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Full text of "Misteri di polizia : storia italiana degli ultimi tempi ricavata dalle carte d'un archivio segreto di stato"

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LIBRARY ofthe 

UNIVERSITY OF TORONTO 

from 

the estate of 

GIORGIO BANDINI 




;e fii;r.?iti da Genova.... 
— NifiiU- affatto, Instrissinio. Ce ne siamo allontanati 
«pontaneaimntf jier affari.... (Cap. XXII. P<io. Vii) 



^ 



MISTERI DI POLIZIA 

STORIA ITALIANA DEGLI ULTDII TEllPI 

RICAVATA DALLE CAETE 

IV rx ARCHIVIO SEGRETO DI STATO 



PER CURA 



EMILIO DEL CERRO 




FIRENZE 

ADEIANO SALANL EDITORE 

Viale Militare, 24 

1890 



Proprietà letteraria. 




PREFAZIONE 



K. 



1887, raccogliendo materiali per uno studio in- 
torno alla dimora ed agli amori di Ugo Foscolo a Firen- 
ze, da premettere alla raccolta completa delle lettere del 
cantore dei Sepolcri e della Donna Gentile (1), volli fru- 
gare entro le carte dell'Archivio di Stato Toscano, tiella 
speranza di ritrovare fra le filze della Polizia del così 
detto Dipartimento deW Arno (al tempo degli ultimi due 
soggiorni del Foscolo sulle sponde d' Arno, Firenze era 
una provincia francese con una larva sparuta d'autonomia 
che s' incarnava nella piccola corte della principessa 
Elisa) qualche traccia di colui, che solo fra i poeti 
d'Italia d'allora non volle bruciare un ffranellino 



(I). Epistolario d' Ugo Foscolo e di Quinna Mocenni-Magiotti ; 
Firenze, A. Salani, 1888. 



IV 

d' incenso all' uomo che i figli d' Apollo, con Vincenzo 
Monti alla testa, chiamavano il Moderno Giove. Ma del- 
l'amministrazione francese non trovai che poche filze, 
quasi tutte riguardanti gli affari civili del Comune, 
o come in quei tempi, con una parola che non ricor- 
dava nemmeno per ombra il famoso buratto, si diceva : 
r amministrazione delle tnairies. All' incontro, se nulla 
intorno al Foscolo potei racimolare fra quelle carte, 
potei convincermi che avrei potuto fare ampia raccolta 
di particolari sulla storia intima o segreta di Firenze 
quando avessi per poco avuto pazienza di frugare fra 
le filze della Presidenza del Buon Governo ; — un'istitu- 
zione Sili generis, a base di polizia e con diramazioni 
nel campo giudiziario ed amministrativo, che poco 
dopo la partenza del Foscolo dalla Toscana era stata 
ripristinata insieme al governo granducale. 

Così nacque in me l' idea di scrivere una storia 
di Firenze dal 1814 al 1847; una storia intima, ane- 
dottica, ricavata da documenti destinati sin dalla loro 
origine a rimaner segreti e quindi ricchi di particolari 
che diflicilmcnte altre fonti avrebbero fornito allo sto- 
rico. Confesso, inoltro, che l' idea di avere por collabo^ 
ratrico la Polizia (o l'alta Polizia coli' ampio codazzi 
dei suoi birri grossi e piccini) non fu 1* ultima delU 
ragioni por tentare e portare a compimento il mio la^ 



voro. Sono sicuro che il mio signor lettore vorrà am- 
metterlo senza fatica : una cosiffatta collaborazione non 
è una fortuna che capita tutti i giorni allo storico. 

Ma se ho avuto per collaboratori, oltre a ministri 
e presidenti di Buon Governo, ispettori e commissari 
di polizia, bargelli e spie (quest' ultime nobilitate nel 
linguaggio ufficiale del tempo colla designazione di 

nf ormatori o di fiduciari), ciò non vuol dire che io, 
descrivendo uomini e cose, abbia queste e quelli guar- 
dato attraverso le lenti della sbirraglia piìi o meno 
gallonata, più o meno autorevole. Mettendo sotto gli 
occhi dei lettori una Firenze, non dirò in camicia, ben- 
ché qualche volta io la presenti in tale succinto ed assai, 
forse troppo assai, familiare paludamento, ma in veste da 

amera, io non ho mai fatto getto delle mie convinzio- 
ni liberali : i fatti da me spigolati nell' Archivio Segreto 

'ella Presidenza del Buon Governo, io non li ho presi 
che dal lato della loro esistenza materiale. Cosicché ho 
presentato come un triste e un miserabile l'arcivescovo 
che faceta da spia, benché dal Granduca e dai suoi mini- 
stri fosse ritenuto per un buon petisante ed uno stinco 
di santo, e non ho potuto trattenermi dal ridere dinanzi 
alla indignazione di quel poliziotto che chiamava cattivi 
soggetti o giovani immorali Carlo ed Alessandro Poerio 
perché amavano la libertà ! 



VI 

Certamente, il libro presenta molte lacune. Ma di 
queste alcune sono dovute al proposito di non pre- 
sentare che una Firenze sempre coperta, se non al- 
tro della sola camicia ; altre al bisogno di stringere la 
materia dentro confini, che 1' editore non m' avrebbe fa- 
cilmente fatto superare ; altre, infine, e quest'ultime non 
poche, dal fatto che cominciato il libro a Firenze, fui 
costretto, per ragioni indipendenti dalla mia volontà, 
e colla sola guida degli appunti presi nell'Archivio di 
Stato Toscano, di continuarlo negli Abruzzi e finirlo 
neir Umbria. 

Perugia, Novembre, 1889. 

Emilio Del Cebro 



mSTERI DI POLIZLi 



CAPITOLO I. 
La Polizia. 



s 



KJe nou si trattasse della Polizia, principieremmo il pre- 
sente capitolo coir esordio degli antichi poeti, quando i poeti, 
più vicini a Dio che agli uomini, cantavano : Ab Jote prin- 
dpium. In ogni modo una storia di Firenze neUa prima 
metà del presente secolo, ricavata dalle carte segrete della 
polizia, sarebbe incompleta se non incominciasse da uno stu- 
dio sulla polizia medesima. Molte cose rimarrebbero oscure, al- 
tre perderebbero la loro evidenza se l' istituto, che le une 
osservò coi suoi occhi da lince, o le altre fiutò col suo 
naso da bracco, non fosse presentato ai lettori nella inte- 
grità delle sue linee caratteristiche. Anche a costo di pare- 
re codini, vogliamo dirlo. Le vecchie polizie italiane, quelle 
a cui le novità rivoluzionarie di Francia inaugurate coli' ot- 
tantanove (1' anno santo della rigenerazione civile e politica 
dei popoli, abneno pei nostri vicini d'oltre Cenisio) non ave- 
vano ancora iniettato la libidine delle repressioni feroci e 
del boia, erano delle polizie patriarcali. Alla loro ombra Ce- 
sare Beccaria aveva potuto scrivere e pubblicare la più splen- 
dida e nello stesso tempo la più terribile requisitoria contro 
il sistema punitivo de' suoi tempi ; Pietro Verri e l' abate 
Galiani avevano potuto combattere a favore della libertà 
economica; Gaetano Filangieri aveva potuto escogitare le 
basi d' una nuova legislazione ; Mario Pagano aveva potuto 
dettare le forme del processo penale ; infine, una folla di 
scrittori aveva potuto scagliarsi addosso alle prerogative 
deUa Curia Romana, senza che la losca figura di un poli- 
ziotto si intromettesse fra il pensiero dello scrittore e il 
pubblico, senza che dal fondo del gabinetto d' un direttore 
generale di polizia o d' un ministro si avesse la pv>-f'--i <li 



dirigere la mente e la coscienza del paese o di torturare l'u- 
ua e stuprare 1' altra colla censura, la prigione, o il pati- 
bolo. Insomma, era una polizia che non s' occupava che di 
grassazioni, di borsaiuoli e di falsari. 

Ma la Rivoluzione francese, che i battaglioni del Buu- 
uaparte importarono in Italia, mutò la faccia delle cose. In- 
sieme ai Diritti delV Uomo, che noi compatriotti del Becca- 
ria e del Filangieri avevamo la disgrazia di non conoscere, 
i nostri liberatori ci portarono la polizia — la polizia po- 
tere politico, — la polizia elevata alla dignità di funzione 
principalissima dello Stato, — la polizia-governo, o meglio 
il governo-polizia. Imperocché, quel modesto istituto che 
sotto i vecchi governi patriarcali d'Italia non arrivava sem- 
pre ad essere lo spauracchio dei borsaiuoli e degli accoltel- 
latori, nei governi venuti su in nome della libertà, fu isti- 
tuto per eccellenza assorbente. Il bargello si trasformò in 
prefetto, e, sotto Napoleone I, ebbe un abito ricamato, 1 
commenda e le chiavi di ciambellano ; e siccome la proclanKi- 
zione di quei certi diritti dell'uomo non aveva fatto scompa- 
rire la vanità e la boria degli antichi cortigiani, così fu an- 
che barone e conte. Il Fouchè, che come il suo padrone ebbi- 
la sua leggenda — una leggenda di sbirri e di manette — 
fu principe. Venti anni prima, quando un Bernardino Tanu( - 
ci governava il reame delle due Sicilie e un Neri e im Gian- 
ni reggevano la Toscana, egli sarebbe stato semplicement.' 
rinchiuse», come un volgare malfattore, nelle segrete di Ci 
stel dell'Uovo o nel Maschio di Volterra. 

Si liguri il signor lettore, se nel 1814, quando l" ast^ 
napoleonico scomparve e la Toscana cessò d' essere una pi 
vincia dell' imperd francese e Firenze la sede del dipat 
mento dell' Arno, i buoni tìorentini che con Pietro Leopol 
avevano preceduto, benché qualche volta a malincuore, 
riforme francesi, potessero far voti per la conservazione > 
la prosperità dell' istituto dell' ex-cittadino, dell' ex-accui! 
ture pubblico del Tribunale rivoluzionario, dell' ex-boia gì 
cobino, insomma, di Fouché, allora trasformato in principi 
K fu una vera esplosione di gioia,. una gioia pazza, quanj 
i iinstri nonni, una bella mattina del maggio del i^i l n 



3 

presero che alla direzione della polizia toscana col codaz- 
zo dei suoi ispettori e dei suoi gendarmi, i nuovi rettori 
avevano dato il benservito, sostituendola colla vecchia poli- 
zia, che sotto le forme del 1781 rinasceva dalle sue ceneri 
nella Presidenza del Buon Groverno. C era, in codesta rico- 
struzione, qualche cosa che sapeva dell'archeologia, uno spi- 
rito di reazione che non poteva dissimularsi ; ed Antonio Zo- 
bi, che scrisse la sua Storia Civile della Toscana (1) quaran- 
ta e più anni fa, quando alle forme politiche si dava una pre- 
ponderanza assoluta, non sapeva nascondere il suo risentimen- 
to per una resurrezione, che pei fautori dei nuovi sistemi 
doveva essere non meno ridicola delle parrucche e degli a- 
biti aUa Luigi XV che altri, in quel medesimo tempo, invasi 
dalla nostalgia del passato, avrebbero voluto far rivivere. 

La Presidenza del Buon G-overno era una istituzione 
ibrida, per non dire addirittura mostruosa, almeno per co- 
loro che negli ordinamenti amministrativi e politici amano 
la simmetria, che formava il carattere principale degli isti- 
tuti messi in moda dalla Francia rivoluzionaria e napoleo- 
nica. Era un istituto, il Buon Governo, in parte ammini- 
strativo, in parte giudiziario, in tal' altra politico. Come la 
polizia moderna, esso era 1' occhio e 1' orecchio dell' ammi- 
nistrazione dello Stato, alla quale cooperava sopratutto con 
un potere giudiziario sui generis, quello detto economico ; 
un potere, almeno apparentemente, sconosciuto alla polizia 
foggiata alla francese — ma con vere competenze giudiziali, 
potendo in certe circostanze il capo della polizia ed i suoi 
rappresentanti istruire delle processure scritte, ma segrete, 
e di far seguire queste da un regolare giudicato : potere 
sconfinato che quando nel 1780, sotto Pietro Leopoldo, ven- 
ne con nuove discipline migliorato, fu ritenuto come un ve- 
ro progresso di fronte ai vecclii arbitrii polizieschi non tem- 
perati da leggi da regolamenti, ma che nel secolo XIX, 
quando la pubblicità dei dibattimenti era penetrata non solo 
nei codici di rito ma anche nelle abitudini dei popoli, doveva 
sembrare la negazione del diritto. In virtù dell' art. 56 della 

(1). Lib. X, L'ap. I. pag. 26 e segg. 



legge 30 novembre 1786, i commissari di Firenze, per le tra- 
sgressioni e i delitti puniti economicamente, potevano inflig- 
gere il carcere sino a tre giorni coli' inasprimento del pane 
ed acqua, mentre il ministro di polizia (il presidente del Buon 
Governo) poteva infliggere la stessa pena sino ad un mese, 
quella della casa di correzione, o le stafiìlate, o poteva or- 
dinare la sospensione degli atti ove gì' imputati domandassero 
la processura ordinaria. Laonde arbitrio da cima a tondo. Non 
designati i casi del procedimento economico, ma rilasciati alla 
prudenza del presidente o di un commissario, o d' un semplice 
vicario ; non pubblicità di dibattimenti ; processura scritta, 
ma negato all' imputato il diritto di prenderne cognizione, 
come negato il diritto al medesimo di addurre testimoni a 
discolpa e di essere posto in confronto con quelli dell' ac- 
cusa e coll'accusatore, sia che questi fosse un privato o un 
uffiziale pubblico. E quasi che un siffatto potere non colpisse 
abbastanza in pieno petto la più sacra di tutte le libertà, 
quella individuale, consuetudini poliziesche lo avevano reso 
più odioso sino a permettergli d' eccedere la misura delle 
pene fissata dalla legge e a mettere sotto il dimenticatoio 
i freni con che Pietro Leopoldo aveva voluto circondarlo 
perchè non uscisse dai limiti legali. E siffatti freni erano il 
ricorso al governo e la sospensione degli atti, ove l' impu- 
tato avesse domandato d' essere giudicato dal magistrato or- 
dinario. 

Comunque, a fronte d' altri Stati retti con forme asso- 
lute, il procedimento economico, malgrado il rococò dell' i- 
stituzione, era tollerabile. A Napoli, ove i Borboni ritornati 
dall' esilio avevano confermato gli ordinamenti francesi, lo 
stesso potere era esercitato dalla polizia ; colla differenza 
che colà, all'ombra di codici sapientemente architettati e 
non meno sapientemente coordinati, 1' arbitrio si esercitava 
senza quella parvenza di legalità che regnava nei tribunali 
economici della polizia toscana, ove, se non altro, l'obbligo 
del procedimento scritto, portava seco quello del rispetta 
della fnniia. 



CAPITOLO n. 
I Capi della Polizia. 



I, 



.u Toscana i fiiiizionari, anche gli altissimi, non si mu- 
tavano ad ogni mutamento di stagione. Nei posti ci si in- 
vecchiava. Il Real Padrone (in tal modo si chiamava il Ca- 
po supremo dello Stato nel linguaggio cortigiano e burocra- 
tico d' allora) non amava di veder cambiare le faccie dei 
suoi servitori come le combinazioni dei colori in un calei- 
doscopio. Il conte Vittorio Fossombroni assunse le funzioni 
di Segretario di Stato nel 1814, né le lasciò che coUa sua 
morte, che avvenne nel 1844. Don Neri Corsini, entrato nei 
cousigli della Corona nel 1814, vi rimase tutto il resto della 
sua vita, cioè per oltre trent' anni, succedendo allo stesso 
Fossombroni neU' ufficio di Segretario di Stato. I ministri, 
entrati che fossero nei loro dicasteri, vi si eternavano, e 
come i servitori delle grandi case, non abbandonavano i loro 
posti che per causa di morte o di vecchiaia. 

Né pei ministri della Polizia accadeva diversamente. 
Difatti la Polizia, pel corso di trentaquattro anni, cioè per 
tutto il tempo in cui essa funzionò sotto il nome di Presi- 
denza del Buon Governo, ove se ne eccettui la brevissima 
permanenza alla testa di quell' amministrazione del Bonci, 
non fu retta che da tre uomini : Aurelio Puccini, Torello 
Ciantelli e (riovanni Bologna. 

Il Puccini, al 1814, quando era di moda il dare ad- 
dosso ai sistemi francesi e il risuscitare i vecchi, fu I' esu- 
matore della Presidenza del Buon Governo, la quale, istitui- 
ta nel 1781, eclissatasi nel 1799, durante le due brevi oc- 
cupazioni francesi, era stata sepolta nel 1805. Nella sua 
gioventù il Puccini era stato un caldo giacobino, e con gra- 
ve scandalo delle teste quadre del tempo aveva dapprima 



6 

cospirato nell'ombra, poi ballato intorno agli alberi della liber- 
tà che gli scamiciati fiorentini, ad imitazione di quelli di Pari- 
gi, avevano piantato un po' dappertutto a Firenze. Allora il 
Puccini si tagliò i capelli alla Bruto, proclamò fondamento 
della civile società il Contratto Sociale di Rousseau e i Di- 
ritti deW Uomo, che da quello pigliavano la loro origine, 
chiamò tiranno il dabbene Ferdinando III, cortigiani del de- 
spota i ministri del granduca, mangiò di grasso il venerdì 
e il sabato, non andò più al tribunale della penitenza, negò il 
saluto al suo parroco, e non capì nella propria pelle quan- 
do apprese clie i soldati repubblicani di Francia avevano 
tratto prigioniero in Francia, nel rigore del verno, e attra- 
verso strade ricoperte di ghiaccio, un vecchio morente : 
Pio VI. 

La restaurazione trovò il Puccini completamente tra- 
sformato. Essa trovò che il vecchio giacobino chiamava 
Rousseau un sognatore pericoloso, i Diritti delV Uomo deli- 
zia di canaglia, gli alberi della libertà una profanazione, il 
tiranno del novantanove, un principe saggio, buono, vir- 
tuoso, padre dei propri sudditi. Lo trovò riconciliato col suo 
parroco, frequentatore di chiese, bigotto e grande ammira- 
tore di Pio VII. Come si vede, il Puccini per cambiare ca- 
sacca non aveva nemmeno aspettato che il principe di Tal- 
leyrand ne avesse offerto a lui 1' esempio. 

Lo Zobi, nella sua storia, lo vota semplicemente alla 
infamia. Noi che abbiamo esaminato minutamente i suoi at- 
ti ; che giorno per giorno 1' abbiamo seguito attraverso la 
fitta selva delle attribuzioni del suo ministero ; clie abbiamo 
potuto leggere nel fondo della sua mente, come nel fondo 
del suo cuore, nei rapporti in cui, ora al granduca, ora al 
ministro dell' interno, per oltre dieci anni, spiegava i suoi 
cohcetti di governo, se non ne tenteremo in queste pagine 
la riabilitazione, nemmeno ci uniremo ai suoi nemici per vi- 
tuperarlo. Diremo soltanto che il Puccini, benché liberah' 
rinnegato, non portò nel suo ufficio né l'acredine, né la pas- 
sione dei neofiti e dei rinnegati. Troppo intelligente per potei* 
credere alla serietà delle resurrezioni archeologiclie che for- 
marono la sola tutta caratteristica dei governi italiani del 



l-'H; troppo imbevuto delle massime dell' ottantanore che 
gii avevano procurato processure e condanne perchè egli po- 
tesse obliarle d' un tratto ; egli, nel suo ufficio di capo supremo 
della polizia del granducato, fu sempre temperato, avverso 
aUe misure precipitate, osteggiatore, uè debole, della inva- 
dente reazione, anche perchè con Ferdinando ni, principe 
mite, tollerante, ritornato in Toscana senza propositi di ven- 
dette, non occorreva cancellare con rigori reazionari il 
suo passato dì giacobino. E quando la reazione, balda della 
vittoria riportata, infuriava dappertutto, e gli stessi liberali 
cambiata coccarda e coscienza inneggiavano alla restaura- 
zione e domandavano con insistenza da voltacasacche che 
V idolo che la vigilia avevano adorato fosse bruciato, il 
Puccini seppe trovare la nota giusta, la nota dell' uomo im- 
parziale. Al Gerboni, che procuratore del Re a Pisa ed uo- 
mo d' idee e propositi tolleranti si lamentava come certuni 
non domandassero al nuovo governo che misure violente, il 
Puccini, in data del 31 maggio 1814, rispondeva : — „ I 
principi della sua lettera sono precisamente quelli stessi del 
l'egio governo e perciò non manchi mai di dirigersi su que- 
sti. Già anche l' esperienza di pochi giorni mi aveva i- 
struito a tagliare almeno per la metà tutti i rapporti in 
molti articoli esagerati, o dal riscaldamento o dalla pusilla- 
nimità. „ 

Ma dove 1' animo mite del Puccini si mostrò in tutta la 
sua pienezza fu in seguito ai movimenti rivoluzionari del 
1820-21. Allora quasi tutta l'Italia era in pieno sconvolgi- 
mento : soldati che venivano meno al loro giuramento ; 
congiure che si trasformavano dalla sera alla mattina in ri- 
voluzioni ; principi, che dopo di avere odiato la libertà ed 
inalzato le forche per farla sparire dalla faccia della terra, 
chiamavano Dio in testimonio della sincerità della fede con 
che^ per 1' avvenire l'avrebbero mantenuta e difesa. Spenta, 
in seguito, 'a libertà, dal tradimento dei principi e dalla 
prepotenza straniera ed imperversando la reazione, che dap- 
pertutto trionfava colle forche, colle fucilazioni, colla gale- 
ra, coli' esilio, il Puccini, quando poteva ingraziarsi i tii'an- 
nelli italiani e il loro pedagogo, il principe di Mettemich, 



col dare in Toscana un sagg'io dì ciò che in quei giorni si 
taceva nelle altre provincie della penisola, ebbe il coraggio 
di dare al suo principe consigli improntati ad una mitezza, 
che oggi anche a qualche ministro di governo libero parrebbe 
forse soverchia. Ma di questo, che costituisce la più bella e più 
pura pagina della vita del Puccini, parleremo distesamente 
in altra parte di quest' opera. 

Ritiratosi il Puccini dalla Presidenza del Buon Governo, 
dopo una breve reggenza di Luigi Bonci, gli successe nel- 
r ufficio Torello Ciantelli, pistoiese. 

Grli succedeva alla vigilia del 1830, quando la Francia, 
al dire di Luigi Filippo, allora semplice duca d' Orléans, e 
colla Francia anche il resto d' Europa, dormiva sopra un 
vulcano. A Vienna, da dove il principe di Metteruich gover- 
nava r Italia, s' era sentito il bisogno che si stringessero 
i freni. Eaccomandazione perfettamente inutile per quattro 
quinti dell'Italia, ove i freni non erano stati mai allentati, 
ma non cosi per la Toscana, ove dapprima Ferdinando III, 
e poi il figliuolo, sia pei ricordi leopoldini, che erano vi- 
vissimi e costituivano il credo economico, ecclesiastico e 
politico di ogni uomo di Stato toscano, sia per la stessa na- 
tura del carattere toscano, che gli anni e sopratutto il 
reggimento mediceo avevano svestito di quella rude asperità 
che nei tempi anche più gloriosi della repubblica avevu 
trasformato Firenze in due campi, uno di vincitori, 1' altro 
di vinti ; l'uno dove legge suprema dello Stato era il bando, 
r altro dove la vita non si compendiava che in una sola 
parola: esilio — sia, diciamo, per la stessa natura del ca- 
rattere toscano, s'era quivi potuto risolvere il problema 
d' un governo amato e rispettato dai sudditi, indipendente- 
mente da qualsiasi garanzia costituzionale. Ma, come i fatti 
poi dimostrarono, l'Europa, quale fu foggiata dai congressi di 
Parigi e di Vienna, alla vigilia dei 1830, dormiva davve- 
ro sopra un vulcano ; e i freni furono stretti anche a Fi- 
renze. 

La reazione s'incarnò allora nel Ciantelli. Era nato co- 
stui coli' animo di birro, e a Modena o a Napoli avrebbe 
fatto il i)aio col conte Girolamo Riccini o col itrincipe di 



b 

Cauosa, due bieche figure di sbirri che pesano sulla storia 
d'Italia di quel tempo come due incubi dolorosi, A Fii-enze, 
però, il Ciantelli non trovò né uomini, né ambiente, perchè 
la sua attitudine di aguzzino trovasse un ^-igoroso sviluppo, 
e nei primi mesi del suo ufficio non mostrossi assai diverso 
del Puccini ; ma, divorato dalla sciagurata ambizione di di- 
ventare il Fouchè deUa Toscana, róso dal desiderio ch'egli, 
convinto conservatore riputava nobilissimo, di salvare il 
trono e l'altare minacciati dalle sètte, a poco a poco co- 
minciò a mostrarsi nella sua vera luce, — in quella di poli- 
ziotto. Bigotto, era pane e cacio coi gesuiti ; austriacante 
sino al midollo delle ossa, stava in adorazione non solo di- 
nanzi al gran cancelliere di Sua Maestà Cesarea, ma anche 
dinanzi a quelle raschiature di Metternich che sedevano 
negli uffici reali ed imperiali di Milano, dove egli, il mini- 
stro del nipote di Pietro Leopoldo, si recava di tanto in 
tanto, nel massimo segreto, per ricevere l'imbeccata. Foderato 
d' intolleranza, quanto U suo predecessore era stato animato 
di sentimenti miti, pareva che non avesse che • uno scopo, 
un' ideale da raggiungere nella vita, — quello di trasforma- 
re Firenze in una succursale della polizia di Milano o in 
una seconda Modena, riveduta e corretta ad majorem gloriam 
dalla reazione universale. 

Ma a Firenze, quel Canosa in sedicesimo, sembrò una 
pianta esotica, I toscani, abituati ad una polizia che rompe- 
va le tasche al pubblico il meno che fosse possibile, che 
sapeva infilare i guanti paglierini nelle circostanze più 
scabrose, che amava fare tranquillamente la sua dige- 
stione, — i toscani, diciamo, cominciarono a brontolare, a ri- 
correre agli epigrammi, alla letteratura anonima dei muri 
che nei paesi sottoposti alla censura forma il cosi detto 
quarto potere e magari la tribuna. I ministri stessi, princi- 
palmente il Fossombroni e il Corsini, che avevano governa- 
t per tanti anni il paese senza ricorrer e alle manette, alla 
1 elegazione e al confino, presero in uggia il ministro-birro ; 
e un bel giorno, annuente Leopoldo II, che con rammarico 
vedeva sparire intorno al trono qnell' aureola di bontà che 
aveva procurato alla Toscana la riputazione di paese ospitale e 



10 

civile, lo misero bruscamente alla porta, in mezzo alle di- 
mostrazioni di giubilo del pubblico. 

Allora, ai servitori dello Stato, anche quando si stima- 
vano nocivi i loro servizi, non si dava il benservito sen- 
za una generosa buona uscita. Al Ciantelli, per consolarlo 
di quel tegolo che gli cascava tra capo e collo, s'accordò 
la commenda (che in quei tempi non si prodigava né ^à av- 
vocatucci, né a farmacisti, né a minuscoli funzionari dello 
Stato) ed una pingue pensione. Divenuto l'antico presidente 
del Buon (roverno un modesto pensionato, si dedicò comple- 
tamente al culto del piccolo Dio d'amore, il quale attraver- 
so il fumo dell' incenso che si levava dall' ara, doveva sor- 
l'idere malignamente dinanzi a quell' ex-censore del pubblico 
costume trasformato, malgrado 1' età, la commenda e il pas- 
sato di birro, in don Giovanni Tenorio. 

H Ciantelli ebbe per successore Giovanni Bologna. 

Ad un uomo dal pugno di ferro succedeva un uomo 
dalla mano inguantata ; a chi avrebbe mandato i libe- 
rali a ripopolare (i liberali in Toscana non s' impicca- 
vano) la maremma grossetana che in quel tempo il prin- 
cipe, per usar la frase del Giusti, asciugava insieme alle 
tasche dei contribuenti, succedeva chi avrebbe loro som- 
ministrato una discreta dose di estratto di lattuga perchè 
dormissero della grossa. Il Bologna, eh' era un dotto ed in- 
tegro magistrato, portò, come il Puccini, e forse più di que- 
sto, nelle sue funzioni di supremo direttore della polizia, gli 
scrupoli d'un animo abituato ad applicare la legge. Gli stes- 
si liberali non potevano negarne la mitezza, alla quale si 
rendeva omaggio in una lettera fiorentina del Temps del 21 
maggio 1834 (che la polizia riteneva scritta da Niccolò 
Tommaseo,- o per lo meno scritta sopra appunti forniti dal 
Tommaseo, che in seguito alla soppressione dell' Antologia 
aveva dovuto abbandonare la Toscana) e dove sì schizzava 
il ritratto del Bologna nel modo seguente : „ Il ministro di 
, polizia è un cittadino dolce, assestato, pio, che fa dei ver- 
„ si, recita le preghiere, crede, servendo l'arbitrio, di servi- 
, re Dio, non oltiepassa le sue istruzioni e spesso le atte- 
nua nelle loro parti più odiose. , — TV'r \m poliziotto in 



11 

capo d'tin paese retto da istituzioni assolute, via non c'è 
male, anche perchè 1' artista milita nel campo avversario. 
All' arbitrio, certamente, il Bologna serviva spesso e colla 
più profonda convinzione di servii-e al buon diritto, perchè 
né l' anima sua, né le sue abitudini, benché non arrivasse 
nuovo al palazzo del Buon Governo (già e' era stato in 
qualità di collaboratore del Puccini) erano quelle del poli- 
ziotto, ila non servi sempre 1' arbitrio, e spesso ebbe degli 
scrupoli, che oggi farebbero ridere un direttore generale di 
pubblica sicurezza. E di parecchi di codesti scrupoli non 
mancheremo di tenere parola nel corso di questa storia ; 
soltanto ora per colnpletare il ritratto del Bologna, ne ac- 
cenneremo due. Nel 1834, il Temps, giornale liberale di Pa- 
rigi, intraprese una campagna contro il Governo toscano. 
Con una mordacità epigi-ammatica dove alla polizia fiorenti- 
na pareva di fiutare l'ingegno del Tommaseo, dava, schiz- 
zandoli dal vero, i ritratti del granduca, della granduches- 
sa e de' ministri. Di questi ritratti a penna, abbiamo già 
dato quello dello stesso Bologna ; ecco ora quello del prin- 
cipe : „ Leopoldo U, è forse il miglior principe d' Italia : 
, ma la sua religione è mescliina ; però è severa ; la sua 
., vanità mara^igliosa, ma non vendicativa, né sopratutto 
_ ingiusta; il suo spirito è limitato, il suo sentire è retto. 
„ Ama il bene, ma esclude dall' idea del bene molti ele- 
. menti che gli sono essenziali. Ama circondarsi d' uomini 
, di spirito e di carattere inferiore a lui, altrimenti si ren- 
, derebbe piccolo a sé stesso. „ — Lo schizzo che segue ri- 
produce Maria Antonia, la seconda moglie di Leopoldo : „ La 
« nuova granduchessa, buona donna, ma d' uno spirito co- 
, mune, ignorante, dedita ai piaceri della gola, é evidente- 
„ mente disprezzata. È sgarbata, rozza ; non pertanto il ma- 
^ rito r ama più teneramente della prima moglie. „ 

Sarebbf bastato magari la metà di tali particolari mor- 
ilacissimi, che peraltro ritraevano al vivo U nipote di Pie- 
tro Leopoldo e la sorella di Ferdinando II di Napoli, per- 
chè come ministro di polizia d'uno Stato dispotico il Bolo- 
gna vietasse l' ingresso nel paese al giornale ; ma a lui 
non parve che ve ne fosse abbastanza per poter sen-ire 



12 

con coscienza a quel!' arbitrio, che a lui personalmente si 
rimproverava ; e chiese 1' avviso del ministro dell' interno. 
Il Corsini, consultato il principe, sotto il giorno 15 mag- 
gio 1834, rispose che S. A. I. e E. aveva deciso di lasciar 
correre. Lasciar correre ; -^ in verità, era la divisa degli 
uomini che allora governavano la Toscana. 

Il secondo scrupolo di cui abbiamo detto di voler tener 
parola, 1' ebbe il Bologna nel 1843, quando in seguito ad un 
invito, che in fondo era un ordine, della polizia aulica di 
Vienna, il ministro di polizia fu incaricato di provvedere 
perchè Oriuseppe Giusti, a cui la voce pubblica attribuiva la 
paternità di una nuova poesia satirica -contro la dinastia 
Austiiaca, non la mettesse in giro. E siccome alla stessa 
polizia viennese risultava per informazioni avute che fosse 
intendimento del Giusti di stampare alla macchia, riuniti in 
un sol volume, i componimenti satirici dello stesso poeta, 
che allora giravano manoscritti per la penisola, s' invitava 
il Bblogna ad appurare quanto di vero vi fosse in tale vo- 
ce e nel caso che questa fosse fondata, chiamare a sé il 
Giusti ed ottenerne, certamente non con pregliiere, la pro- 
messa che né lui, né altri per lui avrebbe dato corso alla 
temuta pubblicazione. 

Il Bologna ponzò l' affare per oltre tre mesi ; chiese 
informazioni; vagliò minutamente queste; ci dormì sopra un 
pezzo ; infine, scrisse al ministro che alla polizia non con- 
stava che il Giusti avesse scritto o meditasse di scrivere 
una nuova poesia contro la dinastia austriaca ; non constare 
nemmeno che egli o^ altri avesse l' intendimento di pubbli- 
care in un volume i versi che la voce pubblica attribuiva 
allo stesso Giusti : imperocché, all' infuori di codesta voce 
pubblica (aggiungeva il coscienzioso poliziotto) nessuno ele- 
mento si avesse per crederlo realmente autore di quei com- 
ponimenti. Laonde non credeva che fosse il caso di prende- 
re contro di lui il provvedimento anche più mite : qnello, 
cioè, d' una (chiamata al palazzo del Buon Governo per 
dargli, sotto forma d'una paternale, l'ordine d'infrenare il 
8U0 estro poetico e di rinunziare, ove ne avesse avuto il 
disegno, a stampare i suoi versi. 



13 

nou abbiamo detto che codesti scrupoli avrebbero 
fatto sorridere più d' iin direttore generale di pubblica si- 
curezza dei nostri tempi ? Certamente, come diremo a suo 
tempo, non deve intieramente attribuirsi a mitezza d' animo 
se il Bologna non volle procedere contro U Griusti ; pure, 
quale più bella occasione di quella che allora gli otfriva la 
polizia aulica, egli avrebbe potuto trovare per entrare nelle 
grazie del principe di Mettemich ? 

Il Bologna fu 1' ultimo capo della polizia toscana. Nel 
settembre 1847, riformandosi sotto l' influsso delle idee li- 
berali lo Stato, la Presidenza del Buon Governo, come tut- 
to ciò che portava un'impronta archeologica e reazionaria, 
fu soppressa ; e la polizia, posta alla dipendenza d' un diret- 
tore generale, venne esercitata direttamente dal ministro 
dell' interno. 



14 



CAPITOLO m. 
Le spie. 



1 



_n questi ultimi tempi, dopo le meravigliose gesta del- 
l' esercito germanico, la cavalleria è stata definita : l'occhio 
e r orecchio dell' esercito. 

Né diversamente sapremmo definire le spie in un reg- 
gimento dispotico, ma con questa differenza : che mentre 
la cavalleria è 1' occhio e 1' orecchio d' un esercito in cam- 
pagna, le spie sono 1' occhio e 1' orecchio, sopratutto 1' o- 
recchio, del capo della polizia. 

La polizia si divideva, in Toscana, come probabilmente 
si divideva e si divide in tutti gli Stati, in polizia giudi- 
ziaria e in polizia politica. Quest' ultima, alla Presidenza 
del Buon Governo, assumeva pure il nome di polizia segre- 
ta, oppure quello di alta jjolizia. 

La polizia segreta non si occupava esclusivamente d'af- 
fari politici. Questi formavano, naturalmente, la parte più 
delicata, più gelosa delle sue mansioni, ma abbracciava u- 
gualmente molti altri servizi pubblici. Tutto ciò che riguar- 
dava le persone, il loro carattere, i loro precedenti, tuttii 
ciò che era investigazione nell'interno delle, famiglie, rien- 
trava nelle sue attribuzioni. 

Come si capisce, di codesto edificio, che avea per sua 
ì)ase il «egreto e per fine lo studio dell' animo e della A'ita 
del cittadino, non poteva essere ministro — direnano quasi sa- 
cerdote se non ci trattenesse il timore di profanare quest'ul- 
tima parola — che la spia. La spia era allora non una per- 
sona, ma un' istituzione, (ili uomini di Stato di quei tempi 
la consideravano come la chiave di volta del loro ediftc 
politico. Il governo non limitava la sua sorveglianza al 
azioni dei cittadini ; la spingeva sopratutto a scandagliai 



15 

r animo come i più occulti pensieri dei suoi amministrati. Fug- 
giva, per altro, la luce ; non ammetteva né discussione d'at- 
ti governativi, né pubblicità di processui"e ; 1' arbitrio, e nei 
governi come il toscano meno intemperanti, 1' arbitrio pru- 
denziale del capo dello Stato e dei suoi ministri, era il solo 
codice cbe si osservasse. E 1' arbitrio, magari prudenziale, 
non poteva andare a braccetto che colla spia. 

Questa era dunque un' istituzione. S' ingannerebbe però 
a partito colui che credesse che la spia destasse in tutti 
gli ordini dei cittadini 1' odio e il disprezzo che trapelano 
dalle note poesie del Prati e del Giusti. Era un essere im- 
mondo, fra il birro e il boia, pei cosi detti malintenzionati, 
pei liberali, tutta gente immorale, degna se non sempre del 
capestro, sempre certamente della galera ; ma per gli uo- 
mini benpensanti, per coloro che per convinzione o per in- 
teresse si schieravano fra i sostenitori del trono e dell' al- 
tare, gente questa, anche quando sforacchiava il codice pe- 
nale, sempre di condotta h-repreusibile, specchio d'ogni vir- 
tù morale e politica, la spia, come, il birro o il boia, era un 
fattore indispensabile, e tìnanco degno di rispetto, dell' or- 
dine di cose allora esistente. Né si creda che le spie fosse- 
ro scelte esclusivamente fra le persone d' intimo ceto. Oibò! 
Quest' ultime, certamente, non mangiavano a ufo il triste 
pane deUa delazione ; ma i loro servigi, se nei casi di poli- 
zia ordinaria potevano essere utili, in quelli d' alta polizia 
non potevano avere che un'importanza assai limitata, per non 
dire addirittura nulla. Le spie si reclutavano quindi anche 
fra le classi elevate della società, ove invece di tre o quat- 
tro scudi al mese che riceveva la spia volgare, in compen- 
so della sua opera d' infamia, un illustrissimo signor mar- 
chese un non meno illustrissimo signor conte, o un vene- 
ratissimo monsignore in calze paonazze, per una notizia mor- 
morata a tempo all' orecchio di S. E. il ministro o di S. A. 
I. e R. il granduca riceveva la commenda di Santo Stefano, 
o la chiave di ciambellano, o una pingue prebenda. 

Di queste spie altamente locate le carte dell' archivio se- 
greto della Presidenza del Buon Governo conservano più d'un 
ricord o. Ma noi che non facciamo opera d' indiscrezione, noi che 



16 

sappiamo come non sempre la storia di fatti moderni o con- 
temporanei possa e debba dir tutta la verità, noi, diciamo, non 
solleveremo il velo che copre certi misteri. Ci permettiamo sol- 
tanto di dire che anche nel mite governo granducale la schi- 
fosa pianta dello spionaggio prosperava colla forza d' una 
istituzione a larga base, e che l'infame arringo era allegra- 
mente percorso da cittadini d' ogni grado. 

Ma perchè il presente capitolo non contenga soltanto 
considerazioni d' ordine generale e indicazioni di soverchio 
indeterminate, ma sia quello che ci siamo imposto che fos- 
se quest' opera, cioè, una storia segreta di Firenze, tem- 
perata da opportune e necessarie reticenze, aggiungiamo a 
sostegno di quanto abbiamo detto che fu un cittadino di con- 
dizione non plebea che nel 1837, quando Giuditta Bellerio 
(una bella signora che Giuseppe Mazzini amava) venne 
in Toscana per organizzarvi col fascino del suo spirito e dei 
suoi begli occhi i comitati della Giovine Italia, tenne infor- 
mato il governo dei passi di lei, benché poi sulla leggiadra 
cospiratrice implorasse che scendesse meno pesante la mano 
del principe ; che chi informava il Bologna, giorno per gior- 
no sugli andamenti degli scienziati convenuti al congresso di 
Pisa, nel 1838, era un professore, come era un altro profes- 
sore che praticava lo stesso poco onesto ufficio al congresso 
di Genova, nel 1 846 ; che infine, anche il clero, anche 1' alto 
clero, non aveva ribrezzo d' incanagliarsi fra le spie. 

Né, per fermarci al clero, noi si calunnia codesti mini- 
stri di Dio, che si trasformavano in odiosi arnesi di polizia. 
Lasciando in disparte tutti quei preti, e tutti quei frati, 
che viohmdo il segreto della confessione, riferivano alla po- 
lizia fatti e pensieri che i jìenitenti avevano depositato nel 
loro seno, nói 1832, lo stesso arcivescovo di Firenze, mon- 
signor Ferdinando M che nel 1848 benedisse con gran- 
de spreco d' acqua santa bandiere e coccarde tricolori, e 
l»regò per le anime dei soldati toscani gloriosamente ca- 
duti a Curtatone e a Montanara, scambiando il ministero di 
pastore d' anime con quello di secondino, non ebbe a disde- 
gno di mettere sé stesso e la influenza che gli veniva dal 
suo alto e santo ufficio, a disjìosizione della polizia segreta 



17 

del iristissimo Ciautelli. Il Buon Cioverno era allora sulle 
tracce d' una certa cospirazioncella messa su con meschinità 
di mezzi da un prete napolitano, don Gerardo Marchese, un 
proscritto del 1821. Si sospettò che don Gerardo avesse at- 
tirato nella cospirazione un uificiale dell' esercito, e la Poli- 
zia, per conoscerne il nome, ricorse a un vecchio espediente. 
Un certo Berlingozzi, creatura dell'Arcivescovo, fingendosi 
liberale e mangiatore di preti e di birri, seppe procui'arsi 
r amicizia e con questa la fiducia del prete ; e così U pre- 
sidente del Buon Governo potè conoscere che 1' ufficiale era 
un certo Mazzinghi, dei Cacciatori. 

La parte odiosissima rappresentata da monsignor M 

in questo brutto negozio si rileva dal carteggio riser- 
vatissimo che egli ebbe col Ciantelli. In una lettera del 17 
gennaio, l'Arcivescovo scriveva : „ La prevengo che il Ber- 
„ lingozzi desidera aver domani mattina un abboccamento 
„ con V. S. ni.ma avendo fatte nuove scoperte e alle ore 
„ 10 1{2 si recherà da me per saper la di lei risposta, e 
„ spero sarò in grado di nominarle 1' utììciale associato al 
„ complotto liberale. „ — Lo stesso giorno, lo zelante Ar- 
civescovo, con un' altra lettera diretta al Ciantelli, annun- 
ziava che il Berlingozzi gli aveva svelato il nome dell' uf- 
fiziale, Giovanni Mazzinghi, dei Cacciatori. Infine, due gior- 
ni dopo, spediva la seguente lettera da noi fedelmente co- 
piata dall' autografo : — „ Il Berlingozzi si è ritrovato col 
, tenente Mazzinghi che gli ha confidato d' aver scritto que- 
., sta mattina al generale (Casanuova) per ottenere la gita 

„ per Livorno In sua casa, ove è stato questa mat- 

y, tina per seguitare la scoperta, ha veduto delle carte e 
, stampe incendiarie, una delle quali copiava il detto tenen- 
„ te. Ha scritto anche il Mazzinghi a un marchese di cui 
„ non si ricorda il nome, ma gli pare Bartolommei, che ha 
„ detto essere del loro partito ed ha consegnato la lettera 
„ al Sieni, garzone del vernicialo di Porta Rossa. Sarebbe 
„ poi a mio credere necessario esaminare sollecitamente An- 

- gelo Tassinari, garzone nella bottega del parrucchiere in 

- via dei Banchi, il quale è a cognizione di molte cose che 

- ha confidate al canonico Rutilensi. Dubita il Berlingozzi 



18 

„ che il tenente Mazzinghi sia entrato in sospetto, e vo- 
„ glia fuggire. Mi ha nominato anche un soldato Berni, 
„ come aderente al partito. Tanto per regola di V. S. 11- 
„ lustrissima. 

„ Ferdinando, Arcivescovo di Firenze. „ 

Che modo veramente evangelico aveva monsignor Arci- 
vescovo di Firenze di vegliare alla salute delle anime affi- 
date da Gresù Cristo alle sue cure paterne ! 

Ma, come già abbiamo detto, codesta marachella non 
impedì a monsignore, nel quarantotto, di liberaleggiare come 
se avesse sempre amato dal fondo dell' anima la libertà... 



In un governo di spie, nulla di più facile che dei mise- 
rabili, pur d' addentare un tozzo di pane, non inventino con- 
giure e moti e facciano bever grosso alla Polizia. Nel 1838, 
a Pisa, un delatore, non potendo guadagnare la sua giorna- 
ta, giacché in quel tempo nessuno pensava a minare le fon- 
damenta del trono di Leopoldo II, inventò una cospirazione, 
le cui lila, con gran mistero, comunicò al Bargello, che alla 
sua volta ne avvisò la Presidenza del Buon Governo. Era 
una favola ; ma il dabben' uomo vi abboccò. Per altro, quella 
cospirazione, gli era stata presentata con tutti i particolari 
d' un affare serio, qualche cosa come una seconda edizii>ne 
riveduta e corretta della famosa cospirazione inglese delle 
polveri ; bencliè a Pisa, né in tutta Toscana, ci fossero rap- 
presentanti del popolo da far saltare in aria, né teste roton- 
de da impiccare o decapitare. Si denunziava capo della con- 
giura F. D. Guerrazzi, 1' autore della Battaglia di Beneven- 
to, la testa certamente più calda e più esaltata che spalle 
d' uomo portassero allora nel tranquillo granducato, e da al- 
cuni anni a quella parte divenuto lo spauracchio della poli- 
zia, e r ingrediente indispensabile di tutti i complotti più o 
menu autentici, fiutati e scoperti in Toscana. Segno della 
gravità del pericolo, una visita fatta dallo stesso Guerrazzi, 
in quei giorni, a Pisa, insieme ad altri pessimi soggetti ; 
HcojM» dflla congiura, assaltare i posti di guardia, impadro- 



19 

nirsi delle caserme e delle armi, e proclamare la repubbli- 
ca ; tutto ciò, s' intende, accompagnato dalle solite violenze, 
uccisioni di ministri, sgozzamento di birri e frati, incendio 
d' archivi e bottino di pubblica pecunia. E perchè il roman- 
zo non fosse campato fra le nubi ed avesse 1' aria di real- 
tà, r amico presentò un proclama, che spacciava dettato dallo 
stesso Guerrazzi, benché né la grammatica, né la lingua de- 
ponessero a favore dell' autenticità di quel documento. Ma 
al Bologna, quelle rivelazioni, e in modo particolare quel 
proclama, seppero di falso un miglio lontano ; ed avendo or- 
dinato una perizia caUigraiìca, questa mise in chiaro, e assai 
facilmente, come il carattere del proclama fosse della stessa 
mano che aveva vergato una denunzia anonima, colla quale, 
da Pisa, si rivelava al Bologna la cospirazione. Un'inchiesta 
provò come l' amico del Bargello di Pisa e l'anonimo denuu- 
zìatore fossero la stessa persona. Il ministro della polizia, 
che trovava parecchio impertinente lo scherzo, volle che il 
mistificatore non restasse impunito, e per mezzo del Gover- 
natore di Pisa impose al disgraziato Bargello, che tirasse 
fuori il nome del fiduciario. Ma il Bargello si schermì ad- 
ducendo che ove declinasse quel nome e venisse così meno 
all' impegno contratto colla spia, nessuno più avrebbe par- 
iato, nemmeno a pagarlo come un ministro. Al Governato- 
re questa giustificazione andò a tagiuolo ; e il Bologna ri- 
nunziò a punire l' inventore del poco ingegnoso romanzo. 



Ma oltre le spie interne, e' erano quelle esterne. Que- 
ste avevano per uftìcio di sorvegliare, all' estero, gli atti 
dei liberali, specie dei capi delle sètte, e riferire (1), oppu- 

1 1 1. Ecco quanto il Bologna scriveva, nel marzo del 1835, a propo- 
.<ito d'una di rotali spie, al Governatore di Livorno: „ Vedo che si 
continua a pagare lire sessanta al mese al capitano mercantile Luc- 
chesi, mentre nulla si è saputo da lui.... Ella non ignora che di (luo- 
sti delatori segreti quattro quinti almeno non hanno in ultima ana- 
lisi altra veduta che quella di lucrare la mercede, senza correspot- 
tività. ,. 



20 

re, nei paesi di contine, di indagarti lo spirito pubblico t- te- 
ner dietro agli avvenimenti del giorno, anche perchè allo- 
ra, per difetto di gazzette, e per lentezza o assenza di mezzi 
di comunicazione, gli stessi governi non ricevevano di fuori 
che notizie scarse o inesatte. 

Nella stessa Toscana, poi, non mancavano delatori sti- 
pendiati dai governi stranieri, perchè raccogliessero e man- 
dassero informazioni sulle cose e sugli uomini del paese. 
Naturalmente, codesta polizia segreta, non restava sempre 
sconosciuta a quella granducale ; la quale sentendosi spiata, 
spiava alla sua volta 1' altra. Erano due polizie che si sor- 
vegliavano a vicenda, gettandosi colla miglior grazia di 
questo mondo dei bastoni fra le gambe, senza che quella 
che batteva il sedere a terra, potesse, non diremo gridare, 
ma fiatare. Le convenienze diplomatiche esigevano che in 
siffatto caso si tacesse e si sorridesse. Cosi la Polizia, nel 1822, 
scoprì come un certo Antonio Mannucci, pensionato austriaco, 
fosse una spia della legazione di Sua Maestà Cesarea; nel 1825, 
come un certo Pietro Becheroni, capo dei birri del commis- 
sariato di Santo Spirito, fosse un delatore al servigio della 
legazione pontificia, e come per le sue delazioni ricevesse 
dal governo di Sua Santità il permesso di fare entrare in 
franchigia nel Bolognese certe stoffe colpite da grosso bal- 
zello. 

Ecco un uomo che servendo due padroni riuniva in sé 
tre distinte persone : quella di birro, quella di delatore, e 
r altra d' onesto e pacifico mercante di cotonine e panni- 
lani ! 



L'Archivio segreto del Buon Governo conserva curio- 
sissime relazioni che le spie assoldate dal Granduca invia- 
vano (latrli Stati Pontifici, specie dalle Romagne, ove il mal 



21 

governo dei preti forniva occasione a maligni e severi ap- 
punti non solo ai soliti malintenzionati, ma alle stesse auto- 
rità toscane nei loro rapporti col potere centrale. 

Di queste relazioni, dovute a spie politiclie, diamo qui 
un saggio. 

Xel gennaio del 1825, il regio Vicario di Poppi infor- 
mava il Buon Governo come un certo avvocato Pellegrini, 
di Forlì, si fosse offerto far sapere ai governanti della To- 
scana quanto avveniva in Romagna. Accettata l' offerta, 
il Pellegrini mandò lunghi e particolareggiati rapporti. In 
uno di questi riferiva come il governo pontiftcio, sotto la 
denominazione di carbonari o di liberali, comprendesse an- 
che i malfattori comuni e confondesse con questi ogni ama- 
tore di libertà moderata e di reggimento civile ; come le 
scuole, anche quelle che vivevano di rendite proprie, fosse- 
ro tutte neUe mani del clero, e i frati si notassero pei loro 
costumi sozzi, di modo che più d' una volta si dovettero 
mettere a dormire processi scandalosissimi ; come le curie 
vescovili anche in materia penale, procedessero con arbitrio 
e pubblico scandalo. Quanto ai matrimoni, si commettevano 
violenze inaudite : bastava che una fanciulla si denunziasse 
madre, perchè il presunto padre la sposasse. L' inquisizione, 
di fatto, era stata ristabilita. A Pesaro, un medico, era sta- 
to trattenuto due mesi in carcere per aver parlato contro 
la lettura di certi libri di devozione. I tribunali criminali, 
non avendo altra legge che gli editti degli eminentissimi 
Legati, si strascinavano fra la consuetudine e 1' arbitrio. Le 
stesse nuove disposizioni legislative introdotte da Leone XII, 
contenevano temi d' ingiustizia : un parroco, per esempio, 
alla presenza di due testimoni, poteva ricevere il testamento 
d' un morente, anche dove e' erano notari. 

Come abbiamo detto, anche alle stesse autorità toscane 
il governo del Papa ispirava disgusto e ribrezzo. Il Vicario 
di Poppi, nello spedire al Puccini, il 18 settembre 1825, la 
feroce sentenza pronunziata in quei giorni dal cardinale Ri- 
varola, il sanguinario legato di Ravenna, e colla quale al- 
cune centinaia di cittadini erano condannati, alcuni a morte, 
Uri all'ergastolo, altri a pene minori, scriveva: „ L'ordi- 



22 

ne tenuto in questo giudicato è veramente nuovo e ridicolo, 
poiché si vede confuso 1' assassino col bestemmiatore, il reo 
di delitto di Stato coli' imprudente parlatore, il ladro col 
giovane libertino, favorito il contumace, oppresso chi da cin- 
que anni giace in carcere, valutate confessioni di nessun 
valore e stabilite massime che manifestamente urtano colle 
regole e la scienza, di cui il pronunziante ha creduto d' es- 
sere maestro. „ 

E chi scriveva così non era né un framassone, né un 
carbonaro ! 



Abbiamo nominato il cardinale Rivarola, questo boia 
in abito rosso. Ecco alcuni particolari sull' attentato di cui 
poco mancò ch'egli non restasse vittima, a Ravenna, nel 1820, 
e che noi spigoliamo dai rapporti, che al Governo toscano 
spedivano i suoi informatori segreti di Romagna. 

^ Domenica notte (23 luglio corrente) sortito che fu 
Sua Eminenza il cardinale Rivarola dalla conversazione Spi- 
nelli, ed entrato nella sua carrozza, appena che ne fu ser- 
rato lo sportello dal servitore, si presentò un individuo, non 
conosciuto, all' altro sportello, e sparò una pistola, il cui 
colpo credesi, per quanto risulta dal fatto, fosse stato dì- 
retto contro la persona del cardinale predetto, ma che in- 
vesti il canonico Muti, che in quella sera aveva preso po- 
sto nella carrozza a mano diritta; avendo così permesso il 
cardinale medesimo, giacché si dice che il canonico Muti 
avesse fatto il complimento d' andare dalla parte sinistra. 
Il detto canonico per quanto ho appreso vive tuffavi;!, ma 
dicesi che non andrà avanti (H Muti guarì). ., 

Da un' altra informazione pervenuta dall' Ispettori' ili 
polizia di Forli s' apprende come 1' assassino, dopo d'aver 
fatto fuoco, lasciasse cader la pistola nella carrozza ed im- 
pugnato un coltello stesse per un pezzo sul montatoio in atti» 
minaccioso. 

L' autore dell' attentato non fn riconosciuto. - 11 fatto 



23 

— soggiungeva l' Ispettore — sorprende tutti per essere 
accaduto in distanza non maggiore di sessanta braccia dalla 
Crran Guardia e per conseguenza in mezzo aUa forza e sot- 
to gli occhi di questa. „ Il Cardinale ne rimase esasperato. 
Lì per lì pubblicò un editto col quale ordinava alle pattu- 
glie di far fuoco sui cittadini, se intimato il fermo, questi 
non obbedissero. E i ravennati, che fra quella Jena in ber- 
retto rosso e quei segreti e terribili vendicatori del diritto, 
non avevano perduto il loro buonumore, una certa sera col- 
locarono in una strada deserta un fantoccio che le pattu- 
glie, inutilmente intimato il fermo, crivellarono di palle. 
Avvicinatesi a quel ribelle di paglia, gli trovarono sul pet- 
to un cartellino che diceva : „ S' invita U reverendissimo 
Clero della fedele città di Ravenna ed assistere ai funerali 
di S. E. il cardinal Rivarola. „ 

Ma volendo ad ogni costo riuscire allo scoprimento 
dell' assassino, il buon porporato mise fuori un altro editto 
che prometteva, nientemeno in nome di sua Santità Leone XII, 
un premio di scudi diecimila allo scopritore del reo, anche 
se il denunziante fosse il sicario, ove 1' attentato fosse stato 
commesso per mandato. Si prometteva inoltre un premio di 
scudi tremila allo scopritore dei complici ; infine, si assicu- 
rava che un profondo segreto avrebbe sempre accompagna- 
to il nome del delatore. 

Il delatore non ci fu, benché il vicario regio di Pop- 
pi, scrivendo al presidente del Buon Governo, temesse che 
dinanzi a quel grosso premio e al segi*eto assicurato al de- 
nunziante, qualche miserabile potesse far tacere la coscienza 
ed iniquamente farsi sostenitore di false accuse. 



24 



C, 



CAPITOLO IV. 
Le spese segrete. 



'on un sistema di governo a base di delazione, le spese 
segrete dovevano naturalmente figurare in fronte ai fondi 

assegnati per la polizia. Certamente, uè monsignor M né 

i marchesi, i conti e i ciambellani, o i professori membri di 
congressi, o i frati e i preti aventi cura d' anime che tra- 
sformavano il tribunale della confessione in tribunale di 
spionaggio, vivevano alle spalle della polizia. A codesta gen- 
te, la sua collaborazione clandestiiia, si pagava con tutt' al- 
tra moneta. Per essa e' erano gli* uffici di corte, le alte ca- 
riche, le promozioni, le prebende, le croci. Ma e' era la 
gente che viveva col premio della delazione, e ad essa la 
sua opera si pagava in contanti. C erano le rimunerazioni 
fisse e quelle straordinarie. Per esempio, al Berlingozzi, 
che abbiamo visto associato nell' opera di spionaggio all'Ar- 
civescovo di Firenze, per la sua delazione, con biglietto di 
don Neri Corsini del 28 febbraio 1832, furono dati trenta 
zecchini da prelevarsi dal fondo delle spese segrete del di- 
partimento del Buon Governo. La stessa spia aveva già ri- 
cevuto in precedenza quattro zecchini dal Ciantelli. Fra i 
delatori a stipendio fisso, troviamo nel 1818, che don Carlo 
Marzolini, cappellano della I. e R. marina a Livorno, riceve- 
va cinquantotto lire al mese per riferire intorno alle cose 
della città e allo spirito pubblico in generale, su quello de- 
gli ufficiali della guarnigione in particolare. Anche qui, come 
si vede, il sacramento della confessione era prostituito fino 
al fango della delazione, sotto un governo, che almeno a pa- 
role si fondava sulla morale e sulla religione. 

Ma quanto a nomi di spie, meno poche eccezioni, le 
carte della polizia sono mute, e la riservatezza non ha bi- 
sogno di spiegazioni. Le spie, peraltro, figuravano nei con- 
ti, come nel rapporti, sotto la designazione d' amici o di fi- 



(ciarii, ed erano pagate direttamente dagli ispettori, dai 
bargelli, dai commissari, dallo stesso presidente del Buon 
Governo senza ritirare quietanza, meno in casi assai rari, 
e per spie non stipendiate a mese, e per le quali il prezzo 
della delazione assumeva Eome di sussidio. Questo, alla sua 
volta, pigliava altra veste, e trattandosi di darlo a persone 
portanti un bel nome in società, si trasformava in largi- 
zione sovrana. Laonde il principe, ricompensando ignobili 
servizi prestati da uomini di lettere, diventava Mecenate, se 
non addirittura Cesare Ottaviano Augusto ; e in questo caso, 
Orazio Virgilio erano, si capisce, qualche cosa fra Giuda 
e il delatore. Nel 1826, un alto funzionario dello Stato sotfiò 
all' orecchio di Aurelio Puccini che ad un uomo di lettere, 
un collaboratore dell' Antologia^ di tendenze liberali, erano 
stati in quei giorni confidati in deposito i manoscritti del 
matematico Ferroni. Questi, nei rivolgimenti del 1799, era 
stato un giacobino non meno ardente dello stesso Puccini; 
ma al contrario del presidente del Buon Governo, cambiati 
i tempi, non cambiò con questi opinione, uè coscienza ; e ri- 
tiratosi a vita solitaria, occupò gli ozi forzati nello stende- 
re le memorie della propria vita : memorie in cui si crede- 
va fossero trattati assai duramente parecchi uomini di Stato 
toscani, specie il Fossombroni, allora primo ministro, e il 
Frullani, ministro delle finanze. Il Puccini, che non si sen- 
tiva la coscienza pulita, appunto per quel certo suo volta- 
faccia, ne scrisse subito al Corsini, ministro dell' interno, 
per vedere se fosse il caso di comprare in tutta segretezza 
quelle memorie, anche perchè correva la voce che il posses- 
sore delle stesse, per mezzo di persona amica, cercasse in 
quei giorni di procurarne la stampa all' estero. „ — Si te- 
me, scriveva il Puccini, che siano pubblicate fuori d' Italia, 
perchè il Ferroni era un uomo vano e la sua fama di elo- 
quenza attica non era che maldicenza, condita di motti spi- 
i-itosi e di molte bugie (1^. „ — Al Corsini, al quale non po- 



(1). Intorno all' eloquenza e al giacobinismo del Ferroni si veda 
il nostro studio: Firenze ai tempi di f/jyo Fosfo/o nell'opera : Épi.->fo- 
Jario di figo Foscolo e Qitiriiia Mocenni-Magiotti . Firenze, Adriani» 
Salani, 1888. 



26 

teva riuscire iiidiiferente una requisitoria d' oltre-tomba con- 
tro i suoi colleghi, la proposta del Puccini non tornò sgra- 
dita ; ed ufficiato il nostro uomo di lettere, questi consegnò 
le memorie del Ferroni al Puccini, ricevendone in compenso 
cinquanta zecchini, che il Principe accordava quale segno 
di sovrana riconoscenza al traduttore di Tacito, perchè il 
nostro letterato (ci eravamo dimenticato di dirlo) aveva dato 
in quei giorni alla luce una traduzione degli Annali del 
grande storico latino. 



L' ispettore di polizia di Firenze giustilicava mensil- 
mente le spese da lui incontrate pel servizio segreto. Dalla 
nota di quelle fatte nel gennaio 1827, spigoliamo le se- 
guenti : 

„ Per la notizia contenuta nel rapporto riserva- 
to del 10 detto sulle stampe in rame o caricature ri- 
guardanti il signor principe Don Camillo Borghese e 
il poeta T. Sgricci ed esibizione delle medesime L. liJ, ti8 

„ Al solito amico incaricato di vigilare alle 
Stanze del Cocomero ed altri luoghi pubblici per in- 
formarsi di quanto vi accade in genei>' di discorsi 
ed altro „ 80, 00 

„ Ad altri amici per sorveglianza presso risto- 
ratori, botteghe di caffè, gabinetti letterari più fre- 
quentati, specie di carattere liberale . . „ 216, 00 

„ A diversi amici per arresti, sorveglianze, 
informazioni e notizie politiche . . . , 284, 00 

Xella nota di spese del marzo dello stesso an- 
no Icirgiamo : 

., i'er la critica insorta sulla tragedia del prof. 
Niccoiini (Antonio Foscarini), rispetto alla mede- 



27 

sima e simili materie, come da rapporti 16 e 20 

febbraio „ 13,6,8. 

„ Per aver fatto vigilare sullo spirito delle 
prediche state fatte nella capitale . . . „ 30,00 „ 

Dai rapporti del 1836 si scorge come le spese segrete 
fatte dal solo Ispettore di polizia di Firenze ascendessero a 
quasi due mila lire al mese. Per la vigilanza sui forestieri 
sospetti si spendeva trecento lire ; settanta per la vigilanza 
sui cartelli sediziosi ; cento ottanta per le notizie colle quali 
r Ispettore imbastiva ogni quindicina un rapporto che aveva 
una grande rassomiglianza colle cronache dei nostri gior- 
nali, coir attrattiva in più del pettegolezzo, che spesso non 
rispettava nemmeno il segreta delle pareti domestiche. Era 
codesta una cronaca che metteva in grado 1' illustrissimo 
signor presidente del Buon Governo d' assistere dal suo 
gabinetto a quanto di più importante e degno della sua at- 
tenzione di poliziotto, avveniva in città. Laonde in quella 
specie di lanterna magica eh' erano i rapporti quindicinali 
dell' Ispettore, dai discorsi che si facevano nei caffè, si pas- 
sava ai giuoclii rovinosi che si tenevano nelle case di fa- 
miglie aristocratiche ; dagli arrivi e dalle partenze d' ospiti 
illustri, si saltava a quanto in pubblico si vociferava che 
accadesse nella penombra del gabinetto d'una bella signora 
patrizia, se non addirittura dietro le cortine d' un talamo 
poco rispettato. Naturalmente, le notizie che il signor Ispet- 
tore faceva passare sotto gli occhi del Capo della polizia, 
non vagliate, né seriamente riscontrate, erano consacrate 
nelle sue cronache quindicinali con tutta la malignità con 
che il pubblico le spiattellava in piazza, e con tutta 1' indi- 
screzione con che gì' informatori segreti le raccattavano. 

Peraltro, codesto mestiere di cronista clandestino, i si- 
gnori ispettori di polizia di Firenze, lo facevano coscienzio- 
samente. Nel raccogliere i più intimi particolari di famiglia, 
i più delicati segreti d' alcova, i pettegolezzi d' ogni sorta 
che facevano le spese della conversazione degli sfaccendati, 
erano d' un' imparzialità a tutta prova. Il pettegolezzo, l'in- 
discrezione, il fatto vario, insomma, bastava che corresse 



28 

per la città, che fosse materia di discorso in un pubblico 
ritrovo in un circolo privato, perchè subito fosse raccolto 
con una passione da collezionista ; poco poi importando al 
cronista-poliziotto che quella sua cronaca cogliesse in pieno 
petto r onore e la riputazione d' un alto magistrato, d' un 
funzionario di corte, d' un ministro, o d' una signora della 
aristocrazia. S. E. Fossombroni e Tommaso Sgricci, il primo, mi- 
nistro, e il noto poeta dai costumi infami, erano uguali di- 
nanzi alla cronaca del poliziotto, la quale colla stessa impar- 
zialità registrava la satira non sempre attica, non sempre 
urbana, che un Giovenale da strapazzo lanciava contro il 
primo, e 1' epigramma che bollava con ferro rovente il se- 
condo; i cartelli che portavano scritto : Morte a Leopoldo II, 
e i giudizi per nulla lusinghieri che il pubblico dava sugli 
atti e sulle persone del governo; le debolezze di cuore d'u- 
na donna ammessa all' intimità della corte, e le divagazioni 
nel regno di Venere d' una virticosa celebre o d' una diva 
del mondo equivoco. 

È proprio il caso d' esclamare : — Dinanzi al rapporto 
segreto d' un poliziotto, non vi sono distinzioni né di na- 
scita, né di grado, né di colore politico ; tutti gli uomini 
sono uguali. 

Un' égalité... da polizia segreta ! 



Abbiamo detto che la penna degli agenti della polizia, 
nelle loro cronache, non risparmiava nessuno, nemmeno i 
ministri. Ecco come il Commissario regio di Firenze, in un 
suo rapporto riservatissimo al presidente del Buon (toverno, 
in data del 20 aprile 1844, parlava del primo ministro del 
(rranduca, il conte Vittorio P'ossombroni, morto allora. 

Il Commissario regio, eh' era il Tassinari, dopo d' aver 
detto come grande fosse il cordoglio della città per la per- 
dita del grand' uomo, aggiungeva : „ Ma siccome anche 
i grandi sono uomini e tutti gli uomini lianno le loro debo- 
li.//. ■ le debolezz»* dt'l colite Fussomlivoiii si smin rt'sn pa- 



29 

lesi in dne fatti : nel matrimonio da esso incontrato in età 
quasi ottuagenaria e nel sno testamento che ora si è aperto. 
Lasciando di parlare di qnell' orgoglio inflessibile che emi- 
nentemente lo dominava e che esigeva che tutto piegasse 
al di lui volere, sino al punto di pretendere per sé solo ogni 
attenzione ed ogni riguardo, dirò solo che tutto il pubblico 
ha menato e mena sempre gran rumore sopra le ultime di 
lui tavole testamentarie lamentate e criticate per la comu- 
ne convinzione, che sono state dettate dalla prepotenza do- 
mestica, anziché dal retto giudizio d' un uomo di senno. Di- 
fatti ha recato sorpresa, disgusto e dolore, il sentire che di 

tutta la sua ricca sostanza si è fatta padrona la vedova 

Al dottor Andreini che lo ciu'ò per trent' anni lasciò quat- 
tordici crazie al giorno, ma è un reddito così meschino e mi- 
serabile, da fare vergogna a chi 1' ha fatto ed avvilisce chi 
deve riceverlo. „ 

E pensare che pochi giorni prima, l' illustrissimo signor 
Commissario regio avrebbe avuto a grande onore piegare 
la schiena anche dinanzi ad uno di quegli atti eh' egli, 
morto il Fossombroni, chiamava informati ad orgoglio infles- 
sibile f.... 

Il vero calcio dell' asino ! 



30 



CAPITOLO Y. 
Il Gabinetto Nero. 



1 



.mportanza d' istituzione aveva presso i governi assoluti 
il Gabinetto Nero. Era il Gabinetto Nero un ufficio circondato 
del più fitto ed impenetrabile segreto, ed aveva per missio- 
ne quella di violare il segreto delle lettere, che i codici pe- 
nali dei medesimi governi dichiaravano inviolabile, ma che 
si violava impunemente, sotto il pretesto dell' interesse ge- 
nerale di quello dello Stato. 

In Firenze, il Gabinetto Nero non funzionava presso il 
dipartimento del Buon Governo. I ministri non credevano 
che quel servivio, che si circondava di tanto mistero, fosse 
abbastanza al coperto delle indiscrezioni nelle mani dello 
stesso capo supremo della polizia del granducato. Il Gabi- 
netto Nero era installato presso la Segreteria di Stato, in co- 
municazione diretta colla Segreteria intima del Granduca. 
Cosi il principe, che vegliava con occhio paterno sui sudditi 
che la divina provvidenza aveva affidato alle sue cure, po- 
teva, giorno per giorno, mercè una semplice rottura di sug- 
gelli, leggere sin nelle più intime latebre del loro cuore. 

Le lettere in partenza, come quelle in arrivo, se diret- 
te a persone sospette, si arrestavano dagli uffici postali ed 
erano consegnate al Gabinetto Nero, dove funzionari speciali 
le aprivano con cura, e dopo d' averne presa copia le ri- 
suggellavano, perchè fossero ricapitate ai destinatari per 
mezzo degli .stessi uffici di Posta. La operazione era con- 
dotta con tanto artificio, i suggelli erano tolti e rimessi con 
tale sopraffino accorgimento, che era difficile che i destina- 
tari si accorgessero del tiro che il (ìabinetto Nero aveva 
loro giuocato. 

Naturaliiifiiif, in un i;n\i'nin i he li;i |iii li.isr |m ^[.io-J 



31 

uaggio e la violazione del segreto epistolare, 1' esistenza di 
un Gabinetto Nero non poteva passare inosservata. I citta- 
dini se non vedevano il Gabinetto Nero, ne fiutavano 1' esi- 
stenza. Laonde la necessità per gli affiliati alle sètte d'ado- 
perare la cifra o gì' inchiostri simpatici. Ma né l' una, né gli 
altri impedivano al Gabinetto Nero di leggere le corrispon- 
denze settarie, perocché con esercizi pazienti si riusciva 
quasi sempre ad afferrare la chiave della cifra, mentre coi 
reagenti si vinceva il segreto confidato agi' inchiostri sim- 
patici. 

A questo proposito non riuscirà del tutto inutile, ag- 
giungere come il Gabinetto Nero toscano godesse, fra tutti i 
Gabinetti Neri d' Italia, d'una riputazione che dai documenti 
da noi esaminati possiamo dire di non avere scroccato a buon 
mercato. La Toscana se non aveva né forche né galere pei 
liberali, se i suoi ministri erano di pasta frolla, se per salva- 
re le istituzioni questi limitavansi, di tanto in tanto, ad ado- 
perare decotti di papavero e di lattuga atti ad addormentare 
i cittadini e trasformare lo Stato in un immenso dormitorio, 
— quanto alla violazione del segreto epistolare, la Toscana, 
diciamo, teneva un primato di cui i suoi governanti era- 
no orgogliosi, n Gabinetto Nero di Firenze aveva tradizioni, 
conosceva segreti chimici, che gli altri potevano invidiare 
ma non imitare. La parte tecnica, insomma, aveva toccato 
coi poliziotti toscani 1' apice, concorrendo forse a ciò qual- 
che rimasuglio, qualche reminiscenza di quei segreti labora- 
tori dove i principi di casa Medici (a meno che la fama 
non menta) maneggiando storte e lambicchi, preparavano 
veleni potenti e misteriosi per isbarazzarsi senza rumore 
d' una moglie che tosse divenuta noiosa, di un fratello che 
s' ostinasse a non lasciar vuoto il trono, o d' un suddito, a 
cui i ricordi della vecchia libertà repubblicana s'affollassero 
troppo disordinatamente nel petto, per potersi rassegnare 
senza proteste al giogo dei nuovi signori. 

L' Austria stessa, che nelle sue provincie italiane dove- 
va tener dietro a tante congiure, a tante sètte, non aveva 
che un Gabinetto Nero per cosi dire di secondo ordine ; e 
più d' una volta 1' orgogliosa dominatrice fu costretta a ri- 



32 

correre al Gabinetto toscano, se volle leggere il carteggio 
fra Giuseppe Mazzini e gli affiliati alla Giovine Italia dis- 
seminati nelle provinole lombardo-venete. Nel 1833, alla vi- 
gilia della spedizione di Savoja, quando la cancelleria di 
Vienna stava sulle spine in seguito alle comunicazioni dei 
suoi segreti informatori, che annunciavano imminente un mo- 
to insurrezionale nella penisola, arrivò alla posta di Milano 
una lettera che il Gabinetto Nero aulico riteneva del Mazzi- 
ni, e scritta in parte con inchiostro simpatico. I chimici della 
polizia milanese, adoperati inutilmente i loro reagenti, non ar- 
rossirono di confessare la loro ignoranza e spedirono la lettera 
a Firenze, ove il famoso Gabinetto riuscì senza fatica a leg- 
gerla ; la qual cosa, probabilmente, avrà dovuto strappare 
un sorriso, tra il ghigno di Meftstofele e il cachinno d'un dan- 
nato, allo scettico Fossombroni, il quale poco tenero dell'Au- 
stria, benché dalle sue convinzioni politiche e dal suo uffi- 
cio fosse condannato a muoversi nell' orbita di lei, poteva 
cosi mostrarle come anche la piccola Toscana, a somiglian- 
za del topo della favola, potesse di tanto in tanto prestarle 
qualche piccolo servigio. 

Quasi nello stesso tempo il Gabinetto Nero toscano leg- 
geva nel fondo del pensiero e del cuore del Mazzini, apren- 
do e leggendo le lettere che il grande agitatore genovese 
per circa un anno spedì, dalla Svizzera, a quella Giuditta 
Bellerio, da noi già ricordata. 

Era questa la vedova di Giovanni Sidoli, un profugo mo- 
denese morto a Parigi ; bellissima, bionda, colta, ella aveva sa- 
puto innamorare pazzamente di sé il Mazzini, il quale, cospi- 
ratore anche quando amava, 1' aveva segretamente inviata, 
sotto il nome di Paolina Gerard, di Marsiglia, a Firenze, 
per diffondervi i principi della Giovine Italia e raccogliere 
fra i liberali adesioni e denari per la spedizione di Savoja 
che allora egli meditava. Le lettere della Bellerio, come 
quelle del Mazzini, erano regolarmente lette, copiate e po- 
scia spedite al loro destino, senza che la bionda cospiratri- 
ce e il suo grande amico sospettassero del giuoco della Po- 
lizia. La Bellerio, anzi, il 18 marzo 1834, scriveva al Maz- 



I 



àó 

Zini. „ Ces lettres me viennent parfaitement, j'oserai presane 
., affirmer sans tàche. „ 

Un' altra operazione compiuta dal Gabinetto Nero e di 
cui le carte della polizia conservano il ricordo, è quella e- 
seguita in occasione del viaggio a Parigi e della dimora ivi 
fatta neU' inverno del 1841-42, da Vincenzo Salvagnoli, in 
cui e' era tutta la stoffa dell' uomo di Stato, e che il gover- 
no granducale riteneva sin d'allora come soggetto pericoloso. 
Le lettere del Salvagnoli trattenute nel Gabinetto Nero era- 
no dirette alla marchesa Eleonora P...i che egli corteg- 
giava, a Giambattista Niccolini, ad Enrico Poggi, che 
nel 1859, insieme allo stesso Salvagnoli, doveva essere chia- 
mato a far parte del governo inaugurato all' indomani della 
pacifica rivoluzione del 27 aprile, ad Andrea Odett e a Fer- 
dinando Tartini, segretario dell' Accademia dei Georgotìli. E 
carteggio, per altro, dal lato politico, non aveva nessun in- 
teresse, perchè nessuno di coloro che abbiamo sopra ricor- 
dato era un cospiratore. Il Salvagnoli vi parlava molto di 
sé, dell' impressione eccellente che aveva prodotto nell' a- 
nimo dei migliori uomini politici che si avesse allora la 
Francia, ceme il Thiers, il Salvandy, il Dupin, il Pasquier. 
La vanità vi trapelava da ogni riga temperata se non no- 
bilitata, di tanto in tanto, da certi scatti di patriottismo e 
di sincero amore di libertà. Alla P...i scriveva : ,, Thiers 
mi ha mandato un biglietto per la tribuna, Pasquier tre. 
Dunque, domani alla Camera ! Sarà una gioia amarissima I 
Ancora non voglio desiderare di non essere italiano ! Dun- 
que domani alla Camera ! Questo pensiero cancella ogni al- 
tra idea.... E prego e piango veramente di dolore ! „ E ritor- 
nato dalla Camera, scriveva sempre aUa stessa signora : 
. Sono sfinito dalle emozioni e vengo a rinvigorirmi versando il 
mio dolore in un' anima che comprende e consola la mia.... 
Ah, ho visto il mio posto; ma come iloisè che prima di mo- 
rire vide la terra promessa, ma per non poterci entrare ! 
L' ho visto il mio posto.... Dio, cosa mai è un popolo rap- 
presentativo dinanzi ad un re !... Le più alte considerazioni 
hanno di tanto in tanto sospeso il morso velenoso del ser- 
p>^ clu' ho in onorf'. Si, la fortuna mi ha tolto il mio posto 



e poi è venuta a mostrarmelo per maggior dolore ! „ Al 
Poggi, dopo d' avergli detto che il Dupin 1' aveva pregato 
di procurargli i materiali per una storia del diritto penale 
in Toscana dal 1789 in poi, scriveva: „ A te, a te solo dirò 
grandi cose ; non merita la pena di dirle a chi non intende 
il linguaggio intimo dell' animo che tu sì bene intendi. ,, 

Come si vede, il carteggio del Salvagnoli non era peri- 
coloso; eppure, il Gabinetto Nero, probabilmente per non 
perdere la vecchia abitudine, lo violava. I signori ministri, 
però, non che i signori della presidenza del Buon (xoverno 
vi apprendevano pili d' una cosa assai ghiotta ; per esempio, 
la conferma degli amori del Salvagnoli con una signora del 
patriziato fiorentino. 



35 



CAPITOLO VI. 
Le Sètte — I Carbonari. 



1 



ei governi assoluti, il potere politico non comprime 
che i corpi. È ad un altro potere die obbediscono gli spi- 
riti vogliosi di progresso e di novità — due sentimenti che 
né le baionette, né le spie, né le galere, né le forche, né in- 
fine tutta la macchina complicata d' un governo poggiato 
sul diritto divino, sono mai arrivati a spegnere. E questo 
secondo potere, che non ha paura né dei ministri che ri- 
spondevano al nome di Aletternich, o di Canosa, o di Del 
Carretto, né s'arresta dinanzi a quei drammi pietosi che 
nella nostra Italia hanno portato, volta a volta, i nomi dei 
prigionieri dei Piombi di Venezia o delle segrete dello Spiel- 
berg, delle fosse delle isole di Favignana e di Nisida, 
dei martiri spirati sulle forche del duca di Modena o 
sotto le paUe dei picchetti d' esecuzione dell' imperatore 
d'Austria o del re di Napoli — questo potere che ha un 
martirologio come quello dei cristiani delle catacombe, que- 
sto potere a cui s' obbediva ciecamente, come se la voce 
non uscisse dai segreti conciliaboli d' uomini oscuri e perse- 
guitati, ma fosse rivestita del prestigio che dà la vittoria e 
la consacrazione della legge, questo potere, diciamo, erano 
le sètte. 

Cesare Balbo si gloriava di non aver mai fatto parte 
in vita sua d' una società segreta qualsiasi ; e prima di lui 
Ugo Foscolo aveva scritto che le sètte avevano disfatta l'I- 
talia e per rifarla bisognava sterminarle. Proposizioni tanto 
l'una quanto l'altra commendevoli sino a un certo punto. 
Imperocché, non occorreva, certamente, nei tempi delle si- 
gnorie assolute, essere carbonaro o mazziniano per amare 
la libertà e 1' indipendenza d' Italia : anche fuori delle set- 



30 

te, sopratutto colle opere dell' ingegno, come fece per 1' ap- 
punto il Balbo, si poteva contribuire al bene e alla prospe- 
rità della patria. Criammai concetto più patriottico, più con- 
forme alla storia fu espresso di quello enunciato dal can- 
tore dei Sepolcri. Furono i partiti che divisero sempre 1' I- 
talia, rendendola, colle loro perpetue e sciagurate scissure, 
facile preda di tiranni interni e stranieri. Ma la cospirazio- 
ne degli oppressi contro 1' oppressore ; la congiura di chi sof- 
fre contro chi conculca; la sètta che nell'ombra del mistero 
propaga il concetto di patria, di libertà, d' indipendenza ; il 
settario che, anche a rischio di lasciare la propria testa sul 
patibolo, insegna al popolo l' odio contro lo straniero, a 
scuotere dal sonno i neghittosi, a bollare sulla fronte col 
marchio dell'infamia i rinnegati — ; ecco ciò che ha dato a- 
nima e corpo all' Italia d' oggi ! — Queste cospirazioni, que- 
ste congiure, queste sètte, questi sèttarii, questi amori pro- 
fondi che non s'arrestavano davanti a nessun pericolo, que- 
sti odii che accompagnavano il nemico sino alla tomba, che 
sopravvivevano talvolta alla stessa tomba, furono i prodromi, 
furono i fattori della libertà e dell' indipendenza d' Italia. 
Senza queste congiure, che a Cesare Balbo facevano tanto 
raccapriccio, 1' autore delle Speranze d' Italia non avrebbe 
potuto scrivere e pubblicare, colla tolleranza non dissimulata 
di Carlo Alberto, antico carbonaro, il suo libro famoso, né 
controfirmare, nella sua qualità di ministro, lo Statuto che il 
profugo del 1821, con lealtà di principe ed affetto di padre 
dava ai suoi sudditi ; senza queste sètte contro cui impreca- 
va Ugo Foscolo, le ceneri dell' autore di Jacopo Ortis ripo- 
serebbero ancora in terra straniera. Ed oggi Umberto I non 
potrebbe chiamare Roma capitale d'Italia, non potrebbe chia- 
mare la vecchia città dei papi conquista intangibile, se (riusepite 
Mazzini col suo apostolato di ([uasi trent'anni, un apostolato 
che contò tra le sue fila tutti o quasi tutti coloro che noi 
abbiamo salutato campioni della resurrezione d' Italia, di 
(juesto cadavere tre volte secolare, se (Giuseppe Mazzini, di- 
ciamo, non avesse diffuso in ogni classe di cittadini il con- 
cetto (riiiiif:'i: un concetto die ai più parvt» soìtho, un 



37 

deliiio di meuti mterme. ma che oggi forma la base del no- 
stro diritto pubblico interno I 

Non gettiamo il disprezzo, non versiamo a piene mani 
r oblìo su coloro che amarono l' Italia, quando 1' Italia non 
sì poteva amare che nelle sètte, e a rischio della propria 
vitSL. Noi che abbiamo raccolto il frutto delle loro sofferen- 
ze, dei loro martini, inchiniamoci dinanzi aUe loro ómbre 
sacrosante. Quasi tutti portano sul loro coi-po le impronte 
del martirio ! 



Caduto, nel 18U, il reggimento napoleonico, l'Italia in- 
cominciò ad essere solcata dalla sètta dei Carbonari, forma- 
tasi su quella cosmopolita della massoneria. Carbonaro si- 
gnificava non solo liberale, ma anche unitario; concetto che 
per un momento parve che volesse passare neU' ordine dei 
fatti coir impresa tentata in quei giorni da re Gioacchino 
Murat e cantata da Alessandro llanzoni nel frammento : H 
Proclama di Rimini e da un anonimo con una poesia (1) 
dalla quale stralciamo le seguenti strofe, che probabilmente 
non dovettero passare inosservate a colui, che sei anni più 
tardi scriveva V inno famoso : Soffermati sulV arida sponda 
— Volti i guardi al varcato Ticino ec. 

Sorgi Italia, venuta è già 1' ora ; 
L'alto fato adempir si dovrà. 
Dallo stretto di Scilla alla Dora 
Un sol regno l' Italia sarà. 

A sfrondar nostri bellici allori 
Man superba non più tenterà ; 
Né strapparci le mèssi, i tesori 
Che feconda la terra ci dà. 



't l-ii -liuiiiMUi 111 ioi?iio volante, a iiologna, coi tipi dei fra- 
Masi e comp. e di.«<erainata a raifrliaia di copie in Toscana. Pa- 
li- «li (lucsto con>i'rvaii<i noli' Archivio Segreto. 



Pivi non s' oda barbarico grido 
Risonar per le nostre città ; 
Torni pnre all' antico suo nido 
(.'hi d' Italia il linguaggio non ha. 

Queste liete e beate contrade 
Pie straniero non più calcherà ; 
Xon gli sposi alle spose adorate, 
Non i figli il crudel rapirà. 

Ma i recenti rivolgimenti avevano fatto di troppo setf^ 
tire ai Toscani il bisogno del quieto vivere, perchè accoglies- 
sero con simpatia il movimento unitario di cui s' era fatto 
campione re Gioacchino, senza tener conto del vecchio spi- 
rito d' autonomia allora vivissimo in molti e che impediva 
loro d' accettare un programma, che avrebbe ridotto le ca- 
pitali dei singoli Stati italiani alle condizioni di un semplice 
capoluogo di provincia. Lo stesso generale Pignatelli-Strou- 
goli, che comandava il corpo di occupazione in Toscana e 
che i momenti non consacrati a Marte dedicava alla galan- 
teria, facendo la corte alla bellissima contessa Eleonora Nen- 
cini (la suonatrice d'arpa delle Grazie del Foscolo ), non seppe 
coi suoi proclami unitarii destare l'entusiasmo dei Toscani per 
una causa, che il popolo guardava con occhio indifferente. 
Sul proclama che diceva : „ Toscani, mentre il generale Xu- 
gent, straniero al suolo d'Italia, attraversava la Toscana con 
un corpo di stranieri, un corpo di napoletani vi passava per 
un' altra strada.... „ un anonimo scrisse : „ Signor generale 
Pignatelli, nessuno è più straniero all' Italia del vostro pre- 
teso Ke e dei vostri capi d' armata. Viva Ferdinando III ! (1) 



(1). Nello Roniagiio, all' incontro, re (ìioacchino era stato accolto 
■ oinc il liberatore d'Italia. NcU'Archivio Segreto si conservano molti 
l)r<)clami di quel tempo e tutti improntati al concetto unitario. II 
podestà (li Faenza, il 31 marzo IHl."), esclamava: „ Tornano fra noi i 
valorosi ai (inali <'■ (luc(> chi desta 1' Italia tutta alla sua It'Kittima 
iiMlipendcnza. Non sono strani(^ri.... sono fratelli venuti a sci()Rlierci 
i ceppi ondi! t'umilio avvinti jxr tanti secolil „ Il prefetto di Forlì 
(1 aprile): „ li'Italia sì lungam(!nt(! straziata da estere genti, ap- 
pella in (JKgi i suoi figli a stringersi attorno ad un re che ha spiegato 
il vessillo (ii'ir indipenderwa nazionale. „ In un' altra j/rido lo stesso 
prefetto termina (licendo : „ V'iva (ìioacchino! Viva il Re d'I- 



39 

La Carboneria non venne regolarmente impiantata in 
Firenze che nel 1821, da Baitolommeo Sestini, l'autore del 
poemetto : Pia dei Tolomei, di ritorno da un suo viaggio 
in Sicilia, ove era stato iniziato ai misteri della sètta, I pri- 
mi passi della segi-eta istituzione non restarono sconosciuti 
alla Polizia, la quale, peraltro, non vi prestò che una me- 
diocre attenzione non credendo la Toscana terreno adatto 
ad attecchirvi sètte e settarii. In un rapporto del 24 feb- 
braio 1821, r ispettore di polizia indica i nomi dei membri 
dell' associazione. Parla d' un Renzi, d' un Niccolini, d' un 
Giusti, d' un Callaini (Lorenzo), d' un 31ontelatici, del priore 
del convento di Santa Croce. In un altro rapporto parla d'un 
canonico Salvagnoli, d' Empoli, d' un Valdangoli, impiegato, 
di Francesco Benedetti, autore di tragedie non ispregevoli. 

Ma incalzando gli avvenimenti nel resto d'Italia, dove la 
Carboneria era uscita dall'ombra per farsi rivoluzione, la polizia 
aprì gli occhi. Nel marzo di quell'anno, si supponeva che nella 
sola città di Firenze i carbonari giungessero ad un dugento, di- 
visi in sei sezioni, e in relazione con Livorno, Empoli, Pon- 
tedera, Lucca, Prato, Pistoia, Pescia, Arezzo, Cortona, Pe- 
rugia. Si diceva che fossero stati aggregati alla sètta, nella 
•qualità di cugini, V avvocato Capoquadri, 1' avvocato Tosi, 
il dottor Parigi e il prete Marcucci. Con un rapporto del 13 
dello stesso mese, si riferiva che si credeva che vi fosse 
stato aggregato anche il marchese Gino Capponi, allora di 
ritomo da un viaggio d' istruzione all' estero. Un ser\*izio 
di spionaggio fu organizzato nell' esercito sotto la direzione 
dello stesso comandante supremo, e, a Fii-enze, codesto servizio 
fu fatto dal maggiore Antonio Pini, che dirigeva i suoi rap- 
p<n-ti segreti al colonnello Fortini. 

I delatori volontari non mancavano. Si sentiva che il vento 
tirava favorevole alle spie e quindi fioccavano da tutte le parti 
le denunzie. Si denunziava come carbonaro il letterato Nicco- 
lini, segretario dell' Accademia di Belle Arti, Andrea Calbo, 
amico d' Ugo Foscolo, il poeta Sestini, di Pistoia. Altri de- 
latori denunziavano il marchese Carlo Pucci, il marchese 
Pietro Torrigiani, di nuovo il marchese Gino Capponi, il poe- 
ta Luigi Leoni, il capo-comico Luigi Taddei. 



40 

Il Groverno uon poteva stare colle mani alla cintola. Il' 
Fossombroni, per quanto fosse della scuola del Riclielieu, che 
diceva : Aprés moi, le déluge, non poteva permettere che le 
cateratte del cielo si schiudessero durante la sua vita. E che 
volessero schiudersi prima che egli chiudesse gli occhi alla 
luce, lo dicevano i rivolgimenti del Piemonte e di Napoli, e 
r agitazione settaria che metteva in quei giorni sottosopra 
tutta r Italia. Laonde pensò che una stretta al morso non 
sarebbe stata fuori di luogo, ed in questo senso operò, ma 
senza discostarsi di troppo dal suo prediletto sistema : strin- 
gere il morso sì, ma senza far molto gridare le vittime ; so- 
pratutto senza trasformare queste in martiri. Politica, che 
come ognuno può vedere, lo stesso Machiavelli avrebbe an- 
che fatto sua. 

Furono fatti degli arresti ed iniziate delle processure eco- 
nomiche perchè meno chiassose, e ciò sempre in omaggio al 
programma del segretario di Stato ; e lasciati in disparte i 
settari collocati troppo in alto, perchè il procedere della poli- 
zia non destasse un vespaio, che diffìcilmente poi si sarebbe 
potuto spegnere, o limitare, il presidente del Buon Gover- 
no, il Puccini, potè avere sotto gli occhi, nei primi giorni del- 
l' aprile, i risultati ottenuti dal lavoro inquisitorio dei tri-_ 

bunali economici, e compendiati dalla stessa Polizia nel se-^ 

guente quadro : 



SOCIETÀ DEI CAKliONARI 



Capi Maestri. 



1 . Orsini Andrea, d' Imola, scrivano, agente di beni. 
È uno dei capi e dei primi introduttori della Carboneria in 
Firenze. Fu rilasciato e reso nell' estate del 1 820 al Gover- 
no Pontifìcio, a ricliiesta del quale fu arrestato nella Roma- 
gna Toscana. 

2. VoLTANdOLi DoTT. GiiisKiM-K, couservatore delle Ipo- 
teche a Montepulciano. 

3. Sestini Bartolomeo, da l'istoia, poera estemporaneo. 



41 

È imo dei capi e dei primi introduttori in Firenze della Car- 
boneria. Pende mandato d' arresto. 

4. LrccHixi Zjln-obi, di Cortona, professore di geografia. 
Fu annestato, poi mandato per quattro mesi a Volterra. Fi- 
gura come maestro reggente una sezione. • 

5. Rossi Pasquale, di Firenze, maestro di lingua ita- 
liana. È conlesso. È sotto rigorosa vigilanza. 

6. Benedetti Francesco, di Cortona, poeta tragico. E- 
ra stato citato per mezzo del Tribunale di Cortona dove lo 
si diceva trasferito, quando si seppe invece essersi ammazzato 
in una osteria fuori Pistoia. 

7. Eeixakd Carlo, di Firenze, orologiaro. È confesso. 

8. TiLLi DoTT. Nicola, di Livorno, causidico, notaro in 
Firenze. È confesso con qualche ingenuità e pentimento. 

9. Eexzi Sac. Antonio, di Figline. È confesso con mol- 
ta ingenuità e pentimento. Ha somministrato notizie molto u- 
tili. Ha sofferto poclii giorni di carcere e un mese di ritiro 
in convento. Ora è in libertà. 

10. CoRTiNi Carlo, di Firenze, praticante legale. È con- 
fesso con qualche ingenuità e pentimento. Rimesso al padre 
per vigilarlo. 

1 1 . Dell' Hoste Avv. Antonio, di Pisa, dapprima fu 
costantemente negativo, poi confessò con qualche ingenuità. 
Soffrì qualche mese di carcere. 

12. Stefanint Dott. Girolamo, di Cascina, praticante 
legale. È confesso con qualche ingenuità, e pentimento. Ri- 
mandato al padre per sorvegliarlo. 

13. Fedeli Vincenzo, sergente maggiore, guarda-coste. 
È confesso con ingenuità e pentimento. 

14. Venturi Dott. Giovanni- Antonio. Confesso, ma non 
con molta ingenuità. 

15. Leoni Dott. Luigi, è confesso. 

16. Calbo Andrea, greco del Zante ; è negativo. Gli si 
è dato lo sfratto dallo Stato. 

17. Bartolini Giuseppe, di Rimini. Negativo. Gli si è 
idato lo sfratto. 

18. Gherardi Giuseppe, medico -chirurgo nell'esercito. È 
negativo. 



42 

19. MicciAKELLi Conte Giuseppe, da Siiiigaglia. Sfrat- 
tato. — 

Fra gli apprendisti figuravano : 

(-ralliani dott. Giovanni, di Lastra a Signa ; Salvagnoli 
Can. Giuseppe, d' Empoli ; Casanova dott. Orazio ; Banti dott. 
Giuseppe, di Francesco ; Grossi Benedetto ; Finali dott. An- 
tonio ; Pozzolini Giovanni, d' Empoli ; Serragli dott. France- 
sco, legale ; Formichi dott. Luigi, di Cascina ; Pampaloni dott. 
Luigi ; Bianchini dott. Lorenzo ; Santi dott. Tullio, di Mon- 
talcino ; Cusseri dott. Aldobrando, di Foiano ; Vannucci dott. 
Giuseppe, di Foiano ; Donati dott. Pietro, di Pisa ; Sestini 
dott. Pietro ; Pompucci Giuseppe, locandiere dei Tre Mori ; 
Pecci Alessandro, di S. Giovanni Valdarno ; Renzi sac. Gio- 
vanni, Montanelli Francesco, studente in legge, di Fucec- 
chio. Gravemente indiziati di appartenere alla setta risulta- 
vano il marchese Pietro Torrigiani e il marchese Gino Cap- 
poni. 

Come si vede, quasi tutti i principali compromessi, posti 
in carcere, non ebbero il coraggio d' affrontare il martirio ; 
magari, come era supponibile, il martirio si presentasse sot- 
to la forma d' una breve relegazione a Volterra o a Gros- 
seto, di qualche mese d' esercizi spirituali in un convento 
di frati. Quasi tutti confessai'ono, mostrandosi, chi più chi 
meno, pentiti ; qualcuno fece rivelazioni importanti. Se non e- 
rano dei Giuda, erano dei cospiratori da operetta comica. E 
il Puccini, che conosceva i suoi polli, e che da gente siffatta 
non s'aspettava né barricate né eroismi, il 3 aprile 1821, in 
una particolareggiata relazione al Granduca, dopo d' aver 
fatto la storia dell' introduzione e della diffusione della Car- 
boneria in Toscana e delle misure prese dal suo dipartimen- 
to per arrestare i progressi del male ; e detto come la rivo- 
luzione di Napoli avesse quivi infiammato gli animi ed o- 
saltato le menti ; e i giornali di (jnella cittA, specie la Miner- 
ai^ un numero della quale jtassava per le mani di cento, te- 
nessero acceso quel fuoco ; e come la Polizia, messa sull'av- 
viso, avesse scoperto i primi semi del male ed adoperato ac- 



43 

cortezza e zelo perchè non si diffondessero, soggiungeva 
d' esser lieto di constatare come la sètta non avesse tatto 
che dei guasti assai superficiali. L' esercito era rimasto qua- 
si immune dalla lue rivoluzionaria, mentre le misure adot- 
tate a tale riguardo s' erano limitate a destituire un tenen- 
te, un certo Baldini, perchè sospetto di far parte d' una 
vendita ; misura che, presa a tempo, fece capire ai cugini co- 
me il Governo non dormisse. Qualche altra misura d' indole 
economica fu presa, sempre allo scopo di sradicare, o per lo 
meno, d' arrestare ed isolare il male : parecchi giovani prati- 
canti legali furono rinviati ai genitori perchè li sorveglias- 
sero ; alcuni stranieri vennero sfrattati ; altri furono chiamati 
dallo stesso presidente del Buon Governo, il quale, fatta loro 
una seria paternale, ebbe da essi promessa che non si sareb- 
bero più immischiati di politica ; infine, si arrestò un prete e 
un avvocato, i quali fecero importanti rivelazioni. Misure cer- 
tamente miti, paterne, come portava l' indole dello stesso go- 
verno : e non pertanto esse, nei più, incussero una salutare 
paura. La sètta rimase sconcertata ; i buoni ripresero ani- 
mo. Ma il pentimento addimostrato dagli afiìliati al Puccini 
non pareva sempre sincero. Il fumo covava sotto le ceneri. 
Intanto gli avvenimenti incalzavano nel resto della penisola. 
Il Piemonte era in fiamme ; Napoli era un vulcano; nelle Eoma- 
gne, nei Ducati non si stava meglio ; si iniziarono per mezzo 
del commissario di Santa Maria Novella delle nuove processu- 
re economiche, le quali portarono ad alcuni arresti. Ma dai 
procedimenti si rivelò subito che se i realmente iniziati e- 
rano pochi, i sospetti erano molti ed appartenenti anche a 
famiglie rispettabilissime. Arrivato a questo punto il Puc- 
cini, il quale, checché ne abbia detto in contrario lo Zo- 
bi (1), nel suo ufficio di capo della Polizia non portò nessu- 



(1). Fra gli inserti dell'Archivio Segreto del 1846 uè esiste uno 
clic .si riferisce precisamente allo Zobi, che il presidente del Buon 
Governo d' allora, Giovanni Bologna, in una sua nota riservatissima 
al Pandolfini, console generale di Toscana a Roma, presenta sotto u- 
na luce poco favorevole. Non gli nega però né ingegno, nò coltura: 
••(1 aggiungo che avendo .ivuto d:il fJovtM-iio l;i concessione di seri- 



44 

Ila di quelle intemperanze che d' ordinario accompagnano co- 
loro che cambiano casacca e coscienza ad ogni cambiamento 
di governo, il Puccini, diciamo, arrivato a questo punto del- 
la sua relazione, si domandava se fosse il caso di continua- 
re gì' incominciati procedimenti ; e sulla considerazione che 
siffatta via avrebbe aperto l'adito ad un processo clamoroso, 
ad un processo che avrebbe abbracciato centinaia d' imputa- 
ti ed immerso nella desolazione un numero considerevole di 
famiglie, alcune delle quali di distinzione, si era fatta un' al- 
tra domanda, cioè, se non fosse il caso, anche in vista che non si 
trattava che di persone, la cui reità non era provata che in 
modo assai dubbio per alcuni e per altri in modo veruno, se 
non fosse il caso, diceva, di troncare il processo e di met- 
tere tutto a dormire. E a siffatta domanda, ove avesse avu- 
to r assenso di S. A. I. e R. egli, il Puccini, non sarebbe 
stato alieno di rispondere affermativamente. Un atto di cle- 
menza, un atto di oblìo (soggiungeva egli) avrebbe ridona- 
to la pace a centinaia di famiglie, avrebbe dissipato dalla 
bella Toscana la nube che in quei giorni ne oscurava il cie- 
lo ; infine, avrebbe fatto sfolgorare la figura del principe 
d' una luce di bontà e di giustizia. Né perciò si sarebbe de- 
sistito dalle misure prudenziali ; per esempio, la Polizia a- 
vrebbe potuto dare a qualcuno il consiglio di viaggiare al- 
l'estero, a qualchedun'altro quello di soggiornare in località 
più tranquilla. A guarire poi radicalmente il paese dal malan- 
no delle sètte, egli proponeva che si provvedesse immediata- 
mente, non con carceri ed esili, ma con buone e chiare leg- 
gi informate a temperati sentimenti di progresso. Pensava 
che una buona legge suU' istruzione pubblica avrebbe tolto 
il male sin dalle radici. 



vero la Storia Civile della Toscana dal 1737 al 1821, obbo questa ad 
interrompere in vista delle delicate e (gelose quistioni eh' esso avreh- 
l)e dovuto risolvere. Per lo Interrotto lavoro, lo Zol»i si ebbe seicento 
scudi. Mutati poi i tempi, lo Zobi continuò e stampò la sua storia 
portandola fino al 1848, ed arricchendola di preziosi documenti. Ma, 
come era da prevedersi, se qualche archivio gli venne aperto, ciuel- 
lo sef^reto del l'.unn (lovenio r(>>tn a lui chiuso. 



45 

Tntto ciò si pensava e si scriveva dal Puccini, quando 
a pochi passi dal confine toscano i Carbonari s' impiccavano 
si mandavano in galera. Xè diversamente di lui opinava- 
no i ministri e lo stesso Granduca ; laonde il 21 maggio 
di queir anno, il Corsini poteva scrivere al Puccini che S. 
A. I. e E. aveva deciso, che meno pei militari e per i tim- 
zionari civili dello Stato, fossero troncate le processure eco- 
nomiche iniziate contro i sospetti di carbonarismo. Con re- 
scritto posteriore, comunicato dal Corsini al presidente del 
Buon Governo con biglietto del 27 giugno, S. A. I. e R. or- 
dinava che il precedente provvedimento fosse esteso anche 
ai funzionari militari e civili, i quali si restituivano, in via 
d'esperimento, nei loro uffici, nella fiducia che si sarebbero 
sinceramente ravveduti. 

In quei giorni medesimi, Silvio Pellico ed i suoi compa- 
gni di sventura giacevano nei Piombi di Venezia : nelle Eo- 
magne s' impiccava, e a Napoli un Re, già spergiuro nell'a- 
nimo, preparava sotto 1' apparente osservanza della Costitu- 
zione, il canape che il boia doveva stringere intorno alla 
gola di tanti disgraziati cittadini. 



46 



CAPITOLO Vii. 
Le Sètte — La „ Giovine Italia. „ 



D, 



opo la sètta dei Carbonari, altre sètte non attecchi- 
rono profondamente in Toscana, meno in Livorno, dove dopo 
il 1830, la gioventù impaziente del giogo patriarcale di ca- 
sa Lorena, e fremente di libertà e d' indipendenza, raggrup- 
patasi intorno a Francesco Domenico Gruerrazzi, a Carlo 
Bini, a Pietro Bastogi, ad Enrico Mayer e ad altri che nel- 
le posteriori vicende politiche uscirono da queir oscurità in 
cui allora erano avvolti, fu in comunione d' idee e d' aspi- 
razioni con (riuseppe Mazzini, il quale, esule in Isvizzera, 
quivi aveva fondata la più potente e più temuta associazio- 
ne segreta, che, dopo quella dei Carbonari, abbia stretto 
nelle sue spire 1' Italia liberale — La Giovine Italia. 

La Toscana, dove il Cfoverno non aveva rinunciato del 
tutto al patrimonio glorioso di ritorme civili lasciatogli da 
Pietro Leopoldo — dove la Polizia non annoiava che il me- 
no possibile — dove i liberali di quasi tutta 1' Italia cac- 
ciati dai loro governi trovavano un asilo generoso — dove 
la manifestazione del pensiero benché frenata dalla censura, 
pure non trovava gli ostacoli insuperabili che le si oppone- 
vano a Roma, a Napoli, a Milano, a Torino — dove per do- 
dici anni uno stuolo di chiari e forti intelletti potè bandire il 
verbo di un temperato progresso dalle pagine dell' Antologia 
— la Toscana, diciamo, meno Livorno, rimase quasi estra- 
nea al movimento sotterraneo che, auspice il Mazzini, al)- 
bracciò tutta l' Italia. Qua e là vi furono affiliati alla Gio- 
vine Italia, e qualche jìiccola associazione più o meno deri- 
vante dalla mazziniana fu anche tentata nella stessa Firen- 
ze, per esempio quella dei Veri Italiani. Di quest' ultima uji 
rapporto del giugno del 1 833 dell'ispettore di polizia Giuseppe 



47 

Clùariui afferma 1' esistenza iu Firenze e delle sue ramitica- 
zioni ili Toscana. La trova ordinata in diciassette famiglie 
ad imitazione delle vendite dei carbonari ed avente per pro- 
gramma la libertà, V indipendenza e 1' unità d' Italia, inten- 
dendo per libertà un governo repubblicano democratico. Pre- 
stavano gli affiliati il seguente giuramento : „ Giiu'o sull' o- 
j, nore di fare qualsiasi sacrificio, anche quello della vita, 
„ per r indipendenza, l'unità e la libertà repubblicana demo- 
„ cratica d' Italia e d' essere fedele ai principi e ai segre- 
„ ti dell' associazione. „ — Un altro rapporto dello stesso 
Chiarini ci rivela il nome del capo dei Veri Italiani — il 
nobile Amerigo Cerretani. Appartenevano alla sètta (secondo 
la polizia) il marchese Gino Capponi, il marchese Cosimo 
Ridolfi, r avvocato Vincenzo Salvagnoli, Alessandro dottor 
Barberini, Ciriaco Domenichelli. Naturalmente, nei rapporti 
dell' ispettore, che scriveva le sue relazioni sopra informazio- 
ni attinte a fonti sospette e venali, il vero dava la mano 
al falso, e della storia delle sètte in Toscana si avrebbe un 
idea parecchio inesatta, se non addirittura immaginaria, se 
le notizie soffiate da una spia all' orecchio d' un ispettore di 
l)olizia si dovessero prendere per oro di diciotto carati. Che 
il Salvagnoli, il quale sentiva italianamente e non faceva 
mistero dei suoi sentimenti liberali, facesse parte dei Veri 
Italiani, non stentiamo a credere, anche in vista dello im- 
prigionamento da lui sofferto insieme ad altri in queir anno, 
e del processo per cospirazione che ne seguì ; benché i giu- 
dici, malgrado gli sforzi fatti dalla Polizia per mettere in- 
sieme gli estremi del reato di cospirazione, prosciogliessero 
dalla grave accusa gli imputati ; ma ciò che noi stentiamo a 
credere è che il marchese Gino Capponi e il marchese Cosi- 
mo Ridolfi abbiano fatto parte d' una società segreta demo- 
cratica e per giunta repubblicana, sopratutto in un tempo 
in cui i due illustri gentiluomini fiorentini, che si distingue- 
vano per il loro liberalismo all'acqua di rose, cessando di fare 
i frondeurs, come diremo in altro luogo, s' erano ravvicinati 
alla Corte, non senza sfuggire ai commenti parecchio maligni 
dei loro correligionari, non escluso il marchese Pietro Tor- 
rigiani. Certamente eglino, specie il Capponi, non godevano 



48 

le simpatie della bassa polizia che li spiava diligentemente, 
sottoponendoli ad una vera vigilanza continua, fastidiosa, 
qualche volta sinanco ridicola e denunziandoli nei suoi rap- 
porti riservati come i capi del partito rivoluzionario in To- 
scana ; ma 1' alta polizia che aveva altri e più sicuri mezzi 
per isceverare il falso e 1' esagerato da quanto giornalmente 
le scodellavano col manto del mistero gli amici segreti e i fi- 
duciari (legga il lettore : spie), gli ispettori e i commissarii, 
non tenne mai conto di quelle accuse, e forse ne rise sapori- 
tamente alle spalle di quei suoi segugi latranti alle calcagna 
di pretesi cospiratori ; difatti, quando essa fu richiesta a 
deporre sul loro conto, in essi non vide che dei gentiluomini 
colti, studiosi e pacifici. Così troviamo che don Neri Corsi- 
ni, il 27 gennaio 1823, scriveva al presidente del Buon Go- 
verno che l'i. e r. governo di Lombardia avendo trovato 
fra le carte sequestrate al conte Federigo Confalonieri, al 
barone Trechi e a Giuseppe Pecchio alcune lettere del mar- 
chese Gino Capponi, domandava se la condotta del giovine 
patrizio fiorentino fosse tale da poterlo ritenere un soggetto 
pericoloso. E il Puccini, passando disopra ai rapporti dei suoi 
dipendenti, ne' quali il Capponi non era certamente descritto 
come un saldo campione delle istituzioni che messer Domi- 
neddio, i birri e le baionette austriache in quei giorni tene- 
vano sotto la loro santa custodia, rispondeva il 31 gennaio : 
„ Il marchese Gino Capponi tornò dai suoi viaggi verso il 
cadere del 1820 ; da quell' epoca ha vissuto in patria appli- 
candosi ai suoi studj e ai suoi affari e fretiuentando le pri- 
me società di questa capitale. Non mi risulta che la sua 
condotta non sia stata sempre quella che si conviene ad uo- 
mo nobile e gentile, e conforme ai doveri di buon suddito : on- 
de nei rapporti politici non avrei osservazioni da fare sul 
medesimo. „ — Potrebbe anche darsi che il Puccini si fos- 
se indotto a scrivere in siffatto modo per non rendere più 
grave la condizione dei detenuti lombardi, minacciati di fi- 
nire sul patibolo ; ma è anche certo che il Governo graudu- 
(Mle, malgrado le velleitA, liberali del Capponi, doveva esse- 
re sicuro fini conto del preteso carbonaro se Ferdinando [II, 
(piasi nello stesso tempo in cui a Milano una Commissione 



49 

straordiuaiia giudicava i cospiratori del 1820, lo destinava 
a compagno e ad amico del principe di Carignano, quando 
il futuro martire d'Oporto, più in qualità di prigioniero che 
d' ospite, venne a fissare la sua dimora a Firenze. 

Ma se nella capitale le sètte ijon attecchivano, o se 
spuntavano, non arrivavano a mettere radici profonde,, gli 
scritti rivoluzionari o anti-politici, come li chiamava la Po- 
lizia, quasi tutti portanti il bollo della Giovine Italia^ tro- 
vavano una facile e larga diffusione. Per affissione di scritti 
sediziosi, nei primi mesi del 1832, fu condannato a dodici 
mesi di carcere quel prete Marchese, di Napoli, che abbia- 
mo visto complicato in un procedimento economico dove 

monsignor M arcivescovo di Firenze, rappresentò una 

parte tanto contraria al suo sacro ministero. I suoi compli- 
ci, Giovanni Conti, di Parma, e Daniele Carnesecchi, di Fi- 
renze, furono condannati a tre mesi di carcere per ciascuno. 
11 Marchese e il Conti non essendo sudditi toscani, espiata 
che ebbero la pena, furono condannati al bando perpetuo 
dal granducato. Erano stati dapprima sottoposti a procedi- 
mento per cospirazione ; ma 1' accusa, malgrado le deposi- 
zioni del Berlingozzi e del Sieni, che lo stesso presidente 
del Buon Groverno dichiarava derivanti da persone eccessive 
e fanatiche, che vedevano dapperUitio coìigiure, sfumò e ri- 
mase soltanto quella di diffusione di scritti rivoluzionari, per 
avere la Polizia rinvenuti in casa degl' imputati parecchi e- 
semplari d' un opuscolo di Gustavo Modena, il grande arti- 
sta, dal titolo : Istruzioni pel popolo italiano; — un opusco- 
lo che in quei giorni era stato diffuso a migliaia di copie 
per tutta l'Italia, e dove il discepolo affettuoso del Mazzini, 
sotto forma di dialogo, commentava il credo del maestro ; e lo 
stesso opuscolo ritrovato a Luigi Gelli, procurava a costui 
quattro mesi di carcere e la sorveglianza della polizia. Po- 
co dopo, per disposizione del Buon Governo, approvata con 
rescritto sovr;jio del 12 luglio 1832, sempre per diffusione 
di scritti sedizio.si, e perchè sospetti d'appartenere alla temu- 
M sètta, furono condannati alla reclusione da espiarsi nella 
casa di forza Lorenzo Matazzoli ed Angelo Protecchi, l'uno 
per un anno, 1' altro per otto mesi. La stessa gravità delle 



50 

pene ci rivela clie la presidenza del Buon G-overno dalle 
mani d'Aurelio Puccini, 1' ex-giacobino del 1799, era passa- 
ta in quelle di Torello Ciantelli, il presidente-poliziotto che 
nella mite Toscana aspirava ad emulare le glorie sbirresche 
del principe di Canosa. Quasi nello stesso tempo, Paolo Pie- 
roni, medico-chirurgo, era condannato, sempre in via econo- 
mica e per scritti sediziosi, a otto mesi di relegazione a 
(Irosseto. Era stata rinvenuta presso di lui la famosa lette- 
ra di Griuseppe Mazzini a Carlo Alberto — la pagina, cre- 
diamo, più eloquente che sia uscita dalla penna del celebre 
agitatore, e che in quei giorni doveva appassionare forte- 
mente gli animi dei liberali, se essa, come corpo di reato, 
figura quasi in tutte le perquisizioni domiciliari che prece- 
devano ed accompagnavano i processi che allora imbastiva 
il potere economico o quello giudiziario. 

Coloro che sfuggirono alla prigione, alla relegazione, o 
allo sfratto, non isfuggivano alla sorveglianza minuziosa, di 
tutti i giorni, di tutte le ore, della Polizia. La vecchia mac- 
china impiantata, nel 1814, da Aurelio Puccini, nel 1833 
non bastava più a tener dietro alle associazioni, alle sètte, 
alla diffusione dei libri e degli scritti sediziosi, allo spio- 
naggio, al viavai dei forestieri sospetti, al carteggio coi fa- 
mosi amici di dentro e di fuori. Il Bologna, il (luale succe- 
deva nella presidenza del Buon (ìroverno al Ciantelli nell'ago- 
sto del 1832, quando l'eco delle giornate di Parigi, di Bruxelles 
e di Varsavia, che avevano avuto il loro contraccolpo in Ita- 
lia non era ancora spenta, in una relazione al Granduca 
diceva che il lavoro era divenuto due volte maggiore di prima 
ed implorava che un funzionario intelligente ed accorto gli 
fosse addetto in qualità di collaboratore, specie per la par- 
te politica e riservata. E proponeva che a tale ufficio si no- 
minasse Francesco Paoli, vicario di Lari, uomo rotto agli 
affari, sopratutto a quelli loschissimi della polizìa, che nel 
1818, spedito apparentemente a Livorno in qualità di com- 
missario, di nascosto riferiva al Puccini sugli andaiui-nti 
del marchese Paolo Garzoni- Venturi , governatore della 
città. 




51 

Un funzionario-spia! 

Manco a dirlo, il Granduca accolse sììuììo ih proposta del 
Bologna, anche per mettere in evidenza un funzionario, che 
prometteva di diventare uno dei più saldi pilastri della Po- 
lizia segreta dei felicissimi Stati. 



CAPITOLO Vili. 



Le Processure Economiche. 
D. Guerrazzi e il suo primo processo. 



D, 



i qualche processura economica abbiamo gik fatto 
cenno parlando delle sètte ; ma eccederemmo di troppo i con- 
gni impostici nella trattazione del presente lavoro, se di co- 
desti procedimenti svoltisi nel mistero dei tribunali di poli- 
zia volessimo far qui una relazione particolareggiata, senza 
tener conto che la stessa oscurità, che avvolge i nomi delle 
vittime renderebbe priva di qualsiasi interesse questa par- 
te della storia della Polizia toscana. All' incontro, siamo si- 
curi che i lettori non ci sapranno male se la larghezza dello 
svolgimento che abbiamo negato a certe processure economi- 
che, di cui oggi difficilmente si potrebbe legittimare 1' im- 
portanza, r accorderemo ad alcune di quelle a cui in tempi 
diversi fu sottoposto Francesco Domenico Guerrazzi, 1' auto- 
re della Battaglia di Benevento e àelV Assedio di Firenze. 

Francesco Domenico Guerrazzi non intendeva l'arte che 
come una cospirazione assidua, di tutti i giorni, direnano di 
tutte le ore, contro il dispotismo. Le sue idee e il suo stile 
erano fatti per abbagliare le menti, per esaltare gli spiriti. 
Erano come tanti colpi di fucile. Egli scriveva un romanzo 
perchè non poteva combattere una battaglia, recitava un'o- 
razione perchè non poteva innalzare una barricata. E fu ap- 
punto con una di codeste sue orazioni recitata nell' aula 
tranquilla d' una accademia, ma che ebbe allora in Tosca- 
na un' eco come d' una vera sommossa combattuta nella 
strada, che 1' autore della Battaglia di Benevento iniziò ru- 
morosanaente il suo apostolato metA letterario, metA rivolu- 
zionarie». 

Correviiiiu i j)rimi iiu'.si «lei \S'M), e gli animi erano 
dappertutto agitati. Nella stessa Toscana, che sino a quei 



53 

tempi aveva goduto d' un reggimento patriarcale, nemico, 
per tradizionale mitezza, d'ogni estrema misura, il Grandu- 
ca aveva creduto suo dovere di stringere i freni, e obbe- 
dendo alla parola d' ordine partita da Vienna, aveva pesto 
alla testa della polizia (chiamata allora Buon Groverno) un 
uomo dal polso di ferro, Torello Ciantelli, mente angusta, 
anima di birro, che s' atteggiava a salvatore del trono e 
dell' altare minacciati dall' onda rivoluzionaria. Ma, in so- 
stanza, sino allora, il Ciantelli non aveva avuto che rare 
■occasioni di stringere i freni^ essendo quiete le popolazioni 
ed in generale affezionate al governo granducale, che re- 
staurato sedici anni innanzi non aveva portato dall' esilio, 
come gli altri, né rancori da sfogare, né vendette da com- 
piere. La stessa Livorno, città quasi sempre ritenuta ingo- 
vernabile per gli elementi torbidi che vi chiamava il com- 
mercio, sonnecchiava, e più di Livorno sonnecchiava il suo 
governatore, S. E. il marchese Paolo Garzoni- Venturi, mag- 
gior generale e consigliere intimo di S. A. L e E. il Gran- 
duca : uomo eccellente, gentiluomo perfetto, sincero ser- 
vitore del principe, convinto sostenitore delle istituzioni as- 
solute, ma incapace d' una misui-a precipitata, violenta, con- 
tro i nemici dell' uno e delle altre. 

Era, insomma, il nostro marchese uno di quegli uomi- 
ni che come Aurelio Puccini, come il conte Vittorio Fos- 
sombroni, allora capo del governo, come don Neri Corsini, 
segretario di Stato per l'interno, credevano che gli Stati, 
più che colle manette, i birri e le prigioni, si governassero 
colle mezze misure, coi cerottini e, sopratutto, con delle 
buone e copiose decozioni di papavero e di lattuga. 

Per loro, lo Stato ideale era un convento di frati Del- 
l' atto di fare beatamente il chilo o di dormire dopo una 
gioraata passata colle mani alla cintola. Buona gente, in 
fondo, che spiccava d' una luce singolarmente benevola in 
un tempo in cui sull' orizzonte italiano si disegnavano sini- 
stramente le bieche figure del principe di Canosa, del car- 
dinale Rivarola, del Riccini, del Garofalo, del Galateri e del 
Salvotti, che 1' ufficio di ministri, di poi-porati, o di giudici 
avvilivano sino a quello di boia. 



54 

C era allora a Livorno — e forse e' è ancora — un'Ac- 
cademia, la Labronica che, nel 1830, non differiva da tutte le 
accademie che fiorivano in Italia per la maggior gloria delle 
arti e delle lettere. Era, cioè, una istituzione perfettamente 
innocua, a base di mutuo incensamento, ed incapace di far 
del male anche ad una mosca. 

Le sue riunioni erano, innanzi tutto, soporifere, e S. E. 
il signor governatore, monsignor vescovo, il reverendo vi- 
cario capitolare, il signor comandante il presidio, il signor 
auditore criminale, non che tutti gli altri ben pensanti", 
gravi e tranquilli funzionari dello Stato e della chiesa che 
vi intervenivano, v^ facevano deliziosamente il loro chilo, 
quando addirittura non vi schiacciavano un sonnellino risto- 
ratore. Era una distrazione che si potevano permettere, sen- 
za che la dignità del loro grado o la regolarità dei pubbli- 
ci servizi ne scapitasse. 

Si figuri, dunque, il signor lettore la meraviglia, lo stu- 
pore di S. E. il marchese Paolo CTarzoni-Venturi, governa- 
tore della città e porto di Livorno, quando un certo giorno 
dell' aprile 1830, discorrendo con alcuni suoi intimi, apprese 
come fosse stato riferito segretamente al Governo che nel- 
1' ultima seduta dell' accademia Labronica, alla presenza dello 
stesso signor governatore, il dottor Francesco Domenico 
Cxuerrazzi, una delle teste più esaltate della Toscana, aveva 
letto una orazione incendiaria, dove si faceva sfoggio delle 
massime più impudenti, più ciniche contro la religione e la 
morale, un' orazione che esaltava il liberalismo e gettava a 
piene mani il fango sulle massime politiche messe in circo- 
lazione dalla Santa Alleanza. 

A S. E. il signor governatore, parve di sognare ; è 
vero che durante la seduta in cui il dottor Guerrazzi ave- 
va letto r elogio di Cosimo Del Fante, egli, il marchese Pao- 
lo, aveva dormicchiato, come al solito, sul suo seggiolone d'o- 
nore, fra monsignor vescovo e non ricordiamo più quale altra 
autorità civile o militare di Livorno ; ma, via, qualche frase, 
(jualche periodo, qua e là, fra sonno e veglia, V aveva ra- 
cimolato e non gli pareva in coscienza che por qualche ron- 






Getto alquanto eterodosso, per iin po' d' eufasi liberalesca, 
dovesse proprio cascare il mondo. 

Ma la meraviglia di quell' ottimo uomo si trasformò in 
dolore e questo in isdegno, quando il marchese Paolo seppe 
che r illustrissimo signor auditore presidente del Buon Go- 
verno, passando sopra ogni riguardo e convenienza, all' in- 
saputa dello stesso signor governatore della città, aveva in- 
oaricato un subalterno di quest' ultimo, il commissario Ma- 
netti, d' istruire tin processo economico (un processo di po- 
lizia, senza pubblicità inquisitorialeì contro il dottor Guer- 
razzi — processo che per via s' era trasfonnato in una re- 
quisitoria contro lo stesso illustrissimo signor governatore, 
reo agli occhi del Ciantelli d' avere assistito senza protesta- 
re, senza tare una scena, alla lettura rivoltizionaria del Guer- 
razzi. 

Allora il marchese Paolo, ricordandosi opportunamente 
che un gentiluomo, un onesto e leale servitore del princi- 
pe era qualche cosa di più di tin poliziotto nato da non si 
sa chi e venuto su fra birri e spie, presa la migliore delle 
sue penne ed intingendola nell' inchiostro, che non era quel- 
lo di tutti i giorni, scrisse al Ciantelli la lettera confiden- 
ziale che riportiamo nei passi più importanti: 

„ Il mio primo pensiero era stato quello di pormi im- 
, mediatamente ai piedi di S. A. I. e E. il Granduca con 
, umiliargli una rimostranza onde ottenere la mia dimissio- 
, ne. Il riflesso d' essere poco adattato questo momento per 
» dar la più piccola molestia al sovrano congiunto ai riguar- 
, di e alla fiducia che mi sono creduto in debito d' avere 
, per la S. V. Ill.ma mi hanno persuaso di far precedere 
, ad ogni altra risoltizione il seguente esposto. 

„ Sono diversi giorni eh' è oggetto di pubblico discorso 
„ p d' infinite scandalose induzioni, sebbene il tutto rigoro- 
. <amente ta'^iuto nei rapporti della superiore e subalterna 
, polizia, un processo fatto dal commissario Manetti per 
^ queir elogio Del Fante, letto nell'accademia Labronica dal 
_ dottor Guerrazzi, il quale il dì seguente rimandò sponta- 

., neamente la sua patente di socio al seggio accademico 

„ Ella stessa, che ha avuto una copia di detta orazione. 



56 

sarà meglio di me in grado di giudicarne il contenuto. 
Il giorno dell' adunanza, stanco dell' ora tarda pomeridia- 
na e delle precedenti letture, in parte fui vinto dal .sonno 
ed in parte mi rammento essermi rivolto a diverse per- 
sone dandone segno di poca soddisfazione per la lunghez- 
za e le digressioni dell' elogio senza che mi accorgessi o 
ad alcuno facesse, come non la fece a me, quella tale im- 
pressione tendente a stabilire una reità nell' autore, come 
lo vidi indicato nell' esageratissimo rapporto al Bargello 
dalle declamazioni dei malevoli. Mi rammento che al ter- 
mine della lettura mi trattenni, senza farne parola al 
Guerrazzi, col seggio dell' Accademia, ossei-vando con i- 
scherzo che la riunione terminava in modo analogo ai 
giorni che correvano, chiudendosi 1' elogio con quadri sì 
tristi. 

„ Dopo queste premesse, passo al duplice oggetto della 
presente. 

„ Il primo riguarda il processo clamorosissimamente 
fatto dal commissario Manetti. È im processo che la iS. V. I. 
deve rigettare. Gli esami sono stati circoscritti a un nu- 
mero scarsissimo di persone, nessuna delle quali di qual- 
che considerazione, e alle quali fu anche minacciata la 
carcere con modo inusitato e con maniere arroganti. 

„ Si procede per un fatto avvenuto ad una pubblica 
seduta accademica e non si sentono i capi della stessa Ac- 
cademia... 

„ Ma siami permesso di passare al secondo ; e qui farò 
a me stesso implorando la divina provvidenza, forza e 
rispetto al sovrano che adoro e al governo cui ho V ono- 
re di servire in un posto al quale mai aspirai, farò ogni 
sforzo,- diceva, di contenere 1' indignazione che m' invade. 

„ È una voce generale che il commissario Manetti, che 
secondo i vigenti regolamenti sarebbe un mio semplice 
dipendente, si ^ fatto lecito d' immischiare con vivissime 
d(jmande la mia persona negli esami pel (Juerrazzi di ma- 
niera che, con irritazione di molti, n' è derivata una gran 
confusione d' idee se il processo «i t;tr.'>;^t. m1 (iii.'ii;i//i o 
al governatore. ,, 



H 



04 

Qui il marchese Paolo fa rilevare la malevolenza e la 
nessuna considerazione dei testimoni escussi in linea econo- 
mica dal commissario ed esclama : 

„ Ha quali. Dio buono ! sono stati gl'individui che hau- 
„ no figurato tra gli eletti in una procedura in cui è stato 
„ così vergognosamente prostituito e reso equivoco il nome 
,. del soggetto rivestito in Livorno della rappresentanza e 
_ della fiducia del principe ? Dirò che fra i prescelti è stato 
^ un chirurgo Landini, uomo che era nel massimo discredito 
_ pubblico quando io, commiserando' la miseria in cui trovava- 
^ si la sua famiglia, volli sostenere i suoi titoli e sperandone 
_ un correggimento morale, gli procurai l'attuale suo impie- 

- go... Dirò che dei più considerati è stato uno speziale Lot- 
„ tini già colpito dalla stessa polizia per la sua cattiva con- 

- dotta, misura da me soltanto impedita, ma che certo non 
^ mi ha cattivato la benevolenza di tal maledica lingua... _ 



Il marchese-governatore, non soddisfatto delle risposte 
date alle sue rimostranze dal Ciantelli, volle che il suo ca- 
so fosse sottoposto allo stesso Granduca ; e il presidente del 
Buon Governo, nell' umiliare (stile del tempo) al principe 
1' istanza del Garzoni-Venturi, l'accompagnava colle seguen- 
ti osservazioni : 

, Non era presumibile che il governatore per quasi due 
ore dormisse. Il Presidente dell' accademia assicura che se 
non impose silenzio al Guerrazzi, fu perchè non vi si crede- 
va autorizzato, mentre sedeva in seggio distinto come auto- 
rità principale il governatore. 

„ I testimoni affermano che il governatore non dormì 
e anzi battè le mani applaudendo all' autore. Quindi giusta 
la meraviglia di V. A. I. e R. nell' avete appreso come il 
governatore non abbia protestato sin dall' esordio, perchè è 
iieir esordio ove l'autore, partendosi dal soggetto, enfatica- 
mente si lancia fra politici avvenimenti di cui è troppa do- 



58 

lorosa la rimembranza : — dove, devoto alle lezioni di Na- 
poleone Bonaparte, in modo ributtante esalta le sue passio- 
ni che decanta quali esempì d' ogni virtù e lui fa compari- 
re il profeta, 1' eletto del signore : — dove prodotti gli er- 
rori di una incredulità insensata, si distrugge ogni fede di- 
vina ed umana : — dove tolto il vincolo più valido della 
sociale unione, si rendono organi del di lei scioglimento 
quegli stessi rapporti da cui 1' uomo è tratto a sì mirabile 
accordo : — dove la libera volontà dell' uomo si sottopone 
al ferreo timore d' una legge invariabile : — dove si dimo- 
stra il genere umano sempre costretto a tenere brandito il 
ferro ed atterrare e distruggere per non soggiacere alla 
forza altrui : — dove con baldanza inaudita si oltraggia la 
santità della legge : — tutto ciò doveva ricliiaraare l'atten- 
zione del governatore, al quale era nota la libertà dello 
scrivere del Guerrazzi ; di quel Guerrazzi che aveva richia- 
mato 1' attenzione del governo per la pubblicazione di un 
giornale (V Indicatore Livornese) che fu oggetto d' una pro- 
cedura ; di quel Guerrazzi che inasprito per tale proibizione 
contro i suoi soci aveva già pubblicamente vantato di vo- 
lersi far giuoco di loro in una pubblica adunanza, conforme 
fece, vanti che non mi è dato credere che ignorasse il go- 
vernatore, capo della polizia, mentre erano noti al commis- 
sario e al bargello. „ 



Ma il l Granduca, clie sentiva dapperiuuo udort' di méne 
rivoluzionarie, più che alle nobili rimostranze del marchese 
Garzoni- Venturi, prestò oreccliio alla rettorica enfaticamente 
tronfia del suo ministro di polizia, e Francesco Domenico 
(xuerrazzi per tutto quel po' po' di roba irreligiosa, immo- 
rale ed anàrchica che il Ciantelli aveva scoperto nell' esor- 
dio dell' elogio di Cosimo Del Fante, si buscò sei mesi di 
relegazione a Montepulciano, dove Giuseppe Mazzini, prima 
che abbandonasse 1' Italia, andò a trovarlo, o come disse in 
seguiti» lo stesso Guerrazzi in occasione di un'altra procedu- 
ra economica, „ andò a recargli i con/orti dei T amicizia 
niii in iiMltA. ;i(l iiitcndcisì per le prossime cospirazioni. 



59 



CAPITOLO IX. 

Le Processure Economiche. 

F. D. Guerrazzi 

e i funerali del Generale Colletta. 



L 



la mattina del 23 novembre 1831, gli uffici del com- 
missariato interno di Livorno erano sossopra. Il signor com- 
missario Manetti, il suo coadiutore, il primo e secondo com- 
messo, persino U pacifico e sonnolento custode, erano inquie- 
ti, nervosi. Sembrava che quella mattina raesser Domineddio 
avesse posto a quei degnissimi poliziotti un diavolo per ca- 
pello. Il Bargello, manco a dire, era fuori di sé ed anche 
fuori dell' ufficio, avendo poco prima, come invaso dal demo- 
nio, piantato a precipizio il commissariato alla testa dei suoi 
migliori segugi, quasi che avesse ricevuto la notizia della 
scomparsa dei Quattro Mori di Piazza. In sostanza, era ac- 
caduto di peggio. 

I liberali livornesi, quella mattina, avevano giuocato 
alla Polizia un tiro birbone, uno di quei tiri che ammazzano 
col ridicolo una istituzione. Francesco Domenico Guerrazzi, 
•he la pubblicazione deUa Battaglia di Benevento aveva po- 
sto di primo acchito fra i caporioni della nuova scuola r(r- 
ìiiantica e una processura economica per causa politica col 
' ontorno di un po' di relegazione in una amena cittadina il- 
lustrata dalla scapigliata musa del Redi nel Bacco in To- 
scana, aveva addirittura collocato alla testa della gioventù 
rivoluzionaria livornese, il fratello di lui Temistocle, scul- 
tore, Pietro Bastogi che non era ancora uè esule, né conte, 
né parecchie volte milionario, né presidente di nessun con- 
siglio d' amministrazione di strade ferrate, infine, due o tre 
litri giovani, i cui nomi la polizia non arrivò a scoprire, a- 
vevano ordinato per quella mattina, nella chiesa della lla- 
lonna, la celebrazione di un funerale in suffragio dell' ani- 
ma del generale Pietro Colletta, l' autore della Storia del 



60 
Reame di Napoli^ morto esule dalla patria alcune settimane 
prima a Firenze. 

Sin qui, veramente, nulla di straordinario e da gettare 
il disordine negli I. e R. uffici del commissariato intei'no; 
imperocché, nella Toscana del 1831, benché la libertà fosse 
merce assolutamente proibita e a capo della polizia fosse il 
cav. Ciantelli, un birro della più beli' acqua, pure il gover- 
no, che non aveva intieramente rinnegato le gloriose tradi- 
zioni dei tempi di Pietro Leopoldo, amava di mostrarsi u- 
mano ed ospitale coi profughi. I patriotti italiani che ave- 
vano avuto la fortuna di sottrarsi colla fuga alle forche e 
alle galere dell'Austria, del duca di Modena, del papa e del 
re di Napoli, trovavano in Toscana, nella mite e gentile To- 
scana come anche allora si diceva, non diremo sempre, ma 
quasi sempre, onesto ricovero, e qualche volta anche uffici 
pubblici con grave scandalo dei codini indigeni e della I. e R. 
cancelleria di Vienna, ma sopratutto d' un giornalucolo mo- 
denese — la Voce della Verità — dalle cui colonne i sanfe- 
disti più intransigenti di quei tempi ruttavano, tre volte alla 
settimana, fiamme e bile contro il progresso e la libertà. 

Cosi il Colletta, cacciato da Napoli in seguito ai rivol- 
gimenti del 1821, dopo alcuni anni di relegazione in Mo- 
ravia, aveva potuto fissare la sua stanza a Firenze e scri- 
vervi, senza mistero e colla collaborazione più o meno vela- 
ta di Gino Capponi, di Pietro Giordani e di Giambattista 
Niccolini, tre santi padri del credo liberale, quella sua sto- 
ria, ove i Borboni sono consacrati all' infamia. 

Ma codesta ospitalità non impediva,alla Polizia dì spiare 
gli andamenti del partito liberale. La Polizia poteva chiu- 
dere un occhio, ma tutti e due, no. Difatti, quella mattina, 
non solo gli aveva spalancati tutti e due, ma per vederci 
meglio aveva bravamente inforcato gli occhiali d' ingrandi- 
mento. 



Quando a Dio piacq,ue, il Bargello fecr ritorno in nffij 
ciò. Era in faccia del colore del zafferano. 



— E così — l'interrogò il commissario — è vero?... 

— Altro che vero, sor commissario — rispose il birro. 

— Siamo proprio fritti,... 

— È nna macchina rivoltiziouaria, ima macchina incen- 
diaria montata nell' officina del dottor (ruerrazzi e del sor 
Pietro Bastogi.... 

— Le due statue ?... 

— Per eccellenza anti-politiche, addirittura giacobine.... 
"^e lei vedesse, sor commissario mio ! 

— Andiamo a vedere. 

Che cosa, intanto, era accaduto ? Che cosa erano quelle 
due statue che avevano prodotto sull' animo del Bargello 
ima impressione non minore di quella che vi avrebbe potuto 
produrre la famosa testa di Medusa, di classica ricordanza ? 

La vigilia di quel giorno memorabile F. D. Cruerrazzi, 
come lo si chiamava a Livorno, il dottor Guerrazzi e Pie- 
tro Bastogi, presa ad imprestito dai baciapile del paese un'a- 
ria tra l'ebete e il bigotto, si erano recati da don Gioac- 
chino Pisarelli, curato della chiesa d^^Ua Madonna, per ordi- 
nare un ftmerale in suffragio di quel povero generale Col- 
letta.... 

— Se sapesse, reverendo, le sofferenze di quell' anima 
' ristiana !.... 

— Dio è misericordioso — rispose mellifluamente don 
Pisarelli, che nella sua beata ignoranza delle cose di questo 
mondo non sapeva chi fosse 1' uomo che in quel tempo i let- 

-^rati italiani chiamavano con evidente esagerazione il Ta- 
ito napoletano; — Dio è misericordioso, e se egli ci fa 
"ffrire quaggiù, gli è perchè noi si possa godere di più le 
l>dcezze del paradiso! 
Poi domandò : 

— Mi dicano : lor signori haimo il permesso della Po- 
iizia y 

— Sicuro che ce l'abbiamo — rispose il Guerrazzi e 
-piegò sotto il naso del reverendo un foglio. 

— Quando è così.... 

— Oh, faremo presto ad intenderci, specie che i quat- 
trini non mancano... A proposito; vorremmo che fosse un 



62 

funerale di distinzione e che ai due lati del catafalco fosse- 
ro poste due statue.... due statue in gesso, che peraltro ab- 
biamo.... 

— Lor signori hanno detto che lianno il permesso ; an- 
che per le statue ? 

— Ma sicuro.... E poi due statue religiose ; si figuri, 
reverendo ! 

E quella sera stessa le due statue furono trasportate 
in chiesa e da Temistocle Guerrazzi collocate a posto. 

Esse — almeno secondo quello che il fratello dell'auto- 
re della Battaglia di Benevento diceva a don Pisarelli — 
rappresentavano la Fede e la Carità. 

Già r abbiamo detto che quel povero curato, nelle cose 
di questo mondo, non ci sapeva leggere... 



Il signor commissario, seguito dal Bargello, entrò iu 
chiesa e fece un giro intorno al catafalco, fermandosi dinan 
zi alle due statue. 

— Eoba rivoluzionaria — andava intanto borbottando 
— roba rivoluzionaria !... Poi, preso dal dubbio, domandò al 
Bargello : 

— Ma siete proprio sicuro che non rappresentino la 
Fede e la Carità ? 

— Sicurissimo, sor commissario mio... Rappresentano la 
Vendetta e la Costanza.... Due cose perfettamente anti-poli' 
tiche.... 

— Ma.... 

— ,0 non vede lei, sor commissario caro, che il prupu- 
(jandismo traspira da cima a fondo da tiuelle due statue ? 
Una di esse stringe il pugnale.... che ci ha da vedere hi 
Carità o la Fede col puirnale — emblema jìerfettamente cai- 
bonaro ? 

Quel pugnale messo li tra le inani della Carità tolse 
ogni dubbio dall' animo del commissario ; e il Manetti, ritor- 
nato in ntficio, iniziò subito una proressura economica — 



n 



63 

cioè, una processui-a segreta come era uso in quei tempi — 
contro i fratelli Guerrazzi, Pietro Bastogi e correi. 

Citato a comparire dinanzi al tribunale di polizia, l'au- 
tore della Battaglia di Benevento non negò la sua partecipa- 
zione all' ordinamento del funerale, ma negò recisamente clie 
le statue rappresentassero cosa meno che innocente. 

— che cosa rappresentano, dunque, signor dottore '? 

— L'una la Costanza — illustrissimo signor commissa- 
rio — r altra la Storia, alludendosi colla prima alla fennez- 
za d' animo con che il generale Colletta sopportò i patimenti 
della sua ultima malattia, colla seconda alla musa che pre- 
siede agli studi prediletti dal defunto. 

— Ma quel pugnale, signor dottore ? 

— Oibò, illustrissimo signor commissario — rispose il 
Cfuerrazzi con quel suo risolino sarcastico che sconcertava i 
suoi avversari : — ecco una domanda che fa torto alle sue 
profonde e vaste cognizioni in fatto di simbolica... Il pugnale 
non è altro che lo Stilo.... Lei sa, illustrissimo signor com- 
missario, la storia scrive collo stilo... 

— Ho capito — s' affrettò a rispondere il Manetti mor- 
tificato da quella lezioncina. 

Furono anche interrogati Temistocle Guerrazzi e il Ba- 
stogi. Il primo, quanto alle statue, rispose che queste erano 
state da lui copiate da due statue scolpite dal suo maestro, 
Emilio Demi, per S. M. 1' imperatore del Brasile, rappre- 
sentanti r una la Costanza, l'altra la Segretezza. Egli, ri- 
producendole, lasciò intatta la prima e convertì nella Storia 
la seconda, togliendole dalle mani la chiave indicante se- 
gretezza e sostituendovi lo stilo. 

n Bastogi fu interrogato sulla provenienza dei denari 
coi quali erano state pagate le spese del funerale. 

— I denari — rispose il futuro ministro delle finanze 
italiane — furono messi insieme mercè una colletta... 

— E gli oblatori? 

— Alla testa di tutti Pietro Bastogi, illustrissimo si- 
gnor commissario ; poi... cosa vuole eh' io ricordi ? 

E, difatti, il sor Pietro non aggiunse altro, quantunque 
1^ f*sortazioni a parlare non gli fossero mancate. 



04 

Come si vede, il sor commissario, malgrado la sna 
buona volontà aiutata dalla sua esperienza di vecchio poli- 
ziotto non strinse in mano che un pugno di mosche. La pro- 
cessura riusci una tela di ragno, e il disgraziato lo capì. 
Laonde, rimettendo gli atti al presidente del Buon Go- 
verno, a Firenze, scriveva che le risultanze del procedi- 
mento erano pareccliio incerte, e che in vista di tale dub- 
biezza proponeva che s' infliggesse ai due Guerrazzi e al 
Bastogi una semplice ammonizione. 

Il presidente del Buon Governo con una nota riservata 
dell' 11 gennaio 1832, approvava la proposta del commissa- 
rio interno di Livorno ed „ annuiva — sono precise parole 
del dispaccio del Ciantelli — che per mezzo d' una severa 
reprimenda fosse ad essi fratelli Guerrazzi e Pietro Bastogi 
contestata la disapprovazione che il rispettivo loro conte- 
gno aveva incontrato presso 1' I. e R. Governo e fosse loro 
fatto energicamente sentire che più probabili e disgustose 
misure gli sovrastavano, ove colla loro condotta avvenire 
non smentissero quelle sinistre impressioni che avevano di sé 
lasciato. „ 

Si figura il signor lettore il viso che avrà fatto il dot- 
tor Francesco Domenico Guerrazzi alla lettura della pro- 
sa autorevole dell' illustrissimo signor presidente del Buon 
(roverno ? 



I 



65 



CAPITOLO X. 

Le Processure Economiche. — F. D. Guer" 
razzi e la Società : I figli di Bruto. — La 
caduta d'un Ministro di Polizia. 



I, 



.n ima nota riservata del dipartimento del Buon Grover- 
110, senza data, ma probabilmente del maggio o del gin- 
imo 1832, si legge quanto segue: 

„ n dipartimento del Buon Governo è informato che il 
dottor F, D. GueiTazzi ha tenuto corrispondenza intima con 
nn certo Doria, libraio di Genova, che gli ha diretto libri 
ed altri fogli incendiari. Introdottasi in Genova la sètta dei 
Figli di Bruto, il Guerrazzi ne ricevè tosto dal Doria le 
istruzioni, che si dicono accompagnate da scritti i più allar- 
manti. 

, Sono molte le pratiche che il Guerrazzi ha esercitato 
;i Livorno per estendere il suo partito. Ripetute si contano 
le conferenze segrete da lui tenute, come numerosi sono i 
<uoi eccitamenti nei quali mette un ardore effrenato di ri- 
voluzione, cui ha vantato pronto lo spirito pubblico. 

„ È noto che per favorire le sue vedute sediziose ha ac- 
colto emigrati pontifici, spedito espressi, collegato la corri- 
spondenza de' settari livornesi con altri di Montepulciano, 
Poggibonsi, Siena, ed altre parti, tenendo ovunque un car- 
teggio coi più cogniti nemici del governo. In Montepulciano 
ha corrotto pressoché tutta la gioventù, spargendo in essa 
il suo contagio che già si estende. 

„ Queste notizie risultano per le asserzioni di qualche 
testimonio {legga il lettore : spia), maggiore ad ogni eccezio- 
ne (per la polizia, è precisamente la canaglia, maggiore ad 
igni eccezione) ed in parte confermate dal fatto e per al- 
tre notizie meritevoli di fede. Quindi si hanno ragioni per 
concludere ch'egli (»7 Guerrazzi) è imo dei capi-sètta ten- 
denti ad abbattere V attuale ordine di cose e non può dnbi- 



66 

tarsi della sua cooperazione delittuosa nella intrapresa, e 
quindi del suo delitto. „ • 

Fu in base a siffatte infurmazioni che alla polizia per- 
venivano da fonti impurissime, che il Ciantelli ordinò al 
commissario interno di Livorno perchè procedesse economi- 
camente a carico del Guerrazzi. Eseguita in casa dell' illu- 
stre scrittore una, perquisizione, fra le diverse carte, che 
cenasi tutte si riferivano alla compilazione deW Indicatore Li- 
vornese, la polizia mise la mano sopra una lettera di Giu- 
seppe Mazzini, ma di data non recente, rimontando questa, 
secondo la stessa polizia, al 1829, quando il grande agita- 
tore genovese non aveva ancora preso la via dell' esilio. 

Ecco la lettera del Mazzini ( 1 ) : 



„ Caro Amico, 

„ Vi sono grato per avermi procacciato la conoscenza 
di due giovani italiani, che mi dovevano riuscire interes- 
santi perchè forniti a dovizia di cuore e di mente, e per- 
chè avevano pochi dì innanzi favellato a lungo con 1' a- 
mico mio. L' amicizia eh' io vi ho giurato è tale che ogui 
cosa venuta da voi non può riuscirmi se non carissima. Il 
sentimento che i vostri scritti e le vostre lettere mi han- 
no ispirato somiglia molto all' amore che accende in noi 
la bellezza ; bellezza intendo non di forme soltanto, ma 
intima e profonda ; frazione insomma di quella bellezza 
eh' è sparsa nelle cose della natura, ove il fiato ammor- 
batore delle umane belve o le istituzioni sociali non la 
guastino non la annebbino. Il genio, l' armonia delle 
forme, la musica, ecc., mi paiono altrettante formole e- 
sprimenti l' idea del bello che vive nell' anima, ed io ba- 
cerei, parmi, Byron, Foscolo e voi con lo stesso affetto, 



(1). Issiate in copia udì' Archivio Scjjrroto. Una uota del .segreta- 
rio del liuon CJovcruo iufornia che V origiualc, dietro richiesta dello 
sttisso (iranduca, fu rimosso a palazzo Pitti, in occasione della di- 
mora a Firenze di (liuditta iJcllcrio, la formosissima donna elio ilj 
Mazzini, sullo scorcio del 188:5, mandò in Toscana a scopo i..>lifi<-. 
c<»mc narrammo in uno dei precedenti capitoli di quest'opo' 



I 



67 

, col medesimo entusiasmo col quale imprimerei il suggello 
_ d' amore sulle labbra della Venere di Canova se essa po- 

- tesse rispondere al mio bacio. L' uno, Bollini, mi è sem- 

- brato uomo di discernimento e di gusto nelle cose lette- 
„ rarie ; italiano vero, e privo di quei pregiudizi municipali 

- che otto secoli di divisioni e di gare hanno radicato ne- 
. gli abitanti della penisola ; 1' altro mi è sembrato uno di 
_ quei giovani che la smania di sapere le origini delle cose 
« consuma e che trascorrono gli anni sacri alle illusioni 
„ nella ricerca di una realtà, che per lo più quando è colta 
„ ha sapore di cenere come i frutti del lago d' Asfaltiti : 
„ uno di quei giovani insomma dei quali abbiamo il tipo e- 
., presso mii'abilmente nel Faust di Goethe, creazione che 
,. un dì r altro mi costringerà ad imparare il tedesco 
, come ho imparato V inglese per gustare il Manfredo di 
^ Byron. E a proposito del Manfredo, io spero di leggerlo 
. tradotto da voi, perchè mi pare, tra le cose di Byron, 
„ quella che piti si affratelli col vostro ingegno, e il carat- 
„ tere che voi pingeste in Manfredi me n'è prova. 

„ Ho veduto l'articolo K. X. Y. che mi vien detto es- 
„ sere il Tommaseo, sulla Battaglia di Benevento; uè voi 
« poteste esseme scontento. Del resto gli articoli che incon- 
_ tro sovente n^W Antotogia sottoscritti da queste iniziali 
mi sembrano dettati da un retto sentire e da un animo 
. indipendente : egli pugna da gran tempo sotto la bandie- 
.. ra d'una causa che avrà trionfo dal tempo, ma che è vi- 
, lipesa e calunniata tuttora da molti che non intendono e 
, da pochi che non vogliono intendere ; ed io lo so che qui 
„ in Genova, poche righe gettate sulla carta senza studio, 
.. come senza pretensione, mi hanno fruttato più assai bia- 
. Simo e ridicolo, che lodi ; e se io non ho merto per 1' e- 
spressione, mi sembra pure non essere indegno affatto 
. per r intenzione. Intanto vi raccomando un amico mio, 
Lorenzo Ghiglini, che si conduce a Pisa. Egli è giovane 
di non comune ingegno, ha un' anima per sentile il bello 
e un cuore che batte più concitato al nome d' Italia : due 
doti che lo fanno commendevole a tutti e lo faranno, spe- 
li. Egli ha letto il romanzo — La Battaglia <ìi 



G8 

^ Benevento e / "Bianchi e i Neri ; quindi ho dovuto dargli 
., questa lettera perchè vi vuole ad ogni costo vedere. 

^ Ho veduto il manifesto di Zanobetti per le opere di 
^ Byron, ed anche senza il vostro nome che reca pel pri- 
^ mo, riconobbi il vostro stile all' energia delle espressioni 
^ e alla profondità, dei concetti. Nelle nuove idee che diri- 
., gono oggi la letteratura, una traduzione intera di Byron 
„ è necessaria all' Italia, come lo è una traduzione di Sha- 
^ kespeare ad una di Goethe, non fosse altro per far vedere 
., ai nostri che vi hanno altre vie, oltre quelle del vecchio 
„ Aristotele, e che ogni secolo svolge una piega del cuore 
„ umano. 

^ Mi vien detto che voi vi occupiate d' un progetto di 
., giornale a Livorno. Sarebbe ottima cosa, perchè i giorna- 
., li, i drammi e i romanzi sono i tre generi più popolari di 
^ letteratura che io conosca. Dovreste voi restringervi con 
^ me al silenzio nelle vostre idee letterarie come vi restrin- 
^ geste sinora al silenzio sopra altre mie richieste impor- 
,, tantissime ? Scrivete molto pel bene d' Italia. „ 

Il penultimo periodo della lettera del Mazzini lascia 
chiaramente indovinare come lo scrittore genovese non si li- 
mitasse nelle sue lettere al Guerrazzi a parlare di lettera- 
tura, e come il nuovo culto di Shakespeare, di Byron e di 
Goethe, allora introdotto nella penisola colla scuola ro- 
mantica, non gli tacesse obliare la patria — quella patria 
a cui egli doveva consacrare tutto sé stesso nei lunghi, 
dolorosi ed agitati anni dell' esilio. Ma il Guerrazzi non 
pare che nelle sue lettere fosse molto espansivo nelle cose 
non strettamente attinenti alle lettere, non reputando for- 
se cosa savia 1' attìdare a un pezzo di carta i più scapi- 
gliati progetti di congiure e di sommosse. Il dottore in 
legge, nella sua persona, oltre il letterato e il tribuno, 
non e' era forse per nulla, senza tener conto che nelle o- 
pere di Niccolò Machiavelli, eh' egli studiava con cura a- 
inorosa, qualche cosa per fermo aveva dovuto imparare. 
E difatti, quando la polizia dell' odiato e temuto Ciantel- 
li, nel giugno dfl 1832, in seguito ad una denunzia, gli 
perquisì le carte, delle lettere del ^Mazzini non rinvenne 



69 

che quella da noi sopra pubblicata, e dove, da un forte 
sentimento d' italianità in fuori, sarebbe stato bravo quel 
poliziotto del tempo che ci avesse trovato qualche cosa 
anche lontanamente accennante a minaccia o pericolo pel 
trono e 1' altare, che allora, come si sa, per formare la 
felicità dei popoli, vivevano fra loro da buoni amici. 



Xè la lettera del Mazzini, né quelle del Colletta, del 
Pareto, di Genova, del Tommaseo e d'altri scrittori liberali 
che si rinvennero in casa del Guerrazzi, potevano chiamar- 
si, nel linguaggio della polizia, compromettenti. Ma ai poli- 
ziotti del Ciantelli, quando mancava la realtà, bastava l'om- 
bra ; e il Guerrazzi, imputato di partecipazione ad una sètta 
pericolosa — quella dei Figli di Bruto — nonché di diffusione 
di scritti e libri sediziosi, colla giunta d'un carteggio antipo- 
litico (anche questa è una parola del dizionario della polizia 
del tempo) con persone notoriamente conosciute come intin- 
'<- di pece liberale e nemiche dei governi legittimi, fu arre- 
tato e posto in segreta. Insieme a lui furono arrestati Te- 
mistocle Guerrazzi, fratello minore di Francesco Domenico, 
Domenico Orsini, mercante di %'ino. 

Il 28 luglio 1832, r autore della Battaglia di Beneven- 
■'j subì il primo interrogatorio dinanzi al commissario Epi 
anio Manetti; il quale, avendolo interpellato sul personale 
ìi collaborazione, ma sopratutto sopra gì' intendimenti del 
gioiTiale l'Indicatore Livornese^ che egli riputava fossero di- 
rizzati ad abbattere 1' ordine di cose che i trattati del 1815 
avevano instaurato in Italia, si ebbe dal Guerrazzi per ri- 
sposta : che r Indicatore Livornese, giornale di carattere e 
d' intendimenti puramente letterari, fu fondato nel 1829 da 
una società di cittadini che ne affidò a lui la direzione, e che 
egli chiamò a collaborarvi i migliori ingegni della penisola, 
almeno quelli che tali additava la pubblica fama. , Scris- 
i al barone (iiuseppe Poerio per ottenere daini articoli le- 
-ali, sapendo che i suoi lavóri indefessi si avvolgevano in- 



70 

torno alla legislazione comparata, ramo di scienza che non 
doveva essere trascurato, come non si trascurò sull' Indica- 
tore. L' avvocato Mazzini, di Genova, non fu invitato, ma 
spedi alcuni articoli che furono stampati. La Cecilia ne 
scrisse parecchi, ma nessuno venne pubblicato perchè di po- 
co valore. Il Colletta fu da me ricercato piuttosto per non 
mancai-e al dovere che per speranza d'ottenere da luì degli 
scritti stante la malattia clie Io affliggeva e che lo condus- 
se al sepolcro. Niccolò Tommaseo, letterato dimorante a Fi- 
renze, che non conosco di persona, non potendo inserire nel- 
V Antologia, dove tuttora scrive degli articoli segnati K. X. V. 
mandò un estratto della Vita di Raffaello del Quatremère 
de Quincy ; e siccome sul detto , argomento gli articoli furo- 
no vari, cosi ebbe luogo un certo carteggio. Per altro, 
quello che si stampava passava sotto la censura... Lo sco- 
po cui era diretto il giornale, si ricava dal giornale mede- 
simo, che non era quello di propagare dottrine liberali per 
r Italia, come si scorge dal poco studio messo a ricercare 
abbuonati fuori di Livorno, dove non oltrepassavano i dn- 
gencinquanta ; ma lo scopo era quello di eccitare all' amore 
dello studio la gioventù livornese. „ 

Contestatigli gli altri addebiti, il Guerrazzi negò reci- 
samente che avesse tenuto carteggio col Doria, cui disse 
neppure conoscere di nome. Negò ugualmente che facesse 
parte della società : I Figli di Bruto. Quanto poi alla ac- 
cusa indeterminata di liberalismo sorgente dalle sue opere, 
l'ispose : 

„ I miei scritti furono sempre sottoposti alla censura.... 
Non ho mai stampato cosa clie non mi venisse approvata... 
I )' altronde, nei paesi dove esiste la censura si suppone na- 
turalmente che negli scritti d' un autore possano occorrere 
seMitiinnuti e parole ciie debbano sopprimersi. Infatti, non è 
il pensiero che si punisce, ma la promulgazione di esso ; e 
quando il governo si è procurato un mezzo per fare che 
((Uesta promulgazione non accada, ha impedito con esso il 
nascimento del delitto. Ora se realmente si trova biasime- 
vole (lualche cosa nelle mie opcìr»', parmi che la colpa sia 

«b'I icllv;iive !• inni 1MÌ;l. l'JL'UMvdn li lllìt'i siMlt itlU'Ill i , , . T,ejr- 



TI 

go poco i giornali; souo di natura poco favellatore, e mi 
piace dì stare molto a sentire. Quantunque punito per un'o- 
razione accademica, ritengo che in quella non v' erano sen- 
timenti né espressioni che offendessero il governo. ., 

Nel secondo interrogatorio subito il 30 luglio, fu inter- 
pellato sulla lettera del Mazzini da noi già riportata. 

., n signor Giuseppe Mazzini — rispose il Guerrazzi — 
scrisse alcuni articoli intorno alla Battaglia di Benevento ; 
e siccome erano per me molto lusinghieri, gU scrissi ringra- 
ziandolo, per cui mi diresse la lettera rinvenuta fra le mit- 
carte. Quando io era relegato a Montepulciano, egli facendo 
un viaggio per 1' Italia, venne a visitarmi là e ad offrirmi 
i conforti dell' amicizia. Si trattenne un giorno, o poco più, 
e da queir epoca in poi seppi che egli era emigrato : e con 
lui non ebbi più relazioni. „ 

Come ha veduto il lettore, il Guerrazzi, nelle sue risposte, 
fu prudente, se non addirittura line. Egli non per nulla studia- 
va allora, con intelletto d'amore, le opere del Macliiavelli dove 
naturalmente doveva avere appreso come la scienza dello 
Stato non fosse altro che furberia, o per lo meno, non aves- 
se per base che quest' ultima. Ma al commissario Manetti 
né le reticenze sapientemente architettate, né le risposte e- 
vasive, né 1' arguzia attica del brillante scrittore potevano 
fare smarrire il suo sentiero. Poliziotto destro, sapeva per 
lunga esperienza come nelle risposte degl' imputati il senso 
delle parole non fosse riposto in queste, ma fra una liga 
>' r altra. D' altronde si trattava d' ima processura econo- 
mica e non occorreva che l' imputazione fosse provata come 
in un procedimento ordinario. Il potere economico processa- 
va e condannava anche per semplici tendenze. come po- 
teva dunque nicchiare quel zelantissimo funzionario se oltre 
le tendenze, che non potevano mettersi in dubbio, ci aveva 
in mano qualche cosa di più che di un semplice sospetto ? 
Laonde, imbastito il processo, ne trasmetteva gli atti al pre- 
sidente del Buon Governo proponendo che il Guerrazzi fos- 
se condannato, sino a nuova disposizione, alla relegazione nel- 
r isola del Giglio. La qual misura, secondo il commissario, 
doveva riuscire al (ruerrazzi più dolorosa di qualsiasi altro 



72 

gastigo, perchè 1' avrebbe posto nell' impossibilità non solo 
di esercitare la sua propaganda (che con questa, in una isola 
quasi deserta, non avrebbe potuto fare proseliti che presso 
qualche pastore o qualche capraio) ma di esercitare eziandio 
la sua professione di legale da cui cominciava a ricavare pro- 
fitti non indifferenti. II demagogo scrittore sarebbe stato così 
anche punito, e forse più duramente, nella borsa, (l) 

Via, per quanto poliziotto, il sor Epifanio Manetti ave- 
va dello spirito ! 

Quanto a Temistocle Guerrazzi e all' Orsini proponeva 
che fossero condannati, il primo a diciotto mesi, ed il secon- 
do ad un anno di relegazione. 

Il Ciantelli, che cercava precisamente un' occasione per 
mostrare che anch' egli, come il Canosa, era tagliato nella 
stoffa di cui si fanno gli sbirri, impugnata la penna, il 9 
agosto 1832, dirigeva a don Neri Corsini una relazione, 
nella quale, dopo d' aver esposto i risultati ottenuti dalla i- 
struttoria segreta compiuta contro il Guerrazzi e i compagni 
di lui, passava a tracciare il ritratto morale del romanziere 
livornese : 

^ Parlerò del dott. F. D. Guerrazzi, Non è nuovo il 
suo nome nella serie di coloro che il Governo ha dovuto 
considerare come suoi nemici. Fermo nel concetto che da 
molti anni si è formato, di preparare in Toscana, e con o- 
gni mezzo, le fondamenta ad una innovazione d' ordinamen- 
to politico, si è perciò adoperato costantemente onde pre- 



fi). Ecco le precise parole del rapiuirto: „ Il mio subordinato 
soutimento sarebbe che il dott. Guerrazzi dovesse relegarsi tino a 
nuova disposizione nell' isola del Giulio. È difficile che in c»)de.sto 
luogo trovi terreno ila spargervi la sua pericolosa semenza e pro- 
clamarvi le sue massimo antisociali. È sperabile anzi che dissestato 
negli interessi per non potere esercitare la sua professione legale v 
noiato d' una dimora che lo divide dai propri amici e compagni, si 
risolva a chiedere d' essere autorizzato a partire jier 1' estero ed 
abbandonare la Toscana, che farebbe un acquisto, perdendo un così 
cattivo e pericoloso soggetto. „ — Si capisce che ad illustrare la 
Toscana colli; oporo dello ingegno sarebbe rimasto lui. il sor Epi- 
lanio I 



73 

ordinarvi con successo l'altrui opinione. Questo spirito tur- 
bolento e sedizioso ha sempre animato i suoi scritti tenendo 
in lui attiva una vigilanza indefessa ed uno studio non mai 
interrotto, allorché il governo trovò necessario sopprimere 
il giornale da lui scritto e conobbe ad evidenza che questo 
foglio celando il contagio di pessime dottrine sotto mentite 
apparenze, era maliziosamente diretto alla propagazione del 
liberalismo e a combattere i principi d' ogni sano intendi- 
mento pei quali è illeso 1' ordine sociale e rispettato il tro- 
no. Ora si è reso anche più manifesta la segreta tendenza 
di questa sua creazione (cioè, dell' Indicatore) dacché so- 
no conosciuti molti dei collaboratori a quel!' opera, soggetti 
di massime corrotte e nemici ignoti al Governo. Vostra Ec- 
cellenza non ignora quanta perversità fosse ascosa nell'elo- 
gio in cui il Guerrazzi, celebrando il Del Fante, trascese in 
discussioni altamente impolitiche ed asperse copiosamente il 
suo dire di concetti nei quali la religione era conculcata ed 
oltraggiati i governi, insinuando con arte tutto ciò che me- 
glio potesse infondere idee d' indipendenza e spirito di fana- 
tismo, contro la legittimità, delle loro costituzioni. Principi 
di sedizione così decisi non sono venuti meno in lui per la 
disapprovazione dei magistrati, né per altre misure già contro 
di lui prese. Così a Montepulciano ebbe relazione con Giuseppe 
Mazzini. Chiunque conosce le perniciose abitudini di questo 
soggetto, ora profugo in Marsiglia, non ignora gli sforzi 
ardimentosi coi quali si è accinto a disporre gli animi contro 
ogni governo monarchico, e la posizione eccentrica della 
città nella quale costui soggiorna. Scontata la pena, il Guer- 
razzi tornò in patria raddoppiando le pratiche per raggiun- 
gere il suo delittuoso proponimento. „ 

Passava poscia il Presidente ad analizzare le lettere e 
gli scritti sequestrati, ove attraverso la lente d' ingrandi- 
mento vedeva nitidamente disegnarsi le fila d' una cospira- 
zione, e conchiudeva dicendo : „ Il dott. Guerrazzi è il sog- 
fjetto più terribile di quanti liberali conosca la Toscana. „ Esa- 
minata poi la posizione del fratello dell' autore della Bat- 
taglia di Beneiento e dell' Orsini, proponeva al ministro che 
il dott. P. T). Guerrazzi fosse condannato a tre anni di re- 



74 

legazione all' isola del Giglio, il fratello di lui a sei mesi 
di reclusione e 1' Orsini ad otto mesi della stessa pena. 

Il Ciantelli scritto che ebbe la sua relazione si soffregò 
le mani e un risolino di soddisfazione apparve per un mo- 
mento sulle sue austere labbra. Egli credeva, in buona fe- 
de, d' avere salvato il trono. 

•Ma a Palazzo Pitti, di codesto ministro di polizia fo- 
coso, di questo rompi-scatole eh' era venuto in uggia a 
tutto il paese, nessuno voleva più sentir parlare. 11 Crrandu- 
ca, ingegno limitato, ma non despota, era già da un pezzo 
che s' era accorto come la Toscana, ove le istituzioni per 
vecchia abitudine funzionavano silenziosamente, quasi che 
officio dei ministri fosse quello di rivestire di feltro i perni 
dell' ingranaggio della macchina governativa per paura che 
i morti potessero essere turbati nel loro sonno eterno dal 
rumore del mondo, il Granduca, dicianio, s' era già accorto 
come la Toscana fesse divenuta un' appendice del ducato di 
Modena o delle Legazioni. Veramente non vi s' era ancora 
impiccato nessuno ; ma gli esili, gli sfratti, le visite domi- 
ciliari, le relegazioni fioccavano allegramente, con immensa 
mortificazione dello stesso principe, il quale di giorno in gior- 
no vedeva diminuire d'intorno a sé quella riputazione di bontà 
che i toscani e gli stranieri gli iwevano decretato. Gli stessi 
ministri, sopratutto il Fossombroni e il Corsini i quali non a- 
vevano mai creduto sul serio all' efficacia delle manette e 
<lei bavagli, e che anche recentemente rifiutando 1' ospitalità 
al principe di Canosa, cacciato da Modena, mentre 1' accor- 
davano, malgrado qualche riserva, alle vittime di quella 
sconcia e losca contraffazione di Sejano, avevano mostrato 
come coi birri, anche se spiegassero sul loro blasone una 
corona di principe, non fossero cuciti a filo doppio, erano 
stanchi del ('iantelli ; e non parve loro che si potesse pre- 
sentare migliore occasione di quella per metterlo alla porta, 
come un servitore imprudente e mancante di tatto. 

La mattina del 20 agosto l'illustrissimo signor presidente 
del Buon Governo se ne stava tranquillamente sdraiato nella 
poltrona del suo gabinetto a l'alazzo Non-Finito sognando 
forse di succedere allo stesso Corsini nel posto di segi'eta- 



7o 
rio per gli affari interni, ove certamente avrebbe fatto sen- 
tire con forza maggiore di quella che non facesse il vec- 
chio don Neri il principio d' autorità, quando per 1' appunto 
da parte di Sua Eccellenza il ministro dell' interno gli fu 
consegnato un rescritto, in uno stile che avrebbe fatto l'am- 
mirazione dello stesso Tacito. Esso diceva asciuttamente 
così : 

^ S. A. I. e R. ha rescritto : l'illustrissimo signor pre- 
sidente del Buon Governo, nell' affare Gruerrazzi e compa- 
gni, si valga delle sue facoltà a forma dell' art. 54 della 
Legge dei 30 novembre 1786, e nei limiti prescritti dalla 
medesima. 

„ Neri Corsini. ^ 
, Lì 19 agosto 1832. „ 

.Se in quel momento fosse caduto nel gabinetto del 
Presidente il solito fulmine dei romanzieri, il Ciantelli 
non sarebbe rimasto meno sorpreso di quello che lo fu 
nel leggere l' epistola ministeriale. Si stropicciò, il pove- 
retto, gli occhi e tornò a leggere ; imperocché, il disgra- 
ziato poliziotto credeva di avere le traveggole, non po- 
tendo ammettere come nell' anno del Signore 1832, quan- 
do le polizie dell' Europa, non esclusa quella costituziona- 
le del signor Chiappini (1) erano tutte in moto, e a quat- 
tro passi fuori del confine s' impiccava in nome dell' alta- 
re e del trono, si potesse pensare a richiamare in vigore 
una disposizione leopoldina caduta in disuso, e che le- 
gava mani e piedi al presidente del Buon Governo circo- 
scrivendo in angusti limiti le costui facoltà. Difatti, 1' ar- 



li). ,>i chiamava cosi, a Firenze, Luigi Filippo d'Orleans, re dei 
Francesi, perché si diceva che trovandosi sua madre, durante la ri- 
voluzione di Francia, in Toscana, partorisse una femmina, e che di 
nascosto barattasse questa col figlio d' un l)irro, per nome Chiappini. 
n Oiusti, nel Dics Irne, cantò : 

„ Il Chiappini si dispera, 
^ E grattandosi la pera 
, Pensa a Carlo Decimo. _ 



76 

ticolo 54 della legge del 1786 prescriveva che 1' illn- 
strissimo signor presidente del Buon Governo, per le tra- 
sgressioni ed i delitti puniti in via economica, non potes- 
se applicare la multa che sino a lire cento, il carcei-e si- 
no ad un mese e 1' esilio sino a sei, salvo il ricorso al 
Granduca e la sospensione degli atti ove gV imputati do- 
mandassero la procedura ordinaria. Come ognuno può ve- 
dere, erano queste facoltà assai limitate e diremmo quasi 
illusorie in molti casi, imperoccliè bastava che l' imputa- 
to, specie se non militavano contro di lui che semplici so- 
spetti, chiedesse la procedura ordinaria, perchè quella eco- 
nomica restasse di diritto annullata. Ma il rescritto par- 
lava chiaro, ed il Ciantelli tragugiandolo come un' amara 
medicina, facendo per un momento buon viso all' avversa 
fortuna e rimangiandosi il suo famoso rapporto a don Ne- 
ri, il giorno 21 agosto condannò i due Guerrazzi e l' Or- 
sini alla pena del carcere d' un mese per ciascuno ; e sic- 
come allora sotto ogni poliziotto si trovava un Tartufo, 
così il Ciantelli aggiunse nel suo decreto che quella pena, 
cosi mite in rapporto al delitto perpetrato, si applicava 
colla veduta di ricondurre i colpevoli, per la via della dol- 
cezza, alla retta via!... 

Fu il canto del cigno. Pochi giorni dopo, quella ca- 
ricatura del principe di Canosa, col grado di commendatore v 
quindici mila lire toscane di pensione, era posto fuori del- 
l' uscio. 

I fiorentini, a quella notizia, furono presi come da 
un delirio. La tranquilla Firenze di Leopoldo II di Lore- 
na sembrò divenuta per un momento la Firenze del duca 
d' Atene e di Michele Landò ; centinaia e centinaia di cit- 
tadini córsero in piazza Pitti a ringraziare il Granduca. Na- 
turalmente la gioia popolare trasmodò. Non s' era stati per 
nulla penosamente per circa tre anni sotto l' incubo-Cian- 
tclli, perchè cessato questo, si potesse frenare e misurare 
hi gioia pubblica. Si corse di qua e di là per la città avvi- 
cendando alle grida di Viva Leopoldo II, quelle di Morte 
4t Ciantelli. Alcuni buontemponi, ricordandosi che nelle 
loro vene scorreva il sangue ili coloro che fecero parte 



77 

delle famose e ridanciane compagnie della Calza e della 
Cazzuola^ o avevano cantato sulla fine del quattrocento i 
canti camescialeschi di Lorenzo il Magnifico^ si recarono 
in via del Proconsolo, e quivi, sotto le finestre di Palazzo 
Non-Finito, colla massima gravità e compostezza, intnona- 
rono U Miserere. Furono gridati evviva sotto le finestre 
delle case del Fossombroni e del Corsini. Insomma, i fu- 
nerali del Ciantelli furono fiorentinamente celebrati. 

E perchè la commenda e le quindicimila lire toscane 
di pensione decretate sul capezzale di morte dell' ex-mi- 
nistro di Polizia non turbassero la pubblica esultanza, il 
(rranduca, che era stanco di sentirsi chiamare il ìyirro di 
Modena^ promulgò il 14 settembre una legge colla quale, 
definendo meglio le attribuzioni del presidente del Buon 
(xoverno, prescrisse il reclamo alla R. Consulta per ogni 
condanna pronunziata in via economica ed eccedente i 
quindici giorni di carcere. 

Non era una gran cosa ; ma la nuova legge fu salu- 
tata con trasporti di gioia. Si capiva da tutti che il Cian- 
telli, dopo quella manifestazione solenne della volontà del 
principe, non sarebbe più uscito dal sepolcro, ove V indi- 
gnazione degli onesti 1' aveva precipitato. 



78 



CAPITOLO XI. 

Gli ospiti illustri. 
Carlo Alberto in Toscana. 



L 



r occhio scrutatore della Polizia segreta non s'arresta- 
va nemmeno dinanzi alla maestà, del trono. I principi reali 
e i sovrani che di quando in quando capitavano a Firenze 
per ragione di svago o di salute, o vi venivano in esilio 
più meno fastoso, erano sorvegliati e spiati come se fos- 
sero dei semplici mortali. Dinanzi alla cosi detta alta poli- 
zia non e' eran disuguaglianze sociali : tutti erano uguali 
dinanzi al Bargello. Per quest' ultimo, tanto valeva la co- 
rona d' un re o d'un imperatore, quanto il berretto d'un be- 
cero. Qui, come vede il signor lettore, i birri dei governi 
che vivevano all'ombra della Santa Alleanza e gli scamicia- 
ti del 1793 che tagliavano la testa a Luigi Capeto, prole di 
re, e a Camillo Desmoulins, figlio del popolo, si dnvano la 
mano. Gli estremi si toccano. 

Naturalmente, sotto il mite cielo toscano, trattandosi di 
pezzi grossi che avevano ricevuto sulle tempia il sacro cri- 
sma erano pili o meno alla vigilia di riceverlo, la polizia 
faceva le cose da gran signora. Non badava né a spese, né 
a taticlie, e dietro a re e a principi sguinzagliava i miglio- 
ri segugi, i quali, nel loro inseguimento sapiente, non sem- 
pre si limitavano a tenere a rispettosa distanza dalle co- 
stole degl' illustri pedinati i borsaiuoli e i settarii, ma spin- 
gevano il loro sguardo plebeo un po' dappertutto, sin nel- 
l'alcova delle bellezze maggiormente in voga, dove, non di 
rado, per rendere omaggio al piccolo e paffutello Dio dell'a- 
more, si recava più d' uno di quegli augusti personaggi sor- 
vegliati in un incognito, che non nascondeva il reale don 
(iiovanni né agli occhi della polizia, uè ;i ((uelli del pub- 
blico. 



I 



79 

Era quindi natiu'ale che la mattina del 18 marzo 1821, 
i bracchi dell' illustrissimo signor cavaliere Aurelio Puccini, 
presidente del Buon Governo, fossero tutti in moto per Tar- 
rivo di S. A. R. Carlo Alberto principe di Carignano, anche 
perchè questo benedetto principe, che nessuno s' aspettava 
di veder capitare in quei giorni a Firenze, vi arrivava non 
da touriste, da innamorato del bel cielo toscano e dei capo- 
lavori d'arte antica e moderna che popolano la gentile città 
dell'Arno, ma vi cascava addirittura all' improvviso, come 
un bolide, all' indomani di quel po' po' di casa del diavolo 
ch'era avvenuto in Piemonte, ove egli, il principe, aveva 
rappresentato una parte, se non chiara e ben definita, cer- 
tamente rumorosa, chiedendo al suocero Granduca un' ospi- 
talità, non si sapeva bene se in veste da carbonaro o da 
prmcipe, da proscritto o da erede presuntivo della corona 
Sabauda, da rinnegato o da vittima. 

La Polizia, che in quel tempo dava la caccia (ma sem- 
pre colla tradizionale svogliatezza toscana) ai Carbonari e 
in ogni cittadino non professante le più schiette massime 
del vangelo del sanfedismo vedeva o le pareva di vedere 
un capo-vendita o per lo meno un cugino, doveva trovarsi, 
poveretta, parecchio impacciata dinanzi a quel giovine e ca- 
valleresco signore, che i codini non amavano e i liberali co- 
privano di contumelie, ma che essa aveva l'obbligo, in pub- 
blico, di cerimoniosamente ossequiare, e, in segreto, di spia- 
re, sia per impedire eh' egli ripetesse, riveduta e corretta, 
r impresa di Piemonte ove mai il suo ravvedimento fosse 
da burla, sia perchè un carbonaro non gli piantasse, fra una 
costola e l'altra, la punta d'un pugnale, ove per avventura la 
sètta avesse deciso di mandare all' altro mondo colui che 
già cominciava ad essere Vesecrato Carignano. Imperocché, 
in quei giorni, quel principe (e chi poteva allora prevedere 
e lo Statuto largito con magnanimità di re ed affetto di 
padre, e il sole glorioso di Goito e di Pastrengo, e la notte 
angosciosa di Novara, e il dramma straziante d' Oporto ?) 
era divenuto increscioso a tutti, ai sanfedisti e ai rivoluzio- 
nari, alla Santa Alleanza e alla Carboneria. 

Insomma, Carlo Alberto cominciava allora a rappresen- 



80 

tare quella parte di sliuge, che ancora iioii lia truvato il 
suo Edipo, benché di quando in quando qualcuno gridi : ecco 
trovato Edipo ! E se l'Edipo autentico, il definitivo, s'aspet- 
ta ancora, si figuri il signor lettore se poteva dirsi bello 
e nato e capace di sciogliere indovinelli e sciarade il gior- 
no in cui la polizia toscana apprese che Carlo Alberto, in- 
sieme alla sua famiglia, era arrivato nella dominante dei fe- 
licissimi Stati di S. A. I. e E, il granduca Ferdinando III ! 

Essa, la polizia, tanto l'alta quanto la bassa, invece di 
mettersi a decifrare quel rebus incarnato in un principe che 
codini e liberali odiavano, perdette addirittura la testa ; 
quella testa che ogni vero poliziotto non dovrebbe mai per- 
dere, sino al punto che lo stesso signor presidente del Buon 
Groverno, quando mise il visto sul passaporto di Carlo Al- 
berto presentatogli dal marchese Costa di Beauregard, non 
seppe leggere correttamente il nome sotto il quale viaggia- 
va (diciamo viaggiare cosi per dire) 1' augusto perso^^ 
naggio. 

Difatti, per tutta quella giornata, il cavaliere Puccinf 
nel minutare da sé stesso le note riguardanti l' ex-reggente 
degli Stati Sardi (sissignori, allora i ministri di polizia tro- 
vavano il tempo di minutare di tutto loro pugno il loro 
carteggio riservato) quel nome gli uscì sempre dalla penna 
assai malconcio : ora era un Burgos, ora un Burges, tal'al- 
tra (non bisogna poi sapergliene male, al signor presidente 
del Buon Governo ; chi dice che lei, mio signor lettore, che 
in (jnesto momento se la ride sotto i baffi, nei panni di quel 
galantuomo non avrebbe fatto lo stesso ?) tal'altra, dicianu», 
t'ia Bruges ; e 1' imbarazzo, diciamo ortografico, del signor 
Presidente si comunicò al ministro dell' interno, S. E. il si- 
gnor consigliere don Neri Corsini, il quale, sulle prime, eb- 
be a credere di trattarsi d' un conte di Bruges. 

All' indomani, quando il signor presidente Puccini e 
S. E. Corsini ripresero il loro sangue freddo e al momenta- 
neo scompiglio ebbe a far seguito la fiaccona propria degli 
uomini di Stato toscani, ai venne a sapere che il genero 
dell' Au^rusto Padione (stile del tejupo) viaggiava sotto il 
Udine di colite di Harires. 



lutauto, il 2 aprile, il presidente del Buon Governo di- 
rigeva ai governatori di Pisa e di Livorno la seguente no- 
ta riservatissima, dalla quale si rileva come l'ospitaKtà che 
il granduca Ferdinando accordava al genero non fosse che 
una prigionia appena larvata daUa ossequiosità dei modi e 
del linguaggio dei funzionari dello Stato. 

, È arrivato a Firenze S. A. Serenissima il principe di 
(.'arignano. Ha alloggiato da Schneiderff ed ha preso subito 
un nsto al dipartimento sotto il nome di conte di Barges. 
Insieme ad esso ha preso il visto alla stessa direzione il suo 
scudiero marchese Costa. 

„ Debbo, di commissione superiore, prevenire segreta- 
mente V. E., che, non essendo affatto impossibile che le so- 
lite seduzioni si adoperino per indurre questo principe a 
partirsene di Toscana senza prima combinare dei regolari 
concerti, questa sua partenza non combinata vorrebbe impe- 
dirsi. Ciò dico per Lei unicamente e per sola norma deUe 
direzioni che crederà fare per assicurare che ciò non segua; 
r oggetto della misura deve essere ad ogni altro ignoto. A 
mesto effetto procurerà che nessuno possa uscire dalle por- 
rti senza d'un passaporto portante il visto del dipartimento 
estero, di V. E., o d' tin governatore di città ; ed ove si 
Iiresentasse persona col passaporto di conte di Barges, che 
t' già stato munito di questo visto, la persona deve essere, 
rinviata indietro riguardando il visto come di nessun valore. 
Le istruzioni in quest' ultima parte converrebbe darle colla 
massima cautela perchè il segreto non fosse penetrato. 

„ Questa istruzione sarà data anche a Piombino; a Pie- 
Trasanta sarà bene trasmetterla subito con un espresso, be- 
ne inteso tacendo in questi luoghi il nome del principe. „ 

Nello stesso giorno il cavaliere Puccini rendeva conto a 
"^. E. don Neri delle disposizioni prese per impedire che Car- 
lo Alberto uscisse dalla Toscana, la quale, come si vede, dal 
re Carlo Felice e dal principe di Metternich gli era stata 
scelta a prigione ; e in un poscritto aggiungeva : 

„ Stasera mi verrebbe riferito che il principe si prepa- 
li alla partenza. „ 

Ma la notizia, per quanto soffiata all'orecchio d'un pre- 



82 
fetto di polizia da imo zelante infonuatoie, ikhi fia esalta, 
e il Corsini si affrettava a restituire airillustrissimo signor 
cavaliere Presidente la calma, colle seguenti parole d' un bi- 
glietto privato. 

„ È combinato che il principe rimanga qui. Egli spedi- 
sce a Nizza e Marsiglia, per la via di Livorno, il suo scu- 
diero Costa. 

„ Questo scudiero ha un passaporto della Legazione 
sarda col visto del dipartimento degli affari esteri, ma a 
scanso d'equivoci e per il dubbio che il Costa, nominato nel 
passaporto fatto al principe col nome di Barges si volesse 
vedere compreso nella proibizione, incarico la 8. V. lU.ma 
di mandare per espresso una lettera al governatore di Li- 
vorno per autorizzarlo a lasciar partire questo Costa ed a 
facilitare il suo imbarco. „ 

Naturalmente, a Firenze, non poteva passare inosser- 
vato il soggiorno d' un principe che in quei giorni aveva 
fatto tanto parlare di sé ; e delle ciarle come delle passioni 
del tempo troviamo ricordo in un rapporto riservato che 
r ispettore di polizia della città, Giovanni Chiarini, in data 
dell' 8 luglio 1821, dirigeva al presidente del Buon Go- 
verno : 

^ Si parla in diverse società della capitale che S. A. 
Serenissima il principe di Carignano è dominato da qualche 
tempo da uno spirito profondamente melanconico, e se ne 
attribuisce la causa a diverse lettere replicatamente perve- 
nutegli dal Piemonte contenenti tiere minaccie personali 
per parte dei liberali, che si qualitìiano compromessi avan- 
ti il legittimo sovrano per la condotta del prefato prin- 
cipe nelle ultime turbolenze di quel paese. 

„ Si pretende di articolare dei fatti a pritva di questa 
pretesa tristezza, fra i quali ecco il più rimarchevole. Si 
narra dunque che la sera del 2i» o del 30 del perduto 
mese restituitosi il principe al iteal Palazzo Pitti assai 
tardi, si ritirò immediatamente nel proprio quartiere e 
cliiese al cameriere le pistole ; che questo fece (juaiche 
rispettosa rimostranza, dicendo che siccome si ritirava non 



83 

.(bbisogaavano armi ; ma reudendosi inutile ogni industrioso 
pretesto, dovè cedere sotto F espressa intimazione avuta. 

. Ma che contemporaneamente avvertì 1' aiutante di 
campo e la principessa sposa di quanto accadeva : i quali 
accorsi, lo ritrovarono immerso in una cupa iìssazione, e 
molto ci volle ad entrambi per distornelo e ricondurlo 
alla calma ; che saputosi questo fatto nella Corte vi fu 
un certo sconvolgimento : che da quel tempo in poi il men- 
zionato principe vive in una tetra meditazione, non pronun- 
zia che tronchi versi dai quali rivelasi un vivo ramma- 
rico del contegno tenuto prima di partire da Torino di- 
lendo ^ che ha tradito sé, la consorte, gli amici, metà dei 
futuri sudditi e che non può essere che odioso a tutti. „ 

^ Fra i liberali, tacendosi 1' applicazione a questo scon- 
certo d' animo del principe, si dice che nell' uragano rivo- 
luzionario che sovrasta, egli sarà una delle prime vittime 
H clie gli sono noti i progressi che fa lo spirito di sedizio- 
ne nei popoli, ciò che ingerisce tanto turbamento nel di lui 
spirito e non, gli lascia riposo. „ 

Oh, come par di sentire attraverso la povera prosa bu- 
locratica dell'ispettore di polizia il sibilo terribile della im- 
precazione di Giovanni Berchet e il cachinno dei giambi di 
(xiuseppe Giusti ! Ma né 1' ispettore Cliiarini, che sotto la 
torma rispettosa dei si pretende e dei si dice faceva la cro- 
naca dolorosa dell' anima di Carlo Alberto, né il presidente 
f'uccini a cui il rapporto era diretto, uè i Carbonari che in 
iuei giorni da ogni parte della penisola agitata dal vento 
Iella rivoluzione scagliavano il loro anatema sul capo del 
uiovine principe sabaudo, potevano mai immaginarsi che da 
li a non molti anni il figlio di colui che in una certa notte 
del giugno di queir anno sciagurato chiedeva con insistenza 
al suo cameriere le pistole per mettere fine ad una vita 
divenuta a sé come agli altri incresciosa, sarebbe stato sa- 
lutato re d' Italia, e che al grido di tutto un popolo festan- 
te per la ricuperata libertà, dalla tomba di Superga avreb- 
bero mandato un fremito di santa gioia le ossa del male- 
detto del ventuno ! 



84 

Ma a poco a poco la sorveglianza cominciò a farsi 
meno insistente. Dissipato il timore che il giovine principe 
potesse fare una seconda edizione riveduta e corretta della 
sua scappata costituzionale di Torino, gli si permise d'usci- 
re fuori della sua prigione dorata di Firenze e di fare una 
escursione in Maremma e all' Isola dell'Elba. Probabilmente 
una corsa nelle tristi campagne del grossetano doveva pre- 
sentare più d'una misteriosa e melanconica attrattiva all' a- 
nimo d'un principe, che già, cominciava ad offrire tanti pun- 
ti di contatto colla figura del giovine principe di Danimar- 
ca della tragedia dello Shakespeare, ma più ancora ne dove- 
va presentare al cuore di lui una gita nell' isola in cui per 
breve tempo venne tenuto prigioniero colui clie per un mo- 
mento sognò r unità d' Italia, sogno o ambizione che fosse, 
che a lui travagliò tutta la vita, non escluse forse le ore 
desolate dell' agonia passate in mezzo ad uno scoglio del- 
l'Atlantico. 

Naturalmente, le autorità toscane avevano ricevuto 
r ordine d' invigilare strettamente il principe, e il vicario 
■ egio di Piombino, sotto il giorno 6 febbraio 1822, scriveva 
ul presidente del Buon Governo : 

„ Alle ore 7 Ifi di questa sera, nel più grande inco- 
gnito, è giunto in questa città S. A. R. il Principe di (^a- 
lignano accompagnato da un ristrettissimo seguito. Smon- 
tata appena 1' A. S. all' albergo di Bernardino Gasparri, mi 
sono portato avanti di essa per oifrirle la mia servitù, ob- 
i)edienza e il mio quartiere, men peggio al certo di quello 
elettosi. Egli con piena dolcezza ha rifiutato l'invito dicen- 
do che viaggiava da privato. (Quindi si ò degnato interro- 
garmi sul clima, sui monumenti antichi che potevano essere 
a Piombino e sui ricordi della principessa Elisa. A tutto 
ciò ho dato sfogo in risposte relative ed egli particolannen- 
ri^ ha mostrato piacere nello intendere che questo soggiorno, 
Jittesa la vicinanza del mare dà un bel vivere nelle stagio- 
ni invernale ed estiva. Di sua soddisfazione è stata piinci- 
nalmente la situazione della piccola ma ridente e piilita 
«ittà. (.'ongedandomi, mi ha detto che viaggiando sempre a 



85 

cavallo contava l' indomani di vedere le ferriere di Fol- 
lonica, r, 

L' indomani, condottosi il principe a Follonica, vi si 
trattenne tre ore. Poi visitò Volterra : poscia ritornando a 
Piombino insieme al conte di Beanregard che l'accompagna- 
va, sopra un piccolo ma sicuro legno, fece vela per 1' isola 
d' Elba. All' atto dell' imbarco, tutte le autorità toscane del 
luogo fecero omaggio al principe. Chi s'astenne da quell'at- 
to di doveroso ossequio (osservava con certa amarezza il 
buon vicario di Piombino) fu il vice-console di S. M. il Re 
di Sardegna. L'altezzoso dispetto di re Carlo Felice rag- 
giungeva Carlo Alberto sino laggiù I 

Giunse il principe sotto le mura dell' ufficio di sanità 
di Portoferraio la sera dell' 8 febbraio verso le ore dieci. 
A mezzanotte entrò in città, ove andò ad alloggiare presso 
un celato Grossi. La mattina seguente, di buon' ora, si recò 
alle miniere di Rio e il giorno successivo A-isitò i forti di 
Portolongone. Anche a Portoferraio il console sardo si 
astenne di far visita al principe. 

Di ritomo in terraferma, andò Carlo Alberto a caccia 
nella tenuta di San Rossore. Durante la caccia, una delle 
guardie che cavalcava al tianco del Principe, cadde, ripor- 
tando una ferita, mentre il cavallo restò ucciso sul colpo. Il 
principe pagò' ii cavallo e soccorse generosamente il ferito. 



Nei principi di casa di Savoia, la galanteria è tradi- 
zionale, come nelle principesse della stessa casa è tradizio- 
nale la illibatezza del costume. Se non sempre, certo quasi 
.sempre, quanào si gratta un principe di questa illustre casa 
\'i si trova sotto un Francesco I, o un Enrico IV. Né Car- 
lo Alberto poteva sottrarsi alle tradizioni di galanteria 
della sua famiglia, e nei rapporti segreti della polizia to- 
scana più d' un aneddoto di carattere tenero, e in cui il 
principe rappresenta la parte di Romeo, è registrata. Si 



«6 

parlò sopratutto d'nn certo romanzo dove la parte di (giu- 
lietta sarebbe stata recitata da una bionda e bella signora 
russa, e se ne parlò tanto sin da richiamarvi su l'attenzio- 
ne dello stesso presidente del Buon Governo, che ne fece 
un rapporto al ministro dell' interno. Ma poscia il silenzio 
si fece intorno a quell' intrigo galante, incominciato e tinito 
tra una passeggiata alle Cascine e una festa da ballo ai 
Pitti, e le avventure più o meno autentiche del giovine 
principe, mormorate nei crocchi delle belle signore, commen- 
tate nei palchi della Pergola fra un atto e l'altro dell' <>- 
pera, ingigantite nei caifè sino a trasformare il futuro sol- 
dato del Trocadero in un don Giovanni Tenorio o in un 
Lovelace riveduto e corretto, Unirono col diventare uni» dei 
luoghi comuni della cronaca tìorentina di quel tempo. 



Firenze non rimase indilferente dinanzi a quel giovine 
I)rincipe ohe per un momento parve realizzare il sogno del- 
l' unità e dell' indipendenza d' Italia. Anche quando per in- 
graziarsi Carlo Felice, che nell' intimitA, della sua coscienza 
reazionaria pensava con orrore che un giorno* la monarchia 
di Vittorio Amedeo II e di Carlo Emanuele II avrebbe po- 
tuto avere per suo rappresentante un carbonaro scomunica- 
to, partì per la Spagna per combattere i liberali, la citttl 
(;ontinuò ad occuparsi di lui. In un rapporto del 29 apri- 
le 1823, r Ispettore di polizia di Firenze scriveva: , In ora 
assai tarda della sc(»rsa sera, fu assai parlato nel Caftt^ del 
iUittegòne della subitanea partenza da Firenze, fatta da S. A. 
il principe di Carignano per 1' armata francese per servire 
in Ispagna come aiutante del duca d'Angouléme. Fu detto 
essere stata richiesta questa mossa dal Re di Torino {sic), 
l)t'r dargli occasione di redimere l'estimazione perduta negli 
avvenimenti rivoluzionari del Piemonte. II marchese Pie- 
tro Torrigiani e 1' avv. P. Del Rosso juotteggiarono assai 
questo i)rincipe e poscia prendendo un tiumo di gravitA, si 



espressero che la misnra deve piuttosto appartenere ai ga- 
binetto d'Austria nello scopo d' aggiungere ai tanti dei nuo- 
vi intrighi per conservare il fuoco in Ispagna e tenere in 
freno i francesi con un principe di sua aderenza, che non è 
austriaco, vicino al supremo comando dell' armata ; ovvero 
{'si vede che nei caffé la politica si fa sempre allo stesso mo- 
do !) per disfarsi dello stesso principe poco amato dai suoi 
futuri sudditi e che forma ostacolo alla successione del tro- 
no. Fecero qumdi un' infinità di digressioni a provare che 
la missione del principe non emana da uno spirito diritto e 
naturale, ma parte da segreto maneggio politico. „ 

Sempre intorno alle ciarle che si facevano sul principe, 
ecco quanto scriveva lo stesso Ispettore di polizia sotto il 
dì 19 luglio: y, Si sparse la notizia della prigionia del prin- 
cipe di Carignano (la notizia era falsa) e al teatro degli 
Immobili si parlava ieri sera generalmente di questa nuova. 
In un circolo ivi composto del conte Girolamo Bardi, Gino 
Capponi, Lorenzo Xiccolini, ed altro non conosciuto, parlan- 
do della prigionìa del principe, il Niccolini si espresse : „ La 
(Jorte manca questa sera al teatro e si vede che son dispia- 
enti di tal fatto. „ Rispose il Capponi : „ Menochè alla 
moglie, per gli altri sarà indifferente ; e chi sa che non 
1)ramassero di toglierlo di mezzo I „ Il Bardi in aria ironi- 
ca soggiunse : ^ Pur troppo è vero ; ma non mancano al tea- 
tro per questo. Gli è che non vogliono sentire massime di 
Alfieri che scorticano un po' troppo le orecchie dei princi- 
pi; epperò è certo, che quando si rappresenta roba di que- 
sto grand' uomo, la Corte non viene. „ Quella sera si rap- 
presentava V Agamennone. 

Infine, il capo squadra di San Sepolcro, il 1 agosto, ri- 
feriva : „ Si fa circolare in questa città la notizia che il 
principe di Carignano, dopo essere stato fatto prigioniero 
da una squadriglia costituzionale, in Ispagna, e nella quale 
trovavansi alcuni rifugiati piemontesi, questi, per vendetta. 
Io abbiano fucilato. „ 

Era la stessa notizia che circolava a Firenze ; solo, av- 
viandosi verso San Sepolcro, per istrada, era stata allunga- 
ta <«>n «inH po' po' di frangia, <li' era la fucilazione. 



88 



CAPITOLO XII. 

Gli ospiti illustri. 
Figurine a punta di penna. 



s, 



'e dovessimo tenere dietro a tutti gli appunti presi dai 
bracchi che la Polizia segreta sguinzagliava dietro -alle per- 
sone illustri che soggiornarono più o meno lungamente in 
Firenze dal 1814 al 1848, non uno, ma parecchi capitoli 
dovremmo consacrare a siffatto argomento. Ci dispensiamo 
volentieri di farlo anche perchè pareccliie figure qui tra- 
scurate appena disegnate, ci si presenteranno nella conti- 
nuazione di questo lavoro, ove più d' una delle stesse tro- 
verà una separata illustrazione. 

Per ora limitiamoci a riprodurne a punta di penna qual- 
cuna. 



L'arrivo a Firenze, nel I8l(), di lord Brougham, il fa- 
luosu giureconsulto ed uomo di Stato inglese, è preanunzia- 
to alla presidenza del Buon (Governo dalla seguente nota 
diretta probabilmente da uno di ([uei tali amici die la Poli- 
zia teneva un po' dappertutto. 

„ Lord Brougham, capo della opposizione alla Camera 
Alta inglese, arrivato in Milano fino dal 28 agosto ISHJ, fu 
fatto sorvegliiire attentamente dalla Polizia genera h". Kgli 
nel suo soggiorno ha fatto relazione colla maggioranza dei 
<'api dell' indipendenza d'Italia che si distinsero nella me- 
iiioialìilf giornata del 20 aprile 1814, e con diversi parti- 
tanti buonapartisti. 11 18 stante (settembre) nell' essere a 
'it'^inarf i>v<-^i> i! -'Htt.. ] ni..-; P.nvi., )>,tvl;ni'lnsi il'«ll,i rch'ua- 



89 

zione di Napoleone, disse: , Due terzi di noi altri inglesi 
a Londra andremmo a levare da Sant'Elena Napoleone ; ma 
il governo che ha la forza in mano ce lo impedisce. Ma 
ven-à il giorno che Napoleone sarà liberato da Sant'Elena. , 
Questo lord Brougham ha grandi talenti ; egli è uno del 
X. 90 .-. delle logge massoniche di Scozia. 

„ Tutti i di lui confratelli che sono a Milano gli hanno 
tatto delle dimostrazioni di vera amicizia ed unione. Il 18 
corrente partirà per Firenze. „ 



Il seguente rapporto del 9 ottobre 1822 riguarda 
^. A. R. il principe Oscar, erede della Corona di Svezia. 

, n francese Passe è tratello del conte Passe, mare- 
sciallo di corte del re di Svezia. Fu il detto Passe che fe- 
ce fare a S. A. E. la relazione dell'Amalia Brugnoli, prima 
ballerina dell' I. e R. teatro della Pergola nella corrente 
-ragione d' autunno. Per concertare il modo e il luogo del 
loro abboccamento, in una sera di spettacolo richiamò nel 
-no palco la virtuosa, la quale condiscendendo aU' invito, 
uede r appuntamento per la di lei casa d' alloggio in via 
lei Servi, non avendo ella il sistema di portare altrove i 
-noi favori. La successiva mattina pertanto, a tenore della 
onvenzione, il giovine principe, dopo le sette, si trasferì 
ilalla Brugnoli in compagnia del suo aiutante generale ba- 
rone di Thott. La visita di S. A. fu replicata l' indomani 
nello istesso metodo ed ora. 

, In seguito a ciò, la Brugnoli non potè ballare. „ 
Qui r agente di polizia entra a far conoscere all' illu- 
strissimo signor presidente del Buon Governo la natura 
'Iella malattia che alla povera Brugnoli procui-arono le vi- 
ite troppo intmie del suo reale amico; la qual cosa dimo- 
ti-a come nulla fosse sacro per la polizia, nemmeno le pie- 
de miserie della vììsl delle dive da palcoscenico. 



Ili un rapporto del 1 dicembre 1832, si legge che la 



90 

città faceva i più gustosi commenti sul bigottismo del con- 
te Penift-Pilsach, ministro austriaco, e della sua signora. Si 
narrava come avendo preso i medesimi in affitto un quar- 
tiere già abitato da una famiglia protestante, prima di pren- 
derne possesso, lo avessero fatto benedire. Scevra di siffat- 
ta tabe, era all' incontro la signora d'un altro ministro au- 
striaco, la baronessa R y, la quale per le sue avven- 
ture galanti, più numerose e più celebri delle note diploma- 
tiche del marito, fornì larga materia alla cronaca mondana 
del tempo. Bella, spiritosa, contrariamente alle consuetudini 
del suo paese, non amava i romanzi sentimentali, gli amori 
eterni, indimenticabili, che si compendiano nella vecchia 
ma appassionata frase : una capanna ed il tuo cuore, op- 
pure in queir avverbio che ha il suo domicilio nel cuore e 
sulle labbra degli innamorati novellini : sempre. Amava vo- 
lare di cavaliere in cavaliere, come ape di fiore in fiore ; 
e più che 1' elegia o il madrigale piaceva alla bella signo- 
ra recitare il dramma dalla tinta boccaccesca. Ed ^ un' av- 
ventura che avrebbe fatto andare in brodo di giuggiole le 
donne che messer Giovanni Boccaccio immaginò che sulle 
sponde dell'Affrico, sotto la grata ombria dei pini e degli 
olivi, raccontassero le novelle del suo Decameron, quella 

che capitò alla baronessa E y, nel 1841, ad una festa 

da ballo data dalla contessa Eleonora Nencini (la divina 
Suonatrice (V arpa amata trent' anni prima da Ugo Foscolo ) 
nel suo storico palazzo di via San Gallo, quel palaz- 
zo che 

„ A lei, futura abitatrice «l'Arno. 
Deponendo i pennelli, edificava 
n bel fabbro d' Urbino. „ 

C^uella sera, dunque, la bella e capricciosa contessa, con 
grandissimo dispetto del suo amante in titolo, il nobile gio- 
vine Marco .AI i, uno dei ganimedi della Firenze galan- 
te di quel tempo, aveVa accettato («on visibile compiaci- 
mento gli omaggi che graziosamente ai suoi piedi deponeva 
il conte Z...Ì. Le eleganti sale del palazzo l'anditltini era- 
no affollate; le più belle dame di Firenze facevano ivi mo- 



91 

stra delle loro spalle scnltorie, dei loro seui gìiiuonici e delle 
loro braccia vellutate. I drammi amorosi s' intrecciavano 
fra una presentazione e un complimento, fra una contra- 
lanza e un valzer, mentre le signore attempate e brutte 
-ercitavano maledettamente la loro lingua alle spalle, delle 
-ignore maggiormente corteggiate. Quella sera lì, quei po' 
lìi corte che il conte Z...i faceva alla moglie del ministro 
ili sua Maestà Cesarea, pare che dovesse tenere in moto 
l)iù del solito le lingue malediche, se i due amanti, per sot- 
trarsi a tanti occhi che si tenevano su di loro, cercarono 
un rifugio nel giardino. Quivi le piante erano folte, i sen- 
tieri s' intrecciavano come in un laberinto ; qua e là delle 
-l'Otte misteriose pareva che facessero invito alle coppie 
galanti di confidare alle loro pareti, coperte di muschio, i 
loro segreti. Per altro, la stagione invitava a quella dolce 
-cursione ; l'aria era tiepida, il cielo era stellato, e le magnolie 
i»rofumavano acremente l'aere. I nostri innamorati, che aveva- 
no chiesta l'ospitalità ad uno di quegli erbosi nascondigli, non 
•vendo per altro testimone che il piccolo e biondo Iddio 
t' amore, il quale, come si sa, essendo bendato non poteva 
dar loro suggezione, fecero trascorrere le ore in quel pezzo 
di paradiso senza che se ne avvedessero. Pe' felici il tem- 
ilo non batte le ore. Quando si svegliarono dal loro sogno 
'V amore, s' accorsero che il silenzio regnava nel palazzo ; 
non più musica, non più danze, non più allegro cinguettìo 
li signore. Cxi' invitati, compresa la padrona di casa, erano 
iidati a letto. Figurarsi allora lo smarrimento della con- 
• ssa, r imbarazzo del suo cavaliere !... Intanto i due pove- 
1 i innamorati non potevano aspettare l'alba, come Komeo e 
'Giulietta, nel giardino; insieme al canto dell'allodola Dio 
I quali grida beffarde sarebbero arrivate alle loro orec- 
iiie; laonde, fatta di necessità virtù, gridarono, gridarono 
lUto che la vecchia Nencini (anche le belle signore diven- 
ino vecchieì senti le loro grida dalla sua camera,. La bella 
" via San Gallo, come treht' anni prima la chiamava la 
'Utessa d'Albany, capi a volo, s' alz«'i da letto, infilò una 
- staglia, e prima che accorressero i servi, aprì il cancello 
l'I Lnardi?)'» ai due amanti j-itardatari ed augurando loro 



92 

che Venere, madre degli amori, ricoprisse d' un fitto e pru- 
dente velo quel loro viaggio di circumnavigazione intorno 
al suo giardino, accomiatolli. 

Ma Venere pare che non fosse più in tempo per tirare 
fuori dai suoi bauli quel certo velo invocato dall' ex-amica 
d' Ugo, e la gustosa e ridanciana novella fece il giro della 
città, e, naturalmente, in quel suo giro, non mancò di fare 
una punta sino al Palazzo Non-finito, dove la polizia, sotto 
forma di rapporto all'illustrissimo signor presidente, la 
consegnò agli archivi. 

E il marito ? domanderanno le nostre cortesi lettrici. 

Oh ! Sua Eccellenza R 3', benché ungherese, discendeva 

in linea retta da Menelao.... Le nostre signore lettrici 
devono capire.... Quel certo re Menelao che nella briosa 
operetta d'Offenibach le ha fatto tanto ridere. Era quindi 
naturale che le avventure della moglie lo lasciassero in- 
differente ; ma chi, quelle avventure da Decameron non po- 
tevano lasciare indifferente, era la corte di Vienna; e il 
povero marito fu costretto a dare le sue dimissioni. 

Qui lasciamo la parola al signor Ispettore di polizia : 

„ Si parla nelle nobili conversazioni del dispiacere pro- 
vato dalla contessa R y nell' avere inteso dal marito che 

aveva domandato ed ottenuta la sua dimissione. Vuoisi ch'e- 
gli facesse una tale dimanda all' insaputa della moglie, e 
giuntagli la notizia delle accettate dimissioni, prendesse oc- 
casione che la moglie si recava al passeggio per dirle : „ Di- 
vertitevi, perchè presto partiremo pel nostro castello d'Un-l 
gheria avendo io offerto le mie dimissioni, che 8. M. 1' Im- 
peratore ha accettato. „ A tale annunzio dicesi che la con-] 
tessa cadesse in isvenimento e convulsione; dopo di che si 
desse a strapparsi i capelli dimostrando una vera dispera- 
zione. S' aggiunge clie il ministro era stato ridotto a di- 
mettersi per la condotta della moglie troppo franca in ga-j 
lanteria. « 






93 

Lo stesso principe di Mettermeli che allora teneva in 
pugno i destini dell' Europa, come ora li tiene un altro prin- 
cipe di razza teutonica, non isfuggi alla sorveglianza e ai 
commenti non sempre lusinghieri della Polizia. Arrivato il 
gran Cancelliere di S. M. I. e R. a Firenze nell' ottobre 
del 1838, andò ad alloggiare alla locanda di madama Hum- 
bert, sul Lungarno di mezzogiorno. Il suo soggiorno non si 
segnalò che per la sua spilorceria inaudita. Alla musica della 
Società Filarmonica che aveva rallegrato i pranzi del più 
grande puntello della Santa Alleanza, mandò a regalare cin- 
que zecchini, che la Società disdegnosamente rifiutò. Alla 
stessa polizia codesto rifiuto pai*ve dignitoso. Si vede che 
([uanto a convenienze sociali, ne sapeva un zinzino di più 
un poliziotto toscano, che non il primo ministro di Sua Maestà 
Cesarea ! 



Uà un principe della politica ad un principe del roman- 
zo. Alessandro Dumas padre, che non s' occupò mai di poli- 
tica per la semplice ragione di non aver mai saputo trova- 
re un ritaglio di tempo per consacrarlo ad essa, arrivò a 
Firenze, nel giugno del 1835, preceduto dalla fama di per- 
la sospetta e pericolosa. Si vede che la polizia non po- 
.a capacitarsi come un nomo che aveva ordito ne' suoi 
irammi e nei suoi romanzi tanti intrighi, tante congiure, 
narrato tanti regicidi, descritte tante scene rivoluzionarie, 
iivin fosse anche lui un Ravaillac o un Jacques Clement, o 
|t r lo meno un conte di Cagliostro. Il console toscano di 
Tolone aveva segnalato la sua partenza da quella città per 
i.ivorno, ove appena sbarcato, la Polizia gli mise dietro alle 
1 cagna uno dei suoi soliti bracchi. Questi riferi che il 
iinas, poco dopo il suo arrivo, aveva avuto la visita del 
rt. Guerrazzi. L'autore della Battaglia di Benevento ren- 
- va così omaggio all' autore del Conte di Montec risto ; ma 
il < Guerrazzi, come si sa, non era soltanto un romanziere : 



94 

era, specie per la polizia, lo spirito più turbolento di tutto 
il granducato, e la sua visita allo scrittore francese non 
poteva che accrescere i sospetti che destava quest' ultimo. 

Alessandro Dumas arrivò a Firenze il 1 luglio e prese 
alloggio all' Albergo di Londra. Aveva seco due signore, 
sorelle, cui la polizia sempre curiosa trovava molto avve- 
nenti, ed una delle quali, Ida Terrier, di Nancy, era stata pre- 
sentata dal fecondo romanziere per la signora Dumas. Per 
altro, il soggiorno del Dumas a Firenze non presentò nulla 
di notevole ; 1' autore ò.'' Antony e le sue compagne non pen- 
savano che a scialarla. Pranzi succulenti, scarrozzate, pas- 
seggiate nei d' intorni della città, teatri, visite alle gal- 
lerie, ecco ciò che riempiva le giornate della nostra lieta ♦- 
giovanile brigata. 

Il Dumas, al contrario del principe di Mettermeli, non 
amava che mediocremente i luigi d'oro, di cui erano ben 
fornite le sue tasche. Quel pezzo di giovanotto alto, robu- 
sto, dai capelli crespi, dalle labbra grasse, sensuali, dall'a- 
ria così gioviale, aveva le mani bncate. 

S' assentò, solo, da Fii'enze per pochi giorni ; e fatta 
una corsa sino a Roma, al suo ritorno, insieme all»^ <\\f si- 
gnore, se ne tornò in Francia. 

Vi apparve, più tardi, una seconda volta ; e frutto del 
suo soggiorno sulle sponde dell'Arno fu il libro : Une Année 
à Florence, che il presidente Bologna chiamava un libro 
riboccante d^ inesattezze e di falsità. Era il 1841 ; il gras- 
so Dumas, malgrado il suo viso da cuor contento e le sue 
relazioni intime coi membri della famiglia di Luigi Filippo 
re dei francesi, che faceva di tutto per cancellare con una 
spugna inzuppata nel conservatorismo della più beli' acqna 
il suo passato di rivoluzionario, era sempre ritenuto dalla 
polizia toscana come un soggetto equivoco, e coni' è natura- : 
le, era sorvegliato. Sotto la data del 10 giugno, l'ispettore 
riferiva sul conto di lui : „ È tornato da Parigi Alessan- 
dro Dumas insieme alla nioglie.... Mercoledì sera trova- 
vasi con questa al Cocomero in un palco al primo ordine. 
La compagnia francese Doligny rappresentava : .forris Vhon- 
nHe homme, che venne applaudito dal pubblico. Oredendoj 



95 

l>iimas che dietro gii applausi si volesse chiamare sul pal- 
(ij scenico V autore, parti dal teatro prima che terminasse la 
rappresentazione. „ 

Se Dumas era un grande fabbricatore di romanzi, anche 
la sig-nora che viveva con esso lui, e che abbiamo vistu 
qualificare dalla polizia per moglie del poeta, ne manipola- 
va qualcuno per suo uso particolare. Erano questi, peraltro, 
romanzi in azione, scritti a quattro mani e all'insaputa dei- 
Tutore della Tour de Xesle. La Polizia, difatti, che aveva 
lo sguardo acuto, sorprese uno di questi romanzi della pseu- 
do-moglie del Dumas ; e in un rapporto del 30 ottobre 1841 
narra che lo scrittore francese, dovendo partire per Parigi 
insieme alla sua compagna, per una malattia sopravvenuta 
a un tratto a quest' ultima, fu costretto a mettersi solo 
in viaggio. Ma la malattia della signora non era che simu- 
lata. Partito il poeta, la sua compagna passò allegramente 
otto dieci giorni insieme a un francese, amico intimo del 
sedicente marito ed insieme al quale poi tornò in Francia. 

Un' altra apparizione fece il Dumas a Fii-enze nell' an- 
no successivo. Ne troviamo nota in un rapporto del 19 feb- 
braio 1842 : „ È stato parlato di un duello che doveva ac- 
cadere fra il principe di Canino genero di Giuseppe Buona- 
parte (l'ex-re di Spagna) e il di lui cugino Napoleone tìglio 
deU' ex-re Girolamo per causa di discorsi ingiuriosi che il 
primo si permetteva di fare a carico dei suoi parenti, per 
cui il secondo 1' aveva sfidato a duello ; ma dicesi che il 
n<«to letterato Dumas riuscisse a riconciliarli e che il prin- 
cipe di Canino si recasse colla moglie a far visita al princi- 
pe Girolamo loro zio per scusarsi delle ciarle che in propo- 
sito erano state fatte. , 

Altra apparizione del Dumas a Firenze, nel 1843. Era 
\ tenute» anche a soggiornarvi in quei giorni il conte Vitalia- 
no Vinlsrcati, un gentiluomo milanese che fra una cospira- 
zione e r altra trovava il modo di menare una vita elegante 
e di corteggiare le signore. Imbattutosi nei salotti aristo- 
cratici in uno scrittore francese, Giulio Lecomte, grande 
corteggiatore di dame ricche, ma quasi sempre vecchie e brut- 
te, l'accusò di ricatti odiosi. Imperocché (sempre stando a 



06 

quanto ne riferiva la polizia, le cui informazioni, per altro, 
non erano sempre oro colato) il Lecomte, il quale, come il 
Dumas scriveva romanzi, avrebbe avuto l'abitudine di sotto- 
porre le sue amanti al dilemma o veder pubblicate le loro 
lettere d' amore nel suo futuro romanzo, o di pagare una 
somma di denaro per indennizzarlo della perdita che quel 
Uomeo così poco delicato avrebbe sofferto colla soppres- 
sione di queir epistolario dal suo libro. 

L' accusa, naturalmente, fece il giro della città e per- 
venuta all' orecchio del Lecomte, fu da questo smentita. Ma 
il Vitaliani non si diede per vinto, e rincarando la dose dis- 
se che sui fatti ai quali alludeva, poteva deporre il Dumas,, 
il quale interpellato, confermò 1' accusa. Il Lecomte, furioso- 
d' essere stato scorbacchiato in quel modo, incontrato un 
{giorno il grande romanziere francese alle Caseine, lo percos- 
se sul viso. Ma il Dumas, agguantatolo pel colletto dinanzi 
a un pubblico di marchesi, di conti e di duchi, quale ap- 
pena avrebbe potuto desiderare alla prima recita d' un 
suo dramma o d'una sua commedia al Thi'atre franqais o a 
la Porte Saint-Martin^ gli scaricò addosso una tremenda 
pioggia di legnate. — Quando ebbe finito di bastonarlo, ri- 
voltosi agli astanti, disse freddamente : „ Signori, è il solo 
duello possibile con costui ! „ E vedendo vicino al Lecomte il 
principe russo Niccola Korzikoff, aggiunse : , In ogni caso, 
se il signor principe volesse incrociare la sua spada colla 
mia.... 

„ — Niente affatto, mio caro poeta, rispose il principe; 
mi trovavo per caso vicino al signor Lecomte. „ 



I 






« 



Un'altra iinunna — qiifll.i irmi iiiiini]r.- i, .i.^, o. i In- 
<i:rgi porta corona reale. 

Da un rapporto del \) decembre 1843: „ H arrivato in 

Firenze il principe ereditario di Si dice che sia di 

carattere assai timido e che il padre lo faccia viaggiare per 



4. 



97 

renderlo più franco. „ E il 10 decembre, 1' Ispettore scri- 
veva : , Si dice che il principe ereditario di , . . siasi 
invaghito della moglie d' un certo Gr. . . . di Monte- 
catini e sorella della principessa Pon . . . y presso la 
quale abita da qualche tempo, mentre il marito trovasi a 
Vienna col duca di Lucca. . . Ad un pranzo dato dal 
principe di ìlonteforte (1' ex-re di Westtalia > intervennero 
questi due innamorati. La signora si mostrò assai scaltra, 
ma il principe fece distinguere la sua passione, come avreb- 
be potuto fare un collegiale. „ 



Un' ultima lìgurina, quella del conte Moltke. 

Gli archivi di una polizia possono rassomigliarsi a mia 
hoìfe à surprise. All' improvviso, quando voi, cui'vo sui fogli 
ingialliti, seguite colla passione d' tm frugatore di vecchie 
pratiche burocratiche 1' andamento d' un affare attraverso la 
selva aspra e foHe delle ministeriali abbassate e delle note 
innalzate^ degli ordini impartiti e delle cii'colari dii-amate, 
eccovi la sorpresa che vi trattiene la mano, rende immobi- 
le il vostro occhio e trasforma il vostro viso in un grosso 
punto ammirativo.... 

E qual non fu la nostra sorpresa — si vede che le 
sorprese si seguono ma non si rassomigliano — quando mi 
bel giorno gettando un' occliiata sulle carte costituenti 1' in- 
serto^ potemmo apprendere che il conte Moltke, un conser- 
vatore della forza che tutti sanno, un pilastro del partito feu- 
dale del regno di Prussia, un ufficiale la cni devozione al suo 
re e al suo giuramento non poteva dar luogo a dubbi di 
sorta, corse pericolo, fra il novembre e il dicembre del 1 840, 
in una delle sue gite autunnali per le classiche terre della 
MfKjna Parens, d' essere sfrattato da Firenze, nientemeno 
sotto la imputazione di rivoluzionario, di sovvertitore di 
troni e d'altari, di mangia-tiranni !... 

Ecco come andarono le cose. 



98 

Il 7 dicembre 1840, 8. E. il ministro degli affari esteri 
del granducato di Toscana trasmetteva all' illustrissimo si- 
gnor cavaliere auditore presidente del Buon Cfoverno la se- 
guente nota riservatissima : 

„ Questo I. e R. Dipartimento degli affari esteri è ve- 
nuto a sapere die nel novembre ultimo scorso fu dato un 
pranzo in casa del conte Ermanno Potoski, rifugiato polac- 
co, e al quale presero parte, fra molti altri, un certo Ben- 
tivoglio e il conte Moltke. Vi furono dei brindisi ripetuti e 
clamorosi alla libertà, contro i tiranni, in favore della ri- 
generazione della Polonia ecc. 

„ Dicesi che la cosa abbia avuta molta importanza e ihe 
ne sia stato scritto anche in Russia. Prevedendosi di po- 
tere essere richiamato a dare schiarimenti sul proposito, il 
Dipartimento domanda che sieno soliiarite le cose colle op- 
portune indagini. „ 

Le opportune indagini, d'ordine del Presidente del Buon 
(roverno, furono assunte dall'Ispettore, come risulta dal 
rapporto presentato da quest' ultimo il giorno 14 dicembre : 

„ I fratelli conti Ermanno e Giuseppe Potoski nel me- 
se di luglio p. p. si recarono a Livorno, quindi ai bagni di 
Lucca, di dove non ritornarono che il 3 novembre scorso... 
Dopo il loro ritorno non vi sono state in casa loro riunioni 
numerose, né pranzi, né cene o conversazioni, come accade- 
va quando era in famiglia la moglie del conte Ermanno, 
che si sa trovarsi ora a Pietroburgo ove si è recata per re- 
clamare dall' Imperatore una porzione almeno del patrimo- 
nio del marito, ma senza ottenere l' intento; avendo scritto 
che per conseguirlo occorrerebbe che i tigli tornassero in 
Polonia, al che il conte Ermanno non vuole acconsentire, 
mentre vien ricusato a lui e al fratello Giuseppe di rimpa- 
triare con essi. 

„ Ciò premesso, la vigilanza esercitata .sui delti fratelli 
escludeva che nel di 29 novembre scorso avesse avuto luo- 
go in loro casa (abitavano in ria della Scala) uu pranzo con 
intervento di molti invitati ; ma approfondite, ciò nonostan- 
te, le indagini, ne è risultato la conferma dì tale esclusio- 
ne nel modo più positivo e sicuro, mentre è stato rilevato 



99 

che iu quel giorno non vi furono estranei a pranzo e sol- 
tanto la mattina, al dejenné, verso il tocco, v' intervenne 
il polacco Grocoisck}', 

„ Non troverei improbabile che fra loro avessero fatto 
dei brindisi alla libertà, contro i tiranni ecc., poiché si co- 
nosce bastantemente i sentimenti dei fratelli Potoski e dei 
loro amici ; ma è certo che il conte Moltke, ora abitante in 
via Maggio, e il Bentivoglio-Quaranta, in quella sera, non 
vi erano... Moltke, il conte Kamiscky, il predetto (rrocoiscky 
e un altro non conosciuto vi furono a bere il thè la sera 
del 25 detto mese. 

„ Debbo finalmente avvertire che essendo stato licenzia- 
to, perchè poco rispettoso, insolente, dal servizio dei conti 
Potoski, Luigi Tartalli, ho creduto opportuno dì farlo de- 
stramente interrogare da persona di fiducia e le di lui di- 
chiarazioni stanno pure ad escludere il supposto pranzo con 
molti convitati e brindisi... _ 



Bisugua cuuvenirue, 1" Ispettore a cui il cavaliere Pre- 
sidente aveva affidato l' incarico di riferire sui famosi brin- 
disi, era un galantuomo. Egli aveva sotto la sua mano tutti 
gli amminnicoli per fare una relazione fosca, dalle ombre sa- 
pientemente addensate come in un quadro del Rembrandt, 
aveva dinanzi a sé una famiglia di rivoluzionari, di proscrit- 
ti, i Potoski, impiccati in effigie a Varsavia, all' indomani 
del giorno in cui i battaglioni e gli squadroni dello Czar 
vi avevano portato 1' ordine — quel tale ordine, che alla 
tribuna di Parigi, la prima tribuna del mondo, aveva trovato 
nel generale Sebastiani (un giacobmo del rosso più carico 
divenuto conservatore con un po' di maschera liberale) un 
eloquente apostolo ; aveva, diciamo, l' ispettore sempre a sé 
dinanzi un polacco non meno esaltato dei Potoski, il Gro- 
coiscky, cospiratore permanente contro l'egemonia della santa 
Russia. 



100 

Non aveva, gli è vero, né il pranzo, né la numerosa 
riunione ; ma ci aveva per contro, la riunione di famiglia, 
la riunione intima, coli' indispensabile thè delle riunioni fa- 
miliari della gente del Nord. Mancavano i brindisi, e questa 
era una lacuna da non potere essere colmata facilmente ; 
ma alla fantasia d'un poliziotto di manica larga, con un po' 
di sforzo, non avrebbe fatto difetto qualche ripiego per tro- 
varla con più meno artificio ; al postutto, 1' avrebbe potu- 
to anche inventare di sana pianta coli' interessata compia- 
cenza d' un confidente bugiardo. Si trattava, alla fin fine, di 
servire la buona causa ; di rendere un -servizio a quel buon 
Niccolò di Russia che mandava in Siberia o in esilio i po- 
lacchi che non poteva impiccare, e un po' di inventiva, 
come si sa, entra sempre nel mestiere del poliziotto : lo 
che, s' intende, sarebbe stato più che sufiìciente per far dare 
lo sfratto al conte Moltke dalla Toscana, specie che allora 
il dotto ufiìziale prussiano non s'era guadagnata la riputa- 
zione di saper tacere in sette lingue. 

Ma il nostro poliziotto non era seguace della scuola 
del conte Eiccini di Modena e del marchese Del Carretto 
di Napoli ; era, all' incontro, un discepolo della scuola sem- 
plice, casalinga, nemica del rumore e dei colori foschi, che 
allora imperava sulle sponde dell'Arno ; — e il conte ^loltke, 
malgrado la sua partecipazione ad una riunione intima pres- 
so una famiglia di rivoluzionari, fu lasciato tranquillo. 



101 



CAPITOLO XIII. 
I Re in esilio. 



F. 



erdiuaudo III granduca, ritoruaudo in Toscana nel 1814, 
fosse segreta simpatia se non pei prìncipi dell' ottantano- 
ve, certo per quello spirito di riforme che aveva animato 
in tutti gli atti della sua vita il granduca Pietro Leopoldo, 
suo padre; fosse naturale mitezza d' animo che lo spingeva, 
malgrado i consigli di chi lo circondava, a tenersi lontano dalle 
misure estreme ed odiose, spalancò a due battenti le porte 
del suo piccolo Stato ai re esiliati, sopratutto a quei Bona- 
parte i quaK. in quei giorni, quasi tutti i principi d' EiU'opa 
avevano condannato all' ostracismo. Cominciò a trasportarvi 
i suoi lari Luigi Bonaparte, 1' ex-re d' Olanda, che aveva 
assunto il nome di conte di Saint-Leu. Ee da burla anche 
quando il fratello, tagliando a spicchi come una mela V Eu- 
ropa, gli aveva posto sul capo la corona d' Olanda, marito 
da operetta prima e dopo la sua abdicazione, si creò intor- 
no una famiglia illegale ; e in quel piccolo paradiso che è 
la collina di Montughi, fuori porta San Gallo, a Firenze, 
visse giorni meno tempestosi ingannando il tempo a gettare, 
f «n una vivace confutazione della Vita di Napoleone Bono- 
porte di sir Walter Scott, le fondamenta di quella leggenda 
napoleonica che più tardi doveva condurre il proprio figliuolo 
sul trono che il sole di Austerlitz e di AVagram aveva illumi- 
nato. Più ta^di, quasi che il vivere in questo mondo, dove altro 
non aveva raccolto che fastidì, gli venisse in uggia, si mise 
a scrìvere romanzi, vivendo così in mezzo a persone e ad 
avvenimenti immaginari : romanziere, per altro, quel Bona- 
parte, non meno disgraziato del re e del marito, se ì suoi 
romanzi, eh' egli leggeva ad un crocchio dì amici intimi, e- 
rano pesanti e noiosi. Almeno tali !ì giudicava la contessa 



102 

di Albany, che era parecchio maligna e del suo compagno 
d' esilio (anche lei era una ex-regina in partibus) non ave- 
va che una stima assai limitata. Come si sa, la contessa 
discendeva da Roberto Bruce, 1' eroico re scozzese, e l'ami- 
ca dell'Altieri, col suo vecchio sangue d' eroi nelle vene, non 
poteva sentire che una debole simpatia per un parvenu^ 
benché questo parvenu avesse avuto per fratello colui, che 
per quindici anni aveva legato l' Europa al suo carro trion- 
fale. Ma visto neir intimità, quel povero conte di Saint-Leu 
perdeva quel po'po' di poesia che ancora accompagnava il suo 
nome. Non pagava prontamente i suoi creditori, i quali più 
d' una volta, se vollero essere pagati, dovettero ricorrere 
alle minacce. Nel 1822 un tal Viviani era creditore dell'ex- 
re di ottocento scudi per biada e foraggi. Chiese, protestò, 
mmacciò ; in line, il conte di Saint-Leu gli fece sapere che 
il suo amministratore gli avrebbe pagato il conto, ma con 
una tara di cento scudi. Al Viviani quel procedere parve 
poco punto da re, e avvicinato il principe, con modi ar- 
roganti chiese clie fosse saldato all' istante, e senza tara. 
All' ex-re parve che il Viviani trascendesse ed impugnò le 
pistole, e sarebbe di sicuro succeduto qualche grosso guaio, 
se sopravvenuti in ({uel momento i servi del principe non 
avessero posto alla porta il Viviani. Questi uscì ammonendo 
il principe che 1' avrebbe aspettato a Firenze a chiedergli 
il suo, magari se avesse dovuto fermare la carrozza e sal- 
tare sul montatoio. Il Viviani, parlando cosi, ignorava pro- 
babilmente come quasi trecento anni prima, un altro credi- 
tore, per farsi pagare da un re avesse fatto precisamente 
in quel modo. Soltanto quando il creditore saltò sul monta- 
UÀo della vettura del re, il principe, eh' era il principe più 
l)Otente di quel tempo, gli disse : — ^ Senor, non vi conoscol — 
No ? rispose il creditore che era uno dei più grandi capi- 
tani del secolo ; eppure ho regalato a Vostra MaestA un im- 
jìtro — il Messico, Sire ! „ — Ma ritornando al Viviani, menti-e 
questi era cacciato dai servi fuori della palazzina, la mo- 
glie aspettava sul viale ove essendosi abbattuta in un fanciullo 
biondo, dagli occhi cerulei, dalla fronte grande, dal naso 
aquilino, non p<ttè trattenersi di dirne delle crude e delle 



lUo 

cotte sul conto di (luell' ex-re che non pagava i suoi torni- 
■ 'ri. 

— ila il conte è mio padre, signora!... 
La donna rimase mortificata di quella sua scappata, ma 
r indomani il marito vemie integralmente pagata. 

Il rapporto della pulizia non dice se quel fanciulletto 
'dondo t'osse il principe Napoleone, morto nel 1831, a For- 
lì, oppure Luigi Napoleone, futuro imperatore dei Francesi. 
Ma queir «x-re, che confutava Walter Scott, che scri- 
veva romanzi, che scriveva sin' anco (un ex-re !...ì canzo- 
nette allegre, che non pagava i suoi creditori, non aveva 
nulla della regalità. Restò sempre borghese. Leggiamo, di- 
ritti, in un rapporto dell' Ispettore di Firenze del 23 ago- 
"0 1840, quanto appresso: „ 

„ Il cav. Ulivelli, uno dei componenti della conversa- 
zione serale del conte di Saint-Leu, parlando del tentativo 
atto del principe Luigi a Boulogne, narrò che il conte dis- 
-e ai suoi amici : „ Avete inteso le belle cose fatte da quello 
-tolto di mio tìglio ? Vuol finire sul palco per degradare sé 
-tesso e la sua famiglia. Il re Filippo che è clemente e ge- 
^;roso, rispamiierà, lo spero, questo disonore alla mia fami- 
glia e a me particolarmente. „ L' ex-re morì nel 1846, pri- 
la che r astro napoleonico ritornasse a brillare in tutto il 
-uo splendore ; diversamente, quel disgraziato avrebbe visto 
, nello stolto di suo figlio far riprendere all'aquila imperiale 
il suo volo vittorioso ! 

E in un rapporto del 17 ottobre: „ Mercoledì tutta la 
imiglia Montfort, collo stesso Demidoff, era a pranzo dal 
'Ute di Saint-Leu. Non dimostrarono grande dispiacere della 
jndanna di perpetua detenzione riportata da Luigi Napo- 
one figlio del conte; piuttosto sembravano giulivi della di- 
isa fatta in suo favore dall' avvocato Berryer, clie si fon- 
!') principalmente sui diritti della famiglia Bonaparte al 
lono di Francia. _ 



i>iq)M a iiiariì", i;i iimirlie — la bella e galante Ortensia. 
Di vecchio sangue aristocratico, di quel sangna che era an- 



104 

dato al patibolo collo stesso brio con che avrebbe fatto una 
l)artita di caccia o ballato, sotto la monarchia lei*"ittima, un 
minuetto, l' ex-regina d' Olanda conserrò nell' esilio tutta la 
maestà d' una grandezza decaduta. Essa, in quel meraviglio- 
so e fantastico dramma che fu l' impero dell' Uomo fatale, 
era stata come un' apparizione di quella vecchia galanteria 
francese, che gli scamiciati del novantatrè avevano creduto 
di sotìocare nel sangue o di strozzare fra i loro cenci tra- 
sformati per la circostanza in capestro. Come una marchesa 
una duchessa del tempo di Luigi XV, essa attraversò 
l'Impero gettando a destra e a sinistra sorrisi e baci, su- 
scitando dappertutto quel mormorio che destano la grazia, 
lo spirito e la bellezza, e che è che una melodia per 1' o- 
recchio di chi lo desta. Ebbe amori ed avventure, e più 
d' un giovine colonnello o d' un giovane generale, spirando 
fra i monti della Spagna o nelle steppe gelate della Russia 
mandò col suo ultimo sospiro un addio alla bella donna. Ma 
Dio è pietoso per le belle peccatrici ; e Dio non dovette lun- 
gamente fare attendere all' ex-regina d' Olanda il suo per- 
dono, se durante 1' esilio, la principessa non *'l'li»^ ;• r;\c to- 
gliere dappertutto che simpatia e rispetto. 

L' ex-regina, insieme ai suoi due figli, i principi Na- 
poleone e Luigi, fu a Firenze sulla fine del novembre 1823. 
— La Polizia, come era usa, la circondò di spie ; le quali 
riferirono che il giorno 2 dicembre, al ritorno dalla pas- 
seggiata, essendo sopravvenuta una indisposizione al mino- 
re dei figliuoli della contessa di Saint-Leu, fu chiamato il 
dottor Fureau che abitava al Canto alle Farine. La sera la . 
regina non andò al teatro (al Cocomero) benché il palcoi 
fosse stato pagato. Il G riferivano che il principe stava' 
meglio e che la illustre gentildonna si disponeva a partire. 
Parti, difatti, il giorno 8, senza che la sua ccmdotta avesse: 
fornito materia a sosjx-tti in inntcria politica. 

Ma r archivio segreto della presidenza del Buon Uo- 
verno é una miniera inesauribile di notizie intorn< iilT altro 



105 

le iu esilio, lTÌrolaui<- iiuiiaj^^aitc, già ic- di Westialia, allora 
unte di Montfort, che aveva definitivamente piantato le sue 
tende a Firenze in attesa che egli, o qualcuno della sua fa- 
miglia, risalisse un trono. 

L'ex-re Girolamo era un perfetto gaudente. Pigliava la 
vita dal lato facile e brillante, e come un })etit ynàìtre della 
Reggenza, ammazzava allegramente U tempo fra gli amori, 
le» caccie, le feste e i banchetti. Le roi s'amiise — ecco un 
motto che l'ex-re di , Westfalia avrebbe potuto pigliare per 
divisa. I vecchi fiorentini ricordano ancora i fastosi ricevi- 
menti, le allegre serate, le livree verdi, i magnifici cavalli, 
ma sopratutto i romanzi galanti del più giovane dei napo- 
leonidi. Installatosi nel palazzo Orlandini, in Piazza dei Buo- 
ni, egli vi menava vita principesca. Come a tutti i fratelli 
del grande capitano che avevano portato una corona, i ser- 
vi, come gì' invitati, davano a lui il titolo di Maestà, (tìu- 
lio Janin, che visitò Firenze nel luglio 1838, ne parla in 
modo assai lusinghiero e con devozione discretamente affet- 
'nta, insomma da cortigiano dell' avvenire. Egli, a propo- 
sto di «quella Versaglia in ventiquattresimo eh' era il Pa- 
lazzo Orlandini e degli ospiti che attraversavano le sue 
•stanze quasi regali, scrive : „ Il giorno dopo fui invitato ad 
una colazione in casa di Crirolamo Bonaparte. Fra tutte le 
rovine di Firenze brilla d'una luce dolorosa la famiglia del- 
l' Imperatore. Anche in mezzo a Firenze, essa è rimasta 
francese ; Firenze non V ha potuta domare. Soltanto i Bo- 
'; aparte hanno preso da lei la dolce allegria e l'oblìo d' o- 
_ni ambizione. Firenze ama questi Bonaparte esuli, essa 
che non visse tanto tempo che di proscrizioni e d'esili. Alla 
festa il principe Ciirolamo aveva invitato i Borboni di Na- 
poli e i Borboni di Spagna, che intervennero... In casa in- 
(ontrai, non senza una viva commozione, una giovine Bo- 
naparte bianca e vermiglia (la principessa Matilde). Ci ha 
ricevuto con tutta la ingenua grazia dei suoi diciotto anni 
non ancora compiuti, ci ha accolti non come una principes- 
ca esiliata, ma come una bella giovane parigina dimentica- 
ta sulle sponde dell'Arno. Ha fatto gli onori di casa con 



100 

una g'iazia perfetta, tacendo passare prima i suoi compa- 
triotti, poi i Borboni. „ 

Lo stesso Janin fu presente alle nozze che due anni 
dopo si celebrarono fra la principessa Matilde e il principe 
Anatolio Demidoif, una specie di Creso russo, meno il tro- 
no, ma colla rozzezza d'un cosacco in più. Imperocché l'ar- 
cimilionario delle sponde della Newa se aveva pieni i for- 
zieri di rubli e di brillanti, era rozzo, ubbriacone e violen- 
to. L' Ispettore di Polizia, in un rapporto del 7 novem- 
bre 1840, dopo aver parlato delle nozze, aggiungeva: „ Si 
critica il carattere violento e prepotente del principe Demi- 
doff, e si compiange nelle nobili conversazioni la sposa, alla 
quale vengono fatti molti elogi. „ 

Né i tristi presentimenti tardarono ad avverarsi. Com- 
parso a Parigi il romanzo di Eugenio Sue : Matilde, il so- 
lito Ispettore scriveva il 7 agosto 1841 : „ Un romanzo che 
si stampa a Parigi — Matilde — forma soggetto di di- 
scorsi nelle nobili società, dicendosi essere una satira del 
principe di Demidotf, parlandosi del di lui carattere strava- 
gante fino dall' infanzia, non senza commentare tutti i fatti 
accaduti relativamente al di lui matrimonio colla figlia del 
conte di Montfort. „ 

Quanto alla cronaca galante dei membri della casa del- 
l'ex-re di Westfalia, la Polizia ci informa che il principe 
Cirirolamo faceva la corte alla marchesa C.si ; né i figli di 
lui, principalmente il principe Napoleone, perdevano il loro 
tempo. Nel solito rapporto leggiamo : „ 11 primogenito del conte 
di Montfort, per nome Napoleone, fa la corte alla moglie 
basso Ronconi cantante alla Pergola, ove tntt(> \v sen^ 
tratti-ene nel palco di lei. „ 

Due principi codesti, jìer altro, che bastavano da sé soli 
a riempire la cronaca mondana della città passando da una 
festa ad un duello, da un amore ad una scommessa, da nn 
alcova ad un viaggio, da una partita di caccia ad un con- 
ciliabolo massonico. 



Un altro l'e in esilio — sempre deUa famiglia Boua- 



oro il 
nte_j| 

1 



107 

parte — che veline a trasportare le sue tende in Toscana 
e a moriiTi, fu Giuseppe, 1' ex-re di Spagna. Aveva preso 
il nome di conte di Sourvilliers. Arrivò a Firenze nel lu- 
glio 1841, e i rapporti della Polizia notavano che nel se- 
guito del principe e' era un certo Dubeau, francese, in qua- 
lità di maestro di casa, la cui figlia si pretendeva che fosse 
stata la favorita di Giuseppe. Più tardi, quando si aperse 
il testamento dell' ex-re, si venne a conoscere che egli, della 
sua grossa fortmia aveva disposto regalmente, lasciando ol- 
tre un milione da erogarsi pel monumento di Napoleone I 
agl'Invalidi, e due milioni alla Guardia Imperiale, che ave- 
va combattuto a Waterloo. Di quest' ultima disposizione, 
l'ex-re dava la seguente spiegazione : che avendo Napoleo- 
ne, dopo la battaglia di Waterloo, parlato con lui, gli con- 
segnò sei milioni di scudi, dicendogli che si sarebbero rive- 
duti in America. — „ E nel caso che non e' incontrassimo 
in America, uè altrove. Sire, a clii dovrei allora consegnare 
il denaro ? „ — aveva domandato Giuseppe ; e Napoleone : — 
y, Sarà vostro a condizione che ne facciate queir uso che ne 
avrei potut o fare io stesso. „ 



108 



CAPITOLO XIV. 
I proscritti del 1821. 



I 



.1 gTtande contingente delle proscrizioni che ebbero luo- 
go in Italia dopi» i rivolg-imenti del 1821, fu fornito dal 
reame di Napoli. Quasi tutti i proscritti d' allora, trovaro- 
no asilo, un po' alla volta, in Toscana. In quei giorni po- 
teva dirsi come ai tempi dei vecchi Comuni italiani, quando la 
vittoria d' una fazione segnava la proscrizione della fazione 
vinta, che un' intiera regione era stata trasportata in un'al- 
tra. Grià 1' esodo napoletano del ventuno era stato precedu- 
to da quello, però meno vasto, meno doloroso, del 1815, 
quando in seguito all' impresa dell' indipendenza tentata da 
re Gioacchino, i principali fautori di quel moto, col ritorno 
dei Borboni, ebbero ad emigrare. A capo di costoro, come 
più tardi doveva essere a capo dei proscritti del 1821, fu 
il barone Cxiuseppe Poerio, grande luminare del fòro napo- 
letano, ex-ministro del Murat e padre di quelle due illustra- 
zioni del martirologio italiano, che furono Carlo ed Ales- 
sandro Poerio. 

Sbarcato il Poerio a Livorno insieme alla moglie e ai 
tigli, non che insieme al Mandrilli, il quale era stato pre- 
fetto di Polizia a Napoli, il Puccini, presidente del Baon] 
(Toverno, sotto il giorno 16 giugno 1816, scriveva al Go- 
vernatore di quella citti\ : „ Sapevo già che Mandrilli stava 
in Livorno ; egli e il Poerio hanno per ora una certa tol- 
leranza in Toscana. Ella però si faccia dar conto dalla Po- 
lizia del suo contegno e delle sue relazioni. La prevengo] 
elle il Mandrilli è cautissimo nel suo esteriore e nella sua- 
condotta ; ed è naturale, essendo anche stato prefetto di 
Polizia in tempi turbolentissimi, y, 

\'enuti tMiito il Pofi-in ijuaiitn il Alaiulrilli :i Kii'en 



109 

u tosto institiiita una strettissima sorveglianza su di loro. 
Ecco alcuni passi dei rapporti della Polizia : 

, 1 Dicembre 1816. Alle ore 10 li2 il Mandrilli 
•>rtì di casa ed andò dalla Dombroscky dei Ricci, ove è 
Sloggiato Poerio colla sua famiglia; ed a mezzogiorno 
iscì insieme con detto Poerio, e dopo d' aver girato per 
varie strade, si portarono nella chiesa di Santa Trinità. Il 
Poerio è stato consigliere di Murat, presidente deUa Cassa- 
tone di Napoli, soggetto cattivo {sic!!!) non minore del 
Mandrilli. „ 

„ 2 Dicembre. Dopo pranzo, il Poerio sorti di casa 
ed insieme a sua moglie se ne andarono alle scuole delle 
Belle Arti, a San Marco, a prendere i loro due figli (Carlo 
ed Alessandro) che studiano il disegno e si portarono tutti 
insieme alle Cascine a bere il latte. „ 

, 3 Dicembre. Sortì di casa (il Poerio) dopo le 12 
rA andò alla scuola delle Belle Arti a prendere i figli. „ 

Ma quella sorveglianza di tutti i giorni, di tutte le ore, 
non poteva sfuggire ai proscritti ; e l' ispettore Fabbrini 
riferendo intorno ad un incidente avvenuto fra il Mandrilli e 
un fiduciario che lo pedinava, scriveva l'S dicembre : „ Il Man- 
drilli si fermò sul canto di via delle Oche aspettando il sor- 
vegliante che si era accorto lo pedinasse, cui proseguendo il 
suo cammino, il Mandrilli gli andò incontro, lo fennò e gli 
lisse : „ Voi siete indegno di sapere dove vado, voi e chi vi 
omanda! „ — Il soi'vegliante rispose: „ Io non vi conosco. 
;è so chi siete. „ — Ed il Mandrilli soggiunse alzando il ba- 
rone che aveva in mano : „ Ieri ne aveva un altro alle 
ilcagna ed oggi siete voi ! „ — „ Mi meraviglio, signore, 
ispose il sorvegliante ; vada pei fatti suoi. , 

L' ospitalità, come vede il lettore, era una bpecit- di re- 
legazione di custodia dorata. Il proscritto poteva andare 
di qua o di là, a suo piacere^ poteva stare dove gli torna- 
' va più comodo, andare a spasso, al teatro, ritirarsi a qual- 
iasi ora della notte, stringere delle relazioni, annodare in- 
lighi d'amore, magari, come vedremo in seguito, battersi in 
Uiello alla pistola o alla spada; solo, come l'ombra il cor- 
1^ pò, lo seguiva dappertutto una spia. Però, ad onore della 



no 

Polizia toscana, possiamo aggiungere che se il Mandrilli, 
quel certo giorno, avesse spezzato il suo bastone sulle spalle 
del suo angelo custode, la faccenda probabilmente sarebbe pas- 
sata liscia per lui, amando il Croverno di mettere a dormire 
le cose disgustose. Soltanto, avrebbe dato qualche zecchino 
al birro perchè avesse strillato il meno possibile, posto il 
caso non molto difficile che il bastone gli avesse rotto qual- 
che costola. 



Dopo gli avvenimenti del ventuno, che agitando l' Ita- 
lia non avevano risparmiato che la sola Toscana, ove per- 
altro il Governo contro i pochi affiliati alla Carboneria ave- 
va agito con mitezza straordinaria, centinaia e centinaia di 
proscritti attirati dalla reputazione di bontà che circondava 
il nome del figlio di Pietro Leopoldo, si presentarono alle 
autorità di confine, senza che queste trovassero sempre il 
modo od avessero il cuore di respingerli. Ne arrivarono da 
Napoli, dagli Stati Sardi, dal Lombardo-Veneto, dai Ducati, 
sopratutto dalle limitrofe Romagne, lasciandosi dietro i lo- 
ro passi la galera e qualche volta la forca. Ai romagnoli 
(giacché il Fossombroni non fu mai tenero del Governo dei 
preti e le autorità di confine che non 1' ignoravano, non 
mancavano nelle loro segrete relazioni di denunziare lo sgo- 
verno che i birri in divisa di soldati o in abito paonazzo o 
rosso facevano delle legazioni;) ai romagnoli, diciamo, fu per- 
messo da don Neri Corsini, ministro dell' interno, con bi- 
glietto del 22 marzo 1822, il soggiorno in Toscana, purché 
non vicino alla frontiera. Fra essi figurava Domenico Fa- 
rini, medico di Russi, padre di Cavh) Lui-:i. e nonno dell'at- 
tuale presidente del Senato italiano. 

Pei proscritti di Napoli si fu dapprinui lueiKt lullfriuiti, 
forse perchè in ciò si dava più ascolto alle richieste della 
cancelleria cesarea. Il 12 settembre 1822, fu espulso Fran- 
cesco Paolo Borrelli, già membro della Camera dei Deputati, 
e con biglietto del 1 febbraio dell' anno successivo don Neri 



1 



Ili 

Corsini informava il Presidente del Buon Governo, come U 
CTranduca avesse disposto che spirato il termine della carta 
di soggiorno accordata agli esuli napolitani, se già residenti 
in Toscana, fossero espulsi ; e se non ancora arrivati, fosse 
loro accordato un breve termine per ripassare la frontiera. 
La misura era troppo inumana e contraria alle tradi- 
zioni toscane, perchè potesse trovare una rigorosa applica- 
zione. Il 23 marzo, il ministro Fossombroni, informato dell'ar- 
rivo a Fiume del generale Pietro Colletta e del colonnello 
Crabriele Pepe non che della loro intenzione di venirsi a sta- 
bilire in Toscana, ordinò che fossero immediatamente avver- 
titi della misura adottata contro i proscritti napolitani. Ma 
r avviso ai due esuli non pervenne che quando già avevano 
posto il piede in Toscana ; ed essi rimasero dolorosamente col- 
piti allorché presentatisi in Firenze, il 26 marzo, all' ufficio 
dei forestieri, fu loro negata la carta di soggiorno ; la 
qualcosa era per essi lo sfratto. Allora il Colletta ed il Pe- 
pe pregarono la Polizia che prendesse atto delle seguenti 
loro dichiarazioni : 

j Che fino dal novembre passato fu loro notificato a 
Briinn, in Moravia, dove trovavansi relegati, eh' era cessa- 
ta la loro relegazione e che potevano partire a loro talen- 
to ; che avendo domandato al Crovernatore della Moravia 
se potevano domandare i passaporti per Firenze, fu loro ri- 
sposto che li domandassero pure, ma che vi aggiungessero 
1' alternativa Firenze o Roma ; che risoluta favorevolmente 
la loro domanda, si rivolsero allo stesso Gfovernatore per es- 
sere assicurati che il Governo toscano e quello di Eonia 
non avi'ebbero avuto difficoltà di riceverli ed evitare cosi il 
caso di fare un lungo e dispendioso viaggio ; che dopo due 
mesi ebbero in risposta che non vi sarebbe stata difficoltà 
alcuna e che a Vienna i loro passaporti sarebbero stati vi- 
dimati tanto dal Nunzio Pontificio, quanto dalP incaricato 
d' affari di Toscana, come difatti seguì ; che infine si trova- 
no nel più grande imbarazzo per non sapere ove volgersi 
tosto che venissero cacciati dalla Toscana. ,. 

Il Governo si lasciò pregare un poco ; poi fini col ce- 



112 

dere ; soltanto la carta di soggiorno ai due esuli fu accorda- 
ta per tre mesi, salvo ad essere prorogata. 

Fatto un buco alla draconiana misura, non riusci più 
di tapparlo al governo. Se anche vi si fosse posto d'attorno 
con tutta la ferrea volontà dello stesso principe di Cauosa, 
il re dei poliziotti di quel tempo, ci avrebbe sprecato le 
forze. L'indole dello stesso governo vi si sarebbe sempre 
opposta. Difatti, pochi giorni dopo, il barone Giuseppe Poe- 
rio, con una rispettosa lettera al Presidente del Buon Gover- 
no, dopo d'avere esposto che relegato dopo i fatti del 1821, 
nella capitale della Stiria, aveva ricevuto dal re di Napoli 
la grazia della libertà di domicilio all'estero, supplicava ora il 
(Toverno toscano perchè gli accordasse il permesso di fissare 
la sua residenza a Firenze. Il Puccini rassegnò la lettera 
del Poerio al Corsini opinando per 1' accoglimento, anche 
perchè il nome del Poerio non si leggeva in nessuna sen- 
tenza emanata contr»» gli autori dei moti insurrezionali del 
reame; e il Corsini, con biglietto dell' 11 magaio. pennet- 
teva che il Poerio si stabilisse a Firenze. 

Ma giunto a Firenze, il Poerio trovò che la gruzittsa 
ccmcessione era stata ritirata in seguito ad osservazioni del 
ministro cesareo, che la tolleranza toscana non trovava 
conforme ai principii che informavano la politica d' allora 
che, come si sa, non spirava favorevole alle teorie liberali. 
Minacciato di sfratto, il Poerio non si smarrì d' animo, ma 
picchiando di qua, picchiando di là, ottenne che fosse am- 
messo a soggiornare provvisoriamente. Difatti, gli fu accor- 
data una carta di soggiorno di quattro settimane che, coi 
al solito, fn in seguito indefinitivamente jìrorogata. 



* 
* * 



Più lungamente ebbe a battere Francesco l'anlo l!or- 
relli per rientrare in Toscana. Scacciatone ima prima volta, 
il 12 marzo 1824, da Trieste, supplicava il Granduca per- 
clu', roint' irenerosamente aveva fatto pel Poerio, schiudesse 
aneli» porte del granducato. .Aggiungeva al 



113 

ammalato e sperava da uii lembo di cielo italiano la guari- 
gione. 

n Borrellì aveva avuto grandissima parte nel recente 
dramma napoletano. Dotto giureconsulto, valente oratore, 
buon letterato, caldo patriotta, nella sua qualità di Presi- 
dente della Camera dei Deputati prima che questa si scio- 
gliesse dinanzi alle baionette straniere invocate da re Fer- 
dinando (il re-Xasone), sacrò all' infamia il sovrano sper- 
giuro. Ristabilito a Napoli il governo assoluto, fu il Bor- 
relli relegato in Austria insieme ai generali Colletta, Arco- 
vito e Petrinelli e al colonnello Gabriele Pepe. 

Pare che al Croverno napoletano pesasse più 1' eloquen- 
za e lo spirito intraprendente del Borrelli che le spade del 
Colletta, dell' Arcovito e del Pepe e la dottrina del Poerio; 
imperocché, quantunque il Fossombroni, tirato pel collo, 
avesse accordato 1' ospitalità, ai compagni del BoiTelli, com- 
preso il generale barone d' Arcovito, il quale, cacciato da 
Bologna non implorò invano la bontà di Ferdinando III, fu 
inesorabile per l'ex-presidente della Camera napoletana. Gli 
si rispose che venisse pure in Toscana, ma soltanto per at- 
traversarla e condursi in altro Stato ; e la concessione il 
Fossombroni accompagnava colla condizione, che prima di 
mettere piede il Borrelli nel Granducato, provasse che lo 
Stato in cui intendeva recarsi non 1' avrebbe respinto. Il 
Borrelli rispose che si sarebbe recato a Lucca, ove il duca 
gli aveva accordato asilo. E venne in Toscana ; ma arriva- 
to, insieme alla moglie, a Pietrasanta, le autorità lucchesi 
lo respinsero di là dal confine, dicendo che il permesso 
già graziosamente accordato dal duca, era stato revocato. 

Venuto a Firenze, insieme al barone Poerio si recò dal 
Puccini perchè non lo si scacciasse dalla Toscana. Gli furono 
concessi otto giorni per uscire dallo Stato. Spirato il qual 
termine e trovandosi egli sempre a Firenze, gli fu intima- 
to che obbedisse entro ventiquattro ore. Allora il Borrelli 
scrisse al Granduca (era poco prima salito al trono Leo- 
poldo II) una lettera commoventissima : che non gli si ne- 
gasse queir ultimo conforto di stare in terra italiana ; che 
r esilio, nella mite e gentile Toscana, gli sarebbe parso 



114 

meuo crudele ; che gli pareva impossibile clie gli si rifiu- 
tasse di rimanere in una terra, il cui governo godeva lama 
d' essere pieno di compassione per tutti gì' infelici ; e con- 
chiudeva : „ Altezza ! La Toscana è stata sempre l'asilo di 
tutte le sventure ! Non si dica, no, che la sua vecchia glo- 
riosa ospitalità, tanto decantata nel mondo, giaccia ora rac- 
chiusa ne' sepolcri di San Lorenzo, insieme ai restì mortali 
di Ferdinando III, vostro augusto genitore ! ,. 

Il Granduca accordò ancora un altro termine perchè il 
Borrelli uscisse dallo Stato. Questa volta era d' im mese. 
Frattanto 1' esule disgraziato non stava colle mani alla cin- 
tola. Per mezzo del principe di Piombino aveva supplicato 
il Papa che lo accogliesse nei suoi Stati } ma il pontefice 
oppose un rifiuto, dicendo che già e' erano a Roma più di 
mille esuli, compresi gli spagnuoli, e la prudenza gli co- 
mandava di non accrescere un tal numero. Infine, il prin- 
cipe di Cariati, da Napoli, scrisse al Fossombroni, che il 
Borrelli fosse trattato meno duramente ; e il Corsini, con bi- 
glietto del 30 settembre 1824, ordinava al Puccmi, che 
senza declinare dalle misure di rigore prese sul conto del 
Borrelli, si esortasse ancora quest'ultimo ad uscire dal (rran- 
ducato, senza però che si ricorresse alla forza ove egli, alle 
ingiunzioni della Polizia, non ottemperasse. 

don Neri Corsini ! Vostra Eccellenza, senza volerlo, 
col suo biglietto del 30 settembre, dava la giusta misura 
dell' indole del governo toscano d'oltre mezzo secolo fa ! 

Il Borrelli, a mente degli ordini ministeriali, fu esorta- 
to ad uscire; ma egli tenne duro. La Polizia, naturalmente, 
non r accompagnò al contine. 



In verità, né nel Fossombroni, né nel Corsial, né tam- 
poco nel Puccini e' era la stoffa del birro. Quest'ultimo, die 
non poteva dimenticare d' essere stato giacobino — e caldo 
giacobino — il G giugno 1824 volle affrontare arditament 



115 

la quistione dell' ospitalità, e m mia relazioue al Crranduca, 
con una franchezza e libertà di sentimenti che avrebbe sol- 
levato lo sdegno del principe Metternich se quella relazione 
fosse caduta nelle mani del primo ministro cesareo, scriveva : 
che credeva suo dovere di sottomettere al Principe alcune - 
sue umili idee intomo alla quistione assai delicata dei pro- 
scritti ; che diciassette di costoro — napoletani e siciliani — 
se anche prevalessero le misui-e di sfratto, queste restereb- 
!^ro lettera morta; imperocché anche se fossero gli esuli 
accompagnati alla frontiera, questa nessuno di loro varche- 
rebbe, perchè tutti sarebbero respinti dalle autorità pontifi- 
cie, austriache o sarde. „ — Intanto — aggiungeva — do- 
vranno forzatamente allontanarsi? Dico forzatamente, per- 
chè se la Politica consiglia d' allontanare soggetti capaci di 
effondere idee sovversive, la umanità consiglia di trattenerli 
onde evitare lo spettacolo d' intiere famiglie, d' uomini che 
manifestano un' educazione e dei sentimenti che si dispera- 
no di non trovar più ricovero in alcuna terra, mentre pren- 
dei'ebbero piuttosto le carceri del nostro paese, e le invo- 
cano, e le preferiscono alle angustie del continuo e giorna- 
liero esulare da un punto all' altro, all' interdizione dell'ac- 
qua e del fuoco presso i popoli che hanno con sé lingua ed 
usi comuni (1), ed occorrerebbe molta durezza per non esse- 
re vinti dai loro gemiti o per cacciarli, colla violenza, dal 
paese dove si trovano. „ E conchiudeva fidando nella sag- 
gezza e nel cuore del Principe, mentre egli sarebbe stato 
del remessivo parere che ad alcuni dei profughi, come pe- 
raltro s' era fatto pel Poerio, pel Colletta e pel Pepe, si 
permettesse il soggiorno deUa Toscana: per altri V allonta- 
namento, anche per via di mare, si facesse con umanità e 
con tutti i possibili temperamenti sino a chiudere un occhio, 
e magari tutti e due, se i proscritti non obbedissero. E il 
governo accolse le proposte del Puccini, e fini come era da 
prevedersi, col chiudere tutti e due gli occhi, salve, di tan- 



(1). n principio di nazionalità invocato da im capo di Polizia a 
i ivore di uomini che avevano sofferto e soffrivano tuttavia per quel 
principio! n vero s'impone anche ai suoi nemici. 



116 

to in tanto, ad aprirne mio in seguito ad \m ordine imperioso 
dell' onnipotente Metternich. 

Peraltro, la Polizia era attenta ; ma la vigilanza che 
essa esercitava sugli esuli, non doveva rendersi molta incre- 
sciosa, se qualcuno di loro, come narreremo nel capitolo se- 
guente, poteva dare sotto gli occhi della stessa Polizia, un 
magnifico colpo di spada ad un poeta rappresentante il prin- 
cipio di legittimitA, restaurato su uno dei più vecchi troni 
d' Europa dalle baionette e dai cannoni della Santa Al- 
leanza. 



117 



CAPITOLO XV. 
Il duello Pepe^Lamartine. 



I, 



.1 duello Pepe-Lamartine fu per la Società tioreutina e 
diremmo quasi per la Società italiana del 1826, qualche cosa 
di più d' uno dei soliti fatti di cronaca quotidiana. Fu pei 
nostri nonni, che vivevano sotto il regime così detto pater- 
no dei principi restaurati sui loro troni dalle baionette della 
Santa Alleanza, un avvenimento metà politico, metà lette- 
rario, una vittoria che Gabriele Pepe, il brillante colonnel- 
lo della Rivoluzione napoletana del 1820, il proscritto del 1821, 
con un colpo di fioretto, riportava sulla Francia dei Borbo- 
ni personificata in quella circostanza in Alfonso Lamartine 
— una specie di lord Byron minuscolo della reazione allora 
dappertutto vittoriosa — che venuto in Italia a scaldare il 
proprio genio ai raggi del nostro sole e al calore che ema- 
na dai nostri monumenti, aveva creduto che il miglior mo- 
do di sdebitarsi dell' ospitalità accordatagli dalla terra, che 
un altro poeta, ma non di razza gallica, aveva chiamata 
Magna Parens, fosse quello di schiaffeggiare 1' ospite genti- 
le e veneranda a un tempo su tutte e due le gote con im 
centinaio di versi — in verità, come versi, assai belli — 
dove il paese che aveva ispirato al Goethe un inno, eh' è 
una vera glorificazione, è insultato in una maniera sempli- 
cemente brutale. 

A Gabriele Pepe che insieme ad altri proscritti napo- 
letani, viveva all' ombra dell' ospitalità Toscana, quegli a- 
lessandrini, benché sonanti come una bella cascata d' acque 
limpide e cristalline, fecero saltare, com' era naturale, la 
mosca al naso. Era il Pepe 1' Ettore Fieramosca della emi- 
grazione napoletana di quel tempo. Benché egli sapesse ma- 
neggiare piuttosto bene la penna — e a Firenze viveva pò- 



118 

veramente, ma non senza decoro, cou quei pochi che rica- 
vava dalla sua collaborazione alVAntoìogia — amava risol- 
vere le questioni, anche letterarie, più colla spada che col- 
r inchiostro. A questo egli chiedeva il pane ; si serviva del- 
l'altra quando credeva che si trovasse impegnato l'onor suo 
quello d' Italia, che per lui, valoroso soldato ed ardente 
patriotta, era lo stesso. E lasciata ad altri la cura di rispon- 
dere al Lamartine magari in terzine di sapore dantesco (1), 
egli mandò al poeta francese, che allora occupava il posto 
di segretario della legazione di S. M. Cristianissima pres- 
so il governo toscano, un cartello di sfida. 

Alla Polizia del Granduca, quel!' attività d' uomini clie 
la diplomazia per bocca d' un tiglio d' Apollo, nonostante le 
recenti condanne al carcere duro di Milano e di Venezia e 
i patiboli innalzati nelle Eomagne dai cardinali legati, si o- 
stinava a chiamare un popolo di morti, non poteva andare 
a sangue. 

Aveva paura che quella ponssière huinaine^ ripresi i 
muscoli e ritatte le ossa, scendesse un giorno in istrada e 
facesse bravamente alle schioppettate ; e si mise subito in 
moto per impedire il duello. non era l'Italia un cimite- 
ro di vivi ? 

Ma la Polizia, nel prendere le sue misure, s'impappinò 
come vm filodrammatico o un professore novellino, smarren- 
dosi maledettamente in una fitta selva d' ordini e di contror- 
dini ; e mentre dava la caccia al Pepe e al Lamartine fuo- 
ri le porte di Firenze, a Pisa, a Livorno, a Idrato, ài con- 
fine, mettendo la febbre addosso ai (Tovernatori, ai Commis- 
sari, ai Vicari e ai Bargelli, insomma a tutta 1' alta e bas- 
sa sbirraglia del Crrandncato, il nostro colonnello e il suo 
avversario si battevano tranquillamente nel giardino del 
l^ alazzo della Legazione di Francia. 



(1). Rispose con alcune terzine Giuseppe Borghi ; ma la poesia, 

destinata a comparire x\(ì\\''Antolo(i:n, non oMin IVipjir -v^" ' "a 

censura. 



119 

Colla scorta dei documenti ntììciali, noi possiamo tener 
dietro, diremmo quasi ora per ora, al lavoro fatto dalla Po- 
lizia per evitare lo scontro cavalleresco. 

Il 18 febbraio (giorno di sabato) il cavaliere Puccini, 
dopo d' aver conferito con 8. E. il conte Fossombroni e con 
S. E. don Neri Corsini, chiamato a sé un ispettore di Po- 
lizia, gli comunicava come fosse desiderio del Governo quello 
d' impedire ad ogni costo che il colonnello Pepe e il signor 
Laraartine scendessero sul terreno. 

Già Omero qualche volta dormiva ; e per quanto un pa- 
i agone fra il divino cieco di Grecia e 1' oscuro fimzionario 
fiorentino possa sembrare parecchio irriverente a più d'uno 
dei nostri lettori, specie se nutrito di studi classici, pure 
siamo costretti ad aggiungere, per non lasciare a mezzo U 
paragone, che l'Ispettore, come Omero, pagò quel benedet- 
to giorno del 18 febbraio il suo tributo a Morfeo. Difatti, 
come egli stesso narra in un rapporto al Puccini, raccolte 
che ebbe le sue informazioni, si formò la convinzione che 
quel giorno nulla sarebbe avvenuto. Imperocché, non gli ri- 
sultava che il colonnello Pepe avesse dato disposizioni per 
mettersi in viaggio, né che altrettanto avesse fatto il La- 
martine, che i suoi informatori gli dipingevano ., sempre 
molestato da una forte percossa alla gamba, riportata nei 
giorni precedenti nella circostanza di essere rimasto inve- 
stito dal calcio d' un cavallo. ., 

Quanto al Pepe, l' Ispettore ordinava ad un agente del 
commissariato di Santa Croce — il colonnello napoletano 
abitava presso un certo Ruggini, in Piazza del Duomo, nello 
stabile segnato allora col numero 6229 — che lo sorve- 
gliasse, ed ove tentasse d' uscire, glielo impedisse in nome 
àe\l\ilfa Polizia. Prevedendo poi il caso che il Pepe, non 
ottemperando all' inibizione, volesse ad ogni modo mettersi 
in viaggio, ordinava all' agente, che verificandosi tale caso, 
salisse in vettura con lui e arrivati che fossero insieme alla 
porta — la Polizia credeva fermamente che il duello a- 
vrebbe avuto luogo fuori le mm-a della città — chiedesse 
mano forte ai doganieri e ai soldati colà di presidio. 

Dati siffatti ordini, che corrispondevano assai poco 



120 

all' alto concetto in cui nel mondo della sbirraglia era te- 
nuto queir Ispettore, questi se ne andò a letto colla con- 
vinzione d' aver mandato a monte il duello ; lo che proba- 
bilmente avrà contribuito a farlo saporitamente dormire si- 
no all' indomani mattina. 

Ma se r onesto poliziotto invece di rincasare alle otto 
di sera come un semplice padre di famiglia, avesse dato una 
capatina sino in piazza del Duomo e vi si fosse trattenu- 
to qualche ora ammazzando il tempo magari col rifare colla 
mente la storia della vecchia cattedrale di Arnolfo, sino 
alle dieci o alle undici, avrebbe visto il Pepe uscir di casa 
e con passo piuttosto affrettato recarsi al di là d' Amo e 
precisamente presso il suo avversario, ove da quel buon po- 
liziotto eh' egli era, non avrebbe mancato di seguirlo. Di là 
avrebbe visto il colonnello andare in giro per la città e pic- 
chiare alla porta di due suoi amici (1), quindi ritornare an- 
cora oltr'Arno, in casa del poeta, per non uscirne che verso 
il tocco e ricondursi per Ponte Vecchio, via Por Santa Ma- 
ria e Vacchereccia, a casa. Insomma, avrebbe visto tutto 
ciò e si sarebbe persuaso d' una cosa assai semplice, cioè, 
che il Pepe e il Lamartine, visto e considerato che la Po- 
lizia si dava attorno per impedire il duello, s' erano posti 
d' accordo per far la barba di stoppa alla rispettabile ma- 
trona. 

Quanto alla sorpresa che doveva avere il giorno dopo 
r Ispettore, lasciamo che la narri egli stesso : „ Un poco 
prima delle otto mi si presentò il Magnoltì (l'agente di S. 
Spirito)^ e mi riferì che poco innanzi il Lamartine s'era im- 
barcato sopra una carrettella a due cavalli per quanto so- 
stenuto dal suo cameriere a causa della gamba non per an- 
co ben guarita, ordinando al cocchiere d' andare a passare 
dalla casa del colonnello Pepe. Vidi il Celli (V agente di 6. 
Croce)^ e questi mi disse che avendo visto sortire il Pepe, 
s^T insri'iiisf' di i-itMiti-aiv in fas;» d' ordii)»^ iU'll:i PnH/i.i • m.t 



(1). Uno dei due padrini del Pepe fu Carlo Merlo, marchese di 
Sant' Elisabetta, siciliano, Klà ufficiale nella marina napoletana, 
comò il Pepe, esulo dalla patria in seguito ai moti del 1H20-21. 



121 

che il colonnello era montato in vettura ed andato via. Il 
Magnolfi, che intanto si era recato in piazza del Duomo, 
aveva visto arrivarvi il Lamartine al momento in cui s'al- 
lontanava la carrozza del Pepe, che si fermò ad un cenno 
dell' aggiunto della legazione francese, il quale discese dalla 
vettura, e parlò colle persone che si trovavano dentro l'al- 
tro legno, e quindi s' allontanarono. „ 

Il fiasco della Polizia non poteva essere più colossale. Con 
un' ingenuità veramente preadamitica i birri avevano perduto 
le traccia della selvaggina quando già Y avevano sotto il ti- 
ro. Figurarsi l' imbarazzo e la disperazione dell' Ispettore ! 

Né egli era solo a trovarsi nell' imbarazzo come un 
alo qualunque delle commedie del conte Criraud di briosa 
memoria. Facevano a lui compagnia i pezzi grossi del (to- 
verno, U Puccini, il Corsini, il Fossombroni che strillavano 
come aquile. Poco dopo il mezzodì parve che la Polizia si 
fosse -posta sulle orme del Pepe. Una staffetta, spedita da 
Prato, avvisava il Presidente del Buon Croverno ch'era stato 
visto un signore elegantemente vestito e in compagnia d' un 
grosso cane avviarsi, a piedi, verso il territorio lucchese. 
In quel Saggiatore parve ai bii'ri riconoscere il colonnello 
napoletano. Ma il Puccini, fra un moccolo e 1' altro, pensò 
che anche a Prato i poliziotti dovevano pigliar lucciole per 
lanterne ; imperocché, se il Pepe un poco prima delle otto 
era stato visto a Firenze, in piazza del Duomo, quasi alla 
stessa ora non poteva sul cavallo di San Francesco avviar- 
si, al di là di Prato, verso il confine, a meno che non fos- 
se stato lo stesso Sant'Antonio ; alla qualcosa, l'ex-volter- 
liano presidente, com' è facOe credere, non prestava fede. 

L' esito del duello non si conobbe che nelle prime ore 
della sera di quel giorno, ed insieme ad esso che i due av- 
versari non erano usciti dalla città. Il Puccini, che qualche 
scintilla del vecchio fuoco giacobino conservava in petto, 
non tenne il broncio al Pepe pel tii-o birbone gìuocatogli. 
E anzi da credere che in fondo al suo cuore abbia appro- 
vato il colpo di spada regalato al francese insolente dal 
colonnello carbonaro, al quale si limitò a far conoscere il 
proprio risentimento con un bigliettino che non doveva es- 



sere né acre, né altezzoso, se il Pepe, lo stesso giorno in 
cui era sceso snl terreno, potè rispondergli nel modo se- 
guente : 

„ Sensibilissimo al gentile rimprovero da Lei fattomi 
d' aver disobbedito all' ordine signitìcatomi da un agente 
del (to verno, onde non sortissi di casa tino ad ulteriore co- 
municazione, ho 1' onore di dirle e d' assicurarla sulla mia 
parola che nessuna persona si è a me approssimata, né mi 
die cenno alcuno dell' ordine in discorso. PotrA Ella conta- 
re sulla scrupolosa e religiosa verità di questa mia assicu- 
razione. Ho il bene ecc. „ 

La città, intanto, era eccitatissima, (rabriele Pepe, la 
sera del 19 febbraio, era già divenuto Venfant gate del 
pubblico fiorentino. Quel suo colpo di fioretto assestato tante 
opportunamente a colui che aveva scritto i versi che av< 
vano fatto fremere d' indignazione gì' italiani, anche pìf 
alieni dalle sètte e dalle cospirazioni, 1' aveva trasfm'mato 
in un eroe. Era una disfida di Barletta in proporzioni mi- 
nuscole, con un zinzino di sapore letterario per giiiuta, come 
peraltro portavano i tempi e 1' ambiente, quella che era 
stata ancora combattuta tra Italia e Francia e colla vitto- 
ria della prima. 

Il Governo, che si riassumeva nella persona del primo 
ministro, il conte Vittorio Fossombroni, a cui non faceva 
difetto un certo spirito d' italianità che di tanto in tanto 
lo spingeva a non accettare sempre senza beneficio d'inven- 
tario gli ordini della Cancelleria austriaca, stimò prudente 
di mettere a dormire la faccenda, benché uno degli attori 
del dramma fosse un carbonaro della più beli' acqua e non 
vivesse a Firenze che per semplice e gi'aziosa tolleranza 
di H. A. I. e R. il (rrandnca felicemente regnante ; e la se- 
ra stessa della gran sriovnata don Xt-ri Corsini sn-iv^vn ;i1 
presidente Pnccini : 

„ Il consigliere don Neri Corsini prega il dogiussuno 
signor Presidente del Buon (to verno di non prender nessu- 
na misura rispetto al napoletano Pepe già toniato in citt 
insieme al suo avversario sani e salvi (in quel momento 
mini-itro ignorava che il Lamartine avesfte riportato una 



123 

erita) senza averne parlato con luì in segreteria dove l'at- 
' énde domani all' una pom.* „ 

E r indomani il ministro ordinava al presidente del 
Buon Governo che si stendesse un velo sui fatti della vi- 
gilia. (1) 

In seguito, e quando l'effervescenza suscitata dal duello 
si poteva ritenere calmata, VAntologia volle pubblicare al- 

uue terzine clie Giuseppe Borghi aveva scritto in risposta 
Agli alessandiini del Lamartine ; ma la censuravi si oppose 

■A suo veto, come anche più tardi si oppose che sullo stes- 
so giornale si rendesse conto con un articolo moderatissimo 
lei poema del bollente segretario della legazione di Francia. 
La consegna, come si vede, era di dormire. 



(1). Secondo il Lamartine (Mémoires Politiquets) avrebbe contri- 
buito a siffatta determinazione lo stesso poeta. Difatti, egli scrive: 
, Ma fenune, qui courut au palais Pitti, obtint facilement du 
fe'rand-duc (jue le gouvemement fermàt les yeux sur im duel saus 
suite funeste. „ La ferita, per altro, non poteva dirsi leggiera. „ Le 
"hiriirgien (scrive il poeta) trouva ma blesseure sérieuse, mais sans 
inger. „ Se si dovesse poi giurare sulla parola di lui, quella ferita 
ivrebbe egli ricevuta volontariamente. „ Je songeai que la blessu- 
: grave ou It-gOre que je lui aurais faite aiirait nécesssiirement étt'- 
livie d'une serie interminable de duols avcc 'b'< italiens. prenant 
i^sitot aprés sa place, r. 



124 



CAPITOLO XVI. 



Cicisbei in ritardo. 



N. 



ei primi anni del secolo corrente tutto faceva ragio- 
nevolmente credere che il cicisbeismo, questa piaga del se- 
colo XVIII, fosse morto in Italia. Il Groldoni e il Parini, 
che r avevano messo alla gogna, l'uno nelle sue commedie 
piene di comicità aristofanesca, 1' altro nei suoi endecasil- 
labi riboccanti di sale oraziano, erano di già scesi nel se- 
polcro, e la Rivoluzione francese, questa grande ed inesora- 
bile liquidatrice della vecchia società, insieme ai nei, ai 
guardinfanti, alle parrucche, agli abiti dai colori vistosi, ai 
tacchetti rossi, alle pettinature architettoniche dei tempi 
della Dubarry e di Maria Antonietta, aveva fatto scompa- 
rire tante e tante altre cose. Una nuova vita era incomin- 
ciata. I figli di quei famosi cicisbei che i nostri commedio- 
grafi e i nostri poeti satirici avevano posto in ridicolo, im- 
pugnato il fucile, erano corsi a morire sotto gli ordini d'un 
uomo che non conosceva la galanteria, sino in Ispagna, sino 
in Germania, sino in Russia. Sotto le mura di Gerona, sulle 
sponde della Raab, sulle pianure di Malojeroslawez, la ge- 
nerazione uscita dai lombi infrolliti di coloro che non ave- 
vano saputo far altro che biascicar madrigali e sonettini 
alle signore, s' era battuta bravamente, strappando alle ma- 
ni della vittoria più d' una foglia d' alloro. 

Ma nella società non tutto muore in un giorno ; le isti- 
tuzioni, come gli usi e i costumi, sopravvivono, benché di 
vita stentata, qualclie volta anche clandestina, ai decreti di 
soppressione. Scomparso il vecchio, il logoro, dalla superfi- 
cie, esso s'agita nei bassi fondi ; cacciato dalla porta, rientra 
a nostra insaputa dalla finestra ; mandato via dal t renio sul 
quale imperava, vi ritorna di nascosto per cercarvi un pò- 



125 

*to meno sublime, meno appariscente, magari dietro le spalle 
dei ministri del nuovo sire. 

Difatti (non si meravigli il signor lettore e sopratut- 
to la signora lettrice) a Firenze, nell'anno del Signore 1815, 
quando gli uomini e le cose descritte e sferzate nel Giorno 
dell' immortale Parini sembravano entrate nel mondo delle 
ìuemorie, la pianta del cicisbeismo continuava a coprirsi di 
Toglie e di frutta. Soltanto allora i cicisbei si chiamavano 
issistenti. Ma la parola non vuol dir nulla ; la cosa era 
precisamente la stessa. 

Forse ella, signora lettrice (questa volta ci dirigiamo a 
lei sola, signora) non vorrà crederci. Credere sul serio al- 
l' esistenza dei cicisbei in pieno secolo XIX !... CL si parli 
degli amici della signora; via, diciamo la parola, degli a- 
manti, meno male ; che, gli amanti non hanno mai fatto di- 
fetto sotto la cappa del cielo. Paride non era 1' amico di 
casa, l'amico della signora e a un tempo del marito ? E Pa- 
ride, se non isbaglio, visse... 

— Qualche cosa come più di tremila anni fa, almeno 
secondo la leggenda. 

— Grazie, Come vede, nemmeno nell' alba della civiltà, 
sulla soglia della storia, mancava il genere ; ma dei cicisbei, 
degli amanti in titolo, diremmo quasi amanti legittimi, am- 
messi e riconosciuti dallo stesso marito, tollerati dal pub- 
blico che vede in essi un' appendice indispensabile di que- 
st' ultimo, obbediti dai domestici abituati a ricevere da loro 
irli ordini, via,,., la cosa è un po' difficile ad ammettersi ! 



— Niente affatto diffìcile, signora, e ne sarà prova 
'iuesta pagina di cronaca galante fiorentina che ci permet- 
tiamo di dedicarle rifacendola — sopratutto per smussarne 
le angolosità e mitigarne il realismo qualche volta pii\ clie 
zoliano — dai soliti nostri scartafacci di Polizia. 

— () come c'entra la Polizia? 



126 

— Sicuro, che c'entra, o signora ; imperocché nel 181 
in Toscana, regnava 8. A. I, e R. il (rranduca Ferdinan- 
do III, di Lorena — un sovrano patriarcale, il (juale pre- 
cisamente perchè governava patriarcalmente quel milione e 
poco più di toscani clie la divina provvidenza e le baionette 
degli eserciti della Santa Alleanza gli avevano dato da am- 
ministrare, ne voleva conoscere per filo e per segno i se- 
greti. E questi — è facile intenderlo — non potevano es- 
sere conosciuti che per mezzo d'una Polizia dai cento occhi 
e dalle cento orecchie, d' una polizia capace di spingere la 
punta del naso sino nel Grabinetto... ma che diciamo ! sin nel- 
r alcova delle signore. Polizia impertinente ed ineducata, 
dirà ella, o signora ; e noi risponderemo : sicuro. Ma tutte 
le Polizie di questo mondo sono latte a un modo. Se i si- 
gnori poliziotti dovessero portare i guanti e conoscere il 
galateo !... Ma ritorniamo alla nostra storia. 



Ci si accordi il permesso, in questa pagina di cronaca 
galante, di tacere il nome della eroina. È un riguardo, per 
quanto postumo, che si deve ad una morta quantunque il 
nome della signora, in questi ultimi tempi, sia stato ripetu- 
tamente ricordato dagli studiosi della vita del Foscolo e la 
bellissima donna che lo portò fosse cantata dal poeta za- 
cintio insieme a due altre signore nel suo carme delle Gra- 
zie. Era nata contessa ed aveva sposato ancora giovanissima 
un cavaliere toscano. Dunque era bella, ma d' una bellezza 
altera, scultoria, forse la più bella signora che contasse al- 
lora Firenze ; una bellezza, insomma, che la stessa Luisa 
d'Albany, divenuta nella sua veccliiaia acre e maligna, non 
poteva negare. Il Foscolo, clie in fatto di beltà muliebre 
era conoscitore unissimo, non solo la cantò, ma 1' amò, e 
benché nessuna testimonianza seria e inappuntabile ci riman- 



127 

ga per clii"e siu dove si sia spinto il poeta col suo amore, 
pure è da credere che 1' autore dei Sepolcri non si sia ap- 
pagato di qualche dolce sorriso o di qualche espressiva 
stretta di mano, dal momento che le male lingue fiorentine 
— e, Dio buono ! qual'è il paese che non ne abbia almeno 
una dozzina ? — parlavano a bassa voce di certe visite mi- 
steriose che la leggiadrissima e nobile dama faceva ad 
Ugo. Probabilmente la signora non avrà fatto quelle visite 
che per ammirare con più agio, nella solitudine del sacello 
domestico, al di fuori della presenza d'ogni profano, uno de- 
gli iddii maggiori del Parnaso italiano. Gli è certo però 
che alla contessa la corte piaceva, e molto, e nei romanzi 
galanti eh' ella ripetutamente nella sua lunga carriera di 
Isella mondana ebbe ad imbastire, V azione semplice, senza 
intrighi, come quella del famoso racconto dell'ottimo abate 
Bernardino di Saint-Pierre, non le andava a sangue. Amava, 
all'incontro, i romanzi d'amore a duplice azione : la qualcosa, 
come ognim può rilevare da sé, mentre era una violazione delle 
regole aristoteliche sulle famose imita che allora in Italia tutti 
rispettavano, formava intorno alla formosa donna una certa 
riputazione di ruba-cuori e d'ammazza-uomini, che la met- 
teva in una luce assolutamente equivoca presso quel nume- 
roso e rispettabilissimo stuolo di dame a cui l' età X) la 
bruttezza non permetteva di fare altrettanto. E quando il 
poeta partì, la contessa gli diede subito un successore nel 
generale Pignatelli, comandante allora le truppe napoletane 
d' occupazione : un Dio-Marte, in verità, piuttosto attempa- 
to, pieno di decorazioni, di ferite e di reumi, ma galante e 
-;ran signore. 

ila un bel giorno — brutto pei nostri due amanti — 
-Marte-Pignatelli lasciò Firenze, e la gentile contessa nelle 
leserte ed ampie sale del suo palazzo s' annoiava maledet- 
tamente. Crii appunti di Polizia da cui attingiamo queste no- 
tizie, dicono che la nobile signosa era desolata per la par- 
tenza del suo cavalier-ser lente. Vi si legge proprio cosi 
come se 1' autore di quegli appunti scrivesse non nell' anno 
lei Signore 1815, ma verso la metà del secolo XVIII, 



128 

quando il Colpani, un abate dì Brescia, enumerando le virtù 
che occori'evano ad un compito cicisbeo, cantava : 

„ Sappia or presso la tempia ed or vicino 
Al vermigliuzzo turaidetto labbro, 
Or su la molle alabastrina gota 
La nera macchia collocar con arte. , 

Ma la povera signora non doveva portare le gramaglie 
che per poco. Il piccolo e bendato arciero (la mitologia non 
era stata ancora bandita dal regno della poesia) non rima- 
se a lungo inoperoso. Difatti, sul principio dell'anno 1815, 
arrivò a Firenze da Napoli la principessa di San Sev..o, una 
gran dama circondata da una piccola corte, quasi fosse una 
regina viaggiante in incognito, e servita — la parola era 
del tempo — da un bel giovane olandese, dal portamento 
piuttosto marziale, che nei ricevimenti dei ministri ai quali 
fu subito ammesso, portava una bella uniforme straniera. Si 
cliiamava Enrico Mollerus e si diceva che fosse tìglio d' un 
Consigliere intimo di S. M. il Re dei Paesi-Bassi, bencliè a 
taluni — e fra questi c'era il Poliziotto autore dei nostri ap- 
punti — paresse un avventuriere avendo già servito, non si 
sapeva bene, se in qualità di uffiziale, di paggio o di scu- 
diere, alla corte di Madrid e a quella di Pietroburgo. Qua- 
lunque fosse il suo passato, gli è certo che in quella micro- 
scopica corte viaggiatrice, egli occupava il.primo posto nella 
sua qualità d'assistente della gran dama. 

La principessa poi, stante il silenzio dei nostri appunti, 
non sapremmo dirle, signora lettrice, se fosse giovine o attem- 
pata, bella brutta, bionda o bruna ; le note dell' Ispettore 
dicono che appena il Mollerus conobbe nel famoso salotto 
dell' amica dell'Altìeri la nostra contessa, se ne invaghì paz- 
zamente. La passione del giovine straniero fu corrisposta 
dalla leggiadra dama, ed allora cominciò un romanzo ga- 
lante i cui capitoli si svolsero fra i sarcasmi della d'Alba- 
iiy a cui ogni tìore deposto sull' ara della gioventù e della 
grazia era per lei, veccliia e ridotta alla parte di spetta- 
trice, uno sterpo, un pruno, e le furie gelose dell' altra da- 
ma, la principessa. Questa però non era gran dama per 



129 

nulla ; iinperoccliè, dopo 4'aver rappresentata per qualche 
giorno la parte d' Arianna abbandonata, non volle essere 
più lo zimbello del pubblico e in particolare del suo ex-as- 
sistente ; e fatti in fretta e in furia i batUi, colla piccola 
corte vedova del suo capo, partì per Genova, non senza far 
sapere al signor Mollerus che quando non gli fosse riuscito 
sgradito, egli avrebbe potuto ritirare dal banco Fenzi il suo 
solito appuntamento mensile. 

Come vede il signor lettore (^ questa volta ci si permetta 
di non fare appello alla signora lettriceì il carattere di 
Monsieitr Alphonse non è stato creato da Alessandro Du- 
mas figlio.... 

Il nostro Monsieur Alphonse, eh' era stucco della sua 
principessa, augurò alla dama un buon viaggio e un felice 
soggiorno negli Stati di S. il. il re di Sardegna e corse — 
non lo diciamo noi, ma lo dice il signor Ispettore — a ritirare 
dal banco i suoi emolumenti di cavalier servente.... in ri- 
tiro. 

Tutto ciò è narrato dal nostro poliziotto, senza che la 
condotta di quel Monsieur Alphonse del 1815 gli strappi 
una sola parola di biasimo. Il rispettabilissimo funzionario 
trova anzi naturale che la bella contessa, stanca della sua 
vedovanza, prenda al suo servizio un nuovo assistente, e se 
il cuore del poliziotto sente qualche cosa, gli è appunto 
quando narra la risoluzione presa dalla principessa di non 
lasciare sul lastrico e senza un soldo in tasca il suo favorito. 
Egli, uomo di cuore e di gran senso pratico ad un tempo, 
riconosce che quella Didone abbandonata aveva agito da 
gran dama. 

Anche ì poliziotti hanno un cuore !... 



Il Mollerus andò, dunque, a prestare 1' opera sua ga- 
lante di cicisbeo in casa della contessa. Era nel suo diritto 
e nessuno poteva metterci il dito, nemmeno il marito, che 
allora, come tutta la rispettabilissilna classe a cui aveva 

9 



130 

r onore di appartenere, contava nella famiglia come il dna 
di briscola. Il marito-cavaliere, per altro, viveva in perfetta 
armonia colla contessa-mog-lie. Ognuno di loro aveva il suo 
appartamento, il suo personale di servizio, il suo cii'colo di 
conoscenze, le sue abitudini. La signora andava al teatro ? 
11 marito andava al Casino. La signora andava ai tamosi 
ricevimenti della contessa d'All)any ? Il marito aspettava 
precisamente quella sera per andare a far visita ad una 
principessa russa o ad una dama inglese. La signora ordi- 
nava la vettura per fare una trottatina alle Cascine ? Il 
marito restava in città. La signora andava all' opera, alla 
Pergola ? Il marito andava alla commedia, al Cocomero. Ma- 
rito e moglie pranzavano insieme quando.... non pranzavano 
separati. Così le occasioni di guastarsi il sangue erano stu- 
diosamente evitate, e l' armonia più invidiabile regnava in 
quella casa. 

Ma il dramma intimo, galante che si svolgeva sotto 
quel tetto, parve ad un tratto che uscisse fuori di quella 
falsariga sulla quale si modellavano allora gli amori.... in 
partecipazione. Nei circoli aristocratici, nei colloqui dei co- 
noscenti cominciarono a farsi strada certe voci per nulla 
lusinghiere sul conto dei nostri due amanti, specie del Mol- 
lerus. La stessa contessa d'Alban}' ne scrisse qualche cosa 
al Foscolo, s' intende, per farlo arrabbiare ed anche un po' 
per punirlo di non aver voluto fare un sol dito di corte 
alle sue grazie parecchio mature. JJ ex-bella dell' autore di 
Jacopo Ortis era anche scomparsa dal gran mondo per qual- 
che tempo, e su questa scomparsa le solite male lingue a- 
vevano fatti certi commenti, che se fossero arrivati all' o- 
recchio d' Ugo, Dio sa quali sdegni avrebbero suscitato nel- 
r animo vulcanico del poeta ! 

Ma, malelingue a parte, la condotta, se non della con- 
tessa, certo del Mollerus destò una viva indignazione iìi 
tutto quel mondo d' innamorati e d' innamorate in attivitil 
di servizio o in riposo ; e più di tutti ne fu indignato l' il- 
lustrissimo signor cavaliere Aurelio Puccini, presidente del 
Buon Groverno, al quale, in tutta segretezza, la nobilissima 
madre della bella contessa aveva creduto suo dovere di ri- 



I 



131 

correre perchè in via economica e tutta prudenziale volesse 
mettere un riparo a quello Sconcio. Xè minore di quella 
dell' illustrissimo suo superiore fu I' indignazione provata 
dal nostro poliziotto, il quale incaricata di fare le opportune 
investigazioni, constatò come si trattasse d'una vera violazio- 
ne delle leggi della galanteria. Il Mollerus, nientemeno, pic- 
cliiava di santa ragione la contessa... Picchiare una gran 
dama, e picchiarla non per gelosia, ma per costringerla a 
a consegnare le chiavi della cassa !... Ombre di tutti i ca- 
valieri più meno serventi messi in ridicolo dal Parini, 
nelle vostre fastose tombe, non vi sentite, sotto la parruc- 
ca, rizzare i capelli ? 

Al cavaliere Puccini, a cui, nella sua qualità di mini- 
stro della Polizia, incombeva 1' obbligo di vegliare sulla mo- 
ralità dei suoi amministrati, quelle busse per nulla scritte 
nel codice della galanteria, fecero davvero rizzare i capel- 
li, e non istette molto a deliberare per punire il colpevole, 
che nato nel paese della nebbia, delle ranocchie e del for- 
maggio, era venuto a Firenze, sotto il cielo azzurro d' Ita- 
lia, a discreditare coi suoi modi da mercante di coloniali la 
nobUe istituzione del cavalier-servente ! Il Presidente del 
Buon Governo, tacendo affatto sul romanzo, ma ricordando- 
si soltanto che il Mollerus nella sua qualità di straniero 
non aveva le carte di soggiorno in regola, gli fece intima- 
re dal Commissario del quartiere di Santa Croce (egli abita- 
va in Borgo degli Albizzi) che nel termine di tre giorni 
sfrattasse da Firenze e dal Granducato. 

n Mollerus, dinanzi a quell' ordine che aveva V aria 
d' un fulmine a ciel sereno, dapprima trasecolò, poi prote- 
stò, strillò, tirò in campo i suoi nobili natali, i servizi pre- 
stati in diverse Corti, quelli che il padre prestava in quei 
giorni in Olanda ; ricorse anche a un pezzo grosso della 
aristocrazia tiorentina perchè intei-ponesse i suoi buoni uffici 
presso il capo della Polizia. Ma questi tenne duro, e il 
Mollerus, fatte le valigie e preso commiato dalla contessa, 
lasciò Firenze. 

Quel certo Ispettore di cui abbiamo parlato, riferendo al 
signor Presidente del Buon Governo i particolari della par- 



132 
tenza del sedicente nffiziale, aggiungeva malignamente : „ Si 
crede' clie il Mollerus, sempre in caccia di denari, sia anda- 
to a raggiungere a Genova 1' altra dama... j, 

Il signor lettore lia già capito: la principessa di San 
Sev....o. 

E così, per la seconda volta in poco volgere di tempo, 
la divina donna cantata da Ugo Foscolo restò priva di ca- 
valier-servente. 



\ 



133 



CAPITOLO X^'U. 

Lord Byron, i Romantici 
e la contessa Guiccioli. 



s, 



OH era iin cicisbeo, o, per adoperare la frase del Fo- 
scolo, non era né un mezzo marito, né un mezzo amante, 
lord Giorgio Bj-ron che in quei giorni (1819) preceduto dal- 
la lama di poeta grandissimo e di apostolo fervente ed ap- 
passionato del bel sesso viaggiava l' Italia, la cui lingua 
trovava dolce come ì baci di donna amata. Già, questo pa- 
ragone non aveva sapore d' Arcadia, né avrebbe potuto a- 
verlo, visto e considerato che il nobile Lord non chiedeva sol- 
tanto alle muse teneri sguardi e sdolcinate moine. In quel 
mondo cascante e ad un tempo vizioso, che nascondeva il 
desiderio della carne sotto uno strato di galanteria che ave- 
va pretendeva d' aver 1' aria di non andare più in là del- 
l' epidermide, la comparsa dell' autore del Corsaro e del Man- 
fredo segnò una vera rivoluzione. Quel poeta, che non era 
affamato come tanti altri poeti di conoscenza di molte di 
quelle signore ; che portava via le mogli degli altri ; che im- 
bastiva dei romanzi d' amore, dove il protagonista, se rima- 
neva dinoccolato e slombato, non era certamente pel sover- 
chio sospirare ; che cantava che il matrimonio nasce dall' a- 
more come 1' aceto dal vino ; che non aveva paura d' inca- 
nagliarsi amando una donna del popolo colla stessa passione 
con che amava una duchessa dei tre Regni Uniti o una con- 
tessa d'Italia ; che il tempo che non consumava fra le don- 
ne, i cavalli e il vino, passava nelle congreghe rivoluziona- 
rie, quel poeta, diciamo, rassomigliava di troppo ad un an- 
gelo decaduto, perchè le figlie degli uomini non sospirassero 
per lui. 

Naturalmente, i mariti lo ritennero come un vero fla- 
gello. Capivano che non si trattava di uno dei soliti cicisbei 



134 

che sbarcavano la giornata accompagnando la signora alla 
messa e al passeggio, o portando a spasso il cagnolino o i 
bambini. Il dramma che il grande poeta aveva recitato a 
Ravenna colla bellissima contessa Guiccioli non era ignora- 
to da nessuno. Tutti i mariti lo avevano appreso con orrore. 
Sin'allora le mogli si erano limitate a tradire i mariti ; ma 
lasciare il talamo coniugale, portare in trionfo per le città 
d'Italia la propria vergogna, oh questa no, era una sciagurata 
costumanza, che aveva solo potuto introdurre fra noi il poeta 
che non aveva avuto paura d' incarnare sé stesso nei per- 
sonaggi viziosi ribaldi delle sue creazioni ! 

Ma se i mariti d' Italia seguivano con apprensione il 
pellegrinaggio del nobile Lord attraverso le nostre cittA, 
con non meno apprensione lo seguivano le polizie dei diversi 
Stati d' Italia. Come già abbiamo accemiato, Byron Hon con- 
sacrava soltanto la sua vita alle muse e alle belle donne ; 
egli s' era fatto allora il paladino della causa dei popo- 
li oppressi, e se deponeva la penna o cessava di deporre i 
suoi baci sopra una bella boc«a di donna, era per istringere 
le fila d' una congiura o per ispingere gli oppressi ad insor- 
gere. 



L' archivio segreto della presidenza del Buon Croverno 
contiene sul conto del poeta inglese alcuni documenti. (1) 

Il primo è un biglietto in data del 4 settembre 1819 
col quale il ministro Corsini trasmette al Presidente del 
liuon (Toverno, copia d' una nota riservata del cardinale 
(Jonsalvi, se<'-i''t:MÌ<> «li ^tato di IMo VTl. Esso ('• del sesrueii- 
te tenore e 

„ Questo 1. e il. (ioverno si incarica di rrasmettere a 



(1). Dobbiamo i documenti che pubblichiamo nel presente capi- 
tolo alla cortesia dell'egregio cav. Livi, direttore dell'Archivio di 
Stato di Brescia. 



135 
V. S. Ill.nia il qui accluso rapporto trasmesso a questo di- 
partimento dalla Legazione d'Austria in Roma. (1) 

„ Benché persuaso il Groverno stesso che fortunatamente 
i principali dati del rapporto non sono applicabili alla To- 
scana, gradirà niente di meno che V. S. Ill.ma ne prenda 
motivo per tener sempre viva la più accurata vigilan- 
za ecc. ^ 

Ecco la nota del cardinale Consalvi, in data del 1 set- 
tembre. 

„ Monsig. Governatore di Roma, nella sua qualità di 
Direttore Generale di Polizia, ha fatto presente al sotto- 
scritto : 

, Che da un rapporto riservato di persona autorevole 
giuntogli da Bologna ha rilevato essere stato scritto da Fi- 
renze alla persona indicata, che va a formarsi una nuova So- 
cietàf segreta nella quale hanno parte anche le donne, e si 
annunzia sotto il nome di Società Romantica ; che scopo di 
questa Società è l' insegnare ed il persuadere ai suoi mem- 
bri che r uomo non è soggetti ad alcun principio di reli- 
gione di morale, ma che deve seguire soltanto i dettami 
della sua natura ; che il centro e la sede principale di que- 
sta società è in Milano ; che alla medesima sono ascritti 
molti signori di quella capitale e nominatamente il celebre 
avvocato Pellegrino Rossi ; che questo Rossi carteggia col 
notissimo lord Byron, il quale si doveva portare a Bologna, 
come infatti vi si è portato, per erigervi la detta Società ; 
clie il medesimo lord Byron ha preso in affitto a Bologna 
il palazzo Merendani (?) per un anno, ed intanto alloggiava 
alla Locanda del Pellegrino fin tanto che, come si ha luogo 
di credere, la casa Merendani sia finita di ammobiliarsi ; che 
varie signore incominciano a frequentare lord Byron, e fra 
le altre la marchesa Cruiccioli; che, come gli si annunzia da 
Firenze, si attende in Bologna per lo stesso oggetto ladi 
Morgan e lord Kinnaird, quello che tirò il colpo di pistola 



(1). Ristaurato nel 1814 il governo lorenese in Toscana, esso fu 
rappresentato sino al 1846 dal ministro austriaco presso la corte pon- 
tificia. 



136 

al duca di Wellington ; e cke finalmente che né il Gover- 
no austriaco né quello Toscano si sono avveduti di tale So- 
cietà. „ 

Certamente più di un' inesattezza contiene la nota del- 
l' eminentissimo cardinal Consalvi, specie riguardo alla par- 
tecipazione delle donne alla società denunziata, la quale non 
era che quella della nuova scuola letteraria e di cui il Con- 
ciliatore di Milano, s' era fatto allora il portavoce ; in ogni 
modo, il documento da noi sopra riportato attesta in modo 
da non lasciar dubbio di sorta, come il primo ad accorgersi 
delle tendenze liberali dei Romantici fosse il Groverno Pon- 
titicio. 

E la nuova scuola non doveva a tutti parere semplice ac- 
cademia e le esercitazioni letterarie dei diffonditori del nuovo 
verbo estetico non dovevano parere distrazioni rettoriche, se le 
spie che il Cxoverilo Toscano stipendiava presso gli altri go- 
verni d' Italia, ne facevano materia dei loro rapporti se- 
greti. 

Il seguente, porta la daftì di Forlì ed è del 10 settem- 
bre 1819. 

„ È lungo tempo che si parla dei Romantici, e si sa 
bene che Byron e Kinnaird lo sono, perchè il primo scrisse 
e scrive tuttora delle poesie in (juesto nuovo genere, e 
compose certi regolamenti intitolati : „ Statuti della gioiosa 
truppa. „ Il secondo lasciò tempo fa a Faenza un mano- 
scritto che può sapersi da Gennati che cosa contenga, ma 
che io non gli ho mai dimandato, per non averci intima 
relazione. Byron poi sta in campagna con una signora, gio- 
vine moglie di (^uel (ruiccioli (1) che ora è in I^ologna, ma 
egli non si domestica con alcuno. Vi dirò che in passato il 
Cardinale di Ravenna invitò una brillantissima conversazio- 
ne per corteggiare il nobile Lord, alla quale però il Cardi- 
nale stesso non intervenne per non servire, disse, di zimbello 
alle signore radunate... „ 



(1). Il coutu (luiccioli. (li UaNcniia, il più ricco i)o.v-«idci»lc (lolla 
Eomagna, uomo cupo, intrigante, fiorissimo, ^oneroso, che si credo 
colpevole (li>ir n^'^n'^'^iiiic (ii'l Miinzoiii. 'V..'' -/•/'.. v...'...) 



137 

La spia che mandò le predette inforniaziotti, mandò pu- 
re, in data del 19 settembre, le seguenti: 

„ Xotizie su lord B>jron. — Questo signore si trova at- 
tualmente in Bologna in compagnia della moglie del conte 
Cruiccioli. Egli ha seco un giovine segretario peritissimo in 
molte lingue, e che scrive ugualmente bene 1' inglese, il 
francese, l' italiano e il tedesco. Egli non esce mai di casa, 
scrive sempre. Soi*vegliato esattissimamente, si è potuto sa- 
pere che per lo più s' occupa a scrivere in varie cifre. Frat- 
tanto non si conosce l' esito di queste scritture, perchè in- 
fallibilmente non sono messe alla posta. Convien credere che 
di tali dispacci sieno incaricati i viaggiatori inglesi, dei 
quali molti si rassegnano al Lord. Pochissime lettere sono 
alla Posta, e queste non contengono che interessi partico- 
lari. 

„ Da Forlì si scrive che il detto Lord si è contenta- 
to di formarsi una sola relazione di persona di condizione 
di ogni città : a Bologna ha Ercolani, a Ferrara Grazia- 
dei, a Faenza Gennj^i, a Forlì T)rselli, a Cesena Roverel- 
la. Questi assolutamente non parlano e fanno credere che 
tale relazione sia letteraria. Dopo molti raziocinii e combi- 
nazioni di fatti si è dato luogo a credere che molti opuscoli, 
libelli e scritti d' allarme venuti alla luce, sieno della fab- 
brica di lord Byron. Anche in questi giorni è comparso con 
profusione 1' accluso indii'izzo pubblicato in più copie, tutte 
di scrittura differente e incognita, abilità che si attribuisce 
al segretario del nobile Lord. Ve ne mando una copia. Il ca- 
rattere che non è ignoto né a me, né a voi, ne indica la 
provenienza e mi conferma nelle dette idee. „ 

La stessa spia, o fiduciario, da Firenze, il 29 settem- 
bre, scriveva : 

„ Una prova autentica di quanto è già stato da me 
narrato rapporto alla Società Romantica, ritrovo nelle lette- 
re pervenutemi ieri. Un mio corrispondente di Bologna, in- 
caricato da me di conoscere le diramazioni della medesima, 
ne chiese informazioni a uno dei capi della Massoneria Ita- 
liana residente in Milano. Trascrivo letteralmente la replica 
he ne ho ottenuto. _ Conosco i Romantici. Costoro coni- 



138 

pongono una Sètta clie ha per iscopo di rovinare la nostra 
letteratura, la nostra politica, la nostra Patria. Lord Byron 
ne è certamente un campione e t' inganni se credi eh' egli 
si occupi solamente a fare le corna a Guiccioli. Egli è libi- 
dinoso ed immorale all'eccesso, ma pi'esto si scorda dell' og- 
getto idolatrato e lo sacrifica al disprezzo. Non è peraltro 
così incostante in politica, nella quale egli è inglese in tutta 
r estensione del termine. Egli è energumeno per rovesciare 
tutto ciò. che non gli appartiene, per paralizzare ogni ten- 
denza che spiegassero le società nostre per la patria ìndi- 
pendenza, (sic!) per avvolgerci in mine e sangue (sic! sic!), 
per distribuire infine dei Stati deserti ed ancor fumanti ai 
suoi avidi e demoralizzati cospiratori. (Oh che fandonie !) 

y, Il corrispondente nell' inviarmi questo squarcio di let- 
tera mi rammenta due versi inseriti da Michele Leoni, di 
Parma, nella sua traduzione dall' inglese dell' opera di lord 
Byron sull' Italia che sono i seguenti : 

„ E con voi -la dottrina che s' asconde 
„ Sotto il velame dei novelli tanni. , 

„ Specialmente m' invita a leggere e ponderare il can- 
to IV di quest' opera intitolato : Il viaggio di Childe Ha- 
rold. - 



Sempre dallo stesso fiduciario si hanno le seguenti in- 
formazioni : 

„ Da Bologna, 4 ottobre 1819. La sorveglianza conti- 
nua che la polizia esercita sopra lord Byron ha condotto a 
dne scoperte. La prima è" eh' egli porta all' orologio • un si- 
gillo triangolare (o piuttosto piramidale) sulle faccie del qua- 
le sono incise tre piccole stelle : sul sigillo vi sono le lette- 
re F. S. Y ; essendo questa.la nuova insegna adottata da va- 
rii mesi dalla società guelfa dnpi) d' avn- rinunziato a qi 



139 

la dell' anello a quattro faccie, nou resta alcun dubbio che 
egli penetri per mezzo de' suoi intrighi anche nelle società 
che sembrano straniere al di lui scopo. 

• „ L' altra è derivata da una lettera scritta di caratte- 
re del suo segretario, che gli è stata sequestrata alla posta. 
È diretta ad Alexis Gartner, a Milano. In essa si dice che 
essendosi sparsa in Bologna la nuova del prossimo stabilimen- 
to dei Cxesuiti in quella città, per soddisfare sul proposito la 
dotta curiosità dell' amico, gì' invia la copia d' un estratto 
<V una curiosa e rarissima opera del capitano Greorges Smith : 
Dettagli sulla Massoneria Gesuitica. 

„ Da Bologna, 11 ottobre. Lord Byron partì improvvi- 
samente con madama Guiccioli, che perciò si disse o da lui 
portata via o vendutagli (sic!) dal marito. Ma poi si è sa- 
puto eh' essa è andata sola a Venezia ed il Lord si è diret- 
to per r Italia superiore.... „ 

„ Forlì, 25 ottobre. vSi è saputo che lord Byron al 
presente si trova alle Isole Borromee in amena villeggiatu- 
ra, godendo del casino della sua augusta amica la principes- 
sa di (ralles. „ 

„ Livorno, 8 dicembre. Nel mio viaggio da Firenze a 
Pisa, essendo in compagnia d' un viaggiatore inglese lo tro- 
vai informatissimo delle vedute di lord Byron e de'suoi coo- 
peratori, che non son pochi in Italia. Egli mi disse che è 
li lui sistema cambiar soggiorno subito che ha compito qual- 
ihe nuova sua produzione, per non dar sospetto ai governi 
italiani della provenienza delle prodiizioni medesime. Nel suo 
soggiorno alle Isole Borromee si è fatto venire una quanti- 
tà dì esemplari di una sua detestabile opera intitolata : Don 
fnan, che attacca la religione, la morale, e i governi; e 
lopo averli spediti in varie città, si è ritirato a Venezia. 
: .' inglese che meco parlava, era versatissimo in ciò che ri- 
-uarda le italiane istituzioni dei Carbonari e dei Guelfi, il 

he mi dà luogo a riflettere che questi viaggiatori stranie- 

i si occupano assai delle cose d' Italia. „ 



140 

Inlìiie, una parola sullo stesso Jiducìario, che, coìhk: a\i,i 
potuto osservare il nostro signor lettore, doveva essere per- 
sona colta. Egli era un C-fiuseppe \'oltancoli (o Valtangoli), 
toscano. Che fosse lo stesso Voltancoli (o Valtangoli) che 
qualche anno dopo figurò nel processo economico che venne 
istruito a Firenze contro i Carbonari ? 

Nel quadro dei capi della sètta da noi pubblicato in uno 
dei precedenti capitoli, il nome del Voltancoli (o Voltangoli) 
è accompagnato dalla indicazione : Conservatore delle Ipote- 
che a Montepulciano. (Jhe il Voltancoli dopo d' esser stato 
al servizio della Polizia Toscana e d' aver strappato a que- 
st' ultima, come prezzo del suo infame mestiere, im grasso 
ufficio, abbia tradito la Polizia per vendere i segreti di que- 
st'ultima a' Carbonari ?... Il sospetto non sarebbe fuori po- 
sto, visto e ritenuto che certi mestieri non possono essere 
esercitati che da persone capaci d' intendersela ad un tempo 
con Cristo e con Griuda. 



Ul 



CAPITOLO xvm. 
Il malcostume nei Palazzi. 



1 



el capitolo sedicesimo uou abbiamo riprodotto la Fi- 
renze galante dei nostri nonni che coi colori di Carlin Dolci, 
meglio con quelli del Wanloo e del Watteau — un modo 
di dipingere che ha per iscopo di presentare le cose dal lato 
aggraziato e qualche volta da quello lezioso e che ha pro- 
dotto il quadro-madrigale o il quadro-Arcadia. Dipingendo le 
gesta d' uno degli ultimi cicisbei, noi abbiamo addolcito le 
Tinte, smorzato ciò che forse gridava troppo forte, evitato 
erti colori, gettato della biacca dove il fondo era rosso fuoco, 
costituito i chiaroscuri alla luce troppo sfacciata, infine, levi- 
gato ed appianato le asperità. Ma gli uomini della Polizia, 
quasi sempre, sono per le forti tinte, e chiamano le cose pel 
loro nome. Nei loro rapporti il verismo già trionfava quan- 
do né il Balzac, né la sua più legittima derivazione, lo Zo- 
la, nemmeno erano a balia. Per altro, la polizia, coi suoi 
cento occhi d' Argo, leggeva nell' interno delle famiglie co- 
me in un libro stampato ; e se si facesse uno spoglio coscen- 
zioso dei rapporti che i suoi ispettori facevano alla presi- 
lenza del Buon Cxoverno, si avrebbe la storia intima, una 
-toria, diremmo quasi esclusivamente, svoltasi nell' alcova 
Ielle famiglie toscane. A noi, a cui la prudenza e i limiti di 
iiesta nostra pubblicazione vietano di sobbarcarci a sif- 
itta impresa, sia però permesso di sfiorare 1' argomento. Se 
on altro perchè la descrizione della società toscana non re- 
sti incompleta; e perchè i soliti denigratori dei tempi in cui 
vivono, sappiano, quanto a morale, che se i tempi presenti 
ffrono i loro fianchi alle staffilate degli Aristofani e dei 
'io venali, quelli passati, oltre i fianchi, offrivano anche le 
-palle e il petto. 



142 

Nei primi anni della restaurazione, la preside)iza del Buon 
Governo, benché retta da un ex-giacobino che quanto a 
costumi si ricordava d' avere vissuto gli anni della sua gio- 
vinezza in mezzo ad una società scollacciata, credeva che 
fosse una delle sue precipue attribuzioni, (quella di richiama- 
re, mercè dei cauti provvedimenti di polizia, sulla via della 
rettitudine i traviati, specie le Manon Lescaut di buona fa- 
miglia. Era quasi un camminare sulle orme dell' umile le- 
gnaiuolo di Nazareth 5 soltanto la parola d' un capo di poli- 
zia non poteva riuscire inspirata come quella dell' immortale 
amico dei deboli e degli oppressi, né i cuori delle Manon 
Lescaut delle famiglie patrizie fiorentine erano tanto sensi- 
bili perchè potessero ascoltare con profitto i savi precetti 
del buon presidente. 

Così il 14 agosto 1814, avendo appreso da una relazio- 
ne dell' Ispettore di polizia che in città, si commentava sini- 
stramente la condotta dei coniugi De L z - Da Fi....a, il 

presidente Puccini, che quindici anni prima aveva ballato 
intorno all' albero della libertà che gli scamiciati di via Ca- 
limaruzza e di via degli Strozzi avevano piantato in piazza 

della Signoria, fece chiamare il signor Carlo De L z e gli 

disse a bruciapelo : 

— Signore, so che lei è ammogliato ed ha in isposa una 
dama della nobilissima famiglia Da Fi.. ..a. So pure die lei 
trascura affatto la sua signora 

— Viviamo perfettamente d'accordo 

— Cosa vuoi dire ?..'. 

— Che ognuno di noi, in seguito ad accordi, si è crea- 
ta una famiglia da sé. Come V. S. llluma deve sapere, io 
vivo maritalmente colla signora B...ni, e la mia signora 
vive non meno pubblicamente di me col sig. Bess... uffizia- 
le fiammingo.... 

— Lei sa anche questo?.., 

— Sicuro, e non ci trovo nulla da ridire.... 

— Ma la morale V 

— La morale, ne convengo, ci deve stare a disagio fra 
due unioni illegali.... Ad ogni modo, le nostre due fnnii2"!ie 
non sarebbero sole a dare il triste esempio.... 



U3 

— Che il triste esempio cessi e lei ritorni a vivere col- 
ia sua signora... 

— E il signor Bess... ? Vorrebbe ella forse che codesta 
superfetazione della famiglia De L...z - Da Fi... .a venisse a 
stare con noi ? 

— Lei ha voglia di scherzare ; ma eccole quanto le im- 
pongo : dentro tre giorni, lei rinunzi alla signora B...ni e 
riprenda sua moglie... 

— Anche dopo quel po' po' di scandalo che ha dato col- 
la sua relazione col sig. Bess... ? E che direbbero i tìoren- 
tini? Signore, io sono un buon tedesco, ma in casa mia nes- 

mo ha mai fatto rimontare 1' origine della famiglia sino al 
marito di Elena ! 

— Lei ha udito ; fra tre giorni... 

— E in caso di rifiuto? 

— L' esilio perpetuo dal G-randucato, signore. 

— Signore, fin d'ora la può farmi sfrattare. La parte di 
Menelao, mi creda, non è fatta per essere rappresentata da me. 

Colla signora Da Fi.. ..a il signor presidente fu poi ga- 
. laute. La minacciò semplicemente della relegazione ad arbi- 
trio ove non avesse posto fuori 1' uscio di casa 1' uflìciale e 
non fosse ritornata a vivere col marito. 
La signora rispose : 

— La mi releghi pui'e... Ma metter fuori dell'uscio quel 
povero Bess...! Un cavaliere cosi compito, ìllusti-issimo si- 
gnor Presidente !... Se lei sapesse com' è gentile ! 

11 Puccini tenne duro ed ordinò al commissario di San- 
ta Croce, che provvedesse secondo gli ordini dati ; ma al cuo- 
re, anche se in aperta ribellione colla morale, non si co- 
manda ; e i due coniugi infedeli, nonostante la minaccia 
dello sfratto per 1' uno e della relegazione ad arbitrio per 
r altra, continuarono a vivere separatamente ed ognuno di 
'irò colla famiglia creatasi al di fuori della legge. 

Oh forza d' amore ! Oh impotenza delle polizie ! 



Non sempre però la parola immoralità era per la poli- 



Ì44 

zia sinonimo di scostuniatezza. Agli occhi di una polizia bi- 
gotta, che aveva pretese di farsi credere tale, chi era li- 
berale, era nello stesso tempo scostumato. Con iin rapporto 
del 7 marzo 1828, l' Ispettore di polizia, trattando ex pro- 
fesso della scostumatezza che regnava nelle alte classi so- 
ciali di Firenze, non trovava altro rimedio al male, che di 
giorno in giorno si faceva maggiore, se non quello di man- 
dar via dal (irranducato gli eroi dell'alcova e del tavolino da 
giuoco, se stranieri ; minacciarli in caso di ostinazione d'uno 
due mesi di reclusione in un convento solitario, se tosca- 
ni. E perchè l' illustrissimo signor Presidente del Buon Go- 
verno potesse far subito la scelta, il signor Ispettore, 
insieme al rapporto, sottoponeva al superiore una nota di 
trentacinque individui, quasi tutti stranieri e, meno pochis- 
simi, portanti dei nomi registrati nell' almanacco di Gotha. 
Come cattivi soggetti, dediti ai malcostume o professanti 
massime pericolose, o come allora si diceva in gergo poli- 
ziesco, anti-politiche, lìguravano, in queir abbozzo di tavole 
di proscrizione, i due principi di Demidoif, il marchese Giu- 
seppe di Raddusa, esule siciliano, il duca don Salvatore Sforza- 
Cesarini (fin d' allora amico di Massimo d' Azeglio, il quale, 
nei suoi Ricordi, descrisse il famoso castello clie il principe 
aveva a Marino e dove una certa notte i topi diedero tanto 
da fare al futuro autore d' Ettore Fieramosca), il principe 
Poniatowscky, i fratelli Carlo ed Alessandro Poerio. Di que- 
st' ultimo, r Ispettore parla nei seguenti termini : „ Fa il 
bello spirito, infondendo massime e principi! detestabili (eC' 
co il liberalismo battezzato per immoralità) nell' animo dei 
giovani di buona famiglia della capitale, tanto in rapporta 
alla religione che alla morale. È presuntuoso, arrogante, in-] 
contrando facilmente disputa nelle società e luoghi pubblici. 
È quello che nel 1825 sfidò a duello il giovine fiorentino 
Tito Del Rosso e riportò dal commissariato del (juartiere di 
Santa Croce dei rigorosi precetti colla comminazione dell'ai- j 
loìitanamento dalla Toscana. Va\ è poi <iuello che nel termi- 1 
nare del decorso carnevale sfidò pure a duello il signor Borch, 
j^,.f,vftavio (\^]],\ U^irazi'iin' iiiss;:i. ìwy 1;\ (|iial causa la uiatti-, 



145 

mi del 24 del perduto tebbvaio m arrestato in casa e pen- 
de adesso risoluzione. ^ 

11 presidente del Buon Governo, che quanto a redigere 
tavolette di proscrizione non era zelante quanto il suo su- 
balterno a prepararne lo schema, mise a dormire il rapporto 
dell' Ispettore postillando di suo pugno quella parte della 
nota che si riferiva ai fratelli Poerio. ^ È indubitato che i 
giovani Poerio sono liberali assai riscaldati e siccome non 
mancano di talenti e d' una certa facondia potrebbero essere 
pericolosi, se si dessero ad infondere delle massime pernicio- 
se nella gioventù, come riferisce l' ispettore. Io però non ho 
dati per crederlo. , 



Torniamo a dirlo ; noi ci fermiamo dinanzi al segre- 
tm delle pareti domestiche; ma inviteremmo volentieri co- 
loro che oggi brontolano contro il secolo-nevrotico, o il seco- 
lo-Tartufo a leggere le cronache settimanali che gl'ispettori 
li polizia spedivano alla presidenza del Buon Governo e dove 
la vita cittadina era fotografata diremmo quasi in camicia, 
specie di cronache-o»me6Ms che se non avevano le finezze let- 
terarie, lo scintillìo delle immagini, o 1' argutezza della 
frase d' im articolo di Vorik, o di Gatidolin, o di Don Pan- 
dolfo, o di Jarro, avevano il pregio d'una ingenuità che qual- 
che volta confinava colla salacità bonaria di certi novellieri del 
dugento del trecento, senza tener conto di quella libertà 
sconfinata d' esprimersi che i signori poliziotti si pigliavano 
da sé, non essendo sottoposti a censura, né preventiva, uè 
repressiva, nemmeno a quella comicissima istituzione del ge- 
rente responsabile che sembra copiata da quella usanza del- 
la corte spagnuola in forza della quale gli scapaccioni desti- 
nati al principe ereditario sono iscritti sulla partita-arere del 
suo compagno di studi e di trastulli. Li rinvieremmo, dice- 
vamo, i nostri etemi piagnoni, a quelle cronache di polizia, 
ove vedrebbero passare, come in una ridda fantastica, mar- 
chesane adultere e conti foggiati sul tipo di don Giovanni ; 



146 

contessine civette e ducliini giuocatori d' azzardo, mariti com- 
piacenti e signore che, pnr di avere il palco alla Pergola e 
mia vettura con una bella pariglia al corso delle Cascine, 
davano ad intendere a vecchi baronetti inglesi e a gottosi 
principi russi imbottiti di ghinee e di rubli, d' essere inna- 
morate cotte dei loro reumi e delle loro bocche sdentate : 
dame di distinzione, che pur vivendo separate dal marito, 
nascondevano le conseguenze delle loro distrazioni di cuore 
in una villa remota, se non addirittura nel ducato di Lucca ; 
figli di famiglia che facevano grosse vincite senza poter- 
ne legittimare la loro condotta al tavolino del giuoco, e no- 
bili dal nome storico che falsificavano cambiali pur di pagare 
m\ debito d' onore — strano modo di riparare all' onore — 
vedrebbero, diciamo tutto questo, e lo vedrebbero con pro- 
fitto, che, senza diventare filosofi dalla sera alla mattina, 
apprenderebbero una verità, che per essere scoperta non a- 
spetta nessun Cristoforo Colombo, cioè, che 1' uomo è sempre 
lo stesso. Crii statuti, le costituzioni, le leggi, la istruzione, 
la religione, la morale, il clima, le tradizioni, insomma l'am- 
biente politico, morale e fisico può cucinar l' uomo ora in un 
modo ora in un altro ; ma, a parte la salsa, questo rimane sem- 
pre lo stesso. 

Né la corruzione si fermava dinanzi alle porte di colo- 
ro che in quel tempo, nella loro qualità di rappresentanti 
dell'ordine costituito, credevano, o fingevano di credere, che 
tra le misura di un savio ed onesto reggimento si compren- 
desse anche quella di rimettere sulla carreggiata le mogli 
adultere ed i mariti civettoni. Per parecchi anni, due città 
della Toscana furono teatro di scandali da lupanari, e non 
da parte degli amministrati, ma da parte di coloro che la 
fiducia del principe aveva posto al sommo dei pubblici nego- 
zi. Oggi, malgrado il tartufismo e hi nevrosi dei tempi, bor- 
delli simili a quelli a cui allora impassibilmente assistevano 
pubblico e governo, sarebbero semplicemente impossibili. Og- 
gi, noi s' è visto uomini di Stato cadere e scomparire dal 
scena dinanzi ad una rivelazione della stampa ; ma alloi 
il quarto potere, questa triste invenzione dei tempi modei 
era imbavagliato, e se qualche scrittore, sopratutto poet 



147 

lanciava il suo epigramma, questo era subito sequestrato 
dalla polizia e il suo autore imprigionato o mandato per un 
paio di mesi a respirare le aure sane d' un cenobio, colloca- 
to sulle cime poeticlie degli Appennini. 

Quando, nel 1825, mori una deUe eroine dei drammi 
boccacciani, a cui più sopra abbiamo alluso, l'Ispettore 
di polizia scriveva : „ La marchesa V.... moglie di S. E. il 
Crovernatore di.... non fu in vita una vestale. Ebbe, fra gli 
altri, per amante un certo Meclierini, impiegato del governo, 
che comandava a bacchetta nella casa di Sua Eccellenza, 
trattando aspramente i servitori. „ 

In un' altra città, le signore cessarono, un po'alla volta, 
r una dopo 1' altra, a frequentare la moglie — una contessa 
— di S. E. il Governatore, per paura che questa non rubasse 
loro gli amanti. Non era rimasta fedele a quella rubacuori, a 
quel Don Griovanni in gonnella che formava lo spauraccliio di 
tutte le belle signore della storica cittadina, che una soia'A- 
mica : anche questa provetta negl' intrighi della galanteria, 
nella credenza, che per rispetto alla loro vecchia amicizia 
non avrebbe gettato il fazzoletto da sultana al suo cicisbeo. 
Ma essa, poveretta, della fiducia posta nell' amica, ebbe su- 
bito a pentirsi ; che, la civettona governatrice, colle sue arti 
d' Armida, seppe aggiungere al suo carro anche il cavaliere 
della credula signora. 

Xè le investigazioni degli uffiziali di polizia s' arresta- 
vano dinanzi ai gradini del trono. In un rapporto del 6 set- 
tembre 1826 si narra d'un certo male appiccicato dalla fa- 
mosa cantante Girisi al duca Carlo Ludovico di Lucca e da 
questo, alla sua volta, appiccicato alla duchessa, aggiungen- 
dosi, a modo di contorno, come il principe, che più tardi il 
(riusti doveva chiamare: 

„ il protestante Dou Giovanni 

„ Che non è, nella lista dei tiranni, 
Carne, né pesce. „ 

tosse innamorato della moglie del conte di Bombelles, mini- 
stro austriaco, e costui spasimasse per la Grisi. Un vero ro- 
manzo, come vede il lettore, a doppia azione con un pizzico 
di sudiceria alla Casti o alla Batacchi per giunta. 



148 



CAPITOLO XIX. 
Il malcostume in piazza. 



s. 



'e i paliizzi, quanto a moralità, stavano male, mm Ma- 
va meglio la piazza. Gli esempi che venivano dall' alto non 
erano edificanti. In un rapporto del 31 luglio 1824, leggia- 
mo : „ II malcostume di Firenze cresce a dismisura. La sa- 
via misura di tollerare delle donne di malavita a sfogo de- 
gli uomini libidinosi ed a tutela dei talami, manca al suo 
scopo. Dappertutto donne scostumate fanno concorrenza a 
quelle tollerate, cosicché il numero di queste è diminuito. 
Tutti trovano pascolo alle loro voglie nelle famiglie rf' ogni 
condizione (1). Le ragazze di bassa condizione sono sottoposte 
a seduzioni d' ogni genere. 11 morbo venereo s' estende, es- 
sendone infetta anche la campagna. 11 numero delle tollera- 
te, e quindi sottoposto alla vìsita, è di nove, le quali appun- 
to perchè visitate non sono quasi mai ammalate. Fatto un 
censo delle donne di malavita, può ritenersi che la città ne 
conti cencinquantanove ; ma non sono tutte ; però nel pre- 
detto numero sono comprese le stradine, come le più distin- 
te per alto maneggio, o per una fina e mascherata condotta. „ 

E cencinquantanove dt>nne notoriamente conosciute come 
sacerdotesse di \'enere Pandemia, in una città, che secondo 
un censimento fatto nell' aprile di queir anno medesimo 
non dava che ottantottomila anime, diavolo, non ernn<> ])o- 
chine ! (2) 



(1). Il corsivo è del redattore della noia. 

(2). N(!l predetto anno, con (Jfran mistero, tanto che gli atti figu- 
rano nell' Archivio Segreto della Presidenza del Buon Governo, si 
fece la statistica della popolazione di Firenze non chts »iuella dei 
reati coninu-ssi nel firanducato noli' ultimo decennio. La popolazio- 
ne della Capitale risultò distribiiita nel moilo segucntt; noi tre auar- 



k 



149 

Abbozziamo iu ima maccliietta la coiTUzìone borghese 
della Firenze d' oltre cinquaut' anni fa. 

La macchietta ha per protagonista Tommaso Sgricci, il 
famoso poeta estemporaneo, succeduto, nell' arte parecchio 
ciarlatana d' improvvisare non solo sonetti e canzoni, ma 
sinanco tragedie in cinqu' atti, al non meno famoso Gianni, 
il poeta che, insieme al Monti, cantò, stipendiato e regalato, 
le "vittorie di Napoleone I. 

Lo Sgricci, che ai suoi tempi ebbe onori e trionfi quali 
non ebbero poi né il Leopardi, né il Manzoni, che ebbe 1(> 
spirito acuto e il frizzo mordace d' un fiorentino contempora- 
neo di Griovanni Boccaccio, quanto a morale, fu greco, gre- 
co sopratutto, in certi suoi amori infami. La sua vita clas- 
sicamente turpe non era un mistero per alcuno, e benché 
i suoi gusti fossero depravati, né a Firenze, né tuori, man- 
cavano persone, anche rispettabilissime, che non onorassero 
in lui r ingegno, che riputavano sovrumano, anche quando 
Pietro Giordani, insorgendo contro quel culto per un fab- 
bricante di versi senza gusto e senza arte, scaraventò con- 
tro il beniamino dei pubblici dei teatri e delle accademie 
d' Italia, il suo famoso scritto sugi' improvvisatori. 

Abitava egli, il poeta dagli amori greci, nel 1826, in mi 
pianterreno in via dei Bardi, ove, per parecchie ore del gior- 
no, si poteva vedere alla finestra, con un libro in mano, op- 
pure, con penna, calamaio e carta in atto di meditare i suoi 
versi, interrompendo di tratto in tratto il leggere o lo scri- 
vere con occhiate che lanciava sui passanti e che erano 



tieri in cui allora si divideva la città : Quartiere S. Croce, SlOTtì; 
Quartiere S. Maria Novella, 32404 ; Quartiere S. Spirito, •23708 : tota- 
le 88088. Nel decennio 1815-24 furono perpetrati nel Granducato 37524 
reati, dei quali 2349 nella sola giurisdizione di Firenze di^tribuiti — 
i principali —nelle seguenti rubriche : PrtrWc/d/, 11 (nessuno a Firen- 
ze) — Fratricidi 15 (1 a Firenze) — Assassini 3 (la Firenze, 1 a Sie- 
na, 1 a Pietrasanta) — Omicidi proditorii 84 — Omicidi dolosi sempli- 
ci 384 — Ferimenti gravi 219 — Ferimodi leggieri 260 — Furti ten- 
tati 1316 — Furti domestici 16Q — Furti impropri 185 — Furti qua- 
lificati 8442 — Furti sacri 169 — Furti semplici 1345 — Furti vio- 
lenti 72 — La statistica fu fatta sulle relazioni periodiche dei com- 
missari, dei vicari regi e dei giusdicenti. 



150 

sempre accompagnate da lin ignobile sorriso o da un non 
meno ignobile strizzare d' occhi, specie quando quelli erano 
giovani e bellocci. Quel sudicio civettone più frequente- 
mente degnava di quei suoi sguardi e di quei suoi sor- 
risi i Granatieri che erano acquartierati nella vicina caser- 
ma, e che spesso pedinava raggiungendoli sulla Costa di San 
Giorgio, ove con esso loro s' intratteneva, quasi egli fosse 
un Anacreonte in parrucca e brache, e i suoi interlocutori 
dei Batilli, lìoriti tra il fumo del tabacco e il rancio d' un 
quartiere. 

^ Verso sera — qui cediamo la parola all' Ispettore di 
Polizia — egli sorte di casa coi capelli bene acconciati, li- 
scetto sul viso, petto scoperto, abito quasi succinto ed an- 
gusto artitìcialmente, "per mostrare più che sia possibile al- 
l' occhio i tianchi, e con portamento ricercato si mette in 
giro per la città, in cerca d' avventure, al pari delle temi- 
ne di partito. „ 

In un rapporto posteriore (12 dicembre 1826) lo stesso 
funzionario riferisce che in quel giorno era pervenuto allo 
Sgricci, da Parigi, il conio della medaglia che colà i suoi 
ammiratori gli avevano fatto battere, e che egli presentò al 
Granduca ; il quale, pel poeta infame, ebbe parole lusingliie- 
re di lode e di ringraziamento, promettendogli che avrebbe 
fatto coniare e distribuire a sue spese la medaglia. La qual 
<M)sa saputasi nel pubblico, aveva destato una grandissima 
indignazione, essendo noto a tutti il malcostume del poeta. 
, Il signor G. B. Niccolini — aggiungeva 1' Ispettore — 
segretario dell' I. e R. Accademia di Belle Arti, letterato e 
scrittore tragico, parlando di ciò e sostenendo 1' enunciate 
massime, disse che questa »> 1' epoca dei ciarlatani e che non 
si conosceva per niente e si trascuravano i veri nomini di 
merito, nominando fra questi Domenico Valeriani, conoscito- 
re di tante lingue orientali, e tale da stare in competenza 
<on qualunque estero letterato. „ 

Ma (luei trionfi lo Sgiicci pagava caramente. Verso quel 
tempo fu divulgata in Firenze una incisione oscena. Questa 
rappresentava, in atteggiamento non onesto, lo Sgricci e don 
(^amillo Borghese, il marito della bellissima Paolina : e la Po- 



151 

lizia, se volle averne ima copia, tu costretta a pagarla tre- 
dici lii'e. Almeno, nella nota delle spese segrete pel mese 
di gennaio 1827, tale si assicura essere stato il prezzo pa- 
gato. 

Lo Sgricci, se visse da vero seguace d' Epicuro, morì 
cristianamente, come V assicurava l' Ispettore (il 22 lu- 
glio 1836); ma alla sua morte, l'estro satirico dei fio- 
rentini non potè trattenersi. Da una sconcia poesia, che la 
Polizia attribuiva al Pananti, togliamo le seguenti due 
strofe : 

, Batillo il tragico 
Dai finti allori 

Stup va Apolline 

A post /•/. . 

., Or per giustissimo 
Decreto eterno 
Stnp..io Satana 
Eege d'Avemo. „ 

Anche il Liiusti scagliò il suo frizzo sulla tomba del- 
l' improvvisatore, e tra le poesie da lui rifiutate si legge 
quella in morte dello Sgricci : 

„ Laitflate pueri Dominuni ! 
È morto chi profuse 
A danno del preterito 
L' entrata delle muse eo. . 

Peraltro, in vita, come già abbiamo detto, gli amori d' in- 
dole classica non impedirono allo Sgricci che non fosse ammi- 
rato dalla facile turba di coloro che si lasciano prendere 
dalle apparenze. In un rapporto di polizia del 1826, l'Ispet- 
tore, dopo di avere chiamato lo Sgricci per quanto pregia- 
timo poeta altrettanto uomo turpe, scriveva : ., Con sentimen- 
to del maggior piacere fu veduto nei giornali esteri e nella 
Gazzetta Toscana encomiato con somma lode il valore poe- 
tico dello Sgricci e con piacevole soddisfazione furono sen- 
tite le sovrane benefiche elargizioni a riguardo del di lui 
sorprendente, franco, pronto, vivace e sublime improvvisare % 



152 

ma in ciascuna di simili occasioni si è ridestato nel pubbli- 
co il rammarico di trovare unito al genio di duestn sioviut- 
di sublime talento, il nefando vizio ec. ec. 



La vita scostumata di Tommaso .Sgricci, ci ricorda 
quella d'un altro poeta, l'abate Griuseppe Borghi, che quan- 
do la bufera degl' Inni tuffati nella pila dell' acqua santa 
imperversò coi suoi ottonari dall' un capo all' altro della pe- 
nisola, facendo quasi supporre allo straniero che la terra i- 
ve erano nati ed avevano scritto Dante Alighieri, Niccolò 
Machiavelli, Francesco Gruicciardini e Paolo Sarpi si fosse 
addormentata carbonara nelle vendite del 1815 e del 1821 
per svegliarsi biascicatrice di pater e di gloria nelle sagre- 
stie e nelle canoniche, parve che meglio di qualsiasi altrt» 
manipolatore d' Inni si avvicinasse ad Alessandro ÌEanzoni, 
capostipite e fondatore di quella dinastia di poeti intinti d' un 
cristianesimo inacquato e di manica larga. Donnaiuolo come 
un abate del secolo XVIII, il Borghi scriveva i suoi inni reli- 
giosi fra una conversazione galante e una cura di mercurio, 
perocché il disgraziato poeta non pare che dalle lotte d* a- 
more uscisse sempre colle membra sane. Né, inoltre, pare che 
alla sola Venere dedicasse i ritagli del suo tempo. Nomina- 
to sotto-bibliotecario della Eiccardiana, si attribuì a lui la 
sottrazione di alcuni preziosi manoscritti di (juella biblioteca, 
alcuni dei quali poi furono ritrovati presso un libraio di Pa- 
rigi, ove mano sconosciuta li aveva portati e venduti. 

Né questo abate travagliato dalla sifilide e fatto segno 
d' accusa che doveva essere falsa, se la giustizia non se 
ne immischiò, stonava di troppo nel quadro della societA 
del tempo. Abbiamo già visto chi fossero coloro che con- 
correvano a formare il fior fiore della società, o, come oggi 
si direbbe, le classi dirigenti ; ed a completare il quadro non 
manca che presentare al lettore il clero, che allora aveva 
nelle sue mani, insieme all'indirizzo delle anime, quello del- 
le menti. 



153 

Quasi tutti i rapporti segreti della presidenza del Buon 
G^overno riguardanti il clero, sono concordi nell' affermare 
come questo non fosse all' altezza della sua missione. Di pre- 
ti buoni non c'era penuria; ma coloro che arrivavano alle 
alte dignità, coloro che avevano il mestolo delle faccende 
ecclesiastiche in mano, quando non erano tristi, erano inetti. 
Sopratntto si lamentava la mancanza della coltura, specie 
nelle campagne, e 1' assenza della moralità non solo nei sem- 
plici preti e nei parrochi, ma iìnanco nei vescovi, di cui le 
relazioni dei Cxovernatori, dei Commissari Regi e dei Bar- 
gelli narrano avventure improntate ad una galanteria che 
si direbbe una copia di quella dei frati e degli abati delle 
novelle del Boccaccio e del Casti. 

Ma la rilasciatezza del clero toccò nella diocesi di Fi- 
renze il suo apogeo sotto il Governo di monsignor Morali. 
Era questi uomo inettissimo, di poca coltura, e facile a la- 
sciarsi menare pel naso, specie se la guida era in gonnella. 
Non sembra però che fosse un Lovelace in sottana ; solamen- 
te pare che nel palazzo arcivescovile egli si fosse creata in- 
torno a sé una famiglinola, come un prete russo o un pasto- 
re tedesco. Certamente i canoni del sacro Concilio di Tren- 
to ne rimanevano sforacchiati, ma i negozi ecclesiastici a- 
vrebbero fatto il loro corso naturale, se 1' Arcivescovo non 
avesse abdicato il proprio potere nelle mani di coloro che 
dividevano il suo tetto e la sua mensa. Costoro, che forse 
in qualche storico ecclesiastico avevano letto come certi Pa- 
pi vendessero e beuetici e indulgenze, avevano aperto bot- 
tega, dove a prezzi di tariffa si conferivano canonicati, pre- 
bende e parrocchie. Bastava che 1' offerta fosse proporzio- 
nata al beneficio perchè fosse accettata, ed un bordelliere, o 
un ubbriacone, o un ignorante fosse sollevato alle dignità 
ecclesiastiche. La qiial cosa, passata sotto silenzio per qual- 
che tempo, per i lamenti e il parlare che ne facevano le 
persone oneste, si fece palese ; e il Governo volle vedere e 
sentir chiaro : e ci vide proprio chiaro. Il Puccini, che nella 
sua qualità di presidente del Buon Governo era stato inca- 
ricato di far le indagini, nel luglio del 1823 riferì al Gran- 
duca come quasi tutti i benefici della diocesi di Firenze fos:- 



154 

sero stati accordati simoniacamente dall' arcivescovo monsi- 
gnor Morali. Come si vede, la Toscana era ritornata ai tem- 
pi di Leone X, quando Lutero fulminava i venditori di Cri- 
sto e della sua Chiesa, allora accampati nelle stanze che 
Eaifaello istoriava ; quasi che 1' arte col suo splendore po- 
tesse nascondere il marcio che sgambettava allegramente 
alla luce proiettata da quelle divine composizioni, che si chia- 
mano la Disputa del Sacramento e la Scuola d' Atene. 

Il Governo non rimase inerte dinanzi a quella corruzio- 
ne innalzata a dignità d' istituzione, ed allontanò da Firenze 
quattro o cinque preti che formavano il consiglio intimo del 
simoniaco Arcivescovo; il quale, meno la paura e la vergo- 
gna, non ebbe a risentire altro danno da quello scandalo, 
che la sua condotta d' indegno pastore d' anime aveva solle- 
vato. 

Ma quando egli morì (8 Ottobre 1826), gli epigrammi 
sanguinosi, le poesie mordaci, tìoccarono da ogni parte sul- 
la sua tomba ; e non fu certamente colpa degli autori di 
quegli epigrammi e di quelle poesie, se il nome di monsi- 
gnor Pier Francesco Morali, come quello di Ruggiero Arci- 
vescovo di Pisa, non fu tramandato ai posteri in versi da 
assicurargli in eterno la riprovazione dei giusti. 

Uno di quegli epigrammi, sotto forma di epigrafe, di- 
ceva : 



, Qui villosa ili siintii juice 
Pier Francesco soiinno prete ; 
Ricco egli era tra i suoi pari, 
Ma se gemme, se denari 
Dissipò, qual ii>eraviglia, 
Era padre di famiglia ! „ 



155 



CAPITOLO XX. 
I Libelli. 

\Jon tanti scaudali, iu mezzo ad nn ambiente siffatta- 
mente corrotto, la poesia-libello non poteva far difetto. Per- 
altro, r attività dello spirito era troppo compressa, perchè 
per vie clandestine non rompesse fuori in mordacità e pun- 
ture che volevano essere satire, ma che spesso erano scon- 
ci frutti maturati sul terreno della immoralità. Questa, come 
si sa, segue dappresso la costrizione del pensiero, e il cava- 
lier Marini, l'abate Casti, il Baffo, il Batacchi non prospe- 
rarono che in tempi in cui la censura teneva imbrigliata la 
stampa. Né diversamente avvenne in Toscana nel periodo di 
cui abbiamo intrapreso a favellare ; imperocché, mentre gl'im- 
periali e regi censori castravano il pensiero e pesavano nelle 
loro bilancie le parole dei letterati, i libelli correvano da 
un punto all' altro del paese, senza che la loro clandestinità 
uocesse alla loro pronta e larga diffusione. Il mistero in cui 
s' avvolgevano era il miglior passaporto che si potesse loro 
accordare per correre all' impazzata da una città all' altra. 
La Polizia, naturalmente, dava loro una caccia spieta- 
ta, anche perchè essi talvolta non risparmiavano funzionari 
altissimi, né avevano paura di penetrare dentro le residen- 
ze dei vescovi. Nel 1825, fu assai diffuso un poemetto in 
ottava rima, i cui personaggi erano le più note persone d'u- 
na certa città. Non vi era risparmiato né monsignor Vesco- 
vo, né l'illustrissimo signor Commissario regio, né la stessa 
signora di questo. Il poeta immaginava come si fosse allora 
fondato un ordine monastico in onore di Venere Pandemia ; 
e di quest' ordine descrisse con linguaggio osceno i riti. Il 
libello non poteva passare inosservato ; quasi tutta la no- 
biltà di quella certa città, il cui nome ci piace di lasciare 



lóti 

nella pernia, vi era posta alla gogna; alla gogna sopratut- 
to era posto il regio Commissario di cui* si cantava con 
sapore ariostesco la tresca che aveva con una signora. Ri- 
cercato l'autore, questi non fu difficile a cadere nelle mani 
della Polizia. Era un certo Salvatore Arcangeli, d' anni 19. 
Il Presidente del Buon Governo, stante l' età giovanile 
del delinquente, lo condannò ad un mese di carcere ed alla 
vigilanza speciale della Polizia, previo un mese di relega- 
zione neir eremo di San Vivaldo, in quello di Volterra, col- 
r obbligo di conformarsi alla stretta disciplina di quel ce- 
nobio. 

Più rumore, perchè più vasto campo abbracciava, fece 
un altro libello in versi : Le Litatiie pel giubileo del 182(i, 
diffusosi in queir anno in Firenze. „ Satira oscena — dice 
un rapporto del 26 ottobre — contro le dame fiorentine, 
facendo uno strazio veramente micidiale dal loro onore, con 
isfregiare d' infamia i lignaggi sublimi cui appartengono e 
cimentare 1' armonia dei talami. „ — Probabilmente molti si- 
gnori mariti, malgrado la sublimità del loro lignaggio, come 
enfaticamente diceva il poliziotto nel rapporto sopra citato, 
non avranno appreso nulla da quella turpe pubblicazione che 
prima non fosse stato da loro conosciuto ; ma lo scandalo de- 
stato da (luella rivelazione di turpitudini fu immenso. Quasi 
tutta la nobiltà fiorentina fu dall' anonimo poeta fatta passare 
attraverso tutto quel sudiciume, non risparmiando il libellista 
uè mogli, né figlie di ministri, di consiglieri intimi (• di ciam- 
bellani. L'audacissimo scrittore fu ricercati» con pazienta 
industria sguinzagliando all' uopo la Polizia i suoi brace 
migliori. Dapprima fu creduto autore di quella immonda si 
tira r abate Giuseppe Borghi, il traduttore di Pindaro. Così 
almeno volle far credere alla Polizia uno de' suoi soliti 
amici : ma l' ispettore Chiarini, che aveva miglior naso dei 
suoi bracchi, non vi prestò fede, ([uantunque non ritenesse 
il Borghi per uno stinco di santo. Si pretendeva i-he' il 
cliiaro poeta avesse incominciato le Litanie ai Bagni di Luc- 
ca, e ne avesse letto un passo al marchese (rinseppe Pa- 
terno Di Raddusa, esule siciliano, e al giovinetto marchea 
Benedetto Paternò-Castello Di San Giuliano, di cui il Bc 



ì 



157 
2:lii era pedagogo. Istituitasi ima processura economica, fu- 
1 ono uditi il Di Raddusa e il Di San Giuliano ; ma questi ne- 
::arono recisamente che il Borghi fosse autore di quella o- 
>cena satira e clie ne avesse scritto il principio ai Bagni di 
Lucca (ove, peraltro, non s'era fennato verso quel tempo che 
un par d' ore) e ne avesse loro letto qualche passaggio. 
Più fruttuose parve che riuscissero altre indagini praticate 
nella società che frequentava la casa del duca don Salvato- 
re Sforza-Cesarini ; — una società di scapestrati, di don 
Cnovanni, di cacciatori di donne ; e parve che 1' autore si 
rinvenisse in un certo Cortini, romano, il quale, benché ne- 
irasse ostinatamente la paternità del libello, fu sfrattato dal 
Granducato. 

Fu in tale circostanza che corse per Firenze il seguen- 
te epigramma : 

^ Quando chiamò im satirico civettoue 
Le dame di Firenze buggerone, 
Tutte chieder voleau .soddisfazione ; 
Ma poiché un serio fecero 
Esame di coscienza, 
Dissero che il Vate 
Usato avea prudenza. , 



Qualclie anno innanzi aveva suscitato a Firenze gran 

umore una satira intitolata: Elenco delle galanti signore 

orentinej coi soprannomi loro assegnati dai Settari del Bu- 

■inca. Benché qua e là rasentasse il libello, pure la satira 

ra tanto lisinghiera per la maggior parte delle dame che 

vi erano nominate, eh' essa non sollevò né sdegno, né pro- 

cessure. La Polizia, in un rapporto dell' Ispettore del 31 

agosto 1822, ne attribuiva la paternità a.. Guglielmo, figlio 

'inico del noto zoppo Libri; nientemeno che al futuro profes- 

■•re e scienziato Guglielmo Libri! 

Diamo per intero la satira, sopprimendo qualche nome 
ìi signora per rispetto di coloro che oggi, nella Società a- 



158 

ristocratica fiorentina, lo portano ancora. Sì capisce che le 
soppressioni riguardano i soli casi in cui la satira è sortita 
dal lecito. Alla galanteria abbiamo conceduto libero il 
passo. 

Pentimento. 
(Angelica Aldóbrandini). 
Sì bel pregare ogni suo fallo ammenda. 

Armida. 
(Bargagli Dei-Turco). 

Argo non vide mai, né Cipro o Delo 
D'abito di beltà, forme sì care. 
(Tasso). 

Diana. 
(Francesca Pucci). 

La Dea del primo giro aborre amore, 
Ma Endimion le fa cangiar consiglio. 

DlDONE. 

(Marchesa Vernaccia). 

Qual ti sembra costei? 
Superba e bella. 

CaPEIC GETTO. 

{Marchesa Tempi). 
Volubil farfalletta incerto ha il volo. 

Tradimento. 
(Eleonora Pa... i). 

Cangiò col nome anche 1' amor CMstei. 

Sentimento. 
(Anna Rucellai). 

Tenero cuore a tanti vezzi unito ; 
Di quai conquiste non sarìa capace ! V 

POT-POURRI. 

(Teresa Mo....). 

Qual mai d'amanti mescolanza è questa ì 
Un ottico, un milord, un parrucchiere ! 



159 

Aquila. 

(Marchesa Teresa R ). 

Vola coir ali di Cupido in trono (1). 

La Parisiexxe. 
(Signora Pon.). 
Non potrò mai di tutti il nome dirti. 

La G-atta di Masino. 
(Venta ri- G inori) . 
Che bella fedeltà ! 
Quale innocenza ! 

Bauci. 
(Giovanna Strozzi). 
Qui poi la fedeltà non è mentita. 

Xasixo. 

(Urania Masetti). 

Povera lei se incontra il Guadagnoli (2) ! 

La Villanella d' Esopo 
(Maria-Anna Sp....). 
Sul freddo cenere 
D' un sposo amato 
Piangea la misera, 
Ma ha poi trovato 
Un uom sensibile 
Che in dolce gaudio 
Quel duolo orribile 
.Le fé' cangiar. 

La Le\triebixa. 
(Giuseppa Cor...). 
Sculetta, balletta 
Fa festa con tutti. 

Eco. 
(Signora fìertolini). 
Ti strazii in lagrime 
Per un crudele, 
E sei fedele 
A infedeltà. 

(1). Il senso di questo verso si lascia iuterpetrare al lettore {No- 
ta dell'autore della satira) 

(2). Il poeta Aretino che. come si sa, era fornito d'un grosso uaso. 



lliU 



CAPITOLO XXI. 
Le Pratiche religiose. 



I, 



.1 malcostume andava a braccetto col bigottismo. I no- 
stri nonni, bisogna convenirne, erano più religiosi di noi, ma 
erano anche parecchio scostumati. Si capisce, che in loro il 
sentimento religioso non andava al di li\ dell' epidermide, e 
ohe se si accendeva un moccolo a Dio era precisamente per- 
chè nello stesso tempo se n' erano accesi due al diavolo : 
ma erano religiosi, baciapile, tre([uentatori di chiese, assi- 
dui alle prediche, biascicatori di rosari, osservatori dei di- 
giuni e parlavano con rispetto dei preti, quando non ne di- 
cevano corna. Soltanto, quando dovevano dirne corna, lo di- 
cevano sottovoce. Noi lo si dice alto. 

Peraltro, i preti frequentavano allora tutte le Società, 
ove occupavano un posto fra quello del maggiordomo, e 
(luello dello staffiere. Quando non erano i pedagoghi del si- 
gnorino, erano gli uomini d' affari del signor conte o del si- 
gnor marchese, o i segretari intimi della signora contessa 

della signora marchesa; qualche volta lo erano insieme 
delle madri e delle figliuole. Quando poi il prete era letterato 
e sapeva fare con garbo un sonetto e tradurre con fedeltà non 
scevra d'una certa eleganza un'ode di Orazio o un epigram- 
ma di Marziale, allora esso toccava il cielo col dito : era ca- 
nonico e, per soprassello, accademico della Crusca, ove, per 
entrare, non occorreva eh' ei fosse tagliato nella stoffa del 
«anonico Petrarca, o di queir altro canonico che scrisse 
r Orlando Innamorato. Laondt^ la bacchettoneria trionfava. 

1 nibunali di penitenza erano fre(iuentati, perch«> si sapeva-r 
f.lie una raccomandazione del confessore poteva fare otte 
nere un impiego o un sussidio. Si metteva dell' ostentazione 
a farsi vedere in chiesa, all' ora dey:li uffici divini, j)errhè 



161 

i luiuistri, compresi quelli che facevano professione d' atei- 
smo avevano piantato gli alberi della libertà sotto i fran- 
cesi, amavano che si credesse o si tìngesse di credere la re- 
ligione essere non solo sulla bocca, ma anche nel cuore dei 
cittadini. Solite false apparenze, che non ingannano alcuno, 
ma infrolliscono e falsano i caratteri! 

Ma la Polizia imponendo ai cittadini 1' osservanza delle 
pratiche religiose, non raggiungeva che assai di rado il suo 
scopo. La borghesia, sopratntto, rimaneva scettica. Xon per 
nulla la Rivoluzione francese aveva soffiato poco prima sul- 
r Italia, né chi vedeva pubblicamente onorato dal principe 
lo Sgricci e clandestinamente si deliziava nella lettura del 
Batacchi, o si ricordava d' essere concittadino di Giovanni 
Boccaccio di Pietro Aretino, poteva da un giorno all' al- 
tro, in seguito ad un editto dell' illustrissimo signor Presi- 
dente del Buon Groverno, trasformarsi in credente e buon 
cristiano e, per soprammercato, cattolico, apostolico e ro- 
mano. L' Ispettore di Firenze, con rapporto del 31 mar- 
zo 1825, si lamentava come nelle trattorie e nei caffè non 
si facesse caso dei divieti di grasso e si mangiasse, in qua- 
resima, latticini, e il burro si tenesse pubblicamente in mo- 
stra. Il suo animo di buon cattolico compassionava tanta 
gente, che per non saper resistere in un giorno di venerdì 
di vigilia alle attrattive di una bistecca o d' una costo- 
letta, si metteva fra le gambe la via dell'Interno. E un buon 
pezzo di filetto, nei giorni di magro, mangiavano cittadini 
d' ogni classe, compresi gì' impiegati ; la qualcosa riempiva 
di santa indignazione il petto del nostro poliziotto, anche 
perchè siffatte violazioni dei precetti religiosi si perpetra- 
vano alla luce del sole, specie nei caffè, distinguendosi fra 
questi pubblici ritrovi votati a Satana il Leone d' Etruria, 
il via Calzaiuoli, e il Giappone, in piazza del (rranduca. 

(Jome al solito, l' inosservanza dei precetti della Chiesa 
H • infondeva coli' assenza della moralità. Cittadini virtuo- 
si, ma colpevoli di non concorrere abbastanza a far ricchi 
ì mercanti luterani delle coste del mare del Nord col con- 
sumo di aringhe affumicate, erano denunziati come persone 
di pt^««iiii;> ''oivlnttn. T.;i <jinvpTirù universitaria, in cui gli 



162 

entusiasmi dei vent'amii non potevano far nascere che un equi- 
voco rispetto per precetti che lo stomaco forte e sano im- 
periosamente condannava, era designata come infetta di 
tutte le più ree passioni. Nel 1825, un rapporto del Bar- 
gello di Pisa riferiva come molti dei giovani che frequenta- 
vano r Università, fossero di principi immorali, empì, di- 
sprezzatori d' ogni autorità, che mettevano tutto in derisione, e 
come fra essi primeggiasse Ferdinando Andreucci, di Firen- 
ze. Più tardi, un rapporto dell' Ispettore di Polizia di Fi- 
renze, descriveva lo stesso Andreucci come ozioso e trascu- 
rato nei doveri religiosi. Naturalmente, l' Andreucci, che come 
si sa, diventò in seguito uno dei luminari del fòro toscano 
e che nel 1838, quando furono rinnovati gli ordinamenti 
giudiziari del (Granducato, rifiutò disdegnosamente un posto 
eminente nella magistratura, l'Andreucci, diciamo, sarebbj 
stato all' incontro un perfetto galantuomo ed una persoi 
per bene se fosse stato cucito a fil doppio coi preti e cogli" 
scaccini. Anche la bellissima e colta (xiuditta Bellerio-Sido- 
li, che Giuseppe Mazzini amò ardentemente, era ritenuta dal 
commissario di Santa Croce, nel 1834, empia e di costumi 
corrotti, perchè, di quaresima, mangiava di grasso. 

Peraltro, era un' idea fissa di quella generazione di 
poliziotti che non vi fosse moralità ove questa fosse scom- 
pagnata dalla religione ; e per religione intendeva le prati- 
che esteriori del culto, poggiate sul rispetto cieco ed asso- 
luto del principio d' autorità. Volevano pecore, non Uomini. 

L' ispettore Fabbrini, mandato a Pisa, nel 1824, per fa- 
re un' inchiesta sullo spirito della gioventù universitaria di 
quella città, denunziata come dedita all' empietà e ai prin- 
cipi di libertà, in data del 12 aprile riferiva: „ È certo 
che delle massime liberali serpeggiano in generale dapper- 
tutto ove più ove meno, e queste sono gli effetti delle pas- 
sate tristissime vicende politiche. Si comincia dal ceto ec- 
clesiastico a porgere cattivo esempio colla scostumatezza , 
irreligione, parlar franco e vivere tutt' altro che da buoni 
cittadini. Il massimo male è fra i parrochi e gli ex-religio"- 
si. Anche l' ignoranza crassa che regna nella generalità d« 
ceto eccleBiastico è di sommo pregiudizio. ,. 



lt)5 

E poi quei buoni signori del Buon CTOverno pretende- 
vano che i cittadini mangiassero di magro i venerdì e le 
vigilie ! E con quei preti, i quali, quando non erano scostu- 
mati, esercitavano piamente il mestiere di spia, si preten- 
deva che tutta una generazione, che aveva visto la rivolu- 
/cione, la repubblica, V impero e il papa in prigione, s' in- 
-;inocchiasse dinanzi al parroco ! 

Anche il rettore dell'Università di Pisa si lamentava verso 
quel tempo, che gli scolari non fossero pii e religiosi come 
un branco di gesuitanti. „ Sono riscaldati per la libertà — scri- 
veva alla presidenza del Buon Governo — e seguono le ,idee 
costituzionali del Filangieri ; si modellano sulla vita dell'Al- 
fieri e sull'opera del Principe del medesimo. Se incontrano 
r attuale nostro sovrano, debbono evitarlo, se possono : e in 
gni modo non debbono guardarlo : come non debbono pas- 
sare davanti il palazzo regio. Xon debbono andare alla 
messa : Dio non esiste per loro, né 1' anima è spirituale ed 
immortale ; o son queste parole vuote di senso : „ Aggiuii- 
ueva come molti di quei giovani fossero riuniti in Società 
-egi-eta dal titolo : GV interpreti di Dante. Ma procedutosi 
ad una inchiesta, la Società segreta apparve un sogno del 
rettore. C erano fra quei giovani quattro o cinque anime 
imbevute d' idee liberali, qualcuna, forse, di massime vol- 
teiTiane : ma di cospiratori, fra quei lìlosotì di vent' anni, 
nemmeno 1' ombra. 



164 



'AI'lTiiLO XXll. 



Due proscritti 
Giuseppe Garibaldi e Gustavo Modena. 



L 



a storia della fuga di Criuseppe (raribaldi da Creiiova 
avvenuta la mattina del 5 febbraio 1834, uon occorre d'es- 
sere rifatta. Lo stesso generale, col suo stile semplice come 
la sua parola, 1' ha già narrata nelle sue Memorie. Soltanto 
aggiungiamo, senza la pretesa di dire una novità, che Ua- 
ribaldi, con (quella fuga sottraeva il proprio petto al piom- 
bo dei fucili d' un pelottone di soldati ; la qual fuga a Sua 
Eccellenza il tenente generale marchese Paolucci, governa- 
tore della città e comandante la divisione militare, nell' im- 
mensa bontà dell'animo suo metà gendarme, metà gesuita, non 
pare che fosse riuscita di sua soddisfazione, se pochi giorni 
dopo di quello in cui il futuro liberatore dell' Italia meridio- 
nale, cambiati i suoi panni di marinaio della regia marina 
sarda con quelli d'un operaio, prendeva la via dell' esilio, era 
costretto, egli, l' illustrissimo signor Marchese-CTOvernatore, 
a scrivere — precisamente il 10 febbraio 1834 — al signor " 
Vicario Regio di Pietrasanta in Toscana: 

„ Come (lualmente presso il tribunale militare di Creno- 
„ va fosse stato iniziato un procedimento penale per reato 
„ d'insurrezione contro Francesco (ìaribaldy ('stc^ e Rubens, 
„ latitanti, e come in detto procedimento tìgurasse inoltre 
„ come uno dei capi del movimento insurrezionale (xiuseppe 
„ (xaribaldy (sic), fratello del detto Francesco, marinaio in 
„ attività di servizio sui regi legni, evaso da Genova )a 
„ mattina del 5. „ 

E con una semplicità di linguaggio da rasentare i! sii-_ 
Mime, quasi che al povero Vicario Regio, modestissinio tt 
/i-Miin-jn tvn lo sbirro o il iriusdiconte. cliit'd^'sso non la 



165 

r uu uomo, ma un sigaro, il signor Marchese-Governa- 
tore soggiungeva : 

„ Nell'ipotesi che il detto marinaio Giuseppe Gari- 
„ baldy (sic) raggiunga la Toscana, ove sì crede che ab- 
,, biano trovato ricovero, il fratello Francesco e il Ru- 
,. bens. La pregherei di disporre il di lui arresto ed estra- 
,. dizione. (Come si vede il signor Governatore di Genova^ 
y, in fatto di estradizione, andata per le spiccie). Que- 
,, sto marinaio ha capelli, barba, mustacchi e favoriti ros- 
> sicci, veste un fral- grigio chiaro, porta cappello di co- 
„ lor bianco. Inflne, Le partecipo come da una lettera di 
„ Francesco Garibaldy qui pervenuta e sequestrata, si 
,, rilevi essere sua intenzione di fermarsi alcuni giorni in 
- codesta città di frontiera (Pietrasanta). „ 

Con una lettera del giorno successivo, il marchese Pao- 
lucci' rettificava alcuni errori in cui era incorso nel dare al 
Vicario Regio i nomi dei latitanti. Non si trattava di Fran- 
cesco e Giuseppe Garibaldi', ma di Felice e Giuseppe Gari- 
baldi. 

Quanto al Rubens, il suo vero nome era Ruben di Sion 
Cohen. Tutta gente che Sua Eccellenza riservava al pati- 
bolo. 



Quel povero Mcario di una microscopica città di confi- 
ne, vedendosi capitare Tuna sull' altra due epistole dell'il- 
lustrissimo signor Governatore di Genova, e nelle quali sen- 
za tampoco preoccuparsi del Governo di S. A. I. e R. il 
Granduca, che alla fin fine e' era per qualche cosa in To- 
scana, gli si domandava nientemeno che 1' arresto e l' im- 
mediata estradizione di tre rifugiati politici, probabilmente 
per dare il gusto alla prelodata Eccellenza Sua di fare im- 
piccare fucilare quei tre disgraziati sulla spianata dell' Ac- 
quasola, — quel minuscolo e povero Mcario, diciamo, che sa- 
peva per lunga esperienza come né il conte Vittorio Fos- 



166 

sombroni, né don Neri Corsini, l'uno capo del Gabinetto e 
ministro degli esteri, 1' altro ministro degli interni, per 
quanto devoti alle massime di governo proclamate dalla 
Santa Alleanza, non avessero mai consegnato un rifugiato 
politico né al boia del papa, né a quello di Sua Maestà Ce- 
sarea, né a quello, infine, di nessun , altro sovrano esercente 
la nobile professione d' impicca-sudditi, senza preoccuparsi 
né dei fratelli Garibaldi, né dell' ebreo Rubens o Ruben di 
Sion Cohen, scrisse a sua volta a Firenze invocando... i so- 
liti lumi. 

Questi vennero lentamente, giacché ancora si governa- 
va non col telegrafo, ma... colla vettura del Negri; — e 
vennero, i lumi, coni' era naturale, sotto la forma d' una 
nota riservatissima dell' illustrissimo signor cav. Bologna, 
Presidente del Buon Governo (ministro di Polizia) e colla 
quale si ordinava al signor Vicario di ricercare i fratelli 
Garibaldi e 1' ebreo Cohen, ed ove giungesse a scoprirli, 
d' arrestarli... e nient' altro. 

Questo nient'aliro^ significava che ove i tre proscritti fos- 
sero caduti nelle mani della Polizia Granducale, dopo qual- 
che giorno d' arresto, se fosse loro piaciuto, avrebbero po- 
tuto piantare le loro tende in Toscana, si capisce, con un 
po' di vigilanza per rispetto alle convenienze internazionali, 
salvo a provvederli d' un passaporto, colla giunta magari di 
qualche centinaio di lire, per la Corsica, nel caso in cui, 
sempre in omaggio alle predette convenienze, si fosse stima- 
to opporttuio di far loro cambiare aria. 

Imperocché, i ministri toscani d' allora, contrariamente 
ai ministri di tanti altri paesi, la sera, andando a letto, 
amavano di non sognare né lo spettro d' un impiccato, né 
quello d'un disgraziato caduto sotto le palle d'un picclietto 
d' esecuzione. 



11 signor Vicario, avuti i lumi, si recò all' unico Ali 
go di Pietrascanta ove sapeva che da diversi giorni due 



167 

restieri proveiiienti dagli Stati di S. M. il Re di Sardegna 
avevano preso alloggio. 

Installatosi nella sala principale della locanda, colla as- 
sistenza del cancelliere e del capo dei birri, fece chiamare 
a sé i due sconosciuti. 

— Vi chiamate? 
L' uno rispose : 

— Sono Felice Graribaldi, di Domenico, da Nizza, nego- 
ziante. 

L' altro : 

— Sono Ruben di Sion Cohen, commerciante. 

— Voi siete fuggiti da Genova.... 

— Niente affatto, lustrissimo. Ce ne siamo allontanati 
spontaneamente per affari... Non è vero, Ruben ? 

— Sicuro, per affari — rispose la prole di Sion 
Colien. 

— Facevate parte d' una congiura... 

— Siamo della gente pacifica — disse Ruben. — Non 
è vero, Felice ? 

— Sicuro, gente pacifica — ripetè come eco il Grari- 
baldi. 

Intanto il capo dei birri aveva disfatto le valigie dei 
due viaggiatori. 

— Ah, ci avete dei libri... M' immagino libri rivoluzio- 
nari... Le Poesie del Berchet, qualche opuscolo del Mazzini 
del Modena... Vediamo un po', sor Cancelliere, legga il fron- 
tespizio. 

— Ecco : le Mie Prigioni, di Silvio Pellico. 

— Ma se lo diceva io che dovevano essere proibiti co- 
desti libri ! 

— Lei scherza, lustrissimo ; le Prigioni del Pellico so- 
no state pubblicate a Torino, due anni fa, col permesso dei 
superiori. 

— A Torino, sì ; ma in Toscana quel libro è stato dichia- 
rato pericoloso ed un ordine recente dell' eccellentissima Se- 
gi'eteria di Stato ne vieta non solo la ristampa, ma anche la 
ciicolazione. 

— Se è un libro pieno di rassegnazione cristiana !... 



168 

— Dico che 1' eccellentissiiua Segi-eteria di .stato ne ha 
proibito la circolazione ; e gli ordini di S. E. Corsini non si 
discutono. 

— Comprendo. 

— E queir altro volume 'i 

— / Promessi Sposi, del Mauzoui. 

— Sino ad oggi 1' eccellentissima Segreteria non ne 
ha proibito la diffusione. È, dunque, mi libro che può cor- 
rere. 

— Eppure è un libro che insegna a sopportare con ras- 
segnazione le soperchierie dei grandi, precisamente come 
quello del Pellico. 

— Tacete. Dove si trova vostro fratello V 

— Quale fratello ? 

— Non tate lo gnorri. Intendo di Giuseppe Garibaldi, 
marinaio nella Regia Marina Sarda. 

— Ma egli si trova a Genova, a bordo ielVEuridìce dove_ 
presta servizio. 

— Ma s' è fuggito da Genova perche complicai" m ur 
processo d' insurrezione ! 

— Ecco, lustrissimo ; lei ne sa più di me. 

— Per ora, siete in arresto ! 



Qualche giorno dopo, il signor Vicario ebbe consegnata 
dalla posta una nuova lettera dell' Illustrissimo signor Go- 
vernatore di Genova. Questa volta il signor marchese Pao- 
lucci trasmetteva al vicario di Pietrasanta i connotati di 
Giuseppe Garibaldi. 

Si vede che Sua Ecccelleiiza il Governatore della Super- 
ba doveva avere a sua disposizione un' eccellente polizia, ee 
il 15 febbraio — il giorno in cui tornava a scrivere al Vi- 
cario — poteva ancora credere che il giovine marinaio di- 
sertore corresse alla volta della Toscana. 



169 

— Connotati di Garibaldi GiiAneiJpe Maria^ fifAio di Do- 
menico, nativo di Xizza, capitano di seconda classe nella 
Marina mercantile, assentato in Genova nel corpo Reali E- 
quipaggi j^ermanenti in qualità di marinaio di terza classe 
di leva : 

Età : anni 27. 

Statura: oncie 39, 3{4. 

Capelli: rossicci. 

Ciglia : rossiccie. 

Fronte: spaziosa. 

Occhi: castagni. 

Xaso: aquilino. 

Bocca: media. 

Mento: tondo. 

Viso: ovale. 

Colorito : naturale. 

Xome di guerra: Cleombroto. 

Ma il signor marchese Paohicci, malgrado che facesse 
cadere come una pioggia le sue note ufficiali sopra il capo 
del povero Vicario di Pietrasanta, rimase con un pugno di 
mosche in mano. Né il marinaio chiamato col nome di guer- 
ra Cleombroto, né Felice Garibaldi e il suo compagno di 
viaggio, r israelita Cohen, rividero, sotto una buona scorta 
di birri toscani, gli Stati Sardi. Mentre il signor Governa- 
tore li aspettava da un momento air altro a Genova, il 
primo dei tre fuggiaschi trottava allegramente sulle strade 
del Delfinato e gli altri due, dopo qualche settimana di de- 
tenzione, s' imbarcavano per la Corsica. 



Gustavo Modena, prima che si rivelasse il Talma delle 
scene italiane, fu un cospiratore. Comipreso in una di quelle 
proscrizioni che, nella prima metà del secolo presente, par- 
vero un' evocazione di quegli esodi di cittadini che avevano 



170 

invariabilmente luogo, nell'evo medio, l'indomani della vittoria 
d'una fazione, riparò in Svizzera, dove si legò in amicizia con 
(xinseppe Mazzini, il grande agitatore ; e fondata da questo la 
Giovine Italia, mt fu egli l'apostolo per così dire popolare. Im- 
perocché, in servigio delle idee del maestro, egli incominciò 
la pubblicazione d' una serie di monografie ove con facilitA 
e chiarezza di dettato commentò a beneficio delle classi o- 
peraie il credo mazziniano, che, come si sa, si compendiava 
nel concetto di un' Italia una dall'Alpi al mare e retta da for- 
me repubblicane. 

Di codeste monografie composte in Isvizzera dal Mode- 
na e dalla Giovine Italia dift'use nella penisola, malgrado gli 
occhi d' Argo della polizia, a migliaia di esemplari, quella 
che il suo autore intitolò : Insegnamento Popolare, fu certa- 
mente la più efficace. Il concetto unitario, che allora i libe- 
i-ali dottrinari ed i partigiani delle riforme a spizzicò e da 
ottenersi sotto forma di graziose concessioni dei principi, 
ritenevano semplicemente per un' utopia, vi era svolto e so- 
stenuto con una mirabile forza d'argomentazione, mentre il 
papato, la più grande piaga dell' Italia di quel tempo, vi era 
fatto segno ad un attacco vivace ed energico. Fu stimata 
allora quella scrittura che correva clandestinamente per la 
penisola, se non la più eloquente, certamente la più appas- 
sionata pubblicazione fatta dal partito rivoluzionario. La più 
eloquente era di sicuro la lettera colla quale il IMazzini, di- 
rigendosi a Carlo Alberto, di recente assunto al regno, met- 
teva a disposizione dell' antico cospiratore di l'orino le forze 
della nuova Italia, a patto che ricominciasse l'opera da lui in- 
terrotta nel 1821. 

• L' Insegnamento Popolare del Modena, ove papi e prin- 
cipi erano bollati in fronte con ferro rovente, turbò per un 
pezzo i sonni delle polizie italiane, che lo ritenevano come 
uno dei libri più pericolosi che allora fossero segretamente 
diffusi nel bel paese ; e nella stessa mite Toscana, dove, d'oi- 
dinario, i poliziotti solevano essere di manica piuttosto lar- 
ga e non era difficile* il veder con*ere libri e giornali, che 
altrove avrebbero procurato ai loro possessi)^ il carcere du- 
ro la galera, si vide lo scritto del Modena perseguitato 



171 

con im accanimento che avi'ebbe fatto onore allo stesso prin- 
cipe di Canosa, allora in fama di poliziotto numero uno. 

Né qnell' accanimento si limitava a sequestrare 1' opu- 
scolo. Negli atti delle processure segrete o economiche — 
come in quel tempo si chiamavano i procedimenti fatti, sen- 
za pubblicità, dai tribimali della polizia — troviamo che nel- 
r agosto del 1833, essendo stato rinvenuto un esemplare del- 
l' Insegnamento Popolare del Modena presso un certo Luigi 
(reUi, di Firenze, questi si buscò quattro mesi di carcere e la 
vigilanza della Polizia. Per la lettura di un opuscolo d' un 
centinaio di pagine, non e' era mica male ! 



Nella spedizione di Savoia, a cui prese parte insieme a 
Manfredo Fanti, a Niccola Fabrizi e a Luigi Amedeo Mele- 
gari, il Modena fu il braccio destro del Mazzini, Questi ave- 
va una fiducia illimitata, assoluta, nel patriottismo e nell'a- 
micizia del ilodena, che amava come un fratello. Parrebbe an- 
che, ove si dovesse riferire al Modena l' iniziale M. che si 
legge in un carteggio inedito da noi posseduto e che verso 
quel tempo il Mazzini scambiava con una bella signora lom- 
barda da lui appassionatamente amata — parrebbe anche, 
diciamo, che il futuro Roscio italiano, approfittando della 
stima che il Mazzini aveva per lui, avesse energicamente 
protestato contro la proposta fatta all' ultima ora del gene- 
rale Ramorino, capo militare dell' impresa, e diretta a divi- 
dere in due colonne le forze insurrezionali : proposta che 
accettata per amor di concordia dal Mazzini, agevolò la di- 
spersione delle bande rivoluzionarie, prima ancora che que- 
ste mettessero il piede negli Stati di S. M. il Re di Sar- 
degna. 

Gli è certo che grande doveva essere l' intimità che pas- 
sava fra il Mazzini e il Modena e il padre di questo, Gia- 
como, che allora recitava le parti di padre nobile nella com- 
pagnia comica che agiva al Cocomero, di Firenze, se la bella 



172 

signora lombarda, di cui sopra abbiamo parlato, poteva scri- 
vere al grande genovese, in data del 15 maggio 1834, nei 
seguenti termini : 

„ Il vederlo (Giacomo Modena) mi è stato di gioia. Mi 
■pareva di essere con qualcuno dei miei, che conoscessi da 
molto tempo, che m' appartenesse. Vi ama, vi ama. Abbia- 
mo parlato sempre di voi. Gli cadevano le lacrime quando 
io gli diceva il vostro animo per lui. Ma io forse non lo 
vedrò più che una sola volta, perchè parte fra due o tre 
giorni. „ 



Ma, andata a vuoto 1' impresa di Savoia, pare che il 
Modena, sempre continuando nella sua amicizia pel Mazzini, 
non abbia più seguito il grande -agitatore nei suoi disegni 
d' imprese insurrezionali, che meditava dall' Inghilterra dove 
era andato a cercare un rifugio. 

Sposata in Isvizzera una colta e bellissima signora, con 
questa si ritrasse a vita privatissima in Francia, facendo di 
tanto in tanto qualche corsa sino a Londra. Soltanto nel 183J» 
gli atti della Polizia segreta Toscana ritornarono ad occu- 
parsi di lui, e precisamente il 2 luglio di queir anno, con 
una lettera del Ministro degli affari esteri del Granducato 
al Presidente del Buon Govenu» e colla (juale quest' ultimo, 
perchè potesse prendere in tempo le sue misure, era avvi- 
sato „ . come Gustavo ìlodena, ben noto per le sue aberra- 
zioni in materia politica, avesse staccato a Parigi il suo pas- 
saporto col proposito di venire in Toscana. „ 

Quasi nello stesso tempo al presidente Bologna giunge- 
va una istanza del Modena, colla quale il grande artista pre- 
gava il Governo toscano che gli concedesse di prodursi sulle 
scene di Livorno e di Firenze ; ma il Bologna gli rispose 
asciutto asciutto come non gli si potesse accordare il per- 
messo richiesto ; solo gli si permetteva, in via di toUeran 
„ di poter transitare pel Granducato fermandosi non 



173 

di quindici giorni oude mettersi in grado di proseguire per 
r estero il sno viaggio. ^ 

Una risposta ancora più asciutta aveva ricevuto il Mo- 
dena quando nel carnevale 1832-33, per mezzo di Pietro So- 
migli, capostipite d' una dinastia d' Impresari tìorentini, aveva 
domandato alla Polizia Toscana, retta allora dal famoso Cian- 
telli, il permesso di recitare al teatro di via del Cocomero, 
dove agiva, nella compagnia di Domenico Pelzet, lo stesso 
padre di Grustavo. Ma il Ciantelli, che sapeva che razza di 
peccati rivoluzionari portasse addosso il Modena, rispose con 
un no, nemmeno temperato dalla cortesia del linguaggio con 
che in seguito V accompagnò il Bologna. 

Gustavo Modena, insieme alla moglie — la bellissima e 
scultoria Giulia — sbarcò il i luglio a Livorno, dove la Po- 
lizia, informata del suo arrivo, aveva ordinato un servizio di 
strettissima vigilanza : ma il Modena, non parve che ve- 
nisse in Toscana da cospiratore ; pure essendo stato accolto 
festosamente dai liberali livornesi, il commissario di San 
Marco stimò prudente d' invitare 1' autore dell' Insegnamento 
Popolare ad affrettare la sua partenza per la capitale del 
(Tranducato, come risulta dalla not^ risei-vatissima che il 6 
luglio quello zelante poliziotto spediva alla Presidenza del 
Buon Governo a Firenze. 

„ La vigilanza che la Polizia subalterna era stata in- 
caricata di cautamente attivare sulla persona e sulla con- 
dotta del noto Gustavo Modena amnistiato politico, avendo 
portato a conoscere che con lui simpatizzavano di troppo al- 
cuni della città e che, ad onta del suo precedente contegno, 
la sua sola presenza dava a costoro imo straordinario moto 
ohe non poteva non rimarcarsi dai più e forse con qualche 
scandalo, risultando eh' egli era diretto a Firenze, credetti 
opportuno di averlo la scorsa sera a me e di suggerirgli di 
proseguire il suo viaggio fino alla Capitale. 

, E contemporaneamente andava a prevenirsi il caso 
che tosse da lui messa in corso, come vocifera vasi, qualche 
istanza per ottenere di prodursi su queste scene ; lo che fat- 
to anche una sola volta, avrebbe destato fanatismo. „ 



Né, a Firenze, egli poteva sfuggire alla vigilanza della 
Polizia che gli sguiuzagliò dietro i suoi migliori bracchi. 

L' Ispettore di Polizia, il 22 luglio, ne dava conto al Buon 
Governo col seguente rapporto riservato : 

„ Il noto comico Gustavo Modena, di Verona, ha pre- 
so alloggio alla locanda del Leon Bianco, nella Vigna Nuo- 
va, avendo seco la moglie, che dicesi inglese. (Era sviz- 
zera). „ La sorveglianza che su di lui è stata attivata non 
somministra altre osservazioni che quelle d' aver tenuto un 
contegno assai riservato. Egli sta molto iu locanda e^ quan- 
do sorte ha quasi sempre in sua compagnia la moglie. Il 
dopo pranzo è solito recarsi al caffè Doney a prendere il 
gelato, ove non è mai accaduto che abbia confabulato con 
paesani o forestieri, ma dove attira la curiosità, della gio- 
ventù, anche perchè la moglie è una bella donna. 

„ Frequenta il teatro del Cocomero quando vi recita la 
compagnia Doligny, sembrando che col capo-comico avesse 
relazione ; vi recitò in privato qualche pezzo di tragedia e 
sembrava che avesse intenzione di dare in questo genere 
un' accademia in detto teatro, come sentesi che abbia fatto 
altrettanto in Inghilterra e in Francia. 

„ Si sa ancora che qualcuno cerca di farlo entrare in 
qualclie compagnia di grido, essendo stato raccomandato spe- 
cialmente al capo-comico Bazzi, giacché sebbene la moglie 
si dica gli abbia portato qualche capitale in dote, non sem- 
bra questo sufficiente a dargli la sussistenza, senza 1' eserci- 
zio della sua professione. „ 

Benché la Polizia Toscana non disdegnasse d' ordinaria 
di ritornare sui provvedimenti presi, iu questa congiuntura 
non volle rimangiarsi la misura adottata contro il Modena, 
il quale, spirati i quindici giorni, ebbe a far fagotto da Fi- 
renze e ad uscir fuori del Cìranducato. 

Egli lasciò Firenze il 27 luglio 1839 avviandosi insie- 
me alla moglie verso Lucca, ove il Duca o come lo chiama- 
va il Giusti, il protestante Don Giovanni, si divertiva mezzo 
mondo, fra un sermone e una galanteria, a fare buona acco- 
glienza alle persone, clie i suoi colleghi regi del resto della 
penisola mettevano fuori di casa per ragioni politiche. 



ITO 

Ritornò il Modena a Firenze 1' anno successivo ; e il 
-overno, tirando un velo sulla parte presa dal grande arti- 
sta alle cospirazioni e ai moti della Giovine Italia, permise 
eli' egli si presentasse sulle scene toscane. 

Sotto la data del -i luglio 1840, il solito Ispettore, nel 
-uo rapporto riservato, scriveva : 

- Nelle nobili conversazioni è stato molto parlato della 
somma abilità del comico Gustavo Modena e della bellezza 
di sua moglie, applaudendo al Governo pel permesso con- 
cessogli di recitare sulle scene dei teatri toscani. „ 

Come vede il lettore, il Governo col cambiare parere 
1 veva cambiato ugualmente parere la Polizia. A giudizio di 
i^uesta, un anno innanzi, una recita data dal Modena, avreb- 
be mandato a gambe in aria Poliziotti, Ministri, Granduca, 
insomma tutta la baracca dell' ordine e della legittimità ; un 
anno dopo si sbatteva il turibolo sotto il naso del Governo 
per aver permesso che il Modena si mostrasse sui teatri 
della Toscana. 



176 



XXIIl. 
La letteratura clandestina. 



l 



.11 un paese dove il pensiero dell'uomo non può mani- 
festarsi che dopo d' aver subito la tortura di quel letto di 
Procuste che è la censura, la letteratura clandestina, quella 
che vede la luce alla macchia e si diffonde nell' ombra, può 
dirsi che occupi il primo posto. Il regio censore non mette 
il suo visto, in quel paese, che alla letteratura senza im- 
pronta d' originalità, senza profondità di concetto, senza ar- 
ditezza di sentimenti. Letteratura, peraltro, che in Italia, 
dall' invenzione dell' Indice col relativo codazzo di revisori 
civili, religiosi, e in qualche parte, come a Roma, coli' ag- 
giunta di quelli della Santa Inquisizione, non mancò di far 
gemere i torchi della penisola, costretti da un siffatto siste- 
ma a non dar fuori clie sonetti e madrigali d'Arcadia, cica- 
late d'accademici, storie redatte da scrittori pagati per ta- 
cere, peggio, per mentire, sermoni ed omelie di frati e di 
vescovi, elementi e trattati di morale e di filosofia imbastiti 
•la scolopi e da gesuiti per castrare 1' animo ed inebitire 
lo spirito della gioventù. In Toscana, ove, è giusto dirlo, la 
censura era piuttosto tollerante sino ad attirarsi non di rado 
i rimproveri dell' autorità politica, come vedremo in seguito, 
i torchi clandestini fornirono nei tempi che descriviamo tutta 
una letteratura civile elevata, che qualche volta s'innalzava si- 
no a raggiungere il capolavoro o il genere nuovo. CTÌudi/i > 
che a nessuno dovrà sembrare esagerato, quando sì pensi 
<;he furono stampati alla macchia o all'estero, e segreta- 
mente circolarono 1' Elogio di Cosimo del Fante e V Assedio 
di Firenze^ del (Guerrazzi, VArnaldo da Brescia, d<4 Nicc^ 
lini, e le Poesie del Cì insti ; ma oltre ai capolavori, ci 
tutta una letteratura che pi-osperò nell' ombra, non sempi 



I 



177 

correndo, umida d'inchiostro tipografico, per le mani della 
Roventi!: letteratura che non aveva bisog-no di torchi e i 
cui saggi degli oscuri ammanueusi riproducevano all'infinito, e i 
curiosi, i maligni, e i liberali diffondevano rapidamente senza 
che d' ordinario la Polizia arrivasse a scoprire, malgrado il 
suo zelo, gli anonimi autori. 

Questa era, d' ordinario, la letteratura del giorno, del 
momento, diremmo quasi la cronaca politica e cittadina del 
paese, di rado non personale. D pubblico, che non poteva 
leggere la questione del giorno in un articolo di fondo, in 
un capo-cronaca, in una monografia di rivista, trovava sem- 
pre un poeta o uno scrittore che con un epigramma, un so- 
netto, una pagina di prosa mordace appagasse il suo desiderio 
la sua curiosità. Soltanto il pubblico, in quella lettura, 
provava una soddisfazione maggiore di quella che avrebbe pro- 
vato se quella sua lettura fosse passata per le mani del 
censore. Era la soddisfazione che nasceva dal sapere che al 
suo spirito si buttava in pascolo un frutto proibito. 



Eiservandoci a parlare sotto speciali rubriche di alcuni dei 
monumenti più importanti della letteratura clandestina apparsi 
e diffusi in Toscana nei tempi di cui ragioniamo, diamo qui 
posto alla piccola letteratura anonima venuta su nel miste- 
ro, omettendo sopratutto le scritture in prosa, comprese 
'|uelle di natura politica, per non isconfinare di soverchio 
dal nostro argomento. La nostra rassegna sarà limitata al 
rampo poetico. 

L'ispettore Chiarini, con rapporto del 17 marzo 1818, 
intormava la Presidenza del Buon Governo che un certo 
Dario Mercati aveva narrato al Caffè del Bottegone d' aver 
ricevuto per mezzo della posta il seguente sonetto, il quale 
è una atroce satira all' indii-izzo dei ministri toscani di quel 
tempo. 



La Nave, detta V Et ni ria. 

Preso ha il timon chi fu poc'anzi al remo, 
E la finanza ha caricata in barca : 
Con tanta preda in corpo il mar travarca 
Per gir della fortuna al lido estremo. 

Pregno di nobiltà, di merti scemo, 
Altro corsaro in la galera imbarca. 
Della sentina a poppa Ei tutti abbarca 
D'orgoglio i vizi, onde naufragio io temo. 

Vi monta un terzo a cui spirto maligno 
Ride sui labbri : ei regge guerra esterna 
Per salvare ai compagni vita e scrigno. 

Ma quarto vien chi sbirri e spie governa 
Perchè mostri la ciurma umor benigno : 
Spera Etruria il suo ben da tal «luaderua. 

Con nota del 28 marzo, il Presidente del Buon CTOve" 
no fece chiamare il Mercati dinanzi il Commissario di Santa 
Croce, perchè questi lo invitasse a conservare un perfetto 
silenzio sulla poesia ricevuta, sotto pena, in caso di trasgres- 
sione, di fargli fare una breve villeggiatura nelle casematte 
della Fortezza da Basso ; ammonimento non troppo grave 
ove si consideri che 1' uomo che ha preso il remo era il 
Frullani, ministro delle Finanze, quello pregno di nobiltà e 
di pregi scemo don Neri Corsini, ministro dell' interno, quello 
a cui uno spirto maligno ride sui labbri, Vittorio Fossom- 
broni, primo ministro, e in fine quello che sbirri e spie go- 
verna lo stesso Aurelio Puccini, Presidente del Buon (to- 
verno. 

Benché non si riferisca ii cose toscane, pure per essere 
stata ritrovata in una perquisizione fatta a Firenze a per- 
sona di principi liberali, ci piace riportare la seguente poe- 
sia improvvisata da Luigi Rossi, impiccato a Napoli per 
causa politica il 7 marzo del 17 9!t, poco 2>''i»ifi d^ essere con- 
dotto al patibolo^ come si legge in fronte alla stessa 
poesia : 



179 



Ad un Abuco. 

Dolce moto in cor mi sento 
D'una speme, che mi dice 
Cile sovente un infelice 
Può trovar qualche pietà. 

Se una lagrima, un lamento 
Spargerai sulla mia sorte, 
Dell' onor d' ingiusta morte 
L' alma mia trionferà ! 

E pensare che pochi anni prima strofette simili a quelle 
improvvisate dal povero Luigi Rossi, l'abate e poeta cesareo 
Pietro Metastasio poneva sulla bocca degli eroi dei suoi dram- 
mi per essere cantate sui teatri Imperiali e regi di Vienna 
da gole certamente non destinate al capestro del boia ! 

Ma la letteratura clandestina prese un notevole incre- 
mento in seguito agli avvenimenti di Parigi e di Bruxelles 
del 1830, che ebbero il loro contraccolpo in Italia in quelli 
di Bologna e di Modena del 1831. La stampa fu allora a- 
dottata come il mezzo più efficace d'apostolato politico. La 
redenzione dei popoli fu affidata alla penna. Si continuò a 
cospirare, ma più che nelle congiure e nei moti sì cominciò 
ad aver fiducia nella forza delle idee. Laonde gli apostoli 
della penna non mancarono nelle file dei liberali. Ce n' era 
piuttosto di soverchio. Erano, peraltro, liberali quasi tutti 
i migliori scrittori del tempo. Il Mazzini, capo della Giovi- 
ne Italia, non sapeva soltanto organizzare cospirazioni ; sa- 
peva scrivere proclami, che mettevano la febbre addosso alla 
gioventù. D' ordinario gli stampati rivoluzionari arrivavano 
clandestinamente dalla Svizzera, da Malta, dalla Corsica, da 
Marsiglia, dall'Inghilterra; ma in Toscana, ove i censori 
■rano arrendevoli, o troppo buoni, più d' una volta si tentò 
■ si ottenne di far passare col visto della stessa censura. 
Iella roba incendiaria. 

Nel gennaio del 1833, in una raccoltina di versi dedicati 
alla cantante Rosa Botrignani-Bouetti e distribuita in tea- 
tro nella sera della beneficiata dell' artista, col permesso dei 



180 

superiori, potè leggersi in una canzone, colla quale si offriva 
alla diva una corona di gigli, di rose e d" al loro. l;i strofa 
seguente : 

Il giglio vi metti 
La rosa e l' allor ; 
Quei fior sou diletti 
A ogni italo cor. 

Scrivendo i quali versi il loro autore avrà probabilmente 
dovuto pensare a quelli del Bercliet, allora tanto in voga fra 
la gioventù liberale : 

Il giallo ed il nero 
Colori esecrabili 
A ogni italo cor. 

La cosa non passò inosservata alla Polizia, la quale, sèn- 
za pretendere ad un brevetto d' invenzione, potè scoprire 
nel yiglio, nella rosa e nell' alloro insieme accoppiati 1 co- 
lori della Rivoluzione Italiana ; e il Presidente del Buon 
(xoverno osservò come l' Imperiale e regio Censore, nell' ac- 
cordare il permesso, fosse stato troppo buono. 

Nel 1833 la notizia d'un caso pietosissimo si diffuse, 
per l'Italia. Una donna, moglie e madre, per reato politico 
fu tratta in carcere d' ordine della Polizia austriaca, men- 
tre il marito, per la stessa causa ricercato, aveva poco pri- 
ma potuto porsi in salvo colla fuga. Nelle carceri di Stato 
di Venezia la povera donna s' ammalò e mori, e alla sua 
morte tenne dietro quella d^el tiglio, im angioletto' di poco 
più d'un anno. Il Mazzini, nella Giovine Italia, con parole 
di profonda pietà commiserò il caso tristissimo, e Carlo Pe- 
poli,'da Parigi, scrisse sulla morte del figliuolo morto in- 
nocente, un' iscrizione, che diffusa a migliaia di esemplari' 
nella penisola, destò dappertutto un grido d' indignazio- 
ne contro r oppressore austriaco. L' iscrizione si distacca] 
dalle solite forme classiche ; all'incontro, sotto una rassegna- 
zione che vuol parere cristiana, ma è un urlo di vendetta, 
essa preludia alle barricate del quarantotto. E per più tempo 



181 

[Ueir ui'lo dovette interrompere i sonni del carnefice stra- 
niero, se anche og^i quelle parole arrivano a commuoverci. 

/■ 
IO soxo 
EXRICHETTO 

DELLO 

ESULE SILVESTRO CASTICtLIONI 

E DELLA 

ERRICHETTA KASSOLI 

ALLE MADKI E SPOSE ITALIANE 
SPECCHIO SANTISSIMO. 



COSTEI 

PERCHÈ REA d' AVERE AMATO 

LA PATRIA 

ED IL CONSORTE NEMICO AI TIRANNI 

NELLE PRIGIONI DEL TEDESCO IN VENEZIA 

SPIRÒ. 



IO FIGLIUOLINO D UN ANNO DUE MESI E TRE DI 

SUBITAMENTE VOLAI DA TERRA 

PER 

BACIAR MIA MADRE 

NTEL CIELO 

D' ONDE 

INSIEME PREGHIAMO 

A VOI 

ITNA PATRIA. 



O GENTI ITALIANE ! 

NON PIANGETE 

MA 

SULLA TOMBA DELL' INNOCENZA 

DI FAR\T DEGNI d' ITALIA 

CtIURATE ! 



182 

La musa clandestina non s' ispirava solamente alla po- 
litica : pigliava argomento di scoccare dardi, che si confic- 
cavano nella piena carne, dai fatti della cronaca quoti- 
diana. 

Nel 1826, un' aspra battaglia impegnossi tra i letterati 
toscani a proposito del noto verso di Dante: 

„ Poscia più che il dolor potè il digiuno. „ 

Durante la lotta, che fu combattuta a furia d'inchio- 
stro e col sussidio di codici rovistati in tutte le biblioteche 
del Granducato, un dubbio terribile amareggiò l' animo e tur- 
bò i sonni e la digestione di quei buoni letterati. Il conte 
Ugolino, passato il dolore, si mitri delle carni dei figli e 
dei nipoti ? Oppure, sopravvenuta la fame, questa, vinto 
il dolore, uccise il prigioniero ? La prima interpretazione fu 
sostenuta con tutti i sofismi d' un avvocato imbottito di te- 
sti danteschi e d' arzigogoli filologici dal fecondo Carmigna- 
ni, al quale un poeta anonimo scoccò il seguente epi- 
gramma : 

Che uu uoni per fame mangi i tìgli morti 
Non può strano sembrare a uu avvocato, , 
Che divora per genio disperato 
Vivi coi figli i padri e i lor consorti. 

L' epigramma che segue, fu scritto in occasione della 
messa celebrata in .Santa Croce, nel 1841, per inaugurare 
i lavori del Congresso scientifico riunitosi allora *a Firenze. 
A spiegare lo stesso si premette che i preti, per salvare 
come suol dirsi la capra e i cavoli, visto e considerato che 
una messa doveva celebrarsi e per obbligo d' ospitalità di- 
nanzi ad un uditorio di sapienti, fra cui notavasi più d' un 
dotto luterano d'un letterato evangelio", oinlstMo nella messa 
il Credo e il Gloria. 

TTna messa in Santa Croce 
Senza Credo a bassa voce ; 
Senxa Credo pei credenti, 
Senza Gloria pei sapienti. 



183 

n seguente epigramma fu diffuso a Firenze contro im 
certo prete ilichelaguoli, commissario dell'Ospedale degl'In- 
nocenti, al quale si attribuiva la proposta di mandare i tro- 
vatelli in quel di Grosseto per accrescerne la scarsa e ma- 
lazzata popolazione: 

Jlichelagnoli il prode, 
Dei miseri Innocenti commissario, 
Vorria, novello Erode, 
Mandar colà dello Spedale i figli, 
E darli di Grifone fra gli artigli, 
Onde vedere tutti gì' innocenti 
In .poco tempo sterminati e spenti : 
Questo progetto barbaro d' \m prete 
Prence, 3Iinistri, che 1' abbraccerete •• 

La Polizia ne attribuì la paternità all' avvocato Lam- 
porecchi, spirito caustico, in quel tempo ritenuto come uno 
dei luminari del fòro fiorentino. 

Il risanamento dell' agro grossetano intrapreso con e- 
norme dispendio da Leopoldo II, die più d' una volta la 
stura allo spirito epigrammatico dei poeti toscani. Oltre ai 
famosi versi del (riusti che si leggono nell' Incoronazione^ 
altri ne corsero per Firenze, ne'quali 1' opera grandiosa del 
nipote ^ colui che aveva prosciugato e risanato Val di Chia- 
na, era parecchio bistrattata. Questo epigramma fu diffuso 
nel 1842: 

Si dice che una volta il vecchio Ombrone 
Così dicesse al suo Real Padrone : 
— Pria le mie terre fossero toccate, 
Ci regnavan le febbri nell' estate ; 
Ma coi vostri lavori, a «luel che scemo, 
Non si campa d' estate, né d' inverno. 

Nello stesso anno la Polizia potè mettere le mani sopra 
la seguente satira, molto diffnsa in Toscana e fuori : 

LA BIBLIOTECA. 
Satira contro i Sovrani d' Italia. 

Regno Lombardo- Veneto. — Sul modo di tosare le pe- 
core, opera di 8. A. T. e R. l'Arciduca Ranieri. 



1>* 

Sardegna. — Caino, Tragedia in cinque atti. 

Napoli. — De Arte Culinaria, opera di 8. M. il Re 
Ferdinando U. 

Roma. — Modo di raffinare i vini aìV uso forestiero, 
opera di S. S. Papa Cxregorio XVI. 

Toscana. — Sul rasciugamento dei ranocchi^ opera di 
S. A. il Granduca Leopoldo IL 

Modena. — Istituzione ai Birri, opeia ili S. A. il Duca 
Francesco IV. 

Parma. — Le lagrime d'' una vedova, commedia in tre 
atti di S. A. la Duchessa Maria-Luisa, vedova di Napoleone 
il Grande. 



Sempre nel 1842, e contro il prosciugamento della Ma- 
remma grossetana : 

QUESTUA DELLA R. DEPOSITERIA. 

Sovvienti della Depositeria : 
Mi fé' FruUani, st'ecemi Maremma : 
Salselo Cempini, ed il Manetti pria 
Che d'oro m' han spogliato e d'ogni gemma. (1) 



Contro il cav. Ferdinando Tartini, sopraintendente delle 
(Jomunitil : 

(DuiJv la Pat><iita del 1843). 

Il nostro cristianissinio Covrano 

L'empio Tartini volle a mensa piena 
Nel santo giovedì per ciambellano : 
Così ad imitazion del Redentore 
Ai sudditi mostrò che la gran cena 
(tli ]tiai(|Ut' consumar col trailitore. 

(1). Il FruUani e il Cempini, ministri delle Finanze del <.rrandu- 
cato ; il Munotti, cclehro idraulico. 



185 

L' atteggiamento delle due statne di Dante, l' nna in 
Santa Croce, 1' altra negli Uffizi, suggerì a nn beli' umore 
il seguente epigramma, che per altro corre ancora per la 
bocca di tutti : 

Il gran maestro della tosca musa 

L'ha fatta in Santa Croce e qui l'annusa. 

Qui, negli Uffizi, dove il grande poeta è rappresentato 
in atto di portare la destra all' altezza del naso, mentre nel 
mausoleo di Santa Croce, è raffigurato seduto. 



Sempre contro il Cempini, ministro delle finanze, e 
prosciugamento della Maremma di Grosseto : 

Quel govemaccio degli Stati Uniti 
Non sa che cosa farsi dei quattrini ; 
Se vuol presto vederli rifiniti. 
Mandi a chiamare il consiglier Cempini : 
Se poi quel villanzon non gli garbasse, 
Secchi i paduli e vuoterà le casse. 



L'epigramma che segue, l'abbiamo estratto da un fa- 
scicoletto manoscritto di poesie satiriche e politiche d' auto- 
ri diversi, sequestrato a Pietro Fanfani non ancora venu- 
to in fama d' Ulustre filologo, nel 1845. Esso è contro la 
contessa d' Albany : 

Luug'Arno ammirano i forestieri 
Una reliquia del Conte Alfieri. 
Si .crede il fodero del suo pugnale ; 
Secondo i fisici è l' orinale. 

La contessa d' Albany, come si sa, abitò in Luug' Ariiu, 
neir antico palazzo dei Gianfigliazzi, a Santa Trinità. 



186 

Nello stesso fascicoletto si legge quest'altro epigramma, 
insieme alla sua versione latina : 

Soleau gli antichi barbari e feroci 
Far penzolare i ladri dalle croci : 
I moderni or pivi miti e più leggiadri, 
Fanno le croci penzolar dai ladri. 

Come si vede, 1' epigramma è più vecchio della odierna 
us^anza di spargere a piene mani croci e commende. 
Ed ecco ora la traduzione latina : 

Mos erat antiquis cnicibns suspendere fnres ; 
Fnribus appendnnt tempore nostra crnces. 

Una postilla del Fanfani, chiama leggiadra siffatta tra- 
duzione. 

Intanto i tempi ingrossavano. Seguivano i casi di Ko- 
magna, e Pietro Kenzi, uno dei capi di quel moto, ricove- 
ratosi in Toscana, fu dal Governo granducale, con insignr 
vigliaccheria, arrestato e consegnato alle autorità, ponti- 
licie. 

• La estradizione fu 'accompagnata da uno scoppio di sde- 
gno contro il Principe che veniva meno in siffatto sconcio 
modo alla sua riputazione di bontà e di mitezza, ed i mini- 
stri che infeudavano lo Stato alla Curia Romana. Scritti in 
prosa e in versi e in cui lo spirito epigrammatico s' alter- 
nava alle imprecazioni, piovvero dappertutto. S' attribuì al 
letterato Domenico V'aleriani, accademico della Crusca, il se- 
guente Sonetto, in cui sotto pretesto di mettere alla gogna 
Francesco IV di Modena, allora morto, si dava addosso ai 
Consiglieri di Leopoldo II : 

PANEGIRICO DEL DUCA DI MODENA. 
{In occasione della consegna di Pietro Renzi). 

Nacque costui dall' iniqua semenza 
Degli oppressori : al ducal seggio accanto 
Innalzò la mannaia, e fé' suo vanto 
Di boia incoronato l' impudenza. 



187 

D'ogni infamia ebbe in sé la quintessenza, 
Ogni infamia coprì col regio manto, 
E r itale sciagure accrebbe tanto 
(Jhe r austriaco rigor parye clemenza. 

Fedele ai gesuiti e al Santuario, 
Torturò, macellò la specie umana, 
E degli Stati suoi fece un Calvario ! 

Ed or morendo questa buona lana. 
Nomina esecutor testamentario 
Il nuovo ministero di Toscana. 

Altre poesie ispirò 1' atto codardo. L' ultimo giorno del 
carnevale 1846, in occasione che col consenso della Polizia, 
dal pubblico si volle imitare quella brillante e fantastica sce- 
na del carnevale romano ch'è la passeggiata dei moccoletti, fu- 
rono gettati lungo via Calzaioli, via Cerretani e via Toma- 
buoni, migliaia e migliaia di cartellini, coi seguenti epi- 
grammi. 

AL MINISTERO TOSCANO. 

Per farti Roma amica 

Ai carnefici suoi Renzi tu desti : 
Gli usi or ne imiti ; e qui xm Loiola 
Colle tenebre sue, nei moccoletti ; 
Noi pure avrem, da giogo vile oppressi, 
I soli lumi che saran permessi. 

A FIRENZE. 

Giunti appena al Govenxo questi broccoli. 
Passi, Firenze mia, dai lumi ai moccoli. 

Furono i due predetti epigi'arami attribuiti dalla Polizia 
a Filippo De Boni, che il Buon Governo non aveva ancora 
cacciato dal Granducato. 

Codesto nuovo Ministero, composto di gesuitanti ed au- 
striacanti e la cui intransigenza contrastava colla prudenza 
dei vecchi ministri Fossombroni e Corsini, provocò un nuvo- 
lo di poesie e di scritti anonimi. 

La poesia che segue feriva in pieno petto il Baldasse- 



188 
rolli, che in quel Ministero reggeva il portafoglio delle ft- 



nanze. 



LA DIFESA DI S. E. 1?ALDASSER0NI. 

Quel superbo ed alter Baldasseroui 
Contro del qual tanto si è detto e scritto 
Da certi vagabondi, birbaccioni, 
Che avvilito il voleA'auo ed afliitto, 

Fa lor saper che meno Sua Altezza, 

Qualunque altro non teme, anzi disprezza ; 
Che conosce le trame e gli amminicoli 
Dei pochi suoi nemici e grandi e piccoli. 

Sognando veramente da J^accelli 
Ch'egli debba finir come il Ciantelli; 
Ma che il giorno verrà delle vendette 
E lor farà cacar chiodi e bollette. 



Contro lo stesso Baldasseroui, 1' Hoinbourg, ministro degli 
esteri, e il Paiier, ministro dell' Interno (1) : 



Ieri in Piazza certe antenne 
A rizzar s'incominciftro ; 
A qualcuno in capo venne 
Che a puntello ed a riparo 
Le ponesse pel potere 
Ieri Poldo (2) l' ingegnere. 

Ma i più accorti poi sostennero 
Ch'erano forche belle e buone, 
Che rizzate in tretta vennero 
A impiccar certe persone 
State scelte a vitupero 
Del toscano ministero. 



(1). In occasione che in piazza dcUa Signoria (allora del Gran- 
duca) erano state dirizzate certo antenne per praticare alcuni re- 
stauri sulla facciata di Palazzo Vecchio. 

(2). Leopoldo IL 



189 
La poesia che segue è contro il Baldasseroui. 

SUPPLICA AL CtEAXDUCA. 

Prence ! Dacché poneste al ministeru 
Un noni senza opinione e senza fama. 
Pallone, prepotente, asino, altero, 
Contro del (inai tutta Toscana esclama: 
— È questi il Rohespier Bahlasseroni 
Che Pluton se lo prenda fra i demoni I 
Il disordine è nato e lo scompiglio 
Tanto dentro, che fuori del Consiglio. 
Talché è pubblica voce per Firenze 
Che egli ne impone alle altre Eccellenze ; 
Se tal cosa sussiste, è da Baccelli 
Il non fare di lui come a Ciantelli. 

Pel varo del Giglio, legno a vapore della marina gran- 
ducale, corse il seguente epigramma : 

Perchè non possa al prisco onor tornare 
Baldasseroni 1' ha gettato al mare. 

Il C-figlio, come si sa, è lo .Stemma della città di Fi- 
renze. 

Sparsasi a Firenze la notizia della morte di Grego- 
rio XVI, fa diffusa una litogi-afia rappresentante il Papa 
ubbriaco, giacente al suolo, e con sotto la scritta : Dio in ter- 
ra. Quasi nello stesso tempo fu trovato affisso al muro, 
accanto al Gabinetto Letterario del Vieusseux, a santa Tri- 
nità, il seguente scherzo : 

Sapete eh' è stato > 
Vi è noto il gran caso 'i 
Il Papa é crepato 
D'un canchero al naso. 

E un dèmone sgherro 
Col viso di .scherno 
Per sti-ada di ferro 
L(t trasse all' inferno. 

U' in giro abbmstito 
Percorre con es.so 
D' un cerchio infinito 

L'odiato proQ're«*o. 



190 

Come si vede, nella scelta della pena a cui 1' anonimo 
poeta condannava Gregorio XVI, e' è abbastanza spirito, 
mentre nessuno ignora quanto fosse 1' odio di quel Papa pel 
progresso e per le ferrovie : due cose, secondo lui, inventate 
dal diavolo. 

La morte del Papa, che fu salutata da un grido di gio- 
ia dagli abitanti degli Stati Pontifici, ispirò ad un poeta ro- 
mano una poesia, che circolò anche a Firenze. Ne diamo le 
prime due strofe. 

DE PROFUNDIS. 

De Profundis ! Don Gregorio 
Sei fra i santi o in purgatorio Y 
Quando mai tra incensi e lagrime, 
Nel dolor di tutto il mondo 
La fedel cristianità 
Del tuo naso rubicondo 
La reliquia adorerà V 

De Profundis! La cantina 
L' ha bruciato stamattina : 
Invocate il Divin Spirito 
E Gregorio per decreto 
Sacrosanto in Concistoro 
Del Champagne e dell' Orvieto 
Sia nel cielo il protettor. 



In un' altra poesia sullo stesso argomento e con al- 
lusione al patto d' amicizia stretto fra Gregorio e lo czar 
Niccolò, al tempo delle stragi di Polonia, il poeta dirizzan- 
dosi al Papa, esclama : 

Nella tonil)a dna volte al tuo cospetto, 
La Polonia invocandoti si scosse, 
E armata d'una croce, ignuda il petto, 
Dalla cintola in su, fissa levoMse : 
E tu, la prova indarno combattuta, 
Seguace al boia del lontano Sire, 
Colla croce la povera caduta 
Scendevi sulla fossa n maledir. 



191 



CAPITOLO XXIV. 
La Censura. 



K 



on pigliava la via della censui'a che il pensiero inof- 
fensivo, r idea plasmata sul modello fornito dai governi sta- 
biliti. Ciò che. non poteva essere stampato e pubblicato al- 
l' ombra della Polizia, pigliava la via dei paesi retti a liber- 
tà. Laonde mentre i censori si distillavano il cervello a ca- 
strare gli scritti che si portavano al loro esame, a scrutare 
minutamente i concetti degli autori ed a pesare frasi e 
parole, i libri e gli scritti cosiddetti sovversivi, infischian- 
dosi degli editti della Polizia, entravano clandestinamente in 
paese, importando quel veleno che i Croverni credevano di 
tener lontano mercè le forbici e lo spegnitoio della censura. 
Si può dire, anzi, che le misure della Polizia non impe- 
dirono mai, come in altro luogo diremo, che un libro, per 
quanto si proclamasse pernicioso, entrasse e circolasse libe- 
ramente nei paesi, il cui pensiero s' imbavagliava mercè la 
censura. 

Questa, peraltro, in Toscana, non esercitò il suo pote- 
re addormentatore che in modo assai prudente. A Firenze, 
per una lunga serie d' anni, essa fu esercitata da uno sco- 
lopio, il padre Mauro Bernardini, uomo di coltura estesa, 
d' idee qualche volta vaste, e di manica piuttosto larga, 
specie nelle materie economiche e politiche. Il suo Archi^-io 
— ora posseduto dall' Archivio di Stato di Firenze — è la 
dimostrazione di quanto scriviamo sul vecchio scolopio, men- 
tre è un termometro dei criteri politici, letterari e religio- 
si che informarono per circa trent' anni la censura nella ca- 
pitale dell' ex-Grranducato. Codesti criteri, difatti, non s' in- 
spiravano sempre a sfrenata libidine di evirazione intel- 
lettuale a paure ridicole, come spesso succedeva sotto la 



192 

censura pontificia, napoletana o modenese. (iìA, a certe ma- 
terie, in Toscana, non era stato dato lo sfratto ; ed entro 
certi limiti vi si poteva parlare e scrivere di casse di 
risparmio, di strade ferrate, di liberta economica, di miglio- 
ramenti, di redenzione di condannati liberati dal carcere, di 
insegnamento primario e d' asili infantili. La stessa parola 
progresso non era posta all' indice ; s' intende progresso colla 
cappa di piombo e i calzari di feltro, per paura che non cor- 
resse di troppo non svegliasse i custodi di questo sepol- 
cro di viventi eh' era allora l' Italia, sopratutto il principe 
di Mettermeli a cui i congressi di Vienna, di Lubiana e di 
Verona avevano dato l' incarico di cloroformizzare gli spi- 
riti. Era, insomma, una censura decente, che la divisa dello 
inquisitore fanatico e medievale nascondeva sotto quella 
dello scolopio intelligente e sino ad un certo punto ammo- 
dernato, coir aggiunta d'un zinzino di bonomia cui più d'una . 
volta doveva essere corretta dalla stessa Polizia, o peggio, 
come accadde per V Antologia, dalla stessa Cancelleria Aulica, 
la quale, si capisce, afferrava con voluttà quelle congiunture 
per dare una patente d' ingenuità al padre Mauro, alla Pre- 
sidenza del Buon (roverno, e, magari, a don Neri ''.>v<i>i; . 
al conte Fossombroni. 

Mentre in altro luogo dedichiamo alla censura alcuni 
capitoli della nostra opera, qui accenniamo brevemente ai 
procedimenti dalla medesima tenuti intorno ad alcuni lavori 
(V uomini di lettere universalmente conosciuti. 

D'ordinario il padre Mauro, (quando negli scritti che gli 
si davano ad esaminare non ci vedeva chiaro, implorava i 
lumi superiori. 8i vede che l'accorto frate, quanto a respon- 
sabilità, taceva di tutto perchè la sua restasse il meno pos- 
sibile allo scoperto. Cosi, nel 1833, avendogli presentato nn 
editore le Mie Prigioni, di Silvio Pellico, che 1' anno innanzi 
avevano veduto la luce a Torino ove avevano destato un grun 
I-umore, il nostro scolopio ftntA nel libro dell'ex-galeotto del- 
l'Austria, • malgrado la rassegnazione cristiana che traspa- 
liva da tutte le sue pagine, se non "n grido di guerra, 
certamente una protesta contro 1' oppressore straniero, e 
s(;ri8se al ministro Corsini perchè ffindicasse dell' opportu- 



193 

nità uo della ristampa ; e il Corsini, che in ,quei giorni, a 
motivo d'una certa pubblicazione ieW Antologia, aveva su- 
dato due camicie per persuadere il ministro di Sua Maestà 
Cesarea che alla lìn line la Toscana non era una fucina 
d' insidie e di complotti contro 1' apostolico imperatore, ri- 
spose asciutto asciutto : „ Non si stampi. ^ Ma il Xistri, di 
Pisa, senza curarsi del decreto, colla falsa data d' Italia, 
ristampò il libro, vendendone, in pochi giorni, più di sette- 
cento copie : però scoperto, fu condannato ad una multa di 
centocinquanta lire, col sequestro degli esemplari rimasti 
invenduti. L^ Ettore Fierantosca, del D'Azeglio, non fu ri- 
stampato che con prudenti tagli concertati con lo stesso mi- 
nistro, e i Discorsi sulla Storia Lombarda del secolo XVII, 
di Cesare Cantù, benché editi a Milano, presentati alla cen- 
sura fiorentina per la ristampa, furouo respinti all' auto- 
re , senza approvazione, perchè egli (il Canti)) volesse mo- 
dificare e sopprimere qualche sentimento poco conveniente „ 
come scriveva lo stesso censore. 

Nel 1832, avendo un editore domandato il permesso di 
ristampare la, Storia d* Italia, in continuazione di quella del 
Cruicciardini, di Carlo Botta, il censore, in un lunghissimo 
vappoi'to al ministro dell' interno, passò in esame le massi- 
me contenute nel libro e da lui stimate false, o erronee, o 
pericolose ; ma arrivato al punto di emettere il suo giudi- 
zio suir insieme dell' opera, se la cavò pel rotto della cuf- 
fia, implorando i soliti lumi superiori, avendo però la cu- 
ra di esporre le ragioni che, secondo lui, militavano prò e con- 
dro la ristampa. Le prime pel P. Mauro, erano : merito emi- 
nente dell'opera ; copia di massime rette ; prevenzioni favore- 
voli alla Toscana, alla quale Fautore prodigava lodi senza mi- 
sura ; vantaggio che ricaverebbe l'industria tipografica e li- 
braria del Granducato, ove si accordasse il permesso di ri- 
stampare r opera. Le seconde erano : presunti giusti clamo- 
ri del clero superiore che non avrebbe mancato a far sen- 
tire la sua voce contro un' opera in cui parecchi papi era- 
no aspram»^nte tartassati ; maldicenze contro il clero re- 
._r.,l:ivp : alf^nni '^►^nni «ni (TVfindncn Pif'tv.i T.popoldo oh»^ il 



194 

Botta preseatava come giansenista ; danni della lettura d' un 
siffatto libro presso la gioventù. 

Al ministro parve che le ragioni contrarie soverchiasse- 
ro le favorevoli, e con nota del 23 novembre 1832, don Neri 
non accordò il permesso, ritenendo che anche il sistema delle 
soppressioni seguito per altre opere, sarebbe riuscito inutile 
in quella del Botta in cui oltre la parola era da censurarsi 
lo spirito di cui era da cima a fondo informata. 

Nel 1833, fu domandato il permesso di ristampare le 
Satire di Salvator Rosa. Qui la politica, naturalmente, non 
ci aveva nulla da vedere, benché il poeta-pittore-soldato 
del secolo XVII, nelle sue rime, non manchi di assalire con 
sopraffina mordacità le corti e i principi dei suoi tempi. 
Ma a questo, il padre Mauro pensò che si sarebbe potuto 
facilmente provvedere con sapienti e sagaci intei-polazioni o 
raffazzonature : ma ciò che turbava la sua onesta coscienza 
di scolopio era il linguaggio di quando in quando licenzioso 
del poeta. Però ripensandoci su, egli stimò che anche su 
questo punto si sarebbe potuto provvedere collo stesso si- 
stema. La qual cosa il buon padre perpetrò con una serie 
di scellerati mutamenti, di cui diamo un breve saggio. 

Il Rosa aveva cantato : 

In corte, chi vuol essere ben volntv», 
Abbia poco cervello iu testa accolto, 
Sia musico, o rnffiau, ma non barbuto. 

Il padre Mauro corresse : 

Colui che brama esser ben voluto 
Abbia sagijio cervello iu testa accolto, 
Sia musico o buffou, ma non l)arbuto. 

Il Rosa aveva scritto : 

Stolidezza dei principi e dei regi 
Che senza distiuzion mandano al pari 
Cogl' ingegni plebei, gì' ingegni egregi. 

li censore corresse : 

Stolti color che deau stimare i pregi 
Che senza distiuzion mandano al pari 
Cogl' ingegni plebei, gì' ingegni egregi. 

Sicuro, sapienti e sagaci moditìcazioni che toglievano 
alle satire del Rosa il loro spirito mordace ed originale!... 



195 

Qualche auno innanzi, avendo G. P. Vieusseux presenta- 
to alla censura un'analisi del Giovanni da Pivcida, del Xicco- 
lini, ricca di molti pezzi tratti dal manoscritto della trage- 
dia e coli' intento di pubblicarla svdV Antologia, il censore 
interrogò il ministro sull' opportunità, o no, di licenziare 
1' articolo per la stampa, perchè „ il difetto che sembra tro- 
varsi nei versi, che in abbondanza si riferiscono, è un' in- 
temperante smania d' inveire contro i francesi, colla mii'a 
fors' anco di dirigere i propri sentimenti contro qualunque 
straniera nazione che abbia avuto, o abbia ancora influenza 
politica in Italia, sebbene non vi si faccia menzione che dei 
soli francesi „ Ed aggiungeva : „ È uso attuale special- 
mente di considerare serva e schiava l' Italia, e nelle tra- 
gedie si crede di trovare il luogo opportuno per simili rim- 
proveri, che sebbene applicati a fatti particolari ed a tempi 
passati, s' intendono applicati ai tempi ed ai casi pre- 
senti. „ 

Come si vede, il buon padre Mauro non aveva avuto "bi- 
sogno di un ingegno d'aquila per fare una simile scoperta ! 



10<) 



cAiniAjLo XXIV. 



Uno scritto di Carlo Botta. 
Uno scrittore d' epigrammi. 



L 



Antologia fu per quasi tredici anni il solo giornale 
italiano, che — nonostante la censura — rappi-esentasse, ora 
più ora meno velatamente, il pensiero e le aspirazioni dei 
liberali della penisola. Era, come se ne rammaricavano i 
codini e le polizie italiane, specie di Modena e di Milano, 
una continuazione del famoso Conciliatore di carbonaresca me- 
moria, con tendenze sovversive assai più accentuate, pubbli- 
candosi il giornale in un paese dove la censura era eserci- 
tata piuttosto benevolmente e il principe non esigeva, come 
il sire austriaco, che i sudditi fossero ignoranti, ma obbe- 
dienti. 

Le tendenze liberali dell' Antologia non erano, per al- 
tro, un mistero per la stessa censura e pel dipartimento 
della Polizia. Difatti, nel 1826, quando il Vieusseux presentò 
alla revisione uno scritto di Carlo Botta intitolato : Del ca- 
rattere degli Sforici Italiani, il censore, eh' era il gii\ ri- 
cordato scolopio, P. Mauro Bernardini, in un suo lungo 
rapporto al Presidente del Buon iToverno, non nascondeva 
come V Antologia, sia i>er lo spirito degli scritti che pubbli- 
cava e che le mutila/ioni e i raffazzonamenti ordinati o ert 
seguiti dalla censura non arrivavano seiuiìre a far scompa^ 
rire, sia per le opinioni che in materia politica professava- 
no gli scrittori che vi collaboravano, fosse ritenuta por 
un'effemeride liberale; ed era appunto tale riputazione eh. 
s'era creata in Toscana e fuori V Antologia^ clie lo trattene- 
va di licenziare definitivamente per la stanijia lo scritto del 
Botta, alcune parti del quale erano improntate ad un tale 
spirito di libertA, da non potere ammettere le solite soppres- 
sioni, fi>iiiecclM> in Toscana — aggiungeva il ttdlerante sco- 



lopio — si fosse piuttosto di manica larga per gli scritti di 
irgonieuto politico e non si ricon'esse al rigore che nelle 
luaterie di religione e di morale : lo che — osservava me- 
lanconicamente il pio censore — non accadeva nel Lombar- 
li> Veneto, ove la censura era rigida in materia politica, e 
•rrente, forse molto corrente, in materia religiosa. 

Il caso parve gravissimo allo stesso Presidente del 
liuuu Governo, anche perchè lo scritto del Botta, oltre a 
gualche massima liberalesca, che la censura avrebbe facil- 
mente potuto sopprimere, conteneva un certo giudizio sul 
Principe del Machiavelli, trasudante da ogni frase, da 
"gni parola uno spirito, come allora si diceva, antipoli- 
tico, se non addirittura sovversivo e ribelle ai soliti tagli. 
Invocava quindi alla sua volta, anche in considerazione 
della fama che godeva lo scrittore, i lumi superiori. E i 
lumi superiori, che poi erano quelli di don Neri Corsini, 
vennero subito sotto forma di un biglietto, col quale si 
ordinava che lo scritto del Botta fosse soppresso. Don Xeri 
Io giudicava in alcune parti pieno di spirito anti-papale, in 
alcune altre sovversivo, quasi fosse stato meditato e scritto 
in una rendita di Carbonari. E in quei giorni, non in Tosca- 
na, ma nel Lombardo-Veneto, i Carbonari si condannavano 
illa galera, e nello Stato Pontitìcio, senza tanti complimenti, 
>" impiccavano. 



Noi abbiamo potuto esaminare, fra le carte dell' Archi- 
vio della Polizia toscana, lo scritto del Botta, e benché og- 
^'i lo studio della storia proceda con criteri diversi di quelli 

h' erano in voga ai tempi del celebre scrittore piemontese, 
pure quella scrittura può anche oggi ritenersi non isfornita 
r importanza. Imperocché, se le storie letterarie nostrane 
sono piene di giudizi sui nostri principali storici, segnata- 
mente su quelli del cinquecento, pure, per le condizioni dei 

•^^■mpf in cui vissero tutti coloro che li pronunziarono, essi 



198 

non prendono in esame che il letterato, poco 1' uomo, non mai 
il politico. All' incontro, il Botta, nello scritto destinato al- 
V Antologia, non considera i nostri storici che da quest' ulti- 
mo lato, lasciando assolutamente in disparte le solite quisqui- 
lie di lingua e di stile: lo che, in Italia, nel 1826, quando 
messer Francesco Cruicciardini non era chiamato Principe 
dei nostri storici che per la magniloquenza delle arringhe 
dei suoi personaggi e il giro maestoso dei suoi periodi, e 
messer Niccolò Machiavelli, da oltretomba, doveva difendersi 
dalla taccia di non aver saputo bene il latino e da queUa 
di scriver male l' italiano, era una vera e grossa eresia — 
una di quelle eresie che allora mettevano in iscompiglio le 
quiete sale delle accademie più o meno cruscheggianti e ta- 
cevano scendere in campo i letterati gli uni contro gli altri 
formidabilmente armati di testi di lingua più o meno auten- 
tici, più meno guasti da amanuensi e stampatori. 



(Comincia il Botta il suo discorso coli' osservare che, 
nonostante „ che sia fine degli storici di far conoscere la 
veritA., pure assai pochi sono stati (juelli che hanno servito 
unicamente a lei, avendo alcuni servito 1' amore delle parti, 
mentre altri si sono lasciati tirare, richiesti od anche non 
richiesti, dagli allettamenti dei potenti. Di questi' non vo- 
gliamo parlare, perchè meritarono piuttosto il nome di uo- 
mini bugiardi e servi, che quello di storici. Solo vogliamo 
parlare di quelli che alla verità sola servirono, o da lei non 
per motivi vili d' interesse o di potenza, ma per cagioni al- 
te e generose più o meno si discostarono. 

., Degli anticlii storici, Tito Livio e Cornelio Tacito 
debbono occupare principalmente il nostro discorso. Il primo 
<• più storico patrio, che morale ; il secondo più morale che j 
patrio, benché 1' uno e 1' altro e patrii e morali sieno stati,Jfll 
11 fine di quello era di scrivere la storia di Koma... Quella 
sua gravità e grandezza nemmeno in Cicerone si trova, 



199 

nemmeno in Sallustio, nemmeno in Tacito. Livio solo fu pa- 
ri alla romana mole... Con tutto questo, non di rado, per far 
risplendere la sua Roma, tace la verità od imperfettamente 
la dice... 

„ Il fare di Tacito fu necessitato dalla età in cui visse. 
Era spenta la repubblica, spenta la libertà; di loro viveva- 
no solamente alcune forme ; vizi infami in chi comandava, 
vizi vili in chi obbediva... Lo scrittore ha dovuto essere 
piuttosto morale che patrio, poiché essendo la patria per- 
duta non restava altra pianta da coltivare se non la virtù... 
Ciò fece Tacito... Pure l'anima sua forte, indomita e sdegno-, 
sa, amò la libertà e la pinse; e la pinse come perduta e solo 
come una memoria... Quando io leggo Tacito, mi vien ros- 
sore di noi balbuzienti ; e dei nostri articoli, dei nostri ma, 
de nostri se, e dei verbi ausiliari e dei participi per arrivare, 
nelle traduzioni, alla potenza del suo stile... „ 

Facendosi indi a parlare degli storici d' Italia del seco- 
lo XVI, egli scrive : „ Due scuole si vedono in Italia : la 
veneziana e la fiorentina. Oli storici veneziani, siccome pagati 
e scrivendo sotto un Groverno di natura molto stretta nelle 
faccende di Stato, sono piuttosto encomiatori di Venezia 
che veri scrittori di storie, ed indarno in loro si cerchereb- 
be la verità dei fatti e l' imparzialità de' giudizi. Ciò non- 
dimeno sono essi pregiabilissimi, perchè, avendo avuto fa- 
coltà di prevalersi degli archivi pubblici... si leggono nelle 
loro narrazioni cose che difficilmente si troverebbero in al- 
n-i... Il Bembo, allontanatosi di soverchio dalla gravità di 
Livio e dal fare nervoso di Tacito, affettò con eccesso l'ab- 
bondanza ciceroniana... Contrastavano in lui due qualità con- 
trarie: il candore antico di cui s'era investito nella lettura 
degli antichi, e il desiderio di servire gli interessi della 
sua patria. La prima il tirava a dire la verità, la seconda 
a tacerla... 

, Fra gli storici veneziani, uno fra gli altri si scorge, 
che può andare del pari con ogni altro di qualunque secolo 
nazione si sia; questi è Paolo Paruta, simile piuttosto a 
Machiavelli...., 

Di fra' Paolo Sarpi il Botta scrive : 



20U 

„ La sua Storia del Concilio Tridentino è una di quelle 
opere che mostrano la capacità più rara; a lei poche sono 
pari, nessuna superiore. Due qualità speciali si osservano 
nel Sarpi : la prima è una avversione molto intensa contro 
la Corte di Roma, la cui cagione è doppia, cioè dall' un 
lato gli eccessi veramente inescusabili U) della Curia roma- 
na verso la podestà temporale dei principi, dall' altro la sua 
propensione verso le dottrine dei protestanti : la seconda è 
il suo amore verso un Cfoverno stretto ; ed in ciò pensava 
venezianamente... „ Resta però e resterà sempre un onoran- 
do segno di Sarpi nello avere insegnato ai Veneziani... il 
modo e la volontà di resistere alle pretensioni di Roma, ri- 
spetto alle jy^'^rogative della podestà secolare. „ 

Parlando della scuola ftorentina dice : ., Era imparzia- 
le e veridica la scuola tiorentina... In lei 1' amore della im- 
parzialità e della verità è tale, eh' è meravigliosa, perchè 
questa parte è osservata dagli storici fiorentini, anche con- 
tro i sentimenti propri da ognuno conosciuti ; anche contro 
r amore della propria patria ; anche, tinalmente, contro l'o- 
pinione e il favore di coloro per cui scrivevano ed a cui 
avrebbero dovuto cercar di piacere... Se sono quindi veri, 
sono ancora freddi ; illuminano la mente, ma non riscaldano 
il cuore. „ 

E continua citando 1' esempio del \^archi, il quale, scri- 
vendo la sua Storia di Firenze d' ordine di Cosimo I, non 
ingiuriò, ma esaltò la caduta libertà, non risparmiando nello 
stesso tempo parole di fuoco contro i suoi distruttori e il 
primo duca di Casa Medici. Ma qui il P. Mauro osservava 
come nel Varchi il dire siffatte verità non fosse virtù : im- 
perocché egli sapeva come dicendo male e di (Jlemente VII 
e del suo bastardo Alessandro, facesse cosa grata a Cosimo, 
suo padi'*»!!»". «Ile iioii aveva amato né 1' uno uè 1' altro. 



(1). Le parole in corsivo sono quello che il P. Mauro — il cen- 
sore -— aveva soppresso; ma, conn^ abbiamo dotto, quando arrivò al 
kìikIìzìo sul Jlachiavt'lli, al buon frate caddero lo braccia e con que- 
ste le cesoie. Ci voleva altro che la prosa dello scolopio per cucinare 
lo scritto dr-l |{otta nella salsa del tempo! 



201 

Del Guicciardini il Botta fa rilevare il suo amore al 
partito degli ottimati e il suo operare favorevole a Cosimo I, 
ed aggiunge : ^ Malgrado di tutto (questo, egli, descrivendo 
le rivoluzioni della sua patria, non solamente non cercò di 
denigi*are i popolani, ma ancora rende loro, quando occorre, 
ogni giustizia, né tace i vizi e gli errori della parte degli 
ottimati. „ 

Scendendo a parlare del Machiavelli, osserva : „ A Ma- 
chiavelli commise papa Clemente che scrivesse le cose fatte 
dal popolo di Firenze, imponendogli e raccomandandogli di 
descrivere quelle dei suoi maggiori in modo che si vedesse 
eh' ei fosse discosto da ogni adulazione. Adempì Machiavelli 
il precetto di Clemente... ,, 



Ma dove il Botta, nonostante lo stile parecchio com- 
passato, si manifesta pensatore acuto e profondo è nel giu- 
dizio eh' egli dà del Prìncipe del Segretario fiorentino — 
un giudizio che a noi, anche dopo tanti scritti recenti, sem- 
bra il migliore, perchè il più vero che sia stato proferito 
sulla famosa opera del più grande dei nostri scrittori poli- 
tici. 

T Quanto al suo Principe^ non so se sia più assurda o 
ridicola cosa eh' ei lo scrivesse sotto colore di svelare il 
procedere dei tiranni per ammaestramento degli amici della 
libertà ; che, primieramente... il Machiavelli compose questo 
trattato per uso privato di Lorenzo duca d'Urbino e non lo 
destinava punto alla stampa ; secondariamente egli medesimo 
volle spegnere quest' opera dopo il rivolgimento dello Stato 
di Firenze, non essendo ancora stampato. Dunque, era nimi- 
co di libertà ?.... Qui è d'uopo guardare in viso la questio- 
ne.... Signorsì.... il Machiavelli scrisse il Principi' per inse- 
gnare al duca Lorenzo i modi di farsi assoluto signore ; al- 
cuni dei modi suggeriti sono dannabili, ed egli stesso il di- 
ce ; ma vediamo il fine. Voleva il Machiavelli che Lorenzo 



202 

altro principe di Casa Medici si facesse signore assoluto 
e sopratntto si provvedesse di buone e proprie anni per fa- 
re l'Italia potente e liberata dai barbari; questo è il vero 
proposito dell' opera.... „ 

E il Botta, dopo aver citato il celebre capitolo che 
chiude il Principe, continua : „ Il suo intento era dunque 
la liberazione dell' Italia dal dominio dei forestieri. Ora met- 
tiamo che Lorenzo duca d' Urbino o altro principe di questa 
famiglia, facendo quello che gli consiglia il Machiavelli fos- 
se riuscito nel fine proposto ; non sarebbe egli stato lodato 
da tutti ? Non sarebbe stata la sua impresa stimata da tutti 
gi-ande, pietosa, generosa, santa ? ,, 

E fu appunto perchè don Neri Corsini, ministro dell'in- 
terno, temeva che codesta impresa, la quale poteva ancora 
tentare 1' ambizione o 1' amor proprio di qualche principe 
italiano, fosse ritenuta santa e generosa dai felicissimi sud- 
diti dei diversi vStati in cui allora si divideva l' Italia, si 
fu appunto per ciò che ordinò col suo piccolo ukase che la 
liberalesca scrittura del Botta aspettasse la tromba del giu- 
dizio sotto la polvere degli archivi della censura. 



Vogliamo ora evocare dalle carte dell'Archivio il nome d'un 
poeta perfettamente obliato. Chi conosce (.-rherardo Ruggieri, 
nn poeta che nel 1826 avendo presentato alla censura per 
r approvazione un suo volume di epigrammi, se lo vide tor- 
nare indietro mutilato, castrato, dimezzato ? 

Eppure il povero Ruggieri non meritava V oblìo. Il suo 
spirito, se non era sempre di buona lega, sapeva portar 
via (inalche pezzo di i)elle dal corpo di coloro sui quali ca- 
It'va sotto forma d'epigramma; la qualcosa (il signor let- 
tore ci crederA, sulla parola) per un ant<»iv> v^itiri.-n mm r 
un pregio da disprezzarsi. 

Intanto ecco un saggio dogli epigrammi ihl Ivugiiieri ri- 
masti inediti per forza maggiore, (^ome tutto ciò clu' «^ stato 



203 

uii pezzo sottoterra, i versi del nostro poeta hanno già 1' ap- 
parenza della vecchiezza, e presentano nn' aria di stretta 
parentela con quelle piccole statue di bronzo che ritirandosi 
dagli scavi si rinvengono coperte d'un denso e rugoso stra- 
to di verderame, che le fa rassomigliare non ad immagini 
di numi o di semidei, ma a riproduzioni realistiche di leb- 
brosi. 

I seguenti tre epigrammi portano il veto del censore ec- 
clesiastico, il padre Mauro Bernardini, sotto le cui cesoie, co- 
me dicemmo, per tanti anni, passò il pensiero letterario e 
scientitìco della capitale della Toscana : 



Un buon pievano a Serafin pittore 
Ministrando I' estrema eucaristia, 
Diceva: — „ Serafin, ecco il Signore 
Che verso voi s' invia, 
Qual di Gerusalemme entro le mura. ., 
Ed ei con voce fioca : — , Si, signore, 
Ben lo ravviso a la cavalcatura. - 



Un re poco enidito 
La Clemenza di Tito 
Un dì cantare udia ; 
E chiese : _ È fatto di mitologia 



CoU' amuiusa un giovane tuggia, 
E sperando ingannar chi l' inseguìa, 
Ambo cambiar del sesso i vestimenti : 
Delusi i biiTÌ dalle esterne tonache 
(Come ordinar dei -giovani i parenti) 
Menaro i falsi putti a due conventi, 
Di cappuccini T un, l'altro di mniiarlip. 



La Polizia fu più severa del buon padre Bernardini, im- 
peroctJiè ne soppresse molti altri. Il seguente, probabilmen- 
te, fu soppresso per riguardo allo stesso Presidente del Buon 
(tovemo, l' illustrissimo signor cavaliere Aurelio Puccini, il 
quale, prima d' essere il ministro di Polizia di un Governo 



204 

assoluto, era stato uno dei più caldi giacobini dell' Italia 
redenta dai francesi di Bonaparte. 

Seguace già di Bruto, 
Satellite a un tiran sei diveuuto : 
È libertà far quel che vuoi, ma più 
Gli altri astringere a far quel che vuoi tu. 

L' epigramma che segue sarà stato probabilmente proi- 
bito in omaggio all' inclito e benemerito corpo dei poli- 
ziotti : 

Uu Bargello si lega a vaga e bella 
Non ignobil donzella : 
Scendi dal ciel colla tua face, Imene, 
Ma non v' è d' uopo di portar catene. 

Ricordano Napoleone e la sua signoria i seguenti epi- 
grammi : 

Francia in catene 
L' Italia tiene : 
D' Italia un figlio 
Le ha un pie sul ciglio. 



A Pio nei lacci oppresso. 

San Pier comparve e dis.-i : .. Abbi pazienza, 

Queir altro ancora a mo fece 1" istesso. ,. 



lu mi' isola nac(iui : 

In un' isola giacqui : 

Ma pili che morte è a me tormento rio 

('he a mia conquista un' isola fuggio. 

Scorticavano due avvocati i seguenti : 

Pregava un avvocato a un crocifisso : 
— „ Signor che foste fra due ladri attisso. 
Scendete, e il vostro posto date a me : 
Ku ognor perfetto il numero di tre. ,, 



Chi ti vendè «luel Cristo del Oelliui f 
— L' avvocato Aquilini. 
Quanto il pagasti y 

— Non farai che il dica. 



205 



— Eh, uou importa mica ; 

Cristo a prezzu Ebreo compra e Giuda veude 

È trenta soUli il costo, già s'intende. 

Eccone uno per un ciambellano : 

L' aurea chiave che or ora a te di dietro 
Da una mano scettrata appesa fu, 
Dirò che sia la chiave di San Pietro 
Se ad assolver tuoi debiti ha virtù. 

Il seguente è per un nuovo nobile : 

Fulgenzio ha compilato la sua impresa : 
In campo verde, una mano prostesa. 
Vuol dire : nobiltà 
Che chiede carità. 

Eccone ancora due e poi smettiamo : 

Il conte Anselmi alla sua tavola ha 
Sempre 1' adulator Fabio ; e perchè ? 
Anselmi si figura essere un re, 
t he i re non odon mai la verità. 



Quando Ascanio tu fatto podestà 
Dissi : è bastardo, imparzial sarà. 
3Ie stolto I Favorisce questo e quello 
Perchè in tutti suppone un suo fratello. 



Probabilmeutt- il povero Gherardo Ruggieri, dopo l'evo- 
cazione che ne abbiamo fatta in queste pagine, ritorne- 
rà nella oscurità a cui fu condannato dai suoi contempora- 
nei con una sentenza, che i posteri non hanno revocato. Ma 
egli, nel silenzio della tomba in cui giace, potrà consolarsi 
della severità del giudizio che il mondo portò della sua o- 
pera poetica, pensando che se i poeti spuntano su a mi- 
gliaia, i veri, i grandi, quelli che V oblio risparmia, si con- 
tano sulle dita della mano. — Rirtessione che dovrà sembrare 
parecchio amara al povero Ruggieri ; ella dirà signor lettore : t^ 



206 

noi risponderemo : — Non diciamo di no ; ma laggiù, nei re- 
gni della morte, 1' uomo si spoglia delle sue passioni sì gran- 
di che piccine, e il nostro poeta, a cui certamente 1' amor 
proprio non dovrà più far velo all' intelletto, sarà costretto 
a convenire con noi, che se il tempio dell' immortalità è la 
mèta ambita da tutti coloro che grattano la lira, sono po- 
chi, assai pochi quelli a cui esso schiude a due battenti le 
sue porte. La maggioranza, come gli scomunicati del me- 
dio-evo, deve contentarsi di adorare il nume, stando fuori 
all' E^erto. 



2 UT 



CAPITOLO XXV. 
I Teatri. 



I, 



,1 teatro drammatico, in Italia, fra la restaurazione 
del 1814 e la rivoluzione del 1848, fu dominato dalla figu- 
ra di &. B. Niccolini, il solo scrittore di tragedie, dopo 
Vittorio Alfieri, che abbia saputo imporsi al pubblico in im 
genere, che la scuola romantica surta in Italia fra il 1819 
e il 1820 aveva dichiarato morto e sepolto. 

Naturalmente la censura imbavagliava gli scrittori an- 
che sulle scene, ed abbiamo visto come il padre Bernardini 
deplorasse 1' audacia invalsa nella penisola di assen-agliarsi 
dietro gli endecasillabi sonori d' una tragedia per ricamare 
le più compassionevoli variazioni sul noto verso di Dante : 

„ Ahi serva Italia, di dolore ostello. „ 

oppure sul sonetto del Filicaia: 

„ Italia Italia, a te cui feo la sorte. ,. 

E il Niccolini, che da parte deUa madre discendeva appunto 
dal poeta patriotta del seicento, si servi del teatro per iscuo- 
tere dal sonno i suoi concittadini e per preparare gli ani- 
mi a quella resurrezione del bel paese, a cui né Dante, né il 
Filicaia poterono assistere, ma a cui il poeta di Giovanni 
da Frocida e di Arnaldo da Brescia potette inviare il suo 
saluto. 

Peraltro, ogni rappresentazione di una nuova tragedia 
del Niccolini era per Firenze un avvenimento, non esclusi- 
vamente letterario. Il Governo lo capiva ; lo capiva la cen- 
sura ; ma né 1' uno né 1' altra amavano ricorrere ai mezzi 
energici ; e purché certe apparenze fossero conservate, che 



208 

certe convenienze non fossero poste in dimenticanza, le tra- 
gedie del Niccolini, con qualche taglio operato con garbo, 
vedevano i lumi della ribalta. L' Antonio Foscarini, reci- 
tato nel 1827 al teatro di via del Cocomero, destò ciò che 
nel gergo teatrale di tutti i tempi si è chiamato furore. 

Il Niccolini, in quel suo lavoro, aveva bellamente e 
con armonia ammirabile fuso insieme i due geneà che allo- 
ra si disputavano il campo letterario : il genere classico e il 
genere romantico. Egli aveva saputo dimostrare non con un 
discorso accademico, o con un trattato, ma con un' opera 
d' arte, come non fosse impossibile fondere la tragedia del- 
l' Alfieri col dramma dello Shakespeare, la teorica d'Aristo- 
tile con le dottrine svolte dal IHanzoni nel suo famoso di- 
scorso sulle tre unità. Meno i soliti intransigenti, specie dei 
partigiani del vecchio sillabo classico, che per bocca del 
Monti avevano lanciato la loro brava scomunica contro r-<4?<- 
dace scuola boreal, tutti, e partigiani della vecchia scuola e 
partigiani della nuova, si trovarono unanimi a decretare 
1' apoteosi del poeta. Laonde la sera del 27 febbraio 1827, 
replicandosi per la terza volta il Foscarini con un successo 
straordinario, com' ebbe ad affermare lo stesso padre Mauro, 
gli ammiratori del Niccolini vollero distribuire al pubblico 
alcuni passagiii della tragedia che essi avevano fatto litogra- 
fare. Ma al l)Uon censore parve — e il naso fine non gli 
mancava — che quei versi fossero stati scelti quasi coll'in- 
tendimento di far rilevare la parte politica della tragedia ; 
^! da scrupoloso addormentatore dei pubblici teatrali e dei 
l'attori, non permise che si facesse quella distribuzione. Ma 
gli amici del Niccolini, i quali sapevano che bisognava bus- 
sare per farsi aprire, non si smarrirono d' animo dinanzi a 
quel no, die non essendo stato pronunziato da Tamerlano, 
ina dalle labbra d' uno sc(dopio giulel)bato, non poteva es- 
sere che discretamente innocuo ; e pensai'ono d' aprire una 
pubblica sottoscrizione per coniare t-d ortVii'e nn:i nipil.iiili.i 
li poeta. 

il manifesto fu steso e portato alla censura;»' il padre 

M liuo, dopo d' aver torto il nifftdo a certe- frasi, di cui vol- 

ogni modo la soppressione, accordò il permesso. Egli, 



209 

per esempio, uou volle che vedessero la lucale seguenti pa- 
role : „ Antonio Foscarini, fatto ora nome di gloria e di 
■'(hbliche reminiscenze, benché condannato in un regolare Go- 
-yrno.... „ In altri termini, il censore aveva paura che si 
ipesse che anche in un regolare Governo Al sagace let- 
tore l'indovinare il resto. 

Chiesto, in seguito, 1' editore, il permesso di stampare la 
tragedia, il padre Mauro, nel suo rapporto del 4 marzo 1827, 
al Ministro dell' interno, fra le altre cose, osservò : 

^ Le, molte sentenze politiche ed ardite riguardanti spe- 
ialmente le forme governative.... fanno una spiacevole im- 
ressione e possono far nascere H sospetto che siano state 
- elte con un fine determinato; e quindi non volendosi sop- 
ijrimere tutte perchè questo compenso includerebbe virtual- 
mente la proibizione deUa stampa della tragedia, sembra 
inutile sopprimere 1' una o P altra, tanto più che non si por- 
ge un rimedio aUo spirito con poche soppressioni. Altronde 
tUeste massime possono considerarsi come pensieri singolari 
t^ stratti da diversi classici, che l'Autore ha avuto 1' arte di 
rivestire di forma italiana sua propria. A ciò debbo ag- 
-iungere che la religione non è in alcun modo vilipesa... La 
Tragedia è stata per cinque volte qui recitata ed applaudi- 
rà... Ora è riprodotta sulle scene di Brescia, senza che la 
censura di quella città.... abbia fatto alcuna soppressione. 
Se però la tragedia è difettosa come vien detto, può facil- 
mente supporsi che questi difetti siano rilevati, stampata che 
fosse, ed allora la produzione cada uell' opinione del pubbli- 
0, mentre all' opposto, se non fosse stampata acquistereb- 
be nuova stima anche per l'odiosità della proibizione. ., — 
E conchiudeva col rimessivo parere che fosse accordato il 
p annesso „ malgrado i versi : 

^ . . . . L' insana plebe estima 
Iddio tiranno, ed il tiranno Dio. „ 

spiegabili, peraltro, in bocca di plebe fanatica. ( 1) ., 



(1). I nujp'nti dfl p. liemanlini sono tratti non ilall' Archivia 
Segreto del rmon Governo, ma dall'Archivio particolare dello stesso 
p. Beriianlini. ura pos-r!iluto dall' Archivio di Stato di Firenze. 

1 t 



210 

Più gravi scrupoli destò nell' animo del censore e del 
capo della Polizia la rappresentazione del Giovanni da Pro- 
cicla pel carattere eminentemente politico del soggetto. Ma 
il solito — lasciate correre — del Fossombroni la vinse sulle 
paure messe fuori dai rigidi conservatori ; e il permesso della 
rappresentazione fu dato, (xiammai, come in occasione della 
recita del Procida^ potè dirsi più opportuna e calzante la 
riflessione del povero padre Mauro, cioè, che gli scrittori di 
tragedie, sotto pretesto di fare un corso di storia antica (» 
medioevale diviso in atti, e questi divisi in iscene, facevano un 
corso di storia contemporanea. Il ministro di Francia che 
assisteva alla rappresentazione da un palco insieme a quello 
di Sua Maestà Cesarea, ad un certo punto della recita, e 
quando gli endecasillabi del Niccolini nella loro sonorità 
che discendeva da quelli del Monti, colpivano in pieno petto 
la Francia, rivolto al suo collega, proferì le seguenti parole 
rimaste famose: 

„ Sig. Ministro, se l' indirizzo dei versi è per la Fran- 
cia, il contenuto è per l'Austria. „ 

Né s' ingannava. Quando il poeta chiese il permesso di 
stampare la tragedia, il padre Mauro gli rispose : 

— No. 

— se la è stata recitata ? 

— Ho detto no, per una stampa della tragedia a par- 
te ; ma dirò sì pel caso in cui la si volesse stampare insie- 
me alle altre sue sorelle. 

— Scusi, ma non comprendo 

— Comprendo io, e basta. Stampata a parte la tragedia 
attirerebbe in modo particolare 1' attenzione del pubblico e 
coir attenzione del pubblico forse quella di qualcheduno.... 
che sta molto in alto.... La mi capisce, questa volta ; non 
è vero ? Stampata, all' incontro, insieme ad altre tre o quat- 
tro tragedie darebbe meno nell' occhio. Insomma, 1' alta Po- 
lizia se n' è dovuta occupare.... 

— E colla sua sottile distinzione essa ha creduto di 
salvare il Granduca e i signori ministri, Dio sa da quale 
malanno! Ho capito. 

— Finalmente ! 






211 



Il principe di Mettemich.... 

Per carità.... 

Non fiaterò. Sei*vitor suo ! 



Anche a Firenze, come a Milano, a Torino, a Roma, a 
Napoli, la gioventù, che i forti e solitari sognatori dell' nni- 
tà e della libertà della patria avrebbero voluto dedita a 
-tildi severi, si prostrava di tanto in tanto dinanzi all'ugola 
vellutata d'un soprano o alle gambe d'acciaio d'una balle- 
rina. Nel carnevale del 1842-43, la gioventù dorata fioren- 
tina si divise in due campi, in occasione che in quella sta- 
gione ballavano al teatro della Pergola due dive : la Gu- 
smane la Frassi. Parteggiavano per la prima i nobili, spe- 
cie il duca di Casigliano, Adolfo Niccolini che la corteggia- 
va, il conte Cicogna e il conte Celani, mentre per la seconda 
parteggiavano i cadetti ; ma un beli' umore avendo fatto cor- 
rere la voce che quest' ultimi avessero portato al Monte di 
Pietà la loro alta montura per comprare i regali che ave- 
vano offerto alla diva nella sua serata d' onore, i signori ca- 
detti, i quali, peraltro, non avevano da spendere molto, ri- 
tirarono la loro protezione alla Frassi, che si ricoverò 
allora sotto le ali della gioventù borghese. I due partiti 
cercarono di schiacciarsi a vicenda sotto il peso dei regali 
che ciascuno di loro faceva alla propria diva. I nobili offri- 
rono alla Gusman una ricca paniera d' arance e in ogni 
arancia avevano posto dentro uno zecchino, di guisa che la 
corteggiatissima donna poteva dii-e d' avere colto quelle 
frutta nel giardino delle Esperidi. Un' altra sera le offriro- 
no una corona d' oro con rubini e turchesi del valore di ol- 
tre cento zecchini. Non diciamo nulla dei fiori, dei versi e 
degli accompagnamenti con fiaccole. Pareva che la gioventù 
di Firenze non vivesse che per un paio di gambe, in atte- 
sa che da un momento all' altro un astronomo, colla sco- 
perta d'una nuova costellazione, questa intitolasse dalle e- 



212 

stremità preziose della (^«ya, inscrivendole sul libro del cielo, 
e un Callimaco in dodicesimo ne cantasse i pregi come il 
poeta greco aveva fatto colla chioma della regina d'Egitto. 
Ma 1' astronomo non capitò in mezzo a quelle teste vuote ; 
vi cascò come una bomba, all' incontro, coi suoi endecasil- 
labi improntati ad un'amarezza profonda, un poeta, che sca- 
raventò contro quella turba elegante di fiacchi e di corteg- 
giatori i seguenti due sonetti : 

Quando di guelfi sdegni e ghibellini, 
Italia mia, bolliva ogni tua parte, 
Bella crescea tra l'ire e il dubbio Marte 
Progenie di gagliardi cittadini. 

Ma or che gloria aspetti o che destini, 
Tu che mancipio della mimica arte 
Si del prisco t' infiammi odio di parte 
Pei compri vezzi di tue scaltre Frini 'i 

E tu sei la famosa itala donna 

A cui si piacque l' iramortal tuo figlio 
Rendere il serto e ricuprar la gonna 'i 

Oh mal si porge a tue lusinghe orecchio I 
Lo scettro no, ma con miglior consiglio 
Darti in mano dovea t'uso e pennecchio ! 



Nefando esempio di furor tu davi 

. Italia, contro te fatta delira. 
Quando t' oftese di Lamagna l' ira 
E il doppio iucarco delle somme chiavi. 

ila quale ignoto al costume degli avi 
Folle desire a parteggiar ti tira? 
Per un pie che volubile si gira 
Pugnan fra loro i cittadini ignavi I 

Oh nobil gara! E delle membra sparte 
Di tue città brami l' imperio a Roma 
OompoiTe e ristorare ogni tua parto y 

Ancella vile, accorciati la chioma, 
Danza, gorglieggia c(m lascivia od arte : 
Gran tempo ancor ti graverà la soma! 

Altri entusiasmi, altri deliri per la Ceirito venuta a bal- 
lare a Firenze nel febbraio del 1844. Già, appena ch'el- 



213 
la ebbe posto il piede uella città de' fiori, si formò intor- 
no ad essa la leggenda. Si diceva che fosse arrivata ac- 
compagnata e seguita, come una regina, da due o tre prin- 
cipi e da quattro o cinque marchesi, tutti, si capisce, sog- 
giogati dalla bellezza di quella figlia di Tersicore, e che 
il suo appartamento fosse addirittura quello d' una fata o 
<l' una principessa orientale. Arazzi preziosi alle pareti, tap- 
peti regalati dal Sultano di Costantinopoli e dallo Scià di 
Persia, sui pavimenti ; brillanti, zafiìri, turchesi, rubini, sme- 
raldi, da abbacinare la vista dappertutto. In realtà — co- 
ni d riferiva l' Ispettore di Polizia — era arrivata modesta- 
mente in vettura in compagnia del padre e d'una gover- 
iiute. Il suo appartamento era elegante, ma non principe- 
co, e per colazione, pranzo e cena spendeva un luigi di veu- 
totto lire al giorno. Poi la diva s' ammalò ; e tutto un mondo 
di galanti e giovani zerbini s' aftollò alla porta dell' albergo 
chiedendo notizie della sUfide. Essa metteva un dente, quello 
del giudizio ; e il popolo disse finalmente che la Cerrito doveva 
venire a Firenze per diventare una donna di giudizio. Un 
poeta, quelle dimostrazioni di gente frolla, mise in bur- 
letta in una certa poesia, dove vede, nell' avvenire, i citta- 
Uni di Firenze innalzare alla Cerrito un mausoleo in Santa 
Croce : 

Su tosto innalzisi 

Ricco trofeo ; 

E là fra i tumoli 

Del Galileo, 

Dell' Alighieri, 

Del grande Altieri, 

Sia questo ancor. 

E quei magnanimi 
Non freiuerauuo. 
Ma il nostro secolo 
Benediranno, 
Che riconosce 
Fin nelle co scie 
1/ abilità. 



Delle tragedie dell' Alfieri a due era assolutamente proi- 



214 

bito di far capoliuo dalle scene toscane, Don Garzia e La 
Congiura dei Pazzia probabilmente in omaggio della fami- 
glia dei Medici, malgrado che i laudatori di casa Lorena, 
per fare spiccare vieppiù i meriti di questa, fossero usi bi- 
strattare i discendenti di Cosimo I granduca, e facessero un 
(luadro tristissimo delle condizioni della Toscana ai tempi de- 
gli ultimi principi di quella casa. La proibizione si estese 
anche ai teatri privati, e avendo appreso il Bologna, nel 
1846, come in casa dell'avvocato Giuseppe Panattoni si vo- 
lesse recitare il primo di codesti due lavori dell' Astigiano, 
chiamò a sé il Panattoni e con un lungo giro di parole gli 
fece comprendere come quella rappresentazione sarebbe riu- 
scita sgradita al Governo. Il Panattoni, che ci aveva sulla 
coscienza una certa recita del Nabucco, del Niccolini, tatta 
precisamente in casa sua e con grave scandalo della Poli- 
zia alla presenza del Salvagnoli, di Celso Marzucchi, di Fi- 
lippo de Boni e d' altre teste sventate, capì a volo ; e il 
Don Garzia non fu rappresentato. 

Ma non sempre la Polizia arrivava ad impedire le rap- 
presentazioni di lavori da essa, stimati perniciosi. I censori, 
qua e là, non ubbidivano sempre alle istruzioni diramate dal 
ministero dell' interno ; e più d' una volta il Bologna ebbe ;i 
lamentarsi della soverchia condiscendenza di taluni di essi. Co- 
sì, nel 1835, a Siena, fu recitato un Pandolfo Collenuccio, che 
i prudenti stimarono pieno di massime sovversive e il Presi- 
dente del Buon Governo in un rapporto al Granduca scriveva, 
che egli non sapeva capire come la censura avesse potuto per- 
metterne la rappresentazione. Nello stesso anno, a Livorno, 
la recita d' un Ruggero degli Ubaldini, della poetessa Palli, 
suscitò uguali scrupoli nei sanfedisti ; e il Bologna, facendo- 
sene r eco, chiese che gli fosse rimesso il manoscritto ; ma, 
per quanto egli tempestasse, il copione non venne mai nelle 
sue mani. E si, che scrivendo al Granduca egli diceva che 
era stato assicurato come quella tragedia fosse un' opera 
cattiva e pericolosa ! D' allora in poi si prescrisse che i la- 
vori destinati alla rappresentazione portassero il visto del 
'liltitrtiin^Mito dt'lÌM Polipi;». 



215 



CAPITOLO XXYI. 
I Libri. 

r.Ji dava spietatamente la caccia ai libri ritenuti peri- 
colosi e che dal di fuori s' introducevano in Toscana. Ma la 
caccia quasi sempre dava frutti meschini, imperocché le mi- 
sure della Polizia erano facilmente eluse. S' introducevano i 
libri nascondendoli nei falsi fondi di barili o di botti. Altri 
s' introducevano con frontespizi adulterini. Spesso un fronte- 
spizio della Gerusalemme Liberata, del Tasso, serviva a far 
penetrare di contrabbando la Storia cV Italia, del Botta, o 
le poesie del Berchet, e quello di un' opera del Segneri, V As- 
sedio di Firenze^ del Guerrazzi. Armatori, spedizionieri, com- 
mercianti, facchini di dogana s' industriavano ad introdurre 
libri proibiti. Qualche volta lo stesso introduttore ingannava 
la vigilanza della Polizia, distraendo l'attenzione degli agenti 
con false indicazioni. Si correva a sequestrare una balla 
lii libri in un tal punto della frontiera, mentre i libri entra- 
vano da un' altra parte, ila come sempre accadeva in To- 
scana, la vigilanza non era esercitata che a sbalzi. Per un 
mese di rigore, ne passavano cinque o sei di sicura tolle- 
ranza, e i librai ne approfittavano per riempire i loro ma- 
gazzini di merce vietata e sospetta, che, come qualsiasi' 
frutto proibito, si vendeva ad un prezzo esageratamente su- 
periore al reale. (1) 

Per non eccedere le giuste proporzioni di un capitolo, 
noi non faremo menzione che di pochi di codesti libri rite- 



(Ij. La polizia aveva (ielle spie fra i librai e lu uua di codeste 
spie che nel 1839 denunziò, come introduttore di libri proibiti, il 
Le Monnier, che allora era direttore della tipografìa Borghi. 



21b 

liuti altamente pericolosi dalla Polizia ed iiitiodutti e dittu^i 
alla barba di quest' ultima, in Toscana. 

Diamo il primo posto ad una pubblicazione fatta dal 
Tommaseo a Parigi, nel 1835, col titolo : Ojmscoli Incrìifi 
di fra Girolamo Savonarola^ e col sotto titolo : Italia. 

La pubblicazione era passata inosservata al Governo 

Toscano, quando monsignor Mi i, arcivescovo di Firenze, 

che in altro luogo abbiamo visto esercitare il nobilissimo uf- 
ficio di spia, richiamò 1' attenzione della Polizia su quelli 
opuscoli, come risulta dal seguente rapporto in data del 11» 
dicembre 1835 del Fabbrini, Segretario generale del Buon 
Groverno, al cav. Bologna : „ Monsignor Arcivescovo, cui 
sono stato ad ossequiare, mi ha tenuto proposito in istret- 
tissima confidenza per rassegnarne la notizia al mio supe- 
riore, che è a sua conoscenza circolare a Firenze e vender- 
si 1' acrimoniosa e d' altri gravissimi vizi in ispecie, in fatto 
di politica, infetta opera di Tommaseo, che fa uno strazio 

orrendo dei Groverni d' Italia e d' oltremonti Rileva il 

prelato che egli ha potuto avere detta opera da un cherico 
istruito, ma di buona e provata moralità, che la confidò al 
presule „ 

Veramente a don Neri Corsini quella pubblicazione non 
era sfuggita, e con biglietto del 12 ottobre 1835 aveva 
scritto al Bologna : „ Sarebbe bene che si prendesse una 
misura ; ma ove circolasse in poche copie, una proibizione 
farebbe più male che bene, invogliando molti a procurarse- 
la. „ Ma la denunzia dell'Arcivescovo fece cambiare pro- 
posito al Corsini, forse perchè il libro circolava troppo a- 
pertamente ed anche perchè, interpellato sul da farsi lo 
stesso Fossombroni, questi, il 12 gennaio 1886, rispondeva 
che „ la riteneva come un' opera che sorpassava di gran lun- 
ga in malignità le tante altre produzioni rivoluzionarie di 
simile specie. „ Come era da prevedersi, in seguito a un 
simile responso, 1' opera tu proibita e sequestrata nei pochi 
t'semplari che si potè trovare presso i librai. 

Verso quel tempo un' altra opera del Tommaseo destò 
r attenzione del Governo Toscano. Erano comparse a Parigi 
le Confessioni n <><ìi dolio scrittoro l>:ilni;itn, e l;t Polizia. 



217 

che dopo r avventura capitatale a proposito della Antologia 
non si fidava più dei propri occhi, diede a leggere il libro 
ad un censore, più poliziotto che letterato, il quale emise il 
suo parere in una relazione da cui stralciamo i seguenti 
passi : 

„ Passo al brano ; Cominciato in una Chiesa e finito al 
Teatro Italiano. Tutti li scritti anteriori e posteriori a que- 
sto sono allegorici, ma in questo particolarmente si scorge 
più qua e più là la scintilla della prima educazione di Tom- 
maseo a lui data da un suo zio frate conventuale di S. Fran- 
cesco, che credo tuttora vivente, il quale tendeva a formarsi 
nel talentoso nipote un dotto proselite.... Il giovine Tomma- 
seo ne incominciò il tirocinio, ma quel fuoco di libertà che 
lo avvampava fino dai primi anni, lo strappò ai voti dell'in- 
namorato suo zio frate, anche esso coltissimo. Nel seguito di 
questo scritto si rinviene uno svolazzìo di concetti che sono 
sparsi tutti di quei semi che lo alimentano nei liberi suoi 
pensamenti ; fatto sta che sino a che egli scrive in una chie- 
sa, come ci fa sapere, le cose vanno bene ; quando poi ter- 
mina si vede che il Tommaseo è al teatro. Tommaseo è una 
testa esaltata, mesce il profano al sacro.... L' Arcadia Ro- 
mana, anche sola, poetica diatriba, basta a far concepii"^ 
r idea d' un nemico della Corte Romana. Da questo scritto 
si può immaginare quello che può essere il resto del libro e 
r empio fine d' una testa modernamente persuasa dello spi- 
rito di rivolta. La scena è nel Serbatoio : ■. — meno male non 
fu detto nella stalla ; però sono sinonimi : Prelati, Arcadi, 
gregge, che non parlano.... Tommaseo incomincia la satii'ica 
azione con un coro d' Arcadi e procura d' imitare il par- 
lare arcadico. Quindi parla il rispettabilissimo cardinale 
Bernetti, uomo a me notissimo, di tutta probità e lo calun- 
nia di libertinaggio : Cantiam le vaghe donne ! Se quel vir- 
tuoso Cardinale giungerà a leggere questa contumelia, mi 
sembra di vederlo abbassare la testa offrendo a Dio 1' in- 
sulto e perdonando e chiedendo per esso calunniatore mise- 
ricordia a Dio. Mette poi il maligno Tommaseo in ridicolo 
r eminentissimo Macchi, perchè ha sempre mostrato il più 
vivo zelo per la religione e per i troni cattolici. Parla il coro 



218 

e con grazia pastorale arcadica, satirizza quei buoni sudditi 
che non si stancano d' obbedire ai loro monarchi. Nei freddi 
inverni e nelle calde estati. — Conoscendo quel Tommaseo 
nelle allegoriche sue maniere d' esprimersi, io interpreto clie 
con quel verso egli ha voluto dire essere la cecità dei po- 
poli nella loro venerazione verso i Ke da rispettarli nell' i- 
nopia (inverno) come nell' abbondanza (estate). Torna ad in- 
giuriare il cardinale Bernetti e il cardinale Marco y Catalan 
e fa dire al pro-custode dell'Arcadia e lo deride mettendo- 
gli in bocca : Bello e il monte Parnaso ! Perchè non è affat- 
to poeta, se è vero che da non molto tempo sia stato eletto 
a quel posto il cardinale Brignole. Deride il cardinale Ca- 
stracani, a cui si attribuisce la smania d' esser Papa, col 
dire : Son belli i troni. Fa sortire il cardinale Odescalchi, il 
quale non è conosciuto pel più devoto al Papa, almeno al- 
l' attuale, con un: // *gran Pastor baciam nei jriedi — lo 
che sa di tutta la possibile ironia, come non è davvero ap- 
propriato l' insulto all' ottimo Bernetti : E in bocca le Pim- 
plee sorelle, le quali sono le muse; ma qui il satirico poeta 
intende le ragazze e le meno mature. Mette in iscena il car- 
dinale Pedicini, ora arcivescovo di Genova, il quale avendo 
fatto la carriera diplomatica è molto ligio ai Monarchi. Di- 
pinge, in ultimo, il cardinale Larabruschini, eh' è genovese, 
il quale essendo Camerlengo stimola il Papa a mettere nuo- 
vi dazi, e gli dice : Mungi le cajyre tue, intendendo i sud- 
diti, e con quel : Picchia i caproni, intende i potenti, i ric- 
chi, che sono d' ordinario i più ostili al Sovrano. Finisce il 
Tommaseo la scena, dipingendo il carattere fiero e deside- 
roso di sangue del cardinale Rivarola da me conosciuto a 

Perugia e a Roma „ 

E qui il poliziotto-censore narra alcuni atti di rigore 
dell' eminentissimo Rivarola, quindi continua : „ Si vede che 
il Tomraiasèo è bene informato del carattere di questo Car- 
dinale, ponendogli in bocca le fiere parole : Ovver gli ammaz- 
za, li teschi a un ramo appendi ed indossa la cruenta pelle, 
che vale quanto il Tommaseo avesse detto : Ammazza ed 
appropriati le fortune degli ammazzati (parlando a Papa 
(rregorio) „ 



219 

^ La poesia uominata : Ad Una, ed è segnata : Firen- 
ze 1833, è diretta alla moglie del negoziante Faucci, la qua- 
le a queir epoca si separò per tal causa dal marito.... Un'al- 
tra poesia è diretta a quella tale Giuseppa Marchesi, presso 
la quale il poeta viveva qui a Firenze, nel 1833 „ 

Al Bologna, il parere dell' anonimo censore-poliziotto 
parve clie peccasse d' esagerazione e forse di risentimento 
i personale 5 e fece esaminare il libro da un censore-letterato, 
anche questo anonimo, il quale espresse il suo giudizio nel 
modo seguente : „ Queste poesie non può dirsi che abbiano 
somma facilità di verso ; pur tuttavia 1' A. maneggia la lin- 
gua con maestria e padronanza assoluta. Non par che vi si 
riscontri massima, cosa, sentimento contro la religione ; 
pare anzi che l' A. professi massime del tutto cristiane. Pur 
qualche cosa vi si legge di non perfettamente morale, par- 
landosi di baci ecc. ecc. Non vi ha dubbio poi che 1' A. sia 
d' opinioni liberali ; non ne fa però pompa, le professa, ma 
lo esterna quando se ne presenta 1' occasione.... L' autore 
degli Schiarimenti (cioè, il rapporto del censore-poliziotto), 
ritiene che tutte le poesie sieno allegoriche ; ma io avendo- 
le volute studiare non lo ritenni, perchè per quanto v' ab- 
bia meditato non mi è riuscito d' afferrare il senso occulto. 
Solo è probabile che nell' Arcadia V A. si rida della Corte 
di Roma. „ 

Il libro, per quanto il secondo censore non gli fosse a- 
pertamente ostile, fu proibito. 



LTn libro che turbò i sonni alla Polizia del tempo, fu 
V Assedio di Firenze, del Guerrazzi, e la cui prima edizione 
— senza nome d'autore — apparve nel 1836. Il famoso 
romanzo, che il Guen-azzi diceva d' aver scritto perchè non 
poteva combattere una battaglia, fu stampato a Marsiglia 
e di là introdotto in Toscana per la via di Livorno. Il Bo- 
logna, il dì 24 settembre 1836, scriveva al Granduca: 



220 

y, Relativaineute all'introduzione nel Granducato per la parte 
di Livorno ed alla abbondanza della diffusione della pessi- 
ma opera : L' Assedio di Firenze, il sottoscritto crede con- 
veniente di scrivere al (rovernatore di Livorno, perchè fos- 
se data a lui la primordiale istruzione per la dii*ezione da 
darsi colà ^all' affare, riservandosi a completarla allorché la 
regia Censura abbia rimesso il suo voto sull'opera; e- nel 
cimtempo s'è scritto alle autorità provinciali e di sede di 
negozi librari perchè facciano procedere al deposito degli 
esemplari di tale libro. A Firenze ne sono stati raccolti una 
cinquantina, ma risulta che già n' era stato fatto uno smer- 
cio copioso in dettaglio a molti particolari. Essendo certo, 
salvo il più preciso giudizio della regia censura, che l'ope- 
ra è eminentemente sovversiva, il sottoscritto ha già ordi- 
nato che sia formalmente proceduto in via economica con- 
tro gl'introduttori dall' estero in Toscana, e credo che possa 
convenire di fare altrettanto verso i venditori all' interno, 
operazioni ugualmente proposte dalla legge 28 marzo 
1743. „ 

H 1 ottobre dello stesso anno scriveva al Granduca : 
j, Il padre M. Bernardini, regio censore, ha già rimesso il 
suo voto sopra i due primi tomi dell' Opera : U Assedio di 
Firenze. Il giudizio del censore giustifica che non sia stato 
erroneo 11 giudizio pubblico sull' indole di questa pessima 
pubblicazione. „ 

E il 4 dello stesso ottobre : „ Avendo il regio censore 
rimesso l' intiero suo voto suU' opera : L^ Assedio di Firenze 
qualificandola pessima e pericolosissima nel doppio rapporto 
religioso e politico, verrà inviato al Governatore di Livor- 
n ) perchè sia unito agli atti contro gì' introduttori e ven- 
ditori dell' opera. „ 

Benché il nome dell' autore del romanzo non fosse un 
mistero per alcuno, anzi corresse per le bocche di tutti, 
pure alla Polizia mancavano le prove che il libro incrimi- 
nato fosse opera del Guerrazzi. Come si vede, i poliziotti 
toscani erano coscienziosi, ed è divertente ed interessante a 
un tempo il tener dietro, negli atti del Buon Governo, agli 
sforzi e agli studi fatti e tentati da quella brava gente per . 



venirne a capo. Un commissario si ricordò di aver letto in 
una prefazione premessa da Giuseppe Mazzini alVElogio di 
Cosimo Del Fante, del Cfnerrazzi, stampato a Marsiglia, come 
l'agitatore genovese, visitando lo scrittore livornese a Monte- 
pulciano, l'avesse trovato intento a scrivere un romanzo intor- 
no alla caduta della repubblica fiorentina ; un altro» commissa- 
rio trovò una singolare coincidenza fra alcune frasi deWElo- 
gio predetto colla prefazione posta innanzi a.U.'' Assedio. Gl'indi- 
zi, insomma, s'accumulavano per far ritenere che il Guerraz- 
zi fosse l'autore del libro : ma la Polizia sempre scrupolosa, 
voleva avere in mano qualche cosa di pili ; per esempio, il 
manoscritto o parte di esso, anche perchè i soliti confidenti 
ne avevano promesso la scoperta e il sequestro. Perquisi- 
zioni furono fatte qua e là; ma la Polizia non potè mai a- 
vere il prezioso e tanto desiderato autografo. Però, smessa 
r idea di restringere il procedimento ai soli introduttori e 
spacciatori del libro, come peraltro voleva la legge del 1743, 
il Bologna ebbe l' infelice pensiero di estenderlo anche con- 
tro r autore, il Guerrazzi, benché nessuna prova contro co- 
stui fosse stata raccolta. Laonde all'auditore di Govenio di 
Livorno furono impartiti ordini in tale senso, e fu imba- 
stito un immane processo, in cui figuravano come imputati, 
insieme al Guerrazzi, quasi tutti i librai della Toscana. Poi 
quella furia inquisitoriale, parve a un tratto sfumare, quan- 
do nuovi ordini s' impartirono perchè la processura fos- 
se rapidamente condotta a fine! E di questa ripresa d' osti- 
lità poliziesche contro il Guerrazzi e il suo libro, diventato 
omiai famoso, la causa deve ricercarsi nello zelo soverchio 
d'un poliziotto che allora reggeva il commissariato interno 
di Livorno, Filippo Zanetti, degno di vivere sotto il duca di 
Modena. Costui, divorato da un odio implacabile contro tutto 
ciò eh' era o credeva liberale, non vedeva che congiure, com- 
plotti e insidie dipingendo il Guerrazzi come capo e centro 
delle macchinazioni rivoluzionarie in Livorno. L' 11 mag- 
gio 1837 scriveva al Bologna : „ Ebbi notizia che il dottor 
F. D. Guerrazzi vada scrivendo un' opera peggiore dell'^5- 
sedio di Firenze nei rapporti politici e religiosi intitolata : 
/ Vespri Siciliani. Si vuole che nei giorni festivi il Guei-- 



222 

razzi detti ad uu amanuense il nuovo prodotto dell' esaltata 
sua testa, riunendosi ad un terzo piano di uno stabile in 
faccia alla Pensione Svizzera^ donde sarebbero stati osservati 
operare quanto sopra, non senza molta circospezione. Vero 
che sia il dedotto, sarà tentata una sorpresa e si studierà 
ogni mezz^ per non renderla frustranea. „ E il 1 giugno 
tornava a scrivere sul celebre romanziere : ,, Questo Guer- 
razzi è lo scandalo di Livorno in genere di liberalismo e- 
saltato, e meriterebbe ad esempio di tutti d'essere espulso e 
cacciato, seppure fosse possibile, da godere il quieto vivere 
della Toscana. „ 

Alle premure fatte da Firenze, 1' auditore del Governo 
rispondeva il 4 luglio : „ Oso lusingarmi... che non si attri- 
buirà, a mia trascuratezza il ritardo frapposto alla spedi- 
zione del noto processo contro gì' introduttori e spacciatori, 
nonché contro V autore del romanzo L'' Assedio di Firenze. 
Mentre fin qui si è tenuto tale affare quasi in oblio, si pre- 
tenderebbe adesso condurlo a termine con una sollecitudine 
impossibile.... Vorrà la S. V. Illma riflettere che trattasi 
d' una procedura che implica circa 30 imputati, che ha un 
sommario che supera le 500 pagine, con informativi di 16 
quaderni „ . 

Sicuro, nemmeno per una grossa congiura o per una som- 
mossa preceduta ed accompagnata da un'ecatombe di poliziot- 
ti, si sarebbe scribacchiata tanta cart^ e sciupato tanto inchio- 
stro ! 

Il processo fu compiuto e il Guerrazzi per la terza o 
quarta volta fu posto in carcere. 



223 



CAPITOLO XXVII. 
I giornali. 



l 



.1 quaHo potere non era allora che un' aspirazione, e 
un' aspirazione assai indeterminata, dei liberali. Pel gover- 
no esso era un' incognita. Ciò clie allora si cliiamava stam- 
pa politica si ri duceva alle magre notizie che dava ai suoi 
scarsi lettori la Gazzetta Toscana, che, come tutti i giorna- 
li ufficiali, sapeva assumere, nelle più gravi circostanze, 
un dignitoso ed autorevole silenzio. 

L' unico giornale a cui la politica colle sue ardenti 
discussioni, non escluse le violenze, non fosse interdetta, 
era la Voce della Verità, di Modena, più che giornale, di- 
sgustoso ed osceno libello, dove i liberali, tre volte la set- 
timana, erano vituperati e calunniati con linguaggio da bor- 
deUo. 

Ma, se in Toscana la stampa politica era muta, vi ri- 
ceveva un' ospitalità, benché spesso limitata da proibizioni, 
quella estera, specie la francese. La Polizia, la quale leg- 
geva attentamente gli articoli che si pubblicavano sui gior- 
nali stranieri e se ne procurava la traduzione quando essi 
si riferivano alle cose d' Italia in generale, o a quelle di 
Toscana in particolare, per quella parsimonia che nei fio- 
rentini discendenti da mercanti è diremmo quasi naturale, 
non riceveva direttamente i giornali, nemmeno i due o tre 
più autorevoli che si stampavano in quel tempo a Parigi; 
e per conoscere quanto questi scrivevano sugli affari del 
Granducato o degli altri Stati italiani, ricorreva ad espe- 
dienti sin' anco ridicoli. Ora si dava uno o due paoli al ca- 
meriere d' un Crabinetto di lettura o di Caffè, perchè per 
una due ore prestasse all' Ispettore di Polizia o a un 
confidente i Debats o il Temps ; ora era un impiegato della 



224 

cancelleria d' una legazione o d' un consolato estero che 
forniva il giornale, quando gi;l il signor ministro o il si- 
gnor console ne aveva fatto la lettura. Né pare che 
tutti i caporioni della Polizia sapessero il francese ; impe- 
rocché fra gli atti àelV Archivio Segreto si trovano ad ogni 
pie sospinto traduzioni di articoli comparsi sui fogli di Pa- 
rigi. E si traduceva e si meditava dai superiori, non solo 
roba politica o attinente in certo modo alla politica, ma 
anche impressioni di viaggio scritte da letterati come Ales- 
sandro Dumas o Giulio Janin. Una lettera da Firenze, di 
quest' ultimo, pubblicata nei Déhats del 1838, è postillata 
di pugno del Bologna nel modo seguente : „ È un pasticcio 
di cose insulse, gotfe e sconclusionate. „ Naturalmente, la 
proibizione di circolare in Toscana era per codesti giornali 
una spada di Damocle pendente sul loro capo. Bastava che 
avessero pubblicato un articolo un po' pepato sulle cose 
italiane, perchè s' impedisse loro di circolare nello Stato. 
Ma qualche volta il Granduca era meno codino dei suoi mi- 
nistri e della sua Polizia. Leopoldo II, purché 1' Austria, e 
per questa il principe di Metternich, non lo sgridasse di 
troppo, amava di mostrarsi uomo di vedute piuttosto larghe. 
Non gli piaceva che gli si appioppasse la taccia d' intolle- 
rante, come si faceva agli altri principi d' Italia. TI Tenips, 
del 24 mggio 1834, pubblicò un'articolo in cui 1' amministra- 
zione del nipote dell' immortale Pietro Leopoldo era parec- 
chio bistrattata. Vi si leggeva : „ Le rendite della Tosca- 
na ascendono a 20 milioni di lire, tre dei quali sono assor- 
biti dalla Corte ; cioè, un milione e trecento mila Toscani 
danno a Leopoldo II, ciò che otto milioni di francesi danno 
a Luigi Filippo, di guisa che se Leopoldo di Lorena fosse 
ly di Francia si buscherebbe ogni anno sessanta milioni. „ 
Al Bologna 1' articolo parve irriverente ed interrogò il Cor- 
sini se tosse il caso di vietare l' introduzione del Temps 
nel granducato, come giA, era stato praticato per la Tribune 
(• il National; ma don Neri, con biglietto del 15 maggio, 
rispose : che avendo sottoposto il negozio al Real Padrone, 
S. A. T. e R. aveva osservato come non fosse opportuno il 
prendere una misura odiosa contro il giornale parigino. Iti- 



225 

somma, il priucipe riteneva che tre proibizioni, l'una dietro 
r altra, fossero di troppo. E il Temps continnò ad esser 
letto a Firenze. 



La stampa periodica letteraria, per circa tredici anni, 
compendiossi nélV AnfologiUj il migliore fra quanti giornali 
di scienze, lettere ed arti si pubblicassero in Italia, nella 
prima metà del presente secolo. Ma dell' Antologia e della 
sua soppressione parleremo distesamente in quest' altro ca- 
pitolo. Degli altri giornali acquistò fama la Guida dell' E- 
ducatore diretta dall' abate Raffaello Lambruscliini, uomo di 
costumi intemerati, apostolo dell' educazione e della istru- 
zione popolare in Toscana, ma che la Polizia guardava con 
occhio sospettoso per i principi liberali da lui professati. 
Sottoposto il primo numero della Guida all' esame del padre 
Mauro Bernardini, questi così ne scriveva il 10 febbraio 1836 
al Ministro dell' interno : „ Il solo annunzio che ha precor- 
so questa pubblicazione ha risvegliato i sospetti di idee po- 
co rette ed il giornale la Voce della Verità ha dato valore 
a questi sospetti ed ha fatto tristi presagi... Comunque sia, 
in questo fascicolo io non troverei alcuna eccezione, avver- 
tendo però che a forza di storcere alcune frasi potrebbe in- 
contrare qualche disapprovazione, non sui principi religiosi 
e morali, ma sul metodo. „ — D' un altro giornale educa- 
tivo, che qualche anno prima aveva incominciato a veder 
la luce a Firenze, l'Ispettore di Polizia riferiva il 4 feb- 
braio 1834 alla Presidenza del Buon Governo: „ Sono au- 
tori del nuovo Giornale dei Fanciulli^ i noti dottori Giu- 
seppe Be3'er e Pietro Tiiouar, i quali sono animati dal col- 
pevole disegno di versare nei teneri cuori dei fanciulli il 
veleno nascosto della irreligiosità, della immoralità, del fa- 
natismo e r alienazione dall' amore e subordinazione al le- 
gittimo governo. „ — Accuse più sciocche che stolte ; che, 
il giornale passava per le mani della censura, e 1' immora- 



226 

lità con tutto il resto non era che una fantasmagoria del 
cervello ammalato d'un birro. 



Ma fra il 1831 e il 1846, profondamente impensieriva i 
governanti, non la espressione più o meno equivoca d' un 
articolo già passato sotto le forbici della censura e della Po- 
lizia, ma, all' incontro, la stampa clandestina, specie la 
mazziniana, che per la via di Livorno, filtrava, malgrado i 
divieti, le perquisizioni e qualche volta il carcere e le mul- 
te, nel resto del Granducato. 

U Apostolato Popolare, sopratutto, che il Mazzini pub- 
blicava a Londra, forni per lungo tempo alla Polizia moti- 
vi di ricerche, di arresti e di processure. Il giornale maz- 
ziniano correva dall' un capo all' altro della Toscana senza 
che mai la Polizia, per quanto s' affaccendasse e si sbrac- 
ciasse, potesse arrivare a mettere le zanne sugli introdut- 
tori. Era allora quel giornale la lettura favorita dei libe- 
rali, compresi quelli che in seguito alla comparsa dei libri 
del Gioberti, del Balbo e del d'Azeglio, mutarono convin- 
zioni, e deposte le idee di unità e di repubblica, si conver- 
tirono al sistema delle riforme a spizzico. Già alla Polizia, 
nel 1838, non era ignoto come il Mazzini tenesse un car- 
teggio assiduo con Pietro Bastogi, F. D. Guerrazzi e Carlo 
Bini a Livorno, col Ruschi e 1' avv. Rondoni a Pisa, con 
Giuseppe Mazzoni a Prato, con Vincenzo Manteri e G. P. 
Vieusseux a Firenze ; ma sapeva pure come siffatto carteg- 
gio, benché politico, non fosse d' organizzazione insurrezio- 
nale ; e non dandosene per intesa, pur sorvegliava i corri- 
spondenti del grande agitatore, se non altro perchè dall' in- 
nocuo caìnpo della contemplazione non passassero a quello 
temuto dei fatti. Ma i diffonditori del giornale, ove con cal- 
da, eloquente e tribunizia parola il Mazzini cercava di scuo- 
tere gì' italiani sostenendo imperterrito il programma che fu 
quello di tutta la sua vita, cioè, quello di un' Italia ima e 



227 

repubblicana, sfuggivano alla vigilanza della Polizia. Que- 
sta, se voleva leggere 1' Apostolato, bisognava che andasse 
a cercarlo presso un consolato, o presso qualche cittadino 
straniero. Era, peraltro, un giornale di combattimento e i 
cui scritti appartenevano alle migliori penne che allora 
vantasse U partito liberale. La parte politica era quasi e- 
sclusivamente trattata dallo stesso Mazzini : qualche artico- 
lo di letteratura vi pubblicava il Guerrazzi, e le poesie del 
Berchet, a cui le polizie d' Italia davano un' assidua caccia, 
vi comparvero quasi tutte, come per la prima volta stam- 
pate vi comparvero alcune delle satire di Giuseppe Giusti 

— s' intende, senza nome d' autore — precauzione peraltro, 
pertettamente oziosa, che, a Firenze, la Polizia non igno- 
rava di chi fossero le poesie che s' intitolavano : Ulncoro- 
nazione, Lo Stivale, le Mummie d' Italia, Girella. Aggiun- 
giamo subito — come più diffusamente diremo in seguito 

— che il Giusti era estraneo a quella pubblicazione. Que- 
ste poesie, benché mai stampate, erano cadute nel dominio 
pubblico, e il Mazzini che ne comprendeva la forza demoli- 
trice, accordò loro la pubblicità nella sua effemeride, strap- 
pandole cosi da quel ristretto numero di lettori liberali to- 
scani, di cui sino allora avevano formato la delizia, per 
gettarle nel mare magno delle passioni rivoluzionarie che al- 
lora agitavano l' intiera penisola. Però quella pubblicazione 
di strofe settarie in un giornale più settario ancora non la- 
sciò senza sospetti il Governo sulla complicità del poeta in 
quella stampa; e difatti con biglietto del 9 maggio 1843, 
il Ministro degli affari esteri faceva conoscere alla Presiden- 
za del Buon Governo come il dottor Giuseppe Giusti avesse 
ricevuto varie copie del N. 10 à%\V Apostolato Popolare per 
mezzo di Michele Palli, di Livorno, ed aggiungeva. „ Non 
se ne conosce 1' epoca, ma pare da non molto tempo. „ Ma 
il Bologna che conosceva quanto timido fosse il poeta pe- 
sciatino malgrado che rivoluzionariamente sentisse, s'affret- 
tò a rassicurare il ministro, anche perchè nel numero indi- 
cato — portava la data del 3 febbraio 1843 — non era 
stata pubblicata nessuna poesia del Giusti. 

L' Apostolato Popolare non si pubblicava che ad inter- 



228 

valli più meno lunghi. Il primo numero vide la luce il 1 
gennaio 1842, ed aveva una — Preghiera dei fanciulli i- 
taliani, di F. D. Guerrazzi; il primo capitolo dei Doveri 
dell'Uomo, del Mazzini, il quale vi stampò pure una breve re- 
censione del romanzo di Massimo d'Azeglio : Niccolò de'Lapi 
e faceva rilevare 1' alto significato patriottico del libro, ag- 
giungendo „ che non bisognava meravigliarsi se a Milano 
avessero stampato quel romanzo, perchè anche fra i censori 
vi sono italiani. „ Lo stesso numero conteneva V iscrizione 
dettata da Alessandro Manzoni per la contessa Teresa Gon- 
falonieri. Nel numero sesto (13 agosto 1842), si stampava 
la poesia del Giusti ora conosciuta col titolo : Britidisi di 
Girèlla, ma che allora s' intitolava: Ai liberali del 1831, 
oggi Avvocati del Fisco. Nel numero successivo (23 settem- 
bre 1842), vedeva la luce 1' altra poesia del Giusti : Per 
^Incoronazione. Nel numero ottavo (2 novembre 1842), si 
stampava 1' altra poesia : La Cronaca dello Stivale. Nel nu- 
mero nono una prosa del Guerrazzi intitolata : Roma antica 
con una nota del Mazzini, ove si diceva che si pubblicava 
quello scritto, benché la redazione del giornale non dividesse 
le idee troppo sconfortanti dello scrittore livornese. 

Intanto la diffusione sempre crescente del giornale re- 
pubblicano dava da pensare al Governo. Don Neri Corsini, 
l'il gennaio 1843, scriveva al Presidente del Buon Go- 
verno : 

„ Sotto la data del 25 novembre dell' anno ora decor- 
so è stato pubblicato a Londra il n. 8 àeìV Apostolato Po- 
polare. 

y, Nel detto numero fra le altre cose si legge il compo- 
nimento poetico : La Cronaca dello Stivale attribuita ad 
autore toscano e" da lungo tempo giil conosciuto in Toscana. 
Il detto numero circola in Italia, malgrado la speciale vigi- 
lanza che si esercita generalmente per impedire 1' introdu- 
zione nella penisola di quella stampa incendiaria, più spe- 
cialmente destinata ad agire sullo spirito degli italiani. La 
scoperta fatta di recente in Lombardia di un ritrovato as- 
sai artificioso posto in uso per far passare in contral)bando 
gli stampati in questione, è stato qui ufficialmente r»><i no- 



229 

to.... Tutti gli esemplari destinati per una medesima loca- 
lità sarebbero legati in un solo volume, il cui frontespizio 
porterebbe il titolo di un'opera di letteratura, approvata già 
dal censore. 

^ Questa indicazione varrà a porre V. S. Ill.ma in grado 
di prevenire con opportunità 1' accennato fraudolento modo 
d' introduzione di stampe rivoluzionarie, qualora il medesi- 
mo venisse realmente praticato in questi domini. „ 

Benché la Polizia austriaca avesse benevolmente inse- 
gnato a queUa toscana 1' arte di mandare a monte i tra- 
nelli dei diffonditori àe]l''A2}ostolato, il giornale del Mazzini 
continuò a circolare nei domini granducali, alla barba delle 
due polizie. 



230 



CAPITOLO xxvm. 



L' Antologia. 



L 



Antologia dal gennaio del 1820, in cui comparve la 
sua prima puntata, sino al gennaio del 1833, in cui vide la 
luce, con ritardo, il suo doppio fascicolo del novembre e di- 
cembre 1832, fu in Italia il portavoce, possiamo dire esclu- 
sivo e confessato di quella parte della Società italiana, che 
non potendo domandare apertamente le riforme civili e po- 
litiche, purnondimeno stimava di fare il bene del paese pre- 
parando gli animi degli italiani, mercè le lettere e le scien- 
ze ad utilità pratica e civile rivolte, a quegli avvenimenti 
cui la forza delle cose in un avvenire più o meno prossimo 
doveva infallantamente maturare. Laonde le lettere e la 
scienza, più che line erano un mezzo per V Antologia, la qua- 
le, peraltro, a causa della censura, non rifletteva che as- 
sai debolmente lo spirito innovatore e liberale che regnava 
nel famoso Gabinetto Letterario di G. P. Vieusseux, do- 
ve in gran parte il giornale si compilava, e che tutti i 
rapporti della Polizia del tempo, segnalano come un focola- 
re d'idee rivoluzionarie. ÌJ Antologia, quindi, se in apparenza 
era un'effemeride di letteratura e di scienze, in fondo era un 
giornale di preparazione che aspettava giorni migliori per 
trasformarsi in ffiornale di combattimento, senza che per 
questo, di tanto in tanto, grazie alla tolleranza della cen- 
sura, non uscisse in avvisaglie <> non facesse delle punte 
nel campo proibito della politica ; — avvisaglie e punte le 
quali benché in apparenza conservassero il loro carattere 
letterario, pure mettevano in orgasmo i fautori dell' ortline, 
ai quali non occorreva molto acume d' intelletto per inten- 
dere la portata di certi articoli, sopratutto in un tempo in 
cui la distinzione di classici e di romantici serviva a ma- 



231 

scherare codini e liberali e l' istituzione di una scuola ele- 
mentare d'un asilo d' infanzia, l' inaugurazione d'una cas- 
sa di risparmio o d' una Società agraria, si considerava da- 
gli uni come un' innovazione pericolosa e dagli altri come 
lui passo fatto sulla via del progi-esso. Epperò 1' Antologia 
eia romantica in arte, come romantico era stato il Concilia- 
tore, che per un momento parve, nonostante le forbici della 
I. e E. Censura austriaca, una protesta contro la signoria 
straniera, mentre a ililano la Biblioteca Italiana fondata ed 
ispirata dal G-overno di Vienna era classica. 

Ma verso il 1830, spirando con maggior violenza lo 
spirito rivoluzionario in Eui'opa, le tendenze liberali, o, co- 
me allora si diceva nei fogli e nei circoli retrivi, le ten- 
denze sovversive dell' Antologia si accentuarono sempre di 
più. Alla vigUia della rivoluzione di Parigi, di Bruxelles e 
di Varsavia, la politica, per quanto fosse bandita dalla cen- 
sura dalle pagine della Eivista lìorentina, faceva di quando 
a quando delle brevi apparizioni clie mentre scuotevano dal 
suo sonno tradizionale la Polizia toscana, destavano negli 
animi speranze e desideri che 1' eco degli avvenimenti d'ol- 
tralpe ingrandiva a dismisura. Tenuto conto dei tempi e 
delle pastoie che inceppavano il libero svolgimento del pen- 
siero, VAntologia^ tra il 1830 e il 1832, poteva già dirsi 
un giornale di combattimento, in cui le tendenze politiche 
erano appena appena dissimulate. La qualcosa, come è fa- 
cile indovinare, porgeva motivo di legittiAe doglianze ai 
buoni, ai cosiddetti bene intenzionati, che nel giornale del 
loro cuore, la Voce della Verità, di Modena, non sapevano 
nascondere lo sdegno che nei loro animi foderati di sanfe- 
dismo destava la pubblicazione d'un periodico, che sotto gli 
occhi della stessa censura e in un paese eh' era un feudo 
dell'I, e R. casa di Austria, credeva alla sapienza giuridica 
di G. D. Romagnosi, inneggiava a quella economica di Pel- 
legrino Rossi, mentre non sapeva trovare una sola parola 
per celebrare la sapienza politica del principe di Mettermeli 
" il Governo illuminato di Francesco IV d'Este. 

Intanto, verso quel tempo, due nuovi compilatori ave- 
vano ringiovanito le file della redazione dell' Antologia — 



232 

il Montani e il Tommaseo. Era il Montani un ex-prete poco 
punto credente (^discretamente compromesso agli occhi dei 
bacchettoni per un certo suo romanzo od intrigo galante 
svoltosi a Milano) in relazione assai intima con Giuseppe Maz- 
zini, ma scrittore come affermava lo stesso Tommaseo, poc) 
elegante, piuttosto duretto, però ardito. All' incontro, il Tom- 
maseo aveva tutti i requisiti d'un redattore di rivista Zet- 
teraria battagliera : stile elegante, incisivo, epigrammatico; 
spirito colto e raffinato, e sotto 1' apparenza d' un filòlogo, 
d'un raccoglitore di sinonimi e di modi scelti del parlare 
toscano, un cuore di patriota, un uomo di sentimenti fran- 
camente repubblicani, ma sin d' allora cattolico. 



I rivolgimenti della Francia, del Belgio e della Polonia 
non lasciarono indifferenti gli spiriti in Italia. I moti di Bo- 
logna e dei Ducati, nonostante che fossero stati repentina- 
mente repressi, gettarono gli animi in una agitazione, che 
le sètte che allora si stendevano sulla penisola come una 
rete di ferro, facevano qua e là prorompere in dimostrazio- 
ni e in complotti che la Polizia sventava e il carnefice in- 
coronava talvolta della lugubre aureola del martirio, sopra- 
tutto a Modena,, dove il duca s'atteggiava apertamente a 
pontefice massimo della reazione, covando in sé il sogno 
di un regno forte, coi confini da un lato alle Alpi e dal- 
l' altro al Po, governato col Codice della Santa Alleanza 
ed avente per primo ministro, quasi un Metternich ridot- 
to ad uso degli italiani redenti della lue rivoluziona- 
ria ed irreligiosa, il principe di Canosa il quale, in quei 
giorni, in difetto d' una cancelleria da reggere, fungeva 
da redattore capo di un giornale, la Voce della Verità. 
dove il Governo era stato sempre d' una 
contrastava singolarmente colla ferocia che 
resto della penisola, ed accoglieva dentro 



In Toscana, 
mitezza che 
regnava nel 



una certa misura i fuorusciti per causa di libertà, V agita- 



233 

zione che teuue dietro alla rivoluzioue di luglio, non ebbe 
signiftcato autidinastico e per un momento s'ebbe 1' idea di 
proclamare Leopoldo II, re costituzionale dell' Italia Centra- 
le. Ma il complotto non trovò molti fautori, essendo osteg- 
giato da Gino Capponi nella cui persona allora s' incarnava 
la Toscana avida di riforme, ma non sediziosa, mentre i 
dissidenti, i rivoluzionari, i sognatori della restaurazione 
della repubblica di Francesco Ferruccio avevano già il loro 
tribuno e il loro scrittore nel livornese F. D. Guerrazzi. 
Ma queir agitarsi di partiti, quel tentativo di stringersi in- 
torno a capi e d' uscire dall' inazione, svegliò lo stesso Go- 
verno, che spinto dall' Austria, aveva posto da qualche tem- 
po alla testa del Buon Governo il Ciantelli, una specie di 
spaventa-liberali. Ma costui, che avrebbe fatto la sua fortu- 
na a Modena o a Napoli, nella gentile Toscana scontentò i 
ministri e lo stesso Granduca, gente frolla, abituata aUe 
mezze misure, ai cerottini, agli emollienti ; e il Ciantelli, 
dopo una breve reazione, che peraltro non fu macchiata 
uè da condanne capitali, uè da misure eccezionalmente se- 
vere, in mezzo al contento dei liberali che non capivano 
nella pelle per la vittoria riportata colla sola arma della 
pubblica opinione, fu posto a riposo, dandogli a successore 
Giovanni Bologna, un toscano sino al midollo delle ossa, 
cioè, uomo d' animo moderato, il quale ritornando per poco 
alle interrotte tradizioni, purché non si facessero proteste, 
né si asserragliassero le vie, né si gridasse troppo alto, 
tollerò che le idee liberali continuassero a manifestarsi per 
vie indirette e non pose il veto né al Giovanni da Procida, 
del Xiceolini, eh' era una sfida all' Austria, benché l' indi- 
rizzo fosse alla Francia, né al Guglielmo Teli del Rossini, 
che in mezzo alle ovazioni d' un pubblico liberale si rap- 
presentava alla Pergola. Pel Bologna l' Austria doveva ri- 
tenersi pienamente soddisfatta dal momento che non permet- 
teva al Niccolini di stampare separatamente dal resto delle sue 
tragedie, U Procida. 

Così il Bologna assecondava don Neri Corsini, il quale 
da oltre sedici anni ministro dell' interno governava con 
estratti d' oppio, con distinzioni che parrebbero ingenue se 



2'ói 

allora non fossero state ritenute per la quintessenza d' un 
abilità di Governo che nel paese aveva fatto le sue prove. 
Il Governatore di Livorno informando il ministro che in 
quella città sì voleva formare una Società di matrone aven- 
te per iscopo di provvedere all' educazione religiosa, mora- 
le e letteraria delle fanciulle, notava che le fondatrici, per 
quasi una metà, erano acattoliche, e soggiungeva : „ Potreb- 
be essere questa- la veduta di fare come suol dirsi un con- 
traltare al Vescovo e al padre Quilici, ambiziosi di stabili- 
re un ritiro per le dissolute penitenti ? Cosa che urta la 
città per più vedute particolari di cittadini. E ciò mi fa 
sospettare perchè il Vescovo non è nominato ed è affatto 
estraneo all' affare. „ Ma don Neri che voleva vivere in 
pace e col Vescovo, col padre Quilici, e • colle dame livor- 
nesi, non escluse le acattoliche, rispose che permetteva la 
costituzione della Società, a patto che questa impartisse le 
sue cure alle sole fanciulle cattoliche. Poco importavagli 
che dame calviniste, luterane o anglicane si trovassero alla 
testa del sodalizio. A lui premeva che a Livorno non si 
gridasse per un po' di lettura e d'abbaco da insegnare a 
due tre dozzine di fanciulle. Un certo Rostopulo, capoco- 
mico a spasso, supplicava il Governo che gli permettesse 
d' aprire a Livorno una Scuola di declamazione, alla quale 
avrebbero prestato il loro concorso in denaro i principali 
signori di quella città. Don Neri permise 1' apertura della 
scuola, ma a condizione che le sottoscrizioni si raccoglies- 
sero privatamente, e privatamente s' inaugurasse la scuola, 
senza programmi né avvisi, ma alla sordina, quasi che po- 
che schede di sottoscrizione portate in giro per la città 
l'annunzio della recita dell' Oreste dell' Alfieri o della 
Locandiera del Goldoni, potessero turbare il sonno al Gover- 
no del Granduca. 

Ma tempestando 1' Austria che non trovava di suo gu- 
sto quella politica di decotto di papaveri e di lattughe, 
non di carceri e d' esili con un pizzico di forca, il veccl 
Fossombroni, che allora era alla testa del Governo, ser 
farsi r emulo dei sanfedisti di Modena, che non aveva né 
nimo nò abitudini pel mestiere di birre, strinse i freni, e 



235 

Siena il Marzncchi, professore di quella Università, perchè 
di sentimenti liberali, fu destituito e privato della pensione ; 
la qualcosa provocò una fiera protesta da parte della citta- 
dinanza senese e il Marzncchi fu nominato dal Municipio Di- 
rettore della Biblioteca Comunale. Avendo preteso il Corsi- 
ni che alla censura fossero preventivamente sottoposti i la- 
vori da leggersi nell' Accademia di quella città, questa, pui- 
di non ottemperare all' ordine del ministro, si sciolse. A Pi- 
sa fu soppresso 1' Educatore del Povero fondato da studenti 
e furono chiuse le scuole di mutuo insegnamento, aperte in 
quelle campagne da privati cittadini in riputazione di libera- 
li. Al Nistri, libraio, che a somiglianza del Vieusseux aveva 
ottenuto il permesso d'aprire in quella città un Gabinetto Let- 
terario, fu revocata la licenza. Al Niccolini che pure aveva 
potuto far recitare il Procida, si proibì di far recitare e di 
stampare il Lodovico il Moro, e al prof. Tardini non si vol- 
le pennettere che mandasse alle stampe gli elogi del Besti- 
ni, del Del Eosso e dell'Uccelli già da lui letti, senza che 
casa d' Austria passasse un brutto quarto d' ora, all' Acca- 
demia dei Georgofili. Infine, quasi che la gara negli studi 
letterari potesse guastare la digestione al principe di Met- 
ternich, il Gfovei'no soppresse il premio che da parecchi anni 
dispensava 1' Accademia della Crusca. 



Era un vento di reazione che soffiava allegramente 
da Palazzo Vecchio, e dinanzi al quale 1' Antologia, pre- 
sto tardi, doveva piegare il capo. Nel Programma del 
1829 il Vieusseux aveva scritto : „ Sarà sempre nostra cu- 
ra che le voci Umanità, Filosofia, Amor di Patria, Glo- 
ria, non siero vuote. „ In quello del 1830 : ., Far cono- 
scere all' Italia i progressi, più o meno certi, più o meno 
generali di europea civiltà, far conoscere l' Italia agli stra- 
nieri e r Italia a sé stessa ; difendere le sue glorie, inco- 
raggiare i suoi sforzi... additare ai pensieri degli italiani 



236 

uno scopo non mai municipale ; ecco ec, ec. „ Ma se le ten- 
denze liberali e nazionali del giornale sfuggivano al Fos- 
sombroni e al Corsini, i quali, come abbiamo detto, a meno 
che non fossero svegliati da Vienna dormivano della grossa, 
non passavano inosservate alla vigile e sospettosa Polizia au- 
striaca che interdisse l' entrata del fascicolo del settem- 
bre 1832 nel Regno Lombardo-Veneto. La scomunica era il 
preavviso della soppressione ; e difatti la Cancelleria vien- 
nese, il 1" febbraio 1833, per mezzo del Ministro di S. M. 
L e R. alla Corte Granducale, il conte Senfft-Pilsach, de- 
nunziava al Fossombroni l' Antologia come un giornale di 
tendenze j^^^^^^lose e rivoluzionarie. Ma quali erano gli 
articoli" meglio le parole che l' Austria incriminava, men- 
tre non avevano punto offeso i nervi della censura toscana V 
Il signor Ministro austriaco non mancò di mettere sotto gli 
occhi di S. E. Fossombroni le frasi incendiarie. Nientemeno, 
in un articolo, parlandosi del Romagnosi, si diceva che „ col 
continuo rivolgere ed avvicendarsi di speranze e timori, di 
potenze italiane, conservò 1' anima intemerata e con virtuo- 
sa rassegnazione sopportò le ingiustizie e la povertà. „ In 
un secondo articolo, discorrendosi delP opere di Silvio Pel- 
lico, si diceva : „ Ma un' immensa sciagura s' addensò su 
quel capo, ed un lungo silenzio successe a quel canto, (cioè, 
alla Francesca da Rimini) che risuonando sempre in ogni a- 
nimo, risvegliava la pietà e il desiderio dell' infelice. „ In- 
fine, in un terzo articolo, rendendosi conto della Storia d^ Ita- 
lia di Cesare Balbo, si parlava dei diversi dominatori della 
penisola, aggiungendosi un „ taccio del Tedesco per la stes- 
sa sua lontananza colpevole, ora ignorante e sospettoso e 
goffo, ora vile e barbaro. „ Ma già i sospetti della Cancelle- 
ria di Vienna avevano reso più cauta la censura toscana. 
Don Mauro Bernardini, scolopio, censore quasi innocuo, di 
manica larga, incapace di scrutare uno scntto al di là del 
suo senso letterale, ora, contro il suo solito, diveniva diffi- 
dente, minuzioso, incontentabile, e il fascicolo d^QÌV Antologia 
del novembre 1832, sottoposto ad esame particolareggiato, 
dapprima dal censore, poi dal Corsini in persona, non fu li- 
cenziato a tempo per essere distribuito né in quel mese, né 



237 

nel dicembre successivo, di maniera che insieme a quello di 
quest' ultimo, fu pubblicato, con non lieve dispendio del 
Vieusseux, che ebbe a rinnovare fogli o ad apporre cartici- 
ni, nel gennaio del 1833. E fu 1' ultimo. Di tale ritardo il 
Vieusseux, che ignorava le ingiunzioni austriache, non sapeva 
darsi pace e più ancora del rigore inusitato della censura : 
cosicché 10 febbraio se ne lamentava rispettosamente in 
una sua lettera al Corsini : „ A dire il vero da alcuni anni 
a questa parte non ho avuto generalmente parlando che da 
lodarmi del contegno dell' I. e R. Censura e dell' onesta li- 
bertà che mi si lasciava ; ma ora nell' occasione di dover 
pubblicare il doppio fascicolo di novembre e dicembre 1832 
mi trovo vittima d' un rigore... Esso non ha potuto essere 
pubblicato che in questi ultimi giorni e con tali mutilazioni 
che ho dovuto spendere lire 300 per ripararvi. Siamo 
inoltrati nel mese di febbraio e non ho potuto ancora tira- 
re che pochi foglietti del fascicolo di gennaio.... Io presen- 
to a V. E. le bozze a stampa d' una lettera che penso di 
premettere al primo fascicolo del 33. „ 

Nella lettera che il Vieusseux sottoponeva al giudizio 
del Corsini, e' era un passo intorno al progresso, informato a 
sentimenti schiettamente liberali. Vi si sentivano le teorie di 
recente professate in Francia dal Gruizot sullo svolgimento 
dell' umano incivilimento. Si liguri il lettore il viso che ebbe 
a fare alla lettura d' una tale digi-essione sfacciatamente ri- 
voluzionaria il povero don Neri, al quale i moniti del signor 
conte Senift-Pilsach avevano fatto perdere appunto in quei 
giorni r appetito e messo in corpo la melanconia ; ma il Mi- 
nistro che non amava governare colle arti del principe di 
Canosa, restitituì la lettera al Vieusseux, colla sua appro- 
vazione, che ricusò solo al famoso passo sul progresso, che 
volle fosse soppresso, benché buono, incoraggiando nello stes- 
so tempo il direttore dell' Antologia a proseguire la pubbli- 
cazione del giornale, scartando però gli argomenti di politi- 
ca e le allusioni all' Austria, mentre prometteva che sulle 
rose nostrali sarebbe stato più andante. 

A don Neri, nella sua incuranza di Ministro degli inter- 
ni punto rigoroso, pareva ora che potesse dormire tranquilli 



238 

i suoi sonni. Aveva riveduto da sé, scrupolosamente, sotto- 
ponendo coli' immaginazione ogni frase, ogni parola al si- 
gnor conte SeniFt-Pilsach, l' ultimo fascicolo (quello dop- 
pio) dell' Antologia, aveva soppresso parole, periodi, siuanco 
pagine intiere. Onestamente non si sarebbe potuto preten- 
dere di più dal Ministro imperiale. 

Ma il povero don Neri aveva fatto i conti senza l'oste ; 
e 1' oste, in questa occasione, era la Voce della Verità^ di 
Modena, che gli giuoco un tiro birbone. Senta un po' il let- 
tore. Col corriere dell' Alta Italia arrivato a Firenze la mat- 
tina del 23 marzo 1833, si distribuì il N." 254 di quel 
giornale-libello e S. E. Corsini ebbe in viso a divenir pao- 
nazzo, quando sotto il titolo : „ Ciò che ho appreso leggendo 
V ultimo Fascicolo dell' Antologia „ lesse un articolo con che 
il Vieusseux si coglieva in flagrante reato di ulto tradimen- 
to e di fellonìa, nientemeno che contro le sacre persone de- 
gl' Imperatori d' Austria e di Eussia ! Corbezzoli ! Né quelle 
del fogliettucciaccio sanfedista erano asserzioni destituite di 
fondamento ; 1' accusa aveva proprio la sua base, e seria ; 
il reato e' era, e sarebbe stato cieco chi si fosse ostinato a 
non vederlo 5 soltanto lui, don Neri, Ministro dell'interno, vec- 
chio uomo di Stato, colle orecchie ancora piene del linguag- 
gio imperioso del Ministro austriaco, non aveva visto nul- 
la ! C era da perdere la testa. Meno male se non avesse 
visto nulla lo scolopio don Mauro ; ma lui, don Neri ! Gli 
pareva persino impossibile ! Non risulta dai documenti esi- 
stenti neir Archivio di Stato se in quel giorno il Fossom- 
broni abbia ricevuto, insieme alle visite, le proteste dei Mi- 
nistri d' Austria e di Russia pel nuovo e più grave reato 
commesso dall' Antologia ; risulta però che il Fossombroni 
chiamò a sé, d' urgenza, il censore e il fascicolo incriminato, 
e così il capo del Governo potè da sé stQgso apprendere co- 
me non ostante gli occhi d' Argo della Censura e della Po- 
lizia, un giornale corretto, mutilato, sottoposto ad esami mi- 
nuti, potesse offendere ad un tempo e Sua Maestà Imperiale 
Ortodossa e Sua Maestà Imperiale Apostolica. 

Ma qual' era il doppio crimine di cui s' era resa respon- 
sabile r Antologia ? 



239 

Ecco qua : nel Bollettino Bibliografico (^la parte meno so- 
spetta d'im giornale letterario d'allora) si leggeva un artico- 
lino sul Pietro di Russia, poema che aveva in quei giorni 
pubblicato P. A. Curti, e il giornalista, che si segnava col- 
la iniziale L. scriveva, rivolto ai poeti del tempo : „ Parlate 
di Pietro, di Federigo, di Bonaparte (per non usch'e dalla 
storia moderna) ; narrate le giornate di Parigi, di Bruxelles 
e di Varsavia, e quale anima non è accesa, esaltata, com- 
presa del più alto entusiasmo ? „ Certamente 1' articolista 
non aveva a caso riunito il nome di Pietro di Russia e le 
giornate di Varsavia, e forse dovette a tale insalata cap- 
puccina se il significato, o meglio, la tendenza rivoluzionaria 
dell' articolo, sfuggì all' esame del Censore e del ilinistro ; 
ma dopo il commento che vi ricamò sopra la Gazzetta Mo- 
denese, ogni dubbio era impossibile ; 1' Antologia aveva pro- 
prio glorificato insieme alle giornate di Parigi e di Bruxel- 
les, quelle di Varsavia ! 

E questo per la Russia. 

Nello stesso Bollettino^ il critico ordinario diOÌV Antologia 
che si segnava colle iniziali K. X. Y. rendendo conto d'una 
traduzione dal greco di Pausania, scriveva : ., I Romani 
(scrive Pausania) sentirono pietà della Grecia,... Un pretore 
mandavasi tuttavia in Grecia a mio tempo... non lo chia- 
mavano pretore della Grecia, ma dell' Acaja {il Regno Lom- 
bardo-Veneto), j, 

Qui il reato non si nascondeva che nella parentesi e 
ci volevano proprio gli occhi d' un poliziotto della scuola 
del principe di Canosa per iscoprirlo ; ma il reato c'era. E- 
videntemente paragonandosi il dominio dei Romani in Gre- 
cia a quello degli Austriaci in Italia, si voleva discreditare 
quest' ultimo. 

D Fossombroni non poteva restare colle mani in mano 
ed agì subito per mezzo di don NerL 

Questi, r indomani del giorno in cui fu distribuito a Fi- 
renze il n. 254 della Voce della Verità^ ordinò al cav. Bolo- 
gna, Presidente del Buon Governo, che cliiamasse a sé il 
Vieusseux e lo invitasse a declinare nome e cognome degli 
autori dei due articoli incriminati. Il Bologna, dopo d'avere 



240 

ottemperato agli ordini del ministro, ne rendeva conto a don 
Neri col seguente rapporto riservato : 

„ Ieri sera ricliiamai il Vieusseux per eseguire la 
commissione ricevuta da V. E. nella scorsa mattina. 

„ Alla prima fattagli domanda d' indicarmi i nomi e 
cognomi degli autori degli articoli contenuti nell' ultimo fa- 
scicolo àeW Antologia pubblicato li 31 gennaio ultimo e più 
precisamente di quelli aventi in fondo le lettere K. X. Y. 
e L. mi replicò, senza punto esitare che ciò era impossibile, 
perchè il direttore d'un giornale non poteva mancare alla 
buona fede verso i suoi collaboratori, e mentre era giusto 
che esso direttore restasse esposto dirimpetto al Governo a 
tutta la responsabilità relativa, non poteva né doveva, sen- 
za macchiarsi d' un tradimento, portare in verun caso que- 
sta responsabilità sopra coloro che mettono la loro fiducia 
su di lui. Disse che era di questi articoli come di confes- 
sione e che il sigillo non poteva essere da lui violato, né 
lo sarà giammai, qualunque cosa disgustosa potesse acca- 
dergli, non esclusa la soppressione del giornale, a cui con 
tutta rassegnazione e buona volontà si sarebbe sotto- 
messo. 

„ In una esortazione non disgiunta dalla minaccia che 
il (rovemo avrebbe adattato delle misure per renderlo più 
docile ed obbediente agli ordini che per mio mezzo gli ve- 
nivano ingiunti, non risparmiai nessun mezzo per indurlo a 
manifestare i succitati nomi; tutto fu inutile, ripetendo sem- 
pre che il Governo doveva riguardare a tutti gli effetti 
come suoi gli articoli del suo giornale, che sopra di lui sol- 
tanto doveva e poteva prendere quella soddisfazione che 
nella sua giustizia e saviezza credesse onesta, e che da lui 
non si poteva esigere di più ed avrebbe sempre detto e 
sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente imma- 
ginarie è che gli articoli erano suoi. 

„ In questo stato di cose credei che fosse inutile il 
trattenerlo, persuaso eh' esso avrebbe perdurato a persiste- 
r.! tino in fondo nel suo proposito, e credei di licenziarle 
dichiarandogli autorevolmente che la cosa non sarebbe flr 
t;i (jui, I' che esso avrebbe dovuto render conto del suo il 



241 

qualitìcabilissimo ritìnto. E se mi fosse permesso d'esprime- 
re rispettosamente il mio parere, dii'ei cke Vienssenx doves- 
se essere inviato davanti il Commissario del quartiere di 
•Santa Croce per ricevervi formali ingiunzioni non lasciando 
di dicMarargli la sospensione della facoltà di continuare la 
pubblicazione del giornale, finché non avesse corrisposto a 
ciò che il C-fovemo esige da esso. „ 

La condotta del Vieusseux non poteva essere più cor- 
retta, più nobile. Colle sue risposte ferme, improntate alla 
più sincera franchezza, egli dava una lezione d'onestà all'il- 
lustrissimo signor cavaliere Bologna, il quale, poveretto, 
non capiva, malgi'ado le sue dichiarazioni spippolate con 
tòno autoritario, come in quel colloquio chi ci rimetteva 
e dignità e riputazione di galantuomo fosse proprio lui che 
in nome del Governo pretendeva che il Vieusseux, tradendo 
i suoi redattori, sì facesse spia ! 

Di quel colloquio ecco come lo stesso Vieusseux rese 
conto in certi foglietti, dove giorno per giorno narrò i fatti 
che accompagnarono e seguirono la soppressione del suo 
giornale : 

„ Alle ore 6 1^2 pom. il Presidente del Buon Grovemo 
mi ha fatto pregare di passare da lui. Ecco U colloquio. 

P. Signor Vieusseux, ho da tarle una comunicazione da 
parte del Grovemo. 

V. Io sono qui per ascoltarla. 

P. Il Governo vorrebbe conoscere i nomi di quelle per- 
sone che scrivono nell' Antologia, che sono anonime, oppure 
non pongono che semplici lettere o segni di convenzione sotto 
i loro articoli. 

V. Mancherei all' onore e aUa delicatezza nel palesarle 
i nomi di persone le quali amano di rimanere anonime e 
confidano nella mia discretezza e lealtà. 

P. ila si tratta d' un desiderio dell' I. e R. Governo. 

V. Quando si tratta dell' onore non si cede a nessuna 
considerazion3. 

P. Ma rifletta che lei nega al Governo, e ci pensi meglio. 

V. Quando si tratta dell' onore, il primo movimento è 
sempre il migliore. 

16 



242 

P. Ma non si tratta che d' una comunicazione confiden- 
ziale. 

(Sempre avevo parlato con calma; qui il sangue prin- 
cipiò a montarmi al capo). 

F. Io sono dolentissimo della necessità di negare qual- 
che cosa al Governo ; se si trattasse di diveitire S. A. I. 
e R. con un racconto d' un semplice pettegolezzo letterario, 
e che S. A. fosse curiosa di sapere il nome d' un tal poeta 
d' un tale pedante posto in ridicolo da una polemica let- 
teraria, io non crederei di commettere un delitto dicendolo 
air orecchio di S. A. Ma dopo d' aver veduto l' infame li- 
bello vomitato in Toscana da quella canaglia della combric- 
cola di Modena (il famoso num.° 254 della Voce della Ve- 
rità); quando non posso ignorare che intenzione di quella 
gente è rendere me ed i miei amici sospetti al G-overno, 
non sarei io 1' uomo più vile del mondo palesando i nomi 
di galantuomini che si fidarono di me ? 

Io non so se il Governo mi ami quanto vorrei esser 
da tutti amato, ma ho la coscienza eh' egli mi deve sti- 
mare. Io non voglio perdere la sua stima, facendomi de- 
latore. 

P. Badi, il Governo potrebbe adoperare per ottenere 
il suo intento dei modi che a lei saranno poco piacevoli. 

r. Non sono nel caso di partirmi dalle mie prime de- 
terminazioni. „ 

Don Neri, che in tutto questo buscherìo non capiva 
come il vero e solo colpevole fosse soltanto lui che aveva 
dato il suo visto agli articoli incriminati, in mancanza di 
meglio, adottò il consiglio datogli dal Bologna, e ordinò che 
il Vieusseux, in via economica, comparisse dinanzi il signor 
Commissario del quartiere di Santa Croce, sperando forse in 
un atto di resipiscenza del coraggioso editore ; ma questi 
non era uomo da recitare il »/ea culpa, mea culpa, mea ma- 
xima culpa, e comparso dinanzi al commissario Tassinai-i, 
tenne duro. 

Ecco intanto le contestazioni fatte al direttore deir-4«- 
fologia non che le risposte fatte da quest'ultimo e tolte da 
quei tali foglietti : 



243 

C. Sappia che lei si è reso colpevole d' ingiurie nefan- 
de riguardo a S. M. l' imperatore delle Eussie per le allu- 
sioni fatte alle cose di Polonia in un articolo tìrmato L. so- 
pra il poema del Curti. 

V. Protesto altamente contro simile falsa, sinistra ed 
ingiusta interpretazione ; bensì è stata colta 1' occasione na- 
turalissima che mi si presentava, di manifestare un senti- 
mento generoso di compassione per la nazione polacca. 

C. Lei è colpevole d' ingiurie verso S. M. l' Imperato- 
re d'Austria per avere in un articolo firmato K. X. Y. so- 
pra la traduzione di Pausania stabilito un confronto fra la 
G-recia e l' Italia e dato ad intendere che gli austriaci trat- 
tano r Italia come i Romani trattavano la Grecia. 

V. Protesto contro siffatta interpretazione. 

C. Ha ingiuriato inoltre le varie potenze dell' Italia, 
facendo supporre che esse sieno sotto la dipendenza dell'Au- 
stria. 

V. Protesto. 

C Chi si nasconde sotto le lettere L. e K. X. YV 

V. Non ho U diritto di dirlo. 

C. Non teme lei le conseguenze del suo rifiuto ? 

V. No;'!" perchè non ho mai stampato cosa che non 
avesse pur riportato il permesso dell' I. e E. Censui*a ; 2" 
perchè in Toscana non si ammette altra responsabUità se 
non quella del tipografo, che non ha altro dovere se non 
di vedere se i manoscritti sono approvati ; 3" perchè il fa- 
scicolo di dicembre dell' Antologia è stato approvato non 
solo dal censore P. Bernardini ma anche da S. E. Corsini 
ministro dell' interno, che mi obbligò a tante castrazioni, 
mutilazioni e numerosi carticini. Come vede, in tutti i casi 
i colpevoli sarebbero tre : l'editore, il P. Bernardini e S. E. 
Corsini. _ 

Conosciutosi a Palazzo Vecchio, il rifiuto del Vieusseux, 
il ministro, presi gli ordini del Granduca, scriveva sotto 
il giorno 26 marzo al Presidente del Buon Governo : 

„ Essendo stato reso conto a S. A. I. e E. che il gior- 
nale che si pubblica in Firenze sotto il titolo di Antologia 
ha deviato manifestamente dall' oggetto che aveva annun- 



244 

ziato in principio, cioè di trattare le materie di scienze, let- 
teratura ed arti, e che sistematicamente trascorre in discus- 
■sioni politiche ed anche parlando di materie scientifiche e 
letterarie vi associa allusioni riprovevoli ad istituzioni o 
avvenimenti politici, è venuto l'I. e R. A. S. nella determi- 
nazione di ordinare la soppressione del detto giornale, fino 
da questo giorno. „ 

L' ukase corsiniano fu comunicato al Vieusseux dal 
Commissario di Santa Croce colla seguente nota: 

„ L'illustrissimo Commissario del Quartiere di Santa Cro- 
ce fa notificare in seguito ad ordine superiore al sig. G. P. 
Vieusseux direttore proprietario del giornale che si pubbli- 
ca a Firenze, sotto il titolo d^ Antologia, che S. A. I. e R. 
lia fino da questo giorno ordinato la soppressione del gior- 
nale medesimo. _ 



Autori dei due articoli bibliografici che avevano pro- 
vocato la soppressione àeìV Antologia, erano Niccolò Tom- 
maseo (K. X. Y.) e Luigi Leoni (L.) A quest' ultimo, che 
occupava un modestissimo ufficio governativo, non parve 
vero che avesse posto al sicuro quel tozzo di pane col quale 
sostentava anche la famiglia, dietro la responsabilità del 
Vieusseux ; ma al Tommaseo, animo libero e sdegnoso, quel 
salvare sé stesso alle spalle degli altri non talentava ; e fu 
allora ch'egli, ispirandosi alla sola nobiltà del suo carattere 
volle che tutta la colpa, compresa quella del Leoni, cadesse 
sul proprio capo. E al Granduca diresse la seguente gene- 
rosissima istanza che forma una splendida pa-Wn.i '!«'] iii«v,. 
d'oro del giornalismo italiano (1). 



(1). La istanza colla firma autografa del Tommaseo, nuv.i.-i .-n 
fra le carte del Vieusseux, presso la Biblioteca Nazionale di Firenze : 
la quale circostanza fa supporre come la dotta istanza consegnata 
«lai Tommaseo al Vieusseux, non sia mai stata da questo inoltrata al 
sovrano. Vedi il nostro articolo: La Soppresuionc '>■"" !■■''•■- n^l 
Fnufnlln della Dometiicn del 19 settembre 1880. 



245 



„ Altezza Imperiale e Reale ! 

„ Le amichevoli preghiere del signor Vieusseux diret- 
tore dell'^n^oZo^m, gli istanti consigli di altri amici che 
affermavano la mia dichiarazione inutile, e forse dannosa 
al giornale ; il pensare che a tutti i lettori di quello es- 
sendo ben noto di chi fossero gli articoli segnati K. X. Y, 
ripeterlo da me sarebbe potuto sembrare boriosa provo- 
cazione ; la speranza che trattandosi di scritti approvati 
da un rispettabile censore e da uno zelante ministro, le 
cose avrebbero sortito altra line ; la speranza ancora più 
ferma che procedendosi per vie ordinarie e legali io avrei 
avuto il tempo di sodisfare alle mie convenienze senza 
nuocere altrui, queste ed altre ragioni mi tennero dal dii' 
cosa, che 1' amor mio mi comandava professassi altamen- 
te. Ora il bisogno di rigettare da me ogni sospetto di 
fiacca timidità, il bisogno di far noto che la persistenza 
a negare del sig. Vieusseux non era atto indocile ma ge- 
neroso, la speranza la quale pure mi resta nella giustizia 
di V. A. E. che conoscendo 1' incolpato, sopra di lui solo 
Ella vorrà portare il giudizio inflitto sull' intiera Antolo- 
gìa, m' impongono di protestare che non solamente gli 
articoli segnati K. X. Y. sono miei, ma che io soglio per 
capriccio segnare d'altre sigle i miei scritti, onde se nel- 
l' articolo sul poema del Curti è cosa imputabile, io di 
buon grado ne chiamo sul mio capo la pena, e per gua- 
rentigia dell' avvenire prometto e giuro, se è necessario, 
di non più scrivere in un giornale di cui desidero conti- 
nuata la vita, perchè la sua vita è sussistenza di più che 
quaranta persone, perchè il suo giudizio era invocato e 
rispettato dai dotti d' Italia, perchè le sue parole erano 
amorevolmente ripetute dai giornali di Lombardia, di Fran- 
cia, d' Inghilterra e d' Austria, perchè non arrossirono di 
scrivere in esso i più chiari uomini della Nazione, e non 
pochi dei più quetamente pensanti, Cesare Lucchesini, e 
fino neir ultima malattia G. B. Zannoui, e il Cibrario e 
il cav. Manno, ministri del re di Sardegna, perchè la sua 



240 

„ lode era ambita dagli stessi governi. Il quale onore, quan- 
, to in meno ridonda in me, il più insufficiente dei suoi 
^ collaboratori, tanto più volentieri debbo in me solo acco- 
^ gliere le conseguenze che ad esso dalle mie parole pro- 
3 vennero. 

„ 28 marzo 1833. 

„ N. TosrMAsÈo. „ 

Intanto il Vieusseux sporse un'Istanza al Governo perchè 
almeno fosse indennizzato della spesa incontrata nella stam- 
pa dei Fascicoli del gennaio e febbraio 1833. Ma al Corsini, 
che non rifiutava in massima l'indennità, non parve che fosse 
opportuno di dar corso alla domanda nei termini nei <iuali 
era stata redatta, come risulta dal colloquio che il ^"ieus- 
seux ebbe col Ministro e dal primo riportato fra i suoi ap- 
punti nel modo seguente : 

„ Min." Non posso ricevere questa domanda in questa for- 
ma. Faccia in poche righe una supplica a S. A. e sar:\ min 
cura di presentarla. 

Io. Ridurrò la mia domanda ; mi permetto però di tarle 
osservare che non mi pare che la mia lettera contensra nul- 
la di contrario al vero. 

Min.^ La lettera contiene proposizioni eh' io duvrt- i cum- 
battere e... e... particolarmente in ciò che dice d' aver per- 
duto una proprietà. Che proprietà ! Che proprietà ! Creare 
un giornale non è una proprietà ! E il Governo come dà il 
permesso, può anche ritirarlo, e fa quel che vuole e quel 
clie crede bene. Non è come se si trattasse di un pezzo di 
campo, preso per tare una strada, e che bisognerebbe pa- 
gare. 

lo. Chiedo perdono a V. E. Ma un giornale fiutlu A\ 
dodici aimi di fatiche e di sagrifici d' ogni genere, dopo tan- 
ti anni d' esistenza, costituisce una vera proprietà. Non ò 
territoriale, ma è proprietà letteraria ; ed ammesso il dirit- 
ti) di proprietà, esso è sacro nell' uno quanto nell' altro caso. 
Del resto farò quanto mi dice V. K. „ 



247 

Il Governo Toscano ordinò di rilevare al prezzo d' as- 
sociazione in lii'e 3335 i Fascicoli di gennaio e febbraio 1833, 
stampati, ma non pubblicati, e lo stesso giorno in cui il 
Presidente del Buon G-overno lìrmava 1' ordine di pagamen- 
to, il Gran Duca rigettava l' istanza del Viensseux diretta a 
pubblicare a Firenze un Indicatore Bibliografico. 



La soppressione dell' Antologia provocò in Toscana com- 
menti e mormorii. Il partito reazionario, che in quell' atto 
vide lina propria vittoria, ne fu contento. Il 28 marzo, 1' I- 
spettore di Polizia di Firenze, riferiva al Presidente del 
Buon Crovemo che la misura recentemente adottata dal Go- 
verno aveva sparso il malumore e la rabbia fra i liberali, 
che avevano proposto di fare una dimostrazione sotto pa- 
lazzo Pitti, ma che ne erano stati distolti da alcune savie 
persone del partito. Con altro rapporto riferiva che era sta- 
to staccato dai mtu'i deUa città un cartello che tenninava 
così : „ Questo giornale (l' Antologia) che da dodici anni 
sostiene il lustro della letteratura italiana è una proprietà 
della Nazione. Il Duca di Modena volle toglierla. Il Gran- 
duca di Toscana ha avuto la vUtà di obbedire al Luogote- 
nente deU' Austria. „ Altri rapporti dicevano che il cartello 
stampato e distribuito era stato anche trovato nella casset- 
ta delle suppliche pel Principe. Infine, a Firenze, a Pistoia, 
a Pisa, in altri luoghi della Toscana, circolò la seguente 
poesia, più tardi erroneamente attribuita al Giusti. 

NUOVO TEATRO 

all' I. E K. PALAZZO DEI PITTI. 

Avviso. 

•-i aminuzia ai Fiorentini 
La nuova compagnia dei burattini, 
p' Austria 1' Imperatore 
È il Capo-direttore 



248 

E (li Modena il Duca è 1' Assistente. 

I Ministri, il Granduca e la sua Corte 
Sono le più perfette 

E care marionette. 

II pubblico a gradire 
Si prega, e intervenire, 

Certo che si daran tutto l' impegno 

Di mostrarsi quai son teste di legno. 

E perchè nel teatro 

Sia comun 1' allegria, 

Daran per prima recita : 

La soppressione dell' Aììfohf/io. 

E siccome allora in Toscana tutto finiva con un' epi- 
gramma, così anche la soppressione del giornale del Viens- 
seux ebbe il suo. Eccolo quale lo troviamo fra le carte se- 
grete dell' Archivio della Presidenza del Buon Groverno. 



Alla mente sovrana 
Del sapiente Granduca di Toscana, 
È piaciuto vietar V Antolofiin. 
E la ragion qual' è ? 
Perchè, contraria ai Re, 
Trattò con poco amore 
D' Austria e di Russia il sommo Imperatore. 
Non so dir nella testa 
Chi gli ha messo tai grilli. 
Doveva ben riflettere 
Che mai 1' Anfolor/io 
Non ha preso a curar degl' imbecilli. 



249 



CAPITOLO XXX. 
I Caffè e i Gabinetti di lettura. 



I 



Caffè, come ogni qualsiasi altro stabilimento pubblico, 
erano sorvegliati e disseminati di spie, e quando queste non 
erano i proprietari stessi del locale, erano i camerieri. Così 
la Polizia era giorno per giorno ragguagliata minutamente 
di quanto in essi si faceva e si diceva, non solo in materia 
politica, ma anche in fatto di cronaca cittadina. 

Quasi tutti i rapporti degl'Ispettori di Polizia son pie- 
ni della cronaca serale dei principali caffè di Fii-enze, quan- 
do gli assidui, fra un sorso e 1' altro della nera bevanda 
gabellata loro per moka puro ed autentico, si abbandona- 
vano ai discorsi intimi parlando di politica, di avventure ga- 
lanti, d'arte,, di letteratura, di cantanti, di mime e di balle- 
rine. La ristrettezza del croccliio, la riputazione di galanto- 
mismo di cm godevano gli astanti, quella certa espansione 
d' animo che sopravviene in seguito ad un buon desinare, 
tutto in quel momento invitava la gente colà raccolta a 
parlare col cuore in mano. Frattanto il cameriere che ver- 
sava il caffè, porgeva il moccoletto per accendere il siga- 
ro, od offriva un mazzo di carte o l' ultimo numero della 
Gazzetta Toscana, dei Débats, o del Temps, magari della 
Voce della Verità, stava colle orecchie tese, pronto a rac- 
cogliere ogni frase, ogni parola che l' assiduo, ignaro di 
quel muto depositario de' suoi più intimi pensieri, si lascia- 
va cascare dalle labbra e che accuratamente raccolte, l'in- 
domani con quel po' po' di frangia che spie e poliziotti non 
mancano mai d' aggiungere alle altrui parole, era scodel- 
lato air illustrissimo signor Presidente del Buon Governo. 
Così il 10 agosto 1822, l'Ispettore di Polizia riferiva che 
aveva circolato al 5o«e^07je (il noto Caffè sull'angolo di Piaz- 



250 

za del Duomo e di via dei Martelli) la notizia della decapita- 
zione del re di Spagna, aggiungendo che gli astanti, tutti 
liberali, malgrado che qualcuno sospettasse dell'autenticità, di 
quella notizia, se ne rallegrarono. Il 26 agosto riferiva che, 
sempre nello stesso Caffè, circolava con una certa insisten- 
za la voce di una rivoluzione a Napoli e di un'altra in Prus- 
sia „ e il marchese Capponi ne parlò a lungo con entusia- 
smo. „ Il 4 gennaio 1823 si scriveva che in quel Caffè si tenne 
discorso della rappresentazione del Bruto I, dell'Alfieri, che 
la sera innanzi aveva avuto luogo al Teatro degl'Intrepidi 
notandosi che si commentavano vivamente gli applausi coi 
quali il pubblico aveva sottolineato le parole di Bruto quaiv- 
do invita i Romani a smettere il giogo dei re, non che il 
verso: Ire non hanno — Patria, e l'altro: Le leggi — Sole 
avran regno. Nel 6 ottobre si riferiva che il marchese Cap- 
poni, parlando con Guglielmo Libri dei progressi ottenuti dai 
francesi in Ispagna contro le truppe costituzionali, diceva 
che essi si dovevano all'oro. 



Fra i gabinetti di lettui-a di Firenze, acquistò subito 
rinomanza quello fondato nel Palazzo già Buoudelmonti da 
G. P. Vieusseux, divenendo così il centro del movimento li- 
berale italiano. Era in quei tempi il solo luogo della peni- 
sola in cui si potesse parlare di progresso, di civiltà, di ri- 
forme neir insegnamento, di sistemi d' educazione, di prov- 
vedimenti economici destinati a migliorare le condizioni delle 
classi lavoratrici, di ferrovie, di casse di risparmio ec. ec. 
Di questo movimento 1' Antologia^ sincliè visse, non tu 
che una debole eco; imperocché essa, di quelle riunioni a 
cui prendevano parte i più stimati e forti ingegni non soloj 
della Toscana e delle altre provincie d' Italia, ma dell' Eu- 
ropa, non riproduceva nei suoi scritti clie la sola parte tol- 
lerata dalla censura. Questa, come lo stesso Vieusseux con-^ 
fessava, sino a quando la cancelleria cesarea non volle fio- 



251 

carvi dentro il suo zampino, fu piuttosto generosa; ma 
quella specie di tolleranza che accordava il governo a idee 
e massime, che a Napoli, a Roma, a Modena, a Milano a- 
vrebbero mandato dùitto diritto i loro autori in prigione, non 
impediva che la PoUzia non guardasse con occhio sospetto-' 
so quel focolare di liberalismo più o meno larvato. Il Ga- 
binetto letterario Vieuss.eux fu sempre sorvegliato e spiato 
con cura attenta e minuziosa. Come già abbiamo visto al 
capitolo : Le Spie segrete, una somma non lieve era destinata 
•'•'iscun' anno a sorvegliare i gabinetti di lettura in fama di 
' eralismo ; e dei gabinetti d'allora, quello che valeva la pena 
•li buttar via in ispionaggio alcune migliaia di lire all' an- 
no, non era certamente che quello del Vieusseux, il quale, 
nei rapporti della Polizia, fu sempre presentato come un 
centro permanente di propaganda liberale. In un rapporto 
del 30 luglio 1822, si legge : „ Xel Gabinetto Vieusseux si 
assicura essere stato veduto con riservatezza un rame rap- 
presentante tutti i principali sovrani d' Europa stretti in- 
sieme con un imbasamento sulla testa, sopra del quale posa 
la statua della Costituzione. Si dà per proprietario del ra- 
me il marchese Gino Capponi, che più volte ha fatto ca- 
pitare furtivamente in quel Gabinetto articoli di simil gene- 
re, che gli vengono dall' estero per vie segrete. „ — Nel 
febbraio del 1833, cioè poche settimane prima che VAntolo- 
ijia fosse soppressa, essendo morto Giuseppe Montani, che 
era il principale redattore della celebre effemeride, il Vieus- 
seux chiese alla Presidenza del Buon Governo il permesso 
che egli e gli amici dell' estinto, con un numero sufficiente 
di torce, accompagnassero il cadavere alla chiesa di Santa 
Croce. Il Bologna, che temeva una dimostrazione liberale, 
ueg»'» il permesso, perchè contrario agli ordini veglianti. Quali 
poi fossero questi ordini che impedivano d' accompagnare, 
con torce, un defunto alla sua ultima dimora, l' illustrissi- 
mo capo della Polizia non disse mai. Ma il Vieusseux e gli 
amici del Montani, cioè il fior fiore della società letteraria 
fiorentina, non ci badarono tanto a quella proibizione, visto 
e considerato che il rifiuto non riguardava che le povere tor- 
te. E r accompagnamento del cadavere ebbe luogo, malgra- 



252 

do il divieto del Buon Groverno. Esso fu solenne, imponente. 
Fra coloro che vi presero parte, la Polizia notò il marche- 
se Gino Capponi, gli abati Lambruschini, Ciampi e Becchi, 
(j. B. Niccolini, il Vieusseux ec. ec. Non potendo rilevare 
'altro, la Polizia denunziò come un atto sedizioso, che gli 
amici del defunto avessero preso il feretro sulle loro spalle, 
togliendolo da quelle degli incappati. Quando poi il mesto 
corteggio giunse nel chiostro di Santa Croce, la bara ven- 
ne deposta a terra, ed intorno ad essa, fatto cerchio gli a- 
mici, l'abate Lambruschini, con parola commossa, ricordò 
le virtù dell' estinto. La Polizia, al solito, riferì che il di- 
scorso del pio sacerdote era improntato al più grossolano 
materialismo, sostenendo che fra le altre cose il Lambru- 
schini avesse detto : — Colla morte il nostro amico ha tut- 
to perduto. All' incontro, l' oratore aveva cristianamente 
detto : AJt, no ; il nostro amico non è morto tutto ! La mi- 
glior parte di lui vive in Dio ! Ma per la Polizia, quel rife- 
rire a rovescio, e spacciare gli spiritualisti e credenti in 
Dio per materialisti ed atei, era arte sopraffina di G-overno. 
„ Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà, „ aveva detto 
un giorno un cardinale famoso ; e la Polizia sapeva che se so- 
pra dieci calunnie, nove non trovavano fede o erano smen- 
tite, una per lo meno attecchiva. E difatti, di quel!' accom- 
pagnamento funebre fu menato scalpore nel partito reazio- 
nario, e la Voce della Verità, che apriva le sue colonne a 
tutte le più insensate e sciocche calunnie che i sanfedisti di 
qua e di là dell' Appennino foggiavano a carico dei liberali 
toscani, e del Fossombroni e del Corsini che non avevano 
il coraggio d' estirpare dal Granducato con della buona ca- 
nape, per lo meno, coli' ergastolo, la mala pianta del li- 
beralismo, accolse anche quella, e stampò un articolo tra- 
sudante da ogni sua frase, da ogni sua parola, fiele e ran- 
core contro il Vieusseux e i suoi amici, e quel che era peg- 
gio, contro il povero Montani, il quale dal suo sepolcro non 
poteva nemmeno aver la consolazione di poter rispondere 
con un disdegnoso scrollar di spalle a quell' oscena gazzar- 
ra. Al velenoso articolo il Vieusseux rispose con una let 
tera diretta al giornale modenese, il quale la stampò, iu8 



253 

illustraudola di note più velenose ancora, quando il Tomma- 
seo che s' era allora fissato a Parigi, entrò nella lotta e 
scaraventò addosso ai redattori della Voce un articolo in 
cui col suo stile epigrammatico e tagliente li bollava per 
calunniatori e nemici dei vivi e dei morti. Il Yieusseux a- 
vrebbe voluto che quella scrittura fosse ristampata in To- 
scana ; ma il Corsini, pur riconoscendo la legittimità • deUa 
sua condotta, ne lo dissuase, prevedendo per se, pel Fossom- 
broni e pel Granduca altre ingfiurie del giornale modenese; 
e perchè questo non pigliasse occasione di tutto per rinfo- 
colare la lite, proibì che fosse licenziato per le stampe un 
cenno necrologico del ilontani, scritto dal Lambruschini, ben- 
ché riconoscesse d' essere informato a sensi cristianissimi. 

Tutto ciò rendeva sempre più sospetto il Grabiaetto agli 
ocelli deUa Polizia. L'Ispettore di Firenze, il 24 marzo 1834, 
scriveva : „ Il noto Gabinetto Letterario di Gian Pietro Vieus- 
seux, si presenta sempre assai pericoloso e si designa per 
quello che offre sicuro asilo a questi primari settari della 
dominante. Si vuole che presso quel Direttore vadano essi 
tenendo ogni tanto delle conventicole, e che le precauzioni 
prese e le tenebre, nelle quali si avvolgono, sieno tali da 
rendere disgraziatamente inutile ed infruttuoso qualunque 
tentativo, anche ardito, che si potesse fare dalla Polizia, on- 
de scoprire e sorprenderli in mezzo ai loro intrighi ed ini- 
qui maneggi. „ Linguaggio stupido, che, se anche il signor 
Ispettore fosse piombato in mezzo alla congrega, non avreb- 
be trovato che gente di lettere, occupata, non a cospirare, 
ma a rendere meno fitte nel paese quelle tenebre, che la 
Polizia avi-ebbe voluto che fossero più dense. Peraltro, il 
Corsini, eh' era una persona che ragionava, non ordinò mai 
una perquisizione nel Gabinetto del Yieusseux, per quanto i 
rapporti dei suoi bracchi spingessero il Ministro a quel? at- 
to assai sconcio come altrettanto inutile. 

Ma quanto i Ministri si mostravano tolleranti, altrettanto 
intollerante si mostrava la bassa Polizia verso quel geniale ri- 
trovo di letterati e di dotti. Il Commissario di Santa Croce, il 
13 maggio 1837 scriveva al Buon Governo : „ G. P, Yieusseux 
è un liberale feroce, astuto ed intraprendente. Costui solo 



254 

può dirsi assolutamente terribile in Toscana ed il suo parti- 
colare Gabinetto è l' unico in Firenze che possa destare del- 
l' apprensione, per adunanze raen che tranquille. Sebbene non 
siasi potuto penetrare in quei recessi, pure dalle persone che 
vi sono ammesse e dalle estese relazioni che coltiva il prin- 
cipale, è forza dedurre che egli tenga al certo colpevole 
corrispondenza cogli esteri seguaci del medesimo partito, e 
segnatamente col famoso Mazzini, e col ben noto Tomma- 
seo ; tanto vero che quando nell' ottobre dell' anno decorso la 
notissima donna Griuditta Bellerio, amica del fuoruscito Maz- 
zini, si trattenne in Livorno per causa di salute, ricevette 
sovvenzioni in denaro dal nostro Vieusseux. „ 

Quantunque il Vieusseux fosse legato in amicizia ed a- 
vesse relazione con quasi tutti i principali liberali del suo 
tempo, non crediamo che le sue relazioni col Mazzini, ove 
anche ne avesse avuto, fossero state di natura politica ; il 
Vieusseux era troppo legato in amicizia con Crino Capponi e 
col partito moderato toscano, perchè avesse potuto dividere 
le idee politiche del fondatore della Giovine Italia. Lo stes- 
so Mazzini, che nelle prefazioni e nelle note con che accom- 
pagnò la raccolta dei suoi scritti politici e letterari ci lasciò 
una minuziosa storia delle relazioni da lui intrattenute in 
quasi tutte le provincie italiane, mentre per la Toscana fa 
cenno del (ruerrazzi, del Bini, del Bastogi, del Cempini, (il 
figlio del Ministro di Leopoldo II) e d' altri, non fa parola 
del Vieusseux. Ma la Polizia amava caricare le tinte, e una 
relazione col Mazzini era allora stimata un ingrediente in- 
dispensabile per ischizzare il ritratto d' un liberale di qual- 
che valore. 



255 



L 



CAPITOLO XXXI. 
La Società Letteraria. 



indole dell' opera nostra non ci permette di fare una 
descrizione particolareggiata della società letteraria fioren- 
tina, dalla restaurazione ai rivolgimenti del quarantotto. 
La materia, vasta e varia, ci trarrebbe oltre i nostri con- 
fini: epperò, nel presente capitolo, ne diremo quel tanto che 
a noi sembra poco conosciuto o affatto inedito, riservando 
un particolare studio ad alcime delle più alte individualità 
che brillarono in quell' epoca, come Niccolò Tommaseo, Giu- 
seppe Ciiusti, Gino Capponi, anche perchè l'Archivio da noi 
consultato ci fornisce non pochi materiali per ricostituire 
le figure del filologo dalmata, del poeta pesciatino e del 
patrizio fiorentino. 

Ripetiamo : qui non si fa una storia né civile né letteraria 
di Firenze ; soltanto si spigola fra le memorie della Polizia 
• Tianducale. 

Di Pietro Colletta, esule, noi abbiamo già parlato. I 
rapporti della Polizia ricordano che nella sua casa soleva- 
no radunarsi, in geniali conversazioni inframmischiate di 
discussioni politiche, i migliori ingegni che allora contasse 
Firenze, come il Capponi, il Xiccolini, il Gfiordani, il Vieus- 
seux, il Ridolfi. Il Capponi, che non coltivava soltanto le 
lettere, ma si atteggiava a Mecenate di letterati, volle 
graziosamente offrii*e al Colletta una sua villa fuori Porta 
San Gallo, ove il generale napoletano potesse, lontano dai 
rumori della città, portare a termine la sua famosa Storia 
del Reame di Xaj)oli. Era il 1826 ; la rivoluzione del Por- 
togallo agitava gli animi, e il Colletta nelle sue conversa- 
zioni col Capponi ed altri ne parlava con fuoco. L' Ispetto- 
re di Polizia, a cui siffatti discorsi erano stati riferiti, seri- 



256 

veva : „ Il detto signor marchese Capponi ha fatto con rag- 
guardevole spesa un bel restauro della sua villa alla Pietra, 
fuori della Porta San Gallo, per rendere più squisito il sog- 
giorno al generale Colletta che deve occuparla. — Le noti- 
zie del Portogallo suscitano fra loro animatissime discus- 
sioni, mentre non nascondono la loro simpatia per la causa 
liberale. „ 

A Pietro Giordani le carte del Buon Governo non consacra- 
no molti appunti. Redattore deìV Antologia, legato in istretta 
amicizia con quasi tutti gli esuli che alla vigilia delle gior- 
nate di luglio dimoravano a Firenze, il suo amore per la 
libertà non poteva passare inosservato ad una Polizia, la 
quale se era tollerante su molte cose, non lo era in certe 
altre. E il Giordani ed altri esuli dovevano parlare di so- 
verchio, e non dovevano nascondere le impressioni che i 
loro animi provavano alle notizie degli avvenimenti della 
Francia e del Belgio, se parecchi di loro, il Giordani, 
in specie, e Giuseppe Poerio, coi figliuoli Alessandro e Car- 
lo, vennero cacciati bruscamente dal Granducato. Sede- 
va al Palazzo Nonfinito, in quei giorni, il Ciantelli, e la 
Polizia toscana camminava sulle orme di quella modenese. 
Laonde era naturale che quegli emigrati, più o meno com- 
promessi negli affari del loro paese, che aspettavano da un 
momento all' altro che un esercito francese spuntasse dalle 
Alpi, od una animosa gioventù inalzasse le barricate sulle 
strade di Milano, o di Bologna, stessero come un bruscolo 
sugli occhi del focoso Presidente del Buon Governo. Difat- 
ti, costui, con un ordine del 13 novembre 1830, intimava 
al barone Giuseppe Poerio e ai suoi due figli di sfrattare, 
dentro otto giorni, dalla Toscana, mentre, sempre sotto 
lo stesso giorno, scriveva al Commissario di Santa Cro- 
ce : „ Resta V. S. incaricato di intimare a Pietro Gior- 
dani, di condizione letterato, ed abitante in via del Ciliegio 
11. 0087, di partire nel termine di ventiquattr' ore dalla città 
di Firenze, e di tre, da tutto il Granducato, senza ritor- 
narvi che con precedente permissione, e colla pena dell'ar- 
resto, carcere ed accompagnatura alla frontiera, non obbe- 
dendo. - 



257 

E simile trattamento il poliziotto Ciantelli avrebbe fatto 
in quei giorni al generale Colletta, se questi, ammalatosi 
gravemente, di li a poco non fosse morto. 

Ma siffatte misure, d' ordinario, non erano prese che 
contro gli esuli. Contro i toscani la Polizia si limitava ad 
un avvertimento, come quello dato al Giusti, quando questi 
studiava allegi'amente il Digesto a Pisa, fra una partita al 
bigliardo e una a taroccM. 

Qualche volta l' avvertimento era accompagnato dal 
consiglio di fare una giratina per la Germania, o per la 
Fi-ancia, o per l' Inghilterra. Ma questo consiglio, s' inten- 
de, non si dava che ai ricchi ; a coloro che non potevano 
intraprendere un viaggio, l'avvertimento era sufficiente per- 
chè non s' impacciassero più di politica, o impacciandosene, 
lo facessero con cautela. Quanto al Maschio di Volterra, o 
al confino, queste punizioni non furono adoperate che verso 
un solo uomo di lettere, F. D. Guerrazzi. Ma il Guerrazzi 
compendiava in sé solo tutta una generazione di rivoluzio- 
nari. 

La Società letteraria fiorentina, meno qualche rara ec- 
cezione, non aveva nulla del carattere tribunizio e ribelle 
dell' autore delV Assedio di Firenze. Era una Società di di- 
lettanti della rivoluzione ; gente che non avrebbe per nulla 
rinunziato al suo ideale di rivoluzione — una rivoluzione 
pacifica, quasi fatta d' accordo col principe, senza scosse, 
con qualche tinta volterriana al semplice e innocente scopo 
di poterla battezzare col nome di ghibellina e di far di- 
spetto al Papa, che in quella Società, non ancora converti- 
ta al guelfismo, faceva la figura della bestia nera. H Go- 
verno, il quale sapeva che Gino Capponi, Cosimo Ridolfi, 
Raftaello Lambruscliini e i loro amici non avrebbero fatto 
mai le barricate, lasciava che codesta ottima gente ciarlas- 
se, e scrivesse di asili infantili, di scuole elementari, di e- 
ducazione popolare, di strade ferrate, di casse di risparmio, 
moderandone di tanto in tanto, con un avvertimento della 
Polizia, l'entusiasmo. Si può dire anzi che nel sistema di 
Goverao della Toscana quel po' po' di agitazione liberale 
con quella dozzina di frondeurs per contorno capitanata dai 



258 

rappresentanti di due famiglie marchionali della capitale e 
legate per ragioni d' ufficio alla Corte, contasse per qual- 
che cosa, se non altro come 1' opposizione di Sua Maestà 
nei reggimenti costituzionali. Già il Capponi e il Ridoltì, nel 
carnevale del 1833, s'erano riconciliati colla Corte, dalla 
quale da qualche tempo si tenevano discosti 5 e la riconci- 
liazione era avvenuta sul terreno della contraddanza, come 
ai tempi di Luigi XV, quando ai balli della marchesa Pom- 
padour della contessa Dubarrj' si conchiudeva un tratta- 
to d' alleanza, si decretava 1' esilio di un Parlamento ri- 
belle. 

Lo stesso G. B. Niccolini, che nelle sue tragedie tuona- 
va contro i tiranni, non destò mai i sospetti della Polizia. 
Lo si considerava, come abbiamo detto, un rivoluzionario 
d' accademia, e, come pensava il padre Bernardini, se nei 
suoi endecasillabi si parlava di im' Italia schiava, ciò non 
doveva attribuirsi che ad un teso invalso negli nomini di 
lettere di considerare la loro Patria decaduta dall'antica glo- 
ria. Né per le tragedie Filippo Strozzi e Ludovico il Moro, 
né per quella famosa di' Arnaldo da Brescia stampata all' e- 
stero, il Niccolini ebbe a ricevere persecuzioni dal Gover- 
no. Né, al solito, gì' incitamenti dal basso a quest' ultimo 
mancavano. L' Ispettore di Polizia, il 26 ottobre 1833, scri- 
veva al Bologna : „ Circola una tragedia del sig. G. B. 
Niccolini sotto il titolo di Ludovico il Moro, duca di Mila- 
no, stampata a Capolago, cantone Ticino, nel 1833. Si ri- 
guarda questa tragedia come un' allegoria che 1' autore lia 
inteso di presentare al pubblico, personificando nello Sforza 
S. M. il Re di Torino (sic), facendolo risaltare in diverse 
scene del solo Moro e con evidente allusione ai tempi cor- 
renti, nella seconda scena del secondo atto fra il Moro e il 
Belgioioso. Parlandosi di queste allusioni, si scende poi a 
dire, che la più accreditata presunzione fa credere che 
la rivoluzione (aggiornata adesso a stagione nuova) dovrà 
scoppiare negli Stati del Piemonte e serpeggiare ecc. ecc. ,. 
Nello stesso anno, 1' autore dell' Antonio Foscarini era de- 
nunziato al Buon Governo perchè una sera, in casa della 
sua amica Certellini, lamentandosi la mancanza di forestie- 



259 

ri attribuita dai soliti nemici dell' ordine alla carta di sog- 
giorno, allora rigorosamente imposta dalla Polizia, il Nicco- 
lini aTeva esclamato : ,, Ma questa è una vergogna ! „ 

Spiato attentamente fu, all' incontro, Enrico Mayer, ri- 
tenuto affiliato alla Giovine Italia. Su di lui l' Ispettore di 
Polizia di Firenze, il 29 dicembre 1836, scriveva: ,. Enri- 
co ilayer, scapolo, ha due fratelli, uno dei quali è segi'eta- 
rio di Girolamo Bonaparte. Lo stesso Enrico è stato mae- 
stro del giovinetto d' anni 15, Napoleone, figlio del sud- 
detto Girolamo ; il qual giovane spiega già un carattere 
indocile e deUe massime contrarie alla religione e al trono, 
vantando rivoluzionare, quando sarà giunto all' età maggio- 
re, tutta l'Europa. Egli, essendosi espresso in tal guisa colla 
servitù, aggiunse che i fiorentini sono vili ed incapaci a 
scuotere il loro giogo. 

„ Aveva il detto Enrico Mayer intrinseca amicizia, con 
r inglese facoltoso Vinner (sic), morto a Londra, da cui e- 
reditò per legato una bella libreria e scudi 1800 all' anno 
sua vita naturai durante. Tiene detta libreria annessa al 
Gabinetto del Vieusseux suo grande amico ; oltre il mede- 
simo frequenta l' abitazione del Mayer il marchese Gino 
Capponi, il prof. Zannetti, il prof. Targioni-Tozzetti. S' in- 
teressa molto delle scuole infantili erette a Firenze. È ri- 
servato nel parlare con persone che non sieno di stretta 
sua amicizia. È liberale. „ 

Bastava, peraltro, che uno s' interessasse alle scuole 
infantili, perchè dalla bassa Polizia fosse tenuto per cat- 
tivo soggetto. A proposito di dette scuole, il Commissario 
di vSanta Croce, il 3 aprile 1838, scriveva: „ Gli 'asili in- 
fantili organizzati di recente non possono lasciarsi senza vi- 
gilanza da un savio e provvido Governo. Questi non sono 
che r opera dell' odierna filantropia ed in conseguenza è il 
filosofismo che li ha fatti nascere, e va alimentando, e sono 
per lo più, in mezzo a quegli istituti, cose secondarie la mo- 
rale, la religione; e la diffusione soverchia dei lumi nella 
classe proletaria, non può in ultimo che riuscire fatale e no- 
civa all' ordine sociale. „ 

Parole che compendiano il giudizio che allora portava- 



260 

no i codini sugli ordinamenti e le istituzioni dirette ad i- 
struire e educare le classi povere e a promuovere il loro 
benessere materiale. 

Nel libro nero della Polizia troviamo segnato il nome 
di Pietro Tliouar. Ecco una nota riservata sullo scrittore 
educativo : 

„ Sul Thouar, che figura come maestro di lingue, esi- 
stono i seguenti appunti : 

„ 26 aprile 1834. Diceva (il Thouar) nell' aprile 1833, 
che non conveniva fare molte rivoluzioni parziali, ma con- 
veniva attendere il punto della generale esplosione, tanto 
perchè erano venute lettere di Piemonte e di Napoli che 
assicuravano vicino un movimento generale. 

„ 25 maggio. Insieme ad altri vilipese le dimostrazioni 
fatte al Granduca nel passaggio di Siena, venendo da Ma- 
remma. 

„ 28 dicembre. S'agitò per far disertare i giovani 
dal Caifè V Elvetico, perchè si diceva che ivi i camerieri fos- 
sero d' intesa colla Polizia. 

„ N. B. Si conosce egli essere ascritto da gran tempo 
alla Giovine Italia. Si crede inoltre che sia 1' Autore del- 
V Augurio per Vanno 1834. „ 

Codesto Augurio, che venne attaccato alle cantonate di 
Firenze nella notte del 31 dicembre 1833, e quindi diffuso per 
tutto il Granducato, è uno scritto d' un carattere parecchi*) 
sedizioso, elle, mentre augurava alla Toscana tempi miglio- 
ri, ricordava che la Corte costava all' anno 500,000 mila 
scudi contro un' entrata di 25 milioni di lire, cioè, tre vol- 
te la paga d'un re costituzionale; che Ferdinando 111, 
Granduca, invece di 35,000 scudi al mese, ne prendeva 
30,000, ma in realtà ne incassava 28,000 stante il rinvilì 
delle derrate ; che ora il rinvilio è maggiore, ma è maggie 
re la pensione; che per le sole nozze del Granduca regnau- 
te (Leopoldo II), erano stati sciupati 300,000 scudi, mentre 
nemmeno un soldo si spendeva per l' istruzione ecc. ecc. 

Per la diffusione nel Granducato (MV Augurio i liberali 
ricorsero ad un mezzo abbastanza ingegnoso. Imperocché, 
nascosto lo scritto rivoluzionario dentro il gioniale sanfedi- 



261 . 

sta : La Voce della Verità^ di Modena, potè, colla coopera- 
zione della stessa I. e R. Posta, essere impunemente spedito 
sino nei più oscuri comnneUi della Toscana. 

I letterati e i dotti, che dalle altre parti d'Italia veni- 
vano a studiare in Toscana o a fissarvi il loro soggiorno, 
erano tenuti d'occhio dalla Polizia, se ritenuti per liberali 
nel paese che lasciavano. In qnest' ultimo caso, si capisce, 
erano i governi del paese dal quale si allontanavano, che 
incaricavano quello Granducale di far vigilare i nuovi ar- 
rivati Così fu fatto vigilare, nel 1837, l'abate Gaetano Bar- 
bieri, un predicatore allora in gran voga, sospettato di re- 
lazioni coi liberali ; e la Polizia non parve acquietarsi, che 
quando seppe come per intrighi di preti non avesse potuto 
il Barbieri predicare né nella chiesa di Sant'Ambrogio, né 
in quella di Santa Felicita. 

Intanto la Polizia segnava nel suo libro nero : che il 
famoso predicatore avendo accettato un invito ad una festa 
di ballo data nel palazzo Ximenes, vi andò in compagnia 
della contessa Grimaldi, che nella sua gioventù era stata 
una delle favorite di Napoleone I. S' intende che divenuta 
vecchia, la contessa s'era fatta amica dei preti ; eppure alla 
Polizia sembrava strano che un ecclesiastico andasse ad un 
convegno per nulla religioso insieme ad un'antica mondana. 

Intorno a Michele Amari, che per aver pubblicato : Vn Epi- 
sodio delle Storie Siciliane del secolo XIII, ebbe a lasciare 
precipitosamente il reame delle Due Sicilie, troviamo la se- 
guente nota del Ministro degli affari esteri in data del 13 
dicembre 1843, al Presidente del Buon Governo : 

„ Certo sig. Enari (sic)^ napoletano (sic)^ letterato di 
qualche fama e recentemente evaso (sic), dai Regi Stati, si 
è ritugiato in Francia dopo che una Storia delle Città Itct- 
liane (sic), incontrò — dicesi — la disapprovazione del Go- 
verno. Si assicura che mediti di passare a Livorno e di fis- 
sarvisi, qualora possa trovarvi coli' esercizio della lettera- 
tura mezzi di occupazione e di lucro. 

„ Non si conoscono gli antecedenti dell' Enari (sic) ; 
ma oltre il fatto sopra indicato è noto esser egli in rela- 
zione d' amicizia coU'avv. Guerrazzi, di Livorno. „ 



262 

Un' accurata sorveglianza, a richiesta del (.Governo bor- 
bonico, fu esercitata nello stesso anno su Giuseppe La Fa- 
rina. 

La Polizia toscana non potè accertare altro come il 
La Farina, tutto occupato negli studi storici e nella stampa 
d'una sua opera, fosse persona tranquilla. 

Un altro siciliano, che il sospettoso Governo napoletano 
faceva sorvegliare dalla Polizia, era Paolo Emiliani-Giudici. 
Anche il Giudici era venuto a stabilirsi a Firenze p er ra- 
gione di studi. La Polizia lo pedinò, ma com' era naturale, 
non iscopri nulla, che allora Firenze non era città ove po- 
tessero allignare congiure e imbastirsi moti insurrezionali ; 
uè, peraltro, coloro che vi correvano allettati dalla mitez- 
za del Governo erano tutti uomini d' azione, per quanto 
in materia politica non dividessero le idee del principe 
di Canosa. Difatti, il Giudici, appena arrivato, di notevo- 
le non fece altro se non di gettare alle ortiche la sua ve- 
ste talare. Del resto era un uomo studioso, tutto intento a 
lavorare intorno alla sua Storia della letteratura italiana, 
e vivendo assai modestamente. Per arrotondare le sue scar- 
se entrate (aggiungeva l' Ispettore di Polizia, nel suo rap- 
porto del 24 maggio 1844) dava lezioni d'inglese. 



263 



CAPITOLO XXXI. 
Niccolò Tommaseo. 



G 



'hi per lungo tempo trovò flerainente nemica la Polizia 
toscana fu Niccolò Tommaseo. Si stenterebbe a crederlo : 
pure fu così. Mentre il G-uerrazzi, scrittore di libri che suo- 
navano ruggiti di libertà, meno pochi mesi di confino e poche 
brevi detenzioni in carcere o in fortezza, se ne viveva 
tranquillamente a Livorno ; mentre Cr. B. Niccolini poteva 
scrivere e far rappresentare in paese un teatro tragico in- 
formato a sentimenti d' indipendenza nazionale ; mentre 
Giuseppe Giusti, sotto un velo trasparentissimo, poteva met- 
tere alla gogna principi e ministri ; Niccolò Tommaseo, ben- 
ché professante un cattolicismo, che il Guerrazzi, il Niccoli- 
ni e il Giusti avversavano, ispirò sempre un sacro orrore 
ai governanti deUa Toscana, i quali non gli riaprirono le 
porte del Granducato, che quando credettero d'aver le prove 
che il lupo insieme al pelo aveva cambiato il vizio. 

Naturalmente il Tommaseo, cattolico, ma repubblicano, 
come non aveva cambiato il pelo, così non aveva cambiato 
il vizio ; e il quarantotto lo dimostrò. 

Della parte presa dal Tommaseo alla redazione dell'-Jw- 
tologia, abbiamo già parlato ; e forse la famosa parentesi 
da lui incastonata in un periodo dell'articolo sulla traduzio- 
ne di Pausania, e sfuggita alla censura e alla Polizia, sa- 
rebbe stata dimenticata dal Governo toscano colla sua so- 
lita indolenza, se il Tommaseo, sospettando un patto fra la 
Polizia toscana e quella austriaca e diretto a consegnarlo 
al Governo cesareo, non avesse abbandonato clandestina- 
mente Firenze. Ditatti è inesatto quanto comunemente vie- 
ne creduto, cioè, che il Tommaseo, in seguito alla soppres- 
sione del giornale del Vieusseux, fosse bandito dal Grandu- 



264 

cato. Venuto iu Toscana nell' ottobre del 1827, egli si sta- 
bili in Firenze ; e come tutti i forestieri dimoranti nel Graii- 
ducato, ottenne facilmente la carta di soggiorno, dapprima 
per due mesi, poi colla garanzia del Vieusseux, per sei mesi, 
sempre, alla scadenza, rinnovata. Avvenuta nel marzo del 1 833 
la soppressione dell'^w^o/o.r/«a, al Tommaseo non fu ritirata 
la carta di soggiorno che gli era stata prorogata per l'ap- 
punto il 22. marzo, cioè, tre giorni prima del decreto di sop- 
pressione del giornale. Veramente il Groverno avrebbe potuto 
subito ritirargliela, ma aspettò che scadesse per far sapere 
al Tommaseo, come d' allora in poi sarebbe stato impossibile 
accordargli una proroga. Difatti, risulta da una nota dello 
stesso Presidente del Buon Governo in data del 14 otto- 
bre 1834, che il 12 ottobre 1833, cioè sette mesi dopo la 
soppressione dell' Antologia ed un mese dopo la scadenza 
della carta di soggiorno, il Tommaseo implorò una ultima 
proroga d'un mese allo scopo di poter sistemare i propri af- 
fari: e fu esaudito. 

E scaduta la proroga di grazia, il Governo avrebbe chiuso 
gli occhi, come quasi ordinariamente in tali casi faceva, se il 
Tommaseo non avesse abbandonato clandestinamente la To- 
scana per rifugiarsi dapprima a Lucca, poi a Ginevra, 
dove cercò e conobbe il Mazzini, e infine a Parigi. 

Furono precisamente i tentativi da lui inutilmente fatti 
per intendersi col Mazzini e gli scritti libéralissimi pubbli- 
cati in Francia, non che il decreto che lo proscriveva dal- 
l' impero austriaco, che resero ostile allo scrittore il Go- 
verno toscano. Quanto al sospetto sorto nell' animo del 
Tommaseo che i ministri del Granduca avessero già dispo- 
sta l* estradizione di lui, esso non fu che un sospetto dello 
scrittore, e niente altro ; nato, probabilmente, dalla stessa 
mitezza di modi adoperati verso di lui negli ultimi mesi 
del suo soggiorno a Firenze, e da esso interpretata come una 
specie di tranello preparatogli dal Fossombroni allo scopo 
di dar tempo alla cancelleria aulica e al ministro toscane» 
d' ultimare le pratiche preparatorie alla consegna. Nel fat- 
to, non si parlò mai d' estradizione ; e se il Governo fosca 
no tollerò che il Tommaseo, soppressa VAntologia, resta 



" 



265 

a Firenze, e spirata la carta di permanenza, vi soggior- 
nasse ancora, fu perchè il ministro cesareo, dopo d'aver preso 
fuoco affinchè il Tommaseo fosse cacciato in bando, quando 
l'autore del Dizionario dei Sinonimi gli presentò il passa- 
porto pel visto^ trattenne quello e non accordò questo; e ciò 
non perchè, osservava la Presidenza del Buon Governo, si 
maturasse qualche cosa contro la libertà dello scrittore, ma 
perchè lo stesso ministro austriaco, smesse le prime furie, 
non sapeva più che pesci pigliare. 

Ma, come abbiamo detto, il Tommaseo, intei-pretata si- 
nistramente r indecisione del ministro imperiale, lasciò senza 
passaporto la Toscana. 



Ricoveratosi a Ginevra, cercò subito di mettersi in re- 
lazione col Mazzini, e 1' ottenne. 

n Mazzini, colpito allora da un editto di sfratto dal 
cantone di Ginevra, se ne viveva nascosto in casa di un a- 
mico. 

Qui il grande agitatore accolse il Tommaseo, a lui no- 
to sopratntto per la parte avuta nella catastrofe che ave- 
va colpito V Antologia. Il genovese e il dalmata non si vi- 
dero che una sola volta, ma con nessun trutto, senza che 
il primo potesse comprendere il cattolicismo soppannato di 
repubblicanismo del secondo, né il secondo la repubblica con 
un Dio troppo campato fra le nuvole dell' altro. Il colloquio 
che ebbe luogo fra loro ci è narrato dallo stesso Mazzini 
in una lettera diretta alla sua tenera amica Giuditta Bel- 
le rio : 

„ Genève, 2 avril 1834. 

„ Tu n' as donc pas re^u la lettre qui te parlait de 
.. uion entrevue avec Thomas (Tommaseo) .... 

- Pour Thomas (Tommaseo) "je ne l'aime pas le 



266 

„ crois qu'après deux lieures de conversation, iious nous 
„ sommes séparés fort émiuyés 1' un 1' autre. Il m' a parie 
„ de réligion et politique. Christianisme à la Manzoni. Le 
, christianisme se meurt pour moi : le catliolicisme est mort. 
„ Je le lui dis bonnement. Il s' en est fàchè-presqu' il voulut 
„ soutenir sa thése. Je le renvoyais à un an de séjour en 
„ France pour se convaincre, s' il était possible, de ranimer 
„ un cadavre. Il me 'domanda ce qui je voulais substituer. 
„ Je lui dis que il n' était pas mon role à moi, ni à un 
„ individu quelconque de le faire ; mais bien au premier 
„ peuple qui vaudrait ou pourrait se constituer dans la pra- 
„ tique rèvelateur de la loi morale qui regit les destiuées 
„ de l'iiumanité. Là finit notre discussion sur le point.... Je 
„ le crois sans idées bien arrètées ; enfin, j' avais plus d' e- 
„ stime de ses facultée avant, que après. ^ 

Questa lettera conosciuta dal Gabinetto nero, mise la Po- 
lizia al corrente dei passi fatti dal Tommaseo, appena uscito di 
Toscana, per accostarsi a colui che in quei giorni, cioè, all' indo- 
mani della spedizione di Savoia, era ritenuto come il nemico 
più serio e più terribile dei troni della vecchia Europa. Passato 
a Parigi, lo scrittore dalmata non fu perduto di vista dalla Po- 
lizia, specie che parecchi ragguagli sull'amministrazione e sugli 
uomini di Stato della Toscana comparsi sui giornali francesi, si 
credeva che fossero farina del suo sacco. Infatti, il Commis- 
sario di Santa Croce, il 20 maggio 1834, scriveva alla Pre- 
sidenza del Buon Governo : „ Aumentano le ingiurie sui 
giornali francesi contro il Governo toscano. Io credo che sia 
1' opera di G. B. Vieusseux, del marchese Gino Capponi, e 
Cosimo Ridoltì e del famigerato greco {sic) Tommaseo, scom- 
parso nei mesi decorsi improvvisamente dalla Toscana e 
stabilitosi a Parigi. „ 

Intanto, gli scritti che il Tommaseo andava a mano a 
mano dando fuori, riuscivano ostici al Governo granducale. 
L' antico redattore deW Antologia, col suo stile epigrammati- 
co, faceva le sue vendette. Del libro : Opuscoli Inediti di 
fra Girolamo Savonarola. Italia, di cui giA abbiamo parla- 
to, il Fabbrini, segretaria generale del Buon Governo, o 



^ 



267 

scriveva il 19 dicembre 1835: , È comparso e circola 
con estrema riserva nn libro intitolato : Opuscoli ecc. Ini- 
primerie Pressant, Bue des Bons Enfans, Paris. Si sa da 
persona che ha potuto procurarsene un esemplare per venti 
lire, che questo libro è del noto Tommaseo ed è un com- 
plesso di ragioni, d'assurdi, di verità, di bestemmie, di be- 
ne e di male. È scritto con forza ed energia atte ad esal- 
tare la mente e il cuore dell' incauta gioventù. Parlando 
del Governo di Eoma, così si esprime : „ Il papa le sacer- 
dotali divise rigettando, si faccia cavaliere, consigliere ; di 
monaco, re ; capitani, uffiziali gli sieno i cardinali ; caporali 
i vescovi ed il fumo dei fucili succeda alle nubi d' incenso ; 
sieno mine le catacombe dei martiri. ., Parla d' Italia e di 
tutti i governi italiani con sommo disprezzo. Il capitolo sulla 
Toscana incomincia così : „ Il nome di Leopoldo I, despota 
riformatore, il nome di Ferdinando III, uomo provato daUa 
sventura, indulgente per natura e per arte, la timida iner- 
zia di Leopoldo II, stabilivano nelle durezze degli altri go- 
verni la fama del toscano di soave e di benigno. „ In al- 
tro capitolo dice : „ I preti s' invochino raccomandatori d'o- 
nesta libertà, sostenitori del popolare coraggio... Preti in- 
degni, la libertà tradiscono a Dio.... Preti ingannatori ven- 
dono Dio a libertà nemico.... Preti daU' autorità rattenuti o 
ingannati, le appariscenti ragioni al nostro desiderio contra- 
stano ; non ci perdiamo a zuffar coi primi, sterminiamo i se- 
condi, gli ultimi disinganniamo, eccitiamo. „ 

Tutto ciò non metteva eertamente sotto buona luce lo 
scrittore dalmata, quando questi, fidando forse di sovercliio 
nella timida inerzia del Granduca e dei suoi ministri, nel 
1839, implorò, essendo stato compreso nell' ammistia conce- 
duta dal nuovo Imperatore d'Austria, che gli si permettesse 
di ritornare in Toscana, dalla quale, peraltro, mai era sta- 
to bandito. Il 21 febbraio, la Segreteria di Stato trasmette- 
va la domanda del Tommaseo al Presidente del Buon Go- 
verno perchè questi intomo alla medesima esprimesse il suo 
parere. Trasmessa dal Bologna al Commissario di Santa Cro- 
ce per informazioni, ne riceveva il seguente rapporto riser- 
vatissimo in data del 13 marzo : „ Il consaputo N. Tomma- 



268 

sèo, di Dalmazia, dottore in legge, fin dal 1827, si recò in 
Toscana e non ebbe appena fissato la sua dimora fra noi, 
che seppe offrire non equivoci contrassegni onde reputarlo 
un deciso ed infetto liberale ed un caldo partigiano della pro- 
paganda rivoluzionaria. S' associò subito al noto sig. G. P. 
Vieusseux, che divenne il suo amico del cuore ed era nel 
Crabiuetto Letterario, che, nei pericolosi tempi testé andati, 
si tenevano del continuo tenebrose e temibili congreghe, di 
cui il Tommaseo poteva considerarsi l'anima. vStava altresì 
allora in corrispondenza coi primari liberali della capi- 
tale come coi più famigerati agitatori d' Italia, non escluso 
il celebre Mazzini. 

„ Il nome di Tommaseo deve essere.... assai conosciuto 
da codesto superiore Dicastero, per essersene dovuto occu- 
pare in epoca non remota, quando si andava prognosticando 
prossimo il trionfo delle odierne dottrine. Ed avendo ora 
raccolto altre notizie sopra di lui, mi sono dovuto persua- 
dere e convincere che in questo Tommaseo bisogna assolu- 
tamente riguardare un soggetto dei più sediziosi e terribili, 
ed un accanito nemico dei governi costituiti, segnatamente 
d' Italia.... Era esso uno degli scrittori àelV Antologia. Tra- 
scorreva già molto tempo che questo foglio, deviando dal 
primitivo suo scopo, andava rendendosi un giorno più del- 
l' altro insidioso, con disgusto ed apprensione del Governo, 
quando alla fine bisognò che se ne ordinasse la soppressio- 
ne per due articoli. 

„ Ritornato all' estero, si diede subito a comporre e 
pubblicare scritti liberali ed opere altamente perniciose e 
rigurgitanti di massime affatto sovversive.... (Qui il Com- 
missario passa in esame il libro : Opuscoli ecc. facendo so- 
pratutto rilevare i termini offensivi con che il Tommash 
imrla del Granduca e dei suoi ministri, e conchiude:) In- 
somma, io penso che il Tommaseo sia uno di quegli insigni 
e classici cospiratori, da non sentire resipiscenza e da non ri- 
cevere ravvedimento né dal tempo né dalle circostanze, »■ 
penso che aderendo alla di lui istanza non sì farebbe che 
accogliere fra noi un essere dei più terribili. „ 

Come poteva prevedersi, il Bologna, sfrondato di tutto 



269 

ciò che sapeva d'enfatico e di falso il rapporto del Commis- 
sario, lo faceva suo, e scriveva al Corsini opinando pel ri- 
getto della istanza del Tommaseo e ciò : „ Anche perchè il 
Grovemo granducale aveva stabilita la massima applicata di 
recente al marchese Giuseppe Arconati-Visconti di non am- 
mettere in Toscana sudditi austriaci amnistiati, se prima 
non si fossero costituiti negli Stati di Sua Maestà Cesarea 
a prestarvi atto di sottomissione ed obbedienza, e quindi 
coli' assenso di quel governo e con regolare passaporto si 
portassero nel Granducato. ^ Aggiungeva infine, che il Tom- 
maseo era anche autore del Duca d'Atene, opera proibita 
con risoluzione ministeriale del 18 dicembre 1837. E don 
Neri Coreini, con biglietto del 25 marzo 1839, faceva cono- 
scere al Buon Governo che manteneva l'ostracismo pronun- 
ziato contro r autore del Dizionario dei Sinonimi. Cosicché 
il Tommaseo, se volle rientrare in Toscana, gli fu giocofoi*- 
za passare sotto le forche caudine dell'a^^o di sottomissione ed 
obbedienza imposto agli amnistiati delle provincie Lombar- 
do-Venete e ritornare negli Stati di Sua Maestà Cesarea. 
Difatti, egli chiese di rientrare nel regno Lombardo-Veneto, 
e, con passaporto vistato dall'ambasciatore austriaco a Pa- 
rigi, lasciò la Francia ; e condottosi da Marsiglia a Livor- 
no, da questa, il 9 settembre 1839, mosse per Venezia. Da 
Firenze, intanto, fin dal 10 agosto era stato ordinato al 
Goveraatore di Livorno che non frapponesse ostacoli allo 
sbarco del Tommaseo. L' anno seguente il nostro scrittore 
rinnovò la sua istanza. Come rilevasi da una nota del 26 
giugno 1840, il ministro degli affari interni scriveva al Pre- 
sidente del Buon Governo : „ Il noto N. Tommaseo, suddi- 
to austriaco, rimpatriato in virtù dell' atto d' amnistia del 
6 settembre 1838, ha esposto al proprio Governo il deside- 
rio di trasferirsi in Toscana, dove dice essere richiamato da 
interessi e viste di letteratiu'a. 11 Governo Cesareo, atte- 
stando che il Tommaseo dopo il suo rimpatriamento si è 
condotto con saviezza, occupandosi di oggetti letterari e 
senza dare il menomo motivo di lagnanza, si è dimostrato 
disposto a rilasciargli un passaporto per la Toscana, sem- 
pre che gli consti eli e la di Ini ammissione in questi domi- 



270 

ni non fosse per incontrare difficoltà. Questa comunicazione 
del Governo austriaco equivale in sostanza ad un ufficio in 
favore del Tommaseo ed io sono incaricato a pregare la 
S. V. lU.ma, a farmi sapere se, in vista di esso, si possa 
accordare al detto soggetto la grazia che implora. „ 

Finalmente, questa volta, il Governo non si opponeva 
al ritorno dell' illustre scrittore in Toscana, e il Bologna 
lo capì ; ma egli, miscellanea di poliziotto e di gesuita, alla 
vigilia dell' ingresso del Tommaseo nel Granducato, volle 
recitargli il memento homo, quasi per ricordargli che se si 
stendeva un velo sul passato, il velo non era tanto fitto 
da nascondere certo tutte le marachelle dello scrittore libe- 
rale che aveva vergato le pagine degli Opuscoli e del Duca 
d'Atene, come si rileva dalla seguente nota che il 28 giu- 
gno di queir anno stesso dirigeva al Corsini : 

„ Colla mia informativa del 14 maggio 1839 avendo e- 
spresso i motivi pei quali m' indussi a proporre il ritorno in 
Toscana di N. Tommaseo, reputo opportuno rassegnarne co- 
pia alla S. V. non avendo al presente ragione di recedere 
da quanto ebbi luogo in detta circostanza di rilevare, e vi 
unisco copia del Capitolo VI dell' opera Italia (Opuscoli ecc.^i 
in cui non può senza tremito leggersi quanto l' animo vera- 
mente sfrenato dello scrittore potè a sua vergogna osare 
di versarvi.... Facendo il dovuto conto di quanto viene as- 
serito dalla I. Legazione Austriaca intorno al Tommaseo do- 
po il suo ritorno in patria, mi permetterei d' osservare che 
ciò che me lo fanno apprendere come pericoloso fra noi, so- 
no principalmente le di lui massime e i di lui principi sovver- 
sivi di cui interessa, per quanto ò possibile, impedire la pro- 
pagazione e da cui niente può meglio garantirne che la di 
lui lontananza ; sono la sua pertinacia e irremovibilitA dalle 
stesse ijaassime e principi, come ben lo dimostra la sua 
Opera più recente : Il Duca d' Atene ; sono infine le rela- 
zioni che tiene in Firenze con persone che simpatizzano con 
lui nei principi, nelle tendenze e nello scopo d' un progresso 
non conservatore, ma distruttore dell' ordine legale esisten- 
te Perlochè io crederei remissivamente che le attuali istan- 
ze del Tommaseo non potessero essere accolte, almeno ove 



271 

non si trattasse di temporaneo e non lungo termine ed in li- 
nea di semplice salvacondotto. „ 

E pensare che allora in Toscana molti credevano e fra 
questi forse lo stesso Tommaseo (1) che il Bologna, uomo 
ino, nemico di misure violenti, piti d' una volta temperasse 
colla sua bontà i provvedimenti non sempre miti di qualche 
ministro ! Il capo della Polizia coi suoi modi da gesuita era 
arrivato sino ad ingannare i suoi avversari e a crearsi una 
riputazione che le sue azioni smentivano, come meglio sarà 
dimostrato quando tratteremo della consegna di Pietro Renzi 
alle autorità pontificie. 

H 4 luglio il Ministro degli affari esteri scriveva alla 
Presidenza del Buon Governo che „ avuto riguardo alle te- 
stimonianze del Grovemo Cesareo sulla buona condotta te- 
nuta dal noto letterato Niccolò Tommaseo, era stato supe- 
riormente approvato, che fosse permesso al detto Tommaseo 
di rientrare in Toscana. Devo altresì prevenirla che, come 
meramente provvisoria dovrà riguardarsi 1' anzidetta riam- 
missione del Tommaseo, il quale dovrà fare le pratiche con- 
suete per ottenere una carta di soggiorno, giunto che sia a 
Firenze ; e questa, limitata dapprima a soli tre mesi, potrà 
poi essere ritirata o rinnovata per più o minor tempo a se- 
conda dei riscontri ch'Ella avrà della sua condotta. „ 

n Tommaseo venne a Firenze, e come era da attender- 
si fu spiato dalla Polizia ; la quale, peraltro, non ebbe da 
fare censura alcuna sulla condotta politica dello scrittore. 
n Tommaseo era realmente venuto in Toscana per ragione 
di studi. 

Intorno ad un altro soggiorno fatto dal Tommaseo in 
Toscana, troviamo che la Direzione Generale di Polizia del- 
le Provincie Venete, in data 6 luglio 1846, scriveva al Buon 
Governo : „ Che aveva accordato un permesso di tre mesi 
al signor Niccolò Tommaseo per la Toscana. Lo scopo da 
lui annunziato sarebbe quello degli studi prediletti di lingua 
italiana. Ma siccome i rapporti suoi con vari letterati im- 



(1). La Polizia attribuiva al Tommaseo un articolo del Temps 
dove intomo al Bologna si portava il giudizio espresso nel testo. 



272 

bevuti delle massime del moderno liberalismo e specialmente 
con codesto signor Gino Capponi, che, come si pretende, ha 
testé mostrato spiccate tendenze antipolitiche, non pouuo la- 
sciare tranquilla l' Autorità sul conto del Tommaseo, il quale 
malgrado la riserva impostasi nelle sue relazioni, serba però 
costantemente nell' animo principi contrari all' attuale or- 
dine di cose, e tenta innestarli nelle sue opere, così si re- 
sterebbe grati a codesto onorevole Dicastero se facesse ese- 
guire una rigorosa vigilanza sul detto Tommaseo. „ 

L' 11 luglio il nostro scrittore arrivò a Firenze e non" 
fece un passo, da quel giorno in poi, che non fosse seguito 
da qualche confidente di Palazzo Nonfinito. Però, anche que- 
sta volta la Polizia non potè nulla scoprire. Un rapporto 
del 1 settembre 1846 riferisce che il Tommaseo faceva vita 
ritirata e studiosa. Non vedeva che il Vieusseux, il Cappo- 
ni, il Capei, il Niccolini, 1' abate Pedani e qualchedun' altro ; 
ed aggiungeva : „ Dacché il Governo Austriaco l' ha perdo- 
nato, assicurasi essersi egli ricreduto delle sue prime a- 
berrazioni politiche, poiché in fatto di moralità sia rigidis- 
simo. „ 

E in un rapporto del 1 6 dello stesso mese si legge : 
„ Qui il Tommaseo si occupa dell' Archivio Storico Italiano ; 
esso cibasi di magro il venerdì e il sabato, ond' è riputato 
ortodosso, e da alcuni liberali quale emissario famoso, e co- 
me tale lo escludono dal loro consorzio. Ai giorni passati, 
mentre egli trovavasi nella Tipografia Galileiana, il noto 
Montucchielli, ivi impiegato, si espresse con diversi di quei 
manifattori loro indicandolo : — „ Quegli era una volta un 
leale Italiano, ora ostenta bigottismo. \'igliacco ! „ — 

Ma, come si sa, il bigottismo non impedi al Tommaseo, 
due anni dopo, di mostrarsi italiano. 



273 



CAPITOLO xxxni. 
Giuseppe Giusti. 



Q. 



Juando F. D. Guerrazzi, in una nota al capitolo XX 
della Beatrice Cenci scrisse a proposito di Griuseppe Giusti 
le parole : „ A vero dire anima ebbe più lo interrogato Bar- 
tolini (il Guerrazzi riportava la strofa : Lorenzo, o cotne 
fai ecc. della poesia : La terra dei Morti) che lo interro- 
gatore Giusti. Questi con braccia di Sansone scosse il lut- 
tuoso edificio della odierna società, e poi ebbe paura dei cal- 
cinacci che cascavano „ — a molti parve che dettando siflat- 
te parole lo scrittore livornese s' ispirasse più ad uno spirito 
di partigianeria politica che ad un sentimento di giustizia. 
Come si sa, il Guerrazzi, la sua prosa qualche volta sculto- 
ria, quasi sempre acre, l' adoperava come ferro arroventato 
per bollare in fronte coloro che non la pensavano a modo 
suo, specie i moderati toscani, che egli non sapeva, né 
voleva distinguere dai più brutti strumenti della servitù a 
base di papaveri di casa Lorena. Ma coloro che conobbero 
intimamente il Giusti, o poterono con serenità di giudizio met- 
tere in confronto la sua vita di cittadino co' suoi versi, quel- 
le parole non istimarono soverchiamente dure : e il Carducci, 
di recente, non manifestò sul grande satirico toscano un giu- 
dizio diverso di quello del Guerrazzi, benché non avesse có- 
me quest' ultimo a rimproverare ai moderati del suo paese 
né la prigionìa, né l'esilio. Disgraziatamente, per la fama del 
Giusti, il giudizio pronunziato su di lui dal Guerrazzi non solo 
non era improntato ad una eccessiva severità, ma era di- 
remmo quasi mite. Come proveremo cogli atti dell' Archivio 
Segreto, il Giusti non aspettò nemmeno che i calcinacci del- 
l' edificio da lui scosso con braccia di Sansone gli cadessero 
intorno, perchè rinnegasse la sua opera demolitrice e con 



274 

animuccia da femmina intonasse il mea culpa. Quando i primi 
calcinacci cominciarono a piovergli sul capo, egli già da qual- 
che tempo ed appunto per quella sua benedetta paura dei cal- 
cinacci, aveva messo gli strali della sua musa al servizio 
delle persone amanti dell' ordine che in Toscana, nel 1846, 
quando il Giusti cominciò a tirare un frego sul suo passato 
di poeta rivoluzionario, ritenevano che si camminasse con 
passo di soverchio accelerato. 

Imperocché, ormai è risaputo, e quanto verremo narran- 
do non farà che riconfermarlo, che se nel Giusti la strofa 
volava come un dardo, 1' animo era pacifico e il carattere 
froUo. In lui la satira non era che una esercitazione lette- 
raria. Scrisse 1' Incoronazione, lo Stivale, il Brindisi di Gi- 
rella, come avrebbe scritto un sonetto per gli occhi di Nice 
per la monacazione d' una fanciulla di famiglia patrizia, 
se invece di nascere nel nostro secolo, fosse nato ai tempi 
dei pastori e delle pastorelle d'Arcadia. Era insomma un 
cultore dell' arte per 1' arte, o meglio della satira per 
la satira. L' anima del cittadino non valeva la frusta del 
poeta. 



Siamo però giusti : lo stesso poeta lo sapeva ; e, quel 
eh' è meglio, lo confessava. Egli non s' atteggiò mai ad uo- 
mo d' azione. Era troppo prudente per farlo. Nel suo schiz- 
zo autobiografico diretto, sotto forma di lettera, il 14 set- 
tembre 1844, ad Atto Vannucci, scriveva: „ Per quanto pos- 
sano essere corse alcune voci oziose sul conto mio, dichiaro 
che non «ho mai patito veruna molestia né per parte del Go- 
verno, né per parte del pubblico, e rigetto da me la no- 
mea di vittima e di perseguitato.... „ Sotto lo quali parole 
non deve cercarsi nessun sentimento di modestia; imperoc- 
ché, il Governo Toscano, per quanto, di tratto in tratto, i ver- 
si del Giusti gli portassero via a pezzi la pelle, lo ritenne 
sempre come un'Aristofone perfettamente iiuiocuo, un Giove- 



275 

naie da tavolino, incapace di procurargli il più leggiero grat- 
tacapo. Quanto a crederlo poi un rivoluzionario, un sogget- 
to pericoloso, un apostolo di barricate, sullo stampo di Giu- 
seppe Mazzini, non e' era pericolo che come tale lo ritenes- 
se, nemmeno per un solo istante ; e se qualcuno avesse tol- 
to occasione da questa sua credenza piuttosto bonaria per 
metterlo in guardia, egli ne avrebbe riso di cuore. Si figuri 
il lettore, se il Giusti poteva essere una vittima, un perse- 
guitato! 

E sì che allora la Polizia Toscana non si limitava ad 
applicare qualche mese di reclusione o di confino al solo 
Francesco Domenico Guerrazzi, lo scrittore tribunizio. Sor- 
vegliava accuratamente gente, che poi passò per moderata di 
tre cotte, come il Salvagnoli, il Panattoni, U Marzucchi, e 
V ancora vivente Enrico Poggi, il venerando autore della 
Storia (T Italia, cui 1' ufficio di sostituto alla Procura Gene- 
rale non lo metteva al sicuro dei sospetti che nei poliziotti 
destava la sua amicizia coi liberali, segnatamente col Sal- 
vagnoli. 



* 



Ma è tempo di mettere mano ai documenti. Negli atti 
segreti deUa Polizia appare scritto, per la prima volta, il 
nome di Giuseppe Giusti nel 1839, poco dopo la riunione a 
Pisa del primo Congresso degli scienziati. H poeta aveva 
scritto allora la satira : Per un Congresso, e U Bargello di 
Pisa trasmettendone il 30 novembre una copia manoscritta 
aUa Presidenza del Buon Governo, scriveva : „ Per le noti- 
zie avute sembra che questa composizione provenga dalla 
penna di un tal dott. Giusti fiorentino (sic). ^ — Però, 
r anno innanzi, un esemplare della satira : L' Incoronazione 
era stato trasmesso alla Presidenza del Buon Governo, ma 
senza che fosse accompagnato da nessuna nota illustrativa ; 
e, bisogna confessarlo ad onore della stessa Polizia, senza 
che il sequestro di quel componimento in cui si tartassava 



276 
nel modo che tutti sanno i sovrani d' ItaUa, non escluso lo 
stesso Granduca, suscitasse il desiderio di ricercarne l'au- 
tore per mortificarlo - stile del tempo - con un paio di 
mesi di confino o di carcere. Però le satire, a mano a mano 
che venivano scritte e poste in circolazione, erano seciuestrate 
dalla PoUzia. Così, fra gli atti del 1841 di questa, troviamo 
il famoso Brindisi di Girella, che allora apparve con un ti- 
tolo assai diverso e che era tutto una satira personale : 
Ai liberali del 1831, oggi Avvocati del Fisco. L' allusione a 
certi liberali e sopratutto a Francesco Forti, che disertando 
dalle file del proprio partito aveva poco prima accettato un 
posto nel pubblico Ministero, era evidente. Il Giusti in se- 
guito, quando non potè più sconfessare la paternità di quel- 
la poesia, cedendo al suo istinto di poeta satirico d acca- 
demia, soppresse il vecchio titolo ed insieme a questo tolse 
alla satira ciò che forse ne formava, almeno pei toscani la 
maggiore attrattiva. Ma la satira, intanto, procuro al Giu- 
sti (come ci deve fare ragionevolmente supporre una frase di 
un rapporto del Presidente del Buon Governo, che riporte- 
remo in seguito) una specie d' impunità per tutto ciò che egi 
aveva scritto o avrebbe scritto. Difatti, il Brxndist d^ Girel- 
la - lo stesso Bologna, che nei momenti d'ozio s occupava 
di versi, ne conveniva - era un capo-lavoro di genere sa- 
lirico e i buon gustai dovevano risalire sino a Giovenale, 
sino id Orazio, per trovare qualche cosa di simile, specie 
nella plasticità scultoria delle immagini e nella torza incisiva 
e mordente della frase. Ora al Bologna, reazionario^e gesm- 
tante, quella poesia che metteva alla gogna certi liberali do- 
veva Piacere. Tra codesti liberali, che credevano di restare 
Giacobini sotto la livrea granducale, c'era, «ome abbiamo 
detto, il Forti, la mente più poderosa che forse abbia avuto 
la Toscana nella prima metà del presente secolo. Lgli, ben- 
che avesse accettato un posto nell' ammimstrazione della 
Giustizia ed avesse sollevato contro di sé le dilhdenze dei 
uUrali, pure non seppe o non parve che ^^-^^f^ 
re agli occhi dei suoi nuovi correbgionari di tutto il mio 
vecchio bagaglio rivoluzionario. La Polizia ne spiava at eu- 
tamente le azioni, e il Bologna, che d' animo gretto com'era 



277 

ne doveva invidiare l' ingegno altissimo, non poteva che 
prendere sotto le ali deUa sua protezione i detrattori di 
quella mente elevatissima, magari se codesti detrattori mi- 
litassero in un campo diverso del proprio. Le nostre con- 
getture, intanto, non sembrino ardite agli ammiratori del 
Giusti ; che, noi, nel proseguimento di questo capitolo, le 
documenteremo. 



Frattanto le poesie del Giusti — queUe più rivoluzio- 
nariamente ardite — erano pubblicate nell' Apostolato Popo- 
lare, giornale che nel 1842 cominciò a veder la luce a Lon- 
dra sotto la direzione di Giuseppe Mazzini. Cosi il Brindisi 
di Girella, col titolo — Ai liberali del 1821 (sic) oggi Av- 
vocati del Fisco, fu stampato nel numero del 15 agosto ; 
il' Incoronazione, in quello del 25 settembre, ed infine Lo 
Stivale, col titolo : La Cronaca d^llo Stivale, in quello del 
25 novembre. H 20 dello stesso mese di novembre, l' ispet- 
tore di Polizia di Firenze trasmetteva alla Presidenza del 
Buon Governo un esemplare manoscritto della risposta a 
Lamartine (veramente il Giusti aveva aspettato quasi di- 
ciotto anni per rispondere al poeta francese) e conosciuta 
in seguito col titolo : La Terra dei Morti, ma che allora sot- 
to il titolo di : Mummie Italiche era stata posta in giro. Le 
satire naturalmente non portavano il nome dell' autore ; ma 
questo non era un mistero per alcuno, specie per la Polizia 
che ne faceva delle copie in magnifico corsivo inglese per 
r uso della Corte, dei ministri e della Presidenza del Buon 
Governo. Si capisce che i ministri non ci dormivano sopra, 
sopratutto dopo che le poesie fecero rumorosamente la loro 
comparsa nel giornale del Mazzini. A Firenze, peraltro, 
anche prima che quel periodico si assumesse V incarico di 
spargerle per l' Italia, erano state gustatissime ed avevano 
procurato al loro autore una celebrità per cosi dire mezzo 
clandestina. Lo spirito satirico è una delle caratteristiche 



278 

più spiccate dei fiorentini, e, come si sa, in ogni fiorentino 
si nasconde quasi sempre un Aristofane minuscolo. La Poli- 
zia che più d' una volta ebbe ad occuparsi di codesto spiri- 
to satirico che non di rado, senza rispetto di principi e di 
ministri, traboccava in diffamazioni belle e buone, era impo- 
tente a reprimerlo ; e il Commissario Regio, sotto il giorno 
11 marzo 1842, scriveva al presidente Bologna. „ Le satire 
sono all' ordine del giorno ; esse, appena uscite dalle mani 
dei loro autori, sono copiate e lette anche presso le miglio- 
ri famiglie, e circolano nei più splendidi simposi, come 
presso la marchesa Ginori, nata Garzoni- Venturi, da dove si 
diffondono per la città. „ 

Ma, come abbiamo detto, sulla pubblicità data dal gior- 
nale del Mazzini alle satire del nostro poeta, il Governo 
non poteva chiudere gli occhi, specie che non era del tutto 
sicuro che il Giusti fosse estraneo a quella pubblicazione. 
Difatti, il 9 maggio 1843, il ministro don Neri Corsini scri- 
veva al Presidente del Buon Governo: „ Si dice che il 
dottor Giusti ricevesse varie copie del N. 10 del giornale 
rivoluzionario : L'Apostolato Popolare per mezzo di Michele 
Palli, di Livorno. Non se ne precisa 1' epoca, ma pare da 
non molto tempo. „ Lo stesso ministro 1' 11 gennaio di quel- 
1' anno aveva scritto al Bologna: „ Sotto la data del 25 
novembre 1843, è stato pubblicato a Londra il N. 8 del- 
l' Apostolato Popolare.... ove si legge fra le altre cose il 
componimento poetico : La Cronaca dello Stivale, attribuito 
ad autore toscano e da lungo tempo già conosciuto in To- 
scana. (Quanta diplomazia nelle parole del Corsini, per non 
fare il nome d'un poeta che i ministri conoscevano benissi- 
mo!). Il detto numero circola in Italia malgrado la specia- 
le vigilanza che si esercita genei*almente per impedire l'in- 
troduzione nella penisola di quella stampa incendiaria. ., Ed 
ordinava investigazioni. 



Ma le investigazioni, benclif'' praticato ron molta cui 
approdarono a un bel nulla. I diffonditori del giornale me 



279 

ziniano rimasero sconosciuti, e il Bologna s' affrettava a 
rispondere al Corsini che nel N. 10 deH^ Apostolato — il nu- 
mero che si pretendeva che fosse stato rimesso dal Palli al 
Giusti — non conteneva nessuna poesia di colui che il mi- 
nistro chiamava: loi autore toscano e da lungo tempo già 
conosciuto in Toscana. 

Ma il Corsini e il Bologna, il ministro dell' intemo e il 
capo della Polizia del Granducato, ebbero subito ad occuparsi 
più seriamente — almeno in apparenza — di Giuseppe Giu- 
sti e delle sue poesie. L'Austria, questa volta, faceva uscire 
dalla loro abituale indolenza i nostri due uomini di Stato. 

L'Austria, difatti, era stata rabbiosamente sferzata dal 
Giusti. Sotto lo scudiscio del Giovenale toscano essa aveva 
trasalito e il principe di Metternich, che dal suo gabinetto 
di Vienna aveva imbavagliato per lunga serie d' anni il 
pensiero di tanti popoli, ora si vedeva ridotto a porgere le 
spalle ai colpi dello staffile dell' anonimo scrittore. Bisogna- 
va farlo tacere ; e, com' era naturale, per siffatta operazio- 
ne, il vecchio principe si diresse ai ministri del Granduca. 






Difatti, il 1 aprile 1843, il Corsini scriveva al Presiden- 
te del Buon Governo : 

„ n dicastero aulico di Vienna ha designato al Gover- 
no della Lombardia cei-to dott. Giuseppe Giusti, toscano, 
come autore d'un componimento poetico intitolato : V Incoro- 
nazione a Milano contenente, per quanto se ne dice, un' o- 
diosa diatriba contro i sovrani regnanti d'Italia, aggiungen- 
do poi che secondo notizie provenienti da fonte sicui-a lo 
stesso dott. Giusti si occuperebbe attualmente d' altro con- 
simile componimento, più specialmente diretto contro la di- 
nastia austriaca. 

, Il prefato Governo della Lombardia nel partecipare 
a quello di S. A. I. e E. le anzidette notizie, osserva dal 
suo canto essere in fatto positivo che la pubblica opinione 



280 
attribuisce alla penna del dott. Giusti il perverso componi- 
mento sul!' Incoronazione, ed esprime la fiducia che saranno 
qui adottate le misure le più efficaci onde impedire l'appa- 
rizione della nuova satira, che ora mediterebbe contro la 
dinastia austriaca, che è pure quella del di lui sovrano. 

„ In tale occasione rappresenta ,il Governo medesimo 
essere a sua notizia che il tipografo Virgilio Vignozzi di Li- 
vorno (conosciuto svantaggiosamente sotto i rapporti politi- 
ci) avrebbe passato un contratto con un commesso viaggia- 
tore nominato Pietro Rolandi, col quale impegnavasi a sommi- 
nistrare al detto Rolandi tutte le poesie del dott. Giusti (che 
si dice essere molte e quasi tutte satiriche pei Governi mo- 
narchici) per essere stampate a Londra in un sol volume e 
diramate poi clandestinamente nelle città della penisola. 

„ Incaricato di portare questi fatti a cognizione di 
V. S. Ill.ma ed eccitare il distinto di Lei zelo a verificare 
e provvedere convenientemente, mentre adempio a questo 
dovere, rimango in attenzione di ricevere a suo tempo una 
replica, che possa servire di norma a quella da darsi all' 1. 
e R. Governo di Lombardia. „ 

Come si vede, era l' I. e R. Governo Cesareo che si 
incaricava di fare la Polizia in Toscana, visto che quello 
di S. A. il Granduca dormiva della grossa. Né le informa- 
zioni da esso ricevute potevano dirsi del tutto infondate, 
specie riguardo alle pratiche, che si dicevano in corso, di dar 
fuori una edizione delle poesie, tenuto presente che «in d'al- 
lora si tentava realmente di stamparle alla macchia : la qual- 
cosa, difatti, avvenne l'anno seguente colla edizione chm- 
destina delle Poesie Italiane tratte da una stampa a penna. 

Il Bologna, che gli atti stessi dell'Archivio Segreto mo- 
strano come conoscesse perfettamente il Giusti e le sue poe- 
sie, né ignorasse come il Rolandi fosse un affiliato della 
Giovine Italia ed a Londra vivesse in dimestichezza col Maz- 
zini, del quale stampava gli scritti ili. il Tliilii<>n:i. (licitimi, 

(1). Nel V voi. ùtilV Ei)istol(inu di umu ( aiiuoiu si in- 
ietterà colla quale quest'ultimo porgeva al Rolaniìi lo suo . 

tulazioni per la stampa del Uommcnto d'Ugo Foscolo alla J' 

C'uiituu'ilid. e lo pregava di fare i suoi saluti al Mazzini. La lettera 
ò del 1 febbraio 1841. 



281 

quasi sentisse allora parlare per la prima volta del poeta 
di MonsTunmano e delle sue satire, scrisse U 4 aprile al 
Governatore di Livorno, perchè investigasse qnanto vi fosse 
di vero nella denunzia fatta dall' I. e R. Governo di Lom- 
bardia intomo al tipografo Yignozzi ed alle sue relazioni 
col Rolandi 5 e concludeva : „ Ed ove si pervenisse a stabi- 
lire a carico dello stesso Yignozzi un fondato sospetto di 
quanto gli viene obbiettato, io crederei che molto opportu- 
namente potesse il Commissario di San Marco averlo diret- 
tamente a sé, per fargli contestazione dell' asserto suo im- 
pegno e per calcatamente ammonirlo deUa responsabilità a 
cui si troverebbe esposto, non senza fargli intendere che 
nella sussistenza dell' obietto, una deUe conseguenze potreb- 
be essere quella di fargli chiudere la stamperia. ^ 

Ma la nota del Bologna se minacciava guai, non li 
minacciava che per burla : e 1' ebbe a capirlo l'eccellentis- 
simo signor Governatore di Livorno, e non meno di que- 
sto il Commissario di San Marco a cui fu affidata l' inchie- 
sta, dal momento che i guai minacciati non si sarebbero 
scatenati sul capo del povero Yignozzi che nel caso di fon- 
dato sospetto, e di sussistenza delV obbietta, cose tutte che 
per una Polizia come quella del Granducato, che nei suoi 
negozi procedeva con molta prudenza, non si sarebbero potuti 
verificare se non a patto che due tre testimoni le avessero 
attestate : cosa non molto probabile sotto un Governo la cui 
divisa era : lasciate correre — che il Fossombroni rettificava 
coll'aggiungere sottovoce : purché non si corra troppo, ne si 
rada troppo avanti. Difattì, il Commissario di San Marco, 
proceduto che ebbe alle sue investigazioni — seppure real- 
mente vi furono investigazioni — riferì al Governatore che 
egli non credeva il Yignozzi capace d' entrare in impegni 
pericolosi col Eolandi „ perchè poco destro e nuovo nel- 
1' arte, mentre quest' ultimo, che ha estese relazioni liberali 
ed è creduto emissario della Giovine Italia, se avesse 
avuto il proposito attribuitogli, si sarebbe diretto a perso- 
na più seria, anche perchè gli sarebbe stato facile procu- 
rarsi una collezione delle poesie attribuite al Giusti (la Po- 
lizia non sapeva fìngeva di non sapere che fossero p>>'oprio 



282 

del Giusti) ; poiché i detti componimenti sono stati stampa- 
ti sull' Apostolato Popolare (magra per non dire addirittu- 
ra magrissima ragione questa, perchè non tutte le poesie del 
Giusti avevano visto la luce su quel foglio), giornale vieta- 
to che circola in Toscana. E se al Giusti per avventura 
potesse essere caduto in mente di portare alla stampa fuo- 
ri di Toscana le sue produzioni, credasi pure che non si 
apprenderebbe mai al partito di darne incarico a Virgilio 
Vignozzi, ed a mani più sicure affiderebbe queir inca- 
rico. „ 

Ed il dabbene Commissario, che in altre circostanze 
aveva dimostrato come in lui fosse la stoifa di un vero bir- 
ro, conchiudeva serenamente che in vista di tali considerazio- 
ni non aveva nemmeno stimato prudente di chiamare a sé il 
Vignozzi per interrogarlo, con arte, sul disegno attribui- 
togli. 

Ma era destino che il Giusti trovasse di farina impa- 
stata col miele anche i commissari a cui egli, ne' suoi ver- 
si, non risparmiava le staffilate ! E che staffilate ! 



* « 



Restava al Bologna di fare una diligente ed accurata 
inchiesta intorno a quella certa poesia contraria alla dina- 
stia austriaca ; dinastia alla quale apparteneva, come con 
fine rimprovero per la Polizia toscana osservava 1' I. e R. 
Governo di Lombardia, il sovrano del poeta ; la quale poe- 
sia, ove fosse stata scritta, o si scrivesse dal Giusti, era 
desiderio dei rettori cesarei che andasse a finire sotto lo 
spegnitoio. E questa bisogna il Bologna l'affidò all' Ispettore 
di Polizia di Firenze, il quale se ne sbrigò alla meglio 
raccattando quanto sul poeta e sulle sue poesie correva per 
la città ; e fu, in parte, su tale rapporto che il Bologna, 
coir aggiunta di alcune sue osservazioni personali, imbasti 
la nota che sotto il 16 giugno 1840 diresse al (-orsini. 
Nella qual nota, il Presidente del Buon Governo, dopo d'a- 



283 

ver detto come non avesse risparmiato nessuna fatica per 
venire alla scoperta del vero (la quale dichiarazione in se- 
guito a quanto abbiamo detto deve essere accettata col benefì- 
cio dell' inventano), aggiungeva : 

, Sono diverse le composizioni quasi tutte di genere 
satirico attribuite (anche il capo della Polizia non era sicu- 
ro che r Incoronazione, lo Stivale ecc. fossero proprio fari- 
na del Giusti /), al dott. Giusti, nelle quali il maltalento 
verso i regnanti era alla pari colla mordacità ed ironia coi 
cosi detti liberali. (Qui l'allusione al Brindisi di Girella è 
evidente e spiega la protezione che il capo della Polizia, sen- 
za averne le apparenze, accordava al Giusti). Qualcbeduno 
che presume d' essere bene informato pretenderebbe che non 
fossero tutte del Giusti e che U suo nome serva talvolta a 
velare qualche meno noto e più meschino scrittore. „ Pas- 
sando poscia a parlare delle poesie che fui'ono stampate 
swW Apostolato del Mazzini, il Bologna, con premura d'avvo- 
cato, faceva osservare al Corsini come siffatta circostanza 
non deponesse contro il Giusti, mentre era probabile che il 
giornale rivoluzionario si fosse servito, per la stampa di esse, 
d'una di quelle numerose copie manoscritte _che allora, di 
quei versi, correvano per l'Italia, e proseguiva : 

„ È cosa più difficile di quanto potrebbe credersi il ve- 
rificare se il Giusti stia attualmente occupandosi d' un nuo- 
vo componimento di natura odioso. L' ultima sua poesia ha 
veduto la luce nella Rosa di maggio recentemente pubblica- 
ta in Firenze, ma dotato egli di somma facilità, intolleran- 
te di raffinare i suoi componimenti, non è solito di maturar- 
li, meditarli a lungo (e qui il Bologna calunniava il Giusti, 
a meno che non avesse tirato fuori la pretesa facilità pét 
giustificare il risultato negativo delle sue indagini) ; e quin- 
di dà poco agio d' investigare ed indovinare le sue intuizio- 
ni ; ed essendo per lo più 1' effetto d'istantanea ispirazione, 
pare anche a me che non siavi da sperare di poter cono- 
scere in antecedenza cosa la fantasia sarà per partorii'e di 
nuovo. Fornito di non comune accortezza, che degenera an- 
che in diffidenza, sa schermirsi con molta destrezza da tutto 
ciò che può dargli ombra, non lasciandosi facilmente avvi- 



284 



1 



cinare da chi non siagli ben noto e sperimentato. È di ca- 
rattere poco espansivo, non si esterna con alcuno, né si la- 
scia penetrare. 

„ Conoscendo queste sue qualità, ingerirebbe qualche 
sorpresa eh' egli siasi voluto fare intendere di avere il pro- 
getto di metter fuori nuove poetiche diatribe in materia cosi 
delicata ed atte a comprometterlo (E V Incoronazione ? E 
il Dies Irae ?). I due componimenti (1), che unisco in copia 
e che diconsi suoi, parmi che porgano una riprova del ca- 
rattere e del contegno che suole spiegare e delle difficoltà 
d' avvicinarlo, e di rilevarne i progetti. 

y, La Polizia non se n' è stata inoperosa ; ma di fron- 
te al suo contegno destro e simulato, le premure e le inda- 
gini non hanno avuto seguito ; l'unico argomento a suo ca- 
rico limitandosi alla pubblica voce, troppo fallace in man- 
canza d' altri indizi per potervi basare nel caso nostro un 
qualche benché mite provvedimento. „ 

Era un uomo coscienzioso l' illustrissimo signor presiden- 
te Bologna ! Solamente la sua coscienza di galantuomo non 
r aveva sotto mano tutti i giorni e quindi gli accadeva di 
processare in via economica gente, contro cui spesso non 
militava che la pubblica voce troppo fallace^ la quale era 
pur stata sufficiente per mandare in carcere i presunti col- 
pevoli ! 

Né forse il Bologna aveva tutti i torti ad adoperare 
due pesi e due misure. Da esperto e consumato poliziotto, 
egli conosceva i suoi polli ; e se processava il Guerrazzi per 
V Assedio di Firenze^ benché contro lo scrittore livornese 
non esistesse altra prova se non la pubblica voce troppo fai- 
lacej gli è che sapeva come 1' autore di quel romanzo non 
fosse un solitario e pacitico contemplatore di libertà. Ma 
pel Giusti era un altro paio di maniche. Chi circondava di 
tanto mistero 1' opera sua, chi sapeva nascondere così ra- 
lìidamente la mano che scagliava il dardo giovenalesco, non 

(1). // mio nmvo Amico, che il Giusti in seguito rigettò perchè 

scritto a 18 anni quandi) rm niif m'i-- - "'" " '' l'--,, >.,.„;- 

mento di mutar rifa. 



285 

poteva mai essere un uomo pericoloso : e così lo si lasciava 
in pace. La mancanza di coraggio gli aveva assicurato l'impu- 
nità. Per un poeta satirico, i cui strali passavano il nemico da 
parte a parte, il mestiere si presentava proprio senza spine ! 
E il Giusti fu lasciato in pace, quantunque la sua frusta 
colpisse spalle di sovrani e spalle di ministri. 



Benché per comodo della Polizia si contestasse in cer- 
ta maniera al Giusti la paternità delle poesie clie allora, 
insieme a quelle del Berchet, formavano la lettura più ri- 
cercata della gioventù d' Italia, pure U Buon Governo non 
cessava di spiare la condotta del poeta di Monsummano. Il 
Vicario Regio di Pescia, il 27 febbraio 1844, scriveva al 
Bologna : 

„ Poiché fra i miei giurisdizionali il più che abbia no- 
me d' ingerirsi in cose politiche è il noto poeta aw. Giusti, 
le significo che questi trovasi attualmente a Napoli. Partì 
da Pescia insieme alla madre signora Ester, circa venti 
giorni fa colla vettura di Pietro Papini che fissò per due 
mesi, a lire venti al giorno. Disse d' andare a Eoma ed a 
Napoli per vaghezza di vedere queste due metropoli e per 
divagarsi, stante V essere stato preso da malumore per la 
morte dello zio Gioacchino e pel morso di un gatto. Si sa 
che si trattenne a Roma soltanto tre giorni e che ora si 
trova a Napoli alloggiato in via Toledo, e pensa di essere 
nuovamente in Roma per la Settimana Santa e di ritornare 
a Pescia nell' aprile prossimo. 

., Può darsi che questo viaggio abbia uno scopo seria- 
mente innocente, ma la notorietà delle opinioni antimonar- 
chiche del Giusti, l'estensione delle relazioni e corrispon- 
denze per rapporti letterari, 1' avere condotto seco la ma- 
dre, tuttoché la medesima fosse tornata da pochi mesi da 
Roma e la coincidenza dei movimenti di agenti rivoluziona- 
ri col viaggio, potrebbe daU' insieme il superiore diparti- 



286 

mento trar motivo per attaccare qualche importanza al viag- 
gio stesso. „ 

Il Bologna mandò copia del rapporto del Vicario Regio 
di Pescia sul Satirico, come egli chiamava il Giusti, al Cor- 
sini ; ma né questi, né la Presidenza del Buon Governo fe- 
cero un sol passo per investigare la condotta del poeta a 
Roma e a Napoli. Il Corsini e il Bologna erano sicuri che 
il Giusti, per quanto la sua musa fosse rivoluzionaria, non 
avrebbe mai alzato la punta di un dito per scuotere, sul 
terreno delle congiure e delle rivoluzioni, 1' ediiSlcio che egli 
minava coi versi. 

E da siffatta filosofica noncuranza verso la persona di 
colui che passava per uno dei santi padri del movimento 
liberale di quel tempo, neppure si ricredettero, quando in 
queir anno stesso comparvero stampate le poesie di lui. Mi- 
nistri e poliziotti diedero la caccia al libro, ma non si oc- 
cuparono né poco né punto dello scrittore. 

Difatti, dalla Presidenza del 'Buon Governo, il 31 ago- 
sto 1844, si diramava alle autorità toscane la seguente cir- 
colare riservata: 

„ Essendo stati riconosciuti come d' indole perniciosa e 
sovversiva, i tre opuscoli intitolati: Scritti Inediti cf Ugo 
Foscolo, stampati a Lugano nel 1844 ; Alice, ossia Bologna 
nel 1833, racconto di Ifigenia Zauli-Sajani colla data Ita- 
lia 1844, ma stampato a Corfù, e Poesie Italiane tratte da 
ima stampa a penna colla data Italia 1844, (in cui trovan- 
si raccolte quelle che attribuisconsi all'avv. Giusti, ma 
contro delle quali si è già protestato rifiutandole per sue), 
r I. e R. Segreteria di Stato, con dispaccio del 22 cadente 
mese, ha disposto che le autorità politiche facciano sentire a 
tutti i librai, che resta proibito loro di vendere tali libri 
ecc. ecc. „ 

E il Giusti, anche questa volta, quantunque le bUe 
poesie girassero stampate, e da tutti i liberali gli si decre- 
tasse il titolo di Giovenale toscano, per quel suo benedetto 
amore del quieto vivere, si metteva in regola colla Polizia 
rinnegando ciò eh' era ossa delle sue ossa, carne della sua 
carne ; e il Governatore di Livorno, il 26 agosto, cioè set- 



287 

te giorni prima che il Bologna diramasse la nota sopra ri- 
portata, ne informava il Buon Governo nel modo se- 
guente : „ n dott. Giusti ha fatto stampare alcuni versi, 
preceduti da una dedicatoria alla marchesa d'Azeglio, ove 
appunto contiensi una protesta per dichiarare che non rico- 
nosce per sue la maggior parte delle poesie stampate nel- 
r edizione del 1844. , 

Ma la dichiarazione del Giusti era stata più esplicita : 
anzi così esplicita, da metterlo addirittura al sicuro di qual- 
siasi molestia da parte della Polizia. 

Imperocché, egli non rinnegò la maggior parte delle poe- 
sie dell' edizione clandestina, la quale dichiarazione, in ogni 
modo, avrebbe sempre lasciato U dubbio sul numero e sul 
carattere delle poesie da lui non riconosciute per farina del 
proprio sacco ; ma rinnegò precisamente tutte le poesie di 
carattere politico contenute nell' edizione clandestina de' suoi 
versi, come si scorge chiaramente dalla stessa dedicatoria 
alla moglie di Massimo d'Azeglio : „ Tre di queste compo- 
sizioni (composizioni che non avevano nulla da fare colla po- 
litica)^ sono state piantate là alla piena libera in un certo 
libro coniato di fresco (Poesie Italiane tratte da una stampa 
a penna), sul quale, per dirla alla popolana, entravano come 
il cavolo a merenda. Chi si sia preso questa scesa di testa 
di accodare gli scritti dati fuori col mio nome a un guaz- 
zabuglio di versi bastardi e storpiati, io non lo so....„ 

Come vedete, la paura della Polizia faceva uscire il sor 
Beppe proprio fuori dei gangheri, sino ad accordare il titolo, 
in pubblico ed in una lettera indirizzata alla moglie d' uno 
che fra poco, a proposito d' una certa pubblicazione, dove- 
va dare prove d' un coraggio civile assai diverso dal suo, 
di guazzabuglio di versi bastardi e storpiati dXL^ Incoronazio- 
ne^ allo Stivale, alla Terra dei Morti!.... 

Meno male se si fosse trattato di sottrarre la propria 
pelle al capestro del boia austriaco o di quello dei Borboni 
di Napoli; ma rinnegare la propria gloria per non subire 
un Avvertimento di cangiar vita, come quello che egli stesso 
aveva subito quando studiava le Pandette sui tavolini del- 
l' Ussaro, di Pisa, via, ci sì] permetta di dirlo, tutto ciò non 



288 

ha nulla del Giovenale, e il sor Beppe ci fa una figura più 
che da Sansone, da pacifico e timido borghesuccio. 

Peraltro, 1' èra delle grandi riforme s' avvicinava a 
grandi passi. La Polizia, in Toscana, contro V invadente li- 
beralismo, si dichiarava impotente ; e il Giusti, a cui non 
s' era torto un capello quando la reazione era in auge, 
ora che questa tramontava, poteva dormire tra due guanciali 
i suoi sonni. Di certo, l'illustrissimo signor Presidente del Buon 
Governo, che aveva tutt' altro da pensare che alle satire, 
non r avrebbe fatto chiamare a sé per ammonirlo a cambiar 
vita !... 



289 



CAPITOLO XXXW. 
Poesie inedite attribuite al Giusti. 



G 



'ome si sa, una parte delle poesie che corsero in Italia 
col nome di Giuseppe Giusti, fu dallo stesso poeta pubblica- 
mente e costantemente rigettata come roba non sua : un'al- 
tra, all' incontro, fu da lui rifiutata, non perchè non gli ap- 
partenesse, ma perchè egli non vi riscontrava i carat- 
teri di un' opera d' arte. Nella citata lettera ad Atto Tan- 
nucci del 14 settembre 1844, egli scriveva: „ Soli vent'otto 
scherzi,... voglio che sieno pubblicati : il resto, o non è mio, 
lo rifiuto.... Questa scelta che ho fatto tra i miei scritti, 
non è mia solamente, ma anco consigliata da persone che 
ho amato e stimato. , E al Vannncci scriveva così nell'in- 
timità deUa confidenza, e quando per la fiera malinconia 
che aveva preso in quei giorni, il Giusti credeva, scriven- 
do al suo amico, di dettare il suo testamento letterario. La 
quale confessione in articulo motiis, come certamente non 
isfuggirà al lettore, era assai ben diversa di quella che per 
chiudere la bocca alla Polizia, era costretto a fare nella 
dedicatoria alla D' Azeglio ; imperocché, mentre qui delle 
poesie pubblicate alla macchia non riconosceva per sue che 
soli tre componimenti, nessuno dei quali di carattere sati- 
rico, nella lettera al Vannucci confessava che la sua atti- 
vità letteraria era rappresentata non solo da quei vent' otto 
scherzi eh' egli sceglieva per legare ad essi il suo nome, 
ma ben anco da altri, ch'egli rifiutava come indegni di passa- 
re alla posterità. 

Ma quali sono veramente le poesie apocrife? Quali 
quelle rifiutate ? Fra le prime .sono ora tutti d' accordo che 
debbano comprendersi : Il Creatore e il suo Mondo — Come 
l'inno le cose — Il Giardino — / Consigli di mio Nonno 



290 
— Fra una Marchesa e l'Astrologo — // fallimento del Pa- 
pa. Quanto alle rifiutate, lo stesso Griusti ci apprende (Pre- 
fazione destinata ad un'' edizione del 1848) che esse sono : 
La Mamma Educatrice — Un insulto d'Apatia — Il mio 
nuovo Amico — Il Colera — Professione di fede alle don- 
ne — Tirata contro Luigi Filippo — Ricotta — L' Ave 
Maria — Parole d'un Consigliere al suo Principe — tutte 
scritte, diceva egli stesso, a 18 anni quando ero una mo-^ 
sca senza capo, più assai che non sono adesso. 

A noi è toccata la fortuna d' imbatterci, frugando nel-^ 
l'ArcMvio Segreto della presidenza del Buon Governo, in 
tre poesie che non si trovano né fra quelle che ora corro- 
no stampate come apocrife, né fra quelle rifiutate, e dalla 
Polizia attribuite al Giusti. Dobbiamo classificarle tra le 
prime o tra le seconde ? Dobbiamo ritenerle uscite dalla 
penna d' uno di quei tanti anonimi imitatori, che ebbe in 
Toscana fra il 1839 e il 1848, il nostro poeta, o dobbiamo 
ritenerle come parte del patrimonio poetico del Giusti, ma 
da questo rifiutate, sia perchè dal lato dell' arte non rico- 
nosceva che avessero raggiunto quella perfezione d' insie- 
me e di particolari a cui egli mirava in tutte le sue com- 
posizioni, sia perché la natura stessa degli scherzi, come 
vedremo subito, gì' imponesse per avventura il dovere dij 
sconfessarne la paternità? 

Forse un accurato esame delle stesse poesie ci condur- 
rebbe a dissipare un siffatto dubbio e a classificarle fra le 
rifiutate, se la loro forma, non sempre corretta, non ci co- 
stringesse una riserva di giudizio che il lettore non stente- 
rà a capire. 

Tutti sanno quanto il Giusti fosse amico della lima. 
Ciò che al pubblico (non esclusa la Polizia, come rilevasi 
dalla nota del Bologna al Corsini) pareva improvvisazione, 
non era che un faticoso lavoro d' intarsiatura. La facilità 
nel Giusti non era che artificio. L' arte nascondeva 1' arte ; 
e 1' aver egli rifiutato qualcuna di quelle sue poesie gio- 
vanili, che pur corsero ammirate per le bocche di dotti e 
d' indotti, mostra come egli finamente sentisse in fatto d'ar- 
te, e questa riponesse in quella perfezione, che come scrive 



291 

va Orazio, non è che il frutto d' un pazientissimo lavoro 
di correzione. 

Certamente, nei componimenti di cui parliamo, e segna- 
tamente in qualche arguto concetto, in qualche frase ta- 
gliente come la punta di un coltello, fa capolino U Giusti : 
ma gli elementi di prova sì limiterebbero a tutto ciò. Man- 
cherebbe sempre la perfezione della forma ; la quale man- 
canza nemmeno deporrebbe contro la autenticità dei detti 
componimenti ; imperocché, se il Giusti curò molto e pazien- 
temente l'idea e la forma di quelle satire che egli destinava 
alla posterità, non si prese mai cura di quelle a cui egli non 
attribuiva che la vita d'un giorno. 

E ciò che sopratutto ci mantiene nel dubbio e ci vieta 
di pronunciarci nettamente contrari alla loro autenticità, è 
che la Polizia attribuiva tutti e tre i componimenti al Giu- 
sti. Sappiamo benissimo che le polizie non sono infallibili ; 
ma nel nostro caso bisogna credere che la Polizia toscana 
avesse un buon naso, e i suoi bracchi mii'assero giusto : 
che, quantunque la prima conoscesse le poesie, che ora cor- 
rono fra le apocrife, pure mai ne attribuì la paternità al 
Giusti, mentre quando si trattò àeW Incoronazione, dello Sti- 
vale, del Mio nuovo Amico, del Congresso di Pisa, della 
Terra dei Morti, del Brindisi di Girella ecc. mise fuori il 
nome del nostro poeta. Avrebbe preso lucciole per lanterne 
soltanto per le Attualità fiorentine, pel Brindisi e pel La- 
mento deir Imperatore fZ' Austria, i tre componimenti da noi 
scoperti? * 



L' Ispettore di Polizia di Pisa, Teodulo Botti, il 29 
gennaio 1846, scriveva al Presidente del Buon Governo : 

„ Giuseppe Giusti, di Pescia, attualmente dimorante in 
Pisa trovandosi verso la metà del cadente mese a pranzo 
in casa del signor G, B. Toscanelli, recitò un Brindisi, che 



292 

aveva già scritto. Questa composizione circola adesso per 
la città, ed io mi credo nel dovere di trasmetterne copia 
alla S. V. Ill.ma. „ 

Ecco il Brindisi: 



Facciamo un brindisi 
Al re dei re, 
Che lascia gli iiomini 
Mestar da sé. 

Ma già i miracoli 
Dei tempi andati 
Per noi son' algebra ; 
Troppi peccati. 

Torni saut' Orsola 
E ponga in fila 
Stuolo di vergini 
Undicimila. 

Sulla sua cattedra 
Ritorni Piero ; 
Se trova il bandolo 
Bravo davvero! 

Il mondo variasi, 
E fanno bene 
Quei che lo pigliano 
Come egli viene. 

E chi \'uol vivere 
Vita giuliva 
Intuoni al secolo 
Un beli' evviva ! 

Evviva i medici, 
I ballerini, 
Che ci fan spendere 
Tanti quattrini ! 

Viva chi supplica 
Senza aver niente, 
Viva chi vantasi 
D' esser clemente ! 

Viva le' rendite 
Di chi riscuote 
Da quei che pagano 
A tasche vuote ! 

Kvviva r n].i I I 
Dogi' ili;^. L,ni. li 
Che fanno ridere 
1 forastieri ! 



Evviva i giovani 
Che son galanti 
Segnati al codice 
Dei negozianti ! 

Viva le femmine 
Vaghe, attillate, 
Viva le camere 
Ammobiliate ! 

Viva i filantropi, 
Gli umanitari. 
Viva le cabale 
Degl' impresari ! 

Viva la tattica 
Del giornalista, 
Che per proteggere 
La sua rivista, 

Seppe con provvida 
Filosofia 
Farsi benevola 
La polizia ! 

Evviva il Principe 
Che ci governa ; 
Gli presti Diogene 
La sua lanterna. 

Evviva il bambolo 
Che regge Lucca, 
Che i propri sudditi 
Spesso pilucca ; 

Ch' ama le femmine 
Ed il buon vino, 
E fa da principe 
Senza un quattrino ; 

Che non vuol credere 
A i)uuti Dei, 
E accende moccoli 
Solo agli Ebrei ; 

Ch' è poi di scandii' 
Alla Teresa 
Tuttrt di monache 
E tutta chiosa ! 



293 



Viva la vedova 
Del gran Guerriero, 
Avanzo sudicio 
Del putiferio ! 

Viva di Modena 
Il vecchio sire ; 
Iddio gli anticipi 
H Die3 trae ; 

Che un de Profundis 
Di cuor gì' invia 
Coi rutti il popolo, 
E così sia ! 

Viva di Xapoli 
I maccheroni, 
C" hanno più credito 
Dei lor padroni I 

Evviva il principe 
Volta-handiera, 
Viva la maschera 
Della frontiera ; 

Che crede facile 
Di far da bravo. 
Poi si fa scorgere 
E toma schiavo. 

Viva U pontefice, 
Quel buon Gregorio, 
Che in breve vendere 
Dovrà il ciborio. 

Evviva il 



Perchè il carnefice 
Chiede 1' argento 
Per poter prendere 
Un supplimento. 

Anche gli Svizzeri 
Voglion quattrini ; 
Vedi che tangheri, 
Che beduini ! 

E quelli zotici 
Carabinieri, 
Un dì gli rubano 
I candelieri. 

Eh, via, prestategli 
La vostra mano ; 
Lor date gratis 
H Vaticano. 

Strappate il fegato 
De' romagnoli, 
Fatelo cuocere 
Dentro ai paioli, 

E dopo offritelo 
A lui per cena; 
Farà, credetemi. 
La pancia piena : 

E col suo giubilo, 
Col suo sorriso. 
Saprà dischiudervi 
n paradiso, 
secolo 



niuminat-o. 
Evviva il popolo 
Civilizzato ! 



Le Attualità fiorentine contengono una sanguinosissima 
satira di Leopoldo II, Granduca, e del ministero Cempini, 
Paiier e Humbonrg succeduto ai due precedenti, 1' uno del 
Fossombroni e 1' altro del Corsini, che nel 1846, quando 
dall' un capo all' altro d' Italia serpeggiava uno spirito di 
libertà, aveva avuto la meschina idea di tener sa ritto il 



294 

cadavere impagliato della reazione coli' introdurre in Tosca- 
na le suore di carità, e collo stringersi in intima alleanza 
colla Corte romana, alla quale, in mezzo ad un grido di ri- 
provazione che si levava da tutta 1' Europa liberale, conse- 
gnava il rifugiato politico Pietro Renzi. 

È una nota dell'Ispettore di Polizia di Firenze che 
attribuisce le Attualità fiorentine al Giusti. 



È questo il secolo 
Che la parola 
Divieu solubile 
E se ne vola. 

Difficilissimo 
Ora diviene 
Trovar fra gli uomini 
Un uom da bene. 

Ma questa regola 
Soffre eccezione 
Nel far 1' analisi 
Delle persone. 

Se a caso uu discolo 
La fé non cura, 
Egli è impossibile 
Cangiar natura. 

Ma se in un Principe 
Kegna doppiezza, 
Cbe bella maschera 
Divien l'Altezza ! 

Che conta un codice 
Leale e franco, 
Quando tramutasi 
11 nero in bianco ? 

Se sempre un premio 
Trova il delitto, 
S' annulla il codice 
Con un rescritto. 

È meglio vivere 
Senza una legge, 
Quando non trovasi 
Chi la protegge. 



Quest'oggi al profugo 
Si dava aita. 
Domani attentasi 
Alla sua vita. 

Oggi respingesi 
In cielo estrauo ; 
Domani rendesi 
Al Vaticano (1). 

E là quel misero 
Sua sorte aspetta. 
Là dal suo carcere 
Grida vendetta. 

Che azioni nobili ! 
Ohe tratto umano ! 
È bello, Etruria, 
Questo sovrano ! 

Quando nel Principe 
Regna doppiezza, 
Ohe bella maschera 
Divien 1' Altezza ! 

Ohe vada al diavolo 
Ohi ci governa, 
Giù nella polvere 
L' odiata terna 

Dei diplomatici. 
Dei consiglieri. 
Appoggio e cardine 
Dei dicasteri. 

Questo inettissimo 
Sciocco Consiglio 
Muove nel popoU» 

(iravr hisbii^lio. 



(I). AUudcsi alla consegna "del Benzi. 



E quando videsi 
In terra e in mare 
Scegliere gli asini 
Per consigliare ? 

Tolti dal numero 
Dei ... . (?) 
E degli ipocriti 
San Firenzini; 

Levati in auge 
Non si sa come, 
Xou hanno italico 
Nemmeno il nome. 

^fou piante esotiche 
Dell' Alemagna, 
Che in seno nutrono 
Qualche magagna ; 

E all'uopo stillano 
Dal sozzo seno 
Un sottilissimo 
Novo veleno. 

Humbourg e Paiier, 
Poldin secondo, 
È il più ridicolo 
Terno del mondo. 

A questo triplice, 
Strano cibreo, 
Di fresco aggiungesi 
Altro babbeo (1), 

Ohe coli' appoggio 
Dell' indulgenza 
Scroccato ha il titolo 
Dell' Eccellenza. 

Ei sempre immagina 
Opere pie, 

Tien sempre a latere 
E birri e spie. 

Fra i libri ascetici 
E le pandette 
Sogna r ergastolo 
E le manette. 



295 

Se sorge tm nuvolo. 
Una bufera, 
Ei t' apre 1' adito 
Della galera. 

Per quest' ipocrita 
Non v' ha divario : 
È tanto un vescovo 
Che un commissario. 

Oh lasci subito 
n suol toscano, 
Gregorio attendelo 
Nel Vaticano. 

Là, dondolandosi 
Fra il bene e il male, 
Avrà la porpora 
Di Cardiuale. 

In questo secolo, 
A questa luna. 
Un figlio adultero 
Suol far fortuna. 

Nato di copula 
D' lino scettrato, 
Da un sozzo talamo 
Vituperato, 

Nutristi l'anima 
AU' estorsione. 
Rubasti ai sudditi 
Per il padrone (2). 

Quand' eri in capite 
Dei Gabellieri, 
Fosti il cannibale 
Dei Finanzieri. 

Le triste massime 
Son pubblicate. 
Né posson essere 
Dimenticate : 

„ Si paghi Cesare, 
„ Ma non col mio, 
, Qui regna Cesare 
_ Non regna Iddio. _ 



(1). Giovanni Bologna, presidente del Buon Governo, nominato 
allora Consigliere di Stato, col titolo di Eccellenza. 

(2). Giovanni Ba i, che nel ministero presieduto dal Cempini 

ebbe il dipartimento delle finanze. 



296 

A suon di cabale, 
A suon d' imbroglio, 
T' apristi un adito 
Al regio soglio. 

Chi sa qual traffico 
Hai macchinato ? 
Chi sa qual turbine 
C hai preparato ! 



Ma sempre, o stolido ! 
Non dormiremo, 
Verrà queir epoca 
Che sorgeremo! 

Anche una fabbrica 
Di mole ingente, 
Diventa polvere. 
Diventa niente I 



Infine, la poesia : Lamento dell' Imperatore d' Austria 
circolò nell' autunno del 1846 ; e il commissario di Santa 
Croce, in una sua nota del 2 ottobre al Presidente del Buon 
Governo scriveva : „ È stata creduta dell' avv. Griusti, ma 
ad un suo amico clie gliene fece ricerca, lo negò. „ La qua- 
le negativa non può che influire assai debolmente a dissi- 
pare il dubbio sulla paternità dello scherzo, visto che il Giu- 
sti, pur di non compromettere la sua pace, rinnegava pub- 
blicamente verso quel tempo le sue migliori poesie — le sa- 
tiriche. 

Ecco, intanto, il Lamento dell' Lnperatore d'Austria, uv<, 
in più d' una strofa si sente 1' autore dell' Licoronazione e 
dello Stivale: 



Questo Papa. benedetto (1) 
Fin dal giorno che fu eletto 
Mi guastò la bussola. 

Era meglio per l'Impero 
Che sul trono di San Piero 
Ci montasse il diavolo. 

Questo almeno per lo zelo 
Di rubare anime al cielo, 
Strozzerebbe i sudditi. 

Oh, quest'uomo intelligente 
Era bene veramente 

Che restasse ad Imola. 



E il divino Paracleto 
Per dispetto cheto cheto 
Me lo fa pontefice! 

Bella scelta è stata questa : 
C ho da far, colla mia testa 
VuotA come \in sughero-' 

Questa è stata un' elezione 
Che mi ha messo in convidsione, 
Che mi fa epilettico. 

Con un i)apa liberale 
V è da tarla molto male ; 
Me lo dice Metteruicli. 



(1). Pio IX. 



Dove diavolo ha imparato 
Sulle carceri di Stato 

Metter 1' appigionasi? 

Io per me voglio star alto, 
Do i miei sudditi in appalto 
Al ledei carnefice. 

Tanta gente che passeggia 
AU' intorno della reggia, 
Forma sempre ostacolo. 

Gli è venuto la manìa 
Di dar fuori 1' Amnistia : 
Son cose da principe ? 

I sovrani un poco accorti 
Fan la grazia solo ai morti; 
Come fece Modena. 

Se quei birbi maledetti 
Or dal papa son protetti, 
Buona notte Italia I 



297 

Se per chiasso anche il Chiappini 
Aiutasse i papalini, 

V è da andare a rotoli ! 

Ai bei tempi, mi ricordo, 
Come andavasi d' accordo 
Con papa Gregorio I 

Io per me non ho paura, 
Tengo il banco alla sicura 
Finché vive Metternich. 

Ma se muore, piano piano 
Me la batto, e vo a Milano 
A riportar 1' olio. 

Or che a fare ha principiato, 
Dio lo sa nel suo papato 
Quante cose macchina! 

Se non toma nei confini, 
Yo veder se Lambruschini 

Gli dà wu po' d* arsenico. • 



La Polizia, peraltro, non tardò a conciliarsi col Griusti. 
Difatti, in un rapporto dell' Ispettore di quello stesso an- 
no 1846, leggiamo ; „ In mezzo alle ciarle politiche e alle 
pretese dei rivoluzionari, c'è chi pone in ridicolo le preten- 
sioni dei fanatici {legga il lettore: liberali) essendo stata 
posta in circolazione la seguente poesia: 



— Eroi Eroi, 
Che fat€ voi? 



Ponziamo il poi ! - 



E come si sa, il »TÌasti, di quest' ultima satira non rinnegò 
la paternità. E dal mettere in ridicolo il Gioberti, il Balbo, 
il D'Azeglio, il Saivagnoli, i quali allora erano gli uomini 
che ponzavano il poi, a quello d' inneggiare ai principi d'I- 
talia che aveva vituperato, il passo era breve. L' anno se- 
guente egli cantava in un canne diretto a Leopoldo II — 
il Toscano Morfeo: 



icnciiui l'accuse e l'ombre del papato 
Di scambievoli orgogli acerbi frutti : 



298 



Tutti un duro letargo ha travagliato, 
Errammo tutti (1). 

Oggi iu più degna gara a tutti giova 
Cessar miseri dubbi e detti amari, 
Al fiero incarco della vita nuova 
Nuovi del pari. 



(1). Anche il Giusti, quando scrisse V Iinui< 
Viva Arlecchini 
E burattini ; 
Viva (j:r inchini ; 
Viva le maschere 
D' ogni paese ! 



299 



CAPITOLO XXXV. 

Luigi Napoleone Bonaparte 
in Toscana. 



Q. 



'uando Napoleone m, alla testa del suo esercito, varcò 
le Alpi e venne in Italia a combattere la guerra della no- 
stra indipendenza, egli non poteva dirsi estraneo ai moti 
rivoluzionari che avevano agitato negli anni innanzi la no- 
stra penisola. 

Imperocché, prima di cingere la corona imperiale, egli 
era stato cospiratore, e il suo nome si trovava già associa- 
to a quello di coloro che fra il 1831 e il 1848, nei tempi 
in cui in ogni italiano si nascondeva un congiurato, s' erano 
adoperati per redimere la Magna Parens dalla servitù in- 
digena e straniera. 

Come tutti sanno, nei moti che precedettero in Roma- 
gna l'elezione di Gregorio XVI papa, il principe che ven- 
t'otto anni più tardi doveva dire agli Italiani : „ Siate oggi 
soldati per esser domani cittadini d' una grande Naziùne „ 
combattè bravamente, accanto al fratello maggiore, i soldati 
pontifici ; ma ciò che forse nessuno conosce è che, non ap- 
pena egli fuggì, nel 1846, dal castello di Ham, il suo pri- 
mo pensiero fu quello di consacrarsi aUa resurrezione d'I- 
talia — di questa terra ove egli aveva passato i migliori 
giorni della sua vita, quelli della giovinezza, che insieme 
ai Lungarni fiorentini inondati di sole e aUe ville romane 
ripercotenti il rumore delle cascate delle loro fontane e dei 
loro laghi, gli ricordava la gentile ospitalità di cui i suoi 
abitanti furono sempre larghi verso la famiglia proscritta 
del grande imperatore. 

È questo un episodio della vita di Napoleone III affat- 
to ignorato e che noi narreremo sulla scorta dei documenti 
dell'ArchiArio Segreto della Polizia Toscana. 



300 

In data del 17 aprile 1846 — in un momento in cui 
da tutti si riteneva imminente un movimento insurrezionale 
nella penisola — S. E. il comm. Griovanni Bologna, mini- 
stro della Polizia del Granducato di Toscana, scriveva, di 
tutto suo pugno la nota seguente : 

„ n principe Napoleone di Montfort domanda in nome 
di suo padre, il principe Gerolamo, e di suo zio il principe 
Luigi ex-re d'Olanda, se nel caso che il Governo francese 
accordasse al giovine principe Luigi iìglio di quest' ultimo, 
ora detenuto nel forte di Ham, un salvacondotto d'uno o due 
mesi per venire a rivedere il cadente suo genitore, il Go- 
verno toscano fosse per opporsi al suo ingresso in Toscana 
pel tempo e per 1' oggetto sopra enunciati. „ 

Come si vede, da questo documento non traspare che 
la pietà filiale del principe. Il cospii*atore — ne stiano si- 
curi i nostri lettori — non mancherà di far capolino. E 
Luigi Napoleone — e questo si sa — era nato col bernoc- 
colo del cospiratore. 

Ma il Governo toscano non era più rappresentato in 
quei giorni dal conte Fossombroni, né da don Neri Corsini, 
che in fatto d' ospitalità avevano sempre professato idee 
larghe, o, come oggi si direbbe, inglesi. 

Eeggeva la segreteria di Stato il vecchio Cempini, che 
non s'occupava che di finanza, mentre il Paiier e 1' Hum- 
bourg, l'uno agli interni e l' altro agli esteri, dinanzi al 
soffio di riforma che spirava in quel tempo in Italia, non 
avevano saputo far altro di meglio che di stringere i freni 
e di darsi anima e corpo ai gesuiti, i quali cercavano d'intro- 
dursi, magari di straforo, nel Granducato. Quanto a poli- 
tica estera, i due ministri, oltre al vecchio pedagogo che 
s'incarnava neUa medievale figura del principe di Metter- 
nich, obbedivano al dottrinario Guizot, che rinnegati i suni 
anticlii principi di libertà professati dalla cattedra e nei li- 
bri, s'era tramutato in istrumento di reazione. 

Difatti, fu dietro il consiglio del ministro di Francia 
presso il Governo granducale, che S. E. Bologna, dopo tv-- 
sersi posto d' accordo con S. E. Paiier, scrisse la seguent» 
lettera al principe Napoleone (Gerolamo) Bonaparte, che p<'- 



301 

chi giorni prima s' era recato presso il Presidente del Buon 
• Tovemo (ministro di Polizia) per appoggiare a voce il de- 
siderio manifestato dal prigioniero di Ham : 

^ Firenze, 24 aprile 1846. 

^ Signor Principe, 

„ Io soddisfo al dovere clie mi corre di darle la ri- 
, sposta della quale m' incaricò la mattina di venerdì del 
^ cadente, e spiacemi d' annunziarle che non ha potuto es- 
> sere conforme ai di Lei desideri. Ciò significandole col 
, presente ossequioso foglio, ho avuto in mira di risparmiar- 
^ le r incomodo di favorirmi personalmente. „ 

La minuta della lettera ha la seguente postilla tutta di 
pugno dello stesso Bologna. 

., Scrisse cosi il Bologna dopo presi i superiori ordini 
^ ed in tali sensi fu scritto al Ministro toscano in Parigi, 
, cav. Peruzzi, che aveva trasmesso al ilinistero la do- 
_ manda. , 

Poco dopo il futuro imperatore dei francesi, come un 
eroe dei romanzi di Alessandro Dumas, che allora erano in 
gran voga, evadeva dal forte di Ham, e il Governo tosca- 
no, nel timore che il principe, malgrado il divieto, volesse 
penetrare nel Granducato, prendeva le sue disposizioni per 
impedirgliene l' ingresso, come si rileva dalla seguente nota 
rìservatissima dell' 11 giugno 1846 diretta da S. E. Pailer 
a S. E. Bologna : 

„ I giornali francesi riportano una lettera del principe 
Luigi Napoleone a Saint-Aulaire nella quale deduceva che 
la sua evasione dal forte d'Ham non ha avuto causa od o- 
stilitA contro 1' ordine attuale della Francia, ma il solo de- 
siderio di portarsi a Firenze per rivedervi suo padre. E 
ma lettera dì Parigi ha poi la notizia che questo principe 
ahbia già domandato in Inghilterra un passaporto per re- 
carsi in Toscana per la via di Livorno. 

a Se gravi difficoltà si affacciarono per replicare sfavo- 
revolmente alla istanza di recarsi in Firenze, qualora il Go- 



302 

verno francese si fosse prestato a liberarlo dalla detenzio- 
ne, anche maggiori se ne presentano adesso dopo la sua 
fuga. Si rende quindi indispensabile di prevenire il possibi- 
le che il principe tenti di penetrare nel Granducato, dando 
ordini positivi perchè non gli venga permesso l'ingresso. . 
E il Bologna non mancò subito di dare in tal senso i 
suoi ordini al Governatore di Livorno, don Neri Corsini ju- 
nior., avvertendolo che correva voce come il principe si fos- 
se procurato a Londra un passaporto sotto il nome di co- 
lonnello Crawford. 



Intanto, l'ex-re d' Olanda, il conte di Saint-Leu, ago- 
nizzava a Livorno, in una camera ieh^ Albergo di San Mar- 
co. Il fratello di Napoleone I, era conosciutissimo, come quasi 
tutti i napoleonidi, in Toscana, ove era venuto a stabilirsi 
poco dopo l' immane catastrofe di Waterloo. 

/ Piuttosto avaro, non pagava che stentatamente i suoi 
fornitori, e i suoi ozi di re in esilio ammazzava collo studio. 

Mentre il fratello Girolamo riempiva Firenze del rumo- 
re de' suoi amori e dello splendore delle sue feste, egli scri- 
veva una vigorosa replica alla Storia di Napoleone I, di 
Walter Scott, e quando l'ex-re l'ebbe compiuta, seguitò sem- 
pre a scrivere. Soltanto, scambio di difendere il vincitore di 
Marengo e d'Austerlitz dalle accuse dello scrittore inglese, 
imbastiva romanzi, che la sua vicina di casa, la contessa 
d'Albany, trovava parecchio pesanti, e canzoncine, che qual- 
che raro visitatore francese di quel re decaduto, trovava 
piuttosto graziose. 

Egli spirò il 25 luglio, senza che potesse abbracciare 
1' unico suo tìglio superstite. Nel suo testamento espresse il 
desiderio che la salma del suo primogenito — il principe 
Napoleone morto in Romagna — dalla chiesa di Santo Spi- 
rito, di Firenze, ove era stata tumulata, fosse trasportata 
nel castello di Saint-Leu ed ivi sepolta insieme alla pro- 
pria. 



303 

Ma il principe Luigi Napoleone, benché un pietoso do- 
vere non lo chiamasse più in Toscana, continnò ad acca- 
rezzare il suo vecchio disegno di recarvisi, magari di na- 
scosto. A quale scopo ? Certamente aUo scopo di penetrare 
di là nelle Eomagne sempre pronte ad insorgere, ed innal- 
zarvi il vessillo della libertà e dell' indipendenza, come pre- 
cisamente aveva fatto insieme al fratello quindici anni in- 
nanzi. 

Sconfitto in Francia sul terreno delle avventure più o 
meno imperiali, si sarebbe presa cosi la rivincita in Italia nel 
campo più glorioso della rigenerazione d'un popolo. Peral- 
tro, r Italia, in quel momento, era moralmente in piena ri- 
voluzione. 

La recente elezione di Pio IX, aveva dato un colpo 
terribile alla reazione, e sarebbe bastato che un uomo dal 
nome glorioso avesse gettato un grido di libertà, perchè le 
Romagne si fossero trasformate in un vasto focolare d' in- 
surrezione. 

E che questi, o presso a poco questi, fossero i disegni 
del principe, si pu»'» dedurre dall' attività spiegata in quei 
giorni dal ministro di Francia in Toscana, sia per tenere 
informato il Governo granducale dei movimenti di Luigi 
Napoleone, sia per provocare dai ministri di Leopoldo mi- 
sure energiche allo scopo d' impedire al principe l' ingresso 
nel Cfranducato, ove egli si fosse presentato, come n' era 
credenza, con un nome falso. 

H 28 settembre 1846, difatti, una nuova ed energica 
nota fu diretta al Governatore di Livorno, nonché a tutti 
i commissari e vicari regi delle città e paesi di frontiera, 
perchè respingessero, qualora si presentasse, il principe. 

H principe Luigi Napoleone non era stato che da gio- 
vinetto in Toscana. Fra il 1818 e il 1819, aveva soggior- 
nato per alcuni mesi, insieme al padre, a Montughi, la 
verde e deliziosa collina che sorge a Firenze, appena fuori 
porta San Gallo. Più tardi, nel 1823, v' era ritornato, ma 
per poche settimane, insieme a sua madre, la bella Orten- 
sia, r ex-regina d' Olanda. Capì quindi il Governo che ove 
il principe si fosse presentato sotto un falso nome alle au- 



304 

torità di frontiera, ne avrebbe facilmente eluso la vigilanza, 
e domandò ed ottenne dal compiacente governo del Gruizot 
i connotati dell' evaso di Ham, che furono subito trasmessi 
al Governatore di Livorno e a tutti gli uffici di polizia del 
Granducato. 

Noi li trascriviamo letteralmente. Eccoli : 

Agi': de trentehuit' ans. 

Taille: un mètre et 66 centimètres. 

Cheveux : chatains. 

Sourcils: idem. 

Front: moyenne. 

Yeiix: gris et petits. 

Nez: grand. 

Eoliche: moyenne. 

Levres: épaisses. 

Barbe: brune. 

Moustaches: blonds. 

Mentori: pointu. 

Visage: ovale. 

Teint: pale. 
„ Marques particuUeres. Téte enfoncée dans les épaules. 
Epaules larges. Dos voùté. Quelques cheveux gris. En mai 
1846, le prince ne portait ni moustaches, ni monche. „ 

Ma il principe non si fece vivo, e le autorità toscane 
non ci pensavano più, allorché nella primavera del 1847, 
quando l' agitazione toccava in Italia quasi il colmo, né 
mancavano qua e là i segni precursori della imminente pro- 
cella, il Governo granducale venne segretamente avvisato, 
da Parigi, come in quei giorni Luigi Napoleone Bonaparto 
andasse meditando uno sbarco sul littorale della Toscaim, 

Appena si ebbe la notizia, il ministro degli affari este- 
ri, il comm. Humbonrg scrisse ;U romm. HoI^'mv» i > v. uni. Mi- 
te nota riservata : 

„ Fii-enze, li 22 aprile 1847. 
^ Da canale degno di molta fede si riceve la notizia 



305 

, che il principe Luigi Napoleone Bonaparte, già evaso dal 
„ forte di Ham, aiutato nel delittuoso pensiero dalle sètte 

- segrete della Corsica, mediti d'effettuare uno sbarco su qual- 
^ che punto della costa toscana e si giunge perfino a dire in 
„ Livorno, affine d'internarsi poi nel continente e sovvertire 
., r attuale ordine di cose. 

„ Due emissari delle sètte predette 1' avrebbero prece- 

- duto in Livorno e sarebbero questi un avvocato Giacobbi 
_ e un certo Cristini. 

, Mentre oggi stesso va ad èssere di tutto informato il 

- marchese di Lajatico don Neri Corsini Jw«»or, Governatore 
« di Livorno, rimettendogli di nuovo i connotati del principe 
_ Luigi, io debbo per superiore comando invitare V. E. a 
^ rinnovare gli ordini più premurosi perchè resti impedito 

- al Bonaparte l' ingresso in Toscana. „ 

Le informazioni del Governo granducale non erano ine- 
satte. Difatti, esaminati a Livorno i registri dei forestieri, 
si apprese come in que' giorni fossero arrivati in quella 
città, provenienti dalla Corsica, l'avvocato Giacobbi e il Cri- 
stini. 

Literrogati costoro sullo scopo del loro viaggio, rispo- 
sero che per affari si recavano a Bologna. H- Giacobbi ag- 
giunse che conosceva il principe Luigi Napoleone, ma che 
nulla sapeva di congiure, di sbarchi, ecc. ecc. 

Lasciati in libertà, proseguirono difatti il loro viaggio 
per Bologna. 

Intanto continuavano a fioccare le denunzie. L'Humbourg, 
r 8 maggio 1847, ritornava a scrivere al Bologna : 

., Li aumento alle comunicazioni già date a V. E. sono 
adesso incaricato di prevenirla che, a seconda di notizie 
pervenute a questo Jlinistero da buon canale, il principe 
Luigi Napoleone Bonaparte sarebbe, da due o tre giorni, 
partito da Genova col progetto già annunziato di sbarcare 
su qualche punto della costa Toscana, ed internarsi poi nel 
Granducato, ove le è noto con quali disegui abbia in animo 
d' introdursi. 

„ Questo annunzio esige che si raddoppi di vigilanza 
lille autorità che da Lei dipendono per impedire Tingresso 

20 



306 

del Bonaparte negli Stati di S. A. I. e R. ed ove pure riu- 
scisse ad eluderle, si proceda ad assicurarsi della sua per- 
sona in qualunque punto venisse a reperirsi. „ 



* 

* * 



Qui, appena occorre dirlo, le informazioni del Governo 
peccavano di esagerazione, anzi quella partenza da G-enova 
del principe Luigi Napoleone, era semplicemente un' inven- 
zione. 

La qualcosa prova come anche i così detti agenti se- 
greti vendano spesso, ai governi che li pagano profumata- 
mente, delle carote, come se fossero dei giornalisti a corto 
di notizie. 

Né allo stesso Bologna sfuggi la inesattezza dell' avvi- 
so segreto ricevuto dal ministro degli esteri, tanto che di 
proprio pugno scrisse a tergo della nota dell' Humbourg : 

„ Io non posso crederci ancora. Per ora la prudenza 
„ vuole che si torni a scrivere oggi stesso a Livorno. „ 

E fu scritto nuovamente a Livorno, ma né qui né al- 
trove la Polizia toscana ebbe agio di dar prova della sua 
oculatezza. 

Alla quale S. E. Bologna non credeva che sino a un 
certo punto, non ignorando come proverbiale ne fosse l' in- 
dolenza. Difatti, qualche mese prima che l' Humbourg gli 
avesse segnalata la pretesa partenza del principe Luigi Na- 
poleone da Genova, volendo provvedere con qualche misura 
efficace alla pubblica sicurezza di Livorno, ove le sètte mi- 
nacciavano di sostituirsi al Governo, scrisse al Governatore 
della città perché lo informasse esattamente dello stato del- 
l' animo degli abitanti. 

Ed avendo il Corsini risposto come nulla ci tosse da 
temere, il Bologna in data del 2 gennaio 1847, gli scrisse: 

„ Mi permetto di non dividere il suo giudizio sullo sta- 
to delle cose di codesta città, perchè io continuo a credere 
che Livorno sia un antro di rivoluzione... In ogni modo, 



I 



307 

perchè le cose, per difetto di esatte informazioni, non resti- 
no sempre al bnio, ed anche perchè sono persuaso che non 
possono bastare gli ordinari mezzi d' investigazione e di vi- 
gilanza, io sarei di parere che fosse indispensabile U trova- 
re e porre in azione dei fiduciari che siano bene a portata, 
formandone parte, delle persone e delle cose settarie, qua- 
lunque possa essere la spesa a tale scopo necessaria. „ 

Ma i/lduciart, benché scelti nelle stesse file de' settari, non 
valsero a preservare Livorno dall'onda rivoluzionaria, che al- 
lora tutto invadeva e soverchiava ; epperò, siccome un più 
particolareggiato racconto di ciò ci trarrebbe fuori del nostro 
argomento, così ritornando al principe Luigi Napoleone Bo- 
naparte e ai suoi disegni di sbarco sopra un punto della co- 
sta della Toscana, diremo che dopo il maggio 1847, l'Archivio 
Segreto della Polizia conserva intomo a tale materia il più 
completo silenzio. Evidentemente il principe, a cui per un 
momento ebbe a sorridere il pensiero di farsi il liberatore 
d' Italia, visto che densi nuvoloni si accumulavano sull' Eu- 
ropa, si riservò per altri avvenimenti ; e, come si sa, le sue 
previsioni non lo trassero in inganno. 



308 



CAPITOLO XXXVI. 
Le prime avvisaglie. 



F 



ra il 1844 e il 1845 un importante movimento sì com- 
piva nella opinione pubblica italiana. Le vecchie sètte, le 
sètte clie avevano imperato sotterraneamente nella penisola 
da oltre trent' anni ed avevano seminato di cospiratori ogni 
angolo d' Italia, cominciavano a sparire o a trasformarsi. Esse 
non si credevano più necessarie, almeno nella forma che ave- 
vano fin'allora assunto e in quanto ai mezzi che avevano a 
doperato, a formare la nuova Italia. Giuseppe Mazzini ces- 
sava quasi affatto di disporre a suo talento delle moltitudi 
ni. Qua e là e' erano ancora dei cospiratori modellati sul 
vecchio stampo e che credevano alle insurrezioni popolari o 
alla efficacia politica dei proclami ; ma nelle classi più ele- 
vate della società, sopratutto nei centri popolosi, come a 
Torino, a Milano, a Firenze, a Roma, cominciava a farsi 
strada un nuovo concetto, quello cioè, che 1' Italia potesse 
sorgere a vita novella non per virtù di cospiratori, ma per 
accordo di popoli e di principi. Era un' illusione come i fattii 
in seguito si presero la dolorosa missione di provare ; ma, 
queir illusione ebbe allora per sé tutti gì' italiani, da pochii 
in fuori, alla testa dei quali, sì capisce, il Mazziuì, che non 
ripiegò mai la sua bandiera, né il suo credo volle mai ac- 
conciare alle esigenze de' tempi, e fra gli uomini di studio, 
che dovevano fornire a quel nuovo indirizzo politico i suoi 
più illustri e poderosi partigiani, il Niccoliui, 1' autore di Cito 
vanni da Procida, che in quei giorni, quasi a protostare con 
tro coloro che volevano trasformare l' Italia in qualche cosai 
eh' era tra l'accademia e la sagrestia, tra il credo dei car 
bonari e il breviario del prete, lanciava fra la folla plau- 
dente ai nuovi iddii, il suo Arnaldo da Brescia. Corifei di 



I 



309 

codesto nuovo indirizzo erano il Gioberti, il Balbo, Massimo 
V Azeglio, Vincenzio Salvaguoli. Mentre il primo, da Bni- 
xeUes, gettava le basi del nuovo partito, tutti gli altri, a se- 
conda delle loro attitudini, lo colorivano nella penisola. E- 
rano i tempi in cui la pubblicazione d' un libro, magari d'un 
opuscolo, formava un avvenimento. Il D' Azeglio, anzi, face- 
va qualche cosa di più. Egli intraprese quel famoso viaggio 
di Romagna che doveva provocare da Carlo Alberto le dichia- 
razioni che ciascuno può leggere nell'ultimo capitolo dei Miei 
Ricordi dell' autore dell' Ettore Fieramosca, e che dimostra- 
no come nell' uomo del 1821 non fosse mai venuto meno il 
suo amore per l' indipendenza d' Italia. 

Un nuovo spirito sorvolava dall' un capo all' altro della 
penisola ; la Polizia, in qualche Stato, diventava meno ves- 
satoria ; qualche principe si compiaceva a mostrarsi meno 
legato alle massime reazionarie proclamate dalla Santa Al- 
le anza. Da tutti si ci'edeva ad ima nuova èra. Quale fosse 
poi codesta èra non si sapeva dire precisamente ; ma si capiva 
che coli' aprirsi della stessa sarebbero avvenute cose impor- 
■ anti. C era dell' imprevidenza, della spensierat-ezza, deUa 
leggerezza in tutto ciò. Si dimenticava la storia d' Italia ; 
s' obliava il papato, che allora era rappresentatato nel 
modo più sconcio da Gregorio X^l, un frate d' intelletto 
cortissimo, ma amante del Chianti e del Pomino ; si oblia- 
va fin' anco 1' Austria ; e 1' obliava il patriarca dei nuovi 
credenti, il Gioberti, il quale, nel suo Primato^ di tutto par- 
lava, meno di lei : silenzio che i partigiani del filosofo to- 
rinese dicevano più eloquente della stessa parola, quasi che 
duecentomila baionette si potessero sopprimere con delle fi- 
orire rettoriche. 



Le polizie, soprattutto la Toscana, rimanevano intontite 
dinanzi quel movimento, che uscendo dalla cerchia delle solite 
sètte, abbracciava tutto il paese. Si capiva che i soliti ar- 
resti, i soliti avvertimenti del signor commissario, il confino. 



310 

e magari la relegazione in fortezza, non erano più sufficienti 
per infrenare quel nuovo torrente. L' agitazione, benché al- 
lora fosse soltanto morale, minacciava di traboccare, e i 
principi, che avevano imparato come bastasse ricorrere ai 
vecchi mezzi di repressione per ristabilire la calma, vi ri- 
corsero. Ma il moto non poteva più soffocarsi; non si trat- 
tava più di contenere pochi cospiratori, ma l' intiera nazio- 
ne. Pure i principi vi si provarono, non escluso Leopoldo II, 
che qualche anno dopo doveva precedere lo stesso Carlo Al- 
berto nel promettere ed accordare dapprima leggi informate 
ad idee di progresso, poi Statuti e Camere. 

E Sua Altezza Imperiale e Reale, il Granduca di To- 
scana, che pure nei tempi di oppressione generale s' era 
tenuto col Fossombroni e col Corsini lontano dalle esagera- 
zioni dei governi reazionari, perduti , codesti due uomini di fl 
Stato, parve che insieme a loro perdesse ogni memoria dei 
precedenti di famiglia. Posto a capo del Governo il Cempi- 
ni, vecchio pubblicano, mise agli esterni il Pauer e all' in- M 
terno 1' Humbourg, gente dalla mente piccina, da affogare ™' 
in un bicchiere d' acqua, ma gesuitante ed austriacante 
come da Pietro Leopoldo I non s' era mai vista 1' uguale in 
Toscana. Ad essi faceva sostegno il Bologna, presidente del 
Buon Governo, che il Granduca nominava Consigliere di 
Stato, ufficio che portava seco il titolo di Eccellenza. 

E quasi che il secolo, che toccava la sua metà fosse 
ritornato sino ai bei tempi in cui, cacciati i francesi, si 
ripristinavano gli ordinamenti e le leggi manipolate pri- 
ma della Rivoluzione, codesta gente credette bastasse pren- 
dere un atteggiamento — magari da Metternich in ottan- 
taquattresimo — perchè birri e preti intonassero il De Pro- 
fundis sul movimento liberale, che abbracciando 1' iutiera 
penisola, minacciava di mandare a gambe in aria il verrino 
edificio. 



Uno dei momenti più culminanti di siffatto moto rea- 



311 

zionario, è certamente quello della estradizione di Pietro 
Renzi aBe autorità pontificie. 

Benché Massimo d' Azeglio nel suo viaggio in Eomagna 
avesse sconsigliato i liberali d' insorgere, pure questi, o al- 
meno i più insofferenti, non vollero attenersi ai consigli del- 
l' autore del Xiccoìò de" Lapi ; e a Rimini, insorsero. H 
moto, come era facile prevedere, fu represso, e i suoi autori, 
in parte furono tratti in carcere, in parte presero la via 
dell' esilio. 

Pietro Renzi, riminese, fu tra questi ultimi. 

Ricoveratosi in Toscana, a mente di una convenzione 
conclusa poco prima fra il Governo granducale e la Corte 
Romana, il Renzi si sai ebbe dovuto consegn^tre a quest' ul- 
tima. A Roma viveva ancora papa G-regorio XVI e la con- 
segna sarebbe stata pel Renzi la sua condanna di morte. 
Laonde il Governo, che ancora non aveva rinunziato alle 
sue gloriose tradizioni di gentile ospitalità, fornito il Renzi 
d'un passaporto, 1' imbarcò a Livorno per la Francia colla 
comminatoria di tre mesi di carcere, ove avesse fatto ri- 
tomo nel Granducato. Ma ivi a poco, la polizia di Rimini 
intercettò alla posta diverse lettere che un certo Antonio 
Stella dirigeva colà ad una certa Antonia Dini. Si sospettò 
che sotto il nome di Antonio Stella si nascondesse il Renzi, 
e sotto quello d'Antonia Dini, l'amante di lui, Annunziata Pol- 
verelli; e che le lettere provenissero dalla Toscana. Il so- 
spetto si mutò subito in certezza, quando la Polizia ebbe in 
mano altri indizi ; così il Governo pontificio potè indicare a 
quello Toscano la casa dove il Renzi, sotto mentito nome, si 
nascondeva a Firenze, e chiedere nello stesso tempo la con- 
segna del rifugiato. Ai Ministri del Granduca la domanda 
della Corte di Roma non recò nessuna sorpre sa : perocché, a 
Palazzo Vecchio, non governava più né il conte Fossombroni, 
né don Neri Corsini ; e' erano, all'incontro, colà delle perso- 
ne che non sognavano che gesuiti, suore di carità, esili, ma- 
nette, birri e la gloria del duca di Modena, un boia maschera- 
to da principe. Laonde ordinarono che pel momento il Renzi 
fosse ricercato e tratto in arresto ; in seguito il Governo 
avrebbe provveduto per la consegna. Dapprima si suppose che 



312 

il proscritto fosse ricoverato presso la signora Genovieffa 
Farini, moglie del dottor Carlo Luigi Farini, donna d' alti 
spiriti, coraggiosa, soccorritrice d' esuli, quantunque essa 
stessa fosse un' esule „ nota ricettatrice — scriveva 1' I- 
spettore di Polizia — di persone sospette. „ La signora 
Crenovieifa abitava nel palazzo Catani, dietro le campane di 
San Lorenzo. La sua casa fu perquisita e vi si sequestrarono 
lettere e carte ; però il Renzi non fa rinvenuto. Ma il Paiier 
e l'Humbourg, a cui faceva coro il Bologna, s'erano di troppo 
addentrati nella via della reazione, perchè dinanzi alle prime 
indagini infruttuose si arrestassero. Si cercò, dunque, anco- 
ra, sguinzagliando sulle orme del riminese bracchi e spie. Alla 
fine la Polizia ifu sulle tracce della selvaggina, e il Renzi 
fu scovato in casa della contessa Maria RufiFo, di Rimini, 
che abitava in via delle Oche, nella casa segnata allora col 
N. 704. Si rinvenne il ricercato sotto un letto, punto eroi- 
camente ; ma già si sa, visti in camicia, nell' intimità della 
vita privata, gli eroi perdono la loro aureola e ridiventau(ì 
uomini, specie che nel Renzi nemmeno e' era la stoifa del- 
l' eroe, come in seguito i fatti dimostrarono. Nella stessa 
casa la Polizia trovò l'amante di lui, quella Polverelli colla 
quale questi aveva carteggiato. Richiesto dall' Ispettore dell» 
sue generalità, il Renzi dapprima disse d' essere Antonio 
Stella, poi r altro insistendo, non nascose più 1' esser suo. 
Tratto in arresto, tutta la città e con questa tutta la To- 
scana, furono riempite del suo caso : imperocché il Governo 
Papale era esecrato, anche da coloro che non dividevano le 
nuove idee di riforme; ed in tutti era vivo il ricordo delle 
fucilazioni e delle impiccagioni che in Romagna avevano re- 
so infame il nome del Vicario di Cristo. Avrebbe il Gover- 
no granducale, che memore di Pietro Leopoldo non aveva 
mai visto di buon' occhio preti e frati, ceduto questa volta 
alle richieste della Corte di Roma ? Oppure avrebbe oppo- 
sto un rifiuto, come l'aveva opposto nel marzo di quell'an- 
no stesso, quando avendo fatto arrestare, in seguito a di- 
manda d' estradizione avanzata dal Governo pontificio, il 
dottor Artidoro Marcoliui, di Ravenna, ne rifiutò la conse- 
gna, sulla considerazione che questa non poteva farsi, per 



313 

non trattarsi di prevenuti da giudicarsi da tribunali ordina- 
ri, ma da commissioni militari straordinarie ? 

Disgraziatamente, i nuovi ministri, insieme all' eredità 
del Fossombroni e del Corsini, non ne avevano raccolto né 
la dignità del carattere, né lo spirito d' indipendenza. In 
quei giorni medesimi, quasi vi vedessero una sanguinosa sa- 
tira verso di loro, avevano vietato che alcuni amici del 
defunto don Neri Corsini, alla testa dei quali era il mar- 
chese Cosimo Eidolfi, mettessero in giro una medaglia da 
loro fatta coniare, in onore dell' ultimo Segretario di Stato 
perché portava l'iscrizione: A don Neri Corsini — che in- 
sieme al decoro del Principe — Tutelò sempre quello della Pa- 
tria. E sanguinosa satira alla loro codardia doveva parere 
quell' iscrizione- al Paiier e all' Humbourg, se al potere non 
avevano portato altre virtù se non quelle di cortigiani com- 
piacenti e striscianti. Difatti, non scossi dalla pubblica opi- 
nione che contro la consegna del Eenzi s' era pronunziata 
arditamente, e sotto mille forme : non scossi dall'avversio- 
ne che contro quella stolta misura non sapevano nascondere 
parecchi antichi e devoti servitori del principe, i quali ri- 
cordavano certe fiere risposte del Fossombroni e del Corsi- 
ni, i ministri proposero al Granduca che il Renzi fosse con- 
segnato. Leopoldo, eh' ebbe carattere sempre fiacco, dappri- 
ma tentennò ; la sua coscienza, ch'era quella d'uomo onesto, 
si rivoltava dinanzi a quella misura che avrebbe condotto 
il Renzi dinanzi un picchetto d'esecuzione, o sulla scala d'u- 
na forca. Ma i principi deboli hanno questo di comune coi 
principi crudeli: che i primi per fiacchezza, i secondi per 
ferocia d' animo, acconsentono alle proposte violente. E di 
questa fiacchezza approfittarono i ministri a cui s'unì il Bo- 
logna, al quale i suoi quasi tre lustri di governo delle cose 
di polizia, davano un certo prestigio. Dipinsero codesti tri- 
sti al principe come miserrime le condizioni politiche dell'I- 
talia, e di qrelle della Toscana in particolare, e come oc- 
corressero provvedimenti energici perchè la marea rivolu- 
zionaria non s ommergesse il trono e 1' altare, non senza in- 
sinuare come causa delle peggiorate condizioni fosse la po- 
litica fiacca e tollerante dei vecchi ministri. Ma i dubbi 



314 

nell' animo del Granduca tacevano sempre capolino, e quan- 
do essi, per un istante cedevano, era una gioia pei suoi con- 
siglieri. Il 4 gennaio 1846, il Bologna scriveva confidenzial- 
mente al Paiier : „ S. A. I. e R. mi sembrava stamattina 
molto penetrata della convenienza della consegna. „ Ma, ri- 
tornati i dubbi, la gioia di quei tristi spariva. Allora si 
pensò di deferire il caso alla Consulta di Grazia e Giusti- 
zia, e quei malvagi consiglieri non mancarono di adoperarsi 
ft tutt'uomo perchè il parere del Supremo magistrato non 
fosse l'espressione sincera della sua coscienza. Si seppe, di- 
fatti, che un membro della Consulta (designato in un bi- 
glietto confidenziale del Bologna al Paiier colle iniziali P. B.) 
era contrario alla consegna (1) ; e da uno degli altri si 
tentò e si ottenne che cambiasse, dalla sera alla matti- 
na, parere. E quando il collegio, due contro uno, opinò 
che il Renzi si potesse consegnare, ai consiglieri del prin- 
cipe parve toccare il cielo col dito perchè mancava la 
unanimità per rendere solenne il verdetto. Ma la gioia di 
quegli sciagurati non fu divisa, non diremo dalla popola- 
zione, ma nemmeno dagli stessi funzionari del Governo. Que- 
sti capivano che colla consegna del Renzi si troncavano le 
tradizioni di ospitalità e di mitezza che avevano fatto della 
Toscana un paese da tutti invidiato. Ma sitfatti rimpianti se- 
gretamente fatti non mutarono d' una linea la condotta dei 
ministri ; e il 24 gennaio, tratto il Renzi dalle carceri, sotto 
buona scorta, fu inviato alla frontiera. Il 26 il Commissario 
Regio di Firenze, il Tassinari, scriveva risei'vatamente 
al Bologna : „ È .certo che la generalità, per non dir 
tutti quelli in ispecie che sono affatto estranei al doloroso 
affare di che si tratta, avrebbero desiderato che non fosse 
stata fatta la consegna.... A molti però è di conforto (Se 
n' era fatta sparger la voce per mitigare l' impressione pro- 
dotta della misura adottata dai ministri) che il Governo 



(I). Dalla Storici dello Zobi {Uh. XI, Cap. VI) si sa choil I resP 
(lente Rartaliui (a cui si riferiscono lo iniziali del biglietto del J>o- 
loKUii) e il consultore Giannini furono contrari alla consegna; lu la- 
vorevole il solo consultore Cosimo Buonarroti che macchiò cosi il 
nome grandissimo che portava. 



I 



315 

Toscano possa essersi in precedenza garantito che sarebbe 
non solo stata salva la vita, ma non sarebbe altresì andato 
incontro ad nna soverchia esasperazione di pena. „ E facen- 
dosi ancora più imponente il sentimento di riprovazione ver- 
so quell' atto da tutte le classi dei cittadini, né salvandosi 
da qnella riprovazione lo stesso Principe, a cui estremamente 
cara era sempre l' aura popolare, il Regio Commissario scri- 
veva al Presidente del Buon Governo, che dinanzi a tanto 
scoppio d'indignazione era quasi doveroso il riflettere che il 
iiinistero si sarebbe risparmiato tante accuse se più consen- 
taneo ai suoi stessi precedenti avesse soltanto sottoposto il 
Renzi alla carcere, per quindi rimandarlo ancora in Francia. 
„ Difatti, soggiungeva il Regio Commissario, cosa si disse al 
Renzi quando fu imbarcato per Marsiglia ? Che non rimet- 
tesse più piede in Toscana sotto pena, in caso di trasgres- 
sione, di tre mesi di carcere. Non poteva il Governo limi- 
tare le sue misure ad applicare al Renzi quel pronun- 
ziato ? „ 

Al Bologna, quelle censure, fecero perdere la pazienza ; 
t-d impugnata la penna, a margine del rapporto del mite 
Commissario, scrisse le seguenti parole, che sono un misto 
•li comica umiltà e di goffa presunzione. „ Il sottoscritto fa 
umilmente osservare al sig. Regio Commissario che le sue 
ragioni non 1' hanno per nulla persuaso, e se domani do- 
vesse dare ancora il suo parere sul noto affare, lo da- 
rebbe per la consegna, imposta da necessità politiche e di 
sicurezza. ,, 

Però mancò d' un pelo che la consegna non si facesse. 
AiTivati i birri, insieme al Renzi, al confine, quivi non tro- 
varono, come era stato preventivamente stabilito, i gendar- 
mi del Papa, e il vicario regio Balbiani ordinò che il Renzi 
fosse ricondotto ad Arezzo. All'ordine del vicario era già sta- 
ta data in parte esecuzione, quando sopraggiunti i gendarmi, il 
Renzi fu ricondotto al confine e consegnato. Il Lami, che fu 
poi Ministro Guardasigilli, essendo allora Procuratore Gene- 
rale, denunciò il Balbiani al presidente del Buon Governo 
qualificando il suo ordine come imprudentissimo e nello stes- 
so tempo gli raccomandava „ di farne parola a vS. A. L e R. „ 



316 

In uno dei precedenti capitoli, riportammo alcune delle 
poesie che furono scritte e poste in giro per Firenze in 
occasione dell' arresto e della consegna del Renzi. Qui 
riproduciamo le- due quartine di un sonetto attribuito dal- 
la Polizia alla penna pungente del Salvagnoli. 

A SANT'ANTONIO. 

santo protettor dei Consiglieri, 

Poiché m' han detto che proteggi i porci, 
I quadrupedi anzi bianchi e neri, 
Tutti dagli elefanti fino ai sorci, 

Se in queste stalle, dette Ministeri, 
Tu non vieni, per Dio, rimedio a porci. 
Ben presto il liobespier dei Gabellieri (1) 
Avverrà che del capo ancor ci 'scorci. 

La Polizia, che aveva lasciato impunito il Giusti, non 
volle che i nuovi Giovenali sfuggissero alle pene minacciate 
dalla legge contro gli autori e i diffonditori di scritti sati- 
rici ed offensivi, ed aprì contro costoro una campagna. A- 
vendo saputo come Pietro Thouar fosse 1' autore d' una stam- 
pa allora divulgata contro i ministri, ai quali si attribuiva 
il proposito di volere introdurre le Suore di Carità a Pisa, 
fu dato ordine che si procedesse in via economica contro di 
lui e di Filippo De Boni, il quale si riteneva autore dei due 
epigrammi diffusi in occasione della consegna del Renzi, l'uno 
dei quali cominciava : 

„ Per farti Roma amica „ 

e 1' altro : 

„ .Giunti appena q.1 Governo questi broccoli. „ 

Allo stesso De Boni poi, la Polizia attribuiva una poe- 
sia poco prima diffusa in Toscana in occasione della visita 
fatta da Niccolò I di Russia a Gregorio X^'^ ; poesia olio 

(1). Il Baldassoroni, Ministro senza portafoglio. 



317 

girò sino a Roma e della quale, a titolo di saggio, offria- 
mo ai nostri lettori le seguenti strofe : 

Io vidi e scrivo. Oh ! martiri 

D' Italia, di Polonia e del Vangelo, 
Vergini sante, cui gittava il barbaro 
Ove congiura coi tiranni il gelo. 
Entro i calici sacri un' altra volta 
n vostro sangue fu venduto ai Ee. 

Popol fanciullo, quel che vidi ascolta ; 
Poi vanne e bacia dei tuoi santi il pie. 

Era dorato e splendido 
Di mille candelabri il Vaticano ; 
Torba la disdegnosa onda del Tevere 
Muggiva, e il tuon le rispondea lontano. 
Scheletri informi apersero le tombe 
Da più secoli chiuse e via fuggir ; 
Per tutto risuonàr le catacombe 
Di gemiti echeggianti e di sospir. 

Fra salmeggianti cantici 
Entrar due regi a solitaria festa, 
Qual rovente metallo on'ide splendono 
Le mitre coronate in sulla testa. 
Fugge aU' alito lor 1' aura commossa, 
Jlanda ogni face un tremolo balen, 

E dei lor vestimenti ad ogni scossa 
Gronda pioggia di sangue in sul terren. 

Torvo lo sguardo e pallidi 
Stettero all'ara su gemmate sedi. 
Colmar di vino banchettando i calici, 
E a tracannarlo si levàro in piedi. 
L' un disse : — Il regno della spada è mio. 

— Mio, disse r altro, è il regno del pensier. 

— Noi slam quaggiù l' imagine di Dio.... 

— .^u. dividiamci 1* universo inter. 



Coro I. 

Pietà! Contempla di Varsavia il danno; 
Della tua croce siam cadnti al pie. 



318 

L' anima nostra sciogli dal tiranno, 
Vicario di Cristo, o Re de' Ee I 

I due guatarsi ; e un orrido 
Ghigno formando, ritornare al soglio ; 
L' un trasse il ferro, in sull' aitar fra i calici 
Lo pose, e disse : — La Polonia io voglio ! 



Cobo II. 

Pietà ! D' Italia tu sitisti il sangue. 
Fatta serva all' estraneo e all' infedel, 
Almen concedi a chi sorvive e langue 
La libertà che tu confini in ciel. 

I due guatarsi, e trepido 
Il vescovo la mitra si coperse ; 
Poi trasse un libro, in suU' aitar tra i calici 
Ruppe i sigilli, e il gran volume aperse, 

— Giura, qui sul Vangelo, innanzi a Dio, 
A me r Italia ! il vescovo gridò. 

— Prete, io non giuro che sul brando mio ! 
E la mano sul brando egli posò. 

Cobo IH. 

Tu la giustizia, i popoli tu vendi; 
Tu vendi, o traditor, Cristo e la fé. 
Nato è il futuro, nella polve scendi ; 
Dei popoli e di Dio 1' ira è su te ! 

AUora imperatore e papa esclamano: 

— Di libertate ai popoli 

Scuola eterna è il vangelo, e a noi contrasta : 
. Pera di fuoco ! Sia vangelo agli uomini 
La nostra legge, il nostro cenno, e basta. 
Cristo, gridando allor : ^forto 1^ il perdono ! 
La stanca testa in sul petto inchinò; 
E il crocifisso con orrendo suono 
Cadde dal sacro legno e si spezzò. 

Nella processura contro il Thouar e il De Boni fu coiu- 



319 

volto, insieme ad altri, Eugenio Alberi, essendo stato pro- 
vato come alcuni degli scritti clandestini che allora circo- 
lavano per Firenze fossero stati stampati nella tipografia da 
lui condotta. Ma 1' Alberi giustificò che a quella stampa era 
rimasto completamente estraneo, essendo stata eseguita du- 
rante un' assenza di lui dalla città : e il procedimento fu 
continuato contro gli altri prevenuti. 

Sopra Filippo De Boni, sopratutto, la Polizia portò le 
indagini, anche perchè non toscano ; ma il futuro traduttore 
della Vita di Gesù, del Renan, saputo che era ricercato, 
prese il volo da Firenze ; e quando la Polizia andò a cer- 
carlo in casa, trovò il nido vuoto. Quasi nello stesso tempo 
la Polizia di Venezia chiedeva a quella di Firenze notizie 
su di lui; e questa, il 7 aprile, rispondeva che U De Boni 
per parecchi anni era stato a Firenze occupandosi di lette- 
ratura e godendo fama di buon letterato ; che in seguito, 
avendo rilevato, come i suoi scritti letterari e drammatici 
fossero improntati a sentimenti liberali ed egli stesso non 
fosse affatto estraneo alla diffusione di componimenti sov- 
versivi, gli era stata praticata in casa una infruttuosa per- 
quisizione, e che infine essendo scomparso da Firenze, fu or- 
dinato che non gli si permettesse più di rientrare nel Gran- 
ducato. 



320 



CAPITOLO XXXVII. 
Massimo d'Azeglio. 



M, 



.assimo d' Azeglio che credeva di rifare l' Italia non 
con le sètte, ma coli' accordo dei principi e dei popoli sul 
terreno delle riforme, nel suo viaggio in Romagna ideato e 
compiuto con tali intendimenti, non era riuscito che in par- 
te a far abbandonare ai liberali di quella regione il loro 
vecchio programma. A Rimini e in altre località, delle Lega- 
zioni, erano scoppiati dei moti, che i birri e i gendarmi del 
vecchio Pontefice avevano subitamente e brutalmente repres- 
so. Ma quei moti, invece di far perdere di animo gì' inizia- 
tori del movimento delle riforme a spizzico, fatte sotto l'e- 
gida di principi e di ministri che costantemente le avevano 
avversate, ed alcuni combattute sin' anco colla galera, la 
forca e la fucilazione, erano serviti a loro, specie al D' A- 
zeglio, per dimostrare come le stesse riforme fossero neces- 
sarie. Ed obbedendo a questo concetto, dettò il suo primo 
scritto politico : Degli Ultimi Casi di Romagna, che col pro- 
prio nome in fronte, fece stampare alla macchia in Tj 
scana. 

La clandestinità dell' opuscolo non significava che il 
[y Azeglio avesse paura, come il Giusti, di compromettersi 
colla Polizia : era una necessità dei tempi che non ammet- 
teva in tutta la penisola che un solo genere di pubblicità : 
quella preventivamente approvata dalla Censura. Ma, col 
nome che vi appose, assumeva su di sé tutta la responsabi- 
lità di queir atto ; e perchè la taccia di paura non gli si 
appioppasse nemmeno per burla, lasciato il Piemonte, se ne 
\ enne in Toscana per curarvi la stampa del suo scritto. 
Cosi la Polizia granducab* i..^;. i.... m1 liin-,. nnf..v;i mv(>- 
re sottomano lo scrittore. 



321 

La pubblicazioue del libro fu un avvenimento. Erano i 
tempi in cui gì' italiani non potendo fare le barricate com- 
battevano le campagne della libertà a furia di libri, d' opu- 
scoli, d' Inni, di sonetti, di programmi. La letteratura, che 
da classica s' era trasformata in romantica, in quei giorni 
divenne rivoluzionaria. Il 13 marzo 1846, il presidente 
del Buon Grovemo, diramava alle autorità politiche la se- 
guente circolare : 

„ Costando che va circolando un libercolo in istampa 
di piccolo formato di N. 126 pagine intitolato : Degli Ultimi 
Casi di Romagna, di Massimo d^ Azeglio — Italia, gennaio 1846 j 
del quale interessa impedire la diffusione perchè diretto contro 
i governi d' Italia, di ciò rendo inteso la S. V. Hl.ma, per- 
chè ecc. „ 

n D'Azeglio era già a Firenze sin dal 19 gennaio, come 
si scorge dal seguente appunto dell'ufficio dei forestieri. „ 15 
marzo 1846 : H cav. Massimo d'Azeglio di Torino, è muni- 
to d' un passaporto, senza connotati, come viene rilasciato 
aUe persone di distinzione, accordato a Torino dal Grovemo 
li 8 novembre 1845, buono per diversi Stati d' Italia. Dopo 
essere stato qualche giorno a MUano, ritornava in patria, 
da dove parti il 6 gennaio 1846, ed arrivò in Firenze il 19 
detto mese. Domandò ed ottenne la carta per due mesi lì 
26 gennaio, carta che va a scadere il 26 marzo corrente. „ 

La presenza del D'Azeglio a Firenze era una sfida al 
Governo toscano. Questo, forse, avrebbe chiuso gli occhi, se 
l'opuscolo fosse venuto fuori senza nome d' autore ; ma dal 
momento che il D'Azeglio s'era voluto far conoscere, che 
avrebbero detto i governi d' Italia, e quello di Vienna in 
particolare, se i ministri toscani non avessero preso una mi- 
sura energica contro la stessa persona del D'Azeglio ? Per 
lo meno, il gesuitante Paiier e il non meno gesuitante Bolo- 
gna si sarebbero ritenuti complici dello scrittore piemon- 
tese ! 

Peraltro, i ministri del Granduca, in quei giorni, s'e- 
rano posti allegramente per la via della reazione. Credevano 
semplicemente che si fosse all' indomani della restaurazione 
del 1814, e non alla vigilia d'una rivoluzione: e come tutti 



322 

i presuntuosi, avevano occhi e non vedevano, avevano orec- 
chie e non udivano. 

n 16 marzo il Bologna scriveva al ministro Paiier : 
„ Ieri diedi nuovamente cenno a S. A. I. e R. della convenien- 
za di ritirare al D'Azeglio la carta di soggiorno che gli 
scade il 28 stante, prevenendolo qualche giorno prima che 
non potendogli essere prorogata occorre che si disponga a 
partire. Porgendole questa notizia, prego la di lei bontà a 
considerare, se potesse convenire eh' ella prendesse questa 
mattina dall' I. e E. A. S. ordini positivi sopra questo pro- 
posito, ritenendo io che sia indispensabile il sollecito allon- 
tanamento di questo pericoloso e sfacciato (sic) forestiero. „ 
n Paiier non se lo fece dire due volte, e lo stesso 
giorno ottenne dal Granduca (il quale, poveretto ! pare che 
se ne vivesse rincantucciato a Palazzo Pitti per mettere 
la sabbia sui provvedimenti presi dai suoi ministri) 1' or- 
dine di sfratto del D'Azeglio, che lo stesso giorno, a tam- 
buro battente, fu comunicato all' autore della Disfida di 
Barletta, all' albergo di Porta Rossa, ove egli aveva preso 
alloggio. 

Il D'Azeglio, la sera di quel giorno medesimo, rispon- 
deva al capo d' ufficio dei passaporti col seguente bi- 
glietto : 

„ H sottoscritto ha 1' onore di accusarle ricevuta del 
„ di Lei foglio in data 19 corrente, col quale lo avverte 
„ non esser per prorogarsi la carta sua di soggiorno sca- 
„ dente il 26 detto. 

„ Ringraziandola dei termini cortesi di tale partecipa- 
„ zio ne, ha 1' onore di dirsi 

„ Dev.mo obbl.mo servo 
„ Massimo d'Azeglio. . 



L'indomani (20 marzo) l'Ispettore di Polizia scriveva 
al Presidente del Buon Governo : „ Il conte (sic) Massimo 



323 

d'Azeglio, piemontese, cognito scrittore di romanzi, giunse 
in Firenze, il 19 gennaio p. p. e prese alloggio alla locanda 
di PoHa Mossa, ove trovasi tuttora. Dicesi che avesse inco- 
minciato a scrivere in Pisa 1' opuscolo : Degli Ultimi ecc. e 
che qui V abbia terminato, regalandolo poi ad una società 
di distinti romagnoli e nostri liberali da esso avvicinati on- 
de fosse stampato e venduto come esso proponevasi, a van- 
taggio di alquanti profughi pontifici che tuttavia si celano 
in questa città : dicesi altresì che la stampa dell' opusco- 
lo medesimo avesse luogo per opera del sig. Le-Monnier, il 
quale ne abbia fatto smercio a diversi librai che l' hanno 
in principio venduto riservatamente a 3 paoli e 20 crazie 
la copia; ma è certo che adesso nessuno di detti librai ne 
ritiene, sopratutto il Le-Monnier, che intimorito per l'arre- 
sto e la perquisizione fatta ad un suo dipendente, negava 
di somministrarne altre. In proposito di detto Azeglio è da 
avvertirsi avere egli frequentato più d' ogni altro il mar- 
chese Crino Capponi e la sua società, della quale fan parte 
l'aw. Salvagnoli e il prof. Niccolini col conte Orsini, gene- 
ro d' Orloff, col marchese Martellini, col priore Eicasoli ed 
altri nobili presso i quali è intervenuto spesso a pranzo. E 
che anche in casa del marchese Zappi, ove hanno luogo riu- 
nioni di romagnoli distinti, è intervenuto. 

„ Si dice eh' egli sia bene affetto al re di Torino (sic) 
come il marchese (sic) Balbo al quale ha dedicato 1' opu- 
scolo che sopra ; e si vuole che lo stesso Ee sia disposto a 
favorire le mire dei rivoluzionari italiani essendo già stata 
coniata una medaglia con la di lui effigie da una parte e 
dall' altra 1' emblema della Costituzione : voce che va ora 
aumentandosi fino al punto di asserire che si organizza in 
Piemonte un' armata di 100,000 uomini comandata da gene- 
rali che si son dichiarati per la causa italiana, fra i quali 
alcuni esseri bene accolti dal Re, il quale va vociferandosi 
che presto sarà proclamato Re costituzionale d' Italia. Yien 
pure detto che il conte (sic) D' Azeglio ha lasciato a Pisa 
la moglie, la quale viene corteggiata dai più caldi parti- 
giani del liberalismo, specialmente dal noto poeta satirico 
aw. Gr. Giusti. „ 



324 

Fissato il giorno della partenza dell'autore degli Uìti- 
mi Casi di Romagna, i liberali fiorentini non vollero che 
Massimo d' Azeglio lasciasse Firenze senza che prima non 
ricevesse il loro addio. I pubblici banchetti, che nella vici- 
na Francia servivano a manifestare idee ed opinioni, ave- 
vano già acquistate le segrete simpatie dei capi del nuovo 
movimento nella penisola, perchè non si afferrasse con pre- 
mure la prima occasione per trapiantarli in Italia. E parve 
che questa dello sfratto del D'Azeglio fosse un'occasione da 
non trascurarsi, anche nella fiducia che la Polizia toscana, 
in vista dei suoi continui tentennamenti e del suo vecchio 
costume di far seguire una misura repressiva da una libera- 
le, non avrebbe proibito il banchetto. E questo, infatti, fu 
indetto per la sera del 29 marzo essendo fra gli altri pro- 
motori di quella dimostrazione che aveva un carattere aper- 
tamente politico, il Salvagnoli, il marchese Carlo Luigi Tor- 
rigiani, il barone Bettino Ricasoli e il dott. Ferdinando Zan- 
netti. Luogo del banchetto, la locanda di Porta Rossa. 

Intanto il Bologna che non aveva avuto il coraggio di 
proibire il banchetto, stava sulle spine. H pover' uomo, che 
non capiva un' acca di tutto quel movimento che da qual- 
che tempo si andava operando sotto i propri occhi, dispose 
che un accurato e sapiente servizio di spionaggio fosse or- 
dinato per la circostanza; e non potendo per codesto deli- 
cato e rispettabile ufficio incaricare nessuno dei commensa- 
li, fu costretto di accaparrarsi l' opera dei camerieri del- 
l' Albergo, elevati cosi in quel giorno all' importante e ge- 
loso ufficio d' informatori di Sua Eccellenza 1' illustrissimo 
signor commendatore presidente del Buon Governo. Eppe- 
rò, la mattina di quella memorabile giornata, il Regio com- 
missario Tassinari scriveva al Bologna : „ Il pranzo verrà 
imbandito nella locanda di Porta Rossa. Il prof. Del Pegno 
(sic) è il protagonista di questo tripudio, e i commensali 
saranno da 50. L'avv. Salvagnoli si è già fatto vedere 
nella locanda e forse per dare delle disposizioni. H simposio 
avrà principio alle ore 6 pom. È stato provveduto in modo 
onde non manchi la speciale e circospetta vigilanza, e ciò 



325 

all' effetto di conoscere quel più che si potrà di questo gran- 
dioso convito, e delle persone che v' interverranno. „ 

Con altra nota dello stesso giorno, il Tassinari annun- 
ziava al Presidente del Buon Governo : „ Fra i promotori 
del banchetto, oltre all' avv. Salvagnoli, e' è il marchese 
Carlo Torrigiani. Quest'ultimo però non è dei peggiori in 
materia di tendenze politiche. „ 

Le seguenti due note riservate del Regio Commissario, 
l'una del 30 e 1' altra del 31, riassumono la storia del ban- 
chetto : 

„ n pranzo ebbe luogo lo scorso giorno. Incominciò alle 
6 \\2 e terminò alle 10 di sera. Erano 45 a tavola essen- 
done mancati 5, fra i quali dicesi U prof. Zannetti. Azeglio 
sedeva in mezzo al marchese Luigi Torrigiani e ad un per- 
sonaggio piemontese di cui non si conosce per ora il nome 
(che povero reportage aveva messo su quel disgraziato Com- 
missario Regio !) e che pagò il conto a ragione di 10 paoli 
a testa, essendo state bevute sole 12 bottiglie di Sciampa- 
aua. (Quanta temperanza nei banchettanti del 1846!). Fra i 
ommensali, oltre il Torrigiani, furono conosciuti: il mar- 
chese (sic) Ubaldino Peruzzi, il barone Ricasoli (Bettino) 
di via del Cocomero, il marchese Farinola Gentile, il cav. 
Del Rosso, il prof. Bartolini (lo scultore), il figliastro di 
S. E. Fossombroni, due nipoti di G. P. Yieusseux, il figlio 
dell' aw. Lamporecchi, un giovane Antinori. B rimanente 
pare fossero giovani nobUi ed avvocati, sui quali si avran- 
no delle notizie in seguito (Come aveva impiegato male i 
suoi quattrini la Polizia !). Durante il pranzo fu parlato del 
re Luigi FUippo, dell' Inghilterra ed Irlanda, ma non si co- 
nosce il senso preciso dei discorsi, perchè le persone che 
servivano a tavola andavano e venivano, e poterono poco 
ascoltare. Assicurano però che non intesero parlare della 
Toscana. „ 

„ Le ulteriori indagini, hanno fatto conoscere che il 
professore (s»c^ piemontese da cui fa sborsato il denaro era 
il conte Collegno {il generale) ; che fra i commensali eranvi 
anche 1' avv. Salvagnoli, il giovine ebreo Della Ripa, il nob. 



326 

Luigi Mannelli, Lorenzo Foresti, di Piacenza, il marchese 
Tempi, Gaspare Bonci, Gr. B. Vieusseux. H marchese (sic) 
D'Azeglio partì la scorsa mattina alla volta di Pisa e Li- 
vorno, e prima della partenza furono a salutarlo molti di 
quelli intervenuti al pranzo, durante il quale il D' Azeglio 
disse ridendo: „ Adagio colle bottiglie di Sciampagna; non 
voglio che questi giovani si riscaldino troppo la testa! „ 



* 
* * 



Un incidente, intanto, era accaduto dm-ante il bali' 
chetto, e che offrì materia a molti commenti da parte de: 
liberali. 

Diffusasi la notizia dell' ordine di sfratto intimato 
al D' Azeglio, la gioventù toscana, specie quella di Pisa, 
avvampò di sdegno. Parve ad essa che quello sfratto 
ingiunto a chi aveva rivolto parole di prudenza ai popoli 
ed ai principi, fosse una strana ed inesplicabile arte di 
governo. Cosicché, se la pubblicazione dell'opuscolo aveva 
cattivato al D' Azeglio le simpatie di tutti gli nomini 
onesti e ragionevoli, 1' odiosa misura che' lo colpiva non 
fece che vieppiù aumentare codesta simpatia. D D' Aze-^i 
glio, in quei giorni, poteva dire giustamente d' esserei 
diventato l' uomo più popolare d' Italia, specie che Gio- 
vanni Mastai-Ferretti non era ancora uscito dalla sua_, 
oscurità per relegare nell' ombra, o per lo meno nel secondoH 
piano, le rumorose e spesso effimere riputazioni che si an- 
davano formando in quei primordi del risorgimento italiano. 
Difatti, saputosi a Pisa insieme alla nuova dello sfratto 
che il D' Azeglio avrebbe attraversato quella città per an 
darsi ad imbarcare a Livorno, la gioventù universitaria di 
chiaro che si sarebbe recata in corpo a ricevere fuori port 
r illustre uomo. Simile giovanile proposito non poteva pia- 
cere né all' autorità pisana, né al Governo centrale ; e V &vl< 
ditore del Governo, informando il 28 marzo il capo dell 
Polizia del (Granducato delle onoranze decretate al D'Azi 



I 



327 

glio, pregava il Bologna che ordinasse aU' autore degli VI- 
thni Casi d' evitare, nel suo viaggio, Pisa, Lo stesso Gro- 
vernatore deUa città, il marchese Luigi Serristori, si univa 
aUa preghiera dell' auditore. 

Lo stesso giorno del banchetto, il presidente del Buon 
Governo, rispondendo al Governatore di Pisa, gli faceva 
conoscere che avrebbe in giornata inibito al D' Azeglio di 
passare da quella città, ed a lui ordinava che ove 1' autore 
dell' Ettore Fieramosca si presentasse alle porte, fosse pure 
respinto. GÌ' ingiungeva inoltre che chiamasse a sé i pro- 
motori della dimostrazione, e severamente li ammonisse. 

Bisognava far conoscere al D'Azeglio il divieto d' en- 
trare a Pisa; e il Francois, segretario all' ufficio dei pas- 
saporti, d'ordine del Presidente del Buon Governo, con un 
suo biglietto, pregava il D' Azeglio che „ prima della sua 
partenza passasse da lui per fargli un' urgente e importan- 
tissima comunicazione. „ 

Al biglietto del Francois, il D'Azeglio rispose : 

^ n sottoscritto essendo tornato a casa alle ore 6, ora 
nella quale gli si dice chiuso l' ufficio dei forestieri, non 
può recarsi, secondo l' invito trovato nella lettera del sig. 
Segretario, nel detto ufficio. 

„ Lo prega per conseguenza a volergli indicare quando 
e dove desidera sia fatta la comunicazione indicata nella 
lettera suddetta, essendo sua intenzione partii-e da Fii'enze 
domani lunedì alle 10 a. m. 

„ Dalla Locanda di Porta Rossa li 29 marzo. 

, Massimo d'AzegIìIO. „ 

Ricevuto il biglietto del D' Azeglio, il Francois, presi 
gli ordini del Bologna, mandò a dire all' autore degli Ulti- 
mi Casi, per mezzo d'un agente di polizia in borghese, che 
l'avi'ebbe ricevuto alle nove. Il messo del Buon Governo 
trovò il D'Azeglio a tavola, e fattolo chiamare a sé, gli 
espose U messaggio. Ma il portatore di questo non potè 
conservare l'incognito ; ed essendo stato riconosciuto, la sua 
apparizione a queir ora, durante il banchetto, e più ancora 



328 

r invito che recava, suscitarono fra i commensali di Porta 
Rossa, benché non riscaldati dallo Sciampagna bevuto, come 
si è visto, con ammirabile parsimonia, dei commenti gli uni 
più vivaci degli altri. La partenza del D' Azeglio dalla 
sala del convito per recarsi al palazzo della Polizia, mi- 
se il colmo alle dicerie. L' indomani quell' incidente prese 
tutte le proporzioni d' un avvenimento ; e il marchese Care- 
ga, ministro sardo, ne parlò, fra l'agro e il dolce, al Paiier, 
il quale, della mancanza di tatto naostrata dalla Polizia in 
quella circostanza, se ne lamentò col Bologna, che non sep- 
pe rispondere altro se non con una nota discretamente eva- 
siva, eh' egli stesso compendiò di tutto suo pugno in calce al 
biglietto del D' Azeglio al Francois : 

„ Al presente biglietto fu subito replicato che il sig. 
Francois avrebbe potuto ricevere il sig. D'Azeglio dalle 8 
alle 9 ore, essendosi calcolato che a quest' ultima ora a- 
vrebbe potuto essere terminato il pranzo ordinato per le sei ; 
e difatti il sig. D'Azeglio venne alla Presidenza alle ore 9, 
suonate di qualche minuto, di buonissimo umore, tenendo 
decentissimo contegno e ricevendo in buona parte la fatta- 
gli comunicazione (quella di non entrare a Pisa) sino al 
punto di asserirla conforme ai suoi desideri e di ringrazia- 
re per essergli stata fatta, protestando d' essere alieiiissimo 
da qualsivoglia vistosa dimostrazione e d' aver tutto l' inte- 
resse di non compromettere sé ed altri, e di non disgustare 
il Governo d'un paese nel quale ha molto dimorato fino dalla 
sua più fresca età, e dove nutre la speranza che in altro 
tempo gli sia concesso di ritornare. „ 

Ecco una prosa che scritta da un uomo che pochi giorni 
prima aveva chiamato sfacciato il D' Azeglio, può chiamarsi 
piena di garbo ! Il Bologna non era per nulla gesuita ! 



* 
* * 



Nonostante le precauzioni prese dalla Polizia, la dimo- 
strazione decretata dalla gioventù univ<'v<i' ■"•!•• •^'< ^''«■^ 'ii- 



329 

be luogo. Soltanto invece che a Pisa, essa avvenne a Pon- 
tedera. 

„ Giungeva da Empoli — scriveva il 30 marzo l'agen- 
te di polizia di Pontedera al Buon Governo — alle ore 2 1^2 
pom. il marchese D'Azeglio. Alle 4 successive pervennero 
circa 40 giovani dell'Ateneo pisano che già erano stati pre- 
ceduti da due signore di fresca età {Luisa d'Azeglio e Vit- 
torina Manzoni) e da una fanciulla (Rina, la figlia di Mas- 
simo) di dieci anni, qui sconosciute. Tutti sono corsi all'al- 
bergo (il Leon d^oro) e le seconde hanno abbracciato con 
lagrime di gioia il forestiero, che stava con molta premura 
attendendole, mentre gli altri espiimendogli omaggio ed af- 
fezione, non lasciavano di manifestare una unanime e pro- 
fonda emozione. A ciascuno il D'Azeglio ha corrisposto con 
meste espressioni di gratitudine. Quindi gli studenti lo la- 
sciarono, dicendogli che lo avrebbero riveduto a Livorno. Lo 
stesso forestiero quasi subito rimontando, insieme alle tre 
donne, in vettura, si è diretto veramente a Livorno. „ 

Lo stesso di 30 marzo, il Governatore di Pisa scrive- 
va : „ L' auditore Mori dice che ha disposto un cauto sei'vi- 
zio per impedire l'entrata in città al D' Azeglio. L' asserta 
malattia della moglie di questo forestiero è favolosa, giac- 
ché questa signora fu veduta anche ieri fuori di casa. „ 

n 31 marzo il Bologna, scrivendo al Governatore di 
Livorno, dopo d'averlo informato del proposito manifestato 
dagli studenti pisani d' andare a salutare il D' Azeglio in 
quella città, soggiungeva: „ In caso che dai detti studenti 
venga portato ad esecuzione il loro progetto, la invito a 
dare quelle disposizioni che ravviserà più convenienti perchè 
non avvengano vistose dimostrazioni. „ 

Come si vede. Sua Eccellenza Bologna, in quegli ultimi 
giorni, aveva posto molta acqua nel suo vino reazionario. 
Dopo d' aver provocato lo sfratto del pericoloso e sfacciato 
forestiero, acconsentiva che a Livorno lo si festeggiasse. 
Solo voleva che le dimostrazioni fossero poco vistose. 

A Pisa, dunque, il D' Azeglio non entrò ; ma ciò non 
impedì che la mattina del 31 la Polizia non trovasse attac- 



330 

cati ai muri della città numerosi cartelli col motto : Viva 
D'Azeglio! Morte ai Gesuiti! 

Quanto al soggiorno del D' Azeglio a Livorno, ecco cosa 
scriveva, il 1 aprile, il Commissario di S. Marco, Filippo 
Zanuetti, al Bologna. 

„ Non appena il D'Azeglio» fu qui arrivato che le per- 
sone conformi ai sentimenti dell' autore degli Ultimi Casi, 
si videro in un certo movimento, ed un Mayer Enrico e un 
Malencliini avv. Vincenzo pei primi si avvicinarono a lui. 
Il prof. Griuseppe Montanelli non mancò di recarsi a veder- 
lo. Stamattina hanno preso stanza alla stessa locanda (la 
Gran Brettagna), il prof. Gr. B. Giorgini e il sig. Griuseppe 
Giusti conosciutissimo pei suoi celebri ed ingegnosi compo- 
nimenti poetici, e vi si recano continuamente per comunica- 
re col D'Azeglio altri individui ignoti agii osservatori {il 
lettore legga : spie.) Nella scorsa sera il D'Azeglio interven- 
ne al R. Teatro Carlo Lodovico e formava l' attenzione e 
r ammirazione del pubblico. Dicesi che domani mattina vo- 
gliasi dare al medesimo dagli apprezzatori del suo merito 
\\\\ banchetto all'albergo dell' Aquila Nera. Si parla anche 
dell' arrivo degli studenti pisani. „ 

Gli umori liberali che animavano in quei giorni gli stu- 
denti di Pisa, e parte dei professori di quell'Ateneo, non po- 
tevano piacere al Bologna, il quale, il 2 aprile, scriveva al 
Pauer : „ Dalla comunicazione del Govei'natore di Livorno 
rileverà come e quanto vada progredendo la sfacciata indi- 
sciplinatezza dei soliti professori pisani (segnatamente dei 
professori Giorgini e Montanelli che erano andati a Livorno 
a salutare il D'Azeglio). Come potrebbe farsi rimprovero agli 
studenti che in massa si disponessero a recarsi a Livorno, 
dopo che ne hanno ai medesimi indicato la via i professo- 
ri? Senza un riparo che restituisca 1' impero alla legge e 
all' ordine così stranamente conculcati, dove andranno a fer- 
marsi questi sfrenati cavalli, che credono d' avere vinta la 
mano al guidatore e di poterlo trarre fra ogni sorta di pe- 
ricoli e disastri. Dio sa dove? Verrò da V. E. anche per 
poter sapere se al sig. D'Azeglio debba farsi sentire, come 



331 

a me sembrerebbe, che il di lui soggiorno a Livorno non 
può estendersi al di là di tre giorni. „ 

Avendo anche il Pauer sentito il bisogno che l'autore 
degli Ultimi Casi di Romagna non prolungasse oltre tre giorni 
il suo soggiorno a Livorno, il Bologna, lo stesso di 2 aprile, 
scrisse al Grovernatore di quella città perchè „ in modo 
conveniente e col debito riguardo facesse sentire al sig. D'A- 
zeglio che la di lui dimora a Livorno non potrebbe esten- 
dersi al di là del giorno quattro. „ 

Frattanto, non alla locanda della Gran Brettagna, ma 
a quella dell' Isole Brittaniche, aveva luogo il banchetto 
che i liberali livornesi davano al D' Azeglio. La Polizia, al 
solito, non mancò di mettersi sopra pensiero per quel pran- 
zo e fu con una soddisfazione, che poteva anche nascondere 
il dispetto, che il Carpanini, auditore del Groverno, il 30 
aprile, ne scrisse al Bologna, rilevandone l'insuccesso cagio- 
nato dalla poca o ninna notorietà delle persone intervenute 
al simposio, quasi che Livorno, città per eccellenza mercan- 
tile e tutta dedita agli affari, avesse potuto inviarvi qualche 
cosa di meglio. „ Nel decorso giorno ebbe luogo il pranzo 
in onore di D' Azeglio. GÌ' invitati erano quaranta, ma non 
ne intervennero che ventitré.... Erano a tavola, oltre D'A- 
zeglio, Enrico Mayer, Giuseppe Giusti, Vincenzo Malenchini, 
Antonio Padovani, Francesco Pachò, ilichele Palli, l' aw. 
Giuliano Ricci, 1' avv. Cercignani, Francesco Saverio Orlan- 
dini ed altri meno conosciuti. Tutti i convitati si contenne- 
ro con molta riserva, astenendosi da discorsi politici. Il 
D'Azeglio si mostrò piuttosto serio che lieto, forse per es- 
sere poco soddisfatto deUa qualità delle persone convitate, 
le quali ben poche sono di qualche valore sociale. Difatti, 
togliendo il Mayer e U Giusti, ben noti per potenza d' in- 
gegno e per opinioni liberali, nonché il Padovani, probo e 
distinto cittadino, e 1' aw. Cercignani celebre pel suo inge- 
gno e la saa eloquenza, ma altrettanto noto pel suo amore 
alla gozzoviglia, tutti gli altri sono delle nullità. Il Malen- 
chini, pazzo e stravagantissimo, fa il liberale per moda ^ il 
Palli, un ricco greco, è un ozioso e spensierato ; il Ricci è 
più distinto per le sue stravaganze, che terribile come li- 



332 

berale ; 1' Orlandini è un giovine che vive come può dando 
lezioni. „ 

Quasi tutti codesti giudizi erano esagerati o addirit- 
tura falsi ; ma queir aria di soddisfazione che trapelava dal 
rapporto, benché taluno vi avrebbe potuto rinvenire un cer- 
to non so che d' amaro, mise di buonumore il Bologna, il 
quale con tono di convinzione che non doveva andare al di 
là delle labbra, scrisse il 4 aprile al Paiier : „ Il pranzo a 
Livorno ebbe un esito meschino e ridicolo anziché no, e il 
martire protagonista non sembrò rimanere soddisfatto e si 
tenne serio e malinconico. (Ecco, la melanconia V aggiungeva 
di suo il sor Presidente !) H detto D' Azeglio avrebbe volu- 
to gingillare forse anche a consiglio dell' autore del Gingil- 
lino (quanto spirito in S. E. Bologna!) per differire la par- 
tenza, e per gettarsi nel solito granaio lucchese ; non di 
rado il temporeggiare giova, ed ha giovato, parmi, anche 
nel caso nostro, tenendo a rimuovere non poca parte del pre- 
stigio (che meschinità di propositi in un' Eccellenza!), che 
procurò al D' Azeglio la prima mossa del Governo. Si è 
detto eh' egli si stia preparando il ritratto in litografia, e 
che tra i faccendieri anche per questa nuova dimostrazione 
siavi il prof. Montanelli. „ 

Finalmente la Polizia potè respirare. Massimo d' Aze- 
glio, il 4 aprile, s' imbarcò sul battello a vapore Maria 
Cristina^ facendo rotta per Genova. 

Il 6 dello stesso mese un' ordinanza del Presidente del 
Buon Governo, diramata alle autorità di polizia, interdice- 
va all' autore della Disfida di Barletta di rientrare negli 
Stati del Granduca. 



I 



Non venne, intanto, meno la caccia che si dava all' opu- 
scolo. Già della prima edizione fatta eseguire clandestina- 
mente da Felice Le-Monnier, erano stati sequestrati cinque- 
cento esemplari ; ed avendo saputo la Polizia che nella ti- 



333 

pografia Passigli si ristampava 1' opuscolo coli' aggiunta di 
una lettera di Gino Capponi, si eseguì una perquisizione, la 
quale riusci infruttuosa. La seconda edizione, però, si face- 
va non a Firenze, ma in Corsica, a cura e spese del Le- 
llonnier ; la qual cosa, essendo arrivata all'orecchio del Bo- 
logna, il capo della Polizia scriveva al Paiier : „ Penso di 
far richiamare questo malanno del Le-ilonnier e farlo seria- 
mente ammonire con minaccia di sfratto. È naturalizzato ? 
(Lo sfratto non poteva decretarsi che contro gli stranieri). H 
legatore del Le-Monnier, fu sorpreso nell' atto in cui lega- 
va la prima copia della seconda edizione degli Ultimi Casi; 
e fu arrestato. - — 



334 



CAPITOLO XXX^TH. 
Gino Capponi. 



1 



on è senza una qualclie trepidazione che noi ci 
accingiamo a consacrare in questo lavoro un capitolo speciale 
a Gino Capponi ; imperocché, non sempre impunemente si 
tocca a certe leggende, né senza sollevare proteste e sdegni 
si strappa 1' aureola che cinge la testa di certi iddìi o semid- 
dii, che la facile e compiacente venerazione di certe generazioni 
colloca sugli altari. Ed uno di codesti iddii o semiddii deve cer- 
tamente riputarsi il Capponi, il gentiluomo letterato con spic- 
cata tendenza all'uomo di Stato, in cui per oltre mezzo secolo 
s' incarnò la società fiorentina, per non dire addirittura la 
società toscana, e segnatamente quella parte della medesima 
che insieme al culto delle scienze, delle lettere e delle arti 
professò quello santissimo della libertà e della ricostituzione 
della patria italiana. Culto, questo della libertà, che molti 
e molti ebbero a credere che fosse vivissimo nel cuore del 
Capponi e che soprastasse ad ogni altro sentimento, se 
vollero che, morto, il discendente del rintnzzatore dell' or- 
goglio di Carlo Vili, di Francia, riposasse nel tempio 
maggiore delle glorie italiane, accanto a quel Giambattista 
Niccolini, contro il cui odio ai papi e ad un' Italia baciapile 
e paolotta, egli, il Capponi, negli ultimi anni della sua vita 
protestò cogli scritti e colla parola. 

Francamente, a noi, che abbiamo potuto studiare il 
Capponi anche colla scorta dei documenti dell' Archivio della 
Presidenza del Buon Governo, la figura del nostro patrizio 
pii\ che nel bronzo o nel marmo ci sembra scolpita in una 
pietra assai comune. 

Forse c'inganneremo ; e saremmo felici, se il nostro giudi- 
zio in certo modo potessimo correggere : ma oggi esso non 



335 

è di sicuro favorevole al Capponi. Questi, benché vissuto in 
pieno secolo XIX, a noi sembra un toscano della decaden- 
za medicea rinvigorito di un po' di liberalismo che a secon- 
da i tempi va dall' enciclopedismo volterriano della seconda 
metà del secolo passato al neo-guelfismo della generaziope 
che rinnegando U vecchio pensiero politico italiano preparò le 
aberrazioni del 1848. Sfornito d'un carattere tutto d'un pezzo, 
in fama di patriotta senza che per la libertà avesse mai ri- 
portato, non diremo catene o esili, ma nemmeno una di 
quelle innocue paternali che la mite polizia toscana non ri- 
sparmiava, di tanto in tanto, ai cittadini modernamente pen- 
santi, in fama di letterato senza che il suo nome figurasse 
in fronte ad un lavoro importante, in fama d' uomo di Stato 
della vigorìa di coloro coi quali operarono i suoi maggiori, 
mentre predisse guai e sventui'e per la rivendicazione di Roma 
all'Italia, — Gino Capponi, col suo amore platonico della 
libertà, col suo amore, piuttosto da gentiluomo ozioso che da 
letterato, per le lettere e gli uomini di lettere, colle sue 
contraddizioni, colle sue simpatie d' oggi eh' erano le sue 
antipatie del giorno prima, è una specie di dilettante in tutto : 
dilettante in letteratura, dilettante in religione, dilettante 
in politica. 

Meno male se nel Capponi non fosse degno di rimpro- 
vero che il solo dilettantismo. Il Capponi è in permanente 
contraddizione con sé stesso. È sempre lo stesso Capponi che 
ha r uffizio di smentire e contraddire il Capponi. Affaccia- 
tosi alla vita pubblica coli' amicizia di Ugo Foscolo quando 
il poeta zacintio iniziò in Italia la dolorosa e lunga serie 
degli esili per ragione politica, si stringe subito in intima 
relazione con Federigo Confalonieri che allora cospirava 
contro l'Austria ; diventa l' amico del conte Luigi Porro, 
di Silvio Pellico, di Pietro Borsieri, di Giuseppe Pecchio, 
che come il Confalonieri, cercavano d' infrangere il giogo 
della tirannide italiana e straniera ; nello stesso tempo di- 
venta il corrispondente fiorentino di Carlo Alberto, che insie- 
me alla gioventù piemontese preparava colle scuole elemen- 
tari ed altre simili istituzioni educative il moto che doveva 
miseramente finire colla fuga dello stesso principe e l'esilio 



33(3 
dei compagni di questo. Dà in Toscana il suo nome a tutto 
ciò che è progresso, libertà; s'atteggia a partigiano di ri- 
forme politiche ; protesta contro lo sgoverno dei preti negli 
Stati della Chiesa. Ma egli si fa innanzi negli anni ed ecco 
che l'amico d'Ugo Foscolo si fa guelfo ; ecco che egli si fa 
chiudere in faccia la porta di casa di G. B. Niccolini, che 
non vuol saper di papi liberaleggianti cui lascia all' adora- 
zione dei Grirella. Ma il Capponi non si ferma qui ; risorta 
l'Italia, malgrado che il partito neo-guelfo del 1848 sia 
stato un' enorme disillusione, egli s' imbranca fra i libe rali 
cattolici, fra i partigiani d'una miscela impossibile, irragio- 
nevole, stupida, quella cioè, della libertà e della sagrestia, 
della resurrezione d' Italia e di Roma conserva ta al Papa 
per farne quello sgoverno eh' egli stesso, il Capponi, nel 1846, 
stigmatizzava con parole di fuoco sull' Ausonio di Parigi ; 
si spaventa del matrimonio civile, benché Massimo d'Azeglio, 
in fama di conservatore, si affatichi a provargli come un 
po' di sciarpa tricolore nel settimo sacramento non mandi 
in malore né Dio, né i santi, né la società. Negli ultimi 
anni della sua vita, il guelfismo lo rese poi suo mancipio. 
Laonde oppugna Roma capitale dell'Italia e nella breccia di 
Porta Pia non vede che il principio della fine: triste pre- 
sagio che il patriottismo degli italiani disperse. E perchè 
non gli manchi nemmeno la fede dei poveri di spirito, cre- 
de nei miracoli e manda a Napoli quattrini per la canoniz- 
zazione d'un frate (1). 



(1). Della semi-bacchettoncria in cui era caduto il Capponi negli ul- 
timi anni della sua vita, fa icAaW'&wo Epistolario. Il in ottobre 18t>4, 
avendo saputo che la sode del Parlamento d'Italia sarebbe stata 
nel convento di San Firenze, scriveva al padre Capocelatro : „ Si 
poteva cercare un luogo al Parlamento, senza bandire da Firenze 
San Filippo Neri, „ Esagerazione che appena appena in quei giorni 
sarebbe stata a posto in bocca al più rugiadoso campione del pao- 
lottismo ; imperocché, a Firenze, anche mettendo la sede del Parla- 
mento nel convento di San Firenze, non si ^sarebbe punto bandito 
San Filippo. Il 7 novembre dello stesso anno, a proposito del concot- 
to di Roma capitale, il Capponi scriveva a S. L. Morelli: „ La fi- 
sima romana... ù là a guastare ogni cosa. „ E al Reumont, avvenuta 



337 

Cominciare dall' amicizia dell' autore di Iacopo Ortis e 
dei Sepolcri e dalla fede nei carbonari del 1821, per anda- 
re a finire nelle sagrestie e nelle celle dei fi*ati ! 



Certamente il Capponi non fu sempre un collotorto o 
un mezzo collotorto. Come già abbiamo detto, egli figurò 
fra coloro che dalla restaurazione dei governi legittimi, av- 
venuta nel 181-i, ai rivolgimenti del 1848, furono alla te- 
sta del movimento liberale. Xei rapporti segreti della Poli- 
zia toscana del 1821, più d' una volta egli fu denunziato 
come tino dei pezzi grossi dei Carbonari della città ; e dalla 
lunga processura economica apertasi in quel tempo contro 
la carboneria, a detta della stessa Presidenza del Buon Go- 
verno, risultò il Capponi come fortemente indiziato d'appar- 
tenervi insieme al marchese Piero Torrigiani ; e a questo, co- 
me al Capponi, il Puccini volle certamente alludere, quando 
domandò al Granduca che stendesse un velo pietoso stii set- 
tari, adducendo tra gli altri motivi, anche questo, cioè : che 
il rigore avrebbe colpito insieme a famiglie borghesi, fami- 
glie patrizie (1). 

Probabilmente sarà bastato al Capponi per ravvedersi un 
semplice ammonimento, e crediamo tanto più verosimile tale 
congettura in quanto che vediamo poco dopo il nostro patrizio 
essere posto a fianco del giovane Principe di Carignano : la qual 



I" occupazione di Roma : „ Non sono stato dei più ardenti a gridare 
cica Roma ; io però le dirò il contrario, cioè che vi ho preso collera 
e quasi terrore per le conseguenze, come di rado mi ò accaduto. „ 
E r illustre marchese dorme ora il sonno della morte accanto a Nic- 
colò ilachiavelUl Quanto poi ai quattrini che dava per beatificare 
i poveri di spirito, ecco come il padre Capecelatro glieli chiedeva: 
, Come facciamo una raccolta d' elemosine per la beatificazione del 
, venerabile.... chiedo l'obolo anche a voi, nel nome del nostro fn- 
- turo santo. „ 

(1). Vedi quest'opera: Cap. VI, pag. 42. 



338 

cosa sarebbe stata semplicemente impossibile, se in quei di lo 
stesso Capponi non avesse dato di sé e della sua devozione 
al Grranduca solide garanzie. Ciò non tolse però che fra i 
sanfedisti e fra i poliziotti non godesse fama di rompicollo, 
di malpensante e di settario, e non lo si denunziasse come 
un nemico del trono e dell'altare. Negli atti segreti della 
Polizia dell' anno 1833, esiste sul Capponi un curioso ap- 
punto redatto d' ordine della stessa Presidenza del Buon Go- 
verno : un appunto dove, per ordine di data, sono segnate 
tutte le accuse che da quasi tredici anni a quella parte 
Bargelli, Ispettori e Commissari avevano spiegate nelle loro 
note riservate contro il marchese. Così apprendiamo che in 
un rapporto del 6 ottobre 1823, il Commissario di S. Croce 
sospettava che il Capponi potesse avere un carteggio segi'e- 
to, d' indole politica, coi liberali di Francia e scambiato per 
mezzo di pedoni ; quasi sullo stesso tempo un altro agente 
riferiva che il nostro patrizio aveva spedito segretamente 
a Crenova un messo ed un altro ne aveva ricevuto, sempre 
con mistero; nel marzo del 1826, essendo egli ammalato 
si notò in casa di lui una grande affluenza di liberali per 
parlarvi degli aifari di Eussia e Turchia, distinguendosi 
sopra tutti il generale Colletta, esule napoletano ; ragiona- 
menti non esclusivamente platonici, imperocché aperta e pa- 
trocinata dal Capponi una oblazione a favore dei greci in- 
sorti contro il legittimo Governo Ottomano, trecento zec- 
chini offrì lo stesso Capponi, cento il cavaliere Girolamo 
Bardi, cento il conte Piero Mozzi, cinquanta il marchese G. H, 
Capponi, cinquanta il marchese Vincenzo Capponi, cinquanta 
il D' Elei, cento il cavaliere Altoviti, quattromila scudi, da^ 
vero signorone notante fra i rubli, il conte Demidoff (V 



(1). Il Govenio dapprima, o cortamente in omaggio alia iogitt 
mità del Governo del palo e dei basciil tagliatori d' o'-ecchic cristi^ 
ne, proibì la collctta, poi lasciò correre, purché alla colletta si da' 
se non forma pubblica, ma privata, non potendosi proibire (scrivoì^ 
don Neri (^orsini il 17 giugno 182(!) alla „ pietà individuale che f|,. 
cesso il suo corso per la (ìrecia. „ La colletta, peraltro, era tirai- 
damento fatta in nome della carità cristiana. Fra le parole che l'ac- 
compagnavano, si leggevano questo: - 1 Cristiani d'Drientc hanno 
diritto d' esser soccorsi dai Cristiani d Occidente. . 



339 

Fattisi procellosi i tempi, le denunzie della Polizia diventa- 
rono più gravi. Così con rapporto del 4 maggio 1833, il 
Capponi era additato come uno dei capi deUa sètta rivolu- 
zionaria in Toscana, malgrado la sua riconciliazione colla 
Corte seguita nel carnevale di quell'anno stesso, accettando 
un invito a Pitti. Il 1 giugno (sempre del 1833), un rap- 
porto segreto denunziava la formazione a Firenze d'una 
sètta rivoluzionaria : / Ven Italiani, e nello stesso tempo 
come capi della Giovine Italia erano denunziati il Capponi, 
Griuseppe Panattoni e Vincenzio Salvagnoli. L'anno appresso 
il Commissario di Santa Croce, prendendo occasione di cert€ 
visite che il Capponi faceva a Giuditta Bellerio, amante 
ed emissaria di Giuseppe Mazzini, lo chiamava addiiittura 
, uno dei primari rivoluzionari della Toscana in relazione e- 
pistolare col nefando profugo genovese. „ 

Contro siffatte denunzie (non ne abbiamo riferito che un 
saggio) stanno le esplicite dichiarazioni dello stesso Gino 
Capponi, il quale, caduto il Governo lorenese, affermò sem- 
pre di non essere stato mai aggregato a veruna sètta poli- 
tica, n 6 febbraio 1865, scriveva al direttore del Siécle di 
Parigi: „ Ainsi l'on fait de moi un carbonaro: or je n'ai 
appartenu de tonte ma vie à aucune secte de quelque spe- 
cie que ce soit.... (Epistolario, voi. 1^0- » Più tardi, nel di- 
cembre 1875, Cesare Cantù gli dirigeva la seguente lette- 
tera: „ Nel 1821, voi scriveste una lettera a Federigo Gon- 
falonieri raccomandandogli un certo sig. Tartmi (1), uno dei 



(1). La Polizia di Milano, quando fu i-lxujc... il processo contro il 
Gonfalonieri, interrogò quella di Firenze sul Tartini, che l' illustre 
patrizio lombardo aveva conosciuto in un suo viaggio in Toscana. Il 
Buon Governo, al 31 gennaio 1822, rispose : „ Ferdinando Tartini- 
Silvatici appartiene ad una buona famiglia di ceto medio; ha mol- 
to rapporto f'sic) per lo studio deUa letteratura; ha viaggiato per 
istruirsi; è impiegato nel catasto. „ La Polizia austriaca, in quella 
occasione, aveva chiesto informazioni anche sul Capponi, col quale 
il Gonfalonieri era in intimità, e sull' avvocato Lorenzo Collini. Nel 
('ap. VII di questa opera noi; pubblicammo la risposta data dal Pre- 
sidente del Buon Governo sul Capponi ; quella sul Collini non offriva 
nulla ad osservare. ., Nei passati torbidi passò per partigiano di no- 



340 

sostegni delle nostre intraprese liberali. Su quella lettera il 
Pellico fu escusso evidentemente.... Chi era il Tartini ? Del 
1828, è una lettera d'un confidente a cui doleva di non po- 
ter dir molto di voi, perchè' al domani del giorno che vi fu 
presentato, voi partiste con Colletta. „ A siffatta lettera, 
a cui il Cantù sperava di veder rispondere Dio sa con quali 
rivelazioni, o per lo meno con quali particolari sulle rela- 
zioni passate fra i carbonari milanesi e il Capponi, questi 
dava la seguente risposta : „ Quando parlavo delle nostre in- 
traprese liberali, non ero altro che un innocente ciucciarel- 
lo ; perchè altre non n' ebbi mai : la mia rusticit;l su que- 
sto punto non ebbe un momento mai di tentazione, perchè a 
roba di quel genere non mai credetti. Se il Pellico ebbe su 
quel documento la Polizia addosso, ciò mostra essere le po- 
lizie più eunuche di me. „ {Epist. voi. lY, pag. 421 ). 

Si sarebbe, dunque, ingannata la Polizia quando pei 
anni ed anni ritenne il Capponi per un uomo d' azione, per 
un rivoluzionario ? Ma noi domandiamo : se il nobile uomo 
non avesse mai fatto parte né della massonerìa, né della 
carbonerìa, né della Giovine Italia^ né di nessuna di quell 
sètte società segrete che nella prima metà del secolo prt 
sente solcarono in tutti i sensi la penisola, o come avrebbe 
fatto a cattivarsi la stima, la fiducia e 1' amicizia di uomini 
che non vivevano che nelle sètte, e per le sètte ? Se il Ca)^- 
poni non fosse stato un carbonaro, Federigo Confalonievi 
gli avrebbe dischiuso i più segreti penetrali dell'anima sua r 
Se non fosse stato a parte di quel movimento sotterraneo 
che agitava l' Italia alla vigilia dei moti di Napoli e di 
Piemonte, e al quale lo stesso Carlo Alberto non era intie- 
ramente estraneo, questi ringraziando il Capponi degli au- 
guri fattigli per la nascita di Vittorio Emanuele, gli avreb- 

vità, ma ora nulla risulta a suo danno. „ Informazioni che non 
spondevano a quanto commissari ed ispettori riservatamente tH 
rivauo, perocché tanto il Tartini quanto il ('ollini orano ritenuti dalla 
Polizia soiJi/cftijM-ricohisi ed erano sorvoK'liati : ma il ruocini sapi'v 
dipingendo costoro con tacchi colori, avrobbo aggravatola p>' 

del Confalonieri *■ (Iti suoi roiiiiKiiriii iiiiiiacciuti tli i 

tacque. 



341 

be l'orse scritto le seguenti notevoli parole, che solo un car- 
bonaro, in quei giomi, avrebbe potuto scrivere : „ Era già, 
prima persuaso della parte eh' egli (sic), avrebbe preso in 
un avvenimento così fortunato per la nostra famiglia.... La 
nascita di mio figlio è quella cVun Principe veramente italia- 
no^ ma nello attaccamento per la nostra bella patria non mi 
supererà sicuramente mai. (1) ? „ E se non avesse avuto 
lo zampino ficcato nelle cose delle sètte, avrebbe il Cappo- 
ni, il 1 febbraio 1841, potuto scrivere a Pietro Rolandi, un 
italiano che a Londra, legato in istretta amicizia col Mazzi- 
ni, stampò U Commento della Divina Commedia di Ugo Fosco- 
lo (2) : „ Io faccio voti per questa impressione {quella del- 
l'opera sopraricordata e stampata col concorso del grande 
profugo genovese) la quale è ottimamente affidata a Lei e al 
Mazzini, eh' io La prego a salutare per me.... Già la prefa- 
zione {del Mazzini) a questo primo volume è un bel saggio 
d' ottimo giudizio intomo al Foscolo ? „ È vero che questo 
fregarsi del Capponi alle costole del Mazzini, potrebbe an- 
che spiegarsi come cosa assai innocente e del tutto lettera- 
ria ; ma noi crediamo che se in quegli stessi giorni in cui 
il Capponi mandava a salutare familiarmente il Mazzini, 
eh' era la bestia nera di tutti governi d' Europa, da quello 
inglese infuori, qualcuno avesse proposto a Cesare Balbo o 
a Massimo D'Azeglio (due uomini che realmente non appar- 
tennero a nessuna società segreta) di mandare i loro saluti 
al grande agitatore, essi avrebbero gridato all' imprudente 
consigliere : Vade retro, Satana. Nella loro coscienza di gen- 
tiluomini liberali, ma moderati, avrebbero creduto di farsi 
complici, magari spirituali, di Dio sa che spedizioni di Sa- 
voia più meno rivedute e corrette ! 

Che poi il Capponi non fosse legato ai rivoluzionari dei 
sui tempi con semplici vincoli letterari o di buona società, ce 
la fa credere fermamente un episodio della vita dello stesso 



fi). Ej)ist. voi. V, pag. 186. 

i2). II Rolandi era anche un affiliato alla Giovine Italia. Vedi in 
lucst' opera il Capitolo: Giuseppe Giunti. 



342 
Mazzini e a noi rivelatoci dall' esame degli atti dell' A r- 
chivio Segreto della Presidenza del Buon Governo. 

Neil' ottobre del 1833, quando il Mazzini preparava la 
spedizione di Savoia e dappertutto cercava uomini e denari, 
sopratutto denari, volendo associare alla sua impresa la To- 
scana, ove, in verità, le sètte non avevano mai fatto buo- 
na prova, mandò a Firenze (ma non tanto segretamente che 
la Polizia non venisse a scoprire il mistero) la giovane 
baronessa Giuditta Bellerio, di Milano, vedova di Giovanni 
Sidoli, modenese, morto profugo, in seguito ai casi del 1831, 
a Parigi. Era la Bellerio una bella, bionda e spiritosa si- 
gnora, di principi repubblicani, unita al Mazzini, oltre che 
dalla fede politica, dall' amore. La Polizia che nella formosa 
donna aveva scoperto un' emissaria della Giovine Italia, le 
intimò senza tanti complimenti lo sfratto, anche perchè era 
venuta a Firenze con un falso passaporto. Ma la Bellerio, 
che intendeva di farla alla Polizia, senza negare le sue re- 
lazioni col Mazzini e coi principali profughi italiani, assicurò 
il Bologna come la sua venuta in Toscana non avesse nes- 
suno scopo politico, ma quello di poter vivere in un cantuc- 
cio di terra italiana, non tanto lontano dai suoi tìgli, che 
erano a Modena, ed ove la polizia di Francesco IV non 
avrebbe mai permesso eh' ella ponesse il piede ; e il Gover- 
no toscano, che quando voleva sapeva essere un furbacchio- 
ne di tre cotte, fingendo di credere alla sincerità di quelle 
proteste, revocò 1' ordine di sfratto e permise che la Belle- 
rio piantasse le sue tende a Firenze, purché queste fossero 
custodite dalla polizia, e birri e spie potessero guardarvi 
dentro a tutte le ore. La bella signora imprudentemente ac- 
cettò le condizioni poste dal Governo, ed andò ad abitart- 
quasi accosto al palazzo del Buon Governo, in via del Pro- 
consolo, in casa d'un poliziotto, ove, a poco a poco, la so- 
litudine che nei primi giorni s' era creata la donna gentile 
cominciò, con grave scandalo dell' illustrissimo signor Com- 
missario di Santa Croce, che la sorvegliava, a dileguarsi. 
Dapprima frequentò la casa della Bellerio, Riccardo Biscar- 



343 

di (l), amico del Capponi, e le cui riimioiii serali rallegrate 
dai sorrisi e dallo spirito della moglie, erano frequentate 
dallo stesso Capponi, che di quel sorriso e di quello spirito 
si mostrava lieto, forse fin troppo lieto, dal Tommaseo, dal 
marchese Cosimo Ridolfi, da Gr. P. Yieusseux e da altri ca- 
porioni del partito liberale ; poi, misteriosamente, vi s'intro- 
dusse il Capponi, il quale, in seguito, smettendo il mistero, pra- 
ticò quella casa quasi quotidianamente, restando a confabulare 
per ore ed ore colla Bellerio : confabulazioni di cui la Poli- 
zia non potè mai scoprire il tenore, ma che dapprincipio le fe- 
cero malignamente sospettare che l'amore non fosse estraneo 
alle stesse. Il qual sospetto fu di durata assai breve ; im- 
perocché essendo stato presentato alla signora dallo stesso 
Capponi il giovanissimo figlio del generale conte Fontanelli, 
che si diceva latore di lettere del ATazzini, fra la bionda 
amica del grande agitatore e il figlio dell' ultimo ministro 
della guerra del primo regno d' Italia, si scrisse a quattro 
mani un romanzo d' amore, che i bracchi della Polizia eran 
costretti a seguire in tutti i suoi paiticolari più intimi, non 
senza sentirsi di tanto in tanto comicamente imbarazzati di- 
nanzi ad una missione, che dal campo della politica li sba- 
lestrava addirittura in quello della fonnosa iddia di Gnido. 
Certamente, quel dramma, aveva un fine recondito. Quello 
apparente, i poveretti, lo capivano pur troppo ; ma era ap- 
punto questa chiara cognizione dei segreti d' alcova della 
bella signora lombarda, che rendeva quei poliziotti comica- 
mente impacciati. 

Però ciò che non arrivava a vedere la bassa polizia, 
quella altissima lo vedeva chiaramente. Quest' ultima, che 
aveva la sua sede principale nel gabinetto del Granduca, era 
arrivata a mettere le mani sulle lettere della Bellerio e 
del Mazzini ; e mentre il Commissario di Santa Croce e i 
suoi uomini erano costretti a contare melanconicamente le 
ore che il giovine conte Fontanelli passava insieme alla 
bionda signora, il Granduca e i ministri prendevano copia 



(1). Qualificato dalla Polizia per professore di lingue stra- 
niere. 



344 

delle lettere, metà amorose e metà politiche, che il Mazzini 
scriveva dalla Svizzera alla saa volubile e capricciosa ami- 
ca. Più tardi, guest' ultima, stanca di vivere in un carcere 
dorato, volle lasciar Firenze ; ma il Cfoverno che aveva pre- 
so gusto a quel giuoco e che per mezzo di lei poteva leggere 
sin nel fondo del cuore del Mazzini, le rifiutò il passaporto ; 
se non che la signora, che aveva troppo vissuto fra le cospi- 
razioni per restarsene colle mani alla cintola dinanzi a quel 
rifiuto, aiutata dal Capponi e dal ministro inglese presso il 
Governo Toscano, pensò, di nascosto, svignarsela. La Po- 
lizia a cui non isfuggiva nessun atto come nessun pensiero 
_deUa Bellerio, raddoppiò di vigilanza e il giorno destinato 
alla fuga, mise in moto guardie ed ispettori. La signora, 
che ancora aveva da prendere qualche accordo col Capponi, 
scrisse a quest' ultimo un biglietto con che gli dava un ap- 
puntamento in Duomo. Il biglietto, d' un carattere assoluta- 
mente intimo, rivelava come fra 1' amica del Mazzini e il 
marchese non ci fossero segreti. Esso era del tenore se- 
guente : „ Caro Gino ; a mezzodì trovati in Duomo ; ho bi- 
sogno di parlarti. „ Cosa assai singolare, il biglietto trovasi 
ora fra gli atti segreti della Polizia, benché non fosse sta- 
to sequestrato né in casa della Bellerio, né nelle mani del 
latore, essendo esso pervenuto al Capponi, come lo dimostra 
il fatto attestato dal Commissario' di Santa Croce nel rap- 
porto del 9 settembre 1834, cioè che lo stesso giorno fissato 
per 1' appuntamento, fu vista la Bellerio uscir di casa, e 
qualche minuto prima del mezzodì entrare in Duomo, dove, 
nella navata di destra 1' aspettava il Capponi col quale la 
signora s' intrattenne. La sera di quel giorno l' amica del 
Mazzini prendeva la fuga; ma la Polizia che non la perde- 
va d' occliio, la raggiunse, e l' arrestava 1' indomani in quel 
di Pescia. 

Ora noi domandiamo : il Capponi avrebbe potuto catti- 
varsi la fiducia — una fiducia intiera, illimitata, come ab- 
biamo visto — dell' amica e dell' emissaria del Mazzini, se 
(gli non fosse stato legato coi liberali, compresi i mazzinia- 
ni, con vincoli assai più tenaci di quelli di una semplice 
amicizia? (Huditta Bellerio, che malgrado i suoi occhi glau- 



345 

chi sorridenti d' amore, aveva anima di cospiratrice ; che a- 
veva dovuto fuggii-e da Modena dove la Polizia la riteneva 
per un soggetto pericoloso ; che ricoveratasi in Francia, a 
Marsiglia, aveva schiuso la porta della sua casa ai più illu- 
stri rappresentanti dell' idea rivoluzionaria italiana, ai fra- 
telli Fabrizii, all' Ardoino, al conte Bianco, a Luigi Amedeo 
Melegari, all'Armandi, a Gustavo Modena, e, segnatamente, a 
Giuseppe Mazzini che 1' aveva subito amata d' un affetto im- 
menso, pazzo ; che aveva seguito il suo giovine e già celebre 
amico in Isvizzera ; che 1' aveva più d' una volta sottratto 
alle ricerche della polizia federale, nascondendolo in sua ca- 
sa ; che conosceva tutti i segreti deUa Giovine Italia ; che 
insieme al Mazzini, verso la metà del 1833, aveva prepa- 
rato una spedizione sul territorio Italiano, che poi fu in- 
fruttuosamente tentata nei primi giorni del febbraio 1834 in 
Savoia ; che era venuta a cercare aiuti per siffatta spedizio- 
ne in Toscana ; che durante il suo soggiorno a Firenze ebbe 
dal Mazzini numerose lettere in cui il capo della Giovine 
Italia le apriva schiettamente 1' animo suo e che fra una 
frase d' amore e 1' altra le dava notizia non solo d' ogni suo 
pensiero, d' ogni suo atto, ma d' ogni pensiero e d' ogni atto 
dei suoi amici di cospirazione, non esclusi i più compromessi, 
e si sfogava in maledizioni contro il generale Ramorino, 
eh' egli riteneva traditore (1) ; Giuditta Bellerio, diciamo, 

(1). Delle lettere del Mazzini, che noi speriamo quanto prima di 
rendere di pubblica ragione, diamo qui in nota il seguente passag- 
gio, che si riferisce aU' ardente passione che la BeUerio aveva ispi- 
rato al profugo genovese: „ Vois-tu combien de lettres en si peu 
de jours ! Je te benis mille fois, toi, mon ange de consolation, et le 
hazard aassi qui a fait en sorte, qui toutes tes lettres arrivent pre- 
squ' en méme temps. Mon Dieu ! j' en avais et j' en ai encore bieu 
besoin — car, tu es ma vie a moi: il reste n'estque douleur et mi- 
sere. Toi, tu me parles avec tant d' amour — il y a des mots dans 
ta lettre da 15 qui m' ont fait encore et malgré tout tresaillir do 
bonheur. Sais-tu ce qui cela veut dire pour moi, et dans ma posi- 
tion d' esprit ? Je te dis ; ah ! ne doute jamais de moi, de mon amour, 
de rien ; tu serais coupable envers moi, car j' ai appris moi méme 
dans ces démiers jours la force de mon amour. „ La lettera è del 
26 febbraio 1834, cioè, di pochi giorni dopo la spedizione <^'' ^ - 
voia. 



346 

avrebbe preso a suo contìdente intimo, a testimonio di tutte 
le sue azioni un uomo che non fosse stato a parte dei se- 
greti della Giovine Italia ? Ma potrebbe qualcuno dire : e se 
il Capponi avesse frequentato U salotto mazziniano della Bel- 
lerio nella sua qualità di gentiluomo e di adoratore della 
bellezza muliebre, indipendentemente da ogni motivo politico? 
Ma se a siffatta supposizione si dovesse per un momento 
riconoscere un' apparenza di serietà, bisognerebbe supporre 
anche che il Capponi avesse ignorato, per quasi un anno, 
chi fosse la Bellerio, che cosa fosse venuta a fare e che 
cosa facesse a Firenze ; in quali rapporti vivesse colla Po- 
lizia ; quali relazioni avesse col Mazzini ; cose tutte che il 
Capponi non poteva ignorare, sia perchè la prigionia dorata 
della Bellerio non era un segreto per alcuno (1), sia perchè 
lo stesso Mazzini, scrivendo alla sua amica, chiedeva : „ L'ami 
de Thomas ne t' oublie sans doute ? „ E 1' amico di Thomas 
(nelle lettere dirette dal Mazzini alla BeUerio il Tommaseo 
è cMamato Thomas) non poteva essere che il Capponi, per- 
chè degli amici fiorentini dello scrittore dalmata il solo Cap- 
poni frequentò la casa della Bellerio. 

Ma qui la matassa s' arruffa in un modo maledetto. Im- 
perocché, ammesso che il Capponi avesse fatto parte del- 
la Giovine Italia, o per lo meno ne avesse conosciuto i 
segreti per mezzo della Bellerio, resterebbe inesplicabile la 
condotta della Polizia verso di lui. Come abbiamo già detto, 
durante il soggiorno della Bellerio a Firenze, più d' una 
volta commissari ed ispettori denunziarono al Presidente 
del Buon Governo d' essere il Capponi in relazione col 
Mazzini. Il Commissario dì Santa Croce lo additò alla collera 
del Governo come il principale cooperatore della fuga della 
Bellerio. Ebbene, il Bologna non diede mai ascolto a quelle 
accuse ; in un rapporto del Buon Govei-no, anzi, è ricorda- 
to come nel carnevale dell' anno innanzi (1833) il Capponi 



(1). La stessa Bellerio ebbe ripetutamente a lagnarsi col Bol.)- 
gua, «residente del Buon Governo, del modo poco o punto d' * 
con Clio era spiata e sorvegliata daKli a^'onli dolla i'olizia. I. 
lerio (e r abitiamo già dotto) quando fu conosciuta dai Cappoi; 
tava in casa del custode della Presidenza del Buon Governo. 



347 

si tosse riconciliato colla Corte, accettando insieme al mar- 
chese Cosimo Eidolfi un invito a Pitti : e, cosa curiosa, la 
riconciliazione si ricordava precisamente nei giorni in cui il 
Capponi si mostrava assiduo frequentatore di casa Bellerio ; 
lo che non era un mistero per la Presidenza del Buon Go- 
verno. 

Come si vede, un po' più di luce su questo punto della 
vita del Capponi non giungerebbe perfettamente inutile. 



Non sempre però la Polizìa fece orecchio da mercante 
a quanto i suoi confidenti le andavano susurrando sul con- 
to del Capponi. Nel 1837 si stabilì a Fii-enze Ortensia Al- 
lart, scrittrice francese, che un rapporto dell' Ispettore del 
14 settembre 1840 chiama „ donna dì bell'aspetto e dì tratto 
il più civile, ri Andò ad abitare in un quartiere di vìa della 
Scala, e la sua casa fu subito frequentata dagli uomini più 
colti che fossero allora in Firenze, mostrandosi più dì tutti 
assidui presso la signora straniera il Nìccolini (1' autore di 
Antonio Foscarini), Domenico Valeriani, accademico della 
Crusca, e il Capponi. Quest' ultimo, anzi, più di qualsiasi 
altro seppe cattivarsi la amicizia e la simpatìa della AUart, 
la quale essendo belloccia, piena di spirito e piuttosto 
spregiudicata in fatto dì costumi, faceva scrivere allo stes- 
so Ispettore eh' era una donna assai proclive alle avventure 
galanti con una certa inclinazione alla gloria letteraria. Sì di- 
ceva maritata, ma nessuno credeva al suo matrimonio, anche 
perchè il marito non fu visto, né mai scrisse. A 11' incontro 
si scopri che in ima campagna dì Scarperia, un certo bam- 
bino interessava assai l'Allart, che di quando in quando l'an- 
dava a trovare, vivendo spesso dei giorni presso la famì- 
::Iia a cui il marmocchio era stato affidato, e facendo rima- 
nere in contemplazione sbalorditoìa i contadini dei dintorni 
che non sapevano rendersi ragione come una signora giovi- 
ne, bella, elegante, potesse vivere laggiù, quasi nascosta, 



34» 

non procurandosi altra distrazione da quella in fuori dell; 
lettura, che faceva a voce alta. Poi essa sparve da Firen- 
ze ; ma da Parigi, ove aveva fatto ritorno, intavolò col 
Capponi una corrispondenza epistolare, che destò i sospetti 
del Governo ; il quale, dati gli ordini al famoso Gabinetto 
Nero, questo, come aveva fatto per le lettere del Salva- 
gnoli, del Poggi, del Mazzini, della BeUerio e di tanti altri 
più meno in fama di liberali e di cospiratori, apri le let- 
tere che l'Allart scriveva al suo nobile amico, prendendone 
copia pel dipartimento della Polizia. Il carteggio, in verità, 
era assai innocente : qualche lettera conteneva delle lunghe 
dissertazioni di storia longobarda dove la signora dissenti- 
va dal Capponi ; in una soltanto faceva capolino la politica. 
In essa l' Allart scriveva : „ Venite a Parigi ; monsieur 
Thiers non potrebbe far nulla per l'Italia senza di voi. „ 
Come sarà facile ad immaginare, il primo a ridere della in- 
genuità della signora in materia politica, sarà stato lo stesso 
Capponi (1). 



Ma i sospetti dell' alta Polizia (come si chiamava quella 
che esercitavano direttamente i ministri e il Granduca^ non 
ebbero che una breve durata ; non formarono, anzi, che una 
breve parentesi in quella benevola attitudine in cui il Go- 
verno lorenese si mantenne sempre di fronte al Capiioni, 
benché questi, non di rado, andasse a scegliere i suoi amici 
nel mondo sotterraneo dei cospiratori. E di questa benevola 
attitudine del Governo di Leopoldo II, verso colui che non 
solo i rivoluzionari di tutta Italia, ma anche la bassa Poli- 
zia, consideravano come il patriarca del partito liberale to- 



(1). Abbiamo saputo dallo stesso cav. ( arrarosi, 1 ciiiturr licli / 
plstoìorio del Capponi, che il tìglio della signora Allart, benché ri 
pctutamonte pregato, si ritìnto sempre a mandar copia dolio ! •■ - 
spedito (la! marchese alla madre. 



349 

scano, possiamo fornire ai nostri lettori un' altra prova, ri- 
cavata sempre dagli atti dell'Archivio Segreto del Buon Go- 
verno. 



Nel 1845, lo sgoverno toccava il colmo negli Stati pon- 
tifici, sopratutto nelle Romagne. Cardinali, monsignori, birri, 
gendarmi, secondini, ai quali di tanto in tanto s'univa il boia, 
commettevano in quei disgraziati paesi atti di ferocia che in- 
dignavano anche gli animi più freddi ed avversi alle sètte 
e ai moti rivoluzionari. N' erano indignati i medesimi go- 
vernanti toscani. Appunto in quel tempo il D'Azeglio visitò 
quelle provincie, e di ritorno da quel suo viaggio, pubblicò a 
Firenze, col suo nome, ma colla data à^ Italia, il famoso opusco- 
lo: Degli Ultimi Casi di Romagna. Quelle pagine, forse, perchè 
per la prima volta un liberale parlava un linguaggio schietta- 
mente moderato, destarono rumore, e il Gfranduca che ci a- 
veva alle costole un pedagogo nel ministro austriaco, por- 
tavoce del principe di Metternich, intimò all' autore della 
Disfida di Barletta lo sfratto. Ma quasi nel medesimo tem- 
po, il Capponi pubblicava suU' Ausonio, un giornale italiano 
che si stampava a Parigi, sotto la direzione della contessa 
Cristina Belgioioso, un articolo, ch'era una vera requisitoria 
pel Governo del papa. Ebbene, il Governo chiuse un occhio, 
e il Capponi fu lasciato in pace. 



350 



CAPITOLO XXXIX. 
Giovanni Berchet. 



L 



la pazienza del capo della Polizia era messa nel 1846 
a prove durissime. Sbarazzatosi il Bologna del D' Azeglio, 
ecco cadérgli tra capo e collo, come una tegola, la mi- 
naccia d' una visita di Griovanni Berchet, il Tirteo d' Ita- 
lia, r autore delle poesie più rivoluzionarie che allora cor- 
ressero nella penisola ! 

Anche la possibilità d' una visita del Berchet era un 
fatto strano che avrebbe dato da meditare al Bologna, se 
la costui mente, piccina e piena di pregiudizi, fosse stata 
capace di meditare. Due o tre anni innanzi, allo stesso Ber- 
chet nemmeno in sogno sarebbe venuta 1' idea che egli, con 
quel po' po' di bagaglio poetico incendiario che portava ad- 
dosso, potesse domandare al Governo Toscano di dare una 
capatina, così fra lo studioso e il viaggiatore, sino a Firen- 
ze ; ma nel maggio di quell' anno, quantunque Gregorio XVI 
ancora sedesse sul trono pontificio e il principe di Mette \- 
nich imperasse a Vienna, una corsa del Berchet sino a Fi- 
renze non sembrava impossibile. Che era dunque accaduto ? 
Una cosa molto semplice, che la mente del Bologna non vo- 
leva comprendere. Il sentimento della libertà s' era inliltrato 
negli animi di tutti gì' italiani e senza arrivare sino a quel- 
lo dei ministri e dei sovrani, questi però sviava dalle mi- 
sure reazionarie dei vecchi tempi. Naturalmente, i primi a 
subirne gli effetti dovevano essere quelli che nella stessa 
reazione avevano conservato un certo spirito di mitez- 
za : e questi erano precisamente Leopoldo II e i suoi mi- 
nistri. 

11 Cempini, 1' Humbourg, il Paiier, il Bologna, avevano 
un bel ricordarsi che erano ministri d'un Governo assoluto, 



351 

che erano cuciti a til doppio coi gesuiti, che prendevano 
l' imbeccata dal gi'an Cancelliere Cesareo ; era tutto inutile. 
Senza volerlo, erano costretti a"far tanto di cappello al 
nuovo spirito che animava le moltitudini. I vecchi ferri del 
mestiere, veramente, essi non li avevano buttati via ; ma, 
adoperandoli, i poveretti s' accorgevano che si spezzavano 
loro fra le mani. Anch' essi, i benedetti ferri, s' erano fatti, 
come tutti, liberali ! 

Laonde il Bologna non cadde dalle :nuvole, quando il 4 
maggio 1846 leggendo un biglietto del ministro degli esteri, 
r Humbourg, apprese come Giovanni Berchet, il poeta ri- 
voluzionario per eccellenza, avesse manifestato il desiderio 
di venire da Genova, dove si trovava col consenso del Go- 
verno sardo, il quale cominciava a Uberaleggiare, fino a 
Fù'enze, per visitarvi il conte CoUegno, un ex-proscritto, 
che di recente era venuto a fissarvi la sua dimora. Ma se 
non mostrò soi-presa del desiderio del Berchet, come 1' a- 
vrebbe mostrato qualche anno innanzi, non per questo sti- 
mò che fosse prudente di aderirvi; .ed impugnata immedia- 
tamente la penna, rispose all' Humbourg come fosse suo pa- 
vere che al Berchet si negasse l' ingresso in Toscana. 

n parere del Bologna fu adottato dal ministro, e alle 
autorità di confine fu dato ordine che ove U Berchet si pre- 
sentasse, fosse respinto ; e nel caso che fosse penetrato nei 
domini granducali, gli si facesse precetto di allontanarsene 
-•nrro tre giorni. 

ila il Berchet non ismise per siffatto rifiuto il suo pen- 
siero di stabilirsi, magari temporaneamente, in Toscana. Gre- 
gorio XVI era morto in quei giorni e colla ascensione al 
trono di Pio IX, i liberali avevano guadagnata la prima 
battaglia. Il Berchet rinnovò la domanda, e la Polizia che 
andava perdendo ogni giorno terreno, gli permise il transito 
per la Toscana, allo scopo di portarsi a Roma, divenuta in 
quel tempo la mèta del pellegrinaggio di tutti i liberali. Il 
poeta si mise in viaggio ed arrivò a Firenze, ove natural- 
mente fu circondato da spie, come risulta dalla nota riser- 
vata che il 23 ottobre il Presidente del Buon Governo scri- 
veva al ministro dell' interno : , Non appena il Berchet 



352 

fu a Firenze si risvegliarono le simpatie per lui. Venne 
difatti a visitarmi il sig. Sopraintendente degli studi, cav. 
Gaetano Griorgini, pregandomi che gli si permettesse di pro- 
lungare il suo soggiorno in questi Stati. Il Bercliet appoir- 
gerebbe la sua istanza sul motivo che trovandosi infermo 
il conte Collegno, vorrebbe assisterlo. Io però sarei di pa- 
rere che si respingesse 1' istanza, anche perchè si sa che il 
D' Azeglio è per avanzare la domanda pel suo ritorno in 
Toscana ed Ella vede di qual calibro sarebbe il proiettile 
che verrebbe ad annidarsi fra noi. „ — 

Ma il Pailer non ebbe il coraggio di respingere in modo 
assoluto una domanda che era raccomandata nientemeno che 
dal cav. Gaetano Giorgini, Sopraintendente degli studi in 
Toscana, il quale, in materia politica, non divideva del tut- 
to le idee del figliuolo, di quel Giambattista Giorgini che 
in quei giorni impalmava una figlia di Alessandro Manzoni ; 
ed ordinò che si accordasse al Berchet una carta di sog- 
giorno per quindici giorni. Naturalmente continuò ad essere 
tenuto d' occhio, e il 30 ottobre l' Ispettore di Polizia scri- 
veva : „ Il Berchet alloggiò dal 22 al 26 all' albergo di 
Nuova YorcJi e fece conoscere che era amico intrinseco del 
marchese Arconati- Visconti. Pranzano costantemente insieme 
ed intervengono sovente nella camera del cav. Giacinto Pro- 
vana. Lunghi colloqui tennero tra essi ai quali presero parte 
alcuni professori, fra cui Ottavio Mossotti, di Pisa. Ora il 
Berchet e 1' Arconati abitano in via del Giglio, nel palazzo 
Garzoni-Venturi. La mattina del 28, dopo essersi recato il 
Berchet alla posta delle lettere, ve ne trovò una che posej 
in tasca senza leggere; si diresse verso Mercato Nuovo ove' 
combinò certo Rodolfo Stuver, pittore, con cui conferì sino 
a Ponte Vecchio, ove lasciatolo, proseguì per Lungarno, ej 
penetrato nel gabinetto Vieusseux, vi si trattenne alquanto.! 
Nelle ore p. m. s' introdusse nell' albergo della Nuova Yorek^ 
e vi pranzò alla tavola rotonda. Ieri, infine, ebbe al suo al- 
loggio la visita di certo dott. Ferresi ed altri individui sco- 
nosciuti, coi quali confabulò a lungo. „ — 

Partito per Roma, il Berchet non fece più parlar di sèi 
per qualche mese, allorché verso la fine di quell'anno, la] 



353 

Polizia fece la pericolosa scoperta che il poeta rivoluziona- 
rio era ritornato a Firenze. 

Sguinzagliati su i passi di lui i soliti bracchi, l' Ispet- 
tore di Polizia, il 31 dicembre, dirigeva alla Presidenza del 
Buon Governo un riservato rapporto, di cui pubblichiamo il 
seguente passaggio : 

„ Caute investigazioni fanno conoscere che 

il Berchet è stato occupatissimo a scrivere e per vari gior- 
ni non ha lasciato il quartiere. Nei primi dello spirante 
mese sortiva dopo le ore 10, percorreva varie contrade, in- 
terveniva alla posta o al Caffè Elvetico. Berchet è poi ol- 
tremodo guardingo e nel fare gite in vettura sorte improv- 
visamente varia fiaccheri per non avere il medesimo coc- 
chiere, fa corse rapide, il più sovente fuori porta S. Gallo. 
Ciò che v' ha dippiù da. rimarcare su lui è il misterioso con- 
tegno da esso tenuto circa la metà del mese cadente, in cui 
verso le ore Ile li2 di sera, essendosi recati al suo quar- 
tiere tre incogniti pulitamente vestiti, dopo un colloquio a- 
vuto con essi, si cambiò di panni e cosi coi medesimi resti- 
tuendosi a casa verso le tre. „ — 

Qui tutto è mistero, compresa quell' uscita ad ora tar- 
da di notte Solamente la Polizia pigliava una cantona- 
ta. Da un mese essa non taceva che pedinare un pacifico 
cittadino francese, da lei scambiato per 1' autore dei Profu- 
fjhi di Parga ! 



354 



CAPITOLO XL. 
Il principio della fine. 



i, 



.ntanto il movimento che si preparava in Italia, benché 
nato fra gli entusiasmi e le illusioni, si poggiava sopra trop- 
pi equivoci perchè la libertà e l' indipendenza del paese po- 
tessero essere il frutto di tutte quelle impazienze, di tutti 
quegli ardiri, e, diciamolo pure, di tutto quel lirismo dì cui 
gli italiani di quei giorni diedero tante prove. Dando un 
frego a dieci secoli di storia, si volle credere ad un papa 
liberale e riordinatore delle sparse membra d'Italia. Met- 
tendo in oblio la storia miseranda degli ultimi trent'anni, si 
credette alla lealtà e al liberalismo di principi, che in fon- 
do all' anima rimasero, quali erano stati sempre, proconsoli 
dell'Austria ed aguzzini e carnefici di patriotti. Il quaran- 
totto colla sua preparazione non fu che una enorme ubbria- 
catura. Quando il popolo italiano ritornò in sé, ed i fumi 
del vino patriottico furono dissipati, s' accorse che il papa 
che aveva proclamato salvatore d' Italia non valeva meglio 
di un altro, e che i principi che avevano giurato costituzio- 
ni, accordato libertà di coscienza e di stampa, meno uno, non 
avevano recitato in quel vasto dramma della resuri'ezione 
d' un paese che la parte di Giuda. Soltanto, quando il po- 
polo rientrò in sé, era troppo tardi. I battaglioni austriaci 
con un' appendice di battaglioni francesi, avevano cacciato 
li nuovo l' Italia nel sepolcro. 

Ma già, sin dai primi giorni, si poteva capire come quella 
resurrezione d'un popolo tosse una solenne canzonatura. I prin- 
cipi non si convertivano che per burla alle teorie con tant<i 
splendore di stile e magnilo(iuenza di periodi proclamate da 
Vincenzo (iioberti. Lo stesso Leopoldo II, a cui per gli i-- 
sempi dell' avo glorioso, per la mitezza del carattere e per 



355 

i precedenti di governo era facile la conversione, nicchiava 
maledettamente : e mentre col facile entusiasmo di quel tem- 
po lo si acclamava principe liberale, egli manteneva all'im- 
piedi il vecchio edificio politico con tutte le sue antipatie, 
le sue vendette e i suoi rancori. Dinanzi alla crescente po- 
polarità di Pio EX, egli ristabiliva (settembre 1846) la Le- 
gazione toscana a Eoma (1), ma la sua Polizia, poco dopo, 
cacciava in prigione alcuni giovani non d' altro colpevoli 
che d'aver voluto celebrare il primo centenario della cac- 
ciata degli austriaci da Genova, accendendo dei fuochi sulle 
colline che fanno corona a Firenze (2). Benché nella via 
delle promesse di riforme non fosse stato secondo che al 
solo Pio IX, pure contro i principali preparatori del movimen- 
to, che aveva reso possibili quelle promesse e quelle rifoinne, 
conservò una ripugnanza diremmo quasi inesplicabile in un prin- 
cipe che non aveva avuto paura anni prima d'accordare l'ospi- 
talità ad un Pietro Colletta, ad un Giuseppe Poerio, a un Ga- 
briele Pepe. Cosi la sua Polizia non voUe che Giuseppe Mas- 
sari, benché raccomandato caldamente al Bologna dal conte 
Ilario Petitti, mettesse piede in Toscana circondando il suo 
rifiuto di scuse l'una più magra dell'altra, ma in fondo, per- 
chè impaurito d' aver letto il nome del Massari in una nota 
di persone trovata addosso ad un tale che si sospettava po- 



(Ij. Fu nominato a quel posto il cav. Bargagli, uomo di nesstma 
levatura. Presentando le sue credenziali al nuovo papa, egli volle com- 
plimentarlo in latino ed incaricò della redazione dell' indirizzo im 
gesuita, il quale, malignamente, v'incastrò parole e frasi, ch'erano 
delle punture pel papa che gì' Italiani in quei giorni acclamavano. 
Il povero plenipotenziario recitò tutto e s'acquistò fama d'asino. 

(2). L'idea di celebrare con fuochi quel centenario fu suggerita 
ai liberali toscani da Parigi, e precisamente da Terenzio Mamiani, 
il quale ne scrisse al Salvagnoli. La lettera cadde nelle mani della 
Polizia, che al suo solito, per mezzo del Gabinetto Nero, ne prese 
copia; e quando pochi giorni dopo il filosofo pesarese supplicò il 
Granduca che gli accordasse il permesso di soggiornare in Toscana, 
il Bologna si ricordò di quella lettera ed ottenne che le porte del 
Granducato restassero chiuse al Mamiani. Vedi il nostro articolo: 
Terenzio Mamiani nel Fanftiìla della. Donifiiìm rlfl f» dicembre 
1888. 



:;5ti 

tesse appartenere ad una società segreta. La stessa Polizia 
al poeta Berchet che domandava di venire a Firenze a visi- 
tare il suo amico, il conte Provana di Collegno, allora infermo, 
non accordava che temporaneamente il permesso di soggiornare 
nella capitale, benché il celebre poeta fosse già stato ara- 
messo, con passaporto svizzero, a dimorare negli Stati di 
S. M. il re di Sardegna. Contro il D'Azeglio, il decreto di 
sfratto fu mantenuto severamente, nonostante che la parte 
che in quei giorni il patrizio piemontese rappresentava in 
Italia non avesse nulla di pernicioso e di rivoluzionario, ma 
tendesse a ristabilire l'armonia fra popoli e principi (1). 

Siffatte misure, in queir ambiente omai saturo di spii'i- 
to di novità, erano tante stonature. La Polizia, già, ci stava 
a disagio. Capiva che il suo regno era finito ; pur s' ostina- 
va a considerare gli uomini e le cose dal vecchio punto di 
vista. Cosi, venuto a Firenze Riccardo Cobdeu, benché fosse 
avvicinato da ministri, fu sorvegliato e spiato come una te- 
sta calda, come un soggetto pericoloso. Lo stesso capo 
della Polizia, il Bologna, benché avesse dovuto capire che 1 
tempi erano mutati e che il principe di Metteroiich in quei 
giorni era divenuto un mito, dinanzi a quella marea rivolu- 
zionaria, che montava d' ora in ora, ricorreva ai soliti vecchi 
espedienti, ai soliti vecchi mezzi, agli ammonimenti e agli 
arresti, quasi che quel moto potesse arrestarsi con un ser- 
moncino o con qualche mese di confino o di detenzione; ed 
essendogli stato riferito che la gioventù universitaria di Pisa 
acclamava all' Italia ed a Pio IX, scriveva all'auditore di Go- 
verno di quella città sotto il dì 26 giugno 1847 : „ Fra gli 

(1). Il Commissario di San ilarco al Bologna: „ Livorno, 27 feb- 
braio 1847. Col pacchetto a vapore sardo il Lombardo è qui arriva- 
to il cav. Massimo d'Azeglio proveniente da Genova o diretto a ( i- 
vitavecchia e Roma. Egli prosegue oggi il suo viaggio... Si tratti li- 
no a bordo rispettando gli ordini clic sapeva veglianti, astcnciKiosi 
dall' immischiarsi agli altri passeggicri... Ma bensì facna calde ito- 
ghicro ondo por qualcbo ora gli tosse permesso di scendere iv ti m 
perchè travagliato dal mal di maro e sentiva il bisogno di rip 
in (imilcbo albergo. Essendomi io stesso avvicinato a lui, mi se 
cortato cbe si trovava assai abbattuto nel Hsico e dimostra\ 
soluta necessità di formarsi por poco in terra, promettendo oli 
avrebbe corcato d' alcuno e che niuno sarobbesi curato di \ 
Prosi gli ordini superiori, foci disbarcaro il D'Azeglio.... „ 



357 

scolavi sembrerebbero preferirsi per sottoporsi alla misura 
di che trattasi il Toscanelli, che potrebbe relegarsi fino a 
nuovo ordine in una delle più lontane sue ville, il Fabbruc- 
ci, il Bonfanti, il Sansoni, lo Speranza. „ Vedendo che pre- 
dicava al deserto, scriveva : „ E oramai necessità evidente 
ed urgentissima che anche costà (cioè^ a Pisa) si mettano 
una volta sulla stessa linea di condotta e d' azione (quella 
della repressione) e guai a continuare ulteriormente nell' a- 
patia ed inazione fin qui predilette. „ 

Ma fu il canto del cigno. Pochi giorni dopo avendo il 
Bologna interdetto la rappresentazione del Giovanni da Pro- 
cida, del Niccolini, al Teatro del Cocomero, nonostante che 
il ministro dell'interno ne avesse accordato il permesso al so- 
printendente degli spettacoli pubblici, il marchese Bartolom- 
, mei, il vecchio Presidente del Buon Governo fu dispensato 
dall'uficio. 

Era la mattina del 5 ottobre 1847. Sua Eccellenza Bo- 
logna, come al suo solito, si recò a Palazzo Non-finito, ed 
entrato nel suo gabinetto, dalle mani del suo segi'etario, prese 
il comere. Vista una lettera che portava il timbro del Mini- 
stero degl' interni, l' apri e ' vi trovò dentro la partecipazio- 
ne del suo collocamento a riposo. Al disgraziato capo della 
sbirraglia toscana parve che in quel momento il pavimen- 
to della stanza gli si schiudesse di sotto. Non era nemmeno 
stato caritatevolmente avvertito, in precedenza, di quella 
misura, né a lui, che aveva servito in queir ufficio per quasi 
quindici anni, il congedo si addolciva colla commenda e col- 
la gl'ossa pensione, che pur si erano date al Ciantelli, che 
non v' era stato che quasi di passaggio. Uscì da Palazzo 
Non-finito col cuore serrato e gli occhi bassi ; e con lui uscì 
r ultimo Presidente del Buon Governo di Toscana. 

Quel giorno stesso un decreto sovrano aboliva la Pre- 
sidenza del Buon Governo, e vi sostituiva una Direzione 
Generale di Polizia, sotto gli ordini del ministro dell' in- 
tt'rno. 

FINE. 



INDICE 



Peet AZIONE Pag. m 



MISTERI DI POLIZIA 



I. 


La Polizia 


Pa 


S- 1 


n. 


/ Capi della Polizia .... 


j» 


5 


m. 


Le Spie ...... 


„ 


14 


jy. 


Le Spese segrete 


y 


24 


V. 


Il Gabinetto Nero .... 


V 


30 


YI. 


Le Sètte — / Carbonari . 




35 


VII. 


Le Sètte — La ^ Giovine Italia „ . 


y\ 


46 


VIU. 


Le Processure Econotniche. — F. D. 








Guerrazzi e il suo primo lyrocesso. 


V 


52 


IX. 


Le Processure Economiche. — F. D. 
Guerrazzi e i funerali del Generale 








Colletta 


r 


59 


X. 


Le Processure Economiche — F. D. 
Guerrazzi e la Società : I figli di 
Bruto. — La caduta d' un Ministro 








di Polizia 


1) 


65 


XI. 


Gli Ospiti illustri. — Carlo Alhei-to 








in Toscana 




78 


XII. 


Gli Ospiti illustri. — Figurine a pun- 








fa di penna 


^ 


88 


XIII. 


/ Re in esilio ..... 


7) 


101 


XIV. 


/ Proscritti del 18 2 L 




108 


XV. 


Il Duello Pepe-Lamartine . 


n 


117 


XVI. 


Cicisbei in ritardo .... 




124 



360 



XVIL 


Lord Byron, i Romantici e la con- 








fessa GuiccioU .... 


Pag. 


133 


XVIII. 


Il Malcostume nei palazzi . 




141 


XIX. 


Il Malcostume in piazza . 


„ 


14.S 


XX. 


1 Libelli ....'. 


„ 


155 


XXI. 


Le Pratiche religiose .... 




100 


XXII. 


Due proscritti: Giuseppe Garibaldi e 








Gustavo Modena .... 


» 


104 


XXIII. 


La Letteratura clandestina 


V 


176 


XXIV. 


La Censura 


■n 


191 


XXV. 


Uno scritto di Carlo Botta. — Uno 








scrittore d'epigrammi 


ri 


19(; 


XXVI. 


I Teatri 


rf 


207 


XXVII. 


/ Libri ...... 


'^ 


215 


xxvni. 


/ Giornali 


^ 


223 


XXIX. 


U Antologia 


» 


230 


XXX. 


/ Caffè e i Gabinetti di Lettura 


» 


249 


XXXI. 


La Società Letteraria 


V 


255 


xxxn. 


Niccolò Tommaseo .... 




263 


xxxm. 


Giuseppe Giusti 




273 


XXXIV. 


Poesie inedite attribuite al Giusti 




•2sm 


XXXV. 


Luigi Napoleone Bonaparte in To- 




1 




scana ...... 


„ 


299 


XXXVI. 


Le Prime avvisaglie .... 


„ 


308 


XXXVU. 


Massimo d^ Azeglio .... 


„ 


320 


XXXVIII 


. Gino Capponi ..... 


„ 


334 


XXXIX. 


Giovanni Berchet .... 


„ 


350 


XL. 


Il Principio della fiin' 


V, 


354 



s 




f^ 







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