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Full text of "Nel domicilio coatto : noterelle di un relegato"

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Il Fondo L'Adunata 



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•Nel Domicilio (OAffo 



NOTERELLE DI UN RELEGATO 



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LIPARI 



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£Nr cBd ^ c8d | SECONDO VOLUME f ite c®p &4 cB> ^ 



ETTORE CROCE 



NEL DOMICILIO COATTO 

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NOTEREI LE DI UN RELEGATO 




LIPARI 

TIP. PASQUALE CONTI 
1900. 




ALLA 

FORO A JOLE RIA ITALIANA 

NON SAPENDO 
IN MIGLIOR MODO ONORARLA 
QUESTE PAGINE 
DEDICO E CONSACRO. 




PREFAZIONE 



7/ domicìlio coatto è una pena 
inefficace, è una pena ingiusta 
crudele, feroce, tirannica, re- 
cando un male privato , senza 
produrre un bene pubblico. 



G. D. ROMAGNOSI. 



e^jVs ej'jVa ai'jVs oJ^s oJ^s a:'|<s e^s e^jVs e^j^s 




Ad ARTURO LABRIOLA, esule 



iV//o caro Arturo, 

Scrivo a te, in questa pagina, che avrei do- 
vuto dedicare a la prefazione, la quale ò la- 
sciato fare a quel galantuomo del Romagnosi, 

Egli, come ài letto, si è limitato a chiamare* 
ingiusti, crudeli, feroci e tirannici i nostri go- 
vernanti, abbondando, contro il suo solito, in 
aggettivi qualificativi; nè altro a voluto dire, 
con il pretesto che ai morti troppo non convenga 
parlare. 

E chi. meglio di lui, avrebbe potuto rias- 
sumere lo scopo di questo volumetto ? 

Di una prefazione avevo richiesto questi 
settecento uomini, che vivono intorno a noi ed 
essi mi hanno risposto, urlando di fame e di 
spavento. Gli altri sono carnefici e vorrebbero, 
senza leggerlo, gittarlo nel rogo. 



Perciò la mente, sconvolta, si è rivolta a te, 
nel desiderio di pace, ricordando la nostra dolce 
amicizia. 

Tu, del mio libercolo A domicilio coatto, 
hai parlato nel Secolo; nò dirò che abbi detto 
più di quello, che nel cuore ti tumultuava, che 
forse molto, al contrario, del tuo sdegno e del- 
l' ira tua generosa ài taciuto. 

Ma tu ài detto che il volumetto è un lungo 
singhiozzo soffocato e lo ài, al certo, creduto, 
sotto lo spasimo angoscioso che te ne è venuto, 
come potrà esserne venuto ad altri , buoni 
come te. 

Io protesto contro questa interpretazione, 
che di troppo contento allieterebbe i Caliban 
di questa oligarchia italiana, la quale crede od 
à creduto sul serio di spezzarci l'animo, spez- 
zandoci i polsi con le manette, di abbujarci la 
vita, annegandoci nelle fogne del domicilio co- 
atto. Se al suo orecchio di Mida giungesse l'eco 
eli un solo singhiozzo di uno solo di noi, troppo 
ne gioirebbero i furfantelli negoziatori di mu- 
letti ed i simoniaci ed i barattieri di ogni colore. 
E, solleciti, bagnerebbero le loro penne nelle 
lagrime, come le ànno bagnate nel sangue e si 
affretterebbero a scrivere nuove calunnie. 

Sìint lagrimae rerum. Noi, pietosi, queste 
lagrime andiamo raccogliendo a piene mani per 



gittarle sui visi scellerati, perchè esse cancel- 
lino il sangue, del quale sono inzuppati. 

E Francesco Bonavita, il forte compagno 
nostro di fede e di lotte, che, nel doloroso esilio, 
non sa trovare altre parole, che non sieno di 
pietà per gli infelici e di vituperio per gli scia- 
gurati, che hanno ridotto la patria nostra una 
terra di dolori, nel medesimo errore è caduto. 

« Prender l'anima propria, in mille supplizii 
torturata ed a quelli, che di tanto dolore sono 
ingiusta causa, gittarla in faccia.... » questo à 
egli creduto che io abbia voluto fare. 

Anche per lui io protesto : no ; e la pro- 
testa digliela tu, che tanto gli sei vicino. 

L' anima di ciascuno di noi è troppo umana 
cosa, educata e formata tra il dolore del dolore 
universale, e tra i sospiri per un' èra tranquilla 
di pace e di fratellanza, per poterla, così, alla 
prima occasione, alle non prime ne ultime tor- 
ture inflitte ai nostri corpi, gittare in faccia a 
coloro, che anima non anno. 

E' l'anima, la dolente anima della folla a- 
nonima, martoriata, che noi abbiamo voluto in- 
terrogare, per farne uscire faville, come fuochi 
fatui da le paludi e da i cimiteri, che rischia- 
rassero il bujo, nel quale vanno brancicando. 
Abbiamo voluto additare ad i ciechi le fosse in- 
gannatrici ed a gli spensierati il fuoco inganna- 
tore sub cineri doloso. 



— 10 — 



Noi qui siamo come coloro, che, propagginati 
in una fogna, vanno raccogliendo le immondizie, 
che li circondano, per lanciarle sai viso dei car- 
nefici. E se, alle volte, il linguaggio acquista 
insolita durezza e troppo crudo viene fuori il 
vocabolo, bisogna pur ritenere che lo stile, il 
quale, certamente, è 1' uomo, può essere modi- 
ficato o ricevere una impronta da la cosa. 

Se sono io riuscito a far sentire il gemito 
lamentoso di queste anime, che, interrogate, 
pare mi gridino, sanguinanti come i virgulti, 
che spezzava Dante, a sentire le voci dolenti : 
Perchè mi scerpi? immaginate voi quanto triste 
sia questo spettacolo, che dà potenza, di sug- 
gestione, a chi non ne à alcuna. 

Là dove parli degli antichi metodi polizieschi 
del Borbone contro i liberali, tu dici : 

« Ma quei metodi sono di gran lunga supe- 
rati dal governo italiano, ove si tenga conto 
del progresso dei tempi e della maggior dol- 
cezza dei costumi. » 

Tu attenui, ed attenui per l'indole tuabuona 
di studioso, che dice sempre meno che può, per 
restare nei limiti del vero, senza timore di ol- 
trepassarli. Ma questi nobilissimi scrupoli sono 
tali, che, in tempi di rivoluzione, ti costerebbero 
la testa. 

Giacche, attenuando, contribuisci, senza vo- 



— 11 — 



lerlo, ad eternare, nei popolo, italiano, quel- 
1' equivoco o quella serie di equivoci, per i quali, 
avendo esso, dopo secoli di ritardo, conquistato 
la indipendenza da lo straniero e la unità della 
patria, si rivoltò, su l'altro fianco, sognandosi 
libero. 

Precisa meglio: non è necessario tener conto 
ne dei progressi dei tempi ne della maggiore 
dolcezza dei costumi. Precisa così : // governo 
italiano è, in modo assoluto, inferiore al Bor- 
bone, a V Austria, al Papa, per ciò, che riguarda 
i trattamenti inflitti ai suoi avversarli politici. 

Non è già la morte il peggior di tutti i mali, 
e se dalla legislazione politica la pena capitale 
è scomparsa, 1' ànno sostituita con qualche cosa 
di più e di peggio. E' nel loro sistema. Il Mi- 
notauro della reazione non è ancor sazio ; ne 
ài un esempio sotto gli occhi: abolito il domi- 
cilio coatto, va in vigore la relegazione. A la 
pena capitale ànno sostituito la, tortura , lo 
strazio, l'annichilimento, la morte delle anime. 
A la ghigliottina del corpo ànno sostituito la 
lenta ghigliottina delle anime. 

A t9 non sarà sfuggito come, da mesi, noi 
ci andiamo sforzando di richiamare la atten- 
zione degli Italiani su questo ammazzatojo, che 
è il domicilio coatto; ne ignorerai come tutti 
gli sforzi si vadano sperdendo tra la indifferenza 
universale. 



— 12 — 



La nostra protesta, con la quale, da mesi, 
andiamo assordando le nostre orecchia medesime, 
non è — tu puoi ben crederlo, che ci conosci — 
protesta per le nostre personali condizioni. 

Il domicilio coatto o relegazione è una val- 
vola di sicurezza per la reazione : i colpi di 
stato si preparano con leggi su la relegazione. 

Arrestare gli avversarii politici ed imprigio- 
narli è troppo poco ; tenerli nelle carceri, nelle 
città : ecco un pericolo permanente. Le mura 
delle prigioni trasudano : è difficile che una 
voce di libero non si trovi il varco tra le scre- 
polate muraglie. Una carcere piena di sovver- 
sivi è una cittadella: nelle giornate campali, le 
cittadelle ritardano le mosse degli eserciti. 

Relegare significa soffocare ; un' amba od 
un' isola : due termini equivalenti nella schia. 
vitù. L' isola equivale una tomba ; il mare è 
cattivo conduttore del calore. Prometeo legato 
a la rupe è una immagine di un sovversivo su 
uno scoglio. 

E' per questo che noi, vedendo nella legge 
scellerata una preparazione ed un tradimento : 
gridiamo sì forte. Il domicilio coatto è una gal- 
leria sotterranea, per la quale il nemico viene 
a minacciare e minale quel vacillante edificio 
di libertà, che, rudere inglorioso di quello edi- 
ficio, che credevamo avere eretto con il sangue dei 



— 13 — 



padri nostri, resta ancora a ricordare le illu- 
sioni di un popolo. 

E' per tutto questo, che bisogna distruggerlo. 
Se Cassandra vivesse ancora, ella vedrebbe 
le isole popolate e la Costituzione, definitiva- 
mente, lacerata. Un tradimento ed una catena 
di deportati: ecco due termini correlativi, che 
ci avvelenano i sogni. 

Per ciò preferiamo la galera. 

Tuo Ettore Croce. 

Lipari, Decembre '99. 



xV x+x xV xV xV xV xV xV xV x+x x+x xV x.V x+x xV xV x+x xV 

TTTTTTT'TTT'ITTTTTTT 



Tra cielo e mare. 

Sono uomini gli uni e gli altri, od, almeno, 
della razza umana anno i tratti. 

Alcuni di essi credono di discendere, diret- 
tamente, da una costola di Adamo; altri sosten- 
gono di essere i diretti pronipoti delle scimmie; 
altri portano poderosi argomenti a sostegno di 
altri alberi genealogici; ma in ciò si accordano 
tutti: figli del sole e della terra, come senten- 
ziano gli scienziati o figli di dio, come predi- 
cano i sacerdoti delle diverse religioni rivelate, 
sono tutti fratelli, sono tutti appartenenti a la 
medesima razza. 

In tanta concordanza di conclusione, appa- 
jono delle piccole divergenze, come nelle mem- 
bra poderose del Mose di Michelangelo si osser- 
vano muscoli e nervi: queste piccole differenze 



— 16 — 



derivano da un fatto troppo naturale, per po- 
tere essere discusso: è la differenza del colore 
del sangue, in alcuni bleu, in altri nero come 
la morte o terreo come la madre comune, a la 
quale invano questi chiedono, squarciandola con 
le poderose braccia, i mezzi di rendere meno 
scelleratamente mortifera la vita. 

Tranne ciò - stabiliamolo bene - per consenso 
universale dei preti, dei ministri, dei filosofi e 
dei politicanti, è assiomaticamente dimostrato 
come gli uomini sieno tutti fratelli e come nella 
fratellanza debbano trovare la forza sociale di 
coesione, la quale, unendoli contro gli altri 
animali e le forze ribelli della natura, li faccia 
signori assoluti di questo granello di fango, che 
è la terra. 

Da queste premesse, che sono assiomi, sca- 
turiscono alcune conseguenze, le quali, a l'os- 
servatore volgare, potrebbero sembrare sbagliate; 
eppure sono ancora esse tanto assiomatiche, che 
deliziano Fuman genere da quando Caino im- 
molava Abele o da quando il primo orang-utang 
sottometteva, con la forza bruta, la prima oran- 
gutanghessa alle sue voglie. 

I fatti, che andrò accennando in questo se- 
condo volumetto, dedicato alla incosciente fe- 
rocia dei bojajoli italiani, potrebbero sembrare 
disumani, eppure, sono, in tutte le loro parti- 



— 17 — 



colarità, spettacolo umanissimo per eccellenza, 
giacche solo tra gli uomini, nel regno animale, 
ed in nessuna specie del regno vegetale o mi- 
nerale, si può aver agio di ammirare spettacoli 
di simile umanità. 

Nei piroscafi, che solcano, maestosi ed impo- 
nenti, in tutte le direzioni, il vinto mare, por- 
tando, come patriotticamente direbbero i pa- 
triottardi, il nome e la gloria d' Italia, l'uomo, 
che à vinto le acque e le rocce, incatenato gli 
dèi e la folgore, solidificato i gas e volatilizzato 
i minerali, 1' uomo, che si apparecchia a por- 
tare, in altri pianeti, lo spettacolo della sua 
codarda natura, sente il bisogno di infierire 
contro se stesso, dando ai pesci, non potendo 
più darla a dio, esempio della propria malva- 
gità. 

Alcuni, monturati, sono a guardia di altri, 
senza montura. Quelli sono armati di tutte le 
armi, che la scienza, la quale va ancora forni- 
cando con i potenti, à fornito a gli uomini, per 
distruggersi P un 1' altro ; questi anno catene 
a le mani, qualche volta anche ai piedi e giac- 
ciono ammonticchiati come merce, se la merce 
inanimata avesse spasimi e grida di dolore. 

Così ridotti, la società li odia e li perseguita 
ancora, con 1' acre voluttà, che anno i vinci- 
tori nel perseguitare e nell' odiare i vinti: sotto 



— 18 — 



le forche caudine noi vediamo, giornalmente, 
passare nove decimi dell' umanità. Ed è logico 
che sia così: contro i vinti, si riversa tutto il 
rancore, che i vincitori dovrebbero portare a se 
stessi, che il grido gallico : Vae Victis ! è, al 
postutto, una valvola di sicurezza contro le pro- 
teste della propria coscienza. Chi grida forte* 
non ode il rumore, che lo circonda: la minaccia 
indistinta, che geme par l'aria, di: guai al vin- 
citore ! potrebbe terrorizzare coloro, che, gri- 
dando, si incoraggiano, come chi, solo e pau- 
roso in buja stanza, allontana, con le sue grida 
medesime, il terrore, che 1' invade. 

Ma se ciò può passare per la mente di chi, 
nelle manette che lo avvengono oggi, vede una 
preparazione, i deportati non si fermano a ciò: 
1' avvenire è oscuro ed essi anno solo un pen- 
siero per il passato. 

Ricordano come da le braccia della buona 
mamma caddero nei rigagnoli della via e cre- 
dono che se, invece, si fossero adagiati su co- 
modi divani, ora apparterrebbero a le classi 
dirigenti e la coreografìa internazionale non 
avrebbe ciondoli bastevoli per fregiarli nel petto. 

In alcuni è un pensiero solo, tenace, co- 
stante, inflessibile, che li fa fremere, che li 
scuote, con i brividi, che dà la febbre terzana. 

Un volto in lontananza, una madia vuota, 



— 19 — 



un focolare spento, un grido soffocato, una la- 
grima non asciugata, l'abito sgualcito di un 
bimbo, imprimono la loro immagine su le cel- 
lule cerebrali, come nero inchiostro su bianca 
carta; e, con il tempo, 1' impressione si appro- 
fonda, scavando il cervello come cancro rodi- 
tore, dando allucinazioni e spasimi. 

Ne ricordo uno, che, gittato a terra, immo- 
bile, con lo sguardo del colore verdastro di 
acqua stagnante, ogni qualvolta guardava le sue 
manette, sussultava e gli occhi gli si empivano 
di lagrime. Ricordava le manucce gelate del suo 
bimbo, che gli aveva tese al momento dell'ar- 
resto, e che egli aveva appena avuto il tempo 
di coprire di baci. Al ricordo si spezzava le 
mani, torcendole tra i ferri, quasi vergognoso 
ed irritato della sua forza e della sua muscola- 
tura, quando il bambinello suo aveva le manine 
ceree, deboli e tremanti, coperte di geloni. 

Un altro, allargando i polmoni, gridava : 

— Che bel sole ! che bel sole ! 
sotto i vividi raggi del sole rivoltolandosi , 
inondandosene tutto, con le mosse di una gatta 
in fregola, con il desiderio sempre insoddisfatto 
di un amante, pensando a la vecchia mamma 
paralitica, inchiodata, in un bugigattolo, su poca 
paglia, quasi volesse, il figlio, con la sua ar- 
dente invocazione a l'astro vivificatore, riuscire 



— 20 — 



a fare arrivare i bei raggi cocenti su lo squal- 
lido lettuccio. ^ 

Così si diventa matti: così si dà agio, a gli 
studiosi, di trovare, nel cervello, la parte guasta, 
che giustifica il lento martirio, a cui la società, 
per misura preventiva, li à sottomessi. 

ir. 

Esempii. 

Questi insetti umani, che respirano sotto un 
tallone, non si osservano solo in terra; essi, con 
il sorriso rassegnato di pecore esangui, pullu- 
lano su il mare, negli spettacoli dei transiti, 
nella vigilia del secolo ventesimo, che li vedrà 
pure nei palloni, tra le nubi, ed in fondo a le 
acque, dove oggi muojono gli arditi palombari. 
La loro miseria è tanto grande, che ne resta 
impregnato ed inquinato V universo. 

Tra essi, alcuni "sono ridotti in sì miserando 
stato per avere pensato che 1' umanità sia una 
famiglia meno ignobile di quello, che appaja, e 
per avere, nelle notti insonni e nelle faticose 
giornate, allargato il cuore ad un inno a l'av- 
venire. 

Si chiamano rei di pensiero. Qualificare il 
pensiero è un assurdo : questa frase si intenda 
come condanna esplicita del medesimo pensiero, 



— 21 — 



il quale, se fosse, non potrebbe che essere li- 
bero. Ma la oligarchia dominante ha stabilito 
un voto di biasimo a la natura, la quale è al- 
tamente condannabile per avere fornito a gli 
uomini più o meno di sostanza grigia. 

Questi rei di pensiero sono temibilissimi, 
tanto che il governo, che si dice nazionale, ha 
adottato, contro di essi, procedimenti, i quali, 
ai nostri padri, come coloro che, per la vista 
indebolita da le lotte e da i travagli di un' e- 
popea, non possono guardare avanti, fanno vol- 
gere lo sguardo indietro, come ad i dannati 
danteschi, ad esclamare : 

— 0 Cecco Beppe, o Pio, o Ferdinando, voi 
simili cose mai. non pensaste! 

Carlo Poerio, squassando le manette, gridava: 

— E' la cura del ferro ! 

E' cura ricostituente, a la quale questo go- 
vernucolo alcoolicamente scimunito, ci sotto- 
mette. E buon prò' arrechi essa a la gioventù 
d* Italia, la quale, corroborata e rafforzata, va 
spingendo lo sguardo a le estreme balze d' o- 
riente. 

Se volessimo qui, per sommi capi, descrivere 
o raccontare o notare ciò, che spetta ai con- 
dannati politici su i piroscafi, dopo avere ac- 
cennato al trattamento, che loro fanno su terra 
ferma, troppe pagine dovremmo riempire. 



— 22 — 



La scorta dispone, a suo libito, della sorte 
dei transitando La scorta è pietosa; qualche 
volta generosa. Essendo arbitra di scegliere, le 
sue attenzioni sono inenarrabili. Se piove o ne- 
vica può tenerli sopra coperta, sì che la pioggia 
bagni e muova il vento quei poveri corpi stretti 
tra le manette e le catene, impossibilitati a muo- 
versi. Se il caldo è asfissiante, può gittare quella 
res nullius sotto coperta, vicino a le caldaje, 
tra mucchi di cordame. 

Se crede, se i prigionieri sono molti, può 
insardellarli nelle camere di sicurezza, bugi- 
gattoli che sono, nel nome e nella sostanza, 
ironia feroce, quasi che la sicurezza mancasse, 
per uomini in tutti i modi incordellati, viag- 
gianti tra cielo e mare. 

Alle volte lo stomaco si ribella, lo stomaco 
si rivolta, come un sovversivo qualunque; lo sto- 
maco vomita: se non cibo, bile. Allora, stesi per 
terra, i prigionieri devono rovesciare su se stessi; 
se possono, si rivoltano su il fianco, inondando i 
compagni. 

Questo spettacolo è nauseante. Uno straniero, 
che viaggiava con noi, greco o spagnuolo o turco, 
mi disse: 

— Anche nel mio paese, nel secolo scorso, 
si usava così. 

A Del Monte, da Lugo, nel transito, accadde 



— 23 — 



un incidente simile. Allora chiese di essere por- 
tato giù, sotto coperta, per non dare spettacolo 
di sè. Il capo -scorta lo separò da la catena, gli 
mantenne le manette a le mani e gli aggiunse 
i ferri ai piedi. Alle sue proteste gli elevò ver- 
bale (si dice così?) e lo lasciò, durante tutta la 
traversata, rivoltolarsi su ciò, che lo stomaco 
aveva rifiutato. Così inferrato, non potè muo- 
versi dal posto, divenuto un pantano. 

Questo Dal Monte, giovanissimo, fa inviato 
per tre anni a domicilio coatto. Scontata la pena, 
dopo i fatti del maggio fa assegaato per altri 
quattro anni, senza che fosse stato condannato, 
senza che fosse stato processato. 

La legge scellerata autorizza ciò: la poliziot- 
taglia, che infesta 1' Italia, è arbitra e padrona 
della vita dei cittadini. Essa può, con la legge 
sul domicilio coatto, seppellire nelle isole i sov- 
versivi per cinque volte cinque anni e fermarsi 
a ciò, se il reo ci lascia la vita. 

Al Federiconi di Senigaglia, al Barsanti di 
Pietrasanta ed al Grassetti di Ancona usarono 
altra piacevolezza. Trovato, iu un angolo, un 
alto mucchio di sacchi di pomice vacillanti, li 
gittarono lì sotto, malgrado essi protestassero 
di non volere restare schiacciati. La scorta, 
al completo, rideva. Ad un certo punto i sacchi 
precipitarono ed i poveri compagni nostri ne 



— 24 — 



rimasero malconci, benché si fossero, così av- 
vinghiati come erano, gittati da un lato. 

Un carabiniere, accendendo mezzo toscano, 
disse loro: 

— E' cosa che accade spesso ! 

Il Federiconi à già scontato due anni di 
domicilio coatto. Accusato ed assolto per i fatti 
del maggio 7 98, fu rinviato all'isola per altri 
cinque anni. 

E' un'altra dimostrazione dell'esattezza della 
mia asserzione. 

Il Grassetti è repubblicano. La polizia di 
Ancona lo ha denunciato come pericoloso anar- 
chico e tale lo ritenne la commissione. 

Il governo italiano è proverbiale per la sua 
slealtà. La legge infame, votata contro gli a- 
narchici, fu, il giorno dopo delle esplicite di- 
chiarazioni partite dal banco dei ministri, ap- 
plicata a socialisti, a repubblicani, a radicali, 
a tutti coloro, che potevano dare fastidio ai de- 
putati amici del governo, ai poliziotti locali, ai 
bojajoletti paurosi. 

Il Barsanti è incensurato. Fu assolto dal 
Tribunale di guerra. Il delegato dovè dichia- 
rare: 

— So che è anarchico, perchè me 1' ha 
detto lui. A me consta solo che lavora da mane 
a sera. 



— 25 — 



Ha una sola condanna, riportata 14 anni 
sono, di 80 o 70 giorni, per grida sovversive. 

Si chiama Barsanti; ma il suo nome di guerra 
è Barsantino. Microscopico, ha il cuore di un 
leone. Alle volte, soletto si recava (ora è in li- 
bertà, se di questa sacra parola si può far uso 
in Italia) su la riva del mare infuriato e, pian- 
tandosi su le piccole gambe, con il cipiglio di 
Ajace Telamonio, mostrandogli ii pugno, gri- 
dava : 

— Ti sfido, vigliacco ! 

Il mare, bonaccione, fingeva non accorgersi 
di lui; il che lo faceva andare in collera. 

Una volta si lesse, su il Secolo, che, nel 
collegio dell' eterno Carovigno, lo portavano 
candidato-protesta . 

Come tale e come anarchico, protestò, assi- 
curando : 

— Non voglio ! 

e rimase inflessibile nell' idea del rifiuto, benché 
io, mefistofelicamente, con il migliore dei miei 
sorrisi, gli andassi mormorando, a l'orecchio: 

— Accetta! Sarai il primo deputato anar- 
chico nel sistema solare ! 



— 26 — 



III. 

Il principio di autorità. 

Chi assiste al trasporto, pensa una sola cosa. 
Il buon Manzoni, sbigottito, gridava: 

I fratelli hanno ucciso i fratelli . 
Questa orrenda novella vi dò ! 

Novella ? Noi vediamo che i fratelli tortu- 
rano i fratelli e questa vecchia storia oramai 
non la contiamo più a nessuno. 

Ohi guarda, pensa a quali idee obbediscano 
coloro, che, monturati ed armati, anno in 
guardia gli inermi ammanettati. 

Guardarli sarebbe pietoso e generoso, secondo 
il doppio senso del verbo italiano: essi fanno, 
come abbiamo visto, qualche cosa di diverso. 

Ciò facendo, a che obbediscono ? 

Non certo ad uno sviscerato amore a la legge, 
che essi non anno fatta e che non conoscono; 
d' altro lato la legge proibisce la tortura nella 
lettera, e, nello spirito, dice che la pena deve 
servire a rigenerare il colpito : anche Torque- 
mada mandava al rogo per il pietoso pensiero 
di salvare le anime. 

Essi non obbediscono a rancori od odii pri- 
vati, perchè questi esseri della medesima razza, 



— 27 — 



della medesima patria, essi li ànno conosciuti 
al mattino, incatenandoli, e qualcuno avrà pure 
riconosciuto, nell'accento del colpito, la dolce 
favella natia. 

Non credono, al certo, di rendere un ser- 
vigio a la Società, perchè di questa nè si cu- 
rano, nè, anzi, conoscendola, alcuna cosa per 
essa farebbero. 

Non per sentimento ereditario di rancore o 
per contrasto di interessi, giacché gli uni e gli 
altri vengono da i campi o da le officine e la 
medesima ereditaria educazione cerebrale è in 
entrambi, dei quali si potrebbero, oggi, trovare 
invertite le parti. 

Quello, che c' è di orrendo in tutto questo, 
è ciò: i carnefici immediati sono, moralmente, 
irresponsabili, non avendo V animo deliberato 
ad offendere o vilipendere: legalmente i rego- 
lamenti dànno loro mille modi di oltrepassare 
la linea del giusto, nè tra il giusto e l'ingiusto 
sono limiti, da potersi esattamente stabilire. 
Coloro, che ànno fatto i regolamenti, preve- 
dendo molti casi e molti precisandone, possono, 
individualmente, essere delle umanissime per- 
sone e quando, raccolti intorno ad un tavolo, 
discutevano del modo migliore di una difesa 
sociale, credevano, in buona fede, di compiere 
uno dei più nobili ufficii dell' uomo. In quanto 



— 28 — 



a la legge, 1' anno votata tra mille ciancio, e 
preoccupazioni estranee al soggetto, e niuna 
responsabilità può venirne al legislatore, il quale 
non ha certo legalizzato l'arbitrio, ne ha cre- 
duto, reprimendo, di dare adito, con la legge 
scritta, a nuove offese a la legge morale. 

Ed intanto, quando i singoli responsabili 
scompajono, la responsabilità collettiva diventa 
maggiore: la delinquenza e l'eroismo delle folle 
non è imputabile ad alcuno, e pur tuttavia le 
folle sono delinquenti od eroiche: ne la società 
è altra cosa che una folla. 

Vi è dunque qualche cosa di guasto, di pro- 
fondamente guasto nella nostra psiche collettiva, 
e questo guasto è un principio nocivo, acquisito, 
cln si impadronisce dell' individuo da le fascio 
e lo mantiene tra i suoi artigli sino a la morte. 

Questo Minotauro del pensiero, non mai sazio 
di vittime, questo dio sanguinario, che, accoc- 
colato, si pasce di visceri e di cervelli umani, 
questa tenebra nella luce, questa morte nella 
vita, questa macchia nel candore della fratel- 
lanza, questo tradimento nella libertà, questo 
insaziabile, crudele, carnivoro Minotauro è il 
principio di autorità. 

Questo vieto e rancido principio, gonfio, mal- 
sano, putrido e flateoso come l'ignobile ven- 
traja di Giovanni Falstaff, porta con sè i germi 
della infelicità umana. 



Questo mostruoso principio, come fantastica 
quercia gigantesca, a le sue radici in terra, la 
sua cima in cielo: è ad esso che si debbono le 
tirannie dei padroni e di dio. 

Proprietà individuale? schiavitù? religioni? 
sono rami diversi del tronco medesimo: se questo 
Sansone dei pregiudizii precipitasse, trascine- 
rebbe con sè tutto il vecchio tempio, crollan- 
done tutte le colonne. 

Nel medio-evo alcuni precursori ne tenta- 
rono 1' abbattimento ; ma furono morti con la 
scure ed infamati nella memoria. Fu perchè 
sbagliarono il lavoro d' atterramento; essi in- 
cominciarono da la cima, il che nessun buon 
taglialegna consiglierebbe : è piuttosto da ascol- 
tare Maurizio Quadrio, che gridava: dagli al 
tronco! 

Le cime, tagliate da gli Enciclopedisti, ri- 
sollevaronsi più fronzute al cielo, e fu sudore 
sprecato. 

Non è cosa facile sradicare una simile quercia 
o distruggere simile pregiudizio: tanto che niuno 
ancora vi è riuscito. 

Robespierre volle, con le poderose braccia, 
scrollare l'albero fatale: volle distruggere i ricchi, 
senza trasformare la ricchezza, uccidere di 0 
senza uccidere la deità e si ingarbugliò talmente, 
che il corpo rimase sfigurato e tronco tra il rami. 



— 30 — 



Egli pensava la Francia ridotta una nazione 
di agricoltori e di soldati. Per questo suo er- 
rore, l'albero ebbe più forti radici: si vide con 
Napoleone. 

Il militarismo : una esplicazione terribile del 
principio di autorità. 

Il domicilio coatto: un'applicazione vigliacca. 

Ora di questo principio di governo si fanno 
un programma coloro, che non ne anno al- 
cuno. E' noto, infatti, come si possa in una 
frase riassumere il nulla e come un motto valga 
un sistema. 

Luigi XIV disse : lo Stato sono io ! e go- 
vernò. Il figlio, debosciato, corresse: sì, ma dopo 
il diluv io! e governò. Il nipote, mentre cercava 
il motto perde la testa ed il motto rimase nel 
paniere. Lo trovò Napoleone, intriso di sangue, 
e lo fece suo. Così passano i secoli. 

In Economia Bastiat disse: il cambio è V e- 
conomia politica! ed ebbe fortuna. Se Lassalle 
non avesse preso a pedate quel povero signor 
Sculze-Delitzsch, ora vi ci crogiuoleremmo an- 
cora. 

Questi blagueurs intellectuelles francesi anno, 
adunque, dimostrato, che si può, con un motto 
da ridere, sciogliere i più intricati nodi gor- 
diani. 

In Italia, in mancanza delia spada macedone, 



— 31 — 



si ricorre allo spirito gallico; ed in questo po- 
vero ritornello, degno di un fringuello, si fa 
consistere tutta 1' arte di governo. 

Noi dal 59 stiamo discutendo se lo Statuto 
garantisca poco o garantisca nulla, e molti opu- 
scoli e libri si stampano per dire il concetto 
scientifico della evoluzione e della rivoluzione. 
Mentre noi facciamo della scolastica, i domina- 
tori hanno trovato il loro motto e ce lo appli- 
cano, come un bavaglio. 

IV. 
Applicazioni. 

Abbiamo già detto il militarismo la più ter- 
ribile delle esplicazioni di questo principio. 

Evidentemente il Laveleye non vedeva al 
di là del proprio naso, quando asseriva un go- 
verno essere liquidato, allorché riposa solo su 
la forza delle bajonette. I fatti lo smentiscono. 

Il generale Pelloux ha sciabola e spalline, 
ha una gamella per cranio ed una razione di 
rancio per sostanza cerebrale; i suoi orizzonti 
sono tanto vasti, che si potrebbero ripiegare in 
una branda da campo ; eppure noi ci godiamo 
questo spettacolo da diciotto mesi. Poggiato su 
la sciabola od a la sciabola, quel piccolo uomo 
à fatto ciò, che non avrebbe tentato un gigante: 
à imbavagliato una nazione. 



— 32 — 



À eretto, in una caserma, mia scimitarra ed 

à detto • 

— Questa è la vostra piazza e questo il 
vostro albero di libertà ! 

A affisso un ordine del giorno ed à detto: 

— Questo il vostro statuto ! 

A ammonito dei deputati ed à detto; 

— Questi sono i rappresentanti della Nazione. 
A dato del piombo ed à detto : 

— Questo è il vostro pane. 

A riunito, in un fascio d'arme, una lucerna 
da carabiniere, una chiave da carceriere, un 
cappello da gesuita, una veste da lupanare, una 
corda da boja ed à detto : 

— Ecco l'emblema della patria ! 

In tal modo ammanettata 1' Italia, 1' ha git- 
tata alla forcajoleria, perchè se la godessero. 
Imbavagliare e violentare una donna è delitto 
doppio. 

Così la pensano molti. 

Ad altri, invece, sembra che quel piccolo 
uomo sia colpevole di alto tradimento: egli co- 
spira ai danni delle istituzioni. L' anno chia- 
mato compagno : il che vuol dire che serve a 
gli interessi dei nemici delle istituzioni. 

Abbiali ragione gli uni o gli altri, così oggi 
si presenta, in Italia, il militarismo ufficiale.. 
Ma esso à un altro aspetto : un aspetto, che 
direi sotterraneo. 



— 33 — 



Quando noi, nel maggio '98, eravamo presi 
a tradimento e trafugati da gli occhi del po- 
polo e della legge, arrivavano al nostro orec- 
chio voci indistinte di colpi di Stato. Si diceva 
che Rudinì lo avesse consigliato e sconsigliato 
Ricotti. 

Questa romanticherìa era un incubo di car- 
cerati. Colpi di stato in Italia? A che farne ? 
Che altro ci vogliono rubare? Non abbiam noi, 
tranquillamente, rinunciato a tutto? Quando sen- 
timmo le cannonate di Milano, noi credemmo 
ad un 2 decembre. Invece era una prova, sem- 
plicemente. Il tentativo si arrestò a metà: su la 
sua via non trovò la causale, su la quale pog- 
giare. Mancava 1' ubi cons isiàm. Esso, per riu- 
scire, deve abbattere e schiacoiare e calpestare 
qualche ostacolo: noi non ne presentevamo al- 
cuno. Ogni azione vuole la sua reazione: non 
si schiaccia il vuoto, com3 non si violenta chi 
ci si offre. 

Infatti i nostri governanti se ne accorsero e 
dissero : 

— Lasciamo almeno loro le illusioni. 

Sì che lo Statuto, sbrandellato a colpi di 
sciabola, rimase dove era. Si pensò essere inu- 
tile cestinarlo. 

Tuttavia, in tutto il mio lunghissimo tran- 
sito, io ebbi agio di osservare le tendenze ed i 
desiderii delittuosi degli uomini d'arme* 



— 34 — 



Essi, unanimi, imprecavano al Parlamento, 
ai 508 chiacchieroni, e reclamavano il potere 
di un solo. 

Vedere la propria rcudra sanguinante sotto 
il tallone di uno sbirro è un orribile pensiero, 
che nasconde strane voluttà per molti. 

Sì che io, impossibilitato, da le manette, a 
schiaffeggiare qualcuno di quei traditori, mi 
chiedevo, con angoscia: 

— Ma quale mostruosa propaganda si va fa- 
cendo, nei corpi di guardia? 

Notiamo, incidentalmente, che il parlamen- 
tarismo non è affatto simpatico al popolo ita- 
liano. Il quale lo à accettato con largo bene- 
ficio di inventario. Noi Italiani siamo troppo 
giovini per potere distinguere tra colpe e scia- 
gure; sicché, spesso, nelle grandi sventure ve- 
diamo le grandi perversità. Noi ricordiamo solo 
che esso fu messo in gabbia, in Inghilterra, due 
secoli fa; che Napoleone il G-rande lo infilzò su le 
bajonette e che Napoleone il piccolo lo rinchiuse 
a Mazàs. Impressionabili, lo condanniamo senza 
discuterlo. Tuttavia, è buono a qualche cosa : 
è un senapismo per i piccoli mali. 

Sei socialisti-anarchici, che non ànno il do- 
vere di credere ai vivi, interrogassero i morti, 
forse udrebbero i teschi di Carlo I e di Luigi XIV 
scricchiolare per terrore. Ad ogni modo spetta al 



— 35 — 



partito socialista il merito di avere, in parte, 
riabilitato questo grande infelice. 

Se i s03Ìalisti-anarchici, che, per troppo 
amore a la libertà, fanno propaganda contro il 
Parlamento, si guardassero intorno e vedessero 
i pericoli, che ci minacciano, forse, nelle loro 
medesime idealità, vedrebbero un correttivo a la 
propaganda contro di esso, trovando, in questo 
medesimo amore, la necessità di proporzionare 
le loro aspirazioni a la educazione politica del 
paese, quale è. 

Un maresciallo mi disse : 

— Il capo dello stato e la sua signora erano 
favorevoli ad un aumento del soldo ed a modi- 
ficarci la forma delle sciabole. Gli avvocati non 
hanno voluto. Canaglie ! 

Un altro lo credetti convertito a la mia pro- 
paganda. Licenziandosi, mi disse: 

— Che bella idea quella dei boni del lavoro! 
Non più ricchi ne poveri ; ma tutti lavoratori, 
con le medesime condizioni di vita. Niente Par- 
lamento e niente chiacchieroni. Comandi — con- 
cluse — un solo. 

Compresi che la mia propaganda malamente 
si innestava su altra, precedentemente fatta. 
Un altro mi disse : 

— Si dice che il futuro re sia dei vostri. 
Sarebbe bello vederlo re di una repubblica so- 
ciale. Noi lo seguiremo dovunque. 



— 36 — 



Un carabiniere, più erudito, mi assicurò, a 
Bari, che il miglior mezzo sarebbe stato ripe- 
tere ciò, che altri avevano fatto : cacciarli dai 
banchi a colpi di calci di fucile nel sedere. In 
quanto ai sovversivi delle diverse gradazioni, 
avrebbe consigliato un po' di piombo nello sto- 
maco. Era un giovine educato e cortese tanto, 
che mi donò generosamente la vita, concludendo, 
con un dolce sorriso : 

— A voi no ! 

Questi discorsi, in quei giorni, erano di moda 
e si facevano ad alta voce. Brutto segno! 

Di fronte ad uno di tali sciagurati, un tran- 
sitante, che comprese, disse, con orgoglio : 

— Io sono semplicemente un ladro ! 

L'uomo armato chinò gli occhi e parve ri- 
flettere lungamente se i suoi propositi non co- 
stituissero un delitto. 

Ordunque il principio di autorità porta a 
queste ultime conseguenze : sotto questa ma- 
schera di ferro si riesce a sfigurare la fisionomia 
morale di una Nazione. Giacche esso è, nel 
mondo psichico, ciò che è, nel mondo economico, 
la proprietà individuale: la funesta genitrice di 
tutti i delitti (1). 

(1) La definizione sovversiva il fisco non deve impu- 
tarla a me: essa è del Prof. Pietro Ellero e fu già data da 
tutti i padri della chiesa, da Ambrogio a Crisostomo, da 



— 37 — 



Gli anarchici non anno torto a combattere 
questo Minotauro comunque posto, dovunque 
imperante, sotto qualsiasi foggia mascherato. 

Essi combattono pure noi socialisti ; forse 
non lo farebbero, se volessero meglio distinguere 
tra potere ed amministrazione. Ma è da con- 
cedere a chi molto à sofferto — giacche gli 
anarchici rappresentano, meglio di ogni altro, 
le sofferenze della umanità intera — di ecce- 
dere nei mezzi curativi. 

Mefistofele pensava che tatto è male ciò, che 
è, e che tutto sia da rifare. Egli precipitava 
troppo. E' da rifare : si concede ; ma come e 
quando? Savonarola ammoniva: Florentia fla- 
gellabltur et posteci renombitur. Ordunque la 
volontà non basta; è necessario compiere la pa- 
rabola ; evidentemente 1 ? umani' à non à sof- 
ferto abbastanza. Ce lo assicurano coloro, che 
apparecchiano nuove museruole al pensiero e 
quindi nuovi tormenti ai violatori del pensiero 
ufficiale. 

Inoltre è dimostrato come Mefistofele fosse 
un cattivo soggetto : egli, certamente, per fini 
inconfessabili, incitava a 1' odio tra le diverse 
classi sociali. 

Clemente a Gregorio, a Girolamo ecc. sì che, essendo la 
chiesa la madre nostra, ne deriva che essa definizione gira 
il mondo dal tempo dei nostri nonni. 



— 38 — 



Noi, per la regolarità della nostra digestione, 
ci guarderemo bene dal professare tanto sov- 
versiva teoria, e, piuttosto, ci adageremo sotto 
l'ombra sonnifera del postulato del dottor Pan- 
glos. 

V. 

Nel contado. 

Nella attuale organizzazione sociale ci sono 
alcune classi, che restano schiacciate da questo 
principio di autorità come il verme da un tal- 
lone. La sua influenza si risente più nei campi, 
meno nelle officine ; meno ancora, quanto più 
in alto si sale. 

La pressione è inversamente proporzionata 
a l'altezza: è una piramide di oppressione. Leggi 
fìsiche generiche, leggi idrauliche specifiche, 
leggi morali, si rassomigliano tutte. Le diverse 
unità che costituiscono la base, portano, tutte, 
singolarmente, 1' immane peso del mostruoso 
edificio. 

Nel contado, il lavoratore dei campi sente 
di dovere portare, su le scarne braccia, la so- 
cietà intera. Le sue gocce di sudore, sparse nei 
solchi, scorrono, trasformate in oro, perii mondo 
intero, inquinandolo. 

Se innalza gli occhi da la vanga, si vede 



— 39 — 



su il dorso il padrone, l'esattore, l'agente delle 
tasse, il carabiniere, il poliziotto, il prete e, su 
tutti, incubo supremo, dio. Così si spiega, con 
il terrore di . questi fantasmi, il perchè il con- 
tadino non alzi mai gli occhi da terra. 

Egli è così convinto che tutti i pesi debbano 
riposare su i suoi omeri, che quando Cireneo, 
il quale era un contadino, vide Gesù sotto il 
peso della croce, sottentrò, dicendo : 

— Spetta a me ! 

I partiti estremi credono che la propaganda 
più difficile sia nelle campagne; ed è, infatti, 
difficilissima, La ragione vera è che non vi è 
cosa, la quale essi ignorino : noi non abbiamo 
nulla da insegnar loro. 

II contadino appartiene a la famiglia dei ru- 
minanti : nel suo gozzo deposita le idee e se le 
nasconde nelle scarpe ; se le trasmette da padre 
in figlio, a monosillabi. E' una sfinge che sa, 
che pensa e tace. Guarda solo, quando arriva 
a guardarvi, con gli occhi muti, in fondo ai 
quali può trovarsi il rimprovero e 1' amarezza. 

Il suo favorito ritornello è : 

— Io non capisco nulla. 
Questo costituisce un agguato. 

Chi lavora con la zappa a il cervello li- 
bero : sono due movimenti sincronomi di mu- 
scoli e di molecole; perciò, spesso, sotto i colpi 



— 40 — 



di zappa, si vedono scaturire scintille : il pre- 
testo è la roccia, che il ferro ha incontrato ; il 
pretesto serve a nascondere il lampo di un pen- 
siero. 

Tuttavia, per decisione presa, il contadino 
resta immoto, così come, sbuffando, resta im- 
mota una locomotiva : V immobilità non vuol 
dire che il carbone non bruci e non si svilup- 
pino calorie. La locomotiva deve vincere la forza 
di attrito: è questa medesima forza che abbar- 
bica, con le grosse scarpe al suolo, il contadino, 
e nient' altro. 

Quando arriva a muoversi, è tremendo. Ri- 
cordiamo che le sue insurrezioni sono state 
sempre le più terribili: è perchè le insurrezioni 
del figlio le aveva preparate il padre, le aveva 
dette il nonno, un lontano avo le aveva pen- 
sate ; vinta la forza di attrito, voi vedete un 
treno blindato in movimento: la lunga, paziente 
preparazione porta a ciò. 

Egli, adunque, si sente il mondo su le spalle; 
scuoterlo, sì ; ma come e quando ? Rimugina il 
momento e pare chieda consiglio a la madre 
terra, con la quale è in continuo confabulare. 
In questi confabulari un agente della polizia 
italiana scoprirebbe un complotto. 

Sì ritiene, generalmente, che creda a tutti 
i fantasmi, naturali o soprannaturali. Egli li 



— 41 — 



teme per i loro effetti; mi, mila loro, essenza li 
disprezza. 

In Sicilia si toglie la coppola innanzi ai si- 
gnori, ed odia i cappeddi ; nel mezzogiorno 
chiama padroni i proprietarii, ed odia i galan- 
tuomini] altrove, nutre eguali sentimenti. 

Continua nelle sue pratiche religiose e nelle 
convenzioni sociali perchè a deciso di star fermo; 
il giorno nel quale crederà di poter dire aper- 
tamente: non credo, quel giorno crollerà le spalle 
e, respirando forte, fisserà dio. 

Il principio di autorità lo curva sempre più 
su la terra, mentre ne solleva la mente: più si 
piega il corpo, più si libera il cervello da le 
nebbie; il fisico forma, con il morale, un bilan- 
ciere perfetto ; pare che da quel corpo, piegan- 
dosi, escano faville, come da ferro irreducibile; 
fortunatamente esse si perdono per i campi. Un 
corpo curvato è rappresentato da un arco vol- 
taico. 

Anche sotto questo punto di vista il prin- 
cipio di autorità è una continua minaccia a la 
pace sociale, che noi desideriamo ; esso finirà 
con il curvare tanto quelli uomini, che le teste 
si infiggeranno nelle zolle e nei solchi. Allora, 
neir attimo supremo, la terra ed il suo figliuolo 
prediletto si mormoreranno parole, ohe i posteri 
registreranno. 



— 42 — 



Da un secolo, si notano, per il contado di 
Italia, usi e linguaggi, che danno da pensare. 
Pare che questo proletariato agricolo vada in- 
terrogando la terra, per sentire il rimbombo di 
rumori lontani e si vada scambiando misteriose 
parole. Ai tempi di Owen e di Proudhon si am- 
miccarono con gli occhi; ma poi ricaddero su le 
vanghe, indifferenti, come a dire che il lin- 
guaggio era troppo ingarbugliato. A la voce di 
Bakounine le fronti si corrugarono, sprizzarono 
lampi da gli occhi, si guardarono il filo delle 
zappe e la punta dei picconi, le falci fecero 
degli strani mulinelli a 1' altezza delle teste ; 
allora cercarono, con lo sguardo, il chiuso oriz- 
zonte e videro o credettero vedere fantasmi 
rossi,* che galoppassero, distruggendo e semi- 
nando; credettero pure ulire rumori di ferri 
cozzanti, urla e sospiri; ma fu un' allucinazione. 
Quando K, Marx gittò il grido fatidico, vollero 
cogliere rose e garofani rossi ed, inghirlandan- 
dosene, girarono di porta in porta, per i poveri 
abituri, portando la buona novella. Essi pen- 
sarono quelle rose e quei garofani portarsi sot- 
terra, per farne crescere rigogliose piante, con- 
cimate con il loro cuore, perchè, definitivamente, 
se ne adornino, un giorno, i figliuoli. 

Tutto ciò puzza di eresia. 

Ora, riconfortati, pare che aspettino : certo 



— 13 — 



si guardano negli occhi con maggiore franchezza 
e si stringono le destre, come a formare una 
catena. Gli animi si sono chetati, nella dolcezza 
di un dimani sicuro ; e si asciugano il sudore 
secolare, quasi a dire che lo asciugano per 
sempre. 

In questa dolce tranquillità io li sorpresi, 
una volta, in un casolare, su le vette della 
Majella. 

Usano, nel mio Abruzzo, la notte di Natale, 
in tutti i casolari, preparare il Presepe: dove i 
pifferi e le cornamuse sonano l'aria malinconica 
dinanzi al bove ed a l'asinelio, tra i quali sor- 
ride, per la duemillesima volta, il pargoletto 
Gesù, che qui, in Sicilia, affettuosamente, chia- 
mano u signuruzzo. 

La malinconia, che si sprigiona da le note 
ricavate da i primitivi strumenti, pare voglia 
dire la delusione dolorosa, che si rinnova ad ogni 
commemorazione della grande speranza, che do- 
vrebbe inondare il cuore a la venuta del Messìa. 
Due angeli, in alto, a 1' entrata della grotta, 
sorreggono un cartello, su il quale è scritto : 
Pace in terra a gli nomini di buona volontà ! 

Una notte, in un casolare, io vidi un vecchio 
contadino togliere lentamente l'antica leggenda, 
sostituendola con l'altra : Prole tarii del mondo , 
unitevi! e vidi i bambini battere le mani e le 



— 44 — 



donne inginocchiarsi innanzi al nuovo vangelo, 
mentre i pifferi e le cornamuse, da 1' alto del- 
l' immensa montagna, annunciavano la venuta 
del messia, invitando, con gli echi della valle, 
quel forte popolo di montanari al novissimo 
gaudio. Una pace serena si diffondeva d' intorno 
e la placida luna, inargentando le vette della 
Majella, eternamente gelata, pioveva la sua 
tranquillità di astro benigno nelle anime stanche. 
E parve che da le balze nevose del monte di- 
lagasse, per le valli e per le pianure, dal Tir- 
reno a l'Adriatico, una alluvione di dolcezza, 
una inondazione di felicità e su tutta la arsa e 
febbricitante terra corresse, come lavacro a rin- 
frescarla e fecondarla, la dolce parola del com- 
pagno Gesù di Nazareth, completata e spiegata 
dal compagno Marx : Unite l'i, proletarii di tutto 
il mondo, e la pace sarà in eterno su la terra. 

Tutto ciò dà da pensare. 

La polizia politica italiana, dovrebbe, per 
il suo ufficio e per il suo soldo, impedire che 
tanti milioni di proletarii guardino sì fìssa- 
mente la terra, innalzino gli occhi a fissare 
l'oriente, e chiedano, al novo secolo, 1' amore 
e la pace. 

Il contado d' Italia dovrebbe essere seque- 
strato per atteggiamento sospetto e, come corpo 
di reato, portato in tribunale. 



— 45 — 



VI. 

Un martoriato. 

Il primo, che distinsi, appena giunto in Li- 
pari, fa Umberto Faina, tipografo, romano de 
Roma, anzi autentico Trasteverino de Traste- 
vere, anche egli appartenente a quella legione 
di micro-anarchici, della quale ho parlato, ben- 
ché si ostini a negarlo. Nella sua qualità di 
nato trans Thiberim e un anticlericale impla- 
cabile. 

Ma ciò non è tutto, che il domicilio coatto, 
sino ad oggi, non si è ancora applicato per reato 
di anti-clericalismo. Egli è uno dei più peri- 
colosi e spaventevoli anarchici internazionali. 
Su la sua pratica ci è una estesa relazione 
della P. S. di Roma, che, a leggerla, fa venire 
i brividi. Secondo essa, la sola esistenza di que- 
sto individuo, basta a mettere in pericolo l'ar- 
monia dell' universo: la sua presenza in Roma 
è causa di rivolgimenti politici e sociali: la sua 
vita è una trama di attentati a la sicurezza ed 
a l'incolumità di cose sacre e profane: insomma 
il Faina è un fomite di rivoluzioni, è una tor- 
pedine, una bombarda, una granata, un esplo- 
dente. 

Fu processato con Amilcare Oipriani per i 



— 46 — 



fatti di S. Croce in Gerusalemme, condannato 
a 17 mesi di detenzione ed ad un anno di sor- 
veglianza. Il P. M. parlando di lui, esclamò: 

— Cipriani è la mente, Faina il braccio ! 

Di che, non si seppe mai; ma l'esclamazione 
rimase tra i detti memorabili, con i quali i 
cuochi cucinano la selvaggina. 

Amilcare Cipriani lo aveva caro molto, forse 
ricordando la favola di Menenio Agrippa : lo 
aveva caro molto, insieme a Pippetto Troja, 
caduto a Zaverfca, con la camicia rossa, com- 
battente per la Grecia, da greca palla morto. 
Innocenti li faceva l'età novella e più doloroso 
riusciva il loro martirio al cuore del vecchio 
cospiratore. 

Ma la terribilità di questo giovine anar- 
chico, non risulta che da le citate affermazioni 
della polizia. Infatti egli non è stato mai con- 
dannato, ne prima ne dopo i fatti di S. Croce 
in Gerusalemme, dove, come si è visto, funzionò 
da braccio ; ne la P. S. à trovato giammai 
modo e via di trascinarlo in giudizio per offese 
od attentati a la proprietà, a 1' onore, al buon 
costume, a le istituzioni, ne per ribellioni o 
grida sovversive e sediziose. 

Pure, come è facile ritenere, non le ne è 
mancato la smania ed, una volta, da Y isola lo 
richiamarono, chiudendolo, per quattro mesi, 



— 47 — 



nel cellulare di Regina Coeli, per attentato a la 
sacra persona del re, complice di Acciarito. 

Ma Acciarito, il mentecatto, che quanta gente 
à conosciuto, tanta gente à accusato, durante 
la istruttoria non potè dichiarare di averlo visto, 
di averlo conosciuto, di averlo sentito nominare. 
Ne il giudice istruttore potè trovare in lui la 
più lontana parvenza di complicità. 

Assodato ciò, egli venne prosciolto in Ca- 
mera di Consiglio e.... rinviato a domicilio co- 
atto, con la pratica riempita di nuove pagine 
nere. 

La posizione di questo giovine fa sangue. 
Da oramai cinque anni lontano dal lavoro, da 
gli amici, da la sua Roma, da la mamma sua 
adorata, Tamore religioso per la quale può es- 
sere solo, in lui, eguagliato da il fervido amore 
per 1' ideale, è stato anche, è vergogna doverlo 
constatare, completamente dimenticato. 

La stampa, che à lagrimato con lagrimucce 
false, le quali meriterebbero ceffoni, per Dreyfus, 
à tutto l'osceno interesse a dimenticare, a far 
dimenticare questi martiri oscuri, perchè italiani, 
che serenamente, superbamente salgono il loro 
deserto calvario, senza una parola di protesta, 
senza un atto di sdegno, senza un grido di do- 
lore, senza odii, senza rancori, senza sospiro di 
vendetta, senza alcun Cireneo, che li sollevi dal 
peso della pesantissima croce. 



— 48 — 



— Caduti noi, essi pensano, avanti gli altri! 
e tacciono, ostinatamente, pensatamente tac- 
ciono, per non distogliere i compagni da il loro 
lavorìo di parte. 

Serenamente, silenziosamente, questa vittima 
della insaziabile ferocia poliziesca è restato, 
dimenticato, facendosi dimenticare, per oramai 
cinque lunghissimi e dolorosissimi anni : cinque 
anni di morte, per nessun reato commesso, per 
semplice disposizione della polizia, in base ad 
una legge di sospetti, che è una violazione dello 
Statuto. Cinque anni, che assorbono la parte mi- 
gliore della esistenza, che disseccano le sane e 
pure energie giovanili, che ottenebrano il cer- 
vello, decimano le forze; come se la vita fosse 
di secoli! E' la sentenza di morte, che pronun- 
ciano: lo sanno, essi, i poliziotti grossi e pic- 
cini, e se ne compiacciono e ne sorridono. 

Oh ! italica oligarchia di Marsanghi e Ber- 
tolini, quale triste seme andate voi trucemente 
seminando, con il cuore chiuso a la gran voce del 
popolo ! 

Prima del maggio '98 pareva che qualche 
cosa si volesse fare per lui, in Roma, dai par- 
titi popolari. Egli lo sapeva e, mentre si era 
rifiutato sempre di far fare un qualsiasi passo 
verso palazzo Braschi, l'anima sua sorrideva, 
al pensiero del momento, nel quale, per volere 



— 49 — 



di popolo, la mamma sua lo avrebbe stretto tra 
le braccia, dandogli quel dolcissimo bacio, di 
cui è privo da cinque anni, che da cinque anni 
sospira, che da cinque anni sogna. 

Ma vennero le cannonata di Milano, spirò 
più forte il venticello reazionario e Faina e- 
sclamo la sua esclamazione favorita : 

— Tombola ! 

nel suo cuore, palpitante d'amore, rinchiudendo 
la immagine santa della mamma lontana. 
Quando lo vidi, mi disse: 

— 0 finito: mi restano solo venti mesi. 
La questura lo attende in Roma, tra breve, 

per sottoporlo a nuove persecuzioni. 

Se io avessi voce tonante, che potesse giun- 
gere ai compagni d* Italia, ai partiti popolari, 
con voce tonante griderei il suo nome, che è 
davvero un nome di martoriato, perchè, nei 
prossimi comizii elettorali, raccolto dal popolo, 
il suo nome uscisse, a solenne, doverosa, altis- 
sima protesta, sgorgando dal cuore dei liberi, 
dei quali, a supremo conforto, germoglia e cresce 
poderosa la pianta in questa sacra alma tellus. 

VII. 

Lasciate ogni speranza ! 

Queste parole vidi io scritte al sommo della 
porta del Castello di Lipari, quando, per la prima 
volta, ci misi il piede. 



— 50 — 



Queste parole, in caratteri neri, ci vedono 
scritte tutti quelli infelici, i quali, dopo lunghi 
strazii e tormenti, nelP isola sono depositati, per 
tre, quattro, cinque anni, che poi diventano, 
tra carcere, condanne e nuove assegnazioni, 
dieci anni e quindici e venti. 

La prima impressione del paese è dolcissima. 
Non potendo lodare gli uomini, lodiamo, almeno 
una volta, la natura. 

Lipari è, naturalmente, un Eden. Lipari 
sarebbe stato scelto da Tiberio per le sue delizie, 
se non si fosse imbattuto in Capri. Lipari, in 
mano degli Inglesi o di qualunque popolo civile 
o semi-barbaro, sarebbe divenuta una stazione 
climatica di primo ordine ; in mano di questo 
bestiale governo italiano, che, sopratutto per 
viltà nostra, ci soffoca, è diventato un terrore, 
uno spauracchio, un letamajo. 

Per i cittadini, che devono viverci, Lipari 
è un paesuccio sporco, in terra rocciosa ed arida, 
ridotto tale, in parte, per colpa imperdonabile 
delle diverse amministrazioni succedutecisi, in 
parte per colpa del governo. Per i coatti, esso 
è il Castello. 

La vita, per questi, si riassume nel regola- 
mento della colonia. La colonia è una carcere ; 
la carcere una tortura. 

Il foglio di 'permanenza, che presentano al 



— 51 — 



coatto, appena giunto nelP isola, prima di con- 
durlo in Direzione a declinare le sue generalità, 
clie avrà già declinate un centinajo di volte, 
serve a dirgli che oramai a la vita deve egli 
intendere di rinunciare. 

Il foglio di permanenza è una ignominia ; 
è qualche cosa di più : è una ironia. Esso, per 
chi sa leggervi dentro, non dice nulla, all' in- 
fuori della grande scempiaggine del governo, 
che ci delizia. 

Un poveruomo, che arrivi qui con il meta- 
fìsico proposito di riabilitarsi, dopo essere stato, 
nella reclusione o nelle prigioni, istupidito da 
il regime carcerario e da le untuose letture, 
che gli ammanniscono, un poveruomo, in tale 
erronea disposizione di animo pigliando a stu- 
diare il nuovo codice della sua vita, dovrà escla- 
mare : 

— Ma che devo fare qui ? 

Invero nessuno sa e nessuno saprà mai che 
cosa debban fare i seimila cittadini, che la in- 
telligentissima polizia italiana confina nelle isole 
della fame. 

Il foglio di permanenza non è opera del 
direttore della colonia ; egli non deve fare che 
trascrivere o modificare leggermente i regola- 
menti, che quei testoni di Palazzo Braschi ànno 
formulato, tra una incoscienza e l'altra. 



— 52 — 



I fogli, leggermente, variano. Quello di Li- 
pari, che presento ai lettori, è il meno feroce 
di tutti, e di ciò va dato lode a la serietà del 
direttore locale. 

Ma esso basta a dimostrare quale istituto, 
scandalosamente insignificante, sia questo del 
domicilio coatto. 

Esso prescrive la assoluta obbedienza, la as- 
soluta schiavitù ; esso codifica l'arbitrio e legit- 
tima la persecuzione; esso impone l'annienta- 
mento della vita e la rinuncia assoluta al pro- 
prio io ; esso moralizza l'ozio ed eleva a dogma 
la infingardaggine. Esso, non dicendo nulla, dice 
tutto, giacche è un marchio su la fronte del 
coatto, è un anello al suo piede, è una morsa 
al suo cuore, è una camicia di forza al suo animo. 

Esso è la condanna maggiore del domicilio 
coatto, perchè ne è la fotografia migliore, giac- 
che, se una cosa sola dice, questa cosa è questa: 
Finis hominis. 

Perciò lo trascrivo : 

CARTA DI PERMANENZA 

Delegazione di P. S. e Direzione colonia coatti 

I£T LIPAKI 



1. Darsi al lavoro o procacciarsi qualche occupazione anche precaria, 
rendendo sempre avvisata la Direzione ogni qualvolta gli avvenga di oc- 
cuparsi stabilmente. 



— 53 — 

2. Non allontanarsi dal paese nè oltrepassarne il caseggiato in qual- 
siasi punto, senza permesso scritto dall'Autorità di P. S. Dirigente la 
Colonia, da rendersi ostensibile a semplice richiesta dei Beali Carabinieri 
ed altri agenti di P. S. 

3. Ritirarsi prontamente al Castello a quell'ora in cui la tromba 
militare suonerà dall'alto del medesimo, il segnale della ritirata conve- 
nuto col Comandante del presidio. 

Tale ritirata poi dovrà effettuarsi al passo di corsa ogni qualvolta 
il detto segnale venisse suonato in ora straordinaria, qualunque essa sia. 

4. Non portare o detenere armi di qualsiasi specie, nè bastoni od 
altri strumenti atti ad offendere: come pure nessuno degli oggetti di cui 
al 2. capoverso dell'art. 492 del C. P. 

5. Non rompere, guastare o in qualche modo deteriorare i muri, i 
mobili, le porte, i tavolacci e tutt' altro che sia attinente ai locali, ad uso 
della Colonia. Come pure è assolutamente vietata la distruzione, la ven- 
dita o alienazione in qualsiasi modo degli oggetti di casermaggio che ri- 
ceveranno dalla Direzione o dall' impresa. 

6. Tenersi lontano dalle pubbliche riunioni, spettacoli e tratteni- 
menti pubblici. 

7. Di portare sempre indosso la presente carta e di esibirla a qual- 
siasi richiesta degli Ufficiali dell'amministrazione di P. S. e di qualsiasi 
Agente della forza pubblica. 

8. Non frequentare case di prostituzione nè trattenersi nelle osterie 
od altri esercizii pubblici più del tempo necessario per mangiare. 

9. Non associarsi a pregiudicati del paese o ad ex coatti. 
10. Tener buona condotta e non dar luogo a sospetti di sorta. 

Per le contravvenzioni alle suespresse disposizioni, si procederà al- 
l'arresto e deferimento al Potere Giudiziario per gli effetti di cui agli 
articoli 120 e 132 della legge di P. S. 

PRESCRIZIONI DISCIPLINARI. 

Visto l'art. 104 del Regolamento 8 Dicembre 1889 per l'esecuzione 
della legge di P. S. si stabiliscono pei coatti le seguenti norme disciplinari: 

1. Nessun coatto potrà, salvo caso di legittimo impedimento, rifiu- 
tarsi al lavoro. 

2. È severamente proibito ai domiciliati coatti di frequentare gli 
esercizi pubblici, oltre le ore prescritte dilla Direzione: resta pure in- 
giunto ai medesimi, <li astenersi da qualsiasi giuoco. 

3. Ciascun domiciliato coatto dovrà presentarsi nel Castello all'ora 
stabilita per ritirare il proprio sussidio, salvo caso di giustificato impe- 
dimento. 



— 54 — 



f È proibito a chicchessia di accettare incarico di ritirare quello degli 
altri. 

4. È severamente proibita l'ubbriacliezza. Il domiciliato coatto dovrà 
inoltre mantenere sempre in qualsiasi luogo ed ora un contegno tale da 
non recare disturbo di sorta agli abitanti dell' isola, specialmente con grida, 
schiamazzi e canti clamorosi; nè dovrà mai^offendere la pubblica morale 
sia con parole o discorsi osceni, sia con atti triviali o con bestemmie. 

5. Dinnanzi ai superiori e al loro passaggio in pubblico il domici- 
liato coatto deve scuoprirsi il capo ed assumere un atteggiamento com- 
posto e rispettoso, alzandosi in piedi so seduto o sdraiato, cessando di 
discorrere e togliendosi di bocca il sigaro o la pipa. — Inoltre egli deve 
deferenza e rispetto a tutte le autorità locali e a tutto il personale della 
Direzione. Dovrà sempre stretta ed assoluta obbedienza in ogni caso al 
Direttore, agli agenti di P. S. incaricati della custodia e ai R. C. 

6. È proibito presentarsi nell'Ufficio di Direzione fuori dei giorni 
e delle ore stabilite. 

7. Il domiciliato coatto dovrà infine obbedire ed uniformarsi pron- 
tamente a tutte quelle ordinanze che venissero emanate dalla Direzione 
nell' interesse della disciplina. 

Qualunque infrazione alle suespresse disposizioni, sarà punita, se- 
condo la sua gravità, a termini degli articoli 223 e seguenti del regola- 
mento disciplinare in vigore per gli stabilimenti carcerari. 

Nè bisogna ingannarsi su il triste istituto, 
se il foglio di permanenza parla, di obbligo al 
lavoro, essendo la ingiunzione una di quelle 
tante turlupinature, nelle quali il nostro impa- 
reggiabile governo è maestro, forse confondendo 
il Macchiavellismo con il criminalismo. 

Di questo obbligo al lavoro parleremo in se- 
guito. 

Costretti, invece^ ad un ozio forzoso, i coatti 
imbestiano. 

Essi vivono, qui, con il solo, unico, supremo 
dovere di essere soggetti al foglio di permanenza* 



Il governo nazionale, a seimila cittadini, à la 
spudoratezza di dire : 

— Voi avete fallato ; voi avete meritato una 
pena; voi avete scontata la pena; voi mi appar- 
tenete. 

Che cosa significhi questo diritto di proprietà, 
si è visto. Se non si fosse visto, lo si compren- 
derebbe benissimo, solo pensando che chi lo 
esercita è il nostro governo cosacco. 

Gli antichi Romani mostravano, a la gio- 
ventù, gli schiavi ubbriachi, per fare abborrire 
l'ubbriachezza. Il governo d' Italia mostra fino 
a che punto si possa imbestiare un uomo, per 
fare abborrire la natura umana. 

Ordunque il domicilio coatto è il foglio di 
permanenza : il foglio di permanenza è la in- 
sulsaggine dei governanti applicata a la vigliac- 
cheria dei governati. 

10 non so se la storia abbia registrato fatti 
simili. Nerone, che, su le pubbliche piazze, si 
offriva, con il velo giallo di sposa, ad i bestiali 
abbracci di Sporo, è una pallidissima immagine 
delle nostre classi dirigenti, che si offrono a gli 
sberleffi del mondo. 

11 direttore della colonia non à altro in- 
carico che di far rispettare il foglio di perma- 
nenza: incarico nojoso e doloroso. E' come dire 
di un uomo, che abbia il solo incarico di ve- 



— 56 — 



gliare e punzecchiare, con ferro rovente, un 
cadavere. 

Chi à V incarico di consegnare la carta ai 
nuovi arrivati è il bravo brigadiere, al quale 
sanguina o dovrebbe sanguinare il cuore quando, 
ad ogni vegnente lo appiccica come, nel medio- 
evo, si attaccava, su i petti dei condannati, 
il cartello, che portava scritto il delitto. 

Egli è tanto assuefatto a questa funzione 
meccanica, che quando venne in Lipari il ve- 
scovo od arcivescovo che sia — un bruno e fe- 
gatoso giovanotto siciliano, che, nelle sue quo- 
tidiane pastorali, attacca la malvagia rivoluzione 
e chiede il rispetto a le decime e sempre oro 
a queste dissanguate isole — ricevuto da spari, 
mortaretti, tric-trac, tubo e ponnacchi (l'Italia 
vedrà, tra poco, passeggiare, per le sue belle 
città, vescovi e prelati e monsignori su bianche 
mule, tra gli inchini dei rappresentanti di un 
governo bigotto e due fila d'armati) si divulgò 
la voce, essendo egli stato visto tra le autorità 
civili e militari, che, confondendolo con D. Al- 
bertario, inchinandolo, gli dicesse: 

— Come vescovo, per ordine del governo vi 
bacio la mano ; ma come coatto, vi dò il foglio 
dì permanenza* 

La voce, però, dopo poco, fu chiarita una 
calunnia ed il vescovo od arcivevescovo che sia 



— 57 — 



benedisse, nella sua prima predica, i cittadini, 
i carcerieri, i poliziotti ed i coatti, che asserì 
tutti figli di dio. 

Vili. 
Il Castello di Lipari. 

Su una base rocciosa, esagonale, è edificato, 
in aria, il vecchio Castello. Dal mare lo si 
guarda, come un lontano sparviero; da le vie 
del paese lo si vede procombente, come una 
minaccia; da 1' interno, lo si sente che vi stringe 
i fianchi, come un vampiro. 

Il negro castello non è quieto : egli non ri- 
posa tranquillo su la basaltica roccia, che molti 
odii a accumulato e molti rancori. La popola- 
zione, che si muove, che respira, che non vive, 
che sordamente si agita nei suoi fianchi slom- 
bati, è una popolazione di nemici. 

Gli ingegneri, guardandolo, dicono che è 
fuori di ogni legge di statica e che qualche 
giorno precipiterà ; i psichiatri assicurano che 
esso è folle di terrore, impazzito per i rimorsi 
delle molte complicità ; gli spiritualisti sono di 
parere che qualche giorno le mura crolleranno, 
sotto la spinta poderosa delle mille maledizioni 
di torturati, precipitando nel mare, sotto la po- 
derosa catapulta degli sdegni riuniti. 



— 58 — 



Il negro, vecchio castello ride, del suo riso 
sgangherato e sdentato. Il suo riso è qualche 
cosa di lugubre e di raccapriciante come il riso 
di un teschio, come il sorriso del coccodrillo: è 
il riso del moribondo, del delinquente e del 
pazzo. 

Il suo volto non à più nulla di regolare : è 
una testa da le occhiaje vuote, con due buchi 
per naso, senza denti e senza mascelle: vale a 
dire che ogni linea è perduta nella sua archi- 
tettura. In assenza di finestre ci sono crepacci; 
in assenza di merli, rottami e mucchi di con- 
cime; in assenza di colori, impiastri; in assenza 
di modenature, pietre sporgenti. 

Adunque, a l'aspetto, esso è di una mostruo- 
sità ignobile. Lavater e Gali gli darebbero la 
ferocia di un aguzzino, la bieca voluttà di un 
tiranno, la malvagità di un prete, la spavalde- 
ria di un soldato e la vigliaccheria di un cor- 
tigiano. 

E' tutto ciò, e per questo ride nella sua pre- 
potenza, nella sua malvagità, nella sua spaval- 
deria e nella sua vigliaccheria. 

Per questo, è odiato, con intensa passione, 
da i coatti. Un giorno ne vidi uno, ubbriaco, 
che, da lontano, facendogli le fiche, gridava : 

— Piglia su, ruffiano ! 
e sputava in direzione. 



— 59 — 



Un ubbriaco, che sputa su un concimajo, per 
dispregio e rancore, è episodio degno di una ter- 
zina di Dante o di un capitolo di Victor Hugo. 

0 detto che procombe su il mare. 

Il mare, il bel mare turchino, lentamente lo 
scalza, gli rode la base, gli sgretola i massi, 
gli porta via la terra, gli sradica le erbe ; il 
mare, il maestoso mare tempestoso, nero, livido, 
superbo, terribile, minaccioso, bello, gli schiaf- 
feggia le mura frolle ed imbellettate di calce, 
gli strappa via i massi, gli inonda le viuzze, le 
catapecchie, i letamai, 

E' una lotta, che merita di essere guardata, 
di essere ammirata; è qualche cosa di meglio : 
è una punizione. E' il nuovo, che distrugge 
lentamente il vecchio ; il giovine eterno come 
la fede, come 1' ideale, che assalta il decrepito; 
il giusto, il buono che schiaffeggia l'insolente 
ed il malvagio; il consolatore, il protettore, che 
minaccia e sculaccia l'oppressore. 

Perchè il mare, il dolcissimo mare siciliano 
è il grande consolatore dei relegati; con la sua 
calma insegna loro la calma dei forti, con le 
sue tempeste la tragica bellezza della lotta, con 
la sua immensità la grandezza della fede. 

Ed essi lo ricambiamo di eguale amore, e 
per esso non anno secreti. Con esso parlano 
lungamente ed ad esso affidano i loro più ge- 



— Go- 



losi secreti. Sia un palpito d' amore, ancora 
concesso ad i pochi che, nella tristizia e nella du- 
rezza dei tempi presenti^ non ànno rinunciato 
ai sogni beati ed ai dolci sospiri, od un bacio 
ai loro vecchi adorati od un inno a l' avvenire, 
lo sussurrano al grande amico della libertà, che 

10 porta lontano. 

Esso è il grande consolatore ed io non so come 
meglio attestargli la loro gratitudine, che fa- 
cendolo pubblicamente. 

In presenza sua ogni nostalgia diventa im- 
possibile, ogni dolore vien sopraffatto. Nostalgia 
di che, se nel mare è tutto? dolore di che, se 
in esso è la vita e se esso insegna — con 

11 riflesso eterno, di cui si compiace, del sole, 
degli astri, dell'azzurro del cielo, dell' orientai 
zaffiro delle albe, dei sanguinosi tramonti — ad 
aprire l'animo a tutto ciò che è calore, colore, 
luce, a ciò che è via, verità e vita ? 

Quando le piccole gocce d'acqua, tremolanti, 
iridescenti, saltellanti, come un branco allegro 
di variopinti animaletti, si avanzano verso la 
nera muraglia , pare ad essi di vedere da quelle 
rappresentate le schiere innumerevoli degli amici 
loro, dei loro compagni di fede, vicini o lon- 
tani, che si slanciano, cantando, sorridendo, 
contro il turpe presenta. Rimbalzano le goccio- 
line, sono respinte, si perdono nella immensità 



— 61 — 



dei flutti e sono i compagni, lanciati lontani, 
da l'urto dell'insensibile, duro edificio, lon- 
tani, in galera, a domicilio coatto, noli' esilio. 
Ma tornano più allegri, più baldi, più numerosi, 
tornano per mesi, per anni, per lustri, cantando, 
sorridendo, tenendosi per mano, qualche volta 
su i lividi mugghianti flutti dell' ira popolare, 
qualche volta pian pianino, su la cheta, insen- 
sibile ondata della propaganda quotidiana ed il 
vecchio edificio perde sempre qualche cosa e più 
triste, più miserando, più ignobile appare, più 
mostruosamente ridente, mentre si va lenta- 
'mente decomponendo. 

Crollerà infine — è necessario dirlo, per 
togliere l'incubo da l'animo — crollerà l'antico 
edificio eretto da schiavi, cementato con lagrime 
e con sangue, fortificato da le diverse armi di 
oppressione e di sterminio delle diverse civiltà. 

OraTànno puntellato; ma i puntelli non 
reggono: al postutto essi servono appunto a dire 
che l'edifìcio minaccia rovina. 

E quando, finalmente, sarà inghiottito, quan- 
do sarà sparito, il mare, il grande amico della 
libertà, su di esso farà ancora mostra della sua 
forza, su di esso si cullerà e'mugghierà ancora, 
su di esso nuove tempeste saranno^e^nuovi as- 
salti e nuovi livellamenti ed i vegnenti nuova 
gioja proveranno, assistendo a le nuove vittorie 
dell'eterno sovversivo. 



— 62 — 



IX. 

Castello e Vescovato. 

In Lipari manca il respiro : è perchè il paese 
stesso è soffocato. 

A guardarlo da lontano, da i colli, che, in 
dolce conca, lo circondalo, si vede un serpe 
verdastro, da la pelle maculata, sguisciante ai 
piedi del Castello, preso come in una tenaglia 
da esso e da il vescovato. 

La coda, a mezzogiorno ; la testa a setten- 
trione ; liberi, in riva al mare, che lì piglia 
nome di marina corta ) qui di marina lunga^ 
separati da il blocco granitico, su cui si erge 
il Castello. 

Il grosso corpo, la ventraja, è tutto preso 
nella tenaglia e pare voglia, sotto la pressione, 
scoppiare. 

Il Castello macera i corpi ; il vescovato si 
appiatta, losco, basso, nel piano, come un ani- 
male vigliacco e traditore. Quello è una mi- 
naccia, questo un tranello: lo sbirro ed il prete 
congiurano insieme. Chi sfugge da V uno, in- 
cappa nell' altro : mai Scilla e Cariddi ebbero 
una tanto ignobile rappresentazione. 

Il Castello, nel suo orgoglio medio-evale, 
cerca il sole e si erge, orrido ; ma maestoso. 



— 63 — 



Il vescovato si appiaUa tra le case, tra i vi- 
gneti, nell'ombra delle case e delle piante, nel 
tradimento, e pare prepari tagliole o reti per 
le anime. 

A guardare la città, si sente un profondo 
senso di angoscia; si sente, nelle sofferenze di 
tutti, la sofferenza del paese. Il cielo di cobalto 
pesa come una cappa di piombo; 1' aria, puris- 
sima, avvelena ; il solo, splendido, ottenebra. 
Ed il mare è lontano ed il vescovato è, per ora, 
al sicuro. 

Esso è in campagna, nella solitudine di chi 
cospira, in vicinanza al paese, quanto basta a 
gittargli il laccio al collo. 

Ma non affronta, direttamente, gli uomini. 
Tra se ed il paese à messo un corpo avanzato, 
una fabbrica, che è un pregiudizio ed un sa- 
crilegio. 

Ora usano, in guerra, più che colpire i ne- 
mici con i colpi diretti delle palle, asfissiarli 
con i vapori pestiferi. La liddite fa miracoli. 
E' tattica guerresca. E' tattica pretesca abbu- 
jare le coscienze prima di invaderle. 

Perciò, tra il paese ed il vescovado, è il 
monastero. 

Quell'edificio quadrato, pesante, massiccio è 
una tomba. Lì si seppelliscono i sospiri e si 
ghigliottina la natura. Un monastero è una prò- 



— 64 — 



fanazione, se non è uno scandalo. Gigli puri, 
che si aprono al bacio del sole, si ripiegano su 
se stessi ; sensitive, si racchiudono al contatto 
della luce e del calore ; corpi virginei si flagel- 
lano; anime buone, intristiscono. Un monastero 
è la reazione più violenta contro le leggi della 
vita. Molti soffrono; ma lottano: molti odiano; 
ma amano: molti bestemmiano; ma sperano: 
molti urlano ; ma sospirano. Lì, è vietato la 
lotta, è vietato l'amore, è vietata la speranza, 
è vietato il sospiro. 

Sacrificarsi è bello; immolarsi e nobile; an- 
nientarsi è lugubre. 

Si annientano i corpi e si decapitano le a- 
nime. Nessun grande inquisitore pensò martirio 
simile. I palpiti del cuore sono ridotti ai minimi 
termini, il calore animale è sceso a meno 
zero, le cellule cerebrali sono compresse come 
per meningite, un cinto di castità oltraggia la 
natura. E' ciò, che la società dovrebbe colpire, 
con articoli del codice penale, in ossequio al 
codice morale. 

Martirizzare gli altri e infame; martirizzare 
se stesso è inesprimibile. L' auto -martirio co- 
stituisce la bestemmia più perversa della vita. 
Mettersi una corona di spine può essere eroico; 
ma cingersi il cinto di castità è osceno: le sacre 
bende sono un sudario. 



— 65 — 



Il cinto di castità e le sacre bende sono la 
rappresentazione marguttiana del feudalesimo e 
del cristianesimo. 

Una monaca con le bende ed un frate con 
il cordone, se non rappresentano ciò, possono 
rappresentare i misteri della dea Bona e di 
Priapo. 

Neil' un caso e nell'altro, le leggi della vita 
sono oltraggiate. 

Se non fosse che solo sotto questo aspetto, 
il Socialismo merita il primo posto tra le reli- 
gioni : che esso di tali leggi è la riabilitazione 
e la glorificazione. 

Dietro questa perversità si nasconde il ve- 
scovato, che è alleato del castello. 

Oppressi da questi due incubi, tra queste due 
tenaglie, si macerano, nel corpo e nel!' anima, 
i coatti. 

X. 

Il volapuk dei relegati. 

Giunto a Lipari, ebbi la impressione di es- 
sere sbarcato in un' isola misteriosa. 

Ci erano già quattro o cinque coatti politici 
o semi-politici, rinviati, dopo i fatti del maggio. 
Quali sieno stati questi fatti } nessuno à mai sa- 
puto; ma lo seppe la imperante oligarchia affa- 
ristica italiana, che, in un grido di dolore e di 



— 66 — 



fame di una plebe lungamente affamata, trovò 
pretesto opportuno per una cavata di sangue. 

Ad ogni modo, i tempi erano tristi. Si vi- 
veva nel sospetto, come nei giorni di rivolu- 
zione. I politici, più degli altri, erano guardati 
a vista e si aspettava, da un momento a 1' altro, 
l'ordine di traduzione per l'Africa o per il nuovo 
mondo o, magari, per 1' altro mondo. Infatti, 
qualcuno, più pessimista, arrivava a pensare : 

— Da un momento a l'altro arriverà l'ordine 
di una fucilazione in massa. 

Però — onore a clii spetta — questa dispo- 
sizione per decreto reale, non fu pensata da 
Pelloux. 

Evidentemente i sovversivi, quando ci si met- 
tono, sono più reazionarii della reazione. 

Si pensava ciò ; ma non lo si diceva. Giac- 
ché, in quei giorni, non si parlava. Pareva che 
le mura, i campi, il sole, i fiori, gli uccelli 
fossero stati intimoriti o comprati da la Que- 
stura. Una cappa di piombo pesava su tutti: si 
viveva sotto una asfissiante campana pneuma- 
tica. L'uomo, nella sua tristizia, arriva a ren- 
der triste la natura. Si vedeva un tradimento 
nel saluto dell' amico ed un tranello nello 
spirare del vento. I raggi solari pareva ci per- 
seguitassero ed il chiarore lunare sembrava ci 
spiasse. 



— 67 — 



Noi sospettavamo, da la polizia, agguati : 
la polizia sospettava, in noi, cospiratori. Chiusi 
nel medesimo recinto, battendosi nel muso dieci 
volte al giorno, doveva accadere ciò, che accade 
a cani e gatti, chiusi nel medesimo sacco : i 
cani mordono, i gatti graffiano. 

Tuttavia si finisce col fraternizzare : così 
cani e gatti finiscono col farsi delle carezze. 
Sovversivi pericolosissimi e poliziotti zelantis- 
simi finiscono con il trovare un tratto di unione. 
Se questo accadesse su vasta scala, il governo 
perderebbe il suo più bestiale sostegno. 

Ciò, in fin dei conti, commuove: ciò dice che 
l'uomo può diventare buono e che, davvero, una 
èra di vero amore e di vera fratellanza può ini- 
ziarsi su la terra. Oggi ci sono le oligarchie, 
libidinose di potere e di oro, ci sono i governi, 
che le rappresentano e non è colpa di alcuno 
se, di tanto in tanto, si sente il bisogno di un 
massacro. 

Il nostro giorno verrà — è dolce lo sperarlo, 
è doveroso il crederlo — ed allora, lo sfruttato, 
il perseguitato, l'abbietto, il perverso, gittando 
le braccia al collo del suo fratello, che lo à, 
per secoli, sfruttato, vilipeso, perseguitato e ca- 
lunniato, potrà dirgli : 

— Lo vedi, fratello, come è bella la Libertà? 

Ma nell' estate '98 non volgeva tempo prò- 



— 68 — 



pizio a tali considerazioni. Il vento di fronda 
portava gemiti e lamenti ed il triste, il vile 
sospetto era nel cuore di tutti. 

Quando si sospetta di tutti, si finisce con il 
parlare solo con se stesso ; se il sospetto au- 
menta, si diffida di se stesso e si tace. 

Come ò detto, a Lipari si taceva. I sovver- 
sivi non parlavano: cantavano. Uccelli di gabbia! 

Si può dare un significato al canto, senza 
spiegarselo prima? Pare di sì, giacAAi ^olatiJi 
lo fanno e gli animali tutti anno un linguaggio 
convenzionale, appreso senza gramijMpBta S senza 
vocabolario, parlato senza prec^jBui accordi. 

La natura, con materna previgjpBpt, cospira 
perchè i cuori si intendano. 

In ogni passo era una guardia ; dietro ogni 
guardia, un coatto. A Lipari dicono: settecento 
coatti, settemila spie. Dietro ogni coatto era 
una casa, un muro, un albero: a quella casa, a 
quel muro, a quell'albero, erano incollate cento 
orecchia. 

In certi momenti tristi nella storia di ogni 
paese, parlare significa congiurare, fare un mo- 
nologo vuol dire eccitare. 

Ordunque, i coatti politici canticchiavano. 

Inutile dire che zuffolavano le loro canzoni 
predilette: ogni verso era un segnale, ogni pa- 
rola un ammonimento. 



— 69 — 



Si zuffolava, passeggiando, 1' aria : 

Siamo i figli del lavoro, 
Che lottiamo per il pan! 

e ciò significava : 

— Guardati, che sei pedinato. 

Per dire che V avviso era stato inteso, si 
rispondeva : 

Abbasso le frontiere, 
Su in alto le bandiere, 
Salutiam V umanità ! 

e si procedeva oltre. 

Il compagno, andando via, soggiungeva : 

E, nell'avvenir, il sol risplenderà 
D'indipendenza ! 

Ma il suono si propaga: il canto, che è suono, 
luce e calore, si propaga rapidissimamente, con 
le velocità riunite delle onde, diverse. Un giorno 
si accorsero che tutta Lipari cantava. Che cosa ? 
Canzoni sovversive. Come? Con il fischio. 

Lipari ardeva, come un enorme braciere, in 
mezzo al mare. 

Certi atti di sovversione sono inincriminabili; 
certe affermazioni sono insequestrabili. 

I canti dilagavano, la cittadinanza si ecci- 
tava. Dai bimbi, che li avevano imparato prima, 



— 70 — 



la musica si allargava, conquistando tutti. Non 
era difficile incontrare un milite, con la scia- 
bola sotto il braccio, il sigaro in bocca ed il 
chepì su le ventitré, che zuffolasse 1' aria : 



Al giorno suonava la musica in piazzà| Cor- 
reva un fremito : si guardavano, bianchi di com- 
mozione. Che era ? Si suonava il Nabucco di 
Verdi. Ma che Nabucco! Il cuore palpitava forte, 
mentre la musica, sovversiva, intonava : 



Più tardi, quando i cameroni si chiudevano 
a chiave, un'ora prima della triste Are Maria, 
si dava un grosso respiro di sollievo. 

Finalmente, si sentivano liberi ! 

E lì, nel camerone N. 17, nella sala di let- 
tura, movendo da i lettucci, da le buje stan- 
zette, prima l'uno, poi l'altro, poi tutti, si riu- 
nivano e, con il cervello in fiamma, pigliandosi 
per mano, girando attorno al tavolo, comprato 
dopo lunghissime sottoscrizioni, si intonava som- 



Su, fratelli, su, compagne, 
Su, venite, in fitta schiera. 
Su la libera bandiera 



Splende il sol dell'avvenir! 




Vieni, o Maggio, t' aspettan le genti, 
Ti salutano i liberi cuori. 



— 71 — 



mossamente, con la voce tremante, con le la- 
grime a gli occhi : 

Ai gridi ed ai lamenti 
Di noi, plebo tradita. 

La voce si elevava, a poco a poco, diven- 
tando grido, invocazione, spasimo, delirio di- 
sperato, invito d'amante, al ritornello : 

Deh l t' affretta a sorgere, 
0 sol dell'avvenir ! 
Vivere vogliam liberi 
Per non più soffrir. 

Allora V anima sentiva l'epopea; gli scrupoli 
cessavano, il presente doloroso si cancellava da 
la mente, giorni di lotte e di vittorie si intrav- 
vedevano. 

Sorgete, sorgete, pezzenti ed ignavi, 
Oppressi dal lungo, penoso lavor 1 

Ma la voce dei guardiani interrompeva la 
visione, gridando : 

— Silenzio ! Domani faremo rapporto. 
Rapporto, tradotto in milgari eloquio, signi- 
fica cella a pane ed acqua. 

In vista di questo inconveniente, fu deciso, 
e lo si fece sapere : 

— Canteremo canzonette allegre. 



— 72 — 

I politici si misero in allegria. Funicoli, fu - 
nicolà fu il loro canto prediletto. Le parole non 
si distinguevano; la musica passava, tra il giu- 
bilo universale. 

Ma poiché anche in questa variante dell'al- 
legra canzonetta napolitana la regia procura à 
trovato modo e via di incriminazione, io mo- 
difico le parole del Prampolini così : 

Le plebi, con l'amore del borghese 
Vivendo stan — vivendo stan. 

E le guardie, da sotto, accompagnavano : 
Tu saie addò'.. 

I politici, da sopra: . 

Da pranzi e cene ei indigestioni offese 
Morendo van — morendo van. 

Giù, da sotto : 

Io vece a te — Io veco a te. 

Da capo : 

Ci danno senza po*sa quei signori 
Pane e lavor — Pane e lavor. 
Da noi non voglion sangue ne sudori 
Per bontà lor — Per bontà lor. 

A coro : 



Jammo ncoppe — jammo ja. 
Furiiculi — Funiculà. 



— 73 — 



Qualcuno, mentre cantava, quando nel po- 
vero canto aveva messo tutta l'anima sua, quando 
nelle parole e nella musica aveva trovato l'eco 
dei suoi più nascosti pensieri, delle sue più 
lontane aspirazioni, scappava a gittarsi su il 
letticciuolo, con gli occhi gonfi di lagrime. 

Giacche, se qualche volta i sovversivi anno 
un singhiozzo, essj. piangono o per troppo a- 
more o per troppa pietà. 

E' bene ripeterlo, amici Labriola e Bonavita, 
è bene ripeterlo ai bojajoletti italiani, i quali, 
in quella carnascialesca vittoria della reazione, 
che fu il maggio '98, credettero — per un mo- 
mento — davvero di essere riusciti a vincerci, 
per il semplice fatto di averci avvinti e di es- 
sere i più forti, per essere stati i più violenti. 

0 Santo Socialismo, Fede benefica, Conso- 
lazione ed Amore, tu ci appari luminoso e can- 
dido come la vergine nei sogni puerili, tu ci 
appari radioso ed ardente, come V amante nei 
sogni giovanili. 

Socialismo, cuore del nostro cuore, anima 
dell'anima nostra, dobbiamo a te, se la vita ci 
è diventata un Eden di Amore e di Speranza , 
è per te che noi godiamo delle nostre sofferenze 
e giubiliamo nelle nostre torture. 

Sei tu, Iddio benefico e generoso, che le no- 
stre catene trasformi in lacci di rose e le corone 
di spine in superbi diademi. 



— 74 — 



Noi verso di te procediamo, e se il cuore 
sanguina, se la testa è in fiamma, se il corpo 
è spossato, a la tua immagine, che ci appare, a 
Levante, in dolce colore d'orientai zaffiro, spar- 
gendo, come la Beatrice Dantesca, rose ed amore* 
noi, con la dolcezza nell'animo e con il candore 
nel cuore, stendiamo, ansiosi, le mani, come 
ad invocazione suprema. 

Sorridici, sorridici ancora, eterno Amore, e- 
terna Fede, e fa che su le nostre teste scendano 
le lingue di fuoco della tua Sapienza e spargi, 
a larghe mani, su i nostri cuori, i tuoi fiori rossi, 
perchè noi, adornandocene nei dì della gioja e 
nei dì del dolore, inghirlandandocene nelle ore 
nuziali e nel dì della morte, ancora di sotterra 
possiamo gridare ai viventi : 

— Sperate ed amate ! Il Socialismo viene ! 

Fa tu, nella tua immensa possanza, Iddio 
benefico e generoso, fa che noi, morendo, possiam 
dire di essere stati degni di invocarti, di essere 
stati degni di amarti. 

XI. 

Un anarchico, nomo d'-ordine. 

Quando lo vidi, stretto nelle catene, tra 
quattro carabinieri, disfatto da il lungo transito, 
magro, livido, da gli occhi neri e profondi, da 



— 75 — 



il sorriso amaro, nervoso, l'animo mio gli volò 
incontro e pensai di avere trovato un fratello. 

Nei pochi giorni, che stette qua, ebbi agio 
di osservarlo e di persuadermi come Adelmo 
Smorti sia una di quelle eccezioni, che si tro- 
vano, di tanto in tanto, tra la grande turba del 
genere umano. 

Adelmo Smorti è un cuor d' oro ed un ga- 
lantuomo in tutta la più estesa significazione 
del termine : è perciò che la polizia, questa 
grande delinquente, lo odia tanto, da averlo 
tolto a la sua compagna ed ai suoi sei figliuo- 
letti, ai quali, con il padre, anno tolto il pane. 

Un uomo, che à una moglie e sei figliuoli 
da mantenere, con il proprio lavoro, dovrebbe 
essere un uomo sacro; ma che cosa vi è mai di 
sacro in quegli antri, che sono le questure del 
regno ? 

Nè si capisce ne si sa con quali pretesti lo 
abbian mandato a domicilio, coatto, come 1 ? ul- 
timo malvivente, che infesti le campagne. 

E' stato amministratore , inorridite ! del- 
l' Agitazione] ha lavorato, horresco referens, 
con il Malatesta ad organizzare il partito anar- 
chico: è questo che la Questura può dire a suo 
carico. 

Per il resto, di fronte ad un rigido carattere 
come il suo, ad una specchiata onestà come la 



— 76 — 



sua, ad una vita intemerata, quale tutta An- 
cona gli riconosce ed à affermato in occasione 
del processo Malatesta, in cui era degli impu- 
tati principali, i poliziotti alti e bassi e tutta 
la schiuma della malvivenza italiana, tutto il 
fior di canaglia, che ora, come per tempo di 
alluvione, va nuotando a galla, non può che 
inchinarsegli e scappellarlo. 

E* socialista anarchico, . 

Quindi un nemico della proprietà privata. 

D'accordo. lì Calderoni di Ancona, suo prin- 
cipale, à deposto come questo nemico della pro- 
prietà individuale tenesse l'amministrazione e la 
cassa della sua vasta azienda in modo inappun- 
tabile, maneggiando, mensilmente, dalle settanta 
alle ottantamila lire. 

In un paese, come il nostro, ciò deve im- 
pressionare malamente. Se simili esempii si 
generalizzassero, dove andrebbero a finire i sac- 
cheggiatori delle Banche ed i ministri concus- 
sionarii ed i simoniaci ed i barattieri ed i gior- 
nalisti, che si vendono, come tante prostitutelle? 
Quindi, a domicilio coatto. 

E' un socialista-anarchico. 

Per ciò, è un nemico della famiglia. 

Concesso. Egli, come ò detto, à moglie e sei 
figliuoletti; ai quali, non vivendo di rendita, 
dava, con il suo solo lavoro, i comodi di una 



— 77 — 



vita agiata. Ora i suoi sono nelle strettezze ed 
al giovine onesto sono diventati bianchi i ca- 
pelli. 

Ben fatto. Se tutti facessero così, quale strana 
morale si andrebbe propagando per il nostro 
paese ? Come ! un uomo, che non possiede nè 
v terre nè capitali, un semplice lavoratore, si per- 
mette il lusso di unirsi aduna donna, che ama, 
di procreare dei lavoratori, di sostentare la fa- 
miglia e di avere, per soprappiù, delle idee ? 
Gip è scandaloso. Questa massima sovversiva, 
tradotta in fatto, è di un esempio deleterio. Si 
arriverebbe, con essa, a la conclusione che co- 
loro, i quali prostituiscono le mogli, vendono i 
figli, ipotecano se stessi, strisciano, sguiseiano, 
leccano, non avrebbero più diritto di gridare : 
La lotta per la vita ! Ordunque si pigli un si- 
mile esempio pericoloso e lo si mandi a domi- 
cilio coatto. Come vivranno moglie e figli? Bi- 
sogna affamarli : è punizione dovuta. Il grido 
dei bimbi ricorderà a l'onesto sovversivo, la sorte 
che spetta ai riformatori dei costumi. Lo si 
mandi a domicilio coatto. 

FMi pare di vedere, da qui, il sorriso di con- 
tento di tutte le innumerevoli schiere dei cor- 
nuti, dei ruffiani e dei venduti d'Italia. 

Essi ridono, perchè il popolo tace ; quando 
il popolo parla, essi tremano. Peccato che parli 
tanto raramente 1 



— 78 — 



Ordunque Adelmo Smorti, nemico di dio e 
delP uman genere, della proprietà e della fa- 
miglia, della patria e della morale, è anarchico 
perfettissimo. 

E' ordinato, metodico, prudente e saggio : 
V ideale di un ottimo amministratore. Infatti i 
giornali anarchici, sotto l'influsso benefico della 
sua amministrazione, fanno miracoli, prosperano, 
durano e resistono a gli assalti delle regie pro- 
cure. E' un tour de force dovuto a 1' avvedu- 
tezza dell'amministratore-nato. 

E' ordinato, metodico, prudente, saggio e, 
come ho detto, è nervoso. Queste contraddizioni 
psicopatiche sono effetto delle grandi infamie. 
Sotto 1' assillo di tormenti senza fine, 1' uomo 
diventa come un orologio, che segni le nove e 
batta le dodici. 

Luigi Galleani, una volta, mi scrisse di lui : 

— E' rigido, un po' conservatore, forse. 

Il forse io l'avevo già tolto quando lo chia- 
mavo uomo & ordine. E' vero, che egli si ven- 
dicava chiamandomi legalitario ; ma la verità 
resta quale è. Nella vita io sono più sovversivo 
di lui, nei principii egli è più sovversivo di me. 
Egli, ordinato, meticoloso, attento, metodico, è 
un rivoluzionario; io, disordinato, sconquassato, 
distratto ; disorientato, sono un legalitario. Forse 
egli, in fondo, è meno rivoluzionario di quanto 



— 79 — 



pensi, come io posso essere meno legalitario di 
quanto creda. In tanta contraddizione, la polizia 
ci ritiene pericolosi entrambi e ci applica, in- 
telligentemente, il medesimo articolo della me- 
desima disposizione poliziesca. 

Lo Smorti, mio amico personale ed avver- 
sario politico, consacra, serenamente, due o tre 
oro del giorno a la sua corrispondenza. Non ci 
è pericolo, che dimentichi una cartolina, una 
riga, un giornale, una domanda, un accenno. 
Non à copialettere, e si capisce. La polizia se 
ne servirebbe ad imbastire un processo per as- 
sociazione, da Cuneo a Trapani ; ma o su le 
unghie, o su i polsi, o su la suola delle scarpe, 
o su la fodera del cappello o su i lembi della 
camicia, egli diligentemente nota, a caratteri di 
volapuk o di stenografìa. 

A idee nette e precise, taglienti come un 
tagliacarte, aguzze come una punta di matita. 
Giacche io non posso immaginarlo che con un 
lapis sopra le orecchia, come un commesso: egli 
è, infatti, il segretario dell'anarchia. 

Fu dapprima socialista, quando non vi era 
differenza ne di metodo ne di principii tra le 
diverse scuole; poi diventò socialista-anarchico. 
E si capisce. Un uomo tanto ordinato, non può 
chiedere l'integrazione dei suoi ideali di vita 
che a la perfetta armonia della società anarchica • 



— so- 



li socialismo à ancora delle disuguaglianze e, 
specialmente, delle difficoltà; tabula rasa è un 
ideale, al quale si giunge facilmente. 

Particolarità fisiologica (non dico patolo- 
gica, cliè potrebbe intendersi malamente): è fra- 
tello Siamese del Malatesta nel riconoscere e nel 
professare la necessità della organizzazione. 

Questo giovine, davvero ammirevole ed al- 
tamente rispettabile per le sue qualità morali, 
è stato, a varie riprese, richiamato nella sua 
Ancona da veri plebisciti di affetto e di pro- 
testa della intera cittadinanza. La polizia si è 
opposta, e non a torto. Intorno ad un uomo il- 
libato come lo Smorti, reso più simpatico da la 
vigliacca persecuzione, si aggrupperebbero tutti 
gli elementi sani della città. E noi sappiamo 
che la polizia à la nostalgia del fango. Questi 
rari vivai di moralità sono da schiacciare. 

Divelto da la famiglia, sottratto a la città, 
strappato da il lavoro, torturato nei transiti, 
sepolto in un' isola, la polizia non credè di a- 
verlo abbastanza reso innocuo. Il raggio di ir- 
radiamento della virtù giungo tanto lontano, che 
non si è mai sicuri di esserne al riparo. 

In Lipari era pedinato. Punzecchiare o mor- 
sicare un uomo in 'una fossa sarebbe il colmo 
della viltà per un insetto o per un rettile: è il 
colmo della finezza per la polizia politica ita- 
liana. 



— 81 — 



Era tanto pedinato, che un giorno, nel quale 
uscimmo dal Castello, in atteggiamento sospetto, 
con due involti sotto il braccio, le guardie di 
città corsero in direzione, gridando: 

— Una bumma ! 

Ed Adelmo fu pedinato in modo, che la 
punta degli stivali delle guardie gli t entrava 
nelle calcagna. 

Devo dirlo ? Devo, barbaramente, strappare 
il velo d'eroismo, nel quale potremmo avvol- 
gerci, lasciando il lettore dubbioso su il conte- 
nuto del fagotto ? Sarebbe pure cosa dolcissima 
far restare nelle pratiche nostre l'appunto che, 
un giorno dell' ottobre '98, un socialista ed un 
anarchico tacitamente si avviavano, in atteg- 
giamento sospetto, insieme confabulando, a la 
distruzione del sistema solare. 

Rinunziò a la tacita ammirazione del lettore 
e lo dico : 

— Il fagotto conteneva biancheria sporca ! 
Assodato ciò, le guardie si mostrarono stanche 

della consegna, ed un giorno, che, a malincuore, 
una di esse ci pedinava, interpellata, dichiarò : 

— Ma se è quel testone del prefetto di An- 
cona, che vuole così ! 

Adesso, quella buona guardia si è ritirata a 
vita privata. 

A scanso di ulteriori equivoci, lo Smorti fu 
impaccottato per Pantelleria. 



— 82 — 



Che cosa sia stato questo viaggio par lui, 
già malato di catarro intestinale, il Don Chi- 
sciotte di Roma disse a suo tempo e la stampa 
di partito commentò, 

XII. 

La vita nel castello: il padre dei vizii. 

Quando, da il mare, sorge, in tutto il suo 
splendore, il sole, a rischiarare, a riscaldare, a 
vivificare, cominciano le ore amare per questa 
gente dolorosa, che à perduto il bene della li- 
bertà. 

Da le inferriate finestre il guardo, spingen- 
dosi fuori, lontano, su il mare immenso, su le 
lontane coste della Sicilia e della Calabria, pare 
che vada misurando la distanza, che passa tra 
una ciurma di schiavi e gli uomini liberi. 

Io non so, perchè non me l'ànno detto, nè 
ne ò chiesto loro, quali preghiere e quali be- 
stemmie, salendo da i cuori esulcerati, arrivino 
a le labbra di questi infelici. 

Ma se qualche credente è tra essi, questo 
credente non può che invocare da il suo dio che 
allontani da lui l'amaro calice. Come se qualche 
credente nella fede terrena è tra essi, non può 
che invocare l'avvento del proletariato, la fu- 
sione di tutte le classi in una sola di lavoratori, 



— 83 — 



il sorgere di un'era di umana civiltà, perchè da 
la faccia della terra scompajano spettacoli di 
tanto commovente squallore. 

A me pare, quando il sole sorge, udire ele- 
varsi da gli ottanta cameroni di rejetti un grido 
di dolore, un sospiro di speranza ed un inno a 
l'avvenire, 

A me pare di sentire salire al cielo il nuovo 
credo, mormorato da centinaja di calpestati, 
da centinaja di schiacciati, ai quali la natura 
di uomo è restato solo per maledire e per pian- 
gere, quando non pregano e non sperano. 

Pare vedere questa turba tendere le mani a 
l'astro apportatore di vita, per dire ad esso : 

— Sole, solo conforto e sola luce nostra, 
rischiara, con i tuoi vividi raggi, le menti di 
tutti gli uomini, riscalda, con i tuoi raggi in- 
focati, i cuori di tutti i fratelli e guardaci, fi- 
nalmente, padre nostro, abbracciati gli uni a gli 
altri; che se questa orrenda lotta fratricida do- 
vesse continuare ancora, oscurati, e precipita, 
nel caos, la terra ed insieme sin la memoria 
della razza umana. 

Giacche il coatto — è ^orribile a dirsi — se 
un'ora di riposo a, l'à nel sonno; se un'ora di 
quiete l'à, l'à nella dimenticanza del suo io : 
presente a se, si fugge e si disprezza, si abborre 
e si odia. 



— 84 — 



Nel sonno, reso più pesante da il vino, è il 
riposo; nel sonno è la completa dimenticanza e, 
forse, qualche ora di conforto per la fallace im- 
magine dei suoi, che lo baciarono bambino, dei 
suoi, che lo chiamarono marito e padre. 

Nella stagione invernale i coatti anno di li- 
bertà da le otto del mattino a le quattro di sera; 
nella stagione estiva anno la contr'ora, cioè le 
ore pomeridiane, nelle quali non possono uscire 
da il Castello. A mezzodì devono tutti trovarsi 
a l'appello, per la distribuzione della massetto, 
(sussidio giornaliero di 50 centesimi) e siccome 
l'appello dura più di un' ora, essendo i coatti 
da sei a settecento e siccome a l'appello niuno 
può mancare — pena la carcere — le ore libere 
del giorno si riducono a meno di sette. 

Sì che, in conclusione, il domicilio coatto è 
una reclusione. 

I coatti vivacchiano, su il Castello, nelle più 
umili funzioni di donnicciuole: scegliendo frutta 
o mondando patate per il magro pasto, che con- 
siste quasi sempre in una grossa scodella di 
molta acqua bollita con qualche fagiuolo o qual- 
che pezzo di patata - rari nantes] - altri, lavando 
la biancheria sporca a quei pochi, che biancheria 
anno e sentono il bisogno di lavarla ; altri fa- 
cendo calze o merletti, con Y occhio istupidito, 
che guarda in lontananza; altri vuotando, da 



— 85 — 



mane a sera, i numerosi buglioli, che servono, 
nei cameroni, come fomiti potentissimi d' infe- 
zione. 

Nella loro squallida e ributtante miseria, con 
la continua irritazione dello stomaco, che ac- 
cresce lo squilibrio del cervello già squilibrato 
da ereditarietà di delinquenza e sofferenze o da 
precedenti sofferenze, torture e martirii, in que- 
sti infelici i progressi nel campo della delin- 
quenza sono rapidissimi. 

Nel crogiuolo della comunanza si fondono 
tutte le male passioni, germogliate loro da germi 
ereditarli, acquisiti dai padri in lunga serie di 
anni di patimenti ed oppressioni, fecondate nei 
figli da tutte le disuguaglianze sociali, da ra- 
ragioni economiche, da imperfezioni organiche. 

Il fenomeno di esosmosi ed endosmosi psi- 
chica à una dimostrazione inconfutabile f che i 
ladri, i pederasti, gli accoltellatori, i souteneurs, 
le spie accumulate insieme, diventano, in breve, 
e ladri e pederasti e accoltellatori e spie e peggio. 

Nell'odio, che li accumuna e li divide, ap- 
prontano armi con ferri, con selci, con legno, 
per togliersi, l'un V altro, quella vita, che è una 
maledizione. 

Il sangue, che, sgorgando da le ferite, in- 
ferte dai proprii fratelli, abbevera la terra, pare 
chieda vendetta contro altro sangue dei proprii 
fratelli da essi versato. 



— 86 — 



In direzione giornalmente le guardie portano 
pacchi di armi sequestrate, di tutte le foggie, 
di tutte le dimensioni. 

Si spiano vicendevolmente, si preparano tra- 
nelli e denunzie; ognuno spia, traditore, denun- 
ziatore, è, a la volta sua, spiato, tradito, de- 
nunziato. 

Le isole sono bolgie. Dante, che pur sostenne 
la vista delle pene dell' inferno, qui si copri- 
rebbe gli occhi, gitterebbe la penna, che vergò 
le terzine immortali e maledirebbe la natura. 

Da gli isolani sono odiati e disprezzati : in 
questo odio ed in questo disprezzo i paesani 
trovano modo di sfruttarli sino a sangue. Data 
la grandissima offerta di lavoro, le mercedi sono 
bassissime: un coatto vende, qui, la sua forza 
di lavoro per un valore addirittura irrisorio. 
La vende per un soldo, quale in una città di 
provincia non venderebbe per una lira. 

La proporzione non è esagerata. 

Ogni soldo, che è in commercio per Lipari, 
gronda sangue e sudore: gli schiavi, che innal- 
zavano piramidi ai Faraoni, non erano sfruttati 
in modo tanto stomachevole. 

I coatti, che sono la vita delle isole, vi sono 
ricompensati a calci ed a bastonature. Se uno 
di essi viene a diverbio con gli isolani, è cir- 
condato, percosso, lasciato per morto da dieci, 
da cento accorsi. 



— 87 — 



Gli uomini li chiamano coatti, per disprezzo: 
le donno sterrati) cioè cacciati fuori da la pro- 
pria terra; ma questo italianissimo aggettivo è 
pronunciato con tanta grazia da le fresche au- 
lentissime labbra delle siciliane, che lo si ac- 
cetta come una carezza e di tutto cuore si per- 
dona loro la intenzione ostile. 

Le celle di punizione, le carceri, rigurgitano 
continuamente di puniti, di giudicabili, di con- 
dannati. La pretura locale ed il Tribunale di 
Messina sono in continua attività. I reali ca- 
rabinieri non fanno che ammanettare, imbarcare, 
sbarcare coatti. La isola risona, da mane a sera, 
dello stridore di catene; le vie sono, senza in- 
terruzione alcuna, percorse da lugubri drappelli 
di prigionieri. 

Quando, carichi di debiti — debiti di otto, 
dieci, cinque, due soldi — che, sommati, non 
arrivano a dieci lire, tormentati, minacciati, 
percossi, accoltellati da' creditori, non riescono 
più a sopportare la vita delle isole, diventata 
una doppia tortura, si danno in campagna, cioè 
si assentano per un' ora, per due, per una notte 
da il paese, per contravvenire ad il foglio di 
permanenza, per farsi arrestare, processare, con- 
dannare. 

E' orribili ! Questi infelici chiedono libertà 
e riposo al carcere ! 



— 88 — 



Alcuni mandano lettere di minaccia, di in- 
sulti, di male parole al direttore, firmandosi, 
perchè questi, per punizione, li spedisca a Gravi. 

Essi, se non vanno a Gravi, restano per un 
mese con la camicia di forza, a pane ed acqua. 

Giacche il regolamento, che vige per i do- 
miciliati coatti è il regolamento carcerario. Se 
non fossimo in Italia, sembrerebbe incredibile 
che il governo possa avere pensato di trattare 
de' cittadini — i quali, per semplice misura d 
sospetto, con semplice deliberato della polizia, 
sono relegati in un comune od in un' isola — a la 
stregua di coloro, che avendo a la società re- 
cato nocumento od offesa, sono, da questa, a 
mezzo di giudici e di Tribunali, con garanzia 
di procedura e di difesa, relegati in un edifizio 
murato. 

Piantare un' equazione con questi termini è 
impossibile: anche matematicamente il domicilio 
coatto è un assurdo. 

Le punizioni sono inflitte secondo l'art. 332 
del Regolamento Generale degli Stabilimenti car- 
cerarti. 

Le punizioni, che possono essere inflitte ai 
detenuti ed ai coatti, sono : 

a) ammonizione fatta a voce dal diret- 
tore ecc. ecc. 

b) cella ordinaria, da uno' a venti giorni, 
con la privazione del sopravvitto. 



— 89 — 



c) cella ordinaria a pane ed acqua, da uno 
a trenta giorni. 

d) cella di punizione a pane ed acqua, da 
cinque a quindici giorni. 

e) cella di punizione a pane ed acqua, da 
quindici a trenta giorni, con camicia di forza. 

f) cella oscura a pane ed acqua, da cinque 
a venti giorni, con camicia di forza o con ferri. 

g) cella di isolamento, da due a sei mesi. 
Questo comma g diventa, per i coatti, l'invio 

a Gavi. 

Gavi è un'antica fortezza in quel di Ales- 
sandria, dove si inviano i coatti, per due a sei 
mesi, con un giorno a pane ed acqua e due 
giorni a pane e minestra. Su sei mesi du6 di 
digiuno assoluto. Il freddo fa il resto. 

Queste punizioni sono in assoluta facoltà del 
direttore, il quale, se à talento di ammazzare 
un uomo, a tutto il diritto di tenerlo prima, per 
un mese, a pane ed acqua in cella oscura, con 
catene ai piedi ed a le mani, con camicia di forza, 
con accessorii di pugni e bastonature — che 
sono una specialità dei poliziotti italiani — steso 
su un tavolaccio, dove, per variare, lo si può 
legare in croce ; o raggomitolato in una cassa 
mortuaria, con le mani dietro la schiena: dopo ' 
ciò, con due mesi di transito può spedirlo a Gavi, 
per la buona morte. 



— 90 — 



Infatti, l'Art. 346 del Regolamento carce- 
rario, con la gesuitica untuosità, che è carat- 
teristica di questo governo scelleratamente bi- 
gotto, dice : 

II consiglio di disciplina locale è composto del 
Direttore, dell'impiegato che gli succede ih grado, 
del cappellano e del medico- chirurgo. 

Lasciando da parte il medico-chirurgo, che 
può essere una persona colta, coscienziosa ed 
umana, lasciando da parte il cappellano, che, 
per il suo ministero e per le tradizioni della 
sua chiesa è più presto un carnefice che un sa- 
cerdote, restano giudici il direttore e V impie- 
gato, che gli succede nel grado. 

L'impiegato, naturalmente, per la sua fun- 
zione e per la psicologia della sua classe, è una 
marionetta nelle mani del suo principale; sicché 
restano, nella più rosea delle ipotesi, due con- 
tro due. 

A ciò provvede lo sfacciato Art. 347 : 

consiglio di disciplina locale è presieduto 
da V Autorità dirigente e decide a maggioranza 
di voti, con la prevalenza di quello del Presi- 
dente, in caso di roti eguali. 

Sicché — come dicono in Romagna — il 
presidente se la fa e se la dice. 



— 91 — 



Con questo sistema inqualificabile di corre- 
zione, a domicilio coatto ci sono di quelli, che, 
in un mese, mangiano, tra celle di punizione, 
transiti, massette sequestrate da' creditori, otto, 
dieci o dodici volte ; ed il loro pranzo è, come 
ò detto, costituito da una scodella di fagiuoli 
e di patate. 

Per le mille torture parecchi impazziscono. 

Anche pazzi, mattoidi, epilettici, il governo 
li mantiene qui, in questo enorme ed indescri- 
vibile crogiuolo di delinquenza e di degenera- 
zione, che fa strombazzare quale scuola di cor- 
rezione e di rinsavtmento per ladri, matti, 
accoltellatori, socialisti, magnaccia, repubbli- 
cani, camorristi ed anarchici. 

Tra i pazzi, che liberamente girano la Co- 
lonia, ce vl è uno,* che si veste da ufficiale di 
cavalleria, con i calzoni da coatto stretti, attil- 
lati, con il colbak in testa. Si avvicina pia- 
gnucolando e dice : 

— 0 bisogno di mangiare carne ! Datemi 
un soldino ! 

Un altro passeggia furioso, come Achille, su 
la riva del rimbombante mare, con il cappello 
mantenuto in bilico su la testa, rovesciato. Si 
avvicina e, fermandosi su' due piedi, chiede : 

— Signorini anarchici, datemi una cicca ! 
Un altro era qui, per le leggi eccezionali. 



— 92 — 



Catalogato tra i politici, si dichiarava socialista. 
Figlio, a suo dire, di Carlo Cattaneo, salutava 
il levar del sole a V uso maomettano e perse- 
guitava i preti. Voleva accoppare or 1' uno or 
l'altro de J compagni, credendoli Carlisti. Gesti- 
colava per via ed ad ogni sottana nera minac- 
ciava : 

— Prete, me la paghi ! 

Quando incominciò, sotto il sol di luglio, ad 
inseguire i preti con sassi, uno di essi ci disse: 

— Finche gesticola e parla, sta bene; ma se 
tira sassi, io gli rompo la testa. 

E' passato da Lipari ad un manicomio ; da 
il manicomio ad un' altra isola ; sempre come 
propagandista attivissimo e socialista influente. 

Altri si incontrano, soli, rivolgendo concitate 
orazioni a se stessi, intercalale da parole oscene 
e da atti oscenissimi. 

Dato questo stato di cose, data la irritazione 
continua nella quale vivono questi coatti, la 
fame, la ferrea disciplina, lo squilibrio mentale, 
le malattie, i digiuni, l'ozio, le ubbriacature, 
la conclusione ne scaturisce chiara. I reati, al- 
cuni contemplati da il codice penale, altri arti- 
ficiali, creati da il foglio di permanenza, si mol- 
tiplicano in modo addirittura spaventevole. 

I reati sono di mille nature: da il commercio 
con una cagna a la ritirata due minuti dopo il 
segnale, dato da la tromba. 



— 93 — 



I reati, in questa barbara disciplina, si pos- 
sono inventare : alcune volte si a interesse a 
farlo. 

Mi spiego più chiaramente. 

Quando era commissario in Sicilia il gene- 
rale Mirri, capitò qui, un giorno, a F improv- 
viso, ad esaminare i registri della direzione e 
più specialmente si fermò su l'elenco dei puniti 
in cella e volle verificare se il numero dei con- 
dannati corrispondesse a le massette segnate 
come ritenute. 

Giacche, quando il coatto è in cella, egli non 
à diritto alcuno a la massetta, la quale torna a 
F Erario. 

II commissario trovò, sotto questo punto 
di vista, le cose in regola e ne lodò F attuale 
direttore. Fu allora che il Generale Mirri inau- 
gurò il suo laconico sì ; ma concettoso frasario, 
quando, imbarcandosi, fu udito, mentre si fre- 
gava, per compiacenza, le mani, esclamare : 

— Ohi dorme non piglia pesci ! Viva il ci- 
nematografo ! 

Il Generale era stato bene informato ; ma 
egli sbagliò tempo e direzione. 

Se un direttore vuole, può consegnare qua- 
ranta persone al giorno in cella di punizione, 
per futili motivi e ritenersi quaranta volte dieci 
soldi, giornalmente. Insomma il direttore può 



— 94 — 



truffare allegramente la massetto, del coatto, di 
accordo con il brigadiere. 
Qualche volta la truffa. 

Un ex- direttore di una delle sette colonie, 
giuocatore sfrenato, quando la sera perdeva nel 
Circolo dei signori, la mattina dopo chiamava 
il brigadiere, per dirgli : 

— Oggi mi oc3orrono quaranta coatti in 
cella. 

Ciò non è tutto. 

Quando, in un' isola, arrivò un nuovo di- 
rettore, si vide, una bella mattina, giungere un 
vaglia da una Impresa di fornitura, la quale 
gli spiegava come qualmente quelle cento e più 
lire fossero la sua quota mensile de' lucri del- 
l' impresa. 

Non fo, per ora, il nome di questo direttore 
onesto, il quale respinse il denaro, minacciando 
di una denuncia al procuratore del re. 

Non lo fo per non dire il nome del suo pre- 
decessore ; il che non dice che io non possa 
tornare, nel terzo volume di questa prima delle 
dieci trilogie dedicate al domicilio coatto, a par- 
lare più diffusamente e più particolarmente del- 
la condotta tenuta da' singoli direttori di colonia, 
da i graduati, da le diverse imprese. 

Un direttore di colonia può liberamente e- 
spletare le sue tendenze mariolesche, se ne à, 



— 95 — 



o le sue libidini tiranniche. Egli può, senza 
controllo alcuno, funzionare da Rocambole in 
diciottesimo o da Tiberio in sessantaquattresimo. 

Il domicilio coatto, essendo^ una impudente 
violazione della Costituzione, che è o dovrebbe 
essere lex legis, contiene in sè, per la sua me- 
desima natura, tutte le violazioni e tutte le be- 
stemmie più spudorate dello spirito e della lettera 
di tutte le leggi. 

Per esso, la tortura à ancora pieno vigore. 
Se ad un brigadieruccio qualsiasi torna il conto 
di appellarsi a questa regina delle prove, come 
la chiamavano i giuristi medio -evali, non è al- 
cuno che possa impedirglielo o che, potendolo, 

10 tenti. 

Fino a poco tempo fa, i coatti erano mas- 
sacrati impunemente : si torturava abitualmente 
e voluttuosamente. Un noto e famigerato bri- 
gadiere torturava con ferri e con corde; quando 

11 paziente non resisteva più, era legato con 
funi a le braccia ed a il petto e sceso giù, in 
un pozzo, tenutovi finché non avesse confessato, 
a voce od in iscritto, ciò, che a quell'esoso ar- 
nese di polizia tornava conto confessasse. 

11 governo queste infamie non le ignora, che 
anzi le approva e le incoraggia, tanto che quel 
brigadiere è uno dei suoi più cari cagnotti. 

I voluti massacri, nelle isole, non sono rari. 



— 96 — 



Qua, in Lipari, ì cittadini ricordano ancora, con 
raccapriccio ed orrore, quello del 3 marzo 1892. 

Ad i coatti era stato dato, nella stagione 
invernale, la contr 1 ora, cioè a dire che le ore 
di libertà erano state ridotte a quattro. Non es- 
sendovi alcuna ragione , che giustificasse o 
spiegasse la nuova vessazione, essi credettero 
ravvisarvi 1' interesse di tenerli chiusi in ca- 
stello, dopo la distribuzione della massella, per 
costringerli a spendere in una cantina, la quale, 
a gli occhi loro, godeva la protezione delle au- 
torità. 

Un giorno si riunirono, pacificamente, a la 
marina corta, per protestare contro questo di- 
rettoriale ukase. 

Da il castello fa suonato la ritirata a passo 
di corsa ; essi non si mossero. 

I cittadini di Lipari asseriscono : 

Allora il direttore fece chiudere gli sbocchi 
tutti delle vie da guardie, carabinieri e soldati. 
Ed, ad un dato segnale, guardie e carabinieri 
si precipirarono addosso a' coatti, a pugni, a 
calci, a sciabolate, a colpi di revolver. 

II massacro fu orrendo. Il capitano coman- 
dante il presidio, reitiratamente invitato, reiti- 
ratamente rifiutò di ordinare il fuoco ai suoi 
soldati; un tenente fece, di motu proprio, aprire 
le fila, per dare agio a quei poveretti di fug- 



— 97 — 



gire; ma la caccia continuò, per ore, in tutto 
il paese. 

La ferocia e la libidine del sangue erano 
arrivati a tanto che, non avendo più coatti da 
ferire, alcune guardie (storico !) si dettero a 
sventrare, a sciabolate, cani e cagne. 

I feriti constatati furono innumerevoli ; molti 
le ferite nascosero sotto i luridi stracci, paven- 
tando di dovere, con mesi di carcere, numerare 
le gocce di sangue perdute. Infatti i primi, por- 
tati a l'infermeria, passarono da questa a le celle 
di punizione, da le celle ad il carcere, da il 
carcere ad il Tribunale di Messina. 

Molti cittadini, volontariamente offertisi a 
testimoniare, non furono accettati; il capitano 
del presidio non fu inteso. 

Coloro che si distinsero nella repressione 
furono il direttore Monachesi, il noto brigadiere 
Bonocore (ironia dei nomi !) ed il maresciallo 
dei E,. 0. Ferrer. 

Di tali lagrime gronda e di tal sangue il 
domicilio coatto. Limitandoci, ora, a registrare 
le lagrime sparse, ci dedicheremo, in appresso, 
a segnare il sangue versato, augurandoci che il 
governo, mantenendoci, con soldatesca cocciu- 
taggine e stupefacente illogicità, in queste bolgie 
per altri mesi e, se gli fa comodo, per altri 
anni, ci dia modo di richiamare continua- 



— 98 — 



mente la attenzione degli Italiani su ciò, clie 
è, oggi, il domicilio coatto, perchè possano in- 
tendere che cosa sarà, domani, la relegazione. 

Costretti a tale vita, i coatti peggiorano 
giornalmente : più che intristire, essi istupidi- 
scono. Le sette colonie potrebbero fondersi in 
un sol manicòmio e niun psichiatra vi trove- 
rebbe a ridire. 

Se il governo italiano si imbattesse in 
un Niccolò Macchiavelli, lo invierebbe a domi- 
cilio coatto, accusandolo di avere scritto le Isto- 
rie fiorentine. Questo Niccolò Macchiavelli, dopo 
sei mesi, diverrebbe un Pier Soderini, se non 
divenisse un Pietro Aretino. 

La pederastia, il giuoco, ii furto, l'omicidio 
sono tutti innesti del gran tronco, coltivato, con 
amorevole cura, dal regio governo: padre di tutti 
i vizii è 1' orribile ozio, l'ozio maledetto, che 
avvelena la vita. 

L'ozio, accoppiato a la miseria, è padre ge- 
neroso di delinquenza e degenerazione. E' a 
quest'ozio bestiale che i governanti, a mezzo 
della polizia, condannano coloro, che una igiene 
sociale più umana avrebbe potuto rendere padri, 
sposi e cittadini esemplari. 



— 99 — 



XIII. 
La massetta. 

Il lavoro manca : il governo bestiale ne lo 
dà, ne pensa a provvederne. 

Esso si limita a passare ai coatti cinquanta 
centesimi al giorno, che devono bastare per 
vitto, biancheria, abiti, scarpe, lavanderia e 
tutte le altre necessità della vita. 

L'esistenza del coatto è nella massetta. 

Per i transiti, ai nuovi assegnati, ò inteso 
fare, con insistenza, la raccomandazione : 

— Non impegnarti la massetta ! 

Nel fatto, l'ànno impegnata seicento su set- 
tecento. 

Dopo tre mesi, che sono qui, ànno impegnato 
o venduto abiti, biancheria, valigie, calzature; 
dopo ciò non resta loro che impegnare l'assegno 
giornaliero. 

Cominciano con 1' ipotecarne una parte, re- 
stando con due o tre soldi al giorno, per non 
morire di fame. 

Questi due o tre soldi dànno loro tanto di 
forza, da potersi trascinare, carponi, a la tomba. 

Ridotti in tale squallida miseria, trovano 
delle piovre, pronte a succhiare le poche gocce 
di povero sangue, che loro rimane ; in tanto 



— 100 — 



squallore, trovano ancora degli ingordi specu- 
latori, che li ródono, come pidocchi. 

Questi stomachevoli pidocchi non sono molti 
nelle isole; ma, pur contandosi su le dita, ba- 
stano a svenare li infelici, che, da la miseria, 
sono spinti sotto le loro bocche, avide di 
sangue. 

La ritenuta della massella è una istituzione: 
è come la ritenuta, che le maitresses fanno su 
le prostitute, nei lupanari. 

Appena giunti nelle isole, i coatti sono ac- 
cerchiati, incitati, spinti a rifocillarsi in una 
delle cantine, che sono trabocchetti, preparati 
per spogliarli e derubarli. 

Affamati, senza un soldo, accettano, come 
una provvidenza, l'anticipo del vitto e, se lo 
desiderano, l'anticipo di due o tre lire. 

Aperto il conto corrente, non vi è più via, 
per essi, di tornare in possesso di quel loro sus- 
sidio giornaliero, a cui gli ignobili sciacalla 
danno la caccia. 

A togliere il debito, lo rilasciano, a loro fa- 
vore; ma il debito non si toglie mai, che anzi 
aumenta continuamente, mentre il vitto dimi- 
nuisce di continuo. 

Si arriva al punto, che essi non ritirano più 
nulla, restando i nauseanti dissanguatori pos- 
sessori di trenta o quaranta e fin di ottanta 
massetto, ogni giorno. 



— 101 — 



Questi pidocchi sono i veri padroni delle 
colonie: di fronte ad essi strisciano i coatti e 
la autorità di P. S. nulla può o nulla vuole. 
Giacche invano contro di essi qualche intelligente 
direttore di colonia à cercato e sperimentato 
un rimedio; che, a lo stringere de' nodi, i me- 
desimi coatti sono quelli, che li difendono e li 
riparano. 

Tuttavia, scomparsa addirittura la camorra, 
contro la quale molti processi anno imbastito le 
autorità locali, per annientarla, io penso che 
opera buona farebbero — relativamente par- 
lando — i direttori di colonia, a distruggere 
col ferro e col fuoco questa mala genìa di pa- 
rassiti, che della vecchia camorra à preso posto 
e costume. 

A Y industria fruttifera della cucina, va u- 
nita l' altra dei pegni ; che qui egregiamente 
funzionano case di pegno non autorizzate, le 
quali accettano oggetti, valutandoli la decima 
parte del loro valore reale, del valore valutato 
dando il decimo e pigliando, di interesse, il 
25 0[Q la settimana, cioè il 1400 a Tanno. 

Orologi con catene, di cinquanta lire, im- 
pegnati per dieci lire, restano in mano degli 
strozzini, dopo che il coatto à pagato, per tre 
o quattro mesi, due lire o due lire e cinquanta 
la settimana ; paletot, abiti, biancheria, tutto 



— 102 — 



finisce nelle mani di questi Thenardier, clie 
prosciugano le isole. 

Li si vede aggirarsi attorno ai coatti, nel- 
l'ora della massetta, quali bestie predatrici, tra 
una fila e l'altra di soldati, che, con le bajo- 
nette in canna, assistono a la distribuzione dei 
cinquanta centesimi. 

Quei soldati sono lì a mantenere il buon 
ordine, che è spesso turbato. Infatti molti scel- 
gono appunto quel momento, per insolentire 
contro le guardie o per accoltellare un debitore 
insolvibile o per vendicare un'offesa o per pro- 
vocare un rivale in quelli schifosissimi amori, 
che fioriscono nelle isole. 

Ma se gli infelici sfuggono a le bajonette 
de' soldati, a le punizioni de' superiori (guardie), 
se riescono ad evitare manrovesci o pedate, rim- 
proveri o coltellate, non arrivano mai a sfug- 
gire ai lincei occhi degli strozzini, i quali li at- 
tendono, li spiano, li seguono, ed, appena fuori 
degli occhi delle guardie, si slanciano loro ad- 
dosso, carpendo quei pochi centesimi, che do- 
vrebbero assicurare, per un giorno, la vita di 
un uomo. 

Tuttavia accade che spesse volte coloro 
stessi che dovrebbero salvaguardare la inseque- 
strabilità della massetta del coatto, sono appunto 
quelli che danno mano forte a gli usurai, ren- 



— 103 — 



dendosi doppiamente colpevoli. Potrei citare fatti 
e nomi, che lascio, per ora, nella penna. 

Sarebbero quindi da incoraggiare e da lodare 
quei direttori di colonia, che si apprestassero ad 
estirpare, da le radici, la mala pianta della 
usura, la quale va dilagando in modo spa- 
ventevole. 

Gii esercenti abusivamente case di pegno 
sono noti lippis et tonsoribus in tutte le isole: 
bisogna schiacciare V idra mostruosa, conse- 
gnando, senza pietà e senza riguardo alcuno, 
questi voraci e famelici ed insaziabili bevitori 
di sangue al procuratore del re. 

Questa calda invocazione al procuratore del 
re non piace al mio editore, che, furbescamente, 
à tentato due volte di farla scomparire da le 
bozze, ne può piacere a gli altri amici anarchici, 
ne piacerebbe a me se altra via ci fosse per 
provvedere a la salus pubblica. 

Ma, disgraziatamente, non essendoci, è ne- 
cessità cercare e trovare nella società, nella 
quale viviamo, i rimedii migliori per le vergogne 
peggiori, pur sospirando, con tutta V anima, il 
giorno od il secolo od il millennio, nel quale, 
scomparse le leggi ed i procuratori dei re o 
della repubblica, scomparse la moneta e la pro- 
prietà privata, funeste genitrici di tutti i delitti, 
distrutto nell'uomo la libidine della ricchezza a 



— 104 — 



spese de' suoi simili, possano le piccole offese 
recate a la comunità, da la comunità stessa, 
come da una grande famiglia, essere benevol- 
mente risolute. 

L'opera invocata sarà tanto più. meritevole, 
in quanto presenta maggiori difficoltà; che coloro 
medesimi, come ò detto, che si lamentano oggi 
e piagnucolano ed accusano, sono quelli che 
ànno difeso ieri e difenderanno domani gli stroz- 
zini, dei quali sono schiavi sottomessi. 

Perciò è dato ritenere che, finche il do- 
micilio coatto esisterà, il denaro, che il governo 
spende a mantenere nell' ozio cinquemila cit- 
tadini, servirà solo ad ingrassare queste spaven- 
tevoli murene, che si cibano di carne di schiavi. 

Il Bissolati, negli articoli pubblicati sin dal 
1897 su V Avanti, propose il passaggio a l'am- 
ministrazione dello stato di tutta la gestione 
amministrativa e la somministrazione del vitto 
ai relegati. 

Ma anche questi mezzi termini sono panni- 
celli caldi, che farebbero solo mutare genere di 
tormento ai tormentati, per nulla migliorando, 
sostanzialmente, la loro condizione. 

Noi socialisti faremo bene a non fermarci 
neppure per un momento a discutere di mezzi 
termini, quando il nostro compito è ben deli- 
neato da la necessità di gridare semplicemente 



— 105 — 



il Delenda ad una istituzione, che à dato troppe 
prove della sua nessuna efficacia e dei suoi spa- 
ventevoli effetti, per poter essere ancora man- 
tenuta in piedi, comunque raffazzonata o mo- 
dificata, senza uno sfacciato oltraggio a la 
civiltà. 

Come noi non possiamo che opporci, con 
tutte le nostre forze, al nuovo progetto di legge 
su la relegazione, il quale progetto, in un paese 
vandeano come il nostro, non può mirare che 
ad una preparazione per colpire i socialisti e li 
anarchici con legge da votarsi, a la prima oc- 
casione di torbidi o tumulti, da le Camere, sotto 
lo stimolo della paura. 

Approvata la relegazione per reati comuni, 
noi avremmo data una nuova arme da affilare, 
contro di noi, a la polizia politica ; a la quale 
polizia è piuttosto da strappare, con i denti, il 
veleno perchè più non morda e non attossichi 
ed è piuttosto da disarmare di tutte le armi 
insidiose, delle quali è in possesso, che da ar- 
mare di nuovi mezzi di persecuzione. 

Sfruttati in tale malo modo, i coatti vivac- 
chiano nel più compassionevole e disgustante 
squallore, morsicati e dissanguati da insetti e 
da usurai, stracciati, sporchi, laceri, arruffati, 
disordinati, capelluti, pidocchiosi, irritati, esa- 
sperati, incimiciati. 



— 106 — 



L'ozio, livido padre dei vizii ; la miseria, 
squallida madre di delinquenza, ecco le furie 
atroci, che, rodendo il cervello, straziano Panima 
di questi rejetti, stritolati in questi ammazzatoi, 
che sono le isole-geenne. 

XIV. 

Un romagnolo autentico. 

Il mio solerte editore, Ugo Lambertini, ti- 
pografo, socialista-anarchico da Imola, è un ro- 
magnolo puro sangue, di quella forte e generosa 
razza di Romagna, che, invano, i tremebondi 
forcajoletti vanno sognando estinta. 

Di quella generosissima razza à tutti i ca- 
ratteri : da quelli psichici a quelli fisici, da 
quelli del pensiero a quelli del vestire; i quali 
ultimi si riassumono nel cappello, che, nelle 
molteplici ed anti-estetiche ammaccature, è 
tutto un poema. 

Quando un romagnolo puro sangue gitta il 
primo vagito, non potendo dirlo, giacche anche 
egli, per quanto insofferente di freni e di in- 
dugi, deve attendere un anno prima di acqui- 
stare l'uso della parola, pensa : 

— Avanti e coraggio ! 

E' il suo grido di guerra, che gitta nel cam- 
mino di sua vita, nelle tristi e nelle liete oc- 



— 107 — 



casioni, nelle gioje e nei dolori, su le vette e 
nei burroni, in terra ed in mare, innanzi ad 
un buon fiasco od alla bocca di un cannone, 
da la culla al letto di morte, quando, riunendo 
le ultime forze, sospira : 

— Coraggio ed avanti ! 
e spira. 

Il romagnolo autentico voi lo riconoscerete 
tra una turba o tra una folla, in un congresso 
od in una dimostrazione, nella danza o nel fu- 
nerale, come palombaro o come alpinista, come 
beone o come astronomo. Il suo largo e tran- 
quillo sorriso, illuminandogli il viso, vi inonda 
l'anima di sereno e di dolcezza. Egli muove a 
voi incontro e pare vi arrechi la pace ed il con- 
forto, mentre credete vedergli, in mano, un 
ramo d' ulivo. Quando vi rivolge la prima pa- 
rola è già vostro amico e se gli saprete leggere 
nell'animo, vi troverete come lo scontento di 
non avervi visto prima, con il dubbio che non 
sia stato già avvinto a voi da antichi legami. 
Voi movete a lui incontro, mentre egli, con le 
mani stese ed aperte, pare vi porga il cuore e 
vi dica : 

— Esso è vostro, prendetelo. 

Così è apparso a me Ugo Lambertini. 
Egli ebbe la sua prima condanna, giovinetto, 
per aver dato ima lezione ad un ricevitore del 



— 108 — 



dazio che, durante le sue funzioni, aveva trat- 
tato male una donna. 

Ciò attirò su lui 1' attenzione delle autorità 
superiori, le quali nel giovinetto generoso e 
buono scorsero il rivoltoso e nell'atto videro il 
semenzajo di idee anti-costituzionali. 

Da quel disgraziato giorno — sono passati 
11 anni cir^a* — il Lambertini è stato conse- 
gnato ai Regi Procuratori ed ai Pubblici accusa- 
tori, socialista prima, socialista-anarchico dopo, 
astensionista impenitente ed incorreggibile. 

Come socialista, prima della costituzione del 
partito socialista italiano, fu segretario della 
sezione imolese. 

Della latitanza, a la quale dovè darsi in tutte 
le occasioni, in cui per un movimento o per 
1' altro, avvenuto in Imola o in Romagna, era 
ricercato per esservi coinvolto, provò tutte le an- 
sie. E nell'esilio provò quei dolori e quella amara 
nostalgia del bel sole d' Italia, che intendere 
non può chi non li prova, dopo essere stato, nel 
189-1, condannato a tre anni di domicilio coatto, 
che sconta ancora e che finirà di scontare in 
non so quale anno del ventesimo secolo. 

Fu arrestato, reduce da la Svizzera e par- 
tente per la Grecia e, dopo scontata una di 
quelle condanne, delle quali abbiamo sempre in 
serbo un sacco ed una sporta, fu messo in li- 
bertà condizionale. 



— 109 — 



Dopo soli quattro mesi di libertà, avvenuti 
i fatti del maggio, fu processato per associazione 
a delinquere, insieme ad altri otto e condannato, 
in base all'art. 251 del C. P., a sette mesi di 
detenzione, per il semplice fatto di essere uno 
dei socii più attivi della Federazione socia- 
lista-anarchica Romagnola e per il grave de* 
litto di essere stato uno degli iniziatori della 
protesta Al popolo italiano — che raccolse più 
di 4000 firme di socialisti-anarchici — contro 
l'applicazione dell'art. 248 al Malatesta e com- 
pagni. 

L' illustre Cav. G-aleati, il Nestore dei ti- 
pografi italiani, presso il quale il Lambertini 
lavorava amato e stimato, assai impressionato 
per l'arresto, scrisse invano una lettera al Pre- 
fetto di Bologna, reclamando la sua libertà. 

Ed invano Imola, la generosa, unanime 
protestò. 

La vecchia mamma, ammalata e accasciata 
dagli interminabili dolori, gli mandò la sua be- 
nedizione e sintetizzò i suoi voti nella speranza 
di rivederlo, prima di morire. 

Il babbo, una vecchia tempra di quelle buone, 
gli scrisse: 

— Coraggio ed avanti ! 

Intanto la famiglinola langue nelle condi- 
zioni tristi dei lavoratori, che del lavoro sono 



— 110 — 



privi, giacche Ugo della famiglia era Y unico 
sostegno e la sua fiorente tipografia, a la quale 
aveva dedicato l' entusiasmo di un lavoratore e 
di un artista, fu travolta con lui nelle perse- 
cuzioni poliziesche; con che gli spezzarono il 
cuore. 

Ma il Lambertini è una fibra anarchicamente 
resistente e ogni qualvolta gli è stato annun- 
ciato, da persone care, la possibilità di qualche 
passo per fargli ottenere la, libertà condizionale, 
egli à risposto sempre con uno sdegnoso rifiuto. 

Che egli ama il socialismo-anarchico con 
un amore più che figliale: con un amore ad- 
dirittura materno. Per il socialismo-anarchico 
conserva gli entusiasmi più puri ed ad esso 
dedica i suoi pensieri più delicati e tutta la 
sua attività. 

Non vi è movimento anarchico, del quale 
non si interessi (attenti, poliziotti d'Italia! che 
io ve lo denunzio), non compagno, nelle più 
lontane plaghe del mondo, al quale non diriga 
affettuose lsttere, come a fratello lontano. 

Prima del domicilio coatto, pesava centosei 
chilogrammi . 

— Ero, dice con un certo rimpianto, il com- 
positore più grasso d'Italia! 

Ora è ridotto a la metà, e buon per lui, che 
resiste tanto, che vi sono alcuni, ai quali il 



— Ili — 



domicilio coatto à lasciato appena le scricchio- 
lanti ossa e la sottile pelle e la poca forza per 
trascinare quelle e questa. Ma i Verre d'Italia 
ridono al triste spettacolo ed ad essi è serbata 
la morte di Margutte e di Pietro Aretino, che, 
per troppo ridere, creparono : quest' ultimo, in 
un postribolo. 

E' il Lambertini il tipo predominante tra 
quelli operai anarchici, che la polizia italiana, 
che à tutte le lontane vedute e tutte le audacie di 
un' oca perfettissima, va perseguitando, con fe- 
roce insulsaggine. 

E' una aspirazione gentile e buona la loro, 
un desiderio di felicità universale e di pace fe- 
conda : molto sole, molto verde e molto amore. 
L'anarchismo si è affermato in essi, il giorno 
che, di fronte a la religione, la quale eleva a 
virtù la sofferenza, anno inteso che la virtù è 
nel sano godimento dellà vita; il giorno che, 
di fronte al capitale, il quale rende il lavora- 
tore dipendente, anno inteso che 1' uomo deve 
essere libero. 

Nella reazione completa a tutto il vecchio 
mondo, si sono intesi anarchici; a tutte le an- 
tiche affermazioni anno risposto con una asso- 
luta negazione: a chi tutto voleva ànno tutto 
negato. 

Sotto questo punto di vista, l'anarchia è una 



— 112 — 



necessità filosofica ; in Italia, di fronte a la 
maffia ed a la camorra ufficiale, è anche una 
necessità morale. Politicamente, à meno ragion 
d'essere. E credo che non sarebbe affatto se il 
partito socialista pigliasse a respirare più libe- 
ramente e soffrisse meno di stitichezza. 

Questi gentili poeta delP avvenire, che io ò 
avuto agio di conoscere ed apprezzare nelle car- 
ceri e nei transiti, nelF esilio e nel domicilio 
coatto, vanno gittando strofe e vanno compo- 
nendo versi, che i venturi raccoglieranno per 
farne un poema od una iscrizione. Sarà il canto 
più bello di un' anima incatenata. 

E' tanta la fede loro, che, nel martirio si 
ritemprano e si rinnovano: parificati da esso, 
precederanno, in bianca veste, gli altri, per il 
largo cammino della libertà; e mi piace pen- 
sare che nei giorni dei decisivi conflitti, quando 
gli umili ed i vinti riacquisteranno intera la 
dignità ed il diritto umano, essi sentiranno di 
dover ripiegare tra le poderoso falangi dei so- 
cialisti. 

E' un fiero ed ingenuo ritornello il loro : 
Noi siamo avanti di tutti e si sorride di con- 
forto, sperando nella nobiltà della natura umana, 
quando un operajo, annerito dal carbone od 
attossicato dall'antimonio, pigliandovi per mano, 
vi dice : 

— Fate il passo avanti I 



— 113 — 



Allora vengono a la mente idee di polche e 
mazurke e si ride; ma contemporaneamente, di 
fronte ad una fede così pura, così sana, così 
giovine e forte e rigeneratrice, si cava il cap- 
pello e si saluta, negli anarchici, gli apostoli 
di un ideale, i poeti di una fede, le sentinelle 
morte del grande esercito dei lavoratori. 

XV. 

L' alcoolismo. 

L' Italia non figura nelle statistiche dell'al- 
coolismo. 

L' Italia, che occupa se non il primo posto, 
sempre un posto importante nelle statistiche 
della mortalità, della ignoranza, della miseria, 
della criminalità, della delinquenza , nonché 
dell' analfabetismo de' suoi uomini di Stato, non 
poteva certo rimanere in tale condizione di infe- 
riorità di fronte a le altre nazioni. 

E perciò il governo à impiantato questi spa- 
ventevoli cabarels, che sono le isole di relega- 
zione. 

Guardiamo un pò da vicino come funziona 
la istituzione governativa e come il veleno del- 
l'alcool vada infiltrandosi nel sangue di questi 
corrigendi. 



— 114 — 



La verità spaventevole, che abbiamo asso- 
dato è questa : 

— Seimila italiani sono condannati, da i loro 
governanti, a morire di fame. 

Noi lo scriviamo a caratteri neri ; ma la 
Storia, nelle sue pagine immortali, lo inciderà 
ad indelebili caratteri di sangue. 

Si sa che gli operai, che ànno peggiori 
condizioni di vita, sono i più avidi di alcool, 
il quale si assorbe tanto più presto nell' orga- 
nismo, quanto più trovasi il tubo digerente 
sgombro di altre sostanze: il che vuol dire che 
il primo effetto dannoso dell'alcool ne la mu- 
cosa è inversamente proporzionale a lo stato 
di pienezza dello stomaco, sì che quando più 
è pieno tanto minore ne è l'effetto nocivo. Per 
ciò si sconsiglia di ber vino a digiuno ed a 
stomaco vuoto. Lo stomaco dei coatti è sempre 
vuoto. 

Nelle isole abbiamo due condizioni, che fa- 
voriscono 1' alcoolismo, trattandosi appunto di 
gente, per la loro condizione, resa avida di 
alcool, non solo ; ma predisposta a risentirne 
i peggiori effetti. 

Giacche, senza volere entrare in discussioni 
oziose di chimica fisiologica, è noto a tutti che 
l'alcool, adoperato senza moderazione, attiva le 
trasformazioni nutritive, con che si viene ad 



aumentare la combustione organica; e precipita 
il consumo degli alimenti già assorbiti e circo - 
lanti nel sangue. In questi coatti, non trovando 
alimenti da bruciare, (giacche essi principiano a 
bere appunto per non sentire gli stimoli della 
fame: gli affamati, quando inoominciano a darsi 
a l'ubbriachezza su la via dell' alcoolismo acuto 
raggiungono il loro maggioro desìderatum : la 
diminuzione dell' appetito) dovendo produrre il 
calore necessario a l'organismo, non trovando 
carbone bastante per il ricambio materiale , au- 
menta doppiamente il consumo, producendo dop- 
pio malore. 

Gli effetti dell' alcoolismo nelle isole, appa- 
jono ad occhio nudo anche a' meno osserva- 
tori. 

Basta mettere piede nel Castello per sentire 
un insopportabile tanfo di vino ; basta penetrare 
nei cameroni per affondare sino a le caviglie 
nelle pozzanghere di vino, da lo stomaco rifiutato; 
basta guardare la sera, a 1' ora della ritirata, 
specialmente la domenica, per vedere che orrendo 
scempio l'alcool vada facendo di tante vite. 

La sera si vedono de' gruppi barcollanti di 
ubbriachi, ajutandosi 1' un l'altro a portarsi su 
il Castello e l'un su l'altro incespicando, finche 
non cadano a terra, impossibilitati a più muo- 
versi. 



— 116 — 



Ed allora debbono correre le guardie, con 
l'aiuto di altri coatti, per abbrancarli da la testa 
e da i piedi e trascinarli nel Castello, dove li 
gittano nelle celle di punizione. 

Da le quali, uscendo affamati ed esausti, 
dopo" otto o dieci giorni, corrono a chiedere a 
l'alcool quella forza fittizia, che per un momento 
li rianima, abbattendoli, di nuovo, dopo un'ora. 

Se l'ozio è il gran tiranno, che li domina il 
giorno, l'alcoolismo li afferra, su il far della 
notte, tra i suoi luridi artigli e siede signore 
assoluto di quelle tregende, che si osservano la 
notte nei cameroni. 

Su settecento coatti se ne trovano cinque- 
cento malati di cronici catarri di stomaco, do- 
vuti tutti, esclusivamente, a l'azione immediata 
dell'alcool su la mucosa delle vie digerenti e su 
le sostanze alimentari, per la proprietà che 
esso à di spiegare un' acidità straordinaria di 
fronte a l'acqua: perchè dopo appropriatasi quella 
che si trova nello stomaco a lo stato libero 
(e nello stomaco dei coatti non ve se ne trova 
punto) continua a diluirsi a spese dei tessuti, 
disgregandoli, per impadronirsi dell'acqua inte- 
grale della loro costituzione chimica (azione 
caustica) . 

Ma la sua azione fìsio -patologica si osserva 
facilmente , senza bisogno di doversi spie- 



— 117 — 



gare la genesi e l'elemento generatore dello stato, 
nel quale molti coatti si vedono ridotti. 

Ad interrogare un qualsiasi medico di colonia 
egli vi dirà che le maggiori e più numerose af- 
fezioni morbose, che si notano nelle isole, sono 
generate da alcoolismo cronico. 

Del vino dell' isola, reso nocevole a la salute 
per la ingessatura — che spesso la quantità mas- 
sima stabilita da l'Accademia di Medicina e dal 
Consiglio d' Igiene di Parigi, in due grammi 
di solfato di potassa par litro, è oltrepassato nel 
piccolo commercio — si intossicano da mane a 
sera. 

Molti a le otto del mattino sono già brilli, 
a le dieci ubbriachi, ed a mezzogiorno stramaz- 
zati a terra, come bovi colpiti al cervelletto da 
una mazza ferrata. 

La tregenda spaventevole è la notte nei 
cameroni. 

Isterici, nevrastenici, epilettici, squilibrati 
psichici, neuropatici, una folla varia, fastidiosa, 
demente di alcoolisablcs , degenerati ereditarii, 
figli di avi nervosi, pazzi, delinquenti, alcoolici, 
attratti verso l'alcool non da una forza irresi- 
stibile (dipsomania) ma a la morte per alcool 
condannati da la polizia, per misura preventiva, 
sono tutti lì riuniti. 

Bisogna vivere un mese insieme a la folla 



— 118 — 



anomala, per osservare de visu e per non più 
dimenticare i risultati finali di questa vigliacca 
e feroce istituzione del domicilio coatto. 

Al lume, mantenuto vivo da due centesimi 
di petrolio, tra i giuocatori, che su una carta 
puntano le calze o la coperta rubata al governo, 
tra le grida di coloro, che si accapigliano, ed il 
russare di quelli, che riposano lo stanco capo su 
un sasso ed i lassi corpi su un pagliericcio ri- 
pieno di cimici e vuoto di paglia, tengono in- 
contrastato il dominio le schiere di ubbriachi, 
i quali, con grida e canti, si apparecchiano a 
rendere, nella notte, il camerone una pestilen- 
ziale pozzanghera. 

Alcuni ànno la pelle del volto divenuta vi- 
scida ed untuosa con le congiuntiviti bulbari e 
palpebrali infiammate ; altri il colorito della 
faccia ànno giallo-verdastro, come quello delle 
rane e dei rospi ; altri grossissimi nasi tuberosi, 
pavonazzi, solcati, come da striscio di melma ? 
da vene varicose, violacee, stillanti grasso e su- 
dore ; i più cachettici, per 1' efietto della denu- 
trizione ed itterici, da l'oochio senza espressione, 
che l'alcool, come nebbia che appanni il lume 
dei fanali, va appannando la lucentezza del 
bulbo oculare. 

Abbrancicati, cadenti gli uni su gli altri, 
ridono sgangheratamente, perchè vedono oggetti 



— 119 — 



doppii (dipoplid) o perchè non arrivano a di- 
stinguere i colori (daltonismo) accusandone il 
poco lume ; o perchè si vedono svolazzare in- 
torno mosche, o cadere su gli occhi scintille 
(fcotornz). 

Altri gridono sotto le coperte, per il fatto 
che il calore di esse fa sviluppare sensazioni di 
formicolìo e pizzicori a le estremità o crampi 
violenti; ed essi minacciano; accusando il vicino 
e spesso contro di lui insolentendo. 

Altri come cadaveri galvanizzati sono mossi 
da violente scosse, mentre si sentono, da la bocca 
fetente per alcool, uscire urla per incubi ter- 
rifici. Nei loro delirii panofobici gridano contro 
lo sbirro e l'assassino, contro gli schifosi ani- 
mali (zoopsie) che pare loro di vedere o contro 
le fiamme, da le quali si credono investiti. 

Questa terrificante malattia del sistema ner- 
voso, è comunissima. 

Ridotto in tali condizioni 1' individuo, si 
vede chiaramente come sieno avvenute già 
le alterazioni anatomiche nella sostanza cere- 
brale ed i cambiamenti conseguono nelle fun- 
zioni del cervello, sì che le più elevate funzioni 
della psiche, cioè la intelligenza, il sentimento, 
la attività volitiva, ecc. ecc. variano, in senso 
degradante, con la diversità del modo di reagire 
della materia a gli stimoli del mondo esterno. 



— 120 — 



Molti si incontrano in preda a delirium tre- 
mens. Parecchie morti si sono avute, per raf- 
freddamento, prodotto da smisurato consumo di 
alcool. 

Le idee deliranti, gli ascessi di furore, le 
alienazioni mentali, gli stati abituali di inde- 
bolimento, i pervertimenti intellettuali si os- 
servano ad ogni pie' sospinto. 

Lo stretto rapporto, che passa tra alcoolismo 
e criminalità, come da causa ed effetto, si os- 
serva con tutta precisione in questo ristretto 
ambiente, dove si può seguire, passo passo, il 
nascere del vizio, il suo progredire e le conse- 
guenze fatali, che ne derivano. 

La degenerazione portata da questo lento 
intossicamento nelF organo cerebrale , produ- 
cendo la rottura dell' equilibrio psichico, ne 
deriva, per i danni materiali arrecati al cer- 
vello, un completo pervertimento del sentimento 
ed una reversione atavica, per la quale, non 
funzionando più i poteri regolatori, 1' uomo 
torna a la sua indole impulsiva ereditaria. 

Qualsiasi direttore di colonia, interrogato, 
dirà che il 99 per cento dei reati si commettono 
da individui sotto l'influsso -dell'alcool, da alcoo- 
lici cronici. 

L' importanza criminogena deiralcoolismo è, 
oramai, un vecchio, ed innegabile postulato 



— 121 — 



scientifico ; ma nessuna statistica, per quanto 
spaventevole, era mai arrivata a le conclusioni, 
a le quali arrivano quelle fatte nel domicilio 
coatto. 

Infatti, tra le molte, infinite statistiche, da 
diversi studiosi pubblicate, pigliando le cifre più 
elevate e che sembrano quasi esagerate, per la 
naturale tendenza che anno gli scrittori di esa- 
gerare i mali, che combattono, noi abbiamo, che 
il Baer calcola l'alcoolisrno causa diretta negli 
omicidii il 63 0\q — negli assassinii il 40 0[0 

— nelle ferite gravi il 74 0[0 — nelle lievi 
il 63 0[o — nelle offese al buon costume il 77 0\0 

— negli stupri il 60 0[Q — nelle opposizioni a 
la forza pubblica il 76 0[Q. 

Quetelet assegna il 33 0[o negli omicidii. 

I direttori delle prigioni e gli impiegati in 
America dichiarano il 70 0[0 delle condanne 
essere state riportate per ubbriachezza. 

IL Lombroso riferisce che una statistica fatta 
a New-Jorck à dato il 62 0[Q. 

Baer, sintetizzando, attribuisce, perla Svezia 
il 75 0[0 — per l'Inghilterra il 55 0[Q. 

In questi vivai di delinquenza, in questi isti- 
tuti governativi, con governativa cocciutaggine 
mantenuti, la statistica dà il 99 Q[Q. 

In presenza di tanto tristi risultati, non si 
può non pensare, che colui, il quale portava 



— 122 — 



scritto, su lo scudo : Nemico di dio e delVuman 
genere, era un agnellino di fronte a questi go- 
vernanti nostri, che anno pensato, impiantato, 
mantenuto, e si accingono ad eternare questo 
perverso Istituto di degenerazione. 

In presenza di tanto doloroso spettacolo, da 
l'anima abbujata sgorga l'augurio e la speranza 
che questi migliaja di uomini, che ànno passato 
della loro vita un periodo più o meno lungo 
nel domicilio coatto, restino sterili per sempre 
e non diano cittadini a la patria, uomini a la 
umanità. 

Ohe questi loro discendenti, sino a la terza 
o la quarta generazione, sarebbero organica- 
mente e psichicamente anormali. 

Avremmo generazioni dai cranii mal con- 
formati, con asimmetria della faccia, strabismo, 
sordità, cecità, mutolezza, anomalìa dei denti, 
deviazioni vertebrali, ecc. 

Ed epilettici, istero-epilettfci, squilibrati, 
convulsionarii, nervosi, nevropatici, folli mo- 
rali, alienati, debilitati mentali, ecc. 

In verità V Italia nostra di incremento te- 
ratologico non sente il bisogno. 

XVI. 
Il trionfo di Sodoma. 

E' il codice, che crea i delitti, o sono i de- 
litti, che ànno creato il codice ? 



— 123 — 



Uno scolastico risponderebbe : 
— Distinguo. 

Ci sono quelli, che propendono per la prima 
convinzione. 

Si dice, oggi, che i delinquenti esistano. 
Chi li à creati ? 

Sta il fatto che, aumentando la civiltà, il 
numero delle diverse specie di reati aumenta. 
Se di ciò la civiltà è responsabile, reciti essa 
il mea culpa e si domandi se 1' interesse egoi- 
stico delle classi, che la rappresentano e la sfrut- 
tano, non porti sempre nuovi impacci a la li- 
bertà degli uomini. 

Pigliamo, ad esempio, la pederastia, che non 
è punita da il Codice Penale italiano. 

La pederastia è uno di quei pochi delitti, 
che rimarrebbero tali, qualunque fosse la orga- 
nizzazione sociale. 

Ma potrebbe rimanere ? 

Con il trionfo del Socialismo molti reati 
scompariranno ipso facto) i restanti, attenuan- 
dosi nel corso delle diverse generazioni, sotto 
r influsso benefico della educazione, della igiene 
e de' sentimenti etici elevati, scompariranno 
come sostanze inquinanti da acqua molte volte 
filtrata. 

L' umanità non è inferiore al regno vegetale 
o minerale: non ci sono ne erbe cattive ne mi- 
nerali nocivi. 



— 124 — 



Noi possiamo respirare: i nostri tardi nepoti 
diranno che i delinquenti non esistevano, come 
noi diciamo che nel medio- evo non esistevano 
gli stregoni. 

La delinquenza è un artificio : tutta questa 
società, che si affatica a distruggere ciò, che 
essa stessa va creando, farà ridere: forse la rap- 
presenteranno come Saturno, che divorava i pro- 
prii figli. 

Tommaso Moro diceva : voi creati i ladri, 
per darvi il piacere di dare loro la caccia. 

Generalizziamo : noi depraviamo i nostri fra- 
telli, per avere il diritto di disprezzarli e di 
torturarli. 

La pederastia è un reato. 

Chi l'à creato ? 

Per i passivi non è il caso di invocare lo 
intervento del penalista o del sociologo : esso 
appartiene al medico-legale. Essi sono degli 
anomali : li si cura, in una casa di salute. 

Se parliamo degli attivi, più del penalista 
deve occuparsene il sociologo: essi soggiacciono 
a condizioni biologiche. 

Principalmente, per ciò che riguarda il do- 
micilio coatto. 

Non mi dilungo, qui, a parlare del triste 
argomento, che appartiene a la psicologìa, a la 
fisiologìa, a la patologìa ed a la psichiatria : 



— 125 — 



fotografo l'ambiente, quale è e quale resterà, 
finche un uomo, semplicemente onesto, socia- 
lista o repubblicano o radicale o democratico o 
destro o sinistro o quello che sia, non avrà la 
forza di far suo a Montecitorio, se Montecitorio 
deve servire ancora a qualche cosa, il nostro 
grido di imprecazione contro 1' istituto del do- 
micilio coatto. 

Sono già trecentosessanta milioni di anni, 
che la Terra è nata, come fuoco o come acqua, 
come nebulosa o come pianeta. In questi tre- 
centosessanta milioni di anni la Natura à lavo- 
rato a la divisione de' sessi: il che vuol dire che 
certe funzioni sono tra le più elementari sue 
leggi- 

Dopo tanti secoli e millennii ci sono ancora 
alcuni, che rappresentando, con la forza o con 
l'astuzia, milioni di uomini, ai loro simili im- 
pongono la violenta negazione di queste leggi 
elementari, che sono i succhi vitali della specie. 

Giadstone disse il governo borbonico nega- 
zione di dio. La frase fa fortunata ; ma non 
cessa, per questo, di essere infelice. Negare dio 
significa aprire gli occhi a la luce : rinnegare 
la Natura vuol dire chiuderli a la verità. 

Nelle carceri e nel domicilio coatto si ob- 
bliga l'uomo a l'astinenza. 

In Africa, le tribù barbare, ai vinti in guerra 



— 126 — 

infliggono l'evirazione. L' Italia, che dovrebbe 
allegramente essere a la sua terza civiltà, in- 
fligge un martirio simile: la burocratica ferocia 
delle classi dirigenti è qualche cosa di 'più li- 
vido e di più terrificante della vigliacca ferocia 
delle jene. 

Il Sultano a degli eunuchi ; ma li paga. La 
Cappella Sistina à degli evirati; ma li fa am- 
mirare. Qui si evirano gli uomini, evirati li si 
fa masturbare, masturbatori li si rende pederasti, 
ed, in presenza di tale degradante spettacolo, 
gli uomini di stato italiani li additano al mondo, 
gridando : 

— Ecco come la patria rigenera i suoi figli ! 

Nessun pornografico drammaturgo a mai pen- 
sato una simile oscena atellana. 

Il coatto, che deve vivere nelle condizioni 
economiche accennate, non può procurarsi il 
soddisfacimento dei suoi bisogni sessuali con il 
denaro. Ne può aspirare a l'amore, per le me- 
desime condizioni economiche e per l'accascia- 
mento morale, nel quale si trova. 

Un nuovo, cocente tormento si aggiunge a 
quei tanti, dei quali soffre: egli è costretto, con- 
tinuamente recalcitrante a le leggi fisiologiche, 
a negare a la Natura le incessanti richieste, da 
cui tutto il suo organismo è, spasmodicamente, 
scosso. 



— 127 — 



In tali condizioni, su 1' orizzonte della vita 
di uomini nel pieno vigore dell' età si affaccia 
la losca immagine del tetro dio di Onan. E, tra 
alcool e fame, la tristissima abitudine della 
manie stupratio piglia posto nella vita : abitu- 
dine funesta, che non dà piccolo incremento al 
dilagare dell' idiotismo e della pazzia, che im- 
perversano nelle isole. 

Fu visto, una sera, in una bettola, un coatto, 
strappare, furiosamente, in una figura di donna, 
quei pezzo di carta, che corrispondeva a le parti 
pudenti, sotto lo strappo fare un buco, e.... 
darsi ai giuochi lesbici. 

Violate così le più sacre leggi naturali, da 
masturbatore a pederasta il passo è breve. 

Dal pervertimento della immaginazione si 
arriva al pervertimento sessuale. 

Della pederastia nelle Cajenne italiane si fa 
la cura intensiva. Si potrebbe scrivere un vo- 
lume su la sodomìa nelle carceri, una biblioteca 
su quella, che sfacciatamente, liberamente, im- 
pudentemente trionfa nelle isole. 

Ma l'argomento non è bello e non si regge 
a continuarlo. 

Per gli affetti da la turpe malattia vi è un 
camerone a parte: è lì, che rivolgono gli sguardi 
desiosi coloro, che si sentono disposti ad imbe- 
stiare. Il camerone dovrebbe di molto ingran- 



— 128 — 



dirsi, che il male non è localizzato in esso : il 
triste lazzaretto si è trasformato in città. 

Come in tutte le forme di delinquenza, an- 
che in questa il fattore economico rappresenta 
l'elemento generatore più importante. 

Infatti molti vi sono spinti da la miseria, 
che toglie loro la possibilità di un contatto con 
femmine e da la miseria, che rende il turpe 
commercio una speculazione. Questa specula- 
zione è esercitata da i ganzi, cioè gli amanti 
del cuore, i quali, con i dolci stornelli d'amore 
ad essi indirizzati, ricevono l'omaggio di offerte 
di qualche soldo o di qualche lurido straccio. 

Molto spesso il pervertimento sessuale di- 
venta addirittura aberrazione passionale. 

Neil' afa mefitica ed opprimente del Castello 
le idee malsane e gli istinti perversi si propa- 
gano, come vermi schifosi negli escrementi: essi 
pullulano e si moltiplicano, come microbi pato- 
geni in terreno adatto. 

IL male dilaga spaventevolmente. 

Una mattina incontrai un coatto, vecchio, 
lurido, sporco, da la lunga barba intristita da 
tabacco, saliva e fango, scalzo e macilento, che, 
vedendomi, gridò : 

— Vado al Pretore, a querelarmi per atten- 
tato al pudore. 

Nel suo camerone, afferratolo, di pieno giorno, 



— 129 — 



per le spalle, avevano tentato di fargli subire 
l'estremo oltraggio. 

Di fatti simili ne avvengono giornalmente, 
ne vale fermarcisi sopra. 

Ne vale che tu storca, stomacata, la bocca 
e ti turi le orecchia per non più sentire, o men- 
tecatta borghesia italiana, decrepita prima di 
nascere, che di bene nulla ài saputo fare per 
giustificare il tuo periodo di dominazione; ne- 
anche prepararti una buona morte! 

Che è questa del domicilio coatto una delle 
tue più care istituzioni e se noi abbiamo il di- 
ritto di gittar3, nauseati, la penna, parecchi dei 
tuoi uomini politici, al contrario, negli accen- 
nati cameroni si troverebbere come a casa pro- 
pria. 

XVII. 
L' igiene nelle isole. 

Quel carissimo e valorosissimo giovine, che 
è Angiolo Cabrini, un giorno, da la Svizzera, 
a la quale a chiesto libertà e pace, mi domandò : 

— Quali sono le condizioni igieniche nelle 
isole ? 

Ragnar? cos'è, monna Vocabolzera? chiedeva, 
in un sonetto, l'Alfieri a la sua padrona di casa, 
in Firenze. 



— 130 — 



Cameade ? 

L' igiene nelle isole ? 
Che è mai questa cosa? 

Quale sia la igiene sessuale, si è detto ; in 
riguardo a quella della nutrizione, abbiamo 
visto che, sia per la qualità come, specialmente, 
per la quantità, in nessun molo può ottenersi 
il regolare funzionamento del continuo ricambio 
materiale dell'organismo; quale sia quella delle 
abitazioni possiamo sommariamente accennare. 

Una gentile corrispondente di un giornale 
olandese, capitata qui, ebbe vaghezza di visitare 
il Castello. 

Ne uscì avvilita, mormorando : 

— In Olanda non è possibile vedere uno 
spettacolo simile ! 

Lasciando da parte l'Olanda, che è il paese 
più lindo d' Europa, io affermo, senza ombra 
di esagerazione, che spettacoli come quelli, che 
offrono i cameroni nelle sette isole, le quali rap- 
presentano sette piaghe purulenti, non sono pos- 
sibili vedere neanche nei monti dei miei Abruzzi, 
girando per le stalle, dove i pastori chiudono 
i suini. 

Il terreno, su cui sono fabbricate le cata- 
pecchie, per le quali il governo spende solo in 
Lipari L. 14000 annue, è tutto inquinato da 
micro-organismi; i materiali da costruzione sono 




— 131 — 



della infima qualità; la costruzione fatta senza 
nessuna regola d'arte. 

I cameroni tutti, nessuno eccettuato, sono 
della massima insalubrità. Tutti senza pavimen- 
tazione, molti senza finestre, senza possibile 
rinnovazione d'aria, senza luce e continuamente 
bagnati da umidità, che penetra nelle ossa. 

Quei pochi, che ànno finestre, non sono certo 
da preferirsi, che queste, per contratto fatto, 
non si sa da chi, con le Imprese, sono senza 
vetri: sicché nell'estate Eolo vi spinge dentro, 
con furia, la polvere mista a concime triturato, 
nell'inverno acqua a catinelle in siffatto modo, 
che, dovendosi tenere ermeticamente chiuse, i 
cameroni diventano catacombe. 

Di questi, alcuni, di una certa grandezza, 
raccolgono sino a 60 coatti. Per il numero, non 
sempre proporzionato al locale, molto spesso tra 
1' un letto e l'altro non vi è spazio di sorta, in 
maniera che tutti i letti ne formano un solo. 
Quelli piccoli ne contengono satte od otto e sono 
bassi, angusti, stretti in modo tale, che, spesso, 
mancando qualsiasi posto libero, per salire su i 
pagliericci debbono saltarci su da la porta; e da 
questi debbon saltare fuori la mattina, a la ri- 
apertura. 

In moltissimi di questi bugigattoli il livello 
del piano-terra è inferiore al livello stradale : 



— 132 — 



ad ogni acquazzone, essi restano completamente 
allagati. 

Senza eccezione di sorta, nelle abitazioni 
manca una vera od approssimativa fognatura 
domestica. Per ottenere un pozzo nero o qualche 
cosa di simile, a servigio di tutti, il direttore 
lo3ale à scritto parecchie decine di lettere e di 
rapporti al Ministero, che à mandato, a va- 
rie riprese, due o tre dozzine di ingegneri, 
i quali, dopo avere ponderatamente studiato il 
problema, ànno adeguatamente riferito. Ma le 
cose restano sempre a quel punto e tutta la 
spianata del Castello è una fogna più che mai, 
dove da mane a sera si incontrano coatti, che 
ammorbano la già tanto ammorbata aria. 

I buglioH sono insufficienti e molti senza 
coperchio ; nei cameroni, in cui è maggiore il 
numero degli ammonticchiati, sa si entra la 
mattina, si trova una sola pozzanghera di orina, 
di escrementi e di vino rifiutato. Gli inquilini, 
se sono scalzi, vi passano su, guazzando ; se 
ànno le scarpe, arrivano a l'uscita facendo salti 
e capriole, per non lordarsele. 

L'acqua, che, per essere il più ricco com- 
ponente dell'organismo, del quale costituiscono 
i 2[3, dovrebbe non mai far difetto ed essere di 
ottima qualità, è distribuita in quantità assolu- 
tamente deficiente ; alle volte, manca addirit- 



tura. Ordinariamente, inquinata da materie fe- 
cali e da animali, più o meno microsaopici, che 
costituiscono tante sostanze patogene, è satura 
di micro-cocchi, bacilli, spirilli, vibrioni ed al- 
tro ben di dio. 

I coatti anno un trattamento assai inferiore 
a quello, che si fa ai carcerati nelle carceri di 
Italia, le quali, certo, non sono tra le più igie- 
niche d' Europa. 

Ai carcerati danno due lenzuola, il guanciale, 
due coperte, V asciugamani, le spazzole per i 
capelli e per i panni, il pettine, la sputacchiera 
con segatura, la scopa ecc. Ai domiciliati coatti 
non danno nulla di tutto ciò: essi dormono so- 
pra un magro pagliericcio di paglia marcita, 
vestiti, per diminuire la sensazione del freddo, 
con un sasso sotto la testa. Se vogliono lavarsi 
debbono farlo al bugliolo dell' acqua per bere, 
ed asciugarsi a la coperta da cavalli, già insu- 
diciata da il fango dei piedi. 

In tale condiziono di vita, la mortalità non 
può non essere elevatissima: non è qui, certo 
che si potrà scrivere, come in alcune città in- 
glesi: qui si muore al 14 G\qq. 

Le infermerie, più che di sollievo e di cura, 
sono luoghi di sofferenze maggiori. Il pavimento, 
la soffitta e le finestre non si presentano in con- 
dizioni migliori di quelle dei cameroni, e la poi- 



vere e la pioggia investono i letti, che non 
shlò preferibili a quelli comuni. La deficienza 
dei più necessarii medicinali è continua e la 
mancanza dei ferri chirurgici è assoluta. 

Gli ammalati riè desiderano ne chiedono di 
esservi curati, preferendo languire e morire su 
i loro canili, nei cameroni. 

La fame li scarnisce : le celle li macerano 
nelle ossa e le malattie arrivano più numerose 
e più micidiali a farli scomparire da la vita. 

Questa scarna popolazione di pitocchi invoca, 
con le esangui mani rivolte al cielo, la morte, 
per uscire da tanti affanni. 

Nè causa piccola di malattie è la continua 
presenza loro in quelle tane, che si chiamano 
celle di punizione, nelle quali non ànno che la 
misera coperta per farsene, su la nuda, bagnata 
terra, pagliericcio, guanciale e lenzuola. 

A dire in che stato si trovino queste celle, 
ogni paragone mi vien meno. Quando le avrò 
dette bagnate come V acqua, oscure come la 
notte, popolate da insetti ed animali diversi, 
senza mai, da anni, da decennii, forse da secoli, 
essere state rallegrate da un raggio di sole 
od essere state aerate da una folata d'aria, avrò 
detto al lettore molto poco. 

In esse passano gran parte della vita i coatti: 
ricordo di uno, che su 100 giorni di permanenza 



— 135 — 



in un' isola, ne restò 90 in cella e scontò, in 
due volte di sei mesi l'uno, un anno di puni- 
zione a Gavi. 

Ma la pallida mors che si novella aequo 
pulsare poede pauperwu tabernas regumque 
turreSj divenuta anch'essi mancipio, delle au- 
torità costituite, li' acciuffa beffeggiandoli e li 
trascina deridendoli. 

Quando muore un coatto, non è nè con la 
pietà nè con il rimpianto, che li si accompagna 
a l'ultima dimora; ma solo il ribrezzo e l'orrore 
dettano l'ultima invettiva contro la carogna di 
chi avrebbe potuto essere uomo. 

Ravvolto in poca fetida tela, di notte, a l'o- 
scuro, il corpo di chi tanto tribolò a scontare 
non i suoi, ma i falli di una società fratricida, 
è portato nascostamente a seppellire sotto quella 
poca ingrata terra, che, per suprema, ultima 
ironia, si chiama santa. 

Le autorità vietano che il corpo del coatto 
abbia funebri onori; infatti da quelle quattro 
ossa scricchiolanti potrebbe giungere alle orec- 
chia dei superstiti uao stridore sovversivo. I 
preti rifiutano 1' accompagnamento a la loro 
chiesa: infatti da quelle membra disfatte dif- 
fidi cosa sarìa cavar fuori moneta. I com- 
pagni lo seguono con lo sguardo, sinché possono, 
e pensano che la terra, la quale li ricopre, di- 
verrà un giorno vulcano. 



— 136 — 



I morti non parlano; ma accostandosi loro, 
pare che, da i denti inserrati, escano, stridenti, 
le parole: Beati mortili, qui in domine morientur , 
e non si comprende, tra l'orrore ed il ribrezzo, 
se è uno scherno od una invettiva. 

Forse essi voglion dire che il Signore è morto 
in noi, e che ad altre idealità bisogna chiedere 
la pace su la terra. 

Ma per giudicare esattamente i terribili ed 
irreparabili guasti, che arreca a 1' organismo 
questa esistenza, a la quale neanche i bruti re- 
sisterebbero, non bisogna fermarsi a le morti, 
che le statistiche segnano come avvenute nel 
domicilio coatto. 

Bisognerebbe piuttosto guardare — e questa 
statistica manca — la media della vita per co- 
loro, che, per un periodo più o meno lungo, 
anno subito la mortale tortura nelle isole. 

Essendo qui, quasi tutti, nella età della 
maggiore vitalità, possono bene resistere qual- 
che anno ; ma questa permanenza vale ad in- 
fiacchire ed ad attossicare per sempre il loro 
organismo. 

E' la libertà la loro morgue : è là, su i 
tavoli anatomici degli ospedali, che si seziona 
questa misera carne putrefatta. 



— 137 — 



XVIII. 
LT occhio della civiltà. 

Se la cronologìa è rocchio della storia, può 
ben dirsi che la statistica è V occhio della ci- 
viltà di un popolo. 

Vediamo che cosa ci dice la statistica del 
domicilio coatto, avvertendo che i dati sono 
quelli dei resoconti ufficiali del Ministero del- 
l'Interno. 

Fino al 1896 le Colonie penali erano in nu- 
mero di otto. Nel '97 si sentì il bisogno di ag- 
giungere ad esse uno stabilimento penitenziario 
— Gravi — per farci scontare tutte le condanne 
riportate da i coatti. Contemporaneamente fu 
abolita la Colonia di Tremiti, che venne adibita 
a casa di pena intermedia per i condannati a 
la reclusione. 

Nel primo anno, 1897, furono inviati a la 
casa di pena di Gravi 57 coatti ; ma la cifra 
è andata progressivamente aumentando, sic- 
ché oggi ce ne sono più di cento, il che vuol 
dire che annualmente ve se ne spediscono in 
numero molto maggiore. 

La popolazione coattiva era, nel 1896, in 
media di 4006 uomini ; media che è andata 
annualmente aumentando; sicché, tenendo pre- 



— 138 — 



senti le grandi infornate fatte dopo i fatti del 
maggio '98 ed il numero limitatissimo di pro- 
scioglimenti, possiamo calcolare, in mancanza di 
statistiche esatto, il numero di condannati oscil- 
lante, in questo ultimo periolo '98-'99, tra i 
cinque ed i seimila. 

Le giornate di presenza nelle infermerie fu- 
rono di 18663 nel '96 e di 18270 nel '97, min- 
tenendosi la proporzione dei curati in esse in- 
torno al 19 Oyo- Tenendo presente che i relegati 
sono in gran maggioranza su il fior dell' età 
che tra essi non sono ne bimbi ne donne, queste 
cifre appajono e sono esorbitanti. 

Quale artificioso incremento abbia la delin- 
quenza nelle isole, in omaggio aduna disciplina, 
che non à altro scopo all' infuori di quello di 
colpire p3r colpire e di punire per punire, lo 
si vede da queste cifre: 

Nell'anno finanziario 94-95 le infrazioni di- 
sciplinari furono del 107, 2 0[ó e nell'anno '97 
del 108, 3 0(0- 

Tra le mancanze furono registrate nel 1896 
ben 2165 per ubbriachezza cioè il 25, 7 0[0 di 
quelle totali; ed il 24, 2 0[(j nel 1897. Come si è 
detto per le restanti mancanze di diverse specie, 
che costituiscono il 75 Ojq delle totali, resta la 
proporzione del !)9 0[0 come causate da ubbria- 
chezza. 



— 139 — 



E' meraviglioso poi e confortante in sommo 
grado guardare come su 8407 infrazioni totali 
nel '96 solo 12 sieno state per rifiuto di lavo- 
rare e mancanze al lavoro, e nel '97 la stati- 
tistica non ne registri neppur una. 

Subito dopo la ubbriaohezza, l'alterco con i 
compagni occupa il posto più importante per 
figura di reato, mantenendosi questa graduatoria 
non in uno solo; ma in tutti gli anni. Nel '96 
se ne ebbero 1251 (14, 9 0[o), nel '97 se ne eb- 
bero 763 (14,5 0[0). 

Dopo viene il giuoco, cioè 1086 (12, 9 0[q) 
nel '96 e 763 (12, 1 Ojo) nel 1897. 

Per ritardo a rispondere a l'appello nel '96 
ne furono puniti 834 (9, 9 0[o) e 797 (12, 6 0[q) 
nel '97. 

Per mancanza di rispetto 726 (8, 6 Ojo) nel 
'96 e 573 (9, 1 0[o) nel '97. 

Per camorra rispettivamente 433 (5, 2 0[o) © 
317 (5, 5 0[0). 

Guardando a le diverse isole abbiamo : 

Favign. - Ustica - Lipari - Lamped. e Ponza - Ventot. 

'96 1060[ 0 112 0[Q 1370[o 61 0[0 79 0 [0 
'97 93 0[o 111 0[ 0 177 0[0 72 0[0 90 Or) 

A Gavi fu il 73 0[0- 

Cioè a dire il domicilio coatto inasprito da 
Gavi ; Gavi inasprito da la punizione carceraria. 



— 140 — 



Come genere di .punizione nel '96 ci furono, 
su 8407: \ 

90 privazioni di vitto e sussidio (il 1,1 Oft)) 
2275 celle ordinarie (il 27, 1 0[o) 
5540 a pane ed acqua (il 65, 9 0[q) 
126 di rigore con i ferri (il 1,5 0[o). 

Nell'anno finanziario '94-'95 le giornate di 
punizione sono state 63020, con una media gior- 
naliera di 189 paniti, cioè, in rapporto a le 
giornate di presenza , nella proporzione del 
2, 8 0[Q, che salì al 3, 3 0[Q nel '97. Vale a 
dire che in un anno si sono dati, nelle isole, 
173 anni di punizione. 

La proporzione totale è così divisa: 

nel '96: a Pantelleria il 4, 4 0[0, a Lipari il 
4, 2 Oft), a Lampedusa e Tremiti il 3 0[Q; nel 
'97: a Gavi il 5 0[0, aLipari il 4, 5 0|Q, a Pan- 
telleria il 3,4 0(0, ad Ustica il 3,1 Ojo- 

Al 31 decembre '97 restavano a domicilio co- 
atto, in proporzione di 10000 abitanti: del Lazio 
il 2 y 1; della Campania il 1,6; della Sicilia il 1, 3; 
venivano dopo la Toscana e la Sardegna con 1; 
seguivano la Lombardia, il Veneto, gli Abruzzi 
e Molise con 0, 4 e si scendeva a 1' Emilia e 
Basilicata con 0, 01. Le altre regioni restano 
tra 0, 05 e 0, 08. In complesso tutto il regno 
dava 0, 9 coatti su 10000 abitanti. 



— 141 — 



Ma bisogna tenero presente che quello della 
fine del '97 fu momento di eccezionale mitezza, 
giacche al 31 Decembre '95 era stata la pro- 
porzione di 1, 4. 

Riguardo a 1' età dei corrigendi, sempre al 
31 decembre '97, i giovinetti di meno di di- 
ciotto anni erano rappresentati da (3, 1 su 100 ; 
da 1, 8 i giovini da' 18 a' 21 anni; da 8, 6 quelli 
dai 21 ai 25; da 17 ; 2 quelli dai 25 ai 30; dal 
restante 69, 9 0[q erano contati gli uomini su- 
periori ai trenta anni. Il 2, 4 0[0, che manca 
nella classifica, rappresenta quelli di età scono- 
sciuta ! 

Dei coatti il 19, 7 0[0 erano ammogliati, i 
76, 90 0[0 celibi e vedovi (di questi ce ne e- 
rano 62) ed il 3, 40 0[0 presentavano uno stato 
civile sconosciuto ! 

Essi, in tutto, lasciavano 457 figli. 

La statistica, senza, molte frasi, ci dice, la- 
conicamente, l'effetto rigeneratore dell'istituto. 

Leggete, o paurosi sostenitori del domicilio 
coatto: 

Dei presenti, 83 erano stati precedentemente 
un' altra volta nelle isole, 120 altre due volte, 
106 altre tre, 64 altre quattro, 176 altre cinque, 
e 186 altre sei o sette od otto volte. 

Basterebbero queste pochissime cifre, per far 
gridare, da un capo a 1' altro d' Italia 1' a boli- 



— 142 — 



zione completa, assoluta, definitiva di tale pena, 
che non reprime, non previene, non migliora. 

E' molto istruttivo guardare la statistica uf- 
ficiale dal '97, dove su 26S2, nello elenco se- 
condo le arti e mestieri esercitati in libertà, e 
nelle colonie, a la linea: inoperosi in libertà 
mette un bel 0, e par gli inoperosi a domicilio 
coatto mette 1376, cioè il 51, 35 0[Q. Ed è esi- 
larante poi l'ingenuità furbesca, con la quale, 
nell'elenco sono messi: in libertà vagabondi, 
oziosi e mendicanti 146, a domicilio coatto 0. 
Questi a domicilio coatto si chiamano inoperosi, 
i 446 inoperosi in libertà si chiamano vagabondi. 
Oh! pudicizia delle gazzette ufficiali, redatte 
ad usuvn forcajoleriae! 

La pudibonda statistica à voluto, ad ogni 
costo, far risultare che nelle isole trovano la- 
voro il 48, 65 0[0 dei relegati. Il che è una in- 
sopportabile esagerazione. 

Infatti, specificando, ecco come classifica i 
lavoratori: 464 tra servi e domestici!; 185 tra 
agricoltori e giardinieri! con 3 fossimo a Vienna 
od a Firenze; 141 muratori; 61 bettolieri; 51 sarti 
e cappellai; 136 calzolai e conciatori; 11 ad- 
detti a' servigi interni. E' bene, in omaggio a 
la verità, constatare come tutti questi lavoratori 
non abbiano lavoro che qualche mese o giorno 
dell'anno e che infinitamente minore la cifra 



— 143 — 



di coloro, che veramente sieno riusciti a darsi 
a stabile lavoro. 

In riguardo a la durata delle assegnazioni, 
sui soliti 2682, presenti al 31 decembre '97, su 
i quali la statistica cortigiana si ferma molto (in- 
versione sessuale: none la statistica, che illustra 
i fatti; ma sono questi combinati a servigio della 
statistica) appena il 35 0[o sono assegnati per 
1 anno e poi, con un crescendo addirittura go- 
vernativo, si arriva a 254 per 2; a 661 per tre; 
a 1270 per 5. 

Un'altra piacevolezza: di questi famosi 2682, 
un solo risultava incensurato (la confessione è 
poliziescamente scellerata) e per 412 mancano 
le notizie. Su questi 412 bisognerebbe richiamare 
la attenzione di qualche inchiesta parlamentare, 
che il fatto inqualificabile dell'essere stato man- 
dato a domicilio coatto un incensurato, fa sup- 
porre che molti altri, tra i 412, sieno qui sem- 
plicemente per volontà di qualche delegato o 
sindaco locale. 

E' pure da tenere presente una progressione 
a rovescio: dei nou mai abbastanza citati 2682, 
appena 174 erano condannati a più di 15 anni 
di reclusione e lavori forzati; 438 fino a 10 anni; 
418 fino a 5; 266 fino a 3; 312 fino a 2 e 517 
fino ad un anno. 

Questo specchietto è istruttivo molto. 



— 144 — 



Vediamo quanto spende il governo per man- 
tenere in piedi questo focolajo di delinquenza e 
di degenerazione. 

Esso à speso, in media, per giornata di pre- 
senza L. 0.663 nel '95-'96 e 0.715 nel '96-'97, 
sicché possiamo ritenere che spenda L. 0. 69. 
Il minimo costo medio si è verificato, negli eser- 
cizi passati, nella colonia di Lipari, in cui la 
spesa è scesa a L. 0.611. Questi 69 centesimi 
rappresentano le massette, i vestiti, gli affitti 
di locale e le piccole spese ; ma in esse non 
sono calcolate quelle esorbitanti dei transiti, dei 
processi, dell'ufficio di P. S., delle carceri e 
della guarnigione, che sono qui esclusivamente 
per la presenza dei coatti. 

Ad esempio, il direttore locale è delegato di 
P. S., direttore di colonia, direttore delle car- 
ceri e non so che altro: cumulando tanti ufficii 
e tanto lavoro, è naturale che incassi, egli solo, 
triplo o quadruplo stipendio. 

Calcolando il numero medio de' coatti a 
cinquemila, noi per essi spandiamo L. 3450 al 
giorno, cioè annualmente L. 1,259 ; 250, che ar- 
rivano a due, milioni con le spese indirette. 

Sintetizziamo ordunque che cosa renda questo 
dispendiosissimo istituto, tanto cervelloticamente 
impiantato e testardamente mantenuto. 

Ecco il decalogo dei vantaggi, che ne ricava 
il paese. 



L' istituto del domicilio coatto : 

1. Falcidia l'erario. 

2. Distrugge annualmente moltissime vite. 

3. Gitta su il lastrico moltissimi bimbi. 

4. Fa vedove e pupilli. 

5. Riempie le carceri ed i manicomii. 

6. Causa fallimenti. 

7. Aumenta il numero delle morti violente. 

8. Causa suicidii. 

9. Diminuisce la produzione del lavoro. 

10. Aumenta anche indirettamente le spese 
dell'erario pubblico per il conflitto, nel quale 
mette i relegati e le loro famiglie con i rap- 
presentanti del potere. 

Potrebbe continuare, ed il decalogo mutarsi 
in ettologo o mirialogo. 

XIX. 
La camorra. 

Era una delle piaghe maggiori delle isole, 
sino a qualche anno fa. 

Gli ultimi veri camorristi, prepotenti, vio- 
lenti, accoltellatori, sparatori, si erano impa- 
droniti delle colonie e non di rado le autorità 
locali di P. S. se ne servivano per il manteni- 
mento dell' ordine, lasciando loro mano libera 
su il resto. 



— 146 — 



Oramai però si è ridotta a' minimi termini 
e se non è scomparsa affatto, ci manca poco. 

Guardando la statistica ufficiale abbiamo visto 
die, negli anni passati, appena il 5 0[Q dei reati 
commessi sono stati reati di camorra. Nelle sta- 
tisticlie di questi ultimi anni la percentuale 
apparirà di molto diminuita. 

Le causB sono diverse. 

Una di esse potrebbe trovarsi nel rigore di 
alcuni direttori di colonia, i quali anno, da un 
certo tempo in qua, deferito molte associazioni 
di simil gente ai Tribunali, che ànno condan- 
nato con condanne severissime , decimandoli 
e mandandoli, per molti anni, in galera. 

L'altra causa immediata potrebbe trovarsi 
nella miseria profonda, squallida, generale, ine- 
narrabile, straziante, da la quale sono consunti 
i coatti, si che poco o nulla possono loro togliere 
i camorristi di tradizione e di professione, i quali 
ànno dovuto rinunciare al facile mezzo eli vita. 

Ma la ragione più vera e maggiore è che 
questa istituzione secolare è stata anche essa 
assorbita e fatta sua dal governo italiano, che, 
come per i tabacchi e per il lotto, ne à acqui- 
stato la privativa. 

Ci troviamo di fronte non ad una morte; ma 
ad una trasformazione, non ad uno sradicamento; 
ma ad un elevamento, non a la scomparsa di 



— 147 — 



una classe o di una istituzione ; ma ad una suc- 
cessione. 

La camorra bassa à consegnato tutte le sue 
armi a V alta camorra : gli accoltellatori anno 
ceduto il posto ai bombardatori , i compratori 
di stracci ai compratori di muletti, gli sfrutta- 
tori di misere donnicciuole a gli sfruttatori 
delle Banche. 

Se si interrogano i buoni, i vecchi, gli in- 
genui camorristi di un tempo, essi, umiliati, ri- 
spondono, con un' aria e con una voce, che fa 
pena sentirli : 

— Molto meglio di noi sanno il mestiere ! 

Nelle loro più basse funzioni sono stati so- 
stituiti da gli agenti di polizia. Infatti la Pro- 
paganda di Napoli sta rivelando come a sfrut- 
tare le donne perdute ed ad ingravidare le 
fanciulle tredicenni non sieno più, nei paese 
classico della camorra, i camorristi ; ma, nel 
paese classico della polizia, sieno gli agenti di 
polizia. 

I Don Chisciotte del diritto e dell'onore non 
si racimolano più tra i muscolosi degenerati ; 
ma tra i gaudenti depravati. Se vi recate in 
Napoli, vi indicheranno, ad una voce, non più 
tra i plebei di Porta Capuana o del Pendino i 
successori di Ciccio Cappuccio; ma tra i magna- 
nimi mascalzoni, tra i magnati mecenati mer- 
cenari^ in altri più nobili quartieri. 



— 148 — 



Salutiamo, con la mestizia di ogni tramonto, 
i capintesta , i capintriti, i contajuoli e simile 
roba. Essi anno fatto atto di sommessione a la 
gente nuova, che è venuta, in nome del governo, 
a surrogarli. 

Ma questa gente nuova oggi si trova a le 
prese con i socialisti di Napoli; od a V audace 
giovine manipolo dei socialisti napolitani la- 
sciamo tutto il pericolo e tutto l' onore di fare, 
innanzi al Tribunale della pubblica opinione, 
la storia, la diagnosi, la prognosi e la necrologia 
di questa nuova classe parassitaria, che à preso 
il posto della vecchia camorra plebea. 

XX. 
I delinquenti. 

Oi viviamo in mezzo, e di molti conosciamo 
il triste passato, di tutti il tristissimo presente. 

Essi, in maggioranza, sono i vinti nella lotta 
per l'esistenza : sotto una o sotto altra forma, 
il fatto mostruoso, che i tardissimi nipoti non 
crederanno, è che ad uomini è mancato il pane, 
mentre la terra generosamente ne produce, ad 
esuberanza, per tutti i suoi figli e le derrate, 
accumulate, infradiciate, fanno crollare i solai 
dei vasti e rigonfii magazzini. Nelle sofferenze 
strazianti del loro stomaco, nel supremo bisogno 



— 149 — 



della propria conservazione, anno preso ciò, che, 
por istinto, per ereditario indeciso pensiero di 
diritto oltrepassato, trasmesso dai lontanissimi 
padri, anno ritenuto nel loro diritto naturale, 
prescindendo da le convenzioni sociali, all' in- 
fuori del diritto legale, che essi non anno nò 
stabilito nè approvato. 

Adunque sono dei delinquenti. Il cervello à 
le sue radici nello stomaco : mancato il concime, 
la pianta intristisce; nelle cellule cerebrali, de- 
nutrite, si attenuano le idee acquisite e solo i 
pensieri, stratificati da molti secoli, ripullulano. 
Avviene che la fame à effetto simile a la pioggia 
su terreni scoperti, la quale mette a nudo la 
roccia : il cervello resta un dente senza smalto 
e non funziona più. Più scientificamente par- 
lando, tutto si riduce a la poca attività — per 
difettosa educazione o per debole organizzazione 
o per alterazione o per anomalìa ingenita — 
dei centri inibitori. 

Nel secolo decimosettimo ci erano i compra- 
chicos. Questi comprachicos erano dei fabbri- 
canti di mostri: essi rubavano i bambini e li 
lavoravano, per restituirli uomini a la società. 
La società alta applaudiva i mostri e la bassa 
li confortava, sapendoli parte di se stessa. 

Tale onorevole e proficua industria si andò, 
man mano, affievolendo nel secolo decimottavo* 



— 150 — 



I re ed i principi, non sentendo più la voglia 
di ridere, firmarono delle ordinanze, che aboli- 
livano il divertimento. 

Ma, cadute le teste di Carlo I e di Luigi XIV, 
si trovò che il mondo diveniva monotono od i 
successori, i quali, come tenie, si moltiplicarono 
da le teste decapitate, pensarono che fossero da 
instituire nuovi comprachicos, a divergere la 
attenzione da il ricordo sovversivo del passato. 

Lo scopo resta quello : far ridere i felici con 
i tormenti degli infelici; ma 1' arte si è perfe- 
zionata. Non per nulla siamo a la vigilia del 
secolo ventesimo. 

Per la nuova arte, non si storpiano più le 
gambe, non si rompono più le spine dorsali, non 
più si raffazzonano i volti. Semplicemente si 
mutilano le anime e si confezionano i cervelli: 
la civiltà progredita porta che su i cuori si possa 
lavorare come su marmo pario. 

Questa abbozzatura si esercita, su le anime, 
da la prima infanzia : i comprachicos anno ce- 
duto il posto a gli uomini del governo. 

Quando la psiche è ben deformata, si met- 
tono a la berlina; attorno a la gabbia si affollano 
i sapienti e decidono, con gli esempii sotto gli 
occhi, che la delinquenza ereditaria à regalato 
a la benigna società nuovi mostri. Questi poi si 
mandano a la galera od al domicilio coatto; così 



è dato a la società affermare di avere ancora 
una volta salvata se stessa. 

E' un divertimento, che non costa nulla ; è 
anche l' esercizio di un diritto e l'esecuzione di 
un dovere. 

Queste povere anime mostruose si dibattono 
come i topi sotto le granfie del gatto; ma fini- 
scono con l'essere dilaniate. Esse sono la sel- 
vaggina riserbata a le plebi de' benpensanti : 
non altrimenti nelle. caccia reali la selvaggina 
è gittata sotto gli schioppi, per essere atterrata. 

La società, che dovrebbe essere costituita 
come una risultante di tutte le volontà, si scaglia 
loro addosso e li -colpisce con l'anatema, che, 
più implacabile del ferro medio -evale, con il 
quale si bollavano i rei, li segna per tutta la 
vita e li danna per 1' eternità. Infatti dopo il 
carcere, viene l'inferno e dio è il tirapiedi, che 
accompagna il boja. Non per nulla si rappre- 
senta Pietro con le chiavi in mano : il simbolo 
è per ricordare che nel cielo ci sono le infer- 
riate come in terra e che i miseri non ànno da 
sperare pietà. 

I giudici ànno applicato, con dotti conside- 
randi, le disposizioni di parecchi codici studiati, 
pubblicati, modificati, commentati, interpretati ; 
gli scienziati ànno misurato i cranii deformi o 
deformati e li zigomi sporgenti per trentennale 



— 152 — 



fame ; gli oculisti anno riscontrato dell© irre- 
golarità nella funzione visiva e gli psicologi, 
con il bisturi in mano, sono andati a la ri- 
cerca delle animelle, rannicchiate, paurose ed 
ànno trovato avere l'anima tanti difetti quanto 
il corpo, e tutti non potersi numerare. 

Finalmente, distrutto lo stomaco, inutilizzate 
le visceri, disorganizzato il cervello, su il ta- 
volo anatomico, nell'analisi necroscopica, il dot- 
tore, prendendo con le pinzette un gramma 
della sostanza cerebrale, potrà affermare : 

— La sede del male era qui ! 

La Società à un nemico di meno ; ma que- 
sta mala genìa troppo prolifica e troppi tavol 1 
anatomici occorrerebbero per tagliarli tutti. 

In vita intanto sono affidati, per un periodo 
più o meno lungo, che continuamente si rin- 
nova, a gli esecutori di giustizia, veri, coscien- 
ziosi ed autorevoli interpreti delle necessità e 
della morale sociale. Quante faticose tele di Pe- 
nelope si vanno tessendo in certe anime ab- 
bujate ! 

Il buon Gavilli, scrivendomi da Pantelleria, 
mi à raccontato di individui, colà relegati, che 
ànno già scontato quindici e persino venti anni 
di domicilio coatto, in tre o quattro volte; e mi 
à detto di uno, che in undici anni, non è riu- 
scito ad espiare la sua assegnazione, che doveva 



— 153 — 



essere di cinque, per carcerazioni buscatesi nel- 
V isola, delle quali nessuna riportata per reato 
infamante ; ma tutte, invece, per le mancanze, 
che derivano direttamente da il foglio di per- 
manenza, cioè a dire per il semplice fatto di 
dovere soggiacere ad un istituto, che giornal- 
mente si dimostra causa continua, assoluta di 
artificiale delinquenza. Questo tale cercò libertà 
a la fuga; ma ripreso fu condannato ad anni 4 
di reclusione e 2 di sorveglianza, essendo stato 
ritenuto furto la requisizione della barca, ol- 
tre ad altri cinque anni di coatto, da sommarsi 
a gli undici. 

Di questi dolorosi esempii non se ne trovano 
solo a Pantelleria; ma in tutte le isole, in 
tutte le carceri ed in tutti gli stabilimenti di 
pena. 

E' capitato qui, da pochi giorni, il coatto 
Spano Silvio, il quale, mandato a domicilio 
coatto nella fine del '96, nel marzo '97 fu in- 
viato a Gavi per sei mesi. Da Gavi spedito ad 
Ustica, dopo 15 giorni fu inviato di nuovo a 
Gavi per altri sei mesi. Scontata la pena, tra- 
dotto a Tremiti, dopo 14 giorni fu di nuovo 
condannato a sei mesi di Gavi. 

Dei digiuni assoluti per 48 ore, delle batti- 
ture, delle torture nei luridi ed umidi sotter- 
ranei del Castello di Gavi che non a nulla da 



— 151 — 



invidiare a quello di Montiujch, dei direttori 
Bosio e Martini dirò lungamente nel terzo vo- 
lume. 

Il coatto Spano, martoriato in tutti i modi, 
à perduto la salute per sempre e non vede più. 

Una tale turba di delinquenti pullula dap- 
pertutto. 

Nel maggio del ? 98 ne incontrai uno in un 
carcere, che, nella verde età di quindici anni, 
aveva già stampato le prime orme su il triste 
sentiero. Una sera, in cui la mamma tremava 
dal freddo, quel precoce scellerato, uscendo da 
la sua casupola, guardingo come un lupacchiotto, 
si era, a guisa di scimmiotto, arrampicato su un 
albero di un bosco vicino, e, tagliandone un 
ramo, aveva amorosamente riscaldato le membra 
intirizzite di chi gli aveva dato la vita ed il 
latte. A chiarire meglio il misfatto, è utile ag- 
giungere che su quel bosco egli non aveva 
diritto alcuno utendi et àbutendi. Ma la giu- 
stizia punitrice lo raggiunse ed io potei guar- 
dare con profondo disprezzo le lagrime di 
pentimento di quel precoce delinquente, il quale 
aveva attentato a la proprietà individuale. 

Perchè, fortunatamente, noi abbiamo leggi e 
codici e regolamenti e l'animo nostro, per elo- 
giabile sentimento di "difesa sociale, può chiu- 
dersi ad ogni pietà. 



XXI. 



Il cavaliere dell' anarchia. 

Parlo di Luigi G-alleani, da Vercelli, relegato 
da tre anni noli' isola di Pantelleria. 

Servirà a fare respirare ossigeno a chi scrive 
ed a chi legge. 

Luigi Galleani è una delle figure più pure 
e più nobili e più generose del partito anarchico 
internazionale, come ne è uni delle intelligenze 
più spregiudicate. 

Tenace come un Abruzzese (gli Abruzzesi 
ànno molte di quelle qualità, con le quali di 
un maschio si fa un uomo ; ma politicamente 
sono, in generale, delle canaglie) od un Piemon- 
tese, focoso come un Palermitano, la sua tenacia, 
la sua forza, la sua penna, le sua parola, la 
sua libertà e tutta la sua vita à messo, sin da 
la prima giovinezza, a servigio del suo partito. 

Il padre, un religioso monarchico, un devoto 
ai Principi di Piemonte e Re di Sardegna, vide 
con orrore la lue sovversiva propagarsi nella 
fedele Vercelli e fremè di raccapriccio il giorno, 
in cui dovè constatare come l'untore principale 
e migliore fosse proprio il figliuol suo. 

Credo di non sbagliare affatto, attribuendo 
al Galleani, allora giovinetto, i primi coraggiosi 



— 156 — 



e poderosi attacchi a l' immane granitico colosso 
di una secolare fedeltà, che gravava su tutto 
il Vercellese. 

Primo effetto della lenta opera di sgretola- 
mento furono, dopo il dolore ed il cruccio pa- 
terno, beghe e duelli con ufficiali e sciabolate 
tirate da soldati su inerme popolo ed un puti- 
ferio infernale ed un diavolìo di insalti e pole- 
miche e vertenze da Gazzettino Rosa. 

Ma a più proficuo lavoro si die presto, pro- 
pagando con fervore di apostolo le nuove idee 
(si era verso il 1886) in Alessandria, Casale, 
Torino, Sampierdarena, in Valsesia e Val di 
Magra, spingendosi sino a Spezia ed in Luni- 
giana, che l'ebbero conferenziere assiduo, effi- 
cace^ instancabile : che egli possiede molte delle 
qualità più necessarie a divenire perfetto ora- 
tore, (intendo oratore nel senso classico della 
parola) come à riconosciuto 1' on. Ferri, che è 
competentissimo in materia. \ 

Stabilitosi a Torino nel 1888 con il povero 
Giraud, incominciò quel meraviglioso lavoro, che 
fece capo a gli scioperi enormi del maggio di 
quell' anno in Torino, con quindicimila a ven- 
timila donne e diecimila uomini, mentre si an- 
dava propagando ne' cotonifìcii di Pom-Bass-A- 
brate, Naretto, Bevilacqua e tra conciatori, 
meccanici, remajuoli del Po, fornai, muratori 
ed altre maestranze, 



— 157 — 



Questa enorme fiammat i riscaldò talmente il 
suolo natio, che il Galleani dovè scappare a 
respirare aria libera prendendo la via dell'esilio, 
che noi sappiamo quanto è duro calle e quanto 
sa di sale. 

Oh, l'esilio ! la più insopportabile delle pene. 
Come amaro viene il ricordo del dolore nostal- 
gico, che lacerava l'anima e tribolava il cuore; 

10 spasmodico singhiozzo, che arrivava a la gola 
nei momenti di solitudine tra folla sconosciuta, 
nelle ore di tristezza tra il giubilo comune; 
come nel pensiero si rinnovella lo spasimo delle 
livide giornate, in cui tutto è tenebra mentre 

11 sole sfolgora luce e calore; in cui tutto è 
sconforto e pare che l'esistenza finisca, mentre 
invece la linfa sale, il granello si apre in seno 
a la madre terra e la vita vive le sue ore mi- 
gliori. 

Il carcere è lurido; ma 1' esilio è atroce. 
Il domicilio coatto è lurido più del carcere, a- 
troce come 1' esilio. 

Chi questo à provato, non può neanche ri- 
cordarlo tanto il cuore spasima a la triste visione. 
Noi, povere piante senza radici, con la forza 
potente di attrazione, con la quale la Terra ci 
tiene ad essa inchiodati, siamo attirati da lo 
sfrenato desìo di ricacciare la testa ischeletrita 
tra quelle medesime zolle, che ci dettero la vita. 



— 158 — 



Ne questo fatale amore del natio loco stringe 
l'anima solo a noi minimi, che Giordano Bruno 
al prolungare la vita in esilio preferì,-* da il 
rogo arso, spargere le proprie ceneri su la terra 
natale. 

E' forse perciò che ora ànno pensato di col- 
pirci con la pena del bando. 

I cocenti dolori del profugo tutti strinsero, 
come in morsa infocata, il cuore del Galleani, 
il quale, solo, senza fortuna, sdegnoso e sel- 
vatico, dovè passare per tutta la trafila di mi- 
serie, in cui si affina la sensibilità di tutti i 
de classe s e si tempera la solidità del carattere 
e delle convinzioni. Facchino, spaccalegne, ter- 
razziere, barbiere, scribacchino peregrinò, finche 
un bel giorno e' fece, a piedi, la passeggiatina 
en amateur dei seicento chilometri, che sepa- 
rano la patria di Gian Giacomo Rousseau da il 
cervello del mondo. 

Provò Mazàs e fa espulso ; fu tradotto per 
tutta la * frontiera dell'Est, capitò nel Lussem- 
burgo e tornò a Ginevra: questa volta per vi- 
verci vita umana. 

Eliseo Réclus lo assunse a suo segretario 
e collaboratore ; nella dolce tranquillità della 
quiete villa di Clarens, tra tutta una gentile e 
buona tribù di nikilisti russi, potè passare mesi 
belli, ore calde ed intellettuali. 



— 159 — 



Beato Ini, beatissimo lai, per il quale la vita, 
tra lotte e sofferenze, à avato un giorno sereno! 

Arrestato infine ed espulso dal territorio della 
Confederazione, che troppo spesso va cedendo a 
le lusinghe od a le minacce degli Stati limi- 
trofi e che più d'una volta ^ si è resa colpevole 
di far la parte di gendarme del governo italiano, 
venne ricondotto in patria, dove l'amnistia del 
23 novembre '90 gli faceva "aria respirabile. 

Dal 1891 al 1894 è tutto un periodo di con- 
ferenze, di processi, di propaganda, di arresti, 
di perquisizioni, di pedinamenti, di occultamenti 
ed agitazioni operaje e di scioperi e di comizii, 
di leghe e di giornali. 

Ma sopravvennero i tumulti di Sicilia e di 
Lunigiana ed il Galleani, con altri trentacinque 
compagni, fu tradotto innanzi al Tribunale per 
associazione a delinquere. 

Tra lui ed il questore Sironi fu, durante 
tutto il dibattimento, un duello accanito in cui 
il feroce funzionario dovè, più di una volta, 
abbassare il pallido viso di fronte al sovversivo, 
tra gli applausi irrefrenabili del pubblico e la 
desolazione della eccelsa Corte. 

Imperava Crispi, il rinnegato; il processo, 
che si svolgeva tra 1' attentato del Caserio e 
quello del Lega, si chiuse con la condanna di 
tutti gli imputati ad un anno e del Galleani a 



— 160 — 



tre anni di reclusione, tre d' interdizione dai 
pubblici ufficii e due di vigilanza. 

Mentre scontava la condanna, da la quale 
non aveva voluto appellare, dando un lodevole 
esempio di coerenza, tradotto innanzi la com- 
missione istituita conte leggi 19 luglio '94 dopo 
la sua condanna e destinata a sparire con le 
leggi eccezionali prima del termine della pena ì 
che gli era stata inflitta, fu assegnato per anni 
cinque a domicilio coatto. 

In tempi di proscioglimenti condizionali la 
libertà, sotto tale forma offerta, sempre rifiutò, 
con il dichiarare al Ministero dell' Interno di 
non voler negoziare con i birri condizioni a la 
libertà sua e per consuetudine non accettare 
favori da coloro, che odia cordialmente e di- 
sprezza profondamente. 

In questa linea di condotta non si può non 
essere perfettamente d' accordo, che è chiaro 
come malamente provveda a la propria libertà 
colui che, violentemente privatone, ne accetta, 
poi, la restituzione, con sottintesi ed imperativi 
categorici. Purtuttavia se questa libertà condi- 
zionale spontaneamente elargita (la spontaneità 
governativa è causata sempre da lo sdegno e 
da la volontà popolare) può, a le volte, accet- 
tarsi, sotto lo stimolo del maggior utile che può 
venirne a la propria famiglia ed al proprio par- 



— 161 — 



tito, non si può trovare alcuno motivo di atte- 
nuante per quei socialisti od anarchici o repub- 
blicani, che ne facessero, essi, domanda al go- 
verno. 

Luigi Galleani alto, forte, bon quadrato, 
l'occhio vivo e scrutatore, il pappafico incolto, 
ricorda la sorridente e bonaria figura di Bene- 
detto Cairoli. 

Ascolta più volentieri di quel che parli ; ma 
se il dibattito lo interessa, interviene con ar- 
dore ed allora il taciturno si rivela oratore. 

Nel suo sangue io penso debba scorrere qual- 
che goccia del sangue di Farinata o di Mar- 
cello, tanto egli è uomo di parte completo. 

Reclama il diritto d' amare ed a le amicizie 
è fedele, sino al sacrifìcio ; reclama il diritto di 
odiare e lo esercita con una tenacia, che gli 
viene rimproverata da gii stessi amici. Tempe- 
ramento equilibrato, carattere adamantino, te- 
nace nelle sue convinzioni e ne' suoi propositi, 
odia i mezzi termini e le mezze coscienze od i 
mezzi caratteri ed il parlamentarismo, che, a 
giudicarlo da quello, che giornalmente va dive- 
nendo, malgrado i titanici sforzi dei socialisti, 
non merita nè grande amore ne grande odio e 
pare voglia morire di anemia e clorosi, per farsi 
sotterrare tra la compassione universale, in un 
cataletto di giuleppe. 



— 162 — 



Per questa sua facoltà di odiare io stimo il 
Galleani uomo di parte perfettissimo e lo in- 
vidio ; cliè troppo dolciume scorre nelle nostre 
vene illanguidite, troppo concediamo a le astra- 
zioni metafisiche e di troppa irresponsabilità 
accusiamo i nostri avversarli, che lietamente ci 
pugnalano a le spalle, con coltelli avvelenati, 

XXI 1. 

Alcuni degli anarchici relegati. 

Non mi occuperei affatto degli uomini, per- 
suaso che essi si giudicano solo dopo morti, se 
fossero semplicemente dei perseguitati e dei 
martoriati; ma essi sono ancora dei calunniati. 

Questa esosa polizia politica italiana, non 
contenta di torturarli, li diffama; non contenta 
di seppellirli nelle isole e nelle galere, li foto- 
grafa e li biografa, a modo suo ; non contenta 
di toglierli da la vita, vorrebbe toglierli da la 
stima degli onesti. 

Eh, via! buttiamo, una volta, su il lurido 
viso dei poliziotti e dei forcajuoli d' Italia, la 
vita immaculata ed intemerata di alcuni di 
questi, malnoti o poco noti od oscuri od oscu- 
rissimi. 



— 163 — 



Galileo Palla. 

E' il più strano e più caratteristico impasto 
di antagonismi psicologici e di contrasti fisici. 
Innestate su il tronco d' Orlando il volto d'un 
San Paolo, il cranio lucido d'un consigliere di 
Cassazione, ricamate attorno a gli occhi verdi 
socchiusi un sorriso fine di montanaro, arruffa- 
telo di peli irti, folti, color di rame dappertutto 
dove la pelle appare, da la punta delle dite su 
per le braccia, da la radice del collo su su fino 
a le ciglia, a quest' orrido pittoresco aggiun- 
gete 1' animo di un fanciullo, la delicatezza di 
una vergine, la cocciutaggine di un carrarese, 
la spensierata indolenza di un napolitano ed 
avrete Galileo Palla. 

Quest' uomo nato buono e rimasto tale at- 
traverso le più diverse vicende, non a avuto 
mai un' ora di pace ne un' ora di libertà sotto 
il sole della patria. 

Perseguitato da 1' 83, ragazzo ancora — giac- 
che egli, malgrado la barba veneranda, che è il 
suo legittimo orgoglio, ed il cranio abbagliante, 
che è la sua disperazione sconsolata, non à tren- 
tacinque anni ancora — col Malatesta, col Mer- 
lino e gli altri anarchici, su cui pendeva la famosa 
condanna per associazione di malfattori e rela- 
tivo mandato di cattura, partì per Napoli tra le 



— 161 — 



squadre di soccorso ai colerosi. Rjcco de Zerbi 
a repoca del processo Cipriani nel 1892 à, nel- 
l' udienza, detto di lui, della sua abnegazione e 
del suo coraggio semplice e sereno parole, le quali 
io non ripeto per non urtare quella selvatica e 
taciturna modestia, che è uno elei tratti salienti 
del suo carattere. 

Pagato il suo tributo di assistenza, ripudiata 
la medaglietta, partì perii Sul America, con Ma- 
latesta, Agostinelli, Natta ed altri, a la ricerca 
delle miniere d' oro di Patagonia. Le miniere 
e' erano veramente; ma, quando cominciarono i 
primi lavori, fu loro notificato che, per un' antica 
concessione, esse erano proprietà di non S3 quale 
compagnia. I sacchi di biscotto fracido, con cui 
erano vissuti fino allora, non istavano in 
piedi più e la gaja brigata si sciolse, dirigen- 
dosi verso l'Argentina. Non rimasero in attesa 
di avvenimenti che il Palla e V Agostinelli, i 
quali, per puro miracolo, riuscirono poi a sfug- 
gire l'inedia e la morte. 

Presso il punto disabitato, deserto della costa 
dove erano accampati, il passaggio dei piroscafi 
non è possibile che in brevi e rade stagioni 
dell'anno ed il vapore, che doveva passare per 
l'ultima volta, quell'inverno era a qualche miglio 
da la spiaggia. Malgrado i segnali indiavolati e 
angosciosamente vani da parte dei due Robinson, 



— 1G5 



il vapore non scendeva 1' àncora in mare. Non 
c'era che un alternativa: raggiungerlo a nuoto 
o morire di fame e d'abbandono, come Manon e 
Des Grieux. 

L' idilio non s >rrise a Galileo. Poco badando 
a la temperatura glaciale, al lungo percorso, egli 
si buttò in mare e raggiunse il piroscafo in 
moto. Lo accolsero a bordo e gli offrirono, ricom- 
pensa a r audacia eroica, di portarlo a Buenos 
Aires. 

— 0' è un altro mio compagno a terra, bi- 
sogna scendere con un canotto e portarlo qui, 
ansò Galileo, intirizzito dal freddo e spossato dal 
tragitto. 

Rifiuto reciso del capitano e franca minaccia 
del Palla : 

— - 0 scendete con una lancia o mi ributto 
in mare, lasciando su la vostra coscienza il doppio 
omicidio. 

E, pronto ad aggiungere il fatto a la parola, 
si slanciò a la nuotata. 

Una lancia scese ed entrambi, prestando 
servizio a bordo, ottennero il passaggio per 
l'Argentina. 

Qui la Repubblica fè provare al Palla le 
prime gioje cellulari per circa sei mesi, poi lo 
rimise in 1 bèrta ed egli salpò per Londra, dove 
Malatesta, Pezzi, il buon Conforti e pochi altri 



— 166 — 



avevano ricominciato le pubblicazioni dell' As- 
sociazione. 

L' impressione di Londra con le sue nebbie e 
con i suoi camini urtò i nervi del Palla, che, 
chiuso in casa, non volle uscire più che per 
prendere, dopo una settimana, la via di Parigi. 

Fu là forse il solo periodo tranquillo della 
sua vita ; il moto di un' agitazione continua, 
elevata, piena di soddisfazioni cacciò ben presto 
l'uggia di Londra e Galileo, storpiando l'idioma 
di Voltaire e di Flaubert con tutte le più ostro- 
gote inquinazioni, ebbe ore di intimità buona e 
viva tra amici, che lo stimavano e l' amavano, 
vinti da la bontà e da la dolcezza del suo ca- 
rattere. Là egli ebbe il sorriso lusinghiero di 
qualche indulgente tenerezza, suggestionata dal 
contrasto tra il suo cuore di Cosette a la di lui 
squadratura da Gianni Lupo. 

Erano i primi del 1891. Milano, nell'aprile 
di quell' anno ; aveva indetto quello splendido 
Comizio internazionale pei diritti dei lavoro, che 
gli anarchici avevano volto, con l'ardente parola 
di Esteve, di Gori e di Galleani, a tutto pro- 
fitto della propaganda. Galileo Palla, renitente 
a la leva, a quel comizio, che andava per i suoi 
versi, si fregava le mani e risalutava gli amici 
su le mosse per Roma. 

Quel che successe il 1. maggio di quell'anno 
in Piazza Santa Croce di Gerusalemme è noto 



— 107 — 



Palla si era illuso die Roma fosse Parigi tu- 
multuaria ed ardente, quale egli V aveva vista 

nei suoi recenti ricordi, e forse chissà?... 

Ma la mancanza d' intesa e d' accordo spense 
le prime faville sotto il peso di tutta una ca- 
tastrofe, per cui Galileo sofferse fisicamente e 
moralmente tutte le angoscia. Scontati i due 
anni di reclusione inflittigli, l'attendeva, reni- 
tente ed anarchico, la compagnia di disciplina, 
che lo tenne tra Capri e Portoferraio fino al 1894, 
in cui, essendo fiorite a 1' ombra del morto 
statuto le leggi eccezionali 19 luglio, Galileo 
Palla mietè i suoi cinque anni. Evaso da Porto 
Ercole e ripreso a Grosseto, evaso da Favignana 
e ripreso a Solimao, sballottato da Palermo ad 
Ustica, da Ustica a Pantelleria, egli non ebbe 
più ne pace ne tregua ed à dinnanzi a se, dopo 
un ventennio di esilio, di carcere, di domicilio 
coatto, un altro lungo anno ancora. 

Rassegnato egli conta i giorni, che lo sepa- 
rano da la libertà e ricama, nella solitudine 
di Rekalì, dove si è rifuggiato e dove spezza 
ad una dozzina di bambini il pane delle aride 
nozioni grammaticali, l' idillio arcadico e sereno 
d'un cuore e d' una capanna, tra le pinete 
ospitali dei suoi gioghi di Lunigiana.. .. se 
qualche im preveduto squillo guerriero non farà 
rompere al cavallo di razza le briglie del sogno. 



— 168 — 



Cesare Agostinelli. 

Cinquantenne, è uno dei veterani, che ap- 
partennero a le prime sezioni italiane deli 7 Inter- 
nazionale ; rimane oscuro e modesto, uno dei 
fedeli, malgrado le traversìe numerose, a cui à 
dovuto provare la sua fede costante nell'ideale, 
eterno bersaglio della polizia italiana. Da la 
quale ebbe le prime carezze una ventina di anni 
fa quando, tornando da la Svizzera a piedi con 
quattro soldi di tabacco, si vide processato, con- 
dannato per contrabbando e sottoposto a 1' am- 
monizione. 

In quel torno di tempo si svolgeva, a la Corte 
d'Assise di Ancona, il processo Cipriani e l'A- 
gostinelli, che era in letto ammalato, accusato 
di aver presenziato V udienza, fu condannato, 
malgrado numerose testimonianze di fatto, che 
negavano in modo esplicito l'accusa, a quattro 
mesi di carcere ed a sei di sorveglianza, per con- 
travvenzione a P ammonizione. 

Ce n' era d' avanzo per assegnarlo a domi- 
cilio coatto ne la polizia d'Ancona perdette 
tempo e lo mandò a Ponza per tre anni. 

Liberato nell'ottantaquattro, filò per il Sud A- 
merica a la ricerca di quelle famose miniere di 
oro di Patagonia, che si risolsero per lui, per 
Malatesta o per Palla, che gli eran compagni 



— 169 — 



con altri buoni, in un' odissea delle meno auree, 
delle più avventurose ed accidentate. 

Tornato in Italia ebbe immediata accoglienza 
da parte della questura, che lo rinviò con Smorti 
e Felicioli in Corte d'Assise, per non so quale 
manifesto a proposito di disoccupati. 

Nel 1891, arrestato a la vigilia del primo 
maggio per una delle tante misure d'ordine, che 
servono ai previdenti bargelli d'Italia per sfo- 
gare la loro miserabile libidine di persecuzione, 
si vide l'indo nani tradotto par citazione diret- 
tissima avanti il magistrato, imputato di avere 
la sera precedente oltraggiato un funzionario 
nelle sue funzioni. La sera precedente, a V ora 
in cui il reato sarebbe avvenuto, V Agostinelli era 
da mezza giornata in guardina ! 

Sopravvenute le leggi, eccezionali del 189 1, 
che lo indicavano come uno dei candidati ai 
famosi cinque anni dell'art. 1 della Legge 19- 
Luglio, fu inviato a Port'Ercole. 

Di là, disciolta quella bolgia dopo lo pro- 
dezze del famigerato Santoro e dispersi per le 
carceri d'Italia i relegati, venne spedito a Pe- 
rugia, in attesa di destinazione ad una delle 
tante isole dell'italica Cajerijia. 

A quella stazione arrivando, furono tumulti 
e grida, da cui nuovo processo per grida sedi- 
ziose ed apologia di reato. Egli non aveva 



— 170 — 



mosso labbra e basta conoscerlo per crederlò : 
al dibattimento dichiarò di aver gridato come 
gli altri e venne c ondannato a tre rn^si, scon- 
tati i quali tornò a l'isola. 

Prosciolto il 1. Novembre con la circolare 
Rudinì, fu riarrestato la notte dell' attentato 
Acciarito e rimandato a domicilio coatto dove, 
per aver denunziato una delle tante porcherie 
di Gavi, venne riprocessato ad Ancona e libe- 
rato, avendo, nel contempo, compiuta la sua 
ferma di 5 anni. 

Si munì regolarmente di un passaporto e da 
Ancona transitò a Fiume, trovandovi modo di 
campicchiare con un modesto commercio di fratta 
e verdura. 

Sopravvenne l'attentato Luccheni ed egli^ 
che era partito con regolare passaporto, rila- 
sciato da la prefettura di Ancona fa richiesto, 
arrestato, tradotto a Pantelleria a scontarvi 
quattro anni di relegazione inflittigli in contu- 
macia da quella stessa prefettura, die gli aveva 
accordato il passaporto !! 

Sarebbe un curioso caso giuridico degno di 
discussione ; ma l'Agostinelli è divenuto stoico 
oramai ed a già scontato un anno della nuova 
pena. 

Buono e mito, vive patriarcalmente in una 
bicocca a le falde di S. Elmo, tra una nidiata 



— 171 — 



di conigli. Intelligente e modesto, è la prova 
più eloquente che le persecuzioni dei birri, ap- 
plicate a la repressione del pensiero sovversivo, 
lasciano — il tempo che trovano. 

Amedeo Boschi, 

Questo idilliaco fanciullo à ancora, dopo in- 
finite persecuzioni, la fede immaculata di un 
apostolo, l'entusiasmo di un neofita, la dolcezza 
di una bimba. 

Nato da ricchi genitori, abbandonò presto la 
vita spensierata, attratto da la visione di una 
società perfezionata, senza fame e senza delitti, 
abbagliato da un indeterminato ideale di pace 
e di amore tra li uomini. 

In questa indeterminata nostalgìa abbracciò 
i principii anarchici, divenendone un entusiasta 
propagatore. 

Fondò, giovinetto, dei Circoli; inondò la 
natia Ardenza di opuscoli e giornali ; spese il 
suo in lavorìo di parte, finche, a diciassette anni 
venne, nell' 89, coinvolto in un processo di 
malfattori (codice sardo), fabbricato dal famoso 
agente provocatore Terzaghi, con accusa di voler 
far saltare in aria il Teatro Buca di Genova (!) 
per una innocente lettera sua trovata al Tocci 
di Spezia. Fu condannato a 5 mesi di prigione, 
con condanna che è rimasta 1' unica sua. 



— 172 — 



Nei tumulti di Lunigiana venne arrestato, 
processato, prosciolto in camera di consiglio e.... 
inviato per quattro anni a domicilio coatto. 

Gittato per sei mc«si nel castello di Ischia, 
dove poco mancò non rimanesse vittima delle 
prepotenze camorristiche, portato a Tremiti, 
dopo a Lipari, ebbe, nel '96, il proscioglimento 
come tutti gli altri coatti politici. 

Non mutò sistema di vita — come leggia- 
dramente direbbe l'on. Bertolini — e dopo tre 
mesi fu di nuovo inviato a domicilio coatto, a 
Lampedusa. Il che può dimostrare a coloro, che 
sono di parere contrario, quale gesuitica e po- 
liziescamente obbrobriosa invenzione sia questa 
della libertà condizionale, e come meglio si 
farebbe a rifiutarla senz'altro, tutti, qualora ci 
venisse offerta. 

Dopo 43 giorni (si vegga serietà governativa!) 
di nuovo lo prosciolsero, per una specie di con- 
tratto fatto da certi suoi compaesani con depu- 
tati ministeriali: libertà condizionale, della quale 
bene usò, facendosi condannare di nuovo e poi 
assolvere da la Corte di appello. 

Rinviato, nel maggio '98 a Lampedusa, le 
sue condizioni di salute si aggravarono talmente, 
che il direttore medesimo della colonia chiese 
ed ebbe promesso ed avrebbe ottenuto un nuovo 
proscioglimento, se non fosse avvenuta la fuga 



— 173 — 



del Malatesta, della quale il Governo chiamò 
responsabili coloro che erano rimasti. 

Per ciò alcuni punirono, altri dispersero nelle 
varie isole ed il Boschi fu mandato a Favignana, 
dove, con la coscienza tranquilla di un buon 
soldato, che à servito il suo partito con fedeltà 
ed onere, terminò la lunga ed avventurosa pena, 
la quale non l'à ne fiaccato nò stancato. 

Su questo giovine si può contare come su chi 
muore; ma non si arrende. 

Il che il popolo di Livorno à tanto ben com- 
preso che lo elesse, come protesta, a suo rap- 
presentante nel Comune con 1800 voti. 

Luigi Fabbri. 

E', indubbiamente, uno dei più attivi, più 
cari, più intelligenti e più colti giovini del 
partito anarchico. 

Inscritto a V Università di Macerata, à tra- 
scurato un po' gli studi i per V anarchia, il che 
vuol dire che, per legge di compensazione, sarà 
costretto trascurare un po' 1' anarchia per gli 
studii, se questa paurosa oligarchia affaristica, 
che ci governa e se questa stupidissima polizia 
politica, che ci delizia, si decideranno a non 
più perturbare l'ordine pubblico e le coscienze 
del paese. 

E' uno dei migliori scrittori del suo partito, 



— 174 — 



ed anche uno dei più attivi propagandisti. 
Come non vi è giornale, nel quale non scriva, 
così non vi è assemblea, riunione, comizio o 
conciliabolo, — direbbe la polizia — in cui non 
si rechi, quando non può in carrozza, a piedi; 
quando non può a piedi, attaccato a le ruote 
di una carrozza. 

La polizia incominciò a tenerlo d' occhio sin 
da quando era scolaro di liceo. Non sapendo 
come più dolorosamente colpirlo, tentava vie- 
targli gli esami in fin d'anno, arrestandolo in- 
variabilmente durante le sessioni. 

Tanto che dovè recarsi a dare la lic3nza 
liceale in incognito, travestito come un ladrun- 
colo, che vada a tentare un furto campestre. 

Quando il suo nome comparve tra i licen- 
ziati, il tenente dei carabinieri rivolse al padre 
una frase scultoria, che è tutto un poema e che 
dice di quali sozze voluttà si pascano gli agenti 
della polizia italiana: 

— Ce P à fatta ! — gli disse. 

Il Fabbri sostituì il Malatesta nella direzione 
àélV Agitazione, finche venne rimpatriato. 

Inutile aggiungere come molto spesso sia stato 
processato, spesso condannato e come il domicilio 
coatto, che sconta a Ponza, serva solo a meglio 
prepararlo a nuovi processi, a nuove condanne. 

E' giovine molto ed il passato non può es- 
sergli che di preparazione a l'avvenire. 



- 175 j- 



Annibale Avanzini 

da Velletri, figlio di agiati negozianti, viag- 
giatore e rappresentante di Case commerciali 
prima, ministro di magazzeni di droghe e li- 
quoristeria dopo, fa, nelT 89, coinvolto nei fatti 
dell' 8 febbraio, uscendone con un non luogo a 
procedere. 

Lavoratore per tradizione di famiglia e per 
elevato sentimento di dovere, uscito dal carcere 
trovò lavoro come agente di affari commerciali 
in Roma, poi passò a la direzione della birraria 
« Nuova G-ambrinus Halle » finche, avvenuti i 
fatti di S. Croce in Gerusalemme, lo arrestarono 
di nuovo e condannarono malgrado il suo alibi, 
a 25 mesi e mezzo di reclusione ed ad un anno 
di vigilanza speciale. 

Uscito da la reclusione di Perugia, dopo 
scontata la lunga pena, rovinato in salute, ro- 
vinato economicamente, tornò al lavoro in qua- 
lità di zincotipo, venendone spesso allontanato 
per arresti, processi, molestie e tranelli d' ogni 
genere, finché alle inquisitrici autorità di P. S. 
non riuscì imporgli il rimpatrio, in occasione 
dei tumulti del '94. 

In Velletri, contabile della Cooperativa edi- 
lizia, giovine scrivano presso un notajo, segre- 
tario della Cooperativa, non tardò ad attirarsi 



— 176 — 



la attenzione delle autorità locali, che, ad im- 
pedire la progettata fondazione di una Camera 
del Lavoro, nel '97 le case dei Socii perquisi- 
rono, e V Avanzini, il farmacista Albani con 
altri deferirono a 1' Autorità giudiziaria per 
l'art. 248 : processo che terminò con nuovo non 
luogo a procedere. 

La sua nomina a Commissario della Coope- 
rativa Agricola di produzione e consumo portò 
a la scoverta di importanti ammanchi; ii che 
fa l'ultimo tracollo per la sua libertà. 

La polizia ebbe presto campo di rifarsi dello 
scacco patito nel '97; che le provvide agitazioni 
per il rincaro del pane le dettero modo di raf- 
fazzonare il processo e di rinviare i già assolti 
a' Tribunali, che ancora prosciolsero, con altri 
quattro, l'Avanzini. 

Ma al disopra dell' autorità giudiziaria, con- 
tro l'autorità giudiziaria, la polizia aveva im- 
pèro nel '9S, a mezzo delle leggi eccezionali, 
delle quali si avvalse, inviandolo per tre anni 
a domicilio coatto, a Lipari, con una sentenza, 
che ebbe strascico scandaloso. 

Giacche essendo stati esaminati come testi- 
moni a discarico ragguardevoli persone di tutti 
i partiti e tutti i consiglieri comunali, ed avendo 
unanimemente gli interrogati dato di lui le mi- 
gliori informazioni, la sentenza esplicitamente 



affermava che le deposizioni rese dal sindaco e 
dai consiglieri non erano attendibili per infor- 
mazioni assunte da V autorità giudiziaria. 

L' avv. Pieroni invitò il consiglio a prote- 
stare energicamente ed il consiglio, ad unani- 
mità, votò un' energica e fiera protesta. 

Enrico Petri. 

Repubblicano e direttore del giornale La luce, 
in Empoli, si attirò le ire degli ufficiali del 57. 
Regg. fanteria per la campagna da lui intra- 
presa contro il militarismo. 

Come è costume degli uomini d'arme, le ire 
degenerarono in violenze, cartelli, sciabolate e 
pistolettate. Il Fratti, il Catalani, il Pini, il 
Belcredi, il Bizzoni, si trovarono 1' un contro 
l'altro armati, negli strascichi della vertenza, la 
quale fu continuata dal Podrecca sul Bononia 
ridetj dando luogo a quelle scenate, che termi- 
narono con T allontanamento del 50, Regg. fan- 
teria da Bologna. 

Dopo ciò, il Petri, a gli occhi della polizia, 
divenne pericolosissimo e cominciò anche per 
lui, repubblicano, quella dura via crucis riser- 
bata principalmente per anarchici e socialisti. 

I continui sequestri del giornale gli aggra- 
varono in breve le spalle di tale soma di con- 
danne, che pensò riparare in Svizzera e poi in 



Francia, dove abbandonò le idee mazziniane, 
divenendo socialista-anarchico. 

Tornato in patria nel '91 in occasione delle 
nozze d'argento dei Savoja, fu inviato a Porto 
Ercole, di dove, per ribellione, a la reclusione 
di Lucca e poi a Tremiti. Il 1. Marzo, ammaz- 
zato Argante Salucci, lo implicarono in un pro- 
cesso per ribellione insieme ad altri, che avevano 
avuto la tracotanza di dichiarare di non essere 
disposti a farsi massacrare. 

Liberato nel '96, si agitò ed agitò p9r l'a- 
bolizione del domicilio coatto, girò i paesi vi- 
cino ad Empoli per propaganda ed.... orribile 
diclu, si fè vedere col Gori ed invitò il Cipriani. 

Appena avutone il destro, la polizia, inutile 
dirlo, 1' à rinviato a Ponza, perchè vi termi- 
nasse la pena. 

Avendo molte buone qualità di propagan- 
dista ed una indipendente posizione economica 
potrà essere di ajuto a la causa popolare. 

XXIII. 
I socialisti. 

Essi sono : 

1. Bonavita Francesco. 2. Cabrini Angiolo. 
3. Podrecca Guido. 4. Bencini Giulio. 5. Fava 
Quintino. 6. Croce Ettore. 

Di altri non so. 



Il Bonavita, il Cabriui ed il Podrecca sono 
notissimi in patria ed a l'estero per il loro in- 
gegno e per i loro scritti. La polizia, caccian- 
doli in bando e perseguitandoli ancora nello 
esilio, li a resi famigerati. 

Fava Quintino, piemontese da Corniola, è 
un dolcissimo fanciullo, che serenamente sop- 
porta le persecuzioni, pensando che niuna nuova 
civiltà si è affermata senza dolori e senza mar- 
tini. E' orgoglioso, io credo, di essere tra co- 
loro, a' quali è dato V onore di soffrire per la 
causa del Socialismo. 

Bencini Giulio da Montevarchi, ottimo ope- 
rajo, spudoratamente gabellato come 'pericoloso 
anarcldco da la P. S. che ben lo conosce come 
socialista democratico, fu due volte condannato 
per l'art. 247 prima, per il 251 dopo. Gli vo- 
gliono tutti un gran bene e, sapendolo buono ed 
affabile, gli anarchici, come api che corrano su 
il miele, lo punzecchiano continuamente per la 
sua fede socialista-legalitaria. Davvero intelli- 
gentissimo, è stato uno dei primi, se non il 
primo addirittura, a propagare il Socialismo 
nel Valdarno. 

Nelle ultime elezioni politiche mise fuori, 
per la prima volta nel Collegio di Montevarchi, 
un candidato socialista: il fabbro -ferraio Azzer- 
boni* Allora fu fatto segno a reiterati tentativi 



— ISO — 



di corruzione da l'onorevole .... il quale arrivò 
a promettergli L. 5000 se il candidato socialista 
non si fosse presentato e L. 2000 se, presenta- 
tosi, egli, il Bencini, con un pretesto qualsiasi si 
fosse allontanato dal collegio. Ben seppe resi- 
stere a le turpi lusinghe dell'onorevole ed a le 
persuasioni di poverissimi parenti ; la candi- 
datura fu portata e la lotta combattuta aspra- 
mente. Il Bancini, dopo aver visto i suoi affari 
andare in malora, fu incatenato ed inviato per 
tre anni a domicilio coatto. 

Ma il buon seme è stato gittato ; quella 
onorevole lotta elettorale, lanto degnamente 
combattuta, e arra sicura di più gagliarde lotte 
e di non lontana vittoria. 

XXIV. 
Altri sovversivi. 

Aurelio Paganelli 

da Castrocaro, buono tra i buoni, ventitreenne, 
non era mai stato condannato, quando, nel mag- 
gio '98, la Questura lo consegnò al Tribunale 
di guerra in Firenze, dal quale uscì con una 
mezza assoluzione : quadro mesi di detenzione. 

Con tutto ciò, si ebbe il triste coraggio di 
assegnarlo, per 5 anni, a domicilio coatto, con 



una sonte nza, che è un gìojello e elio vale la 
pena si trascriva : 

ritenuto elio dagli atti risulta ad esuberanza giustificata la de- 
nunzia di assegnazione al domicilio coatto di Paganelli Aurelio fu Pel- 
legrino siccome colui che poco dedito ad intenso lavoro, professando idee 
anareli ielie e già condannato per reato d' istigazione a delinquere, si as- 
socia, ad individui eli e si pascono delle medesime insane teorie, e va fa- 
cendo propaganda pericolosa, anche colla diffusione di giornali anarchici- 
socialisti fra compagni ed amici con manifesta perturbazione della tran- 
quillità e sicurezza pubblica. 

Ritenuto che nello stesso interrogatorio subito oggi dal denunziato, 
egli non peritavasi di confermine di essere ascritto alla funesta setta che 
minaccia colla imperturbabilità pari a quella dell'incoscienza, di convol. 
gere dalle base gli ordini sociali costituiti, mentre non potette disconoscere 
che fu condannato recentemente per istigazione a sovvertire le sociali 
istituzioni con vie di fatto. Ritenuto che trattandosi di persona altret- 
tanto pericolosa, la durata del domicilio coatto dev' essere (niella massima 
di anni cinque, ecc. ecc. 

Ecco come, accozzando malamente dei perio- 
di sgrammaticati, che non dicono nulla, infar- 
citi da molte bestialità, si può, con una legge 
che non è legge, ammazzare un uomo. 

Fatto sta che il Paganelli non è solo un 
perfettissimo galantuomo; ma anche un indefesso 
lavoratore, che da otto anni, senza soluzione 
alcuna di continuità, lavorava in qualità di 
vetrajo presso il sig. Bianchi Carlo in Firenze; 
ma le Questure inventano e calunniano con una 
facilità meravigliosa. 

Il suo interrogatorio è stato questo : 

— E' vero che siete poco dedito ad intemo 
lavoro ? 



— 182 — 



— 0 che, è la Questura, che dà da vivere 
a la ini mamma ? 

— Negate di essere anarchico ? 

— Anzi lo affermo. 

Cinque anni di domicilio coatto ! 

Temistocle Monticelli. 

A vederlo tanto quieto e studioso, non si 
capisco perchè da tanto tempo, tanto pertinace- 
mente lo perseguitino, togliendogli la libertà, i 
libri e la quiete. 

E' un inseguimento senza tregua e senza 
quartiere ; è una condanna sola, che da anni si 
ripete e si rinnova ; è una caccia sfrenata a 
l'uomo, cacciandolo di città in città, di lavoro 
in lavoro. 

Dopo l'uccisione del Bandi lo arrestarono in 
Livorno, lo tradussero a Roma, dove dimora, 
lo rimpatriarono a Firenze, dove è nato e di 
di dove manca da 18 anni. 

Per lo scoppio dei petardi santoriani in 
Roma lo arrestarono e processarono, lo assolsero 
dopo scoverto il giuochetto della polizia, lo in- 
viarono a Molate Filippo, poi a Ponza, poi lo 
rimisero in libertà, ne cessarono di molestarlo, 
costringendolo ad espatriare in Francia. 

Tornato in Italia nel 7 97, sarto in Napoli, 
giornalajo in Roma, tradotto nel '98 a Regina 



Coeli, rinviato dopo quattro mesi a Lampedusa, 
poi a Lipari, à perduto, nel frattempo, la madre. 

Pessimo soggetto, anarchico della peggiore 
specie, capace di commettere qualsiasi delitto 
contro V or ci ine pubblico, è la prova più lampante 
della vacuità di certi paroloni e della insipienza 
scandalosa della nostra polizia. 

G iuseppe Cozza 1 1 i 

da Spezia, fu, quindicenne, della terza spedi- 
zione pei* l'impianto della colonia Cecilia sopra 
Oorityba nel Parami : colonia, la quale dovè 
sciogliersi, dopo tre mesi, per fame. 

Nel '94 fu condannato a tre anni di reclu- 
sione dal Tribunale di guerra di Massa- Carrara, 
dei quali scontati quattordici mesi, continuò la 
modesta ed efficace propaganda per le sue idee, 
finché, avendo firmato la protesta contro la con- 
danna del Malatesta, fu inviato per 3 anni a 
domicilio coatto, ridotti ad uno da la Commis- 
sione centrale. 

Lemme lemme, è come il tarlo, che rode la 
trave. Convinto e tenace, è tenuto in conto dai 
suoi compagni di partito. 

Giuseppe Tortelli 
appartiene, da giovinetto, al partito anarchico. 
Condannato a cinque anni di domicilio coatto, 
ora è a la fine della lunga pena ; ma, per sven- 



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ture domestiche, non pensa di tornare a la natia 
Livorno, dove è conosciuto, amato e stimato dai 
suoi compagni di lotta e di lavoro, per le sue 
ottime qualità. 

Questo carissimo giovine à avuto la forza d'a- 
nimo di cercare, sempre, nei luoghi di relegazio- 
ne, un sollievo ed un conforto nel lavoro; e con il 
lavoro indefesso è riuscito a farsi una posizione 
indipendente ed ad accaparrarsi la stima della 
cittadinanza. 

Curio Traversa 

à, nel suo attivo, la campagna nell' Epiro, es- 
sendosi trovato a fianco di Pippetto Troja a 
Zaverta, dove, da piccolo Gav roche, a sassate 
fè fronte a' Greci, che sparavano su i volontarii. 

Molto piccino e mollo buono, appartiene a 
la numerosa schiera degli anarchici Anconetani, 
assegnati al domicilio coatto. 

Le zavellonesche memorie della sua città 
(l'amico Smorti può intendere l'elegiaca invo- 
cazione) ed il ricordo delle battaglie combattute, 
lo rendono, a le volte, un po' nervoso e ribelle 
tanto, che, pare impossibile !, lo tengono d'oc- 
chio accuratamente e lo mettono in cella di 
frequente. 

Dovrei ancora ricordare Giovanni Olandese 
da Reggio Calabria, condannato come disturba- 



tore di funzioni religiose e per oltraggi al Morra 
di Lavriano, regio commissario in Sicilia ; Giu- 
seppe Facchini, che, dopo aver scontato un anno 
e mezzo di coatto, ne ebbe altri quattro: ottimo 
giovine, eletto ultimamente, come protesta, a 
consigliere del Comune natale di Massa Lom- 
barda; Giovanni Cianciti, superstite dell'Inter- 
nazionale, notissimo a Firenze come attivo pro- 
pagandista, autore di drammi e commedie e 
modesto tanto, che io debbo chiedergli venia di 
averlo, in queste pagine, nominato; Ferdinando 
Poggiali, abile scultore in legno, da le cui mani 
escono alcuni di quei giojelli, di cui va a buon 
diritto superba l'arte fiorentina; Corrado Binelli, 
di Carrara, buono e caro giovine, uno dei con- 
dannati dal Tribunale di Massa, nel '94; ed 
altri buoni dovrei ricordare se lo spazio non 
mancasse e se la storia loro non fosse, su per giù, 
la storia di tutti i massacrati nei periodi di rea- 
zione del '94 e del '98. 

XXV. 
La polizia politica. 

Questa plebaglia poliziesca, che, con le sue 
turpitudini, insozza 1' I alia, va, giornalmente, 
scrivendo nuovi fasti, tra la indifferenza o la 
codardia universale. 



— 180 — 



La polizia politica, com' è ogj;i costituita , 
rappresenta la piaga più purulenta e verminosa, 
che ulceri il corpo della Nazione. 

Ciò di cui è capice questa bieca polizia è 
inenarrabile, od, almeno, per scrivere i suoi 
fasti di un solo anno in una sola regione d' I- 
talia, occorrerebbero centinaja di volumi. 

Stupida e feroce, selvaggia e degenerata, 
prepotente e corrotta, è un impasto di tigre istu- 
pidita e di oca velenosa. 

La impunità, a la quale si va abituando, la 
rende ogni dì più vigliaccamente scellerata ed 
insopportabilmente petulante. 

Il processo Notarbartoio à dimostrato, in mi- 
nima parte, che sentine di corruzione e di mi- 
sfatti sieno le Questure del regno. Si muti l'am- 
biente, si trasportino i De Biasi su il terreno 
politico, dove ogni viltà è eroismo, ogni infamia 
commendevole, ogni menzogna laudabile, ogni 
falsità sacra, ogni violazione di legge premiata 
con promozioni ed onorificenze, e si avrà la 
rappresentazione di ciò che può, di ciò che è 
la polizia in questo paese, che sembra di con- 
quista. 

Venuta su con le idee della vecchia polizia 
borbonica, incoraggiata da la scandalosa paura 
di questi forcajuoli odierni, sciabolatori di sta- 
tuti e bombardatori di donne, tutti i suoi istinti 



— 187 — 



bestiali si sono ridestati sotto il sole della im- 
punità e su la sua testa d' asino à inalberato 
P insegna del boja. 

Per la indecente paura delle classi dirigenti, 
gli alti sbirri sanno che il miglior modo di fare 
carriera è la imbasi itttra:, la orditura, la trama- 
tura, la tessitura, la macchinazione dei più tra- 
gici processi ed essi, allegramente, contro, di noi 
imbastiscono, ordiscono, tramano, tessono, mac- 
chinano, facendoci periodicamente sfilare innanzi 
a' magistrati, sospettati, incolpati, accusati dei 
più neri ed inverosimili tradimenti verso la pa- 
tria, le istituzioni, la proprietà, la religione, la 
morale e tutto P uman genere. 

Di seconda mano, per P esempio, che viene 
da Paltò, i bassi sbirracchiotti, sbirracciuoli, 
sbirrastreìli, sbirricoli, sbirricelli, sbirruzzi e 
sbirretti, che pullulano come ortiche, perturba- 
tori sistematici delle coscienze, violenti provo- 
catori, asini verbalizzanti, orda sfrenata di san- 
culotti vandeani si riconoscono, con il beneplacito 
superiore, in diritto di usare que' mezzi, che la 
santa inquisizione appena accennò, sviluppati 
ora da la civiltà presente. 

Al solo evocare il nome della polizia, una 
visione di tregenda Shake?periana si presenta a 
la nostra fantasia con gli orrori di S. Stefano, 
le infamie della colonia di coatti in Africa, Gavi, 



Frezzi, Forno, Carelli e tutti quelli altri, dei 
quali paurosamente si ripete il nome e con tutte 
le nequizie, che fioriscono, nell'ombra e nel si- 
lenzio, da il triste fiore della violenza, conci- 
mato con il principio di autorità. 

Questa orda di saccheggiatori ci vieta gli 
studii, ci espelle da le Università, ci toglie il 
lavoro, ci viola il domicilio, ci maltratta le 
sorelle, ci insegue le domestiche, ci perseguita 
liberi, ci diffama legati, ci provoca e ci calunnia, 
ci odia e ci insulta, mentre ingravida le fan- 
ciulle tredicenni ed arma i camorristi contro i 
nostri candidati. 

Nei processi vengono a mentire come sgual- 
drine; nei rapporti esagerano come forsennati. 
Usano un gergo, che meriterebbe le pedate ed 
anno, nel loro frasario, tanto veleno, quanto 
non ve n' è negli scarabattoli di dieci farmacie. 
Su le pubbliche piazze chiedono, senza motivo 
alcuno, a gli ufficiali di comandare il fuoco ed 
insanguinerebbero giornalmente V Italia se gli 
ufficiali, spesso, non resistessero con sdegno a 
le loro ferocie. Si drizzano, violenti ed impu- 
denti, come aspidi, contro la magistratura e 
ridurrebbero la patria una sola carcere, se i 
magistrati, spesso, non si ribellassero a le loro 
libidini oscene. 

Questa orda barbarica è di una ignoranza, 
che fa spavento. 



Nel nostro processo del '91 in Napoli, un 
giovinotto, che è uno delle teste pensanti della 
innominabile polizia napolitana, venuto come 
teste principale di accusa, mentendo con una 
sfacciataggine piramidale, inventando con una 
disinvoltura miracolosa, additava gli imputati 
qualificandoli socialisti od anarchici con una 
sicumera inverosimile. 

A richiesta del difensore Altobelli, precisò 
così la differenza tra gli uni e gli altri : 

— I socialisti voglion dividere la roba altrui; 
gli anarchici la voglion tutta. 

Inutile dire che mise me tra quelli, che la 
roba altrui vogliono prendere tutta, senza nulla 
lasciarne. 

In una perquisizione ad Umberto Faina in 
Roma, il delegato Sinimberghi o Sinibaldi o 
qualche cosa di simile, con la delicatezza che 
distingue tale gente, mise lo mani su carte 
private della sorella del compagno nostro. 

A le energiche rimostranze della fanciulla, 
il delegato, dimenticando di essere uomo p^r 
ricordare solo di essere sbirro, minacciò : 

— Abbiamo manette anche per le donne. 
Avrebbe potuto pur dire che per le donne ci 

sono fucilate a Oonselice e cannonate a Milano. 

Il delegato Ferrarese, ad Imola, non avendo 
potuto, una volta, arrestare Ugo Lambertini 



— 100 — 



ed il fratello, arrestò il vecchio babbo, per- 
chè non aveva voluto dire dove erano i fiorii. 
Facendogli, brutalmente, mettere le manette 
dai carabinieri, minacciò : 

— Ora ce n' è anche per le donne ! 

Di donne e' era la mamma, ammalata di 
bronchite. 

Ed il padre di famiglia, portato e trattenuto 
nella ròcca d'Imola, fu liberato solo quando tutta 
la cittadinanza, ad iniziativa di Luigi Sassi, 
benemerito presidente della Congregazione di 
Carità, si recò dal Sottoprefetto a protestare con- 
tro la stomachevole barbarie. 

La penna si ribella a continuare la narra- 
zione di infamie simili, le quali non anno alcun 
riscontro ne nella polizia borbonica, ne in quella 
austriaca ne in quella papale. 

Solo ricordo che nelle incursioni, le quali 
le orde Tartare facevano in Siberia, a le volte 
sequestravano i genitori, per avere i figli ; ma 
gli storici più coscienziosi assicurano che que- 
sta crudeltà, usata in tempo di guerra, era 
già scomparsa al principio del secolo ; nè io 
vorrò essere tanto ingiusto verso i Tartari, da 
paragonarli ai poliziotti italiani. 

Non è, al certo, facile cosa essere barbaro 
sul serio; non è bestia feroce chi vuole, eppure 
in questo arringo la polizia italiana presenta, 



— 191 — 



al mondo dei forcajuoli, campioni insuperabili 
nel tempo e nello spazio. 

XXVI. 

Non si è deciso ! 

Il signor Ferdinando Caputo, ex direttore 
della colonia dei coatti in Africa, è stato ac- 
cusato, in un opuscolo, da Ferruccio Borsoni, 
che fu nove mesi coatto nella colonia Eritrea: 

1. di avere causato, con torture inaudite, la 
morte di Franchi Alessandro. 

2. di avere causato la morte del Petrini di 
Livorno, al quale il dottore della colonia di- 
chiarò : Con quaranta giorni di cura potrei 
guarirti] ma il Direttore non vuole. 

3. di avere causato la morte di tal Bolelli 
di Bologna, sottoponendolo, ammalato, a quin- 
dici giorni di camicia di forza. 

4. di avere causato la morte della guardia 
carceraria Battistoni. 

5. di avere causato la malattia e la morte 
di altri coatti, per torture ed illecite ritenute su 
il vitto. 

Appena pubblicato l'opuscolo l'alta poliziot- 
taglia si commosse, mise 1' Italia a soqquadro 
per scoprire la tipografia e telegraficamente 



ordinò l'arresto del Borsoni e dello Sguanci, 
distributore dell'opuscolo. 

Il Tribunale di Messina li condannò a pena 
minima per la prefazione firmata dai socialisti- 
anarchici e per contravvenzione a la legge su 
la stampa, essendosi commesso il grave errore 
di pubblicare il libro a la macchia, per puro 
equivoco del tipografo. 

Ma la quistione Oaputo è rimasta impregiu- 
dicata. 

Benché noi l'avessimo su V Italia invitato : 

— La si decida, a dar querela ! 
benché gli si fosse rivolto il medesimo in- 
vito su altri giornali, il Oaputo non si è deciso ; 
ne a Palazzo Braschi anno inteso il dovere di 
incitare questo funzionario a querelarsi. 

Il dilemma è ben chiaro: o il Borsoni è un 
calunniatore od il Caputo è un carnefice. 

Nel terzo volume di questa trilogia, che il 
governo italiano ci va dettando, noi rifaremo la 
storia completa della colonia di coatti in Àfrica, 
perchè od i coirpagni sappiano che il Borsoni 
non è più meritevole della loro stima, o perchè 
il paese sappia di quali scellerataggini sieno 
capaci i funzionarli governativi e quali espli- 
cazioni infami possa avere questo istituto del 
domicilio coatto. 



— 193 — 



XXVII. 
Il domicilio coatto. 

Pasquale Stanislao Mancini definì il domi- 
cilio coatto: scandalosa riproduzione del vecchio 
dispotismo borbonico nè più benevolo ad esso fu 
Gian Domenico Romagnosi. 

Rinnegato da sociologi, da politici, da pena- 
listi, ebbe contro di sè questa risoluzione, votata 
da il Congresso giuridico, tenuto in Napoli: con- 
siderando che la vigente legge del domicilio 
coatto è in contraddizione al diritto pubblico ita- 
liano, poiché priva della libertà i cittadini ad 
arbitrio della polizia amministrativa.... fa voti 
che V istituto del domicilio coatto sia abolito. 

Sin dal 12 Aprile '97 il Pierantoni ne perorava 
in Senato una radicale riforma e V abolizione 
per i perseguitati politici. 

Questo ignominioso istituto, nato sotto il 
tetro influsso di Ferdinando IV, si è andato 
man mano rafforzando, nel 1859, nel 1863, nel 
1865, finché, nel 1894, sotto il malefico protet- 
torato di F. Crispi, nel 1897 con il progetto 
Rudinì, nel 1898 sotto lo stimolo di una for- 
sennata paura, a gittato la maschera e si è ri- 
velato quello che è : una legge di suspicione 
politica, avendo l'occhio rivolto a la legislazione 
reazionaria dell' Impero francese. 



— 196 — 



Infatti al Malatesta ed a me negarono il 
pas?aggio in Australia od America (che avevamo 
chiesto, credendolo un nostro diritto legale, equi- 
vocando tra le disposizioni attuali e quelle del 
progetto del Rudinì) rispondendo: non potersi ac- 
cordare V esodo a V estero ad anarchici perico- 
losi. Dopo qualche mese, a lo Smorti, padre di 
sei figli, cinicamente offrivano l'esodo in Ame- 
rica, in risposta a passi, che altri avevano fatto 
per lui, chiedendo lo si restituisse a la famiglia 
ed al lavoro. 

Inoltre : quale legge determina che il coatto 
debba essere tradotto in istato di arresto an- 
dando a deporre innanzi al magistrato od an- 
dando, soldato, a servire la patria ? 

Nessuna. Il coatto à diritto a vivere in li- 
bertà nel comune o neli' isola assegnatagli ; e 
la sua libertà soffre limitazione nel solo senso 
di non potersi da il Comune o dall'isola allon- 
tanare. 

Invece, di arbitrio in arbitrio, il domicilio 
coatto è diventato una reclusione. 

Ancora. Chi dà diritto a l'autorità locale 
dirigente di ritirare la corrispondenza dei coatti, 
di aprire le raccomandate ed i telegrammi ? 
Nessuna legge, ne alcuna disposizione regola- 
mentare; ma solo V accordo intervenuto tra il 
Ministero dell' Interno e quello delle Poste. E' 



— 197 — 



legale, è legittimo questo accordo? Credo di no, 
quantunque, avendo io dato querela al direttore 
della colonia per questa illecita intromissione 
sua, il magistrato V abbia ritenuta completa- 
mente legittimata. 

Il Senatore Canonico, presidente della com- 
missione nominata dai Crispi nell'aprile '95 per 
studiare i provvedimenti atti a rendere in qual- 
che modo fruttuoso un istituto, già unanimemente 
condannato, terminava col domandarsi, consta- 
tati i pessimi effetti ed il gravoso dispendio di 
tale istituto, « se il paese non avesse diritto di 
sperare che quella istituzione fosse rifondata od 
abolita. » 

XXVIII. 
Abolizione o trasformazione? 

Questo libercolo, che non à alcun valore, 
tranne quello intenzionale di giovare a la pro- 
paganda contro il domicilio coatto, tra il popolo 
— per il quale è, esclusivamente, scritto — non 
è, di certo, riuscito ad abbozzare un quadro 
approssimativo di questo scellerato istituto. 

Non si può descrivere un' aberrazione, come 
non si può rappresentare un incubo. 

Il domicilio coatto, ossessione di gente im- 
paurita, che à rinnegato il giure, la morale e 



la politica, rosta un Quasimodo giuridico, un 
Ciacco morale, un Tersità politico e perciò sfugge 
ad ogni analisi ed ad ogni invettiva. 

Nella sintesi sua ignobile, non può che es- 
sere definito da la maledizione sintetica del po- 
polo, che ne reclama l'abolizione. 

Perchè trasformarlo non si può : esso pecca 
nella origine e nelle intenzioni. 

Tacito disse in latino e Zuppetta ripetè in 
italiano che l'origine di una impresa (o di una 
istituzione) ne determina la natura. 

Questo scandaloso istituto è sorto come vio- 
lenza poliziesca e come arma reazionaria. E' in 
ciò la ragione della sua debolezza di fronte ad 
ogni sana critica. 

Trasformarlo non si può : ogni tentativo, 
fatto in buona fede, è venuto meno. 

Bisogna abolirlo, bisogna distruggere questo 
incubo borbonico, diventato realtà; bisogna ro- 
vesciare questo istituto, generato da la violenza, 
che fornicò con la paura ; bisogna infine sra- 
dicare questa triplice turpitudine da il giure, 
da la morale, da la politica italiana. 

E' ciò, che il popolo, nel suo buon senso, 
va reclamando; è ciò che il popolo, nella sua 
potenza, imporrà. 



Conclusione. 

I sovversivi, usciti incolumi da le fucilate, 
i,nno incatenato ed imprigionato; tradottili in- 
ìanzi ai Tribunali, li ànno calunniati e sepolti 
ielle galere o nelle isole ; non sazii ne stanchi, 
nuovi bavagli contro di essi preparano e nuove 
3alunnie ordiscono, cogitando macchinazioni da 
sventare, complotti da scovrire, insurrezioni da 
reprimere. 

Ma la reazione non prevarrà. 

Non si lotta contro le necessità storiche, non 
si lotta contro le necessità economiche, parche 
non si lotta contro il destino. 

Ciò che è fatale sarà. Il Socialismo noi lo 
saluteremo trionfante. 

II Socialismo, per mercè della natura sua, è 
tale, che niuna arma può ferirlo ne alcuna po- 
tenza schiacciarlo. Il Socialismo, come candido 
cigno, passa tra le lordure senza lordarsi; come 
salamandra, passa tra il fuoco senza scottarsi. 

Questo angelo di salvazione, che è apparso, 
tra i bagliori di un' alba di maggio, a le genti 
derelitte, è invulnerabile. Esso, rinnovando la 
biblica Annunciazione, si e presentato a 1' U- 
manità e le à detto come a più alti destini sia 
chiamata, e come nel suo sano si vada matu- 



— 200 — 



rando il frutto, che apparirà, al mondo rasse- 
renato^ apportatore di pace e d' amore. 

Nella sua attesa, 1' animo ingagliardisce ed 
i superbi vincitori del momento diminuiscono, a 
gli occhi degli incatenati, in proporzioni lilli- 
puziane. 

La nostra presenza qui ci dice la paura dei 
nostri avversarli: il nostro domicilio coatto è la 
prova migliore della forza nostra. 

Che se in un giorno di momentanea disfatta 
dovessimo cadere prima di aver veduto la tejfigj 
promessa, si possa da tutti e da ciascuno dire 
di noi come dei soldati di Leonida, che cademmo 
mantenendo quel posto, che dal partito era stato 
a noi assegnato. 

Nuove e più feconde e più gagliarde lotte 
sospirando, da le carceri, da l'esilio, da le isole, 
ora e sempre, la fede nostra si riafferma in un 
grido che, ripetendosi da l'Alpe a V Etna, as- 
sicura i compagni lottanti su tutta la terra, che 
non inerte 1' Italia assisterà al Rinascimento 
del mondo. 

0 forcajuoli d' Italia, chiamateci come l'odio 
vi detta, trattateci come la paura vi consiglia; 
ma voi non riuscirete a cancellare da la Storia 
che noi, relegati in queste Cajenne, siamo i 
precursori e gli iniziatori di una nuova civiltà. 

Viva il Socialismo !