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Full text of "Mitologia comparata"

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THE CETTY RESEARCH INSTITUTE LIBRARY 
Halsted VanderPoel Campanian Collection 



MANUALI HOEPLI 



MITOLOGIA COMPARATA 



A, DE GUBEBNATIS. 



SECONDA EDIZIONE. 





ULRICO HOEPLI 

KDIIOBE-LIBRAJO DELLA EEAL CASA 

MILANO 



NAPOLI 



PISA 



1887 



PBOPBIETÀ. LETTERARIA. 



Milano. Tip. Bernardoni di C. Rebetchini e 0. 

IHE GETTY CENTER 
LIBRARY 



INDICE 

Al prof. Antelmo Sbverini < . Pag. v 

LETTURA PRIMA. 
Il cielo » 1 

LETTURA SECO.NDA. 
L'acqua '. » 22 

LETTURA TERZA. 

Il fuoco * » 44 

LETTURA QUARTA. 
Il sole, la luna, le stelle » 75 

LETTURA QUINTA. 
Pietre, piante, animali ......... » 97 

APPENDICE. 

Miti ario-africani . » 125 



Al Professore 

ANTELMO SEVERINI 



Mio dotto Collega, mio caro e pregiato Amico, 

Offro a Lei uno de' miei libri più piccoli, e mi 
troverei davvero molto confuso se dalla sola pic- 
ciolezza evidentissima del dono, Ella dovesse ar- 
gomentare della stima che Le professo, e dell'af- 
fetto che io sento per Lei. Ma questa confusione 
non è possibile, perchè so pure ch'Ella mi co- 
nosce e, conoscendomi, non ignora ch'io Le vo- 
gho più bene, ch'io non possa dimostrargliene 
in questa paginetta. 

Dovrei ora dire alcune parole del libro stesso, 
anzi del libriccino, e scusarne, prima d'ogni cosa, 
il titolo alquanto ambizioso, che non fu scelto da 
me, ma che l'egregio editore, per conformarsi 
all'uso già introdotto nella sua pregevole pic- 
cola Biblioteca, dovette eleggere. Io credeva che 
bastasse e fosse già quasi troppo intitolare il li- 
bretto: Introduzione alla ^litologia comparata. 
Un vero trattato non lo credo ancorìf possibile; 



VI Al i^rof. Antelmo Severini. 

esso non esiste ancora; per essere compiuto, do- 
vrebbe riuscire molto esteso; e un manuale, che 
suppone sempre un compendio, è più difficile a 
farsi che un ampio trattato, fin che questo trat- 
tato non esiste. Io non ho dunque la pretesa di 
avere scritto un manuale così desiderato e de- 
siderabile, e però d'aver superata questa diffi- 
coltà. Ma, invitato a tenere alla Società d'Orti- 
coltura di Firenze una conferenza sui miti e le 
leggende che si riferiscono alle piante, e alla 
Società Promotrice dell'Istruzione della Donna 
presso la Scuola Superiore Femminile di Roma 
quattro conferenze intorno ai miti che si riferi- 
scono al cielo, all'acqua, al fuoco, agli astri, con 
tale opportunità, esposi alcune delle principali 
idee che mi paiono governare il mondo de' miti 
indo-europei. Essendomi finalmente sembrato che 
si possa rintracciare anche ne' miti africani una 
origine ària e probabilmente indiana, ed avendo 
espresso un tal dubbio in un articolo che pub- 
blicai nella Nuova Antologia intorno ai miti de- 
gli Zulù, non mi parve superfluo il soggiungere 
alle cinque conferenze di mitologia comparata 
popolare quel breve scritto intorno alle tradi- 
zioni esistenti presso gli Africani del Capo. Con 
tutto questo libretto poi, parmi che riuscirò forse 
a indicare in modo abbastanza chiaro e vivace 
l'oggetto proprio degli studii di mitologia com- 
parata, in Italia, che, pur dopo i dotti saggi sul- 
l'Hermes e suU'Alceste del professor Kerbaker, 



Al prof. Antelmo Severmi. vii 

qualche splendido articolo critico del prof. Trezza 
e del prof. Pezzi, un libro sul Mito di Tito Vi- 
gnoli, rimangono varie raccolte di tradizioni po- 
polari, non solo negletti, ma quasi universalmente 
ignorati. Il libretto è particolarmente destinato 
agli Italiani. Non vorrei ^che ciò fosse poi inu- 
tilmente. Gom'Ella sa, mio caro Severini, io pub- 
blicai due opere di mitologia comparata, in lin- 
gua straniera, le quali ebbero all'estero molto 
maggior fortuna che non mi fosse lecito sperare. 
Esse diedero pure occasione ad altri lavori, a 
nuove preziose indagini, non pur nel campo della 
mitologia ària, ma nella semitica; esse confer- 
marono poi specialmente e fecero maggiormente 
riconoscere la parentela dei miti con le novelline 
popolari; i critici miei concittadini non s'accor- 
sero di quelle mie pubblicazioni, se non per 
rimproverarmi la scarsa carità di patria, che mi 
aveva fatto accettare le larghe offerte d' editori 
stranieri più tosto che la grazia di editori no- 
strani. Chi stampa in italiano, per il pubblico eu- 
ropeo può dirsi che stampi quasi clandestino; 
onde un italiano può benissimo avere idee sue 
e rivelarle primo, ma fin ch'egli stampa in Italia 
nessuno se ne dà troppo per inteso; gli stessi 
pili solenni critici italiani che si fanno uno scru- 
polo di citare ogni autore nuovissimo che porti, 
per quanto oscuro nel suo proprio paese, un 
nome straniero^ crederebbero vergognarsi quando 
dovessero confessare d'avere imparato qualche 



vni Al prof. Antelmo Severini. 

cosa che essi non sapevano e che non si sapeva 
da altri, da un autore italiano; il che non dissi 
certamente perchè la cosa rechi soverchio di- 
spiacere a me, ma perchè non mi pare un indi- 
zio assai lieto di nostra grande maturità agli 
studii. Né ho uopo di dichiararle, perchè Ella se 
lo immagina, che proprio non ambisco e non at- 
tendo da questo libretto in Italia gloria o fortuna 
alcuna: solamente m'auguro ch'esso sia letto da 
italiani, poiché io lo stampo con l' illusione che 
non riesca loro intieramente inutile, e perchè 
davvero m'importa che anche i nostri intelletti 
s'aprano alla luce delle indagini comparative nel 
campo de' miti. Io apro dunque in queste pagine 
un nuovo, tenue spiraglio ad una tal luce ; e nel 
celebrare modestamente un simile rito, conre 
usano alcuni autori indiani, per buon augurio, 
invoco, dopo il nome della divinità, quello d'un 
savio, e, per questa volta, il nome del mio dotto 
e caro Severini, affinchè, con la sua sempre de- 
siderata benevolenza, mi assista. 

Di Santo Stefano di Calcinala 
presso Lastra a Signa, 15 luglio 1880. 

Angelo De Gubernatis. 



MITOLOGIA COMPARATA 



LETTURA PRIMA. 
IL CIELO. 

. Che cosa è propriamente un mito? Nel nostro 
linguaggio ordinario si dico spesso di una cosa 
cke non esiste: essa è un mito o una favola; e 
chi sa un po' di greco non ignora che i Greci 
chiamavano, per l'appunto, miti le favole. Ma ove 
il mito non fosse veramente altro se non che una 
cosa la quale non esiste, perderebbero veramente 
il loro tempo i mitologi che vogliono rintrac- 
ciarla. Ma il mito è qualche cosa di più; esso è 
una finzione poetica popolare. Notate che io ag- 
giungo popolare. Quando un nostro poeta mari- 
niano paragona il cielo ad un crivello e le stelle 
a buchi lucenti di questo crivello 

Del celeste crivel buchi lucenti, 

egli trova, per suo conto, due immagini molto 
strambe, e pure egli non crea ancora alcun mito; 
perchè diventassero o rimanessero un mito sa- 
rebbe stalo necessario che la fantasia popolare 

Db Gdbermatis. 1 



2 Mitologia comparata. 

avesse già trovato essa stessa o adottato di poi 
quelle immagini. 

I poeti per sé stessi non creano alcun nuovo 
mito essenziale; espongono invece i miti già esi- 
stenti, li svolgono, li ornano, o inconsciamente o 
seguendo l'analogia e la coscienza creativa del 
popolo. L' immaginazione del popolo vide talora 
nel cielo una vòlta, talora un padiglione stellato; 
ma i poeti vedici parlano pure di una gran coppa 
celeste, opera mirabile di artefici divini, i quali 
fecero il bel miracolo di foggiar quattro coppe 
d'una sola coppa, rappresentandosi, con tale im- 
magine poetica divenuta un mito, le quattro pla- 
ghe del cielo diversamente colorate nelle quattro 
parti nelle quali si dividevano le ventiquattro oro 
del giorno. Il poeta vedico e il popolo creano miti 
del pari; o più tosto il poeta vedico, come l'elle- 
nico, non fa altro se non levare, in una forma 
più artistica, la credenza popolare già esistente. A 
quella coppa divina vanno a bere l'ambrosia gli 
Dei dell'India, ossia intendasi che quando il cielo 
si copre di nuvole gravi di pioggia, la coppa si 
empie d' un liquore celeste. 

Invece d'una coppa, i poeti vedici rappresentano 
pure nel cielo nuvoloso una gran botte, che si 
versa. I Greci si rappresentano lo stesso mito con 
le Naiadi, le quali versano acqua dalle loro broc- 
che, con le Danaidi le quali ora s'affaticano ad 
empiere una botte sfondata, ora versano acqua a 
traverso un crivello. Ed ecco che ritroviamo già 
come una nozione popolare mitica aotica, l'imma- 
gino del cielo figurata come un crivello, che il 
poeta mariniano credette avere inventato primo 



// cielo. 3 

come sommamente peregrina. Se il poeta mari- 
niano avesse scritto due mila anni prima in greco 
e adoperato quella stessa immagine, non solo essa 
non sarebbe sembrata strana, ma dal suo con- 
senso con un mito popolare, avrebbe acquistato, 
per quel suo abito democratico, una nuova con- 
secrazione popolare. In Germania si usano ancora 
dai popolo magie fatte con un crivello per sco- 
prire i ladri, come tra gli arabi con un orcio. Que- 
sto crivello, questo orcio magico, che fa da spia 
ha una probabile origine mitica, anzi celeste, poi- 
ché nel cielo troviamo appunto figurate talora le 
stelle come spie. I buchi lucenti del crivello del 
poeta mariniano trovano dunque essi pure un ri- 
scontro certamente inconsapevole con una no- 
zione popolare antichissima, del quale le magie 
germaniche del vaglio possono essere una remi- 
niscenza. Ma il verso del poeta nostro non ri- 
spondendo ora più ad alcuna viva nozione po- 
polare, appare a noi una semplice bizzarria che 
attcsta soltanto il cattivo gusto del poeta e del 
suo secolo, quando invece ci parrebbe ancora, 
nella sua rozzezza, vivace e poetico se potessimo 
riconoscere in esso un modo singolare e imma- 
ginoso del popolo di contemplare, nella sua igno- 
ranza, il cielo. La scusa dell'ignoranza che giu- 
stitìcherebbo la finzione popolare non può giusti- 
ficare egualmente un poeta letterato, quando egli 
non segue una tradizione popolare, ma, per amor 
di novità, inventa scientemente un'immagine 
falsa. Io ho forse già detto più parole che non 
occorressero a mostrare la differenza che passa 
tra la finzione individuale d' un poeta e quella 



Mitologia comparata. 



del popolo. Ma parevami necessario, prima d' en- 
trare a discorrere di alcuni miti, persuadere chi 
m' ascolta, che i miti sono bensì poesia, ma non 
invenzione di poeti, sì bene creazione mirabile 
d'un solo, d'un grande, unico, veramente immor- 
tale poeta, del popolo. 

La nozione mitica ha quasi sempre un carattere 
di universalità; il mito indo-europeo, nel viag- 
giare di paese in paese, può trasformarsi come il 
linguaggio indo-europeo e vestir nuove fogge, 
fantastiche, nazionali, ma non certamente più del 
linguaggio, del quale pure si rintracciano le ra- 
dici comuni. Perciò è possibile la mitologia com- 
parata come la filologia comparata. Solamente il 
nostro studio è un po' più vago e pericoloso che 
non sia quello dei filologi. Noi muoviamo in un 
elemento assai più elastico e assai più fantastico. 
Tutto il materiale linguistico è noto, fisso, pre- 
sento e può già essere classificato, ordinato, com- 
parato; il materiale mitico in parte andò perduto, 
in parte ci è comunicato impertettamente; la storia 
mitica indo-europea ci presenta troppe lacune per- 
chè ci sia lecito chiamar scienza compiuta la no- 
stra; vi ha scienza solamente quando si ha una 
serie di conoscenze sufficiente a fermarne ì prin- 
cipi generali. Ora noi non possiamo ancora dire 
d' avere classificato il nostro materiale scientifico. 
Abbiamo indizi probabili d'una scienza vicina, a 
costituir la quale ò desiderabile che concorra pur 
l'opera dell'intellello italiano. Ma il trattato com- 
piuto della mitologia comparata non ò oggi an- 
cora possibile, perchè la nostra indagine storica 
ci presenta ancora troppe lacune, che solo il tempo 



Il cielo. 5 

e la diligenza de' curiosi raccoglitori di tradizioni 
popolari d'ogni maniera e d'ogni etèf, orali e 
scritte, potranno riempire. Io non vi insegnerò 
dunque nulla; ma solamente avrete da me qual- 
che accenno, onde rileverete quale sia l'oggetto 
più tosto che l'esito finale, ancora assai lontano, 
delle nostre ricerche. 

Il popolo, come fu già detto più volte, imma- 
gina e crea a modo d'un fanciullo, ossia a modo 
d'un ignorante pieno d'ingenuità, di sincerità, di 
curiosità, d'impressionabilità, scusate la parola 
che non è di Crusca; ma la Crusca non sapendo- 
mene finora offrire un'altra che esprima la stessa 
idea, mi conviene adoperare quella che mi sem- 
bra atta a rendere evidente il mio pensiero. 

Uno scienziato, poniamo un astronomo, che con- 
templi oggi il cielo con un buon telescopio, d'onde 
gli si fa vicino ciò che appariva lontano, e intie- 
ramente palese la natura de' corpi celesti, non in- 
venterà di certo più alcun mito. La mitologia è la 
poesia degli ignoranti commossi o stupefatti od 
atterrili. Bisogna esser creduli, paurosi, ingenui, 
ignari come fanciulli per trovar tante occasioni di 
meraviglia o di terrore nel cielo. Fin che un og- 
getto non si conosce può apparir mirabile; appena 
si conosce com'è fatto, cessa lo stupore. Lo scien- 
ziato può ammirare ancora l' armonia suprema 
delle cose che sfugge ancora e sfuggirà sempre 
alla sua indagine; ma gli sarebbe certamente im- 
possibile ratrigiirarsi più il Dio Febo in quella 
gran luminosa massa celeste di cui esamina col 
telescopio le macchie. 

Il Mitologo deve dunque, se vuole esser com- 



Mitologia comparata 



preso e comprendere, ripetere anch'esso il cele- 
bre: sinUe parvulos ad me venire. 

Io non so fino ad ora che cosa si debba pen- 
sare della nuova teoria darwiniana intorno alla 
creazione dell'uoiiio, e a' suoi prelesi antenati. So 
è vero che noi partimmo dal bruto, mi consolo 
al pensiero che ce ne siamo gfià tanto allontanati 
e con la speranza che ce ne allontaneremo sempre 
più. Ma questo m'importa avvertire, come mito- 
logo, che i miti sono il primo indizio storico che 
r uomo diede della sua eccellenza ideale sopra 
tutti gli altri animali. Ovidio cantò già che il 
nume diede all'uomo come suo principal distin- 
tivo r ordine di guardare in su, di guardare il 
cielo, 

Os homini sublime dedit, coelumque tueri 
Jussit. 

Ma, guardando il cielo, l'uomo non istettemuto, 
e lo interrogò. Vedea piovere dall' alto la luce 
diurna, accendersi ogni notte, come lampade di- 
vine, la luna e le stelle, scenderne ai campi le ru- 
giade benefiche e le pioggie invocate e chinò le 
ginocchia adorando, avendo, con credula e poetica 
pielà immaginato che si muovesse un nume ar- 
cano e benefico in ogni corpo luminoso celeste. 
Il cielo stesso poi gli parve un gran Dio, anzi il 
primo, il sommo degli Dei. 

La parola Dio che noi adoperiamo ora a rap- 
presentare il nume suona, come sapete. Deus in 
latino e Devas in sanscrito. Ma in sanscrito la pa- 
rola Devas non significa soltanto Dio, ma sì an- 
cora propriamente nel suo primo significato, il 



Il cielo. 7 

luminoso. La parola Dio in origine fu sinonimo 
di cielo. La parola div significò splendere; diu 
rappresentò il cielo in quanto risplende; il ve- 
dico Dyaus (in greco Zeus) è il nume del cielo 
chiamato anche Dyaus pitar, eh' è il Diesjnter o 
Jupiier Gioire Padre de' latini, propriamente 
il padre luminoso, il padre del luminoso^ sa- 
lutato pure ne' Vedi col nome di Divaspati o 
Signore del cielo, Signore del luminoso. È cosa 
mirabile in verità il riconoscere ora che il prin- 
cipio dell'orazione dominicale cristiana: Padre no- 
stro che sei ne' cieli concorda perfettamente con 
la prima nozione ed espressione mitica della stirpe 
indo-europea, la quale a differenza delle altre stirpi 
umane più basse, adoratrici di feticci, pone subito 
il suo nume al disopra di sé, più in alto nel pieno 
splendore della luco celeste, anzi fa il nome di 
Dio perfettamente sinonimo di quello splendore. 
Come Jupiter o Diespiter fu, in origine, il padre 
del cielo, così il suo antenato indiano Indra, il Dio 
fulminante, tonante e pluvio indiano, rappresentò 
in origine soltanto il sommo nume del cielo. 
Quando poi leggiamo che nell'Olimpo indiano In- 
dra fu spodestato dal Dio Brahman, poiché in ori- 
gine Brahman significò pure il vasto cielo, noi 
non abbiamo altro se non una restituzione del Dio 
Indra, ormai divenuto per una razza brahmanica 
troppo battagliero, alla sua forma e natura pri- 
mitiva, alla figura cioè di un nume più alto, se- 
dente immobile nel sommo cielo, regolatore, or- 
dinatore, creatore de' mondi, simile al Varuna, 
col quale Indra si trova pure invocato negli inni 
vedici, e al greco Ouranos, propriamente il Cielo, 



Mitologia comparata. 



che nella mitologia greca si figura principale au- 
tore della creazione del mondo. Nella mitologia 
vedica Dyaus, il cielo nella sua qualità di lumi- 
noso, appare sposo di Prithivt propriamenta la 
laì'ga, appellativo che in origine si riferì alla 
volta del cielo. Dyaus lo splendore penetra la 
larga volta del cielo e la ravviva. Così il cielo 
si anima e si popola. 

Ma la Prithivt che, in antico, figurò la larga 
volta- celeste, passò quindi a rappresentare spe- 
cialmente l'ampia terra. Avvenuta questa ipostasi, 
la creazione divina primigenia non si fa solamente 
più nel cielo fra il luminoso e la larga, ma fra il 
cielo figurato come fecondatore o la terra fecon- 
data dalle rugiade e dalle pioggie celesti. 11 cielo 
Dìju Dyaus, nella sua qualità di fecondatore pren- 
de, specialmente, negli inni vedici, il nome di 
Parg' anya, col quale fu già paragonato il Giove 
slavo Perfcun, Perun. La i^Sirola. parg' anya vale 
propriamente la nuvola tonante e pluvia, la nu- 
vola tempestosa; poi figurò il Dio della pioggia e 
della tempesta. La Pr'itkwi celeste,' ossia la larga 
volta del cielo, e la. Pr' ilhivi terrestre ossia l'am- 
pia terra, sono sposo del pari del Diu-Parg'anya 
ossia del luminoso pluvio fecondatore. Un inno 
vedico dice precisamente che, per mezzo del Dio 
Parg'anya, il cielo si riempie e la terra si feconda. 
Talora di Dyu-Parg' anya si fanno due persone 
distinte, dello quali Dyu il cielo luminoso appare 
il padre e Parg'anya il cielo pluvio è detto figlio; 
il che vuol dire, in somma, che dal cielo sereno 
si forma il cielo pluvio. Dyu adunque che ha un 
figlio celeste devo puro necessariamente avere 



Il cielo. 9 

una sposa celeste, e questa sposa celeste è preci- 
samente la Pr'ithivì che ralTigura l'ampia vòlta del 
cielo. Anche il Dio Indra, come il Dio Parg'anya^ 
nel ventesimo inno del quarto libro del Rigveda, 
nella sua qualità di Giove pluvio e tonante, ò 
fatto emergere dal Dyu, dalla Pr'ithtivì, dall'o- 
ceano dal cielo nuvoloso. La Pr'iihivi come larga 
volta celeste è un equivalente di un'altra Dea 
Vedica, chiamata Adili, parola che significa pro- 
priamente Vinfinita. Questa Aditi è rappresentata 
qual madre degli Dei chiamati perciò Adiiyas, ed 
anche qual madre dei venti {mdld Rudrdnam). 
Anche nell'inno cosmogonico vedico vien detto 
che il vento Vdyu (Eolo) non solo fu la prima 
creazione, anzi l'increato, ma che esso, agitato 
dal desiderio, dall'amore, si mosse e creò. Come 
vediamo poi Indra che, nel suo primo e più an- 
tico aspetto rappresenta il cielo luminoso, dal 
quale si generano tutte le cose, nella sua qualità 
di cielo tonante, diviene un Dio guerriero, pos- 
sente, il primo degli eroi, anche il vento si mol- 
tiplica ne' venti che sofTiano nella nuvola, che 
adunano le tempeste, che corrono pel cielo tempe- 
stoso, e come tali i venti col nome specialmente 
di Marutas vennero celebrati dai poeti vedici come 
formidabili eroi, quasi paladini, che assistono il 
grande Indra nelle sue battaglie epiche celesti. 
Ma poiché il cielo e l'aria che si muove od il 
vento, nella loro prima figura apparvero numi 
cosmogonici, vediamo ora quale corrispondenza 
abbia trovata una tale rappresentazione mitica 
nel mondo ellenico. 
Come Dyaus e Pr'ithivì appaiono negli inni ve- 



10 Mitologia comparata. 

dici quali primi parenti, come Dyaus negli inni 
vedici è talora sostituito da Varuna, e alla Pr'i- 
thivì è dato pure il nome di Go, Gaus, la quale è 
insieme la nuvola celeste che sì muove e la vacca 
celeste che si feconda, e poi la terra la gran ma- 
dre degli uomini, della quale la vacca tra gli 
animah è l'immagine, così troviamo nel mito el- 
lenico rammentati gli amori di Ouranos con Gaia. 
Ouranos fu, in origine, certamente il cielo, e, se 
divenne più tardi l'oceano, ciò avvenne perchè 
nel cielo si vide un oceano, ora inondato di luce, 
ora d'acqua tenebrosa e nuvolosa. 

Quando Esiodo, Omero, Eschilo parlano della 
Gè pantón métér, o della Gaìan pammeteiran, 
della Gè pammétor, ossia della Crea madre di tutte 
le cose, questa Gea non può ancora essere la terra, 
ma dev'essere una madre universale celeste come 
l'Aditi vedica madre degli Dei. Quando lo stesso 
Esiodo rammenta come prima creazione uscente 
dal caos una Gea dal largo petto ewysternos, sede 
stabile di tutte le cose pantón hedoH asfalès aieì, 
noi ricordiamo ancora la Pr' itìmn, la larga sede 
celeste, ove siede Indra signor del cielo, ove ha 
il suo trono l'immobile creatore dell'universo, il 
Dio Brahman. Così, come pensare ad una Gea ter- 
restre, quando l'inno omerico la saluta qual Theon 
mèlèr ossia madre degli Dei, e come sposa dello 
stellato Ouranos? Ma come, mi direte, come mai 
figurarci che al cielo siasi mai dato lo stesso nome 
che alla terra? E come no, se si è pure immagi- 
nato che cielo e terra fossero soltanto due coppe 
che si combaciavano? Come non pensare che il 
cielo sia stato immaginato nella figura di una Gea, 



Il cielo. -11 

di una terra paradisiaca, poiché s'imniag^inò che 
il cielo fosse non pure abitato dagli Dei, che po- 
tevano benissimo avere il privilegio di rimaner 
sospesi in aria, ma da animali e coperto d'erbe, 
piante, foreste, praterie, campi di biade d'oro, pie- 
tre, montagne, miniere, che suppongono un suolo, 
una terra? Le stelle ora sono fiori, ora gemme; il 
cielo stesso fu concepito come un grand' albero 
cosmogonico. Le radici, come si capisce bene di 
que' fiori di quelle erbe, di quegli alberi posano 
sopra una terra privilegiata celeste, che nessuno 
coltiva, quando non la solchi il sole, come, infatti, 
veramente nel mito la solca. Il sole è il grande 
seminatore, e agricoltore, e produttore celeste. 
Come la terra verdeggia per virtù del sole, cosi 
il cielo per virtù del sole, ogni giorno, torna a 
risplendere. Il non avere posto mente a questo 
mito singolare e poetico di una terra celeste trasse 
fin qui in errore i mitologi, e li portò ad una vera 
confusione nella determinazione di alcuni tra i 
miti più elementari. 

I responsi divini vengono dal cielo ; il tono, che 
mugge nella nuvola, il vento che fischia, dàono 
questi responsi: l'oracolo d'Apollo fu pure, in ori- 
gine, l'oracolo del sole tonante. Gli alberi fati- 
dici, le quercie profetiche del Giove Dodoneo, 
furono alberi celesti, ossia nuvole tonanti nella fo- 
resta divina, nel cielo nuvoloso. E quando Eschilo 
nelle Eumenidi ricorda la Gea prima profetessa 
prólomantin Gaìan, noi abbiamo ancora una fi- 
gura della terra celeste. In reminiscenza di quel 
mito, per equivoco naturale, dopo s'interrogò pure 
dagli uomini la terra, la quale fu supposta tenere i 



12 Mitologia comparata. 

secreti del nume. Ma i secreti de' numi sono sem- 
pre in cielo; e solamente, per una ipostasi del 
nume, furono pure immaginati alberi, fonti, antri 
fatidici sopra la terra. Noi stessi attendiamo an- 
cora tutto dal cielo, anche quanto si tratta d'ot- 
tener benefici dalla terra. Il cielo è per noi si- 
nonimo del nume. Quando s'invoca nel discorso 
il cielOj.e si dice : o cielo, il cielo mi aiuti, voglia 
il cielo, tali e simili espressioni che equivalgono 
al Dio mi aiuli, Dio voglia, sono certamente un 
resto di reminiscenza e credenza religiosa pagana 
che collocava nel cielo tutte le meraviglie e dal 
cielo ripeteva tutte le grazie, delle quali la piog- 
gia e la luce specialmente invocate, piovevano. 
La terra, che noi conosciamo, non ebbe mai nel- 
l'India ed in Grecia un culto simile. 11 poeta ve- 
dico la loda pure, ma specialmente come quella 
che deve servirgli di tomba, che nasconde, che 
cela, che copre pietosamente le membra de' cari 
trapassati; egli la prega anzi di non fare alcun 
male al morto, d' essergli leggiera. Questo lin- 
guaggio è assai tenero, ma" non è mitico; la terra 
mitica è, quasi sempre, una terra celeste; quando 
anche alla nostra propria terra si attribuiscono 
virtù divine, quando alle piante, alle pietre, agli 
animali della terra si riferiscono virtù magiche, 
si può essere persuasi che il principio di una 
tale credenza muove quasi sempre da un mito 
primordiale celeste, per la stessa forma, con lo 
stesso processo storico, per la stessa analogia 
evolutiva, per la quale gli eroi epici nazionali, 
i quali vengono a celebrare le loro gesta in un 
mondo storico terrestre, discendono, per la mas- 



// cielo. 13 

sima parte, tutti da qualche nume veramente olim- 
pico. Per la stessa ragione per la quale il Dio ve- 
dico Indra intieramente celeste* si trasforma nel 
bellissimo principe Argiuna del Mahàbhuraia, os- 
sia, per avere rafìfigurato il cielo come un enorme 
agvatha o ficus religiosa, si concede quindi un 
cult© sacro anche aXVaQvattha terrestre. Così, ri- 
peto, raffigurato il cielo ora come un gran giar- 
dino, ora come un gran campo, ora come una 
grande prateria, ora come una granile foresta, 
ossia tutto insieme, spesso, come una terra mi- 
rabile, si cercarono e si credettero trovare anche 
sulla terra giardini, campi, praterie, foreste mi- 
racolose, e s'attribuirono talora anche alla terra 
singolari virtù magiche. Ed ecco in qual modo 
veramente sono nate più spesso quelle che noi 
chiamiamo ora credenze ed usanze superstiziose, 
ossia da una traduzione terrestre della mitologia 
celeste, la quale, in origine, fu una semplice poe- 
sia. La Dèmètèr ò certamente una Dea coleste, e 
1^ madre universale come l'Aditi vedica ; con 
essa fu identificata la Gémé/ér; anzi i due nomi 
si confondono in uno e raffigurano la stessa Dea. 
Perciò Pindaro può dire nelle Nemesie che uo- 
mini e Dei traggono la loro origine dalla stessa 
madre, dalla stossa Gè. Da quanto abbiamo detto 
finora intorno alla terra celeste, noi possiamo 
renderci dunque ragione della somiglianza che 
si trova negli inni vedici fra Dyaus e Pr'ithivì, 
invocati insieme e in certo modo identificati, e 
spiegarci pure come la madre del filosofo Anas- 
sagora gli raccontasse un giorno una cosa che era 
certamente un'antica tradizione popolare, cioè 



14 Mitologia comparata. 

che una volta cielo e terra -formavano una sola 
sostanza. Noi sappiamo ora infatti che Dyu e 
Prithivt sono l'uno il cielo luminoso, l'altro, 
in origine, il cielo vasto, e che Ouranos e la Gè, 
madre universale, sono pure il cielo e la terra 
celeste, ossia una duplice figura, maschio e fem- 
mina, del cielo. La prima fecondazione dell'es- 
sere animato si fece nel cielo, ove nacquero pure 
Dei, animali, piante e pietre preziose; poi nello 
stesso modo, si immaginò che venissero fecon- 
date sulla terra tutte le creature umane, come 
cantò Lucrezio: 

Denique ccelesti stimtis omnes semine oriundi; 
Omnibus ille pater est, unde alma liquentis 
JJmoris guttas mater cum terra recepit, 
Feta parit, nitidas fruges, arbustaqtie laeta 
Et genus humanum. 

I 

11 culto de' fratelli Arvali si fonda principal- 
mente sopra il carattere sacro attribuito alla terra 
produttrice di tutti gU alimenti. Ma questo culto 
non poteva certamente essere primitivo; esso era 
specialmente proprio de' Romani^ cioè di un po- 
polo pratico, il quale guardava certamente molto 
più alla terra che al cielo, cosi che quasi tutte 
le sue feste religioso erano pure feste agricole. 
Che se non si dimontica quanto lasciò scritto 
Tacito de' Germani, i quali onoravano essi pure 
come loro madre comune Eriha, la terra che 
interveniva, dicovasi, come Dea nelle faccende 
umane; per questa sua stessa qualità di Dea, ri- 
marrà lecito supporre che la terra, alla quale essa 
presiedeva, fosse una terra ideale, fantastica, lon- 



Il cielo. 13 

tana da quella realtà, alla quale il genio pratico 
dello storico romano voleva farla corrispondere, 
che fosse Insomma della stessa natura di quel 
paradiso terrestre della tradizione semitica ed 
iranica, di quell'orto ellenico delle Esperidi, che 
appare una ipostasi terrestre del paradiso cos- 
mogonico coleste figurato in quasi tutta la mi- 
tologia indo-europea. Così, quando il poeta vedico 
fantastica intorno al creatore possibile di Dijaus 
e di Pr' ithivt, attribuendoli ora all' uno ora al- 
Taltro degli Dei, appare molto evidente che si 
tratta per lo più di una Pr' Ulivi celeste. Per la 
disperazione di risolvere in modo adeguato la 
grave questione intorno all'origine del cielo e 
della Pr'ithivì che doveano poi creare alla loro 
volta tutte le cose, il popolo indo-europeo si levò 
forse d'imbarazzo, immaginando un nume appo- 
sito quasi mostruoso e caotico, con la qualità di 
fabbricatore e fabbro degli Dei. Al Vulcano la- 
tino, all'Efesto greco, risponde il vedico Tvashtar 
che vuol dire propriamente l'artefice, chiamato 
pure Vigvakarntati, ossia che fa tutto, od an- 
che Vigvarùpa che assume e che crea tutte le 
forme. Come dal caos uscirono i mondi, così 
dalla tenebra e dalla nuvola attraversata da lampi 
escono gli Dei luminosi; il fabbro degli Dei è 
propriamente il genio ohe elabora le figuro di- 
vine nel caos cosmogonico, del quale le tenebre 
della notte e le ombre della nuvola tempestosa, 
ove egli riappare, sembrarono al poeta vedico im- 
magini assidue. Tvashtar chiudendosi poi spesso 
nella nuvola, si comprende come il nome di lui 
siasi pure dato nella mitologia vedica al Dio In- 



16 Mitologia comjmrata. 

dra tonante nella nuvola, ove fa le sue grandi 
magie e si fabbrica armi formidabili. Ma Indra, 
nel cielo non combatte soltanto; come Griove, in- 
dulge egli pure agli amori; il padre del cielo, il 
signore del cielo, Indra, ama specialmente l'Au- 
rora, che come figlia del cielo duhitar divas 
verrebbe ad essere sua figlia. Il mito dimentica 
spesso la parentela d' Indra con l'Aurora; e però 
non vi è quasi più nulla di mostruoso ne' loro 
amori. Per lo più Indra protegge l'Aurora e la be- 
nefica; quando la perseguita, l'Aurora assume essa 
stessa un aspetto maligno, perverso, quasi demo- 
niaco, come l'eroina dei Nibelunghi, come la Me- 
dea, la Circo, le Amazzoni elleniche, e sotto un 
certo aspetto anche la Pallado che diviene quasi 
una rivale guerresca di Marte e del padre Zeus. 
Allora Indra appare veramente come perseguita- 
tore della propria figlia, di cui distrugge, egli 
stesso, combattendone il carro, facendolo piom- 
bare nelle acque, come il carro di Fetonte pre- 
cipita nelle acque eridanie. Ma, in quanto Indra 
ama l'Aurora, in quanto l'Aurora prende pure nel 
Rigveda il nome di Sita, noi abbiamo in questa 
Sitd vedica una figlia del cielo, una duhitar divas; 
quando pertanlo leggiamo nel lidmdayana che' 
l'eroina Sita ò la figlia di G'anaka, propriamente 
il generatore, e della Pr'ithivt, non pensiamo al 
solco terrestre, ma al solco luminoso coleste, 
solco che fa il Dio Indra attraversando col suo 
timone tre volte il corpo infermo della fanciulla 
Apdld, porche la sua pelle che era scura diventi 
chiara, all'Aurora, che Indra rende, dopo le sue 
battaglie contro il mostro della tenebra, nuova- 



Il cielo. 17 

mente manifesta. Così il mito vedico si è conti- 
nuato nell'epopea del Ràmdyana ove Hanumant, 
il figlio del vento, venne co' suoi compa<^ni scimii 
a ripetere sulla terra indiana contro i mostri, 
contro i rakshasi, le battaj^lie combattute intorno 
ad Indra nell' Olimpo vedico dai venti Marut, 
contro i demoni rapitori di donne, di vacche e 
dell'ambrosia divina, ossia della luce e della piog- 
gia. Come il cielo ò supposto autore di ogni cosa 
creata, la fantasia popolare lo ha grandemente 
animato. Come abitato dagli Dei, è una reggia 
divina, un Olimpo, un Paradiso; quando gli Dei 
combattono è un campo di battaglia; quando il 
sole lo accende, una fornace ardente, una fucina, 
pure anche un campo di biade d'oro; quando 
è fiorito di stelle, un giardino incantato, una sala 
da ballo, una chiesa coi ceri accesi, un ricco pa- 
diglione, una splendida prateria; quando le te- 
nebre le nuvole lo ingombrano, una selva scura, 
un labirinto, un mare profondo; la luce d'oro 
che piove dal cielo ò farina; la rugiada è miele 
che stilla, o ambrosia; il sole e la luna ora s'a- 
mano, ora s' odiano, ora son fratelli, ora sposi, 
ora rivali, ora nemici; le aurore sono ora fidan- 
zate del sole, ora madri benefiche, ora sorelle, 
ora guidatrici di cavalli, ora pastorelle, ora bal- 
lerine, ora donne guerriere, ora ridestatrici ed 
eccitatrici degli uomini all'opera; le nuvole ora 
sono ninfe, ora ballerine, ora musici celesti, ora 
botti, ora fortezze, ora montagne, ora vacche, ora 
donne, ora streghe, ora mostri; gli esseri celesti 
ora strisciano come rettili, ora nuotano come pe- 
sci, ora corrono come cavalli, ora volano come 

Db Gubermatis. 3 



18 Mitologia comparafa. 



uccelli; il cielo apparve insomma alla fantasia 
popolare assai ricco d'abitatori, svariato, pieno di 
moto, di colore, e di rumori diversi. Voi dunque 
mi scuserete agevolmente se non potrò descri- 
vervi pure uno de' mille miti ai quali le varie 
figure poetiche adoperate dal linguaggio per rap- 
presentare i fenomeni colesti diedero origine; vi 
basti che ogni immagine potrebbe avere la sua 
storia mitica e divenire un capitolo d'un intiero 
trattato mitologico sovra il cielo. L'indulgenza 
vostra accolga intanto questo mio primo accenno, 
come una specie di rozzo inventario de' tesori 
mitologici che potreste, se la curiosità vi reg- 
gesse, scoprire nel cielo. Ma, per darvi un'idea 
sola del viaggio che potè fare una sola immagine, 
anche secondaria, vi aggiungerò soltanto che, fra 
lo tante fantasie popolari, quando l'uomo inco- 
minciò a leggere e a scrivere non solo nacque 
l'idea di convertire in fogli le foglie, eh' è una 
realtà e non una finzione, e di scriverci su; non 
solo egli suppose che su certe foglie di certi al- 
beri mitici si trovassero scritti arcani divini, ma 
figurò pure tutto il cielo come un immenso, unico 
foglio di carta sopra il quale si potrebbe scrivere. 
Ora parmi cosa alquanto curiosa il seguire, sopra 
la guida erudita di Roinhold Kohler, quasi tulle 
lo forme che nella letteratura assunse questa sola 
immagine, di origine probabilmente semitica, alla 
quale aggiungo intanto una espressione assai co- 
mune del nostro linguaggio Quando noi voglia- 
mo indicare una cosa che ha proprio da essere, 
diciamo pure: sfa scritto in cielo che si farà. 
Ora ij cielo appare in tale espressione come un 



Il cielo. 19 

p:ran libro sopra il quale viene fatalmente se- 
g-uato il destino deg-li uomini. 

Ad un dotto rabbino, Jochanan ben Zachai con- 
temporaneo di Vespasiano, s'attribuiva, nel medio 
evo, questo motto ambizioso: « se tutti i cieli fos- 
sero pergamene e tutti i figli degli uomini scrit- 
tori, e tutti gli alberi della foresta penne, non po- 
trebbero bastare a trascrivere tutto quello che ho 
imparato ». L'immagine è forse d'origine biblica. 
Il motto: Cmli enarrant gloriam Dei mi sembra 
pure supporre che il cielo siasi immaginato come 
un libro od un foglio sopra il quale le glorie di 
Dio si trovano naturalmente descritte. Perciò un 
rabbino del secolo undecime. Mir ben Isaak, in 
un suo canto ebraico-aramaico, lasciò pure scritto: 
« Se i firmamenti fossero pergamene e tutti i 
giunchi penne, e tutti i mari e tutti i laghi in- 
chiostro, e tutti gli abitanti della terra scrittori 
esercitati, non basterebbero a descrivere la maestà 
del signore del cielo e del principe della terra ». 
Nel Talmud si legge: « Se tutti i mari fossero in- 
chiostro, tutti i giunchi penne, tutto il cielo una 
pergamena, e tutti i figli degli uomini scrittori, 
non arriverebbero a scrivere i sentimenti segreti 
del cuore di un re. Nel Corano 1' adagio appare 
monco, poiché non si rammenta nelle due volte in 
cui vien citato il cielo di carta, ma soltanto il 
mare d'inchiostro. Un canto popolare neo-greco 
col quale si accorda intieramente un canto serbo, 
suona così: « Io prendo il cielo come carta, e il 
mare come inchiostro, non arrivo a descrivere le 
mie pene. » In un altro canto greco l'amante, per 
scrivere alla sua bella senza fine, adopera il cielo 



20 Mitologia comparata. 

come carta, il mare come inchiostro. Il nostro Ar- 
rigo da Settimello si lagna egli pure fin dal se- 
colo XII, che se il cielo fosse la pagina, e se le 
fronde scrivessero e se l'acqua divenisse inchio- 
stro, ei non potrebbe riferire tutte le sue pene. 
Nei canti popolari italiani, invece del cielo carta,- 
l'immagine si sciupa, e si dice invece dall'amante 
che a scrivere, ora l'amore, ora i suoi dolori, 
egli non arriverebbe anche: 

Se gli alberi potessan favellare, 
Le fronde che son su fossano lìngue, 
L' inchiostro fosse 1' acqua de lo mare, 
La terra fosse carta e l'erba penne. 

Tuttavia poiché un'altra variante toscana pub- 
blicata dal Tigri suona così: 

Se r acqua dello mare fosse inchiostro 
D' ogni stella ci fosse uno scrivano, 
Non scriverassi il bene che io vi voglio, 

si capisce bene che le stelle dovevano soltanto 
scrivere sopra il cielo di carta e non sopra la 
terra; il che ci viene pure confermato da una 
variante popolare umbra. Un poeta medioevale 
tedesco di nome Adolfo, assai poco galante con 
le donne, adoperava la solita immagine per ven- 
dicarsene, mostrando la infinità dei loro inganni, 
anch' esso adopera alla sua vendetta le stelle 
come scrivani: 

Si stella; scriba;, pelles ccelum, maris unda 
Esiiet incaustum, nec cifra cum sociis, 

Sufficerent piene mulierum scrihere fraudes, 
Cum quibus illaqueant corda modo juvenum. 

I canti popolari tedeschi ripetono generalmente 



Il cielo. 21 

la stessa immagine delle stelle che scrivono sulla 
carta del cielo, per mostrare che non bastano ad 
esprimere l'amore o le pene d'amore. I canti in- 
glesi trasferiscono pure l'immagine dal cielo alla 
terra come i canti italiani, ed uno di essi se la 
piglia pure come il poeta Adolfo contro le frodi 
delle donne. Ecco dunque in qual modo una sem- 
plice immagine, inspirata forse a qualche poeta 
giudaico da un solo motto biblico, potè trasfor- 
marsi in espressione mitica, e, viaggiando in oc- 
cidente, diventar popolare, anche in mezzo a po- 
poli di stirpe indo-europea. Impadronitisi ora il 
popolo di quella immagine, essa lo può moki- 
plicare senza fine, ed anche alterarla, mescolan- 
dola con altre immagini di fonte ariana. Onde 
voi vedete bene da questo solo tenue, minimo 
indizio, quanto vario e complicato sia il mondo 
mitologico, e come, a rappresentarvelo degna- 
mente ed intiero, dovrei invocare davvero an- 
ch' io un foglio largo quanto il cielo e non met- 
terei come faccio qui pur troppo, un po' di nero 
sul bianco, ma rapire da prima la penna d' oro 
alle stelle, poi tuffarla nelle onde rosee dell'au- 
rora e narrare quindi sul foglio azzurro del cielo 
ad una ad una le mirabili ed infinite glorie de- 
gli Dei. 



LETTURA SECONDA. 
L'ACQUA 



Abbiamo veduto il Cielo cosmogonico, il Cielo 
autore di tutta la creazione, ove siede il biblico 
Jehova creatore del mondo, ove ha il suo trono il 
Dio creatore Brahraan. Se il Cielo è il principio di 
tutlva la creazione, onde fu pure creduto che le 
anime degli uomini siano discese dal cielo, come 
si spiega che le cosmogonie, biblica, babilonese 
ed indo-europea tìgurino pure spesso il mondo 
come nato dalle acque, che sia uscita dalle acque 
la Venere Afrodite, che nella sua origine celeste 
rappresenta l' aurora del giorno e della vita e 
nella sua personificazione terrestre esprime la pri- 
mavera dell'anno, il principio della generazione, 
la natura primogenia, concetto che rafììgura spe- 
cialmente la Venere lucreziana? 

Se riportiamo i miti alla loro prima origine, non 
vi è contraddizione fra queste due immagini. Anzi 
noi vediamo ad evidenza che fra l'aurora Urania 
che ò l'aurora Vediea, l'Afrodite ellenica, la Ve- 
nere lucreziana, vi è quella naturale progressione 
caratteristica di formo mitiche che tre popoli di 



L' acqua. 23 

carattere così diverso, come l'indiano, il greco, 
il latino dovevano creare. L'immaginazione gi- 
gantesca del genio poetico e speculativo indiano 
mantenne specialmente il suo mondo fantastico 
nel cielo ov'esso nacque; il genio di un popolo 
specialmente marittimo come il greco fece molto 
spesso discendere i suoi numi sul mare, quindi 
Ouranos il cielo si feconda nel mare e vi genera 
Afrodite, e il mare ellenico appare popolato di 
Dei; il genio pratico di un popolo agricoltore 
come i Romani adorò specialmente una Venere 
terrestre, una madre produttrice di tutte le cose 
utili all' uomo. Ma la Venere latina e la Venere 
ellenica, risalendo, per mozzo d'Urania, alla Ve- 
nere celeste, ritorniamo al yjrimo concetto d'una 
creazione nel cielo, che abbiamo già detto raffi- 
gurarsi ora come una terra privilegiata, un giar- 
dino mirabile, un paradiso, ora come un oceano; 
il quale agitandosi diede origine all'ambrosia, 
dalla quale poi si generano nel mito indiano, 
tutte le cose, come dalla spuma del mare, ossia 
dal mare agitato ellenico, vien fuori la Venere 
greca. Quando pertanto si dice che il cielo diede 
principio alla creazione e quando si dice che la 
prima creazione si è compiuta nelle acque, noi 
abbiamo bensì due miti diversi, ma il fondamento 
naturale originario di questi due miti ù uno solo, 
la contemplazione del cielo. La fantasia popolare 
procedo nella creazione del linguaggio, e però 
anche de' miti che non sono altro se non un lin- 
guaggio popolare figurato, per via d'analogia; 
ogni immagine nasce por analogia, per traspo- 
siziono di una nozione, di un accidente da un 



24 Mitologia comparata. 

oggetto all'altro, da un luogo all'altro, da un mo- 
mento all'altro. Questo moto continuo della imma- 
ginazione popolare, nella ricerca di analogie, mol- 
tiplica i miti all'infinito. Essa trasferì le immagini 
che desta nell' uomo la contemplazione delle vi- 
cende naturali d'ogni giorno che si rinnova al 
primo giorno del creato, al gran giorno cosmogo- 
nico. Ora, so noi riflettiamo a quello che un uomo 
il quale viva in mezzo alla natura, osserva ancora 
intorno a. sé nello spazio di ventiquattro ore, non 
ci meravigliamo più che l'uomo primitivo attri- 
buisse al cielo il principio della, vita. Quando cade 
il sole, s' alzano le ombre, la terra s' occulta alla 
vista dell'uomo, la natura sembra davvero rien- 
trare nel caos tenebroso; un vivo terrore s'impa- 
dronisce allora dell'animo dell'uomo, un profondo 
sgomento che cessi la vita; ma egli rialza gli oc- 
chi al cielo stellato, e spera da esso il ritorno 
della luce risvegliatrice de' mondi. Dal cielo scen- 
de a noi la luce; qual meraviglia che si figurasse 
Dio nel cfelo. Dio che, come abbiamo osservato, 
secondo l'etimologia, vuol dire il luminoso'^ Onde 
ogni luminoso celeste è diventato un Dio. Qual 
meraviglia che il cielo ove siede il Dio luminoso, 
onde r uomo aspetta ogni giorno la risurrezione 
della vita, sia pure apparso non solo come la sede 
degli Dei immortali, ma come la sede della im- 
mortalità? Che, nel cielo, ove la luce si mantiene 
eterna, ove gli Dei si cibano di ambrosia ossia 
di luco eterna si collochi la sede dell'immorta- 
lità, della vita eterna, dell'eterno paradiso? Che 
si speri tutto dal cielo, che al cielo ascendano 
tutte lo speranze dei mortali? Ora se il cielo è il 



L'acqua. 25 

luminoso per eccellenza, ricordiamo le espressioni 
figurate che si mantengono ancora vive nel no- 
stro linguaggio. Quando noi diciamo sempre : 
un' onda di luco, un mare di luce, raffiguriamo 
evidentemente la luce come un liquido luminoso. 
È quindi naturale il pensare che il cielo, chia- 
mato negli inni vedici Dyii, il luminoso, di che 
ha conservato pur traccia la lingua latina nel- 
r espressione: sub Dio vivere che un francese 
tradurrebbe vivre à la belle e'toile, siasi rappre- 
sentato come un oceano luminoso; questo cielo 
stellato, che il mito greco raffigurava come un 
Argo dai cento occhi, si trasforma quindi in un 
oceano solcato dalla nave Argo, dagli Argonauti, 
i quali vanno alla conquista del Vello d'oro, os- 
sia alla conquista del cielo aurato, dell'Aurora, 
rappresentata dai greci come una Medea custo- 
ditrice del vello d' oro. Questo stesso oceano è 
solcato da Ercole quando ritorna dall'orto dello 
Esperidi, che rappresenta specialmente il cielo 
aurato occidentale, l'aurora vespertina. Questo 
oceano stesso, secondo la finzione mitica, ogni 
notte, in una nave misteriosa invisibile all'occhio 
mortale, solca il sole muovendo da occidente ad 
oriente, onde risorge luminoso al mattino. 

Il cielo è ancora l'oceano sopra il quale i poeti 
orfici immaginavano che si muovesse l'uovo cos- 
mico onde il mondo emorse; l'oceano onde l'Hi- 
ranyagarbha o germe d'oro indiano, i\ Brdhmanda 
uovo di Brahman, uscì per creare i mondi. Il 
cielo vien raffigurato dalle acque ^opra le quali 
secondo il racconto biblico, soffiò per creare, lo 
spirito di Dio; il cielo è l'oceano inondante il 



Mitologia comparata. 



mondo, sopra il quale la nave di Manu, il primo 
uomo, rigeneratore degli uomini, il Noè indiano 
si salva dal diluvio. Posto che il cielo divenne 
un oceano, in quell'oceano s'immaginò ora che 
il sole naufragasse, quando cadeva la sera, ora 
che fosse accolto in una nave misteriosa e sal- 
vato per divino intervento. Del naufragio dell'eroe 
solare e del suo miracoloso salvamento sono nu- 
merose le figure mitiche, non pur nella tradi- 
zione indo-europea, ma ancora nella semitica, ©ve 
Noè che si salva nell' arca, Mosè salvato dalle 
acque del Nilo^ Mosè che attraversa il mar Rosso, 
Giosuè che attraversa il Giordano, rinnovano lo 
slesso portento. L'equivoco tra il mare ed il fiume 
non è soltanto biblico, ma anche vedico. Nella 
lingua vedica la voce sindhu significa fiume e 
mare. Il Dio Indra attraversa non uno ma novan- 
tanove fiumi; l'eroe solare Bhug'yu caduto nel- 
l'oceano inondante è liberato dai due eroi Alvini, 
i Dioscori indiani, sopra una nave dai cento remi, 
sopra un carro tirato da volanti cavalli. Come 
Castore e Polluce sono figli di Giovo cigno, os- 
sia nati dall'uovo di Leda fecondato da un ci- 
gno, così i duo fratelli vedici gli Agvini appaiono 
talora tirati da cigni luminosi, ossia essi stessi 
sono personificati dal cigno, come il Lohengrin 
della leggenda di San Graal, che naviga miste- 
riosamente sulle acquo tirato da cigni. Lohengrin 
è anch'esso una figura mitica dell'eroe solare, 
che la leggenda medievale ha poi svolta poeti- 
camente, e di cui il genio di Riccardo Wagner 
ha così bene espresso il carattere misterioso e 
come divinato e il riposto senso mitico. Quante 



L' acqua. 27 

sono le immagini poetiche fig^urate dal popolo 
nel cielo, tanti sono i miti ai quali esso diede oc- 
casione. Il popolo non ama le astrazioni; degli 
oggetti che vede distingue ed anima le qualità, 
le quali pigliano moto e persona e si combinano 
fra loro, ora per concordia, ora mischiandosi fie- 
ramente nella lotta. Le persone sono rappresen- 
tate secondo gli oggetti che più frequenti e più 
famigliari si presentano alla vista dei popolo. 11 
mito ellenico finge il delfino che salva il fanciullo 
Arione dal mare. Il delfino fu osservato venire 
a galla nelle tempeste; come dal naufragio salva 
sé stesso, s'immaginò che liberi i naufraghi pri- 
vilegiati. Ora, essendo stato osservato che il solo 
si tuffa ogni sera nel mare, sia poi questo vera- 
mente il mare che avvolge la terra, come lo os- 
servano i popoli marittimi, sia l'oceano celeste, 
e che da questo naufragio si liberasse miracolo- 
samente, s'immaginò che un delfino, o, in gene- 
rale, un animale acquatico, un pesce, lo salvasse. 
Il gran pesce nel ventre del quale Giona è in- 
goiato, è anch' esso un pesce liberatore, come il 
mostro marino che nel Rdmàyana ingoia da una 
parte Hanumant, per lasciarlo uscire dall' altra 
parte, non è un animale omicida, ma un ausi- 
liare dell' eroe mitico che lo salva dalle acque. 
Qual è questo animale acquatico, questo pesce 
cornuto, o con la gobba, questo delfino o balena, 
che tira fuori dal mare l'eroe che vi è caduto? 
Nella leggenda del diluvio indiano questo pesce 
liberatore cornuto cresce nell'acqua prodigiosa; 
di picciolissirao diviene grandissimo; ora se io 
vi ponessi questo indovinello: Vi è nel cielo un 



Mitologia comparata. 



corpo che si muove; esso incomincia così pic- 
colo che appa^-e invisibile, e di giorno in g-iorno 
cresce; quando il sole si tuffa nel mare, esso vien 
fuori e solca V oceano celeste e sta sopra le onde 
fin che il sole non ritorni a mostrarsi, ora voi 
indovinate. Una sola risposta sarà pronta; quel 
corpo, mi direte, è la luna, la luna che indica 
la via ai viandanti smarriti ; che nel Ràmàyana 
trae i scimii guerrieri fuor della grotta, che è il 
vero filo d'Arianna pel quale l'eroe solare elle- 
nico può uscire dal labirinto in cui si trovava 
perduto. Si crede veramente, nel mito, che il solo 
naufragato nel mare, caduto nel pozzo, smarrito 
nella selva oscura o nel labirinto, si salvi nella 
notte, ueir inverno, per l' intervento speciale 
della luna, la buona fata, la buona vecchierella, 
la Madonna delle nostre novelline popolari che 
prende sotto la sua protezione l' eroe sole, il bel 
giovine, l'eroina aurora, la bella fanciulla, e, a 
malgrado de' loro errori, li trae a salvamento. 

Le acqu9 dell'oceano celeste non furono sol- 
tanto acquo cosmogoniche, non furono soltanto 
amhds o madri come le chiamano i Vedi, gene- 
ratrici dell'uovo cosmico, dell'uovo d'oro, il cielo 
luminoso, e poi particolarmente il fuoco solare; 
ma le madri essendo pure le prime, le più sa- 
pienti, le più amorose medichesse, gli stessi poeti 
che attribuirono alle onde colesti una virtù ge- 
neratrice, ne attribuirono pur loro una rigene- 
ratrice, ricreatricej ristoralriee, salutifera. Le erbe 
magiche hanno la loro virtù solamente pel succo 
che contengono ricavato dalle acque dell' oceano 
celeste. Noi nono inno del decimo libro del Rig- 



L' acqua. 29 

veda dedicato alle acque, queste vengono cele- 
brate non pur come amorose madri e come dee, 
ma come balsamiche e salutari. « Il Dio Soma, 
canta il poeta vedico, mi ha detto: trovarsi nelle 
acquo tutti i rimedi ed il fuoco che porta la sa- 
lute a tutti. acque, arrecate il rimedio per la 
guarigione del mio corpo, e perchè io possa ve- 
dere lungamente il sole. E quello che in me possa 
esservi di malato, o acque, portatelo via. » Le 
erbe e le acque hanno del pari virtù salutifera; 
Soma è celebrato, negli inni vedici, come re delle 
erbe e come re delle acque. Il Soma è pure chia- 
mato col nome di Am'rita, ossia di ambrosia, 
l'acqua od erba divina, l'acqua od erba celeste, 
l'acqua miracolosa per la quale gli Dei sono im- 
mortali, per la quale anche i mortali che hanno 
il privilegio di entrare nel regno dei beati, acqui- 
stano essi pure l'immortalità. Il miracolo così 
frequente nel mito, nella leggenda, nella novel- 
lina popolare, di eroi ed eroine che muoiono e 
vengono richiamate in vita, si rinnova per virtù 
specialmente di un elisire di lunga vita ch'essi 
bevono. Ora quest'acqua risuscitatrice è l'onda 
celeste, l'onda luminosa del cielo, come spesso 
ancorala pioggia lucente, la lucente rugiada. Non 
dimentichiamo mai l'immagine del cielo acquoso. 
Il sole che si tuffa nel mare ogni sera, vi nau- 
fraga; ma il naufrago bove; e nel vedere il sole 
risorgere sempre da quel naufragio fu cosa natu- 
rale il supporre che quell' acqua celeste avesse 
una virtù privilegiata, che fosse ambrosia, per il 
possesso della quale la leggenda indiana fa com- 
battere gli Dei e i Demoni, come a produrla, se- 



30 Mitologia comparata. 

condo la lej^genda cosmogonica indiana, concor- 
sero in proporzione uguale i Demoni e gli Dei. 
Qual' è il senso di questa duplice leggenda? Che 
cosa vuol dire la nozione del concorso degli Dei 
e de' Demoni che lavorano per produrre l' am- 
brosia e si combattono quindi per possederla? 11 
senso è questo solo. Dal caos uscirono la luce e 
le tenebre. Le forme luminose furono rappresen- 
tate dagli Dei, le forme tenebrose dai Demoni. Il 
cielo essendo occupato ora dalla luce ora dalla 
tenebra, s'immaginò che Dei e Demoni, dopo 
averlo insieme creato, combattessero pel suo pos- 
sesso, ossia per il possesso dell'acqua luminosa,, 
dell' acqua della immortalità. Le grandi battaglie 
epiche hanno tutte per loro principal fondamento 
questo concetto mitico, essenziale a tutta la mi- 
tologia indo-europea. Ciascuno di voi intende ora 
la ragione principale del culto consacrato alle 
acque. Le acque luminose sono pure acque ge- 
neratrici e rigeneratrici; attraversando le acque 
celesti, si trova l'immortalità. Quindi pure, per 
reminiscenza di que' miti celesti, il culto prestato 
a certi fiumi terrestri, al Lete, per esempio, nelle 
onde del quale le anime de' trapassati dovevano 
ritrovare l'oblio; l'uso di molti indiani malati o 
moribondi di gettarsi nel Gange, con la speranza 
di esser condotti più presto per quella via ac- 
quosa al regno de' beati, l'uso pure indiano di 
comporre il rogo funebre in vicinanza d' un'acqua 
corrente, anzi, se si può, d'un confluente con 
la speranza di accompagnar meglio l' anima del 
morto in paradiso, ossia alla sede di Brahman, e 
la pratica superstiziosa tuttora vigente in alcuni 



L'acqua. 31 

luoghi d'Italia di porro vicino al morto una sco- 
della piena d'acqua, che cerlamente deve servire 
di viatico all'anima. Negli inni vedici, la medi- 
chessa celesLo ora, appare l'aurora luminosa, ora 
una. Sai'asvati, propriamente V ondosa, V acquosa, 
la fornita di scorrevolezza, che ora rappresenta 
l'aurora, ora la nuvola; entrambe si muovono, 
entrambe splendono, o per i raggi del sole o per 
i lampi che l'attraversano; dell'una slillano be- 
nefiche rugiade; dall'altra pioggia fecondatrici. 
Invocata col Dio Varuna, re delle acque {apsu 
rag' a) la Sarasvatì aceresfce con la virtù magica 
riposta nelle sue acque vigore agli uomini ed 
agli Dei. La bevanda d'Indra o Indrupana è l'ac- 
qua ravvivatrice della Sarasvatì celeste. Come 
r aurora che si muove ò paragonata nel Rigveda 
ad una bella fanciulla, ad una ballerina coleste, 
così le onde del cielo aurato, e le ondo pluvio 
della nuvola parvero fanciulle saltellanti. La linfa 
diventò ninfa; le onde o acque scorrenti si chia- 
marono naturalmente nel linguaggio vedico apsa- 
rus; ma la parola apsarus può anche interpre- 
tarsi le scorrenti sulle acque; si videro quindi 
nelle nuvole, nelle ondo, delle naiadi che dan- 
zano sulle acque, le quali si ritrovano poi in vario 
aspetto in quasi tutte le tradizioni e credenze 
indo-europee, con aspetto ora benigno, ora fallace 
e sinistro. Le upsare sono le ninfe; ma presso 
la nuvola femmina, fu supposta la nuvola ma- 
schio; presso la nuvola danzante una nuvola to- 
nante, presso una ballerina celeste, un musico 
celeste, presso Vapsdra un gandharva (un cen- 
tauro), parola che secondo, 1' etimologia, sembra 



Mitologia comparata. 



significare quello che va ne' profumi, come Ya- 
psara quella che scorre sulle acque. I gand- 
harvas, specie di angioli vedici, ma più materiali, 
discendono talora sopra la terra a tentare le 
figlie de' mortali, onde il poeta deWAtharvaveda 
ne muove loro lamento: « Fattosi bello alla vista, 
il gandharva segue la donna; noi lo allontaniamo 
di qua con la sacra formola potente : Vostre spose 
sono le apsare, o gandharvi, voi siete gli sposi 
essendo voi immortali, non dovete andar dietro 
a donne mortali. » Così talora nelle nostre leg- 
gende popolari, reminiscenze dell' antica prima 
leggenda degli amori degli angioli con le figlie 
della terra, il diavolo appare talora in forma di 
bel giovine per sedurre le inesperte fanciulle. La 
leggenda di Fausto e Margherita è la forma piìi 
popolare dell'antico mito, li gandharva piglia già 
nella stessa tradizione indiana forma demoniaca; 
egli guarda le fonti miracolose , attraendo ad 
esse tutti gli incauti ignari del segreto, e fa so- 
pra di ossi quello che l'orco e il drago e le si- 
rene perturbatrici della mente (manomuhas o che 
fanno impazzare) sono pure chiamate la apsaras 
neWAtharvaveda delle tradizioni occidentali, po- 
tenti nelle acque e gelosi custodi del loro tesoro, 
che è per lo più l'acqua della forza, l'acqua della 
vita. Nel Rdmuyana, il gandharva tiene pure 
l'erba che deve risanare gli eroi mortalmente fe- 
riti, e richiamarlo in vita. Soma il re delle erbe 
e dello acque è pure chiamato re de' gandharvi; 
ora Soma identificandosi pure spesso con la luna, 
in questa qualità, noi possiamo immaginare che 
le ninfe e i musici ctdesti non siansi sempre rap- 



L' acqua. 83 

presentati dalle nuvole e nelle aurore, ma talora 
anche dalla luna e dalle stelle; se il cielo not- 
turno è un mare, la luna e le stelle sono le si- 
rene di quel mare ; esse attirano con la loro bel- 
lezza il sole navigante vespertino a muovere in- 
contro ad esse; e così l'eroe solare allettato dalla 
loro bellezza, si perde, U apsarà o ninfa è chia- 
mata ora nuvolosa e lampeggiante, ora stellata. 
Le ninfe stelle risplendono. Ora notate a quale 
mito die occasione un equivoco del linguaggio. 
La stessa radice div, nella lingua indiana, signi- 
fica brillare e giuocare (in latino abbiamo pure 
jucundus presso jociis) ; le stelle brillanti appar- 
vero stelle giuocanti. Quindi l'appellativo vedico 
dato alle apsaràs ossia alle ninfe di aksgakdmds 
umiche dei dadi; quindi pure neWAtharvaveda, 
il gandharva che ha, dicesi^ la pelle color del 
sole, ossia aureo e brillante, e la ninfa od apsard 
sono insieme invocati perchè proteggano il giuoco 
de' dadi. Le acque e le apsare sono del pari in- 
vocate, nel Rigveda, per ottenere un figlio che 
liberi il padre dei debiti, che possa vincere nel 
giuoco il suo avversario, per riparare ai debiti 
fatti dal giuocatore coi dadi. 

Che cosa significa questo curioso indovinello 
vedico? Vi ho detto dell'equivoco nato sulla pa- 
rola div che significa brillare e giuocare. I raggi 
solari che splendono sembrano fare un giuoco di 
luce, e furono paragonati a dadi luminosi gittati; 
il sole ogni sera giuoca in cielo co' suoi raggi ossia 
co' suoi dadi, come il re Naia, personaggio mitico 
anch'esso, una gran partita, e la perde, e fa de- 
biti; s'invocano allora la luna o le stelle luminose, 

DS GUBXR.NATIS. 3 



Mitologia comparata. 



s'invoca l'alba luminosa perchè giuochino per l'e- 
roe solare che ha perduto, ossia perchè, come dice 
Y Atharvaveda, ungano al giuocatore le mani di 
burro, affinchè i dadi possano meglio scivolare, 
perch'egli possa vincere. Uapsard detta jmya- 
svaii ossia lattifera, che sembra qui specialmente 
rappresentare l'alba mattutina, viene chiamata 
essa stessa sadhudevini, parola equivoca, che 
potè significare ben risplendente e bene giuo- 
canie; essa danza coi dadi; coi dadi accumula 
ricchezze, delle quali viene poi l'aurora a farsi 
dispensatrice ai mortali. L'apsarà lattifera o Payas- 
vati e l'apsarà ondosa o Sarasvati si confondono; 
quindi leggiamo pure che la ninfa Sarasvati, la 
quale, come aurora, prende nome di Duhitar 
divas figlia del cielo, libera dai debiti il padre 
Divoddsa, propriamente il devoto, il servo del 
cielo, un appellativo dell'eroe solare mattutino, 
Como si chiamava una volta il padre di questo 
Divoddsa? Come si chiamò di poi quando l'aurora 
giuocava per amor di suo figlio? Una volta, è 
detto, il suo nome era Bahvagva ossia, avente 
molti cavalli; poi si chiamò vadhryaQva ossia il 
privo di cavalli. Dunque al giuoco egli perdette 
specialmente i suoi cavalli. Ora io richiamo la 
vostra attenzione ad un motivo assai popolare 
nella tradizione indo europea. Quando l'eroe delle 
novelline popolari è caduto in disgrazia, per lo 
più. Io vediamo diventar pecoraio, guardiano di 
armenti, stalliere del re (il re Naia, dopo avere 
perduto il regno al giuoco de' dadi, lo riguadagna 
come auriga; la leggenda di Naia parmi congiun- 
gorsi strettamente coimito vedico dì Divoddsa); 



L'acqua. 35 

per lo più questo stalliere ha la fortuna di toc- 
care il cuore della bella figlia del re, la quale 
conoscendo i segreti paterni, giuoca per lui e lo 
aiuta a far fortuna: la novellina termina spesso con 
le nozze dello stalliere con la figlia del re. Voi ri- 
cordate pure che Ercole spazza le stalle di Augias. 
Ora voi avete potuto dai mito vedieo trasparen- 
tissirao intendere qual è il significato originario 
mitico della nostra umile novellina popolare, e 
riuscirete, almeno per questo esempio, a sentire 
una parte di quella attrattiva che possono avere 
per noi la ricerca delle novelline e lo studio della 
mitologia comparata. Ma, poiché un fiore ed una 
rondine non fanno, come si dice, primavera, e un 
solo esempio potrebbe non bastare a convincervi, 
avendovi poco innanzi rammentato il nome di 
Lohengrin, e richiamata la sua leggenda ad un 
antico mito indo-europeo, debbo aggiungervi che 
essa appartiene pure al gran ciclo delle favole e 
leggende, delle quali la forma più luminosa e più 
poetica è rappresentata dal duplice mito ellenico 
di Apollo Dafne, d'Amore e Psiche, la forma 
più popolare dalla novellina francese La belle et 
la bète, la forma più antica dal mito vedieo degli 
amori dell'eroe tonante divino Purùravas con la 
ninfa od apsara Urvàcì. In un inno vedieo a 
UrvdQi, propriamente la larga che s'avanza, una 
specie di Pr'iihwt celeste, dice di so medesima: 
« io arrivai come la prima delle aurore. » Nello 
stesso inno, lo sposo di lei, quando essa gli 
sfugge, la chiama aurora e donna crudele; essa 
lo consola promettendogli un figlio di nome Va- 
8Ì8hta, cioè il luminosissimo; per merito del figlio,. 



36 Mitologia comparata. 

anche Purùravas può salire al cielo. Il mito è 
-evidentemente solare. Appena il sole si lascia 
vedere, l'aurora scompare; ma il sole può di poi 
salire al cielo. Così Apollo insegue Dafne: Dafne 
scompare in una pianta d'alloro; Apollo trionfa 
nel cielo. Nel Rigveda il mito accenna già a di- 
venir leggenda; nel (Jataphaia Brahmana ab- 
biamo già una leggenda intiera, la quale suona 
così: « Una apsarà o ninfa celeste chiamata Ur- 
vàQÌ amò l'eroe Purùravas figlio d'Ida, e, trovan- 
dolo, gli disse: « Abbracciami tre volte al giorno, 
ma non mai contro il mio volere, e ch'io non ti 
vegga mai senza le tue vesti reali. » Così ella 
visse a lungo con lui. Allora i suoi primi amici 
celesti, i gandharvàs dissero: « Quella nostra Ur- 
vaci da lungo tempo rimane fra i mortali; faccia- 
mola tornare. Dove Urvàpì e Purùravas abitavano, 
vi era pure una pecora con due agnelli. I gan- 
dharvi ne rapirono uno. » Allora Urvàgl disse: 
« essi mi pigliano ciò che mi è più caro, come 
se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un 
uomo. » I gandharvi rapirono anche il secondo 
agnello, ed essa ne fece ancora rimprovero allo 
sposo. Allora Purùravas guardò e disse: «Come 
mai il luogo ove io abito può esser privo d'un 
eroe o d'un uomo? » E per non perdere tempo 
nel cercare i propri abiti, si levò com'era. Allora 
i gandharvi fecero splendere un raggio, e per 
quel raggio, come se fosse di giorno, Urvàgì vide 
suo marito senza le vesti regaH. Allora essa 
scomparve; « ritornerò » disse, ed andò via. Al- 
lora egli pianse l'amica perduta e si ritrasse presso 
il Kurukshetra. Trovasi colà un lago chiamato 



V acqua. ' 37 

Anyatahplaksha pieno di ninfe, e mentre il re 
passeggiava sopra la sue rive, le ninfe scherza- 
vano nell'acqua in forma d'uccelli, certamente 
cigni (i quali in parecchie novelline li vediamo 
portar via le vesti dell'eroe o della eroina, o in 
altre molte portar via lo stesso eroe o la stessa 
eroina; i cigni negli inni vedici trasportano pure 
il carro solare). Allora ITrvà^ì scorse il re, e 
disse: « Ecco l'uomo con cui ho abitato per tanto 
tempo.» Dissero allora le compagne: «Mostria- 
moci ad esso. » Urvàpì consentì e le ninfe si ma- 
nifestarono. Allora il re le riconobbe e disse: 
« Oh sposa! resta, crudele; parliamo un poco. I 
nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non 
ci porteranno più tardi fortuna. » Essa gli rispose: 
A che parlarmi? Io sono arrivata come per la 
prima delle aurore. Purùravas, ritorna nella tua 
dimora, lo sono come il vento difficile ad essere 
raggiunta. » — « Se è così, rispos'egli dolorosa- 
mente, se è così, il tuo primo amico cada ora per 
non ridestarsi più; se ne vada egli lontano, lon- 
tano; cada egli come corpo morto; gli avidi lupi 
vengano a divorarlo. » Essa gli rispose : « Pu- 
rùravas, non morire, non cadere, non ti divorino 
i lupi... » La ninfa celeste alfine s'intenerì e sog- 
giunse: t Torna da me l'ultima notte dell'anno. » 
L'ultima notte dell'anno egli si recò alle auree 
sedi, e quando vi fu salito, i gandharvi gli man- 
darono la ninfa Urvàpì. Allora essa disse: ti 
gandharvi ti permettono di esprimere un voto 
ch'essi soddisferanno; eleggi. » Purùravas allora: 
«Eleggi tu per me. » Ed ella: t Allora dirai ai 
gandharvi: permettetemi di essere uno di voi. » 



Mitoìogia comparata. 



Il giorno dopo, per tempo, ì g-andharvi gli accor- 
darono un dono; ma quando egli ebbe detto: 
« Possa io diventare uno di voi », essi risposero: 
« Il fuoco sacrificale, per grafia del quale l'uomo 
potrebbe diventare uno di noi, non è ancora noto 
all'uomo. » Allora essi iniziarono Purùravas ai 
misteri del fuoco sacrificale; quando egli ebbe 
compiuto il sacrificio, divenne uno dei gandharvi. » 
Ed ecco, in qual modo un mito si concatena con 
un altro. Noi abbiamo qui già la nozione d'una 
pena inflitta per aver rivelato ciò che doveva 
rimaner nascosto; e si accenna pure, nel fine 
della leggenda, al fuoco, del quale conoscendo 
il segreto, l'eroe Purùravas diventerà un immor- 
tale. Questo primo mortale, che conosce il mi- 
stero del fuoco nel mito, indiano, non vi suscita 
egli già prontamente al pensiero l'immagine di 
quello stupendo ellenico Prometeo rapitore del 
fuoco agli Deif I vedici gandharvi, che emergono 
dalle acque celesti, insegnano il mistero del fuoco 
a Purùravas. Vedremo nella prossima conferenza, 
come, secondo i poeti vedici, il fuoco sia nato 
dalle acque e quali altre relazioni coi miti indiani 
abbia il mirabile mito ellenico sull'origine del 
fuoco. Ora, se nelle acque, ossia nell'elemento 
meno combustibile la fantasia popolare suppose 
pure che siasi acceso il fuoco, qual meraviglia 
che essa abbia veduto in esse naufragarsi e sal- 
varsi eroi solari, generarsi gli Dei con l'ambrosia 
che li fa immortali, animarsi gran parte di quel 
mondo fantastico che diede vita alla prima poesia 
popolare ed alle prime epopee? Qual meraviglia 
che noi contempliamo ora l'oceano celeste altri- 



L'acqua. 39 

menti dà quello che apparirebbe ad un pilota o 
ad un idrografo, se potessero immaginarsi il cielo 
stellato, il cielo lucente, il cielo pluvio come un 
vero oceano? Ma un tale oceano può essere per- 
corso soltanto dalla navicella alata della nostra 
fantasia; chi n'è privo, e chi nella storia del 
pensiero umano non sa attribuir nessuna parte 
alla fantasia, rimanga in terra. La mitologia fu 
tutto un giuoco fantastico; ma anche la fantasia 
ha le sue leggi; e a scoprirle occorre un po' di 
poesia. Spiegando poi la mitologia; ritroviamo* 
pure l'origine di alcuni dommi religiosi, l'essenza 
dei quali è ora tutta pura, ideale, divina, ma che 
hanno» essi pure, talora, un primo fondamento 
mitologico. Nella prima creazione cosmogonica, 
quando dal caos si svolge la luce, secondo il 
concetto indiano, sopra le acque cosmiche corse 
il vento creatore. Così la Bibbia narra che lo 
spirito di Dio, nel principio delle cose, era por- 
tato sopra le acque. Ma il Caos, come una gran 
nuvola acquosa, tenebrosa, in cui soffia il vento, 
fa pur sentire il fischio di quel vento, lo strepito 
dell'onde agitate e commosse, il tono della tem- 
pesta che fa ribollire le acque, produrre la bianca 
schiuma, l'ambrosia, onde nascono tutte le cose, 
onde nasce la madre Afrodite agitata da Eros, 
l'amore, come il vento cosmogonico vedico è 
agitato da Kàma, il desiderio e famore. Nel prin- 
cipio delle cose vi erano dunque le acque, il 
vento, la tempesta caotica; la nuvola cosmogo- 
nica era un Sarasvati, ossia una gran madre 
acquosa. Ma la parola Sarasvati, secondo la eti- 
mologi;), vale la fluida-, l'acqua è la fluida per 



40 Mitologia comparata. 



eccellenza; la luce è ancora fluidissima, ma la 
proprietà d'esser fluida fu pure data alla parola; 
e Saraavati^ la dea delle acque, diventò pure 
nell'India una dea della parola, una dea della 
musica, del linguag-gio; anzi nella leggenda ve- 
dica a Sarasvatì si dà il nome di Vàc ossia Pa- 
rola e si rappresenta questa Vac' come una per- 
sona viva, prima creatrice de' viventi. Non vi 
pare mirabile la corrispondenza fra questa nozione 
vedica della Parola creatrice e la variante del 
concetto biblico dello spirito di Dio che passeggia 
sulle acque sostituito da quell'altro: « In principio 
era il Verbo o il Logos? La parola è soffio, è 
spirito, è vento che suona; onde si comprende 
come, senza contraddizione, presso l'inno vedico 
che diceva: in principio era il vento, sia venuta 
la leggenda vedica a soggiungere: in principio 
era la parola; che, dopo il versetto bibhco: « Lo 
spirito di Dio si muoveva sulle acque » si ag- 
giunga subito: «Dio disse: Sia fatta la luce, e 
la luce fu fatta. » Lo spirito di Dio che parla 
crea. La parola è luce; il silenzio tenebra. L'idea 
teologica della parola creatrice di Dio, si fonda 
sopra una nozione naturale che diede occasione 
ad un mito cosmogonico. Ma la evoluzione del 
mito cosmogonico rivela a noi un altro grande 
e stupendo e poetico mistero religioso. L'acqua 
che appare principale elemento di creazione, nella 
cosmogonia biblica, come nella indiana, nella 
leggenda del diluvio ritorna come acqua lustrale, 
che purga il mondo, che lo lava, e da cui emerge 
un nuovo uomo puro, pio, virtuoso, Noè nella 
tradizione biblica, Manu nella indiana, Deucalione 



L'acqua. 41 

e Prometeo nella greca; l'acqua cosmogonica, 
l'acqua generatrice, diventa, nella leggenda del 
diluvio, un'acqua rigeneratrice, un'acqua lustrale. 
Le lustrazioni con l'acqua divennero quindi po- 
polari a quasi tutta l'antichità. Sopra questa cre- 
denza antichissima si fonda puro lo splendido 
rito cristiano del battesimo. Come l'indiano fa- 
ceva da tempo antichissimo abluzioni nei suoi 
sacri fiumi, nei suoi sacri stagni, sperando mon- 
darsi da tutte le colpe, così apparve in Giudea 
Giovanni il battezzatore che dovea nelle onde 
del sacro Giordano battezzare il figlio di Dio 
fondatore della rehgione cristiana. L'antico culto 
dell'acqua trovò una nuova e più splendida e più 
spirituale coQsecrazione nel Cristianesimo. L'acqua 
del Battesimo non deve ora più dar vigore alle 
membra del fanciullo, ma mondarlo dal peccato 
originale, pel quale egli è mortale, ed assicurargli 
la sua parte d'immortalità. L'acqua diventò non 
solo la purificatrice de' corpi, ma molto più quella 
delle anime. Chi riceve il Battesimo e intende il 
senso riposto del sacramento, si purifica e diventa 
degno di salir poi al Regno immortale de' Beati. 
Il rito cristiano non solo non contraddice all'an- 
tico mito delle acque generatrici e rigeneratrici, 
all'antico culto delle acque lustrali, ma lo purifica, 
lo idealeggia, ne fa una nuova credenza più spi- 
rituale. Negli antichi monumenti cristiani tro- 
vansi perciò spesso rappresentati i seguenti sog- 
getti: Adamo e la creazione, l'Arca di Noè, Giona, 
Arione ed il delfino; sono tutte rappresentazioni 
nelle quali si vide, senza dubbio, dai primi artisti 
cristiani ed agiografi una grande affinità con la 



42 Milologia comparata. 

vita di Gresil Cristo, che passeggia sulle acque, 
che prende per suoi discepoli semplici pescatori, 
che fonda la sua religione sopra il sacramento 
del battesimo. Nei più antichi anelli cristiani il 
{salvatore appare pure in forma di un delfino con 
un'ancora, simbolo della speranza, della salute, 
ossia della speranza di campare l'uomo dal nau- 
fragio spirituale. L'abate Martigny ricorda, nel 
«uo Dizionario delle antichità cristiane, un ge- 
roglifo battesimale cristiano, nel quale appare un 
fanciullo seduto sopra un pesce. E il vescovo 
Orientius, nel quinto secolo dell'era volgare, scri- 
veva: Piscis natus aquis aucior baptismatis ipse 
est (Il pesce nato nelle acque è lo stesso autore 
del battesimo). Tertulliano paragona i Cristiani 
a pesciolini, poiché nascono nell'acqua come il 
pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come il 
pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non 
vi può essere pel cristiano fuori dell'acqua bat- 
tesimale. Da questi e simili esempi chiarissimi 
appare evidente che la magnifica allegoria morale 
cristiana del battesimo rigeneratore si svolse sopra 
antiche nozioni mitologiche, le quali alla loro 
volta si fondavano sopra l'osservazione poetica 
-de' fenomeni naturali più singolari. Dai miti si 
ascende talora ai dommi, dalla mitologia alla re- 
ligione, per quel bisogno continuo di una supe- 
riore idealità che tenta ai voli più sublimi l'intel- 
letto dell'uomo. La base di ogni gran monumento 
religioso è per lo più una mitologia; sulla sua 
vetta siede splendida e serena la teologia; ma 
salire dall'una all'altra non è da tutti; la mito- 
logia è una umile creazione spontanea; la teologia. 



L'acqua: 43 

un'alta creazione riflessa; il domma dell'acqua 
battesimale, se fosse inteso come dovrebbe, ossia 
se ogni cristiano sapesse qual benefìcio gli può 
venire dalla purità, di cui l'acqua battesimale è 
simbolo, s'accosterebbe più bramoso a quell'onda 
vivificatrice, a quell'ambrosia divina, per la quale 
s'acquista veramente la virtù e la dignità di go- 
dere la vista delle cose divine. Anche il nostro 
maggior poeta, prima di lasciare il Purgatorio, 
guidato da Matelda all'acqua sacra di Eunoè, vi 
si disseta ed attinge in essa il vigore e il can- 
dore necessario per salire al Paradiso: 

Io ritornai dalia santissim'onda 

Rifatto sì, come piante novelle 

Rinnovellate di novella fronda, 
Puro, e disposto a salire alle stelle. 



LETTURA TERZA. 
IL FUOCO 



I tre principi generatori del mondo, i tre ele- 
menti primordiali vuoisi che siano stati l'aria 
(ossia il vento), l'acqua, il fuoco. Ma la sede ori- 
ginaria del fuoco, dell'acqua, dell'aria cosmica, la 
sede unica, la sede comune, universale è sempre 
il cielo, principio e causa di tutte le cose. Noi 
rammentammo già l'aria e l'acqua cosmica. Ora 
vedremo come siasi spiegata nel mito l'origine 
del fuoco. 

Nel quinto inno del decimo libro del Rigveda 
si dice che da principio Agni, ossia il fuoco, era 
e non esisteva ancora. Col che s'intende ch'egli 
stava in germe nel seno delle cose; nel vedere 
sprigionarsi il fuoco ora da una rofccia, ora dal 
legno, ora da una nuvola; nel vedere, senza che 
alcuno le accenda, brillare in cielo il sole, la luna, 
le stelle, fu detto che il fuoco, che il Dio del 
Fuoco ossia Agni, primo nato nell'età primordiale, 
si generò da so stesso, apodo ed acefalo (apdd 
aQÌrsha lo chiama il Rigveda). Vedendo poi come 
i fabbri sulla terra, battendo il ferro, ne mandano 



// fuoco. 45 

in aria vive scintille, gli Indiani immaginarono 
pure il cielo come una gran fucina ove il fabbro 
divino Tvashtar suscita continuamente il fuoco 
e somministra specialmente le armi ai combat- 
tenti nella gran battaglia titanica, nella quale gli 
Asuràs demoniaci cercano impadronirsi della sede 
dell'ambrosia, dell'Olimpo vedico, onde Indra li 
fulmina, come Giove, nella Titanomachia, atterra 
i giganti. Ma Tvashtar, come Hefesto, come Vul- 
cano, è un nume informe, mostruoso, mobile, che 
muta continuamente d'aspetto, e sfugge alla no- 
stra analisi. La sua persona non è vivace e ben 
determinata, oscura quasi ed impersonale, come 
il genio del nume creatore che si muove nel 
caos. Nel dire pertanto che il Dio Agni, ossia il 
fuoco, era figlio di Tvashtar ossia del fabbro di- 
vino, la cui curiosità del popolo che cantava gli 
inni vedici non poteva rimaner soddisfatta. Si 
cercarono pertanto altre cagioni all'origine del 
fuoco. Si vide, per un esempio, come, sulla terra, 
picchiando una pietra contro l'altra si sprigio- 
nava talora il fuoco; allora paragonandosi ora il 
cielo, ora la nuvola ad un gran monte, ad una 
gran roccia, ad una gran pietra, vedendosi come 
nasce in cielo la luce, come si muovono i lampi, 
si immaginò che due pietre, probabilmente la 
pietra luminosa {Dyaus) e la pietra larga [Pr'iihivi] 
picchiandosi, per opera del Dio Indra, produces- 
sero il fuoco. L'inno primo del secondo libro del 
Rigveda canta in vero, che Indra generò il fuoco 
fra due pietre o rocce. Nel vero, in quanto il Dio 
Indra non sia il precursore di Brahman creatore 
del mondo, il signore del cielo, ma il nume to- 



46 Mitologia comparata. 

Dante e falminante, si immaginò che ladra facesse 
scoppiare il fuoco, ossia il fulmine, muovendo una 
montagna contro l'altra, ossia una nuvola contro 
un'altra nuvola. 

Il fuoco nasce in modo diverso, onde pure il 
nome di Bhurig'' anma, di molti nascimenti, dato 
nel Rigveda al Dio Agni. Agni si chiama pure» 
nello stesso Rigveda, viQvarupa ossia onniforme, 
per la sua gran capacità di mutar forma. In un 
dotto libro recentissimo del dottor Schwartz (uno 
degli illustri fondatori della mitologia comparata) 
sopra le nuvole, il vento, il fulmine ed il tuono, 
noi troviamo descritta una trentina di forme di- 
verse con lo quali nella mitologia popolare, venne 
raffigurato il fulmine che le nuvole acquose fe- 
condano. 

Fulmina gignier e crassis alteque putandum est 
Nubibus exstructis 

cantava Lucrezio, onde noi ci spieghiamo ancora 
ad evidenza come gli inni vedici celebrassero il 
fuoco, il Dio Agni qual nato nelle acque, qual 
figlio delle acquo. Figurato del resto tutto il cielo 
come un mare ondoso, poiché da quelle onde 
emergono tutti gli astri celesti e le aurore mat- 
tutina e vespertina, era naturale il supporre che 
quelle acque celesti potessero alimentare il fuoco, 
che gli Dei vedici andassero a cercare il iuooo 
nascosto nelle acque, il che vai quanto dire che 
essi uscirono dalle acque, poiché il fuoco, il Dio 
Agni si identifica con quasi tutti gli Dei, che 
partecipano della sua natura luminosa, infuocata. 
Secondo la leggenda vedica, Agni si nasconde 



Il fuoco. 47 

per timore di venire ucciso come i suoi fratelli 
maggiori che erano morii prima di lui. Questo 
mito vuol dire che l'eroe solare per non morire 
si nasconde, si salva per mezzo delle acquo; con- 
dannato a perire in un pozzo, a naufragare in un 
fiume, in un mare, in un diluvio, le acque sono 
per esso liberatrici, salvatrici, anzi che cagione 
della sua rovina. 

A questo mito di Agni, ossia del piccolo eroe 
solare che si nasconde nelle acque e si salva mi- 
racolosamente da' suoi persecutori, si congiunge 
un'altra nozione, parimenti vedica, del fanciullo 
Agni parricida. 

11 parricidio è cosa mostruosa e si condanna 
la mitologia perchè quasi lo celebra, o lo giusti- 
fica. Ma, se il mito si dichiara, ogni carattere 
mostruoso scompare. Abbiamo già veduto che il 
mondo apparve generato dal cielo, ossia da Dyaus 
il luminoso che fecondò Pr'ithivì la larga volta 
celeste. Si paragonarono dunque il Dyaus e la 
Pr'ithivì a que' due legni, alle due aranì, le quali 
confregandosi l'una contro l'altra, generavano 
nell'età vedica il fuoco sopra la terra; un legno è 
superiore, l'altro inferiore ; il fuoco giace ne' due 
legni. Immaginati i due legni, e quindi pure lo 
due arani celesti, come padre e madre del fuoco, 
poiché il fuoco che si sprigiona dal legno, lo con- 
suma, era naturale la rappresentazione del piccolo 
Agni ossia del fuoco come un figlio parricida e 
matricida. Onde il poeta vedico stesso inorridisce 
a tanto delitto, ed esclama nell'inno settantauo- 
vesimo del decimo libro dal Rigveda : « Dyaus 
Pr'ithivì, questa verità io dico a voi; appéna 



48 Mitologia comparala. 

nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti. » 
Così il sole invade co' suoi raggi tutto il cielo; 
così Indra tonante e pluvio occupa tutto il cielo, 
spodestando suo padre l'antico Dyaus rappresen- 
tato nel Rigveda come il figlio della vedova Aditi, 
ossia come un parricida. Go-sì lo Zeus pluvio e 
,tonante abbatte nella mitologia ellenica il primo 
Zeus Uranio. Agni il nipote, il figlio delle acque, 
dell'oceano notturno, quando vien fuori al mat- 
tino, in forma d'aurora, o di giovine sole, distrugge 
la materna notte, l'oceano luminoso o tenebroso 
notturno, salvandosi egli stesso dalle acque, ossia 
dalla persecuzione del padre o zio o suocero cru- 
dele dalla strega, dalla crudel matrigna. Come 
il fanciullo Agni, dopo essersi salvato dalle acque, 
diviene parricida, così l'eroe delle leggende epi- 
che, e l'eroe delle novelline popolari, che lo 
continua, viene esposto nelle acque, condannato 
a perire e si salva miracolosamente ed uccide il 
suo persecutore, si chiami Kr'ishna o Karna nel- 
l'India^ Ciro in Persia, Paride, Edipo in Grecia, 
Romolo a Roma, Mosè nella leggenda giudaica; 
poiché, secondo questa leggenda, Mosè viene 
esposto nelle acque del Nilo, e salvato dalla figlia 
di quel Faraone che, per cagione di Mosè, dovrà 
perire. 

Il mito del fuoco diede poi occasione alla più 
splendida, più grandiosa, più tragica forse delle 
fantasie umane, ossia alla grande leggenda elle- 
nica di Prometeo, della quale il prof. Kuhn ha, 
con mirabile sagacia, rintracciato ne' miti vedici 
le più remoto origini. 

Uno dei nomi vedici del fuoco od Agni, come 



Il fuoco, 49 

del vento, è Mutarigvan propriamente quello che 
si muove nellWan* inferiore, nella Pr'ithivì, nel- 
l'Aditi celeste, nella vòlta del cielo, e, in quanto 
questa sia tenebrosa o nuvolosa, nella tenebra 
nella nuvola. La leggenda vedica narra che il 
fuoco essendo scomparso, Màtarigvan lo riportò ai 
Bhr'igu, un'antica stirpe sacerdotale, od a Manu^ 
che figura poi come il primo de' mortali, ma che 
personificò in origine l'astro lunare. Una variante 
di questo mito dice ora che i Bhr'igu stessi, ora 
che gli Angirasi, o Atharvan, rintracciarono il 
fuoco nella caverna ove s'era nascosto. Ora i 
Bhr'igu, gli Angirasi, Atharvan appaiono tutti 
come Màtarigvan figure parziali, attributi, com- 
pagni di Agni il fuoco, il Dio del fuoco, che di- 
cemmo già personificarsi in tutti i corpi luminosi 
celesti, ma specialmente nei sole e nel fulmine; 
essi sono dunque particolarmente raggi solari, o 
lampi. Il prof. Kuhn riconobbe anche etimologi- 
camente nei Bhr'igu i fulgenti, ì flagranti; avvi- 
cinò qui naturalmente, come rifulgenti per eccel- 
lenza, le folgori e il tedesco blitz. Secondo il 
Kuhn i Bhr'igu che apportano il fuoco sulla terra 
non sarebbero dunque altro che i fulmini. Ma 
non mi pare tuttavia esclusa la possibilità di di- 
chiarar pure questi esseri luminosi, rifulgenti, 
che ritrovano il fuoco nascosto e lo riconducono 
fuori, come raggi solari, i quali rinnovano nel 
cielo anche più frequentemente e più splendida- 
mente del fulmine questo miracolo. Ora secondo 
una leggenda del Mahdhhdrata, Bhr'igu sarebbe 
nato nel sacrificio di Yaruna (ossia del cielo, che 

Db Gdbernatis. 4 



50 Milologia comparala. 

si compie due volte ai giorno, al mattino e alla 
sera, nell'aurora mattutina e nell'aurora vesper- 
tina rappresentate entrambe come una forma 
di saeriflcio celeste, di sacriflcio in onore del 
cielo), dal Dio Brahman Svayarabhu, ossia dal 
cielo stesso. Da Bhr'igu nasce G'yavana, il ca- 
duto dal cielo, che ha un figlio di nome Pramali, 
propriamente la previdenza, nome frequente dato 
nei Vedi al Dio Agni, al Dio del fuoco che )'i- 
sponde idealmente al Prometeo ellenico, col quale, 
a malgrado dell'apparente analogia delle due 
parole, non ha tuttavia alcuna relazione diretta, 
se non in quanto vi può essere come vi è, senza 
dubbio, parentela tra la radice man pensare, onde 
provengono le voci indiane mali e manas, e l'el- 
lenico menos ed il latino mens; onde si può bene 
avvicinare al pramantha vedico agitante, Pra- 
mali che prevede, come il Prometeo che agita il 
fuoco ad un Prometeo che prevede. 

Una variante della leggenda mitica di Bhr'igu 
contenuta nel Mahdbhàrata c'insegna eh' Bhr'igu 
nacque dal cuore di Brahman il quale s'aperse 
(intendasi dal centro del cielo), che suo figlio si 
chiamò Kavi e il figlio del figlio, (Jukra, propria- 
mente il luminoso, uno de' nomi dati al sole, ma 
poi specialmente al pianeta Venere e al genio di 
quel pianeta, immaginato dagli Indiani qual mae- 
stro dei demoni, ossia, intendasi quello che ri- 
schiara i demoni, quello che illumina la tenebra 
notturna, la confusione del caos. Il figlio di 
Bhr'igu assume pure, come s'è detto, ne' Vedi il 
nome di C'yavaìia che sposa la figlia di Manu, 
Arusht Sukanyà, la bella fanciulla e per essa 



Il fuoco» 51 

ringiovanisce, corno Tilone nel mito ellenico rin- 
giovanisce per virtù dell'Aurora. Como la Savitrì 
leggendaria, per la sua fedeltà, fa rivivere lo 
sposo, così nel mito vedico la bella Aurora, la 
bella sposa di C'yavana fa ringiovanire il proprio 
sposo raccomandandosi agli Alvini suoi protet- 
tori ed amici, i quali fanno attraversare a C'ya- 
vana l'acqua dalla quale si risorge con l'età che 
si può desiderare. Quest'acqua noi sappiamo pur 
troppo che non esiste sulla terra, quando non 
sia l'acqua lustrale e battesimale, alla quale si 
attribuì la virtù di purificar l'uomo per la vita 
eterna, ma, come abbiamo già veduto, quest'acqua 
miracolosa fu veramente immaginata e creduta 
esìstere nel cielo, ossia netl' oceano celeste, nel 
quale ogni sera cade il vecchio sole moribondo 
e dalla quale ogni mattino risorge, fiorente di 
gioventù bellezza, un sole novello. Il prof. Kuhn 
vide specialmente in C'yavana figlio di Bhr'igu 
una forma del fulmine, in Sukanyà la dea dello 
nuvole. Il fenomeno che presenta il cielo nuvo- 
loso è analogo a quello che presenta il cielo te- 
nebroso; quindi lo stesso mito può convenire al 
solo che si sprigiona dalla tenebra notturna e al 
fulmine che si sprigiona dalla nuvola. La confu- 
sione che nacque tra questi due fenomeni celesti 
contribuì a fare più ricca la leggenda di Bhr'igu 
di C'yavana nell'India, come pure quella di 
Prometeo, che ora personifica il solo rivelatore 
della luce agli uomini, ora il fulmine che porta 
sulla terra il fuoco celeste. Noi non comprende- 
remo dunque mai intieramente tutto il mito di 
Prometeo, se non terremo conto della duplice 



52 Mitologia comparata. 

origine e sede del mito, delle due correnti mitiche 
le quali concorsero a formarlo. 

Nella leggenda cosmogonica indiana si fìnse 
che l'ambrosia celeste fosse nata agitando nell'o- 
ceano celeste un gran monte, cui Dei e serpenti 
facevano muovere con un gran serpente avvolto 
a guisa di fune intorno al Monte Mandara, o 
Manthara, parola che vale propriamente l'agita- 
tore. Questo concetto mostruoso, colossale della 
creazione del mondo, ossia dell'ambrosia, prin- 
cipio della vita universale, era stato inspirato 
agli Indiani dal vedere in qual modo sulla terra 
si faceva il burro, cioè facendo girare un bastone 
entro il latte. In un modo analogo si produceva 
pure il fuoco cioè facendo passare un bastone 
nel buco d'un legno sottoposto ed agitandolo o 
pure fra i buchi di due legni congiunti, che stro- 
picciandosi insieme dovevano accendersi. Anche 
nel cielo si suppose che l'ambrosia ed il fuoco 
si producessero con un simile processo, cioè per 
mezzo di un pramantha, di un bastone colossale, 
agitatore, generatore del liquore ambrosiaco ineb- 
briante e del fuoco vitale, che stavano in germe 
nascosti nella caverna celeste. Il prof. Kuhn di- 
mostrò che la radice indiana manth non signi- 
fica soltanto agitare, ma strappare, levar via; 
onde il pramantha, bastone agitatore del fuoco, 
dovette essere concepito come un bastone rapi- 
tore del fuoco. Nella lingua greca la parola 
manthanó acquisfò la stessa estensione di signi- 
ficato, onde il bastono che accende il fuoco si 
identificò molto facilmente con la ferula che ra- 
pisce il fuoco, e poi divenne la ferula del rapitore 



// fuoco. 53 

del fuoco, la ferula di Prometeo rapitore del fuoco, 
e QQalraente per una personificazione più viva, 
Prometeo stesso, che^ per amor degli uomini, in- 
vola il fuoco agli Dei. 

Il primitivo Zeus Promaniheus o rapitore del 
fuoco che, secondo Licofrone, era venerato dai 
Turii, diventò un Prométheùs o rapitore del fuoco. 
In quanto Indra e Giove accendono il fulmine 
nella nuvola, o il sole sé stesso nella tenebra, 
sono Promanthei; in quanto i fulmini o i raggi 
solari scendono sulla terra sono Prométhei. In 
quanto poi Prometeo, spaccando il cervello di 
Giove, ne fa uscire Minerva, noi, che nella Mi- 
nerva riconosciamo l'aurora celebrata dagli inni 
vedici come la sapiente svegliatrice degli uomini, 
la illuminatrice per eccellenza, abbiamo pure in 
Prometeo una figura del precursore luminoso, di 
un giovine sole che gli inni vedici celebrano 
come ViQvavedas ossia onnivegente, onnisapiente. 
Come tale Prometeo, il previdente, ha un fratello 
Epimeteo che ha la sapienza del poi, l'esperienza 
{Serus lo chiama l'iscrizione d'un sarcofago la- 
tino); se Prometeo rappresenta, in tale aspetto, 
il sole mattutino, anzi il suo precursore, Epime- 
teo ci può raffigurare il sole vespertino. Così 
Hermes, Mercurio, precorre, prenunzia gli Dei; il 
suo caduceo, come il vedico pramantha, come la 
ferula di Prometeo, divide la tenebra, porta la 
luce, suscita il fuoco generatore. Le statue di 
Hermes hanno culto presso gli uomini come di 
buon augurio alla generazione; così Prometeo 
appare non solo quale apportatore del fuoco tra 
gli uomini sopra la sua ferula divina, ma, per 



54 Mitologia comparata. 



virtù di questa stessa ferula, generatore egli stesso 
di uomini. 

Pel furto fatto al cielo da Prometeo, gli Dei 
temono che gli uomini siano per diventar simili 
a loro, poiché hanno acquistato il secreto della 
generazione. Zeus si commove dunque per quel 
furto; nel qual mito abbiamo raffigurato in qual- 
che modo lo stesso concetto che è dichiarato 
nella leggenda biblica del peccato originale, ove 
il serpente medesimo, che riappare nel caduceo 
di Mercurio , che avvolge il Manthara indiano 
agitatore dell'ambrosia, e che si mostra pure nella 
forma serpeggiante del lampo e nel guizzar de' 
primi raggi solari, rivela all'uomo un dono che 
il Nume s' era riservato, cioè la virtù di dive- 
nire, creando, simili a Dio. Adamo è cacciato dal 
paradiso terrestre. Prometeo legato alla rupe, per 
alto castigo o per vendetta del Nume. Deuca- 
lione, il primo uomo scampato dal diluvio elle- 
nico, che dissi già essere una nuova forma della 
legge cosmogonica, appare figlio di Prometeo, 
onde Prometeo ci si mostra veramente come l'A- 
damo ellenico. Così nell'India Bhr'igu, scopritore 
del fuoco, si coogiunge con Yaraa e con Manu, il 
primo de' mortali, il primo uomo, il primo che 
sia disceso all'inferno; Yama diventò anzi poi egli 
stesso Dio dell'inferno, giudice infernale, come 
Manu figurò quale primo legislatore. Col nome 
di Manu fu congiunto quello del re greco Minosse 
capo-stirpe, giudice, legislatore infernale, quello 
di Minyas il re dei Miuii, che furono identificati 
coi Flegei, nel regno de' quali Prometeo crea gli 
uomini, coi Flegei che il prof. Kuhn accostò ai 



// fuoco 58 

vedici Bhr'igu; Flegyas o Fleg'ys sembra pure es- 
sere stato il nome del primo uomo in Grecia, os- 
sia di quel Prometeo che rapì il fuoco generatore 
come il vedico Bhr'igu. Così il primo uomo creato 
in Flegia, la ferula di Prometeo, e Prometeo, che 
sovra di essa porta dal cielo alla terra il fuoco, 
appaiono una triplice forma dello stesso mito el- 
lenico, che trova una perfetta corrispondenza ne' 
miti vedici. In quanto poi il raggio solare, il 
fuoco solare, o il fulmine penetrano l'albero, da 
prima in cielo, poi sulla terra, in quanto si trasse 
dal legno il fuoco, si suppose pure che quel fuoco 
vi fosse disceso dal cielo con virtù generativa, 
onde ebbero principio le numerose credenze indo- 
europee intorno agli uomini generati dal ceppo, 
dal tronco degli alberi, nelle selve, intorno agli 
alberi cosmogonici, antropogonici, de' quali le fe- 
ste scandinave e germaniche intorno all'albero 
natalizio per la nascita di Uesù Bambino, e del 
nuovo sole che nel solstizio d'inverno fa allun- 
gare i giorni, sono ancora una vivace e poetica re- 
miniscenza. Ma io non posso qui in brevi pagine 
esporvi il contenuto di tutto un libro dottissimo 
di Adalberto Kuhn, che tratta, per l'appunto 
delle origini mitiche del fuoco. Mancandovi per 
ora il filo di Arianna per muovere nell'intricato 
labirinto dei miti, io temerei d'affaticare sover- 
chiamente la vostra attenzione citandovi, ad una 
ad una, tutte le immagini mitiche alle quali diede 
occasione il fuoco negli inni vedici, e tutti i mi- 
nuti riscontri che si potrebbero fare a quelle va- 
rie immagini nella serie infinita delle tradizioni 
indo-europee. Credo invece, perchè mi pare che 



56 Mitologia comparata. 

possiamo oramai rimaner persuasi tutti del senso 
raatariale che ebbe in origine il mito greco di 
Prometeo, cosa più istruttiva e più utile contem- 
plare un istante quanta nuova poesia il genio 
perfettamente plastico de' Greci, abbia saputo ca- 
vare da un mito elementare rozzo e grossolano, 
e ammirare una volta più la somma idealità di 
quel popolo d'artisti, che seppe circondare di 
tanto splendore que' stessi numi, i quali presso 
altri popoli erano rimasti umili feticci, o creature 
informi o mal vive. Il greco non può concepire il 
nume altrimenti che mirabile per sovrana bel- 
lezza e maestà. Gli stessi avversari del nume esso 
non può immaginare schifosi e ributtanti, poiché 
il nume deve combattere con un nemico degno 
di sé, che può essere orrendo, ma non umile, né 
troppo ignobile. Se non ne avessimo avuto già 
molti documenti, i recenti scavi fatti pel Museo 
di Berhno nell'acropoli di Pergamo nell'Asia Mi- 
nore, metterebbero in piena luce questa verità. 
Le dette rovine tolte da una grand' ara di Zeus 
rappresentano la titanomachia. I Titani vogliono 
dare la scalata all'Olimpo; tutti gli Dei, coi loro 
animali prediletti prendono parte alla lotta; i gi- 
ganti appaiono, per una creazione fantastica de- 
gna dei poeti indiani, in aspetti diversi; gli uni 
alati, gli altri in forma di guerrieri barbuti, con 
pelli di leone, aventi rocce e tronchi d'albero per 
armi, precisamente come gli eroi del Ràmuyana 
e del Mahdbhdraia; i piedi terminano in forma 
di serpenti, che avvolgono le gambe degli Dei, 
e coi loro denti tentano lacerarle; così Indra, nel 
cielo vedico, nella sua gran battaglia contro i 



Il fuoco. 57 

mostri, intende specialmente ad uccidere il mo- 
stro Witra, il copritore, il mostro Ahi, il ser- 
pente stringitore. Tra gli Dei, Zeus che ha lan- 
ciati con la destra i fulmini, con la sinistra tiene 
l'egida, onde il suo nome di Egioco; Athènè o 
Minerva afferra per le chiome un gigante, in- 
tanto che la Vittoria scende dal cielo per inco- 
ronarla, e la Terra, uscendo dall' abisso, prega 
per i Titani suoi tìgli; ma noi sappiamo ora che 
la Terra generatrice di mostruosi giganti è una 
Terra celeste ; le ombre, le nuvole, ora sono mon- 
tagne che si muovono, ora guerrieri che com- 
battono con macigni; se poi volessimo pure pen- 
sare che la madre de' Titani fosse veramente la 
Terra nostra, i Titani rappresenterebbero pur 
sempre le ombre notturne e le nuvole che si ve- 
dono del pari alzarsi dalla Terra per dare corno 
giganti che crescono la scalata al cielo e ri- 
piombar sulla Terra all'apparir del Sole. Nella 
rappresentazione di Pergamo, si mostra pure, al 
fine della battaglia, Helios il sole sopra un carro 
tirato da quattro cavalli, preceduto dall'Aurora 
che fa da staffetta e si mostra sopra uno stu- 
pendo cavallo. l^QÌY Aitareyahrdhmana si parla di 
una corsa, di una sfida alla corsa fatta nel cielo 
tra gli Dei, la quale sarebbe stala vinta dall'Au- 
rora, la prima che s' affaccia nel cielo orientale. 
Si trovano pure, nella Gigantomachia, rappresen- 
tati Apollo; Diana che cavalca un leone, seguita 
da ninfe che portano stivali da caccia; Bacco ve- 
stito all'orientale, seguito da un piccolo satiro 
che gli fa il verso; Hefesto, Borea, Nettuno se- 
guito da un centauro marino alato. Nella zoolo- 



58 MHolofjìA compara fa. 

già mitologica indo-europea si vede spesso l'eroe 
rappresentato dal suo animale, e come si dice 
nelle novelline russe, dalla sua caccia, che no fa 
le veci, che combatte per esso; anche nella Gì- 
gantomachia si vede il serpente di Minerva av- 
volgere nelle sue spire il gigante che la Dea af- 
ferrò per i capelli; l'aquila di Zeus con uno de' 
suoi artigli sbrana la mascella inferiore di uno 
de' serpenti. Così dovettero prender parte alla 
lotta il molosso di Diana, la pantera di Bacco. In 
questa rappresentazione ellenica l'antica lotta mi- 
tologica fra gli Dei e i Demoni!, fra la luce e la 
tenebra, appare, in somma, nella sua più vivace 
e potente persooificazione. Ora, se come abbiamo 
veduto fin qui, il mito di Prometeo ebbe umile 
e assai materiale principio, a pena nacque il con- 
cetto che questo rapitore del fuoco fosse un ti- 
tano potente, esso prese posto nel gran poema 
della Titanomachia, e in quella lotta apparve un 
vero gigante, un degno avversario di Zeus, quasi 
un altro Zeus. Da questo momento mitico, si di- 
mentica, senza dubbio, ogni parentela di Pro- 
metheus col pramaniha vedico, per vedere sola- 
mente più in lui l'agitatore formidabile di que- 
sto pramaniha^ che vuol togliere a Zeus il suo 
scettro, che vuol strappare il fulmine a Giove, o 
che finisce legato alla rupe per venire straziato 
dall'avvoltoio o dall'aquila, come il serpente della 
Titanomachia viene straziato dall'artiglio dell'a- 
quila di Zeus. A questo punto Prometeo diviene 
un ribelle al nume, e più che all'Adamo biblico 
egli rassomiglia allora al Satana, al Lucifero, che 
nella lotta primeva degli angioli ribelli, venne 



Il fuoc.n. 59 

da Dio precipitato nell'abisso, È a questo punto 
che lo incontra il genio di Eschilo, per farne il 
tipo del ribelle immortale indo-europeo, come 
Satana, Lucifero rimase il gran ribelle semitico, 
ravvivato poi dalla fantasia de' poeti cristiani. E 
come lo ralfigurò il poeta Eschilo rjraase poi quel 
tipo nella fantasia popolare ellenica e nella no- 
stra, assai remoto certamente dal primo tipo ve- 
dico. Rileggiamo dunque insieme il dramma di 
Eschilo. S'apre con un dialogo tra Vulcano e la 
Forza. Vulcano, per ordine di Giove, viene a in- 
chiodare i ceppi che legano Prometeo alla rupe. 
Vulcano sente la pietà; sa che Prometeo è egli 
stesso un Dio cognato, e prova un certo ritegno 
neir obbedire al comando di Giove, tanto più che 
gli è ben noto come non sia ancora neppur nato 
chi porrà un line ai mali del titano punito. Vul- 
cano non ignora che Giove, nuovo tiranno, sarà 
sordo ai lamenti di Prometeo. La Forza, che rap- 
presenta il potere di Giove, rimprovera la sua 
pietà a Vulcano, a Vulcano cui veramente Pro- 
meteo rapì quel fuoco di cui egli doveva più 
d'ogni altro nume mostrarsi custode geloso. Vul- 
cano si scusa, dicendo ch'egli intine sente i vin- 
coli della parentela. Ma la Forza ripete che su- 
premo dovere è obbedire a Giove, il solo degli 
Dei che sia veramente libero, e sollecita Vulcano 
a terminar prestar l'opera sua. Vulcano cede di 
mal animo, gemendo, per i dolori del titano, e, 
spinto sempre dalla Forza, inchioda le mani ed 
i piedi dell'amico degli uomini che dispiacque a 
Giove. Quando egli è tutto fermato indissolubil- 
mente alla rupe, Vulcano e la Forza si allenta- 



60 Mitologia comparata. 

nano, e Prometeo, rimasto solo, incomincia il suo 
lamento. Eg^li si lagna che essendo Dio, riceve 
tal pena e dice il motivo del suo supplizio: « per- 
chè agli uomini feci doni, in queste difficoltà mi- 
seramente mi trovo involto; e perchè presi la 
ferula, furtiva sorgente del fuoco, maestra d'ogni 
arte agli uomini, ed utilissima, taU pene per tali 
delitti sconto stando così legato sotto 1' aperto 
cielo. » Ma pel Greco, ai tempi di Eschilo, la na- 
tura aveva tutta un linguaggio umano. Prometeo 
solo, in mezzo all'orrore delle rupi scitiche, 
ascolta le voci della natura, che fanno coro pie- 
toso al suo gran dolore. Ad un primo strepito 
d'ali, Prometeo teme già che s'accostino i ne- 
fasti avoltoi per lacerargli le carni; ma sono in- 
vece le pie ninfe oceanine, volate a lui sopra un 
carro alato, per consolarlo. Esse hanno una viva 
simpatia pel titano castigato, e con due versi che 
tradiscono un intendimento non solo satirico, ma 
politico, deplorano che t nuovi governanti occu- 
pino ora l'Olimpo, e che Giove iniquamente im- 
peri con nuovi decreti ». Le ninfe oceanine son 
donne, ed ogni donna gentile sente naturalmente 
la pietà per gl'infelici oppressi, l'odio per gli 
oppressori; le ninfe oceanine, odiano il nuovo 
Giove: « (Jual è, domandano esse, tra gli Dei 
quello che abbia cuore così duro da trovar si- 
mili cose gioconde? Quale può non compatire a' 
tuoi mali, se si tolga Giove, che ne' suoi sdegni 
inflessibili governa la schiatta urania? » Prometeo 
annunzia allora che Giove avrà un giorno biso- 
gno di lui por sapere com'egli sarà un giorno 
spogliato del proprio scettro. Le ninfe lo avver- 



Il fuoco. 61 

tono eh' ei parla troppo libero e che ne risen- 
tirà maggior danno dal figlio di Saturno di cui 
il cuore è implacabile. Ma Prometeo è sicuro per 
l'avvenire, egli sa che, per quanto aspro si mo- 
stri ora Giove, verrà un giorno in cui si farà 
mite, e, rimesso alquanto del proprio sdegno, ri- 
cercherà l'amicizia di Prometeo, il quale, pregato 
quindi dalle ninfe, racconta la cagione de' suoi 
mali presenti. 

Vi era discordia fra gli Dei; gli uni volevano 
Saturno; gli altri Giove; i titani figli del Cielo e 
della Terra approfittarono di quell'occasione per 
muover guerra agli Dei, se bene sconsigliati da 
Prometeo. Temi e la terra insegnarono allora a 
Prometeo che si vincerebbe meglio con l'arte che 
con la forza. Saturno co' suoi ausiUari venne 
precipitato nel Tartaro; Giove, aiutato da Pro- 
meteo trionfò, ma come torna ad osservare sati- 
ricamente il libero poeta Eschilo odiator di ti- 
ranni, « il tiranno degli Dei, così beneficato da 
Prometeo, mostrossi ingrato, poiché è vizio de' 
tiranni non prestar fede agli amici ». Prosegue 
Prometeo a narrare che Giove, appena salito sul 
soglio, incominciò a distribuir premi tra gli Dei, 
dimenticando intieramente il genere umano, ch'e- 
gli voleva distruggere per crearsene un altro più 
devoto. Il solo Prometeo osò resistere a quel de- 
creto di Giove, salvando gli uomini dall'estremo 
eccidio; e, per amor degli uomini, sacrificò so 
stesso, anticipando cosi di molti secoli la vita 
mirabile dell'indico Buddha e quella del Figlio 
di Dio, nel nome del quale siamo cristiani. Pro- 
meteo aggiunge pure ch'ei liberò gli uomini dal 



62 Mitologia cunqjurata. 

terror della morte, facendo loro il dono della spe-" 
ranza, e che diede loro il fuoco, il quale, se fu 
tenuto qual principio vitale, apparve pure simbolo 
della vita eterna. In una lucerna antica cavata 
dai sepolcri della via Lavicana incisa dal Bartoli, 
illustrata dal Bellori, si vede espresso il mito di 
Prometeo larg-itore del fuoco ai mortali; egli tiene 
la fiaccola celeste con una mano, e con l'altra 
mostra il cielo, onde credevano gli antichi che 
fosse discesa l'anima umana, e, ove risalendo 
dopo la morte, doveva rivivere immortale. Il mito 
di Prometeo si confonde pertanto, sotto questo 
aspetto intieramente poetico, col domma cristiano 
della seconda vita. Tutto questo mito viene poi 
espresso da una leggenda vedica che mi pare di 
singolare importanza. Avendo molta cura del fuoco 
sacrificale e funebre, il devoto nell'età vedica 
non s'assicurava soltanto i beni di questa vita, 
ma, per quanto c'insegna una leggenda del Ca- 
tapatha Bràhmana anche quelli dell' altra. Se- 
condo la leggenda, Agni, il Dio del Fuoco, ap- 
pena creato dal Dio Prag'àpati, incominciò a bru- 
ciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le 
creature esistenti si mossero per distruggerlo. II 
Dio Agni ricorse allora ad un uomo, e gli do- 
mandò che lo lasciasse entrare in lui, dicendogli: 
« Dopo avermi generato, alimentami; se tu farai 
codesto per mo nel mondo di qua, io farò lo 
stesso per te nel mondo di là. » Per mezzo del 
fuoco sacrificale, noli' età vedica, non si alimen- 
tava soltanto il necessario fuoco domestico; per 
mezzo del culto di Hestia e di Vesta, Greci o 
Latini non mantenevano soltanto vivo il fuoco 



Il fuoco. 63 

vitale sopra la terra, ma propiziavano il cielo, 
perchè il fuoco si riacceadesso ogai giorno ne' 
suoi vari aspetti celesti; il sacrificio pagano era 
simbolo d'un gran sacrificio celeste di qualche 
nume, che, ogni giorno, nel cielo, pareva all'oc- 
chio de' pii mortali sacrificarsi per l'umanità; la 
leggenda vedica del giovine Sunassepa, che viene 
sacrificato dal padre e che l'Aurora invocata viene 
a liberare, è una poetica rappresentazione del 
sole che ogni sera entra come in un vasto rogo, 
e da cui l' aurora mattutina viene a liberarlo. 
Così, nel sacrificio cristiano della Messa viene 
ancora simboleggiato, dai ceri ardenti sull'altare, 
il sacrificio del figlio di Dio e la vita eterna. La 
religione cristiana dovette, per divulgarsi, acco- 
gliere molti riti pagani; perciò ancora le tede 
nuziali, le faci funerarie romane si ritrovano an- 
che nelle nozze, ne' funerali cristiani, poiché la 
fiamma ardente simboleggia per noi come per gli 
antichi la vita immortale. Così ne' Vedi, insieme 
con l'Agni sacrificale arreca specialmente al de- 
voto le splendide gioie del giorno, l'Agni fune- 
bre, il fuoco del rogo guida la parte immortale, 
r anima del trapassato di cui, nutrendosi, con- 
suma le carni, all'eternità degli splendori celesti; 
se perciò VAilareya Bràhmana chiama Agni, il 
fuoco col nome di filo, ponte, via, per la quale 
si va agli Dei; per esso, è ancora detto, possono 
gli uomini arrivare al cielo e rallegrarsi in gau- 
dio comune con gli Dei. Agni come disperde in 
terra, per mezzo del fuoco sacrificale, la tenebra 
notturna, così nel cielo è figurato qual distrug- 
gitore del mostro, rakshohan, vincitore di mille, 



64 Mitologia comparala. 

sahasrag't. Da questo concetto quasi materiale 
del mito, la riflessione trasformò Agni in sim- 
bolo della luce divina, della luce immortale, della 
eterna beatitudine. Nella fig^ura stessa dell'in- 
diano Agni si potrebbero dunque facilmente ri- 
scontrare tutti i gradi della evoluzione, per la 
quale si compose in Grecia la stupenda leggenda 
di Prometeo; se non che nell'India, mancò il sof- 
fio potente dell'arte, che accogliesse, coordinasse 
le sparse nozioni mitiche, e in una sola persona 
splendida e vivace desse unità ideale ai vari con- 
cepimenti mitici. I vari miti indiani relativi ad 
Agni, il fuoco rimasero, per la massima parte, 
dispersi nelle loro forme elementari. Questa per- 
manenza del mito indiano nelle sue prime forme 
è ora per noi sommamente istruttiva, poiché ci 
permette distinguere i vari elementi primitivi che 
concorsero probabilmente alla formazione della 
leggenda ellenica di Promoteo, a plasmar la quale 
era necessaria l'opera di un popolo scultore come 
il Greco, che immaginò anzi Prometeo creatore 
dell'uomo e della donna in Flogia, come il primo 
degli scultori. Ed ora, se vi piace, terminiamo 
r esame del dramma di Eschilo. 

Le ninfe oceanine fatte anche più pietose nel- 
l'udire il racconto di Prometeo, vorrebbero mu- 
tar discorso, temendo che, per alcuna sua colpa, 
Prometeo paghi quel fio, e che il ricordo di quella 
colpa sia per cagionargli soverchia amarezza. Ma 
Prometeo non sarebbe per noi così grande se 
egli fosse soltanto una vittima, e non un eroe 
del sacrificio, se egli non avesse osato sacrifi- 
carsi per gli uomini, già pur prevedendo Torri- 



Il fuoco. 65 

bile sacrifizio che lo attendeva, e come egli sa- 
sebbe stato messo in croce sul Caucaso, ove le 
sue mani, i suoi piedi sarebbero stati un giorno 
inchiodati, ove il suo costato sarebbesi lacerato 
crudelmente un giorno dall'adunco becco d'un 
avoltoio. Prometeo risponde fieramente: « lo sa- 
peva tutto. Spontaneamente operai, non me ne 
disdico. Ma, in servigio degli uomini, incontrai 
questi mali, pur non credeva che sarei stato messo 
a tal supphzio. » Tuttavia, Prometeo non vuole, 
non sopporta di essere compianto e compatito; 
si dispone bensì a vaticinare il futuro e desidera 
di avere presso di sé tali ascoltatrici. Le ninfe 
oceanine rispondono che per questo lasciarono il 
mobile elemento e attraversarono gli spazi aerei. 
S' avanza allora l' Oceano, mosso egli pure da 
compassione pel caso di Prometeo, non tanto egli 
dice perchè parente, ma perchè non istima al 
mondo alcuno più di Prometeo, il quale se no 
mostra meravigliato, poiché non trova che sia 
spettacolo molto attraente il veder castigato da 
Giove quel Prometeo stesso che aveva contri- 
buito a fondarne il regno. L'Oceano è un po- 
litico, un diplomatico. Ammira bensì Prometeo, 
ma lo consiglia di adattarsi costituzionalmente ai 
tempi e costumi nuovi, poiché vi ha tra gli Dei 
un reggitore novello. S'egli smettesse dal dir 
cose aspre e pungenti, se, frenati gli sdegni im- 
petuosi, si sottomettesse ed implorasse grazia, 
vedrebbe forse il fine de' suoi mali. S' egli non 
può dir cose piacevoli a Giove, taccia almeno, o 
parli men libero. Prometeo ringrazia de' prudenti 

Di Gobbrhatis. 9 



66 Mitologia comparata. 

consigli, ma sog-giunge, e cessa, non darti pen- 
siero; già non io persuaderesti, poich'egli è infles- 
sibile, e vedi più tosto che da cotesto tuo viag- 
gio non arrivi alcun male anche a te ». L'Oceano 
si duole allora che Prometeo sia miglior consi- 
gliere per gli altri che per sé, e spera pur sem- 
pre che Giove gli farà la grazia di liberarlo da' 
suoi mali. Ma il fiero e magnanimo titano ri- 
sponde pregando l' Oceano di non tentar cose 
vane, di posare, di partire, poiché, se egli si trova 
tormentato, non desidera che, per cagion sua, si 
tormentino altri, né che gli si attribuisca poi a 
delitto il patimento altrui. Quest' ultimo argo- 
mento persuade alfine l' Oceano che si ritrae. 
Quando é partito ricomincia il coro delle ninfe 
oceanine, che rinnovano i loro lamenti pietosi e 
allora Prometeo vorrebbe ricordare ch'egli stesso 
largì ai singoli Dei i loro doni; ma egli è pure 
un benefattore di buon gusto, e desiste da un 
vanto volgare sapendo in ispecie che le ninfe 
sono bene informate di quanto egli ha fatto a prò 
degli Dei. Egli si compiace invece d' opera più 
modesta, fatta per gli uomini, che un giorno erano 
rozzi e ch'egli rese intelligenti: che un giorno 
avevano occhi per vedere e non vedevano: che 
avevano orecchi per udire e non udivano: che, 
come accade ne' sogni, confondevano ogni cosa; 
non avevano case; vivevano nelle spelonche, come 
formiche, senza aver cura delle vicende del giorno 
e dell'anno a loro ignote; egli rivelò agli uomini 
il moto degli astri, le arti, la scrittura: fece ag- 
giogar gli armenti ed i cavalli e navigare i mari; 
ogni arte, in somma, egli insegnò agli uomini, e 



Il fuoco. 67 

pure ei non conosce ancora arte alcuna che possa 
liberarlo dai mali che Giove gli inflisse. Né egli 
rammenta ancora tutto ciò ch'egli potè fare a 
prò degli uomini, come i rimedi, l'arte di spie- 
gare i sogni, di dichiarare i vaticini oscuri, di 
scoprire i tesori nascosti nella t(!rra. Le ninfe lo 
pregano allora di non volere, per amor de' mor- 
tali, trascurar troppo sé stesso, ed esprimono la 
loro fiducia che Prometeo si troverà un giorno 
sciolto da' suoi ceppi. Ma Prometeo prevede an- 
cora lontano quel giorno, per volere del Fato cui 
Giove stesso é sottoposto. Allora vien curiosità 
alle ninfe di sapere se l'impero di Giove dovrà 
essere eterno. Ma Prometeo non vuol rispondere; 
egli sa che il parlare è un rivelare a Giove il 
segreto che dovrà perderlo, e per cui Prometeo 
sarà un giorno liberato. Egli si chiude dunque 
nel suo silenzio, sicuro di sé, sfidando l' ira di 
Giove, che egli non vuole in alcun modo vitu- 
perare. Le ninfe oceanine osservano allora a Pro- 
meteo che invano egli ama ed onora gli uomini, 
poiché questi non valgono a mutare la mente di 
Giove. Appena le ninfe hanno finito di parlare, 
arriva la infelice Io, la fanciulla cornuta, altra 
vittima, non dell' odio, ma dell' amore di Giove, 
che un assillo perseguita e caccia dolorosamente 
di terra in terra, fino alle estreme plaghe del 
mondo conosciuto, per volere della vindice Giu- 
none, che fa spiare di continuo la fanciulla dal 
bifolco celeste Argo dai mille occhi, che ci ri- 
corda il vedico Indra Sahasrdksha, ossia il cielo 
dai mille occhi, il cielo stellato. Io è la luna cor- 
nuta, continuamente errante pei cielo. Arriva a 



68 Mitologia comparata. 

sera presso l'Oceano celeste e vede legato ad 
una rupe il sole, ossia Prometeo. L'uno è inchio- 
dato al monte, l'altra erra sempre. Questo è, 
senza dubbio, il primo senso del mito; ma il ge- 
nio poetico d'EUenia l'ha bene altrimenti ravvi- 
vato. Prometeo ed Io, le due vittime dolenti, sen- 
tono r uno per l' altro la più viva simpatia nel 
comune dolore. Prometeo sa ciò che ha patito fin 
qui, ciò che deve ancora patire la infelice figlia 
d'Inaco, e si duole, pur troppo, di saperlo, per- 
chè ad Io rimane sempre da patire assai. Io, come 
ogni donna di sensi gentili, vorrebbe sapere i 
casi di Prometeo, non tanto per curiosità, ma per 
senso di profonda pietà; ma l'anima grande di 
Prometeo sdegna innanzi ad un grande dolore 
altrui, fermare la pietà sopra sé stesso, e quando 
lo gli chiede di qual colpa paghi la pena, egli, 
dopo avere detto ch'egli è Prometeo, colui che 
diede il fuoco agli uomini, non vuole più aggiun- 
gere altro. Allora Io domanda s'egli lo sa, che 
Prometeo palesi quando le pene di lei avranno 
un fine. Prometeo prega ancora di lasciarlo ta- 
cere e di non giudicare scortese il suo silenzio, 
poich'egli sa che il supplizio della povera tor- 
mentata sarà ancora lungo assai. Ma la fanciulla 
volendo conoscere, ad ogni patto, il proprio de- 
stino. Prometeo le fa note le lunghe dolorose pe- 
regrinazioni che le rimangono ancora a fare, prima 
che Giunone si plachi; ma prima egli invita Io a 
raccontare alle ninfe l'origine de' suoi mali, alle 
ninfe pietose, innanzi alle quali non è opera vana 
il narrar casi lacrimevoli, ed Io consente. Quando 
essa intende poi quanto ancora le rimanga a pa- 



TI fuoco. 69 

tire, in un accento dì disperazione g;rida che vor- 
rebbe precipitarsi dalla rupe e trovar subito nella 
morte un fine alle sue pene. Prometeo le fa allora 
coraggio, invitandola a contemplare lui stesso, 
che la parca condanna a soffrir sempre e a non 
morir mai, a non morire almeno fin che non verrà 
a liberarlo il tredicesimo discendente della stirpe 
d'Io, della stessa fanciulla amata da Giove, da 
Ercole. Allora Giove sarà precipitato dal suo seg- 
gio divino, se Prometeo stesso non arriverà in 
suo soccorso. Alle ninfe quel vaticinio pare au- 
dace troppo, ed esse già temono per Prometeo 
che osò tanto. Prometeo risponde che un uomo 
che non può morire non ha da temer nulla. Le 
ninfe soggiungono che Giove lo tormenterà di 
più. Prometeo prevede pure i nuovi tormenti e 
sta già preparato a riceverli. Le ninfe trovano 
Prometeo imprudente; ma il titano risponde dis- 
deguosamente: 

Blandisci, invoca, 
Adora pur chi regna; a me di Giove 
Men che nulla ne cale. Opri, comandi 
Fin che tempo gli resta, a suo talento, 
Già non a lungo avrà su i numi impero. 

Egli ha detto appena, che Giove gli manda il 
suo alato messaggiero, la spia degli Dei, Mercurio 
che viene tosto a domandare in nome del suo 
padrone, a Prometeo, in qual modo ei pretendo 
sapere che Giove cadrà dal trono. Ma Prometeo 
tratta Mercurio, spia di governo, con quel di- 
sprezzo che dovea sentire per tal razza di gente 
un libero poeta ateniese, che, forse nello sferzar 



70 Mitologia comparata. 

Mercurio, pensava a qualche illustre spia con- 
temporanea: 

Grandisonante e d'alterezza pieno 
È tal discorso inver, quale a ministro 
Si convien degli Dei. Siete novelli 
In nuovo regno, e d'abitar credete 
Securissime rocche ; ma cadérne 
Pur non vid'io già due regnanti? e il terzo 
Quel eh' oggi impera, anco vedrò ben tosto, 
E in turpissima guisa. Or non ti sembra 
Ch' io tema e tremi de' novelli dei ? 
Lungi da me tanta vergogna. E tu 
Per la via che venisti indietro torna; 
Nulla da me di quanto chiedi, udrai. 

Mercurio rinfaccia a Prometeo che la sua in- 
solenza lo portò a quel line; ma questi è pronto 
a rispondere: 

Io t'assicuro. 
Non cangerei la mia misera sorte 
Con la tua servitù. Meglio d'assai 
Lo star qui ligio a questa rupe io stimo. 
Che fedel messaggiero esser di Giove, 
Cosi insultar gli insultatori è d'uopo. 

Dopo altre poche parole, Mercurio si lagna di 
esser trattato da Prometeo come fanciullo ; questi 
ripiglia: 

E non se' tu fanciullo, 
E più semplice ancor, se udir t'aspetti 
Cosa alcuna da me ? Non v' è tormento, 
Arte non evvi, onde m'induca Giove 
L'alto segreto a rivelar, se pria 
Sciolto non m'ha da queste aspre catene. 
Scaglisi pur la divampante folgore, 
E con nembi di neve e sotterranei 
Tuoni si mesca e si sconvolga tutto : 
Non pertanto sarà che a dir mi pieghi, 
Chi sia che un giorno il balzerà di seggio. 



Il fuoco. 71 

Mercurio pur consiglia a Prometeo infelice la 
prudenza; il titano soggiunge: 

Inutil noia 
Tu m'arrechi, e alle sorde onde favelli, 
No, mai non entri in tuo pensier, ch'io l'ira 
Paventando di Giove, assumer voglia 
Cor femminile, e, con donnesco rito. 
Tender al ciel le palme, a scior miei lacci 
Supplicando colui che tanto abborro. 
Troppo lunge io ne sono. 

Allora Mercurio minaccia a Prometeo i nuovi 
mali che lo percoteranno in breve, per la ven- 
detta del nume nuovamente offeso; la rupe sarà 
spaccata dal fulmine, Prometeo precipitato in un 
abisso, poi tornerà di nuovo su e V aquila di 
Giove verrà a lacerargli le membra, a cibarsi del 
suo fegato. Le ninfe atterrite fanno un'estrema 
prova di tentare Prometeo a piegarsi per allon- 
tanar dal suo capo quella nuova sventura; ma 
Prometeo eh' è il tipo dell'uomo giusto, tenace, 
impavido d' Orazio, non cede, e l'ultima volta ri- 
volto alle ninfe esclama: 

A me costui 
Gridò cose già note, e i vituperii 
Di nemici a nemico onta non fanno. 
Piombi su me l'ignicrinito fulmine. 
Il ciel con tuoni e con urtar di fieri 
Venti s'irriti; orribile uragano 
Scuota la terra dall'ime radici, 
E con tremendo strepito confonda 
L'onda del mare e l'alte vie degli astri, 
E giù nel negro Tartaro travolga 
Ne' vortici fatali il corpo mio; 
Far nondimeno ei non potrà ch'io muoia. 

Allora Jilercurio vuole almeno sottrarre Prp- 



72 Mitologia comparata. 

meteo alla pietà delle ninfe, e invita queste ad 
allontanarsi, per non trovarsi anch'esse involute 
nella vicina tremenda bufera che minaccia il capo 
del fiero titano. Ma le ninfe son donne, e nella 
donna la pietà sa molte volte divenire eroica; le 
ninfe oceanine al vile messagg-iero del tiranno 
persecutore di Prometeo danno questa risposta: 

Altro consìglio 
Dammi, altra cosa a far m'esorta, questa 
Sopportabil non è. Che ? Tu m' imponi 
Una viltà ? Soffrir con esso io voglio 
Tutto quanto fia d' uopo. I traditori 
Già tempo appresi a detestar; delitto 
Anzi non v' ha eh' io più di questo abborra. 

Allora la terra si scuote, il tuono mugghia, le 
saette lampeggiano; la polvere sì solleva dal tur- 
bine, i venti si scatenano furenti gli uni contro 
gli altri, il cielo si mesce col mare; è Giove che 
si vendica; e Prometeo dolente invoca la natura 
a farsi spettatrice de' mali, onde Giove ingiusto 
lo castiga. 

Così il dramma di Eschilo finisce, o piuttosto 
la prima parte d'un dramma, di cui la seconda che 
andò perduta dovea rappresentare Prometeo sle- 
gato; il che diede poi al poeta inglese Shelley la 
idea di scrivere un suo dramma molto fantastico, 
molto nebuloso, molto panteistico, ove il tipo del 
titano s'allontana sempre più dal suo semplice 
concetto primitivo. Il dramma del poeta inglese 
differisce dal dramma del poeta greco, quanto un 
cielo nuvoloso settentrionale da un cielo sereno 
d'EUenia e, trattandosi d'un dramma il cui eroe 
dev'essere il manifestatore della luce ai mortali 



Il fuoco. 73 

e il loro divino riscaldatore, non mi pare ohe vi 
possa essere per noi alcuna incertezza nella scelta. 
Il dramma dello Shelley è un'amplificazione fan- 
lastica fatta da un uomo di potente ingegno sopra 
l'uomo Prometeo posto a contrasto con la natura; 
ma quest'uomo poteva chiamarsi Prometeo come 
ogni altro uomo; non vi ò più fra il dramma greco 
e l'inglese una continuazione dell'idea mitica, 
ma soltanto una divagazione da essa. Noi vediamo 
invece ancora la connessione strettissima fra il 
tipo poetico del Prometeo di Eschilo e il rozzo 
mito elementare proto-ariano da cui si svolse. È 
gloria della mitologia popolare aver potuta fecon- 
dare nel genio ellenico una così grande poesia,' 
aver trasformato la materia più grossolana nella 
materia più spirituale, e con essa creato una cosa 
quasi divina e perfetta, com'è ora per noi il tipo 
del redentore ellenico, del giusto e forte titano 
che sacrificò sé stesso per portare fra gli uomini 
il beneficio della luce. 11 Cristianesimo poi, come 
trasformò l'acqua che purifica i corpi, in acqua 
che purifica le anime, trasformò pure, facendoci 
salire assai più alto nella scala ascendente e lu- 
minosa dell'ideale e togliendo la mostruosità di 
una lotta col nume, la luce solare in una luce 
tutta spirituale. Il fuoco immortale che arde nel- 
l'ara nel focolare per darci luce e calore, il 
sole che sembra morire ogni sera nel cielo occi- 
dentale, il sole che sembra esso pure sacrificarsi, 
per la volontà d'un tiranno tenebroso, per amore 
degli uomini, ma che risorge poi sempre a nuova 
vita immortale, diede origine alla rappresenta- 
zione ellenica d' un Prometeo, che non può mo- 



74 Mitologia comparata. 

rire, legato alla rupe dopo avere comunicato la 
luce ed 11 fuoco agli uomini, d' un Prometeo che 
Giove può tormentare, ma non distruggere, d'un 
Prometeo impavido, che resiste, che sfida super- 
bamente le ire del cieco nume spietato. In tale 
aspetto il titano già benefattore degli uomini, dà 
pure agli uomini stupendo esempio di grandezza 
d'animo; il mito celeste, sotto questo aspetto, si 
converte nel più alto dramma umano; e Pro- 
meteo, come il Budha, come il divino fondatore 
del Cristianesimo , diventa a noi mirabile non 
I^ure per quanto egli ha patito, ma ancora per 
l' insegnamento che la sua dignità e fierezza nel 
patire ci insegna. 



LETTURA QUARTA. 
IL SOLE, LA LUNA, LE STELLE 



Trasportiamoci col pensiero in mezzo ad un 
antico popolo di pastori, lontano da tutti i rumori 
della civiltà. Non città, non castelli, non templi; 
unico tempio, la natura; il cielo, gran taberna- 
colo divino; la terra tutta aperta al riso dal sole, 
ricca di pascoli verdeggianti e di lieti armenti; 
in alto, un solo essere animato e splendente che 
fa muovere la luce, che tiene desto con la favella 
dell'uomo, il canto degli uccelli, che fa germo- 
gliare dal suolo tutta la immensa famigUa delle 
erbe e delle piante, il sole, insomma, che si con- 
cede tutto ai viventi e nulla chiede od attende 
per sé, che fa bene a tutti, anche a suoi nemici, 
cioè ai mostri tenebrosi ch'egli illumina. Il sole 
è il simbolo celeste della carità universale; quindi 
si comprende bene il nome di Mitra, ossia amico, 
dato nell'India ed in Persia al sole. Con questo 
nome famigliare il sole accompagnava, nell'età 
vedica, le opere del giorno ai pastori erranti per 
le vaUi del Ka(?mìra e del Pancianada; ed ogni 
volta che questo amico tornava nel cielo o ne 



76 Mitologia comparata. 

partiva lo accoglievano o io seguivano i saluti e 
le preghiere de' pastori vivamente inteneriti. 
Dopo avere vissuto l'intiero giorno all'aperto 
coi loro greggi, i pastori vedici erano invasi da 
un profondo terrore, nel vedere che il sole si 
ritraeva dagli spazi celesti e che le ombre si 
estendevano misteriosamente ad avvolgere tutta 
la terra. 11 sole si corica, il sole tramonta, il sole 
si tuffa nel mare, il sole cade, il solo se ne va, 
il sole si oscura, il sole tace, il sole muore, sono 
tutte immagini e non le sole con le quali la im- 
maginazione popolare nelle varie lingue si rap- 
presentò lo scomparire diurno del primo tra gli 
astri che risplendono alla terra, dalla vista degli 
uomini. L'uomo primitivo fu pronto a doman- 
darsi: Ove va? Tornerà desso? In qual pericolo 
fu egli ora attirato? Che cosa gli faranno dunque? 
Secondo le varie risposte che furono date a 
quelle prime quasi paurose interrogazioni, si 
svolse una serie infinita di miti solari, alcuni dei 
quali pieni di alta, solenne, quasi tragica poesia. 
La prima, la più frequente di tali risposte do- 
vette essere idillica. La vita del sole parve agli 
antichi pastori vedici somigliante alla vita lor 
propria. Anche essi uscivano col levarsi del sole 
dalle loro stalle oscure e muovevano, pastori 
erranti, ne' vasti campi, ai quali l'umana cupi- 
digia non aveva ancora posti confini. La prima 
ricchezza, la sola ambita dal poeta vedico, la sola 
ch'esso invocò da prima fu la moltiplicazione 
infinita del proprio gregge, e della propria fami- 
glia. L'oro non era ancora desiderato; veniva 
celebrato il suo splendore, perchè coloi'ava g^li 



// sole, la luna, le stelle. 77 

astri ed il fuoco, perchè dall'oro celeste si dif- 
fondeva sopra la terra la luce; ma un gregge 
fiorente ed una famiglia numerosa erano la prima 
ambizione di que' nostri antichi patriarchi ariani. 
La luce degli astri, specialmente del sole, sco- 
priva ai pastori il loro gregge, che si animava 
esso pure con l'apparir del sole. Quindi, in questo 
celeste agitator di greggi ed armenti, nel sole, 
fu veduto, da prima, principalmente e più spesso, 
un sommo pastore. È tra i pastori che nasce il 
grande benefattore celeste; e la sua prima vita 
è quella d'un buon pastore. Quando al mattiuo 
ed alla sera, tutto il cielo orientale ed occiden- 
tale si empie d'una luce d'oro, d'una luce dorata, 
si vide in quel mare agitatb di luce un armento 
di vacche e pecore luminose, che, al mattino, 
escono dalle stalle celesti ed a sera vi rientrano. 
Il buon pastore celeste le richiama tutte a sé, 
senza perderne alcuna. 

Il momento in cui il pastore divino rientra col 
gregge nelle sue dimore divine parve, partico- 
larmente, solenne agli antichi pastori ani e se- 
mitici. 

Al sole (sììrya, propriamente lo splendido) 
furono nell'India dati più di mille nomi, e molti 
di questi diedero occasione a crear nuovi miti. 
Ogni nome del sole è un appellativo che rappre- 
senta una sua qualità speciale, od un suo pecu- 
liare momento. 

Il sole presso al tramonto viene specialmente 
salutato dai poeti vedici coi nomi di Arpaman, 
il venerando, di Bhaga, il ricco o Fortunio (da 
questa parola derivò la voce russa Bog, che si- 



78 Mitologia comparata. 

gnifica Dio)\ il sole nel tramonto si chiama Pu- 
shan, propriamente il nutritore. Di Pushan è 
detto ch'egli è puruvasu o ricchissimo, Vdq'in 
fornito di cibi, ViQvasaubhaga o recante tutte 
le benedizioni, mayohhé o benefico, mantumat 
ricco di consigli, vigvavedas od onnisapiente, 
gakra^ tura, tavyas, tuvig'dta o forte, potente. Ma 
vi sono ancora due appellativi di Pùshan che mi 
sembrano specialmente singolari ed importanti. 
Egli ci è rappresentato ancora come Paihaspati 
signor della via, o proteggitor de' viandanti, e 
come pagupd o guardiano di armenti di pecore, 
pastore. Nell'ora del giorno che intenerisce il 
cuore ai naviganti, nell'ora del giorno in cui 
l'arabo del deserto si arresta e mormora, rivolto 
verso il sole moribondo, in silenzio, la sua pre- 
ghiera, in cui il penitente indiano si sprofonda 
maggiormente nella sua meditazione, in cui ce- 
lebra il sacrificio vespertino, il Dio Pùshan rap- 
presentato, con uno stimolo in mano, spingeva 
egli pure i suoi armenti celesti nelle stalle divi)ie. 
Nulla di più poetico, nulla di più pittoresco del 
nome dato dai poeti vedici aìVdrd, o stimolo del 
divino pastore del Dio Pùshan, ossia all'ultimo 
raggio allungato del sole moribondo. Quello sti- 
molo è chiamato, in lingua vedica, brahmac'odani, 
che vuol dire precisamente, risvegliante la pre- 
ghiera. Quando il pastore celeste Pùshan ado- 
prava il proprio stimolo divino per fare entrare 
nella stalla il suo bestiame celeste, il pastore 
della valle del Kapmlra stimolava egli pure il 
proprio bestiame al ricovero, per supplicare il 
pastore divino affinchè, com'egli lìbera sé stesso 



// sole, la luna, le stelle. 79 



ogni notte dal mostro tenebroso, rappresentato 
dai poeti vedici come un lupo rapace divoratore 
del gregge, tenga lontano dal gregge dell'uomo 
il lupo, intanto che gregge e pastori ritrovano, 
indicate dallo stesso Dio Pùshan, ossia dall'ul- 
timo sole morente e pietoso, le loro dimore. « Con 
Pùshan, canta un inno vedico, possiamo noi tro- 
vare le dimore ch'egli ci prescrive; eccole, egli 
dica soltanto. » Ma qui questo Pùshan guidatore 
alle desiderate dimore, non appare soltanto un 
Dio pastore, ricco di capre e di cavalli, onde il 
suo nome di ag'àgva, che fu di poi spiegato pure 
quello « che ha per cavallo una capra » ; come 
Pùshan spinge il proprio bestiame nelle stalle 
divine, così fa entrare il sole moribondo nella 
sede de' beati; in tal figura egli si confonde col 
funebre e paradisiaco Dio Yania, che divenne più 
tardi un nume infernale, allo stesso modo che 
Qiva propriamente il felice, il beato, il Dio dei 
beati, diventò poi un Dio distruggitore, un Dio 
della morte, una specie di Dio de' Dannati. 11 
primo sole che morì apparve, qual primo de' mor- 
tali, qual primo de' beati, quello che mostrò la 
via dei beati agli altri mortali. Così dall'idea 
pastorale del sole che riconduce alle stalle divine 
gli armenti, si passò ad immaginare quelle pecore 
celesti come anime le quali il nume Pùshan, che 
diviene in tal figura un vero <\\j-/o-no\x-^6:i, accom- 
pagna alle loro sedi immortali nel largo splendido 
cielo lontano. Lo stesso Pùshan che, col suo sti- 
molo, ridesta la preghiera, la meditazione vesper- 
tina de' pii mortali, onde pure il suo appellativo 
di dhiyamginva, viene invocato in un inno fu- 



80 MUologia comparata. 

nebre vedico, perchè accompagni l'anima del 
morto alle sedi beate: «Il sapiente pastore del 
mondo, Pùshan dal gregge immortale, ti porti 
via di qua, ti conduca fra quei beati maggiori, 
ed Agni (qui il fuoco stesso del rogo) fra gli 
Dei benigni. Una lunga vita ti sia propizia; dove 
stanno i buoni, dove andarono i buoni, colà ti 
porti il Dio sole. Pùshan conosce tutte quello 
sedi; egU conduca noi fiduciosi, egli benefico, 
splendido, ornato d'ogni virtù, vigile, previdente 
vada innanzi. Pùshan è nato per andar lontano, 
nel lontano Dyu, nella lontana Pr'ithivi; entrambe 
sono per lui sedi amatissime; egli arriva da esse; 
egli parte per esse. » 

Un'altra forma vedica più gaia del sole è Sa- 
vitar, che si congiunge specialmente col sole 
mattutino, col sole rinascente, come Pùshan col 
sole vespertino, col sole moribondo; l'uno e l'altro 
talora, negli inni vedici, s'identificano; ma Savitar 
raffigura specialmente il sole nel suo più vago 
splendore. Egli è celebrato come avente occhi 
d'oro [hiranyàksha), mani d'oro (hiranyapdni^ 
hiranyahasta), belle e grandi mani {supàni pri- 
ihupdni), cappelli biondi {ìiarikeQa) bella e dolce 
lingua {sug'iyva, mandrag' ihva) ; egli ha carro 
d'oro, cavaUi d'oro, tunica d'oro e nasce in acque 
tinte del color dell'oro (ossia nell'onda luminosa 
dell'aurora mattutina); egli manda innanzi a sé 
il bel carro degli Alvini, e poi si manifesta egli 
stesso; egli sale e scende; il suo carro, percor- 
rendo le vie celesti, non fa polvere; egli illumina 
l'universo seguito dagli altri Dei che, per suo 
merito, sono immortali; dominatore delle apque 



Il sole, la luna, le sielle. 81 

e dei venti, signore benefico, egli libera tutti dal 
male e fa muovere i viventi ; egli nella sua qua- 
lità di Savitar o generatore, genera tutti gli Dei 
e sé stesso, col nome di Surya o sole; egli con- 
tiene in sé tutti gli Dei onde il suo nome di 
Vigvadeva; egli è onniveggente, onnisapiente, 
onde é l'appellativo ch'é pur dato al vecchio sole 
moribondo Pùshan di VÌQvaveda. 

Ma voi potreste qui osservarmi che io vi rap- 
presento la mitologia vedica, senza darvi alcun 
indizio che gli stessi miti siansi trasferiti in 
Europa, ove dovrebbe essere prima industria del 
mitologo comparatore ricercarli. Ed avreste ra- 
gione. Ma, come io potrei darvi un'idea un poco 
chiara delle fasi più recenti del mito, senza aver 
prima tentato di mostrarvi qual fosse il mito 
nella sua forma primitiva? Io credo pericoloso 
assai il rinnovare nella mitologia l'errore che si 
è già commesso e di cui in Italia forse più che 
altrove sentiamo, nelle scuole secondarie, i danni 
nella filologia. Dopo ch'è nata la filologia compa- 
rata, alcuni nostri chiari professori credono ormai 
cosa superflua lo studio profondo de' singoli lin- 
guaggi; quando si possiede, essi pensano, il me- 
todo critico comparativo, le lingue non occorre 
più studiarle; s'indovinano; è da pedanti il saper 
di latino, di greco, di sanscrito; con le ricostru- 
zioni sapienti della glottologia si sarebbe, dicesi, 
arrivati a ricomporre i Vedi, anche senza gli 
indianisti, a leggere Omero anche senza profes- 
sori di greco. Io ho un ammirazione profonda 
per i glottologi, ma credo ingenuamente che, 

Db Gubbrnatib. 6 



Mitologia comparata. 



prima di comparare il greco ed il latino e l'altre 
lingue arie d'Europa col sanscrito, occorra darsi 
la briga di studiare un po' di sanscrito. Così credo 
impossibile il trattato di mitologia comparata fin 
che non abbiamo esaminato le singole mitologie 
nazionali e non ne conosciamo un po' dappresso 
il contenuto. La mitologia indiana è la più ele- 
mentare, la più schietta, la più ricca; occorre 
pertanto accostarci ad essa, prima d'arrischiarci 
nelle indagini comparative. Senza una prima suf- 
ficiente nozione dei miti indiani, intendiamo male 
gli altri miti indo-europei. Ora io m'affido alla 
vostra intelligente indulgenza, perchè non vi rin- 
cresca troppo se in queste nostre prime escur- 
sioni mitologiche ho dovuto fermarmi partico- 
larmente sui miti indiani. Per costruire convien 
partire dalla base; e la più larga base alla mito- 
logia comparata, ci viene sicuramente offerta dai 
miti indiani. Ma perchè, vedendo onde si parte, 
possiate pure avere un indizio della meta alla 
quale si può, mercè questi nostri studi curiosi, 
arrivare, poiché vi feci menzione del Sole vedico 
Savitar il Dio dai cappelli d'oro, che sa tutto, 
desidero pure richiamar qui alla vostra memoria 
una novellina popolare boema, rivolataci dal dot- 
tissimo prof. Emilio Teza, eh' è una variante del 
mito ellenico di Bellerofonte. In questa novellina 
il re ordina al giovine eroe, tra l'altre imprese, 
quella d'andargli a pigliare in luogo remoto, e 
pericoloso i tre cappelli d'oro del nonno Satutto. 
Satutto nelle lìngue slave si chiama Vsieveda o 
Vseveda ch'ò il perfetto corrispondente del vedico 
Vigvaveda onnisapiente, dato al sole Savitar dai 



// sole, la luna, le stelle. 83 

cappelli d'oro. Anche gli altri particolari della 
novellina boema mi sembrano tutti mitologici e 
riferirsi alle vicende del sole che scompare in 
occidente, che viaggia la notte e risorge al mat- 
tino con l'aurora, la bella figlia del re che ama 
il giovine sole e gli insegna il modo di ritrovare 
i cappelli d'oro, ossia di ricomparire egli stesso 
nel mattino coi cappelli d'oro che si suppongono 
rapiti al vecchio, al nonno Vsieveda. Per arrivare 
alla dimora di Vsieveda o Satutto, il giovine eroe 
dove attraversare un'acqua misteriosa, piena an- 
ch'essa di pericoli, quell'acqua stessa che percorre 
Ercole al suo ritorno dall'orto delle Esperidi, o 
dal giardino delle fate dal quale il giovine eroe 
suol rapire le tre mele d'oro o le tre melarancie. 
Certo il pastore boemo che racconta oggi la no- 
vellina del nonno Vsieveda o Satutto dai capelli 
d'oro, non sa più e non si cura sapere che quel 
nonno era una volta, ch'egli era ancora, per i 
poeti vedici, il sole onnisapiente dai capelli d'oro. 
Ma non è cosa indifferente per noi il conoscere 
il senso riposto di tutta quella fantastica lette- 
ratura popolare così cara ai fanciulli, cosi piena 
di fascino misterioso, e dichiararci quel curioso 
mistero. 

Una delle più popolari tra queste novelline, è, 
senza dubbio, quella della Cenerentola, che ha 
poi tante varianti singolari e fantastiche nella 
letteratura popolare. La fanciulla perseguitata ora 
appare mal vestita con abiti scuri che la cenere 
ha coperti; ora si nasconde sotto una pelle d'a- 
sino; ora in una veste di legno e cammina in 
essa come una trottola; ora si nasconde in una 



Mitologia comparata. 



foresta, ed in altri mille modi sfugge alla perse- 
cuzione della crudel matrigna, della strega, della 
rivale, del padre, dello suocero, del vile suo se- 
duttore. 

Noi abbiamo già veduto come per avere rive- 
lato un segreto, per aver fatto sapere, per aver 
fatto conoscere ciò che doveva rimanere nascosto, 
UrvàQÌ e Purùravas, Apollo e Dafne, Amore e 
Psiche, la Belle et la Bète, Elsa e Lohengrin ven- 
gono divisi. Il ciclo delle novelline che svolgono 
il motivo principale contenuto nella storiella della 
Cenerentola è parallelo al ciclo delle favole e leg- 
gende che trattano degli amanti i quali s'occul- 
tano l'uno all'altro. Anche la Cenerentola s'oc- 
culta; il mito è sempre lo stesso; solo il motivo 
che il mito adduce talora per queir occultarsi 
dell'eroina è un po' diverso. Nella storiella della 
Belle et la Bete, la fanciulla non deve sapere chi 
si cela sotto le spoglie notturne d'una bestia; 
non devo dire ad alcuno com'essa vive; quando 
essa vuol rivelare altrui il segreto, la bestia si am- 
mala e muore, ma risorge poi dalle sue spoglie un 
giovine principe bellissimo. Così Purùravas perde 
UrvàQì appena gli si rivela, nella leggenda ve- 
dica; Dafne cui Apollo si rivela. Psiche che scopro 
Amore, Elsa che rivela il segreto di San Graal 
rimangono al sole e dolenti. La forma misteriosa, 
notturna dell'eroe, o dell'eroina solare non deve es- 
sere rivolata ad alcun mortale; appena que' segreti 
amori del cielo si scoprono, gli amanti si perdono 
l'uno per l'altro. Questo è un aspetto frequente 
del mito. Ma il mito si rappresentò pure la forma 
scura, la forma tenebrosa che assume nella notte 



Il sole, la luna, le stelle. 85 

il nume o l'eroe luminoso, come una forma pro- 
tegg-itrice per la quale egli si nasconde e sfugge 
alla persecuzione ; nessuno ha invidia de' miseri 
e l'eroe diventato misero cessa pure di venire 
invidiato, e però perseguitato; talora l'eroe, o 
l'eroina assumono una veste oscura, per effetto 
d'alcuna maledizione; l'intervento d'una buona 
fata, d'un nume pietosO; o d'un giovine eroe 
liberatore o d'una giovine eroina liberatrice di- 
struggono il tristo incanto. Il riscontro de' miti 
europei coi miti vedici ci permette ora d'affer- 
mare che nel duplice ricchissimo ciclo di novel- 
line popolari di Amore e Psiche e della Cene- 
rentola si raffigurano gli amori celesti del sole e 
dell'aurora, che la notte accoglie, occulta, perse- 
guita, che copre di vesti scure, e ai quali, per 
lo più, una buona fata, la luna, viene pietosa- 
mente in aiuto. 

L'aurora come fenomeno fisico luminoso quoti- 
diano vien descritta negli inni vedici, sotto il 
nome di Ushas od Ushd, come splendida, ardente, 
e, in quanto l'alba la precech come bianca, im- 
burrata, stillante burro; essa vien pur detta di 
bella forma, ben fatta, di bell'aspetto, rosea, dal 
roseo aspetto, aurea, ricca, estendente la luce; 
giovine, sempre giovine, agile, bene muoventesi; 
simile ad una go, ad una vacca luminosa; anzi 
fornita di molte go, dì molte agili vacche lucenti; 
simile ad una cavalla veloce, fornita di cavalli 
veloci. Da tutti questi appellativi dell'aurora è 
agevole l'argomentare che siamo già assai vicini 
ad una sua vera e propria personificazione celeste. 

L'aurora gomatì ossia fornita di vacche diventò 



86 Milologia comparala. 

facilmente una bella pastorella; l'aurora agvavatì 
fornita di cavalle, una eroica guidatrice di carri 
e di cavalli. 

Vi ricordate, senza dubbio, che nella novellina 
della bella e della brutta, la bella è mandata dalla 
matrigna a pascere; la bella pastorella è l'aurora 
che nella sera appare perseguitata dalla notte 
matrigna, o brutta sorella, o trista rivale che vuol 
perderla, e nel mattino sposa il figlio del re, il 
giovino principe, il sole. Noi parliamo ora soltanto 
pili di una sola aurora, dell'aurora del mattino. 
Ma la parola aurora significa il ciclo aurato, che 
si vede al mattino in oriente, alla sera in occi- 
dente. Il mito ha contemplato queste due figure, 
questi due splendidi momenti del cielo, e vide 
nell'aurora del mattino, per lo più, una pastorella 
felice, nell'aurora della sera una pastorella infe- 
lice. Come il sole, figurato qual giovine eroe, 
diventa stalliere e spazza poi nel mattino, le stalle 
celesti, ossia sgombra il cielo dalle tenebre, così 
la pastorella, che nella notte aveva prese umili 
vesti, riappare in u«?^ •splendida veste, ora vestita 
color delle stelle, ora color della luna, ora color 
del sole innanzi al principe che dovrà sposare, 
deponendo la veste scura che la crudel matrigna 
l'obbligava a portare nella notte. 

In un inno vedico, ci viene rappresentato il Dio 
Indra che protegge una fanciulla, Apàlà, che gli 
vuol bene. È la sera; la fanciulla discende alla 
fontana per attingere acqua; nella fonte pesca il 
Soma, ossia l'ambrosia, è, come pare, l'ambrosia 
lunare, la luce della luna, che in altri casi appare 
come una buona fata, una buona vccchJercUa, una 



Il sole, la luna, le sielle. 87 



Madonna, che fila per la buona fanciulla sulle 
corna delie sue vacche, dopo essersi fatta petti- 
nare dalla buona fanciulla, la quale afferma poi 
che dai capelli della Madonna piovono perle le 
quali raffij»:urano nel mito i raggi lunari o le 
stelle. La fanciulla vedica che attinge acqua e 
trova nell'acqua il soma, sapendo quanto il Dio 
Indra ne sia ghiotto, s'affretta ad offrirglielo; 
quel segno d'amore intenerisce il nume, che ve- 
dendo la fanciulla ammalata, vedendo oscurarsi 
la sua pelle, ne prende pietà e si dispone a gua- 
rirla. Lacerando dunque la pelle scura della fan- 
ciulla Apàlà che ci ricorda la pelle d'asino delia 
novellioa di Perrault, il Dio Indra la fa, in tre 
tempi, diventar bella, e finalmente tutta luminosa, 
all'apparire dell'aurora. 11 mito vedico è eviden- 
tissimo, e ci offre, senza dubbio, la forma più 
antica della nostra Cenerentola, la quale butta 
via la sua veste scura, assume tre vesti splen- 
dide, l'una color della luna, l'altra color delle 
stelle, la terza color del sole, per ballare col figlio 
del re, che deve quindi sposare. Ma l'aurora ve- 
dica non è soltanto, come dicemmo, una gomati 
tornita di vacche, una guidatrice di vacche 
{gavCim ne/ri), una pastorella, ma ancora, come 
dicemmo pure, una guidatrice di carri e di ca- 
valli, come l'eroe solare. Gl'inni vedici ci rappre- 
sentano l'aurora in questi vari aspetti: essa si 
orna come una bailerioa, si scopre il petto, sor- 
ride, lusioga, vezzeggia col corpo, giovine, splen- 
dida, ora come una bella fanciulla che la madre 
adorna, ora come una bella donna che si leva 
dal bagno, per muovere alle nozze, ora in veste 



88 Mitologia comparala. 

luminosa; ma essasi rivela in tutto lo splendore 
della sua bellezza solamente innanzi al proprio 
sposo. Così Cenerentola si mostra bolla solamente 
innanzi al figlio del re. È il sole che fa nascere, 
che fa splendere, che riveste d'oro l'aurora. 

Vi ricordate come spesso nelle novelline popo- 
lari il giovine principe, dopo avere sposata la 
bella fanciulla, l'abbandoni, per andarle a cercare 
vesti regali, ma poi per le magie d'una strega si 
dimentica la data promessa e l'abbandona; il re 
indiano Dushyanta abbandona in tal modo la 
giovine (^akuntalà che viveva nella foresta, co- 
perta d'una rozza veste di penitente; ma prima 
di abbandonarla per andare a cercare vesti ed 
ornamenti regali, 'le lascia un anello con cui 
(^akuntalà potrà farsi riconoscere. Quest'antica 
novellina che ha tanti riscontri nelle novelline 
indo-europee ci ratììgura essa pure gli amori del 
sole e dell'aurora, che s'incontrano a sera nel 
cielo occidentale, i quali dalla strega, la notte, 
vengono divisi; la strega notte vuol pigliare 
presso il principe sole il posto che teneva la 
bella aurora, la quale viene precipitata in una 
fonte, od uccisa e convertita, ora in canna ora 
in colomba, ora in altra forma funebre, fin che 
al mattino il principe sole e l'aurora si ritrovano, 
si riconoscono, la brutta strega la notte vien 
fatta morire in una fornace, sul rogo, e i due 
giovani sposi tornano insieme felici. 

Noi vedemmo fino ad ora l'aurora vedica figu- 
rata come una pastorella, e come fanciulla che 
di brutta divien bella, che si veste splendida- 
mente e che va a ballare. In questo mito abbiamo 



// sole, la luna, le stelle. 89 

già, oltre un aspetto splendidissimo della Venere 
indiana, gli elementi di quasi tutta la novellina 
popolare della Cenerentola. Ma, se vi ricordate, 
nella novellina di Cenerentola vi sono ancora due 
particolari curiosi: la Cenerentola fugge, per lo 
più, sopra un carro rapidissimo che il giovine 
figlio del re non può raggiungere; alfine lascia 
nelle mani del principe una sua piccolissima pan- 
tofola, così piccola che non si può trovare in tutto 
il regno un piede al quale convenga. Dell'aurora 
vedica si dice che essa non ha piedi, che non 
lascia orma di sé, e che il sole va dietro all'au- 
rora lucente come un uomo va dietro alla donna. 
Ma come mai, con piedi tanto piccoli, anzi senza 
piedi, l'aurora può correr tanto? Come mai, nella 
gran corsa celeste che si descrive dai Vedi vien 
detto che l'aurora si mostrò rapida fra tutti gli 
Dei e vinse la prima corsa? 

Il miracolo si compie sopra un gran carro lu- 
minoso, rapidissimo, al quale sono aggiogati e 
con rosee redini infrenati rosei cavalli rapidissimi, 
I due cavalieri e Dioscori vedici, gli Alvini in- 
contrano nel cielo la bella figlia del sole, l'aurora, 
e mossi da affetto per questa loro bella amica e 
sorella, per questa Elena vedica, desiderosi che 
vinca essa la corsa celeste, le imprestano il loro 
proprio bel carro; perciò vien detto nell'inno 11G° 
del primo libro del Rigveda, che l'aurora arrivò 
prima alla meta celeste, vincendo la corsa, e nel- 
l'inno 124°, che arrivò e splendette prima nel 
cielo. Quando il sole è vicino a raggiunger l'au- 
rora, l'aurora scompare, e il sole ne perde la 
traccia, fìd ecco come un mito si trasforma ia 



90 Mitologia comparata. 

un altro, come il sole fenomeno fisico dell'aurora 
mattutina che si manifesta per virtù solare, ma 
scompare appena, o per curiosità propria, o per 
invidia altrui, il sole le appare nella sua propria 
figura, ossia rivela il proprio essere, può dare 
occasione alla favola d'Amore e Psiche e di Ce- 
nerentola che dopo aver ballato col figlio del re, 
sfugge a' suoi amplessi, e non si lascia raggiun- 
gere e ritrovare. Ditemi ora voi, se la mitologia 
comparata che viene per la prima volta a rive- 
larci tutti questi cari misteri della nostra lette- 
ratura infantile, sia poi dottrina così vana e così 
infeconda, e se il mitologo che si fa interprete 
di questi sogni dell'infanzia del mondo perda 
intieramente l'opera sua. 

Vi rammentai già la luna come benefattrice del 
principe sole e della principessa aurora, quando 
lo stregone. Torco, la strega, la tenebra notturna 
li perseguitano. Vediamo ancora sotto quali aspetti 
ci viene rappresentata la luna negli inni vedici. 
Anumati, ossia la propizia, è chiamata la luna 
alla vigilia del plenihinio; Rakdla. splendida, la 
luna del plenilunio. Presso queste due fasi lunari, 
si rammentano Sinìvali e Kuhn o GungUj le duo 
lune del novilunio. La piccola luna, la luna del 
novilunio è celebrata come sabahù ossia avente 
piccole braccia, e svanguri, ossia dalle belle dita. 
Di Sinlvalì è pur detto ch'essa prepara il germe, 
che pone il germe produttivo. Nelle novelline 
russe abbiamo fate dalle mani e dita meravigliose 
che foggiano un fanciullino nano di pasta e poi 
vi soffiano la vita, sì che ne nasce un piccolo 
eroe, l'eroe solare, Raffigurata così fa lunq, comQ 



Il sole, la luna, le stelle. 91 

una fata meravigliosa, come una meravigliosa 
madre celeste, essa divenne pure più facilmento 
la proteggitrice de' parti e de' matrimoni. Secondo 
l'uso nuziale indo-europeo, 1 matrimoni devono 
essere sempre celebrati, per buon augurio, nella 
quindicina luminosa della luna, quando la luna ò 
veramente luna o lucina, o luminosa, ossia fra il 
novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede 
propi'zio, per eccellenza, alla fecondazione, né solo 
alla fecondazione animale, ma ancora alla vege- 
tale, onde pure le numerose superstizioni agri- 
cole che si riferiscono agli inftussi lunari. Ma se 
la vedica Sinìvalì ci offre alcuni indizi preziosi, 
anche più singolare ed importante è quello che 
l'inno trentesimo secondo del secondo libro del 
Rigvoda ci fa sapere della nuova luna Ràkà. Voi 
ricordate, senza dubbio, come nelle novelline 
popolari, la strega matrigna ordini alla bella fan- 
ciulla che odia e perseguita, un lavoro impossi- 
bile, superiore ad ogni arte, industria e potenza 
umana. La povera fanciulla si dispera, e si rac- 
comanda ora alla Madonna, ora ad una buona fata 
che viene ad assisterla, a lavorare, a far contare 
il grano, tessere, filare, cucire per essa. Invece 
della Madonna, trovasi talora una meravigliosa 
barabolina o fanciulla di legno (uno de' nomi ve- 
dici della luna è Aranydni, o la silvestre, quella 
che sta nel legno, noi bosco, come Artemis o la 
Diana silvestre, nel quale aspetto diventa poi una 
Dea cacciatrice; quindi il nome di madre delle 
fiere dato ad Aranydnì e di Mr' igardg' a, o re 
delle fiere dato, in sanscrito, alla luna). Questa 
bambolina, questa fanciulla di legno ha, come la 



92 Mitologia comparata. 



luna, mani e dita meravigliose di fata, così pic- 
cole che può con esse preparare una camicia o 
un abito tanto fine che passi nella crua dell'ago 
possa star chiuso entro il guscio di una noc- 
ciuola. Anche la luna Rdkd, nel Rigveda, appare 
intenta a cucire l'opera luminosa celeste, con un 
ago che non si rompe. Qual è quest'opera celeste? 
Il velo d'oro che l'aurora mattutina reca al sole 
suo sposo, il velo, l'abito, la veste, la camicia 
nuziale dei giovine sole; la tela che Penelope 
prepara, senza fine, allo sposo errante Ulisse. 
L'inno vedico, subito dopo aver nominato l'opera 
che Rdkd, la splendida luna, deve cucire, invita 
la stessa Ràkà a produrre l'eroe dai cento doni, 
degno di venir celebrato, ossia il giovine eroe 
solare. Più tardi questa stessa strofa divenuta 
una formola sacra, passò nel rituale dell'uso do- 
mestico, e, per ogni figlio nascituro soprala terra, 
si ripetè a fine di buon augurio, la stessa invo- 
cazione. Che, se rechi meraviglia il sentire come 
la luna, cucendo l'opera, produce un figlio, può 
scemar questa meraviglia, quando si pensi pure 
al probabile equivoco di linguaggio nato tra le 
radici siv, syu, su, cucire (onde il vedico sud 
l'ago, quello che cuce), onde la parola indiana 
sutra filo, la parola latina sucre cucire, e la ra- 
dice su generare, onde le voci sanscrite siila, 
sunu il figlio. Il cucire come il creare è un met- 
tere insieme, un aggiungere, un aggregare. Io ho 
fin qui indicato un solo aspetto della bina vedica, 
la luna mediatrice, la luna proteggitrice dell'eroe 
e dell'eroina solare; la lampada che illumina la 
via acquosa ai due amanti Ero e Leandro è una 



// sole, la luna, le sielle. 93 

nuova forma poetica di questo mito. Altre più 
potremmo osservarne, le quali ci sarebbe agevole 
riscontrai'e coi vari aspetti delle classiche Selene, 
Artemis, Persefone^ Cinzia, Diana, Lucina e JPro- 
serpina. Ma quanto s'è detto può bastare a per- 
suaderci che fra il sole e la luna il mito suppose 
una relazione continua. 

Così pure fra la luna e le stelle. Abbiamo già 
accennato alle stelle spie del cielo. Il sole, la 
luna, le stelle, sono ancora raffigurati come sede 
immortale di anime umane fatte beate. Alle stelle 
si sale, dopo morte; dalle stelle, secondo le cre- 
denze orfiche ed eleusine discendevano le anime 
dei neonati, l'arco baleno, la via lattea si rappre- 
sentarono talora come un ponte delle anime che 
attraversano la funebre palude. 11 poeta vedico, 
descrivendo lo scomporsi del corpo umano dopo 
la morte ne' suoi vari elementi, osserva che l'oc- 
chio del trapassato va a perdersi nel sole ond'esso 
è nato; concetto che fu pure accolto dal Goethe 
nella sua Farbenlehre: 

Wàr" nicht das Auge sonnenhaft, 
Wie konnten wir das Licht erbltcken ? 

Come in uno specchio, nell'onda, nell'arcobaleno 
si rinfrangono tutti i colori dell'iride; come nel 
linguaggio, per gradazione successiva di suoni o 
colori vocali che rivestono il pensiero, per mi- 
nime deviazioni di riflessi ideali, con parole omo- 
nime, si vennero talora a rappresentare colori 
diversi, così da fenomeni fisici elementari insieme 
combinati si svolse un intero sistema mitologico, 
anzi una intiera armonia mitica. Noi abbiamo 



64 Mitologia comparata. 

già inteso come nella lingua vedica nascesse l'e- 
quivoco sopra la voce div,, che significò brillare 
e abbiamo pur veduto come le ninfe danzino, 
come i gandharvi vedici e i centauri ellenici 
suonino, come il cielo si riempia di suoni e di 
canti; abbiamo pur veduto che la luce si muove 
e si crea al suono della parola. L'acqua che balla 
e canta delle novelline popolari non è altro se 
non l'onda luminosa; il moto manda un suono. 
La luce che si muovo, che si distende, diffonde 
per gli spazi che percorre un'armonia di colori, 
che appare eloquente; così pure s'immaginarono 
il sole, la luna, le stelle come divini strumenti 
musicali, come arpe eolie che il vento fa fremere, 
come lire celesti. Quando si dice che Orfeo con 
la sua lira fece muovere pietre, piante, animali; 
quando si rappresenta Apollo con la lira. Apollo 
guidator delle nove splendide muse, ci si raffi- 
gura il sole stesso come una lira, di cui i raggi 
d'oro sono le corde. 11 Dio che regge il sole tocca 
quella lira divina e per quell'armonia i raggi so- 
lari che insieme giuocano e producono un divino 
concento, tutta la terra si muove, si ridesta, ri- 
palpita alla vita. Quello che fa il sole nel giorno, 
lo fanno nella notte la luna e le stelle. Il flauto 
magico che rinnova il miracolo della lira d'Orfeo 
e che inspirò il genio del Mozart è ancora un 
flauto celeste. La luna ed il sole sono quel flauto, 
quel sonatore di flauto. Quel flauto rivela tutti 
i segreti, scopre tutti i tradimenti, precisamente 
come fanno il sole e la luna che rivelano i na- 
scondigli, che rendono tutto manifesto, che fanno 
muovere ogni cosa. Alcune novelline ci parlano 



// sole, la luna, le stelle. 95 

pure d'un giovine pastorello, d'un giovine suo- 
natore di flauto d'agreste cornamusa, che viene 
ucciso; ma sulla sua tomba risorge una pianta 
vocale e dolente che ci dirà il nome dell'ucci- 
sore come la il corniolo del Polidoro virgiliano. 
11 flauto divino è immortale, come la luce. Quando 
l'aurea luce s'accende nel cielo, tutto il mondo" 
risorge, favella e canta; il lungo silenzio rendeva 
fioche le ombre dantesche, e Dante stesso chiama 
muto un luogo privo di luce. La luce è perfetta 
armonia; dalle stelle risplendenti parve uscire 
una grande sinfonia celeste: le stelle fra loro si 
parlano; e tutte insieme formano quello stupendo 
concerto che un walzer dello Strauss mi sombra 
avere tentato invano di farci risuonar negli orec- 
chi. Quella musica divina penetra nell'anima no- 
stra in modo troppo misterioso, perchè alcuno 
strepito violento di note musicali terrene possa 
determinarlo. Guardando il cielo stellato, un sen- 
timento poetico e religioso s'impadronisce delle 
anime nostre; nessuno è con noi, e pure contem- 
plando ad una ad una e tutte insieme le stelle^ 
non sentiamo quasi più la nostra solitudine pro- 
fonda; ogni stella ci splende amica e ci dice una 
sua parola, e quella parola arcana ci acqueta le 
interne tempeste e compone nelle anime nostre 
i loro dissidi dolorosi. Anche il gran scettico di 
Recanati, che sdraiato alle falde del Vesuvio, con- 
templava quasi moribondo ora il mare, ora il bel 
cielo stellato di Napoli, non seppe resistere al 
fascino immenso di quella armonia di astri lucenti 
negli spazi infiniti, e trovò in essi un'ora di pace, 
disperata bensì ma pace; egli conchiudeva bensi 



96 Miloìogia comparata. 

sempre alla pochezza dell'uomo, e alla sua grande 
miseria innanzi alla natura; egli derideva pur 
sempre all'essere mortale; ma in questa meravi- 
glia stessa che suscitava ancora in lui l'aspetto 
d'un cielo stellato, noi abbiamo una prova che 
il sentimento d'armonia religiosa che governa la 
natura aveva vinto e domato anche lui. Perchè 
mai egli così terribile scettico intorno alle cose 
dell'umanità, levando gli occhi al cielo volle 
tornar poeta, e, non figurando più gli altri mondi 
ad uno ad uno, come stupide inerte moli ove la 
creatura patisce e geme come sulla terra, si sol- 
levò egli nel concepimento ideale di un tutto più 
alto e più perfetto che si dilata per gli spazi 
infiniti quasi a confondere ed umiliare la miseria 
nostra? Quanto manca più perchè quest'uom.o il 
quale sente la divina maestà del creato, e la so- 
lenne armonia che diffonde come in un tempio 
infinito la luce serena e tranquilla delle stelle, 
non curvi i ginocchi riverente ed adori? 

Così la celeste lira d'Orfeo, la lira febea, il flauto 
divino, l'armonia delle sfere che, secondo il mito, 
ebbe virtù di trarsi dietro tutta la natura animata 
e inanimata, rinnovando il suo magico portento, 
viene a tentare il gelido petto del più disperato 
e disperante fra i nostri poeti, e lo costringe, 
nuovamente e per l'ultima volta, meravigliato e 
commosso, ai canto. 



LETTURA QUINTA. 
PIETRE, PIANTE, ANIMALI 



Come nel mondo della natura^ in quello dei 
miti, i tre così detti regni, il minerale, il vege- 
tale, l'animale, si confondono così spesso che rie- 
sce talora impossibile il contemplarli e studiarli 
divisi. Le origini stesse del mondo, secondo le 
leggende cosmogoniche, muovono ora da un 
monte che si apre, da un sasso che si getta, dal 
grembo fecondato dalle acque, dal vento che, 
amando, spira; ora da un'erba, da un albero, da 
uti fiore che non vegeta soltanto, ma feconda il 
bruto, l'uomo, il Dio; ora dalla parola animata 
del Nume, dalla volontà, dalla sapienza, dalla pe- 
nitenza, dall'amore, dalla voluttà di un essere 
divino. Talora un mondo minimo ne fa germo- 
gliare un altro massimo, e la stessa pluralità e 
infinità di mondi ò il fatto stesso della moltipli- 
cata potenza e sapienza intellettiva dell'uomo, 
che, secondo un alto concepimento buddhistico, 
arriva alla suprema Beatitudine per mezzo della 
suprema Sapienza, e, sommo beato o sommo sa- 

Dk Gobbbnat». 7 



98 Mitologia comparata. 

piente, perviene non pure a numerare l'innurae- 
rabile, ma a creare Tincreato. Il nostro moderno 
idealismo non è ancora arrivato alla potenza di 
questo" stupendo concepimento indiano. Ma questa 
stessa ultima fase di pensieri indiani, intorno 
all'evoluzione cosmogonica, è già tanto remota 
dai primi miti elementari, che perde quasi ogni 
suo carattere mitologico, per acquistarne uno 
quasi interamente mistico e' metafisico, e cade 
però più tosto sotto l'osservazione dello storico 
dello religioni che sotto quella del mitologo. 
Poiché, fra la religione e la mitologia io riconosco 
questa differenza essenziale; la prima, anche svol- 
gendosi talora da una mitologia, come, per esem- 
pio, il brahmanesimo ed il cristianesimo, si fonda 
principalmente sopra la metafisica, la seconda 
sopra la fisica; tra le due è dunque quella paren- 
tela medesima che si può riconoscere tra la meta- 
fisica e la fisica; l'una può venire dopo l'altra e 
continuarla, ma non è necessario che venga. Nel 
vero, si videro alcune mitologie estinguersi od 
occultarsi o rinnovarsi senza generare alcun si- 
stema religioso; mentre non si conosce sistema 
religioso che non abbia sua base in alcuna pre- 
cedente nozione o preoccupazione metafisica. 

L'osservazione poetica del mondo fisico ha in- 
vece generato certamente tutti i miti elementari, 
i quali alterandosi poi si moltiplicarono all'infi- 
nito. 11 primo problema che la curiosità dell'uomo 
primitivo si pose fu il problema stesso che si 
pone ogni fanciullo. Come son nato? Chi mi portò 
su questa terra? Se la scienza, o almeno quella 
che si crede tale, ossia una stupenda illusione 



Pietre, piante, animali. 99 

(poiché la scienza è essa stessa un vero mito; 
noi possiamo avere un certo numero più o men 
grande di conoscenze esatte, ma il complesso 
di tali conoscenze non costituisce ad alcuno il 
possesso della scienza) se la scienza, dico, non 
ha, dopo tanto scrutare, ancora trovata alcuna 
risposta precisa, qual meraviglia che la ignoranza 
de* primi uomini se ne desse molte, l'una diversa 
dall'altra? Che la risposta, in tempo in cui non 
c'erano libri da consultare, nò scuole filosofiche, 
nò etnologi, né antropologi, si cercasse sempre, 
tentando direttamente il gran libro della natura? 
Che, non essendoci preconcetti scientifici, e in- 
gombro di preoccupazioni civili e religiose, le 
impressioni ricevute direttamente dalla natura 
fossero più vive, le tradizioni sulle vicende fisiche 
della terra più tenaci? E chi ci assicura che 
quando l'Indiano si figurava al principio di ogni 
creazione un gran monte cosmogonico, sul quale 
si manifestarono la prima flora, la prima fauna, 
con gli Dei sulla vetta, non avessero una coscienza 
vaga del primo ritrarsi delle acque dalla cima 
d'un monte? E chi non vede ancora un nuovo 
monte cosmogonico in queir Ararat armeno, in 
quel Nàubandhana indiano, sopra il quale l'arca 
di Noè, il vascello di Manu vanno a fermarsi, 
dopo il diluvio, sopra il quale si muoveranno 
dapprima tutti gli animali chiusi nell'arca da Noè, 
sopra il quale si feconderanno la prima volta 
tutte le sementi chiuse nel vascello da Manu? 
JSoè è Manu sono due rigeneratori della stirpe 
umana, e la leggenda del diluvio non è altro, 
potete credermi in parola, poiché mi manca qui 



100 Mitologia comparata. 

il tempo di dimostrarvelo, se non una nuova 
forma della leggenda cosmogonica. Ora, quanto 
avvertii sopra il carattere cosmogonico de' due 
monti che figurano nella leggenda biblica e nella 
leggenda vedica del diluvio mi giova per con- 
giungere qui direttamente anche la leggenda del 
diluvio e cosmogonica ed antropogonica ellenica 
di Pirra e Deucalione che, a primo aspetto, appare 
alquanto diversa; poiché finalmente il mondo, 
dopo il diluvio ellenico, è rigenerato nel modo 
stesso con cui viene rigenerato dopo il diluvio 
biblico ed .indiano, cioè, per mezzo d'un monte, 
ossia il monte è la prima forma cosmogonica che 
emerge dalle acque cosmiche come dalle acque 
del diluvio. La parola indiana adri, significa pietra 
e monte. Anche la nave di Deucalione si ferma 
sopra un monte, il monte Parnasso; quando per- 
tanto si dice che Deucalione e Pirra gettando 
pietre dietro di so generano uomini o donne, il 
senso di questo mito originario, divenuto ellenico, 
non è altro che questo: sul monte Parnasso nac- 
quero i primi uomini e le prime donne. Le pietre 
sarebbero, secondo Virgilio, le ossa della terra, 
madre comune degli uomini. Anche in greco la 
parola Xax; che significa pietra, significa pure 
roccia; di più ad agevolare l'equivoco che svolse 
il mito ellenico, nel linguaggio poetico, si dice 
>iao; invece di Xaa;, e si confuse perciò facilmente 
con Xao; che significa popolo. 

Talora, invece, il diventare di pietra è per l'eroe 
l'eroina del mito e della leggenda, una vera 
maledizione, un castigo di qualche gran colpa 
commessa. L'eroe o l'eroina del mito è per lo più 



Pietre, piante, animali. ÌOI 

una figura solare ; del sole noi diciamo che tra- 
monta, che si corica, ohe muore. L'apparenza è 
che esso si chiuda, come Mosò moribondo, nella 
montag-na, nella roccia, nella pietra, ossia che 
diventi egli stesso di pietra. Esso resta impie- 
trato fino a che una fanciulla che l'ama, un'au- 
rora, un caro fratello, un'altro sole, non viene 
a liberarlo. Nelle leggende indiane, il Dio Indra, 
in pena d'aver sedotto la moglie d'un pio brah- 
mano Ahalyà, vede la sua bella trasformata in 
pietra, ed egli stesso è condannato a giacere 
chiuso nell'acqua col corpo macchiato da mille 
yoni ignominiose che attestano la sua colpa. 
Sahasrayoni Q il suo nome infame che i brahmani 
inventarono trasformando quello eh' egli avea 
prima di Sahasrdksha, il Dio dai mille occhi, 
nome col quale si figurò il Cielo stellato e il Dio 
di quel Cielo. Ma Indra non è solamente il Cielo 
stellato, ma anche il Nume del Cielo tonante, e 
talora il Sole che tona nella nuvola, e la parola 
adri non vale solamente la pietra e la montagna, 
ma anche la nuvola. Giove nasce sul monte Ida; 
quando Giove nasce, i Coribanti fanno strepito; 
Indra nasce egli puro tra i monti, ossia tra lo 
nuvole tonanti. Ma queste nuvole, questi monti, 
pigliano poi essi stessi aspetti di giganti, di ti- 
tani che vogliono dare la scalata all'Olimpo, muo- 
vendo macigni uno sull'altro. Tra i nemici del 
Dio indiano Indra troviamo segnati gli Adrayah 
ossia i Monti; Rauhin, ossia quello che sale è 
nome vedico dato ad uno dei mostri della nu- 
vola; Indra fulmina tutti i mostri titanici, lan- 
ciando un formidabile aQman, parola che signi- 



102 Mitologia comparata. 

fica ad un tempo pietra, rupe, saetta, fulmine. 
Indra, nell'età della pietra, foggiava dunque le 
montagne a guisa di saetta fulminante, e schiac- 
ciava con esse i mostri, come Giove schiaccia il 
gigante Encelado. L'aspetto di quella mirabile 
battaglia celeste con le nuvole divenute montagne 
titaniche e vulcaniche si riproduce poi sopra la 
terra con l'epopea del Rdmàyana, ove Hanumant, 
il continuatore epico del Dio Indra, lancia ma- 
cigni contro i mostri rapitori di donne. Ma se le 
pietre che lapidano, i macigni che schiacciano, 
le montagne che soffocano il nemico sono desti- 
nate a punirlo, come avviene poi che sia così 
divulgato r uso di seppeUire anche le persone 
più care sotto un monte di pietre? Certamente, 
perchè la pietra stessa del concepimento popolare 
non è stimata del tutto sterile, perchè come dal 
monte e dalle pietre si crede siano stati generati 
uomini (il sole e la luna sono figurate come due 
gemme) cosi si spera che possano risorgerne, 
risuscitarne i cari sepolti. L'uso può averne anche 
la sua spiegazione dairorrore che s'ebbe sempre 
fra tutti i popoli (i Persiani fanno una singolare 
eccezione) per gli insepolti; ma certe particola- 
rità dell'uso lasciano pure sospettare che si vo- 
lesse con quelle pietre fornire al trapassato non 
puro una ditesa dai geni maligni, ma un mezzo, 
una speranza di ritornare alla vita o almeno di 
avviarsi al Regno dei Beati. 1 Tartari e gli abi- 
tanti della Piccola Russia credono che il vian- 
dante s'assicuri un viaggio felice quando, incon- 
trando per via un monticello di pietre che copre 
alcuna tomba, vi aggiungo di suo una pietra, o 



Pietre, pianle, animali. 103 

una zolla, o un ramoscello. L'ufficio di quelle 
pietre date come viatico al morto, mi ricorda i 
sassolini di cui s'empie le tasche il fanciullino 
nano e sapiente nella novellina del Petit Poucet, 
quando egli si è smarrito coi fratellini nella fo- 
resta, mandato a morire dal padre crudele, man- 
dato incontro o in bocca all'orco; per mezzo dei 
sassolini ch'egli spande per la via, il nano ritrova 
la casa paterna; anche il morto riceve o prende 
seco sassolini, per ritrovare, quando discende 
all'inferno tenebroso, la via luminosa celeste; i 
riti funebri umani sono reminescenze di riti mi- 
tici, di riti funebri solari. 

Usi somiglianti si ritrovano fra ì Germani, gli 
Scandinavi, i Celti della Gran Brettagna, gli Af- 
gani, gli Indiani, i Cinesi, i Giapponesi, gli Ot- 
tentotti ed altri popoli più selvaggi. Gli antichi 
Greci ^ usavano pure, quando viaggiavano, ag- 
giungere un sasso al mucchio di pietre che si tro- 
vava per via, a fine di avere il viaggio sicuro, 
in onore di Hermes o Mercurio, Dio de' Viandanti, 
ma che, in origine, si onorò specialmente non 
come guidatore dei vivi, sì bene qual <]^\jyo-n.o\t.T:6^ 
ossia guidatore delle anime dei morti. Che un 
uso somigliante si mantenesse nell'Italia meri- 
dionale si può argomentare dal seguente racconto 
di Servio: « Dicesi che sulla vetta del Gargano 
si trovino due sepolcri di due fratelli, de' quali 
essendo il maggiore fidanzato ad una fanciulla 
ed il minor fratello tentando rapirgliela, vennero 
all'armi e ammazzitisi l'un l'altro furono quivi 



• Cfr. LiEBRECHT, Zar Volkshunde, 1879, pag. 271. 



104 Mitologia comparata. 

sepolti. Nel che vi è questo di mirabile che se 
due viandanti attraversando quella selva gettino 
insieme ad uno stesso sepolcro due sassi, i due 
sassi, non so per qual virtù, si separano e vanno 
a cadere l'uno sull'uno, l'altro sull'altro sepol- 
cro. » Certo non è per atto di pietà che Indra 
ammazza i suoi nemici con una pietra o roccia; 
ma nel vedere spesso come sui tumuli invece 
d'una pietra, si portino, come accade in Francia, 
quali equivalenti, frasche, zolle erbose di terra, 
ramoscelH, bastoni, mi pare evidente che si au- 
guri e si offra per tal modo alla persona sepolta 
il mezzo di risorgere o di camminare almeno nella 
via funebre fino alla sede ove si muovono le 
anime dei Beati. A Geylan sopra tumuli così fatti, 
i viandanti gettano pure oggetti diversi. I bud- 
dhisti credono veramente che se parenti ed amici 
depongono alcuna pietra presso la statua di Bud- 
dha, i loro morti usciranno più presto di pena. 

Così noi vediamo anche la materia più inerte 
muoversi animata nel mito. Qual meraviglia che 
si sia trovata un'anima divina alle piante e agli 
animali e che si sia incarnato più volte il nume 
nell'uomo? 

Ho detto che la parola indiana adri significa 
pietra, monte, nuvola', non ho detto ancora che 
essa significa pure albero. Penseremo, per questo, 
che la lingua indiana sia povera? No, perchè 
abbiamo altre molte parole per esprimere, singo- 
larmente, il monte, la nuvola, l'albero; argomen- 
teremo, invece, ch'essa è molto elastica, e che la 
rese tale specialmente la vivace immaginazione 
degli Indiani. Quale somiglianza, in vero, tra una 



Pietre, piante, animali. 105 

pietra o macigno o roccia o monte ed un albero? 
Se Maometto si muove non si muove già la mon- 
tagna; la parola ac?n' significa precisamente quello 
che non si muove: ora questa qualità che con- 
viene al monte che sta fermo, conviene pure al- 
l' a/èero, che non si muove dal proprio posto. 
Anche la foresta di Biruam starebbe ferma se i 
nemici di Macbetto non ne levassero ramoscelli 
per ingannarlo e fargli credere che la foresta 
stessa ha fatto il miracolo di muoversi. Ma se 
r albero sta fermo al suolo, e pel suo tronco ras- 
somiglia al monte immobile, si dilata poi per 
molti rami e cresce, ond' egli è anzi chiamato 
vr'iksha, ossia quello che cresce, e come tale, si 
capisce che abbia potuto paragonarsi alla nuvola 
che cresce e si dilata ed al vasto cielo. Questa 
varietà d'immagini che si feconda in una sola 
parola è potente alimentatrice di miti. Ma il più 
solenne de' miti è forse questo che, avendo con- 
vertito in grand' albero il cielo, la nuvola ed il 
monto, da questo grand' albero celeste, da questo 
kalpavr' iksha fa discendere uomini e Dei. Con- 
cepito il cielo nuvoloso come una gran foresta 
combustibile nella quale il fulmine accende il 
fuoco generatore, dal quale emerge poi in figura 
ora d'un eroe, ora d'un Dio il sole lucente, era 
naturale che anche nelle foresto della terra, in 
quegli alberi sopra i quali cadono di preferenza 
i fulmini, dal legno confricato, de' quali si gene- 
ravano ogni giorno nell'età vedica ossia patriar- 
cale il fuoco sacro domestico, si supponesse ger- 
mogliato il primo uomo. L'albero del paradiso 
celeste è teogonico; l'albero del paradiso terre- 



106 Mitologia comparata. 

stre è antropogonico. La leggenda del primo nume 
si congiunge alla leggenda del primo uomo. L'al- 
bero ha il secreto della vita ossia il secreto della 
scienza; anche Buddha nasce, si educa e rag- 
giunge la sua suprema beatitudine presso l'al- 
bero che finalmente lo personifica. Nelle tradi- 
zioni bibliche e cristiane, l'albero di Adamo, 
l'albero del paradiso terrestre, l'albero della ge- 
nerazione, si trasforma in albero di rigenera- 
zione, di redenzione, in albero della Croce; il 
mito avendo così descritta tutta la sua parabola 
ideale, dalla prima significazione fallica, al sim- 
bolo divino del sacrificio consciente dell'indi- 
viduo per tutta la specie. 

Né l'albero soltanto è vivo, ogni parte dell'al- 
bero, le radici, il ceppo, il tronco, le foglie, i fiori, 
i frutti hanno la loro leggenda mitica. 

È nota la potenza magica attribuita dalla me- 
dicina popolare a certe radici. Fin dall'età vedica 
lo stregone che conosceva i rimedi infallibili era 
chiamato col nome di mulakit che vuol dire 
« dotto nelle radici ». Ma quella scienza non pa- 
reva pura; quindi il solo mostro, il solo orco in- 
diano appare fornito di quelle radici, onde il suo 
nome di mùlavat; e mùladeva o « Dio delle ra- 
dici » si chiama pure il persecutore odioso del 
Dio Kr'ishna, l'Erode indiano Kansa. Tra i Bo- 
schimani, il dottor Bleek ha trovato questa leg- 
genda, probabilmente fallica, intorno all'origine 
delle stelle della via lattea. Una madre molto 
avara dava a sua figlia in troppo scarsa quan- 
tità a mangiare di una certa radice rossa, ch'essa, 
senza dubbio amava particolarmente; la figlia un 



Pietre, piante, animali. 107 

giorno ne prese un tal dispetto che ne gettò i 
pezzettini al cielo, ove da que' pezzettini germo- 
gliarono le stelle della via lattea. 

Dopo la radice, viene il ceppo. Quando il nostro 
linguaggio dice ancora che il tale o il tal altro 
nacque d'illustre ceppo, conforma una credenza 
popolare. Per gli antichi, 1 primi uomini erano 
« duro de robore nati »; ma il ceppo è veramente 
la parte della quercia, o del frassino onde si 
crede che si levino più spesso i neonati fanciulli. 
La festa del Natale è pure la festa dell' albero 
carico d' ogni bel frutto o la festa di Ceppo, in 
memoria di che, a Natale, in parecchi luoghi 
d'Italia e di Germania suolsi mettere ad ardere 
religiosamente il più grosso ceppo. In Valdichiana 
il ceppo si picchia con le molle dai bambini che 
hanno gli occhi bendati, per augurio di abbon- 
danza, allo stesso modo con cui in parecchi luo- 
ghi di Germania la vigilia di Natale, si picchiano 
gli alberi fruttiferi, perchè la raccolta dell'anno 
riesca buona ed abbondante. 

11 tronco dell'albero ebbe sempre un significato 
specialmente fallico, come il bastone, la verga, il 
monte Mandara che agita l'oceano priaiigenio in- 
diano e vi produce l'ambrosia, '\\ pramaniha ve- 
dico che genera il fuoco, lo Skambha vedico cho 
serve di fulcro, di sostegno, di base, di centro 
motore all'universo. 

Le foglie dell' albero, specialmente a motivo 
della loro particolare mobilità e della musica che 
suol fare il vento fra le fronde, diedero poi vita a 
molte idee poetiche che si foggiarono in miti. La 
parola sanscrita patirà è, ad un tempo, la foglia 



108 Mitologìa comparata. 

in generale e, in particolare, il foglio di palma, 
sopra il quale si scrive spesso nell'India, Così la 
parola papiro che indica una pianta diede origine 
alla parola papier. Le parole folium in latino, 
hlatt in tedesco, list in russo contengono, ad un 
tempo, l'idea di foglia e di foglio. Così la pa- 
rola latina liber che vale scorza venne a signi- 
ficare il libro. E come le foglie lanciate dall'an- 
tro dell'antica sibilla contenevano oracoli divini, 
così ai libri si attribuì un valore sibillino e il 
libro specialmente di \'irgilio, venerato, nel me- 
dio evo, come un mago della virga magica, e, 
a motivo dei versi sulla Vergine, come un pro- 
feta, fu consultato specialmente dagli scolari, i 
quali, aprendo il volume a caso, dal primo verso 
che loro s'aifacciava vollero talora indovinarne 
la propria sorte. Immaginata così una stretta re- 
lazione fra l'idea di foglia e l'idea di foglio, im- 
maginata la foglia come un foglio sopra il quale 
si può scrivere, poi che si suppose che la foresta, 
l'albero fosse abitato da un Dio, s'immaginò pure 
che il nume scrivesse o incidesse, o figurasse in 
qualche modo i suoi responsi sulle foglie, le quali 
divennero così quasi conscienti, quasi consape- 
voli della suprema volontà del nume ; quando 
esse cadevano, quando volavano, portavano seco 
l'aito e secreto responso del nume. Nella Bhaga- 
vadglta è detto che gli stessi Vedàs sono le fo- 
glie del gigante aQvaitha, lo. ficus religiosa, l'al- 
bero cosmogonico indiano. Al tremito delle foglie 
delle sue querele, il Giove Dodoneo dava i suoi 
famosi responsi. E le foglie delle antiche Sibille 
sono forse cadute anch'esse da alcuno di quegli 



Pietre, piante, animali. 109 

alberi celesti. Le foglio degli alberi celesti hanno 
il potere di viaggiar lontano, come le nuvole, le 
quali sappiamo che, al pari delle foglie, fanno nella 
poesia indiana, come nella Stuarda dello Schiller, 
ufficio di poetiche messaggiere. Gli amanti greci 
si mandano talora messaggi d'amore sopra una 
foglia di platano, quella stessa foglia, sopra la 
quale, secondo il filosofo Talete (il quale aveva 
forse inteso il racconto indiano di Brahman na- 
vigante sopra una foglia di ninfea), vogava la 
terra in forma di timballo. Lo scrittore vedico 
A^valàyana e il suo commentatore Nàràyana ci 
insegnano che il prete o sacrificatore vedico in- 
caricava certefoglie privilegiate di portare i suoi 
voti a qualche amico assente; la foglia incaricata 
del messaggio riceveva come viatico due pastic- 
cini, quali rimanevano poi naiuralmento nello 
mani del celebrante. Le foglie fatidiche o sibil- 
line erano dunque note anche all'India vedica. Il 
noslro viaggiatore Vincenzo Maria da Santa Ca- 
terina, nel suo Viaggio nell'Indie Orientali, de- 
scrivendoci la sacra ballerina del Dekhan e le 
processioni che si fanno nel mese di giugno, sog- 
giunge che dopo alcune cerimonie e suoni e canti 
di brahmani « risorge la donna come ispiritata, 
e corre a collocarsi in un trono, formato nel lato 
destro del pagode con foglie di piante; da dove, 
dopo essersi fermata qualche tempo, continuando 
il suono e il canto, ripiglia il corso e con cele- 
rità incredibile ascende una pianta tutta cinta di 
pianto a guisa d'edera, dove appesa solo con li 
piedi alti rami, va rispondendo a tutto ciò di che 
la richiedono ». 



110 Mitologia comparata. 

Come noi vedemmo già che l'albero della scienza 
e l'albero della vita s'identificano, così la foglia 
che rivela i secreti del nume, ora assume 1' ufficio 
pudico di velare, gli autori del peccato, ora rap- 
presenta la verginità stessa. Non è soltanto nella 
Bibbia che Adamo ed Eva si occultano dietro le 
foglie dell'albero che probabilmente li ha fatti 
peccare; anche nel persiano Bundehesh, l'uomo 
e la donna, dopo il loro primo connubio, si co- 
prono di foglie. Nel Tirolo italiano, le fanciulle re- 
cano nei loro capelli unafogliolina verde; il giorno 
del loro matrimonio perdono il loro diritto di 
portarla, e si ornano invece il capo di fiori arti- 
ficiali. 11 portoghese Barbosa aveva osservato un 
uso somigliante nell' India, Quando una donna 
rimano vedova, si leva dal collo la fogliolina d'oro, 
che il marito le regalò il giorno delle nozze e 
la getta tra lo fiamme che ne ardono il cada- 
vere, in segno eh' essa non ripiglierà marito. Noi 
vediamo dunque attribuito particolarmente alla 
sola foglia, come ad una delle parti più animate 
dell' albero, quasi tutte le proprietà mitologiche 
le quali appartengono all'albero; e poiché l'al- 
bero, simbolo di vita ha pure un carattere fu- 
nebre, qual simbolo di immortalità, come si pian- 
tano alberi di buon augurio per la nascita d'un 
fanciullo, così si coprono di alberi e di foglie le 
tombe. Secondo una credenza popolare inglese, 
il pettirosso copre di foglie e di borracina il ca- 
davere degli insepolti. 

Quando poi si crede che gli alberi parlino, che 
gli alberi cantino, ciò avviene specialmente per 
mezzo delle foglie agitate dal vento. La foglia 



Pietre, piante, animali. ili 

come r albero ha coscieaza di quanto avviene 
nel mondo; secondo la credenza popolare de' Ve- 
neziani, il Venerdì Santo, nell' ora della passione 
di Gesù Cristo, tutto le foglie degli albori inco- 
minciano a tremare. Nella Piccola Russia si dice 
che le foglie degli alberi tremino soltanto dal 
tempo in cui Giuda s' è impiccato ad un albero, 
morendo egli pure come il Salvatore che si la- 
sciò crocilìggere suU' albero della Croce. 

Il medico napoletano Giambattista Porta avvi- 
cinava già il fiore all'occhio, dicendo che il fiore 
era per l'albero, quello che l'occhio per l'uomo. 
Sopra il fiore si raccoglie, nel vero, tutta la luce, 
tutto lo splendore, tutto il prolumo, se si può 
dire, tutta l'idealità dell'albero, come nell'occhio 
si traduce tutta la poesia dell'anima umana. Non 
ò quindi meraviglia che i fiori siano così cari ai 
poeti ed alle donne, che i primi li abbiano tanto 
cantati e le seconde ne abbiano presa tanta cura. 
11 rifiorire dell'albero è sempre una speranza, 
una promessa, la cosa finalmente più lusinghiera 
nella quale 1' anima umana più volentieri si culla 
e si illude come in un sogno boato. Che importa 
se la speranza sarà poi fallace, se la promessa 
sarà poi tradita? Intanto la primavera risorge 
coi fiori, lieta e beila di lutto il suo mirabile 
splendore. È una bellrzza che fugge, ma fugge 
sorridendo, e quel sorriso lampeggia alla mente 
de' poeti come divino. Gli Indiani chiamano la 
primavera pushpdgama o « l'arrivo de' fiori », 
pushpasamuya o « stagione de' fiori » per la 
quale gli antichi Svedesi avevano creato un ti- 
tolo cavalleresco speciale, salutando il giovine 



112 Mitologia comparata. 



tempo dell' anno come un Conte de' fiori, una 
specie del nostro g-iovine Calendiraag-gio dal maio 
fiorito. Ed è con saette di fiori (pushpa, kusuma) 
che fa le sue guerre nell' India Kàma o Kan- 
darpaj il Dio d'Amore, onde pure tutti i suoi nu- 
merosi appellativi indiani. Secondo VAbhidharma 
dei Buddhisti, tutti gli Dei nel mondo di Kàma 
ossia nel paradiso d' amoro recano un fiore del 
colore stesso di cur essi sono. I nostri cavalieri 
medievali prendevano invece il colore che più 
garbava alla donna o regina dei loro pensieri. 
Zeus e Giunone riposano sul monte Ida in un 
letto di fiori, coperto da una nuvola. Nell'India 
il Dio che rappresenta la maestà divina, Varuna, 
siede sopra il Pushpagiri, ossia la montagna de' 
fiori, ossia in cima ai cielo fiorito di stelle. I 
G' ainàs chiamano Pryamitra il re della regione 
celeste settentrionale, ossia Pushpofiara (fiore del 
settentrione). Anche il sole e la luna sono fiori 
meravigliosi del giardino celeste; la via celeste, 
e particolarmente la via lattea è detta dagli In- 
diani una pushpaoMkaii ossia un carro di Jiori\ 
la folgore lanciata da ludra è paragonata ad una 
ghirlanda che Narada suo messaggiero lancia so- 
pra Indumatì, una nuvola mostruosa, addormen- 
tata nel giardino reale ossia nel cielo. Pushpita 
fiorito è il nome d'un Buddha; Pushpaka o 
fiorente il nome dato al carro di Kuvera, il Dio 
della Ricchezza; Pushpadanla il nome d'un ge- 
nio e Dio minoro seguace di (^iva, una specie di 
Prometeo indiano, mollo meno infelice del primo, 
che per avere svelato agli uomini il segreto de- 
gli Dei, ma specialmente il segreto fallico del Dio 



Pietre, piante, animali, 113 

(,Viva, vien condannato a rinascere in forma d'uomo 
nella quale si troverà chiuso fin che incontri sul 
monte Vindhya un Vaksha in esiglio che gli nar- 
rerà le sue proprio vicende e i sette grandi mi- 
steri della vita di (^iva. Pushpahàsa, ossia dal 
riso fiorito, è uno dei nomi indiani del Dio Vishnu, 
Così, nel Gul o Sanaubar, la regina lascia cader 
fiori dalla sua bocca ogni volta ch'essa ride, come 
oierte fortunate principesse delle nostre novelline 
popolari. Pushpadhdrana o portante fiori è uno 
dei nomi del Dio Kr'ishna. 11 Jasminum hirsutum 
Linnaei è chiamato in sanscrito attahusaka, pro- 
priamente, colui che rassomiglia ad Attahàsa, os- 
sia a colui che ride forte, appellativo del Dio (^iva, 
il Dio della chioma irsuta, lì Jasminum hirsutum 
L. chiamasi pure kunda o kundapushpa o fiore 
di kunda, nome dato ad uno dei tesori del Dio 
Kuyera, una delle forme del Dio (^iva. 11 pushpa 
fi0re designa pure particolarmente, in sanscrito^ 
il fiare della pubertà. Una strofa dell' indiano 
Pan e' atantra ci fa conoscere che nell' India si 
coronava di fiori il Unga (il fallo), per ottenere 
un figlio che liberasse il padre dal pericolo di ri- 
nascere. « Colui, vien detto, che colloca da sé 
stesso in cima al Unga un fiore, mormorando la 
forraola di sei sillabe, cioè: Ora, (,]ivàya namah 
(onore al Dio ^iva), non rinascerà più. » Quindi 
la festa de' fiori che si oelebra ogni giorno nel 
Natale indiano, cioè precisamente, ne' tre ultimi 
giorni di dicembre; vi si sacrifica al Dio (^iva; i 
due primi giorni sono destinati alle donne, il 
terzo agli uomini. Le donne tracciano innanzi 

De Gcbbrnatis. 8 



114 Mitologia comparata. 

alle porte delle loro abitazioni linee bianche, con 
fiori. Sopra ogni linea collocano piccole palle ^ 
ornato con un fior di .limono. In tale occasione 
si mette in libertà, spaventandola con grida sel- 
vaggie, una vacca ornata di fiori e di frutti che 
la folla de' devoti raccoglie dal suolo quando ven- 
gono a cadere. Una cerimonia simile, d' origine 
anch' essa probabilmente indiana, fu ritrovata di 
recento presso i Cafri. 

Non solo i fiori sono cari agli Dei, ma come da 
uno di essi, il loto, nasce il principal nume in- 
diano, la presenza di un essere divino viene ri- 
velata nell'India da una corona di fiori che non 
si appassisce mai. Il devoto partecipa poi di al- 
cune tra queste qualità divine; così w^VÌAitareya 
si raccomanda il pio pellegrinaggio, dicendosi 
che le gambe d'un pellegrino sono fiorenti, ossia 
fanno nascere fiori sul loro cammino. All'opposto, 
i piedi d'un empio, di un peccatore come Adamo 
uscente dal paradiso terrestre, nella leggenda 
medievale che lo riguarda, fanno seccare tutte 
le erbe sopra la via da lui percorsa. La Dea Giu- 
none concepisce invece Marte, appena tocca un 
fiore. 

Protinus haerentem decerpsit pollice florem; 
Tangitur et facto concipit illa sinu. 

Ovidio, Fasti, V, 255. 

Questo fiore erotico (in Grecia il fiore erotico per 
eccellenza è il melagrano), da cui nasce Marte, il 
Dio della guerra, mi fa risovvenire del fiore in- 



» D' escremento di vacca. 



Pietre, piante, animali, 115 

diano aQoka (Jonesia asoka) che il dramma Mr'ic- 
chakatikd confronta, pel color rosso, aranciato 
del lìore, con un guerriero insanguinato. Gli In- 
diani credono che il solo contatto del piede d'una 
bella donna faccia fiorire quest'albero, chiamato 
pertanto an' g' andprya, ossia caro alle donne. 
Quest'albero persouiflca il Dio d'amore, Kdma- 
deva un Dio guerriero per eccellenza come Marte; 
si narra anzi che Kàmadeva si trovava sopra 
questo albero, quando il Dio penitente (^iva lo 
itruciò insieme con l'albero. L'albero aQoka ha 
una parte essenziale nel dramma di Kàlidasa in- 
titolato: Mdlavikà e Agnimitra. Nello stesso tempo 
che Màlavikà fa fiorire toccandolo col suo piede 
r albero, essa fa nascere l' amore nel cuore del 
re Agnimitra. ^ In un rispetto toscano la donna 
che ama fa questo complimento al suo damo: 

Dove spasseggi tu l' erba vi nasce, 
La primavera tutta vi fiorisce. 

Cosi in un canto popolare siciliano un amante at- 
tribuisce alla donna eh' egli ama il potere di far 
nascere rose con l'acqua di che si lava. La rosa 
ha, com'è noto, la supremazia tra i fiori in quasi 
tutta la credenza popolare indo-europea; gl'In- 
diani tuttavia che avevano forse dimenticate lo 
loro splendide e celebrate rose del Kapmìra danno 
il primato alla Michelia Ch' ampaka che salutano 



• Questo soggetto delicato era ben degno d'inspirare un 
poeta-pittore come Tulio Massarani, che ce lo rappresenta in 
una sua tela. 



116 Mitologia comparata, 

col nome di Kusumddhipa, Kurumadhirag' o re 
dei fiori. Molti fiori poi hanno una speciale virtù 
morale, un proprio valore simbolico che una tra- 
dizione più meno autentica e generale e con- 
tinua ha loro attribuito e che costituisce il così 
detto linguaggio de' fiori, del quale si valgono 
così spesso gli amanti ne' loro messaggi. Gli 
amanti s'intendono spesso, per mezzo de' fiori, 
sebbene un proverbio della Lomellina ci metta 
sull'avviso che amori simili durano poco. In una 
novellina indiana due amanti si parlano per mezzo 
d'un fiore, e la figlia del Re Sui^arma, guardando 
alla finestra, osserva il giovine Devadatta e l'at- 
trae a sé con la sua bellezza. Essa coglie un fioro 
e con esso tocca le labbra dell'eroe d'amore, il 
quale si turba e racconta il caso al maestro, che 
gli spiega come con quel segnale la principessa 
gli die ritrovo al tempio Pushpa, ossia al tem- 
pio dei fiori. Le streghe adoperano spesso i fiori 
come filtri amorosi, facendo fiutare ai giovani e 
alle giovani certi fiori che hanno virtù d'inna- 
morarli della persona che li desidera; nò ad un 
mitologo è lecito supporre che adoprino altre ma- 
lizie, e che la vera virtù riposta sia qualche mes- 
saggio scritto che si trovi accortamente nascosto 
tra fiori, i quali in ogni modo, farebbero sempre 
da mezzani d' amoro. 

I fiori accompagnano l'uomo in tutta la sue 
vita. Anzi tutto quando nasce, come si ricordf 
ancora nel giuoco infantile berlinese della Muttei 
Tepperken, ove si finge che ogni fanciullo vengi 
al mondo con un nomo di fioro, l'uno chiaman 
dosi rosa, l'altro garofano, un altro violetta, 



Pietre, piante, animali. 117 

così di seguito; poi nell'infanzia, corae attestano 
le processioni ateniesi e dell'Asia Minore prima- 
verili^ ove tutti i fanciulli arrivati ai tre anni si 
coronavano di fiori, quasi a far festa perchè fos- 
sero usciti dall' età critica delle loro malattie, di 
che sono ancora una reminiscenza assai viva le 
processioni cattoliche del Corpus Domini, che' ri- 
cordano pure, quantunque assai più decenti, le 
feste romane in onore di Flora, nelle quali il po- 
polo coronato di fiori, spandendo la via di rose, 
cantava inni di gioia, e si spassava in ogni ma- 
niera. Neil' età degli amori, i fiori diventano , 
come s'è detto, i veri complici degli amanti; nello 
nozze degli EUeni come nelle indiane, tutti gli 
astanti dovevano e devono ancora ornarsi di fiori. 
Infine, poiché l'uomo nacque mortale, il fiore che 
accompagna e simboleggia tutti i fenomeni d'ella 
vita deve perire con esso. Gli Dei stessi, gli eroi 
divini, quando assumevano una forma umana, 
non potevano conservare ai loro fiori divini il 
privilegio d'una freschezza eterna. In un rac- 
conto di Somadeva, il Dio (^iva dona a dae sposi 
due fiori di loto : se il fiore dell' uno appassisce, 
è segno che l' altro tradisce. Così nel Tuli Nameh 
una donna dice al suo soldato: se il mazzo di 
fiori che f offro appassisce, sarà segno che io 
avrò commesso alcuna colpa, il signor Brueyre, 
che pubblicò i racconti popolari inglesi, ricorda 
ancora oltre il racconto del Grimra: « Figli d'oro » 
ove i gigli appassiscono per annunziare la dis- 
grazia che accade al figlio d'un pescatore, il vec- 
chio romanzo francese di Perceforèt, dove una 
rosa che perde la sua freschezza rivela, per tal 



118 Mitologia comparata. 

modo, l'infedeltà di un amante. Anciie i funerali, 
finalmente, e le tombe hanno il copioso omagp^io 
di fiori, e si colgono fiori ne' campi Elisi degli Si- 
leni e de' Germani, come in quelli di Dante. Poi 
che si crede alla vita immortale, come il fiore 
simboleggia la vita dei mortali, così rappresenta 
quella de' Beati, che si ingigliano nell'oro delle 
stelle. Anche nell'antica Sicilia vi era una festa 
funebre in onore di Proserpina rapita da Plutone, 
nella quale si vedeva una processione di giovi- 
netti recanti fiori; ai quindici d'ottobre si cele- 
bravano ogni anno in Roma i foniinalia, feste 
nelle quali si decoravano di fiori le fonti, come 
nei feralia o giorni dei morti, si stendeva sopra 
un rogo uno strato di fiori e di frutti, consa- 
crati, come si usa ancora per le vivande della 
vigilia de' Morti, Diis Manihus, alle anime de' 
trapassati. 

Si ama il fiore, ma si appetisce, simbolo fallico, 
il frutto, e per esso veramente si pecca; per l'a- 
vidità d'un frutto, ora un fico, ora una mela, ora 
un' arancia, ora una fragola, ora una ciliegia, ora 
un legume, l'eroe o l'eroina leggendaria corre 
spesso alla sua rovina. Per cagione d'un frutto 
offerto da un essere demoniaco, s'entra in uno 
stato demoniaco o funebre, dal quale un altro 
eroe o un'altra eroina viene poi a liberare la 
vittima. Beati quelli che resistono ad ogni ten- 
tazione, che vincono ogni concupiscenza, e che si 
mostrano degni di salire al cielo, al Phalodaya, 
parola indiana che significa propriamente: Inalaa- 
mento dei frutti. Nel cielo si consegue il godi- 
mento del frutto divino, del dolce pippala am- 



Pietre, piante, animali. 119 

brosiaco nell'India, e delle mele d'oro nell'Orto 
dell' Esperidi e nel paradiso promesso ai buoni 
bambini cattolici. 

lo ho toccato, in genere, dell'albero mitolo- 
gico, e vorrei ora introdurre chi mi segue ne' 
miei splendidi giardini fantastici, innanzi ai quali 
quelli di Armida e d'Alcina gli apparirebbero 
forse misere steppe; vorrei, se alcun lettore fosse 
malato, farlo guarire con l'aiuto delle numerose 
erbe magiche che, almeno, di nome conosco; se 
alcuna di queste erbe non avesse più alcuna sua 
speciale virtù, ricorrerei, quantunque poco cri- 
stiano, air espediente del poeta vedico, il quale 
invocava, ad una volta, tutte le erbe, affinchè 
divenissero sumitrds o buone amiche, propizie 
per sé e per i suoi migliori amici e durmitrds o 
cattive amiche per colui, come esso dice, che ci 
odia e che noi odiamo. Lo condurrei pure innanzi 
alle venerabili erbe preistoriche^ le quali, secondo 
il Rigveda furono create tre età innanzi agli Dei, 
erbe che il Yag'urveda, specialmente se medici- 
nali, saluta col nome di ambds o madri, e che 
hanno un loro proprio re o Dio, oshadhipati, si- 
gnor delle erbe, che si chiama Soma, col quale 
negli inni vedici, le altre erbe vengono democra- 
ticamente a favellare. Dopo il Soma, chiederei di 
presentar gli alberi paradisiaci indiani, special- 
mente r aQvattha, quindi lo splendido brahma- 
nico flore di loto, e l'erba iulaai {pcymum sanc- 
tum) come specialmente sacra agli Indiani; tra 
le erbe e piante nostre, gli ricorderei special- 
mente pel loro carattere sacro e lo loro mirabili 
virtù la verbena, la artemisia, la felce, il ginepro, 



120 Mitologia comparata. 

la ruta, la mandragora, e tutte l'erbe di San Gio- 
vanni; tra gli alberi, la quercia, il frassino, la 
betulla, il cipresso, il pino, il lauro, la vite e 
l'olivo come onorati di culto speciale; tra le biade 
il frumento, tra i legumi il fagiuolo, la fava, il 
pisello, il cavolo. Ma dopo aver fatto una così 
lunga ed arida enumerazione di piante ed erbe, 
dovrei pure farne un po' di storia, e la storia sa- 
rebbe assai lunga. Poiché non avvengono sol- 
tanto nella storia mitica numerosi spostamenti 
cronologici, ma ancora spostamenti geografici, de' 
quali ci conviene tener conto. Nel ricevere una 
tradizione da un altro popolo o da un' altra età, 
il popolo, per mantenerla viva, ha uopo di rin- 
frescarla, di farla più evidente con nuovi parti- 
colari più vicini, più propri, più popolari, più in- 
telligibili. In questo lavoro di riduzione ad un uso 
più contemporaneo, e, per così dire, più nazio- 
nale, il popolo procede per via d'analogia. In due 
miei lavori sopra la fauna e sopra la flora mito- 
logica ebbi occasione di rilevare parecchi esempi 
di questo singolare fenomeno storico. Nelle suo 
trasfigurazioni mitiche, il popolo s'arresta spesso 
ad analogie grossolane ed esterne, delle quali i 
nostri dotti naturalisti saprebbero difficilmente 
rendersi ragione. Ogni paese ha i suoi alberi 
prediletti e più coltivati di altri. Così avviene 
che una gran parte dell'India centralo si trovi 
coperta dalla ficus religiosa e della palma, una 
gran parte dell' Europa centrale di querele, di 
betulle, di conifere. Perciò 1' ufficio che nel rac- 
conto indiano della Rosa Bakavali sostengono il 
leone, lo sciacallo, ed il fico ingrato, passa nei 



Pietre, piante, animali. 1^1 

racconti slavi all'orso che prende il posto del 
leone, alla volpe che tiene il posto dello sciacallo, 
alla quercia che rappresenta idi ficus religiosa. 

Da questo solo indizio si può ^ià vedere quanto 
lontano mi porterebbe ora un viaggio mitologico 
a traverso le piante. Mio scopo, come si potè in- 
tendere, non fu dunque compirlo oggi, ma fare 
soltanto, se io non m'illudo, venire ad alcuno la 
curiosità d'intraprenderlo. Poiché, in questi casi, 
la curiosità conta assai. Esser curiosi vuol dire 
trovarsi ben disposti; e questa è la grazia su- 
prema che il mitologo osa, per adesso, doman- 
dare, non a' suoi derisori impenitenti, ma a quelli 
che non hanno ancora nessun pregiudizio for- 
mato intorno ai nuovi studi che ci tentano. Pare 
forse cosa tanto strana che presso allo storico 
della filosofia, il quale ci dà la storia aristocra- 
tica de' più alti concepimenti umani, alcuno possa 
pure occuparsi a raccogliere i materiali per una 
storia democratica delle più umili fantasie popo- 
lari? Io spero che non sembri ad alcuno de' miei 
presenti ascoltatori, e per questa speranza, ho 
preso coraggio di venire a discorrere anch' io di 
piante, non da botanico col lume della dottrina, 
ma da mitologo col lume della poesia, senza la 
quale mi pare opera interamente vana tentare 
r illustrazione de' miti che sono la prima, la più 
ricca, la più vasta, la più continua poesia del 
genere umano. Se è vero, quello che l' Heine 
cantò che i fiori si susurrano l'uno all'altro dei 
Mdhrchen, ossia delle novelline fantastiche, se è 
vero che, come dice il proverbio tedesco, il ho- 



122 Mitologia comparata. 

SCO abbia orecchie, e che, come l'Heine ripete, il 
bosco stia ad origliare: 

Horchend sfehn die stammen Wàlder, 
Jedes Blatt ein grilnes Ohr, 

a chi meglio che ai poeti e alle donne che pro- 
digano loro tante carezze saranno i fiori e gli 
alberi meglio disposti a confidare i loro arcani e 
dolci segreti? 



APPENDICE. 



MITI ÀRIO-ÀFRICANI 



Semper novi quid ex Africa', — il motto è an- 
tico e Don vi è scrittore intorno alle cose africane 
che non ripeta; ma chi potrebbe trovarne un al- 
tro migliore, fin che tanta parte dell'Africa ri- 
mane nascosta alla nostra investigazione ? Fin 
che si conservano ancora, per ignoranza, in Eu- 
ropa tanti strani pregiudizi sulle cose africane ? 
Molte delle novelle strane che ci arrivano dal- 
l'Africa sono strane solamente per rispetto alla 
nostra ignoranza che si figurò, per così gran 
tempo, tutta l'Africa come un' immenso, arido, 
spopolato deserto. Ma i viaggiatori che man mano 
la visitano, ed i coloni che l'abitano si persua- 
dono e ci persuadono invece che l'Africa è una 
regione ricca d'acquo, di piante, d'animali e di 
popoli diversi, ciascuno de' quali ha una propria 
indole, un proprio tipo, propri costumi, proprie 
tradizioni, ed ora possiamo quasi aggiungere una 
propria letteratura. 

Dal principio dell'anno scorso si è incominciato 
a pubblicare al Capo di Buona Speranza un Gior- 
nale di Letteratura Popolare di quegli indigeni, 
sotto il titolo seguente: Folk-Lore Journal (edito 



Mitologia comparata. 



dal Gomitato della Società per la Letteratura Po- 
polare dell'Africa meridionale fondato dal com- 
pianto dottor Bleek). Ne ho ricevuto fin qui i 
primi quattro fascicoli, usciti nel gennaio, nel 
marzo, nel maggio e nel luglio del 1879, e mi 
pare ormai tempo di farne sapere qualche cosa 
anche ai lettori italiani. 

11 giornale abbraccerà tutte le lingue e tutte 
le letterature del Sud, fra le quali, come dimo- 
strarono già le Zulù Nursery Tales pubblicate 
dal Vescovo di S. John, la letteratura degli Zulù, 
gli Spartani o i Tebani dell'Africa, sembra avere 
un posto eletto. Gli editori incontrano, fin da 
principio, e le dichiarano essi stessi, due gravi 
difficoltà: la mancanza fra loro d'un filologo com- 
paratore che conosca tutte le lingue dell'Africa 
australe, all'autorità del quale possano rivolgersi 
per consiglio, e il difetto di tipi atti a rappre- 
sentare certi suoni e piuttosto rumori peculiaris- 
simi alla pronuncia di quelle lingue. Essi sono 
dunque obbligati, per ora, a trascrivere i loro 
testi in un modo più tosto empirico che scienti- 
fico, e a limitare il lavoro comparativo a pochi 
casi, riserbando una comparazione più larga al 
tempo in cui il materiale letterario di quelle lingue 
sia quasi tutto raccolto e si possa incominciare 
ad ordinare e classificare. Frattanto è preziosa 
l'opera loro, così pel testo che essi ci trascrivono 
nei nostri caratteri, come per la traduzione che 
ne tentano, la quale ci permetto già di formarci 
un'idea, se non ancora compiuta, almeno suffi- 
ciente del modo con cui quo' popoli esprimono i 
loro pensieri. 



Miti ario- africani. 127 

Vediamo, anzi tutto, quale sia il contenuto di 
questi primi quattro fascicoli, i quali occupano 
già insieme 96 pagine. 

Primo fascicolo. — Notiamo anzitutto un ca- 
rattere assai frequente nelle storielle africane; 
quei popoli credono alla metempsicosi, non solo 
nella vita futura, ma in questa .vita stessa; come i 
Francesi credono ancora al loup garou, nel quale, 
per forza d'alcuna stregoneria, un uomo od una 
donna può trasformarsi, e durare fln che un cac- 
ciatore pietoso col lacerare quella veste anima- 
lesca non restituisca alla persona stregata la sua 
forma primitiva, anche i popoli dell'Africa australe 
suppongono che, sotto l'aspetto di alcune bestie 
si celino uomini, serbando ancora tutti i loro sen- 
timenti umani, che quell'aspetto sia, per lo più, 
conseguenza d' una maledizione, e che da quella 
maledizione liberi l'ossesso il bacio d'una donna. 
Come ognuno può vedere, la novellina francese 
della bella e della bestia, la quale, alla sua volta, 
ha molti punti di contatto con 1' antica favola di 
Amore e Psiche, si ritrova pure fra i Cafri Come 
si può spiegare un fenomeno così curioso? È egli 
possibile immaginare che la stessa nozione mitica 
siasi spontaneamente generata in un cervello cafro 
e in un cervello ario? Io non sono molto disposto 
a crederlo. E sapendo come e quanto viaggino 
le leggende popolari, e quanta varietà di forme 
assumano viaggiando, credo piuttosto che una 
nozione aria penetrata, per un accidente storico 
del quale ci manca, per ora, il filo, tra popoli 
africani, abbia dato occasione ad una nuova ma- 
nifestazione d'antico mito particolarmente ariano. 



128 Mitologìa comparata. 



Che, se può essere nozione comune di qualsiasi 
popolo anche dei più selvaggi, quella che sotto 
le forme bestiali ravvisa ancora l'uomo, se que- 
sta nozione, così universale a tutta la mitologia, 
può, fino ad un certo segno, confermare V ipotesi 
Darviniana, mostrando una così stretta analogia 
fra il mondo delle bestie e il mondo umano, io 
dico che può essere soltanto proprio d'una razza 
cavalleresca, d'una razza ariana la particolaris- 
sima nozione che il bacio d'una donna può li- 
berare r uomo dalla sua forma bestiale e ridar- 
gli lo splendore della gioventù e della bellezza. 
Ma r etnologo può bene spiegarsi come di un 
particolare così delicato della psicologia ariana 
abbiano potuto impadronirsi i Cafri, quando sap- 
pia e pensi che presso que' popoli non solo vige 
l'uso eroico dei popoli ariani, ove troviamo, come 
nello svayamvra (libera scelta dello sposo) in- 
diano, e nelle nozze eroiche scandinave e ger- 
maniche, e nelle corti d'amore provenzali la 
donna eleggersi lo sposo, ma fare qualche cosa 
di più, andarselo addirittura a cercare. 

Il fatto non è nuovo neppure negli usi ariani: 
la leggenda indiana di Sàvitrì che esce dalla casa 
paterna per cercarsi io sposo ce lo prova. Onde 
io mi confermo sempre più nel sospetto che molti 
degli usi africani abbiano la loro origine da usi 
indiani, anzi, particolarmente, da usi del Dekhan, 
ove, come è ben noto, vive una razza dràvidica 
nera, che non può, in origine, essere slata troppo 
diversa da alcuna delle varie razze africane. Io 
faceva già, or sono alcuni anni, una tale osserva- 
zione, ritrovando singolari analogie fra certe tra- 



Miti ario-af ricani. 129 

dizioni popolari dell'Africa centrale e le tradizioni 
indiane; ora lo tradizioni dell'Africa australe tni 
confermano nello stesso sospetto, e mi fanno 
sperare che qualche etnologo vorrà avviare le 
sue ricerche in questa speciale direzione, nella 
quale mi pare che, accettando qual ponte etno- 
logico e linguistico l' isola dì Madagascar, fra 
rindia dràvidica e l'Africa centrale e meridionale, 
si vengano a trovare tali contatti da permetterci 
di dichiarare molti fenomeni della civiltà africana 
che ora ci appaiono singolari e curiosi. 

Dopo queste preliminari osservazioni, vediamo 
un primo saggio di novellina cafra. ^ 

« Una volta una fanciulla lasciò il luogo di suo 
padre e si recò al villaggio del Lungo Serpente. 
Essendo arrivata al villaggio del Lungo Serpente 
essa vi rimase, ma il proprietario del luogo era 
assente. La sola persona presente era la madre 
del proprietario del luogo. Allora, a sera, la madre 
del Lungo Serpente diede alla fanciulla un po' di 
miglio ' a macinare. Quando questo fu macinato, 
essa ne fece pani. Quando esso fu pronto, la madre 
del Lungo Serpente le disse: « Porta questo pano 
nella casa del Lungo Serpente. » Poco dopo che la 
fanciulla era entrata nella casa, arrivò il proprie- 



' Per la curiosità di chi voglia avere un saggio della lin- 
gua dei Kafir, do nel testo originale il principio della novel- 
lina: Yati intombi etile, yemka kowayo yaya emzini ka Nyoka- 
lide. Ifiikileke ka Nyokalide yahlala kena kodwa engeko umni- 
nimzi. Kupela umtu okoyo-kulomzi ingunina. 

* Col miglio pestato e mescolato con un po' d' acqua fanno 
una specie di pane che gli Inglesi trovano molto insipido. 
De Gdbernatis. 9- 



130 Mitologia comparata. 

tarlo del luogo. Allora essa gli diede pane e latte 
fermentato, ed esso ne mangiò. Quando ebbero 
Unito il cibo si posero a dormire. Al primo mat- 
tino il Lungo Serpente si destò, perchè nel giorno 
esso vive all'aperto. La fanciulla si recò alla casa 
dei parenti del Lungo Serpente. La madre del 
Lungo Serpente le mise una veste bellissima. 
Quando fu vestita, essa domandò una scure e si 
recò a tagliar legna per il fuoco. Arrivata Del- 
l' aperta campagna, essa non potè tagliar le le- 
gna per il fuoco, gettò via la scure e corse al 
luogo di suo padre. Poiché fu arrivata al luogo 
di suo padre, la sorella di lei le domandò dove 
si fosse procacciata quella bella veste. La sorella 
lo raccontò ed essa disse: « Andrò anch'io in 
quel villaggio. » La sua sorella disse: « Ascolta 
quello che io ti dirò intorno all'uso di quel vil- 
laggio. » La sorella rispose: «Io non ho bisogno 
che tu mi dica nulla, poiché tu stessa non fosti 
messa in guardia prima d'arrivare. » Allora essa 
si pose in viaggio ed arrivò la sera al villaggio 
del Lungo Serpente. Quando essa si pose a se- 
dere, la madre del Lungo Serpente le diede mi- 
glio per macinarlo e farne pane. Quando questo fu 
pronto, essa lo tolse con sé nella casa del Lungo 
Serpente. A sera arrivò il proprietario" del luogo, 
e la fanciulla gli diede pane e latte fermentato. 
Quando essi ebbero finito di mangiare, essi si po- 
sero a dormire, e di buon mattino il Lungo Ser- 
pente si destò. Allora la fanciulla si recò alla casa 
dei parenti del Lungo Serpente. La madre vestì 
pure quella fanciulla nel modo medesimo con cui 
aveva vestita la sorella maggiore. Allora essa 



Miti ario-af ricani. 131 

tolse una scure e usci per tagliar legna. Con 
quel pretesto fuggì via. In quel giorno, tuttavia, 
il marito corse dietro le sue mogli e arrivò nel 
luogo del suocero quando il solo tramontava. 
Essi uscirono dalla casa, perchè lo sposo potesse 
dormire in essa. Mentre che egli mangiava, il po- 
polo del villaggio ammucchiò covoni di paglia, e 
lo sposo fu bruciato nella casa. In tal modo egli 
morì. » 

Noi abbiamo qui evidentemente una ben nota 
novellina un po' sciupata. Tuttavia, sebbene io 
non possa qui perdermi in minute dimostrazioni 
mitologiche, si potrebbe avvertire come l'appa- 
rente incendio del cielo nella sera e nel mattino 
abbia dato spesso l'immagine d'un rogo, nel quale 
la forma mostruosa del nume od eroe si di- 
strugge. Il sacrificio del Lungo Serpente de'Kafir 
è un fenomeno mitico che ha probabilmente la 
stessa sede e la stessa ragione fìsica e solare 
che il sacrificio biblico d'Isacco, e il sacrificio 
vedico di Sunassepa. Così, nelle novelline popo- 
lari, quando si brucia la pelle d'asino, o la ve- 
ste della strega, esce la fanciulla luminosa e la 
strega perisce ; quando il loup garou viene fe- 
rito, ringrazia il cacciatore che l' ha colpito, e 
lo liberò dalla sua maledizione. 

Viene seconda una favola Setshuàna, Il Leone 
e lo Struzzo: è curiosa in essa la parte reciproca 
de' due animali. Il leone è sopraffatto in ogni gara 
dallo struzzo, fin che viene ucciso dà esso; la 
parte che nelle favole europee è generalmente so- 
stenuta dal lupo e dalla volpe, qui si rappresenta 
dal leone e dallo struzzo il quale ha sempre il di 



132 Mitologia comparata. 

sopra. È evidente che la favola, la quale ricorda 
pure in parte la favola del leone e dell' asino, si 
trasformò presso un popolo africano, che tiene in 
particolare onoranza g-li struzzi. La favola Setsh- 
uàna suona così: ' « Si dice: una volta un leone 
ruggiva, ed anche lo struzzo ruggiva. 11 leone si 
recò verso il luogo dove stava lo struzzo. S'in- 
contrarono. Il leone disse allo struzzo : « Ruggi. » 
Lo struzzo ruggì. (Allora) il leone ruggì. Le (loro) 
voci erano simili. 11 leone disse allo struzzo: « Tu 
sei il mio compagno. » Allora il leone disse allo 
struzzo: t Ti sfido a cacciare insieme. » Essi vi- 
dero parecchi animali e li appostarono. Il leone ne 
prese uno solo; lo struzzo ne uccise molti^ affer- 
randoli con l'artiglio che stava sulla sua gamba; 
ma il leone ne uccise uno solo; ed essi vennero 
ad incontrarsi. Quando furono presso l'uno all'al- 
tro, vollero vedere chi aveva vinto il giuoco, ed 
il leone s'accorse che lo struzzo aveva ucciso 
molti. Il leone aveva pure de' lioncini. Essi ven- 
nero all'ombra per riposarcisi. 11 leone disse allo 
struzzo: « Sali su e strazia; mangiamo. » Lo struzzo 
disse: « Sali e strazia tu; io mi ciberò del sangue.» 
Il leone salì su, e straziò e si mise a mangiare coi 
lioncini. Quando egli ebbe mangiato, salì pure lo 
struzzo e si cibò del sangue. Quindi si posero a 



* Anche di questa favola, per comodo degli studiosi che 
vogliono avere un'idea del dialetto Setshuàna, riferisco qui il 
principio: « Gatua, tau e le ea duma, nche le éné. A duma. 
Me yana Tau e le ea Tsamaela kwa neh o gònfi. Me ba kopana. 
Tau ea raea nche, ea re, a ko o dume. Nuche a duma. Tau 
ea duma. Kodic tsa lekana. Tau ea raea nche, ea re, o mo- 
lekane oa me ». 



Miti a/rio-africani. 133 

dormire. I lioncini giuocavano all'intorno; nel 
giuocare, s' accostarono allo struzzo addormen- 
tato. Nel dormire, lo struzzo teneva aperta la 
bocca. Allora i lioncini videro che lo struzzo non 
aveva denti. Essi vennero alla loro madre e dis- 
sero: « Questo compagno che dice esserti uguale 
non ha denti esso si burla di te. » Allora il leone 
svogliò lo struzzo e gli disse: t Sorgi, combat- 
tiamo. » Ed essi combatterono. E lo struzzo disse: 
« Tu va a quella parte di questo formicolaio, io 
andrò da questa. » Lo struzzo die un colpo al for- 
micolaio e lo lanciò verso il leone. Quindi colpì 
il leone al fegato e l'uccise. » 

Non è, del resto, la prima volta, che, nella fa- 
vola, il re degli animali, il leone, ha la peggio 
nelle sue gare e ne' suoi conflitti. I lettori del- 
l'indiano Panciatantra non si formano di certo 
una idea superlativa del coraggio e dell'accor- 
gimento del leone, che ora teme del toro, ora del 
montone, ora dell'asino, ora dello sciacallo, cho 
fa straziare prima dal leone la pelle dell'elefante 
di cui vuole mangiare la carne. La favola è cer- 
tamente d'origine indiana; ma lo struzzo le diede 
un colorito specialmente africano. 

Lo stesso fascicolo, presso questa favola, con- 
tiene ancora una novellina Setshuàna. Anche qui 
il motivo leggendario non è punto nuovo; i let- 
tori di Firdusi conoscono troppo bene le virtù del- 
l'uccello solare Simurgh che protegge il neonato 
eroe; ed è popolare tra i latini il ricordo dell'uc- 
cello Ficus nutritore di Romolo e Remo; le novel- 
line popolari indo-europee, poi, nelle quali appare 
un' attuila salvatrice dell'eroe, sono numerosis- 



134 Mitologia comparata. 

siine. Della novellina Setshuàna, che fu imper- 
fettamente tradotta da miss Meeuwsen sopra un 
racconto di certo Abramo Ranthogele della tribù 
Batlaku, basterà dire qui per sommi capi il con- 
tenuto: « Un temporale trasporta alcuni fanciul- 
lini nel deserto; tra questi fanciulli uno più ac- 
corto degli altri li consiglia : viene la notte, arriva 
un cannibale, i fanciuUini salgono in cima ad un 
alto albero; quando albeggia il cannibale scom- 
pare, e arriva Phukuphuku che prende seco i 
piccoli fanciulli e li riporta alle loro madri. » Se- 
condo altre varianti, questo Phuku-phuku appare 
un grande uccello; ed una di queste varianti 
setshuàne ci spiega pure il modo con cui 1' uc- 
cello riuscì a trovare 1 fanciulli smarriti. Quando 
r uccello partì alla ricerca de' fanciulli la mamma 
Mosemanyanamatong prese della cenere e la pose 
sull'uccello dicendo: t Quest'uccello sa dove sono 
i figli nostri. » Verso mezzogiorno l'uccello in- 
vita il capo di quella gente ad ordinare a tutto 
il popolo di spandere paglia in tutte le vie; il 
capo comanda, il popolo obbidisce; in quel modo 
i fanciulli possono tornare a casa. » E ovvio il 
riconoscere in questa novellina, anche ne' suoi 
particolari, una variante del notissimo Peiit-Pou- 
cet. Così alle tre novelle che ci offre il primo 
fascicolo abbiamo agevolmente trovato affinità 
con tradizioni popolari indo-europee. 

Secondo fascicolo. — Presso i Boschimani {fìu- 
shmen) e presso i Bantu (ai quali appartengono 
gli Zulù) è popolare e frequento il motivo leg- 
gendario d' un meraviglioso fanciullo liberatore. 
Indra Vishnu, Vikramàditya, Giro, Sansone, Er- 



Miti ario-africani. 135 

cole, Romolo, fanciulli prodigiosi, furono glori- 
ficati da mille racconti mitici, epici e storici; le 
gesta eroiche poi di fanciulli nani sono il motivo 
prediletto delle novelline popolari indo-europee. 
Udiamo ora le imprese del piccolo eroe cafro Ulu- 
sanaua. « Alcune fanciulle si recarono a coglier 
foglie d'aloè; un fanciuUino, di nome Ulusanana, 
le seguitava. La sua sorella maggiore disse : 
« Torna. » Egli continuava tuttavia; egli non vo- 
leva tornare. Arrivarono ad un gran fiume; schiac- 
ciarono il fanciullo con una pietra da macina, lo 
presero e lo gettarono nell'acqua, poi andarono 
via. Ma il fanciullo, quantunque ucciso, si rialzò, 
e, muovendo sulle traccie delle fanciulle, le ri- 
trovò sulla via. Quando s'accostò ad esse, stava 
già per essere ammazzato una seconda volta dalla 
sua sorella maggiore. Ma la sorella minore s'op- 
pose, la sorella minore pianse e disse: « Per ora 
lasciatelo solo. » La sorella maggiore nel vedere 
che la sua sorella minore gridava lo lasciò solo. 
Incominciò allora a cadere una gran pioggia. Ulu- 
sanana disse : t lo posso fare apparire qui una 
casa, perchè non ci bagniamo. » La sorella mag- 
giore disse: « Fallo, fratellino mio, perchè non 
restiamo bagnati. » Ulusanana domandò: « Dimmi, 
non sei tu che m'hai schiacciato? » • Fallo in ogni 
modo^ fratellino mio. » Allora Ulusanana tagliò 
bacchettine e le piantò sul suolo, tagliò dell'erba 
disse: « Io posso fare che la casa si copra da sé 
stessa. » E la casa si copri da so stessa. Quando 
la casa fu coperta da sé stessa, LTlusanana disse: 
« Io posso fare che s'accenda qui subito il fuoco. » 
E Ulusanana fece un gran fuoco. Quando egli 



136 Mitologia comparata. 

ebbe fatto un gran fuoco, essi sentirono fame. 
Ulusanana disse: « Io posso far venire gli ali- 
menti da questa casa. » E gli alimenti vennero. 
Quando il sole si coricò, essi si posero a dor- 
mire. Mentre che dormivano, arrivò nella notte 
Inunu (una specie di mostro antropofago, che pi- 
glia forme diverse), disse sette volte di seguito: 
« Io mangerò, io divorerò » e terminò col dire: 
« lo mangerò finalmente Ulusanana. » Ma Ulusa- 
nana teneva gli occhi aperti. Il mostro partì: Ulu- 
sanana svegliò le sue sorelle. Partirono insieme 
per tornare a casa. Arrivati al gran fiume, esso 
era pieno d'acqua. Ulusanana disse: « Io passerò 
il fiume quantunque pieno. » Fa un salto ed ar- 
riva alla spo)ida opposta senza toccar l'acqua. 
Allora le sorelle gridarono: « Vieni e porta an- 
che noi, Ulusanana! » Ulusanana disse: « lo non 
vi porterò, perchè mi avete schiacciato. » Allora 
venne un cannibale per mangiar le fanciulle. Ulu- 
sanana n' ebbe pietà, ripassò il fiume, come un 
uccello, fece attraversare il fiume a tutte le fan- 
ciulle. » Il signor A. Kropf, sopraintendente dello 
missioni a Stutterheim, che ci diede tradotta, 
com'egli seppe meglio, questa novellina, sog- 
giunge semplicemente: « It seems to me a beau- 
tiful illustration of St. Matth. 5, 44. » A scanso 
di malintesi, ecco qui il versetto di San Matteo: 
« Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite 
coloro che vi maledicono, fate bene a coloro che 
vi odiano, e pregate per coloro che vi fan torto, 
e vi perseguitano. » È possibile che i Cafri con- 
vertiti al cristianesimo raccontino ora agli Eu- 
ropei questa novellina che ci mostra la carità in 



Miti arto-africani. 137 

azione, più spesso delle altre meno gradite ad 
orecchio cristiano; ma la pietà prima di predi- 
carsi come UQ sentimento cristiano, fu predicata 
come un sentimento buddhistico, e se la novel- 
lina cafra avesse un'origine indiana, nessuno po- 
trebbe meravigliarsi di ritrovarvi tali sentimenti 
che nelle novelline buddhistiche si trovano assai 
frequenti. La menzione poi così frequente di uo- 
mini in forma di animali e di mostri antropofagi 
nelle novelline africane è forse un indizio di più 
della loro origine indiana, essendo ben noto come 
nelle credenze indiane prevalga l'idea della me- 
tempsicosi, e come tutti i demoni indiani siano 
particolarmente figurati come divoratori di carne, 
e specialmente di carne umana, in opposizione 
agli Dei e agli Arii, ossia alle tre caste supe- 
riori che non mangiano carne alcuna. Tutta la 
natura è per l'Indiano popolata di mostri; anche 
nelle acque si figura una specie di gandharva, 
di mostro guardiano, trattenitore, che si ripro- 
duce nel drago della credenza europea, un mo- 
stro che attira a sé. 1 lettori del RCtmàyana co- 
noscono il mostro marino Sinhikà che attira a so 
il gran scimio Hanumant e lo tiene alcun tempo 
nel suo corpo, fin che lo lascia uscire, come Giona 
ecce dal ventre del gran pesce. Questo miracolo 
mitico si spiega agevolmente, poiché si rinnova 
ogni notte nell'oceano notturno; il gran mostro 
di quest'oceano iughiotte ogni sera nel suo im- 
menso corpo l'eroe solare, e io restituisce poi 
intatto ogni mattino all'altra riva. Un simile mo- 
stro marino troviamo pure ricordato in una no- 
vellina cafra raccolta dal signor Theal. « Vi era 



138 Mitologia comparata. 

una volta, ne' tempi antichi, un fanciullo di nome 
Stomachino Rosso. Un giorno avendo egli sete 
si accostò all'acqua d'una fonte per bere. Ac- 
corse allora prontamente la madre e gli disse: 
« Non bere di quest'acqua, di cui tu non cono- 
sci il padrone. » Egli disse: « Io vo' bere. » La 
madre rispose: « Sarai ucciso dal padrone dell'ac- 
qua. » « Non fa nulla se muoio solo, » egli rispose. 
Allora sua madre disse: » Io andrò via quando 
beverai di quest'acqua. ■» E la madre se ne andò. 
Stomachino Rosso allora bevette. « Perchè hai 
tu bevuta la mia acqua ? Non ti ha detto tua 
madre che non dovevi bere di quest'acqua? » 
Disse il padrone dell'acqua: «Io t'ammazzerò, 
perchè tua madre ti ha detto di non bere di 
quest' acqua, » disse il proprietario dell' acqua. 
Dopo di ciò. Stomachino Rosso chiuse gli occhi 
e fu divorato da quella bestia. Ma Stomachino 
Rosso pesa troppo; la bestia ne riceve un forte mal 
di stomaco e muore; quando è morta. Stomachino 
Rosso col suo coltellino la taglia e ne vien fuori. » 
Io ho qualche sospetto che in questa pretesa 
novellina cafra ci sia entrato qualche cosa d' in- 
glese. Quel chiuder gli occhi di Stomachino per 
lasciarsi mangiare mi sa di umorismo anglo-sas- 
sone. Checché ne sia, ora la novellina corre tra 
i Cafri, ed il suo nuovo travestimento è per noi 
un oggetto di curiosità. Lo stesso signor Theal 
ci comunica un frammento della storiella cafra del 
dragone dalle cinque teste; questo frammento 
non avrebbe per noi alcuna importanza, se non 
ci rappresentasse un costume nuziale cafro. La 
fanciulla stess» va ad offrirsi qual moglie al drago 



Mia ario-africani. 139 

dalle cinque teste, che era capo d' un villàggio. 
Prima di sposarla, il drago dalle cinque teste 
domanda al popolo del villaggio se è contento 
che la sposi. Quando gli è risposto atfermativa- 
mente, il drago, che intanto ottenne già il per- 
messo dal padre della fanciulla, gli manda venti 
teste di bestiame. I parenti soddisfatti mandano 
allora un messo che dichiari allo sposo la loro 
soddisfazione. Altre usanze e superstizioni furono 
osservate tra i Betshuana da miss Meeuwsen: 
quando vi è siccità e si vuol far cadere la piog- 
gia, si intraprende una caccia con sfide; una 
sola parte dell'animale cacciato si adopera, e gli 
stregoni non vogliono dire che cosa se ne faccia. 
Talvolta, dopo avere ammazzato un bove, se no 
brucia verso sera il petto, poiché si dice che il 
negro fumo di esso raccoglie le nuvole e fa ca- 
dere la pioggia. Talvolta, quando si vede cadere 
la pioggia a un po' di distanza, si unge una saetta 
con qualche molemo (la parola significa ad uu 
tempo veleno ed antidoto) e la pioggia è invi- 
tata ad avvicinarsi con la ferma credenza che lo 
farà. Quando lo loro magie non riescono a far 
cadere la pioggia, dicono che ciò avviene perchè 
alcuno stregone che li invidia lo impedisce. Per 
rimuovere ogni malanno o disgrazia dal villag- 
gio dalla città si metto sull'ingresso del recinto 
di essa una pietra aguzza od una sbarra in croce 
unta con qualche molemo \ con questo mezzo, si 
tengono sicuri da qualsiasi malanno. Le vedove 
sono trattate in un modo singolare. Quando il 
marito muore ad una donna, essa non può rien- 
trare in città se non passa prima per le mani 



140 Mitologia comparata. 

di uno stregone, che deve purificarla. La purifi- 
cazione si fa in questo modo, che mi persuado 
r usanza essere d' origine indiana, essendo ben 
noto come il culto degli Indiani per la vacca si 
estenda fino a' suoi escrementi, adoperati come 
un mezzo di purificazione. Le vedove betshuane 
devono dunque rimanere alcun tempo fuori della 
città; si munge quindi un po' di latte da tutte 
le vacche e questo miscuglio di latte si versa 
nel loro cibo che le vedove devono mangiare. Si 
leva quindi dai piedi delle vacche dello sterco, col 
quale e con alcun molemo la vedova deve ungersi. 
Se questo non si fa, tutto il bestiame nella città 
dovrà perire. Quando gli indigeni viaggiano e 
s'accostano affamati ad una città, prendono una 
pietra e la collocano fra i rami d'un albero o 
sopra una pianta, immaginando che in tal modo 
il popolo presso il quale andranno a stare li ac- 
coglierà con vivande. Anche qui l'albero, come 
nella tradizione indo-europea, appare il feconda- 
tore per eccellenza, poiché gli si attribuisce la 
virtù di cambiare sassi in frutti, miracolo simile 
a quello che fa Domeneddio in una novellina 
popolare subalpina, invitando la povera vedova 
caritatevole a buttar nella pentola de' sassi che 
diventeranno fagiuoli. (Un miracolo analogo i 
lettori del Mahdbhdrata ricordano essere stato 
operato dal Dio Krishna in favore della buona 
madre di famiglia che doveva apprestare il nutri- 
mento ai cinque fratelli Fanduidi.) 

li reverendo Roger Prince ci descrive pure 
una cerimonia annuale detta Dipheku in uso 
presso i Baman^vvato, per lo scongiuro di tutti 



Miti ario-af ricani. 141 

i malanni. È una specie di gran sacrificio, pel 
quale s' invitano dai vicnni villaggi i sacerdoti o 
dottori (Dingaka), per dargli maggiore solennità. 
L' animale sacrificato deve sempre essere un toro 
nero. Gli si cuciono gli occhi, sì che diventi come 
se fosse cieco, e lo si lascia per due o tre giorni 
andare dove vuole (come usano gì' Indiani, nella 
festa dei fiori, con la vacca dell'abbondanza). Poi 
l'animale s'uccide; e la miglior carne cotta sotto 
la sorveglianza de' Dottori si distribuisce fra 1 
principali della città; il sangue si mescola con 
un decotto di ogni sorta di radici ed erbe, od 
anche con un decotto di ossa di gemelli umani, 
che sono ritenuti come di cattivo augurio. Quando 
ogni cosa è pronta, si pianta un pilastro innanzi 
al luogo dove siede il capo del villaggio o della 
città e si unge il pilastro con quel decotto. Si 
trovano pure tali pilastri ai vari ingressi della 
città e sulle strade che conducono alla città e si 
ungono del pari; o pure si sospende un corno 
pieno di quel decotto ai rami degli alberi che fian- 
cheggiano le strade. Si attribuisce a quel decotto 
il potere di scongiurare dalle città tutti i malanni 
e di rendere impotenti gli eserciti nemici che si 
avvicinano. 

Il secondo fascicolo contiene pure una breve 
notizia del rev. A. Kropf sopra gli Dei Basuto 
(parola con la quale sembrano venir particolar- 
mente designati i Betshuàna orientali). Fin qui si 
credeva che i Basuto non adorassero alcun nume; 
ma il rev. Stech, che nel 1877 si trovava a Blau- 
berg, nella Transvalia, fra la tribù dei Malebocho, 
che abbraccia, dicesi, venti mila abitanti, udì no- 



142 Mitologia comparata. 

minare da essi ben dodici Dei. 11 primo è Relahepa, 
il padre di tutte le forze, formidabile per le sue 
vendette, specialmente per la sua potenza sul 
fuoco. Si crede che egli abiti presso i Basuetlas, 
dove lo chiamano Ralaicimpa. Sei^ue il Dio del- 
l'acqua Ramochasoa; esso vive al fondo di tutte 
le sorgenti, motivo per cui i Basuto non amano 
scavar la terra presso le fontane, per timore d'of- 
fenderlo. Conoscono pure una specie di Dio Ter- 
mine, che chiamano Ramaepa, il quale se ne sta 
chiuso in un lungo pilastro di pietra che ricorda 
le forme Priapee del nume latino, a guardare il 
campo da ogni maniera di nemico invasore e di 
demonio distruggitore della vegetazione. I Basuto 
spaventano poi i loro fanciulli, invocando Makof- 
atsiloe, Maseletsoane, Manakisoe, Ngoalenkalo. 
Ma specialment,e temuto è Sedatyane, che vive in 
una macchia folta presso Mareme. Nessuno osa 
accostarsi a quel bosco per tagliar legna, per 
timore di essere avvinghiati da quel mostro (i 
lettori del Rdmdyana si ricordano che il mostro 
indiano Kabandha faceva perfettamente il mede- 
simo). Si teme pur molto come strumento di di- 
vina vendetta il serpente velenoso Toona, vene- 
rato anzi come Dio della vendetta. Oggetto di un 
culto speciale è il piccolo uccello Khohoropo, di 
cui i fanciulli devono imitare il canto, special- 
mente nella cerimonia della circoncisione, sotto 
pena di venir vergheggiati, so lo ignorano. Co- 
noscono pure il Dio della Danza Lotiloè, e la co- 
meta Modulsa. 

Terzo fascicolo. — Esso è tutto destinato ad il- 
lustrarci gli usi e lo credenze superstiziose degli 



Miti ario-afrieanì. 143 

Ovaherero. Gli Ovahercro o Daraaras, come e' in- 
forma W. Coates Palgrave, dal quale riceviamo le 
presenti notizie, sono la prima delle razze nej^re 
che s'incontrano dopo aver attraversato le razze 
gialle che giacciono sparse su quella vasta re- 
gione che si stende per duecento miglia al nord 
del lìume Grange, e contiene il paese Namaqua 
e una gran parte del Deserto Kalahari. Essi ap- 
partengono alla famiglia dei Bantu, sono un po- 
polo interamente pastorale, ricco di vacche e di 
pecore. Il paese da loro occupato è vasto e ricco, 
sommamente adatto ad un popolo di pastori. I 
loro vicini del nord formano il gruppo di quelle 
tribù delle quali sono particolarmente famigliari 
agli Inglesi gli Ovambo, un popolo agricolo come 
i Kafir delle colonie inglesi. 11 nome Damara è 
d'origine relativamente recente e si dà, nello 
stesso modo, agli Ovaherero, agli Ovambanderu 
e agli Ovatyiraba. {Ova è un prefisso africano di 
plurale.) Il Palgrave segue tutti gli usi del po- 
polo Herero dalla nascita (Ongoa(ero) lino alla 
creduta possibile risurrezione (Ombendukiro). 

Alla nascita di un fanciullo, s'ammazza un bove, 
soffocandolo con la testa rivolta al nord, o una 
pecora, o una capra. L'animale può essere ucciso 
da chiunque, ma dev'essere cercato dal padre del 
neonato. Tutti ne mangiano, ma la madre special- 
mente ne beve il brodo; un pezzettino {ondendu) 
è pure riservato al fanciullo. Questo pezzettino ò 
levato dal fuoco prima degli altri e portato alla 
madre che vi soffia sopra, poi messo sopra il 
dito polUce del fanciullo; quindi lasciato in un 
piccolo vaso, finché si stacca dal fanciullo il cor- 



144 Mitologia comparata. 

done umbilicale, dopo di che V ondendu gli vien 
dato a mangiare. Quando una donna ha partorito, 
si costruisce subito in fretta per lei e pel fanciullo 
una capannuccia, dove la madre e il fanciullo de- 
vono rimanere, fin che il cordone umbilicale non 
si stacca dal fanciullo. Appena questo avviene, la 
madre reca il fanciullo al luogo del fuoco sacro 
(okurno), lo presenta all' Omukuro (avo divino, 
specie di nume domestico), affinchè la madre ed il 
fanciullo possano essere ricevuti nuovamente in 
casa. In tale occasione il padre impone al fanciullo 
un nome, prendendolo fra le sue braccia, e di- 
cendo agli astanti il nome con cui devono salu- 
tarlo. Segue la circoncisione, eh' è in uso presso 
tutti gli Ovaherero, come presso la maggior parte 
dei popoli Bantu. Tutti i maschi sono general- 
mente circoncisi dal quarto al settimo anno della 
loro età, scegliendosi, se si può, come occasione 
particolarmente propizia, il tempo della morte del 
capo della città o del villaggio. La circoncisione 
è operata con una punta di saetta, in un luogo 
apposito, tenuto come sacro, ove il fanciullo ri- 
mane fin che le piaghe ricevute non siano intie- 
ramente saldate. In tal occasione si sacrificano 
animali; una parte dell'animale {ehango, la coscia 
sinistra; tenuta come sacra, perchè da quella 
parte si mungono le vacche) è serbata per il capo 
del villaggio, che alla sua volta, la destina allo 
grandi occasioni e per i ricevimenti più solenni. 
Nib sul sole novi. Quando lo scià di Persia fu a 
Torino, si narra che, assistendo egli a quel teatro 
regio nel palco reale ad una rappresentazione, in 
un intermezzo furono recati de' gelati; lo scià 



Miti ario-af ricani, 145 

volendo far onore ai suoi ospiti gustò di tutti i 
gelati, facendo quindi cenno cortese al re d'Italia 
e a tutta la corte che essi potevano continuare. 
Ora leggiamo che il capo degli Ovaherero, quando 
imbandisce il privilegiato ehango a' suoi ospiti, 
lo dà, prima di mangiarne egli stesso, ad assag- 
giare a tutti i principali; quella cerimonia si chia- 
ma makera, ossia consecrazione per mezzo dei 
gusto. Ma non tutti gli ospiti hanno diritto al- 
l'onore del makera; per ottenerlo bisogna eijsere 
dello stesso oruzo^ ossia dello stesso ordine ge- 
rarchico del capo. Ne' casi dubbi, ossia quando 
il capo non è ben certo che un ospite abbia di- 
ritto al makera, invece di porgergli l' ehango con 
le proprie mani, colloca il pezzo di carne fra le 
dita d' un piede e lo accosta così alla bocca del- 
l' ospite di qualità incerta, perchè se ne stacchi 
un pezzo. Con tale espediente si salvano la ca- 
pra ed i cavoli tra gli Ovaherero. 

Dopo la circoncisione i fanciulli OvahererO'Sono 
sottoposti ad un altro piccolo supplizio; arri- 
vati agli otto dieci anni, si strappano loro i 
quattro denti anteriori nella mandibola inferiore, 
e si arrotano i superiori a forma di punta di 
lancia, col mezzo di una pietra. Anche in tale 
occasione si celebra una festa, presso il fuoco sa- 
cro. Ad impedire i tristi effetti di quella violenta 
operazione si prepara una specie di cataplasma 
con le radici dell' amuvapu (un albero che ha 
una parte essenziale nelle cerimonie sacre di quei 
popoli africani), e si pone sulla testa, dei fanciulli. 
A setto anni si tosa il fanciullo per la prima 

Db Gobunatis. IO 



146 Mitologia comparata. 

volta; dopo di che' g-li si prepara una specie di 
parrucca. 

I fanciulli Ovaherero sono spesso, come i prin- 
cipi, fidanzati fin dalla loro nascita. Generalmente, 
il fidanzato non deve, fino alle sue nozze, cono- 
scere né la sua sposa, né la madre della sposa. 
Il fidanzato non fa regali alla fidanzata; ma le 
dà solo un contrassegno del patto scambiato, che 
per lo più è un anellino di ferro, il quale la fi- 
danzata porta fino al giorno del matrimonio, at- 
taccato al suo grembiale. Restituendosi dai pa- 
renti della sposa quel contrassegno, si considera 
come annullato il matrimonio. Una simile consue- 
tudine si osserva pure negli usi nuziali di alcune 
Provincie subalpine. 

Seguono informazioni sugli usi nuziali, funebri, 
sepolcrali, sacrificali; ma singolarmente impor- 
tanti mi paiono quelli che riguardano i Mani, 
ne' quali gli Ovaherero hanno fede, e la prose- 
cuzione della vita dopo la morte. « Le usanze 
religiose e le cerimonie degli Ovaherero, scrive 
il signor Palgrave, son tutte fondate sulla cre- 
denza che il morto continua a vivere e che esso 
continua ad avere un gran potere sopra la terra 
ed influire sopra la vita e la morte dell' uomo. » 
Un tale potere é specialmente attribuito a quelli 
che furono grandi nella vita e che dopo morte 
diventano ovakuru, ossia Patres. 

Noi non finiremmo, proseguendo in queste in- 
dagini di trovare occasione di riscontri fra le 
credenze de' popoli africani e quelle de' popoli 
indo-europei; e il nostro stupore sarebbe vera- 
mente grandissimo, se potessimo supporre che 



Miti ario-africani. 147 

tante credenze così mirabilmente concordi con le 
nostre fossero un prodotto spontaneo del suolo 
africano. Ma io temo aver già accennato a sazietà 
il mio sospetto che la maggior parte delle tra- 
dizioni ed usanze africane muova da una fonte 
originaria indiana. Non insisterò dunque altri- 
menti su questo argomento, riducendomi ad 
esporre il contenuto del quarto fascicolo della 
curiosa raccolta che vede la luce alla Città del 
Capo. 

Quarto fascicolo. — Oltre la favola del Daino 
ed il romanzo di Uoyengebule che merita riscon- 
tro col mito egiziano di Batu, e con la serie nu- 
merosa di novelline indo-europee, ove l' eroe o 
1' eroina che una morte violenta uccise riappare 
in forme ora di pianta, ora di uccello, a raccon- 
tare i suoi casi funebri, la storia di Ngangezwe 
e Mnyamana, ossia dei due fratelli, de' quali l'uno 
invidia il potere dell'altro e cerca di perderlo 
(ben noto motivo della tradizione popolare indo- 
europea come pure dell'egiziana), il fascicolo con- 
tiene alcune notizie dello Zululand, con le quali 
prenderò congedo dai lettori. Da esso apparirà in 
che modo si fa la storia presso gli Zulù. Ecco in 
qual forma si trova già descritta una delle loro 
vittorie sopra gli Inglesi in un loro racconto che 
diventerà probabilmente popolare, per gli ele- 
menti sovrannaturali che sono tosto venuti ad 
alterarlo : 

t In uno de' campi degli uomini bianchi (gli 
Inglesi), nel paese degli Zulù, quando gli uomini 
bianchi stavano riposando, arrivò un Zulù vec- 
chio decrepito, inerme, che appariva disfatto da- 



148 Mitologia comparata. 

gli anni. Egli richiese il popolo bianco di nutri- 
mento e d'un impiego: Essi risposero :.« Dov' è 
la tua famiglia? » L'uomo vecchio disse: « L'ho 
lasciata dietro di me. » Allora essi; « Va e menala 
teco, allora li riceveremo. » Il vecchio parti. Ap- 
pena si trovò fuori del campo, i bianchi videro 
che il vecchio danzava col suo scudo e col suo 
assegai. Egli aveva perduta la sua decrepitezza 
e ballava col furore d'un giovane, fingendo di 
combattere contro i bianchi e cantando le lodi 
del suo capo Getywayo. Gli Amangesi (gli Inglesi) 
incominciarono a far fuoco contro di lui; né si 
sentiva altro in quel luogo che il Asciar delle 
palle. Madre ! Il vecchio combatteva con essi, e 
neppure una palla lo toccò. Dopo alcun tempo, il 
vecchio scomparve ed entrò in una foresta vicina. 
Poco dopo uscì dalla macchia una piccola anti- 
lope ^ corse nella direzione del campo. L' antilope 
corse nel campo contro i bianchi. Essi gridarono: 
« pigha, piglia » e cercarono ammazzarla. Non lo 
poterono. Alcuni spararono contro di essa, altri 
gettarono pietre, altri piatti sopra di lei ; nessuno 
la colpì. In tale confusione, essi videro ad un 
tratto che l'antilope era diventata un giovine 
Zulù con lo scudo e V assegai. Il giovine li as- 
salì con V assegai e li colpì. Mentre che egli li 
uccideva, essi non potevano fargli nulla; intanto 
apparve l'esercito di Getywayo. I bianchi non lo 
seppero; il loro esercito fu circondato. I bianchi 
allora si misero sullo difese; ma l'esercito di 
Getywayo fu sopra di essi e li uccise. Neppure 

> Cephalophus pigmaeus. 



Miti ario-africani. 149 

uno scampò. Queste sono le notizie del paese dei 
Tshaka (così chiamano sé stessi gli Zulù); io 
debbo dirvi che i Tshaka posseggono magie pos- 
senti, » 

Ma un popolo che confida ancora nella magia 
dei suoi stregoni, non può reggere a lungo con- 
tro le armi inglesi; e noi aspettiamo ora con molta 
curiosità i seguenti fascicoli per vedere in qual 
modo gli Zulù, con le loro magie, si spiegano 
adesso la disfatta di Cetywayo. Ma, da quanto 
sono venuto fin qui osservando, par quasi lecito 
argomentare che gli Zulù, al contatto degli In- 
glesi, informeranno la loro novissima letteratura 
alle idee inglesi, e che sarebbe oramai una vera 
illusione il credere che per trovare ancora nel 
mondo qualche cosa di molto nuovo, di molto 
originale, convenga proprio ricorrere agli Zulù. 
Non vi è forse genere di stranezza di cui l'Eu- 
ropa, e anzi la nostra privilegiata razza ariana 
non possa rivendicare a sé la priorità; che, se 
non ce ne accorgiamo troppo, egli é un po' per 
la ragione che il becchino danese adduco ad 
Amleto • Becchino : Egli era pazzo, e fu mandato 
in Inghilterra. Amleto: Perchè fu egli mandato 
in Inghilterra? Becchino: Perchè era pazzo, e 
deve colà ricuperare la sua ragione; o se non 
può, poco male. Amleto: Perché poco male? Bec- 
chino: Perchè nessuno se ne accorgerà; gli uo- 
mini sono colà tutti pazzi come lui. » 

FINE. 



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38 Religioni e lingue dell' India in- 

glese, di CusT, De Gubernati». 

39 Archeologia, Arte Greca, di I. Gen- 

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40 Archeologia, Arte Romana, di I. 

Gentile. 

41 Logaritmi, di 0. Mùller. 

42 Vita di Dante, di G. A. Scartazzini. 

43 Opere di Dante, di G. A. Scartazzini. 
U Sismologia, di L. Gatta. 

45 Errori e pregiudizi! popolari, di 

Strafkorello. 

46 Vulcanismo, di L. Gatta. 

47 Zoologia I, Invertebrati, diGicLioLi 

Cavanna. 

48 Dinamica elementare, di Cattaneo 

49 Letteratura americana , di G. 

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50 Lingue dell'Africa, di Cbst, D« Gu- 

bernatis. 
5i Termodinamica, di C. Cattaneo. 

52 Paleoetnologia, di I. Reoazzoni. 

53 Assicurazioni, di C. Pagani. 

54 Elettricità, di Jenkin, Ferrini. 

55 Spettroscopio, di Proctor, Porro. 
56-57 Mineralogia descrittiva, di L. 

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58 Diritto Romano, di C. Ferrini. 

59 Luce e Colori, di G. Bellotti. 

60 Letteratura romana, di F. Ramo- 

l-.INO. 

GÌ Zoologia 11, Vertebrati, (lliiop- 

Sidi) di GlOLIOLI. 

62 Zoologia III, Vertebrati, (Sau- 

ropsidi, Tcriopsidi) di Giolioli. 
C3 Geometria Proiettiva di F. Asciueli. 

64 Geometria Descrittiva di Ferd. 

AscniERi. 

65 Fonologia italiana, di L. Stoppato. 

66 Diritto penale, di A. Stoppato. 

67 Letteratura persiana, di I. Pizzi. 

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