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Full text of "Milano"

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ROBA 



COLLEZIONE 



MONOGRAFIE ILLUSTRATE 



Serie I." ITALIA ARTISTICA 

26. 



MIL A NO 



Collezione di Monografie illustrate 
Serie ITALIA ARTISTICA 

DIRETTA DA CORRADO RICCI. 

Volumi pubblicati: 

*1. RAVENNA di Corrado Ricci. VI Edizione, con 156 illus. 

2. FERRARA e POMPOSA di Giuseppe Agnelli. Ili Ediz., 

con 13S illustrazioni. 

3. VENEZIA di Pompeo Molmenti, con 132 illustrazioni. 

4. GIRGENTI di Serafino Rocco; da SEGESTA a SELI- 
NUNTE di Enrico Mauceri, con 101 illustrazioni. 

5. LA REPUBBLICA DI SAN MARINO di Corrado Ricci. 

II Edizione, con 96 illustrazioni. 

6. URBINO di Giuseppe Lipparini. II Ediz., con 116 illus. 

7. LA CAMPAGNA ROMANA di Ugo Fleres. con 112 illus. 

8. LE ISOLE DELLA LAGUNA VENETA di P. Molmenti e 

D. Mantovani, con 119 illustrazioni. 
*9. SIENA d'ART. Jahn Rusconi. II Ed., con 160 illustrazioni. 

10. IL LAGO DI GARDA di Giuseppe Solitro, con 128 illus. 

11. S. GIMIGNANO e CERTALDO di Romualdo Pàntini, 
con 128 illustrazioni. 

12. PRATO di Enrico Corradini ; MONTEMURLO e CAMPI 

di G. A. Borgese, con 122 illustrazioni. 

13. GUBBIO di Arduino Colasanti, con 114 illustrazioni. 
*14. COMACCHIO, ARGENTA E LE BOCCHE DEL PO di 

Antonio Beltramelli, con 134 illustrazioni. 
*15. PERUGIA di R. A. Gallenga Stuart, con 169 illustraz. 

16. PISA di I. B. Supino, con 147 illustrazioni. 
*17. VICENZA di Giuseppe Pettina, con 147 illustrazioni. 
*18. VOLTERRA di Corrado Ricci, con 166 illustrazioni. 
*19. PARMA di Laudedeo Testi, con 130 illustrazioni. 
*20. IL VALDARNO DA FIRENZE AL MARE di Guido Ca- 
rocci, con 138 illustrazioni. 
*21. L'ANIENE di Arduino Colasanti. con 105 illustrazioni. 
*22. TRIESTE di Giulio Caprin, con 139 illustrazioni. 
*23. CIVIDALE DEL FRIULI di Gino Focolari, con 143 ili. 

24. VENOSA E LA REGIONE DEL VULTURE di Giuseppe 

De Lorenzo, con 121 illustrazioni. 
*25. MILANO, Parte I. di F. Malaguzzi Valeri, con 155 ili. 
*26. MILANO, Parte II. di F. Malaguzzi Valeri, con 140 ili. 
*27. CATANIA di F. De Roberto, con 152 illustrazioni. 

Ogni volume L. 3,50. rilegato L. 5 - quelli con asterisco L. 4, rilegati L. 5.50 



Indirizzare cartolina-vaglia all'lst. li d'Arti Grafiche, Bergamo 



FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 



MILANO 



PARTE II. 



CON 140 ILLUSTRAZIONI 




BERGA M O 
ISTITUTO ITALIANO DARTI GRAFICHE - EDITC 

19 6 




TUTTI I DIRITTI RISERVATI 



Officine dell'Istituto Italiano d'Arti Grafiche. 



INDICE DEL TESTO 



V. Lodovico il .Moro e la sua corte - Leo- 

nardo da Vinci e i pittori lombardi: il 
Mcl/i, il Boltraffio, l'Appiani e il pseudo 
Boccaccino, il Sodoma, Giampietrino, 
Cesare da Sesto, il Predis, il Solari, 
Bartolomeo Veneto, Francesco Napo- 
letano, Bernardino dei Conti, Cesare 
Magni - L' influsso leonardesco sulla 
scultura 

VI. Il Cinquecento - La fine della signoria 

sforzesca - L'architettura e i classi- 
cisti : il Pellegrini, 1'. Messi, il Seregni, 
il Meda e i minori - La scultura: i due 
Leoni, Marco d' Agrate, Angelo Marini, 
Annibale Fontana- La pittura: Bernar- 
dino Luini, Gaudenzio Ferrari, il La- 
nino, il Lomazzo, il Pigino - I pittori 



cremonesi e lodigiani a Milano - Le 
arti minori - Gli armaiuoli .... 39 
VII. Il Seicento - La dominazione spagnola - 
L'architettura: Fabio Mengoni, i Ric- 
chini, gli architetti minori - La pit- 
tura: i Procaccini, i Crespi, il Ghi- 
slandi, il Morazzone, i frescanti - Gli 
scultori, i decoratori e le arti minori ''7 
9 Vili. Il governo austriaco e i successivi av- 
venimenti politici - 11 neoclassicismo 
nell'arte lombarda - 1 Ruggeri, il Pier- 
marini e i minori architetti - Il Tie- 
polo a Milano - L'Appiani, il Trabal- 
lesi e la pittura del tempo - I roman- 
tici - L'arte moderna e le collezioni 
milanesi 125 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Appiani Andrea: Apollo e le Muse . . .143 

— Il carro d'Apollo ...... ... 142 

— L'incoronazione di Giove .143 

Arco della Galleria Vittorio Emanuele . 145 

— della Pace o del Sempione 135 

— di Porta Nuova . 137 

Arena . . 137 

Boltraffio Gian Antonio: Due devoti ... 17 

— Madonna col Putto ........ 16 

— Ritratto di Girolamo Casio 19 

— Ritratto di Lodovico il Moro .... 11 
Campi: Particolare degli affreschi in S. Paolo 88 

Canova: Napoleone I 138 

Casa di Leone Leoni .65 

Castello Sforzesco — Appiani A.: L'incoro- 
nazione di Giove 143 

— Francesco I 35 

— Base della torre Umberto I e gli ultimi 
restauri nel Castello 155 

— Parte superiore della nuova torre Um- 
berto I 154 

Cesare da Sesto: La Vergine col Bambino . 27 
Chiesa di S. Alessandro Hi 



Chiesa di S. Alessandro — Altare . . .118 
Interno 112 

- di S. Angelo 58 

- di S. Antonio Abate — Sedie corali . 123 

— di S. Carlo L34 

— di S. Fedele — Candelabro di Annibale 
Fontana ( >2 

— — Statuette dell'aitar maggiore .... L39 

- di S. Giovanni in Case Rotte .... 106 

— di S. Giuseppe .... . ... 103 

- di S. Lorenzo — Cupola 59 

— — Monumento Conte ...... .63 

- di S. Maria presso S. Celso .... 55 

— — Ferrari G. : 11 battesimo di Gesù Cristo 85 

- — Fontana A.: Lavabo nella sagrestia , 72 

— — ■ — La Vergine 71 

— - — Statua di S. Giovanni 70 

- di S. Maria della Passione LIO 

- Luini B.: Deposizione dalla croce . . 73 

— — Solari (maniera deli: La Madonna col 
Bambino 38 

- di S. Maurizio — Particolari degli af- 
freschi di B. Luini 79,80,81 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Chiesa di S. Paolo — Particolare degli af- 
freschi dei Campi 88 

- di S. Pietro in Gessate — Sedie corali 1 24 

- di S. Sebastiano 47 

— di S. Vittore al Corpo — Armadio nella 

sagrestia 122 

— Sedie corali 94 

Collezione Borromeo — Ferrari G.: Madonna 

col Bambino e due Santi 84 

— — Luini B.: La casta Susanna .... 78 

— Trivulzio — BoltraffioG. A.: Ritratto di 
Lodovico il Moro 11 

Colonna del Verziere 130 

Convento di S. Maria delle Grazie — Leo- 
nardo da Vinci: Il cenacolo 15 

Corso di Porta Romana 109 

Crespi Daniele: G. Cristo flagellato . . ,116 

— Il battesimo di G. Cristo 117 

Duomo (II) e il Coperto dei Figini prima 

dei lavori del periodo napoleonico . . .140 

— La porta centrale del Pellegrini e del Ric- 
chini 43 

— La porta maggiore di L. Pogliaghi . .157 

- Le due porte settentrionali del Pellegrini 42 

— Leoni L. : Monumento a Gian Giacomo 

de' Medici 67, 68, 69 

— Marco d' Agrate: S.Bartolomeo. . . . 62 

- Marini A.: Statua di papa Pio IV . . 64 

— Particolare delle sedie corali 95 

— Particolari della fronte ...... 44, 45 

— Poscoro 46 

— Solari C: Adamo 32 

— — Eva io 

— — Cristo alla colonna 37 

Ferrari Gaudenzio: Il battesimo di Gesù Cristo 85 

— La Pietà 86 

— La Vergine col Bambino 87 

— Madonna col Bambino e due Santi . . 84 
Fontana Annibale: Candelabro 92 

— Lavabo ............ 72 

- La Vergine 71 

— Statua di S. Giovanni ........ 70 

Galleria Crespi - - Boltraffìo G. A.: Ma- 
donna col Tutto 16 

- Crespi U.: G. Cristo flagellato . . . .116 

— De Predis A.: Madonna col Putto ... 25 

— Ferrari G.: La Pietà 86 

- Giampietrino: Madonna col Putto ... 24 

— Marco d'Oggiono: Trittico 21 

— Piazza C: Trittico ........ 90 

— Solari A.: G. Cristo benedicente . . . 31 
Giampietrino : Madonna col Putto .... 24 

Gonfalone di S. Ambrogio 93 

Leonardo da Vinci: 11 cenacolo .... 15 



Leoni Leone: Monumento a Gian Giacomo 

de' Medici 67, 68, 69 

Luini Bernardino : Deposizione dalla croce . 73 

— La casta Susanna 78 

— La flagellazione 83 

— La salma di S. Caterina portata al se- 
polcro dagli angeli 77 

— La Vergine col Bambino 75 

— Particolari degli affreschi di S. Mau- 
rizio 79, 80, 81 

— Sacra Famiglia 76, 82 

Marco d' Agrate: S. Bartolomeo 62 

Marco d'Oggiono: Gli Arcangeli .... 20 

- Trittico 21 

Marini Angelo: Statua di papa Pio IV . . 64 
Monumento a Cesare Beccaria .... 150 

— a Leonardo da Vinci ....... 127 

Museo Poldi-Pezzoli — La sala nera . .144 

— Solari A.: Ecce homo 29 

— — II " riposo „ nella fuga in Egitto . . 28 

- — - Madonna col Bambino 30 

Naviglio (II) da S. Marco 159 

Ospedale Maggiore — Il gran cortile . . 100 

- Parte del sec. XVII a imitazione dell'antica 101 

— ■ Tre finestre 102 

Palazzo Annoni e corso di Porta Romana 109 

- Archimi — Affreschi di G. B. Tiepolo 132, 133 

— Arcivescovile — Il cortile del Pellegrini 41 

- Bagatti-Valsecchi 151, 152 

- — Cortiletto in stile del rinascimento 
lombardo 153 

— Belgioioso 126 

— della Borsa 15b 

- di Brera • 106 

— — Affreschi di C. Piazza sullo scalone . 91 

— — ■ Canova: Napoleone I 138 

Cortile 105 

- della Cassa di Risparmio 148 

— Clerici — Tiepolo G. B.: Soffitto della 
gran sala 131 

— Cusani in Via Brera 125 

- Durini . . 107 

— dell'Esposizione Permanente . . . .149 

- dei Giureconsulti 56 

— Litta e Corso Magenta 108 

- Marino — Cortile 50, 51, 52 

— — Fronte moderna su Piazza della Scala 49 

- Fronte verso S. Fedele 48 

- — Salone ora del Consiglio municipale 53 

— degli Omenoni .......... 65 

— Rocca-Saporiti .......... 136 

— delle Scuole Palatine 57 

— del Senato, già dei Chierici Elvetici . . 98 
. Cortile .99 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Palazzo Serbelloni I- 1 » 

— Trivulzio — Porta .11'» 

— Visconti di Modrone, verso il Naviglio. 120 
Panorama di Milano, visto dal campanile della 

chiesa di S. Carlo 9 

Pianta di Milano edita da A. La ire ri nel 1573 40 
Piazza del Duomo prima dell'erezione del 

monumento a Vittorio Emanuele li . . .HI 

— Fontana e la fontana del Piermarini . 160 

— dei Mercanti 56 

Piazza Callisto: Affreschi sullo scalone del 

palazzo di Brera ''1 

— Trittico 90 

Pinacoteca Ambrosiana — Figura muliebre 13 

— — "Il musicista „, dopo il restauro . . 12 

— — Luini B.: La flagellazione 83 

— — — Sacra Famiglia 76, 82 

- di Brera — Appiani A.: Apollo e le Muse 143 

— — — Il carro d'Apollo 142 

— Boltraffìo G. A.: Due devoti ... 17 

— — — Ritratto di Girolamo Casio . . . 19 

— — Cesare da Sesto: La Vergine col Bam- 
bino .27 

— — Crespi D.: Il battesimo di G. Cristo 117 

— — Ferrari G. : La Vergine col Bambino 87 

- Luini B.: La salma di t S. Caterina por- 
tata al sepolcro dagli angeli 77 

— — — La Vergine col Bambino .... 75 

— — Marco d'Oggiono: Gli Arcangeli . . 20 
Procaccini G.C. : S. Cecilia e S. Girolamo 1 1 5 



Pinacoteca di Brera - Procaccini G. C: 
Sposalizio di S. Caterina 

— — Sodoma (attribuito ali: La Vergine col 
Bambino 

Porta Nuova 

— Romana 

Predis (Ambrogio dei: Madonna col Putto . 
Procaccini Giulio Cesare: S. Cecilia e S.Gi- 
rolamo . 

— Sposalizio di S. Caterina ...... 

Seminario — Cortile . . 

— Portale 

'• Simonetta „ (La) nel suburbio 

Sodoma (attrib. al) : La Vergine col Bambino 
Solari Andrea: " Lece homo ....... 

— G. Cristo benedicente 

— Il " riposo „ nella fuga in Egitto . 

— Madonna col Bambino 

Solari Cristoforo: Adamo ....... 

— Eva 

— Cristo alla colonna 

— (Maniera del): La Madonna col Bambino 
Teatro della Scala e monumento a Leonardo 

da Vinci 

Tiepolo Ci. B.: Affreschi nel palazzo Ar- 
chinti 132, 

— Soflìtto della gran sala del palazzo Clerici 

Via Dante 

Villa Reale, giù Belgioioso, verso il giardino 



97 

25 



115 

Nò 
1,11 

121 
61 
23 
29 
31 
28 
30 



38 



133 
131 

147 
128 




Museo Archeologico). 



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PANORAMA DI MILANO. VISTO DAI. CAMPANILI. DILLA CHIESA DI S. CABLO. 



V. 



Lodovico il Moro e la sua curie — Leonardo da Vinci e i pittori Lombardi: il Melzi, il Bollraffio, 
l'Appiani e il pseudo Boccaccino, il Sodoma, Giampietrino, Cesare da Sesto, il Predi*, il Solari, Bar- 
tolomeo Veneto, Francesco Napoletano, Bernardino dei Conti, Cesare Magni — L'influsso leonardesco 
sulla scultura. 




'AVVENTO a Milano di Leonardo da Vinci coincide, all' incirca, con 
l'inizio del periodo più glorioso per l'arte lombarda e per la grandezza 
di Milano. Alla morte di Galeazzo Maria Sforza — caduto sotto i colpi 
di tre congiurati, Lampugnano, Olgiato e Visconti — la seconda fisti 
di Natale del 1476, succeduta alla reggenza Bona di Savoia, questa, pochi anni dopo, 
non aiutata dai cortigiani, staccata dal figlio Giangaleazzo ancor fanciullo, abban- 
donò il Ducato, dopo aver assicurato che nella disperazione avrebbe lasciato il Ca- 
stello e, piuttosto che rimanere, ascendaria per le finestre, veneriti innanti li ponti, 
se amazaria. Lodovico Sforza, detto il Moro, zio di Giangaleazzo, le offrì, per cal- 
marla, venticinquemila ducati di pensione, oltre cinquantamila di gioie, un dono e la 
residenza del Castello di Abbiategrasso che essa accettò, abbandonando per sempre 
il Castello di porta Giovia. « Le opere di difesa colle quali la duchessa Bona aveva 
agguerrito la Rocchetta per resistere ai nemici esterni non avevano servito che alla 
sua rovina; ed il Castello, innalzato con tanti sacrifici per la difesa della dinastia 
sforzesca, doveva — prima ancora di subire un attacco esterno — servire a procacciare 
a questa dinastia il primo tracollo » (Beltrami). Scomparve allora la bella figura di 
uno dei più nobili uomini di Stato del Ducato, Cicco Simonetta, consigliere della 



io ITALIA ARTISTICA 

duchessa Bona, che fu decapitato, e il 7 ottobre del 1480 Giangaleazzo, istigato 
dallo zio. affidò al Moro la reggenza dello Stato; finché nel 1494. venuto a morte 
in Pavia Giangaleazzo a soli venticinque anni, non senza sospetto di avvelenamento 
a colpa dello zio, Lodovico il Moro con diploma imperiale fu nominato duca e. il 
26 di maggio dell'anno successivo, fu ornato del manto, berretto e veste ducale nel 
Duomo . '.rimonte e Giason del Maino, celebre legista, ne pronunciò 

l'elogio. In Castello poi, aggiunge con compiacenza il Corio. furono celebrati li stil- 
li triumphi quanto ai nostro secolo fussino altri. 

Al Moro spettò la fortuna, non disgiunta certamente da accortezza, di poter 
secondare i tempi nuovi. Egli accolse intorno a se i migliori ingegni che le arti, le 
lettere, le scienze vantassero nella regione e fuori : Leonardo. Bramante. Caradosso, 
iano da Sangallo. Luca Fancelli fra gli artisti. Giorgio Merula. Demetrio Cai- 
condila. Alessandro Minuziano, Bartolomeo Calco, Tommaso Grassi, gli storici Tristano 
Calco e Bernardino Corio, poi Luca Pacioli. Francesco Filelfo, Costantino Lascaris. il 
Merula. Dionigi Nestore, il poeta Gaspare Visconti. 

Fra i dotti stessi il primo posto spetta a Leonardo da Vinci. 1' ingegno mul- 
tiforme per eccellenza del nostro Rinascimento. All' op^ra di Leonardo — osserva 
con ragione il Solmi — ha collaborato il suo secolo, principalmente in Lombardia, 
dove Lodovico il M^ro lasciò liberamente svilupparsi il pensiero moderno, al quale 
poi attinsero due fra i maggiori uomini nuovi. Gerolamo Cardano (1501-1576) mila- 
nese e Bernardino Talesio (150S-15S8) di Cosenza, che in Pavia accolse alcuna delle 
luminose scintille del su<^> Di ria principia. Non oseremo dire, col 

Muntz, che nel movimento intellettuale e nell'importanza delle opere sbocciate in quel 
periodo di fecondità meravigliosa Milano non abbia rivali che Roma e Venezia : 
e che Padova. Mantova. Ferrara, Firenze stessa impallidissero al confronto. Ma è 
certo che la produzione del Bramante e di Leonardo diede allora alla città, nel 
mondo dell'arte, un impulso non mai raggiunto, e che, come avverte il Piot. verso 
il 1400, per quanto riguarda l'architettura, a pena l'arte fiorentina poteva gareggiare 
con le eleganti costruzioni bramantesche. 

Beatrice d"Este, moglie a Lodovico, donna beata e spirito pudico come la lodava 
in versi un poeta del tempo, seguì l'esempio del marito al quale ispirò virili risolu- 
zioni e così sincera affezione che. morta lei giovanissima, il Moro ne rimase lunga- 
mente desolato e le fece erigere da Cristoforo Solari un grandioso monumento. A 
maritare le lodi degli intelligenti lo Sforza incoraggiò gli studi, esentò da tributi i col- 
legi di giureconsulti, artisti, medici, filosofi. Il Grassi aveva aperta la scuola gratuita 
per i poveri, il Calco istituì nuovi insegnamenti, il Piatti dotò cattedre di astronomia, 
di greco, di logica, di matematica. La prosperità raggiunse un grado non mai co- 
nosciuto ; nel 1402 la città contava 18300 case, mentre Parigi non ne aveva che 1300. 
Allo sfarzo della corte il Moro diede esempio nuovo : si videro allora ciambellani 
e paggi carichi di vesti dorate, cortigiani che portavan braccialetti persiti del valore 
di 7000 fiorini; le pellicce e le piume ven'.van di lontano e si mandavan artisti come 
il Caradosso a far incetta di anticaglie e di gioie al di fuori e alla stessa corte dei 
Medici. Le gioie di Giangaleazzo eran stimate due milioni : fra quelle di Lodovico 
erano un balasso, una perla, un diamante stimati 85 mila zecchini. « Ad altro non 
si attendeva — secondo il Corio — che cumular ricchezze ; le pompe et voluptate 



MILANO 



1 1 



erano in campo. La corte degli nostri principi ora illustrissima, piena di nuove foggie, 
abiti et pelicce, e questo illustre stato era costituito in tanta gloria, pompa e ric- 
chezza, che impossibile pareva più alto attingere ». Lodovico il Moro — ■ fastoso, 
potente, energico — riassume tutta la liberalità del rinascimento lombardo; a pena 
Lorenzo il Magnifico può es- 
sergli paragonato, anche se, 
com'ebbe a notare uno scrit- 
tore illustre, non potesse van- 
tare la gloria d'avere ai propri 
servizi un Bramante e un Leo- 
nardo. 11 Magnifico era più 
eletto e geniale ingegno del 
Moro ed egli stesso, com' è 
noto, elegante poeta e umani- 
sta convinto ; ma è certo che 
Lodovico pure era colto e « fu 
oltre li altri fratelli dedito agli 
studi et per il bono ingegno 
suo facilmente capiva li sensi 
deli autori, di modo che, fra 
tutti li altri dominarno mai Mi- 
lano, fu il più letterato ». Un 
contemporaneo lo paragona al- 
l'Oceano che attira a sé i fiumi, 
un altro assicura eh' egli am- 
biva fare di Milano una se- 
conda Atene ; Ermolao Bar- 
baro ne cantava in versi le 
lodi e il Visconti Io chiamava 

Principe sagro, egregio tra gli egregi, 
Duca ili ciuci e Re degli altri regi. 

Appassionato dell'antichi- 
tà, mandava a Firenze e a 
Roma a raccogliere oggetti di 
scavo, ordinava oreficerie al 
modo antico e, per ricevere 

l'imperatore Massimiliano, faceva erigere un arco di trionfo al rito romano. A Mi- 
lano, a Pavia, a Vigevano ideava piazze e grandi vie piene d' aria e di luce ; il 
carteggio coi suoi architetti (in gran parte inedito) può solo dare un'idea di quella 
mente assetata di novità edilizie nelle città, di migliormenti nelle campagne e nelle 
terre minori. A tutte le maggiori fabbriche di Milano è legato il suo nome, ma, 
oppresse come sono oggi stesso da nuovi edifici, volgari o insignificanti, non 
siam più farci idea adeguata degli elogi diretti al Duca dal cronista Cagnola a 
quel riguardo. 




BOLTKAFFIO : RITRATTO DI LODOVICO IL MORO (COLLEZIONE TRIVULZIO). 

(Fot. Anderson 1 !. 



ITALIA ARTISTICA 



Intorno alla grande figura di Leonardo da Vinci s'impernia il movimento d'idee 
nuove, nell'arte e nella scienza, che caratterizza il Rinascimento lombardo nell'ul- 
timo ventennio del Quattrocento. Egli venne a Milano verso il 1483, sognando im- 
prese grandiose alle quali ap- 
plicare la mente sua ribelle alle 
vecchie formule. Il monumento 
equestre a Francesco Sforza 
glie ne offrì subito il destro e 
i molti schizzi pre paratori i e 
l'asserzione di Sabba Casti- 
glioni ci assicurano della sua 
preoccupazione di far cosa ori- 
ginale e grande. La Vergine 
delle Roccie, la potente compo- 
sizione della Cena nel refettorio 
dei Domenicani a S. Maria 
delle Grazie, la decorazione del 
Castello e specialmente della 
sala delle asse sono troppo rare 
opere alla nostra brama di co- 
noscer più ampiamente e inti- 
mamente il più gran genio ar- 
tistico che la Lombardia abbia 
accolto; e non è certamente 
a Milano che si potran ricer- 
care tracce fresche e vivaci 
di Leonardo pittore dopo la 
rovina di quel miracoloso e 
famosissimo Cenacolo, come 
lo chiama il Bandello, e dopo 
che la critica moderna ha ele- 
vato dubbi sulla paternità ar- 
tistica dei due piccoli ritratti 
dell' Ambrosiana e maggior- 
mente sul disegno della testa del Redentore della ^Pinacoteca braidense. 

L' idea del monumento a Francesco Sforza non era sorta spontanea nell'animo 
di Lodovico il Moro. Già Galeazzo Maria, nel 1473, andava volgendo in mente 
di onorare la memoria del genitore con una statua equestre : l'orefice Matteo da 
Civate, al quale il Duca s' era rivolto, aveva risposto che per fare la dieta opera 
de bronzo luj era mal pratico de fondere, ma che tuttavia si sarebbe provato a farla 
de rame battuto a martello et dorato. Rivoltosi il Duca ad Antonio Pollajuolo che 
preparò due disegni, e ai fratelli Mantegazza, questi risposero che più che eseguirla 




IL MI sIUSTA » (DOPO IL RESTAURO) — PINACOTECA AMBROSIANA. 

(Fot. Montabone). 



M I L A N O 



in oricalco dorato essi non sapevano: il che ci persnade delle difficoltà che s'in- 
contravano nel fondere in bronzo un'opera di gran mole. 

Gli schizzi che ci son rimasti provano che l'idea definitiva del progetto studiato 
da Leonardo passò attraverso a diverse fasi. Il Courajod trovò in essi due tipi distinti : 
l'uno di quiete, l'altro di movimento: ora il cavallo è lanciato con violenza estrema 
quando sul nemico caduto, 
quando su un tronco spezza- 
to ; e il cavaliere tende il 
braccio in avanti in attitudine 
di comando, o lo ritira indie- 
tro ; nell'altra serie il cavallo 
è riprodotto al passo, calmo. 
solenne. 

I suoi molti disegni di 
cavalli — ■ nei quali forse 
troppo facilmente si videro 
altrettanti pensieri pel monu- 
mento — provano che egli, 
per dirla col Muntz, riprese 
ab odo gli studi dell'anatomia 
e della locomozione ippica, 
pur senza rinunciare a ispi- 
rarsi ai monumenti equestri 
precedenti : e fra questi — 
ciò che sembra esser stato 
dimenticato dal Muntz e dal 
Richter — la statua d'Anto- 
nino Pio, erroneamente cre- 
duta di Teodorico, detta vol- 
garmente Regisole (storpia- 
tura di Re Gisnlfo, di cui 
narravano i vecchi storici), 
che, proveniente da Ravenna, 
si conservò fino a tutto il 
secolo XVIII a Pavia e della 
quale son numerosissimi ricor- 
di nelle vecchie carte e nelle 
rappresentazioni dell'arte del 

Rinascimento lombardo, compreso un bassorilievo dell' Amadeo. In un accenno de 
suoi scritti Leonardo loda precisamente più il movimento che nessuna altra cosa del 
cavallo di Pavia, osservando che l'imitazione delle cose antiche è pia laudabile che 
delle moderne. Certa riflessiva lentezza inerente al carattere di Leonardo e la 
grandiosità dell' impresa impediron che l'opera per la quale occorrevan cento mila 
libbre di bronzo e che doveva esser alta dodici braccia fosse attuata ; il modello in 
creta fu distrutto dalle soldatesche più tardi. Così dell'attività di Leonardo quale 




FIGURA MULIEBRE (PINACOTECA AMBROSIANA). 

(Fot. Montatone . 



i 4 ITALIA ARTISTICA 

scultore non rimangon tracce sicure, poiché alcune opere che qualche studioso 
vorrebbe attribuire al maestro fiorentino son ben lungi dall'esser riconosciute come 
tali dalla critica unanime, anche se rivelano la maniera del Verrocchio e della sua 
scuola dalla quale Leonardo era uscito. 

Sull'autenticità dell'esemplare di Londra della Vergine delle Roccie o di quello 
di Parigi la critica ha vivacemente discusso, ma l'accordo non è raggiunto e non 
Io sarà così presto: identiche di composizione, con differenze lievissime in qualche 
particolare secondario, egli è certo che da entrambe spira vivace il sentimento leo- 
nardesco, sian esse solamente disegnate dal maestro ed eseguite da un allievo, o per 
intero incominciate o anche ultimate da Leonardo. 

Si sa che l'originale di quel quadro fu eseguito da Leonardo e da Ambrogio 
de Predis pei confratelli della Concezione di S. Francesco a Milano e che i due artisti 
dovetter chiedere l'intervento del Duca per esser soddisfatti dell'ancona de figure de 
rdevo misa tutta de oro che racchiudeva una nostra dona depinta a olio et due quadri 
cimi dui angeli grandi eseguita da Leonardo stesso, il quale chiedeva, in caso di non 
pagamento, la restituzione del quadro. Forse il prezioso quadro fu ritirato da Leo- 
nardo e ceduto a Francesco I, come vogliono i difensori dell'autenticità del quadro 
del Louvre. Se invece si vuol credere agli inglesi, che giurati sull'autenticità del 
loro quadro, il dipinto sarebbe stato tolto dalla chiesa, se crediamo al Bianconi, 
prima del 17S7, e precisamente nel 1785 come provati varii documenti venuti in 
luce in questi giorni, e venduto all'Hamilton, da cui passò poi nella collezione del 
conte di Suffolk e, nel 1SS0, per 250 mila lire, nella Galleria nazionale di Londra. 

Dobbiam quindi limitarci ad ammirare a Milano l'opera del grande e multiforme 
artista sotto l'aspetto di pittore se non nei discussi ritratti dell'Ambrosiana (il Musi- 
cista, recentemente ripulito, e il delicato, quasi timido ritratto femminile di profilo) 
almeno in quel che rimane del Cenacolo, il cui stato di deperimento è tale che stringe 
il cuore. La grande composizione — dipinta a tempera — fu eseguita lentamente, 
in un periodo di ben sedici anni, a più riprese, se crediamo ai vecchi biografi, no- 
nostante le sollecitazioni del Duca e le lagnanze del priore. Leonardo lavorava in- 
torno alla Cena molto saltuariamente e si soffermava lunghe ore a contemplare la 
parte eseguita senza progredire: oppur troncava improvvisamente il lavoro appena 
ripreso. « L'ho anco veduto — notava il Randello — secondo il capriccio ghiribizzo 
lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in Itone, da corte vecchia ove 
quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto alle Grazie : et asceso 
sul ponte pigliar il pennello, et una due pennellale dare ad una dì quelle figure, 
et di subito partirsi et andare altrove ». 

Nel grandioso affresco Leonardo applicò con cura particolare e per la prima 
volta i suoi studi e le sue teorie sulla rappresentazione dei caratteri. Conservando 
nella scena quella simmetria prisca o divina proportione che, per dirla col Solmi. 
« riluceva in un intelletto ammiratore dei Greci e sotto alle investigazioni scienti- 
fiche », egli rappresentò, in una armonia generale rigorosissima nella disposizione 
dei gruppi e dello sfondo, il tragico momento nel quale Cristo pronuncia, seduto 
a cena fra gli apostoli, la frase che rivela il tradimento. I disegni che rimangono 
provano la evoluzione dell'idea dominante nella mente del maestro : lo schizzo del 
Louvre, con quattro figure raccolte in atto di discussione vivace dinnanzi a una quinta, 



MI L A X ( > 



15 



sembra la riproduzione di una vera scena, ma non prova d';iver servito da vicino 
all'opera definitiva come nei due schizzi di un foglio dell'Accademia di Venezia, nei 
quali la scena è rotta troppo violentemente dalla mossa incomposta dell'apostolo 
Giovanni arrovesciato col capo innanzi sulla tavola, mentre nel disegno di Windsor 
l'idea è totalmente cambiata e riproduce il tranquillo momento della comunione. Non 
è invece opera leonardesca, ma piuttosto uno studio copiato dalla scuola, quando già 
il dipinto a fresco incominciava a rovinare, il disegno a pastello della testa del Re- 
dentore della Pinacoteca di Brera. E, secondo il Dehio, sarebber pur riprodotte di- 
rettamente dall'affresco — forse dal Boltraffio — le dieci teste che figurano nella 
Galleria di Strasburgo, dalle quali sarebbero tolti i noti studi delle teste degli Apo- 




LEONAKDO DA VINCI : II. CENACOLO (CONVENTO DI S. MARIA DILLI; GRAZIE). 



( P'ot. Alinari 1. 



stoli della raccolta di Weimar attribuibili invece, secondo il Frizzoni, a qualche scolaro 
di Leonardo che potrebb'essere il Solari, che già lasciò una copia del Cenacolo stesso, 
come la lasciò il Magni. Ma sulle copie del capolavoro può vedersi quanto ne 
scrisse il Bossi che ne ricordò quasi una trentina che vanno dal 1500 al 1675, anche 
di maestri stranieri. Lentamente l'idea che prevalse s'andò formando : Leonardo, 
gironzando mattina e sera nel Borghetto di Milano dove dimorava la plebe più lu- 
rida, raccolse schizzi e memorie per l'opera bellissima : là ritrovò il modello pel suo 
Giuda così potentemente perverso e quel ricco materiale di fisionomie diverse e di 
caricature che disseminò nei manoscritti e nei disegni. Quella figura è pili laudabile 
— egli scriveva — che con Vallo meglio esprime la passione del suo animo. Il quadro 
anche da questo punto di vista rappresenta il capolavoro dell'arte del Quattrocento: 
nessuno dei maestri precedenti — Giotto nel Cenacolo nell'Arena di Padova, Andrea 



IO 



ITALIA ARTISTICA 



del Castagno in quello del convento di S. Apollinare a Firenze, il Ghirlandaio nel 
refettorio d'Ognissanti — aveva saputo riprodurre, come questa volta, la scena gran- 
diosa e il propagarsi, fra i seguaci del Redentore, della terribile novella e la mera- 
viglia, lo sdegno loro, in contrapposto alla calma, forte e rassegnata, del Salvatore 
del mondo. 

« La serena e tranquilla tristezza — riporto ancora una volta le parole del Solmi 

di Cristo, mostra di per sé il divino ; i moti dei discepoli, nella loro semplicità, 

danno l'impressione che una gran parola è stata pronunciata e un gran fatto sta 

per compiersi. Nella tendenza dei gruppi 
verso Gesù, solo Giuda fa come un leg- 
gero balzo indietro, mentre l'atteggia- 
mento delle labbra e della mano tenta 
di esprimere una ipocrita ignoranza, ma 
già la destra afferra la borsa de' denari, 
e il gomito fa rovesciare sulla tovaglia 
la saliera. Accanto a Giuda, contrasto 
sublime, Giovanni, la testa bellissima 
leggermente inclinata, gli occhi semi- 
chiusi dal sonno, le mani con le dita 
intrecciate. Le bellezze con le bruttezze, 
era opinione vinciana, paiono più po- 
tenti l'ima per l'altra ». 

Il Pasquier Le Moine vide l'affresco 
ancora vivace nel suo colorito originale, 
lo lodò come opera par excellence sin- 
gultire e rimase ammirato della cura 
posta dal pittore nel riprodurre i più 
modesti particolari della mensa. 

Ma la rovina del capolavoro inco- 
minciò presto: nella metà del Cinque- 
cento già il Lomazzo la diceva « rovi- 
nata tutta » e il Vasari, poco dopo, non 
vi vide « più se non una macchia ab- 
bagliata ». I vandalismi dei restauratori e, più tardi, dei soldati quando, nel 1 796, 
un generale repubblicano fece del refettorio una stalla, l'umidità, l'azione atmosferica 
aumentarono il più gran danno recato all'arte italiana. Oggi le cure più amorose 
son rivolte ad arrestare il progredire della rovina. Ne miglior sorte incontrarono 
le figure di Lodovico il Moro, di Beatrice e dei figli Massimiliano e Francesco 
che Leonardo — come assicura una nota lettera dello Sforza a Marchesino Stanga 
— dovette eseguire sulla parete di fronte alla Cena, ai lati della Crocifissione del 
Montorfano. Il colore è scomparso : gli stessi contorni son stati ripassati da gros- 
solane pennellate opache. 

Del ritratto eseguito da Leonardo della nobile, bellissima e colta Cecilia Galle- 
rani gran lume della lingua italiana come la chiamava il Bandello, e favorita di 
Lodovico il Moro dal 1481 al 1494,11011 si conosce la fine e non siam certo disposti 




GIAN" ANTONIO BOLTKAI FIO : MADONNA COL PUTTO 
(GALLERIA CRESPI,!. I Fot. Anderson). 




G. A. BOLTRAFFIO : DUE DEVOTI (R. PINACOTECA DI BRERA). 



(Fot. Alinari). 



M ILANO 



19 



a vedere, col Carotti, nell'angoloso ritratto muliebre della collezione Czartoriski di 
Cracovia, un'opera leonardesca, ma piuttosto di Ambrogio de Predis. Di Lucrezia 
Crivelli, altra amante dello Sforza, si crede da qualcuno sia arrivata fino a noi il 
ritratto leonardesco nella belle Ferronière del Museo del Louvre, "che però molti cri- 




(',. A BOLTKAFI IO : RITRATTO DI GIROLAMO CASIO (li. PINACOTECA DI BRBRA). 

I E "t. Montabone). 



tici tolgono dal novero ristrettissimo delle opere indiscusse del maestro, mentre altri 
— il Venturi a ino' d'esempio — la ritengon sua, ancor di gusto toscano ed ese- 
guita a Milano. 

A Milano, secondo il Marks e il Cook, sarebbe stato eseguito, anteriormente 
al 1500, il cartone della prima idea del gruppo di S. Anna, con la Madonna e il 



20 



ITALIA ARTISTICA 



bino, che trovasi oggi nella Rovai A.ccademy di Londra, mentre un secondo 

>ne, eseguito da lui più tardi, avrebbe servito alle numerose copie oggi sparse 

in diverse gallerie; la pala ohe il pittore stesso trasse da quel disegno si conserva 




\. ' iNGl LI R. PIXA< Ori ( A DI BRI 

Fot. I. I. d'Ai ti Gra 



ini leonardesche nel Castrilo Sforzesco — 

\— - guìte fra il . il 1498 — un foltissimo pergolato ar- 

raggrup] iti intorno alla serraglia in cui campegg 

stemma ra ntemente restaurata sotto la direzione di Luca 

1 — e nella saletl negra '..quale il Miiller Walde vide l'ispirazione di- 



1< w t » h «™«»«*. l .i...n l .i..*™w.rniHr 




22 ITALIA ARTISTICA 

retta di Leonardo) dobbiam limitarci, dato il carattere sintetico di questo scritto, e 
la loro importanza, limitata alla decorazione, a ricordarle senza entrare nell'esame 
critico dell'attribuzione. 

« Leonardo — riporto una frase del Venturi che spiega bene la poca attività 
del maestro nel campo della pittura — lasciava spesso la cura di condurre a fine le 
sue creazioni ai discepoli. Sospinto da irresistibile bisogno di nuovo, eccitato ad ogni 
visione delle cose, nelle quali penetrava coi grandi occhi indagatori, irrequieto per 
il sentimento della perfezione, che gli schiudeva innanzi orizzonti sempre vasti, poco 
dipinse. Dubitava sempre di sé e andava dicendo : « Quel pittore che non dubita, 
poco acquista ». Lasciò quindi imperfette la maggior parte delle opere a cui mise 
mano, perchè voleva rendere l'anima delle cose e trovò la materia sorda ». 

Leonardo, anche considerato come architetto, può esser collocato fra i mag- 
giori, come provati le conclusioni del Geymùller ; ma l'opera sua dev'esser studiata 
esclusivamente su' suoi disegni che rivelano una derivazione diretta dall'arte di Bru- 
nellesco : all'influenza di Bramante tuttavia egli non rimase estraneo e con lui rimase 
in rapporti per molti anni alla corte del Moro. Alla scelta d'un progetto ispirato 
alle tradizioni lombarde nella costruzione del tiburio del Duomo — - pel quale uno 
schizzo del Codice Atlantico presso la Biblioteca Ambrosiana è prova del suo inte- 
resse al monumento di fronte a certe tendenze d'oltr'Alpe che avrebber voluto dar 
sviluppo alla fabbrica sulla fronte anziché nel punto d'incrocio delle navate — non 
rimase certamente estraneo il parere dato da Leonardo, che vi si applicava volen- 
tieri; « magistro Leonardo Fiorentino me ha dicto sarà sempre aparechiato omi/ie 
volta sji rechiesto », assicurava Bartolomeo Calco al Duca in una lettera del 1490 
che trovo fra il carteggio sforzesco. 

Eccellente ingegnere militare, Leonardo prestò molte volte il proprio ingegno 
multiforme a disposizione del Duca, sia per dare al Castello di porta Giovia una 
forma opportuna alla resistenza agii attacchi, studiando l'attuazione di un canale di 
comunicazione fra il fossato di cinta e i così detti redefossi per innondare il primo 
in caso di bisogno e rafforzando la ghirlanda con una serie di muri paralleli gemi- 
nati, sia progettando una strada segreta e un rivellino fondato sul precetto vitru- 
viano degli ingressi obbliqui, sia progettando persino una così radicale modificazione 
del piano generale dell'edificio da prevenire molti dei concetti che saranno la base 
delle fortificazioni nel secolo successivo. Alla fertilizzazione dei vasti latifondi della 
Lomellina il Moro adoperò largamente Leonardo che si affaticò in opere d'idraulica 
e di architettura così che il Naviglio fu dovunque apportatore di beneficio e le terre 
s'andaron popolando di pastori e di case e sorser le grandi fabbriche ducali della 
Sforzesca da prima, del Castello di Vigevano poi. 

I manoscritti di Leonardo rivelan la preoccupazione continua di quella mente 
superiore per ogni nuovo problema che andava intravvedendo durante le sue pere- 
grinazioni: or pensa ai lavori di una scala per raddolcir l'impeto dell'acqua che ca- 
deva in basso dai prati della Sforzesca « e per tale scala è disceso tanto terreno che 
assecò, cioè riempie un padule e se si è fatto praterie di padule di gran profondità » 
(febbraio 1494) e in tal modo la causa stessa di un danno si muta, per opera del suo 
genio, in ragione di beneficio ; or fa calcoli intorno alla cavatura di un canale di 
trenta metri: or s'appresta al rilievo del Naviglio della Martesana. Di quando in 



M I L A X ( » 



23 



quando si raccoglie nel silenzio e nello studio, e dedica ricerche e interi volumi di 
appunti all'anatomia artistica, alla prospettiva e, persuaso che la scienza esige un 
uso costante e ben definito dei vocaboli, si dà allo studio sistematico sul valore e 




Wf 




ATTRIBUITO AL SODOMA : LA VERGINE COL BAMBINO IR. IMSACOTIXA DI BRERA 



sul significato dei termini volgari, e ripassa il latino, la grammatica del Donato, il 
vocabolario di Giovanni Bernardo, gli avverbi e le proposizioni, declina nomi, coniuga 
verbi. Eppure così serie doti di ricercatore indefesso di scientifiche verità non andaron 
disgiunte dalle più geniali qualità, tanto che Leonardo rappresenta veramente il più 
meraviglioso esempio di perfetto ingegno che vanti la nostra razza. « Spiccarono in 



24 



ITALIA ARTISTICA 



Leonardo — assicurava il Giovio — pregi di grande compitezza, accostumatissime e 
generose maniere, accompagnate da un bellissimo aspetto ; e poscia ch'egli era raro 
e maestro inventore d'ogni eleganza e singolarmente dei dilettevoli teatrali spetta- 




GIAMl'IETKINO : MADONNA COL l'I" ITO HALLI. RIA CRESPI). 



(Fot. Anderson). 



coli, possedendo anche la musica, esercitata sulla lira in canto dolcissimo, divenne 
caro, in supremo grado, a tutti i principi che lo conobbero ». 

Più tardi, quando la guerra con la Francia sarà imminente, Leonardo, nominato 
ingegner camerale, sospenderà i suoi studi prediletti e i lavori di decorazione elei cu- 



M I L A X O 



merini del Castello, per sopraintendere « ai fiumi, ai navigli, alle muzze, ai fossi 
e alle altre acque, che da essi derivano e quindi riparare i canali, e le bocche 
pubbliche e private » e si applicherà alle conche e sistemerà con un fossato interno 
la Martesana, convinto che nessun canale, ch'esca fuori de' fiumi, sarà durabili, e 
l 'acqua del fiume, d'onde nasce, none integralmente rinchiusa, superandole difficoltà 
per condurre l'acqua dall' Adda a Milano. Da alcuni disegni del Codice Atlantico si 
vede come Leonardo avesse studiato con amore il problema della navigazione del- 
l'Adda. Compiuto già il canale della Martesana, l'Adda opponeva pericoli e dif- 
ficoltà permanenti alla navigazione nel tronco fra Brivio e Trezzo ; gli studi relativi 
al corso dell'Adda furon poi promossi da 
Francesco I di Francia con un annuo as- 
segno, e compiuti fra il 1516 e il 1518 
quando Leonardo era già in Francia al 
servizio di quel Sovrano ; il Beltrami 
arguisce logicamente che Leonardo, es- 
sendosi già interessato di quel problema 
di navigazione, avesse poi consigliata e 
spronata la generosità del Re. guada- 
gnandosi in tal modo un nuovo titolo alla 
riconoscenza dei lombardi. 

Sulla fondazione di un' Accademia 
Vinciaua, supposta da qualche scrittore, 
non insisto, anche perchè la questione 
è "di assai dubbia importanza, né egli, 
né il Vasari, né i documenti del tempo 
la ricordano, e, nonostante quanto ne 
pensasse il Muntz — del quale ricordo 
con rammarico che la promessa d' in- 
viarmi il risultato di nuovi suoi studi su 
quell' argomento rimase purtroppo ina- 
dempiuta per la compianta scomparsa 
dell'attivissimo scrittore — è a credere 
col Solmi, con Paul Errerà e con molti 
altri che una tale Accademia non sia 

mai esistita. La frase Academia Leonardi Vinci, che si legge in diversi pazienti di- 
segni a intreccio cari al grande artista (che verosimilmente volle alludere al proprio 
nome con gli intrecci della pianta del vinco che caratterizza con la sua vegeta- 
zione il villaggio toscano Vinci, come quelli di Vinciolo, Vincigliata ecc. e che fan 
pensare ai legami con sì dolci vinci ricordati da Dante) non vuol dire fors'altro 
— • a mio pensare — che : passatempo, disegno, schizzo di Leonardo da Vinci, se- 
condo un antico e vario significato di quella prima parola. 

Ma già il pericolo francese incombeva sul Ducato e sull'Italia intera e Leonardo 
si lamentava con Io Sforza — preoccupato da ben altre cure — di non poter com- 
piere opere di fama, per le quali io potessi mostrare a quelli che verranno, ch'io 
sia sfato. 




AMBROGIO DE PREDIS 
(.GALLERIA CRESPI). 



MADONNA COL PUTTO. 

(Fot. Anderson). 



2 6 ITALIA ARTISTICA 



Già Luigi XII, Venezia e il Pontefice progettavano la divisione del Ducato, e 
"benché il Moro si fosse assicurato con la sua politica machiavellica l'aiuto di Fer- 
rara, di Firenze, di Bologna, di Mantova, del Re di Napoli, di Massimiliano, persino 
del Turco, nel 1499, quando l'esercito francese invase la Lombardia comandato dal 
maggior nemico degli Sforza, Gian Giacomo Trivulzio, in meno di venti giorni tutto 
lo stato fu in potere del Re di Francia. Il 6 d'ottobre, per tradimento del castel- 
lano Bernardino da Corte, la capitale stessa del Ducato cadde in mano dell'invasore. 
Confesso, avrebbe detto il Moro quando poco prima aveva addensato, sul reame di 
Napoli, invitando Carlo Vili ad impossessarsene, un turbine che avvolse e poco 
•dopo annientò lui stesso, che lio fatto gran viale ali 1 Italia, via Vho fatto per con- 
servarmi nel loco in cui mi trovo ; l'Italia, allora e dopo, quando il malo esempio 
trovò troppi spietati imitatori, non gli tenne certamente per buona la scusa ed ebbe 
a rimpiangere che le teorie del Machiavelli avesser prodotto al paese sciagura così 
enorme. 

Re Luigi entrò solennemente in Milano da porta Ticinese, e fissò la sua 
dimora in Castello « et quando Io vide così bello et fornito di artelaria molto 
restò maravigliato et grandemente improperò quello nuovo Juda di Bernar- 
dino da Corte ». Il Moro non si perdette d'animo e, con l'aiuto dell' imperatore 
e col tesoro che s' era portato seco, assoldato un grosso nerbo di truppe tede- 
sche e svizzere, tentò ricuperare il Castello che, eretto a difesa della dinastia sfor- 
zesca, subì il primo assalto precisamente per parte di uno Sforza. Ma il tentativo 
andò a vuoto e il Moro, abbandonata Milano, si portò sotto Novara, dove, tradito 
dai suoi, fu fatto prigioniero dai Francesi. La dominazione dei quali sullo stato do- 
veva durare dodici anni, finché, nel 15 12, scosso il prestigio di Francia dalla Santa 
Lega capitanata da Giulio II, vinte le armi francesi a Ravenna — dove il conte 
Gastone de Foix, il giovane comandante delle milizie di Francia, rimase ucciso, 
sembra, dai guasconi per torli lo safono che valea meara di scudi — , Massimiliano 
Sforza primogenito di Lodovico ottenne il Ducato coll'appoggio del papa e dell'im- 
peratore. Più tardi, quando a Melegnano, nella famosa battaglia che fu detta dei 
giganti, furon decise, in favor di Francesco I, le sorti del Ducato, succedette quella 
dominazione francese a Milano che non finì che nel 1522 allorché la battaglia 
della Bicocca fiaccò la potenza francese in Lombardia e lo stato si trovò nelle 
mani di Carlo V che ne dispose in favore di Francesco II Sforza : e la lunga, fa- 
talo, opprimente dominazione spagnuola incominciò. 

La signoria sforzesca, ridotta a una parvenza, si spense con Francesco II che, 
morendo nel 1535 senza prole, dichiarava suo erede Carlo V. 



La caduta della signoria di Lodovico il Moro nel 1499 rappresenta il maggior 
danno per l'arte lombarda, la quale, giunta al suo apice, dovette piegare sotto la sferza 
degli avvenimenti politici. Fu una fuga generale: artisti, dotti, umanisti non pensaron 



M I L A N O 



27 



che a porre in salvo robe e persona. Bramante partì per Roma dove doveva per- 
correre il suo cammino trionfale indirizzando su nuova via l'arte delle seste. Leo- 




,ESARE DA SESTO : LA VERGINE COL BAMBINO (K. PINACOTECA DI BRERA'. 

(Fot. I. I. d'Ara Grafiche). 



nardo, con lettera di cambio del 14 dicembre di quell'anno, mise in salvo presso 
lo spedale di Santa Maria Nuova di Firenze il suo denaro e, nel cuor dell'inverno, 
insieme all'amico Luca Pacioli e al suo fedele Salaino, si avviava a Venezia. Sulla 



2 8 ITALIA ARTISTICA 

laguna e, poscia, a Firenze lavorò ben poco d'arte, impudentissimo al pennello come 
egli era, e tutto assorto in continui e nuovi problemi scientifici : tuttavia il ristretto 
elenco delle sue opere ne annovera ancor qualcuna anteriormente alla partenza del 
maestro per la Francia. 




ANDREA SOLARI. IL <r RIPOSO » NELLA FUGA IN EGITTO MUSEO POLDI-PEZZOLI 



I germi dell'arte e della scienza lasciati da lui in Lombardia si svilupparon spon- 
taneamente e rigogliosamente come in terreno fecondo, ma, per quanto riguarda 
l'arte, diciamolo senza ambagi, la presenza di Leonardo, se impresse un potente ri- 
sveglio alle forze locali, le attrasse nell'orbita della propria potente attività e tolse 



M ILANO 



-che vi si innalzasse una scuola, con caratteri proprii, originali, lombardi sullo basì 
costrutte dal Butinone, dallo Zenale, dal Civerchio, dal Foppa, dal Bergognone. Sola- 
mente la scultura — ■ se se ne eccettua Cristoforo Solari che nel suo Adamo, nel 
Cristo alla colonna (e in qualche altra statua men sicuramente sua lungo i f inestroni 
del Duomo) rivela l'influenza leonardesca — rimase quasi interamente estranea al- 
l'espandersi delle formule messe in onore dal grande maestro fiorentino. L'Amadio 
e i suoi seguaci — specialmente per effetto di certo isolamento derivante dal fatto 
che il centro principale della loro 
attività rimase quasi sempre la Cer- 
tosa di Pavia — continuaron l'ascen- 
sione della loro parabola artistica, 
senza perder nulla delle loro buone 
e cattive qualità prettamente re- 
gionali. 

Leonardo predilesse sopra gli 
altri suoi seguaci in arte Giovanni 
Antonio Boltraffio e Marco d' Og- 
giono. Quanto al Salai o Salaino 
« il quale era vaghissimo v di grazia 
e di bellezza, avendo begli capelli 
ricci ed inanellati e pe' quali Leo- 
nardo si dilettò molto, ed a lui in- 
segnò molte cose dell' arte », con- 
fuso da qualche vecchio scrittore 
con Andrea Solari, nessuna opera 
sua sicura ci può dare il giusto va- 
lore de' suoi meriti artistici, e i di- 
pinti che gli vengon attribuiti — una 
tavola (n. 316) nella pinacoteca di 
Brera, un dipinto neh' Ambrosiana, 
un altro negli Uffizi — lo rivelano un 
imitatore più che uno scolaro di Leo- 
nardo. Altro prediletto da Leonardo, 

del quale invano si cercherebbe un'opera sicura — quando non sia un disegno 
col suo nome dell'Ambrosiana — è Francesco Melzi gentiluomo milanese, al quale 
Leonardo lasciò, in testamento, in considerazione dei servici amorevoli ricevuti da 
Ini, i suoi libri, i suoi disegni e una somma di denaro ; benché in una lettera pub- 
blicata dal Campori diretta al duca di Ferrara sia dotto che il Melzi fu creato de 
Lionardo de Vinci et herede et ha molti de' sani segreti, et tutte le sue opinioni, et 
dipinge molto bene, è a credere ch'egli fosse dilettante più che pittore di professione. 
Il Morelli, non sapendo a quale fra i seguaci di Leonardo attribuire un quadro della 
galleria di Berlino, mise innanzi l'ipotesi che potesse essere del Melzi. 

Di nobile famiglia nacque pure il Boltraffio nel 1467 e coprì diverse cariche 
pubbliche a Milano : Leonardo gli apprese la sapienza del modellato, il colorito 
-caldo e delicato nei chiaroscuri, l'esecuzione sicura e diligente. La sua natura non 




ANDRl A SOLAKI 



I I 1 I HOMO (MUSEO PÙJLD1 l'I, //.OLI). 
(Fot. Uro-i >. 



ITALIA ARTISTICA 



lo portò a composizioni drammatiche, ma piuttosto alle serene rappresentazioni di 
Madonne e di santi e ai ritratti « tutti nobilmente concepiti ed egregiamente mo- 
dellati » per dirla col Morelli. Lavorò anche a Roma. Nella collezione di Brera i 
Due devoti e il bel ritratto del poeta Casio, nel museo Poldi-Pezzoli la Madonna col 
Bambino che sta raccogliendo un. fiore, una seconda nella collezione Crespi, il ri- 
tratto nella collezione Frizzoni e un altro ancora nell'Ambrosiana son le opere principali 
che a Milano permettono di conoscerne lo stile pieno di attrattive. Marco d'Oggiono 
lavorò invece specialmente a fresco, a Milano, seguendo la maniera di Leonardo nei 
tipi, nei contrasti di chiaroscuri, nella vivacità del colorito, rimanendogli ben infe- 
riore nel modellato, nelle sfumature, nel- 
l' intensità del sentimento, anche quando 
nei piccoli quadri (come nel Salvator Mundi 
della galleria Borghese che fu ritenuto un 
tempo come opera di Leonardo stesso) 
raggiunse un grado di morbidezza che 
invano si cercherebbe ne' suoi affreschi 
troppo chiassosi e fuor di tono. 

La maggior parte delle sue opere — nelle 
quali il trasmodare delle forme leonarde- 
sche, gli occhi gonfi, gli zigomi troppo 
distanti fra loro, le mani dalle dita molli 
e senza ossa son sue caratteristiche — si 
conserva a Milano. Nella sola galleria 
di Brera sono gli affreschi già nella chiesa 
della Pace, due tavole provenienti da Lodi 
nella sala XIV e la nota composizione 
degli arcangeli che abbattono il demonio, 
piena di dignità e di grazia leonardesca 
attraverso le solite forme e il colorito un 
po' pesante. Un suo imitatore, secondo il 
Morelli, è quel maestro Nicolò Appiani, o 
de Aplano come lo chiamar] le vecchie 
carte, che lavorò pel Duomo dal 1 5 1 1 in 
avanti. Il Morelli e un vecchio catalogo, ricordando inesattamente il Torre, attrfl ui- 
rono all'Appiani due tavole — V Adorazione dei Magi e il Battesimo di Gesù — pro- 
venienti dalla chiesa di S. Maria della Pace, ora a Brera, senza avvertire che, al 
contrario, il Torre le attribuì a Marco d'Oggiono. Così nacque l'attribuzione all' Ap- 
piani — del quale non si conosce nessuna opera sicura — dei quadri che sarà più 
prudente ascrivere alla scuola leonardesca in genere, pur notanto che posson apparte- 
nere al maestro conosciuto come il psciido Boccaccino: un maestro questi che, ab- 
bandonata Milano forse all'epoca della caduta della signoria del Moro, si stabilì a 
Venezia e risentì altre influenze locali. 

Fra gli scolari di Leonardo che ne sentiron direttamente la grande arte son an- 
cora Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, Giampietrino, Cesare da Sesto. Nei 
loro dipinti, o in una buona parte, le forme, i tipi, il colorito, il paesaggio del maestro 




ANDREA SOLARI: MADONNA COL BAMBINO .MUSEO 
POLDI-PEZZOLI I. 

I . Montabone). 



M ILAN O 



ritornano amorosamente, diligentemente, quasi con la sola prooccupazione di avvi- 
cinarsi il più che sia loro possibile al prototipo anzi che tentare nuove vie. 

Il Sodoma, nato a Vercelli nel 1477. venne presto a Milano e da Leonardo 
avrebbe tolta « quella sua maniera di colorito acceso recata di Lombardia » secondo 
il Vasari; così che nel 1501, quando gli agenti degli Spannocchi lo condussero a 
Siena, egli avrebbe potuto recare nell'inaridita scuola senese il valido elemento di 
un' arte luminosa ed elevata. E in 
Toscana che l'arte di questo attivo 
maestro può esser studiata a dovere. 
A Siena le sue opere produssero 
— come osserva, a mo' di conclu- 
sione in un suo acuto studio sul pit- 
tore, il Frizzoni — un generale rin- 
novamento, una rigenerazione a più 
efficaci espressioni di vita, di grazia 
e di naturale varietà. A Milano, la 
dolcissima Madonna col ^Bambino 
di Brera che gli viene attribuita, a 
qualche studioso par troppo affine 
all'arte leonardesca per doversi attri- 
buire al Bazzi. 

Di Gian Pietro Rizzi, detto 
Giampietrino, è tutt'altro che sicura 
la identificazione della personalità 
artistica, per la mancanza di opere 
firmate : gli vengon attribuite molte 
delicate composizioni, di leonardesca 
derivazione, fredde di toni, senti- 
mentali, delicate. Qualche volta, 
come nella dolce Madonna col Bam- 
bino della collezione Crespi, più che 
nelle due Maddalene di Brera, e in 
una terza della Pinacoteca comunale 
nel Castello Sforzesco, egli trova 
una gaiezza di colorito, un equili- 
brio di toni, un intenso sentimento 
per lui singolari. Ma quando svolse 

scene bibliche o mitologiche, sotto l'influsso, e forse, come sospettò il Morelli, con 
la stessa collaborazione di pittori dei Paesi Bassi che dopo la morte di Leonardo 
frequentemente pellegrinarono in Italia, allora eccedette nella misura e smarrì la 
soavità d'espressione antica. 

Meno originale del Sodoma, ma più colorista del tetro Giampietrino, è Cesare 
da Sesto. La Adorazione dei Magi di casa Borromeo è, pel Morelli, la più antica 
sua opera e rivela lo studio sulle opere di maestri toscani come Lorenzo di Cred 
e PAlbertinelli, spiegabile con le peregrinazioni del pittore. Della sua prima epoca 




A X DKK A SOLARI 



Ci. CRISTO BENEDICENTE (OALLEEIA CRESPI). 
Fot. Anderson). 



ITALIA ARTISTICA 




CHISTOIOKO SOL Alil : ADAMO (DUOMO) 



(Fot. Alinari). 



-è una delicatissima Madonna nella galleria di Brera. Altra opera della sua gio- 
vinezza è un tondo con la Madonna e due bambini della collezione Melzi d'Eril; le 
figure vi sono di una rara morbidezza e di una grande trasparenza di colorito e rivelan 
l'influenza toscana. Anche questo grazioso dipinto fu dunque verosimilmente eseguito 
anteriormente al suo viaggio a Roma e prima di risentire il fascino dell'arte leo- 
nardesca. Il Battesimo di Cristo, che nel 1595 si trovava in casa del senatore Ga- 
leazzo Visconti, è ora nel palazzo del duca Scotti e la grandiosità dello sfondo di 
paesaggio fa pensare all'accenno del Vasari sul conto del Bernazzano eccellente nel 
dipinger paesi e che si sarebbe legato a Cesare da Sesto nell'arte. Dal 1507 al 
15 12 quest'ultimo ebbe modo di studiare a Milano la grande opera leonardesca 
come diversi quadri provano. Finì coli' entrare neh" orbita della maniera raffael- 
lesca, come assicura la grande pala, già in S. Rocco, ora nella collezione Melzi 
d'Eril, nella quale è dunque documento del principio e della fine dell'arte del pittore. 



M I L A N O 




CRISTOFORO SOLARI : EVA (DUOMO). 



(Fot. Alinari). 



Il Morelli riuscì, pel primo, a chiarire 1' attività e i caratteri di un altro 
pittore leonardesco, che egli pose fra quelli che indirettamente sentiron l'influenza 
del grande fiorentino: Gio. Antonio de Predis, la ?ui maniera può esser studiata 
prendendo a punto di partenza il ritratto firmato e datato 1502 di Massimiliano I 
nella collezione^Ambras a Vienna, del quale uno schizzo è, per alcuni, nell'Accademia 
di Venezia insieme a quello del ritratto di Bianca Maria Sforza moglie dell'impera- 
tore stesso. Anche un bel ritratto di giovane, esposto a Londra nel Burlington Fine 
Arts Club nel 1898, reca, con la data 1494, ^ a sigla del Predis. Del pittore il primo 
ricordo è del 1482 per un dono fattogli da Eleonora duchessa di Ferrara -- forse 
in compenso di qualche pittura recatale da Milano — ed è già chiamato dipintore 
de lo III. Sforza, Trovo, nelle carte sforzesche del tempo — oltre le poche notizie cono- 
sciute sul conto suo — ■ che nel 1494 aveva eseguito una Maestà che, riposta con al- 
cani altri designi in una cassa, fu spedita in Germania a Bianca Maria Sforza, della 



34 ITALIA ARTISTICA 

quale aveva già eseguito uno dissegno de carbone e stava preparando uno retracto 
colorito che potrebbe ben esser quello dell'Ambrosiana — già ritenuto di Beatrice 
— che il Morelli attribuì al nostro e ricordato anche dall'anonimo Morelliano come 
de mano de milanese di cui non fece il nome. Il Predis collaborò, con Leonardo, 
nel dipingere la Vergine delle Roccic e, secondo il Venturi, precisamente per l'esem- 
plare della National Gallerv, « solo traducendone i cartoni sotto la sapiente dire- 
zione di lui, eppur cadendo negli eccessi suoi propri di colorito e slargando i con- 
torni che si vedono più ristretti e più giusti nella « Vergine delle Rocce » del 
museo del Louvre, dove del resto manca la spontaneità di Leonardo, quel segno 
che si determina senza sforzo, soavemente, quel chiaroscuro coi più lievi trapassi 
di grado che sa la sostanza delle cose e il loro fondamento interiore ». Per questo 
il critico attribuì al Predis la Madonna coi Bambino della collezione Crespi, che di 
Leonardo ha l'eco delle forme elette, uno sfumato delicatissimo, ma durezze e ri- 
gonfiamenti che sembran tolti all'ingrosso dalla Madonna delie Roccie. 

Il Lòeser, trovando in un disegno dell'Ambrosiana pel ritratto del piccolo Fran- 
cesco Sforza (che figura nella pala con tutti i componenti la famiglia ducale nella 
collezione di Brera) i caratteri del Predis, attribuì a lui la pala stessa, nella quale 
invece il Frizzoni trovò « la mano di un pittore che dovette aver subito ad un 
tempo l'influenza del vecchio caposcuola lombardo Foppa e del maestro toscano 
Leonardo, di fresco venuto in Lombardia 2>. 

Si vide già che cosa pensiamo del quadro che tanto filo da torcere diede e 
darà agli studiosi e che fu eseguito, come notammo, non prima del 1494. E 
certo che in quell'epoca il Predis era precisamente l'artista che, dopo Leonardo, pa- 
reva più indicato per eseguire un tal dipinto fatto a cura di Lodovico il Moro, dei 
quale Ambrogio era ai servigi; qualche accenno indiretto dei documenti conforte- 
rebbe l'idea che il maestro della sala sforzesca — come la prudenza consiglia per 
ora di indicare l' ignoto pittore — ■ possa essere il Predis, del quale d'altronde 
l'attività è stata fin qui studiata in modo incompleto e quasi esclusivamente quale 
ritrattista. Il fatto che fin dal 14S2 — ■ prima dunque dell'arrivo di Leonardo a Mi- 
lano - - il Predis era già pittore apprezzato alla corte sforzesca ci assicura che le 
origini dell'arte sua vanno ricercate fuor dell'orbita leonardesca e probabilmente in 
quella del Foppa dominante allora sull'arte della regione lombarda. Forse era parente 
di Ambrogio quel Cristoforo Predis che ornò di miniature alcuni codici della bi- 
blioteca reale di Torino, del Santuario di Varese, dell'Ambrosiana, e che fiorì nella 
seconda metà del XV secolo. 

Un artista attraontissimo, che seppe fondere una perfetta conoscenza del di- 
segno, rara nella scuola lombarda, con la soavità del colorito e col sentimento leo- 
n irci esco, è Andrea Solari. Questo maestro occupa nella scuola lombarda un posto 
particolare e, per l'incisività del disegno e per la tecnica, ne è il più eminente 
rappresentante. Figlio di un Bertolo o Bertela e fratello di Cristoforo detto il Gobbo 
scultore, da questi apprese forse i primi elementi dell'arte e lo accompagnò, nel 
1490, a Venezia, dove risentì probabilmente 1' influsso di Antonello da Messina più 
che di Giovanni Bellini, ciò che spiega il carattere affine a quel primo maestro in 
alcuni ritratti di Andrea. A Venezia eseguì forse i dipinti segnati Andreas Mediola- 
nensis e più sicuramente quello di Brera con- la Vergine col Figlio fra i santi Giù- 



M I L A X ( ) 



oo 



seppe e Gerolamo, del 1495, già in S. Pietro Martire a Murano. Forse Andrea ri- 
mase a Venezia anche quando il fratello era già ritornato a Milano, perchè trovo che 
appunto in quell'anno Cristoforo cercava di succedere ad Antonio Mantegazza nella 
carica di architetto della Certosa di Pavia. La fama del pittore giunse in Francia, 
dove il cardinale d'Amboise nel 1,507 lo invitava a stabilirsi quale peintre de monsci- 




I KANCESCO I (CASTELLO SFORZESCO i. 



^ìteur per decorare la cappella del castello di Gaillon : di là passò forse in Fiandra, 
come lascerebbe credere uno spiccato carattere fiammingo di talune sue opere di 
quel tempo. Nel 15 14 era forse a Roma insieme a Cristoforo, come fa supporre 
l'epigrafe sulla tomba del fratello Alberio, nella chiesa della Carità, ricordata dal 
Bertolotti. Nel 1515 era di nuovo a Milano e intorno a quest'epoca dipinse forse 
la pala della Certosa pavese. Xel 1520 era ancora a Milano, compagno all' Zonale 



3 6 ITALIA ARTISTICA 

nei lavori del Duomo. Xel libro dei censiti nel 1522 della parrocchia di S. Babila, 
dove egli abitava, è ricordato Cristoforo Solari, ma non Andrea; forse questi era già 
morto o non ritornato da Roma. 

Anche nelle sole opere che si conservano a Milano è possibile constatare l'evo- 
luzione artistica del maestro attraverso le sue varie maniere. 

UEcce homo, su tavola, della galleria Crespi appartiene alla giovinezza del pit- 
tore e deriva dall'Ecce homo di Antonello da Messina nella raccolta Spinola a Ge- 
nova, benché più addolcito nei contorni e nel modellato. « Dall'Ecce homo della 
galleria Crespi, Andrea passò a dipingere l'altro del museo Poldi-Pezzoli, in una 
forma più monumentale, direi, e con ricerca maggiore dell'effetto: la scollatura ret- 
tangolare della tunica, accenno ad una forma contemporanea del costume, sparisce, 
e il manto tradizionale copre appena la spalla sinistra, lasciando ignude le carni 
marmoree del braccio destro e del petto ; la testa più larga con gli zigomi più 
ampli, secondò il carattere semi-fiammingo del quadro di Antonello, prototipo, di- 
viene più rettangolare. Ma nell'intento d' idealizzare la forma, di nobilitarla, Andrea 
Solario perdette la primitiva verità e la forza d'espressione : X Ecce homo della gal- 
leria Crespi guarda intensamente, con gli occhi stretti per lo spasimo, e socchiude 
le labbra amaramente, mentre quello del museo Poldi-Pezzoli guarda basso, con 
•occhi incantati, come se il dolore gli avesse spento il pensiero. Lì il Dio nelle sof- 
ferenze umane, e che pur sembra ricercare la pietà ne' cuori della folla, a cui si 
presenta col capo leggermente curvo ; qui il Redentore in un marmoreo simulacro ; 
quello attrae per la umanità che riluce traverso il dolore, questo per la bellezza 
della forma insanguinata » (Venturi). Di quel primo periodo è pure la Madonna 
che allatta il Bambino della collezione Crespi, che, pur conservando 'qualcosa del 
tipo dell'esemplare braidense, preannuncia già la celebre Madonna an coussin vert 
del Louvre, alla quale si può avvicinare quella del museo Poldi-Pezzoli recante il 
n. 602. Nella stessa collezione Crespi la figura dell' 'Addolorata precede a sua volta 
quella in atto di sBguire molt:> naturalmente e con profondo sentimento delia com- 
posizione il Redentore sotto la croce, ch'è nel ^Poldi-Pezzoli attribuita al Luini e 
che il Venturi ascrisse al Solari. Da Venezia proviene pure un'altra Madonna col 
Figlio del Solari, nella pinacoteca di Brera (n. 283). Di caratteri più schiettamente 
leonardeschi è, secondo il senatore Morelli, la figura del Battista nello stesso museo 
Poldi-Pezzoli, eseguita nel 1499, mentre in questa stessa raccolta il Riposo in Egitto 
fu eseguito nel 1515, e il Morelli vi notò il deciso carattere fiammingo così da lasciar 
intravvedere le ultime relazioni artistiche del girovago pittore. 

Anche il Cristo benedicente — grande e dignitosa figura intera — ■ della raccolta 
Crespi sarebbe, secondo il Venturi, una delle ultime opere del maestro lombardo. Ma 
convien dire che l'attribuzione non par ben accertata, date le reminiscenze con le forme 
care al B:>ltraffio che vi si notano. Più modesto seguace dell'arte leonardesca è 
Francesco Napoletano, del quale un quadro firmato nel museo di Zurigo, già di pro- 
prietà Bonomi Cereda, permette, secondo alcuni, di attribuirgli una Madonna col 
Bambino nell 1 < di Brera, che però presenta ben più spiccati caratteri leo- 

nardeschi, e un'altra Madonna, secondo il Cagnola, della Historical Societv di New- 
York. Il pittore, secondo le indagini del fusti, lavorò anche in Spagna. 

Un maestro che fu qualche volta confuso col Solari è Bartolomeo Veneto, che 



MILANO 



muove da Giovanni Bellini e da Cima da Conegliano. Intorno al 15 io si recò forse 
a Milano dove risentì dell'arte leonardesca, come basterebbe a provare la replica 
della sua Madonna veneziana ora nell'Ambrosiana: al suo periodo milanese apparten- 
gono, secondo Adolfo Venturi che si occupò diffusamente del maestro, i due ritratti 
di casa Perego e altre opere, cui seguono 
diversi ritratti anche a Milano in casa Cre- 
spi, Del Mayno, Melzi, una Santa Caterina 
nella galleria Borromeo. Gli appartiene il ri- 
tratto della « suonatrice di liuto » di casa Del 
Mayno (1520) che per tradizione si disse della 
Cecilia Gallerani che Leonardo avrebbe ri- 
tratta e di cui rimangon diverse repliche e 
copie citate dall' Uzielli e dal Carotti in casa 
Frisiani a Milano, neh' Ambrosiana, in casa 
Arnioni, in Brianza, a Roma, in Slesia. Bar- 
tolomeo Veneto, come il Solari, attinse all'arte 
veneta e lavorò a Milano, non estraneo a certi 
riflessi d'arte oltremontana. « Andrea Solario, 
al paragone di Bartolomeo Veneto, sembra un 
savio del Comune di fronte a un gentiluomo 
della Corte francese ». 

Di Bernardino dei Conti di Castelseprio 
— nato a Pavia nel 1450 — i primi lavori, 
nel rosso , bruno delle carni e nello spezzar 
dolio pieghe, proverebbero la derivazione arti- 
stica dal Loppa e dal Civerchio. Più tardi, sta- 
bilitosi a Milano, « dedicò tutta 1' anima rae- 
schinetta a Leonardo da Vinci » per dirla col 
Venturi, come prova la sua Madonna col putto 
e S. Giovannino, firmata, di Brera, nella quale 
è una debole reminiscenza della Vergine delle 
Roccie. Egli fu principalmente ritrattista. Opere 
sue firmate si conservano a Berlino, a Parigi, 
a Bergamo, presso la marchesa d'Angrogna, 
nel palazzo di Potsdam e vanno dal 1499 al 
1522. Se le notizie riportate dai biografi son 
giuste, è certamente un'altra persona quel Ber- 
nardo de' Conti povero pentor, del quale ho 

trovato una supplica perchè fosse rinchiusa la moglie, che teneva cattiva condotta 
e ch'egli aveva sposato nel 1550. 

Altro modesto pittore della prima metà del XVI secolo è Cesare Magni — ■ con- 
fusoTdal Rumhor con Cesare da Sesto — seguace di Pierfrancesco Sacchi, e al 
quale si attribuiscono una Sacra Famìglia a Brera (n. 2 1 5), gli affreschi delle pareti 
al di sotto la cupola nel Santuario di Saronno, e qualche altro dipinto, più delicato 
e piacente che solido di fattura. 




CRISTOFORO SOLAKI : CKISTO ALLA COLONNA 
(SAGRESTIA DEL DUOMO). 

iFot. Montabone). 



38 



ITALIA ARTISTICA 



Nella scultura lombarda l'influsso potente di Leonardo non fu giovevole poiché, 
al contatto dell'arte sua. Cristoforo Solari abbandona lo stile personale della sua 
prima maniera e modella leziosamente V Adamo e V Eva, il Cristo alla colonna e 
diverse statue del Duomo in cui i caratteri del maestro fiorentino sono abbastanza 
rilevanti ma superficiali. E gli scultori minori — il Briosce il Bambaja, i maestri 
della Certosa di Pavia e del Duomo — ammorbidisco!! le loro figure, le rendon più 
garbate e molli, ma perdono quasi ogni originalità. Potrebbero appartenere al Solari 
due piccoli bassorilievi entrambi con la Madonna col Bambino e due angioletti reg- 
genti una tenda, nel coro della chiesa della Passione e nel Museo Archeologico, 
delicati, lisciati, con certa aria di famiglia in confronto alla pittura di Andrea, par- 
ticolarmente col quadretto del Poldi-Pezzoli qui riprodotto. 

Dopo i più diretti scolari di Leonardo la maniera del gran maestro, fondendosi 
con altre tendenze, sformando, nel disegno, le linee purissime primitive, eccedendo 
nel colorito, "si diffuse con rapidità grande in tutta la Lombardia nelle città, nelle 
borgate, lungo le rive dei laghi, portando dovunque una nota un po' monotona ma 
garbata di soavità e di sentimento. Ancora mezzo secolo dopo la morte del grande 
fiorentino che alla rude arte lombarda aveva recato palpiti nuovi di vita, l'eco della 
sua grazia squisita — ormai sostituita nelle città da più vigorose ma men pure 
espressioni — si spandeva in tranquille e sane onde lungo i colli della regione la- 
riana e sui monti della Valtellina, dove i modesti pittori ritardatari ripetevano ancora, 
attraverso le loro povere figure, qualcosa dell'armonia antica. 




L 



••, I .K madonna coi bambino chiesa della passioni 



VI. 

Il Cinquecento — La a signoria sforzesca — L'architettura e i classicisti: il Pellegrini, /' : 

il Seregni, il Meda e i minori — La scoltura : i due Leoni, Marco d'Agri lo Mirini. Anni- 

bale F<niLinj — La pittura : Bernardino Luini, Gaudenzio Fa-rari, il Lanino, il Lomazzo, il 
Figino — I pittori cremonesi e lodigiani a Milano — Le arti minori — Gli armaiuoli. 



Al decadere dell'arte, dopo Leonardo, non lurono verosimilmente estranee, come 
sempre, le ragioni politiche. Venuta meno la signoria sforzesca indipendente e te- 
muta, l'esempio di Lodovico il Moro non trovò imitatori. Succeduto, al molle Mas- 
similiano, Francesco II Sforza, accolto con dimostrazioni di giubilo al suo ingresso 
a Milano il 4 aprile 1522, il nuovo principe fu subito oppresso da ben altre cure 
che quelle dell'arte, per riformare il Senato, per difendersi dai nemici interni ed 
esterni, per le preoccupazioni della peste che nel 1,524 spense ben cinquantamila 
abitanti della città. Nell'ottobre, discesi i Francesi comandati da Francesco I e dal 
Bonivet, egli dovette abbandonare Milano e riparare a Soncino finché, nel febbraio 
del 1525, anche per le pratiche del fedele Girolamo Morone, potè ottenere l'inve- 
stitura del Ducato da Carlo V. Le lotte con gli Spagnoli, le stragi del giugno 1526, 
il passaggio delle truppe venete e pontificie, la lega contro l'imperatore dettcr riposo 
al povero principe fino alla pace di Bologna nel 1520 e alla relativa nuova investi- 
tura del Ducato in suo favore. Ma a Milano il governatore straniero doveva ricor- 
dare di continuo al Duca come la sua signoria fosse fittizia. Anche la signoria spa- 
gnola, che successe a quella dello Sforza, si preoccupò poco o punto di incoraggiare 
le arti. Tuttavia così tristi avvenimenti non impedirono che qualche bello ingegno 
fiorisse e con originalità di studi e di opere ricordasse, fuor dello Stato, che Milano, 
oppressa, non era spenta : tali Marcantonio del Conte, spirito bizzarro, calunniatore 
di Cicerone, ma ricco d'ingegno, Andrea Alciato filosofo, leggista, al quale dobbiamo 
una raccolta d'antiche lapidi, Alberto dell'Orto autore del classico De usu Feudorum, 
Giason del Mayno, Orazio Carpano, Pier Paolo Simonetta, fra i dotti ; Gaspare Bu- 
gatto, Bernardino Arluno, il buon Burigozzo, fra gli storici; Girolamo Cardano me- 
dico, matematico e astrologo bizzarro, fondatore dell'Accademia dei Trasformati nel 
1546 « per incoraggiare gli studi quando erano sgomentiti dal fragore delle armi ». 
che preluse a quella, più tarda, degli Inquieti dove si interpretava pubblicamente 
Dante e si trattava di artiglieria, di nautica, di fisica. La scuola di musica fondata 
dal Gaf furio prosperava; alla metà del secolo Giuseppe Caimo componeva madri-j ili : 
e ballate Giacomo Castoldi da Caravaggio. 

Le chiese, le fraterie, le sacre istituzioni s'andarono aggiungendo alle preesi- 
stenti. Nel 1547 Antonio Zaccaria, Bartolomeo Ferrari, Giacomo Antonio Moriggiani 
istituirono i chierici regolari Barnabiti. La Torello contessa di Guastalla fabbri- r. 
chiesa di S. Paolo spendendovi ottanta mila scudi d'oro e vi poneva l'ordine de 
Dimesse (1535), poi le Convertite al Crocifisso (1540) e il collegio delle povere fan- 



40 



ITALIA ARTISTICA 



ciulle nobili detto tuttora della Guastalla. Ma il moltiplicarsi degli ordini religiosi 
non accrebbe la pietà ed i buoni costumi se era nato il proverbio « non esservi 
strada più dritta a dannarsi che l'andar frate x finché il cardinale Carlo Borromeo 
non vi pose freno con l'esempio elettissimo e con quello dei dotti e dei religiosi 
che conduceva seco ogni volta che si recava a Roma, talché fu detto « rapacissimo 
ladro di savi ». San Carlo abolì 1' ordine degli Umiliati, che più degli altri arric- 




PIANTA DI MILANO EDITA DA A. LAFRERI XEL 1573. 



chiti con le industrie della lana eran corrotti, e costrinse gli altri a più severe co- 
stumanze. E nuovi ordini fondò o predilesse : San Martino degli Orfani, San Mar- 
cellino, Sant'Agostino Bianco, Santa Sofia, le cappuccine a Santa Prassede e a 
Santa Barbara ; introdusse i beatini, fondò ospizi, collegi, istituti : Milano ebbe al- 
lora ben 233 chiese, 30 monasteri di frati, 34 di monache, 6 di orsoline, 32 com- 
pagnie di disciplini, 4 collegi di preti regolari, un numero interminabile di pie 
congregazioni. 

Le industrie e la ricchezza cittadina eran grandi. Di qui si esportavan mille 
prodotti di una lavorazione ormai famosa nel mondo : dalle armi ai tessuti. Il Guic- 



M I L A X < » 



4i 



ciardini, parlando dei Paesi Bassi, notava: «: Da Milano e dal suo Stato inviano molte 
robe, come oro ed argento filato per gran somma di denari, drappi di seta e d'oro 
di più sorte, fustagni infiniti di varia bontà, scarlatti ed altri simili, pannine l'ino, 
buone armature, eccellenti mercerie di diverse sorta per gran valuta, ed infine il 
formaggio». E, di nuovo: « Milano a ragione è noverata fra le maggiori città di 
Europa, fiorentissima per mercanzia, ricchezza, splendor d'edilizi, grandezza di tempii, 
beltà di piazze, soda di mura, munitissima di forti, provveduta d'armerie, abbraccia 




l'Ai. A ZZO AKUVLSLOVILL 



IL COKTILL DLL HLLLLUKINl. 



1 Fot. .Minali). 



spazio immenso, con sobborghi che possono star pari a grandi borghi, con alte 
fosse e bastioni muniti. A pena si può dire quanto sia piena d'arti e di scuole di 
artefici e di fabbriche, talché corre proverbio che col disfare di Milano si potrebbe 
fare un' Italia ». 

Gli statuti proteggevan le industrie attribuendo semplice e sommaria giurisdi- 
zione ai consoli, rimovendo i cavilli curiali, allontanando le ingiustizie. Agevolezze 
e premi incoraggiavano gli introduttori di nuove manifatture. Quasi la città poteva 
dimenticare, nel lavoro apprezzato dal mondo e nella ricchezza, le poco felici con- 
dizioni politiche. 

Il Cinquecento sembra essere il secolo in cui il mecenatismo, almeno in Lom- 



ITALIA ARTISTICA 



bardia, in cambio d'esser monopolio del principe, s'estende, con maggior concetto 
di liberalità che nel secolo precedente, a vanto dei privati. A Milano si cercherebbe 
invano qualche opera d'arte di valore legata al nome di Massimiliano o di Fran- 
cesco II o di Carlo 
V, mentre abbon- 
dati quelle ordinate 
dai Bentivoglio, dai 
Trivulzio, dai Me- 
dici, dai Borromeo. 
Molti edifici, gran- 
diosamente ideati , 
anche a vantaggio 
pubblico — ■ il col- 
legio dei giurecon- 
sulti, l'arcivescova- 
do, varie chiese — 
sorsero allora per 
iniziativa privata. 



L' architetto che 
lasciò una maggiore 
impronta nell'arte 
milanese, in un se- 
colo che per eccel- 
lenza è quello vo- 
tato all' edilizia, fu 
Pellegrino Tibaldi. 

Per non ripetere 
cose che ebbi già 
a pubblicare in uno 
scritto dedicato a 
questo maestro, del 
quale la personalità 
potente ha il so- 
pravvento sulle fred- 
de formule dei trat- 

DUOMO -PARTICOLARE DELLA FACCIATA : LE DUE PORTE SETTENTRIONALI DEL PELLEGRINI. tati, 1111 limiterò a 

ricordare, dato il ca- 
rattere della pre- 
sente pubblicazione, fra le molte sue opere disseminate a Bologna, in Lombardia, 
in Piemonte e in Spagna, le sole che più sicuramente sembrano appartenergli a 

Milano. 

Di questo mago delle seste scrissero il Vasari, il Lomazzo, l'Orlandi, il Bumaldo' 
lo Zanotti. il Ticozzi e altri fra i moderni, ma riuscirebbe difficile il mettere d'ac- 




MILA NO 



•4 ì 



cordo le notizie da loro fornite. Molti lo disser Bolognese, altri di Valdelsa : il Ba- 
glione lo fece morire nel 1591, il Milanesi nel [593, il Masini noi 1606 a Modi 

Pellegrino Pellegrini detto Tibaldi, figlio di Tibaldo d'altro Tibaldo (d'onde il se- 
condo nome alla famiglia, come era uso frequente allora), nacque nel 1,527, a l'uria 
in Valsolda, e morì il 27 maggio 1596 in parrocchia di S. Maria alla Porta a Al- 
iano. La Valsolda aveva già l'ama di produrre uomini quasi tutti luuralori, scultori, 
scarpellini, avellitela ed alcuni pittori acutissimi à" ingegnò. 

L'educazione 
artistica di Pelle- 
grino si formò a 
Bologna, dove suo 
padre diresse parto 
dei lavori di costru- 
zione del convento 
di S. Michele in Bo- 
sco e quelli del chio- 
stro di S. Gregorio 
in Alega che rimane 
tuttora, nel recinto 
dell'attuale Istituto 
degli Apostoli, se- 
vero, elegante, sa- 
piente . Pellegrino 
unì all'arte delle se- 
ste quella del pen- 
nello : vero precur- 
sore dei Carracci, 
all' energia e alla 
forza del colore che 
gli son proprie giun- 
se dopo lunga per- 
manenza a Roma. 

Il Borromeo 
fin da quando era 
legato di Bologna, 
della Romagna e 

della Marca d'Ancona aveva avuto occasione di apprezzare in quei luoghi e a Roma 
il valore del Pellegrini. Gli affidò quindi, nel 1504, l'incarico della costruzione di un 
Collegio a Pavia, che riuscì opera magnifica e ben composta, e poscia il restauro 
dei locali interni del Palazzo Arcivescovile di Milano, nonché l'erezione del cortile 
che tuttora si vede, quadrangolare, grandioso, con due ordini di logge a pilastri a 
bugne, opera severa quale il carattere del luogo domandava e ben superiore alla 
corte dell'Ammanato di Palazzo Pitti col quale ha qualche rapporto. Intorno al 1 56 1 
il Pellegrino divenne architetto del governo di Milano e da questo momento s'iniziava 
il secondo e più fortunato periodo della vita dell'artista attivissimo. Il 7 luglio 1567 
fu nominato architetto della fabbrica del Duomo. 




DL'OMO — PARTICOLARE DELLA FACCIATA.: LA PORTA CENTRALE DHL PELLEGRINI E 
DEL KICCHINI. 



44 



ITALIA ARTISTICA 



Dopo la costruzione del tiburio siili' incrocio delle due navate — di cui s' è 
parlato a suo luogo — l'attività a prò della grandiosa costruzione si era limitata a 
ben poco, finché nel 1534 si pensava a risolvere il problema della facciata incomin- 
ciando a raccogliere i mezzi finanziari per darvi principio. Nel 1437 Vincenzo Seregni 

presentava varie pro- 
poste e già si discu- 
teva del come s'aves- 
sero a fare i campanili 
grandidestinati a dare 
accompagnamento e 
bellissimo ordine alia 
facciata grande. Di 
pensare a continuar 
l' edificio nello stile 
primitivo non eran 
più quelli i tempi ; 
l'intransigenza in arte 
era già uno dei ca- 
ratteri dell'epoca che 
s'avviava alla de- 
cadenza. Nel 1567 il 
Pellegrini fu dunque 
incaricato di presen- 
tare i disegni neces- 
sari a iniziare la nuo- 
va fronte ; ma per al- % 
lora non se ne fece 
nulla. Invece all' in- 
terno i lavori del Pel- 
legrini, forte dell'ap- 
poggio del Borromeo 
contro gli attacchi di 
Martino Bassi, furon 
molti e notevoli. Pri- 
mo il Battistero : le 
colonne di marmo fu- 
rono esegui te da Fran- 
cesco d'Arzo nel Va- 
resino, i capitelli lavorati in metallo ; la vasca di porfido dell'acqua battesimale, per 
l' immersione secondo il rito ambrosiano, vuoisi che provenga dalle terme di Massi- 
miano Erculeo ; il tempietto riuscì classicamente elegante, ma non adatto, è su- 
perfluo notarlo, al carattere del tempio che lo accoglie. Anche più violentemente 
ruppero l'armonia semplice e solenne e la tradizione delle regole con cui il tempio 
era sorto gli altari costrutti per desiderio di San Carlo sotto le navate minori, benché 
ideati con grandiosità di linee e di effetti.. L'opera del Pellegrini nella massima 




rAKTICOLARE DELLA FRONTE, 



MILANO 



45 



chiesa lombarda spezzò in tal modo definitivamente quella catena di tradizioni locali 
che, bene o male, vi s' era conservata come in un' ultima cittadella delle idee e 
della fede di un tempo. 

Ma dove committente ed artista fusero, in un'opera grandiosa, la smania della 
ornamentazione e i 
sogni della più origi- 
nale fantasia fu nel 
presbiterio e nel coro. 

Il Pellegrini e- 
levò l'altare di sedici 
gradini dal piano ge- 
nerale della chiesa 
per dar luogo, al di- 
sotto, alla cripta o 
scurolo ; e, al di so- 
pra, nel centro geo- 
metrico dell' abside, 
l'aitar maggiore rac- 
chiuse di un recinto 
marmoreo alto metri 
5,35 ; così che i fe- 
deli possono, venendo 
dalle navate, girare 
intorno alla parte sa- 
cra del tempio, come 
nelle antiche chiese 
di tipo francescano 
provviste di poiirtonv. 
Il presbiterio trovasi 
così rinchiuso entro 
il nodo dei dieci piloni 
che costituiscono il 
capo di croce. La de- 
corazione all' ingiro 
del coro, sulla chiu- 
sura marmorea , coi 
pilastri a figure ter- 
minali con teste leo- 
nine, le mensole a cherubini, i balconi o coretti e il rivestimento di legname a in- 
tagli delle pareti è grandiosa e abbastanza pura in confronto a quella .eccessiva- 
mente sbrigliata dei maestri successivi. 

L'altare non è quale il fasto del committente e la grandiosità del tempio ri- 
chiedevano, anche tenuto conto delle idee prevalenti nella seconda metà del XVI 
secolo. Invece il ciborio di bronzo a forma di tempio circolare, con la ; tazza soste- 
nuta da otto colonne binate, ideato dal Pellegrini per collocarvi il tabernacolo rc- 




DUOMO — l'AKTICOLAKK DELLA FRONTE 



4° 



ITALIA ARTISTICA 



galato da Pio IV. è una eletta e ricca opera d'arte con le sue statuette degli Apostoli 
a mo' di acroterii e quella del Cristo benedicente sul centro e coi bassorilievi della 
base circolare. 

I difetti d'anacronismo storico e l'adulterio artistico di che si lamentava il Mer- 
zario oo-gi non solo saranno perdonati ma scusati. In un periodo, come il presente, 

di studio oggettivo e di cri- 
tica positiva 1' immaginare 
un artista fuori del proprio 
ambiente sarebbe inverosi- 
mile ; e i prodotti dei mae- 
stri d'ogni tempo si apprez- 
zano per quel che sono, non 
per quello che potrebbero 
essere , altrimenti conver- 
rebbe disconoscere una legge 
immutabile, quella dell'evo- 
luzione. A chi giudica spas- 
sionatamente, le opere come 
il Duomo di Milano, con la 
varietà d' impronte lasciate 
da ogni generazione, pre- 
sentano un'attrattiva di più: 
la spontaneità. Pcichè fatal- 
mente 1' opera non potè li- 
sche di getto, dalla mente 
degli artisti, come il Duomo 
di Siena e di Orvieto, il 
rimpiangere che gli archi- 
tetti del XV, del XVI, del 
XVII, del XVIII secolo non 
abbian fatto uno sforzo su 
se stessi e sulla loro edu- 
cazione artistica per conti- 
nuare l'edificio in uno stile 
che essi non potevan più 
sentire, equivarrebbe a pre- 
ferire al monumento attuale — che rappresenta degnamente le varie epoche arti- 
stiche (la sola che fa eccezione è quella del principio del secolo teste chiuso ap- 
punto perchè volle essere un ritorno all'amico) — una costruzione condotta innanzi 
per effetto di successivi sforzi artificiosi contro la natura dei tempi e delle ten- 
denze, cioè un vero anacronismo storico ed un adulterio artistico, per usare le pa- 
role del buon Merzario in senso inverso. Queste considerazioni debbono essere tenute 
presenti da chi, senza preconcetti, vuol ammirare come merita la parte inferiore 
della facciati del tempio costrutta molti anni dopo la partenza del Pellegrini se- 
condo un suo progetto notevolmente modificato dal Ricchini, al quale spetta l'idea 




POSCOKO DEL DUOMO. 



MILA X ( > 



del finimento della porta maggiore e la finestra che le sovrasta, provvista di bal- 
conate : motivo che il Ricchini svolse ripetutamente nella chiesa di S. Giuseppe, 
nella fronte dell'Ospedale Maggiore e altrove. Così le quattro porte minori e le fi- 
nestre superiori rappresentan sole il concetto del Pellegrini. 

A questo artista spetta anche il disegno della chiesa di S. Fedele costrutta a 
partire dal 1569 per ordine del Borromeo che, avendo considerata in Roma la forza 
e l'espansione della nuova società dei Gesuiti, detta la milizia ecclesiastica, volle 
fondarne anche a Milano una 
casa. I lavori furon poi conti- 
nuati da Martino Bassi, il cui in- 
tervento forse non giovò all' at- 
tuazione del progetto omogeneo, 
grandioso, castigato, del primo ar- 
chitetto. La fronte dell'edificio 
è severa ed elegante con una di- 
sposizione larga e sicura ed è fra 
i migliori esempi dell'architettura 
di quel secolo, la quale così fa- 
cilmente trasmodò neh' applica- 
zione rigida delle leggi stereo- 
tipate dei trattatisti in voga e 
nelle gonfie decorazioni che pre- 
ludono al trionfo del barocco. 

Grandioso, nella chiesa stes- 
sa, è anche il partito ideato pei 
fianchi e per la parte absidale, 
con una serie di alte colossali co- 
lonne a ino' di rivestimento, che 
nella maestosità e nella purezza 
delle linee e dei capitelli sembran 
tolte a un monumento della Ro- 
ma imperiale. Allo stesso archi- 
tetto si attribuisce anche la chiesa 
di San Sebastiano costrutta ad 

honore del glorioso santo per la cui intercessione ottenne salute la città dopo la 
peste del 1576-77 ; ma le mie ricerche d'archivio non confortarono l'attribuzione 
delle guide. L'edificio è circolare, a due piani, non privo di grandiosità nel girar 
delle finestre — di cui le più alte incavate a mo' di nicchie — e negli archi a muro. 
Ma certe licenze eccessive che si notano nei particolari e la lentezza dei lavori (trovo 
che nel 1586 la fabbrica era incompleta e che due secoli dopo si lavorava nella 
cupola) autorizzano il dubbio dell'intervento d'altri nella costruzione e nell'idea prima. 

Anche la chiesa di S. Raffaele appartiene in parte al Pellegrini, del quale p.otei 
rintracciare la relazione dei lavori e i disegni presso l'Archivio di Stato. Ma il di- 
segno di quell'architetto fu sfruttato solamente più tardi e la facciata attuale non 
corrisponde al disegno che nel solo primo ordine. L'interno è severo, a tre navate. 




S. SEBASTIANI 



IH L l'I I 1.H1U1M 



4 s 



ITALIA ARTISTICA 







' 7 liiMi 





PALAZZO MARINO, DELL'ALESSI 



FRONTE VERSO S. FEDELE A. 1553 . 



(Fot. Brogi). 



L'architetto diresse anche per lunghi anni i lavori del palazzo ducale — oggi 
reale — • nel quale una schiera di pittori si prestò a decorare sfarzosamente le sale: 
ma quelle pitture scomparvero poi per cedere il posto alle attuali del periodo neo- 
classico ; e lo stesso edificio, grandioso, a vasti ambienti, con bei cortili, vide alterato 
il carattere originale quando il Piermarini vi atterrò la fronte verso il Duomo per dar 
posto all'attuale piazzetta. Il palazzo era stato chiamato magnifico dal cavalier Ar- 
noldo de Haerf di Colonia, reduce da Gerusalemme nel 1497 e descritto in termini 
entusiastici dal Pasquier Le Moine nel 15 15: verosimilmente però i lavori grandiosi 
(di cui rimangon numerosissimi documenti) diretti dal Pellegrini vi tolsero il carat- 
tere lasciatovi dal Quattrocento, quando il luogo serviva di residenza ad Isabella 
d'Aragona dopo la morte del marito Galeazzo Maria Sforza. 

Peggior sorte ebbe un'altra costruzione eretta su disegno del famoso architetto 
Pellegrini, la chiesa di S. Dionigi che fu distrutta, e che sorgeva nell'area degli 
attuali boschetti. Trovo che una relazione del 23 agosto 1593 degli ingegneri Vin- 
cenzo Seregno e Francesco Sitoni la diceva di gentilissima, vaga et rara archi- 
tettava et dipinta di chiaro et scuro a tre navate, a pilastri e a vòlte. V era annesso 
un chiostro dove abitavano 25 frati. Diversi disegni ne rimangono tuttavia fra le 
carte del luogo oggi presso l'Archivio di Stato. 



MI LA N< > 



49 




PALAZZO MAKINO — FKOXTE MODEKXA SU l'IAZZA DELLA SCALA. 



Altre opere gli vengon attribuite a Milano, almeno in parte, ma le prove sto- 
riche e critiche mancano: fra quelle il palazzo eretto dai Cusani sullo scorcio del 
XVI secolo e ultimato dagli Erba-Odescalchi in via dell'Unione « e pur mancando 
in proposito — come osserva il Beltrami — attendibili documenti, non disdice certo 
l'asserzione per quanto concerne la porta e le finestre soverchiamente lunghe in 
confronto della larghezza loro, com'era stile del Pellegrini, ma decorate con gusto 
e parsimonia e portanti fra i timpani i busti degli imperatori e delle imperatrici 
romane ». Del Pellegrini stesso si può ritenere la bizzarra scala elittica a destra 
della corte che, foggiata come altre analoghe di Roma, conduce al piano superiore, 
dov' è un antico curioso pozzo con severa ed elegante incorniciatura. Il Mongeri gli 
attribuì anche i disegni per la cupola di S. Lorenzo, dove però è certo l' intervento 
di Martino Bassi nel giugno del 1574 e più tardi. 

L'attività del Pellegrini fu davvero prodigiosa : pittore, architetto, idraulico, 
egli sembra continuare la bella tradizione leonardesca nella molteplicità geniale e 
fortunata delle applicazioni. Ingegnere del comune, dell'arcivescovo, del principe, 
chiamato incessantemente da privati e da congregazioni, doveva moltiplicarsi per 
rispondere a tutte le esigenze che non si limitavano alla città, ma comprendevano 
tutto lo Stato. Egli aveva a dirigere lavori di chiese, di fortilizi, provvedere al re- 



5 o ITALIA ARTISTICA 

stauro di castelli, a dar nuovo corso alle acque, ad eriger ponti ad Alessandria, 
a Pizzighettone, a Saronno, a Rho, a Monza, a Varese, a Tortona, a Novara, a 
Vercelli, a Gravedona dove innalzò la sontuosa villa del cardinal Tolomeo Galli (1586), 
a Caravaggio, a Varallo; la Fabbrica del Duomo Io inviava a sorvegliare i lavori 
intrapresi per conto suo a Limito, a Pobiano, a Panzono, ecc. « Si rimane stupiti 
e quasi sbalorditi — possiam bene osservare col Merzario — al pensare come il Pel- 
legrino, nel 15S6, quando ancora non era arrivato a 60 anni, avesse fatte tante e 




PALAZZO MARINO — IL CORTILE 



così varie e mirabili cose, delle quali anche una sola potrebbe ad uomo dare diritto 
ad essere ritenuto grande artista ». 

Intorno al 1587 il Pellegrini fu chiamato in Spagna da Filippo II che lo no- 
minò pittore ed architetto di corte con vistoso stipendio: là l'artista attese anche 
ai lavori dell' Escuriale. Nel marzo del 1596 era ritornato a Milano, dove morì 
nell'anno stesso. Il Capitolo metropolitano pensò ad apprestargli un sontuoso sepolcro 
sotto il finestrone del poscoro presso quella parte che egli aveva ideata con tanta 
esuberanza di fantasia: ma la tomba non fu compiuta e di quegli onori progettati 
non rimase, negli Annali del Duomo, che l'ampollosa epigrafe che doveva servir 
loro di complemento ! 




PARTICOLARE DEL CORTILE DEL PALAZZO MARINO 



(Fot. Brusi'. 




PALAZZO MARINO — SALONE ORA DEL CONSIGLIO MUNICIPALE. 



(Fot. Brogi). 




1^ 



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1 T i ' ITiifci! 




S. MARIA PRESSO S. CELSO, DELL ALESSI. 



( Fot. B o ' . 



s6 



ITALIA ARTISTICA 



Natura diversa di artista, e pel quale la decorazione spesso ha il sopravvento 
sulla sapiente di- - ìe delle masse architettoniche, fu Galeazzo Alessi che divise 
la sua attività fra Genova e Milano. In quella città una lunga serie di bei palazzi 
dalle geniali combinazioni di linee prelude al capolavoro ch'egli creò a Milano. Un 
mercante genovese. Andrea Tommaso Marino, qui stabilito ed arricchito nelle pub- 
bliche imprese, fra cui quella del sale, gli dava incarico, nel 1553, di erigergli 
la sontuosa residenza che è attualmente la sede del Municipio e che, non sono 




PIAZZA DEI MERCANTI — PALAZZO DEI GIURECONSULTI, DEL SI REGNI. 



:-'ot 1 



molt'anni, ha avuto un razionale restauro anche verso la piazza della Scala. Nella 
costruzione l'Alessi sostituì alcune varianti al progetto primitivo. 

I disegni in parte pubblicati dal Bsltrami e i progetti conservati nella raccolta 
Bianconi presso l'Archivio civico di Milano comprendono due planimetrie, una facciata 
e la decorazione del cortile d'onore e ci presentano l'edificio sorgente sopra una pianta 
rettangolare. Nel graduale sviluppo dell'altezza delle colonne o lesene ad erme mentre 
restavano invariate le altezze delle trabeazioni e diminuiva il basamento e la cornice 
di finimento sta forse il segreto di quella grandiosità di linee dell'edificio. La deco- 
razione è la caratteristica di questo edificio ; ma non è ancora la decorazione pe- 



M I L A X ( ) 



57 



sante, su linee ondulate, che prevarrà men di mezzo secolo più tardi : le linee sono 
ancor tolte al repertorio classico e la decorazione non nasconde il partito architetto- 
nico. Nei primi schizzi gli ornati eran forse sovrabbondanti e schiacciavano le linee, 
ma all'atto pratico l'architetto seppe moderarsi con un senso d'arte che è un trionfo 
dell'arte della Rinascenza prima di spegnersi, e ne risultò un gioiello "architettonico 
nel quale ogni parte vanta ancora la sua giusta importanza. Il cortile, di una 
leggiadria incomparabile con la sua esuberanza di aggetti profusi in ogni spazio 




PALAZZO DELLE SCUOLE PALATINE. 



libero, acquista, la sera, quando la luce delle lampade dal centro allunga dal sotto 
in su le ombre delle erme, dei trofei, delle statue nelle nicchie, dei cartocci, dei 
festoni abbondantemente appesi al sommo, un'apparenza d' indescrivibile vivacità 
quale nessun fantasioso scenografo potrebbe immaginare. E la artistica e fanta- 
stica signorilità continua e si sposa alla decorazione pittorica nel salone terreno, 
in cui gli stucchi e la istoria di Psiche di Andrea Sanini e le dodici figure alle- 
goriche di Ottavio stuccatore fratello di Andrea e le minute accidentalità decorative 
non nascondono, anche qui, l'organismo architettonico. E v'han ricordi di ugual com- 
posta ricchezza delle altre sale prima che i dissesti della famiglia del committente 



5 8 ITALIA ARTISTICA 

ed i successivi disgraziati passaggi di proprietà e di uffici togliessero al palazzo 
l'antico prestigio. 

Non indegne dell' Alessi son altre più modeste fabbriche che gli si attribuiscono: 
la fronte della chiesa di S. Maria presso S. Celso terminata da Martino Bassi, a 
quattro ordini, carica di frontoni spezzati, di mensole, di cartelle, di acroteri, di nic- 
chie, d'inquadrature e, nell'insieme, grandiosa, benché abbian nuociuto alla severità 
quei troppi riquadri che danno all' insieme una distribuzione prevalentemente oriz- 
zontale, così che le finestre vi restan impiccolite e le colonne e i pilastri a muro vi 




S. ANGELO ATTRIBUITA AL SEKEGNI .A. 1Ò52-1Ò54 



(Fot. I. I. .l'Arti Grafiche). 



appaion meschini mancando loro lo spazio di allargarsi debitamente; S. Vittore al 
Corpo, dalla fronte incompleta e gretta, manomessa forse dai continuatori dell'Alessi 
(se è vero che questi vi aveva ideato un pDrtico dinnanzi a mo' di cortile) e l'interno 
vasto e strabocchevolmente ricco di stucchi che rivela un motivo del maestro 
portato all*eccesso dalla scuola ; e S. Paolo, dalla piccola facciata, ma non priva di 
grandiosità per la distribuzione delle colonne sovrapposte, e che ha pochi rapporti 
con le più sicure opere dell'Alessi se non alcuni particolari oppressi però dalla fan- 
tasiosa decorazione del pittore G. B. Crespi, sì che ne risultò, per dirla col Mongeri, 
« un gremito di colonne le une sulle altre, di finestre, di timpani, tondi ed acuti 
che si accavallano, di acroteri appuntati, condotti con arte e, per giunta, de' graniti 
tirati a perfezione, marmi rigorosamente intagliati » nei trofei, negli angioli, nelle 



M I L A N O 



59 



sculture dovute a diversi maestri minori e, all'interno, riccamente ornata dai Campi 
che vi si rivelan davvero « ancor pieni di robustezza e d'energia ». 

Vien fatto di pensare all'arte originale dell' Alessi anche osservando il cortile 




CUPOLA DELLA CHIESA DI S. LORENZO. ATTRIBUITA AL PELLEGRINI A MARTINO BASSI. 



iFot. Broci). 



della casa Bozzotti già Orsini-Roma, in via S. Giuseppe 11, ad arcate sorrette da 
belle colonne doriche, con una ricca decorazione nelle vòlte, ornate, nelle linee d'in- 
tersezione, di figure di sirene, e nei sott'archi in cui i comparti accartocciati richia- 
mali il repertorio decorativo di palazzo Marino. 

Più abbondante che ricca è l'arte di Vincenzo Seregni. Il suo palazzo dei Giù- 



6o 



ITALIA ARTISTICA 



reconsulti in Piazza [Mercanti presenta già i prodromi dell'eccessività del secolo 
successivo, ma senza però che l'equilibrio abbia ancor rotto i confini ammessi in quel 
momento dell'architettura giunta all' inizio della sua parabola discendente. L'edificio 
è a due piani, compreso il terreno, rialzato di alcuni gradini, a mo' di loggiato a co- 
lonne appaiate. Il piano superiore è provvisto di finestre con frontoni ritagliati in 
cui campeggian gli stemmi medicei. Il palazzo delle antiche Scuole Palatine, nella 
vicina piazzetta dei Mercanti, è una copia dell'edificio descritto. 




1.0KT1LE DEL SEMINARIO. DEL MEDA. 



(Fot. Brogi). 



I documenti non confortano invece l'attribuzione messa innanzi dalle guide della 
città al Seregni della chiesa di S. Angelo, a due ordini nella facciata, dorico il primo 
che si foggia nel centro a forma di pseudo tetrastilo su alti piedestalli e con tre 
porte negli intercolonni ; ionico il secondo che corre per intero a pilastri. La tra- 
beazione s' interrompe nel centro e tondeggia per lasciar luogo, nel centro, a una 
grande finestra a balcone ; altre due finestre, più piccole, s'aprono ai lati ugual- 
mente formate ; la sommità termina a frontone, ornata di statue : un insieme ar- 
monico e festoso. L' interno, monumentale, è a una sola vasta navata. Vi è no- 
tevole 1' iconografia, tuttora a forma di croce, ma il tramezzo non esce che per 
poco a fianco della chiesa compreso dal muro esteriore delle cappelle ; il tramezzo 



M ILANO 



61 



ha lo dimensioni della nave d' ingresso posta ortogonalmente; ciò che dà l'appa- 
renza di maggior ampiezza è non solo l'aggiunto insenamento corrispondente alla 
cappella, ma un grande arco col quale è rinserrata la nave d' ingresso neh' incontro 
col tramezzo medesimo : piccoli artifici che spesso tengon posto dell'arte vera. 

Conviene notare tuttavia che se fra le carte numerose del convento trovai le no- 
tizie relative alla costruzione della chiesa, dal 1552 in avanti, e agli aiuti ed ai pri- 
vilegi per la fabbrica anche dal Papa e dal Re di Spagna e la relazione sullo stilo 




LA « SIMONETTA » NEL SUBUKBIO (A. 1 )47 ?). 



(Fot. Ferrario). 



dei lavori stesa il 2 novembre 1584 dall'architetto Francesco Pirovano che assicura 
che a quest'epoca restava a completarsi la facciata della chiesa e un portico che vi 
si era progettato dinnanzi (ciò che spiegherebbe il grande spazio lasciatovi libero) 
e le notizie delle pitture del Procaccino, del Morazzone, del Fiammenghino, non 
trovai però ricordo del supposto intervento del Seregni. 

Di un altro palazzo ideato dal Seregni con forti aggetti, benché rimasto poi 
incompleto, il palazzo di Pio IV in via Brera di contro al palazzo delle Belle Arti, 
abbattuto per l'allargamento della via. non rimangono che alcune fotografie e le no- 
tizie pubblicate da Luca Beltrami. 

Seguace del Pellegrini si rivela Giuseppe Meda nel bel cortile — a loggia do- 



62 



ITALIA ARTISTICA 



rica in basso, ionica in alto — del Seminario Arcivescovile : e al perdurare di forme 
ancor pure in qualche altro edificio milanese — - i cortili del palazzo del Senato 
prima di tutti — non rimase forse estraneo il buon influsso lasciato dall'arte di 
quel primo maestro. 






Altri architetti che fiorirono a 
Milano e il nome dei quali è nei 
documenti di quel tempo che mi 
fu dato rintracciare, sono Dionigi 
da Varese, ingegnere della Camera 
Cesarea che nel 1542 diresse i la- 
vori per la chiesa di S. Giovanni 
Battista fuori di Porta Nuova, Am- 
brogio Alciati che riformò il chio- 
stro del Carmine e il coro nel 1584- 
1585 e la chiesa di S. Maria .Se- 
greta, un maestro Amelio che nel 
1596 presentava un disegno per la 
nuova casa degli Oblati di San Se- 
polcro, Dionigi Campazzi che nel 
1596-99 rifece il campanile dei 
Carmelitani di S, Giovanni in Con- 
ca, de' quali il Monastero era stato 
eretto o rinnovato nel 1583 dal 
Seregni benché fin dal 1576 l'ar- 
chitetto Bernardino Lonati avesse 
già presentato un disegno della 
fabbrica insieme al Pellegrino e al 
Seregni, ciò che fa ritenere che, 
nella gara, quest'ultimo riuscì vin- 
citore. Anche di Francesco Piro- 
vano, ingegnere camerale, trovo 
abbondanti notizie; così di Dionigi 
da Varese, che diresse i lavori del 
convento di S. Simpliciano nel 1546, 
di Martino Bosio, di Cesare Cesa- 
riano. il noto commentatore di Vi- 
truvio, e G. B. Clerici, Domenico 
Gianelli, architetto militare, Lo- 
renzo Leonbruno, architetto e pittore che lavorò col Costa e protetto da Isabella 
d' Este e dal Duca di Mantova, Cristoforo Lonati, Zanino Mozzo cremonese, Evan- 
gelista Saronno, oltre quelli che si seguirono nella carica di architetti del Duomo 
lasciandovi poco notevoli impronte dell'opera loro. 

E modesti ricordi dell'architettura del Cinquecento di cui invano si indagherebbe 




MARCO D'AGKATE : S. BARTOLOMEO. 



M I L A N O Ò3 

per scoprirne la paternità artistica sono l'antico chiostro delle Umiliate di S. Erasmo 
(in via Borgonuovo, 5) con portici al pianterreno <> un loggiato con ampia tettoia 
di sopra, il palazzo Stampa di Soncino in via Soncino con la sua bizzarra I 
detta di Carlo V, a ricordo del quale ivi s' innalzano al eielo le colonne d'Atlante 
sormontate dall'aquila bicipite e col suo bel cortile a portici e a loggiato a colonne 
binate, di belle proporzioni, e di- 
versi edifici nel suburbio, fra i 
quali mi piace ricordare l'oratorio 
di S. Rocco della Lupetta, ornato 
di affreschi luineschi, del quale pur- 
troppo si eseguisce l'atterramento 
in questi giorni e il vicino palazzo 
della Simonetta che è il più note- 
vole tipo di sontuosa villa subur- 
bana della metà del XYI secolo 
da noi, costrutto da un architetto 
pratese, Domenico Guintallodi, che 
lo innalzò d' incarico di Ferrante 
Gonzaga duca di Guastalla, intorno 
al 1547. In una lettera del Giovio 
si fa cenno della Simonetta come 
di un ninfeo suburbano da dedi- 
carsi a Carlo V : consta la fronte 
di un elegante duplice colonnato 
ad architrave con ricca trabeazione 
e balconi a balaustre innalzantesi 
sopra il porticato terreno ad ar- 
chi; antiche decorazioni ispirate al 
florealismo e all'araldica ornavano 
le logge e i vasti locali della bella 
villa, oggi purtroppo mal custodita 
e quasi abbandonata. 

Modesto avanzo ma legato a 
gran nome d'architetto — quello 
del fiorentino Giuliano da Sangallo 
— è quanto rimane della casa dei 
Medici in via Terraggio, con de- 
corazioni in cotto, sola parte di 
una testata di edificio abbastanza 

ricco sul quale il Clausse e il Beltrami richiamaron l'attenzione insieme all'atto di 
donazione della casa eretta in quel luogo e all'accenno del Vasari sull'intervento del 
Sangallo. 




S. LORENZO 



MONI MINTO CONTE. 

(Fot. I. I. .l'Arti Grafiche). 



Nella scultura, dopo l' influsso del lezioso Bambaja, alla maniera del quale 
G. Giacomo della Porta. Ambrogio Volpi, Cristoforo Lombardi, Giulio da Oggiono 



&4 



ITALIA ARTISTICA 



e alcune modeste sculture sparse nelle chiese e nel Museo Archeologico si riavvici- 
nano, a prova di una piccola scuola che, assecondando i gusti del tempo, sembrò 
aver quel maestro per punto di partenza, non moltissimo rimane a Milano a rap- 
presentare l'arte del Cinquecento e la maniera michelangiolesca, che pur nelle altre 

città dell'alta Italia aveva trovato modo di 
affermarsi con tanto entusiasmo. 

Xella foresta di statue del Duomo non 
mancan certamente esemplari della scultura 
lombarda che segue al Bambaja e al Brio- 
sco, ma non son esempi di particolare im- 
portanza né particolarmente originali. La 
peste del 1524, che aveva obbligato i de- 
putati alla fabbrica a vendere persino i 
doni dei fedeli e gli argenti dell'altare del- 
l' Albero per soccorrere i cittadini, aveva 
spossata l'Amministrazione d'ogni forza atta 
a far progredire i lavori di decorazione al 
monumento : a quel primo flagello si ag- 
giunse la carestia nel 1528 e di nuovo e 
più tardi la più funesta peste del 1576. Fu- 
rono licenziati ingegneri e lapicidi e le ul- 
time tradizioni artistiche legate al monu- 
mento sembraron spezzate per sempre. Tut- 
tavia fra gli scultori Gian Giacomo della 
Porta, Cristoforo Leonardi e, più tardi. An- 
gelo Siciliano e Gabrio Busca vi furono 
principalmente addetti, insieme ad altri ; Au- 
relio, Gerolamo e Lodovico Lombardi da 
Solaro apposero il loro nome nel tempietto 
scolpito, su idea del Pellegrini, sull'altare 
maggiore destinato a custodire il taberna- 
colo di Pio IV. Ma queste sculture come 
quelle che ornano il recinto marmoreo del 
retrocoro ideato dallo stesso Pellegrini, do- 
vute ad Andrea Biffi, a Giovanni Bellanda, 
a Gaspare Vismara, a Marc' Antonio Pre- 
stinari, come le due statue — il Tempo e 
V Eternità — di Angelo Biffi e di Antonio 
Daverio, che dovevano ornare la tomba del 
Pellegrini, e come le opere di Francesco 
Brambilla (per quarant'anni ai servigi della fabbrica per decorazioni e statue di- 
verse), di Antonio da Viggiù (autore del Cristo con la croce che esagera la maniera 
di Cristoforo Solari) nella sagrestia, non accennano certamente a una vera scuola 
con peculiarità originali in Lombardia. Né la statua di S. Bartolomeo scorticato, 
eseguita da Marco d' Agrate, se è prova di virtuosità, è certo documento note- 




marini: statua di papa pio tv. 

Fot. Alinarii. 



M I L A X i » 



65 



vole d'arte, nonostante la troppo alta nomea di che le vecchie guide circondarono 
questa scultura poco piacevole, alla quale fu apposta la immodesta e vacua iscri- 
zione : Non me Praxiteles sed Marcus finxit Agrates. L'artista modellò anche una 




LA < ISA ni leoni: leoni. 



1 Fot. Brogi 



statua di S. Francesco di Paola pei frati di Santa Maria della Fontana e, secondo 
alcuni, il monumento di Giovanni Conte nella cappella di S. Ippolito in S. Lorenzo, 
da altri attribuito a Cristoforo Lombardo. 

Men facile sarebbe rintracciare — e ad ogni modo precisare il posto che lor 
compete nell'evoluzione dell'arte lombarda — le sculture eseguite, in quel secolo, 



66 ITALIA ARTISTICA 

pel Duomo da più modesti scultori di cui fan ricordo le carte e gli Annali, quali 
Tommaso Bossi, i due Corbetta, Gian Ambrogio Cremona che lavorò intorno al 
monumento a Gastone di Foix insieme ad Antonio Dolcebuono, ad Agostino Pozzi 
e allo stesso Cristoforo Solari (151 8), Pietro Antonio Daverio che modellò ben trenta 
statue per la fabbrica dal 1598 al 162 1, Cristoforo Lombardo che modellò varie 
statue fra cui la Santa Caterina per l'altare della Presentazione (1543), Giovanni 
Angelo De Marinis siciliano (1 556-1 584), Antonio Padovano, Alessandro Pajarino 
(156 i-i 609), Alessandro Parisio, Francesco Perego detto il Borella, Michele Pre- 
stinari, Giulio Cesare Procaccini non valente scultore quanto lo fu pittore, Rinaldi An- 
drea, Stefano Rozio, due Solari, due Taurino per lunghi anni e per intagli in legno, 
due Vimercati. Trovo, fra le vecchie carte d'archivio, anche ricordo di Giacomo 
Trezzi nel 1574, scultore pensionato dal Re di Spagna, di Bartolomeo Volpi, di Bat- 
tista Passeto, di G. Maria Zermignasio musico e scultore d'immagini sacre (1585), 
di Luigi Cozzi- e Giovanni Antonio da Melegnano, di Clemente Birago scultore del 
Re di Spagna, di Pietro Paolo e Cesare Romani, ecc., dei quali è già sufficiente 
aver ricordato i nomi senza insistere sul loro valore. 

Di Angelo Marini è la statua di Papa Pio IV nel Duomo : il pontefice è rappre- 
sentato seduto benedicente sopra una ricca mensola ornata degli emblemi papali e 
di mezze figure nude maschili a 1110' di erme reggenti lo stemma mediceo ; la figura, 
un po' rigida, non manca di grandiosità e non son privi di eleganza i particolari de- 
corativi eseguiti con diligenza. 

Il maggior rappresentante della scultura del Cinquecento inoltrato in Milano è un 
maestro d'altra regione, Leone Leoni di Arezzo. A Milano, dopo avventurose vi- 
cende, egli si stabilì e si costrusse un palazzo che tuttora rimane, in via degli Ome- 
noni, e del quale si vuole che egli stesso abbia dato il disegno : un pian terreno, a 
bozze, con finestre rettangolari e arcuate e sei colossali figure di schiavi paludati, a 
ino' di cariatidi, reggenti la cornice del piano superiore e altre due, dalla cintola 
in su, nude, reggenti il balcone che si collega alla piccola porta ; il piano superiore, 
di miglior gusto e con pure reminiscenze michelangiolesche, presenta nicchie e finestre 
alternate fra le colonne a muro. A Leone Leoni si debbono i bronzi del monumento 
funerario di G. Giacomo Medici, marchese di Melegnano, nel Duomo di Milano, 
ordinato da Pio IV, su disegno, se crediamo al Vasari, di Michelangiolo, ma più 
verosimilmente dello stesso Leoni come confortano a ritenere le assicurazioni — re- 
centemente richiamate in uno studio del Beltrami sul monumento — di un contem- 
poraneo, Celio Malaspina, del Moriggia e lo stesso contratto pubblicato dal Casati 
e riportato poi dal Plon, passato il 12 settembre 1560 fra l'artista ed i rappresen- 
tanti di Pio IV : contratto che fu in tutto rispettato nell'esecuzione, contrariamente 
a quanto il Plon credette interpretando inesattamente il documento. Il monumento, 
nelle sue linee architettoniche e nelle sue figurazioni in bronzo, corrisponde al mo- 
dello approvato dal committente ed era già condotto a termine nel 1563. Solamente 
fu soppresso il sarcofago che doveva occupare il posto d'onore nella composizione 
e fu quindi lasciato scoperto il campo centrale contro il quale doveva adattarsi la 



M I L A N O 



67 



cassa marmorea in omaggio alle prescrizioni del Concilio di Trento che appunto 
allora aveva vietato l' uso di riporre i cadaveri entro i monumenti addossati alle pa- 
reti. Non regge quindi — come notò il Beltrami — l'opinione del Plon, che sia stato 




DUOMO - LEONE LEONI : MONUMENTO A GIAN GIACOMO DE' MEDICI. 



alterato il pensiero dell'artista contro sua voglia con la soppressione di un supposto 
basamento « qui surélevait le monument ». 

L' intervento di Michelangiolo si limitò probabilmente a un consiglio o all'esame 
del modello che il Leoni sottopose all'approvazione di Pio IV. 



ITALIA ARTISTICA 



; . L'atteggiamento della sta- 
tua del Medici, dalla gamba 
sinistra piegata in avanti, sulla 
quale è gettato, in ampie pie- 
ghe, il manto, ritorna in un'al- 
tra notevole figura del Leoni, 
la statua di Ferrante Gonzaga 
a Guastalla, eseguita con mi- 
nor finezza ma più larghezza 
di modellato che quella del 
Medici dovendo sorgere all'a- 
perto. Anche quella statua fu 
modellata a Milano e negli 
stessi anni in cui l'artista s'ap- 
plicava al monumento Medici 
e vi pose mano a finirla, sem- 
bra, anche Pompeo figlio di 
Leone. 

Gli Annali del Duomo ri- 
cordano che Leone Leoni fu 
ai servigi della Fabbrica più 
volte: nel 1563 per provve- 
dere all'accomodatura di una 
campana, nel 1565 per collau- 
dare due statue modellate da 
Angelo De Marini, nel 1568 
per la fusione degli angeli in 
metallo da collocarsi sotto il 
tabernacolo, nel 1584 per certe 
perizie; del 1585 è un accenno 
della sua attività per rispon- 
dere alle esigenze del Re di 
Spagna. Di lui come del figlio, 
scultore e incisore alla zecca 
di Milano, non è qui il luogo opportuno di parlare a lungo. Fra i dispacci reali 
trovo un ordine del 28 aprile 1587 per provvedere Pompeo Leoni del metallo ne- 
cessario per fondere certe figure che per ordine del Re si dovevan collocare in 
S. Lorenzo; e, altrove, del 23 febbraio 1590, una lettera da cui risulta che 
Pompeo era tuttora ai servigi del Principe e aveva alle sue dipendenze un Cesare 
Villa milanese, il quale, appunto allora, desiderava di ritornare in patria. 

La maniera michelangiolesca si sforma e trasmoda in molte statue del Duomo 
o sulla fronte di varie chiese in Lombardia : ma non è il caso di ricordarle qui, 
in un'opera che vuol additare solamente gli esempi migliori e più caratteristici. A 
pena potremo ricordare le statue di Adamo ed Eva, non prive di garbo e di dol- 
cezza, ma troppo esili, troppo eleganti, un po' fredde, del fiorentino Stoldo Lorenzi 




PARTICOLARE DEL MONUMENTO A GIAN GIACOMO DE' MEDICI. 

(Fot. Ferrarlo). 



MILANO 



6o 



di Gino, sulla fronte di S. Celso a Mi- 
lano : a lui si attribuiscon le men 
belle statue dell' Angelo e dell'An- 
nunziata presso il bassorilievo cen- 
trale, che però e nel movimento ec- 
cessivo delle linee e nel modellato 
esuberante che prelude al Seicento mi 
sembrano d'altra mano e più tarde. 
Di Annibale Fontana milanese si vo- 
glion, nella stessa fronte, le Sibille sul 
frontone del portale, i profeti e gli 
angioli del fastigio : a lui pure si at- 
tribuiscono dalle guide quei bassori- 
lievi e la figura della Vergine all'in- 
terno del tempio. Quanto il Fontana 
fosse affezionato al tempio, cui lasciò 
anche i propri disegni, « è attestato — 
riporto dal diligente Morigeri — dalle 
altisonanti benché vere parole della 
lapide posta di contro all' altare e 
sotto un' altra statua S. Giovanni E- 
vangelista lavoro di sua mano ; nella 
quale l'inclinazione all'arte decorativa 
del Bonarrotti è, però, già troppo 
evidente, benché morto a 47 anni. 
Egli fu qui sepolto. Meglio si dimo- 
stra, quale orafo e fonditore, nel vi- 
cino cancello di bronzo all' ingresso 
del presbitero ». 

Nella sagrestia dello stesso tem- 
pio il bel lavabo, opera sua, di linee 
prevalentemente architettoniche, pre- 
senta un delfino che butta acqua 
dalle larghe fauci e due putti in bronzo 
modellati con rara eleganza. 

Le statue nel quadrato sotto la cupola e quella presso l'organo, nella chiesa 
stessa, sono invece del Lorenzi. Nel coro gli stalli si vogliono eseguiti su disegno 
dell' Alessi ; certo è che li intagliò Paolo Bozza nel 1570 e li condusse a termine Gian 
Giacomo Taurino. La scultura, compresa quella in legno, trova qui dunque ampio 
campo di studio. 

Lo stile michelangiolesco, con tutte le sue eccessività, è rappresentato a 
Milano più che tutto dal Fontana, artista pieno di talento, che neh' ideare le 
belle Sibille e le quattro potenti figure dei Profeti per la fronte di S. Maria presso 
S. Celso raggiunse un grado di vigore che invano si cercherebbe nei contemporanoi 
della regione : in uno dei Profeti ripetè il tipo del noto Mosè michelangiolesco, ad 




PARTICOLARE DEL MONI MUNTO A GIAN GIACOMO DE' MEDICI. 

(i-'ot. Ferrario). 



7° 



ITALIA ARTISTICA 



altri diede forse atteggiamenti eccessivamente studiati, alle pieghe un esageralo 
tritume e alle sue composizioni (T idea dei bassorilievi di quel tempio gli deve ap 
partenere) poco equilibrio nella distribuzione. Ma nelle figure isolate e specialmente 




S. MARIA DI S. CELSO — ANNIBALE FONTANA : STATUA DI S. GIOVANNI. 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



nella dolcissima Madonna dell' interno del tempio (nell' ideare la quale sembra aver 
tenuto presente quella .del Briosco sul mausoleo di Giangaleazzo nella Certosa di 
Pavia) molta distinzione. 

Con questo artista, che non gode la fama che merita, la scultura del Cinque- 



M 1 L A N O 



7i 



cento nella regione si afferma dignitosamente, pur senza competere in vivacità e in 
certa originalità con la pittura lombarda che a ben maggiori altezze dovrà volgere 
il volo spinta dalle tendenze proprie e dai favori dell'ambiente. 




S MARIA DI S. CLLSO — ANNIBALI; FONTANA: LA VEROINE 



l ,.1 . L. I. .l'Arti Grafie he). 






La pittura lombarda nel Cinquecento trova a maggiori e più attivi rappresentanti 
Bernardino Luini e Gaudenzio Ferrari. Intorno ad essi si svolge una numerosa schiera 



72 



ITALIA ARTISTICA 



di seguaci e di continuatori, così che la scuola della regione la quale, presente Leo- 
nardo a Milano, per mezzo di pochi benché valenti suoi scolari diretti non aveva 
certamente dato luogo a una molto grande attività, dopo di lui, quasi su un terreno 
ben seminato, diede invece frutti in così gran copia da rappresentare uno dei fo- 
colari artistici più importanti d' Italia. 

La produzione luinesca ha del prodigioso : fra grandi e minori gli vengono at- 
tribuiti dal Williamson — 1' ultimo biografo del maestro — ■ e da altri recenti critici, 
intorno a duecento dipinti sparsi nelle chiese a Milano, a Venezia, a Firenze, a Roma, 

a Napoli, a Monza, a Saronno, a Ber- 
gamo, a Baveno, a Pavia, a Como, a 
Legnano, a Luino, a Morimondo, in 
Valtellina ; all'estero vantano opere a 
lui attribuite Lugano, Buda-Pest, Vien- 
na, Londra, Oxford, Copenaghen, Pa- 
rigi, Berlino, Monaco, Pietroburgo, 
Madrid. 

Il periodo più florido dell'attività 
del Luini è quello che va dal 1520 
al 1530: una delle prime sue opere, 
la Deposizione nel coro della chiesa 
di S. Maria della Passione a Milano, 
presenta relazioni con l'arte del Ber- 
gognone, del quale il Luini potè am- 
mirare le opere nella stessa chiesa : 
i tipi dei due santi vescovi, le pie 
donne e il paesaggio accidentato del 
fondo ricordano quelli cari al vecchio 
pittore lombardo. E uguali relazioni, 
che lascierebber credere che Bernar- 
dino seguisse da principio la scuola 
del da Fossano, ritornano qua e là, 
men palesemente, in altre opere gio- 
vanili, anche se non precisamente, 
cornei pareva al Morelli, negli affre- 
schi di Brera qui trasportati dal convento delle Vetere. Ne l'artista rimase poi 
estraneo allo stile personale del Bramantino, come assicurano diverse figure della 
sua seconda maniera. 

La grande e più moderna arte di Leonardo doveva più tardi influire sulla im- 
pressionabilità artistica del pittore, pur senza toglier nulla alla bella e vivace natura 
dell'esuberante Bernardino. 

A questa maniera il Morelli è disposto a riferire una Madonna col Bam- 
bino di Brera, la grande Sacra Famiglia della collezione Ambrosiana e diverse opere 
altrove ; a una terza — la così detta maniera bionda — dal 1520 al 1530 — nella 
quale il maestro si presenta in tutta la maggiore indipendenza, appartengono le 
opere migliori : gli affreschi della chiesa di S. Maurizio, il bellissimo polittico della 




S. .MARIA DI S. CELSO 
SAGRESTIA. 



ANNIBALE FONTANA: LAVABO NELLA 
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



M [L ANO 



73 




BERNARDINO LI INI: DEPOSIZIONE DALLA CROCE Hill. SA DILLA PASSIONI . 

(Fot. [. 1. d'Ai ii Grafiche). 



parrocchiale di Legnano, gli affreschi a Santa Maria degli Angioli a Lugano e ;iu 
merosi quadri di minori proporzioni. 

Gli affreschi nell'interno della chiesa di S. Maurizio del Monastero Maggiore 
rappresentano il più vistoso e felice connubio fra l'edilizia e la decorazione pittorica 
a Milano nel Cinquecento: appena la meravigliosa cupola di Saronno può, sotto 
questo punto di vista, essere paragonata a quel tempio. 



74 ITALIA ARTISTICA 

Nel 1506 i Bentivoglio, abbandonata la signoria di Bologna quando Giulio lise 
ne impadronì, si rifugiarono a Milano, consigliati fors'anche dal fatto che Alessandro, 
figlio dello spodestato Giovanni li, aveva per moglie Ippolita Sforza nata dal ma- 
trimonio di Carlo, figlio naturale del duca Galeazzo Maria Sforza, con Bianca Si- 
monetta. I Bentivoglio si eressero un palazzo, presso la chiesa di S. Giovanni in 
Conca, che non doveva essere privo di attrattive artistiche a giudicare dalle tradi- 
zioni della famiglia — che aveva innalzato a Bologna il più bello e riccamente deco- 
rato palazzo d' Italia, distrutto allora da furor di popolo immemore — più che dal por- 
tale che di quel nuovo palazzo costrutto a Milano rimane nel Museo Archeologico. 
Una delle figlie di Alessandro s'era fatta monaca e rinchiusa nel Monastero Mag- 
giore di S. Maurizio. La chiesa vantò per questo la particolare protezione dei Benti- 
voglio — che vollero esservi sepolti — e delle famiglie con loro imparentate. Il Luini 
svolse nella parete, che divide in due parti la bella chiesa, quella sua vivacissima 
decorazione a buon fresco, e vi riprodusse le figure dei due committenti Alessandro 
e Ippalita e forse della giovane monaca Alessandra, benché nessuna indicazione lo 
precisi. Il Beltrami richiamò già diversi elementi a ritenere che l'opera del pittore 
debba riportarsi agli anni dal 1522 al 1524, e l'età dimostrata, nell'affresco, dai ri- 
tratti dei due committenti può infatti corrispondere a quella che essi avevano a 
quell'epoca. Qualche anno più tardi, e precisamente nel 1530. il causidico milanese 
Francesco Besozzi, volendo adornare la terza cappella di destra, ricorse allo stesso 
Luini, che vi produsse la scena della Flagellazione e, nella parete di destra, la scena 
della decollazione di S. Caterina, per rappresentare la qual figura, dolcemente re- 
clina a mani giunte in attesa del colpo fatale, il pittore, secondo una leggenda, 
avrebbe riprodotte le sembianze di quella contessa di Challant « assai bella, ma 
tanto viva ed aggraziata che non poteva essere più », della quale il novelliere con- 
temporaneo Bandello raccontò la tragica fine. Ma i nuovi documenti, nella loro ine- 
sorabile oggettività, e la narrazione lasciataci dal Grumello modificaron non poco la 
leggenda quale il Bandello la raccolse : e a lui lasciam tutta la responsabilità sulla 
veridicità della riproduzione iconografica della contessa precisamente « nella chiesa 
del Monastero Maggiore », anche se la mancanza di quei caratteri peculiari ai ri- 
tratti dal vero consiglino piuttosto di ritenere quella dolce e pia figura del tutto 
impersonale. 

Le carte del monastero mi rivelaron nomi e numerosi particolari, che qui sa- 
rebbe inutile riportar tutti, sulle pitture e le decorazioni che\seguiron a quelle di 
Bernardino e che, tutte insieme, contribuirono con la loro delicata leggiadria a fare 
di quel tempio quasi un grande cofano : Pietro e Aurelio Luini vi dipinser una 
cappella per commissione della contessa Bergamini e vi riprodusser uno Christo 
che aresiisita e tre ladroni al sepulcro e ai Iati la Maddalena dinnanzi a Gesù vestito 
da ortolano, e Gesù con doi apostoli quando andò in Emans ; e stesero nei vani, 
nelle vòlte, nelle pilastrate una gaia florescenza de foiami e festoni e altre cliose 
che stiano bene (1555); Antonio Campi dipinse la tela dei « Re Magi» pel centro 
principale della tramezza e che erroneamente il Lattuada ascrisse al Luini (1578), 
come l'organo era stato eseguito da Giovanni Giacomo degli Antignati uguale a 
quello di S. Simpliciano (1554) e Francesco de Medici da Seregno ne aveva dipinta 
la cassa e Giov. Antonio Ferrari e Giuseppe Prevosti avevan modellato molti 



MI LA NO 



7 5 



stucchi decorativi (1573) e lo scultore G. B. da Vallate stemmi e ornati in 
pietra (1572). 

Il Luini, quale frescante, occupa certamente il maggior posto della scuola lom- 




BERNARDINO U'IN'I . LA VERGINE COL BAMBINO (U. PINACOTECA DI BRERA). 



(F. :. Uinari). 



barda dopo Leonardo : il suo ciclo di affreschi nel casino di villeggiatura della 
famiglia Pelucchi presso Monza — • staccati nel 1822 ed oggi sparsi in oltre quar, 
pezzi a Brera, nel palazzo Reale di Milano, presso il sig. avv. Cologna, presso i 
sigg. Grandi, e a Parigi, a Chantilly e a Londra — , quelli della cappella di S. Giuseppe 



76 



ITALIA ARTISTICA 



in Santa Maria della Pace recentemente ricomposta nella pinacoteca di Brera, ese- 
guiti fra il 1520 e il 1524, quelli già nella chiesa e nel convento di Santa Marta 
e gli altri già nel monastero delle Vetere (non nella chiesa perchè il Torre, il Lat- 
tuada, il Bianconi non li ricordano ivi), oggi tutti a Brera, rivelano un pittore forse 
qualche volta frettoloso, ma vivace, originale, gaio colorista sempre. Certi difetti 
anche fondamentali nel disegno e alcune volgarità di forme e di particolari, spe- 
cialmente nelle composizioni maggiori per la chiesa della Pace, rivelai! l' inter- 
vento di aiutanti nell'opera grandiosa. In certi quadri di cavalletto — la deliziosa 
Madonna del Roseto, due Madonne col Figlio a Brera, lo Sposalizio di Santa Ca- 
terina nel museo Poldi-Pezzoli, nella col- 
lezione Borromeo, in quella dell'Ambrosiana 
ecc. — la vigorìa del colorito caldo e vi- 
vace si sposa a una dolcezza di sentimento 
cristiano contenuta e profonda, forse un po' 
monotona per il lungo ripetersi in identiche 
forme in cui, come nota veramente il Mo- 
relli, ritornan spesso gli eguali difetti, le linee 
un po' pesanti, i piedi un po' lunghi, le 
mani troppo larghe, a cui potremmo aggiun- 
gere un carattere tolto a Leonardo, comune 
a quasi l' intera scuola lombarda di questo 
tempo, ma che nel Luini trova il principale 
interprete : gli zigomi eccessivamente lon- 
tani fra loro e il mento piuttosto basso a 
dar al viso una forma allungata che, se 
aggiunge grazia e carattere, rivela, a lungo 
ripetersi, una maniera fatta, benché il punto 
di partenza si debba trovare nel tipo pre- 
valente nelle donne lombarde, nelle quali il 
Luini e prima di lui lo stesso Leonardo 
vider certamente i modelli per le loro Ma- 
donne e le loro sante, formose, solidamente costrutte, di un tipo assolutamente 
diverso da quelli predominanti nelle opere dei maestri toscani, ferraresi, veneziani, 
più delicate forse, ma men vere. Nei tipi dei vegliardi, solenni, abbondantemente 
chiomati, quasi olimpici, il Luini invece si staccò piuttosto dalla natura e si plasmò 
un motivo suo proprio. 

Col Luini la scuola lombarda per la prima volta — eccezion fatta per la Cena 
delle Grazie e anche questa soltanto da certi aspetti — trovò un maestro che 
alla composizione diede forme e concetti nuovi : naturalezza negli aggruppamenti, 
grandiosità nelle scene d'ambiente, sapienza nelle ricostruzioni storiche o mitologiche. 
Con ugual sicurezza e senza mai venir meno alla sua originalità egli riproduce scene 
or civettuole e gaie come il giuoco del guancialino d'oro (Brera n. 71), or curiose e vi- 
vaci come le mitologiche del sacrificio del dio Pane, di Dafne trasformata in alloro, 
della Nascita di Adone (Brera, n. 73, 74, 76), di Vulcano e Venere fabbricanti le ar- 
mature di Achille (Palazzo Reale), della Fucina. di Vulcano del Louvre ; or popolate e 




B. LUINI : PARTICOLARE DELLA SACRA FAMIGLIA (PINA 
COTECA AMBROSIANA). (Fot. Anderson). 




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7 8 ITALIA ARTISTICA 

grandiose come il S. Giuseppe scelto a sposo di Maria ^Brera, n. 302), il Cristo inco- 
ronato di spine dell'Ambrosiana, lo Sposalizio, la Presentazione al tempio e V Ado- 
razione di Saronno, le scene in S. Maurizio a Milano, la grande Crocifissione di Lu- 
gano (1530). In alcune scene spinse la grazia e il sentimento fino alla poesia. In 
quella della salma di S. Caterina deposta dagli Angioli nel sepolcro a Brera (n. 288) 




BERNARDINO Ll'l.NI : LA CASTA SUSANNA COLLEZIONE BOKROMEO). 



(Fot. Marcozzi). 



la virtuosità nel render la leggerezza delle tre figure librantisi nello spazio — sì che 
par quasi di sentire il lieve fruscio delle vesti sbattute dall'aria tagliata rapidamente 
— è uguale all'armonia e al ritmo, cui nuoce appena la rigidità delle linee del sepolcro 
scoperchiato nel basso, anche se non oseremo sottoscrivere all'asserzione del Muntz 
che « Léonard eùt été impuissant à donner à une de ses compositions une netteté 
pareille, avec des contours si tranchés et un agencement si décoratif ». 

Numerosi artisti — parecchi tuttora ignoti - - seguiron la maniera del Luini, 
oltre Aurelio, suo figlio. 



AI l L A N O 



79 



Gaudenzio Ferrari non possiede certamente la grazia del Luini, del quale fu 
contemporaneo, ma nell' invenzione, nel sentimento drammatico, qualche volta nella 
forza del comporre gli fu superiore. 



rCTTT-T* -— ■ 



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BERNARDINO J.UM: PARTICOLARE DEGLI AIIKESCHI IH S. MAURIZIO. 



La critica moderna non è d'accordo sulla derivazione artistica di Gaudenzio, ne 
il problema, per chi non limita la propria osservazione alle manifestazioni superfi- 
ciali dell'arte, si presenta di poco interesse ; gli si danno troppi e diversi maestri 
perchè un accordo sia per ora possibile. Il Morelli, richiamando l'asserzione del 
Lomazzo il quale, da giovane, poteva aver conosciuto il vecchio Gaudenzio 

Ferrari ed esser quindi ben informato sulla sua educazione artistica — che ce lo 
presenta quale uno scolaro dello Scotto a Milano, poi di Bernardino Luini, osserva 



So 



ITALIA ARTISTICA 



che nessun scrittore fa cenno dello Scotto e nessuna sua opera si conosce. Oggi 
non potremmo più dire altrettanto perchè le recenti ricerche hanno rivelata tutta una 
famiglia di artisti di quel nome fioriti in Lombardia nel XV secolo e qualche opera 
non priva d'importanza. 

Altri trovan rapporti fra le prime opere del Ferrari e l'arte del Bramantino : 
il Bordiga invece lo volle scolaro di Girolamo Giovenone e il Morelli di Macrino 
d'Alba e degli Oldoni di Vercelli ; altri persino di Perugino e di Raffaello. Il Lo- 




:NAkDINO LI INI: PAKTICC 



:gli affreschi di s. mairizu 



mazzo ne fece addirittura un genio multiforme come il Leonardo. « Fu pittore, pla- 
sticatore, architetto, ottico, filosofo naturale e poeta, sonator di lira e di liuto ». 

Sicuri sono i rapporti fra i suoi dipinti giovanili della galleria di Torino e il 
Bramantino nelle figure lunghe, nei tipi, nel muover largo dei panni. Le ultime ri- 
cerche del Colombo — che ha trovato recentemente varie prove di una attiva 
permanenza del pittore a Vigevano, di cui è anche riconferma in un documento 
milanese -- e di Ethel Halsey, recente biografa del pittore, provan che questi, nato 
in Valduggia intorno al 1480, visse fino al 1540. 

A mio parere la critica moderna non ha reso sufficientemente giustizia a Gau- 
denzio. Il Morelli, è vero, non risparmia elogi al maestro dei grandi aggruppamenti 
in cui aleggia un forte spirito drammatico e non si perita a confrontarlo con lo 
stesso Raffaello, nella grande Crocifissione di Varallo : e gli autori del Cicerone — 
cito questi perchè sembrati riassumere il giudizio di molti altri — osservano che la 



M [ L A N O 



81 



vita, il movimento, l'espressione violenta delle passioni dell' animo nelle sue com- 
posizioni son degni di un maestro di prim'ordine ; ma si sembra dimenticaro 
che nella stessa rappresentazione del sentimento cristiano e della dolcezza ii piU<a- ( > 
raggiunse un' altezza a cui nessuna scuola dell'alta Italia, esclusa forse la veneta, 
ora mai giunta. Questa sembra essere anzi la principale tendenza del pittore fin 
dai primi suoi lavori e che trova le più belle e felici rappresentazioni nella soavis- 
sima Annunciazione della collezione Layard di Venezia e in quella della gali ria 




BERNARDINO LUINI : PARTICOLARE DEGLI AFFRESCHI DI S. MAURIZIO. 



di Berlino, in alcuni gruppi degli affreschi di Varallo, nella bionda Madonna col 
Bambino della galleria di Brera, benché la Vergine nel tipo e nell'abito valsesiano 
presenti un carattere più profano che sacro, nella bellissima Pietà della collezione 
Crespi — ■ un motivo che ritorna, con varianti, altre volte nel repertorio del maestro 
— nella Madonna col Bambino della collezione Borromeo, di una soavità senza pari, 
nella Natività di San Gaudenzio a Vercelli, ma più che tutto negli affreschi della 
cupola di Saronno. Se l'insieme di questo ultimo capolavoro non dissimula qualche 
po' dell'affastellamento eccessivo di gruppi che nella seconda serie di opere sue 
il maestro non saprà evitare, esaminati uno per uno quei gruppi presentano an- 
cora tutto il soave incanto delle prime opere: benché il dipinto appartenga al 1534 
offre ancor tutta la ingenuità di un maestro primitivo, nel sentimento e in parte 
nella disposizione stessa che, dopo tutto, è ben semplice, quasi a zone, e non può 
esser confrontata, per ciò, come Ethel Halsey vorrebbe, con le cupole frescate dal 



82 



ITALIA ARTISTICA 



Correo-o-io nel Duomo e in S. Giovanni Evangelista di Parma, trionfanti con ben 
più sapienti aggruppamenti. 

Anche quando per accrescere il senso drammatico all'azione è costretto, con 




Hl.KNAKDI.NO LUINI : SACUA FAMIGLIA (PINACOTECA AMBROSIANA;. (Fot. Anderson). 



danno dell'equilibrio e dell'armonia della composizione, ad affastellar figure, le une 
a ridosso delle altre, senza posa, senza il dovuto passaggio di piani, come in certe 
parti degli affreschi di Varallo, nel quadro della Pietà di Cannobio, nella Deposizione 
della galleria di Torino, nella Madonna coi santi e putti e nella Crocifissione in 



M I L A X O 



83 



San Cristoforo di Vercelli, nel Martirio di Santa Cale ri ìli d ) [Alessandria di Brera, 
il senso drammatico è più apparente che reale e sentito, benché, in confronto al 
Luini, Gaudenzio rappresenti già un gran passo in avanti nella rappresentazione 
drammatica. 

A Milano le opere del Ferrari son numerose. Ve n' ha a Brera, nel museo Poldi- 
Pezzoli, nel coro di S. Maria presso S. Celso (il Battesimo di Cristo), nella collezione 
Crespi, e altrove. E non divideremo l'opinione degli autori del Cicerone che le opere 




BERNARDINO LUINI: LA FLAGELLAZIONE (PINACOTECA AMBROSIANA. 



(Fot. Anderson). 



del Ferrari conservate nelle gallerie non diano idea del suo talento : nella sola colle- 
zione di Brera i quadri piccoli da cavalletto, la grande composizione del Martirio di 
Santa Caterina d'Alessandria, i vivacissimi affreschi già in S. Maria della Pace — 
ben tredici pezzi — ■ son documenti preziosi della variabile tempra di questo attivis- 
simo artista. Nella stessa collezione è rappresentato degnamente anche il princi- 
pale dei seguaci di Gaudenzio, il vercellese Bernardino Lanino, con alcuni affreschi 
già in Santa Marta, col Battesimo di Gesù, con le Madonne e varii santi, col deli- 
catissimo disegno a carbone per V Adorazione del Bambino. I suoi affreschi rivelan 
però la distanza che lo separa dal maestro. Forse per questo un altro manierista, il 



§4 



ITALIA ARTISTICA 



Lomazzo, ne lodò 
« la leggiadrìa et 
la forza del suo bel 
operare ». Tuttavia 
nel suo capolavoro, 
il Martirio di Santa 
Caterina, a buon 
fresco, in S. Nazaro 
Maggiore, il pittore 
si avvicinò all'arte 
del maestro ; la tra- 
dizione vuol vedere, 
fra quelle molte fi- 
gure, anche il ri- 
tratto di Gaudenzio, 
del Luini e di un 
altro scolaro del 
primo, G. B. Cerva. 
Fermo Stella e il 
Vaiorsa che dipin- 
sero in Valtellina e 
nel Comense qual- 
che volta non senza 
delicatezza , conti- 
nuar on per un mez- 
zo secolo l'eco del- 
l' arte del maestro: 
altri, come il De 
Magistri, il Donati, 
s' ispiraron , come 
poterono, ora alla 
maniera del Luini, 
ora a quella di Gau- 
denzio , perpetuan- 
do, in pieno periodo 
di decadenza, qual- 
che po' della gen- 
tilezza e del com- 
posto sentimento di 
quei vecchi maestri. 
Perchè, per dirla 
con le belle parole del Muntz, la scuola milanese di questo tempo rassomiglia a un 
bello e delicato adolescente che si abbandona al piacere di vivere, al piacere d'a- 
mare e che ignora le tristi preoccupazioni e le laidezze della vita ; « libre aux flo- 
rentins de creuser les mystères de la philosophie, la science du dessin ; pour les 











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GAUDENZIO FERRARI 



MADONNA COL BAMBINO E DUE SANTI (COLLEZIONE BORROMEO]. 

(Fot. MarcozziJ. 



M I LANO 



85 




disciples de Léonard, s'ils sont 
réussis à remplir Ieur ròle de 
poètes, à émouvir et à char- 
mer, leur ambition est sati- 
sfatte ». 

Paolo Lomazzo - meglio 
noto per esser stato quasi il 
Vasari della scuola lombarda 
— e il suo scolaro Ambrogio 
Figino appartengon già al pe- 
riodo dello sfacelo della scuola 
locale. Si mostran, del primo, 
nelle chiese milanesi, gli A- 
postoli nella piccola cupola 
della quarta cappella a destra 
in S. Marco che non sembrali 
appartenergli, mentre gli ap- 
partengon invece — lo prova 
la firma stessa — la tavola 
nella terza cappella che è del 
157 1, le pitture ai lati di una 
cappella che fa parte del pre- 
sbiterio in S. Maurizio, benché 
dubitativamente, le tre figure 
di Santi in S. Paolo nel primo 
altare a sinistra, forse la Pre- 
dicazione di S. Paolo nella sa- 
grestia di S. Maria alla Porta 
e sopratutto gli affreschi nella 
cappella alla testata sinistra 
del tramezzo in S. Angelo coi 
fatti della Vergine e che è da 
riconoscere, secondo il Mon- 
geri, « fra le opere sue mi- 
gliori, come quelle che mo- 
strano non avere egli ancora 
del tutto sacrificate le remini- 
scenze dell'arte leonardesca alle 
caricature dell'arte dei Raffael- 
listi » e anteriore al 1570. 

Del Figino il bel ritratto 
di Lucio Foppa a Brera dà il 
miglior saggio dell'arte sua ; 

gli vengon attribuiti il S. - Ambrogio a cavallo in S. Eustorgio, due composizioni nelle 
arcate dell'orbano del Duomo, X Incoronala in S. Fedele, un San Marco « caricatura 



GAI DI NZIO FERRARI : IL BATTI-SIMO DI GESÙ CRISTO (.NEL COKO OELLA 

chiusa DI S. MARIA Di S. CELSO). 'I ot. I. 1. d'Arti Grafiche). 



86 ITALIA ARTISTICA 

michelangiolesca » in S. Raffaele, la Vergine che schiaccia il serpente in S. An- 
tonio Abate. 



A Milano, attratti dai maggiori maestri e dalle richieste dei committenti — 
primi le chiese e i monasteri che s' eran andati moltiplicando e che sostituiron, 



GAUDENZIO FERRARI : LA PIETÀ GALLERIA CRESPI). (Fot. Anderson). 



.MILANO 



37 



dopo la metà del XVI secolo, gii antichi mecenati —, venner numerosi i pittori 
delle scuole vicine ; specialmente cremonese e lodigiana. 

Vincenzo Campi cremonese, fiorito nella seconda metà del XVI secolo, m< 
che nelle due figure di Brera (una fruttivendolo od una pescivendolo) può esser co- 




GAUDLN/10 FERRARI! LA VERGINE COL BAMBINO (le. PINACOTECA DI BRERA). 

(Fot. I. 1. d'Ani Grafiche). 



nosciuto in qualche quadro nelle chiese milanesi e specialmente negli affreschi un 
po' farraginosi ma ancor pieni di energia in San Paolo eseguiti insieme ai fratelli 

Giulio e Antonio. 

Si attribuiscono ad Antonio Campi la Maddalena e Cristo in vesti da ortolano 
in San Tommaso, due quadri nella sagrestia di S. Alessandro, uno in S. Maurizio, 
un altro, della decadenza, nella chiesa della Passione, dove la Crocifissione si vuole 



ITALIA ARTISTICA 



del fratello Giulio, e le belle istorie di Santa Caterina in S. Angelo; a Bernardino 
— che lasciò il proprio nome e la data 1565 nella Trasfigurazione in S. Fedele — 
la Vergine fra S. Caterina e S. Piolo « opera bellissima» in S. Antonio Abate, e, 




PARTICOLARE DEGLI AFFRESCHI DEI CAMPI IN S. PAOLO. 

(Fot. I. I. d'Art! Grafiche). 



a Brera, un Cristo morto fra diverse figure, fra le quali l'offerente Gabriele dei Piz- 
zamigli carmelitano ; e ad Antonio, nella stessa collezione, la Madonna con quattro 
santi, già in S. Barnaba ; del vecchio Galeazzo, la cui maniera, secondo la Schweitzer, 



M I L A X O 8 g 

non sarebbe che un miscuglio dell'arte del Boccaccino e di quella del Perugino, 
v'è, nella stessa pinacoteca, una tela con la Vergine fra S. Biagio e S. Antonio 
cibate segnata e datata [517, ispirata alla pala che vent 'anni prima il Perugino aveva 
dipinto a Cremona in S. Agostino. Nella stessa collezione braidense possiam stu- 
diare qualche altro vecchio maestro cremonese oltre che in parecchi disegni anche 
in dipinti degni di attenzione: il Casella in un Martirio iti S. Stefano, l'Aloni in una 
composizione segnata col nome e l'anno 1500. Camillo Boccaccino in un quadro 
grandiosamente concepito, caldo di colorito, vivacissimo e con varie figure di Santi. 
eseguito nel 1532, e che, se le date biografiche fissate dagli storica cremonesi sono 
esatte, sarebbe ben prezioso documento della precocità del piacente maestro, il quale, 
secondo il Morelli, risentì dell'arte potente di Giovanni Antonio da Pordenone. 

Della famiglia lodigiana dei Piazza sono, a Brera, un S. Giovanni Battista at- 
tribuito a Martino — ■ da altri ad Albertino — e ben cinque opere di Callisto, due 
delle quali segnate col suo nome, che ci mostrano diversi aspetti del suo ingegno 
bellissimo. Gli affreschi coi quali egli ornò il refettorio di S. Ambrogio furon collo- 
cati sullo scalone che mette alla biblioteca di Brera. Un S. Girolamo nel de- 
serto, nel retrocoro di S. Maria di S. Celso, severo, ma un po' freddo, ci mostra 
il pittore quasi nell' ultimo periodo della sua attività. Dipinse anche nella chiesa di 
S. Maurizio e una Deposizione gli viene attribuita dal Mongeri, quale opera della 
sua prima maniera, in S. Maria alla Porta. Di Martino è pure un quadro, firmato, 
nell'Ambrosiana ; di Albertino un bel trittico nella collezione Crespi. 

Altri maestri lombardi, ma non milanesi, fecer più meno rapide apparizioni a 
Milano e se ne conservali opere nelle raccolte, ma, dato il carattere della presente 
pubblicazione, sfuggono alla nostra disamina e dobbiam accontentarci di farne ap- 
pena il nome : tali G. B. Moroni, Alessandro Bonvicino detto il Moretto da Brescia, 
Girolamo Romanino, Giovanni Busi detto il Cariani bergamasco seguace di Palma 
vecchio, che risentiron influenze varie del Veneto, della Lombardia e che, in misura 
diversa, fusero certa vigoria di forme lombarde con la calda tonalità del colorito dei 
maestri veneti. 

Qualche altro cinquecentista non di scuole locali è rappresentato nelle chiese 
milanesi : Federico Zuccari, con una S. . Igata visitata in carcere da San Pietro, 
del 1597, e un mediocre Sposalizio della Vergine nel Duomo; Paris Bordone, con 
una superba composizione, S. Girolamo dinanzi alla ! r ergine, al Ba?nbìno, a San 
Giuseppe e istorie e decorazioni minori a fresco che fan cornice all'ancona in Santa 
Maria di San Celso, dov'è pure la Caduta di S. Paolo, opera firmata dal Moretto da 
Brescia, oltre capolavori di scuola milanese ricordati precedentemente. 



A chiudere questo fugace per quanto, se mal non m'appongo, esatto esame 
della parabola dell'arte in Milano nel Rinascimento convien ricordare almeno i prin- 
cipali prodotti delle arti minóri nel Cinquecento, nei quali è spesso una eco ancor 
vibrante delle maggiori, specialmente nell'oreficeria, neh' intaglio, nella ceramica ; 
non nella miniatura perdio dopo la introduzione ormai diffusa della stampa e della 
silografia quell'arte delicata e gentile, ma paziente e laboriosa, morì per sempre e 



go 



ITALIA ARTISTICA 



non valsero certamente i tentativi di qualche geniale artista che s' ispirò diretta- 
mente alle opere di pittori in voga per rianimarla. DeW arte mia non se fa più 
niente, scriveva malinconicamente un miniatore negli ultimi anni del Quattrocento, 
l'arte mia è finita per l'amor dei libri eli e si fanno in formi eli e non si miniavi più. 
Purtroppo le opere notevoli in oreficeria rimaste non son molte in confronto a 
quelle passate altrove : tuttavia la collezione del museo Poldi-Pezzoli e quella del 
Museo Archeologico nel Castello Sforzesco contengono qualche buon esemplare del 




CALLISTO PIAZZA DA LODI : TRITTICO (GALLERIA CEESPI). 



(Fot. Anderson). 



periodo che segue a quello che può chiamarsi aureo dell'arte lombarda e del quale 
già si fece cenno precedentemente. Nelle chiese potremmo ricordare una « pace » 
in argento dorato con carnei e pietre preziose e con la rappresentazione della 
Deposizione di Cristo nella cattedrale, attribuita erroneamente dal Perkins al Ca- 
radosso e dal Plon, benché dubitativamente, al Cellini, al quale si attribuiva un 
tempo anche la ricca anfora di argento dorato — provvista di un giro di mezze figure 
femminili a mo' di erme dalle cui teste cadon drappi sorretti, ai lati, da vivacissimi 
putti nudi — del tesoro di S. Maria di S. Celso, per la quale ora si pensa preferi- 
bilmente, condotti dallo stile e dalla marca N. W., alla scuola tedesca ; in questa 



92 



ITALIA ARTISTICA 






CANDELABRO Li 1 ANNIBALE FONTANA IN S I l DJ LI . 
(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



stessa chiesa è un messale a stampa del 1594 
con fermaglìetti a motivi analoghi a quelli del- 
l'anfora. 

In S. Fedele due candelabri in bronzo 
sono di quel secolo e degni dell'attribuzione al 
Fontana che essi vantano. 

In S. Nazaro, in S. Stefano e in qualche 
altra chiesa minore alcune paci e teche e cam- 
panelli e oggetti diversi provano il lento de- 
gradare sia del valore della materia prima che 
dell'opera manuale in un'arte che, a causa dei 
mutati tempi, doveva piuttosto affermarsi con 
le forme appariscenti che con la finezza del- 
l'esecuzione. E più tardi, quando i rapporti fra 
il popolo e l'autorità religiosa saranno anche 
maggiori e si esplicheranno in pubbliche riu- 
nioni e in processioni, imponenti come spetta- 
coli, il gonfalone e tutto il grande arredo vi- 
stoso e simbolico prenderanno il posto dei ti- 
midi oggetti sacri ornati dalla pietà dei vecchi 
orafi. Quanto all'arte del ricamo, una volta 
preso il sopravvento sulla decorazione del tes- 
suto non conobbe più limiti nelle sue estrinse- 
cazioni e, per colpire 1' attenzione della folla, 
arriverà persino ad accoppiare la pittura al tes- 
suto come nel grande gonfalone di S. Ambro- 
gio — oggi nel Museo Municipale — ese- 
guito nel 1565 da Delfinone Scipione e da 
Camillo Pusterla per ordine del Comune di 
Milano, su disegno del pittore Carlo Urbini da 
Crema. 

Neil' intaglio in legno gli esempi son più 
abbondanti ; al rifiorimento di questo ramo 
dell' arte contribuirono le corporazioni reli- 
giose, molte e ricche a Milano. Qui il sodalizio 
dei maestri falegnami era stato Riconosciuto, 
con statuto proprio, fin dal 1459, ma verosi- 
milmente aveva origine più antica : la corpo- 
razione aveva un priore, un sottopriore, sei 
sindaci, un « canevaro », e dodici consiglieri 
con speciali attribuzioni. Gli statuti furono ri- 
confermati più tardi da Luigi XII e da Carlo V ; 
subiron qualche modificazione nel 157S e nel 
1607. Solamente nel 1728 gli intagliatori e 
gli intarsiatori si staccarono dai falegnami prò- 



M ILANO 



93 



priamente detti, finche nel 1774 il governo austriaco soppresse queste come tutte le 
altre società artigiane. 

Alla bella serie di tavole e alla illustrazione del Forcella e del Beltrami rimando 




IL GONFALONE DI S. AMBKOGIO (A. 1565). 



(Fui. Montabone). 



per ammirare e conoscere i capolavori di quell'arte che rimangon tuttavia nella re- 
gione lombarda. Qui basterà ricordare che dell'arte gentile dell'intaglio nel Cinque- 
cento, è prova di magìa di linee ed eleganza di motivi nelle sedie corali di 
S, Ambrogio — meno che nei dossali del XIV secolo — del 1507, esuberanti e in 



94 



ITALIA ARTISTICA 



cui le figure si innestano felicemente ai fregi, in quelle di S. Maurizio, dei primis- 
simi anni del XVI secolo, in quelle di S. Maria della Passione con ornamenti di ma- 
dreperla e di linee prevalentemente architettoniche, in quelle di S. Fedele qui tra- 
sportate da S. Maria della Scala, coi dossali ornati di prospettive e di madreperla, 
in quelle di S. Maria presso S. Celso eseguite nel 1570 da Paolo Bazza su disegno 
di Galeazzo Alessi e ultimate, nel 16 16, da Giovanni Taurino, ricchissime di erme, 
di maschere, di putti e di motivi del repertorio preferito dallAlessi, in quelle di 
S. Vittore al Corpo condotte con maestria nel 1583 da Ambrogio Santagostino che 

vi raffigurò le istorie della vita di 
S. Benedetto : qualche reminiscenza 
dei motivi cari all' Alessi non manca 
anche qui neh' uso delle erme e di 
fregi quasi geometrici, ma alle istorie 
dei dossali nuoce il sistema delle 
pieghe. A istorie figurate della vita 
di S. Ambrogio nei dossali e esube- 
ranti decorazioni nelle mensole e 
nella cimasa son anche le sedie co- 
rali del Duomo, di noce, a tre or- 
dini pel capitolo maggiore, pel mi- 
nore, pel clero addetto al servizio 
dell'altare, grandioso lavoro della 
seconda metà del Cinquecento e dei 
primi anni del Seicento. Una squa- 
dra di artisti vi si applicò : il Pel- 
legrini, lo scultore Francesco Bram- 
billa, i pittori Ambrogio Figini e 
Camillo Procaccini, l'architetto Giu- 
seppe Meda peL disegni ; i fratelli 
Taurini, Giovanni, Giacomo e Ric- 
cardo, Virgilio del Conte e, sopra 
tutti, Paolo de' Gazii che ne fu il 
principale assuntore e che si era 
obbligato a dar finito il suo lavoro 
pel Natale del 1573. 
Più modesti, di carattere esclusivamente decorativo, ma severi ed eleganti, sono 
gli stalli del coro di S. Simpliciano dovuti ad Anselmo e a suo figlio Virgilio del 
Conte milanesi, come prova il relativo contratto del 1588 fra le carte del convento 
(oggi presso l'Archivio di Stato), dov'è pure il contratto del 30 settembre del 1596 
con Giovanni Taurini per le istorie intagliate nei confessionali della chiesa di San 
Fedele. Tra gli armadi delle sagrestie messi a intagli notevoli son quelli di S. Fe- 
dele, iniziati forse da Giovanni Taurino e proseguiti dal suo allievo il gesuita 
Daniele Ferrari, ricchissimi, con figure intere a mo' di cariatidi fra gli sportelli ed 
esuberantemente ideati, ma che preludon già al trionfo dell'arte barocca. 

Ai Taurini debbonsi pure le figure dell'organo verso la sagrestia settentrionale 




SEDIE CORALI DELLA CHIESA DI S. VITTORE AL COUPO (A. 1583). 

(Dal Forcella). 



MILANO 



95 



nel Duomo, cominciato, dal lato dell'epistola, da Gian Giacomo Antignati e l'opposto 
da Cristoforo Valvassori e finito all' esterno da Giov. Battista Mangone, mentre i 
pittori Figini, Camillo Procaccini, Giuseppe Meda ne dipinsero i battoliti: o ui 
contributo, a creare l'opera d'arte, ci fa quasi dimenticare il rimpianto per la perdita 
degli sportelli più antichi ch'erari stati certamente dipinti da un leonardesco del 
quale invano si additerebbe oggi un'opera sicura, Nicola Appiano. 

Agli Antignati, e precisamente a G.Giacomo (1534), appartiene anche l'organo 
della chiesa di S. Man ri /io. 

Minori lavori d'intaglio si con- 
servano nel Museo Archeologico in 
frammenti di soffitti, cassoni, stipi, 
cornici, e in collezioni private, a ri- 
prova del rifiorimento di quell'arte 
che a Milano e nel centro della 
Lombardia ebbe, nel Rinascimento, 
caratteri peculiari e derivazione dallo 
arti maggiori del luogo, mentre nelle 
parti più lontane della regione lom- 
barda risentì influssi delle scuole 
vicine e, nella Valtellina — ricchis- 
sima di anconette intagliate e di- 
pinte nelle alitine — , fu una pretta 
filiazione dell'arte tedesca del tempo. 
Jacopo da Trezzo fu noto allora 
come lavoratore di carnei, in una con 
Clemente Birago, Giovanni Antonio 
Rossi, Francesco Tortorino, Giu- 
liano Taverna e Io stesso Annibale 
Fontana, che aveva istoriato il Te- 
stamento Vecchio in una tazza pa- 
gatagli 6000 scudi, e i cinque fra- 
telli Sacchi che intagliava n l'oro, 
il cristallo, le pietre. 




PARTICOLARE DELLE SI DIE CORALI DEL DUOMO. 

(Dal Forcella;. 



1: 



Un' industria artistica fiorentissima a Milano nel Rinascimento fu quella delle 
armi. Intere vie — non ne rimangon che i nomi — eran destinate agli Armorari, 
agli Spadari, agli Speronari, e vi sorgevan i magazzini da cui venivan quegli arti- 
stici prodotti che andavan sparsi per tutto il mondo. La divisione del lavoro, a pro- 
durre l'opera perfetta, era tale che la sola società degli spadari era suddivisa, secondo 
gli statuti, nelle classi dei fodratori, dei limatori, degli scalpellatori, dei manichieri, 
degli imbornitori, dei lustratori, dei doratori. La produzione era enorme e le miniere 
fra i laghi di Como e di Garda, dei dintorni del lago d'Orta, della Valsesia, della 
valle d' Ossola, di Maccagno sul Verbano. eran largamente sfruttate ; le fucine di 



gà ITALIA ARTISTICA 

Como, Lecco, Sondrio, Bormio, Bergamo, Brescia ne lavoravano la materia prima. 
Dall'estero venivano continue ordinazioni alle fabbriche d'armi milanesi ; le tariffe 
doganali di Germania vi si riferivan di continuo : il registro dì Chillon ricorda che 
interi carichi di armature passavan con frequenza le Alpi e capitalisti anche 
stranieri preferivano investire ingenti somme di danaro in queste che in altre in- 
dustrie. 

Nella via degli Spadari, nel cuore della città, era il centro di quella grande in- 
dustria e la famiglia dei Missaglia da Elio v'era la più famosa : la lor casa ancor 
bella di ogive e di decorazioni antiche fu demolita recentemente in omaggio a 
pretese esigenze del rettifilo. 

Nella prima metà del XV secolo le fabbriche d'armi a Milano eran così pro- 
duttive e ricche che dopo la triste giornata di Maclodio (11 ottobre 1427), essen- 
dosi rimandati disarmati a Milano i generali ed i soldati dal capitano veneto fatti 
prigionieri, il duca Filippo Maria potè in pochi giorni provvedersi — se crediamo 
al Verri — presso due soli fra i tanti artefici di Milano di armature per ben quat- 
tromila cavalli e duemila fanti. Furon famosi allora, oltre i Missaglia, altri artefici 
armaiuoli : i da Merate, i Cantoni, Francesco Piatti, i Negrioli, Michele da Figino ; 
per le notizie sul conto loro rimando alla ricca pubblicazione che, su gli armaiuoli 
milanesi, diede alle stampe Jacopo Gelli. 

La maggior parte di armature milanesi di singolare importanza che rimangon tut- 
tora nella Reale Armeria di Torino e nella collezione Poldi-Pezzoli appartengono al Cin- 
quecento e si raccomandano per la precisione e l'eleganza del lavoro. Le borgognotte 
figurate, le rotelle, le armature da giostre dei Negrioli sposan perfettamente l'arte 
dell'orafo e dell' incisore con quella dell'armaiuolo. La celata e scudo di Gaspare 
Moli nel museo di Firenze, lo scudo di Pirro Sironi, le parti minori di artefici mi- 
lanesi nelle molte collezioni nostre ravvivano tuttora in noi, attraverso le gaie rap- 
presentazioni figurate e i fregi gentili, il senso d'arte della Rinascenza italiana che 
alle più tristi cose sposò un soffio vivificatore d' idealismo artistico. E quando, con 
la scomparsa dei Missaglia e di altri valenti artefici e più che tutto per effetto 
dei mutati sistemi di guerra, venner meno quelle armi e vi si sostituiron quelle da 
fuoco, gli archibugiari milanesi — l'altra ricchissima pubblicazione del Gelli lo prova 
— tennero alta l'antica fama delle industrie e del buon gusto dei nostri artefici. 



VII. 

// Seicento — La dominazione spagnola — L'architettura: Fab . ì A', chini, gli architetti mi- 

" tura: i Pi ■ Ci 'spi, il Ghislandi, il Morazz me, : r rescant — Gli scultori, i 

decoratori e le di'ti minori. 



La signoria spagnola non fu tanto fatale alle popolazioni soggette pel suo sistema 
di governo quanto pei pregiudizi che importò in una regione un tempo così sicura delle 
proprie forze, così attiva, così praticamente laboriosa come la lombarda. Potremmo rias- 
sumere con le parole di uno storico quel sistema: « tutto andò a capitombolo dopo ve- 
nuti gli Spagnuoli, pel farnetico di sottoporre ogni cosa a regolamenti ; per le im- 
provvide quanto ingorde imposte; il monopolio, fatto universale con le maestranze; pei 
rimedi sempre a controsenso; per le lungagne avviluppate dei Tribunali». I pregiudizi 
importati non furon men dannosi: la boriosità spagnola fatta di apparenze vietò ai 
nobili e ai ricchi di applicarsi al commercio; il sospetto e la pedanteria tarparon 
l'ali alla libertà del pensiero ; i privilegi tolser rispetto alla legge. « Il lusso la- 
sciamo ancora una volta la parola allo storico — era ancor più sfarzoso che comodo; 




pokta komana, di MARTINO iìASSI. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



98 ITALIA ARTISTICA 

mobili ad intagli faticosi e ricche tarsie: abiti indistruttibili; sontuosità di palazzi. 
di ville, di trattamento ; insieme orgoglio senza franchezza, ambizione senza virtù 
pubbliche, studi senza progresso, inerzia senza ripeso, avventure senza gloria, mi- 
serie senza compianto, mal consolate da una religione di abitudine più che di per- 
suasione, da una devozione inclinata alle superstizioni e alla intolleranza. Il vulgo 
operaio, sprovveduto d'arti, scarso di pane, tremava del Re lontano e del governa- 
tore vicino, tremava della corda e della forca piantata su tutte le piazze, tremava 




PALAZZO DEL SENATO. GIÀ DEI CHIERICI ELVETICI. DI FABIO MENGOKI. 

. 1. 1. d'Arti Giu- 



dei birri, tremava del padrone, tremava della Inquisizione, tremava delle streghe, le 
quali si moltiplicavano quanto più erano bruciate; e tra fiacchi terrori, indecorosi 
patimenti, pazienza incurante, caddero di mente persino le feconde memorie del pas- 
sato ». La legge, le disposizioni governatoriali, le gride oppressero, invasero e di- 
lagarono. E spesso gli ordini eran contradditori. Di fronte a disposizioni che volevan 
essere protettrici delle industrie tessili ve n'eran altre proibitive dell'esportazione e 
1' industria rovinava; il conte di Fuentes vietava di portar fuori armi e le floridissime 
fabbriche di un tempo si chiudevano; ma per dar lavoro ai disoccupati nel 1634 si 
pubblicava l'ordine ai negozianti di dar lavoro agli operai, pena 200 scudi d'oro e 
tre tratti di corda. In pochi anni sparirono 24 mila operai, 70 fabbriche di panno 



M I LA X ( > 



99 



si ridussero a 15. Alle popolazioni oppresse e disgraziato si aggiiingevan flagelli 
come le scorreria e i saccheggi dei Lanzichenecchi, dei terribili reggimenti di Col- 
lalto, di Altringer, di Fiirstenberg, di Brandeburg e, come conseguenza, la carestia 
e la peste. Qual terribile condizione doveva essere quella dei milanesi se in un do- 
cumento pubblico rivolto al Re lontano si arrivava a dichiarare coraggiosamente 
che « questi poveri sudditi non hanno che il solo respiro esente da aggravi! » Si so- 




COKTILE DEL PALAZZO DEL SENATO. 



Fol E. I. d'Arti Grafiche). 



leva dire che i ministri di Spagna in Sicilia rosicchiavano, a Napoli mangiavano, a 
Milano divoravano. 

In un secolo cosi malaugurato lo storico si sofferma con compiacenza a ricor- 
dare i meriti di un Federico Borromeo, poiché non può fare altrettanto nemmeno pei 
pochi uomini di dottrina e di lettere che coprivan con l'aruffio delle frasi la po- 
vertà dei concetti o ammassavan immagini bizzarre a raffigurare povere cose. Le 
nuove accademie Ermatenaica, dei Perseveranti, degli Animosi, degli Arisofi, degli 
Infocati, dei Faticosi, degli Ifeliomachi non valsero a incoraggiare seriamente que- 
gli studi inariditi. Appena 1' Osio, Ottavio Ferrari, il Gigeo orientalista, il Rivola che 
scrisse la vita del cardinal Federico, il Puricelli archeologo, il Ripamonti storico, il 




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102 



ITALIA ARTISTICA 



Bugatti, il Bescapè, il Moriggia, Carlo Maria Maggi si salvano dal naufragio degli 
ingegni nel campo letterario. 

Miglior ricordo lasciaron di sé alcuni scienziati : il padre Tommaso Ceva, 
Giovanni Clerici astronomo, Alessandro Rovida matematico, Francesco Sitoni ar- 
chitetto e ingegner generale del milanese, fra Bonaventura Cavalieri, Lodovico 
Settala professore e protomedico. Che tuttavia i tempi fosser ben poco adatti 
alle ricerche e alla conoscenza dei severi ingegni basta a provarlo la gran fama 




ir 



OSPEDALE MAGGIORE — TRE FINESTRE. 



Fot. \iinari). 



che allora vantò un mattoide come G. B. Sitoni, del quale ebbe molte ristampe la 
Iatrosophiae miscellanea, nella quale egli si industriava a ricercare perchè il tagliare 
e pettinar capelli e barba portasse alla recidiva, perchè il morsicato da un cane 
rabbioso fosse preso da crisi se collocato sotto un albero di corniolo, se una tinca 
viva applicata all'ombelico guarisse 1' itterizia e simili amenità, 

I ciarlatani, i cercatori della pietra filosofale, i parolai, i sognatori abbondavano. 
Qualche volta tuttavia la reazione del buon senso li schiacciava nel modo più terribile, 
come accadde a un Giacomo Antonio Galluzzi. famoso per finger documenti antichi, 
onde dar lustro e diritti a case ricche, che nel 1685 fu arso insieme alle sue carte 
false. I roghi, per fortuna, non son più, ma i seguaci del Galluzzi non mancano an- 
che iggi! 



M I LA NO 



io.-, 



Le opere d'arte di quel periodo rispecchiano la vacuità dei tempi e, men poche 
eccezioni, sono, in Lombardia, di minor numero e interesse che altrove. Milano 




S GIUSEPPE. ATTRIBUITA A F. M. NICCHISI. 



Fot. I. I. d'Ai li Grafiche). 



non ebbe ne un Bernini, nò un Borromini, e neppure un artista come il Lon- 
ghena, a raccomandare in modo speciale un nucleo di monumenti di quel secolo, 
ma appena alcuni architetti che lasciaron qualche saggio del loro gusto ecces- 
sivo in cui nemmeno il movimento audace delle linee fa perdonare -- come in 
tanti palazzi di Venezia e di Roma - - la mancanza di misura. Che gran numero di 



io 4 



ITALIA ARTISTICA 



statue inutili, che quantità di colonne che non sostengono niente! esclamava Se- 
neca nel vedere lo stato misero dell'architettura romana della decacenza: e le la- 
mentele, quasi a provare che tutti gli stati di povertà si rassomigliano, possono 
esser ripetute osservando lo sfacelo dell'arte edilizia del XVII secolo. 

A Milano, dopo il Seregni e il Meda, l'architettura perde rapidamente vigoria 
e ragione statica che la informi. Appena con Martino Bassi erano apparsi gli ultimi 
bagliori dell'antica severità costruttiva, i quali, pur accennando a sovrabbondanza di 




PALAZZO DI BUEKA, DEI DUE RICCHIM (A. 1651-lbSò). 



(Fot. Brogi). 



rivestimenti decorativi, non nascondevan del tutto le belle linee classiche dell'edificio. 
Il Bassi fu occupato ai restauri della basilica di S. Lorenzo, al completamento della 
fronte di S. Maria presso S. Celso, a quello della chiesa di S. Fedele quando il 
Pellegrini si recò in Spagna. Innalzò il severo e monumentale arco di Porta Ro- 
mana in occasione del ricevimento di Margherita d'Austria che si recava a Madrid 
per sposarsi con Filippo III re di Spagna e duca di Milano. L'arco è tutto in marmo, 
d' ordine dorico a bugne riquadrate : all'esterno due colonne binate a tamburo, 
come nel palazzo della Zecca di Venezia, sorreggono la trabeazione con fregio do- 
rico, a triglifi e metope ornate di bassorilievi; ha termine con un alto attico diviso 
in tre corpi riquadrati, di cai il mediano supera gli altri in larghezza. 

Rapidamente, a Milano più che altrove anche per effetto della dominazione 



M IL ANO 



io : 



nuova, l'evoluzione dell'arte dell'ultimo periodo classico ispirato alle fri' Me leggi dei 
trattatisti verso il barocco s'incamminò e si svolse. Il barocco fu troppo disprez- 
zato dai neo-classicisti : le accuse lanciate contro quello stile dal Milizia, dal Te- 
manza, dal Selvatico e da altri si vanno oggi riconoscendo ingiuste in gran parte, 
poiché il rispetto per la legge inesorabile dell'evoluzione è oggi più sentito che non 
fosse mezzo secolo fa. 




CORTILE DEL PALAZZO DI BRERA. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



A Milano, fra i principali innovatori dell'architettura in quel secolo è Fabio 
Mengoni, che seppe genialmente adattare l'arte edilizia ai differenti usi delle fabbri- 
che, alle varie ubicazioni, alla estensione dei luoghi dove quelle dovevan sorgere. 

Neil" innalzare la Biblioteca Ambrosiana seppe così intuire il carattere della 
costruzione che sopra un'area stretta e oblunga ideò e murò un edificio che allora 
poteva servire di modello in simil genere per magnificenza e comodità. E lo costruì 
grave e severo quale conveniva all' uso, e seppe distribuirlo con praticità. 



io6 



ITALIA ARTISTICA 



Più libero fu il suo stile nella fronte degli edifici sacri : in Santa Maria Podone 
ancor classicizzante, provvista di un pronao d'ordine composito ; nella chiesa della 
Vittoria, — pel Torre dovuta al romano G. B. Paggi, ma i documenti dell'Archivio 
di Stato, come rilevò in uno studio recente Giovanni Vittani, provan !' intervento 




S. GIOVANNI IN CASE KOTTE, DEI DUE RICCHINI. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



del Mengoni dal 1629 in poi, — su quattro archi coperti di cupole, uno per l'aitar 
maggiore con piccolo presbiterio, i due laterali per due altari minori, il quarto per 
la porta, di architettura severa, non priva di grandiosità per i pilastri compositi e 
striati sopra un basamento alto quanta è l'elevazione del presbiterio, sull'esempio dei 
buoni classici. Gli vengono attribuiti la chiesa di Santa Marta, l'antico orfanotrofio 
Stella, i disegni delle case pei canonici di S. Lorenzo, le decorazioni in pietra viva 



M I L ANO 



107 



dell'alta cupola della chiesa di S. Sebastiano e parte delle decorazioni delle porte 
del Duomo. 

L'opera maggiore del Mengoni è l'antico Collegio dei chierici elvetici sul Na- 
viglio, poi sede del Senato milanese e attualmente dell'Archivio di Stato, iniziato 
nel 1620 per opera del cardinale Federico Borromeo, e quindi senza nessun in 
vento del Pellegrini come per qualche temp > si è cretini... La disposizione d< 
grandi cortili circondati da logge a 
colonne, architravate, d'ordine do- 
rico al pian terreno, ionico nel su- 
periore e i tre grandi vestiboli che 
sembrano allungare la prospettiva 
monumentale sono indizio sicuro 
dell'epoca in che furono innalzati, 
quando si esigeva in edifici di que- 
sta natura l'aspetto di vaste vedute 
sceniche, osservate da varii punti di 
vista, il terzo vestibolo dava accesso 
a una gran sala, di fronte alla porta, 
e oggi chiusa. Ma l'architetto non 
potè condurre a perfezione il gran- 
dioso monumento e la facciata at- 
tuale che si vuole non rappresenti 
che l'ala destra, a linee ondulate e 
la porta centrale con l'oratorio — 
mentre la sinistra si doveva esten- 
dere, pure a linee ondulate, nell'area 
degli attuali boschetti — ■ sarebbe 
stata eretta da Francesco Ricchini 
il vecchio, che si allontanò dalla pu- 
rezza di stile del Mengoni nelle 
pesanti cornici delle finestre, che 
nel primo piano presentano una ser- 

raglia su schema di bucranio e, nel secondo, il frontispizio rialzato da pilastrini con 
uno specchio centrale; motivo che, se accresce ricchezza, non risponde tuttavia ai 
buoni principii dell'arte delle seste che esige un severo razionalismo in tutte le 
membra di un edificio. L'annesso oratorio è d'ordine corinzio all'esterno e all'interno 
e si vuol condotto dal Mengoni. 

Opera monumentale di quel periodo è il grande cortile centrale dell'Ospedale 
Maggiore in cui la disposizione di ogni parte è pari alla magnificenza dell'insieme, 
I documenti presso l'Archivio dell'Ospedale, i disegni presso L'Archivio civico e le 
ricerche del Canetta assicurano che dopo il lascito di Giovanni Pietro Carcano fu- 
rono chiamati a dare i disegni e a dirigere i nuovi grandi lavori che comprende- 
vano il grande cortile, la facciata verso la strada nel mezzo e la chiesa dal 1625 
al 1649 Francesco Maria Ricchini, il Mengoni e (f. B. Pessina che, all'atto pratico, 
fu il vero direttore dell'opera, ciò che sembra esser stato dimenticato fin qui; a 




PALAZZO DURINI, DEL RICCHINI (.'). 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche . 



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ITALIA ARTISTICA 



quest'ultimo, nel 1634. successe però Giovanni Angelo Crivello. Oggi, con maggior 
oggettività di studi e con più conoscenza dei gusti e delle esigenze di quel tempo, 
non sapremmo ancora condividere le troppo acerbe critiche del Morigeri a questo 
cortile grandioso dove, incoporando parte già preesistente con le relative lussureg- 
gianti decorazioni in cotto, gli architetti, svolgendo i vasti porticati — a colonne 
ioniche nel piano terreno, con le volute a profilo grandioso, e composite nel supe- 
riore — dagli esuberanti aggetti, crearono uno dei monumenti più maestosi d'Italia. 




PALAZZO LUTA, DI F. M. RICCHIXI, E CORSO MAGENTA. 



1F0:. Brogi . 



La parte del XV secolo fu imitata come acconsentivano i tempi;, ma, al disopra 
del porticato, l'originalità dei nuovi costruttori si affermò alternando, sulle finestre 
collocate fra gli intercolonni chiusi, i timpani rettilinei e a sezione di circolo, ornan- 
doli con specchi, con teste d'angioli, con svolazzi, con festoncini e impostandoli su 
cornici architravate sorrette da mensole pensili. Men felice è il partito adottato per 
la parte nuova della facciata, dove tuttavia le finestre a ogive ornate di cotti ispi- 
rati agli antichi dell'edificio stesso ebber l'onore di esser creduti — e lo sono tut- 
tavia da qualche guida — del XV secolo ! 

Sui disegni del Ricchini e per opera, se crediamo al Mongeri. del Quadrio, del 
Rossone e del figlio del Ricchini medesimo Gio. Domenico sorse dal 1651 al 16S6 
il palazzo di Brera. Il fianco verso la piazzetta non fu compiuto che fra il 1773 e 



MILANO 



109 



il 17S4. L'esterno è severo se non immune da mende II cortile a due ordini di 
logge è grandioso e di belle proporzioni: lo scalone è regale, e quando, le sere 
di plenilunio, la luce d'argento invade le logge e giuoca fra le sinuosità delle ba- 
laustre e degli archi l'ambiente acquista una apparenza così suggestiva quale il più 
fantasioso scenografo non saprebbe concepire. Veduto dall'alto, al sommo dello sca- 
lone, sembra rianimarsi Io sfondo dei quadri cari alla fantasia di Paolo Veronese. 




PALAZZO ANNONI. DI F. M. RICCHIN1 (?), E CORSO DI PORTA ROMAN' A. 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche"!. 



Al Ricchini si attribuiscono altri edifici in tutto in parte: la ricostruzione 
della chiesa di Sant'Antonio Abate, in cui l'abuso degli stucchi fu eccessivo; la chiesa 
di S. Giuseppe, piena di equilibrio e di leggiadria così che vien reputata da taluno 
il capolavoro del Ricchini, benché la fronte resti estranea all'organismo ottagonale 
interno; la parte superiore di Santa Maria alla Porta (1652) perchè il rimanente si 
deve a Carlo Castelli; la chiesa di S. Giovanni alle Case Rotte ultimata dal figlio 
Domenico, in cui appena le macchinose mensole delle serraglie all'esterno richiamano 
il primo ideatore, mentre l'interno, a iconografia di olissi ritagliata ad of 
pilastri ionici all'ingiro, ha ben l'impronta sua; il palazzo Durini, ampio, maestos* 



I IO 



ITALIA ARTISTICA 



con ben ordinate parasta te che si collegano con la cornice del tetto e in cui, per 
dirla con un vecchio studioso. « l'armonia fa velo ai difetti »; il palazzo Annoili, se- 
vero, con vivacità di linee monumentali, cui nuocìon però le finestrelle superiori che 
sembrali sospese al cornicione e ne interrompono la fascia come in certi edifici di 
Roma di quell'epoca ; il palazzo Arese iniziato internamente con aspetto principesco 
per opera di Francesco Maria Ricchini, « continuato dal Merli » a quanto assicurar! 
le guide più attendibili « e terminato esteriormente durante i delirii peggiori Borro- 
mineschi, dalia famiglia ducale dei Litta », ecc. ; fra le opere di carattere decorativo 




! -Mil | i liii* ■■ 



CHIESA DI S. MARIA DELLA PASSIONE (A. L692). (Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



ricordiamo la porta a cariatidi del Seminario, originale, imponente di linee e di 
movimento. 

Di quel secolo posson essere ricordati alcuni altri pochi edifici che si raccoman- 
dano più quali esempi di bizzarria edilizia che per originalità di concetti: la fronte 
della chiesa di S. Maria della Passione condotta nel 1692. che, nelle sue linee sgar- 
bate e fiacche, benché qualche particolare decorativo non manchi di leggiadria, con- 
trasta troppo con le linee severe del transept e della cupola dovuta a Cristoforo 
Solari, come vedemmo; la chiesa di S.Alessandro, costrutta a partire dal 1602 per 
opera del padre Lorenzo Binago, ma di cui la fronte pesante ed eccessivamente larga 
in confronto all'altezza è posteriore a quell'epoca; qualche parte della ricostrutta 
chiesa di S. Protaso ad Monachos, che sarebbe da prima stata trasformata dal Pel- 



M ! L A NO 



1 1 1 



legrini in un'ampia sala rettangolare, con uno sfondato centrale, ove collocò l'aitar 
maggiore, ma in cui più tardi fu aggiunto il pronao, così che la fronte ricorda piut- 
tosto la maniera del Ricchini ; il palazzo di Giustizia, del 1605 eseguenti, non dun- 
que costrutto dal Seregni o dal Bassi come qualche vecchia guida vorrebbe, con un 
cortile ardito e felicemente condotto, edificio ultimato molto più tardi; il palazzo 
Archinti, poi della Congregazione di Carità, con una interna loggia che dà aspetto 
signorile all'edificio con belle sale attestanti l'antico splendore, ecc. 




CHIESA DI S. ALESSANDRO. 



(Fot. Brogi). 



A chi volesse, per curiosità, conoscere, oltre i ricordati, altri nomi di architetti 
di quel secolo dalla fantasia inesauribile potremmo aggiungere quelli degli architetti 
e ingegneri pubblici che desumo dalle carte d'archivio: Francesco Azzurro (1609- 
16 16), Pietro Antonio Barca (16 12), Bernardo Brambilla (16 12-16 17), Lelio Buzzo 
(1609), Gio. Francesco Cucchi (1603-16 13), G. B. Bombarda (1 620-1 641), Bernardo 
Lodesani (1641), G. B. Pessina (1606-1Ó34), G. B. Real (1610-1611), Giuseppe Ro- 
becco (1606-1637), Aurelio Verri (16 15-1637). 

Fra i nomi di esecutori di disegni architettonici che mi fu dato raccogliere 
presso l'Archivio di Stato desumendoli dalle vecchie carte dei conventi, sono anche 
Agostino Regali (1678), Giorgio Rossone (1678), il Dominione, il Ricchini: e, fra 
gli architetti che lavorarono a innalzare o ampliar chiese e conventi, ho rintrar- 



ii2 ITALIA ARTISTICA 

ciato i nomi di Bartolomeo Rinaldi (1600) e di Francesco Maria Ricchini (1622) in 
S. Simpliciano, di Giuseppe Maria Robecco in S. Maria delle Grazie, del Bombarda in 
Santa Maria del Carmine (1627-1633 >, di Girolamo Quadrio e di Pietro Fontana in Santa 

Maria Annunziata 11669). di Carlo Buzzi che diede il disegno dell'aitar maggiore in 
S. Maria della Vittoria (1655) evi diresse altri lavori insieme a G. B. Pessina (1629), 




CHIESA DI S. ALESSANDRO — INTERNO. 



(Fot. Brogi). 



del Ricchini in S. Apollinare, di Camillo Ciniselli in Sant'Agostino Xero in Porta Nuova 
e del Ricchini (1615), di Aurelio Trezzi in S. Maria Segreta (1600), di Agostino Regagli 
in S. Giovanni in Conca, di Girolamo Quadrio in S. Antonio e S. Anna dei Teatini (1663). 



La scuola di pittura lombarda del Seicento più che nell'architettura si afferma 
e, abbandonata anche l' ultima eco della vecchia arte leonardesca, si svolge con 




(Fot. I. I. d'Ani Grafiche). 



GIULIO CESARE PROCACCINI: 
SPOSALIZIO bl SANTA CATERINA. 
(R. PINACOTECA DI BRERA) 



M I LA NO 



1 1 




O C. PROCACCINI: S. CECILIA E S. GIROLAMO (K. PINACOTECA DI BRERA). 

i Fot. I. I. <l - Arti Grafiche). 



una corta grandiosità di concetti, con colorito vivace, con certa correttezza delle 
forme, specialmente se confrontata con quella d'altre scuole — non esclusa la bo- 
lognese — trionfanti allora in Italia. I Procaccini, i Crespi, il Nuvolone nella mag- 
gior parte delle loro opere sepper mantenere un vigore e una nobiltà di concezióne 
che li raccomandano all'osservatore senza preconcetti. 



u6 



ITALIA ARTISTICA 



Giulio Cesare Procaccini, abilissimo se non sempre molto originale, raggiunse un 
elevato grado di dolcezza specialmente quando — come nelle Nozze mistiche di Santa 
Caterina della pinacoteca di Brera — rivela lo studio sulle opere del Correggio e 




DANIELE CRESPI: G. CRISTO FLAGELLATO (GALLERIA CRESPI). 



(Fot. Anderson) 



del Parmigianino. Nella Maddalena, modellata con grandiosità e pur tanto morbi- 
damente, nel San Girolamo e in quella così profondamente sentita Santa Cecilia 
della stessa collezione egli raggiunse un raro grado di potenza drammatica. In 
quest'ultimo quadro, nel quale la santa, ferita al petto, sul quale scorre il sangue abbon- 
dante a lordare il corsetto e le vesti, in uno stato d'estasi, abbandona' le belle mani 



MI LA NO 



117 



nel languore dello svenimento e eh' eran congiunto nell'atto della preghiera som- 
messamente mormorata, mentre gli occhi languidi e pieni d'amore si rivolgono 
in alto verso l'angiolo feritore, è tutto lo spirito della grande e ancor miscono- 
sciuta arte del Seicento. 

E in tante composizioni di Daniele Crespi — prime il Martirio ili S. Stefano, 
il Cenacolo (in cui la linea tra- 
dizionale del vecchio soggetto è 
abbandonata per presentare il 
gruppo di scorcio), 5. Pietro e 
S. Paolo e sopratutti quel potentis- 
simo Gesù trascinato al Calvario, 
tutte a Brera — quanto senti- 
mento dell'arte e che elevato con- 
cetto della rappresentazione dram- 
matica senza gli inutili e pur 
comuni feticismi per la scuola ro- 
mana allora invadente! E nei ri- 
tratti di Vittor Ghislandi detto 
fra Galgario e in quelli del Nuvo- 
lone e dello stesso Crespi quanta 
vigorosa e sicura rappresentazione 
del vero quasi sempre, anche se 
il colorito si accende qua e là ec- 
cessivamente e i contrasti vio- 
lenti tolgon delicatezza alle mezze 
tinte! E nelle vivacissime com- 
posizioni di Pier Francesco Maz- 
zuchelli, detto, dal luogo di na- 
scita in quel di Varese, il Moraz- 
zone, che elevato sentimento della 
composizione e che felice visione 
delle luci e delle ombre attraverso 
una scioltezza di forme che par 
preludere al Tiepolo ! 

Fra gli stessi minori lombar- 
di, il Legnani, troppo cereo, il 
Ligari, il Crivellone, il Tanzio da 

Varallo, il Cerano, il Salmeggia detto Talpino, spesso delicatissimo, il Zoppo da 
Lugano, il Bustino, fra molte cose trascurate, affrettate, fumose hanno non di rado 
particolari che provano originalità di concezioni e di tavolozza. Le collezioni pub- 
bliche e private e le chiese rigurgitano di opere di quei maestri che sarebbe lungo 
enumerare. Ne sono particolarmente ricche: S. Eustorgio, S. Marco, il Duomo, 
S. Maria del Carmine, S. Maria di S. Celso, S. Maria della Passione, Sant' Angelo, 
S. Alessandro, S. Antonio Abate. 

Frescanti non privi di grandiosità si rivelarono il Della Rovere detto il Fiam- 




:kespi: il battesimo li gesù cristo (k. pinacoteca di bkeka). 

(l'ot. Montabone). 



II- 



ITALIA ARTISTICA 



menghino (che svolse la sia prodigiosa ma spesso dozzinale attività nella regione 
lariana) in S. Marco, il Legnani nella chiesa del Carmine dove la cappella della 
[Madonna del Carmelo (1673) rappresenta uno dei più eccessivi esempi dell'arte di 
quel secolo da noi, il Crespi, G. 1!. Procaccini, il Nuvolone in S. Maria di San 
Celso, Daniele Crespi in Santa Maria della Passione e in S. Vittore al Corpo. Ca- 
millo Procaccini in S. P»arnaba, Filippo Abbiati e Federico Bianchi, genero e suc- 




A1TAKE DI S. ALESSANDRO. 



iFot. I. I. d'Arti Grafiche,). 



cessore di G. B. Procaccini, in S. Alessandro (il contratto è del 16S3 e v'è pure 
nominato G. B. Grandi, pittore) dove son anche alcune composizioni date a G. Caccia 
detto il Moncalvo, G. C. Procaccini in S. Antonio Abate. Diverse cappelle, nelle 
rhir-se ricordate, dipinte e ornate di stucchi, attestano tutta la grandiosità d' intenti 
sposata alla più vivace leggiadria decorativa che animava gli artisti nostri d'allora. 
Non rimangon più invece in S. Fedele le pitture della cupola eseguita nel 1644 da 
un Camillo Alcona di che ho rintracciato il relativo contratto. Solamente nel Duomo 
lavorarono Amelio G. De Michele Alberi, G. A. Alciato, Federico e Ventura Ba- 
rocci, G. A. \Y: ;-, ■ . Carlo B vizzi. G. C. Crespi, Camillo Grassi, Paolo Camillo Lan- 



M [L ANO 



i tg 



ariani, detto il Duellino (1602-161 7 1, P. Federico Maccagno, G. B. Pellegrino, Am- 
brogio Prevosti, Camillo Procaccini (1590-1611), il Fiammenghino, Alessandro Vi- 
tali, il Volpino, ecc. 

Fra molte di quelle tele in gran parte ottenebrate per effetto della meri dili- 
gente mestica adoperata, dell'impasto frettoloso di colore e dell'azione atmosferica, 
vien fatto di ritrovare così vibranti rappresentazioni e così felici ardimenti di com- 
posizioni, o alme.! di particolari, da giustificare tutto l'entusiasmo dei nostri vecchi 
per la grande arte italiana del Seicento. 
Xoi, più oggettivi e, diciamolo pure, 
più profondi nella nostra ammirazione, 
sappiamo oggi, anche se qualcuno si 
ostina a disconoscerne le bellezze, ap- 
prezzare i meriti grandissimi degli ar- 
tisti dell' immaginoso secolo che vide 
le maggiori audacie artistiche che 
fosser mai. 




PORTA DEL PALAZZO TK1VLLZIO. 

(fot. I. t. d'Arti Gii 



Men felici furono, in Lombardia, 
le condizioni della scultura nel Seicen- 
to, poco o nulla incoraggiata da com- 
mittenti, in un'epoca in cui l'apparenza 
aveva il predominio sulla sostanza e 
la frettolosità aveva di conseguenza 
sostituito la diligenza antica, tanto più 
in un ambiente come il nostro in cui 
la mancanza di un genio come il Ber- 
nini e di un focolare artistico come 
una corte poteva servir di sprone agli 
scultori nel lungo e penoso lavoro in- 
torno alla materia sorda e ingrata. 

Quel gran focolare della statuaria lombarda ch'era stato il Duomo di Milano 
raccolse ancora intorno a sé, in quel secolo, numerosi maestri; i lavori però si limi- 
tarono quasi esclusivamente alla fronte, per la quale del resto i pareri e gii indirizzi 
eran tutt'altro che concordi. Fra i maestri che lavorarono alle sculture delle porte 
e dei contrafforti — Gaspare Vismara, Carlo Biffi, Pietro Lasagni (sui disegni di 
G. B. Crespi detto il Cerano), Giuseppe Antonio Riccardi, Carlo Maria Giudici, Dio- 
nigi Bussola, Luigi Acquisti, Camillo Pecetti, Angelo Pizzi, Donato Carabelli, Gae- 
tano Monti, ecc. — sarebbe difficile rintracciare chi si elevi in modo speciale, così 
da meritare la fama non che di un Bernini, ma di un Algardi, di un Barratta, di 
un Mazza, di un Fontana, di un Serpotta. In tutte quelle statue, di prevalente carat- 
tere decorativo, l'imitazione spesso servile della scuola romana è dominante: qua e 
là qualche accenno a originalità di concetti, di modellato, di pose non è sufficiente 
a raccomandare in modo speciale un maestro, e quegli accenni son piuttosto una 
eccezione che la prova di un ideale perseguito e raggiunto. E il numero che prevale 



120 



ITALIA ARTISTICA 



e s'impone piuttosto che il valore particolare ; il forestiero profano ammira, ma l'ar- 
tista vi cercherebbe invano le prove di una scuola o di un nucleo di opere che ac- 
cennino a un indirizzo originale. Ammesso ciò, è indubitabile che fra le statue della 
fronte e dei fianchi del Duomo abbondai! opere pregievolissime che rivelai! lo studio 
amoroso sulle maggiori creazioni di Michelangiolo — del quale l' influsso durò, sal- 
tuariamente, fin quasi al sorgere dello stile neo-classico — e del Bernini. Fra molte 




PALAZZO VISCONTI DI MODKOXE, VERSO IL NAVIGLIO. 



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(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



figure contorte, flosce, manierate in cui invano l'agitar delle pieghe e certa grandio- 
sità generale degli atteggiamenti nascondono la mancanza di originalità, non mancano 
altre, nascoste fra gli aggetti del monumento, lungo i contrafforti, o disseminate 
qua e là un po' dovunque, che si raccomandano per vigoria di modellatura, per com- 
posta semplicità di mosse, per maestà di panneggiamenti. Specialmente quando la 
grazia e la delicatezza hanno condotto lo scalpello più che la smania di riprodurre 
un po' superficialmente e con effetti pittorici la vigoria e la potenza drammatica, 
gli ignoti esecutori di piccole statue meno in vista nei fianchi e sulla parte più 
alta del monumento seppsr raggiungere un grado elevato di arte rappresentativa : è 



M I L A X O 



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quando l'ispirazione sembra derivare piuttosto dal Bernini creatore dell'Estasi ili 
Santa Teresa che dal Michelangiolo del Mosè che lo scultore lombardo della de- 
cadenza seppe creare opera tuttora piacente. Anche questa volta, come già ai bei 
tempi di Leonardo e del Luini, l'artista nostro seguiva ancora la propria inclina- 
zione mite e sentimentale. 




PORTALE DEL SEMINARI! 



(Fot. Brogi). 



Data la impossibilità di un serio esame della maggior parte di quelle statue, non 
è per ora facile — prima che la serie di fotografie che, con l'aiuto dei ponti, si 
stanno ora eseguendo, sia in dominio del pubblico - - precisare quali figure appar- 
tengono agli scultori ricordati negli Annali del Duomo per quel secolo, quali An- 
tonio Albertino, G. B. Asconino, Giovanni Bellandi, G. B. Bianchi, Andrea Biffi che 
lavorò dal 1593 al 1630 a modellar statue e numerosi bassorilievi, e suo figlio Carlo, 
Carlo Antonino Bono (1646-1673) e Francesco, Giacomo, Giuseppe (1680-17 io) della 



122 



ITALIA ARTISTICA 



stessa famiglia. Cesare e Dionigi Bussola. Pietro Antonio Daverio (158S-1022), G. 
Pietro Lasagna (1641-1658), Teodoro Lucani, G. B. Maestri detto il Volpino (1662- 
1680), Marco Mauro, Alessandro Paiarini, i Prestinari, Andrea Prevosto (1 633-1 663) 
e Girolamo, G. Cesare Procaccini, G. B. Quadrio, Giuseppe Busnati, Carlo Simo- 
netta, i sei Vismara, Siro Zanelli, ecc.: nomi che mi piace ricordare a riprova del- 
l'importanza, almen pel numero dei proseliti, che ebbe tuttavia anche allora l'am- 
biente artistico lombardo. 

Anche nelle chiese in cui la sta- 
tuaria del Seicento è meno rappresen- 
tata che nel Duomo o dove serve di 
completamento all' architettura dell'e- 
dificio — S. Maria della Passione, S. A- 
lessandro, S. Giuseppe — e in altri 
edifici civili qualche statua, qualche bas- 
sorilievo, qualche particolare decora- 
tivo merita l'attenzione dell'artista, ma 
sarebbe lungo farne cenno qui. Per 
quello che riguarda la decorazione, fra 
gli stessi editici privati che apparten- 
gono evidentemente al periodo della 
signoria spagnola — e a Milano sono 
numerosissimi, sparsi anche nei più 
modesti vicoli della parte più vecchia 
della città entro la cerchia del Navi- 
glio — vien fatto di trovar tuttora at- 
traenti ricordi di quell'arte elegante, vi- 
stosa, un po' superficiale: portali dal- 
l'arco poggiante in falso qualche volta 
riccamente ornato, cartelle a flessuosi 
cartocci, incorniciature ondulate di fi- 
nestre, balconi sagomati, ringhierette 
di ferro a belli intrecci, stemmetti. L'ar- 
tista vedrà certamente con piacere, fra 
i migliori esempi d'arte decorativa di quel tempo, il bizzarro altare di S. Fedele nel 
quale una cariatide abbraccia il fusto di una colonna e lo stacca dal capitello spo- 
standolo dal suo asse (idea che non dev'essere del Pellegrini come si crede, ma piut- 
tosto del XVII secolo), il portale dalle belle cariatidi del Seminario, l'aitar maggiore 
ricchissimo di pietre preziose e di marmi come di linee in S. Alessandro, quelli di 
S. Maria alla Porta e l'altro più elegante ma misurato di S. Francesco di Paola che 
però potrebbe essere del principio del secolo XVII, anche per la sua analogia con 
quello dell'Incoronata di Lodi che vuoisi del 1738; le belle porte e finestre del palazzo 
Litta dell'architetto Bolli, la porta del palazzo Trivulzio, la porta di S. Alessandro, 
inquadrante, come quella della Passione, un bassorilievo che prende il posto delle 
antiche lunette lombarde, i parapetti in pietra, di un'eleganza francese, nel giardino 
del palazzo Visconti di Modrone, verso il Naviglio, e nello scalone del palazzo Crivelli. 




AKMADIO NELLA SAGRESTIA DI S. VITTORE AL CORPO. 

I Dal Forcella). 



M I L A N O 



12. 






Nell'intaglio in legno l'industria lombarda raggiunse grandi altezze. A Milano, 
se non rimangon opere di una festosità cosi eccezionale come è dato di vedere in 
Valtellina e particolarmente a Grosio — dove l'organo della parrocchiale tocca 
l'estremo della più esuberante fantasia di sognatore — , restati tuttavia negli ar- 
madi di S. Vittore al Corpo, eseguiti 
nel 1611-1020 da un frate Giuseppe del 
luogo, nelle sedie corali di S. Antonio 
Abate su disegno del Ricchini (163 1?), 
in quelle di S. Pietro in Gessate (1640», 
negli armadi della sagrestia di S. Maria 
delia Passione (1692 ?), in quelli del 
Carmine di Giovanni Quadrio (1691- 
1707), esempi piacevolissimi di quel 
ramo gentile dell'arte che troverà fuor 
di Milano nei ricchissimi stalli eseguiti 
da Carlo Gara vaglia per l'Abazia di 
Chiaravaile la più splendida manife- 
stazione. 

Alle notizie già conosciute potrei 
aggiungere , come pei periodi prece- 
denti, le più importanti che mi fu dato 
raccogliere nelle mie ricerche storiche. 
Mi limito a ricordare che nel 1602 
G. B. Vertemate eseguiva i banconi 
intagliati nel refettorio del Carmine, 
un Carlo Brunelli eseguiva e inta- 
gliava l'organo di S. Maria di Lo- 
reto (1640-1642), Giovanni Rogantino 
bergamasco costruiva e intagliava l'or- 
gano in S. Fedele. 

Negli altri rami minori dell'arte il 
carattere profano finì col prendere il sopravvento sul religioso e tolse ogni carat- 
tere d'arte locale : ne son esempio l'ostensorio « all'Ambrosiana », cesellato e dorato, 
in S. Ambrogio, il tabernacolo in legno in S. Antonio ancor composto nell'edicola 
ma troppo slegato nella base a figure e putti e volute; e principalmente nelle stoffe 
dove la parte pittorica, per effetti o per tecnica, invase la parte puramente tessile, 
come in un pallio d'altare in S. Maria di S. Celso, in altro della chiesa di S. An- 
tonio, in un terzo di S. Vittore al Corpo in cui la parte decorativa fa da cornice al 
quadretto centrale e, nella stessa chiesa, in un piviale ricchissimo, e in altro pallio in 
S. Babila analogo a quello di S. Vittore. 

In un ramo più modesto — quello del fonder campane — si distinsero diverse 
fabbriche milanesi e prima quella dei Bonavilla, dalla quale uscì la campana ornata 
a figure, cariatidine, festoni e scritte del campanile di S. Antonio Abate, fusa nel- 
l'anno 1635. 




SEDIE CORALI DELLA CHIESA DI s ANTONIO ABATE A. 1631). 

Dal Forcella). 



I2 4 



ITALIA ARTISTICA 



Di applicazioni minori, ma nelle quali si poteva sbrigliare senza freni tutta la 
bizz irra fantasia degli artisti — archi di trionfo, carri, mascherate, pennoni per 
cortei e per corse — rimangon descrizioni magniloquenti e qualche incisione e di- 
segno non privo di eleganza. 

Ma già l'industria andava prendendo il sopravvento sull'arte pura e la parabola 
scendeva precipitosa. 




SEDIE CORALI DELLA CHIESA DI S. PIETRO IN GESSATE. 

\ (Dal Forcella). 



Vili. 

Il governo austriaco e i successivi avvenimenti politici — Il neo i lell'arte lombarda — 

I Ruggeri, il Piemarini e i minori architetti — II Tiepolo a Milano — L'Appiani, il Traballili e 
la pittura del lcmr<> - I romantici — L'arte moderna e le collezioni milanesi. 



Il governo austriaco, subentrato nel 1706 allo spaglinolo in seguito alla guerra 
di successione causata dalla morte di Carlo II di Spagna, non incontrò certo gran 
favore in Lombardia, dove si videro gli austriaci succedere agli spaglinoli con la stessa 
indifferenza, per dirla col Cantò, ondo il casigliano vede cambiare il padrone della 
casa. Tuttavia il saggio governo di Maria Teresa e il successivo rifiorimento delle 
industrie locali dovetter persuadere che il nuovo padrone era migliore del primo. Il 
lungo periodo di tranquillità che seguì alle nuove lotte che funestarono il paese nel 
1 74 S e la pace del 1748 che ci ribadì all'Austria furon proficue pel benessere ge- 
nerale. I privilegi, le imposizioni eccessive, le ingiustizie patenti ebbero fine o al- 
meno preser forma tollerabile. 




PALAZZO LI SANI IN VIA BRERA, DLLi.Al.CH. A. M RUGGERI (SEC 2CVI1I). (Fot. Dvogi). 



126 



ITALIA ARTISTICA 



Un valoroso nucleo di forti e bellissimi ingegni mostrò al mondo quanto tut- 
tavia la Lombardia fosse degna di miglior fortuna: i Verri, Cesare Beccaria che col 
libriccino Dei delitti e delle pene operò in favor della giustizia più che non intere ri- 
voluzioni, Ermenegildo Pino, architetto, idraulico, minerologo, geologo, Giuseppe 
Parini, gloria di quel secolo di cui flagellò, in forma così elegantemente severa, i 
vizi e le sdolcinature vergognose dei nobili, Maria Gaetana Agnesi, lo storico Giulini, 
l'Allegranza, i dotti Reggio, Lechi. Castelli, Frisi, e, in altro campo, i musici Zin- 
garelii. Sarti, Cherubini, Marchesi. 




PALAZZO BELGIOIOSO. DELL'ARCH. PIEKMAK1XI A. 1777'. 



Fj:. Brogi). 



L'arte s'irrigidì in fredde formule più che altrove dopo percorsa la sua para- 
bola discendente. 

Di quel secolo e precedentemente al ritorno al classicismo è fastoso esempio 
a Milano il palazzo dei Cusani — ora sede del comando della divisione militare — - 
eretto a due piani sul terreno e questo con una originale fusione di una finestrella 
ovale con la grande finestra sottostante, dovuto ad Anton Maria Ruggeri, per altri a 
Giovanni Ruggeri, dalle forme più tortuose e spezzate « che una mano convulsa sappia 
tracciare » per dirla con una vecchia guida, e dai disgraziati particolari decora- 
tivi. « Ciononostante vi ha ordine, vi ha giusto equilibrio di parti, larghezza di piani, 
e le gonfiezze ornamentali, se non svaniscono, si fanno condonare, come si condo- 



M I I . A X ( ) 



^: 



nano sopra una bella persona gl'insensati acconciameuti della moda». Lo st< 
piacente partito pel quale, in una stessa cornice, si associano le luci del pianterreno 
e del mezzanino, ritorna nel palazzo Andreani Sorniani. Al Ruggeri si dà anche 1 i 
fronte della chiesa di S. Maria Maddalena delle monache agostiniane (i 728). 

Ai primi decenni di quel secolo appartiene il palazzo Clerici, ora dei Tribunali, 
sorto per volontà di Giorgio Clerici, il fastoso e raffinato maresciallo ai servigi degli 
eserciti imperiali di Maria Teresa. Il palazzo è noto perchè accoglie le grandi 1 




TEATRO DELLA SCALA DELJL'ARCH. PIERMARINI (1776- 



E MONUMENTO A LEONARDO DA VINCI. 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



zioni pittoriche del Tiepolo, di cui si parlerà tra breve. 

Giuseppe Piermarini folignate, allievo del Vanvitelli, è l'architetto più attivo a 
Milano in quel secolo. Gli appartengono l'edificio del Monte di Pietà, la parte del- 
l'Arcivescovado verso piazza Fontana, la fronte verso il giardino del palazzo Cusani, 
il palazzo Belgioioso (1777) a due piani, grandioso, ricco, un po' rigido, l'antica casa 
dei Marliani, poi Monte Napoleone, severa, semplice di linee, il palazzo reale nel- 
l'attuale sua forma quale risultò quando quell'architetto vi tolse l'antica fronte, 
talché là dove era un cortile risultò una piazza, il teatro della Scala — così chia- 
mato perchè sull'area della chiesa fondata già da Regina della Scala moglie di 



128 



ITALIA ARTISTICA 



Barnabò Visconti — ■ che sorse nel 1 776-1 778 coi « segni di quella timidità che nel 
Piermarini confinava con la secchezza senza peccare però al disordinato » (Morigeri), 
il teatro della Canobbiana, rifatto più tardi con altra forma e sott'altro nome, e di- 
versi rimaneggiamenti d'altri edifici pubblici e privati. 

Di Simone Cantoni — architetto dallo stile più ampio di quello del Piermarini — • 
son palazzi e ville, compreso quello Pertusati, quello dei Porta poi Poldi-Pezzoli e 
quello dei Serbelloni (1794), grandioso, non senza attrattive, tenuto conto dei gusti 
del tempo. 




VILLA REALE, GIÀ BELOIOIOSO, VEKSO IL GIARDINO, DELL'ARCH. L. POLLACK i A. 1790). 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



Valenti architetti furon Giuseppe Levati, formatosi sullo studio del trattato del 
Vignola ch'era allora considerato come il Vangelo dei costruttori più che quelli del 
Serlio e del Palladio, e che decorò, fra la generale ammirazione, il palazzo reale di 
Milano, la villa di Monza ed ebbe scolari il Perego e il Sanquirico applicanti 
alla scenografia le leggi pure dell'architettura e della prospettiva lineare; Leopoldo 
Pollack, di una famiglia d'artisti, del quale sono la fontana nella piazza omonima e la 
villa reale — eretta dal conte Lodovico Barbiano di Belgioioso (1790) — dalla leg- 
giadrissima fronte verso il giardino. 

La scultura, in condizioni tristissime dopo i fulgori dei periodi precedenti, an- 
novera appena a Milano modesti benché attivi, specialmente a prò del Duomo, 
C. Maria Giudici, Giuseppe Franchi carrarese insegnante all'Accademia organizzata 



M I L A X O 



1 29 



da Maria Teresa, F. Zarabatta, i due Beretta, G. B. Brunetto, il Carcano, G. B. Do- 
minione, M. A. Marchi, G. Perego che modellò la gran statua della Vergine sulla 
guglia maggiore del Duomo, Francesco Carabelli, il Pizzi, il Ferrandino, il Ruzzi, G. I',. 
Marchesi, il Pasquali e il Rusca che rientrali già nel periodo neoclassico. 

La pittura si afferma e trionfa in Lombardia per opera di un veneto, non 
per opera degli artisti locali, benché qualcuno meriti un ricordo anche in una 
modesta rassegna storica d'arte come la presente. Son essi Pietro Ligari, Angelo 
Maria Crivelli detto il Crivellone, primo fra i pittori di genere e di animali 




lini i 



I 




PALAZZO SEKBELLONI, DEJLLAUCH. CANTONI (A. 1794). 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



da noi, Vittore Ghislandi noto col nome di fra Galgario, ritrattista vigoroso e pien 
di carattere meglio che il Lanzani, l'Abbiati, l'Adler e qualche altro, Francesco 
Londonio acquafortista, pittore d'animali e di scene campestri vivaci, sentimentali, 
piene di colore — la Pinacoteca di Brera ha numerosissimi suoi quadri e schizzi 
piacevolissimi — e altri men valenti o mediocri del tutto che precedettero o videro 
l'ultimo fulgore dell'arte pittorica lombarda, più tardi, con Andrea Appiani. 

Gio. Battista Tiepolo fu chiamato dal maresciallo Clerici a decorare il suo pa- 
lazzo di Milano nel 1740. Nessun artista poteva in quel tempo, meglio del fantasioso 
pittore veneto, soddisfare ai desideri del ricco committente e completarne le attrat- 
tive del grande palazzo. Egli vi rappresentò la corsa del Sole attraverso il cielo, 



i.so 



ITALIA ARTISTICA 



gli astri e la natura. E un volo di figure raggruppate con la potenza solita del 
grande artista che, ribelle ai vincoli di spazio e alle tradizioni, uscì, con alcune sue 
fio-are, persino dalle cornici e che si presentano, per dirla con Henry de Chenne- 
vières, « avec un goùt peut étre un peut théàtral, mais du théàtral le plus radieuse- 
ment délicat ». 





COLONNA DEL VERZIERE. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



Il Tiepolo lasciò in Lombardia altre opere oggi men godibili: due affreschi tra- 
sportati su tela nella cappella di S. Satiro o di S. Vittore in Ciel d'Oro nella chiesa 
'li S. Ambrogio con le rappresentazioni del Naufragio di S. Satiro e il Martirio di 
S. Vittore e, nella sagrestia detta delle messe, un S. Bernardo in gloria, nella mag- 
gior sala del palazzo del Museo — riformato già nel 1738 dai Casati — nei giar- 




PALAZZO CLERICI — SOFFITTO DELLA GRAN SALA, DI G. B. TIEPOLO. 



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ITALIA ARTISTICA 




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G. B TIEPOLO : AFFRESCO NEL PALAZZO AKCHINTI. 



clini pubblici il soppalco dipinto; nella sala che servì poi agli archivi nel palazzo della 
Congregazione di Carità - - già degli Archinti — la grande composizione a fresco 
II trionfo delle arti belle, molto restaurata e attribuita anche a Domenico Tiepolo. 
come le decorazioni delle altre sale erano e da qualcuno son date tuttavia a 
G. B. Piazzetta; nella pinacoteca di Brera è lo schizzo di ima battaglia (n. 250); e 
a Bergamo la smagliante decorazione della cappella Colleoni. 



MILA X ( i 




G. lì. TIEPOLO: AI FRESCO NEL PALAZZO ARCHINTI. 



(Fot. Ferrarlo). 






Il periodo neoclassico, un po' prodotto delle tendenze dell'epoca, appassiona: 
ai nuovi scavi d'antichità, agli atlanti e alle pubblicazioni inneggianti al classicismo 
de' greci e dei romani e più reazione alle eccessività del barocco, trova a Milano, 
meglio che in ogni altra parte d'Italia, seguaci convinti e artisti se non di genio 



134 



ITALIA ARTISTICA 



certamente di una grande genialità e severità d'idee, quali il Cagnola, il Marchesi, 
l'Appiani e uno stuolo di minori. 

L'arco della Pace, o del Sempione, ideato nel 1S06 da Luigi Cagnola per festeg- 
giare l'arrivo del principe Eugenio Beuharnais e della moglie principessa Amalia 
di Baviera, ed eretto poi a ricordo delle imprese del primo Napoleone che aveva 
dischiusa la via fra la Francia e l' Italia attraverso il Sempione, è 1' opera che più 




CHIESA DI S. CAKLO SU DISEGNO DELL'AMATI (1836-47). 



(Fot. Brogi;. 



felicemente riassume gli ideali dell'arte edilizia di quel tempo. Nel 1814 la costru- 
zione arrivava quasi all' imposta delle due arcate minori, ma non fu compiuta che 
più tardi, per esser dedicata nel 183S all'imperatore Francesco I, quasi a ricordo che 
la gloria di tre principi è men duratura di un monumento. Costò circa quattro mi- 
lioni e mezzo di lire austriache compresi i due casini laterali o propilei, e uno stuolo 
di artisti vi lavorò intorno attivamente. 

L'edificio, grandioso, solenne, un capolavoro veramente nonostante le mende 
e certe rigidità nelle decorazioni, è d'ordine corinzio qual si conveniva alla rie- 




ARCO DELLA PACE O DEL SEMFIONE, DELL'ARCH. CAGNOLA (A. 1806 E SEGG.)- 

(Fot. Alinari). 



i*6 



ITALIA ARTISTICA 



chezza che l'aveva ispirato e, come negli esempi più notevoli dell'antichità romana, 
presenta tre archi, uno più grande nel mezzo e due minori ai lati, con colossali co- 
lonne abbinate di marmo di Crevola reggenti la trabeazione cui sovrasta un grande 
attico. 

L'opera sembrò allora, certamente in misura maggiore che a noi non sembri, 
degna dell'antichità classica : si pubblicaron le misure delle varie parti degli archi di 
Settimio Severo e di Costantino per concludere che l'arco di Milano era superiore 
a quelli, non solo nelle proporzioni, ma nell'arte. Certo è che neh' arco della Pace, 




PALAZZO ROCCA SAPORITI, DELLARCH. PEREGO. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



essendo aumentata l'altezza in confronto alla larghezza e più della metà dell'altezza 
totale essendo al di sotto della cornice generale, ne è risultata maggior sveltezza nel- 
l' insieme che negli archi dell'antichità, pei quali d'altronde lo scopo precipuo era 
di imporsi per la forza e la solidità più che per snellezza di forme. 

E quest'opera il miglior documento dell'arte edilizia d'allora : migliore certamente 
che le inconsulte e affrettate applicazioni pel completamento del Duomo — eccet- 
tuata la maggior guglia eretta su modello di Francesco Croce, nella quale aleggia 
ancora qualche po' dell'antico spirito dei costruttori lombardi — dovute all'Amati e 
allo Zanoia, al Nava e al Vadoni ; migliore della chiesa di San Carlo eretta, su di- 
segni dell'Amati, dal 1836 al 1S47 e derivazione libera dal Pantheon come il San Fran- 




ARCO DI PORTA NUOVA, DELL'ARCH. ZANOIA (A. 1810). 

Fot. r. I. d'Arti Grafiche). 




L'ARENA, DELL'ARCH. CANONICA (A. 180Ò-1807). 



i Fot. Alinari). 



18 



i 3 8 ITALIA ARTISTICA 

cesco di Paola di Napoli, di stile corinzio vitruviano, meri peggiore tuttavia di quanto 
sembri ad Aston Rollins Willard che non vide nell'interno quella grandiosità 
d' insieme che vi appare innegabilmente se non si voglion fare confronti pericolosi 
o — se pur si voglion fare — quando non si dimentichi che il Pantheon non rap- 
presenta, quale lo vediamo, che l'avancorpo delle terme, combinazione felice' i .per una 
sala di riposo per bagni, ma ribelle alla necessità del tempio' cristiano ; migliore del - 




CANOVA: NAPOLEONE I — PALAZZO DI BRERA. 



(Fot. Alinari). 



l'arco di Porta Nuova (1810) lodatissimo allora per le modanature, ideato dallo Zanoia 
che si applicò allora a innalzar altri edifici e cappelle in Milano e fuori. Il Canonica, 
il Pestagalli, il Pollack meritan ricordo onorevole in quel periodo di rigide ricostruzioni 
archeologiche: del primo è la grandiosa Arena, che arieggia gli anfiteatri romani, 
innalzata fra il 1806 e il 1807, di ben 238 metri nell'asse maggiore, con le carceri, 
la porta trionfale, la loggia reale o pulvinare e, di contro, la porta libitinaria, 
disposte come nei circhi romani, e contenente ben trentamila spettatori. A Luigi Ca- 



M I L A N O 



139 



nonica spetta l'erezione del teatro Carcano (1803), ottimo nelle proporzioni interne, e 
quello dei Filodrammatici, fratto d'una trasformazione* dell'antica chiesa dei SS. Co- 
sma e Damiano, di cui restan tuttora avanzi dell'abside, o rimanevan prima dei re- 
centi restauri. 






Milano, nella prima metà dell'Ottocento, si trasformò rapidamente fin da quando, 
dopo la pace di Luneville, riconosciuta ufficialmente la repubblica cisalpina, Bona- 




STATLETTE DKLL'ALTAK MAGGIORE NELLA CHIESA DI S. FEDELE. 

(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



parte iniziò quel grande sventramento che prese il nome di Foro Bonaparte, cui 
doveva seguire, secondo un piano grandioso che non ebbe attuazione, la trasforma- 
zione del Castello in palazzo pel governo centrale da circondarsi di grandi edifici 
destinati a vari pubblici uffici e raccordati coll'antico centro di Milano mediante una 
spaziosa via diretta. 

Sorsero, poco dopo, edifici come gli Ospedali Fatebenefratelli e Fatebenesorelle, 
grandiosi, classici, vignoleschi, i palazzi Melzi in via S. Paolo, Belloni ora Rocca- 
Saporiti in corso Venezia per opera di Giovanni Perego, Cagnola in via Cusani, 
Traversi, Passalacqua, Arese, Archinti, dell'Amministrazione del Duomo — profana 



140 



ITALIA ARTISTICA 



ma ardita costruzione — e molte altre senza speciali peculiarità. I nuovi tempi e i muta- 
menti di governo dovevan influire, come sempre, a dar nuovi indirizzi all'arte stessa. 

Rimasto senza effetto pratico il generoso tentativo delle cinque giornate (1848) 
e restaurato il governo austriaco, tutti gli intelletti furon rivolti all'attuazione del 
sogno delle menti italiche: e l'arte sembrò, almeno nelle sue maggiori manifestazioni, 
assopita, dopo le grandi opere che chiameremo di arte imperiale. Dopo il cinquan- 
tanove, a libertà riconquistata, dopo tanti secoli di servaggio, la città crebbe rapida- 
mente e le occasioni all'arte — almeno all'arte pubblica — per manifestarsi e per 
assecondare i nuovi piani regolatori e le nuove esigenze non mancarono ; ma già gli 
ultimi saggi edilizi avevan lasciato poco a sperare per l'avvenire. 

Pochi anni ancora e verrà meno ogni concetto direttivo : dopo le ultime costru- 
zioni dell'Albertolli, del Pestagalli, del Chierichetti, Milano vide sorger dovunque 




IL DUOMO E IL COPERTO DEI FIGINI PRIMA DEI LAVORI DEL PERIODO NAPOLEONICO 
(DALLA PIANTA MANOSCRITTA DI G. B. RICCARDI). 



nuovi edifici in cui spesso la terra cotta, usata senza misura e con poca arte, pren- 
derà il sopravvento sulla pietra da taglio. I nuovi quartieri eccentrici, omaggio al- 
l'enorme e rapida espansione di una città popolosa ed eminentemente industriale, 
le grandi arterie, fra cui la via Dante — in cui purtroppo il senso d' arte non è 
pari alla grandiosità degli edifici che la racchiudono — , le piazze del Duomo ed Elit- 
tica, i teatri, gli edifici pubblici, se son prova impressionante dell' espansione della 
città, non danno purtroppo gran buon saggio di gusto nell'edilizia moderna — - fatte 
poche eccezioni, quali la galleria Vittorio Emanuele, romanamente ideata da Giu- 
seppe Mengoni (1865-1878), il palazzo della Cassa di Risparmio del Balzaretti (187 1) 
che s'ispirò al palazzo Strozzi di Firenze come i Bagatti-Valsecchi nel costrurre il 
loro s' ispirarono genialmente allo stile del Rinascimento lombardo, il Cimitero Mo- 
numentale iniziato nel 1865 su disegno del Macciacchini, il palazzo dell'Esposizione 
Permanente di Belle Arti dell'ardi. Luca Bel trami, che eresse anche quello delle 
Assicurazioni venete in Piazza elittica, la Sinagoga e altri edifici e che diresse e di- 
rige tuttora con amore d'artista e con diligenza di archeologo i restauri del Castello 
Sforzesco. 



La scultura trovava rari mecenati e committenti privati, benché prosperasse la 
scuola del romano Camillo Pacetti, e Gaetano Monti, Luigi Acquisti, Giovanni Putti, 



M I L ANO 



141 



Pompeo Marchesi — che ebbe fama maggiore degli altri e lasciò belle opere nel 
Duomo e in S. Carlo — e più tardi il Cacciatori, Vincenzo Vela, Abbondio San- 
giorgio, i Somajni, il Fraccaroli, lo Strozza, il Alagni, il Miglioretti. l'Argenti, il 
Tabacchi e altri abbian lasciato belle prove del loro valore: la grande statuaria 
classica si può dir finita come rappresentante di determinate scuole con caratteri 
precisi, se pure non vogliamo sperare che sia solamente assopita. Le eccezioni — 




PIAZZA DEL DUOMO PRIMA DELLA EREZIONE DEL MONUMENTO A VITTORIO EMANUELE II. 



notevolissima quella del monumento al Beccaria del Grandi — non posson che 
confermare un fatto indiscusso : e i monumenti che van pullulando per le piazze, 
su gli edifici, e, con un crescendo allarmante, nel Cimitero Monumentale, sembrati 
provare che 1' arte moderna, anche quando si pasce di virtuosità tecniche, è, nel 
concetto ispiratore, di una povertà desolante. 



La fastosità del periodo napoleonico trovò il suo pittore, e starei per dire il suo 
poeta, in Andrea Appiani. La scuola pittorica lombarda aveva avuto a buoni rap- 



142 



ITALIA ARTISTICA 



presentanti, nello scorcio del Settecento, Carlo Maria Giudici, Angelica Kauffmann. 
Martino Knoller, Giuseppe Mazzola, Giuliano Traballesi, Giovanni Battista dell' Era, 
Francesco Corneliano, e nella scuola di pittura di Brera un focolare che contribuiva 
a tener vivo l'amore per l'arte e per lo studio dei maggiori. Il Knoller, allievo del 
Troger, era stato chiamato dal conte Firmian a dirigere l'Accademia di Brera come 
il Mazzola, allievo del Mengs e conservatore della pinacoteca braidense sotto il Regno 
italico e lombardo-veneto. Giuliano Traballesi (1727-1812) fu anch'egli insegnante 
e valente frescante: le sue composizioni mitologiche nel palazzo Serbelloni e in quello 




A. APPIANI: IL CARRO D'APOLLO | AFFRESCO) — R. PINACOTECA DI BRERA. 



(Fot. Montabone). 



Reale presentano un' accentuazione particolare di grazia che si stacca dalla rigi- 
dezza dei classici del tempo senza preludere alle sdolcinature dei romantici futuri, e 
preparano l'arte locale all'avvento dell'Appiani. Questo maggior astro della pittura 
lombarda moderna, gloria prettamente milanese perchè nacque a Milano nel 175 ; 
e vi morì nel 181 7, risentì l'influenza della grand' arte di David e del ^Traballesi. 
e fu superiore al romano e glorioso Camuccini, venuto dopo, del quale il Guerin 
diceva ch'egli s'era nutrito degli antichi e di Raffaello, ma senza averli potuti dige- 
rire. I contemporanei chiamaron l'Appiani il pittor delle grazie e nelle sue composi- 
zioni mitologiche, in cui accoppiò le eccellenti qualità di disegnatore e di colorista, è 
una delicatezza qualche volta un po' rigida ma elegante, composta, insinuante, che gli 
meritò bene l'epiteto, dato oggi di preferenza a un altro grande. Nei pennacchi della 





ANDREA APPIANI : LINCORONAZIONE DI GIOVE (CASTELLO SFORZESCO). 



( Kot. Ganzini). 




ANDREA APPIANI: APOLLO E LE MUSE (CARTONE NELLA R. PINACOTECA DI BRERA). 



I Fot. I. I. d'Arti Grafiche), 



i 4 4 



ITALIA ARTISTICA 



cupola di S. Celso (1795), nei Fasti di Napoleone nel palazzo di Corte (1804-1807), 
nei dipinti nella sala del Trono e delle udienze nello stesso palazzo (1808-1810), nei 
superbi cartoni della Pinacoteca di Brera (dov' è pure un affresco con Apollo 
e Dafne che sembra ispirato ai disegni preparatori per lo stesso soggetto do- 
vuti a Simone Cantarmi) e in diversi ritratti vibranti carattere e sentimento, egli 
si eleva tanto sui contemporanei che la critica può anche oggi convenire negli alti 
elogi direttigli da un vecchio biografo : « torna ad altissimo onore di lui se in mezzo 




LA « SALA NERA > NEL MUSEO POLDI-PEZZOLI. 



alla generale tendenza per le forme della greca e romana statuaria egli seppe guar- 
darsi da quella dura e fredda imitazione di essa e da quei convenzionali e pedan- 
teschi precetti che si ostentavano quasi cardini della fraintesa arte classica ». Furon 
suoi seguaci il De Antoni, il Prajer, il Monticelli, il Bellati ; gli fu contemporaneo 
ma minore d'età il Bossi, più apprezzabile per aver aperto una scuola che fu pa- 
lestra di erudite dissertazioni intorno a sistemi e teorie artistiche che per l'efficacia 
dell'esempio: ma gli studiosi ricordan con gratitudine l'opera sua a prò del riordi- 
namento dell'Accademia di Belle Arti e dell' ampliamento delle antiche collezioni 
lombarde e i suoi scritti. 




ARCO DELLA GALLERIA VITTORIO EMANUELE, DELL'ARCH. G. MENGONI 

(A. 1865-1878). (Foc.Brogi). 



1" 



M T L A N O 



i47 



La Pinacoteca di Brera, sorta sul primo nucleo riordinata dal Bossi, è perenne 
ragione di compiacimento pei milanesi non solo pei tesori d'arte che racchiude, ma per 
gli esempi di disinteresse e d'intelligente attività che alla storia della sua formazione son 
legati: il suo nome suona oggi quale uno dei maggiori santuari dell'arte nel mondo. 
Istituita l'Accademia di Belle Arti nel 1776, il segretario abate Carlo Bianconi, dotto 
e buon intenditore d'arte pe' tempi suoi, incominciava a raccogliervi un primo nucleo 



gjM^ 




VIA DANTE. 



(Fot, Brogi). 



di dipinti per l'istruzione degli allievi: eran cartoni di Guido Reni, del Creti, quadri 
del Nuvoloni, del Subleyras, del Batoni. L' idea aveva avuto un principio d' attua- 
zione, né i tempi acconsentivan di più quando Milano e l' Italia eran spogliate dai 
commissari francesi de' loro tesori d'arte. Giuseppe Bossi, con maggior avvedutezza 
e coltura artistica, riuscì ad aggiungere a quel povero nucleo opere notevoli del 
Bergognone, di Marco d' Oggiono, del Giambellino, di Bramantino, del Luini, lo 
Sposalizio della Vergine di Raffaello (in origine in S. Francesco di Città di Castello 
e che il generale Lecchi aveva avuto in dono da quel Municipio nel 1798 per ven- 
derlo poscia, nel 1801, a Giacomo Sannazzari che lo lasciò all' Ospedale Maggiore 



148 



ITALIA ARTISTICA 



di Milano dal quale nel 1804 il governo vicereale lo acquistò per Brera) e altre 
minori. Le soppressioni religiose del 1798 e 1799 permisero di raccogliere a Ve- 
nezia e a Milano un ingente numero di quadri di antichi maestri; e Andrea Ap- 
piani veniva nominato commissario per le Belle Arti con l' incarico di provvedere 
alla formazione delle gallerie dello Stato. Dai diversi dipartimenti della media Italia 
e da Venezia piovvero così numerosi i quadri che a Milano è dato oggi studiare 
l'evoluzione dell'arte dell'alta Italia come in nessun altro luogo. Le scuole venete 
vi son rappresentate con opere dei Bellini, del Mantegna, dei Crivelli, del Montagna, 
di Carpaccio, di Cima, dei Bonifacio, di Palma vecchio, di Tiziano, di Paolo Vero- 




PALAZZO DELLA CASSA DI RISPAKMIO. 



(Fot. il. I. d'Arti Grafiche). 



nese. di Tintoretto, del Moretto, di Lotto, del Piazzetta, di Tiepolo, del Canaletto 
e dei minori con una ricchezza eccezionale di opere. Il 15 agosto 1809 la collezione 
fu aperta solennemente al pubblico. ILe soppressioni del 1810 accrebbero di oltre 
cinquecento quadri la già ricca raccolta : « da Venezia a Pavia — scriveva il Mon- 
geri, — per tutta la valle del Po, da Macerata a Ferrara, lungo la sponda adriatica 
e nel seno delle Marche, fino alla chiesa dei Bolognesi a Roma, è un moto inces- 
sante di spedizioni ». I commissari del governo gareggiavano nell' inviare i dipinti 
del maggior valore: con Parigi si intraprendevan cambi vantaggiosi e ne^venivan la 
Cena di Rubens, il ritratto muliebre di Rembrandt e quello di Van-Dyck : nuclei 
preziosi venivan dalla galleria Monti dell'Arcivescovado, da quella Sampieri di Bo- 
logna; gli affreschi del Luini dalla villa della Pelucca presso Monza, e nel 1855 il 



MILANO 



149 



ricco lascito Oggioni. Fra i doni veramente regale quello dei tre meravigliosi ritratti 
di Lorenzo Lotto da Vittorio Emanuele nel 1860; nel 1S76 il marchese ' Stampa- 
Soncino legava altre pitture. Altri dipinti furon tolti alle chiese e, separate definiti- 
vamente la Pinacoteca dall'Accademia, le cure di Giuseppe Bertini e il riordinamento 
definitivo di poi, nel 1900, di Corrado Ricci — che v'aggiunse ben quindici sale e un 
centinaio di dipinti (gli affreschi di Bramante, quadri di Benozzo Gozzoli, di Gentile 
da Fabriano, del Foppa, di Cosmè Tura, dei Dossi, del Carrari, dello Zaganelli, del 
Bastiani, di Cima, di Bufinone, del Boltraffio ecc.) — e recentemente i preziosi doni di 




PALAZZO DELI/ESP0SIZ10NE PERMANENTE. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



schizzi e il notevole deposito di antichi disegni della collezione Morelli da parte del 
dott. Gustavo Frizzoni, permettono oggi di considerare questa collezione come una 
delle maggiori e delle più seriamente disposte. 

Quando si pensi che a così ingente collezione, che vanta oltre 700 dipinti, di- 
sposti in trentacinque sale, vanno aggiunte le ricche collezioni di antichità preromane, 
greche, etrusche, romane, medioevali, moderne, accolte nelle grandi sale del Castello 
Sforzesco, nelle quali le sculture, le ceramiche, i dipinti, i bronzi, i mobili, le stoffe, 
gli avori e le minori manifestazioni d'arte industriale son così ampiamente rappre- 
sentate, e quelle della pinacoteca Ambrosiana in cui rifulgon opere del Bambaja, di Leo- 
nardo, del Luini, di Bramantino, di Raffaello, di Bergognone e di maestri stranieri, 



J 5o 



ITALIA ARTISTICA 



incisioni rarissime, cimelii, curiosità cui son legati numerosi ricordi d'arte e di storia 
cittadina, e vi s'aggiunga quel gioiello — mi si conceda l'espressione — di raccolte ch'è 
il Museo lasciato nel 1879 dal Poldi-Pezzoli, ove quadri, sculture, stoffe, gioielli, 
armi, arredi, maioliche, curiosità son raccolti, in ambienti eminentemente suggestivi, 
a far da cornici a un Botticelli, a un Pier della Francesca, al Signorelli all'Alber- 
tinelli, al Perugino, ai grandi maestri lombardi della Rinascenza: quando si pensi che 
intorno a quesri tre precipui santuari dell'arte a Milano son numerose gallerie pri- 
vate preziose di opere celebri — le gallerie Borromeo, Frizzoni, Melzi, Scotti, Tri- 
vulzio, Crespi, Bagatti-Valsecchi, Cagnola, Noseda, ecc., ecc. ; quando si pensi fi- 




MONUMENTO A CESARE BECCARIA. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



nalmente ai tesori d'arte profusi con larghezza sovrana in ambienti che appaion 
spesso degni cofani a tante gemme in quasi tutte zìe cento chiese di Milano e in 
minor misura in altre case private, in istituti pubblici, in edifici dello stesso suburbio, 
vien fatto di chiedersi come mai, nonostante così "grandioso patrimonio artistico, si 
ignori ancora da molti degli italiani anche colti l'importanza particolare che Milano 
gode fra gli ambienti artistici del nostro paese. 



La pittura lombarda nell'Ottocento, dopo i rigori del classicismo, s' illanguidì nel 
romanticismo dei soggetti e delle forme. La ricerca dei motivi dalla storia antica 
leziosamente rappresentata ebbe a maestri Pelagio Pelagi — mentre il Sabbatelli fre- 
scava ancora coi fatti della mitologia i palazzi Annoni e Serbelloni — che ornò, 
insieme all' Hayez, la sala della Lanterna nel palazzo di Corte e architettò la Villa 



M I L A X < » 



151 



Traversi e il palazzo Raimondi (ora Frigerio), Giuseppe Diotti — che all'Accademia 
di Bergamo istituita dal conte Carrara ebbe allievi come Coghetti, Trecourt, Car- 
nevali — annoverato fra i maggiori ma che lavorò piuttosto fuor di Milano, Luigi 
Basiletti, felice paesista sufficientemente ribelle alle formule dominanti. Giovanni 




PALAZZO BAOATTI-VALSECCHI. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



Migliara, buon prospettivista, Giuseppe Bisi, Giuseppe Canella, Francesco Hayez — l'al- 
fiere della scuola romantica in Italia, ammiratore dei vecchi maestri veneti, l'idolo 
del pubblico per un trentennio, attraente ancora specialmente nei ritratti bellissimi 
oggi a Brera e nelle case Litta-Modignani, Negroni, Prato, Morosini, Barbiano di 
Belgioioso — , Massimo d'Azeglio, che tenne lunga dimora a Milano, Giovanni Servi, 
Carlo Bellosio, che lavorò più volte per la nostra Casa Reale in decorazioni e in 



ITALIA ARTISTICA 




ALTKO PALAZZO BAGATTI-YALSECCHI. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



tele, Giuseppe Molteni, che ricorda le tendenze della scuola germanica dell'Overbeck, 
e conoscitore profondo della tecnica degli antichi e buon restauratore di vecchi dipinti 
a' suoi tempi, Francesco Coghetti, che lavorò a Roma dove divenne presidente del- 
l'Accademia di S. Luca, Carlo Arienti, Vitale Sala, Enrico Scuri, che fresco la cupola 
dell' Incoronata a Lodi, quella dell'Immacolata a Bergamo e in S. Alessandro a Mi- 
lano, Giovanni Carnevali detto il Picelo — bizzarro, abilissimo, tenuto come un genio 
da' suoi confratelli del tempo e sul quale forse la scuola francese del '30, allora fio- 
rente, influì non poco e le opere del quale, esposte nella mostra della pittura lom- 
barda nel secolo XIX tenutasi a Milano nel 1900, furono una rivelazione — , Giacomo 
Trecourt, buon ritrattista, e compositore di quadri storici e religiosi men buoni, Eliseo 
Sala, Luigi Scrosati, Domenico Induno, squisito pittore di soggetti di genere, Mauro 
Conconi, Cherubino Cornienti, audace e originale ma castigato, Raffaele Casnedi, 



M IL ANO 



153 



Giuseppe Bertini, buon colorista e benemerito conservatore del patrimonio artistico 
milanese, Girolamo Induno, forte pittore di soggetti militari prima di Sebastiano de 
Albertis, Federico Faruffini, spirito inquieto e vivace, Alessandro Focosi, del quale 
il Carlo Emanuele di Savoia che scaccia l'ambasciatore spaglinolo (di proprietà del- 
l' on. Ettore Ponti) rimarrà sempre uno dei più sentiti capolavori del secolo scorso, 
Tranquillo Cremona, alfiere dei ribelli alle formulo accademiche, grande e nobilis- 
simo ingegno, Francesco Didioni, Modesto Faustini, Uberto Dall'Orto, Eleuterio Pa- 
gliano e numerosi altri giù giù fino a Giovanni Segantini, dall'originale e vivido in- 
gegno, che dal verismo dei primi tempi per una lenta evoluzione divenne simbolista 
e, imitando il Millet, divisionista, ma, ciò che più conta benché gli imitatori non 
sembrino avvedersene, felice interprete e poeta della natura alpina. E lo stuolo dei 
paesisti, che al vero e specialmente alle nostre Alpi domandano l' ispirazione a 
creare l'opera d'arte, lavora e combatte tuttora. 

Tra gii scenografi un gruppo valoroso di maestri : da Bernardino Galliari, da 
Pietro Gonzaga, da Giovanni Perego, da Alessandro Sanquirico fino al Menozzi, al 
Fontana, al Ferrari, al Ferrario, al Vimercati, ai Motta e ai recenti e recentissimi che 
continuarono e continuan degnamente a prò del teatro della Scala le antiche tradizioni 
con serietà d'intenti e di studi. 

* * 

Quando, indipendentemente dall'arte, si consideri al progresso che la città ha 
subito negli ultimi cinquantanni dall'aspetto edilizio, commerciale, tecnico, igienico, 




CORTILETTO IN STILE DEL RINASCIMENTO LOMBARDO DEL PALAZZO BAOATT1-VALSECCHI. 



20 



154 



ITALIA ARTISTICA 



non si può a meno di rimanerne stupiti. Le demolizioni e i lavori per la for- 
mazione della nuova piazza del Duomo, della Galleria e delle vie circostanti, la fab- 
brica delle nuove stazioni, dei nuovi grandi opifici, di interi quartieri — il quartiere 
Principe Umberto occupante un'area di 123 mila metri quadrati, il quartiere di via 
Solferino' con un'area fabbricata di 176,525 mq., il quartiere di Porta Genova, di 




LA PARTE SUPERIORE DELLA NUOVA TORRE UMBERTO I. 



una estensione di 573 mila mq. — e i minori circostanti della stazione centrale, di Porta 
Tenaglia, dei sobborghi e numerosi gruppi di abitato son opere che non hanno ri- 
scontro, su così larga base, in nessuna parte d'Italia ; le fognature, i ponti, le strade 
e tramvie interne, gli stabilimenti grandiosi di beneficenza, dei ricoveri, degli asili, degli 
istituti pii, degli istituti di credito, delle scuole, posson esser citati a modello anche 
all'estero. 

Anche presso i privati andò sorgendo una gara nei costrurre palazzi e villini 
rispondenti alle nuove esigenze della vita e della moderna comodità: ma purtroppo 
non sempre l'arte corrispose agli sforzi fatti dai committenti. 



MILANO 



i55 



Al tipo di costruzioni adottato dall'architetto Sidoli, che aveva tentato di toglier 
l'arte edilizia al freddo classicismo accademico ancor imperante alla metà del secolo, 
sembrò succedere quello rappresentato particolarmente dal Pestagalli che cercò di 
popolarizzare lo stile lombardo del Rinascimento con le sue eleganze di profili e di 
terre cotte ; non mancò di fortuna anche il tipo di costruzioni all'inglese — villini 
circondati da giardini — iniziate dall'architetto Allemagna in via Principe Umberto. 
Il Garavaglia, il Terzaghi, il Moraglio, il Sodani tentaron altri tipi e altre forme. Lo 
Scheigheer di Zurigo col villino Mylius, il Borioli con la casa Ronchetti, il Coi ubi 
col palazzo Turati, il Terzaghi col palazzo Grondona, il Brogi con la casa Candiani, 




LA BASE DELLA TOKKE UMBERTO I E GLI ULTIMI KKSTAUKI NEL CASTELLO. 



(Fot. Fumagalli). 



il Balzaretto, i Bagatti-Valsecchi con la genialissima ricostruzione del Rinascimento 
del loro palazzo che alle attrattive esteriori unisce le interne e ricche collezioni ar- 
tistiche, il Beltrami con le sue dotte e personali creazioni edizie, omaggio alle tra- 
dizioni locali, e altri e altri ancora, non esclusi i seguaci del nuovissimo stile venutoci 
d'oltr'alpe, arricchiron la cittti di edifici di tutte le forme e di tutti i tipi, con e 
senza sentimento d' arte, e non sempre in omaggio almeno alle esigenze dell'igiene, 
specialmente nelle abitazioni del ceto medio. Alle case operaie, agli asili notturni, 
alle cucine economiche, agli alberghi popolari si son dedicate recentissime fabbriche, 
dinnanzi alle quali il critico tace in omaggio agli scopi elevatissimi con che sono 
sorte, anche se si sentisse disposto a ricordare che gli splendidi esempi del passato 
stanno ad attestare che la genialità dei nostri vecchi costruttori sapeva ben conci- 
liare l'arte con la praticità e l'igiene. 

Ma il critico dell'arte e chiunque abbia il culto delle memorie non può tacere 



I.S6 



ITALIA ARTISTICA 



invece dinnanzi a vandalismi grandi e piccoli, a demolizioni di antichi edifici di ca- 
rattere artistico, a sperperi di vecchie tracce che si son compiute e si van compiendo 
in omaggio a un mal inteso sentimento di modernità. La smania del rettifilo tende 
a livellare le città italiane: ma la più bella caratteristica, la varietà che ciascuna di 
esse distingue dall'altra, è minata alle basi dal piccone demolitore, il nuovo vessillo 
degli indotti e degli immemori. 



■> £ 




PALAZZO DELLA BOKSA. 



(Fot. Brogii. 






Oggi Milano occupa uno dei posti più notevoli fra le città produttive ed è centro 
della regione più ricca ed industriosa d' Italia. Ma, per tutto quanto si è detto fin 
qui, sembra a noi che debba anche esser considerata come un centro d'arte notevo- 
lissimo. Qui più che altrove l'arte vive ancora e produce, anche se certe recentis- 
sime manifestazioni possono offrire campo ad acerbe critiche : ma dove è critica è 
interessamento e vita. Qui, mentre altrove l'aristocrazia e le classi ricche danno 
triste esempio di sperperi del patrimonio artistico lasciato dai vecchi, sono ancor 
numerose le antiche famiglie che reputano a gloria del nome conservare gelosa- 




LA PORTA MAGGIORE DEL DUOMO, DI L. POGLIAGHI. 



(Fot. Montabonc) 



M ILANO 



159 



mente le collezioni artistiche, e persone ricche e industriali stessi che raccolgon 
opere d'arte: perchè l'amore del luogo e delle sue glorie è radicato in tutti, anche 
nel¥popolo.« Meneghino ama assai il suo paese- ripeteremo col Cantu per accen- 




IL NAVIGLIO DA S. MAKCO. 



(Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



nare al carattere della popolazione, a mo' di conclusione - e ripone il patnotismo 
in una buona dose di sprezzo pe provinciali. Del resto accoglie i forestieri con aria 
dabbene e protettrice; ama la sua parrocchia; sospira se perde di vista la guglia del 
Duomo- e guai se gli toccaste il suo carnevalone.il suo podestà, il suo arcivescovo, 



ióo 



ITALIA ARTISTICA 



il suo cielo « così bello quand' è bello ». Vi dirà che i suoi sartori, i suoi calzolai, 
i bigiottieri suoi son i migliori del mondo, e che non v' è leccornia che uguagli ì 
suoi stracchini, i suoi panettoni: e quando vi parla del suo Duomo, de' trombetti 
rossi della città, de' suoi pompieri, del suo stendardo di Sant' Ambrogio con quegli 
artieri vestiti all'antica, della sua galleria De Cristoforis, del suo corso, de' suoi mon- 
signori che portano mitra anche nelle processioni, del suo arcivescovo che funziona 
come il papa e (dice lui) entra a Roma a croce alzata, Meneghino si ringalluzzisce, 
e domanda : Che vi pare eh? e' è il simile al nostro Milano ? » Oggi non vi son più 
i trombetti rossi, né il podestà, né il carnevalone, e la galleria De Cristoforis è stata 
detronizzala da una ben maggiore, come le modeste soddisfazioni d' un tempo da 
altre di diversa natura. Ma, in fondo, il carattere bonario e generoso della popola- 
zione è rimasto lo stesso, e dinnanzi a un avvenimento — come quello che si pre- 
para mentre scrivo ■ — che è destinato a dar spettacolo al mondo, in una esposi- 
zione delle forze del lavoro, de' progressi della città, appaion ben lontane le accuse 
all'accanimento delle sètte lanciate ai milanesi dal Foscolo un secolo fa. 

L'attuale festa imponente del lavoro è un'affermazione e un augurio : un' affer- 
mazione di vittoria nelle combattute battaglie per la libertà del lavoro ; e un augurio 
che si rinnovino i bei tempi della Rinascenza quando l'arte nostra, grande e venerata 
nel mondo, stendeva davvero la mano alle industrie fiorenti. 




PIAZZA FONTANA E LA FONTANA DEL PIEBMAKINI. 



{Fot. I. I. d'Arti Grafiche). 



BIBLIOG \< A K I A 



Pel V.° capitolo cfr. specialmente: 

C. Amoretti. Memorie storiche sulla vita, gli studi e le opere di Leonardo da Vinci, Milano, 1804, 
— ■ G. Uzielli, Ricerche intoni) a Leonardo da Vinci, Firenze, Roma e Torino. — J. P. Richter.[ The 
literary Work of Leonardo da Vinci, Londra, ISSI, 2 voi. ili. E. Muntz, Léonard de Vinci, Paris, 
Hachette, 1899, ili. — G. Séailles, Léonard de Vinci, l'artiste et le savant, Paris, 1892. — E. Solmi, 
Leonardo, Firenze, Barbera, 1900, e ricca bibliografia ivi. — D. G. Gronau, Leonardo da Vinci, London, 
1903. — L. Beltrami, // codice di Leonardo di Vinci nella Biblioteca del Principe Trivulzio\in Milano, 
Milano, Hoepli, 1896. — L. Beltrami, Leonardo da Vinci e la sala delle asse nel Castello di Sfilano, 
Milano, 1902. -- Bollettino della Raccolta Viadana di Milano.— G. Caro r ri, Le opere [di Leonardo, 
Bramante e Raffaello, Milano, Hoepli, 1905, ili. (oltre le opere citate in 'dette monografìe perchè 
ricordarle tutte non sarebbe qui il luogo. 11 bollettino della raccolta viadana* ha appunto una ricca 
bibliografia vinciana di E. Verga, e i regesti vinciani). — G. Carotti (in Gallerie Naz. II., IV, 1899), 
Roma. — Calvi, Caffi, Mongeri, opp. citt. nella I parte. — A. Jansen, Lebeuìnnd Werhe des Ma- 
lers Giovannantonio Bazzi gen.il Sodoma (Stuttgart, Verlag von Ebnerd und Seubert, 1870). — G. Friz- 
zoni, G. A. Bazzi il Sodoma in Arte italiana del Rinascimento, Milano, Dumolard, 1891. — C. Faccio, 
G. Antonio Bazzi il Sodoma, Vercelli, 1902. — E. Reymond, Cesare da Sesto [(in Gazzette des Beaux 
Aris, 1892). — G. Morelli, La pittura italiana, ed. Treves, 1897: I Lombardi: ]Giampietrino - Bol- 
traffio - Marco d'Oggiono - Nicola Appiani - Cesare da Sesto - Bernardino Luiui - Andrea Solario - Gau- 
denzio Ferrari - Ambrogio de Predis - Bernardino de' Conti. — W. vox Seidlitz, Ambrogio Preda 
und Leonardo da Vinci (e opp. ivi citt.) (in Jàhrbuch der Kunsthist. Samm. des alter. Rais., XXVI. I. l')06). 
— F. Malaguzzi Valeri (in Rassegna d'arie, I, li)), 150; V, U). — G. Gagnola, Bernardino f de Conti 
(in Rassegna d'arte, V, 61). - Id., Intorno a Francesco Napoletano (in Rassegna d'Arte, V, 81). 

Pel VI. capitolo: 

G. Mongeri, La facciala dd D,wmo di Milano e i suoi disegni antichi e moderni (in Ardi. Stor. 
Lomb., Giugno 1886). — F. Malaguzzi Valeri, Pellegrino Pellegrini ej/e sue opere in Milano (in Ar- 
chivio Storico Lombardo, XXVIII (1901), fase. XXXII. — L. Beltrami, // palazzo Mirino (in Archivio 
Storico dell'arte e in Edilizia moderna, 1896). — Annali del duo, no.— C. Borro, Il duom> di Milano e 
in bibliog. del Salveraglio cit. nella I parte. — C. Romussi, Il duomo di Milano, Sonzogno. — P. Mol- 
menti, Leone e Pompeo Leoni (in Arte III.,' 1895). — L. Beltrami, Il monumento funerario a G. Gia- 
como Medici nel Duomo di Milano (in Rassegna d'arie, IV, 1). — Mongeri, op. cit. — G. C. V* il- 
llvmson, Bernardino Luiui, London, Bell, 1899. — P. Gauthiez, Luini (Les Grands artisles, Paris, 
Laurens). — L. Beltrami. Bernardino Luiui e la Pelucca (in Ardi. Stor. dell'urte, Roma, 1895, 5-19). 
■ — Id., La Chiesa di S. Maurizio in Milano e le pitture di Bernardino Luiui. — I Bentivoglio e la contessa 
di Challant (in Bmporium, Gennaio 1899). — G. Bordiga, Notizie intorno alle opere di Gaudenzio Fer- 
rari, Milano, 1821. — D. G. Colombo, Vita ed opere di Gaudenzio Ferrari, Torino, 1881, e Docu- 
menti ecc. intorno gli artisti vercellesi, Vercelli, 1333. — F. Riffel, E. Ferrari un t die Schule von Ver- 
celli (in Repertorium fi'ir Kuustiv., 1891). — E. Halsev, Gaudenzio Ferrari. London. — J.^Gelli, Gli 
armar oli milanesi, Milano, Hoepli, 1905. — Per le arti minori v. opere di Forcella, d'Adda, Bel- 
trami, citt. nella I parte. 

Pel VII. capitolo : 

Mongeri, cit. — Annali del Duomo. — L. Beltrami, Francesco Maria Richino, autore d'un pro- 
getto per la facciata del Duomo (in Ardi. Stor. Lomb., XV (1898), fase. III). — Borro, Romussi, opp. citt. 



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BIBLIOGRAFIA 



— L. Malvezzi, Le glorie dell'arte lombarda. Milano. Agnelli, 1SS2: cap. VII: dall'anno 1600 al 17" l. 

— Forcella, Beltrami, opp. citt. — L. Beltrami. Vicende edilizie della Piazza del Duomo di Milano 
iin E. ìiiizia Moderna, 1896). — V. Forcella. Milano nel secolo XVII, Milano, Colombo e Tarra. 1898;ecc. 

Per l'VIII. capitolo: 

A. Caimi, Delle disegno... di Lombardia dal 1777 al 1862, Milano, Pirola, 1862. — Mal- 

vezzi, op. cit. — G. Ivi. Urbani de Gheltof. Tiepolo e la sua -famiglia, Venezia. 1879. — F. F. Leit- 
schuh. G. B. Ticy -\ urzburg. 1896. — F. H. Meissxer. Tiepolo, Lipsia, 1897 (in Kunstler-M 

phien del Knackfu" . — Polifilo, G. B. Tiepolo a Milano (nel Corriere della Sera, 9-10 Maggio 1896). 

— G. A. M.. ' ■: breve storia... dei celebri intarsiatori Giuseppe e C. Francese" Maggi lini. — 
Moxgeri, op. . — La pittura lombarda nel secoli XIX, Milano, 1900 catalogo dell'esposizione tenutasi 
a Milano r <00 della pittura di tutto quel secolo, e biografie ivi. — G. Frizzoxi. Museo Poldi-Pe 

in Ma '• (in Kunstchronik, 18 ott. 1888). — E. Molixier, Le tnusée Pold;- Milan (in 

:x aris, 1 aprile 1889 e segg.l. — A. Melaxi. Le musée Poldi-Pezzoli à Milan in Revue 

des ar ratifs, marzo 1890). — Per le collezioni di Brera. Ambrosiana, Crespi, ecc. cfr. i relativi 

ghi, perchè sarebbe lungo ricordarne gli scritti che ne parlano. — Per la Milano moderna» 

i suoi impianti industriali e i lavori pubblici v. la guida recente pubbl. per conto del Comune. 




(Collezione Trivulzio). 



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