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y 



i'ECCERINISiel 



( Stadio storico ed estetico) 



Frof. PIETKO FEDELB di Aohilld 



AVELUNO 
TIP. SANDDLLI E OIMELLI 



DOTT. PIETRO PEBELE 



i'ECCERINISiel 



(Stndio storico ed astetico) 



Prof. PIETRO FEDELE 



■«6®9»- 



AVELLINO 
TIP. SAHDDLU E QIHELLI 



A^'4^4^€€^ Jic> 




B. ZUMBINI - E. COCCHIA 

MIEI GP4NDI E YBNERATI MAESTRI 

CON DEVOTO E RICONOSCENTE 

AFFETTO 



LIB. COM, 

CJBERMA 

JULY 1928 

17636 



^ ^Miai^iM ^ > ^4 i|t.. ^ Mt ■ ■ j '^ *! ! ^ 



CAPITOLO I. 

Se il Mussato attinse ad una laggenda d* EsieUno 



SOMMARIO 

Ezselino ed Albertino Mussato — inoerosimiglian- 
za dell* ipotesi che at tempi dello scrittore csi- 
stesse gia la leggenda — II Graf e le leggende 
Ualiane del sec. XIV — nianca il tempo neces- 
sario alia formazione d' una leggenda — e man- 
ca anche il tempo opportuno — I* Umanesimo o 
il 8U0 lyalore crctico — La leggenda b la storia 
dei popoli giooani — il popolo italiano d oecchio 
anche nel Medio-Eoo, ma accetta tuttaoia le 
leggende ascetiche — perchd — differenza sostan- 
siale fra leggende ascetiche e leggende profa- 
ne — La letteratura leggendaria italiana b stata 
sempre pooera, e tanto piu alia oigilia dell' U- 
manesimo — Si esamina particolarmente il ca- 
so di Ezzelino — a che si riduca la pretesa 
leggenda di lui -* essa non esce dai litfiiti del 



— 6 — 

' taeoHo fantastioo ordihario che si fa su di ogni 
persona — degli elementi di leggenda non costi- 
tuiscono la leggenda — Ostacoli etnicogeografici 
che in Italia tmpediscoiio la formasione . delle 
leggende — Le apparisloni dell' ombra di Ezse- 
lino — gli amort — la statura — la crwieltd, — 
Le dicerie sulla nasclta — sulla morto — La 
paternitd diabolica — Se fu attribuita solo ad 
Ezselino — come V odio partigiano la mise in 
giro per tutti i ghibellini — Se V odio partigia' 
no sarebbe bastato a creare una leggenda di 
Ezzelino — - Conclusions 



Nel 1260, a Sonciao, prigioniero deir eser- 
cito Grociato messogli su dall'odio del papi e 
delle Q\i\k soggotte, moriva Ezzolino III, Vim- 
manissimo tiranno^ accompagoato dalle male- 
dizioni e dallo schorno di mille, che dianzi tre- 
roavano al solo udirno il nome. Moriva, e in- 
toroo al suo nome e alia sua figura preti, ac- 
cattODi, cronisti e poeti diffondevano, miste aile 
storicbe, ogoi sorta di favolose notizie e di di- 
cerie, dalle qua!i, se non la materia, forse la 
spiota ebbe il Mussato a scrivere una tragedia 
di argomento nazionale, benche redatta in La- 
tino. Strana fatality che fin dagli iniziipar pe- 
^are si^l Teatro Italiano: che , togliendo , come 



questa volta, ad argomento an soggetto nasio- 
Dale, sia scritto in Latino; e cho iavece, una 
YoUa assunta la lingua italiana, o negli intrecci 
o nella condotta o negli argomenti non si allon- 
tani dai modelli classici, da Plauto o da Teren- 
zio, da Seneca o da Euriplde. 

Quando nacque il Mussato nel 1262 in ua 
sobborgo di Padova (come i recenti stuJIi del 
Novati (1) hanno assodato), V immanissimo tU 
ranno che, come caiil6 poi r Ariosto, /la ere- 
duto figlio del demonio, era morto da due anni 
appena. Se, dunque, il grande umanista pado- 
▼ano visse in un' epoca cosl vicina, a cosl bre- 
ve distanza di tempo da Ezzelino, che» non che 
il formarsi di una loggenda, non parrebbe possi- 
bile nemmeno il piu lieye alterarsi dei contorni 
della Storia, eBisteva dunque una vera e pro- 
pria leggenda di Ezzelino, a coi, come vorreb- 
bero alcuni, (2) il Mussato avrebbe attinto ? E' 



(1) Gior. St. lett. It. — V. 6 - Novati. 

(2) II Minoja (« Vita e Opere di A. Mussato » 
pag. 4, nota) scrive: Nel breve spazio di settanta- 
sett' anni fu elaborata dal popolo la leggenda del 
sue tiranno» e sparsa in altre parti d' Italia. — Lo 
Zardo (Riv. st. it. V. 6 p. 497) in un articolo di- 
retto a dimostrare il carattere essenzialmente sto* 



-8 - 

esatta, ciod, rispelto ad EzzelinO da una partd 
ed al Mussato dalfaltra, quell* affermaziooe; e 
se DO, come va es&a intesa e corretta, volendo 
riteoere la parola leggenda ? Gercheremo pri- 
ma di tutto di rispondere a queste domande. 



m 



Arturo Oraf nella sua conferenza < II tra« 
mooto delle leggende » dope aver rilevato la poca 
parte presa dair Italia neU* elaborazioue deU 
V immense materiale leggendario medievole, do- 
pe aver dimostrato come nel sec. XIV perQoo 
le leggende accolte di fuori non attraevano pid 
r attenzione degl' Italiani, si occopa a spiare 



rico deli* Eccerlnis, pur si lascia sfuggire frasi co- 
me queste: (p. 498) « il poeta nella sua trage- 

dia pur seguendo in molti luoghi la leggenda ecc » 

e a p. 500: il Mussato raccolse tutta questa ma- 
teria dalla leggenda popolare; e, senza perdere a/- 
fatto di vista la storia, ide6 la famosa t raged ia. — 
II Buonfadini finalmente (Vita Ital ner*dOO. I prim, 
delle Signorie p. 108 e 109) dice di Albertino: Autore 
tra le altre opere di una tragedia latina dove col titolo 
di Eccerinis mette in iscena il tiranno, gik diven- 
tato leggendariot della Marca Trlvigiana ecc.f* 



tutte le leggendo o vestigia di leggende, che 
potrobbero dar ragione ad una test contraria a 
quoUa da lui sostenuta — K ne cila in verity 
parocchiOy senza p6r6 far menomamente alia- 
sione ad una leggenda di Ezzelino. Che r acuto 
critico e il diligente esaminatore si sia lasciato 
sfuggire propiio questa, la quale pure, ove 
fosse esistita, sarobbe stata per la qualiiilt del 
personaggio di una grande imporlanza e avrebbe 
tagliato corto ad ogni discussiono, in quanto cho 
una leggenda formatasi in non piu di una met& 
di secolo intorno ad un uomo morto il 1260, sa- 
robbe stata la prova piu docisiva doll' attitudine 
del popolo italiano per simile iavorio funtaslico? 
Dope tanti studii o tante ricorcho sullo leggende, 
dope che i magistrali lavori del Rajna ban mos- 
so in luce come e per quale lento o multifor- 
me Iavorio esse si vadano svolgendo, quanto 
debba passare flnche sulla roccia nudsr di un 
tempo si vada formando I' humus su cui poi 
s' alzer^ rigogliosa la pianta, dope tutto questo, 
dice, noi non possiamo nemmeno a priori ras- 
segnarci a credere che il Mussato si facesse eco 
di nna leggenda su Ezzelino a cosi breve di- 
stanza di tempo. La leggenda potr& magari es- 
sersi sviluppata dope, se pure si 6 sviluppata, 
ma, vivente Albertino, 6 certo che i germi di 
essa^ anche ad esistere^ non ancora avean po- 
le 



-16- 

toto germogliare, il che 6 tutt* ono col ooo es- 
serci affatto. 

Sd, iofatti, 6 veroche nel lavorio faotastico 
avviene il fenomeno contrario a quello dell'ir- 
radiaziono, se, cio6, le proporzioDi dello cose 
8' ingrandiscono a misura chepiiicisi allontana 
da esso, non si pud negare che ai giorni del 
Mussato si era troppo vicioi ad Ezzelioo perch6 
le proporzioni e lo fattezzo di questo poiossoro 
menomamonto alterarsi. 

Col Mussato, pel, noi.siamo gi& al tramou- 
to dol soc. XIII e air aurora del XIV , in un 
tempo ciod in cul gi& anche alt re nazioni^ piii 
giovani o pid caldo di fantasia deir Italiana^en- 
trano in un periodo di maturity critica che le 
fa dosistero dal lavorio di loggende, in cui pur 
dianzi orano state cosi feconde. In Italia al con- 
trario, jdove sempre, anche nolle piu fltte to- 
nebro del Medio Evo, si era mantenuta accesa 
la naccola della civilti e delta sapienza latina, 
in Italia, per cui da secoli era passato il pe- 
riodo giovanile, gi& si sontivano gli splendidi 
proludii deirUroanosimo. 

Or si badi che glh, Rn dagP inizii V Umane- 
siroo porta con s6 una corta attitudino al libe- 
ro osame, una tendenza critica che 6 la peg- 
gior noinica del lavorio fontastico, si tenga pre- 
sonto che il focolare pid attivo in quel tempo 



— 11 - 

della rioascente cultura classica e Padova, e 
uno dei cuUori maggiori delle lettere classiche 
6 proprio il Mussato, e poi si dica so e ammis* 
sibile una Idggenda in simill condizioni — Ma vi 
ha di piu — Le leggeodo ascot iche stosso (dico 
il Graf)> cho in Italia si eraDO, so non prodotto, 
coDsumato io gran numoro^fra brovo diloguo- 
ranoo intoramento dalla vita intoUottualo ita- 
liana. 

L' ultima oco no sar^ raccolta da Danto, il 
qualo puro, accanto a un profoodo misticisrao, 
rivola sposso dollo tondonzo non dico al liboro 
osamo, ma almono alia discussiono, poicho non 
accotta nossun dogma sonza sforzarsi di giusti- 
ficarlo alia Ragiono o di fronte alio loggondo 
storicho, so non di fronto alio ascoticho, assu- 
me chiaramonte un'attitudino scottica^specio Ik 
dove dice cbe a Fironze si favologgiava 



Let TiViani di Fiesole e di Roma. 

Dinanzi alio spiritopraticodogritaliani,scal- 
triti nei commerci e nello navigazioni , adusati 
ai viaggi di scoporto nello piu lontano regiooi, 
in lotta a contatto continue con le realty dolla 
Tita, le ieggendo, eroditato dagli avi, o ascoti- 
che, profane incontravano troppo scetticismo , 



— 12 — 

perchS fosse possibile che no creassoro altre 
intorno ad uomini como Ezzolioo, vissuti quasi 
in mezzo a loro o fra i lore padri; uomini, lo 
cui minime azioni erano conosciute da tutti e 
consegnate in cronache o in istorio. Ne d* altra 
parte 1* odio occitato da Ezzolino contro 8d e i 
8Uoi, odio cho trov6 una cosl barbara estrinse- 
cazione nella strage di S. Zenone, pub bastare 
a spiogare la formazione di una leggenda. 

Ma qui, prima di procedore, 6 nocossaria, 
una dicbiarazione intorno a talo parola. 

A parte quella ascetica, che cosa si vuole 
intendere per leggenda ? 

E* certo che nessuoo, seotendo pronunziare 
tale voce, intende con essa dosignata qualunque 
cosa si racconti da una o piu porsono intorno 
a chi a checchessia ; giacch6 , a voler dare 
un yalore cosl ampio alia parola, si corre il ri- 
schio di comprendore fra le leggende ancho le 
narrazioni piu esatte e fedeli alia verity storica. 
Se» dunque, la leggenda e in certo mode I* anti- 
tesi della storia, essa sar& qual cosa che per un 
certo numero di porsone o per tutti per un 
certo tempo o per sempre tenga luogo della 
verity storica. La leggenda in nient* altro diffe- 
risce dalla storia so non in quanto V una rap- 
presenta fedelmonio la realty, T altra Taltora; 
sicche^ servendoci di yn veccbio paragone, se la 




— 18 — 

mente umana pn& dirsi uno speccbio , qaella i 
rimmagine riprodoiia in uno specchio carvo, 
questa in uno piano o perfetto. — La leggenda, 
perche sia voramonto tale, dove avero per chi 
la ripete lo stesso valore delia sioria; ovo qual- 
cbe sospetto intervenga sulla veridicit^ di essa, 
eve ci si accorga che lo specchio 6 cur to o o 
si rinunzi ad esso o si tenti di corregerlo, ovo, 
insomma, cominci Tesame critico, non si ha piu 
la leggenda. Quando 6 dunque che nasce e si 
sviluppa la leggenda, quando 6 possibile cho si 
abbia questa immagino prodotta dallo specchio 
curve ? — 

Benche si sia troppo abusato del paragone 
tra i popoli e Tindiyiduo umano, benche so ne 
sia dimostrata tutta V inesattozza, pure in fondo 
quel paragone, per quanto grossolano, pub an- 
dare ; e alio stesso mode che 1* uomo 6 piu di- 
sposto a credere alle apparenze o a quel che 
gli vien detto, a rimettersi al sense, a non pen- 
sare a differenza che possa esistere tra iinma- 
ginazione e realty piu nell'infanzia e nellagio- 
vinezza che neli*et& virile, cosl i popoli sono 
piu inchini alia leggenda nella loro infanzia che 
neireti matura. Vi e un' infanzia degll uomiui 
come delle nazioni, e in tal periodo le facolt& 
predominant i, quelle quasi sole in esercizio sono 
il sense e la fantasia , le quality piu esterne, 



— 14 — 

cjoi, e le piu impalsire. Ma. come siano Teoati 
gli anoi e con gli anoi resperieoza di molte 
cose o il contalto coo molU aomioi e con roolie 
nazioni, gli oni e le altro piii ci?ili, come tante 
disillosioni siano sopraTTonute nella lotia per 
r esisienza, e si sia imparato a conoscoro qaanto 
diyersa 6 la realti dairimmagioe, ^aXVidea^ al- 
lora sopraTTiene la diffidenza, il dabbio che le 
impression! forniteci dai sensi e dalla fantasia, 
dalle facolUt, cioe, che si limitano alTosame e- 
sterno delle cose e che prima ci aveyano escla- 
sivamenie gnidati, non siano io vere, ed innanzi 
ad esse si rist& esitanti : sopravtieno allora la 
riflessioce, la critica, la ragiono o, nel case no- 
stro, la Storia. 

Ma prima di quosto poriodo che cosa ha te- 
nnto il inogo della Storia ? La leggenda, certa- 
mente, come, prima deireti mainra, nel fan- 
ciullo la fiaba e il maraviglioso racconto delle 
fate han tenuto laogo degli studi sever! che 
r occuperanno fra pochi anni. So 6 vero tutto 
questo, 6 chiaro che il popolo italiano, al tempo 
in cui siamo , non solo non dovov^ piu crearo 
leggende, ma doveva ancho sorridere di quelle 
degli altri popoli, cho i saoi padri avovano ac- 
colto , non roai per6 con la cieca flducia degli 
altri. 

It popolo italiaoo Qra veccbio alia qiviltj^, 



I 



-i5~ 

perchd Don era che il popolo latino ; in Italia 
noD ci erano stati rinnovamenti di sangue, per- 
ch6 le invasion!, ancho quelle dimostratesi pin 
durevoli e stabili, non avevan portato tal con- 
tiogente di barbario da sopraffare ii carattere 
etoico della popolaziono indigena. So mistione 
vi fa di sanguo birbaro col latino, questo si 
assimil6 quelle, appunto come in Spagna, Fran- 
cia Inghilterra avvenne tutlo il contrario:si 
ebbe qui un innosto benefice e salutare, \k una 
completa trasfusiono di sangue, che per altri ri- 
spetti non torn6 meno benefica e salutare. Prosso 
i popoli, dunquo, che assorgevano a nueva vita, 
indizio doila quale fu anche Tas^umoredi nuovi 
nomi , roentre da do! re3t6 il vecchio nemo di 
Italia , fu posiibile la formaziono rigogliosa di 
leggende intorno ai lore eroi, ai loroguerrieri, 
mentre da noi tale formaziooe o mancb aflatto 
fu misera assai. 

S' iotende che fin qui abbiam parlato e in- 
tcndiamo parlare in seguito dollo sole leggende 
storiche o profane che dirsi voglia , non gi& 
dollo asceticho, nella formaziono delle quali 1*1- 
talia prende parte anch* essa. E la ragione di 
quosta esciusiono, fatta da noi, e in cib, che la 
natura delle leggende ascotiche ci par tanto di- 
vorsa da quolla dollo altro da non poterne faro 
no niodosimo discorso. Le leggende misticbe si 



- 16- 

possono formaro o accoglioro ancho da popoli 
maturi o civlli, porchd qui la lore causa non 6 
la ingenuity o la giovinezza dot popoli , ma il 
forvoro mistico. In quosto caso la fedo nou e 
naturalo, ma imposta, e air assurdo, alio straDO 
Tanimo del credonlo non si ribella come si ri- 
bollorebbo in aitri casi, giacchd a tutti 6 nolo 
U paradosso di Pietro Bayl , filosofo francoso, 
cho dicova: «Quanto pit! 6 assurdo il contonuto 
dolla fcdo , taato piti 6 moritorio ; in fatto di 
religiono ii voro non 6 tanto il razionale, o il 
soprarazionalo, quanto rantirazionalo»;o sonza 
andare al filosofo francese 6 ncto Taforisma teo- 
logico: Credo quia absurduro. Quando interviene, 
dunque, Tolomento mistico, 1' intorosse religio- 
so, inlerviene un coefflciente porturbatore nella 
formazione spontanea delle leggende, un coeffl- 
ciente di cui non dobbiamo tener conto noi e 
chi voglia studiare la formazione delle leggende 
profane. Certo questa esclusione non vuole es- 
sero assoluta, perch6 si potrebbo facilmente di- 
moslrare come nelle loggendo profane di Fran- 
cia, di Spagna e di altrove abbia parte non ul- 
tima Telemento religioso; ma io volevo parlare 
di quelle in cui esse sia o esclusivo o prepon- 
derante , non di quelle in cui esse cooperi in 
roaniera sccondaria o non prevalente insieme 
con altri elomenti. 



- i7~ 

Ritoraando indiotro , dunqoe , diciamo: Se 
nei sec. IX, X, XI e ancho XII il popolo ita- 
llano non era nol periodo di giovinozza io cui 
erano i popoli suoi vicioi, creator! di leggende; 
se mentre per I'Europa passava unsofflocaldo 
d*ontusiastno o di fervoro mistico e si parliva 
por lo Crociato, 11 popolo iialiano non si mosse, 
o si mosse per iscopi commercially che doveva 
essore nol sec. XIII e XIV quando ancho gii 
altri popoli avovano in gran parte acquistato il 
sontimento dolla realty? I Comuni italiani al- 
tera usciii dalle lotto por la liberty municipale 
si amministravano da se stossi e davano esempi 
di uomini di s^tato, quali sorviron di raodello poi 
a tutti gli altri popoli dolla modernity, e di 
quelle virtu pratiche dei popoli civili e rafS- 
nati, tanto vicine ai vizii o che conducono, co- 
me condussero Io nostre gloriose repubbliche, 
a cosi rapida docadenza. Appunto quosto fatto 
dulla docadenza cosl vicina al colmo della po- 
tenza e uno dogl' indizii piu sicuri della vecchiez- 
za del popolo italiano , che tali fonomeni non 
sono posslbili nogli organismi veramente gio- 
vani e sani, bonsi in quelli malalio vecchi. Chi 
coDsideri tutto questo non pu6 nomroeno la- 
sciarsi sfuggiro che lo stosso poriodo giovanile 
dol popolo italiano fu scarso di leggende. Quel 
periodo cade nei primi secoli di Romai giacchd 

3 



— 18 — 

gV Italian! non sono cho gli eredi diretti del La- 
tin!, la mitologia e la storia di Roma e dei po- 
poli italic! mostrano tale incapacity o svoglia- 
tozza, cho dir si voglia, a croaro loggende, tale 
tondcnza invece al sonso pralico, cho tutti gli 
sforzi del Niebhur e dei sue! seguaci non sono 
riuscili in ultima analisi se non a diroostrare 
una volta di piii V influonza esorcitata dal mondo 
e dalle idee greche su quelle Romano. 

Se non ostante tutto quosto, glltaliani molto 
loggende accolsero tra il X e il XI sec. dagli 
stranieri e le fecoro proprie ; se, promosse dal- 
rorgoglio cittadinesco , alcune no crearono in- 
torno alTorigino doMo proprie citti, o altre ne 
rannodarono agli avanzi , oramai divenuti ine- 
splicabili , degli antichi monumenti romani; se» 
accettandole dai Frances!, accolsero le loggende 
epiche del ciclo caloringio, rimaneggiandole, e 
magari alcune foggiandone a simiglianza di quel- 
le e legandole a memorie local!, a citt&, a di- 
nastie, ad avveniment! delio storie nostro , ma 
pur trasfondendole di uno spirito nuovo di scet- 
ticismo e d' ironia particolare al popolo nostro; 
se anche di loggende epiche nazionali ogni ve- 
stigio non manca , eve si pens! alio tradizioni 
suscitato dalle guerre franco- longobarde, o rian- 
Dodantisi al nome esecrato di Attila , benche 
nemmen quoste ebbero vita rigogliosa o vivace; 



— lo- 
se iDfloe anche il diavolo, che pure agritaliani 
Don sembrava ianto brutto quanto agli altri po- 
poli, tliode in certo raodo anche a loro briga, senza 
empirli perb di tanto immaginazioni o di tanti 
terror!; se, insomma, una lettaratura leggen- 
daria per quanto scarsa e rachittca ebbe anche 
r Italia, non & men vero per questo che essa, 
per molta parte costituita di olementi stranieri, 
dilegua dalla coscienza o dalla lettoratura ila- 
liana un bel pezzo prima che non da quella degli 
altri popoli d*Europa. Lo leggende (dice ii Graf) 
impallidiscono sul cielo d' Italia e tramontano 
quando in altri cieli sono aocora assai alte e 
brillano di prestigioso splendore. < Nol socolo 
« XIY. (continua il medosimo scritlore) so mol- 
€ te leggende sono ancor vive in Italia sono pur 
€ molti i segni dot loro afflevolirsi o del!a loro 

€ prossima spariziono ; 6 nata oramai la 

» Storia vera, e sebbene il Machiavelli o il 
€ Guicciardini sieno lontani ancora, pure si scor- 
« gone i segni di quelle spirito pratico e imla- 
« gatore che sar^ il loro spirito. A poco a poco 

< la Storia distoglie rocchio dal mondo di 1^ e 

< lo fissa sul mondo di qua e comincia a pene- 
« trare il sogreto dello umane vicondo o a di- 
€ scernore le forzo che le promuovono o a In- 

< tendere le leggi che le governano ». Si vode, 
dun<|ue, a priori quanto ci sia d' assurdo nel 



— 20 — 

dire che si fosse potuta formare sugli oltimi del 
sec. XIII primi del XIV una leggenda o sa di 
Ezzelioo, morto il 1260, e che di essa se ne sia 
fatto eco AlbertlDO MussatO , lo storico pado- 
vaoo. Ma noi non vogliamo trattar la questiooe 
solo cosl in generate e semplicemente da un 
punto di vista logico : si sa che chi s' abbandona 
troppo salla china della dialettica, vamoUofa* 
cilmente a floire nolle astrattezze della piu 
bella metaflsica e per guardar troppo alio stelle 
scivola poi nei fossati. Noi vogliamo aucho ve- 
dere un po' sporimentalmente, per dir cosi , a 
che si riduca questa benedetta leggenda. 

Tuito quelle che si 6 narrate interne alio 
immanissimo liranno riguarda o le sue cru- 
delt& inaudite, i supplizi escogitati, i tormenti 
perfezionati; o le voci che corrovano interne 
alia nascita, alia madre, al padre a volta a vol- 
ta demonio o cane; o la gigantesca sua statura, 
la forza, 1' invulnerability; o le donne per cul 
ebbe un capriccio; o le sue rolazioni con S. An- 
tonio da Padova. Un* ultima categoria di dicerie 
riguarda i presagi della morto di lui, o la tri- 
ste sorte deir anima sua, dannata a vagolar , 
orobra irrequieta, pei luogbi cho furon teatro 
delle sue barbarie, a custodia di favolosi tesori, 
nascosti gelosamente in tortuosi e intricati sot- 
terranei ed a sommo spavento di qjuanti o ab- 



— 21 — 

bian la cattiva abitudine di rincasar troppo tardi 
la sera e d* avventurarsi per luoghi sospetli, o 
di chi, spioto da cupidigia, vogiia mettersi alia 
ricerca delle maledette ricchezze. E' cosi che 
i contadini dol Padovano , del Bassanese o di 
quel dintorni 1' han voduto spesso aggirarsi in 
bianco leozuolo, o anche senza ieozuolo, ma coq 
la barba rossa e il muso di cane; o cosl che* 
spesso nel cuor della uoite 1* ban sontito dare in 
grida umane o inlatraticanioieagitar lecatene 
di cai 6 carico; e insieme con lui spesso si vi- 
dero gli spettri lugubri delle sue railievittima, 
uscenti talvolta anche sotto forma di fuochi dai 
seno della terra nolla valle che ep rosso Ro- 
mano. Obi fosse vago di queste e di mille altre 
flabe che fan capo al nome doll* odiato tiraano 
non avrebbo che da sfogliare i cronisti italiaiii 
di qael tempo o giu di li, raccolti dal Muratori 
nel Rerum llalicarum Scriptores, quali Oalva- 
neo delta Flamma, il Villani, Francesco PipU 
no, i Coriusi, Rolandino, il Cronichon Estense, 
I' Anonimi IlcUi Historiay Ouglielmo Ventura, 
Ricobatdo Ferrarese, il Monaco Patavino e 
tanti e tanti altri. Non manchi poi di faro un 
giro per i paesi che un tempo costituirono la 
Marca Trevigiana, dove avr& occasione di co- 
gliere sulla bocca del popolo le flabe che cor- 
l*ono intorno alle apparizioni di Ezzelino. E a 



— 22 — 

vOlersi anche risparmiar V una e Paltra fatica 
legga il libriccino di Ottono Brentari « E/.zeliQO 
nella moDte del popolo o Dolla poesia » e tro* 
vQvk il fatlo suo; che se poi ripugnasse , noD 
dico da questa spesicciola, ma da questa piccola 
e piacevolo fatica, si faccia ripelore o ricordi 
(di qualttoque citti d' Italia egli sia) qaollo che 
vi si dice iotorno ad ao personaggio qualanqae 
morto scompars) improvvisamente o tragica- 
mente, io nomea di ricco o di birbonc; vi ag- 
gianga quel po' che da se stesso pud irnraagi- 
nare essersi fantasticato su Ezzolino, guerriero 
e principe amJbizioso e crudele, e in poco o- 
dore di santildy e cosi , sonza essersi mosso da 
casa esposto a raflfreddori, seoza av^er speso 
un soldo aSaticata la vista, sapri tutto quanto 
la fantasia delle plebi del la Marca Trevigiana 
ha ioventato intorno all* im/na^i^^^mo ^/ranno. 
Ma torniamo all' argomeoto nostro o diciamo : 
Se davvero il iavorio fantastico intorno al ti- 
ranno si 6 limitato a quelle che rapidameute 
si 6 esposto, si pud dire in coscienza che tutto 
ci& costituisca una leggenda di Ezzelino ? A 
parte il fatto che molte di quelle Rabe sono 
creazioni posteriori o di molto al Mussato, con 
tutto quosto nemineno a<les3o. crodo, si potrob- 
be dire che esisla o e esistiia tale loggenli. Se 
la leggenda non ha origino dal capriccio e da 



QQ proposito falto, ma da quello stesso bisogoo 
da cui in tempi piu progrediti ha origioe U sto- 
ria, so ossa & la storia dei tompi men civili 
quando la scrittura o non 6 ancora cominciala 
o 6 monopolio di no numero ristretto di per- 
sono, so, in una parola, in un corto periodo di 
tompo per un certo numero di persone ossa 
dove adempiere alio fanzioni della sloi U , 6 
cbiaro che, come questa non esisterobbo \k ove 
non ci fossero che notizie staccato o monche 
intorno ad un medesimo personaggio, cosl non 
direroo che esista leggenda, ovo si sia ridotti 
a quosti soli elemonti. Chi vorrebbo dire sto- 
ria di Garibaldi, metliamo, il saporo che fu fl- 
glio di un tal Domenico, cho combatto a Gala- 
taOmi a Milazzo, cho ebba due mogli, che non 
era molto alto doUa porsona e che 6 seppellilo 
a Gaprera ? Qaesli (tutti no convorranno), sono 
bonsi elomenti storici, fattori sonza dei quali 
una storia di Garibaldi non si potrebbo couoe- 
piro; si potr& porflno assicuraro che quesli ed 
altri ancora son como i punii di articolaziono 
d* una storia similo, ma nossuno dir«\ cho essi , 
cosi, da soli, costituiscano una Storia di Gari- 
baldi. E non 6 lo stosso por Ezzelino ? Possono 
quolle notizio, non iroporta s3 storicho o no , 
costituire una storia di Ezzelino o qualcosa che 
arieggi a nna storiai una leggonda ? E si badi 



— 24 — 

che il paragODO scelto non 6 nemmeDO adeguato; 
che, so tutto quollo notizie su Garibaldi rimon- 
tano su per giu a un* unica epoca, le dicerio 
inveco su Ezzolino (sebbeno difflcilrnonto potrob- 
besi por ciascuna Gssare i* epoca delta sna ori- 
gino) cortaroonto si sdd vonuto formando la tuiti 
quosti uliimi sotte secoli, di mode che si pu5 
osscro sicuri che non iutte esistevano cento , 
dneconio, trecento anni fa e pochisslme, se non 
nossuna, ne esistevano un mezzo socolo dope ia 
sua inorte, al tempo, cioe, di Albertino Mus- 
sale. So, dunque, si volesse anche amraeltere 
che notizie cosi staccato e scarse possano per 
Garibaldi coslituiro una spocie di storia per 
quanto rudiraentalo o informe , si potri al piu 
dire, analogamente^ che tutte le favole sparse 
e diffuse flno ad oggi intorno ad Ezzolino costi- 
tuiscono una leggenda oggi^ ma non ai giomi 
di Albertino. Vorri forse qualcuno obbiettaro 
che noi facciarao quistione di grandezza, di mag- 
giore minoro sviluppo ? E sia pure ; ma, di 
grazia, che cosa si ha in natura tanto differente 
da un* altra, che non si possa ridurre a uniti 
e identiii con questa ? E in cho cos' altro con- 
siste la differenza tra gli esseri, le specie , le 
cose, se non nella diversity di sviluppo, di gran- 
dezza, di combinazione ? Non 6 in fondo acqua 
quelia che costituisco i mari, i laghi, i fiumi 



-26- 

piii mae&tosi come i piti umili ruscolli o i piu 
miseri pantani ? E chi nega che i rusoelii pos- 
sano diTentare fiumi, che i pantani possano ve- 
nire a trovarsi sul letto di uq fiuma e confon- 
dersi con esse ? Tatto ci& sari bene; ma fino a 
quando millo ruscelli, ingrossaii da piogge o da 
ne?i, confondcn !osi insieme, mescolando il yo- 
lome delie loro aequo, nonformino il corpo mae- 
stoso del flame, non 6 false o inesatto dire che 
il flume noQ esiste. Lo leggendo son veramente 
del flami, e il paragone d tanto felice che non 
so non ricordarne V autore, Pie Rajria. A leg- 
gere il libro classico deirillustre Professore , si 
comprende coropletamente qual cumulo di coef- 
flcienti occorra a doterminar la formazione di 
ana leggenda, degna del nome, e si vede a quale 
strano e mirabile sovrapporsi, penetrarsi, con- 
fondersi di strati storici, di idee disparate, di 
vero e di false esse dobbano la nascita e lo svi- 
lappo. 

In Italia son seropre mancati versanti ampi 
e volti in un' unica direzione, ampi bacini in cut 
potesse syolgersi maestoso 11 corse delle aequo 
da quel piovonti: in Italia mancarono sempre 
tradizioni nazionali,che interessassero tuttala pe- 
nisola, come mancaron popoli, che Toccupassero 
tatta. II terrene con la sua conformazione e le 
sue accideatalitjty determinando nette zooo geo* 

4 



— 26 — 

grafiche, indipcodenii tra di loro, fece si che 
Ti prendessero stanza indiyidui etnici diversi, 
indipendeDti, roa ristretti. In confini cosl angusti 
forse in tempi antichissimi potetiero anche na- 
scere e germogliare leggonde, ma presto peri- 
rono come per soffocazione. Quaudo Roma compl 
r unit& italiana, queir unitjt rassomigli6 all' e- 
quilibrio di mille forze tenute a freno e teo- 
denti tutte al centre di gravity, Roma^ perchd 
potesse chiamarsi vera unil&. Anche sotto il 
dominie romano lo spirito municipale, lo spirito, 
ciody d* indipendenza reciproca, benchd frenato, 
rest6 vivo; risorse gigante appena Tonuto mo- 
no quelle. Le leggende, che come quelle di At- 
tila, di Adelchi, di Desiderio accennarono a for- 
marsi, ben presto, in ambienti cosl ristretti, (1) 



(1) Ho detto in ambienti cosi ristretti; in fatti 
per noQ pariar di altri, i fatti di Attila e di Desi- 
derio, che pur sono di capitale importanza per la 
Storia degl' Italiani, interessarono forse diretta- 
mente altri che i popoli della valle padovana, e del- 
r Italia centrale tutt*al piii? Quando mai nella Sto- 
ria Italiana si trova un avvenimento che riguardi 
da vicino e direttameute ^perch^ indirettamente 
un* influenza sempre si trova: questione di sottiliz- 
zare!) tan to il Napoletano quanto la Lombardia, 
tanto Roma quanto Venezia ecc? — La mancanza 



— 27 — 

isterilirono e soccombettero, come rivo non ali- 
mentato da scoli di altre aequo, come pianta 
alle cui radici manchi il terrene: ne restano al 
soprayvenir d' Agosto poche tracce umide, qual- 
che soico, secchi sterpi. . 

Negli altri paesi, in Ispagna, inFrancia, in 
Germania, grand!, larghe estensioni di terre e 
aperto quasi da ogni lato; grand! o general! 
conqaiste, grandi invasioni, grand! tradiz!«>ni na- 
zionali, grandi ieggende. Si aggiunga a tutto 
questo (ripetiamo) che in Italia non mai manc6 
del tutto la luce della cultura e della civiltk ; 
impailidi qualche volta e piu, proprio ai tempi 
che corrispondono o al nascere di meschine Ieg- 
gende italiane, come quelle nominate, o al tra- 
piantarsi di Ieggende straniere^ ma non mai si 
spense del tutto. Quando poi tal luce era presso 
a brillare in tutto il suo splendore, alia yigilia 
del sec. XIV, in un territorio cosi ristretto co- 



di tradizioni nazionali general! spiega, se non giu- 
stifica, anche Tassenza o il debole affermarsi del 
sentimento unitario , il quale , bencb6 oggi abbia 
avuto completa esplicazione, serba pur sempre un 
non so che di artificioso , di fattizio e di super- 
ficiale , perch6 fondato quasi solo su ricordi di 
graudezza roo^ana. 



— 28 — 

mo quollo della Marca Trivigiana otutVal piu 
di quel tratto di paese comprendeote la Loin- 
bardia, il Veneto, il Tirolo, 1* Emilia superioro 
(chS oltre si larghi confini importanza effettiva, 
diretta, immediata, quella che del resto a noi 
importa considerare, Ezzelino non ebbe); quando 
d* altra parte si viveva in un tempo abitaato 
alle crudelt& piu atroci, si che quelle di Ezze- 
lino dovettero perouotere di stupore e di or- 
rore pid le menti dei posteri abbastanza lonta- 
ni che quelle dei cootemporanei o degli epigoni^ 
quale meraviglia se anche quegli scarsissimi 
principii d* una leggenda non potettero intrec- 
ciarsi, combinarsi, allargarsi fine a formarne 
una vera e propria leggenda, non che a tempo 
del Mussato, nemmeno dipoi nei secoli piu pro- 
grediti ? 

Mancauo, dunque, nel case nostro tutte le 
condizioni perch6 una leggenda nasca, viva, si 
sviluppi; e, se pur ve no sono degli elementi 
primordial!, essi son cosa cosf meschina e ordi- 
dinaria, che non so perchd si debba dire che 
quelli si riconnettono magari a una virtuale 
leggenda Ezzeliniana e non piuttosto ad una 
virtuale leggenda, a cui ogni mortale d& engi- 
ne, salve alcune lievi modificazioni varianti da 
paese a paese, da tempo a tempo. Chi non ri- 
conosoe, infatti,* i luoghi piu comqni della piu 



— 2d — 

iavecchiata fantasia popolare in qaella eoame- 
razione che abbiamo fatto (Todi p. 20) delle fa- 
vole difiase iotomo. ad fizzelioo I — Gome gik 
allora abbiamo notato, doTuoqae ci sia state no 
oomo aeomparao in modo siraoo o tremendo dalla 
scena della vita, o qaalcooo che abbia recato 
gran bene o gran male alia gente » il p<^li- 
no rlpeteri anche oggi che 6 possibilo incon- 
trarlo di notte alia tale era, in zspeiio triste o 
lieto, genio benefice o malefico, secondo la Tita 
ch'egli condnsae e i sentimenti che sascit6 nei 
conteicporanoi. Non cie laogod' Italia dore noa 
ci si fienta, come dicono i Tojcani, o dove iion si 
veda; e, sol perche nei paesi, che an tempo eo- 
stitnirono la Marca TriTigiana, si ?aol vedere 
e seniire lo spirito di Bsselino , come in altri 
Inoghi del mondo si vedri e si sestiri il Diavo- 
lo, lo spirito di Tisio o quelle di Sempronio , 
Torremo noi Todere in ci6 an late, o ana prova 
della leggenda speciale di Ezzelino? Avremmo, 
eoA^ diritto di yedore leggende ad ogni canto- 
nata e in ogni laogo oscnro« e personaggio leg- 
gendario direrrebbe anche il poyer* aomo , che 
r altrieri si batt6 a mare, o magari il cane ca- 
date da sd neir acqua, o buttatoTi da qaalche 

monellaccio 

Si potr4 dire per& che nei case nostro vi i 
bea altro che questi pregiadiziidi 9iriti ; die 



— 30 — 

vi 8000 lo voci mtorno ai tesori , intoroo alia 
statu ra, agli atti di valore, alle doone. So doq 
che queste dicerie, qaalora. provassero qualche 
cosa, noD dovrebbero farci dimenticare i^primo 
laogo che noo ^potevano esistere al tempo del 
Mussato, che alcune (specie qaellerispetto alia 
moglie) si dovettero alle invenzioni dei letterati 
in derca di begli effetti e di forti argomenti per 
le loro opere, in secondo che esse , finchd re- 
stano cosi in nno state frammentarlo e indipen- 
dente, non costituiscooo leggenda. Cosl i primi 
cronisti, quel I i contemporanei o di poco poste- 
riori al tiranno, son concordi nel dire che Ez- 
zelino era di statura mediocre e senza difetto 
corporate, che egli odiava le donne o almeno 
rlfuggiva dal loro amore. Nel la tradizione o- 
rale, in voce, egli diviene un mezzo gigante , 
iNTutto e deforme in vise, invulnerabile perflno 
alle palle di fucile (sic) e gli si afflbbiano delle 
avTentnre, non veramente galanti, non nltima 
quella con Caterina Cornaro , regina di Cipro » 
la bella prigioniera di Asolo (sic) , e nella tra* 
dizione prettamente letteraria lo si fa protago- 
nista di un* avventura abbastanza drammatica 
con tal Bianca De Rossi , di cui non si trova 
ceono nei primi cronisti. Questi due particolari 
della impenetrability alio palle di fucile e delle 
relazioni amoroso di Bzzelino coBGaterinaGoft-> 



-Si - 

naro, ove non risultasse abbastaoza chiaro da 
se, basterebbero a dimostrare luminosamente 
quello che ho asserito, che cioS buona parted! 
quelle fiabe sono di formazione artlQciale e di 
molto posteriori. Si narrano aocora di Ezzelino 
le piu spavontevoli crudelt^. Qui, por&, il pro- 
cesso d cosi na'urale e comune, che non v'6 
bisogno affatto di ricordare come il popolo tra- 
Tisi anche i fatti di cut sia state spettatore, li 
confonda, 1* ingrandisca o diroinuisca secondo i 
casj, ma sempre li esageri, tanto piu quando ab- 
bia un interesse particolare a farii apparire di- 
vers! da quel che sono in realty. Vorremo ve- 
dere proprio in questo ci& che costituisce una 
parte delta Icggend.i di Ezzelino? Quelle osa- 
gerazioni sono restate nella condizione di esa- 
gerazioni e nulla piu , senza dar motivi ad 
ulterior! sviluppi, ad altre fantasticherie, sen- 
za entrare a far parte di un corpo organico 
di dicerie , di favole Ezzeliniane. Vi i ma- 
gari il punto di partenza della leggenda , che 
anch' essa si forma dall* alterarsi delle dimen- 
sion!, ma la leggenda dov* if NS d' altra parte 
le esagerazioni sono ancora storicamente pro- 
late tali , e tuito induce a credere , almeno 
stando alle testiraonianze dei cronisticontempo- 
ranei (fatta anche la debita parte alio spirlto 
guelfo, da cui sono quasi tutti animati) che Delia 



— a* — 

fantasia del popolo grandi esagerazioni per que- 
sto lato Don ci furono. II Ferreto, Dsuite, Boc- 
caccio, Petrarca, tutti descriTono Azzolino come 
tiranno degno di stare alia pari con i piu effe- 
rati dell* antichit^, e qneste sono testimonianze 
in yeritjt aatorevoli e non sospette. 

Comanque, grandi esagerazioni al tempo 
del Mussato non polevano esser nate , nOn solo 
perchd per la grande vicinanza delle epoche 
esse sarebbero state facilraente smentite, lanto 
piu facilmente in qusuito Ezzelino, piu che una 
persona, rappresentava tntto nn partite, ma an- 
che perchd 1* esagerazione da una parte richie- 
de pel fatto da amplificare un certo margine 
che, purtroppo, Ezzelino non si prese cura di 
lasciar molto largo , e dall' altra essa suppone 
un certo stupore in chi se ne serve , stupore 
che , purtroppo, i tempi feroci, in cui Ezzelino 
visse, non giustificano affatto. (1) 



(1) Da Ottone Brentari (« Ezzelino nellamente 
del popolo e nella poesia p. 17 ») credo utile ripor- 
tare questa pagina intera per dare un' idea della fe- 
roce barbarie dei tempi. « Credo che non errerebbe 
chi affermasse che Ezzelino fu Tuomo il piu cru- 
dele d* un secolo crudelissirao : e per rammentare 
che secolo fosse quelle, basterli ricordare, per non 
pariare che di Guelfi, che combattevano colla croce 






Ghe altro resta di tante flabe che rigatr- 
dano Ezzelino? Le voci prodigiose iotoroo alia 
nascita, alia vita, alia morte di lui. Qaeate si 
che in gran parte, se non tutte, presero origlne 
nei tempi immediatamente posteriori ad Ezze- 
lino, sebbeno nemmeno esse ci par che trascor- 
rano 1 conflni cloll*ordinario lavorio fantastico, 
di cul sono oggetto tutti gli uomini notevoli. Si 
pensi, infatti, alia diffusionedellecredenze astro- 
logiche in quel tempi, in cui anche gli aomini 
piti illustri per saporo e ingegno vicrodevano; 
si ricordi che la madre di Ezzelino aveva col- 



sul petto, ed air ombra del vessillo del vicario dl 
Cristo , che era quello il secolo in cui Azzo VII 
d* Este, capo dei Guelfi, cavava gli occhi e tagliava 
il naso a quel Gerardo che gli aveva consegnato 
Monselice , e cosl conciato lo mandava al suo ne- 
mico Ezzelino : in cui lo stesso Azzo, preso il ca- 
stello della Fratta, corametteva le piu orrende cru- 
deltk sine sulle donne e sui fanciulli ; in cui fra 
Giovanni da Schio , nel 1233 , in ire giorni abbru- 
ciava vive a Verona sessanta persone, cheavevano 
h torto ed il coraggio di non pensarla come lui : il 
secolo iiel quale, in nome del Dio di pace e di per- 
dono, veniva benedetta la Crociata contro gli Albi- 
gesi, guidata da Simone di Monforte, quando si ara- 
mazzavano quanti si incontraTano , dicendo cinicii- 



-34- 

ti?a(o tale scieoza e cho ancho il figliuolo non 
oe areva sdegnato gli stndii e i consigli, e s' in- 
tonderi qaale potente e vigoroso impnlso do- 
veva da queste circostaoze venire al rormarsi 
di tali voci. Esse del restoporquel tempo eran 
delle piit comuni per chiuoque ; con la diffe- 
renza che, meotre dogli altri (noo di tutti perd) 
non se ne serl>& ricordo , trattaodosi di nomini 
oscuri, d'Ezzelino si raccolsero e si tramanda- 
rono roligiosamoDte noa foss' altro cha per dare 
il gusto ai solili propheti ex eventu, che aocbe 
a quel tempo noo avevao ad essore rari. 



mente che Iddio avrebbe poi saputo Cicegliere ibuoni 
dai cattivi; il secolo in cui i Crociati, che si avaa 
zavaDo canlando il VexilLa regis prodeunt , libe- 
rata Padova , la sacclieggiavano per otto gioroi 
strani liberatori, comraettendovi ogni genere dine- 
fanditft : era il secolo che vedeva la inrame came- 
ficina di S. Zenone, che abbiamo gik descritta. 

N6 raigliori dei Guelfi erano di certo i Ghibel- 

lini ! e basti dire che 1' Imperatore Federico II, per 

non parlare di allre sue imtnani crudeltJt, net 12^, 

quando Innocenzo IV predict con tro lui la Crociata, 

lelle mani, fa- 

oncroci sulla 

no al capo, e 



- 35 - 

Resta, se non ci lusinghiamo, uo puoto ancora 
da coDquistare, quello forso che costitaisce, come 
direbbesi io Francia il clou della leggeoda, quel- 
lo, a cQi forse di solito piu si mira , qaando si 
paria d' una leggenda Ezzeliniana, vogliam dire: 
/' origine diabolica di EzzeUno con le sue na- 
turali conseguenze. Qui mi pare che lacagio- 
ne principale delta favola sia lo spirito parti- 
giano gaelfo e roligioso, che anche per altri 
personaggi id queir epoca promosse favole si- 
mili, ad esempio intorno a Federico II pel quale 
r abate Qioacchino aveva predetto ad Enrico 
VI che la vecchia moglio Cosianza avrebbe 
partorito d' ud demonic un demooio. (1) Se 6 
cosl, se noQ abbiamo cioS nella favola una for- 
mazione spootaoea, ma imposta, invece , dalio 
spirito di parte, mi par che nemmeno qui si 
abbia il principle di una vera e propria leg- 
genda di Ezzelino. 

Alia generazione cui apparteneva il Mus- 
sato, venuta su nelT ultima met& del sec XIII, 
dope grandi lotte e grandi pericoli, fresca an- 
cora la memoria di questi, i vecchi racconta- 
yano le orrende stragi, che avevano visto , le 
Tittorie e le sconfitte, a cui preso parte , le 



(1) Otione Brentari (Op. Cit. p. 28-29) 



i 



^ 86 — 

congjuro vane contro il tiranoo, lo ribollioni 
teotaio e finite nelle torture e nel saogue cit- 
tadino. E a menli, cui cosi fanigliare era la 
rappresontazione deir oltre tomba, fatta sotto 
tutti gli aspetti, sotto tulte le forme che tatte 
le arti offriTano; fatta in tutti i momenti del la 
vita e nei luoghi piii diversi della citt&, sul sa- 
grato, Delia Ghiesa, nella piazza, sul ponte ; a 
iinmaginazioni popolate di visioni infernali , a 
uomini cosi abituati a sentir parlare di rapimenti 
estatici, di apparizioni terrificanti , di grazia 
divina e di tentazione diabolica, a quegli uomini 
insomma cui 1' idea di Dio e quella del Diavolo 
orano cosi comuni, da associarlo ad ogni atto , 
ad ogni avvenimenlo della vita, per quegli uo-* 
mini i grandi vizii e le grandi colpe non pote- 
yano essere se non frutto del maligno volere 
di Satana, alio stesso modo cbe le grandi virtti 
non si sapevano spiegar senza il manifesto in- 
torTonto della grazia di Dio. Chi pensi come 
questo concetto sia diffuso ancor oggi pelle no- 
stre plebi, e consider! d* altra parte il fervore 
mistico e la fedo tanto piii grande di quei tempi; 
chi consider i le tracce che di esse concetto re- 
stano nelle nostre maggiori opere letterarie , 
capir& quanto dovesse essere comune a quei 
tempi il credere un uomo virtuoso posseduto 
dallo spirito di Dio, come il corpo del pecca* 




— 37 — 

tore aibitato dallo spirito d' Inferno, dal Diavoio 
in persona. Tatti hanno ammirato 1* imniagina- 
zione di Dante che mette 1' anima di Bocca de« 
gli Abati neir Inferno, nientre il suo corpo in 
terra vive ancora guidato da un diavoio, e si 
sa adesso che quella stessa immaginazione e in 
un libro di leggende sacre d* uno scrlttore te- 
desco, da cui probabilmente Dante la prese. Se 
sfa no vero ci&, il certo S che r immagina- 
zione era abbastanza comune e che Dante ebbe 
il merito di saperne trar partite. Ora dal cre-^ 
dere un corpo umano abitato dal diavoio at 
crederlo concepito dal diavoio il passo, come si 
vede, d breve e per quel tempi cosl naturale, 
che il non trovarlo fatto, piuttosto che il tro- 
varlo, sarebbe strano e difficile a immaginare. 
Gontro Ezzelino fu fatta predicare dal papa la 
crociata, perchd i preti odiavano a morte il ti- 
ranno che li aveva spogliati del lore beni e fie- 
ramente perseguitati — Ora , si ammetta cha 
un predicatore, applicando al tiranno di Padova 
quelle che era gi^ state fatto per altri, avesse 
messo avanti r idea che egli fosse posseduto 
dal diavoio, fosse figlio del diavoio , anzi il 
diavoio in persona, ed ecco che le sue parole, 
prese alia lettera« rimaneggiate , trasformate, 
arricchite di particolari, diffuse largamente dat 
n^mici di £;zzelino, creano quella favola , che 



— 38 - 

sarebbe inesplicabile davvoro, ove non si te- 
nosse conto doll* olomento misiico e di tanti al- 
tri elementi della vita di quei tempi. 

Data quiodi la popolariti eladiffusione del- 
V idea di figliazioni o invasion! diabolicbo, dato 
il Goro odio guelfo cattolico, che in simil guisa 
si esercitava contro Ezzolino o contro ogni im- 
portante Gbib6l]ino,si vedo quanto porda aoche 
qal la pretesa leggenda di Ezzelino della sua 
importanza e delle sue individual! caratteristi- 
che. Si potr& dire che noi non dobbiaino andare 
a spiegare la genesi dogli elementi leggendari, 
che non deve interessarci il sapere so fu lo 
spirito partigiano o no che diede origine adal- 
cune favole, ma che son piuttosto le favole stos- 
se che importano a noi, in quanto concorrano 
a formar la loggenda. E sta bene; ma noi ri- 
spondiamo che & appunto questa o i principii di 
questa che non troviamo ; e che quanto alio 
spirito partigiano, come elemento generatore 
di leggende, noi no teniamo tanto conto, da af- 
ferroare che se, pur m ancando ogni altra condi 
zione favorevole alio sviluppo leggendario , il 
partite guelfo avesse trionfato definitivamente 
in Italia, forse anche da quegli inisii si sarebbe 
sviluppata una loggenda di Ezzelino. Imperoc- 
ch6 & vero che quel po* di essa, fomentato dal 
guelflsmOy non era osclusiyo del solo immanis* 



stmo tiranno, nia comuno a pareccbi ailri ghi- 
bellini e forse a tutti, grand! e piccini ; ma A 
pur Toro che come la neve, la qaale cadeodo 
dai cielo egualmente su tutli i punti di ana 
certa regione si ferma stabilmente o si eleva 
sugli alii cojuzzoli; cosl probabilmente la leg- 
genda diabolica si sarebbe formata sul nome di 
Ezzelino, di Federico e di qualche aliro gran- 
de del partite imperiale. Fine a quando per6 
le cose staranno cosl come sono, nessuno Yorvk 
negaro che una leggenda Ezzel'miana non d mai 
esistita, e tanto meno ai tempi di Albertioo 
Mussato; e cbe il layorio fantastico, fatto inter- 
ne ad Ezzeline, non eccede dai limiti proper - 
zionatamonte modesli di quollo cbe si suel fare 
intorno a qualunque personaggie. Cbe se alcu- 
no, voglioso piu di far questione di parole che 
di fatti, volesse ostinarsi a roantenere anche in 
questo case ii nome di leggenda, dovrjt ben ras- 
segnarsi a dare a questa paroia uu significato 
cosl aropio e generale da comprendervi qualun- 
que favola, fiaba o dicefia, per quanto mescbi* 
oa si possa immaginare, e non si dispiacerjt in 
tal case di esser chiamato anch' egli un perse- 
naggio loggendario. 



CAPITOL* II 

L* KseerlMl* a la storia di Padova 



SOMMARIO 

Coadiitoni di Padoea nel 1262 ( nascita di 
Alberlino ) — Rapida carriera c fortana del 
Mustato — suo amor dt patria — Perchi scris- 
ae I' Eceerintfl — Ideatitd delle conditioni di 
Padoea cot 1237 e nel 1314 — parlar di quei 
tempi pel Massato era parlar dei suoi tempi — 
Lo SQQpo politico delta tragedia pud solo rea- 
dare ragione di easa — Claesicismo del teatro 
tragico ilaliatio sino all' Alfieri — L Ecceri- 
■lls b m,onumento i&olato alle aoglie del Rina- 
Acimento — NeceaaitA del auo carattere atorico 
— storia rappreaentata ? — A che si ridaca lo 
elemanto teqgendario » T origine diabolica di 
Eiweltno o perchh fu accolta nella tragedia ~ 
allri elementi Icggendari — Eaame storico della 
tragedia riepetto ai tempi di Extelino — riapetto 
ai tempi del Massato. 



i passala pol 
ibile soguo, al 
la vita reals' 



-A- 

pih se ne apprezza jl beneflcio, ove sia di versa 
dai logubri fantasmi veduti nella febbro o oel 
deiirio. Morto il iiranno not 1250 (l)e riacqui- 
stata « a prezzo di sforzi ioauditi , di lotto , di 
sangae , la liberty cosl miseramente perduta 
ventidue anni prima » non si torni certamonte 
alia vita spensierata o allegra del tempo in cai 
la Marca ayea avuto il nome di giatosa e di 
amorosa^ (2) non si videro bensi piii le splendide 
cavalcate e gli aristocratici convogni di ana 
volta, ma si cerc6 per compenso di provvedere 
con leggi e savie riforme al mantenimento di 
qaella liberUt, di cui oramai si sentiva tutto il 



(1) Padova si era sottratta al domlDio di Bzze- 
lino nel 1259, sebbene il tiranno continuasse a vi- 
vere e a guerreggiare finch^ trov6 la morte a Son- 
cino il 1260. 

(2) Giovanni di Nono o di Naone (Liber de ge- 
neratione aliquorum civium urbis Paduae tam nobi- 
Hum quam ignobilium) < I Padovani tenevano con- 
tinuatamente bella famiglia, buoni cavalll ed armi. 
In certi giorni soleoni, compagnie di nobili giovani 
padovani richiedevano talora ai nobili di raccogliersi 
a convegno colle loro donne ; n^ alcun valente cit- 
tadino negava loro tal cosa. E nel giorno di quest! 
conviti cosl ordinati, questi nobili giovani erano at- 
torno alle loro donne per servirle. E» dopo averU 

f 



J 



t>regio e I' importanza. (1) Ammaestrati dalla do- 
lorosa esperienza, si ricercarono le cause, che 
avevan sottomesso la libera repubblica pado- 
vana ai dure giogo Ezzeliniano , e si escogita- 
rono i prowedimenti pid atti a infrenareil pre- 
potere dei raagislrati, le ambizioni dei nobili, la 
corruttela ecclesiastica, oppure si cerc& di di- 
struggere i fanesti effetii coll* allargare la par- 
tecipazione dei cittadini colli e capaci al governo 
dolla co^a pubblica. Era un fervore ardente di 
liberty, tenuto desto dal ricordo pur troppo re- 
cente dei mali passati ; una gara fra i cittadini 
per riparare alle antiche coipe, e un desiderio 
di non piii ricadervi cosl sincere che Padova fa 



servite o al pranzo o alia cena, andavano alia casa 
di una di loro a pranzare o a cenare» come gia prima 
si erano accordati. Finite di mangiare andavano a 
danzare con esse o ad esercitarsi nell* armi. Anche 
i nobili padovani tenevano bellissime corti nolle loro 
ville, nolle quali avevano giurisdizione. Avresti, nei 
dl di festa, trovato pei campi vicini a Padova due* 
cento o trecento giovani intenti ad esercizii caval- 
lereschi. E per l* amenitk dei luoghi che essi posse- 
devano e possiedono, si chiam6 Marca « gioiosa ed 
amorosa. » 

(1) V. Minoja (Delia vita e deile opere di A. Mus- 
sato, cap. Ill p. 12-13 ss. 



'ii. 



— 43 — 

la prima dopo le citt& doll* Umbria , ad acco< 
giiere fra le sue mura quelle turbe fanatiche 
di fiaggellanti o disciplinatit che, mezzo nudi, 
di Dotte e di giorno, di veroo e di state, misti 
uomini e donoe, fanciulli e vecchi, andavan per 

lo vie tra i pianti , le preghiere e le vio- 

iente, sanguioose batliture, coDfessando i propril 
peccati, riconoscendo la giustezza delle pene e 
dei flagelli che Dio mandava, o invocando per- 
done ad alte grida. cho, dunque, si rivelasse 
lol campo pratico , con le savie disposizioni le- 
gislative, o che, facendo risonar per lo vie della 
citt& la cantio paenitentium lugubris, si espli- 
casse negli ardori di un misticismo intenso ma 
effimeroi profondo era r abborrimento nei Pa- 
doTani pel passato e per le cause che 1* avevau 
prodotto, sincere il pontimento delle colpe, vi- 
yamente sentito il bisogno e affermato il pro- 
posito di evitare i funesti errori, di cui si era 
Fatto scala Ezzelino per giungero alia siguoria. 
Fra propositi e pentimonti cosl fatti vedeva 
la luce in Padova due (1) anni dopo la strage di 
S. Zenone (spaventoso epilogo di lunga trage- 
dia) Albertino Mussato^ il quale Un da bambino, 



(1) Novati (Glorna)e storico della Lett. Ital. Vo« 
lume 60). 



- 44 - 

flgliuolo d* un umile impiegato del cornuDe, (1) 
sacchiava col laile quel sontimenti che proprio 
allora erano piu fervid! che mat , e cho dove- 
TaDo poi iDforroare tuita 1* opera sua di citta- 
dioo e di letterato. Orfano, In eik ancor lonora, 
gettato Delia lotto dolla vita con Tobbligo di 
affrontarle per sd o per i saoi, ne prov& tutte 
le amarezze e i dolori, ne esperimenti tutte le 
difflcoIt&, che si fanno incontro nel moodo a chi, 
nascendo, non trovi le vie spianato e aperte 
dalla poteoza di un avlto patrimonio o almeno 
dal prestigio di un nome illustre. Ma, come a 
prezzo di studio , di fatiche , di sforzi di ognt 
maniera , un giusto promio venne a coronar 
I'opera sua iaboriosa; come ebbe tra i concitta* 
dini fama ed onori, dove sentirsi dal buon suc- 
cesso ringagliardito Tamore alle libere istitu- 
zioniy tra cui era cresciuto, e insieme 1* aborai- 
nio della servitu di cui i racconti dei suoi vecchi 
6 lo letture degli antichi scrittori gli avevano 
insegnato gli orrori. Ho detto dal buon successo, 
giacchd niente d plu caro delPagiatezza conqui- 
stata col proprio lavoroedel luogo dove la con* 
seguimmo, e tanto piu quando esse d la propria 



{%) NoTati -^ L ot 




— 45 — 

patria, la quale (a patio di non ossere vuota pa- 
rola, straziata e profanata da ambiziosi poUtlcaD- 
ti) non pu6 amarsi veramente e fortemente se non 
da chi non r abbia matrigna. QaandoiiIuogo,ove 
nostra madre ci diede alia vita , gi& caro per 
questo solo fatto alTanimo nostro, non soffocht 
distrugga i desiderii piu giusti, gli affetti piu 
cari di un uomo buono, ma anzi, nei limiti del- 
rinteresse comune, cerca di soddisfarli, di quan* 
to non si fortifica in noi Taniore naturale e in- 
nato alia terra natia , si che poi esso resista 
saldo agii assalti dello scetticismo, e anche uui 
momenti di sconforto e d* amarezza contro i no- 
stri concittadioi ci ricordi con voce sommessa i 
beneficii^di cui andiamo debitori alle istituzioni 
nazionali, ci fughi dall'animo rindifferenza iu 
sal nascere e ci faccia capaci doi piu grandi 
sacriflci ? Percb6, 6 tanto vero che il cittadino, 
il quale ha trovato nel proprio paese, quasi 
come suo fatale patrimonio Tignoranza e 1* ab- 
brutimento, il contrasto di ogni suo piu innocuo 
giusto desiderio , e (Dio non voglia !) la mi- 
seria, la fame, lo scherno dope una vita di su- 
dori, e tanto naturale, dice, che questo citta- 
dino abbandoni disgustato la sua terra per cer* 
carne altre mono avare, quanto 6 naturale che 
chi ha yeduto seguire alia fatica il premio, ne 



— 46 — 

attribuisca quasi iutto il merito alia patria (1) 
e alio istitazioDi in cui essa si regge, e teaace- 
mcuite si affezioni air una e alio altro. 

E* questo appunto cho avvenno al Mussato, 
Delia cui vita ed opera leiteraria l' amore delia 
patria e della liberty si rivela cosi forte , che 
ail*uoa 6 airaltra sacrifica spesso lo simpatie 
e i risentimenti di uomo di partito. A questo si 
deve se egli or 6 guelfo , or (2) e ghibellioo , 
percbe d soprattutto padovauo e repubblicano; 
iaonde si accosta aU'imperatore o combatte cod- 
tro Can Orande, secoodo che gli sembra essere 
la salute della patria, o secoudo che la patria 
abbia deliberate oeile sue assemblee ; e grau 
magoaDimit^ fu certo la sua, allorchS , propu- 
gnaodo egli il partito della pace , ma prevalso 
quelle della guerra, si diede a prepararia e vi 
partecip6 cod zelo di uomo, cui Dulla & piii caro 
del proprio paese. Fu quest' iudomito amore 
che lo iodusse a scrivere V Eccerinis e a pub- 
blicarla, Del 1314, meDtre Can Grande e la sua 



(1) Mussato (Epistola I, versi 1, 4, 15, 18, 23, 24 
e passim). 

(2) Mussato (Epistola JI v§rso 34) |f ni|DC Qelfus, 

wmo Giboleugus ero), 



-It- 



^' 



signoria sovrastavano ai padovani. (1) Dal 1250 
(morte di Ezzelino), anzi dal 1257 (liberazione di 
Padova) eraDO passati molti anoi ; 1* uliima ge- 
nerazione di quelli^che avevano assistitoal me- 
morabile aTvenimento^ era in gran parte spa- 
rita ; le ferite avoTano avato tempo di rlmar- 
ginarsi, il granie assalto fatto cUla regione ri- 
maneva memoria consegnata nelle croonche , o 
iosieme coi ricordi deli'esecrato tiranno impal- 
lidivano i ricordi dei propositi fatti, delle virtd 
necessarie a impedire una naova rovina. La 
Concordia e la pace sparite , risorte le fazioni, 
ringagliardite le passioni e 1* incostanza delta 
folia precipitosa alle deliberazioni, inchine a se- 
gaire il prime impulse e ripugnante dalle di- 
scassioni con gli uomiui pid saggi, (2) rideste le 
gare ambiziose doi nobili o lo lore male arti, fo- 
roentalrici di tamuiti e di liti, rinnovato il guer- 
reggiare delle fazioni dei guelfi e ghibellini gi& 
fin da prima che morisse Enrico VII ^ venuto 
col programma di mottervi termine una buona 
volta. Tutto questo, poi, mentre interne interne 
alia citti i comuni yiciui erano gi& caduti aotto 



(1) Zardo (Rivista St. it. — Vol. VI) — Minoja 
(op. cit. « passim ») 

(2) Minoja (op. cit. a p. 112, 114, 121, 122). 



-48- 

il giogo di signorotti ambiziosi e guardanti con 
occhio cupido a Padova, o mentre Vicenza, id- 
tollerante della signoria padovana, aveva aperto 
le porta a Can Grande^ offrendo cosi buon pre- 
testo alio Scaligero di piombare un giorno o 
Taltro sa Padova.che non sapeva rassegoarsi 
alia perdita di quella citt&. 

Ud simile stato di cose non doveva tardare 
a riprodurre quelle conseguenze, che quasi un 
secolo prima avevan date il domiaio di Padova 
a Ezzelino. Padova, infatti, n quel giorni, mes- 
sa al bando dall' impero, mentre il sue nemico 
naturale veniva create vicario imperiale, ripru* 
duceva con meravigliosa esattezza la situazione 
della citti ottant* anni prima, allorchd Federico 
II le faceva guerra, ed Ezzelino III. era sotto 
le mura. I tumulti suscitati dall' ambizione delle 
famiglie Agolanii e Alticlini e Carrara riu- 
scirono a dar la supremazia della citt& a que- 
st* ultima, che fini poi col divenirne signora e ce- 
derla alio Scaligero, come gi^ ottant' anni pri- 
ma i Padovani, affidatisi alia famiglia d* Esle^ 
n'erano stati traditi e consegnati ad Ezzelino. 
II terrore e le sgoroento, da cui furon presi i 
Padovani, dope la sconfitta di Vicenza, richia- 
mavano insistentemente alia memoria e all' im- 
maginazione momenti simili a quelli passati, 
quando Ezzelino era por impadronirsi della citt&, 



grazie ai segreti manegggi con Azzo d' Bste e 
i sedici anziani di Padova. U pauroso fantasma 
delta servitii, dimenticato un poco nel benessere, 
causato dalle provvide leggi, si ripresentava ora 
alio moQti di tutti piii mioaccioso o terribile che 
mai; in tutti ora Tincabo che la taato temata 
servitu si cambiasso ben presto in dura realt&, 
tanto piu che il sospetto del tradimeato era ia 
tutti, dacchd nel Luglio del 1315 si era sco- 
porta una congiura di pochi cittadini, intesa a 
dar Padova in maoo alto SccUigevo. Q\i animi 
anche men viti erano in preda alio scoraggia- 
mento dinanzi a quetta che sembrava una ine- 
sorabite fatality, quand* ecco si leva uoa voce 
virile, e, adombrando sotto i tetri cotori delta 
figura di Ezzeliao V immioente nuovo tiranno, 
facendo rivivero col magistero deli' arte quei 
giorni di lutto e di dolore, mostra in tutta la 
sua bruttozza gli orrori di una vita da schlavi, 
mentre indica i rimediiper scongiurare il peri- 
coto gi& tanto vicino. Perch6 io credo la trage* 
dia del Mussato piuttosto opera del cittadino che 
del lotterato; credo che sia un altro dei servigi 
rest dal poeta alia patria, per la cui liberty e 
grandezza si e adoperato neirassemblee delco- 
mune, nolle ambascerie, sui campidi battaglia. 
E* percid il tentative di chi ha tuttora fidacia 
nei destini del proprio paese, e non sa ancora 

7 



rassognarsi a crederlo taoto caduto in basso, e 
vaole allontaDarne 1' dstremo poricolo, quello 
pib tomnto da uo sincoro repubblicano d' allora , 
la perdita della libert& municipalo. La tragedia 
cootieae implicfta la speraoza che lo virtd cit- 
tadiae, dimenticate o speoto, baa presto risor- 
gaoo; tihe la concordia di lutte lo class! faccia 
argino al poricolo cho la loro discordia aveva 
luscitato; che almeno alia sua voce gli aDimi, 
iddormentati, si riscaotaoo e toraino momori 
lei dovere, come al suodo dolla tromba guor- 
■eaca 11 sold&to, stacco, sente gli spirit! rioga- 
[liardirsi. La tragedia fu, duoque, frntto d' ud 
ilto disegoo politico, che Don solo attesta in Al- 
lertino 1* ardente amor patrio, ma ADcbo il 
:oDcetto elevato, ch'egli si era fatto della let- 
eratura e dell' ufficio di questa, come educa- 
Tice dogli animi ed elemento di ciTilt&, meatre 
iDCora, iiidirettamente, i docameato delta pro- 
[redita coltara e dei gastilettorarii di Padova, 
n quanto che le lettere non hanno nessuna ef- 
icacia civile ae dod dove siano diffuse ed amate. 
luesta alta stima dalla letteratura darebbe gi& 
la sola diritto al Muasato di aver posto nol Ri- 
lascimento, tanto piu cha ai suoi giorni ancora 
ion era dileguato dalle coscienze il disprezzo 
>er ogni altra scienza diveraa dalla dirina; ed 



AlbertiDO appunto ebbe a difenderd (1) i dirilti 
6 la digoiti della Poesia diDanzi alle invadeoti 
pretension! della Teologia, sontenute da frate 
Oiovannino chepredicava allora inPadova. Chi 
badi, dunqne, alio scope politico, propostosi evi- 
dentemente da Albertino nollo scriver la trage- 
dia, poivk anche intendere, per dircosi, la ra- 
gione storica della medesima. (2) Dal Mussato 
stesso sappiamo che egli aveva, fanciuUo, slu- 
diato le tragedie di Seneca, il poota caro a tutto 
il Medio-Evo o anche ai tragici italiani anterior! 
air Alfleri. Ora, se si pensa che quest!, in gene- 
rale, trattarono gli stessi argomenti del poeta 
latino oppure altri tolti dalla Storia e dalla Mi- 
tologia antica; o se anche ricorsero alia storia 
post-romana, scolsero fatti che ai prim! si ras- 
somigliassero nella loro terribilit& e li modella- 
rono su di essi, avremo ragione di ntupire del 
Massato. Da lui, infatti, legato alia tradizione 
classica, assai piu strettamente che non fossero, 
di necessity, i letterati del XTI, ci sarebbe, in- 
vero, da aspettarsi an Edipo, uo Tieste o ma- 



ll) Vedi Epistola XVIII di AI. Mussato nel libro 
intitolato < Historia Augusta Ilonrici VII Caesaris 
et alia, quae extant opera. » 

(2) Sipistoja. I-da v. 77 » v. 86| 



gari uD Nerone, (1) ma non mai una tragedia 
di argomento storico coDtemporaneo. Chi pel 
primo attribul al Mussato 1' Achilleis doo disse, 
da UQ punto di vista logico e critico» cosa af- 
fatto assarda, considorato r indiriszo e le ten- 
denze, che addimostr6 poi la tragedia italiana. 
Vorrei anzi dire che, se deila vita e dell' ope- 
resits lettoraria di Albertino non sapessimo altro 
se non che avrebbe scriito una delle due tra- 
gedie, Ecccrinis ed Achilleis, e mancassimo an- 
che del sussidio di confrontare ciascuna di esse 
con le altro sue opero latine per decidere la 
quistione, se, insomroa, fossimo ridotti a fare un 
puro calcolo di probability sugli argomenti delle 
due opere, certo ci parrebbe piii probabtle che 
1' Achilleis fosse stata scritta dal Mussato e 
V Eccerinis rimontasse a tempi a lui posteriori. 
Soltanto tenendo present! le condizioni politic' 
che dolla repubblica padovana a qaei giorni e i 
sentiment! di Albertino, si pu& iotendere quella 
tragedia, che sorgo monuraento isdlato alio so- 
glie del Rinasciraento, tanto si scosta dagli ideal! 
letterarii, cheallora e di poi prevalsero. Men- 
tre le sacre rappresentazioni attiravano Y at- 



(1) Ai tempi del Mussato si credeva ancora che 
r Ottavia fosse aHeh*«ssa di Seoeoa^ 



— 88 — 

tenzione dei volghi, egli toglie a soggetto uq 
argomento profano e lo veste di forma latioa; 
stadioso poi e ammiratore di Seneca, svolge un 
fatto della vita con tempo ranea, mentro an se- 
coio piu tardi nelle splendide corti dei principi 
italiani si riprodorranno icapolavori delTeatro 
Latino, oppure opere su quelli condotte dai no- 
stri letterati. Una tragedia, composta o scritta 
con criterii simili a quelli del Mussato, non po- 
te?a non assumere caratteri o flsonomia pro- 
pria, e, prevalente, quello della storicit^; giac- 
che ben iscarso ammaeslramento a?rebbe egli 
date alia folia, ove avesse inventati, ingranditi, 
esagerati fatti cosl vicini e noti a tutti. 

La tragedia riusci, quindi, una breve storia 
pootica e dialogata, in modo da essere atta aiUa 
rappresentazione ; nd alcuno si meravigli di 
questa confusione o invasione di conQni tra ge- 
Dore e genere letterario. II Mussato stesso, pre- 
gato dal Collegio dei Notai , aveva scritto in 
un poema di tre libri la storia deirassedio di 
Padova; e nd lui , ne altri^che nel Medio-Evo 
ci lasciarono storie verseggiate, pensarono me- 
nomamente che i necessari infingimenti poetici 
e la maggior cura della forma in un lavoro poe- 
tico potessero in qualche modo essere a scapito 
della verity e della fedelt&, a cui T opera delio 
^^rico vttol essere informata. Questa oonfusioqe 



-S4~ 

di g«neri letlerar! fa comunJsaima nel Medto- 
Eto ; e baslerebbo, per coDTincerseDe uoa volta 
per sempro, ricordare il signiBcalo chohan p6r 
Danta la parola Tragedia o Commedia, e in oor- 
I'ispondoDza sUle Iragico o stile comico. 

Del raslo rinvasiono reciproca dei vari do> 
mini letlerai'i aveva radici ben profonde, in 
quanto rimonlaTa ai tempi di Saaeca stesso. (1) 
Come poi (ale confusione non doveva croscere 
m nn' e(&, come il Medio-Evo, di )etargo per 
la letteratora latioa o classica in geoerale, le- 
targo, da cui le opere del MusecUo, dol Ferre- 
to, del Lovalo e degli altri che illustraTaa la 
bcuola padovaoa, erano appena i primi sogol di 
riseuotlDieDto ? 

Bane accolsa ooUa sua opera Albartino la fa- 
rola roolto difTusa deH'origioe diabolJcadjEzEe- 
liao, sulla quale srolg) quasi tutto iiprimoatto. 
Ma quella favola, oltro a trorarsi d' accordo 
cot seotimento popolara e con la coDviDzieoe , 
spoDtaaeamente o artificialmeota radicatasi Del 



|1) Plinio il Giovane. in una lettera. ineorsg- 
giavs un siio ainico a scrivere un poema epico sul 
goiiere dell'Odissea e deU'lliadc, in cui si narras- 
sero i casi dslla guerra DacJca, cbe proprio in <\nei 
^iorni Ti^iaDO copbattsv^. 



-« W -»^ 

popolo» oltre ad esse re feconda per il letterato 
di forti immagiaazioni, delle migliori, forse, della 
sua opei*a, perchd gli diede gi& quasi bella e 
formata la colossale flgura di Ezzelioo, aveva 
anche non poco valore rispetto alio scope civile 
e morale eh' egli si proponeva. Che se le male 
arti di Ezzelino, nooostante gli aiati pateroi e 
infernali, dope aver trionfato per alcan tempo, 
furono yinte dalle virtd rianite delle cittjt, da 
lai oppresse ed offese, e dalla concordia doi cit- 
tadini, quale effetto benefice non si aveva il di- 
ritto di aspettare da quelle medesime virtii, da 
quella medesima concordia con un nemico , se 
tanto simile ad Ezzelino nolle condizioni stori- 
choy pur tanto minore di lui e nell' animo e 
noi mezzi e nella estimazione generate; centre 
UQ Can Grande, uomo e figlio di uomo come 
tutti gli altri ? Ohe egli facesse posto nella tra- 
gedia alia credenza popolare solo per intendi- 
menti artistic! e morali» pu6 ossere anche atte- 
stato da un fatto. Nell* epistola a Oiambono(l) 
b svolta esplicitamente una giustificazione del- 
r opera di Ezzelino, la quale fa capoiino anche 
nella Tragedia (att. Ill see. 1) e che forse a 
quel tempo era gi& nell' animo di molti. II fe- 



(1) Mussato — Epistola V. 



rocissimo tiranno, considerate come vtndew non 
piu come auclor scelerum^ dice nell* Eccerinis 
€ Delicta poscunt gentium uUrices manM > ; 
e cosi il poeta, per bocca di Ezzelioo, d& una 
nuova sferzata ai suoi contemporanei , ammo- 
noDdoli che la causa di tutte lo svoDture o an- 
che doll* incrudelire di Ezzolino dovesse ricer- 
cars! nolle colpe dei cittadini discordi e turbo- 
leoti, i quail, dope a?er prodotto la perdita 
della liberty, con la lore condotta iaconstante, 
coi lore tradimenti, con le mire ambiziose, aiz- 
zarono Ezzelino alio crudeltjt e alio stragi. E 
potrebbe anche essere che 1' elemento leggen* 
dario della nascita di Ezzelino stia nella trage- 
dia per effetio di ricordi e di lavori giovanili 
del Mussato. Sicco PolentonCy infatti, tessendo 
una breve biografia del Mussato, ricorda (1) co- 
me dalle Yoci accreditate fra i popoli della Mar- 
ca Ezzelino ed Alberico fossero deiti figli di Plu- 
tone; onde, soggiunge, pcelce materia tUriusque 
Qperis scribendi orta est. L' una di quest e due 
opere 6 la tragedia tanto nota, r altra sarebbe 
un libro anche in poesia, a quanto paro, in cui 
Eccerino sarebbe immaginato flglio di Plutone 



(1) Sicco Polentone (De scriptoribus illustribus) 
nella vita del Mussato. 



-87- 

e di Proserpina. Or se, data Tesattezza abituale 
del Polentone, dobbiamo ammettere come vera 
qaosta notizia, il secoodo lavoro sa Ezzelino 
Don si pu6 credere posteriore al prime, perchi 
il sovrabbondare deirelemento favoloso e mito- 
iogico (tesiiinoniato dal solo accenno a Plalono 
e Proserpina) mal si spiegherebbe da una parte 
con lo svilnpparsi dell' attitudine storicocritica 
del Mas^ato, che era giunto a vedere in Ezzelino 
nn vendicatore di delitti, coll* accentaarsi delle 
sue simpatie verso l* impero, e con qael ride- 
starsi dei saoi sentimenti mistici, di cut furon 
frutto le meditazioni e i soliloqui degli uUimi 
suoi anni. 

Nalla di pin conveniento, al contrario, che 
d' immaginare il poema scritto negli anni gio- 
vanili, fresca ancora la memoria e la fantasia 
e^ lo studio dei libri classic!; schiottamente guel- 
fo ancora di parte, e percid piu disposto a cre- 
dere vere quante dicerie Todio dei preti e de- 
gli oppressi aveva^ sparse sn Ezzelino, piii fa- 
cile anche ad accoglierle perchd esse nella lore 
caratteristica terribilit& gli offrivano buon par- 
tite a invenzioni e a tirate sul genere d! quelle 
che son cosi frequent! in Seneca. Gon tali ri- 
cordi letterarii qual meraviglia se il demonic 
delta pubblica opinione divenisse sotto la penna 



$ 



— 88 — 

del trascrittore di classic! Plulone 6 Cerbero(l) 
6 la femmina, che giacque coo lai, assamesse i 
linoamenti e il nome dl Proserpina ? Or chi sa 
quanto sian forti le impressioni giovanili» qaanto 
torn! caro il ricordarle e il risascitarle, potr& 
agovolmente immaginaro cho il poeta, maturo 
di anoiy volendo richiamare i cittadini aireser- 
cizio di qaelle virtu, che sole assicurano la li- 
bertjt, abbia ripreso il lavoro giovaaile, e, da- 
togli maggior contenato e atteggiamento storico 
(come per accrescergli efflcacia) r abbia rifoso 
nella tragedia a noi pervenata; la qaale percid 
destinata ad un alto scope civile, e non a yaoto 
sfogodi vanity letteraria, avrebbe perdato quasi 
totalmente il carattere mitologico origioario. 
Cos! Albertino di suUe labbra del popolo colse 
e tolse a prestito quella tetraggine di colori , 
quella esageraziooe di tiate, che era natarale 
aspettarsi a proposito di un flglio del demonio 
e che si accordava tan to bene con 1' indole e 
gli scopi del sue lavoro. I proponimenti, mani- 
festati a sangue freddo, di crudelt& lungainente 
premeditate, e come suggerite dal genio male- 
flco, di cui Ezzelino si voleva flglio; il ricordo 



(1) Sicco Polentone Op. cit. « libro altero Ec- 
cerinum natum Proserpina et Plutone finxit ». 



che il tiranno, sol punto d* esser preso a Cas- 
^ano, ayrebbo fatto delta predizione maternafl), 
la gravidanza (2) di dieci mesi, Paccordo fatto tra 
i fratelli di flogersi nemici (3), e, con questi, qual- 
chealtro particolare son tutti toiti dalle dicerie 
del volgo; ma^ benchd per alcuni di essi si e 
ancor luogi dal dimostrare il lore carattere 
fantastico (4), nondlmeno, anche accettati tutti 
per ioventati, son cosi pochi da non cambiare 
la Osonomia gonerale delta tragedia, quella ciod 
di lavoro storico. Oiacchd, all* infuori di qoesti 
casi, il Mussato si ditnostra storico tanto esatto 
o verace nell' Eccerinis qaanto quasi nella Sto- 
ria Augusta, nd rivela talvotta in quella minor 
miouzia di pariico!ari che in questa (5). 

Nel I.^ atto, quasi a rispondere, alia ter* 



(1) At. Ill — Sc. I 

(2) At. I — Sc. I e 11 

(3) At. Ill — Sc. I 

(4) Per esempio 1* inimicizia dei due fratetti, e 
il caso non rare delta gravidanza di 10 mesi. 

(5) Si guardl per esempio nel libro VI, 13 delta 
Storia Augusta con quanta esattezza e precisione 
calcola le forze militari dei padovani, secondo te 
diverse armi, come si direbbe oggi ; Caoalleria , 
guasiatori a cacallo, scudieri, pedonif m^rGenari 
eco. 



nbile invocazione, da EzzeHno rivolta al padro, 
il Coro gi& avvorte an tumulto, an ribollir di 
passioni, un ridestarsi e un improvviso divam- 
par dt odii, di ambizioni, d* invidia. Non si pud 
davvoro immaginare una descrizione piu ?eri- 
dica di quelia che fa il Coro iatorno alio con- 
diziooi della Marca TrMgiana, e di Pado?a 
specialmonte, (1) quaodo Ezzelino ordiva sempre 
naovi complotti per piombaro salla fiorente re- 
pubblica, fomentando abilmente ie dissenzioni 
fra i nobili, giovaodosi delle lore gelosio e salle 
rovine altrui ionalzando TediOcio della suapo* 
tenza. Ma quolla descrizione, nella sua anoniiDa 
generality, e anche un ritratto fedele deile con* 
dizioni dei tempi del poeta, qaando nel palazzo 
del comune veniva acciso nn cittadino, tenato 
per capo della parte ghibellina, (2) e ripiglia- 
van vigore Ie maledette fazioni » mentre i da 
Carrara facevan uccidere i lore rival! e sac- 
cheggiarne Ie case dalla plebe, che in frequent! 



(1) Per Ie condizioni di Padova e della Marca, 
prima della dominaziono d* Ezzelioo, leggasi il libro 
del Cantu « Ezzelino da Roroano, Storia di uii ghi- 
bellino ». 

(%\ Gugli^lmo Novello dei Pultonieri (v. Minoi% 
p. 113, 114). 



%. 



- M - 

sollevazioni trascOrreva irragionevolmente dai- 
r apoteosi, per dir cosi, al vituperio dei mode- 
simi uomini, con quella incostanza di cui spessD 
obbe a lameDtarsi ancho il Nostra (1). Se oel 
Coj^o del I atto, per6, abbiamo uoa descrizione 
generate e anonima delle condizioni della Mat*- 
oa, ecco nel 11.^ comparire dei nomi ed un' e- 
sposizione cosi precisa delle cause, che deter- 
minaronoglt avvenimenti, qaalo sipotrebbe pre- 
tendere da ano storico. 

II Sunzio\ che vien trafelato da Verona, 
non si contenta di narrare gli av venimeDti pre- 
sent!, che tanto lo commuovono, ma si rif& in- 
die tro per dire < aliquid ex gestis prius » ed 
esporre i fatti che < causas dedere praesenli- 



(1) Albertino, fischiato dal popolo di ritorno 
dalla sua seconda ambasceria ad Enrico, poco dope 
levato al cielo e pregato come un santo perch6 vo- 
lesse far parte d' una 3.^ ambasceria, applaudito di 
poi per i nuovi patti da lui ottenuti, sebbene peg« 
giori dei primi, vilipeso ancora una volta e minac- 
ciato nella vita; colmato di onori dopo la pubblica- 
zione della tragedia, fini col dover fuggire dalla 
cittk dinanzi all' ira popolare quando, per sostenere 
le spese della guerra, voleva imporre la tassa della 
Qarp«Ua.(v. Minoja 92, 94, 112, 141, 884).. 



bus malis », rivelando come gli odii iotestiui di 
Vorona condussero alia cacciata di Azzo, mar- 
cbese d* Esle, funesto princtpio di grandi sven- 
turo. E si badi cho qucsto avveniva (1207) quan- 
do Ezzelino, giovaootto anoora , non ora codo- 
sciutoy 00 aitira?a rattenzione di nessuno. Si 
leva a vendetta Azzo, il capo della parte guelfa, 
aiutato dai cooti di San Bonifanio^ onde la 
Braida di Verona vido la strage e la foga dei 
Monticuli, dei Ohtbellini, cioe, e la rocca sal 
lago di Oarda porse rifugio ai supersiiti. 

Ne le guerro si chetano; dope varii casi 
Ezzolino scoado in campo , sogutto dal Saline 
guerra, a rilevar la fortuna dei ghibellini, t^a;^ 
volgendo seco nolle sanguinose liti il popolo 
cile a prestaro ascolto. Yisto allora il memento 
opportune , Eccerino fomenta odii e liti ; una 
Tolta suscitate, le compone sedendo arbitrofra 
i contendenti , e per questa via , crescendo in 
istato in ricchezzo sulle rovine delle piu po- 
tent! famiglie , a poco a poco aggioga al suo 
carro vittorioso Tambita Verona; sicch6 drizza 
le avide voglie a nuova preda, alia fiorente Pa- 
dova, e, ottenutala con la corruzione e il tra- 
dimento , vi domina col titolo di VIcario Impe- 
riale — « Oh! quanlt esiffU, roght, croci, tor- 
menii, carceri, minacce ai soUomessi popoli ! % 
I4^> (giustisiadl Dio» puoitrice dei malofici) i 



w 



nobili soBo i primi a pagar il fio del loro tradi- 
mento , ossi che veodettero Tilmente la ciUJi» 
nolle loro man! affldatasi. Al Nunzto, che chtade 
cosl la saa parlata, fa eco il Choro, dipiogendo 
al viro, dopo una naova invocaziooe a Dio, che 
par sordo a tanti mali, un quadro terribile dello 
ferocie che si videro sotto il regno dell' /mma* 
nissimo tiranno, quando il terrore fece dimen* 
ticare i diritti pi& santi di natura, e si vide il 
fratello, per far piacere a quella belva umaoa, 
premer la strozza al fratello, il figlio chiedere 
d* appiccar prime il faoco al rogo del padre ; 
mentro, fra le stragi, il sangae » i gemiti , Ez« 
zelino , supersiite a tanti delitti » spirando dal 
vise ira feroco, escogita i nuovi supplizi, afSn- 
che perisca il seme della futura prole e ai bam- 
bini € censit genital recidi > mentre le fancialle 
son costrette < sectis uitdare mammis »• 

Non so se quadro di storico possa essere 
nella sua efflcace brevity piii minuto ed esatto 
di questo. Le arti con coi Ezzelino ingross6 di 
tanto i paterni dominii, e gli avvenimenti , che 
ne favorirono il buon successors! trovano esposti 
neir opera del Verci < Degli Ezzelini » , se coo 
maggior ricchezza di particolari e con la Inco 
di document! , non certo con maggiore fedelt& 
storica. Contro questa il poeta non si lascid tra* 
scinure dalla fantasia descrivendoi per esempio, 



-64- 

le orribili crudeU& » esercitate sopra innocenti 
fanciulii e fanciullo , che sono attestate dalla 
scoroaoica contro Eccelloo laDciata da Inno- 
cenzo 2V{1), ricordaodo il raccapricciante opi- 
sodto di un flglio che appicca le fiarome al rogo 
del padre, delitto che 6 attribuito a un tale 
della famiglia di Bricafolle da Mastro Quiz- 
zardo da Bologna, contemporaneo del poeta, col 
cui permesso fece un minato e pregevole com- 
mento alia tragedia (2). Nd si creda che soltanto 
negli atti e nolle scene, in cui il carattere nar- 
rative predomina, sia rispettata la fodelU sto- 
rica, la quale, al contrario, non vlen mono nop- 
pure dove il carattere rappresentativo della 
tragedia 6 ben pi& spiccato. 

L' atto III si apre con un dialogo fra i due 
fratelli in cui Eccelino, fatto 1' elenco tlei trionfl 
riportati, discopre ad Alberico quelli a cui a* 
spira; e Tentusiasmo dei primi 6 tale che non 
gli fa dubitare un momento di peter con eguale 
agevolezza conseguire gli altri, fine a volgere 
neir animo la conquista di quell* oriente ove cad- 
de, vinlo daWangelo di JDio, Satana, suo pa- 
dre, del quale eglt medita la vendetta su Dio. 



(1) Verci— Codice Ecceliniano— Doc. CLXXXIII. 
(8) Zardo — Riv. St. it. — Vol. VI. 



Per quanto la risposta di Alberico, che i rical- 
caia quasi sul discorso del fratello, ci fa dubi- 
tare Terameote della reale esisteoza di simili 
disegnl neiranimo di Ezzelino, pure noo bisogaa 
dimenticare che ua uomo dairambiztone e del- 
r iogegoo di Ezzelioo poteva ben nutrire, se uon 
Taspirazione c!i portar le sue armi io Oriente 
(esagerazione che si lascia sfuggire il poeta, a- 
bituato alle ampliflcaziooi di Seneca), almeno 
In tutta Italia o su buona parte di es3a.(l)Dol 
resto i Cortusi e Rolandino ci conservan me- 
moria del proposito roanifestato da Ezzelino di 
compiere in Lombardia impresa quale non era 
stata tentata da Oarlonoagno in poi, e altri prin- 
cipi italiani prima e dope di lui avevan piu o 
men'lungamente carezzato tale disegno. Basti 
ricordaro i tontativi e i sogni di Federico U? , 
di cui Ezzelino era genero e coal valido aiuta< 
tore ; di Maniredi, suo flgliuolo, o poi le velleiti 
d! Carlo d* Angid ; le speranze che i Qhibellini 
di tutta Italia riposero in Can Grande, onde al- 
cuni vollero poi vedere in lui il VeUro dante- 
sco, e inflne la fortuna di Qian Galeazzo Yi- 
sconti (2) appena a un secolo di distanza da Ez* 



(1) Historia Augusta 1-6. 

(2) Gian Galeazzo Visconti, contedi VtrtiH, nel 
1375 ebbe dal padre a governare una parte del do* 

9 



-65- 

ZcUno, cbe per un momento face temeree spe- 
raro, secondo rnmore diverso dei cootempora- 
nei, il compimeolo di qael sogno. Potrantutl' al 
ptii i propositi esprossl da Alberico, che oella 
storia di quei tempi appare uaa flgara secoo- 
(laria, ossore inventati dal poota o messi II per 
una certa concinnitas con quelli di Bzzelino; 
ma quanto a costui o lo tastimoniaBze dei cro< 
nisti e le notizio che si hanno del sao iogagnu, 
doDa sua ambiziono, della sua fortuna, mostrano 
che era uomo da nutrire disegni cosi ampii co- 
mo qaello dell' uniBcazione e dell'asserviiueDto 
a s6 solo di tntta Italia o di buona parte di essa. 
A metlore in atlo i loro biechi disegui, Gzzeljoo 
coDsiglia al Tratollo di simulare inimicizia roci- 
proca ; cost (egli dice) quolti che sfuggirauDO 
alio mie, cadraono nelle tue maui o avremo 
buoD giogo dei nostri nemici. Questa iDitnicizia 
il Verci (1) ha ditnostrato che fu roalo e non si- 
mnlata, benchS il popoto e la inaggior parte 
degli storici la vollero credore falsa, Comuo- 
que, quelle che iateressa qui a noi , facendo 



minii Viscontini e nel 1378 g^li. success^.. per dare 
opera a quegli ingrandimenti che poco mancd non 
gU ponessero sul capo la corona d'ltalia- 
(I) Verci -Op. cit. XIX — cap. 13 ss. 



— 67 — 

r esame storico della tragedia , d 1' osservare 
che anche qui rinveDiamo un elemonto storico, 
perchd il fatto deU'odio tra i dae fratelli & cer- 
tissimo ; e qaanto alia maggiore o miDore sin- 
cerity di esso, rimportaote e che allora il po- 
polo 6 la gran parte degli storici (1) di poi non 
Ti credettero affatto. 

La scena segaenie si svolge fra Ziramonie 
e il tiranno intorno all' uccisiono di Monaldo 
dei Capodivacca (2) (o Linguadivacca), capo di 
una congiura ordita dai nobili contro di Ezze- 
lino, il quale poi, come ad una voce ripetono gli 
storici ed Albertino , ne prese coraggio a infe- 
rocire in ogni maniera contro gli ottimati. Per- 
sOnaggio storico egualmente e state dimostrato 
il Fra Ltu)a della scena III* , e storico il col- 
lo^uio col tiranno, nel quale Albertino spinse la 
sna scrupolosit& di veridico narratore fine a 
mettere in bocca al frate argomenti e parole, 
che sembran l*eco di altrettali espressioni nolle 
epistole (3) dei papi ad Eccelino , mentre forse 
airaccusa vaga di eresia rivolta dai ponteflci ad 



(1) Zardo — Riv. st. it. — Vol. VI p. 504. 

» oii§d^ttaF!> iiiTatto 

(2) Verci — Op. cit. — lib. XIX. Rolandino , 
IV— che non lo nomina. 

(8) Veroi — Doc. la**, 307. 



fizzelioo egli voile dare an certo conteniito con- 
creto, facendogli manifestare una teoria sul li- 
bero arbilrio, (1) che davvero puzzava un miglio 
di eresia. E anche questa polrebbe essere una 
prova Don lieve dolle teodenze al sodo, al reale, 
alia verity storica del nostro poota. Ma il cor- 
se degli avvenlmeoti , flno allora insolitamente 
prospero o favorovole ad E2zelino , ecco che 
cambia all* impro wise. I fuorusciti padovani , 



(1) Dair Acqua Giusii {alcuni scriiti letterarii 
e storici — Venezia, 1878, puntata //*) nella nota 
P. a p. 141 dice « La vera colpa di Eccelino in fatto 
di credenze religiose, fu di coDcedere rifugioaco- 
loro ch* erano dichiarati eretici, cio6 di non volere 
che i partigiani delTImpero e suoi fossero abbru- 
ciati vivi. Ma consideraodo quella specie di profes- 
sione di fede che Tautore mette in bocca di Ecce- 
lino, che cosa possiaroo raccapezzarne ? — Dio non 
si prende cura di proibire il corso dei Fati , ma 
anzi volontariamente lo concede; perch6 ognuno ha 
il iibero arbitro delle proprie azioni. — Questo non 
debb* essere il Libera arbitrio dei Pelagiani , il 
quale, per contrario, si contrapponeva alia doUrina 
della Grajsia, ciie stimavasi fatalismo. Quest* 6 in- 
vece un Iibero arbitrio die secondo quelle che chie- 
dono i Fati, i quali, nel casu nostro, vogliono che 
Ic colp3 delle Genii sieno punite da mani vendica- 
trici. Nella scena che poi segue tra Eccelino e 



aoitisi presso Venezia ai Crociati sotto la con- 
dotta dol legato pontiflcio, tentano un colpo di 
maiio sa Padova» la quale, abbandooata » quasi 
senza resisteoza, da Ansedisio, cade nelle mani 
degli assalitori. Tutto ci& risulta dalla Storia 
DOn meuo che dalla tragedia del nostro autore. 
Ezzelioo sul colmo deiia sua insolente fortuoa 
riceve ranounzio della perdiia di Padova edel 
mode in cut avvenne ; e mentre ordina, secondo 
il suo solito, che al disgraziato messaggero sia 
iDOzzo un piede(l), si sente da Ansedisio ricon* 
fermare la brutta notizla, e io svillaneggia e lo 



Frate Luca , questo priQcipio trionfa. Fraio Luca 
parla ad Eccelino di Dio, non gi&, a dir vero, come 
eretlco , ma come ad uno che ne fosso ignaro , o 
tale quest! si finge per un poco , ma solo per de* 
durne Tinazione di questo Dio, e affermare in fine 
ch* egli, per punire le colpe, permette e vuole che 
VI sieno i tiranni ». 

(1) II commentatore, fatto conoscere per primo 
dal Nooati, non dice se la pena minacciata al po- 
vero messo nella tragedia , lo fu veramente ; ma 
quando piu sotto, parlando della morte di Ezzelino, 
ricorda che il tiranno anche prigioniero e ferito 
ordinava si mozzasse il piede a quanti venivano a 
vederlo, ci fa dubitare che nemmeno questo parti- 
colare Albertino trasse dalla sua fiantasia* 



-70 - 

minaccia, cocde tradiiore, di non piu aditi tor- 
monti. 

II Verci, dopo fatto annuoziare al tiranoo 
da Ansedisio la perdita di Padova non paria piu 
di lui ; il commeotatoro, poi, dice espressamente 
che non si seppe piii nulla di lui , ne" da quel 
giorno fu piu veduto: e, in veriti, date il tem- 
peramouto ed i gusti di Ezzelino, non ci i da 
aflaticarsi troppo in ipotesi e congetture per 
indovinare quale dove esser la sorta del poco 
valoroso difonsore di Padova. 

Eccerino, fatto oraroai certo della sventu- 
ra, non sa a qual partite appigliarsi, onde i suoi 
coromilitoni (oella storia ilsuo partigiano Ouido 
di Lozzo) gli consigliano di far prigionieri quanti 
Padovani souo in Verona e tenerli in ostaggio 
della resa, ch6, se non fosse avvenuta, avrebbe 
almeno sfogato su di lore le vendette deirin- 
tora citt&. II Coro^ che chiude quest* atto cosi 
comprensivo e (tropio perchS ci mostra Ezzelino 
nol colino della sua for tuna e al principio di 
quelld serie d* insuccessi che lo condussero a 
rovina, narra quanto in roaltjt avvenne. Vi e 
doscritto il rapido correre di Ezzelino sulla citt& 
ribolle, la inusitatae forma resistenza dei Pado- 
vani, la rabbiosa delusione di Ezzelino, il ritor- 
no a Verona o lastrage degli undicimilaostaggi, 
la quale segul^ nou giit precedelle il tentativo 



di riprendere Padova; il che, oltre ad essei^e 
d'accordo con la versione delio storico Rolan^ 
dinOf pare anche piu logico o naturale. 

Nel IV atto , dopo un breve monologo di 
EzzetiDO, rassegoato ad abbandonaro I' impresa 
di Padova por volger le sue forze aitrove, il 
Nunzio narrn al Coro come la giastizia divina 
abbia alia fine appagato i voti di tutti, Tacondo 
che Eccelino cadesso vlttiroa del suoi stessi am- 
biziosi maneggi. L'occnpaSione di Brescia con- 
segaita cod 1' aiuto di Buoso da Dovara e del 
Pallavicino ; la condotta doppia tenuta cod que- 
ati doe; TesclasioDe di Buoso da Brescia; Tal- 
leaDza di tutti i oemici , vecchi e Duovi , del 
iiraoDO ; la sorpresa a Cassano ef Adda , ove 
EzzeliDO fu col to fra due fuochi, i collegati da 
UDa parte e il Delia Torre dairaltra; I'audacia 
e r imperturbability di EzzeliDO, laferita arre- 
catagli da igooto soldato; rosiiuata voglia di 
morire, la tomba a Sonctno, sod tutti partico- 
tare, la cui esattezza 6 dimostrata dai crooisti 
e che rivelaDo cod quaDta arte Albertioo de- 
scrivesse quelle oose, che guardava con occhfo 
di storico accurate. II Coro infioe, come a met* 
tore lo sfoDdo a questo quadro della pi& scru- 
polosa verity, esorta i cittadioi a roostrarsi grati 
verso il Signore giusto e misericordioso » col 
tlaggellar suppUehetoli con dure sferze le reni, 



— 72- 

alludendo evidontomonto alle compagnie cUMla- 
gellanti , che subito dopo la morte del tiraono 
comparvero in Padova. 

Sparito dal mondo e dalla scena Ezzolioo , 
anche quel po' di movimonto scenico e di rap- 
presontazione, che lo scrittore aveva introdotto 
nella tragedia, vien mono completamente. Nel 
IV alto S comparso almooo uno dei personaggi 
del dramraa, anzi il protagonista stesso , Ezze- 
liDO, ma nel V non si assiste che alia descri- 
zione deli* eccidio consumato sulla famiglia di 
Alberico,onde manca interamente la forma dram- 
matica; sebbeoe il drammatico per aitro verao 
vi sia, grazie alia vivacity, all* efflcacia , alia 
forza del raccooto del Nunzio. Quanto al lato 
storico alcani particolari , come 1* orribile flae 
di Eccelino novello, che scambiaper lozioano 
dei massacratori ; il timore che il prigioniero 
Alberico (1), parlando al popolo, potesse muo- 
yerlo a pietjt, code gli si caccid uo bavaglio in 
bocca; il contegno indifferente o sprezzante di 
Alberico stesso, e altri difQcilmente saranno a- 
sciti daiia fantasia del poeta , il quale anche 
quaudo si abbandona, more Senecae ^ alle am- 



(1) Rolandino, Cbronicorum — Rer, It. Scrip. 
VIII, 358. 



-ts- 

piifioazlOQi (I), ne fa delle innocaOy vorrei dird, 
6 a chiacchere » sulle cose che si disegnano e 
Don su qaelld che si fanoo o si son fatte. Tranne 
qaesta amplifioaziooe di propositi, (vedi, atto III 
scena I, qael che voglioa fare Ezzelino e Albe- 
rtco), Atberiiao si mostra nel resto , come ab- 
biamo vedatOy scrupoloso osservatore dolla ve- 
rli& storica, cui chi sa per quale inesatta in- 
formazione yien meao a proposito dei flgliuoli 
di Alberico, che farono sei maschi invece di tre, 
6 dae femmine iovece di cioqae (2). Dei resto, 



(1) Cos! per esempio netl' invocazione di Bzze- 
lino (Atto I®) quando prolissameDte e dottamente il 
Mussato gli fa dire: 

< AdsiDt ministrae facinorum comites mihi. 
Suadeat Alecto scelera, Tlsiphone explicet, 
Megera actus saeva prorumpat truces. 
Faveatque caeptis Diva Persephone meis, 
Ingenia praedae quisque sollicitus paret. 
Nee Inferorum spiritus quisquam vacet 
Animos ad iras, ad odia, et invidias citent. 
Busis cruenti detur officium mihi. 
Ipse executor finiam lites merus, 
NuUis tremiscet sceleribus fidens manus » 

(2) I figli di Albericoerano:Eccelino, Giovanni, 
Alberico, Romano, Ugolino , Tornalasce , Griseida 
ed Amabilia. 

10 



— 74 — 

qaanto a yaesto parlicolare, bisogna dire chd il 
poeta aveva delle inroriDazioni sbagliate , sab- 
beae egli le dovssso riteaere per sicure stori' 
cameate; giacchd aon ai pu6 ammettere abbia 
TOlato di proposito cambiar la proporzioao dei 
sessi nella prole di Alberico, so e vero, come ci 
paro, che, dal conservaria quale fu realmeate, 
Hal cambfaria, nionto venivaagaadagnaro o a 
perdere il lavoro dal punlo di vista estelico. — 
Come si redo dall' esame falto , la tragedia e 
UQ'opera essaDzialraente storica e non priva 
d'importaaza, como fonte, rispettoallastoria di 
EzzeliDO e de) suo domiato au Vorooa o Pado- 
va. Sicchd a quoUa guisa che il Machiavelli , 
come iatroduziODo alio storie fiorentioefa quel 
largo riassunto dellastom d'Kuropa o d'ltalia, 
prima d'eatrare la argomeoto, potrebbe in certa 
maniera dirsi che laEccerinisfacorpocoQ V SI- 
slorta Augusta q \\ De Qeslts ilaltcorum , e 
oe coslituisce como r antefafto. Taato pid che 
al mode stesso che della Slorta Augtata o del 
) si rirerisco 
I si rroqueati 
si riattacchi 
storica del- 
per rispetlo 



— 75 — 

al passato (1), ma anche e forse piu per rispetto 
al presente, e ad ogni modo questo piu di quollo 
il poeta avea di mira. So non c' iogannaromo 
pi& avanii, dicendo che con la sua tragedia Ai« 
bortino voile gettare il grido di all* armi, con 
r adombrare, sotto il nomo di Ezzelino, il tiran- 
no della Scala , 6 chiara V importanza storica 
della tragedia anche di fronte alio Scaligero. 
Ardente patriotta e uomo di azione , Albortino 
subordina tutto all* interesso della patria , la 
quale non e per iul vuota parola, ma cosacon- 
creta e bisognosa, perci6, di opero e di servigi 
Del memento presente; laondo, quando non si a- 
gita a pr& di essa nei consigli , nolle ambasce- 
rie, sui campi di battaglia, no scrive la storia, 
ma quella del presonto, cho urge, cbe preme, 
non del passato , che 6 sempre passato e , al 
pi&, pu& porgere materia a recriminazioni , o 
a rimpianti, a considerazioni astratte, uiili an- 
che, ma spessoprive di efflcacia vera sovra una 
corta catogoria di uomini. So il carattere del- 
r operositi letteraria e civile del Mussato d ap- 
punto questa tendonza air azione , alia realty , 
al presente, la tragedia Eccerinis, considerata 



(1) S* intends che ci riferiamo al tempo in cu| 
(u soritta, 



^76 — 

soltanto da quel che il titolo dice , segoarebbe 
come uDa deviazione nell* iadiriszo generate, 
come an* eccezione alia regola ordinaria di essa. 
Qaando si pensa inyece alia gran parte di vita 
contemporanea al Mussato, che palpita sotto i 
ricordi e le apparenze del passato, scomparisce 
la pretesa deviazione, e una volta di piu spicca 
la rigida dirittnra di carattere di quelle forii 
tompre di uomini, di cni fu cosi ricca la storia 
italiana nel sec. XIII , e di cai nel XIV s* era 
quasi perduta la memoria, come nota, fremen- 
do, ad ogni passo delta DivinaOommedia Dante, 
il quale, forse, ed il Mussato erano ancor gli 
unici notevoli rappresentaiiti ed eredi di qaella 
robusta generazione. A quale dei Pado^ani nel 
sentir leggere la tragedia, dope la gnerra con 
can Grande, in cui Albortino era rimasto pri- 
gioniero, non doveva passare per la mente, che 
11 poeta rimproverava non tanto il mortoepu- 
nito Eccelino, quanto Can Oranie, viyo e mi- 
naccioso e insolente per la rocente yittoria, al- 
lorchS il Coro amrooniva: (1) 

€ Qais vos exagitat furor 
mortalo hominum genus? 

Quonam scandere pergitis? 
Quo vos ambitio vehit? ». 



(1) Core — Atto I. 



^n — 

AmmoDiTa e mioacoia^a insiemo dicendo :(1) 

« Daros ezpetitis metus. 

Mortis continuas minas. 

Mors est mixta Tyranoidi, 

Nod est morte minor metas » 
I nobili, che I'ardeote inyidia trascinaalle 
liti e alia rovlna, poteyaoo essere beoe tanto i 
Sanbonifacio^ i Salinguerra, i Camposampie" 
rOt i d* Este del tempo di Ezzelino, qaanto i 
Carrara del giorni del Mossato. E quaodo la 
plebe Tien rimproverata del la sua incostaoza , 
del Stto fare e disfare, dei soot eotasiasmi e del 
SQOi abbandoni, chi non vorr& scorgere nel rim- 
provero oo po' dell'amarezza personalo del poe- 
ta, come qoegli che deila incostaaza del favor 
popolare era gi& state e forse seativa di dover 
essere ancora la vittima ? Ob ! qaal fremito di 
terrore e qaali comment! doveva destare nell'u- 
ditorio la descrizione della Marca , straziata 
dalle gaerre e inondata di saogae ! II Nunzio 
che arriva da Verona» e pieno di spavento e 
di sdegno, gettato in faccia ai nobili i lore odii, 
al popolo il sue insano farore» grida: (2) 
€ Finis petitus litibus vestris adest; 
Adest Tyrannus, vestra qnem rabies dedit ». 



(1) Coro atto I. 

(2) Atto U — ^ena unioa^ 



— 78 — 

Adesl Tyranntis, dod nomina oessuno. La 
fantasia dell' uditore poteva mettervi un nome 
qualunquo, Eccerino o Can grande, faceva lo 
stesso; ma certo e che i Padovani, airiodomani 
della terrlbile rotta dl Vicenza, dovevan met- 
torvi Can Grande^ divenuto oramai la preoc- 
cupaziooe dogli animi di tutti i patriotti , e i 
visi degli ascoltatori certamente impallidivano 
a quello parole. Ma Alberiino non 6 contento 
di quosta allusione; teme forse che i suol con- 
citiadioi la dimentichino presto per seguire lo 
svolgimeoto dolla storia Eccelioiana, o magari 
non la intendano; ed ecco cho cerca 11 pretesto 
per insistervi, ecco che il Nunzio in voce di 
raccontar le novelle che arreca, si rif^ indie- 
tro a parlar di avvenimenti piu lontani, tanto 
per aver agio di dire che il nombo, che minac- 
cia Padova, 6 sorto da Verona, da Verona sede 
di Cane come fu di Eccellno, da Verona € sem- 
per huius Marchce cladesvelus, limen hostium^ 
ot heliis iter; scdes Tyranni », Era impossibile 
non capire adessa ! 11 po3ta lo sa ed ora che 
prevode cho lo sae parole dobban avero mag- 
gioro cfBcacia, oh labans hominum genus (i\Q^ 
al popolo, ripetendo il suo delenda Carthago} ^ 
vulgus el ad omne facinus in clades ruens ; 
mentre ai nobili, al Carrara, a quolli che nel 
^315 (Luglio) furono sooporli di congiurare per 



coD3egnar la cHik a CanCy dice (ammonimento 
sempre e minaccia) : 

< Supplicia meriti nobiles primi luant. 
Qui vendideroy scelera jam expendant sua^, 

a tatti ioflne si motion sotto gli occhi i roali 
grandissimi della tiranaide nella langa enume* 
razione, cho no fa il Nunzio prima e il Coro 
poi. Qui, corto, il poota descrive la tiraonido 
di Ezzelino, porchd quella di Cane Padova non 
r avova ancora provata; ma cho por quosto ? 
4b una disce omnes; lo arti di goyorno di £z- 
zolino orano quello cho ogni signore ai suoi 
tempi usava, avova usato, avrobbe usato, o Ai< 
bertino voUo rinfroscar, diroi, la momoria do! 
capiscarichi , annunziar la sorte cho li aspet* 
tava, ove Padova fosso caduta in mano doUo 
SccUigero. Non mancano qua e \k altro doppio 
allusioni, assai chiare nolia lore indorminatozza» 
le qualiy avondo V aria di parlar d' Ezzolino e 
doi suoi contemporanoi, voglion dire di Can 
Orande e doi contomporanoi dollo Scaligoro. 

So la tragodia incontr& tanto favore, fu ap- 
punto perchd intorprot& i sontimonti cho ave- 
vano tutti i Padovani, ma cho nossuno pord a- 
vova autorit^ di manifostare : non il popolano, 
il quale, avendo la sua parte di coIpOi non po« 



teva rimproverar quelle del nobilei che trova- 
vasi, a una Yolta, in una simile condizione; non 
il guelfo, non il ghibellino. Solo ruomo di let* 
tere, 1' uoroo che in nessan momento della soa 
vita e della sua carriera aveva dimenticato Ta- 
mor della patria per 1* intertsse del partite o 
per r amor proprio dell* individuo, il patriotta 
rimasto tale, ancho ingiustamente insultato dai 
cittadini, Tuomo coraggioso neiraffrontar Tim*- 
popolarit&, quegli infine che tutti rispettavano 
per il sapere e 1* integrity, che nessuno poteva 
accniare nd di complicity yoiontaria o inyolon- 
taria alle colpe degli altri e delle fieusioni, nd 
di error! nelia politica; solo quest' nomo aiveva 
autorit& di dire a tutti il fatto lore e d' asse- 
gnare lodi e biasimi, minacce dicastighi e pro- 
messe di compensi. II Mussato fece questo nello 
tragedia, come Dante contemporaneamente lo 
faceva nella sua Divina Commedia; I'unoper 
i cittadini di Padova e delle terre yicine e del 
suo tempo, 1* altro per gli uomini di tutta la 
terra e di tutti i tempi; 1* uno con maggiore 
seronit&, 1* altro con maggior passiono, tutte e 
due con eguale nobilt&, sincerity, intensity di 
sentimento. Albertino Mussato nella sua trage* 
dia d I'espressione della coscienza coUettiva im- 
personale dei Padovani; e appunto per questo, 
siocome forse alia mente presaga dello scrittore 



- 81 - 

era balenata la fine sconfortevole di tanti sforzi, 
r esito fatale di tanto illasioni, il temalo trionfo 
di Cane, egli non vuol dargli vittoria allegra e 
scaglia coptro tutti come il mane take fares io 
qoelte ultimo parole del Coro che cominciano 
con un' ari 4 cosi malinconica i ^ e se talvolia 
per avventuru in for tuna elevi alcun iniqvu)^ 
la regola di giustizia nan fallisce : ciascuno 
ha compenso adegtiato alle sue aziont, Vi ha 
tin giudice placido : compensa i giusli , con- 
danna gV ingiusli / » 



u 



CAPITOLO III. 

Esamo estetico dell' Beeerlnia 

SOMMARIO 

Come dato il concetto, che Albertino aocea delta 
Tragedia, la Jtgura diaboUca di Egseiino el 
prestaBse bene per \soggetto — Dioersa impreS' 
stone che una tale Jigura fa stii contemporanei 
del MuBsato e su noi — Esselino e il Farinata 
dantesco — Mancama di drammatismo nella 
Tragedia — i due attori oeri, Exselino ed Al- 
bertino (il Coro) — Analisi esietica — Il I atto 
e a carattere di Erselino — II Coro del I atto 
e il VI canto del Purgatorlo danlesco — I qua- 
Uintesi del poe- 
Extelino cd it 
del tiranno — 
— Morale delta 



I Tislo, gli elo- 
prevalenza, o 
ta doloroso , o 
neao doloroso 



— 83 — 

air aoimo di un cittadiDO per ta sua incertezza. 
So dei particolari vi sono, di cui doq possiamo 
affermare I'esattezza, perchd gli storici Don no 
parlano, non possiamo d* altra parte affermaro 
solo per questo siionzio che non sian veri, taoto 
son verisimili e consentanoi alio diverse sitiia* 
zioni. Resta cosl nella tragedia di non storico 
la parte che si riferisce all'origine diabolica di 
Ezzelino, nella quale si aggira un atto intero e 
qoalche punto di altri atti; ma ognun vede che 
la diceria era troppo feconda di efTotti estetici, 
ed il Mussato troppo provetto artista, perche non 
no traesse tutto il parlito possibite. Lafavoiadel 
concepimento di Ezzelino si prestava, infatti^ di 
per se stessa aquella occessiva terribiliia, che 
da an lato a! Mussato sembrava indisponsabilein 
una tragedia degna del nome, e che dall* altro 
Seneca e i suoi imitatori cercarono di raggiun- 
gere con la scelta di truci argomenti, col riu- 
carare, a furia di orribili espedienti, quanto di 
gik troppo spaventoso e crudole vi era in cssi, 
coir introdurre nel dramma, coll* intento di av- 
vivarlo, lo spettacolo di colpe e di amori mo- 
struosi, o inQno con lo strano e laborioso intrec- 
cio di casi (1). « Sono argomenli del Tragedo 



(1) Epistola I — V. 117. 



— 84 — 

(dice il Mussato) le lotle e i contrasti di una 
Vila fortunosa, e i fatli che mostrano ogni spe- 
cie dl cmdeltd ; non si potevan in metro di- 
verse dal tragico ricordar i deliiti di Medea, 
ni le membra del figliuolo dilaniato sollo gli 
occ/U del padre, ne le cene di Alro, nS la ven- 
detta Che fece Progne delta sorella: cosl io non 
seppi in altro metro, o casa da Romano, nor- 
rare i luoi funesti natali >. Quella terribilitji 
piii o tneno flttizia, che altri procuravano coa 
mezzi tanto diversi, ad Albertioo si porgeva gik 
belia e pronta ad essere travasata , per dir 
cosi, Del metro archiiocho nella storia di Ezzo* 
lino, e piii io quel che vi si diceva deila sua 
nascita. Non vi era, iosorama, da aggiunger nul- 
la, non da fare aicuno sforzo di fnntas'a per ren- 
dere Iragediabile quell' argoraonto dal punto di 
vista del Mussato. Sonza dire che nella vita vi 
soDo momenti tragici di per so stessi, nei quali 
qualunque fatto assume un'aria corrispondente 
alle incertezze e alle angosce deir aoimo no- 
stro; Padova, col pericolo imminente di veder 
r esercito di Cane sotto le sue mura, attravor- 
sava appunlo udo di quosti momonli. Dice, in- 
fatti, Albertino cho egli scrivova con 1' aoima 
tragico succensa culore , e che , senza saper 
eomfi t^ Husa lo chlamava, a<f un tragico o* 




— «5 — 

pus (1) deilandogli fervidi, rabbiosi, giambi , 
onde quello chc gli somminislrava Vestro era 
11 columo; porcbo la Tragedia adirala (sog- 
giooge, alludeodo forso ai luituosi giorni cbe 
passavaDO per Padova) o piona di sdegni non a- 
ma il riso osceno, no raai ride nei suoi vorsi a- 
iDona favQletta (2). In tali condUioni psicologiche 
per i Padovani si pu6 immaginare quale impres* 
siooe esercit& la narrazione vivace e quasi la 
rapprosentazione di avvenimenti terribili, rag- 
gruppati intorno al nome e alia figura tUaba- 
Ifca di chi ne era state gran parte. 

Benofad si fosse usciti dai tempi del misti- 
cismo, pure non so n' era ancor moito lontani, 
anzi se o'era visto un efflmero rifiorire con le 
compagnie dei ftageUanti, epper& il rapprosen- 
tare il figlio del diavolo (a prescindere da tutte 
le altre quality che lo raccomandavano airodio 
dei Padovani) destava un fremito d' orrore negli 



(1) Epistola I. 

(2) « Non amat obscacnus Tragoedia risus — 
Versibus alludit fabula nulla suis^, IIMinojache 
traduce questo 2^ verso « Non aggiungo ai suoi 
versi nessuna faoola (racconto favoloso) :i^ mi par 
che s* inganni, percli6 qui fabula, e lo dimostra il 
contesto, 6 nel senso di storialla^ storiada nulla f 
da ridere, argomento leggero, 



i 

J 



-86 - 

astanti. Noi stessi, a taota distanza di tompo e 
d* idee, leg^endo la tragodia, doq ne riceviamo 
meno forti impressioni, beDche rioteresse este- 
tico sia qaello cbe resta piu vivameute colpito 
in noi. La parte piu propriamente storica della 
tragedia quasi non ci tocca piu, com* 6 natura- 
le; le impressioDi che ne proviamo sono di so- 
conda mano e come per riflesso di quelle , che 
pensiarao dovettero risentire i contemporanei ; 
ma ben son vive e dirette o forti quelle che ct 
vengono dalla lettura del P atto, beQch6 diver- 
se di qualitji e d* intensity dalle altre, che ne 
riportarono i conciitadini del Mussato! A questi 
Torrore era ispirato dal sentir descrilta in tutti 
i 8001 particolari 1' unione d* una donna col dia- 
volo e neir udire I'ompio vanto del lore flglio; 
su noi invece esercfta maggior fascinoil concet- 
to di forza indomita, di ribeliione invincibile che 
annettiamo (dopo si ricca floritura di poeticho 
figuro sataniche) al nomo ed air idea del dia vo- 
lo: forza e ribeliione che vediamo cosi bene ri- 
flesso nella flgora di Ezzeiino. Pel solo fatto di 
essero ona creatura satanica Ezzelino s'impone 
a noi, come giji ai Padovani, col sue carattere 
di sublime grandiosili: grandiosity orribile, spa- 
ventevole per gli oomini del sec. XIV , simpa- 
tica quasi per quell i del XIX; titolo di abomi- 
QiOy di disprezzo per gl| uni, di raccomanda^io- 



ne per gli altri. Proprio per qaesto ammiriamo 
piu il V atto, 0, nel resto della tragedia, qaei 
panti in cui Ezzelino compare a agisce da par 
sao; laddo?e i contemporanei di Albertiao si ap- 
passionavaoo per le scene, nelle qaali Ezzelino 
6 OD persoaajgio storico, grande e orribile (per 
qaegli uomini) q-ianto si voglia, nelle sue era- 
delti, nei suoi disegoi, nella sua mqrte, ma sto- 
rico sempre. Gomanque, una cosa 6 ceria, cbe 
il Mussato, per lo piu sorvendosi djila storia , 
talvolta dolle dicerie popolari, soppe cogliero e 
riirarro la figara di Ezzelino in aiteggiaraenti, 
che sempre faran loggore la iragedia , e rim- 
piangere che un capolavoro cosl.fatto di forza 
d* intonsit& oon sia state scritto in Italiano. 
Buona parte del merito (a dire il vero) 6 del 
soggetto stesso, di Ezzelino, che da solo 6 come 
una statua colossalo, gigantosca, uno di quel 
tipi abbastanza froqueoti nella vita italiana del 
200, di cui i anche un esompio illustre Fari- 
nala degll Vberli. Ma sol porchS Farinaia 6 
per se stesso tin uomo, la piu alta personiQca- 
zione del virile dantesco (1) , non avr& merito 
Dante neir averlo ritratto cosl come noi lo con- 
cepiamo? Qnanto anzi non hacontribuito larap- 



fl) Da Sanctis ^ Nuovi saggi critioi. 



n 



— 88 — 

jiresentazione dantosca a rendere universale il 
concetto solito che ci facciamo di Farinata? Pad 
uo* aQima piccioa, o un artista mediocre, risen- 
tire e ritrarre il grande e il forte ? Pu& ogoi 
scultore scolpire il Mosdf Per questo ammiria- 
mo Alberiino, por questo che liasaputo seotire 
e ritrarre Ezzelino nella sua forza epica, so non 
drammatica; giacchd, come vedremo in seguito, 
il nome e la quality di tragodia sono estrioseci 
neir opera del Mussato, ove maoca il contrasto 
d' un dramroa vero. Anche neir Eccerinis , co- 
me nel Farinata dantesco (1) (dove, tuttavia, in 
limiti tanto piii ristretti vi 6 un movimento dram« 
iT^atico piu intense che non meW Eccerinis tutta 
quanta) maoca la viia interna dell* anima ; di 
questa il poeta ci mostra degli scatti che pro- 
diicono maravigliosi effetti drammatici; ctd che 
oggi si direbbe colpi di scena^ ma delle lotto 
interne, da cui scaturiscono quegli scatti, nes- 
sun cenno, nessuna analisi. Hai dinanzi 1* uomo 
forte, il carattere ritratto artisticamente, plas- 
mate come in una statua, ma i Tuomo che Vive 
tutto di fuori e non si raccoglie e non si esa- 
mina. Cosl a tante altre ragioni per cui Alber- 
tino si avvicina a Dante, si aggiungono anche 



(1) De Sanctis ^ Nuovi 3aggi critici^ 



-89- 

• 

le tendenze artistfche, sobbene net Fiorentino 
sia per 1' iogegoo piii grande, sia por ii preva* 
lore, al contrario che in Albortioo , dell' Qomo 
di lottere sail* uomo di azione, si abbiauoasQ- 
p6riorit& artistica cosi acceotuata. TatiaTia i 
meriti di A bortiDO, como letterato, son tali da 
ottenergli an luogo eminente nella storia delta 
leiieratara naziooale, iotesa io largo seudo, bea- 
cho ogli sia vissuto nel secolo di Danlo, siella 
quasi che la iuce del sole reli alio sguardo ; e 
i pregi, di cui i ricca, non foss' altro » la saa 
tragedia, basterebbero da soli a farnelo degoo. 
Mancando io essa il dramma, come si h detto , 
manca V inireccio , 1* aoalisi e Io sviluppo dei 
caraliori; la divisione stessa io atti non h giu* 
stiflcata da nossuna di quelle ragioni che la 
ren<lono nocessaria nei lavori drammatici ; gli 
atti poi constano di una scena, o, so di piii scene, 
queste si seguono sonza nessun legame intimo 
di intradipendenza; e perflno il legame cronolo- 
gico del prima o del poi non 6 dichiarato, laon- 
de , per intenderlo, si postula nel lettore la co- 
noscenza della storia e dei fatti che si svolgono, 
mentre nemmeno il nesso recondite^ ideale, in- 
tenzionale deirautore,si scorge a prima vista. Si 
ha dinanzi nell' Eccerints come uno o piu qua* 
dri vivonti con le medesime figure » perchd gli 
atti son colti nel lore essere istantaneo » noo 

It 



— 90 — 

• 

rappresentati nel lore divenire. Ma , che per 
questo? Se manca il dramma collo sac caratte- 
ristiche piu proprio, ve n' 6 per6 1* olemento , 
la sua proiezione, vorrei diro, e, a qaella guisa 
che fl pittore, ritraendo un cavallo alia corsa, 
noil rappresenta quella in tutti i suoi istanti , 
successive ma ne ik Boltanto uq momento, Al- 
berlinOy pur senza mosirara lo svolgimento, ha 
date situaziooi, atteggiamenti, figure drammati- 
che. Le quail uUime» a parer mio, son due, ii 
protagonista, cio6 Ezzelioo, e 1* autore stesso , 
il nostro Albertino; I* udo, attore visibile e mo- 
ventesi sulle scene, 1* altro (espressione , come 
dissi, della coscienza coliettiva impersonale del 
Padovanl) nascosto e quasi come assorbito dal 
Coro e dal Nunzio ; Y uno , grande nella sua 
ambizione, nei suoi disegni, TaltVo, grande nel 
suo amor di patria; quegii tocca il sublime del- 
r audacia, dell* orgoglio , della forza cosciente 
di s6, questi il sublime nolle voci di dolore, di 
sdegno, nolle imprecazioni, che gli strappano lo 
spettacolo miserevole della patria posta suirorlo 
delTabisso e T angoscia crudele, la certezza 
quasi disperata di vedervela precipitare. £ alle 
parole dell' uno e a quelle dolTaltro passanoper 
la mente al lettore vision! di figure giganiesche, 
ed una sopratiutte si afi*accia insistente e pre- 
dominante suUo altre, quella che sintetizza o 



- w - 

racchiade in sd tutto il Medio-Evo, Dante , or 
SQperbo e audace nell* atto che concepisce il 
Capaneo o il Farinata, or teaero, appassiona* 
to, sdegooso neir atto che concopisco Sordello. 
Ma accostiamoci a qiieste due figure e guardia* 
mole un po* da vicino. 

Quando Adeleila, madre di Ezzelino, vede 
giunto il momento di rivelare ai due flgliuoli 
gl* ingaoDi « patris falsi », imprec.i contro Tastro 
inaligno, iofausto a loi, cagione di una colpadi 
cui ella sente o non cela tutto I'orrore: ne- 
fando fu il letlo su cui olla li concepi, nefas 
fu la generazione del la devota proles. Pure , 
raccogliendo tutto lo sue forze, comincia, come 
per ritardare la orribile confessione, a descri- 
vere il castollo natale , Ik dove una notte le 
parve di dormire al sinistro fianco del Monaco; 
ma ecco che il coraggio adunato le vien mono 
sul piu forte, e a lei, la naga, la donna avvozza 
agli scoDgiuri, alio incantagioni, ripugnadi con- 
tinaare, Tanimo inorridisce e un gelido tremore 
le occupa le membra. Quale magnifico rilievo 
alia flgura di Ezzelino , il cui carattore spicca 
gi& fin dalla prima interlocuzione, questa ripu- 
goanza di Adeleila^ la donna (nel concetto mo- 
dievale) domestica degli spiriti e dei demouii! 

€ Parla , o madre , ogni grande e feroce 
cosa m' aggrada udire > : nient* altro che questo 



-.08 — 

dice Bsselino , nient' altro che il desiderio dt 
vdire una oosa grande e feroce seoza avero nes- 
anoa paro^a di benevolo e pietoso incoraggia- 
roento per la madre : prima di saporsi figlio del 
demonio, agitfce da demonio. Si direbbe che la 
Toce del saogua paria in lot e lo gnida gi& nelle 
ajsioni. 

Adeleita ritenta allora la prova di narrare 
il nefando delitto; ma e troppo orribile, si sente 
venir mono, svieoe. Ed Eccelino? Non corre a 
sostener la madre cadente, ma comaoda ad Al- 
b^rico di farlo; e, senza alcana preoccupazione, 
impasaibile chirnrgo, sicuro del fatio sao, sng- 
gerisce al frateilo di sprnzzarle deli'acqaa in 
viso e la sincopo cesser^ certamente. Non una 
parola> non un atto di premura affettaosa e 
nemmeno di compassione: son queste debolezze 
da Qomo, da femroinetta anzi, e il flglio del de- 
monio non pu& averlo, sicch6» quandu la madre 
rinviene, la sua prima domanda 6 : Sei pronto? 
madre, bando agli indugi, Adeleita descrive, 
inor^idita al solo ricordo, con i colori piu vivi 
come tra il muggito della terra e il rombo del 
cielo una nube quasi dt zolfb si diffuse pel 
talamo, spargendo e fumo e mefUico fetor e 
mentre le sale addosso ignoto adultero < Qtui* 
lefi^, interrompe impaziente Ezzelino. Gome poi 
4^V r^^<*^^^^> <^i)^ giiene fc^ (a mad|po, Tl^aTioo^ 




- 68- 

Dosciato , come dai porteoli , cho accoropagDa- 
rono la sua nascita , se no sente coofermare 
4 digna veraque propago » al fratoilo esitante 
e confuso « Quid poseis ultra frater? » (grida) 
« an tanti pudet, Vesane^ Patris? — SUrpe di 
Dei not siamo, esclama coo Tacconto di trionfo 
e di esuUaoza di chi sente tuito Torgoglio delta 
sua discendenza, di chi ha visto non mentirgii 
la voce, deir anima ; slirpe di Dei e superiori 
anche a quanti vantano discendenza divina^ 
noi^ il cui padre assegna pene a principi e a 
re , noi cui egli riserba un poslo di gii^lci 
nel suo supremo Mbunale, sol che qui oon le 
guerre, le morti, gli esilii, le frodi, gVinganni 
e la rovina del genere umano ci mostreremo 
degni di lui. K il gonio del male e dell' ambi- 
zione che parla nella gioia di sontirsi supejriora 
a re, a principi, a imperaiori, a quanti han po- 
tore suUa. terra, per che s* intendono ora i sutn 
vast! disegni, quelii cho manifester&neirattoIII, 
quando la Marca, la Lombardia , TOrionte gli 
parranno angu^ti confini alia sua cupidigia. Ma, 
II, in presonza d*una donna, che trema al ricgr^p 
deir orribilo congiungimento, e di un giovane 
che ha udito con torroro la rivelazione della 
sua origine, egli si sente a disagio. Egli invece, 
il primogenilo del demonic , egli che sente 
tulta la gioia e Vorgoglio dei suoi natali^ egli 



— 04- 

vud essere solo col padre, seniirsegli vicinOj 
atoerne r approvazione at suoi disegni, e seen- 
de giin giu nelV ima parte della casa, ove nan 
e raggio di luce, petens lalebras el luce exclUy 
sa. Oo\k 

€ Caput tellore prooam sternit in facie cadens 
Tundilqae solidam deotibus freodons hamam, 
Patrnmqae saeva voce Luciferum ciet. > 

La staponda invocazione a Satana, chiamato 
dal flglio coo totti gli attributi della sai poten- 
za, capolavoro di forza, in cni la forma stessa 
latina , incerla alirove e iropacciata , acqoista 
sicorezza e vigore gagliardo , appena appena 
guastato dai froquonti ricordi mitologici, & stata 
taoto lodaia e resa popolare da qaanti haono 
scritto sail* Eccerinis, che io non so davvero se 
altro si possa aggiangore ad oocomio. Uuo sqoi* 
sito artificio del poeta, per&, mi pare che non 
sia state ben rilovato. Eccorino (inisco : Amne 
Satan , et filtum talem proba ; o (in risposta 
data da Satana coi fatii alio scongiuro del ti- 
raono) sabito il Coro entra a domandare quale 
mai avida brama iuvada e agiii gli uomini , e 
sqoal mai incendio divampi nella nobile Nfarca 
roettendola tutta a socquadro. Struroontiy mini- 
tr| ^i ^atana, sielo voi dunqi^o, par ct^e vo^lia- 



dire il poeta, voi avidi [Ne sitis cupidinimis) 
6 invidiosi (Atrox invidiae scelusj nobili, otu, 
plebs vilissimay cha innaizi oggi quolli che do- 
maoi dcprimi, cho abolisci oggi le loggi votato 
iori, sicche sempre rola volvUtir , durat per- 
petuum nihil. 

A chi nou s* nfTacciaQ cosl subito alia me- 
raoria le tre flere dantesche, e specie ia male- 
delta lupa, cagione di lulli i mail, dipviitasi 
dair iDferno, sua sede primitiva; chi non ripete 
col divioo poeta : 

« Legge, mooetai officio e costume 
Hai tu mutate e riunovato morabrel > 

£ Dante coi suoi santi impeti di sdegno per 
ftrdiscordie cittadioe lo sentiremo, lo ritrove- 
remo spesso oramai,che e eotrato in iscena I'au- 
tore. Nd v* d da maravigliarsi di questa iden- 
tity di concetti, di atteggiamenti, di parole tal- 
volta, bench6 in lingua diversa, eve si tenga 
presente che cosl Dante come Albertino sono 
due forti coscieuze, la cui caratteristica origi- 
nality e queila di essere troppo grandi, percbd 
possauo riflettere il pensiero di un individuo, e 
non piuttosto quelle impersonate di tutta una 
comananza di individui del lore tempo. Gosi al 
11^ atto il Nunzio dapprima^ che si ri?olge al 




— 06 - 

bettor del Cielo , domandandogli se abbia ab- 
baodonato le core del mondo, e il Coro di poi, 
cbo a Crista In persona domanda se si diletti 
soltanto dei gaudii celesti sonza pensare ad al- 
tro, ricbiamano subito al pensioro il dantesco : 

< E se licito m* 6» o Sommo Oiove, 
Che fosti in terra por not crociSsso, 
Son li giosli occhi tuoi rivoiti altrore? 

SI potr& notar qui che v' d maggiore irri- 
verenza nella invocazione del Mussato che Don 
in qaella dell* Alighieri , perchd Dante chlede 
perdono della sua domanda iinportuna ($e licito 
m* ^/, subito dopo esprime egli stesso il dubbio 
che possa trattarsi di profondit^ di consiglio^ in 
cui non sia date alia mento umanadiponetrare, 
e ino!(ro quelle stesso Sommo Oiove dantesco 
6 un pio ripiego del Poeta per mitlgare la em- 
piet^ della sua curiosa domanda. In Albertino, 
invece, nessun ritegno: i nomi, lo immagini, le 
concezioni pagine appaiono por quel che sono, 
non gi& como ripiego, adatlo a non profanare 
sacri nomi. Albertino , assai piii di Dante nu- 
trite di studii classici , assai piu innanzi di lui 
salla via del Rinascimento (11 quale nei suoi pri- 
mi tentativl fllosofici esordirji appunto col con- 
ciliare pagaoesimo e cristianesimo e col dime* 




— 8^ — 

strarne inesistente ropposizione reciprooa), Al* 
bertino non sospetta nemmeno la scoDveDienza 
di riavvicinare Teccelso * mundi rector omni- 
poiens Dens > con Marte, a coi qaegli avrebbe 
lasciaia la cura di reggere il moodo, od 1* altra 
anche maggioro di raffigararsi Oristo, che slede 
aila destra dt Dio padre ^ tutto assorto, come 
un Giove qualunque oelle < summi iUecebris 
CHympi > y sol contento di godorsela allogra- 
meote fra i < gaudis supemis >. Dinte, appooa 
accennato il sao dabbio, ardito, pur circoadao- 
dolo di pie precauzioni (Sommo Oiove; che 
tosU in terra croceftsso ; li giusti tuoi occhij, 
pauroso d' osser trascorso in an blasfema » si 
corregge dicendo : 

« O d preparazion, che nell* abisso 
Del tuo consiglio fai, per alcan bene 
In tutto dair accorger nostro scisso ? > 

In AlbertinOy al contrario, niente paure, 
niente peritanze, niente dabbii; egli rincara la 
dose, anzi con unricordo biblicofarisaltar Tin- 
giusta condotta di Oristo, che adopera, come a 
dire, dae pesi e due misure — Come! (prose- 
gue ii Coro con mossa malanconicamente ener- 
gica) il sangue eT Abele fece giungere al Si- 
gnore i lamenti contro it flratrtcida; i delitti 

13 



-98- 

dt Sodoma e di Oamorra provocaran la gtu^ 
sta vendetta divtna, e solo gli errori, le colpe 
dei giomi nostrt reslano a te celate^ a Dio dl 
Oiuslizia?... 

Ed ecco, subito dopo, un quadro moravi- 
glioso di coloro, di forza, di ovidenza, che do- 
vd strappare lagrimo ogli uditori e far correre 
loro an brivido d* orroro e di torrore: corto, a 
udirlo, tra i Padovani gli animi risolali a rosi- 
store a Can Orande so ne sontirono ringa- 
giiardire il proposito, gli esitanti o i fiacchi pro- 
se ro la loro brava risoluziooe, i vili e i tradi- 
tori dovettero capiro che quelle non era il mo- 
moDto di ritentare un colpo di mano suUa citt& 
per coDsegoarla al nemico; ed AlbertinOi poeta, 
istoriografo, soldato della repubblica e come 
sue nume protettore, obbe per decreto di po- 
polo, fra r esultanza e 1* entusiasmo della citta* 
dinanza> la corona di poeta. 

€ Una iirannide prepotenle, feroce,, qiuil 
mai non han visio le generazioni umane^ in- 
crudeUsce fra di noi, impallidisce innanzi a 
quella V antico ricordo della slalia Bislonia e 
la larva rahbia del famoso Procusle, e la fe- 
rocia del malvaglo Nerone. Escon gemili dalle 
nere tenebre de lie carceri, gemili di sepolti 
in vivace morle; miscrevole morle di fame e 
sele alroce^ sorda spesso alle preghiere degli 



k 



infelid prigionieri, tardi arreca la desiderata 
fine. II popolo e la plebe, tuUi insieme, vannOy 
sotioposlo il collo al giogo, come giovenghi, 
devoii a morte, ai sacri allari . Cerca lo seel- 
leraio signore pretesto a perpetrar stragi con- 
tro iutti i citladini; ansioso, in veglia conii- 
nua, teme, come d femuto; i deliiii non rispel- 
tan piu diritto dt nalura, ogni pieloso affetlo 
i bandilo dalle nostre terre , sol v\ regna il 
furore. Pien di sangue, il fratello, per pia- 
cere al tiranno, preme il ginocchio sul collo 
del fraiello; il figlio, aht doloref, chiede a gara 
di bruciare il padre^ e sotloporre le ardenti 

fiamme » 

In UD cosl orribile, lugubre sfondo come cam- 
poggia orrida la figura di Ezzelino , tantorum 
scelerum superstes! — Alia fantasia comtoossa 
leggendo quei vorsi, mi si presentd V immagine 
di una squallida pianura, sparsadicadaverisan- 
guinosi, 6 ritto, fra tanti caduti, sol uno, Taa- 
tore di tante morti, di tanti eccidii, mirare diu- 
torno con sguardo sinistro, cupido, quasi tigro, 
Che asptri V odor dol sangue , ne sia paga an- 
cora della strage. E di vero, non fa pensare a 
questo, nella sua scorrottezza medievalo, il mi- 
rabile aspirans saevas iras , V aspirans spo- 
ciaimente, che ci circonda sabito il sao signifi- 
cato etimolo^^co, fondamentale, classico, quelle 



\ 



— 100 — 

che non ha pordoto Qommono in Italiano , di 
assorbir, ciod, avidamenie con le narici dUa- 
fate I' odorel Si dir& che appuoto perchd Tau- 
tore 1' ha adoperato nel sigoificato sao seconda* 
rio, non materiale e non classico , questa bel- 
lezza» se 6 tale come a me pare realmente, non 
6 da mettere in conto al poeta. Ma anche am- 
mosso (e nessuno lo prova , anzi il contrario 6 
probabile) che 1* aspirare ai tempi del Massato 
avesse perduto il signiflcato prime e reale per 
conservaro solo il metaforico, mentre neir Ita- 
liano di oggi li ha totti e due , che perci6 ? 
II poeta non conosceva i'effetto che avreb- 
be prodotto nei suoi tardi lettori , se pnr non 
lo produce va ai suoi giorni, con qaella parola» 
ecco tutto; ma, di grazia, quanti sono nolle o- 
pore lettorario i pregi, le bellezze da tutti e 
seropre riconosciote tali, di cai i loro autori a- 
vessero consapevolezza? O, mogllo, quante non 
sono le bellozzo cho i loro autori non credevan 
tali aflatto^ echo addirittura dispregiavano? Nes- 
suno oggi cambierebbo ii Paradise di Dante per 
r Inferno^ nS certamonte 1' Africa del Petrarca 
ha i lettori del Canzoniere. E , so non temdssi 
da una parte di dilungarmi troppo dall* argo- 
mento mio principale, dall* altra di arrischiar- 
mi molto senza averne le forze, vorrei dire che 
mia delle earatteristiche del genio o deU'uotqp 



superioro d qu^Ila di creare, senza accorgerso- 
ne prima che 1* ammirazione altroi non lo ar- 
verta, e aocho allora egli non sa darsi ragiono 
di essa. Alio stesso modo chi ha 1' istinto o Ta- 
bitadine dot ben faro non sa di ben fare , per- 
chd yi 6 una specie di atmosfera estetico , di 
atmosfera morale, come vi e Tatmosfera flsico: 
chi vi sta dentro non sa di starvi, se non quan- 
do da sd per opera altrui ne esca. — 

Gontinua la descrizione degli orrori perpe- 
trati da Ezzelino con parole in cui si sente fre- 
mero e riboUire il dolore, lo sdegno, la piet& 
del cittadino ofTeso in quanto ha di piu caro e 
teme d' esser di nuovo similmente offeso: i fan- 
citUli eviratiy le donne muiilale del seno, i lat- 
tanti piangenti nelle culle per pli strazi loro 
in flit U^ gli accecati cercanti la luce nelle te- 
nebre delle prigioni 

< Non MipiU rulmini, o Dio, che sopporll 
tanit orrori ? Non mandi piu ierremoti alia 
terra perchd s* aprano le tenebre d' inferno 
sotto i piedi di guesto distruggitore del gene- 
re umanof » 

E dopo una cosl viotenta esplosione di do- 
lore, quanto commuove il Coro col rapido e 
inaspettato passaggio alia somplice invocazione 
a Dio, cosl plena di fldacia e di speranza! « Te 
padre del CielOj il Popolo, da le redento, sup- 



— 102 — 

pUce invoca, or di nuovo cadulo in basso> — 
< Iterum relapsas!>, cadato in noova schia* 
Tilii: evideotemoDte laschiavitu d' Ezzelino, del 
naoYO demonio, del flglio dol domooio, mentre 
la prima era stata la schiavita del domoDio ia 
persona, quelta da cui Oristo aveva rodento le 
nazfoni. Chi, per6, sentendo quelle parole a- 
Tesso astratto per poco dal protagonista e dai 
tempi passati, in quella vaga indeterminazione 
delle parole, intondeva, 6 voro, la redenziono, 
operata dal sacrifizlo di Gristo, ma non poteva 
anche pensare alia redenzione, dovuta al valore 
cittadino, qaando Ezzelino fu respinto col sao 
esercito dalle mora di Padova? — Jterum re- 
lapsus t cosl semplicemente ; nel memento sto- 
rice, cbe il d^amma riprodaceva , voleva dir 
senza dabbio al tempo d' Ezzelino ; ma per chi 
ascoltava il dramma col caore in sossalto e ia 
Ezzelino vedeva adombrato il nuovo imminenta 
tiranno , doveva sign iflcar anche ricadtUo di 
nuovo, adesso, nel momento attuale, dairaltez* 
za, cui il popolo padovano s* era levato col suq 
Talore dope la cacciata d' Ezzelino. Questo dop- 
pio sense qal e altrove cercd ad arte Alberti- 
ooy perchd la sua tragedia, mentre lo armi po- 
savano, fosse battaglia flora centre la tirannide; 
i Padovani, che ci6 intesero, furono grati al 



— 108 — 

cittadi DO che sofflava doI faoco del loro amor 
patrio. 

Se nel II atto 6 il carattere , la figura 
deir autore (rappresentata, ripetiamo, dal Coro 
e dal Nnozio) che caropeggia sola, il III h talto 
occapato, come il I, dall* altra di Ezzelioo, la 
quale , nel malo , per6 , fa degno riscootro a 
qaella del poeta. Qui Ezzelioo 6 rapp/osontato 
nei piii diversi momenti, lo vedlamo svelare i 
suoi disegni ambiziosi, esercitare le sue artidi 
governo e dare in iropoti di gioia feroce e in 
propositi di nuove crudelt&; garreggiar beffar- 
damente in dialettica con il frate che gli fa la 
predica, ricevero, da par suo, gli annunzii della 
contraria fortuna, prepararsi a tenerle testa. 
E' una serie di quadri scnz* altra dipendenza e 
legame tra loro che quelle della identity di per- 
sona, una serie di quadri per6 senza nessuna 
incoerenza, senza nessuoa incertezza che possa 
iradire la mano malsicura delPartista e un con- 
cetto poco organico nella $ua immaginazione. 
Ezzelino nella tragedia delMussato nonsismen- 
tisce mai, e 11 sempre con la sua carat terlstica 
di forza sicura di sd, di orgoglio , di crudolt& 
rilovata nci propositi, nolle parole, negli atti : 
d (per non uscir dalla pittura) sempre la mo- 
des! roa flgura, ma vista sotto diversi effetti di 



-^ 104 — 

luce. II III atto d percid il pifi complesso , e 
Del meschino sviluppo del dramma il piii im- 
portaDte e notevole anche per il sao yalore 
drammatico, benchd non messo abbastanza ia 
rilievo dair autore. In qaesto atto Ezzelino , 
mentre apparo trionfante di tulti gli ostacolio 
dei congiurati, al colmo della fortuna, e, sicaro 
del favore di quosta, bofTdrsi allogramente di 
Dio, ha improvvisamonte la notizia della per- 
ditu di Padova, che fu il principio di quella ri- 
pida e sdrucciolevole china, in fondo a cai tro- 
v6 la pordizione. V 6 danqae, come si vede, in 
qaesto atto contrasto vivissimodi fatti^ contra- 
sto per6 puramento ideale, perchd Pautore non 
lo fa spiccare d6 lo mette in lace nolle scene 
e nei dialoghi dei personaggi, ma lo lascia sea- 
tarire semplicemente dal riaccostamento di due 
momenti cosi divers! della storia di Ezzelino: vi 
e il dramma in potenza, se non in azione. Dope 
la prima scona, in cui i dao fratelli si manife- 
stano a vicenda lo lore ambizioni, e la soconda 
bollissima per rapidity e vivacity drammatica , 
cho dh occasione a uno scoppio di gioia feroce 
dd parte di Ezzelino (Horn vicious! Jamqae omne 
fas licet et nefas, — forro tuonda Givitas nostro 
vacat), vien la scona fra il tiranno e il frate 
Antoaiano, Luca Belludt, che, come ricorda la 



-166- 

I 

sloria (1), os6 presentarsi ad Bzzolino e rim- 
proverargli le colpeei dolitti. E' statadeUami- 
rabHe questa MCODa, ma non so davvero con quan- 
ta ragione, od io anzi credo cho costitaisca ano 
doi puQti piu scadoDti del lavoro. Tatto il dia- 
logo, infatti, in cui non mi pare di trovardi bollo 
altro che ia biricchina insolenza e la boffarda 
mansaetodine di E/./.ulino, con quel catmi.dotti 
e gravi ragionamenii del Crate^ che mi ha I'aria 
di un quarosimalista annoiato a pagamento, mi 
richiama insistentemoute alia memoria le insulse 
scene (2) di Seneca , in cui air oroe che fa 11 
programma minute del delitto , che vuol com- 
mettere, il servo d& dei bei consigli , pieni di 
senno, conditi di bei paragoni e di argomenti 
piu mono Oloso&ci, ma poi, dope lungo girare 
o rigirare senza mai prendorsela calda, finisce 
o col tacere beliamente o col dar ragione e per- 
fino coir offriro il suo aiuto, ma sempre senza 
scomporsi affatto (3). E per antitesi mi viene 
ia mente un altro dialogo in cui la condizione 



(1) Zardo — R. st. it. V. 6. 

(2) Bench^ in cosi grande differenza di argo- 
menti, di situazione, di sentimento e di tutto. 

(3) Leggasi il dialogo tra Fedra e la nutrice 
neir Ippolito, fra il servo e Atreo ecc. nel Tieste* 

14 



— K» — 

del porsonaggi d daTvero stranamente somi- 
gliante a qaella del Nostra in qaesto panto , 
ma, oh! quantodiversamentecondotta. Si tratta 
ancho 11 di an frate che va a difendere la caa- 
sa doll* oppresso dinanzi all' opprossore, a pro- 
garlo di desistoro, di volgorsi alia riparazione 
deir ingiustizia; ma qaanfo fervore di entasia- 
^rao or contenato, or liboro 11 nel parlare del 
frate; che effl'*.acia nella semplicit& delle paro- 
le e nolla umilt^ quasi degli argomonti ; che 
dialogo vivo, caldo, appassionato fra il prepo- 
tenlo ostinato nella ingiustizia e I'aomodiDio, 
forte dclla sua coscienza! Ho volato parlar del 
dialogo fra padre Cristoforo e Don Rodrigo dei 
Promessi Sposi. E|)pure padre Cristoforo si era 
recato 11 a impedire un* ingiustizia non ancora 
tutta consumata; una ingiustizia , che sarobbe 
appena un peccatuccio veniale a fronte dello 
malvagit^ di Ezzelino; montre frate Luca aveva 
in mano tanta roba da gettare in vise al tiran- 
no, da giustificare lo sdegno di dieci padri Cri- 
stofori presi insieme. Nionte invece; il monaco 
di Albertino non si scomoda per cosi poco; par 
che sappia gii umori delta bestia e non voglia 
arrischiarsi troppo; percid parla come se discu- 
tesse di teologia con un confratello , al quale 
fosse venuto io sghiribizzo di far, come dicono 
in Vaticano, Y a%vvcQto del diavolc, o di E2?c- 



^107 — 

Udo, cho qai e tull* una. Entra, fa la sua brava 
riveroDza, chiede licenza e sopraltullo sicurli 
di parlare; I' ottiooo, o intona il sermona per 
fare una luoga e arapollosa parafrasi del me- 
mento homo, per dire cho non si pad vivere 
sempre, giacchS ogoi cosa, come il mare , la 
terra ecc, ha la saa vicenda immatabile, eter- 
namente fissata. 

« Chi V ha fiisata f chi la fissa ? domanda 
Ezzelioo. » 

E il frate : < Dlo, che con eqaa bilancia di- 
spensa i suoi doni, e vuoi r oqail& e per& mise 
agli uomiDi insite Doi cuori e anche nel tuo» o 
Ezzelino, le ire virttl teuiogali, la Carit& per- 
ch6 sii benevolo ai tuoi simili, la Speranza per- 
ch6 creda alia misericordia di Dio, la Fede che 
ti faccia conseguire il Paradise. 

Per molto piu poco Don Rodrigo perdelto 
la pazienza o protestd di non voler prediche in 
casa ; ma evidentemente i fumi del vino dove- 
vano renderlo eccitabile eccossivamente , men- 
tre Ezzelino doveva e&sore al digiuno e in vena 
di baon umore, perch6 voile dimostrare at frate 
di non essor la gran bratta bestia^ che dicevano, 
tanto da sentirsela di sostener perflno una di- 
scussione teologica. Questa s* intavola animata, 
ma senza iroppa fortuna da parte del frate, il 
quale fa davvero una figura assai barbogia^ in- 



— 108 — 

calzato dalla striogeote dialettica di Eszelino. 
Quesli invoGO si mostra flglio noa iodegno del 
padre, (cha era loir.o la sua parte) o net buOD 
uinore della sua Tacile vittoris, spitige la com- 
piaceoza Bno a dimostrare al frate che, anche 
dal panto di vista di ud ministro di Dio , dod ti 
era poi ragiono di accasarlo, dal momenlo cho 
in fuiido in foodo poi buono o caltivo che egll 
fusse, Dio Tareva mandato suila terra e per- 
luottova lutto lo sue azioni. Poco inancava, ed 
EzzelJDo divoniva frate , e il frale Ezzelino ; e 
allora forse al buou fra Luca Belludi s&ra'bbQ 
toccato di senlirsi accufaro di eresia e di aver 
la predica dal flglio del diavolo ; sicchd io penso 
bono cho il Trato con I' aria ditnessa so la sar& 
Bvignata sonza nommono un bricciolo di < verrd 
giorno ». Non 6 vero cho questo diatogo , al- 
moDo duo a quando Ezzelino non prenda ogll 
stesso la offonsiva , h qualcosa di abbastanza 
guffo e non corrispondonto all'altezza delle altre 
parti della tragedia? Eppure si trattava di e- 
Bprimore ua gi udizio, di omottere aoa condanaa, 

.-_-i- - ;„;_..- J-., "~=-ino, dalla V0C6 

faceva corag- 
ila aantit& di 
gno di S. An- 
I'a avaati por 
orsi, la voaitii 



— 109 — 

delie cose umane, la giustizia di Dio e lo virtu 
teologali ; e , se dice qaalcosa di concreto , 6 
quando lo incalza Ezzelino con la sua logica ta- 
gliente.Ma incorreggibile, com* e, anche allora, 
quando si vede neU*imbarazzo, o il tiranno gli 
domaoda beffardamento chi sia qy^sto Dio di 
git^tizia.^GMX S piu cara la salvezza di lui solo, 
Ezzelino, che non la vita di inigliaia, e migliaia, 
fra Luca riprende la sua tranquilla onfasi pre* 
dicatoria, con un tono anzi piu umile o dimesso 
di prioia. 

< Eccorine, crede, carior Saulas fuit, 
Peccare postquam desiit. Mitis Deus 
Redenaptor animas ipse venatur suas 
Erroro false dovias, Pastor bonus. 
Erroro lapses adjuvans vitam suis 
Ad abiuenda crioaina elongat pius. » 

O magnanima ira del padre Gristoforo !.... 
Gli 6 che Albortino , uomo pieno di religione, 
pure 6 gi& tanto impaganito, che noo sente piu 
la fede sincera, ardente, la quale avrebbe po- 
tuto suggerirgli, per mettere in bocca al frate, 
parole adeguate alia situazione, alia condizione 
e ai sentimonti reciproci doi personaggi ; gli 6 
che egli, cittadino anzitutto, sontendosi fremero 
in petto ranima di patriotta^ quando vuol destar 



J 



-no - 

r orroro delia tirannide e boliaria con parole 
roTonti , non ha bisogoo d* inOogersi e di assa- 
mere le spoglie del frate, ma solo di lasciar li- 
boro sfogo al suo sJogoo e al suo dolore nelle 
parole dei cori o anche «lol Nuozio : ogni altra 
figara di giudico e di accusatore impallidisce 
dinaosi a quella gigantosca o luminosa del no* 
stro poeta. 

Alia curiosa scena col frate fanno bal con^ 
trasto le dae cho seguono, belle per serrata 
breTil& e per movonza drammatica, conve- 
nientissiroa al momento critico cho si svolge. 
Al Nuozio che teota di proparar i'animo dol 
tiranao alia notizia iocredibile, ma vera, di cui 
d portaiore, Ezzelioo, impazicnte. « Ecelle nu- 
gas (grida) vane iacialor, ttuis>; o come qae* 
gli, mosso da baoda ogni ritegao, racconta bre- 
vemeote di Padova porduta, il tiranno, credulo 
e sdegnato : < Abscede, mendax serve, e abbiti 
il premio dei la tua notizia net taglio del pie- 
de >. Noo doveva essoro, in verit&, afilcio molto 
locrativo quelle di procaccia alia corte di Messer 
Ezzetino ; e lo ponsd cortamonte anche ii Nun- 
zio, il quale, vodendo veoir AnsedistOy quegli 
che a?rebbe dovuto difeodor Padova, s* appiglia 
a loi come ad uo* ultinfia ancora di salvezza o 
lo addita al tiranoo, perchd testimoDijdolla sua 
8iDceri(&. Ezzelioo ha cbiamato metukw il ser* 



vo ; ma tuttavia qaolla notisia gli ha messo U 
febbre addosso, non vi erode, ma vaol che altri 
gli affermi che ha ragione di non credere, e ad 
ADSodisio pieno di aosietft corre incontro doroao* 
dandogli : « Hem ? quid est f 

AnsedUius : < Amissa Paduae civitas. Ho- 
stes habenl.... > 

Eccerinus : t Amissa vi?> 

Ansedisius : < Vi amissa » 

Eccerinus : * Qua vi? > 

Ansedisius : « ferro , fuga — Ei ignibus , 
rind quilms et urbes solent » 

In cho urlo di rabbia dove dare ii tiranno 
al sentirsi conferraare dal nipote la bratta no- 
tizia, come di quell' urlo si sonte I'eco nelle 
parole della tragedia! 

« At to suporstlte, sola quern facies ootat 
Illaesa noxium sceleris index tui ? 
Secede cui uon poena sufiBciat nee Is ». 

Pur la sventura non i'accascia, « antmos 
viriles casus infeslus probat > ; e, come ci fa 
sapero il Coro , vola su Padova , la trova ben 
guernita di risoluti difensori, 

« Convitiatur, arguit, vituperat. 
Infandas rabies ausibus exprobat > ; 



Ina poichd nessuna speranza gli resta di ricoo- 
qaistar la citti, torna a Yerona ad esercitar ia 
vendette sui padovani prigionieri. Ud dieci mila 
no muoion cosl, e ii poota, fremoDte di dotore, 
prosegue in una dipintura straziante. 

« / carri ne trasportano gV irriconoscibili 
^formaii cadaveri : la povera madre non rico- 
nosce il flgliuolo^ t^d la donna il maritOy ognu' 
no piangeper i non certi luUi. Mancanocampi 
a seppellire lanti morlt, il lezzo dei cadaveri 
corrompe I' aria. 11 iiranno speliatore, impas- 
sibile a tutlo, si lamenta the resU ancora cM 
possa rifar la popolazione di Padova ». 

E' soropre Ezzelioo, riodomito geoio del 
malo, che gode Delia strage e nel sangue e che 
non piega nella sventora e nel pericolo , Jub si 
smontisce moreDdo. La fortana avversaaggiange 
forza ai forii ; pur Padova perduta, ci son tatto 
le citt& di Lombardia da guadagoare, e corro 
8u Broscia e la conquista. Ma oramai la sua 
carriera i al tormine; i suoi nemici si coUe- 
gano, lo atteodooo a Cassano dCAdda^ \o preo- 
dooo tra due fuochi, chiudendogU ogni via alio 
scampo. 

€ Quid ille tantis viribus septus facit f >, 
domanda ausioso il Coro al NunziOy il quale 
allora descrive la dolorosa fine di Eszelino con 
colori, che, mettendo il tiraono in una luce sim- 



patica so non ai Padovani di quel glorni, carto 
at leltori non appassionati, tradiscono l' ammi- 
raziono che il poeta dov6 seotire por quolla 
tempra d'acciaio cosi comuno nei XIII, quanto 
rara nol XIV secolo. E, di voro, i'ammirazioQO 
por r eroica fiae di Ezzolino ora tali' alt ro cha 
ingiusiificata, S3 ai ponsi che icronisti del tem- 
po perfioo il sue inimicissimo Rolandino (1) 
Dolla Cronaca non la nasconde afTatlo. N6 si 
creda che, circondandolo di questa luce simpa- 
tica, Albertino vonisse a ruettersi in cootrad- 
dizione con se stesso e con la rappresentazione 
orribile, che prima ne aveva fatto; no, ch6 anzi, 
roostrando di qual torribile e forte nomico a- 
vovan avuto ragiono il ralore e la concordia 
dei cittadini Padovani, incoraggiava i suoi con- 
tomporanoi a tener testa a Can Grande, tanto 
meoo temibile di Ezzolino e di per se stesso e 
por quel concetto esagerato di grandezza, incui 
vengono i grandi uomini dello passate genera- 
zioni. 

Ezzolino, circondato dai nemici, i torribile a 
vedero come lupo, che dope il paste venga in- 
seguito 



(1) Rolandmo "- L. XII ^ 7, 8. 



-114- 

' € . • ut alYO lupus 

Pleno repulsus, deotibns frendoos, canes 
Qui cum latraotos conspicit, multam ferox 
Ex ore spumam miilit, et orbes rotat ». 

E quando « Mnc^ inde seclust^ furens » , 
perde ogni sperauza di scampo, 

« CoDcitatum calcaribus urgens equum 
Viam per uodas aperit, et ripam occupat »; 

ma h feritOy preso e 

« Abduclus inde spernit oblatas dapes 
Curas saiutis, atque vitales cibos 
Acerque moritur fronte crudeli minax 
Et patris umbras sponte tartareas subit ». 

Quanta forza e rapidit&inquesti versi, ben 
degni veramente del forte, lacui fioe sidescri- 
veva I 

Qui la tragedia sarebbe fioita, se I* autore 
1* avesse intUolata Eccerinus, del quale infatti 
non si parla piu, e non g\k Eccerinis^ cioS Eo- 
celinide o Eccelineide come I' ban tradotta, os- 
sia la tragedia che narra la catastrofe non della 
sola persona di Ezzelino, ma della casa intera 
di cui egli fu il piu famoso rappresentante. 



A tale titolo, trova posto nella tragedia an- 
che la nefanda fine di Alberico e della sua fa- 
migUa; e forse qaeslo fa artiSzio voluto a bella 
posta dal poeta, essendo la tragedia indirizzata^ 
come spesso abbiamo ricordato, ai Padovaui da 
una parte per incoraggiarii alia resistenza, e a 
Can Grande dair altra per atterrirlo con 1' e- 
seropio della disastrosa fine di un sue predecos- 
sore nelle arti della tirannide. Or, soito questo 
aspetto Diente, dal punto di vista d* AlbertioOi 
di piu edificante per Cane della fine di Alberico. 

Ezzeliao, iafatti, era flnito in battaglia ed 
era morto con V onor delle arm! : quando fu 
proso, i vincitori, tra i qaali contava gli amici 
del giorno innanzi (Buoso e PallaviciDO)glipro- 
digaron cure affettuose, lo fecero visitare dai 
medici piu abili, lo traltarono con ogni rispot- 
to, (1) tanto quell* uomo di ferro pur nell' odio 
che aveva suscitato intorno a se, s*ora imposto 
airammirazione universale— Se egli mori fu, 
secondo ogni verosomiglianza, per la sua altera 
e intollerante fierezza ( iodizio di anima noa 
piccina), che gli fece preferir la morte ad una 
vita divenuta oramai per lui vuota d' ogni sco- 
po» una YOlta privata del potere e forse anche 



(l)aolai|dino^X4I,8. 



dent Nbert&. Sa di Alberico iovece scese tre- 
meikhi la rendetta dei popoli oppress! 8i da lai 
che dal fratello; con ooa di quelle vigliacche- 
ri« e atrocity, di cui co^ freqaentemente mac- 
chiaoo le plebi abbrutite» ma la coi colpa tut- 
iavia risale a chi le mantiene neli'abbrulimenio 
deir igDoranza e della senritu, i sudditi della 
Tigilia afogarono con inutile sfoggio di ferocia 
la IttDga sete di veodetta sopra Alborico, uomo 
di tatt*aUra levatura del grande fratello, e so- 
pra r innocente famiglia di lai. E chi sa che 
proprio il poeta non abbia volute adeguare pros 
prio ad Alberico Can Grande, che gli pareva 
uomo troppo ordinario, perchd potesse parage- 
narsi ad Ezzelino. In tal case egli all* uno a* 
vrcbbe detto : « Bada a to, considera la sorte 
del grande Ezzelino, ma piu ancora la fine mi- 
seranda di Alberico, che trascin& nella sua ro- 
yiua tttUa la famiglia » ; e agli altri : « Voi 
che era temete di cadere nolle unghe di Cane, 
di on uomo come iutti gli altri, voi siote quelli 
ebe caceiaste dalla citt& Ezzelino, il flglio del 
defflo«io, cosa tanlo piu difncilo quanto pid po- 
tente ora il nomico e quanto piu disngovole d 
il sotlrarsi da una servitu esistonte che non il 
respingerne una irominente > E per6, il V atto 
va considerate come salutare esempio voluto 
preaoutar^ al tiri^nnepiuUwtedi^^n^^irtofltm; 



- IW - 

giacchi altrimenti si dovrebbe ammettere in 
Albertioo per lo meoo una certa inteozione di 
lodaro quolla strage, cbe nessana attenuante 
potrii roai scusaro o giustiflcare : cosa cho ri- 
pagna a credere, tanto pid che l* uomo vera- 
meote forte (e la vita di Albertino ditnostra lu- 
minosamonte che egli era tale) rifugge dalla 
esagerazione e dalla ostentazione delta forza, 
che spesso si traduce in nofanda prepotenza. 

II V atto e tutto una fodole descrizione stu* 
rica deir eccidio di S. Zenone, roa fatta con tale 
vivezza e crudozza di colori , c!ie a leggerla 
DOD si pu& trattenore un brivido d* orrore, co- 
me se proprio si assistesse a nefando spettacolo, 
a forse Albertino ne era inorridito egli stesso, 
se, dipingendo a qaella maniora la selvaggia 
scena, voile elevare un monumento perenne 
d' infamia agli autori di essa. N6 vi era per lui 
altro mezzo di conopier questo, senza smentire 
il proposito fatto nello scrivere la tragedia, al- 
r infuori di quelle di domandar le tinte piu fo* 
sche e sanguigne alia sua tavolozza. In questa 
descrizione non vi 6 « T A/ii Pisa vUuperio delle 
genii », n6 vi poteva essere, senza che lo scope 
della tragedia venisse mono ; ma si sente ben 
freisere I' ira e I* invettiva del poeta sotto lo 
strazio di certi orrendi particolari. L*osercito 
degll assedianti entra impetuosamente nella coz^- 



qoistata rocca ; ed ecco un soldato . strappato 
dal sono della madro ua bambino, e tenendolo 
pel piedi, ne sfracolla il tenero capo contro duro 
legno, se no spargono ie cervollae:... sparsus 
imcribit nruor genetricis ora.,.>. Ma non 6 
cho i] principio deila crodolt^piu feroce. II fan- 
ciullo, Eccelino novella^ di tre anni (nota sera- 
polosamente il poeta, perche di nulla si scemi 
rorrorc dol nuovo misfatto) a un soldato che 
ha imbrandito la fpada, si fa incontro o lo chia- 
ma zio. « Tuo zio insegnava a 4ar tal dono 
ci nipoti suol » , rispondo il roalvaggio od al 
fanciullo tronca netta la protesa goldiy patentes 
guUuris renas. Patentes ! , quante cose dice 
quella parola! — Par di vedero il bambino strin- 
gersi alia ginocchia dol creduto zio, e, lovando 
gli occbi in viso a lui, riversare 11 piccolo capo 
e porgero ignaro la gola al ferro dell' ignobile 
assassino. II particolare era, come il prime, sto- 
rico ; Albertino a udirlo dove sentirsene pro- 
fondamente scosso e sdegnato, al punto da non 
peritarsi nel verso scguente di chiamar quel- 
1* atto « immane scelus » ; e da mettero in ri- 
lievo (come a terribilo condanna deirinfanticida) 
lo contrazioni del viso di quell* innocente , dal 
cui mozzo capo , infisso su di un' asta » goccio- 
lava il sangue : 



- lie- 

4 Gormgat ora resaens rigor et orbea rotaf , 
Manam ferontis sangainis replet lues. » 

Non poteodo condaoDaro aportamente gli 
uccisori , par cho in compeoso il poeta abbia 
posto ogni studio nel presentarci ia atteggia* 
monti pietosi lo infolici Tittime. La rooglie di 
Alberico, che gli storici non doscrivono 2>oiio it 
piu boir anpetto , ecco come d idealizzata d8i 
poeta: 

4 Et ecce thalamo rapto de summOy feris 
Abstracta turbis uxor Albrici yenit 
Caelo refusis lamina intendens comis. 
StrictQs revioctas funis arcebat manus. > 

Cos! al rogo e alle belve dovevan esaer con- 
dotte le sante vergini , martiri delta fede cri- 
stiana, gli occhi Qssi al cielo, asaorte nolla con- 
tomplazione della nuova patria che stavano per 
raggiungere. 

Stupenda la doscrizione del rogo acceso, da 
cui si difTondo Todor della pece e delTolio, sparse 
ad alimonlar il fuoco, mentre una nera nube di 
fame si alza e la flamma romba come tuono ! 
La schiera delle set fanclulle viene avvictnata 
alia pira, ma come la fiamma tocca i vergtnaU 
seni e Ic blonde chiome^ baizano indietro^ chte- 



dendo iimano V aiuto dei parenit. Fcwsemutte, 
e y come sperando di sfuggire alia fiamma^ 
quinci e qutndt si aggirano, finchi le vtolente 
mani dei soldati le afferrzno insieme con la 
madre e le scagliano sul rogo- Ne meno viva- 
inento 6 doscritto lo scempio fatto dol povero 
Alberico. II Coro , da ultimo, ricordando 1* im- 
mutabil ordine di natura, cho dk premio alia 
virtu » castigo a1 vizio^ pone flno alia tragedia, 
lavoro, como abbiam corcato di dimostraro coo 
quosto osamo estetico, importaote non meno per 
il sue significato storico che per i pregi e il 
valore letterario, tanto piii se si pensi che dope 
un secolare silenzio era quosta la prima volta 
cho la Musa tragica n facova udire per rica- 
dere ancora per qualche altro secolo uel suo 
mutismo. Quest* opera, la quale attesta, pvu che 
la cultura del Mnssato, la vivacit& della tradi- 
zione classica presso di noi roolto prima del- 
rUmanesimo, propriamonte detto, yenivascritta 
quaodo presso tutti i popoli d'Eurppa si era 
ancora agl* inizii di quelle ingenue , barbaro, 
informi rapj^resontazioni sacre , piene di incoe- 
renze e di ingenuity, da cui pur si doveasvoN 
gere 1* originale teatro inglese e spagnuolo. 



-m - 



CAPITOLO IV. 

L* imitazione da Seneca 

SoMMARIO 

QuesHone dei modelli — Cultura clasaica a tempo 
del Mussato, specie in Pado^a -^ Societd lette' 
rarta padoeana e i suoi uomini principaU — 
Coniinua ineasione di sacro e di profano, di 
antico e di moderno — Vantaggi ohe ebbe Alber* 
Una di fronte ai contemporanei suoi neW assi^ 
milarsi la cultara latina — Caratteri della poe^ 
sia del Mussato e inspiratori di essa : Ooidio e 
Seneca — impossibility, di astrarre dall'esempio 
di Seneca — Caratteri delle tragedie di Seneca 

— Imitasione fattane dal Mussato — Necessaria 
dioersitd imposta dalla dioersitd sostanHale 
degli argomenti — A che si riduce I' imitasione 

— somiglianza di parole e di locusioni — somi* 
glianza di mosse , di incidenti e di episodi — 
Maggiore influenza del Tieste e dell' Ercole 
Eteo — Superiority del Mussato ^ul poeta lati' 
no — La lingua del Mussato — Conclusions 



•*>^^ft^^f*rt0t^ft^ 



Una tragedia, come quella di AlbertinOi scrit- 
ta Del tempo in cui egli la scrisse e dotata dei 
pregi che mi sono sforzato di mettere in Iace» 

16 



— 122 — 

6 tal lavoro che suppono necessariamente dei 
modelli , a cui il poeta si sia ispirato » perchd 
noQ pu& spiegarsi esclusivamento como il pro- 
dotto deir iogegno dei poeta o, al piu» delia col- 
tura popolare. Mi spiego : se Daote non avesse 
studiato la parte sua i pooti classic! deU'anti- 
cbit& latioa, non 6 assurdo immaginare che egli» 
magari faceodo a mono di molti pregi che ora 
piu ammiriamo, avrebbe potuto scrivere lo stes- 
so il suo poema , perchS il genore a la forma 
di esse Don rieotrano per dossuq mode fra quelli 
che le letter at are classiche trattarono e stoI- 
seroy ma se ne devono ricercare gli antecedenti 
noUa letteratura leggendaria e popolare del 
Medio-Evo. In questo case, dunqae» 1' ingegno 
del poeta e 1' influenza della letteratura popo- 
lare sarebbero stati basteyoli» anche senza il 
concorso di altri fattori ; ma nel case del Mas- 
sato, di un poeta, ciod, che risuscitava on go- 
nere letter ario, di cui il valore (1) era cadato 



(1) II concetto che i contemporanei del Mussa- 
to, anche se uomini colti, si facevan della Tragedia 
^ le milie miglia lontano dal vero. Basil ricordare 
come per Dante Tragedia non voleva tantb indi- 
c are una speciale forma di arte drammatica quanto 
ogui componimento letterario in cui si trattasse di 



-128- 

tanto in oblio nel sao tempo , contrapponendo- 
segli ben altra forma di arte rappresentativa, 
bisognerit confessare che non sodo affatto suffl- 
cienti a spiegarne 1' opera letteraria quel soli 
due elemeoti, che sarebbero bastati per la Di- 
vina Gommedla. Per il Mussato bisognerii ag- 
ginngerne un altro, I' influeoza, cio6, della let- 
teratnra antica, essendo allora essa (anzi solo 
la latioa) 1* unica depositaria della cu Itura; dal 
che scaturisce la necessity di far precedere alia 
questione dci modelli, a cui il poeta si sarebbe 
ispirato , 1' altra dell' estenzione della cultora 
classica al tempo in cui il Mussato visse. 

E' roerito principale di questo secolo Taver 
fatto preyalere netrapprezzamento dei fatti sto- 
rici 11 concetto della lenta progressivit& , del 
lento diyenire, per cui, abbandonata la curiosa 
pretensione d' assegnare nello svolgimento della 
storia dei confini netti e recisi , si vanno a ri- 
cercare le origini del fenomeno storico spesso 



cose alte e nobili, onde V Eneide era una tragedia, 
e al genere tragico appartenova, nel campo delle 
letterature volgari, la canzone (Dante-De vulg. E- 
loq. IV 62). Cos! la Commedia era il racoon to di 
cose esclusivamente basse e vili , o miste ad altre 
pii!i nobiliy onde 1} poema dantesco prese quel titolo^ 



-124 ~ 

molto al di 1& dei Iimiti» che d' ordioario gli si 
erano assegoati. Se questo spostamento 6 awe- 
Duto in genoralo per tutti i fatti storici, e spe- 
cialmento per quelli coDtraddistin^i da uoo spe- 
ciale indirizzo del pensiero e rimutarsi deile 
coscienze, forse per nessan altro si 6 Terificato 
in maniera cosl notevole come per I* Umanesi- 
mo. Gli 6 cosl che queil' importantissimo movi- 
mento di studii e d' idee , che oggi ancora in 
qnalche antiqoata storia letteraria , sempre in 
uso nolle scaole, vieoo rinchiuso nei llmiti ri- 
gorosi del secolo XV, si yenne ricondacendo dap- 
prima a una gonerazione di dotti epigoni y per 
dir cosl. dei nostri grand! trecentistt » poi al 
Boccaccio e al Petrarca, e, piu tardi , sempre 
facendosi indietro, a Dante, finchd si venne alia 
conclusiono che suUa fine del XHI e il princi- 
pio del XlV il movimento umanistico era in corta 
gnisa rigoglioso. Questa nnoya concezione, poi, 
and6 tan to in \h che non mancaron di quelli , 
i quati dimostrarono come non mai , nemroeno 
durante le cosl dette fitte tenebro delta barba- 
ric modieyale, si spense del tutto la tradizione 
classica, almeno in Italia, e come perci& trala 
latiniti classica e Y uroanosimo , non ci sia, at- 
traverso la latinit^ argontea e la latinitlt me- 
diovale« nessuna soluzione di continuity. Ma, a 
parte q|ueste e^a^erazioni che potrebl^ro avere 



— 125 — 

al piii il valore di dimostrare ana volta ancora 
come Don vi sia fatto storico, cbe noa si ricol- 
leghi per una catena pii^ o men lunga ad altri 
fatti qaanto si voglia remoti, rimane oramai as- 
sodato che il Rinascimento classico ha radici e 
origini moito piu profonde di quelle,che ordina- 
riamente gli si attribaivano » e che, ad essero 
giasti e ragionevoli, bisogna riportare il riQo- 
rir dQgli studii antichi non meno di un secolo 
piil indietro di qaello che ordinariameote non 
si facesse. Chi non tenga presente questo e si 
abitui a veder solo nel sec. XV il risorgimento 
deir aatichitit, non potr& comprendere moiti al- 
tri fatti: non intender&,«per esempio, il gran la- 
YoriOy che fin dal secolo XII si andava facendo 
nei monaster! specie dei BenedetUni per rico- 
piare i classici e difionderli , code ai frati an- 
diam debitori della conser^azione di gran parte 
delle opere letterarie latino ; non potr& spie- 
garsi la fondazione di fiorenti Stvdii nell' Italia 
moridionale, nella centrale, nolla settentrionale, 
6 r accorrere ad essi di una studontesca numo- 
rosa da ogni parte d* Italia; non intenderii il 
tentative di Cola da Rienzo (e figuriamoci poi 
qaello di Arnaldo da Brescia); non si spiegher^ 
il namero rile van te di tradazioni e di volgariz* 
zamento dei piu famosi scrittori latini nel secolo 
j^III e XIY. Diventa allora del pari inesplicabiie 



-128- 

II concetto politico dell* impero non tanto parti- 
colare a Dante, che non so ne trovino tracce 
in altri eminenti porsonaggi del XIV secolo ; 
sembra strano il rimprovero mosso a Dante dal 

sue amico Oiovanni del Vlrgilio; strana tatta 
la molteplice opera lettoria del Mussato; o so- 
prattutto dovr^ sembrare qualcosa dl simile a 
un vero miracolo il risorgere della lettoratura 
classica nel XV dope un cosl rigoglioso e ma- 
gnifico sviluppo dolla lettoratura volgare, quale 
si ebbe nel 300. II ver& 6 che in Italia son per 
lungo tempo coosistite due letterature , prima 
che la giovane prendesse poi decisamente il so- 
pravvento sulTantica. Questa, dapprima, nel sue 
e col sue languiro, favor! il nascere e 1* ingran- 
dirsi di quella, dal contatto della quale , piu 
tardi, come riogiovanita, riprese vigore e quasi 
la pareggi5 so non in intensity di vita, certo in 
estensione; o, cosl risuscitata , per virtu delle 
forze, in so stossa latent! , potd per un certo 
tempo anche superar la giovane e minacciar di 
sofTocaria, finche , trovata nel I* altra una rest- 
stenza proporzionnta al vigor giovanile di essa, 
flni col cedere il luogo e col contribuire , me- 
diante il sue ricco pairimonio di coltura e di 
civilt^, aH'ingrandimonto di quella, che prima 
era stata sua flglia e poi sua rivale. 

Queste mi paion, tradot^e in linguaggio piu 



o meno metaforico, le viceade reciproche delle 
lettoraturo italiana o latiaa, o il momonto ia 
cui esse appaiono pari di forza mi sembra pro- 
prio ii tempo di Albertino e di Dante. Se da 
una parte con 1* Alighieri la lingaa italiaDa esce 
dalle incertezze e dalle lodeterminaziooi difjr- 
me» proprie dello stadio lingaistico, che si chia- 
ma il flfojsionamenlo dialettale, e la letleratu- 
ra» oUrepassato il poriodo dei canti d' amore e 
degli scherzi poetic^ si afferma potentemente 
net grande poema, a comporre il quale concor- 
reranoo tutti gli elementi della storia umana 
e della vita contemporanea, dall' altra coll'ope* 
ra lettoraria del Mussato si rivela nel secolo 
XIY la vitalitit e la forza della letteratura an- 
tica, patrimonio oramai noo piu esclusivo di 
cMericif ma di giaristi, di poeii e di aomini 
piu propriameote di lettere. Di questa cultara 
letteraria classica due furono in quel secolo i 
centri attivi, la Toscana con la scuola che fa- 
ceva capo a Oeri dC Arezzo^ e la Marca Tri- 
vigiana e specialmente Padova» la quale, dopo 
la cacciata del Tiranno^ col rifiorire della li- 
bertlt, Tide risorgere anche il suo Studio e ac- 
colse tra le sue mura una eletta e folta schiera 
di dotti, a cui per6 la spada e il giure non e- 
rano men familiari dei raggiri diplomatici e 
deir arte di governare, o dei poeti latini e della 



— 128 — 

metrica elassica. Vi era allora sparsa in Pado- 
va e nolle citt& vicine una society colta, ele* 
gante, la quale, dope avere studlato gli scrit- 
tori latini allora conoiciuti, ed essersene assi- 
milate le bellezze alia maniera che aqnei tempi 
si poteva e s' intendeva, (1) cercava di ripro- 
dnrl^in nnovi poemi o in nuovi componimenti, 
oppare in lavori storici. I poemi in esametri 
eran per lo piii intitolati a principi» doi quail 
si cercava guadagnar la proteziono e il favore 
come a Can Orandey che fu cantato da Ben- 
venuto dei Campesant e dal suo discepolo ed 
ammiratore Ferreto dei Ferreti. Gli altri com- 
ponimenti poetici erano a preforenza egloghe, 
elegie, epistole ad imitazione di quel poeti la- 
tini, che furono fra i piu cari e piti diffusi del 
Medio-evo, voglio dire, Ovidio, Orazio, Virgilio. 
E qui d bene ricordare che la letteratura clas- 
sica per gli umanisti. di quel tempo non com- 
prendeva che una parte, (la piti recente e la 



(1) Diciamo cosl perch6 allora da una parte il 
gusto letterario non aveva potato ralHnarsi, daU'al- 
tra la raritk dei libri e lo smarrimento dei codici, 
piu tardi ritrovati, face van spesso rivolgere Tatten- 
zione sul mediocri, che formavan V oggetto d' una 
ammiraziono un po' feticista. 



— 12S — 

mono importante osteticamente) di quello, che 
not siam soliti d* intendere comp lossivamente 
sotto tal titolo, cio6 solo la lotteratara latioa, 
e di qaesta stessa una porzione ben angusta* 
AU'infaori degli scrittori, infatti, (e nemmeoo 
di tatti) deU'eti aurea (Oicerone, Sallastio, Li- 
vio, Virgilio, Ovidio, Orazio) , di alcuni altri del 
periodo post-auguUeo (Seneca, Lucano, Stazio, 
PJinio 11 Giovioe ecc.) e di pocbi ancora della 
bassa latiniti, quasi di nessun altro mostraQ 
cogDizione diretta ni gli scritti del Mussato, del- 
I'Alighieri, del Petrarca e di altri cootempo- 
ranei» nd le traduzioni, che, come abbiamo ri- 
cordato, in quel tempo erano assai frequenti. 
Degli altri scrittori latini si sapevano i nomi e 
air iogrosso anche le opere principal!, e se qe 
avevano quelle notizie confuse, yaghe, contrad* 
dittorie, che le citazioni trovate negli scrittori 
cososciuti potevano suggerire, o che era in 
grade di fornire la tradizione scritta ed orale, 
I>erFenuta fine a quel tempi. Degli scrittori 
greci si sapeva tanto mono : il Greco allora in 
Italia non si conosceva quasi da nossuno , seb - 
bene pochi anni dope la nozione approfondita 
del mondo letterario latino facesse sentire piil 
vIfo il bisogno di studiar la letteratura greca, 
e il Petrarca vecchio (nuovo Gatone), si met- 
tesse a studiare quella lingua, segulto neU'e- 

17 



fleiiipio dal Boccaccio, che voile anche prooa* 
rarsi la gloria di istituire la prima cattedra di 
Oreco In Italia» chiamando a Firenze il calabre- 
se Leonzio Pilato. E' notevole, perd, che poco 
men di an secolo prima del Boccaccio e del 
Petrarca un dotto padovano, Pietro d' Abano , 
fliosofo, medico, studioso di lettere classiche, sentl 
it bisogno d* imparare il Greco ; e » mostrando 
la via al Ouarino e al Filelfo^ corse a Costan- 
tinopoli ad capessendas grcecas tliteras) quum 
Uteris latinis esset non mediocriler imbutus.(l) 
Chi vogli a farsi un concetto della society lette- 
raria padovana e delle persone cbe la compo- 
nevano, in cosi grande scarsezza di documenti 
e di opere pervenuteci, legga le elegie e Tepi- 
stole del Mussato, il quale non solo era stimato 
centre di quell a scuola di umanisti per il sno 
ingegno e la sua dottrina, ma anche per le sue 
doti, e pel tempo in cui visse appare posto in 
mezzo ai due, che potrebbero tonersicome gli 
estremi di quella scuola, il poeta Lovato^ mae- 
stro e forso incoraggiatore e benefattore del 
Mussato, e il poeta vicentino Ferreto, cbe pro- 
metteva al yeccbio Albertino, di cui era am- 
miratore ed amico, degne lodi e onore, quando 



(1) Murat. XXIV p. 1154 Rer. It. scrip. 



— 131 — 

sarebbe morto : V ono, il poeU ddi toapl libe- 
rie che scrisse un poema iotorno alle maledeite 
fazioni di gaelG e ghibellini, 1' altro* il poeta 
del priDcipato, che adolft apertamente il iiraa- 
no delta sua patria. Can Orande delta Scala. 
Letteratl non di professiooe, ma come per di« 
letto, fra an contratto notarile o on disoorso 
neir assemblea« non avevano tempo ni mode di 
attendere, se non raramente, a laTori di raglia 
e di Tolame, e percid si dedicarano a compo- 
nimenti brevi, come epistole, eglogbe, elegie, 
ed argomenti di lioTO importanza. Erano qae- 
sti o confidenze fra amici, o manifestaxioni di 
dabbi e di timori, cho la vita tempestosa di qaei 
giomi, purtroppOy giasiiflcaTay o proposizioni di 
problemi, di qaesUoni, dlndoTinelli, a risolTore 
i quali s' inTitavano a provarsi, come in place* 
▼ole arringo, gl' ingegni degli altri poeti ; tal- 
▼olta anche scambi di frizzi e di argazie pia o 
mono forti fra amici, raramente polemiche Ti- 
yaci e ardenti. 

Usanze qaeste predominant! allora in tatto 
il mondo letterario italiano, come si pa6 vedere 
anche dalla Vita nuova di Dante ; e che» men- 
ire dimostrano an certo spirito di baona amici- 
zia e di fratellanza fra i letterati del temper, 
sono an lontano preladio di qael vi?o bisogno 
di scambiarsi idee, discatere , o meglio di coq- 



— 188 — 

rersare, che 6 stato sempre cod spiccato e te- 
nace nei letterati italiaoi e che dal sec. XV in 
poi si 6 tradotto in pratica oetla fondazione, non 
sappiam dire sa piu benefica che altro, dellein- 
namerevoli Accademie. — Un posto a parte , 
emioente ed isolato dov6 , in queiraccolta di va^ 
leoti aomini, avore i\ phisicus MarsHio daPa- 
doTaf a cui Albertino dirige le epistole XII e 
XVI; r autore di an famoso libro iatorno ai rap- 
porti fra Stato e Ghiesa, in cai si sente alitare 
gi2t lo spirito ribelle della Filosofia del Rinasci- 
mento. Le altre epistole di Albertiao sono di* 
rette» a quel che pare, anche a latinisti; tra i 
qnali troviamo tre professori di grammatica , 

V uno a Venezia (Giovanni — Epist. IV e XV), 
r altro a Mantova ( Bonincootro Epist. Xin ), 
e il terzo forse a Padova stessa ed6 quel Quiz- 
zardo (Epist. XIV), ii quale, venia precata ab 
illustri auclore, scrisse un commento air^cce- 
rinis, in cui dimostra tanta conoscenza delle 
cose dei Padovani, da far sembrare ben fondata 

V ipotesi che egli insegnasse a Padova. Ma la 
cuttura classica non era rappresentata soltanto 
da chi, come i maestri di grammatica e il col- 
legio dei professori d'arli libercUi nello Studio 
Padovano, doveva farlo come per necessity e 
dovere del proprio uf9cio. — II poemetto in tre 
libri^ in cui Albertino tratta de obsidione Pa- 



— 133 — 

dikxe civilalis , per opera di Can Grande 
della Scalay ci fa sapere cbe esso fa scritto ad 
esortazione del Collegio dei Notai » i quali a- 
vevan pt*egato li poeta di trasferir 1* argomeo* 
to ID quempiam metricum concentum > tale 
per5 che fosse: « moUe, et vulgi inielleclioni 
propinquum » , molto piu che oon lo stile e* 
minentior della sua Storia in prosa. 

Ora, an poema scritto con lo scopo, che si 

propose il poeta, e poi sparse di tante remioi- 

scenze ed imitazioni di classic!, di taote digres- 

sioni mitologiche, e la prova piu sicura cbe in 

quel tempo accaoto e Intorno ai dotti e ai poeti, 

di cui la memoria 6 gianta flno a noi , viveva 

e si aggirava una folia anonima di gente colta 

o di buon gustai, non tan to approfonditi nello 

studio deir anticbiti da scriver libri e opere 

atte a tramandarne ii nome ai poster!, ma ab- 

bastanza innanzi per potere, al solo ascoltarlo, 

intendere un poema scritto in Latino od anche 

ammirare 1' artiflzio del poeta, cbe, come ape, 

andava cogliendo di fiore in flore dai piu famosi 

maestri del dire nelT anticbit^. — Ma vi era la 

Society dei letterati, piu propriamenti detti, in 

mezzo a questa piu larga, che potremmo dire 

dei dilettanti, la society di cui 11 nostro Alber- 

tiDO era il capo autorevole e riconosciuto. Vi 

apparteneya il JfOvato, maestro, a quel che pa- 



-134- 

re, di Albertino, che ne paria con A affettaosa 
rivereoza nelt* epistola diretta al nipote di loi , 
Sdando da Piazzola. Le relaziooi del Lovato 
cen Albertioo , a giudicaroe da qaello che il 
Mussato stesso ne dice oel De Oestis Ilaticorum 
Lib. II e da quel che oe scrive Oiovanni del 
VirgiUo in una sua egloga, paion molte simiglianti 
a quelle che dovettero intercedere fra Dante e 
il Latin! ; quando Brunette » quasi padre buono 
e affettuoso, insegnava a Dante la via delta glo- 
ria, detla virtti e del sapere. Ancbe il Lovato 
fu per Albertino come un padre (1), da cut egli 
ripeteva 1' indomito amor di patria, e col quale 
nolle frequenti conversazioni doveva intratte- 
nersi sulle condizioni della travagliata Padova, 
e certamente anche su argomenti di Lettera- 
tura e di Poesia, se com' 6 probabile, Giovanni 
del Virgilio nei suoi versi, riportati dallo Zar- 
do (2), voile alludere a qualcosa di realeepro* 
priamente alia parentela, o meglio alia filia- 
zione letteraria del Mussato dal Lovato. Seb- 
bene a noi sconosciuto per la mancanza delle 



(1) Mussato — Ep. Ill -- Hie mihijlende pater 
vitae — pars maxima nostrae, 

(2) Zardo — Studio storico iatoroo ad Ab. Mus- 
sato — p. 275, 



-135- 

dae opere, fa ogli certamoote poeta di grido « 
a giadicare dalla riverenza con cui ne paria il 
Massato e i\ De Virgilio^ dall' ammiraziooe cho 
noQ gti risparmiano nd il Polentone (1) » ni il 
P6trarca» il qaale, chiamandolo priocipe di tutti 
i poeti della saa e della precedente gonerazio- 
oe, dice che piu ancora il suo nome sarebbe 
famoso di quel che non fosse allora in Padova 
e in tutta Italia, se alle nove Mase non avesse 
mescolato le 12 Tavole (2). 

Erede del valore poetico e anche dell' am- 
miraziono tribatata al Lovato fa il nostro Al- 
bertino, al quale percid facevano» in certa ma- 
niera, capo gli altri cuUori delle Muse di quel 
tempo, che a lui scrivevan domandandogU con* 
sigli, esortandolo a nuovi scritti, proponendogli 
question!, o indirizzandogli lodi e componimenti. 
II poeta, vicentino, Ferreto era in corrispon- 
denza col Nostro, dal quale ricav6 molte imita- 
zioni nel suo poema a Can Orande; e non mono 
del Ferreto gli scrivevan altri illustri ingegni 
contemporanei; quali Benvenuto dCCampesanif 
vicentino anch'eglie anch'eglidispregiatoredei 
Padovani o partigiano di Cane; V amico di Dan- 



(1) Polentone — De scrip, illust. 

(2) Petrarca i— De rebus memorandis •* IL 



— 136 — 

to, Oiovanni del Virgilio (1), che cercava d* in- 
▼ogliare il grau fiorontino a recarsi a Bologna 
con la promessa di fargli leggere le poesie del 
Mussato; Oiambono (V Andrea, notaio e poeta, 
dei cni consigli 11 Mussato faceva grande stima. 
So qaesti e sogli altri piu oscuri prlmeggiava, 
senza dubbio, per doti di roento e di cuore^ per 
i pregi del diplomatico, del soldato^ del gorer- 
natore, non mono che pel valore dello storico 
6 del poeta, Albertino Mussato ; ed egll aveva 
certamente coscionza della sua superiority e 
quasi del sue mandate di rappresentare ed im- 
personare tutta quella fiorita e illustre scuola 
di dotti, di letterati e di poeti, se con tanto ca- 
lore credette di dover rispondere a quel frate 
Oiovannino dell* Ordine dei Predicatori , che 
Yoleva sostener essere superiore la Teologia a 
tutte le scienze e a tutte le arti. I professor! 
dello Studio Paiovano in quell' occasione si 
sdegnarono assai, ma chi assunse la difesa , di- 
romo cosi, ufflciale della Poesia e della Lette- 
ratura, e indirettamente di tutto il sapere u- 
mano, che allora si sintetizzava nolle Lettere , 
fu Albertino Mussato per esortazione anche di 
Paolo, giudice del Tiiolo. A darci un* idea del 



(1) Mussato — Egl. II «Phpigio Musone levabo^ 



coDoeUo che delle lettere 6 della poesia si bh 
cesse queila prima geDoraziooe di umanisti, tan- 
to vieini al Medio-ovo, nionte di piu istruttiTO 
e di piti esatto di questa polemica fra ii frate 
e il poeta, in cui, accanto alio spirito d'esctu- 
sivismo e d' intoUeranza religiosa dei teologi, ap- 
parisee lo spirito di ribellione al giogo dei 
dogmi, di ana riboliiono, per6, timida o inodo* 
rata, in qaanto non si disconosce la importanza 
doUa Teologia, ma le si mette a paro la Lette- 
ratura. 

Da ambedue le parti, poi, si rivela lo stra< 
no miscuglio di pagano e di cristiano, di mito* 
logia e di bibbia, che si faceva in quegli albori 
del Rinascimento con una iDcoscienza, che ha 
solamente riscontro noil* iogenuit& con cui da- 
van importanza e valore di argomento storico 
(qaando Tinteresse polemico il ricbiedesse) alia 
fiavola piu semplicetta, e insieme nell* abituale 
franchezza a passare sopra i punti controversi 
e fare, invece, vano sfogglo di dimostrazione, Ik 
ove non si richiedeva affatto, nella disinvoltura 
di appoggiarsi agli argomenti piti futili^ dandosi 
r aria di crederli concludentissimj, e di scam- 
biare contiuuamente r estrinseco, il convenzio- 
nale o 1' accidentale con Tintrinseco, il naturale, 
il sostanziale. 

Ecco qua, per esempio, un argomento per 

IS 



1 



— 13g — 

dimostrare la divinitd della poesia. 11 po6ta» 
dice il Mossato, vien detto vates; vales i vas 
Dei; non 6 evidente cho la poesia i cosadivina 
dal momento che i suoi cultori sono dei vasa 
Leit — Fra Oiovanntno nella sua categorica 
risposta polemica non la perdona a1 Massato 
nemmeno su questo punto ; ma credete che si 
melta a contestare, come sarebbe ragionevole 
aspettarsi, la validity dell' argomento etimolo- 
gico in questo case? Niente afTatto; per Oiovan- 
ninOf come per AWertino, Tetimologia 6 qui an 
mezzo capitale per tagliar la testa al tore e 
risol?ere la questione; tan to vero che it frate, 
TOlendo tirar 1* acqua al sue malino, va a sea- 
vare un* etimologia del nome vates non meno 
peregrina di quella proposta dal Mussato. Vates 
d da <vico>, legare, quod poeta habet pedes et 

membra ligare ; altro che vasidi divinitdf 

Un altro argomento: cid che i divino i 
elemo^ ma eterno k il lustro della poesia (come 
lo prova il fatto che i poeti venivan coronati 
daU'alloro perennemonte verde), dunque la Poe- 
sia k divina. Una ragione cosi fatta, fondata sul- 
Tqso d'incoronar d*alloro i poeti, oggifarebbe 
sganasciar dalle risa il piil debolo ayversario» 
ma Oiovanntno la prende in voce sul serio e la 
confuta yittoriosamente, ricordando chelabei* 
lezza di quel verde perenne inganna, in quanto 



— 139 — 

che cela r amarezza delle foglio stesse e del la 
bacche , e che la corona circolare dei poeti h 
simbolo del lore allontanarsi dalla verity e quindi 
anche dalla divinity. 

E Qon vogllo astenermi dal riportarne un 
terzo. < Non e divina laPoesia? (chiede il Mus- 
sato) ; ma se essa ha perfioo predetto la Fede 
Gristiana, come provano i centoni di Omero, di 
Yirgilio, che darebbero dei punti alle piti lam- 
panti profezie biblicho ! > — Manco male che 
questa volta» almeno, Oiovannino rispose un p6 
da senno, dicendo che i Centoni non voglion dir 
nulla, appunto perchd i poeti^ da cui son rica- 
vail, non intendevano di dire quelle che ai Oen- 
toni, compilazioni dei posteri » si fa dire. Basti 
ci6 che si S detto a dimostrare la continuain- 
vasione e continuazione , che avveniva in quel 
primi umanisti , di cose sac re e di profane , di 
antico e di moderno, ed a rivelar gli strani ri- 
pieghi a cui si ricorreva per raggiungere quello 
scope che» nascendo, si propose 1' Umanesimo^ 
per effetto , senza dubbio , della sua filiazione 
medievale : lo scope, dice, di conciiiare ii mondo 
la cultura pagana col mondo, la culturae la 
civilt& cristiana, il quale tentative durer^ an- 
che nei primi decenni del XV e riuscir& proprio 
alia meta opposta a quella cercata. Perd men- 
tre i numerosi prosecutori di questo teqtati- 



— 14»- 

TO (1) lo compiron piii tardi con piona coscienza 
6 con maggior corredo di argomenti, noi primi 
Umantsti, como il Mussato e i suoi contempo- 
ranei, esso era affatto iocosciente e qaasi istin- 
tivo ; seoza dire, poi, che con una conoscenza 
limitata deli* antichit& e fra le distrazioDi con- 
tinue e ie preoccupazioni delia vita pubblica, 
le quail non dovevan certo permettere al gusto 
artistico di rafflDarsi e completarsi, si riusciva 
a qualche cosa di grossolano, di disarmonico, 
d* infantile, di goffo. E questa goffaggine si ri- 
Tela anche nell* apprezzamento che allora si 
facoTa degli scrittori antichi, dei lore pregi par- 
ticolari, della loro siogola importanza. I fanciulli 
e i contadini di fronte alle persone, che sono a- 
bituati a sentir citare come grand! e dotti, se 
no stanno senza attentarsi di alzar lore gli occhi 
in vise per esaminarli, TOder come son fatti e 
paragonarli tra di loro , li confondono tutti in 
un medesimo ed unico concetto di grandezza. 
Gosl gl* Italian!, ora che per forza di cose ve- 
nivan a contatto cui velt^tl divtni , non ardi- 
vano di avventar dei giudizi, che alia loro co- 
scienza stessa potevan apparire irriverenti; e 



(1) Cos! il Poraponazzi e il Valla, per non ci« 
t^r^ altrif nel campo della filosofia* 



— 141 — 

non si arrischiavano a fame come una classifi- 
cazione e una gradaatoria , d6 doile quality di 
uo medesimo scrittore osavan fare uoa cernita, 
abituati, come eraDO, a crederli perfetti in tut- 
to, e per ci& stesso inconsapevolmente tratti ad 
inoamorarsi piu delle quality meglio appari- 
scenti, che di raro poi sono le migliori. Gosl 
Omero, Virgilio^ Orazio, Liccano, Ovidio van 
messi per Dante tutti insieme ; e una volta che 
si vede costretto a dissent! r dalla opinione di 
Qiovenale, lo fa, circondando la sua irriverenza 
di mille scuse , tal quale come si trattasse di 
Omero , di Aristotile , di Pitagora e di altri 
genii. Gosl scrittori d' importanza non primaria 
come Seneca , Ovidio , Slazio , Lucano potet- 
tero godero il favore e 1* ammirazione del Me- 
dio-E?o e delle prime geuerazioni di Umanisti, 
i quali s' innamorarono degli ornamenti mitolo- 
gici , di cui son pieni gli autori classici , e si 
diedero a caricarne i loro scritti con una pas- 
sione tale da tradir quasi la convinzione che 
non vi sia miglior poeta di chi piu di tutti fa 
sfoggio di erudizione mitologica. II Mussato pare 
la pensasse proprio a questo modo : basta dare 
una rapida scorsa al poemetto de obsidione e 
air epistola X e XVII per vedere che affastellio 
▼*d fatto di reminiscenze classiche e mitologi* 
<^, cooyincersi ohe egli, per eccedere taato^ 



— 142 — 

dorera tenor per pregio, davvero siogolare, 
quello sfoggio , beoch6 d' altra parte la saa 
forma sia etogaoto ed efflcaco appunto nei lao- 
ghi » in cat , dando liboro sfogo ai suoi seoti- 
menti » dimentica di essore nnostudioso doiran- 
tichit& laUoa» e motte da baoda il ciarparao 
retorico e classico. II cho gli avviooe rara* 
mento nolle poesie mioori, dove la parvit& dogli 
argomooti gli dava agio di sbizzarrirsi con la 
fantasia o con le reminiscenze scolastiche, ma 
molto spesso invece nella Tragedia, dove il te- 
ma, profondamente sentito, non dava tempo al 
poeta di frngar troppo nei suoi ricordi da sta- 
dioso e di abbandonarsi all' imitazione di un mo- 
dello vagheggiato. 

Ed eccoci ritornati 1^ donde parti mmo, alia 
questione dell' imitazioae da qualche modello 
classico» questione che piti agevolmente possia-^ 
mo trattare era che abbiamo gettato an rapido 
sgnardo sulla cultara classica dei Padovani ai 
tempi di Albertino. Pel quale riassumendo, pri- 
ma di procedere oltre, i risultati della nostra 
Inoga digressione diciamo : l^ che egli era il 
capo au tore vole e riconosciuto di una fiorente 
scuola umanistica padovana, (1) la quale, antici- 



(1) Come si vede, noi abbiamo qui trattato esclu- 
tsivamcntc della cultura q letteratu|*a latina, sebbene 



-143 — 

pando r indirizzo,cho nella seconda met& del 400 
doTOva prendero la risorta cuUura classica, pi& 
cbe del lavorio critico intorno agli scrittori, si 
occupava di imitarne i capolavori ; 2^ che gli 
scrittori , conosciutl , eraoo pochissimi , a quel 
pochi tutti latini (Oicerone^ Livio, Sallustio, 
Orazio, Ovidio. Persio, Seneca, Lucaoo, Stazio, 
Boezio e i padri delta Chiesa), messi tutu a uu 
dipresso alia medeaima stregua , apprezzati e 
gastati in una maniera un po' grossolaoa; 3^ che 
r imitazipne, che se ne voleva ricavare, a parte 
qaella che veniva ispirata dal genere letterario 
stessoy era una imitazione estrinseca e formale 
piu che intima , tanto piii facile perci6 a mat- 



in quel secolo nella cavalleresca Marca si scrives- 
sero poemi roroanzeschi franco-italiani e non man-* 
casse una certa corrente d' italianiti letteraria che 
si esplicava da una parte nella poesia mitico-reli' 
giosa di BuonDesin da Rioa e di Giooannino da 

Verona, dairaltra nei tentativi di poesia volgare, 
ma ascetica , nei quali quasi tutti gli uomini colti 
d* allora (e il Nostra fra questi) si andavan pro- 
vando : si vegga un saggio delle corispondenze poe- 
ticbe , niantenute per mezzo di sonetti, fra Alber- 
tino Mussato, Buonatino, Antonio da Tempo ecc. — 
Gior. si. di lett. it. Vol. XI — Novati — Recensio- 
ne ai Padryn. 



-144.- 

ferd In opera qaaoto pib iosipido, informe, In- 
colore fossa il pensiero , e per codtofso tanto 
pill difficile ad apparire, quanto piii grave e 
pieno A\ vita e indiTidualilit propria esso fosse. 
Tali essendo le condiziooi e gli elemeoti 
delta cultura di quei tempi, Albertino fu dalla 
fortnoa meseo io grade dr abbracciarti lutti e 
di baon'ora; che mentre negli altri suoi cod- 
tomporanei lo studio della letteratura classlca, 
oltre ad easer fatto in e<& abbastanza adnlta, 
era una specie di divertimeDto, pel Noslro fu, 
anzi , necessity di tnestiero. Perci6 tra la codo- 
seenza della letteratura classica, posseduta dal 
Mussato , e quelta degU altri si pud a priori 
peDsare che dovesse correre la medesima diffe- 
reoza che fra chi , daodosi a un'occnpazioce 
tanto per far qaalcosa, la faccia con tutto il 
comedo e aenza disturbi, e cbi la fa, costretto 
dai bisogni della vita, ogni memento. Albertino, 
IhfattiiiD quella elegia (1|, in cui la tnstezza delle 
sue condizioni^rapidamonto cambiate, gli dotta 
un linguaggio cosl commovente nella sua ma- 
linconica e sconsolata semplicitfi, ricorda come, 
nato in <paupertore statu >, mortogli il padre, 
o destinato perci6 « auleguam fierem pittier » 



(1] Elegia I. 



- i4g — 

a sostituirlo verso due fratellini ed una sorelta, 
81 senti, certo per aiato divine, nel dure e poco 
rimunerativo lavoro di dar lezioni e copiare 
codici, crescer le forze. 

« parva mihi victus praebebant iucra scholares 
▼enalisqne mea littera facta mana. » 

II che, notiamo in parentesi, 6 una prova 
decisiva per io sviluppo della cultura classica 
e deiramore, che in Padova ad essa si portava, 
Non essendoci libri da trascrivere all'infuori 
dei classici e mancando ogni insegnamento, che 
non fosse quelle della Grammatica, cio6 lo studio 
della Latinit& , porchd un giovane , oscuro an- 
cora, potesse trovar degli scolari a pagamento 
in una citik in cui, certo, non facean difetto ni 
i professori dello Studio Padovano, n6 altri let- 
terati di grldo, e perchd con quella occupazio- 
ne e con Taltra di trascrivere codici egli rica- 
vasse tanto da tirare innanzi una famigliuola, 
bisogneri bene ammettere che il numero degli 
scolari, ossia degli studiosi di lettere classiche, 
era abbastanza rilevante e la ricerca di libri e 
codici frequentissima e alia. Un esercizio simile 
da una parte doveva mettero fra le mani di Al* 
bertino molti piu scriitori antichi e dall* altra 
fargliene approfondire la conoscenza in assai piu 

19 



— 146 - 

breve tempo che doq accadesse ad altri. Basta 
leggere la I^ sua epistola per accorgorsi dalla 
maniera, come parla degli scrittori, che a lui 
doveva esser nolo quasi tutto il materiale let- 
terario classico del Medio-Evo, e basta leggere 
alcone pagine della sua istoria per vedere co- 
me egli mal cell la non ospressa ambiziooe di 
emulare il suo grande concittadino, LiviOy nello 
stile, nogli atteggiamenti, nolle concioni. Men- 
tre, poi, le sue poesie presentano tracce evi- 
denti di remioiscenze classlcho in immagini, in 
frasi , in versi inter! robati a Giovenale o a 
Persio, a Ovidio o ad Orazio, tutte le sae opere 
dimostrano in lui una cosl ?asta erudiziQpe das- 
sica , una conoscenza deir antichit^ , quale si 
lascier& (a parte il Petrarca) desiderare per un 
pezzo dope di lui, specie sola si paragon! all'e- 
radizione disordinata e plena di error! del Boc- 
caccio. Tuttavia , non ostante il grande amoro 
con cui studid tutti i classic!, duo dov6, e non 
i migliorl, apprezzarne di preferenza, Ovidio o 
Seneca : e benchS nell* epistola a mastro Ouiz^ 
zardo dice che spesso si sia coricato con il Yir- 
gilio sotto il capezzale (1) e il Virgilio sia desti- 



(1) Epistola XIV « Virgilius thalamo mecum ver- 

satus in uno tempore, quo.... 



— 147 — 

nato a rendergli mono amaro Tosilio, puro, evi- 
dontomonto, lo suo prodiloziODi furono por il 
< toDororum lusor amorum ». Si ora ancora ab- 
bastanza lontani da quol talo rafflnamooto dot 
gusto cho potesso far preferiro la castigata so- 
briot& di poeti come Catullo e Orazio alia facile 
abbondanza di Ovidio ; la cui ricchezza e variei& 
nelle immagioi, la felicity nolle uscite» lo sfog- 
gio di erudizione eran fatto per piacere ad Al- 
bert ino , non mono della dotta prolissit^ , delta 
pompa di ornaroenti e dello splendore di imma- 
gini, che Seneca rivela. In tutte le sue poesie 
si mostran di continue lo studio e Timitazione 
da Ovidio, che fanno la maggior prova in quol 
vero sforzo di memoria e di pazienza che 6 il 
Centone Ovidiano, costituente la III* elegia; 
alio stesso mode che lo studio e 1' ammirazione 
di Seneca si manifestano ingenuamente nella I^ 
epistola. Qui con grande coropiacenza Albertino 
insiste sulle tragedie del poeta latino, che egli 
conosce a fondo e di cui , non contento di enu- 
merare.ad uno ad uno i titoli, spiega (1) il con* 



(1) Epist.I« Facta Ducum memorat, generosaque; 

nomina Regura, 
Quum terit eversas alta ruina domes. 
Fulminasupremas feriuntingentia turres 
I<^ec capiunt planas impetuosa casi^. » 



— 148 — 

cetto unico fondameDtala per toraar poi verao 
la fine ad accennarne singolarmento gli argo- 
meoti, (l)i quali d' altra parte ia ua codice di 
Seoeca si trovano trascritti di mano del Mas- 
sato. (2) Data, dacque, naa cosl profooda ammi- 
razione del Mussalo per il tragico di Cordova 
niente v' h di piii probabils che egli , cultore 
appassionato delt' aotichit^, una voltapropostosi 
di scrirere una tragedia , i'abbia preso a mo- 
dello, in laaocaDza di altri, a cai iBpirarsi. II 
teatro tragico latino, cho fa pure cosl fecondo, 
Don era di certo pib ricco ai tempi del Mussato 
di quel cho sia oggi : altera come ora , Seneca 
n' era I'uqIco rappresentaate e d' altra parte i 
tragici greci erano sconosciuti Don solo neH'o- 
riginale liagua, ma anche nolle tradizioni. Al- 
bertino stesso ce lo ricorda dove dice : 

« MetraS«phoclaeiSDODSUQt suffultacothurois 
Haec tua, quidquid habos, lingua latina dedit, 
Sola rudis, tantum studlis inniza latinis 
In latiis oris nunc nova miles eris > 

Come si vede , Albortino stesso riconosce i' e»- 
sersi appoggiato solo sugli stuait talint ; a poi- 

(1| Epist. I — Da verso 110 a verso 136. 

[2] lennari-NotiziesforichediPadova- Tomo 1. 



— 149 — 

che si tratta di teatro tragico , ovidentoraeoto 
qai stiidii latini vuol dire studio di Seneca ^ 
modollo da cui gli era impossibilo prescindero, 
date da una parte le vedute, le condiziooi e i 
limiti della cultura classica contemporanea , o 
dair altra il proposito deir autore di scrivere 
una tragedia, un componimento ciod di natura 
schiettaroente classica, ne ancora passato nel 
dominio delle nasceoti lotterature volgari. 

Come va intesa, por&, qui rimitazieoe di 
Seneca, fatta dal Mussato? 

Le Iragedie di Seneca, come si sa, non fa- 
rono scritte per la scena e (non gi& come 6 il 
case del nostro aatore) perche non fossero abba- 
stanza tragediabili o rappreseutabili i soggetti 
sceiti, i qaali erano quelli divenuti oramai tra- 
dizionali e quasi di rito fra gli antichi scrittori 
di tragedie, ma perchd gli entusiasmi del pub- 
blico romano dei tempi di Seneca et^no esclu- 
sivamente riserbati alio piccanti e oscene rap- 
presentazioni dei mimi e dei pantomimi. Par- 
rebbe, per6, che le tragedie di Seneca , sorte 
centre il gusto predominante della folia, dovos- 
sero anche mantenersi lontane dai vlzii di quel- 
ret& decadente; ma oramai la corruzione di ogni 
sentimento di belle e di buono era cosi dilaga- 
ta, il false nella vita, nei costumi, nolle lettere 
taAto invalso^ che anche cl^i avesse avuto la 



- 150 — 

migliore intenzione di far argine alia corrento, 
non ne sarebbe io tutto potuto andarne esente. 
Le tragedie di Seneca seno esercizii oratori , 
anzi declamatorii e scolastici » stesi ia forma 
drammatica , privi di regolarit& e di natara- 
lezza neH'orditura, di verity di caratteri (che 
del resto noa si mostrano), privi di azione vera 
e di sentimento sentito, benchS le inflorino spesso 
grand! pensieri, gravi sontenze morali , imma< 
gin! ardite, pittare piene di particolari espesso 
anche di verity. Un ica arabizione dell' autore , 
anzi del retore , 6 quella di muovere 1* atten- 
zione unicamen te con la forma, suscitar la ma- 
raviglia nell' uditore con ringegnoomegliorin- 
gegnositft, senza badare a destare vera e pro- 
fonda commozione. Come in tutti i componimeati 
di scrittori, dotati piiidi fantasia che di ragione, 
nolle tragedie di Seneca in luogo del bello e del 
sublime non si trova che ampollosit& opposta 
alia naturalezza, sfoggio vano di orna menti ora- 
torii e lunga serie di freddi concettini. Dal prin- 
cipio alia fine e da per tutto uno stadio conti- 
nuo, uno sforzo di cervello; e per fare impres- 
sione due soli colori, od ombra oscura o luce 
abbarbagliante, e non mai, o a tratti disgiunti 
e rari, sentimento vero e profondo. Date il fine 
di suscitar Io stupore, ne segue una ricerca in- 
stancabile del singolare, del nuovp, onde da per 



— 151 — 

tatto esagerazioni nel descrivere le virtii o net 
descrivere i vizii. La passione^ ritratta di pre- 
ferenza, 6 il furore e sempre coi colori piu ca- 
richi. Nelle doscriziooi si spiega in tutto lo 
splendore il talento proprio degli autori , ma 
ancbe 11 I* cfl'etto vero 6 perduto dalla smania 
di far pQmpa di ricchezza nei particolari in 
luogo di serbarla per 1* insieme. SplenJide lo 
sentenze morali, ma spesse dedotte non dalla 
condizione momentanea deir autoro , ma enun- 
ciate come massime generali regolatrici delle 
azioni di lui, fredde nella lore studiata bre? it&, 
non riescQno che a stancare il lettore. E come 
nella sostanza, nella lingua, naturalmente, sono 
riflesse la gonflezza, r esagerazione , la prolis- 
sit&y la mancanza di naturalezza. 

Son questi i difetti delle tragedie di Seneca, 
che di pregi no ban pocbini day vero e non molto 
rilevanti: sono difetti del secentesimo cbe, come 
dimostr& il professor d'Ovidio, 6 un po' la ma- 
lattia del sangue degli Spagnuoli, in Seneca poi 
aggravate dair etk di decadenza letteraria , in 
cui gli toccd di vivere. Ogni volta cbe mancbi 
serieti di contenuto, appaion nella letteratura 
quelle quality, tanto vero cbe ad un secentista 
magari nel piu forte della corruzione , date il 
pensiero e verri fuori il Galileo o per lo mono 
il Sarpi. Cosl 6 del nostro AlbertinOi studioso 



- 162 - 

ed dntuaiasta ammiratore, qaanlo si voglia, di 
quei saceotisti della latiDitii che furoDO Ovidio 
e Seneca (quest! iDfiaitamonie pi& di quello) , 
portato, quaDto si voglia, e portato qaJDdi ad 
imitarli, pel fatto solo che egU aveva della ma- 
teria scottanto, viva, tra mani, correva nata- 
ralmento, magari a sua iasaputa o a sue di- 
spetto, ad allODtaaarsene.Haegli unargomento 
futile, inisero da trattare? ed eccolo nello e- 
pistole e nolle elegie serbar maggiori epidnn- 
meross remi oiscenze ovidlaDO fiao a comporre 
QD Ceotone ovidiaoo; occolo ovidiano nello stile, 
nello immagini , nell' abbandooo prolisso della 
forma, nello sfarzo deH'apparato mitologico. Solo 
per6 che abbia cose e fatli da dire, cho destioo 
un' eco profoQdo di dolore o di tristezsa DeU'a- 
nimo suo, la frase e 11 verso gli scorre spoota- 
neo per procedere naluraleespeditosoDza I'im- 
barazzante bagaglio della erudizione (Ep. Ill , 
per esemp., ed Elegia 11), Timpaccioso vincolo 
deir imitazione. 

Non altrimonti accade per latragedia. Ispi- 
rata a lui dal suo inquieto o tropidante amore 
verso la citt& nativa, riscaldata dal vivo sentt- 
monto patriottico, con pericoli veri da additare 
ai cittadini e da scongiurarli, che poteva avor 
essa di comuoe con le tragedie di Seneca, svi- 
lappate inlomo a favole mitologiche, le qaali, 



— 153 — 

spogliate oramai della loro antica , alta signifl- 
cazione, che non yeniva piu intesa dal pubblico, 
per gli uomini dotti stossi non ne conservavano 
se non una estrinseca, superOciale, di conven- 
zione e di tradizione? Che vita palpitava in quel 
soggetti di Seneca, tanto pid poi se li confron- 
tiamo con quello del Mussato, preso a nocciolo 
di an dramma, in un memento di cosl torribile 
angoscia, cagionata da fatti eguali a queiii che 
avevano dato r impulse al Noslroi Che imita- 
zione, dunque, poteva far questi, airinfuori di 
una formale, estrinseca, consistente nell' impre- 
stito (che pure da qualcuno bisognava togliere, 
non scrivendo il Poeta nella lingua materna) nel- 
r imprestito , dicevo , di frasi , di locuzioni, di 
versi, di qualche sentenza,di qualche atteggia- 
mento, o nei dialoghi, o nei personaggi? 

Avendo fatto un esame comparative delle 
Tragedie di Seneca e quella del Nostra, con la 
maggior diligenza. che mi 6 state possibile, vo- 
glio riportarne qui i risultati principali sia per 
non sembrar di ragionare sempre neir astratto, 
sia perche si possa giungere a piu determinate 
conclusioni, fondando le osservazioni sui fatti. 

Non sono rare nella Tragedia del Mussato 

le rominiscenze del poeta latino e certo molto 

piu numerose di quello che il breve commento 

di Nicola VtUani da Pistoia non metta in mostra; 

20 



— 154 — 

ma 6 Dotovole cho nel priroo atto se ne mani- 
fostino in numero superiore a quello di tutti i 
rimanenti presi insieme, come vedremofrapoco. 
La qual cosa potrebbe non solo spiegarsi col ca- 
rattere mono spiccatamento storico dell' atto I 
in paragone degli altri , ma anche con la con- 
gettura, che innanzi mettomroo a proposito della 
testimonianza di Sicco Polenione^ che Albertino 
avesse scritto, airinfuori della tragedia, nnal- 
tro poema in cui Eccerinum Plutone ac Pro- 
serpina naCum ftnooit (vedasi pag. 56 ). Se que- 
sto lavoro, a noi non pervenuto, deve credersi, 
infatti , an abbozzo giovanile , ma con intendi- 
menti e criterii estetici afTatto diversi da quelli 
che pib tardi il poeta segul nella tragedia, ogli 
ravrebbe scritto sotto Timpressione ancora 
fresca delle letture scolastiche e degli studii 
suoi ; e niente di piii facile che 11 , trattandosi 
d'ana esercitazione retorica sul genere di quelle 
di Seneca, il poeta avesse fatto addirittara un 
personaggio mitologico di Ezzelino, e vi avesse 
accolto quante piu reminiscenze classiche gli 
venivan in mente. Divenuto, poi, il soggotto di 
Ezzelino non piu un argomento di storia morta, 
ma di vita attuale e reale, e cambiato in coo- 
seguenza il disegno primitive del dramma , Al- 
bertino avrebbe compreso quell* an tico tentative 
nei sue nuovo lavoro, modificando i particolari 



— 155 — 

d^Ua oascita di Ezzelino, rivondicato oramai alia 
materoit& di Adeleita, so non alia pateroiUt del 
poToro Monaco. Ma anche diminuito di n^es- 
sit& I'apparato mitologico, no restan per& tut- 
tavia magglori tracce che non negli altri atti, 
scritti sotto la dettatura dell' angoscia presoote. 
E, certamente , a cbi confronti lo Tragedie di 
Seneca con quella del Mussato vien sabito fatto 
di notar soprattutto la identity di certi ripiegbi 
nel provocaro il racconto da parte del Nunzio 
o di altro personaggio^ o neir interrompere la 
narrazioDO di quollo, cbe altriroenti riuscirebbo 
troppo lunga. Si potrebbe dire che in cid non 
una derivazione del Mussato da Soneca si deve 
vedere, ma un semplice incontro, unaseroplice 
identity di effetti voluta necossariamente dalla 
identity di situazione , essondo nell* uno o nei- 
r altro scrittore frequente 1' intervento della 
forma narrativa nel bel mezzo della forma dram- 
roatica, e si direbbe giusto. Non essendoci perd 
nell' Eccerinis le lungagnate delle tragedie di 
Seneca e scomparendo, quindi^ la necessity di 
ioterromperlo frequentemente, il trovar, nono« 
stante tutto questo, lo interruzioni, fatte con le 
stesse parole quasi di Seneca, ci autorizza a 
vedere in esse una certa imitazione dal poeta 
latino. Si guardi, a mo* d' esempio, la I.* scena 
deir at to I.^ dove Adeleleita si arresta^ inorri- 



- 150 — 

dita, nel suo racconto ed Ezzeliao la incorag- 
gia diceodo : « Effare, genetrix »; perchd a me 
« OMdire iuvat grande quodcwnque et ferum 
est ecc. >» onde la donna riprende il discorso , 
ma sempre piena di spavento perchS quasi ad 
vultum redit imago facii. E poi si dica se Al- 
bertino non dovd ricordarsi qui della scena tra 
il Coro e il Nunzio nel I.^ atto del Tiesle , 
quando il Coro dice : « Effare, et (033) istud 
grande quodcunque est malum »; ed il Nunzio 
€ Haerit In vultu trucis (635-36) imago facti >. 
Adeleita sente un freddo brivido correrle pel 
corpo e perde le forze : < Frigore solutum 
cadit exsangue corpus > il Nunzio (ibid.) pro- 
mette di parlaro « si metu eorpns rigens re- 
wMkUiet mrium » e « $f sleterit animo >, delle 
qaali ultimo parole si pu6 sentire 1* eco nel- 
r atto IL** deir Eccerinis dove il Coro, pur di 
sentire le spaventose novelle, che porta il Nun- 
ziOy V esorta a riposarsi, « fldtu remisso dum 
cesset frequens anhelitus >. 

Yi sono in coteste esortazioni gli slessi e- 
lementi : per dire parla non si trova mai nd 
nell'uno n6 neiraltro dio, narra, ma sempro 
pande, effixre, parole piu rlcercate ; nell* uno 
e neir altro il fatio in tutti i suoi particolari 
6 la series; nell* uno e neir altro gli inviti a 



— 157 — 

parlare hanno un non so che di ingenuo, d* ia- 
faotilo in quanto cho non addimostrano se non 
quella curiosity impaziente e petulanto doi bam- 
bini, senza aggiunger nulla nd alia narrazione 
no tanto mono air aziono drammatica. Ecco : 
nel IV.^ atto del Tieste il baon Nunzio sa di 
di essere Nunzio^ conosce il mestiere e non 
domanda di meglio che di cbiaccherare, chiac- 
cherare, chiaccberare sonza tacor nulla, nem- 
meno il minimo dei particolari dell' eccidio or- 
ribile compiuto da Atreo; eppure quel bono- 
detto Coro, tanto per far atto di presenza ogni 
tanto a rompergli il fllo sul piti bello , e ora 
« quis manum ( 690 ) fey^ro admovei ? > ora 
« quo iuvenis (719) animo, quo tulit viUtu ne- 
cem? > 

Neir Eccerinis il Coro, atto IV 

< Quid ille tantis viribus septus facit ? 
Quis vultus, aut actus ? » 

Altre oziose interruzioni si notano nel IV 
atto del Tieste ai versi 730, 744, 746, 747, per 
poi lasciar parlare il uarratore di fllato fino 
al V. 788. 

Cosi il Coro nel V ielVEccerinis, dope aver 
iina volta interrotto il Nunzio, continua : 



« Quo flliarum et coniagis tuUu nocom (1) 
Albricus, et si oon loqui poterat, tulit t » 

e pib gid 

c Quis Qdjs eiuB fare, supremas fait ? » 

Son queate, come si vede, domaade, cosl per 
dire, interrogazioDi di na dubbio valore oarra- 
tivo drammatico, cbe nulla tolgono o aggian- 
gono e quanto al conferire an po' di varieti 
alia scena, pub darsi che raggiungoao in certo 
modo qaesto effetto in Albertino, ove per prime 
iQ narrazioni del Nanzio non occupano ( come 
avvieno in Seneca) pagins intere, ma non lo 
raj^iungODo certamente in Seneca. Ed 6 note- 
vole come si senta meglio la deQcienza e la me- 
schina vacait& di quelle domande nell' Eccert- 
nts cbe non aelle Tragedie di Seneca, giacchd, 
moatre in queste mancano delle scene poteoti 
di Tivacit& draminatica, \k ve d' 6 una aH'atto 
III.* veramente mirabile, nella quale le inter- 
locazioni si succedono con tanta rapidiU o ne- 
cessitfi, da fare col contrasts meglio spiccare 
la Tanit& delle altre. E'la acena in cal Eise- 



(1) V. il oit. V. del Tieste. 



— i5» — 

lino, incredulo alia notizia portatagli della per- 
dita di Padova, corre iocontro ad Ansedisio e : 
« Hem ? gaid est f » dice. 

Ansedisius : « Amissa Padnae civUas. Ho- 

stes habent » 

Ecceriniis : Amissa ri ? » 
AnsedtiiS : < Vi amissa » 
Eccerinus : < (hM vi t ecc » 

Oi 6f dunqae, imitazione in questo primo 
panto delle ioterruzioni , ma non soltanto in 
qaesto; altri luoghi vi sono in cai par di sen- 
tire Teco di frasi, espres3ioni di Seneca. 

Adeleita non pu& (Att. I.^ sc. I.*) per la 
vergogna e 1' orrore < eloqui factum » , non 
mono di Deianira nell* Ercole JSteo la quale, 
inorridita per la funerea efflcacia del sangue 
di Nesso ( Att. Ill, sc. I.* 728 ), a stento pu6 
< monstrum eloqui », giacchd solo al ricor- 
darlo 

« Vagns per artus errat excussos tremor, 
Erectus horret crinis, impulsis adhuc 
Stat torror animis, et cor attonitum salit, 
Payidumqae trepidis palpitat venis iecar » 

( 706-10 ) 



Terrord, cbe ha riscootro cod quallo che 
ossato ci doscrivd in Adeleita : 

Pavet animus, adveoit horror, et monbra 
oocnpat > 

rieste, dopo aver bevuto alia coppa por- 
dair atroce fratello, e assaggiate le viran- 
1 lui imbanditogU, eentendoai ribolUr dea* 

V iacere, atterrito si chiode : 

3ui8 hie tamultus viscera exagitat mea 
id tremuil intnst (Alto V, 9&-100); 

ad Adeleita dopo il mostruoso adultdrio: 

... recepta pertinax nimium veans 
aluit intus viscera exagitaus statim ». 

ircote prima di saliro il rogo e di morire, 
a il padre Oiove, ed approba , osclama , 
im, prora cho io sia tua vera prole, pro- 
some Ezzelino conchiudor^ la sua tronienda 
aziope a Satana : flltum talem proba. 

1 Coro del I," atto comincia, como not6 il 
nt, COD 11D ver30 tolto di peso al Coro del 
el Tieste « Quit vos eccagilai furor »; e 
sir iDtouazioae generale, sia nei peosiori 



— 161 — 

particolari, sia nolle parole, contiene numerosd 
reminiscenze Seneciane : il regni culmina lu- 
brici ricorda, infatti, I' atUae culmine Ivbrtco 
del medesimo laogo di Seneca; W € sic semper 
rota volvitur^ durat perpetuum nihil » fa ri- 
pensare al « properat cursu vita citato Iticii- 
que die rota praecipitis volvitur annl ( Her. 
P. I 180). 

II Core tutt' intero del I atto pel contena- 
tOy poi, par ricalcato su tre cori di Seneca, cio6 
il I deU'ErcoIeFurente, <che magnatum curas 
studiague damnat; il U? del Tieste che < a dis- 
sidiis palrum sumpta occasione , regum am- 
bttione tawat^y e finalmonte il IV^ dQlV Hip- 
politus che € sublimis fortunae instabilitatem 
et pericula canit ». — Ma quanta diversity nei 
dae poeti, fra la verbosa prolissiti deir uno e 
la saccosa concisione deir altro, fra il girar e 
rigirar di Seneca sempre o quasi sul medesimo 
pensiero e il vario quadropresentatoda Aiber- 
tino; fra il tone freddo e declamatorio di chi sa 
di fare e non vuol fare che la predica , piti o 
meno infiorata di sagge sentenze , e lo spirito 
appassionato, caldo di vero e santo sdegno pa- 
trio, che anima il Core del Mussato. SI compren- 
^^9 leggendo qaei cori, come Soneca lavorasse 
su argomenti vieti , conosciuti a memoria da 
tutti fln dalle colonne di Frontone (dicevaOio- 



venale), ma cho ogni poota aquei tempi, grande 
e piccino, si facoya un dovero di trattare, non 
riserbandosi cosi nessun altro campo per mo- 
strare la sua valentia, oltre quelle della forma, 
la quale si sa poi quanto valore possa avore , 
coltivata indipendentemente dal contenute (1) ; 
laddove il Mussate trattava di un argomento 
che, toccando da vicino lui ai suoi concittadiQi, 
le faceva pensare a ben altro che composte e 
ornate declamazioni. Guardate con quanta im- 
petuosa rapidity cominciano nel Coro dell* Ec- 
cerinis i rimproveri rivoiti ai Nobili < Quisv08 

lubricit » , come subito tenga diotro la mi- 

naccia del cittadino addolorato: 

< Duros expetitis metus, 
Mortus continuas minas 
Mors est mixta Tyrannidi 
Non est morte minor metus » 

Ma poichd V animo presage del poeta gli dice 
che purtroppo inascoltate resterannole sue pa- 
role (kst haec dicere quid valet?) occo, abban- 
donata la forma interrogativa e la esortativa , 
11 poeta adottare Taffermaziono quasi per con- 



(1) Giovenale — Sat. I — da v. P a v, 21. 



i 



— 163 — 

sogoar i colpovoli alia Storia, che no faccia giu- 
stizia, alia Storia, cui li addita con quol torrid 
bile vos con cui comincia il breve, ma fiero atto 
di accttsa. 

« Vos in jurgia Nobiles 
Atrox invidiae scelus 
Ardens elicit, inficit. 
Numquam qais patitur parem » 

E basta; detto ai Nobili il fatto lore, passa alia 
plebs vilissima, la quale, gottando olio nel fuoco 
delle discord! e dei grand! , finisce col tendere 
insidie a so stessa, cho in fondo paga la pena 
di tutto 11 lungo accapigliars! do! Nobili. — 
Dov'd esempio nei cori di Seneca di tanta for- 
za» d! tanta efflcacia^ di tanto cumulo di pen- 
sieri in cosi stringata brevity , o in una cosl 
nuda semplicit^ di mozzi? Dei tre cori di Sene- 
ca, ricordati, basta a dar esempio della vacuitlt 
di pensiero, neir ampoUosa e ornata sonoril& 
della forma, il 11 del Tieste, che pure d il mono 
preienzioso dei tre. 

< Quis vos exagitat furor (ai due fratelli) 

Alternis dare sanguioem 

pt sceptrum scelere ag^redi? ^^ 



— 164 — 

Voi non sapeie, cootinua i) Goro, o cupiat 
cium (ricorda il cupidi ntmis d'Albertino) , 
pium quo Jaceat loco. — Ah! no? Ebbene 
to atco to, grida il poeta tutto coatonto cho 
risposta DOgativa, fatlasi dare, gli porga oc- 
iiooe di fare an bello e magnifico sermone : 

< Regem ooti faciaot opes, 
Non TQstis Tyrae color. 
Nod frontis Dota regiae 
NoQ aaro nftidae fores. 
Rex est, qui posuit metus, 
Et dtrl mala pectoris: 

Quern 

NoQ qaidquid 



Siil di qaesto passo per altri trenta versi coa- 
ti per poi conchiudere 

< Rex est, qui metuit uibil. 
Rox est, qui cupiet nihil* (Tieste atto 
II da verso 344 a t. 389) 

> contiauiamo nell'osama dei laoghi deir^b. 
''fnfx.che ricordano, nello locuzioni, laoghi si> 
11 dolle Tragedio di Seneca. 11 Coro del II 
;o, per sollecltareilNaDEloa parlare.gUdfce: 



-. 165 — 
< Sermono cur nos anxios dudam tones? » 

a 10 Seaocaio ana sitaazione quasi identica il 
Croro: 

< Animos gravius incertos t6D6s» (T.IV, 658). 

Iddio 6 chiamato da Albertino 

€ Excolse mundi rector » , 

e da Seneca 

€ Summe caeli rector » (T, V, 1077); 

a lui si rivolge il Goro ieWEccerinis , inorri- 
dito per le ferocie dlEzzelino, come Tieste dopo 
r orribile rivelazione fattagli dal fratello. Iq 
AlbertiQo: 

< Quid deus tantos pateris furores, 
Quos soles et non jacuiaris igoes? » 

e in Seneca: 

<Ii;ne0qae iorqae: vlodlca amissum diem. 
laeolare flammas; lumon crept urn polo 
VolmlnllNM exple (T.a.y.Y.1085-d-7) 



J 



- 166 - 

4el HI atto sc. I dell'Eccerinisil TeUurerupla 
lar preso dal (T. att. I - 88) Tellure rupta Hi 
Seneca, o i[ sospetto d tanto pid fondato in quaoto 
:be, come 1' Eccorino invoca il sotterraneo spi- 
[■ito del padre, cosi Tantalo parla di divus oa- 
jor che, rompeodo dagli abissi delta terra, dif- 
'onda la peste pel mondo. 

Uo verso di quellu medesima scena delTieate, 

4 fratris, et fas, et fides 

lusque omce pereat > (T. I — 47-48) 

ispfrb probabiimeate Yabsil fides pielasgue no- 
stris aciibus semper posto in bocca ad Ezzelino. 

A qneste rassomiglianze di linguaggio certo 
:oa un esame piil paziODte e minuto aitre ae 
le potrebboro aggiungere ; ma, baoehS per la 
SBssima parte in esse consistano lo imitazioni 
a AlbertiDo da Seneca, altre DOn ne mancano 
]' una importanza maggioro. e riflettoDti tutta 
ana mossa, tutta una (tescriziooe, tutto an pic- 
zolo ^pisodio iDcidente.Oi^, parlandodelCoro 
lei I atto, abbiamo vistoqualcherassomiglianza 
'ra 1 due poeti noil' iatooazione e nei peosieri; 
ora Dotiamo dell' altro. 

Uno degli sbiti piii ordinari di Seneca, e in 
jeoerale d'ogni scriltorodel 3uo gusto, S quelle 
11 abbondonare in descrizioaii^da&rleeatrArQ 



— ict - 

anche Ih dove men ci possono stare. Nell' attd 
V della Troade^ per esempio , il Nunzio , cho 
viene a narrare ad Andromaca e ad Ecuba la 
misera fine di Astiarotte, credendosi in dovere 
di descriyer la torre, da cui il fanciullo fa pre- 
cipitate, alio due denne, come se partroppo non 
fosse a lore bon nota, dice 

« Est una magna turris e Troja super 
Assueta Priamo; ecc (Tr.at. Y v.1068...) 

E come in questo, in parecchi altri luoghi, cod 
nel IV del Tieste , ove il Nuozio , senza scom- 
porsi affatto pel Core, che i sulle spine, volendo 
udire il misfatto di Atreo, non si lascia scappar 
Toccasione di regalar lore una bella descrizione 
del luogo, ove il delitto fu consumato. Questa 
descrizione 6 importante per noi in quanto Al- 
bertino dovd aver la presente , facendo descri- 
vere da Adeleita la rocca di Romano, ove av- 
venne il monstruoso adulterio, quasi che ai due 
flgli, che vi erano nati e stati cresciuti , il ca« 
stello da Romano fosse una specie di sconosciuta 
Atlantide. (1) Nel Tieste stesso Albertino troy6 



(1) Seneca: « In area summa Pelopeae pars est domus 
Conversa ad Austros, cuius extremum 

latus 
Aeciuale monti crescit • atque urbem 



por I'appariEiODe di Satanacolori, cai seppe op- 
portunamenta caricare 6 mettere in rilievo, 
usando parole die cod la Joro risooanza e latoro 
disposmone rcndooo assai beoe il rumors cnpo 
e spaveotoso, che dovd accompagDarla. 

Seoeca: « imo miigit o Tundo solum 

ToDat dies aeronus; ac totis domus 
Ut fracta tectis crepuit... (T. at. II 262-64). 
Albertiao; « Et ecce ab imo terra magitnm dedtt, 
Crepuisset ut centrum , et foret a- 

pertum Chaos; 
Altnmque versa resonnit coelam -vice 
(At(o I). 

Nd basta : cosa curiosa, Albertino trasso daSo- 
noca aoche la doscrizione del dtavolo. Ecco, io- 
fatli, Id quali tormioi at IV Atto delta Fedra, il 



premit » (Ties a. IV 641-43) 

c arz ID excelso sedet 

Antiqua colle, longa RomaDum vocat 
Aelas ; in altum porrigunt tectum trabes, 
Pfemitque turrim conligua ad Austrum 

domus 
Ventorum, et omniscladisaeriaeoapax 

(at. I scena 1) 



danzio paria del mostro che, sorgendo dalle 
onde, fece spaventare i cavalli d*Ippolito : 

€ Caemlea taurus colla sublimis gerens, 
Erexit altam fronte viridanti jubam. 
Stant ispidae aares^ comibus varius color: 
Et quern feri dominator habuisset gregis, 
Et quern sub undis natus, hinc flammam vomit; 
OctUi Mno relucent^ caerula insignis nota 
Opima cervix arduos tollit tores : 
Naresque hiiUcis haustibus patulae fremunt » 
(Fedra At. IV da v. 1036 a v. 1043). 

E neir EccerinU ecco il diavolo : 

« Haud Tauro minor 

ffirsuta adtmcis corntbus cervix riget, 
Setis coronant hispidis ilium jubae, 
Sanguinea biois orbitus manat lues ; 
Ignemque nares flatiims crehrts vomunt. 
Favilla patulis auribus surgens salit 
Ab ore spirans. Os quoque eructat levem 
Flammam, perennis lambit et barbam focus » 

(At. I). 

Descrizione, questa , mirabile e immaginazione 
cod finita e completa nei minimi particolari, che 
io n on so acconciarmi a non credere che Alber* 

22 



tiDo , Del (iarla , insieme cod Seoeca, dod dovd 
avere dioaDzi qaalche bella pittura dei saoi 
tempi. 

Delia Btapeada Eavocazione di Ecceriao al 
demonio-padre si possoDO troraro qua e 1& i pre- 
cedODtt ID Seneca nolle freqneuti e scipite Idto- 
cazioQi a uelle gonfle imprccazioni, cho gli eroi 
rivolgODO ai namt (Tieste At. V verso 1070 — 
Ero. Et. II. 256 - Ipp. III. 945 e altrove) ; ma 
ia nesanDa di quelle di Soneca si trova la forza, 
la rapidity, la beltezza delta iavocazione di Ez- 
zelJDO. (I) Nell' Atto IV deir Eccerinis il Nanzio. 



(1) Tieste— I.e. ^audite Inferi, audite Ter- 

rae Tu suinnie coeli rector violentum into- 

iia>; Atreo nell* Atto II cdiraFuriarumcohors — 
Discorsque ErinDis veniat et quatiens*; all'Atto I-2S 
« Uegaera: Certetur ommi scelero et alterna vice — 
striDgantur eosea, ne sit irarum modus, pudorve — 
mentes coecus instriget furor ecc. » — Si confroa- 
tino questi luoghi con tutta la invocazione di Bcce- 
lino e specie cod i versi : 

« Adsint mioistrae facinorum comiles mihi 
Suadeat Alecto scelera, Tisiphone esplicet, 
Megera in actus saeva prorumpat truces, 
Faveatque caeptis Diva Persepliooe meis, 
logenia praedae quisque sollicitus paret 
Neo laferorum spirttus quisquam vacQt 



— 171 - 

cho paragona Ezzelino al lupo sazio, cadato noi 
lacci, ricorda tanti altri paragon! simili di^e«> 
neca, sebbene ancho per quosto lato rimitazione 
di Albertino, mantonendosi lontana dalla prolitf- 
sit4, in cui Seneca stempera il piil piccolo pen- 
siero, riesca per ci6 solo piu efflcace (vedi Ties. 
At. IV- 707, 711, 733,736— Edipo At. V-919ecc.). 
Seneca preferisce di solito i paragon! con il 
libico leone, ma Albertino, con maggior conve- 
nionza, sceglie il lupo, di cui fa quella bellissi- 
ma descriziono. 

< Facit, ut alvo lupus 
Pleno repulsus, dentibus frendens» canes 
Qui cum latrantes conspicit, multam ferox 
Exorespumammittit,etorbes rotat > (At. IV) 

L'atto ultimo, per le atrocity ivi ritratte, doveva 
naturalmente togliere parecchio a prestito dalle 
tragedie spettacolose di Seneca , il quale par 



Animos ad iras, ad odia, at invidia citent. 

Ensis cruenti detur officium mlhi. 

Ipse executor finiam lites merus, 

NuUis tremiscet sceleribus fidens manus », 
e si avrk un* altra ragione per ammirare il Mus- 
sato che anchc nell* imitazione si sappia mantenerQ 
ianto originale. 



I 



)ra qaal- 
rticolare 
'aDciallo, 
sbattuto 
ro, 6 ri- 
]uasi con 
10 dei fi- 
farore. 
illo pre- 



ena duo 
il poeta 
la aaima 
iDciallo d 

)BCU«D1 



IS pes ion e 
la descrl- 



— 173 — 

capiU si sfracassa contro la parete , il sangae, 
che ne sgorga, schizza in viso alia porera ma- 
dre. Ne mono straziante e il contrasto fra 1* in- 
Doceote ingenuo bambino che corre ad un sol- 
dato, chiamandolo zio , e la crudelt& di oostai 
che lo uccide e ne inflgge il capo su di un' asta. 
Anche per quosto piccolo episodic Tidea doyette 
essergli suggerita dall* Ercole Furens (at. IV - 
1002), dove il figliaoletto di Ercole « blandas 
mantes ad genua tendens, voce miseranda ro- 
gat:^ il padre maniaco. 

Niccold Villani da Pistoia, nel suo breve 
commento air EcceriniSy nota come qaesta , 
contro Tuso ordinario della Tragedia greca, e 
ad imitazione del solo Ercole Eteo, tormina con 
il Goro, il quale si neiruno che neU'altro poeta 
d scritto con lo stesso metro. A tale proposito 
d da osservare che anche VOtiavia (1) tormina 
col Core, sebbene esse vi faccia da personaggio 
che opera, non da spettatoro che giudica; quan- 
to poi air Eccerinis diciamo cho, se neir Er- 
cole Eteo il Goro finale era piu o mono una 
superfluity, qui invece era imposto necessaria- 
mente dair indole del componimento, scritto dal 



(1) Dal Mussato e forse anche dal Villani VOt- 
tavia era tenuta per opera di Seneca. 



-174 - 

Massato. L' ultimo atto, iofatti, ood d costftaito 
chQ da) la narraziooe, dialogata id apparenta.dal- 
1' eocidio di S. Zewme, ma non vi d ombra di 
azions Bceoica, nd di catastrofe, essendo i fatti 
osposti in modo che il lettore o lo epettatore 
non DO ha impreasioDd talo da poter andar via 
dal teatro senza roler sapere altro e riserban- 
dosi di trar da sd lo considoraziooi su quel che 
ha voduto. Ognuno intende come sarobbe paraa 
monca e fredda percib la chlusa detla tragedia, 
sODza queir iatervento in corto modo dramma- 
tico del Coro, cha riflatte su quanto si d detto 
e visto e fa la morale; morale del resto oecos- 
saria ad esser posta in evidenza, perchd il la- 
Toro del Massato a' iDdirizzava a ua fine prati- 
co, 8 Toleva essere ammonimento a an tempo 
ai sQoi coQcittadjni e a Can Oratute. 

Chi abbia avuto la pazieoza di seguirci per 
tutto questo coDfrooto si d accorto che la tra- 
gedia di Senoca, che piil spesso occorro citare 
in questi raffronti, 6 it Tteste, e, dope di quo- 
Bta, VErcote Furente. La ragioue di questa imi< 
taztoae prevalente 6 in certo modo ovvia; eran 
quelle le duo tragedie (la prima pitl special- 
roonte), che per la truco ferocia degli argo- 
mentj potevan porgere piii nuinerosi colori al 
Mussato nalla dipintura dolle rerocie, commesse 
da Ezzelino e poi dai nemlci di lui contro A,l- 



b erico e la sua famiglia. II Mussato, pur aveii- 
do fatto oggetto di lungo studio tutte le tr age- 
die di Seneca, prima di mettersi a scriyere il 
suo layoro, doyette leggere con maggiore atten* 
zione quelle due, con il conyincimento e il de- 
siderio di trovaryimotiyida^imitare. Data I'am- 
mirazione^ che ai tempi del Mussato si pro- 
fessaya per le ragioni dette senza disUoziono 
agli scrittori latini e specie a quelli della pri- 
ma decadenza, come Seneca, Oyidio , Lucano , 
Stazio ecc, Albertino doyeya per necessity a- 
yer r ambizione d* imitare il tragico latino. La 
epistola I.* yerso 130 6 troppo chiara a questo 
riguardo, perchd si possa affermare il contra- 
rio : dope ayer enumerate di nuoyo le tragedie 
di Seneca, con rimpianto non simulate, dice che 
la sua non ha nessun titolo per ossere annoye- 
rata insieme con quelle, musula non tantis 
aequiparanda vents. 

n proposito del Mussato 6, dunque , assai 
manifesto; e se la sua imitazione, come abbiam 
yeduto, 6 limitata soltanto al linguaggio, a qual- 
che descrizione, a qualche immagine, a qual- 
che particolare, anche in qnesti limiti eglisce- 
glie per lo piii ci& che yi 6 di meglio in Se- 
neca e il peggio corregge e modiflca. Non tro- 
yiamo in lui tutto r affastellio di erudizione mi- 
tologica, tutto lo strascichio di metafore, tutta 



[)ilnnnAn«A nninsa, chfl S in SaDSCa, od 1 

protagoDlsta o del Deus 
.aao, como a dire, il pro- 
istaDziato di quello che si 

L' ampoUositii predicato- 
\ compilator di sermoni e 
ire rianca qoasi iatera* 

e aQ quQsto come altri 
lOD accado gi& probabil- 
ao li OTitasse di proposito, 
ti, che anzi Diente forse 
tcinto cbe garre^iare an- 
1 poeta latino, ma perchd 
<rz6 in certo modo la mano 
tro TOglia , lontaao datle 
accherecci di Seneca. 
HOD air iotenzione del poe- 
fatto riuscl la saa trage- 

quanto abbiam gift avver- 

cfod, riu3cl tutta estrin- 
ro che ensa era una ne- 

poeta, il quale, siocome 
igaa della vita pratica, a- 
irsi ii linguaggio sa qual- 

per la Tragedia neiraoi- 
in Seneca. AH' iofuori di 

estrinseca, r Bccerinis 6 
iragedie di Seneca , a ca- 



-ITT 

gione della natara deir argomentOy ohe per la 
sua realtjt storica non si pa& afbtto paragonare 
ai soggetti mitici, racchiadenti on alto concetto 
fliosoflco, delle tragedie latine. E* state inoltre 
osservato bene che 1* Eccertnis si scosta total - 
mente nella condotta dalla tragedia di tipo das- 
sico, in qnanto ia ossa non si yede nd anit& di 
tempo, nd di luogo, n6 di azione. Non abbiamo , 
infatti/in essa an fatto anico» ma tutti i fatti> 
e non del solo Ezzeliw , ma anche della fami- 
glia di Ezzeliuo; dal memento della rivelazione 
di Adeleita, che sogna I'entrata dei due fratelli 
nel mondo politico, fine alia morte lore son se- 
guite dal poeta le vicende di Eccerino ed Al- 
berico, i due figli del demonic. L'unit& biogra- 
flea che il D* Ancanaha, saputo vedereneltea- 
tro sacro medievale in luogo deli*anit& d'azione 
d qui allargata ancora di pid, nell' anit& /bmi- 
gUare, vorrei dire , e cicUca. Data una cosl 
grande molteplicit& di cose e di fatti, che si vo- 
lean mettere insieme, era impossibile il rappre* 
sentartt tutti, ma si rendeva necessario il nor-' 
rarli; e di questa confusione dei limit! della 
narrazione e della rappresentazione , penso 
che nessun grave appunto si debba fare al Mas- 
sato, se egli ne trovava cod larghi esempigi& 
in Seneca, che pure, per la natara delle sae 
favolO; non ne ayrebbe avuto gran bisogno. Oo- 



i 



— 118 — 

manque, a scegliero dalla vita di EcceriDD un 
fatto, UQ momeDto, tntoroo a cui come a noc- 
ciolo intessere la tratna di una tragedia 3ul tipo 
classico, AlbertiDO correra oecessariamento pe- 
ricolo di alloDtanarai dalla storia, dal che non 
solo per iDclole ripugaava, ma ancho dOTeva es- 
ser diasuaso pel fatto cho, ossendo la storia della 
vigilia qaella da lui scelta ad argomento , era 
pi{) mono a conoscenza di tutti. Gosi facdudo 
del resto, sarebbo voriuto a mancare lo acopo 
prdstabilitosi oello ecriTore la tragodia , giac- 
chd uo serio ammonimento ai Padovani noa po- 
tevasi dare se non niettendo loro sott' occhi 
tntta la storia e la mala signoria di Ezzelino 
oelle cause che la produssero e nello conso- 
gueazo, di cui fu gravida. Ud incoraggiamooto 
a porlare una coal ardita inno'vazione in ana 
forma istteraria classica , di cui si ToniTano a 
rinoegare tatte lo tradiziom, dovette ricevere 
AlbertiDO dalle sacre rapprcseotazioDi, che per 
opera ddlle compagnie di Fiaggellanti , sorte 
precocemente in Padova, vi avevan luogoeat- 
tiravaoo il popolo in folia; eforse fu questo un 
altro sacriflcio del patriotta, fatto ai saoi gusti 
di lettfirato, pur di rondere accetto al popolo 
il suo laroro e ottenere cosl il suo iotento. 

Perci6 fu bon dotto che il Mussato, con le 
soe inooTtizioni, preannaozia il teatro moderoo, 



— 17» — 

libero quasi affatio da! vincoli , che tengono 
stretto il teatro classico, mentre per la cara 
della forma , per la bellezza artistica mostr6 
con resempio che bisognava studiare quell* an- 
tichitjt, per lo innanzi tanto disprezzata. Se il 
rioascimento delle lettere classiche ebbe in fondo 
r effetto di ingrossare il seoco 70lume delle ae- 
quo della civilt& medievale con quelle piu pure 
e pxix fresche della civilt& classica, ben pu6 met- 
tersi Albertino tra i maggiori precursori del- 
r Umanesimo. 

A non considerare se non la sua opera di 
drammaturgo, egli ben ottenne questo con la 
tragodia; piu felice in ci6, almeno neirinten- 
zione del Poliziano, che un secolo e mezzo dope 
di lui air argomento antico intrecci6 la forma 
nuova, mentre egli ad un argomento della vita 
contemporanea diede porfezione di forma antica. 
E questo era ancho in fondo il concetto di Dante, 
che la materia della Divina Commedia vestiva 
del beUo stiles tratto da Virgilio. 

La conciliaziono del moderno con 1* antico, 
tentata da Albertino, si rivela, poi, anche nolle 
quality della lingua da lui usata. Non d la lin* 
gua ciceroniana, aurea, perchd essa V avrebbo 
fatto intondere difficilmonte al sue tempo, e ob- 
bligato a circolocuzioni ed a sotterfugi, per e- 
sprimere idee e bisogni, che la lingua di Oice- 



— lffl> — 

rone noo poteva esprimere; ma tattavia , cor- 
retta grammatical men te e siotatticamente, corre 
spedita e franca dal punto di vista lessicale, in 
qnanto con parsimonia si, ma anche con disin- 
voltara, usa parole, cho invano si cerchereb- 
bero nel vocabolario latino deir alta e della 
bassa latinit& (1). — Ma inquella sua liere im- 
purita, come la lingua si piega bene ad espri- 
mere qualanque cosa voglia il poeta, la feroce 
superbia di Ezzelino, non meno della piet& per 
le sue vittime, o dello sdegno del cittadinoper 
lo scempio della patria; sicchd disadorna e nuda 
per lo piuy oscura talvolta nella studiata, ner- 
vosa concisione (2), non d mai inefflcace o priva 
di forza. 

Per tutti questi pregi la tragedia di Alber- 
tino Mussato vuol tenersi fra le Opere piu im- 
portant!, venate fuori in quel secolo meravi- 
glioso per la storia artistica del nostro paese » 
qual* i il trecento, per tutti questi pregi e per- 
chd meglio di tutte le altre opere del Mussato 
rispecchia 1* anima grande deir autore. Alberti- 
no, infatti, chiaro precursore del Rinascimento, 



(1) Le parole: Sonus per sonitum, [bullire per 
/ervere, e cosl effulminare, spatulae, tumba ecc. 

(2) Speciatur queritur judicii parum. 



— 181 - 

mentre S una di quelle figure geoialmente mnl« 
tiformi, di cui fu cosl ricco il nostro Rinasci- 
mento, come letterato e contemporaneo dei no- 
stri grandi trecentist! 6 degnissimo distar loro 
accanto. Imperocchd a Dante lo ravvicinano » 
seoza dubbio, la tempra di acciaio , i principii 
politici, I'amor di patria, e coi poeta di Laura 
ha comune V amore intense per la letteratura 
classica, la conoscenza di essa e la molteplice 
variety della produzione letteraria, oosi che, se 
del Petrarca si pole dire che scrisse una euci- 
clopedia in latino, non mono si pu& aSermare 
del Mussato, ove si tenga conto non solo delle 
numerose opere di lui, a noi pervenute » ma 
anche di quelle che andarono disperse. 



' % >v ■ v»^ EZ7'^" 



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^ 



INDICE 



Capitolo I. « Se il Mussato attinse ad una 

leggenda d* Bzzolino » pag. 5 

Capitolo n. « L'Eccerinis e la storia di Pa- 

dova » pag. 40 

Capitolo III. « Esame estetico dell' Ecce- 

rinis » pag. 82 

Capitolo IV. « L' i mitazione da Seneca » pag. 121 



«v- 



MAHIO MANDALAEI 



SAG6I CRITICI 



CITTJ 

, LAPI t: 



Si ftfraano per coutn&ttl 
il gU ssemplari >eai& !■ mla fl] 



fbofbistA lettebabia. 



AV cos\aTv\e \Ta\eTi\a ai:u\c'\2.Va con at^lmo 
^Ta\o 'in -^ma xve\ mejc i\ a^n\c l^OS. 



MATELDA 



Di Matelda finora i Commentatori lianno pre- 
sentato ben sette figure storiohe: 

1* La Contessa Matelda di Canoasa, figliuola 
d'una figliaola dell' imperatore di Costantinopoli, 
che ebbe in Italia molto paeee, che arricchi la ohie- 
sa romaua gaanto piii pot^, e che fu, secondo 11 
Landino " proba, savia a yirtuosa „ donna ; 

2' Matilde, madre di Ottone il Grande, moglie 
di Arrigo I I'lJocellatore, morta nell'anno 968; 

3* Santa Matilde di Haekenhom, monaca bene- 
deUina del convento di Helpede, presso Eisleben, 
morta vereo il 1310; 

4* Smora Matelda di Magdeburg, in nno ecritto 
della quale, del 1360, al Preger parve di vedere al- 
cani curiosi ed importanti riscontri co' versi di 
Dante; 

5* La Donna gentile della " Vita naova „ e del 
" Oonvivio „ ; 

6' QnellMmtca di Beatrice, intorno alia quale il 



diviuo Foeta sorlsse : " Fiaugete amanti, poicbS 
piange Amore „ , e " Morte villana di piet& no- 
mica „ ; finalmente : 

7* Madonna Oiovanna di Qaido Cavalcanti, arni- 
ca e oompagua di Beatrice. 

Di totte queste Matelde si -puit (e coea non sauao 
e noil posGono dimostrare i CriticiP) si pn6 provare 
nou solo la esistenza storica, o, come ora si direbbe, 
la verity estetica ; ma, guello che h piu, si pn6 an- 
ohe prorare, o eosteuere, I'aatenticitA della inspira- 
zione e del ricordo. 

Si poBBono, seoonilo noi pensiamo, tutte le Ma- 
telde storiohe escludere dalla Commedia, e tatte pos- 
eono essere ugualmente aooettate e soetenate. Que- 
eto 6 del resto di tntte le graadi oreazioni ed inspi- 
razioni d'arte, le quali, appunto perohe grand! crea- 
zioni ed inspirazioni d'arte, non hanno limiti, nh 
confini, ma empiono di loro tutta la scena e d&nno 
gran parte di lore a tntto I'orizzonte, veduto e mo- 
stato dallo sorittore. 

Si parla di Matelda, grida forte uu Critico, nou 
si fa altra indicazione, ed h lectio poi pensare ad 
un personaggio, che non eia I'intima e grande 
arnica di G-regorio YII? E il dotto Scartazzini ri- 
sponde che la Gran Gontessa di Toscana moii vec- 
chia, di 68 anni ; e che, inveoe la Matelda e rap- 
presentata " giovane gracile, moUe, tenera, il citi 
sembiante mostra ch'EUa si scalda a' raggi d'amo- 
re„. 

Grede coai lo Scartazzinl di aver chiuBo la boo- 
ca agli avversari con queato argomento e non ri- 
corda panto qoanto al proposito scrisse san Tom- 



maso ohe " omnes resurgent in aetate juvenilis ; ' e cht 
Lia, apparsa in sogQO, sebbene sia morta gU veo 
chia, si mostra al Poeta " giovane e bella „, olie co 
gilie fiori come una donna delle nostre campagno 
inQamorata cotta, come ora si direbbe. ' 

S oosi, ciasouno per il sao personaggio, ogni com- 
mentatore dice, pid o meno, la stessa cosa, fino al 
Borgognoni, che in aria di grande contentezza ee 
gne il penstero dsl GSachel ed addita in un snt 
scritto BQ queato argomento la Donna g&iUle, pni 
ammettendo che costei potesse non chiamarsi oomc 
Dante la ohiatu6, Matelda ; auzi pure offermaDdc 
che le Matelde fiorentine, a' tempi di Dante fosserc 
poche, ben poche (le note furono solamente due} ; uu 
ch© tatto cotesto pu6 essere awenoto: 1° o perch^ 
il uome, po&sibilmente traditore, non potesBe essere 
messo in verai ; 2° owero, perche il vero name «>■ 
nando metier potesae produrre un effetto sgradevole i 
quasi ridieolo, 

Ed ecoo, per sentenza di nn oritico italiano, i 
pifi grande dei Poeti e degli artisti, oolai che noi 
ha avuto ritegno di fare dei versi come quelli ohe in' 
dioano il suono del ghiaccio e del vetro guando si 
spezza (criceh; Inf.^ 32, 33) j oolni che non ebbe sog- 
gezione alcuna di gridare forte contro alonni suoi 



> Sam. Ih., p. m, ^n. XLVI, art 9 ; «&*d., SuppL qn. T.YTtTr 
«rt. 1. 

■ Lo SokrtaBzini, devo pure qui agginogere, dopo aver letto 
<|neato mio lavoro, ha diobiarftto nelld Enndopedia danKtea, 
sab MaUlda, pog. 1217, di rinuHMr femto nalla *va opintene. Nt 
■one proprio doleate; ma onohe io, dopo aver letto qnanto egl: 
soriBBS in propoaito nella Enciehpedia iuddetta, aono rinuMtc 
fermo nella mia opinions. 



— 6 — 

illastri contemporanei, morti e viventi al tempo suo, 
oostui, proprio oostui, esser divenuto iino scolaret- 
to, uno scrittore nuovo, che ha paura di dire quello 
che sente e d'indicare una donna di gloriosa me- 
moria (gloriosa per un modo di dire) col suo vero 
nome ! 

Ben altro ci pare debba essere il metodo, che bi- 
sogna seguire nella ricerca del significato di questa 
splendida figora simbolica, una delle pifi belle e ca- 
ratteristiche figure femminili della Divina Com- 
media. 

E, dioiamo subito, pare a noi, anzitutto, che 
in questa grande creazione non abbia alcuna parte 
(n6 grande n6 piccola) la storia; ne la storia ci- 
vile di Firenze e d' Italia, nk la storia intima e do- 
mestica del divino Poeta. Non sono sempre ne- 
cessari i fonti stofici nelle creazioni grandi dell'arte* 
Diciamo, anzi, di piu, che certe volte a' poeti il 
ricordo storico, il desiderio di non guastare od al- 
terare la storia tolse pregio al verso e merito alia 
inspirazione. E che sia cosi, basta guardare tutti 
i poemi epici in generale, e quelli di Torquato 
Tasso e del Trissino in particolare ! Crediamo, in 
conseguenza, che siffatta grande creazione dantesca 
possa avere, abbia anzi, le sue origini e la sua 
spiegazione nel nome, nel solo nome, Matelda^ di 
indole e di carattere teutonico, il qual nome a Dante 
parve {ae gli etimologi dicon vero^ come pure afierma 
il Borgognoni) %ignificare ^ figlia animosa „ , la quale 
spiegazione in ogni parte risponde al vero carat- 
tere della Donna che precede I'apparizione di Bea- 
trice nel Paradiso terrestre. 



k 



E forse questo metodo, retimologico, potrebbe 
servire anche per inteudere la figara di Beatrice. 
Ma noQ andiamo oltre ; fermiamoci alia spiegaziond 
di Matelda, rifaceudo da oapo la presentazione che 
Dd fa Dante negli nltimi canti del Purgatorto. 



Prima ancora che la notte avesae in ogni loco 
dispiegato il Dero eno velo, i tre viaggiatori (Vit- 
gilio, Stazio e Dante), stanohi dell'erto oammino, 
fecero letto d'un gradino dell'tiltima scala, donde 
piccola plaga di oielo potea vedersi; ma in qaella 
plaga di cielo Dante vide lo splendor delle stelle, 
ancora piii ohiaro e maggiore del loro solito. Rumi' 
nando come ana oapra, cio6, pensando meglio alle coee 
vednte, Dante fu sorpreso dal sonno; uno di qnei 
Bonni d'animo irrequieto, d'an nomo di spirito su- 
periore, che crede sinceramente d'essere gib, desti- 
nato ad intendere ed a spiegare tntte le verity d'or- 
dine civile e religioso, aache per aiato sopranna- 
tnrale. Fu Borpreso adunque da qnel sonno ohe 
" sovente. Ami che H fatto sia, sa le noeelle^. 

Sono note a questo proposito, le opinioni degli 
antichi Scrittori intorno ai sogni fatti presso I'aaro- 
ra. " . , . . glib Auroram iam dormitante Lucina, Tem- 
pera quo cemi aomnia vera golent „.' Anche il Boc- 
caccio ha oreduto che delle oose vednte nel sonno 
' molte esseme awenute si trtiOva„.* E lo stesso 
divino Poeta altrove dice ohe " presto al matUn del 

' 0»m., Saroid, Ep. XIX, 196. 

• D«., rv, 6. 



4 i't 



I!! 



ii 



il 



— 8 — 

ver si sogna ^ ' e spiega cosi questo fenomeno della 
Psiohe ; ^ La mente nostra pellegrina PiU della came 
e men da' pensier presa^ aUe sue vision quasi i di- 
tnna ^^ ^ II sogno afferma il Passavanti^ che si so^ 
gna daUa nona ora delta notte infino al prindpio 
deW aurora, dicono che si dee compiere infra una an^ 
no, sei mesi o tre, o infra il termine di died di. 
E questi sogni, che si fanno intomo alValba del cH, 
secondo ch'e* dicono sono i piu veri sogni che si fac- 
ciano, e che meglio si possano interpretare le loro si- 
gnifieazioni ^ . ^ 

E notevole assai an altro sogno che il Poeta eb- 
be nel Purgatorio nell'ultim'ora della notte : " Net- 
Vora che non Pud calor diumo Iniepidar piu il fredr 
do deUa luna ^ ; nel qual sogno egli vide la ^ Femr 
mina haJba^ Con gli occhi guerci e sovra i pih distort 
ta, Con le man monche e di colore scicUba „ ; imma- 
gine vera e compiata de' peccati di avarizia, gola 
e lussuria, che si espiano ne' tre ultimi cerchi del 
Pargatorio. E vide poi nello stesso sogno '^ la 
donna santa e presta „ , che frndendo i drappi a qnel- 
la bruttissima femmina, le apre il ventre e desta 
il Poeta ool puzzo che nsciva da esso : * descrizio- 
ne anohe vera, viva e compiata dell'affermazione 
della coscienza e del carattere di colai, che 6 stato 
lasingato ed ingannato dal vizio. 

Non bisogna danqae dimenticare, per intendere 
bene il signifioato della Matelda, il significato che 



« Inf., XXVI, 7. 

* Purg., IX, 16. 

* SpecMo di v, p., pag. 407, Firenze, 1843. 

* Pvsrg,, XIX, 1. 



hauno i aogni uon eolo nelle opioioni degli anttoh 
Sorittori ; ma anche in tatta la Commedia, che 6 il pii 
importonte sogno, immagiDato da mente di poeta 
descritto in tutti i suoi particolari appanto pe 
dare alia narrazione colore vivo ed alto dL santit 
e di paradiBO. In essa le passioni, gU odi, le paure 
i rispetti amani, le afTermazioui del mondo non dc 
vevano avere alcuna importanza. Doveva quell 
narrazione parere voce veuata dal Cielo per sal 
yezza di tutti ; ed il Poeta, spoglio de' suoi vizi, i 
mondo di tutte le 9ae passioni, doveva eforzarsi d 
parere a tutti un Apoatolo, simile a quel Vas d'ele 
zione, rapito al Bebtimo Cielo per 1' inoremento de! 
Cristianesimo ! 

Kon i la Divina Commedia poesia sociale, o na 
zionale, o, come a molti parve, poesia individnal« 
voce d'aomo gridante nel deserto ; ma h la pift alti 
e 3oave poesia, destinata dallo stesso suo Autore, i 
&re an qnesta terra felici tutti gli uomini, di tutte I 
oondizioni sooiali, dal piu dotto al pii!i ignorante ; da 
pifi nobile al pifi plebeo; dal piii forte al pifi de 
bole. La Divina Commedia 6 la piu nobile ed alt 
poesia, che abbia finora inapirata il Cristianesimc 
che ebbe sempre caratteri e forme geuerali ed uni 
versali in ogni sua manifestazione e rivelazione! 

In qnesto sogno Dante vide nna Donna gio 
vane e bella ooglier fiori. II luogo era una landa 
cio6 un prato ; e I'ora era presso al mattino, quandi 
Venere vibra i primi auoi raggi sulla grande mon 
tagna: ciroostanza che non laacia dubbio alcnm 
Bulla veritji del aoguo ; perch^, giusto in quell' ora 
i aogni dicon vero, e fanno vedere ci6 che po 



— 10 — 
veramente acoade, ginsta ropinione prevalente nel 
seoolo XIV. 

La donna, cosl andando, oantava, e si riyelaTa 
per Lia, figUaola di Labauo, prima mogUe cli Qia* 
cobbe, la qnate, pe' Padri della Chiesa, e Btmbolo 
della vita attiva, cioe militante, operosa; a di£Fe- 
renza di qaella contemplativa, ohe 6 rappresenta- 
ta nelle Baore Carte da Bachele. ' Inutile aocen- 
nare alle parole di s&n Gregoho: " Quid per Liam 
niti activa vita signatur „.' Ed iniitile anohe di- 
mostrare con le parole stesse del Poeta il signifi- 
cato di qnesta Lia, veduta in segno. " lo mi ador> 
no, ella dice, con le mani, oio6 uon le opere, per 
piacere a me steBsa, qnando sar6 innanzi a Dio. 
Mia sorella Bachele ha sempre dinanzi a se Iddio ; 
Itachele non ha biBoguo di far tutto questo: mai 
non si amaga Dal auo miragUo. E la presenza di 
Dio la consola tanto, che non ha bisogno delle bno- 
ne opere, delle quali lo ho biBOgno, per intendere 
le eterne bellezze, Sono gli occhi (il pensiero fisso 
in Dio) i eolt organi dei suoi godimenti, mentre io 
devo afiaticarmi, con le opere {con le manx) per awi- 
cinarmi a lui „. fc I'antioo teorema criBtiano :" Memo- 
rare noBtssima tua et in aetemum non peccabis „ . 

Ma gli splendori antelueani, che sempre prece- 
dono I'Aurora, maudano via quella dolce viEione, 
quel dolce canto, qaella dolce e semplice rivelazio- 
ne simbolica ; fuggono le tenebre da tatti i lati ed 



* In tal raodd le int«M Miohelangslo, ohe le scolpl eon eo- 
oellenti pauneggi, sal iepaloia di Oiolia II, preuo aX UoBfr, 
in San Pietro in Vinoali, oain'6 Btato dimoBtnto da recenti do- 



* aoT., lib. Till, (»p. 2 



il poeta si desta e si leva. Yede i due gran mae 
etri (Stazio e Virgilio) gii levati. Virgilio Bubit 
gli snsnrra quel versi immortali : 

Qael dotee pome, ohe per tanti rami 
Cercando ta la cnra dd mortal!, 
Oggi porr& in pace le tne fami, 

Questo & dauque il gran giorno; oggi stess 
Snalmente ta earai pago, interamente pago. 

II dolce porno desiderate, in tanti modi, da tuf 
ti gli aomiui; quel dolce porno, cui tutti tendoac 
che tutti Boddiefa, che a tatti da pace, oggi stess 
tu vedrai ed avrai. Finalmente, n'era tempo. S« 
passato in mezzo a tanti dolori ed hai avnto tant 
affanni. Finalmente. La oontrizione (I'Xnferno^ 
la pnrificazione (il Purgatorio), ti d&nno orama 
diritto alia consolazione, cio^ a Beatrice, al Para 
diso terrestre; alia pnra e vera conoscenza del Ben 
Bupremo, al soggiomo beato e tranqnillo del prim' 
Parente. 

£ qai mi pare opportune aggiungere che i 
" dolce porno „ non ha, secondo io penso, n& pa< 
avere altro signifioato: il dolce porno, ohe il Poeb 
vedr& ndllo atesso gtomo, nel quale ebhe il sognc 
non pa6 indioare che Beatrice ; cioh la pura e ver 
conoscenza del Bene supremo. Non b Dio ; ma < 
la conoscenza di Dio, che Virgilio promette a Dant 
all'ingresso del Parsdiso terrestre. L'entusiaBmo d 
Dante 6 grande ; mai dono fu accolto con tanta gioia 
Ebbe allora tale desiderio d'esser su, alia montagns 
che ad ogni passo egli seutia creacer le penne a 
volo. Sono essi dunque all'ingresso del terrestn 



— 12 — 
Paradiso. E Virgilio (simbolo dell'autoritA imperia- 
le) gU dice le nltime parole con grande solennitA 
e con vera mae&t& tunana. 

" II mio uiizio, la indicazione della felicitk tem- 
porale degli aomini, 6 qaesto, di oondnrvi qui, al 
Paradiso terrestre. Ora io non ho piu aLcnna aato- 
ntk : io piU non discemo. Le coBe, ohe tu ora ve* 
drai, BOno BQperiori alia ragione e k' intendouo, in 
conseguecza, solo con la rivelazione. II sole, cbe 
prima ti rilaceva di lato, or ti brilla sulla fronte; 
ti riempie tatto di sua luce e ti da I'aureola delie 
anirae pure e santificate. Se' in luogo bello; la ter- 
ra, non vedi, produce da sA quell'erbetta, que' fiori, 
quegli arboscelH. Ora dnnqne che so' purificato, 
puoi fare secondo i dettami del tno piacere : Io tuo 
piacere omai prendiper duee. Ora paoi eedere (at- 
tendere -alia mta contemplaUva) \ andar tra' fiori, 
gli arboBcelli, e le erbette per fare con le tae maul 
una ghirlanda (attendere alia vita cUtiva) finch^ 
non verranno gli occhi belli, cio^ il dolce poToo, la 
conoGcenza di Bio, Beatrice „. 

II sogno oosl cotntncia ad avrerarsi con la sem- 
plice descrlzione del Inogo "landa, e oon la indi- 
cazione degli occhi belli: mancano solo i protago- 
uisti : Lia, veduta in sogno tra' fiori {Malelda) ; e 
Eachele, indicata con gli occhi fissi nel Bene sa- 
premo (Beatrice). 

Ma i protagoniBti non si fanno molto aspetta* 
re. Con mirabile succeseione essi vengono dinansi 
al Poeta, in tntta la magnifica figura della loro 
realty, appena egli 6 dentro la selva antica, presso 
le aoque di Letd, le quali devouo in Ini cancel- 



— 13 — 

lare la memoria del peccati. Le acqae limpide 
correnti verso sinistra, sono interamente coperte 
dagli alberi, tra le cui fitte foglie non entrano nem- 
meno i raggi del sole. Desideroso di prooedere ol- 
tre e non potendo per il fiume Lete, che bisogna- 
va vinoere, il Foeta si ferma sulla riva sinistra, 
goardando ansiosamente verso I'altra parte del 
fiume. E sull'altra riva di Lete vede Matelda. Co* 
me la Lia del sogno, Ella canta e coglie fieri. E 
r ideality tra le due figure 6 cosi evidente e cosi 
naturale, che il Foeta non crede subito necessaria 
la rivelazione del nome. 

L'una vale I'altra. La rivelazione di Lia spiega 
quest'altra figura: il sogno si compie e d& a obi 
bene intende tutte le spiegazioni. Lia move ^le 
belle mani a farsi una glurlanda„, e Matelda so- 
letta ^ gia. . . . sciegliendo fior da fiore ,, , de' quali 
era pieno e dipinto tutto quel gran letto di fiume. 

Sono dunque la stessa persona queste due don- 
ne? Evidentemente no, perche i nomi sono difie- 
renti. Ma banno entrambe lo stesso significato ed 
hanno, quello cbe 6 piu notevole, la stessa impor- 
tanza nella grande allegoria di tutta la Commedia^ 
Ed, 6 strano, per non dire altro, il ragionamento 
cbe fanno in proposito alcuni Commentatori, i quali, 
appunto percb^ Lia, veduta nel sognOj ba un signi- 
ficato proprio, la vita attiva, vogliono che Matelda, 
veduta realmente nella selva, ne abbia un altro. 

" Se in Lia 6 gii raflGlgurata la vita attiva (dice 
il P<yrUrelli) sarebbe difettoso il raffigurarla di nuo- 
vo in Matelda „ . E cosi tutto il profondo significato 
del sogno, per opera istessa della maggior parte dei 



I 



aa 



mtatori e distratto. Se Dante uou avease in 
) iPurg., XXSni, H7) domandato a Beatrice 
e istmifco iutomo all'acqna " che si spiega 
principio„ e genera di Ik dalla aelva doe 
noi foree non aTremmo mai eapnto il nome 
Bella donna, e I'ayremmo fienza dubbio cbia- 
Lia, che da ah si k> rivelata al Poeta. 
Beatrice che da il battesimo ed il nome a 
la, 

Prega. 

Matelda che il ti dica. 



a bella donna, che i> presente a qnella ingiun- 
risponde subito " ch'ella ha ben fatto quello 
!ei s'apparteneva „ (Bnti); e che in conBe- 
t, il Buo silenzio, su qaeH'argoinento non le 
sere imputato a oolpa. 
ill apiegazioni aVsva dato Matelda a Dante 
.radiso terrestre? 

a pare che queste spiogazioni sieno pid di 
li aveva parlato del vento e delle condi- 
Ul Paradiso terrestre e dato poi, senza es- 
richiesta, per grazia, la pivi sablime spegazio- 
imo alle funzioni de' poeti, ohe si sono epesso 
kti Bulle tradizioni, alterate, ma non cancel- 
1 tempo : spiegazioni bene importanti, ohe ri- 
I'ufizio di lei, la ena indole, la saa natura, 
;ano in gran parte anche molte allegorie di 
Jggiorno beato; 



— 15 — 

Ed ecco le buone opere nn'altra volta dinanzi 
al Foeta, ohe nelle acqne dt EunoS, per opera di 
Matelda, deve ricordatBi del bene e di ogni buona 
opera. 

Inutile dnnqae andar ceroando an Benso stori- 
co, od esumare donne storiche nella figura di Ma- 
telda. So anohe oi fosse nella etoria ana donna, 
identica in tutto e per tutto a qtiesta belliBsima 
creazione artistica ; Ba anche si potesse provare, con 
docnmenti storici irrefragabili, cbe la Bella donna del 
terreatre Faradiso fosse stata davvero un personaggio 
di camd e d'ossa, amato od anche conosoiato fugge- 
volmeate dal divino Poeta -, se anche tutto questo 
si potesse provare e dimostrare ; noi diremmo sem- 
pre che questa creazione artistica & indipendente ; 
© che il divino Foeta, dando quel nome, non ha 
Toluto fare altro che rivelare col suono istesso della 
parola, 1' indole, la natura ed il signifioato del per- 
sonaggio da lui presentato. 

E questo personaggio, non vissuto mai altro 
che nella mente del Foeta, ebbe appunto quel no- 
me, perch^ il Foeta cosi voile; e cosi voile il 
Poeta, appunto peroh6 colei, che doveva nella real- 
ta rappresentare Lia, doveva chiamarsi Matelda, 
che vale " flglia animosa „ , operante la virtu, aman- 
te delle bnone opere, vigile, attiva, soUeoita del 
bene altroi, soccorrente in ogni cosa, in ogni oc- 
casione, e piena di quella carita cristiana, che e 
tra' doni piii singolari delle anime gentili e degne. 

Non e del resto questo metodo etimologico delle 
parole sconoscinto, o disprezzato dal Poeta. Basti 
citare Lucia, ohe h simbolo, senza dubbio, come in- 



— 16 — 
dioa lo stesBO Qome, della Grazia iUuminante (Inf., 
II, 97) ; baeti ancora ricordare quell'Uomo veramente 
felice, che fu padre di Ban Domeuioo, e Gioeanna 
madre dello BteBso Santo, che in lingua ebraica 
Taol dire donna grata a Dio, 

Se interpretata val come ei dice. 



LB SATIRE DI QUINTO SETTANO 



OSESEBVIZIONI CRITICBE 



Bi Lodovico Sergardi, patrizio eenese, 
sono ben note Is satire oontro il Qravina, 
in nu recente studio molte notizie e si fl 
ligenzs I'esame di non poohe lettere e ; 
parte inedite. Nato nel 1660, scrive la j 
tera da Boma nel 1685. La prima satira 
Gravina pare dimoetrato sia stata scri 
I'anno 1691, Eebbene, aggiunge il Battigi 
saggio dalla naturale tendenza alia poesi 
abbia dato il Sergardi sin dal 1685, o 16S 
Epiiftola indirizzata al Frosperi. Bisogna i 
tiauto ohe il Gravina giunse in Boma, com 
il Passeri, nel 1688, e che h molto probi 
tra il Sergardi e il Q-ravina sia corsa in 
grande amicizia e familiarita. In qnesto si 

> Dott, BiiKOHiH) BA.TTiaHi.Hi, Stodto ta (iuinlo 3 
Oirgentf, MontsB, 1894, pag. 188. {Stai^alo net mti 
1894). 



21 — 



tano dice chiarameiite : ^ . . . . hodie religio pene 
aliud non sit quam ars secure regnandi populosque 
ivMginaria farmidine coercendij^, E vi sono passi 
di alfere lettere, e certi versi di poesie inpdite, da* 
quali Settano apparisce senza nessuna ideality reli* 
giosa e civile. II recente biografo, mettendo sotto 
gli occhi de' suoi lettori buon numero di cotesti 
dooumenti psicologioi, vinto appunto dalla diligen- 
za grande, che egli usa nella disamina di essi, e 
dimenticaudo la viva simpatia, che egli sente verso 
il patrizio senese, non credo dia buoni argomenti 
in favore dell^apologia che egli s'e proposto di fare. 
II Battignani arriva sino ad affermare che il Sergardi 
tra tutte le filosofie preferisce qnella degli epieurei, 
came piu umana^ e se ne fa strenuo difensore anche 
in pubblico. ^ Ma io credo umilmente che appunto 
cotesta filosofia non possa fare spiccare il volo a' 
versi d'un poeta Batirico. Manca ad essi la base, 
che & la fede, la quale ^ sempre necessaria a co- 
loro che intendono, con la poesia, cooperare alia 
redenzione degli uomini e del mondo ! 

Perche la poesia- satirica possa dirsi noteVole 
lavoro d'arte occorre, anzitutto, che lo scrittore sia 
giusto e sincere riprensore del vizio; Qhe creda, 



* In nna ** Dissertazione in difesa della dottrina di Epi- 
ouro n senza data, pnbblioata a pag. 109, vol. IV, della edizione 
di Lucoa. H Sergardi crede ribellione alle leggi natorali la 
setta superba degli stoici, che ha oercata di aretdicare dalPuo- 
vio ogni sorta di pM»%one,.,. Alio ineontro la ietta epieurea, ehe 
naeque fra la omene ver(2ttre dtgli orti atenieaif eht Uim6 per 
sommo bene U piacere, cortese nil tratto, affabile nelle aduncmMft 
nella opinione del yolgo e nelle penne dei eacri Sorittori ft 
atata a torto oondannata ! 



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i il vero, si trova spesso il fondamento oooaeionale 
della materia poetica, rivelatrioe di uq fatto, ohe 
Teramente eBiste, e ohe h nella oosctenza di tutti. 
Quando tatti sentoQO indistintamente ohe un nuo- 
Yo ordine di coee 6 chiamato fatalmente a mo- 
etrarei al sole, ed a venir bu rigoglioso e forte, U 
Poeta satirioo non pu6 tardare a venire. Si pad 
dire che eBso gi& eia nato. La satira, in .qnesto 
oaso, & una necsssib^ storioa e forma oome on do- 
cumento storioo. Petronio Arbitro h presso a dar 
termine al buo capolavoro. Disontete qnanto to> 
lete Bulla persona di costui, sn' suoi gnsti e solle 
sae passioni. Ma Trimaloione, e gli altri personag- 
gi, Bono una verity storica e oostitnisoono appnnto 
il fondamento pii!i sicnro della critica. Fa6 auche 
eBsere, oome credo sia stato affermato e provato, ohe, 
in quel BUO personaggio, Petronio non abbia 7oluto, 
o potuto, rappresentar Nerone. Ma tutto qneBto ha 
poca, nesBuna importanza. Certo que' fatti, qnella 
oena, qne' gaeti, que' desid^ri erano della deoa- 
dente society romana, che aspettava iBtintivamente 
il nnovo ordine di cose, giii oantato e vatioinato 
anohe da Yergilio. 

Kon credo ohe da queste oonsiderazioni d' in- 
dole generale sia stato mosso, od inspirato, il dott. 
Battignaoi nel raccogliere e pnbblioare le notizie 
— in grandiasima parte pregiate e preziose — in< 
tomo alle satire di Quinto Settano, ed all'apo* 
logia, ohe egli intendeva fare di lui. Ho oredato 
in oonseguenza di Bottoporre le mie 08serva2doni 
snllo stesBo argomento, lasciando al lettore di gin- 
dicame serenamente. 



G va anche pifi oltre, nel ragionamento suo, t 
Monsignore epioureo e Benese, per giunta. La o 
yilt& nostra, stupida e moderna, ha contraEsegiia^ 
le dame, e notato ,1a difTerenza tra eeee e quel 
donne, che hanno abitudiui, guBti, desideri, sodd 
sfazioni, moraU e materiali, ben diversi. Bisogi 
sapere ohe uel secolo d'oro, o delle ghiande, tat 
qaeste inoomode distinziont non v'erano: 

Ma poi che ritrovA I'oro e I'argento 
La ciecft ingorda ambizione nmana, 
Che di famo ui nutre e pasce il rente, 

Venue il Signore o I'Ecoallenza vana, 
S'iaTeDt6 la canozza ed il cuscino 
II titolo di Dama e di.... 

G le coQsegaenze che tira, sono degae di 1^ 
e della eaa uefanda satira: le leggi dell'onore pe 
sonale e della integrity morale e materiale del 
persona sodo uu' inveuzione ; Baggia I'antica gent 
oh© non si cnrava de' tradimenti e delle colpe C' 
niugali. L'amore libsro 6 naturale e uecessario ; 

Oggi tatto si fft per qQell'impoi'a 
Bmtta sentina e dell'ODOr cuatodi 
Ifetton eino il lacclietto alia 

Claudio Aagusto non perde alcuna parte del at 
impero, 

Se in mezzo alia Soborra Mesaallna 
L'appetito Bfog6 delle sae voglie. 

Moltissimi poi sono nell'anticihita i Be ed i Pri 
oipi, 

Che so' moTbidi lor ricchi origlieri 
Non gP imports ohe le consorti loro 



— 27 - 
DalU mente e dal ouore di siJ 
cnreo venne dunque fuori la sati 
vina. 

Del resto in an momento di 
dello spirito, lo 9tesso Settauo co 
dissima disinvoltnra 1' altissimo o 
ha di 8^ stesso, e la stima che 
opera poetiche ; chfe le sue satire 
flno all' inferno, e dell' anima di 
place lo stesBo demonio Caronte : 

.... Dovenmt tartara et ipsae 
ElTsiae valles reeontuit tan caxn 
TraQBTexi maioram ammam, pin 
Infenias post qnam vanit Luoilii 

E della sua vita scorretta, nc 
retta, mancante di decoroaa gravit 
non dubbie uelle stesse satire, sc 
vendicare 1' oltraggiata morality : 

At mihi si Saperi vellent mdalgen 
Non h&ec obveniat aeptem. signal 
Doctrina, at tot idem sacceneis < 
Cor docile imprimiB, et corporis 
Hens bona coutingat, nulliqae o 
Dent qnoqne ab invidia tntum, et 
Fortnna r 



' qfr. Sat. XV, 36. Qaeato atto di sn 
piinto dalla eaigenza eitetica del lavoro, 
alio ateuo Oiannelli, che annota : ' Ergi 
PtTiiat Seetcmo minorttt Penat litUraloi i 
dam etto. MM qaidept videlur, minime i- 
tadem vixitiet aeiatt qua lalina lingua fio 
erat scribendi liberta*, (unt maiora in max 
moiwtra debtKcKobatur «. 



— 31 — 



..< • 



nelle poesie italiane, solo perche queste poesie sono 
state scritte per poohi ed intimi amici ! ^ 

Accenno fuggevolmente al oarme diretto a ce- 
lebrare le glorie di san Filippo Neri, patrono di 
Boma. Questo Santo 6 un eroe, giacch^ seppe re- 
sistere alle blandizie d'una meretrice. Amore ne 
e indignato. Tutti gli uomini obbediscono ad Amo- 
re ; solo Filippo gli si ribella. Ecco la femmina, 
che assume tutte le parti a lei proprie ; sfacciata, 
simnlatrice, lasciva, istrumento docile dell'ira del 
figlio di Venere, Ma io domando, nmilmente: 
Non siete voi, Sergardi, il cantore osceno dell'amor 
libero e naturale? I'autore de' versi a quella Oo- 
stanza, alia quale avete fatto Tapologia della yita, 
propria del secolo d' oro ? Anzi che biasimarla, non 
dovreste voi lodar la brutta femmina e le sue arti, 
.e i piaceri che lei dk e che voi tanto avete altrove 
lodato e magnificato? 

Questo poeta satirico mi pare in verita faccia 
le parti dell' Eremita di Lampedusa, che, come 
vuole la fama, ai cristiani domandava relemosina, 
mostrando 1' immagine del Cristo, ed ai Saraceni, 
mostrando il Corano. Ben presto, per6, venne 
scoperto 1' inganno, e il furbo romito non ebbe 
pill limosina da alcuno, e cadde, tra il riso delle 



> Lo stesso Sergardi afferma nelle satire qnanto al dott. Bat- 
tignani pare effetto d'indnzione. {Cfr. Sat. XVII, 7'2i). DeUe 
sue cose latine il Sergardi aveva grande cnra, poneva in esse 
tntto il lavoro della mente e si dilettava di portarle alia pos- 
sibile perfesione: 

Hano ego BoUioittu, qtiin et seorettis, alebam 
Ut oonfixmato tandem per oompita gressu 
Iret, et ianuxneros ynltu torqueret amantei. 



■■.".' 



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Ma, era poi il 0raviua tale quale apparisoe FUo 
demo da' vers! di Settaao ? Sa questo punto occorr 
fermar I'attenzioiie de' lettori, facendo talvolt 
uso degli argomenti addotti dallo steaso reoenti 
biografo ed apologista di mons, Sergardi. 

Devo dire anzttatto, che il dott. Battigaani, pu 
facendo I'analisi minuta e diligente de' fatti occors 
tanto al Gravina quanto al Sergardi (ma piu a qae 
sti che a quelle), uon ha panto esaminato Tarn 
biente Bociale, nel quale I'uno e I'aUro fnronp i] 
grado di svolgere le loro faooltfi critiche e poeti 
che. L'analisi della Buperflcie lo distolse e non gl 
fe' esaminare il fondo. 

Ora a me pare che in cotesto esame sia tutti 
la satira del Sergardi. L' ipocrisia, allora prevaleu 
te, avrebbe dovuto coijtitaire le basi di tutto queati 
studio, che non manca, come ho detto, di pregif spe 
cialmeute uella esposizione minuta de' particolari 

Xi 'Arcadia indica un movimento letterario ar 
tificiale e coaveuzioDale, prodotto da an sentiment) 

atesBo Settano, al qnale non ai pu6 in alcsn moda precU 
fade. Ohi cbe nacessiUt c'6 diaffermore solennemante ohe egl 
non iicTiase le satire per detiderio di onort, ni aUellato da al 
cunn vi«rctde f In piopoaito non mi pare esatto quanto sorivi 
il dott. Battignani; che, eio^, il Sergardi non "diet nttnltdell 
eauMt chs lo decitera a preftrire una lingua morta alia sua na 
tia, (pag. 142], percli6 lo stesso Settano oonfesea nella satin 
dianEi citata di aval preforito 1' idioma latino per ooopeian 
alia maggioie e pi^ dnrevole immortality di Filodemo. In ogn 
modo mi par ohiaro che, avendo preferito il latino alia lingui 
soa natnrale, gi& dimostra il Sergardi ahe solo eon la lingai 
di Luoilio egli poteva agevolmente eaprimeie quelle ohe noi 
sentivB e qaello a cui non oredeva Binoeramente. Le spiega 
■ioni date in proposito dal dott. Battignani, sono acute; mi 
non Bono fondate sul tbto, eeoondo io penso. 



- 35 - 

fondando con altri TArcadia, nel 1690, e dandole 
leggi sane. Voleva ritirar Varte alia greca semplu 
citctj scrisse in proposito il De Sanctis, purgandola 
della corruzzone scientifica. Ma non bisogna dimen- 
ticare che TArcadia nasceva appunto in Roma, dove 
la Curia era forte; dove le cerimonie religiose ave- 
vano la piu solenne espressione; dove si poteva es- 
sere ateo e miscredente, a condizione di salvar le 
^pparenze, mostrandosi sempre devoto e fedele alia 
Chiesa. 11 Prelate poteva benissimo, allora, fare il 
cicisbeo senza vergogna, mostrandosi oppresso dal 
sentimento amoroso, a patto che fosse quieto, e 
sfogasse 11 suo sentimento solo col sue bel sonetto, 
col suo bel madrigale : componimenti, che non gua- 
stavano punto la dignita del carattere sacerdotale 
e Tapparente correttezza del costume. 

Grande studio sulFabbigliatura, sulFetichetta, 
suUa galanteria, suUa migliore maniera di mostrar- 
si alle dame ed al pubblico. Non piu, come verso 
i primi anni del rinascimento, studio amoroso e 
profondo sulle ragioni delle lettere, suUa missione 
che queste dovevano assumere e compiere nella 
olvilti umana. Ideale prevalente, lo scriver versi, 
in qualurique modo, comunque inspirati. " Cosa ci 
era nella coscienza ? Nulla. Non DiOj non patria^ 
non famiglia, non umanitaj non dvilth „. (De San- 
ctis). La lirica non aveva scope civile. 

In questo jnovimento di reazione ebbe grandis- 
sima parte il Gravina, che vide il male, e che in 
ogni suo sciitto, in ogni sua azione pubblica ha mo- 
strato ingegno veramente sovrano. Fondatore, ac- 
clamato dai posteri, della scuola storica del diritto^ 



.T| •■• : 




t 

1 



verso sciolto, ool verso dai 
a del Foscolo, che la liricf 
civile e trae sua forza I 
riaiiovamento morale deg 
avere origine poi il risorgi 
A misura ohe I'Arcai 
contro 11 Gtravina si fa pii 
chi i ginreconsulti, ma m 
punti, gli scrittori eeri e i 
contro i rimatori, i pe' 
Eostachio Maa6:edi ecrivi 
ci son piit poeti eke mo» 
eran dappertatto, a Napo 
ma, Milano, Yenezia. Iq 
arcade, ma nella opposizl 
melie contro chi piii tar 
Atrarsi ribelle, si fanno 
Non si poteva diventar p 
d'Arcadia, senza dimostn 
solino contro il Calabrea 
belle. Intomo alia perso 
tore creano gl' interesuati 
Di bocoa in bocca passai 
loro ; vanno in giro rivedi 
ingiandite. '^ il pantano, 
guerra. E come prendor 
i pedanti, i poeti, gl' impr( 
altreel con le art! loro, ooi 
baibiiitti, i oasisti, i leg 
soiti ; onde le satire in li 
esprimono aolamente sen 
rirelano il gasto del tea 



di, il ntiniero di esse da 16 e portata a 16. Aun 
il numero delle eatlre a tuisura che aumenta 
edizioni. E cosi succede nell'edizioQe di Co 
(Lucca) 1698. Se Paolo Mafiei uon foEse stat 
terrotto nelsuo lavoro, probabilissimBmente avi 
uel 1700 dato I'edizioQe in grandissiiua parte 
pleta, presso a poco come quella, oke di6 [ 
Giannelli, Tanno 1783. Ttitte quests edizioni 
vengon fuori incomplete, © che mostrauo si 
princtpio la manoanza che esse hanuo, o con 
tre satire vi sieno contro Tilodemo, le qaaii 
un' infinite, di ragioni, allora non potevano ' 
pubblicate, gi& dimostrauo, Beuz'altro, lo sj 
calannioBO, ond'esse erano improntate, e guaul 
pngnaBse sino alio stesso autore, sino agli I 
malvagi inspiratori, luostrarsi cosi aperti viol 
della legge morale e della pubbtica coscienza. 
tendo acoennare a quella coscienza, ch'era 
della maggioranza di Arcadia, fuori di quell' 
resse pettegolo e meechino, inspiratore di Settj 



' Osservazioni pTazioBB posBouo farai in propoiito 
B di Palermo, ohe viene attribnita a Qemiaro A 
Cappeltaro, 1655-1702 (non MieheU, come eoriva il B.) ni 
taao, tra gli areadi, Tirrtno Leehtalieo " poeta toicrmo 1 1 
aeoondo il CreaoimbBni, eha vive in Corte di Roma «. ^ 
bel tipo morl in Palermo per mano del camefioe, a' 26 
1702 (cfr. Cabuii, op. cit., toI. I, pag. 891). 

n Mong^tore, uiTeoe, afFenna che ne sia stato aatore 
Urbano Simonelia, morto improTvisamante in Palermo 
fabbraio 1720 (ofr. Scrtttori onaninti e pttudomini, raci 
aeoperti; opera mn. eitttenle tiella Btblioleea comunaU a 
l^rmo, e citata dal Mblzi). 

Tatto fa oredere ohe il Mongitote, sorittoTe oonten 
□eo, 166S-1743, abbia fondate ragioni per attribuire qneat 
eioue al Simonetta. E il Battignani mi para ohe Toglia i 



— 40 — 
DasG09to ed anoato di fulmiiii, seuza nes- 
poosabilita, q4 morale ne materiale, sal- 

giaoulatorie in chissa, ed accreEcsndo, 
, tempio, tl numero de' piccoli ricoverati 

Spirito, eorive bestemmie eretioali in ita,- 

1 in latino, poi, si mostra severo ripreusor 
>, protetto sempre dalla stessa tnrbs ano- 
ipooriti e di sfaocendati. Poteva pure scri- 
illo ohe voleva costui, qoando mancava 
tto oalanaioso uu autore qualunque, pur- 

>be anche adesBO assai fecondo di ntili 
azioni lo studio esatto delle varianti © delle 
li, fatte dal nasoosto e malvagio aabore, 
ionda e terza edizione delle sue satire, 
n .giova dire, oome fa il dott Babtignani, 
ste satire furon pabblioate, le prime volte, 
ssentimeuto del Sergardi ; giacche le stesse 
e le atesse correzioni, fatte saccessivaTnente 
ire, provano il contrario. E poteva bene 



gift aperta, oooingendoBi a dimoBtrare oke dellft vei- 
Ulermo Don paaaa es^ere nvtore lo atsBBo Sergardi' 
>ia, □assiiDO ha mai attribnito la vsTBione di Falei- 
ieaso aatore delle satire di Settano. In ogui modo, 
9 di Palermo, pabblicata, si Doti, DellTOT, ha an'Im- 
itorioa grandiBeima e notBToliasima. Prima del detto 
e probabilmente prima della morta del Cappellaro, 
le aatire filodemiche di Sattauo erano note e gir*- 
e manoBOriCte tra gli amici ed anuniratoii di Setta- 
!te satire, note all'aniveraale, erano tuti, giaoobi 
ione di Palermo ei d& la versione di oiciotro di bb- 
^n fine (pag. 866) qaesta noterella; " MxHCi. qui la 

S lOFSA LA DECIX'OITAVI, COMB TBDUTI „. NeW Indi- 

si salta dalla satira XVIt, II lauo, alia satira XIX, 



il Sergardi afifenoare cotesto, che, doh, faron pu 
blicate senza il sao asseuBO, giacche lo atesso Se 
gardi, ed e 016 rloordato anche dal dott. Battignai 
aveva giurato solennemente al Papa di non avei 
soritte mal. Fossiamo dungne a cotesto aomo pr 
star fsde e fondare argomenti di prova sulla si 
sfcessa testimonianza? II Battignsni a qaesto el 
meuto di giusta critica non mi pare che abb 
panto badato. 

II Battignani infatti eaolade dalle cagioni e d 
motivi della satira 1' iuvidia del Sergardi contro 
Gravina; e I'esolude boIo perch6 lo Bteaso Sergar 
" se ne scagionb con ragioni piU meno convinceni 
ma sempre con sdegno per un'accuaa che I'ojfende 
asaai vivamente „ (pag- 1 13)- Pone come moti' 
delle dette satire una " certa caasa personate c 
determind il princtpio della discordia „ . A ques 
saasa aocenna lo stesso Sergardi nella eatira YII ; 
" questa, dice il dott. Battignani, mi sembra la p 
probabiU di tatte „. Prima per6 aveva scritt 
" — la caa8a delle satire seitaniche Hsogna ricerco 
la nell' indole e nel genio deU'autore stesao: chiunq 
si sia il personaggio che egli prende a co/pire, qae 
non gli fornisce che una occasione accidentale a so 
disfare alia sua inclinazione „ (pag. 70). Ma di qu 
sto giusto criterio fondamentale non mi pare che 
dott. Battignani usi serenamente e in tatte le c 
samine diligenti, che egli Fa. Se le satire non soi 
state inspirate da un sentimento di vendetta pe 
sonale, da sdegno nel vedere la morale oonooloa 
da coini, ohe se ne bandiva maestro; fu 1' invid 
Bolamente 1' inspiratrtce, ovvero fu il sentimen 



dell'onest& e della rettitndine ? II Battignani hod 
crede di dovere rispoadere compiatameute. ' 

Noto in proposito cha in qaesto studio fatto 
dal Battignani, tutti i dati di cotesto problema bi- 



' E aon risponde, del leito, nemmeno il aianneUi, clia b 
ij piu aalorevole apologista di Settaao, e obe coal apiega FU 
lodemo: "Sectani satyrnrum quasi henis, cuius sub noutins 
potius quam sub persona, vitiaao ioBlerasibi SeotaauB axagi- 
tauda ptopoaait «. Ma le indioozioni erano troppo obiare, onda 
alia vooe Calabrum pone qaest'altra uota: " Indicat in qua ro- 
gione nabns faerit Fbllodemus. Vidatur hie Sectanue ei valgi 
pottos fama, qnandoque iniqaa, quam ex veiitate calabros pnn- 
gera. Quando ex bominibtis coaleaouut nationee, oum Boae 
CDiqae laudea, turn sua vitia. Eb qaidem ad Calabros quod 
pertinet, ut male apud imperitoe aadiant, tamen olaTiBsimorom 
TiroruCD gloiia, ao peracutis Hummisque ingeniis per omnes 
aatates fiamere„ (cfr. vol. 1, pag. bi e 61). Grazie baate, eig. 
Oiannelli; la pabria di Cateiodoro, di BaTlaamo, di Teleeio, del 
Parrasio, di Campanella, di Antonio Serra, foudatore degli studi 
di eoonomia politiea, cito que' nomi, cbe ora mi vengono in 
monte, ride delle stupide invebbive, soagliabe sn eesa, dal Pre- 
lato-epioureo Lodovico Sergardi, e le attribuisce airinvidia 
forte, che a cosbui iapirava un buo grando figlio, Gian Vincenio 
Oravina, fondabore in Italia della scnola storica del diiitto. Ma, 
giacchd il Sergardi nella parola ealabrt4», crede di avere ritro- 
vato il pi^ forte argomenbo contro Filodemo, # anoora a ri- 
oeroarsi il motive, per il quale graudi Calabresi ebbero in Ita- 
lia ingiuste calunnie ed infinite persecuEioni. Kettendo da parte 
il GrBTiua, non mi par giuato di dover dimentioare le perse- 
enzioni, che ebbero Francesoo Simoneba, Fomponio Leto, 4°l^o 
Qiano Parrasio, Tommaso Campanella, Anbonio Serra, ed altri 
miaori, anticbi e modarnt, illustri e modesti, lavoraboii e pen- 
satori, oolpevoli soltanto di eaaere parvenati, con perBeverania 
di lavoro, 1& dove altri voleva ancora arrivare! 

Poteva eesera in baona fede, aontro i Calabrasi, monBignore 
Sergardi quando li aoonaa, bra le altre cose, di avere a con- 
oittadino : 

.... oivamque ■nam, qui perlita felte 
OsDuU dlTiuo potalt libara Ui>t[litro. 

ISat. X, it). 



soguava dare al lettore, giaccHe dalla risoluzione d 
qneBto problema pu6 oertameute venir nuova laci 
solla Eatira e Eiilla persona, contro la quale essi 
era diretta. 

Altrove sorive il Battignani: "^ Troppo lutigo sa 
re&6c il voter raccagliere tutte le tngiurie tnviaU, ch 
scaglia il Sergardi sul guo avversario, cfie mostran 
tutta la forza del sao odio contro Fitodemo „ (pag- 76) 
II Sergardi, se FUodemo h ateo, non aceva molto di 
scandaliszarsi (pag. 78); ed ha quasi tutte le colp 
che egli stesso attribuisce a Filodemo; ma addita i 
Grsvina all'Iuquisizione perohe miscredente. I 
questa una oaluDnia? II Battignani, dopo aver dimo 
atrato che il G-ravina non e ateo, sorive : " . . , . quin 
di, non resta altro modo per spiegarci quest'accusi 
che sapporre, o che il Sergardi calunnO), o che i 
Gravina nella vita privata dette almeno qaalche pre 
testo a dabitare della saa fede „. E a lui qaest'ul 
Hma sapposizione pare piU probahile (pag. 82), per 
ohi: "dafo pure che il Sergardi nel bollor dell' in 
giangesBe a tale bassezza da lanciare un'accusa i 
3«e' tempi cosi terribile, sema ombra di verith, m 
pare che non I'avrebbe sostenuta, quando la lotta en 
da molto tempo cessata ed il Gravina sceso nellt 
tomba„, 

II Sergardi adanque continua ad affenuare I'a 
teismo del ■ Oravina anche dopo la morte di oo 
stiii, cioS, anche in una lettera de' 10 febbruio 182C 
G qui col dott. Battignani h lecito domandare 
Perch6 Sergardi ha contiaiiato a mentire anchi 
dopo tanto tempo? Ma io credo che il motive c'era 
caro dott. Battignani, e questo h riposto nel mott< 



— 45 



scuole italiane all'estero, e il cui ingegno assai colto 
ed equilibrato m'6 noto da un pezzo, dispiaccia oh' io 
esponga le altre osservazioni intorno al suo recente 
lavoro. L'argoraento mi pare assai degno, e il 
soggetto m'6 sempre parso assai notevole. Se queste 
mie osservazioni qualcuno troverk giuste, il merito 
6 tutto del dott. Battignani, che me le ha ispirate, 
A me pare che in questo studio vi sia tutta la 
materia per un buon lavoro critico; ma non mi 
pare che cotesta materia sia tutta entrata nella 
mente dello scrittore e con quella ordinata dipen- 
denza delle parti, ch'era richiesta dall'argomento. 



A qnesta versione aooenaa oertamente il Decreto della Sacra 
Congregasione delV Indice (22 die. 1700), che proibisce le Sati- 
re di Settano ** idiomaU vulgari et latino editae „. La prima e 
piu antioa yersione non 6 dnnque quella di Palermo, del 1707^ 
4* Colonia (Lucca) 1698, satire XVI ; 
5* Amsterdam (Napoli, ovvero Eoma) apud Elzeviriosy 
1700, satire YIII, in 2 volumi; 

6* Palermo, presso Domenico Cortese, con lieenza de* su' 
periori, 1707, satire XVIII; 

7* Zurigo (Firenze) 1760, satire X; vi 6 aggiunta la Con- 
versazione deUe Dame^ dialogo tra Paaquino e Marforio ; 

8^ Zurigo (Firenze) 1767. — Gitata dal Graesse, come una 
riproduzione della precedente; 

9^ Lucca, Bonsignori, 1788; 

10^ Satire eon aggiunte e annotazioni^ Amsterdam (Firen- 
ze) 1783: 

11* Come la precedente e col ritratto di Lodovico Ser- 
gardi, Londra (Livomo), Masi, 1786; 

12* Veraione di Melchiorrt Misairiniy Pisa, 1820; 
IS* La stessa, 2* ediz.,, Firenze, Ciardetti, 1885; 
14* RaceoUa de* poeti satirici italiani ecc. di Giulio Gar- 
cano, Torino, Ferrero e Franco, 1858, vol. II, pag. 491. 

Questa edizione 6 la esatta riproduzione di quella di Zurigo, 
e le satire sono X, con numero progressive. 

Le versioni anonime di oo teste satire non sono dunque diUy 



J 






;^i 






N 



— 47 — 
logia, che ha in mente di fere; enon tien 
conto, con animo alto e sereno, delle varie 
e delle varie epiegazioni, ohe presentano e 
lettore gli stessi dooumenti, da lui stesso 
tati e iliustrati. E spesso awiene, per I'a 
che Bi e ine930 in testA di &re, awiene chi 
ed argomenti e ragioni sieno attiate dalh 
parole, dalle stesse afiermazioni del Sergard 
ho dianzi affermato ; la qnal cosa e assai ter 
e da conseguenze assai dubbie contro la ste 
lonta ed intenzione dello scrittore ! 

Lo studio su Quinto Settano non dovev) 
anicamente inteso alia evooazione pnra e si 
di Lodovico Sergardi ; ma di cestui e del Q 
che di Settano sono opera illustre solo le 
e coteste satire sono tntte, o quasi tutte, 
per ferire il Gravina nella sua grande ripu 
di cittadino, d' insegnante, di scrittore e di 
tore, Evidente in ogni dardo avvelenato 
del poeta; ©d evidenti le calunnie e le insi 
ni, che vengon fuori da que' versi. . Del 8 
dio il Battignani fa un solo protagonista. 
sto apparisce isolato dal mondo, che lo ci 
spinto sempre da naturale tendenza alia se 
ohe ei afferra al Gravina solo per dare sfogo 
timenti suoi naturali. II Gravina danque i 
per il Sergardi un rimedio, od un espedient 
in questo case, bisognava esporre le oondizi 
nerali di que' tempi, le qnali sono assai c 
e dimenticate. Quinto Settano in mezzo e 
quadro ed a tutte le figure del secolo X" 
rebbe apparso figura assai piccola e meschi 



merazione di esse, Onde e perche coteBti salti, c 
indicauo un l&voro eatirioo ooinpiuto sin da pri 
oipio, e DOto soltanto agU editor! e iiia,uipolat( 
delle varie edizioni di Napoli, o Boma, e di Coloni 

E perchfe non ha oredcto, sin da prinoipio, mi 
ter fiiori tutta I'opera sua nefanda Qutnto Settam 

L' impeto poetico, 1' ira, prodotta dall' invidia 
dalla gelosia personale, 6 stuta forse vinta da) 
paura e dal desiderio vivo di salvare almeno 
pelle, se non la riptttazione e restimazione del pu 
blico? 

Ed h corioao ohe di coteBti salt* uella unii; 
razione delle satire, •evideoti in tutte le edizioi 
i qaali Bono pare ammeasi da tutti i bibliogrs 
nesBtmo, ch'io mi sappia, s'^ attentate einora 
dare una spiegazione, non dico soddisfaoente, i 
anohe degua di studio e di considerazione. ] 
COB& e passata inosservata, come nn fatto naturt 
e spontaneo. Ma io credo che in cotesta disan 
na stia in gran parte la spiegazione di quel n 
stero, onde in principio, dicendo e sorivendo tan 
bugie, lo BtesBO Sergardi ha voluto ciroondare 
proprio nome e gli soopi che si proponeva di re 
giuugere con que' fogli gittafci al veuto senza ] 
BponBabilit^, e destinati a ferire in ci6 che { 
era di eaoro nella vita di un grandisBimo ed al 
iutelletto, Cotesta disamina lavoro ingrato e lun 
earebbe stato, e senza risnltato apparente. Ma 
critioa soggettiva ed estetica avrebbe potuto ora 
questa sola dbamina ricevere molti element! per i 
cane important! sue conolusioni. 

II dott. Battignani, come non ha yeduto la i 



— 61 — 
trovate di buo capo, e messo tra quelle di Set 
per tm motiro suo peraonale qnalanque. 

N6 pa6 inferirsi che, attribuite a Settano, 
state tra quelle di Settano gittate, dalla mano 
tro aatore, in pascolo agli avidi lettori, amai 
eoandali e di fatterelli stnzzicauti. Ko. Tatto 
sto QOQ pa6 essere. 

Nell'ana e nell'altra satira, ma piji nella 
ohe nella XI, Filodemo ha una parte seconi 
e la satira si aggira su' ooBtnmi gnasti di S 
salla incipiente deoadenza, suUa compra mag 
tnra, suUa corrotta e coustatata mauiera di v 
e govemare; la doppia co3cienza e la dubbia 
del Sergardi da queeta satira hanno certa 
ferma e dimostrazione : 

Yamio iadiviee ogni or Giiistisi& e Fede. 
Donqne dall'operar contro GiiutiziB, 
Segne a neoeaeiUL ohe non ei erode. 
Faor clie di Fe' di tntto abbiam dovizia. 
Peoca ohi men dorrebbe, e impoiie pacca, 
Non per fragilitji, ma per malizia. 
Di Fede il fior s'lnaridisoe e sacca, 
Ni 91 distingae pi(( per religione 
O per pietada Roma dalla Ifecca. 

Qaesti ultimi versi senza dubbio avrebberc 
to danuare al rogo 1' iudisoreto Poeta ; e bene 
ha fatto a sopprimerli iuteramente in modo 
non ne rimanesse traccia nemmeuo tra' manoE 
ti, rinvenuti dopo la sua morte. Le vendett 
Boma erano ben note aiiohe alio spiritoso s 
pndioo Economo della reverenda Fabbrioa di 
Pietro. 



— B2 — 

tanta noteyole racoolta di materiali sto- 
rt«rari ; dopo I'esame che di essi han fatto 
e oritioi di non dabbia fama, quale pa6 
a rnltima parola intomo alia prinoipale 
»tica di Lodoyioo Sergardi? 
DchS i Baoi steesi apologisti rioonosoouo nei 
Settauo, come pure Ha scritto I'editore di 
eiranno 1760: " invettive calunniose, amo- 
' improprie, con le quali (egli) ai sforzb di 
'. la fama deU'iUustre Gian Vincenzio Qra- 
oale pa6 essere ora il giudizio oompittto 
I ooteste satire contro Filodemo? 
3o lo scrittore h mosso dal sentimeiito vol- 
.'iuvidia, ed h sorretto ed illamiuato, nei 
ri d'arte, dal calore dell' immaginazione, 
:ale h talmentpe offusoato da non veder pi6 
iii nobile e meno cadoco della vita d'ao- 
aortali; quando cotesto scrittore moatra di 
■6 oouTincimenti profondi, nb bnoni n6 
[i nesBuna specie ; qaando i a lui facile 
ire 1' insegnamento di Epicuro e porre, 
graudissimo apparente disdegno, tra' por- 
ei il 8110 nemico implacabile, Qravina; 
igli ride con facile eloquenza della ecceN 
iietioa di Lucrezio e sino de' versi di Ome- 
,do arriva anche a fare I'apologia del go- 
imporale de' Papi e desidera, nei tempo 

trionfo in Boma dell'oltraggiata e viola- 
ej il vero lavoro d'arte, quello che 6 ef- 
' Beutimenti e de' convincimenti profondi 
1, h veramente possibile? 
osa dunque rimane, che cosa pu6 ancora ri- 



mauer come notevole, nelle satire di Quinto Set 
Parole belle e fraei ben fatte: sitoazioni vive, 
asBai bene : descrizionl assai felici, come que 
coloi, che fraxinaeque sonatfiaxupia dextra eot 
OYVero di ohi furtivo pollice mordet, tra la oal 
oesssnte, una bella donna, intenta a godei 
gli occhi la feeta; OTvero la desorizione di 
che, noQ aveudo altro a fare, espone com 
graode pregio, la perfetta conosoenza che h 
I'andare in oarrozza, oziando ; owero la dea< 
ne asaai bella e viva di colai, cbe passa il 
sao pTdzioso, noyellando ne' aaSk di Roma, 
gando aoremente sa argomenti, ne' quali ni 
passione; pregi son qttesti di lingua, di &i 
descrizionl, ' di situazioni, uon 6 bellezzs ed 
lenza di stile: la bellezza, iusomma di Semir 
ed anohe di Cleopatra, riposta nella parte e 
del viso, nel movimento pi& o meno singolari 
braooia, degU ocohi, delle labbra, nelle qnali 
nessan artisba, oh' io sappia, ha sinora riposto 
presentato I'ideale grande deUa bellezza e 
bont& femminile! 



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liflif! Ijiii 



-ass'-eggB-agggaggg 



QUBSTIONI DANTESC 
i rumm di cdkiui' 

(OBSEHVAZIONI OBITIOHS) 



* Zakboki Filiffo, 3li Emtlini, Dante « gli tdiii 
e Ik sohiavitb personale domestica, oon dooninenti ii 
oa bibliografla solla Bohiavitt. e memorie autobiognl 
Fireuze, Luidi, 1897, cuxzii-516. !□ qusst'anna 1901 
blioato na Potcritto alle meiuorie antobiognfiohe, c 
di Ftbbraio 1903, nel quale molte ooee notevoli ei 
no di bibliografift a di storia politioa oontemporane' 
altre, Si. notizia di nn Bilratto di Dania, eaiatente 
blioteoa palatina di Vienna, in on Ood. Eugeniano, 
peTob6 apparteneva ad lEaganio di Bavoia. * PatA 
pcrreniese, o doada, aallaai aa,. Aggianga: "^meu 
in foglio miuore. m dat f autoni, n6 dol Witte, n6 d 
tossini, nb dol Kasaa£a, ohe ne pabbllo6 le variant 
mente piii ohe tanto alia immagine ohe A nelU prii 
Sssa Tenne ignorata da Ingo Erana, lecentiaaimo, o 
una monografia aai ritxatti di Dante, a da Saverio I 
or dafonto, obe li paeaa in liviata qoui tntti, aia i 
bnsti, medaglia cec. a dal Basaennatin, * La traooe d 
Italia* (Haidalberg, 1687). Di qaaito ritratto ba pu 
oato 11 fattimiU oon Hproduat'ima matata. 



Ill, pag. 218), 6 Tommaso Casini [Commento, 1889, 

»P»g. 686). 
Credo vi sieuo anche altri che abbiano porlato 
di questo libro, o che, b« non hanno scritto di pro- 
posito, abbiano fatto nn piccolo accenuo. Sapper- 
gib., I'nDO ripete le stesse parole dell'altro. Ma la 
grande e bella qaestione propoeta datlo Zamboni 
oon gneeto sno libro, non e stata sinora illustrata, 
ii6 ooDfortata da altre ragioDi, oUre di qaelle date 
dallo Zamboni steseo snlla scorta de' docomeuti 
eBnmati ed illostrati da lai. 

La qaestione proposta e risolnta con an oorredo 
di notizia illuBtrative e di documenti notovoli, 6 
qaeata. Gunizza da Romano, detta da' oontempo- 
ranei " magna meretrix „ ; ohe " osd soa vita in 
godere„, come pure afferm6 VOttimo; moglie di 
moiti mariti e rapita ad nno di e&ei dal Trovatore 
Sordello ; ootesta donna Dante pone tra " quegli al- 
tri iplendori „ obe sono in Faradiso nel cielo di Ye* 
y nere. Dice di eh stesea al Poeta : " . . . . qui refulgo 

Perchi mi vinae il lume d'egta steUa „ . In altri ter- 
mini, Canizza 6 in Faradiso, e nel cielo di Yenere, 
appunto pe' grandi snoi pecoati d'amore. 
' \ i Ancor viva nel 1279, ammeeso clie abbia espiato 

I ootesti suoi peooati nel Pnrgatorio, solo dopo quasi 

*\ venti anni sarebbe andata al Faradiso 6 si sarebbe 

I.) moetrata al Foeta in tatto il suo splendore verso I'an- 

I M no 1300. ^ qaesta ana contraddizione del poema 

' {i|j|r dantesco; owero, 6 I'afifennazione di un principio, 

'•m' o la ooneeguenza logica di an disprezzo delle regole 

) \4 e delle norme prevalentt sull'etica cristiana e sulla 

;it!' morale religiosa del nostro Medio-evo? 



Si aggiuQga ohe, finora, per quante ricerch 
sieno fatte tra le carte del tempo, non risalta 
del sno peocato Cuuizza si sia pentita, &lmenc 
fin di vita. Kaia uella Maroa Trivigiana 
qtiella parte delta terra prava „ , che ebbe * 
grande assalto „ da buo fratello Szzeliuo da '. 
mauo, Ouuizza visee sempre lieta del sno pecc: 

Di cotefito problema, che involge molti alti 
tra qnesti, nno graudisBimo bdI sentimento r 
gioBO di Dante, e sul fondameato, che ebbe la gi 
de poe&ia di lui ne' dogmi della Chiesa oristia 
pareccbi sorittori Iianno cercato di dare spiegazic 
Cito, tra' tauti, il FobcoIo e il Troya. Ma Gnni 
doveva bene espiare le sue colpe prima di sa 
al Faradiso, oh^ al Faradiso non si pa6 andare b 
za I'espiazioDe, od il pentimento sincero, del pecci 

Una delle Bpiegazioni pii!i ddtte e pt^ origii 
h data da Filippo Zamboni nel volume, che am 
ora si auntiuzia, e, che arrivato alia qaarta < 
zione, ha molti docomenti inediti, una ricca 
bliografia suUa BchiavitA, memorie antobiografl 
e il ritratto dell'autore esegaito in Catania nel IE 
qaando lo Zamboni, ospite di Mario Bapisardi 
venuto in Sicilia per dar prova sincera ed afiettu 
al Foeta illustre dell'Italla meridionale. 

Kiassumo, non parendomi sia queato il caso 
iare nna critica nel eenso vero ed ampio della 
rola. Lo Zamboni ha spirito cosi sagace ed or 
nale, ha studi cosl profondi e oonoecenza cobI f 
pia della materia che ha preBO a trattare, che 
diritto, senz'altro, a mostrarBi suUa moltitudine 
gli sorittori e de' dantisti contemporanei. 



II lavoro preparatorio da Ini compioto o, oome 
oggi si dioe, la letteratara dell'argomento stndiato 
e trattato, b tale ch« impedieoe qaalnnqae giudizio 
arriechiato. Le cose che avete dinanzi e ohe reolama- 
no la vostra atteuzioue lianno, tatte, la eteesa impor- 
tanza, e la mente, che deve attendere ad esse, rima- 
ne come confusa e preoccnpata anohe da ana pic- 
cola qaeetioue di precedenza. II materlale raccolto 
dallo Zamboni 6 veramente grande, tanto che non 
eapete come fare per collocarlo. 

Nod mi BorpreDde davvero il gindizio dato sa 
questo libro da Francesco Domenico Qnerrazzi, che 
6 " rimasto ammirato dei nobili concetti, della va- 
sta emdtztoQd e della eleganza del dettato,. Fochl 
libri, in verity, di argomento dantesoo hauno uu 
co3i rioco e pregiato lavoro preparatorio. Anohe alio 
Scartazzini, che k tntto dire, I'erudizione dello Zam- 
boni parve cosa notevole. B deve notarsi che lo 
Scartazzini vide la seconda edizione, qnella di Vien- 
na, edita nell'anuo 1870! 

Biassumo adunqne per dare agio agli stadiosi, 
quando ocoorra, di mebtere a contribato le ragioni 
esposte dallo Zamboni. Natnralmente, non potendo 
dare ampiezza al preeente scritto, s&rb breve qnanto 
pi6 Bar& poBsibile. 

« * 

II volume ha tre parti : 1*) Preparazione storica 
2*) Danteeca; 3*) Note oompimentali. 

Nella prima viene esposto e disoasso nelle sae 
parti principali il doomnento gib, edito dal Teroi, 
Del Cod. eocelliniaDO, e, prima del Terci, * d«~ 
aamptum ex tckedtM canonici „ Avogarii. 



— 61 — 

S QB rogito del di 1" aprile 1265, uel quale Cu- 
nizzB, Btando a Fireuze in casa i Oavalcanti, af- 
fenna di poire in liberti tutti gli uomini di ma- 
snada, che farono de' suoi fratelli Ezzeliuo III ed 
Alberioo da Barbiano. Notevole obe qaeato doon- 
mento, come afferma lo Zamboni, non venue ri- 
portato dal Maratori : de' moderui solo ue discorre 
il Troya nel Yeltro allegorioo de' G-bibelliui. Lo 
Zamboni lo fe' ricercare nell'Archivio delle veochie 
carte dell'Ospedale di Treviso, e quivi lo ha poi 
stndiato per quasto ei riferisce alle sue forme ori- 
giuali. 

Alio Z. qneeto dooameuto parve assai &trano 
"per le contraddizioui obe fa uascere tra quelle 
cbe vi h detto ed i fatti, cbe pure uoi abbiamo 
dalla storia„. La disamina di tntte codeste con- 
traddizioni oostituiBce la parte fond am en tale di 
questo importante studio storico. OH uomini di 
masnada erano schiavi e in perpetuo fiasi alia gle- 
ba ; cbi possedeva gli uomini di masnada doveva 
pure possedere il snolo, su cui quelli sudavano per 
coitivarlo. Ora dopo la distruzione della Famigtia 
da Komano (siamo nel 1265, cinque anni dopo la 
strage), quale giurisdizioue poteva avere Cunizza 
BQ que' possedimenti ? 

E noto infatti cbe tutti i beni de' Da Bomano 
uell'anno 1260 andarouo divisi tra le citta di Pa- 
dova, Treviao, Vicenza, Verona, "secondo che te- 
nevano sul territorio dell'una o dell'altra di quelle 
repubbliche „ . Da cotesta questione altre ne sor- 
gouo e tutte spontanee, in modo logico e naturale. 

Chi avesse desiderio di saperle, prenda il volu- 



~ miboul, ohe in questa parte dk prova 
tgacia ed acatesea nel porle e detenui- 

asiona, pure ammettendo Bmceram«nte 
bi rampoUano i dtibbi; pore dichiarau- 

Btadiato i 807 ed anche i 2183 doom* 

Tolumt di tasto, lo Zamboni erode, 
Lto, che nel onrioBO doonmento eccelli- 
sconda " ano de' nostri fatti speziosi di 
3acciati o oadenti, ohe nou sauno di- 
]fil tempo felice per ostentare magna- 
iistizia „. In tale gaisa Cunizza disse 

che giih da b6 avevano rotte le catene 
itorio, ohe fa gi^ dominio sao e de' saoi 
>ne a proposito rioorda le parole del 
; " Una repubblica, o un prinoipe deve 

fare per liberaUt& qaello a obe la n^ 
Dstringe „ . 
ra conclnsione giova pare esporre, aulla 

eleva an edifizio raggaardevole di ob- 
lotte ed acute che a Dante ai riferieco- 
i oonclnsione h la segaente: Cunizza 
aostra di essere molto pietosa verso gli 
sse o no valore queiristrumento. E di 
avi k auche opportune dare qualche 

acoenno agli sohiavi dei tempi di Gu- 
tempi posteriori, sine all'anno 1501, nel 

il duca Valentino, in Capua, le bellis- 

ritenne per bS e delle altre, molte per 
zzo furono vendute a Boma, come ap- 
e Guicoiardini. 
K>ni in proposito Tuole cbe non si con- 



— 64 — 
i, il Eeguente passo, cbe credo opportuno di tra- 
ivere fedelmente: "Il benefioio degli schiaTi 
erati da Cuuizza non poteva far sapporre ori- 
inamente che con buonB preghiere ooloro le eb- 
•0 fatto diventare piu corto il Pnrgatorio e fosse 

pifi presto tra' beat! P „ 

" Xegli stxamenti per la liberazione degli Eckiavi 
% formola : pro remedio animae meae. E poi da ve- 
"e nelle opere de' teologi se la oarit& issofatta non 
rga la iacoutineuza. Canizza non i nella sfera pii!i 
da " come Piccarda, ond'd di tanto pii!i gloriosa 
etizia pi^ di lei che parve migliore e di vergine 
a. Ma CuDizza accenua ne' versi gi& cbiosati 
) forse le earebbe toccata una sfera piu alta che 
1 6 il Paradiso di Venere. Cunizza parlava pre- 
ite Beatrice, oude doveva essere gi& immacolata 
le Bue libidiui; cib che esclude che Dante ve la 
lesse a caso „ . 

Quest'ultimo accenno h diretto al Foscolo, il 
irle, non potendo.ammettere ohe Dante igoorasse i 
icatidi amore (e ohe peooati!) di Cunizza; nonpo- 
ido ammettere ohe Dante ignorasse le norme per 
passaggio delle auime dalla terra al Paradiso di- 
tamente senza un po' di dimora almeno uel Pur- 
torio; e vedeudo Cuuizza nel Paradiso, non tro- 
ado una spiegazione Bufficieute, od anohe appa- 
ite, Bcrisse in veritS- molto leggermente che Dante 
bia introdotto costei nel Paradiso in via di esjte- 
lento Boltanto, e fino a che gli sowenisse di al- 
ua altra ombra che piii addicesse. 

Lo Zamboui da, prova, anche in guesta confa- 
done, di dottrina e d' ingegno analitico non co- 



i 



— 65 — 

mune. lo non posso riassumere. Ma sar& bene 
cKe lo studioso di Dante se ne invogli e cerchi 
il volome per vedere direttamente quanto scrisse 
in proposito lo Zamboni. 

Da cotesta confutazione appare assai naturale la 
conclusione dello Zamboni; che, cioe, Dante si sia 
indotto ad elevare Canizza in Paradiso per quella 
disposizione, cbe si riferisce agli scbiavi, nel rogito 
di Firenze. lo non posso qui fame compiuto esame, 
anche perch^ non credo di ayere autorit^ e libertit 
di giudizio e di competenza in siffatto argomento. 
Occorrerebbe anzitutto e soprattutto vedere se nolle 
opere dei Teologi del secolo XIV un pubblico se- 
gno di carit^ dia diritto al perdono di tutti i pec- 
cati ed all'accoglienza delle anime de^ pubblici pec" 
catori nel Paradiso. 

Ma devo aggiungere che le parole scritte in 
proposito dallo Zamboni (pag. 46) sono molto elo- 
quenti. Ed aggiungo altresi che tra le due opi- 
nioni, quella del Foscolo e questa dello Zamboni, 
non vi pu6 esser dubbio ; questa, di certo, e la piu 
logica e naturale. lo stesso non riesco ad inten- 
dere come mai Ugo Foscolo " animate da' sublimi 
ardimenti danteschi „ , si sia potuto indurre ad ac- 
oettarla ed a metterla in quel gioiello di studi 
danteschi, che e il Discorso sul teste del poema 

di Dante. 

* 

Nella terza parte; sono, come ho detto, le note 
complementari, che io direi fondamentali, perchS 
d&nno la genesi di tutte le conclusioni e mostrano 



1 
t 






-- ee — 

nei suoi tratti principali tutto lo sviluppo 8torico 
de' tempi de' quali si disoorre. 

Nella prima si d&nno notiEie sicure e piene sn- 

< gli Ezzelini e su' loro beni e su' loro amici e pro- 

tettori. Si accenna anche un po' agli Svevi ed a 
quel Matteo Spinello di Giovinazzo, ohe ora pare 
€icoertato non abbia scritto le Cronaohe, alle quali 
mi pare che lo Zamboni attinga con troppa bnona 
fede. La questione sullo Spinello h stata fortuna- 
tamente e definitivamente chiusa con gli scritti di 

} Bartolommeo Capasso. 

llV: Nella seconda, si discorre in modo particolareg- 

giato di Cecilia da Baone, terza moglie del secon- 
do Ezzelino; di Speronella Delesmanini, madre di 
quel laoopo da santo Andrea, padovano, impareg- 
giabile scialacquatore, posto da Dante nel secondo 
girone del settimo cerchio, tra' violenti contro se 
stessi. Questa Speronella fu anche dissolutissima 
donna che and6 a nozze, credo, sei volte. Lo Zam- 
boni discorre anche di Bianca de' B>ossi, maritata a 
un della Porta, di Padova. Di costei il nostro Autore 
si accese, sino a scrivere una Tragedia ^ per colei 
sola che voleva salutarlo autore, per colei che gli 
appariva a Venezia come una visione perche egli 
iavorasse „ . Di cotesta Bianca, prima dello Za.mbo« 
ni, scrissero due soltanto, con fede italiana, il Litta 
e il Ferrazzi. Lo Zamboni aveva dato breve no- 
tizia di costei nella prima nota complementare (pag. 
138) ; ora su' casi e sulle virtu di lei fa alcune 
notevoli considerazioni. L'eroismo di questa donna 
i veramente grande. Prende di essa occasione lo 
Zamboni per accennare ad atti eroici compiuti 







a di Oologna, nel territorio veroaese, ai temfs 
ante fioriva 1' tudustria del tessati di iana per 
I cappe frateaohe „ come nota un recente Com- 
ifttore. 



eguo, come ho cominoiato, Delia Bommaria 

lizione delle note complemeutah, notando guel- 

d 81 riferisce o si pa6 anche riferire, agli studi 

eschi. 

Telia nota 6', la qnale, mi perdoni I'illustre 

jssore, uon mi pare eia stata scritta con la 

i chiarezza e correntezza, il prof. Z. dopo avere 

mato al dlenzio, che si riscoDtra ne' doca* 

;i di origiDe guelfa intorno alls donne de' Eo- 

), per il rioordo che di OuDizza fa Dante, mette 

ti tm'altra sua ipotesi, che mi par bene rife- 

per le conclusioni che anche da essa per av- 

nra si possono trarre. 

orse il Foeta pose Cuaizza nel cielo " preci- 

lente anche in odio a' Guelti^ della Marca tri- 

,na, che "si argomentavano con qtieeti fatti di 

16 Epento anche la memoria^. 

Q verity, questa ipotesi non mi pare molto lon- 

dal vero. Fotrebbe anche essa dare qnalche 
^azione del collocamento di Cunizza ia Para- 

epecialmente quando fosse bene accertato la 
) vero e precipuo, che Dante ebbe, o voile rag- 
gere (che h la stessa cosa) col Poema sacro. 
ran parte de' problemi danteschi, che ora a noi 
10 insolnbili, o di difficile solazione, hanno fon- 
into e spiegazione nel sentimento politico de) 



grande Poeta. Senza qaelle grandi lotte, que' grandi 
odi, que' grandi amori il Poema sacro non sarebbe 
fitato possibile, Piu Bante si etacca dalla tradizio- 
ne classica, e pi{i diventa grande ed originale. Ora 
che 6 stato dimostrato che la caltura di Dante eb- 
bero pareochi de' suot contemporanei, o vissuti 
prima di lui (specialmente il Bellovacense), non 
rimane a' posteri che una sola ma^aviglia: qnel 
sentimento suo politico profondo, per il qnale ebbe 
il Poeta tanta inspirazione di poesia e tanti acerbi 
dolori nell'anima grande di patriotta nel vero senso 
medioevale di guesta parola. 

Per intendere poi nn lavoro d'arte, occorre anzi- 
tatto, sentire tatta quella vita, dalla quale venne agi- 
tato e mosso lo scrittore. Sotto questo rispetto, I'ipo- 
teai proposta dallo Z. oltre che e originale, mi pare 
abbia baon fondamento storico e meriti speciale con- 
siderazione. Non biaogna dimenticare che a' tempi 
di Dante i <}uel£ della Marca trivigiana (territoiio 
delle otto provincie venete di oggi) erano molto po- 
tent!, ed il collooamento di una pereona, da essi tan- 
to perseguitata, nel Paradiso, poteva benissimo in- 
dicare nu'onta, che il Poeta aveeee voluto fare con- 
tro di loro. In altri termini un sentimento di poli- 
tica generale prevalse nell'animo del Poeta, sino a 
fipegnere od a dileguare il sentimento religiose e 
cattolioo. 

Notevoli Bono le osservazioni del prof. Z. in- 
torao a certe date di nascita e di morte di pocke 
ed oscure donne di casa Romano ed anche intorno 
agli schiavi degli Ezzelini, liberati in forza di una 
Bolia di Aleesandro IV papa. Di queate osserva- 
zioni sono argomento 1© note 6*, 7' e 8*. 



Ed in proposito e anche utile esporre un'altra 
ervazione fatta iu quest' ultima (pag. 197), la 
lie 81 riferisce al concetto, cbe Dante ebbe de' 
idei del sno tempo. Questa gente ingrata, mo- 
! e ritrosa {Par., X2XII, 132), alia quale per 
idia piacqne tanto la morte di Cristo {Par., VII, 
questa gente poteva talvolta ben ridere della 
la cupidigia de' Orietiani : 

3e malti capidigia altro vi grids, 
Uomini Biate, e non pecore matte, 
81 che il Giudeo di voi tra Toi non rida. 

(Par., V, Tft.81)- 

Guido da Montefeltro ricorda aelVInf. (XXVII, 
la guerra fatta co' Colonneei di Eoma dal Prin- 
6 de' NuODt Farisei, Bonifacio VIII, e rimpiang» 
I essa non fosse etata fatta contro i Saraconi, 
oontro i Q-iudei, nel qual caso certamente eo- 
ta guerra sarebbe stata gtusta, perche inspirata 
londotta da zelo di religione, sentimento, che al 
ipo di Bante era ritenuto indispensabile. Ma^ 
re questi magrl e indeterminati accenni contro 
Israeliti, nel poema sacro altro non abbiamo, 
I sia piu notevole ed apra I'adito a qualche di- 
£Bione. Donne ebree, del veoohio Testamento, go- 
ne! Paradiso (XXXII, 17). 
Sorisse il prof. Z, " Verso a' Qiudei il Poeta & 
lua toUeranza superiore a' enoi tempi. La dove 



— 71 — 



I i 



^ A proposito di oerte BoUe di Glemente Y, ohe ritenne 
opportuno di diohiarare sohiayi i Yenenani presi in gasrra, 
lo Z.: ''Forse ohe il yexso di Dante (/n/., XXYII, 86) **N« mer- 
oatante in terra di SoldanOn uon ya inteso per fiatto d'Aori 



nel XXII delV Inferno pone tanti Sovrani barattieri, 
6 massime i Lucohesi, non ha impegolato in quella 
peoe un solo Ebreo. Altri, avrebbe fatto per essi, 
molto usuraj, " Nuovi tormenti e nuovi tormentati^ . 
Dante no. 

In questa nota 8^ mi pare assai evidente nn 
preconcetto, ohe, cio6, la oaduta degli Ezzelini sia 
un avvenimento de' piii importanti per la storia 
dell' umanit&. Ma devo dichiarare che, per quanto ; 

io abbia pensato su cotesta importanza degli Ez- 
zelini nella storia dell' umanit^, nessnna ragione j 
snfficiente sono state in grade di vedere od indo- ; 
yinare. Nella storia dell'umanita sinora due soli 
fatti mi pare che abbiano molta importanza, il Cri- 
stianesimo e la Bivoluzione francese. . 

Pu6 anche darsi che sia un gran fatto della sto- 
ria dell'umanita la caduta di E>oma ; ma di questo 
fatto doYranno dare ancora ampio giudizio, sull'esa- 
me di quanto noi abbiamo fatto e faremo, gli scrit- 
tori del secolo XX. 

II preconcetto dello Z. credo io 6 nato da quella 
spiccata e caratteristica tendenza al generalizzare^ 
della quale egli tante prove ha date in questo 
sno Ubro di studi accurati e severi ; a questa ten- 
denza dell'illustre Professore noi dobbiamo attri- 
buire tante belle osservazioni, specialmente sulla 
schiavitti domestica nel nostro Medio-evo e nel B>i- 
nascimento. ^ 



' I 



.i.. 



E della Bohiavitili infatti ampiamente disoorre 
e sflguenti note, dalla 9* alia 14\ Nou espongo 
snUato di questi etudi, bastandomi indicare I'ar- 
lento : in tal modo ogni bnono studioeo avrii 
> ed opportunity di eeatuiuarli direttamente 
sa 1' interpoBta opera d'alfcri. Sono dawero im- 
»nti le coQcluBioni, ohe se ne posBono trarre; 
aggiuugo che soqo asBai utili ed accurate le 
>o/e sinotticke Bulla vera Bohiavitfi personale do- 
tica, cbe lo Z. pone a pag. 440, le qoali co- 
loiano con I'anno 690 e hanno termine con I'au- 
18Vi col ricordo di uno Bchiavo moro, venduto 
legale contratto da un Capitano siciliano al 
aoipe Petriilla di Palermo per il prezzo di 70 
e. Faggito, fatto battezzare, arrolato nella 
Marina, coteato scbiavo fn nondimeno dol re di 
rail Ferdinando rostituito al Petnilla come bqo 
iavo. 

Lo Z. trae queBta cnriosa notizia di storia si- 
Lna da uno soritbo di G. Cosentino, pubblicato nel 
lettino del Comitato antischtavista in Palermo nel 
le di gennaio 1890. 

Aggiungo per conto mio che altre notizie snlla 
iavitfi personals domestica il prof. Z. avrebbe 
ato trovare nel Codioe aragoneae del Trinchera 

MM ; mft in generals dei Crutiftni, ohe proTVadeTAQO ai- 
kgli Inftdeli i qoali poi le riTolgsTano oontro >i battel- 
.<pag. 396). 



9 

. I 

— 73 — } 

e nelle Novelle del Bandello, libri che a torto mi i: 

pare sieno stati dimenticati in questa importante 

Bibliografia. Prendo questa occasione per dichia- : 

rare che le Novelle del Bandello sono una miniera 

di notizie importanti per la storia esatta dei nosj^ri . . >' 

costumi dopo il rinascimento. 

La nota 20* h interamente di argomento dan- 
tesco e si riferisce alia questione del Yeltro, alio 
spirito antipapale di Dante ed alia Biforma reli- 
giosa tentata ah antiqtw in Italia, qui lungamente. 
nudrita, maturatasi quasi nel sedicesimo seoolo, 
fiaccata a furia di morti e di esilj e-pure durata 
fino a noi (pag. 363). Vi ha dato occasione il Com- 
mento analitico alia Divina Commedia di Gabriele 
Bossetti, edito in Londra dal Murrey negli anni 
1826 e 1827. 

Come parecchi altri studiosi del divino Poema 
il prof. Z. non crede che le parole di Dante pos- 
sano mettere ora noi in grado di determinare la 
persona del Veltro. II grande prodigio del trionfo 
di lui sulla Lupa, cio& sulPAvarizia sacerdotale, si 
sarebbe dovuto compiere fatalmente. 

H Veltro, chiunque egli si fosse, avrebbe scac- 
oiato necessariamente la brutta Bestia da ogni 
oitta e liberate finalmente I'ltalia. Can Grande, 
che pure ha tante probabilita per contentare i Com- 
mentatori unilateralij non pu6 essere cosi acerrimo 
nemico dell'avarizia per distruggerla definitiva- 
mente ed annientarla, ricacciandola nello Inferno. 

II Liberatore, adunque, indicate da Dante con 
tanto lusso di particolari, non pu6 essere anoora 
bene riconosciuto ed accertato da noi. Da ci6 ne- 






■* tf 



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I *i J 



segae ohe il Foeta BOttoqnella figura voile euscitare 
la magnanima ambizione di chi ei fosse, ohe si ia- 
oeese Measo di Dio, mettendosi in caccia della fieia^ 

E di quel gigante cbe con lei delinqae. 

Costui doveva oascere tra I'Alpi e rAppennino, 
oioS aell'Italia settentrionale, "avendo, scrisse lo 
Z., nell'alta Italia soltanto il inaggior nerbo de' 
G-hibellini „ . 

E chi sa ohe Vumile Italia, aggiimgo io, non in- 
diohi una parte della penisola in relazione all'alta 
Italia od Italia Bettentrionate ? Caiamilla, Eurialo, 
Niso e Turno ricordano 1' Italia merldionale appunto. 
E nel Reame appunto era il nerbo de' Guelfi! 

Queeta spiegazione, ohe h Boltanto aocennata 
dal prof. Z. e che io ho c^rcato d' illustrare nn po' 
piu ampiamente, mi pars fondata bu buone rogioni. 
Lo Z. per6 non esclude in secondo luogo un'altra; 
Otoe, ohe il Poeta abbia potuto intendere moral- 
mente anche sh stesso "per gli effetti salutari del 
Buo poema,. 

Scriase in tal modo ; " II Duce-Veltro, sapiente 
nell'armi e nella politica, I'esecutore disinteressatO' 
del pensiero di Dante-Veltro, povero, virtuoso, sag- 
gio„. II Vatioano e I'altre parti elette di Boma, 
che Bono state cimitero de' Martiri e de' Santi che 
seguirono I'esempio di Pietro 

Tosto libere fien deiradaltero. 

{Par.. EX, 142). 

E questo stesso concetto, suppergi^, espone il 
Poeta in quell'altro buo Bcritto politico, De Monar- 



~ 75 — 
chia, nel quale ebbe in mente d'iusegii&re "a i 
durre il papa ad essere papa, prete non piii 
adulterio con I'imperatore „. 

In qaesto lib^o, aggiunge lo Z. "sano morsi < 
VeUro... noQ eBseodo Boma riconosciatA da tut 
il oonsontimento de' mortali, auche percio ohe ai 
parte degli uomini non cousente oon essa„. 

' M08BO da quesfce ragioni il prof. Z. si attenta 
dare delle spiegazioni intorno alia parola nazio 
usata da Dante, che pud benisBimo, secondo I1 
indioare Firenae, che e posta a piS dell'Appennii 
e presso Montefeltro, ohe e ad eesa parallela. N( 
trovo per6 molto soddisfacente la spiegazione d 
d& lo Z. intomo a Feltro e Feltro, che forse < 
arte fu voluta laaciare ambigua; imperocch4 "a' p 
de' BUoi coutemporanei, tutti miiiori di lui, sai 
sembrata matta superbia, preconizzandosi il Poe 
apertamente pel Yeltro,. 

No, illustre Professore; qnesta spiegazione q< 
pu6 aver base scientifioa e non riealta da ae 
exm fatto oonsidereyole e degno. A me pare, 
soetaoza, che, ammessa come notevole ta pric 
spiegazione, quest'altra debba ritenersi fautasi 
ca e forse anche molto strana. Feltro e Felt 
non puo indicarQ che il territorio del GhibelHi 
qnel luogo dove esei erano forti e temuti, 1' intie 
piauura deJ Po, tra la a'lttk di Feltre del Friuli, 
Montefeltro di Romagna. Qiunge in proposito po 
gradita questa affermazione del prof. Z. "Chi pi 
dire se Feltro e Feltro non sieno due nomi co 
Tenzionali, allusivi a qnalche fatto della sua vil 
o a una sua dimora in luogo, che alia detta d 



— 76 — 
Luazione alcaa pooo aseomigllasse. Notevole 
16 m'6 la variante nel Witte: "tra 'I Feltre 
Hro, oade il primo pii!i indicherebbe un no- 
li oontrada„. 

)r qui pare opporfcnno aggiungere per conto mio 
esempi di nomi di citt&, oon Tartioolo, abbiamo 
iti, specialmente quando Bono di geipere femmi- 

Cito a caso, Aquila, Mlrandola, Badia, FTatta, 
A, Pontebba, Porretta, Spezia, HoUnella, Per- 
, Lastra, ecc. 
Lbbiamo anche nomi di genere ma&chile: Fi- 

di Modena, Dolo, Yasto, ecc. 
Lbbiamo aucbe oon I'articolo al ploralo, come 
[fonsiae di Eomagna. 

] il oarioso e che lo stesso Dante foruisse esem- 
nto al masohile, che al fomminile. 
*er esempio : 

Le gamLe tne alia giostra del Toppo 

(/ii/t XIII, 120). 

E maezerati preaao atta Cattolica. 

{Inf., XIII, TD). 

Ha s'io fossi fuggito in ver la Mira. 

{.Pmg., V, T7). 

Ub&ldia deUa Pila e Bonifazio 

{Pvm., XXIV, BB). 

Quelle genti oh'io dico ed al GtUluzzo 
(Par., XVI, 6a). 

Ch6 la Barbagia di Sardigna assai 
Nelle femmiae sue 6 piJi pudica 
Che la Barbagia doy'io la lasciai. 

{Purg., XXin, M). 



— 77 — 

In quest' ultimo esempio 6 evideute I'accei 
iFirenze, come 4 noto. 

AmmesBa danqne come vera ed originole I 
riante del Witte, tl Feltre, otttii del Friuli, 
dagnerebbe. 



Non Beguo lo Z. uelle altre sue ossarvazioi 
tomo alia data della pubblicazione del Foema 
Becondo lui, nmase inedito sia pure in qualohe j 
-vivente I'atitore; e neppure vogHo metier I 
Bulla sperauza che 11 nostro prof. Z. ha espresi 
vedere, quando che eia., un gioruo I'altro, 
fuori da qualche sepolcro di SaTenna, d 
buco, o rtpoBtiglio, murato della detta citta, 
tografo di Daute. Coteste dolci sparanze pi 
illusion! di amanti e di adoratorl, e non poi 
avere fondamento storico. 

Oggi in fatto di studi dautesohi non de 
eesere ammesse le ipotesi, che hanno reso invi 
6 quasi misterioso il divino Poema. Contentia 
di quelio, che abbiamo, e giudichiamo secondo i 
che abbiamo a nostra disposizione. Al resto p' 
ranno i poateri. 

Non voglio chiudere questa parte senza a< 
nare all'opinione espressa dal prof. Z. intor 
Bignificato della parola Malta, detta da Cunizz 
citato luogo del Paradiso. 

Non crede il prof. Z. che questa parola ] 
ricordare quella Torre di Cittadella, castelli 
Padovano, edificata da Azzolino fratello dl Cux 
Questa torro nell'anno 1266, presa Padova, fu i 



&, d " ei videro nscire da trecento deformi spettri 
'ivi D'infantiy di femmine e di riri, die snbitar 
aente accecati dal nuovo raggio del sole, amuritt 
passi, non sapevano pib andare. Foteva il oore 
lei poeta lasciar diyentare meno belle qaeste po- 
'ere vitttme ecceliniane, facendo che con loro si 
aesoesse la memoria di qnel f%ltrino Tescovo tra- 
litore?, 

liO Scartaezini nel Commento lipeiese ha fatto 
esoro di qaeste giaste e sennate osservazioni, con- 
biadendo che la Malta di Onnizza non potesse 
Bsere la torre di Oittadella. II Caeini non pare 
he sia di quesba opinione, e nel sno Commento, 
dito nel 1889, inclina piattosto a oredero che ei 
lossa riferire questo rioordo alia Torre del Pado- 
'ano, perchS questo ricordo e snile labhra di Cn- 
lizza. In ogni modo, esolusa la detta Torre, come 
wire si debba eseludere, il rioordo evidentemente^ 
in'alinsione a certe career! ecclesiastiche o di Bol- 
ena {Zamboni) o di Viterbo {Scartaszini), nelle quali 
1 Papa metteva li cherici dannati aenza remimiotte, 
tcrisse in propoeito lo Z. : "La Malta ecolesiastica 
ammentava al poeta il basso concetto in che fn 
euuto dal volgo il sao uemico Bonifazio, novel- 
andosi di un saoerdote, chiusovi da qaesto papa 
)er farlo morire„ (pag. 378). 



Come il lettore yede anche da questa sommaria 
isposizione, Filippo Zambonl e scrittore veramente 
lotto e di libero intelletto, cbe non s'6 perdato 
>ra' Codici ed i manosoritti, e che non ha posto 



— 79 — 
I'altimo 8copo dello studio aella esamazione, ( 
vero nella nude e semplice illastrazione di ei 
AUe ricserche fruttaose e fecondo pone Bempre < 
me risultato qualoho suo pensiero echiettamente c 
ginale, con forma che, airapparenza, pare ingen^ 
« che, noDdimeno, 6 fnitto di meditazione e di 
taocameuto alia tradizione. AUe indagini fatte i 
pensiero altrui, oontrappone s6 stesso, coo digs 
d'aomo setnplice e laborioso, per il quale la v 
h& pure nuo soopo morale e non pu6 esBere o( 
fuBa con I'afiare, nh ool pnro e semplice godimei 
de' sensl: vita di patriotta, soprattutto, e di bei 
merito, goale appare dalle pagine autobiografic 
premesse af volume in questa nuova edizioue i 
1897. 



Qaeste pagine autobiografiche sono importani 
«ime e in esse gran parte delta storia preEente 
narrata in certi curiosi e notevoli particolari, c 
indicazione precisa di uomini, di fatti, di anedd< 
di gnerrioinole, di raggiri, di contrattempi e 
miserie politico-letterarie ! Quanti Inoghi ed e 
tori ha cercato e veduto ne' suoi viaggi, e tra 
ansie sue, lo Zamboni ! Qnanti ricordi fa in que 
pagine, quanti ricordi, che &uno peusare e me 
tare e vergognare Binanche! Quanti aocenni 
persone, che noi stessi abbiamo conoeoiuto e g 
dicato con la etessa indifferenza e con lo stei 
meritato disprezzo! Non e il caso, mi pare, qni 
far nomi ora ; ma tempo verra ohe pure oote 
nomi oocsorrer& fare una buona volta per it giudi 



— 80 — 
areuo e spaseionato della storia delte lebtere verso 
;li altimi anni del seoolo ehe teste 6 morto ! Non 
ntendo aggiangere legue al maoohio, preparato 
on qaeste pagine autobiografiohe dal professore 
lamboni. Ma i> ourioso, proprio cnriOBO, cbe certi 
neddoti si riferlsoano a recenti non dimenticate 
olemiche contro il poeta Mario Bapisardi, e che, 
a questo libro, delle oennate polemiche ei iaccia 
icordo. Tolgo dal § XLI quanto segae: "In una 
lolla eegreta in Prandio Domini: Sa V. S. per 
ft sua carriera (eIc) didattica vuole tutto il nostro 
ppoggio © quello de' nostri giornali, non si occnpi 
i quel Signore, ni in bene, nd in mald„ (Puaac.)- 
Jsano antonomasia per vero nome: Mario Bapi- 
ardi. E qui ripeto in barba a' numini: esso h la 
iili vasta fantasia di poeta vivente. N6 per I'eti 
afievoli n ■ 

" lo non mi accordo al oontenuto di tutti i suoi 
loemi, per6 mi piego a ohi mai davanti non pieg6 „ . 

Altrove (pag. ilvi) narra che il poema Lud- 
'ero, edito dal Barbara nel 1876, venne ben presto 
aaurito. "Si disse cbe i preti glielo comperassero, 
nde allora non fu pnbblicato, percbft risarcitegli 
s spese, lo rimando all' inferno figurafcamente, ab- 
>ruciando tutta I'edizione ; relata refero. Eeiste una 
opia sola completa, il corpus delicti j,. 

B udite ora un aneddoto, cbe si riferisce al filo- 
ofo Bosmini. 

Lo tolgo dal § XXXVI. 

" . . . . Moetrera la dispoiiizione degli animi in 
loma avanbi la Bivoluzione sotto Pionono. lo ne 
di testimonio ; ma non 1' bo trovato in nessun li- 



bro. Doyevasi formare on ministero che credo fo 
cjuello di Mamioni. Certo fa prima dell'aBsassi 
di Pellegrino B(»8i. In piazza della Cancelle 
non 60 pifi se da Sterbioi o da Mas! veuiyano h 
diti al popolo — popolo? allora yi prendeva pa 
solamente I'intelligenza — per ana specie di j 
biscito i QOmi de' ministri deBiguati. II bandit 
sopraddetto : " Yolebe Bosmini ministro deir ist 
zione?„ TJn monnorio ooncorde: "No, no„. 

E il banditore: "Peroh6 no?„ 

Silenzio. Poi : " PerchS fe prete „ . E Eosm 
non fa ministro n. 



Torno a ripetere quello che ho detto dial 
Qaeete pagine autobiografiche sono importantiesi 
per la conoscenza della presente storia ed am 
per gindicare I'opera di alouni. che ebbero, co 
suol dirsi, le mani in pasta nel moyimento polit 
e letterario dopo I'anno 1848 in Italia ! * 



> Da UI1& letters, ohe mi ha aoritt* I'illtutre Frofera 
tolgo qneate p&role cha ml paiono notevoli e degne di rioc 
pec la Btoria del nostro risorgimeato : ".... IMUa mia Ei 
nel mills non si trovano pib copie, e peroid di mbb non 
poiao fare omaggio. E tanto pid vorrei che V. 8. I'aye 
peroh^ nella note yi sono rioordi antobiografiai, auzi tatt 
note in compleBBo sono scritte sotto Vimpressione de' tei 
oho g;i& riveUno che con U breccia di Poitapla poltva fi 
il mtdio evo, ma che non finl. Oredo ohe ae fosse poasibil 
&Tne nn'altts ediiioue, dob Be si trovosse nn ttbraio ohe 
lease diffonderla, potrebba trovare Icttori. Oosl mi stare 
a oaOTs di pnbblioare, prima della mia morte, Is mamoria 
Battaglione universitario romano, nelle quali sono descrl 
fatti d'arme non solo dalle eampagne del '48 e '40, ma oerti ] 
ticolari del tatto ignoti. P. I!, de* 800 (?) siciliani ohe si 



meoto e I'c 

-NeUo 

diffiuundzi' 

ial dott. C 
"Oosl I 
in Eniopk 
rie. Haric 
Eualini. ] 
btti d»ine 
del '48, en 
fonda ...'.I 
Firenze bm 
mettetli in 
Sonii qnei 
diaposta be 



UN CONTRIBT] 

Dl STOEIA MEEIDI 



■ A proporito d«Ua pubblicadone di in 
Dl LoBBKO, Uh Urxo vtanipoh di Monogrn 
* eiUabrMi. Siena, tip. editrice hui Benuud 



SUm^alo (ulta BMie^k DasiDii 



La storia politica e letteraria delle tre : 
labresi, per gnanto specialmente si riferiK 
ecimento, s'insinna oramai nella storia ge: 
talia, ed acqnista ogni giorno pregio ed in 

Sono gi& noti gli stadi buI Telesio e 
panella, pe' quali, com' d noto, I'altims 
detta dopo le ricerche frattnose, fatte ed 
da' oompianti professori Fiorentioo ed 
Molto ancora rimane a fare, e non sol( 
periodo, ma anohe sal seoolo, che prec 
gaello ciie segne al BiBascimento. II Nifc 
sao biografo, nn biografo accarato e sioaro 
rate da bona o da vanit& locale, che oi > 
le virtfi e' vizi di gttel grandissimo ing 
tore di un libro sul " Principe „, che 6 
scQBso a proposito di an altro libro sal " I 
di Nioool6 Machiavelli, venuto alia lace 

E 11 loro biografo aspettano ancora : 
che hatino avato fama nel loro tempo, e 
U risorgimento degli stndi olassici die' lot 
meritata considerazione. Biografie e not 



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— 86 — 



abbiamo, speoialmente nella pubblicazioni degli 

sorittori looali. Ma occorre, anzitutto, racimolarle 

di qua e di 1&, anche forse nelle pubblicazioni de- 

^ gli scrittori delle cose di Sicilia : e poi, non biso- 

i gna credere ad occhi chiusi a tutte coteste notizie, 

r ohe sono state talvolta raccoite e diffuse senza nes* 

suna critica, senza nessun criterio di oggettiyit&, 
scientifica e letteraria. 

Tutti gli scrittori locali, d'ogni regione e di 
ogni tempo, salvo pochissime e note eccezioni, hanna 
esagerato, narrando. Ma gli scrittori calabro-si- 
culi, salvo pocbe eccezioni, hanno esagerato pifi di 
tutti, quando hanno scritto de' loro grandi uomini. 
Di questo peccato nbn rimane libero nemmeno il 
Mongitore. E un altro scrittore accurate, lo Span6- 
Bolani, pretende affermare che Giovanni Alfonso 
Borelli sia nato in Beggio di Calabria, nel con- 
tado di Sant' Agata, mentre Angelo Fabroni aveva 
pubblicato I'attestato parrocchiale di nascita del 
Borelli sino dall'anno 1773. * 

In uno studio suUe cose calabresi ed anche si- 
ciliane il lavoro preparatorio dev'essere grande,. 
peroh6 uno scrittore trascrive dall'altro. Talvol- 
ta occorre notare che uno scrittore aggiunge di 

^ In una OomanioaEione pubblioata nel BoUettino del Oir^ 
eolo ccdahrest di Napoli, anno 1897, il benemerito prof. dott. 
Francesco Morano, dotto racooglitore di stampe e libri di 
nomini illustri di Calabria, ha pubblicato e illustrato incite 
notizie sul Borelli ed espresso Fopinione che questi fosse nato 
da una Sorella del Gampanella. Ed ha aggiunto : ** Probabilmente 
la madre [del Borelli] per sfaggire alle persecuzioni viceregna- 
liy onde erano bersagliati tutti i parenti di Fra Tommaso, da 
Stilo si 8ar4 trasferita a Sant'Agata, e quiyi doyeva troyarsi 
quando nacque Giov. Alfonso Borelli „. Ma questa ipotesi — 
rispondo io — non toglie autenticit4 ed importanza al docu- 
mento pubblicato dal Fabroni. 






-^ 87 — 
testa ana, secondo il buo desiddrio, senza prova i 
dooumenti, o oooforto di oonsiderazioni e di ni< 
ditazioui. Potrei citare infiniti esempi. Ma sc 
Toglio perdermi nelle conaiderazioni prelimiDai 
bastandomi I'BTvertenza, ohe lio fatta, per ginstil 
care, o epiegare la darezza e cradeltji, ohe talvoH 
ha avato la mta critica, ed anche perchd si meti 
in goardia il lettore: aggiuugo, per pregare pal 
blicamente ed ntilmeute chi acrive di coae calabn 
nonle di dar prova di critica serena e Bottile al fit 
di sgombrare il terreno, tatto il terreno, alio stadti 
so, 11 qnale dev'oBsere aempre meBso in grado d'ii 
tenders, nel modo pii!i agevole e migliore la noati 
disgraziata storia politica e letteraria meridional 



Tra qnesti aorittori sereni, non preoccapati Si 
verohiameute dell'argomento, n^ dalla trattazioi 
che se ne deve fare, conoacitori perfetti del temp 
nel quale la materia storioa ai b mossa, e pn6 i 
consegaenza avere acquistato pregio e magni&cen! 
di uarrazione, ha ano de' primi post! (ee non 
primo poato tra' reoenti i^crittori calabresi), mons 
gnore don Antonio Maria De Lorenzo, gi& Vesoo\ 
di Mileto in Calabria, promoaso a' 28 novembre 18£ 
ad Arcivescoyo titolare di Seleacia d'laauria. 

Gli scritti ainora apparsi del De Lorenzo, i 
hanno talvolta argomento piccolo e riatretto (i'Ospi 
dale reggino di Santa Margheriba ; I'Ammiraglial 
di Napoli ; lo stemma del Comnne e il culto di Sa 
Giorgio in Beggio di Calabria; i Calabreai nel 
correzione gregoriana del Calendario; Le quatti 
Motte estint0*pre8ao Beggio di Calabria ; Sant'Agal 



leggio ; Le Calabrie e la gtornata di Lepanto, 
' hanno vedate larghe ed originali, compren- 

di oonoluBtoae certa. Nati da' documdiiti 
iati, od illustr&ti, od dBumafci dallo steBso aa- 
, cotesti studi del De Lorenzo sono sempre I'nl- 
, parola buI piccolo e ristretto argomenbo, trat- 
con ampiezza d matiuit& di giudizio singolari. 
Sd e bene aggiungere ohe parecchi di oo- 
pioooli argomenti danno coutributo ed au- 

alla Btoria civile e letteraria d' Italia. Lo 
io salla eorrezione del Calendorio e qnello snlle 
tro Motte posBono avere importanza generaie 
Le fuori de' confini aesegnati alia storia calar 
e. Non Bono in grado di giudicame. Ma bo 
io sentito lodare il risaltato degli studi del 
Lorenzo su le sooperte arobeologicbe di Beggio 
alabria, pubblicate nel 188& e 1886 con tavole 
frafiehe pregiate. 

Tel fare rannunzio di quest'altro suo libro poche 
) cose dovrei aggiungere. In sette capttoli an- 
tto, Bi dk sotto forma di Eieordi, la Btoria 
Semiuario reggino, dei tempi di monB. Q-aspare 
F08S0, 11 quale, " come afferma 11 Pallavicino, 
Concilio di Trento godeavi tale opinione di 
lenza e dottrina da venire reputata la sua pre- 
a nonch& ntile ed ouorevole, necessaria alia 
a Assemblea „ ■ 

Per la coltnra, cbo ben presto ei difFiiBe nella 
bbI con 1' opera incessante del Seminario, in 
pi ne' qaali I'edacazioue pubblica non era an- 
bene regolata, no inteea dal Qovemo napo- 
ao, ben presto rArcivescovado di Beggio aoqui- 
sonBiderazione ed estimazioue nell' Italia merl- 
ale, nella vici&a Sioilia e nelle adiacentl isole. 



Trovo in qaesto tompu registrata dal Plrri una 
notizia, ohe invano ho cercato nelle sorittare di 
storia locale. II Vescovo di Lipari, frata Alberto 
C&ccamo, per sottrarsi alia potesta della LegazioDe 
apostolica di Sioilia, e forse anohe alia soggezione 
dell'Arcivesoovo di Messina, Andrea Mastrillo, oomo 
di discnsso oarattere tra' saoi contemporanei, chie- 
se, ma Inutilmente, verso il 1621, di appartenere 
qnal Sufiraganeo alia chiesa metropolitana di Reg- 
gio di Calabria, retta da mons. Annibale D'Afflitto, 
palermitauo, che, al pari del Mastrillo, era stato 
in Madrid, sotto Filippo II, al ministero dalla Cap- 
pella r^ale. ' 

Con Dal Fosso si pn6 dire che cominoi nella 
liMcesi reggina uu 3ra nnova di apostolato. Finita 
1' ingerenza mondana, di cut die' brutta prova I'ar- 
civesco Orsini (1612-1626) e al quale credo si debba 
riferire la Novella del Bandello (parte III, nov. 
XYI) nella quale I'avarizia del Prelato ha giusto 
e meritato castigo per opera di certo Bigolino ca- 
labrese sno familiare: gli arcivescovi di Keggio 
ecceliouo per opere di carit^ e di benefioeuza. 

II Bal Fosso con pubblico istrnmento die' parte 



> D'nn allto veioovo di Lipui, frate Alfonso Vidal (I60t- 
IBIS) lo stesso mom. Da Lorenzo he, pobblioato {Beggio di Co- 
iabria, 1873) due lettere ttirAroiveBooTo di Beggio mons. D'Af- 
flitto, nelle qooli si domandano ainti e oonaigti pei I'eseroiaio 
del miniatero episoopala: ■ stando It laioi di qnella oitt4 sotto 
la iaTisdiotione del regno di Napoli ,. Pare ahe I'AroiTeaooTo 
di Beggio aTesse sin d'allora nna specie di giurisdieione ao- 
oleaiastioa loUinlMtt snl territorio delle Eolie agendo trasmosso 
a qael YeseoTO ana oommisiione Ticevnta dal NimEio Apo- 
•tolioo e dal Oatdinale di Firanse Alassandro Qidltano Be' 



-io vescovile a 200 famiglte oon obbligo 
vazione del gelsi ueri per l'iiidastri& 

II D'Afflitto mostra nella iavaBione de' 
. 1594 quanto fosae in lui forte il seuti- 
stolioo della carit&. Gaspare Greales et 

animo mite. Katteo di Q^nuaro, dopo- 
o gli appestati nel nosooomio di eau Gea- 
ipoli, ritnasto inoolume sino alia fine 
s fiagello, aiid& a Beggio e resse la chiesa 
lode. 

Aroivescovi sono stati i fondatori del 

reggijio, che ebbe giuet^ estimazione in 
alabria, specialmente sino al passato se- 
tori di fama non dubbia anche in Italia. 
[U altri, quel GiuBeppe Morisani, autore 
otte e notevoli di aroheologia e di storia 
a: le " lusoriptiones Beginae „ (1770) 
lompendio tntta la storia antica, politica 
li Reggie. Con la fama del Morisani 
tutta Italia la fama del Seminario di 
) lettere onoriGche venivano al Morisani 
3& Luigi Asaemani, da Niccol6 Ignarra, 
bio Zannotti, da Pietro Ballerini, dal 
e da altri ohiari contemporanei^. 
10 disjntere ora, se ci pare opportuno, 
LO incompleta, cbe si da ne' Seminari, e 
iizione raoimolata di qua e di la, con 
classico, senza nessuna base di studi 
i scienze naturali, che si acquista uei 
liocesani della nuova Italia, con mani- 
rsione a quanto si fece e si fa nell'in- 
la Patria; ma non e bene e non mi paro 



— 91 — 



opportuno il negare quanto il Seminario fece, spe- 
oialmente nelP Italia meridionals, in pro dellav 
scienza e della cultura italiana. 

L' insegnamento pnbblico ha le sue origini tra la 
ansie e gli stimoli di propaganda religiosa e confes- 
sionale. Mentre a qualcuno par che la fede sia ne- 
mica assoluta delle indagini e delle ricerohe speri- 
mentali e si opponga ool preconcetto a una conclu- 
sione disinteressata, qualunque essa sia; e la fede^ 
che pu6 fare il miracolo di propaganda, raccogliendo 
gli umili, i poveri, i derelitti, gli sventurati, guidan- 
doli, addestrandoli, avviandoli alia diffusione della 
ideaj che 6 credata ed acoettata sinoeramente dai 
suoi apostoli e confessori. Qaando avremo giudizio 
e sapremo giudicar meglio le dottrine, che sono 
effetto della Bivoluzione francese, sapremo senza 
dabbio dire la verita suU' insegnamento confessio- 
nale, dato sino al passato secolo ne' Seminari con 
disinteresse e con zelo. 

Mons. De Lorenzo fa sapere che il Bettore del 
Seminario di Beggio veniva retribuito di mensa, 
alloggio e servizio senza altro compenso pecuniario ; 
il trattamento di bocca si computava per 36 ducati 
all'anno, cio6 un carlino (43 centesimi) al giorno. 
Paga effettiva in ducati settantadue toccava alFeco- 
nomo o procuratore. ^ Anche il solo stipendio in 
danaro al maestro di superiore grammatica in ducati 
quaranta. Mantenimento e stipendio di ducati dodici 
al maestro di grammatica inferiore, a cui pero toc- 
cava I'afiaticarsi con allievi ginnasiali ed elementari 
di diverse grado e livello. Ogni professore di scienze 
toccava ducati trenta all'anno. S^ntende che tali 




spondeBBero allora ad qu valorn 
ll'odierno, pur© lasciavano agU 
la speranza di qaalche stallo ca- 
fazione di ooQCorrere anche oou 
all' istituzione del giovane clero „ . 
ohe aggiungere ohe mons. Da 
iza volerlo, faceudo la storia del 
gio, ha iniziato stadi che vorrei 
lU'insegnamento pubblico nelle 
!onciUo di Trsnto. 
bi abbia potato eseere la scnola, 
i calabreEi, nell' nltima parte del 
)~ il volgare cominoiava ad appa- 
) e non ci potr& essare noto, man- 
I mostrandoli, soltanto, il greco ad 
i notarili: an idioma tra il grace 
0, senza aBpresBloni a forme ori- 

parare, doveva ascire dalle Ca- 
lento prima di parbire, come si 
condarsi con molti stanti e molte 
V9 poi, quando aveva imparato, 
Boola patria a acqaistava sover- 
besEo e delia forze uue. Per ao- 
ponio Leto, Parrasio, Nifo, Gravi- 
a usoire, od almeno domaudara 
agli studi iu an convento, coma 
Tutti gl'iiigegiii per eduoarsi, 
ni, dove prendevano aria pura, in 
:ito. 

il segno del raccoglimento e face 
} edacativa del proprio paese, fa 



— 93 — 



nelle tre regioni calabresi il Vescovo: onde il Se- 
minario in Calabria ha importanza singolare nella 
storia, che h anoora a fare, dell' insegnamento pub- 
blico italiano, specialmente dell' Italia meridionale. 

Oltre lo stadio sul Seminario, in questo terzo Ma- 
nipolo abbiamo altre monografie, tratti storici, pagi-^ 
ne sparse, spighe e granelli, tutte cose pensate, stu- 
diate, esaminate con la solita critioa e col solito sensa 
di oggettiyit&, senza preconcetto. 

E perch^ le lodi non paiano effetto dell'amici- 
zia e de' vincoli, che abbiamo comuni, con gli 
studi di storia patria, devo qui accennare alia mo- 
nografia su mons. Giovanni Andrea Serrao, Vesco- 
vo di Pofcenza nel 1699, biografo del Gravina, in- 
chinevole alle idee di riforma e di liberty politica, 
sospetto alia Curia ed amato, come pare, dal Ta- 
nucci. 

Questo prelate in una lettera al Morisani, la 
quale mons. De Lorenzo pubblica integralmente, 
nel 1758 scrisse queste memorande parole: ^ . . . hoc 
tempore non temporalibus ac mortalibus rebus pro- 
curandis idoneo eget Christiana Besp. Moderatore '^ 
sed eo potissimum, qui divinae Beligionis causam 
constanti et forti animo contra impotentium teme- 
ritatem defendendam suscipiat „ . Parole d'oro, che 
i ben pensanti dicono sempre, specialmente quando 
6 prossima la riunione di un Conclave. E si noti 
che mons. Serrao le scriveva da Roma, dopo la mor- 
te di Benedetto XIV e prima della elezione del Bez- 
zonico, Clemente XIII. A -mons. De Lorenzo paiona 
per6 poco opportune e quasi inintelligibili queste 
parole, e quando appunto Giov. Andrea Serrao, 






t ■ 



f ■ i* 




rteno- 
dtIo a 
giaoo- 
tBtola, 

igadie 
1 qna- 
ti Po- 
oue e 
giola 
indida 
na ad 
larghe 
.6 pre- 
lla te- 
to 

a par- 
ncilitb 
tatua; 

!o, no, 
lidata 
□te il 
tedal- 



ronon 
ittiifcto 
3I eao 
aroliia 
,deUe 
Lt& di 
lalnn- 



— 9B — 
qae oo3to, e oou goalanqne mezzo, con le an 
e con 1ft morte spietata e immediata degli a 
versari. Per vincere e trioofare, bisognava ai 
mazzare, u'ooidere, dar faooo, violare donne, fai 
cialle; non preoconparsi mai delle vittime, ii& del 
morti violenbi pari a qnella di mons. Serrao. Anol 
quaudo gU awersari hanno posizione autoreTO 
«d elevata e sono intent! alle eante orazioni, oon 
■noDB. Serrao, ocoorre il ferro mioidiale e la mort 
Bisogna leggere i dooamenti editi di receute d 
barone Serena. Sono oose che dawero fanno pei 
sare e rabbrividire 1 

Qaalohe altro aoceono iniport«nte abbiamo . 
qnesto libro, del qaale bisogna prender nota, I 
riferisoe agli Ebrei della Calabria, cbe nel sec 
lo XIII aTevano 14 etazioni, o Coinanit& distin 
e Beparate dai Comuni degl' indigeni, presso ai que 
si ritrovavano: una Bpeoie di Comune doppio, d 
quale avevano dato eaempio, specialmente in Sic 
lia, gli antiohi Eomaui. II D. L. attinge qaev 
curioss notevole notizia da un docnmento, Reg 
ato angioino, dell'Arohivio di Stato di Napoli. 
da questo docomeato (1278) Borge la prima mem 
ria Boritta delle Comunit^ giudaiche in Calabri 
delle qnali nessauo Borittore sino ad ora ba pa 
lato non dioo ampiamente ; ma nemmeno fuggevo 
mente, oome fa mons. De Lorenzo. 

Questo documento epiega 1' incremento obe e! 
hero in tntto il Beame gli Ebrei, speoialmente soti 
gli Angioini. 

Ma io qui credo opportuno rioordare in propi 
sito il Beaoritto di Carlo Martello de' 6 marzo 129i 



ad alcuai nobili oapoletani, ohe avevano 
trrore giudaico, veune concesso di poter 
re una Sinagogs in Oratorio per udirvi le 
albri diviui u£&cii. II 3 marzo 1311 Rober- 
aver notato' ohe molti Giudei convertiti 
10 relapsi, abitando lo Bteseo laogo de' non 
i, vieta espressamente tale anione, impo- 
itazione separata. Lo stesao Roberto a' 16 
1336 d& potesta all' Inquisitore Fra Paolo 
di procedere oontro i Giudei. E la regina 
. a' 22 novembre 1343, ricbiamando in vi- 
[ispoeizioui date in proposito da Roberto, 
. disposizione de' 24 novembre dello stesso 
te con premura il divieto, non volendo che 
oonvertiti praticassero co' non convertiti 
il Beame. Ma prima del 1290 altri do- 
Bttgli Ebrei non erano noti. Onde I'im- 
del Regesto, indicato, od esumato (la cosa 
n nota) da mons. De Lorenzo, obe si ri- 
I'anno 1278. Questo 6 dunqae la prima 
scritta che abbiamo delle Comunita gtu- 
.labreei. Da certe iudicazioni di Giadeoa, 
ca, date a luogbi presso Arena, G&latro, 
)nde 6 Maropati, il D, L, trae la conclu- 
posteriormente queste Comunit4 gindaiche 
avute moltiplicare ed aocrescere. Gl'Israe- 
3ggio ebbero importanza non trascurabile 
tempo aragonese. 

BO I d& esecuzione alia boUa di Kiccol6 V 
ngno 1447, con la quale fra Giovanni da 
QO veniva delegate ad inquirere contro i 
)roibeudo a' cristiani ogui commercio con 



— 97 - 
eEsi, anohe il maDgiare, il bere e 
da essi medicine, o cure di feril 
sbesso Papa, dopo aver notato 
Sicilia erano crescluti i cristian 
una Bolla a fra Matteo da Be^ 
nori, oostitnendolo Inquisitore c 
B noto che ne' CapitoU di j 
dalla, citt& di Keggio ad AIfons< 
samente domandata la reintegrs 
Bdizione de' Canonic! del Dno: 
reggina. 

In atcune Lettore di gover: 
Federigo nell'anno 1497 a Polida 
Tesoriere in Calabria, abbiamo 
de' Qiadei di Calabria e su' ored 
Cristiani novelli, a' qaali forse 
s'era rivolto, per aver danaro, • 
potersi rivolgere, richiedendoto i 
avesse di nrgenza per la guerra 
Qualche altra notizia d& il Ch 
cenno, cbe st riferiBce a' 16 noven 
il Oran Capitano richiedeva al ( 
la deposizione di alcuni Cristiani : 
tavano. Ma importanza grandeel 
Calabria e epeoialmente in Eeg 
la partenza da Napoli di Ferdi: 
(1507) Botto il governo del seoonc 
don, Giovanni d'Aragona. 

Qai giunge proprio opportur 
mous. De Lorenzo scrisse in un 
(1895) a proposito del colpo, o i 
mitico di Beggio de' 26 luglio II 



Cbrei della Calabria e di Beggio veunero sfirat- 
peroh6 " tiranneggiayauo gU Boarsi elementi 
•ommeroio e dell' indastrJA indigesa con un 
ma ohe diremmo inaadito „. 

non so che oosa pensare di ooteBto ntovimento 
«iiiitico reggino, le coi consegaenze eoouomiohe 
10 dawero disaatrose. Certo & che gli Ebrei 
• oomunit& oalabresi, soaooiati repentinamdnte 

1 Calabrie, ai ridussero in Sioilia, e pot ebbero 
arto ed asilo in Toscana ed anoho in Boma, 

della cattolicit&. 

Lggtuugo che dope il bando, anzi immediafca- 
be dope di esso, venaero i Turclii iu Beggio nel 
I di agosto e feoero per la prima voUa quel 
Qmauno, che duro qnattro giomi. Natnralmen- 
ssottigliata la popolazione, le forze interne del- 
itt& dovettero diminuire, e questo notevole Bac* 
inno, ricordato anche da mone. De Lorenzd, 6 
) possibile. Sino all'anQo uel quale gli Ebrei 
no in Beggio, presero sempre parte alle spese 
erauo a oarioo della oitba, anche a qualla mtUa 
renta uomini e qnattro paia di bnoi al gioruo, 
doTfittero servire per le fortifioazioui alia mi- 
siata invaeione di Carlo VIII. 
n consegueuza eiamo in grado di affarmare ohe 

al tempo in cni gli Ebrei fnrono iu Beggio, i 
ihi non si atbentarono mai ad entraryi, 
Igginngo ohd a coteati Ebrei di Beggio si de- 
ittribuire I'introdiusione dell'arte della stampa 
alabria, od, atmeuo, I'inoremento di essa, aven- 
lOtesti poveri e peraeguitati Gindei, neU'aniLO 
i, pubbticato per la prima volta in Italia il 



{Jommentario ebraioo del Fenfcateaoo di Babbi Sa- 
lomoDe laroo: na fa editore Abramo Garton, 11 oai 
mme do a titolo di onore. 

Avrei desiderato iubomo a Fra Matteo di Beg- 
gio ample e partioolarL nofcizie, non potendo basta- 
re quelle date dal Bodot& e dallo Spauo-Bolani 
Non si pa6 rioordare gli Ebrei di Oalabria, senza 
tare acoenui al nonje di tui. Fa Aroivesoovo di Bos- 
sano e iatrodasse il rito latino nella ena diocesi. 
Qaesto fira Mafcteo dovette esaere devoto personal- 
mente al pontefioe Nioolo Y : egli, in consegaenzB 
forse de' nteriti che ebbe, rese poasibile I'incarioo 
della luquiaizione a' Francesc&ni, sostitnendo qae- 
sto Ordine religioso a qaello de' Domenioani, pei 
qnali ravrersioue nel popolo dt tatte le provincie 
del Beame era grande, sincera e diffusa. Mons, De 
Lorenzo avrebbe iatto assai bene a dar Itune in 
propoaito: egli solo, de' Calabresi Bcrittori, avreb- 
be potato farlo oou qael corredo di critica e di dot- 
trioa che possiede. 

Certo h obe dei CriBtiaoi novelli di Sicilia e 
Calabria pooho notizie abbiamo e tutte oonfuse 
nelle pnbblicazioni sincrone, nelle vite de' Banti, 
nelle storie looali, no' lavori particolari, od anobe 
nelle biografie di aomini illnetri additati da qaalcbe 
scrittore, moaso da boria religiosa o di oampanile. 
Nou pare obe de' Cristiani novelli ai abbia 
Qotizia prima del 1391, nel qaale 100 mila fami- 
glie ebree, dopo I'ecoidio crudele di moltiseimi 
di loro, fdrono ' obbligate ad aooettare il oristia- 
nesimo ed altre a fuggire, dioendosi eonverttte, 
e passate al Cristianesimo. Tenati d'oocbio dal- 
la Inquisizione napoletana, si mantennero e conser- 
varono segretiBsimameute uell'autica fede gindaica 



— 100 — 
.0 anohe scuole clandestine di propaganda, 
3ulta da moltiBsimi prooesBi oominciati a[K 
ell'anno 1569 e continuati per piu annL, in 
3 nelle provincie. Bimando il lettore a qnan- 
* Or. B. Del Tufo nella Historia della reli- 
' Padri Ckerici regolari (Roma, 1609) e ri- 
,] compiauto prof. Lnigi Amabile in qael 
I libro 'sal Santo Officio della Inqui3i2ione 
na (Citta di Castello, 1892). Degli studi del 
to Amabile bq questo argomento nou pare 
i ohe mons. De Lorenzo abbia notizia. 
ca sinora, in ogni modo, Qua monografia su' 
[i Calabria ; onde deve giungero aesai gradito 
lioeo I'accenno cLe di essi ha fatto il beneme- 
llustreprelatoDe Lorenzo. Credo che da qne- 
ani quando che sia potr& essere qualcano 
,to a dare ample notizie ed a preparare nno 
evero sa questo argomento. Per qnanto si 

alia Sicilia, devo qui notare, I'argomento 4 
upiamente trattato da mons. De Qiovanni 
iri accurati a pregiati scrittori.' 
krte questi giadizi, che talvolta possono too* 
politioa direi un po' contemporauea, questo 

mons. De Lorenzo 6 notevole assai e da 
inthbnto agli studi di storia meridionale. 
r questo che ho creduto di discorreme am- 



[jCMIa, cfr. nel 2' vol. de' enoi Sladi di ttoria Sieiliatta, 
Loo, 1B70, ed il Codice dtplonmlico dt' Oiudn di Si- 
, 6 Q. LAOnmNi, vol. VI de' Docuiatnli ptr la Sloria 
lia, Palermo, Amenta, 1885. 



— 104 — 
alia Ghmnmatica, «ra capace di strozzare 
) di saorificare il penslero alia formazione 
rase. 

non e di coteste picoolezze, che voglio par- 
Ei. Intendo, piuttosto, accennare a' gittdizi 
(□on li indiaher6 con altro uome), senza base 
1, che il dott. Lombroso dk solle Calabrie e 
abresi ancke in qnest'articolo, dedicate inte* 
s al brigante Husoliuo. 
io ho avuto occasioue di scrivere intorno 
altro lavoro del Lombroso, dedioato alia 
.a, edito nel 1862, e poi pabblicato tale e 
K>chi anni or sono, pe' tipi del Gtiannotta di 
i: un libro pieno zeppo di errori e di ine- 
i, in contraddizione aperta col tempo, nel 
I stato poi pubblicato ; libro che andava rifatto 
lalla prima all'uUima parola, prima che po- 
vedere un'altra votta le stelle della pobbli- 

^nesto libro il Lombroso ha tentato, come 
t I'aatore, di correggere le lacune degli anni 
eaperienza. 

uesBuna correziono h stata fatta, tale da 
il pensiero dell'autore, o di farlo apparire, al- 
prcoccupato, dell'argomento che aveva 1'bq- 
)re80 a trattare. La Calabria era descritta 
3ra stata veduta uel 1862, qaando, per la de- 
a aanessione al Regno d' Italia, tutta la re- 
meridionale era ancora diviea in fazioni, e 
cora era entrato pienamente in qnel popolo 
ienza del dovere pabblico, quello de' citta- 
un grande Stato. Kessun aocenno, o notizia 



J 



Bommaria, de' miglioramQuti che poi bouo stati fatti 
od iatrodotti, nella regione calabrese, daH'a&no 1861 
Biiio al presente. 

Frendo questa ocoasione per affermara anche qu 
qaello ohe ho aoritto nella Eassegna nazionale d 
Firenze (maggio 1899) a propoaito del volume sail 
Calabria del dott. Lombroso ; cbe, cio6, molto pro 
grease la Calabria noa mostrl di aver fatto ; ma ni 
po' di progresao pare I'abbia fatto di oerto ; e que 
ato progresBO e evidente uelle steBse sue istituzion 
locali. 

Come nella compilazione del libretto suUa Cb 
labria tutta la regione calabrese apparve al dot! 
LombroBO quale era quando egli la vide, e noi 
qnale era poi divennta qnando eglt sorisse, Rio< 
dopo tanti auni di govemo nazionale; cosi in que 
st'articolo sulVuUimo Brigante la nota k ta stesei 
I'oblio del presente, I'idea fiasa nel ricordo delt'an 
DO 1862 : potenza e fermezza delle prime impree 
Bioni, delle quali nemmeno gli uomini di an oert 
ingegno si sanno liberare verso gli ultimi am 
della loro carriera scientifioa! 

Questo pare a me sia il punto prinoipale dell 
osaervazioni critiche fatte BuUa Calabria dal pro: 
LombroBO, e delle sue osservaztoni aulVulUmo Br\ 
gante Musolino. 

Ma qui sta debto per I' ultima volta. II brigant 
Afasolino, in fondo in fondo, h un malfattore, com 
tanti altri, di Calabria, d'ltalia, e specialment 
della provtncia di Eoma, e del ciroondario di Yi 
terbo. Nato con iatinti feroci, non Iia mai avnt 
I'aasilio d'ana correzione e d'usa edacazione qos 



bqI suo carattere morale, sempre impetaoso 
jUerantd di freuo. Amaute dell« alte soli- 
i Aspromonte, appeiia bi vide persegaitato, 
inBando alle vere nd ineluttabili cagioni di 
persecnzioiie, desiderd di poter correre e do- 
I aa' monti e dalle Bolitndini delle foreste, e- 
bnde prova di resistenza, di sobrieU, di agi- 
iscolare e d'totelligeoza. 
levo agginngere che il Musoliuo, fanciullo^ 
ero qttello che ho sapnto dfi' miei amici di 
parti, □on 6 st&to differente da tanti altri 
It e gioTinotti della stesua Calabria, delle 
zie meridionali e delle altre regioui d' Italia* 
le i primi fatti, che bodo poi delittt istintivi 
ri delle nature impetuoBe e ribelli ad ogni 
iione intellettuale ; il Masolino 6 stato nn 
)tto audaoe ne' primi anni Bnoi. Ora se il 
no foaae atato educate convenientemente e cor- 
icondo la saa stessa natura, sarebbe di certo 
ito un grande oondottiero, un uomo straor- 
1, forBe anohe un eroe, del quale la Patria 
bbe potuta gtovare e vantare- 
rimi anni di Tommaso Campanella e di Gio- 
tf tcotora hauDO punti ed aneddoti straordinari 
i di considerazione per la rivelazione del loro 
re aggressiTO ed impetuoso, prodotto dalta 
aza di un'educazione morale, bene intesa nel 
nodemo. 

nmaso Campanella dovette fuggire di cson- 
in convento, Eempre in odio alle Autoritji 
uche dell'Ordine domenicano. E avendo ve- 
I danno delta dominazione spagnnola,' per 



— 107 — 
liberar la Patria, pensd di farsi aiutare dai Ti 
che erano di oerto pijt oristia&i di qnei nostr 
minatori ocoidentali. 

E it Nicotera, del quale abbiamo tanti bel 
scorei parlamentari ; Nicotera, che uon feoe mi 
corao regolare di studi di nessun genere, Nio( 
sempre audaoe (obe era un Diavolo, secondo il 
ghi), gitt6 in faccia a nn Magistrato borbonioo 
I'esercizio delle Eue faazioui, I'incbio&tro d'ni 
lamaio, in presenza dello stesso Cancelliere e di 
sltri giudicabili. Poi qnesto Giovanni Nicotera 
ebbe puuto paora di entrare nel carcere dellE 
vignana, carcere orrendo, che avrebbe potat< 
tare eoIo cbe avesse domandato la grazia al G 
no da lui tanto odiato. Questa grazia egli non 
domandar mai e credette, con cto, di eseer : 
nella steesa galera. 

Come naoqne e Bt conservo in Calabria 
Bta grande pazzia, cbe 6 I'amore verso la Fa 
Sarei curioso di saperlo dal dott. Cesare Lomt 
il qnale, son oerto, studiando il fenomeno, e 
corgerebbe cbe, senza que' pazzi e Benza q 
pazzia di moltisBimi Calabresi, la Nazione ita 
uon si earebbe potuta ooBtituire, e il dott. C 
XjombroBO non potrebbe ora dettare lezioni df 
delle migliori Univereiti di un grande State 
babilissimamente, oome dioeva Vittorio Imbria 

II dott, Oesare LombroBO vuol trarre oouboj 
ze, che ai riferisoono ad una regtone, notai 
i'atti psrticolari di un uomo violento e male 
cato. Ma avrebbe il dovere, mi pare, di not 
iabti particolari di tanti attri, nati nello t 



— 108 — 
I, ohe haano reso emiiienti servigi alia coltara 
la ed al progresso di tatta 1' umanitii. 
on dere essers lecito ad aa illaBtre Professore, 
[eve essere gLA abituato severamente al me- 
Bcienti&co, di tirare oonsegaeuze general! da 
alo fatto partioolare ed indiyidaale. 

Musolino, a torto od a ragione, non voglio 
(a non sarebbe qnesto U Inogo di tale disa- 
I, ha creduto di essere stato condannato ingia- 
inte. DicoDO obe il sao avrooato abbia rioa- 
li difenderlo, all'ultimo momento. Ha pensato 
jae cbe neppnre le sue ragioni a acartco fossero 
bene espoete e dichiarate al Magistrato, che lo 

poi giadicato ; e che, quindi, la saa oondanna 
ira stata proaunztata ne' modi volnti dalla 

peuale : ondn la sua ira e il sentimento della 
sndetta contro tntti colore, che avevano coo- 
D a farla pronunziare. Prima di tiitto, vendetta 
D i testimoni a contro I'avvocato, verso 11 qoa- 
Bono, abbia sempre espresso sentiment! d'odio 
ido ed inesatuibile. 

esse in prigione, scappa abilmente dalle car- 
I domanda di salvare la pelle nei boschi e 
I montagne delta sua stessa. regione. 
a, carisaimo dott. Lombroso, coudannati ohe 
dano perseguitati e che scappino dalle car- 
abbiamo dappertatto. 

J letto flulla Tribuna (3 febbraio, n. 34) di 
■atelli Biddle, condannati a morte per assas- 
i quali, alatati dalla moglie del oaroeriere 
faggiti dalle prigioni di Pittsparg in Pensil- 



— 109 — 

Non BO intendere come bu qnesta ouriosa, 
sione americana non abbia ancora emesso il v 
delle sae pregiate oEservazioni il profeesore I 
broso. 

I due assasstnif per fuggire, natnralmente hi 
doTUto ueeidere. Ed ucoisero, infatti, parec 
persone, e, dope, fecero un viaggio lungo, si: 
OoopeTstown, dove furouo arrestati. GurioE 
fatto obe nella vita di questi dne aBsassini ba a 
grande importanza la donna. Continoamente e 
viBttati nella prigione da donne giovani e veci 
aloune di famiglie rispettabili. St narra cbe, 
sino nua signora misteriosa, visitando il Gove 
tore, avesse ottenuto una proroga alia eeeoaz 
iatale. 

Or che cosa direbbe dt tatto codesto il dot 
Lombroso ! 

Con 1' istinto che ba di geueralizzare e di 
tetizzare; con 1' istinto cbe ha di traecurare le 
elementari analisi de' fatti umani secondo le 
gole della dialettica; volendo tirare delta co 
gtienze a qualanque oosto, direbbe : ohe uello S 
di Pensilvania sono molti assassini; che le prig 
degli Stati Uuiti sono poco sicure ; cbe quelle < 
ne non amano i galantuomini, ma i delinque 
e cbe, flnalmente anche i Oovernatori di qt 
Contee si lascino facilmente vincere dalle I 
signore ! 

Tutto questo e ben altro direbbe il dottor L 
broso e molti crederebbero di certo alle parole 

Sventaratamente in Italia, e forse ora in ti 
il mondo, la vita modema e contraria alia med 



In coQBsga&uza, uod potendo noi pansare 
are agevolmeute solle parol«, ah.9 Bono dette 
palpLto, non volendo sottoporoi alia fatioa 
>lore di pensare con la testa nostra, crediamo 
Qte anche alia prMica, fatta oon poohissmia 
na Benet& da an Inogo saoro aUa sciensa. 
:ae8ta nn'altra forma di qael curioso e per- 
> Medio-evo, al quale in tanti modi tentiamo 
'aroi inntilmeDtd. 



io sottoscritto diohiaro di easere esperto oo- 
"6 degli n&i, de' oostnmi, de' deeideri delle 
ioni cslabresi, tra le qnali sono nato ed ho 

molti anni. La regions oonosoo disoreta- 

anohe nello svolgimento della storia sua' 
are, del movimento della sua industria, 
la esonomia, della sua agriooltnra. Enonne 
JO eoonomioo di q'aelle Bventttrate popola- 
na ootesto disagio non le allontana dal de- 
vivissimo che hanno, di trarre profitto della 
ova e di progredire, 
ndo le ecuole erano solamente in Napoli, alia 

citt& accorrevano per imparare, e facdvano 
simi saorifizi di fatica e di danaro per arrivare 
onosoere ed a farsi stimare. In Kapoli, uella 

Uuiversiti degli stadi, tutti gli atudenti 
letli Calabresi, per la vita di saorifizi e di 
ihe i veri Calabresi erano obbligati a fare in 
% un popolo di gaudenti e di festaiuoli, No- 
loprattutto la sobrieti e la teuaoia dei pro- 



^sm^m^i 



— Ill — 

ponimenti loro. Ma ben presto si apriva una strada 
larga e maestosa dinanzi a loro. 

U Borbone li temeva e credeva che fossero uii 
pericolo permanente. Nella storia delle Lettere, 
delle Scienze, delle Arti belle, ma, specialmente in 
quella della speoulazione filosofica e nella scienza 
del diritto, nella storia particolare degli Stati d'ltalia 
e in quella della Ghiesa, la Calabria 6 segnata, al 
pari, almeno, delle altre regioni. 

E qoiy tanto per dare qualehe esempio, o ricordo, 
''di uomini insigni al professore Cesare Lombroso, 
che non pare a bastanza edotto della storia parti- 
colare di Calabria, che 6 pure storia d' Italia, credo 
opportune di aggiungere qualehe nome. 

II mio pensiero corre al magno Cassiodorio, a .: :^ 

papa Zaccaria che dichiaro Torigine di ogni po- ] 

tere, anohe di quelle regie, essere nel popolo; al- ; j 

Tabbate G-ioacohino, a Barlaamo, a Suggiero di '^ 

lioria, a Ciooo Simonetta, a Pomponio Leto, ad Ago- | 

stino Nifo, detto il Sessano, ad Aulo Giano Parrasio, i 

ad Antonio e Bernardino Telesio, a Simone Fur- ^ ,| 

nari, a Tbmmaso Campanella, a Tommaso Comelio, 
a Giano Pelusio, a Gian Yinoenzo Gravina, ad An- 
tonio Serra, al cardinale Sirleto, a Gaetano Ar- 
gento, a Giuseppe Morisani, Gabriele Barrio, Tom- 
maso Aceti, Sertorio Quattromani, Yito Capialbi, ^ 
Pasquale Galluppi, Raffaele Piria ed a tanti altrL 

Non credo opportune di aggiungere i nomi di 
quelli che hanno illustrate la cultura italiana nella 
seconda met& del secolo XIX, n& di quelli che il* 
lustrano coi lore scritti gli Atenei, ne' quali inse- 
gnano adesso. Ho date dei nomi soltanto, obbeden- 
do al semplice ricordo, e non ho nemmeno volute 
badare all'ordine cronologico. 



.,, 



^ 




— 112 — 
la da qnesta aemplioe enumerazions vien faori 

storia gloriosa di popolo, che non deve essere 

mticata da colui, ohe scrive intoriio all' indole 

1 carattere di un'intera popolazione. 

Se il Lombroso avesse bene studiato la storia 

) regioni calabresi ed avesse ora fatto on viag- 

aelle tre provincie di Calabria, non avrebb© di 

■3 affermato con grande leggerezza ohe il Mn- 

10 fu Brigante. ... " per il eonaenao e la simpa- 

li un popolo, in cui la permanenza di gentiment^ 

art e il peso dell'ingiuBtizia eociale educa cri- 

8 eentimenti quasi selvaggi „ . 

Sorisse il Lombroso queste altre parole :, 

' Se MttsoliDO avesse visto iotomo a eh il silen- 

la ripugnanza e l'ostilit&, avrebbe delinquito, 
non avrebbe mai osato elevare la sua persona 
Itezza dell'eroismo 1 „ 

!n altri termini, ee io ho ben capito : il Bri- 
■.e fa indotto alle violenze Bae dal Bilenzio e 
3 Eimpatie delle popolazioni calabreei. Egli 

qaello che fcutti avrebl«ro fatto, ed avrebbero 
ito fare ! Egli fece quello che era nel pensiero 
atti: onde la simpatia generate. II Musolino 
irasenta I'animo, tl pensiero del suoi conoitta- 
. E il tipo della popolazione. In fondo, Bono 
ii totti briganti nelle tre Calabrie, quasi tutti 
sstni, quasi tutti delinquent! ! £, giacohS non 
ilpevole chi rapprosenta il vizio comnne, il de- 
rio di tutti, Giuseppe Musolino nou e reo, e 
essere assolto dalla Corte d'Assise di Lucca. 
Wa qui 6 opportune aggiungere che in cotesto 

della popolazione calabrese, rinvenuto ora ed 



— 114 — 
Innqod 11 Masoli&o ha oaratterl propri cosl 

d oosi evldentl; per quale raglone dev'es- 
nfaso nella folia de' saoi oonoitbadtni, ohe 
indole e oarattere cosl differente da lai? 
i, dioo meglio, per qoale misterioso mobi- 
1 posso dire altrimenti) uno scrittore di cose 
tche ha diritto di gindioare il carattere d'nna 
ioue italiaua tm bitse tUle aztoni ed at ten- 
di ttfl aasaaaiTtof 

> certo ohe ueppare ii dottore Lombroso 
e rispondere a qneste domande! 
io a lui voglio qui ricordare an altro oa- 

apostolo di oaritA e di bont&, che ebbe 
B^guito in Calabria e molti anunLratori sin- 
ievoti : Francesco di Paola, il quale portava 
mlla saa tunica di frate una parola sola : Co- 
con qnesta parola, intesa perfettamente daUa 
ione calabrese, con qnesta parola auUe labbra 

vita, procedeva di paeae in paese, sempra 
ito dai selvaggi e harhari abitatori di Ca- 
3 Sioilia, 

to Cesare Lombroso di leggerc, ge ha tempo, 
che Ecrifse di Francesco di Paola Victor 
lel Torquemada. 

te le rivelazioni della vita oalabrese devono 
studiate da colai ohe, dopo avere studiato 
ento suo, crede di avere il diritto di sori- 
11a Calabria! Trascnrare una sola rivelap 
id an solo fatto importante, nn solo gran- 
di nn popolo, signifioa non volere rioer- 

verity : la qoal cosa pare a me non debba 
ne' desid^h e ne' gusti di uno scienziato. 



— 116 — 
Questo Governo adungue cosl loutano, cha ei 
tra cosl poco premuroBO, che non bada a cbi 
re e non si lamenta, qaale h il contadiuo di 
ibria, qaesto Qoverno non si affermi solamente 

la riscossione delle ta&ee e oou le ostiliti,; ma 
ida da ak con le proprie forze il Mosolino, e 
lUQO atteuti alia vita di an diegraziato. 
Tatto qttesto non credo sia sentimento di popoli 
aggi. Pu6 essere, al piii eeutimento di popolo 

ancora bene ednoato ed abbandonato a sb stesso ! 
kla di qnesta mancanza d'educazione politica 
di oerto non dobbiamo dar colpa alia vittima, 

professore Lombroso! 
Dobbiamo, inveoe, attribuire tuUe te colpe a 
sinora si h mostrato cagione, sia pure loutana 
nvolontaria, di tino etato di fatto molto deplo* 
le e molto grave. 

>bi parla e sorive del Musolino non deve di- 
ticare te condizioni speciali della Calabria ed 
ri motivi delle strettezze de' Calabresi o delle 

preseuti amarezze. La Calabria quale e, quale 
lostra, non pu6 n^ spiegare, n^ rappresentare 
aesinio ed il delitto. liidicare, esporre le con- 
)ni speciali della Calabria era sacro doyere. Ed 
pure dovere, scrivendo del Musolino, di dare al 
3 tutta quella parte personale ed individuale, 
all'ultimo Brigante deve essere interamento at- 
lita. Delinquenti vi sono e non e posMbile che 
ialabria non vi eieno. Ma la delinquenza, il 
} sono dappertutto, anche presso i popoli piii 
riliti ed educati. 
LI prof. Lombroso dev'essere noto che molti 



FioriscoBO in C&t&nia gli studi di storia 
manioipBle ed ecclesiastica. E non 6 qaesto '. 
mo risaltato delle benemerenze di qnellaFaot 
Lettere e del Dooente di Btoria modema, le ci 
more Bpero di T«der coutinuate dal suo suoc 
nella oattedra. Parecclii studenti haniio presi 
■dissertBzioni di laarea 8q argomenti notevoli ( 
ria locale. Sono lieto di poter citare quelle de 
Orassi Bertazzi su Lionardo Vigo ; del dott. V: 
zo Kigido su Bmiaventura Secasio; del dott. 
giero Caldarera sulla BattagUa di Francavtlk 
I'anno 1719;del dott. Antonino Leanza Ba La e 
Bronte ; del dott. Orazio Nerone sal TabularU 
ehieaa di Troina de' tempi tutrmanm; del dot' 
'Col6 Stazzone suUa Topografia di Herbita; 
dottoreBsa Bianca Q-arofalo bu gli Atti del . 
mento di Taortnina del 1411; del dott. A 
■GendoBO sol Teatro in Sicilia ne' aecoU XV e 
'del dott. Filippo Cost&nzo sa' Qrandi Qitu 



e aa' Capitani d'arme di Ca- 
rmine Fontana su gli Ebrei di 
V; del dott. Ettore Pulejo snl- 
iUarto Aretio; del dott. Giaco- 
inerario dei Conaoli romani in 

Guerra punica; del dott. Al- 
Accademia degli Etnei; del dott. 
ipi Bu Giuseppe Eegaldi in Si- 
tTauni Gianni su le Opere di 
I, finalmente, del dott. IJmberto 
iini Eimatori siracuaani del ae- 

lo di tntti cote&ti lavori daN 
JniversitAr per gll anni 1896-97 ; 
399-1900; 1900-901. E devo in 
rvare che solo dall'anno 1896 
zia pabblica delle diesertazioni 
ndo, prima di quel tempo, il 
ario oredato d'iniziare questa 
11a stampa del volume. E noto^ 
;lie prima del 1896, la storia 
3 dato argomento alle disaer- 
Bicordo quel bel lavoro del 
Eu Noam atceUota, edito nel 
dott. G. Keitano su '1 Cardi- 
jresa di Sieilia, e la moaografia 
dott. G. Leonardi-Merourio su 
I I' impreaa di Saluzzo, ohe esoe 
ia, pubblicata nel 1892, Faler- 
ia, Martinez), dedicata al Prin- 
Drio Emauuele di Savoia. 
ite monografie e di tutti questi 



lavori special! gi& dimostra il rigore del meti 
Molti puntt di etoria patria sono Btati dieoiisBi 
loBtrati, dimostrati oonnessi con la storia genei 
S gli stndioai devono essere grati per tatte qu 
rlcerche a' giovani aatori. Sono conyinto che 
pra quests baei di fatto potri venir faori, qua 
che Bia, una Btoria generale della Sioilia, spe< 
mente per qaanto si riferiBce a' fatti del Me 
evo. Molti sono in Italia che della Sicilia me 
evale credono importante solo qnella parte di 
ria, che si rlferiece agli Arabi ed al Yes 
giacchi solo di qiiesti dne fatti hanno notizia 
tera e compiata per I'opera non mai abbasta 
lodata di Michele Amari. Ma quanti altri fi 
qaante altre notizie di Storia siciliana sono im 
tanti e sarebbero degni dell'attenzione degl' 
liani! 11 periodo svevo, qnello aragonese sono 
cora involuti ne' piOi intricati problem! di fatto 
ogni sforzo, che si facoia per dare una qualche & 
zione, doT'essere benedetto e lodato dagli stad: 

In qnesto breve Boritto intendo accennare 
storia particolare di Troina, snlla quale oon 1( 
vole iatento s'^ di reoente rivolta I'attenzione 
dae o tre studiosi. 

Come b noto, Troina, al pari di Mileto in C 
bria, nella Storia de' primi Normanni, ha im: 
tanza grande, essendo essa nn punto formida 
di difesa, sul quale pensd bene it conte Knggier 
coUooare il sac esercito e di \k poi mnovere nell 
tacco oontro le forze resistenti di Stcilia. Tro 
poi, essendo suUe parti pi{t alte della catena de' mi 



24 — 

Hi deir Etna e da qaelli di 
I ecc, costitaiva ana forza 
jd aatorita militare a colai, 
». 

he noto, ohe 6 posta a 1119 
re, nelL'aoDO 1088 si rec^ 
1 11 conte Boggiero e pren- 
QO a un oomiuoialo via^o 
Buaso dal Conte, torn6 io- 
L tutti gli onori, da' Nor- 
Bnggiero, Troiua era nido 
ultimi Musnlmani. I Nor- 
ktiTi e moUi assalti inntili 
Castello. Secoudo la leg- 
bia ad essi mostrato I'adito 
della citt&, che mostra un 
^rco del Castello. 
me ? oy vero, che & lo stesso, 
iumento di cotesto nome? 
) dagli eorittori di storia 
cotesti scrittori, scrisse 11 
' venDe in meute di vedere 
elle forme si siano eucce- 
stipite possano essere ri- 

ere grati al detto scrittore 
ndio in proposito, e delle 
sreduto di trarre. 
o la prima volta in uno 
10, che trasse profitto da 
Cnropalates. Qoesta pri- 
utini 6 Tragina, e si rife- 



fm 



riece a una vittoria di Giorgio Maniacs su' 
mani, nel piano sotto la cittfi, neD'anno 104 
chi anal dopo, \o storiografo del Gran Co 
Qu'altra forma, Traina. H Casagrandi affen 
da nno spoglio fatto de' diplomi nonnanni, 
ed aragonesi, risulta provato ohe preEBO gli 
tori latini prevale la forma Traina, © che T 
hanuo i coevi diplomi greci. Per6 bisogna 
ohe, anohe sotto la dominazione normanna, 1' 
forma letberaria Tragina non oadde enbito, at 
posto all'altra; giacchS nel diploma di fond 
della chiesa di Messina (1096), del quale venm 
una oopia due anni dopo (1098), la forma T\ 
ancora h nsata, e prevale; la quale cosa din 
tra tante altre, qaanto e quale profitto a1 
avnto nelle loro prime conquiste i Norman 
mondo preeBistente greco. . 

'^ opportuno anche aggtungere che nella G 
fia di Edrisi tanto Troina qaanto il fiume alto 
to, che le scorre di sotto, 6 detto Targimn. Co 
poraueamente a Traina, abbiamo Trajana e j 
nam, forma usata da Gregorio VII (anno 
Quest' ultima forma pfevale ne' documenti eoi 
stici dati dalla Cancelleria rismana. Ma Tn 
la sola forma, che dura ne' documenti medi 
dell'estremo periodo ed anche della Storia mo* 
Quando poi la oultura classica venne dir 
dare vests e forme antiche a tante nostre istitu 
oreando monete, leggende, iscrizionie monume 
ogsi genere, fu vsduta insinuarsi un'altra 1 
Troyna, quasi ooms piocola Troia ; e questa : 
forma venue accompagnata dalla voce di antict: 



— 126 — 
uete, recaoti la scrofa, e dalla distrnzioue di nn'anti- 
oa rocca, Imachara, quivi anche collocata. 

Inutile aggiungere che tntte qneste monete souo 
il risnltato deH'aiuore airantiohit& classics, un van- 
to assai coiuune uelle popolazioni siciliane, dal se- 
colo XYII in poi, come pure k Btato asBai bene di- 
mostrato dallo stesso prof. Casagrandi. 

Non credo opportune di seguire il prof. Casa- 
grandi nella spiegazlone della voce Trachina. Con 
buona pace dell' A. mi pare che egli abbia ten- 
tato di aprire una porta, che da moltissimo tempo 
^ aperta, come si suoL dire comunemente. 

Scrisse in proposito suppergifi che non poche 
voci di citti, monti e ftumi non solo rioordano il 
desiderio dei coloni di ripetere in Sicilia i nomi 
locali patrii; ma anohe 1' impressione che i luoghi 
sicuU in essi prodassero, in tutto o in parte simili 
ad altri della Greoia. Troina, peroi6, nella sua 
prima forma Tragina, significherebbe luogo Tocoioso, 
Eispro, ruvido. Nella Grecia centrale, suU'Oeta, di 
tal nome fu ana oitta, che si disse fondata da Eracle. 

E opportune qui dichiarare che io non vado 
appresso a simili disquisizioui ; giacch^ il deside- 
rio del patrio ricordo pu6 essere anohe talvolta 
Accompagnato dalla impresBione data dalla stessa 
oontrada a colui, che vi si rec6 per la prima volta; 
anzi, aggiungo, la stessa impressione pu6 anohe 
suscitare il ricordo. Ma, in questo case, 1' impres- 
Bione h sempre il punto principale nella denomina- 
zione della contrada. 

Abbiamo in Calabria molti nomi ellenici, dati 
per il sempiice ricordo della patria lontana : Mileto 



— 127 — 
e tra questi. Ma, in Calabria, abbiamo pure nomi 
greoi, dati in segnito alia impressiooe, che ebbero i 
primi coloni iiell' Italia meridiouale. 

Ricordo Pentidattilo, che k uq Castello di origine 
bizantina, come ho motivo di credere, poBto su iiDa 
mpe diviss in cinque parti con la forma detle cio- 
que dita. Questo Castello, ora distrutto, noto per 
an tremendo eccidio al tempo del Vicereame spa- 
gnaolo, ha non poca importanza a' tempi del Pon- 
tano, nelle guerre del duca di Calabria, Alfonso 
di Aragona. ' Le prime carte di Pentidattilo sono 
del 1372. 



Nelle ricerche aui Diplomi normanni della Chie- 
sa di Troina molte difScolta ha dovuto trovare e 
superare il dott. Orazio Nerone-Longo. Queete dif- 
ficolta sono accennate brevemente nella Introdu- 
zione 6 B'indovinano dallo scope e dalle conclu- 
sion) dello steeso lavoro. Si pu6 affermare che 
tutta la letteratura dell'argomento e stata bene 
studiata ed esaminata, con esattezza di criteri e 
di metodo. Questo lavoro giunge a proposito per 
dileguare molti dubbi e mettere nel dovuto posto 
aloane precedenti pubblicazioni guIIo stesso argo- 
mento, specialmente quelle, che vennero in luce in 
suUo scoroio del secolo XVIII e che toccano della 
chiesa di Troina e dei suoi diritti al risorgimento 
del Vescovato. 

' Cfr. il mio vol. Nolt t doeametitt di Storia catabrete, Ca- 
flerU, laselli, 1SB8. ~ Vi 6 narrata la oron&oa dslla aCrage fatta 
nel oaatello di Psntidattilo Taano 1686 dal Barone di Monte- 
bello Bemardico Abenavoli Del Fmnco. 



I, infatti, che, in Begoito a ana 
'arlamento di Sicilia de' 5 aprile 
Messina, perche troppo -rastA, 
Ha in tre parti, in modo ohe ima 
se venire iostitnita sutle Mon- 
liesione di persone chiare e rag* 
ir aopo nominata, e qaesta Com- 
B che la diocesi delle moutagne 
e sede, o nella citta di Nico- 

lempo opportune per dimostrare 
la 8U Kioosia, diritto nasoente 
rmaniii, e quello di Nicosia sa 
ero fuori con questo intento aU 
i, I'una contraria all'altra; una 
lere il riconoscimento ; an car- 
ida con base di storia e con evo- 
oni di carte e di diplomi. Kote- 
)tti la pubblicazione di Francesco 
morie storiohe di Troina, edita 
tipografia degti Etnei nel 1789. 
le peneare, 1' intento nobile, che 
a scrivere cotesto lavoro apolo- 
lon risnltato ne' rapporti della 
oggettiva. Lo scope die velo al 
n conseguenza rinvenuti (non ubo 
nuti alcuni diplomi ohe la mo- 
pu6 aecettare. Ad onore del ve- 
o studio accurate e pregiato del 
inora aveva veduto la inanitk di 
e alia Ghiesa di Treina si rif^ri- 
3 di vere onere aggiungo che il 



— 130 — 
llo che ha letto e vedato ; ueasuna osservazione 

desse prova d'iugegtLO, di stadio, di penelero 
leno 8ui lavorl preesiBtenti. lo non ho mai si* 
a vedato ud lavoro pifi deflcieote, pi{i scncito, 

anormale. 

Obbligato dal suo argomento a sorivere dei 
nnatmi, d& uotizia di essi, cominoiaiLdo db ovo, 
le origin! soandinave, e Eegaendoli salle oo- 

della Franoia a poi in quelle d'ltalia, sbal- 
iole grosBe, ignorando tatte le opere classiohe, 

ai Normanni si riferiacono e che delle imprese 

Normauni dinno oompinte e partioolari noti- 

II Foti non ha neppure idea esatta della to- 

TaHa della Sicilla, giacohi, per dare un esem- 

afferma, a pag. 6, che Giorgio Maniace edifico 
castello a Bolo, che dal suo nome venne detto 

Maniace, mentre e rieapato che Bolo e una 
trada dell' Etna e Maniace nn'altra! 
Ma queeta pabblioazione, pare impossibile, ha 
jitato un'altra, del dottor Nerone isopraddetto, 
an manoscritto inedito di Frate Antonino da 
ina, della quale intendo discorrere brevomente, 
on tanto perch^ cotesto manoscritto Bia note- 
3 od importante per qualche punto di etoria lo- 
I, quanto perch^ e stato in gran parte, riaesunto 
BBpoeto in altra forma dal Foti, il quale, poi, 

dare dimostrazione di animo grato non si e 
mtato mai di citarlo nella su mentovata pnb- 
azione. 

Ootesto manoscritto e dell'anno 1710 ed ha per 
lo : Memorie della eetmtisaima e nobiUaaima cittA 
Vroina. "Se k autore nn laico cappucoino, Frate 



— 181 — 
Antonino, il qnaJd, prima di entrare uell' 
religioBo, eeeroit6 il mestiere del falegname 
mari-fabbro, ed ebbe boIo notizia delle lett< 
I'al&beto. impar6 a leggere ed a scrivere 
stesso, facendo da Fra G-aldiao sal sno Co 
di Troina. Qnindi inoomiiici6 ad iutender 
didatticamente un po' di latino. Di 11 

"espliod la saa operositb nell'appnrare 

di vero, di verosimile, o di addiritttura favol 
tesse interessare la storia del sno paese 
Fmtto di cotesto desiderio interiBo, nnti 
eBpresso nel conveoto, 6 il mauoacritto, di 
notizia il Nerone, e che & stato riasEanto d 
Eenza I'onore di ana citazione. 

Qni vorrei fare dae osservazioni d' iudoh 
rale e se queste osBervazioni sono buone, il 
i del Nerone, che me le ha inspirate. 

Pare a me cbe quando sia atato bene dim 
Vittteresse, che qnalcuno ha avnto nel fare, 
parare, ana contraSazione ; e quando si aie 
venati errori e contraddtzioni inesplicabili 
comenti ohe sono stati offerti al pubblico; 
tti due east aoltanto, i lavori possano dirs 
mente apoorifi e spurii e debbano, senza esi 
alouna, essere diohiarati tali , con affem 
d' intelletto e di coscienza. Per qaesti m< 
aempre ritenoto vera la Cronaoa di Dino ( 
gni, mancaudo I'interesse alia contraffazi 
apoorife e spnrie le Cronache dello Spinelli 
ch6 abbia scritto e detto il Uinieri-Biooio, e 
ho sempre contraddatto. 

.Nel oaso speciale di Troina, il dottor 



— 132 — 
asorito bene nell' intento buo, dimoBtr&ndo I'in- 
iBse ohe c'6 stato, e le contraddtzioni che si 
ontrano ue' documenti. Ma, fatte questa lodi 
espressa la gratittidme mia e degli studiosi, devo 
Qvero qualohe appnuto a qnesto secondo oposcolo, 
' mi i parso inspirato non da amore serio e pro- 
do Terse la storia Ulnsfcre della citt& di Troiaa; 
da nn tal qaale desiderio di parere conosoitore 
to della detta etoria. Le qaestioni, che vi si 
ttano, sono piccole e davrero iusignificanti ; tra 
litre, ee Frate Antoniuo fosse stato faleguamd^ 
(ua di essere frate, owero mnri^fabbro ; se poteya 
on poteva scrivere di storia antica, eco. 
Oh! oarissimo Keroue, di cosifTatte cose non 
) oconparsi lo studioso! Abbiamo tanti proble- 
da risolvere e taute cose a dichiarare ed illn- 
tre nell'iDteresse degli studi, che davrero deve 
er fatica epreoata qnella che viene diretta alia 
izione di siffatte picoolezze! 
Lasoiamo che del ms. di Frate Antonino scriva 
larli, senza citarlo, il Foti: I'nno vale I'altro, 
h bene che di tntti e due, dell'originale e della 
lia, non abbiano nessuna notizia partioolareg- 
ta gli stndiosi della storia illustre della nostra 
ilia. L'atteuzioue, che si da alle cose piccole 
enza fmtto, toglie sempre energia alle cose im- 
-tanti 6 graodi. 



CONPESSIONI PEDA6KXJI0HE' 



' Suva OicnBiD*, Naooo eorio di Pidagogia ajnn«n(ara ad 
tuo deU» teaoU normali, aee, Storia deUa Pedagogia. Torino, 
Onto Soioldo, 1901, pog. SBi. — Fumcbsco Boaqliohb, DeU'tdtt- 
eatione morale oob prafuiane di QifjiBtrs Bosbi, dellK B. UiiiT. 
di Oatanik, sUmpato & jp«se del Oomane di Oatania. Oatanift, 
GaUtola, 19C1, pag. 162. 



Delia scQola, come organo di cnltura, e, pi 
anoora, dell' iusegnamanto, ed anche pi& dell'lne 
gnamento, della educazione, " che e I'arte di rei 
dere migUore I'animo deiraomo „ Becondo una n' 
tsvole sentenza di Baldesar Castiglione, discon 
con larga ed ampia preparazione di stadi e di i 
cerche, con evidente e notevole Beriet& di metot 
e di desiderio, il prof. Sante G^iuffrida. 

Ma bisogna notare che, in qaesto libro, fati 
esclnsivamente per le scnole normali, non viei 
esposta la parte dottriuale, o metafisica; ma la par 
afcorica, quella parte, cio6, che si svolge a traven 
le istitozioni ed i tempi, lottando, ineintiando! 
mattirando, acquistando pregio ed importanza, e: 
trando a poco a poco nel concetto dcgli nomii 
de* popoli e delle nazioni; val qnauto dire nel d 
minio del pubblioo. 

Di gaesta parte evolutiea dell'insegnamento e de 
I'educazione poseo discorrere anch'io debolment 
Una volta m'ero propoeto di entrare in qnesto agon 



Qgliendo uotizie a cominciando dalla etoria 
alfabeto nella sua prima forma ed espressione, 
6 la figura delta eota, deetiuata a rappresentare 
dea od a parlare oou gli aTvenire. Da' Gero- 
et alia Commedia di Baute; gnale cammino! 
lia in questo oammino 6 evidente lo svolgimento 
na dottrina, alia quale gli nomini obbediBcono 
bmeute, ed alia quale neasuno si pn6 sottrarre. 
)ano, iiifatti, pa6 dire di nou avere talvolta 
g:iiato, nessono pu& dire di nou avere talvolta 
irato. 

i la stessa imitazione, che h la forma pii^ sem- 
) e radimentale dell' insegnameuto, h cosl na- 
le 6 cofil propria della natara animale, che 
ana creatara si pa6 ad essa sottrarre, costi- 
ido essa il prima movimento verso la perfe- 
e, alia quale tntte le creature aspirano " per lo 
> mar deU'eaaere „. Oh! povsri noi, qnando ap- 
bo affernuamo I'eocellenza ed importauza delle 
re forze, I'altezza del nostro intelletto! 
1 Giuffrida ha ben compreBO la materia, della- 
e discorre. Freoocapato di qnesto grande e oou- 

problema, si k gittato su esso con vera pas- 
B, dando il coutribato del suo peusiero sol va- 

1 vario argomento. Certo in uu libro fatto per 
uole, il pensiero, anche gagliardo, di uu autore, 
I teuersi alle cose principal! e mettersi in un 
EOnte assai limitato. £ forse per questo motivo 
io de^esto i libri per le scuole e le cosidette 
ilogie, che fanno tanto male aU'ingegno dei 
ri skndenti. 



— 137 — 

Siamo al primo problema: Quando eominc 
t'edueazione f 

E da qaesto problema nasce un altro ; E che eo. 
i veramente edticare f 

II Giuffrida (e in qaesto 6 degno dt lode), o 
Btretto a dare notizia di dottrioa in modo eotnmari 
trova &oili le risponte. La vera edacazione eomi 
da con I' incominciare delta eiviltit; editeare i ope, 
ordinata e metodica di riflesaione mattira. 

Non facoio obiezioni a coteste rtsposte ; ma orec 
in propoetto di awertire il lettore cbe sa queste di 
brevi risposte 6 fondato tutto lo svolgimento d 
libro e niQOTe tntto il pensiero dell'autore inton 
alia storia della Pedagogia. Di questa Btoria 
d&nno Dotizie, cbe si riferiscono a' popoli piti ani 
olii delt'Oriente, o poi di Orecia e di Eoma. Te 
gono poi quelle notizie, cbe bI riferiscono al Oi 
stianeaimo, al Medio-evo, al Rtnascimento, alia li 
Tolazione francese ed alia Storia contemporane 
eino al Siciliani, aU'Anginlli, al Gabelli, eoc. 

Or io, pur lodando 1' intento dell 'A. e lo sc 
po, ohe egli si h proposto di ottenere, credo m 
dovere di agginngere qaalche osservazione. 

La storia della Pedagogia tooca, com'4 not 
in molte parti ancbe I'oggetto particolare de' n 
8tri stndi e delle nostre rioerohe letterarie e dc 
trinali. Sotto certi rispetti la storia della Pedag 
gia h ancbe storia delle noatre lettere. Or io su qu 
sto pituto intendo mnoyer qaalcbe dabbio per c 
mostrare I'interesse che il libro mi ba inspirat 

Anzitutto, in una storia della Pedagogia 
avrei cominotato A&W insegnamento pubblico, e n( 



— 188 — 
arei meBso a discorrere di que' pnntl contro- 
, ohe toccftDO grandi problemi di filosofia e di 
I, La Pedagogia pii6 essere soienza a ah, indi- 
ente dalle altre, con caratteri propri, con desi- 
ioni e manifestazioni caratteristiche solo qnando 
ato, o le prime forme dello Stato (tribu, co- 
), distretto, proyinciaecc.) Bentoco il bisogoodi 

on iuseguameDto, soatituendosi alia !FamigIia. 
ido lo Stato aocetta I'lnsegDamento come nno 
ale e priDcipale dovere, allora eoltanto nasoe 
aria della pedagogia. Se cosl non fosse, la Pe- 
B^a DOn pofcrebbe avere una storia e ei confon- 
>be oon tuttd le altre Bcieuze Bociali. So que- 
luoto insisto, perch^ mi pare ancora non sia 

bene esaminato e disoaeso, sebbene appaia 
ra degno di nota da parte degli stadiosi, e spe- 
lente da uno, ohe h assai valente, dal FomeUi. 
i' insegnamento pnbblico pu6 e deve avere una 
I e pu6 altresi indioare norme, leggi, precetti 
ali e caratteristici. L'edacazione, od insegna- 
.0 della Famiglia, comiuoia con I'uomo e si oon- 
i con la imitazione, oon Tesempio, col rispetto- 
I I'auterita paterna e patriarcsle. Leggi e nor^ 
troprie e caratteristiche, tali -<;he possano dare 
nciameu to alia soienza, noi possiamo avere sol- 
I quando una pubblica amminietrazione, in name 
• conto di tutte le famigUe aggregate assume il 
■e d'insegnare. In questo momento I'eduoazione 
. da ano stato rudimentale ed istintivo, tintetieOy 
) stato coavenzionale e riflesso, analittco- 
,iidsto 6 il panto primo della storia della peda- 
i, al quale bisogna mirare con altezza d' tnge- 



gno. Ne si dica ohe le discussiout d' indole storit 
e didattioa, connesse a questo problema, sieoo i 
faoile solozione. Ben lo sa il Celesia, ohe ha volul 
disoorrere delU edaoazione presEO i vart popoli iti 
lioi e specialmente di Pitagora. G-randi probleln 
che 6 tutto dire, presenta la storia della pabblic 
educazione uella etessa Orecia dopo la oouQaist 
fatta da' Torchi, di Costantinopoli nell'anno 145 
come par di vedere dalle Tavole statiatiche date i 
propoeito dallo Chasaiotis uell'anno 1881. Non par 
de' Bistemi edaoativi di Eossia ed in geuerale d 
popoli nordioi ; non parlo neppure de' sistemi e m< 
todi eduoativi detl' America latin a e siuo deg 
Stati Uniti, ohe a torto si dicono modellati sa qa 
d' Inghil terra. 

Anzitutto, pochi documenti e monumenti &'. 
biamo del pabblioo iasegnamento nell'antichiti 
oocorre andare da ipotesi e da indagini ad a£fe 
mazioni pooo sicnre ed arrischiate. Ocoorre poi r 
cimolare da autori sincront, o di poco posterioi 
qnanbo si Tiferiece al &tto oostro: un grande 1 
Toro origiaale di prima mano, importantiasimo, cl 
potrebbe di molto Bervire anche ad altre conoli 
doni soientifiohe. Le ainteai £loaofiche, date d 
Beoolo XYI in poi, potrebbero ia tal modo riceve 
molte oorrezioni. 

E perch^ non paia che qnesto mio desider 
intomo a un programma di Bt<»'ia pedagogioa i 
sia vennto alia lettara di qnesto libro del Qiuffi 
da, devo qui diohiarare che ainors, per quante i 
oerche bibliografiohe abbia fatto, specialmente t: 
le pabblioazioni notate nella Revue interttationa 



— 141 — 
gno alto e spalle ben forti, deye prima di d 
tendere ohe del Casstodorio non ha dato con 
uotizie a' saoi giovani lettori. 

U Tirabosohi, com'^ noto, fa derivare tu 
trietezze della letteratara italiaaa dalla mc 
zione di Cassiodorio. "B'allora in poil'Itali 
pot6 occuparsi in altro che nel piangere I 
sciagure „ . ' 

II Castiglione b la figara piu emineiite ' 
pteseutativa del tempo sno e il Cortegiano h 
gliore opera pedagogloa, che abbia la lettei 
italiana. Ma ha pnre nu eno carattere speciali 
h questo ; S il riassQDto od 11 BOmmario di tt 
dottrina snll'educazione, che h arrivata sino i 
dal moudo claBsico. Tatto questo vemie affe 
anche da' suoi coiitemporanei. Ma il mondo cl 
ohe s'^ trasformato nel Cortegiano, ha in que: 
bro, note speciali, che rivelano ilfine ingegno, 1 
rito essenzialmente moderno del Castiglione 
meritd d'essere cittadino spagnuolo per ordi 
Carlo v. Or di quest'opera, che 8i riferiBce 
ramente " di che sorte debba esBere colni, ch 
riti chiamarsi perfetto cortegiano, tanto ch< 
alouna non gli manchi „ , e dato uu sommarii 
pio, ma non connesso coi fatti di quel temj 
con le dottrine prelevanti in quel tempo, 



' Ctr.: Sloria UU., Ill, IB, a molti altri scrittori 
ria medio evale, Baebt Watteibadh, OBEaOBOvicB, etc Qn 
timo scrUae: " CaBsiodoro, ultimo de' Bomani, cbe si 
la teBta di an oappacoio monacale, per morirvi ofire an ' 
conmiovsDte e di tragioa tristeiua, perocchd si sveli 
il destino steaso della cittA di Boma che omai entra i 
vanto „ {Sloria di Roma, lib. Ill, cap. i. vol. ITj. 



— 142 — 
into glorioso letterariamente per uoi, e ohe pnre ha 
uto a noi Italiani i ricordt pii^ dolorosi e pid ne&- 
;i dellft noBtra storia, Inoltre, &011 credo ohe il Giaf- 
ida abbia segaito I'edizioiie Integra, nS le reoecti 
abblicazioni 611I Castigltone fatte dal Gaspary e dal 
ian. L'edizione del 1528 reune fatta da Aldo ecc. 
Per coQohiudere, qnesto Ubro di Storia della 
'edagogia metfce it Gluffrida tra' pubblicisti di Pe- 
Agogia piu accurati cbe ora vi sieno in Italia, e 
on solo per eerieta di metodo e di desiderio, come 
detto, ma anohe per qaella deusita e ricchezea 
i pensiero, senza la qnale non 4 possibile lo scri- 
ere di materia di Storia e di pabblica edncazione. 



L'A. di quest'altro libro, dopo molte osserva- 
ioni di carattere empirico, b dopo avere dimostrato 
be la sola dottrina non baeta a rattenere la de- 
adenza morale, preeenta alonne conclasioni, cbe 
anno il pregio della novita. 

L' umanit^ a poco a poco si i allontanata dal re- 
no del faio, e procede sicara vetFio tin punto Ion- 
mo, che h il regno della giustizia e dell'amore. Le 
Bservazioni piu attente inducono il sociologo piJt re- 
ittante ad ammettere che, giorno per giorno, anno 
er anno, it numero dei delinquenti nati va soemando 
1 virtu d&lV educazione morale; che il criminaloide 
L trasforma in galantuomo ; che il galantuonio si tra- 
forma in virtuoso ; i rapporti sociali, cioe ragione ed 
more, di giorno in giorno, di anno in anno, conqui- 
bano le tendenze delle folia e delle masse popolari. 
a. conseguenza, verri senza dubbio il giorno, in cni 
iascuno eserciterh quell' uf^cio a cut sarii chiamato 
a natura. 11 mondo &vvk dae aristoorazie soltanto; 



qaella deU'ingegno e del BEipere, e qnella del 
virtu. Ma, aggiunge, nou bisogna credere, o sj 
rare, che questo novas ordo " divinato da' peusato 
oautato da' poeti, sospirato da' martiri „ potrei 
vedere attnato in breTissimo tempo. 

Ed aggiunge per conto buo che molti sect 
dovranuo passare. 

E ohi promette in breve tempo il sospirato r 
gno 6 an ciormadore ed un armffapopolo; pot 
anche essere un illuso in baona fede. La louiana 
za p6r6 dsll'avvenimento sperato non deve indur 
noi ad indifferenza od inerzia. Bisogna afiTretta 
il sospirato giorno con Veducazione jnorale e o( 
I'opera civile, specialmente eul fancinllo. Per qu 
ste ragioni " I'educazione acquista un valore in 
stimabile ed il problema educative ei presenta con 
questione sociale capitalissima „ . 

II discor^o, come ognun vede, 6 diritto, ed a 
qnista pregio anche dalla forma, con. la quale 
presentato, con lingua e stile lodevoli, con co 
rentezza ammirevole, con esuberanza di affetto 
di passione, coh quella calma dignitosa e eeren 
che h propria degli educator! forti e resistenti, ol 
fanno il dovere, perch6 inspirati da un ideale. Tu 
ti costoro hanno grande fiducia Dell'efScaoia pop 
lare della scuola e non vogllono badare che il si 
pere aoltanto non giova all' educazione popolai 
qaando non viene educate ed iudirizzato il sent 
mento del popolo. 

Ma io, che di siffatte questioni astruse non h 
mai voluto fare esame attento ed accurate, credec 
domi sempre di poca o nessuna oompetenza; i( 
che credo sinoeramente alle leggi storiche ed in 



. de' popoli e delle naziom, e metto aoche, 
oocorra, de' dabbi miei particolari sul cam- 
\endente dell' maanit^, edamo sinoeramente, 
Lmente, par certi special! rispetti, qnel gran- 
0-6TO, dal quale siamo nsciti per opera 
ivolnzione fraucese, ed al quale tanti, ora, 
Qaledicono ; io pare credo a tutte coteste oon- 
deH'A. ma con qualctie riserva, che non deve 
e punto la dottrtna da lui sostenuta e difesa. 
e 6 stato sinora I'efietto morale della no- 
loazione scolastica? Foasono le plebi mu- 
oscienza loro con quel po' di sapere, che 
93se diamo? "Lieterno religioso della cosoien- 
are in qual modo sinora e stato educate ed 
Eito da noi? 

6 che la storia italiana non ha mai sine- 
ntato Qu fatto cosi obbrobrioso e desolante, 
ppunto k fitato quelle, al quale bntti noi ab- 
ur troppo assistito : un Be buono ed amante 
popolo, Benza colpa nemmeno nelle inten- 
le soQO state Bempre purissime, ^ state ncci- 
remeditazione, mentre tornava dagli applan- 
fatti ad una festa popolare ! Dunque speria- 
regno dell'amore e della ginstizia-, facciamo 
tutto, perch^ esEO avvenga, in Italia e fuori, 
presto che sia possibile. Ma 1' nmanitk, ri- 
' l^Sgi storiche ed immatabili, che formano 
aa corrente, alia quale nessuno si puo sot- 
> che sono fuori di esaa. La scuola, per essere 
ite efficace, deve badare all'educazione del 
nto morale, pifi che ad altra cosa. 



ALTRE PDBBLICAZIONI 

DI MAEIO MANDALABI 



Q8 di pagg. 192 con ritratto. — Napoli, A. 
•rano, 1883. 

ttere inedite di Bernardo Tanuect, con pre- 
ioue e note. Soma, Ermauno IjodBoher, 1884. 

omini politiei, stadio, pagg. 84. — Napoli^ 
menico Morano, 1886. 

trie, scritti di letteratara amena, pagg. 372. 
Roma, Forzani, 188B {Esaarito). 

azioni eproposte intomo all' Insegnamento pub- 
30, pagg. 48. — Napoli, prof. Vinoenzo Mo- 
10 editore, 1886 {Esaurito). 

ito ed t Maestri, Oouferenza fatta in Roma 
Asaociazione delta Stampa, pagg. 48. — Ca~ 
ta, Ooatabile, 1886. 

ori napoletani del Quattrocento (dal Cod. 1035 
la Bibl. nazionale di Parigi) oon prefazione 
lote, pagg. 200. — Caserta, Jaselli editore,. 
i&, Edizione di 260 esemplari numsrabi {Esau- 

>)■ 

'. documenti di Storia Calabrese. — Cronaca. 
la strage, fatta nel caetello di Pentidattilo nel- 
uno 1686, dal Barone di Montebello. — Di- 
Lseione fatta dal Consiglio coUaterale di Ka- 
i intomo al tomalto di Reggio dell'anno 1722. 
izione di 150 esemplari. — Caserta, Jaselli 
tore, 1886 {Esaurito). 

■80 pronumiato a Trani, 29 gennaio 1883, e 
\tere di Francesco de Sanctis, con note, nel III 



aDDiTers&rio della morte di F. De Sanctis, pa 
28. — Caserta, Jaselli, 1886. 

Saggi di Storia e critica. - La vita e gli atudi 
Demetrio Salazaro - Montecassiiio oon due do 
menti inediti - Una Colonia provenzale nell' ] 
lia meridiouale - Ginseppe Begaldi in Reggi( 
Oalabria - Letteratura politica - II papato n< 
oltimi tre seooli eoo., pagg. 141. — Boma, I 
telli Boooa, 1887, edizione di 160 esempjari 
merati (Esaurito). 

Qaindici lettere di Francesco De Sanctis, con n< 
nel IV annivereario della morte di Franc« 
De Sanctis, pagg. 28. — Caeerta, Jaselli, 1£ 

Pietro Vitali ed un documento tnedito riguardc 
la Stona di Boma nel aecolo ^F'[Btudio], pa 
82. — Boma, Fratelli Bocca, 1887, ediziom 
150 esamplari numerati {Eaaarito). 

La Eeggia di Caaerta e la sua recente traafon 
zione, pagg. IB. — Caserta, Turi, 1888. 

Notiae atortche e eritiche di Letteratura italia 
(Lavoro fatto per gli alunni del Liceo G-ian 
ne di Caserta, fuori oommercio), pagg. 96, 
Caserta, Tari, 1888. 

La lirica italtana e Oioaue Carducci. Discorso It 
per la pramiazione degli alunni del Liceo-j 
nasiale Giannone di Caserta nel di 3 giuj 
1888, pnbblicato a spese del Municipio di d( 
Citti. — Caserta, Turi, 1888. 



— 150 — 
Despre Malilde Lai Dante, nel vol. II della Divi- 
na Gommedia in rameno, TeraLoue della signora 
Mabia p. Ohitio. — Craiova, Tipo-Utografia 
nationale Samitza, 1888. 

Da Tanisi a Tripoli di Barberia, Note di viaggio, 
nella Illastrazione italiana, Milaoo, Trevea, 1890. 

Istituzioni scolasHche in Turehia, pagg. 236. — Ro- 
ma, Stamperia dlplomatica e oonsolare, 1891. 

L' Italia e le Scuole armeno-cattoliche d^Oriente, eon 
appendice sul Seminario de' Cappuccini di Fi- 
lippopoli. — Roma, Tip. della Camera de' De- 
putati, 1892. 

Saggio di un Canzoniere anortimo della Bibltoleca 
Aleasandrina di Eoma (dal Cod. membr. 174). 
Edizione di 100 esemplari fuori commercio ; per 
le nozze d'argento Mancini-FieraQtoni, pagg. 
28. — Roma, Tip. italiana, 1893. 

Le Seaole italiane aWestero. Osservazioui e propo- 
ate, a propOEito della discuBsione buI Bilancio 
degli affari esteri, pagg. 30. — Roma, Tip. della 
Camera del Deputati, 1893 (Esaarito). 

Memorie e Scritti di Angela SantilU, con ritratto, 
prefazione e note, pagg, xzzTt-200. — Roma, 
Tip. coop., 1893. 

Da' Codid Mazzachelliani della Btblioteca Vaiiea- 
na. NeU'Archivio storico Campano, pagg. 32. — 
Caserta, 1894. 

Aneddoti di Storta, Bibliografia e Critica, pag. viu- 
218. — Catania, FranceBoo Q-alati, 1895. 



Died note di Storia e BibUografia, pagg. 32. — 
tania, Monaco e HoUica, 1896. 

Ricordi di Sieilia, I : Caltagtrone, pagg. 60. — 
tania, Gtiannotta, 1897 {Eaaarito). 

JUcordi di Sieilia, II: Randazzo, pagg. 152. — 
tania, Giannotta, 1897 (Esauriio.) 

Ricordi di Sieilia, III : Le Popolazioni dell'E 
pagg. 80. — Oatania, Qiannotta, 1899. 

Note di eritica drammatica, edizione di canto ee 
plan fnori commeroio per Nozze Lauricella-. 
cd, pagg. 64, — Catania, Galati, 1899. 

La Mezzaluna. Conferenza tenata a beneficio c 
Society Dante AUighieri nella Sala comu 
di Catania, con Appendioe: Stambulo/f-Cr 
— Citti di Castello, L^pi, 1899. 

Proverbi ealabro reggini, con note, osservazioi 
raffronti : 1° nella Seuola italiea, Kapoli, loV 
1874 ; 2" nel Oiomale napoletano di Filoso) 
Lettere, Napoli, Morano, 1880; 3° nella C 
bria, diretta dal prof. Luigi Brazzano, Mo 
leone di Calabria, 1897-98. 

Prefazioni varie alle pubblicazioni : 1' Bossi Id 
ToHU&so, Reggio: Chiesa metropotitana, E< 
Fallotta, 1335; 2° BiNDt Vihobszo, Arte e 
ria, Lanciano, Carabba, 1886 ; 3* Pallesohi ] 
FiLiPPO, Eehi dell'Anima, versi, Lanciano, 
rabba, 1891; 4* Sabbadiki prof. Eeuiqio, 
ria documentata delV University dt Catania 
aecolo XV. — Oatania, (Jalitola, 1898. 



— 152 — 
otizie storiche e deacrittive dell'Ateneo e del Pa- 
lazzo univeraitario di Catania, 1444-1886, con 
due inoisioni, Catania, Galati, 1900 (dall'^n- 
nuario delta B. Universitb), pagg. 32. 

Proverbi del Bandello. — Catania, Giaanotta, 1901, 
pagg. 216. 

neddolo dantesca con lettere di don Laigi Tosti « 
don Oaetano Bemardi (Per nozze Vadala Pa- 
pale-Terranova). — Catania, Galatola, 1901. 

icordi di Sicilia. Una festa del popolo, Nuova An- 
tologia. — Eoma, 1° dioembre 1901. 

icordi di Sicilia (Randazzo), 2* edizione, ooq ginn- 
te, correzioni, incisioni e note. — Citta di Ca- 
Btello, Lapi, 1902, pagg. 244. 

itteratura delVAteneo di Catania. Saggio di Bi- 
bliografia epeciale. — Catania, Galati, 1902. 
{DaXV Annuario delta R, UnicersitA), pagg. 40. 



INDICE 



Matelda 

Le Satire dt Qainto Settano (Ossenrazioiii oriticb 
Qnestioni dantoaohe (A propoiito di Cunizza), 
TTn oontributo di stoiia meridionale .... 
La Calabria in nno scritto del prof. LombruBo 
La cittii di Troina nelle recenti pnbblicazioni . 

ConfesBioni pedagogiohe 

AUt6 pubblicaeioni di Mario Mandalari. . . 



periodo medio-evale, debbono esaera grati al Mandalari di 
qaeato nuovo contributo di docameati e di atudi diploma- 




maMPB«!'«Mi**''>'^i'MM 



^PPWf^^-^ 



Prezzo: Lire 2,50 



t 



i>7vn PHOvw,v9;-\r, 



1)1X0 PROVBNZAL 



QUANDO FURONO SGRITTE LE SATIRE 

LODOVICO ADIMARI 



LICINIO CAPPELLI 



I. sub. Tip Cppelli. 



Varie monografie (alcuiie delle quali utilissime) app 
recentemeute iutorao ad uno o ad un altro satirico del 
cento fanno sperare non lontano il tempo ia oai p 
scrivorsi quel cotnpjuto lavoro sulla satira del secolo H 
ehe e ancora uq desiderio degli studiosi. 

Tuttavia, molto rimane da fare e alcuni del satirici 
secolo XVII {spesso nou indegni di studii speciali) s 
appena nominati di faga uei trattati di storia letteri 
Tale 6 il caso, per esempio, di Lodovico Adimari fio 
tino, del quale speriamo presto poter parlare a lung( 
UQO studio a lui dedicato. 

Inoltre, perchfe possa comprerdersi nella sua in 
essenza la satira (questo genere cosi caratteriBtioo del 
colo XVII) e necessarjo prima sgombrare il campc 
mille piccole e fastidiose difUcolta sopra tutto d'indole 
nologica. Infatti, come parlare fondatamoiite di dertvaz 
d' una satira da un' altra, d' imitazioui dirette ed indii 
di efQcacia subita quasi per forza e di plagio sfacciatt 
prima non cerchiamo di determinare la data di ciasi 
scrittura? 

Trattaadosi di coinponimenti satirici, la determinaz 
delle date pu6 essere agevolata da criterii interni (da 
o personaggi nientovati) ma piij spesso 6 resa dlMoile i 
false note tipografiche di tempo e di luogo. D' altra p 
il gran numero di copie a penna che delle satire del 
si trovano nelle biblioteohe fa credere che esse doves 
oorrere lungo tempo manoscritte prima che fosser 
alle stampe. Quindi una iiuova diEBcolta: un autore 
avere imitate un altro quantunque quest' ultimo stamp 
pill tardi 1' opera sua. 



logaa percid, fiuche & possibile, dotormiDare, oltre alia 
ii stampa la data di composiilone dell' opera. E ap- 
questo eerchererao di far noi in questo breve arti- 
er le satire di Lodovlco Adimari, s'iutende senz'aver 
tesa di dir Tultiina parola sutla questione c chlaman- 
brtunati se altri, svolgendo queste note, saprk feli- 
te risolvere il piccolo quesito. 

ma di tutto osserviamo che le satire dell' Adimari 
1 pubblicate dopo la morte dell' autore. Questi, nato 
poli nel 1(>44, moii a Firenze nel 1708. Delle satire 
no ti'e edizioiii, le prime due stampate con la falsa 
i Amsterdam (Roger) negli anni 1716 e 1764 (1), la 
jscita a Londra (Livornol nel 1788, coi tipi del Maai. 
le, supposto anche che sia vera la data della prima 
le, questa sarebbe posteriore di otto anni alia morte 
dimari. 

bbiamo pcrcii) rinnnziare ad avere un date qualun- 
air anno delta pubblicazione. E poich^ nessuno di 
hanno parlato dell' Adimari in lavori manoscritti o 
itl acocnna alia data di composizonc delle satire, e 
ario valerci di criterii interni per sciogUere la que- 

prima di esporre gli searsi dati che le satire stessc 
liscono, notiamo qualche indizio. 
ntre le opere giovanili dell' Adimari aono tutte spa- 
;gianti o tradotte dallo spa^uolo, qui abbiamo scritti 
tamente originali, 1' uao di un metro classico {la 
,) e ima forma cosi prettamente italiana che I'Acca- 

della Crusca pose queste satire fra i testi di lingua. 
> mutamento di maniera ci farebbe credere che Ic 

fossero scritte tiell' eta matura dell' autore. Agli ul- 
nni doll' Adimari fanno ponsaro anche altri indizii: 
fatto che in nessuna delle lettere e delle opere stam- 

manoseritte dcH'Adimari snteriori al 168.") si accenna 



CiRiHi (f Arcadia flat 161)0 al iSOO Roma. CuKgiani 1891, 
I. 4S2) dice che atiil>eilue quasta scorrettisaime edizioDi furi>u 
.ta in Italia. 



— 5 - 

alle satire: 2.**) il t6no che assume in queste ultime 1' au- 
tore (sotto il nome di Menippo^; tono di moralista severis- 
simo e di conoscitore d' ogni miseria uraana: 3.°) il carat- 
tere misogino delle satire che noi crediamo derivato dalle 
sventure coniugali deirAdimari (1). 

Tutti semplici indizii e nulla piu: rabbiamo gia detto. 
Ed ora veniamo alle pocbe prove che risnlt.iiio dall'esarae 
delle satire. 

SATIRA I. 
Contro r Adulazione. 

A pp. 19-20 (2) e scritto: 

Sdegno e vergt^a a gran ragion mi prende 

Allor che a' pregi di faDgose Rane 

Nobil cantor sul Ren la lira apprende (3). 
Chi desia d' eternar cose sovrane 

E vuol degna materia, eroico verso, 

Non favolose, adulatrici e vane, 
Offra lo stil piu risonaute e terso 

Al forte braccio del Caprara invitto, 

Memorando alio Scita, al Trace, al Perso. 
Narri ch* ei vinse in marzial conflitto 

L' oste che per sua gloria in Austria venae 

Dair estremo coufin d* Asia e d* F^gitto. 
Ch' egli a vol memorando alzo le penne, 

Se in gloria militar solo e primiero 

Fra i figlioli del Ren tai gradi ottenne. 



(1) Due delle satire sono contro le donne e anche nelle aitre tre le 
donne sono flagellate a saugue. Delle sventiire coniugali delT A. parle- 
remo a lungo nello studio a lui dedicato, in cui pubblicheremo curiosis- 
simi documenti riferentisi ad esse. 

(2) Ho dinanzi P edizioue del 1716: cito le pagine e uou i versi, per- 
ch6 essi non sono numerati n6 in questa n^ nelle seguenti edizioni. 

(3) Chi sono queste Rane ? Si tratta di donne del la nobile famiglia Ra- 
nuzzi di Bologna ? piii probabilmente 6 usata la parola Rane per ischer- 
no in senso di cantatrici fastidiose f Delia iniziale maiuscola non 6 a te- 
ner gran con to, perch^ ^ noto lo spreco di maiuscole che si faceva in 
quel tempo. 



El se piu doles oggetta o pur men fiero 

Cercaste a1 canto e il );eatil cuor t' iDTit 
Al TBEtoao neren d" un Tnlto arciero, 

FtAe oinai risooar 1' aria tranquilla 

Del ciel Dalio co' prejji oDile si' mostra 
L' adorn a Eleonora e la Camilla. 

Dite cbe I* una o 1' altra al niai^io mostra 
Col Yolto i flori, o con loll" opre puol« 





Pill 


Buperba di le 


6.r 


Tela nostra. 


yu 


Ddi. 


18 spiace a vo 


1 linger le gote 




Di r 


ossor g:eneros 


alia nioilesto 




Che 


son TJTe. preaenti 


e altrui ben aot«. 


Cod d^no applauao r 


nnuY 


ar piitreste 




D" antiche Donne 








Che 


in altre eU c 


on, 


jmina gloria aveaW 



Bologna, a cbe tacer le Calderiae (1), 

Oel ciel d' Intutiria e cominendar poi FrineT 

.bbiamo qui varii accenni importanti. II Caprara in- 
non e gih il generate Alberto Caprara, ma certamente 
fratello maggiore Enea Silvio del quale solo pu6 



Fra i Agliuoli del Reu tai gra<li ottenne, 

erche questl verauiente ebbe il grado tla nessun altro 
rnese raggiuiito di comandaiite supremo delle Iruppo 
'ee. E poielie ebbe questo grado iiel 1092 (2), possiamo 
lire che questa satira fu serltta dopo il 1692, meiitre 
'acccniio ad una graude battaglia cl couduceva o dopo 



Le due sorelle N'livella e Bettina C^ilderini, doltore^e di leggi uate 
agaa e iuaegnautl a Padova, fiorirouo nella priiii^ meU del sec. XIV. 
la fu luoglie di Giovanni Sangiorgi e morl a Padova nel 1325. Ac- 
ad essa il F*NTfixi fficritl. Holagn. VII, 307) e a Iiltte e due 
1 CesaBH ChOCe nel poeuietto La gloria delle Donne. (Bologna, B;- 
1590). Cfr. anolie: Carouna Bonafede, Cenni biografici e ritraiti 
ligni donne bolognesi. Bologna, tip. Sjssi, 1!^. pp. lGl-66. 
MURATDBi. Annali d' Italia ad annum. 



— 7 — 

il 1685 (Cassovia) o dopo il 1688 (Illock e Peterwara- 
dino). (1) 

Possiamo poi supporre un limite ad quern, fe proba- 
bile che Tautore scrivesse prima del 1697, anno in cui il 
Caprara, stanoo ed ammalato, abbandono la vita militare, 
oedendo il comando della guerra d* Ungheria al Principe 
Eugenio di Savoia i! quale con la sua immensa gloria 
oscur5 quella del predecessore. In ogni modo ci pare che 
dobbiamo risalire a una data anteriore al 1701, anno in 
cui mori il maresciallo Caprara. Infatti, quantunque qui 
non sia detto espressamente che il Caprara era vivente, 
par d' indovinarlo seguendo il ragionamento dell' Adimari. 
Egli si sdegna che i poeti profondano adulazioni intorno 
a vili soggetti (le adulazioni si fanno ai viventi, non ai 
morti). Poi, volgendosi agli adulatori, vuol mostrar loro 
che esistono soggetti degni di vera lode: cita quindi Eleo- 
nora e Cammilla {vive e pre^enti) e il Caprara. Poi, con 
r accenno a)le Calderine, dice che oltre ai vivi possono lo- 
darsi i morti che meritaron 1' aramirazione dei loro con- 
temporanei. 

Vediamo ora il secondo accenno: Eleonora e Cammilla. 
Si tratta di dame altrui hen note^ ci6 che per un moraento 
ci face pensare ad Eleonora imperatrice, ma chi sarebbe 
aUora la Cammilla messa con tanta disinvoltura accanto 
all'augusta donna? E poi qui da queir accenno al ciel na- 
tio e da quel subito confronto con le Calderine e evidente 
che si tratta di due dame bolognesi. 

Pensiarao piuttosto che si tratti delle due Caprara, Eleo- 

(1) Per la data della battaglia di Cassovia v, il Nouveau Dictionn, des 
sieges et hatailles m^morables par M. M. (Paris, 1809), t. II p. 93. Per la 
battaglia di Peter- Waradino v. Muratori op. cit. ad auQum. Questa e la 
battaglia di Sintzheim sono le principali delle 44 campa^ne fatte dal Ca- 
prara (non sempre con felice risultato) al servizio deirimperatore. E pro- 
babile si tratti di una delle due suddette, nel qual caso, con esempio non 
nuovo, r Adimari avrebbe chiamata Austria TUngheria: non si tratta 
certo di Sintzheim, poich^ questa citta 6 in Isvevia (oggi fa parte del 
granducato di Baden). Non abbiamo citato Neuhausel, V altra grande bat- 
taglia d*Ungheria, perch6 essa avvenne nello stesso anno di Cassovia 6 
quindi non ci fornisce alcun dato nuovo. 



nora (figlia del co. flirolamo Caprara e di Caterina Zam~ 
beccari) la quale 9pos6 il marchese lacopo Filippo Ama- 
dore Spada il 30 novembre 1690 (1) e Cammilla (del co. 
Francesco Carlo Caprara) moglie del marcheso Filippo 
Bentivoglio (1G88) (2) e poi del marchese Oiorjfio Marsigli. 
Cammilla era riipote del maresciallo (':iprara del quale Eleo- 
nora era lontana parente. 



(1) V. UHlHei.1.1. Croiiapa. LXV[I1. UUl. V. anclie I'upuaculo: Lacamna 
Celeite in mano d' Imeiira appiaiidilo dalle Mute mi fisiicUtimo Aooop- 
piamenfo degi'iU.mi signovi marchese Giacomo Filippo Ama^lore Spitda 
e marche»a Eieonix-a Caprara. In BulripQA, per I' eredo 'li Viltorio Be- 



ii, r„ii 



«.). 



(2) Adche (juesle mi-ae furoDn (luorate ila una raccolta di versii Gti Stra- 
tagemml d'Amorv. Componimenti per te None rlegll Itl.tni fiignor Conte 
Filippo lientifoglio e Contesia Camilla Caprara dedirati agti Spoai dal 
dotl. Paolo Pari. Iu Bnlugna, per ^W Ereili a'Aati.Dio Pisarri, (s. &.)■ 
in 4.° pp. 20 o.D. La iaXa ta furuiace 11 Litta (Fam. noh. Hal., Beatiio- 
^lio, tav. l\) La Camilla era Iwlliasima e nel cod. 1207 dalla Uoiversita- 
ria Ji Bulr^ua ai leppe un [rraaiuso madrigale per lei, IraBcrittomi d.il 
i;en till SSI mu d.r Bacchi del1:i Le;;u: 

Signora Camilla Renlioogli Caprara. 

Tu I' iitimapini Amore 

D' esser coi fuichi ardeiiti 

Dati> per ^uidator solo alle genti. 

T* ia^anui, eccone ud' altra 

Di te pill s^)>ia e scaltra 

Che con ginoero gielo [sic per ^eld] 

Per la via dell' honor ci guida al clelo. 

Ma non pare clie Ui gran belld fosHe con pudicisia untta come dlceva 
rAdimari, date queste parole del Litta (Op. cit, loc. cit.): .Nel 1700 Camilla 
era in Roma alia corte in qualitii di dama presan la llegina vedoca di 
P'doaia. 11 maresciallo Caprara suo zio dod voile che coatiuuasse ad oc- 
cupar quella carica. rileuendola troppo inferiore alia sua condizione, e 
fece partlrc da Roma la oipote. Sotto quell' apparenza era nascosto poi 
il vero motivo, ciod che il papa era talmente uauaeato de' bagordi com- 
mesai Delia di lei caaa, che ad ogni cjato voleva che fosse sfrattata da 
Roma unitamente ad Aoaa Ornsai Albergati compagna di Camilla Dello 
sfacciato libertinaggio. • Qitesta 6 1' unica donna-moilello per quel terri- 
bile misoginott Forse 6 un' adulazione; e in tal caso, quale adulazione pili 
bassa, in una satira scritta appunto contru gli adulatorif 



— 9 - 

Pur troppo la data di morte delle due dame presenti e 
vive quando TAdimari scriveva non ci porge nessun argo- 
mento, perch6 quando morisse Eleonora non sappiamo e 
Cammilla viveva ancora nel 1752 (1) quindi molti anni dopo 
la morte dell' Adimari. Certo per6 V Adimari scriveva pri- 
ma del 1706, anno in cui Eleonora, rimasta vedova, si 
fece monaca scalza in Bologna. Inoltre crediamo che scri- 
vesse dopo il 1690, quando cioe ambedue le dame erano 
maritate, perche, conoscendo le usanze del tempo, par- 
rebbe strano che V A., volendo onorare le pid fulgide bel- 
lezze dclla citta, si rivolgesse a due fanciuUe. 

Da tutti questi dati i quali ci fanno pensare al decen- 
nio 1690-1700 vediamo ora scaturii'e un nnovo indizio. Qui 
r Adimari non cita che adulatori bolognesi, glorie di Bolo- 
gna (il Caprara), belle donne di Bologna (le due dame), 
antichi personaggi bolognesi (le Calderine). 

Tutti questi accenni fan credere che T Adimari scri- 
vesse in Bologna (ipotesi confermata da quel presenti rife- 
rito alle due dame). Orbene, dopo che il poeta fu esiliato 
da Firenze nel 1685, riparo a Lucca donde non fu cacciato 
che nel 1687 (2) anno in cui si reco a Geneva: a Bologna 
lo troviamo sicuramente nel 1691 (3) e nel '93, ottenuta la 
grazia dal Gran Duca, I'Adimari tornava in Firenze d'onde 
non si mosse piu fino alia morte. 

Quindi questa satira fu scritta certamente negli anni 
16901700 e probabilmente nei due primi anni del de- 
cennio. 






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(1) In qudsto giorno ella fece testamento: (cfr. Frati. Bibliogr. holo^ 
gnese. Bologna, Zanichelli, 1889, vol. II, p. 1488). 

(2) V. la deliberaz. 9 nov. 1687 nel R. Archivio di Stato di Lucca, 
Magistrato dei Segretari, Deliberazioni, n. 33 (15), anni 1683-94, p. 40. 

(3) Infetti nel cod. I, 1106 (a G 5, 5) della Bibli-.teca Estense di Mo- 
dena si legge una Serenata a Filli scritta da Lodovico Adimari in Bolo- 
gna per i conti Calderini: « in occasione » (cos\ v'^ scritto) « della fiera d«l 
present* anno 1691. 



SATIRA n. 

Contro 1 vizll unlversali. 

satira non offre alcun dato croQologico sicuro. 
ra te graodi vergogue del tempo 6 considerata 
I questa, 

a Regolo de" Sirti il Popol cbiamo 

spettacol pompoao antra il teatro, 

soverchio dl lasto oga' altro si brame, 

grande sopracciglio auatero ed aCro 
irabiante aggiunga, e aspirl al Tosoo d* oro 
tii sul ilnrsi) portu rustico aratru. 

M riiiscis3,"> a trovare ehi fosse quest' uomo a 
forse potremmo aver qui uu dato cronologico. 
I poi, con verai non inolto chiari, I'A. sembra 
una grave carestia che v' era a Roma men- 
veva, ma diffieiie e stabilirne il tempo, perche 
in Roma durante i ponti6cati di Innocenzo XI 
ndro VIII oc no furon parecohie (1). 

SATIRA III. 

nntro 11 vizio della bugia e suoi seguacl- 

questa e molto utile per la nostra riceroa. Pare 
3 il ritorno dall' esilio dell' Adimari, perche la 
1 dialogo fra Menippo e la Verita) si avolge a 
escritti i mali e lo discordie di Firenze antioa, 
da altameute il governo del gran Cosmo. Que- 
lostrano soltauto chc la satira fu scritta qualche 
il 1670, anno in cui Cosimo III sail al trono: 
Ffrono un dato troppo vago e lontano (2). 



— 11 — 

SATIRA IV. 

Contro alcuni vizii delle donne e particolarmente 

contro le cantatrici. 

Qaesta satira finalmente'ci offre un limite ad quern ab- 
bastanza sicuro. A p. 159 V Autore, dopo aver detto che 
le stolide cantanti pretendono saper tutto e ciancian anche 
di politica, dice; 

Ella omai gid prevede in cbi cadranno 

D* Iberia i tanti Regui, e quai litigi 

L* Istro e la Senna a tal cagione avranno, 
Sa quai schiere, quai navi in sul Tamigi 

Quel Re disponga, e quai pensier noo meno 

Volga nella gran mente il gran Luigi. 

Dunqu© siamo ai preparativi della guerra di sacces- 
sione di Spagna. Questa satira non pu6 essere stata scritta 
dopo il 1701, quando la guerra era gia scoppiata e quindi 
non c'era piu nulla da prevedere^ ma o poco dopo la morte 
di Carlo 11 (1 nov. 1700) o anche poco ppima, perche la 
malferma salute di quel inonarca gia aveva fatto pensare 
alia succe«sione, sicche tutti i sovrani che aveano da spe- 
rare qualcosa s'erano affrettati ad armare gli eserciti. 



688i r A., dopo aver parlato delle vittorie ottenute dalla Bugia con Lu- 
tero, Galvino etc. dice: 

Ella il novello Impero ha in Tracia eretto 

Che al Roman fa grand* onibra e in esso uguaglia 
Bisanzio a Roma, a Pier Sergio e Meemetto. 

E gia parmi veder ch* aspra battaglia 

Muova da presso, e s' altri non s* oppone, 
Che da eretici campi Italia assaglia. 

Allude forse alia diflfusione in Italia delle dottrine dei Quietisti che 
tanto preoccupava la Corte Romana e gli Stati amici? (V. la relaz. di 
GmoLAMO Lando cit. pp. 410-11). a quale altro movimento protestantef 
forsa a qualche p«ricolo mussulmano? Noi non sapremmo rispondere. 



SATIRA V. 

Contro i vizii delle donne In universale. 

Da questa non ricaviamo che un dato quasi inBignifi- 
nte. A pug. 19'2, a proposito della letteratura frivola e<i 

ipia del secolo e scritto: 

II CrisliiDo ditl Segoeri istruito 

Piii d(!e piacer del follepgiar b1 lecchio 
Sul cnccialor liall" aqiiila rapito. 

Questi versi sono stati scritti evidentemonte dopo il 
86, anno in cui fu pubblicata la prima edizioiie dell'opera 
1 Segued: (1) dato importante solo in qiianto non con- 
iddico a quelli supposti parlando dolla satira I e quindi 
nferma I'opinione nostra che le satire sieno state coni- 
ste net decennio I690-I700 o tutt' al piil nei dodici anni 
mpresi fra il 168B (nel iiovembre dell' anno antecedentc, 
me abbiam visto, 1' Adimari non era ancora andato a 
ilogna) e il 1700. 

Himane ancora un f'atto da osservare. II limite ad quern 
to dalla satira IV sarebbo, come ogunu capisce, impor- 
itissimo se potesse dimostrarsi che la satira FV' fosse 
ita composta dopo tntto lo altre. Ebbene, noi crediamo 
■mamouto ehe sia cosl. Infatti, i' vero ehe nolle stampe 
)rdiiie delie satire e quale noi I'abbiamo dato, ma nei 
dici e assai diverso. Eceo in quale ordine sono disposte 
satire negli undiei codici da noi esaminati (awertendo che 
ritraddistiuguiamo ie satire con le lettore ABCDE corri- 
ondenti rispettis^amente alia 1.', 2.", H.', 4". e 5." delle 
impe) : 

Marucellianu C 240: 

MasUalierhinDO II. 1,7^: I > ■ir-nf 

Maglialiechiano 11. 1.7H. , '^"^"'^ 

OuarDaccJano ili Volterra 61!M. 

(1) II Crhliano ittniito lulla juu tegge, Ragionamenlo momle di 
OLO Skqneri. Fireoze, StaroperUi lii S. A. S., 1686. (Voll. 3. b 4"). 



— 18 — 

PalatiDO (Bibl. Naz. Centr. di Fireuze) 261: . 

PalatiDO-CappoDiano (Id.) 34: f Appr»Tx 

Laureoziano Ashburnhamiaiio 684: I aii.i>i5u 
Laureoziano Mediceo-Palatino 98: 

Magliabechiano II, 1,78: i 

Riccardiano 2938 ' AECB. 

G(xi. della Bibl. Pubblica di Lucca (collez. Moucke 1522) \ 

Dunque in quattro codici (alcuni dei quali possono esser 
derivati dalle edizioni) le satire sono disposte nello stesso 
ordine che hanno nelle stampe: ma in altri quattro la sa- 
tira O e coUocata nell' ultimo posto : in altri tre codici poi 
quella satira manca, il che fa credere che essa sia stata 
aggiunta piu tardi e che i tre codici che noi abbiamo 
citato per ultimi sieno i piu antichi. E si noti che T ordine 
AECBD dovette esser dato alle satire dallo stesso autore, 
come appare dal codice Palatino-Capponiano 34 (nel quale 
e appunto T ordine AECBD) che porta questa nota di pu- 
gno del canonico Vincenzo Capponi: « Queste [satire] fu- 
rono rivedute dal medesimo Autore, e donate dal mede- 
simo al Marchese Pier Capponi suo grande amico. » 

E come la satira contro le cantatrici sembra dunque 
essere stata scritta dopo le altre, cosi quella contro 1' adu- 
lazione (composta, come vedemmo, dopo il 1692), sembra 
essere stata scritta per prima, non solo dal fatto che in 
tutti i codici essa occupa invarrabilmente il primo posto, 
ma anche perche in essa V Autore dice piu volte che ora 
vuol cominciare a rotar la sferza della satira. Nota, oltre 
le prime tre terzine, queste che sono a p. 2 e che parlano 
abbastanza chiaramente: 

Ma se piu volte il dU son io costretto 

A seutir gli altrui versi o buoni o rei 

Per le pubbliche strade e dentro il tetto 
Giusto esser dee» poiche finor tacei 

Dtf gli altri ascoltator, che alcun s' appresti 

A soffrir la vilta de* carmi miei. 

Cosi puo dirsi che le satire deirAdimari, che certa- 
mente furono scritte fra il 1690 e il 1700, furono compo- 
ste probabilmente nello spazio di otto anni, fra il 1692 e 
il 1700. 



- 14 — 
tore pftzionte che oi ha seguito nella lunga ri- 
Temmo dimostrare che la nostra fatica intomo a 
ritture di uq autore quasi ignoto non e stata del 
tile. Questo speriamo di poter fare quando, par- 
Lodovico Adimari, studieremo la sua opera lette- 
ureremo le stranissime sue awenture. 



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RAFFAELLO GIUSTI, EDITORE 



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1900 



PREFAZIONE 



La novita dello studio che ora pubblico consiste 
nell'aver ricercato tntte o quasi tutte le forme di 
scritti privi di significato, con lo scopo di spiegare 
come avviene che gli uomini, volontariamente o 
involontariamente, prendano gusto a sragionare. 
Facendo uno studio generale, qualche volta ho do- 
vuto ripetere cose notissime, altre volte mi son valso 
di osservazioni meno conosciute, ma non nuove. In 
questo secondo caso ho citato gli autori ; nel primo 
non ho voluto imitare quel predicatore che esclamo : 
Tutti dobbiamo morire, dice s. Agostino. Dunque, 
siamo intesi, accanto alle osservazioni mie, acute od 
ottuse, ho posto osservazioni di altri. 

Non per superbia, nfe per vana gloria; per mia 
scusa, diro che alcuni miei saggi precedenti intomo 
a questo argomianto hanno avuto I'approvazione di 
persone autorevoli ; e percio sono stato incoi!ltggiato 
a ripresentarli piu ordinati e compiuti. Ora verra 
fuori qualcuno a dire che il mio studio non ha 



) della forma e contiene cose fritte e ri- 
e, anzi trite, — e la parola di moda. Da qual- 
tempo a questa parte alcuni criticonzoli, che 
imiottano mal amenta, i seguaci del metodo sto- 
, son proprio buffi. Prima affettavano im gran 
rezzo per lo scriver bene, ora si danno I'aria di 
;tori eleganti : rubacchiano qua e la alcune mo- 
se di periodi, ripetono certe frasi convenzionali 
IB il lenocinio della forma, aenza alexin acume 
! osservazioni parttcolari ; hitte cose di cut si 
m fare a meno; frasi che possono andare iasieme 
latino dei giornalisti : el de hoc satis, et nunc 
Hmitii, timeo Danaos) e poi si pavoneggiano e, 
ina rivista all'altra, si salutano. Uno dice: tn 
!\ con molto garbo; i'altro risponde: e tn con 
x) raoltiO, Alec samel, salam elec. Quando questi 
ci die avrebbero avuto molta digposizione a 
;par8i di forme da scarpe, fanno delle oeserva- 
i sulla forma letteraria, mi vien rabbia. Inyece 
h dolce la parola di quelli che, superior! a me 
utto, 88 dissentono, o riprendono, lo fiinno con 
tilezza e con bonta. Di questi ne conosco ancora 
■i, da compensarmi delle seccature, che mi danno 
altri. 

Bivedendo, dope molto tempo, queato sfogo piu 
prefazione, sento che sono necessarie alcune 
iunte. Prima di tutto devo ringraziare viva- 
te il mio buon maestro, dott. F, C. Pellegrini, 
non Bolo mi ha aiutato a correggere le Btampe, 
mi ha indicato alcuni errori, non di stampa, 



PREFAZIONB. VII 

cbe mi erano sfuggiti; e devo ringraziarlo tanto 
piu, in quanto alcune pagine di questo libretto con- 
tengono idee assolutamente contrarie alle sue. Egli 
riconoscera pero che io non ho scherzato sopra con- 
vinzioni che invidio e che rispetto. 

Da alcune osservazioni, che mi ha fatto il P., 
ho capito finalmente che era meglio, in tutti i caisi, 
apporre le indicazioni delle idee altrui e dei passi 
citati. Dove ho potuto, ho rimediato ; in pochi casi, 
avendo distrutto gli appunti che mi hanno servito 
nella compilazione del mio studio, qui dove sono, 
mi e stato impossibile ritrovare le opere consultate. 
Diro intanto qui che dei canti fanciulleschi i piu 
sono livomesi e presentano qualche varieta dal 
modo con cui sono riportati dal mio amico Gino Gal- 
letti nella sua Poesia popolare livornese (Livorno, 
R. Giusti, editore, 1896) ; VAi, hai e di Pordenone, 
Palla uno, palla due e del Sasso di Maremma, e li 
credo inediti. Quanto al resto, peccato confessato 
dovrebbe essere mezzo perdonato ; e poi a nessuno 
verra in mente che io mi sia inventato il francese 
del Courteline o qualche altro passo rimasto senza 
citazione. 

Conegliano, 22 febbraio 1900. 

PlETRO MiCHELI. 



^•-T»' 



Tutti ricordano il discorso, che Renzo ubriaco fa 
nell'osteria della Luna plena, Le frasi, ora languide 
e cascanti, ora subitamente energiche, sempre in- 
garbugliate ed oscure, descrivono col ritmo inge- 
gnoso tutte le mosse della persona che le proferisce. 
L'ultima parte di quella discorsa, dove il disordine 
h maggiore, & di un effetto insuperabile: ^ Rispondi 
dunque, oste: e Ferrer, che 6 il meglio di tutti, h mai 
venuto qui a fare un brindisi, e a spendere un becco 
d'un quattrino? E quel cane assassino di don.... Sto 
zitto, perchd sono in cervello anche troppo. Ferrer e 
il padre Crrr... so io, sono due galantuomini. I vecchi 
peggio dei giovani ; e i giovani... peggio ancora dei 
vecchi. Per5 son contento che non si sia fatto sangue: 
oib5; barbarie da lasciarle fare al boia. Pane; oh que- 
sto si. Ne ho ricevuti degli urtoni; ma... ne ho. anche 
dati. Largo! abbondanza! viva!... Eppure, anche Ferrer 
qualche parola in latino... sies baraos trappolorum,.., 
Maledetto vizio ! Viva! giustizia! pane! Ah, ecco le 
parole giuste!... Li ci volevano quei galantuomini... 
quando scappb fuori quel maledetto ton ton ton, e 
poi ancora ton ton ton. Non si sarebbe fuggiti, ve' 

MiOHiLi, LstUratura cA« non ha 8§nso — 1 




LKTTBBATITHA OHE HOK BA SBNSO. 

illora. Tenerlo 11 quel signor curato.... So io a chi 
lenao «. Prima di questo discorso il Manzoni awerte: 
N'oi riferiamo Boltanto alcune delle mottissime pa- 
ole che (R«Dzo) mand6 foori, in quella sci^urata 
«ra, le molte piii che tralasciamo, disdirebbero 
roppo; perchfe non solo non hanno Benao, ma non 
anno vista di averlo: condizione necessaria in un 
ibro stampato ,. Ebbene: questa 6 una delle pochie- 
ime votte in cui il Manzoni ha torto. 

Questa aaserzione erronea k afuggita al Manzoni, 
)erch^ la letteratura senza eenso b una di quelle cose, 
ihe si banDO continuamente sott'occhio, e non si cre- 
lono degne di osservazione. Ognuoo ha letto qualche 
icritto assolutamente privo di senso, e lo avrk giu- 
licato un capriccio o una pazzia individuale; ognuno 
la sentito fare qualche discorso, in cui le parole erano 
iccozzate senza nesso logico, e lo avra creduto una 
>izzarns speciale di un burlone. Ma pensando un po' 
lopra a questi scberzi, k facile accorgersi che sono 
li ogni tempo e di ogni luogo. 

Si pu6 dire che a tutti i generi letterari sono 
ittaccate, come ombre, corrispondenti forme prive 
li significato: puri accozzi di vocaboU o di frasi che 
imulano, in prosa o in versi, I'andamento, le pause 
I la concitazione di periodi ben torniti, e di rsgio- 
lamenti filati. 

£ curioso poi, cbe, con queste filaetrocche, si 
ittengano effetti, non solo umoristici, ma anche seri 
i commoventt. 

E piij curioso parra che se ne siano compiaciuti 
lomini come Goethe e Rabelais, per citare i due 



Anzi il parlare senza senso, oltre essere state 
■iprodotto daU'arte, 6 state preso in considerazione 






LETTSBATURA OHB NON HA SBNSO. 8 

dalla filosofia e dalla fisiologia. Lo hanno notato 
Montaigne, Cardano, Leibnitz, Voltaire e in ultimo 
lo ha preso come punto di partenza, per studiare il 
pensiero simbolico, L. Dugas. O Ma questi scrittori, 
e il Dugas specialmente, hanno sfiorato appena il 
puro non senso e si sono fermati sul linguaggio che 
Simula I'apparenza del pensiero, per arriyare a un 
fatto psicologico normale. Ne hanno parlato anche 
il Lombroso, il Nordau e Mario Pilo. II Lombroso si 
d occupato di certe tiritere, che non hanno assoluta- 
mente nessun significato e che provengono da un per- 
turbamento mentale, che trova la sua manifestazione 
ultima nella delinquenza e nella pazzia. II Nordau ha 
considerate certe forme particolari di questa lettera- 
tura, per stabilire una critica con fondamento di 
fisiologia e di patologia, e per dedume una degene- 
razione, non si sa se totale o parziale, della Francia 
o di tutta r Europa, delle classi elevate o di tutto il 
popolo. Mario Pilo se ne ^ valso per esporre una sua 
geniale teoria intomo alia musica delFawenire. (*) 
II Dugas, che ha studiato piii a fondo questo 
argomento, dice che la cicaleria assoluta ^ rara e 
quasi impossibile. (') Invece 6 diflfusissima, e io mi 
propongo di vedere, in quanto essa 6 riprodotta dal- 
Tarte, quali eflfetti pub produrre e perchd. 



(1) L. DvoAS, Irtf PaittacittM et la ptnsd§ ajftnboliqM. Paris, F^lix ▲!• 
eaa, 1890. 

(*) Muiiea $enza —hbo € ftnto 3«n»a mugica. * Seena illaatr. „ a. XXXHI, 
oum. 6. 

(8) L. Du&AS, op. oit., pag. 22. 



) &asi, che mo- 
snto, che banno 
on banno signi- 
to e confuso. E 
che ad una let- 
ma lingua dello 

ate, che U lin- 
itivi, e che poi 
care idee nuove, 

;ro essere tanto 
. Invece, le ono- 

8^ un incoQve- 
non richiamano 
lo che Togliono 
rit6. Mentre al- 
ati per aasocia- 
i indicare cose 
• di ripeteme il 

origine a molti 
variazioni. 
esto fatto anche 

dei barbari. II 
e : " Vi ha nelle 
i, che generano 
,ggio e la sepa- 
idiani, uomini o 
I che godano a 
elle nuove pro- 



^^■^^ i_LLf, J- . ■ J ij 1 1 ij^ I ^ui>-T!Tg-: gigsi^i-isig:— -,^j: \'iiiu^ r 



LBTTERATURA CHE KON HA 8BNS0. 5 

nunzie. Diverte molto il vedere come tutta la riu- 
nione si sganascia dalle risa, quando il buffone della 
brigata trova qualche nuovo tennine di gergo: e 
queste nuove parole per lo piii restano. 

'^ La stessa cosa si osserva identicamente nelle 
nostre cittk. Una parola piacevole, un rawicinamento 
di suono e di senso h preso a volo, ripetuto, e si 
perpetua. II gergo sarebbe utilissimo a studiarsi sotto 
questo rapporto „. 

Citerb alcuni esempi di ci5 che awiene tra noi. 
Per Talterazione volontaria delle parole riferirb 
quella che ho sentito di recente nel ritomello di una 
canzone popolare. II ritomello dice: 

E pare ^ bello il dondolar, dondolar. 

e alcuni cantano: 

E pure ^ bello il dondoUr, dondolar. 

II case di significati diversi dati ad una parola, 
per il gusto di ripeterne il suono, 6 cos\ comune, che 
c'^ da scegliere, finchd si vuole. lo ho conosciuto un 
tale per cui tutte le persone e le cose erano tra- 
biccoli e trabiccolai. Un mio compagno di studi gin- 
nasiali era state tanto colpito dalla parola Brundu- 
sium, che la ripeteva ogni memento, e in qualunque 
occasione. E son sicuro che, anche oggi, dope tanti 
anni, se cestui m' incontrasse e mi riconoscesse, 
condenserebbe tutti i ricordi di quel tempo nella 
parola che gli sonava tanto bene aU'orecchio, e mi 
saluterebbe dicendomi: — Oh! che fai? Bnindusium! — 
Tutti hanno osservato Tuso e Tabuso che si fa dal 
popolo della parola tranvai. Una donna grassa d un 
tranvai, una poco di buono un tranvai, un abito mal 
fatto, un impiccio, un ragazzo noioso e tante e tante 



LBTtBBAT0BA OHB HON ( 



altre cose sono tranvai. Quando il compiacimeuto della 
ripetizione Snisce, e il vocabolo non cessa di af- 
facciarsi alia mente, si ha Tosaessione deecritta da 
Edgardo Poe. AUora la parola, prima ripetuta coo 
piacere, ritoma da ab con inaiBtenza increscioaa : 
perdd il suo valore, il euono, e rooza sella testa con 
un bruslo confuso. Nello steeso modo un oggetto guar- 
dato lungamente, all'occhio dell'osservatore ostinato, 
perde a poco a poco la forma e diventa un punto 
rawolto in una nebbia tremula. 

£ noD solo una parola semplice, ma spesso una 
frafie intera, cplpisce o per la disposizione annonica 
delle parole, o per la intensita del sentimento, e si 
ripete, in molte occasion!, senza necessity. Mi spiego 
con tin eaempio. Ai bei tempi di Pisa, quando fre- 
quentavo il Catf^ deU'Amo, io e un mio compagno, 
giocando a domino, si ripeteva spesso questa frase: 
■ Si contenta, padron mio, che un povero monat- 
tuccio metta il doppio sei (o il doppio due, o quel 
cbe era)? , Perchfe le prime parole di questa frase 
sono dette da un monatto, nei Promeasi Sposi, con 
aignificato di scherno, noi le ripetevamo in un'occa- 
sione in cui non avevano piii nulla che fare. 

Alle stranezze di chi parla si aggiungono quelle 
di chi sta a sentire. Una parola sola, quaiche volta, 
pu6 richiamare tutta una serie di idee, come il suono 
di una musica, e il profumo di un fiore. Chi conoece 
il segreto di quella parola, a& precisamente che effetto 
ae ne pub trarre, pronunziandola. 

Si racconta che un bell'umore, in certa ricorrenza 
patriottica, disse ad alcuni amici : " Volete vedere 
che mi fo applaudire senza dif niente? „ Era in un 
palco di non so qual teatro ; il teatro pieno, stivato. 
Egli, peraona conosciuta, s'atza e fa cenno con la 



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LETTBRATURA CHB NON HA SBNSO. 7 

mano: i rumori diminuiscono e terminano in un silen- 
zio commovente. AUora incomincia a dire : ** Gittadini 
della forte.... „ (Applausi). Poi muove la bocca senza 
parlare; a mille persone batte il cuore, aspettando 
a momento di battere le mani. Dopo qualche tempo, 
picchiando il pugno sul davanzale del palco, I'oratore 
esclama: " i grandi ideali della patria , (Applausi). 
Seguita a fare movimenti rapidi e concitati con la 
bocca, come se ne uscisse un torrente di parole ap- 
passionato poi, stendendo il braccio, grida: " Prin- 
cipali fattori deiritalica indipendenza „ e non dice 
altro, ma fa molti gesti, finch^ raccogliendo tutte le 
sue forze esclama: " Tawenire del progresso e della 
civiltk „ (Applausi fragorosi, frenetici). 

Nd, in questi casi, h assolutamente necessario 
che gli uditori si rendano conto di quelle parole che 
arrivano a sentire. Quanti si dicono monarchici, re- 
pubblicani, socialisti, anarchici senza sapere che cosa 
sia socialismo, monarchia, anarchia, repubblica! E 
quanti per questi nomi ammazzano o si fanno am- 
mazzare. 

AUora si ha il feticismo della parola. Ripetendo 
o ascoltando i modi di dire degli altri, si crede di 
appropriarsene il pensiero e il sentimento. Questo 
feticismo h manifesto negli scongiuri magici e nelle 
formule per guarire le malattie. 

Sunt verba et voces quibus hunc lenire dolorem 
Possis. (*) 

II che io credo sia avvenuto in questo mode. In 
principio chi curava il malato o medicava il ferito 
era qualcuno della famiglia, il padre, la madre, un 



(1) Orazio, eitato da L. Duoab, op. cit., pag. 8. 



iii 



LETTBBATDItA C 



congiiinto proBsimo, che, nella sua dieperazioDe, emet' 
teva gemiti e gridi, e poi anche innakava pregtuere, 
&ceva scoDgiuri e voti. It Bentimento di dolore e il 
desiderio deU'animo trovavano uno sfogo Delia pa- 
rola. Foi quelle fonnule, che racchiuaero meglioqoeeti 
seDtimenti, pasearono di bocca Id bocca e furono 
ripetute come i proverbi; infine quando alcuni, per 
la loro pratica maggiore o per speciaJi attitudini 
presero cura dei malati o dei feriti, ripeterono quelle 
formule senza che ormai esprimessero pid il loro do- 
lore il loro desiderio, ma come ee esse, per una 
loro forza nascosta, contribuisBero a guarire il male. 

Cosi anche nella religione, quando sparisce lo 
spirito religioso rimane il culto, le pratiche perdono 
il toro significato e si materializzano, la preghiera 
diveuta una cosa meccanica, il culto una cerimonia, 
le formule una specie di cabalismo in cui le parole 
operano, non piii, come prima, per il significato, ma 
per il suono. (*) 

La fiducia nelle parole, non intese, fa si che il 
popolo non trova strano I'ascoltare la Messa, di cui 
non capisce nulla, e il recitare le preghiere latine, 
che egli non ea quello che significhino, e che, pas- 
sate per la sua bocca, non significano piii niente. Per 
vedere come il popolo intende le parole latine, legga 
chi vuole nel Sacchetti la novella in cui si parla di 
Bonna Bisodia (venuta fuori dal da nobis h/tdie del 
Pater noster) e pensi a queste etimologie popolan. 
Da Arfaxad h venuto arfasafto, da lux perpetua, la 
uperpetua. E a Livomo ho aentito dire: ' mi pai Te- 
nenosse che lo misero in du' casse „, Era la tradu- 
zione di et tie nos tnducas. 

(1) Partla di E. Benin in L, Ditbib, op. cit., pag. 13. 



tutta assorta nel motnento presente; vede il suo 
ambino Delia cuUa o sulle braccia e Don pensa al 
ituro o al passato; rapita in una dolce eatasi, come 
e quelle labbra freeche, quelle gotine di rosa e quegli 
cchietti, che 8orridono, confondendo la mamma vera 
OD quella dei sogni, siano state e debbano essere 
smpre in quel mode, la madre canta la sua nenia, 
1 cui una parola segue I'altra, cod la sola cura di 
on iuterrompere il ritmo. 

La madre crea intonio al bambino uD'atmoefera 
i sogni, dove le immagini si succedono per asso- 
iazione di suodo piu che d'idea, finchfe il bimbo si 
ddormeota e la madre lo guarda teneramente sor- 
idendo. Allora cbe cosa ^ il passato? cbe cosa e 
awenire? che cosa 6 il mondo? Tutto per la mamma 

coDcentrato in quella piccola creaturina dormente, 

il suo cuore 6 invaso da una dolcezza che non la- 
cia campo al peneiero. Piu tardi, quando, discesa dal 
aradiso, ritorna atle sue occupazioni, o quando il 
imbo figambetta, ciarla e ride e ha &k sviluppato 

genne del piccolo uomo, piii tardi la madre pen- 
ary atl'avvenire; era ogni pensiero sarebbe quasi 
na profanaziooe. 

Per questo te niuDe-nanne popolari sodo coA 
erenamente incuranti del concetto. Che importa il 
oncetto? II suono della voce materua irradia di una 
ice luminosa di affetto ogni parola di quel balbettio 
onfuso; il sentimento interno riscalda e awiva ogni 
spressione. come il sole al tramonto fa sembrare 
gni cosa d'oro. 

Chi crede di poter significare I'affetto di una 
ladre con le sottigliezze del pensiero, sbagtia, per 
OD dire di peggio. I noti versi del B. Giovanni Domi- 



LBTTBRATUBA OHB NON HA 8ENS0. 11 

nici riproducono tutta Testasi matema con una 
frase semplice riboccante di sentimento: 

Quando an poco talora il di dormiva 
E ta destar volendo il paradiso, 
Pian piano andavi, che non ti sentiva, 
E la tua bocca ponevi al suo viso; 
E poi dicey a con materno riso: 
Non dormir piti, che ti sarebbe rio. 

Invece Timitazione del Giusti con tutta la sua 
scorreria nel futuro 5 fredda ed accademica: 

/' Teco vegliar m'ft caro 

Gioir, pianger con te: beata e para 
Si fa Tanima mia di cura in cara, 
In ogni pena un nuovo affetto imparo. 

Anche le cantilene, con cui si trastullano i bimbi 
per quietarli o per divertirli, non hanno piii senso 
delle ninne-nanne: 

Staccia, buratta, 

Martino della gatta. 

La gatta va al mulino 

Per fare un covaccino 

Coll'olio, col sale, 

Col piscio del cane. 

Battalo giu che va nel mare. 



III. 



Ogni impressione di gioia, in quasi tutti gli ani- 
mali, h accompagnata da movimento e da emissione 
di voce. 

I cani, quando si rincorrono festosamente e sal- 
tellano fra di loro o quando vanno incontro al pa- 
drone e gli balzano addosso, dimenando la coda, e 
fuggono, ritomano e si fermano, col dorso arcuato, 



Lori Btese a terra e la testa sollevata, 
icoDo, abbaiano. II cavallo libero nelle 
la criniera, alza la testa e nitrisce ; 
iria b' inseguono COB fischi acuti. An- 
>nde I'esuberanza della contentezza 
e gridi. 

ifestazioni di gioia comune ad una 
omini, i movimenti di esultanza pre- 
dine, per amor di siiumetria, e perch^ 
in impacciaBse I'altro. Quindi i saltd 
na signiScazione di piacere, Eii disci- 
illo ; e presero un ritmo determinato 
cbe il ballo accompagnarono. Quei 
'ottero esBere un accozzo di Billabe, 
ion si aveva il senso, ma neppur la 
no essere tutti come alcuni ritornelli 
teraUera tra la la la, oilA, ecc.) Alle 
gridi poi succedettero le parole e si 
mi a ballo. 

) al bel sole di maggio gli uomini e 
i ballavano e cantavano, i bimbi che 
fevano sentirsi traacinare da quel- 
iena e comunicativa, e anch'essi, per 
) alia vivacita addensata nei piccoli 
1 prendersi per mano e rotando in- 
)cchietti luccicanti, coi riccioli biondi 
rono fuggire per la prima volta dalle 
10 di questi canti: 

iro, giro tonilo, 

n pane Botto il foroo; 

n mazzo di viole, 

a d'& per chi ne ruole, 

} vuole la Sandrina. 

»3chi in terra la piti piccina. 



LBTTSRATUBA CHB HON HA 8SNB0. 13 

Insomma, quest! canti, imitazione fanciuUesca 
delle canzoni a ballo ci riportano a ci5 che esse 
dovettero essere in principio. E, come il ballo, qua- 
lunque giuoco di ragazzi & accompagnato da grid! e 
da canti, nei quali tra una frase e un'altra che hanno 
un po' di sense, c'h un buon numero di parole che sono 
un pretesto per gorgheggiare. Co(d nei seguenti versi, 
che i ragazzi cantano, mentre nascondono una palla, 
che uno di essi deve andare a cercare: 

Palla uno, 

Palla due, ecc. 

Palla nove. 

lo me lo cingo il caore 

E io me lo ricingo, 

lo tocco terra, 

10 terra la ritocco. 
Qaesta palla deU'occo 
Dell'occo e dell'occhino 
La voglio andare 

A rimpiattare 

In on bnchino; 

Babbo di stoppa 

E mamma di lino. 

Sette cervelli 

Senza on quattrino. 

Uno a me, 

Uno a te, 

Uno al compare, 

Uno alia com are, 

Chi vnole qaesta palla 

La vada a cercare. 

Pecorine, pecorelle: 

Cento pecore di Ik alle pianelle. 

Pecorina e pecorone 

Cento pecore di \k al Pavone. 

Polenta dolce, 

Polenta gialla, 

11 prete ride e la serva balla. 
n prete fa le conche 




LITTBII1TI7RA ORB NOR HA SBMSO. 

E 1» aervft gliele rompe. 

II prete le rifa 

E U B«rva le loBcia eU. 

Uno due e tte: 

Una guardare e Dun redi. 

el reato, il gusto di accompagnare alcuni pas- 
pi con fraai, che non dicono nulla rimaoe aache 
omini, come si pu6 vedere nei giuochi di sala, 
ii dicono certe parole che poBsono stare benis- 
iccanto a Palla vno, paUa due. Per esempio, 
<: ' Biribl, chi fu? — Tre gatti! — Biribi , 

Icune di quelle filaBtrocche servono ai ragazzi 
re certi loro conti, e le parole, una dietro I'altra, 

valors di numeri progressiri. Gli uomini in 
^uocbi, dove la Borte deve decidere della scelta 
mpagni, fanno il tocco; i ragazzi, per i quali 
:o sarebbe una cosa compticata, hanno un suc- 
io molto piii semplice. Si mettono in cerchio 

di loro, accennando un compagno ad ogni 
, dice con molta velocitk : 

Ai, bai 
Tu mi sUi; 
Sie, bi«, 
Compagnie ; 

Tico, taco, 
Eh! buff. 



Pero, raelo, 

Dimroi il vero: 

Qnale 6 atata U bagia? 

Sorti fuori, 

Ladro, becco, apia. 



LBTTKBATUBA OHB NON HA SBNSO. 15 



IV. 



Una gran parte della letteratura popolare b for- 
mata di malintesi, di sottintesi, di doppi sened, di con- 
trosensi e di non send. Anche le novelle e le fiabe, 
per i fatti e per i personaggi, se non per la dispo- 
sizione delle frasi, si possono considerare apparte- 
nenti alia categoria delle poesie analizzate finora. 

A questo proposito mi pare che venga naturale 
la confutazione di un passo conosciutissimo di Orazio. 

Dice Orazio, nel latino che tutti conoscono: 

Haroano capiti cenricem pictor equinam 
Jangere si velit, et varias indacere plumas, 
Undiqae collatis membris, at turpiter atrnm 
Desinat in piscem mulier formosa sapeme; 
Spectatam admissi risum teneatis, amici ? (^) 

Chi sa? Se la tradizione e la fantasia di un poeta 
avessero attribuito a questo mostro una qualita ma- 
lefica una forza sovrumana, se il volto della donna 
spirasse terrore, o nella bellezza avesse qualche cosa 
di perfido e di fraudolento, forse nessuno riderebbe. 
Leonardo da Vinci, una volta, ebbe il capriccio di di- 
pingere un animale, che aveva le membra di tanti 
rettili accozzate insieme e che sbuflfava fuoco dalle 



(M Se ad un pittor ▼enisse mai talenio 

D'inneatar, per capricdo, a capo umano 
Cavallina cervice, e varie penne 
▲dattar procurasse a membra inaieme 
Qainei e quindi accozzate. oude una vaga 
Donzelletta &1 di aopra, in sozzo peace 
Facease terminar; ditemi: ammessi 
A apettacolo ta), sapreate, amici, 
Le riaa trattener? 

(Traduzione di P. Mbtastasio). 



« 



^♦1 



ici. Terminata I'opera e dispostala sotto una luce 
iveniente, il pittore fece venire suo padre nello 
dio, e il buon uomo, vedendo quel mostro, non rise, 

si tirb indietro spaventato. E ai fece avanti sol- 
to quando il figliuolo, sorridendo, gli disse: ' Que- 
^ quell'efFetto che dall'arte ai aapetta ,. (') Tutti i 
atri della mitologia (Encelado, Brioreo, i Ciclopi, 
^rpie, I'Idra di Leraa, le Sirese, Proteo, le Sdngi) 
1 facevano ridere nfe dipinti, n6 scolpiti, n6 can- 
L in versi. 

Perch^ poBsa soprawenire il riso, b neceesario 
I a queste fantasie deformi non sia congiimta nes- 
a idea di dolore, di terrors, oppure bisogna che 
10 eseguite goffamente. 

La pid bella prova del torto di Orazio b che 
J mitologia ha i euoi mostri. I quali, in certo modo, 
o simili alle poesie che ho citato sopra. In quelle, 
i-asi aono mesae I'una dietro I'altra senza nesso, 
juesti, aono appiccicate fautasticamente le mem- 

di animali differentissimi. 

Volendo ricercare in che modo si aono formati 
lati moatri favoloai, si trova che devouo esaere 
ti prodotti dalle immagini diverse consociate nei 
:ni, da allucinazioni, da errori della vista, da im- 
iwiae aomiglianze, balenate all'occhio e al pen- 
:o: aomiglianze e allucinazioni della ateaaa natura 
quelle che hanno dato origine alle creazioni fan- 
tiche pure e aerene. 

Leonardo da Vinci, per esempio, trovava, nel 
zzo dell'onda, un'affiuit^ col aorriao della donna. 

altri questa affinita 6 apparsa nella grazia delle 
ie e in quel sussulti trepidi, che paiono palpiti di 



LETTBBATURA CHE NON HA 8BNS0. 17 

seni femminili. Percib, qualche volta, sulla curva vo- 
luttuosa e limpida dell'onda, par di vedere trasparire, 
a un tratto, il braccio o il fianco di una Naiade che 
si dilegua, e Tacqua ne rimane tutta animata; e, 
qualche volta, sul viso della donna passa un raggio 
indefinibile, che pare disperda Tinvolucro corporeo 
e faccia scorgere Tanima, nel fondo degli occhi, di- 
venuti trasparenti come Tacqua chiara. Queste affi- 
nita rapide, fulminee, per la insufficienza del lin- 
guaggio primitivo a renderne la natura eterea, per 
gli errori e i malintesi dell'etk successive, assunsero 
forma plastica e divennero esseri mitici. I quali dalla 
parola passarono nelle arti figurative. Ma quando 
I'artista (pittore o scultore) non 6 puramente sen- 
sibile alle forme esteme della linea e del colore, e 
con occhio di poeta penetra quelle remote af&nitk, 
crea egli stesso il mito. 

Cosi, nel quadro Uarcobcdmo e Vonda di un pit- 
tore inglese, tra i colori dell'arcobaleno che si ap- 
poggia sull'onda mossa, ^ rappresentato un essere i 

soprannaturale che bacia una Ninfa. La creatura \ 

celeste si regge capovolta suUe ali sfumanti nei va- \ 

pori deiriride, e la Ninfa, di cui la persona si confonde •' 

nelle linee dell'acqua, oflfre, con desiderio, la bocca 
appena emergente, al bacio di amore. Ma la pittura j^ 

e la scultura non possono evitare la materiality e \ 

sono inferiori alia poesia, che, ora, in virtii della 
pieghevolezza acquistata dalla parola nelle mani di 
artefici sapienti, pu5 rendere la momentanea illusione 
ed il successive ritomo alia realtk, con I'animo ancora 
vibrante per la gioia del sogno fugace. Ci5 ha fatto 
il Pascoli in questo sonetto maraviglioso : 

vecchio bosco pieno di albatrelli, 
che sai di funghi e spiri la malia, 

KiOHiLi, LetUratura ehe non ha temo — 2 



f 



II 

I 



LXTTIBAtDBA 



n ta TiTono i Utam ridtrelli 
ih'haimo le sussamnti aure in balia; 
'ivfl ta Dinfa, e i paaai lenti apia, 
lionda tra le interrotto ombre i capelli. 
>i ninfe albaggia in mezzo a ia ramaglia 
•I e\ or 00, che se i1 desio le vinca, 
'occhio alcuna ne attiogo e il aol le bacia. 

)ilegaano; e par viva i U boscaglia, 
'iva eempre ne' fior de la pervinca 
< ne ]e grandi cloccbe de racacia. 

uomini primitivi, invece, credettero all© im- 
lelle allucinazioni come a cose reali e crea- 
Ninfe, i Fauci, i mostri favolosi. Indi i 
fantastici delle novelle popolari, che si 
nei popoli occidentali daH'Oriente : indi la 
di quelle pitture in cui da un fiore sboccia 
DO ridente o da un albero si svolge una 

donna bellisBima. 
lagini insensate, ma non ridicole, finchg I'arte 
lurre quegli effetti che ai aspettano da lei. 



Bono mai mancati in nessun tempo uomini, 
10 avuto il gusto di divertirsi, facendo di- 
ivi di senso ai poveri di spirito, che lor ca- 
tra i piedi. Cera, a Livorno, un vinaio che, 
;e, dopo pranzo, nell'ora che le vie deila 
.0 ombrose e dal mare viene una brezza pia- 
3 ne stava seduto, davanti alia porta, a go- 
itamente il fresco. Quando passava qualche 



LBTTBRATURA CHB NOH BA SBHSO. 19 

povero di&volo, che gli si awicinava titubante, do- 
mandandogU : ' Scusi, mi saprebbe dire dove b la 
via taleP „, il vinaio si alzava, si levava la pipa di 
bocca e faceva nn diacorsetto di questo genere: 
' Guardi, lei va a diritto, poi volta a deetra, poi a 
sinistra, dove trova tm venditors di lumi da incenso, 
allora va piii in 1^, dove ci sono dei monticelli d'acqua, 
passati i monticelli, a sinistra, c'^ una strada; lei 
domanda: E questa la via tale? Qli risponderanno 
di si a- II piii delle volte il povero diavolo, sbalor- 
dito, r^pondeva: " Grazie „. 

Quell'oste doveva essere un diecendente di Maso 
del Saggio o di frate Cipolla di cui la predica ai 
contadini di Certaldo 6 una meraviglia: ' Signori e 
donne — diceva il frate — voi dovete sapere che, 
essendo io ancora molto giovane, io fui mandate dal 
mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, 
e fununi commesso, con espresso comandamento, che 
io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Por- 
cellana, li quali, ancora che a bollar niente costas- 
sero, molto piii utili aono ad altrui che a noi. Per la 
qual eoaa messomi io per canunino, di Vinegia par- 
tendomi, e andandomene per Io borgo de' Oreci, e di 
quindi per Io reame del Garbo, cavalcando, e per Bal- 
dacca, pervenni in Parione, d'onde, non senza sete, 
dopo alquanto pervenni in Sardigna.... (*) E quivi 
trovai il venerahile padre measer 



C) AgerSBce lapor* * qDMl> ducrlilon 
CipolU li piradsTi slaoiio del suol gcaul udit 
qui win tatti di itrkdt a luaghi dl Firenie. Cc 



LBTTBRATC& k G 



voi piace, degnissimo patriarca di Jerusalem. II quale 
per reverenzia che porto dello abito che io ho sempre 
portato, del baron messer Santo Antonio, voile che 
io Tedessi iutte le sante reliquie' le quali egU ap- 
presso di s^ aveva; e fiiron tante, che se io ve le 
volessi tutte contare, non ne verrei a capo in pa- 
recchi miglia.... Sgli primieramente mi mostrd il dito 
dello Spirito Santo cosi intero e saldo, come fii mai, 
et il ciuffetto del Serafino che apparve a San Fran- 
cesco, et una dell'unghie de' cherubini ; et una delle 
coste del verbimi caro fatti alle fineatre, e de' vesiti- 
menti della Santa Fk cattolica, et alquanti de' raggi 
della Stella che apparve a' tre Magi in Oriente; et 
una ampolla del sudore di San Michele quando com- 
batt^ col diavolo, e la mascella della morte di San 
Lazzaro et altre ,, 

I contadini, che aentivano questa girandola di 
parole, dovevano reetare intontiti e a bocca aperta; 
fbrse alcimo dormiva o diceva 11 rosario, e Irate Ci- 
polla allegro e imperterrito proseguiva la predica. 

Nfe questo k il solo discorso privo di sense che 
si trova nel Boccaccio; le parole, con cui Buffalmacco 
e Maso del Saggio ingannano e canzonano Calan- 
drino, sono come la predica di frate CipoUa. Anohe 
in altri novellieri non mancano scherzi di questo 
genere. Per Io piii sono burle di frati, come b, nelle 
novelle del Sacchetti, Io strano elogio fiinebre reci- 
tato da un cercatore davanti al cadavere di un con- 
tadino: 

* Quae qui. Per quae s'intende loanni, per qui 
loanni : dello barbagianni non ci dice covelle, perch^ 
vola di Dotte. Signori e donne, io sento che questo 
loanni k atato buon peccatore : e quando ha possuto 
fuggire li disagi, volentiera ce I'ha fatto; ed 6 ben 



ji^^.t^JU — AJJ.^IIIWI ■ I ■ 



LETTBBATUBA OHE NON HA SEN80. 21 

vivuto secondo il mondo ; hacci preso gran vantag- 
gio nel servire altrui, ed fegli molto spiaciuto Fes- 
sere diservito. Largo perdonatore 6 state a ciascuno, 
che bene gli abbia fatto, et in odio ha avuto chi 
gli abbia fatto male. Con gran diletto ha guardato 
li santi di comandati; e secondo ho sentito, gli di 
da lavorare s'd molto guardato da' mali, e dalle rie 
cose. Quando li suoi vicini hanno avuto bisogno, fug- 
gendo le cose disutili, sempre gli ha serviti. E state 
digiunatore quando ha avuto mal da mangiare: ^ 
vissuto caste quando costato non li fosse. Oratore 
m'^ detto che d state assai: ha detto molti pater- 
nostri andandosi al letto; e Tavemmaria almeno 
quando sonava nel popol sue. Q) Spesso nei di fuori 
di settimana facea elemosine. Venendo alia conclu- 
sione, li costumi e le opere sue sono state tali e si 
fatte, che sono pochi mondani, che non le com- 
mendassono. E chi mi dicesse: — frate, credi tu 
che cestui sia in Paradise? — Non credo. — Credi 
tu che sia in Purgatorio? — Die il volesse. — Credi 
tu che sia in Inferno? — Die nel guardi. E per5 
pigliate conforto e lasciate stare li lamenti, e spe- 
rate di lui quel bene che si dee sperare, pregando 
Die che ci dia grazia a noi, che rimanghiamo vivi, 
stare lunge tempo con li vivi , e li morti co' mali 
anni, da' quali ci guardi qui vivit et regnat in saecula 
saeculorum „. 

Ora immaginiamo che un contadino presente ad 
una delle due prediche si fosse volute provare a 
ripeterla. Egli, in buona fede, avrebbe fatto un pa- 



l 



{}) Gio^, quando sonava VAng9luB9Xi% sua parroechia; pia usanza, al- 
lora eoi& oniversale, che era impossibile supporre che alcuno non la seguisse; 
ond'era corioso fame al morto quasi un merito singolare. ff t i 



22 LSTT£BATUBA CHB VON HA 8£KS0. 

sticcio piii grosso e piu ridicolo di quelli improwi- 
sati dai frati burloni. 

II caso, che ho immaginato, si dk tutte le volte 
che un ignorante, un fanatico, un pazzo s'impanca 
; a parlare o a scrivere di religione, in genere, e 

' della religione cristiana in particolare. Ed 6 na- 

;i turale. II cristianesimo predica Todio contro tutte 

|i le comoditk che gli uomini son portati ad amare: 

«i si fonda suUe profezie che riguardano il passato e 

Jj rawenire: ha tra i suoi libri principali I'oscura Apo- 

r calisse: dichiara Timpossibilita di potere scrutare col 

ragionamento i misteri della natura e di Dio: fa 
Telogio dei poveri di spirito, e alia sapienza mon- 
dana oppone un ordine di idee che i ben pensanti 
chiamano pazzia (San Paolo, II, Ep, ai Corinti, XI). 
Queste idee, quando si sono incarnate in uomini di 
gran cuore e squisito sentimento, come San Fran- 
cesco, hannb date i piii bei frutti di caritk. L' infe- 
licity degli uomini ha esaltato Tinesauribile compas- 
sione per tutte le creature; la coscienza che tutto 
il create h opera divina, ha fatto amare il cielo, gli 
animali, le piante con affetto fraterno; la fede che 
i dolori della vita siano come un'espiazione e una 
prova per raggiungere la beatitudine etema, ha reso 
care le amarezze e i dolori. Anche la morte, la morte 
dolorosa e paurosa, tra lo splendore della fede di- 
viene un trapasso desiderate, il compimento di una 
speranza. 

Tutto quelle che il cristianesimo ha di tetro e 
di affliggente, passato attraverso anime inquiete o 
sdegnose, in cuori cosi buoni si addolcisce e si in- 
gentilisce, e il santo estatico, riboccante di gioia, 
con li occhi fissi al cielo, eleva il cantico in lode 
di Dio: 

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■' 



k\ 



LBTTBKATCRl. CHB NOH HA SBHSO. 

AltiBsimn, onnipotente, btm eignore, 

tue ao' le Uade, la gloria a I'onore et onus benedictione. 

Ad te solo, sltissimo, so konfaDO 

et nullo omo ene digna t« mentovare. 

Laudato sie, mi Signore, cnm tucte le tne creature 

Spetialmante mesMr lo frate eole 

Laudato ai, mi signore, per aora lana e le stelle ; 

Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre terra, 
la qnale ne snstenta et govema 

Laadato si, mi Signore, per Bora nostra morte corporate 
dalla qnale nollu omo viveute po skappare. (*) 

Allorchd le idee cristiaDe penetrano in un a] 
intelletto e in una mente lucida, come quella 
Biagio Pascal, Bono come la goccia d'olio, che a 
bonaccia il mare e ae fa vedere limpidamente 
foudo; Bcquietano le passioni, permettono di sec 
gere in modo chiaro le contradizioni e le vanitk 
ogni ordinamento umano, e, ae tolgono 11 place 
della vita attiva, dknno quello, foree maggiore, 
conoBcerne il fondo e di sorriderne. 

Se invece cadono iu menti deboli o confuse, pc 
sono generare qualche lampo di concetto elevate 
di opera buona, ma per lo piii finiscono col dare 
volta al cervello. E allora il pazzo canta : 

8'io son nemo U vdo' mostrare; 

Vd' me etesao rinnegare, 
E la croca vo' portare. 
Per fare uas gran pawia. 

(U CO POSE Di Tow). 



(>) Par I* diipo«lilon« del venl, Dili* prlmt atrofii, « per l> ortogn 
dL qnMto CaHHen, ho sstdlta U leilons data da] Uonaoi (CriKtmaila flalk 
iti fHml Mw» (III, Clta dl Oaatello, 1889, pagg. 29-91). 



t LETTBBATUBA CHB tloH BA SBNSO. 

Poi, mezzo coeciente, mezzo incoBciente, ai rav- 
olge nella confuBione e nel buio di parole incom- 
rensibili e vaneggia: 

Refonnato neU'eBsere 
De la virtu creata; 
Trasformato ueU'esBere 
Enveaibile, encreata, 
Visibile enviaibile, 
Non nobite avilare, 
El 8U0 vilare 
Par nobjle avilato. 

le azioni, allora, comBpondono al diBordine dei ra- 
ionamenti, e tatti conoscoDo le stranezze mistiche 
el giuliare di Dio. E pure noto il Bignificato sciocco e 
ueril^, cbe prese la semplicitkevangelica nella testa 
ebole di Fra Ginepro, il Bertoldino della leggenda 
rancescana. Delle pazzie collettive avr6 occasione 
1 parlare tra poco. Intanto dird cbe, chi volesse, 
ra i mistici, troverebbe molte prediche e discussioni 
he banno il coBtnitto dei versi citati. 

Le discussioni, Bpecialmente, Bono assai con- 
ise, quando mirano a render chiari i mlBteri pei 
uali non ^ possibile nessuna spiegazione naturale. 
Tno di questi b, per eeempio, la eeiBtenza con- 
amporanea del libero arbitno e della prescienza 
ivina. 

In tutti i Concilii, dove bI trattb di definire 
ogmi e di estirpare eresie, sopra alcuni argomenti 
1 dovettero fare dei discorsi molto ingarbugliati. 
'er il Concilio di Trento se ne ha una testimonianza 
el Sarpi, il quale nel Ubro eecondo della sua sto- 
ia dice : " II Yega, dopo avere parlato con tanta 
mbiguitk cbe esse stesso non si intendeva, concluae 



LSTTOKITUBI. OBB HON HI 8BK80, 25 

che tra la sentenza dei teologi e protestanti Qon 
v'era piti differenza veruna. (') 

Come queste poche ed ironiche parole del Sarpi 
mettono innanzi agli occhi tutta la scena! Nell'adu- 
naoza solenne di tutti i prelati par di vedere il 
Vega alzarei e cominciare il sue ragionamento con 
sicurezza e con calma, poi, arrivato al punto diffi- 
cile, impappinarsi, confondersi, arroBsire, irritarBi, 
ma tirare avanti, aceozzando le parole in modo da 
formare periodi aonori e sconclusionati, e in ultimo, 
trafelato e trionfonte, conebiudere che ormai ogni 
difficoltii era appianata, e seders! con la testa vuota, 
ma con un sorriso sulle labbra. 

Dei presenti alcuni poco dotti in teologia avranno 
finto di ascoltarlo e avranno pensato ai caai loro, 
con un aenso di noia e di inquietudine, come un po- 
vero diavolo cbe non s'intenda di musica e sia ca- 
pitato a sentire una sonata astrusa, che egli non 
capisce, ma cbe, per non scomparire, deve giudicare 
bellissima; altri si saranno impazientiti, altri si sa- 
ranno tenute a mente le strampalerie piii grosse e 
ne avranno riso tra di loro o magari le avranno 
ripetute al Vega per canzonarlo. Ed egli allora pri- 
vatamente si saxk ingolfato nella discussione incoc- 
ciandosi e facendo ridere. 



Rimanendo ancora nel campo religioso, d&nno 
un notevole contributo alia letteratura senza sense 
le profezie. II desiderio cbe il &turo sia quale noi 



26 LXTTIBATUBA CHB BOS BA BOnO. 

lo aspettiamo, e I'uso comone degli auguril a chi vo- 
gliamo bene e delle imprecazioiu contro coloro cbe 
odiamo, in momenti di graiide eccitazione, hanno 
fatto vedere compiute le coae sperate. Ci fu un po- 
polo in cui i deeideri e le speranze, sorrette dalla 
fede, fecero eviluppare gr&ndemente lo epirito pro- 
fetico. II popolo ebreo, cobi continuamente pereegoi- 
tato e pure cobI profondamente convinto di essere 
il popolo eletto da Dio, il depoBitario dei suoi pen- 
sieri, quello a cui leova si rivolava, in ogni periodo 
doloroeo della sua vita, vedeva i segni di grandi 
trafiformazioni aweniro. Dio, che tutto sapeva, po- 
teva rivelare il futuro ai suoi eletti; il deaiderio e 
le aepiraziout proprie del visionario dlventsvano 
questo futuro gik presente per Dio e per coloi che 
parlava in suo nome. In tutta la vita del popolo 
ebreo aleggia lo spirito profetico. Ezecbiele al con- 
tatto del popolo assiro trasformd la semplice forma 
profetica in un tesauto di allegorie, Daniele dette la 
forma tipica delle Apocalissi. (') Sul CristiaDMimo 
appena nato, visione or tetra or luminosa, incombe 
I'ApocalisBe di S. Giovanni. 

Le allegorie e i simboli, che ora a chi non ri- 
pensa coi dotti la vita degli ebrei e quella dei primi 
cristiaoi, Bono oscure e indeci&abili, allora erano 
chiarissime per gli iniziati, e avevano il vantaggio 
di non esBere intese altro che da lore. Ma paBsato il 
tempo delle profezie, senza che queste si fosBero awe- 
rate, furono loro date interpretazioni bizzarre. Rotta 
la unitk primitiva della chicBa, diffuso il cristianeaimo 
e adattatoBi nei vari luoghi ai van costumi, perduto 
il nesBO col primitivo nucleo giudaico, che gli dette 

(<| E. EiDUf, VJiuJchrltl. P»ri>. 1B7B, pag. a57 ■ saitf. 



HON BX BBHBO. 27 

origine; rimanevano ancora quest! Hbri miBterioai e 
paurosi, in cui molti si sforzarono di ritrovare I'awe- 
nire, e da cui altri presero I'eeempio delle profezie. 

Qualcuno di questi neo-profeti ebbe grande im- 
portanza e il suo nome rimase nella storia, i piii a 
tirarono dietro una moltitudine di ignoranti e di 
sciocchi e presto disparvero dalla meute del popolo, 
e 8ono appena ricordati nelle cronache locali. Tutti 
ai possono dividers in tre specie. La prima specie 
comprende gli ispirati, i credenti, le cui visioni sim- 
boHche hanno un significato lucido, veri eredi dell'a- 
nima profetica : Dante, il Savonarola, Lutero. Questi 
si traacinarono dietro la seconda specie, che ^ com- 
posta generalmente di pazzi, e, per capire come sor- 
gano i primi e i secondi, bisogna prendere le mosee 
on po'daH'alto. 

Abbiamo veduto, parlando del feticismo della 
parola, come le forme religiose a poco per volta 
perdono il loro significato, si esauriscono e non cor- 
rispondono piii a un vero sentimento dell'anima. Al- 
lora sottentrano il farisaismo da un lato, lo scetti- 
cismo dall'altro, e accompagnano la comizione e U 
disgregamento di una society cbe non trova piii in 
b6 le ragioni di esistere. 

Lo scettico non sa donde 6 venuto nfe dove va, 
giudica la vita inutile miseria, ^ combattuto da un 
eenso di piet& per le sofferenze umane e da un de- 
siderio di piaceri irrealizzabili. Irrealizzabili, perch^ 
anche il piacere deve sorgvre spontaneo, come la 
fede, e il ragionamento lo distrugge. Cosl lo scet- 
tico, non avendo la forza di opporsi al male, che egli 
crede impossibile a sradicare dal mondo, e non po- 
tendo conseguire il piacere, che gli pare I'unico scope 
della vita, 6 assalito da un tedio irrimediabile che 



in invettive sterili contro la oatura e ter- 
irinazione. 

uiseo compie gli atti esteriori del culto e, 
dalla religione e dalla legge, fa tutto quelle 
pirito della religione e delta legge proibisce. 
lodo i birbanti f^bi e i baoui senza energia 
fede mandano in rovina gli ordinamentt, che 
K) ebbero forza ed autorit&. AUora, spesso, 
lalcuno di quegli uomini che il Carlyle chiama 
quelli che dknno il colpo finale a iatituziom 
ate, abbattoDO i vecchi edifizi in cui un po- 
7a a disagio e ne creano di nuovi. Ma que- 
avriene senza un perturbamento delle co- 
e uno aconvolgimento delle menti deboli e 
tirate in diverso senso dai novatori, che se- 
impulso dell'aninto, e dai conaervatori che, o 
are guai, o perchfe ai trovano bene, oon vor- 
sapere di riforme. 

siamo a quello che accadde oella decadenza 
ero romano. Le clasei elevate avevano per- 
fede nolle antiche divinita e ancora rimaneva 
ufficiale. Goloro i quali ormai consideravano 
e virtu, pietk, come nomi vani, si davano al- 
e alle diaaolutezze preparando generazioni 
i infennicce. Intanto le piii strane religioni 
itizioni dei popoliconquiBtati convenivano in 
) sopra tutte, quella di Cristo, con la pura 
attirava le anime asaetate di fede, i disgu- 
la corruzionee delle sozzure. Ma questa ra- 
ponendo il Sne della vita in un altro mondo, 
ado la sofFerenza e il perdono delle ingiurie, 
& dei beni terreni, veniva a acalzare la gran- 
>mana cosl trista con queUa giustizia fondata 
suguaglianza e ludibrio della forza. Quanto 



LBTTBItlTCBA OBB KOH HA BSNBO. SI 

piii bella si mostrava la nuova aocietk vagheggiatt 
ancora in idea: tutti gli uomini uguali di fronte f 
Dio, Don pib unitl dai vincoli ferrei di una leggt 
inesorabile, ma affratellati daH'amore che conosce i 
perdono, dalla caritii che soUeva la miseria! 

I conservatori non videro quello che c'era d 
geoeroso in queste aapirazioni e tentarono di soffo' 
care nel sangue il Cristianesimo e fecero come ch 
Boffia in una fiamma, la quale se k piccola si spenge 
e se 6 grande divampa con piii forza. Le pereecu- 
zioni acuirono il desiderio del martirio, il dolore di 
venne mia voluttk, e, in tutto quel diaordine, le test* 
deboli deformarono stranamente i precetti del Van^ 
gelo, come ognuno pub vedere in un libro, che k anch< 
una grande opera d'arte, nella Tmtazione di SanfAn 
tmtio di 6. Flaubert. 

Parimente dope la predicazione di Lutero eegui' 
rono le utopie degli Anabattisti, le stranezze d 
Giovanni di Leida e tante e tante altre. Sono quell 
1 tempi burrascosi: allora nella testa di qualche fa 
natico si forma uno di quel cicloni di pazzia chi 
investono una cittk, una provincia, una regione e s 
manifestano con atti stravaganti, con predicazion 
freneticbe, con scritti senza senso comune. 

In tempi ordinari la pazzia si conosce pit facil 
roente, ma pure ha un fascino che attira come I'abisso 
I santoni degli arabi, il delirio delie Sibille, i buf 
foni manienuti alle corti dei principi ce lo dimo 
Btrano. Sancho Panza, utilitario e pieno di buoi 
sense, va dietro al matto Don Chisciotte. Percii 
anche nei tempi quieti trovarono seguaci i fanatic 
che stamparono discorsi incoerenti, aasurdi, sconclu 
Bionati ; I'ultimo profeta italiano di queeto genere ft 
David Lazzaretti che scriveva cosi: 



LtrrBKlTDRA CUB NON K* SB^TSO. 

' Queste saute milizie saranno ordinate dentro 
tempo di 7 tempi che ciascun tempo contieae un 
npo di 777 e questo tempo principia 77 giomi ter* 
Qati i 33 giomi del tuo rapimeato. 

Dopo la mia ascesa al cielo corre un tempo di 
ore per ciascun tempo ,.(*) 

Questa 6 la seconda specie dei profeti e rifor- 
tori assolutamente pazzi. La terza % compoata dai 
rlatani e dai burloni che presero la parte mate- 
le delle allegorie, il gimbolo oscuro e, a freddo, 
issero pasticci incomprensibili. Forae ebbero in 
ra di iogannare i gonzi, e forse in ultimo, impi- 
ati nelle loro reti, credettero anche essi di avere 
lono della profezia. Fra queati famosissimo d No- 
adamue, il quale ha raccomandato il sao nome 
B Centurie. 

Le Centurie sono in forma di quartine, ecritte 
un francese speciale mieto di ebraico, di latino, 
greco, piene di anfibologie, di oscurita, di tra- 
isi inaspettati, tali insomma che a chi non abbia 
•90 il cervello, si rivelano subito per quello che 
10 : parole, parole, parole inconcludenti. Eccone 
esempio : 

Chef de Fosbsd anro gorge coupp^e 
Par le ducteur du liniier et levrier: 
Le fait paW par coax du Mont Tarpfie; 
Satarna an Leo, 13 de Pebrier. 

Pure molti interpreti banno trovato che nelle 
iturie di Nostradamus erano stati predetti i prin- 
ali awenimenti politic! di Francia: la rivoluzione, 

(1) Cmau LoMBmoao. Paul dl anaiHli. Upl, Cittk di CuUDo. I8H, 



v^^ip 



i^^ 



r. •; 



LBTTERATURA OHE NON HA 8SNB0. 



31 



il supplizio di Luigi XYI, Y innalzamento e la caduta 
di Napoleone e altri fatti di minore importanza. 

Ma dove mi ha portato la predica di frate Ci- 
poUa? Parliamo d'altro. 



VII. 



Nei circhi equestri la prima cavallerizza di rango 
francese, quando ha corso in giro, ritta sul cavallo, 
col gomiellino di velo agitato dal movimento rapido, 
si lascia andare seduta sulla sella: gli ammiratori 
applaudono, ella saluta inchinando il capo, sorride 
e carezza il coUo del cavallo che va lentamente con 
movimenti flessuosi. II direttore del circo sta in 
mezzo e abbassa la frusta, aspettando le tavole e i 
cerchi per un altro esercizio. Intanto irrompono 
sulla pista i pagliacci con la faccia bianca, su cui 
le labbra tinte di minio paiono una ferita, con le 
immense brache unite alia giacchetta, e dietro a loro, 
a gambe larghe, a braccia aperte, inguantato, con 
Tabito a coda di rondine e il cappello a cilindro, 
goflfo, impacciato, viene Tony, lo stupido. Irrompono 
con salti e gridi, mandano baci alia cavallerizza e 
Tony dice: " Signer direttore, anch'io voglio fare 
una sarsiccia „. E tutti riempiono gli intermezzi di 
salti mortali, di freddure insipide, di azioni mimiche 
e di parole che non hanno sense. 

Parimente nel medio evo i giullari, suUe piazze 
accalcate di popolo, animavano i giuochi meravi- 
gliosi, e riempivano i vuoti tra un esercizio e I'altro 
con lunghe tirate in versi, con cicalamenti sconclu- 
sionati, da cui a un tratto scintillava un'arguzia vi- 






f' 



n 

'^.. 






f^ 









ice ua'allusione che suscitava tra gli spettatori 
1 fremito d'ilarit^. 

Tali composizioDi ai chiamavano resveries, perchfe 
Jtavano di palo in frasca e * ac«ozzavano allusioni, 
intenze, apoatrofi econnease ma non difficili a ca- 
rsi Be pre86 ad una ad una ,. (') Addirittura privi 
senso erano altri componimenti detti fatras, fo' 
ams, e fatrasseries cantati dai menestrelli, parenti 
'ossimi dei giuIlarL In Ispagna i fatras si chiama- 
ino ensaladas o ensaladSlas, in Italia frottole. 

Un antico scrittore di arte poetica Antonio da 
Jmpo, definisce la frottole, verba maticorum, nuUam 
rfectam smtentiam cotitinmtia, e un suo tradu^re 
liega: le frottole Bono compillade di parole grosse 
non fruttuoae. Le frottole, se rallegravano il po- 
>lo nolle piazze, penetravano anche nelle corti e 
)i castetli, dove i signori si compiacevano a quelle 
randole di parole. E i trovatori le imitavano, come 
u tardi Lorenzo il Magnifico e Luigi Pulci imita- 
ino per diletto la poesia rusticale. Di Francia, nel 
lattrocento, queste forme strane furono introdotte 
rettamente nel reame di Napoli, come ne fa fede 
Pontano. Egli nel suo latino pieghevole, con cui 
produsse tutti i coBtumi e i pensieri della vita mo- 
ima, rifece le fatraaies dei cantori di piazza. E 
lesto vagare di palo in frasca piacque a France- 

Galeota e ad Jacopo Sannazzaro che imitarono, 
iche essi, le fatrasies cbiamandole gliommeri. 

Delle resveries e fatrasies giuUarescbe originali 

1 ne conBervaao molte francesi, alcune spagnnole, 

(I) Fuiouoa PLUin. Sluil di Si: 
'orno, OiiHU. 1S95, pig. 133. Tntta I* i 
la Id qoBito rapll«1o, anno tolM dil bal 
4 aiUle)i4 fermt petlitlii ilalimu t romai 



LETTEBATUKA CHB SON HA SBIiSO. 33 

neBsima veramente autentica italiana, e non ^ un 
gran male. Ma pub darne un'idea la seguente imi- 
tazione letteraria del trecentista Francesco di Van- 
nozzo: 

Sozza e pftgana 

Stava piana 

E guata. 

La mata 

La ciese paasa. 

Hoza ata china a baaea 

Soto el prnn, 

Pim pom pim pim pom pun 

El como toca. 

Ognun serrii I a boca, 

La vacchia acioca 

Fa da U roca, 

E ie la tella 

NeU, 

E com pocs candella 

Per mar navega 

Sotto '1 borgo de Schiavega 

Cum mal auguro e avega 

De spim. 

I migliori diacendenti dei giullari medioevali, 
prestigiatori, cavallerizzi, giocolieri, sono paasati dalle 
strade ai teatri sontuosi. Ormai lavorano suUe piazze 
i poveri saltimbanchi dalle maglie di lana logore e 
sudicie. Di aspetto miserabile, di abilitk meschina, 
in confronto dei loro fratelli applauditi e festeggiati 
da un pubblico scelto, hanno con essi un punto co- 
mune, ed S il gergo burlesco infiorato di tirate che 
non hanno senso e fanno ridere gli spettatori. 

Coal ancbe i grandi ciarlatani hanno abbando- 
nato la via, e abbindolano il pubblico, piii dignito- 
samente, dalle quarte paginedei giornali; ma i loro 
minor! fratelli seguitano a percorrere i mercati e le 

HiOBiu, IMUraiura cht van lia uhu — 3 



e, e davanti ai coDtadini estatici vantano la virtti 
la loro merce: 

* E come si adoppera, o Siniori, il aappone di 
'ante ?... Si adopera come il sapone comune, ba- 
ndone un pezzo neWagua fi-esca, aqua qualunque, 
la di fiume, aqua di fonte, aqua piovana, aqua di 
ne di rio, aqua di cistema e di pozzo, aqua 

Tettuccio ovvero sia di Baden Baden, aquavite... 
<tropiccia fortemente Bopra la stoffa macchiata... 
ipo e termine di cinque minuti, il pezzo parte e 
macchia resta... Cinque centesimi, o siniori, tanto 

t poveri che per i miserabili, Benza distinzione, 
I tutti abbiamo le nostre macchie, ma I'ltalia b 
tra, Dio lo vuole, e, viva la saponata! , (') 



Ciarlatani, giocolieri, saltimbanchi e pagUacci 
orano per la faMirica dell' appetUo. La loro fe I'arte 

la vita; ma ancbe nolle sciocchezze c'h I'arte per 
te. 

Cosi scherzando, senza volere ingannare nessuno 
enza il sospctto di essere ingannati, a molti sara 
aduto di fare, o di ascoltare ragionamenti di que- 

spccie: ' alloroh^ la suscettivJtk psichica si con- 
tra nella vite perpetua, si ha la trascendentalitk 
tica che si connette con la manifestazione odon- 
?iea del genio ,. Ma per quelli che non 8t fosaero 
i trovati a fare o a scntire tali ragionamenti citerb 
caso reso pubblico da un articoletto della Tnbuna 

23 gennaio 1892: 



(tj TotiCE, PHHggiait. FirtOM, F. Vwmi a Comp., ISBO, |M«. 118. 



LBTTBSATIIRA OHE HON HI SENSO. 3S 

' In provincia di Lecce v'fe un capo ameno, il 
aignor Salvatore Affinito il quale ha un'attitudine 
Bpeciale a imitare la voce e il gesto della persone 
e specialmente degli oratori parlamentari. 

" Invitato a parlare suUa coltivazione del ta- 
bacco o sulla triplice o sulla quadratura del circolo, 
egli pone insieme, cod una rapidity straordinaria, 
fraai senza senao che non dicono nulla, ma che hanno 
tutta I'apparenza di un discorso pieno d' idee. 

* Questo bel tipo h ricercato in tutte le allegre 
comitive. 

" Tempo fa, in Caballino, piccolo paeae della 
provincia, I'Affinito, dopo un pranzo curioao al quale 
prendevano parte molte peraone, fu invitato a espri- 
mere le sue idee sulla situazione politica. 

* AUora egli, levatosi gravemente, cominci5, non 
so se imitando la voce e il geato dell'on. Bovio o 
dell'on. Imbriani, a dire atramberie di cui do un 
saggio. . 

' Onorevole conseaso, pubblico immenao, popolo 
grande, a cui io rivolgo la mia parola; non & cer- 
tamente la metempsicosi dei fatti, I'alienazione della 
mente, la progeneai medeaima; ma I'apocalisae di 
ci5 che affermaai k dimostrato e patriottico. 

" Grandi furono gli uomini, aublinii le idee, pre- 
concetti i sentimenti, che dovevano apportare al 
vero progreaao della patria e nazione. (Applausi.) 

" Non fu certo dimenticata Tevoiuzione dei se- 
coli, la miatificaziono della atoria e il brando degli 
eroi, per dire maeatoao il guerreggiamento di una 
grande riconferma. 

*■ Un Moncalieri ne parla, un Cincinnato ne 
deacrive, un poeta ne informa; e tutto cif) ci fa co- 
noacere come analitica fu I'idea e patriottica piii 



IXTTBIurDUl CHI BOH BA SEKSO. 

Ugica la preponderanza alia patria ,. (Ap- 

> . . 

)plausi e risate e scherzi dovevano risonare 

«li fa, nella bottega di un barbiere fioren- 

i coDtrada di Calimala. Gli aweiitori prima 

10 il barbiere di non farli ridere per non 

regiati e cinciscbiati, ma dopo che si erano 

i a stento sotto il rasoio, e dopo che eraoo 

iti ben bene, con un sentimento di soddisfa- 

>n un'allegrezza per allora contenuta, dice- 

Su, via, Burchiello, di' uno dei tuoi sonetti, — 

lico di Giovanni, dai ciii occbi scintillava 

non ostante I'apparenza quasi malinconica 

cia, serio serio, cominciava a recitare: 

Liiign« tedesche e occhi di Giadei, 
Ju pentolio di veotidne deoari 
i! Oiappiter in su 'n puo di slari 
■ridando: or fuasio qni i parenti miei! 

Tennon dioaDii ai nottnrni occhi miei 
'on on pien sacco di lupin! smari, 
^h'erano tutti senza scapolari, 
lome vanno la Dotte i gabbadei. 

E poi vidi Terenzio in gran fortuna 
4eUe retoriche onde giugurtine, 
'on la TJala di loica digiaaa. 

Allora il eette con sue man porcine 
^ccese UD torcfaio al lume della luna 
'er rimenar le liicciole a Figline. 



<ra di Em. Zol*. qoeati D 



P"PP 



i^*^^ 



LETTERATUBA CHE VOV HA SEN80. 37 

Egli il fece a buon fine; 
£ perchd egli ebbe tanta pazienza, 
Bec€6 d*mi peace d'ovo preso a lenza. 

Le risate che accompagnavano i sonetti si dif- 
fondevano fiiori della bottega, il nome e la persona 
del Burchidlo richiamavano subito Tallegria, e molti 
lo imitavano; ma forse, quando il barbiere diceva ai 
suoi ammiratori quello che al rasoio e alia poesia: 
* Chi meglio mi vuol mi paghi il vino , gli amici 
mandavano in burletta anche quelle parole e non 
pagavano nulla. 

Simile ai sonetti del Burchiello fe il PataflSo (fal- 
samente attribuito a Brunette Latini) che ragiona 
cosl: 

SquasiiDodeo, introcqne et a fusone 
Ne hai, ne hai, pilorcio e con mattana 
Al can la tigna, egli d mazzamarrone. 

La diffalta parecchi ad ana ad ana, 
A cafisso, a busso e a ramata: 
Tatto cotesto ^ della petronciaha. 

So che in questo pasticcio alcuni trovano un 
significato osceno espresso in un gergo furfantesco ; 
una specie di saggio della letteratura dei delinquenti 
del secolo XV; ma per me " squasimodeo, introcque 
ed a fusone „ cosl uniti, evidentemente non vogliono 
dir nulla. 

Dovrb nominare tutti grimitatori del Burchiello? 
Dovrb empire le pagine di versi che non hanno nh 
capo n5 coda? Credo che basti il saggio che ne ho 
date. Piuttosto, dandola per quel che vale, accen- 
nerb una possibile origine immediata della poesia 
burchiellesca. 

Molto prima che scrivesse il Burchiello erano 
diflfuse in Italia le frottole composte di parole * grosse 




38 LKTBRATUBA OBB KOX BA SBTM. 

e non fnittuose , ^ vero ; ma non ^ Decesaario Bm- 
metterfl che la poeeia del barbiere fiorentino derivi 
direttamente da quelle. Per esempio, & molto pro- 
babile che il signor Salvatore Affinito (ancbe ee li 
conoBce) non penei nemmen per idea ai sonetti del 
Burchiello, quando improvriaa le sue chiacchierate. 
Invece egli ha presente il periodare di un oratore 
Doto 8 lo contraff^, senza nessun' intenzione maligna. 
Pud darsi quindi che il Burchiello contrafFacesse 
nei Buoi versi qualcbe poeta illustre. — Quale? 

Piu di una volta il Petrarca si k valso deU'enn- 
merazione di varie qualitk morali, come: 

Real natnra, augelico intelletto, 

Chiara alnia, pranta vista, occbio ceirero, 

ProTvidenzB veloce, alto psnsMro 

E Terameoto degno di qaet petto, 

dell'imione di molti nomi comuni 

O poggi, tbIU, o finmi, o aelve, o campi, 

e di nomi propri 

Nod TeeiD, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro 
Bufrate, Tigri, Nilo, Enno, Indo e Gmgo 
Tana, latro, AUeo, Garonna e i) roar che fnage 
Kodano, Ibero, Ren, Seoa, Albia, Ero, Ebro. 

L'enumerazione in certi casi k come on frequente 
battito d'aK che precede il volo aperto e disteao. 
Tale k quella veramente splendida del Garducci che 
si chiude col grido affettuoso: 

Salute, o genti umane afTaticflte, 
Tatto trapasas e nalla pii6 ntorir; 
Noi troppo odiammo e soEFerimmo. Amate. 
11 mando b bello e santo ^ Tavvenir! 

Kon di rado pero Tenumerazione provieneo da 
inerzia della mente, che, quando ha preao I'aire, non 



LITTBRATUBA OHE NON HA SBNSO. 



89 



^i 



si pub fermare, o dal gusto di produrre coi vocaboli 
un'armonia che diletta di per sd sola. Cos! una poesia 
di Catulie Mend^s 5 composta tutta di nomi propri 
e chiusa da un solo verso che racchiude un concetto. 

Rose, Emmeline, 
Margueridette, 

Odette, 
Alix, Aline, 
Paule, Ippolyte, 
Lucy, Lucile, 

C^cile, 
Daphne, M^lite, 
Art^midore, 
Myrrha, Myrrhine, 

Ferine 
Nals, Eudore. 



Inlma, L^lie 
R^gina, Reine, 

Ir^ne !... 
Et j'en oablie. 



Questa h un'esagerazione, ma molte enumerazioni 
del Petrarca hanno la stessa origine, non senza qua 
e \k una punta di arguzia velata. Ogni poeta origi- 
nale come ha concetti, cosl ha un'armonia sua pro- 
pria e una propria sintassi : e una delle tante forme 
delFimitazione consiste nel riprodurre il suono e 
I'andamento del periodo empiendolo di parole che 
possono avere e non avere sense. 

Ma quest' armonia e questa sintassi, sentite e ri- 
sentite, eccitano anche un sorriso benevolo, o sarca- 
stico: I'imitazione comica, o la caricatura. Lo stesso 
avviene nella vita di tutti i giorni. Chi non ha ori- 
ginality, imita il frasario e le mosse di quelli che si 
distinguono di piu ; altri o ne riproduce per ischerzo 
il tipo in mode esatto, o ne mette in ridicolo gros- 



j 



i'.~ I zr^ -t li t-v-iozsn*- lo ho soitito 
<(- !:!> T:<:i usiili c-=ii;7alL pUgnacoIose 
:=. i. sl-i,*^ <o:e&u>:fiek!ie. come: ^;, 
>!. ■■* ?'■ e<^r. K:iK forte della poesia bnr- 

j.jj ■fjiwrrv (i:iS4ffiz:i>De della poesia del 
* ir-i f-ririT-Lir-iL ALe k-ro filze di nomi 



Ir :JL7 ^^I: iM:-e^^ o^a ptroda poruneDte 
i^zi p:: £■:: :-:<ei^nc' U parolia piii fine del 

r-::A '« [■•e^Ia b:^<:hie!!esca priTa di si- 
•ira iTdta pur>i:a- Preso il gosto a qaesti 
I'ir:Ie ;! B'^itiello. per conto sdo, per- 
a '.i ^-j-a'.i ihe va dal poro n'>n wn^ alle 
vt^jTr d^ tin pr.>fiav!o di parole iocon- 



^ai.u 1 BHRr.. Di C*:* 4c j 0:um il BankMla, il B«nl 
l--.u'^ *.a. !:»;:t=uinM. Tn I* ria* dal Ban! Mas 
-.e o (c - L>.:3T.g d. Jl;^t :>. , il ■ LhmbU di KudiDo, . 11 



Il if. Cmrit ni* ftttiBt). 



LGTTBBATURA OHB HON HJL SEKSO. 41 

gruenti. Allora questi ghiribizzi trovano un riscon- 
tro nella pittura ornameatale , dove s' intrecciano 
con ampie volute le foglie dell'acanto, e nel mezzo 
agli intrecciamenti compare una testa di satiro ghi- 
gnante. In certi sonetti alia burchia, dalle parole 
unite a caso nel giro regolare del verso, sbucano 
qua e \k alcune immagini grottescbe, poi le parole 
si divincolano di nuovo con grandi giri, e come i 
serpent! di Yirgilio " si fan nebbia e spuma e suono 
intomo „. 

Ed 6 curioso 11 vedere come dalla cicaleria asso- 
luta si ritomi ad una forma bizzarra, ma uon priva 
di significato; la quale consiste nell'unire una lunga 
serie di parole e di fraei legate insieme da un pen- 
siero che si rivala, in fine del componimento, in modo 
arguto e inaspettato. Questa 6 Tunica forma bur- 
chiellesca che il Bemi scelse e adopero in molti so- 
netti, come in quelle famosissimo che comincia: 
Cancheri, beeeafichi magri arroato 

e termina: 

Chi piii n'ba piit ne metta, 
E conti tutti i diapetti e le doglie, 
Che la maggior di tutte 6 I'aver inogtie. 



Gentlla augtlla, 


oh* 


dal 


mondo 




PBrtendo 






plii 


Tenia al 


tide 






SDi 


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.da, 


LiddoT. 1 


alma 




pile 


itta a ai 





QuMto ml h ettitn cba *aobs II rtmoao lonetto dsl BarnI Chlumi 
ftrgtHto nan lUun* pirodUgenarioa.oufU'titalare dal aonettadal Baoibo, 



delle profezio col loi 
setiso come parodia e 
tante stranezze, cbe i 
Ogni grande autore 
delle eta che lo precei 
cbe nasceranno nell' 
siune tutte le bizzarri 
e della letteratura m 
ora riproducendole co 
cia il disegno dell'edi 
I'abbazia di Tbel^me, 
perfezione umana; ide 
siero dominante dei i 

U Triitram Shano 
nn'opera piii tempera 
dal soggetto, enigmi 
un capitolo cbe comi 

Pt-r-ing-twing-pi 
utwaag-twing, diddle 

A me sono rimast 
ste parole premesse a 
I'opera di Sterne: " T> 
di tutti. Molti lo legge 
che Don coaoscevano B 
niera, lo capivano and 
cbe Sterne era lo scrii 
vole del auo tempo „. { 
sima cbe quando s'im 
la teata, ride e dice : — 
BOn buffd assai! — cb 
poi riapre le mani e i 



(. Pari*, Onrnltr Frii 



a feccia deU'animo umano, Bale a quando a 
iin gusto aspro di Tolgarit&. Di tale natura 
ria plena e ruinoroBa Buscitata da parole od 
ici anche in uomini di grande intelletto. 
te, dopo avere descritto plebeamente con 
i forza comica la strana fanfara dei demoni, 
lungo commento: 

r vidi gia cavalier mover campo 

cominciare stormo e far lor moatra 

talvolta partir per lore acampo: 

Corridor vidi per la terra voatra, 

AretiDi, e vidi gir gualdane, 

rir torneamenti, o correr giostrs, 

Quando con trombe, e quando con catnpane, 

in tamburi e con cenni di caatella; 

con cose noetrali e con iatrane; 

N6 gia COD s'l diveraa cennamells 

.valier vidi muover, n& pedoni, 

) nave a aegno di terra o di Stella. 

periodo largo e sonoro si sente la compia- 
i chi ai trattiene a spiegare un' immagine 

e I'ultimo verso ampio 6 come lo scoppio 
, che corona la spiegazione Itinga e minu- 

liii luride audacie del naturalismo sono inezie 
J al capitolo IX del primo libro del Gar- 
re Loti, lo scrittore che naviga sempre nelle 
steree del sogno e del mistero, racconta di 
Roman d'un enfant, che nonostante i suoi 
ntimenti e la sua ottima educazione, una 



LtTTEBATUKA CHB KOK HA SEHSO. 45 

volta, essendo in villa da certi suoi parenti, ebbe il 
capriccio di fare una cosa volgare e schifosa. Preae un 
gran numero di moecbe inorte cbe erano in fondo a 
un vaao, ne fece fare una frittata, e, al tnomento del 
pranzo, entr6 nella sala, coi suoi cugini, cantando 
con voce rauca una canzone che voleva essere in- 
female, e gridando: — Una frittata di tnoBche. 

Talora I'uomo addolorato da un pensiero oppri- 
mente si tuffa, per distrarsi, nella yolgarit& e in mezzo 
alia nausea trova un piacere strano. Qualcuno si dara 
al bere, altri bestemmier^, magari senza credere in 
Dio, altri sar& spinto a incanagliarsi. 

Coai faceva i! Macbiavelli, quando era in esilio a 
S. Casciano, e nel raccontare la cosa all'amico Yettori, 
adoperava le parole piii grossolane che gli venivano 
in monte: " Mangiato che ho ritorno nell'osteria; 
qui ^ I'oste, per I'ordinario, un beccaio, un mugnaio, 
due fomaciai; con questi m' ingaglioffo per tutto il 
di giocando a cricca e trich-trach, e dove nascono 
mitle contese e mille dispetti di parole ingiuriose, 
ed il piii delle volte, si combatte per un quattrino 
e aiamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. 
Coai involto in questi pidoccbi traggo il cervello di 
muffa, e sfogo questa malignita di questa mia sorte, 
sendo contento mi calpesti per questa via, per ve- 
dere se la se ne vergognassi ,. 

Finalmente il deaiderio malsano di cose volgari, 
aoprawenuto aenza ragione o causato da dolore e 
da stizza, pu6 sfogarai dicendo o acrivendo parole 
di significato confuso, ingarbugliato o anche di nessun 
significato. Ci6 forae accadde al Petrarca. Sdegnato di 
sospirare inutilmente, forse anche acontento della sua 
opera che in un momento di sconforto gli aara paraa 
meno bella, scrisse la famosa canzone proverbioaa o 



ttolata, canzone che ora vien giii Baltnariamente 
proverbio in proverbio: 

Hai DOD vo' piii cantar come aoleva, 
Che altri nan m' intend eva, onde ebbi scorno; 
E puossi in bel aoggiomo eas«r moleeto; 
U aempra aoapirar DoUa rileva; 

I sembra una parodia delle rime amorose: 

In sileozio parole aecorta e sagge, 

£ '1 euon che mi soUragge ogni altra cnra, 

E la prigione oscura ove is '1 bel lume ; 

Le notturne viole per le piagge, 

E le fere selvagge entro le mora, 

E la dolce paura e '1 bet costuine, 

E di duo fonti an flume in pace volto 

Dove io bramo, e Taccolto ove che sia: 

Amore e geloaia m'hanno '1 cot tolto; etc. 

I volte come diceva il Tassoni: " ^ un lavoro a 
)tte8cbi cb' io non so se Merlino o 1' interprets del 
rchiello ne traessero e piedi ,. 

Sia riposo, sfogo, ribollimento di ci& cbe c'fe 
basBO in ogni anima umana, queata momentanea 
npiacenza dell'assurdo si trova manifeetata ancfae 
arti diverse da qiiella della parola. Una figura senza 
egno e come un diacorso privo di senso, II Vasari 
!Conta che, neH'allegra riunione di alcuni giovani 
iisti fiorentini, fu scommesso a chi avrebbe fatto 
a figura piu priva di disegno. E chi vinae? Miche- 
igiolo, che si ricordb uno di quegli ecarabocchi 
ti sulle mura dai ragazzi e, riproducendolo a mente. 
)er6 tutti gli altri nello sproposito, come li supe- 
7a nelVeccellenza. Ci6 mostra che aitche Miche- 
igiolo era esilarato da certe goffaggini grosBolane, 
la che k attestata anche da altri particolari della 
i vita. Che se il Machiavelli si ingaglioffava con 



\ -1 



LBTTBBATUBA CHB NON HA 8BKS0. 



47 



beci^ e fornaciai, Michelangiolo si compiaceva della 
eompagnia di uomini buffi come il Meneghella e To- 
polino scalpellino, e per loro lasciava ogni lavoro 
serio e si metteva a dipingere Sant' Antonio col manto 
scarlatto. (0 L'amante ideale di Vittoria Colonna, 
I'artista che espresso nelle sue opere la forza e la 
grandezza, Tuomo che nei suoi ritratti ci appare cosi 
austero con la sua barbetta rada, il naso schiacciato 
e la gran fronte pensosa, si divertiva a queste scioc- 
chezze e ci rideva come un ragazzo... come il Ma- 
chiavelli, come Dante. 



4 



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\ 

t 

1 



XL 



Senza essere formulati con parole, vengono spesso 
in mente i pensieri piii strambi, che corrispondono ad 
azioni che non si farebbero senza passare per matti. 

Chi non ha avuto Y idea di dare uno scappellotto 
sopra unabella testa calva? o di levare la seggiola 
di sotto a una persona corpulenta? o altri pensieri 
somiglianti? e chi non li ha cacciati come un branco 
di moscerini importuni? Or bene, finchd in questo 
sdoppiamento prevale il rispetto delle convenienze e 
la coscienza del proprio state, tali pensieri non si 
mettono in atto nd si manifestano ; ma se il criterio 
di scelta viene a mancare, si fanno e si dicono tutte 
le idee e le parole che vengono alia mente, e si ha 
la man\a. La quale pu5 essere furiosa e atroce, e puo 
essere anche innocua, senza soflFerenze e felice. 

Ci sono dei maniaci curiosi pei quali le parole 
prendono la stessa sembianza, che prendevano le cose 



(1) O. Vasabi, Vita di Michelangiolo Buonarroti, passini. 



LBTTBftATaflA CHE KOS Hi SKKSO. 

GU ascoltatori eravamo io, im fattore di 
pagna, un piccolo poBsidente e il padrone del 
canda: uomo di poca levatura, tozzo, con la 
pigiata nolle Bpalle, la fronte pigiata sugli o 
dae baffoni da croato. Nella stanza rischiarat 
lamente da un lume a petrolio, alcune tavole s 
devano neiroBcnrit^; intorno ad una piii illut: 
si stava io, il fattore e il poBeidente: il padron< 
locanda stava in piedi in mezzo alia stanza, il 
acche. Quando quest'ultimo incominci6 a imp 
Bare il fattore sorrideva di un sorriso ambi) 
compiacenza o di canzonatura; il padrone dell'al 
ogni tanto esclamava : Xeh un mostro / e il poasii 
Fiol cCvn can! ma a oessuno veniva il dubbi 
quelle parole non volessero dir nulla. Soltanto q 
rimprovrisatore aveva terminata la sua discon 
commenti si capiva che il possidente ammiri 
facondia inesauribile, il padrone dell'albergo I't 
e il bell'afipetto di queH'Qomo, il fattore il coi 
di andar vestito in quella maniera. 

Poi il possidente offri da bere, e I'artista 
* grazJe, mi fa male alia gola atmosferica ,. . 
il fattore ebbe uo barlume di intelligenza e gli 
- Ab ! fiol... coasa xela la gola atmosferica? - J 
spose I'artista - I'aria che, passando per le 
sintetiche, produce la gola atmosferica. — II f 
scosse la testa e sorrise, questa volta proprio di 
paasioDe: il padrone dell'albergo era piu attoni 
mai, il possidente si sbellicava dal ridere, bat 
pugni sulla tavola, gridava: - bravo bravo - se 
quello che mi parve, con la convinzione che 
sposta fosse di quelle che taglian la testa al 

Un tipo meno caratteristico, ma abbastanza 
Io trovai in Basilicata. Era un oete che ave 



LBTTBRATI7BA OHE NOK HA SENSO. 



51 



II Fucini, che si ferm5 a sentime uno nella via 
della Lanterna, lo descrive argutamente e, per quanto 
^ possibile, riporta un'ottava del Tasso trasformata 
da questo pubblico recitatore. Lasciamo la parola al 
Fucini : 

" Chetiamoci e stiamo attenti sul serio, perch& 
ora h il vero momento: il nume si ^ impossessato 
di lui, lui s'^ impossessato del sense comune e se 
le danno a morte. 

Ma nol fara: prevenird quest' empi 
Disegni loro e sfogherommi appieno; 
Gli ucciderd, faronne acerbi scempi: 
Syener6 i figli alle lor madri in seno; 
Ardero i loro alberghi e insieme i tempi: 
Qaesti i debit! roghi ai morti fieno; 
E 8U quel lor Sepolcro in mezzo ai voti 
Vittime pria far5 dei sacerdoti. 

Cos\, per bocca del Tasso, ragiona il rabbioso 
Aladino, e, per dire il vero, trovo che le sue idee 
(quelle d'Aladino) per gobbe son fatte bene: ma il 
mio Rinaldo, lui, quelle che sputa, per non confon- 
derlo con Teroe omonimo del poema, lui, non ne 
conviene e ha ragione. Quella eccessiva chiarezza e 
pill che altro queU'etema monotonia deU'endecasil- 
labo d una cosa che ammazza. L'amico se n'^ accorto 
e coi suoi commenti, corregge, allunga, scorcia, ta- 
glia, sdruce insomma, accomoda e rimedia a tutto 
con tanto garbo ch'fe un amore. 

— Ma no, non lo fark (se ne vene a di chUlo sfe- 
lenze i Saladino) non lo fara: prevenerb me tutti 
chisti embi. 

E li disegni loro e sfogherommi abbieno, (se vu- 
leva sfogct a raggia ilVanima soja, stu cane). 



1 



»«j 



LEmBnitru CBB BOK BA sBireo. 
L'uccideH) tutti, faronne acerbi e scembi. (Che 

ize mori accise t» 'nfamotte.) 
Svenerb i figli colle lor madri in Beno.... 

Arderb tutti i loro al,bergbi e insieme li iembi 

Ed io arderd li diebbiti in coppa alii roghi (per 
pag& a ntaciuno, avtte capito) e alii mortt fieno 

vuleva da' u fieno! tratta' i morte come a duece^ 

! in quel loro sondiMimo eepolcro in miezzo alii toU 
''ittime prima faro di tatti li B&cerdoti ,.(') 

Se questi originali sanno scrivere, scrivono; Be 
no la possibilita di stampare queete loro produ- 
li, le stampaDO. Chi noti conosce, almeno di fama 
'ravaso delle idee di Tito Livio Cianchettini ? e chi 
ha letto le prose, i versi di occasione, i maoifesti 
Bpositori di fenomeni che formano la delizia e il 
;olo dei giomali umoristici ? 
Tutto ci6 che si incontra nella vita k riprodotto 
meoo bene daH'arte; e il buon uomo di Por- 
Doe, qaello di S. EHgio e i Rinaldi non si imina- 
ino di essere gik tipi convenzionali nelle commedie 
elle farse. II Goldont ha scritto II poeta faruUko, 
e il protagonista improwisa ottave rimaste ce- 
i: 

Era di nott« e non ci si vedea, 

P«rch6 Marfiea aveva spento il )nni«; 

Un roapo colla epada e la livres 

Ballava il roiouetto in raeizo a nn flams. 

L'ahro giorno o da me venuto Enea 

E m'ha porlato un origlier di piunie: 

Cleopatra ha Morticato Marcantonio, 

Le femmiue sod peggio del deiDonio. 



UTTBRATDRA CHH HON HA BEK80. S 

La villana di Lamporecdiio, il modello della fars: 
italiana, toscana, paesana, che con un po' di buom 
volontii si potrebbe riannodare alia commedia del 
I'arte, alia poesia ruBticale e fino alle &mose atel 
lane, di cui non sappiamo quasi nulla, 6 piena d 
scene come questa: 

Mebcubio. Eccomi qual MatuUano Pompinio i 
ricoBcentrare la mia Ragusea Pollanchina, alia mil 
cara Dea Marmetica, e pango ai vostri pediluvi tutt< 
le mie scienze: la filosofia, la mattematica, la corno 
logia, r^tica e la diarretica, tutte virtii che appren 
derete in pochi giornalieri. 

DoBOTEA. Avete fatto bene a venire a income 
darmi e ee per voi io sono una deva, voi per me sieti 
im devo. 

Mercurio. Lo so e desidero la manicola salutorii 
sulla Tostra amata combianocola. Sapete che la mii 
virtii vi ha fatto parere una gran donna agli oceh 
di Alessandro il Macellone. 

DoBOTEA. E vero, sono ingrandita e spero chi 
I'opera vostra mi farfi crescere. 

E dalla Villana di Lamporecchio questo linguag 
gio d passato nelle farse che tutti conoscono; ne 
Casino di campagna, nella Scommessa fatia a Milam 
e vinta a Verona e in altre; in tutte per6 con uni 
apeciale modificazione. Kelle farse moderne non par 
lano piii direttamente i mattoidi vaniloquenti, com< 
nel Poeta fanatico, ma qualche personaggio per stao' 
care la pazienza di chi attraversa i suoi disegni, s 
trasforma in diversi ttpi, fra i quali in quelle di im 
provrisatore di ragionamenti privi di eenao. 

Una varietk del mattoide e I'ignorante che vuo 
parer dotto e non sa quel che si dice, o dice spro' 
positi da can barboni. Tali uomini si trovano in grai 



LBTTBBATtlR* OBB HON HI fiEtiaO. 55 

Nelle commedid e nei romanzi sono numeroBi gli 
ignoranti che dicono Btrafalcioni, stupidaggini, equi- 
voci, noD di rado gustosissimi. Le maschere del teatro 
italiano, epecialmente Arlecchino e Stenterello, che 
rappreseotano uotnini goffi non privi di una certa 
grossolaca malizia, spesao fanno ridere cod spropo- 
aiti e incongruenze madornali. "NeWe aoticfae comme- 
die francesi e nei vaudevilles modemi sono diffuBis- 
Bimi i coq-a-l'-dne e altre bizzarrie. 

II tipo detl' ignorante che vuol parer dotto, in- 
gentilito molto e trasportato dal popolo nelle classi 
elevate 6 il marchese Golombi, il quale, comico seni- 
pre, 6 comicissimo quando, acrivendo sotto detta- 
tura, fa di una satira personale un pasticcio incom- 



Dammi, o Husa laeonica 
D'flllOr frHSCB robnata, 
Cingeme il crin non voglio, 
Vo' farmene ana frusta 
Che allettora I'drecehio 
Perfiu h nubi in ciel. 
Frnstar to' us certo giovine 
Ttdtaca madre e figlia, 
Onde I'una di vincerla 
Snll'altra ai impuntiglia ; 
Gara onde ngaal non videsi 
La l\tna in alto mar. 
Ha ta, perfida giovine, 
Sclmmia al niaggior pianeta, 
II quale or fai con Cerere 
Or con Diana il pioiaU, 
Pensa a Fetonte. Reggflre 
Voile i CBvai d'ApoIlioe, 
Ma gik il carro precipita, 
n eaval di denari 
Sbuffa la stizza indocile. 
Cade fa un tonfo e maoT. 



LBTTBRAirBA CBB KON HA SBKSO. 

PiEPPROT, se reprenant. ' Peladan! ^ Pardon: 
snis le faraeux Peladan ». 

Le souffledr. " Autour de mon nom brili« 
l^gende illostre „. 

PiEPFROY. ' Autour de Mon Nombril, legend 
lostr^ „. 

Le souffleub. * Par cent faita „. 

PiEFFHOY. " Par Sanfourche ,. Euh. 

Lettore, sei tu mai stato a scuola? SI, c 
perch^ a nessuno o a pochissimi privilegiati ^ 
di raggiungere I'ideale, non dico di rimanere i 
rante, ma d' istruirsi privatamente. E allora, i 
Bei stato a scuola, ti ricorderai che ancbe 1& ci 
i suggeritori e che anche U, o per malizia di q 
o per la confuaione che diminuisce il Benso dell'i 
in chi aspetta il suggerimento, ai sentono degli i 
positi che noo stanno nk in cielo ab in terra, c( 
guito di risate dei compagni, ire, prediche e ral 
del professore : tutte cose che rompono la monoi 
dell'insegnamento regolare. 

Nella Bcuola, vicino alia Ecienza e alia let 
tura fiorisce con gran rigoglio il non senao. P 
ci Bi preeentano le eapressioni usate nei com] 
menti scolastici, le quali spesso raggiungono la 
miUl del grotteaco. Una volta il Chiarini nella 
menica del Fracassa, mi pare, miae insieme un race 
ecegliendo il fiore delle assurdita da diversi coi 
nimenti presentati a un concorso, e ne venne 
un capolavoro da figurare con onore accanto ad a 
di quei saggi che ho citato sopra. Poi vengor 
traduzioni, specialmente dal latino e dal grec 
quali hanno dato occasione a tanti scherzi sap 
insipidi. Come esempio di tali scherzi cito due 
sioni dal latino in italiano, e una dall' Italian 




LETTBRATUBA CHE NON HA SEM80. 



59 



vagante di parole pur che siano pu5 venir fuori un 
concetto chiaro e precise. Per mettere in canzona- 
tnra Tinsulsaggine di molte romanze, dieci articoli 
pieni di arguzie sarebbero meno frizzanti dei versi 
di Yorick intitolati: Parole per musica: 

Quando talor frattanto 
Forse sebben cosl, 
Giammai piuttosto alquanto 
Gome perch^ bensl; 

Ecco repente altronde, 
Quasi eziaDdio perci6, 
Anzi altresl laonde, 
Partroppo invan per6, 

Ma, 86 perfin mediante, 
Quantunque attesoch^: 
Ah! sempre, nonostante, 
CoDciosiacosach^ ! 

Con pill finezza e con intendimento scherzoso e 
non satirico, Paul Ar&ne scrisse la seguente parodia 
delle antitesi tanto care a Victor Hugo: 

PANTH^ISME. 

C'est le Milieu, le Fin et le Commencement 

Trois et pourtant Z^ro, N^ant et pourtant Nombre, 

Obscur puisqu'il est clair et clair puisqu'il est sombre, 

C*est lui la Certitude et lui I'Effarement. 

II nous dit Qui toujours, puis toujours nous dement. 

Oh! qui d^voilera quel fil de Lune et d* Ombre 

Unit la fange noire et le bleu firmament 

Et tout ce qui va naitre avec tout ce qui sombre? 

Neppure questa forma di scherzo 6 nuova, e 
forse, come ho accennato, ad essa si ricongiungono 
alcuni sonetti burchielleschi. 



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LSTTBBATURA CHB KON HA 8SKS0. 61 

La generosa prole de' Tebani 

Non umqaam fait tanto diligente; 

Amor succinctb, animi profani, 

In ilium statum qaam benignamente : 

Strofiam qaoqoe Caesari cum frangere: 

La dolcezza d'amar mi induce a piangere. 

Indipendente dalla Rabbia di Macone e forse 
puro capriccio, forse benevola parodia della facilita 
del Passeroni e di quel suo saltare di palo in frasca, 
sono alcune ottave prive di significato inserite dal 
Baretti nella Frusta letteraria: 

Nel tempo in cui le bestie ragionavano 
Senza affettare il faveUar toscano, 
£ i franchi paladini guerreggiavano 
Sotto il govemo del re Carlo Mano, 
Volto a Porsena e a quei che intomo stavano, 
Nel fuoco ardendo la robusta mano, 

Prornppe Muzio in quella gran sentenza: 
Chi ha fatto il mal fark la penitenza. 
Armida intanto in alto sonno immerse 
Rinaldo mira, e da amor vinta e doma, 
Una catena di fieri a traverse 
Gli cinge, gliene adorna e seno e chioma: 
Bianco d talun, taluno azzurro e perso, 
Qual da Narciso e qual da Aden si noma. 
Chiacchiere che i poeti soglion dire 
Quando hanno qualche ottava da finire. 

"NeW Adramiteno dragma anfibio per ragione di 
musica, pubblicato suUa fine del secolo scorso, con 
questo sistema, son messi in canzonatura i melo- 
drammi metastasiani. (^) 



(1) Non ho potato vedere questo drammA; ne tolgo il titolo e U no- 
iisia da nn'artieolo« LstUratura tetua mnao, di Amorieo SearUtU (Garlo 
Maseheretti), pubblieato nella Rattegna tUimanaU univtrtale del 19 geu- 
naio 1896. In qaell'artieolo il M. •! vale, citandolo, di nn mio precedento 
•aggio {Lett, cA« non ha sento in " Pensiero Italiano ^ dieembre 1895) e ag- 
gitmge aleone sae nuove considerazioni. 



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LETtEBATCBA OBB HOB HA SIMSO. 63 

Anche il soverchio spirito critico, che fa considerare 
gl'in&niti aepetti delle cose e produce 1' indecisione, 
tanto nei giudizi, quanto nei partiti da prendere, k 
stato burlato con ragionamenti, in cui la conclusione 
b tutto il contrario delle premesse. Una vivace stro- 
fetta di Edm. About pub servire di esempio: 

Frsncisqae en fMsant u mone 

Dit: Est-il eage, est-il sot? 

II fftit froid, maU il Tail chand. 

Je le blAme et je le loue; 

Et radmiuiatratioD 

A tort, bien qa'elle ait raison. (') 

Oggi usano ed abusano di simili parodie i gior- 
nali Batirici e umoristici. Se ne eono valsi e se ne 
valgono, spesso con molto spirito, i giornalisti Yas- 
sallo, Bertelli, Faelli, Rubichi, Morini, noti a tutti 
sotto gli pseudonimi di Qandolin, Vamba, Cimone, 
Ricbel, Micco Spadaro. 'Nb manclier& chi si ponga 
Bulle orme loro, finchfe, inesauribile soggetto di cieca 
ammirazione e di burle gioconde, ci saranno autori 
oscuri insuisi che nascondono il proprio pensiero, 
la mancanza dl pensiero, sotto il velame di frasi 
irapenetrabili, finchfe ci saranno pappagalli che ripe- 
tono le ultimo parole di moda, finch^ durerk la turba 
degli scioccbi, la quale, secondo Messer Francesco 
Petrarca, 6 infinita. 

Queste parodie e queste fantasie capriccioae vi- 
vono il tempo della generazione che le ha viste na- 
scere, poi cadono e sono dimeiiticate, per dar luogo 
ad altre simili. Ma viene il tempo che sorge I'uomo 
di genio il quale, soffiando il suo spirito nella materia 

(1) fuAvcitnv* StBciT Sskmh/pj it jiimMH. Ptrit. Paul Ollendorf, 



LSTTaR^mitA OBR von ba bbhso. 
SO io; che il auo libro suona tutto a quel tenore. V 
speso sopra gran tempo, perchfe una pretta conti 
dizione rimane un mistero inestricabile non men 
savi che ai pazzi. Amico mio, ella h arte antica ed i 
nuova. In ogni tempo Bi b costnmato nel mondo Sf 
gere Teirore per via di ire e una e di uno e tre 

Queato si predica imperturbabilmente, di qn( 
ai cicala eenza fine. E cbi vorrebbe attaccarla 
matti? L'uomo quando ode parole, si ostina a < 
dere cbe coprano qualche intendimento ,. (*) 

Anzi ci si oatina tanto che, anche awisato, 
an certo risolino goffamente furbo e almanacca, 
manacca, finchd trova un significato dove non ce 
alcuno. Per queeta specie di furberia i coDunentai 
3ono riuBciti a tradurre i) verao di Dante: 

Rafel ta&i amec zabi ftlmij 
e c'^ voluta tutta I'autorita di un orientalista e( 
il ROdiger per persuaderne qualcuno a contentars 
ci6 cbe dice Virgilio: 

Laaciamlo aUre, e non partiamo a voto; 
Che cdb\ b a lui ciascnn linguaggio, 
Come il bdo ad altrui che a nuHo nota. 

Altri, delirando dietro I'amicizia che ebbe Ds 
con Manoello giudeo, eeguitano a volere spiegare 
I'ebraico o con altre lingue il parlar di Nemht 
Ah ! Manoello pub avere insegnato a Dante la i 
nieradi sbizzarrirsi con impasti di sillabe a capric 
egli che scriveva in questo modo: 

Tatim t«tim 
Tatim tatim 
Tatim tatim 
Senti Btrombettaie. 

(1) TndDilone di GiovUn SotlTini. 



LKTTUUTCKL CHB ICON BA 8EKS0. 

Balanf balanf 
Balanf balanf 
Balanf balanf, 
Cdrai triDgnig liars; 

gli avri mai prestato il auo ebraico per com- 
e parole che non dovevano dir nulla. 
Ma i pedanti si formano un concetto tutto par- 
are delta letteratura e dei grand! uomini. Si 
ano I'liomo di genio sempre rigido, arcigno, 
I, come le inimagini di bronzo o di marmo in- 
ite in sue ooore; non intendonocfae egli e grande 
into, perche 6 piii uomo degli altri, perch^ ha 
passione, piii mobilita, piii attitudine a sentire 
riprodurre tutte le forme della vita. Non am- 
ono che egli posaa scherzare e voglion trovare 
quantita di sottintesi e di sensi profondi dove 
ce ne sono, e dove lo scrittore ha dicbiarato 
sssamente che non ce ne devono essere. 
Nel caso nostro, il miglior commento a quel 
dantesco non e il ricordarsi di avere incon- 
) qualche originale che con I'unione di sillabe 
)clite fingeva di parlare una lingua straniera? 
e raminento due. II ricordo del primo k coUe- 
alla mia giovinezza. Mi pare ancora di vedere 
isseggiata lungo mare a LJvomo nei tramonti 
ate. 11 Boie dardeggiava gli ultimi raggi d'oro 
le tamerici polverose, tra i lecci e gli oleandri, 
mmando 1 vetri delle case e dei lampioni. Dalle 
ture dei giardini, tratto tratto, appariva I'immen- 
azzurra del mare; una folia festosa, nimorosa 
eggiava su e giu per il viale, e gli occbi delle gio- 
tte facevano balzare improwisamente 11 cuore. 
iarrozze correvano come in gara nella strada 
la; i raggi delle mote mandavano luccicbii e 



LKTIKBATUBA. C 



lampi. Poi 11 sole gettava il suo regale manto 
pora su tutto; e I'aria cosl mite, il cielo sei 
gioventU mettevano addosso un entusiasmo 
legria, una contentezza di vivere, indicibili. 
allegria un mio amico la manifestava emettt 
profluvio di sillabe unite a capriccio : come un 
mai amec zabi almi „ continuato per molto 
E Bi divertiva immensamente a vedere aim: 
ogni persona per tutto il tratto ove si distei 
raggio della sua voce, e poi si compiaceva 
vinare i conmienti. — E turco? 6 arabo? i> n 
Nessuno arrivava a capir niente. Sfido io a 
DOD diceva nulla. 

L'altro, meglio I'altra originale, 6 uq: 
lana: un bel tipo di ragazza alta e Bottile, 
faccia colorita incomiciata dai capelli biondi 
come uno di quei bocci di rose che paion chiu 
borraccina : ua tipo di una mobility straordin 
chiesa prega con intenso fervore e i suoi oc< 
che guardino di I^ dalle cose umane ; in me 
compagne, il suo echerzo favorite k quelle 
lare, come dice lei, in tedesco o francese : un 
e un francese di sua esclueiva invenzione. 

£ noto clie una spiccata propriety di cerl 
che si dedica agli studi, ^ quella di non curt 
di sdegnare la vita, e di ripetere le parole ( 
II pedante Wagner distoglieva Faust dal mt 
col popolo. E pure, anche dimenticando la vi 
commentatori danteschi perch^ non hanno ri 
i tre discorsi di Panurgo? 

" Albarildim gotfano dechmin brin etc. 

' Prust frest frinst sorgdmand strochdi di 

(>) FttHiagmtl, Ub. n, np. IX. 



LBTTBBITDBA CBB KOtf HA SSHBO. 69 

Ne meno grazioso fu lo scherzo del cinquecen- 
tista Mariano Buonincontro da Palermo, raccontato 
dal Qiraldi nel Diseorso dei Romanzi. 

II Buonincontro compose, con le frasi piii usate 
dai petrarchisti, alcuni Bonetti privi di senso e li 
maodb a cerear foiluna per il mondo. Fra quei so- 
netti uno, che pareva Bcritto in morte della illustria- 
sima duclieesa di Urbino, diceva: 

I pill lievi che tigre penaier miei 
Scorgeoda il car cbe tra due petti intero 
Tiene un pensier, poi che gti ingombrs il rero 
E folle error fuggono i caei rei. 

E benchi dagli antichi aemidei 
Biumata fosse, ovanque ogai altro S flero, 
Uonte d'orgogli, ohi lasso! io gia nan spero 
Gioire in quel desir che aver vorrei. 

Onde dal crado suon stancata I'alma 
Gennoglia ia me I'ardir, poicbd a'aggbiaccia 
E scalda or quinci, or quindi il caldo gelo. 

Ed ia del verde fior perdo la traccin; 
He Tasconde lo adegno in picciol velo 
Tolta dai tronchi error la grave satma. 

Benche, cbi tieo la palma 
Dagli inganni mortal, brami coo forza 
Coudnr aU'eiDpio fin Tamara acorza. 

Un letterato seneae ci fece sopra un commento 
diviso, nientemeno, in quattro libri. Sopra un sonetto 
simile si esercitt) un altro letterato di cui il Giraldi 
tace il nome e la patria. Questo nuovo commenta- 
tore, forse per corapassione, fu avvertito deila burla, 
ma egli protest6 che burla non poteva esserci, che 
i versi avevano un senso profondo e che egli lo aveva 
quasi dichiarato. E facile far paasare un povero 



LnTKBATURA OHB aOH HA 

todosso e che dod accresce la fiduc 
umana: 

Noi guar^iftin dairalto il du 
Sism gueirieri di ventara, 
Ed ognuno i perauaso 
Cb» si TJnce perde a caso. 

Ma, per tornare un pasBo indi 
considerando che cambiano i nomi 
e che I'arguzia dipende da tante ct 
della voce, I'espressione della face 
mento, il luogo, le allusion! colte 
quali, quel che faceva ridere diventt 
c'^, dico, cbi trova insulse e peggi 
e il giuoco del Sibillone. 

Distinguo. Pinche tutto si riduc 
e a un passatempo e c'era la pers 
genere di svago, la cosa non era 
biamo anche noi riso a crepapelle 
gendo la conferenza di Yorick 9ui bo 
c'eran degli Accademici, che tratt: 
volezze con plumbea gravita, ci 
correttezza e osservanza del cerii 
plicavano le regole dell6 cose set 
gere; allora si che giuochi, cical 
erano cose insulsissime. Ma, se le v 
sono distrutte, non ci facciamo ill 
di uomini, che trasfomia ogni cosa 
gustosa e seccante, c'6 ancora. J 



It dll iuge Bridoys, l»qi 



Aiutandomi il marchese riuBcii H per h a 
darle: ed egli fattosi dare ua lapis, sul me; 
glio rimaeto biaoco di una delle lettere che 
innanzi a s^, le scrisee di proprio pugno. E 
b la carta che, Bingolare autografo, tuttora coi 

Le strofe eran queste: 

Tu dal talamo Damico 
BiscendeTJ ai rii gemmati 
Nel fnlgor di FederJco: 
Quando i prenci collsgati 
Di Boulogae alia vendetta 
lepiraroD la BBetta 
Che sfmt'Elena fori. 

Ta le ecizie ispide grotte 
Alia storia hai [ion sacra to, 
Ma t'atteudon Montenotte 
Dego, Rivoti e Lonato, 
Tu pontefice gagliardo 
CnopTi I'arpa e accenni il bardo 
Spegni gli astri e aonunzi il d\\ 

Che giuoco del Sibillone? II Goldoni che si 
d'esservisi fatto molto onore a Pisa, (') pub 
a riposo. Nod mai credo fu adoperato tanto 
di ingegno e tanto sfoggio di dottrina per 
strare la profonditii del pensiero, dove pensiert 
n D'Azeglio dopo un ' zitto lei , (burlesco ar 
mento a me ch'egli sapeva non aver nessun de 
d'aprir bocca) illustrS ad uno ad uno que' vert 
ricordo, e me ne displace, tutti i curioai, argui 
menti, 80 che il talamo era nemico, perche vi g 
una figlia dell'imperatore d'Austria che i rii g 



(1) n Sibillona nnn >l fuiavi ■ FLb*. ma 
Apittitl, ni fa il Qoldoni clie el (see onore, (i 



LKITEK^TtinA. 



rano i fiumi della Pnissia, gettatavi da Napoleone 
I corona del re; cfae cuoprt I'arpa e accenni il bardo 
ra, non so piu il perch^, un'alluaione al Mack e alls 
Eittaglia di Ulm, che spegni gli aatri e annunzi U Ji 
gnificava che con Napoleone si chiudeva un'^ra e 
e cominciava un'altra piii fausta. Tutto ci6, s'in- 
tnde, dimostrato, senza ridere, e a furia di ragio- 
amenti e di storia. E il dottore interrompeva; ' Ah! 
a bene! ah! sicuro! ah! chiaro, chiarissimo ! , — 

Ma c% UD commento di un cervello stravagante 
)pra i sonetti piii stravaganti che sieno mai stati 
;ritti : il commento del Doni ai sonetti del Burchiello. 

Doni prende non come testo, ma come pretesto, i 
ersi del Burchiello e ci si sfoga con tutte le do- 
elle, fantasie e ghiribizzi che gli ronzavano nella 
»ta balzana. E spesso gareggia di stranezze col 
urchiello, s'l che il commento d proprio quelle che 

meritaoo i versi. Nel passo che citerd poeta e 
)mmentatore parlano ognuno per conto auo, e si 
ovano pienamente d'accordo nel non dir nulla. 

' Perchi Febo gjti voile sotteirare ,. 

' alto sonetto, gran principio dal sole alia terra, 
uesto 6 un Sonetto pieno di Filosofia, e prima vi 
lostra I'esscr ideale concatenato con la parte della 
ualita, onde lo sprone, atto mat«riale, concede la 
lea del potere, in effetto di luce: conciossiach^ la 
gperienzia dell'Ente, secondo il Filoaofo, accende nel 
uro, la cavillazione del fine, la quale intanto splende 
ella prima terminazione, che diventa giuridico. Ecco 
punto quelle che da 11 Cordubese fu notato in quan- 
itat«m sperarum celestibua argumentis inexpectata 
witate negligentia, forma adunque nelle stelle trion- 
mti le vanvare: cioe diffinire il dubbio; sine qua 



LBTTBBATUKA CHE VOV HA BBKSO. 

reor esse nihil officitur inanis effettualitei 
do, implicite quiditate sustantiali. Non fi 
tal caso perpetuato nella principal novita, i 
di effetti concatenatevi in certo caso; ma 
insino al paesar del Danubio ; e cosi si vien 
rire tutta I'intenzione del Burchiello con que 
parole e dicliiarare con I'ignoto il noto, e i 
gnoto con il noto, e ignorare, notamente, i 
notato, onde giungendo a riva pensiate c 
una cosa e B&rk un'altra „. 

Pure quest! uomini capricciosi e genia 
vogliono, vedono chiaramente le coae e d 
disinvoltura e semplicita quello che i gra' 
arrivano a dimostrare con molto lussb di 
tazioni, di date e di raffronti. II giudizio 
ancora oggi sui sonetti del Burchiello ^ qi 
dal Doni, cio6 il seguente: 

" Prima voi avete a sapere che i Sonel 
stro Poeta sono di cinque cotte. I primi soi 
mordere apertamente, e quest! s'intendono. 
sono scritti a riquisizion di questo e quell'a 
che lo richiedeva, e ancora questi sono asi 
I terzi, poi per dir male, che non intend 
che colore a cui erano scritti, e questi 6 ii 
saperne I'intero. La quarta infornata scrit 
chiello di quelle faccende che gli accade 
giomata e sono mezzi chiari e mezzi tori 
tima cotta (accioech^ i pensieri nostri, po< 
e sempre curiosi d'intendere avessin che s 
furon tanti fantastichi, ch'io credo che lui 
non sapesse quel cbe si volesse dire ,.(') 

(>| -Blma d>l Dm-cblsllo QoHntinocomoMnUta d*l Doi 
qaeE che poteva gJl affsnder* il leUora. In VIeanis. 15»1, pi 



LBTTBBATDBA CHE HON HA BBirao. 



XIV. 

Prima di conchiudere le mie osservazioni con 
la veduta generate, bisogna che dica di un fine 
a&pettato a cui sono state rivolte le parole. 

Alcuni scrittori, specialraente poeti (perche pic- 
>^bus atque poetis, con quel che Begue), ei occupano 
•We loro opere non tanto di esprimere sentimenti 
pensieri, quanto di ottenere con la combinazione 
arnica delle sillabe un'armonia prestabilita, che di 
r 86 deve riavegliare idee vaghe, sensazioni inde- 
rminate. 

Caposcuola di questi modernissimi poeti, in Fran- 
i, fu dicbiarato Paul Verlaine.(*) Perb il piii remoto 
diretto capostipite di tutte queete scuole pub dirai 
iofilo Gaiithier. II quale volendo fare, come egli 
jse, una traspostzione d'arte, e mirando principal- 
?nte con la parola a ottenere efifetti pittorici e pla- 
ci, dette origins a tutte le successive trasposizioni. 
paniassiani esagerarono 1' importanza del ritmo, 
lla forma elegante e della rima ricca, giungendo. 



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Jei po6ll 


primiliti. qn»l 


cbt Tolm 



IBTTBRATVRA OHE VON HA eBMaO. 77 

come abbiamo visto in Catulle Mend^, a scrivere 
poeeie tutte di nomi propri. In queste ancora, un sen- 
timento, una deBcrizione per quanto teniii, servivano 
a tenere unite le diverse parti, e il suono non sban- 
diva ancora interamente. I'idea. Erano splendidi edi- 
fici inutili, deatinati eolo ad appagare I'occhio con 
la bellezza delle linee, erano musiche non volte a 
scuotere come fanfare di guerra o a commuovere 
come inni religiosi, destinate boIo a cullare delizio- 
Bamente, ma da cui traspariva un concetto infor- 
niatore. 

Altri poi, come il Gill che dichiara s6 stesso 
strumentista, considerarono solo la parte mueicale e 
sonora del vocabolo, non curando piii il sense, Nella 
poesia indiscutibilmcnte il euono ha una grande im- 
portanza, ma come accompagnamento dell'idea. Le 
allitterazioni, le armonie imitative, le armonie pit- 
trici devono servire a esprimere il concetto in tutta 
la sua forza nativa, ma devono contenere un con- 
cetto, una sensazione. Quando queste allitterazioni, 
ripetizioni di suono, non vanno d'accordo con I'idea, 
si ha il bisticcio, quando sopprimono assolutamente 



In puilii. Aleu 
non di rido. (in i 
fucaodo sfuggiD < 



demi, a inflO' 


• ear 


la fiintHlB blium 


"harii po^oi 


, Uo, 


niigliiLra «1 mipriecL 
dieci loludiiegu 


DUioaro d> lin. 


iiiu uUigoaoB, .u di 1 

ea, eha *' Incroainno, s) c 


rtpptssanl*™ 




aha agnn. 

Ca Wat pna P 
Hon plilB que Pi 
C'aat Pierrot. Pi< 
Pierrot i^niln. I 
I,a aanoD hen i 
Celt Pierrot, Pi 


n Vatli 


■<i.a a 


.queelluprlaeidiv 



i^ 



che lasci un dubbio al pensiero, sia che dopo I'estasi 
momentanea venga riconosciuta per un'illusione, (') 
d«Te eBsere veramente sentita e il verso deve co- 
municare agli altri quel fremito di terrore o di gioia 
che d& la rivelazione del mietero. A chi poi vuol 
simulare le voci arcane con un affaetellare sconnesso 
di suoni, e unmagina simboli di cui egli steeso non sa- 
prebbe spiegare il significato, a chi insomma nasconde 
la mancanza di sentimento e di senso con la teoria 
deU'oscuritJl, bisogna ricordare le parole di Dante: 
' grande vergogna sarebbe a colui che rimasse cosa 
sotto veste di Sgura e di colore rettorico, e poi do- 
mandato non sapesse dinndare le sue parole di tal 
veeta, in guiea che recassero intendimento. E questo 
mio primo amico ed io ne sapemo bene di quelli che 
rimano cob\ stoltamente ,.(*) 

La differenza, tra quelli che rimavano sotto veste 
di figura e i decadenti, i miBtici, i simbolisti, ^ che 
i primi si davano I'aria d'intendere tutto cii) che 
9Crivevano, i second! invece amraettono che alcuni 
1 n abbianoun significato indecisoe fluttuante, 

lono vi sopraffaccia I' idea e credono che la 
'. incertezza sia elemento essenziale di poesia. 

primo USD si riicontn nslls atl primltiTe in eui I •imboli dl- 

dare uempio qiulgha parts oiiglnnliailms dallii poetln leopir- 
clilni«it« II grido doloTMD^ 

Viii, tu TiTl. O lUltl 
Natnrm? 



83 LITTIBATVBA OBB HON B^ BENSO. 

D simbolismo, secoDdo il Doumic, 6 il contrario 
dell'allegoria : quello anima 1' iDanimato, scopre il 
contenuto ideale sotto I'inTolucro materiale, questa 
riveste faticosamente d' immagini concrete un'idea 
astratta. II simbolismo k proprio delle etA primitive, 
I'allegoria di quelle mancanti di sentimento poetico. 
Ci6 non ostaate la Dtvina Cmnmedia 6 opera int«- 
ramente allegorica. 

E anche neH'allegoria, come nel linguaggio co- 
mime c'b il non senso, quando dalle invenzioni com- 
poste seoza un piano stabilito, si vuol trarre un 
Bignificato recondito. 

Di questi nan sensi 6 piena tutta la letteratura 
italiana dalla line del cinquecento a tutto il eeicento ; 
nel qual tempo quasi in ogni opera d'arte si atam- 
pavano da un lato le allegorie, dall'altro le dichia- 
razioni che le parole: fato, nume, e le divinitft mi- 
tologicbe erano adoperate come finzioni poetiche a 
cui I'autore cristiano non credeva. E coei le opere 
d'arte avevano due eplendide quality : volevan far 
credere di contenere eignificati che non avevano e 
non volevan far credere a quello che esprimevano. 
Che chiarezza di concetto, che eempticita di mezzi, 
che sincerita di sentimento! 

Dopo la prima confusione i lettori si accorsero 
U'inganno, e 11 padre Daniello Bartoli, che pure 
veva grosso, a giudicarlo dalle sue storie, neWHuo- 
> di Lettere grida: * Ma oggi non si 6 privo di 
nso il mondo, che non sappia, che certe allegorie 
e altri (aua mercfe) attacca a queste poesie (alle- 
rie che quantunque si stirino non arrivan perb a 
prire le vergogne che in esse si leggono) non fti- 
no il disegno su cui si lavorft il poema; si trovaron 
po, fuor d'ogni pensiero dell'autore, chimere non 



LETTERATURA OHB NON HA. SENSO. 83 

allegorie, e sforzi inutili di chi vuol mutare le libi- 
dini in misteri „, O 

Sbaglierb, ma mi pare che del simbolismo pre- 
sente possa dirsi lo stesso. Certo alcuni simbolisti 
hanno maggior raffinatezza dei grossolani seicentisti, 
ma li somigliano in moltissime cose, fino nel mutare 
le libidini in misteri. 

Eppure airartifizio puerile deirallegoria sovrap- 
posta a un'opera d'arte siamo debitori dell* integrita 
della Gerusalemme Liberata; come la salvazione di 
Firenze si deve a questo bel discorso di Farinata 
degli Uberti: 

Com'asino sape 

Si ya capra zoppa; 

Cosi minazza rape, 

Se '1 lupo non la 'ntoppa. (*) 

E indiscutibile: I'uomo b un animale ragione- 
vole! 



XV. 



Gi siamo allontanati un po' dai decadenti e dai 
simbolisti. Bisogna tornarci, non per dire cose nuove, 
ma per conchiudere questa lunga scorreria attraverso 
i capricci della parola. 

Un'opera che fece molto chiasso anni addietro : 
Degenerazione (') di Max Nordau, si aggira principal- 



(1) D. Babtolt, L'uomo di letteve. Firenze, 1645, pag. 82. 

(2) Vero h cbe a quest! due grosni proverbi co8\ stranamente ritMttiti 
in uno, aggionse egli poi eavie parole, e soprattutto protestb che, " s'altxi 
eh'egli non fosse, mentre ch'egli avesse vita in oorpo, oolla spada in mano 
la difenderebbe ,. 

(3) Hibx KoBDAU, Degeneraehtte. Torino, Fratelli Bocca, 1896. 



J 



84 LETTBBATURA CHB NOK HA SBNBO. 

mente sopra le esagerazioni e le stranezze delle ul- 
time scuole letterarie di Francia. II Nordau, studiando 
I'arte moderna, vuol dimostrare che, per la massima 
parte, essa ^ un sintomo di degenerazione da aggiun- 
gersi ai molti indicanti 

che il mondo invecchia ed invecchiando peggiora. 

II Nordau combatte come nemico principale il 
misticismo. Per lui questo vocabolo indiea * uno 
state di mente in cui si crede di awertire e di pre- 
sentire relazioni ignote ed inesplicabili tra i feno- 
meni, in cui si riconosce nelle cose un accenno a 
misteri considerati come simboli, mediante i quali 
una forza occulta cerca di scoprire o di accennare 
miracoli di ogni specie, ad indovinare i quali ci si 
afifatica invano „. (*) Cosicchd vengono compresi tra 
i mistici Tolstoi, Nietsche, Maeterlinck, Ruskin, Ver- 
laine, in una gran ridda di degenerati e di rimbe- 
cilliti che cicalano ubriacandosi di parole senza 
nesso. La cosa fa impressione. Ma quando il Nordau 
dice del degenerate: * se egli scrive versi, non svol- 
gerk mai una serie logica di pensieri, ma cerchera 
di descrivere un'emozione, una sensazione servendosi 
di parole oscure di una data tinta emozionale „ {*) 
e quando afiferma che " il valore del vocabolo b de- 
terminate dal sense non dal suono. Questo non h 
nh bello nfe brutto „ ; (') mostra con quanto poca co- 
gnizione si h messo a parlare di letteratura. Chi non 
sa che uno degli elementi principali della poesia, 
quelle che ne rende cos\ difficile la traduzione da 



(1) Max Noedau, Degeneraeione, pRg. 56-57. 
(>) Op. oit., pag. 134. 
(>) op. cit, pag. 154. 



1 



LBTTBBATUBA CHE NON HA 8BNS0. 85 

una lingua all'altra, b 11 ritmo? E il ritmo da che 
cosa & dato, se non dalla sapiente scelta dei voca- 
boli? Inoltre, la poesia si potrk chiamare, se si vuole, 
arte primitiva, inferiore alia prosa, ma, finchfe vive, 
dovra esprimere e risvegliare sensazioni e conuno- 
zioni, non dimostrare teoremi. La confutazione del 
libro del Nordau ormai sarebbe inutile, non sarebbe 
che una cattiva ripetizione di tutto quelle che ^ 
state gik detto benissimo da molti. To per5 sono at- 
tratto dal vedere come certe idee cambiando aspetto 
ritomano periodicamente, e con quanta sicurezza 
chi ignora la storia le dk per nuove. 

Uno dei sintomi di degenerazione ^, secondo il 
Nordau, la stranezza delle mode che si succedono e 
s' intrecciano ai giorni nostri. I lamenti e le satire 
contro gli inconvenienti, i danni, il ridicolo delle 
mode in tutti i tempi, in tutti i luoghi sono uguali, 
incessanti, infiniti. Da noi si comincia con TAlighieri, 
e poi giu giu, il Sacchetti, il Marini, il Parini, il 
Gozzi, il Leopardi se la prendono con le mode usate 
al tempo lore. (*) E i lamenti sono uguali cosi quando 



(*) In ogni CRSo, non siamo arrivati nlle stranezze e al pervertiniento 
del aeeolo paaaato. Chi immaginerebbe ohe uel lindo, profuniato, elegantis- 
aimo aettaeento foaae introdotta un'usanza rieordata dal Bondi nella Modaf 

D'uflSoio varii e di flgura ban loco 
Qui pur gli eburnei peltini; ed a cui 
Raro h Tordin dei denti, a cui piii denao. 
Quei son d'uso maggior, quest! sol atti, 
Ma ben di rado, a ripulir. la cbioma 
Dal crasao umor, dalla soyercbia poire, 
E dai furtivi abitatori insetii, 
Che di teste volgari ospiti an tempo 
In pib nobile crin sicuro all>ergo 
OUengon oggi per tuo mezzo, o Dea, (La Moda) 
Inqoietato inran dall'aurea apada 
Gbe per tno dono nolle ehiome immersa 
Giaoe a difesa del prurito eterno. 

(Potmetti « Bim4 varie di CI. B. Venezia, 1790, p. 92-93). 



86 LBTTERATUBA OHB HON HA 8EK80. 

un popolo ^ in fiore, come quando h in decadenza. 
Si potrk convenire che i cappelloni alia Rubens, i 
colletti altissimi, le zazzere spioventi, i baffi tirati 
in 6U siano indizio di leggerezza, ma di una leggerezza 
▼ecchia quanto il mondo. Non perci5 il mondo ruz- 
zolerk verso la fine. Povera umanita! Se veramente 
fosse andata decadendo da quando Omero faceva gU 
eroi della guerra troiana dieci volte piii forti degli 
uomini del suo tempo, o se fosse tanto peggiorata 
da che Orazio scriveva: 

Aetas parentnm pejor avis talit 
nos neqoiores, mox daturos 
progeniem vitiosiorem, 

o anche da quando il Berni, facendo sua V idea, tra- 
duceva: 

L'etk dei padri che peggiore ^ stata 
Degli avi nostri, ha generato noi 
Di lor gente piti trista e scellerata: 
Cosl quei che verran dope di noi 
Saran turba perversa e snaturata; 

a che saremmo ridotti ? II piii delle volte questi la- 
menti sono ingiustificati. Ne volete un esempio? II 
Giusti scriveva: 

Mezzi siam frolli, frollera il future 
Quella parte di noi che resta illesa; 

e il future dette il '48 e il '49, le cinque giomate di 
Milano, Curtatone e Montanara, la battaglia di Goito, 
la presa di Peschiera, le difese di Venezia e di Roma. 
Per gente frolla non ci fu male. 

La bizzarria delle mode 6 assai vecchia, il mi- 
sticismo che dovrebbe essere sintomo di degene- 
razione b poi, per confessione stessa del Nordau, lo 
state naturale dell'umanita. ** II misticismo fe lo stato 



• ; 



LBTTBRATUBA OHE KON HA 8BN80. 87 

ordinario deiruomo e non gia una costituzione straor- 
dinaria del suo spirito „.C) 

Percib il Nordau, positivista e scienziato, invece 
di prendere gli uomini come sono, mette come tipo 
deH'umanitk un essere ideale, astratto, che non sia 
n5 insensibile, n^ troppo sensibile, n^ egoista, n^ 
umanitario, un tipo 

che par muover le braccia e i piedi a sesta 
per forza di ingegnosa architettara. 

Fatto questo, in arte, condanna come malsana 
ogni opera in cui si trovi qualche cosa che contrasti 
a questo suo tipo di uomo normale. Ma d'altro lato 
riconoscendo (bontk sua) un talento letterario a 
Tolstoi e a Zola, riconoscendo che alcune poesie di 
Verlaine, il pib chiaramente matto di tutti gli autori 
citati, hanno un fascino delizioso, (") il Nordau viene 
involontariamente a riconoscere che anche con uno 
squilibrio mentale si possono fare opere d'arte insi- 
gni ; e cosl mentre parrebbe allontanarsene, ritorna 
alle idee del Lombroso. II quale, ormai tutti lo sanno, 
trova un'affinitk tra il genio e la pazzia, ponendo 
come base comune Tepilessia. Egli ha portato il me- 
todo e I'osservazione scientifica sopra un'idea che 
vagamente e confusamente si agitava nella coscienza 
popolare, espressa nei proverbi, e da alcuni scrittori. 
Anche le teorie del Lombroso hanno avuto ed hanno 
oppositori, ai quali Tillustre psichiatra ha oflferto 
spesso il fianco. Invasato della sua idea, per la fretta, 
non ha sempre esaminato Tattendibilitk delle fonti 



(») Op. cit., psg. 79. 

(S) " Fra le perle della poesia francese si possono eonsiderare altresl 
le poeaie Avant qu4 tu t'en aille e II pleure dnta mon eo«ur „. Op. cit., 
pag. 142. 



88 LETTBBATUBA CHE NON HA 8RN80. 

• 

da cui attingeva le notizie, ed h incorso in molti er- 
rori particolari. Ma i letterati hanno corso troppo, 
quando per gli errori particolari, sian pur numerosi, 
hanno conchiuso che ^ errata la teoria generale. 
Finchfe gli spiritualisti contrastavano questo genere 
di studi, si capiva, ma il fatto che persone spregiu- 
dicate, a priori, O si oppongono a queste indagini 
riuscirebbe incomprensibile, se il misoneismo non 
fosse ben radicato nella natura umana e se ruomo 
non fosse un complesso di contradizioni. 

Conchiudo. Non b il case di far profezie circa 
il crepuscolo dei popoli o di un popolo, per alcune 
bizzarrie, che, sotto aspetti diflferenti, ci sono sempre 
state, e, altre volte, piii di ora:0 non credo si debba 
dire assurdo un indirizzo di studi per alcuni errori 
particolari. 

Piuttosto diciamo assurdi e inutili tutti gli studi. 
Perchfe no? San Basilio dice inutili gli studi scien- 
tifici: " Che mi importa sapere se la terra sia una 
sfera o una superficie concava? Questo mi importa 
sapere, come io debba condurmi meco stesso, con gli 
uomini e con Dio „. Galileo, quelli che si riferiscono 
ad azioni umane : * Se questo di che si disputa fosse 



0) Per esempio. il Valbert e il Doumio in Francia. Fra i critic! ita- 
liani ce ne sono molti e lllustd cbe sono conU-ari al Lombroso; fra i piii 
giovani Tavv. V. Morello e Ugo Ojetti hanno espresso, sulIa teoria del Lom- 
broso, le opinioni cbe mi paiono piii ragionevoli e cbe, pereib, bo riportato 
in questo scritto. Le Nott autohiografieh^ del Guerrazai, pubblieate da poeo. 
dovrebbero aver fatto momentaneamente perdere ie staffs a que! botoletti 
che ringhiano qnando sentono parlare di pazzia, di epilessia, di anormalitk 
del genlo. Come se essi. — dice argutamente il Lombroso — aveesero che 
fare col genio. No; essi sono savi; piccoli disoendenti deiruomo tavio del 
Guicciardini. 

{}) L*idea che TumaniU debba estinguersi presto, o per cause flsi cbe 
(incontri di ooniete, diluvii, terremoti), o per i vitii che la rovinino. o per 
rira di Dio provocata dai peccati, h vecchissima. Gerto vi nono tempi felici 
e infelici. Nel Cinquecento, cbe fu oosi agitato e riceo di aTvenimenti, Luigi 



^^ 




LBTTEBATURA C 



qualcbe punto di legge, o di altri studi -umani nei 
quali noD 4 n^ veritk n^ falsity, si potrebbe confi- 
dare assai nella sottigliezza dell'ingegno o nella 
prontezza del dire e nella maggior pratica degli 
scrittori e sperare che quello, che eccedesse in queste 
cose, fosse per far apparire e giudicare la ragion sua 
superiore; ma nelle scienze naturali, le coDcIuaioni 
delle quali son vere e necessarie, n6 vi ha che far 
nulla I'arbitrio umano, bisogna guardarsi di non si 
porre alia difesa del falso, perch^ mille Demosteni 
e mille Aristoteli resterebbero a piede contro ad ogni 
mediocre che abbia avuto ventura di apprendersi al 
vero ,. 

Ma San Basilio era uomo del medio evo, ma 
Galileo non aveva preveduto che il metodo da lui 
instaurato nello studio delle scienze fisiche passasse 
a quelle morali. Ah ! si ! E cbe cosa significano que- 
ste accuse di fallimento che ei lanciano ancora po- 
sitivisti e apiritualisti ? Bancarotta della religione, 
gridano gli uni; bancarotta della scienza, rispondono 
gli altri. E iramezzo agli urli degli uni e degti altri, 
si sente ancora la voce di Messer Antonio da Ve- 



it Pnrtv tplvgiivik 1* Tkandi dall* umans a- 
Miilprs <a ho ndilo dlra. eta* In pioe fn r< 


::',;:r"'^«: 


aiu ra auparbla. 


U gaperbit f> i»; U in f> guarra; U guar 
Ditl: lanmiinilli a p>i:«; e U p>e«, earns 
I« cow d>l moiido .. lUirtrm ilficli: Fin 


r. fa p^arll., 1, 
diaii, fa riufaei: 


pDverti (. uma 
■. 18^7, p. 28). I 


11 MMtil>T«lli MHigTm: * E panluido io < 


i»m. quaate eoa. 


> prooedino, glu 


di(o il mondo Huprs ■■»» atato »d vn 
urs unto di buono qniiito di trisla, ma ra 


nitdasimo modo 
riiira qiioalD tint 


ad in qutato aa 


di proTlncIa in proilDciii conie al Teda j 


par quallo ai lia 


n"u.ll dl ,B.1I 


regni intielil eho vai lanano dall'uno ill'aU 


ro per la •ariazi 


iona dai CDatumi 


uia il monds raaUvi quel Disdaaimo ,. 








re ebe il Nordai 


ldo«,fr-'-'-- 
1 ibbii 1 



90 LETTEBATUBA CHB NON HA SfilfSO. 

nafro: ** Metti sei o otto savi insieme, e diventano 
tanti pazzi „, Bastano anche meno di sei. E se si 
pensa che gli argomenti delle discussioni orali pas- 
sano nolle opere scritte, si vedrJt che proporzioni 
prende la letteratura che non ha senso. 

Lasciamo questi ragionamenti che posson parere 
paradossali, e non sono, e riepiloghiamo brevemente 
quanto abbiamo esposto. Abbiamo veduto che la com- 
piacenza di ripetere certi suoni e il credere che la 
cognizione delle parole porti con sfe quella delle cose, 
formano il prime strato della letteratura senza senso; 
ora possiamo aggiungere che la pazzia, un improv- 
viso desiderio di volgaritk, la ciarlataneria di chi 
vuol ingannare il prossimo, Tignoranza e la confu- 
sione delle idee formano gli strati successivi. Su 
questo terrene poi cresce vigorosa ogni varieta di 
parodia. 





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g 



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■ - ^ 

PI 



GUIDO SARTORIO 



LUIGI CARRER 



ROMA 

SocitTA EoiTRict Dante Alighiebi 



)KHo»GK30c*o* :* : >: >toto*GC-«-C'C*»-'>H :40<eH>>Gt-:>3»C' CC<-iji! 



La seconda parte di questa monografia, 
studio intorno alle opere di Luigi Catrer, pe 
indipendenti dalla mia volontii'noD pu6 es 
blicata insieme con la pricna. Ancb'essa pe 
alia luce quanto piA presto. 

Colgo I'occasiooe per ringraztare vivamen 
che ia qualche modo mi glovarono net c 
mio lavoro; prima di tutti U Maestro, F 
Flamiai, e il Nob. Dott. Cav. Pier Luigi 
U quale cod la signorile cortesia tradlzional 
famiglia mi fii largo di tutte le carte della i 
collezione, 
Mario '99. 

Dolt. GuiDO Sar' 



I Luigi Carrtr com'tnciava la sua cart 
poetica combattevasi fiera la gran baltaglia fra rotr< 
tici t claisici; da un lata i soiUnilori di un irn 
destinato inevitabilminte a croihre si difendevano 
I'accanimtnto di chi non pub ritiutidare a pensam 
divetiuti parte inte^rante di se stesso; da I'altro 
diversi intenti religiosi politici e sociali, con reslaui 
coscimj^a artislica i bandilori delie miove idee as: 
vano gagliardamtnle con I'entusiamo e la tenacia l 
inscritti ad una fcde novella. E battevano in bre 
tuUo do che v'cra di /also di vuoto d' arHJi:^ioso n 
vecchia arte, che del glorioso classicismo non con. 
vava se non povere e fitti:(ic apparen^e esleriori; 
loro giovine arte melttvano a servi^io di un ideah 
liberth t digiusti^ia, preparando ed affrettando Vaw. 
di tempi migliori. Non badiamo se la reaj^ione roii 
tica, come iuUe k rea^ioni, abbia ecceduto ; se 
un'arte conventionale sia succeduta un'altra non n 
conventionale; se moiti dei romantid abbiano finito 
dimenticare nel loro esaurimento senile a punto > 
canoni che erano slali il caposaldo, la ragion d'es 



delta promossa rifcrmj, e pensiamo soltanio che essa 
portii un ienso acuto di rea'ta ntll'arte e nella vita. 

Liiigi Carrer da prima non stppe risolversi : troppo 
iu Itii pesavano gli instgnamenti delta scuola t Vam- 
bienU chiuso a quahtasi audacia rivoluiionarta, percbi 
potesse subitamente libellarvisi; ma, maturato il pen- 
siero ntllo stud o, nan tardb ad accogiiere i prindpit 
romantici e a farsene in versi t in prosa efficace pro- 
pugnatore. Appartenenie alia scuola che metteva capo 
ad Aiessandro Man^oni, sitptriore al Tortieal Grossi 
per ingegno t ricche^ia di vena poeiica, suptriore per 
profondita di studi per elegance di forma per abbon- 
dan^a di produ^ione al Berchet — del quale non ebbe 
perallro la serena fiere^^a della vita e il magnanimo sen- 
timenlo civile — egli piu di ogni altro de' minori ro- 
mantici si accoslo al maestro per quel senso armonico 
di misura, cbe i la gran dote man:^oniana, e che ad 
allri smarritisi in nebu'ositd ed astratte:^ie talvolta ridi- 
colt ed assurde, venne a mancare. E a cib gli giova- 
rono i litnghi e paT^ienti studt, eforse anche I'esser nalo 
t cresciuto in una cittd meravigliosamente adatta a edu- 
care il pii. raffinato gusto estetico. 

'Peccalo che non ci sia data rttrovare nel Carrer il 
proposito civile e patriottico che animo la poesia del "Ber- 
chet del 'Pellico del "R ossettt : non eliene faremo eia noi 



ma pur sorriderebbe alia mmte che il maggior poeta di 
Venecia poiesse unirsi con quelli, che, ranimo rivolto 



i^t^^uici Carrer (i) nacque, & 
\%!^^h-atelli, a Venezia il i2feb 
Antonio e di Margherita Dabal^. I 
un bene avviato negozio di salum 
ponte di Riaho; la madre, donna d 
attendeva alle cure della famiglia e 
dei figliuoH. Luigi passb a Venezi 
ddia sua infanzia debole e malaticcii 
manifestavano i germi di un tempei 
sivamente delicato e nervoso, che d 
piii tardi cagione di gravi soffere 
colto da paure irragionevoli; era 
nulla pestava i piedi, singhiozzava, i 
a un pazzo entusiasmo, per cader< 
in una gran malinconia ; dorniiva 
agitati da sogni e da strane vision 

(r) Carrer, « Don CARRfR, come si ode 

del Veneto. 



frammento inedito di autobiografia(i), ci 
alcuni eplsodi canttenstici dei suoi primi 
a Due coseintanto voglio narrare di quest' 
imi anni, picctole, picciolissime perse me- 
I, ma impresse nel mio cen^ello con tanta 
la fanni maravigliare che esse sole vi siano 
: di quelle altre molto piii rilevanti, che 
lo senz'altro essermi accadute nello spazio 
i sei o setie primi anni. Mi ricordo che es- 
un dopo pranzo di giorno di festa andnto 
ere non so che processione, che facevasi 
jarrocchia di S. Matteo, ora quelta chiesa 
ita, e se ne fece magazzino di legna, in con- 

d'una fantesca, mi smarrii tra la folia, di 
mio sbigottimento fti tale, da non aver sa- 
in qui vincere certa ripugnanza ogni volta 
p3sso per le callaie circostanti alia detta 

che sono molte e strettissime. N6 ho mai 
3 negli anni appresso al giudizio universale, 
nilo, alio sbalordimento da cui sari presa 
I aU'uscire dal corpo, che non mi venisse 
te quella giornata : con quanta convenienza 

pensieri e quell' avvenimento, mel sappia 
li avrJi maggior acume del mio, che quanto 

dopo avervi non poche volte pensato 

eggasi neU'Afipindiec, pag. 1, 1' iiitroJuiione a quests 
;raGa, incerrotta poco dopo ilprincipio. 



sopra, non altro ne ritrassi che idee 
non fame caso. II secondo avvenii 
voglio far ricordo k del primo ac 
quello a cui negli anni posteriori ho 
di entusiasmo, inspirazione o altrott: 
sera nella quale veonero in casa t 
perchfe, mohi soldaii, credo chiamali 
ficiale che avevamo ad alloggio, e al 
le genti della casa affaccendarsi coi li 
all'udire il rimbombo che facevano 
scale tutti quei piedi e il lintinnio c 
degli schioppi, mi prese un tal impe 
che mi posi ad urlare e a battere 
terra, a tal che lo stesso ufficiale ne 
raviglie, e da indi in poi mi voleva 
regalava di non so che dolci, forse au 
io dovessi diventare uno Scanderberg 
a Mi vedesse egli adesso malato di 
sanabile ipocondrta, scarabocchiando 
dermi 1' unghie quando la frase o i 
veogono conformi al concetto. Ni 
una terza, che domanderebbe pii lun 
per salvartni dalle beffe; ma i come 
fare agli altri, e chi vorri riderne 1 
faccia. Io era, a quanto parmi, nei < 
ed usava di dormire la none In una i 
sima a quella della mamma, in corn} 



mi dormiva allato in un letto, al- 
grande del mio. Non passava notte 

mi destassi parecchie volte per un 
lamento negli orecchi o per un suono 
>ani, che mi dilenava insleme ed at- 
avvenne una notte che destatomi, e 
Sanco sinistra, come per rappiccare il 
}ercosso da un bagliore vivissimo, che 
;Ii occhi quasi involontariamente. Mi 
Juta una piacevole lisonomia di vec- 
aggiante, nella perfetta oscurili della 

fisonomia che assai teneva a quella 
iteroo dipinto dal Canova in Possagno. 
>o descrivere la trasparenza di quella 

vivezza di quella luce. I lineamend 
lili e la bocca mezzo aperta. Pareva 
lasse amorosamente e stesse a guardia 
QSt Me ne stetti li non so che tempo 
spalancati ed immoti, guardando, ma 
Ua faccia mi parve inchinarsi e mo- 
di volersi posare sul mio cap^zzale, 
i forte mi prese, che mi detti a gri- 
n'avea in gola, si che svegliata la 

prese e cerc^ d'acchetarmi, il che fu 

tutta quella notte » (i) 

■mi autobiogr. inediti (Cute Zannlni, Ve- 



In principio fu m 
stre, che gli insegn 
nello stesso tempo 
orazioni, eccUando 
misticismo, che not 
Giuseppe Insom, gli 
grammatica; ma pr 
abbandoii6 Veoezia, 
Narvesa nel Trevis 
un piccolo podere. 

Q.ui dove il pice 
Delia foresu che : 
PcQsoso erro mem 
Lungo Anas so che 

Qlii vissi inEinte 
Per cammino di p 
E lieto amoreggiai 
E I'tei quanto il i 

II Carrer am6 
tranquilli soggiorni 
negli aont maturi i 
con segreto rimpla 
solitaria e faatastics 
retorica con Giamt 



{!) Cfr. Pmsu di I 
pag. 7} (Open sceUe di 



10, cbe professava in quel ginnasio. Le vi- 
non liete della famiglia lo condussero nel 
uovameoie a Venezia, e quivi compi gli 
reiorici sotto un altro prete, Giovanni Piva. 
i, parroco in Santo Ste&no, era innamorato 
gioventfi e degli studi, autore egli stesso di 
ni e di omelie; e, avendo nolato come molti 
li, forse anche per mancata opportunity, non 

del loro ingegno tutti i fmni die pare- 
promettere, institul un' Accademia, ch'egli 
1) degli hvulntTabili o a significare che i 
li dei quali si componeva, doveano bene 
Tirsi non pure contro alle insidle del cat- 
usto, ma contro a quelle eztandio della em- 

della irreligione » (i). Tale Accademia era 
sotto gli auspict di S. Agostino, e avcva 
ipresa un giovinetto che scherza con un 
te, col motto del profeta Isaia: 'Delectabitur 

super foramine aspidis. II 2 maggio i8ii 
:va la prima seduta, il 19 febbraio 1819 
a ; nella quale il socio Francesco Beltrame 
pava ai coUeghi accademici la mone, po- 
innanzi avvenuta, del benemerito fondatore. 
Accademia dal j6 maggio del 'i€ apparte 

01 Qome di Irischiopato (cioh: afFezionato 

fr. P. A. Paravia, Ehgio di Giovanni 'Piva, tea., 
, Pkotti, 183}, pag. 16. 



alk religione), anche U Carrer e in essa a quiii' 
dici anni dava il suo primo saggio po' 
minci6 allora a scriver versi, cogliend' 
tutte le occasion! : nascite e morti, mi 
e Dozze, casi lieti e sventure. Eran cc 
e volganiccie, e I'autore stesso, ci6 comp 
provvide a distruggerle o ad escluderle d 
riori raccolte de'suoi versi. Lasciata la 
Piva, frequent6 il liceo di Santa Caterina 
maestri lo Zendrini nelle matematiche, 
nella filosofia, il Bordoni, traduttore de 
nelle lettere. 

Nel '17, quando il Carrer contava si 
venne a Venezia, preceduto dalla fam 
clamorosi trionfi, il cclebre Tommaso S 
dare anche in quella citti un saggio d 
visazione. Emanuele Cicogna cosi ne pai 
Diarii: a leri sera il poeta estemporam 
diede la prima accademia al teatro ' 
Veniva con gran tama recata dalle ; 
d' Italia, ma non corrispose molto t 
franchi si pagavano alia porta. Impro 
tragedia intera in tre atti, che duro 
secc6 tutti gli astanti. Le tragedie imj 
cosa difficilissimaj sono il suo forte » (i). 

(i) Diariinediti di Eu. Cicogna, xxi dicembi 
vico Museo Correr di Veneila, ms. 2847, hmm 



mtranamente a quanto scrissero i suoi pre- 
identi biograG, non udl mai io Sgricci ; ni si 
dsarb cod lui ia casa della contessa Isabella 
Ibrtzzi, per la semplice ragione che 1' aretiao 
3n iKprowiso mai in codesta casa (i). Pure. 
;osso dal rumore che levavasi intorno alio Sgricci, 
rse iovidiandoDe in cuor suo gli allori, voile ten- 
re I'ardua prova per suo conto. La prima tragedia 
1 lui improvvisata fu la Morte di Agrippina; alia 
jale ben presto successero V Alalia, Polissena, 
rancesca da Rimini, Saul, la Morte di Cucullino, 

Congiura de' Fieschi, la Ifigenia in Aulide, la 
'\gtnia in Tauride, la Morte d" Agag, tragedie 
le procacciarono al giovane poeu rinomanza 
)n comune. Emanuele Cicc^na, che assisteva al- 
improvvisazione dtiV A talia, ne fa parola nei 
iarii: « Ora abbiamo a Veaezia un nostro giovane 

17 anni circa, allievo del pocofa defiinto abate 
iva di cogQome Carer (non so il nome), il quale 
;ssa lo stesso Sgricci nell' improvvisar tragedie, 
ier I'altro sera con grandissima sorptesa di tutti, 
:e Alalia, tragedia, alia presenza di vari predi- 
tori (e ne abbiamo di bravi quest'anno), del 
ice-Presidente di Govemo, ecc, in una casa 



(i) Lett. ined. di BenoassJi Montantri a Adriam S. Ztn- 
li, )t genaato tSji (Carte Zannini, Venezia). 



privata dell'abate Pellegrini, Par 
da Apollo, eneigumeno; <^uesti 
di una memoria sorprendente, di 
far^ un' ottima e chiarissima ri 
«gli sorprese I'altra sera, perchfe 
cine, che scrisse lo stesso argoi 
alcuna idea di quella tragedia i 
bioUa afiatto e la fece tutta sui 
espressioni degne di uq pifi col 
farsi prcte epredicare » (i), 

Inebbriato dai lieti successi, i 
a girare pel Veneto, dando qu; 
a somiglianza dello Sgricci, se 
tamente e seoza verun guadagc 
in casa del conti Porcia, imp 
4ei Cherusci; e git amici enti 
Luigi aggiunsero quetlo di Arm 
lunghi anni, e di cui egli moltc 
tragedie si succedevano I'uoa al 
gli amici lo accarezzavano, il pi 
diva fragorosameme, i poeti ne 
Quando improvvis6 Alalia, Luig 
un'ode : 



(i) Cfr. Diari ined, di E. Cicogna d 



....Mancava questo vaoto 

Agli altri onde va Italia 

Su le donne d' Europa altera tanto.... 

Caner, se alcun daU'Anio 

Venne su queste spiagge 

A mieter i tuoi lauri, e' veaae indarno. 

Tu per c6r nuove palme Id stranio lido 

BasCi che maudi il grido(i). 

I Tito Sestio Cannio, friulano, gli scrisse che 
i a Talma tragica De I'AsiigiaD rivive n (2). 
i dell'orgoglio, la musica dolce degli applausi 
Inno al capo; s'atteggia a grande tragico, e 
di se stesso: 



"fr. lA Luigi Carrtr quando improvvisd. Alalia, In 
! poiiU tdite t intditt di Luigi Pezzoli, vrntxiauo, 
a, Plet, i8]{, vol. I, pag. [z6. -Questo Peuoli fii 
amico del Carter, e spesso lo giovd de' suoi con- 
'u autoie di sermoni elegie canzoni epistole ; tra- 
. salmi ; va noverato tra i buoni satiric) vcneziani, Di 
iSe il Carrer nella raccolta di Vite di uomini Uluslri ecc. 
iia dal TiFALDo; ne tess^ la commemoraiione al- 
K> Veneio di scienze kttere cd arti il 23 giugno 1S34, 
e 6 molto probabilmenie il medesimo discorso che 
I la citaca ediiione delle Prose e Poesie fatte dal Plet 
,j. - Visse dal 1771 al 1834. 

;ir. Ricrtaiioni poelicht di Tito Sesto Cannio, friu- 
copiate in Venezia neU'aDno 1826 (Civka raccolta 
di Venezia, ms.Cicogiw 33a - hdcccxxii). 



Ho I'occhio torvo, il crin scorapo 
Arcigna fronte, annugoUta ficda, 
Id cui del fero trtgico mio spirto 
Non dobbtosa scorgesi la traccia. 

Ho il braccio avvei zo a quel pugnal 
Medea nel petto al palpitante Absirl 
N^ queste chionie insanguinate alia 
Sana al Tejo cantor fronda di mirt 

E rivolgeodosi a Vittorio Alfieri, in 
gloria, esclama: 

Me garzon vedi per grand'alma al 
Cui Don vil speme e udir sublime 
AU'arduo colle, dove al crin i' speri 
D'almo Tosco cantor cinger corona. 

Me vedi al sonno fare oltrag^io, < 
Brevi inaestar nel faticoso die, 
Onde doca ho la voce e sraunto il vi 

Ma, se il poetare all'improvviso 
sua gloria, non giovava punto alia sua 
tr^edia gli cosMva uno sforzo grand 
fine dallo stato di esaltamento e di fi 

(i) Cfr. <A Luigi Plet. Sonetto. Gennaio iS 
Poetie di Armihio Luigi Carrer, italiano dt 
hlieatc Tanno dieiotUsimo dell'eli sua, Venez 
e C, 1819, vol. I, pag. 191. 

(l) Cfr. ^ Vittorio Alfieri. Sonttto. G 
Saggio di Potiie cVl, pag. 196. 



cadeva in un incredibile laaguore; alia tcosione 
nfirrnf^ Kottentrava un creneralf rilasRamentn. nn— 



di S. Luca (oggi teatro Goldoni) la Sposa di 
Messina. I tre primi atti non dispiacquero, il 
quarto e il quioto furono accoki da risate e da 
fischi, e la tragedia cadde senza remissione. I di 
seguenti sui giomali comparrero contro I'autore 
articoli a dirittura feroci; in risposta at quali e 
in difesa del Carrer, si levava nell'Ateneo la \ 
autorevole di Luigi Pezzoli(l). 

L' insuccesso della Sposa, altrettaaio dai 
roso quanto cran stati clamorosi i precedi 
trionfi, determin6 nel Carrer un improvviso trn 
mento: abbandonata interamente rimprow 
ziooe, ^li si volse a studi moho pifi seri e p 
ficui. 

A questa risoliizione non furono certame 
estranei i consigli del Pezzoli e di altri am 
Donch^ lo scritto del Giordani contro lo Sgric 
gli improwisatcri; ma forse piii di tutto ebb 
efficacia suU'animo del poeta giovinetto le pai 
di Vincenzo Monti. Poichfe il Carrer fu present 
dalla contessa Isabella Albrizzi al Mooti, il qu 
come racconta il Vollo, lo cons'gli6 a studi i 



(i) C&. Discorso sopra la rappTesentaxioat delta Spos 
Messina (Iragedia di L. A. Carrtr) htto tulT^.4UntO di 
ne^ia il giomo vil febbraio MDCCC:(Xit da Loici Pezz 
Padova, Crcscini, 1822. 



24 

turi, St nutriva il nobile dcsiderio di perpetuare il 
suo nome (i). 

Gi^ due anni innanzi il Carrer aveva dato alle 
stampe il pritno volumetto de' suoi versi (2) : 
erano le cose migliori delia sua poesia giovanile 
(odi, canzoniy sonetd, idilli e una tragedia: la Morte 
di *Agag\ e ricevettero dal pubblico la piii festosa 
accoglienza. II Cicogna, fedele e diligente cro- 
nista, nota ne' suoi T>iarii la comparsa del libro, 
che recava tra i nomi degli associati quello glo- 
rioso di lord Byron, conoscente ed estimatore del 
poeta : « Oggi sono uscite le poesie di Erminio 
Carrer, giovane di vent'anni, {non ne aveva che 
diciotto) poeta estemporaneo, giovane che h pii 
preceduto dalla fama che dal suo merito intrinseco. 
Fanatismo terribile porta al cielo questo primo 
volume delle sue poesie, cui precede il ritratto 
in rame del poeta. Questi, pieno di se stesso, va 
per la strada in estasi; non vede, non saluta, fa 
mostra di venir dall'altro mondo, se si park di 
cose avvenute anche al giorno stesso, e presu- 
mendo di saper troppo pifi di quello che sa, h 
contento di ci6 che impar6, circondato da una 

(i) Cfr. Vita di Luigi Carrer di Benedetto Vollo, in 
Letture di famigUa^ Opera iUusirata. ... che si puhhlica dal 
Lloyd, Trieste, 1855, anno I, pag. 34. 

(2) Cfr. pag. 17, nota i. 



2S 

turba di giovani adulatori » (i). Al primo volume, 
dovevano far seguito altri due che il poeta aveva 
gii preparato; raa, sopravvenuto il mutamento 
che gli fece bruscamente troncare la camera di 
poeta estemporaneo e rinunciare alia poesia, anche 
quei poveri versi subirono gli effetti di tal cam- 
biamento di idee, e furon destinati alle fiamme. 
«Quel tanto di bene, scrive il Carrer, che ne 
dissero i. giornali forse in riguardo dell'eti del- 
Tautore non mi fece sordo alle giuste censure che 
io sentiva farsi dni dotti al mio libro, il quale se 
da un canto dimostrava Tattitudine del giovine 
alia poesia, era dalPaltro sparso di troppi difetti, 
specialmente di stile, perch^ meritasse le stampe. 
Feci profitto delle censure, e il primo volume hi 
il solo che pubblicassi, dando alle fiamme due 
altri che avevo in pronto » (2). — A questo tempo 
risale una sua violenta passione amorosa, forse la 
prima : egli si innamor6 perdutamente di una gio- 
vinetta, Costanza Manini, a quanto sembra emiliana 
di Reggio. Pochissimo ci fe noto di questo amore, 
anche perchi il Carrer amava parlarne poco ; solo 
si sa che, dopo una breve vicenda di ore liete e 



(i) Diarii cit., 31 luglio 18 19. 

(2) Bozza di una lettera a Mons. E. Muzzarelli, novem- 
bre 1829 (Carte Zannini, Venezia). 



itello lo obbligava frattanto a rinunziare alia 
Ira e a far riiorno a Padova neU'autunno 
•■3- 

famiglia era caduta in gravi strettezze, ed 
;rporvi rimedio si acconci6 nell'agosto del '24 

direttore presso la tipografia della Minerva, 
oprietii di NiccoI6 Bettoni e soci, che gli 
ano ceniocinquanta lire austriache il mese. 

sue attribuzioni erano molte e assai di- 
: dettava prefazioni per I nuovi Ubri cbe 
logratia pubblicava, e leneva i conti del- 
linistrazione ; faceva il correttore di bozze, 
luceva da Ungue straniere. Insomma, tutte 
re dell' azienda, grandi e piccole, fiiroiio 
■ate a lui. Era un lavoro improbo, fatico- 
.0 per quahiasi uomo robusto, tanto piCi per 
rrer, ch'era di salute cagionevole. Final- 
:, a forza d'insistere presso i padroni, gli 
ucesso un aiutante, al quale cedette una 

del suo lavoro, non cosi per6 ctie anche 
non ne rimanesse buona porzione. Furono 

gli aoni della sua maggior attivitii ; scrisse 
loria della Commedia Italiana (i) in cond- 
)ne alia vita del Goldoni; tradusse i Saggi 



L C, Fila di Carlo Goldoni, con not«(U dtlla Com- 
Ilaliana prima di lui, Venezia, Tasso, t8i$. 



sllieri itiliani e dello Shakespeare. Di essa dava 
zia aD'amico Foscarini: o La tragedia cam- 
a a gran passi, e sarebbe condotta assai oltre, 
■.z un cambiamento che io voUi farci. Parvemi 
il secondo atto fosse troppo discorsivo. Unto 
che tiene dietro ad uo primo atto tutto di- 
sivo anch'esso. Eliminai quindi dal mio di- 
10 tutto intero il secondo atto, e in luogo di 
lie posi le scene riserbate pel terzo, inven- 
lo del tutto la materia del terzo. Questo nuovo 

atto spero che debba riuscire assai ani- 
o, ecc. ecc. » (i). 

1 molto lavoro non gli &ceva trascurare le 
ne relazioni con gli amici che aveva numerosi 
dati, e con tutti teneva corrispondenza affet- 
>a e continua. Erano fra essi Luigi Pezzoli (del 
le fu gii fatto cenno), ottimo uomo e prezioso 
sigliere ; il Veronese conte Benassfi Montanari, 
ta e prosatore, lodato biografo di Ippolito Pia- 
lonte; Jacopo Vincenzo Foscarini, pronipote 
Aaxco, curiosa e caratteristica figura di patrizio 
eziano, fecondissimo verseggiatore, specie nel 
vo dialetto ; Antonio Papadopoli, che le molie 
hezze non distt^Hevano dagU studi ; Paolo 

) Qjiesta leitera, cod molte aitre del Garret al Fosca- 
i inedita al Museo Correr di Venezia, e portM la data 
ebbraio 1636. 



J' 

ZaDQini, medico e letterato di bella fama; la con- 
tessa Faustina Priuli-Bon, bella e c61ta, ionamo- 
rata di Dante; Maiia Pelrettini, elegante corci- 
rese, letterata ella pure (i), ai cui vezzi pare non 
sia stato del tutto iaseasibile il Carrer. Mario Pier! 
suo compatriotta ed amante, ci fa dt essa, nelle 
SKemorie, un'assai lusinghiera pittura : « Ciglia ed 
occhi nerissimi e scintillanti ; chiome corvine ; 
guancie che ad ora ad ora mostravano due gra- 
ziose fossette; sparso in tutta la faccia un pallore 
soavissimo... In tutta la sua persona scorgevasi 
poi una decente awenenza, una certa volutti rat- 
Temperata da una gentile gravtt'i, che incantava... 
Si fatte quality fisiche non erano smentite dalle 
morali: modi gentili ed accorti; acuto intelletto 
e bramosia di pascolo; una viva curiositii che in 
vece di limitarsi a cercare i piccoli oggetti del 
mondo femminile, se li recava a noia conosciuti 
appena, e a pi6 peregrine cose aspirava: una cono- 



(i) La Petrettini, arnica dei pill iougai uomini del sue 
tempo, nacque a Corcira, visse a Veaezia, e vi morl il 
1} marzo iS^i. Tradiuse dal gteco le Imagini di Filo- 
strato, e dettA la Vita di Ciusandra Fedtle. Abbiamo pa- 
recchie Icttere a lei dirette da Luigi Carrer in un opuscolc 
intitolato LelUre inedite di illustri ilaliani a Maria Tttret- 
tint, pubblicale da A. Pasq. Petrettini, Padova, Minerva. 
■8s2. 



che in questo caso mi risponde alti 
colata. Non altro d'Archivi, di Consig 
corsi » (i). 

E qui convien fare acceano alio ; 
terario scoppiato a Venezia quando C 
tista Niccolini mand6 fuori l'.^nton\ 
tragedia nella quale, trattando troppo I 
un grave soggetto, recava oSesa all; 
rica sull'iafelice patrizio e sulla rep 
quale attribuiva principii e sistemi 
che non esistevano se non nella fer 
dei romanzieri, specie stranieri. A 
animi si eccitarono : Giustina Rei 
scrisse una letiera in Toscana pro 
Niccolini rispose per le rime, tacciar 
e di ribalderia la protesta della M 
gliando sanguinose ingiurie contro Le 
gnara che I'aveva trasmessa. Altri { 
pii acerbe e spietate censure si fee 
gedia; il poeta stesso venne insultato 
cenzo Foscarini, discendente di Ant< 
egli pure, e sfog6 il suo risentlmen 
giustificato, con I'araico Carrer. Que 
stesso argomento aveva gi^ cominc 
gedia, di cui un frammento diede 



molta diiigenza, e tre anni dopo li trc 
Intanto i suoi mali, aggravatisi, lo costr 
]etto, e per molti mesi ei dette serianiente 
delb vita: ristabilitosi un poco, gli fu d. 
consigliato il soggiorno di Kecoaro, dov 
nella state del '28, e la cura gli fu ass: 
vole, perch^ dopo un mese, facendo un lu 
per il Trentino ed il Garda, tornii a I 
riprendere le usate occupazioni, Dava I'ulti 
a un riscontro tra la Gerusalemme libe< 
Conquistata (2), e traduceva alcune poes 
del Petrarca per preghiera dell'amico su 
Domenico Rossetti di Scander, avvocato 1 
che curava una edizione delle poesie mi 
grande poeta (j). Da Padova raramente 
tava, e solo di sfuggita si rec6 qualche 
Venezia a salutarvi gli amici : a tnala pena 
di recarsi nell'oitobre del '29 a Castelfra 
Auademia dii Ftloglotti ; dove lesse alcui 
suUa liosa, esseado i fiori quell'anno I'ar 

(i) ■ ... daccli^ ho £atto divoriio colU med 
DOD meritarmi, non foss'aliro quel tuo severo: . 
mtdico ». Lett. ined. di L. C. a B. Montanari, 1 1 
(Biblioteca Comuuale di Verooa). 

(2) La Gerusaltmme liberala e la Cnnquistata, 
comidtra-^ioai di L. C, Padova,. Minerva, iSiS. 

(}) PotiU minoritUl P«lrarca, ecc. Milano, Clas 
voll. j.fLe epistole tradotte dil C, soqo le xxv 
xxviii del libro IIIj. 



'accademia (i). Altri versi, cioi poche can- 
i, aveva dato fuori qualche tempo prima nel- 
:a5ione di un matrimonio (2). Sul principiare 
'30 abbandon6, non se ne sa bene il motivo, 
pografia della Minerva ; e, indotto anche dal- 
lore intollerabile della moglle, donna di sen- 
;nti grossolani con la quale gli era impossi- 
vivere in buon accordo (3), si ritir6 a Ve- 
la, lasciando a Padova i suoi. a II primo febbraio 
turo mi porteri a Venezia... Da indi riraarrd 
pre a Venezia, tolti tre quattro giomi per 
e, nei quati torner6 a Padova a rivedere la 
lia famigliuola » (4). Per6 a convivere con 
lOglie non torn6 pifi, se non a brevi inter- 
, e per le insistenze di qualche amico: si 
1 separati, come si suol dire, all'amichevole, 

) Lett. ined. di L. C. a B. Mootanari, ij ottobre '29 
Comuo. di Verona), 
.) Per k fausit no^ie 'Bonmarlini-Fini. Canioni di L. C, 

) Lett. ined. di L, C a B. Montaoari, .4 geimaio ']o 

. Comun. di Verona). 

.) ProbabikmeDte, tutio il toito Don era dalla parte 

moglie, alia quale dovevaao spiaceie, e con ragioDc, 
mori - sia pur platomd - del poeta. Aglaia Anassilide, 
lina Priuli, la Petrettini e forse, altre il cui Dome 
re nei versi, stanno, aocorcht poco se ne sappia, ad 
are la non eccessiva rigideiza del C ia fatto di (e- 

coniugale. 



senza ricorrere alia sanzione dei tribunali 
si obblig6 di corrisponderle una certa 
affinch^ potesse sopperire a'suoi bisogni. 
maven fu a visitare la Romagna con 
Montanari, e a tin d'anno si ricondusst 
mente a Padova, essendo stato nomin 
stente aHa cattedra di Blosofia teoretica i 
tenuta dal prof. Bertolini in quella Ut 
tale ufficio egli conserv6 fino al 1 5 setten 
quando, non ostante le premure sue e 
amici, non fu riconfermato, e il suo posr 
ad altri. I due anni di assistenza fiirono 
lavoro fecondo: scioltosi dalle noie che 
vano daila tipografia, egli potfi liberamer 
gersi alia poesia, alia quale portava era 
maturity della sua intelligenza e dei su 
I lunghi anni passati alia Minerva, se 
quasi compresso il suo slancio poetico, { 
erano stad per la sua mente senza un'ut; 
scutibtle : i pesanti lavori di erudizione 
tinui rafironti, lo spoglio dei vecchi tesi 
duzione da lingue forestiere avevano st 
allargare la sua cutiura, a rafiirenare le sl 
peranze, e I'avevan messo in grado di a 
I'avvenire con la sicurezza dell'uomo che 
il proprio valore. Prime frutto di questo \a\ 
i due volumi di versi pubblicati Tudo nell' 



aver io composta per semplice esercizio di m- 
gegDo, nessuna con animo di adular chiccliessia, 
se Don forse le mie passion! ; ed h quel caprific 
che voglia o no, rupto iecore, mi scappa fuori p' 
ogni pane » (i). Queste poesie furono accol 
COD Dioho plauso, e avvantaggiarono assai la fan 
del poeta, che ricevette lodi da uomini illustri i 
beD Dota autorit^j quali il Manzoni, il Torti e 
Grossi. A questo proposito Achille Mauri scrive^ 
a Francesco Venturi, magistrato intimo amic 
del Carrer: a Non vi so ripetere il gran ber 
che ne dissero e Manzoni e Torti e Grossi, 
quale del Carrer aveva gi^ letto il Clotaldo co 
qualche altra cosarella. Tutti e tre rimasero an 
miratissimi del grande affetto che investe tuti 
quelle poesie, e specialmente i Sonettt e I'Od 
sulla poesia dei secoli cristiani. E nell'atto di 
leggerle insieme era per me una gioia il vedei 
con quanta soddisiazione I'uno fermasse I'altro 
notare un^ finezza di sentimento, una espressior 
nobilmente signilicativa, un concetto generoso 
profondo, un costrutto arditOj una frase nuova e 
eminentemente poetica, Le Rimembran:^e e il Tn 
sagio ebbero molte lodi specialmente da Grossi 
Manzoni e Torti trovarono pure splendide le tei 
zine sul Lihano. Dopo questo potete ben credei 
(i) Vedi la prefazione alia ediiione di poeue del t8} 



tutti e tre applaudissero al peosiero di fame 
Milano uo'edizione, e come si mostras- 
esiderosi di vedere altre maggiort produ- 
i uti cosl Dobile e caro Ingegno a (i). Aticbe 
'olte il Manzoni ebbe lodi per il poeta ve- 
0, che disse uno dt quegli scritlori che turn 
nU si slimano, ma si amano (2), e il Carrer 
per lui grande rispetto e ammirazione ; ma, 
ppartenendo, come vedremo, alia sua scuola, 
manteDere nel giudicarlo un' indipendeoza 
Jizio che altri non ebbe. In Walter Scott, 
iriveva, n c'k rimmaginaztone dell'Ariosto 
:chi profondi dello Shakespeare. Chi gli 
ne il Manzoni commette assai grave errore, 

che vorrei aver composti gli Inni sacri, 
h molti dei poemi del Byron, torrei d'es- 
itore di qualsivoglia fra dodici romanzi dello 
se, anzich^ de' "Promesst sposi. Oascuno ba 

gusti... » (3). 



Lettera ioed. dl Achille Miuri a Franc Venturi, 

t (Caite ZaoniDi, Veaeiia). 

Lett. ined. di B. MonMturi a L C, 31 lugliuiS); 

Zannini, Veneiia). 

,ett. ioed. di L. C. a Cecilia Zatinini, settembre '40 o 

,rte Zannini, Veneda). 



Perduta la cattedra, e rimasto senza il pane, il 
Carrer abbaDdon6 Padova, e venne a stabilirsi de- 
fjnitivamente a Venezia, cercandovi occupazione. 
Gli fu ofFerio di collaborare alia compilazione delle 
Biografie di Italiani illustrt ecc. a cui attendeva 
il prof. Emilio de Tipaldo; e, quantunque aon 
I'allettasse molto quel genere di lavori, ah molto 
gli piacesse il Tipaldo, stretto dal bisogno egli 
dovette adattarsi, in aitesa di sorti migliori: nel 
medesimo tempo cur6 qiialche cosa per la tipo- 
grafia Tasso, e continu6 un commento alia Tit- 
vitta Commedia, che, come tante altre sue fatiche, 
rest6 incoropiuto. o Quamo poi alia ediziooe di 
cui mi parli, scriveva a Filippo Scolari, e alle 
generose profferte che mi fai, ti dir6 che da 
ben tre anni io sto compilando un commento 
della Divina Commedia, interrottamente per altro 
come vogliono le circostanze che mi fanno sempre 
vivere inquieto e dubbioso; ma quando questo 
commento abbia a stamparsi non saprei ben dire... 
Far si che I'edizione riesca pid che st pu6 ut 
e di onore all'Italia. Chi dawero, mio caro 
lippo, dacch^ posso parlare a chi professa le I 
tere pi6 per amore delle lettere stesse che de 



45 
A Venezia si leg6 d'amicizia con Paolo Lam- 
pato, editore, e divis6 con lui la pi 
di un giornaletto intitolato la Moda, 
sform6 nel Gondoliere (i), uscico alia li 
volta il 6 luglio '33. 11 Gondoliere, t 
onest^ letteraria e di cortesia giomal 
tava d'arte di letteratura di teatro ; c( 
ticoli critici e polemici, novelle, vers 
versi; fu diretto per dieci anni dal 
grande intelligenza e grande amore, t 
rarono i migliori ingegni del Veneto, 
nale prese poi nome la tipografia, quell 
del Gondoliere, con la quale rivissero 

(i) 11 primo numera di questo peiiodico 
glio i8)j e I'dtimo il 27 dicerobre 1847. 
successivamente dalle tipografie Lampato, P 
doliere, Ceechini, Naratovich. Ne! 1° anno si it 
nale di amena lorwcrsaxione; nel secondo Giori 
ItttcTt, arli, mode e teatri, e conservb questo titi 
successivi 1831-41. Nel '42 e '43 assumeva 
MiscelJanta tslruttwa e dihIUvoU; nel '44 e \ 
quello degli aoni precedenti; nel '46 amniette> 
di OioTtiale di klUre, arii e sdtnje, teatriemi 
s'intilolt) il Gondoliere e VAdria; ma sempre 
stessa natura, Fu, come s'4 detto, compilaK 
dieci anai L. Carrer, dei tre seguenti e dell 
vaani Fode^ti, del penultimo Gtuseppi: Volla 
Vmt^iana, compilata da Girolamo Soranzo 
contitmaxione del Saggio di Ehanuble Anton 
Venezia, Naralovlch, 18B}, pag. 250, D. 3041 



potevano aodar a sangue i rumori della metro] 
lombarda; ripensava, giustificandolo, al ribre 
del Parini, quando, per sassomal sorgente fra 
altri o per lubrico passo, era in procinto dt s 
mazzare, mentre le carrozze intrecciantisi per c 
verso minacciavano di travolgerlo. a Quanto 
alia bellezza delle fabbriche o alia preziosita 
monumenti, bisogaerebbe non aver Venezia 
vanti la meme per rimanere allettato. Tolts 
vista del Duomo, mi par setnpre di cammir 
per borghi fiancheggiati da liete e comodiss 
case, ma pur sempre borghi (i)n. Appena 
anni dopo aver cominciata la pubbHcazione 
Gondoliere, quando poteva sperare che la fort 
alfine si fosse rivolta iii suo favore, la tipogc 
della quale faceva pane, in seguito ad affari 
sgraziati, andft in rovina; le somme che al< 
generosi, fra' quali il conte Antonio Papadof 
avevaoo versate dileguarono, e gravi accus 
acerbi rimproveri furono mossi anche al Car 
Per buona sorte questi si sentiva puro da c 
colpa, sicchi i suoi nemtci non poterono a 
cargli danno. 

a La tipograEa del Plet h andau a terra. Bu 
che dei capital] in essa versati dal Papadopoli 

(i) Lettera inediu di L. C ad Adriana R. Zaonini, : 
(Carte Zannini, Vecezia). 



le mie man! neppure un quattrino. 
istato a chi ha voluto pur nuocerini ; 
i awersari che io ho in quella casa. 
bile Earmi alcun male ma non mt ri- 
le molesiie e le villanie » (i). 
)ppo lungo narrare tutte le vicende 
imento, che procur6 al Carrer QOie 
padopoli, stance, voleva donare a lui 
cost liberarst detle sovvenzioni men- 
iceva, ma quegli non voile accettare; 
lopo lunghe trattative e dispiaceri, 

Giovanni Conto, assumendo tutta 
> il proprio nome, seppe rimettervi 
le. Cos! per I'energia del Conto, per 
;1 Carrer e di Giovanni Bernardini, 
ti dei conti Spiridione e Antonio 
otk sorgere (21 luglio 1837) la ti- 
jondoUere, che in breve acquist6 ri- 

comune, per le opere pregevoli che 
mo, per la eleganza dei caratteri, per 
del teste. II Carrer e il Bernardini, 
tipografia non come un mestiere, 
professione Hberale e un' arte bella : 

congratulazione mandava loro da 



diL,C. a B, Montinari, 7 dicembre 'jj 
VerODa). 



Parigi Nicol6 Tommaseo, uomo per natura aon 
molto procltve all'elogio. 

Nuove sventure intanco eran sopraggiunte al 
Carrer: sul cadere del giugno gli moriva a Pa- 
dova il padre, senza che egli, avvertito troppo 
cardi, potesse correre ad abbracciarlo, e sua figlia, 
che non aveva mai goduto Aorida salute, si am- 
nial6 di rachitide, si che egli dovette ferla venire 
a Venezia con lui per la cura dei bagni di mare. 
Lavoratore instancabile, raccoglieva e dava alia 
luce un volume di prose e versi (i), scriveva 
VAnello di sette gemme (2) — I'opera sua, dopo le 
ballate, pi& popolare — , e trovava tempo di atten- 
dere a lavori di ogni geuere. Aveva compilato 
per la Minerva di Padova un Di^onario di con- 
versazione e letlura (3), che poi non termini; aveva 
curato una raccolta di lirici italiani del sedicesimo 
secolo (4). Questa raccolu b preceduu da un 
breve discorso del Carrer ai lettori, nel quale 



(1) TrosttpeesiediL.C., Veneiia, pei tipidel GondolUrt, 
i8j7-j8, volL 4. 

{2) Amllo di stIU gemme o Venexi^ t la sua storia, Ve- 
nezii, pei tipi del Gondoliere, 18)8. 

(3) Dixionario universale della cowotrsaxione e letlura, Pa- 
dova, Minerva, i8}8. 

(4) Lirici italiani del secolo deciiooststo, con aunotaiioDi, 
Venezia, coi tipi di Luigi Plet, 1636. 



svolge i criteri che lo guidarono nel metterla in- 
sieme, e a ciascun lirico si accompagoano brevi 
Dote biogratiche. II compilatore noa voile fare 
opera critka; e perct6 vi si dou una certa spro- 
pomone nella distribuzione dei componimeati : 
cosl, meatre si ristampano quasi per intero le 
rime di Monsignor Delia Casa, di altri pifi &- 
mosi, h appena riportato ud sonetto o una canzone. 
Dopo ta raccolta dei lirtci, ne curava una di 
novelle e una terza di drammi moderni italiani e 
scranieri (i). Ma il lavoro ch'egli accarezza7a 
da gran tempo, e intorao al quale profondeva le 
cure pid amorose, era la liiblioteca classica di 
fcreu^e, Uflere ed arti (2), nella quale con nuovi 
intendimenti voleva raccoglierc quanto di raeglio 
avea prodotto la letteratura italiana. Dovevano usdre 
di questa Biblioteca, che il Giordani chiam6 beUa 
c utile e onorevok impresa, cento volumi ; ma dopo 
il ventisettesimo fu interrotta, per la chiusura delta 
stamperia del Gondoliere. II primo volume, uscito 



(i) II NoveUUrc contemporanio ilaliano e ilranUro, Ve- 
lem, coi tipi di Luigi Plet, i8j6-j8, voU. 12. — Teatro 
onlemporanto italiana t siraniero, Veoezia, Plet, i836-]9> 
•q\\. II. 

(3) "BihlioUca classica di sciatic, lellere td arti, disposta e 
tluslrata da LuiGl Carrer, VenezU, coi tijn del Gondoliere, 
.8J9. 



nell'autunno del '39, fu il TtsoTO di 
Latini, a cui seguirono bea presto altr 
volumi (la Perfeiione Crisliatta del Palh 
Raccolta di consulti medici. - Awerlimertti , 
tura. - Can^oniere del Petrarca), e la nu 
blicazione ebbe fortuna pii!i lieta di qua^ 
dato sperare : fece, come si esprimeva i 
furore. In quell'anno I'lstitato Veneto, po 
inaanzi fondato dall' itnperatore Ferdinai 
sua visita a Venezia, propose Luigi 
membro con diritto ad una pensione, n 
verao non voile ratiiicare la nomina. II 1 
altro non ne fece gran caso: pi^ forti 
angustiavano, specialmente per parte de! 
lontana. « Cosi potessi, scriveva alludeni 
tuto, sentirmi impassibile ad altri doloril. 
io vivo misero e sconsolato pifi che mat. 
fosse ramicizia di poche anime belle e 
davvero che nulla desidererei pi6 vivan 
di morire. Ma I'amicizia vera i balsam 
dolori e lo studio infonde sempre nuo^ 
rose speranze n (l). E nelle amicizie e| 
ramente fortunato ; poich^ ebbe amici s 
gli furoQO larghi di aiuti e di consigli, 



(i) Lett. iaed. di L. C. a B. MoDtaniri, 20 i 
(Bibliot. Comun. di Verona). 



it' ultima 
. U Moo- 
nini. La 

ingrati, 
ira, dove 
le, e in 
sue ama- 
in voga 
Dvinezza 
duto di 
ne, alle 
te motto 
galanti, 
nici dei 

acume 
e studio 
tuilsa- 
iCorfli, 

sopra- 
ma, pcd 
'iuseppe 
1 saggia 
iCarrer 



era giovinotto, si pud dire abbiano per lunghi 
anni sfilato quanti v'erano in Europa ragguarde- 
voli per intelligenza per natali e per censo ; emi- 
grati francesi e alti fiiazionari austriaci ; vittoriosi 
e talora insolemi generali napoleotiici ; scienziati e 
letterati, uomini politici e artisti, poeci e gran si- 
gnori. 

■ Qui ritrovavansi quanti viaggiatori illustri 
traevano dall'Europa, anzi dal mondo, a visitare 
la maravigliosa e singolare Venezia, quivi ci6 che 
di meglio era nelle vicine citt^ e nella stessa po- 
polosa metropoli, quivi uomini di lettere, artisti, 
magnati, forastieri e nazionali, tut;i piacevolmente 
coafiisi, senza distinzioni, senza etichette, tutti a 
gara gentili e propensi a divertirsi, ad istruirsi 
I'un I'altro, e specialmente soUeciti di gratificarsi 
I'amabile diva della Magione... » (i). Assidui del 
salotto furono Melchiorre Cesarotti e Ippolito Pin- 
demoDte, uniti ad Isabella coi vincoli della pii!i 
affettuosa amicizia. Vi convenivano Antonio Ca- 
nova ; Ugo Foscolo, che per qualche anno am6 
riamato Isabella, che chiamava sua dolce arnica, 
suo angelo ; Andrea Mustoxidi, Mario Fieri, biz- 
zarra figura di scrittore, una specie di appendice, 
di onibra degli uomini illustri, dotato di niolto 

(I) M. Fieri, Op. dt, vol. i*, pag. 40. 



10, ma eccessivo ed Jntolterante di tutto ci6 
apesse di romandco (i); e pot Carlo Botta, 
ischeroni, Leopoldo Qcognara, Jacopo Mo- 
il sommo bibliografo, Vincenzo Monti, cfae 
;ese della bella greca. Degli stranieri vi com* 
ino, tra gli altri, I'AckerMad, il Villoison, 
ion, I'Hamilton, lo Chateaubriand; la veouu 
:d ByroD, preceduto dalla &ina del suo genio 
le sue follie, suscit6 un'indicibile curiosidt. 
:anto a quest! gii maturi d'et^, e alcutii gi4 



Mette conto di l«^ere in proposito del Fieri quesu 
di Nicol6 Tommaseo (II secondo esilio, Milano, San- 
862, vol. I*, pagg- aoo-i). « 11 poveretto si credeva 
no antico ed era una mezza Ugrima di Gian Gla- 
Rousseau rappresa entro una presa di tabacco di 
lor Cesarotti e sbattuta oiueopaticamente, per set- 
tni, in una tinozza d'acqua salmaslra. Ma le sue buone 
LOni guadagnarono due perpetue feliciti alia sua vita : 
ersi amatore dei dassisi ch'ei noQ capiva, e d'asM- 
[utte le mattine la gloria ch'ei si frulkva da si, 
i frati la cioccoUtM. 1 classid, adombrati dalla sua 
ione ionja, potevano difendersi con un alibi estedco; 
ina che dicono intaccata dalla sua gratitudine un 
isico, dico la bruttezia dell'uomo, la qual bruttezza 
:va, DOn come Calandrino, invisibile, ma impalpa- 
tiroile in ci& agU immortali. Buon uomo del resto; 
ncori conditi di mele arcadico, con furbacchiuolerie 
icetie e circospette, nella pedanteria ingegnosetto e 
□ente temperato. E a petto di certi altri ben pi{i 
iiiij un eroe. » 



55 

vecchi e gloriosi, v'erano i giovani : Vittore Ben- 
zon (i), Benassi Montanari, Luigi Carter. Ap- 
punto nelle sale di Isabella^ quest'ultimo fu pre- 
sentato a Giorgio Byron, e compiacevasi sempre 
di ricordare di essersi parecchie volte trattenuto a 
parlare con colui ch'egli ammirava non solo per 
Tingegno potente e per Topera straordinaria, ma 
anche, e pii, per avere combattuto, sacrificando 
da vero e grande poeta vita e sostanze, per la 
liberty di un popolo al quale di tanto son debi- 
trici la nostra civilti e la nostra arte. Una sera 
era presente il celebre improvvisatore latino Ga- 
gliuflS, che davasaggio della sua valentia. II Carrer, 

• 

invitato, recit6 il seguente sonetto estemporaneo : 

(i) Vittore Benzon, nato nel 1779 "lorto nel giugno 1822, 
fu autore di un poemetto, 'H^ella, pubblicato nel '20, in cui, 
dice un biografo^ « fuse il dolore svegUato in lui dalla 
memoria della passata grandezza della patria e dal suo 
contrasto con la servitd dei tempi con la dolce narrazione 
romantica della pietosa avventura di Nella )>. Fu anche 
autore di sonetti epistole e d'una cantata per Taugusto 
imeneo di Napoleone Imperatore dei Frances! e Re d*Ita- 
lia con Maria Luigia Arciduchessa d*Austria. Questa can- 
tata, musicata dal maestro trevisano Gaetano Zaccagna, 
fu eseguita il 20 maggio 181 o. Son brutti versi, bassaadu* 
lazione all'uomo che gli aveva venduta la patria: di che 
egh', patrizio venezlano, che avea veduto Campoformio, 
doveva pur ricordarsi. Intomo a questo notevole perso- 
naggio V. Nella, h Epistole e varie Toesie di V. B., ecc., 
Ascoli Piceno, per cura di G. B. Crovato, tip. Cesari, 1893, 



uelk di nume awerso ira jegreta 
vien s^uace a' miei verd'anoi, e io mente 
ra mi ru^e e in cor, at niai s'acqueta 
lante, perpettla, freiuetite, 
1 gii sete di gloria e speme lieta, 
vou speme 1 e dileguii repente: 
; vergogoa poscia e sdegno e pieta 
oU tena natale e di mia gente. 
Itimo amor mi vinse lo iatelletto, 
xtb cangia I'asuduo tenore 
nero lato a cui nacqui so^etto. 
I tema quindi, le cure, il furore 
'io pur t'ama, in me I'ira e il sospetto 
lortati aaran come I'amore. 

to sonetto ia immediatamente raccolto dal 
& in un distico latino, che diceva : 
e SOTS usque premiti spe gloria lusit ioaai, 
c magis infausto fomite ludlt amor (i). 

celebri salotti, frequentati dal Carrer, fii- 
lelli di Giustina Renier Michiel, tradut- 

. G-tgliaffi a Venecia, hit. di P. A. Paravia ecc 
! marchess "Don Paolo d'Adda, Venezia, Orlandelli 
g. 5. II sonetto del C, quasi interamente mutato 
ella cit. ediz. L. Monnier. a pag. 64. — II Gagliuffi 
Ragusi il 1} febbraio 176;, morl a Novi il I4feb- 
|. Insegnb eloquenza a Urbino e a Roma; aodd 
I esule a Parigi, dove improvvisava col Giamii. 
)ubblic6 a Toriao le sue poesie precedute da una 
iooe "De fortuna iatimtalis. 



57 



trice dello Shakespeare e auirice delle Feste Vent- 
liane; del conte Leopoldo Cicognara, ramico o 
meglio il fratello di Antonio Canova, che alia 
mente acuta del diplomatico e deH'uomo di stato 
univa sentimento squisito d*artista (i); e il salotto 
della contessa Marina Benzon, madre di Vittore, 
colci che vestita airateniese ball6 con Ugo Fo- 
scolo intorno all*albero della liberti, piantato in 
piazza S. Marco nel 1797 ^^Ua municipaliti de- 
mocratica, con isfoggio di grottesche cerimonie. 
Un francese, il Val6ry, bibliotecario del Re di 
Francia, che frequent6 le sale di lei cosi ne parla: 
a Cette ancienne et calibre soci6t6 est toujours 
dignement representee par Theroine de la "Bion- 



(i) « Condivano lietamente le conversazioni (del Geo- 
gnara) la signorile piacevolezza di Giustina Renier Mi- 
chiei, la vivaciti di Isabella Albrizzi, la grazia di Marina 
Benzon ancorchfe fossero vecchie, e di pid fresca luce bril- 
lavano Antonietta Sofia Pola Albrizzi, non volgare poe- 
tessa, e le due dame rivali Caterina Quirini Polcastro e 
Rachele Londonlo Soranzo, le quail ambedue abitavano in 
Procuratia, ambedue ricevevano il venerdi sera, si ruba- 
vano gli amici a vicenda, e dope la Michiel e TAlbrizzi 
condnuarono le splendide tradizioni della societii vene- 
ziana ». (Malamani, d^emorie del conte L. Cicognara^ tratte 
da documenti originali, Venezia, Tip. deH'Ancora, 1888, 
parte II, pag. 388). 



58 

dina (i), madame la comtesse Benzoni, dont Tes- 
prit est k la fois si gracieux, si naif, si piquant; 
c'est elle qui avec la familiarity du dialecte veni- 
tien disait ses v6rit6s i Byron, enchant^ de les 
entendre et qui peut-^tre ne les a entendues que 
dans ce burlesque langage : femme encore si vive 
si naturelle et si gaie et qui Ton pourrait sur- 
nommer la demiire V6nitienne » (2). 

Ma la conversazione che il Carrer prediligeva, 
e dove recavasi con tutta la famigliariti derivata 
da molti anni di amicizia, era quella di nAdriana 
Zannini^ nata conttssa Renter (3). Discendente 
da illustre famiglia patrizia, pronipote di Paolo 
Renier, penultimo doge di Venezia, e nipote di 
Giustina Renier Michiel, fii donna che onor6 la 
patria con la nobilt^ dell'ingegno e del senti- 
mento, con la innata e semplice bont^ deiranimo. 
Sposatasi giovine a Paolo Zannini, notissimo me- 
dico che I'aveva salvata da grave malattia, spese 

(i) La Biondina in gondoleta, notissima barcarola vene- 
ziana df Antonio Lamberti, poeta dialettale, traduttore nel 
pttrio dialetto delle poesie siciliane del MelL La Biondina 
fu musicata da Simone Mayr, bergamasco^ maestro del 
Donizzetti. 

(2) Voyages historiques, litUraires et artistiques en lialie, 
Parigi, 1838, vol. 1, pag. 342. 

(3) Nacque nel 180 1, mori nel febbraio '76. Cfr. A. R. Z., 
'NecroLdi G. Veludo in Archivio Veneto. vol. XI, parte 1/ 




59 

tutta la sua lunga vita nelle cure della famiglia, 
dedicando i ritagli di tempo, le horae subsecivae 
alle lettere e specialmente alia poesia, di cui fu 
cultrice intelligente. Nella sua casa si raccoglie- 
vano a geniale convegno Pietro Canal, critico e 
filologo insigoe, per trent'anni professore di let- 
teratura latina nell'Universiti padovana ; Tabate 
Filippi, altro dottissimo latinista, traduttore del 
Sepolcri foscoliani e di alcune ballate del Carrer ; 
Giuseppe Capparozzo, di Lanzi nel Vicentino, 
morto ancor giovine nel 1848, noto per le sue 
ballate e pe'suoi apologhi ed epigrammi ; i iratelli 
Spiridione e Giovanni Veludo, greci di origine ma 
veneziani nell'anima, editore intelligente il primo 
e assai studioso della letteratura greca moderna, 
scrittore I'altro fecondissimo ed eruditissimo, morto 
prefetto della biblioteca Marciana; infine Benass6 
Montanari, che lasciava Verona e la pacifica villa 
di Illasi per assistere alle care riunioni. E tra mezzo 
a questi letterati portava la nota scientifica Pietro 
Paleocapa, il sommo idraulico, futuro ministro 
della rinnovata repubblica di S. Marco. — Luigi 
Carrer non vi mancava mai, e trovava ne* fidi col- 
loqui la pace del cuore. Egli nutriva un vero culto 
per la Zannini, ch'era la confidente delle sue 
gioie e dei suoi dolori : certo anche I'amd, e forse 
ne fii ricambiato, senza per6 che il loro amore 



/ 



6o 



oltrepassasse i limiti deH'onesd. lo non so, e non 
credo, come £u detto, che la ^H^ura deH'ode // 
voto (i) sia proprio Adriana, ma certo nessuna 
meglio di lei corrispondeva al desiderio del poeta: 



Ma ho bisogno d*un core che m*ami, 
Che fratello, che amico mi chiami, 
Che s*allegri, che pianga con me. 

E tu ingenua, tu mite, sei quella, 
Sei la cara, la fida sorella 
Che tant*anni il mlo cor destb 



Colla patria abbiam tutto comune, 
Nati in riva alle stesse lagune, 
Pari abbiamo costumi, desir. 

Come al tuo tutto parlt al cor mio, 

Fino al suon delPaccento nat\o 
^ Si giocondo, si dolce ad udlr. 



Ella gli fu per anni ed anni buona e piecosa 
consolatrice, lo cur6 nelle malattie, gli fu larga 
d'aiuto nelle ore tristi del bisogno, si trov6 ac- 



(i) Cfr. cit ediz. Le Monnier, pag. 122. 






canto a lui nelle ore estreme delta morte (i). In 
casa di lei prima che in altro luogo, egli leggeva 
le sue poesie, e iananzi a quello del gran pubblico 
affrontava il giudizio dei buotii amici. Frutto di 
tati conversazioni fu un volumetrn di 
e di apologhi, pubblicato a Milam 
soDO autori il Montanari il Cam 



(i) Riporto un soneito tnedito di L. 

nell'occasione del Capodanno '48 : 

Mealre tanil dal cor vers! derivi 
A' pensosi miei d\ studio e cc 
E rammirabi! Vergine descriv 
E il giovin prence ad inganna 

Di te, di te per cui respiro e vi 
E canto e trovo ne' travagli u 
Solo UQ non suoneri verso fe 
Or che dall'ombre il novel an 

Tad Ildano e Fidena, e tutto vo 
Oggi mio cor a lei che pelleg 
Ha il voiro, gli atti, il senna 1 



E tra gU incendi a divampar vie 
Le frodi e I'ire, la Gentit con 
Con augurio di prosperi destiu 



(Carte Za 



(z) Epigrammi ed apologhi di vari auli 
□ezia, pe'tipi di P. Ripamonti-Carpano, 



62 

il Canal il Veludo e la Renier-Zannini ; Tommaso 
Locatelli, direttore della Ga7^:(etta priviUgiata, detti 
la prefazione. Essi pensavano di dare ad ogni gen- 
naio, quasi a modo di strenna, un nuovo volume 

di apologhi o di altro genere poetico, e g\k stava 
per uscire il secondo quando i moti politici ne 
ritardarono la pubblicazione (i); poi la morte del 
Carrer ed altre cause lo fecero dimenticare. E di- 
meoticato giacque fino a pochi anni or sono, 
quando un editore veneziano lo ristampava, unen- 
dolo a quello gii uscito, divenuto rarissimo e 
quasi introvabile (2). A questi brevi componi- 
menti poetici si pu6 press*a poco riferire ci6 che 
Marziale diceva de'suoi epigrammi. Ve ne sono 
di buoni, ve ne sono di mediocri e anche molti 

* 

di cattivi. Ni h maraviglia: trattasi di cosuccie im- 
provvisate neirintimiti di una vivace conversa- 
zione, nelle quali pii che il valore letterario o 
artistico si cerca il bon moty il frizzo cortese e 

(i) « Quanto al nostro libro che avrebbe dovuto uscire 
appunto nel mese corrente, io spero che Carrer sarii arri- 
vato in tempo di sospendere la stampa. II tnondo vuol 
altro che epigrammi ed apologhi^ e le bestie parlantt e 
bastonate sarebbero i poveri autori delle tApi e Vespe ». 
(Lett, di Adriana R. Zannini a B. Montanari, inedlta^ del 

1 febbr. '48. - Bibliot. Comun. di Verona). 

(2) tApi e Vespe. Epigrammi ed apologhi di vari autori, 
Venezia, F. Ongania edit., 1882. 



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63 

pungente. Ma il frizzo, e ci6 sia detto ad onore 
degli autori, non scende mai alle persone, e niuno 
ebbe mai a rammaricarsi del pungiglione di queste 
api e di queste vespe. 

G)me gi^ dissi, tali riunioni di buoni amici 
erano per il Carrer un gran sollievo ai dispiaceri 
ond'era assalito. Poichi, mentre le sue condizioni 
pecuQiarie miglioravano col lavoro della tipografia, 
si ch'egli avrebbe potuto attendere a qualche opera 
geniale « che lo levasse una volta dal numero 
innumerabile dei gretti raffazzonatori di libri altrui 
col nome proprio » (i); in famiglia le cose ogni 
giorno andavano peggiorando. Comuni amici ten- 
tarono un ravvicinamento tra lui e la moglie, ma 
non riuscirono nel loro intento, e tutto torn6 
come per Taddietro ; soltanto, la figlia fu tolta alia 
madre e posta in un coUegio. In questo tempo 
tom6 da Parigi Nicol6 Tommaseo, che passava 
spesso molte ore col Carrer, senza pero che la 
loro amicizia, osserva la Zannini, avanzasse gran 
tratto, si invece la stima reciproca dell'ingegno. 
Da molto tempo fra i due uomini v'erano ottimi 
rapporti, che dovevano pii tardi mutarsi ; il Tom- 
maseo, ammirando I'opera letteraria del Carrer, 



(i) Lett. ined. di A. Zannini a B. Montanari, del 23 feb- 
!i'^ braio '40 (Bibliot. comun. di Verona). 



64 

dichiarava di aver ricavato molto profitto da'suoi 
consigli(i); il Carrer professava la pid sincera 
stima per I'alto ingegno e per la forza e indipen- 
denza di principi del fiero dalmata. a Abbiamo 
qui invece il Tommaseo, scriveva al Montanari, 
onesto e piccante quale era anni sono, e men 
istrice a conversare che non sembri negli scritti, 
pur non troppo maneggevole. L' ingegno suo pii 
sempre vivido ed elevato, e il discorrere con esso 

utilissimo e caro Ode pazientemente le osser- 

vazioni che crede leali e le cerca » (2). 

II Carrer continuava sempre a lavorare nella 
tipografia del Gondoliere, ma pur troppo anche 
essa subi nel ^41, dopo un periodo di incertezze 
e di traversie, un grave tracoUo. Molti degli 



(i) « Dai colloqui del Carrer trassi profitto non poco; 

perch^ egli amante giii (sebbene con intendimenti men 
larghi e men suoi di quelli che dimostrb poscia) amante 
delle nuove idee che col titolo di romantiche giravano 
strapazzate da amici e neraici in Italia, mi cominci6 prima 
a screditare Tuso della mitologia e le angustie delle uniti 
tragiche e Taifettata disconvenienza tra lo stile e il sog- 
getto. A codeste idee non venni, confesso, se non alagino 
e ripugnante » {Memorie poetiche di N. Tommaseo, Vencaa, 
coi tipi del Gondoliere, 1838, pag. loi). 

(2) Lett. ined. di L. C. a B. Montanari, 20 dicembre '36 
(Bibl. Comun. di Verona). 




6s 

operai furono licenziati, il lavoro intisichi, le cam- 
biali non venivano pagate. I contratti col Carrer 
rimanevano lettera morta, e nh pure gli si paga- 
vano i compensi dei lavori fatti. Una delle ultime 
opere della moribonda stamperia furono le prose 
e poesie del Foscolo, curate dal Carrer, che vi 
aggiunse un dottissimo studio suUa vita e le opere 
del poeta, studio al quale lavorava da tre anni 
con grande amore, e che gli aveva procurate molte 
brighe per parte della Censura (i). 

a Posso prometterle da quest'ora, diceva alia 

Zannini mentre attendeva al Foscolo, che la mia 
Vita sari la prima che siasi scritta del Foscolo, 
e quanto a pertinacia di ricerche e a veraciti, delle 
poche che siansi mai scritte. Leggo, rileggo due, 
tre, fino a cinque o sei volte le cose stesse, per 
imbevermi a cosi dire delle opinioni e dei senti- 
menti deU'autor mio e un mio periodo h uno 
stillato di venti pagine. La malinconia che spira 
da ogni sua cosa armonizza col mio animo ; certi 
tocchi affettuosi mi fanno correre colla memoria 
a quanto di consimile ho veduto e provato : vivo 



(i) Trose e poesie inedite di U. Foscolo, ordinate da L. C, 
e corredate della vita delVautorey Venezia, Gondolierey 1842 
(il colonnello Foscolo dall' Ungheria scriveva spesso al C, 
raccomandandogli la memoria del fratello). 

5 



6fr 

iasomina e mi pasco d' immagioaziotie e di desi- 
deri s (i). Per il crollo della tipografia il Carrer 
St trovava una volta ancora senza il pane ; doniaodd 
invano un posto vacante di soitobibliotecario alia 
Marciana; si fece direttore di una Enciclopt4ia (^2) 



autoritik. Ad ogoi modo questa volta gU cot 
la cattedra (novembre '42) con I'annuo stip 
dt settecenlo fiorini ; ma non essendo ie ( 
dell* insegnameoto adatte al sue fisico, oraii 
nato dalla tisi, domand6 da prima un assi: 
cbe lo sostituisse nelle ore fredde del mati 
nelle gioraate burrascose, poi, un anno do| 
nunci6 del tutto alia scuola. Lasciau nel 
naio '43 anche la direzione del giornale il 
doUere, che cedette a Giovanni Podest^, si ( 
tutto agli studi, segnatamente poetici. Curf 
nuova edizione delle^ue opere(2), e diede 
prima volta alle stampe le Satire di Micheli 
Buonarroti il giovane (3), tratte da un codic< 

Sua Eccelleaia il Si|nor Governatore 
E il Mcario cod lui Capitolare 

E signori nobilissimi e Signore 

Si diedero I'arrivo a celebcare, 
E a' regi sposi fare quell'onore 
Gie ptCi per loro si poteva fare. 

(Carte Zanoini, Veni 
Q.uesto sooetto si trava in altre private raccol 
qualche variaote di niuaa imporianza. 

(2) "Potsic ediU t inedile di L. C, Veneaa, Slat 
gralico Eacicl. di G. Tasso, 184$, i vol, — Troii 
intdiu di L. C, Id., id., 1846, I voL 

(3) y*'' ^ noi\e 'De Pri-Zanmai ; Satire di Mic 
GELO Buonarroti il giovane, date ora in luce per I 
volta, Veaezia, Tip, Alviaopoli, 1845. 



Marucelliana d\ Firenze. Nel dicembre '45 I'lsti- 
tuto Veneto, del quale da tre anni era membro, 
lo nominava con bella votazione suo vicesegre- 






pot^ pill risollevarsi : fu qucllo il piu gra 
delta sua vita, pur cost travagliata, e s< 
che senza quella prova non avrebbe crt 
che potessero esistere soSeretize si acu 
netti che scrisse in quella dolorosa occasi 
forse i pi6 belli che siano usciti dalla su 



arcato, i ve 


o, un mar tetro 


di pianic 


Or neU'eterca pace 


Ci riposi. 




E i morbi 


gUann 




■r fretiolc 


FaraD che 


n breve 


lo tisia 


serapre a 



at tutto t ver, ma dove giro intanto 
Qjiest'occhi roiei del tuo volto bramo 
Del tuo riso, de* taa'i sguardi amorosi 
Dove li giro a confbrtanni alquanto?. 



(I) PoetU di L. C, ed. < 



H 



Siamo ormai ai tempi fortuoosi del 1848-49, 
e, iosienie, agli ultimi anni della vita del nostro 
poeta. 

Luigi Carrer s'era sempre tenuto lontaao da- 
gli afiari politic!, che richiedevaoo tempra ben 
piCi vigorosa e altro spirito che il suo dod fosse. 
Nato durante la prima dominazione austriaca, 
aveva trascorso la tanciullexza tra lo sbalordi- 
meato che cagioaavano le strepitose vittorie aa' 
poleoniche e il terrore delle leve di soldati sem- 
pre rinnovantisi. Pifi tardj avea pensato ad ud 
poema che cantasse le geste del despota fatale 
ma di esso non ci rimane che la protasi: 



caduto con 
me e noto. 



71 

sotto 1' Austria, e vi pass6 un trentennio di sonno 
profondo, che certo non avrebbe fatto supporre 
nh sperare il risveglio del *48. Solo i process! e 
le condanne del Carbonari nel '21 ; la diserzione 
dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro nel '44, 
col susseguente sbarco in Calabria e col loro 
eroico supplizio, turbarono la lunga quiete, noio- 
strando che la calma era solo apparente, e che 
nelle viscere della nazione qualche cosa ribolliva 
e stava maturando. II Carrer, come la maggior 
parte de'suoi concittadini, accett6 senza mormo- 
rare la dominazione austriaca, e anche pieg6 la 
sua musa a cantare i nuovi signori. 

Quando nel '25 il viceri arciduca Raaieri, gua- 
rito da grave malattia, si rec6 una sera al teatro 
la Fenice, alle diverse voci di gaudio univasi anche 
quella del nostro : 

Dalla Reggia che in mar siede 
Ripercosso echeggia un grido : 
Salvo fe il Trence I e I'acqua e '1 lido 
Salvo b il Prencel replic6 ecc. (i) 

Nondimeno dalla sospettosa polizia non era 
tenuto per troppo ortodosso : altrove accennai ai 

(i) Componimenti di esultanyi - della Regia Citii di Ve- 
neiia - Recandosi Tottimo Principe Arcid. Ranieri al tea- 
tro la Fenice - Ristabilito in salute - Venezia - Alviso- 
poli - MDCCCXXV - pag. 37. 



eco nel suo petisiero, e gU lasciarono inei 
musa. Percii gli avvenimenti fulminei del ' 
trovarono impreparato: egli non seppe orie 
nel nuovo mondo che gli si apriva dioanzi; i 
le accuse che gli furoo fatte, le quati, se pot 
venire attenuate, niuno potr^ mai cancellat 
Certo, ancb'^li rimase commossu dal <i 
pare dcglj entusiasmi intorno a Pio IX, e 
allora, nel rrioniare delle idee neo-guelfe, g 
rise al pensiero I'idea di una patria italiana 
sotto I'alta supremazia papale. Ad iin sonei 
Guerrazzi per la elezione del nuovo papa r 
con un altro^er le rime (r); e akua tempo 

<i) Ecco il sonetto del Guerrazzi : 

Quaado s'aprl del Fato il denso veto 
E a supremo pastor fu Pio chianiato 
Uaa lagrima saata c fede e zelo 
Trasser dal ciglio al duovo coronaio. 

E allor che sciolto d'ogni tema il gelo 
Diede pace e perdoao al cor traviaio 
L'occbio che in benedir volgeva al Cielo 
Fu visto d'altra lagrima bagnato, 

Stille d'amor prcziose eotrambe sono ; (ui 
Ma qual til quella che pib calda uscio 
Qjial pit! s'addice al Sacerdozk), al Tiona 

Fu d'uom la prima e d'uom sublime e pio 
Ma I'altra che movean pieU e perdono 
Se Dio piangesse la direi di Dio. 



ndo tutto feceva prevedere inevitabile e pros- 
a la rivoluzioDe, cantava : 

O dolce patria, e qua! ti si prepare 

Ordin aovel d' mfausd e lieti giorni ? 

Data iperar ai fia che la tiara 

^l!a pirdula gloria II rilorni, 

E che dalk vetusta ind^na gara 

Rimanga ogai tut gente e se ne scorni? 

Tanto di vita sol mi si coDceda 

Che il bel trionfo c 



] eccD anche la risposta del Garret : 
Q^'odo a rifletter Cristo ia umao velo 

L'Iniolese pastor venje chiamato 

Ud saggio vate * pien d'amico zelo ' (il MarcbtUO 

Mosse cantando al sommo Coronato. 
Ma i tersi carmi suoi parver di gelo 

E li rifcce un vate travTato 

Che il labbro avvezzo a bestemmiare il Qelo 

A pori fonti dod ha mai bagnato. 
Or vedi, Italia, in qual discordia sano 

Gl'ing^ai tuoi I Che nuova scuola uscio 

Dacch^ Ignavia e Follia ponesti in trono I 
Vedi come a lodar del Nono Pio 

L'elezlon felice e il graa pcrdono 

S'oltraggi il giusCo, la ragiooe e Dio. 
{Trovansi in letL ined. di L. C a B. Montanatij 14 
!0 '47 (BibL Comun. dl Verona). 

) La Fata Vergiiu - poema ined. - C. xi. (Carte Zan- 

- Veneiia). 



II 13 settembre '47 radunavasi 
famoso nono Congresso dei dotti 
vera e grande manifestazione in sen 
e il Municipio con felice peasiero c 
frire agli ospiti, quasi tutti lombardi 
libro che fosse una storia insieme 
che toccasse quanto concemeva la 1 
mra nella scienza nella politica m 
icttere. Fu nominata una commissi 
di cui facevano parte il podesti C 
Agostino Sagredo, Nicol6 Priuli, Luc 
Luigi Carrer. L'opera s' intitol6 Fen 
lagune, e in essa troviamo uno stud 
su la lelteratura e sul diaktio vene^ii 
Chioggia t U isole (\). 

A quel tempo il Carrer era anche 1 
deirAteneo Veneto, e non fe a dirsi 
carica lo readesse impacciato. Comi 
I'Ateneo era divenuto il centro di 
liberale, e il Manin il Tommaseo il 1 
sani il Paleocapa ed altri coraggiosai 
tamente chiedevano riforme. II mc 

([} Fene^ia e U sue lagune - VolL a - ' 
neiia nell'I. R. Stabilimento Antonelli - i 

Sulla litttrahtra e sul dialello vtne^iano 
parte 11* - pag. 31s e se^. 

Isok e Chioggia - Vol. II* - pane U' 



itnciato ; nessuDO avrebbe saputo dire quando 
jve si sarebbe arrescato. 11 Carrer voleva dimec- 
i, ma ne Ai distolto, e in mezzo al cozzo delle 
ive idee che venivaao lanciate nella traoquilla 
, in mezzo ad uomini professanti le pifi dispa- 
; opinion!, si trovava molto a disagio (i). 
1 i8 gennaio '48 il Manin e il Tommaseo 
livano arresuti : due mesi dopo, il 17 marzo, 
lopolo voUe liberi i due carcerati. Scoppiava 
rivoluziooe. 

^ggiamo la narrazione che il Carrer fa all'amico 
ntanari della memoranda giomata : a .... corse 
popolo) in iolla alia piazza e domand6 ad alte 
k -liberi il Manin e 11 Tommaseo. 11 govema- 
i promise ; ma il popolo voile subito e corse 
: careen ; furono quindi messi in liberti tut- 
due ; e condotto il Tommaseo sulle spalle 
b gente, il Manin sopra una non so se pol- 



[) « Oh tniseri temp], Bennassli mio I E qual bisogno 
iver vicioi a si quelli che possono giovare col consi- 

e coH'amicizu sincera. lo pen sono imbarazzato noa 
a cagione ddla Vicepresidenia dell' Ateaeo e per 
□to usi di prudenza e di moderazione mi i impossitnle 
. disgustar qualcheduno. Baita db tutto che io fo, t da 
fatto secondo coscienza e con intenziooe rctta e leale. 

me la maadi buotu I » (Lett. ined. di L. C. a B. Mcui- 
iri, 18 geanaio'48 - Bibliot. Com. di Verona). 



trona o altro in piazza. Si vollero egu; 
berati 11 Menegbini e lo Stefani, e fur 
nati a casa i due primi furono visitati d: 
lo mi portai dal Tommaseo, che trov; 
nissimo e tranquillo. In seguito si : 
bandiefe tricolorij dalle finestre si getti 
zoloni i tappeti come nei glorni festi 
diere tricolori s'inalberarono sugli stem 
piazza. Quest'ultimo fatto fu cagione c1 
massero in piazza buona parte dei sol 
guamtgione e ci sono a quest' ora coi 
il popolo che per altro finora non fei 
atto ostile, e spero non fari contentand 
nare a doppia le campane di S. Mi 
quali il popolo mise le mani 6n da qi 
tioa. Qualche disordine sento esser ac< 
polizia, con abbruciameato di qualche 
ferimento d' un solo » (i). E dopo ( 
descriveva all' aniico la comparsa del 
civica, che un decreto imperiale aveva 
la sera del i8. « La guardia civtca ass 
megtio comparve in giro prima di ser; 
meraviglia e la gioia le menti si voltar 
tro. Erano quei soldati della guardia 



(I) Lett. Ined. di L. C. a1 Montanari, i 
(Bibliot. Comun. di Verona). 



78 

sone aotissime, fra le quali il Tommaseo e il 
anin, il figlio del Podesti, U 6gUo dell' avvo- 
to Avesani, e via via con una sciarpa o strac- 

traverso le reni i soldati^ con la stessa sciarpa 

1 armacollo i capi, e armati quale di uno schioppo 
L caccia, quale di scizbok, quale di pistola, tutti in~ 
itnma con quella qualsiforoie arma che si trovarono 
rere id casa t (i). 

Le giornate di febbraio a Parigi, la rivoluzione 
le, di 1^ propagatasi, incendtb unta pane d'Eu- 
)pa, ritalia in armi contro lo straniero, Venezia 
[>era e repubblicana nel nome caro e glorioso 
S. Marco scossero la fibra invecchiata del 
>eta ; ond'cgli, tasciatosi trascinare da quell'onda 
i entusiasmo, si lev6 a cantare U liberty la guerra 
, vittoria, infervorando gli animi a insorgere e 

combatiere (2). Sodo a punto di quei primi 



(1) Lett. ined. di L, C. 1 B. MonUnari, 

libL Comun. di Verona). 

(2) « Nei gioroi della graa lotta, qoando 
iminatore abbandonava al Governo della proclamata re- 
ibblica Venetia e le sue provincie agognatiti a libertl, 
i cittadino micilenie, pallido e svigorito della salute, 
icchiuso come solea nelU sua Ucita e modeiu came- 
stta, diceva a un amico suo incimo: !□ nulla posso &re 

pro della pairia, cbiedeate in cost supremo roomento il 
raccio del ligli; chk le forte omai scadute di quests mio 
:bil ccirpo non mi consentono pigliare un fiicile. S'abbia 



giomi liberi tre carmi del Carrer, ribocc 
sensi patriotiici, pubblicati dalla g'li I. R. C 
di Venecia, divemata per I'occasione orga 
ciale della nuova repubblica avendo sostiti 
leone alato I'aquila biciplte (i). 

Nel Canto di guerra, comparso il 3 1 
egli indma agli stranieri di uscire dall'Ita 

Via da Doi, Tedesco iofido, 
Non pili patti, non accordi. 
Guerra! Guerra 1 ogni atcro grido 
E d'infamia e servitii. 
Su que! re! di sangue lordi 
11 furor si fa virtix. 

Ogni spada divien santa 
Cbe nei barbari si piama. 
£ d'ltalia indegao figlio 
Cbi all'acciar aon dJl di piglio. 
E UD nemico non atterra: 
Goettal Guerra! 



alnieao U patria mia dalle rimaneati foric di 
quella testimonianza d'amore, che sola pud dat 
povera peuna. Leggi questo scritto e dimmeiu 
Erano inni di redendoue, inspirati dairardore di c 
zionale, inni che il dl appresso uscirouo a luce 
ammirati universalmente n {THscorto di Giovanni i 
Inauguraiione del husto di L. C. ; estr. dall'.^r^Mf . 
vol. XV, (1878), Parte L 

(0 Q.uesti tre canti, oltre che nella Ga^^etta 1 
volanti, furono inseritti dal prof. Pietro FerraT' 
poUticht e sonetti di L, C, Firenze, Lenionciier, 
trovano aacbe ristampati in raccolie di canti 
del qouamotto e quarantanove. 



Nel secondo canto, stampato il i" aprile, ianeg- 
indo alia repubblica proclamata in Francia, 
nge gli luliani a seguirne Tesempio : 

Sulla Senna il chiaro esempio 
Ti dift un popolo d'eroi. 
Era schiavo e i ceppi suoi 
In brev'ora stritolfi. 

;1 terzo, del 3 maggio, intuona VAlkhja del '48 : 

Alleluia! & Dio risorto 
Coll'iDsegna del riscatio. 
Alleluia a\ nuovo patto, 
AU'italica unit!. 

II giorno dopo la cacciata degll Austriaci U 
eta scriveva, neli'ebbrezza della vittoria, un ar- 
jlo da inserirsi nella Gaz^etta (l), nel quale, 
Litando S. Marco e la Repubblica, sosteneva 
a. dover esistere dubbi sulk forma di govemo 

scegliere, poich^ e la storia e la tradizione 
poaevano la repubblica. Questo scritto, che poi 
ignore il perchi - non companre suUa Ga^- 
ta, io riporto integralmente come testimone 

[1) It Q.uesto roio articolo sia inserito nella Gaz^itUii quaodo 
:eri nieglio al compilatore, ncn essendo puDto neccssario 
: si legga piuttosto {^gi che domani uo'adesione che ia- 
lo &tu per quelli soltanto tra raiei concittadini e con- 
ionali, che aacbe sem'essa mi avrebbcro letto nel cuore * 
)ra all'articolo). 



dei sentimenti che animavano il Carrer in q 
primi momenti : a Viva la repubblica ! Viva J 
Marco ! Non vorrei ripetere ad ogni ora i 
queste care e sacrc parole. Benedetto chi pri: 
le ha ieri pronunziate c f\i cagione che si ri 
tessero da tutto un popolo chiamato a racquistai 
per esse il sentimento di se medesimo e di 
sua liberta. Per esse siam toiti aU'amara nee 
sixk di chiedere una cosa volendooe un'altra, 
scambiare per entusiasmo la rassegnazione e ] 
felicitii la minore miseria: cifi che chiediamc 
piena ed alta voce fc ci6 che vogliamo; ci6 < 
flbbiamo ottenuto. Non seppi, confesso, grii 
viva ed applaudire prima d'ora, oemico come 
e 5ar6 sempre d'ogni ambiguiti e reticenza, 
mandate ulvolta dai tempi e dalla ragione; 
non perci6 meno amare e dtssentite dal cue 
Cuore e ragione si sono messi d'accordo; 
che sembrava non pifi che delirio lo abbiamo 
duto ieri avverarsi sulla nostra piazza. La nos 
adorata bandiera torn6 a sventolare, I'antica i 
stra madre si alz6 dal sepolcro e chiam6 a s 
propri figli. Chi potri contenersi dall'accorr' 
alia sua voce, dallo stringersi ad essa, dall' 
plaudire? Ad altre gcnti si conceda riman 
dubbiosi sul reggimento da scegliere, sul no 
da cui intitolarsi; noi non possiamo averne i 



uno solo, quello che abbiamo di gii scelto e pro- 
' mato. Quattordici secoli ce lo mandarono glo- 
so: che fe mai a fronte di essi rinterruzione di 
uaati anni? 

a No, il nostra passato non h, grazie a Dio, 
ito da noi remoto che non possiamo stender 

esso la mano, e riaonodarci in modo che 
imparisca dalla nostra memoria la breve inter- 
sizione del dominio straniero, se non in quaoto 
'icordarcene ci torai d'utile e tremcnda leztone. 
di badare a tutto ci6 che pu6 servirci d'am- 
estramento abbiamo d'uopo, da che I'opera del 
;tro risorgimento h appena incominciata ; fa> 
le lunghe e perseveranza indomabile ci occor- 
lo a perfezionarla. E gli ostacoli che rimangono 
iuperare son men terribili di quelli che ci Sor- 
iano contro poc'anzi, e se quelli rovinarono la 
mercfe presso che da se stessi, a superare 
;st'altri h richiesto un inteadimento concorde, 

fermo volere. Un civico drappelletto, nelle cui 
ni stavano I'armi p'lii che altro a mostrare che 
loro funesta signoria era cessata, bast6 a pro- 
onare quella parola che rinfondeva la vita nel 
lavere dl un popolo generoso e mal conosciuto; 

il consentimento e I'alacritA universale biso- 
ino a far si che questa sacra parola sia meglio 
: un sempltce suono e tanto operi quanto si- 



85 

gnifica. Le cupiditi immoderate, le astiose dis- 
senzioDi, i vani puntigli e sopratutto Timpazienza 
del bene che non pu6 maturarsi salvo che col 
benefizio del tempo, possono, non dir6 gik ab- 
battere (che a ci6 dobbiam credere non sia per 
bastare forza umana nessuna) ma impedire e in- 
dugiare Topera a cui si accingono i buoni, e su 
cui tutti tengono gli occhi. Non havvi ragione- 
vole senso che addur si possa alia dissidia, alia 
noncuranza ; tante e tanto svariate sono le parti 
di cui deve comporsi il nobile edifizio, che qua! 
ad una qual ad altra dobbiamo tutti sentirci atti 
a dar mano. Le varie attitudini dell'ingegno, la 
varia esperienza, le condizioni molteplici d'eser* 
cizi, di vita, possono e devono concorrere d'un 
modo a far si che si ottenga il fine da tutti de- 
siderato. Chi nulla s'ingegna d'operare, di sug- 
gerire, proceda almeno lentissimo nei giuJizi, e 
non voglia arrogarsi qual premio della propria 
inerzia di censurare senza lunga considerazione 
I'altrui attiviti. Uomini tanto operosi quanto ama* 
tori di libertit suscitarono dalle paludi questo mi- 
racolo dell'ardimento e dell'arte; facciamoci sul 
loro esempio, rannodiamoci ad essi non pure nel 
nome, ma si ancora ne* fatti ; ogni nostro inten- 
dimento, ogni nostra azione altro non sia quindi 
innanzi che una continuazione continuata, effettiva 



di quel primo grido: Viva la repubblJca! Viv2 
S, Marco » (t). 11 giorno 28 marzo il Carrer, nella 
sua qualttik di vicepresidente, stendeva I'adesione 
dcH'Ateneo Veneto al GoverQO provvisorio: « Ci 
rechiamo a vanto - scriveva - di significare la 
nostra volotiterosa e piena adesione al Govemo 
provvisorio ». — Ma, passati i priini moiuend, il 
poeu, ripiegatosi su se stesso, senti svanire gli 
entusiasmi ; nei reggitori della cosa pubblica non 
vide che imbroglbni intenti solo aU'utile pro- 
prio; gli errori inseparabili dalla natura umana, 
le incertezze d'una situazione oscura e gravida di 
pericoli non trovarono attenuanti presso di lui, 
e lo sforzo disperato dt quel popolo, che difen- 
deva la liberti e I'onore, non merit6 se non i 
suoi sarcasmi. Jacopo Bernardi, testimonio oculare 
degli avvenimenti del '48 e storico degnissimo 
di fede, scriveva sulla condotta del Carrer : « Anche 
il C. si lasci6 andare, come tanti altri, all'impeto 
del suo genio e a quello sdegno che, da tanti 
anni represso, irruppe dal fervido suo petto in quei 
due poetici cotnponimenti che si stamparono nel- 
Tappendice della Veneta Gazzetta. Appresso, le 
mutate condizioni, la consuetudine di persooe che 



8s 

<lopo il movimento primo si trassero addietro 
assai, k mancanza di taluno tra i suoi aniici piji 
<eletti e, tra questi, di quell'ilare e svegliatissimo 
ingegno che era Giuseppe Capparozzo, il trasoao- 
dare che fecero le opinioni di parecchi dal beae^ 
4al dignitoso, dal giusto alia esagerazione, al ri- 
dicolo, al delitto; forse anche Tabbandono ia che 
a torto lo si era posto in quel giorni, e alcuni 
altri motivi personal], lo intiepidirono a tale, da 
giudicarlo, se non avverso, freddo almeno a fatti 
che avevano per iscopo di mostrare ai nemici e 
dileggiatori d*Italia, che non era poi degenere il 
sangue che scorreva nelle vene degli Italiani e 
dei Veneti d'oggidi, ecc, ecc. » (i). E meglio an- 
cora delle parole altrui servono a mostrarci le con- 
dizioni del suo animo le lettere che scrisse ia 
quel tempo. II 7 -giugoo '48, allorquando a Ve- 
nezia si discuteva calorosamente pro e contro Tu- 
nione con la monarchia sabauda, il Carrer scriveva: 
« E avrei bisogno di cacciarmi tutto pi^ che mai 
nello studio e non udire gli schiamazzi d'ogai 
fatta che assordano anche i piii tranquilli e lon- 
cani dal prender parte alle discussion! dei cafi& 
e della piazza. La cosa & giunta a tale che, dalla 



(i) J. Bernardi, Luigi Carrer, nel Cinunto di Torino, 
anno 11^ (1853), serie II, vol. Ill, pag. 67. 



straniera in fuori, h destderabile qualsivoglia altn. 
dominazione ; tanti sono gli arbitri, gli scandali, 
le bestiality solennissime, che st veggono nella 
preseDte. Dio soccorra t'ltalia e la povera nostra 
Venezia, e le soccoriu non meno che dagli stra- 
nieri, da' suoi, sicchh noa ci sia pi6 pericolo ad 
essert galantuomo e dissenziente da' pazzt che 
coDgiurano a rovioare il paese e insegaano li- 
berti col bastone. Creda pure, mia buona signora, 
ce n'k da piangere a lagrime amare e invidiare 
chi ha perduto il seono od i morto » (i). 

Due mest dopo, il 7 agosto, il Colli, il Cibiario 
e tl Castelli, commissari di Carlo Alberto, man- 
davano fUori ua proclama anautiziante la delibe* 
rata fiisione di Venezia col Piemonte, che oon 
avveniva senza dolore del Maoin e della immensa 
maggioranza dei Veneziani, costtetti a sacrificare 
le loro ideality repubbUcane alle supreme neces- 
sity delta difesa nazionale. Luigi Carrer accolse 
con grandc giubilo I'annuncio, forse pid che per 
it fiitto in s^, perch^ il Governo usciva dalle mani 
di uomini che riteneva dannosi al pubbtico benes- 
sere, e tosto faceva conoscere la notizia ad Adriana 
Zannini: 



Mmata di leit ined. a Eugenia Pavia Geatilomo. 
no '48 (Cane Zannlni, Venezia). 



87 

« Arnica mia. — Le scrivo al rimbombo delle 
campane e der cannoni, che proclamano il nuovo 
re, e dinno all' Aha Italia queirindipendenza e quel 
carattere di nazione, che fii il desiderio o piut- 
tosto il sogno di molti secoli. Giomo piii solenne 
non pu6 essere a noi tutti, ni poteva cadere piii 
acconciamente che accoppiandosi a quello del ri- 
verito suo notne. Oh amica mia rara ! Possano i 
destini della nostra patria farsi da questo giorno 
piu sempre prosperi ; possano quelli della sua vita 
essere conformi a que' della patria! Oggimai in 
onta a molte dubbiezze e sciagure infinite pos- 
siamo dire di avere una patria, e se i tanti o tri- 
sti o codardi ci tolgono di goderne in lor com- 
pagnia, ne godremo noi due^ rinfiamniando a quel 
nobilissimo foco I'altro non men nobile della no- 
stra amicizia. II cuore mi dice che questo bel re- 
gno non avri effimera vita e checch^ facciano gli 
uomini vi sari una forza pii potente di loro, che 
non permetteri scomparisca dagli occhi nostri ap- 
pena comparsa un'immagine di tanta bellezza. La 
bieca diplomazia e I'ignoranza ciarliera rimarranno 
scomate. Di qui a un anno ricorderemo questo 
giorno e questi auguri con animo consolato e se- 
reno.... » (i). 

(i) Da copia di lett. ined. di L. C. alia Zannini (7 ago- 
sto '48)/ il cui originale fu ceduto al Montanari (Carte 
Zannini, Venezia) 



J 



I II i Commissari regi, costretti dalla vo- 
lare, abbandonavano il governo, che il 
nezzo a deliraate eniusiasmo dichiarava 
e egii stesso. Vcnezia veoiva bloccata; 
ci si triacieravano saldamente ^li sboc- 
iguna, e la repubblica pensava a difen- 
Tiente. L' 1 1 otiobre I'Assetnblea con 
cootro 13 decretava la continuazione 
ura, e il Carrer ne dava notizia ad un 
una interessantissima lettera, nella quale 
:ti i suoi crucci : « Mio carissimo. — La 

m'ha fatto un gran bene; quel beoe 
lalla conversazioue d'amico lungamente 

Indugiai alcun giorno a risponderti per 
inia rAssemblea, della quale voleva nar- 
Fetti. E TAssemblea si tenne ieri ap- 

fu confermato il govemo dittatoriale, 
bisogno di un comitato per decidere 
zioni politiche stimandosi bastare anche 

Governo mcdesimo, solo che prima di 
inclusione veruna sarebbesi interrogata 
a di bel nuovo. Fin qui ottimamente. 
i della legaliti deH'Assemblea stessa, che 

compresi de'meglio veggenti fra'depu- 
I per iliegale, non fu tocco, e nemmeno 
to se anche in seguito si ragunerebbe 
ell'Assemblea o si iarebbero ouove ele- 



89 

ziooi^ bench^ su questo secondo punto non sia 
mancato chi dicesse qualche paroia. Ora stiamo 
aspettando le sorti ossia la volonta dei potentati 
dacui tutto dipende pur troppo, che che ne pensino 
i panegiristi del popolo che salvo poche eccezioni 
non ha fatto nulla se non pagato. Intanto la li- 
bera stampa ci pasce quotidianamente di polemi- 
che, o peggio di vergognose calunnie, perch^ di 
polemiche non c'6 piii esempio da quando s'^ vi- 
sto che manifestare il proprio parere tanto era 
quanto trovarsi in capo le scranne dei cafR e an- 
dare prigione per giunta, e ai parroco di Santo 
Stefano, che disse dall'altare non so che frase, poco 
secondo il tempo, fu gridato ogni genere di vil- 
lanie sotto le finestre della casa, da una truppa 
di gente, lascio a te pensar quale, entrovi per6 
de*Segretari di Governo e fin anco de'membri 
del Comitato dl vigilanza. Lo stesso a Taddeo 
Scarella e al Demzor. Insomma dentro e fiiori ad 
un modo e la scelta & confinata tra il blocco e 
Tesilio. lo t'invidio Firenze, nelle cui mura e in 
Toscana vorrei prima di morire passar io pure 
alquanti mesi per apprendere un poco di quella 
lingua che non si trova sui libri, quantunque sia 
a questa mia eti alquanto tardi. Dillo ad Eugenio 
che non si lasci scappare la buona occasione, per- 
chfe anche tornando non torneri piii cosi giovane 



9' 
d'un quaicht imperatore romano e abbrancaUne le 
ceneri it le ponga sul petto velloso a scaldarsene il 
cuore. E tali uomiai hanno il voto della nazione 
e son gridati ministri ? Hai ragione di rallc 
che ti abbiano lasciato in riposo, e 11 Ma 
di protestarsi ioetto a &rla da deputato. A) 
il Tommaseo che chiama gli Slavi alleati m 
della Francia, il fa senza tropi. E gli Slavi, ; 
che m contano le gazzette, marciaao atla vc 
Vieona per ischiacciarvi i rivoluzionari dt 
mentre il Cavaignac e la diplomazia francese 
disposti senz'altro a sottoscrivere il trattatt 
rimette cervello ne' rivoluzionari d' Italia. ! 
il Tommaseo per questo verso ha ragione 
serie misere ! II Gioberti svillaneggiato comt 
un facchino e m'aspetto &a giorni cbe lo 
si laccia del Mamiani dal caldi avvocati della 
causa, dai tniliti della santa guerra. Non dico 
pecche il Gioberti, che ne ha; ma da lu 
Mamiani, dairAzeglio al Guerrazzi, al De 1 
a tutta I'altra canaglia 6no al Mazzini, pusill 
fuorch^ in parole, che manda sulla forca gli i 
salvo a scriveme a quel suo scempio mo 
necrologia, che distanza iafiaita! Dirat che 
la prendo con mezzo mondo ; ma Dio sa s 
rei vedere chi fosse d^no d'esser adorato 
rarlo, e baciargli 11 piede come a pontefice, 



92 

clamarlo benefattore del genereumano, aoche per 
uesto che non lascierebbe morire aSatto tra gli 
omini il senttmento della gratitudine c della ra- 
ionevole amniirazione. Ma finora, o m'inganco, 
leglio voiursi ai defunii e credere veraci le sto- 
e e d'alira pasu che aoa i present! gli eroi pas- 
iti. Che quasi quasi se durassero a questo inodo 
i cose sarei tentato a credere che Socrate, Epanu- 
ooda, Bruto, Catone e compagni ci appariscoDO 
)li perchfr veduti traverse le leati prestateci dagli 
[orici, tutti dal pid al meno poeti. Ma a questa 
eplorabile conclusione non sono ancora venuto 
non verri, spero; studiandomt a tutto potere 
i illudermi almeno sul passato, se non mi fosse 
iiipossibile sul presente... »(i). 

Ritiratosiin disparte, continue nel suoufficio al 
ivico Museo, tutto immerse ne'suoi studi let- 
•rari e poettci. « In quanto a salute, me la passo, 
:riveva, ma rumor mio i triste e anzi tristissimo, 
nima amica, e si che mi sforzo di vincerlo con 
3 studio, non dando i tempi distrazione migliore.. 
.avoro iq,defessamente intorno alia Fata, e se ta- 
}ra me ne vergogno, come di cosa fantasdca in 
lezzo a tante reali sventure della nazione, dico 



(i) Minuta di lett. bed, a Stefano Duprt, 
3ane Zanoini, Vennia). 



^ W 



95 

fra me: e che posso altro? E farei forse mcglio a 
sospirare oziosamente? E come io abbia ranimo 
sempre alle comuni calamiii, e ai comuni desideri, 
si vede tratto tratto nei versi stessi » (i). La con- 
dotta del Carrer non poteva non suscitare maravi- 
glia ed aspri commend, e ci6 che si diceva sul 
conto suo dovfe giungergli aU'orecchio, se egli 
credette opportune rispondere ai rimproveri con 
una che potrebbe chiamarsi professione di fede, 
in versi dialettali. Restano inedite due satire, I'una 
in lingua italiana^ Taltra in dialetto veneziano, e 
alcuni frammenti che sono una continua e san- 
guinosa ingiuria contro quanto ha diritto al no- 
stro rispetto e alia nostra memore gratitudine (2). 
Ministri e rappresentanti del popolo, generali e 



(i) Dacopia di lett. ined. di L. C. a Eugenia Pavia Gen* 
tilomo, 18 ottobrc '48 (Carle Zannini, Venezia). Ealtrove: 
«La mia Fata, da che me ne domandi, ^ innanzi, e sono 
sal canto decimoterzo, oltre a parecchi frammenti d'altri 
composti secondo mi dava ii capriccio... Io credeva esa- 
gerazioni quanto leggeva degli invasamenti der99 ; ora ne 
sono persuasissimo. se non gik non parmi che siano andatj 
pill avanti. Dio benedica 1* Italia e questa povera umana 
ragione (Lett. ined. di L. C. a B. Montanari, 20 lebbraio '49. 
- Bibl. Comun. di Verona). 

(2) Vedansi Taccennata professione di fedc le due sa- 
tire e i frammenti, che trovansi inediti tra le citate carte 
Zannlni, nelV KAppendice a questo studio. 



9* 

soldati, Sirtori e Tommaseo, la guardia civica e 
i volontari italiani, i combattenti di Marghera di 
Treponti di Brondolo sono oggetto ai dileggi del 
poeta. 

Contro Daniele Manin, egli che pure, come 
vicepresidente deirAteneo, aveva firmato (i* no- 
vembre '48) un invito ai soci perchi raandassero 
delle inscrizioniy fra le quali sarebbe stata scelta la 
migliore^ « da porre nelle sale dell'Ateneo al Ma- 
nin e al Tommaseo per memoria di quanto essi 
neirAteneo stesso operarono con discussioni e let- 
ture in pro della patria », scaglia tutte le sue frec- 
cie : insulta alia sua nascita; lo rappresenta come 
un faccendiere politico incurante della rovina della 
patria pur di salvar se stesso; lo dipinge a volta 
a volta subdolo e vile, intollerante e tiranno; 
esprlme Taugurio che « el dose magnacarta el torna 
al so meT^a » . 

n Carrer aveva in animo di tessere la storia 
degli avvenimenti, di cui era spettatore, e a tal 
fine raccoglieva note ed appunti; quale sarebbe 
stato lo spirito che Tavrebbe informata dimostra 
chiaramente il seguente periodo del Machiavelli, 
che voleva apporvi come epigrafe: « E se nel de- 
scrivere le cose seguite in questo mondo non si 
narreri fortezza di soldati o virti di capitani 
o amore verso la patria di cittadino, si vedra con 



quali inganni, con quali astuzie ed arii i principij 
i soldati e capi detle Repubbliche, per mantener" 
quella riputazione che non avevano meritata si g 
vemavano B (i). Fra le poche note raccolte p 
questa storla che ora ci rimangono, ve n'ha ui 
che narra la famosa seduta dell'Assemblea il 

(i] Caduu Veneda, cos) il Carrer scriveva ad ud certo : 
gnor Uliva a proposito della stotia, che poi rimase inti 
rotu dopo poche parole di introduiione; « lo aveva 
animo ed bo, DOn so se glieae dicessi prima della s 
partcDza, di scrivere in compendio e con veriU somn 
se con scarsa eleganza, le cose noscre del due ultimi an 
ma rae ne prende tratto tratto spavento ; tanti ft la rat 
e terribjliii dei casi. Oltre che a voter riuscire sirettamei 
verad si corre pericolo di non esser creduti neppure 
quelU che haano cogaizione di storie, e dovrebbeio pi: 
avere iniparato di che sieno capaci Tignoranza, I'ambizio 
e la piii matta bestialitl. Cod questo ancora per giui 
che buona dose di Tidicoto v'h mescolaia e lo storico 
ogni poco dovrebbe caagiar stile e farsi uniile umile e qu. 
quasi burliero. In somnia quanto mi sembra che le nos 
miseiie siconvenga che siano Darrale a documento de' B 
e nipoti nosui, tanto credo volervi non poco ardimento 
chi se ne faccia come che sia narraiore. Giovenale si 
troverebbe be! campo da menarvi a dritta e a sinistra 
sua terribile sferza. O m' inganno o le cante difhcolt^ 
ogni fatta che c'i tocco vedere (senia disconoscere qt 
di biiODO che v'ebbe, benchi aon molto) devono infondi 
naovo spiiito in chi si mette a rivaleggiare con esso. O: 
ch'egli k pib che mai tempo di riudire italiaoa quella b 
Eimosa... » (Minuia diletLined. u setterabie '49. CarieZ^ 
oini, Veneiia), 



aprile '49^ quando Id risposta alle intimazioiu 
del generate Hainau fu deltberaia la resistenza ad 
<^ni costo. II Catrer accusa il Maoin e alcuni suoi 



delta cilli e il desidtrio del sottoseritti ctltadini di sa- 
pare quali speran^e si ahbiano per protTarre uno stato 
di cose incerlo efatale. A parte i giri di pare' 
chiedeva la resa, II Carrer, egU stesso lo afi 
fu dei primi ad apporvi la firma, ed eccita 
amici a recarsi a firraare (i). £ Doto con 
lerminata la disgraziata peiizione. Alia nott 
essa una folia di popolo assalt6 il palazzo 
abitava il patriarca, gettando nel sottoposi 
nale tnobili e oggetti di valore, Accorse il 
maseo, e a stento con la sua autorevole \ 



(■) Lett, ioed, di L. C. a Giov. Veludo, ] agosio '49 
gnor Giovanni Preg.mo. £ aperia in CaDonica aelle 
ddia pubblica Benelicenza una soscriziooe di citts 
capo de* quali S. E. il Patriarca, chiedenti all' Asst 
che vengano da essa dichiarate le ragioni e i fond^ 
per cui li vuole resistere seaza conflni, come veg 
farsL £ bene che molte firme diano sempre maggic 
alia doraanda e che siano drme d'uomini d'iatelietto 
biti conoEciuu. La invito dunque a recarsi, se Le 
al luogo suindicato tra le died e le dodici aotimei 
d'oggi, e se Lc piacesse meglio parlar prima con nu 
di ttovarrai in casa fino appunto alle undid. Mi riv 
la sua signora, mi saiuti Spireito che pottebbe anda 
pure a soscrivere, e mi creda daH'anima il suo ( 

P. S. Se credesse condurre attre persone, tamo re 
perchi tanti piii sono i Domi e tanco maggior valore 
scrittOB (L'origlnaledlquestaletterabed. fuceduto, cr 
Giacomo Zanella; la copia trovasi presso gli eredi d] 
Jacopo Bernard i in Venezia). 



aa ; ma delk petizioae niuno 
;iorni di poi Venetia capito- 
3i migliori cittadini prende- 
' ; gli Austriaci rientravano 
ina tomba. Negli ultimi dt 
I state stampate alia macchia 
:iche del Carrer cbe abbiamo 
-urono a appese ai canti della 
., e coQ tanto persistente vo- 
coperte di altri affissi, come 
h numerose ed in luoghi evi- 
frpetuare il pii possibile I'o- 
xi termini egli scriveva alia 
pubblico il 17 agosto, e do- 
prese le misure piii oppor- 
imi autori del &tto. Rlentrati 
aesie riapparvero — ■ e fti atto 
attaccate agli angoli delle vie, 
6 a subirne le conseguenze. 
lilitare intimava al municipio 
' dal suo ufHcio al ci\'ico Mu- 
ediva, rimovendo i! Carter da 
i da vice preposto a perchi pro- 
it politic! da non poter essere 

iice la oairazione che il dna & di 



■■-J 



toUerati nella quality di preposti ad un 
a cui specialmente intervengoDO forestiei 
vani iniziati negli studi e dappoichi prese 
coi loro scritti e prestaztoni influenci soti 
sato Governo rivoluziooario » (i). II Carn 
sbalordito: « In me la meraviglia asso 
adesso ogni altro sentimento. Vedermi pu 
tanto rigore, quanto noa fu usato di lun 
coi rivoluzionari piii estremi, Spogliato d 
piego ch' esser doveva 1' uoico rifugio d 
inferma vecchiaia, e spogliato da chi noi 
conferito e noa ha messo ragione alcun 
tuna la parte che io presi alia rivoIuEion 
ConviDto della illegality dell'atto del m 
tanto pill che il Museo era un' isiitazion< 
nella quale I'autoriti non doveva avere i 
gerenza, mand6 una suppHca al governat 
tendo bene in cbiaro la sua condotta : 
pienameme d'alcuni versi da me comi 
primo tempo dei politici rivolgimenti, 

(i) Decreto delb Coogrcgaiione della R. Citt4 
I] ottobre '49 (Carte Zaonini -Venecia). Vegga: 
ptndics ati che in proposito detla destitnzione e 
dotta del Gtrrer scrive Etnan. Gcogna nei suoi 
Veggansi puce due bran! di lettere del Carrer ad 
valgona a lum^giare la sua condotta. Pagg. i 

(z) Lett. ined. a B. Montanari, 19 ottobre tS 
Comun. di Verom). 



avrei mai creduto che non si facesse ragione delle 
circostanze singolari in cui furoQO pubblicati. 
Qualun<]ue per altro sia tl peso che si voglia 
dar loro, finisce con essi per parte mia qualanque 
atto che possa porger cagione ancor che minima 
di rimprovero, non clie di castigo... Quanto poi 
a presta^ioni solto il governo rivoluxtonario, aSermo 
con tutta franchezza che per qualunque indagine 
pii rigorosa nonsene troveri nemmen I'ombra ». 
Ricorda in seguito nella supplica la sua vita di 
professore, di viceprcsidente dell'Ateneo, di Pre- 
posto al Museo, sostenendo di aver professato sem- 
pre a principii di civile moderazione e di aver av- 
versato qualunque genere di esorbitanze. > « In forza 
appuntodi quest! principii — soggiunge — quando 
fu promossa una sottoscrizione tendente a richia- 
mare I'Assemblea a ragionevoli deliberazioni consi- 
gliate dallo stato della cittd, fui de'primi ad ap- 
porv-i la mia firma e a far si che ve I'apponessero 
altri ancoraa (i). 

(i) Minuta di supplica a S. E. il Govematore Civile e 
Militare della citta di Venezia (Carte Zaonini, Vesezia). In 
un'altra minuta scrive : « Che cosa poi siano le mie pre- 
stazioni influenti socto SI goverao rivoluzionario, diib con 
la franchezza suggeritami dil sentimento della veriti, nft 
io n( persona al mondo potrii mai iatendere, non essen- 
domi io in nulla e per nulla prestato solto quel governo, 
ma vissuto sempre ritiratissimo alia cura della iievole mia 
salute e de' miei amdi ». 



Attendendo la risposta del Governatore, 
tan6 da Venezia, e fu per qualche tein| 
prima di Adriana Zannini, in una sua vil 
Abaao, poi del Montanari a Verona. Vers 
di gennaio il Governatore militare con: 
cbe la direzione del Civtco Museo era di d: 
vato e cedendo alle vive iosistenze del | 
del patriarca, reintegrava il Carrer nel suo u 
Distnitto dal male, riprese la via diVen 
al principio della fine. Quando fu a Mest 
caiuolo che I'attendeva per condurlo in 
pot^ rattenere la sua meraviglia, vedendc 
gro e s6nito: 

a Mestre giugni 

E di speme delusa alio sconforto 
Peggior riprova del tuo stato nggiugni. 
Chi il biiOQ tuo barcaiuolo e inalaccoi 
Esclama in le fiundou: Ahi, padrone. 
Come cangiato v'ha tempo $1 cortol 
Che tristeireeredir!.,. (i). 



(1) Decreto della Congregacioue municipale al : 
17 gennaio i8;o (Carte Zannini, Venezia). 

(2) Ben. Montanari. Fersi t prose. Verom, Aiv 
>'*S4>pag. 99- 



A 



Tornato a Venezia, U C. riprese la vita solita, 
ivisa fra i doveri dell' ufficio gli studii e i fidi 
onvegni di casa Zanoini. Continuava la storia 
ella letteratura itatiana, intorno alia quale lavo- 
ava da parecchi anni (i); scriveva qualche ottava 
ella Fata Fergine, correggeva le lettere di Ga- 
para Stampa, che, pubblicate nel '38 nclVAnello 
'i setle gemme, voleva ristampare, aggiungcndo 
ualche Duova letters non permessa per I'addietro 
alia troppo rigorosa censura. Attendeva anche 
d uno studio sutl'Alfieri, del quale stendeva tratto 
ratio qualche periodo; ma questo studio licbie- 
leva una fatica mentale ormai per lui iatollera- 
>ile (2). La tisi coiuptva 1* opera distruggirrice. 

(1) « Da moiti anni vo' raccogUendo una [uccola sup- 
lellettile di notizie di libri per tessere sotto breviti U 
Eoiia dclle vicendc delk nostra letteratura dsl secolo deci- 
loierzo al presenie, e oe ho gik steso parecchi tratli, ma 
iggimai la speranza di coodurre I'opera a compimento mi 
a abbaodoaato e gran che mi parrcbbe di render leggi- 
ili quel brani cosl staccati » (Lettera a Camillo Ugoni, 
t giugno ';o. Qjiesta, con altre lettere del nostro, tro. 
asi DcUe Opere poslumt di Cahillo Ugoni, Milano, i8;8). 

(1) Lett ined. del C. a B, Montuuri, 15 ottobre ';o 
Biblioteca Coniun. di Verona). 



Nel marzo egli ammali gravemente; ») 
tempo dopo pot^ rialzarsi, ma capi che '. 
non era lontana. Ravvolto in una Teste i 
mera a fiorami, che gU aveva regalato Vii 
Bellini, slava seduio lunghe ore presso un 
stra, cercando di dimenticare gli spasin 
male nel lavoro, che gli costava uno sfors 
mane'; e se gli amici cercavano di distorlo, 
irritava, ulch^ dovevano lasciarlo fare a si 
lento. Verso la fine del marzo cerc6 riston 
I'aria di Treviso, ma pochi giorni appresso d 
ricondursi a Venezia. Le forze andavano seen 
la respiraf ione si taceva af&nnosa, la gola u 
rendeva difficile I'inghiottire. Era omai I'oa 
se stesso ; solo le condizioni dello spirito s 
servavano eccellenti: aspetuva, senza alcun t 
la morte. 

Rivide parecchie volte la moglie, e dispo 
il suo awenire : « Ha pensato a tutto, a ti 
diceva Adriana Zannini, che da molti mei 
si allontanava dal suo letto, e gli era pi 
sima infermiera. Cattolico convinto, voile 
piere a tutti i doveri che la religione gli imp 
Ricordava spesso gli amici, e quindici 
avanti di morire scriveva al suo fedele 1 
nari : « Quante mie lettere aver potrai 
questa, e se questa possa essere per avventu 



la, nou so bene dire ; so bene che questo stesso 
bbio mi fa esser soUecito a scriverti la presente, 
DtiDuaado poi Dell'avvenire a parlarti in ispirito, 
non mi suk possibile di fare altrimeilti. Sto 
lie e male assai, Bennassi!! mio.... >> (i). 
Conservava ancora tanta lucldezza e sereoitJi da 
rlare d^li studi prediletti e prendeva commiato 
[I'amico, al quale voile fosse dato come suo ri- 
rdo un bronzo rafEgurame I'ApolIo del Belve- 
re, che Stefano Dupri gli aveva regalato, bronzo 
e il Montanari poi, morendo, leg6 ad Adriana 
nnitii. II giorno 23 dicembre '50, poco dope 
mezzogioroo, mor) placidamente, recitando i 
mi. 

La morte del poeta fu appresa con dispiacere 
Venezia, e il Municipio gli decret6 solenni ono* 
ize funebrj in S. Marco e un posto oootifico 
1 camposanto comunale, I gioraali ne scrissero 
1 lode, e gli Istituti e le Accademie che lo ave- 
10 avuto a loro membro lo commemorarono 
ennemente. I verseggiatori ne cantarono a gara 
lodi: una lunga ed affettuosa elegia dett6 il 
mtanari, un'epistola Eugenia Pavia Gentilomo, 
icepola ed arnica del Carrer; sonetti pubblica- 



(i) Leu. ioed. diL. C. a B. Montanari, S dicembre 'jo 
bl. Comun. di Verona). 



rono Benedeno Vollo, Antonio Gastaldis, I. V. 
Foscarini, Giovanni Renter ed altri ; anzi fu tale 
I'abbondanza di versi pii!i o meno sioceri, 
contro di essi credette opponuno protestare 
vanni Veludo (i). 

Cosl non ancora cinquantenne moriva 
Carrer, il piili fetice temperamento poetico < 
degli studios! piili eruditi che Veaezia abbia 
ia questo secolo. Un sue biografo cosl lo desi 
« Delia persona fii regolare, sebbene macL 
ma aveva angustia di petto, e sino dalla ] 
etik and6 sofferente del fegato e delle inte 
Ebbe neri la barba e i capegli; spaziosa la (i 
naso aquilino, incavati gli occhi neri, vivis 
lungo e pallido il viso, I'aspetto piacevole 
Fu sempre di umore tendenie al matincon 
al mistico (3), che le sventure da cui fu C( 
servirono ad accrescere; del resto, uomo bui 
affettuoso, solo mancante • e di ci6 fu cagione ; 
la poca salute • di queU'energia e di quella r 



(i) Opuscolo Per nc\i* PelUgrini Paganuni, pub 
da Carlo Paganuzii il 7 raaggio 1877, Veaezia, ti[ 
chetti,. Sonetto I, pag. 1 : Contro alcuiupoesu puibli 
morU di Luigi Carrer (1851). 

(1) Ercoliani, Cemti biegrafici dt., pag. t). 

(j) V. nell'ApFENDicE TeaJenia al tnulieitmo, fi 
autobiografico Ined., pagg. tn-4- 



io6 

tezza, che gli avrebbero tante volte giovato. Nel- 
VAmor sforiunato di Gaspara Statnpa (lettera VI), 
dove egli tratteggia con amarissime parole il ritratto 
del pittore Nadalino da Murano, voile certamente 
ritrarre se stesso e le sue misere condizioni: «La 
poverti lo ha si fortemente avvinghiato ch'ei non 
pu6 uscire da quelle maledette strette. Rigattieri 
e credo fin anche cenciaioli, a' quali h costretto 
vendere Topere sue, si godono il frutto dei suoi 
sudori, pagano un nulla ci6 che poi rivendono 
dieci tanti. Dirai: pur troppo h questa la condi- 
zione di certi ingegni ritrosi e come a dire sel- 
vaggi. T'inganni: Nadalino ha maniere accoste- 
voli, piacevolissime. Certo che non piaggia, non 
lecca, non istriscia davanti a' magnati: commes- 
sogli bensi da questi alcuna cosa, adempie gli ob- 
blighi presi con scrupolositii religiosa. Ma questo 
poco gli vale. Vuol essere bisca o bordello per sa- 
lirne in fama d (2). Vedemmo g\k quale condotta 
egli abbia serbato negli anni della rivoluzione ; con- 
dotta che, pur usando nel giudicarla di ogni in- 
dulgenza, non h tale da conciliare simpatie all'uomo. 
Gravl fiirono le censure e i riraproveri fattigli, 
e il Tommaseo, gi^ suo amico, gli scagli6 contro 
ingiurie veramente atroci e per la massima parte 

(2) Cfr. ed. Lemonnier cit. vol. IV, pag. 34. 



immeritate (i). Com'fe noto, Nicol6 Tommaseo, 
intelletto potente e terapra di carattere meravi- 
gltosa, si lasciava talvolta tradportare da raocori 

(i) Come sappiamo, tra il Tommaseo e il Carrer esu 
una amicizia di lunghi annt, che le parole che piCi t 
ripottianio ed altre ancora del T. dimostrano speiiata e i 
zata viol entem eat e. Certo la prima cagioae delta toI 
e del fierissimo giudizio del T. t da cercarsi Delia i 
dotta poliiica del C., che dovetie fortemente spiacere a! 
temerato e inSessIbile patriolta; ma fotse altri inotivi 
a^imsero, piCi streCtamente personal!, intorno a cui 
mi vemie facto di trovaie documenti. E cib serva a : 
gare la lacuna che puCi notarsi a quests punto. — ] 
intanto le parole del documeoto, a CDi si acceana: 

• Al signor. ... a Venezia, dicembre i8f 2. . . . C01 
non ml t maravlglia, at mi fari togliere dal Dizioi 
Estecico le lodi gii di lui deite; e queste e alire sue 
cole ribaldetie usatemi, tanto piccole che sfuggono alia 
rola e all' indi'gnazlone, gli saranao, cred' io, perdoc 
insieme con la traduzione di Lucrezio, la quale egll ten 
non per amore delle elegaiue latioe mal note ad esso 
per devozione a quella etnpieti rancida; perdonate iosi 
coc la Fata Vergine, la quale egli, fome monello coo 
sate, perseguitb pei il corso di quasi trent'anni con 1< 
ottave, sospingeadola per monti e per valli, sroaoiosa 
datno di perdete la vergiaitii (idea non so se pib fri 
o ignobile o spielata, che ritrae il cuore e la mente 
I'uomo) ; perdonate con quel suo gutrra gutrra I amn 
dato da ultimo con un baita basta o dalle suppUcai 
reiterate per avere la paga; e con quelle altre sue m 
aereue e mezze abiettezze, che non osavano esser in 
perch£ egli era squisltaraente vile, e riieneva della na 
pieblea, senza i pregi, i difetti rinvolti nei fari de' sig 



I 



APPENDICE ALLA " VITA , 



Introdaxiont ad un'autobiografta. — Prenderanna es 
pertont cbe Uggerantio Vautabtograjia), ne sono sicu 
letto a rivivere negli anni delle illiuioni e Jelle spi 
a rianiineramio alia loro fantasia quei primi momt 
iDquieto desiderio, dj sconsiderata aliegrezia; rinasci 
alia loro memoria le rusticbe ccDC, i paurosi cc 
I'aiisie secrete, i sogoi tutti piCi dold e pili fiiggitiv 
nostra vita. — E cheiquesta vita? Ahimil che s'io 
indietro lo sguaido, non giuoto ancora ai trent'aii 
crepacuore del pauato, una nausea mi prende dell 
nire; mi cade di maao la penna, mi s'infosca la vi 
Inlanto non potrei meglio iusiagare la mia inalinc< 
apparecchjarmi alia partenza, che scrivendo queste i 
lie, le quali vogliono essere come il mio testamento 
esse soDo sincere. . . . . u 

(Franimento autob. ined. - Carte Zannini, Vene 



i pubblHif. auttu (OBiKrainwiiii pOMia, .Morcbt po«ri 
■ in piTEB irtidnieiiuH, CDCU docDnKBIi uui notevou, etu 

Una professione dl fade. 
Sti quaraDtaset'ani che mi go 
Me xe tuti passai ae 1' ilusion 

De aeittmt el piii gran liberalon 
Che u dir al bisogoo el feto so. 

Cussl bo pensJi fin Talira dl, ma po 
Che xe sta fata la Revoluiton 
Me so sentio tratar da todescon 
Come e parcossa gnanca mi nol so. 
E go sentio chiamar verl italiam 
Certuni che per dir la veritji 
Li credeva la spiuma del pam)i(i)- 

Posto che de sto ii^ano i ra'i cavi 
Vorave dai mi boai veneziatti 
Vegnir su un alcro ponto ilumini. 

Go credeito fin qua 
Cesser ud galaotoroo, tal e .qual 
Come ctedeva d'ejser liberal, 

(Che credeva pur mal I) ; 
E quei cerd che ho abuo da nominar 
Che i fusse zeute da lassarla star 

Chi DO vol mormorar. 
Saravela aoca questa mai cusst 
Che i fusse lori peile e birbo mi? 

Ma plan, se ghe xe chi 
Vogia dirme; se onesti tuti do, 
tatendcssimo ben, que sto po no. 



1 la iarmi per firln •airui ndla tcirpi. Ilctifi < 



»Kli.. ri 



La Venexia d«l '48 



Finimo sti sempiezzi (1) 
Sto impianto, sio bacAa ; 
Disemo pan al pan, 
Sv^emose an tantin. 

Qua no ghc xe pifi bezii 
Tuio xe andi in malora 

Zigar viva Minin ? 

Che liga quelle schiape 
Che iu ga messo in posto, 
E che xe uq vero rosto 
Senza n^ ti at mi (2) 

Zenaii, conta slape (;) 
El facendier Peiaco 
Malfaii, Belinato. 
Stroiai fia I'altro dl. 

Che ziga (4) quele mate 
Che fa le cercantine (}) 
Sporzendo !e musine (6) 
Per zelo citadin, 

E tuti quel che sbate 
Le man e fa schiamazzi 
A spese dei gramazzi (7) 
E a conto di Manin. 



Podt lontarghe a quest! 
£ far la iisTa longa, 
Chi s'± itnpenio U pODg3(i) 
Co apaiti e comission. 

E tuti quel foresti 
Che qua xe capital 
In aria de soldai 
Per star de drio el machion. 

I stna&ri (i) de gheto, 
I ludri dc Florian, 
El circolo italian, 
Giuriati e Da Cam in, 

Serena, Foscoleto, 
Zente che lica e scroca: 
Xe questi che ghe loca 
Zigar viva Man in. 

Ma mi ban galantomo 
Mi vero patriota 
Sti scandali do ingioto, 
No incenso un larlatao. 

Trateme pur da tomo(]) 
Da stolido, da maco, 
Diserae pur croato. 



E come tal domando: 
De tanti beiii spesi 
In piti de nove meji 
Che fnito s' i cavi ? 



. J 



Nt picolo, ni ] 
Nome(i) che tuii 
I gik U gran pitoca 
Co i due tta citi. 

Tedeschi pili nc 
E certo uo ben xe 
Che tuto quaalo el 
Xe gnence al paraf 

Ma adasio, perc 
Che dopo tanti gu: 
No sia che baraiai 
1 Domi in conclusii 

E che le cosse 
Resue quel de ava: 
In giingola (}) i bi 
La zente onesta z6 

Per tuto la so i 
Che vien, rechiza ( 
E grami chi se aza 
De dir raDimo sb ; 

I lo tol su, i lo 
E a] caldo i te lo 
E xe uDa baza grar 
Se i 1q condnse sat 
E dopo che i mi 
Se aodando de $ta 
La quondam Putlsii 
No gera un marzaf 



ate 



n 



No ghe xe pill Ccnsura, 
Che tuti stampar pona. 
Stampar ? Siorsl, ma cossa ? 
Lasagne e gnente piCi. 

O qualche avacuaura 
Del secolo pass!, 
Da andar vestio e calii 
A casa de Colti. 

Vardemo i giomaleti, 
Q^ei che xe fior de roba. 
El sior Antonio Rioba 
Ritrato de sti dl ; 

L'abaCe Capeleti 
PaciGco Valussi 
[Cagadoaai, (i) che fotsi 
Dove che digo mi I] 

Vt proprio un b«n che conta 
Su libertJi de stampa; 
Per mi, meglo la larapa 
De Monsigoor Piaatoa. 

Meteghe po' per lonu 
El gusto che i ve fazza 
Soto i balconi o in piazza 
Qijalche dimojtraiioa. 

De quele Z3 se iateade 
Che adesso xe a la moda, 
Tute de lente soda 
Amici de runion; 



De quele che no ofet 
Che el povero privato, 
B che nel Comiiato 
No trova aposldon. 

El Comitato ? Ud tre 
De birbi e de spuiete (3' 
Ga in man la nostra qui 
E fonna el tribunal. 

Se no la digo, crepo; 
Co vedo de sci esempi. 
Me augurerave i tempi 
De Chibec e de CaL 

Fatani che gaveva 
Sul cuor tanto de pelo. , 
Ma un Anzolo Comelo 
Ma ua Scarpa I Mo Sign< 

Almanco se podeva 
Tegnerse a un che de m 
Senia pensar el peio 
In fondo al cagaor. 

1 ga, qnalcun m'hi di 
Dovesto compensar 
Chi ga dk man a far 
Id marzo el rebalton. 

Mo bravi I Mo pulito I 
Cnssl, ve lo prometo, 
Se acquista un bel conce 
De la rivoIuzioD. 



Che quando che i : 
Su e u»o in seatiDcU. 
Xe grama la pucela 
Cbe pasM pet de U ; 

Go a chi me li vai 
E>ovesto dir in boui ( 
Sta civica pissota (i) 
Xe iin cancaro in vegu 

Se prima no i stud: 
Cbe i gera in boca al 
Co sto sistema novo 
Me lo Mvari dir. 

Xe vero cbe a far 
I i messo dd sogett 
Che II &rji star quieti 
ScuaDdoghe el morbin; 
Col don de la paroh 
El Volo, gran poeta, 
Bernard! batoleta, (4) 
Solilro e Romania, 

Ma gli omenoni am 
Ho pol fit dei miracol 
E gbe xe massa ostaco 
Ancuo da superar. 

I toii baronzeli (;) 
Fiii della scuola ossae 
Ghe piase le parae, 
B chiauo e el scorabl 



f- (») »gg. nwo pn diipn 



1x8 



In fiiti da una banda 
Lassemo sta Speranxa; 
Mi za ghe n'6 abastanza, 
Se el resto go da dir. 

Giv^ chi tien locanda 
O a megio dir furatola, (i) 
E quel che se iozegnatola. . 
Zk me pod^ capir, 

Magazenieri, siore, 
Boteghe da caf6: 
Sul resto vu pod^ 
Tirarghe un bel croson. 

No vedo che malorel 
E xe i principi quest! 1 
G> i molarii i protest! 
Alora vien el bon. 

Zir& per Merzeria, 
Cossa troveu? Galoni, 
Hocchi, spalari (i boni 
Za se li pol contar) 

Negozi de scarpia (2) 
Da fiir pianzer i sassi, 
E fora a ogni do passi 
Botega d'ajilar; 

Paroni arcicontenti 
Co i ga tocii do trari, (5) 
E dopo a far lunari 
Insieme col garzon. 



(1) piccok e oacttim bottega di conmetribiU. (a) ragaatcU. (j^ trari o 
tragiariy piccola moneta d'argento di bataa lega, del gOTerao Veneto del Talort 
di dnooe toldi. 



119 



Parl6 coi possidenti 
I 6 bechi e bastonai: 
De fora i ga i soldai 
£ le requisizion, 

Qua impresd, qua la banca ; 
Un fi4 d'arzenteria, 
Chi la gavea, sioria, (i) 
L'^ andada al so destin; 

Batue che mai no manca, 
Colete a piii no posso; 
E CO i se tasta adosso? 
Petarselo (2), un scontrin. 

Che i vada \k quel siori 
De TAssemblea, che i n*k 
Conzai come che va. 
Da no poder de piCi. 

Col far tre ditatori 
Cussl dal dito al fato, 
I s*ii scorU (3) el mandato 
£ chi ga abuo, ga abii. 

Ma cossa se podeva 
Spetar da quela zente? 
El manco mal xe gnente, 
E far come el garbin. (4) 

^ernirli, se doveva> 
E no^ come martufi, (5) 
Tor su de tuti i stufi, 
Dal sbiro al capucin. 



(1) Mloto confideniiflle. ( 2) non taper cbe fimM. (3) fC0MO| tcrolUt«» 
(4) TtBto di Hbecdo. (5) sciocco, Kiuunito. 



i 



n 



120 



E^eto una Tentena 
(Che saria tuto dir) 
El resto pol tegnir 
G>nsegio al magazen. 

I va dove i li mena; 
In quela babilonia 
Xe mato chi se insonia 
De dir gnente de ben. 

Poveri vechil Un zomo 
Pensarse in quella sala 
El patriziato in gala 
In vesta e parucon; 

El dose col so corao. 
In stola i senator!; 
El nunxio, i ambassadori 
De tute le nazion 

E adesso? oh Dio che salto ! 
Zaltroni, babuini 
Xe i Nani, i Morosini 
I Dacdolo, i Comer 1 

Cossa lasseu Ik in alto 
Quel Dogi! Deghe el bianco, 
O la coltrina almanco 
Tireghe de Falier. 

Sgra(i& (i) quele piture 
De tanti rari inzegni; 
Sti tempi no xe degni 
De meterghe i ochi su. 



(t) gr«ffiirt| caacelUre. 




Del t 
Fercb 

St 
Por« 
Hna 



Parlq 
No b 

Eh 
Su q' 
Xeqi 
La m 

St 
Com 

C05K 

Cedol 

Ghfei 
Vi t 
De to 



CtusI, 
Co in 



E chi Qo mecredcMC, 
Che a TArscul el vada: 
Se pol liru de spida 
Per tuio quel local. 

Xe bravo chi tavesse 
Tiovar alCro cbe vodo ; 
No ghft pill guinea un chiodo 
De taato material. 

Saveu coua x cata (i) 
Aocora a 1' Arsenal? 
Elsangue de quel tal 
Cbe i gi tachfidk. 

E qiulcbe tcata maia, 

a megio dir cuot doro, 
Mostra per vanto el muto 
Dove che Vt sgiaozi. (i) 

E su al Govemo? Tuta 
La loba in man de zente, 
Cbe no ga abuo mai gnente, 
£ adeuo xe altimon. 

Co ga piovuo I se buta, 
Cussi tuti inCingai, 
Sora quei bei sofai, 
Cbe le una compassion. 

Su quei tapei costosi 

1 fa sgiotiar le ombrele; 
La carta e le caodele 
Che i tru& ao ga fin. 




In s 
Che qu 
Istntui 
Per bat 

Tfw 
Sempt^ 
RoGani, 
E quale 

In 
I felon 
Dal ml 
ExUt 

Dei 
Xe drei 
O a de 
Zaaeli 

Bo 
Un fbn 
O i rol 
Mladei 

Co 
Tipol, 
Rii^rai 
Chega 

In^ 
Hi v^ 
Dir sua 
(Chi M 



Maria, prima e 
In fumo el cota e 
Sto povero paluo ■ 
Se raconunda a i 

Qjiela se seiof 
Che assister m'i i 
Gie sempre ga u 
Come tirarne su. 

Vardfc Che a & 
No Tegna £ato iu 
Cbe DO se veda al 
Mlnistri col tali. 

Che almanca i 
La zente per la « 
La raba? Che la 
Za poca {uti ghe i 

Ma, dopo che 
Che no ve diga ai 
Cbi vive in magni 
Che i t lori quei 

Che sd frodei : 
Ai 10 ftadei U coi 
Che i libeTali acoi 
Un BJi de Uberti. 

Che sia San M 
E no una fanUaa, 
Che un'aquila nol 
In foima de leon; 



(i) flail, (i) nugianii, grcppb. 



Che el popolaio nuito 



Che 
Ma qiu 
No tuti 

Che 
Qud c1 
Che tut 
De gua< 

Scg 
Far sag 
Per MTi 
Sto ul, 

Sia 1 
Castelo 
E el do 
Che el 



<t) Icgnklo Ji itnpMio. 



Per I'slesione dalls nno^ 

No s'i Eaio riocontro 

A formal' rAjsemblea, ch< 
Su per tali i canlonj dei 

Che dise: oe, lecoTdc 
Fra quanti ghi a Veoezia 
E grami quei che a nissui 
Ve so dir che i la tali, p 

Ma sentime un pochet 
Xe rAssemblea co la sari 
Opur vOaltri che ga da d 

Se vuattri, perchi I'aii 

E a ci6 cbe far la possa 

TieoU queU gran sala pa 

se, com. 

Cera inteniion de tuta U 

De sur a quel che I'Asse 

Coss'6 sta 9 

De vignir fora adesso a c 

A] deputad quel che i ga 

Se credessi 

Cuss) i do diUttri, la lali 

Perchi piCi tosto li desont 

Mostrando 

Bisc^o, se se vol che i i 

De far che barcarioli e hi 



Venne un nono CoDj 
O fraglia ch'£ lo stn 
Di dotti iuliani 
Spendenti a piene mi 
GvUti, liberti. 
Ma t bea cb'io sosti 
— Ni 



Se U 

U di 

N6 n 

Cotm 

— N 

E coi 

Nell'anno quaninsetM 

Con o senza basette 

I garruli dottori 

DestaroDO romori 

NelU d'ical dttj. . . 

Ma £ 
D'un pazzo Bonapart 
O'un Cantb imbratta 
Soni) ia bocca Masia 
Leopoldo e forti lai 
Qrca Nando maestJU 
Mai 



9- Alfin la polizia 
Si mise su U via. 
Nico e Daniel fur fosd 
Dove albergano gU osti 
Gratis rumanit^.. 

Ma t ben t 

10. II giudizio statario 
Qfiietava rEstuirio, 
Quando cadde Filippo, 
11 sua fedel Gonippo, 
La carta- veriti... 

Ma 6 ben c 

11. Lo squittir sulla Senna 
Del Gallo udl Vienna, 
SI che apene ta bocca 

E assest6 it dardo in cocci 
A V verso alia realtl... 

Ma £ ben e 
13. Un venerdl mirzuolo 
Ud piroscab, a volo 
Da Trieste venuto 
Nunnb d'una statuto 
La prima velleitft... 

Ma i ben < 
I}. Pochi, capitanati 
Dall'adunco Giuriati, 
Chieser a Falli gonzo 
Che lasdasse ire a zonzo 
I due in eattivitJ... 

Ma i ben ( 



14> Griuia fatu, U ptebe 
Quasi pecore lebe, 
Corsero alia prigjone, 
E quel doe, in processione 
Portar di qua, di U... 

Ml t ben ecc. 

I }, II sabsto sommossa, 
La piazza utt poco rossa, 
La guardia cittadloa, 
La pace ipocritina, 
E un moito airarianl... 

Ma fc bea (cc 

1 6. Palfi, Zichi, Martini 
Sognando altii astassini, 
Vinti dalla paura 
Cessero alia congiura 
La picDa autoriil... 

Ma i bCD ecc 

17. Tratto fuori il cadavero 
Del Icon, con ua bavero 
Speraitdo screziato 
Farlo risusciiaio, 
L'aquila mise un eri^. 

Ma t ben ecc 

18. La flotu pib che mem 
Alia polana orezza, 

Le due fiche distese 
Al veaeto pavese, 
Serbando fedetU... 

Ma t ben ecc 



29. Due frad, un Udro e un 
Danna iier scaccomatto 
A tascbe ed a borselli, 
Montaodo gli sgabelli 
Delia pubbliciti... 

Ma i ben 

]0. lotanto i govemanti 
Per boria deliranti, 
AU'eoganee cittati 
Smeotiano i comitati, 
Sfaceano i podesti^. 

Ma t ben 
}i. II Trivigian Biaochetti 
Punse con bruschi detti 
L'eroico presidenie, 
Che reputava ntente 
La provindaUti... 

Ma t ben 

]3. E i Veneti sd^nati 
Dd Veoezian t<^ati, 
Si iao dell'Atta Italia, 
Bl^endosi a balia 
La principal ill -^ 

Ma t bee 

}}. Ma le provinde, ahi tato! 
Tutte allaga 11 Cioato, 
E ricinge d'ostacolo 
L'eqaoreo propugnacolo 
Ch'i nostra vanitft... 

Ma 6 ben 



.)4< Re Carlo, sola spada 
D' Italia, tiene a bada 
L'oste »no a Verona, 
E la gente caozona 
II re che vuole e fa.^ 

Ma t bea ec 

}S. A Gocine, a randelli 
Dan di pi'glio i monelli, 
Strillando in bnitti metri. 
Via i noni, via gli scctri 
£H tune qualitl^. 

Ma i ben ec 

}6. Si chiam6 I'Assembtea 
A ruminir I' idea 
Se fotM la Tusioae 
Fta gl'itali occaaione 
Di morte o sanitl... 

Ma fc ben ec 

ij. L'ampleiso dato al Sardo 
Fu lafdo, til bugiardo; 
Fugge roito a Custosa 
Alberto, e inglorloM 
Tregua sull'Adda fa... 

Ma i ben ec 

}8. Canei, abrario e Colli 
Dabben, ma flosci e molli, 
Patiroa la commedia 
Che bnttb gib di sedia 
L'estranie potestl... 

Ma t ben ei 



J 9. Lo Spurio ai suoi segi 
Grid6: non pib gl'indu 
H^aie al volet mio. 
Doe d\ governo to, 
Poi TAssemblea diri... 
Ma e b 

40. Vot6 U compagnia: 
Manin dov'i, ci siia. 
Graciaiii, Cavedalis, 
11 minma de malis 
Compian k trioiii... 

Ma 6 b 

41. Tommaseo, poi Meoga 
Cod Iropeto spavaldo 
Corrono in Frand> a ] 
Che COM? Niun intend 
Seppe, nk mai sapri... 

Ma £ b 

42. Prati, Gamba, Zannini 
I Purisid, Bonlioi 
Legati, carcerati 
Bastonati, sfrattati 
Scontar I'albertiti... 

Ma fe b 

4}, Solo al Gaitiganucti 
Nod tocc6 mali tiatti, 
Fuoccht U vil parola 
D'un cbe suppUsce sco! 
E da supplir dod ha... 
Ma « b 



44- 1-c sarde nivi e trnppe 
Fuggon le nostre zuppe, 
E spIaDO da Ancona 
La srelU trisu o buona 
Che le rUcbiareri... 

Ma t ben ecc 

45. Va it Sahium tramutando 
In Danlele Nando. 

In Carlo Danlele, 
Poscia intuooa Infedele 
La ditutorietl... 

Ma i ben ecc. 

46. I prestiti foriosl 

Si finno {nb gravosi, 
E i milioni dodid 
Stentano a uscir dai po^ci 
Delia comimiti... 

Ma k ben ecc. 

47. La possa dittatoria 
Profesu e K DC gloria 
La politica gretta; 
Aspetta, aspetta, aspena 
Qjialcuno vlnceri.^ 

Ma i ben ecc. 

48. La mischii al CavalUao 
CI fruttA un cannoocino 
E una sottil spingarda; 

E il popol: giurda, guarda, 
Dicea, che noviti... 

Ma t ben ecc 



. Kell'asMlco di Mestie 
Tutto tulto pedesue, 
S'ebber cinque cannoni 
E sdcenio prigioni 
Merc6 I'oscuriU... 

Ma h ben 

*^oglietti e foglietucci 
mbrogliano co' Ucd 
,a bestia millepiedi, 
:h'or basis or alu vedi 
lome la sfena di... 

Ma £ ben 

lel circo italiano 
let drco popoUno 

.azaneo, Da Camin 
iacca d' impu^iti... 
Ma i ben 

Mcun del conuiato, 
^IcuD del triumvira:o, 
luidan scampaaamenti 
>)ntra i savi e i prudent! 
^'aman ringenuitil... 

Ma i ben 

.a nioneta di carta 
'a fa maugiar di Sparta 
1 nero brodettino, 
ik si trova utt quattrino 
'iel veneto casnit... 

Ma k ben 



$4- Q Dall'Oogaro, it Revere 
11 Mordiiii pel Tevere 
HuDo il passo : gjtttoni I 
AmbuDO i tegpolooi 
Delia Mvraniti... 

Ma t bea ecc 

}{ L'Atxmblea di rilate 
A quote genti care 
1 triumviri voquo, 
E ridettar dal sonno 
L'elettoralitL^ 

Ma fe bea ecc 

56. Fit i membri convenati 
Siitori, BenvcDuti 
Tommaieo, al principotto 
Fanno it sentier pib rotto 
Dell'uriDarieti„. 

Ma k bea ecc. 

57. Spenta la dittacura, 
Mania caogia vestura, 
Ma di vttto non cangia, 
Ei vorrebbe ta frangia 
Dell'ex Sereoiti^ 

Ma i beo ecc. 
jS. Son dittatore, o clie? 
Via di mtxzo noD c'i; 



59- L^ sinistra in: 
Le ciglia urla 
II sovrano sia 
Ci seccano gli 
Delia necessit: 



)uei di San 
s all'usdo 
illano atrot 

|uaDta appi 
acepe la n^ 
li compent 
Se la sedii 
I'abbia e t 

niel d'impi 
ive 31 pad] 
e k tempo 
n giA dl bl 
gli oh, coi 



Ticin: du 
□ ctaiede p 
nuionalib 



69- 11 decreto amgotico 
Alia barba del gotico, 
Sumpato bello e tondo 

Dal fopdo 

La gente stupcRi,... 

Ma « ben 
I un quinto salasso 
□on iiK chiasso, 
lirt v'impoae 
: con le buone 
tabiliti... 

Ma i ben 



quanquattro forti, 
1 so quanci porti, 
a lo stendardo 

il becco gagliardo 

riosaviri.... 

Ma 6 ben 
e, il bianco, il ros: 
non t s\ g rosso, 
dicon, paura, 

:rae e cariii. 

Ma <: ben 



75. Al mire, al mar si cania 

I trabacchi quaranta; 
Che la neinica flotta 
Tal men d'uoa ricotta ; 
Fede e si vinceri.. . 

Ma i ben ecc 

76. I generai tedeschi, 

II supremo Radeschi 
Intimano la resa ; 
MaoEn cita a difesa 
La comun volontft.... 

Ma t ben ecc. 

77. Haioau fa la dijdetta 

Ai consoli, che in Iretta 
Esortano i paesani 
A fug^e iontani 
Da UDta ceciU.... 

Ma t ben ecc. 

78. Ma a Trepocti, a Brondolo 
Col faz\] &tto ciondolo, 

I Diilitanti eroi 
Debellan vacche e bnoi, 
Maiali e asinitl.,.. 

Ma i ben ecc. 

79. Ma Genova, Livomo, 
Firenze e il suo contorno, 
Palo, Civitavecchia 
Ferrara e Chi la secchia 
Perse, vinti son gii.... 

Ma i ben ecc 



8o. Ml il popol venczUao 
IdToU sovrano, 
Fida nell'Uagberia 
Nella Francia, in Man. 
Ma chi I'aiuteri ?.... 

Ma k I 

8i. A' d) venquattro magg 



S'ode di raizi e palle 
A Marghera, la vailc 
Che i matti ingoierl.... 

Ma ± b 
83. La sera del vemei 
Dopo un tiiduo d'omei 
Mai^era inespugnabile 
Si decrei6 espugnaUle 
E che si la^ierA,.., 

Ma £ b 

83. Per la diti in pib rid 
RaccoDtano f fug^d 
La saaguinosa istoria, 
Rampognando la boria 
Del preside pap^.... 

Ma i b 

84. II tedesco qual lampo 
Porta piii iananzi il ca] 
A Ma^hera, sul ponte 
A San Giuliano, ed onl 
Piii fiere allesdr^... 

Ma k bi 

Di qnHU (Mini, cba irarui iKdita fn le ui 
dtlla ioei* t^, It URrf* 7i< • 71* loao unohit 



PrBflunsatl polUlei. 

1. 

- Se U sorte hai pur besigna, 
Cidon dieci e dieci tanti 
NascoD ccme la gramigna ; 
Chi di voi gran parlatori 
DeH'impno at la potenta 
Chi resbtere mai pu6 ? 

Sorgeranno in un motnenCO 
A spaizar I'oro e I'argento 
Mille mani e mille eroi ; 
Vengan poi pur i Croati, 
Verran essi ed io n'andrb. 
G diran vigliacchi ed empi 
Ma il denaro Tavrem noi... 
— Tu favelli iroppo schietio, 
Basta, intima il preudente — 

- Ci6 non dico. E conlidente 
Al cotlega pailer6. 

Percbi t resa ormai perdente 
Gil r italica congiura. — 

- Sitenzio, in queste mura 
Qualcuno udir d pub; 
Duopo ( inganoar i compllci, 
L'ascuzia e la baldanza 

I prowidi dccreti 
Di zecca e di finama 
PoMon calmare i palpiti 
D'un generoso cor. 



Poaiamo che d'aogustia 
Uscisae il oostro cor. 
Ma per salvar Venezia 
Ci6 saria poco ancor ! 

Egll t un bel dir, Veneziat 
Ma se resliam pitocdii 
Invece che di maniri 
Avrem fama d'alocctu. 
CapiKO, t questo il canchera 
Che mi divora il cor, 
Ma di saivat Venezia, 
Dobbiam provarci ancor. 

Quando pur ci fallisca I'even 
Non rimanga digiuna ogni bram 
Troppo acarsa mercede k la fain 
Per chi lascia il comando c ne 

- Che risolvi? A cena vieni 
Mella casa del Comello; 
Parlerem coll bel bello 
Per salvard con onor. 

Ma frattaoto che mi dici 
Che sperar mi lasci aifin 7 

- Nulla e tutto — Ehi, ser Daniel 
Jo son un, non sel tammenta, 
Uq di queili venti o trenta, 
Del comploito redentot. 

Quel comp lotto si fedele... 
Oh lidaievi in Manin I 

- Qualche cosa di far vi prometu 
Qpalcbe cosa di grande e di gn 
Per or dirvi che cosa non posKi 
Dopo cena, pei6 si saprJl. 



Sulla vosira paroU ripoao; 
E m'aspetto qualcoM di grosso ; 
Per qualcOM cod vol mi son mosso 
Ed ho fatto ballar la citti. — 

II. 

— Dal meui, dal goveroo, dal ghetto 
Qualche cosa imparato egli avrl ; 
La miseria, U natal poco aetto 
Fan coDtrasto crudel caU'argogUo. 

— Qqd cbe sono esser vogUo e noa vc^lio. 
I^b che invidia ben merto pictl. 

III. 

— Issa, iisa, issa 11 

Ed 6 vero ? Bene sta I 
Egli 6 ver, Tutti lo narrooo 
Per la piaiza, e v'ba chi giura 
D'avec letto sulle mura 
Uno scritto pien di fiole; 
Proprio il none di Daniele 
Proprio il aome del la madie. 
Qjiello speccbio di virtjt? 
Bada, tira, tira \k. 

Bene >u] 
Ma chi dicoDO che fu ? 

1. Hanno detto che un auitriaco— 

2. Ui austtiaco owero uo prete... 



3- Morte a luiti, e viva n< 
Vale a dir Daniele e i 
E che [utto sia del pi 

4. Ml prndeozi un pocc 
,Cantkm I'iimo di Ma, 



IV. 

Sol quel celTa d'aguxz 

CoQ chi cede aoa si 1 
Q;ia spunconi, qua tri 
Se gli cavin le budelli 

Oh pro' i 

Egli vien per fare i e 
Su conipagni, tuiti pri 
D'ar$enal se vivo gli 
Pu6 esser nostro il si 

Oh pro' \ 
Sa Manin il sua peri^ 
Quel dot del coloniM 
E dal cor prende con; 
Cuor d'uom giusto e 

Oh pro' ^ 
Ei si mostra all'arseni 
Ei la dvica conduce; 
Se gli schiudon squeri 
Giusta il patto clande: 

Oh pro' * 



Can ceffi. £ dolce il canto 



La sednta dell'ABBemblMi d«l a aprila '49. 

laaprUe. — Furono alle tre raccolti i Rappresentanti a 
porce chEuse, onde che S. Papadopoli disse buonamente- 
Siamo prigioni. Aveva il Manin esposto il giorno inQanii 
il dispaccio deH'Hainau che diceva; esser ormai tempo che 
i Vtneiiani prendessero una saggia deliberadone, e il go- 
verno ctssasse dalVopprimirt una popola^ione affascinata. In 
quesco dl lesse con fioca voce una iettera di T. Gar iaviato 
nostro in Toscana, che conteneva con so quali aperanze. 
Foi disse non esser le cose che il Governo sapeva, da dirsi 
e che deliberassero. Tutti tacquero, Un tale, ftjrse I'Olper 
(da altri ho udlto che fosse il Benvenuti) disse che egli^ 
il Manin, proponesse il da farsi. Ritornb il Manin alia bi- 
goncia, e cangiato il mono fievole m forle, proruppe: 
Jfofe disposti a resisUre ad ogai coito ? decidtte. — Si, jJ, gri- 
darono da quindici a venii rappresentanti. — Ma allora 
cccorrc concentrare la forza del potere, perchi bisc^eri 
usare d'una mano dijerro. Occorreranno deliberaiioni subi- 
tanee in cui saii da operare per inspira^iottt. — Bene, gridd 
il Talamini. — Ebbene, vulete dungue darmi illimitati po- 
teri ? — Si, ii, risposero i quiadici o venti. E la deUbe- 
ratione si ebbe per unanimemente presa. Fatto questo in 
pochi minuti, si spese una grossa mezz'ora a dlscutere 
suile frasi, con cui esprimere il decreio; poi u disse di 
votare per atzata e seduia esso decreto e senza curarH 
della controprova o tiprova voluta dal regolamcnto quanda 
trattasi di votazioni per alzata e seduta, si ebbe per defi- 
oita la cosa. II decreto fu affisso ai muri della citti, e 
due furono 'incarcerati la sera stessa, uno per aver lace- 
rate il decreto, I'altro per non so quali ingiurie proferiie 
sul coDto del Maoin. Percht in tanta votazione non voter 
U solita votazione, o quesia almeno nan votare di non 



volcria ? E a Tommaseo sostenitore del voto segreto perchi 
tacque? Non li badd che I'unanimili in »1 fatto riosciva 
sospetta, e induccva il sospetto che si avesse fonata la 
volenti dei rappresencaDti t PiCi d'un deputato la sera 
stessa si raosIr6 cnalcoDtento del modo, come di violenza 
usata alia liberti delle deliberauooi. Ed io il racconco 
suddescritto I'ebbi discesammte da udo di essi superiore 
per oaesti e per iagegno ad ogni eccezione. > 

(L. Carrer - tijOftrtlU intdiuper una storia del 1848-49 
~ Carte Zannini). 



II tmnnlto del 3 sgoato '49. 

« II giomo ; luglio (il Carrer erra) circa le utia e 
nieito eotrarono il Giuriati e il CafB aetie camere della 
Pubblica Benelicenza id Canonica a strapparvi la carta del 
Dandolo che coralnciava a copiirsi di numerose soscri- 
lioni, a capo quella di S. Emioenza. PortironU al cafft 
Ploriao, a leggervi le soscnzioni, poi al Maoiti. Si misero 
quindi alia testa del charivari, con pid il Foscoletto, altci 
aggiunge il Vart, altri dicono soprawenisse pili tardi, e 
giunti alia piaziuola Quiriai entraroro per una finestra 
terrena del Palazzo pacriarcale a manomcttervi ogni cosa. 
ScambiaroQO perb TappartameRto del Qjiirici per quello 
di S. Eminenia, e questa v' ebbe il minor danno. 11 Tom- 
maseo parla, ma noD gli d bada. Giungono i gendarmi e 
quest! caricando la moliitudine colla baionetca la fanno 
scappare. Ritnasero feriti due del corpo Baodiera e Moro, 
che coQ altri de' Cacciatori del Sile, aveano prew parte 
al jaccheggio. Per tutta la citil fii battuta U generate, ina 
pocbi v' accorsero, e il piCi chiudevasi nella propria casa. a 
(L. C, cit. Noterelk ined., ecc.) 



'55 



Lm destitasione del Carrer narrata da E. Cicogna. 



« Emanuele Qcogna nei suoi Diarii cosl narra la de- 
stituzione del Girrer da direttore del Museo. — Si awerta 
che il Cicogna, impiegato austriaco, era tutt*altro che 
tenero delle idee liberali : 

« Fu sospeso dair Impiego di Prevosto al Museo Cor- 
rer Luigi Carrer, e cos) il suo assistente Jacopo Vincenzo 
Foscarini, ii primo pel Canto di Guerra giii stampato, il 
secondo per aver preso le armi contro il Sovrano. Si ri- 
marc6 dal Podest4 che il Carrer e il Foscarini coprono 
queir impiego come privati non come persone addette al 
servizio Regio o Comunale o Municipale, e che sono pa- 
gad da una ereditA privata quale i quel la del Museo Cor- 
rer, che quindi non si possono n^ destituire n6 sospendere. 
Ma ci6 non valse e sono sospesi. Stendono ora (19 otto- 
bre 1849) un Ricorso al Montecuccoli. Pare anche a me 
che il Carrer potrA bersl esser sospeso dal soldo regio di 
Vicesegretario airistituto e da quello di Membro pensio- 
nario dell* Istituto, ma non mai dall* Agenzia privata di 
Casa Correr, che tale t la prepositura, lo credo anzi che 
il Carrer abbia stampato quel Canto di guerra (fino dal- 
Taprile 1848), pid per far mostra del suo t^lento che per 
vantato spirito italiano, e meno per eccitare ilpopolo al- 
Tarmi contro ii legittimo suo sovrano. Tanto ^ vero che 
in tutto il corso della rivoluzione non figurb mai nb con 
scritti nh con atti incendiari. Anzi era tenuto per austria^ 
cante, » 

(V. Diari cit., vol. 4*, sotto il titolo : Continua:^ione sue- 
cinta delle conseguen^e della passata 'Hjvolu:^ione ). 



A 



Sempre intorao alia desdtadoDc il Carrer scriveva il 
MoQtanari e ad Eugenia Pavia Gentilomo: 

a Invcro (ui tutt' altro the utopista Gn dal prindpio 
della tivoluziODc; ami I'aver preveduto le disgraue cbe 
pur troppo cODKguitarono alia mil pensata e peggiocon- 
doRa iotrapresa mi fecero guardar di mal occhio dai sedi- 
centi liberali e liberatori : sul qual fondamento stesi la mia 



(Lettera ined. a B. Montanari, 9 uovembre 1849. '. 
btiot. comun., Verona). 



cNoD so s'elU uppU che fino dall'ottobre lo liiide- 
ttituito dal carico d! CKrettore del Miueo, a cigione delle 
po«sie da me stampate act marzo 1846, e quaatoiique 
aitro HDD mi potesse essere apposto, e I'impiego sia d'in- 
stttuiioae privala. Hon nuDcarono autorevoli amici che 
prendesscTO le mie difese, ed io nesso presentai ai Gor 
vernatore civile e militare da. cui mosse il decreto una 
rimostratua che mj si dice sordrl buon efietto. E pensare 
cbe i sedicenti veri italiani mi avevano in uggia, perchi 
non sapevB farneticaie con essi, e ho dato sempre alle 
cose i loro nomi, nemico implacabile di tutte le esorbi- 
tanie. i> 

(Da copia di lett. ined. a E. Pavia G., 1 gennaio l8jo. 
Carte Zanninl). 



je 



155 



Quando mod per ferite riporute nella sortita di Mar- 
ghera Teroico Alessandro Poerio, il Carrer fii pregato da 
alcune signore di dettare la epigrafe che fii scolpita sulla 
sua tomba: 

am • RIPOSA . ACCOLTO . NELL* . AMIGA . TOMBA . DEI . 
PARAVIA . ALESSANDRO . BAR. . POERIO . DI . NAPOLI . CHE . 
DATI . ALL* . ITALIA . IL . CUORE . GLI . STUDI . LO . ESILIO . 
PER . ESSA . MILITE . VOLONTARIO . MORi . DI . FERITE . 
TOCCHE . IN . MESTRE . IL . XXVU . OTTOBRE . MDCCCXLVUI . 
DI . ANNI . XLVI. 



ALCUNE . VENEZIANE . SORBLLE . ALLO . ESTINTO . NELLO 
AMORE . DELL A . PATRIA . CON . PIETOSO . DOLORE . COMMISE^ 
RANDO . LA . MADRE . LONTANA . CHE .PlO . NON . LO . ASPETTA 
POSERO . aUESTA . MEMORIA. 



Teadensa al misUcismo. 

« Fui a principio mandato a passare buona parte della 
giomata in casa di certe doonicciuole che non sapendo 
compitare, insegnavano a leggere, dichiaravano la dottrina 
ed empivano il cervello dd fiinciulli di orazioni, di fiabe 
e di canzonette. Ma poco o nulla io badavo a quest' ul- 
time, molto alle fiabe e pid che molto alle orazioni. Fino 
dai miei primi anni mi sono sentito una fortissima pro- 
pensione per le cose di religione. Le chiese furono sempre 
il luogo ov'lo me ne andava piu volentieri, TascoUare i 



1 



» 



i 



1S6 

divini uSci il aao preditetto divertimento, spedalmente 
in giorni di fesU, e quando sicanuvanocoll'accompagoa- 
niento degli oTgani. Derivasse da db ana tendenza che 
ho Minpre avuta p«l mbtico ed invi^bile, cb« meglio con- 
tentiva la mia fantasia del palpabile e piano, o fosse 
consegneata delle solertl cure della buona mia madre, che 
fiuo dalle fasce ro'imbevette di quelle idee reli^ose, eato 
t che Del mia cuore bo sempre no potente nemico del 
mio iDtelletto, quando questo volesse discredere e rinnegare 
la fcde dd iniei maggiori, e sono siciuo che qaand' anche 
arrivaiu a cedere ai discorsi dei miscrcdenti circa la divi- 
niti di Getb Oisto e i premi della vita flitura, messo alle 
stiette di fame solenne professiooc sopporrei piii volen- 
tieri la testa alia maimaia e mi fare! maitire tuetuario. I 
pit) solidi Brgomeiiti della nua reUgione staimo in una bella 
none d'estatc, nel fragore del tuono e della pioggia, nella 
tplendideiia de' sacri riti e altrettali ; a cui 
negli anoi posteriori il ma^co effetto di alcnoi i 
della Sditrara. » 



La forma rotwtda. — ■ Le {bnne rotonde ebbero per me 
sempre tin noo so che di ^mbolico e di misterioso, anche 
in quelli anni in cui non aveva ancora udito parlare di 
geroglilici e di filosofi anticlu. Quel continue ritoniare 
dell'occhio al medesimo punto dopo aver girato tutto in- 
torno atta 6gura, quella onilbrmita di distanze partendo 
del centro, quella relazione col sole, colla luna, coH'onz- 
zor.te, col volto umaoo, coll' occhio, coll' uovo e smili. 



TESTI ROMANZI 

PER USO DELLE SOUOLE 



ALLEGE 
VULffAl 



OFII 



,Z)anie 



AVVERTENZA 



Scopo di queste edizioni 6 agevolare neDe 
scuole la circolazione di testi altrimenti poco 
accessibili per il prezzo o la rarity del volumi 
in cui vennero a luce. La lezione di ciascnn 
testo 6 data soltanto come prowisoria ; da ba- 
stare cio6 alio studente per prendeme cogni- 
zione, e per valersene quando dovesse coordi- 
narvi Tapparato critico. Si omette ogni spe- 
cie di illustrazionl che sieno di competenza de- 
gV insegnanti ; ma quando si trovi opportune, 
si aggiungeranno brevi prospetti grammatical! 
e glossaij. 

B. H. 



P oes i e 

Provenzali 

ALI.KOATE Da DANTK 

De Vulgari Eloquenda 



*i«««'««<M.*i 



GIRAUTZ DE BORNEILL. 



n correzloni dal 



Olm seotis fizels amies 
per ver encusera amor, 
mas er meu lais per paor 
qem (loblea Tania el destrics; 
mas aiaso paosc dir sbs dan, 
c'aac d'eugan ni de no fe 
uom membret, puoia araei be; 
anz n' ai sofertz de grans msls, 

E si non grana 1' espies 
si cum pareis a la flor, 
cujaCz qne plass'al seignor? 
aoz Ven creis ira e genzics; 
e par qne consir de I' an 
en avan, oar sap e ve 
que Ros afTarH doIII ave; 
q'ien vi c' us jams ferials 
m'era mieiller c' us nadals. 

emps q'era cor, 
nia a desonor 
itz doji er aui abrics; 
itU BOfrire, qui blaa 

que pletz Ten ve 
18 li desconve, 
je I' era egals, 
:a ab mi cabals. 



OIEAVTZ DE SOSyEILl 

Anjatz, joves ni antics, 
pnois en bb baillia cor, 
tri de doH diaIs Io mnjor, 
Don farial reis Lodoycs. 
deu bom bea doDcs rire d'amao 
qui I'afan d'amor soste 
e nol sap loignar de Be, 
puois vB que II retz veoals 
es doncs dans d'amor altals. 

Erans Bemblara presics 
mOB chaos; mas si Diea ador, 
pe<;' a non vitz amador 
cai melns aoca anta ni trice ; 
mas per mieills assire mon chaii, 

que Boa tuich cargnt e pie 
d'us estraJDB sens aatarals; 
mas Don snbon taicb de cals. 

E Bitot s'enfelQf enics 
per eapaveatar loa lor, 
Bi plaDB valors noi acor, 
pane i val preca ni chaRticB. 
deiis om doncs aucire prejan? 
dreig n'ai grau, qn'ieu sai e ere, 
mas jes non o die per re, 
q'alz verais amies corals 
DOQ vai enan lor captah. 



Pe, 



[mitz, 

r solatx revelhar, quar es trop endor- 

e per pretz qu'es fayditz aculhir e tornar, 

mi cuyci trcbalhar; mas er men aui j^iquitz, 

4 per so qnar snl falhlts, qaar no es d'acab&r; 



aiRAUTZ DH BORNEILL 

cnm plus m'ea ven volnntatz e Calans, 
plas creys de lai lo dampnatges el dan: 
Oreu es a sofertar, a vos o die qu'anz 
8 ouna era jois grasitz e tug U benestar, 
hiieymais podeCz jurar que ja de fust no v 
□ i vllag mJBlH formlU estra grat cavalgar: 
lags es I'afars e grens e malestaua 
]i don horn pert Dieu e reman malanauB. 

tea vi torneis mandar e aegre gens garni 
e paeys del miels feritz una sazo parlar; 
ar CH pretz de raubar buona, motoH e berbli 
16 cavalierB si' aunitz ques met a domnejar, 
puH que toca dels mana motoa belans. 
Hi que ranba gleizas ui viandaus. 
On son ganditjogiar qu'ieu vi gentacolhi 
•>» qu'a tal mestier fo gultz que snlia gutdar' 
a vey aenea reptar anar tals escarits, 
pua fon boa pretz failhitz, que solla menai 
de companhos, e no sai dire qaaus, 
^1 gent en arneis e bela e benestana. 

E vi per eortz anar de joglaretz petite 

gen causaatz e vestitz, sol per domnas lanzi 

ar noQ auzon parlar, tant es bos pretz deli 

t* doDt ea lo tortK iasitz d'eJas mal razonar. 

diatz de quals d'elhas o dela amaiis, 

ieu die de totz, quel pretz n'a trag enja 

Qu'ieu eys qne anel sonar totz proa bom 

31 estauc tant eabaitz que nom aai cosaethar: 

qu'en luec de solaasar ang en laa cortz loa cri 

qu'aitan leu s'es grazltz de lans e de bran 

lo comtea entre Inr cum us boa chaos 

M dels rica afars e dels tempa e dels ans. 

Mas a corafraucar, que s'ea trop endnrzl 

non dea hom los oblitz dIIs viela faitz remt 

quemalesalaissar afar puses plevltz, [br 

40 el mal don sui ^uaritz nom qual ja mezini 

mas so qu'om ve, volv' e vir en balau 

e prenda c lais o forsso d'anis toa pan 



atHA VT7, . 

moa mas chan§soB e mos vers 

34 cum fola de saber esters. 

Adc nnills efTreis non fo valeus ol i 
tro qne moc loing de joi sobregabars ; 
c pois die e' amors me tricha 
■a per UD petit da semblao, 

et iea pert per so que Dom blan 
liens parlarB, c'us dans men crec 
qnem ten pres plus grea q'en fers 

35 per ti, bocba, qe 'n mal mers. 

Aras nom letz qan mi valgra preja 
qerre merce si fai que moB trobars, 
pois tan s' es m' amors africba 

36 c' antra non qier uin demao, 
clamail merce, qni qeil chan 
celliei cui deschausir lee; 
fouz descuidatz e deapers, 

Ki tot trobaras so quo quers. 

El bes qet fetz, si n'eras el fnoc ai 
poii loill grazir ; fo doncs mas us baisars 
folia res e eel que picha 
i'l uou vai 1' obra meillnran ; 
ben as pane saber d'eufan 
e sit fetz mais que non dec; 
piejer qne cill de Beders 
Ai tu cala merces Ten refers? 

Tal qne lai dreltz mos buoills on bat 
el cors es fis e dontz e francs e clars 
vas celllel on jois s'abricha 
hi loing d' avol pretz e d' etigan 
e de mi qen vane pensan, 
per q'en magrezisc e 'n sec, 
volven de tort en travers 
36 pins abronqnitz d'un covers. 

£ cuidatz setz m'ennol ni dejunars 
niin tenga dan non fai c'us doutz peoss 
m'aduria ab una uicha 
m sau e let al cap d'un an. 

fol, c'as dig? pauc t' en creiran 



aSRAVTZ DS BORSE I LL 

de 80 e'anc vers non parec; 

N fara si loil eaqners 

roos Li^anre lai part Lers. 

JofM qui per bon eders 
DO s'alegra, fole es men. 



Oi per mon Sobretots no foa, 
qnera diu qn'leu chant e sift gays, 
jal suaoa temps, qnaa I'erba aays, 
nl pratz ui rams ai bosc Di flors, 
ni durs senbers ni van' aroors 
noD pogram metre en eslays ; 
mas d'atsBom tenc ab lai 
que, poB joys falh e fill, 
merma pretK e barnaCz ; 
e pois las poestati 
a' estraigneron de jay, 
de quan quel plegers by 
DO ton per mi lauzaCz ; 
qn'aissim sny cosseillats, 
qne nnl ric non envey 
qne trap mal senhorey. 
Seiha vetx cral segles bos 
qaan per tot aondava jays, 
e selh grazitz on n'eral mays, 
e pretz s' aveni' ah ricore ; 
ar appeir oin pros los pejors 
e Bobeier selh que pieitz s' irais ; 
e selh qne mats adui 
cam qnes pot de raatral, 
sera plus envejatz. 
de quern tenh per foreaU, 
qn'om d'avol plait savay 



GIRAOTZ BE BORJf KILL 

caeiha bon pretz veray 
doQ degr' eBser blasmalz, 
e vos, quar non pessatz 
sis tanh'qn' ora preu autrey 
a sel qae lag feuney. 
Mai foD capdelada razos 
des qu' om tenc per pros los savays, 
els frsDcs els cortes els verays 
razocet hom per sord^ors, 
e moc la colpa dels aussors 
quanl devers brezillet ni frays, 
qa' eras no saj per cut 
tol hom I'onor selui 
que D'era adreit cazatz ; 
e sils encoreillatz 
diran que ben estay ; 
mas selh qu' iea do dirny, 
sera trop miells armatz ; 
e pueis sins embarjaU 
de pretz ni de domney, 
meos avetz el conrey. 
leu vi qu'om preaava cbaosoa 
e que plasia tresc' e lays, 
mas eras vel, pus que hom s'estrays 
de solatz ul de fag/ geusors, 
ni I'afars dels fls amadors 
se viret de dreit eu biays, 
que totz devers defui ; 
que ja a'om se debtui 
las cams nils vis nils blatz, 
e se I'acompagnatz, 

ui cresatz Don seray; 
mas Dom segral peccatz, 
que lai val pane rictatz 
qui la men' a desrey, 
nl drog nOD sec ni ley. 
Er aug del rey qu'era plus pros 
o plus valeuB en totz assays 



qaan sera lai passatz 
al port, OD no B'escbay 
qu' cm mBTme soa esmay, 



per qu'es conaellla senatz 

qn'om de aai se castey, 

que aos tortz de lai hdI grrey. 



ARNAUTZ DANIELS. 

n.inte, De v. Eloq. II, i[, S. Lezione ricosU 
eal rasB. da U. a. Canello, La vita a le op 
dl Araildo Danlollo, Halle, IS8J, p. 105. 

1-1 aur' amara fala broaills brancuts 
clarzir quel doutz espeiss' ab fuollis, 
els letz bees del auzels rameucs 

4 ten balps e mutz pars e noo para, 
per qn' eu m'eafortz de far e dir plaze 
a maina per liei que m'a virat baa d'aa 
doQ Mm morir alia afao^ no m' asoma. 

8 Taut fo clara ma prima lutz 
d' eslir liels, doD crel cors loa huoills, 
non pretz necs maus dos aigoaeaca 
d'antra; s'esdutz rars moa prejars, 

12 pero deporU m'es adanzir volera 
bos motz sea grei de lieis dou taol m'az 
qa'al sieu servir sai del \ip. tro c'al comi 
Amors, gara, aui ben vengatz, 

le c'auzir tern lar, slm dezacuoills, 

tals deU pecs que t'ea miellls quet tre 
qu' ieu soi tia drutz cars e uod vara ; 
nial cora ferma fortz mi fni cobrir maiua ^ 

so qu'ab tot lo Dei m'agr'ops ua bais al chi 
cor refrezir, que uoi val autra goma. 



ARNAUTZ DANIELS 

8 D' aatraa veaer sni sees e d' auKir aorts 
qu' en sola liels vei et aug et eagar ; 
e jes d'aisso noill sni fals pinzentiers 
que rnais In vol non ditz la bocal cors; 

13 qa'eu ai> vau taut chams, vauz dI plans ni 
qu'eu un sol core trob aisei bos aips totz: 
qu'en lieis los vole Dieus triar et assire. 

Bea ai estat a inaiotaa booas cortz, 

itt mafl sei ab lieia trob pro mais que lauzar 
niesara e sen et autres bos meutiers, 
beatat, joveo, bos faitz e bels demors. 
g'en I'enseignet Cortesia e la duois, 

so taut a de si totz faitz deeplazens rotz 
de lleia do ere reos de ben si adire. 

Nuills janzimeus non fora breua ni cor 
de lieis cut prec qo' o vuoilla devinar, 

24 que ja per mi non o sabra estiers 
sil cors see dira nos presenta de fors; 
qne jes Rozera per aiga que 1' eogroia 
non a tal briu c' al cor plus larga doti 

23 Dom t'assa estaiic d' amor, quand la remiri 
Jois e solatz d' autram par fals e bortz 
c' una de pretz ab lleia uois pot egar, 
quel sieus solatz es dels autres aobriers. 

32 ai si no I' ai ! las ! tant mal m' a comors ! 
pero r afana m'es deportz, ris e jois, 
car eii pensan aui de lieis lees e glotz : 

30 Ancmai9,souspliu, nomplac tanttrepsni 
ni res al cor tant de joi nom poc dar 
cum fetz aquel don anc feinz lausengiers 
no s'eabrugic, qn'a mi sols ea trcsors. 

10 die trop? eu oon, aol lieis dou sia enoia. 
bella, per dieu, Id parJar e la votx 
vuoill perdre eu^us que diga ren queua tii 
Ma cbaiisos prec que nous sia cuois, 

14 car si voletz grazir lo son els motz, 
pane preza Aruautz cui que plasaa o que 










4 ^ • ^ 



■'./. 



•-''t 







L 






14 



JiRNAUTZ DANIELS 



VII. 

Dante, De V. Eloq. II» viii, 2. Lezione rlcosti- 
tuita sui mss. dal Canello, op. dt. p. 117. 



Si 



Mm fos Amors de joi donar tant larga 
cum ieu vas lieis d* aver fin cor e franc, 
ja per gran ben nom calgra far embarc, 
4 qu' er am tant ant quel pes mi poia em tomba ; 
mas quaud m'albir cum es de pretz al som 
mout m* en am mais car anc 1* ausiei voler, 
c'aras sai ieu que mos cors e mos sens 
s mi faraut far lor grat rica conquesta. 

Pero 8' ieu fatz lone esper no m' embarga, 
qu* en tant ric luoc me sui mes e m'estanc 
c' ab SOS bels digz mi tengra de joi larc, 

U e segrai tant qu' om mi port a la tomba, 
qu' ieu non sui ges eel que lais aur per plom ; 
e pois en lieis uos taing c' om ren esmer. 
tant li serai fis ct obediens 

16 tro de s' amor, sll platz, baisan m' envesta. 
Us bons respieitz mi reven em descarga 
d* un doutz desir don mi dolon li flanc. 
car en patz preuc T afan el sofr* el pare 

20 pois de beutat son las autras en comba, 
que la gensser par c* aia pres un tom 
plus bas de liei, qui la ve, et es ver; 
que tuig bon aip, pretz e sabers e sens, 

24 reingnou ab liei, c' us non es meins ni *n resta. 
E pois tant val, nous cujetz que s'esparga 
mos terms volers ni qu* eisforc ni qu'eisbranc, 
car eu no sui sieus ni miens si m' en pare, 

28 per eel seignor queis mostret en colomba : 
qu' el mou uou ha home de negun nom 
tant desires gran beuanansa aver 
cum ieu fatz lieis, e tenc a noncalens 

'^ los enoios cui dans d' amor es festa. 



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A RSA VT Z DANIELS 

Na Mieit Is- de-ben, ja nam siatz avarga, 
qn'ea vosCr' amor me trobaretz tot blauc, 
qu' ieu non ai cor ui poder quera descarc 

3ti del ferm voler que non hieis du retomba ; 
qne quaud m' esveill ui clan los huoills de 
a vos m' antrei, quaa leu ni vau jazer ; 
e nous cujetz queis merme mos talena, 

40 aoa fara jes, qu'aral sent ea la testa. 

Fals lanseugier, fuocs las leogae vos ar; 
e que pcrdatz urns los huoills de mal urauf 
que per vos xou ejstralch cavail e marc, 

44 amor toletz c' ab pane del tot non tomba; 
coufondans Dieus que ja uou sapchaiii com 
queuB fat^ als drniz maldire e vil teuer ; 
tnalaatres es queas ten, descoDOissenH, 

45 que peior etz qui plus vos amouesta. 

Arnautz a faits e fara Iodch atens, 
qu' atenden fai pros bom rica conquesta. 

VIII. 



vesse essere In mfnle a. Imatc iiiinndo, I'o 
baglio, clt6 invecc iim /».- (v. numero | 
I.FZioiie del Canello, op. cir. p. IIH. 



Xjo ferm voler qu'el cor m' intra, 
lion pot jes becH escoissendre ni ongla 
de lausengier qui pert per mal dir a'arma; 

4 e car non I'aus batr' ab ram ni ab verga 
sivHls a frau lai ou non aurai oucle 
jauzirai jol en vergier o dinz cambra, 
Quan mi soveu de la cambra 

» on a mou dan sai'que uuills bora nou intri 
auz me son Cuich plus quo fraire ni oncle, 
uOD ai membre uom I'remlsca ui oug'la, 
aissi cum fai I'eufafl dcuaut la verga: , k 

i tal paor ai nou sia prop do I'arma. 



qae n'ajon ops palsson, cordfts e pom, 
e 'n sion trap tendut per fors jazer, 
ens encontrem a ml HI ere et a cene, 
S si c'apres nos en cbant bom de la j^esta. 
Qu'ieu n'agra colpa recaubntz en ma U 
e faicb vermetb de moa goa&non blanc, 
mas per aieso in'en soffrisc e men pare 
le qne a'Oc e Non conosc qu'uD dat mi plon 
mas noD ai ges LiziDban ni Rancom, 
qu'ieu pnosca louh ostejar ses aver, 
mas cyadar pnosc de mee conoissens, 
la eacDt a col e capel en ma testa. 

Sil reis Felips n' agues ars nna barga 
denan Qiortz o crebat au eatanc, 
si qa' a Hoam intrea per forssa el pare, 
SI) qne I' asetges pel puoig e per la comba, 
c'om no 'n pognes traire bren aes colom: 
adoncs shI en qn' el volgra far parer 
Carle, qne fon dels mielhs de sos parens, 
24 per cui fou Polba e SanGOoha conqneata. 
Anta I'adutz e de pretz lo descarga 
^rra cellai cut bom no 'n troba franc; 
per qn'en non cnich, laia Caortz nl Caiarc 
ss tnos Oc e Non, poia tant sab de Crastomba ; 
sil reis II da lo tbesanr de Cbinom, 
de gerra a cor e anra 'n pois poder ; 
tant r es trebalhs e raesslos plazena 
30 qne loH amies els enemies tempesta. 

Ancnaus en mar. quand a perdut sa ba 
et a mal temps e vai urtar a! ranc 
e cor plos fort qn' una sajeta d'arc 
32 e leva en ant e pnois aval jos tomba, 
uon trals anc pieitz, e dirai vos ben com; 
qu'ien fatz per lleis que nom vol retener, 
que nom manten joni, terme, ui covens, 
3fl per que mos jols, qu' era florltz, biaesta. 
Vai, Faplols, ades tout e correas, 
a Trainac sia^ auK de la festa ; 

Dim a 'n Hotgier, et a totz sob parens; 
40 qu' ien non Crob mais omba ui om ui eeta. 



18 



AfMERICS I> E BELENOI 



X. 



AIMERICS DE BELENOI. 

Dante, De V. Eloq. II, v, 5; xii, 3. Lezione del can- 
zoniere B. 




iNuills horn noD pot complir adrechamen 
so q*a en cor, si tot quan el eis fai 
noil sembla pauc ni ama ab cor verai, 

4 puois que cuja amar tant finamen, 
c*aitals cujars descreis e I'autre enanssa; 
mas eu doq am jes per aital semblanssa, 
anz jar per lieis qMeu teing al cor plus car, 

8 cum plus Tarn fort la cuig petit amar. 
Petit Tarn eu, segon so q'ieu enten, 
c*ouor ni be mas tant qant Tam uon ai ; 
e s'ieu Tames taut cum a lieis s'eschai, 

12 en fora reis d*amor e de joven 

e de rics faitz ; mas hom non ha honransa 
par al sieu pretz ; pero taut greu pesanssa 
n'ai e mon cor, car los faitz non puosc far, 

16 qels mals q' ieu trac degra per faitz com tar. 
C'aicel que vol e non pot per un cen 
trai pejor mal que eel qui pot e fai ; 
car lo poders apodera Tesglai, 

20 q'el tol als rics Tamoros pessamen. 
Mas cill en cui ai tola m'esperanssa, 
val tant qu' il sap ab taut fina acordanssa 
conquerre pretz e si eissa gardar, 

24 q'anc pauc ni trop no fetz de nuill affar. 

Quand e mon cor remir son bel cors gen, 
lo douz peosars m*abellis tant em plai 
c*ab joi languisc, e car eu no I'am mai, 

28 muor de desir oo plus Tarn coralmen ; 
que tant volgra qem cregues s'amistausa 
tro q' ieu moris o qu' il n'agues piataussa. 



AIMERICS DF. P E Q V I I. II A N iO 

qel jois d'amor, qan doinpnal vol donar, 

3j noD pot mals tant qatjt horn I'aaia pnjar. 

Nil doQS DOD Tftl a cellui qui lo prea 

ren mas aitaa qant a'eu dona de jai ; 

doaca sfa pensaa midoDZ lo jii) q'aarai 
30 del sieu nc don, si 'n lieis merces dissen, 

q'esCiers non ai de ren nnilla fianssa, 

ill e merces farant boua acordansaa ; 

car raercea fai ric dur cor acordar 
40 ab leial cor veucut per sobramar. 
Vaa la bella n'Elionor C'enaDaa, 

chauaos, q'ea Heia pren boa pretz meilluransa, 

qn' ieu la tramet a lieis per meiUarar ; 
4-1 e Bicadis, poiraa aeg'ur' auar ; 

E sis doaa iiuill regart al passar, 

el uom de foill vai e not cal doptar. 

XI. 
AIMERICS DE PEGUILHAN. 



Oicum I'albres que per sobrecarjfar 
fraing ai mezeis e pert sou /ruig e se, 
ai eu pierdnt ma bella donipoa e me, 

4 e moa engeina se fraing per sobramar. 
pero ailoC me sui apoderatz, 
anc jorD uon <i nion dan ad escien, 
aucei^ cuicb far tot so que fatz ab aeu ; 

s mas er codosc que trop sobra il foudatz. 
E aou es bou c'om sia trop seuatz, 
que a sazoa noa aega sod taleu ; 
e si noi a de cliascun meiiclanien, 

anon ea bona sola I'una meitatz. 
ben eadeven hoc per aobreaaber 
ueaeis e'n vai maintas veta follejan ; 
jier que s'eschai qu'oni au en luoc iD&iclau 

G cieu ab foldat, quilN sap geu rutener. 






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90 



FOLQVETZ DE MARSEILLE 



-V 



Las, qa*ieii non ai mi mexeis en poder, 

aiuE vaa mon dan enqneren e cercao, 

e yaoill trop mala perdre e far mon dan 
20 ab vos, dompoa, c*ab antra conqnerer, 

c'ancse cnig far en aquest dan mon pro 

e que savis en aqnesta follor. 

pero a lei de fol fin amador 
t\ m'avetz ades, on pieitz mi faitz, pins bo. 

Non sai Duill hoc, per qn'ien des vostre no ; 

pero soven tomon mei ris en plor, 

et en cum fols ai joi de ma dolor 
£< e de ma mort, qnand vei vostra faisso. 

col basaleocs c' ab joi s' auet ancir, 

qnaod el miraill se remiret els vi: 

tot atressi etz vos mtraills a mi, 
32 que m'aucietz, quan vos vei oius remir. 
E nous en cal, quan mi vezetz morir, 

abauz o faitz de mi tot atressi 

cum de i'enfao c'ab un maraboti 
36 fai hom del plor sebrar e departir ; 

e puois quaud es tomatz en alegrier 

et hom l*estrai so quell donet eil tol, 

et el adoucs plora e fai major dol 
40 dos aitaos plus que uo fetz de primier. 
Tiriaca, jes vostre pretz non col 

de meillurar, c'uoi valetz mais que hier. 



XII. 

FOLQUETZ DE MARSEILLA. 

Dante, Dc V. Eloq. II, vi, 5. Lezionc del Raynouard, 
Cboix, IV, 290. 






T. 



an m'abellis ramoros pessamens 
que s'es vengutz en mon fin cor assire, 
per que noi pot nuls autres pens caber, 
4 ui mais uegus uo m'es dons ui plazeus; 



Itai 



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FOI.QVETZDEMARSEILLA t\ 

qa' adODcs saX sas qnaa m' aucizol cossire : 
e fin' amors m'alenza mon martire, 
qnem promet joy, mae trop lorn dona leu, 
s qa'ab bel Bemblao m'a tenguC longameo. 
Be BAi qne tot qaaa fas es dreits niens; 
e qu'eo puesc mals, s'ainore mi vol anclre! 
qn'a oscieu m'a doDat tal voler, 

18 qae ja non er veacntz ni el no vens: 
vencuCz si suf, qa'aucir m'an li soepire 
tot snavet, quar de iiey cui dezire 
uon ai secors, ni d'aillors no I'ateu, 

16 ui d'autr'amor non puesc aver talen. 

Bona domaa, sius platz, siatz snfrens 
dels bes qu'ieus vuel, qn'iea ani dela mals snftire; 
e pueis li mal nom poiran dau tnaer, 

so ans m'er Hemblan quels partam eug'alineDS, 
pero sius platz qn'en antra part me vire, 
partetz do vos la beutat el dous rire 
el gai solas qne m'afolleis mos seu, 

34 paeis partir m'ai de vos, mou escien. 

A totz joms m'eCz pins bel' e pins plazens, 
per qa'ieu vnel mal als buelbs ab qneos remire, 
qnar a mon pro nous pogron anc vezer, 
i» mas a mon dan vos vezon snbtilmeus. 
mas dans non es, so sai, qnar nom n'azire, 
aDs me sap bon, pros domna, qnan m'albire, 
si m'aucisetz, qne nons estara gen, 

35 quar lo miens dans vostres er elssamen. 

Per so, domna, nons am saviamenH, 
qa'a vos sni fia et a mos ops trayre ; 
qn'iens cug preadre e mi no pnesc aver, 

<ts lens cng nozer et a ml sni nozeus. 

per so nous ans mon cor mostrar ni dire, 
mas a I'eagart podetz mon cor devlre: 
ar lous cng dir et aras m'eu repreu, 

40 e port n'als hueliis vergonha et ardimea. 

Donal fin cor qn'iens ai nous puei^c tot dire, 
mas per merce so qn'Ien lais per noa son, 
restanratz vos ab bou enteodemeu. 



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P EIRE D'ALVERNHE 



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44 Trop vos am mals, dooa, quUea no sai dire, 
e s'iea anc jorn aic d'aatr*amor desire, 

no m'en penet, ans vos am per nn cen; 
quar ai proat autrui captenemen. 

45 Vas Nems t'en vai, chansos, qui qnes n*azaire, 
qne gang n'auran, segon io mien albire, 

las tres domuas a cui ien te prezeu, 
car el has tres valon mais d'autras cen. 




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XIII. 

PEIRE D' ALVERNHE. 

Dante, D e V. E I o q . I, x, 3. Nemmeno questa poesia 
fu osplicitaraente indicata da Dante; ma a rimuovere 
ognl duhbio basta confrontare il passo dantesco con 
Tantica hiogratia di qnesto trovadore. Lezione 
del Rochegude, Parnasse Occitanien, p. 13a, 
con qualche correziorie dal canzoniere A; cf. R. 
Zenker, nelle Komanische Forschungen del 
VoUmoller, XII, 745. 

LJe jostals brcus jorns els loncs sers, 

quan la blanc' aura brunezis, 

volh que branq'e brolh mos sabers 
4 d*un nou joi quern frug em floris ; 

pos dels verts folhs vel clarzir los guarrics, 

per ques retrai entre la neus el freis 

lo rossignols el tortz el gais el pics. 
8 Contr'aisso m'agradal parers 

d*amors loodans e de vezis ; 

quar pauc val levars ni jazers 

a lieis ses lui que Tes aciis; 
12 qu'amor vol gang e guerpis los enics, 

e qui s'esjau a Tor a qes dcstrois, 

ben par que eel volri' esser amies. 
Mas leu no sai quals capteuers 
16 me sofri, q'una ra'a conquis 

on reviu jois et nais valers 

tals que deuan lim trassalis. 



^^ 



qa'ab eaquerer del dig m'en ve destrics, 
eo can tern quel miels laia e digal sordeis, 

on plus mon cor me ditz : quar no t'en gics ? 

Beu vol 6 sai e crei qu'es vers 
qn' amors engraiss' e magrezis 

24 r nu ab trichar, Tautr'ab dir vers, 
e I'un ab plors e I'autre ab Ha, 

e eel quea vol ea manens o meadlcs ; 

maa ieu Q'am mais so qu'eu ai, qa'easer reia 

25 que fos seohor d'Escotz e de Galica. 

Qaar ai fos ja dels miena volers 

lo Bieus boa coratges devis, 

lai on madomnam tol temera 
3S de so per que pina m' eabandis, 

qu'anc nol sai dir lauzengaa ni prezicH. 

mas meilloT cor I'ai trop qne no parela ; 

s'ella nol sab morrai m'en totz antiCD. 
30 Tan m'ea dos e gena aos vezers 

pel joi que m'ea el cor assia, 

qn'ades broCa lo bos espers 

qn'en al, per que m'en enriquis: 
40 qn'anc tan no fui mai Tolpiln ni mendics, 

sol que m'anes a lei, qu'ieu aqui eis 

nom saubes far de grap paubretat rics, 
Ceat es jois e gang e plazers 
44 en que manta gen s'abelis ; 

e BOS prets roont' a grana poders, 

qnar mana jois eobresenhoria : 

qa'enaenbameus e beucatz I'es abrics 
48 d'un ram d'amor qn'en lei espao e creis 

e fara tro qu'ieu sia blanca co nics. 

Cest vers sabra, som pea, vlolar AudricR, 

quel d'Alvernhe; e dis qu'om ses domneis 
52 no pot valer plus que ses gra I'espicg. 

Per qu'ieu coaaelh ja no t'eu desrazice ; 

qnar mais couquls aqui on ilh m'ateis, 

que stm doues Fransal rets Lodoics, 



'^ -^ 




lOFILI 

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K 



Dante 



TESCO „ 



ERMANNO LOESCHER & C 

IDRETiUCHNEIDER A REGENBERfi; 
ROMA 



Delia medesima coUezione sono pob- 
blicati : 



Ih pBOBMio UBL Marchbsb di Santillana, 
1902; di pagine 14 ... L. 0.50 

LusiADA UE Ll'18 OB CamSbs, EaCratii. .dal 
cauH) 111, con uu sunto <ll tucto il poema, 
1902; di pagiue 32 . . L. 1 .— 

" ■ del preseute fuscicolo . , • 0.60 




DANTISTI E DANTOFILI 

dei Secoli XVIII e XIX 



Contribute alia storia della fortuna di Dante 



Fascicolo Primo 



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Gennaio 1 90 1 



•-i^. , / IN KIRENZE 

'^"**^PRESSO LA DIREZIONE DEL ** GIORNALE DANTESCO „ 



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D'ANCONA Alessandro. 



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E nato a Pisa, di famiglia pesarese 
braio del 1835. Studid coi maestri 
e Giorgetti, dell'Istituto de' padri ( 
a Firenze ; e piu studi6 da s6, con 
non s' ^ intiepidito ne' suoi anni 
quando altri avrebbe solo pensato 
il meritato riposo e la fama. Precoce 
tentissimo saggio della sua cultura 
ingegno, ei dette a 18 anni, pubblia 
il Pomba torinese una scelta di scriti 
panella con un notevole Discorso i: 
vita e alle dottrine politiche di lui. 
per6 cosi rinchiuso nei suoi lavori, d 
corgersi della nuova vita che gli si 
torno. Fin d'allora senti profondament 
importanza civile degli studi e degl 
collabor6 con Celestino Bianchi prim, 
poi alio Spettaiore italiano ; ed era gi 
molti insigni toscani, quali il Ricasc 
pini, il Peruzzi, il Salvagnoli. Andato a 
seguire i corsi di giurisprudenza, vi est 
cemente I'ufficio di mediatore tra i 
scani e i piemontesi. Fu poi Segr 
I'intendenza del 12° Corpo d'Armata 
centrale; e il giorno stesso della pa( 
franca egli ebbe la direzione della . 
1 6 novembre 1 860 fu nominato su 
Francesco De Sanctis nella cattedra 



tura italiana nell' Universitil di Pisa, e, dopo un 
anno, titolare di quella cattedra, che egli ha vo- 
lontariamente lasciata pochi mesi fa, compluto il 
quarantesimo anno di fecondo e nobile insegna- 
mento, fra gli augur! e gli omaggi dei colle- 
ghi, degli amici, dei discepoli, degli ammiratori. 
Da quando ebbe la cattedra pisana, la sua ^ stata 
vita, piii che altro, di studioso e di maestro ; ri- 
cercato in commissioni, in accademie, — ^ socio 
delle pi6 insigni — in concorsi e congressi ; non 
mai diinentico de' suoi primi anni di vita gior- 
nalistica e poUtica, sicch6, di quando in quando, 
giunge, ancora, ascoltata e invocata, la sua alta 
(.• Serena parola nelle colonne di qualche boon 
giornale, a rettificare, ad ammonire. Chi ha 
avuto, come chi scrive questa pagina biografica, 
la fortuna di conoscere a lungo e da vicino 
r illustre Maestro, sa, anche, di quanta dottrina, 
rettitudine, franchezza e modestia sia ricca la 
sua geniale conversazione. 

Le benemerenze del D'Ancona sono veramente 
grandi verso gli studi di storia letteraria e politica. 
1,' opera sulle Origini del Teatro italiano h da re- 
putarsi classica ; e quanto egli scrisse sulla poesia 
popolare, sulla letteratura dei primi secoli, e poi, 
liberamente movendosi in oi;ni campo, su varie 
figure e su varT periodi della letteratura nostra, 
ha sempre il precipuo pregio della sicura e larga 
tTudizione, dell'equanimita dei giudizi, della com- 
posta eleganza, e spesso arguzia, della forma. 

Agli studi danteschi d^tte opera assidua dalla 
cattedra; tanto che nell' University pisana, per il 
suo zelo, v' ^ stata sempre 1' illustrazione della 
Divina Commedia; e ora della cattedra dantesca 



1 




ALKSSANDRO D'ANCONA 



provvidamente voile a lui affidato 1' ■ 
Ministro dell' istruzione, 

Onde ben possono augurarsi gli sti 
altri lavori ancora aggiungeri a quel 
dato d'argomento dantesco, ricercati 
sempre. Lo studio su Beatrice, a cui 6 d 
gere I'opuscoletto nuziale Beatrice, fu un; 
vinta in favore della realt^ storica de 
amata da Dante; le illustrazioni e il > 
alia Vita nuova rimangono vero modeli 
nere; il discorso sui Preairsori meglio r 
via per la quale si misero poi aitri st 

Come si vede pur da' rapid, ceiini 
fici che, con infaticata operosit^, va pu 
nella sua Rasscgna, il D'Ancona d^guit; 
e volere negli studi su Dante 'Javver 
sincera tanto contro il dottr. larisnn 
contro il dilettantismo ; e come nutrt 
ispirare un vivo amore per le ricercl 
serene, non scompagnate mai dal buoi 
dal buon giudizio. 



1. La Beatrice di Dante: studio, Pisa, Nistri, i 
iiali delle University ioscane, t, IX, p. I, i8(i; 

2. In lode di Dante: capitolo e sonelio di 
poeta del sec. XIV, Pisa, Nistri, iti68, "PP- '6- " 
Bongi-Ranalli. 

3. La « Vita Nova » di Dante Alighieri, riscontr 
e stampe, preceduta da uno studio su Beatil 
da illustrazioni, per cura di A. D'Ancona, Pisa, . 
in-4, pp. LX-128. ;Ediz, di CCXl esemptan coi 
tipia iniziale], — Nel T884 venne in luce la : 



tevolmente accresciuta (Pisa, Libreria Galileo gih Nistriy 
in-8, pp. LXXXVIII-257). 

4. I Precursori di Dante per A. D'Ancona, Firen{e^ G. 
C. Sansoni^ editore^ 1^74, in- 16, pp. 114. 

5. II concetto delP unitk politica nei poeti italiani : di- 
scorso pronunziato il di \6 novembre 1875 nella R. Uni- 
versita di Pisa in occasione delta solenne riapertura degli 
studi, Pisa^ Nistrly iS/6j in-8, pp. 62 [Sulle idee politiche 
di Dante], 

6. Di alcuni pretesi versi danteschi, in Rassegna settima- 
ftale^ I semestre, p. 49, e 

7. PostiUa all'articolo precedente. Ibid.j I semestre, p. 1 12 
[riprodotti in Varietd sloriche, Milano, Treves, 1 879, 2* serie, 
pp. 55 e segg.l. 

8. Noterella dantesca [al ParaJiso XI, 71-2), in Napoli- 
Ischiay ftumero utiico a heneficio dei danneggiati di Casamic- 
ciola^ ecc, 6 aprile i88iy Napoli, Stabilim. tipogr. dell'Unione. 

9. Noterelle dantesche, in Giornale storico d, Lett, itaH, 
1884^ III, 415 [sulle parole contrappasso^ ar^an^^ cdi\, 

10. Il Romanzo della Rosa, in italiano, nelle Variety sio- 
riche e leiterarie^ Milano, Treves, 1885, serie 2*, pp. 1-31. 

1 1 . 11 < Veltro » di Dante [riprende e sostiene la nota 
opinione del Del Lungol, /t'/, pp. 33-53. 

12. Di alcuni pretesi versi danteschi, iviy pp. 55-74. 

13. Beatrice. Pisa^ T. Nistri e C, i88g^ in- 16, pp. 23. 
— Per nozze Amico-Pizzuto Viola [riprodotto in Biblioteca 
delle scuole ital,^ a. I, pp. 257-61 ]. 

14. Dal carteggio dantesco di Alessandro Torri, Pisa^ Ni- 
stri^ i8gs, in- 1 6, pp. 16. — Nozze Flamini-Fanelli, X No- 
vembre MDCCCXCV. 



Nel Manuale dctia htUralura Hal., compilato 
D'Ancona e da Orazio Bacci, Firen^e^ Barhera, i" vo 
d' edizione), si ha una vita del Poeta, il riassunio del 
media, e una scelta copiosa degli altri scritti dt 

Recensioni vane e notizie di cose dantesche, ne 
iegna bibliograjica della htt. ital. di Pisa (da lui ( 
da F. Flamini), e altrove. 

Orazio B/ 



BARCELLINI 



Barcellini Innoc 
esser chiamato, al 
monaco Celestino a 
pot6 poi dedicarsi ; 

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non si sa bene se 
brone {prov. di Pt 
imposto da' suoi g 
Non ancor sace 
gli studi teologici, 



see^nare le discipline filosofiche a Lucera ed al- 
trove ; fu poi anche lettore di Teologia a Bologna, 
a Roma, a Napoli e finalmente abate del mona- 
stero, nel quale avea professato ; ma, trovandosi 
questo sotto la Maiella, alle falde delPAppennino 
abruzzese, con un clima non punto mite, si fece 
trasferire, per motivi di salute, alia badia di 
S. Niccol6, in Rimini, eppoi aU'altra di S. Pier 
Celestino, in Milano, dove ebbe agio di frequen- 
tare la casa Borromeo, intorno alle cui celebri 
ville ci lasci6 inedite egloghe, idilli e dialoghi 
pastoral i. 

Partecip6 anche all'accademia milanese degli 
Arcadi, cui si ascrisse il 2 maggio 1704 col 
pseudonimo di Bati Filomiraccio^ poi accademico 
dei Faticosi con quello di Volonieroso; nelle tor- 
nate delle due Accademie lesse varie poesie di 
circostanza, alcune delle quali videro g\k la luce 
in Milano nel 1706 (J. P. Mol., in-8°) ed altre 
fan parte de' suoi Ozi accademici, raccolta tuttora 
inedita come quella prosastica dei Discorsi acca- 
demiciy prediche e pancgirici sacri, Egli fu, dunque, 
teologo, poeta e oratore di bella fama nel temp'o 
suo, e per queste sue molteplici doti nel 1707 
fu eletto Definitor generale di Romagna e di 
Lombardia; questo nuovo officio richiedendo che 
egli, con grande dispiacere dei buoni ambrosiani, 
si fosse stabilito in Faenza, avanti di raggiungere 
la sua nuova sede, voile rivedere la patria; ma 
c61to quivi da grave malattia si dov6 trasportare 
in Sahara, castello tra Fano e Fossombrone, dove 
fra le braccia de' suoi religiosi mori il 1 6 de- 
cembre 17 10; venne sepolto col^ nella cappella 
maggiore, dove lo ricorda tuttora una iscrizione 



fattavi apporre da un suo fratello, I 
abate del monastero; poich6 costui 
cemente che Jl suo congiunto mort 
dal diverse modo di computarii pei 
' principiati soltanto, deriv6, come sp 
il dubbio gik accennato, suila data j 
sua nascita. 

Cfr. jARCKius, specimen Acadetniarum Italu 
P-53' — Crescimbeni, NoHzie istoricke degUAr, 
t. II, p. 133. — Crescimbeni, Sioria della volgat 
t.V.p. i-i, — QuADRio, Delia sioria e delta ragic 
Poesia, 1739-51, t. Ill, p. 338. — VoLPi Gakt. La . 
e la siamperia Cominiana, Padova, Comino, 1751 
Tafuri, Istoria degli Scriltori nati net regno d% 
1744, t. J, p. 466. — G, M. Mazzuchelu, GH S 
'7S8, vol. 11, t. I. pp. 326-a7- — VEccHrETTi, £ 
Osimo, 1791, t. II, pp. 74-77- — Fr. M. Lance 
degli Uomini illusfri della cittit di Fossombrone, < 
An/ichilh picene, 1796, Fernio, vol. XXVIII, pp. 

BibUo^ofia. 
Industrie titologiche per dar risalto alia vi 
■ Pontefice Celestino V e liberare da alcun 
Alighieri, creduto censore della celebre rin 
medesimo Santo, ecc. ecc. In Milano, per Git 
Malatesia, I'oi, in-8. — Un copioso esti 
apologia, colla quale il Barcellini si prova c 
al posto di Celestino V, si trova nel Giorm 
d' Italia, tomo XIX, p. 246 e segg.; nello st 
tome XVI, p. 274 e segg., si legge, appunto, i 
di un suo incompiuto e inedito Trattafo sop> 
^ere, diviso in 16 capi. 



^ 



DIONISI Giovanni Jacop< 



Nel numero di coloro che, ne 
contribuirono maggiormente al 
progresso dello studio di Dan 
posto si conviene al canonico vei 
Jacopo de' marchesi Dionisi. 



Seguendo la tradizione che la ; 
deva in Verona di cultrice di b 
pure ad essi consacr6 la vita, li 
Nacque il 22 luglio 1734 e ii 
primi studi ; recatosi poi a Bi 
legio de' Nobili, retto dai Gesi 
tra i primi per ingegno e bo 



\'erona, prese gli ordini religiosi, e dal ponte- 
fice Lambertini fu, non molto dopo, eletto Cano- 
nico, e scelto poi, come il piii erudito, a Biblio- 
tecario della Capitolare, ricca di preziosissimi 
codici e di manoscritti antichi. E molto deve que- 
sto istituto al marchese Dionisi, il quale oltre 
a conservarlo e ad arricchirlo anche a propria 
spese, raccolse e ordin6 le sparse reliquie di 
alcuni codici anticamente periti, accomodandone 
le parti griaste e aggiungendovi un titolo e 
un indice del loro argomento : Vetera parali- 
pomena Mss. Codicum Capituli veronensis a y. 
Jacopo d^ Dionysis vetonensi Canonico in unum col- 
h-cta ijs8. 

Nel 1789 egli abbandon6 per due mesi le cure 
ecclesiastiche per recarsi a Firenze, alio scopo 
di trarre dai manoscritti piii accreditati di quelle 
pubbliche e private biblioleche le migliori variant! 
utili alia correzione delle opere di Dante, lavoro 
da lui lungamente vagheggiato. 

Ebbe a compagno attivo, e intelligente colla- 
boratore in questo studio, 1' arciprete Bartolomeo 
Perazzini di Soave (prov. di Verona), del lavoro 
del quale 1' erudito Marchese si servi sempre 
senza fame parola. 

Fu in corrispondenza con tutti i principali let- 
terati del suo tempo, e italiani e stranieri (cfr. 
Corrtspond. itiediia, nella Bibl. Capit. Veronese) e 



esserne distolto, il Dionisi rifiut6 il seggio vesco- 
vile offertogli da Pio VI ; assistette i giovani stu- 
diosi nei loro lavori, prestando libri, denaro e 
consigli, del quali fu largo principalmente al 
Carli, nella sua faticosa compilazione della Storia 
di Verona^ 

Mori in patria il 14 aprile 1808. 

Fu grande erudito, e lo attestano le numerose 
sue opere ; ma il suo merito principale h dovuto 
ai lavori da lui fatti in onore del divino Poeta ; 
coi quali — lo si pu6 dire senza esagerazione — 
il marchese Dionisi port6 un contribiito affatto 
nuovo alia critica dantesca e d^tte maggiore 
sviluppo airindagine storica, tracciando a quelli 
che lo seguirono la via per giungere ad ottimi 
e sicuri risultati. 



Cfr. LuiGi Federici, Elogi storici del piu illustri Ecclesiastic i 
veronesi. Verona, 1819. — Gamba, Galleria di Uomini illustri, 
Venezia, 1824, vol. I. — M. Zamboni, La critica dant. a Verona^ 
nella Colleziorte Passerini, Citt^ di Castello, 1901, vol. 63. 



BibliograficL 

1. II Ritmo dell'Anonimo Pipiniano volgarizzato, com- 
mentato e difeso. ' Verona^ per Verede di Agostino Carattoni^ 
i'J']2,i in-4, pp. 216 con tav. inc. — A pp. 197-200, cap. IV, 
vuol dimostrare che Dante ha preso da questa opera la 
forma delle sue rime e il numero de' canti della Commedia, 

2. Serie di Aneddoti. Verona^ per Verede Merlo e per U 
credi Carattoni^ ij84-iygg^ otto fasc, in-4. — Segue un 
Dialogo apologctico per appendice alia serie degli Aneddoti^ 
In Verona y per gli eredi di Marco Moroni^ ^79^ y 1*^*4 picc, 
pp. XXXIX. — Eccetto il I e il III, questi fascicoli recano 



scritti suUa vita e sulla Commidia di Dante; e qui ne diamo 
i titoli : 

Fasc. II. Censura del < Comepto » credoto di Pietro 
Hglio a Dante Alighieri. — Piapo per una noova edizione 
di Dante. — Fasc. IV. Johannis Del Virgilio et Dantis Alli- 
gerii Carroina. — Saggio di critica sopra Dante. — Fasc. V. 
De' Codici fiorentini. — Fasc. VI. De' blandimenti funebri, 
o sia delle acclamazioni sepolcrali cristiane. [In questo scritto il 
Dionisi fa av\'ertire un gran numero di lezioni scorrette in- 
trodotte nel Poema. Cfr. De Batines, 1, 337]. — Fasc. VU. 
Nuove indagini intorno al sepolcro di Dante Allighieri in 
Ravenna. -- Fasc. VIII. Del Focale di Dante, ed ahre materie 
consecutive. — Dialogo apologetico di Clarice Antilastri 
gcntildonna Veronese per appendice alia serie degli Aneddoti. 
Risponde a una critica deWAncddoto V, comparsa nelle No- 
xcUe Idterarie di Firenze]. 

3. Pistola di Fra Giocondo, dell'Ordine de' Rovescianti, 
di latino tradotta in italiano dal sig. Concerto Tromba, Gen- 
tiluomo Feltrino. Gardom di Val TrompiajiySjy in-4, pp. 16. 
— Risponde alle censure de' suoi lavori danteschi contenute 
nel Giorn. EticiclopedtcOy an. 1786, no. 35. 

4. La < Divina Com media » di Dante Allighieri, con nuove 
lezioni. Parma^ nel regal Pala^^o^ co^ iipi Bodoniani i/PSy 
voll. tre, in fol., pp. 134; 116; 126. — Fu ristampata, 
per gli stessi tipi, Panno seguente, pure in tre volumi di 
pp. LVI-235-IV; 235-XV; 236-XXVII. Cfr. De Batines, I, 121. 

5. Preparazione istorica e critica alia nuova edizione di 
Dante Allighieri, Verona^ Gatnbaretfty 1806^ due voll. in-4, 
pp. VIII-172-232. Cfr. De Batines, I, 519. 

6. La « Divina Commedia » e tutte le rime di Dante 

Allighieri. Brescia y Niccold Bettoni^ 1810^ due voll. in- 1 6 pice. 

- fe ristampa del la Bodoniana del '95. 

Maria Zamboni. 



ANGELINl Lorenzo. 



[Secolo 

Nacque a Moresco, circondario di Fermi 
da Guglielmo e da Caterina Niccolini, 
sacerdote dopo di avere studtato con gre 
fitto !e discipline letterarie le insegn6 ] 
mente nella Marca e nell' Umbria, all 
deir Amandola, di Ripatransone, di N< 
Civitanova, di Todi, di Trevi, di Pergc 
1776, anche a Pesaro. Fu ascritto a 
accademie; a quella degli Erranii ~~ gii 
iali — di Fermo, il 20 febbraio 1756, a q 
Risorti di Bologna col soprannome di 7 
frisio Y Allegro e alia Repubblica letterari 

Venne colpito da sincope a Pesan 
1778, ed essendo state trasportato a C 
vi mori il 15 maggio 1782. 

Egli ci lasci6 molte poesie italiane 
quasi tutte di circostanza, scritte nei 
luoghi dove dimor6 ; nelle prime, se 
testimonianze dei suoi contemporanei, s 
imitatore felice deirAlighieri. Si dedic5 
cialmente alia poesia latina, di cui ci 1 
opuscolo di 30 pagine *. a commendazior 
Alessandro Borgia, Arcivescovo di Ferm 
impresso per Giov. Franc, de' Monti I'an 
dedicato all'ab. Stefano Borgia di lui ne 
Cardinale di S. Chiesa » . Scrisse anche u 
latina di 180 versi, stampata neila stessa 



Monti surricordato, per la promozrone alia por- 
pora del cardinale Enrico Enriquez, che la disse 
virgiliana (fu stampata a Bologna il 21 agosto 
^54)- Ne pubblic6 poi altre tre; la prima in 
lode del beato Antonio deH'Amandola (Fermo, 
Fil. Lazzarini, 1755); ^^ seconda per la visita del 
vescovo Borgia (pp. 8, in-4** gr., Fermo, Laz- 
zarini, 1756); la terza in commendazione del- 
Tab. Gius. Ascenziani dell'Amandola (Macerata, 
presso gli eredi del Pannelli, 1757). Compose 
anche quattro Carmi \2X\x\\\ uno per nozze Blasi- 
Guazzagli fu posto nella raccolta del Qaudi (stamp. 
Amatina, Pesaro, 1767); Taltro, di 300 versi, nella 
raccolta Angelini, per la contessa Caterina Gian- 
nini di Pergola, quando vesti Tabito religioso in 
S. Chiara di Cagli (Pesaro, Gavelli, 1 768 ; se 
ne parla con Ipde nelle Novelle letterarie di Fi- 
renze, 4 nov. 1768, n. 45); un terzo di 447 versi, 
con copiose annotazioni, per le nozze di Giu- 
seppe Orlandi di Pergola colla marchesa Galeotti 
di Gubbio (fa parte della raccolta Angelini); un 
(juarto di 149 versi per le nozze del marchese 
Pompeo Azzolini di Fermo colla contessa Maria 
Virginia Nappi di Ferrara (trov6 posto nella rac- 
colta di Niccol6 Prosperi di Ferrara, tip. Gius. 
Valenti, Ripatransone, 1770). Stamp6 parimenti 
due Inni latini, il primo di 25 strofe in lode di 
San Niccol6 arcivescovo di Mira (Pesaro, Gavelli, 
1770); il secondo in esametri con parafrasi e 
note apologetiche (Pesaro, Amati, i77i);aque- 
sto fece seguire un Panegirico di 388 versi (ivi, 
Gavelli, 1772) e un Propempticon « nel discesso 
del sig. Card. Acquaviva al Conclave >. 

In prosa abbiamo di lui soltanto una lettera 



latina al dott. G: 
Novelle lellerar 
25 novembre i y 
latina in lode 
cera Umbra, re 
pata a Foligno 
un giudizio fai 
velle ktierarie, 

Cfr. F. Vecchii 
pp. Mi-4- 



I. Capitolo (a 
del R. P. Ant. Mar, 

1. Capilolo {id. 
sola Guazzagli-But 
nella sua raccolta. 

3. Capitolo {.id 
Todi ed Orsola F 



ANTONELLI Giovanni. 



[Secolo XIX} 

Nacque a CandegHa (Pistoia) il lo genn 
del 1818. Entrato a 16 anni nell' Ordine di 
Scuole Pie di Firenze, si applic6 specialme 
agli studi matematici fisici ed astronomici, 
non trascur6 mai i letterari. Suo maestro, ( 
resempio e il consiglio pii5 che con 1' in 
gnamento, fu V illustre astronomo Giovanni 
ghirami, al quale TAntonelli nel 1848 succe 
nella direzione dell' Osservatorio Ximeniano, 1 
tenne poi sinch6 visse con molto onore t 
e degli studi. Insegnft nelle scuole del ! 
Ordine, ed all' insegnamento specialmente dt 
matematiche e della astronomia consacrd la : 
glior parte del suo tempo e del suo ingeg 
Oltre che co' suoi molti lavori matematici fi; 
ed astronomici, acquist6 reputazione grandissi 
con gli studi di strade ferrate, ed alcuni de' s 
progetti furono poi eseguiti. Sulla Divina Ci 
media^ da lui letta e studiata sempre assid 
mente, scrisse la prima volta Tanno del Cer 
nario dantesco un Discorso intitolato Acce; 
alle dottrine astronomiche nella < Divina Ci 
media » e poi, per consiglio ed invito di > 
C0I6 Tommaseo, molte illustrazioni scienlifichi 
singoli luoghi del Poema, che il Tommaseo ste 
pubblic6 nel suo Commento (edizioni Pagn 
del 1865 e 1869) « generosamente fornitec: 
scriveva nella prefEtzione « dal P. Giovanni j 



tonelli, onore e delle Scuole Pie e del clero ita- 
iiano >. Altre note dantesche, come sotto ^ no- 
tato, pubblic6 nel 187 1, poco prima della sua 
morte, che fu il 14 gennaio del 1872. 

Cfr, Giovanni Antonelti: commemaraztone di Niccol6 Tom- 
MASBO. Fireiue, 1871, pp. 64, in-8°. — Intorno alia vita ed ai 
lavori del p. Giovanni Anionelli delie Scuole Pie : cenni di An- 
drea Stfattbsi, Roma, 1873, pp. 43, in-4'. [Estratto dal Bullet- 
lino di bibliogr. e di storia delle scienzc matetnattche e fisicMe. 
t. V, luglio 1871]. 



Accenni alle doltrine astronomiche nella < Divina 
; discorso di Giovanni Antonelli d. s. p., nella 



raccolU Dante e il sua Secolo, Firett^e tip. Gatileiana, 1865, 
pp. 503-5'8 

2. Sulle dottrine astronomiche della « Divina Commedia »: 
ragionamenti di Giovanni Antonelli d. s. p. in occasione del 
seslo centenario di Dante, Firen^e, tip. Calasan^iana^ 1865. 
pp. 96 in-8, — Contiene a pp. 9-32 lo stesso lavoro che 6 
sopra notato (n. i) ; e a pp. 33-92 un < Ragionamento per 
dimostrare che Dante proponendosi con le seguenti terzine 
(Purg, IX, I segg.) d' indicar 1'ora, nella quale fu preso 
dal sonno al termine della prima giornata del Purgaiorio, 
intese descrivere I'alba che precede il sorgere della Luna, 
e non I'aurora solare ». 

3. lUustrazioni astronomiche o cosmografiche e geografiche 



queste ultime vedi I'elenco assai esatto dato dallo StJattesi 
nel citato lavoro Sulla vita e gli scrilti del padre Antoy"' 
pp. 23 segg., dove sono anche accennate le poche differ 
tra I'edizione del '65 e quella del '69. 

4. Di alcuni studi special! risguardanti la meteorologi 
geometria, la geodesia e la « Divina Conimedia » per 1 
vanni Antonelli d. s. p., Firen^e, tip. Calasaniiana, set 
bre i8yi, in-8, pp. [36. — Gli studi sulla Divina Comn 
sono: 

a) Parere sopra due nuove chlose [vedi I'opus 
Due leitere al chiarissimo professore D. David Farabu 
intortio due versi della « Divina Commedia » da Fortu 
Latuij Roma, tip. Tiberina, i866j, pp. Si-gr ; 

b) Nuove illustrazioni sopra alcuni luoghi del « Parad 
U, 6-9; IX, 37-40, 82-87; XXVII, i27-[38], pp. 108- 

cj Nuove illustrazioni sopra alcuni iuoghi del « Pt 
torio » [I, 13-15 ; H, 88-105], e Nuova interpretazione 
principio del canto IX [La concubina di Titone ant 
pp. 108-135- — Queste stesse illustrazioni, col titolo i 
particolari sulla « Divina Commedia », furono pubbli 
dall'A. anche in opuscolo separato, ma d'altra edizi 
per nozze Fossi-Volpini (Firenze, tip. Calasanziana, li 
pp. 74, in-8). 

Ermenegildo Piste LI 



MAURO Domenico. 



[Secolo XIX]. 

Domenico Mauro nacque in San Demetrio ( 
rone, paese albanese della provincia di Cosen 
nel 1812, e mori in Firenze nel 1873. 

Fu ardente patriotta ; e pel glorioso ni' 
del 1844 fu tenuto due anni in carcere, doi 
usci ancor piiS caldo d' amor di patria ; tai 
che nel 1848 fu eletto Deputato del Parlame 
napoletano, con piii di diecimila voti, dalla p 
vincia natale. 

Dope il 15 maggio, ei si rec6 a soUevar 
Calabria, e si mise alia testa di numerose schi 
che combatterono contro le soldatesche borbonii 
parecchie volte (in uno di codesti scontri il 
stro Mauro perdette il fratello Vincenzo), ma 
si sciolsero. And6 quindi in Albania, con la s 
ranza di preparare uno sbarco suUe coste di < 
labria; ma, fallito il tentative, corse a Rom; 
difendervi la morente Repubblica. Si rec6 inl 
nel Piemonte, in attesa di tempi migliori, e pr 
poi parte alia gloriosa spedizione dei Mille. 
costituita V Italia a nazione, il Mauro fu ele 
Deputato dal coUegio di Benevento. 

Tanta attiviti politica non gl' impedi di cc 
vare i suoi diletti studi, e pubblic5 molti ve 
fra i quali una novella intitolata Enrico ai 
lodata dal De Sanctis {La Letterat. ital. 
sec. XfX, ecc. Napoli, Morano, 1897), e m^ 
scritti in prosa, del quali piti importante h, se: 



dubbio, quelle inlomo al concetto e alia forma 
della Dfzifia Commetiia. 

^^bbene ogjji possa esser giudicata in modo 
i.-^sai diverse da quelle onde fu giudicata al sue 
apparire, egli ^ certe che, tenute cento delle idee 
tlominanti in quel tempo, in cui tutte devea ser- 
v.re a un alto intendimente civile e patriottico, 
r opera del Mauro e di quelle che possono, anche 
< ra, per certi rispetti, essere studiate con uti- 
lia, non f'xss'altre per la steria della varia for- 
iiina del P*^ta, specialmente in Calabria. Perch6 
«;aando, nel 1S40, la prima parte di quel lavoro 
\enne in luce, < i sjiovani calabresi — come ci 
at testa il Balsane \Im < Divina Commedia > 
iliudii'ata da G. J\ Gfavhia^ ragionamtfito pub- 
hlicatn nella CcHeziofic diretta dal Passerini, 
CittA di Castello, 18Q7) — ne furene scossi 
profondamente, e crebbe in essi il culte del 
massimo Poeta, unendosi indiNnsibilmente a quel- 
le amore di liberty e di gloria, onde furene sem- 
pre ardenti i lore generosi cueri >. 

Cfr. i nostri Martiri cosentini del 1844^ nella Rivisia storica 
d<l Risorg, ital., f. IX e X, vol. III. Torino. 1900. 

BibUografia. 

1. AUegorie e bellezze della « Divina Comroedia v^ 
Parte I, Vlfi/erno^ ecc, Xapoiiy dal la fipografia Boe^ianay 
1^40, in-8 ; pp. 163. 

2. Omero, Dante, Shakespeare, nella Riv. conUmporaneay 
Ti^rifiOy I So I. 

3. Concetto e forma della « Divina Commedia », Napo/i\ 
S/jhlintcNto lipografico dtgli scief/iiati] leiterati e afiisfi\ 1862^ 
in-S; pp. 334. 

S. De Cuiara. 



ORA 



lui: 
ma 
Met 



part 
I'ini 
« si 

man 
rece: 
Bull 
e' fu 



cui ijli studi danteschi eran, peggio che negletti, 
it^nuti in dispregio — un solenne monumento di 1 
voni o t;Tande poesia nella Commedia (cfr. F. 
HaKano, Im « D. C. > giudicata da G. V. Gra- 
riptii, C'iltc\ di Castello, 1897), 10 credo che un 
posto onoralo non si possa a lui negare in 
<]uoslo nizionario; tanto piu che la sua maggior 
opiM'a Ictloraria Delia Ragion poetica fu pubbli- 
(Mla ncl lyOfS. 

(lian Vincenzo (iravina studi6 ne' suoi primi 
anni, sotto la guida di Gregorio Caroprese, nella 
natia provincia ; ma pass5 poi a Napoli, dove, 
dopo di essorsi perfezionato nolle lettere latine 
r greohe, si diode alio studio della giurispru- 
ilrnza. 

Nel 1688 and6 a Roma e fu uno dei fonda- 
lori AiAX Arcadia^ di cui scrisse le leggi secondo 
lo stile delle XII Tavole. Fu nominato quindi 
professore di Diritto civile e di Diritto cano- 
nico nella Sapienza, e sail a tanta fama, che le 
piu celehri l^niversitcl di Germania e di Italia 
gareggiarono in offerte per averlo come inse- 
gnante. E giA egli aveva accettato quelle di Vit- 
torio Amedeo II, e stava per recarsi a Torino 
col duplice ufticio di professore di Legge e di di- 
rettore generale degli Studi, quando fu sorpreso 
dalla morte. 

Molte sono le opere giuridiche e letterarie che 
gli hanno acquistata una fama imperitura ; ma 
quella per la quale egli merita il nome di Dan- 
tista, ^, come s' h detto, 1' opera intitolata Della 
Ragion poetica : perch6 in essa, definita la poesia 
come < la scienza delle umane e divine cose 
convertita in immagine fantastica ed armoniosa > , 



ei non esit6 di proclamare che tal immagine 
■« sopra ogni altro poema italiano » vivamente 
ravvisava nella Commedia di Dante; « il quale 
s' innalz6 al sommo nell' esprimere, ed alia mag- 
gior vivezza pervenne, perch^ pid largamente e 
pW profondamente di ogni altro nella nostra lin- 
gua concepiva : essendo la locuzione immagine 
della intelligenza, da cui il favellare trae la forza 
e il calore >. 

Cfr. Teslameiito di G- y. Gravina, in Nuovo giorn. d. Lette- 
laii d'llalia, XXXr. 322. — Ant. Sergio. Vita di G. V. Cravina, 
nella ediz. delle Open, Napoli 1756 — "^wcAmuo, Saggio suUa 
vita e suite ofiere di G- K Gravtna, Cosenza 1S79. 

Blbliografia. 

Della Ragion poetica, libri due. Roma, per Fr. Goii^aga 
1708, in-4. d" ediz.). — Tu piii volte ristampala (Venecia, 
1-31, in-4; ^"po/i, i756-Sf^, in Opcre Hal. e lat. di G. V. 
Gravina, e Milatio, ifiif), in Opcre scelte di G. V. G.) e 
fu trad, in francese dal Requier (Parigi, 17,55, voll. due, 
in-i a). 





Cfr, p™.. J/ 


0. V. 


G 


, raccolte da 


V. Exi 


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S. 


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: Cheara. 



BECELLI Giulio Cesare. 



[Secolo XVUI] 

I \ Nacque di nobile famiglia in \'e- 

, rona nel 1686. Giovinetto, studio 

alle scuole dei Gesuiti e si ascrisse 

a questa Compagnia, ma lasci6 1' a- 

bito nel 1 7 1 o e tolse moglie. Nel 

1721 lo troviamo a Padova sco- 

lare del famoso Domenico Lazza- 

rini. Appartenne alle accademie del FUarvwtiici 

di Verona (e in quest'accademia, secondo il Maz- 

zuchelli, recit6 varie lezioni), del FlnthiavH del 

Finale di Modena e de'JRicovrati di Padova. Men6 

vita tranquilla e modesta dando lezioni private. 

Mori nel 1750, pianto dai letterati piu illustri 

del tempo suo, in un volume di versi raccolti da 

Ferdinando Franca e pubblicati dal Ranianziiii 

(Verona, !75o). 

Delia sua vita abbiamo pochissime notizie e 
te ventisette opere inedite citate dal Mazzuchelli 
(Scritt.d'Il., vol. II, p. 2', 6og) non si sa dove 
sieno andate a finire. Sfuggirono esse alia ricerca 
de' piti diligenti critici. Del resto, il Mazzuchelli 
non le vide mai e ne ebbe solo notizia dal Se- 
gnier. In compenso il poema in i 2 canti Psic/ic, 
cui il Mazzuchelli diceva perduto, fu trovato nella 
Biblioteca Capitolare di Verona (cod. DCLXXIX) 
e se n'^ occupato il prof. Giuseppe Gagliardi 
in uno studio che vedri presto la luce. 

II Becelli pubblic6 moltissime opere di argo- 



mento diversissimo (ventotto ne cita il Mazzu- 
chelli, Op. cit.y vol. II p. 2*, 606-8). Le tragedie 
(^Oreste vendicatorc e Miistafd) hanno scarso va- 
lore e altrettanto pu5 dirsi delle commedie (I 
falsi letteraii^ PAmmalatOy V Ingiusta donazione^ 
r Agnesa in Faenza^ i Poeti comiciy la Pazzia delle 
Pompe^ r Ariostista e il Tassisfa). In esse per5 
h notevole talora la critica letteraria, principal- 
mente nella prima e nell' ultima in cui si esa- 
minano i vari difetti deU'Ariosto e del Tasso. 
E come critico specialmente va considerato il 
Becelli. Quindi, tralasciando di parlare dei molti 
canti coi quali cerc6 invano di procacciarsi la 
jjloria (le stanze : Se possa piu la Pittura o la 
Poesia ; i poemetti : La Ninfa di Cuzzano e il 
Gonnella^ ecc), le traduzioni di Properzio e di 
Erodoto e le operette pedagogiche, h da dir 
qualcosa del trattato Delia novellu Poesia (Verona, 
Ramanzini, M.DCCXXXII). 

In questo lavoro il Becelli si dimostra molto piu 
indipendente dei tanti scrittori di Poetiche del 
suo tempo. Egli infatti, oltre al mostrare — come 
gi^ avevan fatto i letterati italiani che avevan 
preso parte alia polemica contro il Bouhours — 
la superiority della nostra lingua sopra le ling^e 
sorelle francese e spagnuola, combatte la stretta 
osservanza delle regole aristoteliche. Della mito- 
logia gli piace che si faccia uso solo quanto basta 
a far meglio risaltare lo splendore della verita cri- 
stiana : condanna poi i petrarchisti non meno 
dei ciechi adoratori deirantichiti classica. Egli 
mostra in quest' opera di credersi un grande 
rivoluzionario, e il titolo stesso del libro n* e 
una prova. II Tommaseo not5 in lui < Tamore 



lion sempre potente, ma sempre prudente del 
nuovo >. II Bertana recentemente in una bella 
monografia parl6 di lui come di un precursore 
/iel rotnanticismOy ma osservo che « la sua cri- 
tica, per quanto ardita, manca di profondita, di 
compiutezza, di vigore ; di quel vigore sopratutto 
e di quella sicurezza propri del pensiero che si 
svolge logico e chiaro per entro un ordine di 
concetti connessi ed armonici >. 

Nel trattato della novella Poesia il Becelli fa 

\ina categoria speciale dei poemi divini intendendo 

per essi tutti quelli i quali, cominciando dalla 

Commediay si riferiscono a cose sovrumane. Di 

Dante egli si mostra ammiratore qaldissimo ed 

ha parole severissitne per coloro che gli ante- 

pongono il Petrarca. Del Casa arriva fino a 

pensare che < il suo Galateo scrivesse non per 

indurre creanza di bei costumi in un giovinetto, 

ma per macchiare, se mai si potesse, la bella 

gioia della Divina Comedia > (p. 60). Al Casa 

ed agli altri, i qiiali accusavan Dante di aver 

adoprato parole poco gentili, risponde che < dal 

Poeta vogliono le cose laide esser laidamente 

dette e le gentili gentilmente > (ibid.). E per 

dare un esempio della gentilezza di Dante, pone 

a confronto Tepisodio di Francesca con quello 

petrarchesco di Sofonisba e Massinissa. 

Cfr. Mazzuchelli, Scritiori d'Haliay vol. II, p. 2. -- Tomma- 
SEO, Vita di G, C, P., in Tipaldo, Biografie degli ItaL illustri, 
Venezia, Alvisopoli, 1840, vol. VII, pp. 481-88.— Bartolommeo 
Gamba, G. C. B. in Galleria dei Lett ed Artisti illustri dette prov. 
veneziane net secoto XV III, Venezia, Alvisopoli, 1824, vol. I. — 
Emilio Bertana, Un precursore det romanticismo, (Giutio Cesar e 
Becetli) in Giorn, st, d. Letter, ital.^ vol. XXVI, pp. 1 14-140. 



BiUiografia. 

Delia novella Poesia, cio^ del vera genere e particolari 
bellezEC detla poesia italiana. In Verona, per Dionigi Ra- 
mani^itii, Libr-ijo a S. Tomfo, MDCCXXXll, in-4, pp. 391. 

DiNO Pbovenzal. 




.L^^^i 



NOZZE 



SALZA - ROLANDO 



XIX GENNAIO MCMI 



•^ 



\ 



LETTERE 



DI 



A. CAMILLO DE MEIS 



B. SPAVENTA 



PUBBLICATE DA G. GENTILE 



^ 



N APOLl 
TIPOGRAFIA MELFl & JOELE 
PaloMMO Maddakmi a Tbledo 
190X 



eanfofio scambiwole at disittgamm e alle iraversie delta 
viia. La quale, gid, nan cessa mai di sorridere a ehi^ came 
il De MeiSf pone in alto il proprio ideaU; e nan cesserd 
di sorridere a te, che non sai rivolgere ad aliro /' amimOt 
ehe agli studj disinteressoH e a* piit nodili affetti. 

Percid, ora che hat trovato nella tua gentile Pierina la 
tua anima gemella, io non H dird: Possa tu esserfelice; — 
ma gioisco in me siesso , certo che sarai lale; e solo ti 
auguro figli% che ti somiglino, 

Tko 

Giovanni. 



Amgblo Camillo Db Mbis nmcqiie a Bnccliimiiico (^rov. di Chieti) 
14 Inglio z8z7, morl a Bologna il 6 mano 1891. n padr* Vincenso fo del 
carbonari del z8az e poi degli affiUati alia Giovine Italia; la madre Gin- 
stina Cardone era affine degU SpaTenta. 

Fatti in patria e nel R. Collegio di Chieti i primi stud), li rec6 a Na- 
poli intomo al '40, per attendervi alia medidna. Ma vi prtse anche parte 
vivissima al movimento degli studj letteraij e speculatiyl, primeggiando 
nella acuola del De Sanctis (vedi La giovvuMMa di Pr, De Sanctis ^ Na- 
poll, Morano, 1889, pp. 345-*7i ^S^) e fra i pid valenti giorani hegeliani. 
Appena laureato , nel febbn^o 1848 fu nominato Rettore del CoUegio 
Medico e professore d* anatomia e medidna teorico-pratica; e ndle d^ 
sioni a squittinio di lista dd 15 aprile di qnell* anno riuad depntato di 
Abnuzo Citra. II sno discorM agli elettori, in data ddl'S maggio 1848, 
k nno del pib violent!, che d tcristero • distero in qndl' anno di gio- 
▼anili entnsiasmi e di generoei errori (v. TAppendice). Ma topragginnse 
rinfansto 15 maggio; e il De M., rimasto anche Ini nella notte dd 14 al 
Z5 fra qnd 43 deputati che dai bdconi della sala di Monteoliveto avreb- 
bero ecdtato il popolo alle barricate, con decreto dd gingno snccesdvo 
era destitnito dalla cattedra e daUa carica di Rettore d^l Collegio Medi- 
co. L'anno appresso, sottopotto a processo, sottraevasi aUe ire borboniche, 
paitendo segretamente per Genova. Donde paM6 tosto a Torino, e qnindi 
a Parigi. Qnivi d trattenne il '51 e il '5a conoaduto e ttimato da uomini 
Indgni come il Cousin e il Tronssean , che gli conferl la cattedra di 
semeiotica. Nel '53 si rec6 a Nizza, dove rimase solo pochi mesi, ritiran- 



s 

dod potdft a Tifgla, Mite rhrteni Ufwe, pacae di Glovaaai Rofial, 
aaico cd aauBiratore, che Toolsi abbia iatcao di ra p p r t wnf a rl o nel 
DoUor AtOomiQ (1855). Ntl '55 tonB6 a Torino, accanto al sao md m$' mMt 
Bcrtraado Spaircnta e gli altri aodd « conpacni di aadgr arioa a, ooi 
qaali rimaae net resto dd dccennio, tatto aatorto nefli ttadi e ncO'eaer- 
dsio caritatcTole deHa ma proftnionc, in bcnefislo dci poveri, y iv cndo 
dello acano prorcnto di nn insefnamento die arera nel CoUagto ddle 
Province* 

Nd '56, inritoto a inngnere letteratora italiana d PoUtecaico di Zorico, 
preleri die v'andaMe I'antico macttro ed amico De Sanctis , che pcrci6 
lo chiamava tao saivaiart {SeriUi varj, a cvra di B. Croce , Nap. itA 
VL, az7-«). Fn conoeduto ad amato dal Mansooi, cni cnr6 la a e coii d a aio- 
1^ TareM Stanpa e iMe coooocera nd '57 il De Sanctk. 

Nd 1859 L. C. Parinl lo numdaTa a iasegnare fidologia a ICodena. ICa, 
Uberata Napoli, egU era col4 cogU dtri p\k antoreroli napoletani a pao- 
maorere 1' anneedone e U risorgimento morale dd paeae. GarflMldi (H 
rettttdra il poato dd CoUegiio Medico con V intecnaaento deUa dil- 
nka; gli dettori di ManoppeUo lo tcegUevano a loro ra p pr eaan tante al 
Parlamento. Nd 1863 paae6 all'ateneo Bologneae, a iniesnarvi storia ddla 
BMdidna; e qdvi foml la ma carriera didattica, pit volte rifiotando la 
candidatora poUUca oflertacU da* raoi Cbletini. — Pa de' pit ttmnd 
propognatori ddl' hegdimM) . e degU tcrittori pit ecliietti torti dictio 
r eeenpio dd MansonL Nataralieta di ana sconflnata ervdisioae, rep«l6 
Darwin aonK> di corto ingegno, perch^ qaeati non vide nd tnafonaiMW 
delle tpade vegetdi e animdi die 11 pnro acddente, una hiUria , cobm 
U De M. diceva; e cerc6 in doe opere, sui 71^{ vtgeiaU (1865) e aal 
T^ ammaU (t87a-4). di dioioetrare nd raccederd ddle forme nataraB 
Tattivitt ddla ragiooe e la finalitt immanente ndla natara. 

Scontcoto ddrawiamtnto che vedeva prendere in Italia agli stadj, fan 
• od ditfatto di t^ e delle coae soe, — chenegliultimiannidima vitabnt- 
davaappena tcritte,— di cagionevole aOnte, non traeva conlorto che dalla 
ddcessa angdica ddl' animo e dalla freschcisa tempre giovaaHe deglt 
entodatmi per tutto ci6 che t beOo e bnono e grande. II libro, dove bm- 
gUo rappreaent6 se tteieo con tntte le dati dd rao ingegno e dd sao 
CQore, t qod Dopo la kmrta (Bdogna, Monti, 1868-69 2 volL), dl cd d 
paila speMo ndle lettere qd apprcaeo pahblicata; tpededi roauuiao tto- 



9 
sofico, in cal sotto formA di lettere frs due amid, egll ritrae con vivezxa 
di colori e calore dl sentimento i bisogni intellettnali dell' eti nostra, 
com' egli fortemente li sentira, e qnel senso affiuinoso onde gli scienxiati 
empirid sono aflbticati di ricerca in ricerca, di particolare in paiticolare, 
e die solo pu6 esser soddls&tto dalla filosofia. 

Ricordiamo qui quelle che conosdamo ddle sue rare e disperse scrittnre 
(oltre le opere sopra ricordate e gl! articoli citati nelle note di questo opu- 
scolo): Saggio smietico sopra fosse cerebro-spmale^ Napoli, Coster, 1848.— 
Detto stato e delcarattere attuale delle scienze naiurah', Disc, letto all' Ace. 
dei Natnralisti, Nap. tip. dell'Ancora, 1848. — Teorut deifenomeni acusHcx 
deUa respiraxione^ Nap. Vitale, 1848. —Dtsc. p ronunxiato ildiy maggio 1849 
per il nttovo ufficio di Rettore del Colh medico, Ivi, 1848. — Proposta di 
um, mtovo sistema di insegnatmento pel Coll, medico, ivi, 1848. — Idea deUa 
Jisiologia greca. Nap. tip. dell'Ancora, 1849. — La teoria delfascoUaxume^ 
Torino, Pomba, 1850. — Idea generale deUo sviluppo delta sciensa medica 
OT Italia netta prima metd del secolo. Note. Torino, Pavesio e Soria, 1851. — 
IHsiotogia, Torino, Franco, 1859. — 4^^' ^t^ttori di Manoppetto , Napoli, 
x86x . — DegU elementi delta medicina, prelezione detta il 10 dicembre 1863, 
Bologna, Monti 1864. — Lettera sutta Patologia storica: Sidimostra cJke 
ruamo era in ortgine assotutamtente sano, Bologna — Ai suoi etettori^ 
Bol. Monti, 1865.— Za CMmica fisiologica, Lettere, Fano, 1865.— Z7arB^ 
e la scienxa modema, Discorso per la solenne inaugurasione degli studj 
nella R. Univ. di Bologna, BoL. Monti, 1866. — Delte prime linee detta 
patologia storica, Prelezione detta 1*8 gcnnaio x866, Bol. Monti, z866. — 
It sovroMo: due art. nella Riv, botogn, del gennaio e marzo 1868. — Deus 
creavit , Dialogo I. Bologna 1869 estr. dalla Rivista l>olognese an. Ill, 
fasc T e VI. — Testa e Bi^alimi Lett, x.* I controstimolisti, Fano, Lana, 
X870. — Smtesi ed episimtesi, prelezione, Bologna, Monti, 1840, — Preno- 
Miomi, Bol. Cenerelli, X873. — Alt on, Comm. Gaspare La Vattetta, Let- 
tera, Bologna, Monti, X879.— 4^^' eUttori del I Collegia di Okieti, ivi, 
x88a. — Cowtmemoraxiome di F, De SamcUs, nel vol. In memoria di F, D, 
S, Napoli, Morano, 1884. — Delta medicina retigiosa—Dei wuummtferi (?). 
A lui pure appartiene 11 volumetto : Spagnolismi e francesistni, nota dl 
Amgbl' Antonio Mbschia, maestro elementare in Zangarone Albaaaee, 
Bologna, Monti, 1884 (sol cni valore v. Crocb, La lingua spagn, m ItaHa, 
Roma, 1895 p. 60 n. 5); e fors'ancfae due altrl oposcoletti che vanno pure 



xo 

fl WMC d*n Mfirfcii. ill iiifrhj MiiiMaiiiric d'aitri m rciij di 

S<d De MckMMicoMKiHMallri nrtttl bftocimfid che TopMoolo. ricco 
di — ■iriiiiiBi <di affetto, ha lono diaoHiicc tahrolta inesatto. <lel 
>co«cfttadmo L. Dm I.mmkiwiw, Jlcmon A' A, C.frvf, Dt Mas, Jftcmndt 
f.Ckieci, Riod. 1894. e ■■ aitioolo di Oikmiato Fata ael Grrw 
diN^mit, u. XX (1891) a. 6S. Parecclii datiabfaiaModesaBtidalla 
cxtepoadeaache di hd si coaacnra ad CartccKk> di B. Sparcata, 
parte poMedato da B. Crocc e paite cii da lai depositaKo adla Bibl. deOa 
Society tlocica per \t pew. aapoletaae; owiispoiidfttia p ra ii oia per obi 
oatraire I'lMitwlf e delkata lean ^ qaest*aoaM> cbe aspetta 
di cMcr i ta wie ciato e fitto coooaccre. Qaakfae rkocdo del De M. 
txovatl aeUe Mamarie t scHUi di L. La Vsta, pabbL dal Vxllaki. 
Gli antosrafi deOe lectere eke qni ti ataaqtaao, aoao pce«o B. Ooce. 

G. G. 



I. 

Bologna, 9 febbrajo x868. 

Caro Bertrando, 

Ti matido qua dentro I'altra mia fotografia in compenso 
di quella che hai perduta. Finch^ si perdono i ritratti, h mal 
da nulla: Taffare h seriOi quando si perdono e vanno in 
malora i cuori d^li uomini. Tu puoi capire che 10 son 
sempre dello stesso sentimento; e io capisco perfettamente 
che tu pure sei come eri sette anni sono (i), e quattordici* 
e ventuno, e piti dietro ancora. E a questi sette anni che 
mi sono passati in cosi strana maniera, io non d voglio 
piu pensare, perch^ non voglio andare in pazzia, se non d 
sono andato gii finora. Ma ho avuto piu d* un aiuto ; prima 
i malanni fisici , poi la chimica, poi la storia della medi- 
dna, e prima, e poi, e sempre, la collera. Ma non credere 
che io ora non capisca che tutto ^ venuto dalla mia fan- 
tasia. 11 povero Cousin I'aveva sempre con questa: avec 
ceite coquette dHtnagination , e rideva come un pazzo alle 
intemerate che io gli faceva. Ma diceva bene. Pensiamo al 
presente che rimette tutto il passato, e farebbe Io stesso 
anche di peggio; ed h forse tanto grato, perchi quello era 
spietato. La vita h insomma un sistema di compensazione: 
e certe volte il bene di un momento supera lungamente il 
male di anni e anni e anni. 



(x) Intend! : airindrcm dm quando si emo diviti, Io Spavcata reiUndo 
a Napoli ed il De M. patsando a insegnare a Bologna. 



la 



Finalmente sono arrivati i tuoi lavori ; non sapevo ^ie- 
garmi come tardassero tanto. Devi averli spediti dopo la 
lettera. Per dio santo ! Tu hai stampata una biblioteca, e 
mi fai veramente arrossire quando mi domandi le cose 
mie. Cosa sono queste cose mie? Tre o quattro opuscoli: 
due Prolusion!, Tindirizzo ai Chietini , e pochi fogli che 
aveva cominciato a stampare dei ptgetabili, Ecco tutto. 
Eppure ho lavorato enormemente, e scribacchiato a per- 
dita di vista, pi(^ o, se non pi£i, quasi tanto quanto puoi 
aver fatto tu , con tutti i malanni di tutte le sorte. Ma 
non mi sono avvilito n^ impoltronito mai. 

Non h che a Napoli che non ho fatto niente; e forse ^ 
per questo che mi ricordo con orrore dei due anni che ci 
ho passati. L* inferno c* 6 di sicuro : ed ^ T ozio , la vita 
inutile; ed io V ho provato. 

Ti niando dunque le mie opere; cio^ i tre opuscoli e Vi4 
del quarto. Questo preteso romanzo (i), che non so che dia- 
volo vorra venire, h gi^ bene avanti. Sono al 19 foglio. Spero 
di finirla col nuovo e rientrar felicemente nel vecchio del- 
r anno passato; ma non so come si potra fare Tamalgama. 
Sono due generi diversi , che stridono di stare insieme. 
L*anno p issato ero piu delicato. Quest' anno sono diven- 
tato piu grossolano, insjlente, temerario: la parola filoso- 
fia, che non ci doveva essere neppure una sola volta. e 
che di fatto non sta bene in bocca mia , adesso si cacda 
innanzi ad ogni verso con una sfrontatezza di cui io stesso 
mi meraviglio. E giu botte da cani, cane io prima. Pare 
incredibile ! Ma il peggio h , che avr6 detto un subbisso 
di corbellerie , e se dovessi adesso dirti che ho un* idea 
netta di quello che fo, non potrei. Tutto va a furia: scri- 
vendo, stampando. Non mi h succeduta mai tal diavoleria. 
Mi fanno ridere quando mi dicono: fa la lezione. Ma h im- 
possibile; un lavoro h un mondo» e le lezioni sono un la- 



(z) Dopo Ut Umrta; vita e pensuri di A. E. Db M., Bologua , Monti, 
1868-69, 2 volumi. 



13 

voro : ed 6 del tutto impossibile tenere un piede in un 
mondo e uno in un altro. Ma come si pu6 fare ! Finchi 
non rientro nel vecchio e lascio questo guazzabuglio che 
adesso ho tutto nella testa, sari impossibile che mi ci ri- 
trovi pi(^. Le lezionl le comincerd dunque dopo le vacanze 
di camevale; e le rimetter6 tutte» calendario in mano. 

Non ti mando 1 fogli del preteso romanzo , perch^ fra 
poco te lo manderd tutto finito. 

Diomede (i) ha fatto un discorso che h una meraviglia 
d* eloquenza. Che ingegno ! che pienezza di vita I e che 
grande anima! Ha il suo lato pettegolo, lo dice anche lui; 
ma tutto sparisce innanzi alle sue grand! quality. Non man- 
care di fargli la visita unica di cui gli sei debitore. S*egli 
6 in collera, vuol dire che mette prezzo alia visita di un 
antico amico. Vacci subito, e non mancare; fammi il pia- 
cere, e salutanielo. 

Questa sera sono stato da Sicilian! e ho fatto le tue 
parti a lui , e sopratutto alia sua eccellente signora. Ora 
che quest! due sono qui, sono meno solo; ed 6 un gran 
vantaggio per me. Domani vedrd Fiorentino. Manda per 
la loro Ri vista (2) qualche lavoro , subito. Sicilian! d fa 
assegnamento sopra, e molto. 

Salutami Ciccone, il pi^ buono degli uomini e Isabella (3) 

la pill buona e brava donna che esiste, e il piu nobile e 

piu gran cuore... Addio, addio. 

Camillo. 

(i) Diomede Marvasi, gii compagno del De Meis alia scuola del De 
Sanctis, e poi compagno a lui e alio Spaventa neU'esilio. Un vivo e af- 
fettuoso ritratto ne fece il De Sanctis nel *76 in una prefazione negli 
Scritti dell'antico e caro discepolo (Napoli, De Angelis), la quale ritro- 
vasi nel Nuavi Saggi critici. 

(2) Rivisia bologmse, periodica mensuale di scienxe e Utteratura, com- 
pilato dai prof. Albidni, Fiorentino, Sicilian! e Panzacchi [direttore: P. 
Sicilian!]. 

(3) La moglie di B. Spaventa. Per questo ed altri particolari, dl cui i' 
lettore avesse vaghezza, pu6 riscontrare il Discorso suUa Vita e le operc 
deir A. premesso agl! Scritti filosofici di B. Spaventa , Napoli , Mora- 
no, X901. 



n. 

Bologna, 4 giugno x868. 



Mio caro Bertrando, 



Tu mi fai trasecolare (i). lo non credevo d' aver tutta 
quella flnezza e quella astuzia che tu mi hai scoperto ad- 
dosso ; io ho saputo sempre d' essere un gran bietolone, 
uno tagliato alia grossa , e per tale soiio passato sempre 
nel mondo. Adesso tu mi canonizzi furbo e astuto. M^lio; 
accetto. A una condizione per6 , cio^ che tu convenga che 
sono stato sempre di buona fede, con tutte le infinite cor- 
bellerie che avr6 potuto fare e dire, e anche stampare ; e 
che questo pasticcio di adesso, con tutti gli spropositi e 
le stravaganze di cui potrk riboccare, ^ per6 dal primo al- 
1' ultimo verso tutto un pasticcio di buona fede. Credo 
d' averti detto che ce ne manca un terzo ; e questo nuoce 
air effetto generale. Ma non potevo andare avanti col caldo 
e con le lezioni. 

Quest* anno faccio le origini : la Medici na d* Ippocrate; 
ho fatto la medicina turania e Chinese, e ho terminato la 
medicina semitica, egiziana, ebraica e araba. Domani at- 
tacco r India. Mi par d* averd visto, in queste origini, non 
poche cose nuove e d'importanza: che poi saranno vec- 
chie e insulse; ma che importa, se io adesso d trovo tanta 
soddisfazione ? Ma sono stanco e tiro innanzi a stento. Spero 



(x) Risponde a una lettera scrittagU da B. Spaventa a proposito del 
Dope la Uturea, 



x6 

per6 d* arri\*are a Ippocnte . bendife il amnnifno sia orm 
molto lungo. 

Ti ho mandato sabito le died copie. Noa mi h paiso 
vero. Jm mamms Ami... Ma m* ahra cosa ti raccomando; se 
£u dawero quella secooda kttnra (la prima ha dovuto es- 
sere un precipizio piattosto che on leggere) Cammi il pia- 
cere di farla con la penoa alia mano , e di notanni tntd 
gii spropositi che avr6 potato dire (e noo sanmno pociii). 
£ sai perch^ ? Perch^ c' k sempre quella hisinga della se- 
cooda edizione migliorata e corretta, che 1' amor proprio 
ti mette innand , e mx> vi cede fadlmente e vi si lascta 
andare volentieri. 

Nella Rivista bolognese ci troverai on piccolo articoloc- 
cio sul mio romanxo, che me ne £a una sdpitaggine senza 
capo nh coda. Ma io mi sooo veodicato, mettendo per 
condizione che sotto Tarticolo, invece di iniziali, d dovesse 
essere in tutte lettere il nome e il cognome dell* autore (i). 



(i) n prof. Cenre Albtcioi » cbe (um6 inifttti Tarticolo bibliogrmfico 
9a\ i« ToL dd £>o^ la laureay pubblicato jMtXiM. Rrvisim bolognest. mM^- 
fio 186S, pp. 443-3. C. AiBCtNi 41815-1892^ di PorD, s*sddottor6 a Bo- 
logna in )e{^ nel '47; Q«l '59 ^ membro delU Ginata pcov v iaoria di Go> 
vemo» poi delta Depataxiooe che and6 ad ofirire a ViUorio Enaaade 
la dittatora delle Romacne; quindi da M. d'Azeglto, commiwirio ndle 
Romafnic. sc«Uo ministro della P. I. Eletto depatato, fn nel g ov em o dit« 
tatoriale del Farini ministro sensa portafoglt. Nel '61 nominato proC di 
diritto costitnzionale neir Universita bolognese , al laogo dd P<Mina. 
Vedi la Ctmnmemtcraxione di C. A.y disc, tenuto alia R. Depataxiooe di 
St. Patria dal pres. sen. G. Carducci. Bologna, Fava e Garagnaai, 1892. 
Scrisse : Rapporto al govematore generaU \Ciprlxni) deUe Romagnt Bol. 
tip. della Volpc 1859 ; DelT ufficio e d^lU attinmxe deUo staio coif rndt- 
viduo nrlla civiUd wtod^ma 4 Bologna, 1863 1 ; Del ptngresso deVtammmitd 
e meUa scienxa, Bol. 1894 ; L' tndwidtuf e T tncwiHmtmio probaiotu, Bo- 
logna x866; Frame. Guicciardmi, discorso, Bol. 1870: Comumamamxiotu 
di SaJr. Muxri , Bol. 1SS5 : Ctnno storico sulla ciitd di Bologna , 1886; 
Gwvamm Goxxadimi commemtor. 1887 ; Carlo PepoK^ saggio storico , Bo* 
logna 1888 ; CowumewwraxioHe di G. Bruno in ForH, Forll 1889; Cctrnme- 
wforaxtons dtUa CostUuente dttU Romagne del tSs9, Bol. Z8S9; PoUHcm 
e storia^ scriiti, Bol. 1890: e varie Kiittore gioridicfae. 



17 

Quel che m' incresce b che non ne ho venduto finora che 
sette copie... Ci vuol V afMunxio la perfezione sarebbe la 
ficlame; ma questa non ^ da noi, non la sappiamo fare. 
La fara per me Salvatore (i), ed io ci avr6 un gusto matto. 
Mi ha scritto una lettera amabilissima , e mi annunzia la 
sua diatriba. "k quello di cui ho bisogno per vender delle 
copie. Bravo Salvatore! Gliscrivo per ringraziarlo d'avanzo. 

Fiorentino ti saluta. Ti feci mandar subito le bozze. Fu 
Fiorentino che si prese Tincarico di rendere la lettera {2) pre- 
sentabile al pubblico, e perfettamente conveniente. Io per6 
m* era riserbato di vedere le prove di stampa, e puoi star 
certo che Tavrei finito di spogliar d* ogni allusione perso- 
nale che ci avessi potuto ancora trovare. Siciliani venne la 
mattina appunto con le bozze perch^ io le riguardassi , 
e invece te le mandammo subito. 

Salutami Isabella, e dammi un bacio a Millo e a Miml. 

Addio. Tuo 

Camillo 

P, S, — Tu hai detto una parola che mi ha fatto gran 
piacere. Quello mio 6 un libro profondamente religioso, Io 
r ho sentito cosi; e godo infinitamente di sentirtelo dire (3^. 



(i) Salvatorr T0MMA8I (1813-1888) di Roccaraso in Abruzzo , il ce- 
lebre fisiologo ; v. Tart, di J. Molbschott , S, Tommast e la rif, delta 
medicina in Italia nella N, Antologia del 16 ottobre 1890. L'art. del Tom- 
mas! lul Dopo [la laurea usd nel giomale H Morge^pti da lui diretto 
in forma di lettera al De M.; z868 , an. X, p. 304. Ad alcune oaserva* 
zioni di lai, il De M. rispose con una lunga e briosa lettera La natura 
medicatrice e la storia delta medicina ; ivl pp. 550--572 e nella Riv, bO' 
tognese dell'agosto z868, pp. 662-84. 

(a) PaolottismOf raxionalismo, positivispio ecc.; lettera dello Spavcnta al 
De M. pnbblicata nella Rivista bolognese del maggio 1868, ora ristam- 
pata nel citato vol. di Scritti filosoficit pp. 390.314. Vedi ivi la nota pre- 
liminare. 

(3) In una breve awertenza al <lettore ingenuo e benevolo > die va 
innanzi al a« vol. del libro, I'autore dice : « Sei pregato di non laadarti 
pigliare all'apparenza. Questo che ora ti presento fc, come il luo com- 
pagno, un libro religioso , e voglimi pur credere ch' io sono sinceramente 
cristiano. E ne rispondono la mia vita, e tntti i mid pentieri >. 



III. 

Bologna, aa gennajo 1869. 



Caro Bertrando, 



Ti ho da dire che tu set uno scandaloso; e non ti me- 
ravigliare del termine da missionario, giacch^ io lo sono, 
esempre piCi me ne accorgo, e mi sento divenire sempre 
pi^ mistico e religioso: capisci bene, alia mia maniera, e na- 
turalmente alia tua. Ripeto dunque, che sei uno scanda- 
loso , se ce ne fu mai al mondo , perch^ questo che stai 
facendo , h uno scandalo vero e proprio — per lo meno ; 
ma la parola, sappilo, non rende tutto il mio pensiero, che 
h assai piu forte e risentito. Non mi hai pii^ scritto ad im- 
mefnorabili, Che vuol dir questa cosa? Niente di bello, 
senza dubbio ; ma a questo non ci voglio pensare io, e 
aspetto che tu mi spieghi quale h il brutto che c' h sotto a 
questa tua mutria. Io sono stato moltissime volte sul punto 
di scriverti; ma aspettava sempre una tua lettera, giacch^ 
r ultimo a scrivere sono stato io, e questo che ora sto fa- 
cendo, di tornare a scrivere, ^ un caso unico, una eccezione 
che credo di non aver mai piu commessa in vita mia. 

Io sono stato malato , e il 30 d* agosto fui per morire. 
Settembre e mezzo ottobre sono stati spesi a rimettermi in 
gambe, e non ho fatto che andare attomo pel Veneto. £ 
t'assicuro che ne ho ben vedute di belle cose, e ne ho 
capite anche di piu. 

Poi mi sono dato a lavorare a furia, e mi sonotrovato 
pii!i giovane di un anno dell* anno passato. Dimmi tu come 



possa modare qoeslo caso, che io per me oon arrivo a tro- 
vmme la spiegaziooe. 

Mi soDo dato daoque a scribacchiare il secondo volame 
della Lmmrea't e appunto volevo scriverti di qoesto , per- 
chfe svrei desiderato di toccare del boon Tari; il quale bai 
da sapere cbe scrisse a Yittorio (i) una lettera longhissiiiia 
Delia quale si esprimeva in tennim di molta amiciria a mio 
rignardo. 

Ma io HOD bo potuto compreiKlere la sua filosofia, che 
tgli espooeva in quella lettera - ardcolo (a proposito: d 
fossi comicciato per le piccole castratore che fed all* ar- 
ticolo tuo ? Ma non lagnarti, percb^ fu meglio cost; altri- 
meoti, i paolotti di qui si sarebbero scatenati di piu. — O 
fbrse per 1* articolo di Sicilian! ? Ma io cbe c* entro, se non 
Io conoscevo e non 1' ho letto nemmeno ora, e ho sapnto 
da Fiorentino le imprudenze che d sono ? (2). Vedi danque 
che la tua matria — se h per questo ~ h assolutamente senza 
ragioue). 

Io volevOy stava dicendo, toccare di Tari in quella se- 
conda parte della Laurea; e volevo scriverti perche mi fa- 
cessi capire in che consistesse la novxti e la spedaliti di 
quel suo limitismo (3); ma il tempo h passato, e Tocca- 



(i) Vittorio Imbiiftiii (1840-1885) figlio di Psolo Bmilio, nolo scrittore 
di cose letterarie e filosoficbe. begeliano , amicissimo alio Spaventa , e 
al De Meis, Vedi le Omoranxe a V. /. (Napoli, Morano, 1887); G. Dn. 
GiUDiCB, y, I. ed alcune su€ UiUre itudiU, Napoli, 1894; e ana gindi- 
ziosa nota di B. Crocb agli Scritti vavj del De Sanctis, II, 357. Vedi 
pore la prefazione di F. Tocco al vol. GU scritti damtescki di V. I. PI- 
renze, Sansoni, 1891. 

(2) Si accenna a un art. di P. Siciliani, GK htgeliam m Italia^ ndla 
Riv. bologtuse del 1868, I. 516-49. 

(3) Ecco II sunto cbe il Tari stesso inseii nel Rend. tUlfAcc. deUeScien^ 
nu>r. e polU. di Sapoli^ an. XXI, genn. -apr. 1882 pag. 10, della primm 
delle sue qoattro lettere filosoficbe lette in quell' accademia nella torn, 
del 20 marzo '82; intitolata appunto Delia dotta ignoranza e del U$miHsmo: 
« Uno Scetticismo dottiinale, non esagerato, ma contenuto in ginsti ter- 
mini, permette solo da un lato, I'aver fede in un Ideale Pratico, cbe 
governi la Vita; e, dall' altro lato, lascia libero il campo alia Sdenza 



az 



sione ancora. Adesso quel che h fatto e fatto, e il secondo 
volume non ^ solo finito, ma mezzo stampa»o. Pure, se tu 
me ne volessi dire una parola... ma tu sei uno scandaloso 
e percid non ne parliamo. 

Non h solamente la Laurea che 6 finita, ma anche un 
altro piccolo Hbro intitolato Lo Stato (i). L' ho terminate 
precisamente questa mattina , or ora ; ed h per ripigliare 
il fiato e ricrearmi un poco che ti scrivo, e non per altro 
motivo; non te ne lusingare, perchi sei troppo scandaloso, 
come ho avuto il piacere di dirti fin dal principio. Que- 
sto Staio mi pare, al giro che ha, che non deva esser ve- 
nuto tanto malaccio: vedrai e giudicherai. 

Ho anche fatta la Prelezione al corso di questo anno. 
£ un opuscolo. Quando Salvatore fu qua mi mostr6 piacere 
di metterlo nel Morgagni (2). lo, dopo che 1* ebbi recitata 
(non tutta, uno squarcio) all* University , gli scrissi che la 
teneva a sua disposizione. Non mi ha risposto. Insomma» 
la vuole o non la vuole ? Fammi il piacere di domandar- 
glielo, e digli che il soggetto e il titolo h delta tnedicina 
sperimeniaU; e che ho cercato la distinzione della buona 



Finita, onde s' informa e perfeziona la Vita stessa. Un sapere Totaliiit 
e non LcUeralita^ se fosse possibile, nullificherebbe I'lo nella cognizione, 
c per6 la cognizione stessa in s^: cosa assurda, poich^ 1' empiria h or- 
ganicamente connessa al Reale, che adombra; ed il Fiuito non lo si di- 
stmgge comprendendolo, sibbene si awiva riducendolo ad Accenno, 
Allusione, Signi6carione deir Infinito. Questo porre semiobbiettivo, per- 
cbfc indeclinabilmente umano , h ci6 cbe TA. chiama il Limits transln- 
ddo di ogni cosdenza ; e che , dia!ettizzato in Assoluta Negatttntd di 
gindizii, dk a risultante, una Immantinente (^) Trascendenza dell' Uno 
Sostanziale nella evoluzione di tre diadi logiche, che paiongli: « II Nulla 
e 1' Essere » « I'Apparenza e 1' Essenza » « il Reale e la Nozione ». Tra- 
lasciamo la discussione di esse. Basti dire che mettono capo al gndthi 
utuUdn dell'oracolo, e conseguentemente adunasocratlco-kantianaDoTTA 
Ighoranza >. — Si tratta insomnia (salvo errorel) di un soggettivisaM> 
o di uno scetticismo temperate per il fondamento che gli si d4 di una 
dialettica metafisica. 

(i) Fn pubblicato nella RMsta bologneset an. Ill, sez. II, vol. I. 

(a) Dove infatti fit pubblicata, dispensa marxo-aprile 1869, an. XI, 
pp. 161 >89. 



cfae si pad e si deve fare (e perch^ non s'allanni disii 
cbe qoesta h qaella che fa lai) dalla cattiva cbe non e per- 
inesM> di (are in nesson modo. Glielo dirai ? Da ono scan- 
daloso come te non mi posso prometter niente, per coi 
fo cooto di non aver domandato questo piacere. 

Addio, salutami Isabella e danimi un bado a Camillo e 
a Blimi. 

Ttto 
Camillo 



IV. 

Bologna, 6aprilc 1869, 

Caro Bertrando, 

Son proprio contento di sentire cosi bene awiata la tua 
llberazione dal Proweditorato, e divenuta a metii fatto com- 
piuto : non puoi aver 1' idea del piacere che mi fa questa 
cosa. Bene , proprio bene. Da che sei con quell' impi^^o 
addosso, ti sei arrenato e non hai fatto piu nulla. Non b 
il tempo che ti ^ mancato, certo ; ma la testa, accaparrata 
dal miserabili afikri. Al diavolo duuque 1' impiego, e fa di 
riguadag^are il tempo perduto. 

Quello che mi tomi a dire, di questa seconda parte della 
Laurea, d'averla mandata gi£i d*un fiato , h tutto quello 
che ci pu6 essere per me di pi£i lusinghiero e trionfale. 
Capisco che per questo ci vuole uno come te, e per due 
gran ragioni , che tu puoi bene indovinare, senza che io 
te le stia a dire. Fo dunque una enorme tara al mio trionfo; 
ma il residuo h ancora per me una cosa estremamente pia- 
cevole. Questa seconda parte ti avr4 persuaso che il libro 
non h scritto a caso, come hanno detto, ma che c* era una 
unit^ ed un disegno, comunqQe non potesse apparire dalla 
prima parte. 

E hai detto bene che non h una veste gittata addosso a 
uno scheletro o a un manichino, ma h tutto una cosa, tutto 
un'anima ; perchi assicurati, che delle confessioni se ne sa- 
ranno fatte, e delle metafisiche perfino (i); ma una piii sin- 

(i) Allude alle Confessumi di am metafisico del ^amiani ( Fir. Bar- 
bara 1865). 



cera e piCi completa h difficile che ce ne sia. E hai veduto 
quanta spensieratezza , quanta festa , e quanta felicitik c* ^ 
dentro — almeno d dovrcbb' essere ? Questo accadeva per- 
ch^ in questi due ultimi anni» quando mi fu passato il male 
dello stomaco , io sono stato realmente e completamente 
felice, al punto da non aver nulla a desiderare. Ma ades9o 
tutto questo h finito , ed eccomi caduto in una infelicity 
che non pu6 aver l*eguale. II malanno, di cui mi doleva 
con te, quando ti scrissi 11 due o tre marzo passato, non era 
altrimenti 1* emorroidi : era invece il male delle vie uri- 
narie, che dopo tanto tempo s* 6 fieramente risvegliato ad 
un trattOt e senza cagione asseg^abile ; con questo di peg- 
gio» che mi rende impossibile lo stare a sedere; cosa che 
non aveva fatto mai, nemmeno nel piix forte della tempe- 
sta dell*altra volta. Ed eccomi da un mese sacrificato a non 
far nulla, che per me 6 1* ultimo grado della miseria e del 
tormento. Ed ecco il magnifico stato in cui ora mi ri- 
trovo; ma non farebbe nulla, se almeno potessi {M'evederne 
la fine. 

Ma parliamo d'altro. Poich^ hai fatto la risoluzione eroica 
di rileggere la Laurea^ fammi il piacere di notarmi tutte 
le difficolt^ e gli spropositi d*ogni genere che ti verranno 
osservati. Chi sa se un giomo non star6 meglio, e non avr6 
Toccasione di far la ristampa. Non dir mai muori {never 
say to die), dice un proverbio inglese; e cosi io voglio fare. 
Io ho una certa lusinga che quel libro» se sar^ piti difiuso 
(350 copie non si chiama una pubblicazione), far4 del bene 
nei giovani : ed b per questo solo, che mi piacerebbe che 
fosse ristampato. Ci saranno moltissimi ai quali fari cattivo 
efifetto : qui ne sono rimasto eccessivamente screditato, — se 
pure posso usare questa parola, quando il credito non ce 
r ho avuto mai. — Ma non importa : d sari sempre qual- 
cheduno che ne piglieri qualchebuona impresstone; e quello 
basta : a poco a poco. Nessun giomale, n^ di Bologna n^ 
d'altrove, ha detto una parola. Solo Bonghi 1' ha secca- 



as 

mente posto in nota fra le PubbUcazioni nuave, Et voila 
tout (i). £ sta bene. 

I Sicilian! sono rimasti molto commossi ieri sera a rice- 
vere i tuoi saluti, eti sono molto grati. Che buoni cuori, 
e che gran giovane k. questa signora Cesira (3). 

.... Fa presto a venire, e intanto scrivi : mezza pagina 
mi far^ piu che contento. E ama assai il 

Tuo 
Camillo 



(i) ViTTOUO IMBRIANI ne fece una recensione nella Nuova AtUoUtgia^ 
vol. IX, (iuc. di tettembre 1868) pp. 204-5. 

(2) L» signora Cesira Pozzolini, moglie del prof. P. Sicilian!, distinta 
scrittrice e coltissima gentildonna. Vive ora a Firenze nel ctUto, pieno di 
nobil decoro , del defunto marito , e la saa casa di via dei Pilastri k. il 
ritrovo dell' aristocraxia dell' ingegoo fiorentino. 



APPENDICE 



' 



I) Discorso Agli elettori della suapravincia (i), pubblicato 
dal De Meis 1*8 maggio 1848, 6 uno de*piii curiosi document! 
di quell* anno meniorando. Incomincia: « Cittadini e fra- 
telli I Voi mi avete eletto a rappresentarvi nel Parlamento 
Nazionale; e il vostro voto 6 venuto a cercarmi in una so- 
Htudine dimenticata ed oscura. Rimasto insino ad ora in 
una piccola sfera di relazioni private, ho menato una vita 
di affetti e di speranze in una inquieta e dolorosa inazione. 
lo ho accompagnato col cuore il lento e tacito sviluppo 
della nostra nazionaliti^, ho affrettato col desiderio il com- 
pimento dei destini d* Italia, ma non ho potuto che fre- 
mere e gemere in segreto dei mali che I'hanno oppressa 
e degli ostacoli che ne hanno per tanto tempo impedito il 
risorgimento e la redenzione dal giogo straniero. £ se 
qualche piccolo e lieve sforzo ho tentato per la liberazione 
della nostra patria» h stato pure in secreto per la fiera con- 
dizione dei tempi, quando la stessa ombra ricopriva i de- 
litti pi£i obbrobriosi e le piu generose azioni. lo non ho 
nemmeno avuto Tonore e la gioia di patire per 1* Italia ». 
Era gi^ un linguaggio abbastanza ardito per un deputato 
al parlamento. Ma le idee si vedr4 che non lo erano meno. 

// prima e piii essemiale scope che abbiamo a raggiun- 
gere d V indipendenza d^ Italia, Per arrivare all* unit4? No; 



(i) Di p. p. 14 in 8; s. t. e s. a. Se ne conserva una copia nella Bi- 
biioteca Cuomo di Napoli. 



30 

il De Meis h d'avviso che «!* Italia indipendente dovri 
per ora, e forse per lung^o tempo ancora, costituire sei, 
owero piik tra monarchie democratiche e repubbliche, tntte 
strettamente e potentemente riunite da una grande e glo- 
riosa repubblica federate ». ~ Quindi, prima di tutto, guerra 
nazionale I II parlamento deve farla da s6 , sottraendola 
« ad ogni influenza antinazionale, tanto nella capitale, come 
nel teatro della campagna. II Parlamento dovri nominare 
nel suo seno un Comitato di guerra , che ne Avrh la su- 
prema direzione indipendeiitemente dal potere esecutivo. 
Non i quesio al certo il momenio di serbare la streUa U- 
galitd; egli h questo un istnnte supremo, in cui si devono 
assicurare per sempre, e foidare le sorti della Penisola ». 
II De Meis concepisce il Parlamento convocato dal Re come 
una assemblea costituente. « II Parlamento Nazionale h la 
legg:e vivente^ h la legality person ificata, e la sua missione 
ora non k di comentare e di combinare articoli ; ma ella 
h prima di liberare la Patria Italiana, e poi di fondare lo 
Stato Italiano ». 

Vuole che la guerra sia sorvegliata anche al campo, che 
vi si mandino quindi i Commissarj di guerra del Parla- 
mento «i quali corrispondano direttamente con la Camera, 
ed abbiano sovrani poteri sul personale militare ». Queste 
proposte e propositi conferiscono qualche elemento, mi 
pare, alle spiegazioni dei fatti del 15 maggio. 

II De Meis poi sosteneva che si avesse a riconoscere l*in- 
dipendenza della Sicilia « non per gli antichi e contrastabili 
suoi diritti, ma per quelli che le vengono da un fatto potente 
e innegabile, da un sentimento profondo di nazionaliti di- 
stinta, che si h cambiato in fermo volere, e manifestatosi 
con una grande e gloriosa rivoluzione ». Tanto, Napoli e 
Sicilia non avrebbero poi dovuto riunirsi al resto d* Italia 
nella confederazione ? 

Ma il pill curioso per chi conobbe il De Meis dopo il '60, 
conservatore e moderato dei piu intransigenti , h. il se- 
guente brano di politica giovanile. Cacciato lo straniero. 



costituito lo Stato, « la mente italiana continuer^^ nel seno 
della liberty la sua logica evoluzione. Tutte le opinion! de^ 
vono perci6 essere abbandonate al loro libero sviluppo e 
punto non devono essere impedite nella loro manifesta- 
zione, comunque contraria esser possa airattuale ordine di 
cose. Alia societa umana sono segnati tanti progress! , e 
sono prescritte tante forme di necessario svolgimento : la 
Monarchia assoluta e TAristocrazia, la Monarchia costitu- 
zionale aristocratica e la Monarchia costituzionale deraocra- 
tica, la Repubblica politica e la Repubblica sociale, e, chi 
sa, forse finalmente il Comunismo puro, tomba di tutti i 
pregiudizj umani; ecco le fasi che sono prestabilite alia so- 
cieti» e che no! conosciamo o possiam prevedere finora: 
le fasi ulteriori son ricoperte di tenebre impenetrabili. La 
liberty ha la missione di abbreviare la successione di questi 
periodifCdi affrettare ravvenimento e il trionfo dei nuovi 
principj ». 

£ vero che il faturo moderato soggiunge : « ma perch6 
ci6 si concilii coU* ordine e colla stabilita dello stato» egli 
h giusto che coloro i quali sentono in se stessi una mis- 
sione tanto iniportante e quasi divina, si liniitino all* uso 
della parola, ma si astengano da ogni via di fatto ». Tut- 
tavia, V* era piu del necessario per fare dello scrittore un 
propugnatore della rivoluzione, da essere ben tenuto d*oc- 
chio dal Governo. Anche il comunismo ! Altro che le idee 
progressist poi tanto rimproverate dal De Meis al suo De 
Sanctis ! — "Sh ammetteva un Senato di nomina regia. « O 
I'altra Camera punto non dovra esistere, o se vorrA con- 
servarsi, dovr^ sempre, come Taltra, uscire dal principio 
elettivo: perch^ il Popolo h la sorgente unica da cui ema- 
nano tutti i poteri , ogni altro potere h illegittimo » e la 
Camera non potrebbe riconoscerlo ». 

Queste intemperanze bastano a farci capire perch^ un de- 
creto del giugno 1848 destituiva il De Meis dal suo ufficio 
di Rettore del Collegio Medico; ma sono le intemperanze 
caratteristiche del liberalismo napoletano del quarantotto, 



3* 

che attendevano gli ammaestramenti delle sventure del- 
I'anno seguente. 

Del resto, il Nostro si pregiudic6 ben altrimenti che con 
questo discorso elettorale. II suo nome trovasi fra i firmatarj 
{h il decimo) delta famosa Protesia sottoscritta da! deputati 
napoletani in Monteoliveto la sera del 15 maggio. Nella 
requisitoria del Procuratore generale Filippo Angelillo, 
del 31 maggio 1851, il De Meis ritrovasi fra i 331 citta- 
dini imputati « di cospirazione e di attentate contro la 
sicurezza pubblica interna dello Stato nel fine di distrug- 
gere e cambiare la forma govemativa, ed eccitare i sud- 
diti e gli abitanti del Regno ad armarsi contro 1' autoriti 
Reale; nonch^ di avere con effetti eccitata la guerra civile 
fra gli abitanti della stessa popolazione (sic)i reati consu- 
mati nella capitale il giomo 15 maggio 1848 (i) ». Ma 
TAngelillo, considerando che gli elementi di pruova pel 
sopradetto reato a carico del De Meis e di altri imputati 
assenti , potevan essere meglio valulati nella loro indole 
ed effeltivo valore alP esito del giudizio a carico di Sa- 
verio Barbarisi e degli altri rei presenti, (fra cui Silvio 
Spaventa) accusati altresi, di detenziofie di carte criminose 
per guisa che nel di loro rapporto si rende utile riservare 
le prowidenze dopo il compimento del suddetlo giudizio^ 
proponeva che si prendesse appunto questo partito di ri- 
servare le prowidenze sul conto del De Meise compagni. 
Proposta accettata dalla Gran Corte con sentenza del 7 
giugno 1851 (2). 



(i) RgquisUoria ed attt di accusa del P. MMisttro presso la G, Corte 
Criminale e speciaU di NapoK etc. nella causa degH awenimenii poH- 
tici del IS maggio 1848, Napoli, Fibreno, 1851, p. 15. 

(2) Vedi M pp. 45t 84* 86* ^ cfr. < Quadro degli impuUti dei reati 
politid del 15 maggio 1848 in Napoli co' riBultanetiti dei rispettivi giu • 
dizj >• n. 190, in Decisione della G, Corte speciale di NafoU nel giudi- 
zio ecc.t Napoli, Fibreno, 1852 pp. 82-3. 



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CIHO DA PISTOIA" 



AMORE ED ESILIO 



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DOTT. ALBERTO CORBELLINl 



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Tipografla del c Corriere Ticinese » 



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^■•)ll!^.^X'^l'i{i!i)T' 



Propriety Letteraria 



©^ nua moane 



Nelle umili pagine die ti presento, o mia diletta, to 
parlo di ineffabili dolori che tu, nelVaere sereno del no- 
stro affetto, non sospettasti mat; pur tu, che hai inteU 
letto d^amore, nelVaccoglierle benifftiamente, dimmi se 
una larva angelica, accarezzafa nello spirito esfasiato, 
picd ispirare i piii soavi e i piii angosciosi canti d'amore. 



n tuo 
Alberto. 



1 



I. 



.s'S^ cJon/uv cuta^uccUci/i 



Qaesto mio stadio rigaarda un solo periodo della 
vita di Cino da Pistoia; gli anni dell'amore, non brevi 
b6 determioati, ma perduti in un labirinto di congetture 
e di contraddizioni. A c[uesto propoaito, le rime sono 
il miglior documento; ma, come fa g\h osservato, Cino 
non ci ha lasciato la storia intima della passione sua, 
come Dante nella Vita Nuova, o come il Petrarca che 
deiramor suo ci ha descritto i pid minuti particolari: 
perci6 gli accenni sui quali si possa Air assegnamento 
per riconnetterli a fatti storici, sono pochissimi, oscuri 
e dagli studiosi del poeta o non avvertiti o male inter- 
pretati. 

Ma la vita di Cino, che tutte le sue sventure dovette 
allecrudeli condizioni della patria, deve esser stud lata 
anche in relazione alia storia contemporanea di Pistoia, 
dalla quale non 6 possibile far astrazione per intendere 
alcuni passi delle rime e per trovare la causa deter- 
minante di alcuni atti della sua vita. 

Le conclusioni a cui verr6, suppongono la reale esi- 
stenza di Selvaggia e la sua identificazione con la figJia 
di Filippo Yergiolesi , non importa se propriamente 
quella che and6 sposa al Focaccia, o megiio Fup:acia, 
come risulta da un documento pubblicato dalio Zdeka- 
uerO), della famiglia dei Cancel lieri. La dimostrazione 



(1) SttKii pistoiesi. I. Fooacola. dei CanoelUeri* 



6 



della esistenza di Selvaggia, contro il Bartoli che voile 
infirmarla, Ai gi& tentata da altri, 0) d6 io ripeterd 
cose g\k dette. Per6 nessuno , ch* io sappia , ha dime- 
strato che nulla nel Ganzoniere di Glno autorizza a 
pensare a una donna-angiolo^ che nulla ci parla in esse 
di questa idealiU o essere astratto, spirito, alito, soffio: 
che la donna angelicata, il fantasma d'amore di Gino, 
6 esse stesso un fantasma del forte intelletto che Tha 
concepito. 

Ghi si leva oggi a dimostrarlo, tardi si muove; pure, 
poichdancor oggi*moIti accolgonoi risultati di questa 
tesi, io dedicher6 poche pagine^ contraddirla, affinch6 
non sembrlno campate in aria le conclusion! a cui io 
verr6 intorno a Gino da Pistoia. 

■ 

Alia ricostruzione dell' amore di Gino per Selvaggia, 
quale appare dalle rime, riconnettendolo ad alcuni fatti 
storici, far6 precedere la dimostrazione che quella pre- 
tesa fungaia di amori, puUulanti a ogni passo dalle rime, 
d frutto in gran parte di errata interpretazione. 

Ghi abbia appena lotto le rime dello sventurato 
amante ptstoiese non pu6 non osservare che tutto Ta- 
mer suo 6 tessuto di ripulse e di infelicity; iidWoscuro 
profando delle sue pene (^) non un raggio di speranza 
gli.rifulge,dacch^ Selvaggia si 6 accorta delTamor suo. 
Or fu ben osservato che Selvaggia appare donna sde- 
gaosa, flora del suo orgoglio, che incute timore aira« 
mante;e fu egregiamente notato che quella di Gino 6 
storia d'amor triste e sventurato nei giorni nefasti 
delle stragi di parte. Ma fu pur detto, malamente ar- 
chitettando coUa miglior buona fede del mondo, che 
Gino dope (a partenza forzata o volootaria da Pistoia 
— partenza che si riannoda coUa questione deiresilio — 
81 rifugiasse nel castello di Piteocio presso i Yergiolesi 



(1) U, Nouola: Selvaggia,, Yergiolesi 'ecc, Bergamo, 1889. 

(2) Cino : CAnf . ; ]>•% po* m'hal degnato. 



< e per ricovrarst in sicoro, e per la stretta amicizia 
con quella famiglia a motive delta amorosa sua passione 
per Madonna Selvaggia, figliuola di Filippo » (i). Cosi 
la pensano dal p\\k al meno tutti i biograS del poeta; 
e oosU essendovi un lasso di tempo nella vita sua, tra 
il 1301 e il 1307, in cui non sihapiU notizia di lui (cosa 
ched'altronde dimostreremo non precisamente e^atta), 
se ne inferisce che egli « si era ritirato in Plstoia 
presso la sua Selvaggia del Yergiolesi, cercando dj di- 
menticare col sue amore le terribiii lotte municipal!, e 
le stragi che turbavano questa fiera citt^ » ^). 

Niente di pid inesatto e di piji illogico, percb6 viene 
contraddetto a ogni momento dalle rime del poe^a^ 
Selvaggia non 6 Tamante affettuosa^ non T arnica, non 
la donna contegnosa nella sua onest^ verso V innamo- ' 
rate : queU'anima feroce e disdegnosa (3), lo cui grande 
orgoglio ha sempre assalito il poeta con spietanza e 
con tetnpesta , non solo non lo ama , non * solo sente 
freddezza o repulsione per lui , non 6 solamente un . 
duro monte^^)^ madia nemica, la terribjle. partigiana 
che odia il cittadino appartenente, almeno p^r aderenze, 
alia fazione avversa, 11 Sinibuidi, il nemico sue aborrito. 

11 poeta stesso ci dice che 6 il suo nome che gli 
porta la maledizione dell* odio di Selvaggia : 

Uomo, lo cui nome per eiTetto 
, Importa povertii di gioi' d* Amore, (5) 

E aItrove> nella canzone < lo non posso celar il mio 
dolore > , canzone < assemplata di lagrime » , il poeta 
invita i versi suoi a recarsi da quella donna amata: 

Tu vedrai, solo al nome, s'a lei piace 
Quel che (essa) delFaltra mia persona £a.ce, 



^J) Ciampi: Vita e poesie di Messer Cino — Pisa, 1813; pag. SI. 

(2) L. Ohiappelli: Vita e op. giur. di GIqo da Pisioia -r Pistoia, 1881 ; 
pag. 89. 

(3) Cino» Son. : Voi che per nuova vista di feresza. 

(4) Cino^ Son. : Carcaado di trovar lui^era in oro. 

(5) Cino ! Son. che comincia cosI, 



8 .. 

^ I ■__ _ - ^ ^ ' .— ^ — ^^^^ 

o, se meglio preferiscesi la lezione del Chigiano : 

Ta yedrai solo al nome cb' allei spiaoe 
Quel che dell*altra mia persona face, 

do?« U Fanfani interpreta: < Daireffetto che vedrai 
far sa lei il ricordarle il mio nome, ti accorgerai che 
fltima faccia del rimanente della mia persona ». 

- E qai parmi non inopportune riferire i seguenti 
yersi della strofa seconda della canzone < Lo gran disio 
che mi stringe cotanto »: 

. . . io fine ; e vol credete a tal parola 
Gh'^ s\ come una sola, 
^ Che mbrto ^ quel, cui '1 nome or vi dUdegna (M 

II che signiflca, se vedo lume nel periodo sgrammati^ 
cato: € io mi coosumo nel dolore », e yoi credete a tal 
parola, la quale 6 tutt* una cosa col dire : 6 morto colui 
.il cui solo nome oggi yi muoye a sdegno, perchd la 
morte seguir^ in breye. 

Bastino ora questi semplici accenni : io mi propongo 
di dimostrare a suo tempo che Gino da Pistoia appar- 
tenne, almeno per aderenze, alia parte Nera, cio6 alia 
fazione contraria ai Vergiolesi, che erano capi dei Bian^ 
chiJ 

Mi proyer6 da ultimo a sciogliere alcune question! 
intorno air esilio di Cino ; e , trattando della morte dl 
Selyaggia, ayyenuta alia Sambuca — castello della mon* 
tagna pistoiese, doye Tesule Filippo Vergiolesi si era 
rifugiato oolla figlia — dope il 1307, come accenna Pan- 
dolfo Arfaruoli (^ , prover6 che gli argomenti (3) ad- 
tlotti dai biografl, che yorrebbero in&rmare Tattendi- 
bilit& di tale notizia, sono iiifondati. 



(1) La letione ^resente dl quest* QlUmo verso 6 del Ciampi, e parmi pr«- 
feribile, nella soa evideDte tgrammaticatara, airaltra sensa sense : 

Che *1 mode d qael ohe gli non vi disdegna. (Fanfani). 

(2) Kotliie riguardantl la yita di Cino ecc. y. in ChiappelU op. 
,oit. Documento Xy, pag. 99. . 

(3) y. il oommiato della Odnt. « Lo gran disio che mi puoge cotanto ». 






Bissi che 11 mio lavoro presuppoBo la reale etistenza 
di Selvagg'a; e 11 mio modesto edfflsio crollerebbe 
qaando si provasse che Selvaggia non b esistita. 

E Doto come snblto dopo che il dottor Luigi Chiap- 
pellt ebbe pobblicato 11 sao pregevolissimo lavoro 
« Vita e opera giaiidioho >, di Cino, Adolfo Bar- 
toli , nef quarto yolome della ana Storia deUa lettera- 
tut*a itcUiana^ gianse a conclusionit intorno la doona 
di Giao, precisamente contrarie a quelle prima accotte 
dagli studiosi del poeta. Egli non aoto neg6 che la Sel- 
Taggia di Gino potesae essere Selvaggia Yergiolesi ; af- 
fenn6 pore che in mezzo a tatte le donne amaie da Gino, 
« non 6 lecito nemmeno dire che Selvaggia tenga 11 
prime loogo » (i)« Disse di pift : < Ignoriamo se ci sieno 
poesie acritie per nna donna sola, o se tntie collettiTa- 
mente non abbiano ispirato il poeta^ yagheg^^iatore di 
nna bellezza anica , diviaa in tanti esseri amati > ^. 
Dal dir questo al sostenere che in Gino , che canta la 
paurosa Dea, il reale aembra aflatto dilegnato, che i 
yerai d*amore ai dlrebbero allocinazioni asceticbe, che 
nella ana poeaia non hayyi nulla di nmano « non pas* 
skme che acoota le fibre, ma on longo lamento che 



0) Bartofi — 81. l«tt. iuX^ t. VT. ysf . 101. 
<Q Bart»& ' St. kU. iul« t. HT. f«g. 91. 



10 



dairanima del poeta si elera ad iia essere yagheggiato 
dalla saa meQte, non c*6 che an passo. Le parole se- 
gaeati siotetizzaDO il peosiero di Adolfo Bartoli : c Gli 
amori terreoi dod lasciano dubbio iotorao alia lore ua- 
iara. Noi dod sappiamo , oggi , chi fosse la merla o la 
BologDese o Teccia o la Pisaaa; ma seotiamo sobito 
che dietro que* nomi si nasconde una realU «... lavece 
che cosa poiisiamo raccogliere della donoa-aDgelo f G*6 
Id tutto il caozooiere del gran p stoiese an solo date 
di fatto per istabilire che essa fosse persona reale? C*6 
almeoo la prova che la dea ispiratrice di cosl alti vers! 
corrifpoodedse all* amore del sao poeta? Nemmeno 
questo. L*aogelo era aozi una duona senza piet^ . • . . 
la donnaoangelo era beatrice, ma doveva essere anche 
selvaggla • . » . 

Per giaogere a queste conclusioni, il Bartoli aveva 
dovuto demolire tutto qaanto da secoli si era venato 
diceado intoroo alia donna di Cino , aveva dovnto di- 
struggere la tradizione di una reale donna dal c doro 
cor d*ogni mercd avaro . . , bella e crudele — d'amor 
selvaggia e di piet& nemica > , per sostituirvi un es- 
sere mistico, vaporoso, una ideality trascendente, de- 
stinata a svanire, come Tedifizio del Bartoli architet- 
tato Delia sua splendida ricostruzione critica. 

Ma qui mi si permetta di notare che lo stesso suo 
giudizio sulla poesia di Cino 6 fondamentalmente er- 
rato: « La poesia h alta e soave, 6 quasi una musica 
sacra, un gemito d*organo nolle grandi e solenni na- 
vato d* una cattedrale del medio evo >. Ma questa 6 la 
pace, ma questa 6 la solenne sacra serenity del tem- 
pio I No , no ! La poesia di Cino 6 un gemer lungo , 
un canto disperato , non nella severity di una catte- 
drale , ma in un regno di demoni , in mezzo ad una ridda 
scapigUata e cruenta di forsennati, di gente crudele di 
sd stessa e dispietata. II dolore di Cino 6 il dolore n- 
mano, e tutta la gamma delle passioni 6 nelle sue rime 



n 



ritratta: speranza e disperanza, gioia e dolore, <i) ribel- 
lione e rimorso; crudelt^ e pieih, amore e odio, ideality 
e sensuality, yoIutU della vita e della morte; e la sua 
donna 6 essa stessa amore e odio» vita e morte, (^) 
luce e tenebre , amata o nemica ; e chi presume di 
creare una donna angelicata, raccogliendo pochi vers! 
qua e 1^, sapientemente combinandoli e dando una co- 
moda interpretazione, fa tutt* al pid quel corpo ammi- 
rando cui voile plasmare Pigmalione , ma cui manca la 
potenza vivificatrice della Dea. 

Chi voglia confutare le opinion! espresso daAdoIfo 
Bartoli deve propers! un duplice assunto: 

1) dimostrare che le rime di Cino rivelano un 
amore reale inspirato da donna vissuta in carne ed 
ossa, da un essere, chiunque ella fosse , umano ; fare , 
insomma, la controdimostrazione della donna angelicata. 

2) dimostrare che la donna cantata nella mag- 
gior parte delle rime 6 Selvaggia Yergiolesi. 

Al secondo di quest! quesiti hanno anticipatamente 
e implicitamente risposto tutti colore che si sono oc- 
cupati di Oino , dall* Arfaruoli in qua, e di proposito, 
per confutare il Bartoli, Umberto Nottola ; P) al primo, 
ch'io sappia, non ha risposto nessuno. 

Quantunque io non consenta sempre nolle argomen- 
tazioni bene spesso acute del Nottola — per esempio, 
laddove si sforza di provare a ogni costo rattendibilit^ 
deirArfaruoli che appare oramai scossa in troppi punti, 
come per ci6 che riguarda Tamore a una tal donna 
Marchesina Malaspina, in cui lavora di fantasia sulle 
rime, e per ci6 che riguarda il dottorato, impeditogli 
la prima volta che egli lo chiese (cosa affermata bensi 
dal Papadopoli centre il Panciroli, sulla fede del Por- 



(\) Cino — Son 05 ; ediz. Fanfani .* Onde ne vienL Amor, coal toave. 
(t) Cino — Son* 151 : « Non chlamo gik Donna^ ma Morto — qoeUa ch« 
altrui per ser^itore accoglie — e poi gabbaodo e sdegaando I'ucoide >• 
(3) Selvaggia Vergiolesi, Studio di Ui^berto Nottola^ Bergamo, 1S89L 



12 



cellioo, dal Pigaorio e del Salomooio, ma Degata da tutti 
i critici odierai unanimemeDte), e par rispetto ad 
altra aflermazione di cui m*intratterr6 altrove — pure 
sembrami dimosiraia la reale esistenza di Selvaggia^ 
per quanto^ come dlr6 in seguito, anche 11 Nottola 
noa sappia dare uua plausibile spiegaziooe del sonetto 
su cui si ba«a gran parte deirediQcio sue, < Lasso: 
pensando alia distrutta valle » e ia ispecial modo della 
aecoDda terzioa, 8u cui furono imbastite pagine molte, 
sempre, se vedo lume, contro il senso comuae (^)« 

A parte duaque, la reale esisteoza di Selvaggia, 
resta a dimostrare che le rime di Gino, le piti belle, 
quelle, che lo fanoo degoo di essere coUocato tra 
i pid alti poeti deiramore e del dolore, aozi tutte 
le rime sue, noa hanno nulla a che vedere co}r essei^ 
aereo dipinto dal Bartoli. 

E aozitutto, impariamo a coaoscerla, questa donna 
vagheggiata nella mente, quasi in sogno, in un^eatasi, 
in un rapimento; esamioiano qitesto qualche cosa d*i- 
dealizzato, questa parveuza, spirito, alito, sofflo: puiE> 
essere che nelle nostre mani la parveoza prenda forma 
e sostanza, si rivesta di came ed o$sa e si faccia donna 
irradiata di sovrana bellezza, dalla luce dei piii begli 
occhi che lucesser mai e dairafietto iueffabile del poeta; 
pu6 essere che la Santa, la Yergine, essa circonfuaa 41 
luce, simbolo di ogni cosa bella e divina, scenda dal- 
Taltare su cui il critico del secolo XIX con Tardi- 
mento del genio Tha coUocata in una bella creaziooe 
artistica, e diventi la donua cui le passioni umane fan 
bella brutta, indiata o maledetta. 



La donna augelicata 6 una di quelle tanle che il 
Bartoli erode di scorgere chiaramente nelle rime del 

(1) Nottola — op. cit. pag. 88. 



13 



Dostro meusimtis amaior f £ queHa cui il Bartoli nega 
ri chiamastfe realmente Belvaggia?£ la doijDa beatriee 
del i^ao oaore , alia quale allude nel soneito a Daute 
< NoyellameDie amor mi giura e dice >, a6 quella per 
cui Gfaerarduccio GaFisendi lo chiama «cttoryano, di- 
sctolto e lasclvo » <^) 06- la bella Pisana dalla bionda 
treccia^» 6 la Teceia <3), un'altra donua dalle treccie 
bionde, o quella dalle aere (^>^, 6 la oscura velata, in 
un ammanto negro, '6 la doaoa cantata nei yersi 
d*amore corrlsposto, quella dai versi in cui eombat- 
tone la speranza e 11 timore, quella da cui, fatta sposa 
d'un altro, rinnamorato attende 11 compenso lungamente 
aspettato, 6 la bella bolognese ^^^ qnelia che pare 
sia stata prima buona e pietosa e poi Tabbia ingannato 
e deriso ^% j& la fante piacente in cera C') , 6 celei 
che gli 6 cara < sol di stare alia finestra » (^)? £ chi piti 
ae ha, piCi ne meiia, pereh6 il Bartoli, di ogni poesia 
£a un amore, quando non ne fa addirittura due, come 
del sonetto < A mio parer non 6 chi *n Pisa pprti, » 
da cui per una bizzarra interpreta^ione si evocano due 
donne. <•> 

No: Selyaggia non 6 la donna angelica ta> poich6 
Selyaggia, afferma il BartoU> d un nome conyenzionale. 



(1) Rtma di Cinq, date, in luo6 da B P. Fauptioo Taiso, yunecia 1S89 

pag. 1U« 

{%) Cino •* Sonetto: « Al mio parer non h chi *n Pisa porti. 

(3) Ivi. 

(4) Cino — Sonetto : * Per una meria che d'intorno al ToUa ». 
fb) Cipo — Son* « lasso! cbio credea trovar p^etade »• 

(Oy Cino — > Son. « Chi a falsi s^mbianti il core arrisca ». 
(7) Oino — Son. « Lasso ch*fo feci una vesta diamante »• 
(6) C|no <— 8on» « Lo flno amor corteso chiama e^tra >• 
(9) II passo h questo: « lo non dir& tjael che veder Vft\ parya — del cava • 
lier ardito dalla treccia, — se non ch'io porto nella mente Teccia » dove 11 
Bartoli interpreta: « Fortnna che sono innamorato di Teccia, se no m*inva- 
ghirei della Pisana ». No, qui il sense 6 chiaro : lo non vl decanter6 altri- 
menti le virtd di questa bella dalle treccie blonde, se non col dirvi che porte 
nella niente Tecoia. 



14 



sotto 11 quale possono essersi nascoste anche pii^ donae 
successivamente <^). Dunqne chi 6 il fantaslna, Tessere. 
Tago, evanesceDte, astratto ? Esso, diciamolo subito, non 
6 nessuDa delle donae suaccennate; quelle hanno avuto 
Tlta e corpo, furcno desiderate, anelale, amate coIi*ar- 
dore dello spirito e del sensi; c dietro a quel nomisi 
nasconde una realty : tra Gino e quella donna sentiamo, 
dai suoi versi» che ci furono jntimi legami. » (^) 

£ dunque un'astrazione para, ua*aliacinazione, una 
parvenza, una coucretizzazione di un pensiero sogget- 
ti?o, un* idea a cui assorge lo spirito assetato, ma noo 
raggiungibile? Non propriamente cos): < Pu6 essere 
che una figura di donna reale lampeggiasse negli occbi 
del poeta; ma quella forma terrena si assottigliava in 
idealitii, vaniva in un essere astratto, a cui restava 
quasi nulla di umano. > (3) 

Tale TAngelo dinanzi a cui Tasceta deiramore, s*ia- 
ginocchia, Tessere impalpabile a cui il poeta indirizza 
i versi della sua ideality mistica. 



Determinate il pensiero bartoliano, facciamoci una 
domanda: Quali sono i versi dalle penombre vagbe, 
dalle sfiimature e trasparenze^ dove non appaiono che 
i contomi di tin corpo e le ali di un cherubino f Quali 
son le rime che cantano la donna angelicata? II Bar- 
toll ci ha bensl fatto uno schizzo di essa , ma non ci 
ha flssato nettamente i criteri per distinguere le rime 
del concepimento mistico da quelle dell* amore reale , 
nobile o basso , ideale o sensuale ; e sarebbe state ne^ 
cessario, perch^, date anche che quelle esistano, troppo 
spesso troToremo che si qonfondono con queste. 



(\) Bartoli — Opera citata, pag. 100, nota I. 
(V Ivi — pag. IK. 
r^ iTi - pag. 19. 



15 



Pare ci 6 logfcAmente data di fissare i segnenti ca* 
pisaldi : 

1. Non abbiamo diritto di pensare a ud essere aereo ' 
o fantastico, tat{e le volte che accanto at concetto di 
angeld^ sia pure espresso ia tutte le forme possibili , 
apparisca un nome particolare di doona che rappreseati 
iin essere amato ia carne ed ossa. 

H. Noa peaseremo a larve e a faatasmi dell' a- 
inore tutte le volte che accaato a que* fragraati fieri 
del penaiero/ oade tutti gli innamorati amano d* inco- 
ronare le lore belle, come angelo, angelo di Dio» an- 
gelica SgavB, si. trovi I* espressione delle passion! piii 
umane e piji sentite. 

3. La donna, angelo, per determinazione del Bar- 
ioli (vol. IV, pag. 112) deve essere seo^a piet&r c L' i- 
dealit& mistica delTamore cantato dal poetadoveva ri- 
manere inaccessibile ad ogni preghiera mortale , non 
poteva piegarsi ai voti deir amante senza distruggere 
s6 stessa ». Ne consegue che, se ci troviamo di fronte 
ad una donila pietosa, essa non 6 pii^ angelo , perch6 , 
per defi.nizione, la donna angelo deve essere spietata. 
Gi6 posto, io dichiaro che qualunque pin diligente 
studioso trovi , leggendo senza preconcetti le rime di 
Gino, una dozzina di passi in cui la donna appaia pa- 
ragonata ad angeli o a cose celesti> 6 buon indagatore, 
e mi sforzer6 di provare.che e questi e quegli altri 
con cui il-Bartoli crea « queiressere che oltrepassa 
ogni confine umano e che va a nascondere il capo tra 
le nuvole d'oro che circondano il trono di Dio » (Bartoli, 
pag. ID), sono element! raccogliticci , posticci , messi 
bellamente insieme per mirabile magistero di mosaico. 



• « 



Certi fenomeni psichici, come T astrazione di tutte 
le facott^ in un essere mistico, suppongopo disposizioni 
speciali deiranimo: bisognava adiinque cercare di sor- 



16 



preadere il nestro amoroso messer Otho , IntiaBiorato 
delle larve della iiua mente, rapito in sogno, in estasi 
coBtemplativa. 

A oi6 si presta la cansoiio XI: cL'afta speraasa cbe 
mi reca amore > eoi yersi dal BartoU ciiati a pagiaa 
104, nota 2. 

€ lo mi sto com* oom ch6 pnr de^ 
D*Qdir le* soapirando soyeste; - 
Per6 eh'i' ml risgoardo entro la mente, 
E ti*oyo cbe ell' 6 la donna mia . . * . 

* 

Qaesta canzone si bella e nova (Y. commlato) ha 
per il BartoU nna importanza tanto capitate nella dt- 
mostrazione della sua fesi che egli ta cita ben tre volte 
a pag. 104 e a pag. 107. Nei v6psi wprodotti noi ve- 
dtaroo il poeta raccolto in sd stesso, sospirando sovente 
desioso di udir la donna sua: egli 6 di.quella 

ch*h tntta gentile 

E le sue parole son vita e pace, 

e gli si para dinauzi, cosa non solita al poeta del 
dolore, un miraggio di felicitSi. Egli ^ trasognato, ch6 

.... questa donna plena d'umiltate 
Giugne cortese e plana U) , 
E posa nelle braccia di pietate. 

Non crederebbe a 86 stesso! pur egli ripensa tutto 
Tacoaduto e trova che 6 ben la sua adorata the gli ftt 
pietosa. — E beandosi de* suoi dolci sospiri.solo^ per- 
ch6 altri non li oda , felice una volta., inalzaun inno 
di lode a lei che gli sta nella mente, cosl come la vide 

Di dolce vista, et umile sembiaoBa 

Onde ne tragge Amore una spei^anza, , 

Di cbe '1 cor pasce e vuol cb^ n ci6 si fidL* 

Domando alle anime innamorate e felici, ai € Cori 
gentili e serventi d' Amore i^) > se c' 6 bisogno di pen- 



(!) Variapte, Ciampi : Vnxana. 
^) Cftttzdtid ohd comincU cost 



17 

sare a mistici faatasmi delta mente per intendere que- 
sta cadzoDe , se 1* essere qui cantato non 6 essere a- 
maoo abbellito dairamore; domando inflne se la de- 
scrizione di questa donna risponde al concetto della 
donna angelicata inaccessible ad ogni preghiera mor- 
tale, negazione di ogni speranza, fonte di sconforto e 
di martirio? 

L* Angel di Dio della ballata (^) 6 tanto un*astrazione 
della mente di Gino , che pu6 esser yednto da tutti : 

Questa giovane bella 

Che m' ha con gli occhi suoi il cor disfatto , 

. . . di tanta virtude si vede adorna, 

Che « qual la vuol mirare », 

Sospirando convielii il cor lasciare. 

E yedremo che non era solo a mirarla, ed era ge- 
loso ! C*6 di pid : essa parla , e si dolcemente cbe il 
poeta anela solo a tornare dove essa 6: 

Ogni parola sua si dolce pai*e, 

Che \h» 've posa torna 

Lo spirito, che meco non soggiorna. 

O che bisogno avrebbe lo spirto di affannarsi per 
tornare do v* essa 6, se I'amata 6 nn* imagine sua? 

II sonetto 139 ^) ci ofTre la donna angiolo net due 
ultimi versi della seconda terzina: 

Questa non 6 umana creatura: 

Dio la mandd dal ciel, tanto h novella. 

Ma udite quest' altri versi dello stesso^sonetto : 

. . . Volentieri il farei servidore (il cuore) 
Di voi, Donna, piacente olti*6 al pensare: 
Qii atti e i sembianti, e la vista che appare , 
E ci6, ch'io veggio in voi, parmi bellore. 
Come poteo d' umana natura 
Nascer nel mondo Hgura si bella , 
Com sete voi! 



(1) Cino, edia. Fanfani : Angel di Dio simlgUa In ciascua aito. 

(2) CIdo, ediz. Fanfani: Li voatri oochi gentili e pien d*ainore. 3 



18 



■* ' ~ ~ ■ 



L*angiolo 6 di came ed ossa, poiclii i nato d^umana 
creatura. 

I versi del Bartoli citati a pag* 105 a dimostrare che 
il poeta, guardando la figura della sua donna, « diventa 
beato, come diventano beati gli angell nella contem- 
plaziane di Dio » significano soltanto cK egli diverrin 
felice guardando lei , come dichiara il y. 4. della bai- 
lata steftsa da coi son tolti. £d ecco : 

Poichd sasiar noi^ poaso %^ oodii miei 0) 
Di guardar di Madonna 11 suo bel \\so 
Mirerol tauto ^o 
Gh' io diverr 6 felloe lei gi:^*dando. 

N6 avvi duopo di essere trasumanato In una vi- 
sione angelica per scoprire in Madonna una bellezza 
aempre Aoova, tanto pid quaudo rinnamorato si senie 
aoceso di forte martirio.«t)/o pel saverehio mirare degii 
occhi stwi : 

« 

.... Ooehiy per vosUfo Bdirape 

Mi veggio tormeniare 

Tanto^ oh*io sento F aUimo rjespiro. (^> 

II Bonetto Vir(')'descrive Tavvenenza, il mover de- 
gii occhi, il dolce rise, Tangelico diporto, la nobiltii 
degli atti, PumiltJi del sembiante della sua Donna 

Tutt* amoi*osa di sollazso e igiooo, 
E saggia nel pai*lais vita e conforto, 
Gioia e diletto a chi le sta davanti. 

Dov* eUa apparisce si vede il sole i^) E qual meravi- 
glia se 6 essa stessa il sole agU ocohi del poeta? (^) 



(1) Baiiata ohe comincia cost — E il madrigale HI del PaofAni. 

(2) Ball. Quanto pi4 fieo ntro. 

(3) Son. ^ta nel piaoer della mia donna Amore 
(A) Son. Se mt riputo di nionte alquanto. 

(5) Cfr. Son. XX: « Lasso 1 ohUo non veggio il cbiaro sole 

N^ BO per che ragion ml si d furato. 
Ch6 ver di me non luce com* et taole , 
Nd mi risoalda. si h raffireddato. > 



'*■ 



Nelia ^caazone 25^ (i) in cui il poeta ei idferKia ^4^ 
al veder Madonna ogni pensier vile gii fug^p <U. v^«4 
pensiero del resto umanissimo, come qaeUo cW iuu 
stra quella ^irtii per cui 6 ammiraodo il f^mmuau 
etemo, egli ci apprende pure che essa si sd4gu<> o^h* 
tro di lui ii gioroo cha s' accorae , dalla sua niakvriU> 
figura, deiramore che gli ardeva il cuope: 

. . . prese nimist^te 
Allor conti*a pietate, che s' accorse 
Cii'era appai*ita (pietate) 
Nella smarnta flgura ch' io poi*to. 

Gio6, dnoque; per quelli cbe voglion vedere, 6 I'amor* 
che a chiare note si leggeva snl mio volto , che V ha 
'sdegnata, e non valgono a smoverla le lagrime 

yena4e per potenaa 
Delia graTOsa 
Pena^ che posa nel cuor che & fatica. 

E r innamorato Yorrebbe pur ribeliarsi perehd: 

. . . non muove i*agione 11 disdegno , 
Ghd io convegno seguire isfbrzato 
II desH> oh'io sostegno 
Secondo ch* egli 6 nato , 



Ch'a ci6 vegno come quei ch'6 menato. 

Qiunto a questo punto, e osaervato che cosa dol- 
ciasuaa e terribile & il suo saluto, il Bartoli segue di- 
cendo che» davanti alia donna angQlicata, Tamore del 
poeta prende qualehe cosa del mistico; egli non la vede 
piii come doana, ma come un segno delta poftenza di<« 
viaa; le lodi ehe-salgoao a lei » sono lodi al creatore: 
essa 6 trasumanata. C^) 

Quali versi han dettato al grande critico queste pa- 



(1) Non spero obe giammai per mia saltite 

(2) Vedi — Bartoli, pag. 107. 



1 



20 



role piJi alte di quelle che le hanno ispirate? Nod vi 
sia discaro che io le riferisca: 

Donna , per Die , pensate 

Ch' e* per6 vi fe' mei*avigliosa 

SoYi'a piacente cosa, 

Che Tuom laudasse lui nel Tostro avviso 

A ci6 vi di6 beltate 

Che vol mostimste sua sonuna potenza. i^) 

Versi non belli e che non racchiudono nessun con- 
cetto originale, come ognuno mi pu6 iosegnare. Pur 
avrebbero avuto anche minor valore per la sua tesi , 
se il Bartoli non avesse dimenticato di citare questi 
versi della stessa canzone, meravigliosi per Tediflcio 
della d(Hina angelicata: 

Com* io credo di plana, 

V* elesse Dio fl*a gii angioli piu bella » 

meravigliosi, si, e degni di angelici amori, ma ai quali 
seguoDO immediatamente quest* altri: 

B 'n fai* oosa novella 

Prender vi fece condizione umancu 

che ci vuol di pid che 1* attestazione stessa del 
poeta a persuadere i sostenitori della donna angelicata 
che Madonna era proprio in came ed ossa? 

Del resto, basta leggere la canzone per convincersi 
che essa 6 un lamento del poeta per non poter veder 
lei che arreca vita alia sua ammortita persona: n6 mi 
rincalzino gli eredi delle idee di A. Bartoli che gli 6 
appunto il lamento di non aver potato vedere quella 
desiata imagine, se non nel sogno penoso della sua 
imagi nazione, poich6 il sitibondo d*amore 6 li a smen- 
tirlo: 

. . • io mi pai*to punto 

Del loco Ih, u' posso voi vedere, 

Ov'6 Io mio piaoere. 



(1) Ctjx, !^: Si mi oostriDge amora. 



21 



Ma il quadro non 6 comp^eto. € Quale sar& in co- 
spetto deIl*aQgeIo il sentimento e Tatteggiamento del 
poeta amante? L* appressarsi della divinitji induce ter- 
rore nello spirlto... » E chi non lo crederebbe quando 
ce lo insegna il caldo maglstero della parola di A. Bar- 
toli? Pur udite in una prima citazione Tuomo annien^ 
tato» udite Tamore faito spavento: 

Amor ch'6 cosa plena di paura (>). 

Che non ci prenda 11 tremito per si poco, perchS 6 
tutta qui Tespressione del terrore! Ma si leggano i 
versi che seguono subito al citato e si giudichi se non 
ne esce mal concia la donna angelicata: 

Amor, ch' 6 cosa plena di paura, 
mi fa geloso stai*e, 
onde madonna sdegna 
e sdegnando mi cela saa figura, 
e perdo lo'mirai*e 
che mia vita sostegna. 

E inutile ogni commento dinnanzi a questo sfogo di 
un povero geloso^ fatto segno alio sdegno di madonna 
per le sue smanie. 

Ma siccome 6 troppo naturale che la vittima delle 
sventure d*Amore tema il capriccioso Dio, non ci me- 
raviglieremo che il povero poeta senta in ogni suo sense 
un tremore e sia si smarrito da sembrar fuori di senno. 
Dal di che la donna gli diniostrb che le e^^a in dispia- 
cenza, morto il di diventa molte fiate ^*). 

. . . se continoTa il tormento 
Perch* io non mora, prenderk noTella, 
Non giii buona n6 bella, 
Fatto lo mondo de la vita mia; 
Che della mente per malinconia 
Uscu'6. 



(1) Cino, edis. Fanfani: « Deb ascoltate come il mio sospiro ». 

(2) Cino, cansone « Tanta paura mi d giunta eoo. » 



2^ 



DtepejMiAmoei aduikque di esamiaare {;Ii altri versi 
cb0 ci' av^iano ranimo tarbato di Oino, dacch^ 

. . . gli piange dentro al core 
La <iq^irtto yezaoso deUa vita, 

laiGiaiBO<ehe ogfiuno giudiohi se nel bellissimo aonetio; 

Nolle man yostre, dolce donna mia, 

Tamore si, confonda con an vago e indistinto desiderio 
delle cose cele8ti;iiotiaiso sdta&to ramamopimprovero 
che ehiaramente vediamo in qotosti versi : 

lo 80 chf^ a vol ogaitorto dispiaoe* 
Per6 la.morio ohe non ho servltar 
Molto piii m*entra nello core amara, 

nei quali il poeta scoosolato e atterrito di attirarsi 
nuovi sdegni» le riofaccia che essa 6 cagione a lui di 
morte, che non ha servita, cio& maritata> e aggiungiamo 
appena di passaggio ohe il ooacetto deiraliUna terzina (^) 
6 ehiaramente espresso in m^lUsstmi aliri'Canti d*amor 
seotito e vero per donnaiyiveate e non per tenite im- 
palpabil aura^ come son* 2Q, son. 120 > canz^ IV, bal- 
.lata 3*» son. 64 » canz. 22, canz. 23 ecc. E tra tutte 
qneste rime, mi sia concesso di citare ii solo madri- 
gals 6«: 

Amo< quattto si pud, n^ per conforte 

Do Tamoroso affaono, aIti*o desio 

€ Ciie veder gli occhi de la donna mia » 

Et alia perch^ io sia 

Fra gli infelici amanti il pid infelice, 

Qnesto ancor mi disdice« 

E sol mi mostra* tanio il sao bel'viso, 

Gh^io vegga ohe. mio dnol le mnoTa a rise, 

dove, si noti di grazia> non 6 certo detto che egli non 
ha mai yeduto quelia desiata imagi^ae » p<QiPch4 d inna- 
morato d*un fantasma della sua mente^i 



(1) Oeniil madonnA , mentre ho della vUtt 
Aooi6 chMo mora oonsolato an poco, 
Piaocia agU ooohi mlei non etter cara. 






m 



l^a qu^rultima idea soi'ridestranamenie'al^BslMoli, 
ed egli si {iffanna per dimostrarla, srcch6, una VOlta al- 
meDO, va smarrito il senst) comune. TJditelo: 

< Esrsa anche solo di csser guardata si sdegna: 

.... Madonna sdegna 

E sdegnando mi cela sua figura. 

€ Quest*ultimo verso dice forse qualche cosa di piti 
del suo seuso appareute. A me pare che esprima il 
lamento di uoq aver mai potuto vedere quella deside- 
rata imagine, di non averla potuta vedere altro che nel 
sogno penoso dell'imaginazione ». Noi abbiamo gi& visto 
piiDi sopra perch6 € madonna sdegna » : gli 6 che Tin- 
namorato, sempre piano di dubbi paurosi, la tormenta 
colla sua gelosia, epperd altrd non ci appulcro: 

G*6 di piii; e qui siamo j^oprio al punto capitaie 
8u cui A. -Bartoli par fondare la dimostraziene della 
donna angeHcata; ed^eco quanto frali le basi. 

II documMto^ la prima terziua del sooiettadd, del- 
r^dizioneFanCani, sonetto ohe io riprodueo per in^ttero 
dffinohd ogviano da s6 veda quant'esso sia p^o , e 
<l«eale sforzo di pensi^ro oi voglta per afiferrare Tin- 
ierpretazione architettata dal Bartoli: 

Donna, io vi miro, e non 6 cbi vi guidi 

Nella mia mente, parlando di vui ; 

Tanta paura ha Panima d*altinii, 

Che non trova pensier in cui si fidi. 
'(^d'eUa pm*. eonvien ebe pianga* e gvidi - 

Denti^o a 40 core ne' sospii*i sui, 

Per quella Donna, de la quale Io fui 

Si tosto. preso, pur oomlo la vidi. 
Blla mi tiene gli occlxi su la mente 

B la man dentro si cor, com'una fera 

ITemica di piet& orudelemente. 
Non si pa6 atar in nessana maniei*a, 

Ch^, B'es8ei*e*pote9se, solamente 

Sareste voi, e non pid quella, aitiera. 



24 



^■^iJMUJi^— ^al Itl I ■ 



In questo sonetto, adunqae, a interpretare pingui 
Minerva, GiQO che non sa trovar sfogo con sessano 
airangosciato pensiero, tanta paura ha tanima d'altrui, 
ha costantemente fissi Delia mente gli occhi di quella 
donna, (H della quale si innamor6 non appena la vide, 
non pu6 dimenticarla un solo istante e gli par che 
essa gli stringa il cuore colla mano, com'una fera — 
nemica di pieth, crudelemente. 

Ma il Bartoli scrive come € si confermerebbe che 
GiDO non ha mai visto la desiata immagine se non oel 
sogno penoso deirimaginazione » dai versi delta prima 
terzina del sonetto da me riprodotto, e interpreta: 
€ io non posso che contemplare T imagine sua, essa 
tiene gli occhi miei, su, in alto, flssi a4a sua mente, e 
da ci6 6 lacerato crudelmente il mio cuore, perchi 
appunto non 6 che un*imagine quella che io amo ». 

Goncediamo -* che non 6 possibile -* che Cino 
abbia adoperato , se ben colgo il pensiero del Bartoli, 
la niente deiramata per T imagine astratta che delfa- 
mata si sarebbe flnto nella sua imaginazione il mistico 
innamorato, quindi V ideality a cui anela il poeta: 
mente, quasi idealitd in contri^pposto a realty ; non 
arzigogoliamo suirassurdo di questo non piik veduto 
tropo ; solo vediamo se con questa interpretazione pos- 
sano accordarsi le parole € E la man dentro al cor » 
del secondo verso della terzina, almeno sintattica- 
mente. 

£* un compito ben modesto. Siccome il soggetto 6 
Ella^ madouna angelicata, e tiene 6 il verbo che 6 co- 
mune agli oggetti : gli occhi (tiene gli occhi miei suUa 
sua mente, ciod fissi in alto alia sua mente, o imagine) 



(1) Selvaggia era « bellissima di corpo, et in particolare g li 0€ehi • Vedi 
« Noiiiie rigaardanti la vita di Cino » deWArfaruoU, in Chiappelli^ op. cit. 
pag. 100 — Vedi anche : Cino^ Son. I pft) hfgli occhi che lucesser mai, Madrig^ 
Onardando per li prati ogni /ior bianco; Rimcmbro de' begli occM il dolee 
bianco, — Per cui Io mio dcair mai non fia itanco, ecc. 



e la man {mi tiene la man dentro al cor), ne verrebbe 
H segueote interpretazione per i vagheggiatori della 
donna angdlo; JSssa tiene gli ocdhi miei, su, in atto, 
flssi alia sua mentey ed essa tiene ta mia mano dentro 
al sua cuore. 

Ora ci6 BOn d& alcun senso isolatamente, e ne d4 
anche meno quando s* aggiungatio 1e parole del tedto: 

sicoome fei*a 

Nemica di piet^, crudelemente. 



• • 



A questo puiiio A. Bartdll si trova dinan^i aiHe 
rime nelle qtiaTi il poeta canta la mOrtia dtill^ sua 
donna, CD n6 polendo ragionevolmetrte sosrtenerei che 
la larva immortale, cui J)io mandb dal Cfel (*), il fan- 
tasma che egli dona atrimaginare dolente di Cino, in 
cui paion confondersi la creatura e il creatore, Tessere 
terrene e Tessere celeste, non potendo sostenere dhe 
essa, la trasumanata, possa spe^nersi prima detla mente 
creatrice, non pTotendo insomma tentare la dimostra- 
zione della morte spirttudle accaduta tutta entro V a- 
nima del poeta, come tece per la Beatrice di Dante,^^) 
basandcsi sopra il passo della Vita nuovd, <^ap. 29, che 
comincia < forse piacerebbe al presente, ecc. » 6 co« 
^tretto a far delle «*.oncessioni alia ver!t& e , a pTOpo- 
site del sonetto « lo fui sutralto e huI beato ifhonte, » 
che ha dei versi tra i piu patetici d^Ila letteratura 
italiana , W e in cui sono troppo evidenfi gti accenni 
materiali e locali, scrive : € Noi siamo dispostissimi ad 



(1) Bartoli: Storia della lett., Vol. IV, pag. 115. 

(S) Cino : Son. Li vostri occbi gentili e pien d'amore. 

(3) Bartoli: op. cit., pag. SCO. 

(4) A D9 dreourt: Cino da Pistoia in BibliolJUque Universelle' Nouv. 
Per. 3, 158, pag, ^: « Le dernier vers : 

L*alpe passai con voce di dolore 
est un des plus tonchants de la langae italienne, V 6cho po^tique en risonne 
encore dans lea d6fil6s de TApennin ». 



26 



ammettere che qui si tratti di una donna veramente a- 
mata e perduta ». Non rilever6 come egli, qui, daila di- 
mostrazione positiva della donna angelicata, sdruccioli 
in obiezioni negative della esistenza di Selvaggia; non 
dird neanche del valore di queste, perch6 mi accadr^ di 
doTorne parlare altrove, almeno per incidenza, e perchd 
a ci6 ha gi^ rispo^to il Nottola ; (0 solo osserver6 che 
di simili restrizioni alle Rime dell' amore angeiicato 
troppo ha dovuto fame percbd la parvenza angelicata, 
soffio evanescente , non scompaia: <^) essa vive la vita 
d* un fantasma e com* esso muor coUa luce , come lo 
spettro d'Amleto al cantar mattutino del gallo. 

Or una domanda: T amore per la donna angelo, le 
ebbrezze mistiche, la beatitudine contemplativa, Testasi 
celeste > Tannientameuto del terrore, Tinvadere della 
morte quando la Donna s*avvicina, la Donna fatta Die 
e adorata nolle preghiera, sono finzioni poetiche, leno- 
cini delParte o sono terribili realty? 

A proposito del terrore airavvicinarsi della Donna, 
terrore che egli ha fatto rilevare negli altri poeti della 
scuola medesima ^ il Bartoli scrive : € E dunque vero 
per tuttl^ llo , non d vero , anzi , per nessuno. O plut- 
tosto diciamo che 6 verity, ma solo in quauto ci rap- 
presenta il tormento dello spirito che anela a un*idea- 
lit^ non possibile a raggiungersi. Prima che la donna 
reale produca questi effetti , dovranno passare molte 
centinaia d*anni. » i^) 



(I) U. Nottola .' Selvaggia Vergiolesi eoc. pag. &8-69. 

(S) Abbiano gik visto chtfu^le rime a Selvaggia, ni a queiraltra pleiade 
di amanti ohe il Bartoli regala a Cino, banno a cbe vedere oolle rime della 
doDoa ideale vagbeggiata in estasi: nh a quetta voglionei riferire le time in 
morte delKamata e tanto meno la Poeela del dolore, a cui il Bartoli dedica uno 
splendido oapitolo cbe A an flne etudio psicologico deirinfelice poeta a cui 
parve nel dolor gioia mntira, Infatti U Bartoli scrive a pag* 1S3 « poche 
donne ebbero an tributo di coal grande dolore sal lore sepolcro.. male si con- 
oilierebbe qoesto realisnoo poUa pittufa dell* essere aereo cbe abbiamo sia- 
diato. Qui tatto 6 vero, tutto Intimo e originale ». 

(3; Bartoli : op. oit. pag* 194. 



27 



NoQ lasciamo inosservata questa coatraddizione bella 
e buona, per cui il terrore all' avyicinarsi deir angelo, 
della gloriosa donna della mente, per adoperare la e- 
spressione dantesca piegata a una significazione spe- 
ciale, non 6 vero o pluttosto 6 verity in quanto ci rap- 
presenta il tormento dello spirito... ecc. ; questa sotti- 
gliezza che vorrebbe parer distinzione, 6 in realty una 
toppa per coprlre certi mal dissimulati strappi della 
donna angelicata e rivelano il pensiero del Bartoli, qui 
vago e indeterminato. 

Parmi poi che sarebbe duopo dimostrare che prima 
che la donna reale produca questi effetti, come il terrore, 
€ dofranno passare molte centinaia d*anni. » E date anche 
che quei nostri padri non sapessero amare una donna 
reale con raffinatezza di sentimento, quasi con morbosiU 
d'alTetti e con squisitezza di torture dello spirito, come 
fanno i lore flgli dope molte centinaia d'anni» chi sa- 
prebbe dirmi come avrebbero potuto delirare in fatti 
e in versi, con tanta profondit^ di sentimento ed evi« 
denza di dolore, per un* ombra vana della mente? Ha 
pur consentito il Bartoli che la poesia del dolore di 
Cino, che 6 la pid alta e pid terribile nella sua verity 
psicologica, espressione dei martlri piu orribili cheab- 
biano dilaniato Tanimo umano> 6 intima, originale, sen- 
tita, ispirata dalla realtJt, ed 6 ben essa, io credo, che 
pid ayyicina il Nostro a Byron, Goethe, Leopardi, essa 
che fa riflettere al Bartoli che Tanalisi di un tale sen- 
timento, « di dolori che si pascono di lore stessi edi- 
ventano vita che si rinnovella nella perpetua agonia », 
in un poeta del secolo XIII 6 cosa che fa stupire! Ora 
6 appena necessario osservare che anche i terrori dinanzi 
airamata da cui si pud aver pace o tormento e 1* inef* 
fabile desiderio di vederla, come il tenevsi la man 
presso lo core (^) e tagghiadarsi del sangue nelle vene (^ 



(1) Oino: Son. Signor, io son ooloi, oh^ vidi Amore. 
(^ Cino: Boa. Taal** l*aiigotoU oli*aggio d«Blro «l oor«. 



28 



e il coy^rer iutto in amoroso affanno, <i) e il treinare, im- 
pallidire e agghiacciar tutio (^) q gli altri atti come 
(V un Che in gravitd si more , sono una forma del da- 
lore umano per donna vissuta, sospirata, amata nel de- 
lirio dei sens! e dell'anima. 

Ma sia che vuoisi di ci6 , preodiamo atto di qiianto 
il Bartoli ci dichiara, che Te^pressione di terrore del 
poeta 6 verity appunto in quanto € ra{]S)^*^s3^^& ^^ tor- 
mento dello spirito nonpossibile a raggiungersi. »Ag- 
giangiamo anzi che a ci6 tutto lo studio del Bartoli 6 
una risposta: la donna angiolo 6 yeramente sentita — 
a giudizio del gcande critico — e le rime che la can- 
tano < son quelle do?*egli si ferma con artistica volutt^ 
dove la sua mano disegna con grazia geniale, dove sale 
ad eccelse allezze. > <^ 

AUora TuQica conclusionepossibile sarebbe cheuno 
dei padri deUa lirica d* amore » il celebrate giurecon^ 
suite dal potente intelletto, er^ un povero allucinato da 
unire alia lunga schiera dei mistici fraticelli medievali* 
assunti dal pensiero yaciUante , abbagliata nella con- 
templazione di Dio, alia beatitudine ceJestA : docuiBento 
nuovQ air ardua tesi Oenio o follia^, che tanto impic- 
ciolisce Tintelletto umano. 



(1 ), Cino : Son, Veduto ban gli oochi miei si bella cosa. 

(2) Cino : Cans. L'uom ohe conosce 6 degno oh*aggia ardire. 

(3) Bartoli: op. oH. pag. 101; 



^^ dm 



opcutc. 



t^H^^^W^^W^^^^W^^W^^^^^^W^W^ 



Un pensier sempre mi lega • mMnvoIve 
II qoal convien ch*a ftimil di beltate, 
In moHe donne sparte si diletti. 
Cino da Pintoia. 



Ben 6 vero : < il n'est rien si soupple et erratique que 
BOtre entendement. C est le Soulier de Th6ram6nes bon 
4 tout pied. » (i) Per singolaritSi di sorti umane e per 
I'ammirando oracolare dei critici, quello stesso poeta 
che altri ci present6 estasiato in celesti amori, assorto 
neiradorazione delV idea, bella del sorriso degli angeli 
e dei cherubini, delV idea fatta donna della mente, ha 
un tristissimo rovescio di medaglia. Un coro di accuse 
vien lanciato contro di lui: Cin da Pistoia, Tuomo 
del cor vano, lascivo e disciolto (^), il macoimus amator 
a detta del legista Giulio Claro, al quale si riferiva il 
Farinaccio, quando scrisse: delicta amoris omnes tan- 
gunt , et mihi crede etiam iurisperitos ei eos quidem 
excellentes^ prout Cinum, <5) quel Cino che lasci6 scritto 
che < donum valet magis quam suspirium, imo suspirium 
nihil valet sine dono >, come pot6 aver concepito e nu- 
drito un amore cosi costante e disperato, come ci vien 
dai biografl descritto, per Madonna Selvaggia Vergio- 
lesi? 



(1) MontaigM, Bssais LIv. III., ch. XI. 

(2) O, Garitmdi : Son. in « Le Rime dei Poeti Bolognesi del secolo XIII 
raceolte da T Casini. — Modena, 1881, pag. 148. 

(S) CMappelli, op. cit< p. 54-51 



a2 



A questa domanda mi sia concesso di rispondere con 
un'altra domanda: Si pu6, coU'esame delle Rime, soste- 
nere in Cino queir incostanza d'affetti che, per la per- 
petuatasi tradizione, derivata daU'asserzione di qualche 
legista o dair accusa di qualche amico rivale e geloso 
0, sia pure, dalla buona o cattiva interpretazione di 
qualche poeaia del poeta nostro, gli si addebita tuttora? 
lo qui non sostengo .ujm tesi, espongo qualche osser- 
vazione che mi fu suggerita dalle studio del Poeta; ep- 
per6 quando Taitcusa suona che egli fu pi& volte seiro 
< di quel gentil che porta Tarco », ('> < in alcun vero 
suo arco percuote » , per dirla con Dante. Ma d'altra 
parte chi potrebbe sostenere che nolle sue rime spiri quel- 
Taura di volubUe levity che non potrebbe scompagofursi 
dal canto di uomo che € si lasoia prender a ogni uncino? » 
Preddamente giudicando e senza preqoncetti, 6 posslbile 
dargli U carico di tutti quegU amori che gli furono at- 
tribuiti, per esempio, da A. Bartoli, come abbiamo visto 
altrove 7 1a risposta ^ possibile con una lettura delle 
poesie, tenendo fermo il ooncetto di sceverm*e le rime 
di SeLvaggia dalle rime politiche e morali o che riguar- 
dano altri amori. Qik A. De Circourt (^} ha detto che la 
classificazione piii naturale per la raccolta assai nume- 
rosa di Cino conaiste nel riunire i frammenti estranei 
per il lore soggetto agli amori del poeta e che si rife- 
riscono o ai grandi awenimenti del suo tempo, o a 
soggetti metaBsici, politici o morali, o infine alio scambio 
j;u>etico d*idee che Gino ehbe con qjualohe scrittore del 
suo tempo. < Le .reste des compositions, conclude il Cir- 
court, forme la guirlande j[)o6tique de Salvaggia. >Per 
veritj^, non tutto 11 resto 6 ^hirlanda poetica di Sel- 
vaggia, come roseamente vede lo scrittore francese, 
tant' 6 vero che, a voler sentire V altra campana, awi 



il) mndi: SiMi. AOMstD^MI •B&tamiai qtt«I gcntU obe^iparttt l^roo •. T. 
Catini: hm rime dei poeti Bok^gmmai «•! aeoolo JDU, pa^ |0U 

{i) Oino da Pi$toia in « Biblioth^que Uiivv«r«elk », 1868, psf . dS. 



.S3 



Chi si domauda se tra tutte le donne cantate neHe 
rime di Cfno c' 6 colei ch' egli qualche volta chiamava 
oal nome di Sehraggia. (» Non presteremo troppa fede 
al Bartoli, il cui scope era di affogare Selvaggia in quel- 
roeeano ondoso di amori attribuiti a Gino, a beneficio 
della donna angiolo ; non ci illuderemo d*altra parte col 
signor De Girconrt che sia tanto semplice determinare 
la corona poetica di Selvaggia — cosa del resto da lui 
non fatta in nessun modo, n^ bene n6 male — diremo 
solo che queirunica, geniale classificazione delle Rime 
di Oino che abfoiamo, non 6 completa, perch6 comprende 
solo una scelta che, per quanto sia fatta con queir alta 
competenza che h deirautore, non distingue le Rime del- 
Tamore p^ Selvaggia da quelle d'altri amori meno no- 
bili e meno duratori. (^) Dico subito che questa classi- 
ficazione ^ che del resto 6, in mode assoluto, impos- 
sibile — non penso gi& di tentarla io. A me basta ora 
di distinguere tutte le Rime in cui c* 6 un reale o pre- 
teso aocenno ad altri amori e ad infedelt^ del poeta : 
qnesto compito mi permetter^ poi, senza tema di andar 
troppo lungi dal vero , di ricostruire 1' amore di Sel- 
vaggia, sia perchA questo appare pid profondo e piii vero, 
se non pid puro, perch6 le Rime che lo riguardano si 
rassomigliano neirespressione di un pi& caldo , piii vi- 
brato, e specialmente pi& disperato affetto, sia infine 
per gli accenni materiali. La prima di queste ragioni 
6 affktto soggettiva, e fa di solito sorridere o aggrot- 
tar le ciglia ai padri della critica; pure non 6 motive 
per cui anche questo criterio debba essere in tutto tra- 
scurato, usandolo parcamente. Gi6 posto, gli accenni 
alia volubility di Gino ci appaiono, come dalle Rime, 



(1) BarioH, ap oii. pag 100 

(i) O Oardueei^ Rime di Messer Cino. Pirense, fi&rbera — Anche Luigi M. 

Rwist, nflllo ttesso tempo obe il Ciampi pobblicava la Vita e le Rltaie di Cino, 

al proponeraui fame uo*edisione doTe le rime fossero distribuite per materie 

ma l*topera aoo veane alia laea. * V. Chiappelli che ne d&lanotisla, op. cit.^ 

p«9* ft, nota 1. •* 



34 



ooai anche dalle testimonialize degli scrittori, contem- 
poranei o di poco posteriori. A proposito di questo, 
nessimo vorra certo preoccuparsi che il legi;rta Oiiilio 
Claro chiami * maximas amator » il nostro amoroso 
messer Cino, dacche un grandissimo, un appassionatis- 
simo amante egli sarebbe anche quando avesse sospi- 
rato per la sola Selvaggia; e neppure si darii pensiero 
dei delicia anw) is attribuitigli dal Farinaccio, pensando 
che essi « omnes tangunt - e che in prosa italiana non 
sono altro che « scappatelle d'araore », come ce ne of- 
friranno esempio le rime giovanili e qualche altra di pid 
matura eta, e come ne commisero tutti i piu grandi can- 
tori di belle donne : compreso I>ante, che, quando accus6 
Gino di lasciarsi prendere a ogni uncino, sembra avesse 
dimenticato che, oltre air amor puro e ideale per Bea- 
trice Portinari e Taltro della cui realty originjiria non 
dubitava per la donna pielosa o tionna genUlCy identifl- 
cata poi con Madonna la filo^ofia, egli soRri anche il 
mariirio dolce t*' di un amore di ardente sensuality , 
di cui ci sono testimonio le quattro canzonl in cui si 
gioca colla parola pietra, e Tamore, sia pure spirituale, 
per una donna del Casentino, a cui accenna la lettera 
a Moroello Malaspina, e quelle per la lucchese Gentucca, 
che non par tar a an cor benda nel 1300, a cui alludono 
i versi 43 e segg. del XXIV del Purgatorio. Del Petrarca 
taccio, 11 quale, intanto che cerca pur disfogareil do- 
lorosa core e i'amor suo per M. Laura, che co' suoi 
dolci rai in flam ma taer d'onestate, t*) intanto che alle 
donne malediceva nei trattati, ebbe mode di avere dei 
bastardi da altre donne. ^^ 



(l) Dinte: Caot. Cost nel mio parUr voglio esBer aspro. 

(8) Petraroa: Sod* Le btoUe e il cielo. 

(S) Nel 13 7 ebbe 1 fi^liaolo oaturale ovanni, e gli nacque la figlia il- 
legittima Pranoesca qaando oucnpooeva i dialogbi coo S Afrosiino — O Voig^, 
bti9aud»si sa ua pisso delle FaWa* 43 (p 1P7 •*d BasilAa) « ti dixero me 
plareH habere noibos quam >otUia ftire oapitulum cuius ego piirs sun », ere- 
detie di sooprirM cbe, oltre a quest!, etsli abbia avuto uoa quaatit4 di A^H 
spurii. Ma deve leggersi probabiiroente notoa (oonoscenti). 



* 



38 

Faremo noi carico ai poetaseegli stessoci diceche 
il done vale piii del sospiro? non 6 egli che ci apprende 
che dinnanzi alia donna sua fugge ogni pensier vile? 
Ben potremo accusare Cino di contraddizionl e di anti- 
nomie; potranno i sognatori di mistiche ideality lamen- 
tare che egli non sia tutto pupo in ogni momento; ma 
chi pretende castigatezza di linguaggio da un trecenti- 
sta, mostra di non conoscere quegli uomini e le loro 
passioni. 






Ma diffonderi forse una luce maggiore sul Nostro, 
Tesame delle Rime dei poeti che ebbero scambio di i- 
dee con lui, e delle sue poesie stesse: da quelle rileve- 
remo alcune accuse fattegli, e diremo del loro valore, 
da queste avremo mode di deter minare approssimativa- 
mente le belle che ispirarono il dolcissimo canto del 
poeta, del quale il Petrarca, nel suo acerbo dolore, potd 
dire invitando le donne a piangerne la morte : 

• colui che tutto intesa 

In farvi, mentre visse al mondo onore. (1) 

II campo aperto ai primi amori del poeta, natural- 
mente proclive a deli bare il fiore dolce della bellezza, 
6 Bologna , dove egli si rec6 per attendere agli studi 
universitari. Quivi egli ebbe uno scambio poetico di 
idee con alcuni rimatori della scuola bolognese, suoi 
amici e alternativamente suoi nemici, perch6 il carat- 
tere suo intollerante e altero non gi permise di avere 
durevoli amicizie. Per6 egli dovette aver acquistato fama 
di valente poeta fin dai piu giovani anni : oltre al sonetto 
a Dante e alia canzone in morte di Beatrice, si deve 
pure assegnare al prime periodo della vita di Cino, an- 
teriore airanno mille trecento, un sonetto diretto a Ser 



(1) Pitrarea: Son. Piangete, donne, e con vol planga Amore. 



36 . 



M«la 4e' Muli di Plstoia. (>> Ser Mula si erariyelto al- 
Tamico gi& famoso neir amoroso arringo, afftnchd gli 
sciogliesse una questione d* amore : 

E' amor diseende per gentil coraggio, 
di che nasoe, et se yien per piaoere, 
s'egli ha forsa di gtw, personaggio 
E' posaa, quanta pid se ne pa6 avere. i^) 

e si rivolge a lui come a uomo saggio, dicliiarandosi 
incompetente a risolvere da s6 il suo dubbio. II sondtto 
di Ser Mula prova la fama che, almeno in Pistoia, Cino 
s*era acquistato come poeta d* amore. 

Attribuisco il sonetto di Oino, che risponde all'ac- 
cennato di Ser Mula, al primo periodo della vita sua , 
per il pregio del lavoro, che 6 dawero povera cosa e 
inde^ia della rigogliosa spontaneitii del cantore di Sel- 
vaggia, 6 penso che esso debba assegnarsi a tempo an- 
teriore a quello in cui il poeta arieggia alia scuola bo- 
lognese, che risponde^ credo io, air ultimo decennio del 
trecento. Ksso 6, ch' io sappia, inedito, e io lo riproduco 
togliendolo dal codice Bolognese Universiiario 1289, c. 
iOO V. coUe variant! del Casanatense 4, F, 5. 

(1> 11 guadrio lo dice da Vinegia. MuU sarebbe contratto di Amaleo. 

{V Ser Muia: Son. Vedl qtiesta quartiaa neirBdiiion* delle RiOM di Cino 
curata da FausUno Tatso, p 112. — V. (Jatanatenu d. F> 5.^ che ha akraaa 
Botevoli variant! dall*edisioDe del Tasso. Eceo il sonetto nella lesione della 
Casanatense. 

^ Mula De Mult a Cino. 

Homo saccente et da maestro saggio 

De' interrogar per apparar severe, 

Ood*i ml moao a voi si com'a maggio 

Doctor che sete per ragion cernere. 
&*araor diseende per gentil coraggtol 

O di die.nascet c se yien per piacere? 

O a'egU ha in se forsa o .signoraggio 

Et possa, quanta pift se ne pu^ anere I 
Et prego yoi» si come *1 plA pregiato 

Sigaor, che di eoleBsa mi insegnftte 

D'esto dimando sire ch*eo mi chero 
Cbed io non son da me tftpto 'nsegnato 

Obed il possa sa«er pfr y#rUa«e, 

Ood'io mi tornl al dirltto sentero. 



37 



RiSPOSTA DI M. ClNO AL 8EQUENTE DI M. MULA. 

Ser Mala tu te credi senno hanere 
Tanto Che porta nirtii d' helitropia 
Ciie di cosa comniie^ faUa pixipta 
Ma AOQ a ooBti peosi al.mio purere 

NoBira ragion pur ci eonnieii oeraere 
Et dice faccian prego a donoa iQiipia 
che uenga to8to si che n'liaggian cupia 
Di poterla toccar non eke uedei'e 

Ma ben crebbe rimedio al nosti'o ingaano 
ch'ella spoaasse queila polcelletta 
celatamente oi cbe tutti il saono. 

Ei sappia'i bea ch'ella trouasti stretta 
si come queila cb^ era tiel sext* anno 
Rilegati ser Mula cottal uetta. 

Yarianti del Codioe Casanatens'x d^ VyS .* v. l. ti oredi — s. Tanto, 
obe porta vertft •« 3. Commune — . Ma non bai com tl p«^nti —.5. si conven 
—.6. Et did facciam — 7 b), che — 9. 'nicanno — 1. celatamente si, che 
tatt! *1 — 12. sappiam bene che la — 13 aest* anno ~ 14. cotal netia. 

Qui non 6 ftior del easo di notare che, per quanto 
questo soneito sia stato diehiarato responsivo airac- 
cennato di Ser Mula, esso non 6 per le rime; che il 
sense non risponde a quelle se Bon tirandolo coi denti, 
che il sonetto di Ser Mula non dj la ohiave deiroscuro 
sonetto di' Oino e che, se mai sono in relazione di do 
manda e risposta, se ne deduce eheTiroeoGino ricam- 
biara dispettosamente a una domaaida che doveva ono- 
rarlo e, rispondendo a una questione generale, dava un 
aspro rabbutfo accennando ad un case speciale occorso 
a Ser Mula« Comunque sia, il somUo 6 autentico perchd 
si trova in quatiro manoscritti » € da tre date aperta- 
mente al Sinibuldi, nel quarto aiionimo,ma depo rime 
di lui > (I) 



(i; V, Nottola: Studi sul Canioniere di Cino da Pistoia ^ Milano , 1893. 
I manss. sono: Galvani,,poi Mansoni; Bolognose .Universitario 1289; Casana* 
tense d, V, 5; Scappncci, poi Bologna, in cui ft anonfmo. 



38 






Lasciamo il sonetto a Ser Mula, e non caviamone 
altra conseguenza che la riconferma delta celebrity che 
Gino godeva in materia d*amore, e diciamo qualche cosa 
del poeti Bolognesi che ebbero con lui scambio di idee. 
E cominciamo da Ser Onesto. 

II carteggio tra questo poeta e Mes^^er Cino si riduce 
a sette sonetti del Bolognese e a sei di Gino respon- 
sivi ai detti <*>. 

Non occupiamoci dei sonetti in cui Onesto accosa 
Tamico di essere nolle sue rime oscuro, confuse, pieno 
di convenzionalismi, di profondere io esse le solite frasi 
e parole: 

Mente at umile e pid di mille sporte 
piene di spirti .,..(*) 

a cui Gino risponder& che egli parla < senza esempio di 
fera o di nave.... a guisa di dolenti a morir messi » (3); 
diciamo invece brevi parole delle rime amoroso. 

Onesto Bolognese 6 anch*esso amaute infelicissimo, 
e bench6 in lui trovinsi i luoghi comuni. della scuola 
bolognese, sicch\ per dirla con Gino, quando accusa di 
questi difetti il Pistoiese lo veggiamo goder « come il 
monocchio — che gli altri del maggior difetto varga <^) > 
(yarca),ci par degno, per alcune rime, di esservl posto 
accanto a Gino tra i poeti del dolore. Uditelo sfogarsi 
coiramico: 

Mira srli ocobi miei morti in la cerTice 
et odi rI angosciosi del cor stridi, 
at da l*altro meo corpo ogne pendice 
che par ciascuna cba la morte gridi, (&) 



<1) VadiU in Ckufnt op oit., pag. 93-105, 

(f) On^io* San ehn oomlnoia coti 

(3) €fina: Son,: Amor, che tIad per !• plft dole! porte. 

(I) CinK Son Io ton colol. obe tpasso m* inginoeohto. 

(^ Onmfe: Son* Qaella oho in oon V amorosa radico. V. Casia! , op. oil. 



89 



udite ammoniiio con amorosa premura di guardarsi dal 
«ervir Amore. 

A questa ammonizione risponde il N. con un sonetto 
che ci dimostra come gi^ fin dagli anni giovanili un 
forte amore dominava il suo cuore. 

E tardi omai il consigliargli ch' amot* non serva e 
che 'n lui non si fidi! 

lo li son tanto so^getto e fedele 
che morte ancor da lui non mi diparte, 
ohe sento de la guerra sotto Marie ; (U 

doviinque vola e va drizzo le vele 
come cotui che non li serve ad arte, (s) 

Trattasi dunque, gi& fin d'ora, d'un amore profondo, 
costante, che non impallidisce per lontananza; concetto 
che noi vedremo ripetuto in altro sonetto di questo 
periodo, diretto a Gherarduccio Garisendi <•''♦; che se 
Onesto 6 un povero tradito, il quale non spera che la 
calcatrice <*' che Tha invaghito possa mai esser presa 
nelle sue reti (^>, se Y infelice e maciuUato fra due gra- 
mole v0), anche il Pistoiese ha gi^ sentito Tamaro del- 
Tamorosa passione: 

lo sol conosco lo contrar del mele« 
che I'assaporo et honne pien le quarte (^); 
e quando il fiolognese, pieni i sensi di un ardente af* 
fetto per una donna c disdegnosa e santa p, si volge 
a Glno e lo prega che se mai egli ha colto frutto di 
tal pianta, glielo mandi a dire, 

. • . • cb* eo a' ho tal sede 

ch' esta ilesio tutto lo cor me schianta, i^) 



(1) Fanf'ini: Ch'io '1 sArvo oella pace, e sotto Marte. 

(2) Cino: Son. Anxi ch'ara«'re ae la roente gu di. 

;8 Cino: Son Come li taggi di Neroo crudele ... 

(4) Cale firfee vale coceodrillo, ^fr Pr. Succh^Uii rim* 13. < oaloatrloe 
in Ctti perfida voglia sempre si riooova. » 

(5i One*to: Son Assai son certo < he somen n in lidl. Casini pag» 8T, — 
(6) Onesto: Son Chi vol vedere mi tie fiprson** grame 
(7; Ci»u>: Son, 8e mai leggesti versi dn TOvidi. 
(8) Onetto: Son^ Si m* ft fatta nemica la mercede. 



40 



il oaBtore di Sehragfia, ammaestra'to dal dotoro, lo ccm- 
forta dicendogli che quel mal che ne la mente sied^ ^ 
e pone e tien sopra lo cor la stanza, n(m p»^ dar che 
lagrimee che amore a lai non ha dato che unMneffahile 
voglia di morte, da^ch'* 6 in sua fede (^l 

E ramore grave, infelice, tessuto di lagrikae e di so- 
spiri, per cui vedremo il poeta angosciato in tntte le 
sue Rime. E chi era la belia onorata di lagrime si co* 
centi ' Non ora lo diremo, e il dirlo sarebbe cervellotico ; 
el basti di notare che Onesto nel son. sopra »ccennato 
< kssai son certo che Ptmenta in ikUy dopo aver affer"^ 
mato che non spera mai di trovare amatrice lei che 
adora, rivolto aU*amico gli dice: 

. . . • non coDoscI acqoa di fdle 
nel mar dove ha tutte allegrezze sparte, 
cbe val ciascutia pid che amor di parte. 

Onesto credeva dunque che Tamico nuotasse in un mare 
di allegrezze, cOt^cuna delle quali vale piii che amor tit 
parte; cio6. e parmi la sola mterpretazione, Gino amava 
una donna la quale apparteneva a un partite che non 
era il suo, e per essa dimenticava tanior di parte, le 
sacriflcava Taifetto cbe lo legava alia sua fazione. Con 
qualche rawicinamento potremo forse in seguito dire 
chi fosse questa donna che fa il Nostro dimentico della 
passione che, piCi d'ogni altca, sMmponeva in quel giomi 
di odi e di stragi sanguinose. 

La corrispondenza tra i due poeti i finita; ed 6 a 
credere che Mnisse presto anche la lore amicizia, dopo 
che si scagliarono in faccia vituperi in versi , quando 
irato Ser Onesto, in una questione d* amore, cosi a* 
postrofo Tamico: c a trarre un baldovin vuol lunga 



(1) n Bartbli. per euer oonseguente, avrebbe dovuto coUooare lraio*ii« 
tori da. la donna aogelo anohe Onosto Boiogoofe, la cui donna d par Mfita e 
dUdegnoM. 



41 



cordaO) e Cino lo ripag6 a usura: 

.... in sembiante 

siete deiranimale che si (orda : 

ben 6 talvolta fai* Toreccbia sorda (S). 

Saiis dirae: lasciamo ser Onesto, che fu pure il mi- 
gliore amico di Cino, tanto che questi, pii t'ardi, tiopo 
la morte di Dante, accusd il Ghibellin fuggiasco che 
ragionando con Sordello non facesse motto ad Onesto di 
Boncima; non per6 senza aver notato che 11 commercio 
di sonetti tra i due poeti non ci &k diritto a pensare 
a una plurality di amori in Oioo , ed esaminiano se 
Oherarduccio Garisendi, poeta di nobile famiglia bolo- 
gnese, nolle Rime che scambi6, secondo il galateo dei 
tempi, col Nostro, meglio ci ilium ini suUa natura degli 
affetti deiramoroso piatoiese. 



E piu duratura e piu serena Tamicizia di Cino con 
Oherarduccio ? 

Noi sappiamo gi& che questi 6 quel Garisendi che 
accus6 Cino di avere il cor vano, lascivo e disciolto, 
e non 6 a dire se queU'iroso lo comportasse in pace, 
e qual loquace sdegno ne nascesse. 

Rifacciamo, per conoscerlo, sul carteggio dei due 
poeti, la storia della lore amicizia. Breve istoria: e i 
documenti di essa sono un sonetto di Cino a Oherar- 
duccio, giuntoci senza risposta , e tre altri a cui son 
responsivi altrettanti del Garisendi. <^) 



(1) Oneito bologneae : Soo. Sete vo*, messer Cin, se ben v'adoocbio. — Per 
il significato della parola baldovino^ vedi Fanfani: « Le Rime di Messer Cino », 
nel oommento alia satlra « Deh quando rivedr6 U dolce paese », alia parola 
Balduino della stanza 1., v. 12. — Vedi altresl Luigi Blondi in Oiomale 
Arcadico del 1822> pag. 388 e segg. Egli orede col Salvini che balduino si- 
gniflcbi asino, Cfr. bardut ^ goffo, e bardella = guernimento deirasino. 

(2) Cino: Son. lo son colui che spesso mMnginocchlo. 

(S) Pel Garisendi: V. Rime dei poet! bolognesi del secolo XIIT, ordinate da 
T. Casini ; per Cino, ▼. U. Nottola : Studi sal Canzoniere di Cino, pagina 58 
e segg. 6 



42 



I due poeti hanno posato gli sguardi innamorati so- 
pra una donna umilmente gentile, la. quale < move gli 
occhi si mirabilmente « che si fan dardi le bellezze 
sue >. Amor dice di essa € cK angelo fue >. <^) Si que- 
rela il poeta coiramico : 

. . . umlltii trovi ed 6 M contrario forte 
e non 6 molto ancor ch*i' me n'accorsi, 

B per quanto non abbia invidia del fatto suo^ ben si 
duole del proprio. (^) 

Pur non pu6 scordare la donna sua, n6 presente, nd 
lontano; e or, lungi da essa, privo della sua vista, 
piange doglioso e pensivo ; e morrebbe d' angoscia , se 
non fosse che spesso ricorre a un ritratto delTamata^ 
< a la figura in sua sembianza pinta » : 

Cosi, lontan, m* aito e mi soccorro 
per ritornare e dar maggiore strinta 
quando aver ti parrk la guerra vinta. W 

Gio6 , dunque : benohd lontano, si consola beandosi 
nella contemplazione del ritratto, per ricadere in pene 
pli atroci quando parr& a Gherarduccio di aver vinto 
la guerra, la guerra d'amore. 

Qui credo — a mono che vogliamo attenerci alia 
lezione deirultimo verso, dataci dal Fanfani, < Or cb^ 
morte ha mia forte guerra vinta > — di pQter stabilirp 
che Cino, a Bologaa, sospirasse per una bella lontanai 
e che Gherarduccio fosse suo rivale. 

QueU'espressione di inenarrabile affetto non induc0 
pieti nel Garisendi, ma lo muove^ sdegno. Egli punge 
<5on sarcasmo il dolce d' amove amico : 



(1) Non vedo ragione per cui questo sonetto non abbia servito al BartoU 
per la Donna angelicata, 

(f) Cino, Son» Caro raio Oerardaccio, io non bo* *nv6ggia. 
(3) Cino» Son. Amato Oherarduccio^ quandM* scrivo. 



« 



...la cbntesa del lupo e de I'agno 
Ch' ayete presa yei' me non la scriyo. 

E un impeto di gelosia gli detta T improperio ; U 
vostro C07^ vano disciolto e lascivo non pu6 ^tillare la- 
grime d*amore: € non yi bagna acqua di quel dolze 
stagno, (0 Del resto, a^punge il Garisendi, inyiperito 
e iattante nella sua gelosia: € io son certo di essere 
'an amante fortunate e corrisposto » 

d' amor son certo pena hen diriyo, 

^iod, SB male non interpreto, » nd parmi che lo si 
possa diyersamente — € io derivo felici pene dairamore, 
che mi son arra di felicity ». 

£ poichd Cino , dolcemente fidente , gli ayeya detto 
che egli si consolaya col ritratto dell' amata , il Gari- 
sendi con una frase a doppio sense gli lancia Tespres- 
sione del proprio odio : 

.... soyente in allegrezza corro 
membrandoyi cbe v' ha dato la pinta 
quella cbe y'ha d' amor la mente cinta; 
peri) cbe conoscete ye Taborro (cbe y'aborro?). 

II passo 6 capitale : V uomo che ghigna e gode delle 
.i^yenture deiramico, non 6 un moralista censore dei 
dijEiatti umani , 6 un riyale ferocemente geloso, perchd 
Cino s'erayantato di aver ricevuto il ritratto della 
jstessa donna amata dal Garisendi. A questo yanto Ghe- 
jrarduccio risponde, dissi, con una frase a doppio senso: 
^ei corre in allegrezza ricordando che la donna amata 
in comunione d' affetto , ha dato la pinta a Cino. E la 
lirase yale: < ti ha dato il ritratto > , — per quanto il 
Tocabolario non registri la parola pinta in -questo senso 
— interpretando in relazione a ci6 che Cino gli ayeya 
scritto ; ma yale , nella mente del Garisendi e in rap- 



(1) G. Oarisendi: Son. Dolce d* amore amico, eo vi riserivo. 



J4 

porto air odio che spira tutto il sonetto : < ti ha ri- 
gettato, ti ha respiDto, » conforme al signiflcato che 
ha questa frase. f^) 

L*abbiamo detto: Oino non comportd in pace i vi- 
tuperi del Garisendi: e gli rispose col sonetto « Come 
11 saggi di Neron cradele'», etlito da Faustino Tasso, 
dei Minori Osservanti (1589), dal Galvani ('Lezioni Ao- 
cademiche, 1840), e dal Nottola (1893). E questo sonetto 
6 tale che merita qualche considerazione. 

Benchft da altri stimato oscurissimo , esso appar 
chiaro da ci6 che fu detto; Gino risponde rendendo 
pan per focaccia : 

Come 11 saggi di Neron omdele 
iDgi*avidare il fscer d* una rana, 
cos\ ba fatto Amor, per vista yana , 
la mente tua, onde tu ardi e geli. 

LMmagine turpe nella sua signiflcazione leggendariar 
ma espressiva, dovette piacere a Cino perchfi anche al- 
trove Tadoperd (*), rivolgendosi a Onesto bolognese. 
Essa ba la sua origine in una leggenda che nel Medio 
Evo era notissima e che viene ricordata da A. Graf. (3) 
Nerone, mostro di libidine c che era state marito del 
giovine Sporo e moglie dei due liberti Pitagora e Do- 
riforo >, Nerone che aveva promesso straordinarie 
ricompense a chi gli mutasse in femmina il giovane 
amato, < non sapendo omai che imaginar di nuovo, da 
chetare alquanto la sua stravolta fantasia, vuole im- 
pregnare e part' ire; chiama i suoi medici e ingiunge 



^l) Cfr. Tac D&v. Stor. 2 287 : II buon uomo , dolce per natura e mu- 
labile per paura, per non far sue le brighe d* altri, coir aiutar chi cadeva, 
gli did la pinta — Cfr. altrest CirifT. Calr. 4, 127. Con ana certa ana oaresia 
flnta , — Sempre sua soorta e leal partigiano — Si dimostrava, per dargli 
la pinta. 

(3) OinOf Son* lo f on ooloi che spesso m* inginocohio. 

(3) Oraf. Roma nelU memorie e nella fantasia del Medio Bvo. Vol. I. pa** 
gina 308. 



45 



loro, sotto pena di morte, di appagare il suo desiderio. 
I medici, per torsi d'impaccio, gli fanno trangugiare 
in un beveraggio una piccola rana, che gli cresce in 
corpo, e ch'egli vomita d(»po un certo tempo. > (V 

Ci appar dunque chiara la similitudine con cui il pi- 
stoiese ei dipinge il Garisendi: < come i medici di Nerone 
fecero ingravidare il mostruoso tiranno di una rana, 
cosi Amore ha gonfiato la mente tua, per cui tu ardi e 
geli >; ma come non era vera la gravidanza di Nerone, 
cosi 6 vano V amore del Garisendi. 

Falso, che ne la bocca porti 'i mele 

6 dentro tosco , onde *i tuo amor non grana 
or, come vuoi; fa V andatura piana, (fait) 
per prender la colomba senza fele 

quella per cui io spirito d* amore 
in me discende da Io suo pianeto 
quand'6 con atto di bel guardo lieto. 

Pei'6, dovunque io vo, le lasso il core 
cui raccomando '1 suo dolce discrete : 
non temo d' uom ch' a amai* vada col gi*eto. 

Da questi versi apprendiamo che T amore del Gari- 
sendi , a detta di Cino , non era profondo e durevole 
come egli pretendeva, e che ei s* infingeva per allettare 
quella donna, simile a colomba, per cui Io spirito d'a- 
more discese anche in Cino. Protesta il Pistoiese ch' egli 
pu6 ben esser lontano dall'amata, ma che il suo cuore 
6 con lei e con iattanza aflferma « non temo d'uom ch'a 
amar vada col greto. » La lezione di quest'ultimo verso 
h incerta; ma sia che leggiamo collaCasana tense , or 
riprodotta, sia che leggiamo coircdizione del Tasso 
< non temo d'uom ch'al mar vada col greto >, il senso 
non cangia: Cino non teme d'uomo instabile, che muta 
affetti come paese. 

(1) Ricordano il fatto la Graphia , Martina Polono , la Kaiserchronik (v. 
4132-74;, MattM di Westminster nei Floras hisloriarum Ranulfo Higden nel 
PolycbronicoD, Giovanni da Verona nella Historia Imperialism ecc. 

7 



46 



Con un donetto del Garisendi (^) finisee il certame 
di vituperi dei due poeti , che sia arriTato fino a noi , 
ed 6 logico credere che in esso affogasse la loro ami- 
cizia. Ma il sonetto del Qarisendi contiene un aceeano, 
almeno apparente, di speciflcata plurality di amori. 
4 Vorrei saper da vo' > , msinua Oherarduccid Hfiatto 
calmo e sarcastico: 

se y' ha gremito la pola selvana 
com' esser po' de la pinta fedele t 
pei*6 che amante quando pou due tele 
a Tuna pur convien mancai* la lana. 

Se v'ha, o Cino, ghermito la comacchia selvana, 
come essere poi fedele della pinta f 

Cino si assicura di essere costante, Gherarduccio 
nega, e vuole, pur sbugiardato dal pistoiese, che fe- 
delU in amore sia un proprio attribute. Gi^ abbiam 
visto che il Garisendi, a proposito della pinta, fa un 
miserevole gluoco di parole. Se Cino aveva adoperato 
11 vocabolo pinta come aggettivo, riterendolo a figura 
{ftgura in sua sembianza pinta) , Gherarduccio ne fa 
un norae che signiflea or sospinta or ritratto. Ma nei 
versi or citati che vale? N6 Tuna nATaltrJi delle dette 
cose ; perchft V amore per una donna non esclude che 
si possa consolarsi col sue ritratto. — Che Cino pos- 
sedesse il ritratto d*una sua amata noi lo abbiame 
giSi visto. Ma chi era Toriginale? A. de Circourt, nel 
sue studio altrove citato, <*) mostra di credere che 
esso fosse Selvaggia, laddove si rammarica che sia 
perduto il ritratto della Vergiolesi, — seeondo lui pos- 
3eduto da Cino, e divenuto la sua piu efficace conso- 
lazione — a differenza di quelle di Laura de Sade. 

Egli non avrebbe torto quando si potease identifi* 



{\} G» Oaritendi : eon. Poi ch' il piaaeto v« dA fe' eertana. 
(ij Circourt: op. ©it. pag. 77. 



47 



care la piata coUa pola selvana, poich6 la pola o cor^ 
nacchia, nome coa cui il Pistoiese altrove si compiace 
di appellare la sua bella (V. Son. « Amico la novella mia 
corBacchia >; e Son. « 8e mai leggesti rersi de TOvidi > 
son 6 ehe la stessa Selvaggia, come chiaramente de- 
nota rappellatlvo selvana (i), e come si render^ chiaro 
nel segaito di questo capitolo. 

Ma invano argomenteremmo di trovar qui la chiave 
deirenimma, giacch^ i versl del Garisendi sono un 
cattivo indovinello. Inferiamo dunque dal fin qui detto 
Boltanto che^ gi^ a Bologna, Cino, studente, amava Sel* 
yaggia e che al Garisendi era note questo amore, pro- 
babilmente forse da lui condiviso; inferiamoue anche 
che qualche strappo alia fede alia donna fera era 
fatto. 

Yedremo in altro capitolo se la prima di queste 
assersioni, piii attendibile ammettendo che Selvaggia 
sia stata a Bologna — e sonvi documenti a crederio *— 
podsa essere meglio comprovato. Ora notiamo gli altri 
accenfii ad amori passeggieri del poeta, mentre il la 
^too ra litsirando Bologna: con ci6 determineremo 
anche la natura della infedelt^ alia disdegnosa Sel- 
vaggia. 

Nel sonetto IX (ed. Fanfani) (2) ii poeta accusa gli 
occhi Buoi di essere stati incostanti, di aver voluto 
tradire il suo cuore, sicch6 son piu degni di morire 
chd di alcun altra cosa. Come oserebbero comparire 
dinanzi a quella Donna, per la quale sparsero si dolo- 
rosi pianti nell* allontanarsene ? 

II Fanfani dice ch^ qui Cino si scusa della sua lon- 
iananza che poteva farlo credere incostante. 016 non 
6, perchd allora non si capirebbe davvero il gran fallo 



(1) Questa gupposizione fu giit fatta da U. NoUola neir opuscolo « Una 
•anione inedita di Cino da Pistoia ». 

(9) O occhi iniei, fuggite ogai persoua* 



48 



commesso dagli occhi, e come essi abbiano potato 
tradire il cuore del poeta. Si tratta invece di una 
bella che, lontano Gino da Selv^aggia, Ilia abbagliato. 

La bellezza s* impone : il cuor trae dolorosi goai, la 
mente torna al suo dovere, il voley^e con valor possente 
la sua voglia assottiglia, (0 ma gli occhi si ricreano e 
si beano nella contemplazione dol bello femminile, quan- 
d'anche si manifesti in forma differente dair oggetto 
amato. ^ una tregua del sospiri, un soUievo del petto, 
forse un palpito ribelle alia tiranna amata, un avido 
lampeggiar degll occhi senza il cuore come la linffvui 
senza la mente, di cui Euripide nell' Ippolito. W 

Ma 6 questa rinfedelt^ del poeta, attribuitagli dal 
Garisendi f 

Avvi UD sonetto, il 101 deU'edlzione Fanfani iV, dato 
a Cino da sei codici e da due a Dante, e a questi attri- 
buito dalla Giuntina del 1527, dal quale il Bartoli ricavd 
una delle figure femminili del corteo erotico di Cino : 
la Bolognese. I versi che sembrano giustiflcai'e Tidea 
di A. Bartoli, al quale del resto si accosta anche 11 Fan- 
fani, credendo che Cino accenni a un suo amorazzo 
di Bologna <*>, sono i seguentl : 

Onde morir pur mi conviene omai: 
E posso dir, che mal veddi Bologna, 
E quella bella donna, ch*io guardai (&). 

Ma^ a chi ben consideri, il sonetto appare dedicate 
a Selvaggia animata € d*ira forte in luogo d'umiltate » 



(1) Cino : Canz. Di nuovo gli occhi miei, per accidente. 

f2) Verso 61S. < Non fu la mente che pe* sacri altari — voUe giurar, ma 
giar6 la lingua — sensa la mente. (citato da Dioniso nelle Rane di Aristofane. 
trad. Castellani, pag. 18, ed. Hoepli). 

(3) Ahi lasso! ohMo credea trovar pietate. 

(4^ L9 rime di Metser Oino^ pag 247* II sonetto t\i dal Fanfani ripubbli- 
cato, sensa aooorgersene, una seconda volta, con lievi variant! a pag. 436. 

(5) Ciampi : Ma pi& la bella donna ch*io lassai. 



49 



yerso rinnamorato. Infatti il poeta, dopo aver detto che 
sperava di trovar pietate qaando la sua donna si fosse 
accorta della gran pena del cuor sue, e che ricambio 
d*affetti fosse premio a* suoi sospiri, aggiunge che per& 
parla un pensier che lo rampogna com* egli speri dl 
troTar pieU presso di essa : egli, in Bologna, ha potuto 
guardare, desiosamente fissare un* altra bella donna. 
Interpreterei dunque: € A mio inal costo 0) vidi Bologna, 
amio mal costo vidi quella bella donna che guardaU 
perch6 mi son cosl reso indegno di Selvaggia >• 

Qf\k yedemmo che questo penslero 6 espresso anche 
nel sonetto succitato: € o occhi miei, fuggite ogni per- 
sona >, dove 11 poeta vuole che gli occhi suoi col pianta 
facciano ammenda del gran fallire d* essersi posati su 
altra persona. Che dirii Selvaggia ? Dir yi potrebbe : 

Poi che yoi non mi vedeste, 

Occhi yani> yoi foste si costanti, 

Che 'i cor ch'io aggio, sottrai' mi yoleste. 

Possano gli occhi diyentar ciechi pel pianto, anzichd 
tradire il suo cuore ! 

N6 qui solo : 1* angoscioso pentimento del gran falla 
degli occhi suoi echeggia anche in altre rime; quel 
grandissimo amante non ayeva animo ed arte a farla 
franca^ e con luDghi, dolorosi sospiri, nati di paurosa 
rimorso, scontava il peccato d*un ayido sguardo. 

Pargli, nel sonetto 18, che ciascuno indoyini come 
amore ha troyato gli occhi suoi yergogaosi nel fallo e 
nella colpa di ayer mirato altrui, sicchd egli non i pid 
ardito di fissar donna e d*apparir tra gente. Ed 6 pur 
lieye la colpa e il disonore: colpa e disonore sol degli 
occhi, tanto che Amore, con quelle spirto dolce cha 
ricordaya Selvaggia air animo del sospiroso poeta , si 



(I) Mat vidi Bologna, Cfr. Onnto Bologn.: Son. Qaella obe in cor Tftmo- 
foia radice — « Me piantd nel primier ch* eo mal la vidi, » 

8 



^ 



port^ seco 11 suo cuore ridonAndolo a Selvaggia, e col 
^entlmeato ayyiva la vergogtia e 11 rimorso. 

Patetico pensiero e psicologtcameate fine: un non* 
tiiilla basta a ravvivare la fiamma sopita, udo dpirto 
dolce. un*aura fugace dl caldo affetto, un sussalto delle 
fibre come quello che accompagnava la vista della 
donna crudele, il guizzo di duef pupille che ricordano 
gli occhi della donna amata e ricercano 11 caore, ri- 
produconO le iropressioni giii provate, 1* agghiacciarsi, 
rimpallidire, il raggricciare delle plii intime fibre, lo 
smorire: il doloroso stato che 6 pur la vita del senti- 
mento vibrante fioo alio spasimo, ed 6 la vita deira- 
more! 

Pur 11 pentimento a Oino detta una singolar scusa 
a) fallo degii occhi saol e suo : 

Ma gli occhi vostri amoroai gli scolpai 
Che fanoo con ii bel guai^do suave, 
Ogni cosa mii*ando innamorare. 

Sembra ed 6» per una donna, un*irrisione insensata 
che 11 fulgor delle sue vaghe pupille le alieni, sia 
pure per poco, Tamo re del suo poeta« Pur questa ra* 
giooe che Talunno d*amore, colto in colpa, adduce come 
scusa deirerror suo, 6 spiegata dalla canzone XIII<i)cbe 
ripete lo stesso concetto: gli occhi suoi, per caso^mi'^ 
rarono una donna piaoente, perch6 simigliava alia 
Donna sua ; e guardoUa, sentiamo lui : 

.... ma pav«ntosamente 

Dome colui che sento 

Ck'altra vaghezia^ con disio mi pigliat 

Amore ne A grandemente meravigliato, si li par eosa 
nudva — che per altra beltd cangi la fede, e coselenza 
ripiglia lui che ha peccato, ed et eon gran tema ehiede ' 
grazla. 



^^^MA>^rta 



(I) « Di nuovo gti occhi Ulidi p«f ei6CMe&t». » 



51 






Abbiamo visto in rime molteplici ricorrere il tne* 
desimo pensiero, e 11 marteilar di esso e rangoscia del 
pentito noQ lasciano )1 dubbio che uon si iratti di 
un'unica scappatella o delictum dmoris degli occhi suoi. 
Or ogQund si aoqueterk meglio a quesVopioione con- 
siderando che noa vi sono altri versi che parlino d'in- 
fedelU a Selvaggia, fin ch'EUa visse, o almeno fine ai 
dolorosi anni deiresilio. 

La passione dominante in lul 6 una sola: frutto di 
essa 6 la disperanza, e cod essa il piii nero dolore: scon- 
forto e martiro. E parmi appunto che in tanta veriti 
di doh)re, quald ci apparrti meglio in seguito, una di- 
dperata iSssiU sia la notafondamentale della sua lirica; 
e questa angosciosa continuiU d^affetti 6 mal rotta da- 
gli impdti di ribellione che deve provare ognl uomo 
che veramente palpiti di amore , che soffra delle ri- 
pulse e del disprezzo, come Oino dinanzi alia forte sua 
nemica, impeti che son seguiti dal piii strazlante pen- 
timento. 

4 egli il solo poeta innamorato che neirimperversare 
delle paissIoAi gittrl di voler cogliere e gustare < le 
dolcezze d*amOf senza I'amaro? > (^) Egli 6 ben un infe- 
lio6 trAbalzato e martoriato di dolore in dolore finchfi, 
fatto pell^grino dal suo natal sito per greve esilio (^), 
Allontaiiato dalla bellezza piii ideale che mat formasse 
U saverd inflntto, reietto da Selvaggia come vil servo, 
sospira di bearsi mirando in molte donne sparte quella 
bellezza bnde gli era fatale I'altera Vergiolesi, pur non 
inosso ddille prime braccia dispietate\ ancorch6 senza 
dper^BZa; fihch6 divenuta la donna sua un*ombra gelida 
di u4i p^ssata di dolori, sacrificando altri incomposti 



(2y Cino : Son* a Dante: < Poi ch*io fui, Dante, dal mio natal sito » 



52 



desideri a cui ancor aDelava» percosso dal tIto raggio 
della scienza, abbandona il cammino della follia e trova 
nella serenity degli studi la pace del cuore: 

. . per mia sate temperare a sorsi 
chiai*a acqua Tisitai di biando rivo : 

e tftndio sol nel libro di Gaaltieri (Irnerio) 
per trame vero e nuovo Intendimento. (V 






Non perdiamo il filo delle idee. Diss! che non sonri 
altre rime che depongano della incostanza di Gino, e 
iatendo di riferirmi al periodo della gipvinezza sino 
agli anni deiresilio e della morte di Selvaggia, anni 
che noi cercheremo piii tardi di determlDare. Per6 
chiunque, pur digiuno d* altre notizie su Cino , abbia 
letto solo le brevi pagine che precedono, pa6 ricor- 
darmi che al can lore di Selvaggia furono attriboiti 
ben altri amori. 

Non tedierd ancora troppo a lungo. La donna hea- 
trice del suo cuore, menzionata da Gino nel sonetto a 
Dante € Novellamente amor mi giura e dice » e la bella. 
pisana, che dicemmo identificarsi con Teccia, si rife- 
riscono ad anni in cui le ripulse di Selvaggia e le da* 
rezze della vita avevano tolto a Gino le idealitik deira- 
more: allora, esule, non serbando in cuore per Selvaggia 
che un ricordo di ineffabile dolore, pot^ porre a Dante 
la questione se si possa trapassare d*uno in altro af- 
fetto, quando il desio d'amore per una donna ha per^ 
duto la speranza ; o, come il Bindi vuole, (ed. Fanfani e 
Bindi) potd affermare a Dante che quando vien mono ua 
amore si pu6 passare a un altro, chiedendo, per pid si- 



(1) Cino\ Son. « PoichA voi state^ forie, ancor pensiTO » — Irnerio h il fort© 
giareconsuUo modievale ohe ci appare tra i primi doUori dello otndio di Ba- 
logna. 



53 



curezza, il parere deiramico sulla difficile qaestione 
che gli aveva « rotto ossa e fianco », prima di potersi pro- 
Dunciare su di essa. Dante rispose airamico col sonetto 
€ lo sono state con amore insieme >, e gli scriveva che 
nel cerchto della balestra d' amore , — Hber* arbitrio 
giammai non fu franco — si che consiglio invan vi si ba* 
lestra^ e concludeva che bisogna secondare la nuova 
passione, se 6 stanca la passione per la bellezza di prima. 
A Dante, dunque, che ramm<miva che amore ben pub 
con ntwvi spron punger lo fianco e che sentenziava fi- 
guratamente e secondo i modi poettci, neH'epistola < Exu- 
lanti pistorlensi », come ogni potenza la quale appresso 
la cessazione di un atto, non si spegne , naturalmente 
si riserva in un altro, a lui Cino, non sospettando il 
tremeodo rabbuffo, uarra d'una donna che per virtude 
del suo nuovo sgttardo, sar& beatrice del suo cuore. 

Beatrice I Quest'imagine era per Dante la profana- 
zione di una memoria santa, Tevocazione della gloriostt 
donna della sua mente, emblema della bellezza eterna 
sopramondiale, guida airamore del sommo bene (Purg. 
XXXI, 22 segg.,) tra la volubility e la sensuality delle 
passioni umane. Dante, Tha detto Adolfo Bartoli, non 
seppe perdonarlo al pistoiese; e allora Tesule fiorentino, 
theologiis nullius dogmatis expers, dimentico dei re- 
sponsi dati nel sonetto e neirEpistola sopraccennati, 
dimentico de* gioTanili errori, gli infligge quella lavata 
di testa che fu condanna capitale per il povero Cino. 
E siccome Dante I'aveva detto, prestando ancor la penna 
a lo stancato ditOt tutti ripeterono in core che il pisto* 
iese si lasciava prendere a ogni uncino, quantunque 
egliy in procinto di abbandonarsi a una nuova passione, 
sia preso da tremore che il cor suo perda quel poco di 
vita che < gli rimase d* un* altra sua ferita. » E ben- 
ch6 protesti che non 6 mosso dalle prime braccia dispie^ 
tate dalle quali pur lo scioglierebbe il lungo, non inter- 
rotto disperare, e che un pensiero — Tamore per Selvag- 



54 



gia — sempre lo lega e TiDTOlye, pure egli ^ Tuomo 
lascivo, QQ capro, e un capro espiatorio dell* immobile 
fissiU delle idee umane. 

Perche? E' si grave, si peccaminoso quest* amore 
confessato a Dante? Oh! do. Noi Tabbiamo gik visto; e 
aggiungiamo che il povero poeta, timido amante, mal 
si perita di levar gli occhi in faccia alia bella: Che 
fard, Dante... s't levo gli occhi t (^) 

Pur protesta egli che il pensiero di Selvaggia sempre 
gli s*impone e che quando vede belt4 simile alia sua la 
vagheggia nel memore afietto? Uh! il Tecchio, il con- 
5umato amante: ecco una scusa che sa di ripiego. 

Eppure non qui solo egli ha espresso qest'idea; essa 
ricorre, noi Tabbiamo gi^ visto, nella canzone: 
Di nuovo gli oochi miei per accidente 
Una donna piacente 
Mu*aron, per che mia Donna somiglia, 
a proposito della quale nessuno dir^ che il poeta va 
accattando scuse, perchd nessuno Tha accusato. 

Ma chi 6 questa donna che pud imporsi un memento 
alia passiooe dominante di Cino? 

A costo di sembrare cervellotico, piacemi di esporre 
alcuni raffronti tra i sonetti (?) in cui Cino, dope aver 
sentito Tumore di Dante, gli confida il suo nuovo a- 
more, e si difende dalle accuse sue, e i sonetti che 
cantano una bella Pisana, che Cino rappresenta sotto 
r imagine di un hello, ardito cavaliere dalla ireccia, 
ch'in Pisa porta la tagliente spada d' amor cinta. 
Questo raffronto permetter^ forse di indurre che la 
Teccia (Contessa) o Pisana h la medesima donna di 
cui Cino a Dante. 

I sonetti dei quali si tratta e che vertono < sulla 



(1) Cino: Son. « Novellamdnte Amor. » 

{It) Essi foroQO scritti probabilmente nel seguente ordine : I. Qaando per 
OMo s*«bbandoDa. — H. NoTeHaroente Amor mi giura e dic«. — HI* Poi ch'i' 
tui, Dante, dal mio natal sito. 



5i 



medesima materia > , come ci apprende, se pup ce n'6 
il bisogao, la didascalia dei codd. Casanatense a BoIo- 
gnese, sono: Al mio parer non d ch'in Pisa porti(\\Q 
deired. Fanfani e Bindi, pag. 259) q A la haitaglia ove 
Madonna abbatie (114 ed. cit., pag. 275), e di essi ci fu 
data r edizione critica da U. Nottola. 0) 

Noto anzitutto che essi esprimono ii medesimo pea- 
siero fondamentale nella identica natura deiram^re 
estrinsecato. Infatti, se, nei sonetti a Dante, Cino di- 
chiara che i suoi amori si riducono a un diletto intel* 
lettuale^ nel mirare in molte donne sparie le bellezze 
di Selvaggia fmi lega sempre e mi involve un pensiero, 
il qual convien che si diletti in molte donne sparse) , 
anche nei sooetti per la bella Pisana, si tratta di un 
semplice sguardo: gli occhi di Cino si fermarono in free- 
cia su lei gentile tanto, che par fatta per arte; e se 
nel sonetto a Dante, Tesule pistoiese, nello sgomento 
del nuovo amore, sospira nell' incertezza, (lo, ch'd pro- 
vato poi come disdice (Amore) cid clie prometie — .... 
a morte mi do tardo — Clie non potrb contraffar la 
fenice, (son. 126 v. 4-8), anche nolle Rime a Teccia, al 
veder la nuova bella , V anima si dibatte agitata tra 
r amore ineluttabile a Selvaggia e Taspirazione all'a- 
dorno cavaliere. Ma per la forza di Amore , incarnato 
in Selvaggia (*) che combatte e vince tutti i suoi sen*- 
timenti, V imagine della bella donna non fa soggiorno 
f>eiranimo del poeta, ma se ne va bella tanto che il 
pensier di Cino rivola a lei e vorrebbepur in essa bearsi. 

Questo dibattersi delV anima tra il fatale amore a 
Selvaggia e T aspirazione al bel cavaliere, esprime mi- 
rabilmente il pensiero dominante che gravava V ango- 



(1) Studi «i*Z Oantoniere di Cino, 

(2) Che di Selraggia veramente si tratti ce I'apprende Ouelfo Taviani che 
Jkl aonetto di Cidq ha risposto per le rime coU' altro : « Molto li tuoi pensier 
■ini paiooi torti » Vedilo ia Chiappelli, op, ciL^ pag. 233. 



56 



sciata mente di Gino e nello stesso tempo , parmi , il 
compiacimento ideale nelle donne sparte, che gli ricor- 
dava la bellezza della Vergiolesi , anche neli* ammira- 
zioDe del bello in s6, astrazion fatta dalle fattezze in- 
dividaali. 

Ma qui noa si ferma il raffronto : due versi del so- 
netto a Dante sembrano una logica illazione di un con- 
cetto di alcuDi versi al TaviaQi. Infatti: 

Son. HO, a O. Taviani: * Quei forti che non mo- 
rirono sotto i colpi del bel cavaliere, campan perci6 
che 1^ dov'A dipinta quella figura, rv non han gli occhi 
accorti. » 

E son. 126 a Dante: € S' i' levo gli occhi in viso 
alia nuova gentile , il mio ctcore riceve tal colpo da 
perder quel poco che di vita gli rimase d'un'altra sua 
ferita. > 

E quesVultima espressione confrontisi con quella del 
son. 114 al Taviani: c Non m'6 nel cor rimasa tanta 
parte — Che provar vi potesse i colpi sui — II cava- 
lier... > 

Se questi raffronti bastano, abbiamo due amori del 
Pistoiese rldotti a un compiacimento ideale dinanzi alia 
bellezza femminile, e cade sotto lo stesso giudizk) V o- 
dioso rimbrotto di Guelfo Taviani, contenuto nei due 
sonetti responsivi a quelli di Gino sulla bella pisana, del 
quali uno fu pubblicato da Faustino Tasso (Venezia 
1589), Taltro da L. Chiappelli (op, cit. Appendici, pa- 
gina 233) («) • 



(1) Quest' espressione che signifioa: < U dore si trova il cavaliere bello 
da sembrare dipioto (cfr. le frasi corounisBime: fresca come undipinto, bella 
e pura come una Madonna di Raffaello) h spiegata dal versi del son. 114 : 
« si diparte (11 cavaliere) — tanlo gentil che par fatto per arte >• 

(2) Assai pii^ aspro rabboffo il Taviani infligge a Cino . che non facesse 
Dante. Gli ripugna di vedere cl6 che egli chiama nno tcomo pel Pistoieee : 
che abbia fermato gli occhi sul cavaliere e in lui li imbratti. Ma Amore che 
ben conosce i pensleri degli uomini , non divide le sue giole tra qnelli che 



67 



^^:^"''~"^w^n'"^"~"~~~^^T"~"~*r"'"»"~^ww"«""^»^»^*»Pi^^pw" 



Esaurito Tesame delle aacuse lanoiate a Cino da 
oltri, yediaiao se cou miglior CoadamentQ , beuchj^ ixi* 
volontariamejite, si accusi da se stesso- 

Cino, ba detto (jualcuDO , Don ebbe solo aspirazioni 
pljatonicUe, eoh ajii6 solo idealmente, e piii, con desip 
carnale, ^^ Selvaggia; gJi piacque anche (jualche aosa 
di meno ideale e di piii facile. Lo dimostrejrdbbe la $e- 
guente ^uartina del son. che cosl comincia : 

M enazQ, i' feci una Testa (^) d* amaut^ 
ad una iiBinie — eV h piaconte in ^iera 
e 'rnHxantiaante lo suo cor cbed era 
came di cex*a — si fece diamante^ 

La disgrazm ohe lo perseguitaya. 

NOQ dir6 qui com'egli affermi trattara di una o(»'al 
voffHa ; neanche mi afiferrer6 all* opinione del Bartoli 
che il sonetto non sia di Cino, perch6 a lui i concoiv 
demente attrtbuito da quattro mss. Domauderd piuttosto 
p^roh^ si debba credere che la fante piacente in dera 
sia una fantesca, o serva. lo so bene che questo 6 il 



usano faUe carte: ecoo perobd Cino non potr^ mai raccogliere amorosi frutti, 
•ooo percM quel 8lo non gli oonseaie la soe gieU : 

.... iMi OQBoaee .amore 1 pensier tnoi 
Et in lal guUa« che gUiaai aod puoi 
FrutU haver , ch' amor guarda fra cui 
DeHo site gioie degoamente part«: 
Non ae«to oa^ ch* usmi /titoe <Mrt«. 
Forse parve imperdonabile al Taviani che chi aveva tant* anni aoapirAtp 
p«r S^lvi^ggia* potess* or nutrire fiamma d* amore p«r an* aUra bella; ma 
appar puerile dileggio V ammonimento che riferimmo, rirolto a quel fanclullo 
tihe gia wreva pasaalo il meszo del caounin di ana vUa nella diapenata flsaitlt 
di AS »iiuif0. 

Goelfo Taviani non aveva facility, di verseggiare: e forse le neoes8it& delle 
rime, anzi, di risponder per le rime, come gl' impose la oreaztone di parole 
•(ntfie, o aK(ifl<UQ8ainente:piagat0 aUa rina, aot) gll 4eU6 eo&oetti vituperaii, 
non vqIuU .4al pexuiero. 

(1) C^t'no; Son. « Se oonceduto mi fosse da Giove. > 

10 



58 



signiflcato con cui era comunemente adoperata quella 
parola ; ma nou i qui fuor del case di considerare che 
essa, derivata dal latino fans, o, come altri vuole, da in- 
fante, per aferesi, ba la medesima derivazione che fan- 
ciuUo: cfr. fancello, contrazione di fanticello. Or 6 noto 
che la parola fanciulla , se vale colei che d nella ptte- 
rizia, 6 per6 usata anche assai comunemente per ra- 
gazza e giovane adulta (Cfr. Dante, Puvg., 17: Surse in 
mia visione una fanciulla, piangendo forte e diceya; 
Dino Compagni, Cron, DL. i 95 : Maritavansi fanciuUe 
a forza ; Boccaccio^ Decam. 5,95 : Voi dovreste pensare 
quanto sieno piil calde le fanciuUe che le donne ma- 
ritate); e per giovane sposa o fidanzata: {Oderig. Cr. 
Ricord. 84: Per cimatura di panno levammo per la 
fanciulla di Cenni,. soldi 11). Ma poichd qui non mi vale 
11 procedere analogicamente, dird che fante fu ben a- 
doperato, nel genere mascolino, per fanciulla : Dante 
Purff. a :' Ogni uomo ebbi in dispetto tanto avatUe, 
cK io ne morV come i Senesi sanno, E sallo in Cam- 
pagnaticQ ogni fante (persino i fanciuUi) ; e in senso 
generico, per persona, uomo : Boccaccio Decam 2,83: 
E parendogli essere un bet fante delta persona, s'av- 
visd questa donna essere di lui innamorata. E pel ge- 
nere femminile, che qui importa, non 6 da passar sotto 
sllenzio che Dante ha voluto denotare con questa pa* 
rola una donna, Taide che si gratia....: Inf. 18^: Fa che 
pinglie.. un poco il viso piic avante. Si che la faccia 
hen con gli occhi attinghe, Di quella sozza scapigliata 
iante. 

Concluderei dunque che Cino nelih fante piacente in 
ciera voile denotare una giovane e piacente donna; nd 
mi si obbietti che Dante voile riferirsi con tal vocabolo 
a una donna, ma a una donna abbietta, qual Taide ta, 
perchd allora 6 pur duopo osservare che in senso di- 
spregiativo fu anche fanciulla usato , a cui per solito 
non annettiamo nessun spregevole senso; Serdon. Fatt. 



59 



Arm. Mom. iS: Questo nome {di Lupa) st solera dagli 
antichiOreci e Latini dare a quelle donne che per prezzo 
fanno copia del corpo loro, le quali oggi meretricU e 
conpiii onesto vocabolo fanoiuile si chiamano. E Firenz. 
Pros. 2,168: Egli incomincid a gridare: o fanciulle^ 
io vt ho menato dal mercato un bellissimo servo. Erano 
quelle fanciulle concubine ecc. 

Posto in sodo che fante, nel genere femminile, ebbe 
come fanciulla il signiflcato di donna giovane, nulla 
ripugna a credere il sonetto diretto a Selvaggia, qui 
paragonata a una fiera che sopravvanza d'orgoglio ogni 
altra, attribute, come vedremo, perfettamente conso- 
uante al ritratto di Selvaggia, quale c'6 state date da 
altre Rime del Pistoiese. 

Parmi dunque logico il congetturare che si tratti 
^ui di cosa giovanile — come lo dimostra la forma 
stentata, che al Bartoli la fece stimare apocrifa, — e 
che testifica di una delle prime delusioni erotiche del 
cantore di Selvaggia. 



• 



• Selvaggia era bionda. L'han detto i biografl di Cino 
e del resto, se non 11 stimiamo attendibili, il poeta in- 
neggia piu volte ai capelll, come agli occhi della donna 
sua. 

Basti citare la canzone XIV, diretta certamente a 
Selvaggia, per ragioni ch'ip non rilevo per amore di 
brevity, e per s6 evidenti, nella quale 11 poeta piange la 
morte delfamata: tv 

Oi(n6 lasso ! quelle treccie blonde 

Da le quai rilucieno 

D'aureo color i poggi d'ogni intorno. 

Ora un sonetto ci pervenne conservatoci in cinque 
manoscritti e concordemente attribuito a Cino, e pub- 
blicato per la prima volta da Gaetano Poggiali tra le 
ilime d'autori cltati nel vocabolario della Crusca (1812), 
nel quale si paragona Madonna a una merla: 

(1) Vedasl altresi U lou 79. son. 149, son; 5 (append, pag. 4l8>/, ed. Fanfani. 



GO 



Per ana mei'ia oba d'inkir&o al Yolto 
SoTr&voIaado sicura mi veoB^ 
Sento ch'Amore h tutto in me raccolto, 
Lo qual ascio dalle sue nere penne, 

Che sono queste nere penn^? Cbi 6 la m^rla? 

Prima di rispoDdere a qu^ste domande* parmi con* 
veniente di avvertire che in altri luoghi Cino paragona 
Madonna a un uccoUo, e piacexni ricordare la comae* 
chia del sonetto « Amioo la novella mia cornacchia > 
e la pola seivana del sonetto < Poi ch' il pianeta ve 
ik f6 certana » di G« Garisendi e Id^pola della canzone* 
€ A forza mi convien ch'alquanto ^iri >« che sono Qvi- 
dentemente una sola cosa, poichA pola aisaifica appunto 
comix; e a queste piacemi di raccosiare pur /'m^e/to 
della canzone XXII. (^^ Ora 11 trovarsi u^Ua citata Bima 
< A forza mi conviene ch* alquauto spiri > , designata , 
col nome di pola, (^) Madonna dlnanzi a cui si consuma 
la lena del poeta e per cui Morfe lo spolpa, e Tessere 
la pola chiamata selcana^ (3) ci6 fa naturalmdnte pen- 
sare a Selvaggia, e con tanto mapgior fondamento, 
parmi, in quanto che i sentiment! espressi nella can- 
zone sono consoni alle altre rime per la YergioIeBi. 

Ora in questa camzone 6 notovole il oomiaiato: 

Tu aai, caozon, del furto 

che face il volio coperto dal vela, 

pei*oh'io temo che il viver mi vfia cor to; 

digli : « pid non te '1 oeln, 

io mi parto dail' animo di quegU 

che 8* avviiuppa ne* cre^i caj>egli^ 



(1) Cosl m'avvien per non veder Vaugella — Di cui non ebhif gran tempo 
^, novella, 

(2) «.. mi fan nel flanoo ^ buova plftgm )• v«^he pvpiUe — che A ciAscun 
guixio ro'han flacoato a atanco; — e ta foaaer tal mille, (piagbe) da ofaMo 
risQrgo, punto non mi sperde — st m'allegra la pola fatta yerde > V. Not* 
tola. Cans. Ined dl Cino, in oocasione delb NoEze d*argento del SoTraai d*I- 
MUia. 

(3) Se v' ha gremito la pola tel9ana -^ Com' H»^ po* della pinta ftdeh f 
'Oasini, Rime di antichi autori Bol.)* 



61 



i^^ 



Pu6 semb^ar jMieri^e il dire cfe^. il vqlto cqperto dal 
^^/o, che .fece. ramorosa ferita del cuore di Cino, signi- 
fichi volto a l^rwa per lutljo , percb$ 3on troppe altre 
le circostftP74^ in cui le douuQ po^ta^no if vie^ld. Pure a 
creder c\b mi spioge U94 i^ia o^ervi^zione fatta di 
fpQpta 1^ i^n nqcleo di rime le q^ali ^icqenna^o tutte 
Si, pQ Hiedeainip^ argomeato^ : s^ l^tto dcjlla donna sua. 

A4 ui| ^n^icfo^ il P(]|eta^, lontanp daUa. i^ella, atTettud-' 

Rimembrati di me cbe non ti celo . , 

< la qpale parte k Qi*a. il %wqv k^% 

B prego, obe mi apfiyl tO£it%u}^^ta 
Qtt^ ^e Amcor U dirik. q^J^^do U 4*«*p. 
I)^ ^^' Qcofti miff t^4r^i 4;p<to ad, un vdZb (^), 

■ n desio degli oochi suoi, la sua amata 6 qui ^jt>i^^«> 
mente rappresentata sotto a un yela Pur, 80 noii baj^ta. 
a provare il luito, leggansi i versi seguenti, diret^i s^U9> 
siesso amfco: 

Novelle non di veritat^ ignade 
Qi:^ant' esser pu6 lontane sian da gioco 
Disio saver, si oh'io non trovo loco 
Be la beltd, che per dolor si ohiude. ^) 

Pvio^si giA arguire che la belU Qhe per dolor si 
chufjl^ Qhe porta il v^lo, dolore e veJo veste per una' 
gj?ap.de sventura, forse la morte di una persona cara. 

Pur cid. apwre anphe, da altri versr diretti alio 
stesso amico/nei quaU I'acerbitji del dolore stilla aU 
.rinnamoratp lagrime dal cuore: 

Amico, 80 egnoJm^Tif^ mi iT^c^lQjBe, ^) 
. Niente g^ di me 8Q^*|ii a,Udgi*q. 
Ch' iQ mpra E^r la o^i^a^ c^^ pur pjanq^ » 



(i) Vino, Son. • Pa della mente tua speochio sovente ». 
(f ) Cino, Son. cbe cominoia cost. 
iS) Cino, Son. cbe comincia co^ 



11 



«2 

La qwil velata ^ *n un (smmanto negro 

, . • S*attriBt& r anima, cbe Vede 

La donna sua, obe non par che le cac^ia 

Se non di morte^ e in altro non ba fede. 

Questi sonetti, indiriziati a una medesima persona^ 
tin caro amico, esprimono tutti il medesimo pensiero 
fondamentale : raogoscia delta lontananza e rinenar- 
rabile, lungo, infinito desiderio d*aver notizia di Ma- 
donna. 

Ha chi era essa, adorata con si stru^ente affeito, 
eppur non d* altro desiosa che della mortef 

Noi abbiamo veduto che Madonna in parecchie rime 
h paragonata a an*aagella e che, sia questa lapola sel^ 
vana, o la comacchia, essa si identifica con Selyaggia: 
ora, il fatto che, in una stessa canzone, Madonna 6 chia- 
tahisipola (comacchia) e che di essa si dice che ha UyoUo 
coperto dal velo, ci fa concludere che le rime che can- 
tano la donna abbrunata e quelle che cantano Taugella 
e la Merla hanno un medesimo soggetto in una mede« 
sima dolente bella. — Le nere penne della Merla, dalle 
quali d uscito amore, non son glk i neri capegli, son 
le gramaglie che vestono la bella; e questa supposizione 
4 avvalorata dal fatto che il sonetto che ne tratta, < Per 
una merla cbe d*intorno al vol to », appartieue a quel 
Bucleo di rime che abbiam visto dirette a un caro a- 
mico e che sono sospirl d*amore per la bella abbrunata: 

Amioo, or metti qui *1 consigUo tuo ; 

Ch6 8* egli avyien pur cb* io oosl soggiorni , 

Almen non viva tanto doloroso. (M 

La cosa 6 tanto evidente, e piti a chi si dia la pena 

di leggere questi sonetti, che lo stesso Bartoli accennd 

che la merla potesse essere la donna velata in negro 

ammanto. Or come, se quest* ultimo attribute spetta 



(D Oino. Son. « Per una merU obe d' intorno al volto. » 



63 



pure alia pola selvana, alia bionda Selvaggia? Gome 
la merla dai capelli ueri potrebbe essere Selvaggia da- 
gli aurei capelli? Yero 6 che pel Bartoli Is^Jierla pud si 
identificarsi con la donndL velata, ma non cw Selvag- 
gia, e chi sostenesse questa identit&, che pare a me par 
<limostrata, seguirebbe un'opiuione, secoBdo iti^ affatto 
arbitraria» dando prova di una € critica amena e pe- 
regrina >. 

Nulla di men rare, nulla di pifi semplice. Appunto 
l*espres3ione di verace e profondo affetto che spira 
nel succitato sonetto, e che il Bartoli gli consente, 
depone che si tratti di Selvaggia ; ma poich6 questo 6 
un modo di argomentare glabro assai, tanto 6 vero che 
A, Bartoli I'adoperd per pronuociare sentonza contraria 
che parve ecumenica, desumerd dal fin qui detto alcune 
egaaglianze gi& dimostrate. 

La pola e la cornacchia son Selvaggia^ in quanto 
la pola ^ chiamata selvana , ma poich6 la pola ha il 
volto coperto dal velo, 6 pur Selvaggia che porta il lutto 
e che yiene variamente paragonata a un uccello di nero 
-colore, pola, cornacchia, merla. (^^ 

L*obbiezione del bel color de' biondi capei crespi (2) 
di Selvaggia, cade di nanzi a quest *argomen to : la merla 
jpoteva esser bionda. ^^^ 

(1) Che Selvaggia, tra le gramaglie fosse amata da Cino, ti pa6 conget- 
-tarare anohe dal son. « Avvenga ohe orndel lancia intraversi » , \k dove il 
poeta, dope aver detto che gU arde duramente neir anima il f\ioco che 1' a- 
mata tI versa,^ aggiange : 

• • • EUa mi par si bella in gutf* suoi persi, 
Ch*ia non chieggio altro che ponerle mente^ 
Poi di ritrarne rime e dolci versi. 

II p0r8O 4 un colore misto di purpnreo e di nero ; ma vince il nero, e da 
•loi si dinomina (Dante> Oonv. 95). E il Dolce afferma ohe i il color del ferro 
ferruginoto, E insomma an colore che s* adopra per lutto : il nero , come 
Dante ci insegna, che ha perduto di luoentesza. 

{2) Oino^ Boa, « Desio pur di vederla. » 

(8) Qui possono, a giusta ragione, farsi alcune domande: come Selvag- 
gi*, Be proprio essa era la pola seivana * era nota al bolognese Garisendi , 



crt 



Sfroadat^ il cf^Dau)|iiere di C|Da da qufjraleg^iac dp 
£ar(alle, c|a quelle^ yagba e sedqc^ijit^ libellule tra pi^i 
si confpi^^vi^, agU ocelli no^^ri^ If^ bella e cru(]^le Selr 
^^8^' of^dif^mo* or yiii, al po^ta dol^^te che essa soH 
4 la Ponnq i^'wnt virlii donna^ la Jp^ p^ cut d'offnti 
Dea — (SI come volse Amore) egli fece rifiutq. CM 

1^^ r afierioazioae fatta sul s0p(4Qr() ^tl& <}<¥Af^ ^^' 
i^irata taot'aani e or lagrimata \ E p^rchft p^ghac^inp 
f^^A ftl pojBta che ci aasicura come, tra gi*aT{ s^ffanqi, 
nou ¥ari6 sua Of intone delta fede^ d^apaore, cgm^ i f^^^ 
sar^no (9) al poeta che , affettuo8a> 9prcina s^Ua pestanza 
Daote sOduciato pejn trovar^i m luo^ si rio, 4^ve^ 
^ Donua Qoa ci ha che Amor le neng^ al yo^^ »• i^ 
questi versi: 

Diletto tthiel mio, di pene inyolto, 
Merc6 di quella Donna, che tu mipi; 
D*opra noQ gtav, se di i<& non set soioltot 

Ma s'io ben comprendo il sonetto di cut ora dlr6, 
se, per dlrla col Petrarca, fu mj^i p^r divina beltit vil 
voglia spenta W , il pistoiese sacriflcd a Selvaggia 1^ 
gioie d*amore d*una donna che gli s; offriva. 



DOQ solo , ma na era oonosciuta e forse amata t Qaal era il dolore cupo •^ 
^isperato che ropprimeva t a qutl tempo della sua vita si devQ esse riferlret 
e quindi a qu(^e anno si deve ifs^egnare il nuoleo dreoDetti or ora esani- 
natot 

Alia prima dl qaeste domande risponderd trattando di Selvaggia, no- 
atrando — se vedd lume — come Snlraggia forse diroord in Bologna; piik dif* 
flcile sarik il rispondere alle altre due, perchd gravi e terribili sventare, come 
I'eooidio dello sio Bertino Vergiolesi (Storie pistoiesl, pagg. &4', Pirenst 17S3A 
• del nipote di lul Braocioo di Oherardo Fortebracci, (pagg 0-1(9 • ^<^ ^* 
raorte ignominiosa del marlto di lei )a oolpirono ; nh riesoe posaikAle U oon^ 
gettnrare se da esse o da alire prend« occasiooe qael dolore deUa V«cgt«^ 
lesi, che fU novella fonte di lagrime al povero C^no. 

(I) Cino Cans. 14., in morte di Selvaggia. 

(t^ Cino^ Cans. « Cor I gentiU e serventi d' amor a. » 
- (t/ Pitrarea. Son, Le steHe e 11 oielo. 



65 



Una doana cortese e pietosa, per confortare il poeta, 
forse afflnchft non mora^ o forse perchd cangi stia in- 
namora, gli d& gioia 

Di quella oosa che nasce e dimoi*a 
Dove post'haono le yirtd corona, (0 

gioia d^amore, e gli porge anche speranza bona. 
Ma Cin^, fedele alia donna sua, a Selvaggia: 

.... da parte sol di cortesia 
Ricevo old ch'a voi servlr vi (t).ten6, 
Non per amor, ch6 ci6 far non porla ! 

secondo la possanza mia 

Vi servird, non che io cangi spene. 

Se dunque Tamoroso Pistoiese 6 tale da rifiutare per 
Selvaggia Famore di bella donna alia quale piet& ispira 
cortesia, cerchiamo di tratteggiare Tamore immense, 
fatale per lei dinanzi a cui fugge ogni pensier vile, per 
quella eletta da Dio tra gli angeli piti bella, e da cui 
pure il poeta non ebbe cbe pena e schianti e angosoia 
e torm^nto{^\ cerchiamo di rappresentarci , nella ne- 
bulosity de' suoi contorni, questa gentile^ accorta e sag^ 
gia, adorna di cib che donna on or a i e la bella e rea 
figura di lei che pel povero amante non fu che cru- 
dele, selvaggia flora (3). 

II compito & vago e non facile, perch6 Amore folle 
imperversa nella mente del povero Cino. Pur 6 sedu- 
cente e, nel tentarlo, ripeteremo con un geniale cri- 
tico francese che si occupd di Cino : < le ne connais 
pas de t&che plus attrayaote que de rechercher avec 
un soin d^licat e presque religieux, le traces qu*a lais- 
s^es le passage sur la terre de ces femmes auxquelles 
est dchue la gloire la plus tuchante e la plus pure, celle 
d* avoir 6veiI14 e soutenu la flamme du g^nie, chez les 
hommes inspires .... 0) 

(I) Cino, Son* che comincia cost. 

(<) Cino* Son, Si doloroso non potrla dir quanto. 

(3) Cino* Son. II saflflr, che del vostro viso raggia. 

(4) Bibliothdque nniv. )858, 3 pag. 77. \i 



m. 



<X<«- chfina KTc 






. . . . doftiMi g«BtU, che Moipre-mal 
Poi ch'io la vidi disdegnd pietaoia. 

dno da Piitoia. 



E' consiglio d'ogai profeta d'amore che, per ral^e- 
grave la pena e il pianto, si dica di lui pel quale 
taoto 9i sospira. (^) Pur se Daute ci appreode di aver 
provato gli strali d*amore sin dall*et& di nove anni : 

lo soao state con amore insieme 
Dalla ciroulazion del sol mia nona (<), 

se Francesco Petrarca, nel sonetto Voglia mi sprona, 
ci narra come egli sia entrato nel labirinto d* Amore* 
il 6 aprile 1327, su Vora prima (3); non cosl Oino Si- 
nibnldi ha segnato 1* origine deir amor sue. 

Anch* egli per6 nella canzone < S* io smagato sono 
et infralito >, chiaramente ci dice che egli fu d*Amor 
Bin da gioyine etade : 

Da pai*t6 di piet& prego ciascuno 

Che la mia pena e lo mio torment'aude 

Che preghi Dio che mi faccia flnire. 



Di me porria dire 

ChHo fui d^amor sin da giovane $iade, 
E stando sol ne la sua potestade, 
Per non veder mia Donna morto fosse. 



{IJ Cino, Cans, Cori gentUi e serventi d*Amore. 

(2) Dante^ Son. che comincia coti Cod. Magliab. 143, Classe VII. 

(3) Vid« Laura nella obiesa dl 8. Cbiara. V. Note attaocate a on oodiee 
di VergUio oeU^AmbrosiAAai di cui esiste oopiA AAolie DoiiA TxiTuUiaoa. 



70 



E fa tale questo immenso e sventuratissimo amore 
che il poeta, caotando le yicende sue e a che la sua 
Donna lo ridusse, si crederebbe 

. • • • solamenie fare 
Ogni anima di oi6 meravigliare. 

Fa qaest'amore ingenuo dapprima e qaasi inconscio^ 
nutrito poi di forti palpiti, deUe angosce della speranza 
e della disperazione, geloso talora, e da ultimo fatto 
tanto nero che Clno fu giustamente collocato tra i 
poeti del dolore. 

Le Rime sono la nebalosa storia di questo affetto 
e sono il nitido specchio di ua*anima martoriata. 

Leggiamole. 

Qli occhi gentili e pieni d* amore O di una piacevol 
giovenella, adorna d* angelica virtti , i^^ leggiadra tanto 
che umana creatura non poteva dare al mondo figura 
si bella, ferirono col dolce sgtiardare la fantasia e il 
cuore del poeta assetato di gentili affetti, pascente Ta- 
'nirna sua trista coUa speranza di campare per il Dio 
d* Amore. 

Essa ne* begli occhi, ch* han d*alto foco la sembianza 
vera, apertamente mostra che il poeta ne ayr& gran 
gioia. <^) E dolce e umile la sembianza della bella e 
pietoso deve essere il sue cuore, poichd dal suo sguardo 
spira amore. N6 per ardire il poeta pose cura alia crea- 
tura leggiadra; egli la vide e se ne sentl ferlto e non 
ayeva ancor veduto Amore, cui il cuore non conosce 
se prima non Tha provato. 

Ua giorno, andando per la via, la bella gli concede 
il saluto che essa sa dare a chi le fa onore: parve al • 
lora al poeta che un dardo acuto gli passasse il cuore, 



(i; CinOs Son. Li voitri ocohl gentili e pien d*Amore< 
(S; Oino, Son. Una gontil piacerol giovene11a« 
(3) Ivi. 



b 



71 



•*■ 



e non fu sua colpa se lo prese la virtd raggiante da 
quel begli occhi. 

Tutti i suoi pensieri sono allora per la gentile adorna 
di angelica virtu; egli Tama sempre coUo stesso mtenso 
affetto, ed ha si flssa nella sua mente la rimembranza 
di lei, che non si 6 dilettato mai piti d*altra cosa cl^ 
del ricordo di quella amorosa vista; Tanima sua altro 
intelletto non ha che d*amore. 

Cosl un*alta speranza rallegra il suo cuore; pargll 
che quella donna plena d* umilti debba esser pietosa. 
Solo co' suoi sospiri, sta il poeta^ perch6 altri noa li 
oda: appena gli angeli possono dire a chi assimiglia la 
donna sua: il sole a )ei s*iDchina, Dio (la cosa cono^ 
scente) Tonora e il cielo le piove dolcezza intorno. 

E il poeta? Egli desidera di vedere lei che, se solo 
un fochettin sorride^ quale 'I sol neve strugge i suoi 
pensieri (i) e di udir le sue parole che son vita e pace 
e ne trae una speranza di cui si pasce e che 6 tutto il 
suo contento: . • ♦ «• ^ 

Tutte le pene ch*io sento d*amore 
Mi son conforto accid oh'io non ne niuoia, 
Pensando che m* ha fatto servidore 
Delia mia gentil donna , e non V h noia. 

£ chi potrebbe mai sentir doglia d*amore avendo 
messo tant* alto il suo cuore ? Gioia maggiore non de- 
lizia il ParadisOy poich6 il poeta sa che la bella desi- 
dera 11 suo amore. <^^ 

Pur, a tanta bellezza, alia cui vista il cuore deirin- 
namorato sovra 'I del gir osa (s;, che s/w^^^ innanzi 
alt intelletto ^ ei cela il suo corale afietto per ver- 
gogna (^) 

(\) Cmo* Son. Madonne mie, Tedeste voi V altr* ieri. 
(2) Cino, Son. Tutte ie pene ch'io sento d' Amore. 
(9) Cino* Son* Vedato han gli occhi miei al bella cosa. 
(4) Cino^ Canz. Non che *n presenza delta yista lunana : 

La mia forte e corale innaraoranza 
Vi celo, com'uom tanto vergognoso, 
Ch' ansi, che dica suo difetto, maore. 



n 



Tali i priml palpiti e le prime pagiae d'amore: 
speranza, fede, ebbrezza deiranima, tripudio di pensier 
leggiadri e gai(>), lo stupore estatico, il sospirar pe- 
reQDe, la beatitudine. 

Co3] il poeta 6 gi& chiamato a corte d*Amore e To 
sveoturato 6 appena nato a queata passione, che gli 
appare la spietata sentenza che fa di Ini quel signor 
che chi lo sguarda uccide : 6 di si altero luogo la dODna 
sua, che dirmerci non potrA pietate; (*) gli occhi folli 
piangeranno il giuoco che diede Tebbrezza d'amore al 
poeta. 

Quando, dove essa nacque ? chi V ispird t fu aHetto 
duraturo ? 

Nou ora curfamoci di una data, uon curiamoci ne- 
aiiche di determinare la donna che ispird tanto amore : 
riguardiamo solo alio svolgersi di esse, e come viva 
nel cuore del poeta e di esso si nutra. 

II Faiifani ha supposto che i primi palpiti rivelas- 
8ero*lKhiorS al N. in una giostra. Egli C(£)ngettar6 sul 
verso « poi che ella gli occhi tuoi vinse in la gUh 
stra » (3). Ma ben la giostra pu6 essere il fulgido lam- 
peggiar delle pupille che Thanno ammaliato (4); n& 
d*altronde importa: T amore nacque ne* gai assem- 
bramenti di una piccola citt&, forse non ancora fUne- 
stata da odii di parte; colpi il giovane Cino afflssantesi 
desioso » tra i drappelletti di leggiadre donne (in vari 
sonetti da lui descritti), ne* piii begli occhi che lucesser 
tnai. 

V amore 6 insaziabile, e inesauribile & il desiderio 
di vedere la bell a. Legato air amoroso node da due 
belle trecce bionde, 



(1) Cino^ Canz. La doloa vista, e *1 bel gnardo toave. 
ffj CinOt Son. In fin che gli ooohi mlei non ohiad« morte. 

(3) Cmo^ Son. So 'I vottro oor del forte nome sente. 

(4) 11 gioco degii occhi del aonetto « In fln ohe gli ooohi miei non chiude 
morte », ten* S., v. I. 



E sti'ettamente intennto a tnodo 

D' uccel obe & pi'eso al riachio ti'a le ft'onde, 

Taffetto suo si fa sempre pid intenao, si come crei 

neltaureo colore le belle trecoe che gtl aTvolgOD 

ouore. (i) 

Ua gionio il bel riso adoruo non 6 tral'altre | 

till a una festa. Percti6 noD fu richiesta da esse « c 

onorar venisse questo giorao ? > 

Gli occhi di tatti guardan 1' iDaamorato « cbe 

apirar non stoma > : 

Oggi spei'ava veder la mia gioia 
Stare tra Toi, e tenei' lo cor mio 
Cb'a lei come a sua vita, s' appola. 



Pate 8\ ohe staaera la vegg*io. («) 
Nod appare alia sera quella in cui s' amisia ti 
bellezza da far piaceati I'altre donne : 

. . non curaste, (cfontw) nft Dio, ni pregbiera : 
Di oi6 mi doglio, e ognun doler si deve, 
Cbe ta festa h tui-bata in tal maniei'a. (s) 

£i si stempra in dolorose smanie; la vita sua 6 I 
nn crescendo di dolori; d perduta per lui quell' ai 
lica 0gura, adorna di tanta piet& e di tanto valori 
simigliare alia rosa che fa disparere ciascun fiore 
gentil doQzella, gi& a lungo disiata con anelante 
spiro e con ardeote speranza, d fatta sposa ; 
Oenttl doniella, fatta siete sposa, 
II temporal T'lnvita oma' d' amove. 

La bionda giOTinetta de' ridenti crocchi di 
fanciulle 6 divenuta la donna austera, avara di mt 



(IJ Citw . wn. Ome' t ch* io Bono all' nnioroso nodo. 
(S) Oino, ion. Come non i con vol per qasala feilB. 
(Z) Cino, ton. Or doT'^i donne, quella ia cui b'>tvIsIi 



74 



a tuito it mondo umile e piana e verso il poeta sven- 
turato sdegnosa e flera. 

II matrimonio di Selvaggia non toglieva alKardente 
pistoiese di amare Madonaa e di iodirizzarle i suoi 
versi d*amore, poichd la morale del tempo consentiva 
alle € persooe oivili , maniere di onestissimi amori , 
amandosi platonicameate anche le persone coniugate, 
ma con tal rispetto e riguardo all* onesU che 1 Con- 
so iti ancor che consapevoli non se ne sdegnavano ...» (0 
concetto anche da Cino affermato € . . . donna puote ben, 
COD lo sue onore -* con atti belli ed ooesti sembianti, 
— tener in dolce vita un suo servente (^). 

Ma amore infonde a Cino le sue p^ure e fa di Ini 
un povero geloso: < mi fa geloso ... — onde Madonna 
sdegna — e sdegnando ml cela sua figura. 

AI poeta stesso balena la ragione per cui egli perde 
la vista della bella donna, sostegno della sua vita:^ la 
gelosia, della quale gi^ il secondo Guido aveva iase 
gnato che reca airuomo < male e dolore, affanno con 
martire >. E gli 6 vano il non credersi responsabile 
deirimportuQO sentimento, allegando che € Amor per 
sua virtute regna » ; e vano 6, a calmargli le smanie, 
il soflsma, col quale giustiflca la donna sua, in quanto 
come ei vorrebbe, sdegno proviene da ragioni estrin- 
seche, che non le si possono addebitare, 

. . sdegDo in geptil donna vien di fore 
si che d'aver pietate eU'ha valore; (3) 

egli omai presente le sue future angosce, e invoca 
piet& dal gen til cuore ch* ha la vita sua : 

Ch' io mi veggio menar g\k per tal via 
ChMo temo di trovar crudelitate. (4) 

Ma nessuna virtii 6 possente a conciliargli T amore 



^1) If. A. S'llvU Le Slorie di Pittoia, (2) Cino^ Son Donoe mie g«ntili. 

(3) Cino, Ballata : Dah asooltate come '1 m'o sospiro. — La leiione ci' 
tata h tolta dal Notlola, 

(4) Oino^ Son, Poi cbed «* t'd piaciuto, ched io sia. 



della sdegDOaa; ei, virecdo sotlo spera dt morce 
plica una donna gentile, Is graziosa Qjovsooa, 
faocia f>gQi sforxo per ottenergli dall' amata t. 
della sua vita che si muore : 

Qraitosa Oioranaa, onoi'a e eleggi 
Qaal Tuoi di quelle che tu Tedi; Amore 
B' solo ; inlanto per lo tuo oncii-e 
Lo mio sonetto in aua presenia leggi. (>) 
L'iDvocata intercessione paregli otteDga, per n 
meoto , il dospirato efletto e il pistoiese pud , co 
aecondo Quido, intoaare rinno di gioia. (?) 

Una speranza tenace lusinga il cnoro di Oino, 
grado le ripuUe; egli s'iliude, sentiamo lui: 
Fra me meileamo to' parlando, e dico 
Che '1 sue sembiante non mi dice '1 rero 
Qaando si mostra dl piet& nemico ; 
Cta'a fui'za par ched el' si Taccia flero, 
Pel' ch'io pur di speranza mi nodrico. 
Ed invero par si placht il cuore della sdag 
un' alta speranza dolcemente saluta I'anima dell' 
morato * e falla rallegrar dentro lo core > : 
Cbe questa donna piena d'umiltate 
Giugne cortese e piana, 
B posa nelle braccia dl pietate 
, . si fhce a quel, cb' ell' era sirana. 
Siamo dinanzi alia canzone XI (Fanfani), noi 
per impeto lirico, spirante ebbrezza d'amore, entua: 



(1) Cino. 




>. aha «oinlrida 


«IHl. 










1*1 Anch. 




Caialoaali - 




autenlico 




grnppo 


adaapoto 




10, [ 


mbblicito da 0. 




Salvador 




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CDQOBCsis qaal donaa >gll ami. - 


- Cii 


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la la gl 


'aiUaa aio' 



76 



per Tamata, qui paragonata ad ogni pid nobll cosa, 
chiamata per ogDi nome di gentil virtii , di valor tale 
che fa meravigliar il sole e che il ciel piove dolcezza 
ov'essa dimora. Questi versi tralucono uno del pochi 
sprazzi di speranza che abbiano irradiato il caore del 
poeta, poich^ la bella donna, fulgente stella posta nel 
ciel d'Amore (i) si face a quel ch'elfera strana^ e almeno 
una Tolta le sue parole son vita e pace. Pur il misero 
d'altra brama non si pasce che di vederla: 

In questa speme 6 tut to il mio diletto, 

Ch' altro giii non affetto, 

Che yeder lei, che di mia vita h posa. 

Tenue desiderio, che gli detta una canzone, lo sente 
anche il poeta, bella e nova^ si ch*egli non ha ardire 
di chiamarla sua : 6 opra d' amove ! 

Ma i lieti pensieri poco durano : (lopo la speranza, 
la disillusione amara : 

Ogn*allegi*o pensier, oh' alberga meco 

SI come peregrin giunge e va via, 

E s*ei ragiona della vita mia, 

Intendol si, com' fa 'i Tedesco il Qreco. (2) 

Invero noi troviamo tosto il misero che si distrugge 
e consuma lauguendo: egli ha udito cose che gli hanno 
perrasa la mente di dolore, pensieri crudeli e rei tur- 
binano nella sua mente : 

Per6 che mi fu detto da oolei, 
Per cul speravo viver dolcemente, 
Cose, che si m'angosoian duramente, 



onorar e a trascegliere quella che yuole delle gentili donne ch* essa vede ; 
esse son raoUe> ma Amore d iolo, e rinterceditrioe non pu6 errare. 

Vedi G. Salvador i: La Poesia giovanile « la Canzone d' Amore di O, 
Oavaloantif col teste del sonetti yaticani. ^ Roma, i8^ ^ Son. 24-^ della 



eerie. 



(1) Cfr, D. Freseobaldi : Una stella con si nnova bellesia. — « nel ciel 
d* Amor di tanta ylrtti Ince ». 

(t) CinOj Son, che comincia cost. 



Che per men pena la morte Torrel. 

Che I& ond'io credevo aver letizia, 

M' h soFbondata pena dolorosa 

Cbe mi disti-ugge e consuma languendo 

Allor non gli vale ctae 11 cor si stringa pave 
meate, noa cbe, solo al peasiero di mirar gli 
della donna sna, ei tremi, impallidisca e agg 
tatto, nh che il cuore rimanga pe^io cbe morto 
d'essa disdegnosa passa; la spietata, oltre misn 
tera, ^) aborre la sua vista : 

. . . dovea innanzi . ... 
Sofil>ire ogni tormento, 
Che Ai-ne moatramento 
A Toi, oh'ollFe a oatura seta altera, 
L'amor ridente ne' begli occhi di lei, e cb'e 
furato, dal cor vita divide: 
* Donna mia, unque mai 

C03l f^tto giudizio non si Tide. 
QuaL'6 la cagione delle ripulse e di tanto sdt 
. n poeta Qou ci d& a questo proposito che qi 
y^a allusions. Egli 6 angosciato perch6 quell 
I'accide, in forte punta s'accorse che amore, che 
ne' suoi occhi, I'areva conquiso : 

Ahi Dio ! come s' acoorse in forte punto 
Per me dolente, qnella che m'anolde 
Che '1 dotoe Amor, che ne' suoi occhi ride, 
M'avia lo oor di sua biltate punto. >) 

Forte punto'. Terribile momento ! non propi2 
qualche sciaguratissimo evento al giovane amc 
poeta. Oosl par logico che ai debba interpretar 



1) (Hno, Son. L& gr&Ta audleniB d 
S) Cino, Cam. Dsgna ton [e eh'i' i 
3) OIno, Son. cha aDDinola cobI. 



78 



non 6 altrettaQto facile congettarare qual fosse questa 
Qera contingenza. Pur faremo alcun ravviciDameDto 
con qualche fatto che forse fu la cagiooe prima delle 
sue lagrime. Or notiamo con Oino che ii cuore della 
sdegnosa donna gli si fece tanto fiero e crudo, che 
essa neppur telle ra che il Sinibuldi le si pari da- 
vanti. (') 

Oh! alia cruda forse aggrada la fine deU*amante 
odiato i?), il quale riman peggio che morto quand*ella 
passa disdegnosa. Suppone allora il reietto: 

. . • S* io son ben della ragione accorto 

E sol per lo desio. ch'en lui tiH)vate. (nel coore) (3) 

Altrove, (^) ha un vago accenno alia cagione de' suoi 
sospiri : 

... la ciera gentil . . . 

Che come sx^o nemieo par mi miri. 

Ella chiama follia il dolore del Sinibuldi, e le par 
ch'ei sogni • * 

• • . • e sia com* uomo fuore 

Del senno, e che s6 medesmo ammattio (5), 

e gli suscita intorno rise e scheme, quando le pasm 
davanti : 

. • . riso e gioco 
Mi fa menar quando davanti passo (6), 

e gabba lo colorlrsi deiraspetto sue, quando le d presenter 

Se Yoi udiste la voce dolente 
De* miei sospir . . . 
Non gabbereste la vista '1 colore 
Ch* io cangio . . . H 



(1) Oifio^ lvl» 

(8) Oino, Son, Oli atti yostri, li sguardi, e U bel diporto* 

(8) Cino ^ Son* Oil atti vostri, li sguardi, e U bel diporto 

(4) Cino 4 Son* Udlte la cagioft de* miei soipiri. 

(6) Cino, Son, Ora se n'esce lo sptrite mio. 

(6) Cino , Son, Se voi udiste la voce dolente. (7) ivi. 



79 



£d 6 sempre essa, al grand* assedio della vita del 
ramante, che si adira di tan to amore, 

Come colei che se *1 pone in dimore 0). 

Perch6 a Madonna par tanto disonorevole Taffetto di 
Cloo? L'innamorato, giuoto a tale ormai che per lui 
6 indifferente la morte e la vita, ci afferma che di cib 
causa non d se non ria sorte (2\ Ed era vero , e ve- 
dremo ci6 che per lui costituiva la fortuna awersa. 

Ahi doloroso ! solo le lagrime per lui I Pur morrebbe 
prima di obliare colei che si sforza d'esser sempre al- 
tera e disdegnosa (^), ed ogni suo pensiero 6 di pianto 
perch6 la mente gli mostra il voler fiero dellamata. (4) 

Da questa donna crudele, da questa fiera selvaggia, 
priva d* ogDi piet^, dalla quale ei sa di non poter trarre 
che guai , (&) meglio sarebbe allontanarsi. Ma il foUe 
am ore lo riconduce sempre 1^ dov*6 la sua condanna: 

. . . 1& dov' io son morto e son deriso 
La grau vaghezza pur mi riconduce. 

Hanno un bel tenzonargli nel capo la ragione e la 
virtft per rinsavirlo; egli 6 schiavo dMa hella luce, 
degli occhi traditor di lei che gabba Taifanno suo: 

... da ragione e da virtd diviso 
Seguo solo il desio, come mio duce. 



Pur egli partiva, astretio forse dagli studi che lo 
chiamavano in Bologna. Infatti un dolore lemperato 
echeggia in alcune rime, le quali ci dimostrano come 
Gino abbandooasse la natale Pisloia e Tamata; e non 
son quelle deiresilio, che rivelano una ben piu cupa 
e nera disperazione. Esse ci ritraggono il poeta Ion- 



(1) CinOj Son, Ahimi ! ch*io veggio, ch*ana doona viene, 

(2) Ctno« Sestina : Mille volte riohiaroo il dt mercede* 

(3) CinOy Son, : Vol che per naova vista di flerezf a, 

(4) Cino, Son. i Lo fin placer di quelle adorno vise. 
(5^ Cino, Son, : II zaflRr, che del vostro vise raggia* 



80 



tano, sotto il potente fascino degli occhi della bella pi- 
stoiese, e spirano un cocente rammarico di aver potuto 
peosare a lasciar quella gioia die piU lo diletta die 
nulla creatura: 

Pai*lirdi da cosl bello splendorel 

Doy*io taDto fallai, 

Che non ^ oolpa da passar per gnai. 

Dovea prima uccidere se stesso , come fece Didone 
quando Eaea le lascid tanto amove ^). W an dolore 
che lo oppprime sol per la cagion della sua dipartita^ 
e non lo preoccupa iiessun*altra sveDtura: egli langue 
per 11 desiderio dl ritornarei e versa in continuo pianto, 
sicch6 ognuno che lo mira s'accorge del miserando 
stato^ simile a Morte, ch*egli prova, lunge da Madonna 
stando *). 

Infelice e lontaoo, riceveva la notizia del lutto del- 
Tamata e, condivideodo il dolore di lei che non gli 
era mai stata pietosa, trasfondeva i saoi sentiment! in 
sonetti pietosissimi e pieni di caldo affetto. ^) 

Fra quella gente straniera, tutto gli arreca duolo 
mortale, onde egli fugge, per non esser udilo da cuor 
villanOf e sta celatamentOi assorto in pensieri d'amore : 

Ch*allor passo li monti, e ratto volo 
Al loco ove ritrova il cor la meiite. 

Imaginando intelligibilmente lo conforta un pen- 
siero che tesse un volOy il penslero di rivedere la bella 
gioia da cui 6 lontano. ^) Giorni di conforto quelli in 
cui Madonna recasi a soggiornare 1& dove trovasi il 
Pistoiese ; e lo scorameuto si fa maggiore quando essa 
riparte per Pistoia, 



V Ctno, Ballaia: I pi& begli occhi che lucesser mai. 

2) Ctno. Son. II dolor grande che mi corre sovra. 

S>/ Ad essi gill ho accennato in questo lavoro, a pag. 01 e tegg« 

4) Cino, Son% Cid ch'io veggo di qua m'6 mortal duolo. 



Lo dl 'oKe di BologDft si parth) 
K gio a &F- si Innga -diiDOF&Dza 
Id loco ohe m'ba fatto spesso noia. 
. Ma pana^ono i gioroi ileDa lOBtanaDEa hnipoatag 
dattii 4tudi, allQviata da paaseggieri amori'(i) e abtw 
llta dair amieizia , e II PJstoiese si recava ia patri; 
flsso, mente e cuore, nella donna altera. 



n pit disperato degli amanti oon avvi che m 
geambi , nei momenti di conforto, il proprJo desidet 
coUa possibility degli eventi, e die qod imagini 
doDQa amata qtnile nella sua mente la vagheggia. A 
che DeU'empito del dolore 6 dolce oareggi&re ffentt 
accorta e saggta, et adoma di cid che donna onora, c 
lei che per rinnamorato 6 sOlo spietata, donna cr 
dele, (era selvaggta. (') 

II concetto 6 antitetico, e ci ricorda quel di comui 
ehed in alcnni poati del dolce stil nuovo, a oui Cii 
apparteneva iDdubbiameote per et& e pel caratte 
della sua lirica. lovero Lapo, Cino ^ Ouido raffigar 
vano la donna cnidele e selrsggia verso il sospiro 
poeta. ma pur df>Ice, adoroa di ogoi virtJi, santa. {a) 



(y/ Tedi il oKpllola lecondo di qnesle not*. ' 

(!) Cino. 3»a. 11 i«far, elie del voitro riio t»ggi». 

(i) err. Lapo Olaunt, Ballata : Amare, i' prego 1> lui nobilUda — eh'' 
til Del aor d'ailai donnni apltloia, Ivl: Con ai Ilsri leiDbitnti mi 4iideg 
Lapo, Sallala; Angloltlta tn timblama : • Non pa6 »iueer« Amors — 
|dog«r Delia menti gsslilla — d'«al> noTella cou — chi alvaBgfa a lutt' 
— la trova eon A nors legjiairia — oontio di Ini ideenais «cc. • 

P<r6 h qni il eaao di notare ohe il CtTaicaiiit (Caatas*, Donna mi prei 
V-iJ oi Inaegoa che • non gii lolngge la bisllk lOo dardo — ch* tal voli 
par leraar A aparia >. Dnnque tl dardo d'amort Don pii6 aaaai dato da- b< 
•alTagga, psrctit ami I'amors ai manlfaala {» tperlo) ptr tmtr, par I'miril 
' per meretdt. Coal c(»utgu» mtrto iplHio Ch'i punlo : B' 11 DantaacS • A'a 
Sba k nulla amalo amar pardona >. Vadi a queata propoaito : OIUIIo Stit 
<l»rf, 1 La Poaaia aiotanila dl O. CaTaioanti eae. > 

U 



82 



Ma ci6 Tale a negare la yeritit deiramore, affogan- 
test nel conTenzionalismo f Parmi che il poeta adoperi, 
a esprimere i suol sentimenti, i mezzi poetici che la 
moda del tempo suggeriva, e d* altroode 6 pur vero, 
ora come nel treceato, che Tamante nulla di piu soa?6 
e di piu alto possa concepire che la donna adorata, 
per quanto sdegoosa. 

Ed appunto in quanto essa6, o 6 fatta, neir ebbrezza 
della mente, leggiadra alta e Tozzosa, (^) che V amante 
non osa rignardare quegli occhi cbe pur Timparadisano; 
6 appunto perch^ essa 6 la Donna eletta, dea d^ogni 
gran belt^, ch*egli ne 6 indegno : ecco perch6 < innapti 
a lei piet^ non far^ motto >. £ questo un altro con- 
cetto che ricorre spesso tra i poeti che rappresentano 
il dolce stil nuovo, ed 6 ritratto in questi versi: 

Ella h tanto leggiadra, alta e yezzosa 
Ch* innanti a lei piet& ron faHi motto. (^ 

Ora il convenzionalismo starebbe in ci6: la donna 
amata, la donna di grazie e di virtu, deve essere ne- 
cessariamente sdegnosa, (^) 



(1) (7tno, Son. Sap'er vorrei 8*Amor, che venne Acoeso, « ^ii..* Quttsta 
doDDfr ohe andar mi fa pensoso* 

(2) Cfr O. Cavalcanti : Cans* lo non pensava che lo cor giammai « .. to 
non camperai — che troppo d il valor di costei forte » ; e CSunx. Oli occhi di 
qaella gentil forosetta^ «... ella si vede •— tanto gentile, che non pad im- 
maginare — Ch* uom d' esto mondo V ardisca araroirare*.. — ed i\ e' i' la 
gaardassl, nemorria » ; e Son. Li miei foirocchi che prima g^ardaro : « fatto 
■e* di tal serTentii — che raai non d^i sperare altro che morte »• 

Cfr. Lapo Oiannif Canx. Donna, se *1 piego che la mente mia.* 

Donna, qnando earlk per me sereno 
ched e' vMncresca delle raie gravesze f 
Non credo mai fin che vostre belleiie 
Boverchieranno Taltre di beltate. 

(3) Bartoli^ St. della Lett. /( ^ IV , pag. 112: « L'idealitik roietica dell' a - 
more cantata dal poeta dovwa rimanere inaccesBibile ad ogni preghiera mor- 
tale .. V ecc. Beninteso per noi non si tratta di ideality mistica, come ci par 
4i dimostrare. * 



83 

Necessariamenle ! No, io penso, ma sdegnosa in 
quanto 11 poeta si crede indegoo, e tale da meritare 
sdegno pel suo ardimento i}). E invero, come lo sdegno 
necessario potrebbe conciliarsi coUa speranza che A- 
more possa fare una selvaggia fiera esser pietosa ? (2) 

II poeta va presso alia donoa sua e non osa riguar- 
darla, e se gli accade di mirare que' begli occhi, quel 
celesti e sauti rai , egli vede in quella parte la salute 
a cui il suo Intel letto non pu6 arrivare. (3) Cos'fe questa 
salute ove riotelletto non pu6 gire, se non una conce- 
zione della mente del poeta che vede in quegli occhi 
una grazia di lume divino, per dirla col Foscolo(*), un 
miraggio che lo abbaglia, che trascende Tintelletto suo? 
se non un prodotto della mente deirinnamorato che 
pot6 concepire come non troverebbe piet&, perch6 in- 
degno di tanta leggiadria, e che in questo pensiero si 
strugge? (5) 

II convenzionalismo che si riduce alKempito umile 
del prime amore! 

La storia dell* amore di Cino 6 ancor la storia di 
uno sventuratissimo amante. 11 ritorno non gli allevia 
le angosce; egli rivede la donna sua dolente^ sotto un 
vel Unto diptanto; e rimembrando il dolore deiramata, 
gli si serra il cuore, e non pu6 parlare n6 piangere. 
Quanto piu grandi sono i suoi tormenti, e tanto gli son 
piii graditi nel presente stato, se essi faranno final- 
mente la morte vittoriosa de' suoi spirit! vitali, se 
< morte spezzi ci6 che la coverchia > : 

e non so come '1 cor tanto ^ durato, 

poi si gran pena lo disttinge e cerchia, 
che non rispira in yita d'alcun lato. 

0) Vedi CinOf Canx. Degno son io chT mora, strofa i. 

(t) Vedi Cino^ Son. sopracitato : Saper vorrei s* Amor che venne aoceso. 

(3) dno^ Son, Questa donna che andar mi fa pensoso. — In 14 mss. ; in 
10 con attriboxione a Cino, in 4 a Dante* 

(4) Commento al aonetto del Cavalcanti « Ch'6 questa che vien, che o- '■ 

gni uom 1» mira » (5) « AUor si strugge si la mia virtute » ecc. ^ ^ 



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84. 



Ma essa noa depone lo sdegnto e n<m sofferi^K^di 
vederlo* (0 L* impossibiliU di vedere la doana de' suoi 
iDartirfy gli acuisce Tintei^so desiderio di mirarla; 6 iw 
torments queUMstante in cui noii pu6 affisarsi estatiee 
negli « occhi rUacenti e belli > della sdegaosa : 

S*un punto sto ch'io non li miri 
Lagi*imatt gli occhi, e '1 cor tragge sospiri. 



Or se piet^ si serra 

Nel Tostro cor, fate ch'ognor ooutefflppe 

II bel gaardo che *a ciel mi tei*r& sempre. 

Ed eccolo, nella notte angosciosa, indarno soffocare 
i palpiti del cuore, e stemprarsi in lungo pianto e in- 
vano frenare il duolo fin qui tenuto ascoso. (*) Quando 
declinano gli ultimi raggi del sole — e par che il sole 
YOli — e la notte stende le sue ombre che gli tolgono 
la speranza di veder Tamata, 

N6 ricevuto ha Talma, come suole^ 

Quel raggio che la sgombra 

D'ogni martirio, che lontano acquista, 

Tanto fortd s*attrista e si travaglia 

La mente, ore si chiude il bel desio, 

Che '1 dolente cor mio 

Piangendo ha di sospiri uua battaglia> 

Ch^ comlBcia la sera 

E duratinsiiiQ aUa seooada spera. 
Mirabiili versii» in cui non si saprebba se maggiore 
rimp^to del dolore o la fimzit?^ psicolpgioa. Dove 6q,9iir. 
or via, I'arida dottriaa.deUa sede d'Amore;?Ni5)^Hii_m(>- 



(\) CinOs S^Ht SmerAto A lo mio>oor di dolor UiUo* ^Qae8to.))eUoe forte 
Bonetto di oai il Traofhi (Poetif iQe^ijtO/di^ dug^^ lau^ori^ I, p., 285) aveva 
pubblioato solo la prima quartina , fu pubblioato per intero daL~Nottola^ da- 
due oodioi: ChigiatkO V VUI» 3Q5; e MgUab. VII, loao. 

(?) PJ*^<lt Canzt Quaado Amo^ gli ocohi rilucenti, e belli* 
(3) II Guiniz^lli, seguendo la tradizione« rayevaiaUo. |>9|ar0 nel c\)Qro/, il 
Cavaloanti lo oollocd nella mente: « in.^uella, parte do ye tti^ . n)9(09rf ^— . 



deniopoeta psioolt^o, che-scratl il dolora nmaoo. noa 
potrebbo meglio signiQcarei come i la meate, m cui si 
clutide il.bel desior cbe si attrista e si travaglia, e couie, 
di coaseguenza, il cuore palpita in for^e e dest« : 
I'ai^aata.iiQa battaglia di sospiri. 
Or, se prendete a noia. 
LO' mio Amore, oecbi d' Amor rubegli 
FoBte pel' comuD ben stati man begiL 



Poi die redei: voi Btess! noa possete , 
Vedeta ia altri almea quel che voi sete. (') 
E ancora il mite sdegoo di uq iBnamorato; n< 
ribellione sent! raffe.tto e rammirazione per lei cfa 
giJL chiamata « la forte sua Demica >. Ua Amore 
abbella quegli occhi geotili e quel viso, non tocct 
cuoce di Madonoa; d6 flor di pieU la rende mite; 
i tprmeati del dolente le sembrano sollazzo e giuoi 
. . I» soa^di mortd visibiidguva, 
SI di'ad ogni uom paura 
DoTrla fai- 1' ombra mia, 
Cbd ben farla chi m' uccidesse. 
01;! non foss' egli nato maL (!) Rovioa o^ni vii 
la,maiito-,arde^ ranima b smarrita, il sao viso s'incb 
aUa.tQi-ra [?), qtiella bell& peillegriaa gU dejsta-terrore 
E,sj,,pie,toao.6 il suq stato,.che.qualuuque piix ajl& 
a(uDO piangerabbeiudeodo i suui- sospiri. i^)' 

... si volge dt fltro talenta 
Portemente sdegnoaa et adtrata 



(I) Cr. Mram 

it) (Jino. Cam, Coma'a qucgl' ocolil gealMl s 'd qa< 
8s '1 ralo tUo >Ua Km ■'iachin&. 

'.i) 0I»0^ Balialai Angel di Jlht siniglte la oluooD 
JS) Otw, Son, I/aatiw iai»''riliaeBt«-« iblgpulu. 



86 



E con quesii sembianti 6 si cambiata 
Cb*io me ne parto, di morir contento, 0) 

6 fa sollazzo del martirio deir iDnamorato « vedeDdo 
usjir le lagrime dal cuore ». (s) 

II terrore delT amata s^accresce; ei teme tanto il 
disdegno della donoa che, pur struggendosi in mortale 
desio, si rassegoa a non piCi vederla (s\ per oon recarle 
la noia delta sua vista. 

Eppure — e ci6 rioorda il leopardiano Coosalvo — 
vorrebbe morire cento volte tanto ^ sfiderebbe le raffi- 
natezze del dolore, per libare solo un momeuto la gioia 
d* amore : 

Uom che non vide mat ben nh sentlo 
Crede cbe *1 mal sia cosa naturale , 
Per6 gli k pid leggier . . . 

Ma se potesse attiogere solo una stilla di felicity, 
ben poi apprezzerebbe quanto il male 6 rio, coudannato 
a pianger pene e gioire neir abisso del dolore. (*) 

Invano: essa che a tutto il mondo 6 santa e buona (5), 
adorata e veoerata da lui, pid che Dio, non degna. (^) 

Scoppiare e struggersi in pianto, se alcun lo mira 
con piet&, e pel duolo strider Tanima sospirosa, e ad 
alta voce chiamar la donna, 8icch6, se non fuggisse, 
alti^i direbbe: or sappiam chi I'uccide, (^) son attiche 
danno la misura deiramor suo senza speranza: Tuomo 
ha perduto tutta la calma dello spirito ; uno sgaardo 
pietoso, rappresentandogli colla piet^ i suoi tormenti 
che r hanno destata , lo fa stemprare in plan to ; allor 



1) OinOf Son. Quetta leggiadra donna ohed io sento* 

2) Cino, Son. Senia tormento di sospir non visti* 

d) Cino, Ballata. Madonna^ la pietate ~ r« anch9 OinOt Son* lo priego* 
Donna mla. M. la ballata VIII dell'ed. Fantani. 

ij Cino^ Son. O tu, Amor, che m' bai fatto martire. 
b) Cino^ Cans. Si ml distringe Amore. 

6) Cino^ Son. Amor, la dolce viBia di pietate. 

7) Cino^ Son, Non ▼* acoorgeie voi d* an ctie si maore. 



87 



fugge gli uomiai, e vorrebbe fuggire il ricordo delta 
sTBDtui'a. L'infelice vittima d' Amore cbiede piet 
spirito moreBte raccomaoda alia Donna sua. E ud 
Qtnile e mesto rimprovero gli eace dal petto, I 
sappia cbe atla bella spiace ogoi torto: sarai, 
MadoDDa, cagione (N una morte tanto piii amara, ] 
DOn meritata : 

lo 80 ohe a voi ogni toi'to displace, 
Per6 la moi'te che non bo servita 
Molto piii m'entra nello core amara (}). 
Nessuna piet&: MadODOa I'odia d vuole il suo 
Madonna, cbe 'Imio mal deaia, 
Veggendomi languire a tutte Tore 
Lieta 4 del mate, e del mio ben a'adifa. 
Id tant' aogoscia ei si sarebbe gik ucciso, i 
I'incatenasge alia vita la volutti amara che pro' 
I'afflsarsi negli occhi della crudele {']. 

K rimpolpa la piaga del suo cuore ulcorMo da 
cor ctofftit merc6 avai-o, da quella crudele d'atn 
tyaggla e di pietft aemjca, e pur bella e dai poeta 
piu che Qon ami se stesso {^). 
II dolore lo cnnsuma : 

SI m'hai di forza e di t&Ioi' distrutto, 

Che pib non taido. Amor, ecco ch'io mnoio 

Pianto eterno : se gli occbi suoi non cadesser s 

mat non avrebber di lagrimar riposo ; il suo 

dolore r invita alia morte e pargli clie ogn'uoi 

giulivo a suo dispetto. Gli mandasse Dio il pi 



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flnir pttr ratto (})» potchd egli Bon pbtir& irdi^r 5f06a 
ehe Delia morte, <laceh6 l*amata tanVodio c6?a in cMie 
perlui. F033*egli morto qoando la mir6 faLprhnayolta, 
poicfai^ d*:allora non ebbe ohe doglia e pianto, e attro 
oon avrii mai ! 

E* vano lo star ga^rnito d'umilUt <;eQtro il fpraiDde 
oi^oglio che Tassalisce con spietanza e con tempfsta; 
^ vano queiravvilimento ooDiro le ofEBse drtla cradele: 
per6 la disperazione lo {^PSBde: 

Oh t iasio a che timedio pld m*appfgl!o t 
Ch*io son oome la nave, oh'^ in periglio 
A cui da tutte parti nnoce il yento. Qt) 

Esperimenta la gamma di iutti i doleri : 

Si doloroso non potria dir quanto, 

Ho pena e sohianto, e angoscia e tormento, 

ed d si grande il sno martrrio » che ogni gioia gli d 
preclusa. (^) 

Chi laseiandosi allettare da falsi setnbianti, s^^inna- 
mora^ sente in quel memento diletto minore del p^ 
noso languore che prova pid tardi ; 

Onde non chiamo g\k Donna, ma Morte 
Quella che altrui per servitore acoogliei 
E pol gabbando e sdegnando I'ucoide. 

A poco a poco la vita ^U toglie 
E quanto pid tormenta, pid ne ride. 

Cosi dev^egli pensare della donna sua. (^) 
Pargli di diventar folle: 

. . • . r intelletto par da me fugglto, 
Perch^ V mi veggio a tal mostrare a dito 
Che, se sar^sse ben che cosa ^ Amove, 
Convertirebbe il suo riso in sospirL 



1) CinOf Ballata, Angel d! Dlo slmlglia. 

2) Cino^ Canx* Corl gentili. 

8) CinOj Son, SI doloroso, nOn potria dir quanto. 

4) C(nOj Son. Chi a* falsi sembianti U oofe iitrisoa. 



Quando passa vicino a lei, cni teme piii cha qu. 

lanque cosa Tiveote, smarrisce e trema: e tnorto tl < 

diventa tnoUe ftale. 

E lo npreode I'idea della pazzia: se continua co 

il mio tormento, e morte non pon fins a' miei mali 
.... prsDdeHl. novella 
Non gli. buoDa n6 bella 
Tiitto lo moado, de la vita mia: 
Cbe della meDte per tnaninooma 
Uscird ; tanto obe picciolo e grande 
Maledii'aano Amore, e sua oatura. (') 

La sua ventura Tavesss ucciso, quaudo s'iaoamori 

S'elta m'avease, quando dicp, ucciso, 

Nou era il mio morire 

Grave pib cbe si portl il coi'so umano ; 

Ma 01', s'io moro, perderd '1 bel viso. (<) 
Queato concetto si ripete piii ctipamente nella ca 
zone < PerchA Del tempo rio ». Poss'^li mprtp c 
prlmi palpiti; Amore e la Ventura sodo una sola coa 
e la oatura 6 da essi aoverchiata. Che vale reais^ere 
un affetto cui il caso voile sventurato? II desider 
della morte, chtt 6 conlro la vofflia naiurale, e a c 
prima non era mai giuato, gli pervade Tanima, e d< 
si uccide sol per non dannare agli eterni tormeo 
r anima ana : 

Questa mia voglia flei'a 

£l tante forte, cbe apesse date 

D&ria al mio coi* la morte pib Leggiera ; 

Ma lasso ! per pietate 

Dell'anima mia trista cbe non pera, 

E toi-ni a Dio qual era, 

Ella non muor, ma viene in gravitate. 

(1) Cino, 0am. T*nla psurs m' i giantk d'Amora. 

it) CIdOj Ballata: Amor , [a. doglii. mit noa bi cotiTorta. — Quest* 1 
l>ta, ollra cbe nai ciDi]Ue msi. cilall dil MalColft, bo troTaio ii*l codica Btlt 
W(Vm. B) membrftii&ogo, in fol., dal XV lac, oal dua primiTeri) daH* I 
IftU 1 UadoDoi, U plalaU ■. So daps lo Rima dal PatiiiTCa. Vi 



00 



Che se misericordla nov^a^ per soverchianza di do- 
lore, lo spinger^ a uccidersi, avr^ piet^ di lui il Sigoore 
che vede il sac state miserando. 

II terrore di perder i*anima si ripercuote anche 
al trove. (0 

Egli iQYOca alcuoe geotili donne, affinchd preghino 
Tadorata crudele, per Dio, che sia un>ile verso di lai: 

Gentili donne valenti, or m* aitate 
Ch* io non perda cosl I' anima mia, 
E non guardate qual io mi sia, 
Ouardate, Donne, alia vostra pietate. 

Pietd e mercd mi raccomandi a voi {?), e vi richianai 
alia mente le mie pene 

Quand' h con voi quella eh^orgogiio mena, 

Ferezza e crudelt& verso colui, 

Che ha smarriti gli spirit^ sui 

Per la tempesta d'amor che no allena. 

Ye ne rimeriti la Madre di Dio, Maria di graz'e e 
di virtd piena. 

La donna sua offende tutte Taltre donne, ponendo 
in disperazione chi Tadora, offende Dio» mostrando an 
orgogiio si crudete e smisurato e 

• • . stando pur solva^gia conti^ Amore 

ed orgogliosa tanto fieramente, 

che non sofTrisca di vederio avanti. (3) 

E la preghiera, plorante pace, sale a Dio grave, cupa: 

Dio, po' m' hai degnato 
Di vil terra formare, 



(1) CinOt. Son: Oentili donne valenti» or m' aitate. 

',2) ^ questo un vocativo noa alia pietd e mercd ^ come vorrebbe errata* 
mente il Panfani^ ma alle gentili donne volenti del sonetto eopra citato. 

(SJ Cino, Son* Donne mie gentili , al parer mio. — Pu pubblicato dal 
Nottola (op. cit. pag 60* togliendolo dal codice Marciano IX, 191. Ancbe a 
roe pare autentico : si riannoda evidentemente al gruppo di sonetti diretto alle 
donne gentili. 



Simil a tua flgura, 
Lo mio gravoso stato 
Piaccial' ova alleggiare 
Ed ammortai* mia ai-sura. 
E la prece al Dio ctie vostl came umana e ia mo 
degnd per salvar nui, (') sale disperata da chi avi 
potuto dimeaticarlo per una crudele , ed ^ I'ulti 
appello di lui cbe a^oga netla tempesta dell' odio 
□□a donna; ma lo strozza uq grido di maledizJone < 
gorgoglia dall'anima straziata: 

Dio, aiti: fu uom mai si conquiso 
sar&, com' io soao t 



Fui io nato pei- easer el disti-etto) 
Ora sia mated etto 

Lo gioi-no, ranno e fl tempo cb'io nascei. 
Ahl dUdegnosa morte, 
■ Pei'ohfc non me ne poi-te, 
Da che portar flaalmeats men del. 

Cbe p&ra k ben mio cor fatto si folle. 
Maledizione e preghiera! 
De roscui-ci pi'orondo 
D' este mie pene chiamo 

Misei'icordia, Sire. 

Maledetto una e due volte il giorno di tristezzj 
I'ora Q il punto reo in cui venns al moudo 

. sol per dare altrui 
D'amoro esempio, di pene e d'dfTanDo.- 

Se tutte le pene che la vendetta di Dio croscia 
dannati, fossero in uu corpo cha venisse ancor net moo 
cotante pene non si vedrebbero in queilo, quanto at 
ziano lo sventuratissimo amaote: 



©2 



^MMBiMB 



Se in tie le pene obe V alm^ in inferno hanno 
Fusser *n un coi*po, il qnal venisse pid 
Nel mondo, gilt non si yedri^no in lui 
Cotante p^tte quaote in me si fttanno. 

Or s'egll 6 ridotto a tale da esser fatto un f(ynte^i 
niartiH e 11 ioco di tristizia , se dlmora in gbiaccio e 
in fuoc6 di pianto , e se pasce il cor dolente e dispe- 
r^to d*aogoscia e di sospiri^ ci6 si deve alia erndefle b6^ 
Ctrl occhi siede amore. 

£ la maledizione trabocca dal profondo deiraniiai^ 
orrenda, fatale; il poeta impreca al dl in cui vide i 
celesti e santi rai che gli diedero la YOlatUi de(i*amore 
e del dolore , impreca al suo canto» strumento e testi- 
mone della sua gloria , alia sua dura mente oppressa 
da un non crollabile amore a una bella e rea donna, 
per cui Amor sovente si spergiura: 

lo maledico il dl cb*io Tidi prima 
La luce de* Vostri occbi traditori, 
E '1 punto cbe veniste *n su la cima 
Del core, a trarre Tanima di fbori ; 

E maledico Tamorosa lima, 
Cb*& pulit3 i miei dettl, e* bel color! 
CbT bo per voi trovati e messi in rima 
Per far cbe *1 mondo mai sempre T'onori ; 

E maledico la mia mente dnra, 
Cbe ferma 6 di tenor quel cbe m' uccide, 
C]o6 la bella e rea yostra figura. 
Per cui Amor sovente si spergiura. (i) 



<1) OHb^ Son. lo inal«dioo il di. • Bell^atttetUcitlt di quefcto sotimUo ailcun 
dubita* E^88o si trova ia sei codici, in dua cod attribu-'lone a Cino, in quattro 
oon attribuzi<ine a Dante. II Fraticelli, con i suol soltti argomenl! pef^gtloi, 
diM U BaKoli, lo d^ a Daat^ ; il Witte dublta cbe a Dante al poaaa da^e ; il 
Bartoli crede che non ci sla ragione per dubitare ohe appaitenga a Gioo; 
il Lamma tentenna; il NoUola sospende ogni giudisio sino alia edisione ori- 
tica del Canzoniere Dantesco. I codici che lo attribuiscono a Cino bood il 
Rie^nrdiaao 1103 o U Vatioano 4883. II primo, scritio d'nna medeaina naao 
dal priaoipio del aeooto XV, riporta il aooeUo di Cino al numero 173, priina 



93 



In Pistoia, degoa taoa di YaQn) Fuccf^ bestia, ckscim 
ride di taota costanza neiramore e deli^iBBamoraio 
« che crede tor la ruota alia ventura >. 

Col riso e collo sckeraOi coli^odio di Selva;ggia che 
€ lieta b del male 6 del suo bea s*adira », lo colpisce 
la perOdia dei cdociitadini, forse dei compagni di parte, 
fatti ver lui si giudety da non credeire al suo dlr seftza 
prova, che lo accusavano di sacrlflcare, sUlTara d'amore, 
gfinteressi del suo parti to : 

voi che siete ver me si giudei 
Che non credete il mio dir senza prova 
Guardate, se press'a cosiei mi trova 
Quelle gentile Aindr, che va cen lei. 

Rinuncia a veder Tamata, eppvr sente che si rln- 
fresca e si rtnnuova in lui, suo malgrado, quell' amor 
possente e pien d'ardore che lo aveva colpito il di 
che la vide la prima volta 

Ma Tantica fede 6 scossa; coirinno d' am ore sale 
alle labbra la bestemmia, e il miraggio di felicity di 
chi si bea in un perenDe sospirato spasimo, tra le ri- 
pulse e le sventure, ^ squarciato; T aureola di puris- 
sima gloria onde il poeta aveva circonfuso la leggiadra 
creatura, 6 svanita, e Teleita tra gli angeli 6 fatta 
donna^ e sarebbe maledetta per seinpre, se col pugoo 
crudele non stringesse il cuore del poeta che si scrolla 
nel non sodiisfatto affetto. 



di quello del Petrarca « Benedetto sia il giorno e *1 mese e I'anno »; il sd- 
cottfio 6 del lecold XVI, e, dice Nicola Ariiode, i uno del raifp^edenttati pMt 
aotlolxt di quel raanoscritto o di quel maooscritti di oui «l Bertiroao 1 Oionii 
per la stampa del 1527 [Nicola Arnone : Le rime di OuidO Cavalcanti^ pa- 
Itiba Ct). lofattl neiredi^ione degli eredl di Fllippo diuata del 1627^ si irOTa 
il Bonetto in qaeatloiie. 

Oli argomenti con cui il F« assegaa a Dante il sonetto in questione sono 
oh*egU h degno del cantore di Be&trice, e il raffrontc con altri passi di Rime 
dantescbe. Ma degotlstimo d anche di Oinb e t raffrodtl si possoDO fare in 
oopia« 



'1 



94 



Ed €cco il parto dell* odio , delle passion! cozzanti , 
il grido di suprema r.ibellione: 

Tutto ch'altrui aggrada a me di3gi*ada, 

Et ^mtni a noia e *n dispiacere 11 mondo. 

— Or dunque che ti place ? — I* tl rispondo : 

Quando Tun Taltro ispessamente agghiada : 
E piacemi veder colpo di spada 

Altrui nel vho, e tiave andare a fondo ; 

E piacerebbemi un Neron secondo, 

E eb'ogni bella donna fosse lada. 
Molto ml spiace allegrezza e soUazzo, 

E sol malinconla m'aggrada forte, 

E tutto dl Yorrei seguire un pazio; 
E far mi piacerla di pianto oorte, 

E tutti quell! ammazzar ch'io ammazzo 

Nel fler pensler, 1& dov*io trovo morte. 

£ questo il prodoito delle sventure amorose e delle 
patrie calamity; il poeta d'amore s! sente un dl uomo 
d! parte e poeta delTodio. Ma nella forte malinconiae 
nella bestemmia e nel forsennato iiifuriar, per cui tuito 
di vorrebbe seguir un pazzo, e nella trace ridda di san- 
gue della mente, sent! ancora che forte, disperata^ ana 
passlone gli lacera I'anima. 

Chiuso nel fierpensier che non d'altro ragionavagli 
che di morte, amante vinto e vinto citiadino, esulava. 






Poche parole al superstite affetto che ancora ac- 
cende il petto deiresule: poich& il dotore umano non 
potrebbe trovar note pi{l disperate di quelle descritte. 
— Non 81 tosto Tamante sventurato, il ribelle di Plstoia 
6 partite, il pensiero dominante lo riafferra piti fisso 
e pii straziante; ei porta desit nel cuore — che nati 
son di morte — per la partita che gli duol si forte. 

Ohim6, deb percb6, Amor, al pritno passo 
Non mi feristi si, ch'io fossi morto? 
Percb6 non dipartisti da me lasso 
Lo spirito angoscioso cbed io porto ? 



Si .disvia ogDi sua virtu, quando alza gli occhi ^ 
bella donna , e noa pu6 trattenare il [ti&ntOi rin 
brando lei loDtaoa, perduta. 

Morire! sicch6 almeno lo spirito toroi a Pistoi: 
per quanto inviaa alia crudele sar& £nche la sua 
.moria. 

Tu sai (Amore) dove de' give 
Lo spirito mio da poi, 
B sai quanta pieU sar^ di noi. 
iDvano aveva creduto spento I'amore; e 1' esili 
cui La fazione a lui avversa lo condani^ava, non segi 
il Qoe dell'iiifeljce affetto, cui i giorni tristi della 
tacanza ridestavano piu veemeoti). dod rischiarati 
raggio di speraoza. 

Da bella Doana, piii cV io non divi^o, 
Son io parl'to innamoi'ato tanto, 
Quaoto Gonviene a lei, 
E porto pinto uella mente il viso 
Oade precede il doloi'oi^o pianto, 
Cb« fanao gli occhi miei, 

L'anima deirinnamorato ha pr^so gua//^^ dslla t 
persona dell' amata, e gli vieo ua desiderio di ved 
che lo sprona ad amarla aocora. (^) 

Ogai atto, ogai parola della bella crudele gli t( 
alia mente, e il ricordo 6 uq martirio liingo: 
B 'I lagHmar che mi distragge 
Quando mia vis'a bella donna mii'a 
Divienmi assai piii pregno, 
E noQ eapi'ei i' dir qual i' divegDo; 
Ch'io mi ricordo allor, quand'io redia 
Talor la Donna mia; 
E la flgut-a sua ch' io porto dentro ' 
Snrge si forte, cb'io divengo morto. 



96 _ 

Dispera di mat piii veierla prima di morire (i); e a 
qaeito peosiero esalerebbe ranima: 

Pin meco ranima dimorar non vuole, 
Se la aperanza del tornar mi ftiile. (^ 

E lo spirito ricorre sempre do?*6ssa 6: 

E quesio ^ qael ob' accende pid '1 deslo, 
Che m* accidr^ tardando ii reddir mio. 

Muore colui il cui solo nome movea a sdegno Bfa- 
donnai 

Saprema gioia per lui s'essa dovesse girar pietosa- 
samente gli occbi in cui posa Amore, sopra il sao mar- 
tirio; come sempre aveva sospirato, la chiamerebbe 
pietosa, invece di Selvag^ia, dacchd alia pfetd piJi che 
alVamO'^e egU aspira. E la prega che depODga quelle 
sdegQO che nacque il dl che cominci6 ad apparir in lui 
come ferisca lo splendor raggiante da' suoi occbi : 

E Don vi sia in disgrato, 
Se da me parte, chiamando Sel^aggia 
L'anima mia, eh' a voi iseryente viene; 
Voi slete *i sue desio e lo sao bene (3). 

Air amoroso lamento neiresilio va riferita una can- 
zone al Signor possente che I'alio del disiringef ad A- 
more, affinch6 gli 8*a date di riposare dopo tanto af- 
fanno, e liberarsi d* ogni martirio, mirando qnelia cb*d 
dea d* ogni gran belt& : 

Inci'escati di me, Signor possente 
Che I'alto ciel distringl, 
Delia battaglia de* sospir chMo porto , 
Inci*escati della gueiTa della mente, 
Muoviti, omai, Signor, cui sempre adoro, 
Signor oui tanto obiamo, 



(1) Cino^ Cans. La bella Stella che *1 tempo miaort. 
{t\Ctno^ Son. Lasso, pensando aPa distrutta valid. 
{Z) Cino, Cans* Lo gran disio. 



9t 



SigDor mio solo, a cnl mi raocomando, 
Dsh moriti a pietfi, vedl ch'io tnoro: 
Vedi per te quanfamo, 
Vedi per te qoaiite lagi'ima spando. (i) 

A tanta angoscia cbe farebbe tremor il core a cis 
acnno, si commove il Dio d'amore t II poeta dispera d 
poter mai vincere II cuore della crudele, per una sort 
rta che gli 6 invtdiosa e piii crudel che morte. Pu 
gli eventi permettevano all'esule, aocor pten iutt 
d'amore obbliante offtit allra novttale , di ritor 
nara : . 

Vola, Canzon mia, non far soggioi'no ! 
Passa '1 Biseazio, e I'Agna, 
Riposandotl appunto ia su la Brana, (^) 
Dove Mui'te di sangae il teiTen bagaa, 
E cerca di Selvaggia ogai coatoi'ao ; 
Pol di': Seaza magagaa 
Mio signor far^ presto a vol ritorno. 

E ritoroaya a veder la Donna fera, dalla qual 
contro il suo volere s'era alLontaaato, e giunto appeal 
m&lediceva il ritorno e TAmore; (s) 

Peroh6 coatro di me cotanio strana, 
Dulenle me iapia! son'io giudio, 
Che nulla vat per me mercude amanat 
In cbe Tentui'a, e 'n che panto, nacqu' io, 
« Cb'a tnlto '1 mondo aete uml'e, e plana, 
E aol Tei' me tenete 'I cor si rio t (') 
E* Qnito il canto dell' amor puro e ideale ; I'affett 
6 soffbcato dalle ripulse e dal crudel djsprezzo cb 
Madonna gli lanciava, qual a vil giudeo. Miuna men 



(1] Clio, Cain. QatDdo patrA io dir, doles mio Dia. 

|S) La Brana i ud aurnlcello chs attraveraKVa Pislola. (Tt'ii dilla Brar 
■I obiUD&T* II poalB. 

(S| Gail DOD ton' io rltoraMa mal , — Deb 1 maUiiD* Bggia qiull* ten 
Sfsr*. {TeQara) 

(4) Oitw. Son. Con graTOsi loapir, traando gaal. 



96 



vigiia che il poeta ci dimostri aspirazioni meoo aeree 
verso colei che aveva amato di nobile e intellettaale 
amore. Ci pare che an*amara voluttjt spiri nel sonetto 
« Se concedato mi fosse da Giove » e (he sia quasi la 
Don generosa vendetta con cui il reietto si volge a sfio- 
rare col procace desiderio la bella donna fredda e dura, 
che gli aveva negate persino il sorriso, che non si era 
commossa al pianto, al continuo sospiro e alia rancura, 
e alia misera oscura Vita del poeta. 

No, neppur an Dio non avrebbe potuto dargli una figora 
che bastasse a piegare alle sue voglie la sdegnosa, vo- 
glie espresso in un sonetto sensuale e men castigato 
che non sembri intendere il Fanfani nelle sue note : 

Ma 86 potessi far come quel Dio , 
Sta donna muterei in bella faggia 
E mi fki'ei un* ellera d' intorno ; 

Et UQ , eh* io taccio , per simil desio , 
Muterei in ucoello, che ogui giorno 
Canterebbe su 1' ellera Selvaggla. 

Inutile desiderio e inane vendetta! 

m 

E se fosse autentico il sonetto € Gi& trapassato oggi 
d r undecim* anno >, avremmo il trionfo per la osten- 
tata fine di un amore del quale s'era tanVanni nutrito. 

Certo il sonetto ritrae con evidenza Tafietto ango- 
sciato di Cino, che prima visse in speme e poi ne portd 
premio d' angoscia e di perpetuo affanno. E la ribel- 
lione a tanti dolori non alleviati da fior di piet&f No- 
tevole r espressione la mia nemica del la prima terzina, 
che anche altrove si trova ; e non mi persuaderebbe, a 
credere apocrifo il sonetto, la riflessione del Fanfani, 
che quivi Cino < troppo sgarbatamente inveisce contro 
la donna sua », se questi versi non spirassero un'aura 
di scorrevole facility, aliena dalPaspra forza di Cino, e 
se il prime verso non coincidesse neir espressione — 
strana coincidenza — con quelli del Petrarca: < Or 
volge, Signer mio, V undecim* anno — Ch'i' fui sog-» 



99 



getto al dispietato giogo » (^) Strana coincidenzay dico, 
che tutt*e due, Gino e il Petrarca, vogliano ribellarsi 
al feroce campo d'Amore, e al dispietato giogo ^ pro- 
prio dopo undici anni di inalterata fede! 



Morie gentil doveva render mite V anima esacer- 
bata del cantore di Selvaggia: e dinanzi alia tomba del- 
Tamata non restd che il mestissima ricordo delle pene 
patite e desiderate. 

Per mutar di ventura , la donna sua , condotta fra 
aspri monti, ivi moriva. 

In Pistoia il poeta riceve la notizia che la donna 
sua A gita fuor delta terra , e pargli alflne che Morte 
debba uccidere la sua grave vita. Unico sollievo agli 
occhi di lor luce osciirif-ii mirar spesso gli usci e i 
muri della casa ove prima egli s' innamor&? (s) 

Attonito alia fatale notizia, il poeta dimentica le 
sdegnose smanie che gli eran ribollite in cuore, per 
non ricordare che il lungo, beato delirio delPanima sua 
innamorata. Ohim6 : le treccie bionde, la bella ciera, il 
dolce lampeggiar di quel celesti;occhi, il fresco, adorno 
e rilucente viso, il dolce riso, i denti bianchi qual neve, 
le guance vermiglie, il bel contegno, il caro diporto, e 
Taccorto intelletto e il cor pensato e Tumile, alto di- 
sdegno, Morte ha infranto qual vetro assieme alia spe- 
«ranza che lo nutriva! 

Ed effonde il suo dolore in un canto che sembra lo 
scoppio di singulti, dopo la gbiacciata angoscia che a- 
veagli resa muta la mente e il cuore: e il cupo rinno- 
varsi di quegli ohimd , sembra il lungo gemito , sin- 
ghiozzo e preghiera, d* un fantasma umano , impietrito 

dal dolore, che offra, sgranando il rosario, la nenia do- 
lente airanima cara. (3) 



(1) Pftrarca, Son, Padra del oiel, dopo i perduti giornL 

(2) CHno, Son* Deh non mi domandar perch' io sospiri* 

(3) Cino* Canz, 0him6 lasio quelle tree A blonde. 



100 



Un pic pellegrinaggio al beato monte dore I'amata 
fece il passo troppo acerbo di morte, Ak airin^felioe, 

che noQ poteva acquetarai che nel dolore infinito, l^esca 
bramata: ivi ador6 baciando il santo sasso, e omdde sa 
quella pietra, dove VOnesta pose la sua fronte, 

Qaivi cbiamal a qaesta guisa Amore; 

Dolce mio Dio , fa che quinci mi tra^^a 

La morte a s^. che qui giaoe il mio core : 
Ma poi cbe non m' intese 11 mio Signore , 

Mi dipartii pur cbiamando Selvaggia, 

L'aipe passai con Toce di dolore. 

Ben ha detto Adolfo Bartoli; 6 uq dolore che 3I pa- * 
see di s6 stesso e diventa vita che si riDnovella nella 
perpetua agooia: il doleote, poi che ha visto tl t^el 
Unto e 7 drappo scuro, non trova pii bene : 

. y . lo cor m' arde Id desiosa voglia 
Di pur doler, mentre che *n vita dure. 

Solo il fUggitivo Alighieri poteva intendare teiato 
dolore umano : e a lui 6 diretto il Bonetto : « Dante, 
io bo preso V abito di doglia >, tracciato, h beo certo. 
dairinflnita angoscia che spiravagli un santo sasso. Nel 
naufragio di tutte le speranze, unico confopto» Tami^o 
errante, infelicissimo : 

Dolente vo' pascendomi sosph*! 

Quanto pid posso inforzando ii mio lamanto, 

Per quella, in cui son morti i miei desiri; » 

B pei*6, 8e tu sai nuovo tormento, 

Mandalo al desioso di oiartiri 

Che fie albergato di coral talento. 

Greve di tante pene quante non prov6 mai pelle- 
grino suirApennino faticoso, non rimangli alira volatt4 
che quella del dolente pensiero : la mente ianamorata 
ricorda il bel sembiante, le trecce bionde, il dolee 
sguardo, e Tanima si strugge flssandost nel rlcordo di 
quella eletta. 

Oil d& pace un doke segno che lo culla in soave 



101 



estasi, mostrandogli la donoa sua, discesa dalla somma 
luce , che ba deposto il crudo sdegno : «... la faccia 
bagoata — D*acqua cbe *1 coife agli occbi conduce » : 

Apparvemi Amor subitamente (i) 
Nel sonno cbe nutrica mortal yita ; 
Un'animetta di novo partita 
Mostrommi dal sno corpo InnocdDte, 

Dicendo: Figliuole, ayresi a la mente 
Cbi ^ costei cbe yedi segnita 
Da li angeli di ciel in requie inflnita, 
Ore dimora iddio onmipotente f 

Un'animetta test6 partita dair innocente suo corpo, 
segulta dagli angeli del cielo in requie inflnita, 1&, nel 
sommO core! Ecco la trasumanazione di Selva^ia in 
Paradise ! 

Ma Dante, esse pur esule Infelice, < quando ad A« 
braam guardd nel sine — Noo riconobbe I*unica Fenice 
— Che con Sion congiunse TApennino ». Perci6 a dritto 
si stima cbe I'anima sua a'abbia loco men bello (^ 

(1) U codice Valicano 3214 Attribuisoe qoesto soDetto Ad Arriguee1o\ ma 
lo di a Cino il Chigiano L, Vin, 305, e il mss. Bardera. Parmi sicurameDte 
di Cino, del quale il sonetto h degno, anche per Tidea che vi si esprime : iii> 
ffUi il oantore di S., oome dimostra anche il sonetto € Infra gli altri dlfetti 
dal libello », oaraggi6 nella sua mente che la donna fera fosse assunta in 
Paradise. 

{2} Cino, Son* Infra gli altri dlfetti. ~ In veriti, il loco men bello 6 
tarpissimo* Cino piomba Dante tra gli adlnlatori, nello stereo, sotto 11 cappel 
d^Alessio Interminelli. — Vedi a questo proposlto : CinOj Son» : Messer Boston, 
il Tostro Ifannello. Deirautenticiti di questo sonetto non si pu6 dubitare^ 
malgrado quanto ne sorissero 11 Carducci, il Massantini e il Del Balso« V. 
le ragioni addotte da U» Nottola in Studi sul Cans, di Cino, pag. 27. 

Del resto le parole citate «... a dritto s*estima« — Che n*aggia Talma 
sua loco men belio » dl un sonetto certo autentioo, dimostraao i non pietosi 
sentimenti di Cino per Tanima di Dante. II Manuello citato da Cino riyol- 
gendosi a Bosone, h Emanuele Ebreo. Nel cod. Triv* lO&O trovasi on sonetto 
>di M. Bosone a Manuel Oiudeo, in morte di Dante« per Ja qual morte € • . . sotto 
'1 sol mai non fu peggior anno » ; e iy) 6 anche la risposta di Manuel giudeo« 
il quale pure piange la morte del Ohibellin fiigglasco » « . . . Deo per invidia 
del ben fece quel danno ». Cino precipita nello stereo degli adulatorl anche 
EUnanuele, forse non d*altro reo che di aver lodato Dante* Che il Pistoiese 
abbia avuto relasione eon Bmanuele^ lo dimostrerebbe, se fosse autentioo 
anohe il sonetto • Quando bQn penso al picciolino spasio » che a queU'Ebreo 
h diretto. E forso d errata la didasoalia del sonetto : < A Emanuele Ebreo, 
ooniolandosi dolla morto di Selvaggia »*, e 11 sonetto riguarderebbe inyace la 
ta^rft 41 PlMita. 



(£)nt le razioni. 



IV. 



(Dm le- mzlarU, 






t 
• •••••' divUo 

Mi troTO dal bel tiro 
E d opni statD allc^TO 

Pel gran o3ntrario ch*6 tra U bUnco • *1 Degro. . 

Cino da Pisloia. .^ 



I^a tris'e istoria deiramore di Oino 6 un nuovti qod* 
tt'ibuto alia sto la delle fazioni itaJiaae nel Medio Eip: 
accaoto a Buoadelmonte BuondelmoutjV fedifragb |t ij^na 
Amidei per la flgiia di donna Aldruda Donati e t/tWma 
ne'ia pace posirema di Fi'oo'/e. accanto agli laoamo* 
rati di Verona immortalati dal genio di Shakespeare, 
a, Bonifacio de* Qeremei che sconta colla vita Tambre 
di Imeida de* Lambertazzi, a Cecilia Ricco .vittima.di 
un Ezzelino e cagione di inauditi furori tra ,i. Roms^no 
e ] Gamposampiero, accanto alia lunga elegia di mArtiri 
di una passione che 

mena gli spirti nella sia rapina, 

ecco la atoria di un lagrimevole afTetto, tessuio di so* 
spiri 6 di inefTabili angosce, patetica pagioa net troci 
odi civiii di Pistoia: Cioo de* Sinibuldi ^ neHasuadi- 
sperata passione, una vittima delle fauoni dei Biaaehi 
6 dei Neri. 

Pju STenturato del cantore di Beatrice che fti pro* 
messa^ forse giovanisslma, con Simone de* Bardi, per 
uno di quel matrimoni che si combinavaao essMido 
tottora fanciulli gli sposi, e a proposito del qnali un 
autico c mmentatore di Dante dice delle rag^zze che 
le mariiavin nella culia 0), piu sventurato del cantore 

(I) J Dtl Lungo : La Vonni F*orenUna ecc. io c La Baitagaa NasiMaU 

Aim |Xf Y9U am -^ 



M 






dl Beairicoila quale fu pieto^a all^iDuamorat.i pootai il 
povero O'do non donobbe il sorMso di Selvaggia put* 
doica coo lUllK ma so'o sdegno, rido d befie. 

Nasicevasi Taziosi nol trdcento; Toflesa consacravasi 
coll*offes9, U vendetta colla vendetta, e questa attiogeva 
certezzadi conseguimento e alimQnto di ferocia neircMlio 
di parte. O^nuno coooace gli scejoipi di Pis'oia, e cnme 
a questa eitt6 debbisi H sorgere dolle parti dei Bianchi 
6 dei Neri, die sacrificarono gringegni piu eletti etra 
e^si DiDte e Cino. Le stragi cominciarooo in nome de* 
Cancellieri, ed 6 noto lo sipgno e la n^m'std. che € D^cque 
tra di loro pe'* li snpercbia gra^sezzn, o per suss dio 
del diavolo. » (i) Moiti s'or ci riferi-conO quello cTie 
essi credono fatto determinante de le discordie edanno, 
sa'vo lievi diflerenze, la medes'ma versione. 

Ha qua^e 6 V anno che dobbiamo assegnnre come 
principio di esse? Qji 6 ancor poci la luce. 

La tradizione ci addita T anno 1300, e<J 6 fondati 
sQirasserzione deirAnonimo pistoiese (he tutte le cose 
racc6btate da lui nei capiioli 1 - 10 siano avvenu e nel 

' Mtlfd trecento, Cosl legge il codiCH Mauliabech ano 
XXV. 28, e ton iSOO come si 8lamp6 sempre dbpo la 
edizio le dei Oiuntl. Ma 8i pres'e per designazione «ii uq 

* Anno specrale ciA che era espre<»ione di an secolo, e 
I'errore fU possibile per la distruz one dei do^ame^ti 
avvaotita per Tincendio del pubblico Arehivio di Pi toia 
wal 1*298. '*» Per6 gik sicuni storlcl avevano ossei^vftto 
che i nomi d' Bianchi e Neri dovettero ricorrere prftna 
dQl 1300: tra gli altri il Froravanti (Memorie Bt6riche 

' delta diik di Pistoia, pa^. 249), il quale scrive : € a tse 

■ M i'ii «■ III 

(I) a. VWani Vllt, 3«. ' t 

a, M. A. SUvi — Istofie di Piftoia, Parte IL L. i. imp., Ts^i H .Ka 
seodo gli Aoziani venuti in riasa tra loro, una parte vedendosi (erdu*a, 
fttffgl iialI*ATchivio... ma perch6 V ahta parte non pot6 »prire la porta di 
detto Arcbivio, ed enirarvi a fare la brainata vendetta, vl attaccd'lllfhoco 
•PA* r«a|»roii arai tmti qutllii ohe Ti aran dtniro ed iialenHi tnttl { HVfi 

^UbbUoio mtmorli » Vr U falto MOho negll litrf itoriti plitoltDi --^ 



nont hipnb torre l^JplnIoDe. che prima del Darra*o Ugllo 
della mano (II taglio della maao di Dore, narrato dal 
r^non!mo), avessero avuto \lsuo{S€) prioc'pio le fazioni 
det'BanchI e dei Neri ». 

' £ comprova lasuaopiaioae cdlle parole delle Istorie 
pisfblJdsi: «Certi giovaui della delta Casa (CaoceHiorj), 
11 'QQali t^nevaao la parte B unca, e altri giovaui detla 
delta Ca^^, li qaall tenevano la parte Nera, essendo a 
Una Ctjila, ove si v^odeva vino, nacque scaDdolo in tra 
lort) giocando »; osservando che se la rissa nacque tra 
qirtfi chd tenevano parte Biauca o Nera, 6 forza II dire 
che quefste parti aateriormente ci fossero. D'altronde 
ri^uttl daro Statuto del Comune di Pistoia pubblicato 
dar'L. Zde^atier cbe esso Comuoe gi4 fin dalPanno 1290 
• e forse gik prinaa - avova comminato gravi pene sIdo 
all'amputaziODe delta liDc^ua, a chi osasse pronunciari 
i hdmi di Bianchi o di Neri, < ita quod in perpdlukAm 
Aibcs vei Nijrcs nom nare non vaieaL » (^) Anebe gli 
Anbdli di *ToIonieo ci danno ia data di alcuni f^lti nar- 
rati netle Istor.e pistolesi sotto Tanno milletrecenio. e 
a q^uesto proposito dice I. Del Lungo t^) cbe di questi 
fatti si deve fissare lo crooologia appuuto sopra i citati 
aunali. Or i dall di Tolomeo non sono conti^addet i da 
alcubi documenti cbe furono pubblicati d UoZdekauer. 
loratti Tolomeo, dopo averseguato I'anno 1286 come prin- 
ciple delle discbrdie dei CaQcelIi<dri, ci racconta, aU*anno 
ll^d*, come « Dbminus AlberttDus Vergelensis de Tistorio 
ucclditur a par;e domiui Simonis de Pantano, quae Ni 
gra tocabalur,a[ia vero Alba ..» E poi aj^giua^e cbe, dopo 
qitalclie iem[.o, fu ucciso Messer Dello di parte Ne a e 
poi' Cesser Bertacca di parte Bianca. Qaeste date» 
dice'v5, non conlraddicooo certo a uq docume-to pub* 



~i4 



^1) L, 2kiehauer: Statatacn Potesintis Comuaia Piatorii aQQil296 : • Quad 
Dollus audeat vel preauinat nouiiajiie aliquoa esaa Albos vol Nigros » UU 
XXMl 112. . 



10» 



LX 



MaMM*«i 



blicato dallo Zdek uer d\ cui appare che Tapis >dl» 
naVrato Del capitol) 6.o deile Storie pistol si, Tucci- 
sione ^'^ di M. Bertino Vergiolesi si deve assegmre a 
data anteriore airuoD > 1293. II documento riguarda la 
coodaona di Sc'atta e Meo flgli di M. Rinieri dei G»n« 
oeiUeri B anch*, c' me complici di Focaccia, per aver 
coDseotiti airassassinio di M. Detto dl Sioibaldo del 
CaDcellieri Nnri. La sentenza, giii { receduta dalla coq 
dapna di Focnccia n Fugacia, come b detto nel doca* 
meoio, 6 in data delPoltobre 1293, Nel documento si 
Darra (he € Dominus Dettus domiui Sinibaldi quoodaoi^ 
mortuus et ioterfectus fuit contra deum et iusVciam 
per quosdam malefactores, sc licet Fugaciam et alios 

consocios suos, alias (ondemnaios cam coltellis^ 

spoQtonitus et aliis malvaxiis armis » 

Ora Tassassinio di M. Bertino esseado anieriore a 
que'Io di M Deito, pu6 benissimo assegnarai airanoo 
1289. 

All'uccisione di Detto Canceilieri seguirono € aspre e 
forti bat'agie, e fue i'una parte e Taltra mandata ai 
confioi, salvo che rimase M. Bertacca padre del Fo*^ 
caccia, perch*e a cavaiieri gaudenti, vestito a mode di 
frate. » t*) Fredi bastardo di M. Detto (TuccisD daf 
Fut^ac a colla complicity di Sclatta e Meo Rioieri Can- 
ceilieri) uccise M Bertacca. 3) Ora lo Zdekaoe»- <*), tro- 
vando meuzioDala nei Consiglio XVI di Dino di Mugello 
la coDdanna c^pitale di Fredi basiardo di M. Detto, 
senza la designaziono del delitto, conclude che essa non 
pu6 riferirsi ad altro che airassa«sinio di Bertacca; e 
poich6 TAn. pist. subito dopo l*uccisione di Bertacca 
registra la storia di uno < i di Santo Barlclomeo in cui 
i Bianchi e i Neri « s'avvisarODO iosieme pressoa casa 



••■ t. 



(I) Studi j>f5/0f>it'. Fasc 1, I. Siena 1889. 

(t) AnoQ. pist. Frato IS3^. Cap. 6 pag. 10. 

(8) Ivi. pag. l::-ll, 

(4) Zi0hauor, JX cantfglio XVI di piM di ifagsllo^ ptg. 40« 



•» 



•'♦* •»*-♦ -*- 



m 

dei Gancellieri Bianchi, e feciono gran battagMa », 
g 6rD0 che 6 da assegoarsi con ceriexza alTanno 1295, 
come risult\ da un docume to dallo Zdekauer pubbli* 
cato in appendice ^^\ cosi q* esti conc'udrt che P assas- 
S'nib di Bertacca j^i d^ve a segnare al lasso di tempo 
che corre tra T itito' re 1203 e i) giuguo 1296. II do- 
cumeuto accennalo riyuarJa la ^ommossn dei Neri nel 
1295 ed 6 un'altra p ova che le fazioni esistevano 
prima di quesi*anno. 

Prendiamo alto che le s'ragi di Pistola narrate nei 
primi sei captoli delle Is'orfe ;;/&• o/^5^' si agi^imno tra 
gli ainni 1* 80-1293: ci6 pu6 render raglone rtelle sven- 
ture di Cino nei primi anni doll* amor suo per Sel • 
Vdggia. 

Una breve dlgreis'one, e Ci)n essi una con^ottu-a, 
la quale per verity noo ha valore che di timidisslma 
ipotesi. 

Dice TAnonimo pistoie^e che le persecuzioni ca 
gionite dai Bianchi e dai Neri durarono € anni 28 ». 
Ora a me pare che i ventotto anni stiano a s'gniRcare 
la durata comple^siva delle persecuzioni delle di'tte 
parli, prima e*dopo Tanno 1300, e che non vi sia al 
cuoa ragione, come invece vorrebbe lo Zdekauer, che i 
vebtotto anni debbano ontarsi reirospo trvamftute dai 
1300. lofatti, ammettendo cho TAnonimo abbia bbrac 
ciato ne*ia sua intro lu^Jooe i ventotto anni che pte' 
cedono Tanno 1300, avremmo come inizio delle lotto di 
parte Bianca e Nera Tanno 1272; data che non dice 
nulla, come confessa lo stesso Zdekauer ; e mi pare 
affioitto arbitrario il dire, com^ egli vorrebbe, che il 
crOQiata contasse dai 1296, cio6 dai la ri forma che cambi6 
lo stato dei partiti, collo scopo di arrivare alT anno 
1267, in cul la citti si d ode a Carlo d'Ang 6 e gli giu 6 
fade per !ne7Z'j del suo podest^. 

Quando s' accogliesse f ipotesi da me posta innanzi, 



it6 



bisogfierebbe cercire la data in cui fu conclasa la pace 
tra l6 faxiooi io Pistoia. Or ooi sappiamo che gik fin 
dair uQdici di geooaio del 1317 « il re Roberto di Na« 
poll, voleodo che si stabilisse pace tra le citt^ di Fi 
rente, Siena e Pistoia, che si reggerano a parte gaelfa, 
e le cittjt di Lu a e di Pisa che si reggevaoo a parte 
ghibellina, ottenne che quelle si mettessero Del soo 
arb trato : la pace fu conclusa in Napoti ai 12 di maggio 
suUa base, per i Pistoiesi, € che fossero rimessi quel 
ribelli e sbandati, che parerA al Camune di Pistoia. » 

Lo stesso Cioo Sioibuldi il quale nel 1310, disperato 
di trqvar sa*ute altrimenti, aveva collocate le sue spe- 
raoze in Arrigo di Lussemburgo e, abbiDdooaod •, come 
yedremo, Pistoia che impazzava colle sue fazioui avide 
di stragi, era eotiato nel movimeuto del.Qhibellioiamo, 
lo stesso Cino in quest* anuo 1317 pot6 ritomare ia 
patria. lofatti M. A. Salvi, alT aono 1317, ci appreade 
cbe « godendosi i dolcissimi frutti del la pace, alia quale 
invigilava con ogni sollecitudioe il famoso Cino dei Si- 
giboldi, che era allora giudice delle cause civili a Pi 
stoia, i Pistoiesi si rivolsero a procure rsi t:ommodi. » 

Dove il Salvi abbia attinto questa notizia non so, 
perch6 noa sempre egli si ricorda di citare le fouti; per6 
6 degno di fede, esseodo questo particolare della vita 
di Cino comprovato, oltrech^ dal documaoto del 
Priorista Franchi, il quale ne desume che Cino ritornd 
in patria nel 1317, anche da un documento da G. Pa- 
paleoDi ripro lotto nella tiivisti storica della Lettera^ 
iura ilaUona^ anno VI N« 1 pag. 30, contenente un 
consulto dato da Cino in Pistoia il 18 m ggio 1318. 

A di 2S maggio 1318 si couciuse la pace tra Ouelfi 
e Ghibell ni di Pistoia, per unirsi insieme contro Ca« 
struccio che danneggava il Pistoiese, e tra i patti fu 
che non si facesse ptic guerru in universale tra (e 
parti. 

Ci troTlamo M(A ii froftt^ a due^a^ ehe si^nitdaBO 



.,^1 



m^^m 



due paci, e sceglleado di ^ssd la prima che g\k per se 
significa cessaz one dcVe « per^ecuzioni cdff'onatedai 
B'anc^i e dai Nei. » contando da essa re rospettiva- 
mento 28 anni , veniamo ad avere T anno 1289 come 
principio delle stragi che s'anda* ono comp endo in d me 
dei Bianchi e dei Ne i. 

E* questo 1' nno se:inato da Tolomeo alTuccisione di 
Bertin Vergiolesi. Ma Tolomeo negii annali. segna Tanno 
1286 coraM principio delle discordie d^i Cancellieri : 
€ ..anno domini 1288 exoHa est discordia inter Can • 
cellarios Pistopienses quia occisoie ritm (ri&ae?) 
Dore... percus^it tec. » E qui narra il fatto nolo del 
taglio deila mano. 

Ora Tolomeo 6 doprno di fede ? Basti ootare che con- 
tando 18 anni a partire dal 1286 si ottiene Tanno 314, 
in cui alcuni fuorusciti pstoiesi. rifug^atisi a Serra- 
valle, tralUno coi villani, che facevan la guardia a porta 
RIpalia di Pislcia. di dar la citU in mano di Ugucclone. 
Or questa non fe certo pace, u6 tregua di odi, n6 i 
tre^ue parlasi dall'Anonimo pistolese alTanno 13 4. 

C munque sa di c 6, noi non ce ne preoccuperemo 
altrimenti : ci b ista dfaver ricordato che gi^ prima 
del 1300 es stevano le fazioui dei Biauchi e dei Nerj e 
che, in nome di esse i cit adini imporversavano in stragi 
sanguinose. 



• « 



Cominciando il pre?eiite capltolo. io diceva che Tamore 
di Cino 6 nel suo tempestoso svolgersi un contr buto alia 
storia delle fazioni italiaue nel trecento: o Tasserzione 
dettatachiaramente dalle vicende psicologiche della pas- 
sione che ho tentato di tracciare nel capiiolo antece 
dente, importa che il N» appartenesse a una fazione, 
Se vaggia a un* aUra : Nero il poeta amantei Bianga iV 

lutft idegauaa. 



I • 



hi 



A tentare qnesta dimostrazione ci saran di gnida 
poc* e'testimonianze stciche e le Rime. 

Sinora si 6 detto press' a poco da tutti, anche di 
colop.» clie si occuparono di C no in lavori speciaYi, 
clie egli appirt«nne, nelle lotie partii^iane di PIstoia, 
ai B anclii : Bianco con Filip[)o Vepgidesi, ghibellino 
audace c n A»M'igo, tutta l:i sua vita sa»ebbe stata uo 
audace apostolato , er I'idea gliibellina, 

Mitemente Pandolfo Arfaruoli.il quale, dope P. Men 
lini, scrisse nel 1620 alcune ROtizie riguatdanfi la vita 
di Cino, e meno recisamente di altri biografi posteriori, 
lascio scutlo; < Si ti ne cho iui inclinasse alia Ohi- 
bl' na (|»arte> sebbene nel a canzone XV dimostra spia 
cer!i ambe le fazioni in quel verso. € 11 gran contrasto 
ch'^ tra' biaochi e' neri.. ». La canzoae 6 quella che 
comipc a < La dolce vista, e '1 be guarJo soave ». 

Fra gli Eoijl degli Uomini Ulusfrt toscin% nelTE- 
\\^\ di M. Cino. A. M. Rosati scrisse < E^li, che di 
costutni fu oii^sti e p a'^evoli, inc'inatissimo a'la pace, 
nbn f«i seltario, (cosa in quoi tempi straordinaria), nd 
prese mai ve»un partite Ouijfo n6 Ghibellino... » 

Vv^. I'Arftruoii che v.igamento afTerma cl'e it poeta 
fosse di parte bianca e il Rosati die ce io dipinge, con 
moito piobiibile verity, inclin itissimo alia pace e non 
settario, a chi creleranno gli st<»rici | osteriori, o come 
la penseranno? A nessuno dei due; e aseriraono con 
certe/za ci6 che il prim> di essi aveva espresso con 
somm riserxa. 

Sebastiano C ampi lo dice di m ss'ma QhiheMfno e 
p« r a'^ercnze seguace della parte Bianca. E altrove: 
« Che egli .^eguitasse la [)orte Bianca o Ghibe<lina 6 
cosa fu- r di dut»bio (pag 17-18j. 

Dope di Iui la radizione 6 fatta ed 6 ben fissa. II 
,Car u cci, oella sua beila biografla del poeta, ci dirii 
che Cino era di parte bianca, come Danti», ii Cayalcanti. 
jil oroDiita Oiaccbettu Malespini, il padre del Petral^M 



113 



e la maggior parte degli scriUori e giuracoosulti io« 
scaoi d^allora; il Fanfani, commeniando il Madrigale 
« lo gaardo per H prati ogai fior bianco »» ci dir^ che 
esso 6 come una giacuiaforia alia parte Bianca a cui 
il poeta sarebbe appart^nuto. 

II Chiappelli che, priino dei biograO, fece cod era* 
disiooe e acamo V esame del pensiero politico del N. 
ritieoe che egli fosse dei Bianchi e ainico di Filippo 
Verglolesi, capo dei Qhibellioi. lofatti, dope aver doUo 
a pag. 29 che dairanoo ISO) giungiamo air anuo 1307 
senza avere piu Doli/ia di Cjdo, aggiunge subito dopo 
che il Pjstoiese < si era ritira*o io Pistoia presso alia 
sua Se'vaggia de* Vergiolesi, cercando di dimeQticare 
col suo ^more le terribili lotle muoicipali e le stragi 
che turbavaop questa fiera citt^ ». 

Or DOQ occorrd dire quanto Tasserzione del Chiap* 
pelli sia romantica, pensando che egli stcsso aveva detto 
che in quel tempo — 1300 — 1307 — doq si hanno pid 
ooii/ie del poeta. Vero 6 che» a pag 33, quelia Selvaggiar 
presso cui Cino si sarebbe ritirato e col cui amore a* 
yrebbe cercato dimenlicare )e lotte ^luoicip Ji , d do- 
scritta « ronce uu* austera figura di donoa che iccute. 
limore airamante... sdegnosa, fiera del suo orgoglio^. » 
E ci6 i esatto ; ma come si coociiia coirideale di una 
donna che gli sopia le tormentose cure? 

Ancbe fltrove (pig, 48; il Chiappelli esprime xhia- 
ramente il pensiero che Cioo apparleoesse ai BiaDchi. 
In^aUi egli cbiama i Nen vittoriosi nel 130G isuoi ne* 
mtcit e di^e che egli duveva ammini^trare l9 giustrsia 
in mezKO al trionfo degli awersari. Final meote fanta^ 
st cando presume che probabi mente dopo la parteasa 
da Pistoia — 1307, secondo il Chiappelli -* GiAO do« 
\etle rifugiarai nel ca^tello di Piteccio presso i Ver« 

gioie 1 che 3i eraa fatti capi del partite del fuoroioiU 
bianehit 



111! 



Dopo ci6 Ggll fcrive a paj TO: < Non sapp*atno e 
ton c^rstadaalcan fatto, che il nostro legista comerA- 
lighieri n lla prima giovine^za appartenesria al Ouel- 
fl^roo >. 

Afpena sorto il dubbio il do to biografo \o sfaia. 
Ma 6 ben presumibile che Gioo guelfo fosse percfad e* 
ran gaelfl ardeatl, talti sensa eccezione. qaelli delta sna 
f^m glia, di cui la stora conferva memoria, come del 
resto U maggior p^rte del pistoiesi, avanti il 1900: e 
quindi 6 piii che mai supponibile che tra 1e retie le 
quali dai Quelfl, per le discorJie del Cincellieri, ram • 
pollarono, egli, almeno per adereoze, TosseNero. 

Nfa anzltutto ml si conceda dt chiedere chi abbf'a 
mai detto ai biog'*afl che Cino appartenesse, net primi 
anoi»al partite del Bianch e non p*utt08to a q* ello dei 
Neri, e da qual ieftimonianza sia logittimata ta lore 
asserzione ? 

L*ha detto rArfaraoll: posso rispondermi anche da 
mp. Ma e lo stesso Paodolfo Arraruoll^si mostra iocerto 
come Tedemmo or ora, e r'ella suaatteidibiiitd 6 lecito 
muover dubbio qui, se anche per a^tre sue ass rzfoni 
gius'amente si mosse: e deliVttendibili ^ delPA. disci* 
ter6 pICiHardf. 

Ma il Cbiappelli e gli a tri biogr* ft hanno ben altri 
argomenti : le epere giuridiche di Ciuo attest- no troppo 
lumfnWmente che il giurecoosnlto era ghibellioo e 
seguace di Arrigo VII. 

Ma prima di risp ndere a questa giusta obbiezons, 
4ichiarer6 perch6 m me sorge il dubbio, anzi la cer- 
tezza che CIno fosse, aimeno per aderen7e, dei Neri, e 
ehe egll« bencb6 non settario, come giastameote con* 
forma il Rosati, fos^'O coinvolto n^liVdio per i neri Si- 
nkbuldt Mi sarit poi facile dimostrare come chi era 
stM^ICeiv) MlU sua gio\joaiza, divenis^e- se^uaoo dt 

Arriifo ioopei'aore m giuriila gbibellifio. 






J* 
• « 



Lo storico delle fuzioni dei Bianchi e dei oerl i TA* 
nooimo pUtoies^ della cui auteiiticiti * del resto baa 
poco iafirmata ^ ba detto brevi e per»uaieati parole 
ii Chiappelli. 

Or egli\ pur n jx fornenlooi la data precisa de^li 
avvenlmenti S8ii^uin>si cooipiaiisi negli ultimi anai (^bI 
secolo XIII, ci ritrae con tnolta eCficacia quegli sdegni 
6 quelle veodette e acce m a coloro che di quelle fu • 
ron) strumenti e vitiime. Ma dl Cino S nibuldi, poeta 
e giureconsulto» non uni parola: e lo slesso dotto ppo- 
feisore pistoiese che di Cin) 8*6 occupato, osserva die 
rAji>niino lo mendona solo laoidentalmenie: acceuua 
a lui parlanlo del tradiroeuo del Qgliuol suo M n^, 
che c ajiur6 per coaiegnare laciiU aCastruccio degli 
Interroinelli da Lucca, di quel Uino de* Siuibuldi che 
rAnooimo condannx alia esocrasione dei posteri. 

Ma se Bon ci vien fatto di trovar parola deiram^nte 
di Selvaggiu, iucoatriamo perd bene spesso persone di 
sua famigiia. Or io so bene che dal fatto che i Sioi- 
buldi appaiauo Neri nm si pu6 iDferiiaa che UQO di 
essi, Cino, iu quelle storie non nomioato, dovesse es* 
sere oecessariameate Nero ; e nou mi sfugge che lo 
8te»80 Aaouimo raccoota che i disseusi erano trji fa- 
miglia e famiglia e tra fratello e fratello. Pur 6 ooie- 
vole che uou uoa sola volta troviimo nolle istorie pi* 
st le^i UQ Sioibuldi asoritto a parte Bianco, e che 1*A • 
Donimo parlando di essi e descrj\endoli tra 1 piu fieri 
e valorosi Neri , non acceuna mii a discordie che li 
dividessero, ma ce li ritrae conco. di nei lore odi, come 
i Tebertelli, i Rossi ; lad love invece di M. Ziriao_ dei 
Lazzari dice che si en schierato couro quelli della 
sua "Casa e della sua parte 

L^Anoufmo pistoiese racco^lie sotto il milletrecento 
fiitti che, noi lo abblstmo vtsto, devono essere dld^i* 

buiti Qoiraltimo decQunio dQl secolo XllL " 



m 

Di alcQQi di essi A poisil^ile flssarelacronologia per 
ioduziooe, di altri ci dan do la data a^iri storici. 

Noi DOQ terremo conto che dei persODaggi che di- 
rettamente si riannodano ai VergfolesI e ai Sinibaldi. 
€ Id qnello tempo 0> era nelia casa dei Gaocellieri 
deila parte Biaoca udo giovaae, ch*aveva Dome Pocaccia, 
figUuola di M. Bertacca di M. Rfnieri, H qoale era pi ode 
e gaglinrdo molio di sua porsi na» del quale forte te- 
mevaoo qaelli delta parte Nera per la sua perrersit^ 
perchd Don at'endea ad altro, ciru uceisiool e ferite.^ 
e H Pocaccia avera per raoglie a flgHuola di M Lippo » 
Di quesVaomo feroce, scaltro e prudetite sioo alia Tiiti, 
che essendo preso pib voUe da* sa )i partigiaoi Biaochi 
del fa^gir che facea, rispondera che meglio era dire: 
€ quloci fugglo it Pocaccia, che quivi fa morto il Po 
caccia»(t}, diquesto peceitore ricordato da Daat>)tra i 
piu scellerati tradito**i: 

Noa Focaccia, hob queati che m' ingombrai fZ) 

ai 6 brevemeole occupato cou m'*lto acaroe L. Chiap« 
pelli. Egli dopo aver os<ervato che Gioo dice delta sua 
doooa in un sonetto : < . ..fatta sete sposa — II tem« 
poral Vaspetta omai d*amore », accostando que^to passo 
alia testimouianza deirAnooimo da do! succiiata, < ...e 
*1 Pocaccia aveva per moglie la flglioola diM. Lippo », 
trova che abbia apparenza di yeriik la congettura che 
sposa at Focccia fosse Selvaggia. B raflbrza questa 
congettura cod a'lre citatloni, tra le quali i notevoie 
quella del Tedici € Gt Pocaccia ha per moglie la figliaola 
di M. Pilippo Vergiolesi. » 

Or, qui come uel [lasso dcU*ADOD*mo, nou abb'amo 



f\) Vtfrotimilfneott intcrno ai 1996. 

|9) La frate rlmas* celebre* L^Aretifto la ^tnt ia bocem a an perso- 
J|*F9io dttllA >«& T.*Uinta : € Diarrola a $u»htt per«^«)i4 6 megUo die li 
4.ca; qui Aiggi il TiQca| che ^ui mori i| Ti«9A »• 



lit 

II nome di Selvaggia, mi s^accenna per6, coll* arUcoIo 
de^erniinalo. alia flgHa, parrebbe unica, di F. Yergio- 
Ipai : < la flgliuo'a dl M. Lippo ». 

Ma la questione non 6 grammaticale. II Focaccia 
doveva esser gi^ morto Del 1300, iemfo del simbolico 
viaggio Dantesco Dei regni oltramoQd^ni,perch4 Dante 
lo menziona uoUa Gaiaa; d6 questa ta come la Tulo* 
niea» doq so s* o dica il vantagg o < cbe apesse Yolte 
Tanima ci cade * inaaozi ch^Atropos mossaledea*. '') 

Ma so Selvaggia era sposa al Focaccia, le conseguenze 
ehe si possono irarre da questo fatto sodo ud po* di- 
verse e p u precise che DOn fuccia il Ch'appelli. L* A- 
nonimo dice che il Fugacia aveva per moglie la figliupla 
di M. Lippo quaDdo DattoriDO de* R(ssl e VaDoi Fucci 
e *l Zazzera de' Tebertelli uccisero Bertino Verpio ess 
zio di Selv.iffgia ; or, po ch^ quest' eccidio 6 aoteriore 
alTafiDO 1293 e forse deve etsere attribui'lo al/aauo 
1289, come vu le Tolomoo, se tie infieriscecheo prima 
del 1393, gi& fia del 12 9. Selvaggia doveva es Qre 
tsp sa al saDguiDario Oglio di sea^Bertacca. 

Se Cino adunque s iDnamor6 di Selvaggia aucor go- 
vioetta, come ci risulta da alcuDO rime, oe viene che 
rinnamoramento devees^ere aDter.cre o dod posteriore 
al 1290 La cosa 6 ben rag'onevo!e pe^saDdp cbegi&fia 
dal 1283 egli aveva maDdato a Daute un soDetto «Na« 
turalmeate chore ogoi amadore > in rispos a a unaltro 
che rAl'ghieri gli aveva iadirizzato. Ma ci6 dod |u6 
aver valore che di probability, perch6 ci maocailsus* 
sidio di documeoti storici e il poeta che, do! paioss'smo 
dell*amoroso torroeoto, fugge forseonaio alto gridaDdo 
il Dome deir amata, di rado afdda a' suoi versi circo • 
staoze di fatto. 

II Chiappelii ritieDO che p co import! a sapersi se 
Tamoro si maiiifestasse proprio nel r?00, Q m^ diCQ 



Ill 



rArfdraoH, o Id an altro annc. lo pensoche ild termt- 
Dare t prim! anni deiranooredi Cino, significhi fissare gli 
BDQi dela roaggiore sua atti\it& poetica, ma per quHDto 
importaote, coi Tabbiamo visK la cosa rie^ce difScile. 

L*>it*estazione deirApfaruoli 6 esplici'a: il N. pe la 
morte d«l padre « topn6 a Pistoia. e si desvi6 alquanto 
dagli stud', essendo molto IncliUv^to airamoredi M. Sel- 
vag. ia di M. Filippo Vergiolesi beilssima di corpo et 
in particolare gli occbi ... S' invaghl CiDO di S. V aooo 
1296 » 

Ma TArfaruoii 6 attendiblU? Lo oega il Barloli, af- 
fermaoo it Chiappelli e il Notto'a. 

Or la discussione si pu*^ rilurre a brevi parole. L\ 
foDte delle DOtizie dell'Arfaruoli 6 un manoscrit'o del 
1337, intilolato M^mo^'e c Cr^dili di mcsser Cino. II 
Bartoli afferma: o il M. S del 1337 6 uq* ioveDzione 
delTiirfaruoli o oarra di Cno cose ooo vere ». 

Ma la prima di queste supposizioni cade, perch^ il 
No(t la ci appren le la notizia dovula alle ricerche del- 
V aw. Chiappelli, che il M S. fu trovato Del volume 
detto Album delTATchivio com. di Pjsioia. 

Per6 il M S., po contien^parecchie ootizie cbe ven- 
Dero riprodotte dalTArfaruoli nelle sue Manorie^ Don 
pres. Q(a invece oessuo accenno a Selva^gia. 

Quindi la questione diratteadibi'it^ i per meU ri« 
siKa: TArf. 6 dep^^o di feJe quaudo riforisce ootizie 
lolte dal M. S. del 1337 : pel rest) deve essere discus-io. 
Acceoao appena a ci6 cho fu detto da altri. 

II Bartoli sostieae che TArfaruoli trae erroneameDte 
la Dotizia delTamore di Ciuopor la Yergiolesi da* versi 
del sonelto < Lasso peasatdo alia distrutta valle : 

• . • rimcmbiando delle nuove talle 
Cb'ivi 800 'lelle piante di Vergioh 

'6d errotieameDte sostieoe, perch6 egli i>eQsa, a t;rto 
jioi \o T^drooio, che <)uel:o M^ ua sco^^Uo ^Uu<^o. 



nth 



Ma TArfaruoli si sorvo dei cilati vers!, come f ate 
d I 'asserz O'-f*, o come oonferma di quMito ejli /isse 
risce? K* difQcilo ris[)Ondere, e doq importa gran faito 
^': Qoto iotaato che egli eta male quell* uaico verso 
che lira in balio < ch* io passai dalle p'ante di Ver« 
giole » che suona iavece « ch* ivi son delle pmote di 
Yergiole > coa varianti insignificanti nri vari c dici. 
La precisione non era la virtu es^enz'ale del nostro 
storico. 

Ma TArf. fa un*al ra asserz'one c Cino am6 un*al(ra 
deoua^ una taie donna Marchesina Mala^pina >, e la 
comprova col sonetto Ccrcando di Irovar lumetvi in-. 
iro ; € il che fa chiaro, egli dice, il sue sODetto 39 che 
cominciOt « Cessomio di trovar lumera in oro ». 

11 Bartoli ha dimostrafo che quel sonetto non prova 
punto che Cino tibia amato una marchesa Mala^pina, 
percb6 i eodici a sua couoscenza, riproiucevano, tutti, 
)1 noto verso non gi^ come il Pilli e Fjustino Tasso 
funno: W ha punto I cof* marchesa Maas^inaf ma 
c»lla variance marchese Malcspin't, 

E lo stesso Nottola, il quale aveva sos'eauto essere 
[)iu facile e razionale concetto se u legga mat c/iesei« ot 
che disse esser questa lezione r.ferita cro dal cod ce 
bolognese e forse dal Chigiaao, piu tarJi corregge la 
sua opinione scriveudu (^) che c tutti i eodici leggono 
invece lel verso itdicato, march se Mai spina ». I 
eodici sono sette. 

Dooque dove mai TArfaruoli ha pescato la notlzia 
che Cino am6 un* ultra donna non per offesa, ma per 
tener vivo e coprire il primo amore, essendo giii morta 
Selvaggii ? K* pur duopo coDcludere col Bartoli che egli 
ba erroneaTcnte des mto la notizii dal son tio « cer« 



(1; Vedi a qitetto proposiio i*o^ugcoU di U. HotolU : « SeWf ggU Vf f « 
|toIeki ceo » . 



ISO . . ^ 

cando di trovar m'oera in oro >, dive egM con altra 
inesaitezza cita: Ce sando d' frovir^. Ma non bisU: 
rArf.rooIi coogetturd male il soneit*, qaando, iadotto 
forse da yisib le amore della costanza del Pistoiese* 
dice che Cioo ain& uQ*altri doona..^ essendo gil morta 
Madonna Sekaggia.. Madonna era ancor tiva quando 
il poeta scrisse qoei ve'si: a convincersene basta leg- 
gore il distico: 

Cutal p aneto, la^se, mi de4ina 
Che doY*io perdo To'entier dimoro, 

Verai cle trovano il lore bea ohiaro commento nei ae- 
guen'i: 

lo aon 8\vago della bella lace 
De^li occbi taditor che m*lianno aco'so, 
Ghe \k doTd aon vint^ e aoo derlso 
La gran vagh^'zza pur mi rioondn.'e. (^) 

Duoque il poeta piange perch6 non pu6 veder Sel • 
vaggia, e pe'ch^ Un mallgno influsso fa si che eg!i si 
senta aempre attrdtto verio chi lo deride, 1^ dov*ei 
perJe, \k dov'6 vinto. 

E la teconda terzioa chiaramente rincalza che ra« 
mat^ e a viveite, e che si tratta specialmente di essa: 

Ben porta il mio Signer, anzi ch*lo mo'a 
Far converttre In oro dnro monte, 
Chd ba faHo di marmo nascer fonte. 

tl duro monte, appena ocrorre drlo, 6 la durai spie* 
taU S Ivaggia, altrove chiamata alma altera, no^ g it 
donna ma s: glio^'Kojni altra di du?*esza ovansa eco. 

DiC3 TA. che Cino s*iQvaghl di S. Tanoo 1296 eche 
essa € Tanno 1307 morl, come nol sonetto 73, « Qik pas* 
aato oggi 6 rundecim anno ». 

Sjrvoliam) al fatto che queslo sonetto non dice 
panto, quando pur fosse auteoti.o. che S. aia nortftt 

(I) Gin9. Son, oh« «o«i&fla c«il« 



I'^^'^^r -r rtir^ irnr^"^ T'^" ^^v-^-^--- 



G bastiy per non riprodnrref tatto il sonetto, citare i 
vertfi: < e qualla doaoa» nwi ia niia neroica, resti coq 
sua Qazioiii frauda e manzogna ». Chi |iu6 supporro clie 
co!ei di o li qii si parla fosse morta ? 

Notiamo inveoe che TArfaruo!! cita a memori^cita 
male e che ba uoa dep'orevole teodeoza a far confii- 
sioDi, e domaadiarooei sq egU ci appreode dee date 
certe, a lui note per qualche foote, o se ha arzigogo* 
lato al SIM) gtlito. lo Qoa esitoa dicbiararmi perqucsia 
secoQda opiQioae. Egit sapeva dalle Rime ehe S. mori 
suso b*a gfi aspri i9u>Mt^ candoitavi per mutar di veu- 
turai ^peva dalla storja che tippo Ver/ioiesii padre 
di Selvaggi^, si era ritirato colla. lamigiia a Piteooio 
nel 1307, e di U, uello ate^^o aDuo, allaSatDbacu dove 
rimase ^ino al 1311; oe argul gius^tamente che alia 
Sambuca S. doveva esser murta e proprio nel 1307 ; ma 
leggpndo^ nop so come, in ub sonetto di rJbellooe al* 
raDiJco afietlo (Gift trap^ssaio oggi 6 ruodecim aanoS 
mi amorosQ lamento per ia morte deli* amanie* coiit6 
Qodci aaoi a riti^ose di quelle ebe egli atfmaTa airno 
delta morte di Selragyia, e DO^bbe il 1206 come 
data d' iaaamorami^Bto, preadesdo e<*me ispiratori del 
calcole i versi : 

Q\k trapassaio o^gi & runlecim anno 
Gbe d*amor ael teroee campo entrap 

Scuhatoji fondamento dell'attestaTione deirAr£artioli» 
pDi)ssi sOstlluire UQ*attra data? In modo certOyOo; at^i 
lo abbiafi o g'& Vaduto. Tuttavia e per rargomeati sopra 
citato che Sj^lvai^tgla doveva esser spoaa al f^uC'CCia sibo 
dal 1200, e per it fatto che le prime rime amorosei 
c»me risutt6 dalla d^scrlziooe delPamore fatto Del ca« 
pitolo preceleate, sodo dirette nou a MadoBoa, uaa ma« 
riiata, ma a una le/giadra givinett?*, adornadi itDge* 
Ilea Virtiit che appare dulce e umile agli occbi desiosi 

del poetii riQODfermeremo il parer aostro cbe l'imQv% 

4 



^'' 



1 



m 



sia n^to prima det sorgere delte fazioni in Phtoia, iti * 
topoo al 1290, prima chj le ire dl parto tra i Ve^i^t- 
lesi e i Stoiboldi avessero reso Oina (rdi^so al^n flera 
ghji-e'lina. 

Qaando pot la Vergiole^i aad6 sposa al ^ocaccia de' 
Cancallieri^ bea si pud comprenderj qai*e efflcacla 
dovMse eseroUare su lei Taiimo feroc i de* marito e 
come e3sa dovette odiare Giflo 90I0 per la ragione el.o 
i .^Uotbuldi eraoo temicl dello «poso e delta fVitniglia 
sua. Qualca»a degti eecidii computi da merabri della 
fam^iglid del poeta au qaalehe adereate del Yergtolesi 
e del Fooacoia spiega lo sdegao df Belvasgta ed 6 
forse la ragione prima delle lagrime del poata. 

NoQ r&Heremo qui sotto silenzio qtiaato M. A. Salvi 

ci rirerisce airannc 1^00, cfae ael mese di agosto € a- 

Teado More di Tegrino Sigibotdi assalito M. iiiOraDDl 

di Ugoccioiie e feritolo coila spada aul volto, Di eagione 

chd' la citti si tev6 a rumore, teaendo allri la pane 

dei fitgibeldi € all i queila det Vergiolesi » Quesio 
M^re Sinibui4i (noo curiamoci c he it Salvi /criva S«gi- 

boldi daoobi. aoche Cino chiama se atesfo postBf*us forte 
illfus Si^shuliit oonsukiHs viri era evgino del vostpo 
poeta* come fi.;lio quartogeoito di Tegrico, t)opateni7 
del N...., come risulta dal4*«lber> geuealogico della fa 
miglia Sinibuldi» auteDtic^mente irasKeaso al Prod 
Ciimpi dal dott. G osu6 Matleioi, archivista di Pistoia* 
Ma ritornando a Sotvaggia, Qo quando rimase sposa 
al FocBCcia? Certo Fu breve la vita del fuggenle Can* 
cetiieri. Hd acceanato come fia dal 1203 e forse prima 
al'R fdsse stata inflitta una coodaona per 1* uccli^iou*) 
di M. Detto di SiDibjldoCancellierl : ma evidentemeota 
noa fu sentenzi cipltale, pe»*ch6 il Focaccia ci 6 mea«. 
Kiddato ID impresa posterioi e o posteriormeote descritta 
dairAoonfmo: < Ld Focaccia ordio6 di uqcidere DpUo* 
ribo di M* Rd DeRossMI quale era state. mqrta d^ liiie 
dad Zazzera e dal ioro compagai. » 

;<*Xi8AssiQio di OeUorJQO poitorlorindKnotffif/Ain 



.:it^ 

BMhlom&0\< ohe m devd assefUftre sH l^r a^cenite^ a 

Montemttrto e Ai Taftittia vile efferatezza in ooi oi appbre 

" oDmeprimo attore quo! Oaooetlieri : egli eon uda m is • 

• cluda. BOfpre^e DeitorlDO Che bevera < ia qqo -(Mlliert 

^ 60R-oeHi 4>rjgafrik..« egli (Dettorinu) si drfeadei^ H)a 

loro e 1)00 lo poteaao ouocere perebd epabeae^SFroitio, 

e percoteaasi insieme di graadi oolpi: allora Tenn^ro 

altri fanti cbe *1 Focaco'a aveva riKOsti. 

Quaodo Dettoriuo vide cbe iauti faati gM veoivano 
adJosso. ccmiAcid a fuggii^e. ..* pfild*^ io terra; allora 
ruccisoQoer coma rebboao morto si pariroao dal ca* 
stello, » 

Cosi campiva le sue prodezxe il Focaccia quabdo noa 
faggiva. AUre uccisioai anterior! al 1303 non registra 
Taaon'mo; solo dice che < cosi stet^e la citU di Pistoiat 
e *1 ccjbtado piii tempo^cbe Tuoo uccidea l*al(ro. »T^a 
qaeite vlltime di cui Tauoafmo ooa credette dl dov^er 
meuyionare ilDome, c*d aoche il Focaccia? Rnt egli 
di morte naturale? Certo dovette morire tra gli abni 
1296 300 e di questa morte forse resta traccia ia quel 
Ducleo di soneiti ohe allQdotiO'al lutto di Selvag^ia^ 
scambiati fra Ciae ed ua amico da Piatoia' OJ e ch'3 do- 
vrebberj qaindt assegoarsi al per.oio di anii 1296-99. 
InfottiS. ttell39d fories^guHl padre a Ba*ogn?i« e^par* 
rebbe io cooseguenza che doiresse gi^ esser vedo^. 
Iq vere il Gbirardacci P) ci informa per iocideoza che 
« 0' :rreod0 gli aooi d^la ooHra salute milledueceoto 
o nao^aooye » fa eletto pre'ore di Bologna FH.ppo 
Vergiolesi da Pistoia. Questa nptizia vieae coofern^^a, 
beachi seo'a data, dal Fioravanti ^V il qoalft stiver 
4, VeiM^ Pii'toia illuatrata dagli infrascrilU* soggeiti 
. eba Qoo gloria slogolare ae* ^uoi (sic) rispettivi teoaapi 



( » V; A p.- 8d dl qiMito 8lii(lio. 

(li HworiA.itfodQl^e df|lft oUU di J^itteU C^p. ZYI| ^h> ^^^ 



)M 



•lereltarooo la BologM la 0%t\ti$L di podtitt, olo4. - •• 
M. Lapo degli Ugh^ H. FtUfipo Vcrjtoleu ». 

Ora te noi mettUmo io retaxioAft qaeste tMiimO'* 
Alanxe oolla sopposiiiODd ehe abbiamq falto* chti 8el • 
raggia fossa noU al bologoese OariModi* sopposisiotta 
datuu a Doi, \t% TaUrOi 4 i f«rai< dj Qiqo » ab«raf- 
do^io; 

M.t fat Pandatara plana 
par prander la aolomba laiiia fela 
paella flNk aal Io apfpito d^«or« 
In ma diaoaade da^ to sao pianola, 

da oot apparo cba i dae p eti ebbero no oomnna af« 
fetto ; potremo trovare a«aai probabile la dimora di 
IfoUaggia a Bilogoa. E la oosa prender^ maggiore ap« 
parenza di veriU, ae consideriaoio il aooetto < Oentili 
donoe e doozetle amoroso ». II poota»yod^ndo ua gaio 
raaaembram^bto di donna cbo fa gioiro gli anlmi amanti. 
aento spuntaro Io lagrimo a un coconto doaidorio di 
vedor quclla chi a morle Io pose 

Lo i\ aho di Bologna ai parUo 
B glo a f ar al laoga dimoraaB% 
la loQO oba m* ba faito apoaao noia. 

Qoal*^, so non la patria di Oiao^ il loco oho, cogli 
odi partlgiani, gli ha fatio sposso noia: e qual mai 
doQoa, so noo Selva^gia, nella eui vista A tuUoildes'o 
del poota, cho ptrde vfia per^tende speranza^ poteta 
turb re la pace di CIno studeate a Bologna per esser^^i 
reeata a Pistoia? 

Ma it delore o il lutto di Setira^'gra possono avere 
altre cause, qaali la oiorte dl Bertino Vergioleai, sno 
tio (IS99)» di Braccino di Hesaer Oherardo Forte « 
bracci, suo congiuoto, cd altre persone che la toccas • 
aero da^vicioo e di cui la storia non serba traccia. 

Nolle lotto dl parte fei^venti e pngnaoissimi erano 
{ Yergioloal : capp del 9ianchl il padre l^ii^ o Filip|io, 



mmtmmmmemm 



Iw 



e uoofio rw vendetta dl parte Bertlno. suo frateUo*; 
ferooiss mo il Focaccla, partigiano ardente Freduoclo» 
flgliodi Lfppo e assass'no^ oolla complicity del Fooaccia, 
dl Messer Detto de* Oano^llier] r Don d dubbio che ia 
■600 a qoesta famiglja di partitanti sano^uiuariip SeN 
▼aggfa fosse quella sdegnosa, flerii spletata doona che 
ei appare dal canzoulere. 

II Focaccia e Freducjlo scontarono amaramente 
rassasslnio di Ser Detto, poichS Ffedi flglio del Pest Dto 
nccise Messer Bertacca padre del Focaccia e cavalier 
Oaafc^Dte, ves'Uo a moio di frate. Gid avveDoe tra rot« 
tobra 1203 e il giugno 1395. 

Qui of basti »egair3 il rapido svolgersi degli avve* 
nimeoti. 

Per la morte di Bertacca CaDceIlier7» il padre di Fa« 
gacia« ambe le parti toroarono. 

I fatti di saogue direutano piu numerosi e iiicalzaDti. 

M. Gherardo Fortebracci per veodicare la morte deilo 
xio SQO Bert no V*)rg:o1e9i — * tracidato per opera di 
DettoriDO de* Rossi, VaDoi Fucci, e Zazzara di Sozzo- 
fante — voile ofiendere Ser Fredi di M. Sozzofante, fra* 
tello di Zazzera e Bertiuo Nico!ai e altri che si eraoo 
awicioati alle case sue. 

Dalle paro'e misero mano alle spade. Tutla la terra 
fn to arme. Ser Fredi e i compagoi, combatteii4o con« 
tro il Forte bracci qaelli di sua casa, s*avvicind alle case 
del Sinibuldi ch*eraiio essi pare del Neri. € I Sioibuldif 
come quelli, ch*erano gaglardi e prodi delle loro per* 
•oie vennero alia battaglia. M Loste Sinibuldi franca- 
mente percosse addosso a M. Oherardo» e a* suoi^ e eon 
ono sptedo molto grande percosse net fiauco a Braccino 
di M. Oherardo si grande il colpo, che U fece cadere 
in terra, e per morto stette in terra grande pezzo... 

Braccino il terzo di morlo.. . Allora si cominc!6 la 

guerra roplto forte, ed aspra tra i Sinibuldi e queUi di 
H. Oherardo »« 



M . . 

Qt4 ^ oj^porluno oatetvar^ cba (luesto. Lost^. o Oqi- 
dalosta. SiDjbuldl era pnreote e probabilmente zi<» di 
Cioo; a che da questo momeDto la lotta dej Bianchi • 
del Kori fa oipo ai Fortebracc coi Yergiolasi da uoa 
parte, ai SiQibuldi d iraltra.. 

Vedendo alcuoi buoai oittadini che K citUi tutU.si 
sarebbe diitrutta per queste gtragi» si mduo^rooo « 6 
ii fecioDO chiamire i Posatu ela miggior pa te di lore 
peodeaoo piu alia parte B anca cbe al a Nere^e diedero 
la siguoria di Pistoia ai Fioreatioi »« 

I Fioreotiai e i Bianchi s! acccrdaoo tra di )arq di 
oacciare i Neri dalla ctt^: affocano le case del &09^6, 
dope aver presa leoa. € l*altro di andarono aUe case de* 
Siuibuldi, e combatteroDO, e diedono p'u battagUe^ La 
oase erano forti» che uon si potieoo viocere; la geote 
siava lore di. e ootte d'intoroo, pe^^chd dod lepotess^ro 
uscire » e mise fuoco alle c^se. In qoes'a lot*a a morte 
di una fazione contro Taltra, quelia dei Sioibuldi»,come 
poteva CiDo rimanere anche semplice spettatore, Icoi^no 
anz'essere coinvollo ceirodio per la fiimiglii sua ub r 
rita dai Bianchi ? 

« Li S n buldi vede ido, che n )n si potevaoo difenderei 
tecioDO traitara con M Schiatti Cauceireri di volersi 
arr/dndera a lui» e M. Scbiaita gli ricevee^.equ^nto pi& 
celatameate pole*, ^li mise fuori delle tortez?e »• Ma 
8.* n' accorsero Gherardo Forlebracci e gli tltri lore 
neinici» i quali trasssro [>er fame maceMo.Furono difesi 
dal C^Qcellieri, ma non s po'6 impedire che le lore 
case venisiero rubate ^d ar>e. 

I Sini buldi ripararOQO in Damiata; ^li aUri Neri ri* 
m^sii in Pistoi]^,,furono i rocessati, presi, impxcati. Que' 
sti fatti avvenoa o nel 1301. Lo stesso anno si distrus- 
sere le case e le forCezze de* Tedici, d^i Sinibu di» dei 
TeberteUi. Lazzari eRicciardii tutii Neri. AbchQ.Damiata 
.fu disrulta. I Sinb'ldi dovettero duD(j[ue andar 4' Ji 
raminghi/ 






4al 



«■ 



Dopo rimpr03a dl Carlo Senzaterrs, par:Ucsi isenza 
liver mutata la coodizione della cose, i F*iorentini e i 
Lucchesi coUegati prendoao Scrravalle (l:J.2), Larc ano , 
ambo tenuti da Pist. bianchi, e il casteilo del Montale^ ^ 

I Neri dal Montale facevanb guerra a Pistoia« dura 
guerra. I^ Pj^toiesi rinchiusi in citU € eran fatti si crii* ^ 
dell, che quaoti ne venivao lore alle mani doi lojq u« ^ 
scitl, tutti g(i faceiDO morire, qu^le impIccDvaop e quale ,. 
facevuno morire d*a'ira mala morte. E staado i^lcun 
tempo )i Pistoiesi cavalcarono in moutagaa a uno ca« 
casteliO».chali Luccbes* avevan > afTorzalo, eguardavaojio 
alquabtr Onetfl Neri tisciti di Pist 'ia, e subito.. taotolo. 
combatteroQO che per f^r^a l*ebbero, e quanti ve ne tro* * 
yarOno deotro, tauti misono alia morte^ tra i quaJi v 
furono mOrti Lapo di M. Tegrimo de* Sinibulfll e Ser r 
Fredi di M Sozzofante ». 

L^uccisione di Lapo Sinibuldi e di Ser Fredi^ fu .la 
vendetta di Gherardo Fortebracci per la morte del (ff 
gliuolo, uccisogli da Loste Siaibuldi! Lapo era cngin.o / 
drCioo iVpoetaf 

Dal 1302 a^ 1305 furono anni di esllio per fa faml* , 
glia d6l t ostro giure consul to. 

Finalmente il 22 di maggio 1305, o come vuole 6* 
Villani, il 20 di maggio, Roberto, duca di Calabria, capo 
dell'esercito allea'o dei Fiorentini edei Lucche^, asse« 
dia Pistoia. M. Moroello Malaspina fu fatto capo de' 
Lucbhesi. L*assedia fu te ribiU : € La vettovaglia venia 
miltf^andd detltro iicchd la taioa del grano valea eetie ' 
lire, UQH cas^agua valea ud deoaio, e per ^ ^rande famei 
che Y^0i*ii dent'd, diventaroao si ^pietati tra di lorO, che 
lo pa4fe cacciava li flgl uli e re flgliuole, e lo Dgi oi,6 
lo [^xlj%, e It) mMrito la moglie, e molti vt ebbouo che 
voiliifd'iftoMnB prima di fame, che morire a mano d|. 
qu0*lf^ri>st0;'e tantj tenne, che ieglovani, cheerano J 
cacciate fuori, erau vendute come li schiavi. «.» 

Qli orrori deir«Mi5(t.o sono dd^grUtl iD ^modo * Uf . 



iu 



ribile da Dioo Comi^agni! < la gran piaU era di quelU 
cbe eran guasH net c&mpo, die oi pi6 moziA li ponieDO 
a pi4 delle mora, acci^ che i 1 ro pidri, fratelti e (!• 
g iQO i li yedcflsODO.^ Molo migli re eoDdizIone ebbono 
8 ddoma • Qomorra, e Taltre ierre, die profondaroao 
ID QD puD'o e moriroDO gli uomini die non ebbono i 
ristolesi, iDorendo id co^l aspre guise i^> Ed M. A Salvi 
aodresso narra che i presi tutti si iropiccavano, < per 
naggiore scherno si faceva tagliare uo piede ed ona 
maoo e cavargli un occhlo. e are doone le tagltavaoo 
il naso » 

Finalmente la parte Bianca oeo potendosi pi& reg« 
gere in Pistoia, patteggid di sgombrare perdi6 le ri 
naoesse il castello di Piteccio e quello delta Sambuca 
a di 11 aprile 1300 ovvero a di 10 come TOgllono il 
Yillani e il Gompagni. 

II ina'-chese Moroello Malaspina < vapor di val di 
Magra » e M. Bino da Gubbio entrati in Pis*oia, rice* 
\ute io balia citU e fortezze € messoDO fuori M. Lippo 
Ver/io'esi, e tatti li suoi consorti e piu altri popolari 
e ^r n4i Biaachi e po<scia rimisono dentro tutti li Ouelfi 
Neri usciti e riformarono la citladiuaDza n'i d' altri 
ufi]ciali tutu Gueifl e Neri »• 






Ora torniamo a Cino dacchd ci appare cbe il (amoso 
giureconsulto in quel momen^o fos^^e giudice delle cause 
civili in Pistoia. 

Luigi Ghiapp *lli a p. 4S del suo libro assever» : < quasi 
cm sicurezza si pu6 dire che Ciuo era chiuso oella 
ciit4 durante rassetilo. puichA trovaudolo giudice as- 
sai ttropo dopo la risa 6 suppooibile che la sua mag* 
stratura risalisse a un tempo anteriore, uoo poteodesi 

(I) P(no CQmfo^ni / to fL li. 69rl^ IXt ^«S| 4i 



>.' 



IM 



Crdddfd ctid gU fosse conceduta dai propri nemici, dai 
Neri vittoriosi >• 

< L. Ghiappelli ha ragione quaudo dice che non A a 
credere che t Neri trioafaati c<>ncedes3ero una magi- 
atratura aua 1 ro avversario politico, io un momento 
dt acerba lotta e di terribile reazioae com* era quelle. 

Gi6 con trad lirehbe aoche a quinto asserisce 1*Aqo* 
nimOy nel passo citato, che la citt^ fa riformata d* uf* 
ficiatt tut'i Nert. Ma ilChiappelli ba torto quando crede 
che GiQO fossH chiuso in Pistoia duraute 1* assedio e 
prima di es«o« 

Pure il N. era certamente in P stoia nel 1307: ap« 
pare da uo passo det Com. in God. quotieus. Cod 1 10 
{^) ed< UQ ricordo dell*ArfaruoIi (storia di Pistoia M. S.), 
H quale dice che Mes<^er Gino fu presente come testi- 
moDio alia rogazi ne della nomina di M. Quelfo Ta* 
Tianii airufQcio delle generali Oabelle. (*^ 

Non penseremo aduuque che Id magistratura gli sia 
stata coucessa dai Neri sioi uemici, ma dai Neri allora 
suoi com^'agni di parte, almeno per adereoze. Perch6 d 
assurdo il credere che Gioo fos^e chiuso nella citt& 
durante l*assedio; di cl6 non resta ricO'-do: ed 6 assat 
OTvio il creiere c^^e quei flerssimi Guelfi neri che ft • 
fonnarono la cittit di nnzfani e d*altrt ufftciait tutti 
Cueifi e N rij non avrebbero tralasciato di licenziare 
Messer Cini>, il qual ^ an^i, se Bianco, avrebbe dovuto 
esser^ accompaguat » da M. Moroello e da M. Bino da 
Oobbio fluo a Piteccio coi Vergiolesi e con gli altri 
consorti t^> 

La verity parmi questa: Cino non era chiuso in Pi« 
stoia. durante Tassedio, perch6 Ouelfo e NerOi ma era 

(1) Vadi ChUppalli, p&g 4d noU 2. tl palso del oonttd. la Cod. ttoVail 
» p^f • 84 e ieg. dell'todhiotie CiBnariaoa di Ptanooforte^ 
(S) Ch app«Ui« op olt. pag. 00 aota i 
(8) M^ Piif. pag, 60 •« im. 



m 



forse nell'esercito degii a9sediaDti,o ftltroveinft OT%im- 
partiu . Re9JL9i la ciiiK vi 6atr6, coi Ner4 e 4& ^aesfi ta 
elelto giudice. 

Lo $1^890 giadizf a cbe il giunecoiu^todiede in PUtoia 
io fav.oi^ dej Adaiusiori Neci cooferma lamia opioiine., 
Egi pr){>0'tasi iaquestiooe < si debitor impetraT it exce- 
ptipnam.coui a creditoratn, air urn. tails imr^etralio seu 
copc(as3io pr</flciat f!da iussoribua /ii^isf », dice cbe essa^ . 
gU accade. (ii (xWq, quando, es-pndo stata pi^s^i la cittii . 
io seguito al lungo assedio del QorentiDi e dei laccbesu 
rieutrati i Ne^-i in Pistoia, fecero Uve vino statute del 
CQiBU^e € ne debitore^ de parte nigi-a posseQt cogi ad 
soJve'dum* usque ad qtiinquai^nii^m debita in qnibos 
teqabantur creditoribus. de. parte alborum. » Allora 
sor^e la questioae € utrum iPud statutum pcoflceret 
Rdeiussoribus uigrorum. » Ciuo tr»tta laouestione giii« 
ridic^meDte. Euumera alcuoe maa^ime pro e cootro, 
cita laseptanza di alcuoi giurecoDSuJti« come Jacopo 
d^ Raveno4, Pietro d*Accursio, e conclude d«stiDgueD(lo 
i casi ia cul il privilegio sia conoesso con o seoza de* 
licto personam^. E' privilegio sine deli to personorum 
ad es, quelle couces^o dall' Iipperatore o dal Papa a 
tutti colore che p* rtarono la croce cootro.i Saracini, 
di noD, poter esser couveouti prima di cioque anni. E- 
sempio di priv legio cum iiisU* cti ne per^ont rum 6 
la.questioDB cbe, accadde Jn,Pistpia» quia potest esse, 
quad , fidelus^or erai de p'rte nigi^n. 

La coDclu^iooe aoche dope la distiuzione, i questa: 
€ Si fideiqs3pf es^t de parte. Digra« et oblifl^atio respi* 
c,t ad tempus. fideiiiSsioDis,.ipe potest uti colem pri* 
vilegio ex sua perooa »• 

E qiaQd* a he il fldeiussore non abbia il privilegio 
€00 sua /CiSonaplo coosaguirel^be . deouociaDdo. '}l de- 
bitore (reus prioc palis), o aaa p.uUoato. il.privjag^o 

d| c^i <|uaui if da rala aoobe ouatro il fldaiatiorot 



)91 

Jt^eo i puDti oootroversi, dloe Clao, cbe wono dd apt 
ctbus iurii. 

N B toccheremo la vitale qttestione 91 diritto, din« 
nanzi a cui pende 11 n atro giUrecobsiilto sub dubfo 
/brfe: effettivamente Oiuo esto<e il privitegio goduto 
dai Neri di boh poter esaer convenu i dai loro credi* 

'tori p'lma di cinque anai/ abche ai fldeiussori neri. 
Qaesio giiidizio gU meritai dai Chiappelli» 1^ appellativo 
di imparziale. 

£cco : la quistione d trattata di fronte ai testi 
di diritto, e la aenteazala favore dei fldeiussori neri 
ma 6 c&Q una consegaenza inevitabi'e del privil^j^io 
legale in favore dei Neri : duoque itoa v* ha iubgo a 
parzialit^. Ma Cino itesso era iDdoclso* peodt^a, V ab * 
biami yisto dinnaazi a quegli dptci del diritio, e ne(la 
incertezza ad un privi'egio ne aggiuose un altro per i 
sdii Neri. 

Aocbe questo 6 dunque on argomeoto per ^rovare 

. che egli apparteoeva alia faziooe dei Neri, coi quail 
egli era ritorDato in Pistoia e dai quali esso era 9tato 
eletto alia carica di giudice . 



Ohe Oino foa^dei Neri ai fttrji piji manifesto col* 
Tesame di alcuae rime. 

Net SOD.: € Lo Bdo Amor cortex » il i^eta. dope 
aver detto che'la dontia 'sua gli i avara di Mstare alia 
Ilb^tra ^ 'noa gli ^^mostra alia finestra, coici« 'fanno 
le ragazze* cbe vaghe^giano V aidaDte ^ affinehi «Kli 
nntt si ralltfgri nel ^^ederla, anzi pBfcbidglfsfdtsataiori 
pariei, «'det tutto amor per let disdica », ilggiuiige; 

Ma questa prova. Talta m ia nemioa 
Pur parder^ si soao in essi intt'gri 
. r^^^ittM ^pMMH, a nkalcif^ 



m 



Qui il Fanfaai interpreta : a malgraio « della pxrte 
Negra che la co^triogeva a star lontano dtlia patrla>. 

E come duoque quel driito scxo d*Amore era loa- 
tano dalla patna se i) poeta ha pur det:o tello stesso 
sonetto che la sua donoa gli^ ca'a^ avara iold* start 
alia fines'r^tt Come il poeta loutano dt Madoaua a 
vrebbe desiderao di poterljt vedere alia finestra e si 
sarebbe lameutato che Vfiti sua nem caa bello studio 
gU fosse avara di merc6? Notisi di grazia Pespressioae 
Valia sua nemua che doq qui soltioto il poeta ado 
pera (V e poi mi si risponda se noa 6 I'^gica, e aozi la 
sola possibile que^ta interpretazione : lo p^r la po 
tenza, per rintegritit doq mai smeotita deiramormio, 
C0DtiDuer6 ad amare 1* alta mla nemica, SOivaggia* a 
malgrado dei Neri, alia cni fazit ne io appartengo, che 
mi trovaoo viie diQuaDzi a donna contraria al mio par- 
tite. percb6 Amore 6 piii forte in me dei sentimeato 
dl parte » 

Ci resta un sonetto da cui appare che i rartigiani 
di Cino dubitassero di lui» come seper Tamore facesse 
qualche strappo alia Tede politica 11 poeta si difeude 
deb«ilmente e tosto ric de sotto Timpero di quelle « spi* 
rito possente e pieu d*ardtre » che si mossedagli ocohi 
di Selvaggia: 

< Yoi che siete Ter me si giodei 
Che Don credete al m'o dir senza pruora 
Guardat'i se presso a costei mi truova 
Quello geutile Amor che va coa lei » 

Ho lo bisognd di ricordare il sonetto di Ooeslo Bo 
lognese gk citato <2> « Assai son certo che somenta n 
lidi » dove ser Onesto dice di Cino che dod cooosce 
acqua di feie net mar deliesoeallegrezzedamoreyeia- 



(I) Altrove : € Agti oochi deHft forte mia nemica » Cans I Paafeni ^ 
t B quella ^oDtta.aBiiOA m\§k iiemi6a> simu ^{ dL dabhU aatonlioiU ew 

ifj pag- 40 dl que«te note* 



133 



scona dePe quali va!e < p^Ji che amor di parte »? B 
gik giustameu^e at^biamo osservato interpretando ch3 
Cino amava doona che dod appaKeneva al'a saa faziooe 
e a questa donoH sacv'ificava I'amore di parte, Vedremo 
anche come io altro s(m3ito il poeta esclami, nel 
fiero dolore della lontanauza, che si farebbe spergiuro 
per la Vergiolesi. ^ 

11 sonetto di cui ci occupiamo non pud essere state 
scrittu che in i^istoia e pn>va che Cino era di parte 
Nera. Infatti se GiDO e S. erano eotrambi di parte Btancai 
cosa poteva imponava ai Neri che Cino amasse con in* 
tegra fede la sdegnosa Sebaggia, e come poteva il poeta 
caiitare che i suoi pensierl sono de^oti alia bella € a 
malgrado dei Neri?» Dirassi che Cino era lontano 
dalla patria oostrettovi dai Neri, come vuoleil Fanfanif 
ma allora S. pure ne era lontana e abitava con lui tra 
UDO stesso muro e una stessa fossa, come appare dal 
verso € mi 6 avara sol di stare alia fluestra ». Macosi 
essenio, che c^ntrerebbero i Negri? — G*entrano in* 
voce benissimo, ammettendo, come io ho gi^ deltas che 
Cino fosse dl parte Nera, e che per Tamore di Selvaggia 
dimenticas^e la faziooe sua. 

E che Cino aves^e a lamentarsi dei su i oompagni, 
che anch*egii si disgustiisse della compagoia malvagia 
e scempia, Io dimosira il sonelto € Yoi che persomi* 
glianza amate I caoi »« 

Porse 11 poeta aveva cbiesto a* suoi compagni che 
allayeodetta non sacnflc^ssero qua'che persona de* Bian* 
chi a lui cara : 6 noto qual legam^^ ai Biaachi I'unisse ; 
Tamore ineffabile per Seivag^ia. Quaut'amarezza in quest! 
versi ! 

•Vol che per somiglianza amate i cani, 
Tamo che altrui non ne fxreste an donO| 
Cari amiei miei, io yi perdono, 



.w <(^Sai^LMM^iiiu4^ ft ^ UiiVruUi^ Yal|^ ^-^* 



tS4 



mm 



*t0 nri mm ▼! poM trtr dallanttLAi, 
•'• • • • • • • • 

Sempra m^ potsti m\% donna star aenra, 
( he m^girior eaocamento non no fkre) 
8e ootal fallo n n mi ya ad asura. 

Ma noQ bMsta: altri argomenti si possobo addurre 
a comprovare la suesposta tesi. E anzi tutto un s^onetto 
cbe fu in vario rood<» oommentato da k. Barioli» daXJ* 
Nottol^, dal FdDfani e da nltri. 

E* ilaooetto: c Lasso pensan^o a la d^strutta valle>, 
e dobbiamo saper grado a U. NoUoIa cba cq ne ha dito 
la lexiono critioa. 

Laifto! pensatido a la distrnt^a Talle, 

«^i3e flate, del natio mio soole 

eotanto me 'ncendo e me ne duole 

ohe r pianto del cor mIo agli ooohi aalle; 
• rimembrando de le nuove talle 

ob*ivi son delie piante di Verglole 

pib meco Talma dimorar non vndle 

se la sparanza del tornar mf fklla^ 
B tenza crecfer d'ar<^r frat^o maL 

Sol di y<*der lo 0or era *1 dilei'to, 

cbe, men^ro c*altro vtdi, noo pebmL 
0. credere* per Icr nel Ntacomettot 
' Daiique, parte crad^l, pereb^ mi fki 

pena sentir del mal ob*io non commetiot 

II codice Casanateose e il oodice Bo^ogn. UoW. n89 
hattno, in frodte h questo sooetio. la paro'a:^ ESBeodo 
a prate ribe^'e di Pisrtja. > li Bartoli aa inferiaoa ofce 
: 4 la parola dell* eaule che si vo^ge alia cal*a pntria, 
4 11 desiderio del pnyero a pereeguitato ribelle ohe a* 
nela di tnvarsi di nuovo in mezzo ai suoi conciUadiui 
f^deli alia parte Bianca » 

II Bart«>li ba perfottamente ra^one qaando dice cha 
A la parola deiresule perseguitaio cba^neia il ritorno 
irio mi vai*rd di qiento ^ooetto per 9osten«»re* P-aaHio 
(orsato; ma a TTiitr(]in^h fttiir'iryfimtiBtiUNiino jlh^jrica 






13Sf 



il dire che Qino des dera di trovarsi dirOaovalnmawx ^ 
ai suoi coDcittadini d' parte bian^a. 

I soaetto noQ 6 politico : I'amore d la Dota fonda- 
m an tale che in es9(» r <«uoDa. 

^Prlmu.di provarlo, ossorvo cocne su questo sonetto pe- 
sano Tarje qaestjoai, date da discrepanza di lezione 
spec'almeiite tra la volgata e i van codicietra i codicu 
stessL 

Spryolo al na^io swle, o Sole, o solle del secopdo 
topj^o. II Facifani ha Sofe, sJle ba il Trivulzlano, e li 
Nqitola di sui il codice Ca. e Bl pubblica suole, per 
suolo^ e .qupsta par la le/.ione buona. 

II Y. 4, qu^le 6 Del Piili e nel Fanfani, suooa: 

Che '1 pianto al cora *a sin dagli occhi YsUe. 

Ma i I Bar toll ha ra^rione da vendere qnando .dice 
che^qui a*id fatto sparine il senso comuoe^perch^.^I do- . 
lore cenuocii dal cuor-* e Doa dagli occhi eleiagrime . 
8oao VLB, effejtto del dolore. 

Se il 80030 comuoe non bastasse, diremmo che i 
co4ici<han(io la lezlooe che ooi stimiamo buoQa,vecbe. 
il concetto del poeta si.vede confroutaAdo coi versi del 
sonetto € Apparsemi Amor subitamente >: 

A la qual vidi la facc'a bagnata 
D*Acquft cbe *1 core agli oochi conduce. 

e .ooll*e9prej8ione del souetto < Seoza tormen4o di setpir 
Don Yissi >: 

le lagrimi eke piavon da to oore^ 
e OjI idDetto € SuYra ogni altra Yaghoz/a tago sono,> 

• • dr| piaato cbe m* abbonda 

Tomando. per le fauci, me n* abevero 

Nel toco ch*ard0| come d* amar 'onda. 
Hvn temmdo cooto delie lieYi variauti della secoada 
quartina e della prim^t terzmai che non cambiano il 
senso, noto cbe il prime ver^o della secouda terziaa 
Ittooa Delia volgata t 

9 M^^rodiC aea vegUe. 1ft J4AMuia(W( 



13d 



mentre i codici hanno 

0, crederei per lor nel Macometto! 

lo per quaDto la volgata ben si accord! colla spid- 
gazi<»nd che dar6 del s^netto, roi atterrd ali*aatorit& 
con9eD2ieDte dei codici. L^ difTerenza stu in ci& chd 
colla lezione dei codici, il carattere di Cino ne esce nn 
po* malconcio. 

Ora, ritornando al senso, appare dal sonetto che : 
1 II poeU 6 lontano daila patria, da Pistoia, il soo 
nnfio suole, e il cuore suo stilia lai^rime di doiore: 2. 
Selvaggia Ve gio*esi o, se cosi si vuole, f Vergiolesi. ?e 
tall% di Ve g ofe in^«mma, snno in Pis<oia e il poeU 
spirerebbe I'ao ma seg 1 fallisse lasperaoza del ritoroo, 
3- l*iunamorito poet», o 1 civite p eta, oon aveva mai 
sperato, anche presente in Pistoia, di raccoglie'*e on 
fiUtto qualsiasi de* suoi sentimen i, o (ivili o amorosi, 
solo aspirava a vedere il fl >re (Selvaj^gia. o le talle di 
Yerg ole, o la patria o la parte bianca); 4. II cradet 
partito dom naiite in Pistoia, gli fa sentire lena del 
male che egli, 11 poeta^ non commette, to tien laogi 
dalla patria, quani*egli crederebbe in Macometto, mote- 
rebbe fede, si farebbe spergiuro per le talle di Ver- 
gioSe. 

Ma il sonett \ pur contenendo 1* espressione di an 
ineRabi e desilerio della patria lootaDa, ^t come dissii 
fondamentalmente amoroso. 

Adolfo Birtoli dice che le nuove talle delle piante 
di Vergiole sono i ouovi adereati della parte capita- 
nata dai Verg*olesi: dunque il poeta m<)rrebbe se non 
avesse speranza di ritrovarsi in mez o ad essi e ai 
Bianchi. 

U. Notlola che lo contraddice, interp eta afrermaQ<1o 
che re<*pressiune le lUO'Oe iailii (i) 6 una comunissima 



(V C/)r. U btlU^T*fUA dflU b»lUtat /« piiarcM p<r U p^4H% 



!S7 



sineddoche per € giovane rampollo » della famiglia 
Vergiolesi. Sgdz' altri argomenti, non si saprebbe a quale 
dei due dar ragione. 

Procediamo dunque all'esame della prima terziua : 

E senza creder d'aver fri;tto mai, 
Sol di veder lo flor era '1 diletto ecc. 

Secoodo 1 1 Bartoli, il poeta non crede gi^ di avere 
il fratto, cio6 vedere la vittoria della parle Bianca , 
ma gli basta vedere 'I fiorey cio6 vedere le speranze di 
questa vitloria. 

U. Nottola pensa che quell* essere lieto e soddi • 
sfatto al vedere le speranze della vittoria deiBiancbi, 
SHDza credere di poter mai averne ii frutto, senza cre- 
dere, insomma, che i Bianchi potessero mai trioofare, 
non debba proprio essere il pensiero di Cino, e trova 
invece fondatissima la congettura del Ciampi il quale 
dice : € In questa terzina pare ci volesse il poeta assi- 
curare della purity e della onest^ delTamor suo per 
Tamica sua Selvaggia. » E cosi il Nottola fa punto in • 
torno alia prima terzina. 

E credo anch*io che il Ciampi abbia ragione. Via» 
quale stiracchiatura 6 questa di starsene contento a 
vedere le speranz ) della vittoria, pur persuasi di non 
vedere mai la vittoria stessa? 

Beato sognare ad occhi aperti ! beata cosciente il- 
lusione! E dove mai il poeta ha espresso questo con- 
cetto ? 

Se invece il fiore 6 Selvaggia, che il pceta non av- 
veva mai sperato di possedere, quante volte non ri • 
corre ! Ci basti citare qualcho passo : 

Deh travagliar mi potess'io per arte, 
E gir a lei per contar ci6 ch'io sento^ 
per veder la, ch'altro non vorrei. n) 



(i) Cino canz. S'io sinagato Bono et infralito 

21 



188 



E pit glix: 

QoAOd'io pento a muk vita laggiera 
Cbe per veder Madonna fi mantiene. 

E sempre nella stetsa cansone : 

Voletse Dio ob'aTanti ch*io morlMi 
La vedaai'io, cbe eoiuolato gisii. 

Fateticissitno questn paosiero nella canzooe « Si 
mi dittringe Amore >. II cuore non si pub railegrare, 

Se la votira flgnra 

Non vegffio. Donna, 'n eui i *l viver mio , 

CoM m'aiuti Dio 

Che gid per altro a vol non pongo curg, 

Sempre oon fede pura 

SoUievo gli oocbi mlei, eoc 

Se non basia^ si consider! la ballata; 

Madonna la pietate 

Cbe v'addimandan tutti i mtei totpiri 
B* tol obe Ti degnate ob*io yi miri; 

e la canzone cQuandMo pur veggio che sen vola*l sole » . 

Col giorno obe risqaole lo mio core, 
Mi muoYo e ceroo di trovai* pietanza 
Tanto obed io riceva 
Dagli occbi il don, cbe fa contento Amore. 



Dunqae chUo mi conforti 

Sol con la vieta, e prendane allegrezza 

Sovente in questo siato, 

Non mi pai* esser con ragione biasmato. 

Ancora: 

. • . a me saria si gran don dl salute 

I'aliegra oiera vedermi a tuU'ore 

cbe non la mert^rei ancor per morie i^) 



(1) CtnOf Soa. Pieii e raerce mi raocomandi a vui 



« . 



189 



E al trove : 

• • . altro z\k lo mio core noa* d^sia 
86 noa che veggia lei qualche fiate. (i) 

Veder Tamata! Era runico coaforto che Gino si ri- 
coQOsceva possibi'e e che nessuDO poteva togliergli. £* 
per lui UQ dettame, uaa massima: 

Ghi glf occhi, quando amanza deDtro e chiusa, 
Rigaardando non usa, 

Fa eome quel che dentro arde e la porta 

Cootro al soccorso chiude. 

Deresi asar degU oechi la vertude. (^) 

Le citazioni potrebbero coatinaare numerose e cal- 
zanti, ma me le serbo per amore di brevity; ricorderO 
solo, e per ultimo, la bellissima ballata «Ioguardoper 
li prati ogni fior biaoco » doveVesule coq iutoDSO scon* 
solato desiderio rimembra la diietta Selvaggia. Aiiche 
qui il Bartoli (pag. 130 op. clt.) dir^ che io strazio che 
vi si rivela non i solo deiruomo innamorato, ma del 
cittadino, aozi del cittadino sopratutto, e il Fanfani 
commenter^ che la ballata (6 11 madrigale IV della sua 
ediziODO) 6 come una glacubtoria alia parte Bianca, 
coo iDoesto di parole di afTetto alia sua donna^ la cui 
famiglia apparleneva a quella parte. Se non mi fa velo 
uu precoDcetto, noo giudicano dirittamente ud il Bar- 
toli, d6 il Faofani, e a prova riproduco la ballata: 

Io guardo per li prati ogni flor bianco 
per rimeinbranza dl quel che mi face 
Si vago di sospir che io ne ohieggo anco. 
E mi rimembra della bianca parte, 
che fa col verde bruQ la bella taglia, 
la qual vestlo Amore 



(1) Cino SOD* Qentil donue valenti or m^aitate •> Vcdi altresi il tonttto 
« AweBga che orudel lanoia iotraversi », e c Guardate axnanti », e an 
cora c GeDtil Donne » eco. 

(2) Cino» c%M, € Qaand'io pur yaggio »« 



uo 



Del tempo che, guardando Yener Marte^ 
con quella s:ia saetta che p1i!i taglia 
mi di6 per mezzo il core : 
e quando Taora muove il bianco /lore, 
rimembro de' begli ooohi il dolce bianco 
per oai lo mio desir mai non fia stanco. 

Considerando i prim! tre versf, nessuno si maravi- 
glier& che il poeta paragoni la bella a un bianco fiore, 
concetto comunissimo : ogoi bianco 6ore del prato gli 
rammenta il bianco fi* re che lo fa vago di sospiri. Ma 
come potrebbesi col Fanfani convenire che il Aore sia 
la parte dei bianchi? BelTamore di parte che si bea 
nei sospiri. si che il poeta n^ chiede anco. £' ben na- 
turale invece che il poeta delFamore e del doloreprovi 
la ineffabile volutt^ dei sospiri. Del resto la ballata at- 
tioge la prima ispirazione e il primo motivo dai bianchi 
fieri cho ricordano al poeta Tamata, 6 bene notarlo, 
non la fazione. La fazioQ"", In, par 'e viene solo inciden 
talmente, come I' un pensier dalV allro scoppia, nel 
quarto verso: viene e scompare. II bianco fiore ram- 
menta Selvaggia, (lor d*amore; e per c )ncatenazione 
d'idee la bionea parte a cui Selvaggii appartiene ; ma 
la leggiadra amata, il biaoco Acre, la bella taglia, il 
fragrante* germoglio, ^ il ponsiero dominante e ri 
prende aucora 11 suo posto nel verso quinto e rapisce 
la mente del ^oeta estasiato per tulto il resto della 
ballata, compresa la dolcissima chiusa: 

e quaado I'aura muove ii bianco flore, 
rimembro de' begli ocobi il dolce bianco 
per oui lo mio desir mai non fia stanco. 

Oon ci6 parmi abbastanza spiegato cosa debba jn« 
tenders! per i) fiore, per il diletto deiramante poeta 
(c sol di veder il fior era il diletto » del sonetto: 
c LasHO pensando ecc. ). II frutto che non aveva 
mai sperato, potrebbe anche esser quelle desiderate 
con impeto di sensu^ie passiQuei del sonetto < Secon- 





141 

ceduto mi fosse da Giove », del quale ho gi^ parlato 
nel capitolo antecedente. 

CoQ alcune considerazioui suD' ultima terzina avrd 
floito ii lUDgo esame del sonetto di cui ci occupiamo: 

0, credere* per lor nel Macomettol 
Duaque, parte crudel, percb^ mi fai 
Pena sentir del mal ch'io non commetto? 

• Interpreto : € Crederei nel Macometto, mi farei turco, 
si)ergiuro per loro, cio6 per i Vergiolesi o— se 6 una 
sineddoche ^ per Selvaggia Yergiolesi >: in ci6 non cape 
dubbio. € Duuque, se io li amo, o Tamo tanto da farmi 
spergiuro, perch6, o parie crudel....^ Qual parte ? Dei 
Biaochi o dei Neri? Di chn si lamenta ilpoeta ? Di non 
poter vedere, esule infelice, la cara Pistoia, le nuove 
talle di Vergiole, meglio il fiore di Vergio'e^ Selvaggia 
(e chi Don sa che nel nostra affetto per una doona 
coraprendiamo talora anche quelli che la circondano?) 
Chi gli impediva di vederla? Chi lo t^neva lontauo? 
Ecco: la crulel parte. Ma quale, ripeto? Queila dei 
Neri / Come se essi era no in bando da Pistoia? perch6 
c'erano i Bianchi e con essi i Vergiolesi cbe dei Bianchi 
erifio capi ? Nu'la avrebbe impedito al poeta di ricon- 
giungersi a Selvaggia. 

Bisogoer^ dunque necessariamenie concludere che 
la crudel parte che lo teneva lontano, era queila dei 
Bianchi, imperanti in Pistoia e che Clno ne fosse esule 
perch6 Nero o almeno appartenente per aderenze al 
partit) dei Neri. 

Confesso di non veder diversa interpretazione che 
r accennata, ed essa continuorebbe cosi: € perch4, o 
Bianchi, partigiani crudeli, mi obbligate alia vita ra- 
minga dell'esule infetice, privo della vista dei pii^ be 
grocchi cbe lucesser mai, quand*io rinuegherel per Sel- 
vaggia la mia fede, anche la mia fade (^) di parti tante. 



^i) Richiamo alia raemoria del lettpre il veri 
e il bolognese dic^ delle gioie d'Amore di Cino 
amor di parto » e il 9oae^o di Ciuo^ pur 



verso di OQesto, gli citato, 
dove il bolognese dic^ delle gioie d*Am3re di Cino che ciascuna val « piA 
che amor di parte » e il 9oaet^ di Ciuo^ pur oitAto : « l^o ^o A.iqor 
oortfif » 



)42 



quaado io contro i Bianchi qoq commetto nessun 
male? £* un punirmi del male ch* io noo commetto. > 
Cosi potrassi dire ancora che il sooetto sia fondameD* 
tnlmeDte politico e che Cino desiderasse di duovo di 
trovarsi io me/zo ai saoi concittaditil di parte Biaoca? 
II 8 spiro uogoscioso del poeta noo 6 che Selvaggia 
e la terra nHtia che la ospita. 



Nelia caozoDe € La dolce vista e *1 bel guardo soave » 
il poeta dice che si trova diviso dal bel viso e d' ogni 
state allegro € Pel gran contrario ch'6 tra *1 bianco 
e '1 negro >. 

Se Hgli fosse state di parte bianca come mat sarebbe 
state diviso da Selvaggia c pel gran contrario ch'6 tra 
*1 bianco e '1 negro » ? Dirassi che Cino esul6 volon- 
tariamente! Qaesta ipotesi fu ben sosteouta, ma io la 
dimostrer& erronea; Tesilio di Cino fu forza^o, egli fu 
bandito dai Bianchi. 

Raccogliendo dauque gii ^parsi a*'gomenti che io son 
veouto man mano esponendo in quests pagine, parmi 
che essi provino assai bene la tesi da me sostenuta: 
che Cino fosse, ne' suoi anni giovanili, di parte nera. 

Essi sono diretti e indiretti. Provano indireitamente 
che Cino fosse di parte nera le rime che bo citato a 
pag. 7 ed 8 di queste carte, a cui rimando il lettore; 
tutta Tanalisi dellaSetto delirante per la Donna feta 
che trovasi nel capitolo 3. delle note mie, e le testimo 
nianze storiche che ci comprovaao come tutti i Sini- 
buldi di cui ci fu laaciata memoria, furono di parte Nera 

Piu direttamente affermano Ta^s rto mio, il fatto della 
presenza di Cino in Pistoia nel 1307, nella quality di 
giudice d^^l e oaase civtii, imperanti i Nen; la aentei'^a 



143 



da lui data in favore dei fldeius^ri neri, che ad altri 
parve una prova della sua imparzialit^ ; il sonetto € Lo 
fino Amor c >rtese > specie nell* ultima terziDa; il so 
netto di Ooesto Bologoese: € Assai son certo che so- 
meuta in iidi » (pag. 16), il sonetto « Lasso pensando 
a la distrutta valle »; e» subordioatameute alia dimo- 
strazioDB che Cine esulasse forzatamente, la canzone 
€ La doles vista ». Altri di me piii diligente e piJi a- 
cuto potr^ forse produrre argomenti che a me sono 
sfuggiti forse dimostrare che io ho veduto male ed 
argomentato a rovesciol Certo d che, chiarito come era 
il suo nome di Sinibuldi che g i portava la maiedizione 
e I'odio di Selvaggia, si potr& meglio rom. rendere come 
il poeta si lagni di esser nato 

in forte srentura 

E '/I un punto rio, 

Cosi si potranno meglio comprendere eerie sue dottrine 
per cui egli asseriva desolatamente ebe una c^sa d A- 
more e la Ven'urj^ che soverchiano la natura stfsssa 0) 
e la persuasione del poeta della sinistra influenza del 
nome suo (*>' rOuittoaeino , Guitto vale povero — 
Panfani — ) e T^ngoscios) dubbio che, come il suo nome 
che le moveva sdegno, a Selvaggia spiaeosse tutta la 
persona sua (3>', e che Selvaggia faresse mirarlo come 
nemico e tenesse in disnore Tamore del poeta; cos! 
si potranno spiegare le parole del posia che sola una ria 
sorie d causa delie crudeli ripulse. 

Ma qui mi si potr^ fare uu'obbiezione; Tunica in 
vero, ma grave: Cino, d incontestato, alm'^no per un 
lasso di qualche ani)0, dal 1310 in poi, fu Qhibeliino e 
seguace di Arrigo VII , V infelice imperatore truci 

(1> Cino : « Parchd nel tempo rio. 
(^) Cino : c Uomo lo cui noma. 

(8; Cino : Cans. Io non posto alaro il mio dolore ; € ♦ Lo gran dUtt ek# 
mi ttringe ootanto. 



144 



dato Del 1313 a Bonconvento e del quale il poeta plans* 
in belle canzoni la singular morie doiorosa. Beu i 
vero che Cioo Appare gaelfo Id altri momeoti deUa vita; 
per esempio quaodo < secondo ogoi probability, in oc« 
casione del la pace tra i Pistoiesi e i Fiorentini del 1329, 
giur6 obbfdieaza al papa QiovauDi XXII e ribelliooeal 
dnpnatun Logd'vicum Bavariie, > Infatti ia in do- 
cumento 24 Magg o 1320, dal Ohiappelli illustrato, ap- 
pare tra c(»Ioro che KiurarOQO ribellione al Bavaro uq 
srCtnydt SinWuldis, Verc 6 che il Fraochi aveyaso- 
stenuto trattarsi di un Cioo di TegrJDO d* m. (iuittOD- 
cIdo Sinibuldi; ma il Chiappelli ha dichiarato di Don 
aver mai trova'o que3to nome ia nessun documento. 

Ora 11 dotior Peleo Bacci, in occasioi^e di Dozze, ba 
pubblicato. con ud documento. alcune note intorno a 
messer Cino e, coatro I'airermazio e 'iel Chiappelli, as- 
severa di aver < riuvenuto moltissiml documenti cbe 
attestano, contemporaneamente al Cno giurista, essere 
esistito un sue cugino, Ser Cioo di m. Tegrimo ». II B. 
crede rosi di « salvare in parte il Si'jibuMi dalla tac- 
cia di antimperialista, sia pure per un^unica volta »• 

Ma quaDd'anche sia provata TesisletiZa di un altro 
Cino, come si proverb che questo e non ii N. prestasse 
giuraroento contro il dannato Bavaro? 

Nod dimoDtichiamo d'altroude che appunto intorno 
al 1330 ii N. dovette stringere reiaz oue colla corte 
Angioina. Infatti in quest*anuo, Roberto di Napoli rap- 
presentante dei diritti del papa, 'o chiam6 a insegnare 
nello studio napoliiano, c ad legendum Neapolim in., 
acientia ieg^lt >. A quento proposito il chiarissimo Q. 
De Blasiis ha pubblicat » neli' Archivio sti rico per le 
provUicle nnpoletane (anno XI, n. 1), una patente del 
16 luglio 133 ). con la quale re Roburto, in nome dei 
cittadini napoletani, invit6 il Sinibuldi a insegnare nel 
pubblico studio. 



>■ I I ■■ I I I I 1 

E* be.Io imagioarci i nostri grand! nella puresza i« 
deale di un carattere adamantino ed 6'caro alio stu- 
dioso del poeta di Selvaggia vagheggiare ia lui la fibra 
del forte a non routar aspetto, non mover collo» non 
piegar costa. Ma troppi fatti a ci6 contraddicono, come 
parmi Qon sia luogo a dubbio dopo quanto venni di« 
ceo do. 

Or quiy osservato che non 6 la prima volta che si 
disse del nostro che mutasse opinione (gi& il Baldo — 
1. 1. col. IC de his qui ante aper. tabu. — aveva detto che 
Oino afiquandiu mutavU opinione/n in deterius) dir6 
come Tesame che il Cbiappelli fa del pensiero politico 
del N. i troppo unilaterale : e al chiaro scrittore non 
viene il dubbio che quella incostanza di pensiero gin- 
ridico che talora egli stesso^ nella sua floe analisi, trova 
nelleideelegali del giurecoDsulto, non sia comune ancbe 
al pensiero politico. 

iQvero il Gh. ci ha dimostrato quali erano le opi- 
nioni politiche di Oino, desumendole dalle opore giu- 
ridiche, in quelle parti che si riferiscono alle leggi 
concernenti i diritti e i privilegi ecclesiastici. 

Ora io non r]peter& quello che il Oh. stesso ci ap- 
prende, € che nelleopere di diritto fl pensiero giuridico 
predomina sul pensiero politico » e che Oino non tratta 
le queslioni di diritto raziODale, ma di fronte ai test! 
di diritto, Oino credette che neintalia divisa, dove ogoi 
citt& 6 ana provincia, in cui tutti comaDdavano, in cui 
un Marcel diventa ogDi villan che partegt^iando viene, 
fosse necessario che prenedesse un dominus genercUis. 

Sia pure rimperaiore per Oino il rappresentante di 
Dio sulla terra perchd da lui viene i) potere, sia il ge- 
rarca supremo del mondo, sia pure il € superillustris 
qui non est in ordine graduum, sed omtes gradus excel- 
lit >; ma bisogner^ sempro aver presente che la Lectura 
commentaria in codicentf da, cui questi passi sontratti, 

^ St 



144 



t\i scritta, come d nolo, tra il 1312 - 1314, cio6 nel tempo 
appuDto in cui piu ardenti eran le speranze di veder 
da Arrigo restaurata la pace e piii forte il rimpianto 
di lai peritoa Bonconvento. 

Del resto, in fatto di sentenze, non b'sogna dimen- 
ticare che i! giurista Pistoie?e nella Lectura in codi- 
cent (iQ I. si viva matre 0. de bon. mat.) fa la difesa 
del legittimo diritto di Roberto alia successionedfl Re- 
gno, contro i diritti pretesi dai succesAQri di Carlo Mar- 
tello. 

K il Qiannone fist. Civ. L- XXII p. 166) si meravi 
glia del parere di Cino da Pistoia € quel severissirao 
ceosore del Papa e della corte Romana ». 

QlidcheCino, il qua*e del resto non fu per nulla nn 
flero partigiano come Dante, in questioni giuridiche non 
si ispirava a ragioni di parte, e gli 6 perc]5' che lo 
vediamo indifierentemente pronunciarsi cosl per il pa- 
pat(4 come per Timpero. 

AcceDner6 pure al fatto citato anche dal Chiappelii 
a pag. 71. Dopo aver detto che Cino, come risulta dai 
document! pubblicati dai Bini e dal Vermiglioli, doveva 
trovarsi nel 1320 e negli anni seguenti a Perugia, rac- 
conta come i Peiugioi, per so?petto o per uggia contro 
Giovanni XXII, avevaoo decretato, sotto pena dimafta, 
che per due anni non si inviassero lottere al papa, nd 
ambascerie. Ma aveodo prima pregato il ponteOce di con- 
fer! re un vescovado a fra Monaldo de' Monaldi, loro 
concittadinOy era state esaudito il loro desiderio e fra 
Monaldo era state destinato, probabilmente con Taspet- 
tativa, al vescovado di Melfl (non di Amalfl, come dice 
il Chiappelli) sine al 1328 e poi sine al 1332 con la reg- 
genza eflfettiva. (Ughelli I. pag. 932 It. Sacra) — Allora 
i Perugini si trovarono imbrogliati a decidere «utrum 

litere rengratiatorie de promotione predicta possint 

aummo pontiflci per Comnne Perusii destinari, libere et 
impune^ non obstante dicto ordine». Cino, Paolo deA- 



147 

zara e Recupero da S. Miniato, il 29 novembre 1326 con- 
sul tarono, iDvocata rautoriU di Seneca e di S. Paolo » 
che dovessero scrivere le leUera di ringraziamento. 

RitorDando alle opinioni giuridiche di Gino, nonsarji 
difficile trovare le ragioni che poterono indurloadab- 
bracciare ii partito di Arrigo : basti a noi accennare 
che la ferocia delle fazioni era giunta a tale da essere 
incomportdbile uon pur a chi avesse mente eletta, ma 
viscere d'uomo; la passiooe di parte, se puro Cino — 
mitissimo e alieno da crudelti com*^ appare anche in 
una sua canzone — Taveva mal nutrita, doveva afifogare 
in qu«l mare di delitti ; e dovette sembrare provviden- 
ziale quelTancora di salvezza che Arrigo parve porge re 
alio vittime deirodio. 

AUora la disperanza di poter altrimenti trovar ri- 
medio alia travagliata vita, I'eotusiasmo con cui Arrigo, 
al suo arrivo, era state accolto dagli uomini piu iliu* 
stri, la mitezza e la clemenza per cui parve non rap- 
rappresentare un partito, ma volerli tutti conciliare, 
rintonto suo di rispettare anche il partito guelfo, furono 
una potente attrattiva per I'affannato giureconsulto. N6 
senza efficacia sulle sue idee politiche fu forse Tesem* 
pio di Dante, il quale, appunto intorno al tempo della 
calata di Arrigo, pubblicava il suo De MonarcJiio^ per 
il fascino che sempre esercita il genio e che certo do- 
veva esercitare su lui Tamico carissimo^ il compagno 
delle peae d'amore, il confortatore aalle avversitSu 

Le sevizfe dei Fioreutini e dei Lucchosi che dal 1309 
signoreggiavano Pistoia, eiano divenute intollerabili ; 
essi, udiamo T Anonimo pistoiese, < imposero enormi 
tasse, e fecero disfare le mura della citt^ e riempire 
li fossi*. e per piu strazio fecero pagare al comune di 
Pistoia... Molto fecero guasto di case edi palagi, e fue 
maggiore la destruzione che si fece nella citt^ per li 
Lucchosi, che non era fatto prima per li Bianchi e i 
GhibelliDi.... » (V 



(I) Ut. PU$Ol$ti : pftg. 60 f legg. 



tift 



€ Nel 130911 Fioreatini e M Lu«chosi si^noreggiavano 
Pistoiai intendeano piu a rubare e a guadagnare (U, che 
al b<3Qe comuDe delU citU; e li Pistoiesi erano si mal 
conteati, che dod era nessuDO che non si fosse gettato 
YOlentieri in disperazione per essere uscito dalla ioro 
sigaoria, perocchd per lore si prendeano le femmiDe,e 
faceanue lore volonU, e cosl signoreggiavano piti anni ». 

Dove si trovava il bersagliato poeta qnando andavano 
compiendosi i suaccenuati awenimenti? I biografl in 
coro: egli era in esilio. Con debole logica ci assevera 
il Oiampi:» non 6 verosimiie che si trattenessea lungo 
in patria, e molto meno nelFimplego di giudice, dopo 
la conquista fattane dalTarmi dei Neri ». Cosl il dotto 
professore di Pisa; piii studiato e piu cauto di lui, il 
Cbiapp Hi scrisse : € Dopo la resa della citUi per qualche 
tempo Cino continu6 a tenere il suo ufflcio, ma alfine 
in mezzo a tanti mali prese la via deiresilio. > 

Qnando? II Chiappelli osserva chenonesiste un do- 
cumento che comprovi questo bando, e che 6 cerio che 
il N. € continu6 per qualche tempo anche dopo la ro^^a 
dalla citt^ a sedere come giudice delle cause civili » 
Per6 sembra che il Chiappelli coUochi la partenza nello 
stesso 1307, perchd dice (pag 52. nota ) che € contempo 
raneamente alia partenza di Gino, troviamo il suo zio 
Bartolomeo Sinibuldi vescovo allontanato da Pistoia e 
mandate alia sede di Foligno ». 

Ora, rUghelli ci apprende che appunto nel 1307» d(e 
24 mensis cUcembris, avvenne il trasferimento del ve« 
scoYO Bartolomeo gi& confermato nelTepiscopato nel no- 
vembre 1303. (^) Oltre a ci6 il Chiappelli afTerma che 
Cino dovette rifugiarsi nel castello di Piteccio presso i 
Vergiolesi^ e noi sappiamo dairAnonimo e d gli altri 



(1) Cfr Ciao Cora, in Coel. si qui CooL 2> 0; citato anche dal Chiap • 
pelli, op. cit. pag. 49. « Ego vicTi quondam Luoanum oapitaneum populi in 
oivitato PUtorii qui iu medio pa latii communis Tolat meretrix le vendebat. » 

(2) Ughellif Ilalia Sacra^ pag. 37< 



- !« 

storici pistoiesi che» ossendo assediato Piteccio da! Fio« 
roDtini e dai Lucchesi coll*aiuto de* Pistoiesi, Filippo 
Vergiolesi e gii assediati g\k sin dalla € notte di S. An- 
drea A. D 1307 celatameote usciroDO dal castello e ao- 
darono alia Sambuca >. Ghiaramente dunque, secondo il 
Chiappelliy Cino dovetie esulare o partire da Pistoia nel 
1307. 

OoDseoziente coi due citati biografl sul fatto cheCino 
dovHva essere ancora a Pistoia nel 1307, trovo aflktto 
arbitrario ii dire che nello stesso anno ne partisse. 

Oh, se parti, dove andd? A Piteccio? Come, se i Ver- 
giolesi gli erano avversi, come io ho dimostrato? Gerto 
da Pistoia parti, ma io argoisco che la partenza, ^ noD 
Tesiiio che deve assegnarsi ad altri anni — sia awe* 
pata Del 1309. 

In quel tempo, io dice?a poc*aozi, un animo onesto 
nOD avrebbe potuto vivere nel la tana di Vanni Fucci. 
Invero, le sevizie del Lucchesi ebbero presto colmo la 
misura: Pistoia ritellossi e cacci6 ii capitano Ser Fer- 
ruccio Sandon^ da quelli mandate. Divampa la guerra: 
quel di Lucca mandaoo armati contro Pistoia, a mezzo 
miglio. € Li Pistoiesi. sentendoli quivi, trassero colle loro 
armi a porta Lucchese, baciando Cuno in bocca Voltro 
come quelli, ch^andavaoo per morte dare, e morte rice- 
vere >. Fortunatamente i Lucchesi si ritrassero, e allora 
si pens6 di venire a un accordo, uno concio. Ma qui 
nuove contese:per volere o non volere Io concfo, si di- 
visero i Pistoiesi Guelfi e Neri: la fazione in seno alia 
fazione. € Li caporali di quelli che non volevano Io con- 
cio furoDO Ii Taviani e 11 Cancellieri, Ii caporali di 
quel i, che volevano il concio, furono Ricciardi, Lazzari, 
Tedici, Rossi e Siniboldi^. 

Sin qui TAnonimo; eci appaiono 1 Sinibuldi ispirarsi 
a miti propositi. Ma, e Cino? L*Auonimo ne verbum qui- 
dem. Ma qualche cosa ce ne dice QB. Salvi della cui fede 
non si pud dubitnre, perch^ si verificurono document 



160 



talneute praoisi altri partieolari della vita del poeia, 
gia iDcideatalmente 4al Salvi narrati nelie sue Storie, 
come per esempio ia preseota di Gino in Pistuia nel 
1317, ora comprevata^ oUreoh6 dal docameoio dal 
Pnorista Franohid), aache dal docamento pubblicato 
da Q. Papaleoni, eoateoeate an consultodatodalN.per 
iDcarico di Simone Battaglieri, esattore dei dazi di Pi- 
stoiu lu data die XYUI mensis Mali 1318 t^). 

II Salvi adunque ci narra diBtesamente la lotta tra 
il pariito che v leva I'acoordo con i Fioreotini e i Luc« 
chesi e quelle oontrario. Saoo orribili battaglie:Taviani 
e Ugbi son cacciali; uu tentativodi ritorno ha per e- 
site una strage dei ioro partigiani. I Taviani e gii U- 
ghi poteroco fu^gire, ma raggianti dai risioiesi alia 
Bure < furono rotti, fatli prigione e parte di lore morij, 
tra i quali di maggior con to Messer Oiatdino <ii Brae- 
010 degli Ughi » ^K 

Cos) poterono quetarsi alqvanto le cose di den tree 
aUora si pens6 a tentare di riavere il territorio del con- 
tado occupato dai Fiorentiui e Lucchesi. E* qui appunto 
cbe il Salvi fa menzioae di Oino. Leggiamo le sue pa- 
role: € Vegliando tutta^ia il negozio d^'iia restitnziooe 
del con tado alia oitt^ di Pistoia, i Pistaiesi mandarooo 
ambasciatori al Papa« a Lucca, e a Fire'iize m^hdarono 
M. Cino Sigibold', M. Manaello Cdnceliieri.. ecu altri, 
sul finire del £309 k Appunto nel 1310 ArrJgo Vllscen- 
deva in Italia, e Lodovico di Savoia suo rappresentante, 
assieme a due vescovi tedeschi, and6 a Fireaze. 

£* qui che Oino s* imbatte in Led vice di Savoia? 
lo non esito a dichiararmene convinto : ed 6 anche 
questo, noD vi badubbio il momento ia cui n^ia meute 
di Cino stance di lotte partigiane e nauseate di quel 

(1} Chiapflli, op. oit. pag- 64, 
(2) Ri vista critica della Lett, it Anno VI, pag. 30. 
(3; Alia /kmiglia degli Ughl, appartetiova Margheritadi Lanfranco^ moglie 
di Oiqo. 



lit 



perpetuo rinnovellarsi di fazioni e di odi sorge la spe- 
ranza di trovare alia travaglia^a vita un'ancora di saN 
Te7za che fosse di fuori e di sopra dei due sanguinosi 
partiti che forraavano Tigaominia di Pi^itoia: aUora, diro, 
ridea Ghibeliina di Arrigo affatica la mente delTamba- 
sciatore di Pistoia ai Fiorentini, e Cido maaifesta il suo 
dabbto, fatto di speranzaedi tiniore che lo travagliava, 
nel sonetto a Cecco d'Ascols poeta e astrol go, e chiede 
ali'amico carissimo qua! stella 6 per lui Wdi e qual 
bel a, « perchft rimeaio la sua vita grida », 
Dimmi tu, o noveilo Tolouieo, egli lo prega: 

se m'^ buon di girea.qualla pletra 

Dov*6 fondato il gran tempin di Giove, 
star lungo *i bel Flore, o gire altrove; 
se cessar de* la fempesta ielra 
Che sopra '1 genital mio terren piove : 
Dimmelo, o Tolomeo, ch'l vero trove. 

E' dunque la ietra tempesta che imper ersa sulla sua 
terra natia, che lo spinge a cercire nuovi i »eali. Del 
sonetto da me in parte or riprodotto^si ^ occupato con 
perspicace diiigenza il professore G. Castel)*, uel suo 
bei libro suIPAscolano (^). Or ecco i versi responsivi di 
Cecco, che a noi importano. Dop > aver detto che i corpi 
celesti di Giove e di Yenere, il spsto cielo e il terzot, 
il lume deUa giustizia e il fuoco d'amore non gli dA-< 
ranno riccheaze, ma solo .sa'ute e fama. aggiunge-: 

Hor non lasciate *1 fior cho frutto muove, 
Pistoia per sua parte non si spetra 
Girando *1 cielo per questi anni novo, 
Dico se (a pietk ci6 non rim »ve. 

n Csstelli osserva che Cino doveva essere in PiretM?©, 
qando scri-sse il sonetto, arguendolo daH'espressione: 
< se m*6 buono.... star lungi 7 be' Fiore>, dov« 6 a- 

(1) Q. Castelli <— La vita e le opere di Cecoo d'Ascoli, 



tSi 



doperato ii verbo stnre, ia contrapposiziono a ffire^ « give 
allrcve » ed^altronde aocbe Ceceo consJg!ia Tamico: « non 
lasciate il fior ». Ma qual data banoo quei vorsi? II Ca 
stelli accogliendo, forse a torto, che Cino sia state nella 
citt& del Fiore nel 1334 come lettore del codice in una 
specie di istituto (ubblico, cbe si avviava a dive ^. tare 
Univertitjt, esclude questa data, percb6 Oino era gik 
mortOy sallto sul rogo di fuori Porta alia Groce di Fi- 
reAze» per avere < confermato la dottrina e la fede della 
liberty edeMa ragione. > Ua'altra dftaper6 uon fa presa 
im esame dal Gaste!l). In fatti con molto fondamento 
P. SantiDi ha sostenuto cbe Cino dovette insegaare a 
Firenze sin dal 1324. Ma aoche questa data non parmi 
accettabile, pei-ch6 6 certo che TAscolano non poteva 
piii dire di Cino gik vecchio e gi& morto airamore, che 
Tamorosa flamma fa di !ai un naovo Apollo ; e neppure 
Oino, il celebrate insegnante, ricercatodillepiii famose 
Uni?ersit^, avrebbe potato scrivere versi come qaesti: 

B dl chi m'assecurai e chi mi «flda« 

B qual (^J per me 6 laida, • quar6 bella; 

Perch6 ri medio la mia vita grida, 

Bisogna cercare un*altra data. II Ctestelli esclode gli 
anni anteriori al 1300 perchi altrimenti non s'inten- 
derebbe, dice lai, Id^tempesta tetra deiruUimo terzetto. 
lOt senza condividere il sue ragionamento, perchd le 
stragi di Pist ia, la tempesta lelrcL^ hanno, come ab- 
biam yisto, origine ben piii remota del 1300, nedivido 
la cODclus'one, anche perchd finora oessun docamento 
dimostra che il N. fosse a Firenze prima del 1300. Per6, 
eonsiderando il v^rso di Cecco < girando 'i cielo per 
qiMsti anni nove » e computaodo a parti re dal 1300, 
momento di un*atroce recrudescenza degli odi Pistoiesi. 
•ho ia quel momento hanno un'eco fatale in tutta la 



|i; Ooal MUlla. 



i33 



Toscatia, ci vien naturals di eollocare Taodata di Oino 
a I^tdDze intorno alia fine del 1309, secondo testifier, 
il Salvi nel passo da me riprodot^o. L*a]iDO dopo, cos\ 
appar ben chiar *, Lodovico di Savoia yenato alia citU 
dei flori, elesse a prbprio assessore il pistoieflei il quale 
la 86gttl a Roma, trascuraado )l ooDsiglio di Cecco che 
rammoniva c nou lasciate il fior che frutto muove »• Cos), 
al servizio di Lod vice e di Arrigp, <'ntr6 r jsolatamente 
Del moyimento ghibellino, partecip6 alle idee di cou" 
ciljazuaoe del mite imperatore, e gli fa fedele fiao alia 
catastrofe di Bone nvento. 

Allora lagratitudine dei beneAci > icevuti degli anni di 
pace goduta, degli (mori a cui era atato chiamato, quaod) 
come g udice accompago6 a Roma Lodovico di Sayoia» 
se^aatore Romano, lesperaaze noocepite e dalla morte de- 
lusd, coiQe gU dettarx)Do le canzoni XY e XIX (^ > ia morte 
di co'wi, in cui virtute — com'in suo propria loco dU 
moravn, cosi forse danuo la ragjone delle dottrine po. 
liticbe di Gino quali appaiono nel Comm in codicem. 
E a questa sentenza pare s'accosti lo stesso Chiappelli 
quaodo scrive € che per rattualitA degli avvenimenti 
Cino si estende a parlare con calore e cod eoergia del- 
rimpero, de* suoi diritti suiritalia, e delle sue relasiODi 
col Papato .. > (pag. 120). 

Morto rimperatore 11 povero Cino 6 vedovo d*ogni 
salute e prega la somma maett& giuata e benigna, Iddio: 

Poi ohe ti fu 'n piaoer t6rci costoi, 
Danne qualohe oonforto per altrui. 

Egli in Enrico riponeva le plii fervide speranze, in quel- 
r Enrico senza pari, Gesare dritto, sol degao dicoroua, 

Di cui tremaya ogni sArenata cosa, 
Si che Tesule ben saria redito, 
Ch*6 da yirtd smarrito, 
Se morte non fosse stata si osa. 



{V Bdls. Kaa£ftiii. 

ss 



IR4 



i^M 



li poeia QOQ poteva approvare la sfrenatezza delle fa* 
z'oni che avevano fatto rinfeliciU della sua vita, e v«* 
deva in lai quel signore che nel moado ingrato 

renda il timore alia legge 

Contro la fiamma de le ardeuti invegge. 

Ma pot che Tastro fU tramontato e poich6 le speranze 
dei Qhtbellini, dopo il lutto di BoncoDveuto, andarooo 
deluse e si sfrondarono a una a una, rantico Nero di 
Piitoia dovotte trovare altra via, altro rlmedio ai mali 
di sua vita, e attinse energia di conforto neiramore 
alia scienza. Ma a uoi ci6 basti, paghi di aver dimo- 
strato come un guelfo, un Nero, potesse raccogliere i 
suoi voti e le sue speranze in Arrigo e farsi ghibellino; 
egii fece ci6 che avevan fatto prima Dante e tutti queili 
che, OuelB^ si fecer Bianchi dopo la divisione della casa 
Gaucellieri; ai quail allude il note sonetto diOuido Or* 
laudi : 

Color di cenere fatti son 11 Biancbi 
Che furon Gueld ed or son Qhibetlini. 



tJ>, eMiio 



#!^#t!#####tt^######!j!t#!J!#$ 



Fatto per grove esilio pellegriuo. 
Cino da Pittoia. 



SoQo quattro le questioni eheci si presentauo iatopDO 
a questo punto dalla vita del doleoto poeta: Pu il suo 
esilio forzato o toloDtario? Yenne bandito dalla parte 
nera o dalla parte biaoca ? Iq quale anno, o almeno Id 
qual giro di anni andd esule da Pistoia? Dove trasse 
i dolorosi passi dell* esilio? 

Sall'esilio di OinOi Tha gia detto G. Carduoci, la sio- 
ria tace; e I'illustre poeta maremmaDO ha detto anche 
che Cino parti da Pistoia, o il facesse di sua volenti, o 
bandito dalla fazione vittoriosa; oh6 ragiODi per Tuna e 
per Paltra sentenza possono trarsi dalle sue rime. Giio 
il Carducci, e potrei accennare ad altri biografi ante- 
riorl a lui, com*^ il Giampi, il Savigny, il Wiite e» tra 
1 biografl posteriori, il Ghiappelli che propende per Te- 
sillo volontario e il Nottola che, suirautorit&del Cbiap- 
pelll, si accosta alia stessa opinioDe, e ii Bartoli che 
fldttua tra le due seutenze: < 6sale forzato o volonta- 
rio. andd vagando qua e 1^ per ritalia. » 

Ma sin qui tutti asserirono o eapre6seroua*opioione; 
nessuno, ch'io sappia, trattd la questione critioamente, 
•come pu6 esaer fatto colla scorta delle Rime di Ciuo e 
deiia testimoniaaza degli scittori. Pr0Geder6 per.esclu- 
sioue. L'opinione che Gino abbia preso da Pistoia vo- 
lontari; esilio, aacque specialmente dal sonetto indiriz* 



168 



tato ad. Agatone Drosi da Pisa, < Droso, se nel partir 
vostro in periglio », in cui ii poeta, dopo aver detto come 
le atrociUi di parte sono inaudite tanto che < •^ TArne 
al mar n*andd bianco e vermiglio >, aggionge: « .^. to 
in*ho preso volqntario esilio », 6 oho an vento lo spinge 
Torso il Po: 

< Daolmi ohe Terse TPo spingemi on Teuto, 
E non Ik doTo seto. 

iQvero Tespressiono < m*ho preso TOlontario e- 

silio > 6 cosl chiara che non pu6 lasciar laogo a discos- 
sione. E Tatto TOlontario resta proYato«se ilsonettoad 
Agaton Drosi 6 aotontico. 

Ma aotontico non 6. Bdito per la prima volta da Ni« 
col6 Pill! nel 1559, fU ristampato poi dal Giampi (1813- 
14) e dal Fanfani a pag. 197. Non lo pubblic6 il Gar - 
docci che gik della soa aotenticitk aTOva dobitato; ne 
dobit6 il Bartoli (lY p. 69); il Ghiappelli fece osservare 
come qoesto sonetto ha neU'altro: < Se tra Toi poote on 
natoral consiglio »» la risposta per le rime e ne con- 
close che totto al pid ono del doe po6 essere di Gino. 
Ma on tolo MSL contiene il sonetto in qoestione, il Lao- 
renziano 118, e qoesto lo attriboisce a Francesco Mor 
gnanL 

II secondo dei citati sonetti vien dallo stesso codice 
Laorenr.iano, attrlboito ad Agaton Drosi; trattasi don* 
qoe» come ben osserva il Nottola, (op. cit pag. 26), di 
ona corrispondensa poetica fra altri rimatori. Ad A- 
gaton Drusi che al Magaani aveya annonziato d'aTsre 
lasciato la patria Pisa e gli onorati scanni, ftiggendo 
< il sangoe, 11 foco »»e che si era mostrato in pena per 
Tamico; risponde il Magnani dicendo come, se nel par- 
tir soo il Drosi lasci6 <il nido in preda dei tiranni, 
(probabilmeate i Fagiolani), ora gli odi si fecer pid feroci , 

E; TArop fil mar |i*aadO blaaop e vermigl{9 



n& 



E anch'egli va esule vdrso il Po. dolente di non poter 
andare dove Tamico trovasi (sulla Sdua). 

Perch6 questo in tutte le rime di Cino o a lui 
attribuite» 6 il solo esplicito accenno ad un esilio vo* 
lontario, resta tolta la ragione capitaledi credere che 
GiDO osulasse volontariamente. 

iDvero il sonetto 67 non sembra comprovare Topl- 
nione del Chiappelli che il poeta sia fuggito dalla pa • 
tria sdegDato dai mail che TaffliggevaDo. Infatti ledue 
quartiae che contengono i versi che possono dar luogo 
ad una tale interpretazione suonano: 

C«ii grayosi sospir traendo gnai, 
Donna gentil, de la vostra rivera 
Contro lo mio volere m^allungai 
E *1 dimorar peggio che morte m*era. 

Ma per la speme del tornar campai 
B ritorno a veder voi, Donna fera, 
Cosi non fos8*io ritornato mai; 
Deb, malann' aggia quella terra sfera! 

Ora potrJi bene essere che respressione < m*allun« 
gai contro lo mio volere > possa, sofisticando^ significare: 
<mi allontanai contro le mie intenzioni, astretto dalle 
necessity del memento. poich6 il dimorare m*era peg- 
gio della morte. > Ma come potrebbe Gino dire < cam- 
pal per la speme del tornare >, se il ritorno stava nel 
placer sue? Dlrassi forse che egli aspettava per ritor« 
nare che gli animi in Pistoia si pacificasserot Egli torn6, 
come lo dimostra it verso: 

E ritorno a veder vol, Donna fera. 

Ma qnal fa questo memento di pacificazione nella 
storia delle fazioni di Pistoia? Esse non avvenne che nel 
1318, ma in quel memento Selvaggia, la Donna fera» a 
cui il sonetto 6 diretto^ era morla da anni. 

Ora la verity 6 che Cino il quale era state esiliato da 
Pistoia, come asserisce ilTedici,probabilmente nel 1303, 
dai Biancbi trionfanti, quando la citt& fu presa dai Neri 



IM. 



■■M^ 



coalizzati coi Lucchesi e coi Fiorentini, vide coronarsi 
i suoi desiderii di sospirato ritorno. E torn6: ma la Donoa 
fera esulava col vinto padre a Piteccio e al dolenfe fo- 
pino che le richledeva piet^ e amore lanciava in faccia 
il suo superbo disprezzo, guardand lo quel tanto che ba- 
stassea signiflcargli cbe il suo amore le movea belTe e 
riso 

II ChiappelM a comprovare Pesilio volontario, cita i 
vera! de'la caQzone 17 (Fanfani): 

« M.^ Ogni psrteDza di quel luco ^ saggia % 
« Ch'6 pleno di tormento »• 

Ora, ammesso che queata caDzone sia autentica — e mi 
piace di crederlo, bencb6 dob si trovi id nessun ma- 
noscritto — l*argomeDto,.mi perdoni i' chiaroscrittore 
pistoiese che oon iatellettod'amore ecou raradiligenza 
illusird il poeta e giureconsotto suo coocittadino, ^ er- 
r. neo. A chi voglia convincersene, basta rileggere la 
canzone in discorso e piii la strofo a cui i due versi 
appartengODO.L*infelicissimo poetasospiva lamortecome 
termine de* suoi dolori; e !a chiusa, e tutia la canzone 
6 canto disperato per la selvaggia gente^ crudel di se 
stessa e d spfetaia, ed d un inno di desiderio alia mortei 
poich6 non erode che altro piili gli giovi: 

Questa geute selvaggia 
II! faita si per farmi penar forte, 
Che troppo affanno sotterra (^) mia vita, 
Per6 chieggo la morie^ 
Gb'io voglio, iananzi che fkooi partita 
L*anima da lo cor, che tal peu*aggia, . 
Ch'ogni partenxa da quel loco d saggia 
CIC^ pien di tormento. 

E' dunque la fartenza dalla vVa terrena, la morte 
che il poeta d sidera, non la partenza da Pistoia; nd d 
nuovo questo concetto iu Oino; esse licorre, per esem- 



iV A.Uri; iotterrd. 



}«\ 



pio, nei versi del madrigale « Amor la lioglia mia non 
ha confurio »: 



■••• 



s*io moro perder6 '1 bel viso 
Dal qual tanto distrano 
In verity mi sar^ lo pariire eoc (i) 

Qaella gente Bianca e Negra, crudele esanguiAaria, 
che uon d'altro si cura cbe di < gravar sua vita come 
disperata ». quei cittadiai di un regno di demooi io fan 
tanto penare cheegli languisce in leata morte (PaHaDno... 
sotterra mia vita); percid, stance di sofTrire, desioso di 
martiri chiede la morte, e anatomizzandone il pensiero» 
s*abbevera di amaro flele. (voglio ch'i' tal pen*aggia), 
c ^nsiderandone coo atroce mente la nera imagine, quasi 
a rlcercare una piaga, ad uccidere un doiore con un 
doloro maggiore; perch6 6 saggio lasciare quella vita 
(loco) che 6 pieaa di tormenti. E* Tidea del suicidio che 
lo possiede. 

La canzone VIII pur citata dal Ohiappelli, non ac 
cenna certo a un esilio volontario. L'lnnamorato^ Ion- 
tano daU*amata, dolente sbigottito, invoca senza posa ia 
doQoa sua; la sua vita si consuma (si stuta) semprepiu 
in pianto e in languore. Or se da questa canzone — che 
dai novo mss. in cui si trova 6 variamente attribuita 
a Cino, a Selvaggia, al Ouinicelli, o anonima, ma che 
anche a me pare autentica — si volesse crvare una 
conclusione, essa scenderebbe opposta alia tesi del 
Chiappelli. Infatti cosi suonano gli ultimi vers! del com- 

miato: 

Ganzon mla nnova. 

..^.. a\ l# dirai W 
Ck>m*io non speromai 



(!) n madrigale si tro?«, oon qualche variante dalla volgata, nal oodic« 
Bttense VIH, B — 427. 

(S) alia sua donna, ^. 



1^ 



Di pid vederla anzi la mia Onita, 
Poscia non creggio aver si luaga vita. 

SI lunga vita! Qaanto luogat Parpeb^e, finch^, ma- 
lata la fortuna delle fazioni, fosse rimossa la cansa 
deiresilio. Ma forse 6 meglio non trarre di qui nessuna 
coDclusione, perchd ciascun innamorato delira in an- 
goscie mortal}, aoche per brevi a^senze dalTamata, e 
il nostro amoroso messer Cloo, parlando degli oechi ri- 
lucenti e belli di S., cosi geme: 

S*un pun'o sto che f^sso non 11 iniri 
Lagriman gli occhi e *i cor tragge sospiri. 

Qaanto aHa ballata XII, essa non prova so non cbe 
Cino ha Jasciato i piu begli occbi che lucessar mai e 
che avrebbe dovuto uecidersi prima di farlo. Pro 
pendo a ogni modo, c me gi^ dis^si altrove, ad asse- 
goare questa baliata a un periodo delia vita di Cino 
aateriore airesilio e al 1300, quando la prima voltala- 
sci6 Pistoia per gli studi universila!*i: infatti avvi il 
dolore delta lontananza, non la disperaiione delle ri 
puUe e il nero mortale sconforto del)*esilio. 

Sin qui a confutarele argomenta ioni del Chiapfelli; 
restano ora a vedere aicuni altri accenni a lontanan^a 
dalla patria, da alcuoo dei quali appar chi^ro 11 c n- 
cetto delTesilio imposto. Le allusloni plh notevoli si 
tpovano nolle canzoni XII, XVI. XVIIT, XXI, XXII e 
Dei sonetti XXXIV. LXV, LXXXIV, LXXXV, LXXXVII 
deiredlzione Fanfani e Bindt. 

La prima canzone che, a mio giudizio, alluda aire- 
silio in ordine di tempo 6 La XII, « La dolce vista e *l 
bel guardo soave>, nella quale lo spirito deiresule a* 
mante appare angosciato d^il piii nero dolore, non tern* 
perato da nessun conforto, perch6 la piaga 6 troppo 
recente. Raccogliamo i pass! essenziali. Egli 6 gi^par- 
tito dalla citt& sua, per lui la citt& delTodio e deli'a 
mope,p^/ gran conlrario ch'd tra il banco e il negro. 



163 



LavitagUddiveDuta un peso; nutte in cuore desii nati 
di morte. La rimembranza de* begli occhi ia cui s*i(D- 
paradisa Amore, e che egli ha perduto, lo uccide, 

B Ik 8i grande scbiera di dolore 
Dentro alia meato, che Taniin^ stride, 

e nall'allro che morte, tregua al marlirio del caor suo, 
egli invoca. Quaata amarezza angosciata e quale tor 
mentoso desiderlo in questi versi: 

Tti sal (Amore) dove de' gire 

Lo spirto mio da poi, 

K sai quanta pieU sar^ di noi. 

Nessuna pietd; ma, anche ( Itre la tomba, l*odio. Pure 
SB Amore gli desse morte, farebbe atto di misericordia: 

Amor, ad esser micidial pietosoi 
T'invita il mio tormento, 
Secondo il mio iaiento. 
Dammi di morte giuia, 
Si che lo spirto almen torni a Pistoia. 

Biograficamente sono D0tey< li due pass! di questa 
canzone, certamente autentica, perch6 si trova in ben 
d:eci codici: il poeta 6 partite per le lotte dei Bianchi 
e dei Neri; chieJe ad Amore la morte, afflnchd almen 
lo spirlto torni a Pistoia, dov*e la bella sdegnosa, 

Questi due pass! basterebbero da s6 a provare che 
il N. fu esiliato da una delie fazioni, se un uomo in- 
namorato ragionasse come Tultimo dei mortal! che ab 
bia fior di senno; infutti, se Gino non tornavs'. a Pistoia 
malgrado il veemente dolore che lo opprimeva, gli i 
che ne era impedito dtlla fazione dominante, poichd tra 
due mali, morir di dolore o viver tra gente crijdel di 
s4 siessa e dispiet'-ia, il secondo 6miiiore 

Ma poichi il rigore logico non 6 la miglior virtu 
degli innamorati, teoiamo per fermo solo che Gino 6 
partite dalla sua cittit per le note gare di parte, • che 
i$i bQlIa crudele^ non giii, donna, ma scoglio, (famor 



164 

selvaggia 6 a Pisloia. Queblo i, seu^u piii, uo aitro av 

gomeoto della tesi sostanuta nel capitolo autecedeate* 

cbe OiDO era di parte Nera; poichd se egli and6 ia e • 

silio da Pistoia quando vi trionfavano i Bianchi coi 

Vergiolesi e oon essi Selvaggia. 6 uopo venire a quella 

conclusione, giaochd i Bianchi, se fossero stati suoipar 

iigiani, non l*Hyrebbero esiliato. 

£ qui 6 opportuno di insistere sulla canzone < Lo 

gran disio che mi puage cotanto >, la quale, come spero 

di dimostrare, fu scritta nel 1303. II cuore del poeta 

stilla Jagrime, il suo pensiero d tutto rivolto alia spie- 

lata lontana: 

Va d'ogni tempo e riede 

Lo Bpirito, mia donna, ove state; 

e neirardente imaginare si fa ineifabilo il desiderio di 
vederla e la piaga piti tormentosa. L'anima sua anela a 
Selvaggia: 

. . • non vi sia in disgrato 
Se da me parte, chiatnando Selvaggia, 
L'anima mia, ch'a voi servente viene, 
Voi Biete lo suo desio e lo suo bene. 

li questo desio ardente mi ucciderd, dice Gino,< tar- 
dando il redir mio ». Ora notiamo questa espressione, 
oltre airempito del dolore che non pu6 lasciar dubbio 
sui motivi della lontananza, e ricordiamo che, col com- 
miaio, il poeta dirige la canzone al signor di Pietia 
mala, in Pistoia. Chi sia costui, noi lo diremo : a lui, 
alia sua giustizia, al dritto sfgnore Indirizzava la sua 
preghiera il profligo ed amante, e non 6 insana con« 
gettura che implorasse pel suo ritorno, 

ADche la bellissima canzone < Quando potr6 io dir 
dolce mio Dio », cui il Pilli chiama sestina, e che dun 
inno di preghiera al Dio d*Amore che ralio del distrifige, 
ta scritta in lontananza de)l*amata e certamente daire- 
silio, da cui il poeta gtd mat ndire non spat a, se 6 
autentica la licenza, mancante, dice il Fanfani, nei cp- 
dici. 



1«5 



Crede ii Oiampi che li N. scriveise in Bo'ogoa la 
canzone < Mille voIie ne chiamo il di mercede >, che () 
la 1S^ del Faufani, e basa Targomeato suo salla licenza: 

Vola, Canzone mia, non far soggiorno: 
Passa '1 BJsenzio« e TAgna, 
Riposandoti appunto in su la Brana, 
Dove Marte di sangue il terren bagna, 
E cerca di Selyaggia ogni contorno; 
Pol di*: Senza magagna 
Mio signer far& presto a vol ritorno. 

Gho Cino fosse a Bologna intanto che Marte infU 
riaya in su la Brana, fiumicello che scorre pel lato set* 
tentrionale di Pistoia, 6 ammissibile: egli poteva esserci 
neirultimo decennio del secolo XIII, intento agli studi 
unirersitari, poteva esserci quando piii tardi sostenne I'e- 
same private. Ma oltre che nti par strano che il poeta 
invlti la sua canzone a non indugiare ad andare a Pistoia, 
mentre le addita una via cosl lunghetta come 6 quella 
che da Bologna va a Prato, attraversa il Bisenzio e I'Agna 
e conduce a Pistoia, 6 altrettanto inverosimile che» men- 
tre resale innamorato delinea con precisione, con i Qumi 
Bisenzio e Agna. )a via da Pistoia a Prato, lasci invece 
indeterminata affatto la via da Bo ogna a Prato e solo 
c<4ngetturabile dalla fantasia del Ciampi. Cos) parmi piu 
logico ammettere che il verso 

Dove Mdirte di sangue il terren bagna 

non allada soltanto alle quotidiane vendette di parte 
indegne di Marte, ii dio delle battaglie, e degne piut- 
tosto della Discordia, nel suo squarciato ammanto, ma 
ai fatti d^arme, alle lotto che Pistoia ebbe a sostenere 
contrcf ai fuorusciti ribelli e contro Lucchesi eFioren* 
tint che Tassediavano; quando rubate ed arse le case 
dei Siiiibuldi, essi furono costretti aritirarsiin Damiata, 
nella fortezza di Simone Cancellieri, dove Cino forse 
30^1 le 9ort| delta famiglia; e oaduta Damiatai o con 



etsa le case dei Tudici, dei SiaibtrfHi, Tebertelli.Lazz&n 
e Ricciardi, Piitoia, dimagrata di Negri, rimase alia ^' 
ziooe nemica; quiiado i Fiorent'Di si uuiron ) ai Lncchesi 
e agli esuli Neri ai danni della piccola e forte citti : 
giorni di inaudite crudelU che ridussaro Pistoia affa* 
m&ia, pill sveniwa'a di Sodoma e G "f-orra, e faltre 
terre che in un punto profondarono. t'l e la diedero 
oelle mani dei coDfederati. condetti da Uoroello Mala- 
apina, vapor Ut Val di Magra. Or, Doi uod possiamo 
seguire il fuggitivo p eta nelle sue peregriuaziooi del- 
I'dsilio; ma d verosimiie riteoera che la canzone aia 
stata scrilta a Pi-^ito, perch6 allor^ appare ban pi& gia- 
stificata la delineaHone delia via risultaote dai versi 
succitati: Prat", Bisenzio, Agna, Braoa; e percbft sap 
piamo che Cino, ribt.tlo di Pistoia, scrisse a Prao an- 
clie il sonetto: 

Lafio pensando alia distrutta valle, 
in tssta at quale trovasi ael cod. Casatatense, e nel 
BoJogn. Uoiv. 1389, la scvitta: Es-endo a Prato ribelo, 
di Pistoia, 

£ a proposito di questo sonetto iosisterd sul fatto 
clin se il poela era lontano dalla patria qnaodo lo scrisse 
e la fazione nel'a sua citta dominaote gli facev.i seatir 
peoa di una colpa di cui era inuoceote, obbtigandola 
A una dura lontananza, ne appare necessariamente IV 
dea deU'esilia forzato. 

Ma Dou 6 tutto. Cino indica chiaramente come ^li 
fosse esiliato nei seguenti versf diretti all'esnle lloren- 
tlDo: 

Poi oh' i' fui, Dante, dal nital mlo alto 
Fatto per greve eailio pellegrino, 
B Lontanato ^.al plao^r piii dno 
Gtae ma' formasBs '1 sarere inflDito; 
r son piangsndo per lo mondo gito, 

(1) Dins OomjKvn'. la R It. Serpi IX, BIS, D. 



1^ 

E ue apparo come il pcGta fosse condaoDato a ^r^6 
esilio, e in queste parole si compendiauo tutii i dolor], 
tutte ie angoscie che il ramingo Infeiice sofferse dal 
di che fu strappat ) alia contempla/.ione della plu su 
blime bellezza che raai ViKifinUo mf.ere, Id^io, formasse. 

Ud altro accenno alTesilio Tabbiamo oella quarta delle 
epistole di Dante pubblicate dal Fralicelli, gi^ per la 
prima volta edita dal prof. Carlo Witte: < Exulanti Pi- 
storiensi Florentinus exul immeritus, per temporadiu- 
turnasalutem et perpeiuaecari^atis ardorem », la quale, 
come i) sonetto < lo sono state con amore insieme », 
4 responsiva alTaltro di Cino < Dante quando per case 
s*abbAndona ». In essa il poeta ghibeilino conforta 
Tamico sventara'o: < ... frater carissiine, contra Rham- 
nusiae spicula sis patiens te exhortor: Rii paziente 
contro i dardi di Nemesi... e dallo memoria tua nou 
cada quc^lla sentenza: Se vol foste cosa del mondo, il 
mondo ci& ch'6 sua cosa amerebbe ». AlTesule, vittima 
della Rhamnusia Yenu', la dea dello sdegno e del'a 
vendetla, e della ferocia di parte, doveva sonar dolce 
la parola di Danle — florentinus exul immeritus - ; en« 
trambi superior, ai lartiti ed entrambi vittime di essi. 

E qui parmi opportune riferire ua aneddoto gi^ ri- 
portato dal Carducci da un cod ice Vaticano che con- 
tiene rime di antichi poeti e fu del Bembo: < Avvenne 
che fuggendo, giunto al passo di un fiume pericoloso, 
Messer Cioo fu conosciuto da un viliano, il quale non 
lo voile passiire alTaltra riva, ?e prima nonglidavaun 
consiglio > Tradizione postuma, dice il Oarducc', ma 
che dimostra quanta fosse ropioione popolare della 
sapieuza di Cino; e da essa 6 lecito arguire che Gimo 
fuggeate non aniava in yolontario esfiio. 



Cino adunque fu bandito dalla cittii natale, e fuggi 
da essa coi vinti. Ma chi erano i vinti coi quali fug- 



la^ 



giva e chi i vincitori ? quaii sodo gli anni delPesilio, 
e dove Tesule trasse i dolorosi passi ? 

La risposta alle prime due domande i contenata im- 
pMcitameote in ci6 che fln qui ta detto; qaaoto aU*al 
tima questione siamo in phvieove ran dche luca o ben 
poco. 

Poich6 nell'antecedeDte capitolo si d dimostrato che 
OiDO appartenne ai Neri, bisogaer^ concladerne che e^li. 
esule per le fazioni, sia state sbandito dai Bi*inchi, ne- 
mici della sua famiglia. Ma con ci6 si spo«ta anche la 
data deire:iilio, perch6 egli dovette essere evidentemente 
bandito da Pistoia quan«io vi imperaynno i faziosi $uoi 
avversari, per qtmoto i biograS coUochiuo resilio dope 
il 1307, dominanii i Neri. Cosi il Witte dice ohe il N. 
era stato, innanzi re5^ro,assessore presso il tribunale 
civile della sua citta natale. Ora» poichS Cino fu asses- 
sore in Pistoia Tanno 1307, 6 chiaro che il Witte as 
segna I* esilio di Cino a questo e agli anni seguenti. 
Anche il Carducci cos\ la pensa. 11 Fratice li dice cbe 
< resilio di Cino fu dalTanDO 1307 al 1310; il Ohiap- 
pelii lo coUoca nel 1307, dicendo che il poeta < dovette 
rifugiarsi nel castello di Pitaccio presso i Vergiolesi >. 

Ricercando Talternato trionfar delle parti, troviamo 
che i Bianchi dominarono dal 1301 al 1306. Or pu6 es- 
sere che anche Tesilio di Cino cominci, cooae ho gi& 
acceunato, colTanno 13 Jl, quando i suoicousorti furono 
cacciati dalla patria e si ritirarono a Damiata/^^ Esap- 
piamo che a'cuni dei Neri fuorusciti andarono a Pra^o ^); 
e dalla scritta che 6 in testa al sonetto < Lasso pen* 
sando.... » rileviamo che a Prato fu anche Cino; e gli 
esuli furouo dai Pratesi accommiatati per paura de' 
Fiorentini. I Neri rimasti a Pistoia furono processati, 
costretti a confessare che volevano tradire la citt^ per 



(]) l8t. Pist. Ed. di Prato 1)05, pag^ 22- $3, 
(<) Ivl, pag. 25« 



160 



darla ai Lucchesi, coadanoati in mulU di dueceoto, cin- 
quecento, mille florioi, caociati ai conRni, m rti, fedM, 
presi; le case dei Tedici, Siniboldi, Lazzari, Riociardi 
furoQO affocate o abbattute. Nel 1302 troviamo i Sini- 
buldi afforzati e'>j Neri n UD c^stello della mootagDa 
pistoiese, il quale fu poi preso dai Bianchi, e neiras 
salto peri Lapo di M. Te^riao Sinibuldi cugiao del N. 

Ma per que^to sia ovvio il credere che Gioo seguissse 
le sorti della sua famiglia, nou 6 da trascurare la te 
stimonianza gi^ accenaata del Tedici, veridico storico 
pistoiese, ii qual'^^ celle sue Storie (^s iiiedite narra come 
<GiDOde Sighibuld) di Pistoia essendosi partite dicasa 
I'aiiDO 1303 da nimicizia e parzialitii di quella aQd6... a 
Parigi iu Fraocia... > 

Ecco aduDque che uuo storico atteudibile per anti- 
chiU e per veridiciU viene ad appoggiare le nostre 
congetture sulla fuga di Cino e sugli anni del sue esi- 
lio. Ma dove si reed Pesule? Che andasse a Parigi ce 
lo dice lo stesso Tedici ed 6 yoluto aoche dnlla tradi • 
tione, la quale per6,i noi Tabbi^mo visto, si fonda sopra 
tin argomento err.>Deo; che dimorasse a Prato ribello 
di Pistoia, ce lo fa credere Tiscriziooe dei codlci, gi& 
da noi citata, in testa al sonetto < Lasso peosando.. »; 
forse altre rime ci permetterebbero di seguirlo a Pisa, 
a Bologna. .. 

L*e8ilio dur6 probabilmente sine aU'anno 1306, in cui, 
caduta Pistoia, I'undici d'aprile, nelle mani dei confe- 
derati, anche Cino potd entrarvi c )n tutto 11 partite 
de* Neri, e, infelicissimo amante, si augurava di non 
essei* tomato mai. (') 



(]) B OD mas cartaoeo In fol. del Sac XVT, esistente nella Portegoer* 
rlana di Pistoia II Dottor Bernardino Vitoni, ch« gi& lo posssdette, volevft 
pttbMieaflo per la raritd^ per ii pregio^ per (uUi i caratteri di veritd ehe 
in U raechiude, 

(S> V. Son,: Con gravos' soapir^ traendo guai^ ohe dovatte essere aoritto 
in qiio8t*oooaiion«^ Cfr. pag. 07 di queite note. 



1^ 



Fra i patti della resa fa che alia parte Bianca do* 
▼fssaro rimanere i castelli di Piteccio e della Sam^nca; 
ttscitl i Vergioles! e gli altri Bianchi, entrarono in Pi 
stoia BIdo da Gnbbio e Moroello Malaspina. E'con easl 
che torn6 Cino? Certo nel 1307 egli era giadice delta 
cause civili nel la terra natal e. crsa cupida e stanca;^ 
coprlva quella carica Don come cittadino snperiore a 
ogni partito» o tollers to dai Neri per la sua imparzia- 
litii, ma perch6 Nero egli stesso; senza dubbio cosl ap 
pare meoo disinteressata la sua sentenza in favore det 
Odeiussori Neri, di cui abbiamo altrove parlato: meoo 
disinteressata, ma altrettanto rigorosa di fironte ai te- 
st! di diritto. 

Che nel 1303 U poeta di Selvaggia fosse in esilio da 
Pistoia, lo si pud provare anche con un argomento che 
parmi decisive. Esse sta nel dimostrare che una can* 
rone dettata dai dolori delTesilioe delPamore, Ai scritta 
nel 1303, per quanto prima d*ora si sia assegnata al« 
l^aono 1313. 

Gid mi dar^ occasione di rischiarare anche un dub- 
bio iotorno agli anni di morte di Selvaggia, gik dal- 
TArfaruoli determinate, e da posteriori biografi ieflr- 
mato 






A furia di scalzare attendibilit^ alle notizie che ri- 
riguardano Selvaggia, qnesta bionda ed ideale Madonna 
diventa, storicamente, un e^ere dawero troppo sfng 
gente, impalpabile, ev inescente. fnvero: cosa di lei sap 
piano dope la notizia che fu amata da ^ino, sdegnosa> 
crudfjle, avversa al p(»eta per animo e per partite, che 
forse fU sposa al Focaccia, che forse dimor6 a Bologna 
dove g)i occhi suoi avrebbero amm&liato anche Gherar 
duccio, e che inflne and6 esale da Pistoia col padre a 
Piteccio? Sappiamo che morl alia Sambuca. Ce lo dice 



m 



l*ArfaruoIi; < Mori Mad. Selvaggia alia Sambuca, castello 
del Vergiolesi, d* ve M. Filippo suo padre, per le fa* 
zioni civili di Pistoia si era ritirato colla sua famiglia; 
il qual luogo vend^ ai Pistoiesi TaaDO 1311 »; e pro 
priameote sarebbe morta nel 1307, cio6 lo stesso anno 
ID cui Filippo abbaodoDando Piteccio insostenibile^ si era 
ritirato alia Sambaca. 

Ebbene: perfiao Luigi Ohiappelli il quale, in genere 
mena biione le asserzioni delTArfaruolielo ritiene udo 
storico atteridibile, qui asserisce essere ancora molto 
Incerta Tepoca della morte di Selvaggia, e come non 
abbia molto foadamen'o ropinione comuoe che la Ver- 
giolesi morisse durante Tas^edio della Sambuca, soste • 
Duto da Filippo Vergiolesi di lei padre contro i Neri di 
Pistoia £ difatti da varie poesie di Ciuo, egli dice, ri- 
sulta che visse aoche molto dopo Tassedio della patria, 
ed anzi che viveva ancora nel 1313 quaodo Uguccione 
della Faggiuola tentd di occupare Pistuia. E per com* 
provtire il suo d re, citala canzone < Lo gran disio che 
mi stringe cotanto ». 

Vargomeato del Ohiappelli 4 ancora quelle di 3. 
Ciampi, il quale si riferisce al commiato della canzone 
succitata : 

Canzonei vanne oosi chiusa chiusa: 

Eatra in Pistoia a quel di Pietramala, 

E giugni da quelFala, 

Dalla qual sal ohe '1 nostro Signor uaa; 

Poi si, 16 T*^ '1 dritto segno 

Quardami, come d^i, da cuor malvagio. 

Ora, dice il Ciampi, quel di Pietramala 6 Uguccione 
€ uno del Vicari del defUnto Imperatore Arrigo VII, e 
che prese a rimetterein Pistoia iGhibellini, nel 1313 ». 
Ahbi;imo visto che nello stesso modo lapeosa ilCbiap 
Polli» e sggiungo che an che il Fanfani sottoscrive al- 
ropinione del dotto professore deirUniversit& di Pisa. 

Qr^ da Q\t> si desumorebbe che Sel^aggia dovova 






m 



ancor esser viva nel 1313, se lacaozooe di cai trattiamo, 
scritta Tivente Selvaggia — ogauno pud leggerla ^ fu 
dettata in queiranno. Ed ecco dunque che, pe/ con 
86090 di tre illustri commentatori del Pistoiese.i quuli 
pure non si sono mai sogoa