(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Museo scientifico, letterario ed artistico; ovvero, Scelta raccolta di utili e svariate nozioni in fatto di scienze, lettere ed arti belle"





ì 



m 



* <J><* 



> iàfc f • 






. ■ 


,.; > ^ 




jj|tV. 


A 




1 1 








* 




A* f 



v>*ff 






MUSEO 



SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



OVVERO 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



IN FATTO DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI RELLE 



Anno Decimo 




TORINO 

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI ALESSANDRO FONTANA 

1848. 




9P 

Omo IO 




AGLI ASSOCIATI PEL 1848 



Il Museo dell'anno 1848 ha cercato di irradiarsi, per quanto lo comportava l'indole sua, della 
luce dei tempi che corrono. 

A differenza degli anni passati, ne' quali, pel fiero egoismo de' governi, dovea più specialmente 
intrattenersi di cose straniere, quest'anno non accolse nelle sue pagine fuorché cose strettamente 
legate all'Italia: quindi diede opera continua a nutrire i leggitori col cibo del vero, innamoran- 
doli della storia patria e recando sublimi esempi di valore italico: quindi presentò le immagini e 
descrisse le imprese d' uomini magnanimi per virtù guerriera, per forte sofferenza e per civile 
coraggio: quindi espose colla parola riscaldata dall'affetto la vita de' più grandi artefici nostri e di 
que' letterati che ebbero sempre in cima de' loro pensieri la libertà, l'indipendenza, l'umanità. 

Fece di più: ventilò le questioni che più agitano la società presente, e pubblicò Cronache le 
quali compendiano la maravigliosa e quasi incredibile storia di quest'anno provvidenziale. 

Il Museo dell'anno 1849 non si dilungherà dalla via che si è tracciata, perchè la crede la più 
utile a stillare negli animi la verità, a levarli a grandezza, a stenebrare i pregiudizi, a spegnere 
gli errori. 

L' Italia non ha ora un foglio come il presente, dove le menti affaticate dal vortice politico 
possano riposarsi tranquille trovando coli' istruzione il diletto; epperò nutriamo fiducia ch'ella 
seguiterà a fargli buon viso. 



Torino, il 15 dicembre 1848. 



// Direttore 
Pietro Corelu. 



INB1GK 



KWtSgS* 5 * 



Marchese Roberto d'Azeglio, Ca- 
relli parj. 1 

tri erande economista Italiano, Co- 
relli 6 

Pio IX, Corelli • 9 

Vita e opere di Edoardo Calvo, A. 

Eroffirio » 14 

tarlo Alberto, Corelli . ...» 18 
Il ministro Cecco Simonetta . . » 57 
Alfonso Lamartine. Corelli . . » 89 
Giuseppe Zanoja, F. liattioni . » 107 
Fra Girolamo Savonarola, Corelli» 111 
Gaetano Donizelti, F. Romani . » 133 
Lo studente Ferrante Cadolini . » 136 
Mettermeli, C. Agostini . . . » 137 

Polignac e Guizot 138 

Giovanni de' Medici, capitano delle 

bande nere, Corelli . . . » I4G 
Il Padre Gioacchino Ventura . » 15(5 
Cenni biografici de' ministri della 

repubblica francese ...» 157 
Giacomo Lomellino sostenitore della 
libertà genovese. Corelli . » 177 

Chateaubriand » 223 

Piero Strozzi capita no del secolo xvt, 

Corelli » 233 

Cuvier » 2i4 

Carlo Porro, Corelli . ...» 249 

Alessandro Pope 259 

Eugenio Cavaignac » 272 

Brere biografia dei più chiari filosofi 

dell'antichità . . » 326-368-382 
L'arciduca Giovanni d'Austria, Co- 
relli 329 

Pietro Giordani » 33 

Francesco Anzanl » 33'' 

Felicità Lamennais » 374 

Il conte di Solar » 389 

Ernesto Alfredo windischgraelz » 39:; 
11 generale Bertrand, C. Malpica » 4M 

SVIZI S90&XOX 3 L3TT3S.Ì.K.J 

L'anno 1847, Corelli 2 

Bonaccorso Pilli e la sua cronaca » 4 

Zavella ■> 17 

Cronaca letteraria, Corelli . . » 23 
Michele di Laudo e i nobili e plebei, 

Corelli ■ 25 33 

Del Papa e de' suoi siali temporali » 27 
L'ammiraglio Francesco Caraccioli 

«li Napoli » /j7 

Origine dei Lazzaroni di Napoli . » 55 
Principi auiori, G-Uoglionc . » 65-73 
Alcune postille di Bernardo Davanzali 

a Cornelio l'arilo ..... 72 



Bianca Capello, Corrili . . pag. 79 
Alto di fede in Sicilia l'anno 1724 » 81 
Come divennero grandi I nostri padri» 86 
La lega lombarda, specialmente nelle 
sue relazioni col Piemonte, P.A. 

Paravia » 93-100 

Il Carroccio, P. De- Agostini . » 97 
Gloria ai Milanesi! Viva Italia! Co- 
relli » 99 

Gli eroi del 1746 in Genova, Corelli » 104 
La guerra santa, Corelli . . » 105 
Polizia occulta di Pio IX . . . » 109 
A Pietro Giordani.— Parma e Fede- 
rigo II, Corelli . ...» 114 
Storia contemporanea, Corelli » 1 17-129 
Della dominazione austriaca in Mi- 
lano, Corelli » 121 

Storia del castello di Milano . » 136 
Magnanimi esempi de' Bresciani al- 

' l'Italia, Corelli . ...» 139 
Il padre Ugo Bassi e i Bolognesi, 

Corelli » 150 

Pietro Leblanc nel campo di Bona- 

parte a Tolone e Arcole » 151 

Storia de'Gesuili,G.ZW{(t » 154-162-172 
L'autore della storia naturale, F. 

Rubino - » 173 

Glorie italiane, Corelli » 185-193-209 

217-257-265 

Ferdinando il Bombardalore, scene 

di Napoli, Corelli ...» 201 
Cronaca contemporanea . . . » 212 
Il festino di Baldassarre . » 221-230 
Cnministrodelsecoloxviu, Corelli» 241 
Pandolfini e il suo trattalo . . » 252 
Portoreale e il giansenismo , C. 

Canta .... » 267-293-300 
Fulvio Testi e l'Italia del secolo xvii, 

Corelli 273 

Campagna di Bonaparte in Italia 

nel 1796 » 277 

Vaterloo 281 

Lettera al sig. Pietro Corelli, Isabella 

Bossi-Gabardi-Brocchi . . » 284 
Novara e Federico Barbarossa, F. 

liattioni » 289-305 

Politica contemporanea P. Corelli » 29 i 
— 303-312-319 

Tiziano.. G. HI. Bozoli ...» 297 
Pio VII e Napoleone . . . . » 313 
Guerra dell'indipendenza americana 

A- Fava » 34 2 

Berrhet » 358 



EPIGRAFIA, 

Iscrizione, L. Cibrario .... » 40 
Al Dio degli eserciti, E. della Latta» 144 



s-essaà?:*., i«cirji«3n?: 

Il teatro di S. Carlo in Napoli . pag. 1 
Viaggio da Turino alle Piramidi, G. 

F. Baruffi .... » 21-29-37-43 

Ischia, G. Regalai 50 

Il monte Vesulo Viso, C. Gandi » 55 

Biella, P.A.Paravia 82 

La Croazia » 135 

Mantova, Legnago, Peschiera, Ve- 
rona 142 

Notizie di scienze ed arti, d'usi e co- 
slumi di tutti i popolidella terra » 195 

Venezia 236 

Il gran San Bernardo . ...» 243 

La Svizzera, P. Sailer 250 

Sanla Croce di Firenze 251 

.Giro intorno alle mura di Torino e 
nel suo territorio, Z..Ci6ran'o»256-26o 

Palazzo Carignano » 321 

Sulla Croazia » 332 

Veduta della Gran Madre di Dio » 353 
Camera dei senatori nel palazzo 

Madama in Torino . . . » 386 



SSIE1T5E tU.TJRl.LI 3 FISICHE 

Della velocità e della quantità del 
sangue nell'uomo, G.Jacobi » 16 

Igiene. 1 ciarlatani » 189 

Storia naturale » 244 

Il cavaliere Alessi ed il cieco nato » 345 



Klr.i.llvi.' 

Educazione del popolo per via della 

storia » 16 

Scuole elementari ne' paesi, F. liat- 
tioni » 19 

Dello stabilimento di scuole serali 
graluile in Genova, C. Gron- 

dona » lo3 

Della miseria, delle sue cagioni e 

dei suoi rimedi 17» 

Delle conversazioni, S. Gio. Griso- 
stomo 200 

Il risparmio » 222 

Educazione intellettuale dell' arti- 
piano - La lingua nazionale » 325 
La fraternilà e l'uguaglianza . » 339 

Giuoco del lotto 373 

Economia di denaro e di tempo » 381 
Come l'educazione debba accomo- 
darsi ai bisogni presenti . » 386 
L'educazione dei figli .... » 403 



Sul Tallo di Parma, C ordii . .pag. 120 
Cronaca, Coretti ..-..» 159 
Cose contemporanee, Coretti » 182-192 
199-208-224-231 262 
Cronaca politica » 239-280-287-304-327 
336-34 4-35 1-360-367 -37 5-383-400 
Catastrofe di Milano, Coretti . » 270 
i inanità degli Austriaci verso gli 

Italiani » 283 

Giustizia esemplare del governatore 
militare austriaco della città di 
Milano » 'ri- 
Viva Venezia! Coretti ...» 286 

Gloria a Hessina ! » 296 

Eroismo dei ragazzi italiani . » 326 
I martiri di Cosenza .... » 370 
Storia contemporanea, Corelli» 407-415 



SELàS Ì.F.TI 

statua di Nleolò Macchiateli! . » 12 

statua di Rubens in Anversa . . » 49 
Il trionfo della Carità . ...» 60 
Brere nolilia de' più celebri intaglia- 
tori in rame, P. A.Paravia » 62-68 
Cenno siili Esposizione di belle arti 

in Bologna, 0. Panrernsi . » 70 
Francesca e Paolo, gruppo di Gae- 
tano Molelli, Coretti . . » H3 

storia dell'archi lei (ara . . » i88-H'6 

La pittura sul vetro - . . » 206-215 

Luigi Sanateli! » 317 

i i incetco Sabaielli » 322 

Giuseppe Sabaielli » 340 

Palagio Palagi » 381 



FCISIA 

Progetto di una società drammatica 

nazionale italiana, Carelli . » 8 
La rimembranza, sestine, W.Itosa» 20 
Le nozze del sole, favola, AT. Rosa » 42 
Pranzo degli artisti in Torino . » 40 

il metro, x. Uosa » eo 

A Vincenzo Gioberti,, sonetto, A. 
Lanini » 112 

All'Italia, M. Ceppino . . . ■> 125 

I militi volontari » 141 

Appello ai militi italiani,^. Prato » 165 
L'Austria, G. Regalai » I8i 

II porla e la gloria, A. Fusinato » 205 

il coscritto 214 

Al Ho, sonetto, .V. Mnriotti- . » 335 
Ad una madre, sonetti, Corelli » 399 

■ C3CP2P.TE 

Quadri piallici di madama Keller, 

Hi 269 

Invenzioni e scoperte relative alla 
locomozione » 407 



7IA33-I 3 B.Xl£El£EAAltZS 

Viaggio costiluz.,Core»»'pa(7.I53-I69- 198 

Sepolcro di Nerone I9t 

Disinteresse d'un uomo del popolo» 204 
Arem dell'arabo Kadour ...» 254 
Viaggio politico di Asmodeo . » 361 
Abd-el-Kader e la sua famiglia a 
Bordeaux » 406 



COSTTXKI 

Mirabile fortezza delle donne caro- 

liniane » 67 

La guardia civica femminile, Corelli » 76 
Milite della compagnia della morte » 126 

Frati gaudenti » 152 

Il presuntuoso, M. Tarchetti . » 158 
Pescatori di Chioggia . ...» 161 

Religione indiana » 219 

Battelliero russo 225 

Carattere degli Italiani ...» 248 

Il gaudente » 343 

Stato politico dell'Ungheria . » 401-409 

U07SLLE E RACCONTI 

Potenza della donna a condur l'uomo 
al bene » 41 

L'arabo e il suo cavallo ...» 43 

L'uccello fuggilo, ossia strana vi- 
cenda d'un grand'uomo . . » 71 

Il premio alla virtù del perdono, O. 
Pancerasi » 87 

Don Giovanni d'Austria e Michele 
Cervantes alla battaglia di Le- 
panto » 92 

Un tratto di amor materno, O. Pan- 
cerasi » 220 

Giovanni Dael, C. Gandi . . » 226 

La vegghia, M. Tarchetti . . » 246 

La donna rigenerata dalla sventura, 

Corelli . » 309-317-323-334-338 
— 348-356-365-371-379-387-395 

Matilde Lampugnani, F. Rovelli » 404 



VARIETÀ» 

Dell'educazione corporea ...» 7 

Un consiglio di nottoloni, Corelli » 28 

Le lettere » 32 

Una dispula sugli ebrei, Corelli » 35 

Parole di un nobile a'suoi confratelli » 46 

Bizzarrie » 48 

La nazionalità » id. 

Sulla generosità. Dialogo fra Biagio 

e Fanfani » 53 

Le riforme e il clero piemontese, N. 

Uosa . » 54 

L'economia politica e la giurispru- 
denza, C. Grondona ...» 59 

Mosaico » 64 

Dell'economia politica, C. Grondona » 77 

Il bisogno riformatore, C. Benzi » 85 

Un gesuita in Moncalvo , Corelli » 88 



I popolani di Roma e l'università 

israelitica, Unospettatore.pag. 116 
Auto-da-fè d'un articolo del dottor 

Levi, Corelli » 127 

Giudizio di Lamennals sulle cosed'I- 

talia » 132 

Sull'Italia, Tommaseo ...» 135 
In che consista la libertà, F. Ugoni» 136 
Platone, N. Tommaseo . . . » 144 
Nuovi esempi di virtù italiana . » id. 
La giustizia dell'Austria, Corelli » 148 
Un'occhiata al materiale d'Italia» 149-345 
Principi i del padre Ventura sul po- 
tere civile » 152 

Di alcune costituzioni interne della 

repubblica veneta . . . » 164 
Le dottrine di Luigi Blanc . . » 166 
Politica italiana, Corelli . . » 167 
Appello dei Piemontesi ai popoli 

Lombardo-veneti, F. Corderà» 171 

II libro di Enrico Vili ... . » 174 
Cos'è borghesia? Cos'è popolo? La- 

mennais • . » I7« 

Avviso agli elettori, F. Corderà » 187 
La nazionalità è indicata a tutti i 
popoli dalle manifestazioni della 

natura .' » 190 

Il problema dell'epoca presente » 206 
Fondamentali condizioni della li- 
bertà » 207 

Pensieri di Machiavelli sulla guerra» 216 

226-240 248 

Delle Camere » 236 

Una passeggiata notturna del dia- 
volo Asmodeo in Torino . » 238 
Istinto della patria . . * . . » 245 
11 Domenichino e due sue lettere » id. 

A Pio IX, Corelli » 264 

Il passeggiero e la torlorella . » id. 
Appello a Carlo Alberto, Corelli » 271 
Se si debba no aver fiducia nelP 

intervento francese, Corelli » 278 
Grandezza di Mazzini . . . . » 2"9 
Gioberti e il popolo . ...» 291 

Il giurì » 301 

Le rivoluzioni fallite . . . . » id. 

Il bacio » 302 

Un eroe 308 

Il comunismo » 310 

Profezie » 316 

A guerra finita si deciderà . . » 323 
Trattato di Campo-Formio fino al 

trattato di Vienna ...» 331 
Pensieri su Tacito e Machiavelli, 

Felice Balzano. . » 349-354-364 
Il progresso, dialogo .... » 355 
Il cinque maggio ...» 369-377 
La dieta federativa e l'assemblea 

costituente » 382 

Glorie degli operai, dialogo . . » 390 

Guerrazzi e Guizot p 392 

Pregiudizio popolare sull'istrice » 397 
Legislazione della guardia nazio- 
nale » 398 

A Pio IX lo czar Nicolò ...» id. 
Il papato ...:...» 402-410 
Polonia ed Italia 407 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(8 gennaio 184$) 



MARCHESE ROBERTO D 'AZEGLIO 




Degli uomini che sono esaltali dalla nazione per 
opere di sapiente bontà , che fanno un uso elegante e 
santissimo delle loro ricchezze, che sdegnano qualsi- 
vo°lia insolenza di fasto e di vizi, e che giovano alla 
patria più che colle parole e cogli scritti, voglionsi 
produrre le sembianze, i fatti ei delti perchè siano 
norma ai buoni e correzione pratica de' non buoni. 

Talee il marchese Roberto d'Azeglio, uomo sublime, 
il quale mettendo sotto i piedi gli ignobili e ridicoli 
pettegolezzi di casta, e mostrandosi liberale di premii, 
di carezze e di cure amorevolissime alla virtù, all'in- 
dustria e alla infanzia de'poverelli, seppe levarsi a ma- 
gnifiche altezze e meritare le benedizioni di tutti i suoi 
concittadini e dell'Italia. 

Volete voi conoscere quanto tesoro di dolcezza e di 
amore sia raccolto nel cuore di questo magnanimo cit- 
tadino? Recatevi all'asilo da lui istituito nel sobborgo 
sulla destra del Po; mirate con quale assiduità di fer- 
vorosa e pazientissima cura egli si adoperi di formare 



a bontà quei cuori tenerelli ; mirale con quanto senno, 
con quanto affetto egli li sani da ogni corruzione mo- 
rale, li prepari ad accogliere nell'animo il sentimento 
della benevolenza al prossimo, della conoscenza ai be- 
nefattori, dell'ordine, della nettezza, eli venga a poco 
a poco adornando di quelle cognizioni semplici e di- 
ritte onde è capace quell'età. 

Volete di più? volete conoscere sino a qual segno 
arrivi la sua dolcezza e carità? Vedetelo cavalcare 
cannuccia in compagnia di que' fanciulli e garzone" Ili 
dai quali è riconosciuto come il loro angiolo tutelare, 
il loro angiolo di pace, di conforto e di salvezza... La 
qual cosa mi ricorda la paterna bontà di Enrico iv di 
Francia che faceva a cavalluccio col proprio figliuolo, 
e mi richiama alla memoria la tenerezza di Lorenzo e 
Giuliano de' Medici, quello padre di Leon x, questo 
di Clemente vii, i quali anch'essi facendosi cavalli di 
canne, si poncano i figliuoli in groppa, spronando 
ciascuno senza sproni; e veduti in cotal alto da quel 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Mariano, che poi ebbe titolo di Frale del Piombo, gli 
si voltarono, mentre questi se ne rideva da senno, di- 
cendo: Avete voi figliuoli? 

Eppure quest'uomo di così semplice bontà è cospicuo 
per nobiltà e per intelletto nelle arti del disegno e in 
quella dello scrivere. 

Se poi bramate conoscere come trionfi nel suo cuore 
l'ossequio al Principe riformatore e all'Italia, osserva- 
telo in quelle memorande giornate dell'andata a Genova 
e del ritorno io Torino di re Carlo Alberto. Miratelo 
condurre e scbieraresulla gradinata della Chiesa oltre Po 
quei bambini sottratti da lui ai tanti corporali pericoli 
dell'abbandono, i quali con abito pulitissimo, con rami 
d'alloro, e con ammirabile contegno mescolano le loro 
voci infantili al grido di riconoscenza che echeggia 
intorno all' Eroe della Dora. Miratelo sotto l'arco trion- 
fale rispondere con cenni e cori segni di commozione 
agli evviva clamorosissimi mandatigli dalla gioventù 
che saluta in lui la dignità subalpina e il principale 
moderatore della festa. 

Che dirò poi dell'ardore santissimo col quale viene 
promovendo il riscatto degli Ebrei, di questi nostri 
concittadini nella maggior parte de'quali rifulge tanta 
eccellenza d'ingegno, di questi nostri fratelli, i quali, 



in tanta luce di civiltà, hanno diritto di occupare il 
seggio che loro appartiene, i quali anelano e chieggono 
e vogliono consacrare il proprio braccio e la propria 
mente alla patria e al re?... E sarà questo un altro 
solenne e non perituro benefizio ch'egli rende all'uma- 
nità, perchè la redenzione israelitica non tarderà ad 
allietare l'animo de' buoni. Le sante inspirazioni di- 
scendono dal cielo; e contro il cielo chi può opporsi? 
Marchese Roberto d'Azeglio! Io non vi conosco che 
pei vostri scritti e per le opere vostre; ma il mio cuore 
è lietissimo di potervi offrire in queste pagine un pic- 
colo tributo di venerazione e di amore. II bene che 
voi fate alla patria fruttificherà, ne son certo, olire i 
buoni insegnamenti, i buoni esempi. Coloro, ai quali 
non parea bello e buono fuorché il migliorare le razze 
dei cavalli, delle vacche e dei cani, oseranno slare 
indifferenti all'esempio sublime che voi porgete nel 
migliorare gli uomini? Vorranno seguitare a menar 
vampo fastidioso dei loro titoli, dei loro privilegi, 
della loro nascita? Non vorranno conoscere che la 
superba ignoranza è la più vile delle schiavitù e che 
scellerata è quell' educazione che tenta di oscurare il 
lume diffuso da Dio sulla faccia di lutti gli uomini, la 



ragione: 



Pietro Corelli. 




L'unno 18'j7 fu anch'esso inghiottito dall'onda vorli- 

i e inesorabile del tempo; ma il suo nome non cadrà 

dalla memoria del mondo : esso starà come quei fari 

«lenii che Iddio ha sospesi nella volta de' cieli per 

testimonio della sua irrandezza. 

L'Italia, questa aulica donna delle nazioni, la «piale 
èva por' anzi nell'abbominio, ed era bistrattala e 
svillaneggiala impunemente dal più minuto boltolo 
che sapesse abbaiare, si è svegliata dal suo sepolcro, 
li.t ripiglialo le vesti «Iella sua primitiva dignità, si 
è posta Dell'atteggiaménto di chi spera e non teine, 
ha lacerato e calpestalo coi propri piedi la corona 
d'infamia che erale stala confina in capo dai traditori, 
e si e armala del solenne proposito «li redimersi e 
ristorare delle antiche calunnie, porgendo al mondo 
lo spettacolo 'li un risorgimento che non ha pari nella 

sl(,| 

l'Ili saluta nell'anno IS'i7 l'iniziativa della nostra 
mie e nuova èra vivificatrice, ero. santa e miraco- 



losa nella quale parvero d'un trailo ingigantirsi gli 
spirili patrii, diffondersi e sfavillare per tulio il genio 
nazionale, venir meno l'amore de'lurpi guadagni, 
degli illeciti piaceri e de' frivoli costumi, dileguarsi 
l'imitazione vergognosa delle cose straniere, cadere 
la servitù micidiale degli intelletti, distruggersi i mali 
ordini degli studi e della pubblica e privata disciplina. 
Saluta nell'anno 1847 lo spettacolo unico negli 
annali dei mondo, di un popolo diviso, lacero, op- 
presso, vilipeso, avvilito, privo di patria educazione 
e di virtù civile correre unanime alla concordia, far 
volare dalle Alpi al mare una voce sola, non volere 
che una cosa sola, il partecipare alle condizioni delle 
nazioni più colte che lo fiancheggiano; dar frulli d'una 
sapienza matura, >aria e polenle, comandare il ri- 
spello e l'ammirazione in coloro stessi che lo punivano 
della bua abbiezionc col disprezzo e colle ealene; in- 
nalzare una bandiera santa e nou sfregiala da una 
sola macchia, riacquistare insomma il più grande dei 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATE NOZIONI 



beni, la libertà e l' indipendenza, e tulio ciò senza un 
fremito di vendetta, senza un grido di maledizione, 
senza una stilla di sangue. 

Saluta finalmente nell'anno 18'l7 ima Generazione 
degnissima delle grandi riforme onde fu presentata, 
perchè amica dell'ordine e profondamente convinta 
che nella concordia tra governanti e governali è ri- 
posta la sua vita ; una generazione nel cui cuore e nel 
cui spirito vive e germoglia quella fede senza la quale 
la coltura porta frulli nocivi o poco durevoli: una 
generazione infine che non intende più chiacchierare, 
per ozio o per istrazio, di virtù patria e di libertà, 
ne vuole più essere rimproverata per troppo amore 
a que' diletti e a quelle lascivie che l' avean resa in 
gran parte stupida ed obesa ; ma intende e vuole 
essere distinta per grande bontà d'animo, per ga- 
gliardi^ e nobiltà di pensieri, per senno pratico, per 
stile dignitoso di vita, e alla quale è regola e misura 
de' suoi desiderii l'attuale civiltà d'Europa. 

Noi tulli facciamo eco a questo saluto, e ringra- 
ziamone prima Iddio, poi i nostri buoni Principi che 
riposero una sì larga e benevola fiducia nel nostro 
cuore, nella nostra mente e nelle nostre braccia. 

E ora che il principio elettivo è riconosciuto fra 
noi; ora che è pianlalo questo cardine d'ogni civile 
reggimento; ora che il pensiero, spezzate le antiche 
pastoie, sederà di nuovo sul suo trono atteggiandosi 
alla maestà di re ; ora infine che i nostri rettori mo- 
strano di non lemere la parola libera, fiera e calda dei 
loro popoli, perchè figliuola della ragione, chi dubi- 
terà dell'altezza dei destini alla quale siamo chiamali? 
Chi non vorrà riconoscere in quest'opera la mano di 
Dio? Chi temerà -più che il lupo possa impunemente 
spalancare le sue fauci? Chi crederà chela stupida 
e ideila mediocrità abbia ancora l'ardimento di mag- 
eioreg"iare, velando coli' orgoglio insultatore la più 
profonda ignoranza? Chi dubiterà insomma che non 
debbano fiorire i germi delle grandi dottrine e delle 
nazionali istituzioni, cadere ogni privilegio e mono- 
polio, sparire quegli ostacoli che impediscono il com- 
mercio delle idee e delle utili cose fra le varie mem- 
bra della nazione, compirsi la guarigione delle ulcere 
cancrenose de' nostri siati ?... 

Sì ! tulio giova sperare da quest'opera di rigenera- 
zione la quale viene sviluppandosi e crescendo non 
fra le ostilità, le prelese, le gare, le fazioni e le vio- 
lenze, ma fra gli amplessi, le gioie, le feste popolari 
e le benedizioni di chi ci governa. E guai a chi vo- 
lesse impedirla !... 

Ria intanto possiam noi per intero aprire il cuore 
all'allegrezza? Fratelli!... Sospingete lo sguardo all'e- 
strema parte dell'Italia. Colà olio milioni de' nostri 
fratelli s' inmnoechiano davanti alla maestà di un 
Irono, invocando con lacrime la luce, supplicando 
«■he le leggi e la giustizia vengano sostituite all'ar- 
bitraggio e agli in fa ni issimi abusi del potere, scon- 
giurando che si cessi dal violare i diritti più sacro- 



santi e dall' infrangere i giuramenti fatti innanzi 
a Dio e agli uomini. Come si risponde a queste 
lacrime, a queste suppliche?... colla mitraglia, colla 
scure, cogli ergastoli !!.. E quelle sponde deliziose, sulle 
quali sembra che brilli il sorriso di Dio, fumano del 
sangue di cittadini integerrimi e innocenti che avreb- 
bero potuto grandemente giovare alla patria coli' al- 
tezza dell' intelletto e colla profonda sapienza de' con- 
sigli, non rei d'altro fuorché d'aver salutato quel sole 
che dalla cattedra di S. Pietro irraggia l'universo. 

Né questi soliamo gemono e si disperano. Negli 
stessi Slati riformali non tulli partecipano al bene 
onde i loro principi furono larghi e generosi promotori. 
In non pochi luoghi della Romagna io slesso non ho 
sempre udilo suonare sul labbro del popolo benedizioni 
a Pio IX; io stesso inlesi più d'uno della povera plebe 
affermare di non ravvisar veruna differenza tra il go- 
verno di Pio e di Gregorio, e trovar sempre le slesse 
avanie, gli slessi trattamenti ingiusti, duri, illegali. 
L'Eroe della carila non è da lutti levalo a ciclo '....Che 
giovano le ollime leggi e le magnanime intenzioni se i 
ministri tradiscono lo spirilo delle une e delle altre?... 

Molte sono ancora le male erbe fra noi, le quali 
hanno stese così larghe e profonde radici che abbiso- 
gnano d'una mano, direi quasi, ollrepotenle a ster- 
parle. Molli sono i ribaldi e stolli consiglieri, che, in- 
terponendosi fra i rellori e i popoli, impediscono la 
invocala concordia degli uni cogli altri. E molli pure 
sono i Giuda Iscarioli i quali sermoneggiano assai bene 
contro il tradimento e l'apostasia. Costoro saranno 
smascherati; le loro armi saranno spuntate contro 
l'usbergo di bronzo che ci fu dato, la parola; essi 
cadranno senza verun dubbio, perchè il risorgimento 
italiano è comandalo da Dio; e cadran pure coloro 
che, non volendo rinsavire, calpestano atrocemente i 
diritti dei popoli e l'umanità, posciachè quello spirito 
prepolente che vuole le riforme non si strozza ne si 
fucila, e chi cozza coi popoli cozza con Dio. 

Ma noi intanto che dobbiam fare? Temperiamo le 
nostre gioie: abbiamo dato sfogo bastante all' entu- 

siasmo giustissimo e nobilissimo che ci bolliva nell a- 

• • • -l'i 

nimo : ci stiano presenti i fremiti repressi, le grida 

dolorose e gli anelili di morte de' nostri fratelli: 
rientriamo in noi slessi, meditiamo, pensiamo l'ora 
del pericolo; vestiamoci di quel coraggio forte, digni- 
toso, perseverante che si fa via degli ostacoli e sa 
trionfare di lutto, così dei secreti tranelli delle volpi, 
come della forza brutale dei lupi; affratelliamoci col- 
l' amore, colla fede, colle idee, colle opinioni; e più 
di tutto uniamoci, uniamoci di cuore ai noslri Principi 
e facciamo pervenire animosamente, costantemente al 
loro trono la verità, perchè convinciamoci una volta 
per Dio! che l'adulazione è codardia di cortigiano, non 
pretensione di principe. 

P. Corelli. 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



BONACCORSO PITTI 

E LA SIA CRONACA 







. ':%mn. 



Chi vuol sapere ciò che erano i più de' Fiorentini 
nel trecento legga la «Tonaca di Bonaceorso Pilli la 
quale è vero peccalo ohe giaccia poco meo che nel- 
l'obblìo, perchè olire il hrio e le grazie di siile onde 
è adorna, è piena di avventure curiosissime e singolari. 
Egli poi presenta in se stesso la più perfetta imma- 
gine de'suoi compatrioti. Avvolto di continuo in agi- 
tazioni, in gare, in intringhi , siccome era allora siile 
degli uomini d'animo intraprendente e non volgare, 
bì caccia da per lutto, tenta ugni cosa, scherza coi 
pericoli , fa all'amore, si mostra ora infingardo, ora 
crapuloso, ora fu race, ora industrioso, ora ragione- 
vole, passionalo pel gioco, ardilo per natura, amba- 
sciatore, magistrato, banchiere, prestatore di danaro 
nd usura, sussurrone, galante, figliuolo insomma di 
quel secolo in cui la vita era dura, robusta, non sfi- 
brata dalle morbidezze della presente civiltà, lontana 
dalle svenevolezze e dalle cascaggini de'noslri libertini 
•piali ti min o il In ddoe il caldo, la nebbia e la pioggia. 



Ma affrettiamoci a riportare alcune delle notizie gior- 
naliere del nostro Buonaccorso, nato circa la metà del 
trecento e morto settuagenario. - 

Narra che nel 1576 andò con Malico Tingili in 
Prussia a vendere zafferano, e di là a Buda dove il 
compagno lo lasciò gravemente infermo in casa d'uno 
del suo paese, avendosi a letto un cattivo pagliericcio 
e derelitto. La notte del S. Martino, venne una bri- 
gata di bevoni a ballare a suon di cornamuse nella 
camera vicina; e un d'essi guardalo entro la sua, e 
visto che giaceva mezzo morto, chiamò i compagni 
che lo tolsero al pagliericcio, lo coversero di lor pel- 
liccie, e trascinatolo in sala dissergli : — dèi morire o 
guarire — e Io feccr ballare a forza. Poi quando videro 
che non ne polea più, collocarono di novo a giacere 
con lultc quelle pelliccie addosso, sicché sudò copio- 
samente e Fu guarito. Due giorni dopo andò a trovare 
Guidubaldi un fiorentino ch'era direttore della zecca 
del re, e in una settimana gli guadagnò giocando nulle 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATB NOZIONI 



dugenlo fiorini. Comperali allora sei cavalli, con quat- 
tro servi e un paggetto si avviò a Firenze, passò per 
Venezia, e dopo varii casi con soli cento fiorini in 
tasca si trovò giunto a casa, dove s'innamorò di certa 
madonna Getti Ria che stava a porla Pinti. Sei passare 
e ripassare dinanzi la sua dimora, da certi allegri gio- 
vinoli! parenti della donna un di fu chiamalo entro e 
trattenuto a merenda ; profittò dell'occasione per dire 
a Gemma sottovoce: — Son cosa vostra e mi vi racco- 
mando. Ed ella ridendo:— Mi obbedirete voi? — Fa- 
lene prova. — Or bene, in segno dell'amore che mi 
dici portarmi vanne difilalo a Iloma. — Bonaccorso si 
pone tra le gaudio la via, passa per Siena, Perugia, 
Spolelo, terre occupate da soldati della Repubblica 
allora in guerra col Papa ; gli riesce a gran fatica pe- 
netrare in Roma; vi sta pericolando qualche giorno, 
e un mese dopo ch'era parlilo, reduce a Firenze, da 
madonna Gemma a cui domanda la mercè dell'adem- 
piuto comando, si senle rispondere: — E che? non 
sai che nel parlar di porla Pinti, vanne a Roma, si- 
gnifica vanne alla malora? 

i\el 1582 Bonaccorso combattè gagliardemcnte'nella 
campale giornata di Ypres, vinta da Carlo VI di 
Francia sui Fiamminghi, per la quale Parigi, che gli 
si era ribellala, si sottomise. — Enlrammo (scrive con 
cerio piglio borioso) colla spada in pugno e la cervel- 
liera in testa per tema di un qualche tradimento. Ap- 
pena il re fu sceso da cavallo, mise fuora un bando, 
che ogni borghese, pena la vita, doveva consegnare 
le armi, e che si avessero a toglier via le catene con 
cui si eran falle le barricale. Mi ricordo che uno 
scudiere chiese al re in dono tai catene ; e furongli 
dale: ni un si saria pensalo che fosse cosa di tanto 
valore; quel furbo vendendole ne cavò diecimila 
fiorini. 

Alla presa di Mons, nel 1585, Bonaccorso fu testi- 
monio di un fallo orrendo. Entratovi coi regii senza 
trar colpo, che dopo micidiale conflitto intestino tra 
<»li abilanli e le milizie inglesi, la ci H à abbandonata 
da lutti, ardeVa ; trovò le vie ingombre di cadaveri, 
e vide una gentildonna che, dopo aver indarno tentalo 
di salvare il proprio marito dal furore di un soldato, 
recandosi un bimbo in braccio, un allro in ispalla, e 
tenendone un terzo per mano, sedeva, come assorta, 
dinanzi un palazzo che bruciava: Pitti corse per to- 
glierla di là ; ma ella gli sfuggi di mano, e con quelle 
sue tre creature per lo aperto portone si lanciò Ira 
le fiamme. 

Nel 1593 egli si acconcia a Parigi in qualità di ma- 
stro delle stalle del duca d'Orleans, e vien presto in 
molta grazia del suo signore. Un giorno, dopo desi- 
nare, che nelle sale del Duca si giocava, volle fortuna 
che i dadi celiati da Bonaccorso eli fossero dodici 
volle di seguito favorevoli ; onde il visconte di Monley 
scaldalo dal vino e dal dispello, gridò: — Vuoi tu 
spogliarmi, lombardo villano traditore? e alzò la mano. 
— Ninno mi batterà allro che morto, rispose Pitti 
trattenendolo; e voi avete mentilo a chiamarmi come 



faceste. — Tu sci il primo al mondo che mi dà una 
mentita e dèi morire di mia mano... — Il Duca s'in- 
terpose e comandò pace. Onesta pace coslò a Bo- 
naccorso 200 fiorini, da lui spesi per far onore al 
signor suo e al duca di Borbone con un magnifico 
desinare'. 

Pilli, venuto a Firenze, vien rimandato come am- 
basciatore della Repubblica al re di Francia per do- 
mandargli alleanza contro il duca di Milano. Ecco 
come ne scrive: — Parlò Filippo Corsini mio compa- 
gno di legazione; ma giurerei che il re, il quale non 
sapea di grammatica, noi comprese; ne il duca di 
Borbone che ci era avverso gli fece spiegazione; sic- 
ché vedendo che il tempo trapassava, ci concertammo 
di parlare al re la prima volta in francese, e me ne 
diedi carico io; e fecilo in poche parole pregando 
l'Altezza Sua, in nome del Comune di Firenze, che 
volesse serbare la data fede. Carlo fallosi rosso a lai 
parole — Riesser Bonaccorso, sclamò, non vi sfugga 
più mai un lale dello dalle labbra: la data fede mi è 
sacra, e non è mestieri ricordarmela. Ed io poslo a 
terra un ginocchio: — Chiedovi perdono se contro la 
grandezza vostra, non olendo, ho erralo: ma di ne- 
cessità fui trascinalo a quelle parole, scorgendo che 
alle indirizzatevi dal mio compagno non avevate pre- 
siala attenzione — 

Nel 1400 è mandalo ambasciatore al. novo impera- 
tore Roberto di Baviera per eccitarlo a scendere in 
Italia ad infrenarvi la soverchiale potenza di Ga- 
leazzo Visconti duca di Milano ; e nei colloqui che 
lenne con esso lui, poselo in guardia contro i pugnali 
e i veleni con cui i Visconti costumavano servirsi a 
danno de' lor nemici. Roberlo, trovalo savio il consi- 
glio, usò di molte precauzioni e ben gli slelle; con- 
ciossiachè fu intercetta una lettera del medico del Duca 
al medico dell' Imperatore, nella (piale promellcvagli 
il saldo de' quindicimila ducati convenuti, toslochè 
Roberlo fosse morto avvelenalo: sicché questi ebbe a 
dire a Pilli : — In fede mia, che mi avete salva la 
vita ! La spedizione dell' Imperatore andò a vuoto, e 
fu egli sconfitto presso Brescia. Il Duca pose a prezzo 
la lesta di Pilli; e mal ne sarebbe derivalo a lui ed 
a Firenze, se nel 1402 quel lerribil nemico non fosse 
morto allora appunto che pareva aspirare alla domi- 
nazione dell' Italia. 

Nel 22 settembre l'l22 così lasciò scritto: — Ho ri- 
soluto di perdonare lutle le ingiurie che mi sono 
slate falle spezialmente dai Rascoli : mi son quindi 
presentalo al palazzo de'Signori con Pandolfo de' Ra- 
scoli : e là promettemmo per noi e nostri discendenti 
di trattarci d'or innanzi da amici : e abbiate memoria 
di questo, o miei fratelli, tìgli e nepoli, per confor- 
marvi a ciò; tale essendo la mia volonlà. 

Nel 1425, essendo capitano a Castellaro in Romagna, 
vi scoverse una congiura di scile Forlinesi per aprire 
una notlc di carnevale le porle al Duca: feceli tulli 
decapitare. Riseppe che vi erano timori di peste in 
Firenze, e scrisse a Luca suo figlio che ne uscisse 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



tosto colla moglie e i figli : appigionò a Pescia una 
casa mobigliata per quattro fiorini al mese, la quale 
trovandosi piccola per sedici persone, gli fu mestieri 
dormire in certe camere separate che gli coslaron tre 
lire al mese.... 

Non è forse caratteristico (conchiude il Dandolo) 
siffatto minuto conleggiare di fiorini e di lire, il quale 
continua per tutte coleste memorie in mezzo alle più 



grandi agitazioni dello scrittore, e ai più gravi avve- 
nimenti de' paesi in cui si trova? Il giorno in cui de- 
scrive il celebre assassinio del duca d'Orleans, che 
mulo faccia alle cose francesi, accadutogli davanti gli 
occhi (il 25 novembre H07) non si pensa egli il 
nostro Bonaccorso di far annotazione di non so quanti 
fiorini guadagnali in una contrattazione di lana? 



UN GRANDE ECONOMISTA ITALIANO 

DIMENTICATO PERFINO DALLA BIOGRAFIA UNIVERSALE 



Si signori! dimenticato perfino dalla biografia uni- 
versale, dove si fa anco menzione di certi omiccialtoli 
che è vergogna e vitupero l'aver dissotterralo dalla 
polvere! Francesco Mario Pagano — giova subito il 
nominarlo — fu uomo sommo e degno che ogni nazione 
se ne glorii. Ma l' Italia, la quale per lo innanzi co- 
stumava bene spesso di calpestare coloro che più si 
studiavano di giovarle, mostrò quasi di non pure co- 
noscerlo Ecco il premio, ecco la corona che ella 

dava a'suoi grandi! Ora che apre il cuore a nuovi, 
santi e solenni affelli, seguiterà ella a mostrarsi ma- 
trigna ai proprii figliuoli? Affrettiamoci a rivendicare 
il grande economista all'amore e alla riverenza dei 
suoi connazionali. 

Nacque in Brienza ne' Lucani l'anno 1748. Man- 
dato giovinetto a Napoli, che splendeva a que' di per 
gentilezza di costume e per fiori di civiltà tra le 
prime città della Penisola, si pose presso Niccolò di 
Martino, maestro di Antonio Genovesi, sotto il quale 
si ornò di quel corredo di abitudini che compongono 
la tempera morale e l' indole operativa degli uomini. 
A soli 21 anni fu creato lettore straordinario di 
morale in quella reale università, e poco dopo pro- 
fessore. Dotato d' indegno libero e gagliardo, parlò 
quivi con maschia e fervida eloquenza delle origini, 
dei progressi e della decadenza delle nazioni, traendo 
ogni giorno una grande moltitudine ad udirlo. 

Non volle lardare di mostrare al mondo che a lui 
non mancavano le ali per librarsi a voli degni dello 
slesso Vico, e pubblicò V Esame politico di tutta la 
legislazione romana, opera la quale avvalora l'intendi- 
mento e l'arbitrio con la vastità e la magnificenza 
delle ilice. 

La lode unanime che gli si levò intorno lo inco- 
raggiò a fare di pubblico diritto i suoi Snrjr/i politici, 
i quali lo cinsero di quell'aureola che né gli uomini, 
uè il tempo possono più offuscare, nò spegnere. Essi 
aggiratisi sull'antichità della coltura degli Egiziani 
e de' Caldei, sulla vitti de' selvaggi, sull'origine e sta- 
bilimento delle società barbare, sulle società colte e 
ptilite, e sulla decadenza delle nazioni. 

Altissimo grido alzarono in Italia, ma più assai fuori, 
e il nome di Mario Pagano fu ripetuto dai pochi buoni 
con ammirazione. 



Ma è destino in Italia che gli uomini dotali di fieri, 
ardili e liberi spirili siano schiacciati dalla stupida 
mediocrità. I codardi lo assalirono prima colle cian- 
cie, poi colle calunnie, dandogli in mano un lungo 
calice di fiele, e costringendolo ad abbeverarsene sino 
alla feccia. 

Ma è vero eziandio, a nostra gloria e conforto, che 
l'indole dell'ingegno italiano è più potente di tulli, 
il quale più vigoroso e sfavillante risorge dallepersecu- 
zioni e dalle battiture. L'amore del vero e dell'uma- 
nità trionfarono nell'animo del nostro percosso filo- 
sofo, il quale sprezzando con coraggio l' ignorante di- 
sprezzo e l'invidia calunniatrice, diede mano ad opere 
di non minor peso, quali sono i Principii del codice pe- 
nale e logica dei probabili e le Considerazioni sul pro- 
cesso criminale, e aprì anche nell'estetica un nuovo e 
luminoso cammino dettando, alla guida della filosofia, 
ottime leggi al gusto. 

Mario Pagano in ogni suo scritto mostrasi politico 
profondo, giureconsulto dottissimo, cittadino zelante, 
amico caldissimo dell'uomo. Egli non ebbe altro scopo 
fuor quello del pubblico bene. Osò (come a buon dritto 
diceva egli stesso) colla fiaccola della filosofia correre 
per entro le tenebre del foro, e tentare intrepidamente 
le profonde piaghe che rendeano infermo e guasto l'u- 
niversale criminal sistema d'Europa. 

Coi sussidi non della sola meditazione ma di una 
lunga e feconda esperienza, dal suo umile ed oscuro 
gabinetto levò la mano coraggiosa ad atterrare un co- 
losso che il pregiudizio e l'opinione aveano innalzato 
nel corso dei secoli. E se a Beccaria e a Filangieri 
vuoisi dare la gloria d'aver i primi gettate le fonda- 
menta della teorica della giurisprudenza criminale, a 
Pagano dovrà il mondo tri bui re il merito di averla il 
primo applicala alla pratica del foro. 

Alcuni predicheranno che le sue parole non hanno 
(direm cosi) volto italiano. Sia pure! Chi non sa che 
la maggior parte dei nostri filosofi non hanno mai vo- 
luto e saputo persuadersi della sentenza d'uomini il- 
lustri, i (piali affermano clic il discorso piglia talvolta 
più efficacia dalle parole che dai concetti? Ma che 
perciò?.... Non dovremo noi meno gloriarci di un sì 
possente e vivido ingegno? Non in; si tuberemo con ar- 
dore le opere dove tanti sono i civili insegnamenti? 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI B SVARIATE HOZIONI 



La condizione de'presenli tempi deve più che inai sti- 
molarci a dissotterrare i tesori de'nostri sommi padri, 
i quali ci potranno apparecchiare, meglio che per av- 
ventura non crediamo, a quella vita civile che viene 
sorbendo per tutta la Penisola. Oli, se noi meditassimo ! 
gravemente su questi tesori, come presto cadrebbe il 
prestigio del quale appaiono circondate ai nostri occhi 
le opinioni di certi moderni iìlosofanti, i quali ne me- 
nano cosi gran vampo! Come noi ne faremmo assai 
meno le meraviglie! 

Volesse il cielo che queste nostre povere parole sve- 
gliassero in qualche giovine bennato il desiderio di 
studiare le opere dell' illustre e sventurato Pagano!... 
Vi troverebbe, se non sapore e castità di lingua, di 
certo novità e altezza di pensieri, vibralezza, precisione, 
gran forza di raziocinio, splendore insolilo d'idee. 

Povero Pagano! Era fatale ch'egli dovesse restar 
vittima dell'amor suo illimitato per quanto ha di più 
nobile, "rande e generoso la terra! 

E«li fu colto all'esca della adultera libertà che ci re- 
carono i Francesi sul finire dello scorso secolo. I lun- 
ghi studi e i dolorosi esperimenti non lo fecero avver- 
tito che gli stranieri sogliono palpare l' Italia soltanto 
per inghiottirla, e che dalle libertà recateci da loro 
non altro mai nacque per noi fuorché una maggiore 
infamia di servitù. 

Si giltò nel vortice che sconvolse Napoli l'anno 1799 
colla speranza di trovar presto il sole, e quel vortice 
miserabilmente lo inghiottì!... Ferdinando IV di Na- 
poli, avo del presente re, lo fece perire sulle forche! 
Gli uomini non contenti di averlo afflitto, marto- 
rialo e ucciso per le sue lunghe vigilie e le sue ma- 
gnanime illusioni, tentarono anche di spegnerne la 
memoria. Ma quando mai potè uccidersi il genio?... 
Quando mai la mano inferma dell'uomo potè distrug- 
gere l'opera di Dio?... 

P. Corelli. 

DELL' EDUCAZIONE CORPOREA 

AFFILIO AI GIOVAMI 

I giovani che sono nati a grandi cose emendino da 
se medesimi la tosta o nulla educazione che hanno 
ricevuta. Pongano cura grandissima nell'educazione 
corporea, senza cui V intellettuale (dice un forte in- 
gegno) è sovente pericolosa malattia. Se svolgono i 
libri del greco Pausania leggeranno che un reumatico 
a forza di ginnastica ridivenne sano ; che i fanciulli 
grechi erano lottatori e addestrati già ad ogni sorta 
di guerreschi esercizi ; che una madre vestita da uomo 
ginnasiasta ammaestrava nell'agone i fanciulli; che i 
due figliuoli di Diagora, giovinetti vincitori, portavano 
sulle spalle il vecchio padre, e la moltitudine lo co- 
priva di fiori e lo gridava felice; che gli atleti per 
lungo corso di generazioni si astenevano dalla carne 
e si cibavano di cacio e di giuncata; che gli inabili a 
lottare, pur lullavia combattevano con colpi di coregge 



più molli ; che i fanciulli meno che adolescenti ambi- 
vano il certame ; che un giovinetto poc'anzi escluso 
per tenerezza soverchia vinse i fanciulli e gli imberbi 
e gli uomini, e finalmente che gli spettacoli elei e gli 
olimpici si trattavano come affari politici. E quelli 
erano i tempi migliori della Grecia! tempi che pur 
tanto somigliano all'aspra ma robusta età del medio 
evo. E questa educazione corporea è credula cosi 
necessaria, che il principale rigeneratore dell' Italia 
presente grida con quella sua splendida e vigorosa 
eloquenza: « I giovani otterranno grandi cose avez- 
zandosi e connaturandosi a evitare i frivoli passatempi 
e le vane brighe del mondo, a fuggir l'ozio, a sprez- 
zare gli agi soverchi, a considerare il tempo come uno 
decapitali più preziosi, compartendolo e adoperandolo 
sapientemente a imbeversi dei sanli costumi antichi, 
a compenelrarsi in ogni cosa del genio proprio delia 
patria». Indurino il corpo, avezzandolo al sole, alle- 
nandolo alla corsa e ai ginnici esercizi, rompendolo 
alle operose voglie e alle fatiche, costringendolo a nu- 
trirsi di cibi frugali, a posare su dura coltrice, e as- 
soggettandolo in ogni cosa all'imperio dell'animo; il 
quale col domare i sensi, si rende libero e franco, e 
si dispone ai nobili affetti, ai vasti e magnifici pensieri. 



IL TEATRO DI S. CARLO IN NAPOLI 
E IL SUO AUTORE 

Carlo Borhone, avolo del presente re di Napoli, 
volle nel 17^io che si ergesse un teatro in Napoli, 
avendone allora (dice Colletta) la città pochi e sconci; 
e, per aggiungere alla magnificenza la maraviglia, 
comandò che fosse il più ampio teatro di Europa, fab- 
bricalo nel minor tempo possibile all'arie. Avutone il 
disegno dal Medrano, diede carico della esecuzione ad 
un tal Angelo Carasale, nato dì plebe, alzalo in fama 
per ingegno di architettura e per opere ardite e stu- 
pende. Egli scelse il luogo presso alla reggia, abbattè 
molte case, aggiunse vasto terreno, acciò, aperto il 
palco scenico, si vedessero in distanza le maravigliose 
rappresentazioni di battaglie, cocchi e cavalli. Cominciò 
l'opera nel marzo, fini nell'ottobre del 1757; e il di li 
di novembre, giorno del nome di Carlo, fu datala prima 
scenica rappresentanza. L'interno del teatro era coperto 
di cristalli a specchio, e gl'infiniti lumi ripercossi ren- 
devano tanlaluee quanta la favola ne finge dell'Olimpo. 
Un palco vasto ed ornalissimo era per la casa regia; il 
re, entrando nella sala, maravigliando l'opera grandi: 
e bellissima, balle le mani all'architetto, mentre plausi 
del popolo onoravano il re, cagione prima di quella 
magnificenza. 

In mezzo all'universale allegrezza il re fece chia- 
mare il Carasale, e pubblicamente lodandolo dell'o- 
pera, gli appoggiò la mano su la spalla come segno 
di prolezione e di benevolenza; e quegli, non per 
natura modesto, ma riverente, eoa gli alti e con le 



IUCSEO SCIENTIFICO, LETTEBARIO ED ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



parole rendeva grazie alle grazie del re. Dopo le 
quali cose il re disse che le mura del leatro toccando 
alle mura della reggia sarebbe sialo maggior comodo 
della regal famiglia passare dall'uno all'altro edifizio 
per cammino interno. L'architetto abbassò gli ocelli; 
e Carlo soggiungendo: « ci penseremo » lo accom- 
miatò. Finita la rappresentanza, il re, su l'escire dal 
palco, trovò il Carasale che lo pregava di rendersi 
alla reggia per interno passaggio da lui bramalo. In 
tre ore, abbattendo mura grossissime, formando ponti 
e scale di travi e legni, coprendo di tappeti ed 
arazzi le ruvidezze del lavoro, con panneggi, cri- 
stalli e lumi, l'architetto fece bello e scenico quel 
cammino; spettacolo quasi direi più del primo lieto 
e magico per il re. 

Il teatro ch'ebbe nome di San Carlo, il passaggio 
intcriore, il merito, la fortuna del Carasale furono 



subbielto per molti giorni a' racconti della reggia e 
della città. Laudi funeste; però che l'invidialo archi- 
tetto, richiesto de' conti, non soddisfacendo ai ragio- 
nieri, fu minacciato di carcere. Andò a corte, parlò 
al re, rammentò le grazie sovrane, il plauso del 
popolo, la bellezza dell'opera; rappresentò nella sua 
povertà le prove di onesta vita; e parli lieto scor- 
gendo nel viso del re alcun segno di benevolenza. 
Ma così non era, perciocché doppiarono le inchieste 
del magistrato; e poco appresso il Carasale, menalo 
nella fortezza di Sant'-Elmo, fu chiuso in prigione, 
dove campò ne' primi mesi per li stentali aiuti della 
famiglia, e poi dell'amaro pane del fisco. Restò nel 
carcere alcuni anni e vi morì; i suoi figli si perderono 
nella poverlà; e nulla rimarrebbe del nome Carasale 
ai dì nostri, se la eccellenza e le maraviglie dell'opera 
non ravvivassero nella memoria l'artefice infelice. ** 



A TUTTI I BUONI ITALIANI 



Progetto oi una società òrammalira nazionale italiana 



lo tocco una piaga gravissima e che manda 
sangue, una piaga che vuol essere guarita dalla 
mano pronta ed efficace de' governi , perchè è 
vergogna, è dolore che un'arte eminentemente 
educatrice, qual è l'arie drammatica, sia stra- 
scinata nel fango e coperta di vitupero. 

Non è uomo in Italia di sensi generosi che 
non frema e non pianga sull'abbiettezza in cui 
giace il teatro. 

Alcuni attribuiscono la principale cagione di 
questa deplorabile ruina all'ingegno nostro, quasi 
che siasi infiacchito e divenuto impotente di 
voli gagliardi. No, per Dio! l'ingegno italiano 
non muore, non può morire, è il più tenace di 
tutti. Dategli l'esca nutritiva di che abbisogna, 
lasciate che respiri un'aria libera, non sottopo- 
netelo alia trulina di un solo uomo privato, il 
quale gli tarpa le penne ad una ad una e lo 
costringe con inaudita tirannide a radere la terra, 
e poi vedrete se esso avrà perduto il vigore pri- 
mitivo, vedrete se non saprà profondarsi come 
l'aquila nella luce del sole. 

Io mi unisco a tutti i buoni italiani per pro- 
testare solennemente contro questo omicidio mo- 
rale, e invoco la beneficenza e la somma bontà 
sovrana di non tardare a stendersi sulla dram- 
matica palestra. 

La civiltà lu comanda imperiosamente. Ninna 
aite più di questa vale a infonder sensi di giu- 
stizia, di grandezza e di magnanimità, a confor- 
tare, a correggere, a nobilitare l'umana vita. 
lutti i popoli chiamali al banchetto della vita 



civile ne riconoscono e proclamano la quasi reli- 
giosa importanza. 

La si lasci una volta esercitare con tempe- 
rata libertà il suo sublime apostolato; si ponga 
un freno a quella dispotica revisione, la quale 
permette che la scena italiana sia contaminata 
dalle più sconcie strambezze oltramontane, e tor- 
tura, martoria, flagella, fa lagrimare il povero 
ingegno italiano che si sforza di dare al leatro 
opere di cui la patria comune non debba arros- 
sire; opere le quali per sovramercato sono bis- 
trattate e percosse dagli anatemi giornalistici 
con nuova ambascia degli autori che si veggono 
doppiamente assassinati. 

Colui il quale osasse opporsi alle giuste e sa- 
pienti mire di chi vuol tergere quest'arte dal 
suo squallore , è reo di lesa civiltà. 

Quindi noi diamo lode, e lode somma all'e- 
gregio e benemerito signor Savino Savini di Bo- 
logna, il quale pubblica un Progetto sopra una 
società drammatica nazionale italiana, e ne manda 
intorno le costituzioni. 

Nutriamo fiducia, anzi ci rendiamo certi che 
i suoi voli saranno compiuti, e che l'Italia intera 
non solo farà plauso al suo generoso disegno, ma 
gli stenderà la mano per aiutarlo a metterlo in atto. 

Noi intanto per mostrare che non solo gri- 
diamo, ma che intendiamo adoperarci di cuore 
al bene della patria, ci obblighiamo, secondo 
la pochezza delle nostre forze, di partecipare a 
quest'opera in qualità di Socio autore. 

Pietro Gorelli. 



3. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. 



Anito X. 



(15 gennaio 184$) 



PIO IX 




Chi può degnamente parlare di questa stragrande 
e stupendissima natura di Pio IX?... Ma dei benefat- 
tori slraordinarii del genere umano è lecito anche ai 
piccoli favellare per debito di gratitudine e di ammi- 
razione. 

Più che le sue gesta immortali, io dirò alcune par- 
ticolarità della sua vita, e più che al passato io guar- 
derò al presente. 

Perocché a che giova il ripetere ciò che l' intero 
universo ammira in questo santo Pontefice? Chi non 
sa che allo spuntare di quest'astro fulgidissimo sul 
Valicano scomparvero le tenebre dalla serva ed avvi- 
lita Italia, si rimarginarono piaghe profondissime che 
appena i secoli sembravano poter guarire, cessò il 
sovvertimento di ogni pubblico ordine, si spensero 
gli odii casalinghi e gli odii pubblici, si risparmiarono 
calamità infinite e licrissime, il sentimento della na- 
zionalità prese vita, gli Italiani divennero fratelli? 
Chi non sa che al pensiero fu conceduta la podestà 
di manifestare il vero e discutere sulla pubblica cosa, 
manifestazione e discussione interdetta prima sotto 



colpa di fellonia; che una nuova legislazione dissipò 
il buio degli statuti arbilrarii e oppressivi, che le 
armi cittadine furono commesse a mani solcate primo 
dalle catene, che al commercio vennero spezzati i 
vincoli , e che consiglieri illustri per senno e per 
esperienza furono convocali dalle provincie a dichia- 
rare i bisogni del popolo, a gittarc le basi di un 
sapiente ordinamento municipale e provinciale, a ini- 
ziare il laicato all'ufficio del governo civile? Chi non 
sa i benefizi derivati al mondo dallo aver co Nega in 
la religione alla libertà, dall' aver lasciato libero lo 
sfogo ai sentimenti di patria indipendenza, dall'aver 
infine sollevato il papato al poslo di potenza morale 
regolatrice della terra, e proibito che gli Italiani siano 
quinci innanzi un armento vile e schiavo da mettersi 
ad o«jni giuoco. 

Io non so se sia lecito chiamar uomo colui che 
in sì corto spazio crea tanti e così falli miracoli. 
Mimo certo può dubitare ch'egli sia sialo mandalo 
da Dio sulla terra per metter termine alla lunga e 
meritoria espiazione della nostra povera patria. 



IO 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Vediamo intanto la pietà, la bontà, l'ineffabile dol- 
cezza di quest'anima celeste. Alziamoci ai primordi 
del suo pontificalo (*). 

« Da venliduc anni trovavasi fra i prigionieri di 
Roma un infelice innocente condannato a carcere per- 
petuo. Diviso dagli uomini e sepolto nelle tenebre di 
una segreta di Castel Sant'Angelo, l'infortunato, dal 
giorno del suo arresto, ignorava la sorte della propria 
famiglia colla quale non poteva corrispondere. Suo 
padre, malgrado la sua fortuna e il suo credito, non 
avea mai potuto giungere sino a lui. Non avea mai 
ottenuto la consolazione di piangere sopra la tomba, 
entro la quale il suo figliuolo vivo dimandava invano 
a Dio la giustizia che gli era negala dagli uomini. 
In Roma le sole condanne politiche non poleano essere 
ricomperale. 

«Una sera, mentre il misero palpitando preslava 
orecchio ai clamori popolari che rimbombavano nella 
ci Ila eterna, si apre la porla della sua prigione, e un 
uomo ancor giovine gli si presenta avanti. Era un 
sacerdote! Alla sua vista il prigioniero si commosse: 
« — Che volete? — disse con voce dolorosa e fiacca. — 
Venite voi per condurmi al patibolo? Oh no! io non 

oso accogliere tanta speranza La morte del palco 

sarebbe troppo dolce senza dubbio; l'odio de' miei ne- 
mici non sarebbe pago ; essi non potrebbero più con- 
tare le ore di quell'agonia che non muore. Cenlo 
volte più crudeli dei carnefici che uccidono, essi mi 
hanno tulio rapilo, perfino la libertà della morie. 
Venite voi eziandio a contare le rughe della mia 
fronte scavate prima del tempo? Venite voi a pascere 
i vostri occhi e il vostro cuore della vista della mia 
disperazione immensa, eterna come la rabbia de' 
miei carnefici? Rispondetemi dunque ? 

a — Io vengo a recarvi notizie di voslra madre. 

• — Mia madre! — A questo nome cosi soave le 
ginocchia del povero prigioniero vacillarono, e la sua 
mano si porlo alla fronte come per cacciarne una 
nuvola oscura.— Mia madre! Oh mia madre!., par- 
latemi di lei, dilc che io la rivedrò bentosto; che 
la raggiungerò domani in cielo, perchè ella è morta ; 
oli! è moria per me, se non per la terra. 

« —Ella vive ancora. E dessa che m'invia per be- 
nedirvi e portarvi la speranza d'un migliore avvenire. 

« — Beneditemi dunque, o padre. — E gettandosi 
;ii piedi del ministro di Dio, curvò la sua fronte pal- 
lida sotto la mano che si alzò e sotto la voce che 
t4 ! ì disse : 

« — Io ti benedico nel nome del Dio delle miseri- 
cordie che perdona ai colpevoli e che giustifica gli 
innocenti! li benedico nel nome di Ina madre! 
Il prigioniero si rialza, abbandonandosi ira le brac- 



(") Alcune delle icguenti particolarità sono lolle dal 
libro di Alfonso Ball, v, liei . intitolato: Ruma e Pio IX, 
''' |' MI u «*l non l>< -li, n un' accurata traduzione d.illo 
stabilimento lipogi-aficu Fontana, la quale è un'ammirabile 

liioui .ili., ,1. 1 »ommu Gei arca. 



eia del sacerdote che Io stringe con tenerezza sul suo 
cuore. 

« —Dio dunque si commosse a pietà di me — grida — 
poiché m'invia il suo angiolo di consolazione. 

«Dopo i primi momenti di questa commoventissima 
scena, l'infelice giovine racconlò la storia de* suoi 
venlidue anni passati nelle tenebre e nel silenzio, 
senza che una voce amica esilarasse il suo cuore, 
senza che un raggio di sole riscaldasse la sua fronte 
agghiacciala. 

« — Voi avreste dovuto scrivere al Santo Ponte- 
fice—gli disse il sacerdote — e domandargli giustizia 
se non misericordia. 

«— L'ho fatto, o padre! ma senza dubbio egli non 
ha ricevute le mie lettere, perchè rimasero senza 
risposta. Io non gli domandava né la vita né la li- 
bertà; gli domandava un solo^ bacio di mia madre. 

«—Scrivetegli ancora una volla, o mio figliuolo. 

« — La mia lettera sarebbe intercettala prima di 
giungere a Gregorio XVI. 

«—Gregorio non è più; scrivete al suo successore. 

«—Essa non gli arriverebbe egualmente, perocché 
l'odio de' miei nemici invisibili saprebbe interporsi 
tra il suo successore e me. 

« — Forse... 

« — Oh di certo, mio padre!.. 

«—Si assicura che Pio IX è buono, e ch'egli ha 
promesso giustizia a' suoi sudditi ; scrivete a Pio IX. 

« —Chi prenderà il carico di ricapitargli una lettera? 

«—II carceriere di Castel Sant'Angelo. 

« — No, mio padre, perchè io sono povero, io, e 
i servigi si vendono cari in prigione. 

«—Allora io gliela farò rimettere o la rimetterò io 
stesso; scrivete. 

«—Impossibile, mio padre! io non ho né inchio- 
stro, né carta, né penna; tulio ciò costa caro in 
prigione. 

«—Eccovi una matita, scrivete sopra questo foglio 
del mio breviario. 

«—Non so più scrivere, mio padre; l'ho disim- 
parato da venti anni. 

« — Scriverò io per voi; dettale. 

« Il prigioniero riflettè un momento e dettò : 

«Santissimo Padre, 

«Allorché nella mia disperazione io malediceva ogni 
«cosa, uno de' vostri preti è venulo a insegnarmi a 
« benedire il vostro nome. Da venlidue anni io soffro 
« in una segreta di Caslel Sant'Angelo, da ventidue 
«anni attendo l'ora della giustizia o quella della ri- 
« parazione. Se sono reo, mi si conceda la morte; 
«se sono innocente mi si renda all'amore di mia 
« madre e alla libertà. 

« Gaetano. » 

■ — Bene ! — disse il sacerdote — prima di sera il 
Padre avrà Iella la voslra lettera. Addio, mio figliuolo! 
abbiale confidenza in Dio , pregale per Pio IX e 
sperale. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



II 



«lo questa rientrò il carceriere ; era furibondo: 

« _ Per Cristo! — disse guardando l'orologio — si- 
gnor cappellano, voi avete torto, voi non dovete restar 
qui che un'ora, ed ecco un'ora e quindici secondi 
che ci siete; andiamo, sbrighiamoci e balliamocela. 

« —Siete voi che avete torto di giurare in tal guisa 
pel nome del Salvatore, e soprattutto se il Papa, 
vostro signore, lo sapesse.... 

«Il carceriere rispose a questa specie di minaccia 
con una frase comune a tutti gli Italiani: 

« — 11 Papa s'impipa di me, come io m'impipo 
di lui. 

« — Voi avete torlo una seconda volta, perchè Pio IX 
ama lutti e non si fa beffe di nessuno. Come vi 
chiamate? 

« — Ciò non vi riguarda: balletevela subito. 

« Il sacerdote allora uscendo si recò immani inenle 
presso il governatore del Castello, il quale, come il 
carceriere, era assai di mal umore. 

«—Ancora un seccante! —disse— vediamo, signor 
nbale, che volete? affrettatevi, perchè le mie ore sono 
conlate. 

« — Io vengo a chiedere la libertà, del vostro pri- 
gioniero Gaetano. 

«—Siete pazzo, signor abate! non sapete che il 
solo Papa ha il diritto di far grazia? 

« — E a nome del Papa ch'io m'indirizzo a voi. 

« — La prova ! 

« —Eccola ! — e il buon prete, pigliando una penna, 
scrisse rapidamente sul foglietto stesso ov'era la det- 
tatura del prigioniero: 

««1° Contro il presente ordine il governatore del 
« Castel Sant'Angelo aprirà immantinente le porte del 
«suddetto Castello al detenuto Gaetano; 

«2° La guardia del Castel Sant'Angelo renderà gli 
« onori militari al prigioniero liberato ; 

a 5° 11 governatore del Castello provvederà subito 
« al surrogamene del suo carceriere in capo ; 

« In virtù, di che abbiamo sottoscritto nel nostro 



« Castel Sant'Angelo. 



« Pio IX. » 



«Il primo pensiero di Gaetano, posto in libertà, fu 
di correre ad abbracciare sua madre, che morì quasi 
di gioia; il secondo di volare al Quirinale per chiedere 
al Papa il nome del suo benefattore. 

« —II vostro benefattore, no — rispose Pio IX, —il 
vostro buon padre, sì, sono io!... 

«Per la prima volta, dopo venlidue anni, Gaetano 
potè versare una lacrima, ma fu una lacrima di fe- 
licità e di riconoscenza. 

« Ventidue anni prima, un giovine di diciassette 
anni, accusalo di cospirazione e condannato a morte, 
avviavasi intrepidamente al luogo del supplizio. L T n 
sacerdote che passava fu commosso dal suo coraggio, 
dalla sua giovinezza, e sopratluiio dalla sua rassegna- 
zione; calcolò il tempo che il condannalo dovea fer- 
marsi in cappella; avea quattro ore. Si slanciò nel 
Vaticano, e pregò con lanlo fervore il Papa regnante, 



che questi, facendo grazia della vita, commutò la pena 
di morie in carcere perpetuo. Bizzarria delle cose 
umane! piuttosto disegni misteriosi della Provvi- 
denza ! Il giovine era Gaetano, il sacerdote, il futuro 
successore di Gregorio XVI. » 

Duolmi che l'indole del giornale non mi permetta 
di riportare altri aneddoti, i quali ben dimostrano che 
Pio ha ricevuta dal cielo l'investitura d'una sublime 
e salutifera missione. 

La sua indole lulla angelica sa anche sovente ve- 
stirsi di quella serena alterezza e imperturbabilità che 
è propria delle anime grandi. 

Un giorno convocò in un suo consiglio alcuni i quali 
avversavano a lullo potere ogni suo magnanimo dise- 
gno. Voltatosi a loro, disse: 

— Voi dovete inspirarmi una nuova riforma utile 
e necessaria al bene de'miei sudditi; io ve la propongo 
nella speranza che così giudicandola sarà adottala 
da voi. 

Egli s' ingannò. I consiglieri si opposero unani- 
mamenle alla riforma disegnala; venti palle nere si 
trovarono nell'urna dello scrutinio. 

Pio non si smarrì. Con dignitoso sorriso tolse la 
calotta bianca che copriva la sua nobile lesta, la de- 
pose sopra l'urna e disse: 

— Ora, o signori, sono tulle bianche. 

La riforma venne immediatamente promossa. 

A taluno che voleva impaurirlo e rilrarlo dal con- 
cedere nuove riforme dipingendogli il suo popolo pronto 
a gettarsi sul sentiero delle rivoluzioni, rispose: 

« — Che mi parlate di risoluzione? Io non conosco 
nulla di più rivoluzionario degli abusi, perchè son essi 
che distruggono. Le riforme, per lo contrario conservano. 
Esse fanno di più, ringiovaniscono e riedificano. L'amore 
del mio popolo, più potente dell'odio dello straniero, mi 
basterà per dare il soffio della vita ad elementi percossi 
di morte, perchè l'amore è legge vivificante. 

Santissime ed immorlali parole che dovrebbero es- 
sere scritte a caratteri d'oro sulle pareli delle case di 
tutti i correttori de'popdi! 

Eppure da qualche tempo Tuoni sanlo sembra in— 
noltrarsi meno alacremente nelle vie delle riforme. 
Quel genio scellerato che si camuffa in mille maniere 
e scambia larve e nome ad ogni momento, pare che 
svolazzi intorno le sale del Valicano e ne spanda le 
sue malefiche influenze. 

La mansueta anima di Pio rifugge dallo sfolgorare 
coloro che solto la maschera della cristiana umiltà 
nascondono insaziabili cupidigie e ambizioni profane. 

Dominati da vergognoso e turpissimo egoismo, co- 
storo astiano la grandezza del papato, lo splendore 
della religione, la morale di Cristo; abborrono quei 
generosi che cogli scritti o colla parola danno opera 
a desiare ne' popoli il sentimento della conculcata di- 
gnità umana; fremono in secreto d'ogni trionfo dell' 
idea rigeneratrice, vorrebbero a viva forza strappare 
dall'italica bandiera i nomi sacrosanti di libertà e di 
religione stampativi dalla mano dell'Eletto di Dio, 



12 



MCSBO SCIENTIFICO, LETTERARIO KD ARTISTICO 



e non sentono orrore di proclamare che il sangue 
e l'oppressura sono le più salde fondamenta de'troni. 

Ed è cosi sacrilega la loro impudenza che non 
hanno rossore di comparire dappertutto, nelle vie, 
nei ridotti, nei ministeri, sopra i pulpiti slessi! E già 
credono prossimo il giorno della vittoria, perchè hanno 
già in parie conseguilo di violare la legge sulla mo- 
derata libertà della stampa, ch'è drillo degli uomini 
civili ; hanno già tentato di appannare la fulgida co- 
rona di Pio strascinando il suo nome santo nel fango 
della polemica levatasi da alcuni giornali per la vit- 
toria della Diela federale dell'antica Elvezia; e già 
si avvisano di aver posto nel cuore del principe il 
tarlo della diffidenza e del sospetto, onde rompere 
quella beala alleanza tra principe e popolo, la quale 
Irac oricine dall'amore e si alimenta di beneficii. 

A che diverremo se il supremo Gerarca non arma 
finalmente la sua destra del fulmine? Mosè non vinse 
il cuore di Faraone! Cristo non domò l'anima tene- 
brosa e atroce de' Farisei che lo strascinarono sul 
Golgota ! Queste lezioni memorande furono scritte 
da Dio medesimo; ne tragga profitto il Pontefice. 

Sprigioni la folgore che può sola abbattere la cer- 
vice de' lestereeci e crudeli figliuoli di Balial; si ri- 
cordi del suo molto : Non mi vogliono P/o nono, mi 
avranno Sisto quinto. Il rigore e la forza, come la 
clemenza e la dolcezza, usate a benefizio di Roma, 
dell'Italia e del mondo gli acquisteranno martirio di 
fatiche e di angosce in terra, ma gli meriteranno di 
certo la corona della grazia e della pace in cielo. 

Egli di nulla deve temere: tiene in mano una forza 
contro la quale ìndia possono i mortali, il tempo e 
la fortuna, una forza che trae la sua origine dalle 
promesse divine e dalle idee eterne di cui è il solenne 
interprete e banditore. 

Gli Italiani ammaestrati da molli secoli di dolori, 
di lacrime e di sangue sanno che la via aperta da lui 
con lauta fortuna èia sola da percorrersi. Essi chieg- 
gono e vogliono fratellanza coi loro principi, religione, 
indipendenza, temperata libertà. 



Si armi una volta di rigore! tuoni!., e i nemici 
d'ogni pubblico bene, i traditori della patria, i semi- 
natori di discordia e di guerra, simili al serpente di 
rame della Bibbia, si feriranno coi loro pungiglioni 
e ripiomberanno nella polvere natia; i loro denti si 
guasteranno rodendo una lima, le loro forze si esau- 
riranno contro muraglie di pietra. 

Egli è il braccio di Dio! Egli è l'uomo predesti- 
nalo! L'Italia aspetla di essere condolla da lui a 
quella perfetta unità nazionale, il eui assoluto difello 
fu già la precipua cagione delle immense nostre 
sciagure e della politica nostra nullità (*). 

P. Gorelli. 



(*) Dell' uomo i tu mortale che presiede òggi ai destini 
del mondo cattolico amansi conoscere anche le più mi- 
nute particolarità; e il lettore ci saprà grado di quanto 
riferiamo sul suo metodo di vita. 

Si alza ogni dì a quattro ore del mattino, entra nella 
sua cappella, prega fervorosamente per un'ora intera, poi 
celebra la messa. Ascolta eziandio ogni di una messa d' 
azioni di grazie, e rientra nel suo gabinetto, dove lavora 
sino al tocco. Allora desina, e durante il pranzo, al quale 
assiste il suo segretario intimo, il sapientissimo abate 
Stella, egli si occupa delle bisogne dello stalo con un mini- 
stro, detta lettere a'suoi segretarii, o si lascia visitare dagli 
stranieri avidi di contemplare i lineamenti di questa sem- 
bianza, il cui sorriso è incantevole e su cui splende il 
raggio dell'intelligenza, della bontà e della serenità. 

Dopo il desinare, consacra un'ora alla passeggiata nelle 
gallerie o nei giardini del Quirinale; poi cominciano le vi- 
site, le quali durano sino alle ore cinque e l'annosi senza 
veruna etichetta, perocché si entra presso lui, come presso 
il popolo. Alle cinque passa un'ora davanti il Santo Sacra- 
mento, più spesso nella cappella di qualche comunità o sta- 
bilimento pubblico, dove sopraggiunge improvviso, senza 
esservi aspettato, per ossei vare le cose quali sono, non pre- 
parate e messe in ordine .--ollanto per le visite. 

Dopo questa visita a Dio e agli uomini, rientra nel suo 
gabinetto, di cui porta sempre la chiave con sé, e si liponc 
al lavoro sino alle ore dieci, lutine dopo un leggiero rilocil- 
lamcnto durante il quale riceve un intrinseco amico, va di 
nuovo a pregare e si limette in letto. 



STATUA DI NICOLO M VCCIIIAVELLI 



Il 2;> giugno dell'anno 18^6 una grande moltitu- 
dine affai lavasi nella piazza delle lo»sie degli Uffizi 

I Do © 

di Firenze. I cittadini vulcano rendere un nuovo o- 
maggio di ammirazione e di lode all' illustre professore 
Lorenzo Bertolino, il quale scopriva in una di quelle 
28 nicchie la sua statua rappresentante Nicolò Mac- 
chia velli. 

Tulli videro a un trailo con grande maraviglia il 
concetto clic il celebrato scultore volle imprimere nel 
marmo, il quale era sialo prima espresso da lui slesso 
colle seguenti parole : 

«Il Mnccliinv t Ili, filosofo pensatore, mitri sempre 
nella sua niente il pensiero di rendere l'Italia una 
forte e compatta nazione, onde liberarla dalla tiran- 



nide dei signorotti che la dividevano in particolari 
domimi, e renderla potente contro le invasioni degli 
stranieri. 

«Respirano le sue opere questo nobile sentimento; 
ed è in questo punto che ho preteso di trattare questo 
soggetto; avendolo posto in una mossa di concentra- 
zione nell'alto di riflessione, appoggiando il destro 
braccio, e premendo il volume dell'opera sua predi- 
letta sopra un frammento di colonna migliano.; indi- 
cando con ciò la decadenza dell'impero romano, si- 
gnificando il resto del fusto la trista situazione della 
penisola, cogli stemmi degli oppressori che la sner- 
varono e la resero alla schiavilo, dei secoli. Caduti 
in basso sono due rami di querce e lauro aridi e secchi 



SCRUTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



13 




Si BìKj 



da non più far sperare di tessere corone di gloria 
nazionale. » 

Il Macchiavclli, dice Gioberli, è unico come crea- 
tore della filosofia politica, della vera storia moderna 
e della commedia italiana; di più è anco uomo di 



stato, finissimo negoziatore, e il fondatore della stra- 
tegia ridotta a essere di scienza. 

In questi tempi in cui, per i gravi pericoli che ci 
sovrastano, è necessario che il popolo si [armi, e av- 
vezzi il corpo a' disagi con indurirlo a potere durar 



14 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



fatica, non è cerio fuori di proposilo il riporlarealcuni 
pensieri di queslo grand' uomo, tolti da'suoi Libri 
dell'arte della guerra. 

= Le armi in dosso ai cittadini o suddili, non fe- 
cero mai danno, anzi sempre fanno utile, e manten- 
gono le città più lempo immaculate mediante queste 
armi, che senza. Stelle Roma libera quattrocento anni; 
ed era armala; Sparta ottocento; molte allre città 
sono stale disarmate, e sono state libere meno di 
quaranta. 

= 1 conladini, che sono usi a lavorar la lerra, sono 
più utili che ninno, perchè di tulle le arti, questa 
negli eserciti si adopera più che le allre. Dopo questa 
sono i fabbri, legnaiuoli, maniscalchi, scarpellini, dei 
quali è utile avere assai; perchè torna bene la loro 
arte in molte cose, sendo cosa mollo buona avere un 
toldalo del quale tu tragga doppio servigio. 

=La guardia cittadina non dà alcun disagio al paese 
ed agli uomini, perchè essa non toglie gli uomini da 
alcuna loro faccenda, non li lega che non possano ire 
a fare alcuno loro fatto, perchè gli obbliga solo nei 
giorni oziosi a convenire insieme per esercitarsi ; la 
«piai cosa non fa danno né al paese né agli uomini, 
anzi a' giovani arrecherebbe diletto; perchè dove nei 
giorni festivi vilmente si stanno oziosi per i ridoni, 
anderebbero per piacere a questi esercizi, perchè il 
trattare dell'arme, com'egli è bello spettacolo, cos'i 
a' giovani è dilettevole. 

== La moltitudine degli ordinati alle armi non può 
fare confusione, né scandalo, ne disordine nel paese. 

— Gli ordinali alle armi possono causare disordine in 
due modi, Ira loro, o contro ad altri; alle quali cose 
si può facilmente ovviare, dove l'ordine perse mede- 
simo non ovviasse; perchè quanto agli scandali tra 
loro, quest'ordine li leva, non li nutrisce, perchè 
neir ordinarli, voi date loro armi e capi. Se il paese 
dove voi gli ordinate è sì imbelle, clic non sia Ira gli 
uomini di quelle armi, e si unito che non vi sia capi , 
questo ordine li fa più feroci contro al forestiero, ma 
non gli fa in niun modo più disuniti, perchè gli uo- 
mini bene ordinali temono le leggi, armali come dis- 
armali, né mai possono alterare, se i capi che voi 
date loro non causano l'alterazione. Ma se il paese 
dove voi gli ordinate è armigero e disunito, questo or- 
cline solo è cagione di unirli, perchè costoro hanno 
armi e capi per loro medesimi, ma sono le armi inu- 
tili alla guerra, e i capi nutritori di scandali; e que- 
sto ordine dà loro armi utili alla guerra, e i capi 
eslingttttori degli scandali, perchè subito che in quel 
parse è offeso alcuno, ricorre al suo capo di parte, 
il quale per mantenersi la riputazione lo conforta alla 
vendetta non alla pace. Al contrario fa il capo pub- 
blici): tale clic per questa \i;i si leva la cagione degli 
scandali e si prepara quella dell'unione; e le p rovi II - 
eie unite ed effeminale perdono l'utilità e mantengono 



l'unione, le disunite e scandalose si uniscono, e quella 
loro ferocia, che sogliono disordinatamente adoperare, 
si rivolta in pubblica utilità. 

= Alcuni hanno voluto che il soldato sia grande, 
Ira i quali fu Pirro; alcuni altri gli hanno eletti dalla 
gagliardia solo del corpo, come faceva Cesare; la quale 
gagliardia di corpo e d'animo si conieltura dalla com- 
posizione delle membra e dalla grazia dell'aspetto. 
E però dicono questi che ne scrivono, che vuole avere 
gli occhi vivi e beli, il collo nervoso, il pelto largo, 
le braccia muscolose, le dita lunghe, poco ventre, 
i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto : le 
quali parti sogliono sempre render l'uomo agile e 
forle, che sono due cose che in un soldato si cercano 
sopra tulle le altre. 

= Debbesi sopra tutto riguardare ai costumi, e che 
nel soldato sia onestà e vergogna, altrimente si elegge 
un istrumenlo di scandalo ed un principio di corru- 
zione; perchè non sia alcuno che creda che nella 
educazione disonesta e nell'animo brutto possa capire 
alcuna virtù che sia in alcuna parte lodevole. 

= Qualunque di quelli che tengono oggi slati in 
Italia, armando ordinatamente i proprii suddili, fia, 
prima che alcun altro, signore di questa provincia ; 
ed interverrà allo stato suo come al regno de'Mace- 
doni, il quale venendo sotto Filippo, che aveva im- 
parato il modo dell'ordinare gli eserciti da Epami» 
nonda tebano, diventò con quesl' ordine e questi 
esercizi tanto potente, che potette in pochi anni oc- 
cupare tutta la Grecia (che stava in ozio e attendeva 
a recitar commedie), ed al figliuolo lasciare tale fon- 
damene che potè farsi principe di tulio il mondo. 



VITA E OPERE DI EDOARDO CALVO 

(Cntitiwiaz.e fine, V.pag.501 dell'anno scorso) 

PARTE QUARTA 

A dev savei eh' i gaj ant nost paì's 
Son sempre slail d'osei d'caliv auguri, 
Ch' a son considera coum d'inimis 
Ani la sita, an campagna, ani i tuguri, 
(inai dov' a fico 'I bec magara amis, 
A l'han pi gnun riguard, a son d'dluri, 
As peni pi ncn regnò, né dì ne ncuit. 
Fin eli' un i torsa M col e ch'a sio coeuil. 

E. Calvo. 

Gli ambiziosi avvisamene di Napoleone già comin- 
ciavano a farsi manifesti; già cominciava a sussurrarsi 
clic, non contento della Consolare dittatura, i! generale 
Buonaparlc volesse cingere la corona imperiale, e in 
qual modo suonassero queste vociferazioni all'orecchio 
del repubblicano Calvo, non abbiam d'uopo di ac- 
cennarlo. 



SC8LTA RACCOLTA DI DTILI B 8VARIATB NOZIONI 



15 



Ma, fallo esperto da crudeli disinganni, lo sdegnoso 
cittadino non volle più questa volta inutilmente ci- 
mentarsi con rime e con versi a illuminare il popolo 
o a correggere la potestà; questa volta il poeta pensò 
a ritirarsi e a lasciar fare al medico. 

Sebbene sia volgar pregiudizio cbe un distinto poeta 
mal possa distinguersi nell'esercizio delle scienze, Calvo 
provò luminosamente il contrario nell'arduo sacer- 
dozio d'Esculapio; e sebbene, come già dicemmo, fosso 
avverso nei primi anni, perebè dal padre costretto, 
allo studio della medicina, appena fu padrone di se, 
ciò cbe prima era odioso obbligo divenne grata elezione. 

Già il dottor Calvosiera fatlolodevolmenteconoscere 
con un dotto ragionamento sopra i veleni animali; 
già altre peregrine memorie avea composte sulle ma- 
lattie del cuore con disegni a penna di sua mano ese- 
guiti, allorché a tuli' uomo si dedicava al servizio del- 
l'Ospedale di San Giovanni. 

Sebbene mal s'inducesse a credere alla virtù mira- 
colosa del vaccino, cbe allora cominciava a penetrare 
in Piemonte, non si opponeva agli esperimenli, colla 
speranza di essere in inganno. Io non credo, egli di- 
ceva al dottor Buniva, presidente del consesso di sa- 
nità, io non credo alla facoltà antiiaiuolosa del vaccino, 
mio caro Bitnira, ma voglio luttaiolta seguire i vostri 
consigli e vaccinare anch'io, poiché voi siete persuaso 
che un giorno recherete vantaggio all' umanità colla sco- 
perta del vaccino (*). 

Nulladimeno anche fra i miasmi dell'ospedale usciva 
dalla sua penna qualche poetico lampo. Ne fa testi- 
monianza una satira contro un suo collega, il quale 
scriveva una diceria parte in versi e parte in prosa 
contro il professore Malacarne. 

Questa satira, non mai stampala, noi l'abbiamo 
soli' occhio e ci duole che troppo giusti riguardi si op- 
pongano alla sua pubblicazione. 

Eccone tuttavia alcuni traili. 

E dop quand un saeeagnin, 

l'n abort dia natura, 

Un automa, un galopin 

Vcul parie d' letteratura ? 
In savat eh' a sa nen lesi, 

Fieni d' na coussa e d'un codogn, 

Ch'a l'è medici) per despresi, 

(E Dio guarda ave! ne bsogn). 
A pretend fene comprende 

Ch'a sa scrive d' medicina; 

D' couste eu<he an dà d'intende 

Conia bestia da bascina? 
Chiel a parla al biondo Apollo, 

Coum sa fussa so cusin, 

Con la lira appesa al collo, 

Che bel vedde el gran Afeli.... 



(•) Uno dei primi che introdusse il vaccino nel dipartimento 
di Marengo e specialmente nella provincia d'Asti fu il dottore 
Brofferio. E nota di questo benemerito cultore d'Igea l'opera 
intitolala : Errori popolari relativi alia vaccinazione, 
stampala in Torino mentre ardevano ancora le guerre contro la 
benclìca scoperta di Jcnner. 



Venirla propi couronelo 
D'feoje d'eousse ad'feuje d'mlon. 
Pie na corda e peni gropelo 
Con el Pegaso al grupion. 



E non meno pungente e mollo più saporita di questa 
era la salirà che egli componeva per deridere un bal- 
lerino nominalo alla carica di bibliotecario, col I itolo 
— A un scolè d'Zenon arsijScit'v ch'a l'è pa o'vairb. — 
Cosi pure un'altra satira intitolata Artaran rastonx, 
ed allusiva ad un fallo di quei lempi, ottenea gran 
voga; e con non minore curiosità leggevansi due 
altre canzoni stili* Impostura e su le Fie d'ARFouRMA. 
Cosi il dottor Calvo andava cercando sollievo di 
trailo in tratto colla poesia dalle mediche esercitazioni 
alle quali sempre più si dedicava ; se non che era 
stabilito lassù che le cure da lui prodigate all'umanità 
dovessero, ahi! troppo presto, costargli la vita. 

Correva l'anno 1704, e le voci sparse dei progetti 
di Napoleone per conseguire il trono della Franerà e 
dell'Italia cominciavano ad acquistar credilo. 

Calvo, benché avesse perduto ogni speranza, non 
poteva udire queste notizie senza profondo dolore: 
e allorché nei primi giorni di maggio si interrogavano 
i eomizii sulle sorli avvenire, egli dava il suo suf- 
fragio contro Buonaparle. 

Ma troppo bene si accorgeva che i suoi discorsi 
erano impotenti a persuadere una cieca moltitùdine; 
e chinando il capo e sospirando, esclamava: Fra pochi 
giorni vedrò sul Irono Napoleone Buonaparle, impe- 
ratore dei Francesi. 

Ma no che noi vide, e in questo gli fu provvido il 
cielo. 

Nel 18 di maggio 1804 Buonaparle dichiarato era 
imperatore, e nove giorni prima, cioè nel 9 dello 
stesso mese e dello stesso anno, percosso dal tifo noso- 
comiale Edoardo Calvo chiudeva gli occhi alla vila. 

Come fosse lamentala in Piemonte la immatura sua 
perdila quelli che di persona lo conobbero il sanno; 
noi che lo conoscemmo soltanto nelle opere sue e che 
sappiamo come ai poeti rendano tulli giustizia dopo 
morte, possiamo agevolmente immaginarlo. 

Se grande era l'ingegno di Edoardo Calvo, più 
«rande ancora era la bontà dell'animo. Schietto di 
modi, semplice di costumi, calilo di amor di patria, 
generoso, affabile, mansueto, sincero, coltre ogni dire 
benefico, senza neppur ombra delle odierne ostenta- 
zioni, il nostro medico-poeta formava la delizia di 
tulli quanti lo avvicinavano. 

Si osservava con qualche sorpresa come egli cosi 
ameno e giocondo nello scriver versi, non avesse quasi 
inai il riso sulle labbra e si mostrasse quasi sempre 
melanconico. Negl'ultimi giorni della sua vita, cagione 
forse le pubbliche vicende, questa melanconia era 
diventala assai più profonda. 

Pubbliche manifestazioni di cordoglio ebbero luogo 
sulla sepoltura del poeta. La sua effigie venne disc- 



16 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



guata ed incisa dall'esimio professore Palmieri, suo 
amico del cuore; e per cura principalmente dei si- 
gnori Dcgubernalis, Giordano, Chiavarina, Bossi, Mar- 
torelli, iiicheri, Poggio, Tempia e Penoncelli si ordi- 
nava un monumento da erigersi alla onorala memoria 
del poeta nella sontuosa villa dell'avvocato Berlalaz- 
zone, uomo per animo e per ingegno raro, in tutte le 
età: rarissimo ai di nostri. 

Non sappiamo da quale ostacolo venisse impedita 
l'erezione di quel monumento oggi ancora desideralo; 
nulladimcno abbiamo soli' occhio l'iscrizione a tal 
uopo dettata da Luigi Bossi; ed è la seguente: 

EDOVARDO . CALVO 

JSOSOCOMII . PVBBL . TAVRINENSIS 

MEDICO 

JNOOUS . SVAVITATE 

FACILITATE . MORVM 

IIVMAMTATE . COM1TATE . GRAT1A 

INGENII . INDVSTRIA 

nJiMVJi . AJinREH 

• PROMERITO 

QVOD 

PIE . PERAMAtSTER . MVMFICE 

CONCREDITVM . ÌMVNVS 

CESSIT 

MVSIS . LITAVERIT 

RIDENDO . DIXERIT . VERVIVI 

MORBO . HEV. PR7EREPTO 

I.ACRVMAS • ET . MEMORIA» 

P0SVERV.NT. 

La fama di Edoardo Calvo non potè stendersi dal 
Po al Sebeto, perchè nelP intento di educare il po- 
polo piemontese ai sentimenti di nazionale indipen- 
denza preferiva alla favella dei dotti la lingua che il 
suo popolo parlava, per potersi insinuare nella sua 
mente, per poter discendere nel cuor suo. Ma se ai 
Piemontesi è caro il nome di un Porla, di un Bu- 
ratti, di un Belli, di un Meli, non debbe suonar men 
caro ai Milanesi, ai Veneziani, ai Siculi, ai Bomani 
il nome glorioso di Calvo, clic per il concetto filosofico 
e politico de'suoi versi a lutti gli altri sta sopra. 

Non diremo che dalle rime di Calvo sgorghi quella 
fluida onda che si ammira nell'Anacrcontc della Si- 
cilia, ne che abbondi quel!' attico sale di che troviamo 
cosi gran copia nel canto del menestrello dell'Adria, 
uè sosterremo finalmente che domini nel suo verso 
quella festiva giocondità e quel classico magistero e 
quoll' immaginosa vena del grande poeta lombardo; 
che anzi non fu Calvo di soverchio scrupoloso nel- 
l'impiego «hi vocaboli nazionali, né si mostrò troppo 
accurato nella contestura del verso, né finalmente 
sciolse mai a troppo allo volo I' immaginazione ; ina 
nella spontaneità, nella grazia, nel candore, nella sem- 
plicità o nessun altro è secondo; mentre ncll' insegna- 
mento delle virtù cittadine, ci sia conceduto ripeterlo, 
occupa il seggio primiero. 

Sopra le Iraccie di Edoardo Calvo il modesto scrit- 
tore di questo pagine tentava un giorno di trasmet- 



tere al popolo Subalpino qualche inno nazionale; ma 
se non potè nel canto accostarsi al grande maestro, 
volle almeno gli fosse offerto un tributo di gratitu- 
dine in questo rispettoso cenno sulla sua vita e sulle 
opere sue- A.. Brofferio. 

EDUCAZIONE DEL POPOLO 

PER VIA DELLA STORIA 

Educhiamo, educhiamo il popolo! In mezzo ai di- 
sordini dell'abbandono e ai vizi della miseria, tro- 
vasi in esso una ricchezza di sentimento e una bontà 
di cuore, rarissime nelle ricche elassi. 

La potenza del sacrificio dev'essere una giusta 
misura ad ognuno per giudicare degli uomini ; chi 
ne possiede in maggior grado, più si approssima all' 
eroismo. Ora, chi dà maggiori esempi di sacrificio 
infaticabile e di perseverante devozione? il popolo. 
All'epoca del cholera in Francia, i soli poveri hanno 
adottalo i fanciulli poveri. 

Educhiamo, educhiamo dunque il popolo; e uno 
de' più efficaci strumenti a ciò è la storia. 

Esso, dice il Tommaseo, sa della storia propria poco 
o nulla : come figliuolo illegittimo, ignora il nome e 
le opere de'suoi genitori. E siccome il passato gli è 
chiuso, cosi l'avvenire è a lui buio e vuoto. Più o 
meno, per tutta la terra, il poverello rimane come 
gigante orbo, che lavora e si sdraia, sospira e s' im- 
briaca. 

Ma in tempi più maschi, prosieguo il citalo scrit- 
tore, istoria e fede eran uno : dall' altare moveva 
come cantico sacro la voce delle nazionali glorie ed 
ambasce: il prete era cantore ed islorico venerato. 
Oh siam tulli sacerdoti del vero e del gentile: nel 
tempo scorso corriamo con la calda parola e splen- 
dida, come la lampana d'amore. Senza né orgoglio 
né disperazione ragioniamo la vita del popolo nostro. 
E educatrice anco l'onta. 



Della velocità e della quantità del sangue 
neW uomo. 
Il sangue, mosso primitivamente dal cuore e succes- 
sivamente dalle arterie e dalle vene, torna al cuore 
di dove parli. Molli fisiologi, i calcoli dei quali sa- 
rebbe lungo e vano l'esporre, hanno tentalo di deter- 
minare in quanto tempo nuli' uomo una circolazione 
sanguigna si cominci e si compia: ed il più gran nu- 
mero di essi si accorda nel credere che nello spazio 
di tre minuti primi o poco più, il sangue parlilo dal 
cuore circoli per le parli della macchina, e lorni al 
cuore. I fisiologi hanno inoltre^ cercalo di stabilire 
quanto sangue abbia un uomo. E chiaro che l'età, il 
sesso, la costituzione, il modo di vivere devono indurre 
infiniti cangiamenti su di ciò fra uomo e uomo: ciò 
nullumcno, è opinione di molli e medici e fisiologi, 
che in un uomo sano, vigoroso, adulto vi abbiano circa 
venticinque, vcntotlo o trenta libbre mediche di 
sangue. Giuseppe Jacohi. 



3. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc — Anno X. 



{~2-2 gennaio 1848) 



ZAVELLA 




La Grecia partecipò all' italico onore della maternità 
civile di Europa; quindi ninna schiatta era più degna 
di risorgere clic 1' Ellenica, e di questa schiatta come 
dell'italiana è hello e profittevole il ricordare le pas- 
sate glorie e le presenti virtù. 

Za velia nacque in Sulli dopo la mela del secolo 
scorso. Il suo animo fu eguale e (piasi supcriore a 
quello de' più celebrali capitani di quella Grecia au- 
lica che fu. salutata col titolo di magna. Gli sforzi 



usali da lui per sottrarre la patria al giogo durissimo 
dei Turchi, ci destano una straordinaria ammirazione, 
e ci fanno persuasi che lo spirito di libertà rende gli 
uomini pari alle più ardue e sublimi imprese e li 
adorna dell'aureola dell'eroismo. 

Caduto per arti di tradimento nelle mani dell'op- 
pressore della sua pallia, il ferocissimo Ali, intende 
dal suo carcere le estreme miserie de' Sulliolli, i suoi 
concittadini, e pensa a salvameli. 



18 



Hl'SEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Chiesta udienza, si presenta al tiranno, dicendogli: 

— I Sulliotti moriranno, ma non cederanno al tuo 
impero: permettimi libera l'uscita ed io li strapperò 
dai luoghi dai quali travagliano e scannano i tuoi 
soldati e li condurrò dove non potranno più nuocerti. 
Ti lascio per sicurtà la moglie e i figliuoli. 

Ali annuisce, togliendosi in ostaggio la moglie e 
i fiali. Zavella si presenta a' suoi cittadini, che gli si 
fanno appresso con ansia, con stupore e con allegrezza. 

— Fratelli! sclama, poiché piacque a Dio di libe- 
rarmi dal tiranno e ricondurmi tra voi, pensiamo al 
modo di ristorare la nostra estrema fortuna; caviam 
fuori e poniamo in luogo sicuro gli infermi e gli im- 
belli, e noi intieri d'animo e di forze restiamo e 
combattiamo. Santissima è la cagione dieci mosse; 
l'esito la coronerà. Vendichiamo nel sangue de'Turchi 
la patria, l'onore, la pietà, i palli Iradili. La spada 
dell' uomo libero è invincibile ; Iddio sta coi forti. 

Ma queste magnanime e gagliarde parole non val- 
gono a ravvivare le speranze e il coraggio di tutti. 
Maceri dagli stenti, dalle ferite, dalla fame e dalla 
sete, i più senlonsi vacillare e venir meno l'animo. 
Egli giunge nondimeno a raccogliere intorno a sé un 
drappellello d' uomini fortissimi per costanza e per 
valore, parato ad ogni più terribile sorte ; e con esso 
avventasi a combattere i Turchi, non con la cer- 
tezza di volgere in lieta la trista fortuna, ma sì ono- 
ratamente perire. 

Ali, fremente di gran sdegno, gli scrive di tornare, 
secondo la sua promessa. Lo Zavella risponde con 
fierezza spartana : 

— Quantunque tu tenga in mano la moglie ed i 
figli miei, no, non mi troverai vile come mi estimi, 
e (piai li sei tu. Chiede ora la patria che io me gli 



abbia a dimenticare: così faccio, né mi sovvengo se 
me gli avessi pur mai. 

Questa risposta riaccende vieppiù la ferocia del 
Turco che corre ad assalire con novemila de' suoi più 
prodi un castello de' Greci. Lo Zavella collocarsi 
in sito alto e vantaggioso gli contrasta ferocemente 
il passo; la pugna dura sette ore. Non potendo più 
maneggiare i moschetti per essere troppo accesi, egli 
e i suoi danno di piglio alle pietre, crollano smi- 
surati macigni, e li rotolano per quei scogli rovinosi, 
facendo orribile strage. Le donne dan mano e pro- 
vocano coi gridi e cogli applausi. I Turchi sono sba- 
ragliati, uccisi, messi in dirotta, e lo Zavella è pro- 
clamato vincitore ed innalzalo a cielo. 

Dopo aver dati infiniti esempi di sublime audacia 
e di una grandezza che pone il suggello alla verità 
degli antichi fatti ellenici, che noi credevamo quasi 
favolosi, morì combattendo per la libertà della sua 
patria, lasciando al suo figliuolo per unica ricchezza 
l'invincibile sua spada. 

E questo appurilo il tema che dipinse Lodovico 
Lipparini, professore di elementi di figura nelP I. R. 
Accademia di Venezia, del quale noi riproduciamo 
la stampa. Artista di forte e vivido immaginare egli 
sa imprimere nelle sue opere, singolarmente in quelle 
tratte dagli ultimi gloriosissimi evenimenli della Gre- 
cia, una così efficace espressione ed una vita così 
polente che nulla più. E noi vorremmo che l'esem- 
pio suo trovasse molli imitatori in Italia, e che le 
arti di pittura e, scultura fossero incitamento all'alio 
pensare, mettendoci ora innanzi agli occhi le gesta 
e le sembianze di que' nostri gagliardissimi antenati 
che seppero e vollero essere fregiali della dignità di 
uomini e d'Italiani. 



*¥ 



CARLO ALBERTO 



L' Italia, anche (piando giaceva nel fango della più 
turpe schiavitù ed era barbaramente battuta e con- 
culcala dai propri nemici, porlo sempre in se stessa 
i germi del suo risorgimento. La qual cosa vuoisi 
attribuire al sentimento profondo che ebbe in ogni 
tempo di essere sortila dai destini a regnare moral- 
mente sul mondo; senlimenlo il quale le comunica 
l'idea di una vita immortale e la potenza di redimersi 
dagli obbrobri! e dai ceppi. 

Ammaestrala dalle sue tremende sciagure, conobbe 
che la via più legittima, più sicura e più santa a 
riacquistare l'antico decoro, era l'affratellarsi ai pro- 
prii reggitori, poseiachè il vivere libero e ogni ma- 
niera di beni civili non risiedono nelle violenze e nei 
torbidi, ma nell'ordine il (piale trae il suo principio 
dall'autorità senza cui non havvi società. 

Iddio, avendo decretato nella sua misericordia il 
termine della lunga e meritoria espiazione d'Italia. 
suscitò sulle nostre terre ud Polente, al (piale diede 
l'investitura della salutifera missione. Questo Potente 



inlese dal Vaticano i desiderii e i fremili generosi 
della prostrata Donna delle nazioni, e, fattole un pro- 
pugnacolo della propria tiara, le slese la destra, la 
sollevò dalla polvere dicendole: Sii libera! sii indi- 
pendente! regna di nuovo sul mondo coli' eloquenza 
veneranda delle leggi e cogli oracoli rintegrali della 
religione e della fede! 

A questa voce si scossero e popoli e principi, inle- 
sero l'invito di Dio, deposero gli odii, i sospelti, le 
diffidenze, si circondarono della luce del Vangelo, e 
gridarono : Abbracciamoci e corriamo al riacquisto 
della terra promessa! 

L'Arno fu il primo a rispondere a quel grido, fu 
seconda la Dora. E qui fu dove Cario Alkerto si 
mostrò grande ed uguale all'altezza de' tempi. Vide 
il momento propizio, invocalo dai secoli, di risuscitare 
la comune patria come nazione e restituirle il suo 
grado primitivo in Europa, e d'un tratto, improv- 
visamente , come il biblico Michele, si piantò sulle 
cime <lelle Cozie Alpi e dei Liguri Apcnuini, giltando 



SCELTA RACCOLTA DI DT1LI B SVARIATE NOZIONI 



19 



la forlissinia sua spada sulla bilancia degli italici 
destini. 

Fedele alle tradizioni della sua Casa, egli, dischiu- 
dende a' suoi popoli la militare palestra, ne invigorì 
i corpi e gli spirili, contribuì grandemente alla ma- 
schiezza de' loro costumi e alla virilità della loro in- 
dole, e li addestrò alla gara delle opere gagliarde e 
generose. Conobbe che un popolo, il quale produsse 
un Alfieri, che seppe ritemperare la vita civile e let- 
teraria all'incudine dell'antico genio d'Italia e riz- 
zare in mezzo al sonno dell' universale codardia un 
vessillo di patria indipendenza, porta in se il marchio 
della vera grandezza, è maturo alla fratellanza civile, 
ed è degno delle più larghe riforme. Egli lo contentò, 
gli diede il premio richiesto dalla sua adulta coltura 
e dalla vigoria e magnanimità de' suoi spirili. 

L'Italia non può ora più cadere, perchè sostenuta 
dalla forza indomabile delle proprie idee, dallo spirito 
di Pio IX e dalla spada di Carlo Alberto, il quale 
con una mano saprà assicurare e tutelare le riforme, 
coli' altra tirare a sé que' principi italiani che le 
avversano. 

E cosloro non potranno più tenere lungamente 
chiusi gli occhi sul proprio bene, uè essere aggirali 
dalle tenebrose astuzie de' loro infami consiglieri: 
verranno strascinati loro malgrado dalla propotenza 
de' tempi, conosceranno che il primo e più saldo fon- 
damento de' troni è l'amore e la gratitudine de' sog- 
getti, e che le buone leggi, i buoni ordini ammini- 
strativi, l'eguaglianza civile e la parola libera sono 
desiderii e bisogni che non si possono estinguere, sono 
diritti di ogni popolo civile, sono i soli mezzi a dissi- 
pare le intestine discordie, gli odii inveterali e le 
pericolose congiure. 

Non odono essi forse le benedizioni che sorgono 

e» 

intorno al trono di Carlo Alberto? non mirano la 
gioventù subalpina accorrere festosa e balda alla chia- 
mala del loro re? non veggono uomini di ogni con- 
dizione ed età offrire le proprie sostanze, i propri 
figliuoli, la propria vita a Colui che vuol difendere 
la dignità e l'indipendenza d'Italia? E dobbiam cre- 
dere che questo spettacolo inusitato e nuovo negli 
annali delle nostre storie non abbia a commoverli, 
non a far nascere in loro il pentimento di essersi cir- 
condali dei ferri di Brenno, non ad incitarli a seguire 
l'esempio del forte re delle Alpi? 

Carlo Alberto ha inteso i suoi popoli, e per se- 
condare i loro voli non si lasciò vincere dalle arti dei 
tristi, non atterrare dalle minacele, non sedurre dalle 
lusinghe. Seppe essere e padre e re. I suoi sudditi Io 
adorano; e di lutti i benefizi onde fu ad essi liberale, 
ì»li sanno merito sina-olarmenle dei Consigli comunali 
e provinciali e della Stampa. 

Col primo Egli riconosce apertamente il principio 
elettivo, il che è un passo gigantesco, perchè l'elezione 
è l'ancora di salvezza di ogni malferma società; col 
secondo pone in mano de' suoi figliuoli un'arme po- 
tentissima a svellere gli abusi, ad abbattere i pre- 



giudizi, a smascherare l'ipocrisia, a mostrare nella 
sua schifosa nudità la tirannide abbietta. 

L'elezione è l'avvenire; la stampa è il Verbo che 
Iragge dal caos la luce e l'armonia. 

Di questa sappiano usare sapientemente gli scrittori. 
Per intemperanza di zelo non sfrondino, non rendano 
un fusto nudo la pianta, alla cui ombra germogliano 
e fioriscono le più grandi istituzioni. Con parola libera 
sì, ina dignitosa e pacata distruggano i prestigi delle 
ree usanze, la forza delle ingiuste opinioni, la conta- 
gine dei mali esempi, facciano pregustare la infamia 
de' secoli futuri ai calpestatori dei miseri, e stampino 
il marchio dell'esecrazione pubblica sulla fronte dei 
ciurmadori, dei sicofanti, dei ribaldi e degli imbro- 
glialori che infestano l'Italia e impediscono il crescere 
placido e dilicalo de' suoi beni civili. Anche le più 
innocue verità diventano sospette quando sono predi- 
cale con enfasi e collera reltorica. Nulla si ottiene 
dall'ira. Gli è forse necessario, per essere educatore 
della società e banditore imperterrito del vero, l'ar- 
marsi delja scure e delle verghe degli antichi littori? 
Perchè esasperare le piaghe invece di medicarle? 

Scrittori ! noi lutti aspelliamo mollo dal vostro sa- 
crosanto uffizio; illuminateci prima di accenderci; 
raffermale colla potenza invincibile delle vostre idee 
le riforme che ci furono e ci saranno date ; rendete 
duraturo e perenne il beneficio sublime della slampa, 
beneficio che da più secoli abbiamo indarno invocalo, 
e che ci fu sponlaneamenle concesso dalla sapiente e 
magnanima bontà di Carlo Alberto. 

P. Coralli. 



ISTITUZIONE PUBBLICA 



SCUOLE ELEMENTARI NE' PAESI 

Se volgiamo lo sguardo soltanto pochi anni ad- 
dietro, e pratici alcun che di materie pedagogiche 
consideriamo il deplorabile stato in cui trovavansi 
le scuole già stabilite ne' villaggi per ordine del glo- 
rioso Emanuele Filiberto, noi non potremo a meno 
che accogliere con entusiasmo e con eterna ricono- 
scenza ammirare le saggie disposizioni che Carlo Al- 
berto il grande, fra le cure più ardue dello stalo, 
promulgava per innovare la pubblica istruzione, e 
sanarla per cosi dire dagli infiniti pregiudizii e ba- 
rocchi sistemi che pur troppo l'infettavano. Egli, al 
pari di qualunque filosofo, sapeva che l'ignorante è 
il più povero dell'umana famiglia, che l'ignorante 
non avrà mai un freno, una guida alle passioni lumul- 
luanli e riottose, sapeva «die i gentili medesimi, Pla- 
tone, Marco Tullio conobbero l'assoluta Decessila del- 
l' istruzione, che i Milileni punivano il traditore della 
patria col vietargli di far apprendere a' propri figli 
le lettere, e l'animo avendo generoso, paterno, uni- 



20 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



camente proclive al bene positivo de'suoi saddili, 
siccome lo provano le recenti riforme da lui emanate, 
pensò d'istruire eziandio la plebe, d'abilitarla al di- 
simpegno degli obblighi che si trovano annessi alla 
sua condizione, d'abilitarla insomma al conseguimento 
del preziosissimo fine per cui venne da Dio collocala 
sulla terra. Avventurosi que' popoli cui la Provvidenza 
concede un sovrano simile al nostro, un sovrano che 
giustamente si ammira dalle più colle nazioni, e dagli 
scrittori stranieri proponesi perfino a modello degli 
altri principi ! ISon mancano però, siccome non man- 
carono di begli ingegni (1), degli spirili forti, che sotto 
l'apparenza di buona fede e di verace filantropia pro- 
clamano a suon di tromba questa smania di istruire, 
di educare, sovvertitrice sicura, infallibile de' buoni 
costumi, perchè generando desiderii per Io innanzi 
sconosciuti al basso ceto, lo renderà caparbio, disat- 
tento ai lavori, insubordinato all'impero medesimo 
della religione. Miserabili ! Credete voi forse che dalle 
vostre osservazioni ed ubbie non trapelino appieno 
le detestabili vostre dottrine? Schiavi di un sordido 
egoismo e di un vile interesse volete che la plebe, i 
conladini vivano perpetuamente scalzi, polverosi, ma- 
cilenti per una vecchiezza anticipala dagli stenti, che 
si rompano incessantemente le ossa sminuzzando le 
glebe del campo, che si struggano tagliando molli di 
sudore le biade, che sieno quai giumenti apprezzati 
soltanto secondo le loro forze fisiche. Eppure questi 
esseri degradati, vilipesi, portano scolpita sul fronte 
l'immagine di un Dio; posseggono come voi il raggio 
sacrosanto della ragione e i sensi di ogni bella virlù; 
posseggono la nobiltà del pensiero, sono come voi 
superiori a lutto quanto il creato. Toglietevi una volta 
la maschera ed emendatevi. Nel secolo presente l'ar- 
tigiano, il bracciante non devono più riguardare la 
sola parte materiale del loro mestiere, ma devono 
conoscerne la dignità, la filosofia, conoscere la loro 
missione, ec he nell'adempierla sta la vera grandezza. 
I contadini, così un moderno filosofo, i quali sanno 
leggere intendono più degli allri le spiegazioni par- 
rocchiali, si provvedono di qualche libro d'istruzione, 
di compendii di Bibbia, di vita di Santi, 'di orazioni 
per ascollare la S. Messa, e va dicendo. E su questi 
lihri non di rado si trattengono nei giorni di festa, 
nelle lunghe sere dell' invernale stagione facendone 
lettura ad altri più idioti; e cosi rimuovono i pericoli 
dell'ozio, della mormorazione e delle intemperanze 
sì fatali alla santa morale cristiana. 

Or se da lumi cosi limitali ne nascono beni mara- 
vigHosi, sorprendenti, che non dovrassi aspettare da 
una educazione ragionala, ani versale? Quai prodigiosi 
cambiamenti non vedremo operarsi ne' paesi allora 
quando il campngnuolo saprà tanto di religione da 
non lasciarsi miseramente sedurre da perfidi miscrc- 



(1) Si allude all'autore del porfido libro intitolali;; 
illusioni della pubblica carità. 



denti, da non essere continuo zimbello di ridicole 
superstizioni? Ammaestrato inoltre ne' principii di 
fisica e chimica non tremerà nello scorgere un eclisse, 
una cometa, applicherà l'igrometro nella cultura de' 
filugelli, facilissima gli riescirà la spiegazione de' fe- 
nomeni che d'ordinario succedono nell'atmosfera, 
sulla lerra. I calcoli, il nuovo sistema metrico deci- 
male lo renderanno economo, giusto, gli suggeriranno 
il libro delle parlile attive e passive, non scorderà 
ciò che dagli altri gli si deve, e pagherà puntualmente 
gli affitti e i proprii debiti. La meccanica parimenti 
l'invoglierà di perfezionare gli strumenti rurali, e 
l'igiene lo renderà guardingo nello scegliere le abi- 
tazioni per se, per la famiglia, le stalle pel bestiame. 
Ma simili vantaggi, ad onla delle savie disposizioni 
governative e degli sforzi di ottimi pedagogisti, non 
si potranno giammai conseguire fintantoché prontis- 
simi rimedii non struggeranno le cause prepotenti ehe 
rilardano ne'villaggi la generalità della pubblica istru- 
zione. E quali sono, mi chiederete, o lettore, coleste 
cause terribili, coleste nemiche del sapere, e per con- 
seguenza del pubblico bene?INon mancherò di farvele 
conoscere in un altro brevissimo articolo. 

Felice Battioni. 



SESTINE 



I. 

Ai lettori. Il tipografo Mcss.ino, 

Uomo lutto buon guslo et! eleganza , 
Anche pel quarantotto ha posto mano 
A stampar quella certa Rimembranza, 
Di cui , se vi rimembra , a onor del vero- 
Già più volte ha parlato il Messaggiero. 

II. 

Dissi se vi rimembra, e dissi male; 

Perchè si può ben dar che alcun di voi 
Non abbia letto mai questo giornale, 
O almcn qne' fogli che diciamo noi; 
E per costoro il mio se vi rimembra 
Non servirebbe un cavolo, mi scmhra. 

IH. 

Dunque nel dubbio se sappiate o no 

Cos'è la Rimembranza , ond' io vi parlo, 

In queste lime ne riparlerò. 

Ma non vi scordi, ve'! che s'io riparlo 

Di cose da me stesso altrove dette, 

E per timor che non le abbiate Ielle. 

IV. 

Perciocché non vorrei che mi dicesse 
Qnalcbe lettore in censurar frenetico 
di' io rubi e eopii lo mie cose islesse 
Ver isterilita d'estro poetico, 
E nemmeno imitar sappia gli scaltri, 
Glie si contentali di rubare gli altri. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



21 



V. 

La Rimembranza è un libro lungo e strclto 
Parte stampalo e parte da stampare; 
E serve all'avvocalo, all'architetto... 
In somma a tutti gli uomini a" ajj'are 
Per annotarvi ogni qualunque storia 
Possa loro sfuggir dalla memoria. 

VI. 

11 clic vuol dir che questo libro è un libro 
De' migliori che stampinsi in giornata; 
Molti de'quai, quantunque di calibro 
Assai più grossi e in veste più attillata, 
Fanno quella figura appetto a lui , 
Che appetto allo scarlatto i panni bui, 

VII. 
Bell'uso questo qui di registrare 
Volta per volta sulla Rimembranza 
Ciò che abbiam fallo, e ciò che abbiamo a fare! 
E un canonico io so, che per mancanza 
Appunto di registro, ebbe lo scorno 
Di pranzare due volte in un sol giorno. 

Vili. 

Lo sapete il perchè quel signorino 

Non vi rende il danar che gli prestaste? 
Perchè no '1 registrò sul taccuino 
Ma voi che per fortuna il registraste, 
Potete, se pel naso anche vi mena, 
Con un bastone rompergli la schiena. 

IX. 

Così la Rimembranza è indispensabile 
Tanto a chi paga, quanto a chi riceve. 
Pur troppo l'uomo ha la memori, i labile, 
Né punto in essa confidar si deve ! 
Tant'è; nella parola Mementomo 
C è più sapienza che in un grosso tomo. 

X. 

E tanto basti della parte in bianco 
Che per utilità vale un tesoro. 
Né la stampata è preziosa manco 
Per chi frequenta la Città del Tom, 
Ed ha bisogno di saper le scale 
Che guidano dal tale o dalla talr. 

XI. 

Per esempio, cercate di un altuaro? 
Avete da parlare a un presidente ? 
A un console, a un causidico, a un notaio, 
A un cambista, a un sensale, a un conducente? 
Ebbcn la Rimembranza del Mussano 
proprio con mano. 



Ve gli farà toccar 



XII. 



Ho sentilo narrar di un provinciale, 
Che ricercando appunto un avvocato, 
Girò tre giorni per la capitale, 
E in fin se ne sorlì com'era entralo! 
Mi sembra di vederlo, il poverino, 
A girar, trafelato, per Torino! 

XIII. 

E i cari figli e la fedcl compagna, 

Che in sulla sera no'l vedean tornare, 
Immaginate clic castelli in Spagna, 
Che pazzi sogni non dovellcr fare!.... 
Se quel buon noni la Rimembranza avea , 
Quel bruito caso non gli succedeu. 



XIV. 

E un libro pieno di filantropia, 

Che all'uom che va fra la perduta gente, 
Stende la mano e lo rimette in via; 
Un libro che in un attimo, in un niente 
Trasforma il provinciale in cittadino 
Non troverà chi facciagli un inchino? 

XV 

Ah salve, salve, Rimembranza cara! 

Salve, o caro Mussano! È vostro merito 
Se l'uomo a' nostri di mostra ed impara 
Il futuro, il presente ed il preterito; 
Vostra è mercè, se più nissun balordo 
Si può scusar col dir: Non mi ricordo! 

XVI. 

Inoltre in questo libro troverete 

Quanto negli almanacchi è di più raro. 

La tariffa, cioè, delle monete, 

Clic spesso rompe i sonni all'uomo avaro. 

De' nostri re la genealogia 

Che cos'altro volete che ci sia! 

XVII. 
Mancano, è vero, i numeri del Lollo 
Tanto graditi all'uom di senno povero; 
Ma chi non ha il cervello ai piedi sotto, 
Chi non ama morire in un Ricovero, 
Sa che il vero Ambo è quel di lavorare, 
E il vero Terno quel di seguitare. 

XVIII. 

Per quali tutte cose, e per le tante 
Altre che lascio di maggior sostanza, 
Invito le persone tutte quante 
Del Mussano a comprar la Rimembranza , 
Che costa poco, e dura per un anno. 
Chi poi non vuol comprarsela, suo danno. 

Norberto Rosa. 

(*) E questo un libro stampato da Enrico Mussano, ed in grande parie 
bianco per registrare ricordi, ad uso di tutte le persone, ma gene- 
ralmente di quelle addette al foro. Vendesi dal libraio Carlo Scliiepatli. 

VIAGGIO DA TORINO ALLE PIRAMIDI 

NELL'AUTUNNO DEL 18 43 

{Continuai, e fine, V.pag. 530 dell'anno scorso ) 

LETTERA UNDECIMA 

Al nobil uomo il marchese cav. Roberto Tapparelli 
D'Azeglio, direttore ed illuslratore della R. Galleria 
di Torino, socio di parecchie accademie nazionali e 
forestiere, amantissimo d'ogni buona istituzione 
patria, benemerito dell'insegnamento popolare che 
non cessa di promuovere generosamente con ogni 
maniera di mezzi, educator soave d'ogni gentil co- 
stume, emulo dell'illustre Aporti di cui è l'amico 
vero, questa sua lettera, sulla patria del maestro di 
Pitagora con lieto e grato animo in significazione 
d'alta stima offre il suo devotissimo ed ohhligalissimo 



servitore 



G. F. Baruffi. 



22 



MCSRO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



RITORNO IN ALESSANDRIA 

PARTENZA DALL'IGITTO 

LAZZARETTO ED ISOLA DI SIR A 

Lielo d'avere sciolto felicemente il propostomi pro- 
blema itinerario, quale si era di vedere, senei due mesi 
delle mie ferie autunnali si poteva compiere la corsa 
da Torino alle Piramidi, e tornare quindi in tempo al 
dovere con un soddisfacente corredo di cognizioni sullo 
stalo presente dell'Egitto, pensai di tornarmene in 
Alessandria per godere dei piroscafi postali francesi, 
i quali ogni dieci giorni toccano questo porto per tor- 
narsene tosto in Europa. 

Nel momento però che sto rivedendo queste mìe 
memorie, il viaggiatore pari mio che può solamente 
disporre di pochi scudi e di due mesi di tempo, ele- 
menti che non sono punto elastici, oggi compila questo 
viaggio più agevolmente scegliendo la via di Triesti- 
ne! ritorno, giacche la quarantena incominciando dal 
di della partenza, non dura più di due o tre giorni 
quando si lascia I' Egitto con patente netta, e si parte 
su d'una nave provveduta di guardie sanitarie. Si potrà 
poi spingere il viaggio nell'Alto Kgilto, perchè i piro- 
scafi di Marsiglia e ili Trieste compiono il viaggio dal- 
l'Europa in Egitto in sei o selle giorni, e la navigazione 
sul INilo si può anche fare più brevemente per mezzo 
di piccole navi a vapore, che talvolta (cosi mi venne 
dello) si portano fino ad Assuan alla prima cateratta. 
Il viaggio del Cairo all'estremità dell'Egitto superiore 
durerà una quindicina di giorni, comprese le stazioni, 
l'andata e il ritorno, e costa 50 lire sterline, inchiuso 
il vitto. Attesa la picciolezza dei piroscafi non si rice- 
veranno più di 20 viaggiatori. Oggi detto viaggio, per 
«Ili ha tempo a sua disposizione, colle piccole navi 
degli Arabi vuole circa due mesi, e costa una piccolis- 
sima somma. L'amatore che desidera dare un'occhiata 
al mare Rosso, può anche fare un'escursione dal Cairo 
a Suez in dodici ore circa, seduto in carrozza, la com- 
pagnia inglese del transito attraverso l'Egitto avendo 
stabilito un servizio regolare postale, che per verità è 
un po' caro. Chi vuol fare il \iaggio con un po' di ri- 
sparmio di danaro, impiegherà ire giorni a dorso di 
somarcllo ed un giorno su d'un dromedario. 

Il venerdì 22 settemhre alle 8 del mattino, mi recai 
a Bolacco, dove entrai io una barcain compagnia d'un 
buon francese, il sig. Delongpré d'Angoulcine, semi 
artista e semi negoziante, di cui mi trovai mollo sod- 
disfallo. Pagammo 125 piastre caduno per essere tra- 
sportali in Alessandria in due giorni. Il lempo era 
veramente bellissimo, e ci abbandonammo quindi tran- 
quilli alla corrente del Nilo, fidandoci all'esperienza 
ed allahuona fede del Rei» e dc'snoi ignoranti ed indo- 
lenti barcaiuoli. E qui giova ricordare al viaggiatore 
che le eattive barche, i pessimi attrezzi nautici, l'im- 
perizia unita all'indolenza dei remiganti e del capitano, 
la correrne talvolta violenta, il vento che cambia fre- 
quentemente all'improvviso, aitesi i tanti giri tortuosi 
del INilo, i frequenti bassifondi, l'ignoranza della lingua 



araba, quando non avete con voi un buono e fedele 
dragomanno, in somma il complesso di queste circo- 
stanze poco favorevoli non lasciano di rendere un simile 
viaggio sul Nilo un po' pericoloso o per lo meno pieno 
di molte ansietà. E per verità non sono sgraziatamente 
rari i naufragi! annui sul Nilo. Ae-o-iuntreteche la barca 
(a malgrado delle precedenti precauzioni di farla lavare 
ben bene) ricelta ordinariamente le selle piaghe ad un 
trailo del vecchio e del moderno Egitto, riboccando di 
schifosi insetti d'ogni maniera, e perfino di sorci, i quali 
vi molestano al di là d'ogni descrizione. Quindi non 
lio potuto contraddire al mio compagno, quando questi 
Dell'abbandonare l'Egitto, ad imitazione degli antichi 
Israeliti intonò lutto lieto l'In exitu Israel de Egyplo, 
Domvs Jacob de populo barbaro ! 

Avendo rifatta la stessa strada, le distrazioni del 
viaggio furono anche le stesse. La vista monotona di eli i 
è obbligato a vivere in una navicella, il canto dei nostri 
remiganti, i quali si animano al lavoro col ripetere al- 
cuni versetti del Corano, sempre collo stesso lono di 
voce poco aggradevole, gli slessi meschini villaggi di 
cui vi ho fallo cenno nel salire il fiume, e l'incontro di 
quegli infelicissimi abitanti, il villaggio dell' Alfeh e il 
canale del ÌMahmoudieh, ridestarono in me le slesse 
dolorose impressioni. 

I villaggi veduti da lontano sembrano un po' elevali 
ed hanno qualche cosa di pittoresco e di ameno, ma 
ilawicino sono mucchi di letame e veri orrori di vil- 
laggi. Un gruppo di palme, una piccola moschea ca- 
dente con un ineschino minareto tutto screpolato, e 
talvolta la povera loinha d'un santone, sono i soli edilìzi 
imbiancali die attraggono i vostri sstuardi erranti. Il 
reslo del villaggio è formalo da un mucchio di poche 
capannuccie basse, costrutte di fango e di sterco misti 
con un po' di paglia, appena ricoperte con tronchi di 
mais, o con foglie di palme munite di una sola piccola 
apertura, e sormontate sovente da una piccionaia. Non 
oso poi toccarvi dell'interno di simili porcili, circondali 
da un mucchio di fetidi escrementi d'ogni maniera!... 
Il celebre dottore Farisei nellasua memoria sulle cause 
della pestilenza, così parla di questi schifosi villaggi : 
« quelles rues élroites, inégales, tourleuses, infeetécs 
d'ordures et de tourbillons d'une poussière suffocanle! 
Quelles maisons! ou plulól quelles tanières affreuses ! 
Conslruiles de boue, petiles, basses,obscures, liumec- 
téesparlesexcréments du pere, dela mère, des enfanls, 
qui se nichent là pour la nuit, péle-méle avec les clials, 
les brebis, Ics cbèvres, et, quand l'éspace le permei, 
avec les beufles, les chameaux, les ànes ou les vaches; 
en sorte qu'un si triste hahitacleparail plulól fail pour 
la bète quo pour l'homme. » 

La purezza del cielo, la maravigliosa limpidità dell' 
aria, la luce viva di cui il sole inonda questi luoghi, le 
acque limpide, la bella e ricca vegetazione, tutto que- 
sto lusso della natura rende mollo più penoso e sensi- 
bile il tristo spettacolo dell' incommensurabile miseria 
del popolo. Appena la nave si approssima alla sponda 
del fiume, di fronte a qualche villaggio, l'intiera popò- 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



13 



lazionc accorre toslo in folla, alcuni por vendervi pa- 
slecche o pane che non ne ha però (piasi raspollo, tulli 
poi per chiedervi l'elemosina. E impossibile rappre- 
sentarsi una popolazione più meschina e squallida, e 
sudicia, e nuda, e cieca. Senza punto esagerare, si può 
dire che ivi la miseria vesle tulle le forme. Vedrete 
però qualche donna entrare nel Nilo per empiervi un' 
anfora pesante, che trasporta sulle spalle o sul braccio 
con una sveltezza e con una grazia degna di scalpello, 
sicché vi pare proprio vedere una statua ambulante. 
Ouindi fu detto con ragione die il «enio artistico dodi 
antichi consisteva per metà nel ricopiare i magnilìci 
modelli che loro slavano davanti. All'opposto poi, per 
doloroso contrasto altre povere donne cieche, seminude, 
febbricitanti (che qui le fehhri regnano quasi tulio 
l'anno, e sono la vera peste) a cui l'estrema miseria ha 
perfino distrutti i tratti del sesso, si innoltrano fino 
all'orlo del fiume, implorando un para dal viaggiatore 
col ripetere le loro elegie in tono flebile. Dapprincipio 
tanta miseria vi commuove evi stringe il cuore, finche 
la vista continua di tanti guai finisce quasi per istupi- 
dirvi, ed innaridisce in voi il sentimento della commi- 
serazione. In questi momenti tornando col pensiero alla 
vostra patria ed alla vostra famiglia nel seno di una 
qualunque siasi piccolissima agiatezza vi pare di so- 
gnare, o vi credete quasi caduto in un altro pianeta. 

Giunti alla Chiusa dell'Alfeh, trovammo di nuovo la 
slessa confusione indicibile di cui siamo slati teslimonii 
nel recarsi al Cairo, e senza i buoni uffizi delsig. Cler, 
agente della compagnia inglese del transito egiziano, 
ci avrebbe toccato di dover passar ivi la notte nella no- 
stra barca. Il villaggio o città dell'Alfeh, come lo vo- 
gliono alcuni, riunisce la miseria e il vizio in grado 
eminente, menlre sotto d'un governo civile od europeo 
potrebbe formarsi ivi una delle più amene e ricche e 
liete città del globo. Il canale del Mahmondieh ricorda 
sempre l'ignoranza e la più odiosa barharie. Per me 
non posso udirlo a nominare senza sentirmi a "rime- 
scolare il sangue, ripensando come un canale di così 
facile e semplice costruzione abbia potuto costare tanti 
stenti e la vita, chi dice a diciotto, e chi a venticinque 
mila vittime! Alle ore dieci del mal lino del 24 settembre 
entrammo in Alessandria, dove ho preso alloggio nel 
modesto albergo della Pensione Svizzera, in cui con 
soli cinque franchi al giorno godete di un discreto trat- 
tamento. 

Verso le ore sette della sera dello stesso giorno, tre 
spari di cannone annunziarono il principio del digiuno 
del Ramazan, per essersi veduta la luna nuova. Odo 
che talvolta il governo, per qualche motivo ragionevole, 
fa ritardare la luna nuova di duco Ire giorni, cosi or- 
dinando ai sacerdoti calendarografi anche per far glia- 
dagnarealcuni giorni di digiuno. Il Ramazan dei Turchi 
dura un mese, e riunisce la quaresima col carnovale. 
Di giorno si osserva la più rigorosa astinenza, il mu- 
sulmano non osando gustare una goccia (lacinia, od 
accostare le labbra alla sua pipa, il che è per lui la 
massima delle privazioni. Anzi ho udito che alcuni dei 



più ferventi non inghiottiscono nemmeno la propria 
saliva! E il dottore Clot bey ci parla di ammalati, i 
quali ricusando di prendere qualunque rimedio nel 
giorno, furono vittima dell'osservazione fanatica del 
digiuno del Ramazan. E pensate che il Ramazan cade 
talvolta nei lunghi giorni canicolari, giacche nello 
spazio di 55 anni compie la sua rivoluzione attraverso 
tulle le stagioni. Ma appena udito lo sparo del can- 
none che annunzia il momento del tramonto del sole, 
vedrele i Turchi e gli Arabi accostarsi di botto le loro 
pipe alla bocca, le quali tenevano già preparate impa- 
zienti nelle loro mani; e fumare con una voluttà indi- 
cibile, e quindi cenare, e continuare in lulla la notte 
a fumare, mangiare, ballare e fare baldoria d'ogni 
maniera, perfino i più poveri mangiando carne e goz- 
zovigliando in questi giorni. Tulli i Musulmani giunti 
all'età di li anni sonoaslretli al digiuno rigorosissimo 
del Ramazan, istituito per ricordare il mese in cui essi 
credono il Corano caduto dal cielo. Maometto dice che 
è concesso mangiare e bere nella notte, fino al momento 
in cui si può distinguere al solo lume del giorno un 
filo bianco da un nero. 

(Continua) G. F. Baruffi. 

CRONACA LETTERARIA 



I. 
Dell'educazione morale della donna italiana, 
libri Ire di Caterina Franceschi Ferrucci. Torino, 
Giuseppe Pomba e comp. 1847. 

Grazie a Dio ! la donna italiana sente finalmente 
la grandezza dei destini ai quali è chiamata dalla 
Provvidenza. Ella cessò quasi al tulio dall'essere l'im- 
paccio che ratleneva la nostra società nel fango di una 
vituperevole inerzia; vuol essere, come è debilo suo, 
la potenza elevatrice che sospinge gli animi a gloriose 
imprese. 

Non è oramai città in Italia, dove la donna non 
tocchi le corde de' maschi e nobili affetti, lo rammento 
tuttavia con viva emozione l'auspica tissirao giorno, 5 
di novembre, in cui vidi un'eletta e fiorila schiera di 
donne torinesi porsi a capo di un drappello di giovani 
valorosi inluonando l'inno nazionale e inspirando l'a- 
more dell' unità e della fratellanza. 

Quando un'idea polente è discesa nel cuore della 
donna e si è cangiata in sentimento, tutto è lecito 
sperare; e l'Italia non (arderà a prendere Ira le più 
civili nazioni il posto che le spella, perchè le nostre 
donne vergognando ora di rimbambire Ira grolle e 
puerili inezie e pascersi di frasche ridicole ed oziose, 
si elevano all'altezza dei tempi, e coi delti e cogli 
esempi ingenerano le virtù della patria, della reli- 
gione, dell'attivila e dell'unione. 

Lode dunque e gratitudine alla illustre Ferrucci del 



2t 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI CTILI E SVARIATE NOZIONI 



libro che dona >M' Italia. Ella aggiunge una nuova 
gemma, e forse la più splendida, alia sua poetica co- 
rona. Tulle le madri italiane benediranno la donna 
che con tanta squisitezza e soavità di sentimenti spande 
tanti ammaestramenti civili, e intende a ristorare la 
grandezza e la forza dell'antica patria nostra! 

Quanto candore d'affelli! Quanta ingenuità di siile! 
Quanta facondia sincera e modesta, matura e virile! 
Non v' è pagina da cui non sgorghino le sante dol- 
eezze'della fede e della virtù, e che non migliori, non 
infiammi, non ingentilisca il cuore. 

La Ferrucci ha ornato il suo nome con una di 
quelle glorie che si posseggono con santa allegrezza, 
perchè abbellite e nobilitale dal puro diletto della be- 
neficenza. 

II. 

Le figlie del presidente, racconto d'una educa- 
Irice Svedese. Scene della vita privata di Fe- 
derica Bremer. Versione italiana di Fanny Sutli 
da Riva Benacense. Milano, coi tipi Borroni e 
Scotìi, 1847. 

In questo libricciuolo è raccontalo con modestia di 
colori e senza affettazione di fiacca sensibilità sino a 
cnial grado d'infortunio possa essere strascinala una 
fanciulla costretta da mano prepotente a mettersi in 
un cammino al quale non era chiamala da natura; 
esempio frequentissimo nella vita e non abbastanza 
deplorato. 

La versione è opera di una amabilissima damigella, 
di nobile casato, che ha di poco varcati i veni' anni. 
Fila spiega non ordinaria perizia neìP adoperare la 
lingua, e in niuna di queste pagine sentesi il puzzo e 
il fracidumc delle frasi straniere, delle quali oggidì 
sono ammorbali anche gli scritti dei migliori. 

Valga il suo esempio a scuotere coloro i quali, le- 
nendosi beali dei titoli e della nascita, si circondano 
di una vanità volgare e d'una superbia ignorante! 

IH. 

Sulle biforme del re Carlo Alberto, pensieri 
di Luigi Cibrario. Stabilimento tip. di Alessandro 
Fontana. 1847. 

Sempre ad utili sludii è rivolta la mente di questo 
onorevole uomo, il quale e profondamente convinto, 
che l'ufficio dello scrittore dev'essere oesi in Italia 
una dittatura, un tribunalo, un sacerdozio ; preroga- 
tive che rifulgono eminentemente nell'opuscolo che 
annunziamo, dove alla nobiltà degli intendimenti è 
congiunta molta sapienza e opportunità di dottrina, 
sagacia di giudizio, splendore e facilità di eloquio. 

Ci duole che il tempo e lo spazio ci sforzino ad 
astringerci ad un semplice annunzio. Ma noi lo rac- 
comandiamo caldamente a coloro che cercano e vo- 
gliono efficacemente il bene della patria e si sdegnano 
dei pusillanimi, dei fiacchi e degli sciagurati i quali 



colle loro massime farisaiche tentano spegnere ogni 
idea civilizzatrice, e vorrebbero ricondurci ad una 
schiavitù sconfortala e intollerabile. 

E più che a certi esagerali, schifdlosi, impazienti e 
troppo teneri dei quali è grandemente decresciuta la 
razza, lo raccomandiamo ai seguaci di certa sella volpina, 
che ben conosciamo, i quali si scapigliano per rabbia del 
vedere le tenebre della barbarie dar luogo alla luce del- 
l' incivilimento, sospirano i giorni beati in cui nutri- 
vano innocente fiducia di rinfantocciare i popoli adulti, 
e gemono sulla miseria dei tempi presenti, in cui non 
sembra più loro di vedere il merito depresso, l'igno- 
ranza premiala e l'ipocrisia impinguata. 

O voi che siete i fratelli di quegli ameni originali 
da cui Molière trasse il Tartuffo, leggete, leggete l'o- 
puscolo del Cibrario, e vi troverete un pascolo gradito! 

IV. 

Il degno vegetale e l'uomo. Carme di Carlo 
Cobianchi. Casale, 1847. 

Casale, antica capitale del Monferrato, fu in ogni 
tempo feconda d'uomini gagliardi per senno, per 
mano e per patria virlù. 

Quando sull'Europa si addensavano più fitte le 
tenebre della barbarie, produsse quel Corrado che fu 
l'invincibile spada delle Crociate cristiane e scintillò 
in mezzo a quelle ombre siccome un aslro annunzia- 
tore di pace e di gloria. 

Riacquistata, colla pace di Costanza, una gran parte 
della propria indipendenza, ella diede al mondo uo- 
mini che possono slarc d'appresso a non pochi della 
più celebrala antichità; e tra i molti, mi basta ricor- 
dare solamente Oliviero Capello, nel quale non sai 
se più devi ammirare la grandezza dell'ingegno o la 
gagliardia degli spirili e la civile audacia. 

E anche in questi ultimi tempi, nei quali i costumi 
pareano più essere ammollili e contaminali, ella nutre 
nel proprio seno anime ardentissimc e capaci di ogni 
idea riformatrice e civile. 

Il Congresso Agrario dell'anno 18^7 sarà per la 
storia di questa città una delle più splendide pagine, 
dalla quale ogni più animoso poeta polca trarre inspi- 
razione di cittadina grandezza. 

E noi facciam plauso di tulio cuore alla giovine e 
vivida mente di Carlo Cobianchi per avere consacrato 
il suo primo canto a questa città nell'occasione ap- 
punto di quel Congresso memorabile ; e Io applau- 
diamo tanto più volonlieri in quanto che ci pare di 
ravvisare nel suo libretto bellezze che lo manifestano 
poeta di forte ingegno. 

E per verità quando egli, spogliandosi di certe 
ruvidezze e sdegnando dall' avvolgersi tra certe ug- 
giose metafisicherie, si approssima alla nitida e ve- 
nusta forma italiana, i suoi versi rifulgono veramente 
di non ordinarie virlù e sembrano spirare la serenità 
di un bellissimo ciclo 

V. COUELLI. 



4. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(29 gennaio lsis) 



MICHEL*: l>l LANDÒ 

E I NOBILI E PLEBEI 




Giuseppi»! u 



PARTE PRIMA 

Era il maggio del 1578. In Firenze, vicino al Poi) le 
Vecchio, sopra il verone di un palazzo vollo verso il 
giardino, scorgevasi una gioviuclla di ammirabile bel- 
lezza , veslila di bianco. Il sole era al Iramonlo, il 
cielo azzurro e purissimo, l'aria tiepida e imbalsamala 
dall'alito dei fiori sbocciatili da una siepe che sorgeva 
lungo il margine d'un ruscelletto. Seduta, colle mani 
abbandonate sulle ginocchia e collo sguardo fisso e 
immobile, ella sembrava in preda a sublime contem- 
plazione; se non che l'arco sottile del suo sopracciglio 
trailo trailo contraendosi leggermente annunziava che 
il suo cuore era occupalo da un sentimento doloroso. 
Il leggiero rumore d'una pedala e il muoversi delle 
foglie d'una siepe la riscossero da quell'alloggiamento, 
si alzò e i suoi occhi caddero con mesta eppur vivis- 
sima gioia sulla fronle di un giovine di belle e forti 
membra, di vollo abbrunito e di sguardo alloro, ve- 
stilo di rozzi panni. 

La fanciulla era Maria de' Ricci, nobile e antichis- 
simo casato; il giovine era Michele di Laudo, umile e 
modesto popolano, che esercitava l'arie dello scar- 
dassici. 



— Michele! —disse ella con suono di voce tremolo 
ma pieno di dolcezza — A quali pericoli li esponi ogni 
dì per questa infelice che. non desidera amarli e che 
non può vivere senza vederli ! 

— Rassicuratevi, Maria! — rispose egli con mestizia 
e dignità — Michele di Landò non sa che sia timore, 
e niun uomo oserebbe assalirlo impunemente. Voi non 
ardile amarmi !... Avole ragione! con (piale dirillo oso 
io, nato nel fango, sollevare gli sguardi sino a voi?., 
a voi sublime per bellezza, per natali e per fortuna ?.. 

— Oh (pianto volentieri io getterei nella polvere 
questi doni invidiati da tulli, per vestire i Uioi slessi 
panni e polerli dire con sicurezza e felicità: Michele, 
io li amo perchè il tuo cuore è nobile, generoso e 
gagliardo.. . Ti amo e voglio esser tua, tua per sempre... 

— Non seguitate, o Maria! queste vostre parole mi 
fan male... lo non sono tanto pazzo da abbandonarmi 
alla speranza di possedervi... K se ebbi l'ardimento 
di accoglierla in me per qualche minuto, ora clic co- 
nosco vostro padre, olla se ne è ila dal mio cuore 
come l'acqua che logge da un vaso rollo, la (piale, 
per quanti sforzi facciale, non polele impedire che 

esca fuori... Ma che volete? I;i ragione mi dice: 

k 



26 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Michele, non andare avanti a Maria ; lu non puoi 
amarla senza commettere grave errore: e la voce del 
cuore invece mi «rida: Va! va! la sua vista li rende 
migliore; essa ti suscita nel cuore mille affetti gentili, 
come il soffio della primavera fa germogliare i fiori 
nel prato... Mi quinci innanzi io chiuderò gli orecchi 
a questa voce, e non vi comparirò avanti se non* che 
per farvi scudo del mio petto ove correste qualche 
pericolo. 

— Indarno slarai lontano da me, o Michele! la tua 
immagine mi sarà sempre presente, ed essa non potrà 
più darmi ver un conforto... Oh! la mia vita è dive- 
nuta simile all'acqua del ruscello che li bagna i piedi, 
quando essa è sconvolia dall' oraganó. 

— Villan rifallo! — urlò una voce improvvisa che 
fece impallidire Maria e alzare fieramente la testa a 
Michele. E comparve ad un lempo sul verone un uomo 
splendidamente abbigliato, di lineamenti duri e risen- 
tili, i cui occhi giti a va no fiamme, e la cui barba briz- 
zolata tremava per l' interna commozione. Era Rosso 
de' Ricci, padre di Maria. 

— Porta altrove il tuo fetore — seguilo voltandosi al 
popolano. — Tu hai abbastanza ammorbali questi luo- 
ghi. Se un'altra volta ardisci penetrare come un ladro 
rinnegalo nel mio giardino, io ti farò dare da miei 
servi tante battiture che ne porterai livido il gruppone 
per un pezzo. 

Michele di Landò non fece allo né d'ira ne di mi- 
naccia. Il suo volto si vestì di nobile alterezza, e con 
voce pacata disse : 

— Messere! ogni grandezza scompagnala da virtù 
è peggio che miseria... L'istinto orgoglioso del vostro 
cuore vi fa varcare osmi limite del «insto e dell'onesto, 
e vi fa dir cose che muovono un animo bennato meno 
allo sdegno che alla pietà. Interrogale la vostra fi- 
gliuola se Michele di Laudo si meriti i bassi ol trassi 

Cu 

coi (piali l'assalile. 

Maria chinò gli occhi, e, per temenza del padre, 
mancando a se medesima, non ebbe una parola per 
l'onestà e la grandezza del povero popolano. 

Michele, dopo essere rimasto per qualche lempo in 
silenzio, guardando con ansietà Maria, semi sorgersi 
dal profondo del cuore un pensiero che gli passò di- 
nanzi agli occhi come lina nuvola oscura, e le sue 
ginocchia parvero un tratto vacillare. Ma non lardò a 
ripigliare se medesimo, e data una scossa alla vita, 
con un sospiro risoluto disse: 

— Messere!... i vostri oltraggi sono giusti... Chia- 
male i servi, se tale è il vostro desiderio... fatemi 
vergheggiare da loro... io non mi muoverò d'un passo, 
quantunque questo braccio abbia tale vigoria da farli 
balzare come le spighe sotto il correggiato... Ma poiché 
panni che questo non sia più il vostro pensiero, io 

me n'andrò, pie b-l rammarico di non potere in 

qualche ^iii>a larvi manifesto che anche sotto i cenci 
d Un plebeo palpila talvolta un cuore magnanimo e 
forte. 



E si mosse per andare, gillando a Maria uno sguardo 
nel quale era dipinta un'espressione di rimprovero. 
Il padre traendo con impelo la figliuola dietro a se, 
chiuse con fragore le imposte del verone in faccia al 
popolano, il quale uscì dal giardino col cuore laceralo 
dall'acuta spina del disinganno. 

Ma più che l'ingiusto riserbo di Maria, il quale lo 
spogliava di ogni sua più cara illusione, lo trafiggeva 
il pensiero della patria occupala e vinta da interno 
male, lacerata e distratta dalle discordie sanguinose 
tra i nobili e plebei, discordie fatai issrme, sorgenle ili 
tulle le miserie che aggravarono l'Italia e la spoglia- 
rono dentro di libertà e di quiete, fuori di lustro, di 
decoro, di autorità e di potenza. 

E Firenze, la quale debbe a questi dissidii la morie 
del suo stalo popolare, era allora più che mai sfolgo- 
rala dalla tirannide dei grandi. Eglino annuo unti no, 
o, per meglio dire, rimovevano dal governo gli uo- 
mini venerabili per l'età e per gli egregi falli, i quali 
ripulavansi capaci a volgere altrove il corso delle pre- 
senti calamità ; e non contenti a questo, li bistratta- 
vano, li percuotevano e li mandavano a confine. Per 
la qual cosa entrò un così fatto spavento e tremore in 
lutti, che niun tiranno più formidabile fu così abbor- 
rilo quanto i patrizi. 

Essi formavano il nerbo principale della signoria, 
e, in ogni luogo dove passavano, vedeansi levare le 
genti da sedere, e far loro riverenza e inchinarsi non 
altrimenti che si faccia ai principi e signori assoluti. 
II dir male di alcuno del loro magistrato era cosa 
più pericolosa che il bestemmiare il nome di Dio e 
de' Santi suoi. I bottegai davan loro volentieri le 
merci, e poi non aveano ardimento a richiederli de' 
loro erediti. Alessio Baldovinclli e Lorenzo di Dino, 
uomini onorandi, di buon ingegno e di vita irrepren- 
sibile, ebbero a perdere il capo solo per aver dato una 
petizione contro il gonfaloniere Benghi Buondelmonle, 
da cui ambedue erano stati offesi. Insomma questa 
sfrenala e strabocchevole licenza era cagione per cui 
lutti i cittadini miseramente piangessero in secreto, 
e fosse dipinto su tutti i visi lo spavento, l'orrore e 
la misericordia. 

La plebe, la quale più di tulli era oppressa, vili- 
pesa e calpestala, volle rompere questo giogo, rizzando 
il segnale della resistenza e l'insegna della ribellione. 
Ma era sempre frenala da uomini benemeriti del co- 
mune i quali venian predicando che la decente sop- 
portazione, meglio che le violenze e gli oli raggi, può 
ragionevolmente procurare sollievo e favore. Lo stesso 
Michele di Laudo, che era l'occhio della plebe e che 
aveva in animo di rimettere i suoi fratelli in migliori 
termini che non erano, non li consigliava ancora a 
usare i rimedi efficaci e pronti a far ri votare le locai 
C le provvigioni crudeli. 

Ma Benedetto Carlona, giovine plebeo di grande 
animo e strettissimo amico di Michele, riscosse tulli 
scagliando la prima pietra. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



— Per Dio!— sciamò in mezzo ad un'immensa mol- 
titudine di popolo. — E lino a quando ci lascieremo 
assassinare da questi marrani? e dove saremo noi 
traili, se più lardiamo ad opporre con animi for- 
tissimi le lingue, i petti e le mani alla loro incom- 
portabile tirannia? Non siamo forse calpestali come 
una razza di vermi? Non operano forse ogni mezzo 
a tenderci mille trappole, a rubarci, a vituperare le 
nostre donne, a scannarci?. .. E siamo così dilrien- 
licbi di noi slessi ?... siamo bastardi noi?... siam be- 
stie?... Si! peggio che bestie, perchè i bruti se ven- 
gono assaliti sanno difendersi, sanno adoperar l'ugna 
e il dente; e noi sopportiamo con pace le violenze, 
i>li oltraggi, le angherie, le battiture, le uccisioni... 
Infamia a colui che non sa rinnegare la pazienza e 
crollare le mura, come Sansone, per seppellirsi coi 
nemici sotto le ruine dell'edilìzio !... Ha di questa in- 
famia non sarà coperto Benedetto, il quale pel primo 
alza il suo stocco e grida vendetta. 

— Vendetta! vendetta ! — risuonò intorno terribil- 
mente; e tulli accesi da un solo pensiero e concitati 
da un solo affetto si drizzano a guisa di tempesta verso 
il ponte rtubdconle alla casa di Lapo da Casliglioncbio, 
uno de' nobili che esercitaxa superbamente l'impero 
della sua tirannide. Egli scappa sotto abito di frale 
a Santa Croce, e la sua casa in un momento e arsa e 
distrutta, hi qual sorte tocca pure a quelle di Buon- 
delmonte, degli Spinelli, degli Strozzi, dei Pazzi, dei 
Guadagni, degli Albizzi, dei Canigiani, dei Soderini, 
dei Corsini e di moltissimi altri patrizi, che troppo 
insolentemente aveano usato della loro potenza. 

Si cavano tulli i prigioni, si assale il convento degli 
Angioli, si uccidono due conversi e si rubano per 
lorza i sacri arredi. Penetrano nella chiesa di Santo 
Spirilo, sparpagliano, ardono e calpestano le masseri- 
zie de' grandi ivi riposte, appiccano il fuoco a nuove 
case, insultano a quanto l'umanità ha di più tenero, 
di più venerando e di più tremendo. 

Si viene in piazza: impongono ai priori di sgom- 
brare il palazzo e ire alle loro case se non vogliono 
vederle abbruciale colle loro donne e figliuoli. Il no- 
bile gonfaloniere Guicciardini trema, piagnucola, rac- 
comandasi ora all'uno ora all'altro che lo conducano 
in salvo, ed è nascosto da Tommaso Strozzi alla vista 
della plebe infellonita, la quale sta per impadronirsi 
del palazzo e mettere in fondo ogni cosa. 

Chi frenerà ora questa furia dalle mille teste? chi 
salverà la patria dall'imminente ruina? chi la sot- 
trarrà alla matta rabbia di una plebe che procede con 
animo deliberalo di trarre tulio a precipizio?... Ecco 
un uomo, invaso da prepotente e sublime pensiero, 
s'anciarsi alla testa di tulli, salire con grand' impeto 
le scale del palazzo abbandonato dai patrizi, impugnare 
il gonfalone della repubblica, e gridare con voce po- 
derosa: Viva la patria! Viva Firenze!... 

Egli era Michele di Landò in scarpette, senza calze, 
in abito vile e privo d'ogni ornamento e onore. 
(Continua) P. Corelli. 



DKL PAPA 

E DE' SUOI STATI TEMPORALI 

Il papa rappresenta due personaggi: il capo spiri- 
tuale della Chiesa cattolica e il principe temporale, il 
sovrano d' uno sialo. 

In origine, il vocabolo Papa, che in greco significa 
Padre, era comune a tutti i vescovi ; non è che dopo 
Gregorio VII (1075) che tale nome si dà eselusiva- 
mente al sovrano pontefice. 

La serie dei papi sale senza interruzione sino a 
San Pietro, il quale, giusta la tradizione, venne a 
Roma sotto l'impero di Nerone e vi fondò la Santa 
Sede in qualità di principe degli Apostoli. 

Come successore di Pietro, il papa ha la sovrana 
autorità sulla Chiesa cattolica, fa osservare i canoni e 
le regole, aduna i concilii, crea i cardinali, conferma 
i vescovi e veglia alla conservazione del dosma e della 
disciplina. 

D.il secolo decimoquarto il sovrano pontefice porla 
una triplice tiara, simbolo della sua giurisdizione sulle 
tre parli del mondo allora conosciuto. Tiene in mano 
una chiave d'oro e una chiave d'argento, chiamate 
le chiavi di San Pietro. Viene eletto dai cardinali riu- 
niti in conclave e non può essere scello che fra loro. 
All'elezione lien dietro l'esaltazione, nella quale il 
nuovo papa, collocato sopra una sedia pontificale, è 
porlalo sulle spalle alla chiesa di San Pietro. Il papa 
prende il titolo di Servo dei seroi di Dio. Lo si chiama 
sovrano Pontefice, Sardo Padre, Santissimo Padre; di- 
rizzandosi a lui, gli si dice l ostia Santità. 

Quanto alla potenza temporale dei papi, essa non 
sale che all'oliavo secolo. In quest'epoca non polendo 
più fare verun fondamento sulla protezione degli im- 
peratori d'Oriente, volsero gli sguardi verso i re fran- 
cesi. Pipino, vincitore de'Lombardi, donò a Stefano II 
una parte del territorio romano, che chiamavasi l'esar- 
calo di Ravenna. CarIoma«?no nel 774 vi a""iunse 
Spoleto e Perugia. Nel lOoo l'imperatore d'Alemagna 
Enrico II cedelle al papa il ducalo di Benevento. Ma 
fu soprattutto la celebre donazione della conlessa Ma- 
tilde, signora della Toscana, che contribuì a fare dello 
stalo ecclesiastico una dello potenze politiche di primo 
ordine in Italia. Nel 1 102 ella volle che la Santa Sede 
ereditasse tulli i suoi stati. Tuttavia questo possesso 
fu lungamente contrastato ai papi. In più epoche gli 
imperatori Alemanni pretesero esercitare sopra Roma 
un diritto di sovranità. Nel tredicesimo secolo, Gre- 
gorio X ottenne dal re di Francia una parie della 
Provenza, la cui capitale era Carpenlias, alla quale 
più lardi si aggiunse Avignone. I papi, per fuggire 
i lorbidi d'Italia, stellerò in questa città dal 1501) 
sino al 1577. Avignone e il suo contado appartenne a 
loro sino al 1791. 

(ili slati della Chiesa e del Papa hanno per confini: 
al nord, il regno lombardo veneto; al nord -ovest, il 



28 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



mare Adriatico; al sud-est, il regno delle Due-Sicilie; 
al sud-ovest, il mare Mediterraneo; e all'ovest il gran 
ducalo di Toscana e il ducalo di Modena. 

Sono divisi in venl'una provincia, di cui quella di 
Roma ha il titolo di Comarca (antico vocabolo d'ori- 
one greca, significante governo d'un borgo), e le altre 
venti in delegazioni. Sei di queste delegazioni, essendo 
governale da legali^ sono chiamale particolarmente 
legazioni. Tulle queste provincie portano il nome de' 
loro capo-luoghi. 



UN CONSIGLIO DI NOTTOLONI 




Il Presidente. 
Signori! la patria e il Irono sono in pericolo. Io mi 
rivolgo alla vostra assennatezza e al vostro conosciuto 
valore per mettere un argine alla piena dei mali che 
sta per innondarci. 

Don Fabrizio. 
lo sudo freddo pensando alla presente condizione 
di cose. Citi l'avrebbe dello quattro mesi fa! Stampa, 
polizia, corte di cassazione, ordinamento municipale, 
eguaglianza civile... Orrori! orrori!! 
Don Tommaso. 
E ne vediamo già i pessimi e deplorabilissimi effetti. 
Vedete la slampa! essa non risparmia più nessuno, 
assale a drillo e a rovescio, provoca l'ordine dei pa- 
Iri/.ii, osa consigliare il governo, non rispella gli 
eccicsiaslici — 

Don Basilio. 
Siamo alla fine del mondo! Questa catastrofe io la 
previdi dal momento che si vollero aprire le scuole 
infantili, diffondere l' istruzione tra il popolo, fargli 
conoscere che anch' egli ha una ragione, che anch' 
<l;Iì ha diritti... tulle cose buone in teoria, ma per- 
niciose, spaventevoli in pratica! Aprile gli occhi alla 
piche, a quest'idra dalle mille teste; sguinzagliatela 
un pochino mostrandole ch'ella non è soltanto naia 
;i logorare le braccia C ;i sminuzzare le glebe, ma che 
le e lecito accoslarsi al banchetto della vita, a questo 



banchetto al quale la Provvidenza chiama sollanlo i 
suoi eletti, e poi vedrete... E quante volle non ho io 
predicale tali cose per le vie, nei ridotti, nelle sale, 
sulle cattedre, nelle stesse reggie!..Si è voluto fare lo 
gnorri.. Eccoci dunque al precipizio. 
Il Presideiste. 
Io mi son posto al fermo di protestare contro queste 
ribaldile. Me lo comanda la coscienza, me Io comanda 
la devozione, l'ossequio e l'affetto svisceralo che mi 
legano alla santa causa del trono. 
Don Fabrizio. 
Tulio è in pericolo. Non vedete, Dio mio! elicsi 
vuole niente meno che la guardia civica? A che di- 
verremo se si daranno le armi a questa bordaglia! 
Essa vorrà allora comandare, e noi dovremo lacere! 
essa sfolgorare per le vie e per la reggia, e noi na- 
sconderci ! essa imporre e noi obbedire! 
Don Tommaso. 
Ma e la polizia, signori miei, la polizia! In quali 
mani fu collocato questo palladio dell'ordine pubblico? 
Come è lecito sperare sicurezza e tranquillità da genie 
che non ha mai manecsialo le armi; che ne impau- 
risce sollanlo al suono, e che logora la vita e gli 
occhi Ira codici, tra leggi, tra bazzecole di amministra- 
zioni e che so io?... Ma poteva mai cadere una più 
pazza fantasia nel cervello degli uomini? 
Don Basilio. 
E intanto vediamo che oramai sono scassinali tulli 
i cardini del pubblico reggimento! La religione è 
strascinala nella polvere; i suoi ministri sono accolli 
a fischiale e sassale. Avete inlesi i sacrileghi tumulti 
di Genova?... Potevano i barbari far di peggio agli 
apostoli del Vangelo? Mi sento ancora tulio stringere 
d'orrore... Volete di più? si ardisce nientemeno di 
invocare e promovcre il riscatto degli Ebrei, di questa 
ladra genia i cui padri strascinarono sul Golgota il 
Salvatore... 

Il Presidente. 
Insomma è tempo di finirla! Se andiamo di questo 
passe, vedremo i nostri stessi servi venirci addosso e 
strapparci da queste poltrone che ci siamo guada- 
gnalo col privilegio della nascita, col sangue degli a \ i 
e coli' eloquenza dei consigli... 

Don Tommaso. 
Faranno di più! si porranno alle nostre lavole... 

Don Fabrizio. 
Vorranno che i loro pareri prevalgano ai nostri... 

Don Basilio. 
Toglieranno il patrimonio della Chiesa, calpeste- 
ranno i sostenitori di ogni ottima causa, vorranno 
Camere, rappresentanze nazionali... Signori ! non di- 
menticate che un vostro confratello non ebbe rossore 
di scrivere che le Biforme presenti, cagione di così 
orribili mali, si hanno soltanto in conio di un lavoro 
incipiente (*). 

(') Le Utopie dei Libeiiali. Dialogo Lia un Progres- 



SCRLTA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATR «OZIOHI 



20 



Torri. 

Protestiamo! protestiamo! protestiamo! 

Un domestico. 
Signori! Un direttore di polizia chiede entrare... 

Il Presidente. 

Un direttore di polizia!... Vecchio o nuovo? 

Il domestico. 
Nuovo ! 

/ frottoloni si fanno pallidi pallidi e volgono intorno 
lo sguardo smarrito, quasi in cerca di un bugigattolo 
per nascondersi. 

Fl Direttore di polizia 
entrando. 

Signori! non impallidite, non tremate. Voi vedete 
che non sono circondalo dall'apparato della forza... 
Seppi da taluno che qui si vanno fabbricando artifizi 
e sotterranee macchinazioni. Onesta è la sola guerra 
della quale si sgomenta il governo, e ch'esso vuole 
spegnere ad ogni costo. Vengo perciò a consigliarvi 
amichevolmente di cessare da queste arti che sono 
I' appanaggio dei codardi e dei rettili, e che non stan 
bene ai vostri pari. So che H volervi guarire dalle 
vostre fantasie sarebhe lo slesso che il la\are la faccia 
ad un moro, colla fiducia di farla divenir bianca. Ma 
poiché né le contingenze dei tempi cangiali, né la sa- 
pienza del voslro re possono persuadervi, è debito 
mio l'avvertirvi che ne"li uomini assennati voi desiale 
meno Io sdegno che la compassione e il riso, e che le 
vostre arti volpine saranno sventale... E se le parole 
di un galantuomo, grande amico del vero, potes- 
sero alquanto commovervi, io vi ripeterei con lui: 
Tulli unisianù gli uomini di buona fede, amunti della 
religione e della patria, e ninno voglia piclendere di 
mostrarsi più realista del He e più cattolico del Papa. 
Sanno il Papa ed il Re dove contenga progredire, dove 
convenga arrestarsi affine di promovere la vera felicità 
dei popoli, la grandezza e il risorgimento d'Italia. 

P. Gorelli. 



sista ed un Ultra- Conservatore, di Eugenio Balbiano. 
Torino, 1848. 

Noi raccomandiamo la lettura di vjueslo commendevole 
opuscolo a lutti coloro che sono liberi di l;il>l>ro e schiavi 
di cuore. 



VIAGGIO DA llllilVi ALLE l'Ili l 11 UH 

NELL'AUTUNNO DEL 18 4 3 

LETTERA. UNDECIMA 

(Continuai. V.pag. 21 ) 

Essendomi recalo verso lenove della sera al palazzo 
di S. A. per augurare buon viaggio a S. E. Arlin bey, 
il quale doveva accompagnare l'indomani il Viceré fino 
al Cairo, osservai qualche moschea un po' illuminata, 
ed incontrai lungo le scale della reggia il corpo degli 
ulema, che veniva a fare gli augurii di lieto viaggio a 



Mehemet-Aly ed annunziargli forsead un tempo il prin- 
cipio del Ramazan. Nel tornare a casa mi sono affac- 
cialo per pochi istanti alla porta di alcuni caffè pieni 
zeppi di Musulmani , i quali fumavano bevevano 
l'arabo liquore in un silenzio veramente ammirativo. 
Ma che cosa non vidi mai! per non loccani dell'atmo- 
sfera impura e ributtante, dovuta al fumo delle [tipe e 
del pessimo olio, e della gran calca di persone, non 
posso tacervi che in uno di questi caffè, vere bolgic 
infernali, uomini schifosi in abilo da donna, i così 
delti hhovcah ripetevano le più lascive e mostruose 
danze; ed in un'altra hollega da caffè si rappresentava 
colle ombre chinesi una commedia, in cui Karaciou, 
l'eroe principale, era in un atteggiamento, che la mo- 
rale e la civiltà non mi concedono nemmeno di accen- 
nare. Mi fu detto che la commedia terminava col più 
sozzo e solenne insulto di Karaciou ad uno dei pub- 
blici rappresentanti d'una gran nazione, in mezzo alle 
più grasse risa degli astanti! In altri paesi meno bar- 
bari simile spettacolo sconvolgerebbe sicuramente gli 

esseri i piùeorrolli Ma ciò è poco a fronte di (pianto 

commeltesi di nolle nelle slesse pubbliche vie d'Ales- 
sandria, a pochi passi dalla dimora dello slesso sovrano. 
Dacché, per recente decreto, Mehemet-Aly, obbligato 
ad abbandonare il vergognoso tributo elicgli pagavano 
le cortigiane, proibì severamente le danzatrici pub- 
bliche (le Almèes) e il loro commercio, esigliandole in 
parte nell'Alto Egitto, vedesi avverare nelle due metro- 
poli dell' Egitto la sentenza d'un grand' uomo: lolle 
meretrice» et omnia replebis tibidinibus\ Udile diffalto 
come la più sozza libidine trabocca per ogni verso, 
giacché per una strana e dolorosa contraddizione, es- 
sendo vietata la prostituzione delle donne, si tollera 
quella degli uomini. L'horrendum beslialilalis scelus è 
divenuto affatto ordinario, ed ho udito a ripetere più 
d'una volta le frenesie erotiche di Sodoma. La nobile 
castità della nostra lingua non mi concede nemmeno 
di adombrare alcuni dei falli di questo brullo genere, 
in cui mi sono incontralo per caso in pieno giorno, e 
peggio poi di riferire alcuni di quelli udili particolar- 
mente da persone autorevoli per saggio (I). Né vale 
punto l'opporre la bai barie antica del paese, giacché è 



(f Eccovi come si esprime a queslo riguardo il signor Raoul 
de Malherbe, il quale ha visitalo or ora l'Egitto dopo di ine 
(V. L'Orient I7I8-I845, tome deuxième, pag. 338). « Je fis com- 
prenda aux Arabes que, pour nous aulres chréliens, le harem 
n'élait poinl une chose indispensable, et que nolre Dieu nous 
donnait la Torce, de nous en passer. Ils me répondirent fori nai- 
vement, qu'eux aussi savaient fort bien s'en passer ; qu'entre 
amis, on savait se rendre loute sorte de pelils serviees; et d'ail- 
leurs, ajouta un de nos moukres, en forme de conclusion, n'a- 
vons-nous pas nos chameaux? Je restai stupefai! de la bonbomic 
avec Inquelle ces liommes m'avouaient Ics vices les plus odieux. 
Ils semblaient liouver cela tout nalurel, et il ne leur venail pas 
nième l'idée quii pùl j avoir quelque houle dans iles habitudes 
aussi InfAmes et aussi dégradantes. Des chameaux! sijeiie leusse 
entendu de mes proprcs oreilles, je ne laurais jamais pu croirc. 
Voilà donc le resultai de l'islamisme chez les Arabes! Que pour- 
rais-je ajouter a cela? > 



30 



MUSBO SCIENTIFICO, LETTBRABIO ED ARTISTICO 



dovere sacro di qualunqucgovernoei\ ilizzalore di per- 
seguitare e distruggere gli avanzi degli usi inmiorali e 
barbari dei tempi antiebi. 

Simili usi barbarici ed odiosi annunziano die i fellah 
dell'Egitto presente sono i veri discendenti degli Egizii 
antichi (alcuni vogliono che i veri Arabi siano i soli 
Beduini del deserto), come si può d'altronde verificare 
giornalmente, osservando che i contadini non presen- 
tano alcuna differenza colle antiche statue egizie scol- 
pite tre mila e più anni sono. Aggiungete clic l'inte- 
grità dell'antico sangue egizio è guarentita da una ter- 
ribile proprietà del clima. E un fallo nolo, di cui non 
si conosce la cagione vera, che il forestiero può vivere 
bene in Egitto, ma non perpetuatisi. E cosi i Mam- 
meluccbi non lasciarono alcuna posterità, ed allo stesso 
iMchemcl-Aly, dei novanta figli che gli nacquero, ne 
restano appena cinque, dei quali, il primo è nalo in Ro- 
melia. I negri ed i mulatti vi muoiono quasilulli di 
flisi o di paralisi. La mortalità dei fanciulli dei bian- 
chi ebe vengono in Egitto, monta ad 85 per 100, e 
, ,uella dei negri a 98 per 100! (I). Oggi l'Egitto è però 
abitato da individui di \arie nazioni, come lo è I' O- 
ricnte in generale. Vedete Beduini, Ebrei , Maltesi, 
Greci, Soriani, Abissini ed Europei. I cosi delti burabra 
sono popoli della Nubia inferiore? questi si distinguono 
dagli Egiziani pel colore rossigno (ncajon) della pelle; 
sono in picco! numero, e quando hanno raccolto un 
modesto peculio colla loro professione di servitori, se 
ne tornano in patria, come fanno anche molli abitanti 
di alcune delle nostre provincie meno favorite dalla 
natura. I Copti che si contane in numero di circa loOmila, 
si pretendono i discendenti diretti e veri degli antichi 
sibilanti di Tebe e di Menti, ma pare che la lorofisono- 
mia non abbia rassomiglianza coi tipi scolpiti degli an- 
lichi Egiziani. I Copli professano un Cristianesimo 
alteralo dall'Islamismo, ed in generale sono affatto igno- 
ranti, benché in grado mollo minore delle altre nazioni 
che abitano l'Egitto, per il che vengono scelli qua e là 
come scrivani e simili. I loro monasteri sono meschini 
e sudicii in modo incredibile. Basii aggiungere che si 
è in cpiesti conventi che i preti Copti godono dell'orri- 
bile privilegio di evirare i poveri fanciullini negri, di 
cui fanno poi un esecrabile commercio. Questa opera- 
zione è così dolorosa e pericolosa, che due terzi di quesli 
infelici muoiono poco dopo... (ili harem tulli dell'O- 
riente si provvedono degli eunuchi presso i monaci 
Copti dell' Egilto !... Io non ho la pretensione di descri- 
vere parlicolarmenle l'Egitto in <|iieslc brevi pagine, 
ma ho solamente voluto mettere a parte l'amico lettore 
delle poche cose, che ho notato di volo in questa mia 
rapidissima escursione dalle Alpi alle Piramidi. L'Egitto 



fi) Nel Cairo, la cui popolazione non e'iunpe Corse a .100 mila 
abitanti, muoiono giornalmente da ta a 20 persone, olire l'as- 
senza «li parecchie delle nostre malattie, il clima egiziano pare 
rioito sano, e sii abitanti devono ascrivere specialmente il loro 
buon temperamento al vitto vegetale, alla loro grande sobrietà, 
n molte pratiche igieniche tra <-ni l'uso dei bagni, il non lierc 
>ino e slmili. 



antico si trova descritlo ed effigialo niinulamciilc nella 
grand'opera della spedizione francese e nelle accredi- 
tate scritture di Volney, di Champollion e di Roseli ini 
specialmenle , a cui converrà aggiungere quelle di 
Lepsius, il quale, per accennarlo qui di passo, tra' le 
altre molle scoperte, dicesi, abbia trovato un esemplare 
compiuta della rinomala iscrizione di Rosella. Oggi poi 
quasi tulle le capitali d'Europa possedonouna collezione 
di o«getli egiziani, tra cui primeggia la nostra prezio- 
sissima di Torino, a cui non cessano di venire ad attin- 
gere cognizioni i più rinomali archeologi d'Europa. 
Tra le opere poi, le più recenti, che vedono quasi gior- 
nalmente la luce, ricordo sempre con piacere quelle 
dei signori Clol bey. Lane, Hamont, Mengin, Cadalvènc 
e Breuverv, A. DeVallon, Schoelcher, Raoul de Mal 1 
herbe, ecc., ecc., icui semplici nomiaccenno agli ama- 
tori delle cose egizie. 

Ho lascialo il porlo alle ore olio del mallino del 
27 settembre, avviandomi aSirasul piroscafo francese 
il Sisoslri. Il prezzo dei primi posti è di franchi loo, 
escluso il villo a bordo. Verso le ore nove del mallino 
del 29 settembre ci trovammo di fronte a Santorino, 
isola rinomala specialmenle nella moderna geologia, o 
dopo Candia forse la più fertile dell'Arcipelago (I). 
Nel mio viaggio precedente vi aveva accompagnalo al- 
cune suore della Carità venute a bella posta di Parigi 
per far del bene ai Sanlorniotli. Secondo Plinio que- 
st'isola emerse dal mare 256 anni prima di Cristo. Il 
primo suo nome di CaUiste, che suona Bellissima, le 
si mutò in quella di Thera che conservò fino al xiii se- 
colo, in cui con nuovo cambiamento prese a chiamarsi 
dal nome della Santa sua protettrice Sant'Irene, e per 
corruzione Sa uterini o Santorino. 

Il tempo essendo bellissimo e le onde unile e piane, 
come quelle d'un immenso cristallo, il Sesoslri parca 
solcare il più ameno dei laghi, popolalo di una gran 
(piantila di varialissimc isolelle. 

Il nostro pilota greco mi accennava che le grandi 
isole dell'Arcipelago oggi abitale, montano ad una ven- 
tina circa, non tenendo conto delle isolelle minori che 
hanno l'aspetto di grandi scogli sporgenti qua e là. 
Quindi mi additava i nomi di quelle Cicladi che tal- 
volta toccavamo ben davvicino: Anafopulo, /Ina fi, 
Paros, /in tipa ras, A radia, Nio, IS'axia, ecc. 

In generale la bella poesia delle Cicladi è tutta nel- 
l'antica mitologia, queste isole avendo un aspetto arido 
e vulcanico, mentre sono vivi testimoni delle grandi 
ri voi uzioni teli ti riebe avvenute in quest'angolo del globo, 
in tempi di cui perfino l'istoriaci ha conservalo tradi- 
zioni non dubbie, come sono, ad esempio, il diluvio 
parziale di Deucalione e simili. 

Verso le ore sei della sera di questo stesso giorno 
29 settembre, gettammo l'ancora nel porlo di Sira, 



(l) La interessante relazione accademica del nostro chiaris- 
:irim cav. prof. Giulio Intorno ad una statistica manoscritta ed 
inedita dell'isola di Thera (Sanlorino^ del conte dottore G. De 
Cigalla. Torino, Stamperia reale, 1 845. 



SCELTA RACCOLTA DI ITILI E SVARIATE NOZIONI 



3t 



dopo una felicissima navigazione. Quest'isola viene 
frequentemente confusa colla vicina famosa Sciro-, o 
dimenticata affatto in alcuni trattati di Geografìa. L'a- 
spetto esterno di Sira e della sua nuova capitale vi 
presenta un' altissima piramide, che sul far della notte 
si direbbe illuminala per incantesimo. Il viaggiatore 
che vi approda per la prima volta nella sera, può cre- 
dersi giunto nel porlo di una nutra vigl iosa capitale. Ma 
verso Pallia si dissipa poco per volta V illusione della 
sera, vedendo tanta aridità; ed appena posto il piede 
a terra non si crede (piasi più ai nostri ocelli, scor- 
gendo una città così meschina, vie ristrette e sudicie, 
meschine caselle, povere bolleguccie e poveri abitanti; 
eppure la moderna Sira è forse l'emporio del commercio 
greco; qui trovasi il deposilo dei cereali del mar Nero, 
e qui è il primo cantiere della Grecia e forse anche 
uno dei primi del Mediterraneo. Ma di Sira e di Er- 
mopoli parleremo di proposilo ncll'uscire dal lazzaretto, 
dopo aver purgata la contumacia; perora vi trascrivo 
semplicemente le pagine del mio portafoglio sulla vita 
del Lazzaretto, in cui sono entralo verso le ore otto del 
mattino del 50 settembre: 

I! nuovo edilizio, disegno d'un architetto bavarese, 
veduto dal porlo vi si presenta sollo d'un bell'aspetto; 
ma appena entratovi si dissipa ogni illusione nel ve- 
derlo cosi imperfetto. Questo lazzaretto sorge sulla nuda 
roccia, distante un quarto d'ora circa da Ermopoli, ed 
ha la forma rettangolare con un lato che guarda «I mare 
verso il porlo, e ipicsla è la più bella parie dell'edi- 
lìzio. Il parlatorio ha la forma di uu porticato semi- 
circolare di un effetto non disaggradevole. Nel mezzo 
del cortile interno, tulio ingombro ili rollami di roccia, 
vedesi una piccola, ma bella ara antica di marmo in 
allo rilievo. Dicesi trovala negli scavi della moderna 
Ermopoli, e venne trasportala ivi per ornamento, che 
finora è i! solo; il resto dell'edilìzio essendo tulio nudo 
ed affatto meschino. Nel presentarmi al sig. direttore, 
questi mi animò alla rassegnazione, mostrandosi meco 
poco amico del presente sistema sanitario, e toccando 
con brevi, ma vere parole della necessità di una pronta 
ed assoluta riforma delle quarantene, attese le tante 
assurdità incredibili, che si osservano nella pratica. 
Ve lo ripeto, o gentili lettori, se taluno di voi farà un 
viaggio io Oriente, osservando ben davvicino quelle 
regioni e il modo con cui si compiono le quarantene, 
al suo ritorno diventerà anch' esso riformatore delle 
quarantene, e forse abolizionista. Facciamo della pro- 
paganda', mi gridava di continuo nel viaggio prece- 
derne un mio compagno, valente scrittore di pubblica 
economia. Questo è il solo mezzo di ol tenere lo scopo. 
A forza di gridare e di chiamare la pubblica attenzione 
su d'un tema di tanta importanza, si finirà per rendere 
tale quislione popolare, e la causa sarà guadagnata, 
come fecero appunto in Inghilterra Cobden ed altri 
per ottenere importanti riforme. Le Camere di Francia, 
il Governo e la II. Accademia medica di Parigi si sono 
pronunziale in favore di una riforma radicale. Equando 
la riforma sarà introdotta nel porlo di Marsiglia, tulli 



gli altri porli del Mediterraneo saranno strascinali ad 
adottarla anch'essi. 

Tra i segnalati vantaggi resi dalla Francia alla ci- 
viltà colle sue navi corriere di Levante, vuole anno- 
verarsi sicuramente 1' immenso progresso che fece la 
quislione della riforma radicale del vieto sistema delle 
quarantene, benché l'inora I' intendenza sanitaria di 
Marsiglia, per alcuni motivi non tutti lodinoli, siasi 
opposta a questa inevitabile e lauto desiderala riforma. 
Dieci anni sono, (piando il governo francese ordino il 
presente servizio di comunicazione a vapore Ira la 
Francia e l'Oriente, i paurosi e gli ignoranti gridarono 
forlenienle contro questa determinazione, per lo spa- 
vento di veder di nuovo le famose pestilenze. Per onore 
della civiltà dovetti limitarmi ad alcune semplici osser- 
vazioni a quelle declamazioni ; ma oggi, grazie ai nuovi 
sUalii e ad una più sana critica, si può stabilire quale 
teorema ben dimostrato, che la peste è scomparsa dal- 
l'Europa, grazie al solo incivilimento, e clic si può sra- 
dicare poco per volta dall'intiero Oriente eoll'impor- 
tazione della nostra civiltà, oppure si [ino attenuare di 
molto colla diffusione di un buon sistema di igiene nei 
villaggi e nelle città orientali da non più temere l'im- 
portazione di questo morbo in Europa. La civiltà d'Oc- 
cidente potrebbe forse, secondo alcuni, importarsi e ra- 
dicarsi in brevein Oriente, graziead una nuova crociala; 
ma ciò non essendo sperabile nello stato presente poli- 
tico dell'Europa, e le nazioni non potendosi cambiare 
ad un (ratto, lanciamo compiere lentamente questa su- 
blime missione alla prepotente forza delle cose. Il 
commercio, i viaggi diesi fanno frequentissimi, anche 
per parie dei principi d'Oriente, il vapore, il giorna- 
lismo, alcuni eminenti personaggi, le cui idee civiliz- 
zatrici sono notissime all'Europa, come sono ad esem- 
pio, S. E. ftechid bassa in Turchia e S. E. A ri ih bey 
in Egitto, faranno il tulio, ed i nostri nipoti non cre- 
deranno forse che la barbarie abbia potuto regnare 
così lungamente in Oriente, e che l'Europa abbia tol- 
lerali per tanto tempo i lazzaretti e lequaranlene. Per 
poter discorrere un po' ragionevolmente sul teina della 
peste orientale e delle quarantène, non \i ha miglior 
libro, lo ripelo forse a noia, che un \ iaggin in Oriente. 
Le quarantene variano in (piasi tulli i paesi, come Si- 
la peste obbedisse al capriccio dei così delti magistrali 
di sanità. Vi è un gran divario nella definizione della 
diversa qualità della patente, sicché la legislazione 
sanitaria che è in vigore da lanlo tempo, a malgrado 
delle molte riforme parziali che si sono falle, è lultora 
mostruosa in parecchi porli, quale la confessano gli 
stessi ullracontagionisli. Le navi proseguenti dall' E- 
gilto e da Costanti napoli, ad esempio, sono sottoposte 
alla slessa quarantena, mentre la capitale della Tur- 
chia è affatto sana da alcuni anni, e l'Egitto presenta 
sempre in lutti gli anni parecchi casi di peste, malat- 
tia che regna nel Della sollo parecchie l'orme, come le 
febbri in alcune regioni d'Europa e dell'Asia. La qua- 
rantena fìssala Ira la Soria e l'Egitto è di olio, e tal- 
volta di dodici giorni, da cui polrele però liberarvi 



32 



SII 



si:o scientifico, ikitkrario eh artistico - scelta raccolta ni itili f. svariate nozioni 



con poche piastre- E notale, per giurila, che non è 
mollo, i viaggiatori, i quali venivano da Bayroulh con 
patente netta, erano obbligali ad una quarantena quasi 
sulle porte d'Alessandria, dove infuriava la pesle ! Voi 
mi direte che simili falli di nazioni semibarbare sono 
insufficienti per noi. Sia!... Ma, di grazia, le nostre 
nazioni civili non ce ne presentano forse dei meno 
assurdi? La sola classificazione delle sostanze contu- 
maci basterebbe quasi adeccitarelerisadi un gallo!... 
I metalli detono purificarsi nell'acqua, perchè i 
miasmi potrebbero attaccarsi a qualche particella cslra- 
neaaderenlcal metallo, mentre il pane, ad esempio, non 
è punto contumace. Amicamente tutte le sostanze ciano 
alte a trasmettere la peste, ma i bisogni urgenti dei po- 
veri quaranlenanli, e quelli specialmente dei direttori 
<■ dei medici dei lazzaretti, i quali una volta erano ob- 
bligali a slarvi rinchiusi anch'essi, modificarono poco 
per volta simile dottrina assurda, ma non poterono 
salvare dal ridicolo le falle modificazioni. La carne 
cruda è contumace, ma la colta no; il pane ealdo tra- 
smette la pesle, e non più quando è raffrenalo... Ve- 
dete quanta elasticità in simili classificazioni, che i 
medici dicono consecrale manco male dall'esperienza, 
sebbene non più di Ire secoli, come la dot Irina della 
contagiosità della pesle, i (piali non impedirono però 
l'Accademia reale medica di Parigi di consacrare la 
contraria sentenza dopo una discussione di oltre sci 



mesi ! 



L'Austria e l'Inghilterra hanno quindi adottala feli- 
cemente, da alcuni anni, una «piasi compiuta riforma 
contro cui Marsiglia e L'Italia slan lottando invano, 
benché \adano modificando anch'esse particolarmente 
le loro quarantene. La Russia poi, olire parecchie im- 
portanti modificazioni, inviò una speciale commissione 
in Egitto, dai cui lavori risulta che gli oggetti tulli, 
esposti per breve tempo gradatamente alla temperatura 
di circa 50 gradi di llcaumur, non lasciano più alcun 
sospetto di sviluppo ulteriore di pestilenza. 

La quarantena fissala in Sira per le provegnenze 
d'Alessandria, oggi (settembre 1845) è di giorni quat- 
tordici, compresi i due giorni d'ingresso e di uscita, 
vale a dire, è di dodici giorni pieni. Molale che 1'Egillo 
non conta alcun caso di pesle da due e più mesi. E se 
sapeste poi (pianto sia clastico il mezzo di constatare 
simili casi!... Essendo entrain in lazzaretto sabbato 
alle ore olio di mattina, io conlava già il secondo giorno 
della quarantena legale, md il direttore osservandomi 
che coWo spoglio avrei guadagnalo quattro altri giorni, 
mi \i adattai prontamente per varii motivi, tra cui 
iinelie quello di essere sicuro di poter godere così della 
prossima partenza del piroscafo per Trieste. E qui 
piacciavi notare come senza spoglio conviene slare im- 
prigionato l'i Rimili in Lazzaretto, mentre con questo 
bastano Boli l<>. Questo modificazione è affililo arbi- 
traria, come lo sono laute altre dei lazzaretti Notale 

ancora questo fatto capitale; ai esso dagli stessi con- 

lagionisti esagerali, che l'incubazione così detta della 
malattia non oltrepassagli otto giorni; i pochissimi casi 



dubbiosi di una maggiore incubazione non avendo 
assolulamenle alcun valore per ehi vuole esaminarli 
con un po' di buona critica, perchè altrimenti non si 
può più fissare alcuna quarantena ragionevole, citan- 
dosi casi di incubazione di 50 giorni e di anni. Lo spo- 
glio è però proficuo agli impiegali dei lazzaretti. Eccovi 
in che consiste la formalità dello spoglio, il quale non 
serve ad altro che a Irarvi di tasca alcune dramme. 
Vi si ordina di spiegare lutti i vostri effetti in una 
cameretta a parte, il che si fa ordinariamente eolla 
massima imperfezione, bastando aprire la valigia ed 
estrarne qualche abito, giacché il capo* guardiano, il 
(piale affetta di aver paura della peste e. di credere al 
contagio, si limita a dare un'occhiaia di fuori dalla 
finestra o dalla porla, e quindi si chiude la camera, in 
cui si pratica intanlo una fumigazione di gaz cloro più 
o meno forte, a norma delle idee del guardiano. E 
siccome le emanazioni del gaz possono alterare i colori 
dei vostri abiti, le signore specialmente si raccoman- 
dano con qualche moneta al guardiano, acciò la fu- 
migazione sia debole. Secondo i conlagionisli un 
pcz/.ellino di caria, o un filo non purificalo possono 
trasportare i miasmi pestilenziali, ed affermano corag- 
giosamente che questi fatti sono confermati dall'espe- 
rienza di Ire secoli! Ebbene, in due quarantene che 
mi toccò fare in compagnia di altri molti viaggiatori. 

lei ~ EJ 

ho veduto solrarre allo spoglio ed allo sciorinamenlc 
libri, merci di contrabbando, e centinaia di lettere che 
non vennero punto aperte uè comunque purificale. E 
sappiale che queste frodi si praticarono sempre, e che 
è quasi impossibile di ovviarvi affallo, come ci confes- 
sarono più \olie i guardiani, e i direttori di lazzaretti, 
e centinaia di viaggiatori coscienziosi. 

Quindi in compagnia del guardiano speciale che vi 
è assegnalo pel vostro servizio nel tempo della quaran- 
tena, e per cui conviene pagaie manco male un numero 
fisso di dramme, si passa nella camera del bugno in 
cui questi riceve gli allri vostri abili che trasporta nella 
vostra cameretta per esporli anche alle emanazioni del 



gaz c:jro. 



(Continua) 



G. Y. Baruffi. 



LE LETTERE 

Le lellere sono un soccorso del cielo. Sono raggi 
dell'eterna sapienza che l'uomo, inspirato da un'arte 
celeste, imparò a fissare sulla terra. Simili ai raggi 
del sole, esse illuminano, ringiovaniscono, riscaldano. 
Per mezzo di loro noi ci colleglliamo intorno le cose, 
i luoghi, gli uomini, i tempi. Esse comprimono i vizi, 
esse eccitano la virlù cogli esempi augusti degli uo- 
mini dabbene di cui ci presentano le immagini cele- 
brate. Sono figliuole del cielo che discendono sulla 
terra per addolcire i mali della schiatta umana. I 
Greci, così ingegnosi, avoano insegnalo a ciascuna 
delle Muse una parie del nostro inlcllello per gover- 
narlo, fisse duo pie devono compiere, in ordine alle 
potenze dell'anima nostra, le slesse funzioni delle Ore 
clic conducono il cai co del sede. 



«9« 



MUSSO SCIENTIFICO, ecc. — Anno X. 



(S febbraio 1848) 



MIC IBI- LE 1>I l-AM»l) 

E I NOBILI E PLEBEI 

(Continuai, e fine, V. ptig. 25.) 




II. 

UH è impossibile il dire l' autorità e la grandezza 
elie nell' impegnare il gonfalone della repubblica sfol- 
gorò dagli ocelli e da tulla la persona di Michele di 
Landò. L'amore della patria lo sublimava e lo cingea, 
direi così, d' un'aureola die faccalo quasi credere di 
divina essenza. 



La plebe, percossa da quella meraviglia e da quel- 
l'affetto clic o"ni straordinaria virtù suole eccitare in 
essa, ripetè il grido: — Viva la patria! viva Firenze! 
— poi con unanime voce urlò: — Viva Michele di 
Landò! viva il nostro eronfaloniere ! 

E cosi il magistrato di Firenze, il quale comandava 
ai capitani degli eserciti e ai grandi baroni, fu collocato 



34 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



nella persona di un umile plebeo, e la città cadde dal 
governo popolare in quello cos'i detto dei Ciompi (*). 

Oh ! gli è ben vero che sotto l'ombra delle arti ri- 
putate più vili sta spesso celala grandezza d'animo 
maravigliosa, e che nei poveri tetti piovono talora dal 
cielo spiriti divini ! 

Michele, come se con quel grado datogli fosse cre- 
sciuto eziandio di senno e d'intelletto, incominciò a 
governare ogni cosa con quella prudenza ch'era voluta 
dalla corruzione di quello sialo e di que' tempi. E per 
mostrare ch'egli voleva riparare ogni ingiustizia, fece 
immantinente rizzare in piazza le forche, a cui fu im- 
piccato Nulo da Castello, portatovi di peso dal popolo 
per essere slato crudelissimo bargello contr' esso ; gli 
furono spiccale le carni di dosso col ferro e co'denli, 
ne rimase di lui altra cosa che il piede per cui era stalo 
impiccalo. 

Gettala quest'offa alla plebe, fece suonare e bandire 
pubblico parlamento, e in mezzo a comitiva di gente 
armata, vestilo di ahilo senatorio a guisa di gran prin- 
cipe, venne a grido di popolo confermato gonfaloniere; 
poi coll'universale consentimento dei capitani di parte, 
degli otto di guerra, dei sindaci delle arti e del popolo 
minuto, dispose interamente dello Sialo. 

Creò otto priori, i quali, secondo l'antica forma, 
doveano col gonfaloniere governare la repubblica, gitlò 
un bando che niuno potesse portar arme, che si apris- 
sero le botteghe, che si ritornasse alle arti e si eleg- 
gessero 1200 balestrieri, 200 de' quali stessero alla 
guardia del palazzo e 500 a quella della piazza. 

La plebe, vogliosissima di cose nuove, si arrabbia per 
queste giuste misure, e movendone acerbissima que- 
rela, crea a suo talento un magistrato, il quale pone 
il suo seggio in Santa Maria Novella. 

Sei di questo si presentano in palagio con grande 
audacia ed impudenza, e costringono i Priori a giurare 
che ogni petizione che si desse loro venisse di subilo 
approvala. 

Partitisi, Michele di Laudo si volta con impelo e 
alterezza ai Priori, dicendo: 

— Signori, l'occasione è fugace e il pericolo è gran- 
de!... Ogni nostra sopportazione sarebbe ora debito. 
Vuoisi con mano di ferro imbrigliare la petulanza di 
codesti torbidi ingegni e ridurli una volta all'ubbi- 
dienza. Se non opponiamo un generoso e forte petto 
contro le combriccole, i clamori e la malvagità di co- 
sloro, noi saremo notali di eterna infamia, perchè la 
repubblica verrà tratta a morte manifesta... Ora non 
è tempo di dar la mano a consigli mansueti. Guai se 
mostriamo di temere ! Da queste dislurbanze verranno 
nuovi tumulti, nuove riotle, nuove ribellioni... È fel- 
lonia il non soccorrere prontamente la patria! È fel- 
lonia il non mettere tulli gli spirili, perchè e grandi 



(*) Ciompi; t;.lc voce discese dai Francesi venuti in 
Firenze col due. d'Atene, i quali chiamando ciascuno 
compare, allenando questa voce, disscr Ciompi chiunque 
della mI plebe venisse con loro a bere nelle tavei-nc. 



e popolani, e questa slessa audacissima plebe, non pe- 
riscano sotto la propria sfrenata licenza... Su via! 
leviamoci! Si resista colle armi a queslo pertinace fu- 
rore... Rompiamo ogni orgoglio... Facciam opera a 
ributtare e contenere nella quiete i tumultuosi. 

Accesi e stimolati da cosi gravi e forti parole, i 
Priori si vestono dell'antica fortezza, fanno venire se- 
crelamente molti fanti di contado, provvedono ad ogni 
cosa, poi suonano a martello, ordinando alle Arti di 
trarre alla piazza coi loro gonfaloni. 

Due uomini del Magistrato, poslo dulia plebe in 
Santa Maria Novella, si presentano di nuovo ai Priori 
con feroce baldanza, minacciandoli e bravandoli. 

— Fuori da queslo sacro luogo, o profani! — grida 
con lerribil voce Michele di Landò. — Qui soro;e il 
palladio della vostra libertà; e guai se ardi te toccarlo!... 
Noi vi vogliamo dare la vita, e voi volele la morte!... 
Ebbene! così sia ! 

E senza più, sfoderala la spada, si scaglia sopra di 
loro, li percuote fieramente, e li insegue sino alla 
sala della dei Grandi, dove li fa mettere prigione. Poi 
strappa fuori il gonfalone di giustizia e l'insegna della 
libertà, abbraccia Benedetto da Carlona, il quale vuol 
correre la sua slessa fortuna, monta a cavallo, e, ac- 
compagnalo da gran turba, cavalca per tutta la città 
gridando : — Vivano le Arti e il popolo! Muoiano i 
traditori ! 

Corse una voce diesi volesse dare la città al mar- 
chese di Ferrara. L'odio acerrimo che era in tulli di 
un reggimento a signore, fece volgere affatto gli animi 
contro la plebe minuta; per la qual cosa Michele di 
Landò era applaudito e seguitalo per ogni parte con 
maraviglioso concorso di popolo. 

Tornato in piazza, comandò alle Arti che mettessero 
i loro gonfaloni alle finestre del palagio. Fu da ognuno 
obbedito, salvo da' plebei i quali avean preso quasi 
tulle le bocche della piazza, e già avean atrocemente 
scannato il patrizio Filippo de' Cosi, ferito un Rossi, 
e data la caccia a Spini, a Gianfigliazzi e a molti altri 
nobili ossequenti ai Signori. 

Risoluto al tulio di reprimerne le incomportabili 
esorbitanze, Michele die ordine che si assalissero ani- 
mosamente. Egli, non ancora smontato da cavallo, fu 
il primo che con grande ferocia andò a far impelo 
contro di loro; e l'urlo fu tale che molli ne gitlò d'un 
trailo a rovescione, e con irresistibile possa svellen- 
doli dai luoghi che occupavano, alquanti ne uccise e 
moltissimi ne fece prigioni. 

Il terrore non tardò a guadagnare l'animo della 
plebe, la quale terribilmente tempestala da fronte e 
dai lati, si mise brullamente in fuga. Michele, segui- 
tando a conquiderla, le teneva dietro menando a tondo 
la spada con orribile scompiglio di tulli. Giunto vicino 
al ponte Vecchio, gli si offrì innanzi un tristo spet- 
tacolo 

Vide Rosso de' Ricci, trailo pei capelli Ira il san- 
gue e la mota, e le sue case investile dalle fiamme... 
In meno che lo si dice, piomba addosso a coloro che 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI B SVARIATE NOZIONI 



35 



faceano in lai guisa sconiare al Ricci il misfatto di 
avere troppo sovente vituperala e taglieggiata la plebe, 
libera generosamente l'uomo clic poco innanzi avealo 
coperlo d'onta, e lo affida alla custodia de' suoi mi- 
liti. Poi colla medesima celerilà entra nella casa, 
alla quale era già stata data la spogliazza, e corre dove 
parvegli udire alzarsi un orrendo grido. 

Non tardò a conoscere clic Maria era stala crudel- 
mente rinserrala in una stanza già ingombra di fumo 
e vicina ad essere divorata dalle fiamme. Rompe le 
imposte delle finestre, svelle dai cardini le porte e vi 
si precipita dentro... 

Quale vista ! Maria dislesa sul pavimento, colle vesti 
lacere, coi capelli disciolti e rabbuffali, ba smarrito 
ogni senso ed è circondala dalle fiamme che penetrano 
da lutti i lati. 

Egli attraversa l'incendio, si reca la fanciulla sulle 
spalle, scorre per le stanze già prossime a diroccare, 
scende le scale crepitanti, e viene a porre ai piedi 
del padre la figliuola, la quale a poco a poco risen- 
sando. apre gli occhi istupiditi, e ravvisa il suo sal- 
vatore senza poter parlare. 

— Messere ! — dice al Ricci, il quale si confonde 
e vorrebbe abbracciare le ginocchia di colui che le 



salvava la cosa più caramente diletta. — Presto! presto! 
conducetevi in salvo. Le mie milizie vi saranno di 
scudo contro la baldanza di chi volesse di nuovo assa- 
lirvi... Soccorrete alla vostra figliuola, provvedete alla 
sua felicità, e abbiale d'ora innanzi rispetto anche al 
popolo minuto. 

E senza più, dato un profondo ed ultimo sguardo a 
Maria, s'incamminò verso il palagio, sperdendo gli 
avanzi della plebe superala e portando per tutta la 
cillà in scemo di vittoria lo stendardo della libertà. 

Cosi Firenze veniva salvata dalle mani di persona 
uscita dal cardar la lana. Chiaro esempio veracemente, 
scrive uno storico, che un uomo nalo in così bassa 
fortuna desse una così solenne lezione ai patrizi e di- 
fendesse con tanta grandezza e bravura la riputazione 
di quel grado, la quale uè i cittadini popolari cacciali 
dalla plebe, ne i nobili cacciati dai popolari ebbero 
virtù di saper mantenere. E quel palagio il quale né 
il duca d'Alene, nato di sangue reale, ne a' tempi più 
freschi Pier Soderini, cittadino di tanta riputazione, 
seppe guardare, difese e guardò con eccellente lode di 
virtù Michele di Landò scardassiere. 

P. Coreiu. 



UNA DISPUTA SUGLI EBREI 




Don Fabio, Don Perversi, Don Amici. 

(/ due primi comodamente seduti, il terzo in piedi a qualche distunzu) 



Don Fabio. 
Voi mi fareste uscire dai gangheri... Dire che gli 
Ebrei non si debbono considerare come uomini!... 
Don Perversi. 
Sì! sì! lo ripeterò mille volte: non si debbono 
considerare come uomini coloro che astiano le dot- 
trine del Vangelo... 

Don Fabio. 
Ma questo Vangelo non c'insegna forse che tutti 
gli uomini della terra sono figliuoli d'uno stesso 
padre? 



Don Perversi. 

Vero! verissimo! Ma bisogna escludere dal nu 
mero de'nostri simili gli Ebrei... E i nostri antichi 
che la sapevan lunga, e che interpretavano con mag- 
gior senno di noi la legge di Cristo, non cessavano 
dal tuonare conlr'essi, dal predicarli scaduti di ogni 
loro diritto, dal vergheggiarli, dallo scannarli come 
schiavi, come obbrobrio, tristizia, feccia del genere 
umano — 

Don Fabio. 

Piano, piano, Don Perversi carissimo !.. Que' noslr 



36 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO RD ARTISTICO 



antichi operavano in tal modo non per zelo religioso, 
ma perchè erano acciecati dalla harbarie, dall'igno- 
ranza, da passioni infrenabili... 
Don Perversi. 

Che barbari^? che ignoranza? che passioni? Voi 
non sapete quel che vi diciate... Ignorate forse che 
niuno più dei Crociati fece macello di questi cani?.. E 
i Crociali, per bacco! erano uomini animali da santo 
spirilo.. 

Don Fabio. 

Bene! bene! ma essi non aveano veruna cosmi- 
zione dei (brilli — E come volete che in tempi di 
così fitte tenebre? 

Don Perversi. 

Anche in lempi vicinissimi a noi gli Ebrei ebbero 
Io sfratto dalle nazioni, le quali vollero e seppero 
essere civili e cristiane. Nel Portogallo, quando la luce 
dell' incivilimento splendeva non meno che in Francia, 
in Inghilterra, in Italia, ecc., ecc., non venivano forse 
abbruciati in processione?... Avreste voi l'ardimento 
di negare ciò che viene confermalo da tulli quanti 
hanno fior di senno, che nel venerdì sanlo uccidono 
un bambino?... 

Don Fabio. 

Pazzie! pazzie! Don Perversi... 

Don Perversi, riscaldandosi. 

E siffatti vampiri dovranno essere considerati come 
nostri simili? E non vorremo dar lode a quei popoli 
illuminati che anche per una bagattella li facevano 
appendere fra due cani? E condanneremo que' santi 
teologi i quali predicano che noi tulli dobbiamo pu- 
nire in essi la colpa barbara, inaudita, imperdona- 
bile de' loro antenati? E stenderemo come 'a fralelli 
la deslra a uomini contaminati del sangue di disio? 
E non è questo voler metlere sottosopra il mondo? Non 
è questo perturbare tulli gli ordini della illibala no- 
stra religione? Chiameremo sapienti e redentori del- 
l' umanità quegli uomini che per favore di tale genia 
ci vengono a rintronare l'orecchio con pazzi arzi- 
gogoli, con bisbetiche sofisticherie, con miserabili 
cavilli?... Sapienti coloro che vogliono il riscatto di 
queste bestie?... 

Don Fabio. 

Ma la tolleranza religiosa, la tolleranza... 
Don Perversi, alzandosi e gridando più forte. 

Che tolleranza! che tolleranza !.. È delitto l'usarla 
con chi ha distrulla in se medesimo l'immagine di Dio... 
Don Fabio. 

La lolleranza non sarebbe forse il mezzo più alto 
per ricondurli a poco a poco sulle vie del vero?.. 
Don Perversi, urlando. 

No! No! No!.. lo vi potrei citare un migliaio di 
uomini ricchissimi di dottrina e di pietà che predi- 
carono non essere miglior mezzo a combattere gli errori 
che sferzando, martoriando, scannando gli errami... 
Don Fabio. 

Ma questo migliaio d'uomini non era forse stra- 
scinalo e acciecato dalle preoccupazioni del secolo 
in cui viveva? 



Don Perversi, a perdita di fiato. 

No! No! No! Don Fabio, voi siele perduto! pur 
troppo, la peste dei presenti dottrinarli è attaccatic- 
cia! voi ne siele macchialo da capo alle piante... 
Dio vi guardi !.. Mandate un certo odore di eresia... 
Don Fabio, rinnegando la pazienza. 

Io, io eretico ?... 

Don Perversi, imbestialito. 

Si! sì! poiché volete che ve lo dica chiaro e ton- 
do... E non solo eretico, ma eziandio sovvertitore 
della società, perocché patrocinando la causa di questi 
marrani, voi patrocinate l'usura di cui sono fabbri 
espertissimi, patrocinate la sordidezza de' costumi, la 
rapacità, la violenza alle più sane leggi della morale... 
Don Fabio, in furore. 

Oh questo è troppo!., e troppo!., ed io non debbo 
più tollerare... 

Don Amici, avanzandosi e ponendosi 
fra loro con calma dignitosa. 

Signori miei, perdonale se io ardisco porre fra voi 
una parola di pace... la collera male s'accompagna 
colla sapienza del vero. Fa presente quislionenon vuol 
essere agitala con ira e con superbia, ma con calma 
e carità; quella carità che mosse il fondatore del Cri- 
stianesimo, i\ nostro divino modello, a perdonare, 
morendo, e pregare pe'suoi percussori. Appartiene 
più agli ordini del gentilesimo, che a quelli del callo- 
lieo colui, che insevisce contro un popolo che mostrò 
forza, coraggio e grandezza di animo anche in mezzo 
ai più terribili tormenti. 

I Pontefici, gli Oracoli del Valicano, si mostrarono 
mansueti e generosi agli sfortunali figliuoli d'Israele; 
ve ne facciano testimonianza Calisto, Eugenio, Ales- 
sandro II, Nicolò III, Urbano V e Paolo III il quale 
nelle lettere convocatone del Concilio di Trento sem- 
pre si esprimeva e si espresse, clic si condannassero oli 
errori ma die si risparmiassero le persone e che con loro 
si procedesse con ogni soavità. I vizi dei quali notate 
gli Ebrei, voglionsi attribuire piuttosto alle nostre leggi 
chea loro medesimi. E, come noia sapientemente 
un francese, M. Ampère, il presente lenorc della loro 
vita è al tulio contrario ni costumi e allo spirito della 
loro legge, perocché siffatte abitudini erano appunto 
ciò che non polevansi tollerare presso gli Ehrei agri- 
coli e guerrieri; — l'Interesse del danaro era proscritto 
dalla legge di Mosè. A dir vero, mi move grande me- 
raviglia il vedere fra cristiani disputare, se sia lecito 
l'opprimere i nostri simili. I nostri posteri lo crederanno 
a gran stento. La civiltà vuole che tulli gli uomini, 
niuno escluso, colleghino i propri sforzi pel trionfo del 
vero; mostrasi quindi grande nemico di ogni civile e 
religioso progresso colui, che predica la divisione, che 
rompe il palio, al quale son stretti tulli gli uomini, che 
calpesta il volo dell'umanità, e pone ogni opera a im- 
pedire che gli Israeliti partecipino ai diritti degli allri 
cittadini, ai quali sono già vincolati colle medesime 
gioie e colle medesime speranze. 

P. Corelli. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



37 



VIAGGIO DA TORINO ALLE PIRAMIDI 

NELL'AUTUNNO DEL 1843 

LETTERA UNDECIMA 

{Continuaz. V.pag. 29 ) 

11 bagno è di acqua marina calda in cui conviene 
tufarsi ben bene, promettendo però sotto voce qualche 
dramma al guardiano, questi vi concederà di tenere 
il capo libero fuori dell'acqua per non iscollarvi. 
Vi si ordina di deporre l'orologio da lasca privo d'ogni 
cordone su d'una tavola, e i denari in una scodella ri- 
piena d'acqua marina calda. Che vi pare della diffe- 
renza tra il metallo dell'orologio e quello delle monete? 
Convien peròdire checonservareillesororologiodalba- 
gnoèun favore particolare, giacché in alcuni ali ri lazza- 
retti, come ad es. in quello di Galacz sul Danubio, ciò 
non è sempre concesso. Il bagno dura fortunatamente 
pochi minuti nei quali il guardiano vi ripete storielle 
curiose, registrale in parte avidamente dagli ultra con- 
lagionisli, nelle loro memorie di pestilenze trasportale, 
perchè il viaggiatore non volle togliere il cordone di 
sela dal suo orologio, o perchè ricusò di lavarsi ben 
bene il capo nell'acqua calda, il che, Ira parentesi, 
anche voi non avete fallo sollo isuoi occhi, graziealle 
promesse dramme (1)! 

Uscito dal bagno dovete vestirvi coi nuovi meschini 
abili che vi somministra il traltoredel lazzaretto a caro 
prezzo, giacché ivi si paga tulio, il fìtto della camera, 
il guardiano, ogni minimo oggetto che serve ai vostri 
usi, l'acqua che bevete, la scopa con cui il guardiano 
spazza la vostra camera, la corda su cui stendete i vo- 
stri abili, il medico che non avete nemmen veduto, 
ecc., ecc.. Se mi fossi presentalo a voi, avviluppalo 
nel mio nuovo abilo da lazzaretto, mezzo greco e mezzo 
turco, vi avrei fatto ridere, e mi avreste credulo tra- 
vestito da commedia, per non dire un povero conva- 
lescente di ospedale. Passai la prima notte nella mia 
nuda cella, sleso sur un duro lellicciuolo, insonne, in 
preda a mille pensieri ed impaurilo da un fortissimo 
oragano che minacciò lulla la nolle di far volare per 
aria il lazzaretto, benché radicalo su d'una solidissima 
roccia. L'indomani verso le dieci del mattino mi si 
concesse l'uso de'miei abili e delle mie cose che ritrovai 
ben conservate, meno la valigia rosicchiala fortemente 
dai lopi, che abbondano nel lazzaretto di Sira. Ritirai 
il mio poco danaro dall'acqua marina, e trovai anne- 
rata con dispiacere la collezione delle più recenti mo- 
nete coniale nella zecca del Gran Cairo, che destinava 
ad un amico. Nel secondo giorno della quarantena, 



(li Tralascio di ripetervi per minuto il curioso aneddoto re- 
lativo ad una grossa scimia. Essendo stato molto difficile di sot- 
toporre questo animale allo spoglio, venne tosto rimandato in 
città senza quarantena e senza sciorinamento di sorta. Eppure 
secondo le teorie del contagio, un pelo solo di questo animale 
potrebbe eontagionare l'intiera Europa! 



trovandovi di nuovo padrone dei vostri effelli e rivo- 
stilo dei propri abili, e colla facoltà di scrivere quattro 
righe ai vostri amici, incominciale a respirare un po' 
più liberamenlc e vi pare di stare meglio. Intanto al- 
cuni abitanti di Sira, ai quali era stato raccomandalo 
da Alessandria, avendo ricevuto le mie lellere, vennero 
graziosamente a visitarmi al parlatorio, dove conver- 
sammo a lungo sulla rivoluzione greca che si slava 
compiendo in questi giorni. Il lazzaretto essendo una 
vera prigione, conviene armarsi di pazienza a tu II a 
prova, fissarsi un orario ed ingannare il tempo, alter- 
nando lo studio col passeggio. 

Le isoledi Tincedi Sira chiudono il mio orizzonte... 
Ma la povera Sira arida ed incolla non è che uno sco- 
glio, ed affligge sempre lo sguardo di chi la contempla. 
Se le isole dell'Arcipelago venissero coltivate, potreb- 
bero trasformarsi in veri giardini da emulare quasi le 
isole Borromeo. Ma dappertutto non vedete che aridità 
ed incuria per ogni coltivazione, i Greci moderni non 
pensando che alla nautica ed al commercio. Non si 
ignora che la Grecia manca di braccia e di acqua spe- 
cialmente, ma io vedo dalla mia cella sparse qua e là 
nell'isola piccole caselle circondale da piccoli gruppi 
d'alberi, di fichi e di vili, e panni che con un po' di 
lavoro e di ostinazione si potrebbero allevare olivi, 
fichi e vili in abbondanza, il terreno benché arido e 
pietroso essendo adattalo a simili colture. Ed in quanto 
all'acqua, siccome la pioggia non è rara, si potrebbero 
formare ivi agevolmente i grandi serbatoi descrilli dal 
nostro cav. ('arena nella sua eccellente operetta, pre- 
miala in Francia, e die vorremmo vedere riprodotta 
per vantaggio dell'agricoltura, 

I grandi serbatoi di Pralormoedi Arignanocoslrulli 
da alcuni anni in Piemonte, hanno reso il massimo 
servigio alla coltura di queste aride regioni. E poi sap- 
piamo dalla storia e dalla tradizione che una buona 
parte delle Cicladi era una volta ricca di vegetazione. 

L'isola di Sira ha alcune sorgenti, è vero, ma quella 
del lazzaretto destinala ai poveri viaggiatori è salma- 
stra, non ultima privazione, cui sono essi condannati. 
E quesla mi ricordava sempre l'acqua eccellente che 
ci era somministrala nel vecchio lazzaretto di San Carlo 
in Trieste, in cui avrei ora riputala mia ventura di 
trovarmi chiuso. In tulle le celle sfa fisso il catalogo 
greco delle vivande e dei vini coi loro prezzi fissali 
dall'autorità pubblica, e vedo in esso che la moderna 
lingua del popolo greco è obbligala anch'essa a crearsi 
nuove parole per poter esprimere nuove cose. E così 
ad esempio, non lenendo conio dei solili scerpelloni di 
lingua e di ortografia, che pullulano generalmente nelle 
note dei trattori, leggo scritto in caratteri greci: sonno, 
saìlsilsotto, macaroiìia, salala, tiri Ollandus (cacio d'O- 
landa), palatcs, kaffè, l:ai (tè), Izicouìala e simili. Le 
porzioni sono valutate in dramme ed in Irptà. La 
dramma, unità monetaria del nuovo sistema decimale 
della Grecia, equivale a 90 centesimi di Francia, ed è 
suddivisa in 100 leptà. Il miele clic ci viene sommi- 
strato ha un sapore aromatico, eccellente, degno della 



38 



MCSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



sua antica riputazione. Il vino dell'isola poi è di un 
sapore ultra dolcissimo, è un verosiroppo. La vita del 
lazzaretto è monotona e melanconica. Ad ogni istante 
il silenzio è interrotto dal grido di Barbacani (zio Gio- 
vanni), nome del nostro portinaio, e col quale in Grecia 
si chiamano quasi lutti i vecchi servitori, come presso 
noi. I poveri quarantenanti girano di continuo qua e 
là senza scopo, quasi come altrettanti pesci storditi. 
Atlesa la differenza dei giorni della quarantena che 
restano da scontarsi dai varii viaggiatori, i guardiani 
del lazzaretto alzano il baslonead ogni tratto gridando: 
guardale di non toccarvi (i)\ Eppure simile contatto è 
frequente e quasi inevitabile, quando vie folla di qua- 
rantenanti, sicché viaggiatori e guardiani finiscono per 
ridere di simili precauzioni. 

La notte per me è sempre insonne, giacche oltre un 
lellicciuolo duro ed incomodo, il vento infuria violen- 
tissimo come la Bora in Trieste. Oggi è venuto a ve- 
dermi il sig. Lavison console russo, cui era slato rac- 
comandato da suo figlio, e udii alcune notizie dello 
sialo presente della rivoluzione greca, che forma il 
ionia di tutte le conversazioni. Ho udito che il signor 
Melaxà è capo del governo provvisorio fino alla con- 
vocazione della prima assemblea, cui verrà affidalo 
l'incarico di compilare una cosliluzione. Mi si dice che 
il C. P. piemontese sul principio si mostrò sfavore- 
vole alla presente mutazione politica, nella persuasione 
che il pqpolo greco non era forse ancora maturo perla 
nuova amministrazione costituzionale. L'aslio contro 
le sanguisughe (i Bavaresi) è fortissimo, e mi dicono 
che sono partite tulle meno una. E giunta oggi la no- 
tizia che Akmel bassa, nipote del Viceré, siasi dichiarato 
indipendenlenel Sennar, dove trovasi da qualche lempo 
con 45 o 20 mila uomini. E per verità aveva già udilo 
in Cairo che questo generale incominciava a destare 
serie inquietudini al governo Egiziano. Giunto in Torino 
ho sapulo che una malattia giunse in buon punto ad 
assicurare il Viceré col togliere di vila Akmet. 

Il sig. Lavison consigliere imperiale e console russo 
in Sira fu già allievo del noslrocav. Drovelli in Egitto, 
ove dimorò lungamente. Egli scrisse alcune impor- 



(I Por non annoiare i tenori ron frequenti rìpelizioni sulla 
necessita di una riforma radicale delle quaranlene, rimando co- 
loro clie amano conoscere questa importante quistionc alle varie 
lettere che ho pubblicalo dal I8'i4 fino al momento, in alcuni 
giornali di Milano, Torino e Genova, e speci?lmente nel Messa;/- 
r/iere torinese. 

Questa è una delle più importanti quistioni moderne, ed è 
una di quelle che non essendosi fatte popolari che ben tardi, 
regnano su di essa molli pregiudizi. Studiandola però con animo 
spregiudicato si acquista prontamente la più forte convinzione 
dell'urgenza di una assoluta riforma. Tra le molte scritture pub- 
blicatesi in varie lingue intorno alla peste, vuole anche racco- 
mandarsi l'operetta del medico Paolo A-ssalini col titolo: Hifles 
•ioni sopra la peste d' Egitto. Torino, anno ìx, presso i fratelli 
BefCends. Dalla sciupine lettura di questo libro, comparso in un' 
epoca in cui non si pensava a nera a riformare il vecchio si- 
slenta sanitario, appare già la falsità delle antiche teorie del 
contagio, e scorgesi il ridicolo delle quaranlene. 



tanti memorie sull'Egitto, e tra le altre una statistica 
che conservasi inedita negli archivi del governo russo 
in Pietroburgo. La Russia conserva gelosamente simili 
documenti preziosi, perchè le sono utili per le sue mire 
sull'Oriente, che è nolo essere vaste e continue. 0<™i 
però dicesi formata una gran società lungo il Danubio, 
la quale ha per iscopo morale e politico di paralizzare, 
per quanto le è possibile, l'influenza russa in Levante. 

Lungo la giornata passeggio frequentemente nei din- 
torni del lazzaretto, richiamandomi le poche nozioni 
botaniche, le quali fecero la delizia degli anni de'miei 
sludii giovanili. Vado osservando con piacere le poche 
pianticelle che vegetano ancora qua e là attraverso le 
fessure delle roccie, e raccolgo i semi di alcune che mi 
sembrano proprie solamente di Sira. In primavera 
un'escursione botanica in quest'isola deve riuscire pia- 
cevole ed interessante, giacché allora la sua superficie 
deve trovarsi lutta vestita di un tappeto di verdura, 
quasi come il versante meridionale della sommità di' 
alcune delle nostre montagne. E di questo ne traeva 
indizio dalla gran quantità delle piccole piante secche 
che vedeva qua e là ira le roccie. Osservai parecchie 
specie di Silcne, di Crepis, di Graminec e di Planlago 
e di Cardi, che si riducevano in polvere volendole 
slaccare; di alcune sono riuscito a raccogliere qualche 
seme maturo ; e tra le poche piante che ho ancora tro- 
vato in fiore, devo annoverare una piccola Crepis che 
mi parve la Saxalilis, il Solanum nigrum ed alcuni 
Sedum, olire un Air iplex ed un Eliolropium molto rigo- 
glioso, e quest'ultimo mi ricorda d'averlo veduto fre- 
quentissimo altra volta nei dintorni d'Atene. Mi sor- 
prese però in mezzo a tanta aridità un Asphodelus tutto 
in fiori, che s'innalza dalla roccia fino all'altezza di circa 
due piedi, le sue foglie radicali affatto secche erano 
stale disperse dai venti, e credo sia questa la specie 
d'asfodelo cosi ricca di zuccaro da meritarne la coltura, 
come si era appunto proposto in Grecia, pochi anni 
sono. Aggiungo ancora la Malva rolundifolia, a foglie 
piccolissime, un sfnagallis, uno Sparlium, alcune cru- 
ciferc ed altre che non si potevano riconoscere, perché 
toccandole si riducevano in polvere. La presente flora 
del lazzaretto di Sira è quindi assai piccola, e per l'an- 
gustia del sito in cui mi è concesso di erborizzare, e 
per la stagione troppo tarda, e per l'assoluta mancanza 
di mezzi d'ogni maniera, coi quai esaminare lepiantc. 
E qui a proposito di vegetali, trattandosi di una notizia 
utile che non vorrei dimenticare, vi accenno che in 
Egitto mi venne additala una specie di Medicago (L:<- 
:rrne), coltivata alla Mecca ed introdotta, sono pochi 
anni, in Egitto. Mi si disse che quest'erta medica è di 
una fecondità incredibile, polendosi falciare Ire volle 
nel mese nella slate, quando viene sufficientemente 
inaffiata. Percorrendo i dintorni del lazzaretto osservo 
il suolo seminalo qua e là di rottami del bellissimo 
marmo parioepentelico, indorato dal tempo comequello 
del Partenone. 

Finalmente la mattina del giorno nono della nostra 
cattività, il capo guardiano venne a darci la buona pra- 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



.'{» 



tica, tulio lieto, annunziandoci la noslra libertà con 
una streltina di mano, Quindi aggiustati i conti colla 
direzione del lazzaretto e col trattore, e distribuite le 
man eie al noslro guardiano, olire la dramma e mezza 
fissata per cadmi giorno al capo guardiano, perdio vi 
ba annunzialo la libertà, al doganiere acciò non vi di- 
sordini la voslra valigia con una nuova minuta auto- 
psia^ date parecebie altre dramme pergiurila ad altri 
seccatori, ebe tulli vi chiedono l'elemosina quali veri 
mendicanti, eccoci, alle ore olio del giorno 8 ottobre, 
sulla nave per avviarci in Ermo poli a menarvi por due 
o Ire giorni un genere di vila un po' più da galan- 
tuomo. 

Intanto accenno al genlil leltorc amante dei viaggi 
per suo governo, elicla mia spesa per olio giorni com- 
piuti, avendo falla la più slrelta economia, anche per 
motivo di salule trovandomi quasi convalescente e senza 
appetito, montò a circa cento franchi. Tra le molle 
minutissime spese trovo notalo due dramme al medico 
del lazzaretto, clie io non bo punlo veduto; 00 leplà 
ad una guardia della nave a vapore, che ci custodì 
nella prima notte a bordo; ire dramme per lo spoglio; 
altre dramme tre pel bagno e per la fumigazione, nelle 
quali due operazioni consiste appunto lo spoglio: sei 
dramme al irallore pei pochi abili da ospedale rolli e 
sudicii, che ci imprestò per poche ore; Ire dramme al 
giorno per la cella; una dramma per giorno pel letto 
meschinissimo, su cui non ho forse pollilo dormire 
24 ore in olio giorni; 20 leplà pel fìtto d'un fondo di 
bicchiere rollo, ad uso calamaio; una dramma e mezza 
per fillod'un pezzo di corda sucui stendervi gli abili... 
Mi fermo per non annoiare di soverchio il lettore, il 
quale non ha forse scordato che nel lazzaretto di Trieste 
mi convenne pagare fr. 5 pel fitto di -14 giorni di un 
meschinissimo pitale di terra colta, rollo, del valore di 
soli dieci centesimi ! Ma sarci reo di lesa civiltà se la- 
cessi le soperebierie del Irallore del lazzaretto di Sira, 
il quale affigge nelle camere una tariffa in cui vi sono 
due prezzi per le porzioni di prima e di seconda qua- 
lità; mentre sono sialo assicuralo dopo, che la seconda 
colonna indica solamente i ribassi dei primi prezzi 
fissali dal governo. Intanto voi vedete come il povero 
forestieroè trattalo nelle prigioni che si chiamano laz- 
zaretti, e pazienza ! Se questi fossero veramente, come 
si pretende, un riparo efficace a nuove invasioni pesti- 
lenziali, fatto, di cui per verità si può dubitare un poco, 
dacché si è incomincialo a discorrere seriamente di 
pesle e di quarantene. Per me, avendo vedulo più 
volte cogli occhi propri l'attivo contrabbando di mezzi 
contumaci che si fa frequentemente nei lazzaretti, e 
che si è sempre fallo, per non ricordare tante altre 
polenti ragioni, ho sentilo venir meno la mia fede nei 
lazzaretti, ed ho quasi perduto il credilo alle dottrine 
dei contagionisli, Ma è lempodi lasciar li questo tema, 
giacche il buon senso pubblico ha troncalo in pratica 
simile quislione nel senso dell'incivilimento, dall'ot- 
tobre del I8'l5 al dicembre del 18'46 in cui sto rico- 
piando il mio antico portafoglio del viaggio, essendosi 



operala una rivoluzione nell' antico sistema sanitario, 
che non può più lardare ad essere compiuta per tutto 
il Mediterraneo, dopo le solenni conclusioni della Reale 
Accademia di medicina di Parigi. 

In Ermopoli, città capitale dell'isola di Sira, ho 
preso alloggio nell'Albergo di tulle le nazioni, che 
porla la doppia iscrizione greca e francese: Xenodox- 
eion panloa elnous, Hotel de loulcs Ics nalions. Questo 
albergo tenuto da un bravo cuoco, Nicola Capello 
oriundo veneto, è quello stesso che portava già il nome 
di albergo della Grecia, di cui vi ho fallo cenno nel 
mio viaggio precedente di Costantinopoli. Vi siele ser- 
vilo a prezzi discreti, e trovate una sufficiente net- 
tezza, (piale non si ha diritto di aspellare dalla vista 
esterna di Sira. L'albergo del signor Capello aggrava 
i torli del pessimo trattare del lazzaretto, che disgusta 
lutti i poveri viaggiatori condannali a quella prigione. 
Diffallo il libro dell'albergo, aperto ai viaggiatori nella 
sala del pranzo, contiene doglianze generali di Fran- 
cesi e di Inglesi contro il mauva'u gargolier de la qua- 
rantaine. Perdonale, se a costo di annoiarvi, ed anche 
d'incorrere la taccia di loris'a, vi parlo di tanto in 
lanlo di alberghi e di botteghe da caffè, giacche queste 
sono in parie l'espressione della civiltà materiale di 
un paese. E poi simili notizie non tornano inutili ai 
viaggiatori, mentre contribuiscono più o meno indi- 
rettamente ad incivilire gli albergatori. E per verità 
se la Svizzera e le grandi città dell' Europa incomin- 
ciano ad avere grandi e buoni alberghi, dobbiamo in 
parte un simile favore ai torisli britannici, i quali 
hanno generalizzala i primi la moda dei viaggi, e dale 
alcune lezioni utili ai locandieri e trattori d'ogni 



genere. 



Trovai quasi lutto le chiese occupate dai Greci i\i 
convocali dalla recentissima rivoluzione per le elezioni 
dei deputati alla nuova assemblea che deve riunirsi in 
Alene il l°-lo del prossimo novembre. Di tulle le 
chiese, dopo la cattedrale cattolica che incorona lassù 
l'antica Sira, merita speciale menzione quella del rito 
greco scismatico, sacra alla Metamorfosi di Cristo (tras- 
figurazione). L'interno di questo tempio è assai bello, 
adorno di quadri di siile bisanlino e di molle lampade 
di cristallo con grosse ova di struzzo all'uso orientale, 
la Grecia appartenendo già all'Oriente pei suoi usi 
e costumi. L'iscrizione greca, posta sulla porla, dico 
che questo sacro edifizio, incomincialo nell'anno 1824, 
venne terminalo nel 1851. L' interno della chiesa era 
pieno di Greci, i quali ragionavano Ira di loro ad alta 
voce, e davano il proprio nome ad alcuni segretari o 
scrivani. Parecchi erano fregiati di un nastro rosso, 
che mi fu detto essere indizio che 1* individuo aveva 
preso parte alla rivoluzione in Atene nella notte del 
5-16 settembre. Questo nastro verrà poi rimpiazzalo 
da quello dell'Ordita della nuova costituzione, di cui 
dovrà occuparsi l'assemblea. Alcuni vecchi erano in- 
signiti d'una croce che bo udito chiamarsi dell' Ordine 
della libertà, e. questi erano i Greci che avevano com- 
batlulo contro i Turchi nella guerra dell'indipendenza. 



40 



MUSEO SCIENTIFICO, lETTERAMO ED ARTISTICO- «CELTA RACCOLTA DISTILI E SVARIATE NOZIONI 



L'unica truppa che oggi vi ha in Sira consiste in 
pochi gendarmi, i quali vegliano alla conservazione del- 
l' ordine. Vive in Sira il ministro Chrislides rilegato 
ivi, e odo che il principe Maurocordalo è giunto in 
Atene per un'altra via particolare. Le elezioni conti- 
nuarono in Sira ancora per due giorni, come mi an- 
nunziò il suono festivo delle campane le quali chiama- 
vano gli elettori; e duole che alcuni di questi siano 
venuti alle mani, ossia, come disscmi un greco il quale 
parlava la lingua franca, si cazzottarono. E noto che 
la rivoluzione venne diretta nella notte del lo settem- 
hre al lume della luna dai due colonnelli Kalergi e 
Macrvani; ma non è forse egualmente noto che ven- 
nero tosto imprigionali i ministri, e che fu impedito il 
corpo diplomatico di accostarsi al sovrano. Il sig. Ka- 
lergi propose a nome della nazione al re Ottone, af- 
facciatosi ad una finestra del suo palazzo, posta al piano 
terreno, o segnasse sul campo il decreto per'la costi- 
tuzione promessa, oppure abdicasse, accennandogli il 
fumo del piroscafo che era in pronto nel porlo del 
Pireo per trasportarlo a Trieste. Vuoisi che il Re se- 
gnasse, cedendo alle savie ed incalzanti sollecitudini 
dell' eccellente sua consorte. Mentre l'intiera città di 
Alene accorreva in folla verso il palazzo sovrano, si 
udì una voce straordinaria dall'Acropoli, che il popolo 

attribuì a Minerva protei tricc 

Sira si abbellisce sensibilmente, avendo trovalo al- 
cune delle sue vie accessibili ed assai pulite. La via 
principale della V Agora, (la piazza) è coperta di tele 
per difendere gli abitanti dai raggi di un sole co- 
cente. Questo rione è l'unico che abbia l'aspetto di 
una città commerciante ed attiva, scorgendosi ivi qual- 
che bottega che si avvicina un po' a quelle di alcune 
delle nostre città di provincia, come lo sono ad esem- 
pio quelle dei farmacisti nell'Oriente. Non vi parlo 
della cillà alla che conserva propriamente il nome di 
Sira, ed i cui quartieri sudicii e meschini, e le vie tor- 
tuose e ristrettissime hanno l'aspetto di porcili im- 
biancati, come vi ho già dello nei brevi cenni sopra 
l'isola di Sira nel viaggio di Costantinopoli (I). Con- 
vien notare però che Ermopoli (città di Mercurio) si 
fabbricò senz'ordine e quasi a caso da Greci che ve- 
nivano a cercarvi asilo nei giorni terribili della guerra 
dell'indipendenza, queslo scoglio trovandosi sotto la 
protezione francese. Il territorio della povera Grecia 
presente è composto di quasi soli scogli, le migliori 
isole restando tuttora in mano dei Turchi, i quali pos- 
scilono inoltre sgraziatamente un immenso territorio 
di cui non sanno proprio che fare. La nuova assemblea 
greca pare voglia occuparsi seriamente di riforme e di 
miglioramenti anche nell'ordine religioso, col limitare 
il numero degli ordini monastici che soverchiano, e 
col porre anche un limile ragionevole alP autorità del 
patriarca che risiede in Costantinopoli ai cenni del 



i v. Pellegrinazioni autunnali eri opuscoli di 6. F. Daruriì. 
\ laggio <ia Torino a Costantinopoli attraverso la Oreria, nell'au- 
tunno del 1841. Tipografia Cassone, ere. Torino, anno 18J2. 



governo turco. I disordini e gli abusi sono veramente 
grandi, e la rivoluzione non riconosce altra causa. La 
Riforme est le paratonnerre des révolutions! Questa è 
sicuramente una gran verità. 

[Continua) G. F. Baruffi. 



Addi 3 febbraio 1848 a Torino 
velia chiesa della Madonna degli Angioli. 



AFFINCHÈ DIO MISERICORDIOSO 

RICEVA NELLO SPLENDOR DI SUA GLORIA 

L'ANIMA DI 

POLISSENA CUCCEGLIO 

NATA DUBOIS 

PER PIETÀ 1 SENNO 

BONTÀ DI CUORE E VENUSTA' GRAVITA' DI COSTUMI 

DESIDERATISSIMA 

MODELLO DELLE MADRI PRUDENTI AMOROSE 

OFFRONO MESTE E FERVIDE PRECI 

I FIGLIUOLI DOLENTI. 

L. ClBRARIO. 



PRANZO DEGLI ARTISTI IN TORINO 

tL 18 GENNÀIO 1843, 

Questo pranzo fu mirabile per ordine, unione e dignità. 
Fra i molti commendenoli brindisi che si fecero fu 
notato singolarmente, per la specialità del dialetto ve- 
neziano, quello del bravo nostro Borditi, uno dei bene- 
meriti direttori della Compagnia Reale, che noi ripor- 
tiamo volentieri in queste colonne, certi di far eosu 
grata ai nostri lettori. 

Fra tanti discorsi Adesso a vii altri, 

E i brindisi e i viva Artisti fradeli, 

La sola mia piva Do versi dei beli ' 

No glia da fiatar? Vorria dedicar; 

Ma guanca da burla Al sior Presidente (I) 

Mi slago più zito, Nei codici esperto 

I versi che ho sci-ito Vora\e un bel serio 

Ve voi improvisar. Pindarico ofirir. 

E prima ale done Qualch' altro pensiero 

Cortesi, sapienti, Me salla ala lesta, 

Farò i complimenti A tuli sta festa 

Da bon Venezian; Per far più gradir; 

Dirò per far presto, Ma come osar queslo? 

Per torve la noia, Son forsi da tanto!.. 

Se el pomo de Troja Se perde el mio canto, 

Gavcssc in mia man Più rime no èlio : 

A iute vorave Fin isso al gran Prencipe 

Donarne un tochclo, Un viva facendo, 

E mi povcreto Custode tremendo 

Vardarle a magnar. De l'Alpe e del Po. 



(i) Il signor Chiavarmi., già celebre magistrato, ora 
decurione anziano «li Città. 



«. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(12 febbraio 1848) 



l*otcnza della donna a condur 1* uomo al bene. 



IOt&!IIÌ3ÌI£$£& 




Enricliella era una giovine di diciotl' anni. Figlia 
d'una crestaia, abitava al terzo piano d'un palazzo 
posto nella contrada di Santa Margherita in Milano- 
Avea sguardo lento e soave, capegli nerissimi e lu- 
centi, portamento nobile e dignitoso. Il suo volto 
bianchissimo e sempre pallido pareva dicesse che la 
potenza di un arcano cordoglio consumava quella 
tenera e leggiadra vita. La vide un giovine libraio, 
le piacque, la richiese in isposa, ed ebbe il consenso 
di Enricliella e della madre. Ma costretto lo sposo 
improvvisamente a recarsi alla lontana sua patria a 
dar sesto a molle sue domestiche bisogne , si con- 
venne da entrambe le parli di differire per alquanti 
mesi il matrimonio. 



In questo frattempo io capitai in Milano, e presi 
alloggio nel medesimo palazzo, in una cameretta a! 
terzo piano. Era la prima volta che mi allontanavo 
dalla patria. Svanite le più care illusioni, non una 
delle antiche dolcezze mi confortava , e la speranza 
avea cessato perlàio di parlare al mio cuore. 

Immerso in tetra melanconia, slavo tulio il di rac- 
chiuso nella mia stanzetta conversando co' miei libri 
e co' miei dolori, e non uscendo fuorché al calare 
delle tenebre, a somiglianza delle nottole. Un mattino 
venni sul terrazzo contiguo per inebbriarmi della 
luce libera e serena del cielo voluttuoso della Lom- 
bardia, e vi trovai la vecchia madre di Enrichella, 
| la quale, sciorina va su corde tese alcuni pannolini ad 



42 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



asciugare. La salutai: ella mi guardò prima con oc- 
chio pietoso, poi mi ricambiò gentilmente il saluto. 
La manina seguente la trovai al medesimo ufficio; 
io era di pessimo umore; ella lesse sul mio volto 
gli affetti e i ledii da cui ero oppresso, e con piglio 
soave m'invitò a entrare nella sua casa. 

Enrichetla, seduta ad un tavolino, ricamava. Al 
primo vedermi, depose il piccolo telaio, si alzò, e con 
mesto e ingenuo sorriso mi offri una sedia. Ammirai 
i modi squisitamente gentili di questa giovine vez- 
zosa e più. ancora quella modestia di umiltà e di pu- 
dore che suole creare nella donna F amabilità vera. 
Vi tornai tutti i giorni e venni sempre accollo da 
questa angelica famigliuola con più che amichevole 
intimità. 

Chi lo crederebbe? Enrichetla fu per me il genio 
della ragione e della bonlà. lo le venia narrando 
l'iliade de' miei guai; ella se ne commoveva, mi com- 
pativa, mi consolava, mi dava l'abitudine di senti- 
menti amorevoli e religiosi. Avvezza a meditare assai 
cose col cuore, ella avea molla ricchezza di espe- 
rienza e molla sicurezza di senno; ed io accoglieva 
ogni sua parola con avidità perchè sapeva che le sue 
osservazioni non erano attinie dalle fredde carte, ma 
dai baci della sua madre, dai palpili del suo cuore, 
dalle lagrime de' suoi occhi. Come mi parvero fredde 
e inamabili al suo paragone quelle donne letterate 
colle quali io costumava prima conversare! Conobbi 
che quelle, volendo intendere ogni cosa, non indo- 
vinano niente, e che la donna, non dirò digiuna 
delle lettere, ma sobria nella lettura, è più capace 
di qualsivoglia altra di un vero amore e di una vera 
generosità. La donna letterata si lascia facilmente 
sedurre dall'orgoglio; e l'orgoglio è terribile nemico 
dell'inspirazione. 

Le noie sconsolale, l' aspetto squallido della pallia 
oppressa, la tristizia degli uomini e l' ingratitudine 
degli amici aveano intormentito ogni mio affetto, 
soffocalo e quasi spento il fuoco avvivalore de' subili 
moli. Il tesoro di cose ineffabili eh' io trovai nell'a- 
nima d' Enrichetla, mi diede i primi impeli al bene 
e all'onesto, mi fece credente, m' insegnò l'umilia, 
l'amore leale de'miei fratelli, la rassegnazione ai 
tormenti inevitabili della vita, il desiderio di ren- 
dermi forte ed utile cittadino. 

Benedetta mille Nolte l'umiltà di quella ignoranza 
ingenua e schietta! lo non oserei certo paragonare 
ad essa i fastidii incomportabili di una fetida scienza, 
perchè da questi non mi sarebbero venule mai così 
calde e polenti aspirazioni al bene. 

I miei giorni scorrevano per la prima volta lieti e 
abbelliti da allegrezze che non avea ancora conosciate. 
Spesse volle mi trovai solo alla presenza di Knrichella; 
eppure non un pensiero che non fosse onesto, gen- 
tile e santo osò mai avvicinarsi a me. Ecco l'effetto 
della confidenza conceduta all'uomo e della coscienza 
della propria virtù nella donna. 

lo l'accompagnai sovente ad una chiesuola soli- 



taria, dove recavasi ogni sabato a porgere una co- 
rona di fiori a Nostra Donna. 

Il desiderio de' parenti e della vista d'una vecchia 
madre mi chiamò in patria. Partendo, Enrichetla 
mi gettò uno sguardo così tristo e melanconico che 
mi sentii tutta rimescolare l'anima... Quello sguardo 
parca mi dicesse che non l'avrei mai più riveduta. 

Dopo un mese e tredici giorni tornai a Milano. 
Io volava col pensiero a quella casa santificata dal- 
l' innocenza, dalla bonlà, dalla religione. Sperava 
vedere Enrichetla felice Ira le braccia del suo sposo, 
piena di quegli esultanti timori, di quelle mutazioni 
rivelatrici che nella donna divenuta moglie sotlcn- 
trano alle vaghe idee dell'adolescenza. Salii quelle 
scale colla velocità del lampo; bussai all'uscio della 
stanza... Silenzio! — Un invincibile tremito mi assalì. 
— Bussai di nuovo... Silenzio! 

Un atroce presentimento ni' investe. Agitalo, scon- 
volto, mi precipito verso la portinaia e le chiedo di 
Enrichetla... — E morta!... 

Caddi al suolo come colpito da un fulmine. — 
Eu quella la maggiore delle sventure che mi abbia 
percosso » 



LE NOZZE DEL SOLE 



FAVOLA 



Una volla (io non so bene 

Rammentarmi l'anno e il giorno) 
Questo Sol che gira attorno 
Correr volle in braccio a Imene; 
O, per dirla a modo mio, 
D'ammogliarsi ebbe desio. 
Ma le Rane, come gente 
Che in "finezza di cervello 
Lascia indietro il Macehiavello, 
Quando seppero le nuove 
Presentar sommariamente 
Un ricorso a messcr Giove, 
Acciocché trovasse modo 
D'impedir quel bruito nodo. 
Fin che il Sol, come al passalo. 
Se ne sia nel celibato, 
l n po' d'acqua per le Rane 
Resterà nelle fontane ; 
Ma se arvien che prole cyli abbia, 
Messer Gioie, ben vedete 
( Dicean esse) che di sete 
Noi morremo in sulla sabbia. 
« Allorché ser Truff'arello 

« Che degli uomini è il flagello, 

« Dando un calcio al celibati), 

« Sarà in versi celebralo: 

« Questa favola Esopiana 

« Stamperò nella collana. » 

Nur.BEnTu Rosa. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



43 



VIAGGIO DA TORINO ALLE NUMIDI 

NELL' ÀIJTU NNO DEL 1813 

LETTERA UNDECIMA 

(Continuai, e fine, V.pag. 37 ) 

Sira conta oggi forse 20 mila abitami, e le sue 
scuole dei due' sessi, dalle infantili al ginnasio, nel 
quale s'insegnano, oltre la lingua greca e francese, 
anche la cosi delta filosofia, sono frequentale da circa 
tremila scolari, i Greci moderni essendo persuasi che 
le sole educazione ed istruzione pubblica potranno ri- 
generare la nazione. Il commercio di Sira coli' Inghil- 
terra ha anche reso famigliare lo studio della lingua 
inglese. Molti parlano ancora oggi la lingua italiana, 
ma questa non insegnandosi appositamente, essa va 
cedendo il passo alla francese che si studia, e che è 
veramente più estesa. La lingua greca moderna si va 
approssimando all'antica nella sua purezza, da dieci 
anni al momento essendosi molto corretta, e per lo 
studio che se ne fa nelle scuole, e pei tanti giornalisti, 
alcuni dei quali si studiano di scrivere correttamente 
la lingua ellenica col richiamarla dolcemente alla forma 
antica. Negli abili e negli usi domestici vedo anche 
che i Greci si vanno accostando giornalmente agli Eu- 
ropei e specialmente ai Francesi. Chi ha però visitalo 
l'Oriente, riconoscerà ancora in Grecia parecchi usi 
turchi o levantini nell'interno delle loro case. E cosi, 
ad esempio, il greco fuma come il turco, e chiama 
anch'esso il servitore col ballere delle mani. Le tova- 
gliole della mensa sono lunghe, ristrette e adorne di 
frangie auree presso i ricchi. In Grecia, ed in generale 
in lutto l'Oriente, è in uso quasi esclusivamente la 
lingeria di cotone in tutti gli usi della vita, che nei 
primi giorni riesce un po' incomoda a chi è avvezzo ai 
pannolini. Non vi ha quasi differenza tra la bottega del 
barbiere greco e del turco. E se per varietà d'esempi 
volessi scendere un po' basso, vi aggiungerei che non 
vi ha alcun divario tra il cesso greco e '1 turco, ambidue 
consistendo in un camerino sul pavimento del quale 
\\ ha una semplice pietra con diversi trafori, forma 
che per verità dovrebbe adottarsi dappertutto dove 
vi accorre una gran massa di persone, come ad 
esempio nei quartieri militari, nei collegi e simili. 
I Greci di Sira si lamentano del lusso che si è intro- 
dotto in Grecia per opera dei Bavaresi, giacche il greco 
è sobrio come l'orientate, e gli uffiziali pubblici spe- 
cialmente ed i professori dei ginnasii e dell' università 
godono di tenuissimi stipendi per la diminuzione re- 
recenlissima di questi dovuta alla crisi finanziera del 
Governo colle grandi potenze. Alcuni mi dicono però 
elici più ricchi negozianti di Sira siano un po' troppo 
avari. E diffatto verso l'ora del pranzo me ne furono 
additati parecchi dei più agiati, seduti al loro scranno 
nella loro meschinissima bottega, mangiarsi un tozzo 
di pane con pochi frulli di olivo e dissellarsi con acqua 
pura. Simili pranzi di una semplicità primitiva som- 



ministrano sicuramente ad un ricco il mezzo di accu- 
mulare dramme su dramme. Gli abitanti di Sira sono 
accorsi ivi dall'intiera Grecia, epperò trovate in que- 
st'isola quasi il panorama di tutta la nazione. Vi pre- 
dominano pcrògliSmirnioli egli Scioli, i quali posseg- 
gono due bei casini, ricchi di giornali in varie lingue 
ed aperti graziosamente ai forestieri. Oltre l'antico fa- 
moso caffè di Mercurio descrittovi nel mio viaggio pre- 
cedente, ne ho trovalo un nuovo, quasi all'uso europeo, 
in cui il forestiere può leggere un giornale francese 
ed uno italiano. Su questa nuova bottega leggesi il 
titolo francese di Nonveau caffé dela Conti itulion. Tra 
i varii piccoli commercianti che hanno la loro piccola 
bottega portatile ne\Y Agora, sono notevoli quelli che 
vendono l'acqua fresca. La mercanzia di questi ultimi 
conservasi in una grand' anfora di terra porosa per 
averla fresca, e Vendesi in grandi bicchieri di cristallo 
che vedete schierali su d'una piccola tavola di marmo 
bianco, nel cui eentro scorgesi un piccolo mazzolino 
di fiori. E da notarsi che i bicchieri poggiano su piccoli 
dischi di panno nero, destinalo ad impedire nella fretta 
l'adesione del cristallo bagnalo col marmo, e ad ov- 
viare alla rottura del bicchiere, ove questo venisse 
rimesso sulla tavola un po' fortemente. 

Sira benché, veduta in prima sera dal porlo, presemi 
uno spettacolo magnifico pei tanti lumi interni delle 
sue casette disposte ad anfiteatro, sicché il forestiero 
credesi giunto in un'immensa inaspettata metropoli, 
troverà però le sue stradette nella notte affatto oscure, 
benché nel giorno vedasi qualche meschina lanterna 
appesa qua e là. Verso sera poi alcuni angoli presso il 
porlo sono illuminatissimi per breve tempo da una gran 
quantità di lumi alimentali con pessimo olioo con sem- 
plice grasso, per cui l'atmosfera viene offuscala dal fumo 
e dalle cattive esalazioni. Questi lumi sono accesi da 
venditori di commestibili, ed in questi momenti la folla 
è così addensata e le grida dei venditori così assordanti, 
ed il lutto così sudicio, che vi pare di essere caduto, 
non sapcie come, in una delle vie più sudicie e chias- 
sose di Napoli presso il porlo, appunto sul far della 
noltc. Le altre parli della cillà, a sera un po' innol- 
trata, sono affatto deserte. Ermopoli nel complesso e 
mal costruita, le sue casette in generale, poche eccet- 
tuale nell'Agora ed in qualche altro angolo, sono pic- 
cole , meschine e costrutte per la maggior parte con 
fango e con rottami di pietra. Ma non convien dimen- 
ticare che Ermopoli è ancora una città provvisoria, 
nata pel concorso di poveri Greci; sfuggili di nolle in 
camicia dalle loro isole e quasi per miracolo dal furore 
dei Turchi, che seminavano dappertutto lo spavento e 
la morte nei giorni terribili della guerra dell'indipen- 
denza. Sperasi che il nuovo governo vorrà fissare de- 
finitivamente la sorle di Sira, e che quindi Ermopoli 
verrà forse rifabbricata in parte. Secondo alcuni Sira 
pare destinata ad essere l'emporio ed il centro com- 
merciale della Grecia e delle tante isole che le fanno 
corona, come suona appunto il nome di Cicìadi, isolo 
disposle in circolo. Sira mancando però di acqua o 



44 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



quindi di coltura, non presenlcrà mai che una stazione 
navale eduna città analoga a Valetta in Malta, benché 
la sua situazione centrale nell'Arcipelago la renda im- 
portante pel commercio. Un argomento del commercio 
di Sira colle altre nazioni, si è che trovate ivi in corso 
molle monete d'Europa, tra le quali anche le russe, 
il cui valore è fissato in dramme. Gli abitanti sono di belle 
forme, (specialmente le donne di Smirne e di Scio son 
bellissime) industriosi, attivi, e non vedesi alcun men- 
dicante per le vie, meno qualche forestiero, o qualche 
monello, il quale chiede alcuni leptà al viaggiatore per 
condurloin luoghi pericolosi. Ho veduto inSira qualche 
concia di pelli, parecchie tintorie, e molle botteghe 
in cui si fanno bello trapunte in cotone. Questi isolani 
sono poi rinomali come abilissimi marinai, e sono da 
annoverarsi tra i migliori costruttori di navi; sicché 
se loro non mancassero i legnami potrebbero crearsi 
una eccellente marina mercantile. 

Percorrendo la bella riva (quai) costrutta recente- 
mente in marmo, che estendesi per un miglio italiano 
dall'uffizio del transito fino all'altra estremila di Ermo- 
poli, reslai altamente sorpreso dall'immensa attività 
che trovai ivi nel Cantiere. Lavorano continuamente 
circa 800 operai in un piccolo spazio a cielo aperto, 
così permettendo questo clima felice; evi trovai nove 
grosse navi commerciali disposte in una sola fila, quasi 
ultimale, oltre parecchie altre barche minori in co- 
struzione. Mi-si dice che simili navi vengono costrutte 
e lanciale nell'acqua in quasi meno di due mesi, con 
una facilità incredibile. Un cittadino mi dice che non 
si esagera punto, assicurando che si varano forse an- 
nualmente 130 navi mercantili su questa spiaggia. Qui 
lutto è movimento, odesi tutto giorno il martellare dei 
fabbri, e lì presso vedonsi i grandi magazzeni di le- 
gnami e di tulli gli attrezzi navali. E notate che oggi 
Sira è molto decaduta dal suo commercio, giacche mi 
si dice che tre o quattro anni sono, l' introito della do- 
gana montava a 2o0 mila dramme mensili, mentre 
oggi non arriva più che a 70 mila circa. Allora il solo 
Cantiere occupava un numero di operai quasi qua- 
druplo; stanziavano in porto ordinariamente 100 navi 
mercantili, delle quali oggi ordinariamente non se ne 
vede più che una trentina, a parte i piroscafi francesi 
e triestini, che giungono e ripartono tosto regolarmente 
tre volte nel mese i primi, e due volte i secondi. 

Le cose del pubblico insegnamento standomi parti- 
colarmente a cuore, ho voluto visitare le scuole tutte, 
incominciando dalle elleniche che aveva già veduto di 
volo nell'agosto del IS'll. I 300 fanciulli i quali fre- 
quentano la scuola attigua al ginnasio, mi sorpresero 
di nuovo coi loro esercìzi variatissimi ; ed i loro sanai 
di calligrafia e disegno fanno un grande elogio ai mae- 
stri, e raccomandano l'ingegno artistico dei presenti 
giovanetti greci. 

11 ginnasio è un edilìzio nuovo, tra i più notevoli di 
Sira. Le sale sono vaste, ben ventilale ed illuminale. 
e parecchie sono adorne della gran carta della Grecia 
moderna. Ho notatola piccola biblioteca chiusa in una 



sola camera ed aperta continuamente agli studenti. 
Questa era proprietà d'un cittadino, da cui il municipio 
la comprò per undici mila dramme. I libri sono lutti 
ben legati e chiusi in armadii muniti di cristalli. Le 
opere mi parvero quasi tutte di letteratura greca e fran- 
cese, e di libri italiani non ho veduto che il Dizionario 
della Crusca. Mancano le opere più recenti, e spe- 
cialmente i libri di scienza. E anche da notarsi la pic- 
cola collezione di marmi antichi trovali nelle Cicladi; 
le iscrizioni egli alti rilievi sono per la maggior parte 
monumenti funebri, notevoli per la loro conservazione 
e per l'espressione delle figure. 11 professore Demetrio 
Douramani mi fece visitare un edifizio antichissimo, 
scoperto in Sira due mesi sono e che pare un anfiteatro, 
benché altri lo credono un baa;no. 

JNell'assislere nel ginnasioad una lezione d'aritmetica 
del sig. prof. Douramani, testé lodalo, notai che gli sco- 
lari avevano sotto gli occhi uno dei nostri trattali d'arit- 
metica, tradotto in greco, e stampato in ErmopoM. Quo* 
scolari, buona parte dei quali portano già i mustacchi, 
generalmente adottali intuitala Grecia, coi loro abiti va- 
riatissimi e con quelle loro interessanti fisonomie, erano 
per me un oggetto di forte distrazione. Tutti erano 
però attentissimi , e non presentavano la scoraggiante 
immagine di alcune di queste simili scuole presso noi, 
talvolta ingombre di ragazzi immaturi e quindi disat- 
tenti e poco studiosi. Ho anche veduto che i professori 
mentre fanno la lezione, tengono Ira ternani il noto ro- 
sario all' uso orientale. E per dirlo qui di volo, potrebbe 
anche essere che molli usi dei Turchi presenti siano 
stali imitali dai Greci nella conquisla dell'impero bi- 
sanlino. Il ginnasio conta circa 500 studenti. Gli esami 
sono lutti pubblici. 

Fino dai tempi di Capo d'Istria, dodici anni sono 
circa, una società di missionarii anglicani stabilì a 
proprie spese in Sira, in un edifizio nuovo ben adattalo, 
parecchie scuole, In cui sono ricevuti i ragazzi d'ambo 
i sessi, dall'età di quattro anni, e senza distinzione di 
culto, l'istruzione e l'educazione del pedagogia filelle- 
nica poggiando sulla sola morale evangelica, e lascian- 
dosi ai genitori la cura eia libertà per le cose del cullo. 
Il metodo segnilo è quello dello di Lancaslre, un po' 
modificalo e generalmente ricevuto in tutte le scuole 
della Grecia. Colla educazione morale e civile si inse- 
gnano la lettura, la scrittura, il calcolo e la lingua greca 
fino al punto di interpretare benei classici antichi. Le 
damigelle imparano inoltre la lingua francese (i maschi 
la studiano nel ginnasio), il ricamo e la musica vocale. 
Il numero de'scolari, i quali frequentano il peibigogio 
monta ordinariamente a 650. Gli ammessi a questa 
scuola pagano una mezza dramma al mese, che si tra- 
sforma poi in benefizio degli slessi scolaretti; i poveri 
sono accettati gratuitamente. Il sig. dottore Sanderski, 
polacco addetto alla società inglese, mi fece notare che 
nel pedagogo filellenico si concedono solamente premii 
alla buona condotta in alcuni casi, e non si parla di 
premii per le cose di studio, per non fomentare nei 
giovani cuori sentimenti precoci di ambizione o simili. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



45 



Gli esami sono anche pubblici, e vi intervengono par- 
ticolarmente le aulorilà del paese. Entralo nella scuola 
minore dei- bambini, restai sorpreso nel vedere quei 
120 scolaretti scrivere assai bene i numeri su d'una 
piccola tavoletta nera in pietra, clic ciascheduno teneva 
alla mano, e mi piacque la bella e semplice iscrizione 
Greca che ho veduta scritta in alto a grandi caratteri : 
dgapate a eis loti alimi (amatevi gli uni gli altri). Echi 
non sente vivamente l'importanza d'inculcare fin da 
questi primi teneri anni l'amore del prossimo, il quale 
non può andare scompagnalo da quello dell'ordine, 
ossia da quello di Dio? E il Vangelo non si riassume 
anch'esso in questo sublime e soave comando: amare 
Iddio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi? 
Simili scuole non possono far a meno di generare una 
società migliore della presente. 

Oltre il ginnasio pc'scolari grandicelli, in cui questi 
ricevono l'insegnamento superiore, si contano ancora 
in Sira antica ed in Ermopoli alcune altre scuole pub- 
bliche pei due sessi ben ordinate, e collo stesso metodo, 
sicché l'isola intiera, la quale non eccede forse i 20 mila 
abitanti, dei quali 4 mila sono cattolici, conta circa 
5 mila individui , i quali frequentano le pubbliche 
scuole. E questo è un fallo notevolissimo che onora 
altamente l'amministrazione e la filantropia degli abi- 
tanti dell'isola che die la culla a Ferecide, al maestro 
di Pitagora. Nel momento che sto rivedendo queste 
paginelte mi si annunzia che una monaca francese, la 
signora Vialar ha aperto or ora un pensionalo per le 
damigelle di Sira. 

Ermopoli apre inoltre il suo ospedale civile a tulli 
gli ammalati di qualunque nazione. L'esterno dell' e- 
difizio è notevole, e piace il cortiletto interno grazio- 
samente adorno di fiori e circondalo da un porlico 
rallegralo da vili disposte a pergolato. Quesloospedale 
venne edificalo recentemente (tutto è nuovo in Ermo- 
poli come Io è la slessa città) a spese degli abitanti, e 
l'interno mi pare sufficientemente ben ordinato e pu- 
lito. Vi trovai ol ammalali e 50 Ietti, il medico assi- 
curandomi però che in caso di bisogno l'ospedale può 
capire 110 ammalati. Nolai una piccola farmacia ed 
una sala destinata ai convalescenti e due camere prov- 
visorie pei pazzarelli forestieri, i quali vengono tosto 
rimandati al loro paese, la povera Grecia non essendo 
ancora provveduta di un manicomio, che e pur una 
delle tristi necessità sociali. Il colera finora non è com- 
parso in Grecia. Mi si dice che le malattie più comuni 
sono le febbri intermittenti, da cui è dominata una 
parte della città, e le peripneumonie, e talvolta anche 
le febbri perniciose. Non so per quale sbaglio essendo 
stato creduto un medico forestiero di qualche grido, 
ho ricevuto parecchie visite di medici e di ammalali, 
ed inviti speciali per consulti, ed ho dovuto adoprarc 
lutla la mia rellorica a persuadere questa buona gente 
delle mie idee sul conio della medicina e dei medici, 
un po' lontane da quelle che mi si volevano gratuita- 
mente imprestare. 

II clima di Sira in generale non è malsano, meno 



però nella parte dell'isola che trovasi al di là del can- 
tiere, la quale da qualche anno va esposta alle febbri 
terzane. Alcuni attribuiscono questo fallo alla fabbri- 
cazione della nuova Ermopoli, per cui forse risultò una 
variazione nella direzione inferiore dei venti. Vi ho 
già accennato che Sira in generale manca d'acqua, 
benché s'incontrino alcune sorgenti, e specialmente 
presso l'antica Sira. E siccome le pioggie non sono 
rarissime (piove interpolatamente da tre giorni) ove 
esistessero nell'isola a pie delle colline i grandi serbatoi 
accennati dissopra, si potrebbe raccogliere una suffi- 
ciente quantità d'acqua per inaffiare i giardini e per 
altri usi. E per verità duole il vedere qua e là tra le 
varie case tanto terreno vuoto ed incollo, il quale si 
potrebbe trasformare agevolmente in altrettanti ameni 
ed utili giardini, giacche la vile, il fico, il gelso, gli 
agrumi e simili altri vegetali prosperano Sufficiente- 
mente. Il vino di Sira fatto con diligenza e vecchio di 
due anni, dicesi emulare il Bordeaux, che è pure forse 
il re dei vini ; Ira gli erbaggi ho notalo la coltivazione 
nei luoghi umidi della Brassica eruca? pianta, le cui 
foglie di una particolare tenerezza somministrano un'in- 
salata eccellente, sana e di un gusto superiore a quello 
del crescione. E perchè una simile coltura non ver- 
rebbe adottala dai nostri giardinieri, sapendosi che la 
coltivazione del crescione nei dintorni di Parigi mette 
in movimento il cospicuo capitale di circa due milioni 
di franchi annui? 

Prima di lasciare Sira non posso contenermi dal 
toccarvi di nuovo di uno spettacolo ottico, grazioso che 
mi riporlo per poco a quella Grecia poetica che abbiamo 
studiato nei libri. Se passale per Sira vi raccomando 
la passeggiata verso sera al belvedere, dello il vapore, 
giacche vedrete un quadro naturale che farà su di voi 
la più soave impressione. Nella sera dell* 8 ottobre il 
mare aveva l'aspetto d'un gran Iago tranquillo, la cui 
superficie emulava uno specchio sterminato, a cui fa- 
cevano corona le Cieladi, sulla cima di alcuna delle 
quali ardenti fornaci simulavano veri vulcani. Splen- 
deva la luna lucida e tonda in un magnifico ciclo d'una 
luce lieta e viva, di cui non irraggia nei nostri elimi. 
Il passeggio poi era affollatissimo di gioventù greca 
d'ambo i sessi, la massima parte in abito nazionale 
veramente bello e pittoresco. Tutti parevano preoccu- 
pali dal grand'affare delle elezioni. Tanta vivacità o 
cosi leggiadre creai tire accorse in quell'ora larda a 
contemplare dallo scoglio di Sira quello stupendo spet- 
tacolo della natura fecero su di me una vivissima im- 
pressione. 

Il belvedere, le varie scuole, il cantiere, il Quai, la 
bella chiesa della Trasfigurazione, i due bei casini e 
l'albergo del sig. Capello annunziano al forestiero che 
Sira ama il progresso sociale e ne raccomandano gli 
attivi e graziosi abitanti. Per me poi devo attestare 
qui la mia vera riconoscenza ai cortesissimi signori 
Smirnioti e Scinti per avermi concesso di poter fre- 
quenlare a piacimento il gabinetto di lettura, in cui 
ho passalo alcune ore piacevoli ed istruttive. 



46 



UUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Verso le otto della sera del 12 ottobre m'imbarcai 
pel Pireo sul piroscafo austriaco, il Barone Kiìbech, 
e nell' uscire dal porto mi sorprese la pesca notturna 
die io vedeva per la prima volta farsi in barche colle 
faci. Mentre solchiamo nella notte l'infido elemento, vi 
accenno due fatti raccolti nella conversazione avuta 
con alcuni Ateniesi, i quali avevano visitata Sira ne' 
scorsi giorni. Ho udito che stava per risorgere in Sira, 
per quindi propagarsi forse nellealtre isole, una nuova 
setta religiosa predicata da un greco fanatico di Andro», 
il sig. Kairis, specie di Lammenais della nuova Grecia. 
Questa nuova scuola aveva già destato le sollecitudini 
del governo, il quale ne aveva esiliato il maestro. Il 
sig. Kairis, appena udita in Malta la rivoluzione, tornò 
subilo in Sira, dove era giunto appunto in questi 



giorni 



L'altro fallo è una notizia statistica, la quale non ha 
punto relazione diretta colla Grecia, ma può interes- 
sare la nostra comune patria, ed è la lega doganale 
Austro-italica, di cui si parlava molto in questi scorsi 
giorni. Il commercio generale annuo dell'Austria può 
valutarsi presentemente ad 8o0 milioni di franchi. 
Quello degli Stali Sardi per mure-nell'anno 1840 montò 
a 2i7 milioni; quello della Toscana arrivò a 120 mi- 
lioni, quello dello Slato Romano a 56 milioni; e per 
ultimo il commercio generale delle Due Sicilie oltre- 
passò i 4'»0 milioni. Scorgesi quindi che il complesso 
di questi stali, di cui l'Austria provoca oggi (neH'18'ló) 
l'associazione commerciale, presenta un movimento 
generale di scambi con lutti i paesi di 4,400 milioni, 
valore molto più considerevole di quello delle transa- 
zioni fatte nei porli e nelle frontiere dell'associazione 
prussiana. G. K. Baruffi. 



*^m 



PAROLE DI UN NOBILE 
A' SCOI CONFRATELLI 

Quella legge provvidissima e santa, uscita non ha 
guari, che proclama Pequalilà civile, non piacque alla 
maggior parte di noi, o dolcissimi confratelli, e le 
abbiamo fatto il broncio. Noi abbiamo gran torlo, 
perché dall'universale concordia degli animi, può solo 
oggi nascere il bene civile e duraturo dell' Italia. Die- 
tro i passi di quel Gioberti, al quale, checché si 
voglia, dobbiamo anche noi fare di cappello, io voglio 
dirvi alcune parole, mostrandovi che ogni nobiltà, la 
quale non tragga origine dalla virtù vera, e poco 
meno che sprezzabile, e che molli di noi, malgrado 
le antichissime e tarlate pergamene, non dobbiamo 
menar gran vampo degli stipili nostri. 

Il patriziato è un residuo dei feudi e della con- 
quista germanica, epperciò nasce dalla forza e dalla 
violenza. Quei dolli, i quali rovistando negli archivi, 
ci dimostrano, per lusingare la nostra vanità, che noi 
discendiamo da un Vandalo o da un Ostrogoto, non 



so quale servigio ci rendano. Eglino fanno vedere al 
mondo che i barbari e i distruttori dell'Italia furono 
i nostri padri. E vi saran pochi di certo che ci vo- 
gliano invidiare questa origine privilegiala. 

Noi godevamo una volla di molti privilegi, e fra i 
più importanti quello del mero e misto imperio, cioè 
la giurisdizione sulla giustizia criminale e civile. Ed 
è da deplorare che la civiltà cristiana abbia troppo 
tardi distrutto un tale privilegio, perchè esso era gra- 
vissimo alla sovranità e dannosissimo ai soggetti. Non 
polendo dimenticare l'origine nostra, esercitavamo 
crudeltà che non potrebbero ora rinnovarsi senza fare 
un'atroce ingiuria a noi slessi e alla civiltà in mezzo 
alla quale siamo cresciuti e viviamo. 

Io mi ricordo di aver letto nella storia di Sicilia di 
certo barone di Nardo, il quale, essendo in lite col 
Capitolo del suo feudo, fece in un giorno troncare le 
teste ai ventiquattro canonici che lo componevano, e 
tulle le espose in di festivo, ad argomento di potenza 
e di vendetta, sopra i seggi sacerdotali della chiesa. 

Voi vedete che tali iniquità non possono più assolu- 
tamente rivivere sotto l'impero giusto del cielo, e c.he 
è cosa empia e scellerata non meno che ridicola e 
slolla il ricordare con desiderio quei tempi e il sospi- 
rare anche in secreto il fodero e la gleba. 

Un nostro confratello, il Maislre, scrisse: = Spetta 
ai prelati, ai nobili, ai grandi uffiziali dello stato l'es- 
sere i depositari e i guardiani delle verità conserva- 
trici, l'insegnare alle nazioni ciò che è male e ciò che 
è bene, ciò che è vero e ciò che è falso nell'ordine 
morale e spirituale: gli altri non hanno diritto di ra- 
gionare sopra quesio genere dinaterie. =s 

Tali parole per verità possono gonfiarci d'assai ; ma 
chi non ne vede l'assurdità e la reità? Gli è forse 
lecito ad un filosofo cattolico di macchiarsi di esorbi- 
tanze cosi gravi? Per volerci troppo innalzare fa scen- 
dere il ridicolo su lui stesso e su noi. Questo vanitoso 
e tumido scrittore è cosi cieco 'nel discorrere sulle 
gentilizie prerogative, che quasi quasi ammette la 
dottrina infame e paganica della pluralità originale del 
lecnau^io umano: echi contraddiceanche per indiritto 
al gran dogma evangelico dell'in ita e medesimezza di ', 
origine e di natura in tulli gli uomini, può egli pre- 
tendere al titolo di cristiano? 

Vantiamo dunque, se cosi ci piace, la purezza del 
sangue, ma non dimentichiamo che essa non ha il 
menomo valore dinanzi al mondo, se non è accoppiala 
ai veri pregi dell'animo e della mente. In mezzo alla 
luce della presente civiltà, il nobile ignorante e cor- 
rotto non può aspirare all'estimazione di nessuno, e 
si fa tanto più reo di colpa e degno 'di vitupero in 
(piatilo che non gli mancano sussidii copiosi ed effi- 
caci per ingentilirsi e consacrarsi alla virtù. Non è 
uomo assennalo in Europa che non gridi ora ad alla 
voce che i titoli e gli stemmi sono ridicolissime mostre 
di maggioranza e di onore, se essi non sono nobili- 
tati dal vero, dal grande pregio della virtù. Soltanto 
gli stupidi sono persuasi del contrario. 



SC8LTA RACCOLTA DI UTILI B 8VARIATB ROZIOffl 



47 



Dobbiamo quindi render grazie al provvido nostro 
Re, il quale coll'eguaglianza legale ci affratella agli 
altri ordini della nazione. In tal modo egli conferisce, 
più che non sembra a prima giunta, al decoro di noi 
tulli. Peroccbè, ditemi in vostra pace, può egli essere 
riverito colui die è odialo? E quale cosa più eccita 
l'odio del pubblico ebe le prepotenze impunite dei 
gentiluomini? E tale odio non si rovescerebbe pari- 
menti sul governo il quale, non mettendo ostacolo a 
quelle avanìe, se ne renderebbe complice? 

Su via ! cessiamo dal guardare di traverso le altre 
classi di cittadini come caste immonde e dallo schivare 
i popolani, quasi temessimo di macchiarci ed avvilirci 
conversando con loro. I nostri meriti reali facciano 
dimenticare agli uomini la colpa e l' ignobililà dell'ori- 
gine della maggior parte di noi. Se i nostri maggiori 
cercarono di farsi grandi coll'ammazzare e col rapire, 
noi invece diamo opera a venire in fama col culto 
speciale delle lettere, delle scienze e delle arti. En- 
triamo nell'aringo apertoci prima dall'Alfieri e dal 
Caluso, ed ora percorso con tanta gloria dai Bulbo, 
dagli Azeglio, dagli Sclopis, dai Provana ed altri 
non pochi ebe sono maestri dell'italica gentilezza e 
dignità. Un solo affetto, un solo pensiero deve ora 
stringere patrizi e popolani, quello della patria indi- 
pendenza, della grandezza della nazione e della sicurtà 
del trono. Coi pettegolezzi di casta noi abbiamo più 
volle provocalo e provochiamo tuttavia il riso degli 
stranieri che vengono a visitarci, i quali dicono e 
scrivono che il nostro paese corre dietro a gloriuzze, 
vanità e smancerie femminili, ed è lontanissimo dall' 
essere maturo alle libere istituzioni. Cooperiamo ludi, 
unanimamenle, con cuore sincero, fervido e leale a 
quella civile ed invocala concordia dal cui difetto 
nacque la disunione d' Italia e quindi tulle le infinite 
sue miserie e la sua secolare servitù. 



L'AMMIRAGLIO FRANCESCO CARACCIOLI 
DI NAPOLI 

L'anno 1798, Ferdinando I di Napoli, principe 
fiacco d'animo e di mente, inesperto al governo de' 
popoli e crudelissimo, allo strepitare delle armi fran- 
cesi ebe si approssimavano al regno, fuggi pallido e 
tremante in Sicilia, lasciando i sudditi in balia di se 
medesimi. 

Questi, obbedendo alla forza, si sottomisero alla 
volontà del vincitore, che prometteva loro pace e 
libertà. 

Ma la fortuna non volse benigna ai Francesi, e 
l'anno dopo Ferdinando, preceduto da immense schiere 
d'uomini tolti al remo, alle forche e ai più infami 
e lordi uffici, spandeva intorno la desolazione, lo spa- 
vento e la morte, e si avvicinava alle porle di Napoli. 



1 Francesi capitolarono, e i sudditi furono rassicu- 
rati dalla parola sacra del re il quale giurava di per- 
donare i falli della ribellione. Ma ecco giungere l'am- 
miraglio inglese Nelson , quello stesso che vinse con 
immortale vittoria i Francesi in Aboukir, il quale 
pazzamente preso d'amore per un'adultera bellezza 
amica della regina di Napoli, sospinto da lei e sordo 
ad ogni voce di onore e di umanità straccia le capito- 
lazioni e pubblica un editto di Ferdinando che dichia- 
rava : « I re non patteggiare co' sudditi; essere abu- 
« sivi e nulli gli atti del suo vicario; voler egli 
«esercitare la piena regia autorità sopra i ribelli.» 

Cominciò la carnilìcina. Perironvi in modo vio- 
lento e crudele quattromila persone , quasi tulle 
eminenti o per dottrina, o per lignaggio, o per 
virtù. 

Tra le infinite morti, commosse e fece raccapric- 
ciare l' intera Europa, quella del principe Francesco 
Caracciolo 

Egli era il primo onore e il primo lume della 
napolilana marineria, dotto in arte, felicissimo in 
guerra , illustre per glorie acquistate, meritevole per 
più di olio lustri impiegati ai servigi della patria e 
del re, cittadino egregio e modesto. 

In quel trambusto e scompiglio gli fu forza ub- 
bidire per alcuni giorni alla repubblica francese. 
Fu proclamato ribelle, traditore, reo di lesa maestà, 
degnissimo di morte. Nulla sperando dalla clemenza 
del re, se ne fuggiva ai monti. Tradito da un suo do- 
meslico, veniva condotto, legale le mani al dorso e 
indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nel- 
son che stanziava nel porto di Napoli, nel quale le 
molle virtù e le felicissime imprese del Caraccioli 
avean destato russine e rancore. 

« Nelson (dice uno storico celebrato) cui mala for- 
tuna e cieco amore aveano destinato alle vergogne, 
volle in mano il rivale per saziarsene di vendetta. E 
quindi al giorno stesso e sul proprio vascello adunò 
corte marziale di uffiziali napoletani, e ne fece capo 
il conte di Tburn, perchè primo in grado. La qual 
corte, udite le accuse, quindi l'accusato (in discorso, 
però che il processo scritto mancava), credè giusta la 
inchiesta di esaminare i documenti e i testimoni della 
innocenza; di che avvisato lord Nelson, scrisse: « Non 
essere necessarie altre dimore ». E allora quel senato 
di schiavi condannò l'infelice Caraccioli a perpetua 
prigionia; ma Nelson, sapula dal presidente Tburn 
la sentenza, replicò: «la morte». 

«E morte fu scritto dove leggevasi prigionia. Si 
sciolse l' infame concilio alle ore due dopo il mezzodì, 
e nel punto slesso Francesco Caraccioli, principe na- 
poletano e ammiraglio d'armala, tradito nelle dome- 
stiche pareli, tradito dal compagno d'armi lord Nelson, 
tradito dagli ulììziali, suoi giudici, che tante volle 
aveva in guerra onorali, cinto di catene, menato sulla 
fregata napoletana la .Minerva (rinomala ancora essa 
tra i navili per le felici battaglie di lui), appiccato ad 
un'antenna come pubblico malfattore, spirò la vita; 



48 



MISF.O SCIENTIFICO, (.RITMO RIO ED ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI ITILI E SVARIATE NOZIONI 



e restò esposto, per chi a ludibrio, per chi a pietà, 
sino alla notte; quando, legando al cadavere un peso 
ai piedi, fu gettato nel mare ». 

« Il re Ferdinando, il quale per timore di entrare 
in città stava nel porlo, dopo alquanti giorni scopri 
da lunge un viluppo che le onde spingevano verso il 
suo vascello; e, fissando in esso, vide un cadavere, 
tutto il fianco fuori dell'acqua, ed a viso alzato, con 
chiome sparse e stillanti, andare a lui quasi minaccioso 
e veloce, quindi, meglio intendendo lo sguardo, cono- 
sciute le misere spoglie, il re disse: Caraccioli! E, 
volgendosi inorridito, chiese in confuso: «Ma che vuole 
quel morto?» AI che nell'universale sbalordimento e 
silenzio, il cappellano pietosamente replicò: «Direi 
che viene a dimandare cristiana sepoltura. » « Se l'ab- 
bia » rispose il re, e andò solo e pensieroso alla sua 
stanza. Il cadavere fu raccolto e sotterralo nella pic- 
cola chiesa di Saula Maria la catena in Santa Lucia.» 



L/ ARABO E IL SUO CAVALLO 

In Arabo e la sua tribù aveano assalito nel deserto 
la caravana di Damas ; la vittoria fu piena, e gli Arabi 
già davano opera a caricare il loro ricco bollino, 
quando i cavalieri del Pascià d'Acri, che veniano al- 
l'incontro della caravana, piombarono alla non pen- 
sala sugli Arabi vittoriosi, ne uccisero un gran nu- 
mero, fecero prigioni gli altri, e legatili con nodi di 
corde, li strascinane» in Acri per farne dono al Pascià. 

Abou-el-Marsch (tale era il nome del capo arabo) 
era stalo percosso nella zuffa da una palla. Siccome 
la sua ferita non era siala mortale, i Turchi l' aveano 
legato sopra un cammello, menando con loro ezian- 
dio il cavallo di lui. La sera del giorno che doveano 
entrare in Acri, si attendarono coi loro prigionieri 
nelle montagne di Saphadt. L'Arabo ferito avea le 
gambe legate con una correggia di cuoio ed era steso 
virino alla tenda ove dormivano i Turchi. Durante la 
notte, temilo desio dallo spasimo della sua ferita, di- 
stinse il nitrito del suo cavallo da quello degli altri 
impastoiali, giusta il costume degli Orientali, intorno 
alle tende. Non polendo rcsislere al desiderio di par- 
lare ancora una volta al compagno della sua vita, si 
trasse a grandissima pena strasciconi presso il suo di- 
letio corsiero : 

— Povero amico, gli disse, che furai tu in mezzo ai 
Turchi? Tu sarai imprigionato tra cavalli d'un agà o 
di up pascià; le donno, i fanciulli non ti recheranno 
più il latte della caramella, o l'orzo nel palmo della 
mano; tu non volerai più libero pel deserto come il 
vento d'Egitto, non renderai più co' gagliardo tuo 
petto l'acqua del Giordano che rinfrescava il tuo pelo 
bianco come la tua schiuma. Deh, poiché io sono 
schiavo, Sii almeno libero tu!... Va! Ionia alla tenda 
che conosci; annunzia alla mia sposa ch'ella non ri- 
Stahifiinonto tipografico < 



vedrà più il suo diletto, e china la tua bella lesta sulla 
culla de' miei fanciulli per lambir loro le mani. 

Così dicendo, Abou-el-Marsch rosecchiava coi denti 
la corda che serviva di pastoia ai cavalli arabi, e il 
suo animale era libero. 

Ma il fedele e iutelligenle corsiero, vedendo il suo 
signore ferito e incatenato, comprese immantinente 
col proprio istinto ciò che niuna logica poteva spie- 
gargli. Abbassò la testa, odorò il suo padrone, e, affer- 
ratolo coi denti alla cintura di cuoio che aveva intorno 
alla persona, si gitlò al galoppo e lo trasportò alle sue 
tende. Giuntovi, lo posò sulla sabbia ai piedi della sua 
sposa e de' suoi fanciulli, e, grondante di sudore, 
spossalo dall'enorme fatica cadde e spirò... L'intera 
tribù lo pianse, i poeti lo cantarono, e il suo nome 
corre tuttavia per le bocche degli Arabi di Gerico. 



BIZZARRIE 

— Francesco I, re di Francia, volendo innalzare uno 
de' più saggi uomini del suo tempo alle prime dignità 
della Chiesa, desiderò sapere s'egli era nobile. 

«Sire, rispose l'abate, v'erano tre fratelli nell'arca 
di Noè; non so bene da quale dei Ire io discenda.» 

— Quell'immortale maliosi Ariosto era in letto 
da alcuni giorni: alcuno gli mandò un medico. Il suo 
domestico l'annunzia. « Digli, risponde l'Ariosto, che 
sono ammalato e che non ricevo nessuno.» 

— Ad una rappresentazione dell'Otero di Rossini, 
in Firenze, un moderno zerbinotto canterellava non 
so qual aria di quest'opera, in guisa che dava gran 
noia a tulli i vicini. Un dilettante, scappatagli la pa- 
zienza, gridò: L'importuno!— Parlate di me, signore? 
gli disse il zerbino. — No! rispose il dilettante, parlo 
dell'attore che m'impedisce d'intendere la vostra 
beila voce. 

— Un patrizio avea da molli giorni invitalo Rossini 
ad un pranzo, in cui volea imbandire un grosso lac- 
chino con tartufi. Rossini ricordò la promessa all'an- 
fitrione che mostrava dimenticarla. — Datene la ca- 
gione, disse costui, ai tartufi che quest'anno sono 
assai cattivi. — Oibò ! disse il maestro, sono i tacchini 
che spandono queste frottole. 

LA NAZIONALITÀ 

La nazionalità di un popolo è per esso ciò che e 
per l'uomo la propria coscienza. Ciascun popolo, en- 
trando nella vita, riceve questo battesimo alle rive di 
un Giordano sconosciuto. Chi calpesta questa nazio- 
nalità, calpesta la vila nella sua più profonda sorgente. 
D'onde derivano queste forme originali che i popoli 
ricevono nella loro culla? Esse sono come il succilo 
del Creatore. Chi le ha vedute nascere? Guai a chi 
tocca questo stampo divino nel quale sono gettale le 
razze umane. 
A. Fontana in Torino. 



7. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc — ANNO X. 



(19 febbraio 184S) 



STATUA DI RUBENS IN ANVERSA 




Verso la mela del secolo decimosettimo, a Colonia, 
dentro umile casa moriva Maria dei Medici, figlia di 
Francesco granduca di Toscana, moglie di Enrico IV, 
madre di Luigi XIII, bandita di Francia, reietta dalla 
casa e dalla vista del regal figliuolo, strema di tulli. 
La pietà di un pittore le faceva l'esequie; e quel 
pittore era Pietro Rubens. 



Rubens, scrive un dolio, contemporaneo, era gen- 
tiluomo per nascita. La sua casa ad Anversa aveva 
apparenza di palagio: arriccbivanla collezioni preziose 
di marmi, quadri e cammei. Visse scssantatrè anni 
amalo dai principi del suo tempo, onorato da' suoi 
concittadini e felice. — E appena credibile il numero 
delle sue opere. Amava le grandi composizioni ed 



50 



M0SEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



era fallo per esse. Aveva quella foga di genio, quel- 
l' interior fuoco che s'appresenla con sorprendenti 
effelli. Sembra die le figure, i gruppi che immagi- 
nava, escissero interi dalla sua fantasia a posar sulla 
tela, e che per creare non avesse uopo che di un 
allo della sua volontà. La scienza in lui cedeva all'im- 
petuosità del concetto ed alla vivacità dell'esecuzione; 
preferiva lo sfarzo alla severa bellezza, e sacrificava 
spesso la correzione del disegno alla magia del colo- 
rilo. I suoi studi non l'innalzarono al bello ideale, 
ina confinaronlo nell'imitazione della natura fiam- 
minga. È eccellente per 1' espressione, capace piut- 
tosto di rappresentare gli affetti violenti che i tran- 
quilli. È principalmente sul colorilo che fondasi la 
sua gloria: la potenza del suo pennello giunge fino 
all' incanto. 

Gli era dunque dovuto nella sua patria un monu- 
mento che testificasse al mondo la gratitudine e la 
riverenza onde è circondato da' suoi concittadini ; e 
questo monumento olTresi alla vista dello straniero 
in Anversa in una piazza contigua a quella catte- 
drale, che è uno de' più stupendi miracoli d'arte che 
sia uscito dalla mano dell'uomo. 

Tulle le nazioni civili fanno a gara nell' onorare 
in tal guisa i loro grandi cittadini, la qual cosa è 
santa pel tributo di riconoscenza che si offre al genio, 
e utilissima ad un tempo per lo stimolo che porge 
all'operare forte e virtuoso. L'Italia, la quale ha pur 
finalmente spezzala la pietra del suo sepolcro e si 
uene ora circondando di luce e di gloria, comincia 
ad imitare il generoso esempio. Abbiane lode amplis- 
sima ; e voglia il cielo che qualche maligno genio non 
tarpi le ali a queste nobili intenzioni! Non v'ha pro- 
vincia della penisola che in questi olio secoli della 
civiltà rigenerala, non abbia a gloriarsi di tanti nomi 
illustri, quanto non ne può contare in altrettanto 
spazio ben più d'una superba nazione d' Europa. 

Italiani! siale dunque teneri della vostra gloria 
e della vostra civiltà. Ponete sotto gli occhi de' vostri 
figliuoli l'effigie de' vostri antenati; innalzale loro 
monumenti ; e, nobilitando voi slessi, spanderete semi 
che fruttificheranno una nuova e più ampia messe di 
gloria e di civiltà. C. 

ISCHIA 

l 

Care isoielle dalle acque del Tirreno davvicino va- 
gheggiano la ridente Napoli, ed incenso di fiori le 
tributano e cantici d'amore. Ischia, di codeste isole 
per estensione di sito e per bellezze naturali è la più 
ammirala; la quale da levante a ponente per cinque 
miglia dilungandosi ci rende immagine d'una pira- 
mide del mare per l'i.'JO piedi elevandosi va a termi- 
nare nell'arso vertice dell' Bpomeo. Parte della sua 
'-lori., ci viene rivelala dalle sue diverse denomina- 



zioni. Pitecusa fu chiamala anticamente dai Greci, 
dall'essere venuta in grido nell'arte degli orciuolai, 
quindi per aver dato ospizio alle navi del profugo 
Enea appellossi Enaria, e i padri della greca e della 
Ialina poesia Anarime la dissero, immaginandovi il 
gigante dalle cinquanta leste, l'immane Tifeo fulmi- 
nato nella sacrilega battaglia contra il cielo e sepolto 
nelle viscere dell' Epomeo. Finalmente pigliando nome 
dal fortissimo castello, tutta l' isola chiamossi Ischia, 
la quale colle vetuste lave ricorda le molte sciagure 
lollerate per le ire frequenti dell'azione volcanica, dal 
che atterriti gli antichi, e ignari delle cause produt- 
trici de' terribili fenomeni, ben s'avvisarono fingere, 
poetando, uno smisurato gigante in lotta coi Numi, 
gli abissi e i cieli mescolati in aspra guerra, gli ele- 
menti congiurati contra il cielo, e il cielo fulminante 
la ribelle natura. Ora lutto è pace; l' Epomeo, il 
monte che sorge in mezzo all'isola come padre gene- 
ratore di essa, da cinque secoli e più non apre le sue 
voragini di fuoco : laonde ora con più ragione affer- 
masi, il demone del male, il genio dei volcani, il gi- 
gante Tifeo, sgagliardato di ogni forza giacere entro 
le viscere della montagna arso cadavere. Sulla sua 
negra sepoltura di basalto i fiori e le piante dispen- 
sano il riso delle grazie e l'abbondanza dell'agricol- 
tura ; e intorno all'isola, adorni di verzura e lieti di 
onesta pace, ridono pittoreschi villaggi, che distesi 
giù pel pendio dei colli specehiansi nell'azzurro Tir- 
reno. Il paese congiunto al castello appellasi col nome 
dell'Isola, ed è città adorna d'un episcopio e d'un 
seminario, dove vorrei non esser vero quanto un 
alunno con rammarico mi riferiva : quivi divietarsi 



la lettura dell'Alighieri. 



II. 



L'isola nella stagione estiva è ritrovo di forastieri; 
quali per deporre dolorosi morbi in terme salutari, 
e la più parte per godere della voluttà di quell'aere 
soave, o per inspirarsi alle memorie ed alla pia quiete 
dell' incantevole scoglio. Epperò non di rado occorre 
l'incontrarci in pittori paesisti sul ciglio d'un colle, 
nel fondo d'una valle, ora inlesi a ritrarre la lucen- 
tezza dell'aere e dell'acque, ora le feste dei popolani; 
e spesso intesi amorosamente a cogliere il bello dall' 
ultimo raggio diurno con cui il sole imporpora l'e- 
stremo orizzonte e di una cara malinconia tinije le 
vaganti nuvolette. Ed io con un pittore paesista mi 
trovai a visitare l'isola, coll'egregio amico Malici, 
tulio inteso colla sua tavolozza a ritrarre i costumi 
dell' isola beata. Ma se alle dipinture del paesista 
basta la schietta natura co' suoi diversi aspelli, non 
così avviene al poeta della nostra clà, il quale perchè 
le sue rime siano udite e celebrale fa mestieri che 
fra gli spettacoli della natura informi le sue armonie 
dell'indole e dei bisogni della società, e giovi can- 
tando alla vita civile della sua patria. Ed il poeta del 
secolo decimonono dai fasti dell'isola ben polrà deri- 
vare concetti splendidi ed utili, laddove si faccia a 



SCELTA RACCOLTA DI ITILI E SVARIATE NOZIONI 



SI 



considerare come la divina Providcnza segnasse Ischia 
a conforto di grandi uomini nello stremo della sven- 
tura. Enea, lasciate le materne sponde di Xanto, nel 
suo esiglio, si asside a quei lidi : vi si asside 3Iario 
proscritto: e Marat, balestrato dal destino dell'armi, 
da quelle rive dà l'ultimo addio alla contristala re- 
gione delle Sirene. Enea, Mario e Murai, in questi 
nomi tre grandi epoche vedea scolpite nei fasti del- 
l'isola, e riguardando al castello mi senlia tratto 
nel secolo xm, quando l'isola fu spettatrice di un ma- 
gnanimo esempio, di virtù militare operala da Gio- 
vanni Caracciolo. Il quale valorosissimo uomo, lenendo 
dalle parti dello svevo Federico II conlra le armi del- 
l' imperadore Ottone IV, vedutosi stretto da straor- 
dinarie forze nemiche, meglio che dirsi vinto, elesse 
da gloriosissimo capitano morire entro una torre ab- 
bruciato, martire della fede militare. E fu nel me- 
desimo castello che Costanza d'Avolos, per onorare 
la travagliala casa Aragonese, per nulla temette i 
disastri della contraria fortuna, ed alle armi francesi 
oppose gagliardo animo virile. Per siffatta guisa ono- 
ralo il castello d'Ischia, ben meritò divenir poscia 
armonica stanza alla marchesa di Pescara, Vittoria 
Colonna, la quale, come l'appella nobilmente il Va- 
léry, fu la santa musa di Michelangelo, la Beatrice del 
Dante delle arti. L'illustre donna, per beltà e per 
poetico valore celebrala nell'omerico verso dell'Ario- 
sto, salì eziandio a gran fama per maschie virtù citta- 
dine; e siane argomento il consiglio da lei dato al 
consorte, al vincitore di Pavia, allorché i principi 
d'Italia lo scettro di Napoli gratulando gli profersero. 
Conoscendo ben ella quanto sia difficile impresa il 
governare la nazione con accorgimento, d'ogni vano 
orgoglio dispogliata lo persuase a rispondere col niego 
all'offertogli reame, a lui dicendo: — Per me non 
desidero di essere moglie di re, ma si di quel gran 
capitano che avea saputo vincere non tanto col suo 
valore durante la guerra, quanto nella pace colla sua 
magnanimità i più grandi re. — 

III. 

Ischia, al pari di ogni atira terra d'Italia, ebbe a 
patire mutamenti di fortuna e piraterie di ogni ma- 
niera : ma sarà sempre venerando il paese che fra 
l'ire degli elementi e degli uomini serberà come Ischia 
esempi di generose virtù. Mentre per lai modo io 
meditavo i destini dell'isola, il pittore che a me 
s'accompagnava, in riva al mare conficcalo nell'arena 
l'ombrello, messo in acconcio lo seggiolino artistico, e 
sedutosi di prospetto al castello ne ritraeva i merli ed 
i baluardi. Egli rendeva co' suoi colori l'esteriore fiso- 
nomia, ed io accoglieva nel mio petto il sentimento 
de' falli gloriosi che vivificano la memoria dell'antica 
rocca. Compiuto ch'egli ebbe il suo lavorio, ravvolse 
come in un fascio l'artistico fardello, e seco mi trasse 
verso Casamicciola, grazioso villaggio da parecchie 
famiglie straniere eletto a piacevole dimora. L'amico 
mi dicea, cammin facendo, tornargli a grato ed utile 



passatempo quel continuo errare nelle modeste case 
del pescatore e del colono, e fra l'amo e la rete, fra 
la falce e 'I vomero studiare e ritrarre gli usi della 
semplice \ita, e goder le musiche e i balli delle po- 
polane lor feste, non ancora conlaminale dal fasto 
cittadinesco. Poco discosto dal paesello Lacco ci si of- 
ferse alla vista presso casa campestre sollo un pergo- 
lato una bruna villanella vestita a fesla nel bel co- 
stume delle isolane, la quale coi neri e vivaci occhi 
vigilava a se d'intorno ventagli, canestri e cappelli da 
lei vagamente congegnali con paglia. La guardammo 
col godimento dell'ammirazione, ed entralo il Malici 
in desiderio di prendere l' immagine della leggiadra 
isolana, studiò modo di rendersela benevola, chie- 
dendole se tenesse ventagli da vendere, ed ella rispose 
che sì: ci provedemmo di due ventagli colorali a 
sembianza dell'iride, e lodatone il lavoro: — Come vi 
chiamate? — la interrogò l'amico, ed ella: — Lucia 
per servirvi. — O buona Lucia, volete permettermi 
ch'io vi faccia il rilrallo? — riprese l'amico, ed ella 
sulle prime ritrosa, fece poscia il voler nostro, lieta 
forse del vedersi ammirala e di alcun danaro che ag- 
giugnemmo al prezzo dei ventagli. II pittore, distem- 
perali i colori su l'assicella, tolse a dipingere la bella 
Lucia; la quale avea il capo coverto d'un velo color 
giallo, dello volgarmente magnosa, su la fronte biz- 
zarramente ripiegato : dal velo le traspariva la nera 
capellatura chiusa da rosso fazzoletto spiralmente ac- 
conciato in guisa di turbante; dagli orli della magnosa 
dondolavano gli orecchini ricchi di perle; serico giub- 
bonello color scarlatto con franine d'oro lesi strin- 
geva al seno, cui maggiormente illegiadrha cilestre 
pezzuola scendente dal collo, ed ai lombi assicurata ; 
ed un abito verde con grembiale violaceo compieva la 
vestitura di quella isolana. Rilraendola, quegli le an- 
dava dicendo : — Voi siete buona, o Lucia : ben di- 
versa di tante altre, che di soverchio vogliono essere 
pregaie, e talvolta mi fuggono, non altrimenti se la 
mia matita ed il pennello fossero due pugnali per tra- 
figgere le belle isolane. — Un dolce sorriso sfavillava 
su le brune sembianze di Lucia, che andava accata- 
stando le sue merci di paglia, ma a toglierla al nostro 
conversare accorse la vecchiarella Maddalena, la suo- 
cera della va£;hes;ai;»la: — Lucia, Lucia — sclamando — 
fa presloj andiamo a Lacco: sono le ore ventidue: 
è il momento della processione. — Ed io vi attendeva, 
rispose la nuora, eccomi pronta. — E a noi rivolta 
proseguì: — Vi deggio lasciare: vado a Lacco per 
venerare Maria Santissima, che oggi si festeggia, ed 
io più d'ogni altra donna ho debito di onorarla, per- 
chè nel canale di Procida in una tempesta orribile 
presso a Capri mi salvò dal naufragio lo sposo, il caro 
Tonno. — Oh sì, povero figlio! -ripigliava Maddalena - 
menlre andava pescando, il mare lo voleva morto, ma 
volatosi egli a Maria, fu salvo. — Frattanto Lucia andò 
a deporre in casa la sua mercanzia : il pittore, col 
pennello nella sua tela, fece alcuni segni qua e là, che 
indicassero Maddalena, la quale vestiva l'antico co- 



52 



MDSKO SCIENTIFICO , LETTERARIO ED ARTISTICO 



slume delle isolane: la mantiglia al capo di lana rossa, 
orlala color giallo, ed abito cileslre con grembiale di 
lino bianco, siccome ad ogni istante si offrono all'uomo 
i contrasti della natura nella gioia e nel dolore, "nella 
vita e nella morte, così pure il pittore ebbe accolte 
in un pensiero, nel campo d'un' angusta tela, Mad- 
dalena e Lucia, la vecchiaia e la giovinezza. Le donne 
ci salutarono e partirono: e noi, ripreso il cammino, 
errammo per diversi fiorili viottoli, e noi pure an- 
dammo a Lacco, dove giungemmo quando la proces- 
sione già uscita di chiesa stendevasi per le vie folte 
di popolo devoto. 

Nel tramonto d'un bel giorno d'agosto una pia 
festa campestre in riva al mare, sotto il sereno cielo 
partenopeo è scena soavissima che tocca il cuore! 
Croci, stendardi impressi di sante istorie, suoni di 
campane, ceri accesi, consorterie vestile in varie fog- 
gie, preli, monaci componevano la processione echeg- 
giante di preghiere, con cui traevasi il pio simulacro 
della Madre di Dio, intorno a cui vedemmo gran mol- 
titudine di minuto popolo accorsa dalle vicine bor- 
gate, e dame nordiche da Casamicciola convenule; 
ed incontrammo Lucia e Maddalena che andavano 
snocciolando devotamente le deche del rosario. Molle 
barchette veleggiavano presso alle rive, e vedevasi un 
naviglio inglese, abitalo da bellissima miledi che vive 
nei regni dell'acque, e solo per breve diporto tocca 
la terra. Ella pure salutava la festa di Lacco colle 
musiche del naviglio. Qua e là vagando ci die negli 
occhi un ardente giovane, lutto moto che allineava la 
processione, ed or ne faceva rilardare, ora accelerare 
il corso, e a chi dava il segnale perchè si desse il fuoco 
ai morlarelli, ad altri perchè alle musiche si alternas- 
sero i canti. In lui si fissarono gli sguardi di Lucia, 
ed— ecco, esclamò a Maddalena, ecco il nostro Tonno. 

— Oh benedetto giovane! era la gratitudine dell'ot- 
tenuto benefizio che Io incitava alla pia esultanza. 

Posato il santo simulacro in mezzo alla via su d'un 
aliare sparso, di fiori ed odoroso d' incensi, al lungo 
ripetuto frastuono di squille, di canti e di morlarelli 
successe gravs silenzio. Mute le campane, muti gli 
inni delle devote consorterie, mute le musiche del 
naviglio inglese, muta la moltitudine atteggiala a pre- 
ghiera. Solo un'arpa non era muta : l'arpa d'un buon 
vecchio che seguiva il simulacro traendo icari suoni 
dalle corde armoniose, e rendendo immagine dell' in- 
spiralo David <]e arpeggiante intorno all'arca d'Isra- 
cllo. In quell'arpa parca accogliersi l'armonia dell'u- 
niverso, volalo alla Madre dell' Uomo-Dio. Rapiti in 
estasi dolcissima Lucia, Maddalena e Tonno si guar- 
darono colle lagrime agli occhi, accennando al divo 
simulacro come se ad un tempo istesso, in guisa di 
tre corde in una medesima armonia dir volessero: 

— Foco la Vergine Santissima che ci rese la pace e 
la prosperità. 

IV. 
Non sta lolla nello borgate la letizia per chi voglia 
visitare l'isola; egli dovrà salire I' Epomeo per ine- 



briarsi ad un aere purissimo che metle le anime in 
commercio cogl' immortali, quasi il premere le alle 
cime dei monti fosse un appressarsi alla regione dell' 
eternità, un attingere i tabernacoli del vero; epperò 
in quelle supreme aeree solitudini si sente lo spirilo 
della divinila che scende dall'alto a raddoppiare l'u- 
mana esistenza. La gentilità ricorda Filippo il re di 
Macedonia che, superale le faticose balze dell'Emo, 
ordinò che sul vertice si rizzassero due altari, al Sole 
ed a Giove, e la Bibbia ricorda come gì' Israeliti fos- 
sero più gagliardi nelle pugne combattute sui monti, 
talché i Siri paventavano venire (I) sulle montagne 
contra essi a battaglia, certi della sconfitta, ed eleg- 
gevano guareggiarli nelle pianure. Dal che, come 
dalle istorie di tulli i popoli apparisce, in ogni età il 
sentimento della religione avere governale le altezze 
dei monti ; e la nostra Italia dalle alpi a Mongibello 
mostra i suoi monti, santificati da cenobi e da pie 
tradizioni. L' Epomeo nel secolo xv vide sulle sue 
cime, in onore di San Nicola, sorgere un cremo, per 
opera di Beatrice della Quadra con alquante sue com- 
pagne colà condottasi a romitica vita: le quali tra- 
mutatesi poscia in un cenobio aperto nel castello 
d'Ischia, l'eremo rimase diserto. Ma l' Epomeo non 
dovea rimanere a lungo senza il cullo di Dio, ma sic- 
come i monli di maggior grido dovea vedere rislau- 
rali i suoi eremi ed animati nella preghiera dei de- 
voli , il che accadde ne' tempi del Borbone Carlo III 
per un esempio singolare di crisliana pietà. 

Il tedesco Giuseppe Arguth capitanante l'isola, in- 
vestendo due guerrieri dalla bandiera disertati, fu in 
forse della vita per il cavallo cadutogli sotto, e per 
gì' inseguiti che degli archibusi minacciandolo tenta- 
rono finirlo; allora egli invocò il divo del monte, 
l'arcivescovo di Mira, ed a lui volato uscì d'ogni pe- 
ricolo senza patirne sciagura nessuna. Ottenuta la 
grazia, depose le militari insegne per indossare la 
lana dei romiti, e trasse vita penitente nell'eremo di 
San Nicola, dove, aperte nel tufo diverse celle, ed 
ornata la chiesa, in compagnia d'altri devoti finì i 
suoi giorni santamente, e fu sepolto nel tempio, delle 
sue virtù testimonio voacrando. Ora diversi altri 
eremiti mantengono in riverenza quel santo luogo, 
ed io fra loro seduto sulle antiche lave meditai ai 
diversi destini dell' Epomeo. 

Il gentilesimo associò all' Epomeo immagini di sa- 
crilighe battaglie, rappresentando l' uomo fatto gigante 
nel male, insuperbito contra il cielo, e finalmente pro- 
strato. Il Cristianesimo, mutandone il nome in quello 
di San Nicola, Io rese caro per fedeli racconti spi- 
ranti amore e pietà, e vi addita l'uomo composto alla 
preghiera pel minislerio delle buone opere in dolce 
consorzio col Dio delle misericordie. La gentilità vi 



(i) Servi vero regis Siriae dixciunt ei : Dii monliiim 
sunl dii contiti, ideo sttperavcrunl nos: sed melius est ut 
piignemus contra eos in cnni/testribtis ci oblinebinuts eqs. 
Lib m, Rcg. cap. xx, § 23. 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI R gVARIATR NOZIONI 



63 



additava Giove, armalo di fulmini, scoso a terribile 
vendetta: il cristianesimo ricorda il santo uomo che 
per generosa carità salvò dal peccato la giovinezza 
di tre donzelle; ed al pellegrino clic vi giunge, coi 
versi dell'Alighieri parla piamente 

della larghezza 
Che fece Nicolao alle pulcelle, 
Per condurre ad onor lor giovinezza (I). 

Così meditando guardava intorno al monte, e tutta 
io vedeva la bellissima isola festante di pampini, di 
case e di beate memorie ; e poco discosto vedea Pro- 
cida forse memore ancora del tempo che alla sorella 
Ischia era congiunta. Più in là spingendo gli sguardi 
salutava da ponente Miseno, Baja, e quindi Posilipo 
e Mergellina: dalla banda orientale salutava Capri e 
il Vesevo e i campi che un dì vantarono Pompcja 
ed Ercolano. Alle voluttà dei siti deliziosi si frappo- 
neva la terribile immagine della tirannide romana, 
la quale, posale le cure del Campidoglio, venne nei 
giardini di Parlenope a sordidare le opere di Dio con 
barbare carneficine e con lascivie smodate. Se non 
che i pensieri del terrore dissipavansi all'alitare di 
un'aria soave che ricreandomi i sensi rendeva l'anima 
leggiera ai voli della poesia. Per la qual cosa sul più 
alto vertice dell' Epomeo ho desiderato rivedere il de- 
volo vecchio che sonante l'arpa lenea dietro alla pro- 
cessione di Lacco. Avrei voluto udire la sua arpa ac- 
costo le tombe degli eremili; l'avrei ascollala con 
riverenza, siccome l'arpa d'Israello sui monli di Dio : 
avrei sposate al davidico stromento le soavissime rime 
che ad Ischia intonò nelle sue meditazioni A. De- 
Lamarline, il Geremia della Francia. Il quale sotlo 
questi finr.amenli di luce e di canto attinse l'ambro- 
sia più dolce della poesia: perchè l'Italia o colla fra- 
granza e colla splendidezza de! suo cielo, o colla 
narrazione delle sue istorie fu eletta da Dio ad inspi- 
rare i poeti d'ogni più colla nazione (2). 

G. Regaldi. 



SULLA GENEROSITÀ 



(i) Dakte. Div. Com. Purg. e. xx. 

(2) Diverse notizie risguardanti l'isola, lo ho attinte 
dall'opera del eh. cav. Stefano Chevalley de Rivaz, inti- 
tolata: — Descrizione delle acque termo-minerali e delle 
stufe dell'isola d'Ischia — opera pregiata: ed è maggior- 
mente da commendare nell'edizione fatta nel i838 per le 
dotte e molte note dell'illustre, e non mai abbastanza 
rimpianto Michelangelo Ziccardi. 

Colui che fa beneficio all' uomo malvagio cominelle 
di molti errori, perciocché non pure nutrisce con le 
facoltà sue la malvagità altrui, ma dà occasione che 
ella diventi peggiore, conciossiacosaché quando un 
tristo si vede beneficialo, ovvero ha desiderio di va- 
lersi di lei eslimando di poterne trarre utile, tanto 
più si aggrava nel male. Appresso, per essere il con- 
venire con Iristi un tacito consentimento alle malvagie 
opere loro, se n'acquista mal nome. E dove final- 
mente il beneficio vorrebbe essere il premio della 
virtù, egli si fa comune col vizio. 



DIALOGO FRA BIAGIO E FANFANl. 

Fanfani. 
Credetemi, Biagio! Voi prendete Iroppo spesso le 
lucciole per lanterne. Ciò che vi sembra verità non 
è che apparenza, pura apparenza... 

Biagio. 
Voi mi fareste dire degli spropositi... Dunque non 
dovrò chiamare generoso e benemerito della patria 
colui che si contorce da mane a sera a far trionfare 
la causa della ragione, e che mette in non cale tulli 
gli agi e le delicatezze della vita per farsi direttore di 
giornali, onde spandere fra il popolo le utili verità, 
diradicare i pregiudizi, raddrizzare le rinvollure delle 
cose?... 

Fanfani. 
Io vi dico e ridico che le prediche, le proleste, 
l'arrabbattarsi di costui traggono sovente origine meno 
dallo zelo della patria che da quello d'impinguarsi 
alle spalle de' gaglioffi... 

Biagio. 
Dunque non chiamerò generoso quell'uomo che 
non teme anche di spendere la propria vita per tu- 
telare il Irono del suo principe?... 

Fanfani. 
E clii vi assicura che non sia piuttosto spinto sul 
campo dalla speranza di un largo compenso e da 
quella di essere fregiato di onori, di titoli?... 

Biagio. 
Questo può esser vero. Ma non mi negherete che 
quell'uomo, il quale impallidisce, veglia le nolli e 
passa i giorni a volgere e rivolgere le dotte carte, 
non sia benemerito della propria terra e non me- 
riti il titolo di leale, di generoso... 

Fanfani. 
E qui pure ho i miei dubbi ; e inchino talvolta 
a credere che costui abbia una gran voglia di ab- 
bandonare la nuda scranna della sua melanconica 
cameretta per adagiarsi comodamente sul morbido 
cuscino della calledra. 

Biagio. 
Ma se io, ricco d'ingegno e povero di fortune, 
m'imbatto in un uomo dovizioso che protegge i miei 
sludi e mi fa comodità a camminare alacremente 
pel sentiero delle lettere, senza esserne impedito dagli 
sterpi e dai pruni che si attraversano ai passi del 
povero, che dovrò dire di costui? Non dovrò forse 
sapergliene merito? Non dovrò levarlo a cielo? Non 
dovrò fargli manifesta la mia gratitudine con lodi, 

con dediche?... 

Fanfani. 

Queste lodi e queste dediche sono appjaito gli 
stimoli che spinsero costui a farsi vostro nrecenale. 

Biagio. 
Io conosco uomini di altissimo ingegno, i quali, 



51 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



menlre avrebbero pollilo abbarrarmi la via agli onori 
delle leitere, mi stesero invece amicbevolmenle la 
mano, ini confortarono di benevole parole, non sde- 
gnarono di chiamarmi loro confratello... 

Fanfani. 

Non niego che abbiate potuto incontrarne taluno. 
Ma i più furono stimolali a ciò dalla certezza di essere 
soverchiali dal vostro ingegno, epperciò anziché ne- 
mico elessero avervi amico e compagno... 

Biagio. 

Voi mi togliete dagli occhi un cerio nebbiume... 
Ma io conosco per le storie moltissimi principi ai 
quali in verun modo non saprei rifiutare il titolo di 
generoso... Essi diedero ai loro popoli amplissime ri- 
forme e ne furono chiamali i padri... 

Fanfani. 

Anche il vecchio Cosimo de' Medici fu chiamalo 
padre della patria; eppure fu quegli che diede la 
più gran mazzata alla libertà fiorentina e pose le 
più salde fondamenta al irono de' scellerati nepoli. 
E quell'ipocrita birbone seppe così bene abbindolare 
i suoi concittadini, che gli innalzano lunaria delle 
statue a ricordanza delle stie patrie virtù. Del resto, 
chi vi fa certo che questi rettori de' popoli siano 
piuttosto guidali dall'amore che portano ai loro cari 
sudditi e da quella ferrea legge che chiamasi neces- 
sità? Avete voi ben studiate nelle storie le cagioni 
del bene che sono venuti largheggiando? Non ne sarà 
forse stalo operatore lo spavento di perdere ogni 
cosa e di andare esuli e sprezzali per lontane terre?.. 

Biagio. 

Oh scusale ! ma voi non vedete proprio le cose 
fuorché per il loro lato sinistro. Io non posso con- 
durmi a credere ehe negli uomini la nequizia pre- 
valga alla bontà. Quando veggo, per esempio, quel 
buon Carlo Magno che fra mille disagi, fra mille 
pericoli, fra mille lotte allraversa le Alpi, scende in 
Italia, ne fa il conquisto col proprio sangue, e poi 
con animo volenteroso si spoglia di una gran parie 
dei beni e delle terre acquistate con tanti sforzi e 
li dona ad un pontefice, oh ! io non posso a meno 
di sclamare: questo re é buono, è generoso! 

Fanfani. 

V'ingannale, caro Biagio. Questo buon re la ve- 
deva assai lunga. Egli non ignorava che cosi facendo 
si arricchiva di una forza morale olirepotenle, per 
mezzo della quale avrebbe potuto agevolissimamente 
fare il conquisto del doppio, del triplo di quei beni, 
di quelle terre donate... 

Biagio. 

Voi mi cogliete ad ogni varco; ed io sto lì lì per 
darvi ragione. 

Fanfani. 

F>a generosità (dice quello spiritoso fiorentino che 
s'intitola Bardo de' Bardi e dal quale io imparo assai 
cose) è un' abnegazione di sé senza speranza di pre- 
mio, se non quella della gratitudine alimi e la cer- 
tezza del ben operare. A questa pietra del paragone 



conduciamo le azioni di coloro che sono lanlo cele- 
brali ed esaltati, e vedremo rimpicciolirsene il me- 
rito, fino a ridursi ad un calcolo d'interesse e di ne- 
cessità. Chiamiamo generoso un Ferruccio, generoso 
un Guglielmo Teli, i quali non hanno allro sprone 
a fare il sacrificio della propria vita fuorché l'amore 
libero, schietto e sviscerato della loro patria. Chia- 
miamo generoso un Giano della Bella, il quale, ben- 
ché nobile, scende in piazza armato contro i nobili 
oppressori, rifiuta vittorioso la signoria, e si condanna 
a spontaneo esiglio quando vede i proprii cittadini 
prossimi a straziarsi in guerra civile per lui. Chia- 
miamo generoso un Carlo Alberto, fortissimo re, il 
quale potendo negare la libertà, la dona spontaneo in 
premio al senno e alla civiltà de' suoi popoli. Ma non 
prodighiamo a larga mano questo titolo venerando 
a ceni demagoghi, letterati, generali, mecenati, prin- 
cipi e rettori, i quali, a far il bene, si conducono per 
vie tortuose e non illuminale dal sole, e prendono 
a maestro delle opere loro cerle deità che hanno 
vesti splendide e pompose ma nascondono piaghe can- 
crenose e puzzolenti. C. 



LE RIFORME E IL CLERO PIEMONTESE 

Parole dell' avvocalo D. Gianna rsTONio Bessone. 
Torino, 1848, tipografia Cotta e Pavesio. 

Son pur curiosi questi scrittori ! Quando hanno 
un foglio di carta bianca sotto la mano ed una penna 
d'oca imbrattata d'inchiostro fralle dita, par loro 
di essere gli arbitri dell'universo, anzi della natura. 
Spingono innanzi i retrogradi, tirano per le falde 
gli esaltali; danno alla tartaruga le qualità della gaz- 
zella, e ai pappagalli il canto dell'usignuolo; vor- 
rebbero che la giustizia della causa attribuisse sempre 
ragiono, anche ai deboli; che lutti i principi amas< 
sero i loro sudditi come gli amano Carlo Alberto 
e Pio nono; che tutti gli uomini d'armi, anche i 
Marescialli-comandanti, avessero un cuor di miele; 
che tutti i Diplomatici, anche i Presidenti dei Mi- 
nistri, conformassero sempre i falli alle parole; che 
l'interesse pubblico prevalesse al privalo; che il fuoco 
andasse alla china e l'acqua in alto... Son pur curiosi 
questi scrittori ! 

Per esempio l'avvocato D. Giannaulonio Bessone 
avrebbe voluto che tutto il Clero piemontese, allo e 
basso, ricco e povero, dolio ed ignorante, egoista 
e filantropo avesse applaudito alla redenzione morale, 
civile e politica de' popoli italiani, cominciala da Pio 
e proseguila dagli altri principi della penisola. E 
perchè non tulio il Clero applaudì, eccoli ch'egli 
j se ne venne altamente lagnando con un opuscolo di 
; dieeiollo caldissime pagine, senza contare una ven- 
tina di note anch'esse piene di pepe, e, quel che 
[tiù imporla, di sale. 



SCELTA RACCOLTA DI LTIL1 E SVARIATE NOZIONI 



Oh Giannantonio mio crudele ! Sai tu veramente 
quanta dolcezza si trovi in un comodo Canonicato, 
in una pingue Prebenda, e nelle tante onorificenze 
acquistale (come tu dici) senza merito, senza studio 
e senza capacità personale, che non provi la minima 
compassione per que' fortunali che ne sono in possesso? 

Noi speriamo, che coloro ai quali ciò locca più 
davvicino, approfitteranno della libertà della stampa 
(benché sia anch'essa un mal frullo delle Riforme!) 
per dimostrare quanto immoderale siano queste pre- 
tensioni. Intanto ci gode l'animo di intendere per 
bocca islcssa del nostro Autore, come le prefate sue 
lagnanze abbiano poco o nulla da fare colla massima 
parie del Clero Torinese. 

La quale «più colta e civile, più studiosa e meglio 
» istruita, più sana di intelletto e generosa di cuore, 
« più amanle del suo decoro e della sua dignità, più 
« confidente ne' suoi proprii meriti e nel suo valor 
«personale: plaudi, e plaude tuttavia di cuore ai 
« nuovi ordinamenti morali, politici e civili del Pie- 
« monte e dell' Italia ; plaude alla forte sapienza del 
« Ile che li sanciva, agli illuminati consigli de'Mi- 
« nislri che lo aiutarono e confortarono nella grande 
« e gloriosa impresa ; fa eco alle ordinale acelaina- 
« zioni dell'esultante popolo, e con esso si unisce e 
« confondesi in simbolo di fratellanza; innalza con 
« confidenza pubbliche preghiere a Dio per la con- 
« servazione della preziosa salute del suo Re e canta 
« con allegrezza l'inno di ringraziamento per la grazia 
« ricevuta. » 

Noi ci congratuliamo altamente con questa mas- 
sima parte del Clero Torinese. Siamo oltre modo lieti 
di poter aggiungere che anche la maggiore e miglior 
porte del Clero Segusino è animata da questi mede- 
simi sentimenti. E affrettiamo co'desiderii il giorno, 
in cui un mal inteso zelo, o il timore di vedersi 
scappar di mano un buon Canonicato, una pingue 
Prebenda, o altro, più non porli nissuno ad avversar 
le Riforme. N. Rosa. 



-oQc- 



IL MONTE VESULO VISO 

Nella provincia di Saluzzo, e fra le Cozzic e le ma- 
rittime Alpi sorge il monte Vesulo coronalo da nevi 
eterne, quasi confinante e tramischiato nel cielo. Alle 
sue faldi verso levante v'è Crissolo, unione di pochi 
e meschinissimi casolari. Da questo villaggio, salendo 
il colle, giungesi dopo un'ora di cammino al piano de' 
Larici, e poco dopo a quel di Fiorenza, piano ver- 
deggiante ne' mesi estivi ed ingemmalo da infiniti fio- 
rollini che ne originarono il nome. Ivi fra orride 
balze vedesi precipitare il Po sopra un gruppo di 
roccic ed a formare una vaga casca'ella. Questo fiume 
scaturisce povero d'acque e rasente il suolo, in un 
angolo del piano superiore, detto del Re (perchè ere- 
desi volgarmente che vi accampassero i Francesi sol lo 
il dominio di Francesco Primo), e dopo aver percorse 



ed irrigale molle pro\ incie Circumpadane e Lombarde, 
melle foce nel mare dell'Adria. A destra di questa 
sorgente, ma più in allo, havw il lago di Laussel. 
Quivi le meraviglie della creazione si moltiplicano a 
ciascun passo, e più erta, più disastrosa è la via, e più 
orrido diventa il quadro, in ispecie sopra il rovinalo 
casalone della roccia Annuirà, cioè nel piano della 
Madia. 

E queslo un vallo ic ingombro di brune roccic e 
di acuti pictroni, chiuso perire lati da monli ne' quali 
la natura si presenta in una nudità spaventosa, monti 
che di continuo s'avvallano, come scorgesi dui fram- 
menti di rupi che staccansi e. saltellando, rotolano 
con gran fracasso sino alle faldi. Come spiegare la 
presenza di que' ceppi di granito su quelle alture, e 
nelle varie e bizzarre loro posizioni, se non pensando 
alle rivoluzioni subite dal nostro globo in remotissimi 
tempi? A poca disianza da quel piano, valicando circa 
cinquanta metri di neve eterna, che ingombra la 
strada, si giunge al fondo d'una valle in forma di 
semicircolo per cui s'ascende al sommo del colle. 
Continuando il viaggiatore ad avanzarsi oltre la fonie 
dell' Ordi, in un angolo formato da due roceie mi- 
rasi la famosa grotta, opera del marchese Lodovico II, 
attribuita falsamente ora ad Annibale, allorché venne 
in Italia, ora a Pompeo od ai Delfini di Francia, e 
perfino ai Saraceni nelle loro audaci e terribili scor- 
rerie del secolo decimo. Questa buca, alla e larga 
tre metri, e lunga circa setlanlacinque, metteva nel 
Delfinato; ma dal 1825 otturala verso il Piemonte da 
pietre avvallale, e verso Francia dai ghiacci, rimane 
impraticabile attualmente. 

Quantunque soltanto elevato 4200 metri sopra il 
livello del mare, il Picco rimane tuttora inacessibilc, 
ed a settentrione è fiancheggialo da varie vette minori, 
di cui una appellasi Visolello. L'orrido aspetto di 
quest'ultimo scaglione dell'Alpi (che nude, scoscese 
hanno le roceie accavallale e sporgenti le une dietro 
le altre con infinita varietà d'accidenli, di contorni 
e di tinte), la gialliccia neve che v'è in fondo, quella 
più bianca che trovasi sul pendio de' circostanti gioghi, 
i replicati colpi de' rovinanti macigni, ed infine il sordo 
mormorio delle acque formano un insieme che s'im- 
possessa dell'anima e desta una sensazione di religioso 
spavento. Candì P. Casimiro. 

ORIGINE DEI LAZZARONI 

DI NAPOLI 

Il nome di Lazzaro, dice Colletta, sorse nel vice- 
regno spagnuolo, quando era il governo avarissiino, 
la feudalità inerme, i vassalli suoi non guerrieri, la 
città piena di domestica servitù, con pochi soldati e 
lontani, con meno di artisti o d'industriosi con nes- 
suni agricoli; e però con innumerabili che vivevano 
di male arti. Fra tanto numero di abbiette genti, 



5C 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO- SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 




molli campavano come belve, mal coperti, senza casa, 
dormendo nel verno in cerle cave, nella estate, per 
benignila di quel cielo, allo scoperto ; e soddisfacendo 
a;^li usi della persona senza i ritegni della vergogna. 
Cotesti si dissero lazzari, voce tolta dalla lingua de' 
superbi dominatori; i quali, prodotta la nostra po- 
vertà e schernita, ne eternarono la memoria per il 
nome. Non si nasceva lazzaro, ma si diveniva; il laz- 
zaro che addicevasi a qualunque arte e mestiero, per- 
deva quel nome; e chiunque viveva brutalmente, 
come sopra ho dello, prendeva nome di lazzaro. Non 
se ne trovava che nella città ; ed ivi molli, ma non 
sommati, perchè ne impediva il censo la vita incivile 
e vagante: si credeva che fossero intorno a trentamila, 
poveri, audaci, bramosi e insaziabili di rapine, presti 
a' tumulti. Il viceré chiamava i lazzari negli editti con 
l'onoralo nome di popolo; ascoltava i lamenti e le 
ragioni da lazzari deputati oratori alla reggia; tolle- 
rava che ogni anno nella piazza del mercato, in dì 
l'estivo, scegliessero il capo, a grido, senza riconoscere 
i volanti o numerare i voli ; e con questo capo il vi- 
ceré conferiva, ora fingendo di volersi accordare in- 



torno a' tributi su le grasce, ora impegnando i lazzari 
a sostenere l'autorità dell'imperio; il celebre Tom- 
maso Aniello era capo-lazzaro quando nell' anno I6'l7 
ribellò la città. 

FIDUCIA NEI SUDDITI 

Il dubbio che il suddito allenti sempre ai diritti 
del trono è oltraggioso ; il sospettarlo sempre pronto 
ad ingannare è insultante; il crederlo lontano da tali 
pratiche è onorevole pel principe, è gradilo ai popoli. 



La scienza ed il bene non è proprietà esclusiva 
di un dalo genere d'uomini, non siegue le ricchezze, 
non predilige Io splendore della nascita, non si a- 
sconde al tapino: le caste privilegiale non sussistono 
in Datura, le creò la milizia e la dabbenaggine, poco 
vi contribuì la gratitudine dell' uomo. 



PIETRO CORtLLl, Direttore. 



Stabilimento tipografico di A. ToNTAIJA in Torino. 



8. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



26 febbraio ISìS) 



IL MINISTRO CECCO SIMONETTA 




L'anno 1476, il giorno di San Stefano, Galeazzo 
Maria duca di Milano, mostro di libidine e di sangue, 
nell'allo di entrare nel tempio dedicato a quel santo 
protomartire, viene assalilo ferocemente da Lampu- 
gnano, Olgiato e Visconti, giovani di grandissimo 
animo, da lui offesi chi nell'onore e chi nella prospe- 
rità, e cade trafitto da quattordici pugnalate. 

Parve allora vicino il subbisso di Milano. Que' gio- 
vani che in tempi meno corrotti e più generosi sareb- 
bero stali con somme lodi chiamati difendilori della 
libertà, impiignalori della tirannide, solenni protettori 
e sostenitori di ciò che l'uomo deve tener più caro 
quaggiù, vengono invece proclamati traditori ed as- 
sassini. 

Lampugnano, sgozzalo da un domestico Sforzesco, 
è tratto orribilmente per la città; l' Olgiato, posto a 
martori atrocissimi, viene ucciso dalle mani del boia, 
e le sue carni sono dalc ai porci. La ci Ila corsa dai 
tumultuosi, dai ribelli, dagli oppositori e dai nemici 
minaccia di essere inghiottita da immensa tempesta... 



Chi la salva dalla prossima mina ? Chi acquieta quegli 
animi accanili ed eferrali e li riduce a sanila?... Cecco 
Simonella. 

Di questo coraggioso e illibalo minisi ro noi vo- 
gliamo far parola, perocché quale più gentile spelta- 
colo di colui che antepone la virtù, la fama, la salute 
del principe e de' cittadini e la morte stessa ai favori, 
all'oro e alla potenza?... Un ministro può essere ca- 
gione di eterna felicità ad un popolo o incominciare 
una vicenda infinita di lacrime e di colpe. Ne offrano 
un esempio recentissimo que' perfidi e scellerati che 
circondarono non ha guari il redi Napoli, per consiglio 
de' quali quella terra generosa fumò di sangue italiano 
e fremelle armi e vendetta. Vuol esser dunque posto 
nella memoria del mondo e guiderdonato colle bene- 
dizioni de' contemporanei e de' posteri colui il quale, 
abborrcndo dal farsi adulalore de' potenti, è sollecito 
del solo bene dello sialo. 

Cecco Simonella nacque aCaccuri in Calabria l'anno 
l'i IO. Chiamato da suo zio presso Francesco Sforza, 



58 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO RO ARTISTICO 



seguì la fori una varia di quel guerriero fortunato, e 
combattè al suo fianco nella battaglia di Caravaggio, 
guadagnala contro i Veneziani nel 1448. Pervenuto 
lo Sforza al ducato di Milano, egli fu colui die seppe 
intromettere quella parola di dubbiezza generosa e di 
pace, clic raffrena le voglie smodate del principe e 
provvede alla dignità, alla sicurezza, alla quiete dello 

stato. 

I segni di animo libero e incorrotto, i quali risplen- 
devano in ogni suo allo, svegliarono l'astio e il livore 
de' cortigiani, che, operando di straforo, mettevano 
opera a soffiare nell'orecchio del principe qualche so- 
spetto sulla lealtà del Simonella. Ma il Duca chiuse 
loro la bocca dicendo freddamente: 

— Se dovessi slare senza l'originale, vorrei avere il 
suo ritrailo in cera. 

Succeduto a Francesco Sforza il figliuolo Galeazzo 
Maria, egli pose lutti i suoi spirili per frenare questa 
belva di sangue, e fu il solo che in mezzo a quella 
corle istupidita dall'abitudine del male, osasse, ben- 
ché indarno, alzare la voce contro l'ingiustizia di ciò 
che si operava. 

Trucidato Galeazzo Maria, fc' prova immantinente 
di somma previdenza e fortezza. Sostenne e avvalorò 
con sani consigli la duchessa Bona di Savoia, alla 
quale era stala commessa la reggenza per la minorità 
del figliuolo Giovanni Galeazzo, appianò le rinvollure 
delle cose, contenne nella quiete i tumultuosi, abolì 
tutte le gabelle che emungèvano la povera plebe, 
sventò le trame che i fratelli dell'ucciso Duca, e sin- 
golarmente Lodovico il Moro, ordivano di continuo 
contro il governo, fiaccò la baldanza delle loro armi, 
li sgomentò, li compresse, li bandì da Milano, fece 
insomma risorgere la forza dello slato, la floridezza 
del commercio, l'abbondanza delle sue rendile, la 
potenza del suo naviglio. 

Ma egli che avea trionfalo de' più formidabili ne- 
mici, dovea cader vitlima d'un ignobile cameriere e 
tagliatore in tavola. 

Costui, nato in Ferrara e chiamalo Trissino, era 
giovine di ornala ed elegante figura. La Duchessa, 
«•he era leggiadra, più donna che sovrana, e in quell' 
età in cui il cuore suole ancora vaneggiare, gli pose 
l'occhio addosso. Il Trissino non lardò ad avvedersene, 
e col fascino degli sguardi e de' sorrisi lanlo operò 
che giunse a dominare interamente l'animo di lei. 
Allora vedendosi rivelilo da lutti, ma negletto e sprez- 
zato dall'austero Simonella, pensò vendicarsene e ol- 
Lenue il richiamo degli esiliati, tra cui Lodovico il 
Muro il più terribile. 

Il Simonetta aprì gli occhi e Iroppo tardi vide l' in- 
ganno. Conoscendo i capi abissi del cuore di Lodo- 
vico, ne ignorando la sua smisurala e crudele ambi- 
zione, iremo pel destino della patria, e presentatosi 
alla Duchessa intrepidamente disse : 

—Signora, io perderò l« lesta, nm poi rtbn nmsene- 
i ri, li, tlalOi 

Queste profetiche parole cvhcn immediate il loro 



effetto. Il Moro, guadagnatosi coi tranelli e cogli ag- 
giramenti l'animo de' principali cittadini, getta la ma- 
schera e afferra pel crine la fortuna che gli pone ogni 
cosa nel grembo. Proclama traditore il Simonella, 
investe notturnamente la sua casa, mette a sacco e 
divide tra gli assalitori le sue robe e lo fa strascinare 
nel castello di Pavia sopra una carrella ferrala. La 
Duchessa, fascinata dal suo drudo, atterrila dal suono 
delle armi del Moro, cieca e immemore dei benefizi 
dell'incolpalo ministro, segna la sentenza di morte... 
E il Simonetta piega il capo al destino che lo percuote 
con quella costanza e magnanimità che dovea coronare 
la sua vita virtuosa. 

I suoi carnefici gli rompono prima le membra colla 
tortura; barbarie non so se più crudele o più pazza, 
della quale per secoli furono vittime tanti infelici. Era 
infermo per dolore di gotte, pure la fortezza dell'a- 
nimo lanlo polè sulla natura che non rallegrò gli 
spieiati ne d'un grido, ne d'un lamento. Infine, tratto 
sul rivellino del castello, e posto sopra un panno nero, 
viene decapitato l'anno seltuagesimo di sua età, il 
penultimo giorno di ottobre 1^80. 

II rimanente del suo vaticinio non tardò a verifi- 
carsi. Lodovico il Moro, oramai signore di Milano, 
guiderdonò il Trissino degli infami suoi servigi col 
cacciarlo dal dominio ducale. La Duchessa, per la 
perdita di costui, entrò in tanta furia che, postergato 
ogni onore e dignità e scordatasi di ogni filiale amore, 
rinunciò con alto solenne la lulela dello stalo e del 
figliuolo nelle mani di Lodovico, e corse dietro le ve- 
sligia del favorito che, immemore degli amori, reea- 
vasi a Venezia carico di danaro e di perle. Ma il Moro 
usando di subito del potere che gli venne fidato, troncò 
l'invereconda tresca, facendola arrestare ad Abbiale- 
grasso e vietandole l'uscita dallo stato. 

Per tal modo (conchiude il Verri nella sua storia) 
Antonio Trissino fu quegli per cui la casa Sforza per- 
dette poi lo Slato, i Francesi occuparono il Ducato, 
gli imperiali gli scacciarono, e si fermò un nuovo or- 
dine di cose per tutta l'Italia. Le debolezze di una 
donna e la bella figura di uno scalco fecero maggior 
rivoluzione nel destino d'Italia di quello che non 
avrebbe fatto un gran monarca od un conquistatore. 

C. 



Le donne sono più liberalmente dolale di compas- 
sione e di pudore : due forze pacifiche le quali tem- 
prano sole tutte le guerriere fòrze del genere umano. 

Pilaf/ora. 

Ad un uomo che consuma le facoltà sue, non è ri- 
medio più opportuno che una buona moglie, come 
quella eh' è conservatrice della casa. — La migliore 
e più eccellente ricchezza che si possa avere, è il tro- 
vare una moglie di generosi spirili. — Utile e fruttuo- 
sissima possessione e quella che nasce dalla benevo- 



lenza della moglie verso il marito. 



Euripide* 



SCRLTA RACCOLTA DI UTILI K SVARIATF NOZIONI 



59 



L'ECONOMIA POLITICA E LA G1LRISPRI DElNZ V 



Se, come è fuor d'ogni dubbio, le leggi ebe hanno 
per precipuo scopo il mantenimenlo dell'ordine so- 
ciale, devono tener conio del modo in cui si formano 
e si distribuiscono le ricchezze, egli è pure indubitato 
che coloro i quali vogliono fare uno studio profondo 
e ragionato della legale, debbono avere delle cogni- 
zioni economiche, senza le quali mai potrebbero essi 
abbracciare l'insieme della scienza, e misurarne tutta 
la sua vastità. Colui che non vede nelle leggi che un 
testo, il quale spiegar de\esi più o meno logicamente 
col ravvicinamento di altri testi, può esser un abile 
legista, ma ciò non basterà per meritargli il nome di 
giureconsulto; bisogna possedere ancora certe qualità 
di un ordine pù elevato, fra le quali figura in primo 
grado l' altitudine di spiegare e dilucidare le leggi, 
adattandole alle necessità sociali dimostrate dall'Eco- 
nomia politica. 

L'Economia politica si può dire in certo modo 
scienza recente, nel senso che i principii sui quali ri- 
posa, e le analoghe conseguenze, non furon riunite 
in un corpo di dottrina che da poco tempo; ma è 
d'altra parte scienza antica, nel senso che tali prin- 
cipii esistono da secoli, quantunque non se ne ren- 
desse esplicito conto, e siasi sempre fatto, senza spe- 
cificarlo, un'applicazione più o meno esatta delle loro 
conseguenze. 1 giureconsulti d'altri tempi, siccome 
quelli de' nostri giorni, presero dunque necessaria- 
mente per punto di partenza i dati economici della 
loro epoca; or dappoiché la storia dei bisogni d'un 
popolo, delle sue abitudini, della sua costituzione in- 
terna, del suo commercio ed industria, si apprende 
dalle leggi che lo reggono, i giureconsulti che le svol- 
gono ed insegnano", che dimostrano in ciò ch'esse sono 
conformi all'esigenze dello stalo sociale, ed in ciò 
ch'esser devono modificate, non deggiono obbliare 
che in simil modo essi completano tale storia, coi ma- 
teriali che le preparano. 

Dovere siffatto non sarebbesi mai tanto sentilo 
quanto ai giorni nostri, in cui la scienza dell'Econo- 
mia politica e quella del Diritto vogliono esser colli- 
vate con eguale ardore , ardore che riuscirebbe ad 
amendue sterile, se l'una restasse all'altra straniera ed 
isolala, e sarà invece fecondissimo di utili risultati, 
se fra di esse presteransi reciproco vantaggioso ap- 
poggio. D'altronde, se l'Economia politica agisse dis- 
giuntamente dal dritto e dalla legislazione applicabile, 
non produrrebbe che delle utopìe, e le leggi che non 
prendessero per loro base i principii economici sui 
quali riposa la società ch'esse reggono, manchereb- 
bero dello scopo loro, e sarebbero impotenti si a fare 
il bene, che ad impedire il male. Senza dubbio sa- 
rebbe un errore il credere, che sia possibile alla legi- 
slazione ed ai giureconsulti di correggere luti' i vizi 
die pone in evidenza l'Economia politica ; le tendenze 
d'un' epoca hanno talora qualche cosa di previden- 



ziale e di fatale, a cui bisogna sapersi assoggettare ; 
tuttavia nell'assoggellarvisi, si possono bensì modifi- 
care, regolare e dirigere. Questo dev'essere, è vero, 
uffizio de! Governo, ma ben anco dei giureconsulti, ni 
quali incombe l'obbligo di estender sempre più lo 
scopo che si propongono dai loro sforzi. 

Ognun conosce quanto in oggi siano gli spirili pre- 
occupati in generale delle riforme sociali ; gli uni per 
proporle, gli altri per combatterle ; quest'ultimi per 
temerle, i primi per fondarvi tutte le .loro più care 
speranze. Se l'Economia politica può discutere su tali 
riforme, d'una maniera astratta, fare all'uopo caso 
vergine, e rimpastare col pensiero una nuova società, 
egli è ai giureconsulti che spetta di porre i sistemi 
in confronto della realtà, e di richiamare al rispetto 
del dritto le utopie che valgono ad allontanarsene. 

In mezzo alle tendenze industriali e commerciali, 
che assorbono gran parte dell'umana attività da oltre 
un quarto di secolo che si gode in Italia ed altrove 
dei frutti- della pace, l'Economia politica e la giuris- 
prudenza hanno ciascuna ugualmente un' importante 
parte ad adempiere. L'agricoltura, le arti ed il com- 
mercio producono e distribuiscono le ricchezze; le 
leggi che le regolano, sono pertanto l'organizzazione 
dell'Economia politica. Tulle le leggi già fatte o da 
farsi, che riguardano al commercio, all'industria ma- 
nifatturiera ed agricola, suppongono certamente, sì in 
coloro che le fanno, che in quelli che le interpretano, 
delle cognizioni economiche, senza di che simili leggi 
non corrisponderebbero menomamente ai bisogni acni 
soddisfare esse deggiono. Ciò nonpertanto, tulle le 
persone alle quali l'Economia politica sarebbe indispen • 
sabile, hanno esse realmente sufficienti nozioni di tale 
scienza? Coloro che il movimento desdi affari ritiene 
lungi dal movimento scientifico, inavvertitamente, 
non la relegano forse fra le scienze puramente specu- 
lative, e senza immediata applicazione? Ben si sa che 
qualunque scienza può bastare a se slessa, senza troppo 
riflettere però, che quelle morali hanno tulle fra di 
esse una correlazione quasi indispensabile, come le 
scienze fisiche e matematiche. Qualsiasi errore sa- 
rebbe pregiudizievole assai al progresso sì delle une 
che delle altre. Il legale, cui spella difender le cause 
altrui dinanzi i tribunali, oppure giudicarle, non deve 
mai credersi di aver troppi lumi in proporzione della 
materia, e dispensarsi perciò dal l'acquista re tulle quelle 
cognizioni che possano maggiormente accrescere il suo 
acume e le forze del suo intelletto. 

Non basta pertanto che un giureconsulto non ignori 
i grandi principii d'una scienza che ha lanti rapporti 
sociali, e dalla quale, come più > olle si disse, dipende 
la formazione e la distribuzione delle ricchezze, e ne 
conosca i primi elementi, ma si è di tulla necessità 
che l'approfondisca, e si renda famigliare ogni suo 
più minuto dettaglio. Egli deve sovraltutlo studiare 



60 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



l'Economia politica nei suoi piti inlimi rapporti colla 
giurisprudenza. Riguardala sotlo tale aspello simil 
scienza, gli sembrerà meno straniera ai suoi prece- 
denti sludi; più feconda di risultali pratici; ricca di 
risoluzioni impensale a fronte delle quali spariranno 
mite le più complicale difficoltà legali. 

In conclusione, lo studio dell'Economia politica do- 
vrebbe assolutamente progredire di pari passo colla 
giurisprudenza alla quale necessariamente si collega, 
e che insegnala simultaneamente faciliterebbe d'assai 
lo studio della legale, e noi caldi e sinceri amatori 
della patria, gelosi dell' onor nazionale, non possiamo 
ristarci dal far voti che tale necessità venga general- 
mente sentila ed apprezzala nell'Italia nostra, e che 
siano cosi iustiluite Cattedre di Economia politica in 

TUTTE LE DOTTE UNIVERSITÀ ITALIANE, a buon diritto 

già tanto decantale nel mondo scientifico. Allorché 
divenuta fosse famigliare suddetta scienza, quante uto- 
pìe sarebbero ridotte al loro intrinseco valore; quanti 
sistemi verrebbero aboliti ; quanti errori si evitereb- 
bero; quante forze, ora sprecate, sarebbero meglio im- 
piegate ; e quanti sublimi ingegni, più saggiamente 
diretti, concorrerebbero al ben essere generale, a vece 
di perdersi in vani od inutili sforzi, e talora in ten- 
tativi colpevoli ! 

C. Gromjona. 

IL METRO 

Saggio di poesia contemporanea (I). 

i. 

Oh che metro, clic metro, miei cari ! 
Questo si che sì chiama far versi ! 
Non vi par che cinquanta somari 
Per le arcadiche selve dispersi 
Quinci e quindi si corrano dietro? 
Oh che metro, che metro, che metro ! 

2. 
Scimunito chi studia i maestri 
Per la frega di farsi poeta ! 
Liberalo da tanti capestri 
Ecco qui ch'io cammino alla meta 
Co'sonagli davanti e di dietro. 
Oh che metro, che metro, che metro! 

5. 

Non istate a mi romper la tesla 
Co' noiosi di Fiacco precelti. 
Che meslier di poetica vesta? 
Che meslier di brillanti concetti? 
Tutte baie dei secoli addietro! 
Oli chi' indio, che metro, che metro! 



(I) Senilira che I' .nitore intenda ceri questa poesia ili beffarsi 
della maggior parte degl' inneggiateli, die sorsero all'improvviao 
nedi ultimi iloe nirai dell'anno 1847. 

// Piirlluir 



Quando i versi mi tornano corti 
Li rimpinzo con trenta aggettivi. 
Se stupiscono gli uomini morti, 
Figuratevi gli uomini vivi !... 
Restai) lì colla pelle di vetro. 
Oh che metro, che metro, che metro! 

5. 

Il buon senso? eh via là! che buon senso ! 
Siamo in tempi di tulle riforme. 
Finalmente il poeta melenso 
Del valente si qella siili' orme 
E le fiche gli fa per di dietro. 
Oh che metro, che metro, che metro ! 

6. 

I pensieri, voi dite? eh i pensieri 
Io li lascio... ai poeti pensanti. 
Che i miei versi sian lubrici, interi, 
E lalor d'alcun piede abbondanti, 
Me felice tal grazia se impetro. 
Oh che metro, che metro, che metro ! 

7. 
Ma le risa, il disprezzo, l'accidia 
Di coloro che sanno il mestiero? — 
Tutta gente che schiatta d'invidia 
Nel vedermi trottarsi leggiero, 
Senza zampe per corrermi dietro ! 
Oh che metro, che metro, che metro! 

8. 
Poetastri da quindici soldi, 

Imitate i miei versi immortali, 

E potrete a Sterbini e a Rertoldi(I), 

Fra cent'anni, lustrar gli stivali. 

Su, provate, tenetemi dietro : 

Oh che metro, che metro, che metro! 

Norberto Rosa. 



(l) Sfilo! i, o Fonia, la polvere indegna. 

STEIibINI. 

Cai l'azzurra coccarda sul petto. 

Bertoldi. 



IL TRIONFO DELLA CARITÀ 

Dipinto di Rubens. 

Nel numero antecedente, lodando i cittadini di 
Rubens per avergli innalzato un monumento, noi ab- 
biamo parlalo della divina potenza del pennello di 
questo pittore. Ora ci piace riprodurne un disegno, 
che è una stupenda rappresentanza allegorica del 
trionfo della Carità. Lasciando ai lettori l'agio di va- 
gheggiare la poesia che illumina questo dipinto, noi 
diremo alcune cose che ci vengono suo^erile dalla 
vista di que' fanciulli vispi, sorridenti, briosi, svolaz- 
zimi!'.— Noi vorremmo che la buona madre imparasse 
dalla Carila di Ruheus a nutrire in mezzo alle arie 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



01 




limpide e vivificatrici la frale puerizia del suo fan- 
ciullo, uè cominciasse troppo di buon'ora a seppellirlo 
in certe fetide scuole dove l'aria, come in un sepolcro, 
vi penetra e circola a grande slento. Ciò è sempre 
cagione della poca floridezza e del poco rigoglio delle 
"sue membra; è cagione di quella sparutezza che siede 
sul suo volto mescolala a quella noia che lentamente 
corrode le fibre delia sua vita. Oh! lasciale che il 
fanciullo s'inebrii dei raggi del sole, si nulra delle 



arie balsamiche de' prati e de' giardini, corra, giuochi, 
saltelli e svolazzi. Egli vi ricomparirà sempre agli oc- 
chi irradialo di una rosea luce. Date uno sguardo alla 
gioventù inglese. Perchè la vedete voi in generale 
così accorata, cosi avvizzita? I manifattori di quella 
regione si presentarono un giorno al ministro Pitt 
dicendogli che i salarii troppo elevali dell'operaio to- 
glievano loro facoltà di pagare le imposte. — Prendete 
i fanciulli, disse egli con accento inumano; e questa 



G2 



musbo s<:ibhtifk:o, lbttbhario bd artistico 



parola pesa terribilmente sull' Inghilterra come una 
maledizione. I fanciulli di pochissima eia furono gel- 
lati in quelle immense fabbriche, dove passano l'in- 
tero giorno fra lo strapazzo e la fatica ; e da quel tempo 
la razza inglese si accascia ; quel popolo così atletico 
dapprima, si snerva e si fiacca; sparve dal suo volto 
quella tinta lucida e incarnata che già faceva la me- 
raviglia dello straniero il quale fermavasi a contem- 
plarlo. — Qualunque siano le miserie del contadino, 
quale differenza tra il fanciullo della campagna e quello 
di città! Alla campagna può dirsi con sicurezza che il 
fanciullo è felice- Miratelo: eccolo là, pressoché nudo, 
senza zoccoli, con un frusto di pan nero, custodire o 
una vacca o le oche. L'ilarità gli splende sulla fronte, 
la salute gli sorride vividissima, sguazza nell'aria come 
un uccello nell'acqua, salia ad ogni momento qua e là. 
I lavori agricoli, ai quali viene a poco a poco asso- 
ciato, afforzano il suo corpo. Gli anni preziosi, du- 
rante i quali l'uomo compone le sue membra e le sue 
forze, scorrono per lui liberi e fortunali nella dol- 
cezza della famiglia. Vengono poi le miserie, i duri 
travagli della vita?... Ebbene, il suo corpo si è tem- 
perato a sfidarli. Meditino i genitori queste poche pa- 
role, e verrà giorno che forse ce ne sapranno grado. 

G. 



BREVE NOTIZIA 
DE' Piti' CELEBRI INTAGLIATORI IN RAME 

Si suol dire di Padova, che è una città brulla, la 
(piai rinchiude delle cose belle; e una delle cose 
belle di Padova ù la galleria di sceltissime opere 
de'più illustri intagliatori antichi e moderni, che 
raccolse nelle sue case il sig. Gaudio, e della quale 
il prof. Antonio Marsand stampò sin dall'anno 1823 
una elegante e accurata descrizione, col lilolo: // 
fiore dell'arie dell' intaglio. E noi di sì bel fiore 
rallegreremo questo foglio; il che faremo dividendo 
le varie scuole d'intaglio, e sotto ciascuna nomi- 
nando i principali arte ici, e di ogni artefice ricor- 
dando le stampe, che il sig. Gaudio raccolse con 
non minor larghezza che guslo. 

SCUOLA TEDESCA 

Gl'incunabuli dell'arte dell' intaglio si debbono a 
Martino Schoen, nato in Eranconia del 1420$ molti 
lo imitarono con più o men lieto successo, sin che 
vegnamo ad Alberto Durerò, che tulli oscurò col suo 
mirabile ingegno. Pittore, scultore, architetto, geo- 
metra, anatomico, egli fu il vero padre, fondatore 
e perfezionatore, della scuola tedesca dell' incidere 
in rame. Lavorò circa cinquecento slampe, che de- 
corano a prova le più celebri gallerie. Nella nostra 
vi sono: L'Adamo ed Eia, la stessa prova che fu 
già posseduta dall'illustre Marielle; Il fìfjliuol pro- 
digo, nel cui volto effigiò il Durerò se slesso; il 



san Girolamo detto della zucca, a cagione forse di 
una gran zucca che è in questa slampa ; la malin- 
conia, e il cavai della morte, simbolo della vanità 
di tutte le umane cose. 

Di Giorgio Pencz nato in Norimberga del 1500, 
ha il sig. Gaudio Y Artemisia, la quale ci ricorda la 
scuola del Sanzio, e quella di Marcantonio, a cui 
si perfezionò il talento di questo intagliatore. 

Di Enrico Aldeg^ever, che è uno de' così detli 
piccioli maestri, perchè si occuparono in piccioli, 
anzi talvolta in picciolissimi intagli, ha la nostra 
raccolta quattro slampe, che rappresentano la storia 
di Loth; sì come di Giorgio Federigo Schmidt, 
nato in Berlino del 1712, e formatosi alla scuola 
di Nicolò Larmessin in Parigi, vi si ammirano i 
due capolavori, che sono la Bettola fiamminga e il 
principe di Gheldria* 

Né vi si dovea desiderare il celebre Gian Giorgio 
Wille, nato in Konigsberga, e quindi stanziatosi a Pa- 
rigi, con vera utilità di quel paese, nel cui seno, 
con la vendita delle sue slampe, egli versò un mi- 
lione e mezzo di franchi. Mirabile, come lutti sanno, 
è quest'artefice per la sua grande virtù nel rendere 
i drappi, i pizzi, i ricami, che sembra non pur di 
vederli, ma di toccarli; in prova di che basta osser- 
vare il suo ritratto del conte di Saint-Flòrentin, che 
non solo apparisce vestito di velluto, ma di velluto 
che non può esser che cremisi. Ora di- questo ce- 
lebre intagliatore possiede il sig. Gaudio i Musici 
ambulanti, rarissima prova, per ciò che ha YEle- 
ctoral senza le, che vi fu aggiunta da poi che se 
n'erano tirate alcune copie; Agar presentata ad 
Abramo; e la Educazione domestica, conosciuta 
sollo il nome di Stampa del raso, per ciò che la 
madre di famiglia è vestita di un raso bianco di seta, 
anzi di un raso bianco-latteo, che è una maraviglia 
a vedersi. 

Fu suo scolare Giovanni Gottardo Muller, del 
quale ha il sig. Gaudio una bellissima pruova avanti 
la lettera della Battaglia di Bunker' s bill. 

Il capolavoro di Giovan Federigo Clejnens, nato 
in Copenhague del 1757, cioè la Morte del generale 
Montgomery , chiude nella raccolta del Gaudio la 
serie degl' intagliatori tedeschi. 

SCUOLA ITALIANA 

Marcantonio Raimondi fu quegli, che recò tra noi 
a perfezione l'arte dell'intaglio, che il fiorentino 
Finiguerri vi avea coltivalo per primo. Nacque egli 
in Bologna del 1487, e morì tra il 1558 e 59. Stu- 
diò in Noma sollo Raffaello, il quale vuoisi che di 
sua mano gli segnasse i contorni ne'rami, che do- 
veva intagliare; ondo viene la purità e correzion di 
disegno, che si loda principalmente nelle sue slampe.' 
E lo prova quella di Adamo ed Eia, la qual ultima 
vuoisi che sia la più bella donna, che sia stala mai 
disegnala od incisa da poi che si prese a esercitare 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI R SVAKIATK NOZIONI 



Gt 



le arli. Oltre a questa stampa, possiede il sig. Gaudio 
la Strage degli Innocenti; Gesù Cristo all' ingresso 
del Tempio, delta altrimenti la stampa della Ma- 
donna alta scala-, la B. V. alla calla; i cinque 
santi; e la Vendemmia; tulle rarissime prove e di 
bellissima conservazione. 

Allievo di Marcantonio fu Marco Dente, detto co- 
munemente il Ravignano, i cui intagli se non gareg- 
giano con que' del maestro per la correzion del di- 
segno, si ammirano tuttavia per la facilità e per la 
grazia. V ha di lui india nostra raccolta la Strage 
degli Innocenti, cavata da un dipinto di Baccio Ban- 
dinelli. 

Benché duro e secco ne'oonlorni, sono però lodale 
le stampe di Giorgio Giusi, soprannomalo il Man- 
tovano, delle quali il sig. Gaudio possiede il Giu- 
dizio di Paride, di mirabile conservazione e fre- 
schezza. 

Fregio della sua collezione è altresì il Giudizio 
Universale, capolavoro di Martino Bota da Sebenieo, 
anzi un capolavoro dell'arte, saputo avendo l'artefice 
tutta conservare nella piccolezza di questa slampa 
la immensa composizione di quel potente ingegno 
di Michelangelo. 

Celebre intagliatore all'acqua forte fu Stefano della 
Bella, nato in Firenze del 1010, vissuto quasi sem- 
pre a Parigi, e morto in patria del 1GG4. Mirabile 
è la sua slampa del Ponte nuovo di Parigi, dove 
in uno spazio, allo 12 pollici e largo 25, egli rap 
presentò un mezzo migliaio di figure, oltre a tulle 
le fabbriche, a' carri, agli animali, e molti altri ac- 
cessori di quella svariala composizione. 

Con Francesco Bartolozzi e BatTaello Morghen si 
viene a cbiudere il novero onorato degl'intagliatori 
italiani. 

Nacque il Bartolozzi in Firenze del 1750, lavorò 
in pairia, in Milano, in Venezia; a trenlaquallro anni 
si trasferì a Londra, ove restò sino agli ottanta ; 
nella quale età si avvisò di mutar soggiorno, pas- 
sato essendo a Lisbona, ove mori miseramente nel 
1815. A una rara eccellenza in lutti i generi del- 
l'arte, ch'egli imprese a trattare, congiunse una 
straordinaria rapidità di lavoro; per cui nientemeno 
di duemila sono le slampe uscite dalla sua operosa 
ifiicina. Bellissime fra queste sono le quattro pos- 
sedute dal Gaudio; ciò sono la Clizia da un quadro 
di Annibale, l'Adultera da uno di Agostino Caracci ; 
la Madonna del silenzio da uno del sopraddetto An- 
nibale; e la Circoncisione di G. C. dalla famosa 
tavola del Guereino. La Clizia però tiene il primo 
luogo fra le slampe del Hartolozzi, e l'amorino che 
vi si ammira è giudicato forse il più caro fanciullo 
che sia stato mai disegnato ed inciso. 

BatTaello Morghen nacque in Napoli, dove fece i 
primi sludi dell'arte; passò indi a Roma, dov'ebbe 
a maestro il Volpato; indi a Firenze, dove fu chia- 
malo da quella corte, e dove condusse una vita 



splendida ed onorata. Di questo illustre artefice v'ha 
nella galleria def signor Gaudio ['Aurora e la Giu- 
risprudenza. La prima specialmente ò fatta oggi si 
rara, che il prezzo di una buona pruova non è tanto 
l'indizio del merito, quanto il segnai del capriccio. 

SCUOLA FIAMMINGA 

Lasciando in disparte le questioni sulla origine e 
su! merito di questa scuola, noi staremo contenti a 
dire, che quegli, che la recò alla sua maggior per- 
fezione, fu Luca Jacobz, conosciuto sotto il nome 
di Luca d'Olanda. Nacque in Leida del 1494, e mori 
nel 1555. Mosso dal grido del suo valore, Alberto 
Durerò viaggiò in bello studio a Leida per cono- 
scerlo di presenza; quindi si strinse seco con la più 
cordiale amicizia. La sua stampa del Virgilio è una 
delle più rare e delle più belle; onde non lasciò il 
signor Gaudio di fregiarne la sua raccolta. 

Enrico Gollz o Golzio fu pittore, intagliatore e 
antiquario. La sua stampa della Circoncisione di Gesù 
Cristo imita sì bene la maniera di Alberto Durerò, 
che si scambierebbe per un'opera di questo insigne 
maestro. In quell' uomo che reca il celeste Bam- 
bino e' fece il proprio ritratto. Il signor Gaudio ne 
ha una fresca ed eccellente prova. 

Nicolò di Bruyn si piacque di lavorare intorno a 
slampe grandissime e di ricca composizione; pri- 
meggia fra esse V Età delVoro, che ammirasi nella 
nostra galleria. Nò vi manca il capolavoro di Gio- 
vanni Saenredam, allievo del Gollz, V antro di Pla- 
tone; come altresì la bellissima del Bubens: la donna 
col paniere, la più stimala delle quattro slampe con- 
dolle all'acqua forte da quell'ingegno sovrano. 

Luca Vorslerman nacque in Anversa del 1570, 
e trasferitosi del 1624 in Inghilterra, vi mori otto 
anni appresso. Fu maraviglioso quel suo modo di 
render col semplice chiaroscuro, che egli conseguiva 
più con la morbidezza che col vigor del bulino, 
tutte le differenti masse del colorito de' quadri, che 
egli mettevasi ad intagliare. La deposizione di G.C. 
di croce, la Susanna, e il Concerto di musica, capo- 
lavori di • questo artefice, abbelliscono la nostra 
raccolta. 

Enrico di Goudt, conte Palatino, fu pittore e in- 
tagliatore, ma di sole selle stampe, la migliore 
delle quali, che è la Cerere, è posseduta dal sig. 
Gaudio, e, ciò che è più, avanti la lettera. 

Bolswert fu allievo del Bubens, il quale si pigliava 
l'amorosa cura di dirigerlo nella scelta e condotta 
de' tagli, aggiustandone i disegni, o ritoccandone i 
contorni sul rame. Egli guardò più all' effetto, che 
alla grazia dell'intaglio; novella ragione per credere 
che il Bubens avesse parte ne' suoi lavori. Suoi 
capolavori sono la Coronazione di spine, il Rinne- 
gamento di S.Pietro, e il Concerto di mugica, posse- 
duti però dal sig. Gaudio; che volle pur avere tre paesi 
del Bolswert, cui ne aggiunse un quarto di Pietro 



e 4 



MUSEO «OKMTUMMI I.KTTKBAKU» KHAKlIKTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



Clouvel di Anversa, che ne sostiene degnamente il 
confronto. 

Di Paolo Pontins, uno de' celebri intagliatori delle 
opere di Rubens, si ammirano nella nostra raccolta 
il San Hocco, lodatissimo come quadro e come 
stampa, e la Tomiri, che sta osservando la testa 
di Ciro immersa in un calino di sangue. 

Pittore e intagliatore fu Giovanni Van de Velde, 
le cui s'ampe si rassomigliano, quanto è all'effetto, 
a quelle del Goudl. La Maga è tra queste la prin- 
cipale; e però non si desidera nella nostra raccolta; 
come non vi si desidera il Daniele nella caverna, 
capolavoro di Guglielmo di Leeuw , e la Pace di 
Munslen, altro capolavoro di Giona Suyderhoef, in 
cui si ammirano i ritratti di sessanta ministri ple- 
nipolenziarii delle varie corti di Europa, che inter- 
vennero a quel congresso. 

Di Pietro Nolpe ha il signor Gaudio il Mese di 
Marzo e la Diga rotta; nella qual ultima rappre- 
sentò si al vivo con pochi tagli l'acqua che trabocca 
dall'abbattuta diga, da avanzarne lo slesso Wollet, 
che è pur si famoso nell'intagliare, in tempesta o in 
calma , queir elemento. Né di minor merito è il 
San Pietro che resuscita la Vedova, di Cornelio 
Bloemaert, del quale dice il Watelet, qu'avant lui 
on avail bien su graver un dessin, mais quii est le 
premier qui ait bien su graver un tableau. 

Venendo ora a quello straordinario ingegno di 
Paolo Rembrandt, nato del 1606 poco lungi da 
Leyden, e morto in Amsterdam del 1674, ebbe egli 
un colai modo d'intagliare, da conseguire con una 
apparente negligenza un effetto maraviglioso ; onde 
è passalo in proverbio V intagliare alla Rembran- 
tesca. Di questo grande artefice possiede il signor 
Gaudio la Morte della Madonna, dove è curioso a 
vedersi un medico che le tocca il polso; la Deposizione 
di G. C. di croce ; G. G. presentato al popolo -, i 
Tre alberi; la Resurrezione di Lazzaro; e G. C. che 
risana gl'infermi, della la stampa dei cento fiorini, 
della quale ebbe a dire il Rarlsch, giudice esperto 
in queste materie, ch'essa est rcellement la plus belle, 
qui soit sortie de lapointe de ce maitre. Queste sono 
le principali fra le trecentosellanlasei stampe del 
Rembrandt, ed olirà ciò le prove ne sono delle più 
desiderate e più rare. 

Uno dei più famosi imitatori dello stile del Rem- 
brandi si fu Gian Giorgio Van Vlicl, sì come appa- 
risce dal suo San Girolamo. E lasciando stare il 
Venditore di veleno pei sorci di Cornelio Visscher, 
e la Taverna dei Fumatori di Niccolò Lanwers, noi 
ci fermeremo con piacere a Gerardo Edelinck, che 
melle onorato termine alla scuola fiamminga. 

Nacque egli in Anversa del 1627; invitato a Pa- 
rigi dall'illustre Colbert , vi si recò del 1665, e 
quivi onorassimo si morì del 1707. Fu uomo di 
semplici costumi e di maravigliosa modestia. Grande 



in tutte le sue opere, ninna ve ne ha che possa dirsi 
mediocre. Ma le famose sono tre , che però non 
mancano al signor Gaudio : la Maddalena , nella 
quale è ritraila la bella Madama della Valfière, nel- 
l'alto di calpestare le insegne della sua passata 
grandezza ; la Sacra Famiglia , giudicala il capo- 
lavoro, non pur dell' Edelinck , ma dell'arie mede- 
sima; e la Tenda di Dario , che va quasi sempre 



unila alle battaglie di Audran. 
Continua 



P. A. Paravia, 



MOSAICO 

Il mosaico e una mescolanza di frammenti prò o 
meno regolari di marmo, di pietre, di materie vitree, 
le quali legale insieme collo smalto e collo stucco com- 
posto di calcina e di polvere di marmo o di resina e 
di gesso, formano compartimenti, ornamenti e figure. 
Il vocabolo mosaico deriva dal greco mousikon, che si- 
gnifica polito, elegante, ben lavoialo, oppure dal nome 
latino musivum, che ha l' egoal radiee del greco, ma 
che sarebbe stato dato a quel genere d'opere che 
chiamasi mosaico, perchè i luoghi o gli edifizi consa- 
crati alle Muse, e chiamali per ciò musei, ne erano 
singolarmente fregiati. 

Il mosaico è antico d'assai, e toccò presso i Romani 
la cima di perfezione. Il più gran pezzo di mosaico 
antico che conoscasi è quello del tempio della Fortuna 
a Preneste (oggi Palestrina); rappresenla una caria 
e geografia d'Egitto. Nelle rovine di Ercolano e di 
Pompei, il mosaico forma uno de'principali ornamenti, 
non solo dei pavimenti ma eziandio delle volle, cosi 
dei pubblici edifizi come delle case particolari. Nel 
medio evo, gli Italiani e gli Arabi furono pressoché i 
soli che ne conservarono la tradizione. Celebre è il 
mosaico del palazzo dell'Alhambra a Gramola. Il Lou- 
vre a Parigi ne possiede uno che fu eseguilo nel 1808 
da un Italiano, il Belloni. 

Alcuni amici di Ovidio gli consigliarono di to- 
gliere tre o quattro versi da una delle sue opere. 
«Vi consento, disse il poela, purché non siano i 
tre o quattro che amo di più. Mettete in iscritto i 
versi che volete ch'io tolga via; io niellerò pure 
in iscritto quelli che voglio conservare ». Ora ac- 
cadde che i versi che gli amici voleano sopprimere, 
erano appunto quelli che l'autore volea lasciare. 
« In tal modo fece loro vedere, dice il filosofo Se- 
neca, che Ovidio non ignorava i suoi difelli, ma 
che era troppo debole per odiarli. » 



PlliTHO CORELLI, Mieli, re. 



Stabilimento tipogratico di A. FONTANA in Torino. 



9. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc — Anno X. 



( i marzo ISIS) 




S. M. il Ke di l'rttssia) 
l li principe che ai valor guerriero della mano 
accoppia in sommo grado l'acume dell' inleliello, e 



ne sa liane per sé e per la propria nazione un 
buon parlilo, è --'rande e glorioso principe; e noi, 



OS 



MUSEO SCIR.MIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



quantunque pienamente persuasi della massima im- 
portanza della perizia nelle armi, e dell' apparato di 
una forza materiale, specialmente ai tempi che cor- 
rono, non esiliamo a dire che crediamo più degno, 
più opportuno e più efficace il corredo acquistato 
nelle aule di Minerva, di quello raccolto sui campi 
di Marte. Quello studiare e perfezionare come ora 
si fa la strategia militare, coltivando però con pre- 
dilezione, e promovendo alacremente le scienze, le 
lettere e le arti, è appunto ciò che si ha a compire 
e compiesi da alcuni saggi principi dell'età nostra. 
Ed ora, interessando moltissimo il ricordare i 
nomi di quei regnanti che non ebbero mai a schifo 
le lettere, come usavano i nobili dei passati tempi, 
ma che le amarono e le coltivarono singolarmente, 
passeremo in rassegna la maggior parte di loro, 
godendo sommamente averli veduti risplendere nelle 
biografie dei dotti, piutloslochè nella inutile ed in- 
gloriosa genealogia delle famiglie. 

11 primo re, che a mia cognizione si presente- 
rebbe ad essere accennato come autore, sarebbe 
quello tanto celebre dei Giudei, Salomone, del quale, 
come quasi di lutti coloro che seguono in questa 
rassegna, il grande ingegno era offuscato da gravi 
peccali. Non occorrerà che io faccia parola delle 
divine opere di questo sommo Salmista, perchè cose 
a lutti note; come è proverbiale la sua sapienza e 
giustizia, di cui si bramerebbe vederne risplendere 
un raggio in certi regnanti di questi lempi, che 
non possono vantarsi d'imitarlo altrimenti che nelle 
colpe. 

Dionigi, il vecchio, l'abbonito tiranno di Sira- 
cusa, fu poeta, or più, or meno lodato. Chi avrebbe 
credulo mai che in un'anima che fu conlaminata 
da si enormi brutture e da lanla barbarie, potesse 
albergare uno squisito senso di poesia? Egli soleva 
aspettare con ansia grandissima l'esito dei suoi com- 
ponimenti, quando li mandava declamare in Olim- 
pia su carri sfarzosamente addobbali. Consultalo un 
giorno il poeta Filosseno che aveva chiamalo alla 
sua corte, sopra un suo scrillo, questi lo giudicò 
francamente mediocre, per cui ofTesosi il principe, 
fé' condurre il saggio alle pelriere. Richiamalo ed 
invitato a pronunziare sopra^ uno nuovo, non fece 
che volgersi agl'uflìziali del re, dicendo: Ricon- 
ducetemi alle petriere ! Tal risposta non dispiacque 
più a Dionigi, e ne riconobbe il merito. Fece rap 
presentare in Alene, per le feste di Racco, una tra- 
gedia, per la quale avendo riportalo il premio, si 
abbandonò alla più smodala gioia, e quindi ai più 
laidi eccessi. Eliano vuole che praticasse la medi- 
cina e la chirurgia; e Cicerone diceche coltivava 
la musica e la storia. 

Dobbiamo al dittatore romano Giulio Cesare i 
Commentarli della guerra civile, e quelli della guerra 
gallica, di cui tuttora si l'iene si gran conio. 

S ve Ionio dice che Tiberio, abbenchè di perverso 



animo, praticava le lettere greche e le latine, sce- 
gliendo per modello il romano Messala Corvino, ma 
che scolorava il suo stile a forza d' anellazione e di 
forme bizzarre. Egli compose un poema lirico inti- 
tolato: Lamenti sulla morte di Giulio Cesare. Scrisse 
poesie greche nelle quali imitò Euforione, Riano e 
Parlenio, autori che facevano sua delizia, e di cui 
fece collocare !e opere ed il ritratto nelle pubbliche 
biblioteche, in mezzo ai più illustri antichi scrittori. 
L'imperatore Adriano conoscitore d'architettura, 
pittore e musico, ad esempio di Antimaco, scrisse 
alcuni libri col titolo di Catacriani, e si compose 
l'autobiografia, che fece pubblicare come opera di 
alcuni suoi liberti letterati. Fu poeta ed astrologo, 
e nell' Antologia greca vi sono alcuni suoi frammenti 
di poesie. E' Alcssandriade che dello, non giunse fino 
a noi. Di lui ricordiamo questi graziosi versi, che 
compone\a morendo: 

Animata vagititi, bianchii i 
llospes, comesque carpovis, 
Oline mine ctbibis in loca, 
l'allidula, frìgida, nudula, 
Nec ut soles clabis iocos ? 

Claudio, nella sua gioventù, tenlò scrivere la storia 
dei lempi che lo precedettero, incoraggiato da Tito 
Livio, ed assistito da Sulpicio Flavo, leggendo da- 
vanti un numeroso uditorio l'incominciato lavoro, 
seguitalo posteriormenle. Nel lempo del suo regno 
egli scrisse mollo, e fece leggere in pubblico sue 
parole da uno dei suoi rettori. Incominciò sua storia 
dopo l'assassinio del.dillalore Cesare, e passò quindi 
ad epoca più recente, cioè alla fine delle guerre ci- 
vili, quando vide che le continue querele di sua 
madre e del suo avo l' impedivano di scrivere libe- 
ramente sugli anteriori lempi. — Quanti non sono gli 
scritti che per simili ragioni si tralasciano, guar- 
dandosi pur troppo assai più alle convenienze pri- 
vate che all'utile dei più? — Lasciò però due libri 
della prima di queste istorie, e quarantuno della se- 
conda, oltre ad altri otto sulla sua vita, ed un'apo- 
logia di Cicerone in risposta ad Asinio Gallo, senza 
contare quello sui Tirrenesi e sui Cartaginesi. 

L' imperatore Marco Aurelio scrisse alcuni Com- 
mentarli sopra la propria vita, che andarono perduti. 
Delle opere di questo gran principe non rimangono che 
le Riflessioni morali in greco, e le Lettere a Fron- 
tone, pubblicale da Mai. Fu sommo filosofo, e provò 
altamente che sentiva l' importanza della diffusione 
della sua scienza con renderla famigliare a sé ed 
insegnata ai popoli. Ren diceva pertanto G. R. Casli 
quando sclamava: 

Filosofìa dall'oppresso! - bandita, 
D.illa superstizion perseguitata, 
Dall'altera ignoranza ognor schernita, 
Temuta dal tiraolio ed odiata, 
Y. ncrfin ila color clic l'hall seguita 
Scontra Ratta Borenti e sfigurata; 
Che ove in pregio maggior fu già tenuta, 
L'ostracismo ebbe in premio e la cicuta: 



SCRITA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



67 



Astretta solto emblemi ad occultarse, 
A Irar vigili notti alla lucerna, 
Profuga a gire errando e a ricovraisc 
lu solitaria inospite caverna; 
Filosofia pur una volta apparse 
Di poter cinta, e di grandezza esternai 
E ritirato il pie dal fango immondo 
Il più eccelso occupò soglio del inondo. 

Ed era veramente il più eccelso trono quello di 
Marco Aurelio a cui alludeva il poeta, che sposava 
a gran polere gran scienza. 

Dell' irhperalore (indiano abbiamo le Lettere, le 
Satire degl'imperatori romani ed il Misopogon. 

Il legislatore ottomano, Maometto, 1' uomo che 
compì la più grande e sorprenderne rivoluzione re- 
ligiosa di cui facciano menzione gli annali del mondo, 
dopo quella di Gesù Cristo, ha dettalo il notissimo 
libro dell'Alcorano, che per l'importanza può ben 
stare a confronto della quantità di molli altri. 

Sverro re di Norvegia, morto nel 1202, è credulo 
l'autore dello Specchio reale, voltato poscia in da- 
nese ed in latino, contenente un trattato di astro- 
nomia e di fisica pratica con descrizioni poetiche e 
particolarità curiose sui vulcani d'Islanda. Fece inol- 
tre un trattato di Diritto pubblico. 

Due imperatori greci furono pure celebri pei loro 
scritti. Il primo, Leone VI, soprannominato il Sa- 
piente è autore d'una Tanica ricca dei più preziosi 
dettagli per la storia dell'arte militare di quell'e- 
poca. Volle inoltre sedere sul tripode di Delfo, e det- 
tare oracoli che i malaccorti di quei tempi non la- 
sciavano senza applicazione. Il secondo, Costantino 
VI, dello Porfirogenilo, lasciò varie opere di rilievo. 
Questo principe, che lo zio Alessandro, la madre, 
ed i di lei favoriti avevano allonlanato lungo tempo 
dagli affari pubblici, lavorò, e fece lavorare solto i 
suoi occhi per ottenere i (anti estralli delle opere 
lasciale dagli autori greci. Il più importante di que- 
sti estralli, ai quali appose il suo nome, è quello 
in cui raccolse in cinquantalrè libri tulio ciò che 
aveva ritrovalo di più rimarchevole negli scritti degli 
antichi. Smarritasi però quella raccolta, ci restano 
tuttavia del medesimo due libri, di cui uno ha per 
titolo; Excerpta legafionum , l'altro Della virtù e 
dei vizii. Gli siamo inoltre debitori di due libri as- 
sai curiosi sulla descrizione geografica delle Pro- 
vincie dell'impero greco, di un trattato sull'Ammi- 
nistrazione, di un allro sulle cerimonie della corte 
Bizantina, della Biografia del suo avo l'imperatore 
Basilio, d' un' istoria della famosa immagine d'Edessa, 
e di un frammento di lattica. E non solo ebbe me- 
rito di distinto scrittore, ma anche di valente pittore 
e di abile conoscitore in scultura ed architettura-, 
e persino nel fondere metalli e nel costruire navi. 
Di più amando appassionatamente la musica com- 
pose varii canti religiosi. 

Tamerlano è dichiaralo l'aulore degli Studiti 
politici e militari, stampati nel 1787. 



Giacomo I di Scozia, assassinato nel 1457, pub- 
blicò in Edimburgo varii scritti sotto il (itolo: Avanzi 
poetici di Giacomo /, fra i quali è notevole un poema 
su Gioanna figlia del conte di Somcrset, che .dopo 
fece sua sposa. 

Enrico Vili d' Inghilterra era tenuto per uno dei 
più eruditi teologi della cristianità, e scrisse varii 
libri, sia contra Lutero, che centra i Cattolici. 

Massimiliano I imperatore di Germania ò anlore 
di molli trattati, su quasi tulle le umane cognizioni, 
cioè sulla morale, sulla religione, sull'educazione, 
sull'arie militare, sul mantenimento dei cavalli, sul 
deposito delle armi, sull'arte di coltivare i giardini, 
e sull'architellura. 

E poiché il regnante Guglielmo di Prussia seppe 
attirare sopra di se gli sguardi ammiratori di tutta 
l'Europa in questi passali mesi, non posso astenermi 
dall' interrompere per un momento l'ordine crono- 
logico propostomi in questi cenni per dire come 
questo glorioso re vada ora distinto non solo per 
aver giltato le prime basi d' una Costituzione, che 
vuoisi credere vorrà compire, ma per essere uomo 
dottissimo nelle scabrosissime scienze metafisiche ed 
in varii altri rami d'umane cognizioni, come ne diede 
già pubbliche prove. Re veramente doglio di occu- 
pare un posto nelle belle pagine della storia moderna, 
e nel caldo cuore degli amanti suoi sudditi e di tulli 
i buoni. 

Quindi vediamo sempre più come non è soltanto 
di gran giovamento ad un sovrano un bel tesoro di 
dottrina per ben governare, ma che è tenuto ognor 
più indispensabile, sia per la massima importanza 
di quel possesso in sé, sia perchè è passalo il tempo 
della vantata ignoranza dei grandi, i quali, siccome 
andavan predicando, non avevano bisogno di scrii 
sludi i per viceré e regnare. 

(Continua) Giusto Boglionb. 

MIRABILE FORTEZZA DELLE DONNE CAROLIM.WE 

PER L'INDIPENDENZA DELI/ AMERICA 

In mezzo alle vicende e lotte miracolose che gli 
Americani sostenevano nello scorso sccoio per sottrarsi 
al aioao tirannico dell' Inghilterra, la Carolina Meri- 
dionale, dopo sferzi inauditi, fu vinta ed occupata 
dagli Inglesi. 

Il vincitore diede fuori un bando col quale pro- 
metteva beni e libertà ai prigionieri di guerra, se 
questi rinunziavano alla causa dell'indipendenza e di- 
ventavano sudditi britannici. Alcuni pochi cedendo 
ai lempi e non soffrendo loro l'animo di abbandonare 
le proprietà e di ritirarsi in lontane regioni, piega- 
rono la volontà ai nuovi signori. Ma i più prefe- 
rendo tutte le miserie della vita e la morte islessa, 
andavano esuli o rimaneva n prigionieri colla speranza 



G8 



MIISRO SCIKNTIFICO. I.RTTRRARIO Kli ARTISTICO 



di esserne poi liberati dai fratelli già liberi e indi- 
pendenti. 

Il vincitore invelenito usava ogni sorla di stranezze 
e di crudeltà contro i beni e le famiglie dei fuoruscii 1 , 
e dei prigionieri. Sequestrava e guastava le proprietà 
dei primi, e ne taglieggiava le famiglie come di ribelli; 
strappava i secondi dalle braccia dei parenti e li con- 
finava in luoghi disagiosi e mortali. Le loro robe 
erano messe a bottino o calpestale dai soldati, veniva 
loro negala ragione dai tribunali, erano battuti, bis- 
trattati, fatti bersaglio ad ogni sfrenata e barbara cu- 
pidità, cacciati in prigioni strette e pestilenti. 

«In mezzo a cosi fiera catastrofe (scrive ammirando 
l'illustre storico della guerra americana) le donne ca- 
rolimene diedero l'esempio di una fortezza più che 
virile: e tanto amore dimostrarono di quella patria 
americana, che per me non saprei se le storie si anti- 
che clie moderne ci abbiano tramandato la memoria 
di uguali, non che di maggiori. Non solo non lene- 
vano a male, ma e si rallegravano e si gloriavano 
all'essere chiamale col nome di donne ribelli. Invece 
di andarsene per le adunate pubbliche, dove si face- 
vano le fesle ed i rallegramenti, concorrevano a bordo 
delle navi ed in altri luoghi, in cui erano temili pri- 
gioni i consorti loro, i figliuoli e gli amici, e quivi 
con modi pieni di cortesia gli consolavano e conforta- 
vano. 

'i — Stale forti (dicevano), non cedele al furore de' 
tiranni; devesi anteporre la prigione all'infamia. In 
morte alla servitù. L'America tutta vi guarda e vi 
ammira; sperate; i vostri mali devono fruttificare, 
produrre, confermare la nostra inestimabile libertà 
contro gli allentali dei ladroni d' Inghilterra ; voi siete 
martiri, ma martiri di una eausa sacra agli uomini e 
grata a Dio. 

«Con tali delti ivano queste valorose donne disa- 
strando i raaji dei miseri prigionieri. Allorché i con- 
quistatori nelle festevoli brigale e nei lieti concerti 
convenivano, non era mai che volessero le Caroliniane 
intervenirvi; e quelle poche che si facevano, n'erano 
presso le altre disgraziate. Ma come prima arrivava 
prigioniero un uffiziale d'America, tosto il ricercavano, 
e con ogni sorla di più onesta cortesia e con ogni 
segno di osservanza e rispetto il proseguivano. Altre 
nei luoghi più secreti delle case loro convenivano, e 
quivi addolorale lamentavano le sventure della patria 
Altre i mariti loro incerti e titubanti riconfortavano, 
sicché preferirono essi all'interesse ed ai comodi della 
vita un disagioso esiglio. Ne poche furono quelle le 
quali, venute per la costanza loro in odio ai vinci- 
tori, furono dalla patria bandite, ed ebbero i beni 
posti al fisco. Quesie, nel prender l'ultimo congedo 
dai padri, dai figliuoli, dai fratelli e dagli sposi loro, 
non che alcun segno dessero della fralezza, non so se 
nel presente caso io mi debba meglio dire maschile o 
femminile, gli esorlavano e scongiuravano, fossero di 
buono e saldo proponimento, non cedessero alla for- 
tuna, e non soffrissero che I' amore che portavano alle 



famiglie loro lanlo in essi potesse che dimenticassero 
quello di che erano alla patria debitori. Quando poi. 
come accadde poco dopo, furono comprese in un bando 
dalo ai libertini, abbandonale colla medesima co- 
stanza le natie (erre, ed esulando anch'esse, i mariti 
loro accompagnarono in lontane contrade od anclic 
sulle fetide e sebi fé navi gli seguitarono, che a quelli 
servivano di prigione. Ivi ridotte in somma povertà, 
nutrendosi di vilUsimi cibi, andavano con miserabile 
spettacolo mendicando il pane. Molle, ch'erano naie 
ed allevate in mezzo alle ricchezze, non solo ai soliti 
agi rinunziarono della passala \ ita , ed alla speranza 
della condizione avvenire delle famiglie loro, ma an- 
cora ai più grossi lavorii ed ai più umili servigi le 
disavvezze mani accomodarono. Tulle queste cose 
facevano, non che con fortezza, con allegrezza; l'e- 
sempio loro confermò gli altri, e da questa fermezza 
delle caroliniane donne sletle principalmente che non 
fosse spento affatto nelle meridionali provincie il de- 
siderio ed il nome della libertà. Da questo conobbero 
ancora gl'Inglesi, che avevano alle mani un'impresa 
più dura di quello che prima si fossero falli a cre- 
dere. Imperciocché il più manifesto scrjno della r/enr- 
rale opinione e dell' ostinazione dei popoli in qna'clic 
pubblica facendo loro, quello sia, che le danne ne siano 
venule a parie, ed in questa abbiano posto la loro int- 
uì orinazione, la quale se più debole e più variabile di 
quella degli uomini quand' è in calma, è bene mollo più 
tenace e farle quando è mossa ed accesa ». 

<:. 



BREVE NOTIZIA 

DE'PIU' CELEBRI INTAGLIATORI IN RAME 

( Continuai . p fine, Y, pag. G2. ) 

SCUOLA FRANCESE 

Se no i principii , cerio la perfezione di "questa 
scuola si debbe a Giacomo Callot, nato a Nancy del 
1593, e morlo nella fresca elea di quarantadue anni. 
Intagliò per lo più all'acquo forte, e si compiacque 
singolarmente di picchile figurine, delle quali soleva 
introdurre nelle sue slampe un numero sterminato. 
In fatto nella Fiera dell Impruneta, che è il capo- 
lavoro di quesl'arlefice, egli ne accumulò tante, che 
è nulla del volerle numerare lulle. Le caricature del 
Callot sono passale in proverbio. 

Claudio Melan inventò quel modo d'incidere a un 
taglio solo, che ebbe imitatori due Veneziani, il 
Pitteri nel secolo scorso, e il Giacconi a' dì nostri. 

La migliore delle sue stampe è il San Pietro 
Nolaxco, recato in cielo da due angeli. 

Anche Giovanni Morin fu autore di un nuovo 
modo d'incidere, che è quello dello a granilo; nel 
che ebbe di molli imitatori; ancora che questo me- 
todo non sia dei più lodevoli, il Morin però seppe 
condurlo a tanla eccellenza , che la stampa della 



SCKI.TA K\C(.OI.T\ DI ITILI R SVARIVTR NOZIONI 



V.l 



Beala Vergine col Bambino , che egli cavò da un 
quadro di Tiziano, è lale, die il Marsand la giudica 
forse la sola, che (inora, sopra quante altre ne furono 
intagliate, ci dia una giusta idea dei dipingere del 
Vecellio. Essa non dovea quindi mancare alla rac- 
colta del signor Gaudio; sì come non vi mancano e 
la Fuga in Egitto di Francesco Poilly ( discepolo 
del sopraddetto l'Ioemaert), e la Sacra famiglia di 
Niccolò Pi la ii-, intagliatore che avanza il Poilly, sì 
come mostra questa sula stampa, che il Watelet 
non teme di contrapporre alla Sacra famiglia del- 
l'Edelinck. Sono pure ornamento di questa sceltis- 
sima collezione e la Cena in Emaus di Antonio 
Masson, volgarmente della la Nappe, per il fine ar- 
tificio con cui è lavorala la tovaglia di quella cena; 
e le due slampe del celebre Sebastiano Le Clero, 
il Trionfo di Alessandro e V Accademia delle Scienze, 
l'ima delle quali ha la lesta del AJacedone in pro- 
filo, e all'altra manca lo scheletro al cervo e la te- 
stuggine; dal che si argomenta la rarità delle prove. 

Ma epoca gloriosa per la Francia e per I' arte 
segnò Gerardo Audran, nalo in Lione del 1640, e 
morto in Parigi del 1705. Egli si occupò quasi 
sempre ad intagliare le opere di Lebrun, il quale se 
oggi va celebrato per lulla Europa, assai più il debbo 
al bulino dell'Audran, che a' suoi proprii pennelli. 
Tutti conoscono le quattro battaglie di Alessandro, 
ma pochi ne hanno prove sì fresche come quelle del 
signor Gaudio, che ha del medesimo autore il mar- 
tirio di San Lorenzo , tratto da un bel quadro di 
Eustachio Le Sueur. 

Seguitano due bellissime slampe, l'una che è la 
B. V. col Bambino, lolla da un quadro del Cor- 
reggio, e intagliala da Francesco Spierre ; e l'altra 
le Tre Marie al Sepolcro di G. C, traila da un 
dipinto di Annibale Caiacci, e intagliala da Gio. 
Luigi Roullel. 

Dopo l'Audran è da collocarsi Nicolò Dorigny. 
Nato in Parigi del 1657, fu da prima- avvocalo, 
poscia pittore, da ultimo incisore; visse gran 
tempo in Iialia e Inghilterra, e morì in patria nella 
grave età di novanlanove anni. Le due più celebri 
opere del suo bulino sono quelle ch'egli esegui su 
due capolavori di Raflael da Urbino e di Daniello da 
Volterra, che si ammirano in Roma; ciò sono la 
Trasfigurazione di G. C e la sua Deposizione di 
croce. Ambedue queste slampe furono poi ritoccate, 
giuntovi al nome dell'incisore il titolo eques, che 
mancando alle due prove del Gaudio, le fa quindi 
più rare. 

Celebre per finitezza e soavità di bulino è Pietro 
Dre.vel (il tiglio), la cui slampa, la Presentazione di 
G. C al tempio, posseduta dal signor Gaudio, giu- 
dica il Marsand che sarebbe la più bella stampa del 
mondo, se il dipinto, ond' è traila, fosse di migliore 
composizione. 

E pur nome celebre quello di Giovan Giacopo Ra- 



lechou, le cui slampe furono sì agramenle censu- 
rale da' maestri, e sì smaniosamente ricerche dagli 
amatori ; il Gaudio ne possiede le tre principali, che 
sono la Santa Genovefa, la Tempesta e la Calma. 
Chiude questo onoralo registro l' Educazione di 
Achille, bellissima tra le stampe, di Carlo Clemente 
Rervic, nalo in Parigi del 1756, e quivi morlo del 
1820. Fu scolare del Wille, e forse superò il mae- 
stro per la maggior facilità nel condurre il bulino. 
Noi Italiani il dobbiam ricordare, non pur con onore, 
ma con riconoscenza, uscito essendo dalla sua scuola 
il più illustre intagliatore italiano della nostra eia, 
Paolo Toschi. 

SCUOLA INGLESE. 

Renchè l'arie dell' intaglio sia entrata laidi in In- 
ghilterra, vi fece però in picciolo lempo tali pro- 
gressi, quali non fece appo le altre nazioni nel giro 
di molli secoli. Giovanni Payne, nato in Londra del 
1606, e morlo del 1648, è salutalo come il fonda- 
tore della scuola inglese d'intagliare a bulino: al 
modo medesimo che Giovanni Smith vi recò a molla 
eccellenza l'arie d'intagliare a fumo. Suo capolavoro 
in questo genere è la Sacra Famiglia (tratta da un 
quadro del Maratta), di cui possiede il sig. Gaudio 
una rarissima prova. 

Guglielmo Ryland venne di poi, e s'esercitò in 
varii generi d'intaglio, riuscendo in tulli felicemente. 
Mori in Londra del 1752 nella età di cinquantun 
anno. Nella nostra raccolta v'ha YAntioco e Strato- 
nica, V Edgar ed Elfrida e la Magna Citarla. Queste 
due ultime non furon pollile compiere dall'autore; 
ma due illustri artefici, per giovare la vedova di 
Ryland, posero l'ultima mano agi* interrotti lavori 
di lui, avendo il Sharp compiuto V Edgar a bulino, 
e il Rartolozzi l'altra a granilo. 

Ma tulli questi intagliatori debbono cedere a Gu- 
glielmo Woollet massimamente ne' paesi, dov'è dif- 
ficile che altri lo arrivi. Nove ne possedè il Gaudio, 
e ne descrive il Marsand; a' quali si aggiungono 
altre due slampe, le quali ben mostrano quanto va- 
lesse il bulino di Woollel eziandio ne'grandi soggetti 
di storia. Sono esse la Morte del generale Wolf, e 
la non mai lodala e ammirala abbastanza Battaglia 
de la Hogue. Le fa riscontro la Battaglia della 
Boina dell'illustre Giovanni Hall, uè vi perde al 
confronto il Pilade e Oreste di Giacomo Rasire, uno 
de' principali lumi della scuola inglese. Non manca 
alla nostra raccolta il capolavoro dell'arte d'incidere 
a fumo, la' famosa Tigre di Giovanni Dixon, che il 
Grigolelli ripeteva anni fa, e con mollo valor, sulla 
pietra ; né vi manca la Morte di lord Manners, la 
migliore delle slampe di Giovanni Shervvin, a cui 
intera lode basterà il dire, che vacalo l'ufficio d'in- 
tagliatore del re d'Inghilterra per la morte del 
Woollet, egli solo fu stimalo degno di succedergli. 

Anche di due opere di Guglielmo Sharp volle il 



'0 



ML8KO SCIENTIFICO . I.BTTRBARIO ED ARTISTICO 



signor Gaudio arricchire la scelta sua galleria, ciò 
sono: la Santa Cecilia, e Vomirà di Samuele; 
nella prima delle quali si ha un saggio della dolcezza, 
nell'altra della forza di questo celebre artista-, il 
quale, educato dal West al disegno e dal Bartolozzi 
all'intaglio, venne in s> onoralo grido, che ogni 
nazione (per usurpare le parole del Marsand) po- 
trebbe rallegrarsi di avergli dato la culla. 

Qui finisce l'opera del professore padovano, e qui 
finisco ancor io questa breve scrittura, che dell'opera 
stessa si può considerare un estratto. Ma io non 
finirò, senza emettere un voto, e questo è: che la 
facile litografìa, venula in tanta voga oggidì, non sia 
per pregiudicare all' antica e benemerita calcografia ; 
come il facile giornalismo è da pregarsi che non sia 
mai per nuocere all'antica e soda letteratura. 

P. A. Paravia. 

— =^©>=— 

CIMO SULL'ESPOSIZIONE DI BELLE AUTl Lì BOLCfiW 

NEL NOVEMBRE 1847 

A FORTUNATO ROSSI 

Io mandava non ha guari alcune pagine della di 
vina istoria, dalla quale sovente attingo erudizione 
e morale diletto, come dal libro perfetto per eccel- 
lenza • e rileggeva quel brano di essa che narra , 
come Abramo chiamato a sé il più antico servo 
della sua casa, che primo era sugli altri, ad esso 
imponeva di recarsi alla terra che dato gli aveva i 
natali, e a'suoi parenti, onde ad Isacco suo trovar 
donna: volendo da esso un giuro sul suo femore, 
che non avrebbe scello per quello fanciulla de' cana- 
nei fra quali abitava. Giurava il servo: e presi seco 
dieci camelli, partiva verso Mesopotamia per alla 
volta di Nacos. Ivi giunto e fatti giacere fuori di 
città i suoi camelli, si pose vicino ad un pozzo es- 
sendo l'ora del vespero nella (piale le fanciulle di 
quel luogo avevano costumanza di venire ad attin- 
gere acqua; e volse a Dio una prece perchè gli fosse 
d'aiuto dicendo: «Signore Iddio del mio padrone 
« Abramo, sii misericordioso al mio signore. Ecco 
« io sto vici o alla fonie, e le figlie degli abitatori 
« di questa città esciranno per trarne l'acqua. Ora 
«la fanciulla alla quale dirò: Inchina la tua idria , 
«affinchè io possa bere-, e che risponderà, bevi, 
« aggingnendo, e perchè non darò pure a bere ai 
« tuoi camelli? sarà colei che tu, o Signore, pre- 
« parasti in isp .sa al lui servo Isacco. Con che 
« intenderò che avrai fatto misericordia al mio si- 
« gnore Abramo ». Esaudiva Iddio la preghiera dei 
servo di Abramo, mentre poco stante esciva Re- 
becca, figlia di Baluele, coli' idria sulle spalle che, 
giusta la prece a Dio del servo d'Abramo, richie- 
stane, offeriva bevanda ad esso e ai suoi camelli. 



Dopo di che, addimandata di cui fosse figlia, e udito 
<sser Rebecca di Batuele figliuolo di Nacor fratello 
di Abramo, la donò di orecchini, e smanigli d'oro. 
Questa lettura mi riduceva alla memoria il tuo bel- 
lissimo dipinto, o Fortunato, che nell'ultimo decorso 
novembre appresenlavi al pubblico nell'annuale espo- 
sizione di belle arti della nostra Accademia, nel quale, 
figurasti con tanla verità, con tanto magistero llebecca, 
appunto nell'aUeggiameiUo di mirare con giovanile, ti- 
mida e innocentegioiail dono di colui che inlese, ren- 
dendo grazie a Dio del miracoloso avvenimento, essere 
il servo d'Abramo. Oh ! come era mirabile il tuo di- 
pinto, quanta bellezza nel volto, quanta grazia nella 
persona di Rebecca, come dolce era lo sguardo della 
vergine- sotto il maestoso arcalo sopracciglio, qual 
venustà nelle morbide guancie, nei torniti omeri, e 
braccia, come vaghissima appariva in ogni parte la 
figura, e l'attitudine di Rebecca. E come essa era 
l'eletta di Dio così, tu, di celestiale bellezza la ve- 
stisti. Accresceva poi vaghezza al tuo lavoro l'aero 
diafano, vaporoso, di che avevi cinta la tua Rebecca 
conveniente ai caldi climi dell'Asia ; e il servo d'A- 
bramo in disparte pieno di riconoscenza in Dio con- 
templante con compiacenza la giovinetta tutta ge- 
liva pei ricevuti gioielli. La quale tua opera mi 
rassembrava di tale piacevolezza, da raltenermi 
ogni dì, che alle aule dell'esposizione mi recava, 
lunga pezza a mirarla e a commendarli, conferman- 
domi vieppiù nel giudizio essere dessa una delle 
meglio pennelleggiale fra le esposte. 

Ria siccome queste mie rozze parole che t'invio 
per le slampe accadrà sieno lette da altri, ove glielo 
consenta pazienza, così, onde niuno giudichi essere 
siala scarsa di opere belle quest'anno l'esposizione 
noslra, non ti sarà discaro che alcun cenno aggiunga 
delle principali, mentre scrivere di tulle, che mol- 
tissime erano, riescirebbe soverchio al mio potere 
e per una lettera. 

Laonde dirò magnifica essere stala la grandiosa 
tela del valentissimo dipintore e poeta prof. Cesare 
Masini, figurante l'Ascensione di Cristo, che rag- 
giante di gloria in mezzo ad uno splendore di Para- 
diso, al Cielo innalzavasi, mentre in diverse sublimi 
altitudini il miravano dal suolo i circostanti Apostoli, 
dei quali non sapeva desiderare più belle e conve- 
nienti figure. E tizianescamente colorita da lui era 
anche una Madonna, da alto personaggio commes- 
sagli. Bella mostra di sé faceva una copia del famoso 
Cristo di Guido Reni (altra commessione come sopra) 
eseguita dal professore Alberi, il quale aveva pure 
con sommo magistero colorila ed ombreggiata una 
Sonnambula nell'atto che attraversa su periglioso 
calle le gorgoglianti acque che danno molo ad un 
mulino, come è figurato nel melodramma che il cigno 
siciliano di sublimi e mai smenlicabili armonie ve- 
stiva. Nella qual dipintura l'Alberi traeva un mira- 
bile parlilo dal raggio di una lucernelta , che posla 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI K SVARIATE NOZIONI 



71 



nelle mani della Sonnambula, gli riflelleva nel volto 
e nel seno. 

Con indicibile amore e gentilezza pennelleggiava 
(ìiulio Ferrari, Agar, la schiava di Abramo, allora 
quando cacciala dalla casa del suo padrone, nelle 
vicinanze di Bersabea, vedea moribondo per ardente 
sete il figlio Israele, che l'Angelo di Dio salvava, 
additando all'afflitta madre la Fonte, coll'aci]ua della 
(piale poteva porger ristoro al pericolante giovanetto. 

Altamente commendalo era il quadro, nel quale 
Guardassoni ritraeva l'affettuosa storia di Tobia, 
che faceva ritorno ai patri i focolari co! farmaco, che 
render doveva al padre suo la vista perduta. In esso 
regnava un ordine, un'armonia, un'intonazione, una 
uradazione di tinte da non desiderarsi maggiore, 
mentre tutte le diverse figure erano in si conveniente 
guisa unite e alleggiate da permettere che ottima- 
mente campeggiassero le principali. 

Vaghissimi pure erano, o Rossi, i due putlini che 
maestrevolmente ritraevi dal vero, dal vero, dico, 
poiché da molli eran detti ritratti da originali viventi. 

Benissimo colorito era un altro quadro di Monte- 
bugnoli rappresentante le sole due figure di Tobia, 
e di Anna, in tale atteggiamento da supporre che il 
lontano figliuolo attendessero. E maestra appariva 
la mano del RasOfi in una tavola di discreta di- 
mensione, nella quale avea robustamente colorito 
alla sua foggia Isacco benedicendo il piccolo Gia- 
cobbe, presentatogli dalla madre. E poirò termine 
al dire dei quadri a figura , menzionando due stu- 
pendi lavori di Andrea Besteghi , gentilissimo arti- 
sta che accresce decoro a quesla nostra patria, 
dei quali annovera una bellissima baccante, e l'altro 
il ritrailo del templario Brian, di cui narra gli avve- 
nimenti nell' Ivanoe il famoso romanziere scozzese. 

Vaghissimi erano molli paesaggi, pinti da Giovanni 
Barbieri, dei quali alcuni in piccola dimensione più 
clic ad oglio, per la elegante loro grande finitezza, 
detti li avresti gentilissime miniature. Ottimi due 
grandiosi paesaggi del marchese 'Fanoni, lodevolissìmi 
altri di Ferrari Caslelvelri; inimitabili i disegni a 
penna del conte Matteucci che più li credesti ese- 
guiti da valente bulino: squisito un ritratto dell'im- 
mortale Pio IX, eseguito a ricamo in seta bianca e 
nera dalla signora Tartarini Manzi : commendevo- 
lissimi gl'intarsii in legno del Bonadè. Ma non darei 
termine a quesla lettera ove tutti i lavori meritevoli 
di menzioneannoverarvolessi,menlreoltre i suddetti, 
avrebbero ad essa diritto quelli a malita, a miniatura, 
in plastica, in scultura, ecc. Tra gli ultimi dei quali 
mi è forza dire valentissimi è l'Arnoaldi, il Pulii, il 
Chelli; sicché cesserò aggiugnendo solo, essere slata 
l'esposizione del 1847 copiosissima di opere belle. 
Copiosissima, dico, contandosi ben olire (Incerilo opere 
esposte, numero grandioso per una ciltà di provincia. 
Manifesta prova che Italia è siala ed è tuttora il nido 
delle arti belle. Né questa sola é la gloria cui oggi agogna 



Italia : oggi che propizie spirano per lei aure di liberta 
e d'indipendenza: oggi in cui i principali Sovrani di 
essa veri padri dei popoli, conoscendo la santa mis- 
sione che Iddio loro ailìdava, con ogni potere, danno 
opera a far sì che gli abitanti di quesla classica lerra 
rialzino la fronte in faccia allo straniero, e valgano 
a provare ad esso, clic l'antico italiano valore non 
è spento, e die dall'alpe al mare, cessata ogni stra- 
niera Tirannide, non dovrà sventolare aliro vessillo 
che il nazionale. 

Unione, coraggio, e fermezza, o Italiani, e come 
nelle arti bello avete sugli altri popoli il primato, 
colle forze, e colle armi pure le avrete, mentre 
21 milioni di voi, potranno certamente imporre a 
quanti barbari vanno orgogliosamente calpestando 
questo noslro divino, almo paese. 

A te artista e italiano gradiranno certamente 
questi miei sentimenti che varranno ad aumentare 
la tua amorevolezza per me, che mi dico 

Boloynu, {"febbraio 1818. 

Tuo uff. mo 
Ottavio Panckbasi. 



-yQc- 



L'UCCELLO FUGGITO 

OSSIA 

STRANA VICENDA D'UN GRAN D'UOMO 

Era un giorno di gennaio dell'anno 1G00. In fondo 
d'una torre, dentro un chiusino squallido, freddo 
e non rischiaralo che da dubbio lume, slava un uomo 
rinserratovi per delitto di slato. 

Era assiso sopra uno stramazzo, colle braccia con- 
serte al seno; sulla faccia scarna e pallidissima gli 
spiccava il nero d'una barba folta e scarmigliala 
e di due occhi sfolgoranti. I pensieri pungenti, l'an- 
goscia delle speranze magnanime lungamente ali- 
mentale e per sempre perdute, aveano rapila la fre- 
schezza della sua omerica fronte e vi aveano sosti- 
tuito un non so che di triste e di strano. Era sulle 
soglie di un avvenire tremendo, pure non sembrava 
lasciarsi vincere dal travaglio della morte, perocché 
ad ora ad ora gli spuntava sul labbro un sereno 
sorriso, quasiché le più floride immaginazioni e le 
più soavi rimembranze gli illuminassero la menle 
ed il cuore. 

Un rumore di catenacci e il suono della chiave 
entro la toppa lo riscuotono. Si spalanca l'uscio o 
precipita dentro una donna cui teneva dietro un uomo 
portante sul dorso un cassone. 

— Mio sposo ! gridò ella con voce in cui era tutta 
la gioia di un'anima appassionata e felice; e in cosi 
dire, oppressa e spossata dalla foga della dolcezza, 
lasciavasi cadere abbandonatamente fra le braccia 



MUSEO SCIRMIFICO, LETTERARIO BH ARTISTICO - SCRI TA RACCHI T» 01 (ITILI R SVARIATE NOZIONI 



del marito, il quale con mesta allegrezza chinava il 
labbro sii quella fronte adorata e vi stampava un bacio. 

Giuseppina era bella : avea capigliatura bionda, 
occhi cilestri, carnagione bianchissima, dolcemente 
colorala; ma in quel momento una cara sollecitu- 
dine ditTondeva sul suo volto un raggio di recondita 
bellezza e non sembrava cosa mortale. 

Colle lagrime e colle preghiere ella era da molto 
tempo riuscita nelP inlento di visitare a quando a 
quando il marito e portargli insieme un cassone di 
libri e vesti. Il carceriere dovea lasciarle libero 
l'ingresso, ma avea obbligo severissimo di rovistare 
ne' libri e scuotere le vesti tanto nell'andata che 
Dell' uscita. Ciò fece più volte, e nulla avendovi mai 
ritrovalo, lasciava talvolta passare il cassone senza 
aprirlo. 

Giuseppina fu presa da un pensiero: lo palesò al 
marito, il quale, facendo atti di peritanza, parve 
dapprima non annuirvi. Finalmente spinto e infiam- 
malo dalle fervide suppliche di lei, scosse ogni dub- 
bio, si rinfrancò e gittossi dentro il cassone. 

Già aveano varcata la soglia della torre, già per- 
corsa la corte e già slavano per uscire dalla porla 
del carcere, quando si udì una voce sguaiata gri- 
dare all'uomo del cassone: 

— Ehi ! brullo ceffo, a pian passo; poni giù quel 
cassone. 

Giuseppina si senlì intenebrare gli occhi e vacil- 
lare le ginocchia, nondimeno esortò con parole con- 
citate e dimesse il portatore a studiare il passo. Ma 
invano, perdio le si piatilo innanzi sbuffando e mi- 
nacciando il carceriere colla sua fronte stiacciata, 
co' suoi occhi grifagni e colla sua pancia badiale, 
sostenuta da una larga cintura di cuoio, dalla quale 
pendeva un grosso mazzo di chiavi. 

Tulio era perduto e il cassone era già deposto a 
terra, quando ad un trailo si fece sentire una voce 
stridula ed acutissima: 

— Papà! papà! la Silvia è caduta nel fuoco. 

— Mia figlia ! — urlò il carceriere con una cera da 
spiritato, fuggendo quasi fosse portato dalle verziere. 

Giuseppina si senlì tornare l'animo, alzò gli occhi 
al cielo, lo ringraziò, aiulò il portatore a ripigliare 
in fretta in frella il cassone, e il marito fu salvo. 

Giunti a casa, ella volle che di subilo fuggisse; 
e il marilo ubbidì versando una lacrima di vivissima 
tenerezza e dandole un breve e caldo abbraccia- 
mento. Salila sulla finestra, a misura che egli si 
allontanava, Giuseppina con accento di suprema al- 
legrezza, sclamava : 

— L'uccello è fuggilo! l'uccello è fuggilo! 
Passali alcuni minuti, giunse il carceriere con 

(piatirò sgherri, avea sulla bocca la schiuma e sul 
volto il colore del ramarro: 

— Ahi strega maledetta ! Tu m'hai assassinalo! 
assassinalo ! ma pagherai caro il fio. 



Così dicendo le ghermì con alto brutale il braccio 
e la strascinò alla prigione. Fu presentala ai giu- 
dici: ma qual è l'animo che non sia vinto dall'a- 
spetto della virtù?... Essi ammirarono il magnanimo 
e pietoso coraggio della donna e la lasciaron libera. 

Chi era quest'uomo il quale per debito di stato 
dovea lasciare la vita sul patibolo? 

Era il più grande splendore dell'Olanda, il prin- 
cipe dei letterati del suo secolo, Ugo Grozio, del 
quale Gerardo Vossio ebbe a dire che dovunque egli 
mirasse nulla trovava che il cielo avesse creato di 
più dolio. Il Limneo asserisce ch'egli solo avea 
l'erudizione di cento eruditi raccolti insieme. Alla 
tenera e coraggiosa sua consorte, Giuseppina Maria 
Reygersbergen, dovrebbe innalzarsi un monumento, 
perchè senza la pia sua frode, Ugo non avrebbe 
dato compimento a quelle opere che spargono in- 
torno una si copiosa luce e lo fanno cittadino dell' 
universo. Egli fu il primo, dice il re Lodovico di 
Baviera, che scrisse intorno ai diritti dello stalo, e 
dopo due secoli e mezzo il suo giudizio in siffatte 
materie forma ancora autorità. Il solo suo trattalo 
De' diritti di guerra e di pace, scritto in lingua 
latina, come le altre sue opere poetiche, teologiche 
e sloriche, basta a sollevarlo al più alto seggio dei 
dotti. Quale benefizio farebbe alla repubblica delle 
lettere chi imprendesse a tradurlo! La religione 
fu il sole della sua vita, la Bibbia fu tnlta ne' suoi 
giudizi!, ed è diffìcile il dire s'egli fosse più distinto 
come uomo o cerne letterato. — Nacque a Delfi 
nel 1575, mori in Boslotk nel 1645. C. 

Alture l'ostille di Bernardo Davanzali 
a Cornelio Tacito 

— I soldati fanno come i cavalli, obbediscono a chi 
li governa e liran de' calci al padrone. 

— Ogni cosa fa sua girala, e tornano come le sta- 
gioni, i costumi ; né tulle le cose antiche sono le mi- 
gliori. Anche l'eia nostra ha prodotto arli e «Iorio 
che saranno imitale. Prendiamo pure con gli antichi 
le gare oneste. 

— I versi di Bibacolo e di Catullo Irafiggcano eli 

Oc? ?> 

imperatori; eppure Cesare ed Anguslo, i di\ini, e 
eli patirono e lasciaron leggere (dire non saprei con 
«piale maggiore tra modestia o sapienza); perchè 
: queste cose sprezzale svaniscono; adirandoli, le con- 
fessi. Adirarsi è come laijliar l'erbe maligne Ira le 
due terre, che rimettono più rigogliose. Il vero ci 
ammenda, il falso non fa vcreosna. 

— Basta vincere, non si dee stravolere. Quanto 
1 costò la statua del duca d'Alba posta in Anversa! 



PIETRO (TORELLI, Direttore. 



Stabil.'mrnto tipografico ili A FONTANA in Torino 



IO. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(Il marzo ISIS) 



PRINCIPI AUTORI 

[Continua*, e fine, V. pug. 65.) 



fé— ama 




( Ritratto ili Leone X, trailo da un dipinto di Raffaello nel Valicano) 



Luì 

ci pali 



XI è credulo con fondamento uno dei prin- 
itori della spiritosa, ma un po' licenziosella 



raccolta intitolala: Le cento nuove novelle, ripetuta- 
mente stampala. Kgli medesimo scrisse poscia un 



71 



MUSEO SCIENTIFICO, LEITERAItlO ED AUTISTICO 



traltato di morale e di politica, col titolo di Rosaio 
delle guerre, che diresse a suo figlio. Per certe sue 
crudeltà questi fu appellato il Tiberio della Francia. 
Quante volte non ci tocca mai di vedere il mostruoso 
accozzo di virtù,. di delitti, d'ingegno e di slollezza! 
A Parigi, nella Biblioteca del re esiste un m.s. 
delle poesie di Francesco I, ed oltre una lettera che 
questo principe diresse ad una delle sue amanti, si 
trova un' egloga col titolo di Admeto, ed un gran 
numero di piccoli scritti che non mancano ne di gu- 
sto, nò di delicatezza. Eccone, per esempio, lo squar- 
cio d'uno, da noi tradolto: 

Il mal d'amore e assai più grande, e pera, 

Più che noi crede chi l'ha udito dire; 

Ciò che altrove ci par leggera offesa, 

Si tiene in amistà crudo martire; 

Ognun si lagna e geme, 

Ed ha un dolor che il preme; 

Ma giunto quel dolcissimo momento, 

Ogni pena scompare, ogni tormento. 

Suo nipote Carlo IX era d'ingegno assai versa- 
tile. A lui la celra d'Apollo ed il martello di Vati- 
cano erano uguaJmenle e pienamente famigliari. Da. 
«pianto si scorge nel libro del signor di Ronsard egli 
era felice verseggiatore , avendo composto molle 
stanze piene di venustà, e quel che è più, all' im- 
provviso. In quei giorni che il tempo gì' impediva 
la sua solita passeggiala, egli mandava pei più celebri 
poeti, onde trattenersi a lungo seco loro nel suo ga- 
binetto. Fallasi fabbricare una fucina, fondeva canne 
d'archibugio, ferri da cavallo, monete d'ogni me- 
tallo e d'ogni conio, al pari del miglior fabbro, e 
prendeva piacere a mostrare i prodotti della sua of- 
ficina. 

La più belja o più sventurata regina, Maria 
Stuarda, edotta in molte lingue, fornita di ampia eru- 
dizione, ingentilita da così nobili passioni, fu distinta 
poetessa. I suoi scrini spiratili dolcezza, dolore 
ed amor patrio sarebbero stati di mollo accresciuti, 
ove non l'avessero di continuo agitala e dislolla le 
accanite guerre che le si muovevano dalla violenza 
dei parliti, e dalla barbara persecuzione di Elisabetta 
d'Inghilterra di trista memoria. L'Antologia francese 
li ha raccolti, e rifulge tra essi maggiormente il suo 
Addio alla Francia, composto da quella martire per 
esalare il grandissimo dolore. 

Enrico IV scrisse alcune canzoni e qualche poesia, 
raccolte per far seguilo agli Amori del Grande Ales- 
sandro, che compose parimenti. Nella Collezione dei 
Documenti inediti furono inserito le lettere di que- 
sto principe, occupami due volumi in-4°. 

Leone X (dio. de' .Medici) fu degno dV| secolo in 
cui rifulse (150O),e pareggiabile in grandezza quasi al 
sommo l'io. Le egregie sue opere sono il rislauro 
delìe ledere, delle scienze e delle arti, the sollevò 
e diresse maravigliosamente. Larghissimo protettore 
e famigliare dei sommi che Illustrarono con lui il 



gran secolo, polrebbesi quasi appellar lui medesirrìo 
autore delle tante opere d'ingegno che allora furono 
dettale. 

Urbano Vili, detto l'ape attica, lasciò scritto il 
libro : Maffei Barberini poemata, pregiabilissimo per 
la bellezza e leggiadria del verso; e molti epigrammi 
latini e versi italiani, cioè 72 sonetti, due inni, ed odi. 
Vittorio Rossi dice che le sue odi, soprattutto sono 
purissime ed elegantissime, e piene di grazie poe- 
tiche. Egli detestava i mediocri scrittori» e si narra 
di lui, come un cerio Rustico avendogli offerto una 
grossa opera che l'aveva annoiato, gli applicasse spi- 
ritosamente questo verso parodialo da Orazio: 
Despicil Urbamis quae Rusticus edit ineplc. 
Compose i Parafrasi sopra alcuni salmi e cantici 
dell' aulico Testamento. Questo papa ottenne pure 
molti encomii dagli storici per aver soppresso le 
Gesuilesse nel 1650, moltiplicale in Italia e nei Paesi- 
Bassi come le zanzare e le cavallette. 

Benedetto XIV (Prospero Larnbertini) fu appas- 
sionato per lo studio delle scienze esatte, per le slo- 
riche e per le archeologiche, ed ebbe commercio di 
lettere con tulli gli uomini insigni del tempo. Fu 
grande ammiratore del dotto Benedittino, il padre 
Monlfaucon, il quale diceva avere il Gran Pontefice 
due anime, una per le scienze, l'altra per la so- 
cietà. E non fu solo uomo saggio ed illuminato, ma 
pietoso, sincero e costumalissimo. Caraccioli nella 
di lui Vita loda mollo i suoi discorsi ornati di grazia, 
di arguzia, di spirilo e di famigliariià% Egli scrisse 
varii libri di canonica e d'ascetica, dei quali, il più 
importante è quello dei Sinodi, il più opportuno ed 
utile per l'istruzione degli ecclesiastici e la direzione 
dei vescovi. Voltaire scriveva di lui questo distico: 

Lanibcrtiims lue est, Romae decus et palei- orbis,' 
Qui munduin scripiis docuit, virtulibus oi'nat. 

Egli ebbe inoltre il vanlo d'aver riformato i Gesuiti 
che ammorbavano con maggior predilezione il Por- 
togallo colla loro peste, e di condannare come Cle- 
mente XI i loro rili cinesi, di scandalosa memoria. 
Il duca di Savoia Carlo Emanuele 1°, regnarne 
nel secolo xvn, alla lanla valentia nelle armi di 
cui fece prova, univa larga (Iole d'ingegno letterario, 
che potè bastantemente spiegare in quei momenti, 
in cui, calmando il bollore dello spirilo guerriero per 
le tregue che di tempo in tempo succedevano a quelle 
forti scosse, ond'era travagliata quell'epoca di poli- 
tiche turbolenze, raccoglieva al Parco ed a Aliralìore 
quell' eiella d'ingegni italiani che in allora fiorivano 
per poetici componimenti ; quali erano il Tasso, il 
Chiabrera, il Marini ed il Tassoni. Se s'iulralleneva 
col sire di Porcier, versi francesi scaturivano dalla 
sua facile musa; se era con San Martino d'Aglio, 
fiorivano versi italiani, e se Irovavasi con monsignor 
Giovanni Bolero la faceva da storico. Egregiamente 
esperto nella lingua spaglinola, verseggiava soventi 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI F. SVARIATE NOZIONI 



75 



anche in quell'idioma. E non solo fu poela e lelte- 
ralo, ma ebbe famigliare la scienza delle matema- 
tiche e la statistica, ciò dimostrando con dettare un 
libro intitolato: 1 paralelli. 

Cristina di Svezia studiò ed apprese felicissima- 
mente le lingue antiche, la storia, la geografia, la 
politica e le belle lettere, e quantunque talvolta biz- 
zarra e [tiena di fastigio e di contraddizione, fu non- 
dimeno ammirata ed avuta come donna dotta. Questa 
regina lasciò non pochi scritti, e citeremo: L'opera 
d'ozio, o Massime e sentenze; Riflessioni sulla vita 
e sulte azioni di Alessandro; Le memorie della mia 
vita dedicale a Dio, nelle quali si giudica con nota- 
bile imparzialità; L' Endimione, favola pastorale in 
italiano. 

Il suo nome, fallo celebre per lanle belle doli d'in 
gegno, decantale maggiormenle perchè albergatili 
in femminil petto, andrebbe certamente più glorioso 
nelle istorie, ove non fosse sialo macchiato dall'o- 
micidio dell'italiano Moscaldeschi suo grande scu- 
diere, Irucidato nel palazzo di Fonlainebleau nel 
1657, dove ella si trovava allora. Tali delitti sono 
tanto più esecrabili in un sovrano, quando non vi 
hanno in terra tribunali che li vogliano o li possano 
giudicare. 

Luigi XIV sebbene non fosse stalo molto coltivato 
dalla madre e dal cardinale Mazzarino, nell'educa- 
zione letteraria, nondimeno alcuni bei scrini a noi 
tramandali attestano bastantemente i suoi talenti in 
quella sfera. Una scelta fu l'alta in Parigi nel 1806 
con buon discernimento. I a prima e Ja seconda 
parte si compongono di memorie sloriche, politiche 
e militari; la terza' contiene una Raccolta di lettere 
particolari; la quarta gli opuscoli letterarii, e la quinta 
infine le addizioni ed i documenti giustificanti. Le 
quali cose, degne in vero della mano che le ha pro- 
dotte, racchiudono molli rimarchevoli tratti. 

Il tanto celebre Federico II di Prussia, che era 
in istretla relazione con Voltaire, stampò varie poe 
sie, corrispondenze e memorie istoriche. Fra i suoi 
lavori si distinguono le Memorie per servire alV isto- 
ria della Casa di Brandelburgo; L'istoria del mio 
tempo (1740-1745) e L'istoria della guerra dei sette 
anni. 

Stanislao Leczinski, re di Polonia, lasciò varie o- 
pere in polacco ed in francese concernenti la mo 
rale e la politica, sotto il titolo : Opere del filosofo 
benefico, appellalo egli pure per riconoscenza con 
questo bel titolo; e trattò pure di storia e di econo 
mia politica. 

Caterina II scrisse in russo ed in tedesco alcune 
opere, oltre la sua corrispondenza col precitato Vol- 
taire, e sono: Antidoto o confutazione del Viaggio 
in Siberia dell'abate Chappe ; e Oleg, dramma sto* 
lieo, tradotto in francese dal russo. 

L'infelice Luigi XVI pubblicò giovanissimo una 
descrizione della foresta di Compiègne, come era 



nel 1765, coli' annessa guida. Nel medesimo anno 
stampò le Massime morali e politiche Iratte dal 
Telemaco. Più lardi compilò totalmente le istruzioni 
date a Lapérouse, che furono poi inserite nella Re- 
lazione della spedizione di questo ultimo. Gli si at- 
tribuiscono ancora altre produzioni, fra le quali, la 
traduzione d'una gran parlo dell'opera più impor- 
lante del (ìibbon, e quella dei Dubbii istorici sulla 
vila e sul regno di Riccardo HI. 

A Napoleone siamo pure debitori di considerevoli 
scrini, come sarebbe a dire La lettera del sig. Buo- 
naparle al sig. Matteo Buttafuoco; La cena di Beau- 
cairc; La storia della Corsica, e Le memorie per 
servire all'istoria di Francia sotto Napoleone ; ed 
inoltre le molle lettere raccolte, i proclami, i mes- 
saggi e le parole dettale in ultimo al signor Monl- 
holon, al dottore O'Meara e ad altri. 

Valenti verseggiatori dei passali lempi furono pure 
Enrico II, Alfonso X d'Aragona, detto l'astrologo ed 
il savio, e Hiccardo Cuor di Leone suo figlio, e dei 
moderni Luigi di Baviera di singolare ingegno, au 
lore di non pochi ed applauditissimi versi. 

E se alcuno vi fosse che a lodi volendo aggiun- 
ger lodi, ammirazione ad ammirazione, andasse fru- 
gando in alcun angolo della privata Biblioteca del 
Gran Re nostro, per trovarvi qualche sua produ- 
zione letteraria, non di pubblica ragione, rimarrebbe 
egli soddisfatto? Cerio che sì; perchè egli vi ve- 
drebbe, fra le varie cose non noie, una Raccolta di 
novelle da Lui stampate, avute in gran pregio d.i 
quelle persone che ebbero la ventura di leggerle. 

Quest'illustre schiera potrebbe ancora accrescersi 
di varii altri o più o meno chiari principi scrittori, 
ma per ora bastino gli annoverali; e niuno, per cerio, 
non vorrà concedermi essere più prezioso e più com- 
mendevole il genio, l'amore e lo studio delle amene 
scienze e leltere in un regnante, di quanto e mag- 
giormente il possa essere in un privalo, per ragioni 
che sarebbe superfluo di addurre. 

.Coloro adunque che furono o balestrali dalla for- 
tuna, o collocati dal volo della nazione al più eccelso 
grado dell'umano potere, e che furono per di più 
dolali dal cielo di ferace ingegno, e corredali d'am- 
pia dottrina, dovranno pur sempre pensare che Doti 
invano Iddio accumulò sul loro capo colanti hene- 
fizii, e che hanno strettissimo obbligo di valersene 
a benefizio dei loro popoli. Chi sia sul trono, se non 
progredisce, o corregge, o riforma sapientemente 
ed animosamente, guidando il lutto alla via della 
perfezione, non vive, ma vegeta; ed il vegetare di 
colui che si asside sul trono, è assai più inglorioso 
e deplorabile di quello di chi regna nella polvere. 
Noi intanto apprezziamo ed amiamo grandemente 
coloro che, come il venerato R.e nostro, spendono 
a prò dei governati quanto hanno quaggiù di più 
raro e di più caro. 

Gusto Bogmonk- 



■76 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



LA GUARDIA CIVICA FEMMINILE « 



ALLE DONNE 

Sì ! sì ! ho vedule, ho rivedute quelle caricalure, 
mie graziose leggitrici. Ma che volete? malgrado la 
mia indole alquanto cavalleresca, io non voglio pormi 
al cimento di rompere questa volta una lancia per 
voi. Mi potrebbe cadere tra capo e collo la balisarda 
colla quale siete stale troppo poco pietosamente fe- 
rite voi stesse; e vi è pur noto che regna in tutti 
i mortali una cerra divinità chiamata /o, la quale 
è un po' bisbetica e. più che bisbetica, avara e te- 
nera di sé. Credetemi: noi altri uomini non siamo 
sempre i più generosi verso di voi ; e quando vi 
cadono in mano certe matasse arruffate, torna assai 
meglio che ne cerchiate il bandolo voi stesse. Se 
quelle caricalure vi hanno veramente scottata la 
pelle, fatevi innanzi e dite a quel vostro scortese 
assalitore: — Messere! molti uomini dabbene hanno 
scrillo che la donna, quando è compresa del pieno 
sentimento della sua missione, è la forza elevalrice 
che spinge a nobili imprese. Tulle le grandi cause 
agitale sulla gran scena del mondo-, trionfarono 
quando presero impulso dalla donna. Mettendo a di- 
leggio il suo coraggio voi mostrale d'ignorare che 
l'onore e la fama risplendono sul sepolcro di molte 
le quali furono illustri per arli , per lellere e per 
scienze, e che una Giovanna d'Arco seppe cacciare 
dalle viscere della Francia lo straniero aggressore, 
e morire sopra un rogo con coraggio pari a quello 
col quale avea combattuto. Le donne Caroliniane, 
le quali ebbero una parte cosi stupenda e maravi- 
gliosa nel trionfo dell'americana indipendenza, erano 
anch'esse e madri e figliuole-, eppure i vagiti de' 
pargoletti e le miserie de'piccoli fratelli non le im- 
pedirono di alzare tuonante la voce in mezzo all' 
universale silenzio, di sfidare lutti i dolori, tulli i 
travagli della vita e la morte slessa, di riaccendere 
il coraggio de'proprii cittadini, d' inspirar loro quella 
forza e quella suprema pertinacia di yolere, che è 
una scintilla della virtù creatrice, e che simile ad essa, 
sa cangiare la faccia del globo e traslocare a suo 
talento, secondo l'espressione del più grande intel- 
letto dell'Italia moderna, le moli della montagna. — 

E quante altre cose belle e piene di verità voi 
potrete dire a quel caro messere, e dirle con mag- 
gior garbo, con maggiore leggiadria di me, povero 
scriltorello, perchè voi in mezzo alle domestiche 
cure, sapete ora trovare il tempo di studiare nei libri 
tanto quanto abbisogna a vestire con proprietà e 
chiarezza i concetti dell'anima vostra e a rendere 
più viva la fiamma delle schiette parole e de'subiti 



(I) V. Mondo illustrato, anno li, pag.89. Schizzi pittorici, 
che hanno per iscopo di mettere "in dileggio lo spirito mar- 
ziale che si manifesta anche nelle donne d'Italia. 



moli. E le cose che direte acquisteranno maggior 
pregio di verità per l'esempio che porgete oramai 
a tutta Italia della riverenza in che tenete le più 
severe abitudini della vita, per la diligenza che po- 
nete nel fuggire quelle sdolcinature, quella cascag- 
gine patrizia che tanto oscurava per lo passato il 
lume di vaghezza che orna la vostra persona, pel 
diletto che provale esercitando le membra ne' mo- 
desti esercizi ginnastici, per la cura insomma che 
usate nel fuggire l'ozio come male contagioso, nel 
non pregiare di soverchio le bellezze del corpo, nel 
porre in cima ad ogni cosa le doli dell'anima, nel 
non lasciarvi vincere dall'orgoglio soffocatore delle 
più gentili e generose inspirazioni , nel desiderare 
efficacemente di divenire un bisogno al vivere civile, 
dischiudendo la sorgente di lutti quegli affetti che 
nobilitano, illuminano e avvalorano l'umana natura. 

Ed io tanto mi fido nella potenza delle vostre 
parole che non dubito punto che quel messere non 
abbia a deporre immantinente quel suo piglio troppo 
cinico e farvisi amico per non dire cortigiano. D' 
altra parte se egli non è di vena così dolce, e se ha 
fermo il chiodo che voi siale inette ad alte cose, 
poco deve importarvi, mentre avete il plauso di 
quanti sanno che la nazionalità non è un nome 
vano, e che quando il sentimento di essa scende nel 
vostro cuore opera prodigi. Le donne Palermitane 
ne hanno fatto, non ha guari, solenne ed amplis- 
sima testimonianza. Intanto potete accertare il mes- 
sere che, convenendo sotto le tende soldatesche, 
voi non cagionerete grande carestia di vino, né av- 
verrà ciò che V tempi di Lucano accadde in Olimpo, 
dove per la immensa moltitudine degli Dei diluviali 
da ogni parte, venne una siffatta carestia di am- 
brosia e di nettare che si vendevano niente meno 
che due Filippi il boccale. La quale certezza con- 
solerà non poco il messere. 

E poi, mie graziosissime leggitrici, diciamola 
schielta, non è forse un' ingiustizia il voler che un 
cervello qualsivoglia la pensi a modo nostro? Per- 
chè dobbiamo noi volere che le fantasie, le quali 
frullano nel nostro capo, abbiano pure a frullare nel 
capo degli altri? Io per esempio, la sera dell' 8 feb- 
braio, balzai fuori dalla mia cameretta forsennato 
per l'allegrezza e corsi quasi volando in Piazza 
Castello dove mi diedi a urlare con quanto avea 
nella strozza e con tutta la forza de' miei polmoni, 
che credo non esser piccoli: Viva il Re! Viva il 
padre della patria! Viva la Costituzione! Una con- 
tessa, alla quale alcuni dotti soglion fare riverenza 
perchè essa li invita a'suoi banchetti per passatempo 
e alla quale io, per non so quale mio peccato, mi 
trovavo d'accanto, mi si voltò un po' velcnosella 
dicendomi: « Signore, potreste urlare con più discre- 
zione. — Madama, se vi spaventate degli urli, stasera 
Piazza Castello non è il vostro campo. Carlo Al- 
berto ha dato a'suoi figliuoli il più stupendo, il più 



SCELTA RACCOLTA 01 (ITILI R SVARIATE NOZIONI 



77 



sublime de' benefizii, e volele che noi possiamo fre- 
nare lo slancio della nostra riconoscenza?... — Una 
frotta di Tedeschi (soggiunse non senza un'aria di 
sprezzo) vi farà pigliare il volo come colombi al 
sopravvenire improvviso d'uno sparviero. — Cbi sono 
i Tedeschi? la dimandai con ingenuo sorriso. — 
Come? voi che mi sembrale recitare la persona di 
letterato, non sapete chi siano i Tedeschi? Non leg- 
gete la gazzella d'Augusta? Non ve li dipinge essa 
come uomini di statura alla alla, con hraccioni lunghi 
lunghi, con volli abbronzati, con ocelli viperini?... 
— Viva la Costituzione! io urlai con più forza di 
prima cacciandomi in mezzo al popolo che s'agitava 
come mare in tempesta. 

Mie valorose leggilrici , noi ci piglieremmo di 
certo un'assai. bruita briga se volessimo costringere 
gli altri a pensare a modo nostro. Chi non sa ebe 
la Cosliluzione è il supremo dei beni di un popolo 
civile? Clic essa è urta forbice ben arrotata, la quale 
recide e fa saltare in aria con bel garbo gli artigli 
quando si lasciano troppo crescere ? Ma le cose 
belle e buone non paiono tali agli ocebi di tulli. Non 
dimenticate il tafferuglio che si levò al semplice 
comparire delle Riforme. Esse erano un lavoro bello 
e buono, perchè ci spianavano la via alla grand' o- 
pera del nostro pieno risorgimene; eppure non 
sembrò tale a una iufinila moltitudine di prelati, di 
titolali, di patrizi e d'altre innocenti creature le quali, 
senza troppo arrabbatlarshe stillarsi il cervello, go- 
devano di pingui Prebende e di mille care onorifi- 
cenze. Per la qual cosa quelle riforme che erano 
per noi l'aurora d'un bel giorno, erano invece per 
essi una nuvola foriera di tempesta; quindi lo stre- 
pitare, l'infuriarsi, il garrire come piche... Chi vede 
lungo, chi vede breve-, ed io sostengo essere ingiu- 
stizia il volere dar carico a un poverello perchè la 
natura gli fu avara di virtù visiva, né gli riesce di 
guardare più in là del suo naso. 

Ora io vi dimando, se al messere delle vostre ca- 
ricature non fosse dato di vedere proprio più in là 
del suo naso, perchè gliene farete colpa? perchè 
volele fargli il broncio? perchè martellarlo? perchè 
alzargli il patibolo nella pubblica opinione? 

Ad ogni modo, se non vi piace di ripetere le pa- 
role di Socrate quando in pubblico fu percosso di 
un calcio da un mascalzone, unitevi, schieratevi, 
alzate la vostra durlindana e fategliela anche sonare 
sul groppone. Io non c'enlro, io non voglio entrarci, 
io me ne lavo le mani. Fate voi sole. Ho già qual- 
che ruggine con questi disegnatori arroganti di cari- 
cature. Sapete voi dove osarono cacciare quel vec- 
chio formidabile Eroe, che non ha guari minacciava 
d'ingoiarsi lulta ftalia come fosse un uovo ?... nien- 
temeno che in un pollaio!!... Recatevi al Calle Na- 
zionale, e vi accerterete cogli occhi vostri di quanto 
vi dico. Ora se io mi collocassi alla vostra lesta 
e bandissi un fulminante Ordine del giorno conlro 
il voslro messere, costui potrebbe farsi imprestare 
una scintilla dello spirilo de' suoi confratelli e cac- 
ciarmi.. .in un chiusino da colombi. Vi ripelo dunque: 
io non c'entro, io non voglio entrarci, io me ne 
lavo le mani; fate voi. 

P. CORELLl. 



DELL'ECONOMIA POLITICA 

Ciascuna epoca ha un carattere proprio; senza di 
ciò ella sarebbe senza nome, e non potrebbe rivivere 
nella storia. 

L'epoca attuale porla il suo carattere visibilmente 
scritto in fronte: essa cerca di fondare fermamente 
la libertà dei popoli sulla base del ben èssere ge- 
nerale; di consolidare le franchigie civili e politiche, 
dando alle stesse l'appoggio degl'interessi materiali: 
tale si è il suo utile scopo e tale la sua legge. 

Inutilmente, per dislornela, dei gretti spirili vanno 
ad arte spargendo ch'essa preparasi a subire un 
giogo ignominioso, che s' inchinerebbe poscia ver- 
gognosamente davanti al vitello d'oro; ma essa è 
sorda alla voce di colesti pusillanimi o ciechi mo- 
ralisti; troppo sente in oggi che la grand' opera da 
cui altendesi il ben essere materiale, è tanto van- 
taggiosa al fisico quanto al morale. Un infallibile 
istinto le rivela che la via in cui è ora entrata la 
condurrà ad un punto ove, iroece di cedere alla 
materia, né sarà la trionfante ed assoluta dominatrice. 

L'Italia nostra ch'ebbe g'à un tempo il primato 
civile e morale su tutte le nazioni del mondo, come 
dimostrò sì incontrastabilmente il sommo Gioberti, 
sebben da più anni snervata dalle intestine gare di 
municipio, ed intorpidita dal giogo straniero, non 
trovossi però adesso tull'affalto priva di energia mo- 
rale, come ciliari falli cel provarono, per rigorosa- 
mente sostenere l'eroica lotta alla quale venne, non 
ha guari, chiamata. No, il genere umano in massa, 
e l'Italia in particolare, possiam ora saldamente 
sperarlo, non ritorneranno più, senza fallo, al bru- 
tale materialismo di certe età trascorse. I popoli 
resteranno fedeli al culto di quella libertà di spirito, 
che rinnovella adesso quell'entusiasmo nazionale, 
che da più secoli giaceva assopito; di quella li- 
bertà positiva, ordinata, ben regolata, che loro ven- 
gono d' accordare, con acconci Statuti, saggi e previ- 
denti Sovrani Riformatori per ridonarli all'antico 
splendore e floridezza. Ma affine di completare l'o- 
pera della loro rigenerazione, la moderna società 
deve applicare la potenza del suo spirilo e de' suoi 
capitali, penosamente accumulati colle precedenti fa- 
tiche, a sottomettere la natura. In (al modo si af- 
francherà da se stessa dall'umiliante giogo dei bi- 
sogni materiali e dall'oppressione ch'esercita la 
miseria. Col mezzo dell'industria l'uomo diviene real- 
mente il re della creazione, il padrone dell'universo. 
Vincolata al sentimento della religione, senza il quale 
pella società non vi è felicilà e salvezza, l' industria, 
creatrice e dominatrice degl'interessi materiali, di- 
spenserà ad essa intorno ogni sorla di godimenti 
fisici e morali, e sarà la benefattrice del genere li- 
mano. Un degli uomini più elevali dell'ultimo scorso 
secolo, Fonlenelle, diceva ben a ragione, che tulle 
le ricchezze, comprese quelle dello spirito, provengono 



78 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



dal commercio, ciocché evidentemente ce] provano 
infalli le più indusiriose e commercianti nazioni del 

mondo. 

Il secolo presente avrà dunque la sua rinomanza 
da"Ii interessi materiali come avanti trattali. Ma 
riescirà perciò indispensabile la ferma applicazione 
allo studio di quella scienza, le di cui leggi reggono 
tali interassi; che insegna com'essi nascono, s'in- 
grandiscono e s'organizzano. Tale sublime scienza , 
che occupasi specialmente della creazione, conser- 
vazione e distribuzione delle ricchezze, si è l'Eco- 
nomia Politica, la quale , chiamala a sostenere la 
prima parte nell'amministrazione degli affari degli 
Siali, delle provim-ie, de' paesi e degli individui, 
rendesi assolutamente necessario che le sfa accor- 
dalo anche un principal posto nel pubblico inse- 
gnamento. 

In ogni dove, coll'andar del tempo, il corpo so- 
ciale si trasforma, e questa trasformazione operasi 
iu alcuni luoghi tempestosamente, in altri più tran- 
quillamente, ma comunque ella è infine universale. 
Le leggi ed i regolamenti che riflellono gli interessi 
materiali, sono sottoposti ovunque a delle mutazioni, 
le une inevitabili, eventuali le altre; ciocché è op- 
portuno di conoscere. 1 fatti che intluiscono più sugli 
interessi materiali si sviluppano in numero ed in 
potenza con una rapidità magica. I canali navigabili, 
le strade ferrale, la navigazione a vapore, le banche 
commerciali di sconto, la diffusione dei lumi per 
mezzo del pubblico insegnamento, le molteplici ap- 
plicazioni allearli delle scienze meccaniche, chimi- 
che e fisiche rinnovellano tutti i procedimene dei 
lavori manifatturieri ed anche di quelli agricoli. Da 
ciò ne derivano degli eflelli compalli, di cui si risen- 
tono senza dubbio direttamente o indìretlamenle sì 
le fortune dei privati, che la ricchezza dello Stalo. 
Sotto tale influenza i rapporti da paese a paese, da. 
mestiere a mestiere, da persona a persona, da supe- 
riore ad inferiore si modificano incessantemente. La 
economia interna degli Siali, quella della gloriosa no- 
stra Europa, quella dell'orbe intero, subisce una com- 
pleta rivoluzione. Ieri le corporazioni ed i privilegi 
politici, oggi la libertà del lavoro e l'uguaglianza in- 
nanzi alla legge. L'America, col mezzo delle odierne 
celeri comunicazioni, non è più che a venti giorni 
circa di disianza; le Indie orientali, l'Oceania, e la 
China, impero quest'ultimo che non ha molto poleasi 
dir favoloso, ci spalancano ora le loro porte, ed 
operata che sia, per mezzo di canale o di strada 
ferrata la gran congiunzione del mar Rosso col Me- 
diterraneo, presenteranno più agevolmente ai nostri 
arditi industriali, mercati varii di trecento e più mi- 
lioni in complesso di produttori e consumatori (1); 
ai filosofi moralisti, ed istoriografi, un campo illimi- 



(I) Tavola stalislioa doli' Asia nella Geograffa generale di 
Adriano Balbi. 



tato di sludii, un'immensa società quasi interamente 
sconosciuta; ed agli uomini di Stato il più vasto sog- 
getto di speculazioni politiche e d'intraprese sublimi. 

Questo movimento universale, che tiene ora, dirò 
quasi in sospeso dai più grandi interessi ai più pic- 
coli, dal più umile operaio al più potente dei so- 
vrani, dal più meschino villaggio alla più grandiosa 
capitale, non è già opera del capriccio o del caso, 
ma bensì la naturale conseguenza del maturato e 
profondo studio di sublimi leggi detlale dalla Prov- 
videnza fin dall'origine del creato, poiché, diciamolo 
pure , non v' ha alcun principio nuovo nel mondo. 
I principii fondamentali della società sono vecchi 
quant'essa, e non saprebbonsi cangiare, mentre la 
natura umana rimane sempre la medesima. Ciò che 
varia, sono le applicazioni di tali principi!, le com- 
binazioni che ne conseguitano, ciò che rinnovasi, 
sono le sanzioni materiali di più in più amplificate, 
che agli uomini riesce di dare a simili salutari prin- 
cipii. A parlar propriamente, il progresso non è 
già l'inaugurazione di principii nuovi , ma consiste 
piuttosto nel perfezionamento od accrescimento suc- 
cessivo delle conoscenze umane, e nella fecondità 
progressiva delle arti, le quali rivendicano il bene- 
ficio dei principii supremi che splendono sulla terra 
dall'aurora della civilizzazione. 

Ora dunque, dove esistono delle leggi naturali im- 
mutabili, anche sotto un aspetto disordinalo, hannovi 
degli elementi d'ordine suscettibili di esser regola- 
rizzati ed utilizzali -, da questi si può dedurne una 
scienza certa, che importa di stabilire su basi posi- 
tive, e che conviene di apprendere e propagare in 
lutti gli stali, dacché la slessa aver deve la principal 
parie negl'interessi vitali della società. 

L'Economia politica pertanto, si è una scienza che 
riesce indispensabile venga coltivala da tulle le na- 
zioni civilizzate, fra le quali non ultima annoverasi 
l'Italia nostra. Non contenderemo noi che i feno- 
meni che le competono sono molliformi e difficili 
ad osservarsi ; che l'applicazione delle sue regole, 
quando anche ben conosciute, esige un'occhio eser- 
citalo ed una mano destra e franca ad un tempo. 
Ma più una scienza è difficile, più si rende neces- 
sario di consecra'rvisi con indefesso sludio. Più il 
pubblico è sottoposto ad errare sopra un soggetto, 
più diviene essenziale d' illuminarlo in proposito colle 
nozioni le più positive ed estese. 

L' Economia politica puossi beh asseverare, esser 
al corpo sociale, ciò che la fisiologia è al corpo 
umano. Nel modo stesso che quest'ultima per dive- 
nire scienza certa, avrebbe d'uopo che la fisica, la 
chimica e l'anatomia fossero estremamente avanzale, 
Così l'Economia politica, per sortire più facilmente 
dall'ideale ed incerto, e passare allo stalo positivo 
di pratica, bisognerebbe che i mezzi d'osservazione 
o di azione che le sono proprii, fossero portati al più 
alto grado di perfezione. Sarebbe slato quindi prin- 



SCKLTA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATB «OZIOSI 



79 



cipalmenle necessario che il commercio avesse fallo 
pubblicamente le sue vasle operazioni, durante al- 
meno un cerio tempo; che l'esperienza manifallrice 
fosse stala vieppiù avanzata-, che l'agricollura ugual- 
mente falli avesse maggiori progressi, e più prove 
nei suoi melodi di lavoro-, ed infine che lutti gl'in- 
teressi relativi fossero siali più universalmente co- 
noscimi ed esperimenlali in pieno giorno. 

Opiniamo inoltre, che nella guisa slessa che uti- 
lissimo sarebbe ad ognuno polla propria conserva- 
zione di esser famigliare colle principali regole del- 
l' igiene, cosi pure ad ogni industriale, agricoltore, 
manifatturiere o commerciante, ed a chiunque infine 
investilo sia di qualche funzione amministrativa, per 
condursi a dovere nella gestione de' suoi affari, sa- 
rebbe immensamente vantaggioso di possedere gli 
clementi almeno dell' Economia politica. Accenne- 
remo qui di volo, credendo superfluo di ragionare 
estesamenle su d'un punto di cui abbastanza debbesi 
apprezzare l' importanza da chi particolarmente gì! 
interessa, quanlo simil scienza sia poi indispensabde 
di conoscersi a fondo da coloro tulli chiamati all'am- 
ministrazione delle cose pubbliche, i quali, non tro- 
vandosi in grado d' intervenirvi utilmente, finiscono 
per incagliarne il buon andamento, e non potendovi 
apportare il Iribulo di conoscenze filantropiche, van- 
taggiose e positive, vi contribuiscono con retrograde 
idee di egoismo, con grossolani pregiudizi e para- 
dossi inauditi se Iddio non permeile di peggio. 

Ben si sa che gli uomini d'affari non nascono Lai i, 
ma si formano col mezzo di appropriala educazione, 
e questa educazione comprender deve specialmente 
Pinsegnamenlo dell'Economia politica. 

Conchiuderemo pertanto che l'istruzione pubblica 
non avrà ferme e solide basi, e la società non 
Riarderà mai d'un passo deliberalo e franco verso 
il vero e ben inteso progresso, che allorquando si 
generalizzerà lo slndio delle scienze di applicazione. 
La filosofia, le'belle lettere e lo studio dei classici, 
certamente non debbonsi trascurare nell'educazione; 
desse formano il cuore, e rappresentano una delle 
più belle glorie della patria noslra, ma da sole non 
basterebbero a compiere tal' educazione, della quale 
l'Economia politica vuoisi considerare come l'ultimo 
gradino per cui l'uomo entrar debbe istruito nel 
gran mondo. Se si continuasse a mantenere, anche 
in parte, l'educazione pubblica in disaccordo coi do- 
veri di ogni buon culadino, e colle esigenze della 
giornata, sarebbe cosa per noi Italiani olire ogni djre 
biasimevole. Converrebbe credere in simil caso, che 
ben lungi dal progredire e procurarci abbondante 
frullo dalle roggie riforme dai nostri Principi gene- 
rosamente concesse, si vorrebbe retrocedere invece 
6 ritornare nelle miserande lenebre del medio evo. 
Guai a noi se ciò mai accadesse !... ci toccherebbe 
allora sorte eguale a quella di Mosè; avremmo avuta 
la fortuna somma di vedere jl bramato riscatto della 
nostra T Kit ha promessa, ed al par di lui il dolore 
di non poterci approfillarc dei sospirali benefizi, che 
costarono ai padri nostri ed a noi tanti anni di pene 
e di umiliazioni. C. Gko.ndona. 



BIANCA CAPELLO 

Tragedia nuovissima del professore Prina 
■•appi esentata la sera del 20 febl). al Teatro d'Anycnncsui Torino. 

Chi fosse Bianca Capello poetili ignorano. — Bel- 
lissima di vollo e di persona e di grazie molliformi, 
fuggiva l'anno lo65 da Venezia sua patria con un 
Pietro Bonavenluri, giovine fiorentino alleluiente ai 
negozi di cambio, e recavasi in Firenze per nascon- 
dere il frullo de' suoi amori e sottrarsi alla collera 
formidabile dei parenti e di lulla la veneta nobiltà. 
Quivi, soggiogala da rea ambizione e fallasi adul- 
tera, getlavasi fra le braccia di Francesco, signore 
di Toscana, il quale ne fu preso di un amore cosi 
violento e forsennato, che non gli rifuggi l'animo, 
per possederla, di torre di mezzo con atroce assas- 
sinio il povero Bonavenluri, consapevole lei stessa. 
Ingolfatisi entrambi nel lezzo de' loro innamora- 
menti, e, postergalo ogni pudore e dignità, diedero 
turpe spettacolo di sé all' intera Toscana , la quale 
vide fra non mollo la Capello seduta sul Irono du- 
cale, cinla di corona, al fianco di Francesco che 
proclàmavala sposa in mezzo al canto vuoto dei 
poeli, alle pazze salutazioni del popolo, alle straordi- 
narie magnificenze della reggia e al corteggio pom- 
poso degli ambasciatori e senatori veneziani che ve- 
nivano a salutare in Bianca la più splendida gemma 
della loro repubblica, mentre poc'anzi Paveano per- 
cossa di lutti i loro anatemi e chiamatala il vitupero 
de' patrizii ! ! 

Gli amori anziché venir meno, si rinfocolavano-, 
tanto che il Granduca Francesco interrogalo da un 
suo intrinseco perché in (anta felicità di slati e 
potenza di cose fosse sempre malinconico e tristo, 
rispose : Certo eh' io dubito che questa mia moglie 
non mi abbia fatto gualche malia o affatturamene 
comecché , separato da lei, vivere e posa avere non 
posso. E quasi per ristorarsene, il poveraccio atten- 
deva, dice il Galluzzi, a fabbricare con grande pas- 
sione porcellane elegantissime che poi mandava in 
dono ai principi e a grandi baroni, e si esercitava con 
una compagnia di mercanti nel commercio del pepe. 
Ai diecinove di ottobre 1587, Francesco venne a 
morie. « Bianca appena lo seppe, scrive il con- 
« temporaneo Giovanni Vittorio Foderini, cacciò il 
« capo sotto le lenzuola del letto dove giaceva anche 
« ella inferma, e frastagliando parlò: Conviene anche 
« a mi morire col mio signore; e mandalo un so- 
« spiro interno per entro il cuure, non fiatando più 
« fino alle quindici ore e me/za dell'altra manina, 
« spirò: e come undici ore prima trapassò il marito, 
« similmente undici ore dopo morì la moglie, fa- 
« cendo comparire con simili accidenti un allo di 
« commedia in doppia tragedia nel sopraddetto spa- 
« zio breve dall' uno all' altro ». 

Il Buontalenti, al quale era sialo dato il carico di 
dar sepoltura ai cadaveri, domandò al granduca Fer- 
dinando successore di Francesco, se doveva lasciarsi 
vedere la Bianca incoronata come il marito. Ferdi- 
nando con un mezzo sogghigno e con certa slizza 
repressa, rispose : Cosivi s' è già vista, ed ha portata 
la corona pure assai. — Serenissimo., ripigliò il Buon- 



80 



ML'SIìO SCIENTIFICO. LETTERARIO RI» ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



talenti, dove volete voi che la si seppellisca? — 
Dove volete voi, messere ; non la vogliamo fra i 
nostri. — il Buonlalenli senza più, involtala in un 
lenzuolo, Ja fo' gettare alla rinfusa nel carnaio, che 
è la tomba maggiore generale della plebe. 

Un popolo che applaude a simigliatili sozzure può 
egli chiamarsi tale?.... E di vero, in quel tempo i 
destini della repubblica erano già di lunga pezza 
sepolti. Cosimo, padre di Francesco, aveva solìbeata 
e spenta tra le sue braccia parricide la libertà fio- 
rentina. Egli accasciò la vigoria dei Toscani e ne 
ruppe la generosità, creando il silenzio e l'orrore del 
sepolcro in quella terra dove prima folleggiava l'ila- 
ri là e splendeva la luce più schietta di Dio. Il suo 
soffio, simile a quello dello straniero che allora divo- 
rava Milano, Napoli, Sicilia, volò por lulla Italia come 
una tempesta di fuoco , e ne sterpò ed arse quasi 
tulle le piante gentili. Fece cosa, di cui pochissimi 
tiranni possono vantarsi: creò nei popoli la sete della 
schiavitù. Tanto che lo stesso Bernardo Davanzali , 
il quale pure avrebbe dovuto ritemperare I' anima 
all'incudine dei concetti del fierissimo Tacito, non 
ebbe vergogna di dire Cosimo mite, benigno, pio, 
clemcnlissimo, a diminuire le pubbliche gravezze stu- 
diosissimo sempre, e così alacre cultore della giu- 
stizia , che quella amò più di se stesso. E quando 
uomini collocali cosi alti dalla pubblica fama non 
abborrono dallo sguazzare in cosi putrido stagno, 
che dovrem dire di quelli, nei quali la naturale vi- 
goria degli animi non poteva essere avvalorata né 
dall'esempio venerando degli antichi, né dall'aspetto 
presente di una straordinaria virtù ? 

Mal fece dunque il Prina a scegliere il suo argo- 
mento tra queste vergogne e miserie italiane, e se 
i benefìzi del magnanimo ed immortale Carlo Alberto 
comparivano un anno prima, egli l'avrebbe rigettato 
come troppo indegno della sua mente e del suo cuore. 

Difatto, quale afiello può desiare in noi questa scap- 
pata di Venezia, questa adultera e uccidilrice di le- 
gittimo consorte, questa violatrice di quanto ha di 
più sacro la terra? Poteva forse allignare un solo 
germe di patrio amore in donna fradicia di lussuria 
è guasta dalla più lurpe ambizione, la quale, per 
brama di vedere sul trono un suo qualsiasi rampollo 
fece un cosi infame mercato e guazzabuglio di cose 
ch'io vergogno accennarlo? 

Ma lasciamo questo, e vediamo se, violando la sie- 
rica verità, l'autore ha sapulo schivare l' inverosirni- 
glianzadeldiscgnoel'imperfczionedelconcello poetico. 

Egli finge Bianca Capello reggente e lulriee di 
una sua figliuola lasciala erede dello stalo fiorentino 
da Francesco. Ernando, fratello del defunto gran- 
duca, non vuole riconoscere la crede e dimanda lo 
scettro per sé. Bianca, come ò ben naturale, rifiuta. 
Ernando, deposta ogni principesca dignità, la assale 
di oltraggi. Bianca fa lo stesso e gli comanda impe- 
riosamente il rispello alla persona di lei vestila del 
sacro carattere di regina. Ernando ne ride e fa ra- 
pire la erede in pieno giorno, nel mezzo della reg- 
gia, Ira la folla de' satelliti devoli a Bianca. Costei 
percorre forsennata le vie di Firenze, sveglia il po- 
polo a romórej e riesce a strappare la figliuola dagli 
artigli del cognato; il quale alla sua volta riesce 

Stabilimento tipografico di 



di nuovo a impadronirsi della erede, finché sfidando 
le grida procellose del popolo che vuol vedere sul 
trono la sognala figliuola di Francesco, fa scannare 
Bianca in piazza e proclama se slesso re di Firenze. 
In soccorso di Ernando viene un Orsini il quale 
riproduce in sé la furfanteria mascalzana e scamiciala 
della più abbietta bordaglia e si fa l'assassino di 
Bianca. In soccorso della Capello viene un Bidolli 
proscritto il quale si espone a pericoli di mori»; 
per condurre Bianca al disegno magnanimo di li- 
berare dalla tirannide la patria-, e, non riuscendo, 
dimentica la virilità del suo concetto, dimentica i 
compagni suoi, che, malgrado la proscrizione, ven- 
nero seco a Firenze per far risorgere la causa della 
libertà, e si fa il difendilore dei diritti di Bianca 
che vuole il trono e sprezza la libertà come adultera 
matrigna. 

Al lettore i commenti!! Noi venendo alla 

parte che più ci piace, diremo che il Prina , in 
mezzo ai grandi difetti di questo suo lavoro, si ma- 
nifesta in più parli gagliardo e vivacissimo poeta. 
Le scene se non sono sempre ben preparale, sono 
per l'ordinario tratleggiate con forza. Di rado lan-~ 
guisce il colorilo, e se ciò avviene, egli sa presto 
ravvivarlo colle debile gradazioni. In non pochi luo- 
ghi rifulge quella franca semplicità nella quale è ri- 
posta la vera bellezza ; e l'abbondanza de'pensieri, 
la naturalezza del dialogo e il bollore degli affetti 
generosi ed opportuni trassero più volle il pubblico 
ad applaudire energicamente l'autore. Aggiungasi a 
ciò il sottile magistero, non concesso agli ingegni di 
poca lieva, dell'esporre e ben ordinare i pensieri, 
il linguaggio vario e ardente di quelle figure che il 
popolo, e non il rettorico, sa creare, la grazia rara- 
mente scompagnata dalla forz.a, moki di que' con- 
cetti che mostrano in chi li esprime un animo ab- 
bonante così dall' adulare i fortunali, come dal ma- 
ledire le reliquie dei vinti, e ognuno dirà che la lode 
è debita al Prina più come tributo che come conforto. 

E noi tanto più volentieri gli diamo questo tri- 
buto in quanto che vediamo in lui un ingegno at- 
tissimo ad aiutare il risorgimento del teatro italiano 
la qual cosa deve stare in cima a' pensieri di tutti 
coloro, che, sapendo l'efficacia grandissima dell'arie 
drammatica a sollevare le menti dal Ic^zo delle ter- 
rene passioni, gemono e vergognano del vitupero 
in cui la vedono sepolta e fanno voti che popoli e- 
re diano mano a lavarla dal fango che la copre e 
a -circondarla della primitiva bellezza. 

Coraggio dunque, egregio signor Prina! La giovi- 
nezza e la fortuna vi sorridono, la poesia vi viene 
inconlro coronala di rose, e i disinganni non sono 
ancora sovraggiunti a trattenervi dallo sperare e dall' 
amare. Le pastoie sono rotte, il genio italiano ha 
deposto il lutto, le sublimità de' cieli sono per noi... 
Inspiratevi ai grandi falli d'Italia, inspiratevi al'a 
storia che v'insegnerà la verosimiglianza e la profon- 
dità de' sentimenti, portate i! vostro pensiero negli 
inlimi penelrali dell'anima umana, studiate quella filo- 
sofia che è ingrata agli impostori, ma bellissima ai 
pochi intelletti che cercano e non temono il vero, e 
scrivete !... P. Corelli. 

A. Fontana in Torino. 



1 1. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — AlfHO X. 



(16 marzo 18 18) 



ATTO-Dl-FEDE IN SICILIA L'ANNO 172'i 




Incredibili sono gli atrocissimi fatti dai quali fu 
conlaminata nei secoli trascorsi la religione peropera 
di ministri sacrilegi e parricidi. I Gesuiti, nel primo 
loro nascere, per guadagnare e vincere al tutto gli 
animi della moltitudine , si adoperarono a frenare 
quelle esorbitanze. Ma quando cotesloro, certi di a- 
vere affatturate le genti, cominciarono a stabilire 
principii, a sparger massime, a stillare affetti in- 
compatibili colla dignità, coi diritti e colla riverenza 
della Chiesa madre, allora trovaron gusto a mani- 
polare quegli impasti che tutti conosciamo, i quali 
hanno del Nerone e dell'Antioco, del Giuda e del 
Caino; allora si presero ben guardia a imbrigliare 
la infernale burbauza di chi voleva far trionfare la 
religione di Cristo tra i marlorii delle membra la- 
cerale e tra le fiamme spaventevoli dei roghi; allora 
crebbero gli Alli-di-fede: allora la terra e il cielo 
furono funestali dalle grida e dal sangue di mille 
vittime innocenti. 

Affinchè il lettore veda come si costumava proce- 



dere in questi atli barbari e selvaggi, noi ripor- 
tiamo le parole degli storici napoletani che videro 
quello della Sicilia nell'anno 1724. È impossibile 
il leggerlo senza un fremito di orrore e di racca- 
priccio. Ognuno maraviglerà al vedere il popolo 
assistere a tali carnificine, come a gradilo spettacolo: 
ma ciò era comandalo da un' atroce superstizione. 
E a chi spettava il diradicare le superstizioni se non 
che ai ministri di quella religione che è tutta man- 
suetudine e carità P 1 Gesuiti invece che facevano?... 
Le puntellavano con nuovi cavilli, con nuovi impro- 
peri, con nuove ipocrisie. Vediamo intanto che fa- 
ceva, un secolo e poco più, quell'Uffizio, chiamalo 
Santo, pel quale i reverendi figliuoli di Loiola nu- 
trivano tanta venerazione, e che mettevano opera a 
far di nuovo risorgere nelle nostre belle contrade. 
« Andarono soggetti al Santo Uffizio, l'anno 16!J!>, 
fra Romualdo laico Agostiniano, e suora Gollrude 
bizzoca di san Benedetto; quegli per quietismo, mo- 
linismo, eresio; questa per or<jo<jlio, vanità, teme- 



82 



MOSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



rità, ipocrisia. Ambo folli, però che il frale, con 
le molte sentenze contrarie a'dogmi o alle pratiche 
del cristianesimo, diceva ricever angeli messaggieri 
da Dio, parlar con essi, esser egli profeta, essere 
infallibile; e la Geltrude, tener commercio di spi- 
rito e corporale con Dio, essere pura e santa, avere 
inteso dalla Vergine Maria non far peccato godendo 
in oscenità col confessore-, ed altri assai sconvolgi- 
menti di ragione. I santi inquisitori ed i teologi 
del Santo Uffìzio avevano disputato più volle con 
quei miseri, che ostinati, come mentecatti, ripete- 
vano delirii ed eresie. Chiusi nelle prigioni , la 
donna per 25 anni, il frate per 18 (attesoché gli 
altri sette li passò a penitenza ne' conventi di san 
Domenico) tollerarono i martorii più acerbi, la tor- 
tura, il flagello, il digiuno, la sete; e alla per fine 
giunse il sospiralo momento del supplicio. Avve- 
gnaché gl'inquisitori condannarono entrambo alla 
morie, per sentenze confermate dal vescovo di Al- 
baracin, stanziato a Vienna, e dal grande inquisi- 
tore della Spagna -, dopo di che il devoto imperatore 
Carlo VI comandò che quelle condanne fossero ese- 
guite con la pompa dell'Atto-di-Fede. Le quali sen- 
tenze amplificavano il santissimo tribunale, la dol- 
cezza, la mansuetudine, la benignità de'santi inqui- 
sitori; e incontro a sensi tanto umani e pietosi le 
malvagità, la irreligione, la ostinatezza de'due col- 
pevoli. Poi dicevano la necessità di mantenere le 
discipline della sacrosanta cattolica religione, e spe- 
gnere lo scandalo , e vendicare lo sdegno de' cri- 
stiani. 

Il dì 6 di aprile di quell'anno 1724, nella piazza 
di Sant'Erasmo, la maggiore della città di Palermo, 
fu preparato il supplizio. Vedevi nel mezzo croce altis- 
sima di color bianco e da'lali due roghi chiusi, alto 
ciascuno dieci braccia, coperti da macchina di legno 
a forma di palco, alla quale ascendevasi per gradi- 
nata; un tronco sporgeva dal coperchio di ogni rogo: 
altari da luogo in luogo, e tribune riccamente or- 
nate stavano disposte ad anfiteatro dirimpetto alla 
croce; e nel mezzo, edifizio più allo, più vasto, ric- 
chissimo di ornamenti per velluti, nastri dorati ed 
emblemi di religione. Questo era per gì' inquisitori; 
le altre logge per il viceré, l'arcivescovo, il senato; 
e per i nobili, il clero, i magistrati, le dame della 
città ; il terreno per il popolo. A' primi albori le 
campane suonavano a penitenza; poi mossero le pro- 
cessioni di frati, di preti, di confraternite; che, tra- 
versando le vie della città, fatto giro intorno alla 
croce, si schierarono all'assegnalo luogo. Popolata 
la piazza sin dalla prima luce, riempivano le tribune 
genti che, a corpi o spicciolale, con abili di gala, 
venivano al sacrifizio : era pieno lo spettacolo ; si at- 
tendevano le vittime. 

Già scorso di due ore il mezzo del giorno, mense 
innumerevoli ed abbondanti cuoprirono le tribune, 
cosi che la scena preparala a mestizia mulo ad al- 



legrezza. Fra' quali tripudii giunse prima la misera 
Geltrude, legata sopra carro, con vesti luride, chiome 
sparse e gran berretto di carta che diceva il nome, 
scritto con dipinte fiamme d' inferno. Convolavano il 
carro, tirato da bovi neri e preceduto da lunga pro- 
cessione di frati, molti principi e duchi sovra ca- 
valli superbi ; e dietro , cavalcati a mule bianche, 
seguivano i tre padri inquisitori. Giunto il corteggio, 
e cons'egnala la donna ad altri frali domenicani e 
teologi per le ultime e finte pratiche di conversione, 
ricomparve corteggio simile al primo per il frate 
Romualdo: ed allora gl'inquisitori sederono nella 
magnifica ordinata tribuna. 

Compiute le formalità, bandito ad alta voce l'osti- 
nato proponimento de' colpevoli, lette le sentenze in 
latino, prima la donna sali al palco; e due frati 
manigoldi la legarono al tronco, e diedero fuoco 
alle chiome, imbiotate innanzi di unguenti resinosi 
acciò le fiamme durassero vive intorno al capo; 
indi bruciarono le vesti, anch'esse intrise nel catrame, 
e partirono. La misera rimasta sola sul palco, men- 
tre gemeva e le ardevano intorno e sotto i piedi 
le fiamme, cadde col coperchio del rogo-, e scom- 
parso il corpo, rimasero ai sensi degli spettatori i 
gemiti di lei; le fiamme, il fumo, che andavano ad 
oscurare l'alia croce di Cristo svergognata. Cosi 
fra Romualdo mori nel altro rogo, dopo aver visto 
il martirio della compagna. Tra gli spettatori no- 
lavasi un drappello sordido, mesto, di 26 prigioni 
del Santo Uffizio, voluti presenti alla ceremonia; 
soli fra tulti che piangessero di quei casi, percioc- 
ché gli altri, sia viltà, o ignoranza, o religion 
falsa, o empia superstizione, applaudivano l'infame 
olocausto. Erano i tre inquisitori frati spagnuoli; 
degli allegri assistenti non dirò i nomi, però che i 
nepoti, assai migliori degli avi, arrossirebbero; 
ma sono in altre carte registrali; che raramente 
le pubbliche virtù, più raramente i falli rimangono 
nascosti. Descrisse quell'atto in grosso volume 
Antonio Mongitore e dal dire e dalle sentenze si 
palesò divoto e partigiano del Santo Uffizio; egli, 
lodato per altre opere e sopratutto per la biblioteca 
siciliana, chiaro mostrò che la dolcezza delle let- 
tere umane era stala in lui vinta degli errori del 
lempo, e dalla intolleranza del suo stalo ; era cano- 
nico della cattedrale. » C. 



Mentre che la natura é in sul rivestirsi di una 
rigogliosa vegetazione, a ninno rincrescerà, spero, 
di lasciare per poco i frequenti portici dell'augusta 
Torino, per condursi meco sugli ameni poggi di 
Biella. 

Biella, posla appiè delle Alpi, nella parte più set- 
Icnlrional del Piemonte, segui le sorli della maggior 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



83 



sua vicina Vercelli; sin che dell' 826, essa e il suo 
distretto furono ceduti da Ludovico e Lotario a quel 
conte Bosone, che l'anno appresso dovea tenere a 
Torino, sì come messo imperiale, uno di que' Pla- 
citi, ne' quali si agitavano le ragioni della giustizia 
e gl'interessi dei popoli (Murat. Àntich. iteli. 1. 481.). 
Quando i re Carolingi per debilitare l'autorità dei 
baroni, ampliaron quella de' vescovi, e quando i suc- 
cessivi imperadori aiularon la potenza de'vescovi 
per abbassare le pretensioni de' Comuni ; i vescovi 
di Vercelli ebbero ad esercitare una specie di alto 
dominio sulla città di Biella e il suo territorio-, sin 
che il vescovo vercellese Uguccione, che avea gran 
gusto (come scrive il Corbellini) del luogo di Biella 
per la soavità dell' aria e per la statua di Maria 
Vergine di Oropa, ottenne da Federigo Barbarossa 
(1152) di poter fabbricare un castello sul colle so- 
vrastante alla picciola città di Biella, la quale allora 
si distendeva modestamente sul piano. Eretto questo 
castello sul luogo, che dicesi il Piazzo, non lasciò 
il vescovo, mercè di privilegi e larghezze, di tirar 
molti e molti a fabbricare colà intorno le loro case; 
e per tal modo si venne in quelle alture a formare 
una nuova città, i cui abitanti, con le consuete forme, 
si chiariron ligi del vescovo vercellese. 1 vantaggi, 
di cui godevano questi novelli vassalli del vescovo, 
e quello massimamente di esser difesi dalla sua au- 
torità contra le offese nimiche, furon cagione, per 
che presto s'accrebbe quella montana città con pre- 
giudicio dell'altra che rimanevasi a! piano; sin che 
relazioni di traffichi e ragioni di comodità le acco- 
staron per modo, che se n'è oggi formata una sola 
città. Gli avvocati della Chiesa vercellese furon 
quelli, sopra gli altri, che ottennero da' vescovi in 
quel di Biella giurisdizioni e dominii ; e cosi gli 
Avogadri, che tuttavia fioriscono in tante altre parli 
d'Italia, non lasciarono di propagarsi eziandio nel 
Biellese, dove sopra a 16 famiglie di questo nome 
noverava del 1778 lo storico Mullatera ; alcune delle 
quali tuttavia vi fioriscono per isplendor di uffici, 
di lettere e di virtù (1). Ma questa dependenza di 
Biella dai vescovi vercellesi tale non era da farle 
perdere le sue immunità e i suoi diritti ; essa eser- 
citava la giurisdizione si civile, si criminale, salvo 
i casi più gravi, la cognizion de' quali era riserbata 
al vescovo; nò questi polca porre a castellano del 
Piazzo altri che un Biellese; e alla morte del pre- 
lato a' consoli di Biella si dovean rimettere claves 
castri et portarum. Molto più si assodarono questi 
diritti di Biella, quando essa e il suo territorio, in 
quelle perpetue lotte fra la Chiesa e l'Impero, do- 
vetler guernirsi di mura e castella, e quinci scher- 

(i) Quando io scrivea queste cose era ancor vivo l'e- 
gregio cav. aliale Gustavo Avogadro di Valdengo, che una 
precoce e improvvisa morte dovea togliere alla coltura de' 
più nubili studi e all' esercizio delle più rare virtù. 



mirsi dagli assalti nemici, e massime da' conti di 
Valperga, i quali come seguaci imperiali avrebbon 
voluto far costar cara a' Biellesi la loro devozione 
alla Chiesa. Conseguenza di quelle lotte stata essendo 
la cresciuta autorità de' Comuni, Biella, poiché vide 
cader per terra le sue mura, pensò a fortificarsi, 
non più con mura che crollano, ma bensì con leggi 
che durano; e però del 1245 ordinò il suo statuto, 
che fra le altre saggie provisioni portava l'annuale 
elezione di quattro consoli , i quali nello spazio di 
quell'anno che duravano in ufficio governar doves- 
sero la cosa pubblica. Ma il principal diritto, che 
Biella fu sempre studiosa di mantenere, era quello 
di difender la sua religione e il suo vescovo. Del 
che diede pruova nelP aiutar che fece con danari e 
con armi la crociala, mossa conlra l'eretico fra Dol- 
cino, il quale accampatosi fra Masso e Trivero, terre 
ambedue del Biellese, quivi pati quella stretta di neve, 
di cui parla Danle, e che unita alle arme crociale 
conferì allo sterminio di quella banda di eretici; i 
quali furono sostenuti nella torre del castello Biel- 
lese (1307) prima di esser condotti al supplizio; e 
in Biella, secondo la feroce legislazione di quelle 
età, fu tanagliato e arso Longino Cattaneo, e spar- 
sene al vento le ceneri. Quanto è poi a' suoi vescovi, 
non lasciò Biella di dar loro, non che ospizio, difesa 
in tutte le più difficili congiunture; e vi abitò l'ar- 
civescovo di Milano Ottone Visconti (1275), quando 
dovè cedere il campo a' Torriani, suoi emoli; e vi 
stanziò il vescovo vercellese Aimone (1285) per fug- 
gire nella sicura quiete di quel castello l'incerto 
scontro delle armi nimiche. E quando i Visconti, 
fautori de' Tizzoni, entrarono a Vercelli, il vescovo 
Oberto da Collobiano, riuscito a fuggir di colà dis- 
guisato, non ad altre mani si confidò che a quelle 
de' suoi Biellesi, i quali non pur lo raccolsero con 
reverenza, ma con virtù lo difesero. Ed alle armi 
ricorsero altresì per difendere un altro loro ospite, 
il vescovo Lombardo della Torre, quando si rifugiò 
in quel castello, come in luogo di salute. Se non 
che ben presto ebbero i Biellesi a pentirsi di questa 
ospitalità, data con tanto loro pericolo, ad un pre- 
lato che la meritava sì poco; dacché egli, in luogo 
di porgersi liberale e benevolo , accampò non so 
quali sue pretensioni di voler succedere a qual de' 
Biellesi venisse a morire senza testamento e senza 
prole maschile. Dovettero i buoni Biellesi sborsare 
2m. fiorini d'oro, se vollero acchetar le voglie del 
vescovo ; il quale ben polè riscuotere, ma non già 
fruir quella somma, poiché poco stante mori. 

Le inquietudini, che suscitò a Biella il vescovo 
Lombardo, furono un cenno verso di quelle che i 
Biellesi ebbero a patire dall'altro vescovo vercellese 
Giovanni t'iesco da Lavagna. Aspirando costui al 
temporale dominio di que' paesi che obbedivano alla 
spirituale sua verga, ed essendogli ilo a volo l'in- 
tento sopra Vercelli, in grazia de' Visconti che vi 



84 



MCSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



eran troppo autorevoli ; fermò su Biella i suoi am- 
biziosi disegni, confidando di poterla dominare da 
quel suo castello del Piazzo, dove si chiuse con buon 
nerbo di armati (1349). Ma i Biellesi fecero testa, 
perchè il vescovo vedendo di non poterci riuscire, 
si ritrasse nel castello di Masserano, e su Biella 
fulminò l' interdetto. Si richiamarono i Biellesi all' 
arcivescovo di Milano perchè quell' interdetto fosse 
tolto, si richiamò il vescovo alla Santa Sede, perchè 
fosse rifermalo; e l'uno e l'altra decretarono che 
si levasse ; ma il vescovo repugnando a questa e a 
quel di obbedire, si apparecchiò a mantenere il ful- 
minato interdetto con le armi. E le armi presero 
pur essi i Biellesi, occupando il castello del Piazzo, 
il vescovo vagò fra quelli di Masserano e Zumaglia, 
ma non islimandosi ancor sicuro, ne rizzò un terzo 
nella terra di Andorno, falla oggi sì celebre dalla 
eroica fede del Micca. Erano lacrimabili queste con- 
dizioni di un popolo, astretto a pigliar le armi conlro 
del proprio vescovo ; ma esse anche provano qual 
fosse la violenza di un uomo, che recava il suo 
popolo a estremità sì crudeli. Biella in questi litigi 
avea il vantaggio dal Fiesco; tullavolta per vie più 
sicurarsi dalle costui insidie, implorò la protezione 
di un polente signore, qual era l'arcivescovo di 
Milano, Giovanni Visconti; e l'ottenne (1555). Ma 
le ostilità non cessaron per questo, se anzi per ciò 
non s'accrebbero; il vescovo continuava a trattar 
Biella da nimica ; e i Biellesi a negargli le rendite 
e a regimargli contro soldati. Si ebbe finalmente una 
tregua, della quale profittarono i Biellesi per impe- 
trare la prolezione del conte Verde ; e questi a con- 
ceder loro (1555) che «potessero andar sicuri e li- 
« beramenle per lutto il suo paese, chiamandoli suoi 
«buoni vicini e cari, ed ordinando a' suoi uffiziali, 
« che come tali fossero graziosamente trattati (Mul- 
lalera , f. 58). Se i Biellesi furono beli di questa 
onorevole protezione, il loro wscovo era in altra 
guisa proietto dalla fortuna. Conciossiaehè essendosi 
formata da papa Gregorio XI una lega conlra i 
A'isconti, potè egli, per via d'inganno, insignorirsi 
della cillà di Vercelli (1575), dove non fu laida e 
crudele opera, che dalle sue genti non si commet- 
tesse. E prima avea pur tentalo d' insignorirsi di 
Biella, ma i deputali dei Comuni chiaramente gli 
dissero, che essi si lascerebbero toglier la vita e 
arder le case, innanzi di sopportare il suodespotismo. 
Bisogna mostrar di accordarsi con quelli che si 
dispera di vincere; e cosi fece il vescovo, che calò 
agli accordi con Biella. Ma quale accordo poteva 
mai (renare la irrequieta ambizione del vescovo? 
Sin che i suoi interessi nel lenevan lontano, Biella 
era quiela; vi riponeva il piede? Si empieva di vio- 
lenze e di scandali. 1 poveri Biellesi non sapean più 
come disfarsi di questo nimico; non gli ascoltava 
il Papa perebè era troppo lonlano, non gli aiutava 
il conte Veidc, perchè in guerra allor con Saluzzo ; 



nella disperazione del soccorso degli altri , pensarono 
di operare da sé; e per torre il male dalle radici, 
secretamenle ordirono d'imprigionare il vescovo. Era 
il principiar di maggio, quando ecco nella stanza del 
Fiesco, che tranquillamente dormiva, irrompere i 
congiurali, e lui e la sua genie chiuder nella torre 
del castello, dove erano sostenuti alcuni uomini di 
Cavaglià e Crevacuore; i quali, come potete ben 
credere, cedettero rispettosamente il luogo al vescovo 
che vi entrava. Incarcerato il vescovo, se ne posero 
a ruba le stanze; ori, argenti, pecunia, lutto fu preda 
di quella gente indegnala. I Biellesi voleano scusare 
quel fatto, ma al tempo stesso non ne volevan perder 
gli effetti; lo notificarono adunqqe sì al Pontefice 
e sì ad Amedeo; ma in pari tempo condussero ai 
loro stipendi la compagnia del valoroso Iacopo del 
Verme. Cercarono i parenti del vescovo di liberarlo 
da quella ignominiosa cattivila ; ma che potea mai 
fare un pugno di Genovesi mandali per questo fine? 
Non altro che mettersi in via, capitar sotto Biella 
e fuggire. Intanto a peggiorar le condizioni del pri- 
gioniero, varie terre del Vercellese si dedicarono al 
Conte Verde, fra cui San Germano e Sant'Agata, 
volgarmente dello Sanlià. Ma egli non era così lieto 
di siffatli acquisti, che più non fosse attristato della 
prigionia del vescovo ; mandò quindi a Biella un 
conte di Chalant per procurarne la liberazione; ma 
questi altro non ottenne che di tirarlo dalla torre del 
Piazzo, e tenerlo per istalico in uno de' suoi castelli, 
sin che giungessero le decisioni del Papa. Il quale 
avendo mandato a Biella un suo nunzio, quesli, udite 
quinci e quindi le parti, stese nel luogo di Verrezo, 
ai 25 di aprile 1578, un compromesso, del quale 
non vuol tacersi il principio: «Noscat praesens aetas 
et posterìtas successiva, quod existenlibus maximi* 
guerris, quaestionibus et debattn inter referendum 
episcopum Vercellensem Iohannem de Patisco, et ho- 
mines et commune Bugellae,volensque ipsereverendus 
Episcopus suos errores corrigere qui positus est ut 
aliorum errores corrigat et evellat, ecc. » Uscito del 
carcere, ma vietalo di slare a Biella, ed altresì nelle 
terre di Zumaglia e di Andorno, troppo ricordevoli 
de' violenti suoi fatti, si ritrasse nel suo castello di 
Masserano, dove avea disegnalo di spiegare le an- 
tiche sue pretensioni ; ma se ne tolse preslo, per 
lo timore di una seconda prigionia. Biella, liberala 
in lai modo dal suo interno nimico, dovea però sem- 
pre temere le violenze e le insidie dell'uno o dell' 
altro di que' tanti signorotti che, sparsi per l'Italia, 
codiavano le occasioni di aggrandirsi a spese dei de- 
boli. Laonde essa stimò d'inviare i suoi sindaci al 
conte Verde, pregandolo che gli piacesse di pren- 
derli, egli e i suoi successori, soilo la sua, valida 
protezione per lo spazio di anni trenta; vi aderì il 
Conte (1579), e quindi ne furono slese e ratificate 
le condizioni. Amedeo si rendè poscia a Biella, e là 
in quel castello, che era stalo testimonio e teatro 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI R SVARIATE NOZIONI 



85 



delle violenze del Fiesco, un principe, troppo da lui 
diverso, ricevè il giuramento di fedeltà da' Biellesi, 
i quali da quel tempo in su rimasero alla Casa di 
Savoia perpetuamente devoli. 

P. A. Paravia. 

IL BISOGNO RIFORMATORE 

Il bisogno fu sempre la molla dei più grandi co- 
nati ; quindi quando ut» popolo risorge a vita novella 
bisogna conchiudere che venne spinto da una ne- 
cessità, da una forza sovrumana che, facendogli tor- 
nar noioso lo slato presente, lo slancia in un altro 
diametralmente al primo opposto. Così l'uomo che 
solo si trovò sulla terra, potentemente sentì la ne- 
cessità di essere ragunato in famiglia, di stabilire 
delle regole, di migliorare la nativa condizione. Se 
non che questo imperioso sentimento non fu sempre 
nell'uomo costante, onde ogni qual volta in lui venne 
meno, invece di perfezionarsi , di crescere più svi- 
luppato, deteriorò, diede indietro. E che questo sia 
vero ce ne convinceremo agevolmente svolgendo le 
pagine della storia, la quale ci rappresenta l'aquila 
romana vittoriosa finché si tenne in uno slato di 
attività, battuta e coll'ali tarpate allora che si tulio 
nelle orientali effeminatezze. Il bisogno fa d'uopo sia 
sentilo dai popoli più di qualunque siasi cosa, poiché 
da lui si deve ripetere ogni progresso politico e 
civile. Qual fu lo sprone che spinse tante fiale Fi- 
renze a cacciar la casa Medici , se non l' urgente 
bisogno di vivere una vita libera, immune da ogni 
tirannide, se non il bisogno di procedere in quella 
via della libertà che vedevasi segnala nell'Evangelo? 
E, per ultimo, chi diede il crollo a quei gran colossi 
de' Visconti, degli Scaligeri ? I feudi del medio evo 
a poco a poco si convertirono in principali monar- 
chici, i poteri divisi si accentrarono, quasi raggi, in 
un sol punto, quando furono sospinti dalle genti le 
quali erano comprese dal bisogno di rendersi forli, 
ma d'una fortezza riunita. 

La nazione è un individuo che soffre e che tace: 
che soffre e che tace moderatamente aspellando chi 

10 svegli. E quella voce che lo deve ridestare non 
tarda oltre il dovere ; ella giunge spinta dal biso- 
gno, matura, non precoce. Italia forse non ne diede 
or ora l'esempio? Erano già molti anni che alcuni 
genii, quanto più pochi altrettanto più valenti, predi- 
cavano che la patria abbisognava d' una morale , 
politica, civile rivoluzione, che la patria doveva la- 
sciar l'antico cammino; pur questi genii, che si ele- 
vavano oltre la sfera comune, non venivano esauditi. 

11 bisogno non s'era esteso, non s'era introdotto 
in lutti i celi, era limitalo a pochi, quindi gli faceva 

d'uopo alcun tempo ancora per generalizzarsi, farsi 
amico d'ogni persona, e così compiere felicemente 

la metamorfosi. Ma non solo era forza dargli un tempo 



pella diffusione, ma ben anche diffuso, un altro poi 
concedergliene , mercè cui i popoli potessero per- 
suadersi della santità di queslo bisogno, mercè cui 
le fazioni si ravvicinassero, mercè cui le forze in- 
dividuali si fossero concentrale e fuse in quella so- 
ciale che è la potenza delle nazioni. Moltissimi po- 
litici rivolgimenti caddero senza effetto appunto pella 
irrequietezza di coloro che n'erano alla testa. Che 
fatto avrebbero gli autori delle Speranze d' Italia , 
dei Primati se, fattisi capi rivoluzionari, avessero 
voluto in un giorno mular faccia alla patria ? Le 
abitudini di un popolo non si cangiano come le vesti. 
Pietro il Grande ebbe a predicar molto e poi mollo 
per radere la barba ai Moscoviti. 

La diversità dei parliti , le divisioni della forza 
sociale non sono da allro agente prodotte che dalla 
discrepanza dell'opinione; ma questa discrepanza 
scaturisce da ciò , che una parie bisognevole crede 
una tal cosa e l'altra non; ora se le due parli, se i 
Torys ed i Whighs andassero a rilento nelle loro 
discussioni , facessero d'imilar la Provvidenza nelle 
^ue azioni tarda anzi che no, il tempo, che è in 
queslo un gran farmaco, il lempo che puossi dire una 
condizione del vero, deciderebbe la questione ravvi- 
cinando, coll'islillar nelle parti il senso del bisogno, 
del più utile, gli animi divisi. Ma questo grande 
processo poche nazioni lo compirono prosperamente. 
Fra queste poche, primo luogo a le conviensi, o Ita- 
lia: la voce del bisogno ebbe agio a spargersi pei 
tuoi figli, a farsi udire dal potente e dal pusillo, 
dall'adulto e dal fanciullo, per cui insieme avvinti a 
te giurano l'amore 

Di vergine pietosa al suo fedel. 

E chi avrebbe osato veni' anni fa profetare così 
vicina la rigenerazione dell'Italia? Allora che al nome 
di riforma tristi idee si associavano e più tristi falli? 
Nuli' ostante era inevitabile questo cangiamento; i 
semi erano gettati ed attendevano l'acqua feconda- 
trice. Romagnosi osserva che le eia che succedono 
ai magnanimi conati non ponno non ritrarre dalle 
antecedenti: epperò i voti dei Leopardi, degli Al- 
fieri non potevano cader infruttuosi. E cosi ora inau- 
gurati e diffusi dal gran Gioberti, da queslo sole 
dell'Italia, anzi dell'Europa politica e morale, otten- 
nero lo scopo. Questi fu , che mirando colla forza 
comprensiva della sua mente, le rovine tulle del pa- 
trio edilìzio, ci porse i mezzi di raddrizzarlo; questi 
fu che fece scorrere il bisogno di nuova vita fra i 
popoli, i quali erano combattuti da una lotta infer- 
nale, utile però, poiché gli fece conoscere le proprie 
forze. Di qui ne viene che l'uomo deve assogget- 
tarsi alla legge provvidenziale della tardanza per 
aggiungere il fine prefisso, cioè della maturità. La 
nazione pertanto incorporala e rappresentante l'as- 
soluto bisogno di una metamorfosi ottenne le riforme, 
alle riforme segui la Costituzione, e la Costituzione 
fece svanir ogni bisogno riformatore rendendoci po- 
liticamente potenti. Costanzo Benzi. 



SG 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



COME DIVENNERO GRANDI 
I NOSTRI PADRI 

Leggendo le storie italiane dei mezzi tempi, ognuno 
si sente comprendere da straordinaria meraviglia al 
vedere a quale alto grado di forza, di potenza e di 
grandezza siano giunti i nostri padri. Ma cesserà la 
meraviglia quando si studi il loro genere di vita, e 
come essi abborrissero da tutte quelle dilicalure, 
splendidezze e cascaggini che sono frutto di una de- 
crepita civiltà, o meglio della schiavitù, la quale 
abbrutisce la mente ed il cuore e accascia la vigoria 
naturale delle membra. 

Una delle principali cagioni per cui salirono i nostri 
padri a così grande altezza fu la parsimonia e la 
rozzezza delle vivande, le quali erano tanto distanti 
dalla delicatezza de' nostri tempi, quanto noi siam 
lontani dalla squisitezza e dal lusso delle cene ro- 
mane ai tempi di Lucullo e di Apicio. 

Riportiamoci col pensiero all'immortale repubblica 
Fiorentina e sentiamo ciò che dice a tale effetto il 
medico Antonio Cocchi. 

« La cena fiorentina di que' tempi è tanto nota 
pel suo addobbo di fruita e d'erbaggi, che è andata 
quasi in proverbio sino di là dai monti. Né si sa come 
l'abborrimento al cibo vegetabile si possa ora essere 
sparso popolarmente tra noi, quando a chi ben ri- 
guarda tulle le circostanze apparisce che la cillà 
di Firenze è appunto una delle più sane del mondo 
per questa principale cagione che la plebe per la 
sia povertà è pochissimo carnivora, ed al contrario 
per la natura del nostro suolo ella ha il modo di 
acquistare a vii prezzo alcune sorti di erbe e di 
fruite, che in altre contrade sono delizie non mai 
godule dagli ultimi artisti. » 

Grandissima era allora la temperanza nel popolo, 
la quale non avea difficoltà di mangiare quelle carni 
slesse che ora liene a schifo, le carni cioè di pe- 
cora. E tale temperanza manifeslavasi anche presso 
i grandi e facoltosi. 

Francesco Sacchetti, dipintore leggiadrissimo de' 
tempi suoi, descrive nella sua novella 87 una cena 
data dal Gonfaloniere della Repubblica ad un medico 
celeberrimo e lume amplissimo della scienza di Ippo- 
crate-, la qual cena non consisteva in altro che in 
un ventre" di vitella, starne lesse e sardelle in umido. 

Volendo poi darci una grande idea della squisi- 
tezza della cucina di quell'età, il medesimo Sacchetti 
rappresenta per un manicaretto da ghiotti un'oca 
ripiena con agli o mele cotogne, o meglio con allo- 
dole ed uccelletti ; e slima un grandissimo banchetto 
quello dove il padrone di casa fa un mangiare di 
quattro taglieri bellissimi. 

Ma una più giusta idea della parsimonia de' nostri 
avi ci viene offerta da uno slatulo pubblicato nel 1 172 
dai signori Priori di libertà e dal Gonfaloniere di 



giustizia, nel quale sono ordinate per la mensa le 
norme presenti : 

« La mensa della Signoria sia libera ed usi quali 
vivande e quante essa voglia per sé e per altri che 
da essa siano convitati, eccetto che per sé per l'or- 
dinario i pinocchialr, morselletti e zucche confelle 
o altre confezioni non siano di maggior peso di oncie 
due. 

« Ciascuna persona privata in casa colla sua com- 
pagnia usi cibi e vivande che gli piace, ma se ha 
alcun altro che non è di sua famiglia, non usi più 
di due vivande, il lesso e l'arrosto. Giorno di magro 
due sole vivande di pesce. 

« L'arrosto può essere di quattro sorla d'animali, 
inlendesi però che tulle le sorla di carni lesse, come 
tutti gli arrosti siano in un medesimo piano, in due 
al più. 

« Del pesce se ne posson fare due vivande, cioè 
in due diversi modi. 

« Non son computale per vivande né proibite le 
uova, cacio e latte, o altra cosa falla delle sopra- 
delle, benché vi sia alcun condimento di grasso, 
spezieria, zucchero o altro. 

« Nemmeno son computali i fruiti, gii agrumi, 
cialdoni, berlingozzi, zuccherini, pere guaste con 
aranci, acqua rossa, zucchero bianco, pane impe- 
pato, bericoccoli, spezierie, savori, salse, sape, er- 
baggi d'ogni sorta, animelle, granelli, milze, lam- 
predotti, zampe di vitella. 

« Il vino e il pane sono in arbitrio di ciascuno. 

« Alle nozze si possono innanzi e dopo il convito 
usare di ogni sorta di confezione e pezzi di confe- 
zioni del peso di oncie due. 

« Gli aranci imbrattati, ovvero confetti e cannella 
confella sono una sola confezione in alcun convito 
di sera. 

«Da calende d'ottobre fino a lutto aprile di cia- 
scun anno non è lecito nelle case de' privati usare 
alcuni lumi di candele di cera, salvo che doppieri 
alla partenza de' convitali per accompagnarli alle 
loro case. 

« Per onorare qualche forestiere si può usare ogni 
sorta di vivande e di confezioni, ma deve prima 
giurare quel tale, che dimanderà tale licenza, che 
lale onore fa a' suoi ospili a magnificenza della città 
di Firenze e non per altra causa. 

« Chi passa tali ordini, deve pagare al Camerlingo 
dell'arme del comune di Firenze per ogni convito 
fiorini 10 larghi. 

« Convito è desinare o cena o colazione. 

In altro statuto: «Chi trasgredirà in alcuna me- 
noma parte di quanto si è detto è subitamente con- 
dannato in pena di fiorini 25 larghi.» 

Alla privazione di ogni lusso vano e superfluo 
(dice il Lasca, il quale riporta il sovrascrillo statuto), 
dovettero i Fiorentini lo stimolo efficace per la gloria 
della patria, la loro virtù, la grandezza delle im- 



SCELTA «ACCOLTA DI UTILI E SVANIATE NOZIONI 



81 



prese felicemente condotte, le amicizie cogli stali 
più potenti d'Europa, nutrite dai grandi imprestili 
di danaro, e la magnificenza delle fabbriche tanto 
pubbliche quanto privale. 

Gli Italiani presenti non sdegnino di farsi imila- 
lori de' loro avi. Pensino che la mollezza fu la pre- 
cipua cagione della servitù die per tanli secoli si 
aggravò sul loro capo, e che.il solo mezzo d'inspirare 
rispetto e venerazione si è il sapersi vestire di lulla 
quanta la dignità di uomo. C. 



°g 



IL PREMIO ALLA VIRTÙ' DEL PERDONO 
ANEDDOTO 

Una delle passioni che più fortemente agita e 
trasporta il cuore dell'uomo lino a renderlo capace 
di orrendi delilli, da agguagliare, superare anzi in 
ferocia le- belve istesse, è la vendetta. Questa pas- 
sione per la quale fu ahi ! troppo spesso insangui- 
nala la terra , è stala ed è sempre comballula dai 
principii della religione , e dalla sua filosofia. E 
mezzo salutale a correggerla, e a reprimerla è in- 
dubitatamente commendare agli uomini la virtù del 
perdono. E siccome ad incitarli al bene, a confor- 
tarli alla virtù, olire le parole è potente slimolo 
l'esempio, così avviso buon consiglio di narrare 
un avvenimeulo consentaneo a questo principio che 
mi era dato di leggere nella storia del Gran Capi- 
tano che riempiva il mondo di sue stupende vittorie 
nel principio del secolo presente. 

Correva l'ottobre dell'anno 1805, in cui Napo- 
leone apriva una nuova guerra alla Germania , che 
intera contro di esso erasi confederala; guerra che 
in un manifesto indiretto al suo esercito il 29 set- 
tembre appellava della terza lega. Nel giorno primo 
del mese più sopra indicato, raggiungeva egli le sue 
truppe, che nel sesto entravano nella Baviera, le- 
nendo la via lungo i fiumi che intersecano la valle 
del Danubio, ove alle sponde del Lech ebbero il 
primo scontro coli' inimico. E quantunque tornasse 
acconcio, anzi necessario alla difesa dei Tedeschi 
d' impedire il varco di quel fiume ai Francesi sul- 
l'unico ponte che Io permetteva, così una forte 
mano di essi, vi soprastava a tal uopo. Ma fu in- 
darno, perchè soli dugento dragoni della cavalleria 
capitanata da Murat, al comando dei quali era pre- 
posto un colonnello Wallier, sbaragliarono i difensori, 
e se ne resero padroni. 

Una mischia sì imponente, e sostenuta col più 
forte accanimento, riusci in istraordinaria guisa Ire- 
menda-, perchè olire* i pericoli che seco trae la 
guerra, fu combattuta sopra un ponte di legno, man- 
cante in gran parte di ripari sui fianchi, che per 
vetustà, nell'ardore della pugna, sconessi furono e 
rolli dall'urlo delle falangi pedestri, e dei cavalli, e 



delle artiglierie che vi traevano contro; sicché uo- 
mini e cavalli facilmente precipitavano nel fiume. 
Fra quelli cui toccò si malaugurata ventura fu un 
capitano dei Dragoni, unica truppa napoleonica che, 
come ho dello, prendesse parte nell'azione, il quale 
perchè imperito di nuotare, correva ben presto pe- 
ricolo di perdere fra i vortici delle acque misera- 
mente la vita. Infatti era di già scomparso e ricom- 
parso più di una volta alla sommità, sbalzalo quinci 
e quindi dai cavalloni delle ondi;, e ninno osando 
arrischiare per essola vita, era in procinto di anne- 
gare. Quando uno fra suoi, italiano, nativo di Pie- 
monte cognominato Manenti, mosso in cuore da pie- 
toso sentimento per il pericolante, slanciavasi ar- 
mato nel fiume, e pieno di fermezza lottando colle 
onde si accingeva a trarlo a salvamento. Non è a 
dire a qual pericolo si esponesse quel generoso ca- 
dendo in un luogo che la copia, la profondità, l'im- 
pelo delle acque scorrenti che urlavano contro i 
sostegni del ponte, rendevano terribile a chi doveva 
attraversarlo ; cui arroge la facilità d'esser ferilo, 
o morto dalle palle che i combattenti d'ogni parte 
ad offendersi vicendevolmente scagliavano. Nulla di 
meno superali gli ostacoli che gli opponevano ebbe 
la forza di avvicinarsi al misero suo capitano che 
moribondo, privo di sensi era ludibrio della corrente, 
di cingergli di un braccio le reni, mentre si serviva 
dell'altro per fendere le acque, e farsi strada fra quelle 
ad afferrare la sponda. E siccome un tanto amore per 
il suo simile meritava il soccorso celeste, così Iddio 
gli fu largo di sua assistenza, e gli concedette di trarre 
a salvezza il suo capitano, che poscia, mercè le cure 
prodigategli, riacquistò ben presto l'uso delle forze 
smarrite. Dopo di che Manenti anche inzuppato d' a- 
cqua, nulla curando il sofferto disagio, e solo pieno in 
cuore del debito che corre a valoroso soldato, si 
avventò contro l'inimico, scagliandosi ove più fer- 
veva la pugna, e seguì a battagliare senza desi- 
stere un istante, finché si ottenne su di esso una 
compiuta segnalata vittoria. Col qual fallo Manenti 
acquistò gloria per sé, rese opera grata all'umanità, 
salvò un buon soldato al suo principe, un difensore 
alla patria. 

Né ciò è tutto, di ben maggiore encomio fu perciò 
riputalo degno Manenti, additato modello di virtù, 
e convenientemente guiderdonalo, mentre è a sapersi 
che desso da brigadiere che egli era, pochi giorni 
prima di questo fatto, per non so quale mancanza 
disciplinare, era stato dal capitano medesimo, cui 
forse aveva resa salva la vita, pubblicamente degra- 
dato-, punizione troppo grande, e forse ingiusta per 
un militare quale egli era: per cui, ove avesse nu- 
drito desiderio di vendetta, poteva, senza incorrere 
in laccia veruna, lasciarlo perire. Ma invece usando 
della virtù del perdono espqsc se slesso per la sal- 
vezza di lui. Tania virlù, lanla filantropia fu ben a 
ragione premiata ; perchè giunto tale avvenimento 



88 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO -SCELTA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATE NOZIONI 



a notizia del Grand' uomo, il giorno 8 ollobre 

= Passando l'Imperatore in rassegna nel villaggio 
di Zusmarshausen i dragoni, volle fosse a lui presen- 
tato il dragone Manenti.... Napoleone insignì questo 
bravo dragone dell'Aquila della Legion d'onore, ed 
egli cosi rispose: «lo non feci, o Sire, altro più 
u che il debito mio. Il mio capitano mi aveva de- 
« posto per qualche colpa di disciplina, ma egli 
» sa molto bene che io fui sempre un buon sol- 
« dato (1). » 

Esempio luminoso che la virtù del perdono è 
sommamente encomiata, e premiata. 



0. I 



ANCERASJ. 



(i) Storia di Napoleone di Laurent de l'Ardèche, vol- 
tala in italiano da Lissoni. Manenti fu anche sollevato al 
grado di maresciallo d'alloggio; credesi che morisse uffi- 
zialc in Ispagna. 

ira mmm no qoqiùiwd 

Il giorno sette del corrente mese giungeva in 
Moncalvo un uomo di aspetto muliebre e di grave 
portamento, rappresentante in ogni suo allo un 
Agnus Dei. Per pagare gli abitanti dell'ospitalità, si 
diede subilo a distribuire alle zitelle libri, abitini, 
scapolari ed altri somiglianti allettativi; nel che 
fare usava di certe smancerie e di certe soie che la era 
una meraviglia. Ma que'citladini che non sono né 
bindoli né zughi, senza molto annasare, sentirono 
che costui sapeva di cattivo, e circondando in gran 
folla il luogo dove voleva deporre i suoi fardelli, si 
diedero a cantare a piena gola: 

Slerpiam la gramigna, ecc. 

con quello che segue, mandando lunghissimi evviva 
a quel Grande che insegnò a lutti gli Italiani un 
mezzo sicurissimo per discernere a prima giunta la 
scabbia gesuitica. 

In quel caldo affaccendarsi, a taluno venne il ca- 
priccio di sventrare uno scapolare, e sapreste voi 
indovinare, quale grimaldello ne balzò fuori?... una 
cosa innocentissima-, una cartolina con queste parole: 
\ iva Gesù ! Mia cara. 

Niente di male infin de' conti! eppure que'citla- 
dini, che han proprio fama di- non essere baccelli, 
invece di farne le più larghe e rumorose risale, si 
sentirono pizzicare le mani in modo che stettero 
lì lì per fare assaggiare le legna de' loro boschi a 
quel sant'uomo che, per non so quale stregheria, 
potè quella notte bellamente sottrarsi alla tempesta. 

'l'aitino ebbe l'ardimento di supporre che lo stre- 
gone salvatore sia stalo un certo messere del con- 
vitto, già alunno, anzi prefètto del convillo del Car- 
mine di Torino, e cacciato, dicesi, l'anno scorso 

da Chivasso per febbre gesuitica Ma, allo là, 

signori maldicenti ! Non siale cosi lesti a gridare 
la mannaia sul collo agli uomini posti in allo. 
Dunque, perchè quel certo messere militò alcun 
tempo sotto i vessilli del gesuitismo, dovrà cre- 
dersi ch'egli ne sia un cagnotto? E chi vi assicura 
ch'egli non siasi purgato d'ogni macchia nella mi- 
stica piscina? Guardatevi dalla calunnia! E se vi 

Stabilimento tipografico di 



par duro l'osservare scrupolosamente tulli tulli i cen- 
cinquanta comandamene del galateo, non giltatene 
dietro le spalle almeno i principali. 

Non sapete voi che l'odore di un Gesuita si senle 
ora mille miglia lontano? Chi è che non ne conosca 
il ritratto che Annibal Caro ne faceva, volgono oramai 
tre secoli, per avvertire i mal cauli? 

Il Gesuita, diceva egli, alle lante trasfigurazioni 
che va facendo polrebbe-essere che fosse un Proteo, 
perciocché non è uomo né bestia, ed è l'uno e 
l'altro : e tull'insieme è composto di venerabile e di 
mostruoso. Ha un ingegno diabolico e pronto, un pro- 
ceder tardo, un avviso subito, un ritrattarsi in sul 
fallo, che non gli è prima messo un fascio innanzi 
che v'ha truovala la sua ritortola. Ha esca e zim- 
bello per ogni sorta d'uccelli; e non ha prima squa- 
drato uno, che gli Irova il suono secondo la sua 
tarantola. Ha un vollo fatto a un modo che non vi 
si conosce né vergogna, né paura* né qualsivoglia 
altro affetto, la bugia gli diventa in bocca verità; 
le parole che dice son tutte perle. Nella prima giunta, 
con quelle sue moine, con quel collo lotto e con 
l'arte della sua cabala, fa quasi credere a chi il co- 
nosce, ch'egli non sia lui; ma egli è pur desso. — 

Or come volete che questi acutissimi cervelli de' 
Moncalvini abbiano dimenticato questo ritratto? Come 
volete che essi siansi lasciati cogliere alla ragna di 
chiamare nel loro convitto un Gesuita? Oibò! questo 
non è possibile : io non ci credo: io non voglio cre- 
derci... E calunnia! mera calunnia ! 

Il Gesuita non può più camuffarsi ; il capellone 
che portava gli ha lasciato sulla fronte un marchio 
che non può cancellarsi e che lo addita*ai meno 
veggenti. La giustizia di Dio lo ha segnato all'ab- 
bominio di tutte le generazioni. Tutti i genitori sanno 
ora che, commettendo l'educazione de' loro figliuoli 
ad un Gesuita, si renderebbero rei di morale par- 
ricidio: sanno che il cristianesimo del Gesuita è un 
deforme fantasma di religione: sanno che il Ge- 
suita soffoca e spegne gli impeli generosi, strascina 
gli ingegni all'abbiezione e alla servitù, uccide il 
nerbo, il candore, la schiettezza, l'ingenuità degli 
animi, plasma gli intelletti ad un uso abbominevole 
e funestissimo, quale è quello della cieca ubbidienza, 
della dilazione, delle trame e delle frodi; sanno in- 
fine che il Gesuita (e i fatti parlano altissimamente) 
santifica la calunnia, si fa proclamatore di massime 
combattènti la civiltà e la beneficenza, frappone osta- 
coli ai miglioramenti sociali, mette ogni opera a far 
risorgere i tempi orribili del fodero e della gleba.... 

Ma a che rimescolo io questi vecchiumi? A che 
ripeto queste cose delle e ridette con splendore di 
favella e colla prestanza d'invincibili argomenti da 
uomini di sovrano intelletto? Chi è che ignori ai no- 
stri dì le mene, i tranelli, le macchinazioni, le cor- 
ruttele di questi Padri faccendieri? E dovrem cre- 
dere che in Moncalvo, dove son uomini, che sanno 
riversare il ranno in capo a chicchessia, vogliasi af- 
fidare la tutela de' giovani, che sono la speranza 
e la forza della patria, a chi è corrotto e viziato 
dal mal costume Gesuitico?... 
bile: io non ci credo, io non 
calunnia! vera calunnia! 
A. Fontana in Torino. 



Oibo! non è possi- 

credere 

P. Gorelli. 



voglio credere è 



13. 



MUSSO SCIENTIFICO 



ecc. — 



ANNO X. 



(24 marzo iC-<8) 



ALFONSO LAMAUTINE 




^Ln T 



Nel momento in cui l'Europa tiene fissi gli sguardi 
nella grande figura di Lamarline, ministro degli af- 
fari esteri della nuova Repubblica di Francia, giun- 
geranno assai gradite a' nostri lettori le notizie che 
noi diamo di questo sublime poeta, illustre storico 
e integerrimo cittadino , raccolte dagli scrittori 
francesi. 

Alfonso di Lamarline nacque a Macon nei primi 
mesi dell'anno 1791. Il suo avo erasi acconciato al 
servizio della casa d'Orleans, poi se ne ritirò. La 
rivoluzione percosse la sua famiglia, come tutte 
quelle che favoreggiavano l'antico regime per la 
nascila, por la riconoscenza e per le opinioni. L'in- 



fanzia di Lamarline fu assai triste ; i suoi pensieri 
volano tuttavia alla prigione dov'egli visitò suo padre. 
I suoi congiunti, che ebbero la ventura di sfuggire 
alla scure del carnefice, vissero confinali nell'oscura 
terra di Milly. 

Quivi egli passò colle sue sorelle una lunga e in- 
nocente fanciullezza, libero, luslico e vagante-, in- 
formato a una squisita morale e a quella perfezione 
di cuore clic lo caratterizzano da una madre ammi- 
rabile, di cui egli, dicesi, è l'immagine viva. 

Non abbandonò questa vita rusticana che per re- 
carsi a Belley, nel collegio dei Padri della Fede. 
Assai meno a\ verduraio che a Millv, irovò nondi- 



90 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



meno nel collegio di Belley amici ch'egli sempre 
dilesse, e guide indulgenti e facili che vegliarono 
sulla sua educazione con una afTabililà tutta paterna. 
Dopo il collegio, verso il 1809, Lamartine recossi 
a vivere a Lione, donde fece un primo e breve 
viaggio in Italia. Venne poi a Parigi dove si lasciò 
andare, benché con temperanza, ai prestigi fascinanti 
della giovinezza, distratto da' suoi principi! religiosi, 
intorbidato talvolta nelle sue credenze, ma non mai 
empio, nò sermoneggiatore sistematico. 

Da quest'epoca egli faceva assai versi ; ma il suo 
genio, momentaneamente sviato dalla sua vocazione, 
non era ancora entrato nella palestra dov' egli dovea 
trovare una gloria così sacra e pura. La ristorazione 
operò grandi cangiamenti nel destino di Lamartine. 
Egli non volle mai servire il governo imperiale-, 
ma nel 1814 entrò in una compagnia delle Guardie 
del corpo-, poi vennero i Cento Giorni, dopo i quali 
egli non riprese più il servigio. Sepolto, nel mezzo 
di Parigi, in una profonda solitudine, egli non ebbe 
più fuorché una passione della quale rese immortale 
il celeste oggetto sotto il nome di Elvira. Frattanto 
là Provvidenza gli preparava una terribile prova : 
Elvira trapassò dopo una lunga e crudele malattia: 
e il poeta, affranto dalle fatiche e dai dolori, cadde 
come lei sopra un letto d'agonia, formando il volo 
di non più rialzarsi. Un sacerdote fu chiamato al 
capezzale del moribondo. Ignorasi con (piali parole 
questi giunse a far rientrare nell'anima del poeta la 
rassegnazione, il pentimento e la speranza: ma La 
martine promise di vivere e di consacrare la sua 
lira alle lodi di Dio. 

Uno dei primi atti della sua convalescenza fu di 
gittare nel fuoco una raccolta di poesie che erano 
già un pegno certo d'immortalità sulla terra, ma 
che sarebbero stale per avventura un argomento di 
rimprovero davanti al Cielo. Da quel dì la lira di- 
Lamartine fu l'arpa degli antichi profeti, grave e 
pia, ripiena di ammaestramenti, di lagrime e d'ar- 
monie, quando lamentevoli come il salmo di Gere- 
mia, quando melanconiche come il canto delle ver- 
gini sulle sponde dell'Eufrate, quando trionfanti come 
l'inno della Redenzione; ma sempre religiose e pure 
come i concerti degli angioli, di cui egli sembra 
la seconda voce; e se talvolta i sospiri dolorosi e le 
ricordanze pungenti della creatura morta vengono 
a mescolarsi agli splendidi omaggi ch'egli innalza 
al Creatore vivente, sgorga da tale contrasto una 
preghiera più lacerante, un grido più rassegnato., 
una lezione più sublime. 

Le Meditazioni poetiche, primi accenti di questa 
musa santificala, comparvero al cominciare del 1820. 
Era un'epoca strana e difficile a definirsi, torbida, 
incerta, inquieta come lutti i tempi di Iransizione. 
Allora, governi, leggi, belle arti, poesia, letteratura, 
tulio insomma vacillava e cercava di pigliare un 
equilibrio. Una sola cosa slava rida e salda: la Ile 



ligione: un solo faro brillava nel mezzo di questa 
notte tempestosa, il Segno della redenzione degli uo- 
mini ! Ed è appunto a questo segno divino che si 
volsero a loro insaputa tutte le intelligenze e tutti 
i riti. Le Meditazioni poetiche furono un raggio di 
luce che fece comprendere ai poeti e agli artisti i 
veri loro bisogni ; fu lo stendardo che raccolse in- 
torno a sé l'esercito sbrancalo-, fu la risposta vitto- 
riosa della fede al grido di anatema, col quale lord 
Byron impauriva il mondo. \on vi fu che una voce 
per applaudire, e, dopo II Genio del Cristianesimo-, 
il secolo non era stalo leslimonio di eguale successo. 
L'autore non'aveva apposto il suo nome alla prima 
edizione-, nondimeno nel perìodo di pochi mesi que- 
sto nome percorse tulle le parli della Francia, e 
per tulio fu collocalo tra la schiera dei nomi più 
gloriosi. Gloria lanto più soave, omaggi tanto più 
cari in quanto che immacolata erane la sorgente, 
e il poeta potea vantarsi insieme e della bellezza 
della sua opera e dell'impulso rigeneratore ch'egli 
dava alla letteratura della sua nazione. 

La Morte di Socrate, le Nuove meditazioni, l'ul- 
timo canto di Childc-Harold tennero dietro a queste 
prime poesie. La moltitudine non ne vide il pro- 
gresso ; ma le intelligenze elette Io compresero; 
compresero che nello spirito del poeta operavasi 
una rivoluzione, la quale dovea condurlo dall'elegia 
al poema, dall'inno puro alla meditazione vera. 
Questi presentimenti si avverarono nelle Armonie, 
pubblicale nel giugno dell'anno 1850. Quivi il genio 
di Lamartine, libero da lutte le pastoie, apre le ali 
e poggia in allo gagliardo e maestoso. Quivi l'ele- 
gia, la scena circoscritta, le particolarità individuali 
non esistono più : non vi si intende fuorché una voce 
generale che canta per tulle le anime irraggiale 
di poesia e di cristianesimo. Questa voce canta la 
bellezza della notte, l'ebbrezza verginale del mat- 
tino, l'orazione melanconica della sera; essa diventa 
la soave preghiera del fanciullo al suo svegliarsi, 
l'invocazione in coro degli orfanelli, i geniti la- 
mentabili delle ricordanze d'autunno, le magnifiche 
querele dell'angiolo dopo la distruzione dell'intero 
mondo. Questa voce non sembra esprimere fuorché 
un pensiero solo: gloria a Dio! Ma questo pensiero 
veste una forma sempre vaneggiala; natura è sem- 
pre la stessa, ma non mai monotona. 

Si può dunque legare la carriera letteraria di La- 
martine a due principali evenìmenli: Le prime Me- 
ditazioni e le Armonie. Le prime Meditazioni sono 
il canlo del poeta vincolalo dalla giovinezza e dalle 
' passioni, che porta già al cielo lolle le cose della 
terra, ma che non può ancora seppellire il suo spi- 
rito nella contemplazione piena dell'Eterno e del- 
l'eternità; le Armonie sono il canlo del poeta dive- 
nuto libero di lutto le sue ricordanze e fralezze, e 
che non appartiene più alla terra fuorché pel suono 
della sua voce. Tulli i poemi di Lamartine pubbli* 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



91 



cali Ira questi due libri non possono venir consi- 
derali che come transazioni, come risultali acciden- 
tali della grand' opera di ricomposizione che faceasi 
in lui. Non pretendiamo dire che questi pezzi siano 
inferiori di forma e di pensiero a quelli che li hanno 
preceduti o seguitali; vogliamo dire soltanto che ci 
paiono avere una meno grande importanza nell'esi- 
stenza generale del poeta. 

Dall'anno 1824, Lamartine, docile ai desiderii 
della sua famiglia, avea accettala una carica nella 
legazione di Firenze; prima della sua parlila, con- 
trasse un matrimonio conforme a'voti del suo cuore. 
Tornò a Parigi, dopo sette anni di assenza, per far 
la sua entrala nell'Accademia Francese e per ren- 
der di pubblico diritto le Armonie. Alcuni mesi 
avanti sua madre mori soffocala nel bagno; sua 
madre, quest'angiolo proleggitore di lutti i suoi anni, 
al quale avea innalzato nel suo cuore un altare 
vicino a quello su cui egli ardeva incensi così puri 
in lode dell'Eterno. Lamartine non potè essere di- 
strallo dal suo profondissimo cordoglio per lo spet- 
tacolo degli omaggi che gli pervenivano da tulle 
le parti a celebrare il suo ritorno. Questi omaggi 
aveano nondimeno diritto di maravigliarlo. Prima 
di lasciare la Francia, il suo genio era slato assa- 
lito dall'invidia, le sue opere lacerale dal livore; 
egli non aspettava di trovare al ritorno la sua fama 
cosi grande, cosi unanime l'ammirazione. Apparec- 
chiavasi a tornare in Toscana, quando scoppiò la 
rivoluzione di luglio che gli tolse la carica di mi- 
nistro in Toscana, e lo richiamò alla vita privala. 

Lamartine si ritrasse in provincia e visse per due 
anni in una profonda solitudine. Pubblicò in questo 
intervallo un'Ode al popolo, sul processo degli ul- 
timi ministri di Carlo X, dove i pensieri più nobili 
sono espressi nei più splendidi versi * una risposta 
all'autore di Némesis, che avealo assalito con enorme 
scandalo, e un opuscolo intitolato: Della politica 
razionale. Si presentò come candidato alla deputa- 
zione nella sua lerra nalale; ma la città di Macon, 
che dovea menare sì gran vanto di aver dato il 
giorno al primo poeta di quell'epoca, non avvisò di 
fidargli il mandalo di deputalo. 

Nel 1852, Lamartine mise finalmente ad effetto 
un disegno che da lungo tempo accarezzava; partì 
colla moglie e colla figliuola per la Grecia e per 
l'Oriente. Un vascello, ch'egli stesso avea noleggiato, 
lo condusse al Cairo: quivi pose piede a lerra e vi- 
sitò alla lor volta l'Egitto, la Terra Santa, la Siria 
e l'Asia minore. A Smirne une sventura terribile 
carne la morte di sua madre lo percosse; perdette 
la sua figliuola, la sua unica figliuola, fanciulla di 
dieci anni. Neil' istante che questa figliuola adorata 
rendeva l'ultimo sospiro, nuove di Francia gli an- 
nunziarono che una città del dipartimento del Nord 
lo eleggeva a rappresentante. Ma chemai gli importava 
allora questo tardo omaggio prestato al suo genio 



e al suo cuore? Colla morie nell'anima fece seppel- 
lire la figliuola; e lo slesso vascello che aveva por- 
talo in Egillo la figliuola e il padre, riportò in Francia 
la figliuola sola e morta. La sua tomba fu condotta 
a Saint-Poi nt, nella campagna dov'era naia. Lamar- 
tine non polendosi piò: occupare intorno agli studii, 
pei quali aveva intrapreso il suo viaggio, si affrettò 
di tornare in Francia. Comparve nella camera dei 
deputati nel principio dell'anno 1854. Non andò 
guari che pubblicò V istoria del suo viaggio in 
Oriente, le cui pagine non sono meno calde d'in- 
spirazione di quelle che Chateaubriand scrisse in 
Gerusalemme. 

Ciò che ha di ammirabile e singolare in questo 
genio, si è che nulla ritiene dell'epoca in mezzo 
alla quale scrisse. La sua poesia appartiene a tutte 
le età; è qualcosa di grande, d'universale, di pri- 
mitivo, come la Bibbia, Dante e Omero. Si disse 
con ragione che Lamartine avrebbe alzato la voce 
e sarebbesi levalo nel mondo cosi raggiante come 
lo vediamo, ove anche tulli i libri conosciuti fossero 
stali distrutti prima della sua nascila. Ciò avviene 
perchè si abbevera alle grandi fonti: l'Eternila di 
Dio, l'Immortalità dell'anima! 

Il Globe, uno dei migliori giornali francesi di 
critica, ci spiega coree Lamartine pervenne a con- 
seguire l'immensa popolarità di cui gode: 

« Lamartine per ciò stesso che ordina umilmente 
la sua poesia alle verità della tradizione, che vede 
e giudica il mondo e la vita come fu appreso a noi 
di giudicarli e vederli dall'infanzia, risponde mara- 
vigliosamente al pensiero di lutti coloro che hanno 
ce nservato le impressioni primitive, o che, aven- 
dole rigettate, più lardi se ne rammentano con do- 
lore mescolalo a tenerezza. Egli s'inganna allorché 
dice che i suoi versi non s'indirizzano fuorché a un 
piccol numero. Di tutte le poesie de' nostri dì, non 
ve n'ha alcuna che più della sua signoreggi il cuore 
delle donne, delle giovinette e degli uomini sensi vi. 
La sua morale è quella eh' è seguitala da noi; egli 
ci ripete con una leggiadria, con un vezzo al tulio 
nuovo ciò che ci fu dello mille volley ci fa riprovare 
con lagrime soavi ciò che abbiamo già sentito, e 
ognuno meraviglia, ascoltandolo, d'intendere se slesso 
gemere o cantare col'a voce sublime di un poela... 
Niuno sforzo, niuna riflessione tratta cogli argani 
per giungere dove ci porla la sua filosofia; egli ci 
piglia dove siamo, cammina qualche lempo coi più 
semplici e non s'innalza che verso quelle parli do\e 
il cuore soprattutto può levarsi. Le sue idee sull'a- 
more e sulla bellezza, sulla morte e sull'altra vita, 
sono tali che ciascuno le presente, le sogna, le ama... 
E una specie d'originalità ben rara e desidercvo'e 
quella la quale si acconcia così agevolmente colle 
idee ricevute, coi sentimenti consacrali ; la quale 
parla della morte come ne pensa la femminella che 
prega, come se ne parla da lempo immemorabile 



92 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



nella chiesa o nella famiglia, e la quale trova, ripe- 
tendone queste dottrine, una sublimità senza sforzo 
e inaudita sino al tempo presente...» 

Lamarline pubblicò l'anno scorso la Storia dei 
Girondina ] a quale è splendida e maravigliosa per 
la sublimila de' concelti, per la sapienza e l'ampiezza 
delle vedute, pel calore dell' inspirazione e per la 
grandezza drlle cose tratteggiale: in due soli giorni, 
nella sola Parigi, più di 6,000 copie ne furono 
smerciale. 

Nelle camere egli favoreggiò il trono, finché que- 
sto non si fece strumento di corruzione; ma quando 
si rese colpevole d'una cieca ed insana perfidia, 
egli lo rinnegò solennemente e stese la deslra alla 
nazione, sul cui capo un re protervo ed un ministro 
cieco ponevano il piede sacrilegamente. Le sue pa- 
role tuonarono nell'animo dei tristi come un suono 
funereo, e ravvivarono nel cuore de' buoni la spe- 
ranza, il coraggio e l'ardimento... Egli trionfò, e la 
Repubblica di Francia gli dona un premio che i più 
splendidi genii hanno di rado conseguilo sulla lerr-, 
— una venerazione universale. 

// Direttore. 



DON GIOVANNI D'AUSTRIA E MICHELE CERVANTES 

ALLA BATTAGLIA DI LEPANTO 

In questa prodigiosa battaglia i cristiani salvarono 
il palladio della fede minacciata orrendamente dai 
Turchi. Tulli, e singolarmt nte i Veneziani, combat- 
terono da giganti. In p che ore uccisero meglio di 
trentamila Turchi, liberarono dodicimila schiavi cri- 
stiani, jicquislarono cenlo diciassette cannoni, due- 
ccnlo cinquantotto pezzi d'artiglieria minore e di- 
ciasselte pelriere, fecero prigioni circa quattromila, 
raccolsero un'immensa e quasi incredibile copia di 
danaro, di armi, di arnesi e di vesti doviziose; poi- 
ché i Torchi estimando mettere in fuga i cristiani 
colla sola vista, comparirono alla battaglia ornati 
di magnifici abbigliamenti e circondali di tulle quelle 
delizie che erano avvezzi a godersi nella sicurezza 
della città. 

Supremo conduttore de'crisliani era Don Giovanni 
d'Austria, fratello naturale di Filippo u di Spagna. 
Nel calore della zuffa, combaltendo egli più che da 
eroe, sovrappreso dall'impeto de' nemici, dovette in 
dielreggiare. Ma sia che il piede gli sdrucciolasse 
sopra l'intavolato lubrico di sangue, o qual altra ne 
fosse la cagione, cadde accennando di precipitare 
supino nel mare. Ma un soldato spagnuolo, che non 
gli si era mai dilungalo dal fianco, lo abbrancò for 
temente con la destra per la cintura, mentre colla 
sinistra si atteneva al sarchiarne del vascello. Se 
non che un colpo nemico gli tronca d'improvviso il 
braccio, e lutti e due stanno per precipitare senza 
rimedio nell'acqua. Allora il soldato afferra coi denti 



un cavo e quivi si tiene gagliardissimamente finché 
accorse pronto l'aiuto e i due valorosi son salvi. 

Chi era quel prode spagnuolo? — Udiamolo dal 
labbro del Guerrazzi. 

«La notte, dice egli, Don Giovanni, consigliato 
dalla egregia sua indole, volle prima di lutto si prov- 
vedesse ai feriti... Egli stesso, non indulgendo a fa- 
tica, cosi senza- prender cibo si recò a visitare i 
giacenti. Poco invero poteva egli giovare effettual- 
mente a quei miseri, ma la presenza amica, la maestà 
dello aspetto, una parola dL refrigerio rese a qual- 
cheduno di loro meno acerbo lo spasimo delle pia- 
ghe, più tolleranda la morie. Ora accadde, che pas- 
sando presso a un giacente sopra un mucchio di pa- 
glia, Don. Giovanni sentisse con molta famigliarità 
chiamarsi : 

— Buona sera, don Giovanni! 

E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma 
su quel subito non ricordava di quale si fosse, rispose 
nel paterno sermone, come appunto favellava il gia- 
cente : 

— Dio vi guardi, prode uomo, e la Santa Vergine: 
voi, a quanto pare, siete rimasto offeso; sopportate 
pazientemente; fo voto a Die per la vostra salute... 
A poco prezzo avete acquistato una fama immortale... 

— Il prezzo non è poco; ma non imporla. Don 
Giovanni, voi avete sembiante di non ravvisarmi... 

— Mi sembra!. ..Ma sarebbe impossibile !... Don 
Michele?... 

— Cervantes Saavedra, tutto vostro per la vita e 
per la morte. 

— Ah! Don Michele mio, datemi la mano... 

— lo ve l'ho data, don Giovanni; se potesse, cre- 
scermi di nuovo, io di nuovo ve la darei, in fede 
di Dio.... 

E il giacente mostrava per l'aria scura il braccio 
mutilato involto di panni sanguinosi. Don Giovanni 
allora riconobbe in lui il soldato che lo sostenne 
precipitante in pericolo di vita : tacque, e se il buio 
non era, noi vedevamo piangere Io invitto capitano. 
Scorso un lieve spazio di tempo, don Giovanni ri- 
prese con voce tutta commossa: 

— E quando siete arrivato? E perchè non vi mo- 
straste? 

— Tardi venni, perchè da Genova a Napoli, mercè 
il santo collegio delle muse(l), di cui mi confesso 
sacerdote indegnissimo, non mi Irovai danaro suffi- 
ciente da pagare cavallo e vettura, e Dio sa se io 
me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; 
ma, come piacque alla Nostra Signora, mi trovai alla 
mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva statuito 
mettermi nella battaglia al vostro fianco, disposto a 
difendere colla mia vita il fortissimo campione della 

(1) Apollo, tua merce* , tua mercè, santo 
Ciliegio delle Muse, io non mi trovo 
Tanto per voi, ch'io possa farmi un manto. 

Ariosto, Salire. 



SCELTA RACCOLTA 01 UTILI E SVARIATE NOZIONI 



9» 




cristianità, e il sangue più nobile di Spagna, la for- 
tuna amica per questa volta mi assentiva pieno il 
disegno-, ed io devo ringraziarla, se avendole data 
la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno. 
Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè se 
la morte mi risparmiava, avrei potuto stringere la 
vostra destra onorala, e rallegrarmi della vostra 
gloria; se all'opposto era destinato ch'io soccom- 
bessi, ignorandolo voi, non ne avrebbe sentito cor- 
doglio l'animo vostro amorosissimo-, e se finalmente 
dovevamo morire ambedue, ci troveremmo addesso 
alla presenza di Dio... 

Queste parole semplici e nonostante maestose di 
grandezza ci empivano di maraviglia, quando uno 
Spagnuolo interruppe il silenzio religioso, osser- 
vando: — Chi mai avrebbe credulo incontrare tra 



i guerrieri di Lepanto il nostro poeta ! — Alla quale 
considerazione don Michele sempre pacalo rispose: 

— Cavaliere, voi cessereste dallo stupore, ove po- 
neste mente che tutto quanto apparisce grande, forte 
e magnifico, è poesia. Don Giovanni nostro deve sa- 
lutarsi come l'altissimo poeta della Spagna... di due 
ragioni vi hanno poeti — quelli che operano le cose 
beile, e gli altri che le cantano. — Don Giovanni ci 
ha dato l'argomento del poema — addesso chi com- 
porrà per lui la nobile epopea? Ah! signore... non 
io... che non mi sento da tanto. 

Così s'incontravano i due più eletti spirili che 
abbia mai partoritola Spagna: entrambi grandissimi 
e infelicissimi, e tenuti in piccolo conto in quella 
contrada, die tra i posteri avrà fama principalmente 
perchè patria di loro. 



LA LEGA LOMBARDA 

SPECIALMENTE NELLE SUE RELAZIONI COL PIEMONTE 



Neir ora in cui gli eroici Milanesi sfanno per 
strozzare l'aquila tedesca , la quale per tanti se- 
coli si è impinguata del sangue italiano, e si mo- 
strano al tutto degni figliuoli di que' grandissimi 
che hanno giurato a Pontida e combattuto a Le- 
gnano, giungerà oltre misura gradito ai nostri let- 
tori uno scritto .del cav. prof. A. Paravia sulla 
Lega Lombarda, la quale fu il primo grand' atto 
nazionale dell' Italia cristiana. E noi, nel dargli 
luogo in queste colonne, non vogliamo omettere 



r occasione di ringraziare il eh." 10 Professore degli 
articoli di cui fa dono al Museo, articoli dove alla 
rara spontaneità, parsimonia e originalità di stile 
è sempre congiunta molla sapienza di erudizione , 
gagliardia di concetti e certo calore che si solleva 
alla mente e scende al cuore. 11 Direttore. 

Morto rimperad'»re Corrado (1152), gli successe 
Federigo I, dello lìarbarossa, il quale recando nelle 
vene il doppio sangue de' Ghibellini e de' Guelfi, 



9i 



MUSEO SCIENTIFICO. I.F.TTIUt \HIO RI) AUTISTICO 



parea che esser dovesse il pegno di pace fra quelle 
due fazioni , che già straziavan V Italia, quand'egli 
non fece che accrescere le nimistà delle une e 
quindi le sventure dell'altra. Se ne slava egli nella 
cattedrale di Costanza , per occasion della Dieta, 
quando ecco due Lodigiani gli si rappresentano in- 
nanzi con in mano le croci, gli si buttano a' piedi, 
ed esponendo con molte lagrime le ingiurie patite 
dai AJilanesi, ne richieggono all' imperadore satisfa- 
zione e giustizia. Alterato egli a questo racconto, 
manda un suo legato a' Milanesi , confortandogli a 
ristorare i Lodigiani dei danni sofferti; ma i consoli 
della MilaneseRepubblica, ben lungi dal piegarsi a-que- 
sli conforti, fecero in pezzi e calpestarono le imperiali 
lettere che si contenevano , e al legato medesimo 
avrebbon poste, in quel primo impelo, le mani ad- 
dosso, se questi col ripararsi da prima in un mo- 
nislero, e fuggir quindi col favore deHa notte, non 
avesse impedito a Milano un misfatto e un'offesa a 
se slesso. Rapportala ogni cosa a Federigo, questi 
giurò vendicarsene, e del suo giuramento fu troppo 
buono mantenilore. Entrò in fatto (1154) con grosso 
esercito in Italia, attraversando il Tirolo, e giù ve- 
nendo pel lago di Garda. Nello scorcio di ottobre, 
tenne la consueta Dieta in Roncaglia, là nei prati 
del Piacentino; ed entrò poscia nell'odierno Pie- 
monte. Celebrato il santo Natale in Vercelli, lo ac- 
colse Torino fra le sue mura, ma per piccolo tempo, 
perchè era suo intendimento struggere quelle re- 
pubbliche, che profittando della lontananza degl'im- 
peradori, del favore de' papi, della debolezza dei 
baroni e della connivenza de' vescovi, s'erano quinci 
e quindi constiluite, con tanto pregiudicio della im- 
periale autorità, a cui pur dicevano di mantenersi 
sempre fedeli. Una di queste repubbliche era quella 
di Asti, salila in poco tempo a tale potenza, che 
guastatasi con Guglielmo, Marchese di Monferrato, 
ebbe virtù da guerreggiarlo e ventura da vincerlo; 
se bene non fu solo nel merito di quella vittoria ; 
perchè pare che sia corso in suo aiuto la citlà di 
Chieri, che sin dal principio di questo secolo, scossa 
la potestà episcopale, s'era constiluita, del paro che 
Asti, in repubblica. Ora quesli due potenti e liberi 
Stali erano un continuo pruno negli occhi del su- 
perbo marchese di Monferrato , che vie più imbal- 
danzito dalla sua cognazione coll'imperador Federigo 
(avendone impalmata una nipote), colse la opportunità 
della Dieta di Roncaglia per rappresentarsi all' Au- 
gusto congiunto, e chiedergli la rivendicazione di 
non so quali diritti, che Asti e Chieri gli avevano 
a prova usurpali. L' imperadore accolse i suoi ri- 
chiami, o interpellò i due Comuni a rispondere; ma 
dacché essi non comparvero, e' gli chiarì entrambi 
ribelli, e per recargli alla obbedienza, statuì, secondo 
la crudele giustizia di quo' barbari tempi, di ster- 
minarli. Egli adunque vernilo, come io diceva, sul 
principiar dell'anno (1155) a Torino, varcò il Po 



ove era più povero di acque, e quindi ripiegò verso 
Chieri, città grande e forte, come la dice egli slesso 
in una lettera che scrisse a suo zio, il celebre Ol- 
lone di Fresinga. I Chieriesi , all' appressarsi del- 
l'odialo nemico, ripararono nei propinqui colli; ma - 
volando le case, lasciaron colme le dispense e le 
cantine ; sì che entratovi il Tedesco , non ad altro 
attese che a rimpinzarsi ed a bere , e solo allora 
che fu sazio e briaco, strusse le torri, arse le case, 
e volò sopra Asti. E gli Astigiani a fare il medesimo 
che i.Cbieriesi; e il buon Tedesco a far lo stesso 
che a Chieri ; cosi rimasi in Asti alcun tempo a di- 
letto, i barhari vi misero il fuoco, e corsero sopra 
Tortona. La facea nimica a Federigo la sua aderenza 
co' Milanesi, i quali come seppero che egli s'appa- 
recchiava a espugnarla, vi spediron lor genti a di- 
fenderla, ma troppo lardi, perchè Federigo, che già 
vi stava a oste, ne impedì loro la entrala. Incominciò 
l'assedio a' 14 di febbraio di quell'anno 1155, bra- 
vamente difendendosi quei di dentro, e agli Impe- 
riali e Pavesi, che duramente gli stringevano, reo 
dendo (come scrive il cronista Tortonese pubbli- 
calo dal Costa) pan per focaccia. Noialo il superbo 
Rarbarossa di questa opposizione, e tornatagli vana 
la pruova di avvelenarne le fonti, deliberò ai 14 
di aprile di dar la scalala; durò quella mischia, con 
molla occisione da entrambe le parti, sino al mezzo 
della notte; dopo il qual tempo, e gli uni e gli altri 
attesero a curare i lor feriti, a seppellire i lor morti; 
e i Tortonesi per giunta a risarcir le mura sfasciate. 
Il giorno appresso PImperador fece lor la chiamala; 
ma non avendo essi voluto rispondervi, egli cacciò 
oltre le sue genti, e con tanta felicità, che polè in- • 
signorirsi di molti borghi, tulli menando a fil di 
spada,.... non guardando (dice il Cronista) né a età, 
né a sesso. Oh! come è bello il vedere una italiana 
città far tesla essa sola a uno straniero esercito, a 
fine di mantenere la propria independenza, e procac- - 
ciarsi così la splendida testimonianza della storia! 
Ma i Tortonesi, come che afforlificali dalle risarcite 
mura, e dal non mai caduto coraggio, avevano, oltre 
al Tedesco, un altro nimico da combattere, non già 
straniero ma domestico contro a cui non è m.uro 
o braccio che tenga, io dico la fame e la sete; cinti 
dalle quali, deliberaron di arrendersi non senza però 
lunghe diete e consigli, e con l'unica condizione, 
che fossero salva la vila, e che ognuno s'avesse in 
proprio quanto recar polea sulle spalle. « Uscirono 
« (dice 1' ingenuo Cronista) i cittadini con le povere 
« mogli e figliuoli, vidue et orfane, squallidi e rrm- 
« cilenti, con tanti pianti et omei , che bene erano 
« degni di compassione. Si vedea tali padri e madri 
« con otto o dieci figliuolelli piccoli, li poveri vecchi 
« e vecebie che parea che fossero stali sepolti; le. 
« vergini a Dio sacrale, abbandonate da tulli, -die il 
« stridor loro andava sino al Cielo. Usci ultimamente 
« il Vescovo con tutto il Clero e la croce con molte 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



95 



« reliquie, il qual andò a filarsi a' piedi di Federico, 
« e genuflesso gli domandò gralia , che poi che la 
« ciltà doveva esser posta a sacco, che almeno non 
« fossero minale le case, le chiese, nò li monasteri, 
« nò luoghi sacri ; et tra I' altre raccomandandogli 
a la chiesa maggior, dove sono tanti corpi di Santi, 
« a ciò che dopo il sacco potessero ritornare. Ma 
« Federico inesorabile, non solo non gli la gralia, ma 
« né anco gli dà risposta ». E seguila narrando come 
i fedeli alleali di Federigo, i Pavesi, si rallegrassero 
di questa vittoria, e volgessero in gioco le calamità 
dei Tortonesi, qual se calamità italiane non fossero; 
e narra, come votala al fin la città, e uscitine insìno 
a' feriti, e chi non poteva andare era portalo, furono 
i Tedeschi i primi ad entrarvi e a metterla a. sacco, 
qual durò Ire giorni interi; v'enlraron poscia i Pa- 
vesi, i quali finirono il sacco, buttandone a terra 
le mura, rappiccandovi il foco, in modo che restò de- 
solatissima. Ma quella desolazione durò poco; imper- 
ciocché i Milanesi, commossi alla vista degl' infelici 
abitanti di Tortona, rimasi senza averi e senza letto 
per non altra colpa che. quella di esser loro alleali, 
deliberarono di rifare ad essi la patria; e come che 
disturbali da' Pavesi, da questi spergiuri Italiani che 
aveano venduto anima e braccio allo straniero, giun- 
sero però a capo di colorire in breve tempo il loro 
generoso disegno. Né Federigo parve accorgersi di 
questa resurrezione di Tortona, sollecito com'era 
di condursi a Roma per farsi coronare dal papa, e 
frenar cosi i rubelli con la veneranda autorità della 
Chiesa-, paralo poi sempre (e fosse il solo !) a disco- 
noscer la Chiesa sempre che gli fosse d'intoppo alle 
violenti sue imprese. Preceduto adunque dal grido 
di tante ruine e bagnalo di tanlo sangue, capitò Fe- 
rigo a Roma, dove per conseguire la desiderala co- 
rona, non fu allodi sommessione a cui non iscen- 
desse verso il ponteflce Adriano IV, sino a mettergli 
nelle mani il famoso Arnaldo da Brescia, il quale 
con le fiamme a cui fu dato il suo corpo, e con le 
acque in cui si giltaron le sue ceneri, espiò la in- 
cauta idea di rizzare sulle ruine del pontificato la 
maestà de'consoli e l'autorità de' tribuni. Ma tutte 
quelle dimostrazioni di ossequio, per ciò che erano 
interessate, esser dovean passeggiere; che il papa 
volea francare la sua autorità dalla giurisdizion del- 
l' impero; l' imperadore volea distendere i suoi do- 
mimi con pregiudicio della Chiesa; quindi gelosie, 
pretensioni, litigi, che dovean condurre a una inevi- 
tabile guerra. La quale, non già sopita, ma fu anzi 
raccesa dall'altra Dieta che tenne in Roncaglia Fe- 
derigo nella seconda sua calala in Malia (1158). Quivi 
infatto da' Deputali delle città italiane in numero 
di venlollo, e da quattro giureconsulti dello sludio 
di Bologna (che all'uso dogli eruditi guardavano 
sempre al passalo, e mai al moderno) si fermarono 
solennemente le ragioni dell'alta sovranità dei re 
di Lombardia . ma questo ragioni bisognava riven- 



dicarle da chi le aveva usurpale, bisognava man- 
tenerle contro a chi non volea riconoscerle; ecco 
adunque un pomo di discordia gii tato tra la Chiesa 
e l'Impero, tra Federigo e Milano; ecco maturarsi 
i sensi di una delle più terribili, e a un tempo 
stesso delle più importanti guerre, che siansi mai 
vedute ardere in Italia; sì come quella (dice il Leo), 
nella quale «s'aveva a decidere, se i Tedeschi do- 
lessero essere astretti a rinunziare a que' diritti , 
« che possedevano da tempo immemorabile in Italia, 
« e che ultimamente avevano confermali con una 
« legge concordala da tulli, o veramente se l'Italia, 
«e la nuova vita politica ed intellettuale che comin 
« ciava in essa a mostrarsi, dovessero essere immo- 
« late alla sicurezza di un cavaliere alemanno, sulla 
« cui fronte posasse una splendente corona. » 

Celebrala questa seconda Dieta, Federigo svernò 
nel paese di Monferrato, e proprio in quel borgo 
di Marengo, dove tanti secoli appresso un generale 
italiano dovea piantare quella libertà, che un impe- 
radore tedesco attendeva oia a distruggere. Soprav- 
venne inlanlo la morte di papa Adriano (1159); a 
cui successe Alessandro III; elezione, che spiacque 
al Barbarossa, il qual vi oppose un antipapa, Vit- 
tore IV; che fu dal vero e legittimo papa scomuni- 
calo, del pari che V imperador che lo elesse. Men- 
tre che la Chiesa di Cristo era afflitta da questi 
scandali e da questi scisma, la infelice Milano, 
sempre avversa all' imperiai dispotismo, era sotto- 
posta (1161) ad uno de' più memorabili assedii, di 
cui si abbia nelle storie notizia; assedio stretto con 
tal vigore e condotto si a lungo, che i poveri Mila- 
nesi, parlili dalla discordia e dalla fame slimolati, 
ebbero a gran mercede di arrendersi. Si rappresen- 
tarono al superbo imperadore da prima i consoli 
a giurargli fedeltà, poscia trecento cittadini a offe- 
rirgli i vessilli eie chiavi, da ultimo tutto il popolo, 
scompartito in cento schiere, con funi al collo, cenere 
sul capo, in mano la croce, e tutti chiedenti mercè, 
d'immolò un diluvio di piova, sin che fine il desi- 
nare imperiale-, allora solo furono per grazia intro- 
messi; tanta miseria, tanta umiltà, tanlo dolore 
mosse tulli i cortigiani alle lagrime; il solo Federigo 
(dice Burcardo) mantenne una faccia di pietra; eb- 
bero mercè della vita ; tulio il reslo fu licenziato 
alle fiamme. 

Pare che a ristorar gli animi, addolorati per tulle 
quesle ruine, abbia il Nostradamus immaginalo un 
fallo, che essendo avvenuto in Torino, io sarei di 
ragione rimproverato se lo tacessi. Dice egli adunque 
che in quell'anno medesimo che ardeva la infelice 
Milano « Raimondo Berlinghieri conte di Provenza 
« essendo vernilo ad abboccarsi in Torino con Fe- 
« dorico I imperatore, traesse seco una gran turba 
«di poeli provenzali; e che lo slesso Imperatore 
«Barbarossa, dilettarsi molto de' loro canti, non 
« solo onoralo gli abbia di ricchi presenti, ma che 
.< nella loro lingua componesse un. epigramma. » 
(Sauli, Condiz. degli studi, ecc.) Ma un feroce prin- 
cipe, com'era il Barbarossa, non meritava di goderò 



AG 



MCSBO SClKNTiFICO, LETTERARIO ED \RTISTICO —SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



il consorzio gentil delle Muse-, e infalto lo Schlegel 
gli nega ogni poetica virtù, benché a comporre quel!' 
epigramma, che di lui ci resta, ce ne volesse assai 
poca. Al che si aggiunga, che i due gravi storici della 
Liguria , il Caffaro e il Gioffredo , non dicon pur 
verbo di questo corteggio di trovatori e giullari che 
accompagnava il conte di Provenza; né di queste 
canzoni ed epigrammi, onde risonava di que' giorni 
Torino; narra anzi il Gioffredo ■ come, appena 
« varcale le Alpi, il vecchio Berengario ammalasse 
« nel borgo di San Dalmazzo, e come venuto a vi- 
« sitarlo lo slesso Imperatore, giungesse al letto di 
« lui nel punto medesimo in cui slava per esalare 
« l'ultimo fulo. (Id.) » Or come credere che l'Im- 
peradore, percosso dallo spettacolo di questa morte, 
avesse animo qua in Torino di ascoltare le canzoni 
de'poeli provenzali; e che se ne dilettasse il giovine 
conte Berengario, a cui la recente perdita dello zio 
inspirar doveva, se no per affetto, almeno per de- 
cenza, un troppo diverso contegno? 

Ma tornando a Milano e alle sue fumanti ruine, 
male immaginò l'imperiale dispotismo di rizzar sovra 
essi il suo trono, se da quelle ruine medesime do- 
veva più che mai sorger vivo il sentimento della 
nazionale indipendenza. Al che davano anche cagione 
le violenze dei ministri imperiali, neh' esercizio 
dei loro impieghi ; e vi dava ansa la revetenda 
autorità di Alessandro III , che dai sinodi di Lodi 
u di Tolosa era stalo riconosciuto pontefice, in con- 
fronto degli antipapi , che Federico non trala- 
sciava di opporgli. Né a questa scontentezza, anzi a 
queste molo di Lombardia restò indifferente la vene- 
ziana repubblica, siccome quella che lasciando cre- 
scere smisuraiamenle l'imperiale potestà, benvedea 
che si sarebbe indebolita e forse annichilila la pro- 
pria ; ond'ella non penò ad entrare nella Lega Lom- 
barda , e vi tirò col suo esempio Padova, Vicenza, 
Verona e Treviso. Al grido di questa italica confe- 
derazione l'imperatore tornò in Germania per rifor- 
nirsi di genti; quindi scese in Italia (1166), e ito a 
Roma, fu colà dall'antipapa Pasquale coronato impe- 
ratore; se non che il cielo per mostrare la illegalità 
di quell allo, mandò un di quei flagelli, con che suol 
castigare e popoli e re ; fu esso un micidiale conta- 
gio, clic entrato nelle file del tedesco esercito, così 
in pochi giorni le diradò, che se Federigo non volle 
vedersele tulle morte in sugli occhi, gli fu mestieri 
torsi quindi improvviso, e riparare frettolosamente 
a Pavia. Ma in questo mezzo l'italiana indipendenza 
avea giuralo il suo palio. In Pontida, monislero del 
lerritorio bergamasco , si stabilirono le condizioni 
della famosa lega, o concordia come la dissero allora, 
lombarda; e si stabilirono l'anno 1167 , il di 7 di 
aprile; mese, che dovea esser fecondo per 1' Italia 
di molle glorie , perocché ai tre di aprile si smarrì 
Dante nella misteriosa sua selva-, ai 6 di- aprile in- 
namorò il Petrarca della pudica sua Laura ; ai 7 di 
aprile si giurò in Pontida di combattere e sterminar 
lo straniero. Questa lega si ratificò in modo vieppiù 
solenne il giorno primo dicembre di quel medesimo 
anno; perdio veggendo l'imperatore come si facesse 
ogni di più rigorosa e potente, stimò bene di op- 
ponisi con forze proporzionale; al quale elicilo si 

Stabilimento tipografico 



ricondusse in Germania , ma scender di poi, quasi 
torrente devastatore, in Italia. 

Ora in questo fremito, anzi in questa sollevazione 
delle italiche città contro all'autorità imperiale, voi 
sarete vogliosi di sapere da qual parte pendesse il 
conte di Savoia, Umberto. Mi pesa il dirvelo, ma egli 
era lutto dedito agli interessi imperiafi; anzi fu egli 
forse uno di coloro che persuasero l'arsione dell'in- 
felice Milano'-, arsione, che fu bensì dallo straniero 
voluta, ma fu dall'italiano operata. E che anche dopo 
il solenne giuramento di Pontida perseverasse il conte 
Umberto nella fazione imperiale , mei proverebbe il 
vedere, che Federigo passò gran parte di quel verno 
(1107-68) nelle terre di lui. Certo è, ch'egli era a 
Susa, quando avvenne caso, per cui fu posta a sba- 
raglio non pure la libertà di Federigo, ma la slessa 
sua vita. Sino dai primi moli della Lega aveva egli 
chiesto e ottenuto degli statichi dalle ciltà lombarde, 
quasi arra di una fede che esse eran preste a vio 
lare; e questi statichi o conduceva seco, o li dava 
a guardare a' suoi fedeli ; era un di questi il conto 
di Biandrale; perchè i Milanesi ne osteggiavano il suo 
castello, lo presero e ne cavarono gli ostaggi, mei 
lendo a fil di spada i soldati tedeschi che lo guer- 
nivau'o. Alteratosi Federico per questo fatto, elesse 
uno statico bresciano, e per rappresaglia lo fece 
impendere a Susa; ma i Susinij che sino dai tempi 
del terzo Amedeo s'erano constiluili in libero reg- 
menlo , e avevano però quella altezza di sentire 
che procede dall'independenza del vivere, mal com- 
portarono di vedere bagnata la loro città di quel 
sangue innocente; pochi , ma animati , si levarono 
in armi, largaron gli schiavi, e corsi alla stanza da 
letl<> dell'imperatore coll'inlenzione di affogarlo, l'a- 
vrebbono anche effettuala , se Federigo non avesse 
posto a giacere in suo luogo un soldato tedesco, che ■ 
mollo lo assomigliava, e che pagò con la vita il fu- 
nesto privilegio di questa rassomiglianza; mentre lo 
scaltro Federigo, di terra in terra varcando, si ri- 
duceva, con molta difficoltà e stenti, in Germania. 
E chi sa che in quel suo fuggire disguisato e pauroso 
egli non abbia fatto riscontro di sé col suo emulo , 
papa Alessandro, che travestito esso pure aveva do- 
vuto ricoverarsi in Benevento, per campar dalla rab- 
bia tedesca? {Continua) P. A. Paravia. 



Nell'ultimo numero del Museo, nel nostro articolo: 
Un gesuita in Moncalvo, noi abbiamo lascialo correre 
alcune parole che potrebbero per avventura offuscare 
la riputazione di un probo e integerrimo sacerdote. 
A ciò fummo indolii da lettera autentica di chi mostra 
di fare professione d'onestà. Ora noi ritrattiamo con 
vivo piacere quelle parole perchè sappiamo da fonte 
sicurissima che il rettore del convitto di Moncalvo, 
al (piale erano rivolle le nostre voci, è uomo ornato 
di ogni più gentile virtù, abborrente per indole e per 
cuore da lutti gli aggiramenli e tranelli gesuitici, e 
inlento a dare alla gioventù quell'educazione evan- 
gelica e forte, che si addice a'iempi che corrono. 

P. Gorelli. 

di A FONTANA in Torino 



i:i. 



MUSEO SCIENTIFICO , ecc — Anbo X. 



(1 aprile 1848) 



IL C AKROCCIO 




Ecco il disegno che splende in fronte sul giornale 
di Casal-M on ferra lo, il Carroccio, il quale corre 
valorosamente pel cammino della civile e santa li- 
bertà italiana. 



Ninn momento è più propizio del presente per 
offrirò agli occhi dell'Italia l'antica gloriosissima 
insegna della sua indipendenza. La mano di Dio 
scrolla e atterra l'edilìzio della tirannide, quell'edi- 



93 



MU6E0 SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Tizio che da lanli secoli pesa sulle idee dei popoli, 
sulle inspirazioni della virtù, sul gemito dei poveri 
e sul sangue dei generosi. 1 troni sono spiantati 
come un fuscello, le corone portate, via dal vento 
come foglie ingiallite. La repubblica francese esce 
bella e luminosissima dai principii della giustizia e 
della libertà. La razza teutonica ha gittata la sua 
cappa di bronzo e sente rinfiammarsi le tarde vene 
dalla luce di quella libertà che è proclamata dal 
Vangelo, senza la quale i diritti degli uomini rimar- 
rebbero eternamente sepolti sotto la clava della 
forza brutale. L'Italia si è ricordala che i suoi fi- 
gliuoli furono sempre i conquistatori degli uomini 
e del cielo; al suono della Yoce che parte dal Va- 
ticano risorge più splendida e più terribile di prima, 
e vuole di nuovo che il suo Carroccio appaia a'suoi 
nemici l' insegna dello sterminio e della morte. 

Ma questo Carroccio non deve più essere il sim- 
bolo dell'indipendenza dei soli Lombardi, ma sib- 
bene quello di lutti gli Italiani. Guai a noi se un 
vincolo di eterna fratellanza non stringe i pensieri, 
i cuori, le braccia di tulli ! Guai a noi se ci lasciamo 
sedurre dall'orgoglio di parziali vittorie ! Guai a noi 
se non adoperiamo la scure contro l'arbore malefica 
della nostra anlica discordia! 

Il Carroccio sia dunque il segno del riscatto uni- 
versale d' Italia; alla sua ombra noi ritorneremo il 
primo popolo del mondo, e potremo con vera gloria 
dire che Iddio ci diede la virtù della spada e del 
mondo antico congiunta alla virtù della carità e del 
mondo rigeneralo. 

Ma chi fu l'inventore del Carroccio? In quale guisa 
comparve esso sui campi immortali di Legnano?... 
Lasciamolo dire dal nostro amico, il benemerito pro- 
fessore De-Agoslini redattore del giornale delle Pro- 
vincie, il quale in ogni suo scritto sa manifestare 
sapienza civile, splendore e vigoria di concelli, ca- 
lore e prestanza di stile. P. Gorelli. 



llic oliai dccus, et populis venerabile sacrum 
Corrus crat. 

FtRRETi, hb. iv. Pocm. de Scali- 
geroruin origine. 

Era Tanno 1155, e Federigo Barbarossa scrivea a 
papa Adriano IV:— « Io, re de' Germani e de' Fran- 
«chi, sono ad un tempo legittimo Signore d'Italia, 
« perchè successore dei Cesari, e legittimo possessore 
« dei loro diritti: — strappi ora chi può la clava dalla 
« mano di Ercole: *» —e gl'Italiani, accettala la sfida, 
e collcgatisi, veni' anni dopo, intorno al Carroccio, 
nelle terre Lombarde, giuravano di vincere o di mo- 
rire, affrontavano Federigo nei campi di Legnano, e 



(*) Le parole di Federigo, conosciute ila pochi, sono riferile 
dal diligenlissinio Cibrario nella sua Storia della Monarchia di 
Savoia, voi. I." p. 154. Legitimua possessor sum. Arripial quis, 
sipotcst, clavqm demanu Herculis. Lunijj. Codex. Hai. dipi, i .io. 



gli mostravano, colla più gloriosa battaglia della nostra 
istoria, che la clava di Ercole in mano d'un Impera- 
tore non bastava ad abbattere la Libertà.— 

Salute dunque al Carroccio ! ed investighiamone un 
istante l'origine.— 

Era già da oltre un secolo che gT Italiani pensavano 
a scuotere quella pesante dominazione Tedesca, a dis- 
giungere dalle ragioni dell'impero la corona d'Italia, 
a dare al Paese un ordine più giusto e più nazionale 
di cose. — Ma se erano forti i voleri e bellicosi gli 
spirili, erano divise le forze, divise da turbolenze e da 
ire intestine, divise da infiniti piccoli principati di 
baroni, di marchesi, di conti, di signorotti d'ogni co- 
lore, tulli vassalli in apparenza all'impero, e suoi 
luogotenenti — ma tulli despoti in realtà, e gelosi di 
conservare la signoria e d'accrescerla. — Come dunque 
mettere insieme uno sforzo bastante ad affrontare il 
colosso imperiale, a portare il colpo alla radice dei 
mali della patria, a sottrarre finalmente gl'Italiani dalla 
pratica codarda ed iniqua di dare il regno a chiunque, 
in lontane contrade, fosse da barbare genti sollevato 
all' imperio? 

In tempi cosi luttuosi e di tanto disordine politico, 
ciò non potea essere l'opera ne di pochi giorni, ne di 
pochi anni ; — ma non per questo dobbiamo essere 
ingrati alla memoria di Eriberto, arcivescovo di Mi- 
lano, che, pieno di generosi spiriti, eccitava ne' suoi 
concittadini il sentimento della nazionale indipen- 
denza, osava mettersi alla loro testa colla spada e colla 
croce, osava misurarsi col prepotente Straniero per 
islrappargli dalla fronte T usurpala corona, e ricac- 
ciarlo nelle sue terre germaniche. — 

La sedia Imperiale era quell'anno (1058) occupata 
da Corrado il Salico, il quale, intesa la cospirazione, 
scendea tosto dall'Alpi, terribilmente in armi, e ve- 
niva sopra Milano. 

Fu allora che il prode Eriberto, per formare nelle 
sue milizie un centro che ne accrescesse T unione e 
nell'unione la forza, inventava il Carroccio — carro di 
straordinarie proporzioni, gradinato a foggia di palco, 
coperto riccamente di panni, e portante, come in 
trionfo, le insegne della Patria e della Religione. — 
Sventolava dunque nel mezzo la bandiera del Comune 
raccomandala ad una picca altissima che finiva in un 
crocifisso dorato; accanto sorgeavi un'ara a celebrarvi 
i cristiani misteri ; — e fra Tuna e l'altra era inalberala 
una campana per convocare i soldati, e dare i segnali 
delle operazioni militari. — Oltre al Cappellano dell'e- 
sercito, otto trombettieri, ed altrettante guardie po- 
polavano il tavolalo anteriore del carro, che su quattro 
ruote era tiralo da due, da tre, o da più paia di buoi, 
coperti anch'essi di ricche gualdrappe, e guidali da 
un uomo, di conosciuto valore, che il Comune forniva 
di stipendio e di una compiuta armatura. — 

Tale era il Carroccio immaginalo da Eriberto 
Tanno 1058, e da lui felicemente adoperalo nel rin- 
tuzzare gT impeli di Corrado dalle mura di Milano. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



i9 



Dopo quell'avvenimento, il Carroccio veniva adot- 
talo da tulli i liberi Comuni, quasi segnacolo di re- 
denzione, quasi Arca dell'Italica alleanza, e, come 
tale, era custodito ne' templi maggiori delle maggiori 
città. — Ivi esso parlava continuamente agli occhi e al 
cuore dei cittadini, ivi nutria la fiamma della carità 
della Patria, e, sol quando era imminente una guerra, 
traevasi sulla pubblica piazza, indizio ai cittadini che 
si tenessero pronti alle armi. — Un fervore indicibile 
eccilavasi allora in tutto il Comune; lutti voleano 
essere, ed eran soldati, voleano tulli difendere prò 
aris et focis il loro Carroccio, che, nel dì stabilito, 
messo in capo all'esercito, e circondalo dal nerbo dei 
migliori e più perfetti guerrieri, usciva contro il ne- 
mico fra lo squillare delle trombe e delle campane. 

Guai intanto a chi Io perdeva !— Un' infamia inde- 
lebile lo veniva a colpire in faccia alle altre citlà. — 
Perciò, anziché cedere o darsi alla fuga, resistevano 
tulli disperatamente al nemico, operavano prodigi di 
valore, pronti al sacrifizio per non sopravvivere all' 
oppressione e al disonore di sé e della Patria. — 

A questa religione verso il Carroccio è dovuta gran 
parie dell' entusiasmo e della devozione dei popoli a 
quei grandi principii di Liberia e di Nazionalità, che, 
scalzando a poco a poco le fondamenta della potestà 
reale ed imperiale in Italia, le portavano finalmente 
l'ultimo crollo nella battaglia di Legnano, e in sua 
vece innalzavano l' edilìzio, per que' giorni maravi- 
glioso, delle Italiane Repubbliche. 



Salute dunque nuovamente al Carroccio! — e salute 
a quelli, che noi vedranno ora di mal occhio risorto, 
e messo alla lesta del nostro Giornale! — 

Clie se alcuno mal potesse discernere per che 
modo la guerriera immagine del Carroccio possa 
conciliarsi col pacifico uffizio del nostro Foglio set- 
timanale, noi gli risponderemo per ora, che, anche 
sol riguardalo come simbolo d'unione e di centrai 
resistenza, non può tornare inopportuno a' dì nostri, 
che tante guerre, soppialte e palesi, ancora si mo- 
vono per arrestare il vittorioso avanzamento de' po- 
poli, e che tante cagioni comandano che ci fertili- ] 
chiamo nel centro de' grandi principii per render 
vani gì' impeli degli avversari, e fare tanto più su- 
blime e salda e gloriosa l'Italia, quanto più venne 
sinora contrastala, straziata e depressa. — 

Faccia dunque il Pubblico lieta accoglienza al sacro 
Carro dell'Arcivescovo di JMilano, e sia esso augurio 
di liele sorti al Paese dove prima comparve, e stette 
contro antichi nemici. — E chi di noi non desidera 
che su quelle forli terre Lombarde torni a splen- 
dere la luce vivificatrice dei popoli? — Chi non fa 
voli, perchè le tombe de' nostri Padri siano final- 
mente sottraile all'abbominazione di essere ancor 
calpestale dal piede del soldato Straniero? 

P. De -Agostini. 



Quella luce vivificatrice che V italianissimo nostro amico desiderava con tanto ardore veder splendere 
sulle terre lombarde è finalmente spuntata! e noi rapiti di entusiasmo pei maravigliosi e quasi unici 
fatti del popolo Milanese, non possiamo trattenerci dall' aggiungere le seguenti parole. 

GLORIA AI MILANESI ! VIVA ITALIA ! 



Sì! ripetiamo mille volle questo grido: gloria, 
gloria ai Milanesi! Essi hanno redenta l'Italia intera 
dalla vergogna secolare d'una infame schiavitù! essi 
soverchinrono d'un tratto tutti que'miracoli di valore 
per cui le storie de'noslri più lontani maggiori ci 
sembravano favolose! Essi hanno mostrato che la 
volontà d'un popolo concitato gagliardamente dal 
pensiero della propria libertà, è onnipotente come 
la fiamma della virtù creatrice, e trasloca a suo 
talento le montagne. 

Vivaddio! II sole della giustizia compare finalmente 
sull'orizzonte, e al folgorare della sua luce si dile- 
guano le tenebre degli oppressori. 

La Tirannide tenia invano di ricalcare sul proprio 
capo le corone sanguinose; il soffio di Dio le divora. 
Coloro che hanno voluto incatenare le braccia e i 
pensieri de'popoli, abbrutirne la ragione e spegnerne 
la dignità, fuggono tremanti dalle loro reggie, per 
tema di esserne sepolti tra le ruine ; errano per le 
vie sfolgorali dalle maledizioni di lutti i cuori, di- 



mandando al passeggiero un cencio che copra. la 
loro nudità, un pane nero che acquieti lo strazio 
della loro fame, incerti se l'otterranno. 

L'Austria, questo vivente abbominio del secolo, 
nella quale erano personeggiati l'orgoglio, l'odio, la 
rapina, l'omicidio, la paura, tulli insomma i com- 
pagni dell'oppressione, l'Austria, dico, sta per essere 
sepolta eternamente, e sulla sua lapide sederanno 
il vitupero e l'esecrazione dei secoli. 

La parola del Santo che Iddio ha collocalo sulla 
cattedra di S. Pietro, ha irradiali tulli gli inlellelti, 
ha mosse lutte le volontà. Essa fu il sole che ri- 
scalda, feconda e abbellisce ; fu il fulmine che atterra 
l'orgoglio, la crudeltà e la prepotenza-, fu il ferro 
benefico che sterpò le radici dei mali; fu il balsamo 
che allenì e ristorò le piaghe degli oppressi. 

L'Italia ha compresa la voce di Pio; essa ha squar- 
ciato alteramente il lenzuolo del suo sepolcro ; ha 
conosciuto non esser cosa sulla terra più grande, 
più stupenda, che la salda risoluzione d'un popolo, 



100 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



il quale cammina sotto l'occhio di Dio alla conquista 
de'proprii diritli, sfidando i pericoli, le ferite , le 
vigilie, il sonno, la fame, la morte, e gridando: 
che è ciò? La giustizia e la libertà son degni di 
ogni più terribile travaglio. 

L'Italia ha compresa la voce di Pio: ha conosciuto 
che la giustizia è la messe e il pane de'popoli; che la 
libertà è la loro ricchezza, il loro riposo, la loro gloria. 

L' Italia non tarderà a udire dal labbro di Pio 
queste parole: — Poiché tu hai amato più di ogni 
cosa la libertà e la giustizia, io ti prometto che le 
tue contrade splendide e fecondissime di messi e 
di uomini, non saranno più il retaggio dei barbari; 
li prometto che le lue vesti non saranno più divise 
come quelle di Cristo. Ripiglia la tua corona e il 
tuo manto, e siedi per sempre al banchetto della 
giustizia e della libertà. 

Milanesi! tutta l'Europa figge gli sguardi sopra 
di voi, meravigliando e ammirando. Oh sommamente 
prodi! in cinque soli giorni voi avete sorpassali i 
gradi che vi disgiungevano dalla più abbietta e pro- 
fonda schiavitù alla più bel la e la più santa delle libertà; 
misuraste quei gradi ad uno ad uno fra il sangue e 
la morte, e per tulli passaste con miracolosa prestezza. 
Voi avete condotta d'un subito la patria comune a 
questo stato di virtù, del quale i lunghi nostri errori 
e gli sforzi infernali dell'Austria ci aveano perduta 
perfino la speranza. In poco d'ora vi siete innalzali 
sovra le cime d'ogni umana altezza : avete dato alla 
storia esempi sconosciuti eh' ella dovrà registrare 
ne' suoi annali con caratteri d'oro, e a cui le età fu 
Iure a gran stento presteranno fede. 



Milanesi ! Il nostro nemico fa ancora romoreg- 
giare le sue armi disonorale sui noslri carnpi santi- 
ficali dal sangue dei martiri italiani. Ma l'ultima ora 
è suonata per lui ! Voi avete sveglialo in tulli i fi- 
gliuoli d' Italia il desiderio di emularvi. Noi tulli 
sappiamo non essere in qualsivoglia terra nò libertà, 
ne sostanze, né vita, né anima, se la nazionale indi- 
pendenza è in catene ; e noi tutti siam parali a ver- 
sare fin Pullima slilla di sangue, perchè la libertà e 
l'indipendenza siano la nostra sola corona... Mirale 
scendere dalle Alpi, dagli Appennini, dal Monferrato, 
dalla Dora, i vostri fratelli come torrenti impetuosi, 
vaghi lutti di sgozzare la belva austriaca, che nella 
ultima agonia fa le sue più atroci prove e s'inebbria 
tuttavia del sangue e del vino italiano. La spada di 

Cablo Alberto -è là! Essa non ha potuto 

essere spuntala da quei tristi o imbecilli che l'inso- 
lente fortuna lascia per ora impuniti. Quella spada 
sarà il turbine che spazzerà al tutto l'Italia dalla bel- 
letta immonda e insanguinata. 

Milanesi ! raccogliete in vasi preziosi le reliquie 
degli eroi che moriron come indomiti leoni, fiaccando 
la cervice degli oppressori ; la gloria loro è gloria 
d'Italia. Nel giorno che, vincolali in un solo amplesso, 
intuoneremo il cantico della vittoria, e liberi e felici 
mireremo la faccia del bello e del buono, quel giorno 
noi vi domanderemo di vedere quelle reliquie per 
adorarle; e i vostri sacerdoti dovranno dall'altare 
offrirle ai noslri baci. 

Milanesi ! di ciò vi scongiurano gl'Italiani. 



P. CORELLI. 



LA LEGA LOMBARDA 

SPECIALMENTE NELLE SUE RELAZIONI COL PIEMONTE 

{Continuaz. e (ine, V. pug. 93.) 



Liberala dalla odiata presenza di Federigo, la lega 
Lombarda ricevè nuovo vigore dall'aderirsi, che ad 
essa fecero le cillà di Novara, di Vercelli e di Asti; 
a nulla dir di Tortona, la cui riedificazione era stala 
opera de' Milanesi. Se non che i Pavesi la tribola- I 
vano di continuo; né meno la tribolava il marchese 
di Monferrato, il più fedel vassallo, anzi il più umile 
mancipio, che avesse l'Imperadore da queste parti. 
Perchè ne' Milanesi sorse la nobile idea di rizzare, 
proprio sui confini del Pavese e del Monferrato, una 
novella città, che fosse perpetuo freno alla loro in- 
solenza. Concorsi adunque in buon numero, il di primo 
maggio 1168, Milanesi, Piacentini e Cremonesi 
in un'ampia pianura, che siede tra Asti e Pavia, 
colà dove la Bormida mette nel Tanaro, gillaron 
le fondamenta della nuova cillà, che dal nume del 
pontefice, tanto benemerito della causa italiana, dis- 
sero Alessandria; e perchè in quella fretta, e in 
difello di embrici, dovettero ricoprir le case di pa 



glia, i Tedeschi la dissero -per ischerno Alessandria 
della paglia; uno di que'tanli scherni, che tornano 
però a grande onore; perchè nel terreno d'Italia non 
germogliò mai lauro alcuno, che le abbia fruttato 
più gloria di quell'umile paglia. Sorta così, quasi 
per incanto, la cillà di Alessandria, i Pavesi, per 
antivenir maggiori sventure, entrarono nella lega ; 
promettendo di recare all'uopo le armi contro a 
queir imperadore medesimo, delle cui laide opere 
erano stali sino allora insligatori o ministri. E i con- 
federati si fidarono a quelle promesse, non consi- 
derando, che i propositi dalla paura inspirali, con 
la paura scn vanno. Rimaneva il marchese di Mon- 
ferrato} ma que' della Lega, corsi sopra il suo Castel 
di Mombello, se non ebbero virlù di farlo uno del 
loro numero, ebbero però quella di vincerlo e di 
fugarlo. 

Disfalli i loro nimici, poterono i Milanesi tran- 
quillamente attendere a rifabbricare e munire la lur 



SCELTA U ACCOLTA DI LTILI E SVARIATE NOZIONI 



101 



ruinala città-, apparecchiando cosi una valida oppo- 
sizione a quegli eserciti, che )' instancabile Federigo 
andava adunando in Germania, e co' quali calò nuo- 
vamente in Italia del 1174. Sceso a pena del Mon- 
cenisio, la sua prima impresa fu l'incendiar Susa, 
per vendicarsi delle ingiurie, che avea ricevuto da 
•essa. Attraversata quindi la nostra città, che gli a- 
perse facilmente le porte, pose l'assedio a quella di 
Asti, che in capo a pochi giorni capitolò ; e così 
gli Astigiani si spiccaron per forza dalla Lega, sì 
come per fraude vi si cran già tolti i Pavesi. Aiu- 
tato da' quali nuovi alleati, e dal suo fedelissimo 
marchese di Monferrato, sullo scorcio di ottobre passò 
a stringere Alessandria, di cui slimava facile la con- 
quista, perchè non ancor guernita di mura; ma le 
vere mura di una città sono il cuore e il braccio 
de' suoi cittadini; e queste mura non mancavano alla 
novella Alessandria; perebè Federigo, disperando di 
poterla avere con la violenza, ricorse alla seconda 
arme de' tiranni, la frode. Fece egli lavorar sotterra 
una mina, die dal suo campo sboccava in città; e 
quel lavoro fu condotto con tal segretezza, che non 
fu anima in Alessandria che se ne addesse. Corre- 
vano i giorni della settimana santa, giorni consa- 
crali da sì pietosi riti e da si venerandi misteri; 
in riverenza de'quali l'accorto Federigo volle con- 
cedere agli assediati una tregua sino al lunedì dopo 
Pasqua. Fidatisi alla religione di quel patto, cele- 
brarono essi divolamenle le cerimonie del giovedì 
santo, e quindi si ridussero alle lor case per dor- 
mire. Quand' ecco, per quella mina che io vi diceva, 
irrompere nell'assonnata città dugento de' più valo- 
rosi soldati di Federigo, con animo d'insignorirsene, 
ma accortesene le scolle, fu subilo un gridare all' 
armi, un levarsi di popolo, un menar furioso di mani-, 
feriti, traboccali ed oppressi i male arrivali Tede- 
schi, escono gli Alessandrini dall'assediata citlà, e 
come onda impetuosa gì ila tisi sull'oste nimica, parte 
uccidono e parte mettono in fuga. Carlo Arienti, che 
fu chiamalo da Re Carlo Alberto a tener vie più 
desto fra noi il sacro fuoco delle arti, colori, per 
volere di lui, questo glorioso fallo italiano in un' 
amplissima tela, dove si veggono e madri eccitanti i 
lor figli a ristorare il danno del genitore caduto, 
e spose accorrenti conlra il tiranno per vendicar 
l'ucciso consorte; e monaci, che sventolando la 
bandiera guelfa e confortando i feriti, si porgono 
religiosi e cittadini ad un tempo; e da quel viluppo 
di azioni, di affetti, di genti, ecGO emergere, con 
felice pittoresca licenza, lo slesso imperador Barba- 
rossa, che assiepalo dagli scudi e dalle armi de' suoi 
fedeli, si apre a stento fra' nimici ferri una via, e 
minaccia d'in sugli arcioni; minaccia, ma fugge. 
E qui tornando alla storia, noterò come agli usciti 
e vittoriosi Alessandrini sarebbe stalo agevole di 
proseguir la vittoria, assaltando il campo tedesco, 
che era attendalo in un villaggio detto Guignella ; 



ma tanto potè in essi la maestà dell'impero; tanto 
la osservazione di quella cosi frequente e così fune- 
sta lor formula: salca tamen Imperatori* fidelitatc; 
che essi tornarono indietro, aspettando di esser di 
nuovo assalili per pigliar di nuovo le armi. Ma ben 
altro che assalirli poteva l'Imperadore, spossalo 
com'era di forze e caduto di credilo. Diede egli 
adunque facile orecchio alle parole di pace, che gli 
porsero alcuni savi e discreti personaggi ; nel qual 
numero ci è bello incontrare il conte Umberto di 
Savoia, ebe sottoscrisse altresì il compromesso di 
pace, stipulato fra l' Imperadore e la Lega ; com- 
promesso, le cui condizioni furono statuite da sei 
arbitri, tre da ogni parte; da quella di Federigo è 
Guglielmo da Piossasco, capuano della città di To- 
rino; il che mostra che essa e il suo conte tenevano 
per l'Impero. Ma questo desiderio di una tregua, 
se polca essere sincero da parte della Lega, non lo 
era già da quella di Federigo; il quale non inlese 
con ciò che di guadagnar tempo, sin che gli venis- 
sero di Germania novelli aiuti. E questi vennero 
infatti; ma trovati chiusi i passi dell'Adige, fu loro 
forza svoltar pei Grigioni, e penetrar quindi in Italia 
per la banda di Como; citlà, che s'era tolta dalla 
Lega Lombarda per quella mobilità, che fu sempre 
all'Italia cosi dannosa e frequente. Federigo, tulio 
lieto per la giunta del nuovo esercito, si mosse alla 
sua volta; ma i Milanesi per impedire questo accoz- 
zamento delle imperiali milizie con quelle che venian 
di Germania, gli tagliarono il passo, accampandosi 
tra Legnano e il Ticino. Ora accadde che un tre- 
cento militi, i quali precedevano l'Imperadore, si 
scontrassero con settecento cavalli, che i Milanesi 
inviavano per ispiare le vie ; s'accese fra loro una 
mischia, che finì con la fuga de' Milanesi per l'op- 
portuno sopravvenir di Federigo con le sue schiere, 
se non che questi, inseguendo i fuggiasebi, percosse 
nell'esercito della Lega, che s'era slrello intorno 
al Carroccio; azzuffatosi, n'ebbe in sul primo il van- 
taggio, il qual però dovea tornare in suo danno ; 
poiché i Tedeschi inseguendo, per avidità di bottino, 
le schiere Bresciane (che furon le prime a fuggire), 
cosi assotligliaron le fila imperiali, che venute alle 
mani con quei della lega, ne andaron disperse e 
sconfitte. Invano l'Imperadore si consumava per ran- 
nodarle; caduto egli stesso di sella, fu colto da sì 
fatto spavento, che dileguatosi dalla mischia, non 
s'ebbe più notizia di lui; onde fu tenuto per morlo; 
degl'imperiali qual fu ucciso, qual prigioniero, quale 
annegalo; i vincitori incrudelirono massimamente 
negli spergiuri Comaschi; e, come osserva lo storico 
Rosmini, se fu mai scusabile la crudeltà, quello era 
il caso. Fra i prigionieri di maggior conto si noverò 
il duca Bertoldo, un nipote di Federigo, e il fratello 
dell'arcivescovo di Colonia ; lo scudo, il vessillo, la 
croce e la lancia di Federigo furono i trofei (fella 
più bella battaglia di nostra storia, come la chiama 



!02 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



il Balbo; la qual battaglia fa dala e vinta dagl'Ita- 
liani, addi 29 maggio 1176; giorno ed anno, die 
saputi una volta da noi, non ci usciranno di memo- 
ria mai più. Quanto al luogo, dove fu data, chi, 
varcato il Lago Maggiore, vuole condursi alla opu- 
lenta Milano, trova a mezzo la via un grosso vil- 
laggio, con bella chiesa parrocchiale, architettala dal 
Bramante, entrovi pitture del piemontese Lanini. 
Or quello è appunto Legnano, quello è proprio il 
luogo, dove i concordi Italiani (e il fossero stali 
sempre!) volsero in fuga l'orgoglioso Tedesco. 
Or qual è Italiano, che per colà transitando, non 
voglia fermare i suoi passi, e baciare religiosamente 
un terreno, che fu testimonio di tanta gloria e pa- 
lestra di tanta virtù? E chi è soprattutto, che in 
quel solenne momento ringraziar non voglia l'ot- 
timo Iddio, che gli diede per concittadini qUe' prodi, 
e quel terreno per patria? 

Ma quel Federigo, che dopo sì memorabil batta- 
glia, si piangeva per morto, apparve alquanti giorni 
appresso in Pavia alla propria moglie, che già ne 
aveva preso il corruccio. Ma se egli viveva ancora, 
era però caduto di animo-, onde non si rendette dif- 
ficile a quelle proposizioni di pace, che gli si rin- 
novarono in sì duro frangente. E meno ancora vi 
si rese difficile papa Alessandro, che non solo per la 
qualità del suo ufficio era alieno dalle fazioni di 
guerra, ma che per quelle sue lotte con Cesare 
dovea viver lontano da Boma, dove pur era il cen- 
tro della sua autorità e lo splendore della sua sede. 
Già, innanzi ancora della giornata di Legnano, Asti, 
Como, Torino s'erano spiccate dalla Lega; il che 
faceva men ardue le trattative di pace. Per meglio 
condurle, il Pontefice s'era recato a Ferrara, e Ce- 
sare a Chioggia; ma poiché né l'un luogo, né l'altro 
parvero abbastanza acconci per la conclusione di sì 
importante negozio, fu a ciò scella la cillà di Vene- 
zia. E qui gli storici veneziani, ed altri che veneziani 
non sono, non dubitarono di tessere una tela di falli, 
uno più favoloso dell'altro; cioè che il. Papa, misero 
e fuggiasco, capitò a Venezia in persona di cuoco; 
che quindi a poco riconosciuto, fu raccolto con tulli 
que' segni di riverenza, ch'erano dovuti alla sua 
dignità e alla sua sventura; che la Bepubblica inviò 
due ambasciadori a Pavia, per richieder l'impera- 
dorè di pace , che questi la negò, sino a tanto che 
non gli si desse nelle mani il Pontefice; il che non 
facendo, li minacciò di piantar le sue aquile sul 
pronao di S. Marco (minaccia che fu poi da uno de' 
suoi successori adempiuta); che a questo annuncio 
i Veneziani ingaggiaron ballaglia nelle acque di Pula 
con la flotta imperiale, capitanala dallo stesso fi- 
gliuolo di Federigo ; che questi n'ebbe la peggio; e 
che solo allora il superbo Imperadore si accostò ai 
consigli di pace. Ma queste le son favole, che la 
storia non sempre veridica può aver registrale ne' 
suoi libri; che la pittura può aver rappresentale 



nelT antico Palagio de' Dogi; che le inscrizioni me- 
desime possono aver fatto opera di eternare; ma che 
la severa critica, anche a' dì nostri, e per opera stessa 
di Veneziani, ha vittoriosamente rifiutate. Quello 
che v'ha di certo in questo fatto si è, che invitalo 
l' Imperadore da'Veneziani a condursi nella loro città 
per segnare una tregua, egli tenne l'invilo; e a' 24 
giugno dell'anno 1177 (annum, come lo dice il Ba- 
ronio , placabile Domini) fece in Venezia la sua 
entrala, la quale ognun può credere cbe fu degna 
non meno della grandezza di tanto ospite, che della 
magnificenza di tanta città. Come giunse sull'atrio 
della chiesa ducal di San Marco, gli si fé' incontro 
il Pontefice, a cui si prosternò Federigo per baciargli 
il piede; ma il Papa lo rialzò cogli occhi caldi di 
lagrime, e gli offerse il bacio di pace (Leo). E dunque 
una novella, che il Papa in quell'umile atto gli 
calcasse il collo, ripetendo le parole del salmo : 
Super aspidem et basiliscum ambulabis, ecc., e che 
Federigo gli rispondesse : Non tibi, sed Petro; e il 
Papa a soggiungergli; Et miài et Petro; sia pure 
che queste fiabe., come scrive il Balbo, accennino i 
costumi e le opinioni del tempo ; ma fiabe restano 
sempre. No; se l' Imperadore fu a bastanza devolo 
alla Chiesa, per prostrarsi all'augusto suo capo, il 
Pontefice fu a bastanza reverenle all' Impero, per 
levarlo di terra e stringerlo al petto; ma quel rim- 
beccarsi di scortesi e dure parole, quella' superbia 
nell'uno di calcare il collo del vinto, quella viltà 
nell'altro di lasciarselo calcare, sono atli troppo in- 
degni, e quindi inverosimili in due personaggi, che 
erano jmr sempre (dice il Leo) i due uomini più 
potenti e i due più elevati intelletti di quella età. 
Dopo molli dibattimenti, si conchiuse, al primo agosto- 
1177, una tregua, che fece la via alla famosa pace 
di Costanza del 1185; e la dico famosa, sì come 
quella che diffinì un funesto e scandaloso litigio, che 
da sì lungo tempo affaticava l' Impero e travagliava 
la Chiesa. E chi sa che, ad espiazione dei tanti guai, 
che la sua smisurata ambizione apportò a tanti po- 
poli, non siasi risoluto il Barbarossa di abbandonare 
i suoi stali (1190), e di recarsi in Palestina per 
estirparvi le armi lurchesche? Ma chi avea in tanti 
modi offeso Cristo nel suo vicario, degno non era 
di liberarne il sepolcro. Le acque di una oscura ri- 
viera della Siria furon cagione e teatro della pre- 
coce sua morte; e lui felice, se quelle acque gli sa- 
ranno state lavacro delle tante ingiurie recate alle 
due predilette figlie di Dio: la Chiesa e l'Italia! 

Ma dalle spiagge della Soria riconducendo la mia 
lezione nel nostro paese, noterò, come in que' trat- 
tati di Venezia alcune cillà dell'odierno Piemonle 
appariscano di parte imperiale, altre invece confe- 
derate colla Lega Lombarda-, ma ciò che debbe far 
maraviglia si è, che Alessandria, questa città co- 
strulla in odio della parte imperiale, questo propu- 
gnacolo della Lega, non pur calasse a un particolare 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI R SVARIATB NOZIONI 



103 



accordo con Cesare, ma per rispetto diluì consentisse 
a chiamarsi Cesarea. Sebbene a che lame le maravi- 
glie? Di questa mutabilità di pensieri e di opere piene 
sono pur troppo le nostre istorie; e volesse Iddio, 
che dopo una sì lunga esperienza, vergognata e rin- 
savita l'Italia, veggendo come da quella sua perpetua 



mobilità altro non le venne mai che debolezza e 
sventura, imparasse ad esser ferma una volta, per 
esser poi sempre polente e felice ! Più glorioso pe- 
riodo di storia io credo che non si possa chiudere 
con più utile documento. 

P. A. Paravia. 



DELLO STABILI11EXT0 DI SCUOLE SERALI GRATUITE IN GENOVA 



La filantropica idea di stabilire delle scuole se- 
rali a benefizio dei giovani e adulti della classe la- 
boriosa, di cui lessimo il manifesto nel N.° 17 del 
Corriere Mercantile di Genova, di' quest'anno, è 
cosa cotanto commendevole e generosa in se stessa 
che non dubitammo tosto menomamente del bene- 
volo accoglimento che le sarebbe stato fallo dal 
colto Pubblico Genovese, già abbastanza conosciuto 
per somma pietà e filantropia, di che ne sono suffi- 
ciente e valida prova i tanti pii stabilimenti fondali 
negli anni trascorsi nella superba Genova, che de- 
stano tulio giorno l'ammirazione dello straniero che 
da lontane terre si porla a visitarla. Infalli nel N.° 
-il del suddetto giornale vedemmo esser in parte già 
assicurata la felice riuscita di un tal progetto che 
forse otterrà fra breve il pieno suo eseguimento; 
tuttavia, mentre porgiamo intanto la dovuta lode a 
quei benemerili nostri concittadini promotori , che 
di tant'opera si assunsero il non facil carico, dando 
così in ciò pei primi un nuovo nobile esempio del- 
l'alto sentire veramente italiano, che parte sempre 
da quella grandezza e generosità d'animo che in 
o^ni tempo distinse in sommo grado i gloriosi an- 
tenati nostri, vogliamo qui brevemente ragionare 
de CT V indubitali vantaggi di simile insliluzione, cre- 
dendo utilissimo per attivare vieppiù il compiuto 
ottenimento del proposto scopo, di render maggior- 
mente palesi le buone ragioni che militano in fa- 
vore dell' insliluzione medesima , col quale mezzo, 
nella insufficienza nostra, crederemmo almeno di 
aver pur noi offerto un debol attestato di simpatia 
alle gentili persone che si dedicarono al benefico 
ufficio di cui siamo per fare fievole parola. 

Essendo universalmente conosciuto che i mag- 
giori vizi nella plebe derivano quasi lutti dalla roz- 
zezza e dall'ignoranza, slimiamo pertanto esser 
principal dovere della società, ond' ovviare i mali 
che da ciò provengono di promuovere l'istruzione 
delle classi laboriose. D'altronde l'istruzione svi- 
luppando l'intelletto, renderà le braccia agili? ed 
unita a leggi consoni che assicurino la libertà del 
lavoro, e ne conservino il fruito, costituirà il mag- 
gior capitale di delle classi. E bensì vero che l'o- 
peraio dev'esser il primitivo, se non il solo artefice 
del suo ben essere, e col mezzo di un giusto spi- 
rilo di previdenza procurar sempre di migliorare 
durabilmenle la sua condizione materiale, ma egli 
non sarà mai capace di tanto, se in aiuto delle sue 
buone intenzioni e disposizioni non avrà una con- 
veniente educazione, che lo ponga in grado di co- 
noscere altresì la sua vera posizione nella società 
a cui pur egli appartiene, e sappia fargli apprez- 



zare al preciso punto I' importante parte che è de- 
stinalo a rappresentarvi. Disgraziatamente tali prin- 
cipii così veri e saggi furono ognora da noi poco 
curati, ed anzi parve alla pluralità delle persone 
che le arti meccaniche non abbisognassero di verun 
teorico ammaestramento, e che potesse alle mede- 
sime soltanto bastare la semplice tradizionale pra- 
tica. Con simili erronee massime, in primo luogo 
si condannarono così le arti meccaniche ad un quasi 
stazionario stato; secondariamente si esclusero co- 
loro che le esercivano dal poter forse divenir utili, 
cogli straordinarii lumi che in lalun d'essi sareb- 
bersi sviluppali col possente mezzo dell' istruzione, 
alla società, che deve ad ogni coslo ognor cercare 
gì' ingegni, di cui tanto abbisogna , in qualunque 
classe il destino possa averli fatti nascere. 

Gli avvantaggi morali e materiali che risultar 
devono dall'istruzione della bassa classe, brillano 
già per anticipazione di tanta luce, sia che vogliansi 
desumere da alcuni pochi casi che trailo tratto si 
ebbero tra noi, di genii sublimi sollevatisi dall'o- 
scurità in cui li avea posli la sorte, oppur dalla 
comprovala esperienza di altre nazioni più di noi 
avanzale nel progresso, che sarebbe superfluo il 
vol.erli qui a lungo enumerare. Lasciamo agli spiriti 
ammalati od antiprogressisli la trista soddisfazione 
di studiarsi a nulla vedere, o di appigliarsi a qualche 
rara eccezione, contro la quale hanno essi, forse 
per colpa propria, inciampalo. Tuttavia, è necessario 
di non lasciar campo agli errori, per piccoli che 
siano, quando si pretende d' imporne alla generalità,- 
il più maestoso vascello corre rischio di all'ondarsi, 
se talora un benché piccolo tarlo comincia a roderne 
i fianchi. Onde in appoggio dell'opinione nostra ag- 
giungeremo ancora, che lo sviluppo dell'intelligenza 
e della capacità produttrice, è il primo, il più grande 
interesse economico dei popoli, e si è ciò che forma 
e riproduce incessantemente i capitali. Or come vo- 
relibesi pervenire a tale importante risultato senza 
1' istruzione di coloro che attendono particolarmente 
alle arti industriali ?... Chiunque è abbastanza infor- 
malo, che ogni benefizio industriale risulta dall'azione 
felicemente combinala di tre forze produttive, cioè: 
l'intelligenza che prepara, organizza e dirige; il ca- 
pitale che provede la materia prima, e la mano d'o- 
pera che eseguisce. Ma se di questi Ire agenti manca 
l' intelligenza oppure non è sufficiente a soddisfare 
appieno al bisogno, cessa l'equilibrio indispensabile 
fra di loro, e rovina quindi l'edilizio industriale. 

Persuadiamoci adunque fermamente che fra le 

cure di cui necessita un popolo pel suo morale mi- 

I glioramento, e la sua dignità rimpelto alle altre na- 



104 



UL'SKO SCIENTIFICO. LETTERARIO ED ABTI8T1CO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



zioni, una delle principali dev'esser quella dell'istru- 
zione della bassa classe: «Versate l'istruzione sulla 
testa del popolo, voi gli dovete questo battesimo ». 
Ogni sforzo dev'esser rivolto pertanto a ricercare ed 
organizzare incessantemente lutto quanto può accre- 
scerla, e ad allontanare tutto ciò che potrebbe porvi 
ostacolo. Persuadiamoci ancora, che prezioso frutto 
della desiderata istruzione, sarà quello di veder pro- 
sperare l'economia domestica, le arti, ed il com- 
mercio, e che nel far partecipare alla classe labo- 
riosa dei godimenti morali, si riuscirà così , a sot- 
trarla per sempre dall'influenza degl'ignoranti osti- 
nati, e dei retrogradi, ad ingentilirne i modi ed i 
costumi, e ad iniziarla nell'adempimento de' suoi 
doveri religiosi verso Dio, e civili verso la colta 
società che avrà si potentemente cooperato al suo 
reale ben essere, ed adempito veramente in tal 
guisa « ad uno dei più essenziali bisogni dell'età 
nostra » (*). C. Grondona. 



(*) Le ultime parole in caratteri distinti, sono quelle 
stesse memorabili che dal ministro cav. Des Ambrois, già 
Primo Segretario di Stato degli Affari interni, venivano in- 
dirizzate con sua lettera 14 novembre ultimo scorso ai 
Socii soscrittori pel suddetto Stabilimento, nell' appro- 
varne il magnanimo pensiero. 



GLI EROI DEL 1746 IN GENOVA 

Gli atti eroici operali in Genova nel gloriosissimo 
1746 han pochi esempi nella storia, e lutti gli Ita- 
liani debbono ripeterli a se medesimi per far tesoro 
nel petto di nazionale virtù , e per sapere ad un 
bisogno non mostrarsi dissimili da quelle ardite e 
liberissime anime , che cacciarono con immortale 
trionfo il comune nemico. 

1 Lombardi, i quali hanno ora emulale, e forse 
superate quelle virlù, ci sapran grado di presentare 
alla loro ammirazione il nome e i fatti di alcuni dei 
principali croi genovesi, i quali spennarono e insan- 
guinarono l'aquila tedesca. 

BALILLA 

Gli Austriaci insultavano, taglieggiavano, ucci- 
devano e consumavano i Genovesi , perfellamenle 
come usavano fare ancora pochi giorni sono coi 
Lombardi. Non conlenti a ciò vollero eziandio invo- 
lar loro le armi apprestate dai loro maggiori per 
sussidio e difesa della libertà. È impossibile il dire 
l'indegnazione, la rabbia, l'orrore che si manifestò 
nel minuto popolo per la barbarie di quest'alto. 

Correva il cinque di dicembre dell'anno 174G. Gli 
Austriaci poco dopo il tramontar del sole, strascina- 
vano un morlaro a bombe pel quartiere di Porloria, 
quando ad un trailo, forse per divina provvidenza, 
si sfonda la strada scilo il di lui peso, e il trasporlo 
ne resla incaglialo, (ili Austriaci vogliono sforzare 
alcuni popolani, quivi accorsi, a dar loro aiolo per 

Stabilimento tipografico 



sollevarlo. I popolani se ne ritraggono con fremilo, 
e i soldati usano il bastone contro alcuni di essi. Grida 
di rabbia e di vendetta levansi in un subito per ogni 
parte; e fu qui che il Balilla, giovanetto tintore, si 
china a terra, e dato di piglio ad un sasso voltasi ai 
compagni gridando: che finse ? oh ch'io la rompa: 
parola, dice lo storico, che in quella tronca ed ener- 
gica lingua genovese, significa a un dipresso, Oh, che 
stiam facendo? che non rompiamo la testa a costoro? 
e senza più trasse il magico sasso, il quale fu foriero 
della tempesta veramente spaventevole, che doveva 
in cinque giorni esterminare lutti gli spietati e stu- 
pidi Golia. 

PITTAMULI 

Cinquanta granatieri riparalisi in un'osteria, non 
volevano cedere alla forza dei Genovesi che da ogni 
intorno li circondava. Settecento Austriaci alloggiati 
in Bisagno faceano sforzi inauditi per entrare in ciltà 
per la porta Bomana, e correvano al soccorso dei gra- 
natieri. Essi erano affrontati da fronte, dai Iati e alla 
coda, e fulminati tempestosamente dalla batteria di 
Santa Chiara. Eppure seguitavano a fare grande re- 
sistenza. Quand'ecco ilPittamuli, un ragazzo di dieci 
in undici anni, slanciasi avanti a tulti gridando: La- 
sciate pur fare a me. E presa da una mano una 
pistola, dall'altra una fascina accesa, corre contro 
l'osteria, pianta una palla in petto al primo Tedesco 
che gli si para avanti, poi, entralo con altri ragazzi 
dentro, pon fuoco a tulli i sacconi dei letti. 

I granatieri confusi, sbalorditi, acciecali dal fumo 
e assalili dalle fiamme si danno a saltare qui e qua 
come grilli, poi a gridare come indemoniali di vo- 
lersi arrendere; infine gettano per le finestre armi, 
vestili, se stessi. Allora lutti gli altri corpi di Ale- 
manni che travagliavano la città da levante, impau- 
rili e disordinati si danno in balia del popolo vinci- 
tore, che ne fa una grande e lietissima festa. 

GIOVANNI CARBONE 

La vittoria era conseguita. — Fra coloro che vi si 
erano gagliardissimamente adoperati col senno e colla 
mano, compariva pel primo Giovanni Carbone, gio- 
vine di venlidue anni, servitore nell'osteria della 
Croce Bianca. Niuno fra i celebrati amatori delle loro 
patrie meritò una più splendida corona di lode. 

Avute in mano lechiavi della porta di San Tom-, 
maso, da lui prese, quando a viva forza e con gra- 
vissimo pericolo della propria ne cacciò gli Alemanni, 
si condusse a nomo del popolo al palazzo dove erano 
adunali il doge e i collegi, e levatosi il suo berrettino, 
e inginocchiatosi umilmente a terra, coi panni tulli 
rosseggiami per una lunga ferita fallagli dal ferro ne- 
mico, presentò le chiavi dicendo nel suo dialetto le 
seguenti parole: 

— Signori, queste sono le chiavi che loro signori 
serenissimi hanno dato ai nostri nemici, procurino 
iti aevenire di meglio custodirle. 

Terribile ammonizione (dice il noslro storico) dala 
da un umile garzone di osteria a tanti patrizi di an- 
tico e chiaro sangue. P. Corelli. 
i A Fontana in Torino. 



A4. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(8 aprile 1848) 



^^as^s^£^ 



"tìt^s 




Non senza ragione poniamo in fronte di questa 
pagina il disegno della statua di Balilla del valoroso 
Cevasco. I fanciulli d'Italia fanno a gara per emu- 
lare la gloria del fanciullo genovese che avventò 
pel primo il sasso fatale contro il colosso dai piedi 
di creta; essi furono iniziatori della guerra santa. 

La sera del giorno 9 marzo scorso, trecento ragazzi, 
il maggiore de' quali avea 14 anni,recavansi festevoli 
e baldi innanzi al palazzo vice reale, in Milano, gri- 



dando: Viva Pio IX ! Vivala Repubblica! Si fac- 
ciano avanti i nostri nemici! 

Erano i messaggieri di quel Dio che crea i ga- 
gliardi dai deboli e arma gli agnelli contro i leoni. 

Gli oppressori in su quel subito ne presero sgo- 
mento, ma poi vedendo che ogni cosa tornava nella 
calma primitiva , alla quale succedeva un silenzio 
grave e profondo, si rinfrancarono e sorrisero. Vi- 
dero in quel silenzio l' avvilimento d' una nazione 



103 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



infiacchita nell'ozio tra le delizie; videro il terrore 
e la servitù, figliuoli primogeniti dell'inerzia... Scia- 
gurati ! quel silenzio era foriero della più orribile 
delle tempeste perchè pregna della collera di Dio. 

Passarono alcuni giorni e la tempesta scoppiò... 
Era Dio che combatteva , Dio eh' è U padre della 
virtù e della libertà; Dio che disse all'Italia boc- 
cheggiante, sorgi, combatti e vinci! 

L'eloquenza degli uomini verrà meno nell' esal- 
iare le nuove e quasi divine opere de' Milanesi, i 
quali smorzarono nel sangue la ferocia austriaca e 
di tanto intervallo avanzarono i popoli che seppero 
frangere le proprie catene e vendicarsi in libertà. 
Udite: 

Otto fanciulli, il maggiore de' quali non ha varcato 
il decimo anno, mettono in fuga un drappello di bar- 
bari. — Una donna, Luigia Battistolti, strappa il mo- 
schetto dalle mani di un cavaliere, si pone alla lesta 
di molti giovani, combatte per quattro interi giorni 
con instancabile e miracoloso coraggio, difende un 
caseggiato abitato da 580 popolani e vola sul nemico 
come folgore omicida. — Un giovinetto di appena 
15 anni comballe avanti al castello tra la schiera dei 
più animosi; una palla lo coglie alla gamba; egli 
siede, sconficca con un coltellino dalle carni la palla, 
fascia la gamba colla sua pezzuola e torna a com- 
battere. — Un cittadino avventasi dove è più fìtto il 
tempestare delle palle e più certa la morte : i com- 
pagni ne lo vogliono ritrarre: Avanti! Avanti! ri- 
sponde egli: Non può cadere chi ha il segno di Pio IX 
sul cuore. — Un popolano, padre di molli figliuoli, 
è colpito da una palla nel petto; se la fa strappare 
da quelli che Io circondano, e, nel versare l'anima 
valorosa, prende in mano il piombo, dicendo: Ecco 
l'eredità de' miei figliuoli! ... 

Ma chi può dire gli alli infiniti della grandezza 
dei Milanesi? Essi tulli furono eroi; e lutti ipopoli 
tra i quali è penetrata la luce della civiltà verranno 
un giorno a baciare le pietre della santissima Mi- 
lano, facendo a gara nel tributarle l'omaggio della 
loro più fervida ammirazione e del loro più riverente 
affetto. 

Essi furono grandi nella battaglia, grandissimi nella 
vittoria... Raccoglievano i prigionieri e gli ostaggi 
con pia mansuetudine, ristoravano gli stanchi," sana- 
vano i feriti, parlavano l'accento della pietà e della 
pace, largheggiavano ogni maniera di cure e di 
lautezze. 

Eppure questi prigionieri, questi ostaggi avean 
poc'anzi commesse nefandigie di cui tulli gli annali 
della razza umana non offrono esempi... Furon tro- 
vale intere famiglie inchiodate alle pareti} bamboli 
lacerati per mezzo; prigionieri mutilali a brano a 
brano; strappale dai cranii le cervella, di cui si 
fecero intingoli; alcuni sventrarono, altri corocifis- 
sero, altri abbrustolirono, ad altri cavarono gli occhi... 
Ma a noi rifugge l'animo dall' enumerare questi 



alli che cancellano per sempre il suggello di Dio 
dalla fronte di quel popolo che li commise. 

Solo vogliam dire che l'intera Europa deve so- 
lennemente protestare contro il delirio sanguinoso 
dell'Austria: tulli i popoli cristiani devono gettare 
sovra lei la loro pietra di maledizione. Ella ha se- 
minalo il sangue; raccolga il frutto che dal sangue si 
fruttifica; sia strappata dal ruolo delle nazioni che 
sfregia e vitupera colla sola sua presenza 

Al grido dei Milanesi, gli Italiani sorsero, come 
un sol uomo , frementi d'impazienza , di coraggio, 
di ardimento: uno stesso pensiero li comprendeva; 
una slessa fiamma, come ferro rovente, li abbra- 
ciava: tulli lutti chiedevano armi e volavano sulle pia- 
nure lombarde pel trionfo dell'indipendenza e della 
libertà. I primi a por piede sulla sacra terra erano 
i Lomellini, i Liguri, i Monferrini, e i Piemontesi. 
Essi cominciarono a minacciare e impaurire i bar- 
bari coli' arma potente di Pier Capponi — il suono 
delle campane; poi s'avventarono coi popoli lombardi 
sull'aquila bifronte e furono in tempo di strapparne 
le penne. 

Carlo Alrerto, trasportato da quell'entusiasmo 
sacrosanto, sorse coli' ardimento di chi si sente forle 
della propria potenza e della benedizione di Pio IX, 
e, gittata a terra la vagina della sua spada, giurò 
di non ripigliarla finché il tricolorito stendardo d'I- 
talia non splenderà sulle eccelse velie del Voralberg. 

Pio IX, l'eroe della verità e della giustizia, balzò 
dal suo trono, gridando: Viva Dio! ecco la guerra 
santa ! 

I suoi popoli, invasali dal suo stesso spirito, gli 
si fecero intorno procellosamente sclamando: Armi 1 , 
armi! Padre santo! E il supremo Gerarca giubi- 
lando armava immanlinente 12 mila de' suoi figliuoli, 
e, fortificatili della sua santa benedizione, li inviava 
alla Crociata. Un sacerdote, il Padre Gavazzi, gilta- 
vasi in mezzo alle file di que' valorosi con una croce 
velata di negro, gridando : — Fratelli, questa croce 
io la scoprirò dinnanzi agli occhi vostri quel dì 
soltanto che Italia sarà libera. 11 colonnello Fer- 
rari annunziava ai volontarii che il Pontefice, nelle 
presenti strettezze, non poteva loro assegnare fuor- 
ché lo stipendio di quindici baiocchi al giorno. Il solo 
pane! il solo pane ! risposero i volontari. No! ri- 
prese il colonnello commosso, dieci baiocchi ed il 
pane! Ciciruacchio, il grande popolano di Roma, com- 
parve tra la prima fila armalo di tutto punto. Non 
toglieteci il nostro rappresentante^ la nostra salute! 
grida il popolo affannato. Noi potremmo esser vittima 
di occulti scellerati. — No! disse il Padre Gavazzi. 
Tu sei lo scudo contro il quale si spuntano le armi 
dei nemici di Roma e d' Italia. Devi restare; giu- 
3 ralo ! Il popolano colle lagrime agli occhi, Ebbene, 
sclama, partirà il mio figlio! partirà il sangue mio! 
e giura di non partire. Il padre Gavazzi ne raccoglie 
sulla croce la sacra promessa. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



IC7 



Che- dirò poi delle spontanee oblazioni del popolo 
romano al governo pontificio , per provvedere alle 
bisogne della guerra? Nobili, ricchi, impiegati, mer- 
eiai, pizzicagnoli, tulli accorsero ad offrire il loro 
obolo alla patria. Furon viste fanciulle strapparsi 
gli anelli dalle dita, popolane togliersi dal capo 
l'ago d'argento die ne frenava le treccie, preti dare 
Formolo di tasca-, un umile cappuccino giltare di 
soppiatto uno scudo, poi fuggire per non essere ve- 
duto.... Non ci pare di essere trasportati ai tempi 
più gloriosi dell'antica Roma? 

E cosi fecero i Toscani, così i Napoletani, così 
i Modenesi, così i Reggiani, così i Piacentini. Ma 
non così i Parmigiani L' Italia rifugge dal cre- 
derlo. Si accerta die quel Duca sia slato condotto 
in trionfo per le vie della città; si accerta che gio- 
vani ben azzimati con coccarda tricolore sul pello, 
siansi allelati essi medesimi in vece dei cavalli alla 
carrozza di colui.... Noi ci sentiamo fremere e sa- 
lire i rossori sul volto scrivendo queste parole. 
Sarebbe possibile? Parma, la città gagliarda che 
stette sola contro le immani forze dello svevo Fe- 
derico II, e lo costrinse a fuggire domo e tremante 
dalle sue mura(*), Parma sarebbesi ora posta sul 
capo questa corona d' infamia? Avrebbe incatenala 
se medesima al carro di colui che pochi giorni 
prima la metteva al bersaglio delle bombe? che la 
vendeva obbrobriosamente al nemico eterno degli 
Italiani? Che ha sempre pultaneggiato colla Donna 
di Vienna?... Noi non osiamo crederlo; non osiamo 
pensare ch'ella abbia contaminato il nostro santo 
risorgimento di una macchia così enorme.... Ma se 
ciò fosse, Parma diverrebbe fra noi il simbolo del 
vitupero, perciò dovremmo affrettarci a cancellarla 
dall' italica famiglia. 

Gli Italiani cercano nelle pianure lombarde un 
altro vessillo, quello di Ferdinando di Napoli. Che 
fa egli ? Perchè non si pone alla testa della sua 
bella armata? Perchè non viene a lavarsi nelle onde 
del Po del sangne di Sicilia e di Cosenza? Ignora 
egli forse che nella bilancia di Lombardia sta ora 
riposto l'onore, la gloria, l'indipendenza, la liberta?... 
Questi sono i giorni delle grandi prove dei'principi. 
Guai se stanno sordi all'appello dei popoli!... 

Non s'illudano di soverchio gli Italiani! L'Austria, 
finché avrà un soldato ed un cannone, li manderà 
in Italia per non perdere questa preda che da Ire 
secoli impingua le sue vene. Più di un Legnano in- 
contreremo sui piani lombardi. E dovere sacrosanto 
di tulli gli uomini nati dal Cenisio al Lilibeo di ac- 
correre quivi colle armi per cacciare oltre l'Alpi 
l'oppressore e ripurgare dalla lue austriaca questa 



(*) Daremo in altro numero notizie particolareggiate 
di questo fallo di cui Parma debbe tanto onorarsi. 



terra dalle celesti armonie, dai grandi concetti e 
dalle grandi memorie. 

Sacerdoti, mostratevi degni di quel Sommo che 
offre dal Vaticano gli esempi di ogni sapienza civile 
e religiosa; Egli ha benedetta questa Crociala; ar- 
matevi della sua slessa arme, la Croce; ponetevi 
tra le file de'combattenti infiammandoli con quelle 
parole che Cristo ha registrale nel suo codice eterno. 

Madri, rammentatevi che il sole che riscalda le 
vostre fronti è quello di PIO IX. Additale ai fi- 
gliuoli vostri l'arena militare dalla quale deve sor- 
gere il trionfo degli oppressi e la redenzione del- 
l'intera Italia; non dite loro di quelle parole che 
vanno troppo diritte al cuore e muovono gli affetti 

molli Sospingeteli alla più bella, alla più sanla 

delle guerre 

Donzelle d' Italia, abborrilc dal portare i vostri 
sguardi sulla fronte di colui che fugge i pericoli 
della lolla; il vostro amore sia la corona del valo- 
roso che non teme di spendere la vita per liberare 
la patria comune dalle battiture di una signorìa vio- 
lenta, ladra e barbara la quale vien gridando elio 
i popoli sono povere greggie procreate a ludibrio 
per ogni più aslula e atroce ambizione. 

In bando i troppo teneri affetti! Facciam alla pa- 
tria il sacrificio dei figliuoli, degli averi, di tutto. 
La vita è un' ombra che fugge. Innalziamo a noi 
medesimi un monumento eterno nella memoria dei 
secoli avvenire. Poniamo per sempre un piede sulle 
faville di quel fuoco che accende i gretti e volgari 
odii municipali. La podestà del Valicano, quella che 
già protesse la forte libertà dei nostri Comuni e 
ruppe le catene dei popoli, torna a folgorare in lutto 
il suo raggio primitivo... Essa acciecherà l'esercito 
degli oppressori !.... All'armi dunque !.... Al campo 
dove la ragione combalte contro la forza, la giu- 
stizia contro l'iniquità, 1' arcangelo Michele contro 
satana!... Alla Guerra Santa! Alla Guerra Sanla! 

P. CORELLI. 



GIUSEPPE ZANOJA 

Il secolo decimollavo ricchissimo di falli memo- 
rabili, che colla celerilà del fulmine gli uni succe- 
devano agli altri, produsse pure delle grandi mu- 
tazioni nello stalo politico, scientifico, letterario dei 
popoli. Nel turbine infalli di guerre accanile, mici- 
diali, che dopo la Francia, riuscirono più chea qua- 
lunque altra nazione fatali all'Italia, sorsero per- 
sonaggi potenti per ingegno ad illustrare, ad accre- 
scere co' loro scrini la gloria di quella terra, che 
Apcnnin parte e il mar circonda e l'Alpi. 

Nò ultimo Ira questi collocare certamente si deve 
un nostro novarese, il celebre Giuseppe Zanoja da 



103 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Omegna, filologo profondo, architetto valente, imma- 
ginoso poeta, oratore distintissimo. 

Trovandosi Camillo Zanoja colla moglie Angiolina 
Roberti in Genova per affari di commercio, gli na- 
cque il 19 febbraio 1747 un figlio, cui venne im- 
posto nel battesimo il nome di Giuseppe. Allevato 
con ogni sollecitudine dai genitori in Omegna, ed 
apprese per tempo dal sacerdote Barlolommeo Co- 
moli le intricate regole gramaticali , passò da un 
fratello di sua madre in Piacenza, affine di studiare 
sotto egregi professori l'arte reltorica e la poetica. 
L' indole soave e l'aperto ingegno del giovinetto gli 
conciliarono l'affezione di tutti, e principalmente 
di Roberti, sicché piangenti lo videro dopo due 
anni partire da loro, onde recarsi nel rinomato col- 
legio di S.Alessandro in Milano, a correre lo stadio 
dell'eloquenza sublime e della filosofia. Essendo 
in questo mezzo pressato dai parenti di scegliersi 
uno stalo, vesti l'abito clericale, e con tanta assi- 
duità ed interesse dedicossi alla sacra teologia che, 
lasciali dietro di sé gli altri compagni, fu nella poca 
età di quattro lustri proclamato dottore in quella 
difficilissima facoltà. Sapendo poi il Zanoja che i 
titoli accademici non formano per se stessi gli uomini 
saggi, volle addentrarsi nel diritto canonico affinchè 
la minima parte non gli mancasse di quel sapere 
indispensabile ad un vero ecclesiastico. Meditabondo 
per natura e poeta, stupiva dinanzi alla dignità dei 
templi, alla maestà de'palagi, onde Milano è bellis- 
sima, e sospinto da prepolente inclinazione consa- 
crossi per intero alle scienze esalte ed alla solida 
architettura. Da principio suo padre, per timore di 
perdere un pingue beneficio, cercò di rimuoverlo 
da quel proposito, ma Giuseppe inviandogli il disegno 
di uno stendardo pella chiesa di Omegna ottenne da 
lui soddisfattissimo e del lavoro e dell'argomento, 
di potere liberamente consacrarsi alle arti liberali. 
Ordinato quindi sacerdote, venne chiamato ad occu- 
pare in patria un'esedra canonicale di suo padronato, 
e in quella carica egli seppe mantenersi sempre 
con si rara modestia che a buon diritto riscosse 
l'universale approvazione, né valsero menomamente 
ad insuperbirlo l'onore che dalla curia arcivescovile 
venivagli conferito di consultare nelle gravi contro- 
versie che di quel tempo insorgevano tra la Chiesa 
ed il foro secolare. Personaggi distintissimi venivano 
dalla vicina Lombardia, da Novara per conoscerlo, 
per conversare con lui, ma l'umile quanto dotto mi- 
nistro del santuario accoglieva ciascuno con gentile 
compiacenza, e senza punto far pompa di dottrine, 
edificava i forestieri con modi officiosi, urbani. Ar- 
gomento continuo de' suoi discorsi con essi, n'era 



la grotta memorabile ricordata dall'Amoretti nel suo 
viaggio ai tre laghi, congiunta alla di lui casa-, grotta 
la quale estendendosi per lungo tratto nel Mergozzolo 
mostra che quel monte grandioso posa sovra uno 
strato immenso di arena disciolta da qualche anti- 
chissima alluvione. Il vescovo Balbis Bertone, cono- 
scitore profondo del vero merito, offerse a Zanoja 
un canonicato in una delle due basiliche di Novara 
per adescarlo a rientrare nella sua diocesi, ma egli 
credette bene di non accettare l'onorevole offerta, 
e diedesi alla sacra predicazione, e a celebrare le 
lodi dei Santi della Chiesa. I panegirici da lui falli 
di S. Filippo Neri, di S. Francesco di Sales, e di 
Santa Giovanna Francesca di Chantal mostrano di 
quanta eloquenza fosse l'oratore nostro fornito, e 
l'elogio funebre dell'imperatrice Maria Teresa, de- 
clamato alla presenza dell'arciduca Ferdinando, e 
universalmente applaudilo per la robustezza e libertà 
de' concetti, gli fruttò un canonicato nell'ambrosiana 
basilica di Milano. Appena il Zanoja divenne mem- 
bro di quel venerando collegio combattè da valoroso 
le pretensioni de'monaci che salmeggiavano neh' 
istesso tempio, e in breve furono da lui rivendicali 
i diritti e le prerogative del Capitolo. Fra mezzo alle 
gravi occupazioni dell'arduo suo ministero, non si 
ristette però dal coltivare con felice successo eziandio 
l'amena letteratura. Le commedie che scrisse, e 
principalmente la Capricciosa pentita ebbe l'onore 
di essere più volte replicala sui teatri di Milano e 
di Venezia, e i suoi sermoni vengono per comune 
consenso aggiudicati siccome veri capi d'opera del 
genere satirico, e scrittori dottissimi non dubitarono 
di attribuire uno di essi all'autore del Mattino, fin- 
ché Vincenzo Monti provò che a Giuseppe Zanoja 
e non al Parini apparteneva il vanto di aver rega- 
lato all' Italia il carme sulle pie disposizioni testa- 
mentarie. 

Con forza veramente oraziana scagliasi l'ottimo 
poeta contro quegli sciagurati, che, sordidi ed avari 
nella loro vita, credono poi di comperarsi con lasciti 
pii una fama immortale nel mondo, il paradiso nel- 
1' eternità. Né men pregevole è il sermone contro 
la bruttezza dell'evirazione e l'ingiustizia di coloro, 
che a' suoi giorni pagavano splendidamente quegli 
esseri di genere neutro, i quali mandavano per gran 
foce di bocca un fil di voce. Nella pittura eziandio 
colse il Zanoja un bel lauro dipingendo all'acqua- 
rello Eloisa al sepolcro di Abelardo, un Trappisla 
che si cava la fossa, e finalmente una Casa assalita 
da' masnadieri. Ma il suo genio più che a qualunque 
ramo artistico portavalo a coltivare con passione 
straordinaria l'architettura, e le decorazioni nel pa- 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



1(9 



lagio de'Borromei in Milano da lui disegnate, ed 
altri bellissimi lavori testimoniano la valentia del 
Zanoja in quell'arte nobilissima. 

Fondata da Napoleone un' accademia di belle arti 
in Milano, il nostro novarese fu creato professore di 
architettura teorica, segretario dell'accademia slessa, 
ed architetto slipendiario della fabbrica del Duomo. 
I discorsi, che egli nella qualità di segretario pro- 
nunciava nella distribuzione de'prcmii, ammiravansi 
lutti dallo scelto uditorio e per la forza dc'pensieri 
e delle prove messe in campo dal facondo oratore, 
onde provare l'argomento da lui preso a trattare. 
Essendo i principali professori dell'arte architetto- 
nica chiamati a presentare un disegno per l'esecu- 
zione della facciata del Duomo, fu dalla Commissione 
a tal fine riunita, data la preferenza a quello del 
nostro novarese. Insliluitasi poscia in Milano la ma- 
gistratura degli edili, fu pure chiamato il Zanoja a 
far parte del dotto consiglio, ed egli il primo di- 
mostrò la necessità di dirizzare le vie tortuose della 
vasta metropoli Lombarda. Fra le opere però archi-, 
tettoniche innalzale da quel multiforme ingegno, 
tiene senza dubbio il primato la Porta Nuova di 
Milano, monumento, a dir vero, grazioso, sorpren- 
dente. Anche Novara possiede lavori del suoZanoja, 
siccome sono la Cappella di S. Agapito in Maggiora, 
e l'altare di S. Lorenzo nella nostra chiesa ma- 
trice. Sebbene mostrato non siasi mai il Zanoja adu- 
latore de' grandi, veniva cionondimeno con piacere 



ammesso alle loro conversazioni, e la slima e l'ami- 
cizia godeva del conte di Breme e del generale Sa- 
vran. Infermatosi nell'anno settantesimo della sua 
età, spirava in Omegna il giorno 16 ottobre 1817, 
ed era onorevolmente sepolto in un oratorio di suo 
patronato. Un amico del cuore, il signor Paltoni, po- 
nevagli un marmoreo monumento con questa epi- 
grafe : 

IOSEPIIO • ZANOJA 

VEMEKIEKSI 

AMBROSI A1S A E . BASILICAE 

PATRI AEQ VE . COLE . CANONICO 

ORDÌ MS . COROTSAE . FERREAE 

EQVITI 

LONGOBARDORVM . ART1VM . ACCADEMIAE 

CA1S CELLARIO . PROFESSORI 

THEOLOGO . ORATORI 

A-RCHITECTORI . POETAE 

EXIMIO 

KAROLVS . ATSTOINIVS . PATTONI . CAN. 

AMICYS . AMICO 

P. 

V1XIT . AN. LXX . ME1NSES . Vili 

OBIIT . XVIII . KAL. 

NOVEMBRI S . MDCCCXVII. 

Felice Dattiom. 



Non è nomo che non ami conoscere le più minute particolarità di Pio IX, di questo eroe della 
bontà e della riconciliazione, che crea dagli umili i forti e mette la Croce alla testa del progresso 
e della libertà dei popoli. Riportiamo perciò con vivo piacere alcuni aneddoti della vita di quel Sommo, 
tolti dal libro ROMA E PIO IX del benemerito Alfonso Ballexjdier (1). 

POLIZIA OCCULTA DI PIO \\ 



PIO IX infiammato dell'amore del suo popolo, non 
lascia indietro veruna particolarità del suo governo. 
Egli veglia e pensa a lutto, conducendo le più 
piccole e le più grandi bisogne, senza che le une 
rechino nocumento alle altre. La sua viva e costante 
sollecitudine si stende sui più poveri dei suoi sud- 
diti e soprattutto sui poveri vergognosi. Creò a bella 
posla per essi una polizia occulta, della quale tiene 
in mano tulle le file, governandole con mirabile 
sapienza. 



(1) Di questo libro leggiadramente tradotto sia per 
uscire dallo Stabilimento Tip. di Alessandro Fontana la 
terza edizione con aggiunte importantissime di anonimo 
italiano sino alla Costituzione Romana. 



Uno dei suoi segreti agenti, atlraversando il ghetto, 
vide una bella giovinetta sguizzare misteriosamente 
nella bottega di un ebreo, e potè seguirne tulli i 
movimenti senz'essere avvisalo. Essa vendette una 
croce d'oro alla quale senza dubbio dava un gran 
prezzo perchè la sua mano tremava nel riceverne il 
danaro e i suoi ocelli si bagnarono d'una lacrima. 
Dovea ben essere infelice per spogliarsi in lai guisa 
d'un ornamento sacro per tulle le donne romane. 
L'agente secreto si trovava sulla Iraccia d'una bella 
avventura pel sUo augusto signore e determinò di 
condurla a buon fine. La giovinetta uscendo dalla 
bottega dell'ebreo corse immanlinenle presso un 
fornaio a comperare un grosso pane che nascose 
sotto il grembiale, poi ritornò, sempre correndo, 
nella via deserta ove abitava. L'agenle non l'avea 



no 



MUSBO SCIENTIFICO, LETTERARIO KD ARTISTICO 



perduta di vista, e le tenne dietro lungo una scala 
oscura e tortuosa ch'ella saliva senza dubitare di 
essere spiala. Giunta sul pianerottolo, ella aprì un 
usciolo che, nella fretta, non pensò di serrare. Quivi, 
in una camera nuda, una vecchia donna inferma, 
languiva di fame. 

— Prendete, mia buona madre, le disse la figliuola 
entrando, ecco del pane, mangiate. 

— E tu, mia fanciulla, le rispose la vecchia divo- 
rando il pezzo di pane che riceveva, perchè non 
mangi mai? 

— Oh! i o , è differente; ho desinato in casa di 
una delle mie compagne, e non ho fame. — Con- 
tenta della sua ingegnosa menzogna, la povera fan- 
ciulla, morendo anch' ella d'inedia, aggiunge: 

— Rincoratevi, mia madre, si dice che il lavoro 
diverrà abbondante; Pio IX, nostro buon padre, ha 
dato ordini per tale effetto... Voi non avete più fame; 
via consolatevi; Iddio buono non ci abbandonerà, 
Pio IX veglia su noi. — Avea appena finite queste 
parole, che una moneta d'oro coli' effigie di Pio IX 
cadde a' suoi piedi } ella si slanciò verso l'uscio, 
ma l'agente protettore era scomparso. — Voi vedete, 
mia madre, che Iddio si commosse a pietà di noi, 
ripigliò ella facendo brillare a' suoi occhi la moneta 
d'oro, ci vengano ora dire che non si fanno più 
miracoli! — Quest'avventura diverti assai Pio IX, 
il quale volle conchiuderla egli slesso. 

Fece ricomperare la croce venduta la sera avanti 
e la rimandò alla giovinetta con cinque monete d'oro 
accompagnate dalla presente lettera: 

« Mia cara figliuola, 
« Voi aveste ragione di sperare in Dio. Egli non 
« abbandona giammai la pietà filiale. Voi avete ra- 
gione di sperare in Pio IX ^ egli veglierà affinchè 
«vostra madre e voi non moriate di fame ». 



PIO IX — GIULIA E BEPPO 

Pio IX dissuggella egli slesso tutte le lettere in- 
dirizzale a lui. Un mattino gli pervenne la seguente: 

« Santissimo Padre, 
« Simile a Dio buono, di cui siele il degno mini- 
stro, Voi possedete nel cuore un tesoro di miseri- 
cordia. Ed è appunto al vostro cuore che io giovi- 
netta infelice, ardisco oggi indirizzarmi. Sono cinque 
mesi che io, povera fanciulla, ebbi la sventura di 
credere a parole che non avrei dovuto mai ascol- 
tare, ma la bocca che le pronunziava era così bella, 
così dolce ! Una sera, abbandonai Napoli, mia patria, 
che di cerio non rivedrò più. Mia madre, avvezza 
a portarmi ciascun mattino i suoi baci al mio de- 
starmi, mi ha senza dubbio maledetta allorché trovò 
il mio letto vuoto e deserto. Epperciò io vengo a 
dimandare, il vostro perdono, quello di Dio e la 



grazia di seppellire la mia vita in un convento di 
Homa nelle lacrime del pentimento e nell'espiazione 
della penitenza.» ~ 

1 «GIULIA.» 

L'indirizzo della giovine era in calce di questa 
lettera portante in più luoghi la traccia di molle 
lacrime. Pio IX mandò subilo a cercar Giulia. La- 
grimando e occultando la- faccia tra le pieghe del 
suo velo nero, la giovine Napolilana comparve di- 
nanzi il sovrano Pontefice. 

Pio IX dandole coraggio, disse: — Non è un giu- 
dice che vi ha fatto chiamare; è un padre che vi 
perdonerà se, come l'avete scritto, voi siele since- 
ramente pentita. Alzate il vostro velo. 

La Napolitana alzò il suo velo e lasciò vedere una 
sembianza sfolgorante di bellezza, malgrado le la- 
crime e la disperazione che la oscuravano. 

II Papa si fece narrare la sua storia: era quella 
di tutte le giovani le quali, ascollando la voce del 
loro cuore e non quella del dovere e della ragione, 
sacrificano la vita al capriccio di un desiderio, al 
sogno di un' immaginazione ardente e passionata. 
. Il fallo che aveva commesso era enorme, im- 
menso, nun irreparabile tuttavia. Pio IX, lo com- 
prese, appena ebbe scandaglialo con un colpo d'occhio 
la grandezza del male e la profondila della piaga. 
11 giovane che avea rapilo la fanciulla Napoletana 
non era assolutamente colpevole; egli apparteneva 
a una famiglia nobile, ma di poche fortune, la quale 
soggetta, come tutta la nobiltà napoletana, ai pre- 
giudizi! di ciò che chiamasi cattivo parentado, ne- 
gava il suo assenso all'unione del proprio figliuolo 
colla figlia d' un plebeo, ricco bensì, ma senza titoli 
e senza gradi. 

— Dove abitale mia figliuola? le chiese il sovrano 
pontefice. 

— Abito in una stanza mobiliala che abbiamo ap- 
pigionata nel Corso. 

— Sola? 

— No, santissimo Padre. 

— Con lui, di certo. 

La giovine non rispose, ma il suo silenzio equi- 
valeva all'affermazione. 11 Papa ripigliò: 

— L'amate voi? 

— Meno che Dio forse, ma più di me slessa. 

— Avete fiducia in me? 

— Più che non n'ebbi per mia madre. 

— Allora voi non tornerete più al Corso, io vi 
farò condurre al convento per qualche giorno sol- 
tanto, quivi pregherete Iddio affinchè vi perdoni 
come io vi ho perdonala. 

La sera, allorché la giovine più calma e più ras- 
segnala entrava nel convento, Pio IX interrogò 
Beppo, sconsolalo come Giulia, dell'ostacolo insor- 
montabile che opponevasi al suo matrimonio. 

— Amate voi Giulia? gli chiese il Papa. 

— Quasi come Dio, rispose Beppo. 



SCKLTA RACCOLTA 01 CTILI B BVARUTR NOZIONI 



111 



— Per un giorno forse? 

— Pel tempo e per l'eternità. 

— Sentite in voi la forza di renderla felice ? 

— A spese della mia propria felicità. 

— Lo promettete? 

— Lo giuro. 

— Sul vostro onore? 

— Sopra questa croce, gridò Beppo accennando 
la croce d'oro del sovrano Pontefice e gettandosi 
a' suoi piedi. 

11 Papa alzandolo gli dimandò il nome della sua 
famiglia e lo congedò, dicendogli di tornare fra otto 
giorni. 

Passali gli otto giorni, all'ora slessa, egli trova- 
vasi al cospetto del sovrano Pontefice il quale pieno 
di allegrezza gli disse: 

« L'ostacolo che opponevasi al vostro matrimonio, 
« sparì. Ogni cosa è possibile a Dio, il quale non 
« riconosce altra nobiltà fuor quella che la virtù 
a stampa nei cuori. Ho ottenuto il consenso della 
« vostra famiglia. Fra quindici giorni voi sarete lo 
a sposo di Giulia. » 



Nel punto istesso, Giulia inviala al Quirinale, si 
presentò davanti a Pio IX. Poco mancò che smar- 
risse i sensi alla vista di Beppo. 

« Calmatevi, le disse il sovrano Pontefice. Voi po- 
« lete guardare oggi senza arrossire colui che tiene 
« la cima de' vostri affetti, perchè questi alfelti sa- 
« ranno ben tosto legittimali. Ho ricevuta una lettera 
« di vostra madre , ella vi ama sempre e vi perdona 
« il dolore che le avete cagionalo. La sua dispera- 
« zione la trasse quasi al sepolcro, ma ora sia bene. 
« Voi la vedrete Tra quindici giorni, perchè ella deve 
« venire a Boma per assistere al vostro matrimonio 
« che avrà luogo a tal' epoca con Beppo. I suoi pa- 
« renti acconsentono a riconoscervi e ad amarvi 
« come la loro propria figliuola. » 

Giulia rientrò nel convento e Beppo nel suo ap- 
partamento del Corso per trovarsi quindici giorni 
dopo, alle ore quattro del mattino, nella Chiesa della 
Madonna degli Angeli. Quivi nella cappella della Ver- 
gine, e in presenza de' loro più inlimi parenti, ricevet- 
tero dalla mano d'un sacerdote la benedizione nuziale. 

Il sacerdote era Pio IX. 



FRA GIROLAMO SAVONAROLA 

STOBIA DEL SECOLO XV di PIETRO CORELLI 

Essendo imminente la pubblicazione di questa storia, il lettore ci perdonerà se, vincendo per questa 
volta quella modestia che non deve mai scompagnarsi da uno scrittore, noi osiamo ptibblicare in questo 
giornale, di cui siamo il Direttore, la prefazione di questo nostro libro (1). 



Il lettore assennato, nell'aprire questo libro, non 
si sgomenti deb nome di romanzo. La storia, quella 
che veramente merita di essere chiamata con que- 
sto gran nome, è qui conservala religiosamente 
intatta. 

Vuoisi lodare la generazione presente che ama 
tale specie di libri; perchè anche l'austero Foscolo 
sapientemente gridava che un romanzo può alta- 
mente iniziare i men dotti nel santuario della storica 
filosofia. Ma lo scrittore che pon mano a cotali 
opere, deve tremare dal travisare i fatti; la verità 
li raccolse sotto le sue grandi ali; sarebbe rea in- 
sensatezza il toccarli. 

Da questa sacra legge non mi sono dilungalo nel 
descrivere i casi di Oliviero Capello; così fo nel 
Savonarola ; e così farò finché la fortuna mi la- 
scierà correre questo arringo con forte e corag- 
giosa libertà. 

Alcuni proclamano il Savonarola santo e martire, 
altri ambizioso ed eretico. Le tenebre che i tristi 



(1) L'Opera è divisa in cinque volumi; e ne uscirà 
uno ogni mese. — Il primo sarà pubblicato nel aprile 
corrente. — Editore Alessandro Fontana. 



addensarono su quel capo venerando, crebbero col 
crescere degli anni; i moderni non seppero o non 
vollero squarciarle; il Carle e il Bio con quelle sot- 
tigliezze e astrazioni caliginose che invadono ora 
eziandio i dominii della storia e dell'arte, corrup- 
pero per avventura maggiormente la verità. Lungo 
da me la presunzione di enlr"are innanzi ai valorosi 
che mi precedettero in queste ricerche. Io lascierò 
parlare i fatti ; e da questi, nutro fiducia, emergerà 
intera la luce del vero. 

Ho visitalo Firenze ! ho respiralo dieci mesi 
quelle aure nelle quali riardono ora le faville di 
quel fuoco immortalo che animò il Savonarola nei 
pericoli della gloria, negli amori della religione e 
della libertà, nell'accanimento delle persecuzioni, 
nelle angosce della tortura e nella morte atrocissima. 
Ho lungamente meditato le sue prediche, i suoi ser- 
moni e gli altri suoi scritti, in lutti i quali discorre 
spontanea, feconda e larghissima la vena dell'affello, 
e che l'Italia per sua vergogna lascia sepolti nella 
polvere delle biblioteche, preda ai tarli. Ho inter- 
rogalo quei luoghi che echeggiarono della sua parola, 
la quale ora fu la folgore che atterra i polenti ed 
tiranni, ora l'alito consolatore che placa le tempesto 
dei tribolali, sempre ministra del Vangelo, eh' è il 



112 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTEUARIO EU ARTISTICO —SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



codice della libertà. Ho sospirato visitando la sua 
cella nuda di ogni ornamento e severa come la sua 
anima istessa ; ed ho pianto sedendo a lungo nella 
carcere angustissima dove si racchiusero i gigan- 
teschi pensieri di lui. Finalmente mi sentii stringere 
di raccapriccio innanzi al quadro del contemporaneo 
o attore Mariotto Albertinelli , raffigurante il suo 
supplizio (1). 

Dopo ciò, se mi riuscirà di trasfondere in chi mi 
legge una parte de' sentimenti che provai io mede- 
simo, le mie fatiche, le mie vegfie e i miei pali- 
menti avranno un nobile guiderdone, perocché allora 
oserò accogliere la certezza che l'Italia (la quale 
troppo spesso calpesta i suoi grandi, lasciandoli in 
preda alla barbara intolleranza degli appuntatori e 
dei codardi) collocherà finalmente Girolamo Savona- 
rola in quel seggio che gli è dovuto. 

Già lo dissi in altre mie opere; non la fama, ma 
il solo sentimento del bene mi conduce. E qual altra 
guida debbono cercare gli Italiani nelle presenti loro 
contingenze? Tutti, postergate le invidie volgari, le 
pazze superbie e le libidinose vanità, congiunti di 
mente e di cuore, dobbiamo portare una pietra all'e- 
dificio della nostra nazionale rigenerazione.... Il Sa- 
vonarola predicava, sono ormai quattro secoli, fra i più 
gravi pericoli di morte, la le'gge dell'amore, della 
carità e del sacrificio, legge barbaramente conculcala 
dagli oppressori, intenti in ogni tempo a soggiogare 
la forza e la santa intelligenza dell' uomo. Imi- 
tiamolo !... 

Oh giovani miei confratelli ! A voi mi rivolgo sin- 
golarmente. Ricordiamoci di quel Grande che apriva 
l'era novella esortandoci alle storie perchè niun po- 
polo più di noi può mostrare, né più calamità da 
compiangere, nò più errori da evitare, nò più virtù 
che ci facciano rispettare, né più eccelse anime degne 
di essere liberale dall' obblio. Ricordiamoci che dal 
culto delle memorie antiche e religiose s'infiamma 
l'amore di patria , e che da questo culto, risorto per 
l' opera di caldi e generosi intelletti, più che da qual- 
sivoglia altra cagione, tragge origine quel desiderio 
di fratellanza, quel sentimento vivissimo di nazio- 
nalità, diffuso ora per tutti i popoli d'Italia. 

I tempi ci corrono benigni. La tirannide vede i 
suoi troni spiantati come fuscelli, e le sue corone 
portate via dal vento come foglie ingiallite. Le pa- 



ti) Questo quadro è posseduto dall' egregio pittore 
restauratore Antonio Giampieri , e illustrato con molto 
senno dal fiore delle donne gentili , Elvira Giampieri , 
madre di quell'Isabella Rossi-Gabardi, a cui l'altezza del 
cuore e fomite dell'estro, e in cui più che l'ingegno vivi- 
dissimo e potente vuoisi ammirare la bontà e quella mo- 
destia la quale, secondo il Vico, è virtù di grandi animi 
liberali ed eroici. 

Stabilimento tipografico 



stoie son rotte. Le gagliarde e sacrosante aspirazioni 
dell'anima non sono più chiamate un delitto; non 
sono più soffocate e spente da una mano di ferro. 
Diamoci alla vita del pensiero ; amiamo il bello, per- 
chè da esso vengono ai forti ingegni le più alte in- 
spirazioni del vero; non leviamoci in boria impor- 
tuna pel nostro sapere-, non è più sapere (grida il 
Divino che scrisse la Scienza Nuova) se non è ge- 
neroso. 

Più di tutte le nazioni (giova ripeterlo) la nostra 
ha bisogno di passioni magnanime, di opinioni giuste 
e non fiacche, di una carità non ambiziosa , non 
tumida, non operatrice d' inutili cose. A coloro ai 
quali si volgono le nostre parole inspiriamo una for- 
tissima pertinacia di volontà ; senz'essa tutto è in- 
certo e ondeggiante; inspiriamo l'energia delle 
grandi virtù cittadine e de' sacrifici sublimi sull' al- 
tare della patria; inspiriamo l'unione, l'unione, sem- 
pre l'unione. 

Prosterniamoci al sepolcro di Dante ! Egli fu 
l'amico della patria e del vero, il poeta della storia, 
il cantore della rettitudine e della religione. Impa- 
riamo da lui che non è eloquenza senza verità e 
senza dignità, emuliamone la slorica fedeltà e la li- 
bertà del pensiero ; insegniamo col suo esempio che 
ogni letteratura è inefficace, anzi peggio che inutile, 
se non sgorga dal cuore, se non parla ai contem- 
poranei, se non si fa interprete solenne dei bisogni 
che premono e dei desideri! che ardono nei noslri 
petti. P. Corelli. 



Riproduciamo volentieri il seguente-sonetto, il quale 
ci pare assai bello non meno per il concetto che per 
la forma, cui non rifiuterebbe lo slesso difficilissimo 
Foscolo. 

A VINCENZO GIOBERTI 

SONETTO 

Tu che in estranio suol coll'occhio intento 
Alla culla naia!, meglio di esperto 
Condottier, dell'Italia il passo incerto 
Con libero guidando e franco accento, 

Fede spargesti e amore ; oh fra il concenlo 
Di mille voci, onde si plaude al merlo 
Del sommo Pio, dell' immortale Alberto, 
Odi il grido d'un popolo redento, 

Che del tuo nome esulta : e non più il sole 
D'Italia nostra adombri un'empia guerra: 
Che al profetico suon di tue parole 

Sciolta dai lacci in cui giaceva avvinta, 

Sorge potente alfìn la patria terra, 

Libera sempre o vincitrice o vinta. 

A. Lavini. 
di A. Fontana in Torino. 



15. 



MUSEO SCIENTIFICO , ecc — Anno X. 



(15 aprile 1848) 



FRANCESCA E PAOLO 



GRUPPO DI GAETANO MOTELLI 




L'anno scorso all'Esposizione di Belle Arli in 
Milano gran folla soffermavasi, ammirando, avanti 
al presente gruppo. La quasi somiglianza di espres- 



sione impressa sulla fronte di quelle anime eterna- 
mente congiunte, il loro ansiarsi, i labbri vivi di 
parola fluente, lo slancio, l'abbandono, tutta insomma 



114 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



la persona t' illudono al segno che ti par veramente 
udire i versi sublimi che Dante fa loro favellare in 
risposta al suo grido affettuoso. 

Quando un artista, scrive un uomo d' ingegno, 
li pone sott'occhio una statua, la quale, perla na- 
tura del moto, per la semplicità del carattere, per 
la espressione della testa e per l'armonia dell'in- 
sieme li parla al cuore, tieni ferma opinione essere 
opera degna; dacché per conseguire simile intento, 
si richieggano mente arguta nel concepire e fa- 
cilità di mezzi per operare. 

E chi non chiamerà opera degnissima questa del 
Motelli, nella quale splendono così mirabilmente le 
succennate qualità? Poteasi forse meglio informare 
il sasso della fervida slampa dell'anima? Poteasi 
forse condurre quel panneggiato con più intelligenza 
e maeslrevolezza? Poteasi meglio raggiungere la 
squisitezza del nudo, eh' è pur sempre la più cara 
ma la più difficile parte della scollura? 

Il Molelli è uno degli artisti che meglio onorano 
la scollura, arie per la quale oggi V Italia ha 
vantaggio sopra tutte le nazioni d' Europa. Egli 
ha animo disposto ad accogliere ogni più cara e 
sublime immagine di bello, e potenza a manife- 
starlo degnamente. Egli si mostra irradialo di quella 
fiamma prepotente che chiamasi amore, senza la 
quale l'arte, diceva il Sabatelli, è nulla. La sua 



vita è feconda d'avvenire e potente di forza. Indirizzi 
ora i suoi pensieri e i suoi affelti ad opere che 
mantengano non solo l'amore dell'eccellenza dell'arte, 
ma siano sprone a magnanime azioni. 

Le arti crebbero e fiorirono anche quando la ti- 
rannide assiderava i cuori degli uomini e ne com- 
primeva lo slancio generoso. Nei secoli -di Augusto, 
del Magnifico Lorenzo, di Leone X e di Luigi XIV, 
esse adornaronsi di un'aureola \ì cui splendore non 
venne meno giammai. Ma a quale altezza non do- 
vranno esse levarsi ora che il genio della libertà 
diffonde per la nostra terra i semi d'una vita nuova, 
varia e gagliarda !... Deh! per Dio! manifestino final- 
mente la divinità della loro origine. Cessino dal 
prostituirsi avanti all'idolo infame dell'oro, si fac- 
ciano interpreti dei sentimenti magnifici della reli- 
gione e della patria, si facciano compagne dei trionfi 
di quella libertà, di quell'indipendenza, di quella fra- 
tellanza che partoriscono ora i più stupendi mira- 
coli... Allora cesseranno le dolorose querele di molli 
che accusano l'artista di poco amore di patria, inlento 
solo a riprodurre nel marmo o nella tela quella qual- 
sivoglia immagine che ha accolto nell'animo, senza 
badare a un grande ufficio: quello cioè di farsi mae- 
stro di ben operare ai viventi, d'infiammare gli spiriti 
dei buoni cittadini a ben meritare della patria. 

P. CoRELLI. 



& 5>2S^?a© <aa®&2>&SJ2 



11 cielo vi ha di certo somministrala la forza a 
vincere le infermità degli anni e la pervicacia della 
rea fortuna, perchè voi, prima di scendere nel se- 
polcro al quale da lungo tempo anelale, siale ralle- 
grato dalla vista della palria comune sedula su quello 
splendido trono che le si spella, e perchè vibriate 
ancora una volta le folgori della vostra eloquenza 
conlro que'lrisli che vorrebbero sfregiarne la corona. 

I vostri concittadini, immemori della loro antica 
grandezza e virtù, si coprirono di una macchia e- 
norme in faccia all'intera Italia, in faccia a queir 
incomparabile PIO che voi chiamate uomo stupen- 
dissimo e benefattore straordinario del genere umano. 
Essi lambirono con incredibile impudenza e delira- 
mente quella mano che stillava ancora del loro san- 
gue, e che sarebbe pronta tuttavia a strozzarli e 
venderli come vilissimo armento se Iddio, per ca- 
stigo della pravità degli uomini, volesse che la forza 
brutale e l' IO dei re prevalessero ai diritti dell'u- 
manità. Essi incoronarono quella tesla, la quale non 
seppe mai altro girandolare fuorché arzigogoli e an- 
dirivieni per trarre danaro dalle borse dei popoli e 
rapire le sostanze sudale delle vedove e dei pupilli. 
Non è parola che basti a sollanlo accennare il 
dolore che tutta Italia sente per questa colpa di un 



popolo che in tempi non lontani andò famoso pel 
suo fiero abborrimento conlro ogni ladra e straniera 
signoria, e che è tuttora celebralo fra noi per eccel- 
lenza d'ingegno, per sanità di giudizio, per libertà di 
animo intollerante d'ogni ipocrisia e per zelo sapiente 
di religione. No! l'Italia non polrà dirsi rigenerala, 
finché la pianta malefica di un principe che la dileggiò 
ed offese due volte, adugge e intristisce la nostra sacra 
terra. Per colui il quale comperò dallo straniero le 
catene onde aggravarne i suoi popoli, non rimaneallra 
via fuor quella di cancellare il proprio nome da tulli 
gli slemmi della sua casa e mescolarsi sconosciuto 
Ira i gregari dell'Austria.... 

Deh ! venga in soecorso de' vostri concittadini la 
vostra calda, libera e splendida parola... Se furon 
guasti e forviati da un senso angusto di grello e reo 
municipalismo o dalla fantasia predominante alla 
ragione, aprite loro gli occhi, traeteli a sanità... Ai 
lanti titoli di ben giusta gloria, aggiungete il più 
sacro; quello di redimere un popolo dall'obbrobrio. 

Io intanto, per invitarli a seguitare le vestigia 
dei loro padri grandissimi, descriverò un fallo che 
solleva Parma del secolo XIII ad un'invidiabile al- 
tezza. Non vi 6piaccia di farlo leggere a quanti co- 
minciano a sentire vergogna di essersi avvoltolali 
nel brago dei sostenitori del Borbone; e Dio vi salvi! 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



115 



PARMA E FEDERIGO II 

Come tulte le città lombarde, Parma dopo la pace 
di Costanza si governava a repubblica, reggendosi 
ora per consoli, ora col mezzo di podestà scelli 
nel numero dei proprii cittadini. L'anno 1205, dopo 
Rolando Rossi e Guido Lupi, sicuramente parmigiani, 
la podesteria fu conferita a Matteo da Correggio. Più 
anni dopo, cioè nel 1258, venne data a Gherardo, 
altro de' Correggesclii. 

Mal tollerando le vessazioni dell' imperatore Fe- 
derigo 11, nelle cui mani era caduta, Parma met- 
teva ogni mezzo per liberarsi dall' oppressione 
straniera. Federigo slesso, benché maestro profondo 
nel dissimulare, accese la favilla dalla quale scoppiò 
il grave incendio. Teneva egli nello esercito Ber- 
nardo di Rolando Rossi; cavalcando un giorno in 
sua compagnia accadde che il cavallo di Rolando 
inciampò: al che Federigo prendendo parola: Ber- 
nardo, disse, il vostro cavallo inciampa; non du- 
bitale, uno donar ve ne voglio da cui temer non 
potrete mai posto il piede in fallo. L'ironia, colla 
quale vestì colali parole, fece avveduto abbastanza 
il Rossi, lui intendersi del patibolo che gli andava 
minacciando; per lo che infiammalo di sdegno, si 
fuggi a Parma, e unitosi a Gherardo da Correggio, 
il quale per le sue forti e cittadine virtù erasi novella- 
mente meritala la carica di Podestà, la sollevò, to- 
gliendola alla feroce oppressione di Federigo. 

Proruppe questi in terribile escandescenza-, e da 
Pisa, ove Irovavasi scomunicalo il 17 luglio 1247 
e dichiarato privo dell" impero e di ogni altro suo 
regno, si volse a Parma con tale e sì tremendo 
apparalo d'armi , che la parte guelfa formala dai 
Correggeschi, dai Rossi, dai Lupi e dai Sanvilali, 
conoscendosi impolente a resistere a tanta tempesta, 
ricoverossi a Piacenza. Federigo s'insignorì di Parma, 
e mandò i soldati di essa sotto le bandiere di Enzo 
suo figlio bastardo, che, per la eredilà procaccia- 
tagli di Torri e Gallura da Adelaide sua moglie, 
avea dichiarato re di Sardegna. 

Ma i parmigiani fuorusciti in Piacenza erano con- 
citali dal desiderio ferventissimo di sottrarre la pa- 
tria dagli artigli del tiranno straniero; né andò guari 
che la fortuna si mostrò propizia ai magnanimi. 
Enzo, lascialo dal genitore a custodia di Parma, do- 
vette partirsene onde rinforzare l'assedio al castello 
di Quinzano, nel territorio di Brescia} i fuorusciti 
non posero tempo in mezzo, e bene ordinati vennero 
alla volta di Parma, correndo il di 15 di giugno. 
Li accompagnava (come accenna il Corio nella storia 
di Milano, parte seconda) il Legalo Gregorio da 
Monlelungo, il quale, per recare soccorso a Parma, 
si partì da Milano, alla testa di mille cavalli. Volò, 
per le sollecite spie, la nuova di tal mossa al podestà 
creato da Federigo, che rapidamente con furia moltis- 
sima fece suonar all'armi. Attaccatasi la mischia al 



Borghelto del Taro, furono tosto prostrali e morti il 
podestà e gli altri suoi compagni ghibellini; e i fuor- 
usciti guelfi entrarono trionfanti in Parma. Avvertito 
della sconfida, il re Enzo venne al Taro col Carroccio 
de' Cremonesi, e di là volle assalir Parma; ma ne 
fu vergognosamente fugato, come ne assicura il 
Fiamma. 

L'imperatore Irovavasi allora innanzi a Torino, 
dove erasi condotto per la speranza di aver nelle 
sue mani il papa Innocenzo IV, della famiglia Si- 
nibaldo Freschi, il quale aveva rinnovalo contro Fe- 
derigo la scomunica di Gregorio IX, e gli intimava 
un consiglio generale in Leone, invitandovi cardinali, 
vescovi, e lo stesso Federigo che vi mandò legali. 

Ricevuta la funesta notizia, abbandonò il disegno 
d'impadronirsi del papa al suo ritorno di Francia, 
e venne a congiungersi coli' armala del figliuolo, già 
battuta dai Parmigiani. Ingrossavano l'esercito suo 
i Pavesi, Ugo Botteri nipote del papa (tentato in- 
darno con lusinghe e promesse dallo zio a slaccarsi 
dai ghibellini), ed Ezzelino, che raccolta vi aveva 
dilla la tiranneggiata Marca Travegiana. S'unirono 
a renderlo formidabile Modanesi, Reggiani, Toscani, 
Bergamaschi, numero infinito di Saraceni venuti da 
Puglia, il marchese Manfredo Lancia, Pietro di Ca- 
labria, Uberto marchese Pallavicino, Taddeo da Sessa, 
e Federigo di Antiochia, conte d'Alba, vicario di 
Toscana, altro figliuolo bastardo dell' imperatore. 

Il fiero esercito marciò di qua del Taro il di 2 
agosto 1247. Fissò le tende entro un vallo circon- 
dato di fosse, e die principio all'assedio. 

Qui ebbe luogo un fatto che onora altissimamente 
il parmense coraggio, degno di offrirsi in ogni tempo 
all'ammirazione degli Italiani, affinchè questi ne 
sappiano trarre utili lezioni. 

Federigo da furiosissima ira accecalo, diffuse in- 
torno lo spavento e la morte; rubò ed arse le cam- 
pagne, e insanguinò le montagne, i cui castelli, o 
per forza o per inganno, riduceva in propria podestà. 
Premendogli di tórre a Parma ogni comunicazione 
con Ferrara e Mantova, città amiche dei Parmi- 
giani, ordinò ad Enzo ed Ezzelino di scorrere il ter- 
ritorio di Parma sino a Bruscello; e questi due ful- 
mini di guerra tanto fecero e combatterono, che 
presto l'ebbero in loro balìa, e devastatolo furiosa- 
mente col fuoco, atterrarono il ponte del Po, dal 
quale veniva soccorso ai Parmigiani, imprigionando 
e sgozzando buona parte di coloro che eranvi a cu- 
stodia (*). 



(*) Così si esprime Pier delle Vigne in un'epistola im- 
periale, toni. I., Uh. II., eap 37. « Debellata viriliter, et 
« concremata Brusrdli, qui locus est in ripa /lumini* 
a Padi, nude ad Parmense* per Mantuanos ci Ferrarien- 
« svs pcrsccpc victualinm, satin et aliorum necessario/rum 
« munitio ferebatur ». 



HG 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



Per vincer Parma, Federigo non solo commise 
ogni maniera di crudeltà, ma piegò l'animo eziandio 
ai tranelli, usando ogni più bassa arie per intro- 
durvi spie. I cittadini, che vegliavano diligentissi- 
mamente ogni cosa, trovavano nei carri di fieno e 
nelle botti die venivano in città uomini nascosti, 
cui consegnavano immantinente a morte. 

Conoscendo non potersi abbattere l'odiata Parma, 
se non per assedio lunghissimo, l'imperatore avvisò 
di fondare, a quattro tiri d'arco da Parma, una no- 
vella città chiamata Vittoria. Presto fu posta in buon 
assetto, adornandola di quanto può desiderarsi in 
città perfetta, innalzando una chiesa intitolala a 
san Vittore, e ordinando si chiamassero Vittorini i 
danari falli battere da lui. Accoglieva l'atroce spe- 
ranza di svellere Parma sino dai fondamenti, e semi- 
narvi il sale, affinchè più neppur l'erba vi sorgesse. 

Invelenito della pervicace e magnanima resistenza 
de' Parmigiani, lasciò un dì i quartieri di Vittoria, 
e venne coli' esercito intiero sino al ponte di Donna 
Ecjidia per occuparlo. Vi accorsero coi sassi le donne 
parmigiane, e ribullando acremente il ferocissimo 
nemico, riporlarono sovr'esso una vittoria immortale. 

Né per aspetto di fame, né per quello della morte, 
e d'ogni più miserando spettacolo, veniva meno il 
coraggio nei Parmigiani. Ogni dì faceano improv- 
vise uscite dietro a Gherardo, ad Ugo de' Rossi, al 
Sanvitali e al valentissimo legalo, il quale alzava 
sempre il suo padiglione rimpetto a quello dell' impe- 
ratore. Incoraggiati dagli spessi trionfi, un giorno osa- 
rono procedere qualche trailo lontano: ma ciò fu con 
gravissima loro perdila, perchè a Fano, villa sul ter- 
ritorio di Reggio, ebbero a fronte il re Enzo ed 
Ezzelino, che li fugarono sino a Montccchio, e di là 
sino a Parma, colla morte di moltissimi, e coli' im- 
prigionamento di sessanta cavalli condotti alle car- 
ceri dell' imperatore. 

Coslui, spogliatosi di ogni senso d'umanità, ogni 
mattina ne faceva condurre sulle rive della Parma, 
di là dal ponte di Donna Egidio, tre o quattro, 
parte cavalieri, parte popolani, e ordinando si tron- 
casse loro il capo dal buslo, lasciavane a vista dei 
Parmigiani i cadaveri insepolti. 

Quei di Parma nelle ore meno perigliose andavano 
taciti a rapire quelle salme infelici, e onorandole 
del compianto dei valorosi, le coprivano di poca 
terra. Federigo non avrebbe forse cessato da sì bar- 
baro costume, se i Pavesi, che erano anch' essi ita- 
liani, deposta ogni in di parie, non minacciavano 
di gillar l'armi e andarsene, gridando di essere ve- 
nuti alle mura di Parma per combattere da guer- 
rieri, e non per usurpare l'ufficio al boia. 

Infine Parma trionfava, e l'imperatore se ne fug- 
giva lacero, scornalo e vinto; e poco dopo moriva 
arso dal dolore e dalla vergogna di non aver potuto 
coli' immensa sua potenza rompere un nodo di pochi 
italiani. P. Gorelli. 



I POPOLANI DI ROMA 
E L'UNIVERSITÀ' ISRAELITICA 

Versate una lagrima di contento, generosi amici 
della civiltà ; versate una lagrima di dolore, atroci 
fautori del disordine, del regresso, dell'oppressione. 
Dio trionfa sempre ! PIO trionfa dopo lui ; il popolo 
ama entrambi e spera nell'avvenire! 

Possano queste parole eternare il fallo che rese 
testimonianza novella del grande e generoso cuore 
dei popolani di Roma! possano queste parole esser 
di norma a coloro, che usano le arti le più vili 
onde cambiare quell'alto cuore, soffocarne i carita- 
tevoli sentimenti , opprimerne le espansioni più 
belle ! 

Ornai tutta Italia conosce il nome del celebre 
Angelo Brunetti, il cittadino glorioso, l'amico dei 
popolani, il fratello di chiunque ami la patria. 

Or dunque quest'uomo benemerito intese con 
sommo dolore che alcuni popolani della Regola e 
di Trastevere, non considerando l'alto benigno del 
Pontefice (il quale s'era indotto a concedere qual- 
che larghezza agli ebrei di Roma), avean falle ri- 
sorgere certe inveterate superstizioni, le quali fo- 
mentate da alcuni tristi potevano recar disordine, 
e disonore ad un tempo a quella parie della me- 
tropoli, in cui si fosse sostenuto il falso principio. 
Angelo Brunetti calmalo quel po' di rumore che 
s'era sparso per questo fallo, invitò i popolani dei 
due rioni ad una ricreazione nella tenuta di Tor 
di Quinto, e quivi, disse loro, vedremo se vi potrò 
persuadere a desistere da questa pazza inimicizia 
per uomini, che in fin de' conti non sono né più né 
meno di noi. Lo tennero in parola, ed alle due 
pomeridiane del giorno 4, dieci e più Omnibus, 
movendo dalla Piazza del Popolo , condussero a 
riprese, meglio che due mila popolani ai prati di 
Tor di Quinto. 

Quivi, dopo un frugale desinare vennero letti 
alcuni discorsi, primo de' quali fu quello di Tom- 
maso Tommasoni che si sforzò, per quanto sapeva 
e poteva, di persuadere quel popolo a togliersi di 
mente la falsa credenza, che l' induceva a commet- 
tere un alto retrogrado, indegno della sua dignità, e 
della grandezza del suo cuore. Aggiunse, Cristo es- 
ser morto perdonando, e non aver data missione 
al popolo che seguiva la sua santa religione di farsi 
persecutore degl'israeliti. — Queste parole furono 
accolte con gran favore, e d'allora in poi si animò 
nei diversi gruppi dei popolani una viva discussione, 
che terminò in bene mediante le filosofiche parole 
del Zauli Sejani tendenli più sublimemente allo 
stesso soggetto. — Guerrini, il bravo e coraggioso 
poeta popolare, disse egli pure belle rime, disposte 
al fine medesimo. Quella riunione termina col con- 
lento di tutta Roma, che vide l'ordine e la pace 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



in 



regnare, ove pure alcun lieve disordine si poteva 
supporre che avvenisse. Ma Dio che veglia sempre 
alla difesa dei popoli che si rigenerano, sorrise al 
nobile divisamento di quell'adunanza, e quell'adu- 
nanza fu solenne principio di un più solenne trionfo. 
Questa è slorica verità; che se mille e mille onesti 
cittadini non attestassero i fatti, appena si credereb- 
bero accaduti. 

Il giorno appresso, in sul Tarsi sera, un franco 
popolano di Trastevere, — il Favella — unitosi a 
quattro de' suoi amici si portò in una piazzetta nel- 
l'interno del Claustro Israelitico, e quivi chiamando 
quanti poveri ebrei volevano condiscendere all'invito, 
li pregò ad entrare in una osteria vicina, mescendo 
a lutti generosamente del vino. Gli ebrei volevan 
pagar essi; chi conosce i Trasteverini, può imma- 
ginarsi che rispose il Favella! che anzi non tro- 
vandosi danaro in lasca, lolse su una chiave, e 
chiamò un ebreo (di professione facchino, di nome 
Abramuccio) e gli disse: fammi il piacere, va a 
casa, apri il tal casscttino ; dentro vi troverai una 
cartata di quattrini, prendine una manciata e ri- 
tornai Chi non ha cuor di cinico, certo a questo 
civilissimo, lodevolissimo, maravigliosissimo fatto, 
avrà sentilo venirsi le lagrime agli occhi per la 
gratitudine a quel bravo popolano ! vivano i popo- 
lani di Roma! — ma questo che si è narrato non 
è che un fallo parziale. Udite il seguito di questi 
avvenimenli. Il giorno che tenne dietro a quello, 
in cui accadeva il bell'atio di fiducia, una schiera 
di conciapelli della Regola, guidali da un bravo 
giovinetto, Luigi Caravaccioli per antonomasia, il 
Micoccetta, entrava allegro nel ghetto. I poveri 
ebrei spaventati si chiedevano tremando : che sarà? 
daranno il fuoco? e guardavano senza dir mollo. 
Allora il Micoccetta: Allegri, che slam venuti per 
farvi vedere che vi siamo amici, che vi rispettiamo, 
e che non diamo retta a chi vi vuol male! e via 
coli' abbracciarli, e chiamarli coi più cari nomi del 
mondo. A quel generoso alto gli ebrei lacrimavano 
di contentezza e baciavano i popolani, e li rin- 
graziavano pur anco in ginocchio. Frattanto il ceto 



più elevato della gioventù israelitica (a cui in questa 
circostanza bisogna dare ogni lode per la prudente 
condotta) s'era unito a quella moltitudine ed accet- 
tava 1' invito fattogli dai Regolanti d'andare nel loro 
rione a mangiare in quella sera islessa il piatto fa- 
vorito dei conciapelli. 

Gli ebrei v'andarono, e vi rinvennero il celebre 
Angelo Brunetti, e molti cittadini, i quali seconda- 
rono l'incomincialo pacificamento. Non guari dopo a 
quell' osteria vennero altri popolani della Regola 
colle lorcie di cera, e con suoni, invitando la comi- 
tiva a cantare degli inni. Uscendo di quivi, tulli 
si condussero in riva al Tevere dove fra i canti e i 
suoni fu ripetuto con applausi il nome dolcissimo 
di Pio IX. In quella, Angelo Brunetti suggerì d'an- 
dare incontro al Favella, il quale in Trastevere com- 
pieva di persuadere neh' islessa maniera i popolani. 
Accettalo il partito, in ordine militare s'avviarono 
tutti inverso Trastevere, passando entro il clausiro 
degli ebrei. Allora, chi avesse veduta quella povera 
gente affacciata a cinque, a sei, a otto sulle logge, 
sulle finestre, sulle porle, sulle botteghe, in ogni 
dove, coi lumi appesi su i muri, battendo le palme 
e gridando con quanta ne avean in gola, viva la 
pace, l'unione, la fratellanza, Pio IX, la patria, Roma, 
i Rioni, i popolani, i cittadini, tutti! Chi avesse ve- 
dute pur anco le lagrime de' vecchi, il riso de' bam- 
bini, la compiacenza delle spose, la gioia delle ma- 
dri, si sarebbe maravigliato in prima, e poi com- 
mosso per la consolazione. 

I Trasteverini e i Regolanti, misti ad un numero 
incalcolabile di ebrei, si scontrarono sul Ponte quat- 
tro capi e si diedero il bacio di pace. 

Quell'istante ebbe qualche cosa di grande, di stu- 
pendo, di sommo. Erano due popoli che facevano 
a gara per compiere un allo di civiltà, e davano in 
tal modo indizio di facilità nel comprendere, di de- 
siderio di migliorare, di speranza di divenire un gran 
popolo ! Dio fecondi questa mirabile iniziativa, dando 
lunga vita al sommo Riformatore eh' è fonte di lutto 
il bene che viene operato. 
Roma, 6 luglio 1847. 



Uno Spettatore. 

STORIA CONTEMPORANEA 



IL GRIDÒ DEGLI ITALIANI 



Un solo grido risuona per lutla Italia; quello di 
Giulio II.- fuori i barbari! fuori i barbari ' un solo 
pensiero invade prepotentemente il cuore del popolo, 
quello della guerra. E al popolo, al solo popolo deve 
ora l'Italia le sue miracolose battaglie. Palermo e 
Milano diverranno fra noi il simbolo dell'onnipo- 
tenza del sentimento nazionale. Dal loro sangue lar- 
gamente e generosamente versato la patria comune 
uscirà tersa di ogni macchia antica e tutta rigogliosa 
e fiorila di gloria. Coloro che credeano di poterla 



vincere colla Provvidenza e bravare Iddio parlante 
colla voce della nazione, fuggono scornali e impau- 
rili davanti alla spada del popolo che li incalza alle 
reni e fa scrosciare sulle loro spalle quel flagello 
da essi medesimi adoperato per sospingere all'am- 
mazzatoio coloro che aveano tosato e venduto. 

Noi già sappiamo che Piemontesi, Liguri, Piacen- 
tini, Modanesi, Toscani, Romani, Napolitani si ver- 
sano fulminando nella Lombardia, bramosi tutti di 
gettare la loro pietra sul capo abborrito dell' oppres- 



118 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



sore e fregiare il pello di una sanla cicatrice. Ora 
vediamo 200 italiani, valorosi di anima e di mente, 
muovere giubilando dalla Senna, immemori delle an- 
gosce dell'esilio, pieni solo del pensiero di giungere 
in tempo a rompere coi fratelli la stolta e sciagu- 
rata cervice dei figliuoli di Attila. Ecco le parole 
che loro indirizza l'animosa Rifórma: 

« Giovani generosi ! Voi giungerete fra noi bene- 
detti, e dovunque approdiate, qualunque provincia 
d'Italia vi accolga, dappertutto (fuori chea Parma) 
troverete chi vi stringa la mano, chi si metta al 
vostro fianco per combattere il nemico comune. Ve- 
nite, affrettatevi. La guerra è incominciala nel piano 
di Lombardia, e in questo momento che vi appelliamo 
alla redenzione d' Italia, ci giunge una grata novella. 
Cablo Alberato ha riportata la gloriosa vittoria di 
Gotto. Affrettatevi dunque. Voi vi movete da lontano 
paese perchè una forza arcana vi sprona: questa 
forza è la voce di Pio, la quale violenta ognuno 
che ha viscere di patria. Secondate il magnanimo 
impulso, venite a divider con noi i pericoli della 
pugna, gli allori della vittoria. » 

Anche la Corsica sente di avere nelle vene il san- 
gue d'Italia: ella pure si sente infiammata della 
vita novella che lo spirilo angelico di Pio ha diffuso 
tra noi. Que' gagliardi isolani, invasali da impeto 
sacro, sorsero gridando a gara: Vogliamo combat- 
tere pei nostri fratelli d'Italia! E se i mezzi non 
fallivano al generoso proposilo, noi li vedremmo già 
far prove della loro terribile bravura all'ombra dello 
stendardo benedetto che sventola sui campi di Lom- 
bardia. 

E inlorno a questo stendardo si raccolgono ora, 
colla croce sul petto, i prodi ai quali il Supremo 
Gerarca diede le armi sante. Viva Dio!... fra poco 
noi vedremo rinnovali i miracoli di Legnano} fra 
poco la gloria de' nostri padri splenderà luminosis- 
sima sulle nostre insegne ; fra poco la forte mano di 
Carlo Alberto lacererà l'ultimo brano della san- 
guinosa porpora imperiale. 

Ecco intanto le infiammate ed immorlali parole 
dalle quali si fa precedere nei campi lombardi il 
magnanimo capitano dei guerrieri croce-segnali. Noi 
le riportiamo per intero, perchè saranno monumento 
eterno dilla celeste rivelazione del pensiero di Pio. 

ORDINE DEL GIORNO 
AL CORPO D'OPERAZIONE 

Soldati ! 
La nobile terra Lombarda, che fu già glorioso 
teatro di guerra d'indipendenza quando Alessandro 
terzo benediceva i giuramenti di Pontida, è ora cal- 
cala da nuovi prodi, coi quali stiamo per dividere 
pericoli e vittorie. Anch'essi, anche noi siam bene- 
detti dalla deslra d' un gran Pontefice, come lo fu- 
rono que' nostri antichi progenitori. Egli santo, Egli 
giusto, Egli mansueto sopra tulli gli uomini, conobbe 



pure che contro chi calpesta ogni diritto, ogni legge 
divina ed umana, la ragione estrema dell'armi era 
la sola giusta, la sola possibile. Quel suo cuore ce- 
leste non potea "non venir contristato dal pensiero de' 
mali che seco adduce la guerra, non poteva scor- 
darsi che quanti scendono in campo, qualunque sia 
la loro bandiera, son (ulti egualmente suoi figli ; Egli 
voleva dar tempo al ravvedimento, e sull'angusto 
labbro rimase sospesa la parola che dovea farsi stru- 
mento nella celeste vendetta. 

Ma venne il momento nel quale la mansuetudine 
si sarebbe mutata in colpevole connivenza coli' ini- 
quità. Quell'uomodi Dio, che aveva pianto sulle stragi, 
sugli assassini! del 5 gennaio, ma sperato insieme che 
fossero stalo effetto di brutale passeggiera esorbitanza 
di soldati sfrenati, ha dovuto ora conoscere che l'Italia, 
ove non sappia difendersi, è condannata dal governo 
dell'Austria al saccheggio, agli stupri, alle crudeltà di 
una milizia selvaggia, agl'incendii, all'assassinio, alla 
sua totale rovina; ha veduto Radetzky muover guerra 
alla Croce di Cristo, atterrare le porte del Santuario, 
spingervi il cavallo e profanar l'altare, violar le ce- 
neri dei padri nostri coli' immonde bande de'suoi 
croati. IlSanto Pontefice ha benedette le vostre spade, 
che unite a quelle di Carlo Alberto devono concordi 
muovere all'eslerminio dei nemici di Dio e dell'I- 
talia, e di quelli che oltraggiarono Pio IX, profa- 
narono le chiese di Mantova, assassinarono i fratelli 
lombardi, e si posero colla loro iniquità fuor d'ogni 
legge. Una tal guerra della civiltà contro la barbarie 
è perciò guerra, non solo nazionale, ma altamente 
cristiana. 

Soldati ! E convenevole dunque, ed ho stabilito 
che ad essa tulli moviamo fregiali della Croce di 
Cristo. Quanti appartengono al corpo d'operazione 
la porteranno sul cuore nella forma di quella che 
vedranno sul mio. Con essa ed in essa noi saremo 
vincitori, come lo furono i nostri padri. Sia nostro 
grido di guerra: 

Iddio lo vuole ! 

Bologna, il 5 aprile 1848. 

Il generale comandante il corpo d'operazione 
Durando. 

VENEZIA 

Ella è risorta!...! suoi figliuoli si consumavano 
nello squallore e nella miseria; il suo commercio, 
le sue ricchezze erano andate in dileguo ; il suo 
stesso mare, così fedele in prima, fuggiva gli ab- 
bracciamenti di lei. L'Austriaco, dopo averla fatta 
correre tulli i gradi della corruzione, la calpestava 
impunemente col superbo tallone, non pensando che 
la libertà è immutabile ed elerna di natura e che ha 
la virtù di ripristinare il passalo e ravvivare i se- 
polcri... Al soffio fecondatore di Pio IX ella è risorta 
a nuova grandezza, a più magnifici destini. Né ap- 
pare vizza e cascante come allorquando era stretta 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



19 



fra le braccia di una fredda ed inflessibile arislo- 
crazia, ma splendida di quella giovinezza immortale 
onde il cielo corona i suoi figliuoli prediletti. Al suo 
commoversi, gli oppressori ne presero prima me- 
raviglia e poi sgomento. Vollero in queh" improvviso 
scompiglio stringere vieppiù le catene ; ma queste 
si fransero nelle Uro mani: vollero bersagliare colle 
bombe la città, maraviglia dell'universo; ma un po- 
vero frale, un frale di S. Francesco, scoperse e mandò 
a "vuotò il disegno infernale. La potenza si fiaccò; 
il coraggio vinse la forza, la parola spezzò la punta 
delle baionette. Ogni sforzo tornò infruttuoso e va- 
nissimo, perdio l'individuo — dice il primo filosofo 
d'Italia — non può nulla contro il corso universale 
della specie; come l'artifizio e la forza del remeggio 
e del rimurcbio non riescono a superare quelle grandi 
e impetuose correnti, cbe tengono largamente e 
signoreggiano- in certe stagioni dell'anno i mobili 
campi del mare. 

Ma vediamo come la mano di Dio guidasse l'al- 
tissimo avvenimento. 

Il debile frate, lo strumento della Provvidenza, 
adocchia alcuni che di soppiatto recano materie in- 
cendiarie in una casa prossima a San Francesco. 
Ne avverte immediate la guardia cittadina, la quale 
giunge a scoprire la trama della quale teneva in mano 
le fila un colonnello di marina, certo AJarinowich, 
uomo di sbrigliala e sanguinosa natura. 1 lavoratori, 
nel vederlo comparire nell'Arsenale per dare comin- 
ciamento all'orrendo disegno di sterminare la su- 
blime città, lo assalgono impetuosamente e lo get- 
tano a terra morto da una mannaia. 

Due integerrimi cittadini, due insigni difensori 
della libertà e vindici della nazione, Manin e Tom- 
maseo, giacevano in carcere. La guardia civica ne 
atterra le porte e li reca sulle braccia in trionfo per 
la città. Il Tommaseo, soverchialo dalla foga degli 
affetti insolili e nuovi, sviene... II grido di S. Marco, 
quel grido che da cinquantanni era soffocalo dalla 
mano ferrea e cruenta dell'Austria, sveglia di nuovo 
l'eco deserta delle circostanti isolelte... Allora il po- 
polo s'avventa all'arsenale. Un ufficiale comanda 
il fuoco conlr'esso} ma un ferro — il ferro stesso 
che era stato santificalo dal tocco dei martiri Ban- 
diera — gli piomba sulla gola e gli tronca col'a vita 
il reo còmaodo. La marina è libera. Le autorità 
austriache capitolano. II vessillo tricolorito vien sa- 
lutato da mille grida; un uomo gli sovrappone il 
berrelto rosso della Repubblica. Tulli traggono alla 
piazza S. Marco. Manin, trasportalo dall'ebbrezza 
del trionfo, sale sopra un tavolo e sclama : 

— Fratelli !... il nemico è vinto.... Egli fugge in- 
seguilo dalla collera di Dio... L'uccello bifronte ha 
cessalo di contaminare i nostri sacri monumenti. Qui 
sorse e fiorì una Repubblica gloriosa... Essa più non 
si addice ai lempi che corrono... Ma per ora l'addol- 
leremo... Vivai la Repubblica ! Viva S. Marco !... Una 



Repubblica, più che veneziana, italiana, precorritrice 
di quella italica unità che presto o lardi deve venire. 

Levasi un turbine di grida, di applausi, di evviva. 
Tulle le campane suonano a fesla. La bandiera è 
portala in giro per la piazza. Dalle finestre si get- 
tano fiori e altre bandiere e pezzuole dai tre colori. 

Il popolo, preceduto dalla guardia cittadina, viene 
come torrente nel Campo di Sania Maria Formosa, 
s' inginocchia sotto le finestre del Patriarca, e leva 
in alto le bandiere. 

— Eminenza! grida Gaetano Rosi, Eminenza, be- 
nedite le bandiere della nostra repubblica. 

Il Patriarca compare in tulto lo splendore di quella 
religione che è madre della libertà, alza la mano 
e benedice. 

Allora le bandiere sono portale in giro per lulla 
la città. Uomini, donne e fanciulli cadono ginoc- 
chioni alla vista del simbolo della patria risorta; e 
il popolo fra le lagrime e l'esultanza sclama: 

— Miracolo della Madonna di S. Marco: l'avemo 
esposta alle 11 e alle 11 xè morto Marinowich. 
Alle quattro i dava la benedizione, e alle quattro 
e un quarto i ghà signà Viva la Repubblica , Viva 
S. Marco. 

Intanto l' aquila maledetta era strascinala pel 
fango, calpestala, lacerala. Un Manin patrizio (dice- 
vasi) fu l'ultimo Doge; un Manin cittadino grida 
oggi la Repubblica a S. Marco. Destini!... Provvi- 
denza ! 

Istituivasi di subito un governo provvisorio, capo 
del quale sono due uomini coronati dal raggio della 
sventura e dell'ingegno, i quali combatterono sempre 
per l'unità e pel riscatto d'Italia — Manin e Tom- 
maseo. Ecco il nobile e sublime proclama che questi 
indirizzavano, il 50 marzo, ai LombarJi: 

Lombardi Fratelli ! 

« Se noi non lodiamo con lunghe parole il valore 
di voi che, divezzi dalle armi e soli, affrontaste 
la forza e l' ire dello straniero armalo e aspettante 
l'assalto, egli è pudore dell'affetto fraterno e l'ab- 
bondanza stessa della consolazione, che rattiene le 
Iodi prorompenti dellanima nostra. 

« Nei moti concordi, e alla medesima ora felici, 
delle provincie Lombarde e delle Venete, non si 
può non vedere la mano di Dio e un pegno sanlo 
della concordia nostra avvenire. Nel medesimo giorno 
18 marzo istituivasi la guardia civica in Milano e 
in Venezia; nel medesimo giorno 22 marzo le auto- 
rità austriache in Milano e in Venezia capitolavano; 
e come se i Milanesi fossero nella piazza di San 
Marco partecipi della gioia nostra vedevano accanto 
al Leone sventolare il vessillo dei tre colori, e l'an- 
tica idea essere abbracciata in un sentimento no- 
vello più ampio ed allo. I tre colori rappresen- 
tanti 1' inlierezza della comunione italiana non 
cancellano le memorie di ciascuna parie dell'italiana 



120 



MUSEO SCIENTIFICO. LETTERARIO ED ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



famiglia. Quanto abbiam qui fallo e facciam non 
pregiudica in verun modo l'avvenire; la causa no- 
stra è affatto la vostra, è la causa di tutta Italia. 
Cassale ormai le discordie e le albagie municipali 
che furono causa di lante nostre sventure, apriremo 
l'era novella con auspici di pace, forse più gloriosa 
delle antiche famiglie. 

« Invochiamo l'aiuto vostro ; il nostro, tuttoché 

non necessario, v' offriamo; e ameremo intendere 

schietto da voi qual consiglio la ricca e bella e leale 

Lombardia sia per prendere sui suoi futuri destini». 

Viva V Italia, viva Pio IX, 

Vivano i valorosi Lombardi l 

ATTO-DI-FEDE DELL'ARME AUSTRIACA 
IN FIRENZE E IN ROMA 

A queste due eterne città giungeva la seguente 
notizia: — Il genio della libertà, il genio di Pio IX 
ha parlalo all'eroico popolo lombardo. Milano, ar- 
mata del suo odio, si alzò terribile come il biblico 
Michele contro i suoi oppressori, li combattè per 
cinque interi giorni, li sgominò, li vinse. Piacenza 
e Modena hanno cacciato a colpi di verga i loro 
principi, sciagurati ed imbecilli cagnotti dell'Austria. 
Venezia ha levalo il solenne grido della repubblica. 
Tutti i popoli calpestali dall' Austria sorgono con 
ardenza e con impelo invincibile, facendo ricadere 
sovr'essa le infamie della sua polizia, la malvagità 
del suo ministero, la sevizie e l'ignoranza de' suoi 
ministri, le battiture, i balzelli, le angherie, i sacri- 
legi, i furti, le ribaldigie e le ipocrisie di Irentatrè 
anni. Tulli, lutti, di concorde volere, vogliono con- 
quiderla, all'amarla, martoriarla, balzarla al di là dei 
monti Trevisi... 

A queste novelle, Roma e Firenze sorsero inspi- 
rale da un stesso pensiero. — Un atto-di-fede! un 
atto-di-fede! — sclamavano quasi nello slesso giorno 
e nell'ora slessa; e il fatto tenne dietro immantinente 
alla parola. 

I Romani si scagliarono come folgore sul palazzo 
di Venezia, usurpato dall'ambasciata d'Austria. Ne 
svelsero gli stemmi abbominali, li attaccarono alla 
coda di un asino, e, dopo averli traili per tutte le vie 
di Roma, li fecero in brani, e fra immenso schia- 
mazzo li bruciarono nella grande piazza del Popolo. 
Frattanto un Candriani Lombardo, frangeva e can- 
cellava a colpi di maglio l'iscrizione marmorea con 
cui prelendevasi fare legittima 1' usurpazione dell' 
Austria, e un Dall' Ongaro Veneto vi appiccava in 
sull'istante un cartello colle parole: 

Palazzo della Dieta Italiana. 

I Fiorentini, pieni di quegli spiriti di libertà pei 
quali andarono già sì famosi al mondo, si raggrannel- 
lano d'un tratto, levano il rumore e volano a stormo 
al palazzo della legazione austriaca, ne rovesciano 
l'arma, la legano con capestri e la strascinano sulla 
piazza della Signoria. 

Stabilimento tipografico 



Tulle le finestre s'illuminano come per incanto : 
ognuno fa pressa a vedere sul rogo l'aquila grifagna... 
Una fiaccola appicca il fuoco e l'aquila scompare tra 
le fiamme in mezzo alle pasquinate, alle farse, alle 
scede e alle giullcrie popolari. 

Su quel medesimo terreno, forse nel punto slesso, 
quasi quattro secoli prima, la tirannide avea gittato 
sul rogo un uomo che, irradialo dalla luce del Van- 
gelo, avea commosso il mondo col grido della fra- 
tellanza e della libertà, quell'uomo era Girolamo 
Savonarola! 

I popoli ripigliarono i loro dirilli, una gocciola del 
sangue del Mistico Agnello cadde sulla natura languida 
ed inferma e la trasfigurò: tutte le creature ch'ella 
racchiude palpitarono d' una vita novella, e grida- 
rono: — A terra i tiranni! a terra i loro sanguinosi 
patiboli! Vendichiamo i martiri della libertà! 

P. CoRELLl. 



SUL FATTO DI PARMA 

Nel momento in cui il nostro foglio sia per esser 
posto sollo il torchio, ci perviene una lellera dell'e- 
gregio signor Pietro Grazioli di Parma, in risposta 
a quanto abbiam detto nelF ultimo nostro Numero su 
quella città. Egli ci assicura che la sua patria è 
calunniata, e si rivolge alla nostra imparzialità af- 
finchè cooperiamo coi buoni a lavarla da quell' ob- 
brobrio. 

Per confortare le sue parole ci manda alcune scrit- 
ture di alcuni generosi Parmigiani, i quali si sfor- 
zano a mostrare che quel loro allo non è reo, e 
che Parma, anche conservando il suo Duca, non è 
discesa dalla sua nobile altezza. 

Noi siamo poveri ed umili espositori di falli, pe- 
rocché al nostro foglio è vietato il santuario della 
politica, non avendo esso la consacrazione del Bollo; 
quindi non possiamo esaminare uè discutere le ra- 
gioni per le quali Parma avvisa non aver malo 

operalo e Dio volesse che fosse innocente! Il 

nostro cuore ne sentirebbe immenso giubilo, perchè 
i buoni Italiani amano Parma, amano la sua storia, 
le sue tradizioni, il suo popolo alacre, intelligente, 
gagliardo Ma noi troppo temiamo del contrario. 

Alle parole del Grazioli e di que' generosi che 
mettono tulli gli spiriti loro a difendere Parma, noi 
potremmo rispondere: Colui il quale chiamò le armi 
straniere per insanguinarle nel petto de'proprii sud- 
diti, ha cessato di essere principe italiano; — 1 figliuoli 
di Pio IX debbono perdonare a tulli i lorotiemici; 
ma il perdono non deve scambiarsi colla viltà: — 
Ai Parmigiani, a uomini veramente compresi della 
propria dignità e della grandezza e santità della pro- 
pria causa, una sola via rimaneva; quella di sottrano 
il Duca ad una tempesta popolare e proleggerne la fuga. 

Del resto, se Parma sente di non meritare l'ob- 
brobrio che l'intera Italia, e non un semplice drap- 
pello di giornalisti, rovescia sul suo capo, sorga a 
mostrarne l'innocenza Pietro Giordani.... L' Italia 
crederà alla parola dell'uomo che nel lungo corso 
della sua vita po9e in cima de' suoi affelli la gran- 
dezza e la libertà della patria comune. 

P. Gorelli. 

di A. Fontana io Torino. 



IO. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(22 aprile 1848) 



DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.1N MILANO 

DAL 1814 ALLE CINQUE FAMÓSE GIORNATE DEL MARZO 184S 







( Popolano 111ii.u11.sc in guanti a delle barricale, lolto dal vero ) 



Seguiremo in questa relazione passo passo il cit- 
tadino avvocato Coppi, uomo altamente benemerito 
della propria patria. 

Il di 20 aprile 1814, i Milanesi esasperati dai bal- 
zelli imposti loro dai reggitori del Regno Italico, si 
levarono a popolo e fecero in brani il Primi, già 
ministro delle finanze, il cui palazzo fu adeguato a 
terra, formandovi in vece una piazza ebe cbiamasi 
di S. Fedele. 

I Milanesi slessi ebe non astiavano la casa di Lo- 
rena, chiamarono gli Austriaci a governarli. 

Questi diedero fuori un loro proclama col «piale 



annunziavano ai popoli Lombardi, cb'essi prendevano 
il freno di questi stali per far trionfare la giustizia 
e tor via per sempre le importabili angherie del 
cessalo governo. 

L'Auslria insignoritasi in tal guisa della Lombar- 
dia e anebe del Veneto, formò uno slato cui diede 
il nome di Regno Lombardo-Veneto. Francesco I, il 
quale allora reggeva i destini delP Impero, creò a 
Viceré del nuovo regno il proprio fratello Ranieri, 
giudicalo uomo di natura agevole e benigna. 

I Lombardi aspettavano con ansietà l'eseguimento 
delle promesse imperiali; ma furono in quella vece 



122 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED AUTISTICO 



barbaramente traditi, e con inaudite vessazioni stra- 
scinati alla più orrenda schiavitù. 

La coscrizione cbe fu causa principale della esa- 
sperazione degli animi contro il Regno-Italico, invece 
di essere abolita, come solennemente si promise, fu 
portata ad otto anni, il doppio di prima; la qual cosa 
gettò il rammarico e la disperazione nel grembo 
delle famiglie e accrebbe orribilmente i balzelli. 

Succeduto a Francesco il figliuolo Ferdinando, i 
carichi divennero più incomportabili, e il valore 
della carta bollala ascese sino a lire austriache 60 
al foglio. « La legge del bollo (dice il Coppi) era di 
« tal natura che pareva sortita dagli infernali abissi, 
« giacché F imposto variava secondo gli atti, i con- 
ti traili, le somme e i dicasteri dinanzi cui dovevasi 
« usarne; onde i cittadini il più delle volte si tro- 
« vavano imbarazzali, non sapendo qual carta pren- 
« dere, e quindi inavvertentemenle cadevano in con- 
« travvenzioni, s'istituivano processi e venivano con- 
« dannati a multe cbe la finanza, col più inumano 
« rigore, si sforzava di riscuotere. 1 di lei esecutori 
« oppignoravano persino i materassi da letto ai de- 
li bitori morosi, e qualora nulla trovavano da seque- 
« strare, eran costretti a dover subire un giorno di 
« carcere per ogni lire 6 austriache. 

«Non parlo (seguila il Coppi colla terribile sempli- 
« cita del suo stile) delle esorbitanti lasse sulle inlro- 
b duzioni delle derrale e delle merci estere e nazionali, 
« il di cui imporlo veniva in gran parie ingoialo dalla 
« finanza a danno del libero commercio e della po- 
ti polazione. Lasciavansi al conlrario entrare nel re- 
« gno Lombardo- Veneto, senza verun ostacolo, le 
« manifatture viennesi, per cui i nostri operai man- 
ti cavano di lavoro ed eran perciò condannali a ge- 
li mere colle loro famiglie nell'estrema miseria. 

« L'arbitrio poi della Polizia era giunto a tal segno, 

« che non era più garantita la sicurezza personale, 

« giacché dipendeva dal di lei capriccio lo sfrattare 

« dal regno pacifici ed onesli cittadini, ai quali era 

« persia violalo il reclamare. Gli arresti che si ese- 

« guivano da' suoi satelliti, senza mandato in iscritto 

<• e senza giusto titolo, erano in gran numero, e si 

<> tenevano uno o più mesi in carcere individui di 

t " buona fama, senza dar ragione alcuna della lor 

« detenzione. Segreli erano i giudicii criminali, gli 

« imputali non avevano difensori, giacevano dei mesi 

« nelle carceri senza essere esaminali, tulio era un 

« mistero; al detenuto si proibiva di ispezionar la 

« denunzia, l'esame dei testimoni, e quindi Finno- 

« cenza trovavasi sempre a mal parlilo. Voleva la 

« legge, die il giudice islrullor della causa fosse 

« anche il difensore, ciocché ripugna al buon senso, 

« essendo fuori di dubbio che chi ha interesse a sco- 

« prire il debito, non può farsi scrupolo di lasciar a 

« parte quelle cireosianze che possono favorir lini 

« pillato. 

« La qualità di giudice d' altronde non cambia il 



« cuore dell'uomo, e quindi o per qualche segreto 
« odio, o per antipatia, o per ignoranza può nuo- 
« cere all'innocenza, se non ha di fronte chi la so- 
ie sliene. Il difensore al conlrario esamina tulle le 
« circostanze favorevoli al suo cliente, le confronta, 
« le calcola, le bilancia, onde non venga in modo 
« alcuno pregiudicalo. Ma quale mostruosità non 
« scorgevasi nella legge austriaca, la quale accordava 
« un patrocinatore nelle cause civili, che riguarda- 
ti vano il mio ed il tuo, e lo escludeva trattandosi 
« dell'onore e della vita. Vietava il Governo Au- 
« siriaco ai sudditi di far uso de' loro talenti, delle 
« loro facoltà intellettuali, della loro professione, per 
« condannarli a vivere nell'ozio, e metterli in pe- 
li ricolo di commettere delle azioni non degne di un 
« buon cittadino. 1 dottori in legge, che con fatiche, 
« sudori e dispendio acquistarono il grado accade- 
« mico, dopo di aver esaurita la pratica legale, su- 
« bili gli esami dinanzi il tribunale d'Appello, e ri- 
« conosciuti abili all'esercizio dell'avvocatura, non 
« erano ammessi ad agire. Venivano costretti ad a- 
« spellare qualche posto vacanle di patrocinatore, 
« a cui non potevano aspirare, che mediante con- 
« corso, e se in pendenza volevano approfittare delle 
« loro cognizioni, sotto la firma di qualche avvocalo, 
« gli si cambiava il diploma di dottore in quello di 
« faccendiere, e gli si proibiva perfino di dar con- 
« sigli, contro i principi) di diritto naturale e so- 
li ciale. I pubblici impieghi non si conferivano che 
« a Tedeschi che non conoscevano la lingua, e ben 
« pochi agli Italiani, ed intanto i genitori che ave- 
« van falli tanti sagrifici per istruire e collocare i 
« loro figliuoli, reslavan loro ancor di peso, e tante 
« volte, per mancanza di un' utile occupazione, si ve- 
ti devano a figurar male nella civil società. Dura e 
« riprovevole era eziandio la legge, che non accor- 
ti dava pubbliche cariche ai cittadini che avevan 
« compila l'eia del quarantesimo anno, venendoli 
« così a privare d'una parte dei diritti civili, a danno 
« di loro slessi e della patria. 

Aggiungi la rea burbanza della Camera Aulica ge- 
nerale in Vienna, elio avea tirate a sé tutte le altri - 
buzioni del regno Lombardo-Veneto-, e quindi im- 
menso dispendio e immensa perdila di lempo per 
coloro che dovean ricorrere a quella Camera ve- 
nerata. 

Questo giogo di ferro doveasi ad ogni molo spez- 
zare. Iddio ebbe orrore di cosi incredibile tirannide. 
Cominciarono dunque i Lombardi a non fumare 
zigari per protestare in simil guisa contro la stra- 
niera oppressione e per scemare un ramo d'entrata 
importantissimo all'usurpatore. La Polizia prese 
grande meraviglia di questo scandalo, e il generale 
Kadetzki invelenito, lece distribuire ai proprii sol- 
dati una grande quantità di zigari, ordinando loro 
sul grave di fumare per tulle le vie della città, a 
dispetto dei riottosi Lombardi. 



SCELTA RACCOLTA DI D f ILI B SVARIATE NOZIONI 



123 



La Fera del due gennaio del corrente anno, i sa- 
telliti del Maresciallo escono a gruppi dai loro quar- 
tieri percorrendo la città riscaldali dal vino, ingordi 
di sangue, stimolali dall'atroce desiderio di provo- 
care gli inermi cittadini all'insulto delle loro inono- 
rale divise per aver prelesto a sgozzarle come 
pecore. 

S' indirizzano verso la galleria De Crisloforis colla 
spada ignuda in mano, mandano in frantumi i vetri 
della porla d'ingresso e quelli del Calle, atterrano 
il consigliere d'Appello Magnatimi, fendendogli la 
testa, uccidono un giovinetto spazzacamino, e pia- 
gano di ferita mortale due poveri vecchi. 

Nella sera del tre gennaio questi eroi tornano a 
far prove del loro segnalalo valore. Si abbattono 
a pochi lavoratori di carrozze, si avventano furiosi 
sovr'essi, alcuni stramazzano morti, altri feriscono, 
e si ritraggono paghi di questi nuovi allori. 

L Milanesi si stringono fra loro con più saldi vin- 
coli, e mostrano in faccia all'oppressore un conlegno, 
che la storia registrerà nelle sue pagine come uno 
dei più nobili fatti d' un popolo oppresso. 

Abbandonano il Corso Francesco, perchè conlami- 
nalo dalla rabbia austriaca e dal sangue fraterno, e 
incominciano a Porta Romana un nuovo corso, cui 
si dà il nome di Pio IX. 

La Congregazione municipale di Milano, scossa 
dal deputato Nazari di Bergamo, uomo di spiriti 
gagliardi e generosissimi, indirizza una supplica a 
Ferdinando I, dove si mostrano energicamente le 
magagne della pubblica amministrazione e i rimedi 
per guarirle. 

In questo mezzo il malcontento cresceva; i citta- 
dini facean celebrare divini uffizi in memoria delle 
vittime scannate, e il Viceré che da trentalrè anni 
rappresentava mirabilmente la parte di ipocrita e di 
gesuita, esortava gli animi alla quiete, assicurando 
ognuno eh' egli teneva in pugno fortemente le redini 
del governo, e che i voti de' Milanesi sarebbero al 
tutto esauditi. 

Venne la risposta del benigno Ferdinando: — era 
un proclama col quale si faceva ampia facoltà alle 
soldatesche austriache di vergheggiare terribilmente 
i Milanesi, se questi mostravansi ingrati ai benefìzi 
che l'Austria avea in ogni tempo largheggiati a loro!.. 

In questa il sublime e terribile valore de' Paler- 
mitani strappava dalle mani del redi Napoli la Co- 
stituzione. 1 Milanesi fanno manifesta l'ebbrezza 
della loro gioia sfoggiando il cappello alla Calabrese. 

S'infuria la Polizia e manda fuori un proclama 
col quale vieta severissimamente questa sacrilega 
foggia di cappelli, perchè segnale di ribellione. I 
Milanesi obbediscono, mettendo soltanto al cappello 
consueto una fibbia d'acciaio. 

L'Austria impaurila grandemente da questa fìbbia, 
pubblica allora il giudizio statario pei delitti poli- 



tici. Questa legge prescrive la pena di morte ai rei, 
da eseguirsi colla forca. 

La concitazione, la rabbia, l' abbonimento sono 
universali. Il benigno Viceré sgomentato dal sordo 
fremito che gli si leva all'intorno raggrannella alla 
presta la sua roba e quella dello stalo, lascia Milano 
a spelagarsi da sé e s' incammina a Verona. 

Il Gabinetto Austriaco teme di avere proceduto 
troppo innanzi, e, per imbonire gli animi de' Mila- 
nesi, manda fuori, il diciolto marzo, una Jegge con 
cui abolisce la censura, e convoca gli Slati Generali 
Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni Centrali di Mi- 
lano e di Venezia pel giorno tre luglio del corrente 
anno !! !... 

Questa era l'ultima slilla che doveva fare tra- 
boccare il vaso. Verso le ore due pomeridiane dello 
stesso di, i Milanesi si levano a popolo, inalberando 
la bandiera tricolore dinanzi al palazzo Vice-reale, 
al cospetto delle baionelle austriache, gridando a 
gola: Viva Italia! Viva Italia! 

L'intrepido e ilalianissimo podestà Casali si getta 
alla loro lesta.... Corrono al Palazzo di Governo, uc- 
cidono due guardie, fanno prigioni le altre. Salgono 
le scale, irrompono nelle stanze, mandano in fran- 
tumi e calpestano specchi, tavoli, seggiole e altre 
suppellettili. 

Non sono armali fuorché di bastoni e di qualche 
arma da fuoco e da taglio.... Ma che non può il fu- 
rore santissimo di un popolo che vuol frangere la 
cervice scellerata de' suoi mortali oppressori? Er- 
gono barricate con carrozze, bolli, marmi, pan- 
chetti da scuola e da chiesa, materassi, coltri, stra- 
mazzi; e danno avviso che chi vuole armi corra al 
Broletto. 

I Croati (uomini abbruttiti dall'Austria, la quale 
lasciali sepolti nella più fitta barbarie per farne uno 
strumento sicurissimo delle sue orrende carnificine) 
circondano immantinente il Broletto, e, fulminandolo 
coi cannoni, ne atterrano le porte, entrano e si span- 
dono perle stanze in cerca de' cittadini che fuggono 
pei letti. Taluno viene ucciso. I Membri dei Mu- 
nicipio sono arrestati e tratti in Castello, dove sono 
buttali in luoghi sucidi, stretti di catene le mani e 
i piedi, tenuti in vita con un tozzo di pan nero e 
con acqua quasi putrida. 

Tre Milanesi vestili di velluto erano già stali quivi 
strascinati. Spogliatili nudi, si sparse sulle loro carni 
acqua ragia e vi fu appiccato il fuoco, facendoli mo- 
rire fra atrocissimi e importabili spasimi. A mezza 
notle gli infelici arrestali nel Broletto son condotti 
avanti ai tre cadaveri, e loro si dice che finirebbero 
la vita in tal guisa. Né ciò è tutto. Un cittadino, 
per avere proclamato Vita Pio IX, vien spoglialo 
delle vesti e della camicia, gli si lega al collo un 
cane unto di acqua ragia al quale si dà il fuoco, 
e il povero martire muore lacerato dai morsi della 



124 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



bestia convellenlesi orribilmente, e orribilmente rin- 
ghiatile e furiosa. 

Frattanto i Milanesi si vengono armando di fucili 
e di sciabole strappale agli Austriaci. Tutte le cam- 
pane suonano a lutto e a stormo-, lo spavento, la 
desolazione, l'orrore e la morte son diffuse per ogni 
parte. Radetzky, questo scellerato che infama il me- 
stiero delle armi, scambiandolo con quello dell'as- 
sassino, strepita, grida, comanda che Milano sia volta 
in cenere. Tutte le porte e i quartieri della città sono 
in mano del nemico; il cannone bersaglia ogni casa; 
non v'è più via di salvezza. O vincere o morire! 

I Milanesi, sublimati dallo spirilo di Dio, non ne 
prendono terrore. Un giovinetto armalo d'archibugio 
uccide una guardia nella Piazza de' Mercanti tra l'Uf- 
ficio Notarile e quello delle Ipoteche. A questo fra- 
gore trenla Austriaci precipitano fuori dal quartiere 
con cannone, e spaziano colla mitraglia la via dei 
Ralli. Un popolano s'appiatta col fucile ad un angolo 
del muro e uccide il cannoniere-, questo vien sur- 
rogato da un altro che è percosso dalla stessa mor- 
tale fortuna-, per lo che spauriti gli Austriaci si 



ritraggono. 



Molli drappelli nemici s'innoltrano nella via de' 
Cappellari; i cittadini li assalgono con sassi e colpi 
di fucili e pistole ; la tempesta è cosi rovinosa, che 
son costretti a darsi prontamente in fuga. 

Un granatiere pone alla mira del suo schioppo 
un Milanese sul tetto. Un cittadino lo sorprende a 
tergo, lo stende morto sul suolo, e levatogli il fucile, 
la srabola e la giberna, grida: Viva Pio 1\! 

Si assale il palazzo di Giustizia, si uccidono otto 
o dieci soldati, e si liberano i prigionieri che doveano 
essere le prime vittime del Giudizio Statario, tra 
quali il marchese Villani, uomo di altissimi sensi. 

Si invade quasi nel tempo stesso 1' Uffizio del Ge- 
nio; gli Austriaci dan fiato alla trombetta in segno 
di sommessione ; non se ne fidano i Milanesi; un 
soldato si affaccia alla porla sporgendo in fuori il 
suo schioppo, e il popolo s' insignorisce del Palazzo, 
facendo prigionieri quanti nemici vi trova. 

Giovani, vecchi, fanciulli e donne combattevano 
gagliardissimamente, guidali da sacerdoti che aizza- 
vano il furor santo de' combattenti, alzando il vessillo 
di Cristo. 

Era sul Duomo un grosso drappello di soldati ne- 
mici, che fulminavano le case vicine e i passeggieri. 
Vedutisi in mal termine, fuggirono di notte tempo. 

Il palazzo Vice-reale fu posto allo sbaraglio: gli 
stemmi abbominali dell'Austria vennero calpestali, 
infranti, Iralli pel fango, bruciati. 

Nella via di S. Bernardino alle Monache, un posto 
era tenuto da molte guardie di Polizia, gente infame 
che avea venduta all'oppressore anima e corpo. I 
Milanesi lo assalgono. I Poliziotti spiegano bandiera 
bianca, poi, mentre veggono i cittadini avanzarsi 



fidenti e festevoli tirano sovra loro e ne uccidono 
due. Un grido di esecrazione rompe da ogni petto. 
I cittadini stringono il poslo con animo deliberatis- 
simo di pigliarli colle armi o colla fame... Ma la 
cosa andando troppo per le lunghe, appiccano le 
fiamme a quel nido di sciagurati, per cui molti ri- 
mangon morti, altri si danno prigioni. 

Esasperato il popolo dagli infiniti atti arbilrarii 
commessi dalla Polizia, ne assale la Direzione ge- 
nerale, i quattro Circondarli, la Pretura urbana, po- 
litica ed altri Uffizi, e tutto mette a soqquadro, tutto 
frange, lacera, calpesta, tavole, sedie, scaffali, libri, 
fascicoli di carte-. 

Segno all'ira de' Milanesi erano anche le spie per 
tema di qualche loro tradimento; arrestarono molle 
guardie di Polizia abbigliate femminilmente e qual- 
che donna in abito di cavaliere. • 

Pieno di armi era il Collegio S. Luca, ove si 
educano gli allievi della Scuola militare. I Milanesi 
si avviarono a questa volta e trovarono i vecchi 
Austriaci dello stabilimento dietro le schiere dei 
giovinetli, ai quali comandavano furiosamente di 
trarre contro i cittadini. I Milanesi risparmiarono le 
vite degli inconscii allievi e bersagliarono le teste 
di que'scallri codardi.... In poco d'ora il collegio fu 
nelle loro mani con tulle le armi. 

Sono impossibili a narrarsi le enormezze degli Au- 
triaci. A Sambucco, in Viarenna, alla Sabietta, luo- 
ghi non proietti dal valore milanese, sfogarono la 
loro rabbia infernale singolarmente sui vecchi, sulle 
donne e sui fanciulli. 

Un bambino fu strappato dalle poppe della ma- 
dre, e, troncatogli d'un colpo la lesta, gettato ai 
piedi della genitrice impietrita dal dolore. — In una 
osteria fuori di Porla Tosa furon legati padre e figlio 
a viso a viso con grossi canapi, poi, attaccati ad un 
cannone vennero tratti qua e là per le strade. — Un 
pargoletto vagiva nella culla, ne lo tolsero rabbio- 
samente, Io inchiodarono alla parete, poi scannarono 
la madre disperata e gemente. 

I Milanesi per lo contrario si mostrarono degnis- 
simi figliuoli di PIO IX; e prodigarono ai vinti e 
prigionieri le cure che un fratello prodiga al fratello. 

Nelle lotte accanile che avean luogo, gli Austriaci 
cadevano a frotte; pochissimi i Milanesi, quasi fos- 
sero tutelali dal braccio invisibile degli Angioli 
di Dio. 

Vedendo riuscir vano ogni tentativo per abbattere 
i Milanesi, gli Austriaci sgominali, affranti, laceri e 
feriti si raccolsero lutti nel castello, dove poco dopo 
ebbero ordine di fuggire da quel medesimo Radelzky, 
che avea giurato di fare un mucchio sanguinoso 
della città e stuprarne le matrone fra le ruine. 

II palazzo di Corte fu immanlinente chiamato 
Nazionale, e la bandiera tricolore, benedetta dall' 
Arcivescovo, sventola su quel luogo stesso dove ap- 



SCELTA RACCOLTA DI CTILI B SVARIATE NOZIONI 



125 



Italia mia, patirono 
Gran cose i figli tuoi : 
Or Dio sorrise, e martiri 
Non più, saranno eroi. 
L'onta di lunga elade 
In quattro dì si lava ; 
Nella tua polve cade 
Chi li fé' mesta e schiava. 
Sul capo reo tu monta 
Arditamente, e il premi: 
Ogni fallir si sconta 
Un di fatale, e tremi 
Chi li vorrà insultar. 

Lanciato dietro ai barbari 
Senta il corsicr gli sproni, 
Posa non dar, non requie, 
Sempre li caccia, e poni 
In mezzo l'alpe e '1 mar. 



pariva la minacciosa e insanguinala Aquila grifagna. 
Si creò un Governo provvisorio, chiaro per altezza 
di mente, per energia di cuore, per esperimentalo 
valore nel condurre le più ardue bisogne pubblicbe, 
e soprattutto per suo caldo e vivissimo pensiero della 
grande unità italiana. 

Da questo straordinario e impreveduto avveni- 
mento (conchiude il mite e valoroso avv. Coppi ) i 
capi delle Nazioni imparino a conoscere che non j 
nella forza brutale, ma nel solo amore dei popoli, 
il quale si acquista col procacciare la loro felicità, 
è riposto il sostegno di qualunque Governo. 

P. CORELLI. 



ÀM>* JÌ3ÀM& 

Quale i miei sogni finserli, 
O madre amata tanto, 
Ne' dì che schiava e indomila 
Hai combattuto e pianto, 
Or sì ti veggo. Brilla 
La fronte tua di gloria, 
Neil' occhio tuo sfavilla 
L'ardir della vittoria : 
Come sei bella, in arme 
Se muovi al campo il piede, 
Italia mia! Succede 
Della battaglia il carme 
Al carme del dolor. 

Innanzi a lei curvatevi, . 
O genti della terra. 
Guai a chi l'odia e provoca! 
E suo festin la guerra, 
Seco ha il trionfo ognor. 



All'arme, all'arme fremere 

10 sento il monte e '1 piano, 
Arme brandisce il pargolo 

E la femminea mano. 
Ve', delle trombe a' suoni 
Sorgono prodi a mille 5 

11 grido delle squille 
Ti suscita i campioni. 
Popol d' Italia, a lato 
Chi ti rimise i brandi, 
Il cor chi t'ha destato, 
Chi riaperto ai grandi 
Ardir d'antica età? 

Ti veggo ne' miracoli 
Di, questo suol già oppresso, 
O prisco onor d' Italia, 
Ti sento, ti confesso, 
O santa libertà. 

O padri avvezzi a piangere 
Sul disonor dei figli, 
Uscite alfìn de' tumuli, 
Su noi fissale i cigli. 
La gioventù gagliarda 
Non vive d' ira e duolo : 
Libera e forte or guarda 
Il cielo e non più il suolo. 
Uscite, e ci ponete 
La destra sulla maglia: 
Domani voi vedrete 
Orribile battaglia. 
Dite : ci trema il cor? 

No, che non trema. Un impelo 
Ci spinge alle tenzoni. 
Morir, morire o vincere, 
Pugnar come leoni, 
Merli pugnare ancor. 



Come sei cara, Italia, 

Guerriera armata in sella! 
Qual fia portento a' posteri 
Questa slagion novella ! 
In libertà signora 
Dell'universo un giorno, 
Glorie e trionfi ancora 
Faranno a te rilorno. 
Dai colli di Quirino 
Partì la santa voce, 
Dall'italo confino 
Già la Sabauda Croce 
Contro all'estranio va. 

O sommo PIO, distendici 
La man che benedice: 
Quest' itala famiglia 
Riposi ornai felice 
In pace e libertà. 



ice 



MUSEO SCIENTIFICO , LETTRRARIO ED ARTISTICO 



Tulle le terre l'amino 
Siccome la più bella: 
A lei gli oppressi guardino, 
La'cliiamin lor sorella: 
Felice d'ogni bene 
A tulli recbi aita, 
Lor franga le catene, 
Li desti a nobil vita. 
Trionfi il suo gran nome, 



Risplenda al par del sole, 
Sia libera siccome 
Dell' aquila la prole, 
Si tema qnal leon. 

Di monti e mar Dio cinsela, 
Fé' nostri il cielo e i campi. 
Guai chi s'allenti offenderla ! 
Non fia'ch'un solo scampi 
Dall' itala tenzon. 

Coi'iMNo Michele. 



MILITE DELLA COMPAGNIA DELLA MORTE 




Il giorno 5 del corrente aprile, nella chiesa prc- 
positurale di San Fedele celebravansi i funerali di 
Augusto Anfossi, una delle glorie più luminose della 
Rivoluzione Milanese, degno di venire a paragone 
cogli eroi di Plutarco. Chi fosse egli e quai miracoli 
di valore operasse, udiamolo dal 22 marzo, giornale 
di Milano. 

« Augusto Anfossi nacque in Nizza nel 1812; ne 
andò esule nel 1831, reo dell'amare immensamente, 
sinceramente la patria, il popolo, la libertà ; passò 



in Francia, e di colà, dove allora era un gran ciarlare 
ed un far pochissimo, impaziente dell'ozio e di quel 
vano arrabbattarsi che è peggio dell'ozio, si trasmutò 
in Egitto, ove di quei giorni poco si parlava e si 
faceva mollo; militò negli eserciti di Ibrahim bascià, 
e ne uscì colonello. Ridottosi alle Smirne, vi apri 
una casa di commercio, che in pochi anni crebbe a 
maravigliosa prosperità ; ed ivi, lieto del clima dol- 
cissimo e delle memorie omeriche , avrebbe forse 
chiuso i suoi giorni , se noi venivano a suscitare i 



SDELTA RACCOLTA 01 UTILI K SVARIATE NOZIONI 



12T 



recenti casi d'Ilalia. Perspicace dell'ingegno, quanto 
era forte del braccio, s'accorse subito ebe un moto 
italiano, benedetto, anzi iniziato dal Pontefice, non 
poteva venir meno; e quindi si diede a secondarlo 
coli' energìa del pensiero e del cuore. Tornato in 
Italia, alla grand'opera dell' italico riscatto otl'ri la 
persona e le sostanze, dichiarandosi disposto ad as- 
soldare volontari! a proprie spese-, e si mise in co- 
municazione con lutti quei generosi ebe nel Piemonte, 
nella Liguria e nella Lombardia aspettavano il mo- 
mento d'insorgere. In questa città nostra capitò pocbi 
dì prima del cominciamento del nostro gran dramma, 
e subito ebbe a so i cuori di lutti, e in particolare 
de'giovani pel suo piglio franco e militarmente severo, 
per la sua energica parola e pel calore dell'anima. 
Come appena fu deciso ebe noi dovevamo conqui- 
stare coll'armi la nostra libertà, egli offri i suoi ser- 
vigi, ebe vennero con riconoscenza accoltali. Desti- 
nalo ad organizzare la guardia civica, e quindi a 
comandare tulle le forze attive della nostra rivolu- 
zione, die tali saggi di capacilà, di coraggio, di nobile 
dignità, die lo fecero conoscere loslo e riverire da 
tulli. Nessuno nei giorni dell' eroica nostra lolla 
mostrò maggiore allivilà di lui , egli era da per tulio 
a consigliare, ad operare, ad erigere barricale a con- 
furiar citladini, a preparar mezzi di difesa, a stu- 
diare posizioni , ora capitano ed ora soldato, ora 
meccanico, ora strategico, sempre esempio chiaris- 
del più fervente patriottismo. E da lui s' inspirava, 
ed a vicenda eragli inspiratore Giuseppe Torelli, 
datogli ad aiutante; anime degne d'intendersi, in- 
telletti degni di associarsi alla difesa di questa ca- 
rissima patria. Altri narreranno i falli particolari di 
lui : qui ci basta riferire come dagli ardii di Porla 
Nuova, monumento della sconfina di Barbarossa, re- 
spingesse un drappello di granatieri ed un cannone, 
e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e 
come nell'assalto del locale del Genio, appuntato un 
cannoncino alla porla principale di esso, nell'atto che 
la sfondava, fosse colpito in fronte da una palla di 
moschetto. Mori, come Epaminonda, lieto della vit- 
toria de'suoi : mori invocando Dio e la patria ». 

A colant'uomo non doveano, nò dovranno mai 
mancare le più chiare testimonianze di affollo ri- 



verenle e di ammirazione profonda ; e quesle le ebbe 
nei funerali che gli si fecero, dove coi membri del 
Governo provvisorio intervennero gli uomini più 
celebrali per cuore, per mente e per braccio. 

Tra questi attraeva gli sguardi un grande drappello 
di Militi, sul cui pello spiccava l'immagine della morie. 

Capo di questo drappello era il nobile fratello del- 
l'Anfossi , Francesco Filippo, il quale ebbe facoltà 
dal Gomitalo di guerra di arruolare una compagnia 
cui volle denominare dcllu Morte. 

Colale denominazione ci riebiama ai tempi glo- 
riosissimi della Lega Lombarda. 

Nel gran giorno della battaglia di Legnano, due 
coorli circondavano il sacro carro, simbolo dell'in- 
dipendenza italiana -, una , composta di 900 giovani 
di nobil sangue, chiamavasi del Carroccio; l'altra, 
composta di 500, dicevasi della Morte. 

Nel primo urlo, che fu il più tremendo, conlrn 
il nemico, la compagnia del Carroccio vacillò così, 
che poco mancò che la sacra insegna cadesse nelle 
mani dei barbari. 

È tradizione che in tal momento Ire colombe , 
spiccatesi dalle cappelle dei santi Sisinnio, Martirio ed 
Alessandro, venissero a posarsi sull'alto del Carroccio. 

A colai vista, la Compagnia della Morte, ripetendo 
un suo giuramento, che era Morte o libertà, rovinò 
con sì furiosa tempesta sopra le schiere alemanne, 
che d' un trailo le sgominò, le sciolse, le costrinse 
a cedere dal campo. 

Un cavaliere di essa, saltando al di sopra de' corpi 
morti, strappò dalle mani di un capitano lo stendardo 
imperiale, gridando con voce poderosissima: Vitto- 
ria ! Vittoria ! 

Gli altri cavalieri della stessa compagnia balzarono 
di sella lo slesso Federigo Barbarossa, gli ammaz- 
zarono il cavallo, gli tolsero la clamide imperiale e 
la corona, dei quali fregi, tornando alle loro case, 
ornarono una vile giumenta per obbrobrio e scherno 
dell'oppressore vinto e atterralo. 

La nuova compagnia, non inferiore di cerio al- 
l'antica, per terribile gagliardia di anima e per ar- 
denza di patrio amore, giurando di volare se mede- 
sima al riscatto finale d'Italia, grida anch'essa, come 
i loro passali: Morte o libertà! 



AUTO-DA-FE D'UN ARTICOLO DEL DOTTOR LEVI 

inserto nel numero 13° del Libero Italiano, giornale vendo. 



Nel nostro numero scorso, o lettori, vi abbiamo 
parlato di due Alli-di-fede operali sugli slemmi 
dell'Austria, nostra mortalissima nemica, sul cui 
capo ci parea dolce il poter far ricadere l'atrocis- 
sima ignominia di trenlalrò anni. 

Ora con non minore allegrezza vi parliamo di un 
Allo di-fede operalo in Genova Ira la tempesta delle 
iiriJa e delle maledizioni, sopra il giornale veneto, 



// libero Italiano, contaminalo da un articolo di 
cerio dollor Levi, che sbucò d'un trailo, come un 
fungo, sui campi della letteratura italiana. 

Diciamo con non minore allegrezza, perchè i buoni 
Italiani considerano come spasimali cagnotti dell'Au- 
stria tulli coloro, i quali non hanno abbonimento di 
spargere nel sacro suolo d'Italia i germi di queir 
orrendo dissidio, che fu Ira noi radice di ribellioni 



128 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO- SCRLT A RACCOLTA DI (ITILI B SVARIATE NOZIONI 



e di guerre civili, di rovine e di obbrobrii, e cagione 
per cui l' Italia venne per Ire secoli interi chiusa 
dentro un sepolcro di ferro. 

Noi sappiamo che è dovere d'ogni buon cittadino 
il protestare contro qualsiasi uso, cbe richiama le 
memorie dell'antica violenza; sappiamo che la slampa ! 
libera è la gran voce della patria, e che ogni citta- 
dino ha diritto sacrosanto di pubblicare ciò ch'egli 
pensa: ma quando questo cittadino getta il fango 
sopra un popolo; quando calpesta i principii immu- 
tabili dell'onesto e dell'equo, quando sfregia e con- 
tamina la santità della stampa, allora non sappiamo 
dannare il popolo che si volge anche a mezzi vio- 
lenti, onde punire chi tenta per quel modo di ucciderlo. 

E diffalti, o lettori, non è egli un volere uccidere 
l'Italia predicando la scissura, santificando il muni- 
cipalismo, alla cui pessima uggia fu soffocala ogni 
concordia e perduta ogni forma vera di vivere civile, 
versando negli animi il veleno della diffidenza e del 
sospetto, mettendo ogni opera a spegnere l'entu- 
siasmo che arde l'Italia per la più grande e la più 
santa delle cause? 

Volgete, o lettori, lo sguardo a Carlo Alberto... 
Egli è tranquillo, libero, felice nel suo slato-, rispet- 
tato e temuto dallo straniero ; circondato dall'amore 
de' suoi sudditi che hanno giuralo di innalzare un 
incrollabile propugnacolo de'loro petti intorno al suo 
trono per gratitùdine delle larghe libertà concesse 
loro spontaneamente, generosamente. 

Vede la Lombardia lacerata e insanguinata dalle 
austriache zanne. Che fa egli ?.... Commosso dal 
grido dell'umanità conculcala, pone sotto i piedi 
gli agi di ogni sorta, tronca i nervi al commercio, 
toglie le braccia all'agricoltura, si pone co"suoi fi- 
gliuoli alla testa di quarantamila soldati, getta sui 
campi lombardi la sua corona, e dai punti più lon- 
tani del Piemonte corre, anzi vola sul Mantovano, 
proclamando altamente ch'egli nulla vuole, fuorché 
difendere i fratelli e gli amici, e nettare l'Italia 
dalla lebbra barbarica che da tre secoli la insozza, la 
rode, la uccide. 

Conscio che la patria comnne richiede, in questo 
terribilissimo emergente, una grande potenza di sa- 
crificio, sfida i pericoli di ogni maniera, espone il 
suo petto al tempestare delle palle, comballe e vince 
con allisssimo valore la battaglia di Coito, occupa 
la sponda più importante del Mincio, quella dove la 
miracolosa potenza di IJonaparte corse rischio di 
essere fiaccala, sgomina e caccia quel nemico il quale, 
malgrado il crollo datogli dai Milanesi, riavutosi 
dallo stupore, poteva ancora divorare la Lombardia. 

Or bene : quale tributo di gratitudine gli si porge?... 
Leggete le parole di codesto Levi, leggetele, e fre- 
merete d'indignazione. 

Egli deride e sfregia il nome santo del fortissimo 
Ile ! !.... E in (piale momento? Nel momento che 
questo Ile sia di nuovo alle prese con un esercito 

Stabilimento tipografico 



ch'è umiliato, ma non sbandato; che ha perse molte 
armi, ma che molte ne conserva tuttavia, e tiene le 
munilissime fortezze di Peschiera, di Verona e di 
Mantova-, nel momento che gli Austriaci agitali ancora 
ferocemente dallo spirito infernale di Mettermeli, mo- 
strano di essere pronti a non curare la loro stessa 
libertà per volare in Italia, del cui sangue hanno 
bisogno per reintegrare le vene esauste : nel momento 
insomma che la lotta sta per farsi rabbiosa, lunga, 
tremenda!... 

Che è l'eroismo de' nostri soldati, i quali spendono 
con giubilo la propria vita pel riscatto d'Italia? Che 
è la loro costanza, la loro fortezza nel sostenere i 
più orribili disagi sotto cielo inclemente, in un ter- 
reno uliginoso, dove debbono posare il fianco dopo 
le lotte sanguinose e le fulminee corse, e dove so- 
vente manca loro un tozzo di pan nero e un sorso 
di vino?... Che è tutto questo? grida quella strana 
creatura del Levi. Noi abbiamo fatto senza di loro. 

Appena potremmo perdonare codesto orgoglio ai 
Milanesi ! Ma come lo potremo perdonare a voi, o 
signor Levi, che avete guadagnata la libertà, di cui 
fale cosi enorme uso, grattandovi la pancia?... Mal 
vi fate emulatore delle villane e fratricide braverie 
del Caniù... 

Oh per Dio !.. cessiamo di menar vampo di par- 
ziali vittorie! cessiamo di assordarci con vuote pa- 
role di forma!... Non diamo nuova materia di riso 
alle stranièro-, non facciamogli dire che noi non in- 
tendiamo la libertà, e che il marchio della schiavitù 
di tre secoli ci ha per sempre divezzi da lei.... 

L'Austriaco ci sia tuttora sul collo; noi non l'ab- 
biamo ancora balzato al di là dei monti Trevisi , 
egli siede sulle calde ceneri di Castelnovo, trastul- 
landosi col teschio degli uccisi; il grido de' nostri 
fratelli atrocemente scannati si spande pei campi 
d'Italia e ci rintrona l'orecchio.... 

Comballiamo colla penna, se noi possiamo colla 
spada; ma la battaglia del pensiero sia nobile, ge- 
nerosa, santa come la causa di PIO IX. Onoriamo 
i prodi che fanno il sacrificio della loro vita per noi; 
gettiamo fin l'ultimo obolo per comperare il pane 
che e loro necessario; rinfranchiamo il loro co- 
raggio, tergiamo il loro sudore, diamo alimento al 
loro sacro entusiasmo.... Quando il ceffo dello stra- 
niero non sarà più; quando le sue mani sanguino- 
lente più non strapperanno gli adornamenti delle fi- 
gliuole e delle nuore, allora, allora soltanto, discu- 
tiamo de'noslri destini... Di presente ogni discussione 
è improvvida, nocevoìe, pericolosissima. 

E voi, signor Levi, che per la prima volta così 
ignobilmente vi mostrate all' Italia, frangete la penna; 

essa non è per voi Impugnate la spada, se vi 

basla il cuore, correte sui campi lombardi a lavare 
nel sangue austriaco l'onta di che vi siete coperto... 
Dopo la vittoria vi perdoneremo e vi chiameremo 
fratello. P. Corelli. 

di A. Fontana io Torino. 



I?. 



nUSEO SCIENTIFICO . ecc - Anno X. 



29 aprile 18 iS) 



STOP» I 1 COATFJIPOI. i NE 1 




VOTO DE" VERI ITALIANI 



Unione! Unione! Unione! 

Ecco il voto di lulli coloro die si sentono scor- 
rere per le vene sangue italiano. Nella scissura, nella 
separazione, nello spargimento risiede la debolezza. 
Guai se coloro i quali stanno ora al limone degli 
Slati non fanno sforzi ostinali e sdegnosi per svellere 
dal terreno italico l'arbore funesto del municipalismo, 
i cui rami, per non so quale maledizione, sembrano 
ora sorgere più orgogliosi che mai. Abbiamo comuni 
il cielo nativo, l'idioma, la religione, deb! perchè 
non potremo avere comunicazione di leggi e di san- 
gue, senza che fra noi, quasi per conflitto di ele- 
menti ripugnami, si susciti confusione e discordia? 

Tulli, chi più chi meno, abbiamo portala una pie- 
tra all'edilìzio della nostra grande rislaurazione; 
tulli ci siamo adoperali e ci adoperiamo con ogni 
spirilo a cacciare oltre l'Alpi quello straniero che 
da tre secoli ci ruba la nostra povera roba, ci mar- 
toria, ci flagella, e cincischia in tulli i modi; deh! 
non perdiamo d'un trailo il frullo di tarili sforzi, 
di tante fatiche, di lanle lacrime, di tanto sangue... 
Iniamoci ! Uniamoci! Uegbiamoci coi vincoli di una 
sola famiglia ! Poniamo giù l'orgoglio di vittorie par- 
ziali ! Non laceriamo da noi slessi, non gettiamo nel 
fango le belle corone che le nostre mani hanno in- 
trecciale. 

Non mai cosi bello rifulse, come ora, il sole d' Ita- 



lia. Il Valicano si fece il propugnacolo della libertà 
congiunta alla religione. Il principato ha deposto il 
suo pauroso paludamento, e, mescolandosi col popolo, 
gli sorride, gli stende la mano, Io chiama fratelli», 
amico. Che più dunque ci manca? Non più ruggini, 
non più rancori, non più sospetti, non più diffidenze! 
Sorga il regno dell'amore e -della giustizia, strin- 
giamoci in un solo amplesso. Lo straniero vegga elio 
noi siamo al lutto degni di quellajiberlà che abbiamo 
saputo conquistarci colla potenza del braccio e della 
mente: egli ritraendosi impaurito, lacero e scornalo 
dai nostri campi, gridi a se medesimo, ruggendo di 
dolore: Io più non li vincerò, perchè sono uniti! 

. CHE si fa?.:. 

Che si fa frattanto?... Milano e Venezia rispondono 
esse al volo, al grido dei buoni, dei sinceri, dei 
liberali Italiani? 

Onesta è la dimanda che io odo levarsi da ogni 
parlo; ed io, siccome umile cronichisla, riporterò 
alcune risposte che si vengono facendo. 

.Milano si affacenda, si sbraccia a ordinare un' as- 
semblea nazionale per una forma politica. Ma gli è 
queslo il tempo di silhilti negozi? Come !.. Mentre 
la mitraglia austriaca diffonde ancora fra noi l'esler- 
minio e la morte; mentre i noslri poveri fratelli di 
Peschiera, di Verona, di" Mantova e di altre terre 



ino 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



sono lacerati dalla verga dei barbari: menlre ci seo 
liamo ad ogni momento rintronare all'orecchio il 
rimbombo del cannone e sappiamo che il Mincio corro 
vermiglio del nostro sangue, noi ci affatichiamo, 
sparpagliamo la nostra attività a creare assemblee 
per decidere do' futuri nostri destini?... E queste cose 
facciamo davanti allo straniero, che sa di non essere 
tanto scemo di forze e di spiriti come lo si vuol 
improvvidamente far credere? davanti all' Europa 
che ci guarda e novera ogni nostro passo? davanti 
alla storia che, in questo terribilissimo contingenze, 
contempla le nostre azioni per darle alla memoria 
de' posteri e al riso dol disprezzo? 

Oh ! male, male ci illudiamo se noi crediamo che 
l'Austria sia tanto stremala di vita da non avere 
più forza di levare almeno per poco il capo para- 
litico e raccogliere lo varie sue membra per avven- 
tarci un nuovo e più tremendo colpo. La Gallizia 
leva ella lo stendardo della rivolta? La Croazia, 
malgrado le sue altiere dimande, s'è ella sottratta 
al ferreo giogo che da tanto tempo si accollò? L'Un- 
gheria, la gagliarda Ungheria, non sta ella conlenta 
a tutte le franchigie che le furono largheggiale? e 
la Boemia non è forse invelenita dal pensiero di ve- 
dersi tronchi per avventura lutti i nervi del suo com- 
mercio? Il timore di perdere per sempre le pingui 
terre di Lombardia, dalle quali traggono alimento 
alla loro fame, non potrebbe rannodare in un sol 
pensiero queste nazioni e precipitarle sull' Italia per 
vendicare lo scorno patito e riconquistare que' popoli 
nelle cui membra i padroni dell'Austria insanguina- 
rono con tanto loro vantaggio le labbra? 

Perchè dunque raccogliere assemblee, a cui non 
potrebbero neppure assistere quo' valorosi che com- 
battono per l'indipendenza italiana, i quali ne hanno 
per avventura maggior diritto di lutti?... Perchè in- 
viare alle quattro parli del mondo proclami, ove con 
pedanteria fastidiosa è posta immensa cura a bene 
intrecciare insieme idee sull'umanità e sulla fratel- 
lanza, a colorirle acconciamente, a dar rilievo alla 
luce colle ombre e ai colori più risentiti colle mezze 
tinte? 

In faccia agli eventi presenti, in faccia alla voce 
rombante del cannone, in faccia al ferale incendio 
di Caslelnovo, alle battaglie dei nostri prodi, ai loro 
pericoli gravissimi, lutti i discorsi diventano una li- 
neatura scolorala, un secco profilo, un abbozzo in 
l'orme. 

Prontezza, ardimento, energia, audacia, armi si 
richiedono, non orazioni alla Monsignor della Casa, 
non filatessa di belle sentenze, di vaghe descrizioni, 
di argomenti, non periodi di lunghissima lena o di 



lena cortissima a foggia di quelli che l'autor dell' 
Osservatore chiamava singhiozzi. 

Il magistero delle transizioni, o signor Tommaseo, 
la composizione e l'architettonica delle idee lascia- 
mole per ora da banda. Mandiamo al diavolo gli inni 
al Leone di S. Marco, ai suoi dotti ruggiti, alle sue 
ali spennate, alla sua coda, e che so io... Questo non 
è tempo di reminiscenze, non è tempo di tradizioni, 
di fastose decorazioni e di altre somiglianti ciancia- 
frascole. Operiamo! operiamo! operiamo! 

Non lasciamo tulio il nerbo della guerra al solo 
esercito piemontese. Non facciamo per le vie uno 
strascico pomposo e inutile di sciabole. Portiamo 
aiuti di viveri e di tende ai prodi di Carlo Alrehto. 
Se non abbiamo danari, vendiamo catenelle, orologi, 
orecchini, monili, anelli, lullo. Adoperiamo i cavalli 
de' nostri ricchi pel carreggio dei cannoni. Fabbri- 
chiamo picche, aste, spade, pugnali ; e se vogliamo 
cantare inni, cantiamoli in lode soltanto di coloro elio 
spendono la vita e la mente pel trionfo della gran 
causa italiana, in lode di coloro che fanno grandi 
sforzi sopra se stessi per vincere quell'inerzia o ac- 
cidia che lega e assidera le potenze dell'anima e che 
Cristo collocò tra le piaghe capitali dell'inferma' 
natura. 

Queste sono le risposte che i buoni Italiani fanno 
alla dimanda che abbiam posta in fronte al presento 
articolo, e che noi, fedeli ed umilissimi espositori 
dei falli che ora succedono, abbiamo storicamente 
riferite. 

GLORIE... 

Menlre dagli altri si ciancia o si crede di avere 
abbastanza operato, Carlo Alberto incalza stretta- 
mente alle reni il nemico universale dell'Italia. 

Egli mostra di essere. investito dallo stesso spirito 
dell'eroe di San Quintino, e l'Italia tien fissi intenta- 
mente gli sguardi sopra lui come al suo redenlore. 
Dieci secoli, di senno militare e civile della sua Casa 
gli stanno innanzi; e camminano con lui la fama, 
la dignità e la grandezza de' suoi antenati. Non ri- 
scosso dallo strepito delle ciancio che gli suona di 
dietro, egli va innanzi inlento solo a conciliarsi la 
gratitudine di quo' popoli che hanno senso della vera 
libertà e ad acquistare in solido la riconoscenza di 
tutla la specie umana. 

La Storia registrerà nelle sue pagine immortali 
il fallo di Coito siccome una delle più splendide im- 
prese che hanno convalidato il ristauramenlo mira- 
coloso d' Italia. Ora noi anticipando per poco il so- 
lenne giudizio di Lei, descriveremo parlilamenle gli 



SCELTA RACCOLTA DI ITILI E SVARIATE NOZIONI 



131 



accitlenli di quella grande giornata por omaggio di 
gratitudine ai prodi che l'hanno compiuta. 

La sera del 7 aprile 1848 la prima divisione del- 
l'esercito del re Carlo Alherto, spalleggiala da una 
parte della seconda giunta, si accampava tre miglia 
e mezzo circa in distanza da Coito, horgo non lon- 
tano da Mantova più di dieci miglia. 

Succedeva la notte fredda, triste e piovosa. I sol- 
dati cran privi di quanto è necessario a ristorare le 
forze affralite dalle corse e dai disagi; difettavano di 
vettovaglie e perfino di tabacco; ma slava con loro 
il proposilo fermo, ardente e concitalo di liberare 
l' insanguinata Lombardia dai barbari. 

Il mattino vegnente, le trombe ed i tamburi die- 
dero prestamente l'avviso che l'ora della battaglia 
era imminente. Un grido di gioia ruppe dal cuore 
di lutti. Si avanzarono con passi frettolosi verso 
Goilo coli' intendimento di farsene padroni. 

Verso le ore olio la seconda compagnia de' Ber- 
saglieri scoperse il nemico anelalo a guisa di cac- 
ciatori dietro le macchie e gli alberi sulle rive del 
Mincio; erano Tirolesi. 

L' intrepido e intelligente colonnello Della Mar- 
mora capitaneggiava la compagnia divisa in due ali, 
una delle quali era condona dal signor Testa e dal 
cav. Galli della Manlica, I' altra dal luogotenente Giu- 
seppe Lions. 

La battaglia fu ingaggiala. Onesti prodi con indi- 
cibile bravura e prestezza si avventano al nemico 
fra lo scarichìo degli archibugi e la tempesta ruino- 
sissima delle palle. L'ala guidala dal Testa e dal 
Manlio sbaraglia, conquide e mette in fuga il ne- 
mico; quella governala dal Lions si scaglia animo- 
samente per la prima dentro Goilo. 

Il colonnello Della Marmora invasato dall'estro 
della battaglia, seguitava a rinfiammare i soldati gri- 
dando con voce che pareva soverchiare quello sire 
pilo vaslo e rimescolato, Avanti! Avanti! Quand'ecco 
un getto di sangue rompergli dalla bocca e troncargli 
la parola... Una palla nemica, percuotendolo nel 
mento, gli frangeva la mandibola inferiore e gli usciva 
prossima all'orecchio. Poco stante cadeva morto il 
Manlica versando l'anima valorosa senza articolar 
parola... 

Il Lions co' suoi pochi piantavasi con allo bravo 
in luogo dal quale poleva terribilmente bersagliare 
le teste austriache, e vi si mantenne con incredibile 
costanza e fortezza per venti minuti, sostenendo il 
fittissimo tempestare delle palle, né indietreggiando 
di un passo. Il cav. Righini feritogli cadeva a poca 
distanza. 

Una colonna del battaglione lieal Navi viene final- 



mente in suo soccorso. Il valoroso vede che il ne- 
mico con terribile apparalo di artiglieria sta per im- 
boccare il ponte di Coito coli' inlend monto di portare 
lo sterminio tra' suoi. Non impaurito da quesla vista, 
manda colla celerità del fulmine la quarta parte de' 
suoi invincibili tiratori contro l'irrompente nemico 
il «piale sgomentato dall' inspet lato intoppo arrestasi 
alla bocca del potile, dove si vede d'un tratto in 
faccia la colonna ficai Navi governala dal Maccarani. 

Un questo un orrendo momento. Sovrastava una 
strage sanguinosissima. Erano le Termopili manto- 
vane. Il genio guerriero dell' Italia non mai rifulse 
più luminosamente come sulla fronte impavida e in- 
fuocala di questi novelli Spartani. 

Il Maccarani, nuovo Leonida, si avanza pel primo 
mandando grida lietissime di vittoria; ma una palla 
lo ferisce e precipita da cavallo; gli succede imme- 
diale il capitano Bellegarde, e questi pure è ferito, 
viene avanti il sottotenente Alfredo Wriglit, il quale, 
colpito nel cranio, è sleso semivivo a terra. 

11 generale d'Arvillars sta per ordinare il dietro 
fronte ; ma il grido del comando è soverchialo da 
uno scoppio immenso, infinito. — una mina faceva 
saltare in aria il centro del ponte, e il nemico si 
ritraeva impetuosamente dentro le case prossime al 
ponte. 

Il generale d'Arvillars, per consiglio degli uffi/.iali, 
faceva quivi condurre l'artiglieria e succèdeva un 
cannoneggiare che durava due intere ore con orri- 
bile sparpaglio di ogni cosa, finché il nemico con- 
fuso, lacero, sanguinoso e sbigottito dalla rovina im- 
minente delle case di cui facevasi riparo, si dava 
alla fuga. 

La immortale colonna Rea! Navi, e gli accesissimi 
Bersaglieri, ai quali si attergavano parecchi della 
brigata Regina e delle guardie civiche, calcarlo intre- 
pidamente il parapetto destro del ponte rimasto in- 
tero e seguitano il nemico facendo prigionieri 39 Au- 
striaci e 25 Tirolesi. Un passaggio veniva pronta- 
mente costituito sul ponte per ordine del generale 
Bava ; un cannone nemico rimaneva preda de' nostri, 
e il Mincio travolgeva nelle, sue onde vermiglie molli 
cadaveri austriaci. 

Intanto venivano pietosamente raccolti i feriti. Il 
colonnello della Marmora, portalo dentro rustica 
casa, al chirurgo che disse parergli che la palla di 
dietro gli fosse uscita pel mento, rispose: 

— Io non sarò mai ferito di dietro, ma sempre 
per l' avanti. Mi si porli la mia sciabola. 

Baccolli gli spirili, sguainò il ferro e contemplò 

con compiacenza il sangue nemico rappresovi sopra. 

Il Maccarani sorreggendosi a gran stento al brac- 



I.T2 



MISE0 SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



ciò di uno zappatore, giunto al cospetto di Genova 
cavalleria, gridò : 

— Viva Italia ! Viva il Re! uccidetene i nemici. 

Fu salutalo da un plauso unanime e prolungato. 

Il prode Wright spirò dopo sei ore di agonia senza 
mai potere proferire parola. Egli era (dice il colto 
e forte cappellano dell'esercito, dal quale sappiamo 
queste particolarità) figliuolo di un inglese, capitano 
di vascello nella marinerìa sarda, e sua madre, una 
Rossi di Torino, Io partoriva a Vienna, ove sperava 
egli fra poco di visitare alcuni suoi parenti. 

Che diremo di Caiìlo Alberto.? Egli espone per 
intere ore il proprio petto al furor nemico. Un giorno, 
mentre le palle gli fischiavano intorno sinistramente, 
un generale gli si voltò dicendo: 

— Maestà ! Ella corre gravissimo pericolo... 

— La ringrazio della sua benevolenza — rispose 
il re gentilmente e con inalterabile pacatezza— stia 
qui con me: se viene una palla è Dio che ce la 
manda. 

Per buona sorte, Dio non ce l'ha mandala, scrisse 
dipoi il generale ad un suo amico. 

Onore a voi lutti, o valorosissimi soldati dell'eser- 
cito piemontese ! La vittoria al ponte di Coito fa 
testimonianza al mondo che in voi rivive l'antico 
valore de' vostri padri, e che siete altamente degni 
di combattere sollo i vessilli del gran Capitano che 
vuole la finale rigenerazione dell' Dalia. La patria vi 
contempla con orgoglio gentile; e, nel giorno fortu- 
nato in cui avrete balzalo olire l'Alpi il sozzo e fe- 
roce straniero e i populi alpini, liguri e lombardi 
formeranno una sola famiglia, ella vi verrà incontro 
baciando le ferite de' vostri pelli e benedicendo eter- 
namente a voi. 



GIUDIZIO DI LAflQMS SIILE COSE D" ITALIA 



VIVANO I SICILIANI!... 

Da questi fortissimi isolani non muovono fuorché 
esempi di italiana grandezza. Essi hanno dichiaralo 
per sempre decaduto dal Irono di Sicilia Ferdinando 
Rorbone e la sua dinastia, e vogliono reggersi a go- 
verno cosliluzionalc chiamando al trono un principe 
italiano, dopo che avranno riformalo il loro Statuto. 

Rencdizione a voi, o sublimi Siciliani ! Da voi 
partì la favilla sacra che, mutatasi in incendio, ab- 
bracciò l'intera Italia; da voi move ora un esempio 
che salverà l' Dalia dal contagio de' scapigliati ed 
irli dottrinanti che vorrebbero fare della nosira lerra 
una minutaglia di stali, e dare di nuovo comodità 
all'atroce ed avaro straniero di assalirci e divorarci. 

P. CoRELLI. 



Dopo lunghi secoli di servilo, 1' Dalia ha spez- 
zalo finalmente le sue catene. I figli di quella sacra 
lerra si mostrarono degni di lei, e ritrovando ad 
un Iratto le eroiche virtù che fecero de' loro ante- 
nati un popolo sì grande, in pochi giorni compie- 
rono l'opera di più generazioni. Mercè di una pro- 
dezza, che agguaglia gli esempi più ammirati, 
mercè di una miracolosa fermezza, hanno, senza 
esercito, vinto l'esercito a cui si appoggiava la ti- 
rannia organizzata del Cesare di Vienna, signore 
delle fortezze, de' passi delle strade, arbitro d*una 
polizia sempre all'erla, con in mano tutte le suste 
di una polente amministrazione. Lo straniero smar- 
rito, tremante fugge da una lerra che lo respinge; 
gli schiavi di ieri salutano la patria riconoscente. 

Gloria agli Daliani ! il loro trionfo è il nostro; 
perchè noi, Francesi, siamo con essi affratellali nelle 
viscere del cuore, ed essi formano con noi una sola 
famiglia, di cui sono i primogeniti. Ad essi dob- 
biamo le lellere, le scienze, le arti e tulio ciò che 
abbellisce la vita, innalza l'animo, ed ingentilisce i 
costumi; essi aprirono ai nostri padri i sentieri della 
civiltà, e crearono il mondo moderno. Oh, ne siano 
di nuovo uno de' più splendidi ornamenti! 

Ma l'impresa loro non è compiuta. Hanno ricu- 
perala l' indipendenza , scacciarono l'oppressore: 
hanno al lembo estremo e nel centro della penisola 
ottenuto alcune delle libertà , alle quali da lungo 
tempo aspiravano: e da Roma stessa partì il segnale 
del riscatto dato da un Papa, la cui memoria sarà 
benedetta dai futuri. Ma per quanto sian grandi 
codesti beni, non sono e non debbon esser altro che 
un avviamento a un bene maggiore, che comprende 
gli altri tulli, e solo gli assicura lo stabili- 
mento dell'unita', senza di cui non c'è nazione. 
Sarà l'Italia una nazione ? Questa è per lei la 
quislione suprema. Dallo scioglimento di essa, che 
è dall'Europa aspettato, dipendono i destini di co- 
desto bel paese. Se riman diviso, perderà la forza, 
l'influenza, il grado che la Provvidenza gli assegna, 
ed abdicherà gli alti suoi destini. 

L'Italia, ridotta ad essere un'accozzaglia di popoli 
e non un popolo, privata perciò delle condizioni del 
suo sviluppo e della sua vita, languirebbe incrle 
nell'insanabile fiacchezza di un corpo imperfetto , 
m cui non note compiersi il lavoro della formazione. 
Condannalo di nuovo all'impotenza, l'Italia rica- 
drebbe sopra se medesima, e, per mancanza d'una 
sfera d'azione proporzionala al suo genio, ripiom- 
berebbe nel letargo e nella nullità che esasperava il 



SCELTA RACCOLTA 01 UTILI B SVARIATK NOZIONI 



133 



suo giusto orgoglio. Imporla all'interesse del mondo 
quanto al suo che n'esca : imporla die in mezzo ai 
popoli, i quali hanno applaudilo alle sue vittorie , 
ripigli il posto che tulli riconoscono, che tulli sen- 
tono esserle dovuto. 

Sì ! l'Italia sarà una nazione, sì ! l'Italia saprà 
consolidarsi nell'unità che è la sua vita. Trattandosi 
d'un dovere cosi santo, non si lascierà arrestare nò 
da considerazioni secondarie, nò da quegli ostacoli 
che s'incontrano sempre nelle faccende umane, e 
che sono superate da una forle volontà. 

La risoluzione che prenderà le sarà dettala non 
dai calcoli d'una prudenza retta, e per ciò stesso 
ingannevole in un tempo, in cui s'apre innanzi al 
l'umanità un si vasto orizzonte, ne dalle viele re- 
miniscenze di un ordine antico, che muore, ma dal 



sentimento di quello che deve essere e di quello 
che sarà, di quello che non può essere impedito dal 
nascere. 

Non cerchi l'Italia il suo avvenire nel passalo , 
né la sua vita nelle vecchie tombe. Che mai farebbe 
essa delle ceneri che racchiudono? 

La sapienza dei tempi ordinarli non è applicabile 
a' tempi in cui siamo, tempi di completo innova- 
mento, ne' quali senza intermedi - ! visibili alle condi- 
zioni anteriori succedono condizioni nuove , come 
pel fanciullo, quando, al tempo fisso dalle leggi della 
natura, si slacca dal seno materno. 

Italiani ! l'Europa vi guarda : per consumare 
l'opera che Dio le ha commesso di compiere , ha 
bisogno del vostro concorso, e ci conta: voi non la 
froderete della sua aspettativa. 



@&33&Sf© 9333333333 




L'amico spirto, che al partir suo ratto 
M'ha d'acerba pleiade 'I cor compunto, 
Come alle spere sì vicin fu giunto 
Che udianc il suon, ma non distinto afialto, 

Mossesi Urania ad incontrarlo in alto 

Dolce, e in manto di stelle auree trapunto: 
Benché a te par per tempo esserci assunto, 
Qual di te lungo qui appellar si é fallo ! 

Disse, e presol per man cortesemenle, 

Soggiunse: Io son, ben dèi conoscer, quella 
Che delle spere son regola e mente. 

Vien meco. Il braccio egli le porse, ed ella 
Il suo posovvi, e così dolcemente 
Ragionando sen vati di stella in stella. 



Così nel secolo scorso poetava il Ghedino in morie 
del rinomalo Fontana: e a me pare che vietandomi 
la natura dei tempi di consecrare un carme all'e- 
stinto Donizelli, io non possa far cosa di meglio, 
e che di più si adatti alla circostanza, che cilar 
così alla sfuggita codesto sonetto del Ghedino, im- 
perocché lauto il Fontana, quanto il Donizelli furono 
tolti immaturamente alla terra ; conobbero in vita i 
più reconditi segreti dell' armonia di cui simbolo è 
Urania, e quaggiù rivelarono entrambi allo intelletto 
e spirito degno del cielo. 

L' Italia, che in lanlo rivolgimene di cose e in 



H4 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



tanlo conflillo d'interessi non può Torse por mente 
alla sepoltura che di recente si è chiusa sul canoro 
cigno che io piango, sentirà un giorno la perdila 
falla, e Ira i fiori che andrà versando sull'urne dei 
martiri caduti per la sua indipendenza ne Iroverà 
qualcuno con che onorare il sasso di coloro che 
consumarono i giorni, e spesero anch'essi la vita 
per la sua gloria: imperocché la gloria come l'in- 
dipendenza è l'aureola delle nazioni, e il Donizelli 
fu uno di quei pochi ingegni che nell'oppressione e 
nella servitù fecero fede agli stranieri che l'Italia 
covava nel suo seno il fuoco sacro e regnava sovr' 
essi colla potenza dell'intelletto aspettando il tempo 
di regnare colla potenza del braccio. 

Gaetano Donizelli nacque in Bergamo sul tra- 
montare del secolo scorso, e sortì dalla natura un' 
anima generosa ed un cuore squisitamente sensivo. 
Ridondante di affetti e bisognoso di espanderli, so- 
migliante all'usignuolo della solitudine, egli non ebbe 
altro linguaggio che il canto, e cantò in giovinezza 
e cantò negli anni maturi e tutta la sua vila fu un 
canto. Il celebre Simone Mayr che teneva lo scet- 
tro musicale d'Ilalia, profondo conoscitore qual era 
degli animi in cui si appigliava alcuna scintilla del- 
l'arte, vide in quella del Donizelli quanta e qual 
fiamma celavasi, e si diede amorosamente a fomen- 
tarla e a nudrirla. Alla scuola di lanl'uomoil giovine 
cantore divenne in poco tempo maestro, e quando 
ne uscì per recarsi in Bologna a quella del Mallei 
ove perfezionarsi nel contrappunto, v'imparò la dif- 
fidi arte di assoggettare il talento alla regola e di 
temperare la fantasia colla scienza: di modo che 
non vi ebbe forse maestro che meglio vedesse nei se- 
greti del comporre e meglio sapesse nasconder lo 
studio sotto le apparenze della facilità e dell'ele- 
ganza. Quand'egli stampò i primi passi nella car- 
riera melodrammatica, imperava in sulle scene il 
prepotente genio di Rossini; quand'egli vi procedeva 
animoso rivale trovavasi al fianco i severi ispira- 
tori del Mercadanle e del Coccia, e quando vi co- 
glieva le più nobili palme, vedevasi innanzi la pate- 
tica musa del Bellini con la sua flebile lira e le sue 
appassionale querele. Il Donizelli stelle a fronte 
di quei quattro grandi uomini, e non fu da meno 
di loro: esperio dei tempi e delle condizioni in cui 
si trovava la musica teatrale, ei fec.esi una maniera 
composta delle maniere di ciascheduno di quelli, e 
di, si varii stili si compose uno stile di lanla effi- 
cacia e di lanla freschezza che giunse a far parer 
nuovo ciò che per avventura si sarebbe creduto 
imitazione. Merito, ;■ parer mio, singolare, e non 
abbastanza slimato nella gran lotta che devono 



sostenere coi venuli prima i venuti più lardi. 

Nessuno fu più fecondo, più immaginoso, più 
molliforme del Donizelli: nessuno fu possessore di 
una tavolozza più ricca di colori, e di un pennello 
più disinvolto e più franco. Egualmente suscellibile 
delle più veementi passioni e degli affetti più pacali 
e gentili ei passò dal serio al giocoso, dal tragico 
al comico, dalle lagrime al riso, e in tulli i generi 
seppe osservare le norme della natura e le leggi della 
convenienza e del vero. Dall'Anna Balena aWE- 
lisir d'Amore, dalla Parigina al D. Pasquale, dalla 
Lucia alla Linda vi hanno sludii sì lunghi che cre- 
dereste impossibile rinvenirvi i vestigli di un solo 
ed islesso cursore. 

In pochi anni l'Ilalia fu piena di tanti Capo-lavori, 
che farebbe lunga opera chi tulli volesse ad uno 
ad uno schierarli. In tutti, ed anche nei dimenticali, 
poiché le musiche teatrali hanno anch'esse i loro 
destini, si ravvisa pur sempre la stessa mente mae- 
stra , la slessa disinvoltura, il medesimo brio; vi 
ha in tulli una scintilla del sole ispiratore d'Ilalia, 
un raggio della bellezza del nostro cielo, una do- 
vizia della splendida nostra natura. I Francesi e gli 
Austriaci a noi Io invidiarono, ed egli corse all'esca 
dei loro onori e all'attrattiva delle loro ricchezze. 
E onori ed agi non gli mancarono né in Parigi, né 
in Vienna-, ma non ebbe colà né la dolce aura na- 
liva, né le soavi soddisfazioni del cuore. Sia l'ec- 
cesso della fatica, sia l'abuso delle facoltà morali, 
sia che a certe nature d'uomini è necessario, come 
a certe piante, il nalal clima per prosperare e per 
vivere, a poco a poco il povero Donizelli intristì, 
e cadde in mortale languore, e la face di lanla in- 
telligenza si spense. Tutte le genli eh' egli aveva 
beale con tante divine creazioni furono colle come 
da propria sventura, e misurarono, per così dire, il 
vuoto che lasciava la fatale sua perdita. E più di 
tutte risenlissene Italia, che in questa sopraffazione 
di gusto ollramonlano, e in lanla iattura di lettere 
e di arti, aveva bisogno di uomini valenti che si fa- 
cessero argine al torrente che innonda: sperava 
che, reduce nel suo seno, e all'ombra del materno 
suo nido, avrebbe I' affililo ricuperala la smarrita 
salute... ma la speranza fu vana. Le sorgenti della 
vita erano in esso esaurite colle sorgenti del genio, 
e, pochi di sono, la lerra che gli fu cuna gli fu se- 
poltura. Il cigno del Serio mori, e non potè, come 
i cigni, sciogliere un canto prima di morire. Pian- 
giamolo, o Italiani, e sebbene a più gravi cure ci 
chiamino i tempi , piangiamolo tuttavia, perocché 
egli è mancalo ai tempi, e quell'alto intelletto avrebbe 
trovato concetti sublimi quali essi richiedono per 



SCKLTA RACCOLTA DI UTILI K SVARIATR NOZIONI 



131 



cantar degnamente la rigenerazione della patria e la 
libertà ricovrata. Piangiamolo, perchè veggano i 
viventi che i generosi, qualunque sien essi, non 
scendono inonorati sotterra, e perenno conserva l'I- 
talia la rimembranza delle loro virtù. Quanto a me 
scrittore, non mi tengo, con questo rapido cenno, 
disciolto dall'obbligo che mi corre come amico del- 
l'estinto; e maggior tributo pagherò all'ombra sua 
(piando le sorli d'Italia, felicemente fermate, lascio- 
ranno alle lettere e alle arti maggior campo di quel 
che adesso non hanno. Felice Romani. 



LA CROAZIA 

Le inaudite barbarie commesse dai Croati in Lom- 
bardia han fatto pensare ad alcuni del nostro buon 
popolo, ch'essi non abbiano davvero forma umana, 
e che siano belve scappate dagli antri del Nord. Non 
sarà dunque fuori di proposito il dire alcune parole 
su questo popolo. 

La Croazia è paese dell' Ungheria, che slendesi 
dalla Drave sino al mare Adriatico. Confina al nord 
colla Sch'avonia, all' est colla Bosnia, all'ovest colla 
Sliria e la Carniola, al sud colla Dalmazia e il golfo 
di Venezia. Oggi appartiene alla casa d'Austria. I 
Croati traggono la loro origine dagli Schiavoni, e 
vennero ad occupare questa contrada l'anno 640, 
sotto il regno di Araclio, scacciandone gli Avari. 
Nel medio evo ebbero i loro re. Nel secolo xi il 
regno di Croazia con quello della Dalmazia passò 
a Ladislao re d' Ungheria; i cui successori lo ten- 
nero sempre sotto il loro dominio, malgrado gli 
sforzi usali dai Croati per sollrarsene. 

Questi popoli parlano una lingua che si avvicina 
d'assai all'idioma polonese. Nascono, per così dire, 
soldati, ed amano con fervore la guerra. Professano 
pressoché tulli la religione cattolica romana. Le 
loro terre sono fertilissime, ma essi ne coltivano 
quella parte soltanto che basta al loro sostentamento. 
Ne traggono eziandio vini generosissimi. 

Il pensiero dell'indipendenza e della libertà bolle 
nei cuori di questi uomini; ed essi fra i popoli sog- 
getti all'Austria furono de'primi a levare il grido che 
proclama solennemente i sacri diritti dell'umanità. 
Fa quindi altissima meraviglia il vederli in Italia 
farsi carnefici di quella libertà alla quale essi me- 
desimi intendono con tulli gli spirili. 

Ma per minore obbrobrio di quesla regione, di- 
remo che i soldati slanciali dall'Austria nelle belle 
contrade d'Italia, sono quelli che formano la parte 



più abbietta e barbara della Croazia, sono quelli che 
l'Austria stessa tragge più vicini a sé per educarli 
col bastone alla brulale schiavitù e sterpare dal 
loro cuore ogni nobile germe onde farne uno stru- 
mento delle sue voglie omicide. C. 

SULL' ITALIA 

Parole di N. Tommaseo, esule in Francia 
l'anno 183L 

....Non è l'amore della patria che mi accieca. Vi 
è sangue italiano nelle mie vene; la lingua d'Italia 
fu la mia lingua materna; le mie abitudini, le mie 
credenze, la mia poesia, il mio sorriso e le mie la- 
crime, tulio è italiano in me; ma io non sono nalo 
in Italia. Senio che la vita lontana da lei è lugubre, 
fredda e grave-, partendomi da lei ho seppellite le 
mie gioie e le mie speranze-, sento il mio cuore 
stringersi e il mio pensiero annebbiarsi dacché non 
posso esprimerlo in quella lingua a cui ho fidati tulli 
i secreti della mia anima. Ma non sono nalo in 
Italia. Io aveva quindici anni allorché la vidi per 
la prima volta e la giudicai siccome straniero: ho 
comincialo a non troppo disprezzare, a non troppo 
gustare; si è a poco a poco che la sua bellezza fece 
impressione sulla mia anima, come avviene di tulle 
le bellezze candide e profonde. Non è nelle sale do- 
rale, non fra i ricchi e i lellerati, e neppure sopra 
i suoi monumenti che io imparai a conoscere l'Italia, 
ma nelle campagne, ma nei costumi e nel linguaggio 
del suo popolo, ma nel cuore delle sue ammirabili 
donne. Non so veramente ciò che sia originalità, nò 
come sia definita dai retori; ma se è qualcosa di 
spontaneo, di natio, di contrario all'anellazione e 
alla pretensione, é in Italia, più che altrove, che 
la si può trovare. Quivi si ignora l'arte di atteg- 
giarsi, di panneggiarsi, ma si sente. Vi sono debo- 
lezze, anche di vergognose, come per tulio ; ma al- 
meno non si pone studio a coprirle di bei nomi, 
a erigerli in sistema; e quegli uomini vi sembrano 
più corrotti, perchè più sinceri. Ma serbano nondi- 
meno alcune scintille di un fuoco da lunghi secoli 
estinto; se non sono cento volte meno stimabili an- 
cora di ciò che appaiono ai nostri occhi, non è 
prova d'una rettitudine ammirabile di spirilo, d'una 
grande potenza di carattere e d'amore! Oh! non 
aeravate di rimproveri una creatura che soffre, 

Co * 

non scagliale pietre sulla debole incatenala, fosse 
anche rea di lutti i delitti della terra: ciò apporta 
sventura. C. 



I3G 



MUSEO SCIENTIFICO. LETTERARIO El> ARTISTI! O - SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



STORIA DEL CASTELLO D! MILANO 

Basta la seguente storia per assicurare chiunque 
clie questo castello, innalzato e protetto dalla tirannia, 
fu sempre abbattuto appena che il popolo ebbe il 
soprappiù. Comincialo da Galeazzo secondo, signore 
di AJilano, nell'anno 1358, col nome di castello di 
Porla Giobia, fu dopo dieci anni condotto a termine, 
ma per poco, poiché dopo dieci anni ancora sui 
primi dì d'agosto venne minato per unanime volere 
de'cilladini e per comando dei capi del popolo. Succe- 
duto quindi nella signoria Giovan Galeazzo, suo Aglio, 
ordinò che nel medesimo sito fosse riedificalo un più 
bello e più robuste con appartamenti principeschi. 
E tale rimase fino al 1447, quando passato all'allra 
vita Filippo Maria, ultimo de' Visconti, levatasi la 
città a romore, sazia com'era del dispotismo dei 
duchi, volle veder spianato il forte; onde i cittadini 
patteggiarono colle milizie ch'erano poste a difesa 
della Rocca piccola, le quali partitisi fra di esse i 
diciasseltemila fiorini d'oro, che erano ne' forzieri 
di Filippo, non indugiarono a cederlo loro in mano. 
Ma ciò non partorì che !a fatica di costruirne un 
altro, perchè poco di poi Francesco Sforza, divenuto 
padrone di Milano, tanto fece e lauto disse che in- 
dusse i nobili e la plebe ad eleggere sindaci per 
ciascuna porla di Milano, i quali doveano pensare 
alla riedificazione della Rocca. E fu diffalto: e se- 
condo il disegno dato dal medesimo Duca per ogni 
angolo sì innalzò un lorraccbione, di cui però due 
soli furono condoni a perfezione, e sono i due che ci 
restano tuttavia, anneriti dal tempo e mozzi per metà. 

Il popolo lo odiò sempre come il più sicuro asilo 
della tirannide; volta a volta lo demolì, volta a volta 
lo dovette erigere. Deh! l'esempio ci valga! non di- 
struggiamo oggi per riedificare domani ; e quando la 
vittoria del nostro popolo l'avrà smantellato, ricor- 
diamoci che non può rinnalzarlo che il dispotismo e 
la tirannia. Tale è il senso di una petizione firmata 
da più di mille Cittadini e presentala al Governo 
provvisorio di Milano. Abbattuta la tirannide si deve 
abbattere e demolire anche il suo nido. 



IN CHE CONSISTA LA LIBERTA' 

La liberti non islà più nel nome di repubblica, che 
in altra forma di governo. 

La libertà sta nelle buone leggi emanate dagli 
eletti del popolo : in leggi che assicurino uguali di- 
ritti ad ogni classe, agli uomini probi, istrutti e cor- 
dialmente desiderosi del ben pubblico una premi- 
nenza sugli altri ; che assicurino ai proprietari i 

Stabilimento tipografico 



beni da essi legalmente posseduti; un lavoro lucroso 
ai nulla possidenti ; agli impotenti, slorpii ed amma- 
lati assicurino liberali soccorsi ; a lutti libertà di 
fare quanto può risultare di vantaggio alla nazione, 
e nulla di ciò che può nuocere al minimo de' suoi 
membri. La libertà consiste nelle buone leggi ga- 
rantite da una saggia istituzione di giurati , fatte 
eseguire da giudici inamovibili , e solo amovibili 
nel caso che mal uso facessero del sacro loro mi- 
nistero ; consiste nel proibire al poter esecutivo la 
distribuzione di onori, premi ed impieghi senza il 
consenso dei rappresentanti nazionali; consiste nella 
garanzia della libertà dell» stampa ! 

Questa vera libertà si sposa egualmente ad una 
repubblica come ad una monarchia costituzionale. 

Filippo Ugoni. 



LO STUDENTE FERRANTE CADOLINI 

morto per una ferita riportata nel primo giorno 
della rivoluzione di Milano. 

Era un giovine di 20 anni, spigliato della persona, 
gagliardo di membra, d'ingegno fervido, di cuore 
altissimo. In Pavia, dove trovavasi come studente, 
fece tra i primi assaggiare i colpi italiani ai nemici 
d'Italia. Tornalo a Milano, sua patria, presso la ve- 
dova e amorosissima sua madre, si consacrò tutto 
al maneggio delle armi , pieno della santa fiducia 
di poter presto adoperarle contro i nostri oppressori, 
e mettere in alto i sublimi pensamenti che la lettura 
assidua delle magnanime geste de'noslri padri avea 
suscitato in lui. 

Il 22 marzo, giorno eternamente memorando nei 
fasti d'Italia, gettatosi tra i più valorosi, dove la 
zuffa ardeva più accanita e sanguinosa, fu collo da una 
palla, per cui venne trasportato nell'Ospedale Mag- 
giore, ove dopo venlisei giorni moriva fra il com- 
pianto de'buoni e fra le braccia della forte e affan- 
nala sua madre che ne raccoglieva l'ultimo anelilo. 

Gli Italiani non sdegnino di dare un sospiro al 
giovine valoroso, che con tanta allegrezza si diede 
in olocausto alla patria, il quale all'altezza del co- 
roggio e ai magnanimi proponimenti univa illibatezza 
di costumi e fervore di religione. C. 



— Colui al quale si danno lodi non meritate, deve 
riceverle a titolo d'istruzione. 

— Frenale la vostra lingua: l'amor proprio è un 
j pallone gonfio di vento: una quasi impercettibile scal- 

fitura ne fa irrompere delle tempeste, 
di A Fontana in Torioo. 



18. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



G maggio 1848) 



METTERNICH 




Ov'è l'impero d'Austria? l'impero d'Austria è 
sparito con Mettermeli. — Mettermeli! ma questo 
nome non ricorda forse quella tremenda politica, che 
distrusse Napoleone? — distrusse Napoleone, sì; ma 
per ciò appunto doveva distruggere se stessa. E una 
verità che si presenta sotto le forme di un sofisma, 
ma sol the si consideri un istante, la vedremo nella 
sua nudità. 

Napoleone, figlio della Repubblica, impalmando la 
figlia d'un imperatore d'Austria, credette innalzarsi; 
ma non poteva innalzarsi senza uscire dalle file del 
popolo; egli si collocò in più alla regione, ma vi 
si vide solo. In più alta regione? no, egli è spro- 
fondalo. Il popolo non pensò più a Napoleone, le 
affezioni del popolo hanno una forza estremamente 
centrifuga da un punto che è uscito dal proprio cen- 
tro. —Questa fu politica di Mellernich, il quale non 
polendo domare la forza di Napoleone, dimandò a 
se stesso: — Qual è la cagiono della costui forza? 
l'opinione! Dunque, concluse subito, distruggiamola. 

Ma se Mellernich ebbe fede una volla nella forza 
dell'opinione, se di questa si fece strumento per la 



mina di Napoleone, come mai potè credere pochi 
anni dopo, cioè all'epoca del trattalo di Vienna, che 
l'opinione del popolo fosse impotente, che si potesse 
dominare, asservire, tiranneggiare? Stolli! Non ba- 
stò a Napoleone aver condotto la Francia al più allo 
grado di gloria militare, e di prosperila materiale 
che avesse giammai goduto, non bastò la singolarità 
dell'ingegno, non l'immenso coraggio, non il pre- 
sligio de' più grandiosi avvenimenti che si accumu- 
larono intorno a lui (pianti basterebbero a far mara- 
viglici» la vita di dieci generazioni; voi lo privaste 
dell'aura popolare, ed egli peri-, ma voi, voi che 
conforto potevate nutrire nella vostra superbia quando 
cr< deste inimicarvi sistematicamente l'opinione dei 
popoli, e credeste d'inimicarvela impunemente? qual 
grandezza- d'anima, o superiorità di carattere, o no- 
vità di risorse invocavate per voi quando diceste: 
— Noi potremo slar contro l'opinione, e vincere? — 
Non era un'inconseguenza lo spingere l'eroe a cam- 
minare sopra una terra vulcanica, vederlo consumato 
dall'ambizioso ardimento, e poco dopo voi slessi, 
voi di una fibra cotanto più debole incamminarvi 



138 



MOSSO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



sullo slesso terreno, e sperare di compiere il cam- 
mino illesi e superbi? 

Così è: codesti omenomi che si dicono grandi, 
perchè non si ha la pazienza di meditarli, cadono 
in errori, in cui non cadrebbero i più volgari intel- 
letti ; non v'ha uomo di si corta veduta, che creda 
buono a se slesso il veleno con cui sa d'avere spento 
un nemico. Se Mettermeli avesse domato Napoleone 
colla forza, almeno non sarebbe stalo inconseguente 
nelP affidare alla forza la conservazione della sua 
politica; ma no; vinse la forza coli' opinione, e poi 
fu così stolto da credere vincibile l'opinione colla 
forza. 

Venne la parola del Vangelo; l'opinione politica 
divenne religione di coscienza, e la forza cessò di 
esistere. Ov' è Mettermeli? -Eppure nel famoso 
trattalo della santa alleanza anche l'Austria promise 
di governare secondo le massime del Vangelo!!! 

Chi avrebbe detto a Mettermeli promettitore di 
eserciti preservativi a lutti i governi oppressori, che 
la Rivoluzione sarebbe scoppiala in Vienna? avrebbe 
arso il suo palazzo? e lui costretto a fuggire? Fug- 



gire ! e dove? Ritroverà Luigi Filippo per consolarsi 
del conforme destino dopo il fallo comune? o in 
Russia, per avere ancora un angolo nell'universo 
dove non si respiri del santo anelito di libertà. 

Dio è grande nelle sue opere ! chi ardirà dimandar 
ragione delle sue folgori? Maria Luisa, il testimonio 
superstite, l'ultimo avanzo del sacrifizio, che fu poi 
consumalo a Sani' Elena, spari dalla terra pochi mesi 
prima che ne sparisse la potenza di Mettermeli: 
né la sua tomba fu lagrimala. Quella lugubre suc- 
cessione dei funerali, delle vittime, dei percussori, 
e de' complici passava ornai inosservata, come l'ul- 
time foglie ingiallite dalla bruma, e distaccale dal 
soffio d'aquilone. 11 diplomatico di oltantatré anni 
forse non rammentava neppure che quelle mine ave- 
vano un riscontro con qualche giorno della sua lunga 
vita-, che quelle mine erano i testimoni! di una forza 
distrutta dalla opinione, e andava tranquillamente 
accaparrando le stoltezze del nuovo Duca di Parma. 
— Ah! spesse volle il sopravvivere 6 punizione tre- 
menda. 

Cesare Agostini. 



POLIGNAC E GUIZOT 



Il destino di questi due uomini politici fu uguale. 
Il loro principio e il loro fine si rassomigliano. 
Essi furono lo strumento di due grandi catastrofe, 
le quali hanno infrante due corone. 

Il primo, aristocratico di nascita e gentiluomo, 
ignaro dei bisogni del suo paese e del suo secolo; 
il secondo, uscito dal grembo della democrazia, ma 
altero, rigido e disdegnoso, allorché pervenne al- 
l'aristocrazia collo studio, colla scienza e colla me- 
ditazione, adoperarono gli stessi mezzi per cadere 
nel precipizio e trarre con sé nell'abisso la monar- 
chia di cui erano i rappresentanti in faccia al popolo. 
Sul principio della loro carriera, l'uno abbandona 
la causa della nazione e si ricovera nell'armata di 
que'principi francesi che erano spalleggiati dagli 
stranieri; l'altro dopo essere stato ultra-realista e 
difensore delle corti prcvoslali che hanno insan- 
guinata la Francia, deserto il suolo della patria per 
farsi giornalista ed encomiatore di coloro che vin- 
sero Napoleone a Vaterloo. 

Entrambi terminarono la loro vita politica con un' 
accusa di allo tradimento. 

Entrambi corrompitori, pervertirono e avvilirono 
il potere, pervertirono, avvilirono e falsificarono il 
parlamento, sostituirono all'onore, che debb'essere 
la susta dei governi rappresentativi, l'immoralità, 
la corruzione, l'impudenza, la servilità e tutti i vizi 
forieri dell' abisso dove traboccarono con loro i re 
dei quali furono consiglieri. La vendetta popolare, 
che è la giustizia degli oppressi, li travolse lutti e 
due in una tempesta. 



Entrambi, dopo esser slati fatalmente imprevidenti, 
dopo aver oltraggialo la nazione sotto il manto della 
sovranità che non seppero mai coprire; dopo esser 
stali ciechi allorché la luce sfavillava intorno ad essi, 
dopo essere stati i nemici della loro nazione, della 
quale sconobbero i diritti sacrosanti, furono sfolgo- 
rati dalla santa collera del popolo, sepolti nel di- 
sprezzo universale, e vivranno una vita miseranda, 
flagellali del continuo dai rimorsi, funestati dallo 
spettro delle vittime che han fatto, onde servire di 
esempio a que' sciagurati che fossero tentati d'imi- 
tarli. 

Il parlamento, sordo alle tremende ed energiche 
proleste di una minorità che gli gettava in faccia la 
collera dell' inlera nazione, invaso da una maggio- 
rità avara, la cui abbiettissima servilità era pagata 
coi danari del tesoro pubblico, il parlamento avvi- 
lito, corrotto e disonorato fu disciolto dalla grande 
voce del popolo. 

La nazione francese, alla vista di tante e cosi 
incredibili lordure, si coprì gli occhi e sdegnò per- 
fino di contemplare lo spettacolo commovente di una 
madre altamente francese per spirito e per cuore, 
la quale preponeva all'adozione della patria un fi- 
gliuolo innocente degli spergiuri dell'avo. 

È questo un insegnamento memorando per gli elet- 
tori di ogni governo rappresentativo, i (piali non in- 
tendono talvolta abbastanza la santità del mandalo 
che è loro conferito; e attentano, più che non pen- 
sano, all'indipendenza della loro patria, scavandole 
un profondo abisso. 



SCELTA RACCOLTA hi UTILI R SVARIATE NOZIONI 



i:to 



MAGNANIMI ESEMPI DE' BRESCIANI ALL'ITALIA 



Brescia, non inferiore di nobiltà e dignità ad alcuna 
altra città di Lombardia, è superiore di ricchezze 
a tutte le altre, eccettuala Milano. 

Queste parole diceva Francesco Guicciardini nel 
1512. — Nò mai le venne meno un solo momento 
la fama di città nobile e dignitosa , anzi seppe cre- 
scerla vieppiù sempre coli' unire in sé due qualità 
che di rado si fanno compagnia, il senno e la pro- 
dezza. 

Se un raggio di libertà si vide spuntare tra le fitte 
tenebre di servitù che per tre secoli interi si aggra- 
varono sulla povera Italia, i Bresciani furono tra' 
primi a salutarlo, a indirizzargli i voti e le potenze 
dell'anima. Per lo che moltissimi di loro si videro 
andare esulando per eslranie contrade, portando sem- 
pre con suprema dignità l'infortunio che li premeva, 
preferendo il martirio e la morte alle carezze dello 
straniero che ipocritamente strozzava l'Italia. 

In mezzo all'ozio, alle dissolutezze, ai donneschi 
trastulli, ai lascivi spettacoli e alle vanità libidinose 
che il paterno impero dell'Austria veniva con e- 
strema diligenza promovendo in Italia per rompere 
il vigore degli animi, spegnerne la generosità, la 
franchezza, il candore e la lealtà, i Bresciani sep- 
pero, con immortale loro gloria, serbarsi illibati e 
forti. Non rimisero della sottigliezza e prontezza de' 
loro spiriti; il loro impelo nativo non si eslinse; 
il loro sangue fu sempre concitalo e bollente; il loro 
animo pronto, quando bisognasse, ad urtare ed ab- 
battere qualsivoglia resistenza; la loro mente aperta 
ai principii del vero, alle forme del bello, agli esempi 
e alle norme dell'operare gagliardo e generoso. 

Ter la qual cosa quella slessa versatile natura di 
Vincenzo Monti, che pur sempre si commovea da- 
vanti allo spettacolo di una sublime virtù, non potè 
loro negare l'omaggio, del quale essi debbono an- 
dare giustamente orgogliosi, dicendo di loro fin dal 
principio del secolo corrente: 

Brescia sdegnosa di ogni vii pensiero. 

Quando l'eroica Milano, commossa prepotente- 
mente dal soffio di Dio, lavò in poche ore nel san- 
gue austriaco l'obbrobrio di più secoli di servitù, 
i Bresciani furono tra primi a rispondere a quel- 
l'invito., e, armatisi della loro ardita e indomabile 
fortezza, infransero d'un colpo le loro catene le quali, 
cangiale in ispade, furono strumento di morte e di 
sterminio agli oppressori della patria comune. 

Ma più che per questo valore, col quale seppero 
venire a paragone cogli eccellenti e fortissimi Ialini 
e greci, essi debbon essere commendati per la civile 
sapienza di cui fecero immediale nobile esperimento. 

Liberala Milano dalla lurida presenza degli Au 



striaci, alcuni dottrinanti, dimentichi che Io stra- 
niero intento sempre a inaridire tulle le sorgenti del 
sapere civile, non lasciò mai che gli Italiani conqui- 
stassero tutte quelle virtù cittadine per le quali un 
popolo può esser re, si diedero a gridare : Viva la 
Repubblica! — Non videro i malaccorti che molli 
di noi (diciamolo francamente;) non si sono ancora 
spogliati dell'aspra corteccia del medio evo, né di 
quella ambizione e di quell'egoismo altissimi a su- 
scitare le ree faville di municipalismo e di parte. — 
Non videro che, proclamando la Repubblica, sarebbe 
perora egualmente che volere insanguinare la nostra 
sacra (erra colle stragi civili e spalancare la via ad 
una schiavitù più grave e più obbrobriosa di prima. 

I Bresciani col loro senno pratico e luminoso scòr- 
sero immantinente l'abisso dentro il quale questi 
sconsigliali voleano traboccare la patria e prote- 
starono solennemente colla grandezza dell'esempio 
contro questo consiglio improvvido e infelicissimo. 

La prima e più calda parola di unità mosse da 
loro; come pure da loro mosse la prima e più gen- 
tile parola di affetto al fortissimo Re die, chiamato 
dai popoli, volava sui campi lombardi per trafiggere 
l'Austria nel cuore e balzarla per sempre al di 
là delle Alpi. 

Oh siate benedetti, o valorosi Bresciani!... Quando 
la nostra bella patria sarà una di voleri, di leggi, 
di lingua, di genio nazionale e di costume cittadino; 
quand'essa farà de' suoi invincibili eserciti una sola 
milizia; quando vedrà risorta la sua potenza com- 
merciale di Amalfi, di Genova e di Venezia, e la 
sua bandiera saluterà trionfante le onde mediter- 
ranee e adriatiche, voi potrete dire con tutta ra- 
gione : La nostra voce fu la più forte e continua a 
cbiamare gli Italiani a questo festino-, — e gli Ita- 
liani fratelli vi sorrideranno e vi renderanno grazie. 

Questa unità vagheggiala dai buoni, salutala dalle 
più splendide intelligenze e voluta dai nostri martiri 
stessi, è divenuta ora un bisogno, una necessità per 
tulli. Guai se i terribili eventi, che non sembrano 
lontani, ci trovano disgiunti, sbrancali, raccolti al- 
l'ombra dell'albero funesto del municipalismo ! 

L' impero ottomano, prossimo al suo sfacelo, mi- 
naccia guerra. L'Austria vergognosa per le sue 
sconfitte, invelenita furiosamente per la perdila della 
sua preda più pingue, concitala dal desiderio di re- 
dimersi dalla taccia di codarda, di pusillanime, di 
vile, sta per ripiombare sull'Italia. E I' Inghilterra, 
quella stessa Inghilterra che non ha guari ci'blan- 
diva e mostrava di farsi la difendilrico de' nostri di- 
rilli sacrosanti, per bocca di un Aberdeen e di Stanley 
accusa PIO IX di aver sacrificato la pace della cri- 
stianità e dell'Europa al fregolo di mostrarsi popò- 



140 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



laresco, chiama unico per audacia e per illegalità J 
i! procedimento di Carlo Alberto, e guarda con oc- 
chio di livore a Genova, a Venezia e alle altre ita- 
liche città, paurosa di perdere lo scettro dei mari. 

Ma a noi non spetta il disaminare i vantaggi di 
questa sospirala Unità; le soglie della politica ci 
sono vietale; perciò seguiteremo enumerando sto- 
ricamente i heg'i esempi che i Bresciani offrono 
all'Italia. 

Appena seppero che gli eroi piemontesi, dopo la 
più gloriosa delle loro vittorie, si trovarono scarsi 
di viveri e forzali a coricarsi sulla dura terra nel 
momento appunto che abbisognavano di maggiore 
ristoro, sentirono vergogna e dolore di questa o 
non curanza o inesperienza dei governi provvisorii 
di Lombardia, e colle lacrime agli occhi mandarono 
fuori immaniinenle un proclama ai prodi Piemontesi, 
nel quale. Ira le parole di ammirazione, di affetto 
e di cordoglio, risplendono singolarmente le se- 
guenti : 

« Ci piange il cuore, fratelli, pensando a quesl' 
apparente ingratiludine nostra; ne arrossiremmo in 
faccia al generoso vostro re Carlo Alberto, che seco 
voi divide ogni disagio, se da parie nostra vi fosse 
colpa. Ma assicurarvi che il nostro più caldo desi- 
derio è tutto di mostrarci grati a voi, di addolcirvi 
le vostre fatiche, di mostrarci deyni di formare un 
sol popolo con voi. 

« Le tedesche devastazioni che precedettero la 
vostra marcia, le confusioni del momento, l' ine- 
sperienza, la lontananza ponno solo essere stale le 
cause degli accennali disordini. Ma accettale la no- 
stra assicurazione che lutto faremo perchè non ab- 
biale più a lamentarvi di noi. Ne lo promettiamo 
nei sacri nomi di Pio IX e di Carlo Alberto. » 

Né Conienti a ciò, scrissero al conte Enrico Mar- 
lini , dt pillalo del governo provvisorio di Milano 
presso l'esercito piemontese, supplicandolo a volersi 
fare l'interprete dei vivissimi sentimenti di ammira- 
zione e di gratitudine che il generoso soccorso e gli 
ahi fatti di Cablo àlbebto hanno destalo e desiano 
nell'animo loro. 

«Quanto vi ha di grande nella condona del He 
(dissero al conte con quel loro stile sempre nobile, 
dignitoso e italianissimo) sarà scritto in una delle 
più belle pagine della storia d'Italia, nò ivi sarà di- 
menlicalo come sugli slessi campi di battaglia il 
generale Buonaparle combatteva le prime guerre 
della moderna libertà, fuorviala dalle vicissitudini di 
mezzo secolo, e che era poi dato al solo Pio IX di 
nuovamente inaugurare per noi , e al solo Carlo 
Alberto di consolidare. 

« Pisciavi, signor Conle (conchiusero), aggiungere 
se parvi , quanto sia caro al cuore de 'Bresciani il 
vedere uniti alla gloriosa bandiera della Casa di Sa- 
voia i colori italiani, e noi non dissimuliamo il de- 
siderio , che , come lo sono presentemente colla 



grande opera della cacciala dei Lombardi, lo siano 
in avvenire per l'unita', per la sicurezza e per 

LA GLORIA D'ITALIA. » 

Innamorali del dello immortale di Carlo Alberto: 
Italia farà' da se! essi fremono alla sola idea 
che armi straniere scendano in nostro soccorso. Non 
ignorano che dai Goli ausiliarii dell' impero e dai 
Franchi di Auslrasia sino ai Francesi dei nostri di, 
il ricorso al braccio degli slranii fu sempre la ruina 
dei popoli d'Italia: non ignorano che niuna nazione 
ha mai potuto raggiungere le cime di libertà colla 
fiducia dei pusillanimi e coi patti de' codardi: non 
ignorano inline che gli Italiani, i discendenti dei 
nati dell'amica Roma, non possono, né debbono 
inchinarsi a nessuno, perchè essi sono maggiori di 
tulli : perciò i Bresciani danno opera infaticabile a 
rinforzare le membra, addestrandosi al maneggio di 
ogni maniera di armi. 

Per tale effello lo slesso Municipio inviò al Re 
Carlo Alberto una deputazione, composta degli 
egregi cilladini Federigo Borgondio, Federigo Fe- 
derici, e Lodovico Borgheiti. 

Il Re la ricevette con quella squisita gentilezza 
di modi che gli è propria, e diede ordine imme- 
diatamente che si scrivesse al Duca di Savoia perchè 
dal suo corpo d'armala scegliesse gli istruttori ri- 
chiesti, e li inviasse di subilo a Brescia. 

— Si compiacciano le Signorie loro (soggiunse) 
di riferir grazie al Municipio per le calde solleci- 
tudini che usa in vantaggio della mia armata. Mi 
gode l'animo che Elleno facciano ogni diligenza per 
organizzare prontamente e fortemente la guardia 
cittadina. 1 Bresciani hanno una fama di bravura 
che appartiene alla storia; nelle presenti contingenze 
essi l'hanno accresciuta d'assai... Io non dubito del- 
l'esito della grande impresa.... Ma gravissime sono 
le difficoltà che le si attraversano; e queste difficoltà 
le vinceremo, se tulli gli Italiani vorranno essere- 
fratelli, e vi coopereranno validamente. 

La deputazione partiva ammirando; e il governo 
provvisorio di Brescia faceva scrivere per mezzo 
del segretario generale queste parole: 

« Carlo Alberto vieni a combattere per noi, 
viene a liberarci da un'abborrila signoria, a salvar 
noi, i nostri campi, le nostre case dalla devastazione, 
dall'eccidio; viene a lavarci da un'onta trentennale, 
e poi ci ringrazia, perchè l'abbiamo bene accolto. — 
Davvero che noi non eravamo avvezzi a questo 
linguaggio!....» 

D CD 

La generosità è virtù dei popoli liberi : e di questa 
virtù sanno fra lutti vantaggiarsi i Bresciani. 

Il maggior Trotti, valoroso soldato dell'esercito 
piemontese, in giorno di tregua patinila, venne colto 
a tradimento dagli Austriaci , e strascinalo nella 
fortezza di Peschiera. I Bresciani, senza melter 
tempo in mezzo, mandarono una deputazione a Carlo 
Alberto per offrirgli 81 prigionieri di guerra, tutti 



SCKI.TA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATE NOZIONI 



141 



di grado distinto, tra i quali un generale, onde ri 
scattare quel prode. Il He fu commosso da (anta 
generosità. La deputazione ritornò dal campo del 
re messaggiera di caldissimi ringraziamenti per 
Brescia e per chi la rappresenta così degnamente. 

Nel momento in cui i nostri occhi sono contri- 
stati dal fumare delle ville e delle abitazioni , e i 
nostri cuori afflitti dal gemere de'fratelli sgozzati, la 
gioia, anche la più modesta e meno folleggiarne, di- 
viene quasi sacrilega. Inviliamo alle nostre parche 
mense coloro, i quali, ne'lempi di pace, ci sono 
ministri di onesti piaceri, e dividiamo con loro il 
nostro pane, affinchè non abbiano a piangere nella 
miseria ; ma non abbandoniamoci al riso , mentre 
ci sorgono intorno le strida delle donne e dei figliuoli 
rapiti. 

Il governo provvisorio di Brescia, pieno di questi 
sacri pensieri, subito avvisò di non aprire ai sollazzi 
le sale teatrali. « Così facendo (egli pubblicò), ha 
creduto di interpretare il voto di tulli i buoni, perchè 
le gioie e i musicali concerti mal si addicono a questi 
giorni. Mentre la guerra si agita sul nostro suolo : 
mentre i nostri fratelli Mantovani e Veronesi ge- 
mono sotto la più brutale oppressione, e sono mi- 
nacciali di trattamento ancora peggiori; mentre i 
prodi nostri volonlarii e le armale Piemontesi nostre 
alleale e liberatrici patiscono ogni disagio, i buoni 
Italiani sdegnano gli allenamenti frivoli, e dedicano 
braccia e lesta e cuore alla grande causa della nostra 
liberazione. — Verrà il giorno delle gioie, e presto 
verrà, perchè Dio lo vuole, e lo vogliono Pio IX 
e Carlo Alberto. » 

In lai modo i Bresciani si rendono degni che lulla 
Italia li ammiri e li applauda. Voglia il cielo che 
il loro esempio trovi caldi seguaci in questa nostra 
lerra, dove alcuni tristi, sedoili dall'oro insanguinalo 
dell'Austria, e dalle moine ucciditrici di nuovi ge- 
suitanti, vengono spandendo i germi di quel dissidio 
che già avvelenò e spense le sorgenti della vita 
civile d'Italia! 

Sanno i Bresciani che questi non sono i tempi di 
correr dietro a turgide vesciche e a pedantesche 
digressioni di forma politica. Le vesiche e le digres- 
sioni le lasciano ai dottrinari! , a questa nuova e 
stranissima foggia d'uomini, che vorrebbe ricostruire 
Tedifizio dell'italiana nazionalità con frasi più o meno 
leccate e con concetti da paraninfo... Che Iddio 
henedica con un martello di ferro questi pallidi sac- 
checciatori di messer Bembo ! 

Operare bisogna, operare gagliardamente, inslan- 
cahilmente, costantemente. Dopo la lega lombarda, 
cominciata colla battaglia di Legnano, e terminala 
colla pace di Costanza al tredicesimo secolo, niuna 
guerra puramente italiana è stala da noi intrapresa 
contro i popoli d'ollremonti. All'erta dunque! La- 
sciamo le pigre e disutili dispute: guerra! guerra! 
guerba! sia il grido di tulli. Pensiamo che l'Austria 



è trafitta dalla vergogna di molte disfalle; e la ver- 
lio'jna può concitare a una difesa disperata e rab- 
biosissima anche i barbari slessi-, pensiamo eh' ella 
ha un valore, ed è quello della pertinacia; pensiamo... 
Ma la penna mal ci sia fra le moni ; ce la toglie il 
dolore di non potere anche noi volare tra le prime 
lì le de'Crociali, e gridare combattendo: Viva l'Ita- 
lia! Viva Pio IX! Viva Carlo Alberto! il guer- 
riero DELLA LIBERTA*! 

P. CORELLI. 



1 MILITI VOLOISTARII 




L'ora è giunta: g ; à balte il tamburo: 
Stringiam l'armi: nei piani lombardi 
Su corriamo con passo sicuro 
Che d' indugi più tempo non è. 
Su, fratelli, alla santa Crociala 

Corriam lutti, mostrando alle genti 
Che rispondono ai liberi accenti 
In Italia la destra e la fé. 
Su, fratelli! iddio lo vuole: 
Li vittoria ci darà : 
Ah non più d'Italia il sole 
Per gli estranei splenderà ! 
Oh! le madri, le spose, le amanti 
Non lamentili la noslra partita: 
A redimer la P;«lria c'invita 
Più polente la voce d'onor. 
Sulle rive dell'ampio Eridàno 

La vittoria ci attende o la morte: 
Ma una gioia è la tomba del forte 
Se la tomba si copre d'allòr. 
Su, fratelli ! ecc. 



142 



MDSBO 8C»KNTIPU:<) , LRTTKRARIO KD ARTISTICO 



Che varrebbe una vila codarda 

Rassegnala alla verga servile? 

Chi vorrebbe esser madre d'un vile? 

Sposa, «mante d'un uom senza cor? 
Oh pensate alla patria che piange 

J)a tanti anni nel fango travolta ! 

Oh si cangin le sorti una volta ! 

Cessi l'onta di tanto dolor! 
Su, fratelli ! ecc. 



O Teutòno, t'invola, l'ascondi 
Olire l'alpe che Italia rinserra! 
Più non soffre la libera terra 
I)' esser pesta da barbaro pie. 

A che sogni d' oltraggi novelli? 
S'è ridesta la terra de' morti: 
Già si movon le schiere de' forti: 
L'ultim'ora è suonata per le. 
Su, fratelli ! ecc. 

La Riforma. 



Mantova, antica città, siede in mezzo ad un lago 
formato dal fiume Mincio il quale scende da Goilo. 

Essa è divisa in tre parli separale da due ponti, 
il superiore de'quali dà l'adito dalla cillà alla citta- 
della posta a tramontana, l'inferiore porta al sob- 
borgo di San Giorgio situalo a levante. 

Chiamasi col nome di lago superiore quella parie 
eh' è frapposta tra la bocca del fiume e il ponte su 
periore; lago di mezzo quella eh' è racchiusa fra i 
due ponti: lago inferiore quella che partendo dal 
ponte inferiore si distende sino all'emissario. 

Non però la cillà è tutta circondata da acque li- 
bere e correnti; perocché il Mincio, precipitandosi 
verso la cittadella a sinistra, lascia i terreni alla di- 
ritta, o scoperti affatto, o velati di poche acque, ma 
limacciosi e ingombri di erbe e di canne palustri. 

Per la qual cosa da tramontana a levante è ba- 
gnata dalle acque dei tre laglu ; da pónente ad ostro 
circondala da un profondo e instabile marese, eccet- 
tuala una parte di terreno più sodo, somigliante a 
penisola dove sorge il castello del T, così chiamalo 
per la sua forma architettonica, opera celebralissima 
di Giulio Nomano, nativo di Mantova ; la quale pe- 
nisola si congiunge al corpo della cillà per vai ii 
ponti. 

La palude, non essendo in verun modo varcabile, 
è un baluardo più forte assai del lago slesso che può 
passarsi con le barche. Perciò, onde assicurare la 
piazza là dove guarda il lago, fu eretta a tramon- 
tana la cittadella che chiude il passo a chi venisse 
da V r erona, ed il forte San Giorgio a levante contro 
chi volesse avanzarsi contro Mantova, procedendo da 
Porlolegnago e da Castellara. 

Non ostante, siccome le due estremila della palude 
erano pericolose per gli argini che accennano alle 
due porte principali della ciltà, cosi furon quivi al- 
zali bastioni e molte altre opere di difesa. 

La penisola del T polendo offrire comodo al ne- 
mico di alloggiatisi, venne afforlifiiala siili' orlo 
con trincee, lerrali e terrapieni. 

Le principali difese di Mantova consistono dunque 
nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni 
delle due porte principali, chiamale Gradella e Ce 



resa, in molli propugnacoli sorgenti luti' all'intorno 
nel recinto delle mura, nelle trincee del T, e final- 
mente nelle acque e nella palude, le quali rendono 
ne' tempi caldi que' luoghi insani per le febbri e per 
le molte morti, particolarmente al forestiero non as- 
suefallo alla natura di quel cielo. 

Però alcune di queste fortificazioni offrono il loro 
lato debole. La cittadella ed il forte San Giorgio 
non possono resistere lungo tempo ad un nemico 
che sappia gagliardamente e colle debile arti oppu- 
gnarli ; e chi fosse padrone di questi due forti, pò-: 
Irebbe con evidente vantaggio battere il corpo della 
piazza, più debole assai da questo lato che da quello 
della palude. 

Tale è sottosopra la descrizione che ne viene fa- 
cendo il grande storico italiano. 

Questa cillà sostenne lunghi e tediosi assedii ; due 
da lionaparte nel 1796 e uno dagli austro russi nel 
1799. Le sue fortificazioni furono grandemente ac- 
cresciute solto il regno d' Italia. 

Fra i molli che assediarono Manlova (scrive il 
vivacissimo Bianchi-Giovini) i Milanesi furono i pri- 
mi e forse i soli i quali osservassero che se l'inge- 
gno idraulico aveva reso Mantova una fortezza co- 
spicua, l' ingegno idraulico la poteva del paro ren- 
dere inerme. 

1 Visconti essendo in guerra coi Gonzaga nel 1595, 
per espugnare la città, gl'ingegneri milanesi pensa- 
rono che il più facile e spediente era quello di de- 
viare il corso del Mincio, per cui i laghi si sareb- 
bero asciugali, la città si sarebbe trovata in mezzo 
a paludi pestilenziali e privata delle sue difese. Fu 
perciò intrapreso lo scavo di un canale da Valleggio 
a Yillafranca, con cui intendevano di gellare le ac- 
que del Mincio nel fiume Kione, e siamo assicurati 
che esistano tuttora avanzi di quei lavori resi inutili 
dalla pace fra Milanesi e Mantovani. 

Si potrebbe (conclùude il succitato scrittore) ten- 
tare la slessa impresa con un altro canale che da 
Kivolta, ove il Mincio comincia ad allargare il suo 
letto, si volgesse direttamente al l'o. Onesto canale 
potrebbe avere una lunghezza di 7 miglia; quello 
di Valleggio al Rione, di sole cinque miglia; ma 



SCELTA RACCOLTA 01 UTILI R SVARIATI? NOZIONI 



141 



forse il primo è soggetto a minori inconvenienti, ed 
è di più facile esecuzione. Con alcune migliaia di 
robusti lavoratori, che si possono prendere nel Man- 
tovano e nel Cremonese, o far venire dal Piacentino, 
quell'opera sarebbe condotta a termine in poche set- 
timane, ed una fortezza che passa per inespugnabile 
polrebb' essere presa colla baionetta in canna. 

Aggiungiamo qualche parola dell' Opinione sulle 
rimanenti tre fortezze, intorno alle quali sta aliati 
candosi il valoroso esercito piemontese. 

LEGNAGO 

Legnago (ossia Porlo Legnago), a cavallo all'Adige 
che ha qui le ripe arginate e profonde, è un esa- 
gono posto mezzo di qua, mezzo di là del Piume; 
l'orto, che è sulla sinistra , ha due tanaglie e due 
mezzelune con cortine brevissime, ed è più angusto 
che non Legnago, il quale ha piccolissimi i bastioni; 
è piazza di poca entità , capace di un presidio da 
1,200 a 1,500 uomini, ma importante pel passo del- 
l'Adige , perchè comanda il basso Po, apre le co- 
municazioni col Veneto e coi monti Euganei, i quali, 
fortissimi in se stessi, di scarsa importanza strate- 
gica nelle guerre prettamente militari, possono e 
debbono in una guerra d' insurrezione formare il 
centro di riunione e di difesa delle insorte popola- 
zioni Veronesi, Vicentine e Padovane. La sorte di 
Legnago, nelle guerre fatte sinora , ha sempre se- 
guito quella dell' esercito padrone della campagna : 
ma, in una guerra quale è la nostra, l'acquisto suo 
metterebbe in diretta e sicura comunicazione i Ve- 
neti coi Lombardi, astretti ora alla sola via di Ro- 
vigo e del basso Po. 

PESCHIERA 

Peschiera , attraversala e circondata dal Mincio 
uscente dal lago di Garda, fu sempre di somma im- 
portanza. E un pentagono alquanto irregolare, avente 
il lato del poligono esterno di circa 400 metri : due 
mezze lune e due grandi opere a corno la pro- 
teggono a S. O., coperte esse stesse da quadro 
lunette inoltrate sulle strade di Ponti e ili Rrcscia. 
La città guarda il lago ad O. N. E., e per difendersi 
abbisogna di una flottiglia, come una flottiglia ne- 
mica la potrebbe baller di 11 con gran vantaggio: 
la fronte a S. E., è la più debole, ma riceve aiolo 
dal maggior braccio del Mincio. I Francesi l'asse- 
diarono nel gennaio del 1801, e la presero dopo un 
mese di blocco ed assedio poco vigoroso, adopran- 
dovi le mine e battendola con trenta bocche a fuoco 
d'ogni specie. La flottiglia austriaca di 12 legni, 
portava 28 pezzi ; il presidio sommava a circa 
2,500 uomini (1), ne perde solo un decimo. Diri- 
geva le operazioni degli assediali il celebre ingegnere 



(i) Altri 5do custodivano i triticcrairienti ;il/..ili nella 
penisola di Sii». ione. Ora gli Austriaci non banno legni 

sul lago. 



francese Chasseloup Laubat, che stato lungo tempo 
in Italia conosceva minutamente quella fortezza. Un 
eccellente giornale dell'attacco e difesa fu stampato 
allora da F. llciùn, capo di Stalo Maggiore degli 
assediatiti. 

VERONA 
Prima per importanza in una guerra attiva è al 
giorno d'oggi Verona. Nelle ultime guerre, troppo 
essendo diverse le condizioni politiche d'Italia, Ve- 
runa soggetta ai Veneziani non era forte, durante il 
regno italico non fu all'orzala. Dopo il 1825 fu stu- 
diala dall'Austria e comprese la suprema importanza 
di questa città, che è veramente unica, costituendo 
essa la vera lesta della strada fortificala che da 
Salisburgo pel Tirolo tedesco ed italiano scende sul- 
l'Adige: fissata la cosa in questi termini, si partì 
dal supposto, che l'esercito austriaco ritiratosi dal 
Ticino si ricoveri in Verona, oppure (il che è (piasi 
eguale) che altro esercito disceso per il Tirolo vo- 
glia da Verona sboccare in Lombardia. Le opere 
fattevi sono dirette a questo scopo. I sei bastioni in 
pianura sulla destra dell'Adige furono formali di un 
doppio muro parallelo; lo spazio tra il primo ed il 
secondo muro è tale da lasciare libera uscita pei 
fianchi a numerosi corpi di truppa che, schierati nel 
letto del fosso per una lunga ma facile controscarpa 
possono uscire con cavalleria ed artiglieria ordinale 
per respingere l'esercito nemico. E un misto di for- 
tezza e di campo trincerato, ed il sistema predomi- 
nante fu desunto da quello già stabilito da Carnot 
quando volle riunire nelle piazze il duplice vantag- 
gio della difesa e della offesa simultanee e libere. 
Altre opere collocate nella campagna aiutano la di- 
fesa lenendo lontano il nemico lemporariamente: ideale 
secondo il principio delle torri Massimigliane, hanio 
il grave difetto dei fuochi estremamente divergenti, 
cioè ottengono un risultato affatto opposto al vero 
scopo della fortificazione consistente nella possibilità 
di accumulare sopra il nemico un fuoco sufficiente 
per ischiacciarlo. Verona può essere presa per bat- 
taglia, cioè dopo sconfitto l'esercito che vi è rin- 
chiuso: la sua vastità, il presidio suo che è un'ar- 
mata di circa 50,000 uomini, i monti che lo stanno 
a ridosso, l'Adige che la taglia vorrebbero un eser- 
cito assediante numerosissimo. Il blocco, essendo 
di sua natura cosa assai lunga, può essere interrotto 
da un grosso corpo che venisso in aiuto, o da una 
negligenza commessa in mal punto, a rischiodi per- 
dere in un istante la fatica di molte settimane. La 
città ò armata sin dai tempi di pace: in essa, come 
a Mantova, i viveri e foraggi scarseggiano, e lo 
scorrerie non potranno promulgarsi guari a lungo : 
a colpirne moralmente il presidio è indispensabile 
che la strada del Tirolo venga assolutamente inter- 
cetta in modo a non lasciar più nessuna speranza di 
soccorso. Allora la smoralizzazione ed un tumulto dei 
| cittadini potrebbe rovesciar olfatto le sorli dell'Austria. 



144 



MUSEO SCI&NTIFICO, LETTERARIO -L> ARTISTICO —SCELTA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATE NOZIONI 



Questa splendida e gagliarda iscrizione fu fatta il 
d'i 8 aprile, giorno in cui nella Chiesa addetta al 
Collegio Tolomei in Roma i PP. delle Scuole Pie 
con solenne esposizione del SS. Sacramento chia- 
marono i loro alunni a pregare da Dio vittoria alle 
armi Italiane. 






KB C=> 7""S* 



AL DIO DEGLI ESERCITI 

CUF. DA* E TOGLIE I REGNI A CUI VUOLE 

SECONDO IL BENEPLACITO DELLA INFINITA SAPIENZA E GIUSTIZIA 

VOTI E SUPPLICACI ORI 

GIOVINETTI 

COME LA NUVOLA DELl/lNCENSO 

come l'armonia delle sfere e di tutto il creato 

come oh concento melodioso di voci ed arpe serafiche 

la prece il sospiro dei vostri cuori 

si sollevi all'eterno 

che inesaudito non lascia il gemito degli oppressi. 

ITALIA 

DOPO LACRIMATI LUNGHI ANNI DI AMAP.O SERVAGGIO 

BERSAGLIO Al SARCASMI DI 1NESORAE1L NEMICO 

NELL'OZIO IMPOSTOLE DA POLITICA FRAUDOLENTA 

È RISORTA DOPO LE SVENTURE Pili VIVACE Più BELLA 

MEGLI STESSI CAMPI LOMBARDI 

OVE MIGLIAIA DI VOSTRI FRATELLI 

AGONIZZAVANO NELL'ONTA DEL DISPOTISMO STRANIERO 

PERCOSSI MARTORIATI UCCISI 

INSULTATI NEGLI SLANCI PIÙ SUBLIMI DEL FERVIDO PATTBIOT- 

(tIsMO 

ove ora la stolta rabbia teutonica 

esala gli aneliti estremi di vendetta e di sangue 

tremendo al barbari 

rimbomba il grido magnanimo di giulio secondo. 

pregate! 

le italiche spade 

guidate da italico senno fulminate da italici cuori 

volino di mt10r1a ih vittoria 
al trionfi) della religione vilipesa della oltraggiata 

(umanità' 

alla piena indipendenza della patria comune 

che fu e deve tornare regina delle nazioni: 

è qoivi una roma 

faro luminoso al popoli inciviliti 

OVE PIO 

IMI hi: LO IMPULSO PRIMO ALLA GLORIA CHE NON PIÙ PERIRÀ' 

PERCHÉ INAUGURATA SUL VATICANO Al PIE DELLA CUOCE 

IN ME/./.O Al RUDERI DB LI.' AN TIC A GRANDEZZA 

E BENEDETTA DA QUELLA MJCE 

CHE FA TREMARE I 1IRABBI 

E SPEBDE NELLA POLVE GLI IKSABGOlIi ATI DIADEMI. 

PREGATE ! 

NEL SANGUE DEL CRISTO SUO 

RIALZÒ L'ETERNO GLI UOMINI A DIGNIIa' 

E NEI PRINCIPI E NEI SOGGETTI 

VOLLE PADRI AMOROSI fi liOt.ll-l FIGLI 

ncn oppressori ed oppressi. 

Eustachio Della La i i a 
delle Scuole Vie. 



PLATONE 

Volete voi scorrere, poeticamente trattala, una 
delle più notabili epoche della storia filosofica? sen- 
tire con facondia discusse le più gravi questioni 
che tormentino e che consolino lo spirito umano? 
Volete voi nel medesimo orizzonte contemplare il 
crepuscolo delle tradizioni orientali che tramontano, 
il nuovo crepuscolo della ragione dubitalrice che 
sorge incerta nella sua sicurezza, sentire un'aura 
quasi lontana annunziatrice di quel giorno che la 
verità diffonderà sulle genti? Leggete Platone. 

Amate voi di vedere come negli intelletti potenti 
le questioni politiche e le morali e le religiose e 
le metafisiche formino tutte un gran nodo, e come 
nessuna di quelle in particolare può sciogliersi senza 
scioglierle tutte? Come la ragione umana abbando- 
nala a se stessa non sa né dominare la verità, nò 
lasciarsene dominare? e ritorni sempre agli ele- 
menti del sapere, siccome a quelli in cui risiede il 
criterio della certezza? come le cose che a noi pa- 
iono nuove, siano vecchie, e quelle che a noi paion 
vecchie, possono rinnovarsi e rinnovarci? Leggete 
Platone. 

Piace egli a voi d'assistere a tanti be' drammi 
filosofici, imparar l'arte di disputare interrogando, 
di ammaestrarvi insegnando, d'insegnare ciò che voi 
slesso ignorale; l'arte di scrivere un bel libro filo- 
sofico, l'arte miracolosa e mirabilmente difficile dello 
stile? Leggete Platone. N. Tommaseo. 



MOVI ESEMPI DI VIRTÙ' ITALIANA 

Il giorno 29 di aprile si vide per Milano scorrere 
un lungo drappello di giovani con bandiera levata 
e con croce sovrappostavi: erano i Seminaristi, i 
quali, sublimati dallo spirito di PIO IX per la più 
santa delle cause, chiesero e ottennero di impugnare 
anch'essi le armi per volare sui campi dove si com- 
balle pel riscatto finale dell'Italia, e dove la ragione 
viene a lolla colla forza, la luce colle tenebre, il 
progresso colla barbarie. 

Questi novelli guerrieri di Aronne, preceduti da 
dodici guardie cittadine, si recarono alla piazza 
Fontana, dove dal balcone dell'Arcivescovo le loro 
armi ebbero il battesimo delle benedizioni da uno 
de* più sublimi interpreti de' concelti di PIO. 

Alla sera un nuovo drappello di Seminaristi 
giungeva da Monza e mescolavasi festevolissimamente 
a quel primo, impaziente di lavare col sangue dei 
barbari l'oltraggio e l'obbrobrio fallo all'umanità e 
alla religione di Cristo. 

L' intera Milano ne fu commossa ; lunghi e con- 
ciiaii applausi li accompagnò nel loro passaggio; la- 
grime di sublime tenerezza caddero da tulli gli occhi, 
e ognuno fu preso da straordinaria meraviglia all'a- 
spetto di questa nuova virtù. C 



Stabilimento tipografico di A. FONTANA io Torino 



1». 



MUSEO SCIENTIFICO, ree - ANNO X. 



(13 maggio 1848'» 




(Giovanili de' Medici, capitano dello bande nero 



116 



MDSKO SCIENTIFICO. IRTTRRARIO RD ARTISTICO 



GIOVANNI DE' MUDICI 

CAPITANO DELLE BANDE NEfffi 



Egli apparve al mondo in tempo in cui la milizia 
era una sorla di mestiere. Gli uomini d'arme fa- 
cendo accordi a guisa di operai, arruolavansi con 
gradi diversi sotto le bandiere di quel capitano rhc 
inspirava loro maggiore fiducia per bravura o per 
prudenza, il quale poi, congiunto ad essi, vèndevasi 
a principi, a città, a ehi avesse bisogno di lui. 

Quale gloria venisse all'Italia da queste milizie 
mercenarii; ce lo dice Machiavelli', il quale ci assi- 
cura che la ruina d'Italia non fu causala da altra 
cosa. 

Difallo quale sicurezza poteva» dare queste armi 
che (come scrive lo slesso Segretario fiorentino) le 
i rano disunite, ambiziose e senza disciplina, infe- 
deli, gagliarde tra gli amici, tra i nemici vili, non 
avean timore di Dio, non fede con gli nomini, e 
tanto si differiva la ruina, quanto si differiva l'as- 
salto? e nella pace eri spoglialo da- loro, nella guerra 
da' nemici?... E la cagione di questo era che le non 
aveano altro amore, né altra cagione che le tenesse 
in campo, che un poco di stipendio il quale non era 
sufficiente a fare che e' volessero morir per le. Vo- 
levan bene esser luoi soldati mentre che tu non 
facevi guerra, ma come la guerra veniva, o fuggirsi 
o andarsene. 

• 

Di quale altezza d'animo dovea dunque esser for- 
nito quel capitano che, abborrendo l'universale an- 
dazzo e non aspirando alla grandezza propria ma a 
quella della patria comune, consacrava il cuore e il 
braccio alla più santa delle cause, a quella cioè di 
redimere l'Italia dai barbari, e seppe inspirare tanta 
ammirazione in coloro che seguitavano le sue ban- 
diere che, alla sua morte, si vestirono a lullo per 
testimonianza d'amore e di cordoglio? 

Tale appunto fu Giovanni de' Medici, conosciuto 
nei nostri annali sotto il nome di Capitano delle 
bande nere, il cui valore, per vergogna nostra, non 
fu ancora meritamente celebrato da venni scrittore. 

Eppure la sola gloria d'Italia sedette in cima ai 
pensieri di quel giovine guerriero, e il grande Nìc- 
colini, nell'ultima sua tragedia, il Filippo Strozzi, 
fa dire a tutta ragione da .Maria Salviati, consorte 
del Medici, le seguenti parole: 

A lui gloria non era a Francia e Spagna 
Il vender l'alma a prezzo e darne aita 
A soggiogar noi slessi. Andar polca 
Io de' trionfi suoi lieta e superba 
Quand'egli alzalo una bandiera avesse 
A redìmer l'Itali», e dcW invitto 
Balenò nella minte il gran pensiero, 
Che la morte interruppe al Mincio in riva. 



Lungi da n>c cadeva, e il suo destino 
Era quel della patria , e nere insegne 
Ella cinger dovea come quei forti 
Ch'egli all'armi educò. 

Nacque i» Forlì l'anno 1498, di Giovanni di Pier- 
Francesco e di Caterina Sforza, sorella naturale di 
Lodovico il Moro, padrona di Irnoli e di Forlì, ri- 
masta vedova di Girolamo Riario, ammazzato per 
congiura di popolo. 

La madre, cacciata dal proprio slato dal duca Va- 
lentino, lo condusse in Firenze, dov'egli volse im- 
mantinente l'animo al cavalcare, al nuotare e all' 
esercitarsi della persona in tutti que'modi che con- 
vengono al soldato. 

Non andò guari che il suo nome e i falli, i quali 
corrispondevano mirabilmenle alle parole, spaven- 
tarono i suoi nemici in modo che ciascuno ili questi 
procedeva, come corre il proverbio, con l'olio santo 
in lasca. 

Papa Leone temendo per avventura ch'egli per 
la grandezza dell'animo suo non aspirasse al do- 
minio di Firenze, lo trasse in Koma con buona 
provvisione. 

I Komani, concitati ad ira dalla sua indole vogliosa 
di garbugli e di risse, lo assalirono un dì sul ponte 
di Sant'Agnolo in numero di più di 200 con picche 
ed arme in aste. Egli s'avrebbe potuto salvare in 
castello, nondimeno volle far prova di sé, e, con 
soli venli soldati, passò per forza in mezzo di quelli, 
con loro grandissima vergogna. 

Papa Leone pensò allora di allontanarlo anche da 
Homa e lo mandò all'impresa di Libino, dov'egli 
fece granile esperimento del suo valore, mostrandosi 
sempre ai nemici con loro infinito danno. 

Sorse in questo la guerra Ira Carlo V e France- 
sco I. Egli seguilo la fortuna quando dell'uno, quando 
dell'altro, educando al valore i fanti italiani che 
erano slati sino allora oscurissinù, e facendoli i più 
riputali soldati della penisola. 

Finalmente vedendo che quell'avarissimo e sub- 
dolo Cari.» V r no» intendeva die a divorare ogni cosa 
per sé, avvisò di porsi al tutto ai soldi di Francia, 
onde potere coli' aiuto di quesla cacciare l'aquila im- 
periale, poi, fallo più forte, cacciare anche i gigli 
di Francia, e fare dell'Italia una terra indipendente, 
libera ed una. 

Né al magnanimo concetto gli fallivano le forze, 
perocché le sue fanterie erano cosi bene addestrate 
ed agguerrite che ogni cosa vìncevano e sperpera- 
vano; e le scaramuccie colle quali soleva combat- 
tere i nemici in campo, erano di umiIo spavento che 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI K SVARIATE NOZIONI 



m 



gli Spaglinoli e i Tedeschi (ilice il Tarcagnolla) più 
temevano di lui che di ogni più grand»; esercito. 

Ma la fortuna, sempre nemica all'Italia, spense 
questa gloria nel momento in cui cominciava ador- 
narsi della sua più splendida aureola. 

Menti 'egli camminava contro (iiorgio Eronsperg, 
il quale per le valli dell'Adige calava in Italia con 
quindicimila Tedeschi lurchi, nudi e affamati-, una 
palla di falconetto gli percosse e ruppe una gamba 
alquanto sopra al ginocchio; del qual colpo mori 
poco dipoi in Mantova nell'età di ventinove anni con 
giubilo grandissimo dei Tedeschi i quali, sgombri 
dal terrore di questo gran diavolo, come lo chia- 
mavano essi, poterono a p"Sta loro correre, deva- 
stare e assassinare l'Italia, secando la vecchia loro 
usanza. 

La sua morte fu udita dall'intera penisola con 
lagrime e cordoglio infinito. Le sue fanterie furori 
chiamate le Bande Nere, perchè non deposero più 
i segni di dolore che vestirono in quest'infausta 
occasione. 

Con lui caddero i destini dell' Italia (dice il (iiovio) 
perchè mitigandosi ogni giorno il fervore dell'età 
e la ferocia dell'animo e dando indizii espressi d'in- 
dustria e di consiglio, si teneva per certo che presto 
sarebbe giunto a quei segni gloriosissimi che a rari 
e pochi furono conceduti. 

Chi vuol avere il perfetto ritratto di lui (scrive 
Massimo d'Azeglio) aggiunga due baili castagni alla 
lesta di Napoleone, e la ponga sur un corpo grande 
e robusto. 

Era mollo temuto ed amato da' suoi ; ordinava mi- 
rabilmente una battaglia, e dove combattè, quasi 
sempre rimase vincitore. 

Provvidissimo nel conoscere i sili de' paesi, ren- 
deva conto delle fortificazioni d'ogni sorta, e aveva 
sempre in memoria i luoghi dov'era stato una volta. 

Niun guerriero in Italia usò maggiori ingegni e 
maggiori astuzie nel guerreggiare per contrapporsi 
ai disegni degli stranieri nemici, per farli dare nella 
ragna e mandarli pesti e sciancali; sicché ne era 
odialo e fuggito più assai di una verziera. 

Egli rinnovò e favori nelle armi quel mestiere 
alla leggiera ch'era già quasi deposto e fuori d'uso, 
volendo che i suoi soldati avessero cavalli turchi e 
giannelti, e fossero ben armali con le celate alla 
borgognona. 

Rinnovò eziandio la milizia che allora chiamavano 
lance spezzate, la quale faceasi d'uomini segnalali 
e ben stipendiali, che seguivano sempre a cavallo o 
a pie la persona del loro capitano, senz'essere ad 
alcun altro suggelli, e che divenivan poi uomini di 
gran riputazione e anlorilà secondo il valor loro. 

Soleva dire, non sapere pensare cosa più utile in 
campo delle scaramuccie, posciachè conquesto, se- 
condo il suo avviso, si assicurano gli eserciti, si fanno 
molli valenti uomini più assai che non si perdono, 



si conosci no i sili e gli alloggiamenti, si tiene ab- 
bondante il campo di vettovaglie e il nemico sempre 
in sospetto e molestalo, si soccorrono le lerre, si 
viene a notizia dei secreti dei nemici, e finalmente 
si consegue sempre per esse la vittoria quando siano 
falle da persone prudenti e valorose. 

Era dolalo di un coraggio straordinario, paziente 
ed ilare. — Volle vedere segare la sua gamba, e, 
mentre gliela tagliavano, non volle essere legato né 
temilo da alcuno, sopportando lai mai torio con p ù 
che maravigliosa costanza. Segatala, e datogli il 
fuoco, la volle in mano giocherellando con essa. 

Motteggiava anche mollo volentieri, ma sempre 
con braveria soldatesca, come scrive Ciao Girolamo 
Rossi. 

Vedendo un soldato morto, di artiglieria grossa, 
dietro un muro, disse a' suoi: 

— Or vedete che ai codardi non bastano per co- 
razza le mura come altri crede. 

Essendogli domandalo chi egli riputasse de' mag- 
giori uomini del inondo, rispose: 

— Un soldato ben armato e ben a cavallo quandi 
ha vinto in una battaglia. 

A chi lo dimandò se volea far testamento e prov- 
vedere alle cose sue, rispose: 

— La povertà e le leggi hanno provveduto abba- 
stanza per me ad ogni cosa. 

Un trombetta venne a fargli un'ambasciata; ac- 
cortosi egli ai gesti che non sapeva fare il mestiere, 
volle che suonasse la tromba, e non la sapendo suo 
nare, gliela fece empiere di sterco, dicendo: 

— Così si risponde a' pari tuoi. 

Ad un bombardiere che coglieva sempre lontano 
da dove comandavagli che tirasse, disse: 

— Io ti vorrei piuttosto nemico che amico. 
Abbattendosi per viaggio ad alcun frate bene a 

cavallo, glielo levava e davalo ad uno de' suoi sol - 
d-ili elio l'avesse peggiore, e quello poi dava per 
iscambio al frate, dicendogli: 

— Padre, questo è buono per gire al capitolo, e 
il vostro per la guerra. 

Non gli piacevano nelle rassegne gli uomini pic- 
coli di statura, ripetendo sempre quel detto di Pirro: 
Dammi gli uomini grandi di corpo, che buoni li 
furò io. 

Biasimava mollo la troppa sordidezza de' soldati 
e la troppa attillatura, lodando il mezzo. 

Era grande nemico delle barbe lunghe e capelli, 
dicendo eh' erari nido di pidocchi, o presa del ne- 
mico quando si combatteva, o perdila di molto tempo 
per ornarle e profumarle. 

Fu tanto nemico de' codardi e vili, che un giorno 
sotlo Milano, alla presenza di lutti i suoi, degradi 
un gentiluomo della milizia, e lo privò solenne- 
mente di ogni privilegio di soldato. 

Non fu così spaventevole a' nemici, quanto so- 
lazzevole e cortese fra le donne. 



148 



WUSRO SCIENTIFICO. LETTERARIO Eli ARTISTICO 



Gli spiacquero sempre gli astrologhi, dicendo che 
sapeva ciò che aveva ad essere di lui; e volle che 
gli fosse gellalo nelle braccia da una finestra il suo 
figliuolo ancor bambino per arguirne dall'esito della 
caduta il destino. 

Se qualche macchia può sfregiare la sua fama si 
è di aver avuto intrinsichezza quasi fratellevole col- 
l'infame Pietro Aretino, ch'egli amava perchè era 
persecutore acerbissimo in voce e in iscritto dei 
preti, de' signori e de' principi die non gli pagavano 
a peso d'oro le sue contumelie. 

L'Italia vorrebbe poterlo anche accusare di aver 
dato al mondo quell'infernale Cosimo duca di Fi- 
renze, il quale solTocò Ira le sue liuteria parricide 
la libertà della terra natale e dell'intera Italia, e 
spense nella Toscana tutte le sorgenti della vita 
civile. P. Cobelli. 

LA GIUSTIZIA DELL'AUSTRIA 

L'Austria, per mezzo del consigliere aulico Har- 
ting, manda fuori un indirizzo ai popoli della Lom- 
bardia e della Venezia, col quale leva a cielo la sua 
clemenza, la sua pietà, la rettitudine de' suoi inten- 
dimenti, la sua incrollabile giustizia. Ella esorla 
paternamente, umilmente, svisceratamente questi po- 
poli a cessare dalle ire e dalle carnificine, a porsi 
giù dai biechi disegni, a raccogliersi intorno al trono 
del benignissimo loro re, al quale sanguina il cuore 
nel vedere i loro diletti figliuoli in preda agli or- 
rori dell'anarchia e vicini a cader vittima di chi 
non ha altro Dio fuorché l'egoismo e che combatte 
per sé, pe'suoi vantaggi, per gloria sua.... 

La' storia non ofTre esempi di più scellerata ipo 
crisia ed impudenza... O Austria! o carnefice delle 
nazioni rigenerale dal sangue di Cristo, credi dunque 
di avere acciecaii e prostrali talmente g'i animi e 
gli intelletti da più non sapere (piali siano gli ordini 
della giustizia? E tu ardisci assumere un tale lin- 
guaggio dopo le battiture che hai date a' tuoi popoli, 
dopo i balzelli, le angherie, gli ergastoli, le catene, 
le leggi statarie e le forche?... Oh ! ben si vede 
che Iddio li ha percosso di un'orrenda vertigine, 
perchè tu più non vedi né le correnti, né gli scogli, 
né le secche, né i fondi, né i cavi di quel mare 
pel (piale solevi navigare, né più sai costeggiarvi e 
ad ogni ondata corri pericolo di smarrimento e di 
naufragio. 

1 popoli hanno aperti gli oalii; simigliami a 
Spartaco hanno infranto le loro catene per farsene 
delle spade. Kssi sanno che tu bestemmiavi la Prov- 
videnza ali- rchè focevi proclamare da' tuoi creati, 
che la dominazione assoluta di un uomo e la schia- 
vitù di tulli gli altri è l'ordine stabilito da Dio... 



O Austria ! coloro che tu hai traboccalo nel sepolcro, 
sulla cui lapide, per maggior seberno, scrivevi il 
nome di Cristo, coloro si riscuotono finalmente, si 
infiammano di nuova vila, mandano in frantumi 
quella lapide, e, gettandoti sulla faccia il sangue 
die hai versalo, li fanno rimprovero acerrimo dei 
mille e mille che hai Iralli e carracolati in folli im- 
prese per iscannarli, maledicono le Irame inique cui 
lu coonestavi col titolo di giustizia, chiamano l*ab- 
bominio di tutte le generazioni su' tuoi legali assas- 
sino, su' tuoi incredibili macelli, sulle lue neroniane 
delinquenze. 

Deponi quella larva di cristiano... Cristo è fuggilo 
inorridendo dal tuo cuore... Che sai lu di quella 
giustizia, di quella carità, di quella pace su cui si 
appunta il regno di Cristo?... Tu e i luoi satelliti 
l'avete strascinato sopra un nuovo Golgota; ne avete 
rinnovalo i chiodi, le ferite, l'aceto e il fiele. 

Il mite agnello ha mandalo il ruggito del leone 
di Giuda... La tua condanna è irrevocabile... Il ful- 
mine di Dio li schianterà. 

Cessa dunque dalle lue ipocrite astuzie. Tu hai 
sedotto più volle i popoli, come il serpente sedusse 
la donna... Ma i popoli ti conoscono; rianimati dal- 
l'alito di Cristo spezzano la lua verga e la fanno 
alla lor volia insanguinare sul luo dorso... Male 
dunque li volgi alle proteste di clemenza e di giu- 
stizia: esse non fanno che accumulare sovra te il 
tesoro delle maledizioni (1). 

P. ConELLl. 



(i) Quasi nel giorno stesso in cui il burbanzoso e fe- 
roce consigliere aulico pubblicava quell'indirizzo, dove è 
altissimamente magnificala la bontà, clemenza e giustizia 
di re Ferdinando, venlun guerrieri di corpi franchi, ca- 
duti in potere degli Austriaci, venivano fucilali conilo ogni 
legge di guerra, e usciva il seguente scritto: 

Ir. Comitato provvisòrio 

DIPARTIMENTALE DI TltEVISO 

Ci giunge dal Comitato del Friuli la seguente notizia 
ebe Noi consegniamo ayli annali delle sciagure d'Italia. 

Il valoroso Ippolito Caffi Bellunese cadde la sera del 
17 corrente nello scontro di JJmicco presso Visco com- 
battendo contro gli Austriaci; 

11 suo cadavere fu veduto il giorno appresso appeso ad 
un albero ed indossante l' uniforme della Guardia civici 
di Roma. Un cartello gli pendea dal collo con questa leg- 
genda : 

Così SI TRATTAKO LE GUARDIE CIVICHE DI Pio IX. 

Piantate, o Italiani, un alloro alla memoria di quel 
grande nell'arte e nell'amore della patria, ed apprestate 
i ferri alla vendetta. 



Treviso, 20 aprile 1848. 



// presidente 
G. D. Olivi. 



SCELTA RACCOLTA DI OflLI B SVARIATR NOZIONI 



149 



UN' OCCHIATA AL MATERIALE DELL' ITALIA 



Voi in questi ultimi tempi avete sentilo parlare 
dell' Italia, e voi gridale sempre viva l'Italia! Que- 
sta è la casa vostra, ma voi conoscete l'orse questa 
vostra casa, questa cara Penisola, questa Italia, 
che i moderni chiamano il giardino del mondo, e 
gli antichi chiamavano madre del pane e degli Eroi? 
Or bene: noi vi racconteremo in seguilo i falli 
principali che resero questa Italia sì celebre; oggi 
ci limiiiamo a descrivervi il suo materiale, perchè 
sentendone parlare, possiate averne un' idea. 

L' Italia e una Penisola, ossia un gran trailo di 
terra che sporge nel mare, e che da una parie sola è 
atlacala alla terra ferma. La sua forma è allungata- 
si ma, e rassomiglia a quella di uno stivale. Il mare 
tra le cui acque si prolunga l' Italia chiamasi Medi- 
terraneo ; ma quel'a parte di esso che trovasi a destra 
dell'Italia ha il nome particolare di Adriatico e forma 
come un lungo braccio di mare che si interna Ira 
le terre. L'Italia da quel lato, per cui è attaccala 
al continente o terra ferma, è circondala luti' all' 
intorno come da una muraglia di monti altissimi ; 
le Alpi che finiscono da una parte presso Genova, 
dall'altra girando al di là del mare Adriatico si pro- 
lungano nell'IIliria e nella Dalmazia. I più alti tra 
questi monti, il monte Bianco e il Uosa sono anche 
i maggiori di tutta l'Europa. Cercando i paesi da 
cui questi monti ci separano si scorge partendo dal 
mare Mediterraneo che prima v'è la Francia, poi 
più in su la Svizzera, poi il Tiro'o e la Corinzia 
che fanno parte dell'Impero Austriaco. 

Presso Genova le Alpi sembrano morire nel 
mare, ma ivi incomincia un'altra catena di monti 
gli Apennini, la quale attraversa l'Italia in tutta la 
sua lunghezza dividendola in due parli. L'ossatura 
del nostro paese è dunque formata da queste due 
grandi catene, ramificate poi in altre minori che si 
spargono su quasi tulio il paese, digradando in 
amenissime colline. Cosi le Alpi formano in Pie- 
monte i poggi del Monferrato celebri pei loro vini, 
i monti più alti e più freddi di Yarallo, poscia i 
colli del Lago Maggiore e del Lago di Como, deli- 
zioso ritiovo dei forestieri, le belle montagne del 
Bergamasco e del Bresciano, e quelle più severe 
del Lago di Garda, dove principiano le diramazioni 
Alpine del Tirolo. Le ramificazioni dell'Apennino 
infiorate quasi da una perpetua primavera, cariche 
dei preziosi prodotti dell'olivo e de! cedro, benedette 
da un cielo purissimo, e carezzale dalle tiepide 
aure meridionali, costeggiando il mare difendono le 
mirabili riviere di Genova, e poi inlersecano con 
graziose ondulazioni quasi lutto il vasto giardino 
della nostra Toscana; ma divengono più aspre nello 
Stato Poniilicio, e vanno crescendo in sublimità e 
selvatichezza nel regno di Napoli, ove s'innalza il 



Vesuvio, e prolungandosi per comunicazioni sotto- 
marine, passano nell'Isola della Sicilia, ove sorge 
un allro allissimo vulcano, I' Elna. Dai monti sgor- 
gano i fiumi, prezioso mezzo di commercio e di fe- 
condità ai sottoposti paesi. Dall'Alpi discendono: 

1." Il Po, il maggiore dei fiumi italiani, nato dal 
Monviso in Piemonte, verso il confine francese con 
un corso da ponente a levante percorre in tutta la 
sua larghezza la parie superiore della Penisola, mi- 
mando una gran valle che si allarga dall'Alpi fino 
alle falde degli Apennini, ed ha il suo sbocco nell' 
Adriatico. Nel suo corso esso raccoglie altre acque 
minori come la Dora, il Tanaro, la Sesia in Pie- 
monte, e nella Lombardia il Ticino, l'Olona, il 
Lambo, l'Adda, l'Oglio, il Mincio, e sulla sponda 
opposta il Taro, la Trebbia, la Secchia, il Panaro, 
il Beno. 

2.° L'Adige, che sorge nel Tirolo, scorre da set- 
tentrione a mezzogiorno in una direzione transver- 
sale a quella del Po, e va a versarsi anch'esso 
nell'Adriatico. 

5.° Gli altri fiumi minori, che nati nelle Alpi verso 
l'Adriatico sboccano nello slesso mare, sono il Bac- 
chigliene, la Brenta, la Piave, il 'ragliamento, I' 
Isonzo. 

Dai due versanti degli Apennini che attraversano 
per mezzo l'Italia, i fiumi si calano in direzioni 
diverse, quali all'Adriatico, quali al Medilerraneo, 
secondo la direzione di quei declivi. A sinistra scen- 
dono nel Medilerraneo l'Arno su cui sorge la cillà 
di Firenze, il Tevere celeberrimo per esser Roma 
posta sulle sue rive, il Volturno ed il Sile fiumi 
minori. L'Apennino all'Adriatico invia il Melauro, 
il Tronto, il Langro e l'Ofanto di breve corso e 
non navigabili. 

Queste acque formano come una vasta rete ir- 
rigua che copre tutta la Penisola; alcune di esse 
depurano in vasti serbatoi, preziosi per l'agricoltura 
e insieme ornamento bellissimo della Lombardia ; 
tali sono il lago Maggiore formalo dal Ticino, il 
lago di Como e di Lecco dall'Alida, il lago d' Iseo 
dall' Oglio, quello di Garda dal Mincio. Di alcune 
altre acque l'industria dei padri nostri seppe trarre 
indicibile profitto, conducendole in canali ad irri- 
gare le arse pianure, ed a portare grosse barche al'e 
cillà prive di fiumi navigabili. 

Tale è la costituzione naturale, e per così dire 
la costruzione anatomica dell' Italia, che meglio s'in- 
tenderebbe prendendola ad esaminare sopra una 
carta geografica. Besla ora che vi parliamo delle 
altre sue condizioni del clima, dei prodotti del suolo 
e della popolazione. 

Dirvi che tulle le più incantevoli bellezze della 
natura furono unite in questa terra amala da Dio; 



150 



MUSEO SCIRINTIPIO), I.RTTRRARIO R0 AUTISTI?» 



dirvi la purezza (kl Cielo, la mitezza dell'aria, la 
straordinaria fecondità del suolo, sarebbe un ripetervi 
ciò cbe tulli sanno, ciò che voi sapete fin dal dì 
che voi cominciaste a sentire e ad amare. Quelle 
bellezze fino da antichissimi tempi fecero caro e 
celebralo ri nome d'Italia; la dolcezza dei frutti 
maturati al raggio vivifico del nostro sole chiamava 
qui i Barbari, per cui la nostra bellezza, dice un 
poeta, ci divenne fonte amara di pianto. Oggi da 
ogni parte d' Europa, viene il forestiere pellegrino 
a questa felice contrada, e vi cerca il sorriso del 
cielo negato alla fredda sua terra, o qui soffrente, 
trova le aure balsamiche che ridonano la vita al suo 
petto affralito. 

Il clima d'Italia è quello che per eccellenza me- 
rita il nome di temperato: quindi vi crescono i più 
rari, i più varii e i più utili prodotti: il grano, il 
riso, la vile, l'ulivo, il cedro, l'arancio, l'aloe e 
il cotone. Ma la forma allungatissima del territorio 
dà origine a rilevanti varietà perchè ad ognuno è 
nolo che il clima divien tanto più caldo quanto più 
si va verso mezzogiorno e viceversa. Dietro queste 
varietà si può dividere 1' Italia in Ire zone prin- 
cipali. 

La settentrionale od alta Italia, che si estende 



dall'Alpi Gno all'Appennini, presso Bologna, e rac- 
chiude gli stali di Piemonle , Lombardia, Venezia, 
Parma e Modena; ha il clima comparativamente 
meno caldo, perciò ivi le colture sono principal- 
mente quelle che richieggono una moderata tempe- 
ratura : le granaglie, la vite, il riso, i prati, i gelsi. 
Solo nelle costiere dei laghi, e sotto la difesa dei 
monti, allignano più squisiti prodotti, cos'i le riviere 
della Tremezzina e di Salò sono tutte un giardino 
di uliviere e di agrumi. 

Nella seconda zona, o Italia cenlrale che abbraccia 
le riviere di Nizza, di Genova, di Spezia, gli Stati 
Ponlificii e la Toscana un sole più ardente scalda 
una vegelazione più splendida e più poderosa. Vi 
sono rare le nebbie. Il cielo splende più costante- 
mente sereno, rare sono le nevi e le pioggie, te- 
pido il verno. 

Nella bassa, o inferiore costituita del regno delle 
Due Sicilie la natura ostenta tulla la magnificenza di 
una vegelazione orientale. Le colture riescono rapide 
e vigorose : quelle che altrove non vivono se non per 
la cura assidua del giardiniere crescono nell'aperla 
campagna e recano frulli di una incomparabile 
squisitezza. Qui allignano la palma, l'aloe, il coione, 
indigeno nell'Affrica. 



L' Arligiunello. 



IL PADRE UGO BASSI E I BOLOGNESI 



In un giorno dello scorso mese Bologna presentò 
uno spettacolo quale non si vide fuorché ai lempi 
di Pietro l'Eremita e a quelli della Lega Lombarda, 
quando vicino all'Adige, in un'ampia pianura, un 
semplice frale coli' inspirata sua eloquenza scosse e 
trasse a sé più di quarantamila Italiani, accenden- 
doli lutti di un solo pensiero e di un solo voto per 
la causa della palria comune e gridando: 

Itali, pace ! eternamente dorma 
L'ira clic no divide: è patria nostra 
Non già d'umili mura il broe cerchio, 
IVI .i l'ampio suolo a cui son lembo i monti. 
Impugnate un aerini : ma questo acciaro 
Non sacrilego sia; non mai si tinga 
Uè' frati-Ili nel petto, e .sperda solo 
Il lupo ingordo the l'ovil ne strugge (i). 

Nella piazza di Bologna, sopra la gradinata del 
tempio di S. Petronio, fu costrutto un palco, sul 
quale apparve il P. Ugo Bassi, uomo di santi e ga- 
gliardissimi concelli, il quale pel suo ardore a tutto 
ciò che nobilita e sublima la causa del riscatto d' 
Italia, provò, sotto il regno di Gregorio, le angosce 
di un lungo esigilo. 



(i) l Coiir.EGGEscHi di Parma, tragedia di Pietro Go- 
relli. Casule, 1845, tip- Casuccio. 



Un'immensa turba lo circondava, uomini e donno 
d'ogni condizione ed età. Egli parlò della guerra 
santa; parlò del dovere di ogni Italiano per coope- 
rare con ogni mezzo a francare le belle contrade 
dall'oppressione straniera; disse che ognuno, uomini 
e donne, vecchi e fanciulli, ricchi e poveri, nobili 
e popolani doveano dare i loro monili, le loro vesti, 
le suppellettili, tutto per sopperire alle ingenti spese 
della guerra: e fu tale l'impeto e il torrente delle 
sue parole, fu così pieno e poderoso, fece qui e qua 
sfolgorare così ammirabili sentenze e lampeggiare 
così belli e stupendi luoghi poetici, che l'intera turba 
si sentì come rapita dal fiume di quegli stessi affetti 
varii e grandi, e tulli, non uno escluso, fecero pressa 
a pagare il loro tributo alla causa sacrosanta della 
nazionale indipendenza. 

Furon vedute bambine, donzelle e matrone spo- 
gliarsi sulla stessa piazza de' loro più cari orna- 
menti e recarli giubilando sul palco. Furon veduti 
nobili e ricchi gettarvi in copia gli anelli, le cate- 
nelle, gli orologi; i cittadini, anche meno agiati, 
portarvi con fretta e furia gli oggetti più cari e 
preziosi, armi e vestimenta; l'artigiano, il frullo 
de' suoi sudori, l'umile popolano spogliare e offrirò 
i proprii abili a vista di tutti, la inferma e vacil- 
lante vecchierella versare forse l'unico obolo che 
formava l' intera sua ricchezza. 



SCELTA RACCOLTA DI ITILI E SVANIATE ISOZ.OM 



151 



Sublimi esempi soii questi, degni di essere recati 
alla memoria e all'ammirazione del mondo, affinchè 
si vegga di quali virtù è capace un popolo, quando 
gli ferve nel cuore il pensiero di una causa sanis- 
sima, ed è risoluto di ripigliare que' diritti de' quali 
lo spogliò la mano ladra e sanguinosa dtll<> stra- 
niero oppressore. P. Gorelli. 



PIETRO LEBLANC 

NEL CAMPO DI BON APARTE A TOLONE 
E ARCO LI 

I 

Pietro Leblanc era uno di quei figliuoli del po- 
polo, che, nel tempo della gran lolla della Francia 
e dell'Europa, hanno onoralo i campi col loro corag- 
gio e colla loro pazienza eroica in mezzo alle più 
dure privazioni. 

Erasi arruolalo nelle milizie l'anno 1792. Ma 
quantunque ammirato da lutti pel su > rispetto alla 
disciplina e por la sua bravura, Pietro Leblanc sem- 
brava non avere davanti a lui fuorché una carriera 
assai ristretta, perocché non sapeva né leggere, né 
scrivere. 

In quest'epoca, l' istruzione non era ancora pene- 
trala nel popolo. Pietro Leblanc era dunque un buon 
soldalo, e dovea restare soldalo ditta la vita per 
l'assoluta privazione delle più semplici nozioni, ma 
una circostanza, che decidelle del suo avvenire, gli 
rivelò come eragli importante il sapere almeno leg- 
gere e scrivere. 

Era all'assedio di Tolone il quale slava allora 
in potere degli Inglesi. [I comandante dell'artiglieria 
faceva costrurre una balleria mentre osservava le 
operazioni éell' inimico. Un movimento impreveduto 
lo sforzò a scrivere sul terreno istesso. 

Mandò inlorno lo sguardo; fu colpito dalla fisio 
nomia intelligente di Pietro Leblanc. 

— Ponili là e scrivi, gli disse con voce breve. 
Pietro abbassò gli occhi, balbettando alcune parole. 

— Ebbene, ripetè il comandante. 

— Non so scrivere. 

Bonaparte gli vollò il dosso e fece venire un 
sotto ufficiale. Uno di loro si avanzò e gli servi di 
segretario. La lettera era appena terminala che una 
palla la copri di lerra. 

— Bene, disse il giovine soldato, non avrò bisogno 
di arena. 

IJonaparte, colpito da questo coraggio e sangue 
freddo, non dimenticò più il giovine soldalo che gli 
aveva servito da segretario, e ognuno sa qual fu la 
carriera brillante di Junol. 

Pietro Leblanc vergognoso e afflitto si era ritratto 
colle lagrime agli occhi e colla stizza nel cuore. 
Dopa la collera venne la riflessione. 



L' evento del mattino gli fé' manifesto che il co- 
raggio non era bastante per avanzare nella palestra 
militare, ma che eragli necessaria l'istruzióne per 
dare ordini. Pel momento, leggere e scrivere era 
agli occhi di Pietro Leblanc il termine della più com- 
pilila istruzione. Con quella forza di volontà che non 
l'abbandonò mai, risolvette di divenire sapiente. 
All'assedio di Tolone, era assai difficile perchè gli 
fallivano i mezzi. Nondimeno si rammentò che uno 
de' suoi camerata, un giovine soldato, a cui pochi 
giorni prima aveva salvalo la vita, avea scritto din- 
nanzi a lui una lettera alla sua famiglia. Andò a 
trovarlo. 

— Ti ho salvalo la vila, gli disse. 

— Credi forse ch'io l'abbia dimenticalo.' Essa li 
appartiene. 

— Conservala; io vengo a dimandarti un favore 
più segnalalo di quello che ti feci. 

— Parla, qualunque esso sia, io sono lutto tuo. 

— Io non ho impiegalo più di dieci minuti a to- 
glierli d'impaccio; qui bisognerà forse lungo tempo. 

— Non imporla. 

— Ebbene! cittadino, ecco ciò eh' è: io sono un 
ignorante, e non so neppure scrivere il mio nome; 
ciò non può durare più a lungo. Voglio divenire sa- 
piente; voglio che lu m' insegni a leggere e scrivere. 

— Ed è questo il favore segnalalo.... 

— tìli è possibile che ciò sia nulla per te; ma 
per me è altra cosa. 

— A quando la prima lezione?... 

— Subilo, se li garba. In simil caso non bisogna 
esitare; gli è come quando si sale all'assalto di un 
fortino. 

— Son pronto, disse il giovine soldalo. 
Allievo e maestro si posero all'opera. L'uno era 

slimolato dalla riconoscenza, l'altro dall' ambizione; 
in guisa che Pietro Leblanc. seppe ben tosto leggere 
e scrivere passabilmente. 

Prima del termine dell' assedio di Tolone gli si 
presentò l'occasione di riabilitarsi. L T n mattino il 
comandante Bonaparte esce dalla sua tenda con una 
Intiera in mano. Voltò inlorno gli occhi per cercare 
una persona di conoscenza; ma subilo gli sfuggi mi 
geslo di dispetto. 

Pietro Leblanc si avanzò verso liw. 

— Mio comandante, bisogna forse recare qualche 
ordine?. . 

— Sì, ma mi bisogna alcuno che sappia leggere, e... 

— In lai caso, eccomi io... 

— Ma l'altro di lu non sapevi... 

— E vero, ma siccome ho veduto che ciò non 
slava Itene in società, ho imparalo a leggere ed 
anche a scrivere. 

— Bravo! bene! disse Bonaparle pizzicandogli 
l'orecchio. Sergente, reca quest'ordine al quartiere- 
generale. 



1Ó2 



MUSEO SCIENTIFICO. LETTERARIO ED ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI L'TILI B SVARIATE NOZIONI 



Pietro vollò la lesta per sapere a chi parlava. Egli 
non vide nessuno. 

— Ebbene! non m'intendi? 

— Ma io non sono sergente... " 

— Sì, poiché le lo dico. 

Pietro Leblanc partì ebbro di gioia, 
Nella sua corsa si abbattè al suo istruttore pian- 
talo di guardia sopra un bastione, si slanciò sopra 
lui, lo strinse tra le braccia, e abbracciandolo gridò: 

— Io so leggere, io so scrivere, io sono sergente! 

II. 

Alcuni anni dopo, Pieiro Leblanc, le cui idee 
siili' istruzione eransi sviluppale, non lasciò indietro 
veruna cosa per acquistare le nozioni che gli sem- 
bravano più necessarie. 

Nella prima campagna d'Ilalia, ch'egli fece col 
generale Bonaparte, si procacciò alcuni libri nelle 
liiblioteche dei conventi e delle chiese. Compiuto il 
mio servizio, alla prima occasione, pigliava i suoi 
liuoni amici, com'egli li chiamava, e ragionava 
con loro. 

I suoi camerata lo chiamavano il Cappuccino. 
Leblanc continuava a leggere. 

Frallanlo fu bisogno lasciar i libri per camminare 
sopra Arcoli. 

Gii Austriaci occupavano posizioni terribili. Una 
batteria collocata alla lesta del ponte li copre di una 
tempesta di palli;. 

Ronaparte ordina di andar innanzi ; i suoi grana- 
tieri ondeggiano. Bonaparte afferra uno stendardo e 
si lancia sul ponte gremito di cadaveri, gridando: 

— Soldati, non siete voi i valorosi di Lodi?.... 
Seguitemi ! 

Quest'atto, queste parole rinfiammano i granatieri 
• he fanno miracoli di valore, precipitano gli Austriaci 
nel fiume, uccidon loro seimila uomini, e ne fanno 
cinquemila prigionieri. 

La sera, al bivacco, un vecchio caporale, sguar- 
dando malignamente uno di coloro che il mattino 
aveano lanciato qualche mollo pungente a Pieiro 
Leblanc, gli disse: 

— Ebbene, camerata, che dici del Cappuccino ? 

— Ah! il Cappuccino è un diavolo, un leone.... 

— Avete veduto com'egli si s'anciò sul ponte, 
roto' egli si gettò sul cannone che noi ahbiam preso. 

Tulio ciò prova, o buffoncello, che si può essere un 
sapiente e un bravo soldato. Kilraggi la Ina parola... 

— La ritraggo. 

Se voi ci dimandale frattanto che divenne in se- 
guito di Pietro Leblanc, noi vi diremo, che a forza 
di pazienza, di perseveranza egli giunse ad acqui- 
stare un'istruzione solida, estesa e svariala che lo 
fece dislnguere dall'Imperatore. In tal modo, col 
suo proprio merito e con un' energica volontà seppe 
vini-ere tutti gli ostacoli che si attraversavano alla 
sua elevazione, e seppe compiere degnamente i:li 
alti uffizi ni quali fu chiamalo da Napoleone. 

Stabilimento tipografico 



FRATI GAUDENTI 

Antichissimo 'era quest'Ordine: esso fu confer- 
mato da papa Urbano IV con bolla data in Viterbo 
l'anno 1261, dalla quale apparisce che i frati Gau- 
denti erano prima chiamali Cavalieri o Frali di 
Sanla Maria. 

Cristoforo Landini nel suo Commentario sopra 
Dante dice essere slati poi chiamati Frali Gaudenti 
per la loro splendida e copiosa vita, e massime 
perchè erano immuni da ogni pubblico tributo e 
gravezza. 
Furon poi chiamati per ischerno Capponi di Cristo. 

11 loro abito consisteva in una tunica bianca, con 
sopravveste di color big'o, con la croce rossa in 
campo bianco e due stelle di sopra. 

Non lutti vivevano nei conventi; ma aveavi una 
specie, dirò così, di Terziarii che vivevano nello 
proprie case con le loro mogli e con la famiglia. 
Questi portavano un abito alquanto diverso, e simile 
sossopra lo dovean portare anche le loro consorti. 

Il fine principale del loro istillilo era di difenderò 
le vedove e i pupilli, e intromettersi nelle riconci- 
liazioni di pace e altri simili atti di cristiana carità. 

Quali fossero gli esercizi che praticavano nei loro 
conventi non si sa. 

Nell'entrare in questa Milizia dovea ciascuno pro- 
vare la sua nobiltà da canto di padre e madre. 

Attesero però più a godere che a praticare eser- 
cizi di pietà. 

Sisto quinto soppresse tale ordine pel disprezzo 
in che era caduto, nel 1585. 

PRINCIPI! DEL PADRE VENTURA 
SUL POTERE CIVILE . 

II potere civile si conferisce da Dio all' intera 
società, la quale sotlo certe condizioni lo conferisce 
a' suoi governanti; esso perciò non imprime carat- 
tere, ed è di sua natura ammissibile e perituro, lo 
so che vi è slato dello che il potere dei re viene 
direttamente da Dio; ma questa è la dottrina dei 
teologi di corte, non già la dottrina professala dai 
Santi padri, dai Teologi e dai Dottori della Chiesa, 
la (piale insegna che i re ricevono il loro potere 
dall'intera società, a cui Dio l'ha conferita. Quindi 
ne conseguila che vi sono dei casi in cui il potere 
civile può perdersi; vale a dire, che vi sono dei 
casi in cui la società rientra nel diritto di ripren- 
dere ciò che da Dio slesso ha ricevuto. Questi casi 
si riducono a due : 

1° Quando il potere attenta a distruggere le leggi 
fondamentali e le condizioni necessarie alla sua 
esistenza 1 . 2° Quando si fa nemico della società 
medesima allentando alla proprietà ed alla vita di 
tutti i cittadini, 
di A FOHTANA in Torino 



?o. 



MUSSO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



(20 maggio 1848) 



^&®®3® tM>3S19W2'14>H&iLIB 




CAPITOLO I" 



LA CONTESSA 



Era il giorno 8 di febbraio 1848. — L'apparlamenlo 
parea deserto: i domestici erano usciti : io non osava 
innollrarmi, epperciò rassegnandomi ad aspettare 
che alcuno comparisse per essere annunziato alla 
signora, mi sedetti in un angolo dell' anticamera. 

Un soffio di vento aprì alquanto uno dei battenti 
del salone ed io potei vedere la Contessa seduta 
sopra un sofà, la quale pareva essere gravemente 
commossa, perchè il suo volto era infiammato e i 
suoi sguardi gillavano faville. 

Un uomo con soltana nera, con aspetto muliebre 
e con voce da zanzara le veniva susurrando alcune 
parotelle all'orecchio, e con certe mani da ragna- 
tèlo vollava e rivoltava un cappellone che mi mise 
il ribrezzo della febbre. 

— Voi avete ragione! -disse finalmente la Con- 
tessa con voce concitata e tremante per la collera. — 
Questo re ci compera addosso il malanno a danar 
contanti. La Costituzione! la Costituzione !... Afa che 
vuol dire questa brutta parola? 

— Vuol dire che quinci innanzi i nobili saranno 
dimenticati e i plebei saran quelli che dovranno mag- 
gioreggiare-, vuol dire che i seguaci della vera re- 
ligione saranno diffamali come eretici, increduli, 
scismatici mascherali; vuol dire che la slampa, fa- 
cendosi predicalrice delle massime più assassine, 
metterà in brani la riputazione degli uomini bene- 



meriti e dabbene, strascinerà nella polvere la dignità 
e la sapienza patrizia, porrà in trono la burbanza, 
la poltroneria e l'ignoranza plebea... 

— Dio! Dio! dove siamo noi? Quale mal genio 
ha suggerito al re di strascinarci in queslo abisso 
di tenebre?... Ma potrò ancora andare a corte? 

— Voi e' andrete; ma vi abbatterete ad ogni istante 
a qualche viso arcigno, aggrondalo, liberalaslro, 
repubblicano che vi farà basir di paura... 

— Oh queslo è troppo ! queslo è troppo ! Ma che 
fa dunque la vostra Compagnia ? Ha ella dimenticalo 
di aver fallo voti di eroica virtù ? perchè non apro 
gli occhi al re? perchè non gli addila il precipizio 
entro il quale sta per traboccare? perchè non per- 
cuote del suo anatema questa orda di ladri e di 
scherani che assorda in queslo momento l'aria con 
evviva alla Costituzione?... Un grido uscito dalla 
vostra bocca si stende colla celerilà della saetta, 
si germina, si moltiplica, crea la vila dalla morte. 

— ■ Il re fu colto alla ragna dai tristi che fanno a 
gara nello squarciare il nostro buon nome, e i suoi 
occhi non sembrano più alti a sostenere la luce 
che noi ci aflalicavamo a spandere intorno al suo 
trono. Noi abbiamo antiveduto il turbine dal mo- 
mento che alcuni cervelli perturbatori e scandalosi 
patrocinarono la causa degli ospizii puerili, delle 
rolaie, e dei matti filantropi. Non abbiamo certo 
mancato di metter tulli i nostri spirili per frenare 
questi scandali, per toglier di mezzo questi fomiti 
al male, per far risorgere quella calma innocente, 



154 



MDSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO BD ARTISTICO 



quella letizia celeste che fioriva prima sotto gli au- 
spizi di papa Gregorio di santissima memoria. E 
grande efletto partorirono di certo le nostre parole 
mormorale nei confessionali, spacciale nei crocchi, 
gridate nei templi, stampate e mandate in giro nei 
libri. Ma ora il torrente ci soverchia, e la mano del 
re che poteva sola alzare un argine, quella mano 
vacilla... 

— Ma perchè non si chiamano dall'Adige e dal 
Mincio quegli uomini dabbene che nel 51 hanno 
imbrigliala la petulanza dei repubblicani della Roma- 
gna e han fatto loro scappare la frega di sconvolgere, 
incendiare e insanguinare il mondo? 

— Si farà... si farà... la giustizia sarà risuscitata... 
disse l'uomo dalla sottana nera con un sorriso che 
parve quello del Mefislofele di Goethe. 

La Conlessa seguitava a scuotersi, ad agitare le 
braccia come chi annaspa ; e in questo, cadendole 
dalle spalle un largo velo, lasciò vedere un petto colmo 
e alabastrino. 

EU' era assai leggiadra. I suoi neri e giovanili 
capelli faceano rilevare la bianchezza della sua fronte. 
Era nelle sue pupille, ombreggiale da lunghe so- 
pracciglia, una luce rapida e proterva. I suoi puri 
ed eleganti lineamenti avrebbero potuto sembrar 
freddi se il più lieve commovimento non avesse 
colorato la sua fisionomia. In certi momenti di calma 
appariva da tutta la sua persona quella cerla negli- 
genza lasciva e quel malizioso squallore, che, ac- 
compagnati e aiutati da cascante mollezza, saettano 
per l'ordinario assai vivamente i cuori. 

L'uomo nero rimase immobile, spalancando gli 
occhi. Le sue narici si dilatarono come quelle della 
tigre allorché fiuta non lontana la preda. 11 suo 
sguardo, che prima parea cader spento e sinistro, 
si allumò di una luce al lutlo nuova. Le sue labbra 
tumide divennero pallide e sottili. 

Io credetti in sulle prime ch'egli volesse sermo- 



neggiare sul fresco e odoroso fiore della castità ; 
volesse rastrellare gli esempi di quelle donne che 
guardarono l'onestà, il pudore, la verecondia come 
unica guardia e custode dell'integrità e purezza del 
cuore; volesse tuonare sulla foggia dell'alleggiare 
la persona, sulla bruttura umana, sul lezzo della 
conrupiscenza, sclamando con voce inspirala che la 
vera e pregievole bellezza dee essere lulla dentro 
1' anima. 

M' ingannai! — Davvero: qual maggior prova della 
mia dabbenaggine nel voler credere di trovare l'au- 
sterezza e parsimonia cenobitica Ira i- molli e vo- 
luttuosi cuscini d'un sofà?... 

Allora trassi dal mio portafogli la lettera com- 
mendatizia e rilessi con più attenzione la soprascritia. 

— L'amico prese inganno! —dissi Ira me sorri- 
dendo. — Egli ha voluto indirizzarmi a donna di 
spirili cavallereschi e di specchiata fede coniugale, 
e parmi... — Eppure fece sacramenlo ch'ella era 
tale!... Oh! debb'essere ben uggiosa e micidiale 
l'influenza àe Cappelloni, se arriva a fare che la 
donna, il sesso della verecondia e del pudore, men- 
tisca sfacciatamente a se slessa per ingannare anche 
i più generosi. Chi più veggente del mio nobile 
amico? pure trovò sempre in coslei un'anima in- 
ghirlandata di perpetua virginità, capace di impeli 
magnanimi e forti, e d'illuminazioni di bonlà... Il 
poverello m'indirizzò a lei, sperando che mi sarebbe 
stata inspiralrice di nobili azioni...! 

Posi la lettera nel taschino, non frenalo dal timori' 
di sgualcirla. Mi alzai per uscire all'aperto !... Il ru- 
more della sedia e lo stropiccìo de' miei piedi non 
scossero la Conlessa che mi parea rabbonacciarsi 
sollo il fascino dello sguardo dell' noni nero. 

Io aveva già mandato i miei lunghi e gagliardi 
saluti alla Costituzione. Ero stanco- avevo bisogno 
di ristoro e mi ritrassi in una locanda. 

(Continua) P. Corei.li. 



STORIA DEI GESUITI 



Senza manifestare nessuna opinione all'uopo, que- 
sto articolo non sarà che un estrallo succinto e fe- 
dele de' rendiconti de' procuratori generali de'varii 
tribunali di Europa, delle memorie stampale, delle, 
diverse sentenze e delle storie lanlo antiche quanto 
moderne. 

Quest'ordine religioso, conosciuto sotto il nome 
di Compagnia, o Società di Gesù, fu fondata da 
Ignazio di Loyola. 

Nel 1521, Ignazio di Loyola, dopo aver consa- 
cralo i primi ventinove anni della sua vita al me- 
stiere della guerra e ad una vila dissipala, si con- 
sacrò al servizio della madre di Dio al Monferrato 
in Catalogna, donde si ritirò nella solitudine di Man 
rese, in cui Dio certo gì' inspirò la sua opera degli 



esercizi spirituali, non sapendo leggere quando la 
scrisse. 

Decoralo del titolo di Cavaliere di Gesù Cristo 
e della Vergine Maria, si mise a insegnare, a pre- 
dicare e a convenire gli uomini con zelo, ignoranza 
e buon esilo. 

Nel 1558, sul finir di quaresima, radunò a lloma 
i dieci compagni scelli secondo il suo modo di 
vedere. 

Dopo diversi progelli volali e rigettali, Ignazio 
e i suoi colleghi si dedicarono di accordo all'im- 
presa d' insegnare il catechismo a' fanciulli, d'illu- 
minar gl'infedeli, e di difendere la fede contro gli 
eretici. 

In questo mentre, Giovanni III re del Portogallo, 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATE NOZIONI 



155 



principe tenero della propagazione del Cristianesimo, 
si rivolse ad Ignazio, per aver de' missionarii che 
portassero la cognizione dell' Evangelo a'Giapponesi 
ed agl'Indiani. Ignazio gli delle Hodriguez e Save- 
rio, ma soltanto quest'ultimo partì per quelle lon- 
tane contrade, ove operò una quantità di meraviglie 
che tulta la cristianità crede, tranne il solo gesuita 
Acosla. 

La fondazione della Compagnia di Gesù ebbe al 
bel primo a provare qualche difficoltà, ma, dietro 
la proposta di obbedire al papa, in qualunque ma- 
teria ed in qualunque luogo, il papa Paolo III, ima- 
ginalo avendo il disegno di formare, mediante tali 
religiosi, una specie di milizia diffusa sulla super- 
fìcie della terra e sottoposta senza riserbo agli or- 
dini della corte di Poma, l'anno 1540 gli ostacoli 
furon tolti, l' istituzione d'Ignazio fu approvala, e la 
Compagnia di Gesù fondala. 

Benedetto XIV, che avea tante virtù e che ha 
detto tanti epigrammi, riguardava questa milizia come 
i giannizzeri della Santa Sede, milizia indocile e 
pericolosa, ma che serve bene. 

Al voto d'obbedienza fallo al papa e ad un ge- 
nerale, rappresentante di Gesù Cristo sulla terra, i 
Gesuiti aggiunsero quello di povertà e castità, che, 
come a lutti è nolo, essi hanno scrupolosamente os- 
servalo fin oggi. 

Dopo la bolla che gli slabili e che li nominò Ge- 
suiti ne hanno ottenuto novantadue altre che si co- 
noscono e che si sarebber dovute nascondere, e forse 
altrettante rimaste ignote. 

Queste bolle, delle lettere apostoliche, loro accor- 
dano dal minimo privilegio dello slato monastico 
fino all' indipendenza dalla corte di Roma. 

Oltre tali prerogative han trovalo un mezzo di 
formarsene ogni di delle nuove. Se un papa ha pro- 
ferito inconsideratamente un dello che sia favorevole 
all'ordine, se ne fa tosto un titolo, ed è registrato 
ne' fasti della società ad un capitolo nominalo gli 
oracoli di voce, vivae vocis oracula. Se un papa poi 
non dice nulla, agevol cosa è farlo parlare. 

Ignazio, eletto generale, prese possesso del suo 
grado il giorno di Pasqua dell'anno 1541. 

li generalato, dignità subordinala nella sua ori- 
gine, divenne sotlo Lainez e sotto Acquaviva un di- 
spotismo illimitato e permanente. 

Paolo III avea limitalo a sessanta il numero dei 
professi, tre anni dopo annullò tale restrizione, e 
l'ordine ebbe tulli gli accrescimenti che poteva 
prendere e che ha presi. 

Coloro che pretendono conoscerne l'economia e 
il reggimento, lo distribuiscono in sei classi, che 
chiamano dei professi, tic coadiutori spirituali, degli 
scolari approvati, de' fratelli laici o coadiutori tem- 
porali, de' novizii, degli affigliati o aggiunti o Ge- 
suiti vestili di corto. Si dice quest'ultima classe 



esser numerosa, e misla a tulli gli ordini della so- 
cietà, e trovarsi sollo ogni specie di vesti. 

Olire i Ire voli solenni di religione, i professi 
che formano il corpo della società fanno anche un 
volo d'obbedienza speciale al capo della chiesa, ma 
solamente per ciò che concerne le missioni straniere. 

Quelli che non hanno ancora pronuncialo quesl' 
ultimo volo di obbedienza, si chiamano' coadiutori 
spirituali. 

Gli scolari approvali son quelli slati conservati 
nell'ordine dopo due anni di noviziato, e legatisi par- 
ticolarmente con tre voli non solenni, ma nondimeno 
dichiarali voti di religione, e senza facoltà di venirne 
disciolti. 

Il tempo e la volontà del generale conducono un 
giorno gli scolari a' gradi di professi o di coadiutori 
spirituali. 

Questi gradi, e soprattutto quello di professo, sup- 
pongono due anni di noviziato, selle anni di studio, 
che non è sempre necessario d'aver fatti nella so- 
cietà, selle anni di reggenza, un terzo anno di no- 
viziato, e l'età di trentalrè anni, quello in cui Gesù 
Cristo fu poslo in croce. 

Non v' ha nessuna reciprocità d' impegni Ira la 
compagnia ed i suoi scolari ne' voli ch'essa ne esige; 
Io scolaro non può uscire, e può essere scaccialo 
dal generale. 

Il generale solo, anche senza il concorso del papa, 
può ammeltere o rigettare un accolito. 

L'amministrazione dell'ordine è divisa in assi- 
stenze, le assistenze in provinole, e le provinole in 
famiglie. 

Vi son lanle assistenze per quanti regni accolgono 
i Gesuiti. 

Il dovere d'un assistente è di preparare gli affari 
e di mettervi un ordine che ne agevola la spedizione 
al generale. 

Chi veglia su di una provincia "ha il titolo di pro- 
vinciale ; il capo di una famiglia quello di rettore. 

Ogni provincia contiene quattro specie di famiglie; 
famiglie professe senza fondi, collegi ove s'insegna, 
residenze conlenenti un picciol numero di missio- 
narii, e noviziati. 

I professi hanno rinunciato ad ogni dignità eccle- 
siastica: né possono accollare il pastorale, la mitra, 
ed il rocchetto senza il consenso del generale. 

Dunque che cos'ò un gesuita? È un prete secolare? 
È un prete regolare? È un laico? È im religioso? 
È un uomo di comunità ? È un monaco ? Non è Dulia 
di tutto questo, sebbene ha uh poco di tutto. 

Quando i Gesuiti si son presentati nelle contrade 
in cui sollecitavano alcun stabilimento, dimandatosi 
loro chi fossero, han risposto orgogliosamente lalcs 
(piali t. 

In tuli'i tempi fecer mistero della loro costitu- 
zione, nò mai intera e libera la comunicarono ai 
manierali. 



!56 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



La loro forma governativa è monarchica, tutta la 
potestà risiedente nella volontà «li un solo. 

Sottomessi al più eccessivo dispoiismo nelle loro 
famiglie, i Gesuiii ne sono i più abbietti fautori nello 
stalo, predicando senza posa: a' sudditi una obbe- 
dienza .illimitata a' loro sovrani; a're l'indipendenza 



delle leggi e la cieca obbedienza al papa, cui accor- 
dava o in tempi più superstiziosi e meno maturi 
T infallibilità ed il dominio universale, perche pa- 
droni d'un solo, fossero padroni di tutti. 



(Continua) 



G. TOKELLI. 



IL PADRE GIOACCHINO VENTURA 

// nome dtl Padre Ventura suona così caro e onorato nell' Italia, che niuno è che noti desideri cono- 
scerne le particolarità della vita, dell' ingeqno e dell' eloquenza. Noi riproduciamo la sua biografìa, scritta 
con molta squisitezza di giudizio da un francese informato ai più alti sensi della religione, e tradotta 
da anonimo italiano con facilitczza e brio. 



La parola cattolica è lo strumento più grande, 
su questa terra, dei voleri e dei decreti della Prov- 
videnza; non v' ha forza umana, che possa ad essa 
far argine od opporre una resistenza qualunque; 
innanzi ad essa le baionette e le spade si spezzano 
come tenero fuscello; è luce che rischiara e resti- 
tuisce il dono della vista ai più ciechi} è folgore' 
che incenerisce i suoi nemici ; è onnipotente come 
il soffio divino dal quale emana, come il vero ideale 
che la informa. E questa verità non fu mai cosi 
visibile né cosi evidente come ai nostri tempi! 
Dovunque è un pulpito cattolico, dovunque sorge 
una voce sacerdotale, ivi si accalcano e si affollano 
le moltitudini ad attingere negli ammaestramenti 
del vangelo le norme infallibili della morale, gli 
esempi della virlù, le ispirazioni della vita civile. 
Quante volte nel porre il piede nella chiesa di No- 
stra Donna in Parigi, allorché predicava il padre 
Lacordaire, io coi miei proprii ocebi fui spettatore 
dei portenti che opera la parola evangelica, della 
commozione, della tenerezza che essa desta in lutti 
gli animi bennati e gentili ! Le mura del sacro 
tempio erano anguste a capire la folla che si ad- 
densava per ascoltare l'eloquente domenicano: e 
Parigi è pur la città ove campeggiano la miscredenza, 
lo scetticismo e quel massimo vizio degli animi 
mogi ed ingenerosi, l'indifferenza ! L'Italia noslra 
per questo riflesso non ha che a benedire ed a rin- 
graziare la Provvidenza: abbondano in essa i co- 
raggiosi banditori delle verità rivelale: la gloriosa 
tradizione dtl suo pulpito non venne mai interrotta: 
in seno all'ordine dei UH. PP. Teatini, in seno all' 
alma capitale del mondo cattolico, sotto gli occhi 
del supremo Pastore rivive l'eloquenza dei Griso- 
stomi e dei Bossuet, rivive la voce di Pietro e degli 
Apostoli: il padre Ventura è tale oratore da non le 
mere il confronto di nessuno dei più grandi predi- 
catori dei secoli passali e del nostro. 

Il padre Gioacchino Ventura è siciliano: nacque 
nel penultimo decennio del secolo decimoltavo, e 
tocca al sessantesimo anno di età. Si avviò giova- 
nissimo alla carriera sacerdotale, ricevette ben pre- 



sto i sacri ordini, fornì con molla lode i suoi stu- 
dii filosofici e teologici, e fallo sacerdote fu subilo 
assunto alle più eminenti dignità dell'ordine dei 
RR. PP. Teatini. Fu parecchie volle provinciale di 
Napoli e di Palermo, e poscia generale supremo 
dell'ordine. Nella tranquilla solitudine del chiostro 
attese indefessamente allo studio delle scienze sacre 
e profane, e in breve giro di tempo fu in grado di 
divulgare parecchie opere intorno al diritto cano- 
nico ed a varii argomenti di metafìsica. Il suo la- 
voro classico è intitolato De metodo philosophandi, 
e racchiude una dichiarazione succosa, profonda, 
giudiziosissima dell'antica teorica della certezza so- 
stenuta dal Lamennais nel suo famoso Saggio sull' 
indifferenza. Fu quella la prima cagione della te- 
nera e leale ameizia cho strinse fra loro i due sa- 
cerdoti, e che non venne meno se non quando l'il- 
lustre francese, soggiogato da fascino funesto, diede 
alla chiesa ed al mondo il tristo e doloroso spet- 
tacolo di un uomo che abbandona la fede dei suoi 
padri, le proprie credenze e viene ad accamparsi 
contro il vessillo del quale fu altre volte vigoroso 
e benemerito campione. Il cuore del padre Ventura 
fu trafitto dalla trista novella : ma egli nel rim- 
piangere le sorti dell'infelice amico non ebbe a 
temere per le sue. La sua fede è di quelle che i 
cattivi esempi, ben lungi dall' infiacchire, rafforzano 
invece e rendono più salda. In tulle le sue scrit- 
ture filosofiche fu sempre inlento a conciliare la 
scienza colla religione, a non confondere mai i con- 
fini che separano il sovrintelligile dall'intelligibile, 
a suggellare l'alleanza della fede colla ragione, che 
da Sant'Anselmo e dal Vico fino al Gioberti fu la 
desiderala mela dell'italica filosofia: fides quwrens 
intellectum. 

Lo studio delle scienze metafisiche, la facoltà 
speculativa congiunte alla fede sincera ed alle forti 
convinzioni, sono le fonti naturali dell'eloquenza 
cristiana: nessuno di tali requisiti manca al padre 
Ventura, e quindi è facile indovinare con quanta fe- 
licità e con qual pro*pero successo egli siasi consa- 
crato all'apostolica carriera del pulpito. Predicò il 



SCELTA RACCOLTA DI (ITILI R SVARIATE NOZIONI 



157 



quaresimale moltissime volle in Napoli, in Palermo, 
in Roma ed in allre cillà italiane, e da per lutto 
riscosse Io stesso plauso, le medesime lodi. L'elo- 
quenza dell'illustre Teatino è forte, vigorosa, infuo- 
cata, calzante, robusta, nerboruta, aliena dalle in- 
sulse declamazioni e dalle apostrofi di convenzione: 
piace ed alletta gli ascoltatori percbè è spontanea, 
e la sua vena schietta, limpida, naturale non è in- 
sozzata da rettorica belletta, li commove, percbè 
parla al loro cuore; li persuade, percbè si rivolge al 
loro intelletto, e ne soggioga la mente coli' invin- 
cibile forza della logica e del ragionamento. Le 
prediche sulla passione di Gesù Cristo, il discorso 
funebre per Daniele O'Connell, la benedizione a 
Pio IX furono divulgate per le slampe ed altestano, 
a chi non avesse avula la fortuna d'ascoltare il pa- 
dre Ventura, a quanl'allezza poggi la sua eloquenza 
ed a che volo sublime possa innalzarsi la parola 
dell'uomo librala sulle ali della cristiana ontologia, 
sostenuta dalla fede, avvalorata dalla ragione, for- 
tificala dalla rettitudine dell'animo e dalla magnani- 
mità del carattere. 

Qual meraviglia adunque, se il P. Ventura in 
breve volger di lempo divenne l'idolo e l'ammira- 
zione del popolo romano, e sorti l'alto onore di es- 
serne amato e riverito come Pio IX, come il card. 
Ferretti? Qual meraviglia, se nello scorso luglio le 
sue parole bastarono a rintuzzar la foga della con- 
citala moltitudine, e ad essa risparmiarono l'inutile 
delitto di macchiarsi le mani del sangue di un ri- 
baldo? Altri e più forti ostacoli può vincere e su- 
perare la parola cattolica ! L'arbitrio umano, la pre- 
potenza dei forli, il capriccio delle moltitudini pie 
gano e crollano e rovinano al suono di quell'augusta 
parola, come già le mura di Gerico allo squillo 
delle israelitiche trombe. E però, fintantoché un pon- 
tefice come Pio IX regge la suprema sede della 
Chiesa, fintantoché strumenti delle sue volontà sa- 
ranno un cardinal Ferretli, un padre Ventura, i 
buoni cattolici, i buoni italiani cessino dal paventare. 
La voce sacerdotale desterà in lutti gli animi sensi 
di ossequio alle leggi, di amore alla pace ed alla 
dignitosa tranquillità; accenderà faville di religiosa 
e patria carità; sarà ostacolo insuperabile alle usur- 
pazioni ed alle prepotenze. Al suono formidabile 
di quella voce volgeranno le spalle le schiere dei 
nuovi Massenzii, come già quelle dell'antico innanzi 
al sacro vessillo inalberalo da Costantino ! 

Se l'universale degli uomini è condotto al ben 
fare e dedicato all'utile pubblico, è forza di cerio 
suono di termini che rispelta e venera senza saperne 
il perchè. Non cessa però che i filosofi non scoprano 
il bene morale, che in sé rinchiudono termini tali, 
e che i giudiziosi non provino un vivo dolore veg 
gendoli disprezzali e negletti. G. Gozzi. 



CENNI BIOGRAFICI 
DE' MIMSTRI DELLA KEPI MICA FRANCESE 

Si'BErvic — Il generale Subervic militò gloriosa- 
mente sotto l'impero; ma si mostrò sempre avverso 
al dispotismo di Napoleone. Egli è amico della libertà 
e dei principii dei quali la rivoluzione è il trionfo. 

Carnot. — Carnot seguitò luminosamente le ve- 
stigia del padre, cui loccò la gloria di organare e 
governare i quattordici eserciti della Repubblica. A 
grandi e pratiche cognizioni congiunge altezza di 
cuore e saldezza di principii. È degno ministro del- 
l' istruzione pubblica. 

Bethmont. — Belhmonl è figliuolo del popolo: 
avvocato egregio e logico abilissimo, si distinse al- 
tamente in ogni contingenza sulla tribuna francese. 
Egli farà meglio brillare le sue prerogative come 
ministro del commercio. 

Marie. — Marie fu Mazziere dell'ordine degli 
avvocali di Parigi. Egli seppe levarsi ai primi seggi 
del foro. Nella camera si collocò nella schiera dei 
più intrepidi e fervidi membri dell' opposizione. 
L'energia del suo carattere e lo splendore del suo 
ingegno si fecero manifesti in mirabile maniera nel 
dì li febbraio 1848, in cui rigettò pel primo la 
proposta della Reggenza e mostrò la necessità di 
stabilire un governo provvisorio. 

Crémieux. — Crémieux, israelita, è avvocato di 
spirili liberi e maschi. Prese il posto di Odilon 
Rarrol, come avvocalo alla corte di cassazione. Caso 
strano ! Crémieux esordi a Parigi colla difesa di 
uno de' ministri di Carlo X., messo in accusa in se- 
guilo alla rivoluzione di luglio, e terminò la sua 
carriera, occupando il seggio di uno dei ministri di 
Luigi Filippo, accusalo alla sua volta di aver atten- 
tato alla libertà della Francia. Egli ottenne al primo 
la grazia della pena di morte, e rese l'applicazione 
di questa pena impossibile al secondo, partecipando, 
come ministro, alla dichiarazione che la sopprime 
provvisoriamente in materia politica. 

Goldchalx. — Goudchaux, pure israelita, era ban- 
chiere di principii libéralissimi. In Lulle le elezioni 
fece estrema diligenza a favoreggiare i candidati 
di cuore allo e gagliardo, e non esitò mai ad aprire 
sottoscrizioni, o concorrere alle già aperte, in favore 
degli uomini percossi dall'infortunio per politici pro- 
ponimenti. Pigliò per molli anni una parte attiva al 
giornale il National, in cui tratteggiò con maestre- 
volezza le quistioni di finanza, e sostenne singolar- 
mente contro la banca di Francia una lolla am- 
mirabile. 

Ledru- Rolli*. — Ledru Rollin era conosciuto al- 
l'eia di 18 a 19 anni sotto il nome di Rollin. Adot- 
tato da un vecchio avvocalo, di nome Ledru, che 



IiS 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



lo lasciò erede di quasi Irecentomila franchi, ne as- 
sunse per riconoscenza il nome. 

Egli è spiglialo della persona e intorno ai 42 anni. 
Porla alla la lesta, su cui però non siede un pen- 
siero profondo, neppur quello dell'audacia. Amabile, 
allettativo co' suoi colleglli del governo provvisorio, 
è altrettanto rude ed acre contro chiunque non sappia 
o non possa levarsi alla sua altezza. 

Egli fa un gran getto di danari per sostenere la 
Ré forme, giornale che diffuse instancabilmente, anche 
in mezzo alle burrasche, i più forti principii demo- 
cratici. Non gli sono discari i sospiri e i vezzi delle 
attrici e ballerine, ed ha sollazzato le brigale di Parigi 
con una certa sloria di collana che agevolmente si 
può comprendere da chi non sconosce la polve dei 
palchi scenici. Le sue circolari e i bulleltini della re- 
pubblica sono troppo conosciuti perchè noi parliamo 
più a lungo di lui e de' suoi sociali intendimenti. 



IL PRESUNTUOSO 

Gran bella cosa è lo studio della natura! Gran bel 
gusto è lo scoprire nuovi esseri ! Il presuntuoso, non 
ha guari scoperto dai naturalisti, si dislingue per molli 
caratteri, di cui alcuni sono proprii, cioè originali, 
altri sono comuni. Esso è indigeno, è esotico, è bi- 
pede, è quadrumano, è ibrido, oviparo, viviparo, er- 
bivoro, carnivoro, è tulio quello che si ha piacere; 
è insomma contraffallo e vizialo in modo da non pre- 
sentare più alcuna traccia del tipo primitivo a cagione 
d'una certa automatica locomozione contralta vivendo 
nel secolo e col secolo. E tulle queste metamorfosi per 
opera di chi? Per opera dei naturalisti che si imbiz- 
zarriscono nelTincrocicchiamenlo delle razze! 

Il presuntuoso germoglia in tulli i terreni, è gra- 
migna che vive e vegeta in qualunque zona: predi- 
lige la vita vegetativa; dell'intellettuale se ne serve 
per ingrandire le proprie idee e darle forme fanla- 
sliche, cosmogoriche, ontologiche. Ha poi una voce 
< he per una parlicolar struttura della laringe si mo- 
dula ora sul tuono grave, ora sull'acuto, e secondo 
gli affetti, rauca, argentina, sonora e sibilante come 
un clarinetto sfilato. Quest'ente prediletto degli ideo- 
logi ha fuoco ed anima nei racconti; il prodigioso è 
suo idolo, e per una maestria non comune è sempre 
partigiano delle anticaglie, e delle nuove se trova con- 
trasti. Si spaccia intrepido nei pericoli, primo negli 
assalti, si vanta proiettore delle belle, si gloria d'aver 
lottato con mariti, difese vedove, strappali pupilli 
dagli artigli di ceni tutori, ed aver fatti altri prodigi 
che riuscirono sempre colla complicazione di maggiori 
imbrogli. Tra le nobili particolarità, che lo distinguono 
da quelle tartarughe clic strisciano lungo le rive palu- 
dose, si conta la sua organizzazioneeretacea che re- 
siste alla fatica di qualunque importante istruzione, 



di qualunque metodo pedagogico, e si piega alla più 
delicata morale bramina od oltenlota ed al più stu- 
dialo meccanismo delle umane speculazioni. La ittio- 
logia, la baccologia, la mineralogia vulcanica, la filo- 
logia saturnina, la imbrogliologia dello scrivere, la 
sloria delle profane e sociali curiosità sono per il Pre- 
suntuoso il vero trionfo di sue meditazioni ; i libri, la 
critica, il sussleguo, il sentenziare sono il pane gior- 
naliero che lo alimentano ; i festini, e le conversazioni 
orecchiute sono l'ambrosia del suo spirito; i passa- 
tempi degli oziosi, i vicini d'allogio, i viaggiatori son- 
nacchiosi, i cicaleggi delle mammane, le invenzioni 
di piazza ed altre cosuccie che si pescano nel libro 
delle nullità lo educano al più voluttuoso sentimento 
vitale. Tutto è per il presuntuoso oggetto di sfogo, di 
prelese e di gloria, meno il giornalismo che arte in- 
fernale lo giudica ! 

Tanto nella struttura fisica, quanto nell'animo può 
andar confuso col vanaglorioso, col superbo, col sa- 
cente e con tutti quei lombrici che per mirabile ma- 
gistero della natura condannati ad infangarsi portano 
tuttavia alla la cervice e sbuffano, e si pavoneggiano, 
e si lisciano sorridendo sulle loro passioni vaporose* 
studiando Cuvier, studiando Buffon, Blumembacco, 
Linneo, ed altri troveremo di che differenziarli. Il 
tronco del nostro, impropriamente chiamalo, mollusco, 
si allontana dalla forma di quanti molluschi si cono- 
scono. Ha una conformazione curiosa ; flessibile nella 
parte media, pieghevole ed elastico nella superiore, 
sempre resistente nell'infima, in complesso tenero 
come la melma del pantano. Tali benefizii non li ha 
per nulla ; natura provvida pensò darglieli onde al- 
l'uopo possa avviticchiarsi agli alberi di grossa mole 
e d'alio fusto, perchè se ne serva come scala nel cac- 
ciar fuori nebulosi progetti; onde costeggiar possa le 
canute ed iperboliche posizioni, onde possa finalmente, 
salito sulla velia delle speculazioni umoristiche, sdra- 
iarsi tondo, paffuto e pavonazzo sulla sedia delle ono- 
rificenze papaveriche. 

O mollusco, o lombrico, o sanguisuga, o tartaruga 
che chiamar si voglia il presuntuoso non imporla , a 
noi ci basta di sapere che s'interessa per ogni razza 
di progetti balordi, che s'entusiasma per le strade 
ferrate, per il gasse, per i palloni areostatici, per le 
società di temperanza, per i licei politecnici delle for- 
miche, per la ginnastica dei grilli, per le accademie 
dei pipistrelli; va poi in estasi per i trilli e per le 
silfidi, è umanitario verso i debitori, ittiofago contro 
i suoi creditori, tenero per tulle le miserie che non 
Io toccano, e piagnone per mestiere. In società vive 
una vita ora agitala, ora pacifica, in se stesso accoglie 
bene e male come albero di vita e di morte, perchè 
ora come trastullo è ricercato, ora come un vampiro 
respinto; ma egli non teme, non si sgomenta, e \i 
si getta, vi si rannicchia e s'immedesima con tulle le 
classi, ora strisciando come serpe, ora calpestando i 
capi che appena spuntano dal suolo. Vantasi d'origine 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE [SUZIONI 



159 



antica, non riconosce congiunti (.li linea trasversale, 
sprezza, essendone avido, gli onori clie non può car- 
pire, e s'arroga poi in certe crisi il diritto di dettar 
leggi. d'impossibile esecuzione, perchè mancanti del 



senso comune 



i 



In tante contraddizioni di affetti e difelli ha il Pre- 
suntuoso momenti di felicità, giorni di gioie, esul- 
tanze ed encomii clic Io compensano delle afflizioni 
reali e fittizie, e dell' impotenza di non potersi far ve- 
nerare, obbedire, incoronare. 

M. Tarchetti. 



_!_^»l _£ 



li compilatore del bulletlino sulla battaglia «li S.mta Lucia. -- Vantaggio di questa battaglia. -- L'escrcilo che 
si sta ordinando in Mi la DO e Venezia. -- Bravale della Fama e dell' Emancipazione, giornali milanesi. -- 11 Collegio 
de' Gesuiti e Pio IX. -- Sua Maestà Napolitani e Ciciruacchio. — Modo usato dai Bresciani per cacciare il concedo 
repubblicano. -- Parole del Padre Gavazzi al Clero. — Indirizzo degli Ungheresi alle truppe italiane.'-- Il principio 



dell' unità si viene allargando. 



11 bullettino che annunziava la battaglia di Santa 
Lucia fu compilalo con si poca squisitezza di giu- 
dizio che diffuse lo spavento per lutto, e fece ballare 
d'allegrezza quei birboni che colla maschera di li- 
beralismo in volto astiano profondamente il riscatto 
d'Italia e sentono dolore di non polere più leccare 
-le zampe paterne dell'Austria. Noi raccomandiamo 
a quel compilatore di farsi imprestare un'altra volta 
una stilla di buon senso, affinchè col suo troppo can- 
dore non porga nuovo argomento di giubilo agli 
auslro-gezuilanli , de' quali v'è tuttavia un sì grosso 
vespaio da sbalordire. La battaglia di Santa Lucia 
fu combattuta dai Piemontesi con un valore che ha 
pochi riscontri nella storia : essa segna una grande 
epoca nella storia presente, siccome quella che fa 
succedere alla guerra di aperta campagna la guerra 
dei soli assedii. 

— A Milano e a Venezia, per lotta di partiti, si 
seguita a chiaccherare, chiaccherare, chiaccherarc. 
Chi ci volesse opporre che vi si sta ordinando un 
fioritissimo esercito, noi risponderemo che è lanla 
l'alacrità colla quale si procede in. questa bisogna, 
che può giustamente accogliersi la speranza che 
l' esercilo lombardo-veneto sarà ordinalo a guerra 
finita. E se questa risposta, o lettori, non vi desse 
mollo conforto, vi consolino le parole che vi vengon 
date dalla Fama e da\Y Emancipazione, giornali mi- 
lanesi, i quali, colla più grande modestia del mondo, 
si danno i liloli di redentori dell'Italia, e vi assicu- 
rano che le fortezze di Peschiera, di Mantova, di 
Legnago e di Verona, le quali da alcuni ignoranti 
sono considerate come le meglio fornite d'Europa, si 
possono prendere colle mele colle !!... Gloria eterna 
alla Fama e all' Emancipazione, redentrici dell'Italia! 

— Il santissimo collegio de' Gesuiti stelle li li per 
cantare vittoria. Egli seppe così evangelicamente ir- 
retire l'intelletto di Pio e scompigliarne l'anima 
candida e religiosa, che poco mancò non udissimo 
la mortale parola dell'anatema suonare sul labbro 
che non ha guari pronunziò la sublime benedizione 
all'Italia. E quell'anatema non doveva mica essere 
scaglialo all'Austria la quale, calpestando ogni diritlo 



umano e divino, si è lolla da se slessa dal ruolo 
delle nazioni civili e cristiane, ma contro noi po- 
verelli ! che spargiamo il sangue per la più sanla 
delle cause, e che siam pronti a chiamare fratelli i 
noslri carnefici, quand'essi saranno al di là delle 
Alpi!! Ma il popolo romano che, la Dio mercè! 
non è un bacello, ha sapulo bravamente spegnere 
l'evangelico tizzo de' Gesuiti e sventare le loro ca- 
ritatevoli mene. Fu formato un Ministero nel quale 
han seggio uomini temprali dalle amarezze dell'esi- 
gilo, pieni di nobile e civile sapienza, e si diede 
ordine incontanente di mandare ai confini G000 sol- 
dati... Ma non è ai confini pontificii che ci piace ve- 
dere questi prodi; sibbene sotto i vessilli del grande 
Capitano d' Italia.-.. Gli antichi Romani, quando la 
palria versava in gran pericolo, mettevano in fascio 
tutte le loro forze, creavano un dittatore, e, facen- 
dosi via degli ostacoli, assalivano i nemici e vince- 
vano.... Imitiamone gli esempi! L'Italia da mollis 
simi secoli non è siala in pericolo maggiore... Po- 
niamo sotto i piedi le improvvide titubanze. — Con- 
soliamoci però che l'ambasciaiore d'Austria ha rice- 
vuti finalmente colà i suoi passaporti : così è lollo 
l'animale che faceva, come suol dirsi, maggior fuoco 
nell'orcio. 

— Sua Maestà Napoliiana, che è tanto benemerita 
della causa italiana e eh' è tutta scalmanata per l'af- 
faccendarsi continuo noli' inviare con incredibile 
pressa le sue truppe nei campi lombardi, s'inna- 
morò grandemente delle patrioliehe virtù del primo 
popolano di Roma, Ciciruacchio, e ne lo volle 
degnamente guiderdonare. In uno de' scorsi giorni 
il Ministro di Napoli lo invitò nella residenza mini- 
steriale. Il Popolano maravigliando si pose una mano 
sul pedo e interrogò la sua coscienza. .Andò; e il 
Ministro, per parte del re, lo presentò d'una me- 
daglia col mollo Benemerenti. Ciciruacchio, senza 
punto scomporsi, rispose: [Romani sono imitatori 
delle virtù degli avi, e quindi ricusano ciò clic loro 
non appartiene- Scipione restituì i tesori alla pri- 
gioniera : io rendo la medaglia al re di JSapoli, 
col quale nulla ho che fare. Sua eccellenza, spa- 



IGD MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO —SCELTA RACCOLTA DI CTILI B SVARIATE NOZIONI 



lancando gli occhi e la bocca si degnò di rispondere : 

bravo ! 

Pare che il famoso concello repubblicano co- 
minci ad essere meno accarezzalo. A poco a poco i 
nostri eterocliti cervelli accoglieranno l' idea che la 
repubblica per ora è una cavalla i cui arcioni non 
si possono con agevolezza inforcare, e che essa ci 
porterebbe in casa le divisioni, le discordie, le ver- 
gogne e i dolori che ci travagliarono per tanto tempo. 
I Bresciani, per non andar troppo colle lunghe, hanno 
avvisalo per lo meglio di configgere e ribadire questa 
idea con argomenti più efficaci delle parole. Certo 
avvocato si sbracciava e si batteva i fianchi per can- 
tare le lodi della repubblica ; il popolo, ignaro dei 
sofismi e dei cavilli, die mano a bastoni e roncole, 
e gli avrebbe senza più rollo il groppone se il pa- 
negerisla in fretta e in furia non si serrava in casa 
con chiavistelli, tavoli e pali. Taluno avrebbe vo- 
luto fargli queste salutevoli carezze nelle ore not- 
turne per non desiare baccano. Ma un cittadino di 
sangue dolce rispose: no! no! di giorno, di giorno, 
ed ora; così non si darà ad intendere che fu as- 
salilo dai birbanti per derubarlo; così ognuno ne 
saprà la cagione. Ci si fa sperare che questo esem- 
pio sarà rinnovalo a Milano, e singolarmente a Ve- 
nezia, dove il fumo degli incensi, che si viene ar- 
dendo all'antico Lione di S. Marco, cagiona una 
terribile vertigine a più di un cervello, e dove i 
dottrinatili, guidali da quella famigerata creatura del 
giudeo Levi, menano carole intorno ad un albero, 
che alcuni chiamano del municipalismo. 

— Le calde, vigorose e santissime parole pro- 
nunziale in Modena dal P. Gavazzi, di cui abbiamo 
già celebralo in questo foglio la grandezza e magna- 
nimilà deli' ingegno e del cuore, trovarono un eco 
in tutta Italia, e simile a un alito fecondatore, fanno 
germogliare le idee generose. Noi vorremmo che 
tulli i preti d'Italia stampassero nell'anima le se- 
guenti parole; « Oh Clero! tu forse non corrispondi 
ai tempi, non secondi i bisogni e contrasti alla li- 
bertà della patria. — Aimo? che dappertutto il Clero 
si è mostrato più proclive ad aiutar la tirannide 
che a promuovere la libertà ! — Aimo! che quando 
si è trattato di fabbricare, di ribadir catene al- 
l' Ilalia, li sei prestalo colla voce, con opere, con 
danaio. — Ed ora, oh vergogna! diffidi, rallenti, 
distruggi forse l'opera della nostra rigenerazione; 
oggi, disconoscendo la Ina missione, vuoi aiutare un 
dispotismo, che non sorgerà più mai. — Non è più 
lecito al Clero di essere o spia, o birro, o polizzaio, 
o carnefice. — Onesto tempo è passato. — La mis 
sione del Clero è missione d'amore, di promuovere 
la fratellanza, la concordia, l'unione alla santa causa 
dell' Indipendenza Italiana...» 

— Gli Ungheresi sentono vergogna e dolore che 
molti de' loro fratelli abbiano tentalo di spegnere 
nel sangue, colie armi abbominale dell'Austria, la 

Stabilimento tipografico 



libertà d'Italia: essi li rinnegano solennemente se 
non frangono la sacrilega spada. Fratelli agli Italiani 
nelle sventure e nel ristauramento attendono con 
allegra fidanza il giorno di affratellarsi a loro nella 
vittoria. Intanto indirizzarono alle Iruppe italiane di- 
moranti in Ungheria un manifesto, nel quale è bello 
e confortevole il leggere queste parole: « L'infame 
politica austriaca impiegò i figli del nostro paese 
libero ad opprimere i vostri che combattono per la 
libertà: ma noi ci siamo adoperati con tulli gli 
spiriti per impedire che i nati della libera Un- 
gheria stiano più oltre fra le schiere dei sicarii 
della libertà!!! Italiani ! la vostra patria è libera; 
il sole del vostro amenissimo cielo che si contristò 
nel vedere schiava la terra più bella e più degna 
di esser libera, il sole sorride sopra il popolo libero: 
l'aere del vostro paese non è più contaminato dal 
soffio velenoso della tirannia. Molti ne caddero vit- 
time, e molti ne cadranno forse ancora: ma la vo- 
stra causa è giusta, e Dio l'aiuterà, come lo disse 
il gran Pio nella sua benedizione profetica sopra 
gli stendardi tricolori italiani. — La croce sul petto, 
la fede nell'anima, voi siete i guerrieri di Dio e 
Dio non perde ! ! ! — » 

— Il principio dell'unità si viene allargando. L'e- 
sempio di Piacenza, di Parma, di Modena, di Reggio, 
di Bergamo e di Brescia trascinerà i reluttanti e farà 
loro aprir gli occhi sui veri nostri vantaggi. Se i go- 
verni provvisori! della Lombardia provvedeltero fi- 
nora così lentamente e così poco efficacemente alla 
guerra, vuoisi tribuirne la cagione ai loro ordini 
interni. Anche Milano pare che finalmente intenda 
la grande verità. L'indirizzo che quel governo prov- 
visorio fece ai cittadini, raccoglierà (giova sperarlo) 
il gregge indisciplinato sotto un solo vessillo e al 
rumore delle ciancie pigre, vuote e libidinose farà 
succedere il pensiero gagliardo, operoso e solenne 
della difesa e della unificazione. Gli è vano il na- 
sconderlo: le imprese di repubblica sono sconvene- 
voli a popolo invecchialo nell'obbedienza, cui man- 
cano così le virtù della giovinezza, come il senno 
di matura civiltà. D'altra parte a che valgono le 
Alpi senza le baionette? Se consultiamo la storia 
vedremo di leggieri che le nostre divisioni, le no- 
stre gare, le nostre discordie furon la causa prin- 
cipale che lo straniero disertasse e insanguinasse 
la nostra terra. La fiacca for/a del municipio non 
pervenne mai a far argine al torrente de' barbari 
sedotti dalle celesti bellezze dell'Italia. Ouand'è 
che noi abbiamo strascinalo nel fango l'aquila impe- 
riale e le abbiamo strappate le penne più gagliarde?... 
allorché in Ponlida noi ci siamo abbracciali in fra- 
tellanza nazionale. P. Corelli. 



L'ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla 
virtù, 
di A. Fontana io Torino. 



*1. 



MUSSO SCIENTIFICO, ecc. — ANNO X. 



{27 maggio 1848) 



PESCATORI DI CHIOGGIA 




Le gloriose gesta operale dai cittadini di Cliioggia 
nelle ultime contingenze li fatino meritevoli che si 
parli di loro con quella venerazione che viene in- 
spirata da' un alto valore. 

Chioggia è città del Veneziano a 22 miglia a mez- 
zodì da Venezia. È considerata come uno de' più im- 
portanti baluardi delle lagune di Venezia, e sarebbe 
del lutto isolala, se non fosse congiunta al lido di 
llrondolo con un ponte di pietra di 45 archi, assai 
stretti, ma lungo 250 passi. 

Ila ima popolazione di 24,000 abitanti, buona parte 
de* quali pescatori, d'indole briosa, festante, compa- 
gnevole, chiassosa. Avvezzi ai travaglile! mare, so- 
gliono scherzare col pericolo e affrontano con quasi 
voluttà il furore delle procelle. 

Aulicamente essa era mollo più vasta e si par- 
tiva in città grande e piccola Ma quest'ultima fu 
interamente distrutta nel 1580 dal'e armi genovesi, 



allorché tra gli Italiani era sconosciuto il palio di 
fratellanza e viveva uno spirilo infernale che li 
spingeva a lacerarsi l'un l'altro. Preleslo alla sa- 
crilega distruzione furono rivalila commerciali. 

Oggi pure Chioggia non ha perduto la fama dei 
suoi traffichi , nella qual cosa le è di sommo gio- 
vamento la sua postura, situala com'è sopra un' i- 
sola già chiamala Fossa Claudia, perchè quivi avea 
principio un canale di navigazione che giungeva sino 
a Ravenna per le interne paludi, e perchè ora ha 
canali navigabili che la fanno comunicare interna- 
mente coi fiumi Brenta, Adige e Po. 

Appena Venezia scosse il giogo austriaco, ella 
volle immediale imitarne l'esempio, e dinnanzi al 
sole risorgente della libertà compariva più splendida, 
simile a sposa coronala di fiori. 

Ala quel sole fu preslo oscuralo dal nembo au- 
striaco addensatole sopra per l'improvvida bai lanza 



1G> 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



del governo provvisorio veneto il quale, invanitosi 
della superba aristocrazia veneziana, faceva getto 
d'un tempo prezioso a scrivere alle quattro parli 
del mondo proclami reltorici e faceva un larghis- 
simo sciupìo di danari nel racconciare la giubba e 
la coda dello sdentato leone di S. Marco. 

Tuli' ad un tratto Cliioggia ode le sue spiaggie 
echeggiare del cannone nemico: e qui udiamo ciò 
che ne scrive la Gazzella di Venezia. 

11 conte Gyulay dirigeva al presidente del comi- 
lato di Cliioggia una lettera, colla quale lo invitava 
a cedere davanti alle circostanze stringenti ! Questa 
minaccia e questo consiglio paterno veniva all'orzalo 
dalla marina austriaca, che possente di una fregata 
a vela, e di un legno a vapore, tentava con tale 
forza porre a disperalo partito le popolazioni delle 
spiagge adriatiche. Segnaliamo all'Europa queste 
misere esigenze, che con mezzi sì miseri si vor- 
rebbero realizzale. 

Alle ore 2 1/2 del giorno 5 maggio, verso le co- 
ste di Cliioggia, dirigevasi, imbrogliale le vele, la 
fregala austriaca rimorchiala da un vapore, diretta 
a Porlo Levante. 

Sull'istante, il bravo viceammiraglio Marsich di- 
stribuì proietti e mitraglie, e la zelatile popolazione 
correva alle armi. Il solertissimo Marsich pose in 



un istante i legni, che guarentiscono il porlo, in istalo 
di combatlimenlo, discese poscia a terra e fece bat- 
tere la generale. Tutta la popolazione di Chioggia 
fu, come per incanto, raunata e pronta a combat- 
tere; il padre Tornielli e il canonico Arrigoni furono 
tosto alla lesta della popolazione, ardente di vedere 
il nemico, di estinguere la sua codardia, di atterrare 
la sua impossente baldanza. In men di un'ora, tulle 
le guardie erano accorse, armale, e in marcia per 
Rrondolo lungo la spiaggia. Quantunque Chioggia 
sia ben fornita d'armi, di munizioni e di mezzi di 
difesa, pure il materiale di guerra era minore al de- 
siderio di questa popolazione generosa. Tosto che 
a Paleslrina si seppe che si minacciavano le coste, 
sollevavasi quella popolazione, e correva all'armi. 
La causa è vinta. Le coste Adriatiche rivaleggiano 
in zelo, in ardente amore di patria, in prove di co- 
raggio, di valore, di costanza. Uno solo è il grido, 
uno solo : fuori, fuori i barbari ! 

Salve, o popolo italiano, salve, o generosi abita- 
tori delle coste dell'Adria -, la gratitudine della patria, 
e la riconoscenza dell' Italia, siano premio alla vostra 
virtù. Gl'Italiani tutti anelano di essere posti alla 
prova; felice chi potrà far mordere la polvere allo 
straniero ! felice chi potrà averlo a fronte per an- 
nientarlo e distruggerlo per sempre! Viva la libertà! 
Viva V Italia! 



STORIA DEI GESUITI 



(Continuaz. V.pag. 154.) 



Ecco le prerogative del Generale: Egli ha il <'i- 
ritto di far costituzioni novelle o di rinnovarne an- 
tiche sotto qualunque data gli aggrada; d'ammeltere 
o di escludere, di edificare o di annientare," di ap- 
provare o di riprovare, di consultare o di ordinar 
solamente, di radunare o di disciogliere, d'arricchire 
o d'impoverire, di assolvere, di legare o di slegare, 
di mandare o di ritenere, di rendere innocente o 
colpevole, colpevole di un fallo leggiero o di un 
debito, d'annullare o di confermare un contrailo, 
di ratificare o commutare un legalo, di approvare o 
sopprimere un'opera, di distribuire indulgenze od 
anatemi, di associare o disperdere; in una parola 
possiede lulla la pienezza di potenza che si può im- 
maginare in un capo sopra i suoi sudditi, essendone 
la luce, l'anima, la volontà, la guida e la coscienza. 

Se questo capo despola e machiavellico fosse per 
avventura un uomo violento, vendicativo, ambizioso, 
tristo, e che nella moltitudine di quelli. cui comanda 
si trovasse un solo fanatico, ove il principe, ove il 
privalo sicuro sul suo trono o nella sua dimora? 

1 Provinciali di ogni provincia hanno obbligo di 
scrivere al Generale una volta ogni mese : i llcllori, 



Superiori di case, e Maestri di Provincie, di Ire mesi 
in Ire mesi. 

E ingiunto ad ogni Provinciale di entrare ne' più 
minuziosi ragguagli sulle case, collegi e quanto può 
concernere la provincia; a ciascun Rettore d'inviar 
duecataloghi, 1' uno dell'eia, della patria, del grado, 
degli sludi e della condotta de' sudditi; l'altro del 
loro ingegno, della loro indole e de' loro costumi, 
in una parola de'loro vizii e delle loro virtù. 

In lai guisa il Generale riceve ciascun anno cirea 
duecento stali circostanziati di ciascun regno, e di 
ciascuna provincia d'un regno, tanto per le cose 
temporali quanto per le spirituali. 

Laonde se questo Generale fosse un uomo venduto 
a qualche potenza straniera; se sciaguratamente fosse 
disposto per indole, o indotto dall'interesse a fram- 
metlersi nelle cose politiche, quanto male non po- 
trebbe egli fare? 

Imperocché, essendo egli centro ove vanno a mei- 
ter capo tutti i secreti degli siali e delle famiglie; 
altrettanto istruito quanto impenetrabile; dettando 
ordini assoluti senza obbedire a ninno ; pieno delle 
più pericolose opinioni sul!' ingrandimento e la con- 



SCKI.TA RACCOLTA DI UTILI R SVARIATR NOZIONI 



10.1 



scrvazione della Compagnia e le prerogative della 
polenza spirituale; capace di armare a' nostri fianchi 
mani di cui non si può diffidare, qual è il mortalo 
sull'universo cui egli non potrebbe suscitare dispia- 
cevoli impacci, se incoraggialo dal silenzio e dall' 
impunità osasse per poco porre in obblio la snnlità 
della sua condizione? 

Ne' casi importanti si scrive in cifre al Generale. 

Ma uno strano articolo della costituzione della 
Compagnia di Gesù è cbe i suoi componenti sono 
per giuramento tutti spioni e delatori gli uni degli 
altri. 

Appena formata la Compagnia si vide subilo ricca, 
numerosa e potente. In un momento sorse in (spa- 
gna, in Francia, in Italia, in Alemagna, in Inghil- 
terra, al settentrione, al mezzogiorno, in Africa ed 
in America, alla Cina, alle Indie, al Giappone, dap- 
pertutto egualmente ambiziosa, formidabile e turbo- 
lenta, da per ogni dove affrancandosi dalle leggi, 
portando la sua indole d'indipendenza e conservan- 
dola, conducendosi come se si sentisse destinala a 
comandare all'universo. 

Dalla sua fondazione finora, non è passalo quasi 
mai un anno senza che si sia segnalala con qualche 
allo fragoroso. Eccone il compendio cronologico: 

Nel 1547 Bobadilla, uno dei compagni d'Ignazio, 
è scaccialo dagli siali d'Alemagna, per aver scrino 
contro V interim d'Ausburgo. 

Nel 1560 Gonzales Silveria è sottoposto al. sup- 
plizio al Monomolapa come spia del Portogallo e 
della sua società. 

Nel 1578 i Gesuiti d'Anversa son banditi per es- 
sersi ricusali alla pace di Gand. 

Nel 1581 Campian, Skerwin e Briant sono messi 
a morie per aver cospiralo contro Elisabetta ó" In- 
ghilterra. 

Nel corso del regno di quesla grande regina 
cinque cospirazioni sono tramale contro la sua vila 
da' Gesuiti. 

Nel 1588 animarono la lega formata in Francia 
contro Enrico III. 

Lo stesso anno Molina pubblica le sue perniciose 
meditazioni sulla concordia della grazia e del libero 
arbitrio. 

Nel 1595 Barrière è armalo d'un pugnale contro 
il migliore de' re, Enrico IV. dal gesuita Varade. 

Nel 1594 i Gesuiti son cacciati di Francia come 
complici del lenlalivo di regicidio contro Enrico IV 
di Giovanni Chatel. 

Nel 1595 il loro padre Guignard, convinto di 
scritti apologetici dell'assassinio di Enrico IV, è 
condotto alla forca. 

Nel 1597 le congregazioni de auxiliìs si tengono 
in occasione della novità della loro dottrina sulla 
grazia, e Clemente Vili loro dice: furfanti, voi 
turbate tutta (a Chiesa. 



Nel 1598 corrompono uno scellerato, ed in quella 
cbe gli ministrano Iddio d'una mano, gli presentano 
un pugnale coli' altra, gli mosirano la corona eterni 
presta a discendere dal cielo sul suo capo, il man- 
dano ad assassinare lo Slaloldcr Maurizio di Nassau, 
e si fanno scacciare dagli stati di Olanda. 

Nel 1 00 1 la clemenza del cardinal Federico Bor- 
romeo gli scaccia dal collegio di Braida per delitti 
che avrebbero dovuto condurli al rogo. 

Nel 1 0()G, ribelli a' decreti del senato di Venezia, 
vengono scacciati da quella città e dall' intero sialo. 

Nel 1610 Bavaillac assassina Enrico IV. I Ge- 
suiti vengon sospettali di averne diretto il braccio, 
e, quasi n'andassero altieri, e il loro disegno fosse 
d'incuter terrore a' monarchi, lo slesso anno Ma- 
riana pubblica colla sua istituzione del principe l'a- 
pologia dell' assassinio de' re. 

Nel 1618 i Gesuiti sono scacciali di Boemia, come 
perlurbalori del pubblico riposo, incilalori de' sud- 
diti contro le autorità costituito, fautori caldissimi 
della perniciosa dottrina della infallibilità ed uni- 
versale polenza del papa, e fomentatori in ogni verso 
del fuoco della discordia Ira i membri dello slato. 

Nel 1619 hanno il bando di Moravia per le slesse 



cagioni. 



Nel 1651 le loro cabale fanno sollevare il Giap- 
pone, e la terra, per tutta l'estension dell'impero, 
è bagnala di sangue idolatro e cristiano. 

Nel 1641 accendono in Europa l'assurda querela 
del giansenismo, cagion della perdila del riposo e 
della fortuna a tanti onesti fanatici. 

Nel 1645 Malia, sdegnala della loro depravazione 
e della loro rapacità, gli scaccia da sé. 

Nel 1646 fanno a Siviglia una bancarotta che pre- 
cipita nella miseria più famiglie. 

Nel 1709 la loro bassa gelosia distrugge Porto 
Beale, apre le tombe de' morti, disperde le loro ossa 
e ne rovescia empiamente le sacre mura. 

Nel 1715 invocano da Boma quella famosa bolla 
Unigenitus che loro ha servito di prelesto per ca- 
gionar tanti mali. 

Lo slesso anno, il gesuita Jouvency, in una storia 
deìla Società, osa porre fra il numero de' martiri 
gli assassini de' re francesi, ma i magistrali vigilanti 
fanno ardere la sua opera. 

Nel 1725 Pietro il Grande non trova sicurezza 
per la sua persona e mezzi di Iranquillare i suoi 
stali se non nel bando de' Gesuiti. 

Nel 1728 Berruyer vesle della forma di romanzo 
la storia di Mosè, e fa parlare a' patriarchi il lin- 
guaggio galante e libertino'. 

Nel 1 750 lo scandaloso Tournemine predica a Caen 
in un tempio ed innanzi ad un uditorio cristiano di 
essere incerto se 1' Evangelo sia scrillura sanla. 



(Continua) 



G. Torelli. 



164 



MUSEO SCIENTIFICO, I.ETTF.IURIO ED ARTISTICO 



DI ALCUNE COSTITIZIOM INTERNE 
DELLA REPUBBLICA VENETA 



Il Contarmi, storiografo veneto, volle clie la 
somma di questo governo fosse un risultato delle 
tre principali forme civili insieme ordinate, dicendo: 
nel doge risiedere, in certo modo, il potere regio, 
nel senato l'aristocratico, nel consiglio maggiore il 
democratico; e soggiunge in questa forma essere 
durato, dai primordii fino oltre aJ ottocento anni. 
Ma il Gianotti, che ne scrisse la storia per lo più 
sopra gli alti secreti del consiglio maggiore, afferma 
nei primi trecenl'anni non avere avuta altra forma 
che quella di pura monarchia elettiva, risiedendo 
neJ doge il supremo potere. Lo che si rende viepiù 
credibile ove s'osservi, che tutte le società nei loro 
principii, quanto più sono mal ferme sia per la no- 
vità degli instiluli, sia per l'inesperienza de' citta- 
dini, tanto maggiormente hanno bisogno d'un centro 
ove s'aduni e si irradii il potere. Comunque ciò sia 
de' suoi principii, è certo tuttavia che per tempo 
assai più lungo ebbe forma prettamente aristocra- 
tica, e che io questa specialmente i suoi ordini in- 
terni presero slabilità e forza. Di vero nei comizii 
del consiglio maggiore, quante volte fu radunato 
dal 500 in poi, non mai ci accade trovare inscritti 
oltre a duemila nomi d'uomini appartenenti tulli al 
patriziato. Ora risulta dal censo che si fece dei cit- 
tadini verso il fine del secolo decimoquinto, che i 
nobili ascendevano al novero di quattromila. Che se 
da questi noi togliamo i giovani non giunti per anco 
al ventesimoquinto di loro età, e i chierici, ai quali 
non era aperto l'adito a veruna magistratura, ve- 
dremo di quanto si scemi il numero di quelli che 
poteano aver parie agli atti governativi-, e ad un 
tempo che tutti (o poco meno) quelli, cui per spe- 
ciali condizioni non erano interdetti i pubblici uffizii, 
purché appartenenti al patriziato, aveano parte nel 
consiglio maggiore. Ma questo consiglio, avendo il 
potere di far leggi, di crear magistrali, di muover 
guerra, di ricondurre la pace, d'assolvere e condan- 
nare i rei, rimane chiaro questa repubblica, trattine 
i suoi principii, essersi governala a forma aristocra- 
tica. Lo che vieppiù si conferma osservando, come 
i Dicci ed i Quaranta e tutti i giudici della con- 
trada erano dal consiglio maggiore creati e da esso 
veniva loro ogni autorità. Il doge stesso, con lutto 
le sue regie divise, presiedente a tulli i consigli, 
non avea voto superiore a quello de' suoi colleglli, 
non polea chiamare a sé consultore veruno, non 
dissuggellare lettere di alcun principe se non presente 
il consiglio dei Dieci; non ammettere, o licenziare 
ambasciadori, senza il loro consenso, non allonta- 
narsi pure un giorno dalla città. Di tanto il doge era 
sommesso ai Dicci che condannarono nel capo Fa- 



lerio che erasi unito in malrimonio con donna 
straniera: e molli altri furono o deposti, o fatti ucci- 
dere dalla plebe, perchè avessero tentato usare d'un 
polere, di cui portavano bensì le insegne, ma che 
in realtà non possedevano. 

Il Senato, che fu detto con ragione officina di 
ogni prudenza civile, vietò con pene severissime, 
che a ninno che fosse iniziato negli ordini sacri, si 
conferissero pubbliche magistrature; che qualsiasi 
cittadino cercasse l'amicizia di principe straniero, 
o ne accettasse stipendio. E questa legge stessa po-> 
sero a loro medesimi, affinchè per largizioni straniere, 
non si corrompesse il Senato, dalle quali turpitudini 
si mantenne puro finché stelle la repubblica. E i 
chierici, quantunque cittadini e palrizii non per altra 
ragione furativi tenuti lontani, se non perchè cre- 
devano, non sarebbesi potuto indurli, ad opere non 
utili o dannose alla Corte Romana, colla quale erano 
in frequenti controversie. Che anzi condannarono 
all'esigilo Ermolao Barbaro (uomo per dottrina e 
grandezza e d'animo eccellente) perchè mandato 
ambasciatore al pontefice accettò la porpora cardi- 
nalizia. 

Chi si meraviglia come quest'imperio potesse es- 
sere così diligente nell'amministrazione interna ed 
esterna, cosi sagace neh' indagare i fatti, e nell'an- 
tivederli, pensi che ne'suoi confini, che di tanto non 
si estendevano, v' aveano quattro Senati, oltre il 
consiglio maggiore; dei quali l'uno intendeva alle 
cose di mare, l'altro all'amministrazione nel conti- 
nente. I Dieci ed i Sette specialmente s'occupavano 
dei drilli e dei crimini dei cittadini, che se alcuna 
deliberazione di grave momento il richiedeva, tulli 
insieme si radunavano; se dubbio tuttavia l'esito ri- 
maneva, un pari numero di cittadini si convocava, 
cui soleano chiamare la Giunta. 

Perchè le ricchezze delle case illustri non venis- 
sero esaurite, stabilirono la somma che avesse a 
formare la dote delle fanciulle; ma col tempo, 
per questa slessa ragione mutatesi le condizioni 
di non poche famiglie, venne quasi in dimenti- 
canza la legge, non però il principio su cui era 
basala: poiché la dote a darsi alle fanciulle era sta- 
bilita dal Senato, avuto riguardo si ai beni del 
padre e sì a quelli dello sposo, con che si volle 
provvedere specialmente al lustro del patriziato; 
tuttavia non mai si concedette alle donne il diritto 
d'ereditare. 

La Repubblica Veneta, che per fuggire la ser- 
vitù ebbe i suoi principii, che nei suoi primordi! 
Ira per la dura necessità di procacciarsi la vita sul 
mare e per le domestiche tradizioni si mantenne 



SC'CLTA «ACCOLTA 01 0T1LI R SVARIATE RUMORI 



ICS 



incorrotta, col crescere delle ricchezze (ma più col 
succedersi che fecero nell'Italia gli eserciti stranieri), 
non seppe opporre un valido argine alla piena ir- 
ruente, e mantenersi pura dai vizii che colle genti 
straniere ammorbarono I' Italia in tutte le sue parti - 
Perciò si crearono tre magistrati con potere censorio, 
che chiamarono i Signori sopra il ben vivere della 
città: quasi per renderne più accetta l'istituzione, 
perchè il nome di Censori sarehbe paruto troppo 
grave e severo a quella città libera ed irrompente 
ad ogni sorta di voluttà , per lo che ancora ven- 
nero nel pensiero di tenere assiduamente esercitate 
in pubblici lavori quattromila persone. Utile ed 
opportuno trovalo a tutti gli ordini dei cittadini, 
poiché oltre le opere pubbliche necessarie alla città 
si provvide per tal modo all'agiatezza delle classi 
povere, ed alla pubblica morale. 

Si provvide fino dai tempi primi della repubblica, 
affinchè lutti i cittadini dessero opera all'industria, 
alla mercatura, alla navigazione, e così accresces- 
sero la ricchezza pubblica e privala, e portassero il 
nome veneto tra le nazioni lontane. Il silo stesso 
della città li invitava a tali esercizi, e gliene poneva 
nell'animo il desiderio. Poiché la città non avendo 
che angusta contrada in cui né la fecondità del suolo, 
né l'industria del conladino poteva arricchirli, e man- 
cando loro molle cose necessarie alla vita, la ne- 
cessità li portò all'industria, che poscia loro pro- 
dusse l'abbondanza di tutte le cose, cominciarono 
dal correre in lutti i versi il mare sopra triremi e 
trasportare in patria merci non solo per proprio 
uso, ma pur anche per esercitare con altre nazioni 
del continente il commercio a grande guadagno. 
Sopra queste triremi navigavano i giovani delle fa- 
miglie più illustri, sì pel commercio, e sì per impa- 
rare l'arie del navigatore. Altri, stanziatisi per molli 
anni in lontane regioni, con l'esperienza di molle 
cose, si riducevano in patria, e non ignari delle umane 
vicissitudini, fortificali nella frugalità, nella mode- 
razione si facevano moderatori della cosa pubblica. 

Cosi crebbe da piccoli principi - ! quella grande e 
forte città, nel che il sito ebbe non piccola parte. 
Poiché campala Ira le paludi dell'Adria, non op- 
portuna agli assalii di nemico esterno, polè conser- 
vare in tempi difficili gli antichi tesori ninnali in 
pace. A lei non era aperto adito da lerra, da cui era 
disgiunta per un tratto d'acqua di quaranta sladii ; 
non dal mare perchè cinta da fangosi e bassi guadi 
noli sollanlo agli abitatori della laguna per il fre- 
quente scorrervi sopra che facevano in lutti i versi 
sopra leggiere barchette. Difficolià che di quei 
tempi ben poleano arrestare in presenza della città 
marina un'orda di barbari, o un naviglio di ardimen- 
tosi navigatori. 

I Veneziani, stando sui generali, erano gravi per 
consiglio, come allesta il Giovio die ne scrisse la 
storia, severi nei giudizi!, nelle avversità costanti, 



non mai baldanzosi e immoderati nella prospera 
fortuna. Essendo in tulli primo pensiero quello 
della libertà e dell'accrescere l'imperio, in Senato 
liberamente esponevano il proprio parere e soventi 
volle acremente propugnavano per esso. Tuttavia 
non mai si comporlo che alcun cittadino, insigne 
per virtù o per prudenza nelle pubbliche cose, o 
per nobiltà di lignaggio, colla grazia del popolo, o 
d'altro ordine di cittadini si rendesse più polente 
di quello che a uomo privato si conviene. Tutta la 
forza la voleano concentrala nel governo; in con- 
fronto di questo scompariva l'individuo a qualunque 
ordine appartenesse. Con sì fatti inslituli, serven- 
dosi per terra di truppe mercenarie, per mare dei 
propri militi, durò senza intestine discordie oltre 
ottocento anni: finché gli slessi suoi ordini invec- 
chiati in confronto alle nuove idee maturatesi col 
succedersi delle generazioni; e i suoi cittadini an- 
neghittiti col venir meno della potenza italiana, del 
tutto s'estinse in quel rivolgimento, che non ha guari 
sconvolse la vita sociale di tutta Europa. 



APPELLO Al MILITI ITALIANI 

Duci Ausonii che in stranie contrade 
Fate fede del prisco valor, 
Qua recale quell'itale spade, 
Deh! vi stringa di patria l'amor. 

Alle spiagge nalive correte, 
Cessi alfine l'infame servir, 
Quell' allòr che lontani mietete 
A la patria raddoppia i martir. 

E fia crudo, immutabil destino 
A stranieri l'acciaro sacrar? 
E vermiglie di sangue Ialino 
L'altrui (erre viltrici mirar? 

Se il Farnese, se il ligure Doria 
Non reggevan le ispane tribù, 
Forse Ausonia guidala a vittoria 
Risorgeva all'antica virtù. 

Perchè Eugenio il suo brando temuto 
A Teutonici popoli die ? 
E Raimondo sì prode ed astuto 
Dell' impero vii servo si fé' ? 

Coronati di fulgido alloro 

Splendon essi ne' fasti guerrier, 
Ala quest'italo suol l'armi loro 
Soggetterò all'odialo slranier. 

Gli avversari Villars e Turenna 
Con le galliche schiere pugnar, 
Erser archi e trofei sulla Senna, 
La grand' alma pugnando versar. 



IGG 



MU8B0 SCIKNTìPICO, LRTTRRARIO RD ARTISTICO 



O guerrier, quell'esempio s' imiti. 
Quanti reggon siraniere legion 
Hiedan baldi, qua corrano uniti 
A redimer quest'alma region. 

Se il gran Corso, che sorse gigante 
Ad abbattere troni e città, 
Ci porgeva la man fulminante 
Regnerebbe su noi libertà. 

Ma quai grida? E clamore di guerra 
Che sui barbari cupo tonò? 
Dunque sorge quest' itala terra 
E il tremendo suo braccio levò? 

Non m'inganno, son aste, son penne 
Ondeggianti sui pesti cimier, 
Della pugna il momento solenne 
Segnò squillo di tromba guerrier. 

Deh! lasciamo i tripudi e le feste, 
Non s'addice ai pugnanti il gioir; 
Poniam fine a le gare funeste, 
I tiranni si voli. a punir. 

Accorrete, v'unite, o fratelli, 
Sardi, Siculi, Corsi e Tirrqn 
Coi Lombardi piombale sui felli 
Che ad Ausonia fan lacero il sen. 

Sciolti un dì da catena straniera, 
Obbhando de' ceppi l'orror, 
Scriverem sull'azzurra bandiera: 
Forza, union, fratellanza e valor. 

Anselmo Prato. 
LE DOTTRINE DI LUIGI BLANC 

MINISTRO DELLA REPUBBLICA FRANCESE 

Il signor Luigi Blanc si è sdegnato dell'opposi- 
zione levatasi dalla slampa pressoché intera contro 
i disegni di prelesa organizzazione di lavoro emessi 
da lui in mezzo alla commissione di governo per 
gli operai. 

Si lagna che siansi sconosciute e snaturate le sue 
intenzioni, falsamente interpretate le sue dottrine, e, 
prendendo le mosse da questo punto, rinnova con 
maggiore violenza le sue aggressioni contro la con- 
correnza, contro la libertà dell' industria e del lavoro. 

Noi siamo ben lontani di negare che Luigi Blanc 
spieghi un assai distinto ingegno al servizio della 
causa di cui si è fallo campione, e che, secondo noi, 
è una cattiva causa. Ma noi confesseremo altresì 
che, qualunque sia il prestigio della sua eloquenza, 
non possiamo esser convinti dalle ragioni o piuttosto 
sofismi coi quali puntella il suo sistema. 

Il discorso pronunzialo da Luigi Blanc al Luxem- 
bourg può dividersi in due parti. Nella prima egli 



descrive, come già fece nel suo libro dell'organiz- 
zazione del lavoro, gli inforlunii e i dolori che, se 
condo lui, sono il risultalo della concorrenza. In 
lulla questa parte egli non è schivo di certo dei 
foschi colori; sente che quivi il suo soggetto è assai 
più facile, e se ne compiace, sino all'esagerazione. 
Ma allorché si traila d' indicare i mezzi di rime- 
diare al male, ch'egli fa rilevare con lauta facili- 
lezza, allorché si tratta di dimostrare che questi 
mezzi si trovano nel sistema che tende a fare dello 
slato il direttore generale della produzione, Luigi 
Blanc cammina sui trampoli. Preoccupato, "malgrado 
lui, degli ostacoli insormontabili che si oppongono 
all'applicazione di questo sistema, egli è irresoluto 
e ondeggia tra i varii argomenti delle sue imprali 
cabili teorie, e, non potendo risolvere la difficoltà, 
sembra metter ogni studio a fuggirla. 

Ciò avviene perchè non v'ha ingegno, per quanto 
sia grande, non v'ha eloquenza, per quanto affasci- 
nante, che non rompa contro le impossibilità della 
applicazione d'un sistema che non può ridursi ad 
alto. 

Luigi Blanc non ha dunque rifiutata alcuna delle 
obbiezioni che gli furon opposte, benché abbia pub- 
blicato questo rifiuto. 

Nel suo nuovo discorso, come ne' precedenti, egli 
declama contro la concorrenza, che accuserebbe vo- 
lentieri come causa principale di tutti i mali diffusi 
sulla superficie del globo. 

Nelle città manufatturiere e industriali, il buon 
senso fa ben tosto giustizia dei ragionamenti subdoli 
coi quali soglionsi colorare tulle le esagerazioni. 
Non vi è un operaio assennalo che non sia istinti- 
vamente convinto che l'industria non può né vivere 
né fiorire senza la più grande possibile libertà-, che 
essa non grandeggia, né si sviluppa fuorché collo 
spirito dell'iniziativa, l'emulazione, la concorrenza 
in una parola; e che volerle imporre ostacoli e li- 
mitare la sua sfera d'azione, gli è lo slesso che in- 
fiacchirla, snervarla, e per conseguente agire nel 
senso il più sfavorevole agli interessi che si vogliono 
proleggere e migliorare, agli interessi degli operai. 
Quando Luigi Blanc grida che lo stato attuale 
degli operai è una condizione peggiore di quella 
dello schiavo delle colonie, egli produce un'iper- 
bole che non può che far sorridere e che non me- 
rita di essere combattuta. Certamente vi è molto 
a fare per la sorte degli operai, e bisogna pensarvi 
seriamente.:, ma la ragione rifugge dal credere che 
si giungerà a renderli più felici pigliando misure 
che hanno per inevitabile conseguenza la diminu- 
zione del prodotto, cioè del lavoro. 

Le idee di Luigi Blanc suggerirono al Times in- 
glese le seguenti riflessioni:. 

Se la Repubblica francese guarantisce il lavoro 
e il salario a lutti gli operai, bisogna trovare eziandio 
compratori a buon prezzo, perchè senza ciò ella 



SCELTA RACCOLTA U\ UTILI E SVARIATE NOZIONI 



IG7 



avrebbe ben tosto le mani piene e i magazzini egual- 
mente. Per giungere a soddisfare lutti gli operai, 
bisogna cominciare a scoprire il secreto d'una con- 
sumazione illimitata. Quanto a noi, ninna cosa ci 
pare più naturale e convenevole die vedere una po- 
vera donna guadagnare ventìcinque soldi per l'aie 
una camicia; ma se accadesse che il governo gua- 
rantisse questa somma per tulle le camicie cbe le 
si recassero, temeremmo cbe una valanga di carni 



eie non cadesse sulla nazione, e cbe non vi fossero 
più in Ingbilterra bastanti scellini per pagarle tulle... 
Svenluralamenle ciò cbe molliplicberebbe la produ- 
zione diminuirebbe i compratori. Se il governo de- 
cretasse cbe una sedia non dovesse vendersi meno 
di sei scellini, noi avremmo bentosto una montagna 
di sedie così alia come il tempio di S. Paolo, e una 
parte considerevole della popolazione sarebbe ob- 
bligala di sedersi in terra. 



POLITICA ITALIANA 



i. 

GIUSEPPE MAZZINI 

Non I ici guari, nella piazza de' Bandii in Genova, 
raceoglievasi un'onda di popolo fremente, il quale 
dava preda alle Gamme un giornale, l'Amico del 
popolo, dove leggevasi un articolo che sfacciata- 
mente contraslava al sublime principio dell'unità, 
alla quale il popolo genovese si consacrò con tanta 
gloria e magnanimità. — Quell'articolo era di Giù 
seppe Mazzini. 

Giuseppe Mazzini è genovese, Giuseppe Mazzini 
fu per lunghi anni segno agli strali dell'esilio: ep- 
pure i Genovesi disdissero l' affetto di concilladino, 
rigettarono le simpatie dell'uomo percosso dall'in- 
fortunio e dall'esilio, sentirono che la patria deve 
stare innanzi a tulio. 

Ma perchè Giuseppe Mazzini avversa così aper- 
tamente ai principii di quell'unità che pur furono 
da lui proclamati con tanto splendore di eloquenza?... 
Dovrem dunque credere che quelle idee vivide, 
alleltatrici non erano fuorché un mantello per co- 
prire un orgoglio smisuralo, l'orgoglio d' innalzare in 
Italia un monumento delle proprie dottrine? Pro- 
movendo ora il trionfo del concello repubblicano, 
non gli è promuovere lo scisma della penisola?... 
Mazzini può forse ignorarlo?... A noi duole il dover 
rigettare quella slima che sino dai primissimi nostri 
anni accogliemmo nell'animo per quel senno, per 
quella gagliarda virtù che informa la Giovine llalia 
la quale, fra il lezzo de' guasti costumi, seppe in 
gran parte conservare il candore e l'aura delle li- 
bere tradizioni e la grandezza di que'principii cbe 
poleano alzare l' llalia al seggio delle prime e più 
civili nazioni. £ fu un momento che quella slima 
slava per accrescersi perchè ci giungeva la notizia 
che Mazzini facendo un olocausto degli affetti più 
lungamente accarezzati, voleva abbracciare i mezzi 
della nuova dottrina costituzionale, per raggiungere 
il grande scopo dell'unità. Ma quel pensiero che 
lanlo ci sorrideva, s^anisfie ora in faccia all'Amico 
del popolo, e noi siamo costretti a dire che Maz- 
zini non è leale amico dell'Italia. 

Difalto come può chiamarsi schifilo amico del- 



l' llalia colui che si sforza a dividerla, il die equi- 
vale a distruggerla?.... La face che ora agitate non 
è più quella santa che facevate splendere agli occhi 
de' dormigliosi e che appressavate alle membra 
ammorbidile dei degeneri figliuoli d'Italia allineile 
ne sentissero il bruciore ed imparassero di nuovo 
il moto e la vita. No.! La voslra face è ora quella 
dei civili dissidii, e in questo momento così solenne 
e pericoloso all'Italia, invece di esserne il salvatore, 
ne siete il parricida.... E come potete ignorare che 
prima di giungere ad una repubblica universale ila- 
liana vuoisi passare per lo stadio dell'unione? Alla 
fediddio ! avreste voi il coraggio di proclamare cbe 
in Italia vive quelj'unilà di principii civili e poi i ti e i 
sulla quale stanno i fondamenti d'una repubblica? 
Abbiamo noi già saputo estinguere le faville delle 
gare municipali? Ci siamo noi lutti informati ad 
uno schietto, forte e fervido spirilo nazionale? Sap- 
piamo noi tf i Iti posporre le libidinose ambizioni 
ai sacri interessi della patria? Non siamo per la 
maggior parie invecchiali e irrigiditi nella prudenza 
dell'egoismo e nella servilità «Ielle abitudini ? Cono- 
sciamo noi per intera la sublimila de' sacrifico? Il 
nostro popolo è egli educalo alle maschie, alle san 
lissime virtù cittadine? Il Gesuitismo, questa can- 
crena che per tanto tempo corrose, divorò, uccise 
P Italia, è spento fra noi ? Non sappialo forse ch'esso 
ripullula più rigoglioso e più tremendo di prima, 
perchè più ammantato dalle tenebre?... Non dimen- 
ticale le sentenze di coloro che ci precessero rid- 
i' arringo che noi calchiamo e che essi percorsero 
fra gli ammaestramenti delle lacrime e dei fecondi 
dolori. Si vogliono costumi (gridano essi) non leggi 
per far libero un popolo ; né la libertà procede per 
salii di rivoluzione, ma per gradi di civiltà; ed è 
saggio il legislatore che spiana il cammino ai pro- 
gressi , non quegli che spinge la società verso un 
bene ideale, cui non sono eguali le concezioni della 
menle, i desiderii del cuore, gli abili della vita. 
Dalle mezzane dottrine deriva mollezza, ambizione 
e servitù, quanto da compiuta sapienzaderiva potestà 
di se stesso, altezza d'animo e gli slessi moli alla 
libertà. — Ora diteci se i tiranni che si aggravarono 
sui popoli d'Italia ci hanno mai aperto il cammino 



108 



MISI.O RCIKNTIinco IRTTKR*RI<» El> ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI B^V ARIATE NOZIONI 



n quei progressi; diteci se noi siamo adorni di quella 
compiuta sapienza. 

Ma se voi siete netto della servilità dell'orgoglio- 
se è vero clie abbiate sempre vegliato con schietta 
e libera sollecitudine il lungo e doloroso parlo della 
italiana nazionalità; se è vero che abbiate, per gio- 
vare alla grandezza della patria comune, spiato ogni 
pensiero magnanimo, ogni celalo sacrificio di questo 
volgo disperso d' Italia al quale I' Europa congiu* 
rata negava, non sono zncor molli giorni, un nome, 
deb! mostratelo finalmente! Una sola via vi rimane 
per farlo credere ai buoni: — Proclamare lo scopo 
della Giovine Italia, ma rigettarne* abborrirne, cal- 
pestarne i mezzi. — Ma se voi perfidiate nella via 
per la quale vi siete ora messo, noi siamo costretti 
a dirvi che tradiste e tradite i vostri fratelli, e che 
non era fuorebè superbia, farisaica superbia quella 
pertinacia colla quale alimentaste la fiaccola vacil- 
lante della nostra fede; pertinacia che noi abbiamo 
cbiamata santa e che spinse -ahi! molli de' nostri 
confratelli a morie dura e sanguinosa. 

II. 
IL BOMBARDAMENTO DI NAPOLI 

È impossibile descrivere l'orrore e il raccapriccio 
die invase ogni anima alla notizia del bombarda- 
mento napoletano. Questa incredibile enormezza 
non ha riscontro fuorebè nelle incredibili enormezzc 
della casa Borbonica di Napoli. 1 solenni giura- 
menti falsali, la guardia nazionale macellata, i di- 
ritti delle genti calpestati, l'ospitalità tradita e vili- 
pesa, i buoni cittadini preda d'una bordaglia bestiale 
«> sanguinaria, violenze, stupri, saccheggiamenli, 
duemila vittime offerte in olocauslo alla rabbia di un 
re carnefice. — Ma per Dio! viviamo noi in mezzo 
ai cannibali? viviamo noi in tempi in cui il cristia- 
nesimo ha resi universali le massime fondamentali 
del diritto e del dovere di lutti, e in cui getta i vivi 
lumi della sua dottrina nello spirito più incolto e 
nella più angusta ragione? Crede forse questo no- 
vello Nerone che il mondo sia tuttavia sepolto nelle 
tenebre del servaggio, e non sia illuminato fuorché 
dai lampi incerti delle teorie morali dei filosofi per 
potere impunemente essere spergiuro, scellerato, 
malvagio ed assassino? Crede forse che le azioni 
violatrici del vero, del giusto, dell'onesto e del santo 
possano sfuggire alla terribile condanna degli uomini 
e all'esecrazione sempiterna de' secoli? Ha dunque 
voluto ad ogni costo rinnovare le nefandigie di Fer- 
dinando e Carolina d'Austria suoi avi, i quali affo- 
garono nel sangue di quattromila vittime l'onore e 
la libertà napolilana?... Non è egli contento di es- 
sersi fallo finora lo spieiato persecutore; di ogni virtù, 
I incitatore e il sostegno alle più turpi azioni che 

Stabilimento tipografico 



giovano al dispotismo, il promotore degli spionaggi, 
delle poli. ie, dei tribunali di stato? Spera egli di 
cacciare da sé quei rimorsi che furon sempre ine- 
sorabili compagni dei violenti e danno un saggio 
anticipalo di que' supplizi che li attende nell'altra 
vita? Spera egli che debbano venir meno i decreti 
di quella ragione divina che si esercita nel tempo 
e fa uscire dai debili stessi l'incendio che divora 
i tiranni?... Guardi Carolina d'Austria! come finiva 
colei? Tre volle fuggitiva dal regno, moriva in esi- 
lio, maladetla, priva degli aiuti dell'arte e degli ar- 
gomenti della religione, all'improvviso, non confor- 
tata dalla presenza di un sol uomo, mal seduta sovra 
una seggiola, in posizione spaventevole, colla bocca 
atteggiata alla bestemmia, colla mano stesa verso il 
laccio d'un campanello, a cui non giungeva. Come 
moriva Ferdinando? avvolto il capo Ira le coltri ed 
i lenzuoli si trovava l'atroce vecchio nascosto sotto 
al guanciale, le gambe e Ir* braccia stravolte, la bocca 
aperta come a chiamar aiuto od a raccogliere le ul- 
time aure della vita, livido e nero il viso, aperti e 
terribili gli occhi. 

Specchiali, o re sanguinario, in que' tuoi due an- 
tecessori, e trema! Per quanto alto sia un trono, 
se non è puntellalo dai principii dell'onestà debbe 
crollare e cadere. Que' principii, collocati in fondo 
alla coscienza umana, vi formano un tribunale tre- 
mendo davanti al quale gli imperatori e i re com- 
paiono come l'ultimo de'morlali. Ti rammenta che 
quando Iddio vuol distruggere gli oppressori, suscita 
in loro uno spirito di vertigine e di acciecamento 
che li fa perire per quei mezzi slessi che essi usano 
ad eslerminio degli altri. Napoli debb'essere consi- 
derala come l'ultima vittima sacrificala dal diritto 
del passato, la forza brutale, sull'altare dell'avvenire, 
l'umanità. 

E voi, o fratelli Napolitani, non piangete!... La 
nazione crocifissa ha ricevuto nel fianco l'ultimo colpo 
della lancia, quello che le toglie la vita; ella muore, 
muore, ma per risuscitare fra breve nella sua gloria 
e nella sua possanza... Non piangete, o fratelli Na- 
politani ! Sono lacerali que' vincoli che vi legavano 
a colui che osa tuttavia intitolarsi vostro re, furono 
lacerali e falli in brani dalla mano slessa della Prov- 
videnza; di quella Provvidenza che matura la messe 
de' popoli, e che contristata dalle lagrime di venti- 
quattro secoli vuole finalmente che gli Italiani sicno 
uni di pensieri e di voglie sotto il benedetto vessillo 
che sventola sui campi lombardi, il quale solo pro- 
tegge ora la nostra santa e ardua libertà. 

P. Coma. M. 



La rabbia e il disprezzo'sono.qwasi estremi dell' ira: 
le anime deboli arrabbiano, lo forti deprezzano, ma 
tristo e bealo chi non s'adira! 
di A. Fontana in Torino. 



23. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc — ANNO X. 



i,4 giugno 18 4SI 



wmani® lìDsaaiiìraiDii^iLa 



(Conlintiaz. V pag. I.'.3 ) 



: " 5 ^11IÉI!%\ 




'^CtàvS:. 



CAPITOLO li 



IA LOCANDA 



La sala era illuminata dal gaz e pareva ravvolta 
nelle tenebre; la qual cosa mi fece alquanto perder 
fede ai miracoli di quella luce sorella del sole. 

Il chiasso era grande. I garzoni giravano innanzi 
e indietro, in fretta e in furia al servizio delle varie 
tavole e tavolieri. La locandiera dal suo trono vol- 
geva a tulli tenere occhiale e graziosi sorrisi, — e 
pensava poi come farli pagare nel conto. 

Io mi buttai a sedere in un angolo per esser 
meno osservalo e per meglio osservare. Conobbi su- 
bito i maravigliosi effetti dell'essere diventali uguali 
in faccia alla legge: — i garzoni rispondevano alle 
mie chiamate con una crollalina di spalle e corre- 
vano a servire chi più si mostrava fulgido di anelli 
e di catenelle. 

Finalmente uno di essi mi si piantò innanzi con 
aria da paladino aspellando i miei ordini. 

— Ti avverto che io non sono allievo dei Gesuiti, 



e che ai saporelli e ai dolciumi preferisco i cibi forti 
e nutritivi. 

Egli mi guardò con un par d'occhi sgranali, sor- 
rise e poi saltò in cucina. — Ma la mia avvertenza 
poco giovò: ogni cibo che mi compariva innanzi, 
faceami manifesto che il locandiere, per quel di se- 
gnalato, non parea disposto a impastare i suoi av- 
ventori come polli in islia. 

Il chiasso cresceva. La sala era stipata per forma 
che un giornalista di Milano avrebbe dello che slava 
per iscoppiare. I miei sguardi si volsero al crocchio 
che menava maggior strepito. 

— Viva la Costituzione! Un brindisi al re! — 
urlava uno con voce arranlolala, alzando un bicchiere 
di vin prello e subilo tracannandolo in un sorso. — 
Viva la Costituzione! Un brindisi al re! — rispon- 
devano gli altri a coro, imitandone l'esempio. 

— Il regno delle tenebre è caduto! — seguitava 
il primo, riempiendo un nuovo bicchiere. — b chiusa 
la via ai sullerfugi. I cavillatori e i birboni hanno 
cessalo di cantar vittoria. Potremo finalmente slrap- 



17J 



MUSEO SCIENTIFICO, IBTTERARtO RD ARTISTICO 



pare la mascliera a quegli sciagurati che, sotlo velo 
di pubblico bene, impinguano col sangue del povero 
popolo... A terra i trappolatori ! A terra i Gesuiti ! 
— A terra i Gesuiti ! —gridò a gola un terzo le- 
vandosi in piedi e movendo in giro il bicchiere 
senza accostarlo alle labbra. — A terra questa setta 
che svia il secolo miracoloso di Pio IX, e che adula 
colla persona e colla penna a chiunque abusa del 
dritto brutale della forza.... Ricordatelo, cittadini ! 
questi Padri vituperosi danno patente di passaggio 
o di cittadinanza a lutto ciò che sforma i costumi 
delle nazioni, e che sgagliardisce, fiacca e uccide 
gli spirili generosi... Gli è vero che un tempo essi 
frenarono le esorbitanze sanguinose del Santo Uffi- 
cio; gli è vero che non serrarono mai le porle in 
faccia al povero, come costumano i polenti; gli è 
vero che stesero sempre la mano agli ingegni 
schiacciali e sbandili dalla superba e ricca ignoranza, 
ma che perciò?... Gioberti, il divino Gioberti li ac- 
cusa di astiare i progressi del secolo, di accendere 
le guerre civili, di procurare l' infelicità dell'Italia, 
di bestemmiare la misericordia, di screditare il pul- 
pito cristiano... E noi dobbiamo credere al Profeta, 
ove anche ciò non sembrasse vero... Noi dobbiamo 
aizzare contro colesloro uno stormo di bottoli.... 
iioi dobbiamo assalirli, abbocconarli... fossero anche 
innocenti e non rei neppure di un pensiero... A ìerra 
dunque i Padri ! Viva la libertà ! Viva la repubblica! 
Questo discorso mi parve racchiudere qualche 
slilla di veleno. Aguzzai gli sguardi, e non mi sem- 
brarono nuovi i lineamenti del sermoneggiante. Mi 
posi gli occhiali per meglio vedere.... — Per Dio! 
sclamai, quella faccia poco dissimile da un ritrailo, 
quei capegli rossicci, quegli occhielli chiari e fissi!.. 
È desso! è l'uomo dalla sottana nera, l'uomo dal 
cappellone!... Io lo ravviso malgrado la finta bar- 
betta, malgrado i nuovi abiti... 

Mi sentii saltare la senapa al naso, e una fiamma 
vivissima mi corse alla faccia. Balzai in piedi, e, 
posla dietro alle spalle la mia consueta prudenza, 
gridai con voce tuonante: 

— Viva la Costituzione! abbasso la Repubblica! 
Tulli si voltarono, guardandomi con meraviglia, 
lo seguitai: 

— Chi alza il grido di Repubblica, non può esser 
per ora amico dell'Italia. Egli intende a spandere i 
germi di quella discordia che fruttificarono già la 
schiavitù e la morte della patria comune; egli in- 
tende a levare una nuova barriera tra grandi, mez- 
zani e plebei, affinchè i nostri nemici, trovandoci 
disuniti, possano più agevolmente assalirci e accol- 
larci un più terribile giogo. E perchè vorremo con 
Instare e renderci avversa l'anima del re generoso 
che spontaneamente e senza versare una sola slilla 
ili sangue, ci dischiuse il banchetto della vita civile, 
spogliandosi di una gran parte della sua suprema 
dignità per donarla a' suoi popoli! Il bene che ci 



venne dalo non è forse quello che da quattro secoli 
era invocalo dall' Italia fra le sue vergognose catene? 
Una Costituzione non è forse il più gran patto che 
il Principe siringe col suo popolo? Non è forse la 
espressione più splendida di quel solenne principio, 
che la suprema autorità sociale vuoisi esercitare non 
a vantaggio di chi siede sul trono, ma a vantaggio 
della nazione? Infelice quel popolo che si fa ingrato 
a chi gli diede il maggiore dei benefizi ! Infelice 
quel popolo che sconosce queir entusiasmo e quella 
disciplina civile che lo hanno fallo degno della li- 
bertà ! 

— Viva, viva la Costituzione ! gridarono tulli con 
vollo commosso, aflollandomisi dintorno. 

— Fratelli! ripigliai, la -calma forte e dignitosa è 
quella che si addice ad un popolo che vuole e sa 
essere civile. L'ordine guarentisce la libertà. Il po- 
polo che lo sconvolge, imita il selvaggio di Montes- 
quieu, il quale abbatte l'albero per spiccarne le frutta. 
Guardatevi da coloro che tentano adularvi! essi vo- 
gliono farsi scala delle vostre passioni per salire in 
allo e vogliono farsi strumento della vostra credulità 
per meglio condurre le fila delle loro trame scellerate. 

Uno scoppio d'applausi accolse queste parole ; tulli 
gli sguardi si volsero intorno per cercare colui che 
avea chiamalo il vitupero sul capo de' Gesuiti e al- 
zalo un evviva alla repubblica: — lornò vana ogni 
ricercategli se l'era scapolala. 

In questa entrava un cittadino ansante e abba- 
ruffato. 

— Signori ! disse egli col fiato grosso... Voi aveste 
l'onore di bevere con un gesuita! Colui che fuggi 
poc'anzi da questa locanda fu riconosciuto per lalo « 
da chi ha lo sguardo più acuto del vostro; egli viene 
ora accompagnalo a casa fra un bellissimo suono 

di fischi. 

Ognuno rimase immobile, guardandosi con aria 
di stupore. Sorrisi. Dopo brevi momenti il cicalec- 
cio tornò più vivo-, io, benché non avessi più oramai 
tempone, mi risolsi di fermarmi ancora per imbo- 
nire que' cittadini che mellean mano a carminare 
con poco garbo la lana gesuitica. — Mi risolsi a 
uscire, quando vidi la locandiera piantarmi addosso 
due occhielli furbi e scintillanti. 

Neil' uscire, due o Ire vennero a zufolarmi negli 
orecchi: 

— Voi ci avele insegnalo a conoscer meglio i 
nostri polli. 

(Continua) P. CoBELLl. 






Non liavV) cosa in sulla terra così magnifica e 
grande come il mettere a profillo la perla del sapere; 
per essa il figlio del meschino si fa necessario al mo- 
narca ; per essa si ritrae dal fango l'anima immortale; 
m contiene in essa il solo bene che si annienta nel 
parteciparsi. Papa l'io n. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



ni 



Non pei buoni Lombardi che, sia per essere ormai giunti al termine delle loro votazioni, sia per le 
prove di senno già date prima, accennavano di non avere bisogno di consìgli .- ma pei nostri non meno 
cari fratelli del Veneto, le cui deliberazioni sono per noi ancora una speranza piena di timori e di dubbi; 
riproduciamo in questo nostro giornale il seguente indirizzo dei Piemontesi, stato pubblicato dal Carroccio. 
la cui impresa è ben degna di quest'officio d'amore verso i fratelli e di carità verso fa patria. Esso è det- 
talo dall'egregio avvocato Francesco Corderà, conosciuto per altri suoi scritti nello slesso giornale, ridon- 
danti di sana politica e caldi d'affetto italiano, quanto ognora ammirabili di stile e di lingua. E questo 
è pure un nuovo saggio di quella sua insinuante ed efficace eloquenza che la rese già chiaro nel foro ed 
il sarà ancor più sulla tribuna parlamentaria alla quale vogliamo credere che sarà per essere tardi o tosto 
chiamalo dal voto de' suoi concittadini. 

APPELLO DEI PIEMONTESI 

, AI POPOLI LOMBARDO-VENETI 



In momenti che Iratlate col fallo dei suffragi la 
grande scelta Ira la repubblica: ed il regime co- 
sliluzionale, ogni parola, ogni consiglio in proposilo 
non possono aversi che opera opportuna di patria 
carila. 

Al pensiero di repubblica qual'è l'anima che non 
si scuola? Qua! cosa in astrailo v'ha di più sedu- 
cente? Ma ciò ch'era buono una volta o più lardi, 
potrebbe essere pernizioso al presente. Quindi ogni 
uomo che senta italianamente, può essere repubblicano 
di cuore ma costituzionale di convinzione quando 
risguardi le condizioni della sua patria. Per noi 
Piemontesi poi, alla convinzione di mente s'aggiunge 
anche il dovere di gratitudine verso la Casa che 
ora lutto sacrifica alla Indipendenza Italiana dopo 
averci allietali di liberali insliluzioni. Epperò quando 
voi preferiste la repubblica, sarebbe a noi moral- 
mente impossibile di seguitare il vostro esempio. 

La diversità di governo comineierebbe dunque 
per essere già un elemento contrario all'unione. Ma 
il peggio si è che, anche supposta una Federazione, 
il germe della vostra diversa insliluzione potrebbe, 
per l' immaturità del terreno, darvi frutti esiziali 
anziché vantaggiosi. I due scogli più pericolosi di 
ogni repubblica sono sempre l'oligarchia o l'anar- 
chia , supposto pure che l'aristocrazia voglia essere 
una volta popolana. L'educazione intellettuale e mo- 
rale, e così la coltura dello spirilo e del cuore sono 
i due preservativi di quei due più probabili mali. 
E questi due preservativi non s'acquistano che con 
una nuova generazione diversamente educala dalla 
presente. 

Vedete gli scandali per ogni dove qui da noi ac- 
caduti anche in elezioni di minor conto ! E perchè 
ciò? Perchè non tulle le classi del popolo possono 
ancora comprendere né tulio il bene, né lutti i pe- 
ricoli delle insliluzioni, e restano quindi facile preda 
degli aggiratori , degli intriganti e degli ambiziosi. 
Figuratevi poi che sarebbe di una repubblica nello 
stalo attuale d'ignoranza e di corruzione delle masse? 

La condizione sociale da cui nasce come eflello 



da causa, il bisogno, è la ragione di esistenza d'ogni 
politica insliluzione. Col variare di quella si può e 
si debbo solo questa variare; altrimenti l'olile diviene 
un danno, il bene diventa un male. E che? Coli' 
unirci nella stessa forma di governo, col fonderci 
insieme, ci togliamo forse il mezzo di migliorarlo 
o cambiarlo quando ne torni più a conto? L'unità 
è sempre slato il mezzo più sicuro e più pronto di 
ogni esecuzione. Ma, e quante volle s'ha da ripe- 
tere che anche il governo costituzionale non può 
differire dalla repubblica che di nome, e dall'avere, 
a vece di un presidente, tifi re il quale, per l'ordine 
di successione, toglie ogni fomite di guerra civile 
die l'ambizione di quel grado potrebbe eccitare 
come tarile volle eccitò nelle repubbliche? Lo stesso 
Alfieri che cantava leggi e non re, fini per per- 
suadersi che anche i re, legali da una buona Carla 
costituzionale, sono conciliabili colle franchigie e 
colla felicità delle nazioni. Ed a chi è dato di cir- 
condare il Irono costituzionale di tulle le più libe- 
rali franchigie che ne adombrino la repubblica? A 
voi, o Lombardi, a voi, o Veneti. Sì! a voi più 
die alle nostre Camere. 

La vostra adesione al nostro governo costituzio- 
nale può essere basata su quelle condizioni che sa- 
rebbero un nuovo benefizio, a noi, altrimenti, meno 
sperabile o meno probabile. 

Data la larghezza di queste condizioni che cia- 
scuno già presente nella emendazione di alcuni capi 
del nostro statuto, eccovi la repubblica di fallo ben- 
ché non di nome. 

La repubblica di fallo sarebbe un grande alletta- 
tivo a lutti gli Siali Italiani, godenti meno larghe 
franchigie, e quindi ad una molto più probabile ac- 
cessione ed unione al nostro. Quindi pure la mag- 
giore agevolezza e possibilità col tempo d'una reale 
e più perfetta unità di governo per tutta la peni- 
sola, -^unità che sola può tornarla al dovutole pri- 
mato della potenza dell'arme e della potenza del 
genio. Non illudiamoci: qucslo primalo non si avrà 
mai clic dall'unione in una sola forma di governa 



172 



HUEEO SCIENTIFICO. LETTERARIO Er> ARTISTICO 



di lulla l'Italia. Così non illudetevi, o Veneti e 
Lombardi, del poter fare da voi contro gli sforzi 
ulteriori dell'Austria, anche dopo che l'avremo cac- 
ciala dal vostro suolo. Essa tornerà alla riscossa, 
massime aiutata dal Cosacco. Ed allora, diciamolo 
pure, il disamore che avreste mostralo verso i vo- 
stri fratelli Piemontesi e verso il loro He, tratterrebbe 
da ulteriori sacrifizi il Piemonte, forte come sa d' 
essere in casa sua da non temere sul proprio ter- 
ritorio lo straniero il quale, per impossessarsene, 
dovrebbe pensare di togliervi prima l'ultimo suo 
abitatore. E voi, per difendervi di per voi soli, avete 
già un'armata propria ? Avete già calcolalo tulle le 
difficoltà e la lunghezza di tempo che ci vuole ad 
allestirla di tutto punlo? 

Vedete la nostra. Sono trenta e più anni dacché 
il Piemonte, naturalmente guerriero di spirili e di 
inslituzioni, sta rifacendola e non è ancor giunto a 
spiegare lutti quei mezzi di cui può disporre, nò ha 
toccato ancora quella perfezione e quel compimento 
di cui è capace ed ha tuttavia già dati così stupendi 
argomenti. 

Nò dite che uomini agguerriti, e pur vostri, pos- 
sano, da un giorno all'altro, rimpatriare dall'Austria. 
Non si può ancora prevedere quando ciò sia per 



essere-, e quando pur fosse, anche subito, vi man- 
cherebbe ancora , l'immenso materiale di guerra ed 
uno Stalo Maggiore ed un Genio Militare, preparali 
dai lunghi slndii che solo possono porli in grado 
di corrispondere ai rispettivi offizi con piani di con- 
cetto e di esecuzione opportuni. Ed il creare tulio 
ciò, in pochi mesi ed in mezzo alle emergenze d' 
uno Stato nuovo, niuno è che non vegga quanta e 
quale impresa ella sia ! 

Vedete l'eroica Sicilia. — Essa fece tulio da sé. 
Si è emancipala, si e resa libera-, ma si è ella forse 
costituila in repubblica? Ben mostrò di avere il 
senno pari al valore del braccio quando dichiarò 
d' inchinare al regime costituzionale presieduto da 
un re Italiano. 

E voi, che, nelle immortali giornale della vostra 
redenzione, vi mostraste non meno grandi ed croi 
dei nostri Siciliani fralelli, mostratevi pur tali di 
mente e di cuore per noi che maggiori franchigie 
aspettiamo dalla vostra adesione. Fossero anche 
meno le convinzioni vostre politiche, falene l'eroico 
sacrificio alle nostre: Anche l'abnegazione è la virtù 
degli eroi. Essa vi guidi gl'impulsi del cuore e ne 
governi la mente l'infallibile dogma: il bisogno so- 
ciale essere la ragione di esistenza d'ogni instituzione. 

F. Corderà. 



STORIA OEI GESUITI 

(Continuaz. e fine, V. pug. 162.) 



Nello stesso anno Arduino comincia ad infettare 
l'ordine d'uno scetticismo ridicolo ed empio. 

Nel 1751 l'autorità e il denaio sottraggono alle 
fiamme il corruttore e sacrilego Girard. 

Nel 1745 l'impudico Benzi suscita in Italia la 
sella de' Mammillari. 

Nel 1745 Pichon prostituisce i sacramenti della 
Penitenza e dell'Eucaristia, ed abbandona il pane 
de' santi a chiunque il chiede. 

Nel 1755 i Gesuiti del Paragnai incitano alla bat- 
taglia gli abitanti di quel paese contro i legittimi 
sovrani. 

Nel 1757 un attentalo di regicidio è commesso 
contro Luigi XV re di Francia da un uomo vissuto 
Ira i Gesuiti, da essi protetto, da essi allogalo in 
più famiglie; e nello stesso anno pubblicano un'edi- 
zione d'un loro autore classico, in cui la dottrina 
dell'assassinio de' re è insegnala. Così fecero nel 
1G10 immediatamente dopol'assassinio di Enrico IV . 
I medi'simi particolari, la medesima condotta. 

Nel 1758, il re di Portogallo è assassinato per 
effetto di una congiura formata e condotta da' Ge- 
suiti Malagrida, Maihos e Alessandro. 

Nel 1759 luti' i Gesuiti son scacciali dal Portogallo. 

Nel 17G1, Lavaletle superiore generale de' Gesuiti 
alle isole del Vento, dopo essersi impadronito del 



commercio della Martinica, minaccia d'una mina 
totale i suoi corrispondenti. Reclamatasi in Francia 
la giustizia de' tribunali contro il gesuita fallilo, la 
società è dichiarata solidaria di lui. Nel lungo pro- 
cesso di questo affare, conosciutesi le costituzioni 
de Gesuiti e il loro abuso.il loro ordine è disciollo 
in Francia e le loro case chiuse. 

Nel 1767 il re di Spagna gli scaccia dal regno 
e confisca i loro beni perchè accusali d'un allentalo 
contro la famiglia reale. 

Lo stesso anno sono scacciali di Francia. 

Lo stesso anno anche scacciali dal Portogallo, 
come accusali d'aver voluto assassinare il re. 

Lo slesso anno sono scacciata da quasi lulla 
1' Europa. 

Nel 1775 Clemente XIV promulga un breve so- 
lenne che pronunzia I' estinzione de' Gesuiti in tulli 
i regni della cristianità. Soli Federico II e Cate- 
rina II li conservano nei loro siali. 

Nel corso della rivoluzione francese, Paccanari, 
prima tagliatore di pietre, poscia soldato, proietto 
dall'arciduchessa Marianna, sognò il ristabilimento 
de' Gesuiti sotto il nome di padri della fede, ed ot- 
tenne un rescritto da Pio VI per la nuova institu- 
zione. Fondò a Roma un collegio che ebbe al bel 
principio uno splendido successo. Ma la presa falla 



SCELTA RACCOLTA DI OfILI B SVARIATE NOZIONI 



173 



di questa capitale da' Francesi interruppe lutto ad 
un tratto quella nascente prosperità, ed il corpo di 
Paccanari è crivellalo di colpi. 

Nella slessa epoca era andato a fondare una casa 
di padri della fede nelle circostanze di Londra. Fini 
con una bancarotta. 

Nel 1805 Napoleone, dietro rapporto di Porlalis, 
decreta la dissoluzione del loro ordine. 

Alla caduta di Napoleone, quando il santo Padre, 
lungo tempo prigioniero in Francia, ebbe ricuperata 
la libertà e gli stali, segnalò il suo ingresso in Roma 
col ristabilimento de' Gesuiti. Una bolla del 7 agosto 
1814 autorizza la loro associazione in Russia, a 
Napoli, ed in dilla la cristianità. 

Nel 1816 l'imperatore Alessandro gli espelle di 
Russia. 

Nello stesso anno il re di Portogallo annunzia al 
papa la sua intenzione di mantenere il decreto ebe 
gli scaccia dal suo regno. 

L'imperatore d'Austria loro ricusa l'ingresso ne' 
propri stali. 

La Spagna ed il Piemonte gli accolgono. 

In Francia, umili missionari - !, si spandono dap- 
prima nei diparlimenli per predicarvi l'Evangelo. 
La folla accorre alla loro voce. Alcuni ecclesiastici 
ed alcuni amministratori soli s'oppongono ma invano 
a' loro disegni; alcune penne eloquenti tentano di 
combatterli-, disordini scoppiano su parecebi punti, 
il servizio divino è interrotto in parecebie cinese; 
uomini più o meno colpevoli sono arrestati. Dalle 
province i missionarii rientrano in Parigi, donde son 
definitivamente scacciali il 1845. 

Nel 1847 la Svizzera gli scaccia. 

Nel 1848 sono scacciali da tutta r Italia. 

G. TORELLI. 

— =s33>=— 

L' AUTORE DELLA STORIA NATURALE 

Non è già una biografia cb'io vo'lessere all'uomo 
sì nolo e celebre per le opere ebe diede a luce. 
Ma siccome ei fu uno di quegli avventurati genii, 
clie, per indole naturalmente fredda e riflessiva, non 
ispirando altrui né viva simpatia, né caldi odii, stari- 
nosene in una serena regione, salvi da tulle le bur- 
rasche della invidia o malvagità umana-, alcune idee 
che m'è vernilo fallo di raccogliere qua e là, dove, 
più per incidenza ebe di proposito, è parola di luì, 
meritano unitamente la pubblicità. 

Ruffon visse a tempi che tulle le qnislioni, e par- 
ticolarmente quelle da lui prese a trattare cadevano, 
mi valgo di questa bella espressione non mia, in 
un cratere ardente. Ei volse uno sguardo di cu- 
riosità a quegli abissi immensurabili, di cui é la 
Sorbona, gelosa, e la filosofia militante si dispulavan 
gli orli, e pur nondimeno visse in pace con la Sor- 



bona e con la filosofia di allora, eh' è quanto dire 
coi tremendi Enciclopedisti. Voltaire criticalo, per 
non dir deriso da BulTon, a cagione di una di quelle 
bizzarre ipolesi ond'egli solea spargere le sue ca- 
pricciose passeggiale a traverso la scienza, cercava 
il destro di render pan per focaccia, e gli venne. Un 
giorno alcuni dotti citavano innanzi a lui, in appoggio 
del loro sentimento, la Storia Natcrale; che non è 
tanto naturale (pas si naturelle) soggiunse Voltaire. 
Queslo picciol frizzo fece accorto BulTon che biso- 
gnava rappaciarsi, e seguendo i generosi moti del- 
l'animo non lardò a pentirsi pubblicamente « di non 
aver trattalo con tutta quella serietà che ci voleva 
Voltaire e la sua opinione sulle conchiglie che i Cro- 
ciali portarono dalla Siria ». 

L'onorevole ammenda fu accettala, e ciascuno si 
rabbonì dalla sua parte. Voltaire cessò dal ridere 
sui sistemi di Buffon; BulTon mandò sino a Ferney 
in dono al gran filosofo un esemplare della seconda 
edizione delle sue opere. In ringraziamento, Vol- 
taire, parlò a lungo di Archimede (come di un pre- 
decessore di Buffon ) chiamandolo Archimede 
Primo, e Buffon rispose: ma non si dirà mai Vol- 
taire Secondo. Ne' quali amichevoli scambiamene 
di gentilezza pur si riconosce diversità di animo 
tra l'uno e l'altro, quantunque tutt'e due ricomposti 
in pace. E le conseguenze di questa pace ben si 
videro quando all'Accademia in cambio di Piron, 
che il governo non volle far eleggere, venne ascritto 
l'autore della Storia non tanto Naturale. Diderot 
disse, in quell'occasione, che l'ingegno di BulTon 
da gran tempo formava l'orgoglio della nazione fran- 
cese, e che quel chiamarlo nel seno dell'Accademia 
altro non era che un compiere il volo universale 
di coloro i quali spassionatamente, e da'soli bene- 
fizi, giudicano l'ingegno degli scrittori. 

Condorcet ne ha dislesamente parlalo, e dal suo 
discorso si rileva chiaro, dietro la pompa indispen- 
spensabile (come dice un Francese stesso) di un 
entusiasmo officiale, quali erano le più splendide 
qualità del cuore di Buffon; la maniera, cioè, di 
condursi destramente e con sincera prudenza; lo 
studio di non profondere ma dar lodi quando ve ne 
volevano, le quali erano per ciò divenule alla mag- 
parte degli scrittori la più sollecitala ambizione; la 
fermezza di serbar silenzio sulle critiche fossero 
pur tali da non meritar disprezzo. Tulle queste cose 
gli avevano acquistala, e gli conservarono inalterabil- 
mente non solo la slima de'minislri, ma di quelli ezian- 
dio (allora forse i più possenti) che incaricali dai mi- 
nistri della vigilanza immediata, hanno sui pubblici 
affari un arbitrio quasi illimitato. «Ei sapea conciliarsi 
gli uni (son parole di Condorcet) non osando mai 
profferir sentenza che potesse offenderli, e non mo- 
strando pretensione alcuna di giudicarli; signoreg- 
giava il cuor degli altri col trattarli in amichevol 
modo e lusinghiero, affatto spogliandosi in faccia 



174 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



ad essi della superiorilà che l'ingegno e la gloria 
gli polean dare. Messo in mezzo ad un secolo in 
cui lo spirito umano, dibattendosi nelle antiche ca- 
tene, le ha tutte rallentate, e ne ha spezzata qual- 
cuna; in un secolo in cui tulle le opinioni sono 
stale esaminate, lutti gli errori combattuti, tutte 
le antiche usanze sottomesse a discussione, Buffon 
sembra non aver presa alcuna parte a questo gene 
rale ribollimento. 

Ora, quest'uomo, così semplice innanzi ai Mi- 
nistri, così studioso di cattivarsi la benevolenza di 
tutti, era famoso per la sua vanità che talvolta 
giungeva sino ad esser ridicola. 

Presso ad un'alta torre il figlio avea posto una 
colonna mollo bassa, con la seguente iscrizione: Ex- 

CELSAE TURRI, HUMILIS COLDMNA, PARENTI SUO 

imlius Buffon. 1785. Ed il grande autore della Sto- 
ria naturale, che difficilmente piangeva, al primo 
vederla ne rimase intenerito sino alle lagrime. 

La storia ci ha tramandato che egli non ricono- 
sceva se non cinque uomini degni veramente del 
nome di grandi, Newton, cioè, Bacone, Leibnitz, 
Montesquieu, e se stesso; né avea veruna ripugnanza 
di passar ogni giorno dinanzi ad una statua la cui 
iscrizione, ampollosa, paragonava il suo genio alla 
maestà della natura: Majestati naturae par in- 
genium. Oltre di che si narra che soleva dire «tre 
volte io scrivo la stessa cosa; la prima come un 
nomo istruito, la seconda come un insigne sapiente, 
la terza come sa e può solo Buffon. 

A questo proposito un critico osserva che l'or- 
goglio è scusabile quando si mostra indocile e in 
certo qual modo feroce; se piegasi a mezzucci più 
o meno degradanti, non merita più di essere rispet- 
talo come una leale ed irrefrenabile manifestazione 
della coscienza. 

Fin qui ciò che s'appartiene all'uomo ed al suo 
cuore; non sarà discaro, io credo, che un'altra volta 
si volga lo sguardo alle sue grandi opere. 

F. Bubino. 



IL LIBRO DI ENRICO Vili 



SCISMA D'INGHILTERRA 

Verso il principio doll'anno 1517, Marlin Lutero, 
monaco sassone, dell'obbedienza di Sant'Agostino, 
predicò in alcune città dell'Allemagna contro le in- 
dulgenze concesse ai fedeli dal papa Leon X. Lo 
spaventevole incendio che la sua parola accese, non 
lardò a diffondersi di città in cillà, e a portare Io 
scompiglio e la distruzione nel grembo della Chiesa. 
Noi vogliamo esaminare in quali emergenze scoppiò 
questo gran scisma, non senza inchinarci davanti le 
vie scerete della Provvidenza, la quale volle per- 



mettere che un trionfo così doloroso ricompensasse 
l'audacia dei nemici della fede. 

Regnava in quel torno sull'Inghilterra Enrico, 
ottavo di questo nome, e secondo principe della 
casa dei J udor. Dio, che avea voluto porre uri ter- 
mine alle lolle sanguinose che da più d'un secolo 
travagliavano questa regione,. collocò Enrico nella 
più felice siluazione politica; perocché riuniva nella 
sua persona lutti i diritti delle due case rivali di 
Lancaslro e di York. La rivolta di Lutero conlro 
la Santa Sede, le cui funeste dottrine cominciavano 
ad echeggiare in Europa, trovò in su quel subilo 
assai pochi favoreggiatori in Inghilterra. "Non é 
ignoto che questo eresiarca avea rivolte le sue prime 
aggressioni contro l'influenza temporale della Santa 
Sede e del clero; ma non mai questa influenza, sup- 
ponendo ch'ella giustificasse in parte le accuse ond' 
era siala l'oggetto, avea potuto dominare in Inghil- 
terra un'aristocrazia potente e gelosa, la quale, pa- 
drona in generale del terreno, non soffrirebbe la 
divisione della sua autorità ereditaria. 

Dal tempo della conquista di Guglielmo, e sotto 
tutti i principi che gli succedetlero sino alla fine 
delle guerre civili e l'avvenimento al trono di En- 
rico Vili, il clero inglese era slato del continuo 
sacrificato alla collera dei partili, e i suoi beni ag- 
giunti al bollino dei vincitori. Si vede dunque che 
adottando come giusle le basi delle opinioni di Lu- 
tero, i pretesti della sua separazione dalla Chiesa 
non si trovavano neppure in Inghilterra. 

Enrico, che in quest'epoca mostravasi zelatore del 
bene della fede e rispettoso verso la Santa Sede, 
prese egli stesso la penna per tutelare, conlro I' 
audacia di Lutero, i diritti della Chiesa e le antiche 
credenze di cui ella ha ricevuto il deposilo. Credesi 
che la sua collera sia stata singolarmente infiam- 
mala dal modo sprezzante col quale l'Eresiarca 
parlò di San Tommaso d'Aquino, i cui scritti erano 
la lettura favorita di Enrico. 

Compose un libro intitolato: Difesa elei sette Sa- 
cramenti conlra Martin Lutero, eretico. Quest'opera 
scritta in latino, racchiude obbiezioni assai vive con- 
lro le asserzioni de' pretesi riformatori, ma è infe- 
riore al più gran numero delle disertazioni teolo- 
giche inspirale dalle stesse emergenze. Restò non 
di meno siccome un monumento notevole della fiac- 
chezza dei motivi che determinarono, alcuni anni 
più lardi sotto il regno dello slesso principe, lo 
scisma d' Inghilterra. 

Il libro del re Enrico Vili fu presentalo al papa 
in pieno concistoro. Si crede che gli ambasciatori 
di Enrico, i quali vennero iu gran pompa a deporlo 
ai piedi del sovrano pontefice, fossero quegli slessi 
Fitcher e Cranmer, il primo de'quali, insieme a Tom- 
maso Moro, fu il nobile marlire delle verità di cui 
il re si era falto l'apostolo; il secondo, il più cru- 
dele persecutore della Chiesa fedele d' Inghilterra. 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE [NOZIONI 



IV 



Leon X accolse con dimostrazioni di grande be- 
nevolenza l'opera di Enrico Vili. La Chiesa giu- 
bilò che in questi tempi di prova , il capo d' uno 
stalo polente si facesse il campione della verità, e 
discendesse nella palestra con altre armi che quelle 
della sua potenza umana. Leon X, nella sua paterna 
letizia, paragonò il libro del monarca inglese agli 
scritti di S. Girolamo e di S. Agostino-, e un breve 
soscritlo da ventisette cardinali conferi ad Enrico 
■ Vili il titolo glorioso di difensore della fede. Mercè 
questo breve, i re d' Inghilterra fan pompa ancora 
oggidì d'un titolo nel quale la vera chiesa di Cristo 
non saprebbe vedere che una derisione amara. 

La presentazione del libro di Enrico Vili a 
Leon X ebbe luogo nel 1521, e un'edizione se ne 
trova a Roma, di cui ecco il titolo esalto: Asserito 
se.ptem Sacramentorum adver&ui Martinum Lutherum 
hereziarchon, auclore Henrico Vili, Angliw rege. 
Pra-fura est epistola Lconis X, qua tilulus Dcjìn- 
soris fidei Henrico Vili attribuititi'. Edilio prima, 
Roma', 1521. 

Un'altra edizione di quest'opera, che noi presu- 
miamo esser slata falla in Inghilterra, quantunque 
non porli veruna data del luogo, comparve nel 1525, 
essa è preceduta da varie lettere di Enrico Vili a 
Lutero sullo slesso soggetto; ma non è fuor di luogo 
il far qui osservare che queste lettere improntale 
delle passioni violente che schiamazzavano allora 
nel cuore del re, si dipartono al tulio da quella tem- 
peranza e carità che devono presiedere agli inse- 
gnamenti della religione. 

Altre edizioni se ne fecero, una a Lione nel 1561, 
e un'altra a Parigi nel 1562 sotto il regno di Carlo IX. 

Noi abbiamo riportate queste bibliografiche par- 
ticolarità solamente per atteslare l'importanza che 
la chiesa diede al libro di Enrico Vili; importanza 
che grandeggiò di più allorché la rivolta di questo 
re con Irò l'autorità spirituale della Sanla Sede par- 
torì lo scisma d'Inghilterra. Ella non potè allora 
opporre fuorché Enrico fedele a Enrico signoreggiato 
da passioni criminali, le quali non poleano essere 
in verun modo approvale dalla Santa Sede, legata 
alle pure dottrine della fede. 

L'istoria dello scisma d'Inghilterra prova, sino 
all'ultima evidenza, come è agevole fuorviare se- 
guitando il lume ingannevole delle cognizioni umane. 
Questo evento fu di certo grave e doloroso alla 
Chiesa; ma esso collocò più alto la fede cattolica 
nella ragione come nel rispetto degli uomini ; ed è 
lecito credere, quando lo si sludii in tulle le sue 
manifestazioni, che Dio avea collocali dielro questo 
grande disastro una lezione immensa per l'umanità, 
e un trionfo reale per la religione. Tale è la filo- 
sofia della storia del sedicesimo secolo. 

Non si può rivocare in dubbio oggidì la poca 
convinzione che presiedette alle prime aggressioni 
di Lutero contro la Sanla Sede. Xon fu per sua 



parie un'opera di coscienza ma un'opera di collera 
e di odio che dovette di necessilà strascinarlo nei 
senlieri dell'eresia, ove gli è certo che non ebbe 
in sulle prime veruna intenzione di entrare; rna 
la logica dei principii é una massa di ferro che 
bisogna frangere, se non vuoisi piegare soli' essa 
colla propria ragione. 

Altrettanto si può dire sossopra di Enrico Vili, 
h lo scisma al quale egli 'ebbe la sventura di attac- 
care il suo nome, non procede da una base più 
giusta e razionale. Congiunto da più di dieioll' anni 
colla soave Caterina d'Aragona, che avealo fallo 
padre di molti figliuoli, Enrico Tudor concepì' ad 
un tratto alcuni prelesi scrupoli sulla legittimila di 
un matrimonio che avea per lungo tempo temperalo 
il suo carattere indomabile e passionato. La causa 
vera di questo scrupolo slava nell'amore violento 
che aveagli inspirato Anna Bolena, damigella d'onore 
della regina. Se il re d'Inghilterra fosse stalo di 
buona fede allorché consultò la Sanla Sede, e le 
chiese la sua approvazione al devorzio che meditava, 
egli avrebbe rispellalo la di lei decisione, la quale 
dovealo rassicurare sugli scrupoli prelesi. 

Clemente VII era successo a Leon X sul trono 
pontificale ; il nuovo padre de' fedeli, dopo aver nulla 
lasciato d'intentalo per ricondurre a più sani consi- 
gli un re cattolico, condannò solennemente le sue 
prelese. Allora il bollente Enrico ruppe ogni argine; 
un parlamento servile approvò i suoi disegni e osò 
decretargli il titolo di protettore e di capo supremo 
della chiesa d' Inghilterra. 

Questa seconda parte della vita di Enrico Vili 
offre particolarità così schifose e abbominevoli che 
noi amiam meglio abbandonarle agli anatemi della 
storia. Lo scisma era consumalo ; ma appena l'aulica 
e legittima gerarchia ecclesiastica fu infranta per 
favoreggiare le passioni brutali di questo re, i dogmi 
della religione furono lasciali in preda all'audacia 
dei novatori, ai quali la sua sconsigliala condotta 
dischiuse le porte del suo regno. Bizzarro nelle sue 
religiose tergiversazioni non meno che capriccioso 
ne' suoi amori sanguinosi, il re d'Inghilterra perse- 
guilo luti' insieme, e spesso nello slesso tempo, cat- 
tolici e protestanti. Volle surrogare la credenza del 
mondo cristiano nella infallibilità del papa con un' 
altra credenza mistica e politica ad un tempo, che 
egli chiamò la Supremazia reale. La legge de' sei 
articoli istituì orribili supplizii per quei delitti di 
cui la sola Chiesa era giudice, e moltissimi infelici 
furono giltali alle fiamme per aver negalo, o piut- 
tosto per non aver compreso l'abuso della forza e 
di una esecrabile tirannia, nascosto sotlo il titolo 
specioso della supremazia della corona. 

Se era allora pericoloso per gl'Inglesi di non es- 
sere dello slesso avviso del re in materia di reli- 
gione, non era meno funesto per loro l'adottare le 
sue 'opinioni; perocché, da un giorno all'altro, 



i:g 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO EH ARTISTICO - «CRI T* RA( <Ol T> DI UTILI R SVARIATE NOZIONI 



Enrico cangiava di fede o di credenza, e puniva 
con orribili supplizi! la manifestazione di idee 
adotlale dal suo cuore servile il giorno antecedente. 
Tali furono l'origine e le conseguenze dello sci- 
sma d'Inghilterra. In faccia a simili fatti, gli è an- 
cora possibile di mettere in bilancia la sapienza tra- 
dizionale della Chiesa coi traviamenti incoerenti dello 
spirito di fazione? Ma una osservazione grave e im- 
portante deve soprattutto soprastare a queste rapide 
riflessioni; ed è, elle l'esempio di Lutero e quello 
di Enrico Vili confermano nella più splendida ma- 
niera la superiorità augusta del potere della Chiesa. 
L'uno e l'altro non vollero che combattere i pre- 
lesi abusi del potere pontificale; ma dopo aver por- 
lati i loro colpi sacrileghi, entrambi furono costretti 
di metter la mano sul dogma e separarsi dalla 
Chiesa: tanto è vero che nella comunione cattolica 
il potere è inalterabilmente congiunto alla verità ! 

COS'È BORGHESIA? COS'È POPOLO? 

Cos'è borghesia? cos'è popolo? dove sta fra loro 
la differenza? qual preciso carattere li dislingue 
rispettivamente? 

Secondo il vero senso della parola il popolo è 
l'universalità dei cittadini uguali e fratelli, investiti 
degli slessi dirilli, soggettali agli stessi doveri. Non- 
dimeno, nel seno di questa uguaglianza radicale e 
assoluta, esistono, non classi, ma differenze, sia 
naturali sia accidentali, in numero pressoché infi- 
nito, differenza di forza, di salule, di attitudini, di 
gusti, di genii onde origina la varietà nell'unità, 
l'ordine complesso e lo sviluppo generale della so- 
cietà. 

Fuori delle circostanze esteriori, le quali voglionsi 
cangiare allorché ledono l'uguaglianza radicale o 
di diritto, le differenze naturali di forza, di attilu- 
indine ecc. ne generano altre su cui l'uomo non 
ha veruna azione, e altre eziandio ch'egli può mo- 
dificare. 

Queste ultime si riassumono nelle differenze d' i- 
slruzionc e di ricchezza, la sola azione che possa 
modificarsi consiste nel provveder ognuno dei mezzi 
d'istruzione e del capitale ossia dell' istrumento del 
lavoro. Il resto è proprio dell'individuo, dipende 
solamente da lui, dalla sua capacità, da'suoi sforzi 
dalla sua perseveranza virile, ed entra dopo allora 
nella categorìa delle differenze puramente naturali. 

Ora, nella scala ascendente e incessantemente 
mobile dell' istruzione e della ricchezza, come sta- 
bilire distinzioni di classi, come fissare il punto in 
cui l'ima comincierebbe e finirebbe l'altra? 

In Erancia, sotto la monarchia, la nobiltà formava 
già una classe politica, classe assai bene de termi - 

Stabilimento tipografico 



nata per mezzo di condizioni positive intorno alle 
quali non potevasi prendere errore. Erasi nobile e 
non nobile; niun possibile dubbio, e alla classe in- 
tera erano tribuili privilegi di diverse specie, i quali 
partorivano una profonda ineguaglianza tra i figliuoli 
della stessa patria. 

Qualcosa di somigliante esisteva non ha guari 
tra i Francesi.... Colla bastarda monarchia, che fu 
rovesciata dall'ultima rivoluzione, eransi stabilite di 
vere classi politiche, costituendovi di nuovo l'odioso 
regime dei. privilegi ; gli uni godevano dirilli di cui 
altri erano spogli; allora la parola borghesia aveva 
un senso chiaramente determinalo per opposizione 
alla parola popolo. Gli uomini della borghesia erano 
gli elettori, i privilegiati; tutti gli altri eran popolo, 
eran la nazione pressoché tutta spogliata de' suoi 
dirilli. 

Ma oggi che questi dirilli appartengono a lutti 
senza eccezione, senza distinzione, chi sarebbe po- 
polo e chi borghesia? Da quale carattere sarebbero 
divisi? Questi nomi hanno avventurosamente perduto 
ogni loro significalo; essi non possono più essere 
fuorché qualificazioni arbitrarie definite dalle pas- 
sioni. Siano dunque cancellati, cancellati per sempre 
della nostra lingua politica. No! non v'è più bor- 
ghesia, non più popolo; dopo la grande vittoria non 
vi hanno più fra noi fuorché cittadini e fratelli. 

Lamennais. 



Pochi ignorano che La Fontaine era per l'ordi- 
nario astratto e pensoso, anche in mezzo alle mi- 
gliori compagnie. Desinando un giorno con Hoileau, 
Molière e due o tre altri de' suoi amici, si sbracciava 
a sostenere che gli a parte in teatro erano contrarli 
affatto al buon senso. « E egli impossibile, gridava, 
che, mentre ciò che dice un attore è inleso dalle 
loggie più lontane, non lo sia da colui che gli sta al 
fianco?» Ciò dello, ricadde nella consueta astra- 
zione. « Bisogna proprio confessale, disse ad alla 
voce Hoileau, che La Fontaine è un grande scapato.» 
Poi continuò lungo tempo a dir male di lui senza 
che punto se ne avvedesse. Tulli diedero in uno 
scoppio fragoroso di risa. La Fontaine, come uomo 
che si risveglia, dimandò la cagione di questa sin- 
golare ilarità; e immantinente gli fu fallo compren- 
dere ch'egli doveva "meno che ogni altro dannare ' 
gli a parie, poiché era il solo dell' iniera compagnia 
che nulla aveva inteso di ciò eh' erasi detto accanto 
a lui con voce si alta. . 



Papa Urbano iv fu di mollo sapere e valore, ma 
nato bassamente e poveramente. Il che essendogli da 
un principe rinfaccialo, esso rispose : Non esser virtù 
il nascer nobile, ma il farsi. Bolero. 

di A. Fontana in Torino. 



««. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. 



ANNO X. 



(IO giugno IBIS) 



GIACOMO LOMELLINO 

SOSTENITORE DELLA LIBERTA' GENOVESE 






A 



Su- 

l tlli. Iti» 



I l. '' ■ /H. . ■'■ri»^."'- , i'tì« 



isng 






g 







il dieci dicembre dell'anno 174G i popolani di 
Genova con loro gloria immortale cacciarono (come 
è noto a tulli gli Italiani) dalla loro terra l'Austriaco 
oppressore, il quale con incredibile crudeltà ed in- 
sania li taglieggiava e divorava. 

Solcnnissimo e memorando esempio di valore cit- 
tadino, il quale mostra cbe non impunemente si 



assassinano i popoli, e che non sempre l'ingiusto 
prevale al giusto, né la* tirannide alla libertà ! 

Ma V obbrobriosa cacciala troppo cuoceva allo 
straniero, il quale rammaricavasi non tanto delle 
battiture e dell'infamia, quanto del bollino perduto 
e del ventre vuoto. 

Avvisò dunque con sccreli e sottilissimi maneggi 



173 



MUSICO SCIKNTIFIIX», I.RTTKR \RH» RD ARTISTICO 



(usato siile dell' Austria e de' codardi) dividere gli 
animi di quei gloriosi, corromperli e trarli a lace- 
rarsi l' un l'altro, per potere poi scendere improv- 
visamente sovr'essi e agevolmente sterminarli. 

I semi di queste mal' erbe si sparsero più partico- 
larmente tra i popolani e i nobili, poiché questi ul- 
timi, nell'ora del pericolo, per non so quale capric- 
cio, si nascosero nel fondo de* loro palazzi, puntel- 
larono le porte e stopparono le finestre lasciando 
che la fortuna volgesse lo stalo a suo talento; de- 
bolezza che emendarono poi con opere generose, 
perocché, sperperali i tiranni della palria, essi usci 
rono fuora, larghissimamenle provvedendo al bene 
della cosa pubblica, e spogliandosi delle cose più 
preziose per fare danaro a beneficio della palria. 

In questo, ecco levarsi una voce clic chiama i pa- 
liizii traditori e congiunti allo straniero per truci- 
dare i salvatori di Genova. 

La moltitudine si arrabbia, si arma, grida e vuol 
vendetta. Si fanno capi- di essa tre uomini scalzi e 
di aspello tristo e feroce, i quali, alzando le mani 
e agitando in aria spade, martelli e corde, gridano 
di volere pei primi schiacciare la lesta dei traditori 
e vendicare col loro sangue il povero popolo. 

Son questi un Gianstefano Noceto, bargello di pro- 
fessione, un Gianfrancesco Garbino, pescivendolo, e 
un figliuolo del boia, degni nomi e degnissimi mi- 
nistri dell'Austria che li prezzolava. 

È doloroso il pensare come quel popolo, il quale, 
in tempi corrotti, avea saputo rinnovare i miracoli 
della romana virtù, si lasciasse ora cosi agevolmente 
ingannare e aggirare da cotali birboni ! 

La folla acciecala e infellonita Iragge con immenso 
slrepilo verso il palazzo, che era sede del governo, 
strascinando con sé un cannone. 

Arrivala sulla piazza, chiamala de* Poliamoli, ne 
volta la bocca fulminante contro il palazzo, dove 
sedevano il doge e i senatori. 

La guardia serra in frolla e in furia il rastrello; 
lo strepito vasto e rimescolalo scendendo dall'alto 
come un tuono, rimbomba tremendamente nel vuolo 
cortile, ma più nel cuore de' venerandi consessi della 
Repubblica } — sembrava che Genova dovesse sub 
bissare. 

Le più insolenti parole, le più atroci imprecazioni 
si scagliano contro i patrizi; vuoisi a viva forza en- 
trare nel palazzo, svaligiarlo, disertarlo, distruggerlo, 
ucciderne i capi ; é chiamato traditore della patria, 
bistrattato, percosso, minacciato nella vita chiunque 
fa prova di calmare questa rabbia forsennata o sol- 
tanto ne mostra orrore ; insomma il sangue fraterno 
sta per correre a torrente ;• e lo straniero, dall'alto 
degli Apennini, sghignazzando, già si move per av- 
ventarsi sui malaccorti per opprimerli e trarli in 
dolorosa servitù. 

Ma ecco all' immensa tempesta e al cannone che 
già sta per fulminare la morte, opporsi l'animo ini 



perturbalo di Giacomo Lomellino, giovine patrizio, 
il quale in que' giorni di estremo pericolo erasi tra- 
vagliato con caldezza e fede maravigliosa pel bene 
della Repubblica. 

— Ciltadini !... fratelli! (gridò con fortissima voce) 
che fale? per Dio!... Voi siete ingannali... Tornale 
un momento in voi medesimi... M'ascoltale... I pa- 
trizii amano la palria al pari di voi... Non han essi 
date le loro persone e sostanze a benefizio di lei ?... 
Come mai potete crederli uomini diversi da quelli 
di prima?... Come mai potete credere che la schia- 
vitù e l'infamia non sia più un male per essi?... 
Ma non vi avvedete che questo è il solilo mesliero 
degli slranieri, i quali han sempre cercalo di solle- 
varci con mille trappole, e metterci in discordia gli 
uni conlro gli altri per trarci ai loro piedi schiavi, 
poveri e vituperali ?... Fate senno, cittadini !... Vol- 
getevi indietro... Mirale i nostri nemici, quegli as- 
sassini, che stanno per minarci di nuovo addosso 
e ingoiare la noslra patria. 

Queste calde e sante parole, anzicchè ridurre a 
sani consigli quegli uomini imbestialiti, parve con- 
citarli a più matte fantasie. 

Il figliuolo del carnefice in particolare faceva alti 
da vero indemonialo e serviva mirabilmenle alla 
causa dell'Auslria che lo pagava. Anzi le sue grida 
e bestemmie tanto poterono sopra un plebeo, che 
costui, accesa una miccia, si avvicinò al cannone 
per allumarlo. 

Allora Giacomo Lomellino con più che umano 
coraggio si pianta terribilmente in faccia all'enorme 
bocca da fuoco e grida: 

— Ebbene ! poiché siete risoluti di macchiarvi 
del sangue de' vostri padri e fratelli, cominciale dal 
mio... Voi non andrete avanti se non passando sulle 
membra lacerale di Giacomo Lomellino. 

L'aspcllo di una virtù ollrepotente ha sempre 
un'immensa efficacia sull'anima del popolo... Questo 
alto sublime fece cadere di subilo ogni spirilo di 
rabbia, e molli de' circostanti proruppero in lacrime, 
abbracciando con tenerezza il giovine maraviglioso 
che, volando se medesimo alla patria, preveniva la 
slrage cittadina. 

Il cannone fu immantinente lascialo libero e ri- 
condotto al luogo dov'era sialo levalo. 

Coloro che aveano infiammato il popolo a queste 
nefandigie, visla la mala parata, si schivarono chi 
qua e chi là; e quelli slessi che prima predicavano 
la rivolta, davano ora sulle mani. a chi s'ardiva an- 
cora di fremere e minacciare. Insomma la causa 
del sangue era perduta ; e non predominava fuorché 
il grido di pace e giustizia. 

Il pescivendolo, il bargello e il figliuolo del boia 
cercarono di perdersi nella folla e comparire estra- 
nei.... Ma la giustizia seppe agguantarli, e, impic- 
candoli bravamente, li mandò nel mondo di là ad 
assaggiare di che sappia l' insultare alle leggi divine 



SCBLTA RACCOLTA DI UTILI K SVAK1ATR HOZIORI 



l'.O 



ed umane o il farsi strumenlo infame dei barbari. 

Allora patrizi e popolo collegatisi di un solo pen- 
siero ed affetto inlesero con tutti gli spirili a cac- 
ciare il nemico, nel quale era entrata la sicura 
fiducia di vincere ed opprimere una città che colle 
proprie mani si uccideva, e il loro tentativo ebbe 
iine degno del magnanimo proposito. 

Così Genova tornò libera, forte e gloriosa per 
l'opera principale d'un cittadino, del quale l'intera 
Italia debbe in ogni secolo onorarsi, perocché, (come 
già disse un acre ingegno) se discorri nella mente 
i più bei tempi di Grecia e di Roma, chi troverai 
che stia appresso a Giacomo Lomellino? 

P. Gorelli. 



DELLA MISERIA 

DELLE SUE CAGIONI E DEI SUOI RIMEDI 

Acquistala con una lolla di molli secoli, celebrala 
dai nostri padri come la più imperlante delle loro 
conquiste, la libertà della industria ha forse al giorno 
di oggi più avversarli che partigiani. Per una incon- 
seguenza degna della nostra epoca i democrati spe- 
cialmente moslransi i più disposti a sacrificare l' in- 
dipendenza del lavoro, senza pensare ch'essa è slata 
fino a questo giorno la base della indipendenza 
politica del lavoratore. Coloro che si dicono esclu- 
sivamente gli avvocati del popolo pretendono aver 
trovato il secreto di distruggere ciò che chiamano 
la tirannia del capitale, e di sottrarre l'operaio alla 
miseria assicurandogli un salario sempre proporzio- 
nato a'suoi veri bisogni. Senza parlar delle formolo 
comuniste, noi conosciamo molle combinazioni che 
sono soltanto variazioni di una idea divulgalissima. 
Ecco qual sia quesla idea: rimpiazzare i capitalisti 
particolari sostituendo loro per ciascuna industria 
un fondo sociale, impersonale, inalienabile, in una 
parola delle mani-morie; fondo estensibile per mezzo 
dell'accumulazione di una parte riserbata de'bene- 
fìcii, in modo da formare delle associazioni aperte 
a tulli gli operai dello stesso mesliero, e in grembo 
delle quali la direzione de' lavori e l'equilibrio degli 
utili sarebbero regolali in virtù di un principio e- 
lellivo. Si vede che si fatta riforma tenderebbe al 
più completo, al più sorprendente rivolgimento so- 
ciale. Far prova di valutarne l'equità e gli effetti 
politici, sarebbe uno slanciarsi nello infinito. Qui 
trattasi solamente di svolgere una lesi economica, 
di ricercare fino a qual punto son possibili e desi 
derabili per gli operai medesimi le condizioni indu- 
striali che loro si propongono. Per rendere speciali 
le nostre crinelle, le applicheremo al propello di as- 
sociazione universale sviluppato da Luigi Blanc nella 
seconda edizione della sua Organizzazione del lavoro. 

Seguendo l'ardilo pubblicista, di cui conserviamo 



per quanto è possibile l'espressione, il governo ri 
leverebbe uno imprestilo, di cui il prodotto sarebbe 
destinato alla formazione di Stabilimenti sociali per 
i rami più importanti della industria nazionale. I 
rappresentanti del popolo discuterebbero e votereb- 
bero i regolamenti di questi Stabilimenti. Sarebbero 
chiamali a lavorarvi fino alla concorrenza del capi 
tale in origine raccolto per l'acquisto degl' islrumenli 
del lavoro lutti gli operai che offrirebbero garanlie 
di buona morale. Provvisoriamente, e fino a che 
una nuova educazione avesse varialo l'idee ed i co- 
slumi, la differenza de' salarli sarebbe graduala 
secondo la gerarchia delle funzioni, che il governo 
regolerebbe per il primo anno-, ma per gli anni 
seguenti, avendo gli operai avuto il tempo di scam- 
bievolmente apprezzaYsi , la gerarchia uscirebbe 
dal principio elettivo. Si farebbe ogni anno il conto 
dell'utile nello che sarebbe diviso in tre porzioni: 
una sarebbe riparlila a parti eguali Ira tuli' i mem- 
bri dell'associazione; un'altra sarebbe destinala al 
mantenimento de'malali e degl'infermi ed all'alle- 
viamento delle crisi che graverebbero sulle altre 
industrie; la lerza finalmente sarebbe consacrata a 
somministrare islrumenli di lavoro a coloro che vor- 
rebbero far parie dell'associazione in guisa che po- 
tesse estendersi indefinitamente. 'Non è d'uopo dire 
che il salario, in lutti i casi, dovrebber esser lar- 
gamente bastante per l'esistenza degli operai » , ma 
ciascun membro dello Stabilimento disporrà de' 
guadagni secondo gli conviene. I capitalisti chiamali 
nell'associazione prenderebbero l'utile del capitale 
da essi versalo che loro sarebbe garantito dallo Sta- 
bilimento. Vi sarebbe luogo di stabilire fra tulli 
gli Stabilimenti appartenenti allo stesso genere d'in- 
dustria il sistema di associazone stabilito parlico 
larmenle in ciascuno di essi, poiché sarebbe assurdo 
dopo aver lolla di mezzo la concorrenza tra gì in 
dividili lasciarla sussistere tra le corporazioni. Cia- 
scun ramo di lavoro avrebbe dunque uno Stabili- 
mento centrale dal quale sarebbero dipendenti tutti 
gli altri in qualità di supplemenlarii. Il commercio 
che presentemente è il verme roditore del prodotto, 
sarebbe soltanto associalo ai buoni o tristi avveni- 
menti della industria. Basterebbe che ciascuno Sta- 
bilimento sociale avesse un numero di magazzini e 
di deposili proporzionati ai bisogni della popolazione. 
La riforma dell'agricoltura eseguirebbesi sulle stesse 
basi. Ciascun comune perverrebbe con la soppres- 
sione delle successioni collaterali a farsi un dominio 
che si renderebbe inalienabile, che potrebbe solo 
estendersi e del quale il regimento sarebbe regolato 
su di un gran disegno, seguendo nonne conformi 
ai regolamenti degli Stabilimenti sociali. 

Dopo la prima lettura, i progetti di questa specie 
desiano tante obbiezioni che solTresi qualche pena 
a coordinarli. La prim' osservazione a fare è l' in- 
compatibilità di si fallo reggimento col sistema delle 



!80 



MOSSO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



relazioni commerciali che unisce presenlemenle le 
nazioni civilizzate. Per reprimere gli effetti della 
concorrenza, si resterebbe privo de' suoi incontra- 
stabili vantaggi. Di Tatti che il minimum sufficiente 
dei salari! sia stabilito dai rappresentanti del paese 
o dagli operai medesimi, è evidente che non si può 
assicurare una comoda esistenza agli associati che 
innalzando mollo il compenso della mano di opera. 
D'allora in poi bisogna rinunciare al commercio 
esterno, poiché è quasi sempre questa fatale ne- 
cessità di sostener la concorrenza suile piazze lon- 
tane che determina il ribasso dei salarii. Se gli 
operai volessero soslener la puorra commerciale 
contro lo straniero, porrebbero se slessi in una con- 
dizione quasi eguale a quella di cui si lagnano 
presentemente, poiché noi dimostreremo che la loro 
porzione nei beneficii per essi non sarebbe un risar- 
cimento. Se al contrario dessi rinunciassero agli av- 
venimenti della esportazione sospenderebbero un 
rivolgimento ragguardevole di capitale. Ciò che ro- 
vinerebbe infallibilmente il commercio esterno, sa- 
rebbe ancor meno la difficoltà di fabbricare a basso 
prezzo che la necessità assoluta di proibire quasi 
tutte le mercalanzie straniere. Che mai diverreb- 
bero gli operai sociali se si lasciassero circolare 
prodotti stranieri a condizioni preferibili a quelle 
che potrete stabilire voi slesso con i vosi ri salarii 
lassali? Vi sarebbe dunque necessità di rinforzare 
tulle le barriere, di chiudere tristamente la nazione 
per lo meno fin quando non s'inaugurasse quella 
diplomazia cominciala a vedersi da Luigi Blanc 
nelle nuvole dell'avvenire, diplomazia che sosti- 
tuirà alle rivalila rapaci « un sistema di alleanze 
fondalo sulle necessità dell' industrie e sulle con- 
venienze reciproche de' lavoratori in tutte le parli 
del mondo. « 

Noi dimanderemo in secondo luogo qual sistema 
si adotterebbe per rendere realmenle agiata l'esi- 
stenza de'lavoratori. Fin ad ora l'ignorante umanità 
ha regolalo i suoi bisogni ed i suoi desiderii sui suoi 
mezzi. Ci si propone di livellare i bisogni di ciascuno 
con i suoi desiderii che sarebbe sicuramente pre- 
feribile: ma ci sembra clic un aumento di salarii 
per diventare efficace dev'essere parziale e relativo; 
supponendolo generale, l'unico effetto suo sarebbe 
di aumentare il coslo di lutti gli oggetli di vendila 
in proporzione del premio ottenuto dal salariato. Il 
muratore addiziona le spese di pigione, di alimenti, 
di veslimenla, di mobili, di libri ecc. : ed il totale 
gli dà l'ammontare del salario che desidera. Durante 
questo tempo il ciabattino, l'agricoltore, il lessilore, 
l'ebanista, lo stampatore fanno un calcolo simile: 
l'insieme di queste pretensioni, così giuste, così mo- 
derate qual sono, determina forzatamente un rinca- 
rto di tutti gli oggetti di cambio. Il salario che 
soddisfaceva ieri il calzolaio gli pare insufficiente 
oggi, e così in tulle le altre corporazioni dello sialo. 



Se per uscire da queslo circolo vizioso , il polerc, 
qualunque si fosse, stabiliva un maximum di prezzo 
per le derrate di prima necessità, per il pane, il 
vino e là carne per esempio, bisognerebbe togliere 
agli operai de' campi il diritlo di valutare la loro 
fatica da se stessi, che in tal modo troverebbonsi 
ridoni alla condizione d'iloti rispetto agli operai di 
fabbrica. 

Luigi Blanc è forse di opinione che nell' organiz- 
zazione progettala, potrebbe aumentarsi il compenso 
della mano di opera senza accrescere il prezzo di 
rendita, dando agli operai la porzione dei beneficii 
oggi percepiti da coloro che sussidiano e dirigono il 
lavoro. — Non è quesla una illusione? Eccetto le 
condizioni accidentali di domanda e di offerta, il 
prezzo delle cose ha necessariamente quattro ele- 
menti: rendila della proprietà occupala, interesse 
del capitale impiegalo, salario degli operai, ed utile 
dello intraprenditore. — Su di che potrebbe econo- 
mizzarsi? E impossibile sopprimere il fitto della, 
proprietà occupala. Qualunque sia la condizione so- 
ciale che s'immagini, bisognerà sempre acquistar 
l'uso della lerra o il godimento di una abitazione. 
Lo stalo, fosse anche divenuto per miracolo proprie- 
tario di tulli i beni fondi, non polrebbe, senza una 
scandalosa ingiustizia, accordarne l'uso gratuito agli 
individui; ciò sarebbe lo stesso che concedere un 
mostruoso privilegio a coloro che riceverebbero le 
migliori lerre o più piacevoli abitazioni. La stessa 
osservazione dee farsi circa il capitale propriamente 
dello, sia trasmissibile sia mano-morta : e un islrn- 
menlo di cui bisogna pagare l'uso sotto un nome 
o sollo una forma qualunque. 

Luigi Blanc riconosce d'altronde questa necessità, . 
dappoiché accorda ai capitalisti chiamali nell'asso- 
ciazione un interesse garantito dal budget. Il mi- 
glioramento de' salarii non polrebbe rilevarsi che 
dall'utile dello inlraprendilore. Queslo beneficio è 
mollo minore di quel che possa immaginarsi: se 
molli speculatori si arricchiscono, maggior numero 
di essi si rovina, e per stabilire una misura generale 
bisogna lener conio delle perdile come degli utili. 

Noi sappiamo benissimo che, secondo l'idea della 
maggior parte degl'innovatori, l'organizzazione pro- 
posta non dev'essere che uno stalo transitorio, e 
che essi immaginano una socielà in cui mediante 
l'abolizione della successione e della proprietà indi- 
viduale si perverrebbe a vivere su di un capitala 
collettivo a disposizione di ciascuna industria, in modo 
che ogn' individuo cumulerebbe forzatamente gli 
utili del capitalista e dell'operaio. In quesla ipotesi, 
l'impoverimento della nazione sarebbe inevitabile. 
E assolutamente necessario che una parte della ren- 
dila attribuita al capitale venga accumulala medianle 
il risparmio, e cosliluisca un valore galleggiante e 
disponibile per le circoslanze impreviste. Una socielà 
che consumerebbe complelamenle UHI' i suoi prodotti 



SCELTA RACCOLTA DI OTILI R 8VARIATR NOZIONI 



181 



soffrirebbe con frequenza quelle crisi sì affliggenti 
le famiglie necessitose o imprevidcnli clic nulla eco- 
nomizzano sulle loro rendile. L' avvilimento insen- 
sibile del numerario basterebbe per apportare la 
carestia. Una comunità ricca noli' ultimo secolo, 
con 100,000 lire all'anno non sarebbe angustiatis- 
sima, in conseguenza del ristagno del suo capitale, 
se oggi non avesse che 100,000 franchi da spen- 
dere? 11 terzo del prodotto netto che Luigi Blanc 
propose di prelevare per l'aumento del capitale di 
ciascuna industria non sarebbe l'equivalente di un 
fondo di riserba, poiché sarebbe presto impegnato 
ed immobilizzato. Questo prelevamento non rappre- 
senta altro che un espediente fraterno per ampliare 
il campo delle fatiche ed aprirlo successivamente ad 
un maggior numero di operai} espediente che ci 
sembra insufficiente anche per giungere a questo 
scopo. Se gli operai facessero risparmi mollo vistosi 
per accrescere convenientemente il capitale dispo- 
nibile della nazione, la loro condizione di salariati 
non sarebbe mollo migliorata -, nel caso contrario la 
ripartizione e la consumazione immediala di tutti 
i beneficii possibili avrebbe lo scopo di mettere una 
nazione Ira il numero delle povere ed impotenti : 
ciò non è sicuramente quel che desidera Luigi Blanc. 
La pretesa riforma avrebbe ancora l'effetto di 
annullare un gran numero di professioni. 1 creditori 
sul comune, i proprielarii, gli speculatori, la maggior 
parte degli uomini di legge e di affari, i venditori 
a minuto, i domestici a spasso, sarebbero costretti 
a cercare un rifugio nei laboratorii sociali. Or che 
avverrebbe se si presentassero per una circostanza 
speciale un numero di braccia troppo grande, ri- 
spello al maximum delle cose da prodursi? Se si 
ammetteranno a condizioni ordinarie tutli i richie- 
denti, il lavoratorio rovina, se si ridurranno i salarli 
a fin di farne partecipe un maggior numero, o si 
scacceranno coloro che sono soverchi ne nascerà 
la miseria. È troppo insistere sopra opposizioni che 
indica il semplice buon senso. Non è nostra idea 
di condannare assolutamente il principio dell'asso- 
ciazione. Crediamo il contrario, che una folla di 
combinazioni speciali messe a profitto potrebbero 
arrecar dei vantaggi. Ma lusingarsi di ritrovare un 
mezzo superiore e generalmente applicabile per sod- 
disfare tutti i desiderii ed allontanar la miseria è, 
lo ripetiamo, una strana allucinazione. Sacrificare 
il principio della libertà commerciale, immobilizzare 
la proprietà è un gran pericolo per il corpo politico-, 
ò un servir male gl'interessi degli operai, che per 
un premio tenue si starebbero attaccali alla gleba. 

Egli è molto più lodata quell'eloquenza che con 
poche parole comprende molle cose, che quella che 
comprende poche cose in molle parole. 



L' AUSTRIA 

Dal lungo sonno l'Austria 
Levò la fronte oppressa, 
De' suoi tiranni all'aquila 
Seppe avventarsi anch'essa, 
A terra a terra i despoti, 
Redento l'uom sarà. 
A lerra a terra l'aulica 

Stanza d'orror ripiena, 

Dove si fea de' popoli 

Carneficina oscena, 

Fra le rovine assidesi 

L'armala libertà. 

A lerra a terra l'aureo 

Tetto del reo ministro, 

Che sull'inferma Italia 

Slendea la man dall' Islro, 

E la volea sua vittima 

In turpe schiavilo. 

Ruppe i suoi ceppi l'Austria, 
E l'Ungaro e il Boemo 
Al diro augel bicipide 
Affretta il fato estremo ; 
Scorre su tutti i popoli 
Nuova immortai virtù. 

Tutti saranno liberi 

Dell' uman germe i figli, 

Infrangeranno ai despoti 

I sanguinosi artigli, 

E sul cammin de' secoli 

Esulteran d'amor. 

Stretti in fraterni vincoli, 
Ricchi d'un sol pensiero, 
Avranno un culto, un codice, 
Una la via del vero: 
Divideransi i palpiti 
Del gaudio e del dolor. 

O Sol che l'orbe illumini, 
O grande occhio di Dio, 
Or che i tiranni scontano 
Di Ior nequizia il fio, 
Non più vedrai fra i popoli 
La servilù crudel. 

Vedrai redenti gli uomini 
Ferver per ogni via, 
Te salutar coi cantici 
Di libera armonia, 
In un consorzio vivere 
Sotto diverso eie!. 

G. Regaldi, 



132 



MUSEO SCIENTIFICO, I.ETTEKARIO ED AUTISTICO 



COSE CONTEMPORANEE 



LETTERA PRIMA (*) 

Al professore Giovacchino De-Agostini 

Milano, il 50 maggio 1848. 

Io li scrivo coli' anima commossa da uno di que' 
scnlimcnli che si provano alla visla di un popolo 
che sa d'un trailo rivelarsi in lulla la sua gran- 
dezza e mostra che il pensiero è una potenza simile 
alla fiamma creatrice che move l'universo. 

I Milanesi, per quel buon senso pratico che così 
luminosamenle si manifesta in loro, non tardarono 
a conoscere che un popolo al quale era slato da 
secoli accollalo il giogo della servitù non poteva 
essere d'un subilo maturo alle imprese di repubblica, 
e che per salire a questa era necessario prima 
passare por lo stadio dell' unità. Seppero dunque 
star saldi alle lusinghe fascinatrici di chi , palpan- 
doli, li tradiva, e, rigettalo il concetto repubblicano, 
abbracciarono la Costituzione, come la sola tavola 
di salvamento nella tempesta che di presente. com- 
balle gli italici destini. 

Ma i pochi repubblicani, e, più ancora, gli Auslro- 
Gesuiti de' quali v'ha qui un grossissimo vespaio, 
mollo scaltramente dilTuscro che la fusione della 
Lombardia col Piemonte dovesse recare diminu- 
zione alle libertà che il popolo delle barricale 
seppe così eroicamente conquistare. Questa fu la 
scintilla cui secondò un incendio gravissimo, clic 
parve ingoiare ogni cosa. 

La sera del 28 il Presidente del Governo Provvi- 
sorio si affacciò più volle al balcone del Palazzo, 
esortando il popolo ad aver fiducia nell'esperimen- 
lata lealtà di chi lo reggeva; invano: la sua voce 
era soverchiala dall' urlìo che dominava la piazza 
S. Fedele, e que'pochi i quali cransi di propria vo- 
lontà vestili del carattere di Rapprcsentalori del 
popolo esponeano con voce minacciosa e fremente 
dimando dissonanti le une dalle altre, lesive dei 
principii più elementari della legalità, e improntale 
d' un'oltraggiosa diffidenza verso i nostri fratelli Pie- 
montesi. La Guardia Nazionale vedendo che il 
nembo si addensava furiosamente, formolo alla pre- 
sta i desiderii del popolo e mandò al Governo una 
deputazione la quale dimandava: 

1° Libertà della slampa, 

2° Indissolubililà della Guardia Nazionale; 

5° Libero il diritto di associazione; 

4° Fondamentale e perenne la legge elettorale 
da pubblicarsi per l'Assemblea costituente. 



C) Questa lellcra non polo pubblicarsi prima per so- 
vrabbondanza d'allr-e maleric. 



Il pensiero di queste dimando era in parte inspi- 
rato dal timore che fecero nascere nei più gli ultimi 
avvenimenti di Napoli in cui un re, dopo essersi 
mescolato al popolo e avergli dato le più solenni 
guarentigie di libertà, falsava d' un tratto i sacro- 
santi giuramenti, e calpestava sacrilegamente quanto 
ha di più venerando la religione di un popolo libero. 

Il Governo annuiva alle richieste, e ne lo dichia- 
rava solennemente con un suo proclama il mattino 
del 29. 

Il popolo ne fu contento e taeque; ma ecco i se- 
creti favoreggiatori dell'Austria, adducendo a prete- 
sto che non doveansi chiamare inopportune le di- 
moslranze del giorno precedente, trascorrere a nuove 
inchieste, soverchiare lutti i limiti della legalità, 
intimare al Governo di far ragione entro termini 
perenlorii alle loro dimande. 

Questo fu il momento più spaventevole; momento 
in cui parve che la città dovesse essere ravvolta 
tra gli orrori dell'anarchia, e che i destini d'Italia 
minacciarono di essere di nuovo sepolti. 

Una turba procellosa guidala da alcuni forsennati 
invase le scale e le aule del palazzo del Governo. 
Era uno strepito vasto e rimescolato, un gridare, 
un incalzarsi, un correre, un soprassedere. Io slesso 
sorpresi le lacrime negli occhi di que' venerandi 
che aveano esposta la vita per la libertà, che pali- 
ron per essa più lustri d'esilio e tutti gli orrori 
della prigionia. Sfiduciali e tremanti sospiravano 
profondamente, coprendosi la faccia colle palme, e 
innanzi alla loro atterrita immaginazione già sorgeva 
gigante il fantasma dell'anarchia e dietro ad esso 
il ghigno satanico de' Gesuiti e il funesto bagliore 
delle baionette austriache. 

Certo Urbino, uom compro, antico corrispondente 
teatrale e conosciuto soltanto per la sua apostasia 
alla legge giudaica, credendo di avere co'pochi suoi 
trasfuso nel popolo quelle l'urie che strascinano a 
certa mina, deposta la maschera, si slanciò avanti 
al Presidente Casati, e, ghermitagli fieramente la 
destra, lo strascinò sul balcone proclamando la de- 
cadenza del Governo Provvisorio e alzando nel 
tempo slesso una caria nella quale eran scritti i 
nomi dei membri di un nuovo governo. 

Allora balenò agli occhi del popolo un lampo clic 
gli squarciò d'un tratto tutto lo tenebre nelle quali 
era ravvolto; egli vide l'orrendo precipizio nel quale 
slava par traboccare-, vide la propria maestà inde- 
gnamente oltraggiata nella persona del proprio Rap- 
presenlanle e un grido di sdegno istantaneo, pode- 
roso, sublime, scoppiò da venti mila bocche... Quel 
grido agghiacciò di spavento gli infami creali del- 
l'Austria, che si videro perduti; il marchese Vii- 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



183 



lani rapilo da impelo sovrano, stracciò in due pezzi 
ia caria levala dall' Urbino e la gettò ai piedi del 
popolo die vi leggeva i seguenti nomi: 
Avv.° Basevi, Milius, 

Anelli, Pompeo Lilla, 

Guerrieri, Maestris, Segretario. 

Ma questo popolo buono e intelligente volle in più 
solenne maniera palesare lo spirito die gli parla nel 
cuore e mostrare ai nemici dell'Italia ch'egli non 
potrà mai essere schiavo dell' anarchia e vittima 
prezzolala dello straniero. 

Odi sublime inspirazione ! Erano circa le ore sei 
pomeridiane. Avezzo egli a conciliare alla libertà 
la Religione, quella Religione che benedisse le 
sue barricate e le 6ue bandiere, chiamò a sé i 
ministri di Cristo e l'Arcivescovo; quindi guidalo 
da loro e dalla Guardia Nazionale disarmala si 
condusse alla piazza San Fedele, bramoso di testi- 
ficare la venerazione e l' a (Te Ilo sacro che lo legava 
ai nobilissimi membri del Governo, siccome a uo- 
mini la cui aureola di onestà e lealtà è abbellita 
dalla memoria dei pericoli coi quali comprarono 
alla patria il titolo di nazione. 

L' Italia non vide mai uno spettacolo più bello. 
L'ordine, la fratellanza e la fedeltà fra popoli e 
governo domavano l'anarchia, l'inviolabilità dei 
diritti popolari era suggellala dalla Guardia Nazio- 
nale, da questa forza intelligente che vive della vita 
del popolo, era santificala dalla Religione la quale 
per bocca dell'Arcivescovo parlava parole di pace, 
di tenerezza e di libertà. Molle lacrime scorrevano 
da tutti gli occhi; tulli si abbracciavano tacitamente, 
che la foga dell'affetto impediva la parola ; ogni cuore 
sentiva l'orgoglio gentile di appartenere ad un popolo 
che dava in quell'istante all'Europa uno spettacolo 
il quale non ha riscontri nella storia. 

Se tu ne fossi stalo testimonio, la tua anima 
calda e poetica sarebbesi effusa in torrenti d'armonia 
e avrebbe cantate cose degne di questa Italia che 
è pur sempre la maestra di quanto ha di più forte, 
magnanimo e gentile il mondo. Addio. 

P. CoRELLI. 



LETTEBA SECONDA 



A Carlo A-valle 

Milano, il 5 giugno 1848. 

Al mio primo giungere in Milano credetti pur 
troppo vedere avverati i tuoi presagi. Qui .lutto mi 
parve scompiglio: mi parve trovare una turba va- 
nitosa che alla prima aura di favore inorgoglisce in 
modo da non più pensare a ciò che fu; una turba 
scioperala che ncll" ubriachezza della libertà o, per 
meglio dire, della licenza, s'ingegna a disperdere 
quelle forze sovrabbondanti infuse in essa dalla na- 



tura. Un profondo sospiro mi sfuggi dall'anima, 
come a chi vede d'un tratto sparire le illusioni più 
lungamente accarezzale e i sogni lieti di un'animosa 
speranza. 

Ogni cosa sembrava farmi manifesta la vittoria 
della Giovine Italia, la quale, adulando le cinque 
giornate di Milano, e inebriando il popolo col fa- 
scino di una libertà democratica, tradiva misera- 
mente la patria comune, perchè la infiacchiva nel 
principio unitario; unico principio dal quale possa 
ora venirle salvezza e durabile prosperità. 

lo udiva da molli chiamare Gioberti filosofo cor- 
tigiano. Al gran Rcrchel, che fu Ira i primi a gri- 
dare doversi la Lombardia vincolare al Piemonte, 
io sentiva muovere la dimanda se era veramente lui 
l'uomo che avea educato la gioventù italiana a 
cantare: 

Sodo i pioppi della Dora 

Dove l'onda è più romita. 

C'olii dì, siili' ullini' oi a, 

S'ode Citi suono di dolor. -- 

E Clarina, a cui In vita 

Rodon l'ansie dell'amor. 
Poveretta! di Gisinondo , 

Piange i siculi, a lui sol nenia -- 

Fuggitivo, vagabondo 

Pena il misero i suoi di, ecc. ecc. 

Perchè (gli si diceva) vi mostrale tanto diverso da 
voi slesso? Quando proferisle quella sanguinosa 
rampogna contro Carlo Alberto voi eravate o leg- 
giero o convinto: se leggiero, non meritale consi- 
gliare la nazione} se convinto, Rerchet rispelli 
Rcrchel. Dove non vi trattenga il pudore, vi per- 
suada a lacere un senso di convenienza. 

Vedi, o amico, quali parole si volgevano all'uomo 
sommo il quale fa sull'altare della patria l'olocausto 
degli affetti che furono la fiaccola santa che lo guidò 
tra i sentieri dubilosi della giovinezza e Ira le te- 
nebre dell'esilio! E a lui si diceva di non più 
bamboleggiare, e lo si esorlava di imparare dignità 
e grandezza da altri veri e virtuosi Italiani de' 
quali io voglio dirli il nome perchè tu, più dolio 
di me, sappi accennarmi le virtù ed i sacrifizi onde 
hanno incoronata la vita. Eccoli: Razzoni, Ferrano, 
Visconti, De-Roni, Rellerio, Urbino e Romani, l'ex- 
diretlore del Figaro. 

Ma di ben altri strali erano falli segno i Piemon- 
tesi i quali, per sentenza dell' intera Europa, lasciano 
pur tanto addietro gli altri Italiani nelle vie della 
libertà, e che sacrificano alla palria vila, riposo, 
ricchezze, ogni bene, tranne l'onore. A che (grida- 
vano costoro) cacciare gli Austriaci per buttarsi in 
grembo de' Piemontesi ? E che sono i Piemontesi ? 
Un popolo di cortigiani affamati i quali accattano 
nell'obbedienza servile, di marchesi vestili con 
cenci inorpellali, avidi di precipitarsi come locuste 
sulle fertili campagne lombarde, gagliardi soltanto 



18Ì 



MUSEO SCIENTIFICO LETTERARIO Kl) ARTISTICO - SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATE NOZIONI 



nelle evoluzioni e nei guerreschi esercizii sotto le 
tortezze occupale dal nemico, ignari del sacrosanto 
nome d'Italia, bramosi di venire a battaglia cam- 
pale per far la corte al loro re, per pompeggiare, 
per ottenere un nastro, una medaglia. 

Né contenti a ciò, insegnavano coi loro giornali 
al popolo a dar sfogo allo sdegno compresso da 
trenlaquattro anni di schiavitù brutale coi sarcasmi 
e cogli insulti, a trar profitto pe'suoi trastulli colle 
spontonate e colle frecciate, ad avezzarsi a nulla 
considerare seriamente con giudizio severo e pacato. 
E questo è delitto: perchè gli scherzi prelesi e 
mordenti, i motti epigrammatici ammorzano a poco 
a poco le scintille dell'entusiasmo, allunano le più 
possenti passioni dell'uomo, e rintuzzano gli spiriti 
io modo da chiudersi in sé o con gelida ipocrisia 
o con quell'uggia maledetta che ottenebra poi tutta 
la vita. E guai per quel popolo che impara a con- 
fondere la nobiltà dello sdegno coll'amarezza del 
dispetto, la riconoscenza disinteressata colla stri- 
sciante adulazione ! 

Ma ogni mio dubbio, ogni mio dolore scomparve 
innanzi al sublime spettacolo della giornata del 29- 
maggio. Quelli pei quali io aveva dubitalo e mi era 
addolorato non componevano il popolo lombardo: 
erano scimmiollatori di mode straniere-, erano petu- 
lanti aizzatori di giovani inesperti, erano quegli eroi 
della penna, che spuntano ora come funghi per ogni 
parte della penisola e si mettono a ballonzolare di 
tutta forza sui campi delle lettere, dai quali non 
hanno mai potuto raccogliere un fiore che li adornasse. 
Il popolo lombardo, quale io lo vidi in quella me- 
moranda giornata, lien conto del cinguettare di co- 
testoro, come del ronzìo di un insello; sente che il 
Monarcato costituzionale è il solo che possa con- 
durre gli italiani a quella uniformità di educazione 
civile e morale che può e deve rendere l'Italia una, 
concorde e forte; sente che alla educazione nostra 
mancano in gran parte i principi! di quella schietta 
e profonda religione i quali mantengono nell'uomo 
la costanza da cui deriva pace agli animi e gran- 
dezza alle nazioni; sente che un popolo, il quale da 
tre secoli fu schiaccialo dalla tirannide' e costretto 
alla cieca e servile ubbidienza, è lontano troppo da 
quel grado di perfezione conciliabile con un Governo 
che impone a tulli il diritto di essere legislatori; 
aerile infine che in Italia non è possibile la Repub- 
blica fin quando la somma dei vizi non sia mollo 
minore della somma delle virtù. 

Uno è dunque il desiderio, uno il volere-, quello 
di fare col Piemonte una sola famiglia per intrec- 
ciare insieme sapientemente l'educazione domestica 
all'educazione pubblica, da cui ha radice ogni bene 
e quell'amore dell'ordine e dell'unità la quale è 
partorita dall'uguaglianza delle pratiche e delle dot- 
trine e dal vicendevole permutamento delle gioie e 
dei dolori. 

Immenso ò l'entusiasmo pel grande Capitano d'I- 
talia: il suo nome suona nei labbri, è scolpilo nei 
cuori, è scritto sulle mura. Nel giorno che pervenne 

Stabilimento tipografico 



la notizia della resa di Peschiera e della battaglia 
campale combattuta e vinta con lauto eroico valore 
dai prodi che militano sotto la bandiera di lui, io 
stesso vidi moltissimi Milanesi avventar baci sulle 
immagini del He forte, proclamandolo degnissimo 
della più bella corona della terra. 

E davvero, o mio caro, quella battaglia fu de- 
gnissima della nominanza del sapiente e gagliardo 
Capitano e di quel fiorente esercito che è centro e 
maestro dell'universa armala che gli si va formando 
intorno e sarà la nazione. Fu larghissimamente ven- 
dicato il sangue sparso a Santa Lucia e il sangue 
degli immortali giovinetti toscani che abbandonarono 
ogni cosa più caramente diletta per dar la vita all' 
Italia. La nazione depone finalmente la corona del 
martirio e assume quella del trionfo. La Provvidenza 
ha decretato che si compia la vendetta degli sper- 
giuri del 1814, delle meditale nefandigie dello Spil- 
bergo, delle incredibili infamie commesse sovra ogni 
angolo della penisola e delle vite gloriose di mille 
martiri mietute dalla scure di mille carnefici. 

Da tre secoli non si ode levare tra le armi un 
grido che suoni — Viva Italia ! — La voce di Fran- 
cesco Ferruccio fu l'ultima che incuorasse gli Ita- 
liani a combattere romanamente con quella lingua 
che imprecava con terribili accenti alla serva ha 
Ha di dolore ostello. La spada di Ferruccio è rac- 
colta sulle pianure lombarde da un esercito ita- 
liano e ridiventò una folgore omicida. L' Europa 
ammira il fiero e nobile nostro orgoglio dipinto in 
quelle parole: Faremo da noi! 

La suprema vittoria non è lontana a coronare il 
nostro valore. Il vessillo tricolore sventola sopra Pe- 
schiera, l'esercito ostile è confuso, sbaldanzito, sce- 
malo di migliaia di morti e fuggiaschi, Verona ha un 
fianco scoperto, infranta è la base del formidabile 
triangolo dentro il quale noi ci eravamo sospinti con 
nuova e incredibile audacia; il colosso della Casa 
d'Austria sta dunque per accasciarsi per sempre e 
questo speltro terribile e schifoso cesserà fra poco 
dal funestare la redenta Italia. 

Nello scrivere queste parole, oh come io mi 
sente crescere nel cuore la religione della patria! 
come sento raddoppiarsi le faville del marziale di- 
spetto! Quale splendido avvenire sorride alla nostra 
patria ! noi vedremo risorgere le ricchezze delle re- 
pubbliche italiane e rinfiammarsi la vita di quelle 
potentissime cittadinanze. E la poesia, la quale an- 
che nei secoli aduggiati dalla schiavitù seppe serbarsi 
quel primato e quella gagliarda individualità che i 
nostri uomini di slato non ci seppero conservare, 
la poesia innamorerà di nuovo co' suoi canti la terra, 
e sarà dispensiera di gloria e di virtù a tulle le na-. 
zioni. 

E tu, o amico, strappa dalla tua lira quella corda 
severa e straziante, colla quale in tempi oscuri e 
codardi sapevi gettare nelle anime sdegno ed ira e 
scuoterle coi dolorosi inebbriamenli della pietà; fa 
vibrare quella corda che insegna la vittoria e canta 
il trionfo, e dona libero sfogo a quel tuo sentire 
schifilo e limpido eh' è condizione prima alla vera 
grandezza dell'animo e dell'ingegno. Addio. 

P. CORELL». 

di A. Fontana mi Torino 



34. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc - Anno X. 



(17 giugno 1848Ì 



GLORIE ITALIANE 



PARTE PIUMA 

FEDERIGO IMPERATORE CONTRO GLI ITALIANI —Anno 1188. 




I. 

Noi presentiamo agli occhi dei lettori il più gran 
dramma dei tempi moderni-, gli è quello che i mae- 
stri dovrebbero, a preferenza dei temi eroici greci 
e romani, insegnare ai loro discepoli; gli è quello che 
ogni madre italiana dovrebbe spesso ripetere ai propri 
figliuoli; gli è quello che gli scrittori, i quali amano 
nutrire le loro pagine di un vigoroso ed efficace ele- 
mento di passioni e d'idee, dovrebbero finalmente 
strappare dalle tenebre e dalla ruggine dei tempi e 
stamparlo profondamente nel cuore e nella mente di 
tutti coloro che vogliono accogliere nell'animo un 
giusto sentimento dell'antica nostra grandezza e un 
amore sempre più operoso pel miglioramento dei 
nostri destini. 

Ci duole, per la brevità che ci siamo prefissi, 
di non potere presentare questa maravigliosissima 
epopea in tutte le sue vaste e svariale proporzioni; 
ma ne diremo tanto che basti per conoscere quei 
nostri grandi antenati, i quali strascinali dalla pre- 
potenza dell'entusiasmo, della fede religiosa e delle 
passioni più virili ed eroiche, seppero compiere sa- 
crificii sublimi, diffondere sulle ombre del loro se- 
colo i primi fulgidissimi lampi d'una civiltà bene- 
delta, e innalzare l'Italia alla maestà di nazione. 

11. 

Noi vediamo dà principio un uomo di smisurala 
ambizione, e, secondo i lempi, esperto capitano e I 



gagliardissimo soldato, il quale, evocando dalla pol- 
vere ogni maniera di diritti regi per farsene un'arme 
ad opprimere la libertà dei popoli, considera sic- 
come unica norma di un buon andamento politico 
l'assoluto dominio e il servaggio assoluto. Egli 
strappa dal Nord, da questa inesauribile officina del 
genere umano, un'immensa armala, scende in Italia, 
dove P autorità imperiale che avea per lanlo tempo 
esercitato la sua tremenda influenza, avvicinavasi 
alla sua piena ruina, e, simile a folgore omicida, 
arde, strugge, atterra, mesce sossopra ogni cosa. 

Quest'uomo viene anche ai dì nostri riputato dai 
tedeschi un eroe, ma da noi italiani è creduto, e a 
buon diritto, un tiranno. 

Dipingiamolo colle parole stesse del tedesco Hau- 
mez, il quale, malgrado le lodi onde lo corona, 
lascia tuttavia travederne l'indole tuli' altro che 
benigna. 

« Federigo era di statura mezzana e ben formato- 
i capelli avea biondi, e gli lenea tagliali corli, e so- 
lamente arricciali sulla fronte: di carnagione bianca, 
ma di guancie rosse e di barba pure che tirava 
al rosso; ebbe dagli Italiani il nome di Barbarossa. 
I suoi denti eran belli, le labbra fini, gli occhi ce- 
lesti: il guardo aveva severo, ma penetrante, e 
quasi consapevole di quella forza che nell'animo 
gli albergava. Fermo nell'animo, con voce chiara, 
con modi virili mantenea regal dignità, e nel vestire 



18G 



MUSEO SCIENTIFICO. LETTERARIO ED ARTISTICO 



non fu soverchiamente ornalo né troppo negletto... 
Se si riguarda ai tempi nei quali visse e alle cure 
dell'alto stato ch'ei tenne, può chiamarsi dotto per 
aver inleso il latino e aver lello gli antichi romani 
scrittori... Con quelli che non gli ubbidivano severo 
fu e terribile. Né la gioia, né il dolore gli scema- 
rono maestà; e l'ira concepita nell'animo velava 
con un sorriso. Volentieri all'altrui opinione dava 
ascollo, ma quanlo ei risolvea, proveniva, siccome 
a principe si richiede, dal maturo consiglio della sua 
mente.... Volle che lutti alle leggi senza distinzione 
di persona ciecamente obbedissero, e da questa 
persuasione nacque la rigida ed ostinata forza del 
suo volere.... Egli voleva ricondurre l'Impero, la 
Chiesa, il popolo a quello stalo in cui erano" in quei 
tempi nei quali regnava Carlomagno, ch'egli si era 
proposto a modello. » 



IH. 



Distrutta l'eroica ed immortale Tortona, la quale 
essa sola ebbe il potere di trattenere per più tempo 
il corso del furore tedesco, fatte una ruina e con- 
vertile in polvere altre cillà e villaggi, egli lascia 
che il suo soldato ebbro di vino e di sangue riposi 
tra le prede e sui cadaveri, e ripassa in Germania. 

Ma le sue carneficine non valgono a prostrare 
gli Italiani , nei quali era entralo un prepolente 
amore della vita pubblica e degli studi che sono ad 
essa di fondamento, e che non aveano lasciato am- 
morzare la loro morale attivila dell'intero esercizio 
delle arli meccaniche, nemiche allo sviluppo dell' 
intelletto. Perciò egli ritorna fra noi alla lesla di 
100,000 combattenti. 

Milano, non impaurila, fa animosamente risuo- 
nare pel mondo il grido di non volere più morire 
pei ceppi e di non aver martiri fuorché per la li- 
bertà italiana. Federigo le impone di sotlomettersi 
alla sua dispotica verga. Ella ricusa alteramente, e 
vien subito posta al bando dell'impero. 

Il dì 6 di agosto del 1158, l'Imperatore, non 
osando assoggettarla colla forza, si accinge a vin- 
cerla colla fame e la circonda da tulle parti coi 
cavalli d'Austria, di Carintia, di Svevia, di Borgogna 
e con un nembo di soldati Franchi e Bavari. 

I Milanesi fidati nell'ardire de' loro petti e nella 
robustezza delle loro braccia contemplano tranquil- 
lamente e col sorriso dei valorosi queste immense 
forze dalle loro mura afforzale di torri. 

Per sottrarsi alla fame non videro altro mezzo 
fuor quello di far improvvise e gagliarde scorrerie. 
Lo storico Radevico che scrisse i fasti di Federigo 
per comando di lui, dice che mentre aveano sem- 
bianza di essere domali e perduti, spalancavano d' 
un trailo le porte, scagliavansi sulle guardie te- 
desche, metleano dappertutto lo scompiglio e lo 
spavento, e rappresagliarono tanti cavalli che cia- 



scuno di questi vendevasi in Milano per quattro 
soldi di terzuoli. 

Malgrado questi miracoli di valore, la fame li co- 
strinse, e la città, dopò un mese di blocco, si arrese 
a non disoneste condizioni, anche perchè il fetore 
dei cadaveri dell'una e dell'altra parte intollerabil- 
mente molestava gli eserciti, cosichè moltissimi già 
affolli erano da bruite e schifose infermità. 

IV. 

Recala in suo potere la città, Federigo licenzia 
la maggior parte delle genti, come portava l'uso de' 
tempi, si fa coronare re di Lombardia in Monza ed 
intima una gran dieta nel piano di Roncaglia, dove 
si stabilisce definitivamente. la condizione politica 
d'Italia, e dove, fra le molle leggi tiranniche, si 
prescrive che l'elezione dei magistrati delle cillà 
sarebbe al lutto devoluta a Federigo; per la qual 
cosa egli veniva considerato come il vero sovrano 
di tulle quante le città italiane. 

Al pubblicarsi di questa legge si levò un grido 
unanime di maledizione. — E quando egli mandò 
in Milano i suoi legali per eleggere e mettere in 
ufficio i magistrati, il popolo, quasi fosse un sol uomo, 
si levò con furia e impeto tremendo, e, lanciando 
sassi alle finestre delle case ov' essi alloggiavano, 
gridava: Fora, fora! Mora, mora! E già avven- 
lavasi a scannarli e a farne scempio, se i consoli 
non riuscivano a gran fatica a metterli in salvo fuori 
delle mura. 

Federigo, furibondo, pronunzia una nuova sen- 
tenza contro i Milanesi, li dichiara contumaci, ribelli, 
disertori e nemici dell'Impero, danna i loro beni al 
saccheggio, ordina che la loro città sia falla una 
ruina e che eglino siano strascinali in schiavitù. 

I Milanesi, dimostrando valore eguale alla santità 
dell' inlenio, rafforzano la loro terra e volano il dì 
stesso del bando contro il castello di Trezzo, pre- 
sidialo da Italiani e da Imperiali che rompevano e 
sperperavano la campagna. Presolo d'un trailo, non 
salvano che i soli tedeschi, traendoli a Milano; gli 
italiani impiccano per la gola come traditori. 

Dal poco che abbiam narrato, può agevolmente 
argomentarsi qual orrenda guerra dev'esser questa. 
Immensa era la piena che innondava quegli indomili 
cuori: si guereggiava per interessi morali, e le guerre 
di tale nalura son sempre le più tremende. Dovea 
decidersi, dice il Leo, se l'Italia e la nuova vita 
politica ed intellettuale che cominciava in essa a 
manifestarsi, dovesse essere immolala alla ferocia di 
un cavaliere alemanno, sulla cui fronte posava una 
splendente corona. 

Federigo non avendo ancora con sé il maggior 
polso delle sue genti per osare di correre sopra 
Milano si scaglia sopra Crema, sua alleala. 

{Continua) P. Corelli. 



SCELTA RACCOLTA DI OflLI R SVARIATB NOZIONI 



187 



// Carroccio è pieno di nobili e vigorosi articoli; tra questi troviamo molto opportuno, per le nuove 
elezioni del Piemonte e degli altri stati che stanno per congiungersi a noi, il riportare il presente 
dell' àpi. Corderà, il quale sa così sapientemente accoppiare la bontà dello stile all'opportunità e 
forza de' concetti. • 

AVVISO AGLI ELETTORI 



Presso le nazioni lungamente csercilate ai governi 
rappresentativi, l'ufficio di elettore è sempre stalo 
ambito e tenuto come la più bella prerogativa del 
cittadino. 

Esso era in Francia, com'è tuttavia in Inghilterra, 
l'oggetto dei voti e dell'invidia di chi non possa ar- 
rivarvi. 

E per verità, si è l'alto il più grande ed il più 
importante che i diritti civili e politici concedono 
all'uomo libero di fare. Ma noi, liberti di ieri appena, 
sapremo già questo grand'alto apprezzare in tutta la 
sua importanza? io temo che no} perocché non 
sono molli quelli die abbiano potuto precorrere 
col senno questa felicità di drilli e di tempi. Ai molli 
ancor suona come una parola vuota di senso; e per 
nostra sventura, mai come al presente potrà forse 
abbisognare, non solo di averla bene inlese nel suo 
signiOcalo, ma di averla pur bene adoprala all'altis- 
simo fine per cui ci venne concessa. 

A questi molti pertanto debbesi apprendere, che 
il trascurarlo o l'abusarne sarebbe al momento un vero 
crimenlese dell'amore di patria e della sua futura 
felicità. 

Volgono tali tempi in cui la prima legislatura 
che sia per aprirsi, dovrà studiarsi di raccogliere, 
sotto la forma del regime costituzionale, tulle le più 
larghe franchigie che possano colla medesima con- 
ciliarsi: talché in fallo abbia ognuno a persuadersi 
della verità che la parola di quel vivo lume di sa- 
pienza italiana ci tramandava testé da Parigi, non 
differire dalla repubblica che di nome il governo 
rappresentativo. Ed a questa verità è pur forza il 
condurlo onde ispunlare ogni insensata libidine di 
miglior reggimento. Tanto dobbiamo alla sicurezza 
interna ed esterna dello Stato, alla indipendenza ita- 
liana che sarebbe altrimenti ancor minacciata, ed 
all' obbligo di gratitudine e di amore che ci lega al 
trono Sabaudo. 
È dunque nella scella di otiimi deputali riposta la 
garanzia della nostra maggior libertà e della noslra 
felicità avvenire. Chi non vorrà a un giorno, tanto 
solenne e fatale, sacrificare ogni altra occupazione 
e causa di privalo interesse? Gli uomini pertanto di 
buona volontà e di schietto patriottismo non vi man 
chino, a qualunque loro costo. 

E perchè la scella corrisponda a un tanto scopo, 
badale che la si posi su queste essenziali qualità : — 
Dottrina; notorietà di liberali principi; integrità di 
condotta passata ; e se fia possibile, la maggior 



efficacia della parola. Questo dono non è pur troppo 
comune! Ma quando ci sia, io lo pongo subilo a lato 
della dottrina, perchè 1' eloquenza è la regina dei 
parlamenti, e moltiplica il voto del dolio e vittorioso 
oratore. 

Le elezioni in un nuovo Governo Costituzionale, 
hanno pur questo di sfavorevole, d' ignorarsi ancora 
la professione di fede degli eleggibili che, di ne- 
cessità, sono nuovi ai cimenti parlamentari. Quindi 
è d'uopo giudicarli dai loro falli antecedenti, dai 
loro scritti massime e dai loro atti pubblici e pri- 
vati, rivelatori dei loro principii liberali: e saranno 
tanto più da apprezzarsi in ragione dei tempi e dei 
pericoli in faccia dei quali avranno avuto il corag- 
gio di rivelarli. 

Del liberalismo della giornata" quando s'è fallo 
la divisa del Governo, chi può ancor giudicare 
della sincerità? 

Gli ambiziosi, come gli stessi nemici di esso, 
possono mentirlo, per farsene strada gli uni di sa- 
lire agli onori, gli altri di portare la loro pietra da- 
gettarvigli contro. 

L' integrila poi della condotta è sempre, e più in 
mancanza di altre nozioni, una dèlie maggiori ga- 
ranzie della buona scella. 

L'uomo callivo nella condotta privala, non può 
essere che callivo nella condotta pubblica. La vita 
è una serie di circoli la cui graduazione è sempre 
in giusta armonia e proporzione tra loro, siccome 
somigliano al primo i circoli succedenlisi che de- 
scrive il getlo della pietra nell'acqua. 

Non basta che la Legge (art. 104) abbia notato 
gl'individui che, pel Iato della vita privala, assolu- 
tamente non vuole. Tacendo, ella sarebbe stata im- 
morale. Ma tutto non vi disse con ciò: ella vi ha 
lasciato il criterio anche di quelli, che per lo stesso 
lato non vi convengono. 

Aprile dunque gli occhi a ben giudicare la vostra 
creatura sotto tutti i rapporti. 

Pensate che la sala delle vostre elezioni è un 
bel ballo di maschere, per la varietà dei caratteri, 
per la varietà dei costumi. Qui lo stolto che, senza 
il corredo di veruna dottrina, senza neppur quella 
dell'arte o della professione che esercita, aspetta 
gli diate il vostro voto. Là un cattivo padre, un cat- 
tivo marito, od un cattivo fratello spera che igno- 
riate i suoi fasti domestici. Qui un ricco Sardana- 
palo che affretta l' istante di potere, mercè vostra, 
recarsi alla capitale per farvi mostra de' suoi pom- 



183 



MOSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO BD ARTISTICO 



posi cavalli. Dietro lui, un favorito dei ministeri 
che modestamente nasconde agli occhi vostri dei 
titoli per acquistarne, colla vostra grazia dei nuovi. 
Là un liberale dalla larga cintura che si cinse da 
ieri e vi offre, colla schiettezza di un seguace di 
Lojola, il patriotismo delle sue idee. E qui, il più 
pericoloso di lutti, l'ambizioso che tenta sedurvi 
per essere poi a suo tempo sedotto egli stesso. V T oi 
lo ravviserete dalla demagogia della quale s'ha 
fallo uno studio. Dal dì che il popolo divenne qual- 
cosa, egli non cessò di fregarglisi colle mani e col 
dorso. Ora in mezzo, ora in capo, ne sembrava par- 
tecipare tulle le mosse, tutti i pensieri. V'ha una 
spedizione di generosi che movano volontariamenle 
contro il nemico? Ed eccolo in mezzo a loro, in 
tulio punto di viaggio. Dal suo correr, ricorrere ed 
atTacendarsi voi l'avreste credulo il condolliero della 
falange? Ma al momento della partenza le augura 
il buon viaggio. Arriva un qualche importante pro- 
clama, ed egli lo strappa di mano al banditore, 
ed è sollecito di farne lo veci lauto che, almeno in 
questo, egli possa pur avervi la parte sua meritoria 
presso del popolo. Nelle tribunizie declamazioni si 
ride dei titoli e dèi titolali ; ma se avviene a taluno 
che, per isbaglio gliene dia qualcuno che lo sceveri 
dal volgo fraterno, ei sei gode e sei beve colla vo- 
luttà di femmina bruita a cui dicasi bella. Figura- 
tevi poi che non farà per meritarselo, quando gli 
-si mostri un cencio di nastro! 

Il vero patriota non fa di queste spampanate. 
Egli è modesto; sente profondamente ed opera for- 
temente a suo tempo. 

A questo bel ballo di maschere non dimenticate 
di portare con voi Pocchialelto per conoscerle tulle 
e bene; — quanto a me, gli è da gran tempo che 
l'uso, e vi assicuro che ad esse io non darò, per 
certo, il mio voto. F. Corderà. 



B^jw 



STOMA DELL" ARCHITETTURA 

Articolo primo 

L'architettura è la più antica di tulle le arti. 
Ella è nata coli' uomo, perche l'uomo ha sempre 
bisogno di esser coperto contro l'inclemenza dell' 
aria e le aggressioni degli animali durante il suo 
sonno-, e allorché questo schermo necessario non 
si presentasse da se stesso, bisognerebbe che l'uomo 
se lo creasse. Nei fianchi delle montagne egli si 
aperse delle grolle; con pietre argilla imitò 
queste grolle nei piani; le imitò vicino alle foreste 
con rami d'albero, con scorze, con zolle, con 
fogliami. 

Tuttavia l' architettura , propriamente parlando, 
non fa parte delle belle ani se non perchè ha per 



iscopo di svegliare in noi il sentimento del bello, 
e di parlare alla nostra immaginazione, come nei 
tempii, nei palagi, nei teatri ecc. Essa non ha po- 
tuto per conseguente cominciare ad essere un'arte, 
nel senso il più elevato che si possa attribuire a 
questa parola, se non quando la società ebbe rag- 
giunto un certo grado di coltura intellettuale e 
morale. 

Vuoisi eziandio notare che l'architettura, fra tutte 
le arti, è quella che ci fa meglio conoscere la reli- 
gione, i costumi e il carattere di ciascun popolo-, e 
ciò è così vero, che il primo pensiero, il primo 
desiderio di un viaggiatore, arrivando in una città 
o contrada straniera, è di visitare i monumenti di 
architettura. Ciò diede origine all' archeologia, la 
quale, come viene indicato dal suo nome, è la scienza 
dei monumenti dell'antichità. Questa scienza ha per 
iscopo d'interrogare le ruine dei popoli antichi, 
di quelli sopralutto la cui lingua e i cui libri non 
sono pervenuti sino a noi. 

Sventuratamente le traccie dei primi popoli civi- 
lizzati sparvero pressoché interamente dalla terra. 

Alcuni avanzi di bassirilievi, strappali a gran pena 
dalle viscere dela terra hanno rivelato, non sono 
ancora due anni, il luogo ov' era situata Ninive; e 
alcune colonne sparse sopra una vasta estensione di 
terreno sono tulio ciò che ci resta della superba Per- 
sepoli. Ma queste ruine, come quelle dell'India, 
basterebbero per insegnarci che l'alta Asia, in lempi 
lontanissimi, fu la sede d'una civiltà assai illuminala. 
Vi si riconoscono le vestigia di una razza primitiva, 
più forle che intelligente, la quale sortì da Dio e 
dalla natura idee magnìfiche, gigantesche, ma vaghe 
e confuse. 

Frattanto l'Egitto, che appartiene alla stessa an- 
tichità, sorvisse tutto intiero ne' suoi monumenti. 
Per tal modo questa contrada fu sempre, in archi- 
tellura come in tutlo il resto, il punto di partenza 
di tulli coloro che scrissero sull'antichità. 

Di tutti i monumenti di cui l'Egitto è coperto, 
e la cui sola enumerazione formerebbe materia dr 
un volume, i più maravigliosi sono, senza conlradi- 
zione, le Piramidi, queste coslruzioni colossali, che 
a gran pena si possono figurare opera dell'uomo, 
tanto sembrano soverchiare ogni sforzo e potenza 
umana! Ne esiste tuttavia un gran numero su varie 
parli dell'Egitto: ma le tre p*ù rimarchevoli sono 
quelle situate all'occidente del Nilo, presso la pic- 
cola città di Gizeh, nello stesso luogo che era oc- 
cupato dall'antica Menfi. La principale, la cui co- 
struzione viene attribuita a Cheope, ha 160 metri 
d'altezza. Essa è costrutta a pietre orizzontali for- 
mami gradini che rientrano gli uni sugli alni di 28 
a 50 centimetri e presentano V immagine d'una gi- 
gantesca gradinala. La sua base è 258 metri. Qual 
immensa quantità di braccia ba dovuto richiedere 
la costruzione di un simile masso in epoca in cui 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI B SVARIATK NOZIONI 



189 



la meccanica non doveva essere gran fallo perfe- 
zionala ! L'entrala dulia piramide di Cheope fu già 
scoperta da molti secoli; alcuni moderni viaggia- 
tori penetrarono eziandio in olire il cui interno 
fu trovato pressoché uguale dappertutto. Questa 
entrata trovasi verso il mezzo dell'altezza sopra 
una delle quattro faccie; d'onde un adito onguslo 
discende verso il centro della base e poi di nuovo 
risale. Il più sovente non si scoprirono denlro le 
piramidi fuorché due o tre vaste camere, e nella 
più grande un sarcofago enlro cui probabilmente 
son chiuse le spoglie mortali di Faraone, per onore 
del quale fu la piramide fabbricala; perciocché è 
fuori d'ogni dubbio che queste piramidi erano 
tombe. La loro forma funeraria basterebbe per 
attestarlo. 

Se la lìngua degli antichi Egiziani disparve dalla 
terra, se di loro non resta alcun libro per farci 
conoscere lo spirito delle loro credenze e delle loro 
istituzioni, questo spirilo appare luminosamente in 
questi massi enormi che hanno attraversali i secoli. 

La continua preoccupazione della morte; ecco 
l'idea che presiedeva a tutte le creazioni dell'E- 
gitto. Non vi maravigliate, diceva Bossuet, di ve- 
dere lanla magnificenza in questi edificii: ciò avviene 
perchè li si consideravano come dimore eterne. Le 
loro case erano chiamate osterie, dove non vi si 
fermava che passando, durante una vita troppo 
breve per compiere ogni nostro disegno ; ma le vere 
case erano le tombe che noi dobbiamo abitare per 
secoli infiniti. 

Dopo le Piramidi, i templi tengono il primo luogo 
tra i monumenti dell'architettura egiziana. Il tempio 
intitolato ad Apollo è uno de' più vasti e de'più com- 
piuti nella valle del Nilo. Esso è ancora inlatto e 
basta a dare un'idea dell'architettura religiosa 
degli Egiziani. Per la grandezza delle masse, la 
larghezza delle basi e le ampie proporzioni, fa 
nascere, come le Piramidi, il sentimento di una 
lunga durala. 



I CIARLATANI 

La salute è un preziosissimo bene raro per lutti, 
e specialmente per quelli che si hanno a guadagnare 
il pane coi proprii sudori. Tulli dunque devono 
usare d'ogni precauzione per conservarla: ma il 
mezzo più efficace si è la temperanza nel mangiare 
e nel bere, l'astenersi da lutli i liquori spiritosi, e 
fuggire qualunque maniera di stravizzi. Pure accade 
qualche volta che, non ostante tulli i riguardi pos- 
sibili, questa salute si altera o per una o per un' 
altra maialila. E allora naturalissima cosa il cercare 
lutti i mi zzi onde ricuperarla. Ma vi ha molle per- 



sone, le quali invece di seguire i consigli e le or- 
dinazioni dei medici, danno retta a quei vagabondi 
ciarlatani, i quali fanno i signori, e girano il mondo 
alle spese di quella buona gente, che sedotta dalle 
ciarle e dall' impostura, dà ad essi il suo danaro 
guadagnalo chi sa con quanta fatica ! 

Questi ciarlatani sono ignoranti e quasi sempre 
ingannatori, che tirano profitto dalla credulità delle 
persone semplici e poco istruite, le cruali facilmente 
si lasciano sedurre dalle apparenze. 

Sono ignoranti, e ve lo provo. 

Per curare qualunque siasi male, bisogna avere 
certe cognizioni indispensabili. Del che converrete 
meco. E necessario avere una conoscenza esalta e 
precisa della struttura interna del corpo umano, il 
quale è composto di parti quasi innumerabili. E non 
basta sapere i nomi} bisogna sapere appuntino il 
posto che occupano e le funzioni che esercitano tulli 
i visceri e lutti gli organi che vi sono rinchiusi, e 
poter distinguere quale ne è ammalalo, onde appli- 
carvi gli opportuni rimedi. Non tulli i rimedi con- 
vengono a lulje le malattie, né a lutti i maiali. 

Ora per acquistare tanle cognizioni è facile per- 
suadersi che ci vogliono sludi lunghi, difficili, dispen- 
diosi. Per diventare sarto, calzolaro, fabbro, legna- 
iuolo ecc., conviene slare lungo tempo sotto la di- 
rezione di un maestro ben esperto della cosa che 
uno vuole imparare. Così per essere in grado di 
curare le malattie fa d'uopo assistere alle lezioni di 
valenti professori in medicina, far lunga pratica 
negli spedali al letto dei malati, imparare i diversi 
e quasi infiniti generi di malattie e provvedersi di 
una infinità di libri che costano moltissimo. E poi 
uno che abbia fallo tulli questi lunghi e difficili 
studii, non può esercitare la medesima, se prima 
non si sottopone a replicati esami, e non riporta il 
solenne attestalo di essere stato riconosciuto capace. 
Ora Credete che si farebbero tanle difficoltà se la 
medicina non si considerasse come arte utilissima 
all'umanità? Credete che si userebbero tante cautele, 
se esercitata da gente ignorante non fosse capace 
di produrre grandissimi mali? 

A queste cognizioni bisogna aggiungere quelle di 
tulle le specie dei medicamenli, delle loro proprietà 
e delle dosi che se ne devono dare. Perchè vi sono 
dei medicamenti che possono dare la morte se ven- 
gono amministrali in Iroppa quantità. Bisogna sa- 
perli proporzionare all'età, alla complessione, alle 
forze dell' ammalato ; e questo è studio lungo e della 
più grande importanza. 

Ora come volete voi che i ciarlatani abb'ano fallo 
lutli questi sludi, e siano forniti di tanti aiuti? Sa- 
rebbe stoltezza il pensare che «i possa sapere una 
cosa senza studiarla, quando riesce di somma diffi- 
coltà a quelli slessi die vi spendono intorno tanto 
tempo e tanta fatica. 

Il ciarlatano vi dice che egli solo fabbrica e vende 



190 



HCSRO SCIENTIFICO, LRTTRRARIO RD ARTISTICO 



quegli unguenti che vuole spacciare. Queste parole 
appunto dovrebbero allontanarvi dal comprarli. Or- 
dinariamente quegli unguenti sono composti di zucca 
colta colorita con qualche ingrediente, ed esso vuol 
farli passare per rimedi quasi miracolosi ad ogni 
malattia. Non è possibile che il medesimo medica- 
mento sia buono per più malattie di diverso genere. 
Le malattie possono nascere da diverse cause ; dunque 
vanno medicate con diversi rimedi. E chi sarà così 
stollo da credere che un vasetto di unguento debba 
possedere una virtù onnipotente? Vi dicono che essi 
soli posseggono quel maraviglioso segreto. Non gli 
credete. Sono stati più volle scomposti da esperii 
professori, e gli hanno trovati, o fatti di sostanze 
inconcludenti, o al più di medicamenti che si tro- 
vano in lulte le spezierie. Dicono che guariscono 
tutti i mali. Sarebbe molto desiderabile che si tro- 
vasse una medicina di una virtù cosi prodigiosa. La 
povera umanità avrebbe molto da rallegrarsi se si 
potesse, ma non è possibile, e chi dice al contrario 
è un impostore. 

Volete finalmente vedere se sonp ingannatori? 
Fate attenzione al loro modo di parlare. Non sentile 
che ciarla, che abbondanza di parole, che tuono di 
voce per esaltare i prodigi dei loro unguenti, per 
raccontare le guarigioni operale, Dio sa dove, infino 
per dare ad intendere ai gonzi lùcciole per lanterne? 
Io non ho veduto mai nessuna persona veramente 
istruita e di merito mettersi in una piazza a vantare 
la sua bravura, e a fare il panegirico delle sue cose 
per levare quattrini di tasca alla gente, che gli gua- 
dagna col sudore della sua fronte. A ogni persona 
dabbene rincresce sinceramente il vedere tanta mol- 
titudine spesso raccolta intorno a quei vagabondi, 
invece di andarsene per i falli suoi e lasciare là 
quegli impostori, i quali con un teschio o con uno 
stinco di morto in mano danno ad intendere le più 
grossolane balordaggini. Sappiale che la verità non 
ha bisogno di tante parole e che il vero merito è 
sempre accompagnato dalla modestia. 

Procurate di conservarvi la salute, che Iddio vi 
dona con una vita regolare, lontana da tutte le in- 
temperanze e gli stravizzi. E se mai la disgrazia 
facesse, che vi venisse qualche malattia, il che Dio 
non voglia, profittate del medico e non del ciarla- 
tano. Il medico rimane nel vostro paese, ed ha 
premura di non compromettere la sua riputazione 
né la vostra vita. Il ciarlatano vi prende i danari, 
se ne va, e nulla gli preme se il malato vive o 
muore. L' Artigianello. 

La beneficenza è la virtù delle anime generose; 
l' ingratitudine è indegna del cuore umano. Le vit- 
time dell' ingratitudine sperino nel Cielo il premio 
della loro virtù: l'ingrato avrà nella maledizione di 
Dio e degli uomini il castigo del maligno suo cuore. 



LA NAZIONALITÀ' 

È INDICATA A TUTTI I POPOLI 
DALLE MANIFESTAZIONI DELLA NATURA 

La nazionalità , quel bene sospirato da lutti i 
popoli civili all'età nostra, è un sociale benefizio 
additato dalla stessa natura terrena di questo pia- 
neta in cui viviamo, mediante le mirabili manife- 
stazioni- della Divina Potenza Creatrice, la quale 
sembra rivelare alle genti con segni particolari i 
loro destini sociali. Scompartita la terra in separale 
zone, veggonsi le molliplici umane stirpi in tante 
distinte, e demarcate sedi, che offrendo delle spe- 
cialità di essenza, e dei modi di esistenza, paiono 
insegnare agli uomini la naturale condizione e la 
necessità di parziali, ed indipendenti connivenze 
politiche. La commistione delle varie razze d'uomini 
non sempre sembra assentita, per le non omogenee 
caratteristiche che le distinguono, e le terze specie 
nascenti da quelle se non sono formate dalle spon- 
tanee congiunzioni, o ne corrompono gli slessi com- 
ponenti, o non risultano gentili che colFopera lunga 
e difficile de' secoli. 

Sono segni visibili delle distinte nazionalità de' 
popoli i differenti colori in prima delle razze, i 
grandi spazi marini che dividono l'una gente dall' 
altra, le grandi catene de'monti, le notevoli discre- 
panze del clima, le speciose produzioni, le tempre 
corporee mollo dissimiglianli fra i popoli, le parti- 
colarissime passioni da cui sono predominati, ed in 
fine come massimo contrassegno, le differenti favelle, 
che in un simile suono esprimendo, e comunicando 
a vicenda i moli dell'animo, i sensi del piacere, e 
del dolore nella terrestre peregrinazione, generano 
le comuui simpatie per la assimilazione della neces- 
sità, e predilezioni comuni per quella terra tutta 
ove il medesimo suono si ode. 

11 grande principio umanitario che aspira a col- 
legare lutti i popoli in un solidale interesse non 
potrebbe che rimanere un astrailo concetlo della 
politica filosofia, se in prima non venissero ordinate 
le umane società, se non fossero innanzi costituite 
le nazionalità dei popoli a seconda delle grandi ma- 
nifestazioni della natura. Difficile opera invero questa 
appare, allorché si contempla la odierna partizione 
delle dominazioni, e tardo il conseguimento che se 
ne potrebbe attendere, ma non impossibile ad es- 
sere tradotta la speranza in un allo, se ad una. uni- 
versale tendenza de'popoli civili si aggiungesse per 
umana sapienza e comune accordo un freno all' 
impero della forza. Per questa soltanto furono sop- 
presse le voci della ragione, per questa furono con- 
culcali i diritti manifestatisi per la legge naturale, 
e calpestale le nazionalità. I dirilli di dominio in 
passalo e nel presente non hanno bisogno per dive- 
nire tali per umana sciagura che di un lungo esercizio 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



191 



della forza istessa. Un deplorabile rimedio alla te- 
muta ripetizione delle violenze, alle terribili conse- 
guenze della reazione, di colui che ha sofferto lo 
spoglio, si fece soltenlrare alla giustizia, alla legit- 
timità del possesso, accordando la sanzione alle 
ingiuste occupazioni con un fittizio diritto che non 
avea altro titolo che la continuazione della forza i- 
stessa. La tirannia così imponeva le sue dure leggi 
ai debollati, ed una tarda riscossione dei popoli op- 
pressi si appellava ribellione. Il più forte usurpa- 
tore portava nella sua azione di forza il diritto 
islesso di dominio. Ciascun ricorreva col pensiero 
di porre un argine all'umana violenza! si voleva 
pure il riposo dello genti nelP esercizio del diritto 
di proprietà ! Una dura necessità faceva talora pie- 
gare la fronte a molli ! Onde aver pace nel presente, 
si statuì di tollerare l'antica violenza! L'interesse 
comune delle genti faceva sentire il bisogno di una 
legge comune, di un patto valido fra esse che tute- 
lasse le integrità nazionali, e fosse guarentigia della 
loro incolumità, astringendole insieme con vincoli 
solidali promettenti sicura salute. Le leggi o trat- 
tali parziali che sono regola internazionale fra due 
o più stali, gli sforzi della cosi della diplomazia 
non aveano in sé slessi, per lo più, se non il fine 
di centralizzare delle grandi forze per sopraffare 
nei differenti rapporti politici ed economici le genti 
più deboli. Il vantalo equilibrio ancora degli uomini 
di stalo non apprestava altro mezzo di conserva- 
zione che l'uso della istessa forza, ponendola ad 
un più eguale contrasto, ma non ebbe per precipua 
norma un equo diritto. Le nazionalità che pel si- 
curo riposo del mondo era necessario, direi quasi, 
farle rientrare nel loro letto, erano manlenule 
infrante (e perciò una continua cagione di politici 
cambiamenti) erano spesse volte annichilale per 
una barbara legge chiamala ragione di stato. 

Un patto adunque comune, che fosse la spontanea, 
ed espressa convenzione delle genti tulle, la sua 
solidale accettazione, sembrava nelle umane contin- 
genze il solo pegno dei diritti individuali e comuni 
delle nazioni per la loro conservazione. Questa 
snprema legge de'popoli non potrebbe costituire le 
odierne dominazioni, senza aver per base la più 
o meno remota costruzione della nazionalità, a se- 
conda di quelle naturali manifestazioni, nel fine di 
possibilmente consolidare fra gli uomini di pace, 
restituendo la libertà dei medesimi nelle rispettive 
sedi terrestri, come ad una voce reclamano tulli 
coloro che già pervenuti ad un grado di civiltà sen- 
tono come una necessità la soddisfazione di questa 
naturale tendenza. 

Noi dicemmo che unadelle precipue caratteristiche 
delle nazionalità era la comune favella nei popoli ; 
e per cerio la loro nazionale risurrezione o con- 
servazione conveniva ritenerla intimamente legata 
a quella. Al suo magico suono scuotonsi le genti 



che appartengono ad una medesima regione, e die 
parlano lo stesso linguaggio. Le simpatie si svelano 
all'istante; a quel suono mirabilmente si accendono 
gli alleili della nazionale fratellanza. Due enti che 
per la prima volta si riscontrarono, pur divulgatisi 
in longinque terre, s'allraggono a vicenda a quella 
voce; le patrie affezioni si suscitano pur anco in 
coloro che meno le sentirono per l'addietro; una 
insolila commozione li invade se casi sinistri o lieti 
avvennero alla palria comune. 

La straniera invasione corrompendo le favelle, le 
nazionalità ricevono il maggiore urlo alla loro po- 
litica esistenza. Sino a che un popolo conserva 
pura la propria lingua ha sempre la forza rigene- 
ratrice della sua nazionalità. A quegli che soggiacque 
alla sventura della conquista è mestieri guardarsi 
forse più dalla lingua del conquistatore che dalle 
sue armi. La necessità di dovervi comunicare non 
è da porsi in bilancia col formidabile germe che un 
popolo accoglie nel familiarizzarsi col linguaggio 
dell'usurpature, il quale corrompendo a grado a 
grado la favellìi natia, ne annulla la grande carat- 
teristica della nazionalità. 

Se adunque è duopo mantenerla intatta come un 
forte baluardo contra la straniera violenza, per coloro 
che sono nel libero possesso della nazionalità, è del 
pari necessario alla sua conservazione la possibile 
soppressione dei dialetti che suonano siccome spurii 
alla madre comune, ed indicano nel seno delle na- 
zioni i segni di antiche ferite falle alla sua inte- 
grila; piaghe giammai rimarginate, e che talora 
innalzano i malefici indussi di fraterna discordia. 
Per essa lingua soltanto si mantengono intatti i te- 
sori della sapienza delle nazioni. Per quella la patria 
istoria, le leggi, le scienze rimangono sempre espli- 
cale alla intelligenza dei posteri; i costumi non al- 
terano la loro originalità, ed in lai guisa infonden- 
dosi nei popoli una affezione tradizionale per tante 
venerate memorie si fortifica nel modo più dura- 
turo la loro esistenza. V. P. 



SEPOLCRO DI NERONE 

Secondo una tradizione popolare che corre a Roma, 
oravi altre volte alla Porla del Popolo un grand'al- 
bero sul quale un corvo venia sempre a posarsi. Si 
scavò la terra al piede di quest'albero e si trovò 
un'urna con un'iscrizione che diceva quest'urna 
racchiudere le ceneri di Nerone Le si gettarono al 
vento e si fabbricò sullo stesso luogo la chiesa co- 
nosciuta oggi sotto il nome di Santa Maria del Po- 
polo. Il monumento chiamato il Sepolcro di Nerone 
che vedesi a due leghe di Roma, sulla strada di 
Toscana, non è punto il sepolcro di Nerone. 



192 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO- SCELTA RACCOLTA DI OTILI B SVARIATE SOZIOHI 



COSE CONTKMPOMMI 



Il giorno 6 giugno in Milano. 

Fu giorno che non si può dimenticare, e che, di- 
venuti vecchi e stanchi delle gioie del mondo, ram- 
menteremo col sorriso della compiacenza sul labbro 
e con una lagrima sugli occhi. 

Gli studenti partivano pel campo dell'onore: erano 
1400: andavano a combattere per la patria e per 
la libertà : figli del popolo vollero dividere con lui 
i pericoli eie glorie di una guerra santa: partivano 
coi fiori sul fucile, in mezzo alle ansie, agli applausi, 
ai guardi e ai sorrisi dei parenti, degli amici, delle 
belle ed eleganti fanciulle che giltavano loro dai bal- 
coni mazzi di fiori: partivano cantando come se an- 
dassero a banchetto nuziale, incuorando i circostanti 
colle forti parole : Consolatevi, torneremo liberi. 

Una povera famiglia, padre, madre, due sorelle 
e un fratellino, della classe degli operai, si affatica- 
vano tra la immensa calca per dare «Tulliino saluto 
al figlio, al fratello che partiva: era la speranza, 
l'orgo"lio del loro cuore, ch'essi sacrificavano alla 
salute della patria. Passaron fucili, passaron studenti, 
passaron soldati; ma il figlio, il fratello non lo v? 
dero più: anche " quel conforto fu loro negato. — 
Quando lutti furon passati, un singhiozzo scoppiò dal 
loro petto e una pioggia di lacrime lavò la loro 
faccia.... Poveretti! la storia non terrà conio di quelle 
lacrime; ma Iddio sì. 

Oh, i sacrifizi del popolo son cosa divina ! Nel 
silenzio della povertà, nell'oscurità delle sue offi- 
cine, egli è generoso ed eroico senza saperlo, senza 
che altri lo sappia. Divora le sue lacrime, e nessuno 
gli bada ; si sacrifica alla patria, e lo crede un dovere; 
nelle crudeli privazioni si contenta di offrire a Dio 
i suoi dolori in penitenza de' suoi peccati. — Frat- 
tanto le opere de' ricchi sono esaltate da'giornali, 
pubblicale a suon di tromba. 

Oh, non invidiateli i ricchi ! Perchè levasi tanto 
rumore se un ricco fa qualcosa di bello e di grande? 
perchè la è cosa straordinaria. — Gloriatevi dunque, 
o poveri, di appartenere a quella classe di persone 
in cui la virtù, la generosità e l'eroismo son cose 
ordinarie. Anche Cristo, quando si è fatto uomo, 
ò comparso in faccia al mondo col rozzo vestilo 
del figliuolo di un falegname. 

II. 

// giorno 8. 

Di funebre pompa si onorò in lai dì nella chiesa 
di S. Fedele la gloriosa e fortissima schiera dei 
martiri italiani che, morendo a Curlalone, hanno 
inizialo la immortale vittoria de' Piemontesi a Goilo. 



Vi assistevano i fratelli Toscani che trovansi in Mi- 
lano, i Siciliani rappresentati dal colonnello La- 
Farina, i Lombardi, la Guardia Nazionale, il Governo 
Provvisorio e una legione di carabinieri che fra poco 
ritornerà a combattere sui campi che già conosce. 

Il tempio era lutto abbrunato: in mezzo ad esso 
sorgeva un grande tumulo, quale convenivasi per 
onorare le anime grandi e ricche di valore che già 
sono in grembo a Dio. 

Ognuno dimetteva il capo sospirando, e alzava al 
cielo una fervorosa preghiera per que'cari che sep- 
pero far gelto della vita, combattendo la guerra 
sacra. 

Sommo era il dolore che vedeasi scolpito sulla 
faccia de'circoslahti : ma quel dolore era sacro, su- 
blime, generoso, e dava pegno che gli Italiani hanno 
finalmente sentito il grande obbligo de' grandi sa- 
crifizi per la redenzione del loro paese dallo stra- 
niero abbominato. 

Nondimeno noi abbiamo sorpreso molte lacrime 

sugli occhi di molle madri Oh madri italiane, 

consolatevi nell'idea che il sangue de' vostri figli 
sparso per la libertà di questa nostra patria è bene- 
detto dagli uomini e da Dio; il loro nome sarà 
scritto a caratteri indelebili nelle pagine imperiture 
della storia, e la terra che accoglie le loro salme 
sarà venerata come terra santa , come terra di 
pellegrinaggio. 

Pensale che la guerra non è solamente suprema 
necessità nostra per esterminare il barbaro che di 
presente ci assale, ma è suprema necessità nostra 
affinchè lo spirito marziale divenga natura in noi e 
passi ereditario nei nostri figliuoli, ai quali non maa- 
cheranno nemici finché avranno per patria questa 
bellissima Italia. 

Udite la sapiente Riforma: E forza che 1 Italia 
si spogli di quella snervata civiltà, e per meglio 
dire, di quel tenerame che ci avea resi graziosi , 
ma fiacchi, e si rivesta d'una civiltà maschia, edu- 
cala non al trillo della scena e alle danze , ma al- 
l'urlo del cannone e alle mosse concitale della bat- 
taglia. Con questa civiltà noi ora e sempre vince- 
remo i nostri nemici. 

Non v'ha provincia Italiana che non abbia figli 
sul campo, ma forse non sono ancora quei tanti 
che richiede il bisogno. Deh, non si freni la gioventù 
con tenerezze materne e lagrime stemperanti la 
virtù dei forti ! Il pianto adesso è un pericoloso 
nemico d'Italia, e noi diremo col Pellico che una 
man l'asciughi, e ruoti l'altra più assetalo il brando. 
I prodi che sono caduti sotto il ferro dell'Austria 
non han bisogno di esser compianti, ma bisogno di 
esser vendicati. E noi non potremo meglio soddi- 
sfare al dovere d'Italiani, all'amicizia, alla paren- 
tela che con l'uccidere i loro uccisori. 



Stabilimento tipografico di A. FONTANA iu Torino. 



S5. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc. 



ANNO X. 



;23 giugno 1848) 



GLORIE ITALIANE 

PARTE PRIMA 

FEDERIGO IMPERATORE CONTRO GEI ITALIANI —Anno 1158. 

(Coiilimiaz. V.png. 185.) 




V. 

Crema racchiudeva in sé la gente più animosa che 
per avventura ci ricordi la storia degli uomini. Le 
donne slesse con beffarde canzoni salutavano dall' 
allo delle mura le insegne imperiali. Assediami ed 
assediali, postergalo ogni umano sentimento e invasi 
da furia orribile, si mescolarono a guisa di fiere, 
meno quasi per vincere che per uccidersi. Federigo 
fece trarre verso la città una torre alla quale eran 
legati molli de' più nobili fra i prigionieri Cremaschi 
e Milanesi. I poveri cittadini si videro con orrore 
condotti alla scella o di essere i carnefici de' propri 
figli e fralelli, ovvero di sacrificare la patria... Sal- 
varono la patria e lasciarono al barbaro Alemanno 
la macchia incancellabile d'una atrocità vana ed inau- 
dita. Gli slessi principi tedeschi sentirono ribrezzo 
di tanto macello, e per mezzo di Enrico duca di 
Sassonia, che si proferse mediatore, i Cremaschi 
vennero a patti coli' Imperalore. Fu loro fallo grazia 
della vita e di quanto potessero portare con loro. — 
Sgombrali gli abitami, la terra fu dala in preda ai 
soldati e disfalla. 

Italiani! non siale avari del vostro a attore e della 



vostra ammirazione alla virtù ollrepotenle dei Cre- 
maschi. 

VI. 

Federigo si volge trionfalmente verso Pavia, cillà 
che avea smarrito ogni senso d'italiana virtù e che 
avea venduta lulla se slessa ai capricci di un barbaro. 
1 soldati di lui, compiuto il termine del loro ser- 
vigio, recansi, come di consueto, alle loro case. Per 
vincere i Milanesi è costretto aspellare che un nuovo 
esercito gli sia mandalo di Germania. 

Giunge finalmente i'anno 1161, e l'Imperatore 
senlesi forle abbastanza per fulminare a gran tem- 
pesta l'ardita Milano. 

Ma la fortuna vuol spesso che I* ingiusto prevalga 
al giusto, e la tirannide alla libertà. — Nel momento 
slesso che Federigo si volge verso Milano, un in- 
cendio furiosissimo e imprevedulo ne arde e devrsla 
quasi la lerza parte. Ed ecco i cittadini in faccia ad 
un nemico formidabile e rabbioso, ignudi d'ogni 
cosa e privi della speranza di aver pane perchè le 
fiamme han divorali lutti i magazzeni ov' eran ri- 
poste le principali provvisioni. Ma l'amor santo 
della libertà li sosteneva, e un furore che più non 



194 



MOSSO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



pensa e più non regge, gonfiava gli animi di tutti 
contro P esecrato e maledetto oppressore. 

Federigo volle prima mostrare alcuni segni del suo 
eroismo. Circondò la città coli' immenso suo eser- 
cito senza trarre arco e quasi a spettacolo di festa, 
poi ad un tratto scomparve con tutte le sue genti, 
avviandosi verso Lodi. I Milanesi salgono maravi- 
gliati sulle mura e sulle torri, e mandano intorno 
lo sguardo.... Quale miseranda vista si presenta loro 
dinanzi ! Tutta la terra è devastata e conquassata 
per la distanza di quindici miglia: tagliali i grani 
ancor verdi, le viti sbarbate, rotte, peste o sotter- 
rate, gli alberi tronchi, il terreno lacero e cambiato 
in una landa che non può più dar nulla. 

VII. 

Dopo ciò il degno Imperatore ricompare cin- 
gendo la città da tulli i lati, perchè, come il solito, 
non osando assaltarla, intende vincerla colla fame. 
Intanto fa tagliare le mani a tulli i prigionieri, strappa 
gli occhi a cinque Milanesi e ne lascia uno solo ad 
un sesto acciocché questi serva di guida a ricondurre 
in città i compagni, e commette mille incredibili 
crudeltà, tutte degne di questo eroe alemanno, che 
chiama giustizia l'uccidere una nazione, la quale 
usa dei diritti concessile da Dio per tutelare la propria 
libertà. 

Ma già la fame flagella orrendamente gli assediati. 
Nel dicembre dell'anno 1161 e più nel gennaio del 
1162 eran ridotti a tale stremo di miseria, che do- 
vean vegliare colle armi dentro le mura domestiche 
affinchè il padre non rubasse il pane al figliuolo. 
11 marito (scrive il cronista milanese Calchi) assa- 
liva la moglie, il suocero la nuora, il fratello l'altro 
fratello, il padre il figliuolo, perchè frodali dicevansi 
del pane. 

La morte era il solo termine a così enormi guai. 
Il popolo, dopo avere durali tutti quei tormenli, a 
descrivere i quali vien meno l'umana parola, mostrò 
di volersi arrendere. Si opposero i consoli gagliar- 
damente: — la morte è assai più dolce della schia- 
vitù, gridavano essi; il tempo conduce soccorsi non 
preveduti. — E' a risvegliare il coraggio prostralo 
usavano del continuo parole infiammalivo, poncano 
avanti le proprie persone e sostanze, portavano in 
giro le croci e le bandiere date loro dal magnanimo 
sostenitore della causa italiana, il pontefice Ales- 
sandro III, sulle quali slavan scrini i numi santi di 
Cristo e della libertà. 

Vili. 

Mettiamo nella memoria degli uomini questi co- 
raggiosi e dabbene cittadini : — Chiamavansi Ottone 



Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da 
Maudello, Gollifredo Mainerio, Arderico Cassina, An- 
selmo dell' Orlo, Aliprando Giudice, Arderico da 
Bonalo. 

Gli assediali, sospinti da loro, fecero un'ultima 
sortita, e l'impeto fu così improvviso e irresistibile 
che scavalcarono e ferirono l'Imperatore stesso. 

Ma la fame potè finalmente più di ogni virtù, e 
i consoli, incalzati e minacciali nella vita dal popolo, 
furono costrelti di giltarsi ai piedi dell' Imperatore 
e giurargli fedeltà. Il vincitore non volle ammettere 
veruna condizione: — niun patto, gridò egli borio- 
samente, tra il leone e il cerbiatto: il vinto s'ab- 
bandoni alla mia clemenza. 

11 dì 4 di maggio del 1162 trecento cittadini a 
tal fine eletti gli rassegnarono le aste, le bandiere 
e le chiavi della città. Il dì 6 l'intero popolo, par- 
lilo in 100 schiere, si presenta a Federigo con 
croci supplichevoli in mano, secondo l'usanza de' 
tempi , e col capo cosperso di cenere. 

Sedeva egli in quell'ora a mensa, e lasciò lun- 
gamente aspellare i Milanesi sotto la sferza d'una 
pioggia turbinosa. Il tiranno volle infine vederli tutti 
prostrali a'suoi piedi !!... I Tedeschi medesimi pian- 
gevano. Egli solo stava saldo come pietra, e quand' 
ebbe dato sfogo al suo orgoglio neroniano, si voltò 
ai consoli con freddo piglio, e con satanico ghigno: 

— Milano, disse, debb' essere sgombrala, le sue 
fosse appianale, le sue mura diroccate, le sue torri 
dislrutte, ogni cosa tratta a ruina e a desolazione. Io 
mi era proposto nell'animo di farvi perir tutti con di- 
versi supplizi, a terrore dell' Italia intera; ma poiché 
avete fidato nella mia clemenza, vi fo dono della vita 
e della roba che potete portare con voi. 

Gli abitatori con vesti lacere e sudicie, con capi- 
gliatura arruffata, con guancie sbiancate e macilenti, 
coi petti anelosi e con andatura cascante abbando- 
narono quelle mura che li videro nascere e furono 
sparlili, a guisa di mandre, in quattro borgate, 
che dovettero fabbricare colle proprie mani, quattro 
miglia discosto dalla città. 

IX. 

Milano, dopo pochi giorni, scomparve agli occhi 
del mondo, e sul nudo terreno fu sparso il sale a 
documento di sempiterna sterilità. 

Federigo, data agli uomini questa prova di cle- 
menza alemanna, recavasi a Pavia col volto rag- 
giante di giubilo, colla corona nel capo a fianco 
dell' Imperatrice, in mezzo a splendida e insolila 
pompa di spettacoli, di lorneamenli e di conviti; poi 
ritornava in Germania. 



SCELTA RACCOLTA DI DTILI R SVARIATE NOZIONI 



195 



Ma egli non pensava che le mine sono eterne 
sollanlo fra gli schiavi; non pensava che le mura 
bagnate di sangue libero risorgono più belle e più 
forti; non pensava che la libertà non si uccide come 
l'individuo che la rappresenta. Niuno al mondo ha 
mai calpestati impunemente i sacri diritti dei po- 
poli; e noi vedremo ora gli Italiani, simili all'Anteo 
della favola, rizzarsi più potenti e più animosi di 
prima, e fare che il loro sangue cada sulla lesta 
dello spietato oppressore come una pioggia di sangue. 
(Continua) P. ConELL!. 

STATISTICA 



NOTIZIE DI SCIENZE ED ARTI 

D'USI E COSTUMI DI TUTTI I POPOLI DELLA TERRA 

Ecco quanto ci dice la storia della civiltà com- 
merciale. Anticamente le isole greche e la Sicilia 
primeggiavano mentre Roma era ancora barbara. 
Nei secoli di mezzo l'industria dell'Italia alimenta 
il commercio del mondo. Dopo l'Italia nel XIII e XIV 
secolo più cillà situate alle foci e lungo le sponde 
dei grandi fiumi dell'Alemagna, la famosa lega an- 
seatica, divennero magazzini delle merci del mondo. 

La mancanza di comunicazioni e di sbocchi ri- 
tarda i progressi dell' industria. Nella Finlandia il 
ghiaccio dura da sei a sette mesi, quindi tutte le 
arti, che fenno uso dell'acqua come forza motrice 
o mezzo detersivo, rimangono sospese. 

Nelle dirupate e precipitose montagne del Gbervel, 
intorno alle sorgenti del Gange, si fa uso di capre 
e montoni per trasportare il grano al Tibet e ripor- 
tarne il sale. 

Nella Caledonia due cani attaccati a un traino o 
slitta tirano sulla neve un carico di 250 libbre in- 
glesi, facendo 20 miglia in cinque ore. 

Gli Esquimali nelle loro emigrazioni e trasla- 
zioni traggono dai loro cani il più grande partilo. 
Onesti animali robusti e intrepidi fanno fare ad un 
traino cinque o più miglia all'ora con un carico 
tull'aliro che leggiero. Otto di questi animali tirano 
agevolmente tre o quattro persone. Una mula di 15 
o 16 di essi polè trarre al suo destino un'ancora 
colla sua gomena, il tutto pesante una tonnellata. 
Generalmente colà un cane trascina un peso di 100 
libbre da once sedici. 

Nella Lapponia le slille, larghe 18 pollici, lunghe 
5 piedi, enlro cui siede il conduttore, traile dalle 
renni, volano per così dire attraverso alle foreste, 



alle montagne, alle valli, facendo circa 37 leghe 
di Francia al giorno. 

Il carico di un cammello ordinario si è 750 lib- 
bre di Francia. La marcia di questo animale è len- 
tissima, giacché non fa che 1700 a 1800 tese al 
giorno; con questa lentezza può continuare il suo 
viaggio <la 15 a J8 ore al giorno. 

Con una libbra di alimento ed altrettanta acqua al 
giorno si può condurre un cammello per intere setti- 
mane. Nel tragitto dal Cairo a Suez, che è di 40 
aio ore, non mangia nò beve. Se giunge in paese 
erboso, raccoglie in un'ora quanto gli abbisogna in 24, 
per ruminarlo in tutta la notte. Di rado però si trova 
egli in questi buoni pascoli, e forlunalamente non gli 
sono necessari. Sembra anco che preferisca alle 
erbe dolci l'assenzio, il cardo spinoso, l'ortica, la 
ginestra l'acacia, ed altri vegetabili irsuti, che cre- 
scono nel deserto, e talvolta aridi a segno, che non 
potrebbero essere mangiali dalla capra. 

In Ispagna ai traini si attaccano, per Io meno, sei 
muli, in Italia appena due; quindi è che la bontà 
delle nostre strade sta a quella delle strade spagnuole 
in ragione di 5 ad 1. 

Pericoli pe' viaggiatori. In più situazioni mon- 
tane della Svizzera e del Tirolo, il viaggiatore deve 
astenersi da qualunque rumore, giacché l'esperienza 
ha insegnato che la più piccola agitazione dell'aria 
può concorrere al subito sviluppo di una valanga. 

In Norvegia nel verno il ghiaccio s'inoltra alla pro- 
fondità di molli piedi: la primavera, quando sdiaccia, 
passa qualche tempo pria che il calore penetri nell'in- 
terno della terra. La superficie del suolo già sciolta dal 
verno è divenuta secca e consistente, mentre la parte 
interna resta tuttora gelata, la parte media forma una 
specie di palude, da cui l'acqua non può decorrere. 
Ora, quando si viaggia, egli è assolutamente impossi- 
bile di distinguere questi luoghi pericolosi dal restante 
della strada; di maniera che i cavalli e le carrozze 
si trovano improvvisamente nella situazione di un 
vascello in mare. La superficie del suolo che è un'ila, 
oscilla, si abbassa, si rialza, largamente ondeg- 
giando. La carrozza vacilla, come in caso di terre- 
molo, i cavalli si spaventano, la crosta secca del suolo 
si spezza, e l'una e gli altri cadono in un abisso 
profondo molli piedi. Questo pericolo s'incontra 
principalmente a Tellegrued, quindi l'augurio che si 
fa in Norvegia a chi viaggia in primavera, si è: 
Dio vi ])rcseni da Tcllcgrocd. 

Il regno di Houlan nell'Asia è lutto zeppo di 
montagne altissime, e la sua temperatura è fredda, 
quantunque al 50° di latitudine. Quelle montagne 
sono sì sterili, che non si veggono abitale nò da 



I9G 



MLSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



uomini, né da bestie selvaggie. Il viaggiatore co- 
stretto ad attraversarle deve portare con se le vet- 
tovaglie per cinque o sei giorni , giacché non s'in- 
contrano né case, né capanne, spesso neanche !egna ; 
di modo che gli è necessario dormire dove lo sor- 
prende la notte. E siccome è impossibile condurvi 
cavalli od altre bestie da soma, fa duopo portare 
sul dosso di uomini i viveri, le pignatte, i letti, e 
simili utensili. Da Calcutta a Lassa, capitale del 
Boulan, si contano tre mesi di viaggio; si concepisce 
quindi quali fatiche e quali spese richieda un simile 
viaggio di più mesi per terra. 

Il viaggiatore entrando nella città di Bucharest 
e di Yassi, resta sorpreso nel veJere il fondo stra- 
dale composto di grossi travi della più bella quercia, 
messi in coniano gli uni degli altri attraverso alle 
strade, le quali presentano l'aspetto di ponti in legno. 
Questa costruzione oltre a consumare una immensa 
quantità di legnami, giacché fa d'uopo rinnovarli 
ogni cinque o sei anni , riesce incomoda a quelli 
che viaggiano in cocchio, e pericolosa a quelli 
che vanno a piedi; l'aria rimane viziala dai vapori, 
che s'alzano dalle acque corrotte e slagnanti, riu- 
nite sotto il pavimento delle strade, e sono cagione 
d'immense malattie, e rendono queste città, come 
molte della Norvegia, malsane. 

La diligenza stabilita sopra la costa meridionale 
di Galles, tirata da un cavallo, sopra strada di ferro, 
ha forma bislunga, quattro basse ruote di ferro, 
porla 16 persone, in ragione di cinque miglia all'ora, 
e fa tanto rumore quanto 20 martelli battenti nel 
tempo slesso sopra incudine. 

E stalo dello che gli Americani fanno il commer- 
cio come Napoleone faceva la guerra, vincendo in 
celerilà i suoi nemici ; i loro vascelli portano minor 
carico, ma fanno due viaggi, mentre che gli altri 
non ne fanno che un solo. 

Tra le invenzioni che agevolano i trasponi , fa 
d'uopo citare i fortissimi strettoi di ferro, con cui 
si comprimono le balle di cotone. E noto che uno 
degli ostacoli, che -si oppongono al facile trasporto 
e al basso prezzo di questa merce, si è il suo e- 
norme volume che ingombra i vascelli senza cari 
carli. Per vincere questo ostacolo sono stali inven- 
tali dei torchi di ferro, che riducono le balle di 
cotone alla metà del loro volume. 

Ciascun giorno partivano da Parigi, nel 1766, 27 
vetture con 270 viaggiatori, oggi ne partono 500 
con 3000; quindi la lassa sulle vetture che dal 
1766 al 1792 era appallala in Francia per un mi- 
lione circa di franchi, ne produce presentemente più 
di quattro. 



Si fa uso a Cristiania di una specie di cambiale, 
che non ha bollo, ma che presenta esattamente e 
pubblicamente il valore degli oggetti commerciali. 
Allorché i conladini, discesi nel verno dalle regioni 
montuose, hanno condotto sopra traini i loro legnami 
al deposito generale giacente lungo la sponda ma- 
rittima, gl'ispettori fanno loro sulla schiena dei segni 
e delle cifre con creta, che indicano la provenienza, 
la quantità, il valore del legname consegnalo da 
ciascuno. Il conladino, appena ricevuta questa cam- 
biale,, corre a tutte gambe al banco del negoziante 
per essere pagalo, giacché ogni dilazione ogni af- 
fare, ogni azione potrebbe fare sparire il titolo del 
suo credito. Giunto al banco, volge la schiena al 
banchiere, il quale legge, paga, e con una spazzola 
cancella il suo debito. Quest'uso somministra un 
mezzo per riconoscere i valori commerciali, dimostra 
la celerilà di quel commercio, e soprattutto prova 
la buona fede dei venditori e compratori. 

In Egitto, oltre le due casle principali, sacerdo- 
tale e militare, si distinguevano Ire altre casle sub- 
alterne, cioè i pastori, i coltivatori , gli artigiani. 
Tra gli artigiani, i militari si trovavano all'infimo 
grado ed esposti ad una specie di obbrobrio, per- 
chè il loro mestiere gli poneva in comunicazione 
con gli stranieri, il contatto dei quali era una mac- 
chia per gli Egiziani. 

I Persiani, il culto dei quali era l'adorazione 
degli elementi, avevano per l'acqua un profondo ri- 
spello. L'impossibilità di eseguire una navigazione 
senza lordare la sua purezza colle sozzure di un 
vascello, gì' indusse a privarsi di questa maniera di 



viaggiare. 



La religione dei Genloux, o Indiani, non permeile 
ai suoi seguaci di accendere il fuoco sopra l'acqua;- 
quindi non si può preparare il cibo sopra di un 
vascello, il che rendè impossibili i viaggi per acqua 
un poco lunghi. 

STORIA DELL' ARCHITETTURA 

ARTICOLO SECONDO 

Passiamo dall'Egitto nella Grecia. Noi entriamo 
in un mondo nuovo, nella vera patria del genio e 
della Lellezza. 

1 Greci sortirono una natura più squisitamente 
gentile che non gli Egiziani. Da questi nondimeno 
ricevettero lezioni di architettura : ma ciò fu per 
darle a tulli i popoli, e presentar loro modelli i quali , 
sotto il doppio rapporto dell'eleganza e della sem- 
plicità, non doveano più essere soverchiati. La 



SCELTA RACCOLTA DI ITILI E SVARIATE NOZIONI 



ia-7 



mano dei Greci diede all'archilellura quell'armonia, 
queir ordine, quell'assieme che tanlo lusingano lo 
sguardo. Dal loro genio nacquero quelle sublimi 
composizioni che non si possono ammirare abba- 
stanza. In una parola, a loro soli debbonsi tulle le 
bellezze di cui è suscettiva l'arie del fabbricare. 

Ciò non vuol dire die dopo loro non siavi più 
nulla di nuovo a immaginare: il dominio dell'arie 
è infinito: ma la vera bellezza non è punto un parlo 
della fantasia; ella è soggettata a leggi senza cui non- 
saprebbe esistere. Ora se i Greci raggiunsero un si 
alto grado di perfezione nell'architettura e nella 
scultura, se le loro produzioni divennero la sorgente 
a cui attinsero successivamente tante nazioni, si 
è perchè eglino conobbero e praticarono quelle leggi 
in ciò che esse hanno di più intimo e di più de- 
licato. > 

Trovasi nei tre ordini dell'architettura greca lutto 
ciò che quest'arte può produrre, sia perla maestà 
e l'eleganza, sia per la solidità. 

Chiamasi ordine, in archilellura , la riunione di 
cerli elementi considerali come la base di tutto il 
sistema che costituisce la costruzione e la decora- 
zione dei monumenti in cui sono adoperali. Questi 
elementi sono il piedestallo, la colonna, ossia ciò 
che sorregge, e il sopraornato , ossia ciò eh' è 
sorretto: 

1° 11 piedestallo si compone di Ire parli disfinte: 
il plinto, lo zoccolo e la cornice. 

Il plinto, è la base fondamentale del piedestallo. 
Lo zoccolo è la parte del piedestallo che posa 
sul plinto e serve di tavola alla cornice che compie 
il piedestallo, 

2° La colonna si compone della base , del fusto 
e del capitello, ossia della parte che lo termina-, 

5° Finalmente il sopraornato si compone alla 
sua volta di tre parli: l' architrave, il fregio e la 
cornice. L'architrave è quello che posa immediala- 
mcnle sul capitello della colonna; il fregio quello 
che tiene il mezzo tra l'architrave e la cornice. 

Gli ordini adoperali dai Greci nei loro monumenti 
sono: il dorico, il jonico e il corinzio, ai quali per 
l'ordinario si aggiunge il toscano e il composito. 

L'invenzione dei due primi cioè del dorico .e del 
jonico è dovuta ai Greci dell'Asia Minore, come 
vien indicalo dal loro nome. Il dorieo è nato nella 
Doride, il jonico- nella Ionia. Il corinzio non com- 
parve che gran lempo dopo i due prir.ù ordini, e trae 
il suo nome dalla cilià di Corinto, o, secondo l'opi- 
nione la più comune, fu inventato verso la mela del 
sesto secolo prima di Gesù Cristo. Il toscano è cosi 
chiamalo perchè nacque nella Toscana dove popoli 



antichi, originarli della Lidia, fabbricarono i primi 
templi di quest'ordine. Infine il composto, crealo 
più lardi dai Romani, è una mescolanza dell'ordine 
jonico e dell'ordine corinzio: d'onde gli venne il 
suo nome. 

L'ordine dorico è il primo e il più semplice di 
lutti. E quello di cui i Greci fanno maggior uso. 
E il solo il cui sopraornato abbia un attributo di- 
stinto. Questo attributo è una imitazione della lira 
di Apollo che si chiama triglifo ( triplice cesellatura) 
e che è collocato nel fregio. L'ordine toscano poco 
differisce dal dorico, o, per meglio dire, è ancor 
più semplice. Ma la forza e la gravila non sono i 
soli caralterf che debbansi esprimere dall'architet- 
tura ; la grazia e l'eleganza richiedono forme meno 
severe, ed ecco ciò che il genio de' Greci giunse 
a mettere in atto colla composizione dell'ordine jo- 
nico che tiene il mezzo tra il dorico e il corinzio, 
il più magnifico di tulli. Si racconta, intorno all' 
invenzione di quest'ordine, che una giovine Corinzia, 
morta pochi giorni prima di un felice imeneo, la 
nutrice desolata pose in un paniere varii oggetli 
amali dalla defunta, li collocò vicino alla sua tomba, 
sopra uno stelo d'acanto, e lo coprì d'una larga te- 
gola per schermire ciò che conteneva. Nella prima- 
vera seguente, l'acanto ripullulò-, le sue foglie cir- 
condarono il paniere: ma frenato dal risalto della 
tegola, si curvarono rotondandosi verso l'estremità. 
Lo scultore Callimaco, passando un di presso'Ia 
tomba, ammirò l'effetto grazioso prodotto da queste 
foglie d'acanto, e deliberò di aggiungere al capitello 
della colonna corinzia l'ornamento del fogliame, 
la cui idea gli venne suggerita dal caso. Ciò è 
quanto distingue particolarmente l'ordine corinzio 
dall'ordine jonico, le cui volute o intreccio del ca- 
pitello sono senza foglie. Quanto all'ordine com- 
posilo, esso non ha punto carattere né proporzione 
particolari. Lo si riconosce alle quallro volute com- 
binale colle foglie del capitello corinzio. 

A far un buon libro, ormai un retto senso non 
basla. (ìorivieu porsi al fatto delle cognizioni del secolo, 
e della meditazione far ale all'affollo. Gli ingegni ita- 
liani sono dalla naturale vivacità sospinti sovente a 
grandi opere senza pensare a, quel che dagli altri s'è 
fatto e si vien tulio giorno facendo: così ciascuno, 
mentre pretende di creare, non fa che ripetere, e 
spesso senza saperlo: così la scienza, invece di avan- 
zare, si caccia all' indietro : così si fomentano le ambi- 
zioni misere della scuola, e si dimenticai! fine dell'arte. 

N. Tommaseo, 



198 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



^!!&<B®SÌ® $©@31S1?23$)3}J1&X 



(Continuaz. V. pag. 1GD.) 



CAPITOLO III 

GIULIA 

La mattina, passando avanti ad una chiesa, vidi 
uscirne una fanciulla accompagnala da una camerista. 

11 portamento lardo, il volto pallido, lo sguardo 
languente, i lineamenti poco dissimili da quelli delle 
Madonne greche, e certa aura di profonda mestizia 
che moveva da tutta la sua persona mi commossero 
in guisa eh' io, mi sentii tratto, con/ie per fascino, 
a seguitarla. 

Salii dietro ad essa una larga scala — scomparve 
— ed io mi trovai sulla soglia di un uscio in faccia 
ad una vecchia signora.... 

— Bel guadagno l'andar a caccia di avventure 
dolorose, come il cavaliere della Trista Figura! dissi 
tra me. 

Nell'alto di ritrarmene, fissai più intentamente la 
signora: — il suo volto era impresso di un lullo 
grave e rassegnalo. 

Niun momento la mia anima si sente più piena- 
mente consapevole della propria esistenza, che allor- 
quando trovasi circondata dalle melanconie. — Mi 
arrestai; e con voce quasi carezzevole, né senza 
qualche dignità, dissi: 

— Mi scusi, o signora ! Ella troverà nuovo e 
forse audace il mio procedere : ma tale non è. Sul 
volto della fanciulla che varcò questa soglia io lessi 
una storia di guai : tratto da quel senso affannoso 
che mi viene inspiralo da tulio ciò che soffre, io 
le tenni dietro senza accorgermi, pieno della fiducia 
che una mia parola avrebbe forse temperalo l'ama- 
rezza di quell'anima.... 

— Di Giulia! della mia Giulia! — sclamò ella 
con accento velato dalla commozione. 

— Io sono forestiero e non sono felice — soggiunsi. 
I cuori che soffrono, facilmente s'intendono. Non 
mi nieghi, o signora, il favore di dire qualche pa- 
rola che potrebbe essere di refrigerio.... 

Ella non mi lasciò compiere la frase. La mia bo- 
narietà la commosse, e, aperto l'uscio, m' introdusse 
in una stanza arredala con elegante semplicità. 

— Signore, ripigliò 'sospirando, la bontà non è 
lulla scomparsa dal mondo, ed io posso narrarvi la 
breve storia della mia figliuola. 

— Io ne le saprò grado infinito, risposi obbedendo 
all'invilo ch'ella mi faceva di sedermi. 

— Giulia passò la sua prima infanzia con un suo 



cugino; crebbero insieme; pareano due anime create 
l'una per l' altra $ fecero sacramento di percorrere 
tuli' intero il cammino della vita, come due tenere 
colombe, senza mai rompere i vincoli dell' affetto 
che li univa. Destinalo dai parenti alla vita del foro, 
egli fu posto sotto i Gesuiti affinchè questi attempe- 
rassero alla norma di quella vita l'ammaestramento 
della sua mente e del cuore. Passarono alcuni 
anni. L'affetto si rinfiammava in Giulia colla lonta- 
nanza^ ma non così nel cugino. Tornato fra noi per 
alcuni giorni, come ci apparve diverso da quello 
di prima! Sarebbesi detto che una mano infernale 
avesse sterpalo dal suo cuore i germi preziosi della 
veracità, della franchezza, delle propensioni magna- 
nime e generose. Il fiore dell' affetto gli si era ap- 
passito. Un ghigno di sprezzo gli appariva sul labbro 
ad ogni innocente novità, ad ogni desiderio animoso. 
Alle dimando tenere e affannose di Giulia egli ri- 
spondeva avvolticchiandosi nelle parole. Agli impeti 
della fanciullezza, che avean mostrala in lui una 
precoce virilità, era succeduto un fare conlegnoso, 
taciturno, cupo e severo che troppo male si addi- 
ceva alla natura vivida e polente di chi si affaccia 
alia vita. Insomma egli sembrava affatturalo, e nulla 
era di più compassionevole a vedersi. — Suo padre 
venne a morte. Egli fu chiamato al letto del morente: 
gli si appressò con volto immobile, gli diede un 
gelido amplesso, e (lo credereste?) ne accolse l'ul- 
timo sospiro senza versare una lagrima... Giulia ne 
fu sgomentala ; adoperò tutti gli argomenti di una 
fidanzala amante per risvegliare in lui le prime 
scintille. Ma ogni cosa fu indarno. L'ipocrisia aveva 
occupalo il luogo dell'amore. A quell'umiltà, che è 
condizione di slima e insieme condizione d'affetto, 
era succeduto l'orgoglio velato d'urbanità; e quel 
che è più, non andò a lungo che l'avarizia, sotto 
nome di economia, di giustizia e di zelo del proprio 
decoro, gli si abbarbicò profondamente nel cuore. 
Allora credette lecita ogni cosa. Chiamò sogno l'a- 
more e la fede a Giulia, e diede la mano non a 
chi voleva portargli in dote un tesoro di affetti can- 
didi, intemerati e inconcussi, ma a chi gli portò 
danaro, danaro.... 

— E Giulia? Giulia? — sclamai con ansia, mal 
frenando lo sdegno e il dolore che mi sentiva pro- 
rompere ed infiammare nel cuore. 

— Giulia !... poverella !... non pianse, non parlò. 
Le lagrime le si impietrarono dentro il petto... Le 



SCRLTA RACCOLTA DI UTILI K 8VARIATB NOZIONI 



199 



parole le vennero meno... Un lento morbo le corrode 
le viscere... Fra poco io sarò sola sulla terra... 

Io non aveva mai provalo maggior all'anno; è im- 
possibile il dire il tumulto de' miei alTelti; erami 
presentato in quella casa per dir parole di santa 
consolazione, ma in quel momento io non ne trovava 
veruna. Non sentiva elio lo sdegno di non potere 
avventare tutte lo folgori contro la mala pianta del 
Gesuitismo, alla cui ombra cresceva una sì gran 
messe di dolori alla povera mia patria. 

In questa mi comparve innanzi la infelicissima 
Giulia; la sua andatura era cascante, i suoi occhi 
languidi e fissi, cadaverico lo smorlore della sua 
bella faccia. — Lo sdegno si cangiò in tenerezza, 
una lagrima mi sgorgò dagli occhi e le baciai la 
fredda mano con quel, senso di appassionala vene- 
razione che provasi alla vista d'una vergine santi- 
ficata dall'amore e coronata dalla sventura. 

Lo lagrime crescevano. — Quando potei parlare, 
chiesi di uscire e pregai ad un tempo mi si conce- 
desse la grazia di tornarci. — Giulia annui con uno 
sguardo; la madre con un sorriso. 

(Continua) P. Corelli. 



COSE CONTEMPORANEE 



LETTERA TERZA 

A Giuseppe Demarchi 
scrittore nel giornale II Carroccio 

Milano, il io giugno 18^8. 

Concedete ch'io mi congratuli con voi, o amico e 
signore, dell'alto coraggio civile che dimostrale nello 
sterpare con mano gagliarda dal patrio terreno gli sterpi 
e la zizzania che tuttavia lo isteriliscono. 

Voi fate opera magnanima e santa, perchè due for- 
midabili guerre si agitano di presente in Italia : l'ima 
nei piani di Lombardia; l'altra nel seno di ogni città. 
Quella sarà vinta dalla spada di CARLO ALBERTO, 
questa non può esser vinta che dalla potenza degli 
scrittori, perocché è guerra di tranelli, d'insidie, d'ipo- 
crisia, di mene infami e codarde. 

E sarà più benemerito della patria comune quello 
scrittore, il quale con libertà coraggiosa saprà strap- 
pare la maschera dal volto di coloro che facendosi man- 
tello d'idee allellatrici, inceppano e storpiano quanto 
dai buoni si opera a vantaggio dell' Italia e mettono 
lutti gli spirili a ridurre i popoli all'antico stalo d'in- 
fermila morale e civile. 

Sarebbe oramai tempo che tulli gli scrittori, ponendo 



sotto i piedi le inferme paure e le abbiette titubanze, 
spiegassero una filosofia ingrata agli impostori, ma cara 
agli intelletti che cercano e non temono il vero. Mo- 
lesta è certa mente^la verità, (piando sopravvenga a 
dissipare qualche nostro amalo errore: ma se noi edu- 
chiamo gli animi a guardarne intrepidamente la novità 
e la fierezza, a poco a poco e' innamoreremo di lei, e 
non dubiteremo di blandirla, e non ci lascieremo age- 
volmente prendere dai falsi ingannevoli. 

A che tacerlo? L'Italia, schiacciata da tanto tempo 
dal dispotismo, è ancora in grandissima parte ammor- 
bata dalle regali lordure. Quell'infinita moltitudine 
d'uomini a cui, per procacciarsi onorificenze, titoli e 
lucro, bastava l'elaslicilà della spina dorsale; coloro 
che per rubare impunemente, non aveano che ad imi- 
lare il rettile che striscia; tutti quelli che impingua- 
vano vendendo le menzogne agli stolti e adulando un 
potere che avea le sue basi sull'ipocrisia generosa del 
donare per opprimere, costoro avversano in secreto 
ogni pensiero d' indipendenza e guardano bieco ogni 
cittadina virtù. Fremono al vedere Io -sfratto di quel 
sodalizio che portava dovunque le divisioni e le discor- 
die, che disamorava i cittadini dalla patria, rintuzzava 
gli spirili, infemminiva i cuori e si attraversava ad ogni 
scientifico, industrioso e sociale progresso. Arrabbiano 
nel vedere depresso quel sistema governativo che li cir- 
condava di delizie nella pubblica e nella vila privala. Si 
arrovellano nel mirare i popoli ripieni della coscienza 
de'proprii dirilli accostarsi al banchello della vita ci- 
vile, e non rispettare, non volere altra aristocrazia fuor 
quelja dell'ingegno. 

Che vanno quindi facendo? Essi si pongono un bel 
cappello di liberalastro sul capo, e cheti cheti, e sop- 
piattoni attizzano gli incendii spenti, eccitano pericolose 
commozioni, ingrossano quegli animi che già sembrati 
loro male inclinali, metlono opera a disperdere la fama 
dei buoni, corrompono la morale, viziano la fede, offu- 
scano il candore de' giovani, favoriscono l'oppressione 
universale. 

A Roma chi lenlò di strappare dal cuore di PIO il 
principio liberale? A Pralola e in altre regioni del 
regno di Napoli chi sospinse la bordaglia a gridare 
anatema alla civiltà? In Napoli stessa chi allumò i can- 
noni contro le barricate dell' incivilimento per ricom- 
mettervi e rassettarvi un'altra volta quelle delle bar- 
barie? E presso noi chi riusci a mandare nella Camera 
uomini che rifuggirono dal dare il loro volo pel finale 
cacciamento de' barbari Gesuiti dal Piemonte? 

Qui, dove io mi trovo di presente, odo levarsi non 
pochi lagni contro la Camera Piemontese, la (piale, 
quantunque abbia nel suo grembo uomini di gagliar- 
dissimo pello, non si mostrò finora capace d'un impelo 



200 



mlsi:o scientifico letterario ei> artistico . scélta Raccolta di utili r svariate nozioni 



sublime, e fece un grande sciupio di tempo intorno a 
miserabili quisquiglie. Se perfidi susurratori non a- 
vessero soffocalo in una gran parte del popolo la co- 
scienza del diritto sacro che esercitava nel consesso 
elettorale 1 , noi avremmo una rappresentanza al tutto 
libera e polente, la quale saprebbe in qualunque tempo 
e in qualsivoglia contingenza far argine alle invasioni 
«lei potere. Prima di dare il volo, si sarebbe gettato 
uno sguardo inesorabile al passalo ; si sarebbero stu- 
diali i falli dai quali, meglio che dalle parole magni- 
ficile e dalla rigidezza della fronte, emerge il carattere, 
il cuore e l'indole dell'uomo; si sarebbe pensato che 
colui, nelle cui mani si affida la tutela delle sacrosante 
guarantigie della libertà e l'avvenire della patria, non 
debbe mai essersi macchialo di viltà, non mai aver 
avuto sul cuore il marchio della schiavitù, non mai 
aver lambito la mano cruenta del dispotismo. Una 
vieta sentenza bisognava configgere e ribadire nelle 
menti, ed è (come si esprime un uomo di mollo in- 
gegno) quando il molo popolare ristagna, il potere di 
nuovo si agita e conquista : allora se non ci fa schermo 
una forte rappresentanza, non vi è che una scelta 
— o l'antica servitù o la rivoluzione. 

Assai più accanita dell'Austriaco è la guerra che ci 
move quella sella satanica, molliforme di organi e di 
membra, ma una di vita e di essenza; la quale fece im- 
punemente per tanlo tempo un esecrabile strazio del 
povero Piemonte e delle altre provincie italiane. Co- 
stei vorrebbe ad ogni modo riprisìinare il passato, rav- 
vivar i sepolcri, ricollocare sugli altari l'idolo della 
tirannide. È dovere, sacrosanto dovere d'ogni citta- 
dino lo squarciare le tenebre del mistero entro cui 
ella si avvolge, scoprirne la "fronte, conquiderla colle 
folgori dell'eloquenza, consacrarla all'universale ese- 
crazione. E in questa bisogna, o amico, voi vi adope- 
rate in guisa da ri trarne lode anche dai più schifiltosi 
e severi. E Dio volesse che trovaste molli imitatori! 
Noi potremmo accogliere fiducia che la propaggine 
bastarda e insci valichila dell'albero piantalo dal Loiola 
finirebbe presto dal meller nuovi rampolli. 

Si ritraggano dalla cosa pubblica gli uomini eunu- 
chi di mente e di cuore, e si lascino venire avanti 
coloro che rifuggiron sempre dall' adulare i potenti, 
e che sono chiari non tanto per copia di dottrina, 
quanto per gravila di costumi, per libertà d'animo e 
per cognizione delle cose, dei tempi e degli uomini. 
Chi ha in mano le sorli della patria dev'essere ani- 
moso, esser capace a morire anziché cedere d'un solo 
palmo il terreno all'avversario qualunque sia, o popolo 
i) re. 

E fa dolorosa mera\iglia il pensare che, in mezzo a 
questo imperversare della politica tempesta, in mezzo 



a questo armeggìo disperalo e instancabile de' Gesuiti 
e delle Gesuilesse, sorgano uomini d'ingegno a com- 
movere e sconvolgere gli intelletti col fantasma della 
repubblica ! 

Vedete Mazzini l Egli proclama di non essere fuor- 
ché educatore del popolo: inlanlo spande germi di di- 
visione, stilla il veleno della diffidenza nel luogo della 
gratitudine, mostra con esempi che il principato non 
può essere temperalo dalle costituzioni, predica che 
monarchia e privilegio sono una cosa sola, e che è na- 
tura del privilegio il far guerra mortale alla potenza 
che vuol limitarlo. Così, senza avvedersi, con un'anima 
candidamente religiosa, con una mente capace di nobi- 
lissime aspirazioni, favoreggia e puntella mirabilmente 
le parti dei presenti nemici d'Italia, e accresce il fre- 
milo della guerra che ci travaglia. — lo non ho mai 
consideralo Mazzini come uomo pratico: le sue dottrine 
mi parvero" sempre troppo indeterminate; parmi eh' 
egli corra addietro piuttosto alle astrattezze e alle nubi 
che alla realtà ; nondimeno io sempre lo dilessi perchè 
la sua parola calda e splendida, benché vuota di senso 
pratico, seppe nei tempi della nostra più acerba op- 
pressimi tener viva negli animi la coscienza e il senti- 
mento della propria dignità ch'è la sorgente di lutto 
le virtù. Ma vedendo ora come egli si ostini a volere 
che l'Italia posponga alle apparenze e ai sogni la sal- 
vezza e la vita sua propria, io non posso a meno di 
ripetere ciò che già dissi in questa medesimo foglio, 
ch'egli, se non commette un delitto civile e politico, 
commette certamente un gravissimo fallo. 

Ma io non voglio abusare la vostra pazienza, e con- 
fortandovi di non stancarvi di comparire nella prima 
fila del glorioso Carroccio e ripurgare la patria comune 
dall'influenza morbosa che ne inferma molle membra, 
mi dico col senso della più alta slima il tutto vostro 

P. CoRELLI. 



DELLE CONVERSAZIONI 

Siccome il legno è l' alimento del fuoco, così i 
cattivi discorsi sono gli alimenti de' cattivi pensieri. 
Non lasciate dunque sfuggire dalla vostra bocca lutti 
i pensieri concepiti dal vostro cuore: fatevi uno 
scrupoloso dovere di bandirne quanto è contrario 
alla decenza e ai buoni costumi; che se cattivi pen- 
sieri assalgono la vostra immaginazione, non per- 
mettete alla vostra lingua di esprimerli, ma soffoca- 
teli nel silenzio. Quando alcuno bestie velenose, de' 
serpenti, cadono in una fossa, se incontrano qualche 
useita per fuggirne, vi si slanciano con novello fu- 
rore; ma se sono rinserrali In guisa da non poterne 
.uscire, vi periscono. La vostra bocca è l'uscita per 
la quale i vostri cattivi pensieri verranno a luce, 
lasciandone nel fondo del cuor vostro una fiamma 
divorante; comprimeteli col silenzio: voi togliete loro 
ogni alimento, voi li annientale. 

S. Gio. Crisostomo. 



Stabilimento tipografico di A. FONTANA iu Torino 



90. 



MUSEO SCIENTIFICO, ecc — Anno X. 



[1 luglio 1848) 



FERDINANDO IL BOMBJRDJTORE 



SCENE DI NAPOLI 




Era il giorno ik maggio iSkS. — Il Bombardatone 
slava appiattalo nella sua reggia come la iena nel suo 
covo. Pingue di corpo e di guancic piene e ridondanti, 
egli era come sepolto in un'affannosa contemplazione. 
Tratto tratto una luce paurosa gK scoppiava dagli oc- 



chi, e il suo volto segnato da una relè di vene, ora fa- 
cevasi di color pavonazzo, ora del color della morte. 
Uopo un lungo silenzio levò la faccia, mandò intorno 
gli sguardi irrequieti e con voce dimessa parlò: 

— Ecco il popolo! mostrategli un barlume di libertà, 



202 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO BD ARTISTICO 



ed egli diverrà presto una belva furibonda cbe cer- 
cherà divorarvi.... Vedete! questi gaglioffi, ai quali io 
per compassione non ho voluto recidere al tulio le ali, 
ora si ringalluzzano, levan la eresia, vogliono imbri- 
gliare la mia potenza, vogliono por leggi a me, a medie 
per la grazia di Diosono il loro padrone, il loro re... Oh! 
io non clovea dimenticare che l'uomo politico debb'es- 
sere vendicativo, e cbe solo si regna colla vendetta. 
Perchè ho io posto in non cale le lezioni datemi dal 
supremo dominatore delle Russie? Ecco : quel popolo 
è tranquillo e felice perchè pensa, giudica e vive pel 
solo suo imperatore, perchè non ha conoscenza di di- 
ritti, di leggi, di liherlà e di allri simili corbellerie, 
perchè è contento che il suo autocrata sia la scienza 
che prevede, misura, ordina, distribuisce tutto ciò 
che è necessario.... Oh! è tempo ch'io ne segua le 
sante vestigia; è tempo ch'io metta sotto i piedi gli 
statuti che danno le vertigini a colali imbecilli, e 
ch'io ponga una buona museruola alle labbra di 
questi schiamazzatori petulanti... Feci sacramento di 
mantenere intatte le nuove leggi... Ma questo sacra- 
mento fu rigettato da Dio perchè io nel farlo ero accie- 
calo, e la mia volontà non era libera... E poi e poi, 
da'miei antecessori ho imparato che ogni mezzo è lecito 
per raggiungere un fine credulo santo per la sicurezza 
e dignità della corona. 

Un leggiero rumore gli mozzò la parola in hocca ; 
fissò lo sguardo indagatore all'uscio. Vi comparve un 
uomo che ai cesti, al contegno e alla schiena curvata 
come un arco di ponte mostrò di essere un cortigiano: 
razza eteroclita, a cui è straniera l'elevatezza dei sensi, 
l'indipendenza dello spirito, la grandezza de' disegni 
politici e il giusto orgoglio dell'uomo che sa fabhricare 
la propria fortuna colle sue mani. Il Bombardalore 
con ansietà favellò pianamente: 

— Venite avanti, Ministro... Non abbiale limore... 
Siamo soli... Ho dati ordini di non lasciare entrare 

fuorché voi 

Malgrado queste parole pronunziale con certo tono 
di confidenza, il Ministro si avanzava con qualche tre- 
pidezza : gli era come uno di quegli uccelli che ame- 
rebbe appressarsi al gufo quando questo osa mostrarsi 
alla luce del sole; ma benché fornito di buone penne, 
ha tuttavia gran cura di tenersi alquanto lontano dagli 
artigli e dal becco dell'uccello di Minerva. — Il Bom- 
bardalore n'ehhe compassione, e per mettergli cuore, 
gli volse alcune parole dolcissime: 

— Noi vi abbiamo sempre conosciuto tenerissimo 
dei vantaggi e della grandezza del nostro trono, e, col- 
l'aiuto di Dio, vogliamo degnamente guiderdonarvi... 

— Maestà!.. 

— Parlale... Avete voi comincialo a gii lare le reti 
per avviluppare questi nostri sudditi ribelli? 

— Questa notle entreranno in Napoli le fedelissime 
truppe di Vostra Maeslà. 

— Possiamo noi fare fondamento sopra tutte?... 

— Sopra tulle, Maestà ! Esse vi sono legate per la 
vita, e voi polcle adoperarle come meglio vi lalenla. 



— E i nostri buoni Svizzeri... 

— Mi hanno giurato che tulli i pericoli che sovra- 
stano al sacro capo di Vostra Maeslà si dilegueranno 
come bolle alla superficie dell'acqua, le quali spari- 
scono appena toccate, e non lasciano più veruna traccia, 
di sé. 

— Abbiate cura che siano larghissimamente pre- 
miati... Dite che noi per quel diritto che abbiamo ri- 
cevuto da Dio, diamo loro piena facoltà di uccidere 
i ricchi, svaligiarne le case e portar via le suppellet- 
tili e masserizie... 

— Io non ho osalo prometter lauto per tema, che 
Voi... 

— Almeno vogliamo loro far grazia di una buona 
parte di esse, perchè del resto dobbiamo servirci noi, 
onde sopperire alle ingenti spese che siamo costretti 
a fare pel hene di questi nostri sudditi ingrati, che 
pure non possiamo cessar d'amare. Ora parlatemi dei 
Lazzaroni... 

— Essi sono tulli per voi. Non aspettano che un vo- 
stro cenno per piombare sui ribelli e far carne... 

— Questa filiale lealtà commove le nostre viscere pa- 
terne*... e a gran pena possiamo frenare le lacrime... 
Oh dura sorte dei re! Quanto è doloroso il dovere 
agitare la sferza e menare la spada per ricondurre sul 
buon sentiero i ricalcitranti !... Perchè non ci è dato 
di stringere in un solo amplesso tulli coloro che furono 
dall'eterna clemenza fidati alla nostra tutela? 

— Maeslà! risparmiale quelle lacrime; esse sono 
troppo preziose e i vostri sudditi se ne sono resi in- 
degni... 

— Pur troppo ! 

— Pensieri omicidi bollono nei loro cervelli... 

— Che?.. Avrebbero forse penetrato i miei disegni?.. 

— No, Maestà!.. Ma appena si avvidero che voi, nella 
vostra sapienza, non avvisale dover mantenere le voslre 
promesse, né ampliare le basi dello Statuto che ave- 
vate dalo per addormentarli, essi danno mano alle 
armi, e, facendo i scimiotlalori della bordaglia di Pa- 
rigi e di Milano, cominciano in molte parti della via 
Toledo a rassettar barricate.... 

— Infimi !.. Scellerati !.. Volgere contro il legittimo 
sovrano le armi che egli donò loro!.. Morte a tulli! 
Morte a tulli! Non sian risparmiati vecchi, donne, 
fanciulli... Perchè questa terra accolga il germe ch'io 
voglio "illarvi, debb' essere dissodala col terrore e col 
sangue... Correte, volate, mettete in opera tulli i mo- 
tivi a sterminare i ribaldi... 

— Non v'affannale, Maestà!... Le rivoluzioni danno 
apparenza ingannevole; esse sono immense a vederle, 
ma minori in fallo, perciò audaci e caduche... 

— Bene! bene! Non ponete lempo in mezzo... Do- 
nate... donate... poco... Promettete titoli, croci, ono- 
rificenze... Non dimenticate che l'interesse e l'ambi- 
zione sono potentissimi incentivi del cuore umano... 
Fate insomma che la causa santissima del trono sorga 
più bella, più luminosa dal sangue dei sccllerali. 

Il Ministro incrociava le mani sul petto, e, falla una 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



203 



profondissima riverenza, si ritraeva. Il Bombardaiore 
si raccosciava in un angolo della stanza eolle membra 
attraile da orribili convulsioni e colla faccia color di 
piombo. Poco stante agitava con furia grande un cam- 
panello d'argento, e vi entravano trambasciali e tre- 
manti tulli i membri augusti della reale famiglia. Al 
vederlo poco dissomiglianle da un morto, gettarono un 
grido, e la tedesca consorte, abbracciandolo con tene- 
rezza e lacrime, sclamò : 

— Ferdinando mio!., anima mia!.. Che è questo ab- 
baltimenlo?..Su via! racconsolatevi... Noi saremo ac- 
comodali della vila di questo fecciume di ribelli ; i 
nostri fedeli ce 1' bau promesso; perchè dunque gua- 
starci il sangue in tal guisa? 

Il Bombardaiore respirò; nondimeno le sue membra 
erano invase da un tremilo universale, e, quasi fosse 
sepolto in un lago di sangue, agitava le braccia come 
chi annaspa. Dopo convenevole spazio di tempo pro- 
ruppe in queste parole: 

— Ma non vedete che io soffoco?.. Levatemi da que- 
sto luogo... Qui il sangue scorre per ogni parie. La 
pietosa moglie seguitando: 

— INo! cuor mio! Il luo Irono è coperto di cera, 
e il sangue non ci si ferma... Via! ripiglia animo... 
Iliposa de' luoi travagli sul seno di chi li adora... Bevi 
nel calice dell'amore ch'io l'offro il nettare dell'oblio. 

E lo spaurito Bombardaiore si levava in piedi sor- 
retto dalle candide braccia della tenera regina, e in- 
sieme si recarono alla slanza del letto maritale, dove 
entrambi dormirono d'un sonno placido e continuo!! — 

Sorse il giorno 15. — Erano le dieci antimeridiane ; 
pochi minuti mancavano all'ora prefissa al macello. 
Il Bombardaiore, raccolta l' intera famiglia, si recò 
devotissimamente nel privalo oratorio. 

— Miei cari, disse con accento di compunzione, si 
appressa il momento in cui forse i reali nostri destini 
potrebbero rimanere sepolti per sempre. Alziamo calde 
preghiere a Dio e alla Vergine Santissima perchè la 
nostra eausa trionfi, e perchè ci sia data la consola- 
zione di versare nuovi benefizi sopra coloro che spen- 
dono la vila per la salute nostra. Vi accenda un'illi- 
mitata carità : fate che la fiamma non manchi alla voce 
acciochè la vostra preghiera non ricada come un crasso 
vapore che non può sollevarsi fino al cielo... O Code! 
Dei-Carrello! angioli miei tutelari ! perchè non sono 
io tra voi?... Quale lena \oi spirereste all'anima affati- 
cala del vostro buon re!... 

Dopo queste parole pronunziate con voce piagnolosa 
e tremolante e colle ginocchia a terra, si \ oliò a due 
Gesuiti che lo slavano contemplando con cera da cata- 
letlo, dicendo : 

— Fratelli!., fratelli!.. Oimè!..Ecco il tuono del 
cannone... Comincia la santa battaglia... Presto, presto, 
portatemi il logoro mantello che mi fu donato da quel 
sant'uomo di Code. Voi sapete che esso apparteneva 
a Sant'Alfonso, e che da lui mi vennero sempre le più 
saggio inspirazioni, lo lo indossava quando, per la gra- 



zia di Dio, feci strozzare un grandissimo numero di 
Aquilani che avean molestato i miei buoni sudditi; 
lo indossava quando, pel bene dell' universale, "ho ban- 
dito il martirio dei Cosentini, ho fatto colle palle rom- 
pere il pollo dei fratelli Bandiera, ho ordinalo la di- 
struzione di Palermo, di Messina e di Siracusa... Affret- 
tatevi... copritemi con esso... Io sotto di lui sto sicuro 
e tranquillo come sotto le ali di Dio (*). 

1 Gesuiti obbedirono, e il Bombardaiore in ferra iuo- 
latosi si accoccolò in un angolo dell'altare e cominciò 
il Rosario. 

Frattanto Napoli era messa allo sbaraglio. L'aria 
rintronava delle grida miserevoli degli scannali. Gii 
Svizzeri piombavano come demonii sopra gli inermi 
cittadini, e agli uni troncavano il capo, agli altri squar- 
ciavano il ventre, per lutto commettevano di tali enor- 
mezzc, quali non furono vedute ai giorni della più 
tetra e più cruenta barbarie. Le barricale erano sfon- 
date, le guardie nazionali sbarallale e spente, le don- 
zelle, le matrone, i fanciulli, i vecchi squartati, falli 
in brani minuti. I Lazzari gavazzavano nel sangue, 
stupravano le più nobili donzelle, ne portavano le 
tronche leste in trionfo, spezzavano mobili, cavavan 
roba, danari, masserizie; ogni cosa andava a ruba e 
a fuoco; ogni cosa era piena d'orrore, d'eslerminio, 
di morte. 

H Bombardaiore, incerto del trionfo, tremava, an- 
sava, si scontorceva, si ravvolgeva come un indemo- 
nialo ai piedi e tra le gambe dei due Gesuiti che s>li 
facevano sul capo i più grandi crocioni del mondo. 
Finalmente si spalanca la porla dell' oratorio e \i 
compare raggiante di giubilo, sventolando la borbonica 
bandiera, il commissario di polizia, Merenda : 

— Vivalo re Ferdinando !.. Vittoria ! vittoria T... 
il Bombardaiore, forsennato per gioia, balzò in 

piedi urtando, senza avvedersi, col capo e colle braccia 
i due Gesuiti che andarono a gambe levale. 

— Iddio proteine i forti ! sclamò con accento nero- 
niano. Son vendicalo!!.. 

Vestitosi in gran gala, volle immantinente recarsi 
alla chiesa del Carmine per riferire grazie alla Vergine 
Santissima della strage conseguila. Gli tenne dietro 
un lungo codazzo di ministri, d'impiegali ed altri sa- 
telliti e sgherri, e depose nel tempio un ricco dona- 
tivo. Dopo ne uscì tra le grida festevoli e assordanti 
d'un' immensa popolaglia che lo alzava a cielo e a cui 
e^Ii donava con svenevole tenerezza una piastra in 
premio di lauto amore. Passava per la via Toledo, 
seminata d'insepolti cadaveri, lungo le case arse e 
smantellale, e un sorriso di trionfo sfiorava le labbra 
regali. Avviavasi quindi verso Porla Cumana, e quivi 
gli si presentava uno spettacolo nuovo preparatogli 
dall'avventuroso commissario Merenda. Una turba in- 
finita di meretrici, con occhi infiammali, con visi 



(i) Storico. Vedi il Pensiero Italiano. 



204 



MUSEO SCIENTIFICO, LETTERARIO KD ARTISTICO 



imbrodolati di vino e di sangue, con pelli nudi, simili 
a furiose baccanti, empievano l'aria di grida strane 
e orribili, mandando salutazioni ed evviva al buon 
re Ferdinando, minacciando di morte chiunque non 
lo applaudiva colle braccia, coi piedi e cogli urli, e 
spandendo per la città spaurita e insanguinala una 
nuova e più orrenda specie di sgomento. Il Bombar- 
dalore dal suo carro di trionfo stendeva le mani or 
all'una or all'altra, e tulle allietava con sorrisi, con 
doni, con carezze (*). 

Entrando nel borbonico covile, gli si offersero allo 
sguardo venti guardie nazionali. Il Merenda, per ac- 
crescere d'una slilla la gioia ond'era innondato il 
cuore paterno del re, le fece con molla bravura fuci- 
lare in presenza della corte. Il Bombardalore si degnò 
di sorridere di nuovo, e, varcata la soglia augusta, 
depose gli allori ai piedi della consorte che 'o atten- 
deva seduta sul trono. — E così sia! — 

P. CORELLI. 

(*) Storico. Vedi il Contemporaneo- 



FATTO STORICO 



DISINTERESSE D'UN UOMO DEL POPOLO 

L'amor del danaro può facilmente condurre a qua- 
lunque eccesso. E tu, lettor mio, ne puoi essere testi- 
mone , giacche hai veduto con gli occhi propri cose 
veramente disonorevoli per un cittadino, o se non le 
hai vedute da te medesimo, almeno ne avrai sentito 
più e più volte parlare. Uomini, che certamente hanno 
perduto il pudore, e soffocalo ne' vizi ogni sentimento 
della propria dignità, per una vile moneta hanno se- 
condalo le mire inique di chi avrebbe voluto seminare 
nelle nostre città le dissenzioni e i tumulti. Avresti tu 
parole forti abbastanza da condannar quanto merita 
una gente così perversa? Mentre per tutta Italia ser- 
peggia un fremito di gioia indicibile, mentre i popoli 
applaudiscono ai principi riformatori e padri veri dei 
sudditi, mentre la patria comune, dopo tanti anni di 
lacrime e di schiavitù, risorge bella ed incantevole 
regina delle nazioni, uomini venduti di certo a qualche 
feroce nemico della gloria italiana, hanno tentato quasi 
da per tulio di spargere mal umore e discordia in 
mezzo alla popolare letizia. E ciò per l'appunto nel 
tempo che vi è maggior bisogno d'unione per ricon- 
quistare del lutto l'indipendenza. Vedi dunque, arti- 
giano mio, se ho dello bene al principio, che l'amor 
del danaro spinge ad azioni tali che ogni onesta per- 
sona ne inorridisce. Preghiamo Dio, che cessi oramai 
questo brullo vezzo, e gl'italiani fratelli si stringano 
tulli insieme in un amplesso di pace e di carità in 
modo che per la cupidigia di danaro niuno tradisca 
più i sacri interessi della nazione. Intanto, a distornare 



il pensiero da queste malinconiche riflpssioni, mi af- 
fretto a raccontarti un bell'esempio di disinteresse da- 
toci da un uomo del popolo nel I2o6. 

Si accese in quell'anno una delle guerre piccole sì, 
ma accanite e sanguinose, con cui si combattevano a 
vicenda e s'indebolivano i popoli d' Italia, sommini- 
strando materia di rallegrarsi e di ridere agli stranieri 
nemici. I Pisani, segretamente ispirati dal re Manfredi, 
principe tedesco che dominava nell'Italia meridionale, 
ruppero la pace co' Fiorentini e coi Lucchesi, e mar- 
ciarono con un esercito nelle terre di Lucca verso un 
castello, che denominavasi Ponle al Serchio. I Fioren- 
tini allora, congiunte le loro forze con i Lucchesi, si 
recarono a soccorrere l'assalito castello, e venuti alle 
mani coi nemici, così fortemente ed ostinatamente com- 
batterono, che i Pisani diminuiti dalla strage si die- 
dero disperati a fuggire, e nella cecità di quella fuga 
precipitosa molti restarono affogali nelle acque del 
Serchio. I vincitori inseguendoli si affrettarono verso 
le mura di Pisa, risoluti di porvi assedio e ridurla alle 
strette. Se non che i Pisani prevennero le angustie 
che avrebbero dovulo soffrire, e cercarono di terminar 
colla pace quella guerra funesta: ma bisognò per 
questo che piegassero il capo alla volontà del popolo 
vittorioso, e si assoggettassero a quei patii che loro fu- 
rono imposti. Eravi tra questi, che la repubblica pi- 
sana fosse pronta a demolire Mutrone, fortezza posta 
sulla spiaggia del mare, quando così piacesse ai magi- 
strati di Firenze. Acconsentirono e promisero i Pisani: 
ma siccome temevano che quella fortezza fosse ceduta 
ai Lucchesi, il che non avrebbero in alcun modo 
voluto, mandarono segretamente a Firenze un citta- 
dino fidato, perchè si adoperasse d'impedire questa 
cosa, e se ne facesse sicuro col procurare la demolizione 
del forte. Perocché niente loro importava che si ridu- 
cesse un mucchio di rovine: bastava soltanto, che non 

10 avessero in potere i nemici, i quali certamente a 
danno di Pisa se ne sarebber molto giovati. L'amba- 
sciatore dunque s'incamminò frettoloso a Firenze, 
portando seco gran somma di danaro, .per ispendere e 
larsheouiare a fine di ottener l'intento desideralo. 

~ Or? 

Eravi allora in Firenze un popolano di nome Aldo- 
brandino Ottobuoni, ciltadino potente ed autorevole. 

11 Pisano ebbe subito a lui ricorso, sperando che 
come anziano del popolo, e per la virtù sua mollo 
ascollalo nei consigli del comune, avrebbe potuto 
contribuire al conseguimento di ciò per cui era 
venuto. Gliene fece dunque parlare da un amico, 
e gli offrì la somma notabile di quattromila fiorini 
d'oro, ed anche più, se ne avesse voluto di più, 
purché inducesse gli altri anziani a decretare che la 
fortezza fosse distrutta. Aldobrandino non era ricco, e, 
vedi! che bella occasione gli si offriva di salir in auge, 
e menar vita di lusso fra' suoi concittadini. E ti dirò 
ancora, che avrebbe potuto mettersi al possesso di 
quella somma non solo con poca fatica, ma anzi con 
grandissima facilità, giacche i magistrati nel giorno 



SCELTA RACCOLTA DI UTILI E SVARIATE NOZIONI 



205 



innanzi avevan già preso segretamente il partilo di di- 
struggere il forte e nient! altro reslava che la pubbli- 
cazione del decreto. Ecco dunque un popolano non 
ricco, che trovasi nelle mani un bel patrimonio, pur- 
ché sappia pigliar la fortuna per i capelli e non dare 
ascolto agli scrupoli. Che imporla un fortilizio di più 
o un fortilizio di meno? Lo volete distruggere? Di- 
struggetelo pure; ed io mi godrò allegramente i quat- 
tromila fiorini: anzi, ciacche la cosa vi sta tanto a 
cuore, io ne voglio cinque e seimila. Così avrebbe par- 
lalo un uomo volgare e poco amante della sua patrin. 
Ma Aldobrandino non era uomo si vile. Appena senti 
che grassa offerta venivagli fatta, così prese a ragionare 
fra se medesimo: gli anziani del popolo, tra i quali 
sono ancor io, fissarono ieri di rovinare quella fortezza, 
credendo di danneggiare in tal guisa i nemici, e questi 
invece, sospettando che noi volessimo lasciarla in piedi, 
si danno premura e scialacquano tesori per ottenerne 
la distruzione. Ciò dunque vuol dire che Mulrone può 
essere di gran vantaggio per Firenze o per Lucca: i 
Pisani si arraballano tanlo perchè sia demolilo. 

Che fece dunque? Benché il giorno avanli egli pure 
avesse opinato che il forte si disfacesse, ritornò al con- 
siglio, e con belle ragioni e con calore di argomenti 
persuase del contrario gli anziani. E noia! poteva egli 
farsi bello co' magistrati e co' cittadini di questo suo 
disinleresse, raccontando dell' offerta eh' eragli stala 
falla, e magnificando la grandezza dell'animo suo nel 
rigettarla. Ma no: tacque in consiglio la sua generosità, 
e per indurre nella sua opinione i colleghi addusse 
soltanto quelle ragioni, che gli parvero più convenienti 
e più adattate a sostenerla. Queste, popolo mio, sono 
le azioni veramente maravigliose; questi, questi sono 
gli esempi ai quali tu devi ispirarti, questi finalmente 
sono gli uomini, che meritano la stima di tulli, poiché 
c'insegnano a por sotto i piedi i noslri interessi e sa- 
crificare il proprio vantaggio, quando ne dovesse ve- 
nire anche il menomo danno alla patria. E deh! ne 
fossero molli di tali uomini in ogni città ! che sareb- 
bero ai giovani uno slimolo continuo all'esercizio della 
virtù, e modello vivo di quell'amore che oguuno deve 
nutrire per la gloria e la grandezza e la prosperila 
della patria. 

Giovanni Villani slorico fiorentino, da cui ho tollo 
questo fallo, termina il suo racconto così: « Ne pare 
« degna cosa di fare di lui memoria per dar buono 
« esempio ai nostri cittadini, che sono e che saranno, 
« d'essere leali a' loro comuni, e d'amar meglio la fama 
« di virtù che la corrullibil pecunia. 11 dello Aldo- 
« brandi no poco tempo appresso morì in buona fama 
« per le sue virtuose opere falle per lo popolo e co- 
li mune di Firenze, i quali per non essere ingrati 
« fecero grande onore al suo corpo e a sua memo- 
« ria : a spese del comune fecero fare nella Chiesa di 
« S. Reparata (duomo di Firenze) un monumento di 
« marmo levalo più che niun allro, e in quello seppel- 
« lirono il suo corpo a grande onore. » E. D. L. 



IL POETA E LA GLOI1IA 

Con un grosso scarlafaccio 
Penzolone sotto il braccio 
Un Poeta pien di boria 
Venne al tempio della Gloria; 
Picchiò all'uscio, e a un finestrino 
Fé' la Gloria capolino. 

— Chi è che picchia ? — Sono un Vate 

Con un fascio di Ballale, 

Due migliaia di Sonetti, 

Cento d'Opera Libretti, 

Che umilmente io vi presento 

Per entrar — Dove? — Qui drenlo. 

— Ma di le, perdona, sai, 

Non inlesi parlar mai. — 
— Eh! lo credo; le mie rime 
Io le scrissi in slil sublime; 
Perciò il mondo non m'ha inleso... 
Sono un Genio non compreso. 

Ho cantato inni d'amore 
Alla donna del mio core, 
Ho cantalo i miei sospiri, 

I miei vergini deliri, 
Ho gridalo contro i rei 

Che ridean dei versi miei. — 

— Ma di patria l'amor santo 

Non fu segno del tuo canlo? 
Pel tuo cielo, pel tuo suolo 
Non trovasti un inno solo ? 
Non hai tu resuscitalo 
Le memorie del passalo? — 

— Il passalo in verità 

Io lo lascio dove sia; 

II presenie è troppo scuro, 
E parlando del futuro 
Capirete che un poela 

Non può farla da profeta. — 

— Se il poela, signorino, 

Non può farla da indovino, 
Può desiar negli altrui pelli 
Alti sensi e grandi affetti: 
Ma chi spreca in vane fole 
L'armonia di sue parole, 

Chi alla patria, che l'invila, 
Non consacra ingegno e vita, 
Scriva pur volumi interi, 
Ma qui dentro entrar non speri — 
Disse, e in faccia al menestrello 
Chiuse irala Io sportello. — 



206 



MISEO SCIENTIFICO, LETTERARIO ED ARTISTICO 



A quest'alto il buon figliuolo 
Restò lì come un pKuolo : 
Poi, com'uom dal sonno scosso, 
Mormorò lutto commosso : — 
Alla palria, che m' invita, 
Il mio ingegno e la mia vita. 

E slancialo fuor del braccio 
Il suo grosso scartafaccio, 
11 penlito menestrello 
Tirò fuori un zolfanello, 
E le mani si scaldò 
Al poetico falò. 

O Poeti, che sciupate 
In canore cicalate 
La bollente fantasia 
Che il destino vi largìa, 
Ricordale il zolfanello 
Del penlilo menestrello. 

Arnaldo Fusinato. 



•«KH* 



IL PROBLEMA DELL'EPOCA PRESENTE 

Consultiamo la politica, consultiamola come un ora- 
colo, davanti il quale l'economia politica piega la sua 
fronte, e dimandiamole qual è la grande questione del 
nostro tempo, quale causa tiene in sospeso lutti i popoli. 

La civiltà è un parlo (fèlla libertà. Da un mezzo 
secolo questo immenso lavoro ebbe già tre fasi, cia- 
scuna delle quali fu bastante a logorare un governo. Il 
primo di questi tre periodi , quello della repubblica 
francese , fu consacrato all'abolizione dei privilegi : 
quello dell'impero fu impiegalo a inscrivere e formo- 
lare partilamenle nelle leggi il principio dell'egua- 
glianza civile, e a portarne trionfalmenle lo stendardo 
per tutta Europa; l'ultimo, quello della ristorazione, 
servì a fazionare la borghesia all'esercizio delle libertà 
politiche, e I' avvezzò a prender parte nelle bisogne 
della ragione. Dal 1850 ebbe principio un allo nuovo 
che compierà l'opera. Trattasi di completare sotto gli 
auspicii della pace l'emancipazione della seconda metà 
del terzo slato, delle classi lavoratrici delle campagne 
e delle citlà. 

Ecco il problema dell'epoca... 

Nella fase finale e solenne della presente rivolu- 
zione francese, gli interessi materiali, dominio dell'e- 
conomia politica, divengono degni della più alta con- 
siderazione. Dal momento in cui si traila delle classi 
lavoratrici, la libertà è strettamenle legata agli interessi 
materiali. 

La definizione la più esatta e la più larga della li- 
bertà è questa: ella consiste nell'assicurare a ciascuno 
i mezzi di sviluppare le proprie facoltà e di esercitarle 
oel modo il più vantaggioso per se e pel prossimo. De- 



finita in tal modo la libertà, ne risulta per conseguenza 
ch'ella non può sussistere senza l'appoggio degli in- 
teressi materiali. Infatti l'uomo che ha fame non è 
libero; non ha la disposizione delle sue facoltà; non 
può uè svilupparle, ne esercitarle. Moralmente si ab- 
brutisce, intellettualmente cade nel torpore; la forza 
fisica slessa, la forza bruta gli vien meno. 

La faccia materiale della libertà polè rimaner velala 
sino al 1850; ora deve esser posta in luce con massima 
cura, perocché, prima del 1830, era principalmente 
l'una delle metà del terzo stalo, quella che era più vi- 
cina allo scopo che arrivò alla libertà. Dopo il 1850 
si trailo di ammetterne nella carriera la seconda metà. 
Ora a questa, allorché sorse la borghesia, non mancò 
per esser libera, cioè per avere il pieno uso delle proprie 
facoltà, fuorché di partecipare algoverno della nazione. 
Per lei l'affrancamento stava nel togliere la direzione 
degli affari pubblici, le alte funzioni civili, militari e 
religiose dalle mani dei privilegiati che ne avevano il 
monopolio. Ricca e illuminata, capace di governarsi, 
ella voleva sottrarsi al regime del capriccio. Per le 
classi lavoratrici delle campagne e delle citlà, la libertà 
si presenta con un altro carattere, perchè la più dura 
servitù alla quale queste classi siano sogeltale è la mi- 
seria; e di questa vuoisi prima di ogni cosa liberarle, 
essendo quella che più la travaglia, che la mei le nell* 
impossibilità di godere di lutti gli altri loro dirilli, e 
che percuote di paralisi le loro più preziose facoltà. 

Alla borghesia del 1787 era perfettamente naturale 
il fare aslrazione all' aspetto materiale della libertà, 
perocché lungo i sette secoli che scorsero dopo la crea- 
zione dei comuni, ella aveva ammassato onorevolmente, 
col sudore della propria fronte, ciò che partorisce l'a- 
giatezza. Lasciatemi correre l'espressione, ella aveva il 
suo pan collo. La riforma, quale polè essere allora 
concepita dalla borghesia, era quella che conveniva ad 
uomini che non avevano né fame, né sete, né freddo. 
Ma quando trattasi delle classi lavoratrici , bisogna 
dire ch'esse sono il bersaglio di lutti i mali, e non è 
superfluo il soggiungere che tarda loro di cangiare di 
condizione, e ch'esse lo meritano, poiché aspirano al 
miglioramento col lavoro. 



BELLE ARTI 



LA PITTURA SUL VETRO 

I. 

La cattedrale gotica è la vera chiesa del callolicismo. 
Colle sue proporzioni maestose e ardile, colle sue co- 
rone di colonnette, colle sue finestre ad arco acuto, 
colle sue pareli seminate di arabeschi e di simboliche 
sculture, co' suoi mostri dalla bocca spalancata, colle 
sue lorricelle svelle e leggerissime clic sembrano reg- 
gersi per miracolo, ella forma un assieme armonioso 
che rappresenta maravigliosamente la grandezza della 



SCELTA RACCOLTA Di UTILI B SVARIATE NOZIONI 



207 



religione catlolica, la sua poesia, la sua uuità, i suoi 
misteri e la sua intera confidenza nei disegni provi- 
denziali. È un tipo che resta fra noi come una prova 
immortale della maestà e della potenza che può acqui- 
stare il genio dell'arte quando è soggettalo alle cre- 
denze della religione. E un vecchio testimonio che 
ciascun giorno ridice quanto eravi di scienza, di pa- 
zienza e di pietà nel medio evo. 

La pittura sul vetro è una delle arti che l'età di 
mezzo chiamò con maggior esilo all'abbellimento delle 
sue basiliche. Malgrado le distruzioni operale dalla 
«nano dei barbari, noi abbiamo ancora molte cattedrali 
in cui si conservano i vetri dipinti ; ci restano ancora 
di quei magnifici rosoni dai vetri di mille colori. Noi 
sappiamo quanta dolcezza e malinconia ha la luce che 
penetra nelle chiese attraverso questi vetri colorali e 
qual imponente carattere di mistero e di raccoglimento 
essa getta sulla fronte del santuario. 

La pittura sul vetro, inventata da più secoli, non 
cominciò a fiorire che solto l'abbate Suger , e gli artisti 
fanno salire la sua origine poco presso a quest'epoca. 
Da quel momento essa prese un carattere esclusiva- 
mente religioso; fu adoperata non solamente per ver- 
sare nelle cattedrali quella semi-oscurità cos'i favorevole 
ai sentimenti pietosi, ma eziandio per tracciare all'im- 
maginazione dei fedeli le magnificenze della Gerusa- 
lemme celeste. Nei principii, questo genere di pittura 
si avvicinava assai al mosaico, era una mescolanza di 
varii pezzi linli ciascuno di un sol colore. I contorni 
esteriori erano formali col piombo, in cui il vetro Iro- 
vavasi incassalo; le ombre erano soltanto indicate da 
alcune linee nere tracciate sulla superficie, e la com- 
posizione non abbracciava generalmente che una o due 
figure; ma la splendida bellezza del quadro compen- 
sava ampiamente questa semplicità di disegno. 

Al quindicesimo secolo, tutte le arti cominciarono a 
prendere un grande sviluppo ; la pittura sul vetro fece 
eziandio grandi progressi , e appunto allora John van 
Eych, l'uno di coloro che maggiormente si adopera- 
rono pel suo perfezionamento, scoprì il mezzo di smal- 
tare sul vetro, cioè a dire, di fissare, mercè il fuoco, 
dei colori minerali sulla superficie del vetro ; le ombre 
e le mezze tinte erano poi applicale per di dietro. 
Da ciò emerge che le figure otlenero una vita e un 
rilievo che prima non avevano. Allora si cominciò 
eziandio a trattare più ampi soggetti, i quali acquista- 
vano un effetto più polente dal contrasto della luce e 
delle ombre ; ma si fu contenti a porre un solo colore 
su ciascun pezzo di vetro, perocché l'artista non aveva 
altro scopo che di dare a'suoi quadri ricchi riflessi ben 
sfumali. 

Alla fine del secolo sedicesimo e al principio del 
seguente divenendo sempre più rare le occasioni di 
eseguire grandi lavori di chiesa, gli artisti si applica- 
rono a piccole composizioni. Si è allora che sorse in 
Francia e nei Paesi Bassi un terzo metodo chiamato 
pittura a preparazione 'hi quale consisteva nel dipin- 



gere un soggetto colle sue differenti masse di colori e 
semi-