sarà stato calcolato rigorosamente uu copioso numero di 
osservazioni, tre a tre, fatte con buoni strumenti, e che si arriverà a 
non avere differenze considerabili ne' risultati , mi sembra che uu mezzo 
fra questi otterrà quel grado di autorità e sicurezza , che non si può 
sperare dai metodi di approssimazione. 

24. Credo dover terminare con un esempio del metodo che ho pro- 
posto : ed eleggo per ciò tre osservazioni d' una macchia del Sole fatte 
dal signor De-la-Lande. Ma in cambio della prima longitudine e della 
prima latitudine ^ inserite per errore nel IV. tomo della sua Astronomia 
pag. 724, impiegherò questi elementi, quali mi furono dati da lui me- 
desimo , giacche infatti è dedotto da questi il calcolo che si trova nel 
luogo citato, 
i." Longitudine osservata li 14 giù- 

^"" '^:'l ■ '■ • ■ ■ ■ ■ -^^ ^^ ^^'differenza S," .5'=TEA 
2.=> Longitudine ... li io . 9^ 5" 56 . 

e , T •. r r ^ o- co' differenza 43° 2— AEC 

D.» Loneitudiue ... h 21 . io-" io" 58 ^ 



'6' 



Differenza totale 100» 25— TEC 
I.' Distanza al polo 

dell'eclittica . . goo38' = TE ,.„ ,. .„, .„ ^„ 

-' , differenza 6o5i=AE— TE 

2.» Distanza . . . 9'°3i =AE 

•7 , n- . ' -.-' r-r differenza 4° 4'=CE— AE 

3.' Distanza . . . 101° d^ =CE ^ ^ 

Differenza totale io" 57'=CE — TE 

Si vede dai dati premessi, che questo è il caso della prima figura, perchè 
le distanze al polo vanno in crescendo, dunque (22) il polo dell'eclit- 
tica dev'essere a sinistra: si sa che il nodo è a 8° io" all' incirca, dun- 
que 11 circolo de' limiti non passa per li triangoli , e la prima formu- 
la (,() deve dare tre mezze-somme degli augoli di posizione. 



244 



FORMOLA I. (4). 

cotang. ^ TEC So» 12' 3o" . . . 9.9206044 

seu. ~ (CE — TE) 50 28' 5o" .... 8.9796004 

si aggiunga la !.=> disianza 90° 38' 

compi, sen. ^ (CE+TE) 96° 6 5o" .... 0.0024727 

tang. i (C + T) 4° 54' io" ,5 . . 8.9026775 

cotang. ^ AEC 21° 3i' o. 404^32 1 

seu. ^ ( CE — AE ) 2 o 2' 8 . 5499948 

si aggiunga la 2.» disianza 97 <> 3 1' 

compi, sea. j'(CE+AE)9go 55' 0.0060609 

tang. i.(C + A) 5° 12' 52" .... 8.9602878 

cotang. \ TEA 28° 4i' 3o" . . . . o. 2617785 

seu. i.(AE-TE) 5° 26' 3o" .... 8.7785850 

si aggiunga la i .* distanza 90° 38' 

compi, sen. i- (AE+TE) 940 4' 5o" . . . .0.0010993 

tang. ~ (A + T) 6° i6' 3i",6 . . 9.0412628 

(8), j(A-T) 00 58' 4i", 4 

,f A = 60 55' i3' 

\ T = 50 37' 5o",2 



< 







Jiem . Aa^. i24-S - 





345 

F O R M O L A II. (il). 

taug. '- (A+T) 9.0412628 

cotaDg. I- ( A — T ) .' I . 9486569 

taug. ~ TEA 280 41' 3o" . . . 9.7382ai5 

tang. - (TEP + AEP) ... 79" 24' 27" . . . 0.7281412 

! TEP = iu8o 5 57" 
secondo la figura \ 

[ AEP = 5oo 42' 57" 

Ma perchè A è più grande di T, il seno di AEP deve es- 
ser maggiore (21) del seno di TEP. Non si può conciliar 

questa regola con la figura, se non prendendo 

, , TEP + AEP. .. ,, „ 

(22) per invece di 79° 24 27 

il suo supplemento 100° 35' 35" 

si aggiunga ~ TEA 28° 4i' 3o" 

si avrà TEP 129° 17' 3" 

(i4) si sottragga T 5° 57' 5o" 

differenza 123° 59' 1 3" 

metà, o i- (TEP-T) ... 6. ° 49' 56 

aggiun.*" T, si avrà j (TEP+T) 67 » 27' 26" 



II 



a46 

FORMOLA III. E IV. (l3). 

TE 
tane. — 45° 19 • • 0.0048007 o.do48oo'j 

seu. ^ (TEP— T) g. 9452558 . . cosen. 9.6740713 

compi, aritmetico sen. ^ (TEP+T) o . o545i9i comp.cosen.o. 4165785 

taug. ^ (PT — PE) . . .450 58' 55 " 9.9845556tu.g.^(Pi+ PEjo.ogSaSoS 

i. (PT+PE) . . . Sio 14' 

PT = q5 o 12' 55", distanza della Maccliia al 
polo boreale del Sole. 

PE = 7 o I 5' 7 " , inclinazione dell' equato- 
re solare sopra l'ecUltica. 

longitudine osservata in 

T 7 5 8055' 

(i5) si aggiunga il com- ^ 

plcmento di TEP ... i = 9° 17 



luogo deli' intersezione 
di ■ " 

Se si cercano le due altre mezze-somme 



luogo ueil luicisr/.nj"^ , 

dell'equatore e dell'cclil» 8' 17050 
AEP+CEP TEP+CEP 



2 2 

se si risolvono i due altri triangoli AEP , CEP , non si troverà uè meno 
un minuto secondo di differenza ne' risultati. 

25 Anche i calcoli preparatorj , coi quali si determinano le longitudini 
e le latitudini, vedute dal centro dell' astro , mi sembra che possano es- 
sere abbreviati. Per le dilfercnze di longitudine e di latitudine dedotte 
dall'osservazione si cerca ordinariamente l'arco di distanza , indi l'angolo 
al polo dell' eclittica. Se s' impiega la proporzione che serve a trovare 
l'arco di distanza, per cercare, in cambio dell'arco stesso, la differenza 
di longitudine veduta dal centro dell'astro, questa è la stessa cosa, ri- 
guardo al Sole, che l'angolo al polo dell'eclittica. Quanto poi alla 
Luna, bisognerà tener sempre conto della sua latitudine. 



a47 



SAGGIO DI POLIEDRIMETRIA ANALITICA 



MEMORIA 



DI ANTONIO COLLAI.TO 



IVXalgrado al sommo punto di grandezza cui è arrivala la Geome- 
tria , manchiamo ancora d' un Trattato completo di poliedrimetria. Ho 
voluto tentare di trattar questo argomento unicamente per mezzo del- 
l'analisi, esprimendo per formule analitiche tutti gli elementi dei polie- 
dri. Con questo metodo ne derivano con tanta generalità e facilità tutte 
le proposizioni di già note e dimostrate con altri metodi , e si apre un 
campo cosi vasto e fecondo per ritrovarne di nuove , che io credo di 
far cosa grata ai Geometri col puLLlicare intanto il presente Saggio. 

I. Il numero degli elementi assolutamente necessarj per conoscere il 
poliedro è generalmente 3 (n — 2), se n è il numero degli angoli solidi, 
o dei vertici del poliedro. Infatti, essendo necessaria la conoscenza di 
tre coordinate per avere la posizione d' un punto qualunque consideralo 
nello spazio , se il poliedro si considera comunque posto rispettivamente 
ai tre piani coordinati, e se i suoi angoli solidi sono /i , bisogna cono- 
scere un numero 5 n di coordinale, e quindi un egual numero di ele- 
menti per conoscere il poliedro. Ma siccome la posizione dei piani 
coordinali è affatto arbitraria, si potrà sempre prenderli in modo che 
una delle sue faccie rappresenti uno di questi piani , che uno dei suoi 
vertici sia all' origine , e che uno dei suoi lati sia sopra uno degli assi. 
Questa posizione dei piani farà svanire tre coordinate per l' origine in 
uno dei vertici , e ne farà svanire altre due per la posizione d' uno dei 
suoi lati sopra uno degli assi. Di più , potendosi sempre decomporre le 
faccie in tanti triangoli, quanti souo i lati meno due, nel caso ch'esse 



248 

fossero del pollgoui, vi sarh almeno il vertice d'un altro angolo solido, 
che caderà sopra uno dei piani coordinati , lo che farà svanire un' altra 
coordinata. Vi sono dnuf[ue sci coorduiate che si potranno sempre far 
svanire con una conven^^vole scella di piani coordinati. Quindi gli ele- 
menti necessari per conoscere i poliedri saranno generalmente d' uu nu- 
mero 3/z~6--5(/i — 2), se n rappresenta il numero degli angoli so- 
lidi. 11 problema dunque generale sulla risoluzione del poliedri sarà il 
seguente : 

Dati 5 ( rt -2 ) dei suoi elementi troi'cire gli altri. 

1. Sieno A, B, C, D, E ec. (si ommettono le figure perchè sono in- 
dicate in modo da potersi f'acdmente concepire ) gli angoli solidi d' un 
poliedro qualunque, il cui numero sia n. Supponiamo che A, B, C 
sieno "11^ angoli solidi d' una delle sue faccle , e che questa faccia cada 
sul piano delle x j , posta in modo che A sia all' origine , ed A B 
suir asse delle x 



Sieno le coordinate 


di J 





quelle 


di B 


x' 


quelle 


di C 


x" f 


quelle 


di D 


X J z 


quelle 


di E 
ec. 


ce'" j-'' z'" 
ec. 



Si concepiscano condotte da ciascheduno degli angoli solidi delle rette a 
lutti "h altri. La somma di queste rette sarà la somma di tutte quelle 
che unlscouo a due a due gli angoli solidi del poliedro. Esse saranno 
quindi d' un numero 'LL^HZLJ . Queste rette comprenderanno gli spigoli 
del poliedro, le varie diagonali delle sue faccle," e le diagonali del po- 
liedro stesso condotte dagU angoli opposti. 

Siene ^B=d' BC=d- CD=d'" DE ^d' 

JC^d!' BD^d'' CE-d'" ec. ec. 

JD^d" BE^d"' ec. co. 

JlE —d!" ec ce. 

ec. ec. 



249 
si avrà 

(a) d'=x' (a") d'"'= y/((x"—x"')'^-\-(r"-r"')*+z"'') 

(b) d"= y (:r"«+^">) (J") d" = v/((:r"— ar")'+(r"— ^")'+:''=) 
(e) d'"=:p/(x'"^-}^"'=+:"'') ec. 

ec ec 

(a') rf» = v' ((^'— ^'y+j-'") 

(i') d'"r=x/[_{x'~x"'yJrf"-^-\-z""^') «C. ec. 

(e') <i'"=v/((x'_x")'-b"'+-"') ■ ■ 

ec. 

Le rpiali equazioni saranno le espressioni dì tutte le rette clie uni- 
scono a due a due gli angoli solidi d' un poliedro in funzione delle 
coordinate di questi angoli solidi o vertici. Siccome esse sono in nu- 

,. n{n — [) , •. . ,. _ ,. , ., 

mero di e le coordinate sono ni numero di 3« b, se ^ e u 

2 , 

numero degli angoli solidi, così si potrà sempre prendere un numero 
3« — 5 di queste equazioni, dalle quali eliminando il numero 3« ~ 6 delle 
coordinate che contengono, resterà una relazione tra un numero 3/z 5 
delle rette che uniscono a due a due gli angoli solidi del poliedro. 
Quindi si avrà la soluzione d'd problema seguente sui poli( dri. 

Dato un numero 5n -6 delle rette che uniscono a due a due gU 
angoli solidi a d" un poliedro , trovare le altre. 

3. Essendo il numero di queste rette — , il uumero dc"li an- 

2 ^ 

TIC 1 , "' (" — i)^ — 2 n ('I — i) , , 

goli che fanno queste rette tra loro sarà — , e le loro 

8 
espressioni saranno 

x" 

(a) eos. or,r) = -^,,_j-^ 

(^)cos. (J'^"')=. -'" 



l/(-r"'"+r"''+=^"'') 



(y) COS. {d'd'') = 



X 



ec. ec 

3a 



(^ ; COS. [da)— ^^^.,„^^„.jj/^^,„„,^„„_j.^,„2j 

\i^) COS. (^rt a ; _ ^^^..r._^^.".^^(^>2_j__,.^,,'v^; 

ec. ec. 



(a ) COS. (JVZ') = ^^ lT-L.-^ 



(-«•■) COS. {d\cr)^ i.'-.")i.'-.-wy^ 



ec. ce. 



(a'") COS. {d^'d^'') 



(x'—x"){x'—x\)+y'"y^+z"'z'-' 



ec. ec 



(■a>)cOS.(c?''"<Z'=')=z 



(.r"_jr"')(jr"— x'^) -f^r"'+2"' 



ec. ec. 



(-) COS. (Jv?-) = (x'-x",(.--.")-r"y"-:r") 

ec ec. 



Le quali equazioni saranno le espressioni in funzioni delle coordinate 
dei coseni deuli angoli che fauno ira di loro tulle le rette che unisco- 
no a due a due gli angoli solidi d' un poliedro. 

Se si prenderà un numero 5/i — 5 di queste equazioni , e si farà sva- 
nire il numero 5/z — 6 delle coordinate che comprendono, resterà una 
relazione tra un numero "Sri — 5 degli angoli che fanno ira di loro le 
rette che uniscono a due a due gli angoli solidi d'un poliedro ; dal che 
si rileva ; 

Che in un poliedro qualunque i cui angoli solidi sieno n , basterà 



25l 

conoscere il nuv:ero Zn—6 degli angoli che fanno tra loro le rette 
che uniscono a due a due gli angoli solidi per avere gli altri. 

/(.. Se si prenderà poi uu uuiiiero 5n — 5 dall' insieme di (picste ecjua- 
zioui sulle rette che uniscono a due a due gli angoli solidi d' un po- 
liedro , e sugli angoli che formano tra di loro (juesio rette , e si eli- 
minerà il ninnerò 3/^ — 6 delle coordinate che comprendono, resterà una 
relazione tra un numero 3/z — 5 degU elementi del poliedro scielti tra 
questi lati ed angoli, lo che darà luogo alla risoluzione del problema 
seguente . 

I/i un poliedro il cui numero degli angoli solidi è n , d<eto un nu- 
mero 5n — 6 dei suoi elementi scelti tra le rette che uniscono a due 
a due gli angoli solidi, e tra gli angoli che Jòrnia/io queste rette Iro- 
i>are gli altri elementi. 

5. Se tutte le faccie del poliedro, si suppongono tanti triangoli, lo 
che si può sempre fare , se fossero dei poligoni qualunque , e que- 
ste faccie iossevo jÌ B C , A B D ., ACD, ec. si avranno le seguenti 
espressioni. 

COS. {ABC. ABD) -^ 



y 



i/(^'"^+^-"'») 



COS. ( ABC. ACD)=^ ^ ^-^ 

ec. ec. 

Le quali saranno le espressioni del coseni degli angoli che fanno le 
faccie dei poliedri tra loro in funzioni delle coordmate dei vertici. Que- 
ste formule unite alle precedenti servono alla risoluzione del problema 
che segue : 

Dato in un poliedro un numero 3n — 6 degli clementi scelti tra le 
rette che uniscono i vertici, gli angoli che faiuio queste rette, e gli 
angoli che Jan/io tra loro le faccie , trovare gli altri. 

6. Sempre nella stessa ipotesi che le faccie del poliedro sieno trian- 
goli , si avrà 

r'f" 

A B C^^^^-~ 

■1 

A B D= -^ |X(y"H^"^} 

^ e i> = J p/ (^■">u"H7^"^)+(xV"-yv")') 

ec. ec. 



Le quali saranno le espressioni delle aree delle faccle del poliedro 
in funzioni delle coordinate dei vertici , dalla somma delle quali si ri- 
caverà r area totale. Aggiungendo anche queste alle altre formule supe- 
riori si risol\ era il seguente problema : 

In un polle Ivo qualunque dato un numero 3n— 6 dei suoi elementi 
tratti dalle rette che uniscono i vertici , dagli angoli che formano 
queste rette , dagli angoli che fanno tra loro le faccie , e dalle aree 
di queste faccie , trorare gli altri. 

•y. Fi Dal mente supponendo il poliedro diviso in tante piramidi ABCD., 
BCDE ec. 

Si avrà per la soKdith di ciascheduna, chiamando P, F ec. Le pcr- 
pendlculari calale dai vertici sulle basi opposte. 

ABCD = ^ • ^^ 

3 2 



BCDE = ■ f ' • l^{^^'y"^^:,'"',-^) 

ec. ec. 



La loro somma darà la solidità, totale del poliedro. Queste formt'.le 
unite a tutte le precedenti serviranno alla risoluzione del problema ge- 
nerale seguente : 

Essendo u il numero degli angoli solidi cC un poliedro, dati 5ii -6 

dei suoi elementi scelti tra le rette che uniscono a due a due i 

suoi vertici, gli angoli che fanno queste rette tra loro, gli angoli che 

fanno le faccie , le aree di alcune faccie , o l'area totale , la solidità 

di alcune porzioni , o la solidità totale , trocare gli altri elementi. 

8. Facciamo alcune applicazioni di queste formule . Proponiamoci 
primieramente di trovare una relazione tra i tre lati ed angoli che for- 
mano r angolo solido A della piramide A B C D , eà un altro lato o 
angolo qualunque, per esemplo l'angolo i5 C Z). Dietro alle denominazioni 
stabihte , considerando il poliedro ridotto alla piramide A B C D si 
tratta di trovare una relazione tra gli elementi seguenti: 
d = A B, d' = A C, d"' = A D. 

COS. (JVZ") = cos. B A C, cos. (d'd"')^^ cos. BAD, co s. (d'd") =^ cos.- 
CAD e COS. {d'd'") = cos. B C D. 



255 



Per mezzo delle equazioni (a) (b) (e) ( § 2 ) ed («) (,9) (a') (" § 5 ) 
SI troveranno i xalori segueuti delle coordinate in funzioni di ijuesli tre 
lati ed angoli 



oc ^ d 



x' = ci' COS. ((l'.d") 

_ in -tilt . -,, ^Tl^, ■■ 

37 = ri COS. (d .d ) 
y = <^" sen. (d'.d") 

■^ ~s7^ÌIM^) ( <=°'- ('^"•''"') — COS. (</'.rf") COS. (rf'.d'") \ 

mettendo adesso questi valori nella formula (a ) , si avrà 

/ 7, mw \('l'—d"cos.(d'.d"))(d"'cos.(d\d"')-^ì"cos.{,l'.d") ] 

COS. (d .d' )— (^ .'\ ' ' ^ J 1 



y U-'+d"'^—xd'd'>COS.{d'.d-)) y(d'^+d"'^-2d'd'\0S.(d'.d'" ) 

che sarà una relazione tra i sette suindicati elementi della piramide, e 
qumdi servirà alla risoluzione di questo problema : 

Bali set degli elementi seguenti duna piramide: tre lati e tre an- 
goli che formano un angolo solido , ed un altro angolo qualunque, 
trovare d settimo. 

Collo stesso metodo si trovereLbe una relazione tra sette elementi 
quahuique della pi.amide presi tra i Iati e gli angoli che formano que- 
sti lail, e tutte queste relazioni servirebbero alla risoluzione del proble- 
ma più generale : 

Dati sei qualunque degli elementi d'una piramide presi tra i lati 
e gli angoli piani trovare gli altri. 

0- Se volessimo trovare la solidità della iiiramide in funzione dei tre 
lati ed angoli che formano l'angolo solido A, non si avrebbe da far 
altro che mettere nella formula ( § 7 ) 

S — ^ '-C _ ""'"Kr" 

2 (i 



» valori di j- ' , x', z" del paragrafo precedente , e si avrebbe 

' ~ tì K C "~""*-'"('''-''")-"s.^<r .<;■'•)— cos.^(<f './")+ 2cos.<i'rf"cos.(i"ci'"cos.id"' ) 



254 



IO. Per avere la solidità della piramide in funzione del lati si deter- 
mineranno primieramente le coordinate in funzioni del lati, e si avrà 
X =^ d' 



X = 



J 






2d' 



ec. 



■S -^ 



tri/' 



d^d'"'Xd"' + d'"' + (f^- + d^'^—d'^—d' '") 

d"d'''Xd'^ + d'"^ + d" + ^"'^_ii '^—^'■^) 
J"^rf' {d'^ + d"^ + d' •'-j-d'"'—d"'—d'') 
—d'^d'^d''—d'^d'"^d''^—d"d"'d'' "'—d'\r"''d'''' ) J 
Questa formula sulla solidità della piramide , e quella del paragrafo 
precedente sono stale date dal nostro celebre Mascheroni nel suo aureo 
libretto Problemi di Geometria , ma col nostro metodo essi diventano 
casi particolari di regole generali. 

II. Risolvasi, per ultimo esempio, il problema seguente : Z)eZ/e dieci 
rette che uniscono a due a due i cinque t'ertici d' un poliedro ABC 
DE, date che ne sieno nove qualunque trovare la decima. 
Dalle equazioni {a) (b) (e) (a') (Z>') {a") (§2) facendo, 
d'-td '—d''=A 
d^-j-d""—d'"^B 
d"'-\-d"^—d''"^=^C . 
si avranno i valori seguenti di 
x'^^d 
„_A 
^ ~ id! 



2d' 



X 



'■id' 



2d'^C—JB 



^ •2.d:]/{i^d'M'"^—A'^) 

» — K 1 4^'» 4d'» U''''<i"^— ■^') / 



255 

Si faccia di nuovo, per più brevità di calcolo, 
x=d', x— D , j"— E , x"'=^F , j"—G, z'~H; 

Messi questi valori nelle equazioni (<Z) (e') (h ') (a ') si avrà 

J'" =(Z>— a:'')'+(^— j'7-}-z'" 

d^' =.{F-x'y-^ (G-j y-h(ff—zy 

Eliminando da queste quattro equazioni a: ", jk^ z % facendo di nuovo 

d-'-\-d'^—d''"'=L, 
d''-ird'"-d'"^=M, 

" ""^^+G'+iy^-z+-J(,z _F) -G { '^^^'^^-^^'^•-'^ J ^ 

nella quale mettendo per Z) , jE', F, G, H, A, L, Mi loro valori iu 
funzioni delle rette o lati ; si avrà una relazione tra le dieci rette che 
uniscono a due a due i cinque vertici o angoli solidi del poliedro 
ABC DE, e quindi la soluzione del problema proposto. 

Se il poliedro ABCDE è composto di due piramidi ABCD, EBCD 
che combaciano nella base comune BCD, d!''=.AE rappresenta la dia- 
gonale che unisce i due vertici delle piramidi, ed il valore di <Z ' dà la 
risoluzione del problema seguente. 

Dato un solido formato di due piramidi triangolari poggiate U una 
contro l'altra sopra una base eguale e comune trovare il -valore della 
diagonale che unisce i 'vertici opposti delle due piramidi, supponen- 
do che si conoscano i nove lati di questo solido. 

Questo problema fu sciolto da Lagrange nella sua teoria delle piia- 
midl. Dietro alle altre formule premesse noi abbiamo potuto trattarlo iu 
un modo molto più semplice e facile. Di più noi lo abbiamo presen- 
tato come un caso particolare di tutti gli altri problemi analoghi. 

Per fare una semplice verificazione di questa formula, supponiamo che 

le due piramidi che compongono il solido, di cui si tratta, sieuo equi- 

1 . . • • • T-» '^' T-. 'I\v^) T-. '^' ^ '^ 
latere: sarà ni questa ipotesi D=—, -C = , E^^ — , G= :=- , 

7/ = 1^, K=d^ , L = d^ , M^ d^' 



256 

Sostituiti questi valori nella formula superiore , si avrh 

— (1/5; K l'^ ^.j ' 

Aa. cui si ricaverà 



y5 

che tale appunto deLb' essere la lunghezza di questa diagonale in tale 
ipotesi. 

13. Se si avesse voluto una relazione tra un certo numero delle rette 
che uniscono a due a due i cinque angoli solidi del nostro poliedro, 
per esempio tra sei di queste rette, e quattro degli angoli che formano 
tra di loro le rette, allora bisognava prendere le sei equazioni delle rette 
e le quattro degli angoli , e fare svanire da queste le nove coordinate. 
Facendo nulle, z' 'z'", si avrebbero delle simili risoluzioni per i quinti- 
lateri. 

Per portare innanzi queste applicazioni non resta più altra difficoltà 
che quella della lunghezza dei calcoli. 

i3. Da queste stesse formule che servirono alla risoluzione dei polie- 
dri, se ne possono ricavare con somma facilità dei bellissimi teoremi. 

Sieuo primieramente quattro gli angoli solidi del poliedro ABCD. 

Dal doppio delle formule {a) (b) (e) sottraendo le formule {a)(b)(a"^ 

■ 2 {d''+d"'-\-d"' )) 

(d"-\-d'^) "ì ^^ ix'x" -\-2x'x" -\-ix"x'' ■\-'ìy'y' 

^^d'"^ J 

Ora per le formule del ( §. 5 ) si ha 
ax'x ^=2d'd'' COS. d'd 
2x'x' =2d'd COS. d d" 
2x"x"' -f 2^ j- ' =2 J 'd'" COS. d"d"' ; 

dunque si avrà 

( 2{d'^ + d"^ + d"") 

^ — (^'^-|-<f '') = 2{iÌ d" co&.d' d' -\- d' d " cos.d' d' ' -\- d" d" cos.d" d"' ) 

Se gli angoli solidi del poliedro fossero cinque j4 , B, C, D , E si 
troverebbe operando come sopra 



237 



A 



d'J"cos.<l'd"-\-^'J"'c'>s.tl'd"'+H'ti''cos.d\r' > 

-{-d"d"'cos.(l"d"'-[-d"d''cosA'd'-'-{-d'''d"'cos.d'"d"'\ 



(I) 



-(J'""-t-</'") 

Ciò progredendo sempre colla stessa legge ne viene clie se il nume- 
ro degli angoli solidi sarà n , si avrà generalraeule per un poliedro qua- 
lunque 

[(„.2)(,r^+rf"^-f-^"'-' + ec.)j 
-(d^' + d'-^ + ec.) 



-Or"'= + ec.) 



■-■ìid'd'<:os.d'd"-{-d'd"'cos.d'd"'-\-d"d'"cos.d"d'"-\.,x.) 



In un poliedro qualunque la somma dei quadrati delle rette con- 
dotte da uno degli angoli solidi a tutti gli altri moltiplicata pel nu- 
mero degli angoli solidi fileno due, diminuita della somma dei qua- 
drati delle altre rette che wiiscono a due a due tutti gli angoli solidi, 
è eguale al doppio della somma dei prodotti delle prime rette a due 
a due moltiplicato ciascheduno pel coseno dell' angolo eh' esse com- 
prendono. 

i4- Siccome tutte queste espressioni restano le medlsime, se si rendo- 
no nulle le perpendicolari alibassate dagli angoli solidi sopra una delle 
faccie, lo die cambia il poliedro in uu poligouo, così sarà 

In un poligono qualunque la somma dei quadrati delle rette con- 
dotte da uno de' suoi angoli a tutti gli altri, moltiplicata pel numero 
dei lati o vertici del poligono meno due, diminuita della somma dei 
quadrati delle altre rette che uniscono a due a due i vertici del 
poligono, è eguale al doppio della somma dei prodotti delle prime 
rette a due a due moltiplicato ciascheduno pel coseno dell' un'Eolo 
ch'esse comprendono. 

i5. Parimenti conducendo da ciascLeduno degli altri angoli solidi 
delle rette ai rimanenti , si avrà , 
con ducendole da ^6, 

i«-2)(J'H^'-+'^''-l'ec,> 



\ 



(M) 



— {d"'.\-d"'^-k- ec.) 
-l^"'-J-ec.) 

— ec. 



=2 (d'd^cos.d'd^+d'd''cos.d'd''-\-dyd''cos.d'd^'r\-ec.} 



33 



*58 



(IH) 



conduccndole da C 

{n--2)(d"'-t-d"'-+-d'"'^+ ec.) 
-{d- + d"'-'-^ec.) 

— ec. 



z2(d"d''cos.d"d+d"d-"'cos.d"d''"'^''d'"'cos.d'd''"'^c.} 



(tV) 



-2(,d"'d''cos.d'"d<'-j-d"'d"'co^.d"'d''"'-i-d^'d'"<:os.d^'d^"'-\-ec.) 



couducendole da D 

{n--2Xd"' + d"'-\-d''''^-i-ec.) 
-{d"-\-d'' + ec.) 

~(d' + ec.) 

- ec. 
ec. 

Sommando insieme le equazioni (l) (II) (IH) (yV) ec. si avrà 

d"-{-d "^-d' '^-\-ec. < d'd"cosxI'd"+l'd'"cos.d'd"'^d"d"'cos.d"d"'+ ec. 

,/" -L_J''*_f-ec. _ d'd'cos.d'd'-^d'd'"cos.d'd<''-{-d''d''cos.d''d''-\- ce. 

il'"''' ree. ' ~ I d"d''cos.d"d''-\-d"d'"'cos.d"d'"'+d,d''"'cos.d\l''"'+ ec. 

g(._ d"'d"'cos.d"'d''-\-d"'d""cos.d'"d'"'+d'''d'""cos.d'"d'"'-^cc. 



(;ì— 3) 



/'i U7i poliedro qualunque la somma dei quadrati di tutte le rette 
che uniscono a due a due gli angoli solidi moltiplicata pel numero 
degli angoli solidi meno tre è uguale a tutte le somme unite in- 
sieme del prodotti delle rette a due a due che partono da un an- 
golo solido a tutti gli altri, moltiplicati ciascheduno pel coseno del- 
l' angolo che faìino le rispettive rette fra loro. 

i6. Rendendo nulle le perpendicolari abbassate degli angoli solidi so- 
pra una delle faccie , il poliedro si cambia in un poligono cbe ba tanti 
\crtici quanti sono gli angoli solidi ; sarà dunque 

In un poligono qualunque la somma dei quadrati di tutte le 
rette che uniscono a due a due i suoi vertici, moltiplicata pel nu- 
mero de' suoi vertici o lati meno tre , è uguale a tutte le somme 
unite insieme dei prodotti delle rette a due a due che partono da 
un vertice a tutti gli altri , moltiplicati ciascheduno pel coseno del- 
l' angolo die fanno le rispettive rette fra loro. 

Diversamente combinando le suddette equazioni (I) (II) ec. si otter- 
rebbero altri teoremi egualmente utili cbe curiosi sui poliedri. 

17. Se si moltipllcano le espressioni delle superficie parziali del po- 
liedro (§ 6) per le espressioni degli angoli delle faccie tra loro, si avrà 



aSg 



., . ', x'r'" 
a cos.a a =- ■ 

2 



ttt ' l'I X T 

a COS. a CI = 



. ,, x'y"-x"Y^x\x"-f") 

a^ cos.a a' :^ 



Se si soramauo questi procioni, avvertendo alle posizioni opposte de- 
gli angoli ira loro , come per esempio di «' rt ' con a a'' , si avrà 

a" cos.a a" ^a"' cosi.a a" -\-a "cos.a a " . . -|- ec. = -;— 



^' ^a 



si troverà egualmente 



a'cos.a'a''-f tt"'cos.a'"a"-|-a''cos.a"«' . . + ec. 



=^a 



ec. 



Ognuna di queste formule dimostra clic 

I/i un poliedro una faccia qualunque è eguale alla somma delle 
altre faccie moltiplicata ciascheduna pel coseno dell' angolo eh' essa 
fa colla prima. 

Da questo teorema fondamentale se ne ricavano molti altri come ha 
fatto Carnot nella sua opera ( Geometrie de Posltion). A noi basta averlo 
trovato e dimostrato col nostro metodo. 

1 8. Combinando insieme le formule dei ( §§ 5,5 ) che danno le espressioni 
dei coseni degli angoli che fanno gli spigoli dt'l poliedro tra di loro, e 
dejili anjioli che fanno tra loro le faccie, si trovano le relazioni che deb- 
bono aver luogo tra queste due specie di angoli. 

Sieno tre rette ^B, JlC, AD che formano un angolo solido ABCD. 
Dalle equazioni («■) ((?) («-") ( § 3 ) , unitamente all' equazione 

COS. ABC . ABD = /" ,„ , 

eliminando tre delle coordinate, le altre due svaniranno da loro stesse, 
come fattor comune , nell' ultimo risultato, e si avrà 

COS. ABC . ABD = '^-^■('^"''"')-^-^-('^''ncos.id'.n 

■ sva.{d'd")sen.{d'd"') 
la quale dà una relazione tra i tre angoli che formano im angolo solido, 
ed uno degli angoli che formano tra di loro le faccie che comprendono 
gli angoli piani. 

19. Collo stesso metodo si possono trovare le relazioni tra gli angoli 



26o 

piani che formano un angolo solido qualunque , e l' inclinazione delle 
faccie. 

20. Per mezzo della formula del § 17 si possono ottenere con estre- 
ma facilità i valori dei coseni degli angoli ohe formano tra di loro le 
faccie adjacenti dei poliedri regolari y^ 

Sia ABCD l'angolo solido del tetraedro; sarà 

COS. (d"d"'') ^ cos.(<Z'J") = cos.(d'd"') = cos.Go" = — 
e seu. (d'd"') = seu.fjd'd'"") = seu. 60 = — — . 



Quindi chiamando fj"' l' angofo^elle faccie, cos. (y^"');:=4 • 

Sia ABCD V angolo solido dell' esaedro , sarà 

COS. d d zztcos. d d ^ COS. d'd" = cos. go°^ o 
e sen. dd = sen. r^^;? ' = seu. go° = i. Quindi si avrà cos.(yj'' ) = 0. 
Sia ABC ED l'angolo dell' ottaedro j sarà 

COS. d d '= cos. C^:/Z?=: COS. 00° = o, e cos. dd":=cos.d'd"'r=cos.6o''=^-^ 
•^ 2 

e sen. d'd' = sca. d'd'" = sen. 60° =:-— ; quindi si avrà cos. (^f.f''^^~ . 

Quindi gli angoli del tetraedro e dell' ottaedro sono supplementi l' uno 
dell' altro. 

Sia ABCD r angolo solido del dodecaedro formato da tre pentagoni, 
o da tre angoli piani, ciascheduno eguale all'angolo d'un pentagono re- 
golare, sarà 

cos. d"d!"^= COS. d'd''= cos. d'd"'=^ cos. 1 080 = — sen. 1 8° ^ — ; — 

4 

sen. fZ'J^ ^ sen. «?'(i'" = sen. 108° = sen. 72°= — v/(io + 2i/5); 

quindi cos. {^f-f ) = — — _— = 26" circa . 

Sia finalmente ABCFED V angolo solido dell' Icosaedro formato da 
cinque triangoli equilateri j sarà cos. fZ"^"= — sen. 18''=^ — , e sarà 

COS. d'd" — COS. d'd'" = cos. 60" = - ; quindi si avrà 

cos. {ff') = — '^ = 48° circa. 

21. Perchè un poliedro sia iscritto in una sfera bisogna ch'essa passi 
per tutti i suoi angoli solidi, e perchè sia circoscritto ad una sfera bi- 



26l 

sogna eli' essa tocchi liilte le suo faccie. Ora per determinare una sfera 
bastano fniattro condizioni. Dunque quanto alla sfera circoscritta ad un 
poliedro essa sarà deterniinata quando si conosceranno quattro de' suoi 
angoli solidi, ossia per determinarla basterà avere le coordinate di qiiat- 
tro de' suoi angoli solidi. Così quanto alla sfera inscritta basterà cono- 
scere quattro dello sue faccie, cioè avere le loio equazioni. Da qui ap- 
parisce che fra tutti i poliedri quello che ha quailio angoli solidi e 
quattro faccie , ossia la piramide triangolare può essere sempre iscritto 
e circoscritto ad una sfera. Ma cosa avverrà, quando il poliedro ha piìi 
di quattro angoli solidi e di quattro faccie ? Egli è chiaro che allora bi- 
sognerà, aftinché esso sia iscrivibile e circoscrivibile ad una sfera che prese 
tutte le combinazioni a quattro a quattro degli angoli solidi, e quelle 
delle faccie pure a quattro a quattro, per ciascheduna di queste combina- 
zioni si abbia un'unica sfora. Dunque ogni poliedro sarà o non sarà In- 
scrlvibile e circoscrivibile in una sfera, secondo che sarà o non sarà pos- 
sibile di ottenere una medesima sfera che passi per quattro qualunque 
dei suoi angoli solidi, e che tocchi quattro qualunque delle sue faccie. 
Sieno A , B, C , D, E ec. gli angoli solidi d'un poliedro, e sieno 
A , B' , C , D' , E' ec. le faccie di questo poliedro. 

Sia /• il raggio della circoscritta, ed r quello della sfera iscritta, biso- 
gnerà che sia 

r =F{A, B, C D) 
r =F{A B C E) 
r =F{A B D E) 
r =F(A C D E) 
r ^F{B C D E) 
ec. ec. 

Intendendo per queste espressioni delle funzioni delle coordinate de- 
gli augoli da determinarsi coi metodi conosciuti. 
Le quali equazioni daranno queste altre 

F{A. B, C, D) = F{A, B, C, E) 
F{A, B, C, D) = F{A, B, D, E) 
F{A, B, C, D) ^ F{A, C, D, E) 
F{A, B, C, D) = F{B, C, D, E) ^^ 

ec. ec. 

le quali saranno le equazioni di condizione, affinchè il poliedro dato, in 



363 

cui angoli solidi sonò A, B, C, D, E ec. sia inscrlvlLlle uella sfera. 
Così quanto alla sfera circoscritta bisognerà che sia 
r = <(>{J\ B\ C, D') 
r'=. f{A\ E', C, E') 
r= fi-I, B\ D, E') 
r'=. f{A\ C, D. E) 
r'= 9> {B, C, D', E) 
ec. ec. 

intendendo per queste espressioni delle funzioni dijlle coordinate dei 
vertici pei quali passano le faccie. 

Perchè dunque il poliedro sia clrcoscrivlljile, si avrà 

?» {A', B', C, D') = <!'{A, B', C, E) 
<p {A, B', C, D') = f{A', B, D\ E) 
f (A, B, C, D') ^ f (A\ C, D\ É) 
<C{A, B, C, D') r= f{B, C, D', E) 
le quali saranno le equazioui di condizloue, aHluchè il poliedro sia cir- 
coscrivibile alla sfera. 

E siccome i poliedri regolari sono tali' che qualunque delle sue faccie 
sia presa per bar e, tulli 1 suoi vertici sono egualmente e similmente po- 
sti, cosi per essi non vi sarà alcuna equazione di coudizione che sia 
necessaria , e saranno perciò tutti Iscrivlbill e circoscrivibili alla sfera. 



263 



SELECTAE SIDERUM OBSERVATIONES 

HABITAE 

m SPECULA ASTRONOMICA PATAVINA 
A JOSEPHO TOALDO 

AC SOCIO 

VINCEKTIO aiBlESELLO 



OBSERVATIONES ANNI MDCCLXXXIX 
/. SoUs ad Tubwn Mar. 

18 Juiiii Dist. ceutii ^ a verùce . . . 2i.°57'. 2", 6 

19 ......... . 56. 12, 6 

20 . . . . . . ■ . . . . 55. 46, 7 

21 . . . . . . . . . . 55. 42» 6 

22 . . . . . . . . . , 56. 5, 8 

25 . . . . . . . . . . 56. 55, 5 

Hinc oliliquilas Eclipticae med. appar. . . 23. 2-^.57,55 

Nutatio . -t- ^,go 

Obliquitas vera . . • . . . . 23. 28. 2,45 

Insians Solstitii die 21 . . . . i2.j^ 4i'- o'', o t. v. 

22 Septcmbris app. ad Mur. 23.'' 5o . 18 t.p. dist. a vert. 45.°rg'.5i' ,6 

a <^ 9. 44- 20. . . 46- 45 -31 ,2 

23 Sept. O • • • 23.''49 57',4 • . . . 45.43. 2,5 

a ssi 9.4024,0 . . . . 46.45.31,2 

Ex bis conclud. instaus Aecpiin ad 4-''i5'. i5'', t. v. dici 22 

Latiludo Observatorii 45-°^5 .41 '56 

19 Decerubris dist. centri a vert. in merid. . 6&fi 5<y .Z5", 4 

30 . . . . . , . . . . 5i. 21 , 8 

21. . . . . . . . • , 5i.35,g 

22 . ' . . 7 . . . . . . 5i. 18 , o 



264 

Inslans Solstml per Interpol, bine elicitum ad i7.''52'.3o" dlei 20, 

Dist. O a vertice eodem instanti . . • 68. 5 1. 55, a 

Uiide obliquitas Ecliptlcae appareus . . . 23. 27.55, 7 

Atque nutatione addita ..... O' 

Obliquitas Eclipticae vera . / • • • ■ 23. 27. 5g, 

//. Lunae. 



Sive oLs. occult. fixarum Tubodol. ped. 4 ~ Augi. liaLltae 



i5 Februaril Emersio.I. =ft 
7 Aprilis Immersio e leonis . 

Emcrsio . . . • 

2 Julii Immersio I. , sQs 

Eraersio . . • • 

i5 Septemb. Immersio I. a- Cancri 

Emersio • 

Reliquae occitlt. coelo nubilo observ. non potuerunt. 

III. Planetae Herschelii 



14.'' i5'. 33" 2 t.v. 
12. 45- 3i,74 
i5. 5o. i3, 76 

10. i5. 55, o 

1 1. 17. 56, o 
16. i4- 19, 26 
17. 14.45, 16 



22 Jan.app 


A Poli, ad Miir. 


IO.'' 28.' 42", 


4t. V. 


] Diff. deci. 0.0 42'- 




Pian. 


II. 57. 49, 


8 — 


J 


23 


^ Poli. 


IO. 24. 53, 


8 — 


) 4i- 




Pian. 


II. 55. 5o, 


5 - 




1 Aprii. 


S Poli. 


6. 21. 59, 


4 - 


} I. 45. 




Pian. 


7. 26. 48, 


4 - 




3 


Pian. 


7. ig. 5o, 


5 - 


} ^^' 




3 Leonis 


IO. g. 3o, 


2 — 




4 


Pian. 


7. i5. 5., 


5 - 


} ^■ 




3 Leonis 


IO. 5. 52, 


I — 




5 


Pian. 


7. 12. 12, 


9 — 


} ^^ 




S Leonis 


IO. 2. i3, 


I — 




6 


Pian. 


-7. 8. 34, 


7 — 


} ^- 




S Leonis 


g. 58. 55, 


3 — 




7 


Pian. 


7. 4- 56. 


8 — 


] 4- 




S Leonis 


9- 54- 57, 


5 — 





i",8 A 

24,8 - 

10,6 — 

7'3 - 

g, 5 — 

g,3 — 

10,0 — 

12,3 — 



a65 



9 

IO 

II 

i3 

i4 



Pian. 
^ Leonis 
Pian. 
^ Leonis 
Piati, 
3 Leouis 
Plau. 
^ Leouis 
Pian. 
S Leouis 



6. 57. 4', 

9. 47. 4r, 

6. 54. 7, 

g. 45- 55, 

6. 5o. 24, 

g. 4o- 22» 

6. 43. 4, 

g. 53. o, 

6. 59. 24, 

g. 29. 18, 



3 — 

4 

3 — 1 



: } 



: } 



;:) 



4. i5, 3— 
4. 14,0— 
4.14,4- 
4.25,4- 
4. 25, 4— 



Ejusdem oppositio a Cuimixello supputata. 

A. R. Poli, ex Calai, de la Calile aJ appar. redacta 102.0 54'. 
Decllnatio ipsius . . . . . . . 20. 5i. 

Hiuc 23 Jau. Long. app. geoc. PI. 4-' '^-■° 48-' 24' ,4 Lat. geoc. 0.° 57' 



23 



4. 2. 45. 43 ,2 



i6", 7 

5o, 8 
.2g",2 B 

29 '6 — 



22 Long. Pian. 4-'2.o 48'. 24", 4 Long. O' cod. iust. 
Derapi, nut. 1 2'', et abcr. 1 5 ,9 ex Tab. de la Lande 2. ed. 

Dempia Long. corr. 4 



10." 3.0 5o ',0 



.47-56, 5 



Long. corr. 4 2 4' 5(5, 5 Dist. ab opp. 
Motus borarius Plauetae ex revol. siderea 

Solis ex Tab. 
Motus composiius .... 

Hiuc diei 21 opposiiionis instans ad 
Quo iustanll Longit. belioc. Plauetae 
Laiitudo bel. 



fi Sepiemb. app. ?> 



_} 



12 



i5 



IT^. Saturni. 

ad mur. 1 1 .''4i '•57",4 t-v. 
Limbi ^ 12. 4 -55 ,6 

?* 1 1. 38 .22 ,1 — 

S. ^ 12. I. 4,4- 

?» II. 54.44 .1 — 

S. ^ II. 57 .11 ,6 — 



43. 5, 5 

7, i8 

2.52,60 

2.59,78 

ao.* IO . i5 ',2 t.v. 

4.' 2.0 49'. 5 1 ',2 

o. 55. 3o, 6 



Diff. Dcd. limbi snp. 

o. Sg'.iS ', 2 B 



5714,1 

55 -51 ,0 
5+ 



366 



OpposUio a Cbimjnello supputata. 



A. R. f ;}^ ex Calai. D. de la Calile ad app. red. 
Decliuatio ipsius ...... 

Semidlameter Saturni app. .... 

A. R. app.^hiuc elicitae Deci- 

35i.o57'.56",7 €.oii.'2o",6 

33. 56, o i5. 2 1, 7 

29. 53, 4 i5. 4' S 

II Long. app. ^ I i.j iQ-^Sa-'iS ,6 Long. ^ ead.inst.es lab.Caillii 5.' ig.°33'.38' ,7 
Dempl.aber. i3,et nut. I i.seu 24,0 Long. ^ correda 1 1. 19. 5i. 64 ,6 



Long. 
1 1.' 1 9.062'. i8",6 
47.51, I 
45.47, 3 



545.°5r.49 '>2 
7. 10. 25, 2 A 
20 ,9 
Lat. 
2.°2i.47,5 A 
22. 2,2 
22.1 2,0 



Long.corr.evadii 11. 19. 5 1 .54 ,6 Disi, ab oppositlone 
Quare oppositlo ^ vera incidii in diem 1 1 sept. 
Quo iusiauii long. ex iisdem Tab. 
Sive Long, helioc. ^ observala 

Latit. geoc. . ..... 

Laiit. helioc. ...... 



ib'.iS ,9 
ig."" 2'.58",7 t. V- 
5.'i9.o5o'.56",7 
1 1. 19. 5o. 56, 7 
2. 21. 5i, 7 A 
2. 7. 6, 4 — 



Long. hel. ^ ex Tab.de La Laude a.edit. e od. instanti 1 1 . 1 9. 54- Sg, 6 



-t- 



2. 7.55, 8 

4. 2, 9 

29, 4 



Lai. hel. ..... 

Uiide error Tab. in Longit. 

in Latit. . . 

Ex Tabulis vero D. de Lambre (1789) 
longitudo supput. 11.' i9.»5o'.2<V',5 
Uude error harum Tab. in Longit. — io'',2 in Laiit. — i8'',5 



Lat. gore. 2.02 i. 53 ",2 A 



■f^. P^enerìs. 



Jpp. 9 ad 3Iiir. seii dijf. T. Inter 9, et 
j5 Aprilis ante lucr. o^^'j' ■ 7 — 
17 . . . 41.24,5 

1 1 Mali . . 20. 24 ,5 

i5 . . . 18.12,6 

24 . . . 7-22,9 

9 Juuii post, merid.. io-49i5 



Diff. Deci 9 a 
5.0 54'.24",8 A ■ 
5- 59. 1 2,0 — 
2. 17. 16,2 — 
2. 1.28,6 — 
t). 1 5. 4916 B 
o. 26. 1 5,6r — 



»6^ 



i5 
16 
18 

Q Julll 



>8. 6, G 
ig. 20, o 
2 1 . 46, 1 
46. 4 r, 8 



P'I. Mercurii. 



Jpp. ^ ad M. seii iliff. T. inler ^ et % 

17 Fcbr. posi mcrid. i}^!(./\5'\o 
21 . . 4-52,9 

I Aprilis aule meiid. i. 58'.i4")3 

5 . . . 1.58.52,8 

9 Jiinii posi merid. 1.41- Sg, 3 

i5 . . . 1. 48. 27, 2 

18 . . . 1. 48. 24, I 

19 . . . 1.47.50,9 
3i Julil ante merid. 1. 18.20,0 



0.0 29'.58",6 — 
o. 55. 40, 7 — • 
o. 55. 55,6 — 
o. 4o- 1 5, 5 A 



Diff. Declin. 5 rt 

■ i.o i'. 2i",5 B 

8. 22. 37, 9 — 

12.0 6'.47 "5 I A 

12.42. ig, 7 — 

f.43. 12, 8 B 

0. i4- i5, I A 

1. 17. IO, 4 — 
I. 58. 6, 9 — 
I. 23. 3,0 Bd 



Ad protandas Tabulas selectis observationibus 17 el 21 Febr. habentur. 



A. R.app. g 

547.o4o'.55",5 
35i. 32.28, 8 



Decl.X 

4.°42 • ^ ,5 

1.54.48, o 



Long. 
g. 1 1. i6.°49'-56"o 
II. 21. 28. 56, 8 



Latit. 
g. o.o52'.49' ,4 B 
I. 55. 58, 7 — 



Long. geoc. ex Tab. de-la-Lande 
2 edit. 17. Febr. eod. iust. 

21 ... . 

Errores Tabularum in Long. 



II. 16. 49- 5o, 3 
II. 21. 26. 55, 7 



g. o. 32. 4o, 3 — 

I. 5i. 20, o — 

■ — o. 5, 7 in Lat. — o. 9, i — 

— 2. 1,1 —4. 58, 7 -- 



lisdem instantibus Long. app. 

ex Tab. Caillii . . io." 29.022. 12', 5 e long.^app.17.0 2r.4^ "'7 



II. 5. 23, 47 i5 
T'II. Eclips, satell. Jovis. 



22 


Januarli 


Emersio Primi 


2 


Febr. 


Emersio Primi 


14 


. 


Emersio Primi 


I 


Aprilis 


Emersio Primi 


5 


. 


Innnersio Terlii 


'7 




Emersio Primi 



18. 4-49,5 



g.*" 5o'. i5',8 t. V. 

8. 2. 42, 3 — 

9. 57. -5, 4 - 
IO. 34- Sg, 4 — 

9. 37. i4, o — 

8. 67. 42) o — 



a68 



OBSERVATIONES ANNI MDCCXC 

/. SoUs ad T. Qj M.^ 

17 Martii dist. limLi siip. ^ a vertice 

^ Orionis . 

18 . . "limbi Slip. ^ 

19 . . limbi Slip. 

" Oriouis . 

20 . . limbi Slip. 
22 . . limbi sup. ^ 
Die 17 app. S Orionis ad T. Q.' M.' 

19 

Pro hisce diebns A. R. med. § Or. 

ex Cat. Caill. . . . So.oiQ'.Si'^a Decl.o.»27'.58'',go A 

Abcrr. . . 4- I, 4 -1- 7,91 

Wut, . . _}_io, 4 -+- 5,76 



46.» 17'. 


48",i 


45. 52. 


24,3 


45. 54. 


1,4 


45. 5o. 


2, 6 


45. 52. 


24, 5 


45. 6. 


7, 2 


44. 19. 


5, 5 


S.i-Si' 


I0",2 t.V 


5. 25. 


54, 7 - 



A. R. app. S 

Hinc die 17 A. R. -f^ 

19 . 

Resp. ^ long, ex A.R.ei Dcelin. i & ii.'27.<' 5'.i6",ol |^ 11.' 29.° 4-22",o 
exA.R.et obl.eclip. / ^ 11.27. 5.25,5/^2 11.29. 4-20,9 



80. 19.55, o Derl. o. 28. 12,57 
557. 19.46, 6 Deci. I. 9.42,52 A 
559. 8. 5-;, o 0.21,55,47 — 



Long, mediae . 11.27. 5.19, 75 11.29. 4- 21,4^ 

Unde moius obs. in long, intra 47-''59'.24 t. Sol. medii i.°5g'. i",7 
Dist. ab Aequiiooc. dempla abcr. 20' e long, dici 19 = 55. 58, 5 
cui distautiae respond. 22.''34. 6",6 ejusd. temp. seu 22.''34'-25",6 t. v. 
Sed obscrvaL meridici 19 demi deb. 8' 4 o^ aberr. 20 ; 
ergo Aequinoc. reapse contigit 2 2.''26'.i9 ',6 l.v. ejusd. diei. 
Latitudo antem Observatorli ita concludilur : 

19 Distanti a centri a vert. in merid. . . . 45-°46 • 7 ,2 

20 ......... . 45- 22. 1 1, 5 



Motus ^ in declinaiione 



33. 55, 7 



269 



Dist. dici ig addito effcotu aberr. evadit 

Dempta Decliu*. parie respond. 22''. 34 • 6". 6, scilicet 



Prodit Lalitiido Oliservatorii .... 
l'I Junil disi. ceuiri0a vert. 21°. 58'. 49 "1 o Old.Ecl. 

ex obs. deci, et long, tabular. 



:) 



45. 46. i5,i6 

O. 22. 3o,55 
45. 23. 44,8 1 

250. 21'. 5/i", 3 



'9 

30 
21 
22 
23 



2 1, 56. 3i, o 

21. 56. o, o 

21. 55. 46, 8 

21. 56. 6, o 

21. 56. 4 '5 5 



Oljìiqullas Ecllpticae media app 

N.it. 

OblK|nitas Ecliplicae vera 

19 Dee. dist. ceutriii^a vert. 68°. 5o'. 26" 55 Obi. Ecl. 1 

ex obs. deci. , et Long. Tabi. / 

21 . , . . 5i. 32, 35 

22 .... 5i. 22, 40 

25 .... 47' 57. 35 

26 .... 45- 56. o5 

27 .... 45- 26, 5o 

Obliquilas Ecliplicae media app 

Obliquilas Ecliplicae vera 



//. Lunae 

18 Januarii immersio ciijusdam stellulae ;5Ji 6.»^ mag.a« n.^ i6'. 18, 21. v. 
imraersio alierius ejusdem;^^; 8.="^ volg.'"* 7. ^a. 56, 6 — 
Uuaqiie slcllula sub eadem circiter parte obscuri limbi ]) , 
nenipe circa dimidium se se occultavit, atqwe utraque ob- 
servalio tubo* capi. 2 \ ped. Auglic. habita valde boua est. 





5i, 7 




47' 




55, 9 




62, 5 




57, 3 


25° 


27'. 52", 75 




-H 7. 55 


25. 


28. 0, 28 


23°. 


27'. 49". 2 




53, 7 




55, 4 




52, 




55, 8 




57, 8 


25° 


27 .55'', 48 




+ 8, 40 


23. 


28. I, 88 



36 Mariìi immersio 



16.", 2 t. V. 



Obscrvatio valde bona, tulio Acr. dol. 4- r P^<i- babita. 
aSAprilis Eclipsis ; videlicct umbra iugreditur — io."" 58'. 4". 5 t-v. 



370 



Arìstaichus inngitur 
Aristarchus totus 
Plato tangitur 



1 1, 



bonae 



Plato immersus toius 
Umbra ad Tychoucm 
Tycho lotus 

Tolalis immersio ( dubia ) 11. 

luimers. Siellidac Jì, ( dubia ) 12. 

' Emersio J, a Chiniinello, et Petro BondioUi 

praestaute Aluoino simul observaia, incipit. 1 3. 
Grimaldiis emersus totus ( bona ) . . . . 

Plato emergi incipit 

Totus prodit 

Luna laudem emersa tota i4- 

Scd adhuc fumus perstat .'..... 

Tandem lucida Luua tota 

Sexaginta omissis miuus accuratis observationibus 
2^ Maii immersio ^ scorpii (obs. bona) .... S.*" 
Emersio ejusdem (dubia) 9- 

18 .Tulli emersio a virginis 5. 



5.21, 5 — 

4.18, 5 - 

18.20, 6 — 

20. 5i, 6 — 
28.36, 7 
3o. 1 5, 8 

55.20, o — 
4.7. 8, o - 

32.22, 6 

34.21, 6 
54.32, 8 
55.39, 8 
29.56, o 
30.46, o 
33.56, o 

I / n f , x Tot. 

12 .41 ,54t.V. I Acr. 
) Dol. 

20. 58,47 J l%._ 
5 7 . 49168— tub.eod. 



///. Planetae Hersedielii. 



28. Jan. app. d g3 atl T. lu^ 1 1."" 45-'445" 7 t-^- ì 



Plauetae 
3i . . app. § 03 

Plauetae 
17 Martii app. Plauetae 

^ Hydrae 
igAprllls app. Plauetae 

jS Leouis 
30 ... . Planetae 

(3 Leouis 



55. 5, 5 

1 1.55. 3o, o 

40. i8,65 

8.43. 34, o 

53. 45,25 

6.41- IO, 6 

9.47. 4, o 

6.3-:. 38, 8 



— ) 



94: 



21, 



:•} 



DiJ/- deci. obs. 
0.0 9. .fb , 2 B 

o. I I. 44, 7 — 

12. 45. 58, 4 B 

5. 48. 20, 9 B 

5. 48. o, 9 — 



Ejusdem Oppositio a CniMiNtLLo conclusa. 

28 Jan.A.R. Planetae • Deci. 

•€xA.R.jg5 i3oo. 2. 12*', 8 19°. 4'46", 75 B 

3i . . 129.54- IO, o 19. 6.44' 75 — 

Long. Geoc. Lat. Geoc 

Respondenies 4'- 7°-26'. 58", 00.40'. 1 5', 65 B 

4. 7- 18.46 o. 4o.4o: 60 — 

Longii. Pian. 

28 scilicel 4- 7- 26.33 Long. eod.inst.exTab.ios.90.2o'.42'',o 
Deinpt. uul. 11,5 

elabeir. 16" seu 27,5 Long. corr. Plaa. 4- 7- 26.10,5 



Fit Lougit. coir. 4- 7- 26.10,5 Dist.ab opp.praet. i. 54- 3i,5 

motus solis 71. 47- i5', o respondens . . . 3°. 2'. i'' 

moius Planetae . . . . , . . . 7. 52 



niotus compoiitus . . . . . . . 5. g. 53, o 

Hinc pi-odit opposti, in dieni 26 incidisse . . . i6ii.36' 58", 2 t.v. 

Quo iu.sl. Long. C^ IO'. 70.30 .55 ,26, sive Long.hel.Plan. 4*-7°- ^o' 55 ',26 

Lalit. geoc. Pian, in oppositione .... o. 5g. 57,41 

Iiatlt. lielioc. .•...., 0. 37. 5i,25 

If^ Jovis. 

Diff.Decl. l. Slip. 

i4 Febr. app. « 05 ad T. mur.s io\52' 6", 2 t. v. \ , ^ 

,. ,. _ >io. i5.'/,8B 

limbi 7f 12. o. 37, 7 _ ; ' 

i5 . . , 0. 05 IO. 48. 16, 3 



'"• 'J"- ''^'' -^ "~ 1 e Q 

limbi z/r 11. 56. ,4, 6 - ) ^"^ ' 

10. /±L. ■>.!>. fi — 

20. 53, 8 



>6 , . . o J5- 10. 44- 24, 6 — •> 

biul)i -[^ II. 5 1. 52, 5 — / 



a-ia 



Opposltio a CniMiTfELLo conclusu. 

A.R. media a 05 ex Cai. Calili; i 3io./,4'.58".8 A. R.app. i5io45'.28",2i 

Decliualio med. 12. 5g. 45, i Deci. app. 12. Sij. 5i,58 

ExIiisi4Febr. Long, geoc.]^ 4^.26". i6'.36''.4 Latit. g. i°.i2'. i5". 8 B 
i5 . . 4-26. 8. 4) 9 I. 12. 5, 9 



inotus retrogradus 8. 5i, 5 - 9, 9 
Long, ig^vera instautl oLs. dici 14 ex Tab. de 

la Lande noviss. io'.36°.35'. 4'' • 'O 

Long, y: — mit. io", 04, et — ab 11 ",00 4-26. 16. i5, 56 



Distantia et oppositione .... 17. 25, 74 

motus ab observatione diei 14 ad obs. dici i5 i. o. 22, 00 

molus ][/: rctiog. . . . , . . 8. 3i, 5o 



motus compositus ....... 1". 8.55", 5o 

Tempus respondens distantia ab oppositione . G^. 3'. 11', 9 

vade instans oppositionis die i4 ■ • • 5''.57. 25 , 8 
quo instanti Long, vera ^ ex praefatis Tab. . 105.260.18°. 24 , 7 

sive Long, helioceuti-ica ]^ ubservata . . /^. 26. 18. 24, 7 

Latit. geocentrica ipsiits . . ... i. 12. 18, o B 

Long. 7^ ex iisdem Tab. .... 4-26. 17. 4"- ^ 

enor Tabularum in longitudine . . . ^ — o. 44' ^ 

Latiludo geocentrica . . • . . i. 11. /^o, o 

enor Tabul. iu latitudine Geoc. ... — 58, o 

P''. Mardi. 

Diff. Deci. l. Slip, 
ii Febr. app. «, 55 ad T. nuu-s. loK 52'. 6", 2 t. v- 1 . „, -■ ^ „ 

limbi Q^ 1 1. 42- 55. 5 ì 

'"f'^' ' \6. 23, 8, 6 

II. 57. 29, 4 •' 

10. 4Ì-24, 6 1 a- r 
, „ > b. 20. ba, 

11. 32. 4. 8 / ^ 



i5 . 


• . a 05 




limbi Q/» 


16 . 


' • a 03 




limbi ^ 



275 



OpposlUo a Chimìneilo conclusa. 

Die i4 A. R. a^ ex cadem a g^ 144 » 5i'.22 ',6 Deci. 18.0 SS'.^a'VtS B 

i5 . . . . i44- 6. II, I ig. 2.28,48^ 

Respondcntes long. geoc. 4' 2o.''55'.iS",6 Lat. g. 4° 5o'.47'»2 B 

/\. 20. 9. 2, I 4- 5o. 28, 2 — 



Motus rctroL'radus 



24. 16, 5 



Long, vera O die i4 inslauti obs. ex pracf. Tab. 



jOU' 



c/^ — nut. 10,4,61 — abcrr. 4)0 



Dlst. ab oppositionc praelerita 
Insiaus oppositionis die 10 Febr. 
Quo iuslanti loug. ex iisd. Tab, 
Seu long, helioc. o^ observata 
Latitndo geoc. ipsius observata 
Longitudo ex iudicaiis Tab. 
Lalitiido geocentrica 
Error Tabul. in longit. 
in latil. 



19 ,0 

IO' 26.° 32'.28 'j6 

4 20. 55. 4i 2 

5. 59. 24, 4 
6.'' 5'. 29", t. 
IO.' 22.0 i5'.55',6 
4. 22. i5. 55, 6 

4. 52. 8, 2 B 
4. 22. i5.5i, 4 
4. 52. 9, 7 
— 2, 2 



FI. F'eneris. 



2 Jan. app. centri Pad T.raur.' 5.'" i4'.i6",o t.v. \ ,,,.,. 

^^ e ., . „ „ .^ _ |Diff.decl.al.sup.2.07 .49',4A 



3 

4 
5 

7 
8 



S eridaui 
limbi 9 
^ eridaui 
limbi 9 
8 eridaui 
limbi 9 
^ e ri da ni 
limbi 9 
S eridanl 
limbi 9 
^ eridaui 



8. 37.56, 3 

5. 14. 57, o 

8. 55,55, 3 

3. i3. 7, 7 

8. 29. IO, o 

3. 12. 3i, I 

8. 24.48, 8 

5. I I. 1,0 

8. i6. 5, o 

3. IO. 29, 2 

8. II. 4i) 9 



I. 4i. 5, 7 

I. 14. 19, 2 

0.47.17, 7 

o. 7. 7, 3B 

o. 54. 28, o 
35 



•274 

9 Manli Uniti (J 



10 
12 

j3 

4 
i5 
i6 

»7 
i8 



22 

25 
24 



limbi 9 
t g3 
limbi 9 

limbi 9 

limbi 9 
« 2o 
* 55 
limbi 9 
^ Hydrae 
limbi 9 
<? Hjdrae 
limbi 9 
^ Hidrae 
limbi 9 exitiis 
I Hydrae 
limbi 9 exit. 
i Hidrae 
limbi 9 . 
«' Hydrae 
limbi 9 . 
«■ Hydrae 
limbi 9 . 
o. H^drae 
limbi 9 . 



o. Sg. 20, 4 
8.43.55, 3 
0.33.46, 5 
8. 4o. 1 1, 3 
o. 22. 24, 8 
8.32.55, 7 
o. 16. 39, 2 
8. 29. 16, 7 
o. IO. 5o, 2 
8. 25. 36, 8 
8. 21. 5i, 9 

2 3. 58. 5o, 5 
8.57.24, 3 

23. 55. 19, 4 
8. 53. 45, 7 

23. 47-^7' 2 
8. 5o. 8, o 

23. 41.44, 2 
8. 46- 3o, 7 

23. 55. 59, 5 

8. 39. i4, 2 
25. 24. 1 7, 8 

9. 8. 3o, 9 
23. 19. 3, 4 

9. 4. 52, 9 
25. i5. 56, 2 

g. I. 16, 5 
25. 8. i3, 7 



\ Diff.Jccl.a l.inf.O. 45- I 3, 2 A 



} 



) 



o. 52. 44, 3 

0. 12. 25, O 

1. 24. 1 1, 3 

1. 37.23, 6 

2. 7.51, 4 
0.41- o, o B 

0. 23. IQ, 6 

o. 5. i5, I A 
o. i5. 17, 5 A 
o. 55. 42. 5 
i3. 14. i5, 8 B 
12. 53. 25, 6 
12. 27. 22, 5 



Ejusdem conjunctio iiifer. ex Cjjiminello supputata. 

Pro die 18 Martll A. R. 1 Hydrae med. ex Cat. Calili — Declln. med. 

i3i.o4'. 24'',70 6.°44'.28',2o B 

Nut. -i- I o, 65 — 7, 93 

Aberr. +18., io - 6, 21 



A. R. app. i5i°.4-55, 45 



Deci. app. 6.044- 14' 06 



Scmidiameter 9 apparens 
ex liis conci. 18 Marta A.R, 9^54-"32'. 6",i5 
19 354- o, 16, i5 

Respondeutes long. gcoc. ii.' 2'j.°^2'.io',Z 

1 1. 27. 5. 53, 6 





2-5 


. 


28, 02 


Deci. 


6.o47'-57",2 B 




6. 29. 14, 6 


Lat. g 


;. 8.024'.35",4 B 




8. 20. 16, 5 



Molus retrogradus 56. 5^, 7 4. ig, i 

Motus hor. 9 l»i»c eliciuis . . . i , 1. 52, o 

Molus hor. O ex Tabiilis 2. 28, 9 

Molus compositiis . . . . . . . 4- o, g 

Longlt. 0instauli oLs.diel i8exTab.De-La-Laude 2.' Ed.i i.' 29.» 5'.5i",56 
Longit. 9— abeir. 3, et — nut. 11,4. . . n 27.41.55,90 



Dlsiautla a conjunclione ..... I.2I.55, 46 

Inslans conjuncliouls bine conci. 18. Martii . S.*" 22'.55 ',5 t. v. 

Quo iustauti Long. ^ ex iisdem Tabulis . . 11.' 28.°! 3'. 6",i 

Scu Long, helioc. 9 observaia .... 5. 28. 1 5. 6, i 

Latitudo observata geocentrica . . . , 8. 28. 1 5,8 B 

helioc. . „ 5 . . 3. 17. 3g, I 

Longitudo supputaia ..... 5.' 28.oio'.52'',3 

Latitudo item supp. ...... 3. 17.48, o B 

Ertor Tabularum in longit. . , . . . 2. i5, 8 

in lat 4. 8, 9 

OBSERVATIONES AJSm MDCCXCL 

7. SoUs ad Q. 31. 

18 Maiali Dlst. limbi sup. O a vertice . . 45°- 5g'. 20", 46 

19 55. 58, 66 

20 '. II. 57, 80 

App s Oriou. S*". 21'. 12", 5 t. V. Dist. 5i. 48, 00 

e 25. 28, 5 46. 44 44, 70 

32 . Dist. limbi sup. . . . 44. 24. 40, 40 

App. 5 Orion. S"". i3'. 17", 2 Dist. 45. 5i. 49. 80 

e 18. i5, 2 46- 44- 46, 60 



2^6 

Hiuc A. R. ex ,y et e Orlon. (4-2o''al)err.) 

20 Marni 55g. 5o. 24, o4 

22 ....... , I. 59. 5i, 16 



Differentia ....... i. 4g- 7) 12 

Ex qua differentia Aequinoctium 20 ejiisdem . /^^. 13.22', 8 t. v- 

dunque dist. 20 et 22 differ. centri ^ e>adat. 47- i^- o 

Pars proportionalis 4- i5 22', 8; erlt . . 4- 9' 7 

Distautia porro limbi supp. die 20 cuni sit /^^. 11. 67, 8 

Seiuidiamcler . . . . 16. 4' ^ 

Distautia centri prodit ..... 45- 28. 2, i 

Et denipta parali. G", i : et parte propoit. 4 • 9' » 7 

prodit Lat. ...... /\.5. 23. ^6, 5 

Panilo major alias couclusa. Portasse vitium inest 

iu Observationibus , vel iu A. R. lìsaruru. 

5 Aprilis initium Eelipsis Coelo nonnibil nebuloso i*". 37' 45", 4 t. v- 

Disi. limbi0et])scilicetapp. 1. 0adfil. vcrt. Qs. 5. /^. 55, 4 

^ boriz. 5. 5o, 4 

^^ J vert. 6. 22, 4 

J) horiz. 6. 56, 4 



vert. 


7- 


42' 


,4 


^ boriz. 


8. 


IO, 


4 


J) boriz. 


9- 


42, 


4 


}) vert. 


10. 


3, 


4 


Cf vert. 


1 1. 


2}. 


5 


^ horiz. 


12. 


21, 


5 


]) horiz. 


14. 


0, 


5 


]) vert. 


,4. 


l3. 


5 


horiz. 


14. 


43, 


5 


J horiz. 


i6. 


26, 


5 


J) vert. 


16. 


49' 


5 


^ vert. 


18. 


2, 


5 



Sub finem eelipsis jam jam evanesceutis 

nubcs superveneruut. 4''- i- 7 



I' 



277 



i8 Junii Dlst. limbi inf. a vertice correda 22°. 1 5'. 56", 65 

jg . . , sup. 21. 40. 58, 85 

20 . • • Slip. 13' ^^ 

App. a Boot. SKg'. 20", I t.y. Dist. 25. 7. 7, 19 

, 38. 58, 6 17- 28. 58, 69 

21 et 22 Nubcs 

23 . Dlst. limbi inf. 22. 12. 23, 45 

App. a, Boot.-''. 56'.55",o t.v. Dist. aS. 7. 7, 19 

£ 8. 26. 3i. 8 17. 25. 59, 59 

24 . Dist. limbi sup. 21. 41. 55, 85 

App. a Boot.7''. 52'-46".o Dist. 25. 7. 5. 29 

e 8. 22. 25.78 17. 25. 56, 59 

25 . Dist. limbi inf. ^ 22. 14. 52, 55 

App. a, Boot.7''. 48'. 37", 5 Dist. 25. 7. 6. 29 

, 8. 18. i5. I 17. 25. 58. 39 

Exstellis,moturpieSoIis (addita aberr. 20') erutae A. R. ^ 

860.47'- 20", 7 

87. 49. 42, 7 

88. 52. 4, 7 
91. 59. 10, 2 
95. I. 5o, 2 
94. 5. 5i, 6 

Atqneliinc conci. instansSolstlliiad 2''. S'.ig", o dici 21 

Dccliualioues auicm Solls mediae ex dist. e Boot. et dist. ^ a vertice 

25°. 25'. 5i . 35 

27. 1, 5o 

27. 46, 97 

27, 4. 9^ 

26. 5, 82 

24. 35, 47 

Ex hisce Oblifpiitas Eclipiicae raed. app. 23. 27. 5i, i25 

Nut. -f- 8, 553 



Obliq. Eclipt. vera 23. 27. 5g, 6-7 

Decliuatioues ^ ex a Boot. erutae rcjectae sunt, quia nimis differunt a 
dccliuatiouibus Tabularumj iùs euim 16' miuores prodeuutj Ex quo 
palct decliualiouem Arcluri a vera uou uibil delicere. Fonasse luotus 



278 



propriiis Arcturi animus minor est, quam qui a Tabulis recentloriLiis 
exibetur. Ex bisce observaiionibus is motus o, 535 niinui dcbere vi- 
deiur. 
Circa Solstitiiim Hyemale ob tempestatela adversam Sol cerni non po- 
tuit; sed praecedentibus tantum diebus et sequenlibus, ut sequitur. 



ibris Dist. a vertice correcta limbi sup. 67°. 5g'. 25", 6 

68. 4. 52, 7 





14. 


26, 8 




18. 


43, 4 




32. 


IO, 6 




27. 


40, 2 




21. 


25, 4 


infer. 


5o. 


7' » 


infer. 


45. 


47' 6 



9. Decei 

IO. 

12. 
i3. 

25. 

27. 
29. 

5o. 
3i. 

Exquibuseruuntur Deci. 22°. 52'- o, 5 Obliq. Eclipt. 25". 27'. 47", 4 

67. 29, 6 45, 8 

7- 6, o 42, o 

II. 20, 4 47, 5 

24- 48, 4 ■ 57, 5 

20. 20, I ~ 62, o 

i4- 5, 2 5o, 3 

IO. i5j 5 49, o 

5. 52, 8 48, o 



23. 



OLliquitas med. Ecliptlcae apparcus 

Nuiatio 

Obliquitas vera 



25. 27. 48. 967 

+ 8, goi 

25. 27. 57, 868 



//. Lunae 



16 Marlii Appulsus i. a 

Cancri ad Tub. m. 811. 58' 26', 72 t. v. dist. 52°. Sg'. 5", 66 

limbi 5 9- !■ 20, 76. 1. Slip. 57. 2, 64 

7 Aprilis Steli, minutiss. 

V iramersio 7. 49- 49» ^5. t.v. 

iS ejusdem 54- 8, 65 per quara bona 

2j 8. 29. 5o, 52 similis. 



°"9 



13 emersio 56.' 48', 58 Coelo neh. 

ss 9- 3o. 43, 7 5 bona.' 

.10. Sept. J e Aquarii quam proxiiue accedit, minime occultai. 
1 Dee. ejubdem e iminer. 8. 17. 7, 6 t. v. bona. 
Occiillallones allae Coelo uubilo observari non potuerunt. 
Lnnae defec. i8Api-ll. finis 

Slami posse vidctur &"■ 56'. 48'', o t. v. Coelo nebul. 



///. Planetae Herschelu. 

Diff. deci. obs. 
01. Jan. app. § 05 nj T. ni.' 11.'' 34-28", i t.v. 
Plaueiae 12. i. io, 2 

1 Februarll S 03 ii- 3o. 24, 8 

Planetae 1 1. 56. 56, 6 

2 .... § G3 I I. 26. 26, o 

Planetae nubes 

3 .... <y 05 1 1. 22. 30, 4 



. 5i, I i 



) 


1.0 5.' o",4 A 


1 


4- 17' 4- 


) 


Z. 29, 5 


1 


2. 55, 3 



Planetae 1 1. 48 



Oppositio a Cbiminello conclusa. 

1 Jan. A. R. Pian. <i\ § qs i34°.54'. 2", 9 Deci. 170.49'- 54", 5 

I Feb. i54. 5i.3i, o 17. 5o. 3:, 5 

Long. gcoc. 3i, 4'- 12. i5. 25, 8 Lat. o. l^i. 58, 4 

1, 4- '2. IO. 55. 2 42. 3g, 4 

Long, ^ex Tab. Calli, prò inst. observ. 5i Jan. ios.120. 8.28', 2 

Long. Pian. 5i. corr. ex aberr. — 16' et nut. — 1 1,5.4.12.1 2.58, 3 



Distaniia ab opposltlone .... 4. 3o, i 

y Ex molu aiitemPlan. hor. 6", 3765, ei ','. 32'', o 

temp. ver. opp. iS"*. 45'. 29' , q 

i. temp. nied. 1 3. 5-;. 29, 2 

Hlnc Long, belloc. Planetae in Oppos. 4s. 12.0 i 2'. 47 ', 45 

Lat. belioc 40. 24, 53 



28.3 



Diff- Deci. l. sup. 

j o». 5i'.44'i 7 A 

} 44, 7 

) 45. 5 

I 45» 7 dui). 

} 43, 7 

} 4^, 6 

} 44, 7 

} 5i, 8 

] 5o, 8 



Dijf. deci. obs. a l. sup. 

.i6 Maitii App. fi Virg. adJ. M. i r . 55'. 8", o t. v- i 

r • ^ o -> 00.9'. 12", 3 A 

hmLi j;^ 12. 0.28, i ; "^ 

17 P ri. 4g. 4o, o ^ 

:?f II. 59. 3i, I / • o, 2 

Oppositio ex Chi.minello supputata. 

'A.R.^Virg.exCat.CaiIlllmed.1740.57'. 5", I Deci. 2°. 56'. 43", 9 
'Aberr. -h 18, 4 — 7' 9 



II 


Aprii. 


App. 


^ 03 


7!.. 12'. 17' 


, 2 t. V. 






Hersc 


lielli. 


5o. 55. 


4 


12 




d 




8. 02, 


5 






Pian. 




26. 5o, 


/ 


i5 




^ 




4. 56, 


9 






Plau. 




23. i3, 


5 


i4 




S 




I. i5, 


7 






Pian. 




19. 32, 





i5 




^ 




6. 57. 35, 


4 






Pian. 




7. i5. 5i, 


4 


17 




5 




6. 5o. 1 3, 


2 






Plau. 




7. 8. 28, 


6 


i8 




S 




6. 46. 3i, 


8 






Pian. 




7- 4. 47' 





19 




J 




6. 42. 48, 


8 






Pian. 




7. I. 3, 


8 


20 




§ 




6. 39. 5, 


7 






Pian. 




6. 67. 22, 






A. R. app. ,^4. 5.7. 23, 5 2. 56. 56, o 

Nutalionem, cum sit utrique Astro fere commuuis, omiuimus. 
Semidiameter apparens if, 21 ', 8 



38 1 

Ergo A. R.ìpsiuspiodle i6pro(lu 177°. 33'. 12", 2. Deci, 2". 47'. i",q B. 

17 177. 25. 56, o 2. 5o. 14, o 

Ex long, die 16 Sk 26. 58. Sa, o Lat. i. 54. 48, 5 

m 5. 26. 5o. 55, 7 I. 54. 5i, 2 



Motus retrogr. 7f 7. 56, 5 Direct. 2,9 

Long. 2/: 16. 5^. 26°. 38'. 52", o Long. eod. just. 1 1^. 26". 20' 52' , 4 
Nut. — 6, 7 Long, y: coir, 5. 26. 58. 54, 3 



Aberr. — 11, o 



Long. corr. 5. 26. 38. 54, 5 Disi, ab Opp. 17. ^i, g 

Moiiis bor. T^inloug. 19", g Molushor. ^ 2'2g'',o; Comp. 2'. 48', 9 
UudcOpp.contigisseapparet die i6Mar. i8''.2o'.3o",6 t. v. Quo inst. 
Long. Hcl. Tf observ. 5^. 26°. 56 . 29", 3. Lai. Hcl. observ. 1°. 1 7'. 54", 7 
Supp. ex Tab. noviss. 

deLaLandeS. 26. 37. g, 5 supp. i. 17. 1^,6 



Uudc errorTab. in Long. -+- ^o, o in Lai. — 20, i 

P^. F'eneris. 

5 Februarii App. 
Ceuui^adT.M. Oh. 3i'. 24", o. t. v.Diff. deci. al. supp. ^ o». 46', ig",! B 



io 


. 






58. 25, 5 












I. 


53. 


36, 9 


5 Aprili; 


s 




I. 


25. 47, 6 












7- 


43. 


28, 


19 . . 


limbi 9 


I. 

6. 


42. 6, 7 

42. 48, 8 


1 




ad 05 




0. 


42. 


57, 8 


I Juuii 


limbi 


9 


2. 


36. 55, 




aplcls 


supp. 


a 1. s. 


^ 


2. 


I. 


5g, 1 


2 


. 






37. 53, 2 












I. 


45. 


27, 7 


3 


. 






38. 54, 














28. 


36, 2 


4 


• 






3g. 5i, 5 














1 1. 


3g. 5 


17 


. 






5o. 3, 












2. 


47- 


5o, 7 A 


7 Julil 








56. 49, 8 












9- 


22. 


55, 6 


8 


• 






56. 55, 
56. 58, 9 












IO. 


52. 

I. 


12, 


9 








21, 6 


IO 


. 






57. 2, 3 














20. 


26, r 
























36 



aSa 



11. 35. 7, 2 

12. 46. 59, 4 
i3. 4. 35, 8 

38. 57, 3 

55. 52, 5 

k4- i3. o, o 

8. 3i. 41, I B 

7. 57. 32, 7 

37. 29, 3 



17 MajiApp. ^ 

ad T. M. iK 26'. 32", 6 t.v. Dlff. decl.a cent.^corr. 5^. 1 8'. 20", o B 

4. 37. 52, 8 
Dist. aplcis sup. a vcrt. 47- 20. 57, 6 
Diff. deci, a cciuio ^ i5. 16. 8, 6 A 
o. 59. 481 4 



i4 . 


57. 2, 


18 


56. 45, I 


19 


56. 38, 5 


21 


56. 22, 2 


22 


56. 12, 5 


23 


56. I. 6 


28 Dee 


20. 43. 47, 5 


29 


43. 25, 4 


3o 


43. 5, 




If^ Mercurii 



19 

3o Aug. limbi ^ 

g Septembris 

25 Decembris 



22. 54, 5 
5i. 5, 4 



54. I 11 8 
i5. 3i, o 

29 . . 21. 17, 5 

30 . . 22. IO, 2 
Ex Observatione Augusti habelur: 

Long. geoc. vera obscrv. 6^. 2°. io'. 5 ,0; 

Ex Tab. noviss. de La Lande 6. 2. io. o, o , 

EiTOres hlnc tabularum — 3, o 
VII Fixarum. 



Lat. 



0. 5i. 


5i, 5 B 


0. 5o. 


14, 


1°. 1 1'. 


20 , 5 


I. II. 


i5, 



— " 5 



IO Februarli Macula prope Cauera majorem anno super. ( 4 Fcbr. ) 

detecta rubicuuda et cauditior apparuit. 

i5 ejusdem App. s 

Casloris ad T. M. S^ 55'. 32", 9 t. v. 1 T-v-rr j i - r" r r 

^ \ Dlff. deci, o . 1 5 , D 

Comitis 33. 33. 5 / 

17 . i Castoris 25. 5o, 5 » _ 

Comiiis 25. 5i, o / 



Diff. temj). orient. 
Eradus 



.0, 55 

8, 25 



Deci. 



o. i5, 65 



233 



ì!j Jiinu App. a, Bootis 
Comilis 



26 



Comitis 



7". 48'. 37", 5 
48. 37. 7 
44- 28, 7 
28. 9 



44- 



JDiff. deci. o'. i4".o 
I o. i4, O 



DifF. tcmp. oricnt. o, 3 

Erad. 4, 5 

Auno super. (24 Manli) Coraitem a Hjdrae oLservavimus 
ciijus diff. A. R. o, o Deci. 

OBSERVATIONES ANNI MDCCXCII 
/. Solis ad Q. M. 



14, o 



12",0 B 



OMiquitas media scu apparens 
Nut. ... 

Oblifp.iitas vera 



J djsiantia a 


vertice i6 Junii 2 


i3.<'2 7.49",o 




17 




49' 




18 




5i, 4 




'9 




49' 




20 




56, 




21 




43, 




22 




49' 


' 


J23 




58,4 




24 




58, 5 


ex S Loonis 


25 

i6 ejusdem 


44, 8 
48, 


comparai. 


17 




48,6 




18 




49' 




19 




49' 7 




20 




5o, I 


ex t Leonis 


34 




5i, 




25 




48, 


ex i Herciilis 


16 ejusdcna 


46, 3 




17 




47' 




j8 




47,0 




19 




48,5 




20 




57, 5 




21 




45, 




22 




5i, 7 




23 




52, 




24 




54, 




25 


» 


46, 8 


)arens 


* • • 


23. 


27-49' 94 


" 


• • • 




+ 8, 99 



23. 27.58, 93 



\ 



284 

Eadem obllqultas ex dlst. # a veit. 



Obliquitas media seu apparens 
NuUlio .... 

Obliquitas vera 



//. Lunae 



i6 Dee. 2t>.° 2q'.ly']",l 

17 44' I 

18 5i, 5 
20 47' o 
22 55, o 
3i 5i, 3 



23, 27. 49' 00 
+ 8,84 



.2a. 2'- 



■57,84 



Tubo Doloiid. peci. 5. 

28 Februarii Emcrsio » Tauri 23.'' 22'.3g",4 *• v. 
Supputaiio coujuuct. J cura «■ ^ ex 
transitu per merid. ita se babet 

28 App. 1. ]) 4.'' 57'. 57 ',0 t. V. , ,„, .,, ^ 

'■^ Z ^i ' } Dif.decl.a l.sup.00.48'. 5 ',7 A 

a 5, 30. 25, 2 / 

29 App. a. 5. 54. 40, 7 y , . . r R 
^ , ^ ,. } a 1. inf. O. 26. II, t B 

1. 3) 45. 0,0 ; 

A. n. 0, 66.0 o'.2o",g Longiiudo 2' 6.°53'.i2",o 
Deci. 16. 4- 27, 3 Latitudo 5. 29. 2, 85 

Semldiameter app. ]) 28 ^= i5.8',o 
29 i5. 5, 25 

Hiuc respoud. A. R. ]) 56.° 6'.52'',25 Deci. i5.°28'.4o",45 

68. 5o. 57, 55 1 7. 1 1 . 56, g5 

Long. I.' 27.0 23'.57 ',3o Lat. 4- '3.48, 20 

2. 9.45.29,50 4- 47- 21, 60 

Uude coujunrtio die 28 —25.'' 59 .29' ,5 

Qua bora long. J obscrv. 2' 6.°55.i2",o Lat. 4-° 39'-53",8 



Ex Effem. Medlol. supput. 2. 6. 54- 49' o 
n Aprilis totalis eniersio T/T 
9 luimorsio 6 sy 

Eniersio 
I Mail Immersio S Loonis 
a8 Juuil Iniliuni ininiersiouis Ip 
Totalis immersio 



4.41. 9, 5 
12." 6'.5i",4 t. V 
12. 12. 7, o 
i3. 24.28, 5 
i3. 39.46, 6 
5. 34. 24, 9 
35. 48, 4 



285 



Iiiitium emers. .... 6. 52. 12, 5 

Totalis emcrsio .... 55. 2-j, 8 

j limb. et 2/r ad Q' Mob. Tubi f. vertlc. alquc horlzom. 
U ■j." 24.'4i",2 1 i. V. 7-'' 24'. 5",2 ) t.v. 

44, 2 / 



3) 

V 

D8. 

V 



25. 33, 2 

59. 12, 9 1 
i5, 9/ 



21. 55, 6 






. 6 ,2 1 t. 
16, 2 / 

28. 58, 2 

58. 54, 9 1 

59. 5, 9 / 

8. 2. 7, 4 
21. 28, 61 
58, 6/ 

24. 35, 6 



J 24. 55, 8 

Supput. conjunct 1» cura. V ex liiiiio et fine occult. ex Cihmikello. 
Long. gcoc. 7/r ex Tab. uoviss. de La-lande supp. 6' 2i.°45'.56 ,7 

44. 4, 3 
I. 16. 5g. 4 
58,6 
1,6 
I, 3 
18, 8 
23, 2 
Diam. bor. 
5i'.35",o 
51.54, 6 



Lat. vera 
i.o58'.4o",6 



2. 1 4 



,5 



Lat. geoc. 

Parallaxis boriz. 
Parallaxis altit. 
Semidiani. boiiz. 
Semldiam. altit. 
Long. D vera supput. 
6.' 20.0 59'.5o",o 
21- 45- 5", 5 
Parali, altit. 46.55', 2 
45.53, 4 
Corr. ob spboeroid. par. alt. Azlm. 

8", I 5 ",9 

9, 5 o, 3 

Hliic long. ]) app. supp. 6.' 21.° 28.35 ,0 

22. o. 20, 5 

Motus rclat. in orb. r. 5i'.4<j'''7 Mot. relal. Lat. i .52",8 
Iiiclinatio orbitac rclalivae 5.° 24 . 8 ,i 
Disiauiiae a couj. app. iuilio i5.55 ,2 
in line 16. 2, 6 
Uude long, appar. observ. 6' 21.° 28'.2i",5 Lat. i." 2i'.35'',g 

22. o. 6, 9 19. 40, I 



Parai, bor. 
57'.46",3 
57.49, 3 
Diam. app. 3r.5i,3 azim. 22,° 52 .46 ,5 
5i. 54, o I. 12. 5, 5 

Parali, long. Lat. 

i8'44',9 56'.52',8 

16. 25, o 42- 20, 3 

Lat. app. i.° 2i'.4';')8 
I. 19.54, a 



286 



EiTores Tab. long. + i3,5 Lat. 
i5,6 



i5, 9 Conj. ex iuitìo 6.'' 54'-4"4 
i4i I ex fine 6. 54- 4» 4 



///. Planetae HerscheUi. 





Plaueiae . 


6 


Y Poli. . 




PI. 


7 


Y Poli. . 




PI. 


2 2 Aprilis 


PI. 




<f leouis . 


23 


PI. 




^ leonis . 


12 Novem. 


PI. 




«• leouis . 



Diff. deci. 
\ 0°. 5'. i",o A dub. 



) 



5Febr. app-Y Poll.5 adJ.M. g."" 8'. 32",3t.v. 

12. o. 5i, 5 

g. 4.32, o 
li. 56.4i, 8 

g. o. 55, 7 
1 1. 52. 36, o 

7. 6. 6, 6 

9. 34. 2, 6 

7. 2. 22, 6 , 

g. 5o. 16, 9 / 

18. 27. 37, o . 

18.40. 7, 5 / 

Siippulaiio opposiiiouis ex observatlonlbus Februarii. 
Long. O obs. ex Y Can. maj. Loug. PI. ex Y Poli. 

5 Feb. IO.» i6.°28'. 3'',7 4.' 16.° 55'.37",o 

6 17, 28. 5i, I 52. 58, o 
Hinc mot. hor. 2'.32",o: Planetae 6",625 ; Comp. 2'.58",625 
lisdeni boi-. 5 

Febr. Long. PI. 4'- 16". 55'. 37",©. Loug. ^ loS 16.° 58'. oo", 55 
AbciT. — i6, o 4- 16. 55. IO, 00 

Nut. — 1 1, o 



4. IO, o bona 
3. 26, o dub. 
I. 20. 5o, 7 B 

28, 7 

52, O 

Lalitudo 
o.o43'-56",o 
54, 7 



Long. coir. 4- 16. 55. IO, o Dist. ab opp. 5. 20, 55 

6 Loug. PI. 4- i6- ^2. 58, o Long. ' IO. 17. 5g. 6, 25 

AbeiT. — 16, o 4' '6. 52. 3i, 00 
Nut. — 11,0 



Long. corr. 4- 16. 52. 3i, o. Dist. ab Opp. 
Oppositiouis bora 

primo io'». 45'. 2g' . 2 t. v. die! 5 

secuudo io. 4^. 38, o 



I. 6. 55, 25 



media io. 45- 35, 6 t. v. 

slve II. o. 1,5 t. m. 
Qua hora Long, ^observaia 

iQS. i6°. 55'. i8", 3 
Unde Long. liei. 

Hersclicl 4- i6. 55. i8, 2 

Lat. bel. o. 4i- ^6, 5 

ir 3Iartis. 

Dijf. deci, a l. supp- 
i6MaiillApp.|, H/drae ad T. M. SK 55'. 53", 7 t. v. ^ , „ ^ 

limbi o^ 12. I. 2g. o / 

17 . . ^ 8. 5i. 55, 8 

limbi e/* II- 56. 22, 2 

18 . . ^ 8. 48. 58, 5 

limbi Q^ 1 1 . 5i . 57, 5 

A. R.app.|i5io. 6'. i5",25.Decl. 6°. 45'- 48", 7 5. Seniid. ^^ ii",25 

Hinc Mart.App.A.R. Deci. Long. Lat. 

1770.42'. 22",o. 40.58'. 8",7 5^25°. 54'. 57", 3 3.0 58'. 48", 6 B 
177. 20. 5, 4 5. 6. 29, 2 5. 25. 5i. i5, 5 3. 57. 53, 66 
176. 58. 8, 7 5. 14. 36, 5 5. 25. 7. 56, 4 3. 56. i5, 3 

Eadem bora loug. ^ ex Tab. novis. Lande 
16 Long. 0^ 5*. 25». 54'. 57", 3. iis. 270. 5.' 54", o 

Aberr. — 4' o 5. 25. 54. 52, 6 

Wut. — o, 7 



I 07. 8, 5 
J 29. i, o 



Long.corr.5. 25. 54. 52, 6 Dist. ab opp. ' i. 11. i, 4 

Dlft". longitudinis q-^ iuler diem 16 et 18 — 47-' i» o 

Hinc molus hor. long, e/' 58", 97 : Motus hor. ^ 2'. 28". 93: Moius comp.5 .27 ',g 
Ergo Opp. iuciditiu diem i5— iS"". 5i'. 45", 5 1. v., vel i5''4o'. 28", 4 l-ni. 
Pro quo inst. Long. iis. 26°. 1 5'. o' , 3 

Long, helioc. Martis 5. 26. i5. o, 3 

Ex raotu ipslus 5. 26. i5. I, 8 

Lat. geoc. obsciv. 3. 09. 52,25 

Lat. bclioc. I. 2-. 20, I 

Lat. helioc. supp. ex Tab. noviss. de La Lande 5. 26. i5. 10, 5 

Laiitudo I. 27. 8, 5 



288 

TT j T- V '" ^°"S- H- 9' 5 

Unde error lab. . , . 

lu lat. — 11,0 

V. Jovis. 

Diff. deci a l. sitpp. 
iGAprilisApn. a, ^ìh ad T- M. i !>>. 5i'. Sa", 2 t. v. i ,,,,,„ 

I. ip 57. 48, o / / '» ''t 

20 . . a, 17. 2, I ^ o -r 

' „ I. 28. 36, o 

i. Lp 4i- 2, 3 ; 

Diehus praccedeulibus Jupiter coelo niib." vcl pl.° observ. non polult. 
Oppositio ex bisce duabus obsprvalionibus concliiditur ut infra. 
Posila A. R.app.tt Vi^ 198°. 34"- 34,4- I^lhI. io^. 4'. 19''. i Scmid I/T 21", o 
ProdeuntA.R. Vapp. 2o5. 4. 56, 5. Deci. 8. 46. 58, 7 
2o4- 35. 5g, o 8. 56. 4» ' 

Et long. &. 260.26. 25, 7 Lat. i. 5i. 58, 2 B 

6. 25. 56. II, 6 I. 5i. 491 3 

^ ex Tab. intra dieni Comp. 

Mot. lior. Tf ex Obs. i8',95j i5,eti6 — 2'. 26", 5j 2'- 45". 45 

Loug.0."od. inst. ex 
16 Long. app. 7/r 6*. 26°. 26 . 25", 7 Tab. noviss. Laude o^ 270, 36'. 20', 8 
Aberr. — 11,0 6. 26. 26. u, 7 

Nat. — 5, o 



Long. corr. 6. 26. 26. 11, 7 Dist. ab opposilione i. io. g, i 

Hiuc coucluditur oppositionem iucidisse in diem i5 — to'". Si'. 22", 4 t- v. 

— sive IO. 3i. 2, 6 t. m. 

Qua bora Long. ex Tab. noviss. Lande o^. 26°. 54 • 16, 8 

Hiuc Long, lp bel. 6. 26. 34- 16, 8 

Long, ex inolu ipsius 6. 26. 34. 26, 4 

Lat. geoc. observ. i. 32. 0,57 

Long, heboc. ex Tab. noviss. Laude 6. 26. 34- 4'' ^ 

Lat. geocentrica i. 3i. 54, 7 

-f- 24, 5 . 

in longitudine vel -|- 14, 5 / 

Unde error Tab. ..... co 

in latUudine — 0,07 



a89 



SOPRA UN PARADOSSO 

A CUI PORTA LA TEORIA DELLA RESISTENZA DE' FLUIDI 

DELL' ALEMUERT 

M E M O K I A 

DELL'ABATE GIUSEPPE AVANZINI 

*jia ADOB xm. corpo simmetrico, per esempio un cilindro retto, che 
si muova nella direzione XY del suo asse per un fluido incompressi- 
bile, indefinito e tranquillo; ed il fluido suppongasi diviso in tanti fili 
Ai', MP, NQ, TT ec. tutti paralleli ad Xì- I principj sui quali è fon- 
dala e costrutta la teoria della resistenza de' fluidi immaginata, e adot- 
tata dal signor Alembert sono i seguenti. 

i.° Che il fluido ch'è innanzi alla parte anteriore BO del solido do- 
vrà passare alla posterior parte AD per cedere al solido stesso lo spazio 
eh' esso va successivamente occupando, e per riempiere il vacuo che si 
formerebbe dietro di AD. 

2.0 Che il filo centrale VH dovrà deviare dalla linea YH in qualche 
punto F, muoversi per la ciuva /'Ciudi proseguire lungo la superficie 
GOIDL del cilindro, e giunto a qualche punto, per esempio Z, della 
opposta superficie AD, staccarsi da essa, continuare per la curva LE, e 
riunirsi in E al fluido del corrispondente filo centrale EX. 

5.0 Che il fluido degli altri (ìli dovrà nuioversi nelle curve RIK, SIV 
ec. , e che quello dei fili più lontani dal centrale YH si anderanno ac- 
costando sempre più a lince rette, di maniera che ad una certa distanza 
dal corpo, per esempio TT , quelle curve diverranno linee perfettamente 
rette, ed ivi il fluido non avrà molo alcuno. 

4° Che il muto del fluido innanzi e dietro al corpo sarà simmetrico, 
ossia che le cuive FG , RI , SI ec. saranno uguali e simih alle curve 



ago 

LE, IR, IV ec. , ed il moto del fluido per le prime uguale perfetta- 
mente al moto del fluido per le altre. 

5°. Finalmente che la resistenza incontrata dal solido sarà uguale alla 
pressione esercitata dal fluido scorrente sopra la meta anteriore del corpo 
meno la pressione del fluido scorrente sulla metà posteriore. 

Da tali principi segue di necessaria conseguenza , che il solido non 
incontrerebbe resistenza alcuna, il che si oppone diametralmente al fatto 
ed alla sperienza. 

Persuaso d' altronde il signor Alembert della giustezza e legittimità dei 
principi medesimi, nel V. tomo tlo'suoi opuscoli matematici dichiara, che 
questa spezie di paradosso deesi attribuire al principio della simmetricità 
dei due moti del fluido, non già perchè esso principio non sia vero, ma 
solamente perchè quel modo di moversi del fluido non sia il solo pos- 
sibile, e che ugualmente che nei moti simmetrici, anche nei non sim- 
metrici il fluido potesse obbedire alle leggi meccaniche e incontrastabili 
del moto e dell' equilibrio. 

Ma, soggiunge egli, alla compiuta spiegazione del paradosso rimar- 
rebbe ancora da sapersi se realmcule non abbia luogo la summentovata 
simmetricità. 

Ciò non essendosi, per quanto io sappia, intrapreso da alcuno, ne es- 
sendo agevole ( per avviso dello stesso grande Geometra ) l' investigarlo 
col mezzo della sola teoria , mi sembrò utile di ricorrere alla sperienza 
movendo de' solidi simmetrici per un fluido della qualità richiesta dalla 
questione ed osservando accuratamente il moto a cui dcterminerebbesl 
la porzione del fluido che scapperebbe dall'anteriore alla posterior parte 
dei solidi sopraddetti. 

lu questa memoria io mi restringerò ad esporvl, o Signori, gli speri- 
menti instituili sopra tre cilindri de' quali il primo era lungo e largo i6 
pollici , il secondo 1 2 , il terzo 8. 

Tutti tre si mossero per l' acqua tranquilla di un grande recipiente 
parallelamente al loro asse prima orizzontalmente, indi verticalmente , e 
sempre per uno spazio rettilineo di tre piedi. 

Gli artifìci per moverli ori/zontalmenle sono quegli stessi, coi quali 
feci movere pure orizzoniahuente , ma ad altro line, certe lamiiKlte ret- 
tangolari; e trovatisi minutamente descritti nella prima delie mie Memo- 
rie iuserite nei volumi deli' Ijliluio Nazionale Italiano. 



agi 

Per moverli verticalmente gli appesì in tre punti della lor parte an- 
teriore a tre cordoncini che UHÌ\ansi ad una curda, clie accavalciaNa u\ia 
niolìilissima rotella, e che all'altra estremità portava un peso. 

Ciascun cilindro, compreso il peso suddetto, era di mai,'giùre specifi- 
ca gravità dell'acqua, sicché tuffato iu essa, e abbandonalo a sé stesso 
potesse discendere, e percorrere lo spazio dei tre piedi. Qualora poi 
volevasi far percorrere ai cilindri lo stesso spazio salendo , si altacca\a 
un peso maggiore di quello del cilindro nell'acqua. 

Ad assicurarmi che questo fluido, siccome è incompressibile (almeno 
fisicamente) cosi fosse anche, o potesse considerarsi di uu volume d'in- 
definita grandezza, considerai, che a quest'uopo era bastevole, che il 
movimento eccitato nell'acqua da quello del cilindro por tutto lo spa- 
zio da esso percorso non giungesse uè alla superficie del In elio del flui- 
do , né alle pareti e al fondo del recipiente. Il che si ottenne facendo 
che il suddetto spazio fosse dall'uno, e dalle altre dislaute come lo esi- 
geva il bisogno. 

A rendermi certo poi che l' acqua fosse anche tranquilla , tra l' una 
e l'altra sperienza, ossia tra l'una corsa, e l'altra del cdindro, si lascia- 
va passare tutto il tempo ricliieslo all'annientamento dell'intero moto 
fallo nascere nel fluido, e dal moto del cilindro, e da altre cause che 
conosceremo dappoi. 

Non potendo cader dubbio che per tutte queste avvertenze ogni ci- 
lindro non si movesse per un mezzo incompressibile, indefinito e tran- 
quillo , veggiamo roui' io pervenni a scoprire i movimenti del fluido. 

Incominciamo dal caso che il cilindro si muova oilzzontalmeute. Al- 
l'estremità superiore O del perimetro della superficie anteriore Z?0 attac- 
cai uu sottilissimo filo di seta che portava una picciola e rotonda pal- 
la pochissimo pili pesante dell'acqua, sicché abbandonala a sé stessa 
dovesse discendere pel fluido davanti ad OB quanto era lungo il filo, e 
salire facilmente qualora un menomo impulso venisse a spingerla iu su. 
Parimente all'estremila inferiore ^ della superficie posteriore AD attac- 
cai un altro filo a cui similmente era appesa un' altra palla ma un po- 
co meno pesante dell'acqua, onde lasciala come la prima iu sua balia 
dovesse salire davanti ad AD quanto pur fosse lungo il filo, e discen- 
dere se una qualche forza sopraggiiuigcsse a sollecitarla all' ingiù. 

11 Ilio della palla autcriore era nicuo lungo del raggio HO, sicché 



2Q2 



la palla si trovava tra O ed H , e 11 filo della palla posteriore supera- 
va In lunghezza il raggio ^C, così che la palla si trovava tra C e D. 

Dal fin qui dello si scorge maulfestaineute , che se il fluido davanti 
al cilindro si moverà per HO, ed il fluido posteriore si moverà per 
DC, come dovrebbe quando i moti fossero siniuietricl, la palla anterio- 
re dovrà salire , e discendere la posteriore. 

Ora con mia grande sorpresa osservai che movendo il cilindro oriz- 
zontalmente la palla anteriore movevasi bensì da H verso 1' estremità O, 
ma la posteriore reslava ferma. Ciò per le cose dette dovea evldente- 
meate provare che il fluido anteriore movevasi da H verso O , e il 
posteriore o restava fermo, o moveasi anch'esso verso D. 

A decidere per tanto della quiete, o del così fatto moto del fluido 
posteriore m' avvisai di sospendere alla estremità D della posterior su- 
perficie cilindrica un filo portante una palla pochissimo più grave del 
fluido, e movendo, come si fece prima, orizzontalmente il cilindro sco- 
prii ch'essa palla come l'anteriore moveasi verso D. 

Lo stesso avvenne movendo tutti tre 1 cilindri, e ciascuno con diffe- 
renti velocità. 

Donde è pur forza conchiudere, che il fluido che trovasi al contatto 
delle basi HO, CD del ciUndro si move sopra di esse nelle direzioni 
HO, CD. 

Per rilevar poi qual movimento concepisce il fluido degli strati lontani 
alquanto dalle suddette basi, sospesi i fili delle palle non più ai punti 
0,D delle basi anteriore e posteriore , ma ali' estremità di due fili di 
ferro fitti nei punti stessi 0,D ad una distanza dalle basi di cinque li- 
nee , così che le palle si trovassero da esse basi lontane quattro linee 
circaj e con pari sorpresa osservai che la palla anteriore moveasi verso 
O come quando era al conlatto della superficie , e la posteriore rima- 
neva ferma. 11 che dovendoci pure, come dissi poc'anzi, dimostrare che 
il fluido posteriore ed un poco lontano dal solido era fermo, o move- 
vasi in direzione opposta a quella per cui nioycasi il fluido al contatto, 
sostituii alla palla posteriore una palla di minore specifica gravità dell'ac- 
qua j e facendo correre, come prima, il cibudro, ella moveasi da D 
verso E. 

Questi sperimenti dimostrano evidentemente che tutto il fluido ante- 
riore si move, come dice l'Alembert per certe linee curve FG, RI, 




V 



X M N 




Jiem Aa^. ilp3 



Y P Q T 



-95 

KI, ec. e quanto poi al fluido -posteriore non debLouo lasciar dubbio 
alcuno che lo strato di esso fluido al contallo della superfizic non si 
muova come il fluido davanti da C verso Z), e il più lontano nelle di- 
rezioni opposte e per certe curve come /A, //^, ec. e che perciò i mo- 
li dei due fluidi non sono simmetrici. 

Sebbene essendo il fluido incompressibile, iudefmito e tranquillo ogni 
ragion voglia che lo stesso debba avvenire anche quando il cilindro si 
mova verticalmente, nulladimeno trattandosi di un punto di sì grande 
importanza volli assicurarmene con la seguente sperienza. 

Attaccai in D il fJo portante la palla un poco più pesante dell'acqua 
cos'i che essa posava ferma sulla base AD. Il filo era pili lungo di DC, 
e la palla trovavasi tra C e D- Movendo il cilindro all' insù la palla 
movcasi da C verso D , e à& D proseguiva a muoversi verso /, rima- 
nendo senipie al conlatto della superficie cilindrica, e lo stesso acca- 
deva movendo il cilindro all' insù, con la sola differenza che giunta la 
palla in D piegavasi all' insìi accostandosi all' asse CX. 

Il che prova ad evidenza che anche quando il cilindro si move ver- 
ticalmente dietro di esso si formano due opposte correnti di fluido, co- 
me per appunto si formano quando si muove orizzontalmente ; e che 
quindi neppure in quel caso regge la simmetricità dei due moti. 



294 



SUGLI ACCIDENTI DEL MOTO DI PIÙ CORPI 

FRA LORO rNITI PER MEZZO DI VERGHE INFLESSIBILI, ED OBBLIGATI A MARCIARE 
PER DUE SCANALATURE FRA LORO INCLINATE. 



MEMORIA 



DEL SIGNOR ANGELO DALLA-DECIMA 



Jl sijjnor d'Alembert applicò felicemente il suo principio dell' equlli- 
hrip de moti pM.liui verso la stessa parte da un sistema di coipi iu un 
istante, iu ^irtìl della scambievole loro azioue 1' uiiO conira l'altro, alla 
ricerca degli accidenti del moto di questo stesso sistema di corpi, sup- 
ponendo, che i medesimi siano fra loro uniti per mezzo di verghe in- 
flessibili prive di peso. Egli contemplò eziandio il caso , nel quale uno 
di questi corpi fosse obbligato a marciare per lui sentiero che andasse 
continuamente alterando il suo molo, ed in conseguenza quello di lutto 
il sistema suddetto. Ma quaudo il moto di questo sistema di corpi vie- 
ne continuamente alterato per estrinseci inipedimeutl che incontrano 
pili d' uno di que' corpi, oltre a quelle mutazioni che provengono 
dall' inflessibilità delle verghe che li tengono fra loro obbligati , ed in- 
sieme uniti, la questione riesce molto piìi complicata e difficile, che 
nella precedente supposizione. 

Siccome quest'ultima sorte d'investigazioni nou è stata, che legger- 
mente toccata da qualche illustre Geometra, cosi non ho creduto inutile 
travaglio l' occuparmi nella soluzione di alcuni problemi appartenenti a 
questo ancora quasi affatto nuovo genere di ricerche ; i quali formeranno 
il soggetto di alcune Memorie. Sia dunque .• 



205 

Problema I. 

La verga inflessilnle MN { vedi /ìg.) s'appoggi colle due sue estre- 
mità alle scanalature y/C , .4B, che formano fra loro un augolo retto 
ACB. Si supponga, che rjupsta verga non sia per sé stessa pesante, ma 
che solamente alle due estremità sia caricata di due masse A^iV^ dotate 
d' una forza acceleratrlce secondo la direzione verticale AC, e che que- 
sta forza sia la stessa comune gravità. SI domandano gli accidenti del 
moto di questa verga : cioè 

1 .0 La relazione fra gli spazj percorsi dall' estremità M, e le sue cor- 
rispondenti velocità: 

2." La relazione fra gli stessi spazj , ed i tempi impiegati a per- 
correrli : 

5.° La relazione fra le velocità ed i tempi (i). 

Soluzione. 

I. Si nomini t il tempo, e si supponga, che nel tempuscolo infinite- 
simo costante dt la verga MN sia passata in M N ; e si chiamino iu 
oltre MN — AC -a, AMr^x, CN—j, e quindi 

CM^a - X , MM' = dx, NN • =^ dj. 
Sia MQ lo spazio che il corpo M, se fosse stato lihero, avrehhe descritto 
nel medesimo tempuscolo dt , in cui ha descritto MM col suo moto 
costretto j MP lo spazio, che nel medesimo tempuscolo il corpo il/, es- 
sendo lihero, avrchbe descritto In virtù della sola sua inerzia; e si chia- 
mi finalmente ,p la forza acceleratrlce costante, che stimola continua- 
mente il corpo M, secondo la direzione verticale MC. Si avrà dunque 
PM'-^ddx, SN' ^^ddy : onde chiamando PQ ^ ddz, 31 Q =rz e , sarà 
ddz ^ ddx -\- e. Or pe' noti principj della dinamica ddz — <jilt' , dunque 

<fdt^^:^ddx-\-c, e quindi ^dt^—ddx—c. 
SI conducano dal punto Q la QR paralella a CN, dal punto M' la 



(i) Parecchi anni sono io pubblicai un vi ho fatto, rendono quest'opuscolo in 
Saggio (li soluzione di questo problema : gran parte nuovo, 

le modilicaiioui pelò eJ aggiunte che ora 



296 

M'L uguale e parallela a QR , dal punto S la SE parallela ad AC , e 
la SK parallela ed uguale ad N'E. S' avrà 

CM':M'N'::M'Q . M M, cioè a — x .a:: e : M'JR^ 



a e 

"■ 1 
a — X 



CN':M'N'::SN' -.N'E, cioè j .- a :: ddj -. N'E = 2^. 

La porzione elementare di velocità perduta dal corpo M, in virtù di 
questo suo ruoto costretto secondo la direzione verticale AC nel tem- 
puscolo iufinitesimo dt, nel quale la verga dalla posizione MN passa al- 
l'altra M N' , sia rappresentata dall' elemento lineare iJ/'^. Questa velocità 
equivale a due altre MR^ M'L, ovvero RQ, secondo le direzioni a tali 
linee corrispondenti. Ui queste due velocità rappresentate da M'R,M L, 
l'ultima è distrutta dalla resistenza della scanalatura, o piano AC; e 
l'altra è distrutta dal moto costretto di M, attesa la sua connessione col 
corpo N per mezzo di Ila verga inflessibile MN. La velocità poi acqui- 
stata dal corpo N nel medesimo tempuscolo secondo la direzione orizzon- 
tale CE sia rappresentata da N'S, la quale equivale alle due rappre- 
sentate da SE ( verticale alla scanalatura CB , e perciò distrutta dalla 
resi.st"!'za dolla medesima ) e da SK =■ Di" E secondo la direzione 
d.'ila verga. Quindi la quantità di moto che, secondo questa direzio- 
ne, il corpo il/ perde per questo suo movimento costretto, sarà rap- 
presentata da M' : e quella che il corpo iVper simile movimento 

acquisterà, sarà rappresentata da iV — —: e perciò la somma de' moti 
perduti verso la medesima parte dalle masse M-, N, in virtù di tale 

loro movimento costretto, sarà M -^ N'- • Or questa somma do- 

a — X jr 

(le 
vendo per il principio di d'AlemLert essere uguale a zero, cioè iJ/ — 



N 2_Z =:^ o; risulterà i»f-^=iV'^ ^ ; e dividendo per a si avrà 
y a—x X 



— :— = o; risulterà m =7Y 

J- a—x X 

JLI- _ Nddj^ ^ sostituendo il valore di e trovato di sopra , si avrà 
a — X y 

1' equazione (A) M. *'£f!z^ = N. '^''-^ . Frattanto per le condizioni del 

problema si La l' ecpiazionc (B) a' =j-'' + ar^ — lax-^-a" ^ 



397 

cioè y'' = lax — x' > e quindi y =■ \/(^2ax — a"*) , 



,, (a^x).dd.r—dx'> {a—xy.dx'^ (a-'x).ddx 

yiiax—x'') {"xax-^x^) ~a i/(2ax—x^) 
(a—x) . (^ax—x^) .ddx—a?dx'^ 


rtV.ra 


3 

[lax—x"^, ~3 


3 

(ìax—x'^) 3 





Per la qual cosa sostituendo nella soprannotata equazione (A) qpesti va- 
lori di ddj- , e di __^ si avrà 

„ ^If^—ddx _ ^ (rt;— r) . (ag.r— ar») . ddx—a'^dx^ 
a—x {lax' — x'^i' 

e perciò 
(C\ M W — i^f-i'^^^—x'')''+^-{'^''x—x'')-(.(t—x)'^ ]ddx—[Na'.{a—x)]d3p 

Or la lettera u rappresemi la velocità di M alla fine dei corrispondenti 
spazj Xj o de' tempi f; s'avrà pe'noti principj della Dinamica dx:=udt: 
e poiché si suppone dc costante , risulterà ddx = dudt. Questo valore 
di ddx sostituito nell'equazione (C), la medesima si cambicrà ucll' altra 
-, , ^_[ M.{2ax—x-'')'>+N.i'ìax— x'^).ia—x)' ']diidt—[Na-'.{a—x)]u^Ji^ 

• {•ìax—'x'')'^ 

la quale divisa per dt, e separato il secondo membro in due parti, si 
ridurrà nella seguente 

^ M.^nx-x^)+K.i^x)^^_ A;a(.-.) ^^,^^^_ 

•2a.r — ^.r^ {'ìai — x'^}^ 

In questa sostituendo a dt il suo valore -^ proveniente dalla soprap- 

posta equazione dx=:udt, e poscia moltiplicando per « i due membri ' 

deli' equazione , si avrà 

n/r j M.{'y.nx—x'^)+N.[a — .r)' , Na''.[<i—x) , 
M<pdx— udu— -' u d 3c, 

2ax — x^ {-ìax — x''] ^ 

della quale equazione si sa l' integrale essere 

nella quale formula R è l'indeterminata costante da aggiungersi nell'in- 
tegrazione. Perciò moltiplicando cpiella formula per 2, e facendo 2Ì{— Il 
si avrà 1' equazione 

( D) ^M<px + n = ^^■(^'^^-^')+A^-(^-^)' ^,_ 

2a.r — x'^ 

38 



005 

RA'^ 4- '^QA" É 4- PC = o 

TJ:^ H- bRA'* B' -+- 5QA' C" -|- Z<^A" C + P£' = o 

ec. 

Dunque 

— 3QJ"'B'—Pa ÒB'^ — A'C 
li = — 



T = 



A"i Ay 

-^^RA'''B—'iqA'C-^—-iQA-'C'—rE —i5B'^-+.8A'B'C'+5B'C'''--E\A'* 



A'y A'^o' 

ec. 

Per la qual cosa la conosceuza de' valori P,Q,R,T, ec. , dipenderà da 
quella delle quantità A', B\ C , ec. 
Or di sopra s' è trovato ( E ) 

• (IUfr+n) . {lax — -r^) J {,i-\-px-\-qx^) 

" ~ y 'M{iax—x'')-JrN [ar-x]-^ "~ ^ ^ VC is+\x+mx''r 
dunque 
.^ i_ . ig-^lx+wx-^) 

X 3 

cioè per 1' equazione soprapposta ( G ) 

I I 3 5 7 

w-i = Ax 1 + Bx ~z -I- Car a + Ex 1 + Fx a -f- ec. 
Ma s' è supposto ( L ) 

I S 5 7 

li ^= A x~ ■\-Bx1-\-C'x1-[-JE'x1 -f- ec 

dunque moltiplicando fra loro 1 membri omologhi di queste due equa- 
zioni risulterà 1' equazione 

I = A' A + A'Bx -f- A'Cx' -f- A'Ex^ ^ ec. 
+ B'Ax + B'Bx^ -4- B'Cx^ H- ec. 
4- C'^ar'- + C'Bx' H- ec. 
-t- É Ax^ -+- ec. 
Onde uguagliando fra loro i termini omologhi de' due membri, s'avrà, 
A' A = I 
B'A -t- AB = o 
CA H- ii'5 -f- ^'C = o 
E A + C'£ _{- /?'C -f- .^'^ = 
ec. 



3o3 



E 

A' = 



perciò 
I 



B = 
C = 



A 

—A'B _ —B 
A ~~ "a^ 
—B'B—A'C E^—AC 



A A^ 



_ —CB—B'C—A'E __ ~B3+iACB—£E 

~ a 'A'- 

I quali valori di A\ B', C , ec. sostituiti ne' sovraunotali valori di P, 
Q , R , T , ec. daranno ; . "" 

P = J 
Q = yP B 

R = 2yP B" -\- A* C 

T = 8 A* B' + 6A'BC + A^E + xoA'B^C - 5A'B^ ~ 5A'BC\ 
Laonde i valori di A, B, C, ec. essendo già stati determinati di sopra, 
lo saranno parimente quelli di P, Q, R, T, ec. Ora sostituendo nel- 
r equazione (K) alle predette indeterminate P, O, R, ec. i qui tro- 
vati valori, essa prenderà la forma seguente, la quale esprimerà il valore 
del tempo in una serie di potenze della velocità dotate di coefficienti 
noti dipendenti da' diversi valori o rapporti delle quantità M, N, e dalle 
diverse condizioni , di cui si farà uso per determinare le costanti n , A- 



(M) « ^ A -h-^u-h-j-u^-h 



5 

i6EA7+ii^BCA^+(i5iB^~-jBC').A^+i4oBCA''—- oBlA^ 



u 



it ' -t- ec. 

7 



Corollario t. 

Se a: essendo zero, si supponga u essere una quantità finita, ridiviene 

infinita: poicliè nell'equazione (E) s'avrà n = (.^/ — iV). zi'-f-— i iC 

2X0 

Corollario II. 



Se sì supponga u^o , quando ar = o , si avrà n = — > quantità in- 
determinata , quando non si sappia la vera relazione fra x , ed «. 



5oo 

Onde facendo le opportune sostituzioni s'avrh 



A 


: — 


.fi- 
Zi 


2 

1 






B 




III' 


— 


? 


P 






I 




t 






2n 


3 





z 



4n5 £777 + "»■'' p' — V^n"^ — lìnzp — !^ns'- q 
C = j 5 

£ = ;— 5 

j 4Pn5^p4.24Pnfig7«4-56/n5»»m/^4-3a/n4?;)3^_f.i6/i4o'49«-Hi47i4»3/)'m4.35n'^+/7* 1 
-f = + I = ;; ,3 -y - \ 



l 



120/i z g z 



- \ • .3 7 h 

[ 128,. a sz i 

5.0 Finalmente per trovare il rapporto fra le velocità ed 1 tempi, si 
supponga 

(l) x'I = Pu -\- Qu^-\- Hu^ -h Tii' 4- ec. 



e perciò 

3 



xi = P^ «^ + 5P^ <?u= + 3P<3' u'^ -4- 5P'Tu^ + ec. 

-h 5P' ifa^ + 9^ u^ 

xl = P^ u^ -\- 5P* ^u" + ioP3 <^' u9 -1- ec. 

-t- 5P* /?u3 

ar-^ = P7 «7 _|_ rjpi Qu9 + ec. 



ec. 



Questi valori delle diverse potenze di x espressi dalle predette serie si 
sostituiscano nella soprapposta ecpazioue (H) in vece delle predette 
potenze. Risulterà 



30T 



(K) f = A + zAPu 4- nJQu^ -Jf zARiì^ + zJTu' + ec. 

^ sE^u^ +2BrQu' + 2BPQ\-'-h ec. 



-i-'-CPhi'^ -\-:iCP''QuT-\- 



cc. 



5 

-\-2BP'Rie ->r ce, 
la quale equazione esprimerà 11 rapporto de' tempi alle velocità per mezzo 
d' una serie delle diverse potenze di queste velocità moltiplicate per 
indetermiuaii coefficienti. 

Affine poi di determinare Io quantità P, Q ., R, T, dalle quaL i 
suddetti coefficienti sono composti , si supponga. 

(L) u = A x~ -^ B x1 + C xl. -Jr E' x1 -^ ce. 
A\ B , C, ec. essendo quantità costanti Indeiermiuate diverse però dello 
soprannotate A, B, C, ec. S'avrà 

u^ == A'^ x\ -f- 'ÒA"É xi -f- ùA'^C x~z + ec. 

+ ZA' C'^ xi ^ ec. 

5 7 9 

v} = A"^ x~ -j- '^A'^B'x~ -\- 5.^* C x~L -^ ec 

+ ioA'^B" ari + ec. 

,7 , 9 

ir — A'' x1 -H rA^ B' xl -+- ec. 
ec. 

Questi valori delle diverse potenze di u sostituiti nell'equazione (T)j 

essa si convertirà nella seijuente: 

xì ~ A'Pxi -\- B' Pxì-^ C P x1+ E' P x-l + cc. 

-\-A'^Qxl^ oA'^B'Qx h f ZA"'C'Qx 1 + ec. 

+ A'"' R xì-^ZAC'-Qx\^cc. 

-f-S.-A^'^xl + ec. 

7 

-J- A'' T x"i-f-ec. 
della qnal equazione uguagliando fra loro i coefìQcieati de'lermiui omo- 
loghi de' due membri, fìc risulterà: 

PA = I 

QA'^ -+- PB' ^ o 



298 

E moltipllcando i due memLri per -rr— -r » e poi estraeii- 

doue la radice quadrala s' avrà 

(E) ^. ^ -f- ^(±£^^-4-n).(...r-.-^). 

^ ^ — K J/.(utfx— x'^)+iV.(<z^a-)^ 

equazione , che esprime il rapporto finito fra le velocità , e gli spazj. 

La quantità n o deve essere positiva, od essendo negativa deve essere 
minore di aif/^ar , attesoché per le condizioni del problema non potendo 
mai essere a7>a il coefficiente di if nell' equazione ( D ) sarà sempre' 
ima quantità positiva. 

2.0 11 valore di h ( E ) sostituito nell' equazione luìt = dx , si avrà 
dt ■ X ( 3-^/^+n).(2ar-a:') ^ ^^ 

Quindi 



dt = tf?ar 



l/'- 



( 23/fi>x + n ) . ( lax — -r^ ) 
ovvero f^— _z K aall + ( l,aM<j, -n.)x~ 2 M<px^ 



X 3 



e per maggior semplicità facendo i\rt''=^g, {M — N) -ìa ^=1, ( iV — M) 
■=m, iaxi^=n, ^a.M^ — 11=/'» — aJ/y =^ (f , s'avrà l'equazione 

(F) dt ^'-^ .<, + l.r+'nx^) 
^ ■' i *^ (n-^f,x + c/x-') 

X 2 

la quale esprimerà il rapporto de' limiti fra i tempi e gli spazj. . 

Per ottenere quindi il rapporto fra gì' intieri spazj , ed i corrispon- 
denti tempi , si faccia 

(G) ,/_!£±Ìl±Z!f!L=.^4-5x4-Car'-f-£'x3-HFa:*-{-ec. 

^ ' V [n-\- px -(- //.t'^ ) 

nella qual serie A , B, C, E, ec. sono quantità tostanti indeterminate. 
La onde la formula ( F ) si convertirà nella seguente 

J 3 5 ? 

dt—Jx~~ dx + Bx-^dx + Cx 1 dx -i-Ex -zdx + FxiJx + ec, 
di cui r integrale è 

I 3 5 j 9 

,„, ^.^r'i aBi "S , afri aK.r 2 ■ìFxl 

(H)« = A + — p- + -^+-^-H-^+-^ +ec. 

A essendo la costante indeterminata da aggiungersi nell' integrazione. 
Egh ben apparisce l'andamento di una tale serie continuata a quanti si 
vogliano termini. Imperciocché il numeratore d' ogni termine dopo la 
predetta costante A è il doppio coefficente indeterminato A, B, C ,ec. 



299 

moltiplicato per la radice rpiadrata d'una potenza di x, che progredisce 
secondo la serie aritmetica i, 5, 5, 7, ec. j ed il denominatore è il cor- 
rispondente termine della predetta serie aritmetica i, 5, 5, 7, g, ec. 

Per determinare le quantità ^,jB, C,E, ec, si quadrino primieramente 
i due membri dell' equazione (G\ e s' avrà 

fi-r-'^+"''^ . __ j' _|_ 2.ABx ->r 2.^/Ccc* -f- 7.AEx^ + lAFx'' -f- ec. 

n-)rlJ.c-\-ilx' 

-\- B' x^ -t- 2BCx^ -+- 2BEx* -+- ec. 
-4- C x"^ -{- ec. 
Si moltiplichino poscia i due membri di quest'equazione per il trinomio 
n -^px -\-(jx'' , onde risuherà 

g-\-lx -\-ìnx^=A''n-\- sABnx -+- lACnx^ -f- lÀEnx^ -f- t.AFiix'' -f- ce. 
+ A^ px -\- lABpx^ -f- ^ACpx^ -f- •ìAEpx'' + ec. 
-t- B nx' -\- 2BCnx* -f- 2BEnx^ -+- ec. 
■+- A' qx' + B' px^ -f- ^BCpx'' -4- e e. 
-}- 2AB(]x'^ + C^ «a:'* -f- ec. 
-t- ^ACqx'' -f- ec, 
+ .B"" ^x* + ee. 
S'uguaslino fra loro i coefficienti de'termlnl omologhi dell'uno, e del- 
l'altro membro, e s'otterranno le seguenti equazioni 
A'~ n = g 
2ABn-\-A'p=l 

zAC -Jr^AB+B^n+A'q^Tn - 
2AEn -\-2ACp-\-B p-{-2BCn-\-2ABq—o 
aAF -^2AEp-^2BCp-\-2BEn^C n + 2ACq-{-B^q=o. 
Perlochè 

A =:d 



B 
C 



n s 

l — yj^p 

m — A^q — -ìABp — lA Cn—B^ n 
•ìAii 



-, —iAB,] — 2ACp — B^p — o.BCn 



lAii 



_— lACj — iAEp — B^] — iBCp — iBEn — C'n 

" lAn 



ec 



5o4 

Corollario III. 



Se u = k, quaudo ar = A; s'avrà n = {31— N) k' — 2.M<P h-\-^"'^ ^'' 



iah—h?' 



-2M^ h+k"- {3I-N+J^\ 
In tale ipotesi allorché u = o sarà 

Imperciocché nell'equazione fEj sostituendo ad u la A, ad :c la A , e 
quadrando I' uno e l' altro membro s' avrà 

A = 777 — TT — ■ — ; — — — ; — — — -, onde tacendo le convenienti operazioni 

(J/ — iv) . [2 a II — /£•') + iVa^ ^ 

si troverà n == — aiJ/d h-\-k.'' (3I—N-{ -"''--■ ) . 

•2 a II- — li^ ' 

Che se a n si sostituisca questo valore nella predetta equazione (Ej., e 

si faccia poscia u=o ^ ne risulterà 

[2 M<p x—1 Mf h-\-k^. {M~N-{* .JLf_\\ (la.r — x^) 

O = // ; . > 

•^ M . (lax — x*) -\~ N . {a —x)'^ 
e perciò o=^23Ia ce — 7.31^ h-\-k.'{3I—N-i ^^^^—r- ] , 

onde x = h ^ . ni-N^ • ^"'„ ) . 

Corollario IV. 

Se 1^=0, quando ar = — , cioè se la verga comincia a muoversi dal- 
ia metà della scanalatura AC, sarà n =^ — a3Ii^ . 

Corollario V. 



Se si supponga M=^N ; l'equazione (D) si trasformerà nella seguente 



2 31 <p X -^ XI 



•2. a x — x^ 



e perciò le velocità saranno in ragione d'una funzione sesqpilplicata degli 
spazj. Oltracciò in tale ipotesi di M^^ N X equazione sopra esposta 



8o5 



dt=: dx X ^ ~rj r-?; — 

y ( a jV f r + n ) . (2 rtx — :c») 



si trasformerà in 



dt=dx IX — rr r^v; 

K (2^/^x + n) .(sax— :r^) 



la quale si potrà ridurre sotto la forma seguente 
CNJ dt^-^^. — 

Corollario VI. 

Se si supponga ^> = o , 1' equazione f'iEj si trasformerà in 

. t n . (2 a X — x^) » 

" ~ K t it/ . (2 rt .r — i-:») + A" . (a — . .r ) ■• / 
formola simile a quella esibita dal chiarissimo signor Bossut nel terzo 
tomo delle Memorie pubblicate àz}X Accademia Reale delle Scienze dì 
Parigi col titolo Memoires des Sgarans Etrangers. Ivi il signor Bossut 
con un metodo differente dal mio dà la soluzione di questo caso del 
presente problema. ' 

Corollario VII. 

Che se ^ ^ o , ed itf := iV la formula (E) si convertirà in 

l n.{'2,7r— x') \ x / n 1 v/(2ax— x^) 

e la formula di sopra indicata 

• /• >/. '2 ^ r — . r') -\- N {n — r)' \ 

dt^dx [X I ^^ l/,,..r-^n} . (2,;x — X-; ) 

si convertirà in un' altra sotto la forma 



'~ y \ n 1 ' v(2ax — x' 



la qual differenziale — si sa essere l'elemento d'un arco di 

* \/{ 'lax — x' ) 

cerchio, di cui il raggio =a, supponendo le ascisse prendere la loro 
origine dal principio di'l diametro. Nominando perciò s quest'arco, di 
cui, in conseguenza di quanto s'è detto, il Coseno =: « — x s'avrà 

essendo ^ la cosUinte da aggiungersi nell'integrazione. 

39 



3o6 

Supponendo pertanto, che il piano ^CB sia posto orizzontalmente, 
e che il corpo M cominci a muoversi col predetto suo molo costretto 
nella scanalatura ^C per un urto ricevuto, (indiò arrivi alla metà della 
scanalatura stessa, e che poi restando libero colla velucità, che in quel 
puuto si trova avere, continui a muoversi uniformemente in virtù della 

sua inerzia per il resto della scanalatura, cioè per lo spazio — uguale a 

quello da esso prima descritto con moto costretto ; sarà il tempo dal 
corpo impiegato a percorrere la prima metà della scanalatura col suo 
moto costretto al tempo dal medesimo impiegato a percorrere l' altra 
metà col suo moto libero (prescindendo dall'iudicata cousiaute indeter- 
minata a) come la semicirconferenza del cerchio al lato del triangolo 
equilatero in quello inscritto. Imperciocché essendo nel moto uniforme 
il tempo uguale allo spazio diviso per la velocità, e nel nostro caso di 

a7 = — , la velocità essendo uguale l/' [^ -r.)- l/^(~ ) > se si chiami 

t' il tempo impiegato a percorrere con moto libero ed uniforme lo 

a 
spazio — , 

sarà t = n , TTr" = V^ II-' 

sarà dunque 

K(5) 



V/CJ) 



a 
Or nel nostro caso essendo a il raggio , ed essendo a? = - , 5 corri- 
sponderà all'arco, che vieu sotteso dal lato dell'esagono iscritto, cioè 
alla sesta parte della circonferenza del cerchio, e quindi 5 X ^ è uguale 
alla metà di detta circonferenza. 

è uguale alla terza parte del lato del triangolo equilatero inscritto, es- 
sendo, siccome è noto, il quadrato di tale lato triplo di quello del rag- 
gio: e perciò ----. è uguale all'intiero lato accennato. 



3o7 

Scolio 1. 

Nel paragonare nell' ultimo corollario i due tempi t , t^ abbiamo tra- 
scurata la costante A. E certamente supposta a» la velocità di M, quan- 
do ha percorsa la metà della scanalatura col suo moto costretto , sarà 

i> = r/ — rr, 1 siccome s'è accennato nel precedente corollario. Ouindl 

n = — ;: — , e se si cliiami ^j. la circonferenza del cerchio, di cui il rag- 

, , /"■1/5 , , , 

gio = tì, s avrà f = a -f- ;— 5 onde supponendo t r= o quando a? = o , 

cioè quando ^=10, risulterà a ^ o. 

Nondimeno sembra esservi in questo discorso una specie di paradosso. 
Poiché la velocità impressa al corpo nel principio del moto deve essere 
infinita acciocché questo succeda, essendo la verga iu quel primo mo- 
mento perpendicolare alla scanalatura CB : ed oltracciò se si volesse 
supporre Ja velocità u uguale ad uua quantità finita, quando x^o, ri- 
sulterebbe per il primo Corollario n iniinila, e quindi infinita eziandio 
la velocità v , cioè quella velocità die M marciando col suo molo co- 
stretto avrebbe alla metà della scanalatura. 

Per evitare questo scoglio si supponga invece , che M col suo moto 
costretto cominci a moversi dalla metà della scanalatura con una velocità 



finita rappresentata dalla lettera e. In tal caso M C =— — x , e l'equa- 
zione (B) esposta nel principio di questo problema prenderà la forma 
seguente 

a —jr 4--. — aa?-f-a7% 

onde 

Sa' 
J = ±lX{~ \- a X — • a:'' ) 

e r equazione (A) trasformandosi iu 

2. — r 

la (C) si trasformerà parimente in 

(3j3 3fl3 a y. r a \ 

^ 4 -\-ax — x*/ 



5o8 

e sostituendo udt = dx , e nel resto operando in una maniera simile 
a quella praticata di sopra si avrà 



(Q)dt=.dx ^ ^Ij^fZ^EAz^L, 

e perciò supposta e la velocità iniziale , 
si avrà c= j/3-^, 

e quin di n = e . — j 

il qua] valore di n sostituito nell'equazioni (P), (Q) , e supponendo 
^ - o , M— N, si avrà 

dt=^. — ^-^^ds 



onde 



i/i>— ti-j^)0 



, ^ A- i^^' 



2C 



Essendo s' l'arco d'un cercliio corrispondente all'ascissa — — x presa 

dal centro, del qual arco deve essere presa la differenziale negativamen- 
te , attesoché mentre il tempo cresce , l' arco va scemando. Questo cer- 
chio ha il raggio = a. A.' è la costante indeterminata, che aggiungere 
si deve nell'integrazione. Per determinare questa costante A» si supponga 
tutta la circonferenza del cerchio =: fi- Egli- è chiaro, che, quando f:=o, 

essendo per ipotesi anche ar^o, l'ascissa corrispondente all'arco s' sarà 

e perciò in tal caso 5' = — ; onde segue , che A' = • . Per la qual 

cosa, quando a? =: — , essendo — — 37 = 0, e quindi i' = o ; il 
2 u 

tempo t impiegato da il/ a percorrer la metà della scanalatura ^C , col 

suo moto costretto := a = — 7~ ■ 

24C 



a 
2 



5uy 

Che se colla stessa velocità iniziale e M avesse percorsa liberameute 
con moto unifonne la stessa metà di scanalatura, ovvero lo spazio — 

il tempo t dal medesimo impiegato sarebbe = — ; onde 

t:t'::^^P : 1 :: ^:av/'(3) 

cioè come il quarto della circonferenza del cerchio al lato del triangolo 
equilatero inscritto. Segue da ciò , che il tempo impiegato da M a per- 
correre colla stessa velocità iniziale la metà della scanalatura con moto 
costretto è minore di quello impiegato a percorrerla con moto libero 
ed uniforme. Ciò parimente apparisce dal considerare , che nella sopra 
esposta equazione esprimente la velocità variabile 

se si faccia ar = o, s'avrà u =^ , onde risulta, che la velocità, che 

h&M, quando ha già percorsa la metà della scanalatura, cioè quando è ar- 
rivato al punto C , è maggiore della sua velocità iniziale e. Perlochè 
nel supposto caso il moto di M in vece di soflVire ritardo per la sua 
connessione con N, esso anzi viene accelerato. Sebbene ciò a prima 
vista sembri uu paradosso, pure se ne può facilmente dare la spiegazioue 
considerando, che la velocità, che anima M non provenendo da una 
forza acccleratrlce, ma da un urto iniziale, questo urto nel tempo stesso, 
che ha prodotta , secondo la direzione ^C , la velocità e in 31, deve 
averne prodotta un'altra iu iV secondo la direzione orizzontale CB , e 
perciò la velocità e è solamente una porzione dell' effetto prodotto dal- 
l' urto predetto. Perciò mentre il/per la forza d'inerzia tende a muoversi 
secondo y/C uniformemente colla velocità e , N tende parimente a mo- 
versi secondo CB uniformemente colla sua Iniziale velocità; ciocche non 
può fare senza strascinare un po' 3/, con cui è connesso. Quindi seb- 
bene M, ed N nou mandano di turbarsi fra loro ne' loro moti , pure 
M andrà sempre acquistando qualclie poco di velocità dal corpo N, 
finché la resistenza, che i?/ auderà continuamente opponendo non distrug- 
ga tutta l'eccedente velocità del corpo N , onde poscia questo comin- 
ciando a riuscir a carico di M ne vada scemando il moto. In fatti dif- 
ferenziando — 1— 1/^ [ a^ — f '~ — a:)' 1 espressione della velocità va- 



5io 

riabile u , s'avrà ~ . -^ — • , la qual formula divisa per dx^ 

a 

ed usuaellato a zero il resto, risulterà -^ — . :=ro, onde 

-H ^T! a? : e perciò la velocità di M sarà massima, quando x ^ —, 

cioè quando M sia arrivato al punto C. 
Nella sopra indicata equazione 



supponendo ~ = cr , s' avrà la velocità massima 



a 

2 

2C 

u = — 

1/(5) 



supponendo a?=a, s avrà u-=c; e supponendo ar = — , s avrà ii^o. 

Perlocchè se M con quell' istessa legge , con cui ha percorsa la metà 
della scanalatura , potesse continuare a percorrere al di là del punto C 
altrettanta strada, che prima, la sua velocità in quel punto uguagllc- 
rebbe la sua velocità iniziale : e se altrettanta strada continuasse ancora 
a percorrere , egli arriverebbe a perdere tutta la sua velocità. 

Corollario Vili. 

Se tp non fosse costante , ma variabile secondo una qualche funzione 
di X , allora supponendo Jl = S. fdx , l' equazione ( D ) si canibierà 
nella seguente ' 

Onde risulterà 

e supponendo M-^N, si avrà 

2MX-\-n= ^^"'^ u" 
iax—x* 



. r (2.1/1.4-0) / (lax—x'^) \ 

" = i^ 1 ini I 

dx.ti]/ {M) 



y'[{:xMXJf-n))l^{%ax—x-')] 

Scolio II. 

Secondo le varie ipotesi, che si faranno di X, e le varie determina- 
zioni di n nelle formule del corollario precedente, s' otterranno vane 

espressioni di velocità e di tempi. Così se si supponga ^ = — - ,,- 

( 4' dinotando quaiiio minuti primi di tempo ) e che M cominci a mo- 
versi dalla metà della scanalatura y^C con una velocità, per la fpiale , 
se fosse libero, descrivesse uniformemente 11 resto della scanalatura, cioè 

lo spazio — , nel tempo 2 , cioè in due minuti primi, sarà il tempo, 
in cui 31, essendo libero , descriverebbe uniformemente il predetto spa- 
zio — , al tempo, iu cui lo stesso M descriverebbe il medesimo spazio 

con tale suo moto costretto, come sta i a i/(36) — j/(24), cioè 
prossimamente in ragion d' uguaglianza. 

Corollario IX. 

T\it 4 

Qualora nell' Erpiazlone iM(px -t- n = — ~ «' , cioè nel caso di 

M = iV, risultasse dalle condizioni del problema n = o , 
s' avrà u ^= — . x \/(2a — x) , 

onde 5-^-^ dt = 



xY{ia — x) ' 



., l/(20J) I _ l/(2« X") l/{2fl) 

e perciò - ^ ' t — V -\- - Log. ^-^ i.Jl^.' 

'■ a ' 2(1 o v/(2rt — x)-\-y{ia) 

r essendo la costante da determinarsi secondo le coudizioni del 
problema. 

Scolio III. 

In tutti gli altri casi, ne' quali M =: iV, ed ^ e positiva e costante, 
si potrà ottenere il rapporto finito fra gli spazj ed i tempi per mezzo 



5l3 

della rettificazione delle curve del secondo grado. Imperciocché in tal 
caso la formula generale esprimente il rapporto del limiti fra i tempi, e 
gli spazj prenderà la forma (N) indicata nel Corollario V , cioè sarà 

d X 

d t z^ — 77-r ' ~ , f(an) (4a3/d — n) r"i 

""'"^^ ^ -^ v" {V "^ Jii> - - -' j 

la qual formula facendo 

si ridurrà alla forma seguente 

^ a dx 

espressione già conosciuta, e che si sa integrare per mezzo delle predette 
rettificazioni. Del resto le quantità ^, /"potranno essere o positive, o ne- 
gative, od uguali a zero, ma essendo per le condizioni del problema 
sempre positive le quantità a, 31, <p, non potrà mal succedere ch'en- 
trambe esse quantità Q , P siano o negative, od uguali a zero , o che 
l'una essendo uguale a zero, l'altra sia negativa. 

pag. 3oo lin. 6 loc. Jiln^gp^q leg. 52/n'*gVf 



Me 



//i . /lac^ 



'S/2.. 



CVVc 




5i3 

PRODROMO DI UNA TEORIA 

D'ELLA RESISTENZA De' CORPI MOLLI 

MEMORIA ' 

DELL' AiiATE DANIELE FRANCESCONL . 

INTRODUZIONE 

§. I. i3' prende a calcolare il caso di un solido, il t/uale cedendo 
in sé, del resto essendo ineinovibile , sotto i colpi di un corpo duro, 
resista soltanto per inerzia e per tenacità , nella costipazione o di- 
stensione di tutti insieme i suoi strati , fatta contemporaneamente , 
de quali il solo strato esterno sia inunediatamente toccato dal percus- 
sore , così distinguendosi un Fondo, ovvero appoggio cedevole, da un 
INIcz/.o Jluido , o semijluido , o altramente partecipe di fluidità, quale 
invano si è già pensato da molti , ed ora da taluno si torna a pen- 
sare die sia la materia impiegala nel celebre caso del Poleni , sevo 
congelato, cera, luto. 

§. 2. Coli' artifizio esposto dal chiarissimo Dolanges, indi frequen- 
tato da varj , di render distinguibili all' occhio con diversi colori gli 
strati paralleli dei fluidi o dei semifluidi , composi un letto di molte 
sottili cialde di cera e trementina, una rossa, l'altra verde, la terza 
gialla , la quarta turchina , ec. ec. , comprimendole in modo che as- 
solutamente si combaciassero , formando un continuo nella pj'ofondità. 
Fattovi poi su cadere un levigato globo metallico , la cava supeifi- 
cie della fossa si è trovata tutta intiera del solo colore della super- 
ficie piana : e fatta qualche sezione attraverso la fossa ed in altri 
siti , si videro gli strati incurvati o concentricamente alla fossa , o 
variamente ondeggianti. In somma non sono essi laceri ed attraver- 
sati dal globo con percussioni successive. Che se il percussore sia di 
fronte piana, si frange la superficie a' lati , ma la percussione è anco- 

4o 



5r4 

ViL più semplice. Onde conchiudo che gZ/ autori, i quali io ho se- 
guiti , neir assomigliare un fondo molle ad una serie di elastri che si 
costipa , o ad una corda tesa , che s' incwva stirandosi , meglio si ap- 
posero degli altri. 

§. 3. Dunque nel calcolo di simil caso per ipotesi ( se anche real- 
mente il caso della natura nelle Opere degli sperimentatori e degl'in- 
gegneri non sia tale che per approssimazione ) trattandosi del rap- 
porto dell' impressione colla massa percuziente , proporrò di sostituire 
alla semplice massa il suo quadrato di^'iso per la somma 'della mas- 
sa medesima e di una certa quantità costante., non mai insensibile, 
anzi bene spesso molto pili grande della massa percuziente , cioè tale 
che il prodotto di essa costante moltiplicata per il quadrato della 
velocità relatii'a del primo strato nella costipazione o distensione , 
sia eguale alla somma de'prodoiti delle masse degli altri strati molti- 
plicate ciascuna per il quadrato della sua relativa velocità. Insieme 
si vedrà un modo di troi-are cotesta quantità per tutti i casi di un 
dato fondo , andando a tentone sopra il medesimo con certa ben 
facile speriejiza. 

§. 4- Quando ciò che dissi fosse falso, non sarebbe men vero, 
che la teoria comune non è ne generale uè esatta, per tre capi: 

I.° Perchè nel celebre caso del Poleui la sperienza nuovamente 
consultata convince esservi una legge d' ineguaglianza sensibile tra le 
due impressioni , in disfavore della massa piti veloce. 

II.° Perchè se il percussore non sia un corpo duro , la teoria co- 
mune porta che la sua mollezza, di qualunque grado, sia indifferente 
al rapporto dell' impressione del fondo percosso. 

II1.° Perchè se il percussore trattengasi addietro, prima che V im- 
pressione sia arrivata al maximum , . nella teoria comune non è cal~ 
colabile quell impressione che poi continua a nascere nel fondo già per- 
cosso , anzi l'impressione dovrebbe cessare ipso (a.cì.0. Così puro se il 
percussore sia di Jronte convessa, o di lati inclinati a guisa di cuneo, 
insegnano che si diminuirà l' aberrazione delle pareti della cavità 
del fondo non combaciantisi col percussore: la quale aberrazione , o 
difetto di combaciamento attribuendosi alla sola coesione laterale , 
come in una corda tesa , che s' incurva , viene suggerito di fare la 
massa percuziente di figura convessa o cuneiforme: il che secondo 



me contropera allo stesso fine , doi'e la materia ceda soltanto per 
costipazione: giacché allora, />cr il noto principio, clic il moto si co- 
munica non nella stth direzione avanti il contatto, ma nella normale 
alle superficie di. Confano , le particole percosse lateralmente si di- 
scosteranno dal percussore che segue la sua prima via. Nel caso del 
percussore tratte/atto addietro, di fronte piana, e prismatico, il rap- 
porto dell'impressione, che dirò postuma, all'impressione che altri- 
menti sarebbe nata da ipiell' istante , è il rapporto della suddetta 
quantità costante alla somma della massa percuzicnte , e della co- 
stante medesima §. 5. 

§. 5. Cercando poi delLi legge della tenacità, se la sua tensione 
si mantenga sensibilmente costante in uno Stesso fondo ; benché si 
sappia che ciì> non ha che fare colla teoria , eli è generale , supposta 
una data legge qualunrpie ; ito però de' forti motivi d'invitare i Fi- 
sici a riconoscere e riflettere esser un incanno , ed inganno gravis- 
simo la massima introdotta dopo l' aimo 1718, e contro le querele 
di poó^ii' uniuersalmente adottata , e di recente ancora sancita nvl- 
V Edizioni di Juan, e di PronVj che la tenacità possa in pratica te- 
nersi per costante. Che ciò sia lontano troppo da ogni approssimazione 
si può raccogliere da' lanosi S[)erimcnii pubblicati dal mio desideratis- 
simo maestro Zulianl nel 1798, sebbeii egli medesimo non pensasse 
cos'i. Sono poi decisivi cotali sperimenti delle fòsse cilindriche , ossia 
di ampiezza costante : mentre nelle fosse sferiche minori di un emi- 
sfero, essendo possibile che la tenacità abbia due leggi d'incostanza, 
una in senso di profondità , l'altra in senso di ampiezza, può quindi 
per avventala accadere che la capacità delle fòsse riesca quale an- 
che riescirebbe se la tenacità fosse costante in ogni senso. 

§. 6. Dove pertanto si tratti di esplorare se in un dato fondo la 
tenacità sia costante , diviene falso il modo sinora non controverso , 
eh' è d' impiegare diverse masse percuzienti, tutte colla stessa velo- 
cità. Se una doppia massa formi impressione doppia , si concluderà 
male , secondo me , che la tenacità nun sia andata crescendo : dirò 
che altrimenti massa doppia avrebbe fatto impressione pili che dop- 
pia , nel rapporto generale che ho di sopra enunziato §. 3. E perciò 
conviene ricorrere all'altro mezzo di una stessa massa con velocità 
diverse; nel che ormai pochi , e nessuno forse , sono discordi. 



5H 



§. 7. Appariscono come conseguenze delle cose sin qui esposte le 

seguenti: 

I.° Le lodi da me rese con difesa al mio Maestro nel proposito , 
cadono su altro che suU! aver egli volute le fosse proporzionali alle 
semplici velocità, supposta la tenacità costante: in hoc non laudo. 

//.o Benché torni vera la proposizione comune del rapporto delle 
impressioni co' quadrati delle velocità, pero mentre davasi per dimo- 
strata compie ssii' amente col rapporto della semplice massa del percus- 
sore , e colle altre falsità dette di sopra , abbisognava di altra di- 
mostrazione , e non fu proposizione vera che per fortuna. 

111° Il dire di io tratti la Questione delle Forze vive , sarebbe 
anti-logico , mentre combatto ciò che fu tenuto sempre ed unii'ersal- 
mente , avanti la Questione, nella Questione, e dopo la Questione. 

§. 8. La presente fatica sarà divisa in tre parti ; nella prima trat- 
tando delle cose piìi generali; nella seconda, di certe maniere di 
calcolo degli autori principali; e nell'ultima, dell uso delle maniere 
medesime nella teoria nuovamente proposta con risultati i più. di- 
versi ed essenziali. 



i 



3i7 



PARTE PRIMA 



La mollezza non fa che il moto variato neir urto 
non sia misto di cangiamento brusco. 

§• g- rLra già nbbasiauza celebre In Meccanica il Cangiamento brusco 
in teinfio prodigiosamente corto , e mollo più lo sarà forse dopo le sì 
essenziali differenze che l' illustre Carnot ha trovate sotto certi rapporti 
dall' una all' altra specie di moto variato , cioè dall' ordinario al brusco . 
Or qui per altro non metterò a profitto i di lui nuovi Teoremi , ma 
solamcute que' soliti , i quali per consenso dell'autore medesimo restano 
comuni a tutto il genere de' moti variati. 

§. IO. S'io non m'inganno, è un abbaglio il nou vedere cangia- 
mento brusco se non che nel caso delle impressioni invisibili, ossia 
ueir urto de' corpi infinitamente poco molli , ovvero infinitamente rigidi. 
Un globo di argilla della mollezza ordinaria , o altro piìi molle , o mol- 
lissimo, è sempre tale che i corpuscoli suoi componenti sono duri , dico 
i corpuscoli sensibili, e non discendo già agli ultimi clementi, atomi, 
monadi, punti boscovichiani, e li dico duri nel solo senso volgare 
e moderno di questo nome , rispettando sempre la famosa legge di 
continuità vielalricc del salto, per la quale la durezza assoluta geome- 
trica in mutuo immediato contatto d'impeto (oltreché si conviene che 
non esiste ) è di assurdo concepimento, salve le speculazioni dei chia- 
rissimo yiraldi. 

§. ii.Cotesta legi^'e al proposito era stata predicata invano dallo stes- 
so Giovanni RernouUi, giacché passando egli al problema delle velocità 
e plaghe dopo l'urto, ricorse al paragone de' mobili dentro il naviglio 
veleggiante ; e perciò cade anche contro BcrnoulU la sentenza di Leo- 
nardo Eulero, la quale qui deve essere ricordata: Im'entne jam supe- 
riore saeculo a viris maxime meritisYi t^nno, Wallisio et Hugenio re- 



3i8 

gidae commimicationis inotus experimentis egi-egie co?ifìrmantiir, ut de 
earum ventate jiefas esset dubitare. / ariis tainen incedeitles viis illi 
ad has regulas perveneruiit., et postnioduni ab aliis pluies ac diveisae 
iiiventae sunt demonstrationes. HARVM autem NVLLA, quantum mihi 
videtur , EST GENVINA, sed derivatae sunt OMNES ex alienis 
principiis .... Operae pretiwn fore existiinavi istani dissertationem 
proponere , in qua regulae communicationis motus EX CER.T1SSIMIS 
MECHANICAE PRINCIPIIS deducantur. Notum enini est quantum ce- 
leritatem data potentia . . . generare . . . nec non destruere valeat. Sta- 
tuo igitur in concursu duorum corporum utriusque corporis ceLeritatem 
a potentia inter corpora illa delitente immutari. Accipio hic tanquam 
indubitatwn principium , omnem motus mutationem produci successii'e 
non salta . . . Intelligitur quid sit corpus perfecte durum , quod ni- 
niirum a quanue nji finita infinite parvam tantum impressionem ac- 
cipiat. Vedi qui appresso , §. 26. 

§. 12. Ora che in un corpo molle si trovino molti corpuscoli duri,! 
(|uali formino una catena di durezza toccandosi in alcuna parte uell' atto 
stesso che in altre lor parti si vanno tra di loro accostando o disco- 
stando, ne sia esempio una serie di elastri reali ( Fig. I. ) della quale 
«■lascuna lamina e un corpuscolo duro, F insieme di tutte le lamine è 
un corpo molle per la condizione dej^ll angoli variabili. Se un corpo 
duro percuote direttamente uu' estremità della serie, esso comincia a ri- 
tardarsi con cangiamento Lrusco , scLbeue la resistenza degli angoli sia 
finita ed anche minima: indi il percussore già addossato all'estren'jlià per- 
cossa, continua a ritardarsi in altro modo pegli angoli, i quali se faccia- 
no una resistenza grandissima, anche il secondo cangiamento e Lrusco, 
almeno relativamente. 

§. (3. Dunque anche il centro di gravità della serie viene ad esser 
accelerato per il primo tempo con cangiamento Lrusco. E poi manife- 
sto che l'estremità, percossa immediatamente, comincia dall' esser più 
accelerata dell'altra estremità opposta, altrimenti non vi sarehLe costi- 
pazione: e che mentre la costipazione va cessando nasce un molo relati- 
vamente ritardato dell'estremità percossa, ed accelerato dell'altra. Per la 
velocità del centro non c'è diflìcoltà : sempre la si fa risultare per fin- 
zione del Geometra, conosciute che sieno le velocità reali di tutti i 
puati. Qui però il pensier è di ridurre tutti i moti ai due moti delle 



3i9 

due estremila: il che fallo, la riduzione al ceulro è superflua, anzi pur 
iuulile per 1' oggcllo prcsenie. 

§. l/^. Dunque, riassunicudo: In un corpo molle percosso nella direzio- 
ne dei suo molo il ceulro di gravità si accelera prima con cangiamento 
brusco, e poi continua ad accelerarsi in modo ordiuario, nel qual mo- 
do bensì lo strato superficiale anteriore si accelera dal principio al fine 
dell'urto. L'altro strato superficiale opposto, immediatamente percos- 
so , non solo comincia dall' accelerarsi con cangiamento brusco , ma 
dopo si va rilardando durante il successivo acceleramento degli altri 
due punti} e ciò a suo luogo si troverà meglio dichiaralo. 

§. i5. Essendo poi molle anche il percussore, in esso in vero i suoi 
tre punti analoghi non fanno mai altro che ritardarsi j ma il solo estremo 
posteriore ciò fa con variazione ordinaria, gli altri due punti cominciano 
dal cangiamento brusco. 

II. 

Idea di una costruzione geometrica per il rapporto 
delle costipazioni. 

§. iG. Torniamo a parlare del solo corpo percosso. Poiché sul principio 
dell'urto i tre detti suoi punii hanno una velocità comune » , ed anco- 
ra sul fine dell'urto hanno un'altra velocità; comune V, converrà dun- 
que descriver tre curve di natura diversa tra colesti due limili comuni, 
ossia tra le due ordinate, con l' ahscissa , o comuuc linea del tempo, 
t=:ai)i Fig. XIII. In ogni diverso istante intermedio si avranno tre va- 
riabili, v per il centro di gravità, v' per l' estremo immediatamente per- 
cosso , e v" per l' altro estremo , e sarà a»" << a» <, v ; come mostrasi 
nella figura, v" ^=gh, v^^gi; 'v'=:g'A'. Nel primo istante dall'ulto, os- 
sia dopo un tempo prodigiosamente corto bc, la velocità v sarà mag- 
giore di k di ima differenza infinitesima ; e sarà -v nata con aumento 
finito ; e v' con aumento non pur finito, ma eccedente lo slesso ultimo 
limite comune V. 

§. l'j.Che vuol dire, la curva delle velocità v' nell'andare da a ad Z, 
avrà in y un regresso} anzi saranno due curve af.,fl. La curva delle 
velocità u, essendo ael, avrà in e \m flesso improvviso, sicché para- 
gonandola colla terza curva ad hi., lien la seconda parte el sarà della 



320 

natura della seconda parte dhl, ma la prima parte a e non bene si 
couiinuerii colla sua rispettiva seconda, come 1' altra prima coli' altra se- 
conda. 

§. i8. Dalle cose sia qui dette si saprà qual costruzione fare per le 
velocità de' tre punti del percussore , i quali prima avevano velocità k 
^ b p ( Fig. XIV ). Ma or qui occorre di descrivere la sola curva del 
suo centro di gravità in confronto della curva del centro del corpo per- 
cosso. Tutte due le curve hanno per limite dopo 1' urto la stessa V. Ma 
dopo un primo istante si ha u=^c q molto minor di k. 

§. 19. La teoria comune delle impressioni nell'urto prende per somma 
delle due impressioni del percussore e del corpo percosso, l'accostameato 
del centro di gravità dell' uno al centro di gravità dell'altro, ossia pren- 
de la differenza tra i due spazj ; per rappresentare i quali nel senso de- 
gli autori converrebbe, descrivendo la figura XV, trovare l'area aelqpa; 
indi dividere 1' area stessa in due parti inversamente proporzionali alle 
rispettive rigidezze o tenacità de' due coi-pi- 

§. 20. In vece per me la profondità d'impressione, o linea di co- 
stipazione in ciascun corpo , è l' accostamento di un suo estremo all' al- 
tro suo estremo opposto , ossia è la differenza tra i due spazj percorsi 
da' due suoi estremi 5 e cosi si dovrà trovar l'area a d hlkfa. 

§. 21. Si vedrà che l'altra definizione presa da' centri non solo non 
è generale , ossia sufficiente per tutti i casi : ma nel caso in cui l' im- 
pressione del corpo percosso può definirsi anche così, il suo rapporto 
riesce molto diverso da quello che riesce a me. Tal è la Questione che 
propongo. 

§.22. Si troveranno qui appresso nella parte terza i valori delle ve- 
locità de' diversi punti del corpo sul fine del cangiamento brusco e 
ne rispettivi periodi , con dichiarazione di consegueuze importantissime 
nella Meccanica delle Operazioni, s'io pur non erro. 



321 

IH, 

Motivi di ricordare e d'imitare in genere V artifizio di Leonardo Eulero 

di sostituire a' corpi molli, corpi duri congiunti da elastri 

lineari, il che or qui si farà con eisenziali differenze. 

§. 2 3. Condorcet nell' Elogio di Leonardo Eulero prevede che agli 
occhi della posterità si presenteranno diramate molte cose matematiche, 
senza che in radice si riconoscano per originali del grande autore. Ed 
ora il nostro confratello signor abate Avanzini rileva che la celebre 
teoria della resistenza de' fluidi del Juan è una formula gettata là da 
Eulero con riserva, cioè eoo doppia lode, parendo formula ora final- 
mente convinta di falso. 

§. 24' P^*" senso di Eulero e di Juan e di moltissimi altri, i quali ho 
seguiti, le impressioni in un fondo di argilla tanto appartengono in ge- 
nere allo spirito di calcolo dell'Idrodinamica , quanto le mutazioni di fi- 
gura di un globo di avorio e di un pavime-nto di marmo nell' impeto 
dell'incidenza. Or anche intorno a quest'argomento il celebre signor 
Pronj nella Nouvelle Architecture Hjdraulique , Première Partie al 
§. 444 f^ quest' annotazione : La théorie de la percussion qu'on va 
exposer a été donnée , pour la première fois, dans un omrage espa- 
gnol qui a pour titre Examen Maritime etc. 

E nel Rapporto e Giudizio de' Comraissarj J'andermond e Monile e 
della R. Accademia delle Scienze di Parigi , segretario lo stesso Con- 
dorcet, sì legge: M. de Pronj donne ensuite, d'après don George, Juan, 
mie tlicorle de la percussion , dans laquelle il fait entrer les dijfé- 
reiites circonstances phjsiques qui ont lieu dans la choc des corps , 
telles que la nature nous les présente , et qui assujetlissent la coin- 
munication du mouvement à la loi de continnité. 

§. 25. Or qui facendosi due ricerche di diverso genere, una sul- 
l'originalità del calcolo, l'altra sull' esattezza, mi sarei volentieri astenuto 
dalla prima per non parere di far cosa d' odio e di parzialità , conum- 
que il punto sia massimo nella Storia delle Matematiche. Ma se co- 
minciassi dal testo di Juan o di Pronj- , spoglio di figure , e pieno di 
varie cose in vero sublimissime , ma in grazia delle quali , in vece del 

■il 



Ò32 



semplice caso quesiiouaLile , si ha una selva; temerei die la lettura non 
venisse sospesa da un maggior numero di lettori , i quali aspettassero 
di aver piìi tempo ed agio di applicarsi a simile discussione. Eulero è 
r autore della limpidezza nella profoudità e nelF originalità. L' errore 
però , quale io lo credo , è stato commesso da lui medesimo ; Juan vi 
fece sopra un commento, ritenendo l'errore e moltiplicandolo, ma toglien- 
do la facilità di rilevarlo col sopprimere le figure, luogo per altro esem- 
plarissimo. E sicuramente l'Esame marittimo, comunque le sue lodi ven- 
gano meno intorno a cotesti due argomenti, de'fluidi e de'solidl cedevoli, 
resterà sempre un' Opera che innalza le Spagne al livello dell' Europa 
matematica con apertura e bilancia di commercio , comprese le altre 
Opere di Ciscar, di Mendozza ec. Anche F Italia conseguirà un do- 
no simile a quello che già altre dotte Nazioni conseguirono da illustri 
Geometri traduttori ed annotatori di Juan, da un Ispettore generale 
delle Acque e Strade del Regno, dal sempre nostro, e godente d'esser 
chiamato nostro Stratico. Io sono confortato da lui medesimo a pub- 
Llicamente proporre quanto gli ho privataniente assoggettato , il che fo 
quasi con patto oh' egli nella sua edizione di Juan darà il suo giudizio 
aperto, non essendo uno di quelli che si fauno o idolatri o detrat- 
tori del loro autore. 

§. 26. Dunque in grazia delle cose sovraccennatc, per poco mi sia lecito 
supporre di trovarci avanti il tempo in cui Juan ha stampato nel 1772. 
Uscì del 1738 il tomo V. de'Commentarj dell' Inip. Accademia di Pie- 
troburgo pegli anni i73o-3i, contenente la novità che notai nel §-ii- 
De Commuiiicatione motus in Collisione corporum , Dissertazione poi 
caduta in dimenticanza. Giova richiamare la Scienza a quel suo pi-iuci- 
pio , il qual è di sostituire ad un corpo molle di data massa B per- 
cosso da un corpo duro ^4 , la stessa massa B come corpo duro pre- 
ceduto da una serie di elastri ( Fig. III.) Iinpressionis accipiendae dif- 
ficultatein ut clarius percipiamus , corporibus annexa concipio elastra 
in loco , quo impressiones recipiunt. Loco igitur impressionwn elastra 
haec comprimi pono : eodem enim redit, sii'e id quod compriinitur sit 
ipsius corporis pars, sii'e elastruni corpori adjunclum. 

§. 27. Certamente una simile invenzione non è mai necessaria: ma è an- 
cora usata al giorno d'oggi dallo stesso più grande soppressore delle figure 
il sublime La Grange, nella teoria delle Funzioni analitiche. §.21 5. Ma 



325 

ancora più certamente il riteaere, senza le figure ed i nomi dell' innesto 
di clastri uè' corpi duri, lo stesso ragionamento e processo di calcolo 
coll'iddUico risultato, piofercndolo direttamente sugli slessi corpi molli, 
è tutt' altro che dare una teoria nuova e propria : si vedrà che Juau 
così fece, salve le lodi che ripelerò sempre al suo commento. 

§. 28. Ma Eulero colla sua stessa luce si abbagliò, s'io pur non m'ab- 
baglio. Un corpo molle sarà per me diviso ( Fig. IX. ) in due corpi 
duri, coordinali in fila altcrnalivameute con due serie di clastri di di- 
versa tensione , sicché una serie rappresenti la rigidezza tra molecola e 
molecola, e l'altra serie la rigidezza tra elemento ed elemento in una 
stessa molecola. In questa sola differenza di pianta e di apparato con- 
siste la novità dello scritto presente, la quale però porterà varie e gravi 
differenze di conseguenze e di ultimi risultati ad uso della pratica, e della 
scienza de' fenomeni. 

§. 29. Parrà eh' io moltiplichi gli enti, anzi gì' imbarazzi : ma non è 
troppo quel ch'è necessario ; non dovevasi immaginare una semplicità ira- 
possibile e contraddittoria ; un solido che si costipa o si distende, è al- 
meno un l)inario di solidi che tra loro si accostano o si discostano ; e 
perciò se sicno innunicrahdi solidi, la massima possibile riduzione e con- 
centrazione è il binario con una serie interposta : la riduzione all'unità è 
una distruzione della natura. Vedremo poi come in oltre richiedasi an- 
che una seconda serie di clastri. 

§. 5o. E pur anche manifesto che la stessa idea di Eulero da me rad- 
doppiata , si può esporre col prendere, senz'altro, per corpo molle un 
elastro non lineare fittizio , ma massiccio vero e reale , (Fig. 1) per indi 
concentrare la stessa di lui massa, o tutta intiera in un solo suo estremo, 
secondo Eulero (Fig. I'), o divisa, secondo me, in due parti concentrate, 
una in un estremo, l'altra nell'altro (Fig. 1".). Così 1' elastro lineare 
viene ad esser come una traccia, una reminiscenza dcH'elastro di già ve- 
duto cogli occhi e toccato colle mani : cosa piena di esempj in lauti 
alili casi della Meccanica, pe' centri di gravità, di oscillazione, di j^er- 
cussione, e pegli elastri medesimi considerali nell'alto di spingere o di 
trarre im corpo attaccato ad un' estremità coli' allra estremità fissa. Avrò 
dunque fatta sparire la stessa urtante immagiuozione di Eulero, di alcu- 
na cosa strana , come sopraggiunta. 



324 



IV. 

Del prelato della idea di Boscovlcli e di Juan di lis^uardare 

le impressioni de' Fondi come le mutazioni della 

figura de' mobili percossi nel vacuo. 

§ 1. Devo parlare di una Massima , la quale se essendo da Juan ap- 
plicata alla formula di Eulero rende più sensibile l' errore della for- 
mula medesima, è però sempre una massima in genere da ritenersi, 
cioè elle una formula, la quale sia buona per le impressioni di un mo- 
bile percosso e prima quieto, deve sperimentarsi buona per le impres- 
sioni di un fondo immobile, così detto, il qual è l'intiero globo terrac- 
queo , sol che nella stessa formula generale facciasi eguale all' infinito 
la massa percossa. Trovo che ciò fu detto assai chiarameute da Boscovich 
nel iq-i'J), parlando di un globetto cadente in un letto di argilla po- 
sta in un vaso: Dum globus impingit in primas materiae mollis par- 
ticulas , velocitas aliqua generatur in omnibus, donec demum et glo- 
bus , et particulae et tota massa cuiu tota sustentaculo ad eaindem 
■velocitatem reducantur, quae minima erit et fere nulla ob immensam 
lotius Telluris massam , cui fulcrum innilitur. Ubi ad Ulani celeritatem 
communem 'ventum est, manet fovea. Agl'Ingegneri non importava che 
poco o nulla conoscere le ammaccature de' globi penduli nella macchi- 
na di Mariotte, le quali , anche invisibili , si causideravano per servire 
alla continuità , ovvero le stesse erano soggetto di vane metafisicherie 
sotto il nome di mutazione della figura. L'interesse grande era di cono- 
scere le impressioni ne' fondi percossi od altri appoggi stabili. 

§. 32. Tu tale caso preso separatamente o creavasi la fluidità per 
calcolare la resistenza d' inerzia delle molecole , come da Pemberton 
e da Desaguliers , il quale cita insieme una iutiera metà del mondo 
matematico de' suoi contemporanei: o bene facendosi impenetrabile la 
superficie della massa cedevole , però prescindevasl dalla massa me- 
desima , calcolando la sola tenacità astratta j come dall' abate Camus 
Delle Memorie della R. Accademia di Parigi per 1' anno 172S : o 
colle parole mostrandosi di calcolar tutto , con intendere la resisten- 
za risultante , in realtà non calcolavasi più nulla , perchè non di- 



323 

slin"uevasi con altrettaiue notazioni ciascuno iìcs}ì ritmemi di resistcìi- 
za. Clune da Jdcopo e fincenzio Biccati , per alno sommi Geometri, 
eterni ornamenti e luminari del rnio paese: ./liCO/'O Oyt?(?/'e Tomo III. Sclie- 
diama XXV. Vincenzio , Dialogo, pag. 49 - 56. In oltre la massa che uorai- 
navasi era quella sola che nel vaso si vedeva alterata, e non si parlava 
pillilo della congiunta massa de' fulcri o del pavimenta. Dunque iu tal 
caso non avevasl un pieno aspetto di scienza esalta: la sola creduta co- 
incidenza degli sperimenti co'leoremi faceva passare 1 teoremi medesimi. 

§. 33. Eulero diede un calcolo di rapporto dell' impressione fatta in 
un corpo mobile isolato nel vacuo, senza avvertire che se nella sua for- 
mula la massa del mobile percosso e prima quieto si faccia eguale !Ì\.- 
Y i/ifìnito, il risultato è quel medesimo che prima erasi avuto supponendo 
la massa zero. Quando il risultato fosse vero, l'arrivarvi per due sì con- 
trarie vie sarebbe subbietto di riflessione sul combaciamento degli estre- 
mi , nobilitando con sublimità il volgare proverbio. Ma il difetto confes- 
sato nel metodo antico poteva far piuttosto sospettare che siavi del 
falso anche nel metodo nuovo, appunto perchè finlscouo ucU' identico 
rapporto. 

§. 34. Or io considerando prima col solo raziocinio, senza sperieoze di 
misura delle impressioni, il caso di due corpi mobili che si collidono, 
trovo una formula generale di rapporto diverso da quello assegnato da 
Eulero. Facendo poi nnlla mia formula eguale all'inriuito la massa mo- 
bile percossa, il risultato è conforme alla spericnza da me nuovamente 
consultata sopra le impressioni de' fondi , contro la credenza sinora corsa 
universalmente del celebre sperimento del Poloni. E ciò dico nelle 
sostanze adopraie dallo stesso Poleni, sevo gelato, cera, e luto: giacche 
altri trovarono falso quell' esperimento trasportato a' fondi semifluidi , di 
polveri, o di grani di miglio, ed essi medesimi però lo confermarono 
ne' fondi solidi : come Richardson nelle Transazioni filosofiche della R. 
Società di Londra per l'anno 1768, e nel 1798 il fu nostro confratello 
e mio maestro Zuliani sempre desideratissimo. 

§. 55. Si conclude che per procedere alla formazione ed all' esame di 
una teoria delle impressioni, col calcolo e colla sperienza, è necessa- 
rio ragionare sul mobile e sperimentare sull' immobile ; almeno le spe- 
rienze sugli stessi mobili sono molto più difficili. Restano levate le bar- 
nere , le quali facevano di una sola provincia due proviucie , una della 



comunicazioue del moto, l'altra della resistenza de' fondi. L'Ingegnere 
che cerca questa cogli occhi a tcira , li alza a trovarla in quella, ne'globi 
penduli della macchina del Mariotte. La massa dell' intiero globo ter- 
racqueo, come c£)Dcentrata in uu minore volume, anzi in uu nucleo, 
colla corteccia molle, è uno di quegli stessi globe iti! Potenza dello spi- 
rito umano ! Non e' è a mio senso in tutta la Meccanica niente di più 
semplice e più grandioso. Boscovich ne diede un'idea senza conginn- 
gerla con alcuna formula: Juan congiunse l'idea vera di Boscovich 
colla falsa formula di Eulero, non nominando ne l'uno ne l'altro: io 
intendo di render a tutti tre il debito onore , mentre propongo un' af- 
fatto nuova combinazione di cose consimili, previo un diverso apparato, 
con conseguenze diverse, siccome dissi. 



applicazione a' limiti d' immobilità assoluta. 

§. 36. Coleste medesime passate teorie o maniere di calcolo soglio- 
no trovarsi ancora nel maggior numero di corsi e di altri hbri posteriori 
ad Eulero , a Juan, a Pronj , per comodo dell' istruzione elementare. 

Non tralascierò dunque di dire che quella stessa riforma , della quale 
slnora parlai , si potrà egualmente introdurre o per supnlimento al cal- 
colo del Camus, o per rifacimento del calcolo de' Biccati. Con loro 
trascureremo tutta la massa del globo terracqueo G ( Fig. XI. ) ma ciò 
a riserva di quella picciola porzione di massa B, che si costipa o stirasi 
sotto al colpo. Essa poi invece di dirsi appoggiata al globo terracqueo, 
dicasi appoggiata ( Fig. XII. ) ad un puro limite geometrico immobile 
per ipotesi. Delle due porzioni di detta massa, le quali nel §.28. dissi 
concentrabili nei due estremi , -ire prenderò una sola concentrata nello 
strato superficiale percosso immediatamente , al di là del quale re- 
sterà la tenacità astratta nel vacuo, resistente all'abbassamento dello strato 
e del percussore. Cos'i il risultato del rapporto di questo abbassamento 
ossia dell'impressione, riesce lo stesso che col porre nel limite inferiore 
l'altra porzione della detta picciola massa congiuntamente alla massa del 
globo terracqueo. Queste cose si eseguiscono nella Terza Parte. 



5a7 



PARTE SECONDA 



VI. 



Casi , elementi e notazioni del calcolo né" tre testi 
di Eulero, Juan e Prony. 

%.Z'].\.° iyioi>eatiir ^corpus A in linea A O celeritate altitudini a 
debita , corpus vero B minori celeritate in eadeni direclione versus 
O ex altitudine b oriunda ( Fig. V. ). 

§. 58. Ponesi poi una P la quale si sottintende essere la risultante 
delle due rigidezze proprie de' due detti corpi. 

§^ 5g. Cosi pure si pone una a? somma delle due lunghezze delle 
impressioni nella delta direzione , e nella linea di disianza tra i due 
centri di gravità , la quale distanza sul principio del combaciamento era 
y, ridotta poi ad y x. 

§. 4o. La velocità variabile della massa A in capo ad a: , è Vv-, 
come prima era t/aj e la velocità variabile della massa B è ^/w, co- 
me era prima Vb. 

§. 4'- Il centro A percorse uno spazio r, ed il centro B uno spazio 
s cominciando dall' urto. 

§. 42. Eulero passa ad assegnare le velocità e le plaghe in qualun- 
que istante dell'urto, per li corpi perfettamente elastici, e per li perfet- 
tamente molli , §. 84. indi soggiunge : Posai in his utrumque corpus 
Spcunduin eamdem plagain moveri , hoc vero non impedii quo minus 
Ime regulae sint universales : haberentur prò corporibus in plagns op- 
positus motis si poneretur — \/b loco \/b . . . Pro corporibus non 
perfecte claslicis requiritur ut et nota sit lex vis elasticae ec His 
autein definitis facile erit ec. 

§. 45. II. Juan poi fa una pianta colle stesse e maggiori restrizioni, 
ma insieme piìi distinta. 



528 

» Nous établirous en general que 

A el B som les deux corps qui doivent se cboquer. 

z et X les loHgueurs, oii profoudeurs, des impressions qui se font en eux. 

a et jS les piiissauces constantes qui les animent. 

i/et/^les vitesses avec lesquelles le choc commcuce. 

u et 1} les vitesses dans un instaul quelconque du choc. 

a et b les espaces parcourus dans le temps méme du choc. 

D' et D les duretés des corps. 

H et H les aniplitudes des impressions. 

t le tems. 

§. 44- " ^'1 suppose que le corps A sult et choqixe le corps B, et 
» par couséqueut que la vìtesse U est plus grande que T^; sans cela 
)) on volt que le choc ne pourroit pas s'effectuer, à nioius que la vìtes- 
» se f^ ne fùt negative. Mais , pour plus de facilité dans le calcul , 
» nous supposerons toujours que les puissances a et ^9 , ainsi que les 
» vitesses U et V sont positives; car il est très-facile de faire négatives 
)i dans le résultat du calcul, les quaulités qui le seroieut ». 

§. 45- ni.<^ Ecco per ultiino la esposizione del caso per il signor Pronj. 

Soient en general 
m et u. les deux corps qui se choquentj 
S et o les aniplitudes d' impression ; 
r et p les duretés des corps j 

a? et I les lougueurs ou profondeurs des impressions ; 

f et ^ les quantités de mouvcmcut que les corps acquerroient dans 
l'unite de temps, en vertu de l'action des puissances con- 
stantes qui les animent; 
A et X les vitesses avec lesquelles le choc commencej 
u et v les vitesses dans un iustant quelconque du choc ; 
e et f les espaces parcourus dans le temps méme du choc ; 
t le temps. 

§. 46. » On suppose que le corps m suit et choque le corps ^, et par 
>i conséquent que la vltesse k est plus grande que la vltesse k; sans cela 
» le choc ne pourroit s'effectuer, à moins que la vltesse x ne fùt negati' 
» ve: mais, pour plus de facilité, on supposera toujours que les puissances 
■»f et ,jj , ainsi que les vitesses A et x, sont positives; car il est très-facile 
)> de faire négatives, dans le résultat du calcul, les quantités qui le seroient. 



329 

§. /(.-j. Il ()u suppose de plus qua les deux coips se meuveut dans uiir^ 
» méme dlrectiou, et que le choc s'effectue de manière qu'il u'y alt au- 
>i cuu mouvemeat gyratolre ou de rolatlon ; ces dernieres cousldératlons 
» ne ferolent qu'embrouiller le calcul ; car il serolt plus long que diffi- 
» elle d'yavolr cgard. 

§. 48. » Enlln les corps seront censés d'une grandeur suffisante pour 
» que les Inipressions ne cliangent pas sensibleraent le lieu de leurs 
» centres de gravite , de manière que le mouvement de ces centres ne 
» soit pas affecté par le changement de sltuatlon respective des partles 
» de ces corps. 

§. 49- Nella necessità di confrontare i tre testi tra di loro , l' essere 
notati alcuni degli stessi oggetti con lettere non pur diverse ma inver- 
se , mi fu spesso di fastidio ; e perciò credo di sei-vire al lettore for- 
maudo qui la seguente Tavoletta 



EVLER. 



JVAN. 



PRONY. 



A . 


. . ^ . . 


. m 


£ . 


. . B . . 


• ^ 


Va . 


. . U . . 


. k 


Vb . 


. . V . . 


K 


V v 


. . u . . 


. u 


V u . 


. . V . . 


. V 


r 


. . a . . 


. e 


s 


. . b . . 


• e 


tempo 


. . t . 


. . t 


zero 


a 


■ ■ / 


zero 


. . ff . 


■ • 9> 


Unità 


. . H' . 


. 5 


Unità 


. . H . . 


<r 


Indeterminata . 


. z 


. X 


Indeterminata . 


. a? . . 


. z 


Indeterminata . 


. . D. . 


. T 


Indeterminata . 


. . D . . 


• 



43 



33o 



NB. Sono le due prese insieme di Juan z-\-x—a: 

e COSI le due prese insieme di Prooy z+a?=a^ 

E perciò se o in Juan o in Prony sia cc=:o,k z=^x 

e se sia z=:=o, èa7=ar 

i?'=c» 1 è D^P 

E se sia j^, ) in Juan , r.i „ 

/> =: co j e U =i^ 

r = 00 ì è o =P 



E se sia } in Pronv ■ 

;> =: 00 j •'e 



P 
r 



di Eulero 



Vili. 



Per Juan e Prony la rigidezza del percussore è indifferente all'impressione 

del corpo percosso , nelle collisioni orizzontali , e nelle cadute la 

minor rigidezza del percussore accresce l' impressione nel fondo. 



§. 5o. Ecco la conclusione di Juan nel suo testo §. 287. 
» Appellant / la plus grande imp.ression 011 aura 

1 = )i . 

§. 5i. La stessa cosa è nel testo di Prony colle stesse conseguenze, 
però meglio e più unitamente esposte, nò mi sarebbe possibile farne 
estratto, e devo prenderle per esemplare, anzi pure assumerle, quanto 
al metodo in genere. Per non confondere le proprietà, e per tutti i ri- 
guardi, anche di brevità, lo vengo citando i passi necessarj nel com- 
plesso , more geometrico. Si vedrà nell' Articolo XIII. con qual meto- 
do siensi condotti all' equazione generale , che or qui segue. Presup- 
ponendola , ecco il seguito legittimo : 

§. 52. Si dans l' équation 

•^m fi [{u—vy — {k-x )']=(/* f-m,p ){x-\-z) — { m-\- ^ )Jhpdz, 
trouvée précédemment (459), on suppose la dureté p constante, et qu'on 
en tire la valeur de fa d z, on aura 

J <r uz 



' ftrdz 



p{m-\- il) 

\ r>ii,[{k — x)i--{u~ V ]■>] 4- ( fLf—m <p] {x+z) 
p{,n + fL) 



33i 

§. 55. Or (fdz ctant 1' élémeiil de riniprcssion , y» £? z sera l' impres- 
sion totale cloni l'équation precèdente donne la valeur pour un iuslaut 
quelcouque du choc, la dureté étant constante. 

§. 54. Falsani, dans cette équatiou , u:='V, on aura la valeur de 
fadz, qui répoud à l'inslant de la plus grande impression ; ce qui 
donne 

fa dz _ ^"'/*(^ — *)' + '^ ^/ ~^'^ )(-^ — z) 

§. 55. Lorsque le corps choqué est immobile , il n'y a qu'a sup- 
poser ftr^co, x=o, et ^=0, l' équation précédente deviendra 

f dz— '"'*'+/(-^ + z) 



§. 56. f étant la quantité de mouvement que la torce accéléraulce peut 
procurer au corps in dans l'unite de lemps , si on suppose que Restia 
pesanteur , qu'on preune la seconde pour unite de lemps , et le pied- 
de-rol pour unite de mesure, on auray=5o, ig6m, et l'cqualion pré- 
cédente deviendra 

X 

- , a/ni'' -J- 3o, 196'» (.r-l-:) ™ C ' ;a 1 -r et , \) 

f0d2= ^-—7^ = yj -A^+ 50,196 (3: -f-2)j . 

Noramant h la liauieur diie à la vìtesse k , on aura 

A^=6o, 59 A, etyaJz=^-^i^^— (A + a7-(-2). 

§. 57. Lorsque x -\- 1 sera très-pelit par rapport à A^, ou par rap- 
port li k 1 ce qui arrive commuuément, méme dans les corps qui n'out 
pas une grande dureté, la valeur de /"o- d z sera sensiblement proportio- 
uelle à A^ ou à A, et ainsi les impressions seroui comme les quarrés 
des vUesses ou les hauteurs des chùtes. Ceci sera encore plus vrai lors- 
qu'on aura 

/7 '" / " Il fr /^ \ 5o, iqGm , , . 

ffaa=— ( ~k +00, 190 z) ^ (A-f-z); 

ce qui nous apprend que lorsq'un corps dur tombe sur un autre corps 
immobile , l' impression qui se fall dans le dcrnier est en raison inverse 
de sa dureté, et en raison dircele composée du quarré de la vìtesse ou 
de la hauteur de la cliùte et de la masse du corps choquant. 

§. 58. Rivediamo la cosa , ricominciando dalla formula del §. So. Ben 
si sa clic nella notazione x è implicita la notazione U ed è x tanto 



maggiore quamo è D minore. Ora non avendosi x se non che molti- 
plicata per le gravità a e (S , nelle collisioni orizzontali resta D fuori 
della formula. 

Basta questa sola cosa per far pensare a qualche riforma della teoria 
generale. Gli autori non devono essersene accorti; giacche se anche si 
credesse vera tale proposizione, non sarehbe da passarsi sotto silenzio, 
ma merltereLbe d'essere celebrata come il più bel paradosso della Mecca- 
cauica. Nel lesto di Eulero quest' assurdità non comparisce ; perchè egli 
non distingue le due rigidezze ed impressioni. Bensì nel caso che il 
percussore sia corpo duro, le formule de' due autori sono comparabili, 
come qui appresso. 

IX. 

Clic la formula di Eulero fPdx = ^ (a— 0;)-^- B (b — u) 
e la formula di Jaau JLfdx = Xwj 

§. 69. L' ora riferita formida di Eulero , se si scriva colle notazioni 
>di Juan , giusta la Tavoletta §. 49. è fDdx = J {U'—u) -f- B ( V^—v"). 
§. 60. La si moltiplichi per A-\-B , e sarà 

§. 61. Ha poi Eulero quest'altra equazione 

J{v'a — Vv)\-B{v'b — Vu) — o , 
la quale scritta colle notazioni di Juan è 

J{U-u)-^-B{V-v) = o; 
ossia ylU->r B V—Au-Bv -^ o . 

§. 62. La si moltlphchi per AU \- BV—Au \ Bv , e si avrà 
A^U'-\-B''F^—A^u'—B-V^-\-iAB . u f^—uAB . uv =. o. 
§. 65. Sottraendo quest' ultima equazione da quella del §. 60 resta 
(A+B) ./Dx=AB (U-'+V—-iuv)—ABlfP-\-v''—inv)=AB[{U—Vy—{u-^n 

e così fDdx =^ ^ ''' ^ ' '" ^'' la qual è la data dal Juau al suo 

§. 276, presa senza quegli elementi che non entrano nel calcolo di Eulero. 
§. 64. Ma poiché spesso spessissimo la equivalenza delle formule fi- 
nali in un problema sta con una massima diversità di modi e pnucipj 



533 

di calcolo, e necessario passar a vedere le dimostrazioni de' due aiitorij 
e d'alua parte senza confutarle direitaraeutc disconverrebbe forse il 
proporre alcuna teoria diversa. 



X. 



Sostituzione ck'Euleio crede di fare di un caso 
. immaginato al caso reale. 

§.65. Egli concentra le due masse./^ e 5 ue'due loro centri di gravità, tra 
r UDO e l'altro de' quali pone astratta la resistenza al loro accostamento. 
» Peno ea corpora in se mutuo agere incipere cum distantia centroruni 
» fuerit = f. Ipsis igitur corporibus ut punctis consideratis interpositum 
Il coucipio elastrum longitudini» f. Sii id AB ( Fig. TU. ). Quando ergo 
)i corpus u4 reperietur vi A ei B '\n B conflictus incipiet, elastrumque , 
» fpiia A cclerius movetur quani B, magis continuo coniprimetur. 

§. aa. » Reductum jani sit elastrum ad lougitudiuemP^, (Fig. VI.) 
» quam pouo = f — x. Sit celeriias qnam corpus A cum in P veuerit 
» habet, ex altitudine v orla, celerltasque corporis B iu^ex altitudine 
» w, et vis elastri j quam nunc liabet se expaudendi, sit = P. 

All' attento lettore non darà fatica il trovar impiegate le stesse lettere 
A, B, P per notare ora gli oggetti fisici, ed ora i siti, benché ciò non 
sia drir eleganza solita di Eulero. 

§.67. Queir elastro poi dovrebbe esser distinto in due da un punto che 

indicasse il sito del combaciamento de' due corpi, sicché tra il detto 

punto divisorio ed il centro A fosse lunghezza y^', e potenza jP, e così 
f" e P' dalla parte di B. 

§. 68. L'Autore non pensò a cir, per non aver avuto altr' oggetto che di 
trovare la velocità dopo l'urto. Ora questa risulta la stessa qualunque sia la 
tenacità dell'uno e dell' altro corpo. » Quanta ea sit (vis elastri) non est 
» opus ut scianiusj quamcunique enim servet Icgem, eadem tamen dcnique 
» post couflictuni prodit motus di>trlbutio. Propositwn tantum crat Iiic 
» regularwn collisionis genuinam dare demonstrationem » . Quindi fu fa- 
cile che altri comparisse autore , facendo diventar cosa principale quella 
ch'Eulero iuvculò soliamo come uu mezzo per un altro line. 



534 



XI. 



Divinazione qiial espressione avrebbe data Eulero alla sua P 

come risultante delle due P' e P' . Stranezza del nome 

di forza di percussione dato da Juan alla rigidezza. 

§. 6g. Mi par chiaro che a titolo di commentar Eulero sarebbe da farsi 
P ^= P' -\- P' e che dividendo x in due x' ed oc' , si potrebbe di corto 
assumere questa proporzione 

X : X — x' :: P' : P 
onde x'P' ^^ P'x — P'x' 
P". 



e X =■ 



— ; onde se sia P' := co , allora a? = o. 



DII D'H' , ., . „ r'^p'T 
= n, e cosi il signor Pronv 



-, T ^ Liti un , -1 • n '^P^ 

70. 31a Juan fa——: — 7-7777 = 1^) e cosi il signor rrony = w 5 

/ lìti \ . lì' l4' ^-' *' I'C_J fìfT 



ed ormai lasciando le ampiezze diciamo — ^ 7r:= j onde per rLu- 

P'P" 
lero dovrei dir P = 



P'+P" 
§. T I . La loro ragione è stata il dire che w deve esser tale che fatta 

OC p 

una delle due eguale all'infinito, l'altra diventi sr essa sola,3r= — ; — = p. 

E si chiama tv la forza di percussione, la quale dunque non è mai niente 
ne della massa nò della velocità del percussore, e talvolta è anche tutta 
fuori del percussore medesimo , è la rigidezza del corpo percosso , ed 
allora un solo e stesso subietto fisico chiamasi con due nomi , segnati 
con una sola e stessa lettera p , questa è la resistenza , p, questa è la 
forza di percussione, p. Altro non può intendersi di vero in ciò, che 
l'amico detto jéctioni aequalis reactio: cosa che per altro non è niente 
più spiegata. In vero le definizioni nominali sono libere : ma ci vuole 
un motivo per innovar ed invertere la nomenclatura introdotta da Neu- 
ton, da Leibnizio, da Borelli, da Torricelli, da Galileo: il nome ài for- 
za di percussione ha diritto di eccitar altra idea. 

§. 73. Forse poi conseguenza di cotesta idea è l'assurdità sovresposta, 
Articolo Vili. Per me confesso di non intendere come il termine com- 
plesso = 51 sia sforzante, mentre si l'uno che l'altro de' due, ;■ ed p 



535 

sono resistenti. Il signor Pronjr abbisogna del paragrafo seguente per 
condursi ad una proposizione ch'io di sopra osai dire assiomatica; 

§. -jS. » Les difTérentielles s dx et ad x des inipressious soni produites 
« à chaqiie instanl par la méiue puissance ndt qui agit cgalement sur 
» les deiix corpsj et pour produire ces impressions élémentaires, la force 
» ndt a à vaiucre les forces rdt et pdt ; ainsi les effets sdx et adx se- 
>i ront d'autanl plus grands qne les puissances rdt et pdt seront plus pe- 
» titcs; et comnie ces effets sout prodiiils par la mème cause ndt, ils 
)) seront en raison inverse des obstacles rdt et pdt qu'ils lui opposenl; on 
)i aura douc sdx : adz ','. pdt: rdt; d'oìi on tire l'équatioa srdx ^= apdz, 

» OU sdx : adz W p : r. 

Indi l'introdurre cotesto valore a mezzo il §. 4^9- è il passo 

decisivo per 1' Articolo Vili. 

XII. 

Dimostrazione di Eulero della sua formula 
fPdx=A{a — v)-)rB{b — u). 

§. •74. Terapusculo quam minimo progrediatur corpus j4 per elemen- 
tum Pp^dr, et corpus B per Qq =. ds. ( Fig. VI. ). 

§. 75. Erit pq = PQ-^ Qq — Pp—f—x -\-ds— dr. Sed pq aequa- 
tur ipsi PQ una cum suo differentiali , idest pq =y — x — dx. Habe- 
biiur consequeuter dx = dr — ds. 

§. -tS. Est dr.ds :: V^ '• i^u. Sive habetur ■ = = — ~ ' . Ex 

' y'v ]/u ì/u 

, . . j rfrj/j' d.ri/u 

hac aequatione reperitur dr = , atque ds ^= 



§. 7-. Corpus vero ^4 contrariam habet vini elastri expansivam P, 
erilque propterea Pdr = — Ad'V. Simili modo corpus Ba y\ P accelera- 
tur , erit Pds = Bdu. 

§. 78. Ex bis acquationibus conjiuictis repcritur 

— Adv - Bdu r= Pdr — Pds = Pdx. 



356 

§. ig. SumanUir integralia. Erit Constans — jÌv — Bu r=fPdx , fiet 
autem fPdx = o si pouatur a? = o. Ad constantem determiuaudam po- 
natur a?=o, eritque 'i):=a, et uz=h. Est propterea Constans=y4a-\-£b. 

§. 80. Habemus igitur islam aequationem 

/Pcìt: = J{a—a)) -+■ B {b — u). 



XIII. 

Dimostrazione di Eulero dell' altra sua formula 

yl ( yTa — [/''v ) -+- B{ V^b — v^m ) = o. 

§. 81. Resumamus aequationes §. 77, substituamusque prò dr et ds 

1 • ^ /- T- • > 7 Pdx\/v „ , Pdx\/ii 

valores inventos ^. 76. Ent Adv -— , et /?««:= — 

*-" ' yu — i/i> \/v — yu, 

^ Q Tj , , -Il 237 Adv\/v-\-Aàvy'u 
§. 02. Habetur ergo ex ala, Fdx-^z — 



y" V 

§. 83. Erat autem §. 79 Pdx ^^ — Adv — Bdu. Ex hlsque prodit 

. , r- n 7 /— ■^^'^ ^''" 
Adv Y u = — Bdu V V , seu — -— = . 

\/v ]/ u 

§. 84. Qua integrata obtiuetur A\/l;-\-B\./H=Const.=A[/^-\'B[^. 
Talis euim esse debet Constans ut etlam aequatio aute conflictum ve- 
rum praebeat. 

§. 85. Hiuc J(V^—\/1j) ■+■ B{V^—\/li)-=o. 



XIV. 

Proposizione di Eulero: Nell'ultimo istante dell'urto sarà 
jPdx = '~A{\ra-^br-^. 

§. 86. Elastrum est maxime compressum si est rfa?=o, seu dr=^ds, 

idest ubi ^l=M, iu §. 79. 

^... .^r.K / — 1/ — ^ \^ a-^B y" b 
§. 87. Ent igitur m §. 85 yv ve! yu— - » ^ ^ 



557 



\V. 

Processo di Juan e Prony analogo a quello di Eulero. 

§. 88. Juan. « L'espace a parcouru par le corps A, doli eire égal à 
» l'espace b parcouru par le corps B, plus les longueurs, ou profou- 
» deurs z et oc des impressions . . . Donc on aura 

a = b -\- z -\-x , ou a — b =^ oc ->t- z , da — db ^= dx -f- dz. 
Ciò corrisponde al §. qò. 

§. 89. «Mais iidt ^= da , et rdt=db, donc (m — ■v")dc =dx -[-dz , 

r . 11 • j dxr\-dz _ ..11 

» d UH 1 on lu'C dt = • Jjorsque oc et z arnvent a leurs plus crau- 

U V io 

» des valeurs, on a dx-[-dzz=o, d'oìi l'on conclut u — 11=0, ou ii=v. 

Non occorre riflettere che qui si hanno i §§. -76, 86 e 81, coll'ar- 
Litrlo di avere preso il tempo piuttosto che lo spazio. 

§. 90. Poi Juan fa delle due rigidezze D' e D una certa sua risul- 

Dirniì' . ] 1 1 • j- 1,. 

tante ar ^= cu e pensicr nuovo, ma del quale si disse nell ar- 

DÌI-^-lJ II' ^ ^ 

licolo XI. Or qui basta avvertire come nella Tavoletta §. 49 il ir di 

Juan e di Prony sta in luogo del P di Eulero. 

11 testo cosi prosegue : 

§. gì. «Les forces, ou puissances qui animenl le corps ^ sont a, et 
» n-, et comnie cette dcrnière est negative, il s'ensuit que (a, — n)dt^Adu. 
V Les deus puissances qui animeut le corps B , sont (9 et jt, et toutes 
» Ics deux sont positivesj ainsi nous aurous ( jS -f- jt ) f/f = Bdv.» 

Se in vece si suppongano zero a e fi , cioè che i corpi non cadano 
Dell'urtarsi, ma vadano orizzontalmente, questo resta il puro discorso 
del §. 77 colle due equazioni; ed il §. 78 è similmente tradotto col- 
r aggiunta ritenuta della gravità, nel seguente 

§. 92. «Ed prenant la somme de ces deux óquations, nous aurons 
>' (a + fi)dt=.4du-[-Bdv, et eu iulegranl ( a, -+- (S )t—A{u — lT)-[-B{y — V) 
)i d'oii l'ou tire Au -\- Bv =^(^a-\- ^^t-\- AU -\- Bf^. Donc en substi- 
)i tuant l'iine ou Tautre valeur, u ou v à l'instant oìi se fait la plus gran- 

«de impression ^. 09., u en resulle «^='U = . 

45 



358 

§. g5. » Si la quantltè ( a -H (9 ) est susceptible <l*ctre uegllgée par 
» rapport aux auires , 1 expressioii precedente devieudra u^=v^= ■ — —'. 

§. g4- Ma già abbiam veduto §. S^. che si Juan che Pronj in fine 
prescindono dalle due supposte forze animatrici, che sono la gravità. 

§. gS. Essi ancora bene avvertirono che non c'è alcuna difficoltà nel 
paragonare tra loro le impressioni di ampiezze diverse , poste le altre 
cose uguali. 

§. 96. Quanto al supporre molle anche il corpo percussore , oltreché 
nou è questo il caso utile, gli autori medesimi in fine ridiicendosi alla 
durezza totale, si è pur veduto di sopra Art. Vili, che cotesta parte del 
testo di Juan e di Pronj quanto è nuova, altrettanto è falsa per la 
sperienza. 

§. 97. Eulero protestò in genere che il fare piìi lunga la sua disser- 
tazione esset superjluum; hic eniin tantum propositum erat ec. 

Se i confronti da me siuora fatti non bastassero a convincere del- 
l' identità de' calcoli : senza abusare della pazienza del lettore con citare 
altri passi, i tre testi non sono edizioni rare nel commercio o nelle 
biblioteche : e qui bastava mostrare le cose principali del comincia- 
mento , ed il fine. 

§. 98. Se producessi di corto questo commento sopra - Eulero , rad- 
doppiando i giuochi e fantasmi delle serie di elastri , si direbbe certa- 
mente che questo è un voler redire ad crepundia , mentre c'è la mo- 
derna teoria pura analitica di Juan §. 24. E però aggiungo questa scusa 
alle altre già fatte iu altri luoghi colle debite lodi di lui e del signor 
Pronj^. 



359 



PARTE TERZA 
XVI. 

Del rapporto degli angoli ili una serie di elastri nel variarsi. 

§. gg. Gli autori assumono che gli angoli, prima eguali, si trovino 
poi sempre egualmente ampliati o ristretti : ma la spcrienza ed anche la 
sola comune osservazione mostrano, che la massa cedevole cede più nel 
luogo vicino al colpo, che nelle parti rimote , e che quanto più la detta 
massa si accosta alla durezza, riesce inalterabile nelle stesse parli rimote 
dal sito d' incidenza. Che poi gli angoli si diminuiscano con un costante 
rapporto d'ineguaglianza in tutte le diminuzioni, confesso ch'io qui lo as- 
.sumo, come dagli autori si assume il rapporto di eguaglianza: ma a me 
non si oppone nulla, e la sperlenza del §. 124. resta bene spiegata con 
questa ipotesi. 

XVII. 

Della sostituzione di massa negli elastri fissi oscillanti in sé medesimi, 

secondo Giordano Riccati, Schediasmi sulle corde elastiche anno 

1767, pag. io; Giovanni Battista Nicolai, nella prima delle 

Dissertazioni due Fisico-matematiche, 17725 Fratelli Ber- 

noulli neW Accademia di Berlino 1781 -82 

§. 100. Abbiansi molti strati paralleli tra loro e normali all'asse della co- 
stipazione, come le fibre della corda elastica di Giordano Riccati, la 
quale se con una sua estremità sia immobilmente (issa, e si trovi stirata, 
indi abbandonata a se stessa, oscillando nel senso di sua lunghezza, nel 
costiparsi e dilatarsi » vicenda, è isocrona ad un'altra corda, la quale por- 
ti concentrala nell'estrema fibra mobile la terza parte della massa totale, 
poste tutte le altre cose eguali, e la costipazione o distensione uniforme. 



ó-fO 

§. loi. La poca utilllà che siuora si è Iralta da questo teorema, potrà 
servire di scusa al non essere stato divulgato iu tutti i Corsi e Dizionari 
di Fisico -Matematica, mentre pur è il più perfetto parallelo del si cele- 
bre, perchè sì utile, problema del centro di oscillazione o di percussione. 

§ 102. Se la corda fosse molto lunga, e di rigidezza massima nelle 
parti verso l' appoggio , sicché la costipazione o distensione non fosse 
eguale in tutta la lunghezza, ma maggiore nelle parti verso l'estremità 
mobile, non occorrerebbe sostituire una terza parte della massa, ma 
una proporzionatamente piti picciola'j il noto principio generale essendo 
ijuesto, che il prodotto della massa sostituita moltiplicata per il quadiato 
della velocità propria del sito sia eguale alla somma de'prodotti de' qua- 
drati delle velocità proprie di tutti gli altri siti, moltiplicati ciascuno per 
il rispettivo segmento di massa, che si abolisce colla detta sostituzione. 

§. io3. La idea ne fu variata ed estesa dal fu nostro confratello, e di 
me singolarmente benemerito, il Professore Nicolai, il quale ben con- 
siderò la influenza dell'angolo d'inclinazione degli strati tra di loro, 
cioè delle lamine in una serie di clastri. 

§. 104. Un simil calcolo fu indi prodotto nelle Memorie della regia 
Accademia di Berlino adoperando una spirale cilindrica di verga metal- 
lica j con utile applicazione alla Balistica. 

XVIIL 

Che una simile sostituzione deve farsi, generalizzando il metodo, 
anche ne^li elastri isolati e percossi. 

§. io5.Fu giudicato universalmente che cotesta specie di sostituzione 
di massa, ben fatta su' due casi uno inverso dell'altro, della spinta e 
della trazione , non deva o possa aver luogo nel caso della percussione, 
per la quale invece fu ricevuta l'altra sostituzione di Leonardo Eulero §. 3o. 

§. 106. Forse questa cosa fu una causa di abbaglio o di non accorgersi 
che i dotti casi sono in fine tutt' uno. Nella corda coli' estremità fissa non 
si vede cosa facciasi delle due altre terze parti della massa. Ma quel teo- 
rema si può esporre istessainente con dire che Ic dette due terze parti non 
sono già assolutamente trascurate, ma concentrate nell'altro estremo im- 
mobile così detto, insieme colla massa dell'appoggio relativamente infinita. 



34 1 

§. lor- Dunque una serie di elaslri non ancor lineare e fittizia, ma 
di data massa sensibile ( Fig. VII. ) isolata nel vacuo, o quieta , o mossa 
uuif'ormenicnie nella direzione del suo piano, abbia ricevuto in una sua 
estremità im colpo, por il quale si vada costipando neirutio stesso che 
iLilla ancora si accelera verso la stessa plaj^a ( Fig. Ylll. ). Il caso della 
costipazione è certamente lo stesso come se l'estremità anteriore restasse 
immobile, e V estremo posteriore si movesse col solo eccesso della sua 
velocità. Dunque il teorema di Riccciti e di Nicolai sarà trasportabile 
a questo caso, solclic si nominino invece delle velocità assolute le ve- 
locità relative. 

XIX. 

Riduzione della massa deli elastro a due masse. 

§. io8. E dall'altro notissimo principio della conservazione del moto 
del centro, dedurremo per necessaria conseguenza che tutta quella massa 
che non si è concentrata in un estremo, dee aver luogo nell'altro. 

§. I oq. E poiché il suo aunmnto di quantità di molo non può mai 
esser altro che la quantità perduta dal percussore; ed il percussore me- 
desimo avendo una velocità comune all'estremo punto a cui rimane 
appoggiato, deve ridurvisi prima con cangiamento brusco: ed in fine 
il detto punto estremo cessa di accostarsi all'altro estremo, cioè la serie 
cessa di costiparsi: io penso, clie l'estremo percosso della serie or dapprima 
si acceleri con cangiamento brusco, indi si rilardi, mentre l'altro estre- 
mo comincia ad accelerarsi: e che sul fine dell'acceleramento la velo- 
cità comune sia quale si vedrà nel seguente Articolo. 

XX. 

Nuoi'o uso delle formule di Eulero, di Juan e Prony. 

§. 110. Essendo ^ la massa di un solido tenace, p la sua tenacità, 
« la velocità, z la profondità d'impressione di ampiezza costante, fat- 
tavi dall'urlo di un corpo duro, di massa m con velocità k verso la 

stessa pla^a , la teoria comune dà p z =^ m (k-x)-^ • 



§. 112. Ed essendo ^i =: co, p z^=ink.'^ 

§. II 5. Per me, cliiamaudo l la lunghezza delia serie percossa, divi- 
derò la massa (i, per 5/ p, e farò — ^— = ^'; ed (x. — ^' = ^" e ira f_^ 

prima percossa ed il percussore m pongo una serie di elasiri brevissima 
e d' iufiuita resistenza R secondo l'idea di Eulero e La Grange. 

§. II 4- Il corpo duro m percuotendo la massa parziale fj,' si riduce cou 

1 - , n; ? -1- II' X , , 

essa a velocita comune ; :^ A con can"iamcmo brusco. 

tu ~\-fi ^ 

§. I i5. Fatta poi m-i- fi'— w, che colla velocita A' passa contro jjp, si ha 
iier il §. 1 1 1 . p s ^ ni (fi — x y . — - — -. 

§. iiG. Così sarà infinitesima la prima impressione /, rappresentata col 
metodo del §. iii.in fiuest'enuazione Iìi^^in(k — » V . — - — , cioè sarà 
i -^ o essendo 7? ==; co . 

<^. 1 17. E nel caso di x :^ o, è A' = — , — ,, e p z = ni' A '^ . 

§. 118. Essendo poi /i =^ CC , è f^'^^- — - quantità finita, per esser l 

= oc ? ed anche p ^ 00 dopo un primo breve tratto della materia 
molle poggiata sul duro pavimento continuato col globo terracqueo. 
§. iig. Dunque essendo fi ^^ cr , è anche ju,"^= 00 ; e perciò la for- 
mula del §. Ili, diviene p z = ni'k'^ . 

§. 120. Sostituendo, è p z :^(m-\- u') f -, y=mA'. 

^ '' • 7ÌÌ -4- II' ■' 



m -i- fi' '' m -f fi 

Quindi a senso del §. 36. prendendo la formula generale de'moti ri- 

d, , < t n '"H'/l 
ali p a s ^ — m u <l a , sarà da iar p = p — . 

' m 

§. 12 1. Distingueremo pertanto come nel §. 16. tre velocità varia- 
bili , una fittizia, cogli autori, del centro di gravità, l' altra velocità reale 
dell' estremità percossa, e la terza ancora reale della estremità opposta : 
ciasciuia di queste tre variabili , è posta tra gli stessi limiti , e passa da 
un limite all' altro ucllo stesso tempo : il primo limite è velocità x , il 

secondo e velocita -^J. JL estremo noreosso passa per una mae- 

,.,mk-\-ii.v ,, ,^ ^ ,. . , „ 

giore velocita — — ;. = A >r. La di cui curva ha un regresso §. 17. 



345 

§.122. Bensì la curva dello velocità dell'altro estremo è quale dagli 
autori viene assegnata alle velocità del centro. Ma il centro si accelera 
prima con cangiamento brusco insieme coli' estremo percosso , giacché 
viene ad avere una tal velocità V , che moltiplicata per tutta la massa 
^ dia uu prodotto eguale alla somma de' due prodotti fj.' k' -\- ^' Y; poi 
il centro segue ad accelerarsi con moto variato ordinario da Y ad Y. 

§. 123. Se il percussore nou fosse uu corpo duro, ma un'altra serie 
di elaslri , collidcudosi punta con punta , si farà sul percussore una so- 
migliante serie di operazioni e di distinzioni, che si ommette in un Pro- 
dromo. 

§. \i\. Piuttosto mi gioverà di accennare il fatto della sperienza da me 
nuovamente consultata nel celebre caso del Poleni , nel quale è falso 
che le due impressioni riescano eguali, come la teoria comune richiede; 
ma riesce minore la impressione foi'mata dalla massa più veloce ; come 
per me si richiede. Poiché dato in A' =^ M K^, avremo per il §. 14. 

pz:pz '.: : -T-r-, — . Ura posto in < M, e anche 

< e perciò anche p 2 < p z . 

IH -{- fi, ^l-\- fi 

§. 125. Ma è la tenacità p una funzione dello spazio d'impressione z 
e si suppone la funzione medesima per z e z' -, dunque anche z ■< z'. 

XXI. 

Sufficienza dell' arte di sperimentare nel proposito. 

§. 1 26. Il nostro confratello signor abate Zendrini , novellamente 
eletto professore di Matematica nel regio Liceo di Venezia, in tutte 
due le sue Memorie al presente proposito fu costante su questo arti- 
colo , che non sia né necessaruj , né agevole di convincer alcuno col 
mezzo della sperienza. Or qiu parlerò di un solo de' di lui motivi : la 
mutabilità dello f[ualllà dilla materia che si suppone immutabile , atte- 
stala dalla contraddizione di sperimentatori, tulli rispettabili. Dal canto 
mio, mi professo molto oblìligato, che non si faccia anzi pendere la bi- 
lancia traboccante per 1" autorità di un iutiero secolo di sperimentatori. 
Ma invero io vorrei uscire di questa topica: le mezze misure, se gio- 
vano alle persone, possono pregiudicare alla cosa , o alla stima dell'arte 



344, 

iì\ sppiinieniare. Lo stesso corpo cadendo nella stessa materia dalla 
medesima altezza non produce le molte volte fossa parimenti pro- 
fonda .... Che ciò sia accaduto è egli da sorprendersi ? Sarà egli 
difficile da intendere , come dopo di ai'ere lasciato cader un corpo 
in quella qualunque mateiia cedevole , nel riordinarla per lasciarvi 
cadere il secondo corpo , siasi in essa cangiata ne' suoi diversi strati 
la quantità di resistenza ? Cosi il signor professore Zendrini, il quale 
dunque vorrà meco acc(jrdarsi nel dire che nelle sperienze del Poleni 
e di Uncenzio Riccati deve esserci stata o una fortuna incredibile , o 
come io credo , una imperfezione di strumenti poco delicati , ed una 
prevenzione d'idje, giacche ci danno lo due fosse per eguali non già 
in un paio ni^dio ed astratto risultante dalla somma di molte paja di 
fosse ineguali, ma sempre e precisamente eguali in ciascun pajo. Col 
mio apparato poi si trova in ogni pajo V ineguaglianza nel detto senso 
sempre costante, ma ciò con ineguaglianza di quantità nella ineguaglianza 
medesima. Potrei citare molte testimonianze , ed ima che varrebbe per 
moltissime, quella del signor Gio. Battista Polcastro, se in vece di cen- 
sore non foss' egli autore con me stesso, pregato da me. 

XXII. 

Biodo di trovare la costante f! colla sperienza. 

§. iin. Si comiucierà dal far cadere una qualunque massa in con 
una qualunrjue velocità A, che faccia una qualunque impressione z ; indi 
prendendo uua qualunque altra massa m si mirerà ad ottenere ch'essa 
pur faccia un' impressione eguale. Sarà troppo poco il darle una velo- 
cità A' tale che riesca mK':^m'k^, e sarà troppo una velocità A tale 
che sia ink^=mìì. Dunque tentando le diverse altezze di cadute den- 
tro cotesti due limiti, si noli in fine quell'altezza che sarà stata utile a 
far riuscire le due impressioni uguali. Allora si aw'a per la teoria quest'e- 
(mk)->- (m'fi')'^ 11- , • • .1 1 11 

quazioue = — ; ; onde la ignota /i si ricaverà ad uso della 

>7> + ft' . 7n -\-fi 

scienza di tutti gli altri colpi sopra lo stesso fondo. 



S45 

-; XXIII. 

Dell' aberrazione delle fosse dal contatto del percussore. 

§. 128. Uu altro caso convincerà di difetto la teoria comune. Il per- 
cussore m concepiscasi annichilato, o trattengasi addietro prima che l'im- 
pressione sia arrivata al maximum. Il corpo percosso rimasto solo e iso- 
lato continua a costiparsi almeno per un istante, e ciò si vede, secondo 
me, facendo m^o, nel solo primo fattore del secondo membro dell'equa- 
zione del §. 121. p z = (o -(- ;<,') (^ — — , y. Ma non si vede nulla di 

ciò nella teoria comune; la costipazione cessa. 

§. 129. A prima vista pare falso ed assurdo quel che dico, perchè 
r elastro che cede, cede solo per forza sempre pronto a restituirsi sol 
che la forza contraria cessi: ma l'inerzia dell'elastro nell'attualità de'moti 
delle sue particole verso una plaga, deve farle continuare prima che ven- 
gano rivolte verso la plaga opposta. 

Ciò si vede trattenendo un montone che sia caduto a piombo o so- 
pra una spirale cilindrica di (ilo metallico, o sopra una colonnella di 
molle argilla : la di cui superficie o testa si abbassa visibilmente al di 
sotto del limite; dove il montone resta sospeso. 11 signor Consnltor MO- 
SCATI ne ha l'apparato migliore; siccome suole in tutto, da Genio. 

§. i5o. Se poi un globo di ferro levigatissimo scagliato da un fucile 
orizzontalmente trafori un parallepipedo verticale , di molle argilla , il 
diametro del foro cilindrico è molto maggiore di quello del elobo, sen- 
za che sia stata portala fuori una corrispondente quantità di argilla. Il 
fenomeno dunque ha la sua spiegazione nel §. 4- N.» III. 

XXIV. 

Del corpo collocato tra il percussore ed il fondo 
per il sigìior Woltman. 

§. 1 5 1 . Dove tra il fondo ed il corpo percussore ci sia un terzo cor- 
po , come il palo , io non posso non approvare la recente riflessione 
del chiarissimo Ingegnere signor Woltman sopra un pensiero di Beli- 
Ai 



?^6 

dor, trascurato e violato in silenzio da tutti gli autori sino a Perronet, 
Pronj , Decessart , ec. Devesl dunque prima supporre il palo isolato 
nel vacuo, e così trovare la velocità corauue al raoutone ed al palo , 
colla quale velocità, presa come iniziale, la somma delle loro masse 
congiunte comincia ad entrare nel suolo. {yìiinaLes des, Arts et Manu- 
factures 54 — 57). Ma il signor JVoltinan tratta la resistenza del suolo 
nelle stesse guise degli altri autori, ed è sovra il suolo che cade ciò 
eh' io qui venni proponendo. 

§. i52. Sino dal principio le mie sperieuze §. i55 furono di piccioli 
pali orizzontalmente conficcati in un parapetto verticale di molle argilla, 
e percossi da penduti globi di avorio: la quale apparenza di diversità dal 
caso del battipalo ordinario, non sarà mai presa per una diversità reale. 
Ho poi allora fatto uso dell' elasticità de' globi ineguali in serie , per 
produrre con più commodo le velocità ineguali, che occorrono, in vece. 
di ricorrere alle diverse altez?e di caduta. Perchè poi la elasticità del 
percussore , e della lesta del palo fatta di metallo , non alterasse il caso 
della questione, si poneva tra l'uno e l'altro una pellicella , incolata 
cioè sulla testa del palo. La macchina , allora pubblicamente esposta, si 
è sempre conservala. Con tutto ciò se il pensiero del signor JJ^oltinan 
di rimettere in vista e di correggere il metodo di Belidor fosse il solo 
o il principale mio pensiere presente, riconoscerei per anziano lo stesso 
signor Woltman, per il suo più vero titolo della slampa. Ma veramente 
il pensier medesimo non ha nulla che fare coli' aUro peusiere , che mi 
resta assolutamente tutto proprio , di astrarre dal suolo una sua porzione 
costante per cougiungerla al palo. Fratta zero la massa del palo , resta 
ancora tutto il mio metodo ; e non resta nulla affatto pel signor JT olt- 
man. Chi vede la cosa nella massa del suolo, non può non vederla nella 
massa del palo sovrapposto: mentre vice-versa chi la vide nel palo, non 
r ha veduta nel suolo. Così non sia ch'io litighi per la proprietà di un 
errore. 

XXV. 

Dichiarazione 

§. i35. Se questo Prodromo non sarà disapprovato, potrò puhbhcare 
sopra 11 medesimo un commento simile a quello che Juan e Pronj fé-, 



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cero sopra il testo di Eulero, giovandomi di quelli, siccome ora mi 
8on giovalo di questo. Cosi poi il Trattato sarà non della sola resisten- 
za de' fondi, ma della percussione in genere: intorno alla quale ed a'fe- 
nomeni che o da essa dipendono, o si possono per ipotesi calcolare come 
dipendenti, vorrei unire varie Memorie che già ebhi 1' ouor di leggere nel 
corso di vent'auni o a questa stessa Accademia, o all'Istituto di Roma nel 
1798, o a' signori Filareti di Venezia. Ma prima forse dovrò lasciare 
ciascuna Memoria separala nella sua nativa rozzezza, potendola slampare 
in mezzo a collezioni altrui, che la coprano. Sino dall'anno 1789 l'Ac- 
cademia mi concesse di riprodurre questo Saggio per estratto nella ses- 
sione pubblica , quando io non era tra i Pensionar]. Così prima di osar 
di passare a questa maggior luce della slampa, il precetto Oraziano no- 
numque premantur in annwn fu da me preso in doppia dose. 



348 



NUOVO PIANO DI STORIA GENERALE 

DIRETTA PARTICOLARMENTE ALLA EDUCAZIONE MORALE 

MEMORIA 

DELL' ABATE ANGELO ZENDRINI. 



epentesi tuttodì ripetere, che la storia civile è quella delle colpe 
degli uomiui: con pari ragioHe potrebLe asserirsi essere altresì quella 
delle loro virtù. Comunque però sia , egli è certo , eh' essa è il vero 
ritratto dell'uomo, uou quale o i neri e calunniosi colori del misan- 
tropo ce lo dipingono , o le adulatrici blandizie dell' amor proprio ce 
lo vorrebbero far creder talvolta, ma quale infatti è per natura sua co- 
stituito, di virtù somme e di sommi vizj capace , ora entusiasta di quel- 
le, ora preda di questi, secondo che il predominio delle cangianti cir- 
costanze ne modificano gli affetti e lo spirito. 

Da ciò avviene non esservi studio tanto conducente alla vera cono- 
scenza dell' uomo morale , quanto lo studio della Storia , la quale non 
fondata su vane spesso, e talvolta dannose metafisiche speculazioni, ma 
sulla sperienza di quanto accadde in tutti i secoli , ci presenta pratica- 
mente analizzati il cuore e lo spirito degli uomini. Essa è la vera scienza 
delle cause e degli effetti morali j e chiunque abbia approfittato delle 
sue lezioni ha seco una scorta che non lo lascia errare nel ealcido delle 
azioni si degl'individui, come delle società; gli fa scorgere un raggio 
di luce, che lo rischiara nel bujo dei futuri avvenimenti; e lo mette sulla 
via di distinguere una concatenazione in que'fatti, nei quali il volgo non 
sa. vedere che il capriccio o 1' azzardo. 

Non a torto perciò chiamarla si potrebbe la vera educatrice dell' uo- 
mo , siccome mostrò di pensarlo uno de' pili grandi maestri che abbia 
rAntichiià di morale Filosofia, Plutarco, il quale ne'suoi Trattati morali. 



349 
accoppiando sempre ai precetti 1 falli storici, mostrf) non solo di sen- 
tire quanta forza di persuasione nelle cose pratiche , placche i ragiona- 
menti, abbiano gli esenipj ; ma deducendo bene spesso da questi i suoi 
priucipj, sembra aver voluto nella morale Filosofia seguire le tracce del 
Principe della Filosofia medica. Dalle Tavolette notate nel Tempio di 
Esculapio trascrisse questi i rlmedj opportuni alla sua arte , cosi quello 
giudicò ottimo servigio presiarsi all' arte di dirigere e moderare le uma- 
ne passioni , ricopiando i fatti che la Storia qual tempio della memoria 
ci conserva. La Filosofia ruorale si appella sovente la medicina dell'aui- 
nia j e come tale risguardata, siami lecito dire, ha pur es.'a i suoi Teo- 
rici ed i suoi Pratici: l' ingegno trova maggior pascolo uè' primi, ma 
r ammalato ricorre ai secondi ; e tra questi per l' anzidetta ragione Plu- 
tarco potrebbe chiamarsi per eccellenza il Clinico della Moi-ale. '^ 
-l'Poslo pertanto come innegabile essere la Storia uno de'migliori fonti, 
dai quali la educazione morale degli uomini trarre si possa , due ricer- 
che si presentano da farsi. 

1 .<• Dovrassi studiar la storia generale di tutte le nazioni , o quella 
soltanto di alcune ? 

■ ' a.° Quale è il metodo che si avrà a seguire in questo studio a tal 
fine diretto ? 

Alla prima di queste ricerche parml facile rispondere , che siccomi» 
in questo studio proponesi di dare un corso di Morale sperimentale, così 
d' uopo è che facciasi couoscere non il Greco o il Romano , 1' Italiauo 
O il Francese , ma 1' uomo ; 1' uomo , dico , non secondo quelle limitate 
modificazioni che derivano da un sistema particolare di abitudini o di 
governo , ma secondo quelle tutte di cui fu sempre , ed è tuttavia su- 
scettibile, e che non altronde risultano che dai varj rapporti fisici, poli- 
tici , religiosi, sociali d'ogni specie. Ora il cumulo, il confronto, e le 
conseguenze di questi svariati rapporti non può ritrarsi, che dalla storia 
generale delle uazioui e dei secoli. 

E troppo comune l'errore di voler giudicare degli uomini e delle cose 
da particolari esempj , e dietro un certo ordine di avvenimenti , pro- 
dotto da eventuali combinazioni, o dietro una serie d'idee rese a noi 
familiari dagl' istituti e dagli usi formarsi alcuni assiomi morali e poli- 
tici, e certi canoni inalleral)ili, che divengono la norma universale delle 
nostre opinioni «j de' nostri giudizj sulle cose, sulla Datura, sull'uomo. 



030 



Quest'errore, a cui è ognuno poco o molto naturalmente disposto, vie- 
ne sensibilmente accresciuto dalla lettura delle storie particolari, sieno 
queste nazionali , o appartengano a qualche nazione eminente ; quelle e 
queste nuocciono del pari , benché per modo contrario. 

Perciocché rispetto alle prime giova osservare, che quando uno Slato 
qualunque giunse all'epoca d'assettamento e slabilità; quando le leggi, 
la religione, la educazione diedero al costume pubblico nn aspello ba- 
stantemente uniforme ; quando le usanze , le virtù , 1 vizj , le passioni 
medesime presero un colorilo nazionale , vassi anco a poco a poco for- 
mando da sé stesso un sistema di opinioni e d'idee, che convalidato dal 
tempo diventa tradizionale ed ereditario. Ora la storia nazionale presen- 
tandoci un quadro successivo di avvenimenti e di azioni corrispondeut» 
al carattere dominante , ne avviene che questa foggia di pensare prenda 
radici piìi salde, e per questo mezzo ci avvezziamo a credere che i no- 
stri Governi siano i più saggi , le nostre viriù le vere e le uniche , i 
costumi i più politi , le usanze le più sensate , le idee le meglio intese, 
le passioni le più naturali, 1 vizj stessi i più tollerabili, né spogli di 
lina qualche tinta di virtù: all'incontro ciò che degli altri popoli sentia- 
mo confusamente a ridirsi, ove sia di troppo disanalogo alla serie delle 
idee naturali, sembraci o fola incredibile, o inescusabile stravaganza ed 
assurdità. Noi soli conosciamo il vero , noi siamo i figli primogeniti 
della ragione, e favoriti della natura, gli altri non ne sono che aborti 
condannati alla oscurità e all'ignominia, o per istupidimento di spirito, 
o per depravazione di cuore : dal che derivano abborrimcnli e disprezzi 
nazionali , giudizj senza esame , sentenze ingiuste , valiciuj ridicoli , ma- 
raviglie da volgo , presunzione dei nostri lumi, e fiducia mal fondata ed 
improvvida delle nostre forze non calcolate abbastanza col ragguagho com- 
plicatissimo delle circostanze. 

Se però dalla lettura delle sole storie nazionali nascono i mali so- 
praenunziati , funeste niente meno sono le conseguenze che derivano 
dalla esclusiva preferenza data alla storia di una qualche eminente na- 
zione , di cui ci formiamo unicamente lo studio. 

Guida nella nostra scelta esseuào una parzlal prevenzione per quel po- 
polo che prescegliamo, e che avendo in certe epoche primeggiato at- 
trae la vostra curiosità , e desta in confuso la nostra ammirazione , av- 
viene, che questa medesima per necessità si accresce dalla sola materiahtà. 



35r 

sto per dirn, di conversar continuamente con questo popolo medesimo, 
inieiessandocl nelle sue azioni, prendendo paite nelle sue foituue o 
nelle sue disavventure, ed abituandoci a trasferirsi col pensiero a que' tem- 
pi per modo, che divenuti quasi suoi contemporanei e compatriotti, senza 
avvedersene, modelliamo le nostre idee su quelle forme, e ci facciamo 
idolo che riscuote la nostra cieca adorazione , di ciò che invece essere 
dovea soggetto del nostro più imparziale ed accurato esame. Ciò poi ad- 
diviene molto più facilmente, se lo Storico aLbellisca colle tinte della 
Eloquenza la pittura che ci fa di quella nazione , locchè comunemente 
arriva, e perchè clii scrive vuol interessare chi legge, e perchè chi scrive 
la storia di una nazione , non s' accinge a farlo , non credendola iiite- 
ressante. 

Per lasciar di parlare di molli altri inconvenienti, ciò produce una 
pregiudicala disistima delle cose nostrali , e quella perniciosa e fatale 
inclinazione ad imitare nella nostra condotta queste tali nazioni , niente 
riflettendo alle tante diversità che da loro ci distinguono, e che l'ope- 
rar nostro pur vogliono dal loro diverso. 

Sieno gh uomini educali alla scuola di tutte le nazioni, e saranno in- 
vece più discreti )ìp', condannare, nel giudicar più maturi, nel presa- 
gire piti lenti : Ogni circostanza uegli avvenimenti sarà da essi cal- 
colala come un elemento atto a produrre impensale mutazioni ; si av- 
vezzeranno meglio a conoscere le passioni dell'uomo, e quel che più 
importa, la massima influenza che le cause esterne hanno su di esse, 
con che detestando i mali che talvolta producono, saranno altresì ben 
più disposti a compassionare gli autori, che ad abborrirli j comprende- 
ranno infine clic, sebbene l'uomo nel morale, siccome il restante degli 
esseri creati noi fisico, segua alcune leggi inalterabili stabilite dal su- 
premo autore della natura, queste però nei loro effetti diversamente si 
modificano , secondo 1 varj impulsi che ricevono dalle esterne circo- 
stanze , dalla conoscenza esalUi delle quali dipende la capacità di calco- 
larne le variazioni. Per la qual cosa nate che sicno queste circostanze , 
o tutte o nel maggior numero possibile , e nati pure gli effetti che 
hanno in passato prodotto , allora soltanto si potrà con fiducia ragionar 
suir avvenire. 

U esperienza ai vecchi nella condotta della vita presta questo van- 
taggio j- ai giovani uno studio ben regolato di Storia può cou assai più 



352 

estesa utilità tener luogo della propria sperienza , precettrice avara , che 
per lo più nou concede di ammaestrarci, che a costo di dispendi gra- 
vissimi. 

Quanto è facile però il convenire in questi principi che sembrano 
doversi adottare comunemente, e coutemjilare altresì da ogni Storico; al- 
trettanto r applicazione di essi , la esecuzione cioè di un piano di storia 
generale diretta a formare un corso di moral educazione , fu a mio av- 
viso finora o trascurato, o non immaginato a dovere. ' 

Non vorrei, che sembrar potesse a taluno troppo ardita questa mia 
proposizione , quasi che io mi dichiarassi poco estimatore degli antichi 
scrittori, de' quali ci resta buona copia di Storie, o non abbastanza am- 
miratore de' moderni , i quali nou trascuvarono di dar alle loro Storie 
quel colorito filosofico, del quale sembra come di caratteristica proprietà 
applaudirsi questo secolo. 

Non è mia intenzione, né scopo di questo scritto censurare gli anti- 
chi, o moderni Storici, considerati come tali; perciocché , quand' anche 
il piano che io sarò per esporvi potesse sembrare il più vantaggioso al 
mio scopo , non sarebbero però essi censurabili per non averlo pensato 
o eseguito, non essendosi nella composizione delle loro Storie proposto 
uè unicamente , ne principalmente l' oggetto preciso ed espresso della 
educazione morale. Ai Filosofi moralisti appartenea forse piìi di proposito 
meditare su questo argomento, e fare maggior uso di un materiale così 
dovizioso come la Storia. Se io m' inganni , e se il piano che io erede- 
rei poter convenire , oltre alla novità , eh' è picciolo pregio ove trattisi 
di giovare, eseguito, fosse per recare qualche utilità, starà a voi, dotti 
Accademici , giudicarlo. 

Vorrebbe il d'Alembert, che alla fine di ogni secolo si raccogliessero 
i fatti in esso accaduti, se uè scegliessero alcuni, e si condannasse il 
resto alle fiamme. Non oserò dire , se troppo severa sia la sentenza di 
questo celebre scrittore ; è però certo, che tutto quell' ammasso di Sto- 
rie generali e particolari, che produce ogni secolo, lungi dall' ammaestrare, 
non è che d' inutile ingombro alle bibhoteche , o di passatempo a po- 
chi sfaccendati. La maggior parte di queste , anziché contribuire a bea 
educare gli uomini , figlie della vanità privata o nazionale servono di fo- 
mento a quelle stesse passioni che più importerebbe di moderare o di- 
rigere, o non SODO che meschine compilazioni di fatti e di aneddoti 



353 

inooncliidenti, che nulla provano, eccettocliè la incapaciiii in chi 11 rac- 
colse di saper discernere , ed afferrare quei falli che sono i veri auelli 
della catena dei^li avvenirucnli. 

Se però la sentenza del d' Alendjcrl incontrar può generahnenle dogU 
oppositori, i quali amino trovarsi tali raccolte farraginose, le cpiali possa- 
no servire all'uomo di genio come di fondaclii, dove poter fare la scelta 
di ciò che meglio alle sue mire convieusi , essa a mio parere non può 
andar soggetta a censura alcuna, se trattisi di comporre una storia ge-i 
cerale, che ahhia il particolare oggetto della moraL educazione. 

Non si cerca in questo di ahhagliare il lettore cou ampollosi racconti 
d'imprese guerriere, o cou descrizioui d'iutrrminahili inutili assedi, non 
di far toner dietro passo passo alle mosse di numerose armate, ed assi- 
stere a sanguinose batiaglio che sovente non d'altro decidono che di 
niigliaja di viicj non di caricar la memoria di una serie di nomi, che 
ricordano personaggi, de' quali senza le genealogie se ne ignorerehhc 
r esistenza j non di apprendere finalmente le piii minute circostanze della 
vita oziosa, se non perniziosa di alcuni uomiui , illuslratl solo dai titoli j 
ma sihhene importa che questa ci faccia conoscere i costumi, il carat- 
tere , le abitudini , le maniere di vivere delle diverse nazioni che abi- 
tarono questo globo; ci faccia penetrar nel loro spirito; e ci scopra l' in- 
fluenza che hanuo avuto sulla felicità, sull'ingrandimento, sulla rovina 
dei varj popoli ; onde servirsene come di lezione pratica , e di regola 
negli affari della vita pubblica e privala. Parecchie sono le Storie non 
esenti dagli annoverati difetti, siccome pochissime sono quelle clie agli 
oggetti' enuuziaii soddisfino. Lascio gli Antichi, i quali più spesso Retori 
che Storici sembrano ancora più occupati di piacere ai loro compalriotti, che 
di ammaestrar daddovero la posterità. I Moderni sentirono meglio a cosa 
era destinalo lo Storico, il cui uffizio, ben diverso da quello di un Gaz- 
zettiere, abbisogna che chi lo assinne sia fornito di uno spirito atto ad 
abbracciare con un colpo d'occhio il sistema intero delle umane cogni- 
zioni, ed a saper rendere un conto esatto e preciso dei principj, e delle 
dominanti opinioni presso tutte le nazioni in tulli i tenq)i. Tal corredo 
di dottrina uon e il pariaggio di molli; ed un uomo, quale desidererebbesi 
j)er scrivere una compiuta storia universale, forse rimarrà sempre tra i voti. 
Uno dei maggiori ingegni che vanti la età nostra, celebre per molte 
opere iu generi disparaiissiml , ed autore di riiiomatc storie particobirir 

45 



554 

s' accluse ad una storia generale , che più delle altre sembrar potrebbe 
soddisfacente all'oggetto nostro j ma in essa oltre avarie censure, ed iu 
particolare quella di trovarsi offeso da errori l'argomento il piìi venera- 
bile ed augusto , rimarcasi quel medesimo inconveniente che dal comun 
metodo di scrivere la Storia risulta, e la rende di poca utilità allo sco- 
po che noi ritrar da essa vorremmo. 

Questo metodo consiste nel tessersi la storia delle principali nazioni 
secondo l'ordine cronologico, riferendo i fatti di qualunque genere si sieno 
all' epoca, nella quale sono accaduti. Ma oltreché un tale metodo esi- 
ge dispendio enorme di tempo, esso non può a meno di portar seco 
un altro inconveniente di gran lunga maggiore. Aggrava la memoria di 
una farragine di fatti inutili all' oggetto primario d' isli'uzione con disca- 
pito di quelli che unicamente dovrebbero occuparci ; ma che trovandosi 
sparsi qua e là , accade o che sfuggano dalla memoiia , o che vi riman- 
gano con poco o nessun frutto. Imperciocché per trarre da questo metodo 
quel profìtto che noi contempliamo , converrebbe , che dopo di aver letto 
la storia delle principali nazioni si distribuissero, e si classificassero, per 
così dire, nella mente i vai'j fatti sotto alcuni punti ch'io chiamerò 
storico-morali , i quali dimandano nella storia di ogni nazione di essere 
pili particolarmente osservali. Ma tale lavoro esige una penetrazione di 
spirito, ed una forza di veduta non comune per iscegliere nella massa 
degli avvenimenti quelli che meritano di rimaner fissi in memoria, come 
principi dei nostri raziocinj , e come elementi principali , che diedero 
occasione alle vicende dei popoli. 

Forse da ciò particolarmente avviene , che nel gran numero di quelli 
che pur leggono Storie , pochissimi s'arricchiscono la mente d'altro, che 
di avvenimenti isolati e di sterili racconti non diversi dalle romanzesche 
novelle , che per una data insignificante. Chi può rattener in memoria 
per esempio 1 sistemi di religione e le loro varie vicende , o i principi 
di legislazione , o i domestici costumi degli Egizj , de'Caldei , de' Greci , 
del Romani, e venendo ai tempi moderni degli abitatori del vecchio e 
nuovo continente , leggendo sparsi in molti volumi , intramezzati da di- 
sparatissime idee, 1 falli che con questi diversi argomenti hanno rapporto? 
E s' egli è pressoché impossibile ottener ciò dal metodo usitato , qual 
■vantaggio irarrassi dalle poche idee inesatte e confuse , che dopo tali 
letture sogliono comunemente rioianere ? Quali analisi , quali confronti , 



555 

quali induzioni far si potranno su così incerti fondamenti? e per conse- 
guenza qiial sarà 1' effetto della istruzione ? picciolo , o nessuno , come 
suol pur troppo accadere. 

Qual è dun([ue la via da tenersi, che schivando tali inconvenienti con- 
duca ad ottenere i vautagj^i che contempla questo studio diretto spe- 
cialmente al line, che fu da noi proposto? Essa, se mal non mi avviso, 
consiste nell' invertere precisamente l' esposto comun metodo , con cui 
ora conviene studiare la Storia. In esso come dicemmo , è d' uopo che 
il lettore raccolga dapprima separatamente i fatti spettanti alle varie na- 
zioni, per cercar poi a quali spezie di oggetti appartengono, distribuirli 
nelle loro classi, confrontarli tra loro, e colle opportune meditazioni 
trarne la proposta istruzione. Ora io propongo invece che dallo Storico 
moralista si fissino primieramonte gli oggetti , intorno ai quali importa 
sapere quanto è avvenuto presso i diversi popoli, e stabiliti questi, fac- 
ciasi parlitameute ini quadro storico , che comprenda i fatti pili impor- 
tanti e rimarchevoli, che intorno a quegli oggetti trovausi sparsi nella 
storia delle nazioni. 

Da questo metodo si ritrarrehhe un doppio vantaggio ; i .° che reste- 
rehbero per tal modo esclusi tutti quei fatti sterili e inconcludenti , o 
che non hanno una particolare importanza, dai quali peraltro, seguendo 
l'ordine cronologico, non si potrebbe sovente prescindere j 2.° che i 
fatti della stessa classe presentandosi riuniti, e sotto un medesimo pun- 
to di veduta diverrebbero più facilmente paragonabili tra loro, e permet- 
terehhcro che nella mente si formasse un sistema d' idee appoggiato 
ad un tessuto di fatti più grandi e luminosi. Con questo metodo ver- 
rehbesi ad ottenere quanto suol praticarsi in un gabinetto di Storia na- 
turale , nel quale i corpi che sono i fatti di questa spezie di storia , 
non sono collocati in quella guisa , con cui, seguendo le sue leggi, na- 
tura 11 dispone sulla faccia del globo j ma sono invece distribuiti eoa 
un ordine scientifico e sistematico j secondo le diverse classi, alle quali 
appartengono, con che viensi ad ajutare la memoria, a facilitare i con- 
fronti, ed a formare un sistema di cognizioni. 

Abbiamo detto che il fine che proporrebbesi questo studio della Sto- 
ria, sarebbe di far conoscere i costumi dei varj popoli nelle moltiplici 
loro fisiche e sociali combinazioni. Ciò posto, non sarà, parmi , difficile 
tracciar im albero storico-morale, che ne' suoi principah rami determini 



556 

gli oggetti più imporlantì, che dovreLbono essere il soggettò dei so- 
praddetti quadri storici. Siane uu tenue abbozzo il seguente. 

La prima general, divisione dei costumi consiste nell'essere altri pub' 
Mici, ed altri privati. Per costumi pubblici intendo tutto ciò che può 
riferirsi alla religione ed al governo , il quale suddividesi in due ra- 
mi , in governo interno ed esterno. Risgnarda questo le mutue relazio- 
ni, che hanno i popoli tra di loro. 11 governo interno importa la cono- 
scenza delle diverse fondamentali costituzioni dei popoli, e delle leggi, 
le quali si potrebbero generalmente distinguere in economiche , civili e 
criminali. Per ciò poi che spetta ai privati costumi, altri sono dome- 
stici, aUri cittadineschi , ed a questi riferir si può quanto risguarda il 
commercio, le arti, le scienze. In ognuno dei punti accennati, ed 
in tutti gli altri , ne' quali essi dovrebbonsi suddividere , scorrendo per 
le epoche jirincipali della storia antica e moderna, si mostrerebbe lo 
stato delle nazioni. Questi quadri, disegnati a dovere, diverrebbero al- 
trettanti trattati di pratica Filosofia morale, presa nel senso più generale, 
comprendendo cioè tutti gli avvenimenti clie dalle varie combinazioni 
sociali nelle azioni umane derivano. 

.1 Quantunque i fatti esposti iu tal guisa, e ravvicinati tra loro, illumi- 
nandosi reciprocamente potessero di leggeri a qualunque mente un po' 
esercitata a riflettere prestarsi a stabilire quei principi , ed a dedurre 
quelle conseguenze che il vero ed unico frutto esser devono di questo 
studio 5 pure mollo più forse convenientemente avrebbero qui luogo, an- 
zi sembrerebbero nascere dal soggetto stesso, quei ragionamenti e quelle 
riflessioni, delle quali a larga mano gli autori d'oggidì riempiono le loro 
Storie. Io non mi farò a disapprovare questo costume introdotto, dirò 
bensì, che ridotta la Storia alla forma da me indicata, i motivi, pel 
quali lo credono taluni degno di censura, non sussisterebbero più nel 
caso nostro. 

Il Verulamio parla di un genere di Storia, al quale colla originale 
sua energia di pensate espressioni dà il nome di ruminata, dicendo : 7/2- 
troductuìii est e/iim ab aliquibus genus scribendi, ut quis narrationes 
(diquas, non in serie historiae continuatas , sed ex delectu auctoris 
excerptas conscribat , deinde easdem recolat , et tamquam rwninet, 
et swnpta ab ipsis occasione de rebus politicis disserat. Quod genus 
historiae ruminatae nos sane magnopere probamus. A questo genere, 



557 

mi pare, che riferir si possa 11 piano di Storia da noi proposto, colla 
differenza, che l' indicato dal Vcriilaiuio •più particolarmente gli argo- 
menti politici risguarda, mentre plìi generale il nostro, e pili sistematico 
abbraccia ogni soggetto importante, che la StGi'ia presenti. 

I soli precetti della Filosofia sono troppo nudi ed astraili, la sola spe- 
rienza dei secoli, e perche nelle relazioni talvolta inesatta, o perche nel 
numero dei fatti su qualche argomento poco copiosa, riuscir pu<' da sé 
sola imperfetta , e manchevole ; ma la osservazione dei fatti , e il con- 
fronto di essi, accompagnato dalla Filosofia come direttrice, servir deve 
di vero criterio nei nostri giudizj per ben dirigersi, e prudentemente 
disceraere nell' avvenire. 



S5a 



PENSIERI SUGLI USI DELLE NAZIONI 



IN GENERALE 



MEMORIA 



DEL CAVALIERE LUIGI MABIL 



! ilt)* 1 



II , i'-r-'.O li oìirm'l 



lo non mi propongo d'investigare la varia origine degli usi che fu- 
rono o che sono in vigore presso le diverse nazioni. Alcuni di essi par- 
tono da leggi , da istituzioni , da reliquie di tempi antichi , e giunsero 
per lo più tronclii e sformati insino a noi ; alcuni sorsero allo scoppio 
di qualche grande avvenimento o politico o fisico, ne ricordano i tratti 
principali , ed han sovente radice o nei sentimenti del cuore dilatalo 
dalla gioja, o nella gagliarda commozione degli spiriti vivamente agitati; 
altri son relativi al clima , alle località , alle parziali educazioni , ai do- 
mestici istituti, all'influenza in somma degh oggetti circostanti, che eser- 
citando continuamente azione ."^opra di noi, ci obbligano a reagire più 
spesso in un modo che in un altro ; ve n' ha finalmente , che da tenui 
principj scendendo , e da picciole innavvertite cause , talora anche da 
un solo capriccio, giungono a farsi forti, robusti e grandemente impor- 
tanti, SI per le idee accessorie, che vi si accoppiano per via, sì per la 
ripetizione degU atti e la sanzione del tempo. 

E non è neppiir mio diseguo di schierarvi sott' occhio la folla im- 
mensa delle innumerabili usanze che prevalsero ora in un secolo ed ora 
in un altro, in questo paese o in quello, fra popoli selvaggi, o fra na- 
zioni per coltura ingentilite; compilazione non diflicile a farsi , frugando 
nelle Cronache, nelle Storie, nelle relazioni degli antichi e dei moderni 
viaggiatori, ma che riuscirebbe certo stucchevole, e forse anche morti- 
ficante. Diiatli voi vedreste degli usi rade volte indicanti una ragione- 
tolezza^ un oggetto utile importante, più spesso frivoli per insiguifican- 



359 

za, ridicoli per Istranezza , e fin anclie ributtanti per isconveuienza ; voi 
« credereste forse, ch'io avessi voluto tesservi di proposito la storia unii- 
liaute dei delirj e delle inconcepibili follie dell' unian genere. Soli fra 
questi , perchè chiari e splendenti della purissima divina luce che gli 
investe , verriauo a distinguersi eminentemente gli usi nostri religiosi, 
__ SI per santità d' istituzione , che per felice efficacia sulla morale , e per 
le alte eterne speranze , a cui e' invitano ; se non che non e del mio 
debile stile, né del mio assunto il favellarne. Ma egli è mio scopo l'è- 
•ibirvi alcuni pochi pensieri sugli usi delle nazioni in generale, consi- 
derandoli come materia subordinata alle speculazioni del Filosofo politi- 
co , alle niediiazioul del saggio Legislatore , e come mezzi e stromenti 
di pubblica prosperità , quando se ne sappia trarre il conveniente parti/- 
to. Perciocché , se l' impero che esercitan le leggi , deve assoggettarsi a 
regole fisse, a principi slabili e dedotti dalla ragione, dalla sperienza, 
dalla profonda analisi del cuore umano j se v' ha anche per 1 costimii 
che sono una specie di seconda legislazione , tacila sì, ma niente meno 
attiva e vigorosa, un severo tribunale interiore che li giudica e li diri- 
ge, i soli usi, f[uasi privi sieno d'ogni sorte d'influenza, si lascierauno 
andar vagando indisciplinati, senza poggiarli a teoria, senza dar loro una 
base , senza connetterli destramente coli' intero sistema del ben sociale ? 
Né bisogna credere , che vi sieno degli usi indifferenti j il loro ef- 
fetto non é mai nullo; essi ci attaccano a delle rimembranze , sveglian 
delle idee, dei sentimenti, oprano sul fisico e sul morale; ed essendo 
proprio della loro indole di calcare e ricalcare lo stesso genere d' im- 
pressioni, e di renderle quindi sempre più marcate e più profonde, 
parmi che non debbano mai trascurarsi le conseguenze di tal uso o tal 
altro, per quanto tenue sembri e da nulla. Difatti, chi vorrebbe asseii- 
re , che la spieiata demolizione di barbe russe fatta eseguire con sì osti- 
nata costanza dall' iininortale Czar Pietro , niente abbia contribuito alla 
civilizzazione di quell" impero ? Chi vorrebbe affermare , che la lunga , 
orrida e scompigliata chioma degli Spartani , di cui valevansi a più at- 
tcrii'c il nemico sul campo di battaglia, non abbia taholta fruttato loro 
la vittoria ? Non è adunque indifferente nemmeno il radersi la barba o 
r allevarla , nemmeno il comporre ed assestare la chioma , o inorridirla 
e rabbuffarla. Vasto e possente è l'impero degli usi; soggetta a se ogni 
condizione , ogni età ; domina in casa e fuori , negli affari pubbhci e 



5"6o 

nei privati; rinvigorisce i corpi o li disteinpra; snerva i caratterino li 
riutuoua ; scalda ed inrianima le fantasie , o le intiepidisce e le ammor- 
za ; tiene i popoli in letargo, e gli curva a, terra, o li accende, li su- 
blima, e li trasforma in eroi. La Storia, :e. •specialmente l'antica, ci pre- 
senta ad ogni tratto una continua lezione su di ciò; e non' v' ha popolo, 
che salisse a robustezza e potenza, che non uè fosse debitore in graa 
parte agli usi suoi; degenerati i quali, tu lo vedi languire, e miseramente 
sfasciarsi. Ma se non vi fu nazione, che sorpassasse in gloria ed iu 
.grandezza i Romani, altra non ve ne fu, che meglio conoscesse l'impoiv 
tanza degli usi, e ne traesse più sapientemente partito. Altri d' essi mi- 
ravano a indurare gli animi e i corpi, a ingagliardir la persona; altri a 
.disasperare alquanto il costume , a domarlo colle idee religiose , a ren- 
derlo più docile all'impero delle leggi; altri ad elevare il sentimento, 
ed a creare negli orgogliosi Quiriti là coscienza di una decisa superio- 
rità su tutti i popoli dell' Universo. Ma per opinione di ]Montesquicu 
niente più contribuì a plantare sul Campidoglio la dominazione del 
mondo, quanto che coniballendo i Piomani or con un popolo, or cou 
un altro, sapevano di buon grado rinunziare agli usi proprj , lostochè 
ne riconoscevano altrove di migliori. Cosi tolsero dai Sabini lo scudo 
largo , disfacendosi del picciolo argivo , e dagli Spagnuoli la spada; cosi 
cangiarono istrutti da Pirro 1 modi consueti di fortificare i lor campi ; 
così trassero dagli stessi Sabini luttociò che poteva mantenere la vita 
sobria, tollerante , esercitata, e dai Toscani ricchi e fastosi le pompe pub- 
Lliclie , gli spettacoli ed i giuochi ; e quindi le buone e proficue usan- 
ze rapite al vinto divennero la maggior parte del lor trofei. 

Tanta possanza, tanta influenza degli usi m'induce a credere, che niente 
pili valga a palesarci con ingenua espressione lo stato attuale di un po- 
polo , se assonni ancor nell'infanzia, o esulti nel fervore di giovinezza, 
o declini languido agli ultimi peiiodl, quanto il considerare appunto gli 
usi che vi si trovano in vigore. Egli è ben vero , che l'ampliata civiliz- 
zazione dell' Europa , mediante il commercio e le agevolale comunlcazlo- 
jH, sembra che abbia fuse e rimescolate insieme le varie usanze di po- 
poli diversi ; di modo che parer potrebbe a prima vista , che tutti abbia- 
no una stessa fisionomia, una stessa indole ed abito, e, per così dire, 
uno stesso temperamento , una stessa età. Ma chi ben s' addentra iu 
auesto esame , ravvisa presto negli usi che son proprj esclusivamente a 



56i 

ciascun popolo , e nel grado d' intensione e di affetto , con cui gli ac- 
carezza e mantiene, qual sia la misura de' suoi lumi, delle sue opinioni, 
della sua forza o della sua debolezza ; e se retroceda , o s' avanzi verso 
la perfezione sociale, o dormiglioso si arresti, e lento ristagni. Percioc- 
ché gli usi, qualunque sieno, è forza, clic tendano a rendere un po- 
polo attivo e robusto, o molle e pigro, fermo di carattere, generoso, 
ardito, o vario Irresoluto, picciolo, pusillanime, e l'uno deve necessa- 
riamente avanzarsi verso la potenza, la gloria, la prosperità, l'altro 
languire , insensibilmente estenuarsi e cadere. 

Dunque risulta, che nel sociale Edifizio, dopo le leggi ed i costumi, 
hanno anche gli usi parte non picciola e non trascurabile uffizio ; che 
non ve n' ha d' indifferenti , perchè tutti influiscono ad affrettare o ri- 
tardare la marcia delle nazioni verso la politica perfezione che si può 
dagli usi, a cui si vede affezionato, giudicare di ciò che è un popolo, 
e di ciò che sarà ; dunque un saggio e perspicace legislatore deve ri- 
chiamarli a calcolo ed esame, e non disdegnare di farli soggetto d'inqui- 
sizione e di studio. 

Or quale sarà il -criterio , di cui potremo valersi per giudicare del- 
l' importanza , della bontà o della malizia di un uso ? quali regole se- 
guiremo nel sostenere e accreditare gli uni, snervare o proscrivere gli 
altri, accoglierne ed introdurne di nuovi? Questo è ciò, di che ora mi 
metto a farvi alcu»i cenni rapidamente j e se mi vedrete attento a schi- 
var di proposito qualunque applicazione agli usi nostri, egli è perchè po- 
trete farla voi stessi , e perchè mi sono proposto di considerarli soltanto 
in generale. 

Hanno valore quegli usi che addestrano, che rafforzano il corpo, 
che proteggono lo sviluppo delle fisiche facoltà ; perciocché essi cospi- 
rano al primo oggetto della natura, che è la possibile perfezione della 
specie. Gli Antichi li favorivano grandemente, ma quasi soltanto per con- 
seguenza di militare sistema ; i loro muscoli avean da fare piìi clic i no- 
^tl■i in un d'i di battaglia ; noi li trascuriamo pressoché del tutto , fieri 
de' nostri arcobugj , e de' nostri cannoni. Ma è egli poi vero, che anche 
negli affari di guerra la robustezza sia pressoché indifferente ai nostri 
giorni ì E s' altro non vi fosse, che la necessità di tollerare la fame , le 
fatiche, i disagj , le lunghe ,e penose marcie, ora specialmente, che nem- 
meno il verno mette irpgua alle ire di Marte, non basterebbe questa sola 

46 



363 

per invitarci a favorire quegli usi che rendono ferme le costituzioni, 
validi i corpi ? e a che attribuire quello tante sterminatrici malattie che 
disertano i nostri campi , se non è all' originaria debolezza del soldato 
che tratto all' improvviso dalle miti cure agresti , o dalle panche de' bot- 
tega] e dei manifattori viene , per così dire , sprovveduto , ineducato , 
inesercitato a nuovo e duro genere di vita e di fatiche ? Certo che non 
leggiamo , che gli eserciti degli Antichi fossero sì travagliali da morbi ; 
i nostri talvolta quasi fondonsi interamente , e si sfacellauo , prima di 
giungere in faccia del nemico. 

Ma lasciando il pensier drlla guerra, che non s' hanno ad allevare 
uomini robusti col solo oggetto di renderli più valenti a trucidarsi l'uà 
l'altro, dovrà perciò ricadere la gioventù nell'inazione e nell'inerzia, 
neàhaere osni sorta di corroborante esercizio , e fabbricarsi volontaria- 
mente una complessione fragile e di vetro? Trasportatevi a Sibari, ve- 
dete que' giovani ; ogni raggio di sole gli abbrustola , ogni soffio d' aria 
gli assidera j se affrettano il passo, ausano j l'equitazione è moto troppo 
violento; se il cocchio non ciondola equabilmente sulle flessibili molle, 
son rotti e pesti. Quindi le membra non giungono alla dovuta propor- 
zione, non hanno uè «gihià, né destrezza; le belle forme che non 
vanno mai nel maschio disgiunte da muscolosa vigoria, si sfigurano, 
si perdono ; ciò che sembra sussiego e compostezza , è torpore ; non 
gode il corpo la metà de' suoi dritti ; i raatrimonj son radi , la prole 
fievole , sparuta ; la pelle è morbida ma floscia , la tinta rosea ma fu- 
gace ; e la vecchiezza stessa è quasi sorpresa "di esercitare sì tosto i 
dritti suoi. L' anima è simile al corpo , senza tuono , senza energia , 
e quale in cera molliccia e dissoluta, le impressioni appena vi la- 
scian traccia; quindi tanta scarsezza di genj , di teste forti, tanta nul- 
lità di caratteri; non si sente, non si pensa, non si vuole, non si 
ama, non si odia uennneno gaghardameute; e l'anima è quasi ridotta 
a non far nulla per l' imbecillità del suo slromento. Tali erano a Si- 
bari gli animi ed i corpi. 

Bisogna dunque proteggere quegli usi che tendono a favorire la fi- 
sica perfezione dell' uQmo ; esso ha un dritto a tutta la pienezza delle 
sue forze ; chi ne lo priva, lo condanna ' alla deformità, ed al tristo 
flabello di cento morbi, e nel tempo stesso a bassezza di pensieri, a 
brevità di talenti, a sonnacchioso letargo. 



S63 

Ma se un corpo flaccido e spossato non alberga ordinariamente che 
auime debili e ineschine, vi sono degli usi che assalgono le più vegeto 
e le più forti , e giungono finalmente ad ammollirle e degradarle. Che 
altro significa la favola di Marte che deposto l' elmo e 1' ushcrgo , lan- 
gue e si stempra in braccio a Venere, sino a lasciarsi sorprendere ? Gli 
usi e i costumi dell'Asia corruppero l'indomito Romano j que' di Capua 
vinsero 1 vincitori di Trasimene e di cannej perciocché i molli costumi 
e gli usi molli si generano a vicenda , e si guastan 1' un l' altro. Dove 
r aria non olezza che di profumi , dove la danza che fu un tempo 
parte della ginnastica, ricusa i moti veementi ed agitati, paga di lenti 
passi, di composti ravvolgimenti, di leziose contorsioni; dove la musica 
non intuona che modi frigj , ivi è forza che si rompa ogni tempra , ivi, 
mentre Filippo è alle porte, si corre a' teatri a parteggiare fra la lubri- 
ca danza, e il mutilato cantore. 

Non bisogna però confondere e affastellare insieme gli usi che in- 
vigoriscono la tempra degli animi e dei corpi , con quelli che possono 
spingere per avventura sino a durezza, a ferocia, a crudeltà. Come po- 
tè avvenire, che l'uomo nato ad amare giungesse a degradarsi, ad abru- 
tirsi a segno non solo di farsi barbaro e disumano , ma d' istituire e 
consecrare dngli usi che valessero continuamente ad irritargli lo spirito, 
ad impietrargli il cuore , a trasformarlo in fiera , in mostro ! La storia 
delle nazioni selvagge fa fremere; esse non vivono che di usi, e questi 
non altro per lo più spirano, che distruzione, vendetta, pensata e 
ragionata atrocità. Ma gli Antichi anche civilizzati non furono sempre 
esenti da taccia; ed ha di che arrossire Sparta e Roma istessa, f[ucUa 
degl' Iloti , questa del Circo. Ben noi possiamo volgere con grata 
compiacenza lo sguardo alla dolce e mansueta temperatura dei nostri 
costumi, degli usi nostri; e se non v'ha popolo fra 1 Moderni, che 
abbandonatosi all'ebbrezza d'un forsennato delirio, non abbia almeno 
una volta macchiati gli annali suoi a grosse strisele di sangue, non ve 
n' ha certo alcuno clic non abbia fatto ogni sforzo per cancellarne in 
eterno la memoria ; non ve n' ha presso cui possano gli usi accusarsi 
di alimentare truci disposizioni, abili ferini. E pare clie fino il popolo 
più basso siasi di già stancato del barbaro, del ributtante spettacolo, 
per cui s' inferociva coi mastini sid più utile , sul più paziente degli 
animali. 



Beata quella nazione che allevando una gioveniìi vegeta e vigorosa; 
e tenendola egualnieuie distante e dalla mollezza che avvilisce, e dalla 
ferocia che disonora, sa eziandio, per via di usi e d' isliluzloui ade- 
guate, crearle uu'auima generosa, e passionarla unicamente per ciò che è 
tuono, per ciò che è nobile e grande! I Romani (che bisogna pur sempre 
ricorrere a questo popolo maraviglioso) non avevano ancora ben doma tutta 
l'Italia, e già spacciavano, ch'era loro promesso e dovuto il dominio di 
tutto il mondo. E l'ebbero; perciocché questa grande, questa sublime idea 
li assediava, li perseguitava da per tutto j di questa parlavano gli Auguri e 
i Sacerdoti nelle diviuazioni e nei sacrifizjj questa accreditavano gli ora- 
coli e le tradizioni che si avea cura di ricordare co' niolliplici e variate 
solennità^ questa imprimevano, infiggevano le feste, gli spettacoli, le poe- 
sie, e soprattutto la magnifica e inenarrabile pompa dei trionfi. E vo- 
lete trarre di picciola cosa grande argomento ? Uno de' più acerbi casti- 
ghi che si solessero infliggere al colpevole soldato, era quello di cacciargli 
sangue. Io so che quest'uso parrà certo ridicolo ai nostri giorni; ma 
quest'uso diceva al Romano: tu sarai snervato, indebolito, tu non po- 
trai combattere, come primaj si coglieranno degli allori, e non vi sarà 
una fronda che ti appartenga. Questo linguaggio era inteso dal soldato 
Romano , e perchè ? perchè nodrito continuamente di una nobile ambi- 
zione col mezzo d' istituti atti a svegliarla e alimentarla , perchè educato 
a grandi immagini, a vaste idee dalla giornaliera istruzione dogli usi che 
V avvertivano in casa e fuori , in pace e in guerra della sua alta e su- 
blime destinazione. Ora che ci dicono le nostre usanze , i nostri spelta- 
coli , i nostri giochi , i nostri pur sì moltiplicati , si frequentati teatri ? 
Ma io v' ho promesso di non parlarvi di noi. 

Del resto, niente v'ha, che plii distragga l'anima dal concentrarsi in 
poche, ma grandi e sublimi affezioni, senza le quali non vi sarà nazio- 
ne giammai, che conosca, uè difenda la sua dignit.'i, quanto la molti- 
plice ricorrenza di usi piccioli, miseri, insignificanti che nulla dicono 
allo spirito ed al cuore. Così veggiaino tr.l\ olla dello persone darsi un 
irrequieto movimento, diBàttersi, agitarsi per semplici meschinerie, per 
miserabili oggetti, ma, in veggendole, qual è il giudizio che no porta- 
te? Pure è opinione di alcuni, che basta occupare il popolo-, e poco 
imporla di che , e dassi alla saggezza de' Legislatori cinesi l' aver intro- 
dotto a bella posta uu voluminoso eterno rilualc d'usi, di pratiche, di 



S65 

cerimonie apparentemente; frivole e incile, onde raltenere ed incep- 
pare l'eccessiva mobilila di rpiella gente. Ma s' ha a riflettere, che 
tutto è presso di loro slreltameuie Iellato colle idee religiose j che il 
loro codice è im solo, dove tulio si coucaleua e si abbraccia, cullo, 
morale , politica , civili e sociali doveri, sicché la maggior parte di quegli 
usi die sembrano al poco istrutto Europeo isolati, futili, inconsegiieuii, 
hanno probabilmente per essi efiicacia ed oggetto. Olire a ciò è pur pare- 
re di molli, che avendo i Cinesi per forza di genio inventale piìi e più. 
cose , distratti come sono , e a tulle le ore assoggettati a minuziose os- 
servanze , perciò uon l'abbiano mai perfezionate. Io per me crederò sem- 
pre che un popolo che si occupasse di usi frivoli ed insipidi, si occu- 
poreljbe assai male, perderebbe il senso per ciò ch'è buono, ch'è hello, 
ch'è grande, ch'è sentimentale , non si leverebbe giammai ad alti desti- 
ni , e sarebbe sempre un popolo - macchina, un popolo - fanciullo. 

Può eziandio avvenire, e talvolta avviene, che gli usi di uu popolo 
si trovino in contraddizione colla forma e col carattere del suo governo, 
e collo spirito delle sue leggij perciocché^ mentre forza di estraneo av- 
venimento può giungere a cangiare e queste e quello, gli usi sfuggono 
spesso inosservati , sussistono , si ripetono , e quindi lottano sordamente 
colla nuova posizione di un popolo, e formano una ingrata, e spesse 
fiate anche pericolosa dissonanza. Or non è d'uopo avvertire , che tutto 
deve esser uno in qualunque ben ordinata Società , come in ben co- 
strutto edilizio, come in ben tessuto poema; né le parli han da far guerra 
al tutto, e contraddirne o indebolirne l'effetto. Oltre a ciò, voi vorrete 
osservare , che siccome in ullimo risultalo l' opinione , la soia opinione 
e la regina del mondo, ch'essa può piìi delle leggi, perché ha la forza 
di farle olìbliare , o di cangiarle, piìi dei costumi, peicliè li tinge, li 
altera, li modifica a suo grado, cos'i so uon si mettono gli usi in per- 
fetta ed amica armonia colle leggi, coi costumi, e col governo, v'ha 
pericolo, che ne risulti, se nou una guerra acerba e perigliosa, certo 
uno schifoso rabesco , un mosaico goffo e brutto a vedersi. E quale sa- 
i-ebbe il destino di quella sventurata nazione che nou mai simile a se 
stessa , sempre varia , sempre cangiante , accogliesse nel suo seno in tu- 
multuoso feiiueuto usi nuovi ed usi vecchi, usi stranieri ed usi suoi, 
usi parte consoni all'attuale sua condizione, e parie no, senza connes- 
sione ed accordo di voleri, di affezioni, di genio, e quasi dissi di pia- 



566 

ceri e di trastulli? Questa nazione, Signori, saretbe almen condannata 
ad essere la favola ed il ludibrio di tutte le altre. 

Se io volessi seguire l'argonieuio nelle sue moltipllci relazioni, scor- 
rerei tropp' oltre fuor di tempo e di progetto ; poiché io non ho voluto 
offerirvi che dei pensieri. Pure questi cenni, benché veloci, basteranno 
a farvi conchiudere , che quantunque il vocabolo usi sembri stendersi 
vago e indefinito a troppo sottili diramazioni, non è però difficile, con- 
siderandoli rapporto alla lor politica influenza , classificarli sotto alcuni 
pochi e sommi capi. Gli usi che si riferiscono più direttamente al cor- 
po, son rei, se non si fanno stromenti di forza e di sanità; quelli che 
toccano l'anima, son da proscriversi, se non l' indurano contro le passioni 
ed i vizj , contro l'ozio e la suervatrice mollezza j per essi deve il sen- 
timento nobilitarsi, farsi grande e generoso; piccioli, minuziosi, e insi- 
gnificanti son più proprj alla scioperata infanzia di un popolo , che alla 
sua sensata virilità j crudeli oltraggiano la natura che c'invita all'amo- 
re ; mal assortiti all' indole del governo e delle leggi ne intralciano i li- 
beri movimenti, e ne spuntano insensibilmente l'azione. 

Conosca dunque l'avveduto Legislatore, ed attento osservi la benefica 
O la funesta influenza degli usi; poi, quale istrutto agricoltore che in 
nuovo campo riconosce prima tutte le piante che vi son sopra, indi quelle 
divelle e sterpe, queste raccorcia e doma, altre accarezza e ristora, egli 
pure si accinga all' opra. Ma non v' ha regola che lo guidi nell' impre- 
sa ? Non v' ha prudente avvertenza da osservarsi ? Non v' ha un' arte an- 
che per fare il meglio ? 

Quando il gran Teodorico, avuta Ravenna, ultimo asilo dell'infelice 
Odoacre , si vide arbitro e signore di tutta Italia, chiamò a consigho i 
più assennati fra suoi per deliberare con essi, quali mezzi fossero i più 
acconci a reggere ed a tener la conquista, ed ivi é fama, che il sag- 
gio Cassiodoro così dicesse : 

» "Vincesti, Teodorico, ed hai già in pugno l'Italia; il tuo nome 
» vivrà immortale accanto a quello de' più celebri Conquistatori, ma 
» un altro genere di gloria ti aspetta, e ben più degno di te. Percioc- 
» che se il vincere è gran cosa, il governare è piìi; che nella \itto- 
» ria gran parte s' arroga il soldato e la fortuna ; qui tutto è tuo , qui 
>ì tu solo avrai biasimo o lode d' inconsideratezza o di senno. Y' ha 
» chi pensa , che tu debba , qual rovinoso torrente , rovesciare , ab- 



o6i 

w Laltere ogni cosa, leggi, usauze , costumi, il che se fosse sì facile 

» a farsi che a dirsi , mi sarei forse lacciulo. Quanto alle leggi , certo 

» che ne farai tante , quante n' esigono la sicurezza di nuova domi- 

>> nazione, e le variate circostanze j ma il cangiare i costumi non è 

» opra di un giorno , attesoché i costumi non si comandano ; e 

» quanto alle usanze, o tu ^voglia introdurne di nuove, o rettilìcarc 

« le antiche, o dar credilo e vigore alle migliori, è cosa degna di 

)) posata meditazione e da non trattarsi leggermente. V hanno degli 

» usi che semhrano a primo aspetto huoui e lodevoli , o almeno 

» innocui , e mentiscono j se li ravvisi dappresso, rivelano l''occulla 

» malignità. Ve n' ha di quei che si appalesano tosto per tristi e 

» nocivi i pur se ti arrischi di violentemente schiantarli, vedi crollare 

» e rovesciare con essi delle opinioni utili, ch'erano fulcro e fonda- 

» mento di tutto il sociale edilizio. Importa dunque conoscere prima 

» di oprare. Del resto, non ti fia difficile introdurre usanze e pra- 

» tiche nuove , o rinforzare le antiche di iuona tempra , purché pri- 

» mo tu voglia farti e»sempio e modello ; perciocché i grandi fissano 

» continuamente nel Principe, attenti a ricopiarlo j e i piccioli, quasi 

» vincano lor condizione, sforzansi di assimilarsi, per quanto posso- 

» uo , ai grandi. Ma più destrezza conviensi per isvellere degli istituti 

» amichi , delle usauze inveterale ; perciocché la somma delle rcsi- 

» stcn?.e è incalcolabile ; la facoltà di fare ciocché sempre si é fallo 

» par quasi patrimonio, proprietà} ricusa il lungo abito di ragionare, 

« e la persuasione non vale ; e trovi fieramente armato l' amor pro- 

)i prio di ciascheduno nel sostenere per buoni degli usi che non 

» sono che vecchi; perchè non amiamo, che altri ci convinca d' es- 

» serci lungamente ingannati. Ora il prudente Legislatore sa prepa- 

» rare gli spiriti , sveglia ed accredita le opinioni piii proprie a fa- 

» vorire le innovazioni che progetta, sostituisce destramente degli usi 

» poco significanti, ma che faranno insen.sibilmente obbllare gli au- 

» tichi, men buoni; non urta di fronte, ma combatte di fianco; non 

» comanda il cangiamento, ma lo insinua; non insultó i tenaci fautori, 

)i ma li neghge; non vuol convincere, né costi ingere, ma in> ilare. iM- 

B speltiusi dunque per ora gli usi del viulo popolo, ciò stesso varrà mollo 

» a conciliartelo , e la fiducia e l' amore , più possenti de' manigoldi e 
1) delle scuri sapian disporlo a piegarsi più agevolmente ai gran 



568 

» progelti che medili per la sua felicità ; lungo e vano sarebbe aggiun- 
>i ger altro. Avesti in dono gran mente, o saggio Teodoiico; e alla 
» Corte d' Oriente gran pratica facesti d' uomini e di cose ; ora è tuo 
)i il giudicare s' io mal m' apposi » . Stese Teodorico amicamente la 
mano al buon ministro j 1 cortigiani sogglilguarono ; eà^ il miglior pa- 
rere trionfò. 



569 



NOTIZIE DELLA VITA E DEGLI SCRITTI 

DI ALBERTINO MUSSATO 

MEMORIA 

DEL CAVALIERE FRANCESCO COLLE 

PARTE PRIMA 

I'. . . 

-j innalzarsi a merito e fama sopra degli altri nelle lettere e nelle 

scienze riputar devesi per opposti riguardi glorioso egualmente e diffi- 
cile neir età della comune barbara rozzezza , e in quelle dell' universale 
raffinata coltura. Trattasi in quelle di diradare co' primi barlumi di luce 
11 bujo di notte profonda , e nelle altre di vincere con un chiarore più 
vivo lo splendente lume d'un giorno perfetto. Oltre di che se 1 soli 
felici sforzi d'ingegno privilegiato possono ottenere, stampando i primi 
passi, di aprire un sentiero per luoghi che non ne mostrano traccia j 
non è minore impresa il prolungare un cammino oltre a quel termine 
remotissimo , a toccare il quale stancaronsi le forze unite di mille va- 
lentissimi eroi che il percorsero. In fine se merito e gloria somma 
accordar devesi ai primi inventori; credo ancora, che vada rattenuta 
entro a certi confini la sì decantata facilità di aggiungere ai ritrovati. 
Qualunque cosa per altro di ciò si giudichi, io mi compiaccio oggi, 
che prendo ad illustrare la vita e gli scritti d'un eroe nelle lettere, 
che senza controversia fu il primo che in mezzo alla brutale barbarie , 
in cui da lungo tempo giacevano inonorate, cominciò a tentare felice- 
mente di ripulirle dall' invecchiato squallore che avean contratto. Egli 
è questi Albertino Mussato, ouor singolare di Padova , di cui fu cittadi- 
no , che prevenne di un mezzo secolo il gran Petrarca nei meriti e ne- 
gli onor letterarj. Io già non intendo d' iutrodur paragone tra questi due 
uoraiul subllmissimi , negli stessi letterarj lor pregi diversi affatto, e per 
la tempra diversa dell'anima che sortirono, e per la varia costituzione 

47 



570 

di vita e condizione di tempi, a cui vissero. Solo non dubiterò d'asse- 
rire , che non era a' tempi del Petrarca, come a que' d'Albertino la let- 
teraria oscurità così fitta , che qualche languido raggio alquanto non la 
temprasse , né sì selvaggio il terreno , che qualche orma non vi si scor- 
gesse, leggera è vero ed informe, ma pure impressa sul retto sentiero. 
Sarà però vanto singolare di Padova, che di qua singolarmente movesse 
quella prima aurora, e quel primo disboscamento, ed io mi do a cre- 
dere , che il Petrarca stesso prescegliesse questa città ad asilo di sua 
letteraria vecchiezza , bramosa omai di riposo , anche perchè vi trovò il 
terreno dirozzato alquanto, e purgato da quel selvatico gineprajo, che 
tulio il resto d' Italia ingombrava miseramente. In due parti sarà divisa 
questa Memoria. La prima vi esporrà le notizie della vita del Mussato, 
che ci restano negli scritti o di lui, o di autori contemporanei j con- 
terrà la seconda un esame critico delle opere da lui scritte in prosa e 
iu verso , che pervennero sino a noi. 

Non potea certamente avvenirsi 1' età di Albertino in circostanze 
più propizie allo sviluppo de' suoi talenti, e all'acquisto de' sommi onori 
sì politici, che letterarj. Nato nel 1261 come egli apertamente asserisce 
in una elegia che nel 1 3 1 7 scrisse in età d' anni 56, all' occasione del 
giorno suo natalizio , trovò la sua Patria omai sollevata dall' oppres- 
sione , e ristorata dai crudi danni, con cui sì lungamente la afflisse il 
detestato Ezzelino , e il non inferiore per crudeltà , e peggior forse per 
turpitudine d' altri vizj Alberico di lui fratello, presi entrambi colle armi, 
ed estinti violentemente, e da lor pari, il primo in Soucino nel settem- 
bre dell'anno i25g, l'altro nel castello di san Zenone nell'agosto del- 
l'anno appresso con tutta l'abborrila sua schiatta. Non è però che scosso 
un tal giogo si trovasse Padova nell' inerte ozio d' una pace tranquilla. 
Il desiderio d'indipendenza non represso, attizzato anzi vieppiù dagl' in- 
terrotti, e sempre inefficaci sforzi della omai languente in Italia impe- 
riale autorità serviva solo e a conservar vive, e costantemente occupate 
in artifiziosi maneggi le interne fazion popolari, e ad animare, ed ac- 
cendere tra le città confinanti le gare che riuscivano al solo fine , di 
tenere vigili i popoli, per profittare scambievolmente sugli emoli d' ogni 
fuggitiva occasione di tenue vantaggio. Sono appunto queste le circo- 
stanze più favorevoli non solo ai civili progressi, ma anche ai letterarj, 
in quel genere singolai luoiiie , in cui fu grande il Mussato , nell' Ora- 



toria vo'dire, e nella Poetica. Se fuggon le muse impaurite al romoroso 
frastuono di barbare trom])e (leminciauic per tutto incendio, strage, de- 
solazione, esse dall'altra parte non anian neppure una pace troppo quie- 
ta, che per esse suol esser cpiello, die per 11 corpi una vita agiata sov- 
verchiaraente , che ne illaunuidisce il uerbo succoso, e la vivida robu- 
stezzaj giacche confinate allora nelle private persone, e volte a ricercare 
in tutto la squisitezza più ral'hnata, conseguenza d'una troppo pacilica 
tranquillità, contraggono una non so quale languente leziosità, ed una 
cascante delicatezza. Non cosi nei tempi, di cui parliamo. Le domesti- 
che ed esterne discordie che senza struggere , e desolare tenevano in 
.continuo fermento le passioni piìi generose, infonder doveauo nell'elo- 
quenza, e nella poesia de' pochissimi uomini che n' erau capaci, una 
robustezza e vigore suo proprio, senza ottener per altro di purgai la in- 
teramente dalla esterior ruggine , e grossolana barbarie dell' età troppo 
misera e desolata , di cui l' Italia stava omai per uscire. Qui per altro 
dobbiam notare, che sarebbe il Mussato riuscito molto pixi gran lette- 
rato , se la famigliare sua situazione non si fosse opposta troppo agli 
studj giovanili. Quindi quantunque sia molto ragionevole a credere, che 
le doti superiori del suo Ingegno, e il naturai ardore che agli studj il 
portava , lo avranno inlìammato sin dall' età prima a cogliere ogni oc- 
casione di coltivarsi; piu-e distratto, anzi impedito o dalle domestiche 
angustie, o dall'inquieta voglia di arricchire, che al primo cangiar della 
sorte rabbiosa insinuossegll al cuore, e di cui sì dolente si mostra in 
molti luoghi delle opere sue, non potè, che assai tardi volgersi a scrivere 
ed a poetare , esercizj che sempre assai male comblnausi colla miseria 
o collo stimolo pungente troppo dell' avarizia. Perciò o tutte , o pres- 
soché tulle le opere che di lui restano , furono scritte , come da esse 
fìa molto agevole a rilevare , dopo 1' anno cinquantesimo dell' età sua , 
dopoché gli utili impieghi cittadineschi dovuti alle sue doti gli pro- 
cacciarono comodo stato , e tacque In lui la passione dell' interesse , 
passata 1' età vale a dire più favorevole all' estro , e alla poetica vivacità. 
Cile in povertà sia nato e vissuto per anni parecchi di gioventù lo 
attesta egli stesso uell' elegia sopra citala del giorno suo Natalizio , ove 
dice , che nato in povero stato imparò ad esser misero sin dagli anni 
infantili, ai quali oltenevasi appena dal povero padre di porgere il ue- 
cessaiio alimento. Mortogli il padre poi soggiunge, che innanzi di giuu- 



gere a pubertà divenne per dovere padre egli stesso , costretto siccome 
maggior d' età a supplirne gli uffizj verso due suoi fratelli ed una so- 
rella, che gli rimasero. Quindi confessaudo egli stesso, che nacque po- 
vero^e, per quanto asserisce tra molti Guglielmo Pastreugo, ed anzi si 
può raccogliere dalle espressioni eh' usa il Mussato parlando di suo 
fratello Gualpertino in una orazione, di cui poscia ragioneremo, anche 
celi' ordine popolare , e che forza gli fu di procacciarsi onde vivere 
trascrivendo a prezzo i libri ad uso degli scolari della patria Università, 
liuchè si rivolse all' avvocatura del foro , ove occupossi sino all' anno 
trentesimo quinto dell' età sua , convien dire , che nelle frequenti rivo- 
luzioni di que' tempi avesse degradato molto dal lustro e dalle fortune 
di cui godeva nel secolo precedente la famiglia di lui chiara al dire di 
Sicco Polentone per molti e cavJiIieri, e giureconsulti, che l'aveano illu- 
strata. Io credo però , che andasse lontan dal vero un autore che con- 
sei'vasi manoscritto , e che scriveva , come egli asserisce 1 60 anni dopo 
1 estinzione degli Ezzelini , cioè nel 1420 novantesimo dalla morte di 
Mussato , che figliuolo il fa d' un munajo , soggiungeudo ciò raccorsi 
dalle opere sue. Ma in tutte quelle che ancor ci restano non ho trova- 
to orma di ciò , e sospetto , che possa quest'Autore essere stato illuso 
da un passo che leggesinell' ultimo libro delle storie de' tempi suoi (i), 
in cui egli esule in Chioggia rimprovera a Marsilio Carrarese d' avergli 
fiscato contro la data fede , e fattosi suo un molino , da cui traeva iu 
gran parte la sussistenza. 

Incontrasi negli antichissimi statuti della città , e nel monumenti di 
questo studio un uffizio pubblico di copista di libri ad uso delle scuole 
col titolo di esemplare e stazionario coli' annuo salario di lire sessanta, 
al qual uffizio per le scuole di legge fu destinato nel la-yS dai Rettori 
dello studio un certo Pietro ; e si può sospettare o che a quel Pietro 
succedesse il Mussato , o che l' uffizio medesimo vi sostenesse contem- 
poraneamente per le scuole delle Arti provvedute esse pure del lor 
copista , lo che sembra indicato da Gio. Bono nel suo manuscritto , di 
cui poscia ragioneremo. 

Che il padre di Albertino fosse Viviano , e si cognominasse del Muso 
Io scrisse un secolo dopo il Polentoni (2J, alla cui autorità nou fu si 

(i) Mass, (le reb- gcst. post Heiir. lib. XIT. Rub. I. pag. 107. Edition. Venet. i656. 
(a) Puleut. iu noi. AL> ad Cioiiic. ZaniboaL 



agevolo potersi opporre, se vero è, come asserisce, ch'egli abbia avuto 
alle mani , e letto il contralto nuziale di Albertino colla figlia di Paolo 
Dente, nel quale dovea trovarsi espresso il nome e famiglia del padre. 
Ma prima anche di lui avealo detto Giovanni Bono di pochi anni poste- 
riore al Mussato nel suo suppllmcnto manuscritto alle famiglie pado- 
vane del Cortelerio ; quantiuirpie volendo egli senza negar il vero giu- 
stificare insieme la malinniià di Andrea Zamboni , che scrivendo nel 
i555 avealo fatto figlio di Giovanni Cavallerio, non trovasse altra via di 
farlo , che apponendo con nuova malignità molto più rea ai natali del 
Mussato r ingiusta macchia di illegittimith. Che poi la famiglia di Viviano 
del Muso sia quella stessa , che ncll' anno mille cento undici ottenne 
dal Vescovo Bellino 1' iuvestitura di molli feudi nominati nell' istru- 
mento di quest'anno veduto e citato dal Polentone (i), oltreché uoa 
vi è ragione che autorizzi a negarlo, si aggiunge anche la conghieitura 
del nome di Gualpertino, con cui nomiuavasi qiiello a cui si concede 
l' investitura j nome che secondo l'uso delle famiglie si trova in me- 
moria forse degli Antenati imposto ad uno tra i fratelli di Albertino , e 
nome che leggesi nella stessa famiglia de Mussi descritta dal Bono (2), 
ed anche nell' iscrizione al sepolcro della medesima famiglia riportala 
dallo Scardeone (5) , e da lui giudicala anteriore all' età del nostro Al- 
bertino. Io credo adunque , clie non si debba fare alcun conto dell' as- 
serzione di Andrea Zamboni (4) , il quale quantunque ignorare non lo 
potesse, essendo vissuto a que' tempi, per non so quale capriccio scam- 
biandogli il padre lo fa figlio , come dicevamo , di Giovanni Cavallerio 
banditore , o trombetta del comune di Padova , e procuratore nel 
foro j giacche gli errori e le contraddizioni in questo solo articolo dei 
Mussati scemar devou la fede a tutto il resto. Primieramente sin dalle 
prime parole egli scrive , che la noljilià dei Mussati cominciò da que- 
sto Albertino nell'anno del Signore 1200. Ora come può esser questo 
se nacque olire a sessanta anni dopo? Ma sia corso a quel luogo erro- 
re di amanuense. Come giustificare che Giovanni Cavallerio suo padre 
fosse assai ricco , come dice il crouisia satis dives , e che Albertino , 



(i) Poloni, ibid. (4) Andr. Zamb. de genere quorumdam ci- 

(a) Jo. Bono supplem. Muss. famil. viuin urbis Paduac. Ms. apud Mouac. D. Ju- 

Pal.iv. in pubi. Bibliolh. Slinae. 
(3) Scardeon. lib. II. Class. X. 



5,4 

come immediatamente soggiunge, luì morte rimanesse, nel fiore di gio- 
ventù molto povero valde paiiper , con due fratelli Gualpertiuo e Pie- 
trobono ? Oltreché ben altro che ricchezze attribuisce al padre lo stesso 
Albertino, ove dice (i), che fanciullo ne poteva appena ritrar gli alimenti. 
Giovanni Bono che a sfogo del suo mal animo contro il Mussato volle 
adottare il capriccio dello Zamboni , sentì la difficoltà di dar credito ad 
-una impostura di cpiesto genere combattuta troppo, prescindendo anche 
da ogni pubblico monumento, dall' uuiversal fama che avrà senza equi- 
voco pubblicato il vero padre d' una persona per tanti titoli così nota , 
e per corroborarlo con qualche plausibile apparenza sognò una sua leg- 
giadra istoriella, la cui misera fallacia per altro è troppo manifestamente 
smentita e da se stessa, e da più circostanze che ne accompagnano la 
narrazione. Afferma dunque egli pure (2) , che Albertino Mussato , che 
si fece poeta, Pietrobouo notajo, e il monaco Gualpertino fratelli di lui 
furoa figli di Giovanni Cavallerio trombetta del comune di Padova. Usci 
fama per altro, soggiunge, che a questo Giovanni Cavallerio all'occa- 
sione , che la moglie giaceva oppressa da gravissima infermità , di cui 
anche morì, riuscisse di udire furtivamente il secreto confessar, ch'ella 
fece al parroco di san Giacomo , che questo Albertino figliuolo era di 
Viviano del Muso. Ma più cose sono , che uuisconsi a smascherare la 
calunnia di un tal racconto. Se le civili leggi ricusano di ascoltare an- 
che i solenni giudlziarj attestati della madre che deponesse contro i 
natali della sua prole, in qual modo un sì geloso secreto affidato al- 
l' inviolabile sacramento , e penetrato dal marito con artificio sì detesta- 
hile potè aver forza di togliere pubblicamente e civilmente ad Albertino 
il legittimo padre, e il nome di sua famiglia? Per qual ragione non si 
oppose egli all' iniqua sopraffazione che di sì turpe macchia il lordava, 
anzi facendosi nominare, e nominandosi ei stesso costantemente e nei 
suoi libri, e in ogni civil carta non Cavallerio, ma Mussato , acconsenti 
volontario a perpetuare in se stesso la sua vergogna? Ma cjuesto è nul- 
la. Per qual ragione se la confessiou della madre non cadea che sopra 
Mbertino, gli altri due ancora Pietrobouo e Gualpertino, nominandosi 
essi pure Mussati, seguir vollero la disonorata condizion del fratello che 
tól più non era? Per qual ragione finalmente se Albertiuo stesso fu 

(i) Muss. eleg. cit. de celebrai, suae diei iialivitatis. 
(2) Io. Bon. Toc. citai. 



tralieniito qual figlio nella casa del Cavallerio eh' era si ricco , rimase al 
morire del padre nell' indigenza, e se ne fu discacciato, per qvial ragione 
e così indigenti rimasero anche i due Gualpertino e Pietrobono, e fu- 
rono sempre da Albertino tenuti in conto di suoi fratelli, della cui sus- 
sistenza e vantaggi fu sì studioso sino ad alimentarli prima colla sua 
industria, ed a maneggiarsi poi presso il Pontefice per ottenere la ricca 
abbazia di santa Giustina per Gualpertino (i) che abbracciato aveva la vita 
monastica ? Sopprimo per brevità molti altri argomenti che interamente 
cancellano ogni ombra di questa sì male ideata invenzione. Aggiungo 
solamente , che Giovanni Bono oltreché in tutto il progresso di quel- 
r articolo spiega quasi ad ogni parola una sfrontata inimicizia, e uu 
amarissimo veleno contro il Mussalo, e tutta la famiglia di lui, le tante 
falsità sì evidenti, di cui riempì tutto lo scritto, toglier devono ogni cre- 
denza a quello che dice. Primieramente asserisce , che Albertino sposò 
Mabilia figlia naturale di Guglielmo Dente , parole che contengono due 
errori. Imperciocché al dire di Polentone che vide il nuziale contratto, 
la sposa di Albertino non fu natuiale, ma legittima, e figlia non di Gu- 
glielmo , ma di Paolo Dente piìi vecchio , ed avolo forse di quello. In 
fatti non è sì agevole a persuadersi, che Albertino, il quale, come ar- 
gomentasi anche dall'età di Vitaliano suo figlio, prese moglie nella sua 
gioventii, aver potesse a suocero Guglielmo Dente, che nel i525 quan- 
do Albertino contava 64 anni, era ancora uomo sì florido da non isde- 
gnare l'amorosa galanteria, che gli fu cagione della morte violenta (2), 
origine della civil guerra sì funesta anche ai Mussati recatagli a 1 7 di 
giugno da Ubertino Carrarese e Tartaro di Lendeuara per discordia 
tra lui ed Ubertino destatasi per una donna di piacere , che teneasi il 
Dente. Segue lo scrittore a sfogare la sua mordacità contro di Gualper- 
tino, il quale per altro confesso, che nelle storie e nel monumenti 
che ci rimangono (5), ci si presenta di acre ingegno, e d'indole mili- 
tare, dedito ai disordini d'una vita scorretta, troppo alieni dalla santità di 
sua professione. Dopo adunque d'averci detto, ch'egli s'intruse violen- 
temente nel priorato di san Paolo, uccidendo di veleno uu certo To- 
bia che l'occupava, aggiunge, che ottenne dal Pontefice l'abbazia di 

(i) Consul. Cav.icium Hisloriai-. Ccnob. Vprgerium in vitis Princip. Carrariens. 
D. Justin.io Lib. III. ci Scaidion. loc. cit. (5) Vid. pra;sciit(aii Cavacium Joc. cit. 

(2) Vid. Cartus. Hislor. lib. 5. cap. 6, et 



/^ 



576 ' - 

saala Giustina non per maneggio di Albertino , come abbiamo accenna- 
to , che Ambasciatore in Roma aveasi meritato il favore del Papa , ma 
coll'esborso di quattordici mila lire fatto per lui da Vitaliano de Zemlcj , o 
sia Deute, caricando cosi Bonifacio Ottavo che allora governava la Chie- 
sa, dell'empia accusa di simonia, non meritata certamente da quel Ponte- 
fice, d'aspro genio egli è vero, e zelator troppo fervido per avventura dei 
pontificali diritti , ma d' integrità conosciuta , e quello che fu per noi 
rigidissimo persecutore, come attestano le sue Bolle, d'ogni simoniaco 
reato. Né contento di ciò accusa questo abbate di acerbissime discordie 
co' suoi monaci avanzate sino al sangue e alla morte, a cui mise due 
di essi che lo aveano insidiato , delle quali gravissime cose il diligente 
Cavacio che le riferisce (i), non trovò nel ricchissimo archivio del suo 
monastero alcun monumento^ giacché il veggiamo costretto ad affidarne 
la verità all' unica fede di questo scritto ; ci verrà occasione nella se- 
conda parte di scoprire , e distruggere altre maligne calunnie , con cui 
questo rabbioso scrittore lacera iniquamente 1' onor dei Mussati in quel 
jbrevissimo articolo che vomitò contro d' essi , e mi contenterò a que- 
sto luogo a prova di sua mendacità di riferir 1' ultima, nulla meno infe- 
lice delle altre, in cui tratta Albertino da vii plagiario, tacciandolo dopo 
la morte di Andrea Zamboni d'aversi fatta sua un'Opera di questo. La 
padovana Letteratura , per quanto io so, non conosce altro Andrea Zam- 
tonl che 11 meschinissimo autore sunnominato , che scrisse delle famiglie 
Padovane ; ma oltreché costui è sì brutale scrittore , che non so qual 
gttadagno avesse potuto fare il Mussato nel farsene suoi gli scritti, vi 
ricorda anche il detto da noi di sopra , cioè che lo Zamboni viveva 
certo, e scriveva nel i355, vale a dire cinque anni almeno dopo morto 
il Mussato. Vedete voi se autori che tanti meudacj hanno saputo ri- 
stringere iu tratti sì brevi, conciliar possau credenza alla stravagante nar- 
razion che ci fanno sui natali del Mussato. 

Se uou che come mai essi , uno de' quali almeno fu al Mussato con- 
temporaneo, hanno potuto mentire a tal segno sul padre , e sulla fami- 
glia di Albertino? Furono costoro impudenti d'una tempra sì nuova da 
spacciare una favola di questa sorte senza almeno un qualche apparente 
colore , che ne potesse far sospettare possibile la verità , e li lusingasse 

(i) Cavac. loc cilat. 



Ó77 

d' imporre in qualche modo alla credulità popolare disposta sempre e 
impegnata ad accogliere, e giustificare ad ogni minimo pretesto le mi- 
steriose stranezze, cpielle massime che tendono ad avvilir le persone, 
le più emiuemi singolarmente e le più chiare? Io così ragionava meco 
medesimo, rpiando m'avvenne di rinvenire in Sicco Polentone (i) il ve- 
risimile pretesto che potè affidare costoro a spingere tani' olire la sfac- 
ciata impostura. Egli ci avverte aduncpie, che epici Giovanni Cavallerio 
Trombetta uomo assai ricco, e senza figli, veduti i tre fratelli Mussati 
orfani in età tenera, senza alcuno che li reggesse , li accolse in sua 
casa, e che la moglie di lui avendo allattalo Albertino il chiamava suo 
figlio , soggiungendo , che Giovanni per i pregi di questo fanciullo 
acceso d" amor verso lui gli lasciò tutti i suoi beni. Io mi lusingo , che 
voi stessi vedrete senza più in questa semplice narrazione una probabile 
conghieltura di ciò che può aver confortato coloro ad essere cosi sfron- 
tati, e vi chiederò perdono se mi son iraitenulo forse più lungamente 
che non conveniva, a purgar il Mussato da quella qualunque macchia, 
che gli avrebbe impressa la reità dei natali , la quale per altro se vera 
fosse avrebbe egli e cancellata , e coperta collo sfoggiato chiarore di 
tante civili e letterarie virtù. Confesso per altro giungermi alquanto 
strano, che il Mussato, il quale nelle Opere sue tocca pur tante cose 
della sua vita, non abbia mai reso il meritato omaggio di troppo dove- 
rosa riconoscenza al Cavallerio ver lui si splendido benefattore. Un solo 
Giovanni Cavallerio de' Cani trovo da lui nominalo (2) tra i Padovani 
soldati nella guerra co' Vicentini all'anno i3i2. Ma oltreché difficilmente 
si potrebbe per avventura combinare l'età e l'uffizio di questo Gio- 
vanni con quelli dell' altro benefaitor del Mussalo , contento egli a quel 
luogo d' indicarne il semplice nome , ncppur parola vi aggiunge di lui. 
Che che sia di ciò l' accoglimento in casa di uu Cavallerio giustificato 
abbastanza e dalla fede non dubbia del Polentone e dal dovizioso stato, 
a cui per propria confessione (5) venne Albertino , e in cui a dispetto 
di tante vicende lasciò la famiglia , la quale quando scriveva lo Zamboni 
(4), appena lui morto , sfoggiava luminosamente nel lusso di cavalli e di 
servi, non potò essere negli anni primi, nei quali a sollievo di sua indi- 
genza fu costretto a correr_ dietro al tenue lucro di trascrivere libri, e 

(i) Polent. loc. citat. (3) Eleg. cit. de die Nativ. 

(2) Muss. Storia Aug. lib. VI.Rub.VI. (4) Zambou. !oc. cilat. 

48 



378 

dovrassi tardare probabilmente sin presso all' epoca , in cui si rivolse 
alle occupazioui del foro, agevolatagli quella via per avventura dal dop- 
pio uffizio, che il Cavallerio medesimo vi esercitava. 

In tutti 1 governi democratici, qual era allora quello di Padova, la stra- 
da dell' eloquenza e del foro , che sveghaudo gì' ingegni li educa al ma- 
neggio , che scopre al popolo le abilità , moltiplica le aderenze, concilia 
favore e partito , fu sempre la naturai guida agli onori ed ai pubblici 
impieghi. Ciò intervenne anche al Mussato che, data prova luminosa 
delle sue doti, fu ben presto trascelto al primario ordine dei cittadi- 
ni, e crealo senatore e cavaliere (t), secondo l'uso di quella età, 
onde al suo amor per la patria i vincoli si aggiungessero di più 
stretto vassallaggio , nelle supreme dignità che gli furono couferi- 
te, affidali si vide i piìi gelosi affari che germogliavano ogni gior- 
no iu quei difficilissimi tempi dalle sì varie vicende degl'imperi e delle 
fazioni. Se io volessi descrivere esattamente quanto operò il Mussato 
in questa sua pubblica vita, dovrei nulla meno che tessere la padovana 
storia di tulli quegli anni, mentre cosa di qualche raomento qui nou 
successe, né si operò ne' primi 25 anni del secolo decimoquarto, iu 
cui uou vi avesse egli singoiar parte. Senza parlar dei suoi meriti 
nell'interna amministrazione, la fama allor così rara, di cui godeva 
d' uomo letterato ed eloquente lo fece giudicare l' unico alto a trattar 
con felicità e con decoro i tanti affari importantissimi di alleanze, 
di soccorsi , di liljcrtà , d' imperio col Pontefice , cogl' Imperatori , coi 
Principi e colle RepubJdiche confinanti e lontane ; e quindi noi lo 
troviamo in continue ambasciate , nelle quali , quantunque gli fossero 
assegnati altri a compagni, egli era però sempre l'anima del trattato, e 
l'organo degli altri nei pubblici parlamenti a lui sempre addossati. La 
prima solenne ambasciala , a cui lo troviam destinato fu a Roma al 
Pontefice Bonifacio ottavo, e quantunque egh nell' indicarla (2) ce ne 
taccia l'anno e l'oggetto, rilevasi però da una Cronaca antica che cadde 
essa (3) nel i5o2, quando la città v'inviò suoi legali in compagnia del 
Vescovo Ottobono contro l' Inquisizione esercitata con modi aspri , e 
con esecuzioni violenti dai Frali Minori. Leggousi in alcune carte au- 



(i) Muss. elcg. cit. (3) Cronic. cstat. inter oper. Muss. edi- 

(2) De reb. gestis post Henr. lib. IV. tion. Vcn. cil. 

Rub. n. 



579 

tentlche dell'archivio di questo reverendo Capìtolo tracoie di vin tal 
gravame professato allora dalla città, e conscrvausi piiLbliche procure 
ad agire al tribunale d'un Delegato apostolico per tale oggetto. Fu iu 
questa occasione, ch'egli ottenne dal Papa l'abbazia di santa Giustina 
per il fratello Gualpertino , il quale infatti secondo il Cavacio (t) fu 
fatto abbate sul principio di questo secolo. 

Avvenne poscia nel i3ii la scesa in Italia di Arrigo "VII. Lucembur- 
gese, già tre anni avanti creato Re de' Romani. Non fu diversa dalle altre 
città italiane Padova nel prestar prima omaggio a quell'Imperatore, de- 
stinandogli Ambasciatori, e tra questi il Mussato (a) , che assistessero in 
Milano alla prima incoronazione di lui , nel raffreddarsi poscia verso di 
osso, nel tornare quindi all'obbedienza, e nel dipartirsene finalmente di 
nuovo con solenne e pubblica ribellione. Pullulò da queste vicende di Pa- 
dova coir Imperio la sì lunga e varia guerra che sostennero i Pado- 
vani anche dopo la morte di Arrigo accaduta uell' agosto dell' anno 
i3i3 (3) con Vicenza sottrattasi dal lor dominio, e con Cane grande 
Scaligero , clie l' occupava col titolo cosi moltiplicato allora in Italia da 
Arrigo di Vicfario Imperlale. Molte militari avventure incontrò Albertino 
medesimo iu quella guerra, a cui intervenuto mostrò, che l'elmo noa 
gli conveniva men della toga , e che sapea maneggiare con valor uou 
dissimile la spada e la lingua. Egli avea veramente tentato di comporre 
le differenze in un parlamento (4), che come inviato della città in com- 
pagnia di Marsilio Polafrissana tenne in una tregua di pochi giorni con 
Bailardiuo Nogarola deputato dal Canej ma fri inutile il tentativo negato 
dal Nogarola il rilascio di Vicenza, che, non dimentico della dignità della 
patria, avea il Mussato posto per prima condizion della pace. Stanco però 
Jo Scaligero d' una guerra così molesta , che sturbavalo anche da altre 
conquiste da lui meditale, avea quasi determinato di ceder volontario \i- 
cenza (5), e levarne il presidioj ma non fidandosi 1 Padovani della pub- 
blica fama che ne correva , presero lo sconsigliato partito di tentare uu 
improvviso attacco a Vicenza medesima, avanzandosi inosservati nel silenzio 
della notte sino ai suburbj della città, e mettendo a sacco ed a fiamma 
lutto quel di san Pietro; ma pagarono troppo cara l'incauta risoluzione, 

(i) Cav.-ic. loc. citat. (4)Muss. de Reb. post.Hcnr. lib.ir.Rul». II. 

(a) Cortus. lib. i. cap. I2; l'i) Muss. ibid. lib. VI., Corttis. lib. I. cap. 

(3) Muss. Slor. Aug. lib. XVI. Rub. Vili. XXIII., l'eu. Paul.veiger.vit. Jacob. Cairar. 



38o 

colti dal Cane die ricevuto l' avviso prontamente ac'corscvi da Vero- 
na j mentre brutalmente abbandonati alla licenza e alla preda correano 
qua e là sbandati senza ordine e militar disciplina. Fu questa la fune- 
stissima giornata dei i6 settembre i3i4 cagione a Padova di tanto lutto, 
mentre all' immensa strage de' suoi soldati che rimaser sul campo , s'ag- 
giunse anche la prigionia d'altri 1 5oo, e tra questi di Jacopo Carrarese 
con 25 del fiore della primaria Nobiltà, e de' capi della milizia, e del 
Mussato che trafillo da undici fer'te, mentre combatteva sovra un ponte 
inciampato in un foro, e caduto il cavallo, gittossi egli coraggiosamente 
nell'acqua, ove circondato dai nemici fu imprigionalo. Io penso però, 
che tra tutte le prede quella del Mussato fosse più accetta al Cane , il 
quale perciò conducevasi di frequente (i) coi primi della sua corte a 
vederlo in casa di Gregorio Pojana , e conoscendone la severa indole , 
e la vigorosa eloquenza , di cui aveane provato gli effetti negli acerbi 
contrasti con lui avuti alla corte di Arrigo VII. diletiavasi di stimolarlo 
con punture e con motti, e ricevendo da lui, niente avvilito, fatto anzi 
più baldanzoso dalle ferite riportate per s'i gloriosa cagione, risposte nulla 
meno franche, non però si offendeva, uè mostravane molestia alcuna. Fu 
di breve durata la prigionia del Mussato, giacché stabilita la pace nell'ot- 
tobre di quest'anno stesso (li), a insinuazione massime di Jlinaldo de'Bo- 
nacosa Vicai io e signor di Mantova , e di Guglielmo di Castrabarco , 
che distolsero il Cane dal pensiero suggeritogli dalla vittoria di occupar 
Padova, furono per patto di questa restituiti vicendevolmente i prigioni. 
I casi però, le fatiche militari, la prigionia e le ferite riuscirono ad 
Albertino assai meno gravi del pericolo , a cui quella guerra medesima 
lo aveva esposto poco innanzi, d'essere, cosa allora non rara, trucidato dal 
popolo inferocito, e levatosi a sfrenato tumulto contro di lui (3). L'incen- 
tivo di questo subitaneo furore , a cui d'improvviso passò la plebe dall'en- 
tusiastico trasporto, con cui fino allora accolto aveva, ed encomiato ogni 
azione e consiglio di lui, si fu una tansa che a sostenere le spese della 
guerra progettata iu una conferenza dei capi della città era stata da lui 
sottoposta ai decisivi suffragi del Senato. Fu grande ventura, che trovan- 
dosi sul pubblico portico della casa alla propria vicina del Dente suo 



(i) Mnss. ibid. lili. VI. Riil). rV. (3) Muss. de Reb. post. Henr. lib. IV. 

(2) Muss. et Coiuu. loc. cit. Rub. I. 



58r 

consanguineo lontano da ogni sospetto, o pensiero di se medesimo, al 
primo arrivargli all'orecchio le fameliche grida ahhia potuto furtivamente 
sottrarsi all' incvitahlle strazio , e allontanarsi come in esilio volontario a 
Vico d'Argine, a tre miglia distante dalla città. Ma sedato il luniulio, e 
ricondotto il popolo a più sani consigli , fu dopo non molti giorni svd 
finire d'aprile dell'anno i3i4 richiamato con decreto onorifico a insi- 
nuazione massime di Jacopo Carrarese , il quale godendo in Padova della 
prima autorità, foriera del supremo comando che gli fu poi conferito 
collo spontaneo assenso dei cittadini (i) quatti-' anni dopo, perorò puh- 
Llicamente cou dignità e con decoro delle lodi e dei meriti del Mus- 
sato. Ma io giudico meglio, che tutto questo fatto lo sentiamo da lui 
medesimo, che a questo stesso luogo della sua storia (2) disfoga elo- 
quentemente col popolo la concepita amarezza in una orazione eh' egli 
chiama invettiva , la quale , quantunque sia lunga ho detcrminato di tutta 
recitarvi tradotta dall' originale latino , e perchè ahhiate un qualche sag- 
gio dello stile di questo Scrittore , e perchè udiate da lui toccate tutte 
le azioni e le epoche principali della sua vita , dal primo ingerirsi nel 
puhhlici affari fino al tempo di cui parliamo. Aggiungerò solamente a 
pie di pagina alcune annotazioni tratte da suoi scritti medesimi , e da 
altre Cronache antiche, che gioveranno a rischiarare 1 fatti indicati nell'ora- 
zione , ed a fissarne gli anni in cui sono accaduti. 

« Provvida fu la fortuna scesa a mio creder dal Ciclo, allorché, o Trl- 
» buui della plebe, o Artieri, o Capi della Repubblica, venendo essa 
» nel partito de' voli miei mi concesse di goder nuovamente del vostro 
» aspetto. Non è qui luogo a nuovi esami , ma il doloroso accidente 
» passato ben m' apre l' adito a ricordar quelle cose che voi vedeste 
» cogli occhi vostri, e di cui furono teslimonj la Lombardia, la Tosea- 
» na, e i Teutonici furibondi contro di voi. Dovrò io vergognarmi? do- 
» vrò arrossirò, se pur qualche merito m'acquistai, di predicar io mede- 
» simo dopo sì nuova ingratitudine le lodi mie ? Ciò m' avvenga s' io 
» parli con jatiauza. Ma no. Imperciocché se 1' origine del passato peri- 
» colo mi sforza a parlare, non è che un timore violento che vincer possa 
» la costanza d' un uomo forte. 11 giorno , che seguì lauto scempio di 



(i) Coruis. Kb. H. cap. ITI. 

(2) Muss. ibid. lib. IV. Rub. II. 



583 



» scellerati (i), e tante orride stragi, una turba tumviltuante affollossi alle 

» case di Albertino Mussato , assediolla furiosa , i miei peuati cercò , i 

1) miei figli , il sangue mio. Se lecito a me fosse di parlare col Reden- 

» tore del Mondo : o mio Popolo , cbiederei , che ti feci io ? Io t' ho 

y> condotto, egli dice, bea quaranta anni per lo deserto. Ti condussi, dico 

» io, o Popolo Padovano, quasi per altrettanti mesi per vasti pericoli, per 

» vie, per sentieri da me segnati, dai quali tu stesso con vergogna confessi 

!) d'avere per colpa tua declinato. \i ricorda egli, o Tribuni, vi ricordano, 

» o Padri, che ai movimenti primi di Cesare me si meschino inviaste cogli 

» uniformi vostri suffragi (2) a difendere la libertà della Patria, a condurre 

)) al dominio vostro Vicenza, a render placato quel Re verso di voi? Io 

» mi giiadagnai l' animo, fallo ver me propenso, di quel Monarca del 

» Mondo. Incredibili cose impetrai, incredibili ai Principi tutti italiani, 

» 6 teutonici , incredibili ai capi stessi della real Corte. E a che fin 

» tutto questo, se non perchè tu godessi, o Padova, del felice tuo stalo ? 

» Meco ne recai il pubblico monumento, il chirografo da esser segna- 

» to , munito , corroborato da' tuoi suffragi , e dall' assenso de' capi 

» tuoi (5). Mossa fu la prodiga reale liberalità dal fantasima di questo 



(i) Accenna qui l'orribile trucidaraento 
«li Pietro Alticlino con tre suoi iìgli no- 
jiiinati Priore, Trassa e Pasio , e Ji Ro- 
me Agolairfe , e Guercio suo figlio loro 
amici , ed instigatori ad ogni genere di 
crudeltà, e di sfrenata dissolutezza. Il Mus- 
sato, e i Cortusii riferiscono con energia 
il carattere empio , e sfrontato di costoro , 
i vizj e i delitti loro atrocissimi; il furor 
popolare levatosi contro loro per opera sin- 
golarmente di Nicolò ed Obizo da Carrara, 
che si credevano offesi ; le inutili cure 
usate da Albertino Mussato, e da Rolan- 
do Piazzola, onde costoro toglicssero le 
cagioni dell' universale indegn;izione , le 
sollecitudini similmente infruttuose e del 
Mussato slesso, onde calmare il popolo, 
e del "Vescovo Pagano della Torre, che 
per risparmiare il sangue accolse coloro 
nel suo palagio, e cercò di sottrarli alla 
plebe inferocita ; e finalmente il sacco d.i- 
to alla lor casa trovatasi piena di cadaveri 
uccisi, e già fetenti, e di traccie d'ogni 
altra sorte di crudeltà , e di piìi turpi de- 
litti: lo che tanto più irritò il furore del- 
la moltitudine, la quale fin;dnicnte fece di 
costoro nella pubblica piazza orrìbile stra- 
zio; uccidendoli barbaramente, lacerandone 



i cadaveri , e spargendone le membra , e 
le viscere esecrate, e proibendo ai Monaci 
Eremitani di dar loro, come voleano, se- 
poltura. ( Muss. de Reb. post Heur. lib. IV. 
Rub. I., Cortus. lib. I. cap. XXII. 

(2) Fu questa la seconda ambasciata del 
Mussato ad Arrigo nell'anno i3ii; giacché 
sul cominciare dello stesso anno, come ab- 
biamo detto, era egli stato inviato la pri- 
ma volta, onde assistere a titolo di pompa 
alla coronazione di Arrigo stesso colla co- 
rona di ferro, succeduta in Milano li 6 gen- 
najo di quell' anno medesimo. 

(5) Gli Ambasciatori padovani Albertino 
Mussato, e Antonio Vicodargine impetra- 
rono dall' Imperatore , che salva l' impe- 
riale maestà, il popolo padovano eleggesse, 
e presentasse all' Imperatore , s' ei soggior- 
nasse di qua da' monti , se no al \icario 
di Lombardia, ogni sei mesi quattro sog- 
getti fedeli all'Impero, onde uno ne sce- 
gliesse a Vicario delle città ; che nel go- 
verno di Vicenza fossero accordali a Pa- 
dova le feudali investiture; che i Vicarj 
imperiali dovessero conservare alla città in- 
tatte le leggi, i costumi, le consuetudini, i 
privilegi, '<^ immunità antiche ; che fossero 
corrisposti ogui anno alia regia camera quia- 



585 

» corpo mescliino, e di questo Jehole iugcgno. Andai, oUenni , tornai, 

» ed Eurico Ravasiuo uomo di somma e speiimeuiaia virtù , cLe quan- 

» tuuque Vicentiuo di patria era padovano di spirito, il quale calde isiau- 

» ze me ne faceva, quando gli palesai l'ottenuto, inoudato di gaudio get- 

» toramisi al collo, ed empiendomi il seno d'un fiume di piamo: va, 

» mi disse, virtuoso uomo, fortunato, valoroso, apportatore di pace e 

a di libertà, e di pure pubLlicamente , e protesta ai Padri, e al Popolo 

» padovano, ch'io stesso il promotore sono, onde accettino il dono loro 

« concesso divinamente. Se non che, ahi dolore, e vergogna! Cieca tro- 

» vai, sfortunato, ingrata, insolente la patria. Perorando io, e rccitan- 

» do quanto aveva operalo, l'infelice Consesso eccltossi a romorc, e fre- 

» mendo tumulto all' udire la contribuzione da farsi alla rcal camera 

» de' ventimila fiorini. Ma aimc , quante ventine di migliaja ne perdette 

» quel giorno ! Quanto meglio fora stato se la plebe allor concitata più, 

» giustamente avesse assediato la mia abitazione ! Prese tosto lena la po- 

» lenza di Cesare provocato , il cui giogo voi increduli alle mie voci , 

» voi ignari delle cose vedeste accogliersi dai popoli volonterosi , voi 

» che ad ogni putito ad aspettar cominciaste rapine, ruote, patiboli. Al- 

» lora dolenti, ma tardi delle ingratitudini e insolenze vostre , disperati, 

j) avviliti, privi di senno a wuU' altro pensaste, che a nascondervi, a 

» fuggire a prendere esilia- spontaneo. Vi sopraggiunse allora pazzi e 

fi sconsigliati la meritata perdita di Vicenza (i), ammorviti già da ceuti- 



dicimiln fiorini J'oro in tiihiito, o cinque- 
mila per gli stipcnclj della milizia , e del 
presiile della Provincia; e clic ora per gli 
apparati, spese e regalo della coronazione da 
farsi in Roma soraminislrassero sessanlamila 
fiorini d' oro. Gli Amliasciatori accettale le 
condizioni in quanto fossero esse dalla pro- 
pria città approvate, se ne partirono pro- 
mettendo un presto ritorno colle risposte 
del popolo. Tutto questo insieme colla Fred- 
da accoglienza , anzi pure aperta disap- 
provazione del popolo , e del Senato a 
quanto aveano i legati operato , e colla 
sinistra interpretazione dcgl' imperiali de- 
creti, e dispregio delle ottenute concessioni 
si legge presso JMussato Stor. Angus, lib. II. 
Riib. Vir. Furono irritati i Padovani non 
tanto dalle imposizioni, quanto dalla fama 
che l'Imperatore avesse creato Vicarj in Ve- 
rona Alboino e Cane loro niuiici , e si- 



milmente Ricciardo da Camino in Trevigi 
Feltie e Belluno, fatte venali lai cariche 
ed ottenute con denaro. 

(i) La perdita di Vicenza seguì nell'an- 
no stesso i3ii li i5 aprile come riferisco- 
no il Mussato (Storia Aug. lib. IH. Rub. i. ) 
e i Cortusii (lib. i. cap. XIII.) i quali scri- 
vono , che non veggendosi tornare gli Am- 
basciatori padovani colf accoglimento spie- 
gato dal popolo dei patti imperiali, sen- 
tendosi anche commesso qualche atto di 
ostilità , Arrigo altamente sdegnato diede 
ordine ad Aimone Vescovo di Ginevra suo 
consigliere, che entrando in Vicenza colla 
Corte regia, e colle Legioni mantovane, 
e veronesi vi scacciasse il Podestà Giovan- 
ni Vigenza , e il picsidio padovano , e 
preso possesso della città la consegnasse a 
Cane grande Vicario dell' Imperio. 



584 

a naia di lettere di Albertino Mussalo, che terminavano sempre : custo- 

>) dite flcenza. Allora poi privi di difesa, abbandonata la custodia della 

» città, mal fidandovi delle stesse mura, a Venezia conducevate, ed alle 

» vicine terre le navi cariche de' tesori , e di tutte le cose vostre.' Ma 

» viea tardi , e dopo la grandine il pentimento. E qual mal trovossl al- 

» lora rimedio a tanti mali? Ricordatevene, o Tribuni della plebe ; io dirò 

M vero. A voi parlo io , a voi consapevoli ed autori del salutare provve- 

)) dimento. Determinaste doversi placar Cesare ad ogni costo, e uè coa- 

» sultaste gli ottimati della città. Ma in qual modo , con qual persona, 

j) con quale artificio ? A che mi taccio .'' Albertino Mussato invocarono 

>i quei pericoli , e quel frangente. Egli è il solo , si disse , che salvar 

)) può la Piepubbllca , e perduta restituirla. Lvil solo , se pur qualche 

» cosa rimaneva possibile a farsi in tanto affare, lui benché abbattuto, e 

» privo d'ogni speranza invitaste allora, consultaste, invocaste. Dov'è 

» Vitaliano de' Basilj , che reggendo allora il volgo quasi a suo senno , 

j) circondato da voi, o Tribuni, mi cadde a piedi, e strettemi le ginoc- 

» chia mi scongiurò lagrimaudo di portarmi al Re? Perchè non finiva 

»> allora di staccarsi dalla mia casa questa turba avvilita , venuta a sup- 

j) plicare quell' Albertino Mussato che ora vuol morto y a cercare, a tro- 

j) vare le vie della pubblica salvezza? Nel pensiero d'incontrare una causa 

)i sì dura mi stetti immobile non senza singhiozzi che mi venivano dal 

» profondo del cuore. Ma finalmente, come ben vede l'infallibile occhio 

» divino , pensando d' aver donato alla Patria il resto della mia vita, la 

» vinse sopra di me la fortuna di operare gloriosa impresa, e forza die- 

}) de alla mia audacia. Odioso a Can Grande principe certo non ultimo 

}i della regia Corte m'inviai (i) al Re sdegnato. Quanto difficile mi fu 

» il presentarmi ! Con quanti sali scherzevoli condussi prima a favorirvi 

» Amadeo Conte di Savoja, e Secretarlo del reale Consiglio? Con quanta 

» ingegnosa giocondità tentai di placare la maestà del Re ostinato , e 

» fermo contro di voi? Videro gli artificj, vider le angustie, i coulrasll 



(i) Questa terza ambasciata, e l'accorta ploiiil imperlali dati li 9 giugno ui i, 1 uno 

ornzioue tenuta «lai Mussato ad Arrigo, contenente le condizioni sopra esposte, e 

nella quale dissimula le acerbe risoluzioni prima accordate eccettuato l'articolo spet— 

prese dalla città, e scusa il suo tardo ri- tante a Vicenza; l'altro che concede ai 

torno colle condizioni accennate dal pò- Pado\;ini il redintegro in lutti i beni, che 

polo, si leggono nella Storia Augusta (Lib. possedevano nel Distretto vicentino, avanti 

IH. É.ub. Vi. ) soggiungendosi ivi due di- di perdere il domiuio di «juella città. 



385 

» videro col nemici sparlatorl aggiungendo a miei oonsigli potentissinii 
» ajuti quc' due Padovani che mi furono dati compagni Belcaro doiior 
,)) di legge, e Antonio Lio giudice collo, autori e testimonj di sì ge- 
» loso trattato. Quinci sedcano 1 nemici Alboino Signor di Verona, Fe- 
» dorico , e Cau della Scala , di là i detestabili Vicentini. Mi fermai nel 
» mezzo innanzi al trono, obbiettai, difesi, esaltai instancabile le vostre 
» forze : e se alcuna volta proruppero que' possenti nemici in ingiurie 
» contro di voi e questa Repubblica , sulla lor faccia inveii con modi 
D mollo più gravi. Ascoltò di buon grado il Re il mio parlare, applau- 
» du'ono alla causa da me sostenuta i Principi che gli sedevano al liauco 
» in quel consesso di ventiquattro cospicue città. Allora con nuova allean- 
» za comperai al prezzo di centomila fiorini le vostre vite , gli averi, le 
» case, quest' atrio , la libertà. Rallegrali e ristorati innalzaste alle stelle 
» per questa seconda redenzione (i) il nome di Albertino Mussalo; non 
» però liberi rimaneste da ogni sollecitudine , alimentata dai gravi romori 
» che spargeva la fama, e dall' udir le rovine delle altre città, meutre 
» faticava sempre per voi il Mussalo, non abbandonando mai la comua 
« causa in balia de' suoi pervicaci persecutori , finché Cesare slesso uscì 
)i dei coufiui di Lombardia. Taccio quella che poi seguì partenza (2) 



(i) L' approvazione del Senato e del 
po)>olo, l' apjil.iiiso fallo ail Albcrlino, e 
il ilono di cciilomila (ioriui accordato 
all' linpeialore per la di lui coronazione 
in lìoina leggoiisi nella Sioria Augusta (Lib. 
II[. Riib. \'l.) dopo i sunnominali rescrilli 
imperiali. L'Imperatore a tenore de' suoi 
rescrilli elesse in seguito a \ icario Gerardo 
Enzola Parmigiano, ti popolo però non 
cessava d'essere inquieto sulla mulazione 
di nome di Podestà in Vicario ini|)eriale, 
sulla formalità e solennità del giura- 
mento. II Vescovo Aimone di' era in Pa- 
dova spedito a tale oggetto tentava col 
maneggio di calmare gli animi , e di to- 
gliere siugolarmeule ogni dissidio pailorito 
dalla esecuzione dei decreti sulla redinte— 
gl'azione dei Padovani in ogni loro antico 
possesso sul Vicentino. Ma crescendo sem- 
pre più le diflicollà e le scontentezze pre- 
se il parlilo di comlurre seco alla corte il 
Mussalo con altri Ambiiscialori per impe- 
Iiar nuo\e commissioni, e nuovi ordini. 
InlVruiossi Aimone per viaggio, e meutre 
volevano perciò trasferirsi a Ginevra sua se- 



de, morì per viaggio in Iporegia, e gli Am- 
basciatori proseguirono soli all' Imperatore 
che passò allora a Piacenza, e quindi a 
Genova. (Mussai. Storia Aug. lib. IV. Rub. 
IV. et V. ). 

(a) Alludesi qui deslramcnte all'esito dis- 
grazialo della delta quarta Ambasciala ad 
Arrigo, mentre era in Genova. Non potendo 
i Legali per lo spazio di cento giorni ot- 
tener nulla da Arrigo, stanchi finalmente 
gli esposero la diflicollà di rimanersene più 
a lungo, e trovalo l'Imperatore renitente 
Dell'accordar loro il ritoino, il Mussalo, 
verso cui mostrava egli clemenza e bontà 
singolare gli mostrò l'impossibilità di ot- 
tener dalla patria soccorsi necessarj .ad ul- 
teriore dimora. L' Imperatore non accordò 
è vero espressa licenza di ritornare, ma 
neppure aperlamenle la negò , e quindi si 
misero in viaggio. Cosi rammentasi il fatto 
dal Mussato (Stor. Aug. lib. V. Rub. X.). 
I Corlusii però, ed un Cronista antico di- 
cono, che i legali partirono furtivamente 
senza licenza e sapula di Arrigo. Vero è 
per «altro, che essi recarou seco il diploma 

49 



386 

» uostra dalla Corte orreuda a dirsi, e gli accidenti e i pericoli in ter- 

« ra e in mare, che riferir devonsi piuttosto da' miei compaj^mi, da quelli 

)) che autori furono dell'alta risoluzione Rolando Piazzola, e da Jacopo 

» degli Alvarolii forzati essi pure meco da que' travagli ad invocare la 

» stessa morte. Doveasi dunque sacrificar questa vittima , ma sacrificarsi 

» dovea a Can grande in ischerno della giustizia , e per vendicar lui 

» vinto da me, ed ahbattuto per la vostra salute in faccia del Re del 

» Mondo. Dite, dite pure per Giove d'avermi sahato in quel tempo, 

» affinchè la violenta plebaglia con iniquo colpo or mi uccidesse. Qual'è 

» egli mal il pensare degli uomini? qual destino, qual ordine di cose 

)i ha COSI decretato? Io vengo meno, io mi perdo di me stesso mara- 

» vigliandomi , e lamentandomi : ma giova il tramandarne colla penna 

» ai posteri le cagioni. Peccai io forse nemico fattomi di questa Repub- 

» blica ? Taccio i diurni, i notturni, i continui travagli. Non sia prezzo 

» dell'opera l'allegar qui le vigilie , gli affanni, le cure mordaci. Le at- 

» testino i consapevoli, né mi si creda senza testimonianze. Ho io forse 

» esaurito il pubblico erario ? Ma quale , e quando ? Arricchii forse a 

» danno dei privati ? Ma di quali ? Uno solo qnalunqvie egli sia da me 

» molestato e spogliato mi chiami pure ai tribunali. Ma abbiate, o Tri- 

» bimi, un efficace argomento della nostra sincerità. Nelle passale calen- 

» de di dicembre (per non condurvi troppo addietro a cose di difficile ri- 



imperlalc dato li 27 f;cnnajo,ìn cui viene 
replicato il CDinanilo eli rimellere i Pado- 
vani in tiitt'i lor possessi nel Vicentino, 
e il Baccliigiioiiu all'alveo vecchio, die a 
Pa'lo^a il derivava. Giunti i legali espose 
il Mussato nel consesso di mille ciUadini 
quanto aveano operalo alla Corte, e lui 
seduto surse il Piazzola, e dipinse energi- 
camente, e con sì neri colori il cattivo 
animo , e le ree intenzioni di Arrigo , la 
depravazione della sua corte, le crudeltà 
vedute , e che as])eltar si doveano in tutto 
simili alle già tollerale sotto Ji/.zclino, che 
per quanto il Mussato tentasse risponden- 
do di temperare le cose, e di calmare gli 
animi già prossimi al tumulto, nulla otten- 
ne , e rimessa la deliberazione ai voti del- 
l' Adunanza la vinse il Piazzola, e si de- 
crt;ò secondo il consiglio di lui di allonta- 
narsi apcrlamenle dall'obbeduiiza diAirigo. 
Appena ciò decretato eoi se la plebe con 



irruzione tumultuante a demolire, e can- 
cellare in tutti i pubblici luoghi le Aquile, 
ed ogni altra insegna imperiale, e fu dato 
principio ad una rabbiosissima guerra con- 
tro tutto il partito dell' imperio. Fu gran 
ventura dei Padovani , che Arrigo e di- 
stratto fosse da più altri gravissimi pen- 
sieri , e morisse poco oltre ad un anno , e 
quindi non abbia avuto il tempo di sloga- 
re l'alta collera concepita, né dar esecu- 
zione ad un l'erocissimo editto contro lor 
fulminato, con cui li dichiarò nemici del- 
l'Imperio, decaduti da ogni ])ossesso , di- 
ritto e privilegio, privi della stessa Uni- 
versità, e della facoltà di conferire i gradi 
letterari, e soggetti a tutti i gastighi e pe- 
ne proprie de' rei di fellonia. Gli accidenti 
tutti di questa guerra, e l'accennato di- 
ploma imperiale sono stesamente riferiti dal 
Mussato nella Storia Augusta. 



587 

•» cordanza) mi prescelse la sorte al carico degli Anziani. Questo onore 

» eguaglia quasi il Cousolato roniauo. Io quel Pietro Alticliuo uomo po- 

» tentissimo e formidabile , che fu pur ora dal furore del popolo iru- 

» cidato, io il citai allora in giudizio reo di espilazione del pubblico 

» erario, con molti altri insieme dell'ordine militare e plebeo ; porre lo 

» feci in catene , il convinsi , e il forzai con ardore inesorabile a rifou- 

» dere il rubato denaro. Cosi mi suggerivano i miei costumi, 11 mio co- 

» raggio , r amore per la Repubblica , la giustizia e l' atrocità del lor 

» furto. Avrei tanto osato io scoraggiato da simil colpa , e dimentico di 

» me stesso sino a non considerare dovuta a me quella pena medesima, 

» che stabiliva allor contro gli altri? Mi avrebbero rinfacciato coloro la 

» stessa colpa, quando lor minacciava castigo e morte. Sia pur vostro, 

» sia pur di chiunque 11 giudicare di noi. Non si troverà mal certamen- 

» te, ch'io provveduto di fortune bastanti a condurre splendida vita eoa 

» rispondente appanaggio m'abbia lordato le mani del pubblico patrlmo- 

» Ilio. Ma a dispetto di tutto ciò, il furore di questo popolazzo nemico si 

» scagliò contro di me, confondendomi cogli scellerati. Ma perchè mai, 

)i con qual titolo , eoa qual ragione ? Coloro e trascinati , e trucidati 

» s'imputarono d'aver commesso rapine, sedizioni, stupri, stragi con bru- 

» tale licenza. Reo d' alcuno di tal delitti sia pure io stesso e strascl- 

» nato ed ucciso , e pari a coloro a pari pene lo soggiaccia. Ma nes- 

)i suna di queste cose contro di me né la asserite voi, o Trlbuui, né 

>i la asserì questo stesso attruppato concorso di schiamazzanti e furiosi. 

» Una turnia di villani vilisslmi , che l' indigenza e la fame nella deso- 

» lazion della guerra avea qua spinto, ed un gregge di meretrici, e di 

)i popolari stranieri, che desiderosi di novità, e venuti a cercare i no- 

» stri militari stipcndj , eransl raccolti come in sentina In questa nostra 

)i città: mnoja, sclamavano, lo sprezzatore e il dileggiatore del popolo; 

» niuoja colui che colia voragine di (juesta imposta aggrava il Popolo 

* padovano del peso d' ima intollerabile contribuzione. Queste furou le 

V voci che prcser lena per invitare al saccheggio della mia casa, e ad 

)i opprimermi col mali estremi nel meditato supplizio contro di me. At- 

» tendete di grazia, o Tribuni. Io non negherò d' avere scagliato acerbità 

)i e riprensioni contro del volgo, nò di avere aderito al peso di questa 

1) imposta. Voglio purgarmi peraltro nell'una e nell'altra accusa d'ogni 

» delitto, anzi pure d'ogni ombra di colpa. Credo, che cancellalo nou 



388 

» sia dalla vostra memoria come espugnata la terra di Marostica (t) il 

» comune voto avca fermo di mover 1' assalto all' eminente castello. Il 

» disposto apparato delle macchine militari da collocarsi alle porte fu 

» per me tratto coli' opera vostra all'ultima cima di quel vestiLulo. Non 

» è egli vero, che mentre esso in mezzo alla grandine, onde saettavanlo 

» que' terrieri , violeutemeiUe avanzandosi \erso la rocca, già ne toccava 

)i la cima , dai)' opra spinto e da' miei incoraggimenti , guardandomi in- 

>i torno mi vidi cola abbandonato con soli dodici dc'piii valorosi, onde 

» conoscendomi disuguale a tanta impresa , cedetti , e dando addietro 

X trovai dispersi, e adagiati sulle ameue rive de' fuimi , e alle fresche 

» ombre del bosco questi valenti guerrieri eh' or mi perseguono ? Vi 

» ricorda egli ancora dell' invasion di Pojana? (2) la qual terra fortissi- 

» ma, a fronte dell'inefficace contrasto degl'inimici, io primo occupai plau- 

» tande\i il vessillo che la sorte aveami affidato. Questi plebei sbandati 

» abbandonarono allora i graticci e le macchine, che ad occupare più 

» felicemente 11 castello io avea stabilito di condurre all'espugnazione delle 

>i fosse. Accadde in quel giorno, che quei nemici che vincer dovevansi 

» colla forza, e sottoporre quali schiavi al trionfo della nostra vittoria, 

>i nel giorno appresso patteggiando la vita coli' inerzia de' nostri stessi 

» plebei furon lasciati partire con tutto il corredo dei loro averi. Che 

I) giova poi rammentare il castello di Lunigo (5) al qual superato dovea 

» tener dietro Vicenza? Abbandonalo aveano quei terrieri le munizioni, e 

» le adjaccnze all'intorno, mentre io gettatomi nelle fosse spingeva avanti 

» i saettatori e le truppe leggere. Uscendomi dalle fosse , furibondo rl- 

)i chiamai indietro , e rimproverai la soldatesca fuggitiva, e il già mezzo 

» espugnato castello additai, ma in vano, carichi già di ricca preda tor- 

)) naudo indietro i Padovani. E già doveva essere quello 11 fin della guer- 

» ra, se le volontà vostre figlie della virlìi avessero prestato ajuto e forza 

» ai destini e alla vostra fortuna. Io dico tali cose con arditezza , e con 



(t) L'occupazione (li Maroslica terra del pollando il Mussalo il vessillo de) suo quar- 

dislrelto virenlino, e f iniilile assalto dalo lieie di ponle molino, (fstor. Aug.Lib. VII. 

dai Padovani iiclf aprile dell'anno Ì3I2 al Rub. X.) 

castello creilo snila collina si riferisce dal (5) Lonigo, castello esso pure del Vicen- 

Mussato (Storia Angust. lib. VI. Rub. VII.) tino.Weirassalto qui indicalo fu validauien- 

(2) Espugnazion di Pojana lena anch'es- te difeso dal presidio veronese postovi dal 

sa del Vicenlino, e fuoco posto die la di- Cane che mal si fidava di-Ua tciloltà dei 

strusse nel luglio dello «lesso anno i5i2, Lonicesi. (Mussato Slor. Aiig. ibid. ) 



589 

9 aperta fronte baldanzoso vi parlo. Vedeste voi tutto ciò ? sì , e ne 
» arrossiste. Dopo il litorno odioso mi vi rese l'ineseusabile vostra colpa, 
)) e i mici sali che moiieggiavauo la vostra dapocaggine. Imperocché da 
» quel tempo io mi scagliai contro i plebei, li morsi, rimproverai come a 
» vile e schiavo gregge la loro scioperatezza , rinfacciai 1' ebrietà e le dis- 
K solutezze nella città, e (ino alla noja i passali casi ricordai importuno j 
)) ma opportuno più veramente. Marco Cannilo (i) che dopo la guerra 
» di dieci anni disperata ornai Roma di sua salvezza soggiogalo aveva i 
»> Vejenti perigliosissimi nemici del Popolo romano, fallo reo per iuvi- 
}) dia dei nemici di sua virili, degl'insolenti Tribuni, parli avanti la sua 
♦) condanna in esilio volontario, per dover esser poscia a non molto ven- 
» dicator contro i Galli didl' ingraia città. Si esagerano io credo contro 
» di me gli odj mllilaii, onde abbiano rpiindi gli odj civili 11 pretesto 
» della vendetta. Se le minime cose a paraggio si posson porre colle su- 
» blimi, Nerone forzò Seneca suo precettore a darsi morie a lui couce- 
» deudo l'arbitrio sol della scelta. Sofferse la sconoscente città, ch'esule 
» fosse in Liuterno l'Africano domalor di Numanzia e di Cartagine. Ma a 
» cpial fine era io sì grave e sdegnato col volgo ? Mio forse esser do- 
li veva il fruito di quella guerra , ed applicabile alle mie private sostau- 
» ze ? Da qiial fonte moveva egli quel mio furore? Ditelo per voi slossi 
« eh' io già passo alla lausa. Nel doversi librare per 1' uso della guerra, 
B come si suole, le sostanze di ciascheduno, cresce\ano ogni giorno le 
« dissenzioni nel volgo , e fu questa mai sempre 1' origine d' ogni nostra 
» discordia. Mentre dunque perciò le scontentezze dall'una parte dei 
» ricchi e dei nobili, e le querele dall'altra del popolo aggravalo empi- 
ii vano la città di rumori, si tenne un congresso de'primarj. Uno vi fu 
)) tra questi, e chi fosse non ho ben a mente, il qual disse, che i To- 
» scani, e più i Lombardi nelle urgenze di guerra usano la coiitrlbuzlo- 
» ne di quosto dazio, di cui cosa non v'ha ne più giusta, né più tol- 
» lerablle , il quale con risponderne partaggio una porzlon leva ai poveri 
» e ai ricchi a misura delle lor forze. Consiste il dazio ('■) in questo, 

(i) Per quanto le avventine qui notate essi dispong.i, sono affatto inetti a quel che 

di Camillo e ili Scipione espulsi prima o io ne giudico. Seneca poi non comprendo 

lasciati partir dalla Patria per non curan- affatto qual luogo v' abbia , né qual sorai— 

za richiamati poscia o desiderali al mag- glianza vi sia tra lui ed il Mussalo, 
gior uopo possa somigliare i casi deIMns- (2) Il dazio con latino vocabolo si chia- 

sato , i loro esempi però intrusi a questo niava carpe/la dal verbo carpo espriineu- 

luogo senra alcuna preparazione che ad dosene cosi col nome la sostanza e natura. 



» che un denaro , due , tre , quattro , o più si distragga per ogni libbra 
» in qualunque contratto sì da quello che sborsa , come da quello che 
» riceve: e siccome più spendono, e più riscuotono quelli che più 
» posseggono , così questo peso a mio e giusto giudizio veniva sui ric- 
)i chi con maggior gravame a cadere. Questa sola contribuzione toglieva 
» e tanti gravosi uffizj di Pubblicani, e tante angarie, e tante altre impo- 
si ste di molesto peso. Vennero in questo parere tre parti dell'adunanza 
» e portato al Senato col consenso degli altri da Albertino Mussato, 
» che non vi espose il privato suo sentimento, ma recitò gli atti del- 
» r aduuanza, fu dai padri coi pienissimi lor suffragj sancito. Interveniste 
» voi stessi nel senato, o Tribuni, e ben sapete, ch'io dico vero. La 
» contribuzione dunrpie di ({uesto dazio in mezzo alle confuse incendiarie 
» grida della plebaglia esser doveva cagione a me di rovina e di morte? 
<) Ma no, che ne voi, o porzione migliore del popolo, né il rispettabile 
1» ordine dei Patrizj, né la probità sollecita ed angustiata de' miei con- 
^ giunti ed amici , uè Dio , né i Celesti il permisero. Ma ahimé ! se il 
■» vero presagisce la mia mente non indebolita certo , o alienata dalle 
» angustie delle calamità , la mia casa allor difesa attizzò i' appetito più 
» sfrenato di quest'empia plebaglia. In quanti palagi, pubblici luoghi, 
■» templi e abitazioni di cittadini cacciossi quel furor popolare? Quante 
» Incendiarie fiaccole stava per iscagliare contro le case? Attruppavasi già 
}) r empia masnada al nobile monastero di santa Giustina, albergo di sa- 
li crate persone, per saccheggiarlo, e via rapirne i sacri vasi, le croci, i 
» santuari j l'abbate poi voleva quella moltitudine inferocita. Si che do- 
» veasl , o cittadini , doveasi uccidere qucU' abbate, che nato popolare nel 
» vostro seno, secondando le mire sublimi della vostra comunità aveale 
). consegnato volontario per l'uso di fabbricar il sale quell'Isola (i), e 
» quel fondo ricchissimo negatole dagli abbati predecessori. Quel abbate, 
» che in tutto il tempo della guerra i verni e le stali avea consumato 

(i) C?lcinaria chiamavasi la Penisola con- ta nel i5o4 insieme colle truppe alleate del 
finante alla vcuetaLagnna ceduta dall'abba- Patriarca d'Aquileja,e del Marchese di Fer- 
ie di saiit-1 Giustina al comune di Padova mra , e devastate le saline, e diroccato il 
per costruirvi le saline. Il Senato veneto castello costruitosi per difes.i, costrinse i 
vide ciò di mal occhio per il danno, che Padovani a chieder la pace con patto, che 
re pativano il pubblico patrimonio, e le sa- fossero a perpetuità distrutte le saline, né 
Jine di Chioggia. Q\iindi essendo stati inu- mai più si potesse in quel luogo edificare 
tili gli amichevoli trattati per indurre i Pa- castello, o rocca di sorte alcun.a. (Vid. Cronic 
dovani alla demolizione, e abbandono del- autiq. iuler opera jVIuss., et Caracium Hi&tor.. 
le saline, venne lor contro colla forza aper- Coenob. D. Just. lib. Ili) 



» in diurne , e notturne vigilie sotto la militare armatura misto alla tur- 
» La degli altri soldati; che fugato avea sposso dalle mura i uenilci eoa 
» audace sortita ; che mescendosi nelle civili adunanze all' uso dei laici 
» studiava i vantaggi della città, deposto l'abito, e quasi dimentico, per 
9 amor della Patria, della monastica disciplina. Quegli in fine, che sé 
» stesso , e le sue cose consacrava alla Patria con continue largizioni. 
j> Quegli, io ripeto, doveasi, o Tribuni, paragonare e mescere cogl' inirpii. 
» Ma ritorno a me stesso, o fratelli, o tribuni, o magnati, o adunanza 
B di cittadini qua concorsa a vedermi, a confortarmi, ad abbracciarmi. 
» Non parlo giù a quella turba sordida e vile, che ricusò nimica di ac- 
« coglier quello che placato seppe rendere, e ver sé liberale (i) Bo- 
» nifacio Papa ottavo uomo ai nostri giorni formidabile al mondo j che 
» condusse a suoi cousigli il magnanimo Arrigo VII. principe della ter- 
» ra ; che meritò di sostenere il manto ad una somma Imperatrice, che 
» fu accollo da essa nel più secreto gabinetto co' suoi più carij quello, 
» che rese Vicenza ubbidiente a Padova, e che ricuperò nel tempo del 
» più dubbioso ed aspro pericolo la libertà della Patria. A ragione ve- 
» ramente il gregge lordo e imbrattato il vello abborrisce d' aureo mon- 
» toue. Sia da voi lontana, o Tribuni, la ferocia delle belve più vili si- 
» tiboude del sangue degl'innocenti. La mia salute, le mie fortune, e 
» se qualche cosa vi resta , che oprar possano l' ingegno mio e le mie 
» facoltà ai padri , agli ottimati , al popol più sano salvalo io con- 
» sacro. « Fin qui il Mussato. 

La pace con Cane non durò che tre anni , che la smania pungente 
di dominar Padova coglier gli fece pretesto di romperla da un secondo 
inutile tentativo intrapreso contro Vicenza da alquanti malcontenti die- 
tro la scorta di Vinciguerra Sau-Bonifacio. Quindi coli' ajuto di alcuni 
Padovani, che avea presso di sé, esuli per le fazioni, secondo l'uso 
d'allora, ottenne con secreto maneggio di occupar Monselice per tradi- 
mento 11 2 1 decenibre iSi-j. Il turbamento e l'orrore sparso per tutto 
da perdita sì perigliosa, che nemico formidabile tanto avvicinava sia 
presso alle porle della città, ed arbitro lo rendeva del tratto più uber- 
toso della Provincia , svegliò i cittadini impauriti a cercare per mezzo 

(i) Questa espressione sembra giuslificarc come dicono Sc.irdeonc e Cavacelo, non 
elle (Abbazia di santa (."iiistiiia sia stata con comperata con yieizo simoniaco. 
itft'i7.j da AUjcrtino impetrata per il fratello, 



di due ambasciatori Tisone de Terculi, e Albertino Mussato soccorso 
dalle alleate città di Bologna , Fiorenza e Siena. Siccome il libro del 
Mussato , eh' è 1' ottavo della storia , dopo 1' Augusta, consacrato tutto 
all' occupaziou di Mouselice è un frammento, a cui manca il jjriucipio 
ed il fine; cosi noi siamo all'oscuro dell'esito di quest'ambasciata. Sap- 
piamo però dai Cortusii (i), che soli due mesi dopo costretti si videro 
i Padovani a comperare dal Cane la pace colla spontanea cession di 
Mouselice, e d'altri luoghi, lo che obbligò il Mussalo ad un secondo 
volontario esiglio per ragionevol timore degli esuli del contrario partito 
da lui stesso in unione con altri scacciati qualche anno prima , ed ora 
restituiti per patto alla Patria , e a tutti i perduti diritti , prendessero 
su lui della sofferta ingiuria vendetta, e condusse Padova alla necessità 
di eleggersi nel luglio di qucll' anno a capo e signore Jacopo Carra- 
rese , dalla cui sola prudenza aitendea di vedersi a poco a poco alla 
sicurezza prima, e al primo splendor ricondotta. 

Vane speranze però , che non operando il Cane di buona fede per 
quanto tentasse il Carrarese {-j) di deluderne la malizia accordandogli 
fuori d' ogni aspettazione cose aspre e dure chieste ad unico oggetto 
di giustificare colla negativa la meditata rottura, levossi la maschera, e 
d' improvviso inoltratosi colla truppa sin presso alla porta di santa Croce 
strinse la città d'assedio formale. E qui noi troviamo il Mussato (5), 
già dall' esiglio tornato a Padova ambasciator di nuovo per soccorso in 
Toscana l'anno i3ig, anzi infermo pericolosamente in Firenze, ed ac- 
colto e curato nel palazzo del Vescovo , come narra egli stesso in uu 
carme eroico inserito tra le sue Elegie. Ommetto qui le tante, e sì varie 
vicende, a cui fu Padova soggetta per questa guerra, la spontanea ab- 
dicazione delia signoria eseguita dal Carrarese a vantaggio della sua Pa- 
tria (i), la consegna della città in mano d'Enrico conte di Gorizia a 
nome di Federico Austriaco (5); il lungo maneggio degli ambasciatori 
padovani, uno de' quali era il Mussato (6) alla corte del medesimo Fe- 
derico, onde e fossero dichiarati ribelli all'Impero 1 ribelli padovani 
amici del Cane; e il Duca di Carintia fatto vicario di Padova rimosso 
Ulrico di Valse scendesse in Italia , come successe poi l' anno do- 

(i) Corliis. lib. n. cap. II. (4) Verger, cil. princ. Carrar. 

(■2) Vid. Cori. leu. cit. el Verger, vita Ja- (5) Cortus. lib. III. cap. i. 

cot>. Carrar. (6) Cortus. ibid cap. I\ . 
(3) Cortili, lib. II. cap. Vili, 



pò (i), a liberarla dalle coniìnue vessazioni dello Scaligero; le fruttuose 
sollecitudini del Mussato, onde in questo frattempo il Duca vi spedisse 
suo provicario Corrado di Ovcnsiagno con forte sussidio d' armati ; e fi- 
nalmente il fortunato fruito di tutti questi trattati e soccorsi ottenuti, 
che obbligarono finalmente il Cane (>.) a sospendere contro Padova le 
ostilità , ed a segnare il compromesso reciproco dei patti della pace , 
e delle reciproche pretensioni tutte nell' arbitrio di Federico d' Au- 
stria, e di Lodovico Bavarese. Quindi un' ultima ambasciata (5), e forse 
delle altre più gelosa e difdcile a maneggiare sostenne il Mussato a 
quelle corti lu Lamagna in compagnia di Pietro Campagnola, ove di- 
sputò lungamente contro gì' iuviati del Cane a favor dei diiitti e di- 
gnità della patria, e ottenne fiualinente , che ritornassero a Padova i 
luoghi tutti da lei dominati avanti le ultime ostilità, rimettendosi vicen- 
devolmente le pretese e le riparazioni di minor conto al giudizio regio 
degli arbitri, colla ricevuta fede di tutte sopirle entro l'anno. 

Ma mentre il Mussato tornavasi di Lamagna nell'anno 1S25, lieto 
della pace e del decoro preservato alla Patria con tante cure , ricevette 
in Vicenza l'acerbissimo annuncio degli sconcerti (4)j anzi pure del 
tumulti (lerissimi eccitati in Padova dall'illegittimo Paolo Dente contro 
tutti i Carraresi per vendicare la morte data da Ubertino uno di essi a 
Guglielmo Dente da noi accennata di sopra. La città tutta in arme fu 
divisa nei due partili , e la possentissima famiglia di Carrara fu quasi 
per vedere in tulli i varj suoi rami l' ultimo giorno. Ma la vittoria ri- 
portata finalmente a prezzo di ferite e di sangue dal coraggio e dal 
valor de' suoi figli ne accrebbe anzi , e colla distruzione degli emoli ne 
raffermò l'autorità e la possanza. L'uniformità degl'interessi, e i vin- 
coli di parentela e amicizia , che stringevano le due famiglie Dente e 
Mussato attrassero tra i capi del partito di Paolo Gualpertiuo abbate eoa 
due suoi figli illegittimi, e Vitaliano figlio del nostro Albertino: anzi il 
delitto del fratello e del figlio piombò sopra Albertino medesimo tanto /^ 

lontano dall' esser complice dei lor disegni, che anzi essendo egli sino 
allora amico de' Carraresi , e conoscendo l' animo torbido , e le macchi- 
nazioni del Dente assai di mal cuore (5), allontanato erasi in quelle cir- 

(i) Vers. loc. c!t. et Corlus. ibid. (4) Cortns. ibid. cap. VI et Verger, loc.cit. 

(2) Coruis. lib. m. cap. 11. (SJ Vid. Muss. de Reb. post Hcur. lib. 

(3) Cortili, ibid. cap. Y. XIL 

5o 



594 

costanze, e partendo per Lamagna avvertito avea Marsilio da Carrara a 
vegliare sui niovimeuii di Paolo , or che mancavagli la propria avvedu- 
tezza e autorità , che il frenasse. Ma nulla gli valse a difesa , e nel 
comune baudo di quelli ebbe ordiue ei pure di ritirarsi esule in Chiog- 
gia. In questo esilio che durò sinché visse , egli conobbe a prova quan- 
to poco fidar si debba nel favore dei Grandi, e contare anche sui be- 
nefizj lor compartiti , e sull' opera impiegata ad aumentarne il lustro e 
il potere. Ebbe egli un bello scrivere (i) a Corrado allor Vicario impe- 
riale, e sostituito ad Eurico di Fanuiberc, rappresentandogli e le in- 
tenzioni del Re di Boemia e del Duca di Carinlia nello spedirlo, e 
gli ordini ricevuti, e i sacri doveri d'un imparziale e retto Governa- 
tore. Ei n'ottenne una di quelle illusorie risposte, nelle quali unitamente 
al rimorso dell' accusatrice coscienza che negar non può il vero , si 
scorge r animo corrotto , che va mendicando misteriosi pretesti a per- 
sistere nell'ingiustizia, e sotto mentite promesse di migliori opportunità 
che si attendono , conchiude intanto , che in pace si porti la sua scia- 
gura. Ma Corrado, co uè lo descrive 11 Mussato (2), era anima vile, e 
schiava dell' availzii pi'i sordida raffinata nel detestabile abuso d' un af- 
fettala pietà, giacihè dalle chiese, ove lontano d' OL'ni affare terreno 
consumava per istituto le intere mattine nell' assistenza ai sacri misteri 
borbottando preci, e struggendosi in tenera compunzione passava a se- 
gnare editti esecrabili , e coufiscazionl a suo prò , e spogliamenti d' ogni 
sorte di beni sacri e profani. Punse il Mussato assai più la freddezza 
prima, e poscia l'apeno tradimento di Marsilio Carrarese, il quale in 
una visita che aveagli faito in Chioggia , penetrato dal discorso (5) che 
gli fece Mussato in pro\a della propria innocenza, compianse con ami- 
chevole effusione di cuore la sua sventura, e giurandogli assistenza e 
favore accettò intanto in Padova 1' economica amministrazione del di lui 
patrimonio. Quando Marsilio per quelle ragioni che sono aliene dal 
presente argomento venne in deliljerazione di deporre coli' assenso dei 
cittadini in mano di Can Grande il dominio della città , Albertino affi- 
dato nel generale perdono che allora si pubblicò, e molto più nel 
testimonio dell'intatta coscienza, e nella benevolenza eh' egli credeva 
costante, e non equivoca del Carrarese, venne a Padova, e uou avendo 

(i) Extat epist. eodem lib. (2) Muss. lib. cit. 

(3) Muss. ibid. 



^ 595 

trovato Maisillo gli mandò sulla sera un fame ad "avvertirlo del proprio 
arrivo. Quello che avvenne mi piace qui riportarvelo colle sue stesse 
parole tradotte. » Il fante adunque avendo trovato Marsilio, che in un 
» atrio passeggiava insieme con Cane, fatto profondo inchino, gli espose 
» esser venuto Mussato. Marsilio stupito a tal nuova cangiatosi in fac- 
» eia =: è dunque venuto? =; interrogò, e rispondendo il servo ^=^ e 
» venuto = , interrogoUo di nuovo una e due volte = è venuto? = e 
» replicando colui di sì , trasse il Cane in disparte , e borLottate tra loro 
» poche parole , chiamarono il fante Bartolommoo Bettoni , e gli misero 
» in Locca le parole da riportar tosto al Mussato, = che 11 Cane, e 
» Marsilio chiedevano con ([ualc audacia , e su che fidalo avesse posto 
» piò In Padova ? = , a cui Mussato : = Innocente mi venni alla pub- 
» bhcaziou della pace , e all' annunzio del nuovo Signore giusto e pa- 
li cihco Cane Grande , e sulla fiducia di Marsilio amico , fratello e pa- 
jg dron singolare =-- . Bartolommeo riportò a Cane e Marsilio tai detti, e 
» fatta già sera, rimandato disse = che il Cane, Marsilio, Biiilardino 
» Nogarola, e Spinetta marchese di Luna faceano intendere a Mussato, 
>i sapersi bene , lui esser prudente e saggio fuor d' ogni dubbio j ma 
» non prudente essere stata la sua venuta in Padova. Rimangasi in casa, 
» finché gli vengano altri comandi. = Mussato stordito passò in affanno 
» e veglia la notte, e all' alljeggiare inviò il servo a Marsilio 5 chiegga , 
>ie scongiuri, che gli si scopra, che cosa siasi provveduto, e deciso dal 
>i Cane, e da consiglieri su tal sua venuta. Marsilio che fino allora 
«aveva ascollato placidamente, fattosi in faccia torvo e iufiaminato , ris- 
)i pose = non voler piìi sapere , uè cura aver di Mussato , che allouta- 
> uossi da suoi cousigli qua venendo senza suo ordine. Provvegga a se 
» come gli aggrada senza Marsilio. = Il servo molto affettuoso al suo 
» padrone , dimandò: = è ella forse sì rea questa venula, onde egli 
yt debba tornarsene onde parti ? Ben ha , soggiunse Marsilio , s" ci cos'i 
)i faccia. r= E ad altre cose rivolto abbandonò il servo, ne più lo udì.» 
Cos'i il Mussato, il qiiale segue a narrare il proprio turbamento a questo 
s'i equivoco parlar di Marsilio, e l' iuterpor ch'egli fece Cuuiza sorella di 
questo, e Tisone di lei figliuolo, onde intendere precisamente il proprio 
destino , e 1' ultima risposta eh' ci n' ebbe alquanto più mite = non aver 
egli a temere alcun danno ai beni, o alla vita, tornasse pure a Chioggia 
tranquillo, sinché gli venissero altri comandi. = Tornov"vi egli in fatti, e vi 



596 

morì l'anno appresso i33o l'ultimo giorno di maggio iu eia d'anni presso 
a 70; essendone slato portato il cadavere a Padova e sepolto in santa Giu- 
stina coir iscrizione, die riporta lo Scardeoue (i) dalla fabbrica antica, e 
che or più non si vede, leggendosi solo nel muro del nuovo chiostro 
a quel luogo queste parole = Mcuiihus libertini Mussati. = Nel se- 
gnar l'anno della multe io mi sono attenuto ai Coriusii (2) scrittori 
contemporanei, e quindi credo, che vada corretto lo Scardeoue (3), e 
il Portenari (4), che la anticipano d'un anno, e molto più il Facciolati 
(5), che con abbaglio più enorme, e non so con qual fondamento ri- 
tardandola di nove anni la pone al iSSg sotto la signoria di L benino 
Carrarese. Cosi visse un uomo debitore alla sola propria virtìi di sua 
grandezza, onorato nella Patria, rispettato e temuto all'estere corti, de- 
gno soltanto di miglior (ine: i cui meriti però verso le lettere, come 
tenterò di mostrare nella seconda parte , ardisco dir superiori agli alui 
suoi politici e militari (inora esposti. Osservo per altro dopo scritta la 
presente, che il Mussato probabilmente morì nel laag in età d'anni 
69 anche secondo i Coriusii, e che deve essere corso errore nel mil- 
lesimo da essi posto in fronte del capo quinto, libro quarto dovendosi 
leggere i328 in vece di iSag. In fatti narrano essi in quel capo, che 
Mussato = tornato vergognosamente alla relegazione di Chioggia vi 
mori r anno appresso l' ultimo di maggio. = Ma se il Mussato venne 
in Padova appena data la città allo Scaligero, come dice egli stesso, e 
confermano i Coriusii, ciò seguì nel settembre del iSaSj e quindi il 
Mussato morto l'anno appresso morì nel iSag. Tanto più che lo Sca- 
ligero mori egli pure nel luglio del 1329, dopoché Marsiho Carrarese 
avea passato servilmente il verno antecedente iu Verona alla corte di lui, 
come il Mussato tornato a Chioggia acerbameule gli rinfaccia uell' ulli- 
luo libro della sua storia. 



(i) Scardeon. lib. IL class. X. 

(2) Cortirs. lib. IV. cap. V. 

(3) Scardeon. loc. cit. 



(4) Porteti. Felic. di Pad. lib. 7. cap. 7. 

(5) Facciol. Fasti Giuinasii Patav. Parte l. 
pag, t6. 



'97 
PARTE II. 

■T u il Mussato istorico , oralorc e poeta. Non già , che si Icfjgan di 
lui alla luce Opere di Eloquenza j ma se non altro la maniera da lui 
prescelta di scriver la Storia sul grande esemplare di Livio, frapponen- 
dovi spesso arringhe, discussioni e pitture assai vive di caratteri e di 
persone gli merita certamente un luogo non ultimo Ira gli oratori. La 
Storia eh' egli intitola Augusta , perchè ci narra le avventure succedute 
in Italia nei treutadue mesi all' incirca , cioè dal gcnuajo laii, sino 
all'agosto del i5i3, in cui vi soggiornò l'augusto Arrigo Yll. di Lu- 
cemhurgo , è contenuta in sodici libri. Le saggia mire e le intenzioni 
pacifiche di quel sovrano espresse nelle toccanti pallate che il INlussato 
gli pone in bocca, non bastarono a fronte del conuin voto a comporre 
una volta le intestine discordie, ed a sopire le torbide gare delle due sì 
celebri e luttuose fazioni guelfa e ghibellina. Anzi le stesse precau- 
zioni da lui prese nel mostrarsi amichevolmente legalo al Pontefice Cle- 
mente quinto , e nel volere assentita da questo la sua venuta in Italia, e 
la sua doppia coronazione in Milano ed in Roma, che aveau lusingato 
gli animi dolcemente, serviron solo in progresso ad irritare vie maggior- 
mente r occulata gelosia dell' avverso partito. Imperciocché le misure 
che andava prendendo nello stabilire per le città tutte , che gli pre- 
stavano omaggio, Vicarj imperiali a governarle a suo nome , e Del- 
l' attrarre a sé l' elezione , o la conferma delle interne cariche princi- 
pali, verificarono il sospetto che sì fatti lusinghieri prestigi coprissero la 
sagace tendenza ad un secreto e real dispotismo , e all' oppressione to- 
tale di tutto il guelfo partito. Quindi oltre alle varie città che ricusa- 
rono fin sulle prime di accoglierlo , quelle stesse che gli prestarono 
ubbidienza ora alienate da lui, ora riconcilialo, ora di nuovo tumultanti, 
resero memorandi in Italia que' giorni por funeste rivoluzioni, per guer- 
re , per fazioni sanguinosissime. Aggiungevansi a tutto ciò i secreti ma- 
neggi in prima, e poscia gli aperti movimenti del possentissimo, e tanto 
accreditato in Italia Roberto Re di Napoli, la cui gelosa ambizione non 
potea veder di buon occhio il vigore che andava acquistando a suo 
danno la quasi in addietro estinta cesarea autorità. QuincU la dichiarata 



398 

initnicizia, e la guerra formale, iu cui scoppiarono finalmente le nasco- 
ste gare tra essi, guerra che avvolgendo l'Italia tutta , avrebbe rinovato 
1' orrore delle antiche barbare invasioni , se non vi avesse provveduto la 
morte, cogliendo l' Imperatore in mezzo al fervore dei guerrieri apparati. 
Alla Storia Augusta, il cui argomento ho ristretto iu brevi cenni, suc- 
cedono dodici libri delle Avventure in Italia dopo la morte di Arrigo YII. 
In questi quantunque il Mussato tocchi a quando a quando gli accidenti 
stiamen, le dissensioni dell' Imperio nell' elezione del capo, le rivoluzioni 
accadute in Roma , in Brescia , in Milano , in Napoli , nella Sicilia , e 
nelle varie città di Toscana al vicendevole prevalere ora di questo ed ora 
di quel partito, nulla ostante la storia della sua patria vi tiene il prin- 
cipal luogo . Presentagli iu vero ampio argomento la lunga e varia 
guerra sostenuta contro di Cane Grande, la pace tre volte con lui con- 
chiusa, e rotta altrettante; l' occupazion di Monselice ; l'assedio di Pa- 
dova; il saggio partito di sottomettere la città a Federico austriaco pev 
impegnarlo a spedirvi soccorso, come a cosa sua propria; le civili guerre 
più luttuose, che succederono alle straniere; e il consiglio preso final- 
mente ueir ultima disperazion delle cose d' invitarvi ad imperar lo Scali- 
gero, troppo periglioso provandosi l'averlo nemico. Tali sono gli argo- 
menti che trattansi in questa storia , ove è duopo avvertire , che dopo 
i primi sette hbri che dall'agosto del i3i3 ci guidano al principi» 
del i5i6, incontrasi una lacuna di circa due anni frapposti sino all'oc- 
cupazlon di Monselice , che porge il soggetto al libro ottavo che non 
è che un frammento , al quale dopo una seconda interruzione di circa 
tre anni si passa all'assedio di Padova nel 1620 , descritto in tre libri 
di versi eroici. E qui un terzo vuoto interrompe la storia che ripigliasi 
al iSaS, dopo il fatale tumulto eccitato contro dei Carraresi da Paolo 
Dente, e si conduce sino alla primavera del iSag. Pubblicò auche di- 
retta a Vitaliano suo figlio una dimezzata storia di Lodovico il Bavaro, 
nome si funesto all' Impero e alla Chiesa. La compose negli ultimi 
mesi della sua vita come si argomenta dal riportarvisi e l' elezione del- 
l' Antipapa Nicolò V. succeduta nell' aprile del iSaS, e l'uccisione 
violenta in Mantova di Passarino de' Bonacossl eh' erane Signore e Vi- 
cario imperiale , per mano del Gonzaga nell' agosto di quell' anno me- 
desimo. La vita del Bavarese non potè essere dal Mussato compiuta, 
premorto a lui d'anni i8. Dichiarasi il Mussato in (juesta Operetta fet- 



vìdamente attaccalo al partito ortodosso fino a negare al Bavaro il titolo 
d'Imperatore demeritatogli, ei dice, dalla nera perGda, e dalla tant' oltre 
epinta ribellione alla Chiesa. 

Sono queste tutte le Opere in prosa , che ci restauo del Mussato. Uà 
altro libro veramente egli compose negli anni del suo esilio ; un dialogo 
cioè dell'ordine dei destini, o della lite tra il destino e la fortuna; nel 
quale come ci ragguaglia nell' ultimo -libro della sua storia (i) avea 
preso a mostrare, che le umane avventure non soggette ad alcuna ne- 
cessità dipendono dalla virtù e dal consiglio degli uomini, ai quali 
concesse Iddio nel <:rearli un libero arbitrio ad oprare , quantunque af- 
fievolito questo, e turì)ato dalla prevaricazione de' primi progenitori. Ma 
questo libro né trovasi nelle Opere del Miissato stampate dal Piuelli 
in Venezia nel i656, unitamente ad altre cronache e storie antiche, 
né per quanta diligenza io abbia usato mi riuscì di vederlo mauuscritto , 
o stampato. Gli autori che nel parlar del Mussato ne rammentano one- 
sto scritto, non ci dicono d'averlo letto, e il Vossio (2) nell'iudicare la 
sovraccennata edizione che si faceva in Venezia, dopo aver detto , che 
i foyll di quella stampa gli venivan trasmessi per ordine da quel si ce- 
lebrato e splendido fautor delle lettere e dei letterati Domenico Mo- 
liu , sotto i cui auspicj stampavansi, aggiunge, ignorare se questo libro 
del fato pubblico sia , o giaccia oscuro in qualche angolo di Biblioteca. 
Felice Osio Professore di umane lettere nella nostra Università ebbe il 
merito di ordinare questa edizione coufrontaudoue i codici , e fissando- 
ne col confronto la vera lezione. Non potè però vederla effettuata rapito 
miseramente dalla pestilenza desolatrice del i65i. Non contento eli 
delle annotazioni procuratesi dal Pignovia avca cominciato ad aggiunger 
le sue, e se la morte non le avesse troncate avrebbe, continuando col 
metodo preso, riempiuto un'intera biblioteca j giacché il commento del 
solo brevissimo prologo, e d'una pagina in circa della Storia Augusta 
riempie nulla meno che 536 colonne in foglio di stampa minuta; nelle 
quali ad ogni menoma indicazione del testo prende motivo di caricarci 
del lusso immenso di pesantissima erudizione sulla famiglia, e sugli 
antenati e fratelli di Arrigo VII , sul metodo dell' eleggere , e inau- 
gurare gì' Imperatori , sull' origine e nome delle due fazioni guelfa e 

(i) Muss. de Reb. poslHenr. lib.XH.Rub. L (2) Vqssius de Histor. ktia. lib. II. Cap.IX. 



ghibelllua; sulle lodi e sulle accuse date ad Arrigo j sulle celeberrime 
dissensioni tra Filippo il Bello e Bonifacio ottavo j sulla strepitosa av- 
ventura della prigionia di questo , della morte e delle conseguenze 
che ne derivarono, e su multi altri articoli di minor conto trattati col 
più lutemperante abuso dell' ozio e della letteratura. Sorprende poi in 
questa edizione 1' ommission che s' incontra del prologo della Storia Au- 
gusta, al quale si leggou le separate note dell'Osio, e che fu poscia pub- 
blicato dal Muratori (i), e dal Grevio in Olanda (3). 

Ma per venire oramai ai caratteri letierarj della storia del nostro Mus- 
sato ella è quale dovea riuscire il lavoro d'un ingegno sublime, che vive 
in torbidi tempi, che si mesce qnal parte, e autor principale in tutti i 
pubblici affari d' una rivoltosa sovranità , o popolare anarchia, e che fab- 
bricatosi quivi coi proprj pregi un eminente stato di autorità, è costretto 
a sempre difenderlo colla vigilante accortezza, in mezzo all' occulata ge- 
losia di mille emoli che lo invidiano ; un ingegno che lasciati passar i 
pieghevoli anni primi con tenue coltivamento in una iuazion che lo in- 
dura , e lo rende indocile , si pone nell' età ferma a lavorarsi a sua po- 
sta , e senza maestra man che lo ajuti, sopra ottimi, è vero, ma morti 
esemplari. Dalle prime civili combinazioni di vita egli contragge acume, 
profondità, fuoco, energia j dalle seconde poi letterarie ricchezza di pen- 
sieri, ma confusion nell'esporli} lume d'immagini, ma inesattezza di vo- 
caboli nel presentarle ; robustezza , ma senza grazia che la rattempri. 
Quindi quanto abbondante e sublime suol mostrarsi nei quadri di colo- 
lito forte e risentito, altrettanto riesce digiuno e languido in quelli di 
dilicata e «entil tinta, che anzi alle occasioni o trascura affatto, o tocca 
con negligenza. La lingua latina poi, oltre al difetto iu quel tempo di 
sensati preoettori, e di grammatiche e dizionarj che fissassero il va- 
lore e il pregio dei vocaboli, vivea tuttora, ma sol quanto bastava per 
non generare quella scrupolosa religione , che legar deve quelli che 
usano un invariabile linguaggio estinto; del resto le estranee mescolanze 
r aveano omai guasta e travisala in maniera , che traccia quasi più nou 
serbava de'nativi suoi lineamenti, ed era omai giunta al perfetto suo com- 
pimento quella totale trasformazione in altro linguaggio, che surse a gradi. 



(i) Scriptur. Eeium Italie. Voi. X- 

(aj Gievius Thesaur. Antiq. et Hist. Ital. Voi. II. P. IL 



4oi 

e formossi all' insensiLlle e successivo dneguarsl di essa. Quindi anche 
Il Mussato SI foce lecito e di violare non rare volte le sancite le-à 
della snuass:, e d. usar con frequenza parole, frasi e maniere ora poto 
adattate al caso e all'indole delia lingua, ed ora sconosciute affatto 
ali antica laluùtà, vestendo cogli abili e forme esteriori del Lazio i pel- 
legrini vocaboli che aveano qui tragittato nell'invasione dei barbari vin- 
citori^ e credendo forse d'esser dall'uso autorizzato abbastanza a stimarli 
«aiuraLzzat>,non curossi molto di preferire i veri nazionali antichi, ch'ei 
nscoutrava nei pochi classici autori allor noti, nei quali non conosceva 
prohabdmente riguardo a ciò autorità alcuua legislatrice. La stessa in- 
versione e collocazione delle parole è spesso diretta in lui a capric- 
cio dall' orecchio ad una cadenza ritmica, che ne rende l'espressione 
dura e intralciata piuttosto che dall'intimo gusto, che nell'armoni- 
ca e gu,d.ziosa disposizione delle immagini per tal modo ottenuta sente 
d avere d mezzo più forte ed acconcio a rendere le sue pitture Ic.ia- 
dre e toccanti , ed a comunicare non altrimenti che nelle tele a cia- 
scun degli oggetti quel grado di vivacità, forza e passione, che in qua- 
lunque caso conviengli singolarmente. Questa fina dehcatezza e sapor di 
gusto, che nasce, e in noi si forma senza avvederci quasi dalla sola edu- 
ca.,one, e dal magistero negli anni della pieghevole sensibilità, manca al 
Mussato. L anima poi di lui ci si discopre nelle azioni e negli scritti 
per naturai tempra, per educazione, e per massime d'una austera seve- 
rità, e d'una rigida virtù feroce. S'aggiunge la stessa ambizione di com- 
parir vennero e imparziale senza riguardo alcuno, di cui si dà in molti 
h.oglu si grande vanto, la qua! concorse a rinforzare l'aspro suo genio. 
Egh in fatti non potea lusingar meglio la sua passion per tal gloria, 
die caricando de'più forti colori i difetti, 1 vizj, le stesse ree intenzioni 
d. viventi possentissimi personaggi. Egli, dico, il quale avendogli Alar- 
sdio Carrarese fatto intendere nel momento stesso del più forte sd.0,0 
d. tanta angustia e periglio per lui, quando cioè gh ordinò di tornasse- 
ne al male abbandonato esigilo .di Chioggia = badasse bene (i) che 
cosa scrivea ne' suoi libri, perchè sapeasi, che nelle storie da lu! de- 
scritte di questi tempi era Marsilio trattato da traditore =. non ebbe dif- 
ficolta di mandargli francamente a rispondere « Nou pensi Marsilio, né 

(0 Mussai, de Reb. post. Henr. Uh. XU. Rub. l 



402 

» tema, die ne' suoi scrìtti cosa vi sia inserita men vera. Le cose come 
)i sono essere ai posteri tramandate, secondo le quali gindicheranno essi 
» dei meriti e delle colpe, essendo il Mussato non giudice, ma testi- 
>< monio « . Fatto è , che tornato egli in Chioggia , punto e fermentato 
l'aspro suo ingegno dall'ingiuria ch'egli credeva aver ricevuta, tutta sfogò 
la sua esaltata mordacità contro del Carrarese. Moltissime sono le pitture 
di caratteri, pressoché tutti però d'uomini tristi, che incontransi ne' suoi 
libri, non indegne del gran Sallustio, e crederò di farvi cosa non ingrata 
riferendovi tradotta per saggio quella di Nicolò da Lozzo. « Un uomo, 
» ei dice, aveasi in Padova (i) nato di nobilissima stirpe paterna dei 
» Maltraversi , materna de' Marchesi d' Este Nicolò di Lozzo di maravi- 
» gliosa eloquenza, profondissimo ingegno, immensa elevatezza, profusa 
» liberalità. Se non che venivano traviate tali virtù dal pungolo d'inquieta 
» invidia , e d' ambizion senza limiti. Abbonava i civili instituti , eccetto 
» quelli, di cui ne fosse egli autore. Intollerante secretamente di raag- 
» giore, o di eguale nella città la lode altrui egli stimava suo biasimo, 
» e per tal vizio i buoni soleva odiare, e amare gli adulatori. Nessuno 
» di liii mgliore, se al bene per ventura avviavalo non virtù, ma l'oc- 
» casionej a nuocere nessun peggiore. Oh quante volte in senato la 
» sua eloquenza corroborava inferme cause, e nel partir dal senato gli 
» stessi decreti a di lui persuasione sanciti detestavansi da que' medesi- 
» mi, che 11 avean decretati coi lor suffragj ; né il frequente pentimento 
» perciò valeva a difenderli dal cadere in progresso nella stessa colpa. 
» Trovato infedele con ingannevole astuzia gli sforzi superava dei delusi 
» da lui , e comperava con doni i fautori e ministri de' suoi cousigli. 
» Quali però sprezzata la Religione arricchiva con sacre prefetture, conver- 
» tendo per abuso in comniodo de' secolari i riti e le cerimonie divine , 
» e quali con annue largizioni sino ad esaurire le sue guardarobe e gra- 
» naj ; quelli colle perdite della Repubblica, e alcuni col patrimonio 
n de'mlseri. Macchinatore di grandi cose, tutto faceva a talento nella città 
» coir ajuio di questi , molto giovandogli la facilità che allor eravi di 
» servire. Ma quantunque fazionario non era egli mai stabile in un par- 
» tito , seguace sempre degli eventi più fortunati. Fautor della plebe 
» contro degli ottimati finche prevalsero i plebisciti ; in consorzio coi 
» grandi, e feroce contro la plebe qualor questa soccombesse, e pas- 
(i) Muss. Stor. August. lib. X. Rub. II, 



4o5 

» sava alteruando al più felice partito o ghibellino esso fosse, oppure 
y> guelfo. Dei Signori di Verona secondo le varie vicende del tempi or 
» amico, ora inimico. Grande flualaiente era stimato per l'intrecciato 
» mescolamento di questi vizj e virtii. Né ommeiler si deve la descrizione 
■» esteriore di sua persona. Uomo di colore giallastro e tetro, d'occhi 
» bianchi , mobili , e uscenti in fuori , di labbra tumide , petto elevato, 
» ventre voluminoso , gambe gonfie , pustolose , Inferraiccie , di statura 
» breve , ma robusta. Le sue vesti ampie , e sino a terra ricche di ab- 
» bigliamenti. Intemperante nel mangiare e nel bere, insolente nel serj 
» affari non meno, che nel giocosi «. Concludiamo adunque, che seb- 
bene lo stil del Mussato sia molto lontano dalla perfezione di Livio e di 
TiilUo, al primo de'quall viene paragonato da Michele Savonarola (i),ed 
al secondo dallo stesso acerbissimo nimico suo Gio. Bono; (2) nulla ostan- 
te a lui non manca per somigliarli, se non que'pregl esterni di esposi- 
zione e di dicitura, che dipendono dai buoni metodi di educazione e 
di studio. Gli si potrebbe anche rimproverare una alcpianto sazievole pro- 
lissità. Ma è questo difetto ordinario , e declinabile difficilmente dagli 
scrittori di cose vedute accadere sugli occhi proprj. Avendo essi vive 
alla mente e alla fantasia le avventure più lievi, e le più minute cir- 
costanze difficilmente ne librano, e scernono l'importanza, e credono 
obbligala la loro fede a tutte riferirle con religiosa esattezza. 

Ma basti sin qui del Mussato come latino storico : passiamo ora a 
brevemente considerarlo poeta. Oltre ai tre libri sopra indicati in versi 
eroici sull'assedio di Padova abbiamo di lui diciotto lettere quali in 
elegiaci , e quali in versi esametri ; un' elegia sul suo giorno natalizio ; 
un poemetto sulla infermità sofferta in Firenze j un centone ovidiano, 
sei sohloquj sacri , dieci egloghe ; due epigrammi e due tragedie 1' una 
di Ezzelino , l' altra di Aciiille , oltre a due elegie su Priapo e sulla 
moglie di lui ommesse nella veneta edizione per non ributtare le casti- 
gate orecchie de' leggitori. Sembra, che in queste poesie, fuorché nelle 
tragedie egli prendesse ad imitare Ovidio. Un tal maestro non infelice- 
mente da lui ricopiato nella ricchezza e varietà delle immagini, abbon- 
danza di pensieri, felicità di uscite , e facile fluidità di sale giovogli an- 

(i) Michael Savonar. Commentar, de laudib. Para Gap. III. Script, rer. Italie, voi- 

XXIV. pag. 1 155. 
(2) Joan. Bono. Supplem. adJum. Palav. Mus. 



4o4 

cora uuiiamenie ai soccorsi del metro a renderlo più castigato uel- 
r espressione ^ e molto più chiaro nella dicitura. SareLbe indiscreta 
pretensione l' esiger da lui la grazia e cultura de' buoni tempi j ma nei 
pensieri, nella dignità , ricchezza , ordine e connessione di questi uop 
avranno difficoltà gli autori mighori di accoglierlo a lor compagno. 

Quantunque tutte queste poesie, fuorché l'Ezzelino, sieno state da lui 
composte, come abbiamo notato anche in altro luogo, e deducesi dagli 
argomenti che tratta, e dalle avventure narrate in esse o presso, o do- 
po r anno cinquantesimo doli' età sua ; pure assai poco risentonsi del- 
l' ardore senile. I soliloquj però , nei quali ei si rivolge alla Trinità, allo 
Spirito Sauto, alla Vergine madre, ai santi Paolo e Agostino, e alla 
Croce, e contengono confessioni di colpe, fervorose preghiere, atti di 
pentimento, oltre al pio soggetto difficilmente propizio al poetico inmiagi- 
nare , mostrano anche alquanto la fiacchezza dell'età sessagenaria, in cui li 
scrisse, età da lui stesso chiaramente espressa in quello ai santi Paolo 
e Agostino, eh' è il quarto, e che argomentasi uniforme negli altri e 
dalla somiglianza degli argomenti , e dello stile , e da qualche leggero 
spruzzo di sue passate vicende. 

La sola tragedia dell' Ezzelino in jambi latini fu da lui pubblicala in 
anni plii freschi. Ciò deduco dalla corona poetica da lui ottenuta sul 
declinare del i5i4, di cui poscia ragionaremo , onore meritatogli da 
questa tragedia singolarmente , ch'era l'unico poetico suo lavoro fino 
a quel tempo dato alia luce. Almeno di questo solo egli si vanta nel- 
r ele^ia (i), in cui dell'alloro ragiona a lui decretato. Il progresso di 
quella e egia , in cui tanto esalta i tragici componimenti unici atti, egli 
dice, a pareggiar descrivendo i casi atroci, e le sublimi avventure, mo- 
stra in più luoghi, che il Mussato si compiacea so7iimamente di questa 
sua Opera, e ch'essa elevalo lo aveva a fama luminosissima di valoroso 
Poeta. Ma chi esamini questa tragedia la troverà tutt' altro che un la- 
voro non dirò perfetto, ma tollerabile nel suo genere, non degno certa- 
mente di quegli elogi che prodighi gli profondono lo Scardeone (2), 
ed il Vossio (5): tanto è vero, che i pregi, e la perfezione delle Opere 
teatrali risultante dalla difficile unione di mille soddisfatti oggetti, vi- 
ste e rapporti non si ottiene che assai lentamente, mentre non ba- 

(i) Muss. cpislol. i%d CollegiuniArlist. (a) ScaJ'deon. lib. II. class. X. 
(3) Vossius loc. cil. 



4o5 

slaiido per esse F ingegno, e il criterio uè di un uomo sol, ne 
di pochi non vi si giunse che a forza di iiiokiplicatl esemplari, lunga 
sperienza, error rilevati, miglioramenti, correzioni ^ aggiunte, peutimeuii 
di varie guise- Intani mentre tutte le altre parli della Poesia, che di- 
pendono quasi uuicameute da quello che diciam gusto, si perfezio- 
nano iu hreve tempo con rapidissimi avanzamenti , la teatrale ahhi- 
sognaudo ancora moltissimo e dei precetti e criterio della ragione 
raediiatrice , e dei soccorsi del comune socievole conversare, e della, 
nazionale coltiua, in tutte le Storie delle nazioni si trova informe, vi- 
ziosa, imperfetta per lungo tempo nelle età stesse dell' aurea letteratura. 
Quindi gli Antichi che maestri sono e modelli negli altri generi , tali 
esser non vogliono nelle poesie della scena. La tragedia dunque del- 
l' Ezzelino oltre a molti altri difetti, se giudicar vogliasi al confronto 
del più generici precetti dell' arte pecca primieramente nel Protagonista. 
Due sono questi Ezzelino e Alberico di lui fratello , nomi che soli 
equivalgono ad una consumata esecrabile scelleratezza , uè altro perso- 
naggio qui s'introduce atto a svegliare affetto, compassione, interesse; 
pecca enormemente contro l'unità tanto di luogo, cominciando, come 
sembra, in Verona, passando a Padova, tornando a Verona, tragittando 
a Brescia, poscia a Milano, quindi a Soncino, e finalmente al castello 
di san Zenone; quanto di tempo, chiudendo vin' azione che si estende 
almen per due anni: pecca nella forma e interesse del dialogo, giacché 
la massima parte si eseguisce per mezzo di messaggeri che narrano 
colla frapposizione soltanto di qualche dì su , narra , come acceii/ie ; 
ma pecca molto più per esser priva quasi affatto di azione, di sviluppo, 
di scioglimento. Il primo alto, non fu, che una scena ed un coro. 
Nella scena Adelaita madre scopi-e ai due figli presenti Ezzelino e Al- 
berico il vero lor padre, e descrive orribilmente il giacere, che seco 
fece a generarli un dopo l' altro il demonio in forma di spaventevole 
toro; al qual racconto Ezzelino insuperbito di un tanto padre protesta 
di non volerne mentir la stirpe , e fatta orrenda preghiera a lui , alle 
furie, e a tutte le diaboliche potestà, ne invoca l' assistenza ed il favore 
alle meditate imprese , ed ai gravi delitti degni della scoperta sua ori- 
gine. Il Coro si scaglia contro gli uomini sconsigliati , e più contro i 
tiranni che non pensando alla propria caducità non pongono mente ai 
pericoli ed alle insidie compagne indivisibili dell' ambizione e della ti- 



4o6 

rauuide. L'atlo secondo esso pnre è ristretto ad una scena e ad un co- 
ro. Nella scena un messo narra alla gente del coro la conquista fatta 
da Ezzelino di tutta la Marca e di Padova, sconfitto con immensa stra- 
ge il Marchese d' Este ed il Conte Sarabonifaccio , e il barbaro comin- 
ciamonto dell' orribile tirannia , che intima ai popoli per tutto incendj , 
prigionie , stragi , patiboli , carnificine d' ogni maniera. Il Coro rivolgesi 
al Cielo e all' altissimo Iddio , ed esponendogli partitamente le attrocis- 
.sime crudeltà che si commettono dal tiranno, che devasta le terre, 
incendia le case, trucida gli uomini, mutila i fanciulli, strazia le ma- 
dri^ invoca i fulmini contro lui, e la terra che s'apra per iugojarlo. Il 
terzo atto couiien quattro scene , e finisce in uu coro. Nella prima sce- 
na i due tiranni Ezzelino e Alberico s' invitano scambievolmente ad uni- 
re alle proprie conquiste la Lombardia tutta , e Trevigi , ed espongono 
le atrocissime crudeltà senza limiti e senza freno, che meditano di com- 
jiiettere. Nella seconda inteso Ezzelino da Ziramoute , che repressi i ri- 
belli tutto è in sua mano , sclama egli , che può dunque ormai senza 
ostacolo tutta sfogare l' infernale ferocia ad età non perdonando , ne a 
sesso. Ma qui comparisce un frate Luca, il quale tenta di condurre Ez- 
zellino a consigli più umani , i doveri presentandogli del cristiano e 
dell'uomo, e la divina giustizia e bontà l'una a punire gli empj , l'al- 
tra ad accogherli ravveduti. Ma rispondendo Ezzelino , eh' egli si crede 
da Dio inviato a somiglianza di Nabuco, di Faraon, di Saule, e di Ales- 
sandro a castigo degli Uomini , protesta di voler adempire gli oggetti di 
sua missione , e congeda il frate. Esce un messo nella scena terza a rag- 
guagliar Ezzelino, che i Veneti uniti a' Padovani , e al pontificio legata 
hanno occupato Padova , ed Ezzelino premia la diligenza del messo col 
fargli tagliare i piedi ; ma nella quarta scena Ansedisio viene a confer- 
margli la stessa nuova , e quindi i soldati di Ezzehno esortano il lor 
Generale a volar tosto a Padova, e prendervi secondo il suo stile ven- 
detta. 11 Coro che chiude l'atto narra in fatti il venire che fece a 
Padova Ezzelino , e trovatavi la città ben munita , e inutile il tentativo 
di vincerla, il suo ritorno a Verona, ove inferocito sfogò la rabbia cru- 
dele contro undici mille Padovani che avea prigioni , barbaramente uc- 
cidendoli di fame e sete, e con altri spietati supplizj. Neil' atto quarto 
dopo una scena di pochi versi, in cui dice Ezzehno di rimettere la 
conquista di Padova ad altro tempo , segue la scena seconda ia cui uu 



4oT 

messo ragguaglia il Coro come Ezzelino allora partito , occupata Bre- 
scia , andò a Milano, d'onde tornato venne alle mani sull' Adda colle 
genti di Cremona e di Ferrara, ne fu sconfitto, riportò una ferita, fu 
preso, e mori in Sonciuo da disperato. Il Coro finisce l'atto sciogliendo 
un inno di ringraziamento al cielo, che ponendo fine a tirannia così tru- 
ce ridonò al mondo la sicurezza e la pace. Nell'unica scena dell'atto quinto 
il messo racconta 1' espugnaziou del castello di san Zenone, ove rifugiato 
s'era Alberico, la cattura di questo colla moglie e co' figli, e il miseran- 
do supplizio, con cui fu estinta tutta quella stirpe esecrata. Conchiudesi 
dal Coro l' atto e la tragedia con questa massima , che i tristi in fatti 
BOn men che i buoni attender devono una volta, o l'altra degna mer- 
cede air opre loro. Tal è la tragedia dell' Ezzelino, scritta per altro eoa 
nobile precisione, e con focosa rapidità sul modello di Seneca, di cui 
ognun di voi ben conosce, e ne sa limitar giustamente i pregi e le accuse. 
Un'altra tragedia sotto il nome del Mussato è inserita tra le sue Opere, 
e intitolata l'Achille. Dubita l'Osio, che diverso ne sia l'autore. Ad 0"ni 
modo la condotta e lo stile ne è molto uniforme col vantaggio d' una 
alquanto più regolare unità. Versa la tragedia sul tradimento , con cui 
fu ucciso Acliille col pretesto delle sue nozze con Polissena figlia di 
Priamo. Ciascun atto è ristretto in una sola scena, e in un coro. Il primo 
contiene il consiglio di Paride e d' Ecuba d'offrir la sposa ad Achille , 
onde aver campo di vendicare su lui la morte d' Ettore. Il secondo l'offer- 
ta e l'invito fattogli per un Araldo. Nel terzo Ecuba racconta a Priamo, 
e Cassandra l' uccisione di Achille eseguita da Paride. Nel quarto un 
messo ne ragguaglia il Coro de' Greci : e finalmente nel quinto Aga- 
mennone, Menelao e Calcante, celebrati i meriti e le imprese di 
Achille, giurano vendetta sui Trojaui dell'ingiusta morte. Se il Mussato 
è r autore di questa Tragedia , come io inclino a credere , egli la scris- 
se probabilmente confortato dal sommo plauso, e dall' onore singola- 
rissimo meritatogli dall' Ezzelino. 

Sarebbe curiosa ricerca l'investigare se queste tragedie sieno state a 
quel tempo sul pubblico teatro declamale. Non avendo incontrato mo- 
numento alcun chi lo accerti, osservo solo, che teatro senza dubbio 
aveavi allora in Padova, e in esso rappresentazioni facevansi, massime 
di ludi sacri, e cantavansi poesie. Parlando il Mussalo (i) al collegio 
(i) Mussai, de rcb. post Henric. in prolog. ad lib. IX. 



4o8 

de' notai Palatini , clie lo stimolavano a descrivere in versi , come eseguì, 
l'assedio posto a Padova da Cane grande: « Voi mi rappresentate, egli 
» dice, che le magnanime imprese dei Duci e dei Re, onde meglio adat- 
)i tarle all' intelligenza volgare , si sogliono stringere a misura di piedi 
» e sillabe , ed e&por sul teatro , e sulla scena colla modulazione del 
ì> canto » . E concliiude , eh' egli infatti per tale oggetto popolare vuol 
rendere, scrivendola in versi, questa parte sì interessante di Storia. Nò 
si ingannò, che nei tre libri in versi, che seguono, come in tutte le al- 
tre poesie è il Mussato più chiaro molto , e più facilo, che nelle prose. 
Anche il frutto di gloria colto dal Mussato col suo Ezzelino indican- 
do la città tutta risonante del nome suo , e de' suoi plausi , ed eccitata 
ver lui ad universale entusiasmo ci fa sospettare , eh' esso non vagasse 
solo tacitamente per le fredde mani, e gabinetti de' letterati , ina fosse 
e notissimo al popolo , e tal divenuto per qualche mezzo atto a scuo- 
terlo vivamente , il qual mezzo nella crassa ignoranza dei tempi , e nel 
languido, e forse niun uso volgare della lingua latina, altro non potè 
essere probabilmente, che l'illusione dello spettacolo e della scena- 
Divenne infatti sì celebre l'Ezzelino, che i Cortusii volendo far parlar 
quel Tiranuo con termini degni della sua crudeltà gli pongono in boc- 
ca le parole medesime della tragedia (i). 

Accennando l'onore consiliato ad Albertino da questa tragedia Iio in- 
teso d' indicare la sua solenne coronazione a poeta decretatagli appunto 
come egli accenna in grazia dell' Ezzelino e della Storia Augusta. Nella 
successiva descrizione de' tempi suoi egli non parla di questo fatto an-^ 
che perchè essendo accaduto, come si coughiettura, e come asserisce 
precisamente Giovanni Bono (2), dopo couchlusa nell'ottobre del i5i4 la 
prima pace con Cane Grande , incontrasi a quel luogo , come abbiam 
detto nella Storia del Mussato una interruzion di tre anni. Egli però 
ne ragiona in molte delle sue elegie nominandone i primi autori, e 
celebrandone la magnifica pompa. Fu dunque al Mussato quell' anno 
assai fecondo di molto opposte avventure. Il popolo inferocito e già 
sul punto di trucidarlo i egli se ne sottragge con esilio spontaneo j ri- 
torna , e prese le armi combatte in una perigliosa giornata , ove rimau 
ferito e prigione ; restituito alla Patria cinta si vede la fronte dell' al- 

(0 Cortus. lib. I. Gap. II. IV. (2) Gio. Bon. loc cit. 



4o9 

loro d' Apolline. Tutto questo gli avviene dall' aprile al dccemhre del- 
l' anno stesso. 11 decreto di fargli onore si insolito fu opera del Vesco- 
vo Pagano dalla Torre amicissimo del Mussato , a cui varj libri della 
Storia egli indirizza, e di Alberto Duca, o figlio del Duca di Sassonia 
Rettore in quel tempo della Università. Fu messa a gran festa la città 
tutta, e chiusi perfìn vi si tennero il foro, le officine degli artigiani, 
e i magazzini da merci. Si aggiunse anche al decreto, che ogni anno al 
giorno del Natale del Signore il Senato , il Popolo , l' Università , gli 
scolari avessero a portarsi in pubblica pompa alla sua casa a rinnovargli 
il presente della corona j e ad offerirgli doni di cera, e guanti di pelle 
alla mano. E ben mi stanno, egli dice (i), i guanti di pelle caprina, 
giacche il capro era pure il dono consueto de' tragici Poeti. Ove allu- 
desi dal Mussato all'origine della tragedia nata dalle feste di Bacco, che 
ne cclebravan la nascita , e delle canzoni use allora a cantarsi ucll' im- 
molar un capro a quel Nume , onde tragedia anche fu della con greca 
voce, che vale etimologicamente Canto del capro. Per quanto tempo 
siasi continuato un tal onore al Mussato non si può con fondamento 
stabilire. Giovanni Bono (a) , lo Scardeone (3) , e quelli che li trascris- 
sero , lo pongono sospeso all'anno i5i8, per riguardo, aggiunge il se- 
condo, ai poco amici Carraresi. Ciò forse si conghiettura da lui dall' es- 
sersi in queir anno eletto Jacopo e Capitano, e Signore di Padova. ]\Ia 
le gare e i disgusti del Mussato con tal famiglia si debbono certamente 
tardare di alcuni anni, mentre egli nelle Opere sue si mostra sempre giusto 
estimatore ed amico di Jacopo, dal quale anche ne' suoi perigli favore 
ottenne e servigi non ordinarj , ora adoprandosi egli , onde fosse onore- 
volmente richiamato (4), ed ora fatto signore di Padova negando a Cane 
di esiliarlo (5) per quante istanze gliene facesse. L' elegia di ringrazia- 
mento per onor cosi nuovo fu dal Mussato diretta al collegio degli Ar- 
tisti, cioè al collegio dei 3Iaestrl e Professori delle arti. In fatti sin da 
quel tempo quantunque la scolastica Università fosse una sola , e sog- 
getta allo stesso Rettore, non essendosi partita in due di Legge ed 
Arti se non nel i56o, per opera del Vescovo, e poi Cardinale Pileo 
Praia; due però erano, sin da principio, e divisi i collegi de' dottori 

(i) Muss.it. Elegia I. citat. in qua liaec (3) Scarrleon. loc. citat. 

omnia. (4) Miiss. (le Rcb. postHcnr. lib. IV. 

(a) Gio. Bon. loco cilat. (5) Cortiis. lib. If. cap. IH. 

5a 



4ro 

pel conferimento de' gradi Jetterarj , collegio de' Giudici intitolandosi quel- 
lo de' giureconsulti , e fraglia de' Medici, l' altro delle arti. Ho voluto 
notar ciò, perchè alcuni Autori, e tra questi il Porteuari (i), scrissero 
con errore , che il decreto in onor del Mussato si emanò dalle due 
Università legista ed artista. 

Ommetto qui d' Investigare se l'onore della corona poetica, introdotto 
e coutiuuaio nelle gare e comhaitimeutl capitolini sino ai tempi di 
Teodosio siasi rinovellato la prima volta al risorgere delle lettere nel 
nostro Albertino. Io veggo bene qual onore si accrescerebbe al Mussa- 
to, ed a Padova se si potesse accertar tanto. Credo per altro che se 
pur durò qualche esemiiio di tal corona nei tempi barbari, fosse essa ve- 
nuta sì a vile, e accordata forse unicamente per facile maneggio, e per 
metodo e conforto dell' oscura indigenza e della fame a' plebei di nes- 
sun merito, che non se ne tenesse alcun conto, nò punto valesse ad 
aggiungere nn raggio di luce a chi l'avea per tal modo ottenuta. Quin- 
di per tal riguardo si potè dire nel diploma della celeberrima corona- 
ziou del Petrarca « la memoria di quest'uso è talmente abolita, che da 
» 1 3oo anni non se ne trova vestigio » quantunque san Bonaventura 
racconti nella vita di sau Francesco (2), che questo celebre Cenobita 
ebbe la sorte di convertire, e associare al suo ordine « un ingegnoso 
» compositore di canzoni profane, che avea meritato corona dall'Impe- 
)i ratore , denominandosi dopo quell'epoca il Re de' versi » è però ma- 
raviglia, che in quel diploma si mostri ignorare la coronaziou del Mus- 
sato , della quale e per il merito della persona , a cui fu decretata , e 
per la splendida pompa della solennità, e per il breve tempo trascorso 
non dovea la memoria essersi dileguata. Quel diploma veduto forse da 
Michele Savonarola , al quale per giunta mancava la notizia di quello 
poesie del Mussato da lui in fatti non nominale , nelle quali si descri- 
ve, o si accenna quest'avventura, potè fargli scrivere (5), che Albertino 
non mori coronato. Possiamo dunque asserire dietro la scorta di tutti 
gli autori che ne han trattato , che , risorte le lettere , il primo esem- 
pio di coronazione poetica decretata solennemente a persona d' alto af- 
fare nella letteratura, e splendidamente eseguita con solennità e plauso 
uou equivoco, questo fu del Mussato. Dopo questo e l'altro ancor più 

(OPorlen.Felicitàdi PaJ. lib. 7. cap. 7. (3)Savonai'. loc. cit. 

(■}.} \it. sau Frane, cap. IV. 



4M 

solenne conferito al Petrarca, gli allori poetici si moliiplicaron di nuovo, 
e tornarono ad avvilire il destino incontrando delle Lauree ledali, medi- 
che, leologiclae, alle quali apriron essi probabilmente la via. Sul quale 
argomento si potrà consultare da clii il bramasse l' abate Resnel in una 
Memoria sui Poeti laureati negli atti dell' Accademia delle Iscrizioni , e 
belle Lettere di Parigi (i). Giovanni Bono a lusingare in qualche ma- 
niera r astio invidioso che lo mordeva per sì luminoso esaltamento del 
tanto da lui vilipeso Albertino, ci vuol far credere (2) ch'egli medesimo 
con artificio , e turpe maneggio ne sia stato l' autore. Ma vede ognuno 
se decreti di tal genere eseguiti a quel modo , e a quel tempo si po- 
tessero ottenere con ambizioso raggiro, e con arte. Credo ancora, che 
immaginasse puramente lo Scardeone allorché scrisse (3), che Albertino 
alterò da quell'epoca il suo primo cognome di Musso, e Musato s'in- 
titolò quasi atto alle Muse. Fatto è eh' egli Mussato costantemente , e 
non Musato si nomina in tutte le Opere sue , anche in quelle che pub- 
blicò avanti essere coronato. Anzi Muscato , o Mussato egli è detto assai 
pili frequentemente Musso in tutte le non poclie autentiche notariali 
carte da noi citate nella prima parte, anteriori tutte all' epoca della co- 
ronazione. È vero bensì, che la famiglia di lui dopo quel tempo comin- 
ciò a dirsi or de' Mussati, or de' Poeti, e che i Cortusii ogni qual volta 
nominano Albertino , e Io fan molto spesso , lo dicoa sempre Mussato 
Poeta. 



(i) MeraoiVcs de Liucr. de l'Accad. Rojale (2) Jo. Bon. loc. cìt. 
de» luscrip. et beli. Leti. T. X. (3) Scard. loc. cit. 



/tia^ 



SE ASCLEPIADE MEDICO 

SIA GIAMMAI STATO RETORE COME VIEHE COMUNEMENTE ASSERITO 

MEMORIA 

DI FLORIANO CALDANI, 

il dotto Autore delle Lettere sopra A. Cornelio Celso propose al 
cliiarisslmo Tiraboschi la seguente congliieltura ; « era celebre in Roma 
» a' teiripl di Pompeo Magno un Asclepiade insigne grammatico, nativo 
» delia Bitinia , come della Biliuia era l' Asclepiade medico. Voi sapete 
» che questi prima di darsi alla Medicina aveva insegnato pubblicamente 
» r Elorpienza in Roma , e che mutò professione per fare maggior gua- 
» dagno. V è mai dubbio che la somiglianza del nome , della patria e 
» della professione scolastica abbia dato luogo all'equivoco di Plinio col 
» farne uu solo? Io non ho il coraggio di asserirlo, ma so bene che 
» ha fatto tal effetto in qualche moderno , il quale imperdonabilmente 
» di questi due Asclepiadi ne ha fatto un solo, e lo ha fatto vivere ai 
» tempi di Pompeo (i) »■ 

Sospetta aduuque il celebre Bianconi, che due stati essendo gli Ascle- 
piadi , retore 1' uno , medico e retore 1' altro , da Plinio e da' Moderni 
siano stali inconvenicutemenle confusi. Ma s' egli che lauto nella Storia 
valeva e nella erudizione, non ha coraggio di asserirlo, come potrò io 
aver in animo di credere, che il Bitino Asclepiade, medico sommo 
e di una setta fondatore sì celebralo non sia giammai slato retore di 
professione, ossia che insegnalo egli non abbia pubblicamente l'arte 
del dire prima di dedicarsi per amor di guadagno alla Medicina? Ep- 

(i) Pag. j3. 



4i5 

pure io la penso così ; e quantunque 1' opinione dì Plinio venga da ri- 
nomatissimi Scrittori favoreggiata , e tra questi da WanderliudL'n , Mer- 
curiale , Hardiiin , Le Clcrc, Portai, Haller, Cocchi, Tiraboschij pure 
se per simili autorità la difficoltà mi si accresce a dimostrare l' errore 
o dello Storico , o di chi volle interpretarlo , dalle prove che addurrò 
di cotal mio pensamento, sarà illustrata vieppiù, siccome spero, la sto- 
ria di uno de' più celebri uomini che onorarono un tempo la Medicina 
e r Italia. 

Poche notizie ebhimo dagli Scrittori sugli studj del grande Asclepia- 
de. Sappiamo solo che da Prusa sua patria pertossi a Pario, dove l'oc- 
casione gli si presentò di medicare due lussazioni, e dove osservò che 
i pleuritici miglioravano dopo il salasso, ciò che nell'Ellesponto ezian- 
dio gli venne fatto di confermare; laddove in Atene gì' infermi di pleu- 
risia andavano col salasso di male in peggio. Erasi dunque Asclepiade 
fin da' primi anni all' osservazione dedicato delle malattie , e con siffatti 
principi gi^i"S6 i'^ Roma dopo che il popolo romano per il barlìaro e 
sanguinario metodo di Arcagato era contro i Medici e la Medicina for- 
temente adirato. Che se ogni Medico arebbe ben avuto a pensare pria 
d'intraprendere in somiglianti circostanze alcuna cura, assai temer do- 
veane un Grammatico che la facoltà ignorando de' medicamenti si fosse 
per Medico improvvisamente spacciato. Conscio però Asclepiade di tutto 
ciò, e provveduto delle cognizioni che avea nella Grecia acquistate, al- 
tra vide non essere la via per volgere il popolo a suo favore, che il pro- 
porre con eloquente forma una nuova maniera di curare le malattie. Nò 
dee sorprendere, so un moderato sistema di vita al lerro ed al fuoco so- 
stituendo , somma fama si procurò, talché a Mitridate pervenutone il 
grido , arahasciadori , somme ed onorificenze da lui si spedirono per at- 
tirare il Medico di Roma alla Corte di Ponto, ed il popolo romano che 
odio acerbo aveva a'Medici fino allora portato, una statua innalzò ad ono- 
re di lui. 

Tali sono in breve le notizie che abbiamo sulla vita civile del grande 
Asclepiade , e sorpresa quindi recar deve ad ognuno , che se di uno 
stesso Asclepiade intese Plinio di favellare, così diversamente ce ne parli 
ne due luoghi dell'Opera sua a'quali appoggiarono gli Eruditi le proprie 
conghietture, cioè nel capo S"; del libro A'U. e nel settimo capo del libro 
XXVI. E quando pur dello stesso IMcdico ragionasse , forza è conchiu- 



44 

dere ch'ei contraddice se stesso, ovvero che airoccasione di scrivere nel 
vigesimo sesto libro sui Medici e sulla Medicina fessesi Pliuio per av- 
ventura con qualche Medico male impaccialo. Nel libro VII. infatti egH 
dice : summa ( fama ) autem ^sclepiaJi Piusiensi , condita rioi'a se- 
età, spretis legatis et poLlicitationibus Mitrici atis Regis ^ reperta ratio- 
ne , qua vinuin aegris mederetur , relato e funere homine et servato. 
Lodato in simil guisa Asclepiade , come polrassi a lui attribuire ciò die 
leggasi nel capo nouo del libro XXVI? Asclepiade, egli dice, vivente 
a' tempi del gran Pompeo di arti magiche molto si dilettava, e tali erbe 
conosceva , per virtù delle quali l' ira frenavasi del nemico , tosto che 
nel campo avversario fosser gettate , o si saziavano le truppe tormentate 
dalla fame. Ed a tale giunse la derisione , che sembra spiacere a Plinio, 
che di queir erba goduto non abbiano nella guerra di Farsaglia i soldati 
di Cesare da fame tribolati ed oppressi. E non è egli manifesto che 
qui lo Storico di un Asclepiade parlò ben diverso da quello che lodalo 
aveva nel libro settimo, ed essersi ingannati tutti quegli autori che in- 
sieme confusero queste due relazioni? Come infatti di magia tacciar po- 
tevasi queir Asclepiade , s' egli fu appunto che 1' uso interamente allon- 
tanò di que' magici rimcdj , de' quali si era fino a quel tempo servita 
Catone, che a magiche parole ricorrere solca nel medicar le fratture (i)? 
Ne a' tempi del gran Pompeo fiorir poteva 11 ristoratore della Medicina, 
se pure è vero che Pompeo nato sia dodici anni soltanto pria della mor- 
te di Asclepiade ( o quindici , giusta l' opinione di quelli che dicono 
morto Pompeo nel 706 In età di anni 58), tempo in cui né grande 
potea dirsi, né formare nella Storia epoca luminosa. 

Dalle quali cose quantunque chiaramente apparisca non essersi il gran- 
de Asclepiade portato in Roma per insegnare F Eloquenza , e non aver 
Pliuio di uno stesso Medico ragionato ne' citati libri , a maggior prova 
tuttavia di quanto promisi, necessario mi sembra il cercare qual si fosse 
V Asclepiade indicato da Phnio nel libro XXVI. quegli che dalla Retto- 
rica alla Medicina se repente concertit , atque ut necesse erat homi- 
ìii, qui nec id egisset, nec remedia nosset oculis usuque percipienda. 
Plinio noi distingue con alcun nome particolare , quantunque Haller as- 
serisca (2) essere stato il grande Asclepiade clùamato da Pliuio nel hbra 

(1) Blas. Carzophil. Disscrl. misceli, pag. 352. 

(2) Bibtioih. Medie. Tom. I. p,ig. 37. 



4i5 

«eltimo plillophyslcus- Io porto opinione però cLe dell' Asclepiade filofi- 
sico abbia appunto parlalo lo Storico nel libro XXVI; ed avendo a'tempi 
di Pompeo (iorito un Asclepiade di Bitiuia citato da Suida, il philophy- 
■sicus esser non potr(;bbe che rpiesti, tanto più che da Galeno eziandio 
fu distinto dall' altro ed anteriore Asclepiade , distinzione da Rodio nou 
avvertita (i). Asclepiade (il grande), Nlcerato , Scribonio Largo, Coso, 
j4sclepiailae qui phiLophysìcus a naturali rerum studio appellatus est., 
Aristarco e Musa sono i Medici successivamente nominati da Galeno (2). 
Che se Asclepiade Bitlno fosse lo stesso che il philophjsicus , non 
arebbe Celso tralasciato al certo d' informarci della profonda cogni- 
zione che possedea delle cose naturali, e parlato arebbe dell' eloquenza 
sua. E per verità se a' tempi del gran Pompeo all' esercizio egli si die' 
della Medicina , ciò vale lo stesso che dire negli anni di Celso , con- 
ciossiachè la morte di Pompeo è avvenuta nell'anno di Roma no^, men- 
tre Celso scrlvea l'opera sua nel ^Bo all' Incirca. 

Ed Asclepiade filofisico è quegli appunto che , più vicino di età al 
grande ristoratore della Medicina, a Pionia passò per ammaestrare nell'ar- 
te del dire, e dopo la morte dell'altro Asclepiade, la Medicina. Nacque 
in Mirica città della Bltinia, figlio di Diotlrao e discepolo di Apollo- 
nio (3). Falsamente fu detto sectae conditor dal celebre Patin (4), che 
ignorar non potea aver prima di lui fiorito in Roma un altro Medico di 
simil nome. Tale fu sempre però presso gli Scrittori della Storia medica 
la confusione tra questi due Medici, clie dubitasi perfino, se Plinio o 
Suida abbia colpito nel segno a riferlrue la morte, senza che abbia 
giammai ricercato alcuno , se dello stesso Medico intendessero li due 
Storici di favellare. 

Vano poi sembrami il confutare un altro argomento per cui asserisco- 
no alcuni che Retore fosse il grande Asclepiade. Cicerone , dicono essi, 
ce ne assicura: ncque vero Asclepiades is, quo nos medico amicoque 
usi sumus, tuia Cam eloquentia •vincebat caeteros medicos in eo ipso, 
quod ornate dicebat , medicinae facultate utebatur , non eloquen- 



[i) Scribon. Larg. Composti. LXXV. ìitstr. medicorum. Vedi Gronov. Tom. X 

(a) De Composit. pharmac. sec.loc.hih. pag. 881. 

VII. cap. 7. (4) Comment. in anliq. Cenolaph. IMar- 

(ó) Suidae kislorica ctc. Basii. 1 564- pag- ci Anorii Medie. C'tiesar. August. pag. 

i46. Petri Castellani f^itae veierum ac il- 443- 



4itì 

tia (i). E poiché da Goccili, da Bianchini e da Bianconi fu dimostrato 
essere Crasso che nel Dialogo di Cicerone parlò di Asclepiade, non so 
comprendere perchè da qualche recente Scrittore l'error seguasi tuttavia 
in cui gli altri erano caduti (2). E lodandosi pur da Crasso nel Medico 
di Roma l' arte insieme del Medico e la facondia , ne verrà egli forse 
perciò che un maestro fosse di Rettorica , titolo con cui Leonardo da 
Capua il deride? Non può forse il Medico di altre cognizioni adornare lo 
- spirito, e l'erudizione professare e l'Eloquenza (5)? Lo scorso secolo, per 
non ricordare più maravigliosi esempj e più antichi , Medici ebhe che 
naturalisti furono ad un tempo valentissimi, eruditi, auiiquarj , chimici, 
botanici, matematici; siccome molte persone che la Fisica professarono, 
la Storia naturale e l'Eloquenza di qualche medica cognizione non isde- 
guarono di arricchirsi. 

Se dunque il grande Asclepiade non si portò in Roma per professare 
r arte di ben parlare, se a torto confusero gli Storici due Medici della 
stesso nome , formandone un solo , se Asclepiade fdofisico e quello che 
professò la Rettorica in Roma prima di darsi alla Medicina, lo che viene 
attribuito al grande Institutore dell'arte salutare, e se lutto ciò fu da me 
bastevolmente dimostrato, io spero che non solo apparirà ragionevole il 
sospetto in cui era Bianconi, ma che, dimostrando non essere forse l'er- 
rore proprio di Plinio, ma di quelli che d'interpretarlo pretesero, avrò 
in qualche modo contribuito a rischiarare la storia del più grande uomo, 
che vanti la Medicina degli Antichi. 



{0 De Oratore Lib. I. §. i4- 

(a) Blumenbach Jntroduct. in fast, medie, litterar. §. 57. pag. 49> 

(3) Ciccr. De Oratore Lib. II. §. 9. 



4*7 



SOPRA LE MONETE ARABE EFFIGIATE 



MEMORIA 



DELL' ABATE SIMONE ASSEMANI 



i^ u lina sorpresa pegli Antiquarj , allorché videro la prima volta mo- 
nete arabe effigiale. Ben sapendo essi l'odio che portano i Maomettani 
alle immagini, pareva quindi, clie siffatte monete fossero in contraddi- 
zione coi principi della setta maomettana. 

Verso la metà del secolo ora scorso si pensò finalmente d' esaminare 
e spiegare questo, dirò cosi, paradosso monetario, che metteva a tortura 
1 cervelli de' buoni Antiquarj ; ed al celebre Accademico Parigino M.' 
Barthclemy attribuisce il dotto signor Adler lo scioglimento di questo nodo: 
Diu nos vexavit earum origo, et explicalio, usque duin in erudi tam 
Bartheleinii de figuris illis dissertationem iiicidiinus. V. Mus. Cuficum 
Borgianum Velitris Roma; 1782 p. 25, e la Dissertazione del Barthelc- 
my sur Les medailles arabes, inserita nel tomo XXVl. delle Memorie 
dell'Accademia delle Iscrizioni. Ediz. di Parigi i'/49» p- ^67 e seg. 

Io pure ho seguitato 1' opinione dell' Adler e del Barthelemy j e 
però nella illiisirazioue della moneta del Re Orlokida Facreddin Cara 
Arslan , scrissi quanto segue : m dovendo ora riferire varie monete effi- 
■jgiaie, credo ojjpoituno indicare per qiial ragione vi si veggano delle 
>. immagini, non ostante che ciò sia contro le leggi maomettane. Nel tcra- 
» pò delle discordie e guerre civili fra i Caliti e i Governatori delle cit- 
» th, alcuni fecer partilo, e vedendo ogni cosa favorevole ai lor disegni, 
)i ridussero le più belle provincie in lor potcrej quindi 1' impero del Ca- 
» lifa si divise in più regni, e ciascuno a>ca il suo So\rano , il quale si 
» arrogò il titolo di Re , e 1' aulorità regia di batter moneta . . . /VJcuui 

55 



» però di codesti Re , o per un certo rispetto al Califa , o per facilitarne 
» il corso in ogni parte , faceauo porre nelle monete oltre il loro nome 
» quello del Galifa ancora ; altri poi non curandosi punto del Califa vi 
» ponevano il lor nome soltanto , come in questa moneta di Facreddin. 
» Niuuo dunque deve farsi maraviglia nel vedere delle effigie nelle raone- 
» te di questi Re, i quali nulla curando le leggi e le tradizioni, vollero 
» adornare le lor monete d' immagini ad imitazione de' Greci , e di altre 
» nazioni : e siccome erano ignorantissimi gli artefici, cosi ricopiavano 
» essi gì' impronti delle monete greche e latine , come lor capitavano 
» nelle mani, e quindi ne derivarono quelle ridicole e stravaganti cou- 
» traddizioui che si osservano in tali monete fra 1' effigie , e l' epigrafe 
)) arabica. V. Mus. Cufico Nauiano P. I. pag. XXXI. » 

Così allora scrissi seguendo il parere del Barihelemy e dell' Adler , i 
sentimenti de' quali li feci divenir miei con dare alla materia maggior 
peso e chiarezza , e la moneta stessa di Facreddin sembrava una coit- 
ferma di ciò che asseriva. Imperciocché rappresenta da una parte una 
Vittoria alata in atto di camminare, con in mano una tavoletta, in cui 
vi è scritto: VOTA. XXX. ed all'intorno si legge l'epigrafe mal copiata 
VICTORIA CONSTANTINI AVG. Nell'altra parte poi vi è scritto iu 
carattere cufico : Il Re, il Dotto, il Giusto Facreddin Cara Arslan figlio di 
Davidde, figlio di Ortok(^\). In un'altra simile dello stesso Re, che esiste nel 
Museo Pisani a santo Stefano di Venezia , vi è il molo XX. ( vicennalia) , 
e sotto la Vittoria è scritto SIS cioè Siscia città della Pannonia. Or che 
ha che fare codesto rovescio delle medaghc di Costantino eoi Re turco 
Facreddin Cara Arslan , il quale regnò iu Chifa , e mori l'anno dell' egi- 
ra 562, cioè di Gesìi Cristo 11 66? Per la qual cosa il nostro parere 
sembrava dimostrato quasi all' evidenza. Ma essendosi scoperte di poi 
molle altre monete effigiate, alle quali non si può applicare la suddetta 
spiegazione ; perciò couvien cercarne un' altra , il che formerà il sog- 
getto di questa Dissertazione. 

Il signor Adler nella P. II. del Museo cufico borgiano ritrattò mol- 
te cose che per Iscarzezza di monumenti avea avanzate nella prima Partej 
ma però riguardo alle monete effigiate rimase costante nella sua opi- 
nione , e siccome il Barthelemy nella lodata Dissertazione avea detto , 



4^9 

clie « toutes Ics fois, qu"oii troixvc de iiK'daillfis araLos, cliargóes de 
» figiircs , on peut ctre assuré qu'ellcs u'ont óié frapées ni pour le Cali- 
» phes, ni pour des Musulmans rigides » /oc. cit. ; perciò il signor Ad- 
ler aveudo trovato uua moneta d' argento del Museo borgiano , nella 
quale da amendue le parti vi è espressa la figura di un animale simile 
al coniglio colla seguente iscrizione : yiliinam Moctader hlllah Giufar 
(i) che è il nome del XVIII. Califa Abbaslda di Bagdad j egli appoggiato 
alla suddetta asserzione dell' Accademico francese, non vuole ricono- 
scerla per vera moneta battuta dal Califa , di cui porla il nome ; ma la 
giudica una medaglia, di cui, come ei dice, non saprebbe render ra- 
gione per qual motivo sia stala coniata , e cita un passaggio dello 
Storico arabo Sojutì, iu cui si fa menzione di certi animali chiamali 
^«Ì2rti, che l'anno dell' egira 3o4, cioè dell' era volgare C)i 6 gran spavento 
recarono agli abitanti di Bagdad, e termina con dire » vidcaut Eruditi, 
*i au forte narratio Sojutil iu his teuebris lucerà aliquam accendere queat » 
f^. Mus. Cufic. Borg. Velltris. P. II. pag. 48- 11 Califa suddetto regnò 
dall' anno egiriano 2g5 al 52o, cioè di Gesù Cristo go-y — qSs. Di più 
alla pagina 1 1 5 di quesi" Opera il signor Adler di bel nuovo esamina 
r affar delle monete effigiate in un capitolo 'inù.\.o\d,io: Excursus III. De 
iiuinìs arabicis iinagiiiibus exornatis. Io ne darò qui il irassuuto. 

Mi sia lecito ( ei dice ) di brevemente esporre iu questo luogo cioc- 
ché più a proposito mi sembra, e più confacentc ad illustrare questa 
materia. E primieramente dalle monete che abbiamo illustrate vicn con- 
feimato quello che dopo Reisk osser\arouo tutti gì' iuteudcnli della mo- 
netaria arabica , cioè , che le effigiate non comparvero presso 1 Mao- 
mettani prima dell' uudeclmo o duodecimo secolo di Gesù Cristo ; laonde 
a questo periodo appartengono tutte quelle che ci sono note. Vi sono 
alcuni Scrittori arabi, i quali fanno montare l'antichità delle monete 
effigiate sino ai primi tempi de" Califi j ma queste monete, seppur vi 
furono, saranno slate coniate sotto gh auspizj di que' Calili , come la 
nostra sullodala al N.» XXYIII. di Aliman Moctader Bdlah Ciujar, 
non però come monete correnti, ma come medaglie, o monete di ri- 
cordo, sed rmmisnuila erant 'vel numi meinorinlcs. Peitanto non puossi 
più dubitare degli autori di queste monete, dopo che ima ben ragguar- 



430 

devole serie di esse vide la luce, e fu illustrata da uomini eruditi. Or 
dopo averle io contemplale tutte, ed esaminate con attenzione, non 
posso far a meno di non stabilire che dette monete fiuono battute dalle 
sole dinastie turche , specialmente dai Selgiukidi , Atahekl , Zeiigidi , 
e Ortokidi. Per la qual cosa essendo i Turchi d' origine nomadi e bar- 
bari, dopo aver essi occupate le provincie maomettane, ne abbraccia- 
rono la setta, ma non per altra ragione, che per secondare le circo- 
stanze del tempo ; e però non doveano essere attaccatissimi ad essa : ed 
è noto il proverbio che correva fra gli Arabi ed i Persiani : Turca li- 
cei Doctor sit legis Muhammedis , barbanis tamen est , et morte tol- 
lendiis. Qual maraviglia dunque , se questi Principi barbari abbiano po- 
co o niente fatto conto della tradizione e della legge maomettana, clie 
proibiscono qualunque specie d'immagini? La ragione poi, che mosse 
questi Principi ad adornare con figure le loro monete , si deve ripetere 
da varie cause , e specialmente dalla vicendevole corrispondenza che 
passava fra essi e gì' Imperatori greci j come pure fra i Principi ed i 
Generali 4elle crociate , mentre di continuo alternativamente provoca- 
vausi gli uui e gli altri a micidiali disfide. I Selgiukidi aveauo esteso il 
loro dominio quasi ai confini di Costantinopoli: i Zengidi erano sempre 
in guerra coi Franchi, ed i nomi de Sa/igui/ii e de'Noradini, cioè di 
Zengi e di Nureddin sono assai frequenti nelle Storie delle crociate. 
Gli Ortokidi or amici ed or nemici inquietavano spesso i franchi Prin- 
cipi d'Antiochia e di Edessa: e siccome per lo più avviene, che i vinti 
apprendino e imitino i costumi de' vincitori e viceversa; così da ciò 
ripeter devesi la causa che mosse i delti Principi turchi a far coniare 
le proprie monete con effigie ad imitazione di quelle degl' Imperatori 
greci. Finalmente il signor Adler a tre classi riduce le monete effigiate. 
Alla prima , die' egli , appartengono tutte quelle che hanno 1' impronto 
di monete greche. Essendo barbara quella razza di gente , che ne lette- 
re conosceva , ne arti, ma solamente la spada, ed essendo continuamente 
in guerra , non avea quindi ne tempo , né ozio per pensare a nuovi im- 
pronti , e per inventare nuove immagini e nuovi simboli; laonde prese 
il partito più facile di ricopiar, cioè, il simbolo o l'immagine di quelle 
che le capitavano nelle mani , senza abbadare al ridicolo che ne risul- 
tava tra r iscrizione arabica e l' impronto ricopiato. Alla seconda classe 
poi spettano quelle monete, nelle quali vi è espressa l'effigie del Pi'ia- 



421 

cipe turco. Flualmente quelle della terza classe rappresentano qualche 
fatto storico. Questo è tulio ciò che scrive il lodalo signor Adler su 
questa materia. Vediamo ora cosa ne pensa il celebre prcrfessor di Ro- 
sloc signor Olao Gerardo Tjchsen. 

Questo dotto uomo nella sua eccellente Opera Introductio in rem 
ìiwnariam Muhammeclanoruin : Rostochii 1794 ^'l"* pagina 90. nel §.Vn. 
in titola lu : Z>e numis imaginei exhibentibus disquisitio-, esamina le ragioui 
surriferite dell'Adler, e dopo averle rigettate, propone la sua opinione. 

Essendo tulle le monete degli Alabeki , Zengidi e Orlokidl coniate 
con cnigic, perla qualcosa, dice il signor Tychseu , fa d' uopo investigare 
di proposito, e le cagioni i-iccrcare di lai fatto che maraviglia reca e 
sorpresa. Nou v' è alcuno, che ignori l'odio de' Maomettani contro le 
Inmiagini, e lauto gli Antichi, che 1 Moderni sono costantissimi su que- 
sto punto, riguardandole come cose idolatriche, solennemente proibite 
da Maometto nemico dichiarato dell' idolatria. Ma pur è ceno , e se ne 
vedono nei Musei monete effigiate, nelle quali cou lettere arabiche son- 
vi scritti 1 nomi di Principi maomettani ; laonde par che il fatto contra- 
rio sia all' opinione generale , che slnora si è avuta dell' odio de' setlarj 
di Maometto contro le immagini. Reisk, Eichhorn , e particolarmente 
r Adler incolpano la barbarie di que' Principi che d' origine turchi e 
barbari , fallisi forse più per politica , che per persuasione seguaci del- 
la legge di Maometto poco , o nulla curavansi di osservarla. Certa- 
mente siflalta opinione dai suddetti uomini illustri sostenuta, ha tutta l'ap- 
parenza d'esser vera, tanto più, che le monete in questione compren- 
dono la sola serie de'Priucipi Ortokidi ed Alabeki, i quali appartengono 
alla famiglia de'Selgiukidi, da cui derivò la loro grandezzaj ma ciò pro- 
va eziandio , che non a caso , ma a bella posta sono state coniate eoa 
efiigie. Io peraltro, prosegue il Tychsen , non son convinto da queste 
apparenti ragioui sopraccennate , uè posso essere del parere di questi 
Eruditi. Imperciocché niuu v'ha che possa dubitare, che que' Turchi, 
cioè, gli Alabeki ed Ortokidi , educati nella corte di Principi maomet- 
tani , e poi innalzati alle prime dignità , ed alla sovranità , non fossero 
imbevuti di queUo stesso odio che nudrivano i detti Principi maomet- 
tani contro le immagini, mentre sino al giorno d'oggi sono di esse i 
pili dichiarali nemici, e non lo sarebbero certamente , se i loro mag- 
giori , de' quali sono tenacissimi nel ritenere i costumi , avessero avut* 



422 

l'uso d'adornare d'immagiui le loro monete j clic anzi lani' oltre arrivò 
la religiosa circospezione di codesti Principi che pretendousi barbari, 
irreligiosi, che proibirono sin d'inserire nelle loro monete il solito sim- 
bolo, o sia professione di fede maomettana, ed i versetti del Corano, 
acciò non vengano da mani impure profanati. Così pur fecero gì' Impe- 
ratori tartari del Mogol, de' quali si potrebbe asserire lo stesso riguardo 
all'origine barbara; ciò non ostante scevre da immagini sono le lor mo- 
nete. Che se anche si' volesse accordare esservi stato qualcuno di essi 
Principi turchi, che siasi dato alla gola e a Venere, non che tanto dis- 
soluto ed irreligioso j che ninno scrupolo si facesse rapporto alle imma- 
gini , contuttociò avrebbe dovuto aver molli riguardi , e somma cautela 
per porvi nelle sue monete delle figure, per non dar motivo ad una ri- 
volta , e metter in pencolo la sua vita con siffatte novità abborrite e 
detestate dai sudditi. Allorché il Soldano Giijateddin Jiglio di Caico- 
bad dinasta de' Selgiukidi d'Iconio, perduto nell'amore di sua con- 
sorte figlia del Principe di Giorgia , scolpir volle la di lei effigie nelle 
sue monete, gli fu insinuato di porvi invece il di lui oroscopo, cioè il 
Sole nel segno del Leone, ed egli prudentemente s'attenne a questo 
consiglio : T'eggasi Abulfaragio nella Storia delle Dinastie pag. 48'^ e 
5i3: perciocché il rappresentare le figure delle costellazioni uon é vie- 
tato, prova di ciò è il Globo celeste arabico del Museo borgiano, in 
cui vi sono espresse tutte le figiu-e dello zodiaco. Dal sin qui detto ne 
segue, che non è cosa certa e provata, che le monete effigiate in que- 
stione abbiano veramente avuto origine, e per autori que' Principi tur- 
chi per le ragioni addotte dagl' Illustri Rcisk , Eichhorn e Adler. In- 
fatti le monete d' oro e d' argento battute dai Selgiukidi sono prive di 
figure , come sono quelle che pubblicò lo stesso Adler , le quali sono 
state coniate in Iconio, ed in Sivas negli anni dell'egira 617 al 656, 
cioè dell'ora volgare 1220 al i256. Dal che chiaro apparisce, che que- 
sti Principi non aveano costume di adoruare d'immagini le lor monete; 
ma bensì era un tal costume presso i Principi cristiani loro vassalli. 
Avendo i Dinasti Selgiukidi conceduto ai suddetti Cristiani il jus di 
batter moneta, colla condizione però di riconoscere il loro alto dominio 
con inserirvi i nomi di essi Dinasti, lasciarono poi nel resto, che vi 
ponessero ciocche volevano simboli, figure, iscrizioni arabiche, gre- 
«he, o latine. Or da questo, non da altro fonte ripeter devonsi le 



%3,Z 

varie, e diverse, e slravaganii figure che ci preseutano detie monete di 
aquile con due teste, di elefanti, di cigni, di pesci, di teste con coro- 
ne , con tiare , con berrette , o cappelli coperte , di cavalli , d' uomini a 
piedi, o seduti, ed altre di (al genere degne soltanto di greco inge- 
gno, e troppo opposte e lontane dai costumi maomettani. 

In prova di ciò che asserisce , cita il signor Tychsen una Bolla del 
Sommo Pontefice Innocenzo IV. riportala da Oderico Raynaldi nella sua 
Continuazione degli Annali ecclesiastici del Baronlo all'anno i255, Tom. 
XIII. §. 52, p. 635 e seg., nella quale il lodato Pontefice approva la 
scomniunlca che il Vescovo Tusculano Legato della Santa Sede avca 
fulmluata contro quei Cristiani che nelle monete vi inserivano il nome 
di iMaometto,e gli anni dell'egira: Transmissa nobis iiisinualione mon- 
strasti ( cosi il Papa scrive al detto Vescovo ) , (juad cimi libi liquido 
constitisset , quod in bisanciis , et drachmis , quae in Acconensi , et 
Tì'ipolitana civitatibus fiebant , a Christianis noinen Machometi , et 
qnnorwn a nativitate ( Fugae ) ipsius numerus sculpebantur , tu in 
Oìiines illos , qui nomea et nuinerum ipsa in bisanciis , et drachinis , 
si^'e in auro , sive in argento sculpeient de caetero , vel scalpi Jace- 
rent in regno Hierosoljmitano , Principatu Antiocheno , ac comitatu 
Tripolitano , cxcommwiicationis sententiam promulgasti ; quare petisti 
ut eandem sententiam robwfaceremus fiimitatis debitum obtinere. Nos 
igitur attendentes non solum indignum esse , sed etiam abominabile 
hujusinodi hlasphemum nomea tam solemni memoriae commendare , 
viandamus quatenus sententiam ipsam facias auctoritate nostra su- 
olato appellationis obstaculo ìm'iolabiliter obsercari. Dat. Perusii XI. 
id. februarii anno X. 

Per la qual cosa osserva il signor Tychsen , che le monete da noi 
conosciute, tanto quelle che hanno l'effigie ripercossa, (juaiito le altre di 
nuovo conio, alla classe di medaglie piuttosto, che di monete apparten- 
gono, e che sono tutte del secolo XIII. dell' era volgare, in cui fu ema- 
nato il soprascritto editto: e siccome i Cristiani or vincitori erano, ed or 
vinti j cosi è facile a intendersi ciocche nell'uno e nell'altro caso dovea 
av\enire, cioè , se essi erano vincitori batte\auo dette monete con quelle 
iscrizioni in grazia de' loro sudditi maomettani , e perchè abbiano facile 
corso nel commercio: se poi erano vinti , allora non già di lor sponta- 
nea volontà , ma per comando de' lor nuovi padroni battevano quell© 



44 

monete cariche d' iscrizioni, di titoli ampollosi , che con tanta profusione 
Icggonsi in esse monete, le quali poi ai loro tiranni offrivano per con- 
ciliarsi la di loro grazia, e però pensarono di farle tutte di rame, di 
poco prezzo. 

Pubblicò poi il signor Tychsen nell'anno 1796 un supplimento alla 
citata sua Opera , con questo titolo : Olai Gerhardi Tjchsen introdu- 
ctionis in rem numaiiain Muhammedanorum additamentum I. In que- 
si' Operetta alla pag. 58 e seg. risponde ad alcune obbiezioni fattegli, e 
panicolanneute riguardo alla Bolla citata del Papa Innocenzo IV. Io bea 
volentieri coucedo, die' egli, che in detta Bolla son nominate le monete 
soltanto di Tripoli e di Accone , delle quali però neppur una si è sco- 
perta finora. Ma se la Bolla parla delle sole monete battute in quelle 
due città , non ne viene la conseguenza , che le monete che dicousi 
battute nel Mosul^m Hesn Caifa, in j^mida ec. non siano veramente 
uscite dalle zecche di Tlberiade e di Accone per uso de' Franchi, i 
quali erano vassalli degli Zengidl e degli Ortokidi. Comunque sia dalla 
Bolla si sa , che i Cristiani battevano somiglianti monete : appartiene poi 
a chi sente il contrario di provare , che veramente siano stale dette mo- 
nete battute dai Principi Zengldi e Ortokidi , quorum orthodoxiam 
nemo in suspicionem vocavit ( cioè erano perfetti Maomettani ): ovvero 
notas indicci, quibus eos non modo rite judicare, sed etiàm veris suis 
auctoribus assignare possimus- Termina con dire : Ad figuras quod at- 
tinet in hic numis conspicuas , ìion alìae mihi esse videntur , quam 
vassalLorum Christianorum partim insignia gentilida K. C. Àquilae 
bicipite s , Cj'gni, Elephanti , Centauri , partim emblemata T^.C. Tlrgi- 
num , f^irorum. etc, figurae , quae scutorum suorum areis, memorabilis 
facti causa aggregata , numis quoque suis inscribere nulli dubitai'e- 
rint. 

Il sin qui esposto è tutto ciò che sinora è slato dotto e scritto in- 
torno alle moBele arabe effigiate ; mi si permetta ora, che anch' io espon- 
ga un mio nuovo sentimento su questa materia. 

E prima di lutto lo trovo assai forti e giuste le ragioni addotte dal 
Tychson contro l'opinione dell'Adler la quale è conforme a quella del 
Reisk e dell' Elchhorn ; poiché nò il signor Adler, né verun altro po- 
trà addurre alcun fatto storico , con cui si dimostri, che i detti Prin- 
rini turchi non furono buoni Musulmani osservanti della legge e tra- 



425 

dizioue maomottana; che anzi l' opposto rilevasi da tutti gli Storici che 
scrissero le loro gesta: e poi uuii regge aflalio l'argoineuto su di cui 
egli, il signor Adler, appoggia il di lui parere, cioè, perchè erano di 
origine barbari , e perciò erano poco attaccati alla religione y la con- 
seguenza, come ogtìun vede, non è legltlima , e se uè potrebbero ad- 
durre molli esempi in contrario. Saladino , per esempio , e tutta la sua 
stirpe Ajubita erano d'origine barbara, o barbari erano i Tartari del 
Mogol , eppure è certo , cbe furono gli uni e gli altri divoti e scrupo- 
losi Maomettani. Gli Ottomani che ora regnano in Costantinopoli noa 
sono forse d'origine barbara? coututtociò chi mai negherà che siano 
religiosissimi Maomettani? Chi ha detto poi al signor Adler, che i detti 
Principi turchi Aiabeki, Zengidi e Oriokidi abbracciarono la setta mao- 
mettana per secondare le circostanze del tempo piuttosto , che per per- 
suasione ? La storia dice tutto il contrario , cioè che furono prima edu- 
cali nella corte de' Selgiukidi Principi maomettani , che iu seguito di- 
veuner essi educatori e maestri de' figli de' lor padroni , e che poscia 
furono innalzati alle prime dignità, ed alla sovranità. Il nome Atabek, 
proprio della dinastia degli Atabcki,che altro significa se non che mae- 
stro e padre , o sia ajo del Principe ? Finalmente ciocche dice il signor 
Adler: Quod autein i>ulgo accidit , ut vieti victorum , et hi ricissim 
illorum mores iinitentur , id idem occasioneni praebuit Turcis , pecu- 
nia/n snam ad eocempLum numoruni Graecorum , Bfzantinorumque ef- 
fingere : gli si potrà ben concedere , che avvenga rapporto alle costu- 
manze civili, non però in cose che interessino la religione, come l'ar- 
ticolo delle immagini che, a parer suo, souo cose idolatriche, abborrite 
e detestate dai Maomettani. 

Passo ora ad esaminare l' opinione del signor Tychsen. SecondtT que-. 
sto dotto professore, tutte le moneta sinora credute degli Zengidi, Ata- 
beki e Ortokidi, non souo vere monete, ma medaglie battute dai Prin- 
cipi cristiani , ed offerte in dono ai suddetti Principi turchi in seguo 
d'omaggio e vassallaggio, e le figure che in esse si osservano, non 
son altro che insegne e stemmi degli slessi Principi cristiani. Io non 
posso sottoscrivermi a questa singolarissima opinione: Ebbene, die' egli, 
.se non vi piace il mio parere , tocca a voi di provare , che le monete 
in questione siano stale veramente battute da que' Principi turchi , 1' or- 
todossia de' quali nou può rivocarsi in dubbio. Ottimamente. lutaiuo egli 

54 



426 

è cerio, ne può negarlo il siguor Tyclisen, che nelle monete degli Zen- 
gidi , Atabeki e Ortokidi vi sono scritti 1 nomi di essi Principi, e tal- 
volta di altri sovrani pur turchi, e vi è pur in molte inserito il nome 
del Califa capo della religione maomettana; né verun indizio vi è o la 
minima traccia di verun Principe cristiano- 
Dira forse il dotto professore , che le figure stesse sono un chiaro 
indizio, poiché rappresentano stemmi e insegne di Principi cristiani? Ma 
che ? Sarà dunque stemma d' un qualche Principe franco il surriferito 
rovescio delle medaglie di Costantino , che esiste nella moneta del Re 
Ortokida Facreddin ? Lo stesso dicasi della maggior parte di queste mo- 
nete effigiate , ove le immagini in verun modo appartener possono a 
stemmi gentillzj. Veggansi i Musei cufici borglauo e nauiauo, ove pa- 
recchie di siffatte monete sono state pubblicate, che basta ossei-varle con 
r occhio per rigettare l' opinione del signor Tychsen. Finalmente tutto 
ciò che ei dice di vassallaggio e di omaggio de' Principi franchi, può 
riguardarsi come una ipotesi esagerata; mentre tutt'al più consisteva in 
un tributo che pagavasi ai vincitori; cosicché se i Turchi erano 1 soc- 
combenti, lo pagavano ai Franchi , od ai Greci , e viceversa se questi 
erano i vinti lo pagavano ai Turchi. Né io giammai ho letto presso ve^ 
runo Storico di que' tempi, che i Franchi ed i Greci abbiano avuto dai 
Principi turchi il permesso di batter moneta, come suppone il signor 
Tychsen. 

Cosa dunque si dovrà pensare delle monete in questione; mentre 
V uno le vuol battute da Principi barbari e irreligiosi , e l' altro da cri- 
stiani? Le due opinioni sono inconciliabili, e le basi sulle quali si fon- 
dano, sono come abbiam veduto insussistenti. Eccomi ad esporre il mio 
sentimento. 

Dico , e sostengo , che le monete arabe effigiate sono state veramente 
coniate da Principi turchi maomettani, ma non già per le ragioni ad- 
dotte dall' Adler. In alcune di queste monete delle meglio conservate 
yì è scritto il nome del Principe tinco , l' anno in cui furono battute , 
ed anche il nome della città, non che quello del Califa capo della re- 
ligione maomettana dal quale i detti Principi ricevevano l'investitura. 
Per esempio nella moneta LXXXVH. del Museo cufico naniano vi è la 
testa coronala dell' Imperator Costanzo copiata dalle sue medaghe: all'in- 
loroo vi è scritto in arabico : Fu battuto ( questo denaro ) in Jlepp& 



427 

V anno 571 (i) cioè dell'era volgare 1175. L'epìgrafe del rovescio dice; 
AJostadi batnvillah Imperatore de' Fedeli. IL Re Saleh Ismail (2), 
cioè in primo luogo il uome de Califa, e poi del Principe Atabeko Re di 
Alcppo. La storia va d' accordo «olla moneta. L' iscrizione come ognun 
vede nulla ha che fare colla testa dell' Impcrator Costanzo. 

Il Principe Nureddin primo Re d' Alcppo , e padi-e del suddetto Saldi 
Ismail era .della razza degli Aiabeki ZÉCiigidi , vale a dire Turco , barbaro. 
Or vediamo cosa hau lasciato scritto di lui gli Storici orientali. Abul- 
foragio autore «ristiano nella sua Storia delle Dinastie cosi scrive; » An- 
\> no quingentesimo sexagesimo nono obiit Nureddin Malmiud ebu Zengi 
» eba Ocsenlvar, Syriae regionum, Mesopotamiae , et Aegypti dominus, 
>i die mcrcurli, decimo quarto Scivali, quo non alter erat Inter reges 
>) vitae ratloue magis laudabili, aut quae plurlbus justitiae experlmeutls 
» abudarent. Ncque edebat, neque inducbat, nec in usus proprios impen- 
» debat quicquam nisi quod Ipsi provenirci e possessione quadam, quam 
j) parte sua de spoliis ab boste caplis emerat. Cum allquando conquesta 
» esset uxor ejus de inopia, tres illi officinas in urbe Hemesa dedit , e 
j> quiljus quotaunis ipsi circiter viginii aureorum reditus fuerai , quod 
» cum illa pariim putaret; Non est inihi ^ mquit , praeterhoc : quod ad 
n omnia enim quae penes vie sunt , sum ego Moslemicorum Erarius, 
>> nec in iis illós dejraudabo, nec tui gratta gehennae ignem ingrediar 
( Dynast. pag. 267 secondo la traduzione del cel. Pocockio). 11 D'Her- 
belot nella sua Biblioth. Orientai. pog-G-jg, ediz. di Parigi del 97 sotto 
r articolo Noureddin dà un estratto della vita di questo Sovrano , io 
mi coiiientcTÒ di citare il seguente passaggio : » Nureddin mori nel ca- 
» stollo di Damasco r anno dell'egira 669, di Gesù Cristo 1173. Qrresto 
» Soldono è considerato dai Musulmani non solo per uu de' lor più 
)i grandi Principi; ma eziandio per un de' lor santi; perciocché egli si 
» acquistò una grandissima riputazione per la sua giustizia , probità , ed 
» unì nella sua persona il valore colla pietà, le quali due qualità rare 
)i volte sono unite in un medesimo soggetto. Lo Storico Ben Sciunnah 
sparlando di Nureddin dice, che egli univa la grandezza d un atwna 

(1) HiXilM-Aà.^ O-UUm^ Jo>.' £u> u^.^ V^ 

(2) ìJmaJi «aJUJI liXk'O'W O.Jj<^^^i\ j^\ eW\ ^[3 ^iai.«»»-JI 



428 

» incomparabile col piìi profondo abbassamento di cuore avanti il 
» suo Dio. allorché egli pregava nel tempio , sembrava ai suoi 
» sudditi, che un Santuario fosse dentro un altro Santuario. Dicesi, 
» che passava molte volle tutta la notte iu orazione , ed in mezzo alle 
» sue ricchezze egli non si stimava, che come im depositario del tesoro 
» pubblico , dal quale prendeva una picciolissima parte per le spese di 
» sua casa , di maniera che i di lui domestici si lamentavauo spesso di 
;> non aver tutto il sufficiente pei loro bisogni. Egli fondò collegi ec. » 

Eppur, chi lo crederebbe? Questo santo Sovrano maomettano ha 
battuto monete effigiate , e lo stesso signor Adler ne pubblicò una del 
Museo borgiano N. XLIV. Dunque la di lui opinione rapporto a sif- 
fatte monete fondata priucipalmeute sulla barbarie e poca religione dei 
Principi turchi è contraddetta dalla Storia e dal fatto. Ho voluto ci- 
tare queste due monete dei Pie Atabeki Saleh Ismael colla testa di Co- 
stanzo Imperatore in prova contro il parere del Tychsen, e Nureddiu 
Mahmud contro 1' Adler. Or tutta la difficoltà consiste , escluse le opi- 
nioni e le ragioni dei suddetti due dottissimi uomini , nello spiegare 
come si possou combinare le immagini colla setta maomettana. Io penso 
pertanto, che sull'articolo delle immagini i Maomettani facciano molle 
eccezioni. Esaminiamo più dappresso questo punto , da cui dipende lo 
scioglimento della questione. 

E certo , che nel Corano non sono proibite le immagini di qualsivo- 
glia specie. È ben vero, che nella Sorata II. verso 22 si legge: Ne 
ergo ponatis Deo similitudine s , et vos scitis (i) colle quali parole si 
pretende , che dal Pseudoprofeta Maometto siano state espressamente 
proibite tutte le spezie d' immagini di cose animate j poiché la voce 
nidd adoprata da esso Pseudoprofeta iu questo luogo significa simile , 
similitudine, simulacro, immagine; ma come ben avverte il dotto P. 
Maracci revera hic nihil aliud improbatur , quaiii idolatria, seu plu- 
riuin deorum cultus: e questa spiegazione è conforme al sentimento 
del suddetto versetto: ne ergo ponatis Deo similitudines , idest varias 
species , et vos scitis unum tantum esse Deum. Maometto dichiaratosi 
nemico dell' idolatria , distrusse tutti gì' idoli del Delubro meccano ; e 
poiché la massima parte degli Arabi era ancora idolatra, perciò proibì 

(i) Corano Sur. II. v. zi. of^^ì r-^->'j !ol<^-»l *Xi lj-la»i s.^.» 



439 

In questo versetto ogni spezie di similitudine , simulacro ed immagine 
che rappresenti qualche delta , avendo egli insegnato ai suol seguaci , 
che Dio è unico , immateriale , cui ripugna ogni forma sensibile , ma- 
teriale. 

So bene, ed a tutti e noto l'odio che portano 1 Maomettani alle 
immagini ; ma conviene esaminare , se sempre le odiarono indistintamen- 
te, senza eccettuarne alcuna. La Storia ed i fatti ci serviranno di scorta. 

Kemaloddln Aldemiri celebre Scrittore maomettano nella sua Storia 
naturale degli ^'//limali , di cui io ho dato un co^jloso estratto nella 
Parte II. del Catalogo de' Codici manoscritti -orientali della Biblioteca 
naniana al N." CXVI. pag. 3oi cosi el scrive giusta la mia traduzione, 
di cui può vedersi il testo arabico riportato alla pagina ^^5. » Ebu 
» Saad nel libro Tabacat riferisce la seguente tradizione: fu presentato, 
» ei dice , in dono al Profeta Maometto uno scudo , in cui v' era scol- 
» pila la figura d' un agnello; Maometto pose la sua mano sopra la 
> figura, e Dio la fece svanire. Un'altra tradizione dice, che Maometto 
» avca uno scudo in cui v' era 1' effigie d'un agnello ( senza far menzione 
» del suddetto miracolo ). Finalmente una terza tradizione presso lo stes- 
)) so autore dice , che nello scudo di Maometto v' era espressa la figura 
» d' un' aquila ; e però egli avea questo scudo in abbomiuazioue ; ma Dio 
V fece svanire la figura : quest' ultima tradizione è la più vera » . Sin qui 
Aldemiri che cita l' autorità di Ebn Saad , il quale è considerato dai 
Maomeiiani come un de' più accreditati Padri tradizlouarj , o slan racco- 
glitori de' fatti e detti di Maometto. La stessa cosa riferisce Abulfeda 
nella vita del Pseudoprofeta Veg. ^nnales Moslemici arabice et la- 
tine Tom. L pag. ig4 edizione dell'Adler HaJ'niae 1789. Or tolgasi 
dal suddetto racconto il miracolo inventato da Ebn Saad, ed atteniamoci 
alla semplice Storia ; essa ci dice chiaramente , che Maometto avea uno 
scudo nel quale vi era scolpila 1' effigie d' un agnello , e forse ne avea 
un altro colla figura di un' aquila. Se Maometto avesse avuto in odio 
ogni specie d'immagini, o non avrebbe accettato il dono dello scudo 
suddetto, o l'avrebbe nel momento fatto io pezzi. Dunque Maometto 
non era nemico d' ogni sorte d' immagini, e per conseguenza nemmeno 
lo erano i di lui primi settarj. 

Infatti Malrisi Scrittor maomettano di somma riputazione nella sua 
Storia Delle monete degli Arabi, dice, che Moaviali figlio di Abi 



45o' 

Soffian primo Cali/a Ommiada fece battere monete d'oro , neile quali 
vi era scolpita la di lui effigie , simboleggiata in un uomo cinto di 
spada. Moaviah fu compagno di Maometto. Egli è vero , che i nostri 
Critici mettono in dubbio queste monete di Moaviah, perchè la mag- 
gior parte degli Scrittori orientali stabilisce il principio della zecca ara- 
bica sotto il Califa Abdalmalek V. della stirpe Ommiada. Ma sia pur 
falso il Makrisi nel fissar l'epoca della zecca; non pertanto si dovrà pur 
confessare , che le suddette supposte monete di Moaviah non furono 
dal lodato Scrittore riguardate contrarie alla setta maomettana. Che più? 
Le monete che aveauo corso presso gli Arabi al tempo di Maometto 
erano greche e persiane, le une e le altre effigiate, e Maometto stesso 
ne possedeva e le maneggiava; perciocché si legge presso Abulfeda, che 
egli diede tre dramme , cioè , tre monete d' argento persiane ad un uo- 
mo che diceva d' essergli creditore di tal somma. Veg. la cit. Part. II. 
del Catalogo dei Codd. Mss. Naniani pag. 124. Adunque dalla Storia 
maomettana siamo informali , che uè Maometto , ne i di lui primi se- 
guaci -ebher in odio ogni specie d' immagini. 

Io non nego, che in seguito i Maomettani per la maggior parte odia- 
rono e odiano aucoi-a oggidì con maggior rigore molte specie d' imma- 
gini eh' eiano permesse anticamente; ma la causa di questo rigore ri- 
peter devesi dalle sottigliezze scolastiche de' Dottori della setta, e dalle 
invenzioni fantastiche degl' Interpreti del Corano. Ciò non ostante non 
arrivò mai quest' odio all' eccesso di bandire ogni specie d' immagini. 
Proviamolo coi fatti. 

Nell'Archivio vaticano conservasi un tappeto con varie figure di ani- 
mali . e di Aueeli , e dalla iscrizione cufica fatta a ricamo nello stesso 
tappeto , la quale ora riferirò , rilevasi , che fu lavorato da un Maomet- 
tano sotto gli auspizj, che è lo stesso che dire, per uso del sesto Ca- 
lifa Fatemida d' Egitto MostaalibiUah , che regnò dall' anno egiriano 
487, al 495, cioè della nostra era 1094- noi. Ecco l'iscrizione: 

0.;}i^j-^J' />.-«l «lJt> 0-ì'^~>-'^\ r-^<"!-«-II 3>] c'"^' H^^ «-^-l' ^J''^ *^-" <J3 cr'^= «■^■^ 



45i 

cioè » Nel nome di Dio cleiiieute e misericordioso , e non vi è altro 
» Dio che il solo Dio , il quale non ha socio, Muhammede Apostolo di 
«Dio, Ali amico di Dio, cui Dio benedica. Aliman Abulcasea Almo- 
» slaali billah Iniperator de' fedeli : le benedizioni di Dio sopra di lui , e 
j) sopra i suoi genitori puri , e figli illustri ec. » 

Le figure coli' iscrizione di questo tappeto furono disegnate dal signor 
Adler nel suo viaggio di Roma, e dal chiarissimo signor De Miirr fu- 
rono incise in rame, e publjlicate nell'Opera intitolata Inscriptio ara- 
bica eie. PalLii Lnperialis m /^s> Norinilergae 1790. Ecco dunque, che 
nel secolo quinto dell' egira faceansi dai Maomettani figure di animali , 
e di Angeli sotto gli occhi e per uso del Califa capo della religione. Si- 
curamente questo tappeto dovea servire per ornamento, e non già per 
esser calpestalo. Nella stessa Opera riferisce il lodato signor De Mùrr, 
che esiste un Astrolabio arabico nella biblioteca di Norimberga nel 
quale extimus circulus figuvas argento abduclas leonum , griphorum , 
aquilarumqiie pugnantiuin exhibet. Dall' iscrizione rilevasi , che questo 
Astrolabio fu fatto nella città di Nisabur nel Corasau , sotto gli auspizj 
del Re t>3'^l' yj^ jà.it«-j| Alinodhajfer Tahieddin. Questo sovrano era 
nipote del famoso Saladino; morì l'anno 687, cioè dell'era volgare 
1191. Adunque nel sesto secolo dell'egira faceansi pui-e dai Maomettani, 
senza scrupolo, pubblicamente figure di animali. 

11 celebre globo celeste cufico del Museo borglauo da me illustrato, 
in cui vi sono espiesse tutte le figure dello zodiaco, fu fatto l'anno del- 
l' egira 622, cioè di Gesù Cristo laaS, e però nel settimo secolo 
dell'egira dipingevansi ancora immagini di cose animate, e dipingevansi 
non privatamente , ed in segreto , ma pubblicamente , e per uso de' Mo- 
narchi ; polche il dello globo celeste fu fatto per il sesto Re d' Egitto 
della stirpe Aiublte Malek Carnei Muhammed nipote anch' esso di Sa- 
lad'mo. Or questi documenti provano evidentemente, che l'odio alle im- 
magini non fu mai universale presso i Maomettani, e che senza il mi- 
nimo scrupolo faceansi da molti della setta figure d'uomini e d'animali. 
E notisi pure , che la stirpe Ajublta fu sempre attaccatissima al Corano, 
eppure permetteva le suddette figure ne' monumenti testò citati. 

Il sin qui dello sarebbe sufficiente per ispicgare le monete effigiate 
attribuendone la causa non già alla barbarie , e poca religione de' Prin- 
cipi turchi j ma bensì all' opinione , che si avea di) molti , anche de' più 



4^2 

atiaccati alla seita, e sin dagli stessi Califi Pontefici della religione, che 
non erano vietate tutte le spezie d' immagini ; ma quelle soltanto , che 
riscuotono culto e venerazione idolatrica. Non pertanto desidero che si 
dia un' occhiata ai tempi a noi più vicini. 

Io credo , che i Persiani non abbiano giammai sottilizzato sull'articolo 
delle immagini ; poiché i loro libri ne sono pieni. Il solo Codice ma- 
noscritto persiano N." XL. della Biblioteca naniana da me illustrato 
nella parte I. del citato catalogo, contiene 76 figure di non disprege- 
vole disegno ; e quel eh' è più singolare vi è due volte dipinto il Pseu- 
doprofeta Maometto. Il Museo naniano abbonda di monete di rame effi- 
giate di conio persiano, battute parte nel secolo or trascorso, e parte 
neir altro. Se ci rlvoglieremo poi a dare un' occhiata ai Turchi maomet- 
tani, che si credono più rigidi osservatori della setta e della tradizione^ 
neppur presso di essi l' affar delle immagini trova grandi ostacoli. La 
.Storia americana scritta in turco, e stampata in Costantinopoli colle 
solite approvazioni dei Cadì , o sia primi giureconsulti e giudici della 
legge, l'anno dell'egira 11 42, cioè di Gesù Cristo 1729 è piena di 
tavole con figure d' uomini e di animali. Nelle mappe celesti turche 
sono effigiate le costellazioni secondo 1' uso europeo. 

Resta dunque provato dalla storia e dai fatti , che da Maometto sino 
al tempo presente non furono mai bandite universalmente , e indistinta- 
mente tutte le specie di figilre rappresentanti cosa animata. Che se poi 
il volgo musulmano ha in orrore ogni sorta d'immagini, ciò prova sol- 
tanto, che l'ignoranza, il fanatismo e l'odio contro i Cristiani ha po- 
tuto produrre quesl' odio popolare ; mentre dai più colti , dai sobrj e 
spregiudicati Maomettani sempre si pensò diversamente ; come dalla 
storia e dai monumenti riportati abl)iamo dimostrato 5 quindi non reche- 
Vanuo più sorpresa le monete arabe effigiate , e si può con tutta fran- 
chezza asserire, che furono coniate da que' Principi turchi, non perchè 
erano barbari e senza religione, ma perche quelle figure e quelle im- 
magini non le giudicarono contrarie al Corano, uè da Maometto vietate. 
E siccome gli artefici erano ignorantissimi, perciò ricopiavano gì' im- 
pronti delle monete greche e latine come capitavano nelle lor mani ; e 
quindi derivarono quelle ridicole e stravaganti contraddizioni che ab- 
biamo osservato in tali monete fra 1' effigie e l' epigrafe arabica. Alcuni 
artefici però hanno formate immagini de' rispettivi Principi , e simboli di 



4^3 

loro invenzione di rozzo disegno , come può vedersi ne' citali Musei cuf- 
ilci borgiano e naniano. Seuza dunque ricorrere né a congbieiiure , nò 
a ipotesi insussistenti mi pare d' aver sciolto il nodo che recò tanto 
imbarazzo agli Aniiquarj. 

Passiamo ora ad esaminare un altro genere di monete , e cerchiamo 
di sviluppare un'altra questione non meno interessante della prima. 

Io le divido in due specie. Alla prima appartengono tutte quelle mo- 
nete che hanno da una parte il tipo di Leone IV. detto Cazaro Impe- 
pcrator greco con iscrizione cufica da amendue le parti. Ve ne sono an- 
che delle bilingui , cioè con iscrizioni cubica e greca. Le monete battute 
iu Sicilia sotto il governo de' Normanni costituiscono la seconda specie. 
Veggansi i Musei cufici borgiano e naniano, dove parecchie della prima 
specie sono state pubblicate, le quali da principe non si seppe cosa 
fossero ; ma poi dal celebre signor Adler nella parte II. del lodato jMu- 
seo borgiano furono ben distinte e spiegate (i). Della seconda specie 
se ne trovano pure nel due citati Musei, pubblicate ed illustrale da me 
e dal signor Adler. 

Intorno alle monete della prima specie convengono il Tanini, l'Adler, 
ed il Tychsen , che esse furono coniate dagl' Imperatori greci in gra- 
zia del vicendevole conunercio de' sudditi greci coi maomettani; e però 
per facilitarne il corso, e torre ogni ostacolo permisero, che iu dette 
monete vi fosse inserita la solita professione della fede maomettana , la 
quale trovasi in tutte nella maniera medesima , come esiste nelle monete 
dei Califi. «Numi arabici (dice il Tychsen nella citata opera pag. i44) 
» a principibus crlstlanis pieno jure regnantibus signatl , vel meris titulls 
» arabicls' venlunl, vel blllngues arablco-graccl , et latini snnt. Primus 
» omnium numos adhuc cognltos arabicos, et blllngues arablco-graecos 
» nnagiuibus praedltos, vel mercaturae, vel subdllorum causa cudi curavlt 
» Itnperator graecorum Leo IV. Chazares, qui anno Christi 'yjS-'jSo 
» jmperium lenuit » . Nella slessa maniera , come ho detto , pensano gli 
altri due lodali autori ; ma lo , con loro pace , sono di diverso parere. 
Prima però d' esporre la mia opinione , io descriverò le monete in que- 
stione. 

(i) 11 dotto Girolamo T;inini di celebre immortai Opera: Nunnsmatum Imperai. 
meineria fu veramente il primo a conoscere rwitian. etc. ab Anselmo Bandurio edito— 
e ben distinguere queste monete nella sua rum suppìemcnlitm. Romae 1791. 

55 



^54 

1. lu tutte quelle die hanno la sola epigrafe araLica vi si legge la 
professione della fede maomettana , cioè, «o/z vi è altro Dio che il solo 
Dio: Maometto è Apostolo di Dio (i). 

2. In qiialcheduna delle meglio conservate vi si legge eziandio il nome- 
del Califa Abbasida Abdallah Imperatore de' Fedeli (a). Questa co- 
sa fu auclie avvertila dal signor Adler, ma confessa di non poter indo- 
vinare qual sia il Califa ivi nominato 

3. Se eccetiuansi alcune poche, in tutte le altre vi è il tipo dell' Im- 
perator Leone IV. Cazaro. 

4- In alcune vi è scritto in arabico ij(^, ovvero Hra. , cioè Chazer, 
o Chazar , e vi è pure il nome iJ.-»-^ Muhammed , del qual nome dice 
l'Adler. » Quid sibi velit illud Muhammed , ignoro, nisi respiciat ad 
» nomen Pseudo-prophetae, vel triluni illud Muhamraedauorum symbo- 
n ìum. : Muhammed est Apostolus Deii<.. Ma è cosa evidente j che il no- 
me Muhammed non è del Pseudoprofeta, ma del Califa Mohammed 
Mahdi figlio del suddetto Abdallah che succedette al padre , e regnò 
dall'anno dell'egira i58 al 169, cioè di Gesù Cristo 775 al 785. 

5. Alcune di queste monete sono bilingui, cioè con epigrafe arabica a- 
greca. 

6. In molte vi è il nome della città dove furono coniate , cioè Ke- 
nesrin. Damasco, Aleppo , e Mesra o sia Egitto. 

7. Finalmente esaminando con attenzione la scrittura, vi si ravvisa una 
qualche diversità nella forma de' caratteri fra le monete battute in Egit- 
to, e quelle di Damasco; per altro ne ho vedute due battute in quest'ulti- 
ma città affatto simili all'egiziane. Nel resto ninna varietà vi trovo nella 
forma de' caratteri tanto di quelle di Damasco, che di Kenesrin , e di 
Aleppo. I caratteri poi di tutte queste monete sono pessimi, e talvolta 
illeggibili; mentre in quel secolo la scrittura cufica era assai elegante. Io 
ne posseggo quattordici , che insieme colle già pul)ldicate mi servirono 
per fare le suddette osservazioni. Ecco poi le mie riflessioni che ben 
volentieri assoggetto al giudizio de' miei due illustri e dottissimi amici 
Adler e Tychsen , e degli altri eruditi. 

I. GÌ' Imperatori greci nulla possedevano nelle città dove furono co- 

(i) *AJÌ ^^>.^j J^^:^^ JJI Ì\ «J( i' 

(2) , o-.-^j"*--!^ ^i"^ *'^-'' '^■^* 



455 

iiiate le suddette mouetc. E^-itto , Damasco j Aloppo e Kencsriu erano 
sotto il dominio assoluto del Callfa ALbaslda. Come dunque l'Imperator 
greco polca egli nell'allrui doniiulo Lalier moneta col di lui tipo, e col 
suo uome ? 

2. SI può con sicurezza afTermare, che 1 Califi ALLasidi non coniaro- 
no le suddette monete. Nemici capitali de' Greci e de' Cristiani , come 
mai si può credere , che abbiano ucUe loro monete fatta scolpire l' effi- 
gie del loro nemico giuralo , ed il nome da loro tanto odiato di Leone 
Cazaro ? 

3. Finalmente lo rimarco, che tutte queste monete sono di rame, pic- 
cole quanto un soldo veneto ; or le monete di tal sorte non servono 
per commercio fra due differenti Stati , ed al più hanno qualche corso 
nei confini. SI coniano queste piccole monete di rame per commodo 
de' privali, e specialmente de' poveri ed In grazia de' piccoli bisogni, e 
per lo più il loro corso non è molto esteso, cambiandosi talvolta il lor 
valore passando da una provincia all' altra del medesimo Sovrano. 

Or queste riflessioni mi convincono a seguo, che lo le giudico false, 
vale a dire monete di contrabbando , baiuile da alcuni scellerati falsarj 
siano essi greci , come sembra piìi probabile , o siano maomettani poco 
importa 11 sapere. La maggior parte lo credo che sia stata battuta con 
falsa data di ciltii. La paleografia mi dà Indlzj quasi certi , che siano 
d'una medesima officina, od al più di due fra loro associate. Simili mo- 
nete saranno slate fiullvamcnle esitate da quegli scclleiail ne' due dominj 
cioè dell' liuperator greco e del Callfa. 

Farò qui una breve osservazione sul proposito di queste monete. Ab- 
biamo detto, che in alcune di esse vi sono i nomi di Abdallah, e di 
Chazar , cioè del secondo Califa Abbasida yibu Giafar Mansor Abdal- 
lah fissilo di Miihanimed , e dell' Iniperator greco Leone IV. Cazaro. Il 
Califa Abdallah principiò a regnare l'anno dell'egira i36, di Gesù Cri- 
sto 7/(9? e morì ai 6 dell' ultimo mese arabico Dilheggiat dell'anno. 
i58, come leggesi presso 1 migliori Scrittori orientali. L'anno suddetto 
dell'egira i58 principiò agli 11 di novembre dell'era volgare 774,6 pe- 
rò la morte del Califa accadde al 7 di ottobre dell'anno 775 j poiché 
l'anno eglrlauo iSg principiò al 3i di ottobre del 776. Per la qual co- 
sa va corretto Teofane il quale dice : Eodeni mense ( septembris ) Ab- 
delas Arabuin Dux exUnctus est- E forse appoggiato a questo passo 



'456' 

di Teofane, cadile nello stesso errore il dotto Pieisk , il quale nella tra- 
duzione, che el dà del testo di AJjulfeda, dove riferisce la morte del 
suddetto Califa, cioè ^nno i58, die 6 ultimi inensis Dilheggiat obiit 
Abdallah, vi aggiunge: idest mense septembris anno 775. 

Noterò qui un altro errore in Teofane secondo l'edizione veneta della 
Bisantiua. Narrando egli la morte di Leone IV. Cazaro dice : Imperiò 
demlis sex mensibus anno V. ( oLiii ) , mentre dovea scrivere sex die- 
bus. Quest'errore esiste nel testo greco, come nella versione latina. 
Io però lo giudico dell'amanuense, e non dell' autore j polche Leone 
Cazaro fu proclamato Imperatore secondo Io stesso Teofane ai 14 di set- 
tembre dell'anno 775, ed agli 8 dello stesso mese del 780 mori: la qual 
cosa fu anche notala dal P. Jacopo Goar nelle sue erudite note sopra 
Teofane. 

Questa stessa osservazione mi conduce a farne un'altra sulle suddclte 
monete che hanno i nomi di Alxlallah e di Chazar , cioè, che se fos- 
sero legittime , e non false , sarebbero slate coniate nel breve spazio di 
24 giorni, cioè dai i4 di settembre, in cui fu proclamato Imperatore 
Leone, sino ai 6 di ottobre, in cui mori Abdallah del medesimo anno 
775. 

Or diciamo qualche cosa della seconda specie di monete battute in Si- 
cilia, nelle quali vi è scritta la profession della fede maomettana, sebbene 
siano state coniate sotto il dominio de' Normanni. Io penso che simili 
erano quelle che battevansi in Tripoli ed in Accone, o sia Acri, con- 
tro delle quali fu giustamente fulminala la scomunica dal Legato Apo- 
stolico , che poi il Papa Innocenzo IV. confermò colla surriferita Bolla 
citata dal Tychsen. Se ci mancano quelle balline dai Principi crociati, 
queste della Sicilia sono pur troppo un detestabile monumento della 
perversità dello spirito umano, che antepone i riguardi umani, e un 
vile imeressc alla santità della religione, ed alla purità della fede. 



457 

RIFLESSIONI CRITICHE 

sull'analisi dell'ode I. PITICA DI PINDARO FATTA ULTIMAMEJSTE 
DAL SIGNOR VAL'YILLIERS. 



MEMORIA 

DELL'ABATE GIOVANNI COSTA 

iy Oli molto dopo , eh' ebbi 1' onore , o siguori , nell' anno scorso di 
leggervi la terza mia Memoria Pindarica, venuemi da Parigi la tanto da 
me bramala Operetta intitolata: Saggio intorno a Pindaro del signor 
Vanvillicrs ora lettore e regio professore di Lingua greca iu quella 
dotta Metropoli. Mi diedi tosto a scorrerla avidamente, non tanto per 
quella curiosità che suol nascere in chicchessia alla vista di un qual- 
che nuovo libro , quanto per certa passione che da gran tempo io nu- 
tro per il poeta che n' è il soggetto. Tra le cinque Odi pindariche 
analizzate ed illustrate dal nostro Professore francese con note stori- 
che , poetiche e grammaticali , merita , a mio credere , non poca rifles- 
sione la prima Pitica, iu cui pare, eli' egli in certo modo trionfi piii, 
che nelle altre, per averne scoperto finalmente il misterioso disegno. 

L'Ode è diretta a Geroue Etneo Siracusano vincitore col carro. Ella ha 
tre parti dal Poeta diffusamente, e maestrevolmente trattale. Nella prima 
ci fa egli un lungo elogio , ma pomposo e sublime della lira d' Apol- 
line ; nella seconda, toccata la vittoria pitica, descrive lo stabilimento 
d'una nuova Colonia in Catania, o Etna laito rccentemeute da Cerone, 
le sagge leggi spartane colà adottate , il governo di quel popolo allìda- 
to a Dinomene suo figlio scelto in Re , e le gloriose di lui si terre- 
stri, cbc marittime imprese j nella terza finalmente anima con tutta la 
libertà il regio Vincitore a persistere nella giustizia , nella veracità e 
beneficenza, virtù che il renderanno immortale ne' fasti degli Storici e 
de' Poeti. Ma queste tre parti che pur son giuste e connesse a chi 



438 

ben le considera, saranno sempre, a giudizio del signor Vauvilliers, 
disparate e disgiunte tra loro per chi pensasse non altro oggetto aver 
quest'Ode, che la corona pitica, od esser essa consagrata a cantar il 
governo della nuova ampliala città. Poiché , se 1' Ode è fatta per la 
vittoria di Gerone , toltane la strofa , in cui se ne parla alcun poco , 
tutto il resto è fuor di luogo , e senza proposito. Se per Catania, 1' elo- 
gio d' essa comincia solo dal centesimo e duodecimo verso per termi- 
nare al verso centesimo e trentesimo quinto; e ciò che precede, come 
quello che segue, detratti venti versi episodici colà mal frapposti, re- 
sta affatto isolato, e senza alcun diretto, o indiretto rapporto. Convieu 
dunque , ei dice, per ridurre cotesti tre quadri ad un tutto regolare e 
connesso, cercar un qualche oggetto primario, che il poeta s'avrà pre- 
fisso nel disegnarli. Ma dove cercarlo mai questo oggetto? Appunto nel 
primo verso dell' Ode ^ nella lira d' Apolline , o in quella che Gerone 
avea, secondo lo Storico Artemone citato dallo Scoliaste promessa a Pin- 
daro in que' momenti di trasporto, a' quali soggiacque di leggeri quel 
Jle tratto dal gusto eh' egli avea per la Musica e per la Poesia ; ma 
che senza dubhio avea ohhliata dappoi ; perchè la liberalità non era in 
lui la virtù dominante, coni' egli è facile di conoscere nell'ultima parte- 
di quest' Ode , visibilmente fatta per prevenire Gerone contro le sedu- 
zioni dell' avarizia che presentasi sotto la maschera speciosa di econo- 
mia. Ecco 11 germe dell' Ode secondo 11 signor Vauvilliers ; ecco la 
prima e terza parte di essa sensibilmente riunite j e la seconda pure, 
che riguarda la città d' Etna, trova il suo luogo naturalmente, e diviene 
un pezzo essenziale. Scoperta dunque l' intenzione del Poeta , eh' è di 
ottenere da Gerone la promessa cetra, resta a vedere con quai mezzi ci 
a adoperi per ottenerla. Io per me , dice qui il Professore , non cono- 
sco , che tre modi di soggiogare un uomo colla parola ; 1' uhbriachezza 
'deiriramagiuazione, la seduzione del cuore, e li convincimento dello 
spirito. Se un solo basta, che sarà, se tutti e tre questi modi trovlnsi 
insieme uniti? Non mi si negherà certamente, che il principio dell'Ode 
non sia proprio a produrre l'effetto, di cui pailo , sulla fantastica facol- 
tà. Me ne appello alla lettura. L' elogio poi di Gerone per la corona 
pitica, per la colonia d'Etna, da cui si prese il soprannome di Etneo, 
e per le grandi azioni reso oggetto d'invidia, e dal Poeta vivamente di- 
piuto era un mezzo infallibile di piacergli j i trenta versi in tìne> che 



4^9 

danno compìmeulo all' Ode , stringer dovcaulo , e convincer in modo , 
che non potesse non attenere a Pindaro religiosaiiieutc la sua parola, 
veggeudo, che la riputazione de' Grandi dipende dai Poeti, e bisogna 
perciò acquistarla per mezzo della beneficenza sugli escmpj opposti di 
Creso e di Falaride. Quindi il nostro Francese da ciò che brevemente 
e fedelmente io v'ho detto in iscorcio sulle tracce da lui segnate nella 
sua analisi , couchiude francamente così : Pindaro vuol ottenere la li' 
ra d' oro. Egli è degno di riceuerla. Cerone è degno di dargliela. 
Stabilisce il Poeta la prima proposizione colla dignità della Poesia ; 
prova La seconda colle 'virtà di Cerone. In fine egli passa alla terza 
con dire in certo modo: Tu me la dei, perchè V hai promessa; e da 
me dipende la tua fama. Son queste crcd'io, tre idee precise, che 
corrispondono perfettamente ai tre og'j^etti da me proposti. 

Udiste l'ingegnoso ed abbagliante sistema del signor Vauvilliers. Non 
\'\ spiaccia ora, o signori, di accogliere benignamente l'esame critico, 
che son per farne. E prima di tutto reca stupore che Senofonte , Eba- 
no e Plutarco, che molte cose scrissero di Gerouc anche particolari, 
non abbian fatta menzione d' una promessa sì grande e sì onorifica per 
Pindaro, e per Cerone ancora, note essendo loro benissimo le benefi- 
cenze di quel Re fatte a' Poeti di corte, tra' quali c'era pur Pindaro in 
altissima estimazione j e il solo Aiiemone , sol noto, perche citato da 
uno Scoliaste così di volo , ne parli come di cosa certa e memorabile. 
E egli mai credibile, che Pindaro, il quale avea l'onore di sedere in 
Delfo a mensa co' Sacerdoti di Apolline, e sentiva, e vantava eziandio 
bene spesso la sua superiorità sovra gli altri Poeti del suo tempo, non 
avesse in quest'Ode fatta, giusta il nostro Francese, a fine di conseguire 
la promessa cetra , lasciato trasparirne uu qualche lampo indicante sen- 
za equivoco ciò eh' el bramava cotanto per dar l' ultimo colmo alla 
grande idea eh' egli avea di se stesso? Possibile, che almeno nelle due 
odi dopo questa pur composte per Cerone, egli avesse voluto rattenere 
a segno la sua nobile compiacenza , di sopprimerla , ed occultarla del 
tutto spezialmente potendo , con Isvelare quella distinzione gloriosa 
ch'egli attcndea dal Principe, chiudere in avvenire per sempre la bocca 
agi' invidiosi e malevoli suoi rivali ? Tace Pindaro affatto , nò dà pur 
un minimo indizio di ciò che crede il signor Vauvilliers , e stima tan- 
to più , perchè non espresso , ascrivendo colai silenzio ad un colpo 



44o 

d' arte la più fina e squisita di quel Poeta per aver resa presso che 
insensibile la sua intenzione. Bell'arte invero quella che nulla dice, e 
vuol che dal nulla traggasi ciò ch'ella volge in segreto. Né giova ìL 
dire , che una serie ben lunga di magnifici versi sul bel principio in 
lode dell' aurea cetra d' ApolUne era più che bastante a richiamare in 
mente a Cerone l'altra cetra che al Poeta avea promessa. Poiché quella 
pomposa , e prolissa invocazione della cetra potea essere da Cerone in- 
tesa altramente, e considerala, come un solito sfogo di Pindaro prima 
di passare al soggetto che doveasi da lui cantare. I consigli poi di ve- 
racità e liberalità dati al vincitore da Pindaro in tempo, in cui quello, 
per r assiduo conversare co' Letterali introdotti in corte , avea già, come 
abbiamo dalla Storia, deposta l'avarizia, di che prima era tacciato, e 
ricolmava tutti di sue beneficenze , non son già ' dati per riconvenirlo, 
qual mancatore di fede, od avaro sotto pretesto di economia, ma bensì 
per vieppiù animarlo a secondare lo spirito suo generoso già noto, come 
appare cliiarameute da' sentimenti del Poeta stesso così rivolto al Re: 

» Se r invidia è migliore 

» A Te d' ogni pietà , 

» Serba costaute in core 

j> L' ardor di tua bontà , 

» E a la benefic' aura , 

» Qual provvido nocchier , spiega le vele. 
E egli questo un linguaggio da tenersi con chi é in concetto d'av»^ 
ro? Può ella mal l'avarizia esser oggetto d'invidia? Ma sia pure, che 
Cerone per ispirilo d'avarizia dissimulasse la promessa fatta, o la tenesse 
per uno scherzo uscitogli all' improvviso di bocca per soUrarsl così al- 
l' impegno di sua parola; Dovea egli per questo il Poeta toccare un 
punto sì dllicalo in un solenne e pubblico componimento , e divulgare 
in cotal modo 1' animo ristretto e sordido di quel Re per irritarlo , per 
farsi cacciar di corte , divenir ludibrio degli emoli suoi , e precipitare 
in un punto la sua gloria e fortuna? Non era no sì stollo Pindaro di 
commettere un tal fallo , che oltre d' essere certamente rovinoso per 
lui , era pure affatto inutile al caso. Poiché , né la lusinga seducente 
della lira , ne le lodi a piene mani su Cerone versate , uè i consigli 
convincenti di verità e beneficenza giunsero a tanto di ottenere a Pin- 
daro quella cetra , cui egli, per sentimeuto del signor VauviUiers, coi 



44i 

forti suoi mezzi dovea pur impetrare dal Re. Arlcmonc stesso ne sia te- 
stimonio, che parlando della regia promessa, nulla ne dice di sua ese- 
cuzione. Io per me credo, clic tutto si fondi sopra un lieve rumore 
adottato bonariamente da quello Storico, come un fallo, benché la cosa 
non avesse i necessarj caratteri di verità, tacendone tutti gli altri Stori- 
ci che parlano di Cerone . È chiaro dunque da ciò che finora ho 
dello, essere piìi ingegnoso, che vero il sistema del signor Vauvilliers, 
e andar esso del pari con quello del signor Policar da lui si ben con- 
futalo, in cui pretende l'autore, che Pindaro sia slato incaricato da 
Geroue di persuadere a' nuovi coloni di Caiania con quest' Ode , che il 
vulcano vicino non era lor da temersi , perchè prodollo da Giove a 
lormeulare colà il solo gigante Tifeo , non già a distruggere la nuova 
città che quel Principe, da lui e dalle Muse protetto, avea novellamente 
eostrutla. Tanto lo spirito di novità abbaglia talora , e seduce le menti 
degli uomini più scusali , e un beli' idolo di fantasia tiene il luogo di 
verità. 

Quale dunque si è Io scopo di Pindaro ? L' elogio appunto del vin- 
cuore , in cui le tre parli anzidette dell' Ode mellon capo, e rluniscousi 
uaturalmente, per quanto sembrino disparate tra loro. Poiché altro non so- 
no, che tre piuiti di vista luminosi, sotto i quali ci si presenta Gerone per , 
darcene la più alta e magnifica idea. E quaV è questa idea? Un Re amatore 
illuminalo di musica, e perciò amalo da Giovej un provvido felicilatore 
de' suoi sudditi, come in pace, così in guerra; un esemplare in fine 
ammirabile delle più illustri regali virtù. Questo è il disegno di Pindaro. 
Veggiamolo a parte a parte, e seguiamo il nostro Lirico nel suo estro, 
con cui pennelleggia a gran tratti , ed anima l' iuvenzione. Sappiamo 
dalla prima Ohmpica, che Gerone non solo avea gusto per la musica, 
ma n'era ancora professore. Quindi un tal pregio colà solo accennalo 
viene posto iu quesl' Ode dal poeta nel suo più bel lume per dar tulio 
il possibile risalto al genio musico di quel Principe, certo essendo, che, 
quanto piii nobile e possente sarà la musica da lui mostrata a' Greci, 
tanto più riuscirà gloriosa per l'Eroe che s'i altamente l'ama, e possedè. 
Che fa dinu[ue egli ? Vola ad un tratto sulle ali del pensiero alla sor- 
gente dell'armonia, eh' è la cetra d' Apolline e delle Muse da lui ve- 
duta e contemplala sulle cime dclf Olimpo. Tutto ardente l'invoca a 
secondare il suo trasporlo , ne coglie avidamente i prodigj per tesser 

56 



4i2 

l'inno al viuciiore , e lancia a un tempo slesso ciò che ei sente, e ve» 
de , su i versi dall' entusiasmo prodotti , e pronti a ricevere i moltifor- 
mi colori che i varj oggetti lor danno. Ecco il piò del danzatore, che 
la cetra ascolta per guidare i suoi moti, e dar principio alla gioiosa 
festa ; ecco i cantori che al primo tremolar delle corde ubbidiscono 
all'imperioso segnale, e svegliano la melodia del coro. S'estingue al suo- 
no il fuoco eterno dell' appuntata folgore , e dorme l' aquila regina de- 
gli uccelli sullo scettro di Giove lentaudo le ali rapide ai fìanclii. Nera 
nuvola, dolce chiostra delle palpebre le ricopre gli occhi. Il capo ce- 
de, e s' incurva già vinto. S' alza , e s' abbassa l' irrigalo dorso al vario 
tocco degli armonici strali. Marte stesso, lo spieiato Marie, lasciati i 
campi coperti d'ispide lance, addolcisce il suo cuore inasprito col sopo- 
rifero incanto de' musicali accenti. Sì gli Del pur essi soccombono ai 
dardi sonanti, che vibrati vengono dal saggio figlio di Latona, e dalle 
mistiche Muse. Così contemplasi da Pindaro, e si dipinge al vivo l'ec- 
cellenza della musica. Qual' impressione non dovea fare sul greco Popo- 
lo, a que' giuochi accorso, un tal rpiadro sì lusini^hiero per esso, subli- 
mar sentendosi a tal grado quell'arte, in cui era educato e cresciuto? 
E di qual nobile orgoglio non dovea inebbriarsi Cerone per essersi ap- 
plicato ad uno studio , eh' è la delizia degli uomini e degli Dei ? Ma 
ciò non basta al Poeta. Va egli ancor più innanzi, e vede negli amatori 
della musica un contrassegno non dublùo del favore di Giove , come 
all' opposto il certo sdegno di quel nume in tutti quelli che l' abbor- 
rono in terra , o in mare che sieno , o uell' orrendo tartaro , ove giace 
il cento-leste Tifeo spregiatore de' numi. Gerone dunque coltivator di 
quest'arte è uu uomo degno d'essere onoralo per cagion d'essa da tut- 
ti, ed è per questo dal Cielo stesso protetto. Ecco come la lunga in- 
vocazione della cetra, che parca al signor Vauvilliers straniera affatto 
all' elogio del vincitore , forma d' esso una parte nobile ed essenziale. 

Dall'odio di Tifeo per la musica passa il Poeta al monte Etna, in 
cui sta sepolto quel mostro, per cantar poi la nuova città che ne 
porla il nome. Ne fa pertanto vedere , come ora quel Gigante già edu- 
calo neir antro famoso di Cilioia , dai lidi di Cuma dal mar battuti , e 
dal peso di Sicilia tutta viene oppresso l' irsuto petto , e come l' Etna 
colonna del Ciclo , nutrice eterna d' acuta neve gli sta sopra , e il ilen 
fitto colà. S' alzan da seni cavernosi di quel monte erullale fontane di 



4f3 

ìkiuido e iuacccssiblle fuoco. Fiumi ardenti al di sotto sLuffau di gior- 
no vortici nuvolosi di fumo, e la rovente fiamma ch'entro s'agita, e 
bolle , getta di notte con orribil fracasso liquefatte pietre sui vasti cam- 
pi del mare. Cosi quel rettile di Vulcano spinge in allo vomendo i 
suoi sgorghi spaventosi. Portento sUano a vedersi, ma strano non meno 
ancora l'udir da qvici che gli passaron d'appresso, com'egli tra le 
frondose e nere cime d'Etna, e il basso fondo sen giaccia awinto, e 
dallo scabro ed irritante letto solcalo n'abbia d'orme profonde l'incli- 
nalo suo dorso. Qui iinisce la descrizione del Mongibcllo fatta, come 
io penso, da Pindaro non tanto per usar del suo dritto in sì bel tratto 
poetico , quanto per far gustare vieppiù, dopo l' orrida vista de' monte, 
r altra aiuenj. della città di Catania uon molto distante dall' Etna , e da 
Cerone resa florida e popolata. Là Giove punisce il nemico della mu- 
sica, qui prospera l'amatore di quella. Laonde rivolto il Poeta a quel 
Dio: ah, dice, ah non fia mai, ch'io dispiaccia a te che regni su que- 
sto monte, ma sia da te protetto, come Cerone. Poiché per te venne 
or or pubblicala dal banditore la nuova Etna del fondatore Etneo in 
un coir egregia palma ne' giuochi pitici da lui riportata col carro; quel* 
r Etna che in avvenire vorrà sempre più farsi chiara per nuovo valor 
di destrieri, e per illustri corone che nelle mense fra i dolci canti sa- 
rau da'Posteri celebrate. 11 vento prospero a' naviganti sul cominciar del 
viaggio presagisce loro un fin più lieto e giocondo. Si : dall' esempio 
lor dato da Cerone, le anime ben nate di quel popolo si accenderanno 
pur esse a simili imprese col favor degli Dei , da' quali soli proviene , 
quanto v'ha d'ingegno e di virtù nell'uomo. Tu dunque, tu pure, o 
Febo, Re di Licia e di Delo, che ti diletti in Parnaso di bagnare il 
tuo biondo crine nel castalio fenile, ascolta i voti miei, e pónti in men- 
te questo popol d' eroi; e mentre imprendo a celebrare Cerone, avva- 
lora il mio braccio , acciò eh' io vibri il possente mio dardo pur nel 
segno ideato, e tanto lungi che ne resti doma de'nemici l'invidia. Cau- 
to un Eroe addolcito si dalla musica, ma resistente in guerra, e tale 
che, se il tempo a lui secondasse pienamente la felicità e l'uso che ei 
fa di sua ricchezza , e spargesse d' obblio i dolori di lui , farebbesi egli 
ancor vedere quel desso che si mostrò un tempo nelle batiaglie da lui 
con grand' animo sostenute, quando el procacciossi coU'ajuto de' Numi 
SI allo onore, che nou mai s'intese còlto da Greco alcuno, coronando 



^i4 

la ricchezza colla gloria di guerra. Non si creda però che Cerone, per 
essere attaccato da morbo , ne sia per questo reso imbelle , e segnalarsi 
più non possa fra le armi. Pur ora si superiore ad ogni colpo di male 
comparisce egli in campo, e fa rispettare colla forza dai più possenti 
nemici i diritti dell' amicizia. Egli è simile a Filoltete che fu glorioso 
ne' l>ellicosi contrasti, e salutare più ch'ogni altro a' suoi cittadini, ben- 
ché fosse infievolito di corpo. Cosi Dio il consoli , e renda paghe le 
sue brame , come quelle del figlio di Peante col terminare i travagli 
a' Greci , e a lui sanare la piaga. Indicata sul principio di questo qua- 
dro la vittoria pitica, e la città di Catania con pochi tratti di pennello, 
per non lasciarsi scappare il vanto militare del suo eroe , nobil campo 
al suo estro , sveglia ora Pindaro la sua musa , perchè ritocchi presso 
Diuomeue il premio curule gloriosamente ottenuto dal padre , ed esalti 
il bel governo d' Etna commesso a quel giovine , come a Pie. 11 trionfo 
d'un padre non è straniero al cuore d'un figlio, e il douo fatto ad es- 
so d'un regno ne raddoppia la gioja. Ravvisi, dice il Poeta, ravvisi Di- 
nomene uell' inno che a lui tesso , la paterna saggezza in accordare a 
que' coloni la libertà , immortai dono degli Dei , in un colle doriche 
leggi eh' essi avean ricevute da Egimio , e che fioriscono ancora nelle 
laconie valli tra le Genti, che un d'i dal Pindo discesero ad abitare 
in Aniicla, e si resero celebri nella gloria delle armi. Serbi il ciclo sulle 
sponde d' Ammena sempre costante tal fortuna ai Popoli, e ai Re, e 
la Fama diffonda ovunque senza menzogna la veracità de' miei detti. 
Gerone poi che si bene addita al figlio suo il seutiere di virtù, e cre- 
sce la gloria al novello suo gregge , imprima in essi un perpetuo desi- 
derio di concordia e di pace. Torna di bel nuovo qui Pindaro , quasi 
pentito d'aver detto poco, alle imprese più sopra accennate di Gerone, 
e in atto supplichevole prega Giove, che il soldato Fenicio , e 1' orgo- 
glioso Tirreno , ristretti e cheti ne' lor confini, abbian sempre dinanzi 
agli occhi r ignominia lagrimevole delle lor navi disfatte sotto Cuma 
dall' agile flotta del Duce siracusano , che ad essi precipitò in fondo al 
mare il fior de' giovani , e liberò la Grecia dall' imminente pericolo di 
servitù. Indi volgendo in mente la vittoria che Gerone ottenne contro 
i Cartaginesi, ricordo, dice, ben volentieri, ed abbraccio ne' miei versi 
il valor degli Ateniesi presso di Salamina , qual gloria lor dovuta ; né 
lascio di riconoscere la pugna invitta di Sparta in faccia al Citerone , 



445 

ove franse gli ardii de' faretrati Medi. Ma un inno singolare da me 
vuoisi fatto ai prodi figli di Diuomene sulla vaga corrente d' Imera per 
la famosa rotta d' Amilcare. Questa rotta sì celebre presso molti scrit- 
tori chiude il quadro che abbiam sott' occhio, e vien dal Poeta, come 
beue osserva il signor Vauvillicrs, con accorto artificio riservata in fine, 
<jual punto eminente di lode, che interessava la salvezza e la libertà 
della Si-cilia insieme, e di tutta la Grecia, e dovea perciò esser accolta 
con piacere da tutti, perchè a tutti spettante. 

Resta il terzo quadro a cui dà principio il Poeta dall'invidia che per* 
seguita il nostro Re , e da quella ne conchiude il vero merito , e la 
giusta e soda gloria di lui. Sei invidiato , o Re , dice Pindaro , pur 
troppo j ma non per questo dei turbarti, e deviare dal cammino d'ono- 
re, e cessare dalle belle azioni. Anzi tu dei far fronte agli emoli tuoi 
col fare che sempre piìi spicchino in avvenire le tue virtù. E chiaro 
dalla prima Olimpica di quai virtù fosse Cerone che di tutte ne co- 
gliea le cime, e specialmente, per testimonianza di Ebano, si distin- 
gueva nella beneficenza, amando più di dare, che di ricevere. Era poi 
egli tanto amico della verità, che da chiunque gli fosse mostrata, non 
solo volenteroso 1' udiva , ma volea , che liberamente gli fosse detta. E 
ni) tal Principe che aggiunse a queste rare qualità la bella passione 
per la nuisica , che nutrì cavalli per la corsa solenne e religiosa nei 
giuochi j e ne fu tante volte vincitore glorioso, che fondò con provvido 
consiglio una nuova popolazione, lasciandole le patrie leggi, e dandole 
suo figlio per Re, che si segnalò cotanto in guerra a vantaggio de' Sici- 
liani e Greci ; ini tal Principe, dico , potca mai essere da Pindaro che 
ben conobbe qual fosse, d'avarizia tacciato, e bugiardo in sue promesse 
da lui tenuto? E potea questi pensar mai, che tal si fosse in quest'Ode 
l'inteuzione di Piudaro, se il difetto tolto di mira in lui non v'era, né 
potea esservi, attesa l'attuale e sperimentata di lui propensione di pro- 
fondere in altri le sue ricchezze? I consigli dunque del Poeta son prove 
manifeste di fatto, non dnbbj sulle noie virtù di Gcronej sono strali 
scagliati contro l'invidia, non tacili rimproveri a quel Principe j sono 
fiaccole stimolanti V animo già ardente per sé , non colpi che 1' avverti» 
no del suo dovere. Vuol Pindaro per modo di esortazione epilogare 
destramente le regali e note virtìi del suo eroe per renderle così più 
grate a lui, e più sensibili agli emoli che già veggono esser elleno 



446 

superiori a qualunque attacco della loro malagurata malignità. Reggi 
dunque , dice il Poeta, con giusto scettro il tuo popolo , e fa , che la 
tua lingua riceva l'impressione del vero. Qualunque fallo, benché mini- 
mo e lieve, è sempre grande, perchè viene da te. Re di molti tu sei, 
e molti fidi testimonj, e ben veggenti hai d'intorno di quanto dici o fai. 
Serba costante il tuo genio benefico , uè ti stancare di versar i tuoi te- 
sori in altrui , ma tutte spiega all' aura di tua bontà le vele. Guardati 
di non lasciarli sedurre da certi vili e speciosi guadagni. Poiché la 
fama che ne segue dopo morte , sola mette nel suo vero prospetto la 
vita degli uomini, bene, o male condotta, per mezzo degli Storici e dei 
Poeti. Vive ancora la cortese e liberale virtù di Creso ; ma il fiero , e 
detestato Falaride , abbiuclatore degli ospiti vivi , è oggetto d' orrore e 
di odio nelle bocche di tutti. 11 nome iniame di lui non mai sentesi 
Xra le cetre e i dilettosi canti alle mense di leggiadra e vivida gio- 
ventù. L'esser felice è il primo dono del cieloj il secondo sta nel buon 
nome. Chi gli ottenne per buona sorte entrambi, porta iu capo una co- 
rona la più dignitosa di tutte. 

L'Ode è finita , e tutto in ei^sa eorrlrponde al disegno , fatto da Pin- 
daro certamente per lusingare il cuore del vincitore, non per disgustar- 
lo ; per essere senza mistero inteso da tutti , non dal solo Cerone ; per 
servire al ben pubblico, non al privato interesse. Poiché gli elogi delle 
vittorie soliti a farsi ne' giuochi non furono per altro fine introdotti, se 
non per accendere sempre più negli spettatori l'entusiasmo per la Reli- 
gione , per lo valore, e per la virtù suU' esempio lor proposto da' vinci- 
tori. Questo si è lo scopo di tutte le Odi di Pindaro, senza mendicarne 
altri con vane e forzate sottigliezze d' ingegno , che ingombrano colla 
lor luce ascitizia e straniera la semphce e bella faccia del vero. 

>ì Decipit 

» Frons prima mullos : rara mens intelllgit, 

» Quod interiore condidit cura augulo.. 



44? 



SULLA POESIA ESTEMPORANEA 



MEMORIA 



DEL CAVALIERE GIROLAMO POLCASTRO 



J.'' ra tanti iusigni e benemeriti autori clic da due secoli in qua han- 
no illustrala co' loro scritti la storia della Poesia, o parlandone di pro- 
posito, o anche soltanto incidentemente, nessuno ve n'ha, per quanto 
io mi sappia , che siasi fatto a trattare exprofesso dell' origine , e dei 
progressi della Poesia estemporanea , ed abbia preso a svilupparne 
alcuui interessanti rapporti , versando con qualche novità di viste in- 
torno ad ossa , e a' suoi numerosi e rinomati coltivatori. 11 Crescimbe- 
ui che scrisse la Istoria ed i Commentar] della volgar Poesia, non si è 
avvisato di trattare precisamente questo interessante argomento, conten- 
tandosi soltanto di annoverare i più celebri Improvvisatori che fiorirono 
dopo il secolo XYI., affermando che l' uso d' improvvisare toscanamente 
è stato mai sempre vivo dal tempo che nacque la nostra Poesia, ben- 
ché la scarsezza delle notizie in questo proposito costringalo ad asse- 
gnarne il comincianiento al secolo suddetto, il quale, anche per asser- 
zione di Girolamo Pvuscclli, d' Improvvisatori fu fecondissimo. 11 Quadrio 
che scrisse posteriormente della storia e della ragione d' ogni Poesia, 
entra un po' più di preposilo nell' argomento, e confermando la sentenza 
del Crescinibeni intorno 1' origine della Poesia estemporanea italiana, ag- 
giunge che ci couvien confessare, clie questo fu il primo genere di Poe- 
sia che fosse al mondo, e che lo stesso deve essere iudubitaiamente 
avvenuto della greca e della lataia, come di qualunque altra Poesia, 
appresso qualsivoglia nazione. Egli fa menzione de' più celebri Improv- 
visatori greci, latini e italiani , de' quali a suo luogo parleremo ancor 



448 

noi , e ne forma quasi un elenco , preudeudo gran cura di conservar- 
cene i nomi, le patrie, i giorni della nascita e della morte, e cento 
altre circostanze particolari, e a parer suo interessanti. Il cavjalier Giro- 
lamo Tiraboschi nella Storia della letteratura italiana parla de'nostri Im- 
provvisatori forse meno estesameute , ma con maggior precisione j ed 
io volentieri seguirò le sue tracce, ove mi cada in acconcio di nominar- 
li, e mi gioverò delle scelte e deputate notizie ch'egli ha saputo con 
tanto merito e singoiar cura raecorue. 

Prima però di accignermi ad un tal lavoro avvertirò eh' io non man- 
cai di consultar le Opere di alcuni celebri Letterati francesi , che molla 
luce hanno sparsa sulla Storia della Poesia, le di cui dottissime disser- 
tazioni sono inserite nella raccolta delle Memorie della real Accademia 
d'iscrizioni e belle lettere di Parigi j voglio dir di Racine, diFraguier, 
Massieu , Couture, Valry , ed altri, fra le quali mai non mi venne 
fatto di rintracciarne alcuna sopra l' accennato argomento. Sarò io dun- 
que il primo per avventura ad entrar di proposito in un si difficile arrin- 
go, e comechè debol campione, pure invigorito dalla speranza d'ottenere 
il favor vostro, generosi Accademici, io mi accingo coraggiosamente 
alla prova. 

Che la Poesia riguardar si debba come un' arte primigenia ella è una 
verità ogglmai dimostrata j e la sua anteriorità alle arti tutte è un titolo 
comunemente concessole , e che nessun le contende. L' uomo uscito 
dalle mani della natura, con una tendenza imperiosa al piacere, fu spin- 
to sin dal suo nascere a cercarlo con ansietà , dal che ne viene che 
tutte le arti che si risguardano come immaginate semplicemente per da» 
diletto, non furono originate in sostanza che da un nostro vero bisogno, 
ed in conseguenza sono coeve all'uomo. Cosi la gioja, passione a lui 
naturale , fu la prima ad inspirargli il genio della danza e del cauto , 
che si trovano la uso anche appresso le più rozze e selvagge nazioni. 
Abbandonatosi l'uomo a questo istinto, e quasi colto da un soprannatu- 
ral rapimento in lui prodotto dalla contemplazione delle bellezze della 
natura, di cui la campagna gli offriva un pomposo apparato, più non 
segueudo che gì' impeti del suo entusiasmo, proruppe la prima volta in 
un linguaggio immaginoso e poetico. In questa violenta agitazione d' af- 
fetti egli non potè da prima pensare uè a scella di voci, né a regola- 
rità di misure. La rapidità dello stile, l'arditezza delle figure, formò 



44-9 

r essenza della primitiva Poesia, l.a purità dell' elocuzione , la regolarità 
e aff"iusiatezza delle frasi, e la catena del metro fuiono raninaniciui iu- 
ventati posteriormente, e di cui la Poesia, in origine, non conobbe la 
sDi'irezloiie. Della Poesia naturale fu da alcuni attribuita l'invcuzioue ai 
pastori , la di cui vita oziosa e tranquilla, che certo fu quella de' primi 
uomini appena usciti dall'antica rozzezza, li pose nella uecessità di con- 
templare gli oggetti che li circondavano, e sentendosi, in forza della 
loro squisita sensibilità, e fervida immaginazione, suscitar mille immagi- 
ni, furono traili a forza ad esprimerle in qualche modo, vestendole di 
parole nuove, e d'insolite locuzioni. Questo loro linguaggio uon potè 
essere che poetico, imperciocché la slessa povertà della lingua necessa- 
riamente scarsissima di vocaboli, dovette produrre tutte quelle ligure 
di stilo, metafore, circonlocuzioni, comparazioni, sostituzioui ec ; che 
formano, come dicemmo, l'essenza del linguaggio poetico; e benché 
nou sia verisimile che s'esprimessero in numeri regolari (i), è però cerio 
che la slessa inopia di voci produsse la necessità di distinguerle modi- 
ficandone il significalo cou diverse inflessioni , e questa vaiietà d' infles- 
sioni e cadenze produsse il canto , e le parole iusiem connesse e can- 
tate, ora acccleraiamente, or più lentamente, formaiono il primo ab- 
bozzo del verso , che da arte non nacque ma da natura. Ciò premesso 
un'altra verità risulta, cioè, che la Poesia precedette anche l'Agricol- 
tura, giacche l'uomo fu certamente prima pastore che agricola, e fu 
essa che strappò gli uomini dalle foreste , e li condusse ad una vita 
socievole ammansandone la ferocia. Fu allora che si ^idero i primi ali- 
bozzi di Poesia drammatica , da' quali poi ebbe oiigiue la tiagedia lu 
qtie' versi informi , che si facevano da' vignajuoli in occasione della ven- 
demmia, i quali tingendosi il volto cou feccle, e montati su' loro carri 
recitavano de' versi a vicenda in onore di Bacco, che certamente nou 
potevano essere che squarci di Poesia detti cos'i all' impensata nel calore 
del vino, ed estemporanei in rigor di parola , se aver riguardo si voglia 
al loro stalo di primitiva roz/.ezza. 

Dalla serie di queste idee, s'io non m'inganuo di molto, presciu- 
dendo anclie dall'autorità degli Scrittori, chiaramente risulla che la pri- 
ma Poesia deve esser stata rcstcmporauea, ed ogni Poeta improvvisatore. 

il; Vie. Piiiicipj ili Scienza Nova. 

57 



45o 

Lino, Orfeo, Aufione, Terpandro, Timoteo, furono altrettanti improv- 
visatori. Questi Genj sublimi dotati dal cielo d' una fantasia vivace e 
quasi investiti da un foco diviuo espressero ne'loro caatlci qua' sentimenti 
di cui eran pieni , e invitando gli uomini coli' allettamento del piacere 
ad udirli , cominciarono ad infondere in que' petti ancor selvatjgi e fe- 
roci r orrore del vizio , l' amore della virtù , il timore del cielo , par- 
lando un linguaggio superiore e quasi inspirato , il che certamente non 
potea farsi per via d'un ragionamento premeditato ed acconcio alle forme 
ancor ignote del dire. Quindi fu detto che Orfeo traea le fiere da' lor 
covi silvestri ad udire il suono della sua lira, e che vi accorrevano in folla 
strascinate dal dolce suo canto, e intorno gli si accerchiavano innamo- 
rate , e quasi in alto di lambirgli le piante. Le mura di Tebe innalzate 
al suono della lira d' Aufione j i prodigi d' Arione , ed altre simili alle- 
gorie , sono altrettante prove dell' influenza della Poesia sugli animi an- 
cor più rozzi ed inetti (i). Terpandro d'Antissa famosissimo citarista 
detto per eccellenza il Cantor di Lesbo, che fu il primo a fissar le 
note con cui doveano esser cantati i versi d'Omero, non giunse ad 
operar que' portenti che di lui si raccontano , che mercè di quel vivo 
foco che agitavala mcuire scioglieva la voce al canto si , che parca che 
fosse invaso da uu qualche Nume, e son d'avvisa che lo stesso Soloue 
riscaldato da un vivo ardore dicesse extempore , o fingesse di farlo al- 
meno , quella sua celebre elegia agli Ateniesi pel conf|uislo di Salamina. 
Così Terpandro e Soloue con una forza, sto per dir più die umana, 
operaron prodigi , il primo rappaiiumando i Lacedemonj tra lor discordi 
e divisi (2) ; r altro strascinando gli Ateniesi , ad onta d' uu divieto di 
morte, nell'isola di Salamina, il che non è presumibile che ottener po- 
tessero di leggevi con una poesia apparecchiala da lungo tempo , e 
detta COSI a bell'agio. Il poter di Timoteo sull'animo d'Alessandro è 
un altro miracolo della Poesia e della Musica, e tutti questi prodigi 
sembrano singolarmente operati dalla Poesia estemporanea. E vaglia il 
vero ; se il cauto di Timoteo potea a sua posta eccitare Alessandro al- 
l' ira , richiamarlo alla calma , quando vedevalo di soverchio infìammatOy 
e goveraarne gli affetti, ora suscitaudoli tutti, ed ora abbonacciandoli 
lentamente, com' è egli mai verisiraik che farlo potesse con altra specie 

(i) Barthclemy Vicig. Anacar. In Grec- Tom. 2. Cap. a. 
(2) Detto ivi Tom. 3. Cap. a7. 



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di poesia die colla estemporanea ? Era rpiesla la sola eli' egli impiegar 
potesse, all'uopo formaudola sul momeiuo or grave, or Lelligcra; or 
lieta , or patetica , secondo appunto eh' egli n' aveva il destro. 

Ma ad oscurare la gloria d'Orfeo, di IMuseo, di Lino e d'Esiodo, 
comparì in Grecia Omero, il quale, al pari de' suoi predecessori, vuoisi 
considerare anch'esso «omc Poeta Improvvisatore (i). lucerlo è il secolo 
in cui egli fiorì , come n e controversa la patria. Secondo 1' epoca più 
lontana egli visse 24 anni soliamo dopo la guena di Troja.- alcuni ne 
assegnano un'altra posteriore di quattro secoli circa, verso 900 anni 
avanti l'era volgare, e alfine la più recente lo colloca quasi cinque se- 
coli dopo di quella memorabile impresa. Dalle tradizioni antiche , che 
tulle in questo con