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Full text of "Nemesi carducciana : i Napoleonidi e gli Asburgo nell'opera di Giosuè Carducci"

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Italian Literature 
from Romanticism 
to Postino derni siti 



AMEDEO TOSTI 



Nemesi Carducciana 



I Napoleonici! e gli Asburgo 
nell'opera di Giosuè Car- 
ducci & Con lettera-prefazione di 

Vincenzo Morello (Rastìgnac) 

(Quattro illustrazioni fuori testo) & 




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ROMA 

SOCIETÀ LIBRARIA EDITRICE NAZIONALE 

mi 



AMEDEO TOSTI 



Nemesi Carducciana 

I Napoleonici! e gli Asburgo 
nelF opera di Giosuè Carducci 

con lettera-prefazione di V* Morello (Rastignac) 
(Quattro illustrazioni fuori testo) 




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ROMA 

SOCIETÀ LIBRARIA EDITRICE NAZIONALE 

J9U 



PROPRIETÀ LETTERARIA X RI- 
SERVATI I DIRITTI PER TUTTI I 
PAESI COMPRESO IL REGNO DI 
SVEZIA E NORVEGIA X X X X 




Società Lito-Tipografica Pratese T. Grassi e C. - Prato 



Carissimo Tosti, 

Non scrivo una prefazione al suo libro, perchè 
non ho V abitudine di fare il cerimoniere dinnanzi 
al pubblico. Le ricordo, invece, un passo del di- 
scorso del Carducci in onore di Vergilio, che po- 
trà mettere, come la più vera e maggiore prefa- 
zione, in testa al suo libro, a significare il valore 
storico di tutta t opera del nostro grande poeta 
nazionale : « Niun epico e forse nessun storico 
antico fu più archeologo di Vergilio : nella poesia 
di lui risorgono su i monti, su i colli, dai fiumi, 
gli antichi dei della patria ; risorgono su le mine 
delle città disparite i popoli spenti a cantare le 
origini divine e gli instituti civili e i culti dei 
padri e la forza delle armi : Arcadi, Etruschi, 



— IV 



Latini, Sabelli, si mescolano nel miluogo più glo- 
rioso del mondo, su' colli e ne' campi ove poi crebbe 
Roma » . Parole, come vede, che possono anche 
sintetizzare tutto il contenuto della poesia Italica 
del Carducci, di quel Carducci che i malinconici 
deliquescenti mandano, oggi, con grazia infantile, 
alt inferno, come archeologo. Era archeologo, a quel 
che pare, anche Vergilio. 

Io auguro la fortuna, che merita, a questo suo 
saggio di critica, che dimostra perfetta conoscenza 
della poesia del Carducci e delle fonti storiche, 
dalle quali deriva, e anche molta finezza e molto 
acume nello scernere e fissare le relazioni tra lo 
spirito del poeta e i fatti, che lo muovono all'odio 
e all'amore. 

E mi creda 

Roma, 22 Dicembre igio. 

SUO 

V. Morello 



La mattina dell' n luglio 1859, ad ore nove e mezza, 
in pieno sole, sulla strada che esce da Verona, ad un chi- 
lometro di distanza da Villafranca, s' incontrarono Fran- 
cesco Giuseppe, Imperatore d' Austria e Re d'Ungheria 
e Napoleone III, Imperatore dei francesi. 

Vestivano ambedue l'uniforme di campagna; lo Stato 
Maggiore al seguito portava Y uniforme di gala, la scorta 
1' alta tenuta. Accompagnavano Napoleone III il mare- 
sciallo Vaillant, i generali Montebello, Ney e Fleury 
ed un imponente corteo delle varie armi ; cavalcavano a 
fianco di Francesco Giuseppe il settuagenario feld-mare- 
sciallo barone di Hess, suo capo di Stato Maggiore, il 
generale Mensdorff, 1' aiutante generale Grùnne e li se- 
guiva una brillante scorta di ulani, usseri e gendarmi. 
Alla presenza dei rispettivi Stati Maggiori i due sovrani 
si strinsero la mano commossi : scambiati i primi com- 
plimenti, Francesco Giuseppe si pose cortesemente alla 
sinistra di Napoleone, e il corteggio mosse verso Villa- 
franca. Qui furono accolti dallo sparo delle artiglierie e 
dal suono delle campane a distesa. I sovrani scesero di 
cavallo all' entrata della casa Gandini-Morelli. Salirono 



immediatamente alla gran sala del primo piano, dove si 
rinchiusero, dopo aver congedato il loro seguito. Due 
sentinelle nell' anticamera, due sul pianerottolo, per im- 
pedire V accesso a chicchessia. I due sovrani sedettero di 
fronte, presso una tavola, sulla quale, accosto ad un vaso 
di fiori di fresco recisi, si trovavano la carta del Regno 
Lombardo Veneto, un calamaio, delle penne e alcuni fogli 
di carta bianca (i). 

Così s' incontravano per la prima volta Francesco Giu- 
seppe e Napoleone III, i rappresentanti delle due più po- 
tenti nazioni, che allora fossero in Europa : s' incontra- 
vano T uno da vinto, Y altro da vincitore. Ma Y Imperatore 
dei francesi era discendente di quel Napoleone, che più 
volte aveva fiaccato 1' orgoglio degli Asburgo. Cinquan- 
taquattro anni prima, il 2 dicembre 1805, ad Austerlitz, 
il sole invernale aveva illuminato la più splendida vittoria 
di Napoleone I, e l' Imperatore Francesco si era umiliato 
sino a visitare il vincitore nel suo accampamento, per 
ottenere un armistizio. 

Nel 1859, ancora dopo una battaglia, il destino pose 
a fronte, in quella sala di Villafranca. un Bonaparte e un 
Asburgo, Napoleone III e Francesco Giuseppe, i quali 
possono dirsi due uomini egualmente fatali : il loro regno 
è senza dubbio dei più fortunosi, che ricordi la storia. 

Per un non breve periodo essi tennero nelle mani i 
destini d' Europa, ebbero le corti più sfolgoranti, i seguiti 

(1) Notizie avute dalla cortesia del Prof. Lodovico Corio, vice-Presi- 
dente del Museo del Risorgimento di Milano. 



— 3 — 

più brillanti e numerosi, ma poi quale incalzarsi terribile 
di vicende nella Hofburg ed alle Tuileries ! 

Francesco Giuseppe siede sul trono austro-ungarico 
da più di sessant' anni ; egli dal 2 dicembre 1 848 è una 
volta imperatore e dieci volte re (per araldica finzione 
pur di Gerusalemme e di Cipro), più è più volte gran- 
duca, arciduca, duca, principe, margravio e conte, già in- 
signito della corona Longobardica di ferro, nonché di quella 
Ungarica di S. Stefano e di quelle di S. Venceslao e 
S. Casimiro. Il suo regno quindi è stato forse il più lungo, 
che si sia avuto in Europa. 

Ma che regno !.... Mirabile sintesi ne fece Arturo Co- 
lautti : « Regno lungo e disforme, vario e difficile, agi- 
tato e insoluto, sperimentale e caotico, regno di resistenza 
e di stanchezza, di coazione e di astuzia, d' evolvimento 
e d' illusionismo, di transizione e di transazione : regno 
colmo di eventi, largo di contrasti, saturo di problemi, 
pervaso d' ironie ; regno, che vide il vespero vermiglio 
dell' aristocrazia e il troppo roseo albore del socialismo ; 
regno delle rivolte e delle rinunzie, dei martiri e dei ri- 
scatti, delle agonie e delle risurrezioni, che confermò le 
parabole degli apostoli e le apocalissi dei veggenti ; regno 
dischiuso alla contraddizione logica e alla gestante utopia, 
nel cui corso apparvero i più strani prodigi della storia, 
e nel cui seno fiorirono i più stupendi paradossi del sogno, 
si che le « espressioni geografiche » si mutarono in patrie 
viventi e coscienti ; regno sacro all' ignoto e all' impre- 
visto, in cui il provvisorio divenne permanente, e pos- 
sibile si rese Y inverosimile stesso, e cioè il ritorno me- 



— 4 — 

teorico di un impero Bonapartista, il fallimento definitivo 
delle vecchie case tiranniche dei Borboni e degli Estensi, 
la reviviscenza del popolo italiano, lazzaro delle genti, 
la riscossa trionfale della Prussia, umiliata da Metternich 
e derisa da Heine, la rinascita delle stirpi balcaniche, 
credute estinte da secoli, la metastasi dei Magiari ribelli 
in complici necessari, dei birri boemi e croati in malcon- 
tenti faziosi, dei tedeschi fedelissimi in irredentisti accaniti, 
T accomandita naturale della Repubblica francese con l'au- 
tocrazia moscovita, ossia dell' albero di libertà con lo 
Knut, il minuscolo Giappone vincitore del biblico colosso 
russo, lo Czar in maschera di principe costituzionale, in- 
somma V Italia libera, la Germania unificata, l'Ungheria 
autonoma, 1' Oriente redivivo, V Austria statutaria dopo 
V Austria stataria, la Russia rappresentativa e la Triplice 
Alleanza, equivoco e beffa della storia ! » ( i ) 

Né meno vari e meno fortunosi i rivolgimenti interni, 
in quell' impero, che giustamente il Carducci chiamò : 
« creato d' imbrogli fiamminghi, di avventure spagnuole, 
di oppressione cattolica, di transazioni luterane, di follia 
ingenita » (2), in quella « caldaia di popoli », in quel 
« mosaico di nazionalità ». 

La storia ricorda con orrore un intero decennio di 
reazione sanguinosa in Ungheria, dal 1849 al 1859, dal- 
l' ingloriosa vittoria di Novara alla impreveduta rotta di 

(1) A. Colautti. Nella « Lettura » del dicembre 1907. 

(2) G. Carducci. Discorso commemorativo per G. Oberdan. Opere. 
Voi. XII. 



— 5 — 

Magenta. Nelle fosse di Arad ventidue generali unghe- 
resi furono fucilati contro ogni legge di guerra, V Ungheria 
coperta di stragi paurose. 

E in Italia Haynau, la Jena assetata di omicidio, irri- 
gava di sangue le vie di Brescia ; nessuno risparmiando, 
soffocava nel sangue il ruggito generoso della « leonessa 
d' Italia » anelante a libertà. E sugli spaldi di Mantova 
facevano orribile mostra di sé i martiri nostri e nelle 
carceri dello Spielberg e nei Piombi di Venezia echeg- 
giavano lugubremente i gridi di dolore dei nostri fratelli, 
di nuli' altro colpevoli che di volere una patria. 

Napoleone III era salito al trono pure il 2 dicembre, 
tre anni dopo Francesco Giuseppe. Ma questi vi era sa- 
lito per l'abdicazione dello zio Ferdinando I e per la si- 
multanea rinunzia del padre Francesco Carlo : Napoleone III 
invece vi salì con un delitto. Per quanto la storia abbia 
in parte attenuato le esagerazioni di Victor Hugo e dei 
repubblicani intransigenti, il colpo di stato del 2 di- 
cembre 1851 resta sempre una grave violazione del diritto 
delle genti. v 

Il principe Luigi Napoleone Bonaparte, che, prima 
esiliato, aveva sorpreso la buona fede del popolo francese, 
facendosi eleggere alla più alta carica della repubblica, 
di nuli' altro curante che della sua ambizione e mentendo 
di mirare solo al bene del popolo francese, meditò l' im- 
pero e tradì la Francia. Erano appena scoccate le undici 
di sera del 2 dicembre 1851, allorché una compagnia di 
gendarmeria ricevette 1' ordine di occupare, sotto un pre- 
testo qualsiasi, la Tipografia Nazionale. Fu questo il primo 



atto materiale del colpo di stato (i). Quella notte istessa 
i più noti deputati repubblicani venivano tratti in arresto. 

Il 1 8 brumaio dell' anno VII della rivoluzione (9 no- 
vembre 1799) i granatieri, invitati da Luciano Bonaparte, 
fratello del « fatale dagli occhi d' aquila », avevano in- 
vasa la sala del Parlamento francese, cacciandone i depu- 
tati e coprendone le proteste col rullo dei tamburi. Così 
si era preparato il trono Napoleone I ; cinquantadue anni 
dopo il colpo di Stato veniva rinnovato da suo nipote. E 
il grande sogno di Luigi Napoleone fu appunto quello 
di formare un nuovo Impero napoleonico, più potente e 
più vasto del primo. E infatti che cosa pareva mancargli ? 
Gli mancava soltanto il genio di Napoleone, ma, nel suo 
sogno megalomane, egli ardì porsi a paro del vincitore 
di Austerlitz e di Marenco. 

« Imperatore ? E perchè no ?, si domanda ironicamente 
Victor Hugo. La sua uniforme verde si è veduta a Stra- 
sburgo, la sua aquila si è veduta a Boulogne, il suo 
Pio VII sta a Roma nella sottana di Pio IX, e il suo 
soprabito grigio non lo portava ad Ham ? Casacca o so- 
prabito è tutt' uno Se volete un' arciduchessa, aspettate 

un poco e ne avrà una. Tu felix, Austria, nube. Il suo 
Murat si chiama Saint- Arnaud, il suo Talleyrand si chiama 
Morny, il suo duca di Enghien si chiama il diritto ! » (2) 

E per compire il suo sogno il figlio di Ortensia scelse 



(1) L. Cappelletti. Dal 2 dicembre a Sédan. Pag. 83. 

(2) Victor Hugo. Naf>oléon le Petit. 



proprio il giorno anniversario della battaglia di Auster- 
litz e dell' incoronazione del grande Napoleone. 

Il 2 dicembre 1804, nella chiesa di Nòtre-Dame, Na- 
poleone I fu incoronato da papa Pio VII. Egli stesso prese 
la corona e se la pose in capo, poi incoronò l' Impera- 
trice Giuseppina, che gli stava inginocchiata innanzi. Il 
2 dicembre 1851 Luigi Napoleone, come dice Victor Hugo, 
fece uscire dalla notte invernale non so quale uccello not- 
turno, lo fece ricamare sulla bandiera di Francia e disse : 
soldati, ecco l'aquila imperiale ! 

Ma V aquila questa volta fu veramente un' upupa di 
sinistro augurio, e il nuovo impero doveva finire a Sédan, 
come 1' altro era finito a Waterloo. 

L' impero Francese era più omogeneo dell' Austro- 
Ungarico, e la Francia aveva tradizioni di regalità. Mentre 
si diceva che nello stemma austriaco le due teste del- 
l' aquila bicipite sdegnassero di guardarsi, a simboleg- 
giare appunto le discordie intestine del confusionario im- 
pero, 1' aquila Napoleonica, risorta alle Tuileries, sembrava 
veramente che dovesse rinnovare i fasti dell'aquila Romana. 
E Sebastopoli, S. Martino, Puebla parvero rinverdire i 
lauri di Wagram, di Austerlitz e di Marenco. 

Ma terribile, rapida, inesorabile doveva essere la de- 
cadenza ; il gran sogno Napoleonico doveva naufragare 
innanzi alla fatalità, irrompente con la furia del Fato 
Greco. La delusione si abbattè sul novello imperatore, ed 
egli dovette assistere alla rovina nel fango di tutti i suoi 
progetti di gloria e di grandezza. 

Giustamente il Carducci, dopo aver ricordato, a prò- 



— 8 — 

posito della sua morte, la descrizione, che Caio Svetonio 
fa della morte di Cesare Augusto, scrisse : « Egli volle 
incominciare dove Cesare (i) finì e ferire al cuore la Russia, 
e dovè contentarsi di averne scalfito 1' epidermide a Se- 
bastopoli. Egli volle riprendere la gran campagna del 
1796 e spingere le novelle aquile sino agli ultimi seni 
dell' Adriatico, e dovè sostare innanzi al Quadrilatero, e 
dovè dispettoso vedersi sorgere al lato una nazione nuova, 
com' ei avrebbe voluto che non fosse. Egli, arbitro del- 
l' Europa, non potè muovere una guerra di Polonia, non 
potè riassettare i confini della Francia, com' egli avrebbe 
voluto e come avrebbe voluto la maggior parte del po- 
polo francese, che perciò realmente lo aveva levato sugli 
scudi. Egli per rifarsi, volle rialzare, com' egli diceva, 
1' elemento latino, e il Messico provocato, assillato, ingiu- 
riato, il Messico debole, deriso, anarchico fu la sua Spagna. 
Egli voleva creare a tutto suo prò una questione ger- 
manica e non potè o non seppe o non ebbe il coraggio 
di farlo nel 1866 e lo fece tardi e male e paurosamente 
nel 1869 col Lussemburgo e dovè eccitarla a sua salva- 
zione, per iscampo del momento, dovè eccitarla legger- 
mente, insipientemente, e vedersela sorgere innanzi gigante, 
formidabile, schiacciante e soccombere non degnamente. 
Egli infine proclamò alto il principio della nazionalità, e 
ferì da per tutto le nazioni. Egli proclamò il non inter- 
di) Di G. Cesare Napoleone III fu grande ammiratore, e scrisse una 
Vita di lui. Il Carducci, dopo averne letto la prefazione, scrisse due sonetti, 
intitolati : II Cesarismo — V. Giambi ed Epodi. 



— 9 — 

vento, e con V intervenire da per tutto isolò sé e il suo 
impero, tra i rancori e le freddezze vendicatrici. Egli 
volle riaccozzare le forze delle genti Latine, e accoppiarle 
alla quadriga imperiale e spingerle e frenare a sua posta, 
e non mai gli interessi e le voglie, gli affetti e le idee 
delle genti Latine furono così separati e avversi tra loro 
e cozzanti, come sotto lui : egli cadde, e lasciò, eredità 
sua, V odio tra Y Italia e la Francia. Egli volle mettersi 
a capo del movimento sociale e frenarlo nelle dighe uf- 
ficiali, e ingrassare cesareamente la plebe, e non mai la 
questione sociale ruggì così feroce, così implacabile, come 
negli ultimi anni suoi, come intorno ai ruderi del suo 
trono. Egli cadde e lasciò retaggio alla Parigi del colpo 
di Stato la Comune, al palagio degli splendori Cesarei la 
truce vampa del petrolio » (i). 

Napoleone III, come Francesco Giuseppe, fu e sarà 
variamente giudicato. Noi italiani non possiamo dimenti- 
care 1' aiuto, che egli, mettendosi contro la diplomazia di 
tutta Europa, portò ai Piemontesi nel 1859, ma è vivo 
ancora nella nostra memoria il ricordo delle vergognose 
spedizioni del 1849 e del 1867, con cui egli si fece pa- 
ladino di un imbelle pontefice: il glorioso Vascello Ro- 
mano porta ancora le tracce delle cannonate Francesi e i 
morti di Mentana ancora gridano vendetta. 

Alcuni storici hanno tentato di giustificare l'opera 
.di Napoleone III nei riguardi dell'Italia, dando gran parte 



(1) G. Carducci. Nella Voce del Popolo di Bologna. Opere. Voi. VII. 



— IO — 

della responsabilità all' imperatrice Eugenia ed affermando 
che non poteva mantenersi il prestigio dell' impero senza 
V appoggio morale del Papa. Tuttavia, allorché il Rouher 
pronunziò il famoso : jamais, vuoisi che Napoleone gli 
abbia detto con dolce accento di rimprovero : « En poli- 
tique, mon cher Rouher, il ne faut point dire jamais ! » (i) 
Altri invece hanno tutto attribuito alla sua sfrenata ambi- 
zione. Napoleone III, scrive il Proudhon, era, nei rapporti 
della Santa Sede, il continuatore della politica del primo 
Napoleone. Come questi si vantava di essere il continua- 
tore dell' opera di Carlomagno, così V altro aspirava al 
titolo di imperatore apostolico e romano, a cui V impe- 
ratore d'Austria aveva dovuto, dopo Wagram, rinunziare. 
Quindi il suo intervento nella politica italiana sarebbe 
stato sempre interessato. Mentre 1' imperatrice Eugenia 
non voleva la spedizione del 1859, perchè desiderava che 
il Papa facesse da padrino al neonato Principe Imperiale, 
Napoleone la volle, per lo scopo principale d' impedire 
che V Austria, fortificandosi nella Lombardia, minacciasse 
da un altro lato i confini della Francia, e poi per affer- 
mare la propria forza militare, come prima aveva affer- 
mato la propria autorità diplomatica, eleggendosi a pro- 
tettore del sommo Pontefice. 

Perciò, nelle recenti feste per il cinquantenario dell' anno 
di S. Martino, abbiamo veduto che alcuni in Italia lo 
salutavano come colui, che aveva posto la prima pietra 



(1) P. De la Gorce. Hìstoire du Second Empire. Voi. V, Pag. 314 e 
Cappelletti. Dal 2 dicembre a Sédan. 



— II — 

del grande edilìzio dell' indipendenza nazionale, altri in- 
vece, pur essendo quei cittadini italiani, che nel 1859 lo 
avevano acclamato a fianco di Vittorio Emanuele, non 
tollerarono che un suo monumento uscisse alla luce del 
sole da un cortile, dove era stato relegato. 

Né meno disparati i giudizi degli storici francesi. Al- 
cuni storici del secondo impero lo levarono alle stelle. Il 
Thirria dice di lui che era di « un intelligence supé- 
rieure » (1). Pier de la Gorce, il quale ha scritto la storia 
forse più completa e più imparziale del secondo impero (2), 
lo chiama : il regnante più geniale del secolo scorso. 

Victor Hugo invece non disdegna di paragonarlo ad 
Hudson Lowe, perchè, secondo lui, Napoleone III fu 
« il vero uccisore della gloria di Napoleone I » (3) e apo- 
strofa la Verità con queste parole roventi : « Non ti si 
applaudirebbe, o Verità, quando agli occhi del mondo, 
innanzi al popolo, innanzi a Dio, attestando 1' onore, il 
giuramento, la fede, la religione, la santità della vita umana, 
il diritto, la generosità di tutte le anime, innanzi alle 
mogli, le sorelle, le madri, innanzi ai suoi lacchè, il suo 
Senato, il suo Consiglio di Stato, innanzi ai suoi generali, 
i suoi preti ed i suoi agenti di polizia, in nome del po- 
polo incatenato, in nome dell' intelligenza proscritta, in 
nome dell' umanità violata, innanzi a quel mucchio di 



(1) Thirria. Napoléon III avant l'Empire. Voi. I. Pag. V e VI. 

(2) P. De la Gorce. Opera citata. Prefazione. 

(3) Victor Hugo. Napoléon le Petit. 



— 12 — 

schiavi, che non può e che non osa dire una parola, tu 
non schiaffeggiassi quell'uomo! » (i). 

Pure riconoscendo esagerati gli sdegni del grande 
Poeta repubblicano, certo Napoleone III ebbe le sue colpe, 
e forse più gravi di quelle di Francesco Giuseppe d' A- 
sburgo. Il suo avvento al trono non solo fu un grande 
delitto politico, ma costò anche spargimento di sangue al 
popolo Francese. Il Thiers e gli altri storici repubblicani 
parlano di centinaia e centinaia di vittime. Gli stessi 
storici, ligi all' impero, non possono negare che la gior- 
nata del 4 dicembre 1851 fu sanguinosissima a Parigi e 
nei dintorni. Victor Hugo dice che fu uccisa persino una 
donna che fuggiva, col suo bambino stretto al petto ; 
furono perfino fucilati vecchi e fanciulli. E Giosuè Car- 
ducci rimprovera all' imperatore di aver fatto fucilare 
davanti al caffè Tortoni alcuni poveri bambini, con in 
mano un giocattolo (2). 

Né meno spietata fu la reazione politica contro i re- 
pubblicani : esili, proscrizioni ed arresti portarono il pianto 
e F angoscia in molte case di Francia, e la Caienna in 
pochi mesi rigurgitò di prigionieri. E poi le feroci re- 
pressioni di Cina e di Siria nel 1859 e nel 1860, la de- 
lusione di Villafranca inflitta all' Italia, 1' abbandono di 
Massimiliano d' Austria alla furia reazionaria dei Messi- 
cani, la spedizione ingloriosa, che finì a Mentana, sono 
errori, che gettano un' ombra sinistra sul secondo Impero. 

(1) Victor Hugo. Napoléon le Petit. 

(2) G. Carducci. Moderatucoli. Opere. Voi. XII. 



— 13 — 

E la storia registrò e giudicò, segnando il dì della Giu- 
stizia. E la Giustizia fu invocata ed esaltata anche dall'arte. 

Primo fra tutti, Giosuè Carducci eternò nella sua opera 
immortale di poesia le colpe dei Napoleonidi e degli 
Asburgo, e predisse i fati alle due case regnanti. 



Giosuè Carducci volle essere sopra tutto il poeta della 
storia (i), perchè egli intese con la sua poesia ad elevare la 
dignità e la coscienza della nazione, e soltanto nei grandi e- 
sempi del passato trovò un conforto alla miseria del presente. 

Egli, dopo aver proclamato in un supremo momento 
di sconforto e d' ira la viltà della patria contemporanea, 
saliva sereno il monte dei secoli a contemplare, lungi 
dalle malinconiche vanità del presente, le glorie del pas- 
sato, ad evocare dalle mute case degli eroi il bello e dalla 
morte il vero, a trarre dalle profondità di una sintesi 
storica le fonti perenni della vita. 

L' arte, che trae il suo alimento dalla storia è quella, 
che, prima fra tutte « ad egrege cose il forte animo ac- 
cende » e l'arte del Carducci fu proprio quella, a cui 
Max Nordau attribuisce un' altissima funzione sociale, 
perchè egli cantò veramente : « il sudore faticato dello 
sforzo profondo, la lacrima della pietà per la sofferenza 
altrui, il sangue sacro dei martiri per le idee, tutto ciò 
che è la santa cresima del progresso » (2). 

(1) Benedetto Croce lo chiamò : « il commosso poeta della storia ». 

(2) Max Nordau. La funzione sociale dell'arte. Pag. 45. 



— 14 — 

Alla storia poi il Carducci si volse anche per sua in- 
dole, perchè egli fu sempre fiero di essere italiano e della 
gloria d' Italia, che canta il suo inno eterno dalle pagine 
della storia, egli fu religiosamente geloso come di gloria 
sua. Egli ebbe veramente quel!' anima italiana, che il Taine 
chiamò : « figlia primogenita della civiltà moderna, im- 
bevuta del suo diritto di primogenitura, e sede dell'or- 
goglio romano e del r3atriottismo antico » (i). 

Forte della sua cultura storica e del suo altissimo 
spirito critico, egli passa dalle più pure rievocazioni di 
classicismo alla considerazione degli avvenimenti più vi- 
cini a noi, e davanti alla sua forza di artista gigantesco 
tutte le difficoltà svaniscono. Qualche volta egli può sem- 
brare poco giusto e sereno, ma non bisogna dimenticare che 
egli fu un poeta di rivoluzione, ed alle rivoluzioni, diceva 
il Settembrini, giovano le esagerazioni e le intemperanze. 

E dal suo lungo studio e grande amore per la storia, 
il Carducci trasse la convinzione che « non s' inganna ne 
si oltraggia impunemente il genere umano né coi plebi- 
sciti, né con le vessazioni » (2), e quindi la concezione 
di una Nemesi storica, che si trova la prima volta adom- 
brata in un' ode di Levia Gravia (nei primi giorni del 
MDCCCLXI), dove la Nemesi è raffigurata come una Dea, 
che cammina alta sugli uomini : 

Bella ed austera vindice 

Sui larghi mar cammina alta una Dea 

(1) Ippolito Taine. Discorsi. 

(2) G. Carducci. Nella Voce del popolo di Bologna. 1873. Opere. Voi. 7. 



— i5 — 

e dove la fatalità con triste presagio è predetta alla Casa 
d' Asburgo : 

E tu ne la man parvola, 

Siccome verghe in tenue fascio unite, 

Tu vuoi di sette popoli 

Stringere, Asburgo, le discordi vite ? 

La colpa antica ingenera 

Error novi e la pena : informe attende 

Ella, e il giusto giudìcio 

Provocato da gli avi in te distende. 

E d' Arad e di Mantova 

Si scoverchiano orribili le tombe : 

S' affaccia a 1' Alpi retiche 

Lo spettro di Capeto e al soglio incombe. 

E nella stessa ode Napoleone III e Francesco Giu- 
seppe sono uniti nella terribile predizione di un fato ven- 
dicatore : 

E la dea che de' vigili 

Occhi circonda il sir de' Franchi, e aspetta ; 

E a noi mostra i romulei 

Colli e il mar d' Adria e 1' ultima vendetta. 

E nello stesso articolo, scritto il giorno dopo la morte 
di Napoleone III, dice : « la giustizia non è altro che 
V armonia dei fatti umani e nei fatti umani svolgendosi 
annulla e vendica prima o poi le offese recate al diritto. 
Noi, che crediamo al diritto, alla giustizia, alla libertà, 
amiamo credere ancora che Lipsia e Waterloo facessero 
la vendetta del 1 8 brumaio, e che il regno e. la caduta 



— 16 — 

ingloriosa del nipote fossero debita espiazione non pure 
al 2 dicembre, ma alla usurpazione, al despotismo, alla 
gloria incivile del grande zio ». 

E già prima, dopo la disfatta dell' esercito francese, 
aveva scritto « la Francia non cade ella ora sotto il peso 
delle sue colpe, del suo ingeneroso orgoglio, della sua 
imprevidente insolenza, della sua corruttela ?.... Vada 
Sédan per Mentana e 1' obbrobrio delle capitolazioni per 
il « jamais » di Rouher 1 » 

Nel 1872 poi, sull' Alleanza Repubblicana, domandava; 
« Dove lo mettereste il vostro trono? a Versailles, donde 
portaron via 1' antico monarca le pesciaiole di Parigi, o 
sulle nere macerie delle Tuileries, dove s' aggirano senza 
testa gli spettri di Luigi e d' Antonietta ? » 

Il concetto del Carducci, non è nuovo del resto, perchè 
è un concetto classico. La fatale decadenza di Roma parve 
anch' essa opera di una nemesi vendicatrice a Giovenale 
ed Orazio (1), e ad essi inspirandosi il Carducci aveva già 
scritto : 

Un selvatico odore su da le fosse 

Vaporava maligno. 

Era il sangue del mondo che fervea 

Con lievito mortale, 

Su cui poggiava già nemesi dea, 

Al vel prossimo 1' ale (2). 

Tra i moderni ripresero questo concetto il Cattaneo 



(1) Giovenale. Satira VI. - Orazio. Epodo VII. 

(2) Giambi ed Epodi. A proposito del processo Fadda. 




Sveglisi ne' freschi anni la pura, vindelica rosa 



— i7 — 

e il Michelet : ultimo il Carducci, che sollevò aspre cen- 
sure. Benedetto Croce parlò di « un impegno d' idee » 
ed aggiunse : « per esempio, nella deliziosa elegia per i 
funerali di Elisabetta imperatrice regina, dopo il magni- 
fico invocare delle bionde Valchirie, perchè trasportino 
a riva più cortese, sotto il cielo Ellenico, la donna di 
Wittelsbach, si inseriscono freddamente i distici terzo e 
quarto, nei quali il poeta si sovviene di dover pagare 
una cambiale politica, tratta a favore dei martiri di 
Mantova e di Arad contro V imperatore degli impic- 
cati » (3), 

Ma il poeta, quando alcuni, che egli chiama « Mode- 
ratucoli » insorsero contro il suo concetto storico, enun- 
ziato ancora una volta nell' ode « In morte di Napoleone 
Eugenio » rispose e spiegò : « non ho fatto altro che 
adombrare una grande legge storica, la quale è sanzione 
di giustizia e di moralità. Chi interrompe il diritto, chi 
mette la volontà sua in luogo della volontà nazionale, 
espressa con le norme e con le forme del diritto, chi 
mette in luogo della legge la forza, quegli con la sua 
rivoluzione personale rende perenne la rivoluzione sociale, 
gitta anzi i semi di rivoluzioni e reazioni che scoppie- 
ranno contro di lui, avvolgendo nella sua rovina i rap- 
presentanti dinastici della usurpazione e della violazione. 
La libertà si vendica dei colpi di Stato con catastrofi, 
che paiono fatali, e la cui traccia pirica muove invece 

(3) B. Croce. Nella « Critica » del gennaio 1903. 



— 18 — 

con meravigliosa procedenza logica dal punto stesso del 
delitto politico » (i). 

E quindi richiama alcuni suoi versi, scritti « con ferma 
fede nella legge storica della giustizia » sin dal 1862, 
proprio quando 1' impero era all' apogeo della fortuna e 
della gloria : 

Ferma, o pugnai, che in Cesare 
Festi al regnar divieto, 
O scure a cui mal docile 
S' inginocchiò Capeto ! 

Sacro è costui : segnavalo 
Co '1 dito suo divino 
La libertà : risparmisi 
L' imperiai Caino. 

Levia Gravia. — Dopo Aspromonte. 

Allora si gridò : Il Carducci odia ! Eppure odio non è ! 
È intima e sacra convinzione umana, perchè il Carducci, 
anche quando monta sul sauro destrier della canzone è 
sempre il filosofo ironico, il critico vigoroso, lo storico 
della giustizia: 

Quando io salgo de' secoli sul monte 
Triste in sembiante e solo, 
Levan le strofe intorno alla mia fronte 
Siccome falchi, il volo, 

Ed ogni strofa ha un'anima!.... 

ha la sua grande anima generosa! 

(1) G. Carducci. Moderaticcolì. Opere. Voi. XII. 



— ig — 
Ed al passar delle sue strofe, 

dolci aeree fanciulle, 

Fremon per tutti i campi 

L'ossa de' morti, e i tumuli a le culle 

Mandan saluti e lampi. 

Sublime incarico egli dà alle sue strofe: 

A voi la vita mia; me ignota fossa 
Accolga innanzi gli anni: 
Pugnate voi contro ogni iniqua fossa, 
Contro tutti i tiranni ! 

Giambi ed Epodi - A certi censori 

Ed egli si levò col suo verso impetuoso contro tutti 
i tiranni di fuori, per tutto il male che avean fatto alla 
Italia sua, a quell'Italia che era in cima ai suoi pensieri. 

No, egli non odiava la Francia : ne aveva cantati i su- 
blimi ardimenti repubblicani in Ca Ira, l'aveva invocata 
in un giorno di bacchica letizia: 

O di vini e d'eroi Francia cortese, 

Levia Gravia - Carnevale 

1' aveva salutata ; 

O Repubblica altera, 

e pur dopo Sédan, il 21 settembre 1870, cantò con rim- 
pianto : 

O repubblica antica, ov'è il tuo tuon ? 
Il cavallo del re, senti, ti pesta, 
E dormi ne la tua polve, o Danton ? 
Giambi ed Epodi - Nel LXXVII ann. della proci, della Republ. francese 



20 

E, pur piangendo e maledicendo per la morte di E- 
duardo Corazzini, esclama accorato: 

Noi cresciuti al tuo libero splendore, 
Noi che t'amammo, o Francia ? 

Persino, allorché in Italia si protestò contro l'intervento 
di Garibaldi nei Vosgi, egli levò fieramente la sua voce 
contro i « nepotuncoli del Machiavelli, rinforzati nell'aceto 
dei Gesuiti e conservati nella salamoia delle polizie dei 
cessati governi, capaci a dimostrare in forma che la in- 
gratitudine e la vigliaccheria sono magnanimità Romana 
di quella vecchia » (i). 

Ma, quando Giuseppe Garibaldi era caduto ferito ad 
Aspromonte, per una fatale spedizione mandatagli contro, 
a cui la Francia, paladina del Papa (2), non era stata del 
tutto estranea, egli aveva bevuto 

al di che tingere 

Al masnadier di Francia 
Dee di tremante e luteo 
Pallor l'oscena guancia, 



(1) G. Carducci. Garibaldi in Francia. E tutti ricorderanno le com- 
mosse parole del carducci in memoria del povero Giorgio Imbriani, caduto 
da eroe a Digione e della « primavera sacra d'Italia che vendicò Roma e 
Mentana, cadendo vittoriosi sulla gloriosa terra di Francia. Latin sangue 
gentile ! » . 

(2) E tale era sempre stata : 

Fan da Svizzeri a San Piero 
I nepoti di Volterò. 

Iuvenilia. Al beato Giovanni della Pace. 



21 

ed imprecato così all'imperiai Caino: 

un urlar di vittime 

Da i gorghi della Senna 
E da le fosse putride 
De la feral Caienna 

Lo insegua : e, spettri lividi 
Con gli spioventi crini, 
— Sii maledetto — gridingli 
Mameli e Morosini. 

Levia Gravia - Dopo Aspromonte 

Ma quando il Carducci ricorda la cannonata dei fran- 
cesi contro le mura di Roma nel 1849, e la strage del 
2 dicembre sulla collina di Montmartre, allora, rivolto a la 
giovine vittima della fucileria degli « chassepots », pro- 
rompe : 

Or co' caduti là nel giugno ardente 
De l'alta Roma a fronte 
E co i caduti nel decembre algente 
De' martiri su '1 monte 

Parla, e Nemesi al suo ferreo registro 
Guarda con muto orrore, 
Parla di lui, del Cesare sinistro, 
Del bieco imperatore ! 

Giambi ed Epodi - In morte di E. Corazzini 

Il poeta maledice ai tiranni di fuori ed ai vigliacchi 
di dentro, in nome di tutte le madri che piansero i figli, di 
tutte le spose che piansero l'amore perduto, in nome della 
Sacra Primavera Italica, cui fu rapito dallo straniero il pa- 
dre, in nome delle mille vittime sconosciute del carcere 



22 



e dell'esilio, in nome dei giustiziati, dei proscritti, degli 
uccisi in faccia al sole della patria! 

Le madri intanto accusano ne' pianti 
Del viver tardo i fati 
E con la man che gli addormian lattanti 
Compongon gli occhi a' nati, 

In vece di ghirlande le fanciulle 

Vestonsi i neri panni, 

Mancan le vite e le aspettanti culle 

Maledetti i tiranni ! 

Idem. 

Perciò egli prende per mano la madre e la sposa di 
Eduardo Corazzini, penetra con le ali incoercibili de la sua 
poesia là, 

dove tra sue turbe ladre 

Quel prete empio riposa, 

e 

Per le grige chiome de la madre, 
E per le chiome bionde 
De la sposa, che sciolte or sotto l'adre 
Pieghe un sol vel confonde, 

scomunica l'infame vecchio omicida 

da la pietà che piange e prega 

e 

Da l'amor che liete 

Le creature lega 

egli, 

Sacerdote de l'augusto vero, 
Vate de l'avvenire ! 



23 



Perciò, quando Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti 
reclinarono il capo sotto la scure, che « aprì il cielo al 
Locatelli » il poeta, in nome dei « miseri parenti », dei 
« tremuli vegli », maledisse al 



Ma 



Si, 



Chierico sanguinoso e imbelle re 



Meglio così ! Sangue de i morti affretta 
I rivi tuoi vermigli 

E i fati ; al ciel vapora, e di vendetta 
Inebria i nostri figli. 

Giambi ed Epodi - Per G. Monti e G. Tognetti 



Sparsa è la via di tombe, ma com'ara 
Ogni tomba si mostra : 
La memoria de i morti arde e rischiara 
La grande opera nostra, 



e avanza, avanza, avanza 



la sacra legion tebana, 

Veglio, che mai non muore ! 

Giambi ed Epodi - Per G. Monti e G. Tognetti 

E di questa sacra legion tebana, che muove alla ri- 
scossa, il poeta si fa condottiero in nome degli ideali più 
puri e più santi della patria, egli che « avrebbe preferito a 
qualunque fama letteraria aver sparso il suo sangue sotto 
Monterotondo e Mentana » (i). 

(i) Ai superstiti di Mentana. Confessioni e Battaglie. Serie IL 



— 2 4 — 

E venne per tutti il giorno segnato dal Fato ; Sadowa, 
Sèdan, Porta Pia scossero il trono Asburghese, manda- 
rono in esilio il Piccolo Napoleone, fecero di sé stesso 
prigioniero il gran Pontefice. Venne per tutti il giorno 
sacro alla Giustizia, alla Libertà, all'Idea bella e fulgente, 
cui il poeta credeva, venne per « l' Asburghese predone », 
venne per « l'Austria dalla gialla insegna, avversaria del 
bene » e non più regna 

sul popol di Ferruccio 

Un d'Asburgo.... 

Juvenilìa - Croce di Savoia 

non più 

d'Austria e Boemia la plebe 

Si disseta di Mincio e di Brenta, 

Jtivenilia - Sicilia e la Rivoluzione 

e risplende come un astro ne i secoli 

Belfiore, oscura fossa d'austriache forche fulgente, 
Belfiore, ara de i martiri! 

e la gloria di Pietro Calvi, che 

Quale già d'Austria l'armi, tal d'Austria la forca.... guarda 
Sereno ed impassibile ! 

Rime e Ritmi - Cadore 

Ma quale dolorosa alternativa ed incertezza di eventi! 
Nel 1848 

Languido il tuon de l'ultimo cannone 
Dietro la fuga austriaca morìa : 



— 25 — 

Il re a cavallo discendeva contra 
Il sol cadente ! 

Rime e Ritmi - Piemonte 

Poi, F anno dopo, venne ad oscurare V astro d' Italia 



la brumai Novara 

E a' tristi errori meta ultima Oporto 

Idem 

Ma ecco il 1859, e, commista al rullo dei sardi tam- 
buri, 

Di balza in balza, angel di guerra, vola 
La Marsigliese 

ecco il 1866, che fiacca ancora una volta l'orgoglio au- 
striaco sui piani di Sadowa ! « E il 3 luglio 1866 e 1' or- 
goglioso Benedek, travolto ne la fuga incomposta e folle 
di Sadowa, passa vicino alla fortezza di Iosephstadt, dove 
tanti cospiratori italiani dei processi di Mantova avevano 
fremuto e sofferto per sua sentenza » (1). 

Pure ancora un'onta terribile era riservata all'Italia: 
l'onta insanabile di Lissa, che il poeta sentì per lunghi 
anni come un schiaffo sul suo volto, come un colpo al 
suo nobile cuore. Per « Lo sposalizio del mare », rinno- 
vantesi a Venezia, egli ammonì: 

Qualcheduno a Lissa infracida, 
Che potrebbesi svegliar!.... 

E dopo la infausta campagna del 1866, quando parve 

(1) A. Luzio. / martiri di Belfiore. 



— 20 — 

che l' Italia si adagiasse in una vile inerzia, timorosa di 
Roma e di Parigi, il poeta si ritrasse sdegnoso tra le me- 
morie dei grandi de la patria e fulminò irosamente i suoi 
giambi sui Fucci e sui Bonturi della Terza Italia. 

Un « giovincello scrittore di versi sulla Germania », 
in quegli anni osò insultare le donne d' Italia : il poeta 
fieramente rispose : « Non ricordate voi le donne milanesi 
fatte bastonare dal vostro Kaiser cavalleresco, e la Co- 
lomba Antonietti, sposa ventenne, travolta dalle palle fran- 
cesi a pie delle mura di S. Pancrazio, mentre porgeva 
F arme carica al marito e la Giuditta Tavani e l'Adelaide 
Cairoli? Non ricordate l' infelice Teresa Confalonieri? Noi 
fanciulli salutammo lo scrosciare delle cinque giornate mi- 
lanesi sui terghi tedeschi, noi stupimmo, pallidi di reli- 
gioso terrore, alla danza della morte, ballata per dieci 
giorni da Brescia nell' ebrietà del sangue tedesco (Haynau 
ammirava), noi ricordiamo Pasquale Sottocorno, lo scian- 
cato, che tra le scariche va ad incendiare i ridotti tede- 
schi, noi ricordiamo Carlo Zima, che, incendiato dai Croati, 
si avvinghia alle bestie nemiche e le incatena con sé ad 
una morte: noi ricordiamo il « Tiremm Innanz » dello 
Sciesa. E tirammo innanzi col re che fulminò a S. Mar- 
tino, con Giuseppe Garibaldi monarchico, che ricacciò coi 
calci dei fucili alle spalle gli imperiali Austriaci da Va- 
rese e da Como, con Giuseppe Garibaldi repubblicano, 
che raccolse una tedesca bandiera lasciata sur un mucchio 
di morti tedeschi dagli imperiali prussiani. Io, quando il 
passato m' incresca, mi rifugio tra i morti della Patria, 



— 27 — 

e dalle loro memorie traggo gli auspici della gloria fu- 
tura » (i). 

Tale fu il poeta della terza Italia, il poeta dell' Italia 
nova! Maledisse i tiranni e predisse loro la vendetta dei 
Fati che non perdonano, ebbe un fremito d'indignazione 
per tutte le ingiustizie, ed inneggiò al Giusto ed al Vero, 
ma, quando il popolo d' Italia, vecchio titano ignavo, sem- 
brò svegliarsi sotto lo scalpitare dell' indomito destrier de 
la canzone e l' Italia fu libera tutta ed una, allora un'onda 
novella di memorie pie rifluì al cuore del poeta dalle flo- 
ride piaggie del cerulo Tirreno, ed un desiderio gli tornò 
di cantare la novella Primavera Italica, ricca di messi e 
di fiori ; allora egli abbracciò nel suo lirico amplesso gli 
estremi lembi dell' Italia, dalle Alpi al mare, sognò in una 
radiosa visione le miti e soavi madonne del Perugino e, 
dopo aver inneggiato all' altra Madonna, all' idea fulgente 
di giustizia e di pietà, proruppe nel divino saluto: 

Salute, o genti umane affaticate. 

Tutto trapassa e nulla può morir : 

Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate ! 

Il mondo è bello e santo è l'avvenir ! 

Gia?nbi ed Epodi - Canto dell'amore 

E « risplenda sulla vita che passa l' eternità d'amore » 
cantata dal poeta, la cui parola è sacra. Quando egli morì, 
il compianto Alfredo Oriani affidò ai vibranti fili del te- 
legrafo queste alate parole, che ogni italiano aveva nel 

(i) Protesta. Confessioni e battaglie. Serie seconda. 



— 28 — 

cuore : « coprite di bandiere la strada, per la quale il poeta 
uscirà per sempre dalla vostra città, e le ultime trombe 
Garibaldine suonino davanti al suo carro la fanfara della 
nostra rivoluzione nazionale ! Tutti i grandi morti si le- 
veranno per venirgli incontro, perchè, dopo Garibaldi, egli 
fu l' ideale condottiero d' Italia, che ne gittò la nuova 
classica parola all' avvenire. La sua morte deve quindi es- 
sere non tramonto, ma aurora, per un popolo che risale 
T erta de la storia a riconquistarvi il primato del proprio 
genio antico! ». 



Ma restava ancora qualche gradino dell' erta da salire. 
11 sogno del poeta si era rivolto con tensione appassio- 
nata anche al di là delle mal vietate Alpi, verso le prode 
del glauco mare nostro, eh' egli amava. Era vecchio, quando 
il nostro re elesse a sua sposa Elena del Montenegro, e 
-scrisse: « Come italiano, son felice che questo principe 
di Savoia stenda la mano ad una fanciulla del Montene- 
gro, perchè.... perchè oh! quanto mareggia fulgido l'A- 
driatico laggiù in fondo, tra l'Illiria e la Grecia! » Egli 
aveva già inviato oltre San Giusto ed il Quarnero, là dove 

di baleni 

Trieste in fondo coronata il capo 
Leva tra i nembi, 

Odi Barbare - Miramar 



— 2Q — 

già aveva inviato i suoi antichi versi italici, perchè can- 
tassero 

In faccia allo stranier, che armato accampasi 
Sul nostro suol, 

Odi Barbare - Saluto italico 

la fatidica parola: Italia, Italia, Italia!.... quando l'Asburgo 
aggiunse ancora una colpa a quelle, che già lo avevano 
reso inviso a chiunque avesse sangue italiano nelle vene. 

Victor Hugo aveva telegrafato all' Imperatore: J'ai recu 
en deux jours des Universités et Academies d' Italie onze 
depèches. Tous demandent la vie d'un condamné. L'em- 
pereur d' Autriche a en ce moment une gràce a faire. Qu' il 
signe cette gràce et ce sera grand! ». 

Giosuè Carducci levò alta la sua voce: « No, perdoni 
il grande poeta: non si tratta di un condannato, ma di 
un confessore, di un martire della religione e della patria! ». 

E quando il misfatto fu compiuto, tutti ricordano i 
suoi disperati appelli alla gioventù italiana per un monu- 
mento sulle Alpi nostre a Caio Mario e a Giuseppe Ga- 
ribaldi col motto: Stranieri addietro!, per un monumento, 
no, per una sola pietra, che segnasse la nostra obbliga- 
zione col martire (i). 



(i) Un magistrato, per i nobili articoli su Guglielmo Oberdan, osò ac- 
cusare in un pubblico dibattimento il Carducci di imbestialire la gioventù. 
Egli rispose neramente : « Oh ! è prossimo il fango, che sale, sale, sale 1 
Oggi è divenuto accusatore sulla bocca di un magistrato. Domani diventerà 
boia e ci vorrà affogare, perchè gli diciamo che è fango.... E fango è ». 



— 3 o — 

Un anno prima, nel 1882, era stato conchiuso il patto, 
con cui « la scienza di stato si era illusa di stracciare 
cento pagine di storia, ma, quando una sera il Carducci 
a Roma sentì suonare in piazza Colonna Y inno austriaco, 
senti un'onda di ribellione nel suo petto: « Io udii con 
queste orecchie, e anche da certe foscaggini passanti per 
l'aria del grave crepuscolo estivo, parvemi udire: Vili, 
vili! Onta a voi ed ai vostri figliuoli! Credei fossero le 
ombre degli italiani impiccati, sgozzati, bruciati, fucilati, 
delle italiane bastonate al suono di quell' inno. Ma forse 
erano le nuvole portate dallo scirocco. E scappai singhioz- 
zando ferocemente e ringhiottendo nell' ira un mio verso ». 

Non vi par di vederlo il Carducci? 

— No, l'imperatore non grazierà, egli previde, no, 
perdoni Victor Hugo, non grazierà, ed allora.... anche una 
volta.... sia maledetto l'imperatore! 

E non graziò, ed ancora, come cantò Gabriele d'An- 
nunzio, un'ombra 

S'allunga da Lissa remota a la riva materna, 

e Faà di Bruno chiede: 

Sarà dunque eterna la vergogna ? 

E la sua voce risuona lugubremente, là dove 

l'occhio dell'anima scorge 

Oltre mare in lontananza 

La città che sorge, 

Alta sul suo golfo splendendo a la nostra speranza, 



— 3i — 

Da tutte le torri splendendo ne l'unica fede : 
Sempre a te, sempre la stessa ! (i) 

Ed ancora 

— Quando — i vecchi fra sé mesti ripetono, 

Che un dì, con nere chiome, l'addio, Trento, ti dissero. 

— Quando — fremono i giovani, che videro 
Pur ieri da S. Giusto ridere glauco l'Adria 

Odi Barbare - Saluto Italico 

Il generale Schenfeld, ex-capo di Stato Maggiore, co- 
mandante militare supremo di Trieste, esaminati gli atti 
del processo, si era rifiutato di firmare la sentenza. Allora 
fu chiamato, per udirne il parere, un vecchio uditore ge- 
nerale da Innsbruch, che si uniformò all' opinione del co- 
mandante: non essere cioè il caso di applicare la pena di 
morte. Ma il governo austriaco la volle ad ogni costo, e 
passò gli atti del processo al signor Shrott, procuratore 
di Stato, che a sua volta in una minuta relazione con- 
cluse non potersi parlare di pena capitale ; ammesso tutto, 
il massimo della pena applicabile essere quello di venti 
anni di fortezza. 

Questi tre galantuomini caddero in disgrazia: Schen- 
feld traslocato al comando della fortezza di Hermanstadt 
in Transilvania, il vecchio uditore pensionato, il procu- 
ratore di Stato richiamato a Vienna. Fu nominato coman- 
dante di Trieste il generale Corsk, ferocissimo, il quale, 
da buon carnefice, appose la sua firma alla sentenza di 
morte. 

(2) G. D'Annunzio. Odi navali. Ad una torpediniera nell'Adriatico. 



— 32 — 

Dopo V esecuzione, il governo imperiale fece recapi- 
tare a la madre del condannato la nota delle spese del 
processo e dell' esecuzione, in cui figuravano anche i po- 
chi soldi spesi per il capestro. 

Ma la povera madre fu vendicata da te, o Maria Wec- 
zera, da te, 

che rapisti con sottile incanto 

Il fulvo duce a le falangi ladre, 
E vendicasti d' Oberdan la madre, 
Pianto rendendo a Cesare per pianto (i). 

E chissà che in una livida alba di dicembre, non s'af- 
facci alle invetriate della Hofburg il volto pallido e triste 
di Guglielmo Oberdan, morto, come scrisse Felice Ca- 
vallotti, « là, ai piedi delle sue Alpi, là in faccia al suo 
mare, là sotto il suo cielo, eh' egli, pur ne l'ultima alba 
grigia e piovosa, aveva salutato, perchè sotto quel cielo 
la sua Italia continuava ! » (2). 



Maledisse il poeta, e raccolsero la maledizione i Fati. 
Colpevoli di debolezza o di despotismo, di crudeltà o di 
ambizione, di insania o di mal governo, i Napoleonidi e 
gli Asburgo furono travolti da un impetuoso incalzarsi 
di sciagure, di disfatte, di rivolgimenti interni ed esterni, 



(1) A. Colautti. Maria Weczera. Nei «Canti virili». 

(2) F. Cavallotti. Tra tombe e monumenti. Per G. Oberdan. 




e .5 

° e 



— 33 — 

che ai più sembrarono la giusta rivendicazione dei vari 
errori. 

Spuntò « brumoso, accidioso e lutulento » il mattino 
del i settembre 1870: Napoleone III montò a cavallo 
con il suo Stato Maggiore, e si diresse verso il campo 
di battaglia, verso il suo destino, che doveva compiersi 
tutto, ineluttabilmente. « Di mano in mano che essi avanza- 
vano, il rumore dei cannoni e delle fucilate si faceva 
ognor più intenso ; e ciò contribuiva a far nascere nel- 
V animo del sovrano presentimenti tristi e funebri. Dopo 
un' ora il sole cominciò a dissipare quella nebbia, ed allora 
Napoleone III e la sua scorta poterono rendersi conto di 
ciò che accadeva a Bézeilles. La battaglia, quivi impe- 
gnatasi, risaliva lentamente verso il Nord, circondando 
Sédan e raggiungendo Y altipiano della Mocelle come 
anche il Fond de Givonne » (1). 

Era così impegnata la battaglia, che doveva far crol- 
lare del tutto F impero già vacillante. L' imperatore, benché 
sofferente, fu come sempre coraggioso ed impassibile di- 
nanzi al pericolo, sprezzante dinanzi alla morte. La Francia 
non era più con lui, ed egli volle mostrare sino all' ultimo 
il suo prestigio d' imperatore. 

« Egli, scrive il repubblicano Emilio Zola, si avanzò 
solo in mezzo alle palle ed agli obici, senza fretta, col 
suo incedere cupo ed indifferente, come s' incamminasse 
al suo destino. Forse egli udiva dietro di sé la voce, che 
da Parigi gli gridava : « Cammina ! cammina ! Muori da 

(1) L. Cappelletti. Dal 2 decembre a Sédan. Pag. 478. 



— 34 — 

eroe sui cadaveri ammucchiati del tuo popolo : colpisci 
il mondo intero di un' ammirazione commovente, affinchè 
tuo figlio possa regnare » ed egli procedette, spingendo 
il suo cavallo al passo.... Tutto ad un tratto si fermò, 
aspettando la morte, che era venuto a cercare. Le palle 
soffiavano intorno a lui come un vento furioso ; un obice 
era scoppiato ai piedi della sua cavalcatura, coprendolo 
tutto quanto di terra. Egli continuò ad aspettare. Irti per 
lo spavento erano i crini del suo cavallo, tutte le sue 
membra tremavano in una repulsione istintiva, dinanzi 
alla morte che passava, ad ogni secondo, senza atterrare 
né V uomo né il cavallo. Allora, dopo aver lungamente 
atteso, 1' imperatore, col suo fatalismo rassegnato, com- 
prendendo che ivi non era il suo destino, tornò indietro 
tranquillamente, come se egli si fosse colà recato per 
riconoscere 1' esatta posizione delle batterie nemiche » (i). 

E Pier de la Gorce scrive « Pendant quatre heures, le 
monarque avait erre sur le champ de bataille, se mon- 
trant avec un simple et modeste courage aux endroits 
le plus périlleux.... on a repété que le prince avait cher- 
ché la mort ; qu'il suffise de dire qu'il ne fit rien pour 
l'éviter » (2). 

Così aveva cercato la morte Carlo Alberto sugli spaldi 
di Novara, ma la morte aveva voluto risparmiarlo all' ul- 
tima amarezza dell' abdicazione : e così Napoleone III fu 



(1) E. Zola. La Debacle. Voi. II. 

(2) P. de la Gorce. Op. cit. Voi. VII. Pag. 345. 



— 35 — 

risparmiato dalle palle tedesche, perchè dovesse offrire 
la sua spada al « Signore, suo fratello ». 

A mezzogiorno di quel dì non più V inno di Francia 
sorvola vittorioso fra la cannonata, ma le ultime fanfare 
si spengono sinistramente lontano, come perdentisi dietro 
ad un corteo funebre ; non più « le diane e il rullo 
pugnace, » ma la ritirata, suonata da le poche trombe 
superstiti. 

Il giorno seguente, alle sei del mattino, Napoleone III 
si rendeva prigioniero. Qualche giorno dopo, mentre egli 
prendeva la via dell' esilio, i tedeschi si avviavano con 
V oltracotanza dei vincitori a Parigi. Come i francesi ave- 
vano follemente gridato : À Berlin, à Berlin, ora i prus- 
siani gridavano baldanzosi: Nach Paris! 

E F imperatore dovette mendicare 1' ultimo omaggio ad 
un popolo straniero. A Verviers, nel Belgio, la popola- 
zione era mal disposta verso di lui : sotto all' albergo 
della Strada Ferrata, all' ora fissata per la partenza del- 
l' imperatore, si radunò una gran folla. « Grida, oltraggi, 
apostrofi ingiuriose uscivano da quella moltitudine all' in- 
dirizzo dell' imperatore. Il Generale Chazal ordinò al capo 
stazione di tener pronta un' entrata nascosta, per la quale 
l' imperatore potesse rifugiarsi liberamente nella sua vet- 
tura. Quindi risolvette di parlare a quei forsennati, in 
attesa che i suoi ordini venissero eseguiti. Accompagnato 
dal capitano Sterckx, il vecchio generale apparve sulla so- 
glia dell'albergo, e, guardando in faccia la moltitudine, fece 
segno di voler parlare. Tutti immediatamente tacquero, 
e il generale, profittando di questo silenzio, pronunziò 



- 36 - 

ad alta voce queste parole : « Signori, Sua Maestà F im- 
peratore dei francesi sta per comparire innanzi a voi. Egli 
si reca in Germania come prigioniero di guerra. Ma in 
questo momento é ospite nostro : io vi domando adunque, 
in nome della ospitalità belga, in nome della vostra città 
ospitale, di accoglierlo con quel rispetto e con quella com- 
mozione, che inspirano il suo alto infortunio. Io ben vi 
conosco, o signori, e son più che certo che voi non verrete 
meno a quei doveri, che s' impongono in circostanze tanto 
penose. » Appena pronunziato queste parole, un gran mo- 
vimento si fece nella folla, e quegli stessi, che poco prima 
insultavano alla sventura, proruppero in applausi, in ac- 
clamazioni, gridando: « Viva il generale Chazal! » Allora 
si fece avanti F imperatore e, appoggiandosi sul braccio 
del vecchio soldato, discese con lui lo scalino dell'albergo, 
seguito dal generale prussiano de Boyen e dal capitano 
Sterckx. 

La folla, fattasi in un momento calma e rispettosa, 
altamente impressionata, si scoprì, e in mezzo ad un pro- 
fondo silenzio vide passare quel sovrano, che oggi vinto, 
procedeva ieri circondato dai raggi della potenza e della 
gloria » (i). 

Così come pochi giorni prima F imperatore si era tra- 
scinato umiliato, stanco e senza comando dietro il suo 
esercito disfatto, si avviava adesso verso Wilhelmshòhe 
e Chiselhurst, accompagnato dalla scorta del prussiano 
vincitore. Ora egli dorme F ultimo sonno, proprio in 

(i) L. Cappelletti. Dal 2 decembre a Sedano. . Pag. 501. 



— 37 — 

quella terra, che fu tanto fatale alla sua dinastia, e 1' im- 
peratrice Eugenia, quella che fu la bella, la radiosa, 1' or- 
gogliosa Eugenia di Montijo, trascina la sua cadente 
persona per le città d' Europa. Una volta, richiesta di ac- 
cordare un' udienza ad un alto personaggio straniero, ella 
rispose amaramente : « Oui, je sais, on vient me voir 
comme un cinquième acte ». 

Ma la fine della gran tragedia doveva compiersi in 
un estremo lembo della « fascinosa Africa impura » ; una 
zagaglia barbara doveva chiudere 1' opera del Fato, cui 
Napoleone III credeva, anche quando egli era chiamato 
« Y oracolo delle Tuileries » : « Il croyait d' une invin- 
cible foi à V étoile Napoléonienne, à sa propre étoile ; il 
était fataliste » (i). 

Tuttavia, quando, nel massimo lustro dell' impero, nac- 
que il Principe Imperiale, quando, tra l' entusiasmo di tutta 
Parigi, si festeggiò alle Tuileries il primo battesimo (on- 
doiement) del Figlio di Francia, quando nella cattedrale 
di Nótre Dame, per il battesimo ufficiale, si rinnovarono 
in lusso e magnificenza i fasti dell' incoronazione del Primo 
Napoleone, egli non potè mai pensare che l' impero sa- 
rebbe rovinato nel fango di Sédan, che il Principe Im- 
periale sarebbe andato a farsi uccidere dagli Zulù, che 
nelle stesse sale delle Tuileries il 18 gennaio 1871 si 
sarebbe incoronato imperatore di Germania Guglielmo I, 
e che poco dopo si sarebbe abbattuta su di esse la furia 
distruttrice della Comune ! 

(1) H. Thirria. Op. cit. Pag. V. — VI. 



- 38 - 

Il Principe Imperiale Napoleone Luigi Eugenio nacque 
il 16 di Marzo del 1856, Domenica delle Palme. Teofilo 
Gauthier consacrò al neonato principe questi versi : 

Qu' un bonheur fidèle accompagne 
L'enfant Imperiai, qui dort, 
Blanc comme les jasmins d'Espagne, 
Blond comme les abeilles d' or ! 

e il Barthélemy cantò : 

Que nous annonce — t — il ce canon trionphant ? 
Quel faveur du sort nous visite? Un enfant! 

C'est celui, que la France appellait à genoux ; 
Un nls de 1' Empereur, un Empereur pour nous. 

Cresciuto tra gli splendori della Corte Imperiale, gio- 
vinetto ancora dovette seguire il Fato dei suoi. Con suo 
padre egli si recò sul teatro della guerra Franco-Prus- 
siana : la stampa avversa all' impero lo pose in ridicolo : 
« a Sarrebruck, scrissero, egli raccoglieva le palle morte 
dei prussiani »\ 

Separato violentemente da suo padre dal disastro di 
Sédan e dalla prigionia, lo riabbracciò in terra di esilio. 
Studente nelT Accademia Reale di Woodwich, ne fu ri- 
chiamato all' improvviso, per assistere agli ultimi istanti 
di suo padre: giunse in tempo solamente per baciarne 
il cadavere. 

Divenuto maggiorenne nel 1874, mosse a lui un pel- 
legrinaggio ossequente di ottomila francesi, che forse 
nella sua giovane anima Napoleonica fece rigermogliare 



— 39 — 

la speranza dell' Impero. Ricevuto famigliarmente alla 
Corte della Regina Vittoria, divenne 1' amico migliore 
del Principe di Galles, e s' invaghì della principessa Bea- 
trice, che sarebbe stata certamente sua sposa. 

Viaggiò lungo tempo in Europa, accolto con grande 
simpatia da tutti i regnanti : forse fu appunto questo, 
che lo indusse a guadagnarsi un qualsiasi lauro di gloria 
militare. Da prima pensò di recarsi nei Balcani, che in 
quel tempo, come sempre, erano in convulsioni guerre- 
sche, ma ne fu dissuaso per ragioni politiche ; allora ri- 
solse di andare a combattere nel Zululand, sotto la Ban- 
diera Inglese. Fu un sogno folle di gloria, che doveva 
costargli la vita. 

Alla sua partenza tutti, e sua madre per prima, ebbero 
tristi presagi : il principe stesso, la vigilia della sua par- 
tenza, fece testamento. Il 27 febbraio 1879 s' imbarcò per 
il Natal sul « Danubio », che issò la bandiera Francese ; 
sbarcò ai primi di aprile al Capo, e fu subito addetto allo 
Stato Maggiore di Lord Chelmsford. Assalito da febbre 
violenta, dopo qualche giorno si ristabilì e prese parte 
ad una prima scaramuccia, sotto gli ordini del colonnello 
Bulter. La sera del 3 1 maggio ricevette V ordine dal co- 
lonnello Harrison di effettuare per l' indomani una per- 
lustrazione in avanti : la mattina dopo infatti egli lasciò 
V attendamento del generale Wood con un tenente, un 
sergente, un caporale, quattro soldati ed un negro, pra- 
tico del luogo. 

Si avanzarono con circospezione lungo la riva del 
fiume Blood-River (fiume di sangue), e dopo una lunga 



— 4Q — 

marcia si fermarono in un campo di frumento, a trecento 
metri circa dal villaggio di Donga, per far pascere i ca- 
valli. Alle quattro del pomeriggio vennero sorpresi da 
una turba di Zulù. Il tenente Carey vilmente saltò a 
cavallo e prese la fuga, seguito da alcuni soldati : il prin- 
cipe, vistosi perduto, fece anch' egli per saltare a cavallo, 
aggrappandosi alla sella, ma, spezzatasi la cinghia, cadde 
rovescio. Gli Zulù si avventarono su di lui, urlando sel- 
vaggiamente, con le lance e le zagaglie. Egli si alzò e 
scaricò tutti i colpi del suo revolver, poi impugnò la spada 
e si difese eroicamente. Estenuato, grondante sangue dalle 
molteplici ferite, una delle quali aveva trapassato V occhio 
destro, cadde per non rialzarsi mai più ! (i). 

La sua misera salma fu raccolta poco dopo da una 
pattuglia inglese, e trasportata in Europa a bordo del- 
l' « Oriente » : grande fu il compianto di tutta Europa. 

La morte del principe Eugenio valse a spegnere anche 
gli ultimi bagliori, che ancora restavano dell' impero, 
perchè agli occhi del popolo francese qualunque altro 
pretendente Napoleonico sembrava un pallido rappresen- 
tante dell' idea imperiale, quand' era scomparso il figlio 
di Napoleone III, eh' esso aveva visto bambino per Pa- 
rigi, nei giorni del suo maggior splendore. 

« Chiunque ripensi alla grandezza di Napoleone III 



(i) Varie ed incerte sono le versioni sulla fine del povero principe im- 
periale. V. sull'argomento il bel libro di Martinet André - Le prince 
Imperiai - Paris, 1895. 



— 41 — 

da!7i854 a l 1866, all' Europa che pendeva dal suo labbro, 
che ne spiava e scrutava con timorosa curiosità i gesti 
ed i pensieri, cercando di leggere la sua sorte, non può 
vedere senza compianto, come la mano della fortuna si 
sia aggravata sulla sua casa. La potenza è perduta, la 
gloria svanita, e la scena del secondo gran dramma napo- 
leonico termina con un cadavere all' estremità dell' Africa, 
come il primo si era chiuso con una tomba a S. Elena » (1). 

All' annunzio de la morte di Napoleone Eugenio, Gio- 
suè Carducci scrisse un' ode, al cui altissimo volo, dice il 
Mazzoni, sembra che la stessa aquila napoleonica abbia 
prestato le penne immortali. 

Il poeta incomincia, paragonando la fine miseranda 
del figlio di Napoleone III, a quella del figlio di Napo- 
leone I, dell'infelice Aiglon, che era stato proclamato Re 
di Roma, anche lui fra la trepida riverenza dell'Europa 
e gl'inni de' poeti: 

Questo la incoscia zagaglia barbara 
Prostrò, spegnendo li occhi di fulgida 
Vita sorrisi da i fantasmi 
Fluttuanti ne l'azzurro immenso. 

L'altro, di baci sazio in austriache 
Piume e sognante su l'albe gelide 
Le diane e il rullo pugnace, 
Piegò come pallido giacinto. 

Odi Barbare - In morte di Nap. Eugenio 

Il Re di Roma, non so se più o meno fortunato di 

;(i) V. Nttova Antologia del luglio 1879. 



— 4 2 — 

Napoleone Eugenio, mori alla corte di Vienna, presso 
l'imperiai suo nonno, affidato alle cure del principe di 
Metternich, che gli camuffò perfino il bel titolo, datogli 
dall' orgoglio del suo gran padre, in quello austriacamente 
odioso di duca di Reichstadt. 

Però sulla condotta seguita dal Metternich verso il 
figlio di Napoleone molte esagerazioni si son dette; al- 
cune anzi furono raccolte anche nell'Aiglon di Rostand, 
bellissimo lavoro artistico, ma storicamente inesatto, e forse 
anche il Carducci vi cadde in quest' ode, con le parole 
« di baci sazio in austriache piume ». Si disse che il prin- 
cipe di Metternich avesse voluto avvelenare moralmente 
e fisicamente il principe, facendolo tuffare in ogni sorta 
di facili amori, ed avesse perfino ingiunto ai suoi pre- 
cettori di istupidirlo. 

Ora tutto ciò dai migliori storici napoleonici è stato 
dimostrato essere non altro che una leggenda, e special- 
mente dal tedesco Edoardo Wertheimer, che scrisse una 
splendida monografia sul re di Roma, dimostrando, per 
esempio, che la Fanny Essler, la pretesa complice di Met- 
ternich, non ebbe alcun rapporto col duca, come vorrebbe 
il Rostand, e rilevando dai diari dell' Obenaus, maestro 
di storia al giovane, che anche questo personaggio fu in- 
giustamente calunniato dal poeta francese (i). 

Scrive Alessandro Luzio : « la sola violenza contro na- 
tura, commessa a danno del duca di Reichstadt, sta tutta 

(i) E. Wertheimer. Die Herzog von Reichstadt, ein Lebensbild nach 
neuen Quellen. Stuttgart, 1902. 



— 43 — 

qui, neh" aver cercato di soffocare in quel giovane pieno 
d'avvenire tutto quanto di originale gli derivava dagli 
istinti irreducibili del suo carattere di Francese e di Na- 
poleonide. Gli si tolsero le bonnes parigine a cinque anni: 
lo si obbligò a parlar tedesco, per quanto strepitasse che 
•voleva esser francese (« ich will kein Deutcher sein, ich 
Will Franzose sein »)*, si ricorse perfino, per ordine del 
nonno, alla sferza!.... Dall'animo di lui si volle sradi- 
care ogni aspirazione al trono di Francia e il ricordo del 
padre ; sostituirvi la convinzione, suo unico dovere fosse 
quello di obbedire al nonno a accrescerne un giorno con 
la spada gli allori, servendo la monarchia austriaca. I sol- 
dati della I. R. truppe ebbero l" ordine di agevolare que- 
sta metamorfosi del Re di Roma, creandogli una popo- 
larità anticipata, e si permetteva l'infrazione regolamen- 
tare, che durante le manovre, al solo apparire del Duca 
di Reichstadt, quelle milizie, avvezze alla più ferrea e si- 
lenziosa disciplina, prorompessero in urrà al futuro capi- 
tano, da cui speravano risarcimento per le batoste, loro 
inflitte dal padre (i). 

Ad ogni modo stranissima e dolorosa coincidenza sto- 
rica questa della morte di due principi della stessa dina- 
stia, che sembrava fossero nati imperatori. Ambedue eb- 
bero per condanna di essistere alla rovina di quello che 
doveva essere il loro trono, e morirono entrambi in terra 
straniera, lontano dalla madre. 



(i) A. Luzio. Profili biografici e bozzetti storici. Il Re di Roma. 



— 44 — 

Ambo a le madri lungi; e le morbide 
Chiome fiorenti di puerizia 
Pareano aspettare anche il solco 
De la materna carezza 

Ma quale diversità tra le madri ! Eugenia di Montijo 
si aggravò di molte colpe dinanzi alla storia, ma mostrò 
un animo forte e rassegnato nella sventura, ed ebbe per 
V unico suo figlio una vera adorazione : quando egli morì, 
rimase annientata. 

Maria Luisa invece, la madre dell' Aiglon, la duchessa 
di Parma, che non sdegnò di cambiare gli amplessi di 
Napoleone con quelli del generale Neipperg, Maria Luisa, 

d'Asburgo frutto, 

Bambola augusta, cortigiana pia, 
Scordava in braccio a maggiordomi irrisi, 
D' Italia il vanto e de la storia il lutto 
E del Fatale la lenta agonia, 
E il Re di Roma sacro alla tisi (i). 

Ella non si curò mai soverchiamente del figlio affi- 
dato ai suoi imperiali parenti di Vienna : soltanto, quando 
fu chiamata al suo letto di morte, accorse in tempo per 
vederlo spirare. 

Quindi all' infelice Re di Roma non mancò del tutto 
1' ultimo solco de la materna carezza ; anzi si vuole che 
le sue ultime parole siano state : « Ich gehe unter! Mutter ! 
Mutter ! (Mamma, mamma, io muoio !) 



(i) A. Colautti. Maria Luisa. Nei « Canti Virili ». 



— 45 — 

Più infelice di lui il principe imperiale balzò nel buio; 
veramente « giovinetta anima senza conforto », e gli fu 
negato anche Y ultimo omaggio della terra, dove egli era 
nato : il governo della Repubblica Francese infatti ricusò 
il permesso di assistere alle sue esequie ai generali 
Fleury, Canrobert, Leboeuf e perfino a Mac Mahon, che 
erano stati i più fedeli al padre suo : 

né de la patria 

U eloquio seguivali al passo 

Co' suon de 1' amore e de la gloria ! 

Eppure i fati del Re di Roma erano stati deprecati 
dal capo del piccolo principe del secondo Impero ! Eppure 
egli era nato quando sembrava che da 1' alto della colonna 
Vendòme un fulgido astro preludesse ad un' era di splen- 
dore e di gloria per la Francia e per il suo imperatore I 

Vittoria e pace da Sebastopoli 
Sopian col rombo de 1' ali candide 
Il piccolo : Europa ammirava : 
La colonna splendea come un faro. 

Ma il Fato, memore delle colpe napoleoniche e dei' 
delitti del 1 8 brumaio e del 2 dicembre, stese anch' egli 
le sue ali nefaste su la culla de V infante, e non perdonò t 

Ma di decembre, ma di Brumaio 
Cruento è il fango, la nebbia è perfida : 
Non crescono arbusti a quell' aure, 
O dan frutti di cenere e tòsco 

E frutti di Asfaltide furono il Re di Roma e il Figlio 



- 4 6 - 

da Francia, per la fatale legge storica, che il Carducci am- 
metteva. 

Il poeta poi, con superbo movimento lirico, passa ad 
evocare le origini della famiglia Bonaparte e la solitaria 
casa d' Aiaccio, 

Cui verdi e grandi le querce ombreggiano 

E i poggi coronan sereni 

E davanti le risuona il mare ! (i) 
Ivi Letizia, bel nome Italico, 

Che ornai sventura suona ne i secoli, 

Fu sposa, fu madre felice, 

Ahi troppo breve stagione ! ed ivi, 
Lanciata ai troni 1' ultima folgore, 

Date concordi leggi tra i popoli, 

Dovevi, o consol, ritrarti 

Fra il mare e Dio, cui tu credevi. 

Su quest' ultimo verso principalmente si accanirono 
i critici del poeta, i quali mal compresero o vollero ve- 
derci quello che non e' era, e il poeta spiegò : « Ho in- 
teso con quei versi di rilevare come sfondo al gruppo 
dei Bonaparte abbattuti, il grande ignoto Dio, in cui il 
Corso credeva, mentre tutta, si può dire, la Fancia e gran 
parte dell' Europa comme il faut, lo abbandonava al con- 
sumo della gente bassa, e lo serbava per le decorazioni 

(i) Si noti il costrutto di questa strofa, che potrebbe sembrare perfino 
strano ed asintattico : invece è efficacissimo quel brusco : « e davanti le risuona 
il mare » . Così altrove, nell' Idìllio Maremmano : 

onde bruno si mira il piano arato 

E verdi quindi i colli e quindi il mare 

Sparso di vele e il camposanto è a lato ! 



— 47 — 

teatrali, in certi casi, mentre la scienza, per bocca del 
Laplace e proprio in faccia al Primo Console lo rigettava, 
come un' ipotesi, di cui non aveva bisogno ». E poiché 
osarono di dirgli che quel verso era anche « una repen- 
tina caduta », egli replicò tra il serio e Y ironico : « il 
cui tu credevi V ho messo apposta per sciupare il verso, 
per fare una caduta. Tutti i gusti son gusti. Io amo di 
sciupare i versi così e di far le cadute repentine, massime 
quando ho dinanzi un concetto di sublimità oggettiva ; 
ho imparato da Eschilo, da Pindaro, da Orazio » (i). 

Le tre strofe, in cui il Carducci trae dall' ombra la 
dolente madre di Napoleone, son senza dubbio le più belle 
dell' ode, e la infelice Letizia Ramolino meritava questo 
postumo omaggio di un grande poeta : 

non lei di Cesare 

Il raggio precinse ; la corsa 
Madre visse fra le tombe e 1' are. 

Infatti ella non seguì il figlio nel suo vertiginoso cam- 
mino : rimase, umile e trepida madre, sotto la cappa del 
vecchio focolare, mentre 

su '1 dubbio ponte tra i folgori 

Passava il pallido còrso, recandosi 

Di due secoli il fato 

Ne l'esile man giovine (2). 

Ritiratasi dopo il 1 8 1 4 a Roma, vi condusse vita au- 

(1) G. Carducci. Moderatucoli. 

(2) G. Carducci. Su l'Adda « Odi Barbare ». 



- 4 8 - 

stera, solitaria nel suo immenso dolore. Invano ella aveva 
atteso che « il duce del concitato impero » cui « neri gli 
occhi scintillando immoti, fòran dal fondo del pensier le 
cose » (i) tornasse a lei, alla piccola casa paterna, come 
Washington era tornato alla sua « casa bianca ». 

Ora la cara e dolce imagine materna pare ancora aggi- 
rarsi ne la solitaria casa di Aiaccio : laggiù ai visitatori 
ancora si mostra quella che fu la sua camera. « È sem- 
plicissima, un letto, un grande specchio, poggiante su di 
un camino di marmo, lavoro italiano del settecento, un 
busto del povero principe Imperiale, alle pareti ritratti di 
Letizia e di Luigi Bonaparte, Re d'Olanda, un presepio 
assai grazioso, portato in dono da Napoleone alla madre, 
al suo ritorno da V Egitto. Dalle finestre si vede cam- 
peggiare ne 1' azzurro del cielo un ulivo, piantato innanzi 
alla casa nel 1856, a ricordo della nascita di Luigi Napo- 
leone » (2). 

La casa è vuota e deserta, le tombe disperse lontane : 

Il suo fatale da gli occhi d' aquila, 

Le figlie come 1' aurora splendide, 

Frementi speranza i nepoti, 

Tutti giacquer, tutti a lei lontano. 
Sta ne la notte la còrsa Niobe, 

Sta su la porta donde al battesimo 

Le us ciano i figli, e le braccia 

Fiera tende su '1 selvaggio mare : 

(i) G. Carducci. Bicocca di S. Giacomo. 

(2) Da un articolo di O. F. Tencajolt, nel Secolo XX del decem- 
bre 1 908 . « La solitaria casa d' Aiaccio » . 




Questo la inconscia zagaglia barbara 
Prostrò... » 



— 49 — 

E chiama, chiama, se da 1' Americhe 
Se di Britannia, se da V arsa Africa 
Alcun di sua tragica prole 
Spinto da morte le approdi in seno. 

E così si chiude la bellissima alcaica, con il ricordo 
funebre di Girolamo Bonaparte Paterson, figlio di Giro- 
lamo, re di Westfalia, morto nel 1870 a Baltimora, di 
Napoleone III morto nella Britannica Chiselhurst, di Na- 
poleone Eugenio, barbaramente trucidato nell' Africa tene- 
brosa, evocati da Letizia Bonaparte, che, simile alla Niobe 
antica, chiama a gran voce i figli di sua gente, in faccia 
all' eterna impassibilità del mare ! 



Alcuni moderni cultori di biologia, per spiegare i feno- 
meni dell' ereditarietà fisiologica e psichica, hanno fatto 
profonde indagini nella storia di tutti i tempi e di tutti i 
paesi, trovando largo campo a ricerche nello studio delle 
case regnanti. 

E son riusciti a formulare una legge, per cui tutte 
le dinastie, quando fausti incroci non funzionino da ele- 
menti rigeneratori, sono condannate o ad una fatale estin- 
zione o ad un processo, più o meno rapido, di degene- 
razione. Una bella e compiuta sintesi di questi studi fu 
fatta dal valoroso professore Antonio Renda nel suo libro: 
« Il destino delle dinastie o L' eredità morbosa nella 
storia ». E nel primo capitolo di questo volume, che 



— 5 o — 

tratta in generale dei fenomeni ereditari e de le forme 
degenerative, e' è una pagina, che pare inspirata in par- 
ticolar modo dalle vicende drammatiche della famiglia 
d' Asburgo : « sono amori peccaminosi, che hanno il pro- 
fumo dell' idillio e cercano lungi dalle aule fredde delle 
Corti la pace serena di un affetto indisturbato, impeti 
vittoriosi di passione, che lanciano una principessa dal 
seggio aureo sulle tavole di un palcoscenico o infrangono 
con la drammaticità d' una leggenda una vita e uniscono 
neir eterno bacio de la morte amanti sventurati : sono 
bisogni morbosi, che con la tinta impudica delle turpi- 
tudini degli Eliogabali, ricercano fuori le auguste pareti 
i suburbi e i misteri e i ritrovi notturni delle grandi 
città ; sono malinconie e rimpianti profondi, che hanno 
bisogno della solitudine della tolda d' una nave errante 
per anni lunghi, pensosi, tristi, di lido in lido, tra le 
suggestioni del mare infinito e del cielo infinito ; sono ri- 
nunzie, abbandoni, sparizioni romanzesche e silenzi foschi, 
che avvolgono alcune regge come di un* aura di fatalità 
tragica. 

Di quando in quando il grido di un' anima dolo- 
rante, un atto disperato, le angoscie di un folle, le stra- 
nezze di un principe, la lenta estinzione di un etico, 

V empietà d' un padre, le follie d'un marito Il pensiero 

dello studioso, che segue in epoche diverse, tra circostanze 
varie, sotto le forme più disparate di potere, le vicende 
delle famiglie reali, ha viva Y impressione della comunità 
tragica del loro destino, e V animo prova la commozione 



— 5i — 

medesima, che desta ancora in noi la cieca azione del 
Fato, cantata dai poeti greci » (i). 

Ora tutte le varie forme di dissolvimento patogeno, 
fisico, fisiologico e psicologico, enumerate dal Renda, si 
riscontrano nella dinastia Asburghese, e davanti all' ine- 
sorabile destino biologico, che ha colpito questa Casa, 
ritorna imperioso il ricordo del Fato Greco. Maurizio 
Barrès, parlando di Elisabetta d' Austria, scrive : « Dans 
sa maison le Meurtre, le Suicide, la Démence, et le Crime 
semblent errer, comme les Furies d' Hellas sous les por- 
tiques du palais de Mycènes » (2). Ed Arturo Colautti, 
parlando dei drammi ed infortuni della disgraziata fami- 
glia, dice che essi « nelle leggende avvenire, accomu- 
neranno Vienna a Tebe, a Micene, a Pella, città del pianto, 
sacre ad Atropo, ultima dea ! » (3). 

Infatti quale quadro pauroso di sangue, di lacrime e 
di follia nel giro di pochi anni !... L' arciduchessa Sofia, 
figlia primogenita dell' imperatore Francesco Giuseppe, 
muore a quaranta mesi nel 1858 d'infezione difterica (e 
questa fu forse la prima causa del distacco di anime, ac- 
centuatosi poi sempre più tra l' imperatore e l' imperatrice) ; 
nel 1864 l'arciduchessa Margherita (destinata forse in 
isposa al Principe ereditario d'Italia, che fu poi Re Um- 
berto), acconciandosi innanzi allo specchio per un ballo 
di corte, perisce miseramente fra le fiamme, appiccatesi ai 

(1) Antonio Renda. // destino delle dinastie. Ed. Bocca, Pag. 24. 

(2) Maurice Barrés. Amori et dolori sacrum. Pag. 164. 

{3) A. Colautti. Franz Joseph, Nella «Lettura». Dicembre 1907. 



— 52 — 

suoi veli; nel 1867 Massimiliano d'Austria, tratto alle lu- 
singhe di un impero, cade a Querétaro sotto i colpi della 
reazione, e sua moglie Carlotta impazzisce. Non tardano 
a seguirla nei regni bui della follia i reali cugini Ludo- 
vico II e Ottone III di Baviera (1886). 

Nell'anno 1889 poi V Ananke misteriosa addensa la 
più fiera tempesta sul capo dell' Augusta coppia impe- 
riale. La mattina del 3 1 gennaio l' arciduca Rodolfo, 1' Unser 
Rudi del popolino viennese, 1' erede idolatrato del trono, 
in un padiglione di caccia di Mayerling, alle porte della 
metropoli, è trovato immerso nel suo sangue, vittima o 
suicida, per amore o per vendetta, in un' orgia o in un 
agguato, presso la sua bellissima amante, la baronessina 
Maria Weczera. 

Nel 1897 Sofia, duchessa d' Alencon e sorella dell'impe- 
ratrice, perisce a Parigi nell' incendio del Bazar della Cha- 
rité, e nel settembre 1898 infine la stessa imperatrice Eli- 
sabetta cade sotto l' infame colpo di una belva, che pur 
aveva un nome umano. Né basta : il cugino preferito del- 
l' imperatrice, Luigi di Baviera, il re del sogno, annega 
nel lago di Starnberg, 1' arciduca Guglielmo è ucciso dal 
suo cavallo, 1' arciduca Lazio perisce in un accidente di 
caccia, il cognato, conte Luigi di Trani, si suicida a Zurigo, 
1' arciduca Giovanni Nepomuceno, fratello dell' imperatore 
scompare tra le braccia dell' amante Melly Shebel a bordo 
della « Santa Margherita », che, qual nuovo vascello fan- 
tasma, si invola tra i gorghi Magellanici (1). Degli altri 

(1) È ancora viva l'eco delle recenti notizie più o meno fantastiche su 
Giovanni Orth, che sarebbe ancora vivo in altro continente. 



— 53 — 

fratelli dell' imperatore, Carlo Luigi muore di mal sottile, 
seguito l'anno appresso dal figlio Ottone Francesco, con- 
sunto da lue segreta (1897), e l'arciduca Luigi Vittorio 
vive relegato e custodito per degenerazione psicopatica nel 
castello Salisburghese di Klessheim. 

Quindi ben può ripetersi della famiglia d' Asburgo 
quello che Voltaire disse della famiglia degli Atridi : « J' ai 
toujours regardé la famille d' Atrée, depuis Pélops jusqu' à 
Iphigénie, comme 1' attelier, où 1' on a du forger les poi- 
gnards de Melpomene ». Ma in questa moderna casa d' Impe- 
riali Melpomene può dar la mano a Talia, perchè alle 
angosce supreme della tragedia mesconsi scandalosi amori 
da commedia ed intrighi da pochade. « Nella più bigotta 
delle corti cattoliche, scrive il Colautti, gli scandali erotico- 
giudiziari si succedono con inverecondia allarmante; nella 
più rigida delle dinastie Europee, i matrimoni « con la 
mano sinistra », le « mésalliances » sentimentali, le unioni 
nicht ehebilrtige, ossia non conformi alla nascita, crebbero 
a vista. I notai della corona non erano occupati ad altro 
che a riempir moduli di rinunzia, a stendere atti di dimis- 
sione ». E tutto questo accadeva in una corte, che aveva 
preferito la lenta degenerazione dei matrimoni consanguinei, 
anziché tralignare. Dopo la scomparsa di Giovanni Nepo- 
muceno, (ultimo figlio del Granduca Leopoldo II di To- 
scana e grande amico dell' arciduca Rodolfo), il quale ri- 
nunziò al suo nome, assumendo quello di Giovanni Orth, 
per navigare il mondo insieme con la sua bellissima amica, 
la principessa Elisabetta di Baviera, nipote prediletta 
dell' imperatore, perchè figlia di sua figlia Gisella, inva- 



— 54 — 

ghitasi del tenente barone Ottone Von Seifried, nel 1893 
scappò con lui fino a Genova, dove si celebrarono se- 
grete nozze. Nel 1 904 Y Arciduchessa Stefania, figlia del 
re dei Belgi e vedova dell' Arciduca Rodolfo, gettò le 
bende vedovili e passò a seconde nozze con l'unghe- 
rese conte Elemero Lyonay, attirandosi la maledizione 
del padre e la scomunica dell' imperatore, il quale nello 
stesso anno dovette soffrire che il presunto erede del trono, 
il nipote Francesco Ferdinando d' Asburgo-Este per gra- 
titudine di convalescente, impalmasse la contessina boema 
Sofia Chotek, promossa poi a principessa di Hohemberg. 
Due anni appresso, quasi per confermare l' ineluttabilità 
della legge ereditaria, 1' unigenita figlia di Rodolfo e Ste- 
fania si faceva pur essa romanticamente rapire dal principe 
Ottone di Windischgraetz-Buttersheim, e l'augusto avo do- 
vette rassegnarsi anche a quest'ultimo colpo dolorosissimo. 
Specialmente il ramo collaterale di Toscana doveva 
dare le maggiori amarezze all' imperatore. Per parlare sol- 
tanto degli ultimi, tutti ricordano le avventure della princi- 
pessa Luisa di Sassonia, prima contessa di Montignoso 
e poi signora Toselli, e di suo fratello, che, col nome di 
Leopoldo "Wolfìng, andò a sposare nello stesso anno 1903 
in Svizzera la signorina Sofia Adamovich, già cassiera 
in un caffè di Budapest; idillio vegetariano e naturista, 
finito con una sentenza di divorzio per incompatibilità di 
carattere e con un nuovo matrimonio, ancor peggiore, con 
una Maria Maddalena Ritter, figlia di un minatore Slesiano, 
e donna mal nota alla polizia dei costumi di Monaco e 
Berlino (1907). 






— 55 — 

Ma anche in questo può scorgersi una vendetta del 
destino. Un anonimo epigrammista latino (forse lo Scali- 
gero) disse che casa d' Asburgo, più che al lauro di guerra, 
doveva la sua prosperità all' arancio simbolico: « Tufelix, 
Austria, nube »... e V Austria per cinque secoli usò una 
politica nuziale, e mandò le sue Arciduchesse su tutti i 
troni, su quello di Spagna, di Baviera, di Toscana, di 
Parma, di Lorena, delle due Sicilie, di Francia ; ambì di 
veder unita una sua figlia imperiale sopra un trono ai 
più potenti sovrani, e dette in isposa Maria Antonietta 
a Luigi XVI e Maria Luisa a Napoleone I. Ma, come 
ben dice il Colautti, nel secolo rivoluzionario, secolo dei 
lumi e delle fiamme, Eros diede lo sgambetto ad Imene, 
paraninfo, sensuale, faccendiere di casa d' Austria. Non 
più il fidanzamento diplomatico, 1' unione prefissa sin da 
la culla, il contratto pattuito di lunga mano, non più nozze 
politiche, coniugi territoriali, matrimoni di stato. Nasce 
invece, ed esplode e trionfa t Amore : 1' Amore contro la 
tradizione e contro la diplomazia, contro la prudenza e 
contro 1' etichetta, Y Amore che si beffa delle convenienze 
e delle parentele, che ignora la ragione statale e l' inte- 
resse dinastico, 1' Amore che abolisce le sante alleanze e 
sopprime Y equilibrio europeo, 1* Amore senza dote, senza 
corona e senza vergogna, che rinunzia a tutto fuorché a 
sé stesso, che comincia come un romanzo e può finire 
come un dramma, 1' Amore illegittimo e schietto, libero 
e liberale, che, se consente alla consacrazione, lo fa di 
nascosto, senza pompa e senza rammarico ; Y Amore infine, 
con l' iniziale maiuscola. 



- 56 - 

Amore dunque si vendica, perchè Asburgo troppo aveva 
abusato del matrimonio, e ne aveva fatto strumento di 
regno, arma di conquista, fonte di potenza ! 



Delle tragedie, che funestarono la casa d' Asburgo, due 
furono cantate dal Carducci, quella dell' arciduca Massi- 
miliano e quella di Elisabetta imperatrice regina ; 1' una 
nell' ode « Miramare » e 1' altra nell' elegia « Alle Val- 
chirie », che fu una delle sue ultime. 

Già fin da quando la Spagna, l' Inghilterra e la Francia 
avevano condotto la prima spedizione contro il nuovo go- 
verno repubblicano, instaurato nel Messico da Benito Juarez, 
il Carducci aveva biasimato in due sonetti : ( i ) 

Ancella Francia ad ogni rio potere, 
Spagna feroce ed Anglia mercantesca. 

Levia Gra-via - Per la spedizione del Messico. 

La spedizione partì e giunse nel 1861 al Messico, gui- 
data dai tre comandanti Prim, Wike, e Jurien de la Gra- 
vière, ma ben presto, paghi delle soddisfazioni avute da 
Juarez e offesi dall' insolente contegno del comandante 
Francese, gli Spagnuoli e gli Inglesi tornarono in Europa. 
Restarono soli i Francesi, benché decimati dalla febbre 



(i) Mai il Carducci fu così violento contro Napoleone III, il « Caco 
Imperiale » come in questi due sonetti : 

Ei, che guatò ladro notturno al soglio ecc. 



— 57 — 

gialla e gravemente minacciati da Juarez. Ma giunse in 
loro aiuto nel 1863 il generale Forey con un forte corpo 
d' esercito, pose P assedio a Puebla, eroicamente difesa 
dagli abitanti e, dopo tre mesi di assedio, P espugnò. 

Divenuti così arbitri della situazione i Francesi, i Mes- 
sicani, e specialmente i numerosi emigrati, residenti a 
Parigi, furono indotti dalla politica di Napoleone III a 
mutare il governo da repubblicano in monarchico, e ad 
offrire la corona d' imperatore all' arciduca Ferdinando 
Massimiliano d' Austria, fratello di Francesco Giuseppe. 

Fu costituita una reggenza provvisoria, presieduta dal 
generale Almonte, mentre una missione partiva per P Eu- 
ropa, incaricata di portare il voto della nazione messicana 
al castello di Miramare, dove Massimiliano risiedeva. 

Dapprima egli energicamente rifiutò ; ma nel 1864, ac- 
cettando P invito dell' imperatore dei francesi, si recò a 
Parigi e colà furono vinte le sue riluttanze. Recatosi di 
poi a Vienna, ebbe un violento contrasto con P impera- 
tore d' Austria e con gli altri fratelli, circa la rinunzia ai 
suoi diritti, ed ancora una volta volle rifiutare. Napoleone III 
telegrafò : « Vostra Altezza è impegnata, e pensi alla sua 
gloria: un rifiuto oggi mi sembra impossibile », pregò il 
re dei belgi, cognato dell' arciduca, di volersi intromettere 
e inviò il generale Froissard a Miramare. Benché questo 
generale scrivesse : « P arciduc n' a pas de confiance dans 
la grande entreprise, qu' il va tenter », il io aprile 1864 
a Miramare veniva firmato un atto con cui Massimiliano 
rinunziava ai suoi diritti di agnato al trono austriaco e 
•dava finalmente, e in forma solenne, la sua accettazione 



- 58 - 

alla deputazione messicana : la Francia, con un trattato, 
che fu detto di Miramare, si era obbligata di fornire aiuto 
di armi e di denaro al nuovo imperatore, sino a quando 
questi non fosse riuscito a dar completo assetto al novello 
impero. 

Quattro giorni dopo la convenzione di Miramare, sulla 
fregata austriaca « La Novara », Massimiliano prendeva 
il mare con la sua bellissima consorte Carlotta e il 28 maggio 
sbarcava a Vera-Cruz, accolto piuttosto freddamente dalla 
popolazione. L' ingresso al Messico invece fu trionfale, 
ma gì' inizi del nuovo regno furono burrascosi: la Chiesa, 
per alcune questioni, risolte personalmente dall' imperatore, 
protestò il e maresciallo Bazaine, nuovo comandante delle 
forze francesi, ebbe tosto dei dissapori con lui, acuiti dal 
fatto che l'imperatore chiamò a presiedere il primo mini- 
stero Velasquez de Leon, un avversario di Napoleone III. 

Intanto gli Stati Uniti d'America, non avendo voluto 
riconoscere il nuovo impero, favorivano nascostamente le 
mire dei fuorusciti repubblicani, e in Francia lo spirito 
nazionale e il Corpo Legislativo facevano sempre più aspre 
le loro censure verso l' imperatore per la disgraziata spe- 
dizione. Quindi Napoleone III, accettando le rimostranze 
del gabinetto di Washington, ordinava il ritiro delle truppe 
francesi, proprio quando più vi era bisogno di esse, per 
un inasprimento causato nelle file repubblicane, non del 
tutto disperse, dalla cattura in uno scontro di due loro 
generali e di alcuni colonnelli, i quali poi furono fucilati 
per ordine di Massimiliano. 

Per tentare di far recedere Napoleone dal suo ordine 



— 59 — 

di ritiro delle truppe, che poteva essere fatale, partì in 
persona per l'Europa Y imperatrice Carlotta, e trovò l'impe- 
ratore malato a Saint-Cloud e infastidito del cattivo esito 
della sua politica germanica. Ella descrisse a foschi co- 
lori la situazione di suo marito e diede a leggere all'impe- 
ratore due lettere, scritte da lui stesso a Massimiliano, 
con cui gli prometteva appoggio ed aiuto sino a quando 
ve ne fosse bisogno. U imperatore dette alle lettere una 
scorsa distratta e le restituì, dicendo di aver fatto quanto 
poteva e di non poter dare ne un uomo né uno scudo più. 
Pallida d' indignazione, Y infelice donna vuoisi che abbia 
risposto : « Lo sapevo ; una nipote di Luigi Filippo d' Or- 
léans non avrebbe dovuto affidare il suo destino ad un 
Bonaparte ! » Fu 1' ultimo scatto del suo sangue regale : 
recatasi a Roma dal Papa, avute nuove e più recise ri- 
pulse, la sua mente non resse a tanta dolorosa delusione, 
e d' allora ella vive nell' abisso della Follia. 

Intanto nel Messico gli eventi precipitavano : il mare- 
sciallo Bazaine, ambiziosissimo, forse avrebbe voluto fa- 
vorire la caduta dell' imperatore, per mettersi al suo posto, 
anche perchè aveva sposato una ricca messicana. Con ci- 
nica vigliaccheria, diventò traditore ; venne a segreti 
accordi coi ribelli, e fece sì che Napoleone III telegrafasse 
all' imperatore di abdicare. 

E Massimiliano, il 18 ottobre 1866, avuto la notizia, 
dell' impazzimento di Carlotta, risolvette subito di lasciare 
il Messico. Nelle prime ore del mattino del 21 ottobre, 
si mise in viaggio per Oribaza, dove giunse la sera del 27. 
I francesi ricevettero l' imperatore con una salva di arti- 



— 6o — 

glieria e fecero suonare le campane a festa.... e il loro 
capo lo tradiva ! 

Ad Oribaza il colonnello austriaco Kodolies e il ca- 
pitano Kevenhuller, si presero l' incarico di distogliere 
1' imperatore dai propositi di abdicazione, e lo fecero in 
ginocchio ; il ministro Lacunza gli ricordò in nome del 
paese la sua promessa : Un d' Asburgo non lascierà mai 
il suo posto nel momento del pericolo ! 

E Y imperatore debole, contrariato, avvilito rimase, 
mentre sorgevano i primi bagliori della guerra civile. Il 5 
di febbraio 1' esercito francese abbandonò la capitale, e 
il 1 2 lo seguirono i Belgi e gli Austriaci ; Massimiliano, 
per difendersi dalla rivoluzione imminente, dovette disporsi 
subito a raccogliere un esercito indigeno e inesperto. 

E la lotta incominciò. Juarez, tornato alla riscossa, 
occupò in pochi giorni molte città e borgate, mentre Por- 
firio Diaz poneva 1' assedio a Puebla ed Escobedo si di- 
rigeva su Querétaro con 16 mila uomini. L' esercito impe- 
riale, guidato dal generale Miramon, riportò una bella 
vittoria a Zacatas, ma dopo poco fu sconfitto a San Gia- 
cinto: lo stesso Miramon ferito, suo fratello fatto prigioniero 
e fucilato al lume di una candela. 

Allora Massimiliano tornò al suo proposito di abdicare, 
ma il presidente dei ministri gli consigliò di recarsi a Queré- 
taro, città devota all'impero, fortificandosi e di là trattare con 
Juarez, ottenendo tutte le garanzie possibili e poi abdicare. 

E Massimiliano il 13 febbraio 1867, alle due del mat- 
tino, con 1500 uomini, seguito dai generali messicani 
Lopez e Marquez, partì per Querétaro. 



— 6i — 

« Mentre passava galoppando sotto gli antichi alberi 
della bella Hacienda de los Ahuehentes, traverso la su- 
perba vallata del Messico verso il Nord, si trasportava 
con la fantasia ai tempi in cui quegli stessi alberi ave- 
vano formato come colonne maestose le gigantesche cat- 
tedrali all' antica religione idolatra degli indiani, sotto le 
cui ombre Montezuma, il primo difensore dell' indipen- 
denza messicana, aveva celebrato i suoi misteriosi sacrifici. 
Uno di questi alberi prediletti da Montezuma era stato 
battezzato « albero della notte del dolore », perchè, seduto 
sotto le sue foglie, lo spagnuolo avventuriero Fernando 
Cortez aveva pianto dopo un combattimento notturno, 
per cui era stato espulso dal Messico. Fu questo il ri- 
cordo, che si affacciò alla mente dell' imperatore. Egli 
scrisse a questo proposito nel suo diario : « questo mo- 
mento nella storia del gran conquistatore mi ha sempre 
commosso nel fondo de Y anima, perchè e' insegna che 
anche gli spiriti più forti e dominatori, per solito sì saldi 
e tenaci, hanno momenti, in cui si credono abbandonati 
dalla loro stella e cadono nella più grande prostrazione. 
Se in tali istanti non giunge una salutare reazione, quel- 
Y uomo è finito e la sua stella tramontata per sempre. 
La stella di Cortez non fu offuscata che per un breve 
intervallo da una nube passeggera ; egli si risollevò più' 
forte che mai dal suo dolore e riconquistò il perduto cre- 
dito nel Messico e compì felicemente Y opera sua » (i). 

(i) Prof. Alberto Allan. Studi Carducciani. Commento all'ode «Mi- 
ramare » . 



— 62 — 

L' opera invece del giovane imperatore d' Asburgo 
doveva miseramente naufragare. A Querétaro egli fu 
accolto con entusiasmo, ma subito bisognò pensare alla 
difesa, perchè il nemico cingeva da ogni parte la città. 
Massimiliano inviò i generali Marquez e Vidaurri a Mes- 
sico, perchè portassero quei soccorsi di uomini e denaro, 
che il Ministero si era rifiutato d' inviare. Ma il Marquez, 
giunto al Messico trovò la città assediata da Porfidio 
Diaz e quasi sguarnita di milizie ; quindi egli concepì 
T ardito disegno di recarsi a Puebla, liberarla dall'assedio, 
di cui pur essa era cinta, e con quella guarnigione cor- 
rere a Querétaro. Ma per la lentissima marcia la fortezza 
cadde, prima che gli aiuti giungessero, ed ormai era 
troppo tardi per avviarsi a Querétaro, non essendo più 
possibile di farsi strada. 

Allora Marquez ritornò verso Messico, ove riuscì a 
penetrare ed assunse il comando della piazza, ma non 
fece più a tempo ad uscirne, perchè il Diaz vi pose un 
rigoroso blocco. 

L' imperatore quando seppe che nessun soccorso po- 
teva attendersi da Marquez, per portare la guerra in campo 
aperto, tentò una sortita, che diresse in persona e da vero 
valoroso, insieme col generale Miramon. L' esito della 
sortita fu vittorioso, ma gli imperiali non seppero appro- 
fittare del varco aperto fra i nemici ; ne approfittò invece 
Escobedo, il quale, chiamati a raccolta fulmineamente i 
suoi e favorito da un aiuto giuntogli in queir istante, 
assalì l' imperatore, obbligandolo a rientrare precipitosa- 
mente in Querétaro. 



- 6 3 - 

Si pensò allora di venire a patti e il colonnello Lopez 
fu inviato al campo di Escobedo : si lasciasse partire il 
sovrano per Tuxpan, donde s' imbarcherebbe per l'Europa, 
rinunziando ad ogni intromissione nelle questioni del 
Messico. Si disse che il Lopez avesse vilmente tradito 
la causa imperiale, rivelando al nemico che nella notte 
dal 14 al 15 maggio si sarebbe tentata un' ultima dispe- 
rata sortita, e mostrando le posizioni dei reggimenti e 
la dimora del sovrano : il prezzo del suo infame tradi- 
mento, che non avrebbe riscontro nella storia, gli sarebbe 
stato pagato con 200000 piastre. Ma il Lopez, più tardi, 
si scolpò dell' infame accusa, pubblicando uno scritto, 
intitolato: « Michele Lopez ai suoi concittadini e al mondo ». 
Lo stesso Escobedo, interrogato, quando nel 1887 egli, 
già vecchio, si era ritirato a vita privata, in una minuta 
esposizione dei fatti al suo governo disse : « Miguel Lopez 
non ha tradito Massimiliano d' Austria, e non ha nem- 
meno abbandonato il suo posto di combattimento ». (V. 
Iglesias. Rectificacionas historicas. Pag. 96). 

E il Cappelletti riporta queste parole del Cav. Tavera, 
segretario della legazione austriaca al Messico : « l'impe- 
ratore parlava con animo tranquillo di Lopez ; solo allor- 
ché veniva a parlare di Bazaine e di Marquez si mostrava 
indignato ». Certo molti ancora credono al tradimento, 
fra cui il Tencaioli, in un suo scritto recentissimo. 

Comunque siano andate le cose, alla mezzanotte del 14, 
i nemici forzavano in serrati battaglioni le porte della 
città : al Cerro de las Campanas venivano affrontati dal- 
l' imperatore. La mischia si svolse sanguinosissima, tra 



- 6 4 - 

le grida, i clamori, le imprecazioni contro il Lopez, il 
rombo delle fucilate e delle artiglierie, il suono delle cam- 
pane. Il prode generale Miramon cadde ferito, e, recatosi 
in casa del Dottor Liceo, suo amico, per farsi medicare, 
fu da costui vigliaccamente consegnato al nemico. 

Quando le vie della città ebbero avuto tutte il loro bat- 
tesimo di sangue, i dragoni dell' Imperatrice furono quasi 
tutti sterminati dal fuoco nemico e i difensori di Massi- 
miliano interamente sgominati, 1' imperatore inviò ad 
Escobedo il suo aiutante di campo Pradillo, con bandiera 
bianca, per trattare la resa. 

Escobedo riceveva poco dopo nelle sue mani la spada 
di Massimiliano d' Austria, e lo menava prigioniero nel 
convento della Croce. Il giorno 17 1' ex imperatore pas- 
sava nel convento della Corona, e poi, quasi subito, in 
una cella del convento dei Cappuccini ; in altre due celle 
si trovavano già i generali Miramon e Meija. 

Ai prigionieri fu accordato quel simulacro di pro- 
cesso, che Napoleone I accordò al duca di Enghien e il 
Borbone a Gioacchino Murat. La condanna a morte era 
decretata già prima che si riunisse il così detto consiglio 
di guerra. 

Victor Hugo e Giuseppe Garibaldi telegrafarono a 
Juarez, chiedendo la vita dei condannati ; gli Stati Uniti 
stessi raccomandarono la clemenza ed i governi francese 
ed austriaco, per mezzo dei loro ambasciatori a Washin- 
gton, fecero vive istanze per salvare l' imperatore e i due 
generali. 

Ma tutto fu inutile e V esecuzione venne fissata per il 



- 65 - 

mercoledì 1 9 giugno, alle ore sette : i due generali pas- 
sarono 1' ultimo giorno con le loro famiglie e l'imperatore 
lo passò a scriver lettere : raccomandò al fratello Fran- 
cesco Giuseppe la vedova di Miramon e inviò il suo ri- 
tratto con dedica ad Escobedo, pregandolo di scegliere 
dei buoni tiratori per V esecuzione. La notte dormì ; si 
destò all' alba, fece colazione e si abbigliò con cura. In 
carrozza fu condotto al luogo fissato per V esecuzione, 
quello stesso Cerro de las Campanas, che era stato teatro 
de T ultima battaglia. 

Abbracciò e baciò i generali Meija e Miramon, con- 
dannati a morire con lui ; all' ufficiale, incaricato di co- 
mandare il fuoco, che lo pregò di volerlo perdonare, 
rispose : « voi siete soldato e dovete obbedire : vi sono 
grato della vostra simpatia ». 

Quindi pronunziò poche parole, inneggiando al Mes- 
sico ed alla sua grandezza, e, quando echeggiò la sca- 
rica fatale, cadde sul fianco destro pronunziando la pa- 
rola : e hombre » (uomo) : siccome parve che non fosse 
morto, un soldato gli sparò a bruciapelo una revolve- 
rata nel cuore (1). 

Tale fu la conclusione raccapricciante del gran dramma, 
che empì di commozione e di sgomento tutta Europa ; 
da ogni parte si rivolsero sguardi di rancore e di rim- 
provero verso quelli che erano stati i primi responsabili 
della catastrofe, sopra tutto verso Napoleone III, il quale 



(1) V. E. Masseral. Un essai d'empire au Mexique. 



— 66 — 

sentì che la spedizione messicana aveva dato il primo 
crollo violento al secondo impero. 

Il Colautti, ventisette anni dopo, indirizzando un so- 
netto all' infelice Carlotta, che, tutto ignorando il pauroso 
dramma di Querétaro, ancora attende il ritorno del biondo 
imperatore, scrisse : 

Scuoti, o fedele, il torpido pensiero 

A misurar per un istante solo 

L'alta ruina del secondo impero ! 
Scuoti, e mirando de la corsa gente 

La vergogna e d'Eugenia umile il duolo, 

Per allegrezza avrai salva la mente ! (i) 

Il trionfatore Juarez, trincerandosi nella legalità, nella 
fredda ragion di Stato, volle dapprima contendere la re- 
stituzione del cadavere dell'usurpatore giustiziato, e si 
piegò a concessioni, solamente quando il ministro Beust, 
con una mortificante richiesta ufficiale, ebbe fatto impli- 
cito omaggio alla legittimità del nuovo governo messi- 
cano ed alla legalità dell' esecuzione. 

Come Francesco Giuseppe aveva negato questo ultimo 
conforto alla madre di Carlo Poma, giustiziato a Man- 
tova (2), così per lungo tempo il feroce messicano lo 
negò all'angosciata arciduchessa Sofia, esclamante col 
Foscolo : 

Straniere genti, almen l'ossa rendete 
al petto de la madre mesta ! 

(1) A. Colautti. Carlotta. Nei « Canti Virili ». 

(2) V. A. Luzio. / martiri di Belfiore. 



- 6 7 - 

La misera salma di Massimiliano fu riportata in Eu- 
ropa dall'ammiraglio Tegethoff, sulla stessa fregata au- 
striaca la « Novara », sulla quale, tre anni prima, egli 
si era imbarcato, fiorente di gioventù e di speranze. Il 
funebre approdo avvenne il 28 gennaio 1868 a Trieste, 
poco lontano dal Castello di Miramare, dallo splendido 
nido di gioia e d'amore, ch'egli aveva ideato nei giorni 
felici. 

Sorge il castello bianco e turrito sopra una collinetta, 
che sporge nel mare ; il Carducci lo vide nel luglio del 
1878, in una oscura giornata di temporale, e ne riportò 
un' impressione profonda : 

O Miramare, a le tue bianche torri 
Attediate per lo ciel piovorno 
Fosche con volo di sinistri augelli 
Vengon le nubi. 

O Miramare, contro i tuoi graniti 
Grige dal torvo pelago salendo 
Con un rimbrotto d'anime crucciose 
Battono l'onde. 

Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi 
Stanno guardando le città turrite, 
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo, 
Gemme del mare ; 

E tutte il mare spinge le mugghianti 
Collere a questo basti'on di scogli, 
Onde t'affacci a le due viste d'Adria, 
Rocca d'Asburgo ; 



— 68 — 

E tona il cielo a Nabresina lungo 
La ferrugigna costa, e di baleni 
Trieste in fondo coronata il capo 
Leva tra' nembi. 

Da queste cinque strofe emerge nitida nel cielo la 
mole candida del castello, tra la calma sospetta del mare 
e la minaccia immanente delle nuvole basse e trasvo- 
lanti. 

E per contrasto il poeta ripensa alla bella serenità 
del dì, che il biondo arciduca lasciò il suo castello e la 
sua tranquilla stanza da studio, (costruita in guisa da 
rassomigliare alla cabina della nave contrammiraglia la 
« Novara ») per correre con la sua sposa alla conquista 
di una corona: 

Deh come tutto sorridea quel dolce 

Mattin d'aprile, quando usciva il biondo 
Imperatore, con la bella donna, 
A navigare ! 

A lui dal volto placido raggiava 

La maschia possa de l'impero : l'occhio 
De la sua donna cerulo e superbo 
Iva su '1 mare. 

Addio, castello pe' felici giorni 
Nido d'amore costruito in vano ! 
Altra su gli ermi oceani rapisce 
Aura gli sposi. 

Nota bene il Mazzoni che le parole : « Nido d'amore 
costruito in vano » potrebbero scriversi sulla fronte del 



- 6g - 

castello. Sulle pareti delle sale fastose esiste ancora un 
affresco, rappresentante il trionfo di Massimiliano ed in- 
torno intorno corrono delle sentenze latine, dettate da 
lui stesso ( i ) ; presso ai quattro usci della grande biblio- 
teca son collocati i busti marmorei (non tavole) di Omero, 
di Dante, di Goethe, di Shakespeare, e sul tavolo sta 
ancora aperto un libro di antiche Romanze Castigliane. 
Tutto sembra voglia parlare in quelle sale di calma e di 
serenità, perchè il visitatore dimentichi la fiera tempesta, 
cui il biondo arciduca andò incontro, seguendo l'invito 
di una Sfinge allevatrice, di cui l'immagine si presentò 
al poeta, mirando una piccola Sfinge Egiziana, che, da la 
punta del moletto d'approdo, guarda l'Adriatico. 

Essa porta la scritta: « // destino dei marinai ».... Ed 
è la Sfinge di chiunque reca nell'animo qualche traccia 
dell'insaziabile desiderio di Ulisse e di Cortez ; è il sim- 
bolo del destino di Massimiliano, nel cui animo si fonde- 
vano il desiderio di dominio e l'istinto errabondo del 
navigatore. 

Ma triste presagio segue la nave d'Asburgo, veleg- 
giale verso la terra degli Atzechi : dalla punta di Sal- 
vore, memore di tedesche sciagure (2), i morti veneti e 

(1) Si fortuna iuvat, caveto tolli. Saepe sub dulci melle venena latent. 
Non ad astra mollis e terris via. Vivitur ingenio, caetera mortis erunt. 

(2) È fama che quivi Ottone, figlio di Federico Barbarossa, fosse 
sconfitto in battaglia navale dalle armate veneziana e istriana congiunte nel 
1178, due anni dopo Legnano. La moderna scienza storica ha negato il 
fatto, ma esso fu anche eternato dal Tintoretto in un gran quadro del Pa- 
lazzo Ducale. 



— 70 — 

le vecchie fate Istriane cantano lugubre nenia, tra il roco 
piangere dei flutti : 

— Ahi ! mal tu sali sopra il mare nostro, 
Figlio d'Asburgo, la fatai « Novara » . 
Teco l'Erinni sale oscura e al vento 
Apre la vela. 

Il nome della « brumai Novara », che fu fatale la 
prima volta per l'italo Amleto, lo sarà pure per il figlio 
d'Asburgo. L'amarissimo Adriatico mal tollera una nave 

austriaca, che porta il nome di un'italica sconfitta! 

E l'Erinni vendicatrice sale sulla nave, spiega essa la 
vela e ne volge la prora, non verso la gloria, ma verso 
la morte ! 

È evidente poi la somiglianza di questa strofe con la 
famosa ode oraziana (XV del libro I), in cui Nereo, alto 
sulle onde, invia il suo sinistro auspicio dietro alla nave, 
che porta Paride con Elena, rapita al talamo maritale. 

« All'efficacia della lirica oraziana, nota il prof. Allan, 
giova molto la brevità della pròtasi e quel subito ir- 
rompere del tragico vaticinio nel gran silenzio dei venti 
e dei flutti : « Mala ducis avi domum ! » Il Carducci in- 
vece, secondando il suo genio descrittivo, s' indugia al- 
quanto a descrivere la marina intorno e l'interno del 
castello » (i). 

Ma si potrebbe notare che in quest'ode carducciana le 
poche battute di descrizione accrescono la triste solen- 

(i) Prof. A. Allan. Studi Cardticciani. Comm. all'Ode « Miramare ». 



— 7i — 

nità del presagio, che vola sul mare ; le nubi « attediate 
per lo ciel piovorno » sostituiscono quasi il gran silenzio 
dei venti e dei flutti, che preparano il vaticinio ora- 
ziano (i). 

Nella Ninna Nanna di Carlo V « il Carducci aveva 
immaginato che tre fate cantassero presso la culla del 
futuro re e imperatore, avvolgendolo in una cupa malia 
d'ombra, di sciagura e di maledizione: 

Salve, o fanciul da la faccia cagnazza, 

Salve, o figliuol di Giovanna la pazza, 

Salve, o pollon de la mista razza, 

Che dee la terra cristiana aduggiare. 

La discordia dei sangui per tre rivi, 
E il bulicame dei pensier cattivi, 
E 1' accidie degl' impeti mal vivi, 
Sale nel tuo cervello a fermentare. 

Rime Nuove. Ninna Nanna di Carlo V. 

E qui la voce, che sale da le onde, accenna a Massi- 
miliano la Sfinge del mare, che, con strane metamorfosi, 
assume via via sembianti nuovi e paurosi : or è il viso 
pallido e stravolto di Giovanna la Pazza, madre di Carlo V, 
immagine della pazzia, di cui sarà colpita V infelice Car- 
lotta, or è il teschio orribilmente ghignante di Maria 

(i) L'ode oraziana era già stata imitata dal Carducci nell'ode giovanile 
« Il vaticinio », ed un verso di essa trovasi pure nell'ode : « In morte di 

Napoleone Eugenio» : «Non hoc pollicitus tuae » «Non questo.... 

avevi promesso ecc. » 



— 72 — 

Antonietta, che ammonisce la continuazione del fato ine- 
sorabile degli Asburgo, or è la ripugnante faccia gialla 
di Montezuma, del prigioniero di Fernando Cortez, che 
già assapora la tarda vendetta : 

Tra boschi immani d' agavi non mai 

Mobili ad aura di benigno vento, 

Sta ne la sua piramide, vampante 

Livide fiamme 
Per la tenebra tropicale, il dio 

Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta, 

E navigando il pelago co '1 guardo 

Ulula — Vieni. 
Quant' è che aspetto ! La ferocia bianca 

Strussemi il regno ed i miei tempi infranse : 

Vieni, devota vittima, o nepote 

Di Carlo quinto. 
Non io gì' infami avoli tuoi di tabe 

Marcenti o arsi di regal furore ; 

Te io voleva, io colgo te, rinato 

Fiore d' Asburgo ; 
E a la grand' alma di Guatimozino 

Regnante sotto il padiglion del sole 

Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello 

Massimiliano. 

Così sempre ritorna sovrana la inflessibile legge sto- 
rica, per cui i tardi nepoti scontano le colpe dei padri 
remoti e 

....il grande 
Vitzliputzli, il sanguinario 



— 73 — 

Dio guerrier dei Messicani, 
Il feroce, orribil mostro, (i) 

per vendicare le stragi e le torture, a cui i condottieri 
spagnuoli sottoposero gli abitanti d' oltre mare al tempo 
di lor fortuna, alla grand' anima di Guatimozino, ultimo 
re degli Atzechi, che, prima d' essere impeso, fu adagiato 
sui carboni ardenti, perchè rivelasse all' ingordigia degli 
stranieri, dove potessero saziare la loro sete di oro, manda 
privilegiata inferia, il puro, il forte, il bello Massimiliano ! 
In tal modo il rinato fiore d' Asburgo scontava le 
colpe di sua gente, perchè il destino della sua casa, a tra- 
verso lui, doveva compiersi tutto, da Maria Antonietta, 
che il popol di Parigi mandò sul palco fatale, sino ad 
Elisabetta imperatrice regina, « che il pugnai di Lucheni 
aspettava » ! 



Una mattina l'imperatrice Elisabetta percorreva l'Adria- 
tico sul suo Yact « Miramare », insieme con il suo mae- 
stro di greco Costantino Christomanos. « Il mare era 
vuoto e sconvolto, di un cupo turchino di piombo, che 
rendeva quasi sensibile la pesantezza delle liquide masse, 
e bianchi nastri di schiuma attraversavano quel triste 
turchino infinito. Gabbiani svolazzavano con ali silenziose 
dietro al legno ; a volta a volta cacciavano stridule grida. 

— Ad ogni mio viaggio, disse V imperatrice, i gab- 

(i) A. Heine. Dal « Romanzerò ». Trad., di G. Chiarini. 



— 74 — 

biani seguono il mio vascello, ma ve n' è sempre uno di 
colore fosco, quasi nero, come quello lì. 

Ed ella additò un gabbiano nerastro, che volava alla 
testa di tutti gli altri. E soggiunse: 

— Quello lì solo verrà quasi sino a Corfù. A volte 
il nero gabbiano m' ha accompagnata per un' intera set- 
timana, da un continente all' altro. Io credo che esso sia 
il mio destino » (i). 

E si parlò pure di un « corvo degli Asburgo », che 
si voleva fosse apparso sul palazzo Imperiale, quando 
Francesco Giuseppe fu coronato imperatore ad Olmutz, 
quando Massimiliano d' Austria, votato alle scariche del 
plotone di giustizia, fece 1' ultima passeggiata nel giar- 
dino di Miramare, e quando Y arciduchessa Maria Cri- 
stina, fidanzata al re Alfonso XII di Spagna, si avviava 
in vettura alla stazione, per andare a cingere la dolorosa 
corona. Ed un' altra leggenda ancora si narrò di una 
« dama bianca », che più volte era stata vista aggirarsi 
nelle sale più recondite della Hofburg. 

Così le tragiche vicende della famiglia d' Asburgo 
inspirarono la fantasia popolare e la fantasia dei poeti. Ma 
è strano come Elisabetta credesse fermamente di dover 
seguire il destino della sua dinastia. 

Nel castello reale di Versailles, esisteva uno specchio 
tragicamente profetico. Nello spogliatoio di Maria Anto- 
nietta questo largo specchio era incastrato nel muro con 
altri due laterali più stretti della medesima altezza, che 

(i) CfflUSTOMANOS. Regina di dolore. 



— 75 — 

facevano da una parte e dall' altra un angolo retto, come 
gli stipiti di una porta. Lo specchio di mezzo rifletteva 
la persona integralmente, se uno si collocava di fronte, 
ma negli angoli laterali la persona appariva decapitata, 
se la persona si collocava diagonalmente. Ciascuno degli 
specchi ad angolo rifletteva una spalla, un braccio, metà 
della persona ; ma il capo, per una curiosa combinazione 
spariva, mentre, inclinandolo un poco di qua o di là dalla 
linea diagonale, tornava o neh" uno o nell' altro specchio 
ad apparire. Il fenomeno non era difficile a spiegarsi otti- 
camente, ma è strano che Maria Antonietta inconsape- 
vole leggesse ogni mattina nello specchio la sua sorte (i). 

Elisabetta d' Austria invece credeva di leggere il suo 
destino nelle onde del mare : « io e le mie sorelle, diceva, 
crediamo fermamente di dover morire annegate nel mare ». 

E non se ne sarebbe tanto rammaricata, perchè ella 
lo adorava il mare : quando ne parlava, trovava delle 
espressioni originali e frementi di passione : 

« Il mare è come una gran madre, sul cui petto si 
dimentica tutto ». 

« Il mare mi vuole avere ; esso sa eh' io gli appar- 
tengo ». 

« Il mare è il mio confessore, che io debbo giornal- 
mente consultare. Esso mi ringiovanisce, togliendo da 
me tutto ciò che è estraneo e dandomi i suoi pensieri, 
che sono V unica giovinezza immortale. Da lui viene tutta 
la mia saggezza ». 

(i) Luigi d' Insengard. Memorie di ttn vagabondo. 



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« Il mare ci disumana; esso non tollera in noi nes- 
suna delle animalità della terra.... Quando il mare è in 
tempesta, credo io stessa di essere diventata un' onda 
schiumante ». 

« Io sono come un uccello de la tempesta, e, quando 
le onde infuriano, mi faccio legare ad una sedia, sulla 
tolda del mio Yact, per pascermi della vista superba dei 
flutti irritati ». 

Così ella era sempre stata, amante del mare e della 
natura tutta, adorante della libertà, che favoriva la sua 
indole fantasiosa e strana, sin da fanciulla. Madame Arvède 
Barine così parla della prima giovinezza di lei : « Suo 
padre, Massimiliano — Giuseppe Birkenfeld, duca di 
Baviera, era un parente povero della famiglia imperiale 
d' Austria. Carico di figli, assorbito dalle cure, per stabilire 
i maggiori, egli si adoperava con sua moglie, la duchessa 
Ludovica, per trovar marito alle figliuole primogenite. Si 
contava di pensare alla piccola Elisabetta più tardi, quando 
le maggiori sarebbero già a posto. Elisabetta si trovava 
molto contenta della sua parte di Cendrillon (ella stessa 
si era battezzata così), e profittava di non essere sor- 
vegliata da alcuno per scorazzare il paese e rendersi 
familiare a tutti gli abitanti dei dintorni. Questa fu Y ori- 
gine dei suoi mali. La fanciulla crebbe in appresso estra- 
nea all'idea monarchica, nell'ignoranza dei sacrifizi, ch'essa 
esige dalle sue vittime, le teste coronate. I casolari, dove 
ella si riparava familiarmente durante gli acquazzoni, dove 
ella andava a chiedere un bicchiere di latte, le insegna- 



— 77 — 

vano una ben altra lezione, molto pericolosa per una 
futura imperatrice. Ella vi imparava a conoscere le gioie 
semplici degli umili, la loro mancanza di ogni ritegno, 
e si avvezzava all' idea folle che ella pure potesse pre- 
tendervi. E non era sua colpa ; nessuno infatti le aveva 
insegnato come dovesse comportarsi una principessa. I 
suoi genitori credevano di aver del tempo davanti a loro, 
perchè Elisabetta portava ancora le vesti corte e non pran- 
zava neppure alla tavola di famiglia ; si poteva passare 
delle settimane intere al castello di Possenhoffen, senza 
vedere la loro Cendrillon. 

Aveva ella sedici anni, quando un grande avvenimento 
accadde nella famiglia. La degna coppia di Possenhoffen 
veniva finalmente ricompensata delle sue pene : la figlia 
maggiore era chiesta in matrimonio dall' imperatore d' Au- 
stria. Si attendeva il giovane monarca al castello, per 
celebrare il fidanzamento. Si era alla fine dell' inverno 
del 1854, al principio di primavera. Francesco Giuseppe 
giunse. Egli aveva ventiquattro anni. Poco dopo sbar- 
cato, gli venne V idea di andare a passeggiare solo nei 
boschi.... L' imperatore vide venire a lui, sotto i grandi 
alberi, una piccola fata vestita di bianco, di una bellezza 
meravigliosa. I suoi occhi turchini erano pieni di luce, 
la sua chioma fluttuante le cadeva sino ai ginocchi. Due 
grandi cani bianchi le galoppavano a lato. Mentre il gio- 
vane principe contemplava questa apparizione, la piccola 
fata si avvicinò e gli gettò con entusiasmo le braccia al 
collo. Era la cugina Elisabetta, che non gli era stata 



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mai presentata e che aveva riconosciuto il suo futuro 
cognato dai ritratti di lui, che aveva visti. « (Arvède 
Barine, Les Débats, 8 novembre 1899.) 

La Barine aggiunge che quella stessa sera il giovane 
imperatore dichiarò al duca di Baviera la sua intenzione 
di sposare la piccola Elisabetta. Ma più esatti particolari 
dette ultimamente il giornalista francese Enrico Nicolle (1). 
L' imperatore più tardi fece dare un gran ballo ad Ischi, 
a cui furono invitate le cugine di Baviera. La duchessa 
si affrettò ad accettare ed a condurre le figlie maggiori 
Elena e Sofia, scusando l'assenza di Elisabetta, la quale, 
nella villeggiatura di Ischi, non aveva portato seco una 
« toelette » degna di figurare in una festa così sfarzosa. 
Ma 1' imperatore si ostinò. Un secondo invito fu mandato 
direttamente alla piccola principessa con queste parole : 
« con la più semplice veste ed un fiore nei capelli, la 
cuginetta saprà anche meglio di ogni altra figurare a 
corte ». 

E la principessa Elisabetta venne al ballo, e fu, nella 
modestia dei suoi abiti, la vera regina della festa. Sul 
tardi l'imperatore e la principessa erano insieme in un 
calottino appartato : sopra un tavolo si trovava un ma- 
gnifico album, nel quale erano mirabilmente riprodotti i 
costumi delle popolazioni dei diciotto stati dell'Austria. 
Francesco Giuseppe sfogliava l'album, descrivendo ad 
Elisabetta i diversi tipi e le particolarità di ogni paese. 

(1) H. Nicolle, Les rois en pantoufles. 



— 79 — 

Quando fu all'ultimo foglio, disse : « questi sono i miei 
sudditi. Se lo volete, mia bella cugina, essi saranno anche 
i vostri ». 

Per sola risposta la giovane principessa mise la sua 
manina nella mano dell' imperatore.... Non sembra una 
storia d'amore come quella di Cendrillon e del Prince 
Charmant ? 

Le nozze avvennero il 24 aprile 1854; il viaggio sul 
Danubio fu trionfale, quasi fantastico. Elisabetta discese 
il gran fiume sino a Vienna, in un battello, tutto inghir- 
landato di fiori, dalle vele rosse di seta, dal velabro di 
velluto porpora, ricamato di api d'oro, accompagnata dalle 
semplici canzoni, già intonate a lei dalla musa popolare, 
mentre fanciulle bianco vestite spargevano viole sul suo 
cammino. Così viaggiaron l'eroine dei racconti delle fate, 
accompagnate da mille guerrieri e cento vergini. Il po- 
polo viennese credette che meglio del nome di « Cen- 
drillon » le convenisse quello di « Princesse Printemps ». 
Ma la sua educazione doveva subito urtare contro il 
cerimoniale minuzioso e complicato della corte di Vienna ; 
la sua natura, fatta di vive sensazioni, di mobili capric- 
ciosità, di subite ribellioni, di stranezze infantili, doveva 
assolutamente soffrire nell'aura severa della corte austriaca. 
Ed era forse troppo tardi per correggersi ; in vano sua 
madre le scriveva: « più noi siamo alti sulla scala so- 
ciale, meno noi abbiamo il diritto di sottrarci a quegli 
obblighi, che poco ci costa di sopportare ». In lei si venne 
sempre più accentuando il disdegno per tutto quanto ap- 



— 8o — 

partenesse al cerimoniale di corte, alla grande finzione 
delle persone regali. 

— • A me, diceva, sembra talvolta di far parte di una 
grande mascherata in costume da imperatrice.... Fra cento 
anni forse non vi saran più troni. Il nostro IO vale più 
di tutti i titoli, di tutte le dignità, cenci variopinti, con 
cui cerchiamo di coprire le nostre nudità, ma che non 
cambiano nulla al nostro intimo essere ». Ella osava per- 
fino dire : « noi non abbiamo neppure il portamento, che 
si addice a Regine. Le Borboni sì, hanno il vero incesso 
regale e vanno come oche orgogliose ». 

Per la politica poi aveva un invincibile disprezzo : 
« io reputo la politica immeritevole d' interesse ; essa non 
è che commedia ed inganno ». 

Il conflitto, sorto tra lei e la corte, si aggravò quando 
Y imperatore Y offese nel suo orgoglio coniugale. Ella, senza 
voler più intendere alcuno, si allontanò da Vienna e si dette 
a viaggiare sul suo Yact attraverso il Mediterraneo. 

Ritornò poi a corte, ma tra lei e l'imperatore ci fu 
sempre come una nube di freddezza, favorita dall'astio 
mal dissimulato dall'arciduchessa Sofia, che la chiamava 
« ochina romantica ». L'imperatrice sapeva di non essere 
compresa e di non potere essere apprezzata dai volgari 
cortigiani, i quali mal tolleravano che la nobile e bella 
creatura facesse pesar troppo sulla loro aulica miseria mo- 
rale la sua indissimulata e luminosa superiorità. 

A venti anni già ella era stata tradita dal marito, col- 
pita dalla morte nella sua prima gioia materna, odiata, 



— 81 — 

perseguitata, dileggiata. Ma ben altro le riserbava il de- 
stino ; il 1889 fu il suo anno fatale! L'unico figlio Ro- 
dolfo, quegli che era tutto per lei, trovava la morte nelle 
braccia della baronessina Maria Veczera, la bella Levan- 
tina ambiziosa ed intrigante. Dopo venti anni non è stato 
ancora svelato il mistero, che copre quella tragedia. Si 
sa soltanto che l'arciduca Rodolfo, costretto a giurare al 
padre di abbandonare la sua amante, dette convegno nel 
castello di Mayerling ad alcuni amici, tra cui il principe 
Filippo di Coburgo e il conte Hoyos. La sera il cocchiere 
Brabfish, inseparabile compagno dell'arciduca, lo condu- 
ceva a Mayerling con la Weczera. Si cenò allegramente ; 
la mattina dopo furono trovati cadaveri, lei strozzata, lui 
sfregiato e con la tempia fracassata da una palla. Si 
crede che lei, edotta del prossimo abbandono, l'abbia evi- 
rato, e che egli, nell' impeto del dolore, dopo averla stroz- 
zata, si sia fatto saltar le cervella. Ed ultimamente hanno 
fatto il giro dei giornali diverse altre versioni, più o 
meno attendibili. 

D'allora V imperatrice non conobbe più pace: un anno 
dopo tornò a Mayerling, per assistere alla messa di Re- 
quiem, celebrata per il figlio in una cappella da lei de- 
dicatagli, poi si dette a quel suo triste vagabondaggio, 
che non doveva cessar mai più. La corona imperiale non 
ebbe più alcun fascino per lei, e forse non ne aveva mai 
avuto. Una volta, mentre stava pettinandosi la sua chioma 
superba, il Christomanos le disse : « Vostra Maestà porta 
i suoi capelli come una corona invece di quella d'impe- 



— 82 — 

ratrice ». « Soltanto che più facilmente si può liberarsi 
di questa corona », rispose ella col suo indicibile sorriso 
di pena (i). 

Volle liberarsi anche de l'altra, troppo pesante per la 
sua fragile persona stanca, e lo fece, senza che questa 
volta nessuno osasse insultare al suo grande dolore. Ella 
potè dire col Carducci : 

Non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l'oblio ! 

Odi Barbare 
— Per il Chiarone di Civitavecchia. 

Nel suo disordinato pellegrinaggio fu vista a Schoen- 
brunn, a Corfù, a San Remo, a Parigi, a Villafranca, a 
Nautheim, tutta chiusa, tutta sola, tutta dolorosa, povera 
foglia travolta dal destino ; pallida, diritta, muta, sempre 
vestita di bruno, immagine del dolore che mai non posa, 
de l'angoscia che non si quieta, de la sventura che mai 
si dimentica, che non ha più canzoni sulle labbra, e non 
ha più lacrime negli occhi. ' 

Passò così, circonfusa di un mistero, che nessuno mai 
riuscì a disvelare ; la sua fu l' intima vita ideale di una 
creatura d' eccezione, che seppe sottrarre alla curiosità 
morbosa della folla tanta parte della sua tragica esistenza, 
che seppe contendere con superbi fastidi alla volgarità il 
segreto dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri. Fuggì 
« la nebbia d'ombra e di sangue, gravida di destini, che 



(i) C. Christomanos. Regina di dolore, pag. 63. 



- 8 3 - 

cova su Vienna » (i), ed andò a posare le fervide ali dei 
suoi sogni, dovunque avessero il loro regno la bellezza 
e la poesia : sulle spiagge fiorite eternamente dalla pri- 
mavera, sul mare che fu forse la sua sola passione, nelle 
chiese in cui « re e regine ferree eransi dato convegno 
a traverso i secoli », nella Hoffgarten, il giardino della 
Reggia Tirolese, « così raccolto nella sua porpora autun- 
nale, » presso la cascata di Gastein, « che ne la notte geme 
come un'anima in pena ». La sua tristezza le fu più cara 
della vita, perchè a lei non restava che amare il suo do- 
lore, ed il suo dolore ella lo portò pei clivi fioriti d'ane- 
moni ed asfodeli, nei giardini olezzanti di giacinti e di 
rose, nelle selve di ulivi argentei e nelle cipressaie tene- 
brose, nei boschetti di aranci ricchi di oro pendulo, nelle 
piccole insenature azzurre di Garitza e di Chalikiopoulos, 
sulle cime aride e brulle dei monti Akrocerauni, dove 
abitano le Eumeneidi, sulle eccelse corna gemelle del Pan- 
tòkrator, baciate dai primi raggi del sole, e tutti i suoi 
sogni raccolse in un solo grande sogno di solitudine.... 
l' Achillejon ! 

I Wittelsbach e gli Asburgo hanno popolato i loro 
possedimenti dei più superbi castelli e delle ville più 
splendide, che siano in Europa, col più fine intuito arti- 
stico e la più signorile magnificenza. Le loro costruzioni 
possono ben dirsi col Gauthier: « Vrais comtes de fées 
réalisées ». 

Luigi di Baviera, cugino dell' imperatrice Elisabetta, 

(i) Christomanos. 



- 8 4 - 

il regale sognatore di bellezze, che perì così miseramente, 
costruì dei castelli, che furon detti « sogni di marmo ». 

Egli, che già possedeva il castello di Hohenschwangau, 
infiorato dalla leggenda di Lohengrin, concepì il disegno 
di un nuovo castello, che, traendo gli auspici dal nome 
di un cigno, sorgesse tra il cielo e la terra, più vicino 
al cielo e più lontano dalla terra. Tale fu il castello di 
Neuschwanstein, che sorse sulla nuda roccia della Torbau, 
sogno ribelle d'arte e d'audacia. « V'è davvero qualche 
cosa di audace e di gigantesco, di ciclopico e di sovru- 
mano, scrive il Tencajoli, in quel castello terribile che 
troneggia con le sue torri alte duecento metri: coi suoi 
pinnacoli aguzzi come punte di spade taglienti, con le sue 
scarpate rudi come tagli di asce giganti ; v'è qualche cosa 
di terribilmente maestoso in tutta quella costruzione gra- 
nitica, che all'altezza di mille metri posa sulla roccia nuda 
e grigia, quasi spinta verso F infinito dalle vette palpi- 
tanti dei pini. È un sogno, che pare si debba infrangere 
da un momento all' altro con una raffica impetuosa di 
vento » (i). 

E dopo Neuschwanstein, il re dalla fantasia morbosa 
costruì il castello di Linderhof, vero palazzo incantato, 
che « sboccia da una foresta selvaggia come un fiore di 
trine marmoree » e ancora il castello di Herrenchiemsee, 
che è una riproduzione del palazzo di Versailles, elevan- 



(i) O. F. Tencajoli. Il re solitario e i suoi castelli. Nel Secolo XX 
dell'Ottobre 1908. 



- 8 5 - 

tesi in mezzo ad un lago, rinserrato tra gli abbracci della 
montagna bavarese. 

Così, in cima ad una roccia selvaggia, nella radura 
di una foresta sconfinata, fra le onde tranquille di un 
lago, 1' infelice amico di Wagner cercava di appagare il 
desiderio vago e indefinito di bellezza, che gli torturava 
la mente malata. 

Massimiliano d'Austria aveva elevato il castello di 
Miramare, bianca e radiosa visione di pace e d'amore ed 
Elisabetta stessa aveva già fatto costruire il castello di 
Lainz, dando all'opera maestosa tesori di denaro, di ener- 
gia, di arte, di fantasia, quand'ella pensò all'Achille]' on. 

Oltre il porto di Corfù, oltre i giardini di Nausicaa, 
protesi al mare come in uno slancio appassionato, oltre 
il porto dei Feaci, donde Ulisse s' imbarcò per Y Itaca 
petrosa, oltre l' isoletta dei cipressi alti e cupi, che ispirò 
il celebre quadro del Boeklin, « l'Isola della Morte », sotto 
una costiera rivestita di uliveti, che scende al mare, è la 
piccola baia di Benizze. 

« Dalla spiaggia, dice il Christomanos, comincia a sa- 
lire assai in alto un dolce clivo, mollemente ricoperto 
di una lanugine di argentei olivi, e in mezzo a questa 
luminosa mollezza, neri cipressi drizzansi solitari, e, come 
alberi di navi sommesse, contemplano il vuoto mare ai 
loro piedi, desolatamente. Ma sulla vetta, di tra le ultime 
onde di fogliame, il bianco Palagio di Achille abbagliante 
sorge » (i). L'Achillejon è meno splendido del castello di 

(i) Christomanos, Regina di dolore. Pag. 146. 



— 86 — 

Lainz, ma ha il gran fascino segreto, che hanno sempre 
e soltanto le cose raccolte intorno ad un grande amore 
e ad un grande dolore, da chi sa goderlo e soffrirlo con 
tutta l'anima e con tutti i sensi. 

Infatti tuttala villa meravigliosa (i) è come un Pantheon 
della Poesia e della Bellezza : Omero rapsodo, Esopo fa- 
voleggiatore, Apollo con le vergini Pieri di, la Peri della 
luce sulle ali del cigno, Venere, Diana, Nótre Dame 
de la Garde, patrona della gente di mare, Antinoo, Bacco 
fanciullo, Achille morente, tutti i simulacri di una forma 
di bellezza, tutti i simboli di un pensiero, vi sono vene- 
rati con un eclettismo di adorazione, che sbalordirebbe 
anziché commuovere, se non se ne indovinasse il fervore, 
la sincerità profonda in tutte le altre superstiti manifesta- 
zioni e rivelazioni della molteplice anima di Elisabetta 
imperatrice. 

Domina dovunque però una predilezione classica, quan- 
d' anche alcune forme di essa abbiano piuttosto un valore 
sentimentale che estetico (2). 

Neil* Achillejon ella si ritirava, quando più profondo 
sentiva il disgusto del mondo e degli uomini, di questa 



(1) L' Achillejon è gloria italiana : 1' architetto Raffaele Carito di Napoli 
lo costruì e lo decorò, riproducendo i più classici motivi pompeiani e il 
prof. Capponetti, pure di Napoli, ne disegnò i mobili. Casa Borghese provvide 
ad adornarla di statue antiche. La stessa imperatrice diceva di aver comperato 
dai Borghese ed aggiungeva : « vede in che brutto mondo siamo : fin gli Dei 
diventano schiavi abbandonati alla mercè del vile denaro » . (dal Christomanos) . 

(2) V. Olga Ossani-Lodi. Nella Vita. 



- 8 7 - 

nostra gran vita, fatta di piccole miserie ironiche e di 
piccole giocondità amare, quando più imperioso sentiva 
il bisogno delle sue ebbrezze di solitudine e di silenzio. 
— Grazie alle mie lunghe solitudini, ella diceva, ho po- 
tuto vedere che la miseria dell' esistenza la si sente sopra 
tutto per il contatto con gli uomini. 

Ella andava all' Achillejon, per vivere in quelF arcana 
armonia tra i propri sentimenti e le cose circostanti, la 
quale determina uno stato d' animo di appagamento e di 
acquiescenza, che si ricerca per essere più felici : ella in- 
vece lo ricercava per soffrire forse più intensamente, ma 
lungi dagli uomini, di cui odiava non solo la curiosità, 
ma anche il compianto. « Gli inglesi, ella diceva, sono 
disperati di stare appostati per ore intere sulla collina, 
senza riuscire a veder nulla », e rideva come una bam- 
bina, lei che ha lasciato scritto : « il riso e il pianto sono 
la cenere, sotto la quale arde la brace della nostra anima ». 

E nel mistero di quell' anima nessuno mai seppe pene- 
trare, neppure quelli che vissero a lungo con lei e che ci 
hanno tramandato le sue memorie, il Christomanos cioè e 
recentemente la contessa Szataray ; forse perchè la sua 
vita si svolse in condizioni assolutamente uniche nella 
storia umana. « L' atmosfera in cui vive P imperatrice, 
scrisse il Christomanos, è ben altra che quella, in cui noi 
respiriamo. Dal nostro punto di vista, la sua vita è piut- 
tosto un non vivere ; si potrebbe dire che ella si trova, 
pur essendo una creatura vivente, in uno stato, che esclude 
la vita ». 



— 88 — 

Perciò, allorché ella fu uccisa, Lucheni fu paragonato 
a Maramaldo, perchè aveva ucciso una creatura già morta. 
Il Barrés, là dove parla del trapasso dell' imperatrice, inti- 
tola : « LES VIOLONS CHANTENT.-JAM TRANSIIT », perchè 
« déja elle avait passe » (i). E il Barrés stesso aveva 
scritto : « gli antenati di cui ella era la continuazione mo- 
rale, quasi il prolungamento, non potevano più parlare 
con efficacia a lei. La loro concezione fondamentale della 
vita non sapeva più cantare nella sua coscienza. Ella non 
si conosceva più che come un individuo » (2). Un individuo 
strano, complesso, fantasioso, malato, che visse in un mi- 
stero, di cui nessuno saprà dirci l'intima verità e la parola 
profonda ; fu un fantasma regale, che per la sua vita e 
per la sua morte, per la tragica singolarità della sua anima, 
per il velo, onde la bella persona si circonfuse e lieve 
trasvolò tra gli umani, come 1' immagine del dolore portato 
in silenzio per il vasto mondo, oscilla indecisa tra i do- 
mini fluttuanti della leggenda e i confini sicuri della storia. 

La credettero una donna intellettuale nel senso ironico 
della parola, una femminista, ed ella diceva : « meno le 
donne apprendono, maggior pregio esse hanno ». Dissero 
che nelle sue stranezze ella cercava quel conforto, che le 
veniva negato dalla fede perduta, ed ella aveva posto la 
sua dimora preferita sotto un ausilio divino, ^scrivendo 
questi versi appiè di un' immagine sacra : 

Deh ! schiudi le tue braccia 
Maria, che noi salutiamo ! 

(1) M. Barrés . Amori et Dolori sacrum ; Une imperatrice de la solitude . 

(2) Idem. 



Stendile a protezione di questa casa 

Nella valle, ai piedi tuoi, 

Benedici questo piccolo nido ! 

Imperversi intorno la bufera, 

Esso rimanga saldo nella tua custodia... 

Tu, piena di grazia, lo difenderai. 

Alcuni moderni psichiatri, smaniosi di includere nelle 
loro categorie anche quelle anime, che sfuggono ad ogni 
pretensiosa nomenclatura scientifica, dissero che si trattava 
di una nevrotica, di un' isterica, e, più tardi, di una pazza. 
Pazzia non fu mai ! tutto al più si può riconoscere che il 
turbine di sventura, che travolse quella debole anima fem- 
minile abbia prodotto in lei quella naturale depressione 
delle facoltà psichiche, cui mai nessun umano potè resistere. 

La divina Antigone di Sofocle dice a sua sorella Is- 
mene: « da lungo tempo io son morta alla vita, io non posso 
più servire che i morti ». — « E un' insensata », pensa 
Creonte. — « Principe, gli risponde Ismene, giammai la 
ragione, che natura ci ha donato, ha potuto resistere al- 
l' eccesso del male ». 

Ed Elisabetta imperatrice regina ben fu chiamata : 
« nordica figura di tragedia greca ». La sua vita fu detta 
dal Barrès il più possente poema di nichilismo, per la sua 
audacia e la sua ironia amara, per il suo accento scettico 
e fatalista, per il suo invincibile disgusto di tutto e di 
tutti, per la presenza, a lei perpetua, dell' ideale e della 
morte, ed anche per certe sue fanciullaggini estetiche di 
una malinconia suprema. 

Il Christomanos, nell'entusiasmo delle sue « laudes », 



_ QO — . 

dopo aver magnificato il suo spirito « fluido e profondo 
come il mare », la proclamò: « una delle più sublimi e 
tragiche parvenze dell' umanità ! » 

E noi cosi pensiamo con lui ; perchè questa donna, 
madre, sorella, sposa, fu tre volte purificata dal dolore, 
perchè il suo martirio la levò in alto nella pietà delle 
genti, perchè di questa regina 

la reggia niuna 

Invidiò, che presso il foco spento 

Pure ci avesse un tremolio di cuna ! 
Niuna il suo trono invidiò, che il lento 

Figlio aspettasse, tuttavia lunghe ore 

Neil' abituro battuto dal vento ! (i) 



Ella aveva detto : « io vado così, sola, alla ricerca del 
mio destino, so che nulla al mondo può rattenermi dal- 
l' incontrarlo nel giorno prefisso: il destino chiude gli occhi 
per lungo tempo, ma ci vede pur sempre, e dà degli schiaffi 
a tutte le nostre vanitose pretensioni di saggezza ». E con 
queste parole rifiutò ancora una volta a Ginevra la scorta, 
messa a sua disposizione dal governo elvetico. 

Il io settembre 1898, nel pomeriggio, volle traversare 
il lago, per recarsi a Montreux-Territet. Passava sullo 
scalo, per salire sul battello, quando un giovane, vestito 
da operaio, si alzò da una banchina, le andò incontro, e 

(1) Giovanni Pascoli. Odi ed inni. Nel carcere di Ginevra. 



— gi- 
lè dette un colpo tremendo al petto. Ella cadde subito 
per la violenza dell'urto, ma poi si rialzò, afferrò il braccio 
della sua dama e rapidamente s' imbarcò. Ma, giunta sul 
ponte del battello, cadde improvvisamente svenuta, e sol- 
tanto allora, slacciandosi le vesti, si potè vedere sotto il 
candido seno un piccolo foro, che non dava sangue. Lu- 
cheni, macabro idiota, l'aveva ferita con una lima trian- 
golare. 

Chiesero all' imperatrice : « soffrite ? » Apri i begli 
occhi sereni, e rispose dolcemente : « no ». Un minuto 
dopo era spirata, mentre il sole tramontava sul lago di 
un purpureo tramonto autunnale. 

Chiesto al Lucheni, perchè avesse commesso V infame 
delitto, rispose per suprema ironia : « perchè ella era fe- 
lice ed io no ! » Il Pascoli credette alla grande infelicità 
di colui che divenne il più odioso assassino della storia, 
e scrisse, rivolto a lui : 

....con l'arma, che gocciò vermiglia, 
Passasti il cuore di una tua sorella, 
Di un' infelice ! 

E implorò per lui la Pietà, perchè era « suo focolare 
il dolor del mondo » : 

E l'odio è stolto, ombre dal volo breve, 
Tanto se insorga, quanto se incateni ; 
È la pietà, che l'uomo a l'uom più deve ! 
Persino ai re, persino a te, Lucheni ! (i) 

(i) Giovanni Pascoli. Nel carcere di Ginevra. 



« — 92 — 

Ma tutto il mondo civile, che aveva visto passare, 
commiserando, l'imperatrice, condannò unanime e male- 
disse il suo assassino. 

Pochi giorni dopo il delitto, che commosse tutto il 
mondo, il Carducci leggeva a pochi amici la sua elegia 
« per i funerali di Elisabetta imperatrice regina ». Fu 
resa nota il 23 settembre ; vide poi la luce nella « Rivista 
d'Italia ». 

Il grande poeta s' inchinava per la seconda volta 
« all' Eterno Femminino Regale », e veramente nessuna 
donna, per Y aureola di bellezza, di regalità e di mar- 
tirio, che tre volte la cinse, in nome di una vita più dolo- 
rosa e di una più tragica morte poteva meglio di lei 
meritare 1' ultimo omaggio dalla Poesia che non muore. 

La concezione fantastica di questa elegia è forse la 
più originale di tutta la poesia carducciana ; superbo poi 
il movimento lirico, con cui 1' epicedio si apre : 

Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de' cavalli, 
Sovra i nembi natando, 1* erte criniere al cielo. 

Via dal lutto uniforme, dal pianger lento dei cherci, 
Rapite or voi, volanti, di Wittelsbach la donna ! 

E V idea di affidare il corpo dell' imperatrice, trafitto 
dal pugnale villano, alle Valchirie, agitatrici di cavalli, 
perchè lo involino da la pompa di liturgiche funzioni al 
silenzio più gradito di una riva più cortese, non solo è 
originalissima, ma non poteva essere più felice, sia perchè 
V imperatrice Elisabetta era stata una perfetta amazzone, 
sia perchè ella fu una fervida ammiratrice di Riccardo 



— 93 — 

Wagner, che le nordiche deità eternò nella sua musica 
divina, (i) 

Ricordate la sua grandiosa cavalcata delle Valchirie? 
Sulla vetta di una montagna dirupata è il convegno delle 
Valchirie. A destra una foresta di abeti. Fantastiche nuvole, 
cacciate dalla tempesta, sfiorano passando gli orli delle 
rupi. Ne balzano fuori armate di tutto punto le fiere 
figliuole di Wotan, montate sui focosi destrieri, coi corpi 
dei guerrieri morti, appesi agli arcioni. Esse attraver- 
sano la scena al galoppo, gettando all' aria il loro sel- 
vaggio grido di guerra e brandendo le lunghe lance sfa- 
villanti. L'eco ripete le loro grida, il vento sibila acutamente, 
flagellando le cime degli abeti, che si piegano paurosi 
alle raffiche violente, e 1' uragano mugge, si scatena, imper- 
versa. Ed ecco un' altra Valchiria, un' altra ancora ; le 
prime arrivate si appostano in vedetta sui picchi più 
elevati, eccitano con le loro esclamazioni le sopravvenienti, 
le salutano col loro grido di guerra e con un forte pic- 
chiare delle lance sugli scudi. Per Y aria risuonano voci 
di giubilo, scoppi violenti di risa, schioccar di fruste, 
tintinnar di sonagli, galoppar di cavalli, lanciati a tutta 
corsa tra i sibili del vento, lo svettar degli abeti, gli 
scrosci del tuono e il mugolar de la tempesta (2) e 

... Wagner possente mille anime intona 

Ai cantanti metalli ; trema agli umani il cuore. 

G. Carducci. Presso V tinta di P. B. Shelley. 

(1) Di lui 1* imperatrice diceva che « aveva incarnato musicalmente i segreti 
più reconditi dell' anima umana » . 

(2) D. Depanis. L' anello del Nibelungo. 



— 94 — 
Così, così, 

Via, Valchirie, con voi la bionda qual voi di cavalli 
Agitatrice, a riva più cortese ! 

Insuperabile agitatrice di cavalli ella fu proclamata 
dagli stessi inglesi, quando prese parte alle cacce nelle 
verdi Erinni, e dei suoi cavalli ella diceva : « molti di 
questi generosi animali si son precipitati per me alla 
morte, ciò che nessuno tra gli uomini avrebbe fatto o 
farebbe ; piuttosto mi assassinerebbero ». 

Ed infatti il destino dette ragione alle sue parole 
amare : 

Ahi ! quanto fato grava su 1' alta tua casa crollante, 
Su la tua bianca testa, quanto dolore, Asburgo ! 

Pace, o veglianti ne la caligin di Mantova e Arad 
Ombre, ed o scarmigliati fantasimi di donne ! 

Allorché il vecchio imperatore apprese la notizia della 
tragedia di Ginevra, ruppe in un singhiozzo convulso e 
disperato, e nel pianto esclamò : « ecco il giorno più 
triste de la mia vita » ! 

E dinanzi a questo vegliardo, sulla cui fronte non 
e' è angolo, ove il dolore non abbia lasciato un' indelebile 
traccia, nessuno più oserebbe di ricordare le colpe antiche 
e gli antichi errori : taccia finalmente il grido di vendetta, 
che si eleva dalle fosse di Belfiore e di Arad ! Haynau, 
il generale Jena, che aveva visto « Brescia beverata nel 
sangue nemico, » che aveva mandato al supplizio ven- 
tidue ufficiali ungheresi nelle fosse di Arad, e ne aveva 



— 95 — 

fatto fustigare le donne, ignude davanti all' esercito sghi- 
gnazzante, morì solo, abbandonato in un albergo, tra 
T esecrazione e 1' abbominio di tutto il mondo civile ; e 
già in Inghilterra egli era stato, come un essere ripu- 
gnante, allontanato e coperto d' ingiurie e di fango dagli 
ufficiali di Sua Maestà Britannica. 

E sulla casa d' Asburgo la Nemesi ultrice infierì tanto 
inesorabile, che da quelle stesse fosse di Mantova e di 
Arad pare che s' impetri tregua al destino ! 

Voi 

tergete, Valchirie, tergete 
Dal nobil petto 1' orma nel pugnale villano. 
E tergete da 1' alma, voi pie sanatrici divine 
Il sogno spaventoso, lugubre de 1' impero ! 

Laggiù, 

Sotto Corcira bella 1' azzurro Ionio sospira, 

Con suo ritmo pensoso, verso gli aranci in fiore. 

Sorge la bianca luna da' monti d' Epiro ed allunga 
Sino a Leuca la face tremolante sul mare. 

Ivi 1' aspetta Achille 

il mitico eroe, a cui ella aveva dedicato il suo palagio, 
« Ad Achille 1' ho consacrato, ella diceva, giacché egli 
personifica per me Y anima Ellenica e la bellezza della 
vita.... lo amo, perchè era rapido alla corsa, perchè era 
forte e fiero, perchè non riteneva sacra che la propria 
volontà, né per altro visse che per i suoi sogni.... e la 
sua tristezza gli fu più sacra della vita ! » 



- 9 6 - 

Achille ed Arrigo Heine ella glorificò nel tempio, 
che fu tutto e solamente suo : la statua di Achille è una 
delle prime che si scorge, entrando nell'Achillejon, ed Heine 
ha un vero tempietto dorico in un recondito angolo dell' in- 
cantevole giardino. Il poeta riposa, in atteggiamento stanco 
e sofferente, tra un cumulo di guanciali : tra le mani ha 
un foglio, su cui è impressa questa sua strofe sconsolata : 

Was willt die einsame Thrane ? 
Sie trùbt mir ja den Blick 
Sie bleibt aus alten Zeiten 
In meinen Augen zurùck. 

(che vuole la solitaria lacrima ? Essa mi oscura la vista — 
ricordo degli anni lontani, s' indugiò sulla mia pupilla.) 
Quantunque credente, ella amò Heine, forse perchè gli 
rassomigliava per la sconfinata ammirazione delle cose 
naturali, per 1' ardore del sentimento, per il disdegno degli 
uomini, per la scettica concezione della vita e del mondo. 
Interrogata, quale dei Lieder Heiniani ella preferisse, ri- 
spose: » tutti, perchè non sono che un unico Lied : lo scet- 
ticismo dell' Heine, incredulo nella sua sentimentalità e nel 
suo entusiasmo, è anche la mia fede.... Io 1' amo per il 
suo immenso disprezzo delle proprie debolezze umane e 
per la mestizia, di cui lo riempivano le cose terrene », 
e forse ella si riconobbe in alcuni versi del poeta tedesco. 

Non è Elisabetta, di cui parla Arrigo Heine nel « Cielo 
del mare del Nord » ? 

Sta una donna bella e malata 
Diafana e bianca come di marmo, 



— 97 — 

E il vento sparpaglia le sue chiome ! 
E trascina il suo tetro canto 
Sopra il mare deserto e procelloso. 

Ora là, sotto la placida rete d'argento, che la luna 
distende sulle onde, nella infinita serenità del cielo e del 
mare, risuoni di novelli accordi la cetra del poeta tede- 
sco ed a lui risponda, dallo scoglio di Leucade, Saffo so- 
spirosa, per comporre così l'ultimo sonno alla « Principessa 
della Primavera ». 

Sveglisi nei freschi anni la pura Vindelica rosa, 
A un dolce accordo novo di t'innienti cetre, 

Qual più soave mai, la musa di Heine risuona : 
Chi da l'erma risponde Leucade sospirando? 

Tien la spirtale riva un'alta serena quiete 
Come d'elisio sotto la graziosa luna. 

Così finisce l' elegia, come un sospiro, con la pacata 
visione della spirtale riva, accarezzata dal raggio pleni- 
lunare, e dal batter lento de l'onda, mentre il vento ra- 
pisce effluvi inebrianti agli aranci in fiore. 

L'imperatrice aveva detto : « nell'Achillejon io voglio 
essere sepolta. Qui io non avrò sovra di me che le stelle 
ed i cipressi sospireranno per me assai più che non fa- 
rebbero gli uomini : nel loro pianto io vivrò più eterna- 
mente che non nella memoria dei miei sudditi ». 

Invece il destino andò anche oltre la morte, e la regina 
di dolore non ebbe la sepoltura sognata da lei e per lei 
invocata dal poeta. Pochi anni dopo la sua morte l'Achil- 



- 98 - 

lejon fu venduto ad un imperatore, che ne tolse persino 
la statua di Heine, per un meschino rancore dinastico. 
Quando il corteggio tedesco varcò il cancello del palagio 
di Achille, il gran sogno dell' imperatrice ripiegò le sue 
ali e si dileguò per sempre sconfitto. Non più or sembra 
che biancheggi la villa del sogno nell'alta serena quiete 
del cielo e del mare, ma 

.... le celeri 
Nubi a galoppo inseguono 
Pari a Valchirie fiere, la nomade 
Luna, la selva palpita 
D'antiche musiche, di saghe eroiche. 

A. Colautti 

E, nei lontani anni del futuro, se mai avrete la for- 
tuna di veleggiare nel piccolo mare glorioso, che dà il 
suo bacio perenne alle coste della Vecchia Grecia, vi 
parrà certo di vedere dalla tolda della vostra nave, un 
bianco fantasma errare da la placida baia di Benizze, su 
su a traverso un sentiero fiancheggiato di ulivi, sino al 
candido palagio di Achille ! Allora inchinatevi riverenti. 
E P imperatrice! 



1042011