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LIBRARY 




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JOHNS HOPKINS UNIVERSITY 




I 










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mmSA 




ATTI 






DELLA 



E. ACCADEMIA DEI LINCEI 



n 



ANNO cccr. 

1904 



SERIE Q,TTHCTT_A. 



NOTIZIE DEGLI SCAVI DI ANTICHITÀ 



VOLUME I. 




ROMA 

TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI 



PROPRIETÀ DEL CAV. V. SALVIUCCI 

1904 







Ruzicka, 



A 



17» 
4 



QMf*tt* 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



Anno 1904 — Fascicolo 1. 



Regione X (VENETI A). 

I. SALETTO DI MONTAGNANA — Scoperte archeologiche romane. 

Nell'ottobre del 1902 eseguendosi lo sradicamento di un vecchio Alare di noci, 
nel fondo di proprietà del sig. Centin Nemesi©, 1 in contrada Dossi, si rinvennero alla 
profondità di circa m. 1,50, unitamente ad alquanto materiale da costruzione, di 
schietta epoca romana (mattoni, embrici e frammenti di membrature architettoniche), 
due monumenti sepolcrali inscritti. 

11 primo monumento scoperto è un cippo rotondo in pietra tenera dei colli Berici, 
nel Vicentino, qui anticamente, come ai giorni nostri, usata nei diversi lavori di scal- 
pello. La sua altezza è di m. 0,70; il diam. esterno di m. 0,34. Ha profonda cavità cine- 
raria, di diam. di mm. 24, con orlo rialzato, al quale, come ne fanno prova i tre incastri per 
gli arpioncini, dovea combaciare il coperchio, che, secondo la forma tipica del cippo ate- 
stino, termina con tutta probabilità a lungo cono, sormontato da una sferetta, o da 
una pigna e fiancheggiato da due leoncini accoccolati. Tre altri incastri al basso, cor- 
rispondenti ai primi, ci fanno arguire che il monumentino sorgesse su base, forse a 
dado, e come al solito in trachite. Però di queste parti accessorie non si ebbe dallo 
sterro alcun accenno. 

Nella parte superiore del cippo riscontrasi, scolpita un po' alla buona, ma a ca- 
ratteri della primitiva epoca augustea, la scritta: 



TVETT VSTF 

AN V 
VALE3 

La traccia della lettera S erroneamente aggiunta al VALE è visibilissima. 



SALETTO DI MONTAGNANA — 4 — REGIONE X. 



Si noti che il nome Vettius trovasi sempre scritto con doppia T e che nella 
nostra epigrafe la lettera I, prolungandosi al basso e all'alto oltre l'altezza delle 
altre lettere, formava forse sigla con la seconda T ; ma non lo si può bene rilevare, 
stante una breve corrosione sovra l'asta della I. 

La famiglia Vettia è tra le atestino, e un Marco Vesto, figlio di Marco, della 
tribù Romulia,è ricordato in una lapide (C. /. L. V, n. 2517) appartenente a quel 
celebre Museo del Catajo, che pochi anni or sono, per ordine deli'arciduca Francesco 
Ferdinando V d'Este, proprietario della sontuosa villa, trasmigrò a Vienna; Museo, 
che con tanta sapienza e con ingente dispendio venne formato, in sul declinare del 
sec. XVIII, dal marchese Tommaso degli Obizzi, patrizio patavino. 

A breve distanza dal cippo ricordato e alla stessa profondità, venne pure in luce 
una stele funeraria, rotta orizzontalmente in due pezzi, quasi a metà dell'altezza. 
Essa è nella stessa qualità di pietra del cippo; arcuata alla sommità, si restringe 
alquanto verso la base, ove presentasi grossolanamente lavorata per tutto il tratto 
che andava infisso nel terreno. Misura m. 1,04 di altezza e m. 0,42 di maggior lar- 
ghezza, collo spessore di m. 0,18. 

Pressoché nella stessa forma di caratteri del cippo ci tramanda l'epigrafe: 



CN-ANNIVS 

S V R I ■ F • R O Nj 

POSIT • FP 



La stele assai modesta, ha per noi speciale importanza, poiché fa menzione della 
tribù Romulia o Romilia, a cui era ascritta lo colonia atestina. 

Della famiglia Annia, non troviamo accenno alcuno nei cronisti e storici estensi ; 
però abbiamo di essa, nel nostro Museo due ricordi, eh' ebbi la fortuna di scoprire 
ne' miei scavi delle necropoli euganeo-atestine, dopo la pubblicazione del V volume 
del C. I. L. 

Il primo è il frammento di cippo, di cui riferii nelle Nolùie degli scavi del 1887 
a pag. 194. Il secondo forma parte della pregevole suppellettile del sepolcreto della 
gens Titinia, proveniente dalle prime fortunate esplorazioni archeologiche fatte nel 
1879 nella villa Benvenuti in Este. Consiste in un ossuario fittile, che porta a graf- 
fito il nome di Cassia Seconda, figlia di Annio (Ghirardini, Necropoli primitive 
e Romane del Veneto, Notizie degli scavi 1883, pag. 408, tav. XVII, fig. 23). 

Devo notare per ultimo che il cognome Surus ci apparisce per la prima volta 
nell'epigrafia atestina, mentre è ricordato in un marmo patavino (C. I. L. V, n. 2972). 

Dal cavaticcio dello sterro, il proprietario raccolse pure buon numero di monete 
romane, fatalmente disperse, tranne un denaro d'argento del triumviro monetario Quinto 
Tisio (Babelon, Monnaies de la République Romaine, II, pag. 496. n. 1). 

Non è ora fuor di luogo il rilevare l'importanza archeologica del sito, in cui il 
sig. Centin fece le sue scoperte e dei luoghi limitrofi. 



REGIONE X. — 5 — SALETTO DI MONTAGNANA 



Dal territorio del grosso e ricco borgo di Saletto, anticamente compreso nel- 
l'acro coloniale atestino, si ebbero anche nei secoli decorsi importanti materiali per 
l'archeologia, che ci attestano come nel fiorire di Ateste, questa parte della pianura 
fosse popolata di villaggi colle rispettive necropoli. Parecchi furono gli accidentali 
ritrovamenti di avanzi di costruzioni e di sepolcri. Isidoro Alessi, storico estense, fio- 
rito nel secolo XVIII, nelle sue Ricerche istorico-critiche delle antichità di Este, 
a pag. 156, ricorda che in Saletto, nella contrada Lupie, si rinvennero : urne late- 
rizie, vasetti unguentari e un bel vaso, forse cinerario, di cristallo porporino, nonché 
il pregevole cippo sepolcrale, consacrato agli Dei Mani, in memoria di Kaninia Se- 
conda, figlia di Vibio. 

Nelle epoche preistoriche e romane la parte sud-ovest del vasto piano atestino 
era percorsa dall'Adige, che deviò nel 589 di Cr. al tempo di Autari, re longobardo, 
in seguito ad un periodo di piogge torrenziali, di cui è ricordo negli Annali del 
Muratori. 

In quelle epoche remote il rapido fiume, in gran parte disarginato, scorrea liberò, 
formando nelle frequenti sue alluvioni, lungo il corso, quella serie di dune, volgar- 
mente denominate dossi. 

Si è su queste posizioni elevate che le popolazioni preistoriche, prima, e i Ro- 
mano-atestini successivamente, stabilirono i loro villaggi e le loro necropoli; né poteva 
essere altrimenti, essendoché il resto della pianura era avvallato e acquitrinoso. 

Non pochi sono i documenti medioevali che ci tramandano i nomi di laghi, di 
valli e di stagni, ora in gran parte scomparsi e la cui bonifica, iniziata mercè leggi 
sapienti, fino dalla seconda metà del sec. XVI, sotto il Dominio Veneziano, dal Ma- 
gistrato dei Beni Inculti, continua ai giorni nostri con poderose opere idrauliche go- 
vernative e consorziali. 

Saletto, sito oggidì sull'asse dell'antico alveo dell'Adige, a cavaliere della strada 
Este-Montagnana, dovea in antico sorgere nella posizione elevata della contrada Dossi. 
Difatti quivi, a poca distanza dal fondo Centin, esiste ancora la vetustissima sua 
chiesa parrocchiale, di s. Silvestro Papa, ora tramutata in oratorio campestre. 

I caratteri stilistici della povera chiesuola la farebbero risalire al sec. IX, o tutto 
al più al X. La troviamo ricordata in un documento storico, nelle disposizioni testa- 
mentarie di Tancredi, marchese d'Este, del 30 marzo 1145 (Alessi, op. cit. pag. 527). 

II materiale costruttivo del sacello, tratto senza dubbio dal luogo, non solo ne 
attesta la vetustà, ma fa eziandio prova dell'esistenza, in quei dossi, di fabbriche ro- 
mane, poiché esaminando l'esterno dei muri perimetrali vi si notano impiegati grossi 
mattoni, pezzi di embrici e massi lavorati di marmo bianco e rosso di Verona e di 
trachite euganea. 

Anzi tra i detti ruderi scoprii sulla linea di terra, compreso nel muro a setten- 
trione, un bel frammento di cippo sepolcrale romano in pietra d'Istria, con base sa- 
gomata, alto m. 0,60 e largo m. 0,12. Non presenta che uno de'suoi prospetti laterali, 
nel cui campo rilevasi un oggetto circolare, il quale, per essere corroso, non si può 
bene rilevare se sia patera o scudo. L'iscrizione del cippo dovrebbe essere nascosta 
nello spessore del muro. 



RAVENNA — 6 — REGIONE Vili. 

Anche nell'interno della chiesuola, oltre alcuni affreschi di soggetto religioso e 
di arte primitiva che ne decorano le pareti, vi si trova un secondo frammento di 
cippo sepolcrale, in trachite, posto a base del pilastro che sorregge un angolo del 
campaniletto, aggiunta del sec. XVIII. Porta rozzamente scolpita l'iscrizione riportata 
nel C. I. L. V, n. 2720, che la trasse dal Furlanetto, errata nella seconda linea, 
n cui, diligentemente esaminata, leggerei CV1VIANI in luogo di CVPVLANI; di con- 
seguenza l'intera iscrizione frammentata sarebbe, a mio modesto avviso, la seguente: 

VALGIAE 
C VIVI ANI 

Anche la famiglia VIBIA o Vivia, come risulta da altro titolo conservato nel 
Museo Atestino, C. 1. L. V, n. 2728, è nel novero delle antiche estensi. 

Concludendo, le vecchie ricordate scoperte e le recenti, avvenute nel fondo Centin, 
devono sempre più renderci persuasi della necessità di rivolgere a preferenza le nostre 
indagini nei punti i più elevati della pianura euganea, punti che si riconoscono quali 
avanzi delle dune dell'Adige, segnatamente in quelli sparsi nel territorio dei comuni di 
Saletto, s. Elena, Villa Estense e in quelli a sud-ovest di Este, nei quali, fino dal 
1876 a tutt'oggi, si fecero scoperte della massima importanza per la storia e l'archeo- 
logia della regione veneta. 

A. Prosdocimi. 




Keuione Vili (CISPADANA). 



II. RAVENNA — Frammento di un sarcofago figurato. 

11 Museo Nazionale di Ravenna si è arricchito, nel decorso anno, di un fram- 
mento di sarcofago marmoreo, il quale da tempo si conservava nel cortile della casa 
di Giulio Massini in quella città, ove serviva da pozzale, come mi fu comunicato 
dal prof. Amaducci attuale Direttore del Museo. 

Il frammento, alto m. 0.72, largo m. 0.91, è notevole per una rappresentazione 
a basso rilievo che si osserva in uno dei fianchi minori. Sulla fronte principale era 
incisa una iscrizione a tre o quattro linee, della quale rimangono soltanto le lettere 
seguenti : 



STIN A 

GENTI 
VI • POS 



Della rappresentazione sul lato minore offro un disegno ricavato da una foto- 
grafia, gentilmente favoritami dalla direzione di quel Museo. 



REGIONE Vili. 



— 7 — 



RAVENNA 



Ad un banco fornito di quattro piedi, ed il cui lato lungo e posteriore è ornato 
di tre riquadri, siede un uomo coperto di tunica e manto, ma del quale manca ora 
la testa : questa, come deducesi dalla direzione dei muscoli del collo, era voltata verso 
sinistra. 

Col braccio destro egli si appoggia al tavolo del banco, sul quale si osservano 
sparse varie grosse monete, chiaramente indicate come tali mediante la forma tonda, 




il loro contorno, ed il segno a rilievo nel mezzo di ognuna. In prossimità di queste 
monete avvi una specie di ripostiglio fatto a guisa di cassettina aperta, entro e sotto 
il quale, all'occorrenza, potevano essere occultate provvisoriamente le monete. 

La rappresentazione adunque si riferisce ad un cassiere, ad un arcarius, il quale 
probabilmente era deposto nel sarcofago. 

La rappresentazione è anche interessante per il confronto a cui si presta con 
quella di un altro monumento, cioè di un rilievo del Museo Vaticano pubblicato 
dallo Jahn('). 



( l ) 0. Jahn, Darstellungen antiker Reliefs, welche sich auf Handwerk uni Handelverkehr 
besiehen nei Berichte della Società di Sassonia 1861, tav. X, n. 4, pag. 348. 



ROMA — 8 — ROMA 

Anche in esso è rappresentato un banco per forma quasi identico a quello del 
sarcofago ravennate, dietro il quale siede un uomo coperto di veste e mantello, ed in 
atto di posare ambo le mani sopra mucchi di monete, disposte a rotuli, oppure entro 
sacchetti sul banco stesso. Questi è per di più fornito ad uno dei lati minori, di una 
specie di grata, la quale ricorda il ripostiglio ad uno dei lati minori del sarcofago 
ravennate. 

Lo Zoega, al quale si deve una prima descrizione di questo rilievo od altro si- 
mile ('), giustamente avea interpretata la figura sedente per un banchiere e per ro- 
tuli di monete gli oggetti collocati alla sua destra. 

Lo Jahn, al contrario, a cui gli oggetti tondi sembravano troppo grossi per mo- 
nete, riferiva la rappresentazione ad un fornaio ed interpretava, quantunque in modo 
dubitativo, gli oggetti tondi per commestibili, a ciò indotto specialmente dal fatto 
che all'uomo seduto al banco se ne accosta un altro in piedi, con sacco sulla spalla 
ed in atto di tendere la mano, quasi a chiedere qualche cosa. 

La nuova rappresentazione del sarcofago ravennate, per la grande analogia che 
presenta con quello vaticano e specialmente per la maniera chiarissima con cui sono 
indicate le monete, non lascia dubbio che anche sul rilievo vaticano era rappresen- 
tato un banchiere. 

Simile a quella del Museo ravennate era probabilmente la rappresentazione sopra 
una gemma del principe Poniatowsky, citata dal Welcker ( 2 ), sulla quale vedesi un 
banchiere seduto al suo banco su cui avvi una cassetta, ed in atto di raccogliere 
il denaro. 

E. Brizio. 



III. ROMA. 



Foro Romano. — Nuovi frani menti marmorei 
degli acta triuniplioruiu e dei fasti consulares. 

1. Sterro della basilica Emilia: un frammento di quattro righe, indicatomi dal 
prof. Hiilsen, m. 0,175X0,075. scheggiato da ogni parte, meno che alla estremità 
destra, dove la testata verticale del masso conserva traccia della lavorazione piut- 
tosto grossolana, a martellina dentata. 

Completa quello già edito (C. I. L. I, 453), e ricorda la data dei due trionfi 
di Tarquinio Prisco sui Latini e sugli Etruschi. Gli apici del numerale X (CLXX?), 
della quinta riga, riguardano il trionfo sui Sabini. 

Il trionfo di Tarquinio Prisco sui Latini, ricordato da Dionigi di Alicarnaaso : 
xaì jìaffikeì'g TccQxvnog ròv èmvixiov £x toì> noke/.iov tovrov xctxirfaye Ooiaiifloi . 

(') 0. Jahn, op. cit., pag. 349, nuia 220 in fine. 

(*) Zu Zoegas Basreliefs, pag. '221; 0. Jahn, op. cit. pag. 350. 



ROMA 




— 9 — ROMA 



(III, 54), fu susseguito da nove anni di guerra fortunata contro gli Etruschi (1. e. 53), 
per cui il Senato e il popolo di Roma, gli decretarono un nuovo trionfo : xcà (ìaaiXtT 
TaQMVrtv rì]V TQonaio<pÓQOv no/.tnì]v xaràysiv "j re fiovXr] xcà ò drjixos £\piq<pi<Jccio 
(1. c. 59). 

La guerra contro i Sabini, durata cinque anni continui (1. e. 65), procurò a 
Tarquinio il terzo trionfo: Kaì fSaaileìx; Taqxvvicg tqìtov ini tìjg ìàfag ÙQXVS tòv 
ex T^ffós iTjg ficcai xairjyays f^Qiafi^ov (1. e. 66). 

L'anno 165, assegnato dal frammento in esame al trionfo sugli Etruschi, gio- 
verà quindi a completare, con qualche approssimazione, la data del trionfo precedente 
sui Latini, e quella del trionfo susseguente sui Sabini. 



LTARQVINIVSDAMABrA-T^-F. A-N-G4^ 

PRISCVS- REX DE LATINE IS • K • QJV I N C^ 

LTARQVINIVS- DAMAR ATl\. AN-CLXV 
PRISCVSREXII DE-ETRV^C-ETSrlCAlfR j 

L-TARQVINIVS-DAMARATI-FANN- CLXY 
PRISCVS REX- III- DE- SABINE IS-IDIE-SEXT 



2. Scavo della Via Sacra, fra la Regia e il tempio di Antonino o Faustina. Un 
frammento di tre righe (m. 0,093 X 0,046), scheggiato tutto all' ingiro ; contiene sol- 
tanto la desinenza di due nomi, ma sarà possibile di identificarli tenendo conto del- 
l'ordine di successione delle sigle patronimiche. 



-*"VS-CNF-cÌn-N 

^SXN'FvV 



3. Esplorazione in corso dell'area compresa fra l'arco di Augusto e il sacrario 
di Vesta. Un frammento di otto righe (m. 0,205X0,162), scheggiato all' ingiro, 
meno il piano di posa orizzontale, eh' è lavorato assai più finamente del piano di 
combaciamento verticale del frammento n. 1, perchè la lavorazione della mar- 
tellina fu susseguita da arrotatura per ottener il combaciamento perfetto, quale si 
prestava all'incisione di caratteri minuti che passano sopra alle commessure dei 
blocchi. 

Comprende le magistrature degli anni 434-435 e corregge, in parte, i supple- 
menti del Corpus. Questo frammento stava assieme a qualche scheggione di colonna 
scanalata e di altri avanzi di distruzione medioevale, dentro una fossa di forma irre- 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 2 



ROMA 



— 10 — 



ROMA 



golare, scavata forse dai cercatori del Rinascimento e che scende, per oltre un 
metro, negli strati repubblicani. 



L-V-apirius sp. f. I. n. curs£r?cX\ 



Q__?OBL]^lius q. f. q. n. philo Hi 

dici- 

quaest. exerc. caussa? 

M-F OS li us e. f. m.n. flac CINATOR mV g. eq. 



CMAinius p. f. p. nepos 



L'CORNdj«s ...f...n Un TVLVS 
L-PAPIRIVs sp. f. I. n. cursOK 17 



T • MANLIws /. f. a. n. imperio -, 

L • PAPIRIVs sp. f. I. ». curso U ITI 

L • PAPIRIVS sp. f. I. n. curs CD R ITT 

CENS . . . ' - 



S TORQVATVS1I1 




rei gerund. caussa. 
eq. 



T»\ct. 



comit. habend. caussa 



MAG-ECt 
Qj A V L I V S • CL: F • Q) • n. cerretams ii 



e. Salpi ^ I V 3 • o~é~r. f. q. n. longus 



Era tradizione, conservata in parte da Livio e da Sallustio, da Dionigi d'Alicar- 
nasso, da Diodoro Siculo, da Silvio Italico, da Macrobio, da Plinio, da Lydus, da 
Festo e da Servio, che le insegne trionfali e i distintivi dei consoli e dei magistrati 
romani venissero introdotti dai Tarquinii, insieme ai fasci, alle scuri, alle tube, ai 
sacrifici, alle divinazioni e alla musica adoprata nelle cerimonie pubbliche (Strab. 
V. 2. 2; cfr. Florus I. 1. 5.) Ma poiché taluni riti di supposta importazione etnisca, 
sono latini primitivi od italici, dobbiamo ritenere che gli ultimi re di Roma, greci 
di origine, velassero soltanto, quante volte poterono, sotto un apparato sontuoso, la 
rude semplicità del cerimoniale ereditato dall'età romulea, sanzionata dalla legisla- 
zione religiosa di Numa. 

Il trionfo sui Sabini segna una data memoranda, la data del primo grande impulso 
alla trasformazione edilizia dell'ancor giovane Roma. 

Appianate le divergenze coi Prisco-Latini, Tarquinio si dedicò tutto alle opere 
pacifiche, con più ardore di quello eh' egli aveva impiegato nei combattimenti. Diede 
mano a recinger Roma, tuttora indifesa, con un muro di pietra, dall' iniziare il quale 
avevalo distolto la guerra sabina (Liv. I. 38); "le mura urbane, narra Dionigi 
d'Alicarnasso (III. 67), già rozze e vili, primo ricostruì Tarquinio, con grandi massi 
squadrati a misura » . Sul Campidoglio tracciò l'area e gettò i fondamenti del tempio 
da lui votato a Giove, Giunone e Minerva, mentre guerreggiava contro i Sabini (Liv. 
1. e. Dionys. 1. e. Tacit. Hist. III. 72; cfr. Plin. III. 5). Bonificò i luoghi più bassi 
della città, limitrofi al Foro e le altre convalli paludose interposte alle colline (Liv. 1. e), 
scavando trincee sotterranee per le quali le acque raccolte dai più stretti condotti 
scaricavano l' intera colluvie nel Tevere (Dionys. 1. e). Circondò il Foro di taberne 
e di portici, dove si amministrava la giustizia, dove si tenevano le adunanze poli- 
tiche e si trattavano gli affari civili (Dionys. III. 67) e nella valle tra l'Aventino 
e il Palatino, da lui prosciugato, edificò il Circo Massimo. 

G. Boni. 



ROMA 



— 11 — 



ROMA 



Matrici e tessere di piombo nel Museo Nazionale Romano. 

Il prof. Kostowzew in appendice alla sua Tesserarum urbis Romae et suburbi 
plumbearum Sylloge ha pubblicato 28 matrici di tessere di piombo, delle quali 14 




Fio 1. 



esistono nel Museo Nazionale Romano, dimodoché già dalla sua pubblicazione appa- 
risce che questo Istituto ne possiede la collezione più ricca ('). 



(') Due, inedite ancora, esistono nella Sala delle Colombe, in Campidoglio. 



ROMA 



12 — 



ROMA 



Senonchè al Rostowzew sono rimaste ignorate altre otto matrici, anch'esse con- 
servate in questo Museo, sette delle quali provengono dai lavori per la sistemazione 
del Tevere, ed una è stata recentemente acquistata. Sono le seguenti: 

I. Mezza forma di palombino (mm. 105 X 75) con due fori, in linea diagonale, 
agli angoli opposti. Non c'è che il canale mediano per il passaggio del piombo fuso. 




Fig. 2. 



Le sette tessere incise (mm. 17 di diam.) sono rotonde ed hanno rappresentate 
le tre Grazie nude, in piedi, quella di mezzo volgente il dorso, colle braccia sulle 
spalle delle altre due che lo stanno ai fianchi voltate di fronte, e col braccio esterno 
abbassato (fig. 1). Il tipo ed il modulo sono identici a tessere note p. e. n. 376 e 381 
della collezione Altieri (cfr. Rostowzew n. 358). 

La tecnica seguita, semplicissima, appare evidente in questa come nelle altre 
matrici qui descritte. Con l' incisione, a mano, in materia tanto facilmente intaccabile 
dal cesello, l'operaio sul piano sbassato della tessera ottiene con pochissimi tratti la 
figura schematica più o meno fine ed evidente a seconda dell'abilità della mano che 



ROMA - 13 - R0MA 

lavora. Infatti in questa, come nella seguente matrice, la testa è segnata da un sem- 
plice incavo rotondo ottenuto con un trapano, diremo così, a testa rotonda. Una 
linea trasversale, tracciata con una punta, segna il limite tra i capelli ed il viso, 
e serve da sola a caratterizzare la direzione della testa, come si vede chiaramente, 
in rilievo, sulle tessere ricavate. Sono poi evidenti i colpi di cesello per incavare' 
li dorso, le braccia e le linee rette che segnano le gambe. Come si vede, il processo 
di lavorazione è il medesimo di quello seguito, certamente con arte e precisione di 
molto maggiori, dal monetiere romano nel preparare le matrici di bronzo, secondo ha 
dimostrato il Piccione nelle sue Osservazioni sulla tecnica e saggi monetali antichi. 
Varia solo la materia lavorata. 




Fio. 3. — '/, dal vero. 

II. Frammento di mezza forma di palombino (mm. 95 X 50) con un foro all'an- 
golo esterno superiore. La frattura coincide col canale mediano di passaggio, mancano 
anche qui i canaletti per ogni singola tessera. Le tessere conservate, in numero di 
tre, sono quadrate, misurano mm. 12 di lato e portano incisa la Fortuna in piedi 
a sin. con timone e cornucopia (fig. 2). La Fortuna è una delle rappresentanze che 
ricorrono più frequenti sulle tessere (cfr. Rostowzew p. 414), tra le quali relativa- 
mente numerose sono quelle di forma quadrata come le presenti (v. Rostowzew 
n. 1114, 1253, 1481, 1489, 1710, 1874, 2316, 2339, 2375, 2977). La figura in 
questa matrice è incisa, come al solito, coi soli tratti indispensabili; mentre però 
la testa è ottenuta come nella precedente, nel vestito sono tracciate con cura più 
minuziosa le pieghe. Resta ancora da notarsi che le tre tessere non sono perfettamente 
identiche, una di esse misurando mezzo millimetro meno che le altre due, ciò che 
caratterizza il lavoro a mano. 

III. Mezza forma di palombino (mm. 92 X 88) molto corrosa per effetto delle 
acque del Tevere, coi due fori soliti in linea diagonale, corrispondenti ai perni del- 
dell'altra mezza forma o die li contennero essi stessi una volta. Al canale mediano 
fanno capo i piccoli canaletti. Le tessere rotonde (mm. 30 di diam.) in numero di 
quattro, portano incise, due di esse, a quanto appare, due cani alla corsa, sopra uno 



ROMA 



— 14 — 



ROMA 



dei quali, nel campo, si legge CAP = Caius A . . . P ... ; le altre due un quadrupede 
non riconoscibile, a lunghe corna, probabilmente un cervo o una capra (fig. 3). 
Queste tessere sono delle più grandi che si conoscano. 

IV. Mezza forma di palombino (mm. 105X60) con un solo foro conservato al- 
l'angolo inferiore sinistro e rotta superiormente a sinistra. Le nove tessere rotonde 




l'io. 4. 



(mm. 8 di diam.) unito al canale centrale dai rispettivi canaletti, hanno rappre- 
sentata una cymba a quattro remi, con alta poppa (fig. 4). Sulla nave sono rico- 
noscibili due rematori di cui si vede la sola testa ottenuta, come al solito, a mezzo 
di un piccolo incavo rotondo. Questo, nella figura positiva, dà precisamente le testine 
in rilievo come nelle tessere della collezione Altieri n. 455, 456, 1769, 1836 (— - Bo- 
stowzew n. 1854). Le tessere di questa matrice, come si può vedere dal diametro, 
sono da annoverarsi fra le più piccole. 

V. Mezza forma di palombino (mm. 120 X 90), spezzata all'angolo inferiore 
sinistro, coi due fori in uno dei quali, il superiore destro, è conservato il chiodo o 



ROMA 



— 15 — 



ROMA 



perno di ferro. Al canale mediano immettono i piccoli canaletti. Le cinque tessere 
(mm. 17 di lato) sono quadrate ed hanno incisa una palma e la lettera S (fig. 5). 
La forma è molto corrosa dall'acqua del Tevere, ma nella tessera più conservata è 
ancora chiaramente visibile il punto rotondo ad uno degli estremi della lettera, col 
quale l'operaio ha incominciato a tracciarla. 





Fig. 5. — '/ a d;il vero. 



Fio. C. — '/, dui vero. 



VI. Mezza forma di palombino (mm. 80 X 90) coi due soliti fori, il solo canale 
centrale e cinque tessere triangolari (altezza mm. 14) in cui sono incise le lettere 
PAF = Publiu$ A...F... (fig. 6). Le aste di queste lettere sono limitate da una 
sbarretta trasversa rettilinea, ed il P è chiuso come nelle iscrizioni delle monete 
imperiali. 

VII. Mezza forma di palombino (mm. 120 X 75) spezzata a destra, con un solo 
foro conservato all'angolo superiore destro, il solo canale mediano pel passaggio del 
piombo fuso e cinque tessere di cui tre quadrate (mm. 16 di lato) con incisa la 
lettera L nel campo, e due triangolari (altezza mm. 16) con nel campo la lettera A 
(fig. 7). Questa matrice è anch'essa interessante perchè svela il metodo di lavora- 
zione; infatti ai singoli angoli delle tessere è scavato un piccolo incavo, ricavato al 
solito modo da una punta arrotondata, che dovette certo segnare, all' inizio del lavoro, 
ogni angolo e la lunghezza dei lati. Le due lettere A ed L hanno anch' esse la forma 
di quelle tracciate sulle monete imperiali, cioè con le aste limitate da un tratto 
trasverso rettilineo. 

A queste matrici aggiungo una ottava, di provenienza ignota, ma certamente ve- 
nuta in luce in occasione dei grandi lavori edilizi di Roma. Anche questa è ora ve- 
nuta ad arricchire la collezione del Museo Nazionale Romano. È la seguente: 

Mezza forma di palombino (mm. 142 X 98) con un solo perno di ferro conser- 
vato nel foro dell'angolo superiore sinistro, mancando inoltre il foro corrispondente 



ROMA 



16 — 



ROMA 



perchè l'angolo è spezzato. Le tredici tessere incise, riunite da canaletti al canale 
mediano, sono rotonde, misurano mm. 11 di diam. e portano rappresentato un cavallo 
pascente. Sopra, in campo, sono visibili, non in tutte però, alcuni segni indecifrabili 
(fig. 8). Notevole in queste tessere l'abilità dell'operaio che con pochi tratti, come 
al solito, ha saputo rendere al vero le forme dell'animale e l'erba che esso pasce, 





F.g. 7. — '/, dal vero. 



Fig. 8. — '/« dal vero. 



come resta più visibile dall' impronta positiva. È ancora da osservare che le varie 
tessere non sono perfettamente identiche, risultato inevitabile del lavoro a mano libera, 
e che egualmente si riscontra per le monete a causa del grande numero di coni usati 
anche per uno stesso tipo. 

Di queste otto matrici, quattro soltanto hanno riunite al canale centrale le sin- 
gole tessere per mezzo dei canaletti che permettono il passaggio pure ad esse del 
piombo fuso. La ragione di questo fatto non mi risulta chiara, amo però credere die 
questi canaletti, forse per semplicità di lavoro, fossero tracciati soltanto sopra una 
metà dell' intera matrice. La preparazione delle matrici, come la fusione delle tessere, 
avvenivano in officine per lo più private, senza troppe cure, per la intensa produzione 
giornaliera resa necessaria dai molteplici usi a cui le tessere dovevano servire ed il 
gran numero di persone che di tali buoni, in molti casi, dovevano essere fornite. 

Non soltanto per le matrici questo Museo può dirsi bene fornito, ma anzitutto 
per le tessere stesse, conservandovisi l'intera grande collezione del cardinale Altieri 
composta di più di 2400 esemplari (cfr. De Ruggiero, Catalogo del Museo Kirche- 
riano p. I). Il Rostowzew in totale ne pubblica 3571, alle quali vanno aggiunte 



ROMA 



— 17 



ROMA 



quelle provenienti dal Tevere {Notizie scavi 1888, pag. 440; Kostowzew e Vaglieri, 
Notizie Scavi 1900, pag. 256 segg). 

Nel riordinare la collezione numismatica del Museo mi sono venute tra mano 
alcune altre tessere non vedute dal Rostowzew ; di esse la maggior parte però, come 
tipo, erano a lui note, una di queste io pubblico perchè l'esemplare che ho rinvenuto 
è in ottimo stato e permette di correggere la descrizione di quello pubblicato dal 
Rostowzew nella sua Silloge (n. 2090), il quale, per la cattiva conservazione, non ha 
permesso la giusta lettura ed interpretazione del tipo. 

Dr. X A VI V Anubi (?) in veste di Fortuna, cioè con timone e cornucopia. 

9 A 2 T Dioscuro a d. con tirso, conducente un mulo (?). 




Fio. 9. 



Di tutta la tessera (fig. 9) (diam. mm. 24) è notevole la tecnica delle singole 
rappresentanze che mostrano uno stile accurato e vigoroso ; inoltre la sostituzione del 
tirso all'asta e del mulo al cavallo, la quale mette in rapporto questa figurazione 
del Dioscuro col ciclo dionisiano pare accenni ad una satira. 

Le due seguenti tessere da me pure ritrovate sono inedite: 
1) Dr. Nettuno in piedi a sin. con delfino e tridente. 





PlG. 10. 



FlG. il. 



^ Altra figura maschile non identificabile in piedi (fig. 10), (diam. mm. 14). 

TI 

2) V c con punto centrale. 

9 Mezzaluna e punto centrale (fig. 11), (diam. mm. 10). 

L. Cesano. 



Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 



SULMONA — 18 — REGIONE IV. 



Regione IV (SAMNIUM ET SABINA). 

PAELIGNI. 

IV. SULMONA — Nella contrada La Maddalena e proprio nel colle denominato 
Forte di Micheletlo, podere dei signori Ciufelli di Sulmona, in poco tempo si sono 
fatte varie scoperte di tombe a inumazione. E si è visto che continua il sistema del 
seppellimento a cripte scavate nel breccione, con la solita banchina da un lato ed il 
piccolo corridoio dall'altro. La notizia che ho avuto oggi dai contadini Cesidio Gial- 
lorenzo e Francesco Gravenna del Bagnaturo, è limitata alla scoperta di quattro cripte, 
in una delle quali si sono rinvenuti due scheletri. È dispiacevole che la suppellettile 
sia andata perduta per incuria degli scavatori. Io ho potuto osservare soltanto un'olla 
tornita, di creta, e anche di creta un urceolo a forma di oca, verniciato in nero, si- 
mile a quelli che si ebbero dagli scavi di Corfinio. 



V. VITTORITO — In un latifondo del sig. Serafino Pietrantoni, contrada 
Vallentuna e strada dei Mozzoni, nel piantare un vigneto, si sono scoperte molte 
tombe a inumazione, alla profondità di circa un metro. I cadaveri furono messi tutti 
in piena terra, con un vaso presso la testa, come riferiscono gli scavatori. 

Il proprietario mi ha favoriti tre vasi di creta di questi rinvenimenti; cioè: una 
oinochoe a bocca circolare, con un manico rotto; un'olla con due bozze nel corpo, 
in direzione opposta, verso la metà dell'altezza; uno stamnos con due anse molto 
rilevate perpendicolarmente, e una patina ad un'ansa orizzontale e con tre bozze a 
uguale distanza fra loro nella corporatura. 

La creta dei vasi è d'impasto rozzo e poco cotta. Sotto le incrostazioni calcaree, 
si scopre una vernice cenerognola, più prossima al nero. 

Gli altri oggetti raccolti sono di ferro e di bronzo. 
In ferro, due cuspidi di lancia e due pugnali col fodero e uno senza fodero. Man- 
cano l'else, che erano probabilmente di legno, fermate in tre sporgenze a guisa di tre 
denti non molto lunghi e paralleli fra loro. La parte superiore del fodero ha uua 
specie di fascia orizzontale sovrapposta al fodero medesimo e fermata con tre chiodi 
da un lato e tre dall'altro. La stessa fascia ha ad un lato un anello e, a un altro, 
due fori. Inferiormente termina in una ornamentazione di due pometti a poca distanza 
fra loro. Notevole anche, come facente parte di decorazione, un pendaglio conico. 

In bronzo, mi fu mostrato una specie di torques di filo cilindrico, probabilmente 
di bambino. Supposi che nella stessa tomba vi dovessero essere altri oggetti. Pregai 
perciò il proprietario del podere, affinchè facesse ancora frugare nella terra già smossa, 
per rinvenire altri oggetti. La supposizione portò a nuove scoperte. Si rinvenne ancora 
la seguente suppellettile : Un manichette che fa supporre un vaso o involato o fran- 
tumato. Trentotto cilindretti forati nel lungo e scannellati di traverso, per una o più 



REGIONE III, SARDINIA — 19 — STIGLIANO, CAGLIARI 

collane, simili alle parecchie altre trovate, quasi come specialità, nella Valle Peligna. 
Bellissime in ultimo quattro catenine a doppia maglia, lunga ciascuna m. 0,25 circa, 
con pendagl ietti a forma di ghianda e uno a pera. 

Scoperte di simil genere si sono fatte anche nei terreni che confinano col lati- 
fondo Pietrantoni. 

A. De Nino. 

Regione III (LUCANIA ET BRUTTII). 

VI. STIGLIANO — Scoperta di antichità nel territorio del Comune. 

Praticandosi dei lavori campestri nel territorio del comune di Stigliano (Po- 
tenza), in contrada denominata il Romito, presso la diruta cappella di s. Maria, 
quasi a fior di terra ritornò alla luce un blocco di pietra calcare della misura di 
m. 0,26 X 0,15 X 0,11. 

Nella faccia, male levigata, era incisa la seguente breve epigrafe: 

C l'VLONIVS 

Q I' 

VIIRVS 

Nella stessa contrada si raccolsero fra la terra smossa alcuni cocci di rozzo 
impasto di bucchero nero ed una moneta romana repubblicana (Betiliena) in bronzo, 
mal conservata. 

F. Colonna. 



SARDINIA. 

VII. CAGLIARI — Esplorazioni archeologiche e scavi nel promontorio 
di s. Elia. 

I fortunati scavi eseguiti dal sig. Francesco Orsoni (') nelle grotte del Capo 
S. Elia hanno richiamato l'attenzione di tutti i paletnologi su quel ricco materiale, 
ora conservato nel Museo Preistorico di Koma. Il merito della scoperta va senza dubbio 
attribuito all'Orsoni; però l'importanza di essa, tosto compresa dal sagace ordinatore 
del Museo Preistorico romano, venne messa in luce dal prof. G. A. Colini nel suo 
importante lavoro sul sepolcreto di Remedello ed il periodo eneolitico in Italia ( 2 ), 

(') Fr. Orsoni, Dei primi abitatori della Sardegna. Parte I. Osservazioni geologiche ed archeo- 
logiche. Bologna, Azzoguidi, 1881, pag. 32 sgg.; Bull. Paletn. Ital. a. V, pag.. 44; Matériaux p. 
Fhist. de rhomme, t. XV, pag. 54 sgg. 

( 2 ) G. A. Colini, nel suo lavoro pubblicato nel Bollettino di Paletnologia Italiana, dall'anno XXIV 
in poi, ha più volte parlato del materiale fornito dagli scavi di Orsoni ; la trattazione più ampia è 
però data nell'a. XXIV, pag. 252, tav. XVII-XIX. cfr. a. XXVI, tav. V, VI. Vedi anche il bel rias- 
sunto delle questioni paletnologiche italiane in De Cara, Gli Hetei Pelasgi, III, pag. 62, fig. 8, 9. 
Veggasi anche in lavoro di Ardu Onnis, La Sardegna preistorica e di nuovo Per la Sardegna Prei- 
storica negli Atti Soc. Rom. Antropol., voi. V, 3, e voi. IX, 1°. 2. 



CAGLIARI — 20 — SARDINIA 

nel quale si stabilisce l'orizzonte paletnologia a cui appartiene quella pregevole sup- 
pellettile sarda, in modo assai più preciso di quanto potè fare l'infelice scopritore, 
alla cui abnegazione entusiasta per le ricerche preistoriche non corrispondeva la pre- 
parazione scientifica, come non corrispose la fortuna. Cosichè, se un sentimento di 
pietoso rimpianto deve essere rivolto alla memoria di chi, per amore disinteressato alla 
scienza, svelò una delle più belle pagine della storia primitiva della Sardegna, quando 
qui tacevano quasi del tutto tali studi, è pur giusto riconoscere che la relazione del- 
l' Orsoni conteneva tali argomenti di incertezza, da infirmarne grandemente l' impor- 
tanza. Ciò riconobbe prima d'ogni altro il Pais, il quale nella sua opera fondamen- 
tale sulla Sardegna prima del dominio romano ('), pure lodando i molti sacrifici 
sostenuti dall'autore, dovette riconoscere la sua ignoranza dei lavori di archeologia 
Sarda che hanno preceduto il suo e dei fatti che si riferiscono alla storia dell'isola. 

A parte questi errori di apprezzamento, l'importanza del materiale raccolto dal- 
l' Orsoni, specialmente nella grotta detta di S. Bartolomeo, rimane indiscussa; così 
il Colini, in base all'esame da lui fatto nel museo Preistorico di Koma, potè asso- 
dare le conclusioni, accettate anche dal Pinza ( 2 ), che in esso sia « rappresentata una 
civiltà parallela ed affine a quella studiata sopratutto in alcune cripte megalitiche, 
caverne naturali, grotte artificiali e sepolture contemporanee e simili della Francia e 
della penisola Iberica, ritenute della fine del neolitico e dell'alba dell'età dei metalli. 

Il chiarissimo amico prof. Giovanni Patroni, che mi precedette in questa Dire- 
zione di scavi, sentì la necessità che si imponeva allo studioso moderno di control- 
lare, per quanto era possibile, i dati dell' Orsoni ; ed infatti, con una diligente rinet- 
tatura dell'antro di S. Bartolomeo ( 3 ), da lui identificato con quello esplorato nel- 
l'anno 1878, potè riconoscere che, se si eccettuino le disposizioni superficiali di età 
romana, la grotta conteneva un deposito umano di età preistorica, dando pienamente 
ragione all'asserto del Colini, che tutto il giacimento non presentava differenze sostan- 
ziali e che tutt'al più si poteva, in base a parecchie forme di oggetti, specialmente 
fittili, stabilire che « la facies della civiltà rappresentata dal deposito intatto della 
grotta era eneolitica e molto affine a quella di alcune grotte liguri, pure accennando 
ad uno stadio di essa civiltà che si avvicina e addentra nell'età del bronzo, quale 
si manifesta nei paesi bagnati dal Mediterraneo occidentale » . 

Benché il prof. Patroni non avesse potuto esplorare che uno strato povero ed 
oltre a ciò sconvolto, pure fu da lui assodato che la grotta aveva servito di abita- 
zione e di ricovero in tempo precedente, e poi era stata adibita per cella mortuaria 
con tracce di banchetti funebri, escludendo però in modo assoluto l'ipotesi dell'antro- 



(!) Ettore Pais, nelle Memorie della R Accademia dei Lincei, CI. scienze morali storiche e 
filologiche, voi. VII, anno 1880-81. Aggiunta. 

( e ) Colini, op. cit., Bull, paletn. italioti., a. XXIV, pag. 256; G. Pinza, Monumenti primitivi 
della Sardegna, pag. 26 (nei Monumenti antichi editi per cura delVAccad. dei Lincei, a. XI, 
tay. I, II). 

( 3 ) G. Patroni, Grotta preistorica rinettata nell'aprile 1901 (Notizie degli scavi, agosto 1901, 
pag. 381 sgg.). 



SARDINIA 



— 21 — 



CAGLIARI 



pofagia degli abitanti, e mettendoli in relazione con quelli che scavarono nella rupe 

la domu de janas, che si conserva ancora in parte a pochi metri della grotta stessa. 

Ma oltre alla indagini fatte dall' Orsoni e dal Patroni ed agli studi intrapresi 

dal Colini e dal Pinza, è mio dovere ricordare che altri avevano rivolto la loro atten- 




J"ig. 1. — Il promontorio di S. Elia visto da Cagliari. 



zione al promontorio di S. Elia, invitati sia dalla vicinanza di esso alla capitale della 
regione, sia dall'importanza eccezionale della suppellettile ivi raccolta in passato. 11 
prof. Domenico Lovisato, benemerito delle ricerche paletnologiche dell'isola, in frequenti 
escursioni, una delle quali in compagnia di un venerato maestro dei nostri studi, il 
prof. Emilio Cartailhac, aveva raccolto oggetti sporadici, ma interessanti ; varie accet- 
tine di traccie levigate, cocci di vasi preistorici, scheggie di ossidiana; altro mate- 
riale sporadico venne pure raccolto dal signor Loddo Romualdo, ora addetto al R. Museo 
Archeologico di Cagliari e dal sig. Edoardo Mannai, il quale, con molto utile degli 
studi, va raccogliendo una pregevole serie di oggetti preistorici dell'agro Cagliaritano. 
Fu specialmente il bel materiale raccolto dal Mannai e del quale mi è concesso per 
cortesia dell'autore di dare qui un cenno, che mi convinse come oltre alle due grotte 
di S. Bartolomeo e di S. Elia, esplorate dall'Orsoni, vi dovevano essere sul monte altre 
sedi dell'uomo primitivo e mi invitò di farne ricerca. Dopo varie escursioni fatte 



CAGLIARI 



— 22 — 



SARDINIA 



coi sigg. Loddo e Mannai nella primavera dell'anno corrente, appena assunta la dire- 
zione del Museo, potei segnalare alcuni punti di quel promontorio degni di un' indagine 
più approfondita, che col permesso e coll'aiuto della Direzione del Bagno Penale, 
stabilito in quella regione, potei condurre nella prima settimana dello scorso luglio ('). 



B*a»o finj/f tT'fljr/b/o/neo 




'Per/fi, 



tytJ» ^£Sà 



m i i i l iner 



=)K»l 



Fig. 2. — Pianta del promontorio di S. Elia con le identicazioni degli scavi fatti nel luglio 1903. 
Rilievo F. Nissardi. — 1. Focolari del Poetto. — 2. Scavi alla Sella del Diavolo. — 3. Scavi 
nella grotta del Semaforo. — 4. Scavi presso la Cala di Torre Perdusemini. — 5. Scavi nella 
Grotta del Bagno Penale. 



Per ben comprendere quanto verrò dicendo in appresso, debbo richiamare al let- 
tore la situazione e l'aspetto del Capo di S. Elia, aiutandomi colla pianta unita, 
tratta dal foglio dello Stato Maggiore e completata dal sig. F. Nissardi, e colla foto- 
grafia presa dalla spiaggia detta del Poetto e dagli spalti del Castello di Cagliari 

(figg. 1. 2). 

Il promontorio di S. Elia, che si eleva a sud est di Cagliari, forma, colla sua 
massa accidentata, coi suoi dirupi biancheggianti sulla glauca marina, una singolare 

(') Debbo qui esprimere pubbliche grazie al sig. cav. E. Bova, Direttore dal Bagno Penale, 
il quale mi concedette ampia facoltà di ricerche in tutto l'ambito della Colonia agricola da esso 
diretta, e mi concesse per lo scavo l'opera dei detenuti, rinnovando verso di me le cortesie di cui 
i suoi predecessori furono larghi all' Orsoni ed al Patroni. 



SARDINIA 



— 23 — CAGLIARI 



e simpatica nota nel solenne paesaggio cagliaritano; isola nei tempi anteriori alla 
comparsa dell'uomo, ora si attacca alla terra per mezzo di un cordone litorale di 
pochi metri d'altezza, che tende ogni giorno ad allargarsi per le fluitazioni delle cor- 
renti marine lungo i due golfi di Cagliari e di Quarto, che il Capo divide. È questo 
costituito da due catene o due dorsali di dirupi calcari, allineati da nord a sud e 
divisi da una valletta verso la quale degradano con pendio, dapprima leggiero, poi 
verso la vetta dirupato ed irto di scogli e di grotte naturali, mentre verso il mare 
precipitano quasi dovunque a picco, formando tra vari dirupi e le scogliere i tran- 
quilli rifugi di Cala Mosca, di Cala Fighera, del Poetto, sempre frequentati dai 
pescatori. Una di dette catene, quella orientale, più complessa nel suo aspetto e sol- 
cata da due valloncelli, si eleva sino a 136 m. sul mare e porta sull'alto del dorso 
i pochi resti del monastero di S. Elia, che dette il nome a tutto il capo e che è suc- 
ceduto, come avvenne per tanti altri santuari del mondo antico, ad un sacello di 
Venere Erycina, situato in vetta al monte, poco lungi dalla singolare incavatura detta 
la sella del Diavolo, dalla sua somiglianza ad una sella di arabo destriero, donde lo 
sguardo domina largamente su tutta l'ampia e bella distesa del golfo. 

L'altra catena, quella d'occidente, è una sottile dorsale calcare, che si inalza a 
94 m., dominata dal forte di S. Ignazio, celebre nei fasti del valore isolano per la 
brillante sua difesa contro la flotta repubblicana francese; sull'estremo sprone del 
monte, a 54 m. sul mare, è il semaforo col faro che porta il nome ufficiale di 
S. Elia. 

Sulle pendici delle due catene e nella valletta intermedia, come nel piano che 
le fronteggia, partendo dall'orlo delle saline, si estende l'opera benefica della Colonia 
agricola Penale, che ha creato in quel monte un podere modello, di mandorli, di ulivi, 
di vigneti, che a grado a grado conquistano i brulli fianchi del monte, mentre la 
cresta, irta di scogliere, tormentata da spaccature, da burroni, da grotte, offre varie 
cave di eccellente calcare da costruzione, le quali pur troppo causarono la scom- 
parsa di alcune domus de janas di cui non ebbi che scarse tracce nella pendice orien- 
tale della catena del Semaforo. Nello stesso modo dev'essere scomparsa, o andò tra- 
visata, la grotta che l' Orsoni chiamò di S. Elia, e che né io, né alcuni degli esplo- 
ratori che seguirono l'Orsoni potè sinora rintracciare con sicurezza. 

Da ciò che sopra ho detto si vede che mentre la principale delle colline del 
gruppo Cagliaritano, essendo coperta dalle abitazioni del gruppo del Castello e della 
città, presenta minori speranze per un' indagine archeologica, invece il promontorio di 
S. Elia, alquanto discosto dall'abitato ed in gran parte privo di coltivazione, si presta 
a tali ricerche, come altre delle colline, quali il Monte della Pace, il castello di 
S. Michele, le regioni di Terramaina, di Is Arenas, che dettero traccie di sedi pre- 
istoriche e specialmente la lunga dorsale del Monte Urpino che costituisce la natu- 
rale difesa verso Oriente della città e dove recentemente anche i sigg. Mannai e 
Loddo, raccolsero una bella serie di oggetti dell'età neolitica ('). Il promontorio di 

(') Loddo, Stazione neolitica di Monte Urpino. Bull, paletn. ital., anno XXIX, (1903), pag. 45. 
Come esporrò altrove, io resto fisso nell'idea che il colle su cui riposa Cagliari dovette in ogni 
tempo costituire la cittadella dei padroni del territorio, e massime in età preistorica, data la sicu- 



CAGLIARI — 24 — SARDINIA 

S. Elia, un giorno boscoso, sicuro per la sua posizione, circondato da cale tranquille 
e pescose, presentavasi opportuna sede a pescatori, traenti la loro vita uniforme e 
modesta tra lo scoglio ed il mare, paghi del poco che loro apprestavano natura e le 
tradizionali industrie primitive, finché dal mare, caro e temuto, vennero nuove genti, 
nuovi indirizzi di coltura e di idee, a mutare il corso delle vicende isolane. 

Il prof. Domenico Lovisato, oltre al raccogliere scheggio di ossidiana e frammenti 
di ceramica preistorica fra gli scarichi degli scavi fatti dall'Orsoni, come è detto 
nella relazione accennata del Patroni, nella punta settentrionale della costiera del 
promontorio S. Elia, a mezza costa del dirupo rivolto verso la città, ebbe anche un 
frammento di grès lavorato, presso la torre in vetta a questo monte, e sul dorso pia- 
neggiante di esso altri frammenti di ossidiana e due operculi di turbine (turbo rugo- 
sus), che però si trovano anche in strati e tombe sarde di età cartaginese. Sulla sponda 
poi di Cala Fighera rinvenne due azzine di roccia levigata, poco lungi dal posto dove 
il Loddo ebbe una testa di robusta accetta levigata ed un frammento di quelle teste 
di mazza, di profilo tondeggiante, grossolanamente lavorate e forate, che formano una 
specialità delle stazioni preistoriche del Campidano. 

Il Mannai, a sua volta, raccoglieva fra gli scarichi della grotta di S. Bartolomeo 
una bella freccia triangolare a margini taglientissimi, in ossidiana ; coltellini ed em- 
brionali cuspidi di freccia, pure d'ossidiana e di quarzo, ed un raschiatoio, della stessa 
sostanza, alla Sella del Diavolo, e segnalava poi al fianco orientale della catena del 
S. Elia, sopra una specie di ripiano, a 20 metri sopra il golfo del Poetto, alcuni 
strati di terra posti a nudo dai rigagnoli che incidono i fianchi del monte, che si 
presentarono ricchi di avanzi della vita dell'uomo primitivo; da questi strati egli 
aveva recuperato, non solo qualche coccio preistorico, una grossa mazza di diorite, 
spezzata al taglio, coltellini, punteruoli ed una bella lama di ossidiana, ma anche 
alcune cuspidi di freccie, sia di tipo embrionale, cioè scheggie d'ossidiane più o meno 
acuminate, con ritocchi marginali, sia anche di tipo più svolto, a pedunculo già 
accennato ed a costola mediana molto saliente, e di tipo triangolare e di lavorazione 
finita. 

Attratto dall' importanza di questi resti raccolti dall' indagine del soprasuolo, 
decisi di esplorare con una certa larghezza tutto il banco, che si presentava come un 
vero kiohkenmodding o notevole strato di avanzi organici e di rifiuti della vita, 
steso sopra la roccia ed i detriti alluvionali che formano una specie di ripiano a mezza 



rezza della sua posizione, circondata da bassure in gran parte paludose, sulle quali si aderge con 
fianchi diruti e quasi dovunque inaccessibili fino a 100 metri sul mare. Le sedi dell'uomo primi- 
tivo sono qui nascoste dalla città moderna e da tre o quattro strati di rovine. Il Mannai però ebbe 
scheggie di ossidiane ed ossa lavorate dalla fondazione di una casa in via S. Arquer, nella pendice 
meridionale dell'acropoli. Il monte, ora dominato dal bel castello Pisano di S. Michele, era una sede 
di guardia contro le incursioni dal Campidano, ai lati verso oriente la sede di monte Urpino, verso 
occidente gli abitatori d'Is Mirriones e della Polveriera, sul monte della Pace ; nel fianco poi, verso 
gli stagni di Pauli, i pescatori di Terramaina, di Is Arenas che ancora attendono l'esploratore 
regolare. 



SARDINIA 



— 25 — CAGLIARI 



costa della catena del S. Elia ed una ventina di metri sopra la spiaggia della quiete 
e ridente insenatura del Poetto. 

Praticai lo scavo, abbastanza esteso, alla testa della piccola valletta o incisione 
del monte, la quale segna il limite dove sino a questo momento sono giunti i lavori 
agricoli della Colonia Penale, dove lo strato presentava la maggiore potenza e con- 
tinuità (fig. 2, n. 1). 

Procedendo con un graduale taglio dall'orlo del burrone a raggiungere il breve 
altipiano, sino ad esaurire tutto quanto lo strato archeologico ivi esistente, mi con- 
vinsi che esso si era venuto formando in silu, col successivo accumularsi dei rifiuti 
del pasto, coi focolari e relative ceneri di molte generazioni di famiglie, per lungo 
volgere di anni. Lo strato di terriccio bruno, ricco di materie organiche e di car- 
bone, molto compatto, conteneva varie lenti o sacche di ceneri, rappresentanti gli 
antichi focolari ; questi, da me esplorati in numero di almeno otto o dieci, contene- 
vano maggiori quantità di avanzi di pasto che però non mancavano nel resto dello 
strato, ricco di cocci di vasi e di oggetti dell' industria umana, gettati e perduti. Per 
quanto io abbia sorvegliato colla maggiore diligenza possibile, insieme al predetto 
sig. Romualdo Loddo, il procedere della trincea, sino a raggiungere il fondo roccioso, 
non potei trovare le tracce delle capanne, né resti dei buchi dei pali, né muric- 
cioli, o macere che ne formassero il contorno; si ebbero però, in mezzo alle ceneri 
ed ai carboni, varie scheggie di calcare di mediocre grossezza, colla superficie corrosa 
e calcinata dall'azione del fuoco e che evidentemente dovettero servire per i focolari. 
Forse le capanne, annidate fra le boscaglie che allora coprivano il monte dalla vetta 
al mare, erano costruzioni leggierissime e facilmente rinnovabili, come le attuali 
capanne mobili che i pescatori fanno in molti punti del golfo, quando le mareggiate 
violente o la pesca abbondante li trattiene per qualche tempo alla spiaggia. Per 
tale modo, se si accumulò e rimase il detrito della vita che si formava nelle capanne, 
di esse non rimasero invece tracce che si potessero riconoscere e rilevare. Perciò 
meglio che di fondi di capanne si deve parlare d'un vero e proprio strato archeo- 
logico continuo, che misurava in qualche punto sino a due metri di potenza, con- 
servato presso a quel burrone per una lunghezza di più che quindici metri, per una 
larghezza da sei a sette metri, e che, desumendo dal numero delle lenti di ceneri, 
rappresentava il residuo di otto o dieci capanne, collocate in quel punto, abbastanza 
sicuro e riparato, sulla proda del golfo pescoso. Poiché di pesca specialmente vivevano 
gli abitanti del villaggio, come risulta dal materiale raccolto. 

Come le indagini del prof. Patroni nella grotta di S. Bartolomeo, così anche 
questo kiokkenmodding dette abbondantissimi rifiuti di pasto, in confronto colla scarsa 
suppellettile archeologica. Fra la terra e le ceneri che furono tutte passate al cri- 
vello, si trovarono scheggie di carbone di legni resinosi, assai probabilmente di 
ginepro — che è l'essenza anche oggidì prevalente sul promontorio — e poche ossa 
di mammiferi ed anche queste così spezzate e calcinate da non permettere una sicura 
determinazione. Prevalevano però le ossa, quasi certamente riferibili alla capra od 
alla pecora ed al bove; non mancando quelle di più piccoli animali, o lepri, o conigli, 
che ancora vivono in numero considerevole tra i dirupi ed i cespugli del S. Elia. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 4 



CAGLIARI — 26 — SARDINIA 

Ma il pasto preferito od abituale di queste famiglie di pescatori erano i molluschi, 
giacché a corbe se ne raccolsero le valve, alcune intatte, altre intaccate dal fuoco; 
tutte però perfettamente determinabili. Nello strato pravalevano le ostriche ed i 
cardii, non mancavano però altri molluschi, dei quali, per cortesia del sig. Pietro 
Arbanasich, posso dare qui la classificazione scientifica: 

1. Arca Noae (Lam.) (in sardo muscolo) vivente, ma poco comune nel Golfo. 

2. Cardium tuberculatum (Linn.) {cocciuta de sanguni), » » » 

3. Cerastoderma crassum (de Frane.) (cocciula bianca), comunissima nel Golfo. 

4. Cerythium triviale (Monts) (caragolu), comune. 

5. » vulgalum (Brug) » » 

6. Helix aspersa (Muller) (sinzigorru) terrestre e comune. 

7. » globosa (V. Maltzan) (sinzigorru) terrestre e comune. 

8. Murex trunculus (Linn.) (Ducconi) comune nel Golfo. 

9. Mytilus edulis (Linn.) (muscula niedda) sparita dal Mediterraneo. 

10. Oslraea edulis Linn. (Ostioni) rarissima in Sardegna. 

11. » lamellosa (Brocchi) (Ostioni) estinta in Sardegna. 

12. Patella aspera (Ph.) (pagellida) comune in Sardegna. 

13. » barbara var. subfossile (Monts) rara in Sardegna. 

14. » coerulea (Lam.) var. fortis (Monts) non comune in Sardegna. 

15. » » ".';'.■ irregularis (Fra Piero) non comune in Sard. 

16. » » » » rudis (Fra Piero) non comune. 

17. » » * * subpentangono (Monts) » 

18. » siila (De Greg.) rara in Sardegna. 

19. Pecten varius (Linn.) (cocciula arrubia) comune in Sardegna. 

20. Pectunculus (?) comune. 

21. Pinna squamosa (Linn.) (nacchera). 

(?) 

22. Spondjlus gaederopus (Linn.) (Ostioni) non comune. 

23. Tapes decussatus (Linn.) (cocciula niedda) poco comune. 

24. » extensus (Lock.) » » comune. 

La classificazione del sig. Arbanasich mette in luce un fatto assai interessante, 
ed è che alcune delle specie dei molluschi, trovati nei focolari del Poetto, •come il 
Mytilus edulis e Y Oslraea lamellosa, non esistono più nei nostri mari, altre sono 
divenute rare o poco comuni; risultati questi che collimano con quanto ha osservato 
il Ferton, analizzando le valve dei molluschi dei ripari sotto roccia del sud-est della 
Corsica (!), e provano l'antichità dei nostri depositi. --cv, 



(') Ch. Ferton, Sur Vhisloire de Boni face a l'epoque néolitique; Seconde Note, eie. Vedi anche 
i Comptes rerrdu de V Atsociation francane pour V Avancentent des sciences. Congrès d'Aiaccio 1901, 
pag, 358, 724. Le specie di molluschi trovate dal Ferton, nelle stazioni neolitiche corse, e che si 



SARDINIA — 27 — CAGLIARI 



Un risultato analogo avremmo forse potuto ricavare dall'esame delle ossa dei 
piccoli mammiferi, trovate nei focolari, se queste non fossero state poco determina- 
bili; la presenza del lagomys sardus nelle breccie ossifere di Cagliari, lascia sup- 
porre che esso fosse diffuso ancora quando i neolitici di Capo S. Elia si stabilirono 
in quei villaggi e, ove fosse provata, collimerebbe a dare un impronta di antichità 
alle stazioni umane da noi esplorate. Quello che pare certo si è, che le nostre sta- 
zioni devono essere ad un dipresso coeve con quelle della Corsica meridionale, come 
dimostra anche il fatto della presenza di armi di ossidiana, proveniente dalla Sardegna, 
nelle stazioni corse, e di accette levigate di roccie dei monti Corsi, nel materiale litico 
di Sardegna. 

Fra gli avanzi organici del deposito ho anche rinvenuto una vertebra di grosso 
pesce, ridotta a pendaglio con l'asportazione delle apofisi (fig. 3, n. 7) la quale 
benché sia, a mio credere, un oggetto d'ornamento come le patelle ed i cardii con 
foro molto levigato dall'uso, che rinvenni nello strato, pure dimostra che i pescatori 
avevano già mezzo di togliersi dalla sponda per dare caccia, con utensili adatti, a 
grossi pesci. Gli utensili, in canne ed in legno, sono scomparsi, rimasero però nello 
strato gli utensili e le armi di pietra e la stoviglia. 

Se si eccettuano la grossa ascia di diorite, trovata dal sig. Mannai, e qualche 
scheggia di quarzo nero, il materiale precipuo, esclusivo a cui ricorsero i primitivi 
abitatori del S. Elia, come di tanti altri giacimenti dell'isola è la provvida ossidiana, che 
in tanta abbondanza si trova nelle montagne oristanesi dell'Arci e del Trebina, e che 
noi troviamo diffusa dàpertutto e sino in Corsica ('), nelle due qualità principali, 
quella traslucida che dà specialmente scheggie e laminette sottili, taglienti ssim e come 
il miglior rasoio, e quella compatta nera, che pure presentandosi a tagli netti ed 
incisivi, si lascia però lavorare molto bene a minuti ritocchi, per dare le più squisite 
e mirabili forme di oggetti che furono raggiunti dal preistorico sardo. 



trovano anche in queste del Capo S. Elia, sono la Patella lusitanica e la P. coerulea, V Ostrea 
edulis, VArca Noe, il Turbo rugosus, la Pinna. 

L'Ardu Onnis, analizzando con criteri scientifici i dati del Ferton, o ne trae delle conseguenze 
che, per quanto esorbitino dal campo prettamente archeologico, pure meritano di essere tenute pre- 
senti, massime da chi ha il dovere e la fortuna di interrogare gli strati archeologici dell'isola. Dalle 
affinità di fauna o vivente o scomparsa l'Arda Onnis (per la Sardegna preistorica, pag. 19 sgg.), 
desume che la separazione delle due isole di Sardegna e di Corsica sia avvenuta dal quaternario, 
e che non sia molto più antica la separazione del massiccio Corso-Sardo dal continente Italiano, 
rimanendo nell'Arcipelago toscano le vestigia del ponte di congiunzione, attraverso il quale pare 
verosimile sia pervenuto il proto-sardo. Ma pur troppo di questo proto-sardo, affine al proto-corso 
che sarebbe venuto ad abitare la futura isola durante il pleistocene o durante l'epoca chelleana, non 
abbiamo sino ad oggi la più piccola traccia, per quanto desiderata. Quello che mi pare si possa 
dire in modo più probabile, è che tranne qualche riflesso di periodi geologici più antichi con 
qualche specie di fauna ora scomparsa, e con flora più abbondante, l'uomo preistorico di S. Elia 
trovò il paese e l'ambiente poco disforme dall'attuale. 

(') Ferton, Seconde Note sur l'histoire de Bonifacio, pag. 6. Sulla diffusione dell'ossidiana 
negli strati preistorici del Tirreno veggasi il lavoro del Colini Sulla civiltà eneolitica in Italia, 
nel Bull, di paletn. ital., a. XXV, pag. 21 sgg. 



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Però nei focolari del Poetto, come è ben naturale trattandosi dei rifiuti della vita 
e non di un pietoso deposito funebre, non ebbi gran copia e varietà di armi e stru- 
menti, come dettero l'officina litica del Monte Urpino, ai sigg. Mannai, e Loddo, o le 
stazioni campidanesi di Cuccuru di Is Arrius o di Conca e Illonis al sig. avv. 




Fig. 3. — Oggetti d'ornamento di osso e di valore di molluschi. 



Pischedda ed allo Zanardelli. Fra le centinaia di scheggio di ossidiana, per lo più 
o nuclei o rifiuti di lavorazione, ebbi però molte diecine di oggetti lavorati, rotti 
dall'uso ; non ne manca qualcuno però intatto. Sono in grande prevalenza gli imman- 
cabili coltellini, alcuni sottilissimi, in ossidiana traslucida, assai taglienti, per lo più 
con tre scheggiature, continue su tutte le faccie ed a sezione triangolare (vedi fig. 4, 
n. 1, 4, 7). Altri invece hanno una sezione trapezoide (fig. 4, n. 2, 5) e presentano nume- 
rosi ritocchi intenzionali lungo i due margini. Oltre a questi strumenti raccolsi molti 
raschiatoi, tra cui uno assai interessante (fig. 4, n. 10), a taglio vivissimo, semilu- 
nare, come un trincetto del genere di quelli usati anche ora dai pellicciai, vari 
punteruoli, più o meno robusti ed acconcinati (fig. 4, n. 9) ; ebbi anche, con una certa 
frequenza, certi coltelli a lame curva, tagliente alle estremità e con larga e robusta 
presa alla base (fig. 4, n. 8), e che da prova fattane, ritengo strumenti esclusivamente 
adatti ad aprire i molluschi ed a togliere la tonaca commestibile. 

Alcune scheggio lunghe e taglienti possono aver servito per armare giavellotti o anche 
fiocine. Molto scarse le cuspidi di freccia e di ciò si comprende il motivo, ne ebbi però 
alcuna di tipo embrionale (fig. 4, n. 13), altre più evolute, a mandorla con ritocchi. 



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altre tricuspidali molto robuste, con opportuna codetta per inserirla al caulo (n. 14). 
Queste poche freccie, unitamente a quelle trovate in altri focolari vicini, provano, 
come risulterà anche da altri dati, che se gli abitatori di questo monte vivevano in 
uno stretto ambito di vita e di idee, però avevano già raggiunto un grado abba- 



IMI 



4 5 6 1 

8 3 10 „ 12 13 U 

Fig. 4. — Armi ed utensili di ossidiana. 



stanza elevato nella tecnica litica, foggiando quelle cuspidi la cui diffusione, secondo 
l'autorevole giudizio del prof. Colini (') coincide col più alto sviluppo dell' industria 
litica. 

La stoviglia, per quanto calpestata e ridotta a piccoli frammenti, si può acco- 
stare ai tipi ovvii in tutti gli strati neolitici della penisola ; è di impasto per lo più 
impuro con argilla o terra proveniente dal poco strato di diluvium del monte, con 
elementi grossolani, specie nei vasi di maggiori dimensioni e spessore. Quasi tutti i 
frammenti però, tanto quelli di vasi a pareti robuste, quanto quelli più sottili, ave- 
vano sulle due faccie una ingubbiatura di argilla più fina, lisciata colla spatola sino 
ad acquistare una bella lucentezza o bruno-nerastra o rossiccia, che accosta alcuni di 
questi vasi ai belli esemplari siculi di Cozzo del Pantano e di Pantalica, ai quali 
tuttavia restano molto inferiori per fattura e per eleganza di garbo e di finitezza ( 2 ). 

Quanto alle forme, per quanto i vasi fossero frammentarii, però si potevano rico- 
noscere i seguenti tipi; grandi giare di diametro considerevole, con spesse pareti, 

(') Colini, op. cit., Bullettino di paletnologia ital., a. XXV, (1899), pag. 245. 

( 8 ) Orsi, Pantalica e Cassibile (Monumenti antichi, Accad. Lincei, IX (1899), pag. 75. Però se 
questi vasi siculi sono più evoluti, si consideri che essi appartengono a tempi recenziori, cioè 
all'età del bronzo avanzata. 



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o vasi cilindrici a fondo tondeggiante, con anse a nastro o a ponticello, oppure con 
anse a bozze e bitorzolo ; ebbi anche molti orli di vaso, con labbro sporgente all' in- 
fuori, e piccola fascia lungo l'orlo, e fondi di ciotole pianeggianti, con pareti sva- 
sate e grossolane. . 

Quanto alla decorazione, questi vasi d' uso si presentano molto semplici ; in gene- 
rale essi non presentano altra decorazione che la lisciatura a spatola; però fra i 
frammenti raccolti non mancano alcuni con semplice decorazione granita, a linee 
parallele disposte lungo l' orlo (fig. 5 a sinistra), oppure con zone di puntini o fascie 





Fig. 5. — Frammenti di ceramica con ornati. 



verticali od orizzontali, ottenute da una stecca che poco profondamente incide Y in- 
gubbiatura (fig. 5 a destra). È la decorazione che Patroni trovò su alcuni fram- 
menti da lui scavati nella grotta di S. Bartolomeo, e di cui presenta Y imagine nella 
sua relazione (fig. 12). 

Poco lontano da questo gruppo di focolari, più a sud della stessa costiera, quasi 
sul ciglio di quel taglio a picco del Capo, che la poetica fantasia locale battezzò 
col nome di taglio di Rolando, rinvenni un altro lembo di strato a focolari prei- 
storici, indicato con numero 2 nella cartina a fig. 2. Due grossi massi di calcare, 
rotolati giù dall'imminente costiera della Sella del diavolo, avevano coperto e pre- 
servato dal dilavamento un lembo di depositi artificiali o kiokkenmodding , costi- 
tuito essenzialmente di avanzi di pasti, in ispecie gusci di molluschi. 

Sono le stesse specie che troviamo neil' altro gruppo di focolari, ostriche, patelle, 
mitili, pinne ecc. ; prevalevano però qui le fragili valve dei manicai, solen vaginae, 
che anche oggidì sono frequenti nelle acque del golfo. 

Di oggetti dell' industria umana ebbi pochi frustoli di ossidiana e frammenti 
di vasi; fra questi una ciotoletta, trovata spezzata e ricostrutta con pazienti cure 
dal sig. Loddo, d'impuro impasto rosso «curo nell'interno, bruna alle due superfici: 
la ciotoletta ha fondo tondeggiante e pareti biconiche, con piccola ansetta a can- 



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noncino, o a bozza, forata orizzontalmente per sospendere il vaso a mezzo di funicella; 
questa forma e questo tipo di vaso, dalla superficie non del tutto finita, ma abba- 
stanza lisciata, si trova già nella ceramica di S. Bartolomeo, del Museo Preistorico 
Romano, edita dal Pinza ('), e non è infrequente negli strati preistorici sardi, tro- 
vandosi esemplari analoghi nelle grotte dell' Iglesiente, di cui si hanno materiali 
importanti nel museo di Cagliari, e nella collezione Gouin. 

Sull'alto della Sella del Diavolo, (Sa sedda de su Tiaulu), in quel breve tratto, 
distinguibile dalle fotografie (fig. 1), fra il picco sporgente e la cresta del monte, 
in una spianata continuamente minata dalla frana e perciò destinata a sparire in 
brevi anni, ebbi un altro strato lasciato da abitazioni che esplorai per qualche tratto. 
Insieme agli avanzi dei pasti ivi consumati da quelli che rimasero vigili scolte a 
sorvegliare la vasta distesa del mare, poco sotto al ciglio che sorresse il Santuario 
di Venere Erycina, si rinvennero dal Mannai numerose scheggie e cuspidi embrio- 
nali di ossidiana. Due freccie ben lavorate, ma purtroppo spezzate, una a foglia di 
salice, l' altra ad alette, ebbe il Loddo ; io pure raccolsi cogli avanzi dei pasti, rifiuti 
di lavorazione, nuclei di ossidiana, numerosi frammenti di vasi, pareti di ciotole 
biconiche e svasate, piedi di tripodi già trovati tanto nella caverna di S. Bartolomeo ( 2 ), 
come nelle grotte artificiali di Bunannaro ( 3 ) ed in qualche nuraghe dell' isola. Ebbi 
anche un notevole frammento di stoviglia, fine nella pasta, dalla superficie liscia e 
rosso bruna con profondi e regolari solchi o fascio orizzontalmente impresse; è questo 
un tipo di decorazione e di ceramica non frequente, ma caratteristica degli strati 
neolitici e lo rammento, perchè trova il suo perfetto riscontro in ceramica da me 
rinvenuta dagli strati preistorici dei ripari sotto roccia di Vayes, in valle di Susa (*). 

Da questo punto rivolsi la ricerca nell'altra costiera del Semaforo; come al 
prof. Patroni era riuscito di controllare colle indagini nella grotta di S. Bartolomeo 
i risultati dall' Orsoni, così per un momento io pure sperai di fare per la grotta che 
pareva corrispondere a prima vista alle indicazioni date per quelle di S. Elia. È 
un' ampia grotta che si apre a mezza falda dell' erto dirupo che dal piano del Sema- 
foro e del faro, detto di S. Elia, si precipita in mare. L'accesso di questa grotta, 
non facile ora, perchè il mare va continuamente mordendo il piede della roccia, 
doveva essere in antico più agevole, e presentandosi la cavità ampia, discretamente 
illuminata sino in fondo, aperta a pochi metri sul mare, in positura dominante e 
sicura, essa pareva prestarsi assai meglio che Y antro di S. Bartolomeo ad una lunga 
dimora. , . . . 

Non tardai a convincermi che, se si toglie qualche piccola buca fatta da con- 
trabbandièri per nascondere la merce di frodo, la grotta non aveva traccia di veri 
scavi e non poteva corrispondere quindi a quella che l' Orsoni chiama di S. Elia; 



: (>) Pinza, op. cit., pag. 19, fig. 7. * , 

. ( 2 ) Colini, op. cit., Bull, di Paletti, hai. a. XXIV. tav. XVIII, fig. 1. 
. P) Pinza, op. cit., pag. 35, fig. 19; tav. I, fig. 11; tav. IV, figg. 1, 4, 10. 
' ( 4 ) Taramelli, Ripari sotto roccia a Vayes, in Valle di Susa, in Bull, di Paletn. hai. 1903, 
pag. 129, tav. IX, fig. 4. - ■ ..■'-' - i:\:... 



CAGLIARI — 32 — SARDINIA 



non volli però abbandonarla senza aprire nel fondo, nei fianchi e nella bocca alcune 
trincee che spinsi sino a notevole profondità, incoraggiato dalla scoperta di avanzi 
di mammiferi e di frammenti di dolii di età romana, avuti alla profondità di circa 
un metro sotto l'attuale piano della grotta, inclinato verso il fondo e costituito da 
sabbie date dalla decomposizione del calcare della volta. Mi spinsi adunque molto 
al di sotto di questo strato, da cui si avevano i resti di età romana, forse denotanti 
la dimora temporanea di pescatori e marinai, nella speranza di avere lo strato prei- 
storico; ma dovunque, a circa m. 2,50 dalla superficie rinvenni enormi blocchi fra- 
nati dalla volta e dai franchi, ai quali dovetti arrestarmi. È probabile che la poca 
sicurezza della grotta, per quanto bene esposta, minacciosa per spaccature e fenditure 
di blocchi della volta, effettivamente caduti poi, abbiano distolto 1' uomo primitivo 
dall' abitarvi, mentre esso si accontentò di sedi meno comode ed anche meno ripa- 
rate. Invece per una dimora temporanea, dopo che la volta era franata ed i 
massi caduti mascherati sotto il terriccio disgregato, la grotta non parve disa- 
datta, come anche oggidì accoglie gitanti e cacciatori nelle soste della giornata. 

Se lo scavo in questa grotta che mi dava maggiori speranze e richiese quattro 
giornate di lavoro non indifferente, riuscì poco proficuo ed in modo assai disforme 
dai miei desideri, ebbi invece qualche maggiore dato a pochi metri di lì, sulla 
sponda dell' insenatura, tra il Semaforo e la Torre detta du Perdusemini o del 
Prezzemolo, uno straterello cioè di kiokkenmodding, analoghi a quelli trovati in 
altri punti del monte, (vedi cartina fig. 2, 4). Questo straterello però mi parve, 
a giudicare dallo stato dei relitti, prodotto dal dilavamento di una stazione ancora 
non bene fissata e che a mio credere occupava il posto dell' attuale forte di 
S. Ignazio, presso al quale io rinvenni un frammento di ascia o di martello 
con foro. 

Lo straterello, situato a pochi metri dal mare, mi dette i soliti avanzi di mol- 
luschi e specialmente di pinna nobilis e di cardii, qualche bella scheggia di ossi- 
diana e pochi frustoli di ceramica, molto dilavata. 

Qualche dato più importante mi fu possibile raccogliere nella pendice setten- 
trionale della stessa costiera del Semaforo, dove questa si eleva sopra la Casa di 
Pena (fig. 2, n. 5). Ivi presso, al di sopra di un pittoresco gruppo di pini che riposa 
lo sguardo dall' abbagliante nitore della rupe calcare, si osservano alcune insenature, 
o grotticelle naturali, più o meno profonde, una delle quali, attualmente rovinata 
dalle frane, ha la volta quasi del tutto distrutta, ma accennava di essere stata un 
giorno profonda e riparata e sicura sede dell' uomo. 

Il fondo roccioso era perfettamente liscio e spazzato e lo strato archeologico 
da lungo tempo esportato giù per le falde del dirupo, dove rinvenni molti frustoli 
di ceramica. 

Ma sotto una sporgenza della rupe, proprio al fianco di questa grotta distrutta, 
che per la posizione chiamai del Bagno Penale, mi venne fatto di rintracciare un 
piccolo lembo di strato archeologico, se non intatto, almeno poco rimestato. La pre- 
senza di poche ossa umane, che il dott. Orrù, del Gabinetto Anatomico della R. Uni- 
versità di Cagliari, si compiacque d' esaminare, attribuendole con molta probabilità 



SARDINIA — 33 — CAGLIARI 

a due o più individui, di cui uno molto giovane, fa pensare che si tratti di un depo- 
sito funebre, come quello della vicina grotta di S. Bartolomeo, situato a poca distanza 
dall'abitazione. Ciò non urta con quanto noi conosciamo degli usi e dei riti funebri 
delle genti neolitiche nei paesi mediterranei (') e del resto ad un deposito funebre 
può benissimo addattarsi il materiale rinvenuto nello strato. Si raccolsero è vero 
avanzi di pasto, che però possono essere di banchetto funebre; si ebbero fra questi 
le solite specie di molluschi, oltre alle quali una varietà di pettine, (pecten varius) 
meno frequente nei nostri focolari e che può essere stato usato come decorazione, 
come servirono per decorazione patelle, cardii, pettuncoli forati, un pendaglietto in 
osso, di forma elittica ed un piccolo cerchietto, pure in osso, entrambi forati, che 
debbono aver fatto parte di una collana e richiamano analoghi ornamenti trovati 
nella grotta di S. Bartolomeo ( 2 ) ed ovvii in tutti gli strati neolitici (fig. 3). 

Di ossidiana ebbi qualche piccolo coltellino, e due o tre scheggio di nucleo; 
più numerosa la ceramica, per lo più in frammenti. 

Ebbi i pezzi di un vaso, dalla pasta grossolana ma compatta e dalla superficie 
rossiccia ben levigata, con orlo ben condotto e sporgente, e grande e robusta ansa 
a ponte, e che per quanto frammentario, si presenta come uno dei più grandi e più 
finiti vasi che abbia dato il monte di S. Elia, massime per l' elegante ingubbiatura 
della superficie. Pur troppo in frammenti, data la sua fragilità, ebbi una ciotoletta 
assai poco profonda, che regge al confronto colle belle ciotole della grotta di S. Barto- 
lomeo che si conoscevano nel museo Preistorico, però a superficie rosso viva e munita 
all'orlo di una piccola ansetta forata di cui troviamo esempì tanto nelle grotte del 
S. Elia, che nei nuraghi e massime in quello di Sianeddu, nell' Oristanese, esplorati 
dall'egregio sig. Pischedda. 

Maggiore interesse presenta il vaso rinvenuto quasi intiero nello strato, e del 
quale presento la riproduzione sulle due faccie (figg. 6,7); è un' olletta a fondo semi- 
sferico, con due anse a ponticello, sporgenti al diametro, da cui il collo si viene 
gradatamente stringendo per allargarsi alquanto verso la bocca; le dimensioni sono 
di m. 0,17 per l'altezza, il maggior diametro, colle anse comprese, è m. 0,21, la 
la bocca m. 0,12. Il vaso in argilla abbastanza depurata, eseguito con molta accu- 
ratezza, tanto da far supporre un tornio embrionale, colla superficie liscia e cotta a 
fuoco libero, in modo ineguale, ricorda per la forma il vaso della tomba eneolitica 
di Sgurgola ( 3 ), edito recentemente dal prof. Colini; ma il tipo di decorazione è 

(') Colini, o. e, Bullettino citato, a. XXIV, pag. 258, note. Il Capelle, nella caverna di Uscles, 
prov. di Cuencua, ebbe le prove che essa contemporaneamente aveva strvito come dimora e come 
tomba. — L. Sirct, VEspagne Prehistorique {Revue des Questions Scientifiques, Bruxelles IV (1893) 
pag. 553). 

C) Idem. tav. XIX, fig-. 6. Cfr. Pinza, o. e, tav. II, 6. Di questi pendaglietti a cerchiello 
dettero gran copia le tombe eneolitiche delle grotte scavate nella penisola iberica, ad esempio a 
Cueva los Fo'yos, Cuarlillas : Siret o. e. tav. IV, fig. 13, pag. 16. 

( 3 ) M. S. de Rossi, Scoperte e studi paleoelnologici dell'Italia centrale, 1872, pag. 6, 7. Co- 
lini, o. e, Bull. XXIV, tav. XV, fig. 6, pag. 71. Interessante è l'analogia fra la forma di questo 
vaso e quelli della grotta spagnola di Cueva de los Tollos, in Spagna, Siret. op. cit., pag. 511, 
fig. 112, come delle tombe di El Argar, Siret Les premieri dges du metal dans le Sud-Est de 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 5 



CAGLIARI — 34 — SARDINIA 



quello stesso che troviamo nei già noti vasi della grotta di S. Bartolomeo, ottenuta 
sia col taglio che colla punta tondeggiante della stecca sulla pasta fresca del vaso. 
I motivi sono variati ed irregolari: lungo la cresta del diametro una serie di 
tacche verticali, precisamente come nelle belle ciotolette della grotta di S. Bartolomeo 
pubblicata del Pinza (') ; su di una faccia (fig. 7) abbiamo al collo due fascie se- 




Fig. 6. — Vaso rinvenuto presso la grotta del Bagno Penale. 



micircolari concentriche e sul ventre un campo triangolare, racchiudente due serie di 
triangoletti scalenoidi. Sull' altra faccia (fig. 6) al ventre, una fascia semicircolare che 
limita lo spazio dov'è un triangolo; sul collo una serie di rettangoli diseguali 
disposti a scacchiera, al di sopra delle anse una fascia semicircolare, sormontata da 
triangoletti che raggiungono col vertice l'orlo del vaso. 

Questo beli' esemplare della ceramica primitiva interessa anche perchè fornisce 
qualche idea sulla cronologia relativa del deposito e completa le nostre conoscenze 



VEspagne, pag. 138, tav. XVIII, 4. Stringenti sono pure le analogie con molti dei vasi rinvenuti 
nei più profondi strati Trojani, v. GOtze, in Dorpfeld, Troja und Ilion, fig. 163, pag. 275, cfr. 
Beilage 38, fig. II e Beil 34, fig. 8, pag. 264. La forma ventricosa con collo stretto ed anse a 
nastro si trova anche in sepolture neolitiche dell'Africa settentrionale e si conserva anche in periodi 
non molto remoti, nei tumuli delle oasi Sahariane, dove si hanno sopravvivenze di razze antiche, 
isolate come in un mare, e conservanti riti e forme antichissime per lungo ordine di secoli. Ne 
sono esempio le ceramiche tratte dai tumuli dell'oasi di Killi (Goundnm, Tomboctou). Desplagues 
in Anthropologie, 1903, pag. 161, fig. 2. 
(') Pinza, o. e, pag. 19, tav. I, fig. 1. 



SARDINIA — 35 — CAGLIARI 



del materiale preistorico di questa regione. Se la forma si connette a tipi di origini 
neolitiche, pure essa si ravvisa, benché rimpicciolita e ridotta in proporzioni assai 
minime, nei vasetti a fondo semisferico ed a collo svasato dati dai nuraghi Sianeddu, 
dall'acropoli di Cornus ecc., e conservati nella collezione Pischedda di Oristano 
e nel Museo Cagliaritano e il tipo della decorazione a colpi di stecco, che lasciano 




Fio. 7. — Vaso rinvenuto presso la Grotta del Bagno Penale. 



un'impronta tondeggiante e poco profonda, si trova nella bella ceramica di S. Bar- 
tolomeo, come si trovano le fascie, le zone concentriche, i triangoletti. Osserviamo 
però il motivo della decorazione a scacchiera che non trovammo sinora nei vasi di 
S. Elia, e neppure, a quanto mi consta, nelle tombe e negli strati eneolitici della 
Sicilia e di altri punti delle regioni italiane, ma che si accosta invece all' ornamen- 
tazione di carattere più evoluto, come quella della ceramica rinvenuta nei giacimenti 
dell' età del bronzo, nell' Italia Meridionale, nei tumuli recenziori della Spagna e del 
Portogallo, come negli strati della seconda e terza città di Hissarlich, riferibili al- 
l' epoca del bronzo già avanzata ('). Anche una certa irregolarità e negligenza nella 

( l ) La decorazione a scacchiera, però con quadretti riempiti da rette, si trova nella ceramica 
dell'età del bronzo nell'Italia meridionale (cfr. Colini, La civiltà del bronzo in Italia, Bull. Paletn. 
Rai. XXIX, (1903) pag. 87, flg. 18; Anche la vicina Corsica ha comune il tipo di vasi a fondo 
emisferico, negli strati neolitici, cfr. Ferton, Poterie neolitique trouvée a Bonifacio, (C. r. de la 
Soc. Frane, p. l'Avane, des Scienc. Ajaccio, p. 728. La decorazione analoga a scacchiera ottenuta 
con graffiti di linee e di punti si vede ad esempio nel vaso rappresentati in Beil. 38, fig. 11, pag. 280, 
del citato lavoro del Dorpfeld, Troja und Flion. 



CAGLIARI — 36 — SARDINIA 

decorazione, congiunte ad una migliore cottura parrebbe segnare, a mio avviso, la 
fine di una evoluzione che dette le belle ceramiche del capo di S. Elia. E poiché, 
secondo i più autorevoli paletnologi, il materiale dato dalla grotta di S. Bartolomeo, 
specialmente per le forme dei fittili, può addentrarsi nella età del bronzo « quale si 
manifesta nelle contrade del Mediterraneo occidentale » ('), ne viene che anche il 
breve e poco profondo strato di questa grotticella del bagno Penale rappresenterebbe 
una evoluzione ulteriore, un momento di qualche poco successivo nella vita delle 
popolazioni primitive sul pittoresco promontorio. Contro questa conclusione non ver- 
rebbe a deporre la mancanza di oggetti di metallo, che può essere occasionale, e 
neppure la presenza dell' ossidiana, materiale che faceva troppo comodo a genti povere, 
come i pescatori del S. Elia, perchè vi rinunciassero, almeno per gli usi più comuni ; 
e del resto l' ossidiana è la fedele insegna di ogni strato prefenicio indigeno nell' isola 
ed io stesso, come esporrò altrove, la rinvenni pressoché in ciascuno dei nuraghi da 
me visitati in una recente esplorazione dell'altipiano della Giara. 

Altra conclusione che si può trarre da queste mie modeste osservazioni, si è che 
queste povere famiglie primitive, come disse giustamente l' Orsoni ( 2 ), vivente quasi 
esclusivamente di pesca, occuparono molti luoghi del monte, od in fragile dimore, o sotto 
le grotte e tra le rupi, dove ascosero altresì i loro morti, a poca distanza dalle 
dimore, o sugli stessi focolari poco innanzi abbandonati. L'abitazione ebbe inizio quando 
tali famiglie cominciarono a lavorare l' ossidiana, a forare e levigare ascie e martelli 
di roccie dure e compatie e continuò sino al momento in cui all'uso dei metalli 
congiunsero una più squisita tecnica plastica, un senso decorativo già esplicato e fine. 

Il materiale del monte di S. Elia, specialmente il bel vaso della grotta del 
Bagno, confermerebbe l' idea già espressa da me ed ultimamente dal Pinza ( 3 ), della 
permanenza cioè di elementi proprii della civiltà eneolitica in età più recente. Io sono 
perciò disposto anche a temperare alquanto l' opinione espressa dal chiarissimo amico 
prof. Patroni, nelle sue indagini sulla grotta di S. Bartolomeo ( 4 ), che in Sardegna 
l' epoca eneolitica sia separata dall' età storica per tutta la lunga serie di secoli che 
occorsero alla civiltà dei nuraghi, in massima parte identificabile con l' età del bronzo 
sarda. Se la civiltà dei nuraghi si spinge anche a toccare la piena età del ferro, 
essa ha le sue origini remotissime contemporanee al periodo in cui gli abitanti del 
S. Elia plasmavano i loro fittili, esercitavano le prime industrie, dedicavano pietose 
cure ai loro morti inumati tra le rupi del promontorio. 

Talune affinità nella tecnica, nelle forme della ceramica che si possono cogliere 
tra gli esemplari trovati nel Capo di S. Elia e quelli dei prossimi nuraghi delle 
regioni circostanti alle lagune di Quarto e di Cagliari, talune comunanze nel mate- 
riale litico, negli elementi decorativi, per quanto si può dedurre nello stato ancora 



(') Colini, o. e, Bull, di Paletnol. A. XXIV, pag. 256. 
( 8 ) Orsoni, o. e, pag. 25, 37. 

(3) Bull. Paletnol. a. XIX, pag. 101; a. XXII, pag. 280; Pinza, o. e, pag. 26; vedi Colini, 
o. C; Bullettino a. XXVII, pag. 176, n. 778 bis. 

( 4 ) Not. degli scavi 1901, pag. 389. 



SARDINIA — 37 — CAGLIARI 

iniziale della ricerca archeologica, lasciano travedere affinità di coltura, per non dire 
di razza, e certamente una contemporaneità almeno fra i più elevati abitatori del 
Capo ed i primi costruttori di nuraghi. 

Come già notò il Pinza, a proposito delle grotte dell' Iglesiente, la ceramica 
del promontorio è molto più fine di forma e meglio lavorata che quella dell' interno ; 
le stesse stoviglie dei più grandiosi nuraghi, come quello di Losa, sono del resto 
più semplici e più rozze; forse qui presso il mare, sul promontorio poi sacro alla 
divinità della bellezza e dell' amore, il sorriso della natura svegliò il senso decora- 
tivo e suggerì motivi ornamentali all'abitatore eneolitico. Neil ' internt» invece i tipi 
si formarono analogamente e contemporaneamente nelle domus de janas, nelle caverne 
sepolcrali, nei più antichi nuraghi, ma si mantennero più severi, più pratici, con 
quel carattere fiero e rude che è proprio di tutta la evoluzione psicologica della 
razza sarda. 

Io spero che ulteriori indagini sulla bella montagna possano darmi altri anelli 
nella evoluzione, nella forma e nella vita di quelle famiglie che ivi permasero lun- 
gamente, fedeli allo scoglio natio, con quell' attaccamento tutto isolano ; spero anzi 
di trovare nuove prove che attestino come l'evoluzione naturale sia già stata spez- 
zata dal comparire di elementi estranei che ne hanno troncato il corso, come tron- 
carono il cammino di una razza che aveva dato delle sue energie iniziali le prove 
gigantesche che noi possiamo scorgere nella civiltà dei nuraghi. 

A. Taramelli. 
Koma, 21 Febbraio 1904. 



REGIONE XI. 



— 39 — 



MILANO 



Anno 1904 — Fascicolo 2. 



Regione XI (TRANSPADANA). 



I. MILANO - 
Dalla gentilezza 




_ 



• Erma romana inscritta, rinvenuta nell'abitato. 

del critico d'arte cav. Diego Sant'Ambrogio fui avvertito il 
mese scorso di un nuovo monumento epigrafico della 
Milano romana, da aggiungere a quelli dell'Ambrosiana 
e della Collezione epigrafica esposta al Castello Sforzesco. 
Il cippo fu rinvenuto non molto tempo fa, circa m. 4 
sotto le fondamenta di una costruzione di proprietà del 
sig. conte Carlo Dal Verme, sull'area della chiesa con- 
tigua all'antico Ospedale dei Vecchi, all'angolo interno 
del vicolo, detto appunto dei Vecchi, che comunica 
casa Dal Verme con s. Giovanni sul Muro. 

Il monumentino è un'erma quadrangolare, dello 
spessore di m. 0,16, della larghezza di m. 0,22; l'al- 
tezza, maggiore di quella presente, è ora ridotta a m. 0,60 
per la mancanza quasi totale del busto del personaggio 
di cui parla l'epigrafe, e perchè frammentata nella 
parte inferiore dell'erma. 

L'erma è in marmo serpentinoso turchino, e si 
presenta come qui si riproduce. 

Sul lato sinistro della protome, destro per l'osser- 
vatore, si scorge ancora il vano pel cubetto di marmo 
da innestarvi, il quale, secondo un dato convenzionale 
per le erme, indicava un braccio della figura, uno per 
lato. Sotto la protome è incisa l'epigrafe; sotto l'epi- 
grafe corre una modanatura a listello e gola rovescia, 
che orna i tre lati anteriori dell'erma, come si vede 
nella riproduzione zincografica, con l'incavatura a fo- 
glia per indicare il sesso maschile della persona, in 
onore della quale fu eretta l' erma-ritratto con l'epigrafe. 



Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 






MILANO 



— 40 



REGIONE XI. 



Questa, divisa in quattro linee, incisa in belle lettere del I secolo circa dell'im- 
pero, leggesi come segue: 

C ATTlCFNIGRl 
CATTIVSCL 
MVRRANVSVlVIR 
SENIOR 



Cioè: 



G(enió) C(ai) Atti(ì) C(ai) F(ilii) Nigrii 

C{aius) Attius C(ai) l(ibertus) 

Murranus sexvir 

senior. 



La parte diritta si distende nelle linee per una lunghezza massima di m. 0,214; 
le lettere delle tre prime linee hanno l'altezza di m. 0,022, quelle della quarta linea 
m. 0,019. 

Nella prima linea, lo I di Atti e quello finale di Nigri sono prolungati nella 
parte superiore, quasi a forma di accento acuto. 

Trattasi della dedica che un certo Caio Attio Murrano, liberto di Caio Attio 
Niger e sexvir della classe dei seniores, fa al Genio del suo amato padrone e patrono, 
di un'erma-ritratto del patrono stesso. 

È probabile che quest'erma-protome, ora mutilata, fosse esposta nella domus 
del patrono, ed è quindi verosimile che nelle vicinanze della località ove l'erma fu 
rinvenuta sorgesse la casa degli Attii milanesi. 

Nell'attesa del risultato di ulteriori ricerche, rimane indubitato che tutta la 
zona circostante era romana e rimase abitata in quartiere romano fino almeno al 
sec. IV dell'era volgare, poiché oltre i ritrovamenti sporadici di olle, anfore, frammenti 
di musaici, tegole e altri indizi non dubbi di antichità, furono rinvenute negli scavi, 
eseguiti parecchi anni fa a s. Giovanni sul Muro, in occasione della posa del canale 
per la fognatura (e lo stesso conte Carlo Dal Verme ne fu testimone oculare) delle 
notevoli vestigia della strada romana, a lastroni di selce, tra casa Dal Verme e il 
teatro omonimo, lungo il tracciato stradale che doveva condurre, senza dubbio, alla porta 
romana detta Giovia, come meglio spiegherò in altra occasione. 

Nel medesimo perimetro poi del ritrovamento dell'erma, vennero anche in luce 
due piccoli bronzi imperiali romani, l'uno di Costantino Magno (306-337 d. C. ; vedi 
Cohen VIP, pag. 28, n. 454), l'altro di Costanzo Gallo (331-354 d. C. ; ved. Cohen, 
Vili*, pag. 33, n, 12); entrambe le monete ci fanno risalire per lo meno non più 
addietro della metà del IV secolo d. C. ed al periodo più fiorente del romanesimo 
in Milano. 

Gli Attii erano d'origine oscura; divengono illustri a Roma solo dall'ultimo secolo 
della Repubblica in poi ; allora si facevano discendere dal pastore Atys (cf. Virgilio, 
Eneide, V, 568) ed ebbero, fra i rappresentanti più illustri della gens, due triumviri 



ROMA 



41 — ROMA 



monetari alla metà del sec. I a. C. (v. Babelon, Monnaies de la République romaine, 
I, pag. 222 e segg.). 

In Milano non erano finora conosciuti come una gens, mentre numerosi appaiono 
gli Alilii (v. Nogara, Il nome personale, pag. 125 e segg.). 

Non si citano infatti che titilli portanti il nome degli Attii di condizione liberti, 
quali Attius Epictetus, Attia Severina (C. I. L. V, 6128), mentre nella nostra 
epigrafe vi è citato un personaggio ingenuus della gens Attia in G. Attius Niger. 

Noti erano già a Milano il cognome di Niger (C. I. L. V, 5817) e il co- 
gnome di liberto Murranus (C. I. L. V, 5873, 6119), usato anche come nome 
(ibid., 6101, 6119). Anzi in una delle epigrafi (n. 5873) è citato un Murranus 
libertus sexvir, come il nostro, quantunque non vi sia aggiunto il titolo di senior 
o senior augustalis, che ricorre sulle epigrafi mediolanensi. Infatti questi sexviri 
seniores, che indicherebbero già per sé l'origine milanese della lapide, talora otten- 
gono, decurionum decreto, la augustalitas, mentre i sexviri iuniores, di cui si fa 
pure menzione sui tituli di Milano romana (n. 5816), essendo ingenui, sono invece 
ascritti alla tribus Oufentina e non hanno mai di solito X augustalitas. 

S. Ricci. 



II. ROMA. 
Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione IV. Fabbricandosi in piazza delle Carrette un casamento del collegio 
dei parrucchieri, sono stati rinvenuti alcuni pezzi di antichi marmi scolpiti, cioè: una 
gamba di statua, dal ginocchio al piede, alta m. 0,45 ; un piccolo frammento di braccio, 
lungo m. 0,15; un avambraccio di statuetta, senza mano, lungo m. 0,30; una base 
larga m. 0,38, su cui restano i piedi di una piccola statua, ed a sinistra di essi un 
avanzo di tronco d'albero, alto m. 0,13. 

Regione V. Al viale Principessa Margherita, presso l'angolo nord-est della 
piazza Guglielmo Pepe, costruendosi un fognolo sotto il marcipiede, a m. 3 sotto il 
piano stradale si è incontrato un avanzo di pavimento a musaico, in tessere bianche 
con fascio nere, per l'estensione di m. 4 X 1,40. 

Fra la terra sono stati raccolti otto frammenti di una grande iscrizione incisa 
su lastra marmorea scorniciata, che possono essere ricomposti e suppliti nel modo 
che segue: 



ROMA 



— 42 — 



ROMA 




m . a u r e l i o a 
caes. imperatori 
imp. caes. I. septim < 

pii per t in ì%fi I S • A V G 
arabici a d i a b e reJ C IP ■ P^ttl . 
D f| v i m. antonimi p i$\0 
Skrm. n epoti divi ANTONINI 
gj/i pronepoti divi h a o& I A N I • 
ab n epoti divi trai ani paìkJHlC- 
et /B^rViJ nerv AE o\ d n ep OJTI- 
b iMSIGmem MsSEl\ummu k. 



A . . . /Tf. . .S VERG INI VSGA ,//«j 




Essendo qui indicato Antonino Caracalla come imperator destinatus, e non ancora 
Augustus, l'iscrizione dovrebbe spettare all'anno 197 ; poiché in quest'anno Caracalla 
fu designato a partecipare all'impero col padre, e poi nell'anno successivo effettiva- 
mente ebbe la dignità imperiale e la potestà tribunizia. Il dedicante però, di cui 
ora per la prima volta ci è rivelato uno dei nomi, Verginius, è certamente il con- 
sole Gallo; e costui ebbe i fasci ordinari con Saturnino nell'anno 198. L'iscrizione 
adunque fu posta da Gallo, o dopo essere stato designato console sul cadere del- 
l'anno 197, o dopo che aveva aveva assunto il consolato al principio dell'anno 198, 
quando Caracalla non aveva ancora il titolo di Augusto. 

Una simile anomalia s'incontra in una lapide di Thamugadi, egualmente dedi- 
cata a Caracalla imperatori destinato (Ephem. epigr. VII, 353 ; Dessau, Inscr. Lat. 
selectae, 446) da Q. Anicio Fausto, il quale s'intitola legatus Augustorum, mentre 
nell'anno 197 governava la Numidia come legatus Augusti, e solo nel 198 poteva 
dirsi legato di Severo e di Caracalla (cfr. C. I. L. Vili, Indie, pag. 1065). 

Regione VII. Presso l'angolo della via Nazionale con la via dei Fornari, con- 
tinuandosi gli sterri nell'area del palazzotto Torlonia, sono stati recuperati i seguenti 
oggetti : Marmo. Piccolo busto, acefalo, alto m. 0,30 ; metà inferiore di statuetta pan- 
neggiata, alta m. 0,20 ; frammento di fronte di sarcofago, sulla quale restano in basso- 
rilievo due teste di cavalli; molti pezzi di cornici e di altre decorazioni architetto- 
niche ; un canale da tetto, m. 0,62, largo m. 0,17; lastra di africano, di m. 0,50 X 0,30; 



ROMA — 43 — ROMA 

altri frammenti di porfido e di africano; frammento di lastra, di m. 0,10 X 0,10, 
con questo resto di titolo sepolcrale: 




Terracotta . Due anfore, alte m. 0,50; cinque pezzi di tegole con bollo di fabbrica, 
che riproducono i noti sigilli C. I. L. XV, 121. 515 a. 563 a. 1021. 1033. 

Costruendosi dalle religiose del S. Cuore un fabbricato presso l'angolo di via 
Sicilia e di via Basilicata, a due metri sotto il livello stradale si è incontrato un 
avanzo di antico pavimento ad opera tessellata, formato da lastrine di marmo bianco, 
giallo, serpentino e porfido, disposte a fascie, trangoli, volute e meandri. La parte sco- 
perta è di circa due metri quadrati. 

In via Liguria, sterrandosi per le fondazioni del nuovo villino di proprietà Ma- 
rami, sono state raccolte fra la terra parecchie lucerne semplici di terracotta, sei delle 
quali portano rispettivamente impressi i bolli di fabbrica: 



a) 


L • M . SA 




C. I. L. XV, 6263 


b) 


/ORTIS 




» 6450 a 


e) 


L-M-ADIEC 




» 6560 * 


d) 


OPPI 




» 6591 a 


etti 


aretini, coi bolli in 


forma 


di pianta di piede: 


a) 


C • NVFE 




G. I. L. XV, 5388 a 


b) 


LRASPRE 




» 5517 a 


e) 


PAPIR 




inedito 



Rilievo 'planimetrico e allimetrico del Palatino eseguito dagli Allievi della Scuola 
d'Applicazione per gli Ingegneri in Roma. 

Regione X. Ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione il permesso di ac- 
cedere al Palatino cogli Allievi della Scuola, per eseguirne il rilievo topografico, si ini- 
ziarono le operazioni al principio di dicembre 1902, conducendole a termine nella prima 
settimana di giugno 1903. L'orario della Scuola stabiliva le ore pomeridiane del lu- 
nedì, mercoledì e venerdì per le esercitazioni topografiche. Ripartiti gli allievi in sei 
squadre di otto giovani ciascuna, queste si alternarono nel lavoro, tempo permettendo, 
in ciascuno dei giorni sopra indicati. 

Ecco i nomi dei 48 allievi : Aliforni, Barattieri, Baschieri, Benigni, Bennicelli, 
Borghi, Borruso, Brasile, Bravetti, Caffarelli, Ciccioli, Corsini, Costantini, Di Fausto, 
Fabri, Fagiolo, Fichera, Fornari, Gambara, Gamberini, Kambo, La Regina, Lega, 



ROMA — 44 — ROMA 

Maselli, Mazzufferi, Milesi, Pallucchini, Parisi, Parvopassu, Pascucci, Pilotti, Pirani, 
Pontecorvo, Rinaldi Antonio, Rinaldi Giorgio, Ripa, Settimi, Sneider, Stella, Strada, 
Sullam, Tamanti, Tanchi, Thian, Troiani Gino, Troiani Marcello, Valbusa, Viti. 

Tutto il rilievo venne appoggiato a tre punti fondamentali A, B, C, situati il 
primo all'estremo nord della terrazza sovrapposta ai palazzi di Tiberio e di Cali- 
gola, il secondo all'estremo sud-ovest della stessa terrazza, il terzo all'estremo est 
del ripiano sul palazzo di Settimio Severo, comunemente detto il belvedere. Da essi 
era possibile vedere molti dei punti, per precedenti lavori, già determinati trigono- 
metricamente entro la città ('). Applicando il metodo di Snellius si poterono quindi 
determinare le coordinate dei punti A, B, C rispetto ad un sistema di assi avente 
l'origine sul segnale geodetico di Monte Mario ed orientato astronomicamente, col- 
l'asse delle y rivolto positivamente verso il nord, e l'asse delle x rivolto positiva- 
mente verso l'est. 

Si ottennero i seguenti valori: 

in. m. 

Punto A .... x = 2815,20 7/ = — 3721,35 

» B .... x = 2718,04 y = — 3829,95 
« C .... x = 2986,37 y = — 4236,11 
A questi si aggiunse il punto trigonometrico noto Villa Mills (asse del paraful- 
mine) situata nel centro del Palatino, nella regione non ancora espropriata: le sue 

coordinate sono: 

m. m. 

x = 2849,80 y = — 4000,71 

Il rilievo del Foro Romano eseguito nel maggio 1900 ( ! ) si era fatto appoggiare 

sui tre punti trigonometrici: 

m. m. 

Campidoglio . . . # = 2608,48 y = — 3486,74 

S. Luca e Martina . x = 2734,53 y = — 3466,67 

S. Francesca Romana . x = 3061,16 y = — 3690,22 

e sopra un quarto determinato col metodo di Snellius nel centro del rudero circolare 
di tufo nella Regia, oggigiorno ritenuto per il Sacrario delle Hastae Marliae, pel 
quale si ottennero le coordinate: 

x = 2840 m ,70 y = — 3616 ra ,36. 

Questi otto punti permettono di effettuare con numerosi controlli il collegamento 
del Foro Romano col Palatino, giacché congiungendoli due a due, si ha una triango- 
lazione di 28 lati, le cui lunghezze si possono subito calcolare in base alle predette 
coordinate. 

Collocati i punti sullo stiratore sul quale dovevasi eseguire il disegno nella scala 
stabilita di 1 : 500, si verificarono graficamente tutte quelle distanze, riscontrandole 
esatte entro una approssimazione inferiore al decimo di mm. 

(') V. Reina, Triangolazione della città di Roma. Rivista di Topografia e Catasto, 189C; 
G. Cicconetti, Determinazioni planimetriche ed altimetriche eseguite in Roma. Ann. della Soc. 
degli Ingegneri, Roma, 1897. 

(*) Notizie degli scavi di antichità comunicate alla R. Acc. dei Lincei, giugno 1900. 



ROMA 



— 45 — ROMA 



Qui si riportano le sole distanze fra i punti A, B, C e Villa Mills, che cadono 

entro i limiti dell'attuale rilievo: 

m. 
Punto A — punto B D == 145,72 • 

» — » C \ . » 542,47 

» — Villa Mills » 281,49 

B — punto C . ■ 486,79 

» — Villa Mills » 215,68 

C — Villa Mills » 272,15 

Colle coordinate degli stessi punti si calcolano facilmente gli azimut delle loro 
congiungenti. In particolare per l'azimut « della congiungente Villa MWs-punto C 
computato da nord nel senso positivo, cioè nel senso nord-est-sud-ovest si trova: 

a = 149° 53'. 

Ruotando dunque la predetta congiungente intorno a Villa Mills di un angolo 
eguale ad a nel senso negativo, si ottiene la direzione del nord, rappresentata nel 
disegno con una freccia. 

I quattro punti base del rilievo vennero fra loro collegati per mezzo di poligo- 
nali, delle quali si misurarono tutti i lati e tutti gli angoli. 11 riattacco al punto inac- 
cessibile Villa Mills si fece sempre per via indiretta, cioè per mezzo di un trian- 
golo col vertice su di esso, e del quale si misurarono la base ed i due angoli adiacenti. 
Queste poligonali, prima di essere riportate sul disegno, vennero assogettate al calcolo 
di compensazione. 

Gli angoli occorrenti alla determinazione dei punti base, e quelli delle poligo- 
nali, vennero misurati con un tacheometro Salmoiraghi a graduazione centesimale, avente 
l'approssimazione di un primo. I lati delle poligonali vennero misurati col nastro 
d'acciaio in terreno pianeggiante, e colle canne metriche su terreno in pendenza. 

I rilievi di dettaglio si fecero solitamente col metodo delle coordinate polari, 
cioè facendo stazione collo squadro graduato su un vertice della poligonale, ed assu- 
mendo uno dei lati ivi concorrenti come direzione origine. 

Partendo da uno dei capisaldi di livellazione dell'Istituto Geografico Militare, 
venne eseguita una livellazione geometrica, percorrendo entro la zona da rilevarsi dei 
poligoni chiusi, atti a fornire parecchi controlli. Si poterono così distribuire numerose 
quote, omogenee con quelle già stabilite nel Foro Romano, e riferite al livello medio 
del mare determinato dai mareografi di Genova, Livorno e Civitavecchia. Tali quote, 
espresse fino al centimetro, sono riportate sul disegno, ed i capisaldi cui esse si rife- 
riscono sono indicati con un punto rosso. Le quote dei punti non suscettibili di una 
precisa definizione vennero arrotondate al decimetro. Alcune di tali quote sono qui 
sotto riferite, insieme alle località dove vennero stabiliti i capisaldi, per dare un'idea 
dei dislivelli presentati dal colle. 

In alcune parti del versante occidentale del colle, e lungo il versante orientale, 
ove il terreno lo permetteva, vennero ancora determinate le curve di livello di metro 
in metro. Sul disegno esse sono tracciate in color seppia e numerate di 5 in 5 metri. 



ROMA — 46 — ROMA 

La livellazione geometrica «enne effettuata con dei livelli a cannocchiale di tipo 
Egault della fabbrica Troughton ( e Simms, e le curve di livello vennero determinate 
per mezzo di sezioni normali ai lati della poligonale, adoperando dei livelletti a 
riflessione di Abney, dei livelletti prismatici e dei livelli ad acqua. 

Quote altimetriche di alcuni capisaldi di livellazione e loro località. 



m. 



Pavimento del presunto tempio di Ercole sotto la chiesa di S. Anastasia . 14,32 

Soglia del nuovo ingresso al Palatino lungo la via di S. Teodoro .... 19,37 

Soglia del cancello d' ingresso alla chiesa di S. Teodoro 20,34 

Pavimento della sala orientale della Domus Gelotiana 22,1 

Soglia del cancello d' ingresso lungo la via di S. Gregorio 22,90 

Pavimento marmoreo del Paedagogium 28,21 

Pianerottolo dell'antica porta d'ingresso lungo la Nova Via 29,89 

Parapetto allo svolto del Clivus Victoriae, allo sbocco della nuova rampa 

di congiunzione col Poro 33,38 

Pavimento della sala orientale della Domus Augustana ■ . 38,9 

Pavimento marmoreo all'estremo settentrionale dell' Hippodromus (Stadium). 38,93 

Pavimento del Tablinum della Domus Liviae 41,11 

Primo gradino della scala a occidente del casino Farnese 42,60 

Bordo in travertino del pavimento all'angolo nord del Cryptoporticus . . 43,34 
Blocco di travertino appartenente alla presunta porta del Lupercale alla 

sommità del Vicus Caci 43,6 

Pavimento all'estremo sud del Cryptoporticus 44,0 

Primo gradino della moderna scala d'accesso alla Dibliotheca 45,74 

Primo gradino della moderna scaletta d'accesso alla Domus Flavia (lato 

nord-ovest) 47,53 

Pavimento marmoreo della Academia 47,83 

Fondo marmoreo della vasca del Nympheum nella Domus Flavia. . . . 48,57 
Pavimento marmoreo di fianco alla porta d'ingresso nell'Aula regia della 

Domus Flavia 48,64 

Bordo di travertino limitante il pavimento marmoreo dell'esedra sud-ovest 

della Domus Flavia .' 49,25 

Ultimo gradino della scala d'accesso al ripiano superiore della Domus Seplimii 

Severi , 49,74 

Zoccolo della ringhiera limitante la terrazza a nord-est dell' Hippodromus . 49,90 
Zoccolo della ringhiera all'estremo sud-ovest dei Giardini Farnesiani . .. . 50,44 

Piano dei Giardini Farnesiani. 51,0 

Gradino terminale superiore della scala di comunicazione fra il Clivus Vic- 
toriae e i Giardini Farnesiani 51,38 

Piano superiore del pilastro della ringhiera all'angolo nord dei Giardini Far- 
nesiani (punto A) 52,16 

V. Reina. 
U. Barbieri. 




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ROMA 



47 



ROMA 



Regione XIV. Dai lavori per il muraglione sulla sponda sinistra del Tevere, in 
via della Lungara, proviene un piccolo frammento di sarcofago marmoreo, di m. 0,15 
X 0,15, che porta in rilievo parte del collo e della testa di un elefante; ed un pezzo 
di lastra, di m. 0,30 X 0,30, su cui leggesi : 

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Fu già annunziato nel dicembre dello scorso anno {Notizie 1903, pag. 602), che 
per i lavori predetti erano stati recuperati due sarcofagi di marmo, scolpiti, e chiusi 
col proprio coperchio. Ne diamo ora la riproduzione da fotografie, nelle annesse 

figure 1 e 2. 




FlG. l. 



Il primo ha nel mezzo un clipeo sostenuto da due Geni alati, entro il quale è 
scolpita una protome virile, soltanto abbozzata nel volto. Sotto al clipeo, due cornu- 
copi legati insieme e ricolmi di frutta. A destra tre Genietti, che reggono con la 
sinistra un'asta, stanno in atto di sacrificare sopra un'ara ardente. Una simile scena 
è rappresentata dalla parte sinistra, ove però la figura di mezzo non ha l'asta, ma 
suona la doppia tibia. Sul coperchio si ha nel mezzo un cartello per l'iscrizione, che 
non vi fu incisa ; agli angoli due maschere ; il resto è ornato con scene di caccia ad 
animali selvatici. 

L'altro sarcofago, decorato con baccellature ondulate, porta scolpiti soggetti d'arte 
cristiana, che diamo riprodotti in proporzioni maggiori. Nel mezzo della fronte, entro 
una edicoletta, che con gli alberi e le colombe simboleggia il giardino celeste, ove 
risiedono le anime dei beati, sta la figura velata della defunta in atteggiamento di 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 7 



ROMA 



— 48 - 



roma 



orante (fig. 3). All'angolo sinistro è rappresentato il mistico pescatore, simbolo del 
battesimo. È vestito di tunica esomide, e nudo in tutto il resto della persona. Con la 




Fio. 2. 



destra tiene la canna da cui pende il laccio con l'amo, e questo si vede abboccato 




Fio. 3. 



da un pesce, la cui testa emerge dall'acqua; nella sinistra stringe un piccolo cesto, 
entro il quale vedesi la testa di un altro pesce (fig. 4). 



ROMA 



— 49 — 






ROMA 



Sull'angolo destro è scolpito il buon pastore, barbato, vestito di tunica succinta e 
calzari, con la pecora sulle spalle ed lo zaino pendente a tracolla: un'altra pecora è ai 
suoi piedi e volge in alto la testa per guardare il pastore (fig. 5). 





Fio. 4. 



Fio. 5. 



I due fiancln del sarcofago sono anch'essi ornati di sculture. Il lato che corri- 
sponde al pescatore, esprime una scena reale di battesimo per immersione. Un fan- 
ciullo nudo sta immerso nell'acqua fino alle ginocchia, e sul capo di lui stende la mano 
il battezzante, che con la sinistra stringe il libro della legge evangelica. Sul terreno 
asciutto è figurato un albero, e dall'acqua emerge una canna palustre (fig. 6). Sul 
lato poi che corrisponde all' immagine del pastore evangelico, si hanno distribuite in 
tre zone undici figure di agnelli; nove in atto di camminare, quasi seguendo il 
pastore, e due che riposano (fig. 7). 

II coperchio di questo sarcofago porta scolpiti pesci e mostri marini, che guiz- 
zano nelle onde. Anche qui si ha il cartello preparato per l'iscrizione sepolcrale, che 
però non vi fu incisa. 

Il primo sarcofago con sculture pagane conteneva uno scheletro di donna in età 
avanzata, il cui capo era adagiato sopra una specie di cuscino (fig. 8). Questo era 
riempito, come pare, di sostanze balsamiche e resinose. Eguali sostanze, con minutis- 
simi filamenti d'oro si sono riconosciute sotto lo scheletro, distese sopra uno strato 
di materie vegetali. 



ROMA 



- 50 — 



ROMA 



Nel sarcofago cristiano furono trovati due scheletri, l'uno di donna adulta, l'altro 
di uomo ancora giovane. Il seppellimento però dei due defunti non fu contemporaneo ; 
ma quando il secondo cadavere fu inumato, le ossa del primo furono in parte spostate 
(tìg. 9). In questo sepolcro si rinvenne soltanto un anellino di osso nero, del diametro 
di 16 millimetri. 





Fio. 6. 



Fig. 7. 



I due sarcofagi si rinvennero addossati obliquamente l'uno all'altro, in modo che 
l'angolo destro del secondo toccava il lato posteriore del primo. Essi erano posati sul 
terreno, a soli m. 5,70 sotto il piano stradale moderno, e certamente ad un livello 
superiore a quello che aveva la ripa transtiberina nel secolo quarto, alla quale età i 
sarcofagi possono essere attribuiti. Considerando inoltre che il sarcofago con sculture 
cristiane, destinato a seppellirvi una sola defunta, si trovò contenere un secondo sche- 
letro; che il busto d'uomo nell'altro sarcofago restò soltanto abbozzato, mentre poi vi 
vi fu sepolta una donna; e che gli epitaffi non vi furono mai scritti, a me pare che 
il seppellimento debba riferirsi ad età posteriore al quarto secolo, e che furono ado- 



ROMA 



51 - 



ROMA 






Fig 8. 



Fig. 9. 



perati sarcofagi o già da lungo tempo preparati o serviti prima in altro luogo e ad 
altre tumulazioni. 

Q. Gatti. 



ALBANO LAZIALE 



— 52 — 



REGIONE 1. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

LATIUM. 



III. ALBANO LAZIALE — Praticandosi in Albano uno scavo in piazza 
s. Paolo per la costruzione di una fogna comunale, si sono incontrati i parallelepi- 
pedi in pietra albana della muraglia di recinto al Castro Pretorio, sul prolungamento 
del lato nord-ovest, nel punto indicato nella pianta qui annessa, colla lettera a, ed 



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Piazza oli S. Paolo 

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Viti* e terreno olette Jame atei Saczo Cuore 



Rapporto 1:400 



in prossimità si sono scoperti avanzi di antichi muri pararelli fra loro e nell'interno 
del castro, non a squadro però col muro perimetrale di recinto, ma formanti angolo 
con esso. I tre muri indicati con le lettere b, e, d hanno lo spessore di m. 0,60 e 
sono costruiti come i muri dell'anfiteatro, ossia a strati di pietra albana uniti con 
malta dello spessore di m. 0,08, alternati con filari di mattoni; uno di detti muri 
ha il paramento di mattoni triangolari. 

Il muro e è in opera quadrata, come il muro di recinto del castro, ed ha lo 
spessore di m. 0,80. 

Altri avanzi di muri (f, g) intonacati di cocciopesto, si sono scoperti fra il muro 
di recinto o i muri predetti. 

In tutto il percorso lo scavo è stato eseguito in terreno di scarico e di materiali 
provenienti da demolizioni e rovine. 

Da alcuni indizi sembra che i muri scoperti abbiano subito l'azione del fuoco. 

Ho raccolto un frammento di mattone lungo m. 0,47 X 0,17, dello spessore di 
m. 0,04, su cui è impresso il bollo ben conservato: C. XV, n. 962 b. 



REGIONE II. — 53 — CARBONARA 



Ho indicato la topografia degli avanzi scoperti, ma per la ristrettezza del cavo 
fatto per la costruzione della fogna, non si è potuto rilevare a quali fabbriche appar- 
tenessero. 

M. Salustri. 



IV. PIPERNO — Nella località denominata Ponte del Carciofo, nell'area 
dell'antica Privernum, si è casualmente rinvenuta una lastra di pietra calcare sulla 
quale, in buoni caratteri della fine della repubblica, è incisa la seguente iscrizione : 

P ■ EGNATIVS • P • F 
O VF 

La lapide misura m. 0,55 di lunghezza e ni. 0,32 di altezza. 

G. Jannicola. 



Regione II (APULI A). 

V. CARBONARA — Ripostiglio di monete repubblicane d'argento. 

Durante l'agosto 1903 a certo Michelangelo Coletta in Carbonara, vicino Bari 
accadde di trovare, nell'occasione dei lavori di scavo per le fondamenta di una sua 
casa, un ripostiglio di circa almeno 450 nummi argentei della repubblica romana: 
il tesoretto nel novembre fu clandestinamente venduto, ma dall'autorità giudiziaria 
subito recuperato in numero di 426 monete presso il magazzeno di un antiquario di 
Taranto e consegnato alla fine di decembre, in provvisorio deposito, al museo archeo- 
logico di Taranto. 

Dei 426 nummi, 1 è un sesterzio e mezzo anonimo, moneta divisionaria creata 
dalla legge Plautia-Papiria dell' 89 a. Cr. per le contingenze della guerra sociale ; 
42 sono quinari col nome del magistrato monetario ed appartengono alle famiglie 
Cloulia, Egnatuleia, Porcia e Vettia del 101 a. Cr., alla Titta del 90 a. Cr., alla 
Rubria dell' 83 a. Cr. e alla Cornelia del 74 a. Cr. ; i rimanenti 383 sono denari, 
di cui 15 senza nome di famiglia. 1 col simbolo di un uccello della specie dei todilli 
e con le lettere TOD , 2 coi monogrammi Mat e Tamp riferentisi alla famiglia Ma- 
liena (234 a. Cr.) e alla Baebia (217 a. Cr.), 363 appartenenti a 85 famiglie diverse 
con estensione di tempo fino al 43-42 a. Cr., 1 incerto perchè sciupato ed 1 dimen- 
ticato sul conio ed altresì incerto: compresi dunque i quinari di T. Cloulius e di 
C. Egnatuleius e il denaro del Matienus, nel nostro ripostiglio sono ricordate 88 
famiglie e in tutto 142 magistrati monetari diversi. 

Gli esemplari generalmente meglio conservati appartengono al periodo del primo 
triumvirato e delle guerre civili: sono quasi fresche o poco usate 1 Aemilia, 4 Cassie, 



CARBONARA — 54 — REGIONE II. 

6 Marcie del 60 a. Cr. ; 6 Aemilie, 6 Julie, 2 Plautie, 3 Pompeie del 58 a. Cr. ; 
30 bellissime Acilie, 7 Aemilie, 5 Cassie, 2 Fonteie, 1 Ilosidia. 1 Plautia, 6 Sm- 
iow'e del 54 a. Cr. — Una Furia del 53 a. Or. è alquanto usata. Poco usate sono 
2 Coponie (e Sicinié) e quasi fresca 1 Sicinia del 49 a. Cr. — Bellissime e in 
gran parte fresche sono 9 Ilostilie del 46 a. Cr. 

Gli esemplari più recenti sono 2 denari di C. Vibius C. f. C. n. Pansa, non molto 
usati, del 43 a. Cr., e 4 denari di M. Junius Brutus del 43-42 a. Cr., de' quali 
1 è usato, 1 poco e 2 sono quasi freschi. 

La presenza di questi ultimi denari nel tesoretto dimostra come le monete sieno 
state sottratte alla circolazione e nascoste dopo l' uccisione di Cesare (44 a. Cr.) e 
probabilmente al tempo del suicidio di Bruto (42 a. Cr). 

Le poche monete del tesoretto disperse dall' antiquario, presso cui furono seque- 
strate, non modificano, a quanto mi risulta, l' età del ripostiglio ; ma rappresentereb- 
bero certo qualche tipo di più, come sicuramente quello della Plaetoria del 69 a. Cr., 
dato dal Babelon, voi. II, pag. 313, n. 5 e quello della Coelia del 54 a. Cr., pub- 
blicato dal Babelon, voi. I, pag. 372, n. 4. 

Le monete, descritte secondo la classificazione del Babelon (Monnaies de la Ré- 
publique Romaine, Paris 1885-1886) costituiscono il seguente elenco: 

Numero 
d. esempi. 

Testa di Roma a dr. con elmo alato sormontato da una testa 

d'aquila ; dietro, X )( Dioscuri a cavallo, galoppanti verso 

dr. ; nell' esergo, Roma (molto usato) (Bab. I, p. 39, n. 2) 6 

Come il precedente )( Diana in biga al galoppo verso dr. 

con la mezzaluna sormontante la testa della dea ; sotto i 

cavalli un uccello appoggiato sul taglio del l della inscri- 
zione Tod; nell' esergo, Roma (usato) (B. I,p. 55, n. 35) 1 

Come il precedente )( Diana in biga di cervi a dr. ; nel campo, 

sotto i cervi, la mezzaluna; nell'esergo, Roma [an. 154 

a. Cr.] (usato) (B.I,p.67,n. 101) 1 

Testa di Roma a dr. con elmo alato; dietro, X )( Vittoria 

con trofeo in quadriga gradiente a dr. ; nell' esergo, Roma 

(usato) 1 

Testa di Roma con elmo provvisto di ali e di lunga criniera; 

sotto, Roma; dietro, X )( Figura di Roma galeata con 

scettro nella sin., seduta a dr. sopra scudi ed avente ai 

piedi un elmo, guarda innanzi a sé la lupa allattante 

Romolo e Remo ; di qua e di là, nel campo, un avvoltoio 

vola verso di lei [an. 104 a. Cr.] (usato e ossidato). . (B. I, p. 72, n. 176) 1 
Testa laureata di Apollo Vejovis a dr. ; sotto, un fulmine 

)( Giove scagliante il fulmine in quadriga veloce a dr. (usato) 

(GARGILIA, OGVLNIA e VERGILIA?) (B. I,p. 77, n. 226) 6 

Testa laureata di Apollo a dr. )( Vittoria a dr. che corona 

un trofeo; nel campo, un punto e la lettera A (usato) 



REGIONE II. 



55 — 



CARBONARA 



id. 



ACIL1A. 



Sesterzio e messo 

ABVRIA. C. Aburius Geininus [an. 129 a. Cr.]: 

Gem. X )( C. Aburi . Roma (usato) . . . . 
M. Aburius Geminus [an. 129 a. Cr.]: 
Gem. X ){ M. Aburi . Roma (usato). . . . 
Man. Acilius Glabrio triumvir [an.54 a. Cr.]: 
Salulis )( Man . Acilius Hlvir . Valctu (pa- 
recchi conii diversi) (freschi o quasi freschi e 

qualcuno poco usato) 

e. s., incuso 

varietà, con l'epigrafe Salutis del dritto da 
destra a sin. (conii diversi) (2 usati, 2 poco, 

5 quasi freschi) - ... . 

esemplari con l'epigrafe del dritto uscita dal 

conio (conii diversi) (usati) 

P. Aelius Paetus [an. 209 a, Cr.]: 
X )( P. Paetu{s) . Roma (usato) .... 
Man. Aemilius Lepidus [a. 112 a. Cr.]: 
Roma • X )( Man . Aemilio Zejo(usato) (Cfr 
M. Aemilius Lepidus [an. 60 a. Cr.] : 

)( M. Lepidus (quasi fresco) 

M. Aemilius Scaurus [an. 58 a. Cr.]:. 
M Scaur || Aed Cur; nel campo, Lx s e; 
nell' esergo, Rex Aret(as) )( P Hypsae \\ 
Aed. Cur; nell' esergo, Hypsae Cos || Prci- 
ve; nel campo, Captu (poco usato) . 



id. 
id. 



id. 



AELIA. 



AEMILIA. 



id. 



id. 



id. 



id. 



AFRANIA. 
ANNIA. 



(B.I,p.77,n.227) 1 
(B.I,p.94,n.l) 1 

(B.I,p.96,n.6) 2 



(B.I,p.l06,n.8V 18 
1 



(B.I,p.llO,n.3) 1 

B.I,p.ll8,n.7) 4 

B.I,p.l27,n.20) 1 



(B.I,p.l20,n.8; 
II, p. 322, n. 8) 5 



varietà : (m. s)caur ; nell' esergo, Aed Cur ; nel 
campo, {e)x se )( P Hypsaeus || Aid Cur ; 
nell' esergo, (e. h)ypsae (cos || preive) ; nel 

campo, Captu (poco usato) 

Paullus Aemilius Lepidus [an. 54 a. Cr.]: 
Paullus Lepidus . Concordia )( Paullus; nel 
campo, sopra, Ter (conii diversi) (poco usati, 

uno è piegato) . . 

Sp. Afranius [an. 200 a. Cr.] : ' 
X )( S . Afra . Roma (usato) . . . . . 
C. Annius Luscus [an. 82-81 a. Cr.]: 
C.Anni.T.f.T.n.pro.cos.ex.s.c. )( L. 
Fabi. L.f. Hisp ; nel campo, sopra, Q. • (us.) 



(B.I,p.l22,n.lO) 
(B. I,p. 135, n. 1) 



(B.I,p.l40,n.2; 
p.488,n.l7) 



id. simile al precedente ; sotto, 

id. id. id. 

usato) 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 



O 
X 



)( c. s. (usato) 
)( id. (poco 



CARBONARA 



— 56 



REGIONE li. 



ANNIA. 



ANTESTIA. 

ANTONIA. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 
APPVLEIA. 

id. 
id. 
AQVILLIA. 



AVRELIA. 
BAEBIA. 



id. 

CAECILIA. 
id. 
id. 



id. 



(e.) Annius . T.f. T.n .prò . cos .ex (s . e) 
)( L.Fabi.L.f; sopra, Hisp. Q. ; davanti, 

B; sotto, B (poco usato) 

L. Antestius Gragulus [an. 124 a. Cr.]: 
Grag. X )( L . Antes . Roma (usato) . . . 
Q. Antonius Balbus [an. 82 a. Cr.]: 
S . e )( Q . Anto . Dalb \\ Pr (dentellato) (usato) 
id. )( simile al prec; sotto, C (dentei.) (poco usato) 
id.)( id. id. 1 id. id. 

id. )( id. id. N id. (usato) 

id.)( id. id. X id. id. 

L . Appuleius Saturninus [an. 94 a. Cr.] : 
)( L . Saturn. ; sopra, D (poco usato) . . . 
)( id. sotto, K id. ... 

)( id. id. O- id. . . . 

Man. Aquillius [an. 54 a. Cr.]: 
Virtus . Illvir )( Ma . Aquil Mn . f . Mn.n; 
nell' esergo, Sicil (dentellato) (conii diversi) 

(1 usato, 1 non molto) 

Aurelius Rufus [an. 139 a. Cr.] : 
X )( Au . Ruf . Roma (non molto usato). . 
Cn. Baebius Tampilus [an. 217 a. Cr.]: 
Testa di Koma con elmo alato sormontato da 
una testa d'aquila; dietro X )( Diana in 
biga galoppante a dr. con la mezzaluna sor- 
montante la testa della dea (Cfr. Bab. I, 
pag. 40, n. 5); il monogramma Tamp sotto 
i cavalli della biga (Cfr. Bab. I, pag. 251, 
n. 3 col monogramma sopra la biga); nel- 

r esergo, Roma (molto usato) 

M. Baebius Q. f. Tampilus [an. 144 a. Cr.]; 
Tampil. X )( M . Daebi . Q . f; sotto, Roma 

(usato) 

C. Caecilius Metellus Caprarius [an. 134 a. Cr.] : 
Roma .X )( C . Metellus (non molto usato) 
Q. Caecilius Metellus [an. 129 a. Cr.]: 

Q . Mete . X )( Roma (usato) 

L. Caecilius Metellus [an. 89 a. Cr.]: 
(I. metel.) A.Alb.S.f )( (e.) Mal . Roma 
(usato) 

Q. Caecilius Metellus Pius, imperator [an. 79 
a. Cr.]: 



(B.I,p. 141, n. 4) 1 



(B.I,p.l46,n.9) 
(B.I,p.l58,n.l) 



(B.I,p.208,n.l) 1 

1 
1 



(B.I,p.213,n.2) 2 
(B.l,p.242,n.l9) 1 



(B.I,p.254,n.l2) 4 
(B.I,p.263,n.l4) 1 
(B.I,p.266,n.21) 1 



(B.I,p.277,n.45; 
II, p. 331, n. 2 e 
p. 378, n. 2) 1 



REGIONE li. 



— 57 — CARBONARA 

)( Q CM. PI (usato) (B.I,p.275, n.43) 2 

)( Imper (usato) (B. I, p. 275, n. 44) 2 

L. Calpurnius Piso Prugi [an. 89 a. Cr.]: 

)( L.Piso Frug; sotto, CXXIII1 (poco usato) (B.I,p.292, n.ll) 

dietro, E ; innanzi, B )( L . Piso Frugi (non 

molto usato) 

dietro, X ; innanzi, A (svanita) )( simile al 

precedente; sopra, H (usato) 

)( simile al precedente; sopra, M (non molto 

usato) 

innanzi, N )( simile al precedente; sotto, A 

(usato) 

innanzi, E )( simile al precedente ; sotto, lett. 

svan. (usato e piegato) 

dietro, A; innanzi, M )( simile al prece- 
dente; sotto, R (usato) 

dietro, 40CXIIII )( simile al precedente; sopra 

XCI (usato) 

dietro, XXII )( simile al precedente; sopra, 

XVI ; sotto, Roma (?) (svanito) (non molto 

usato) 

C. Calpurnius Piso Frugi [an. 64 a. Cr.]: 

)( C . Piso . L f. Frug ; sotto, I (poco usato) (B. I, p. 300, n. 24) 

)( C . Piso L . f Fru (poco usato ed ossidato) 

)( C Piso L f Fr; sopra, -J- (poco usato) . 

)( C Piso L f Fr; sopra, segno svanito (poco 

usato) 

dietro, \\ )( C Piso L f Fru; sotto, XVII 

(poco usato) 

)( C Piso L f Fru (poco usato) .... (B.I,p.301, n.27) 
L. Cassius Caecianus [an. 90 a. Cr.]: 
Caeician ; dietro, F )( L . Cassi ; sopra Q. 

(ossidata) (B.I,p.327,n.4) 

Q. Cassius Longinus [an. 60 a. Cr.]: 

)( Q. Cassius (1 ossidato, uno fresco) . . . (B. I,p. 330, n. 7) 

Q . Cassius . Libert )( nella tabella dei voti 

del tempio AC (quasi fresco) (B. I,p. 331, n.8) 

Q . Cassius . Vest )( simile al precedente (non 

molto usato) (B.I,p.331,n.9) 

L. Cassius Longinus [an. 54 a. Cr.]: 

innanzi, A )( Longin HI{v) (non molto usato) (B. I, p. 332, n. 10) 
innanzi, S )( Longin HIV (1 usato, 3 poco) 4 

M. Cipi.M.f; dietro, X )( Roma [an. 94 

a. Cr.] (usato) (B.I,p.341, n. 1) 4 



CAECILIA. 
CALPVRNIA. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 
id. 
id. 

id. 

id. 
CASSIA. 



id. 

id. 

id. 

id. 

id. 
CIPIA. 



CARBONARA 



— 58 



REGIONE II. 



CLAVDIA. 
id. 

CLOVLIA. 



C. Claudius Pulcher [an. 106 a. Cr.]: 

)( C. Pulcher (usato) 

Ap. Claudius Pulcher, quaestor urbanus [an. 99 

a. Cr.]: 
)( (a)p. CI. T. Mal. Q. Ur (usato). . . . 



(B.I,p.345,n.l) 1 



id. 
id. 



T. Cloulius [an. 101 a. Cr.]: 

)( T.Clouli; nell' esergo, Q (molto usato) 

Quinario 

COELIA o COILIA. C. Coilius Caldus [an. 94 a. Cr.]: 

)( C.Coil; nell' esergo, Cald; sopra, R (non 

molto usato) 

)( Gali; nell' esergo, i; (non molto usato) . 

C. Coelius Caldus [an. 54 a. Cr.]: 

C . Coel . Caldus . Co(s) ; sull' insegna militare, 

HIS )( dinanzi al sarcofago L . Caldus \ 

VII- vir Epuì; a sin. C||C||A ||L||D||V||S; 

a dritta I||MP||A||X; nell' esergo, Caldus 

II{Ivir) (usato) 

P. Cornelius^ Sula [an. 200 a. Cr.]: 

X )( P.Sula.Roma (usato) 

Cn. Cornelius Biasio [an. 99 a. Cr.]: 

Cu . Biasio . Cn. f )( Roma ; nel campo, un 

punto (usato) 

simile al precedente )( simile al precedente; 

nel campo, Y (usato) 

P. Cornelius Lentulus Marcellinus[a. 89 a. Cr.]: 
Roma ; dietro, un G arrovesciato )( Lent . 

Mar.f; nel campo, un G arrovesciato (usato) 
simile al precedente; dietro, E )( simile al 

precedente; nel campo, E (usato). . . . 
L. Cornelius Svila Felix, imperator [a. 87 a. Cr.]: 
L . Sull(a) )( Imper . Iteru (non molto usato) 
Cn. Cornelius Lentulus P. f. Marcellinus [an. 74 

a. Cr.]: 

)( Cn . Lentul (molto usato) 

)( Cn . Leni (usato e ossidato) Quinario . . 
G . P . R )( Cn. Zen . Q ; ai lati, Ex.s.c 

(quattro conii diversi) (poco usati) . . . 
Faustus Cornelius Svila [an. 64 a. Cr.]: 

Faustus )( Felix (quasi fresco) 

P. Crepusius [an. 84 a. Cr.]: 

)( P. Crepusi (tutti conii diversi) (usati). . 



CORNELIA, 
id. 

id. 
id. 

id. 
id. 
id. 

id. 
id. 

id. 

CREPVSIA. 



(B.I,p.347,n.2; 
II, p. 169, n. 1) 



(B.I,p.360,n.2) 



(B.I,p.369,n.2) 1 
(B.I,p.369,n.3) 1 



(B.I,p.373,n.7) 1 
(B.I,p. 387, n. 1) 1 

(B.I,p.396,n.l9) 2 
1 

(B.I,p.401,n.25) 1 

1 

(B.I,p.406,n.28) 1 

(B.I,p.415,n.50) 7 
(B.I,p.415,n.51) 9 

(B.I,p.417,n.54) 4 

(B.I,p.421,n.59) 1 

(B.I,p.441,n.l) 6 



REGIONE II. 



— 59 



CARBONARA 



(B.I, p.443,n. 1 e 
p. 493,n.4.) 1 



(B.I.p. 475,n.l) 11 

(B.I,p.480,D.l) 3 

(B.I,p.491,n.l) 1 

(B.I,p.498,n.l) 1 

(B.I,p.494,n.2) 1 



CRITONIA. L. Critonius [an. 89 a. Or.]: 

(aed. pi) )( M . Fan . L . Crii; dietro, P ■ A 
(usato) 

EGNATVLEIA. C . Egnatulei . C . f ; sotto, Q )( Roma; in- 
nanzi al trofeo, Q. [an. 101 a. Cr.] (molto 

sciupato) Quinario 

FABIA. Q. Pabius Labeo [an. 144 a. Cr.]: 

Labeo . Roma ; innanzi X )( Q . Fabi (usato) 
FANNIA. M. Fannius C. f [an. 149 a. Cr.]: 

Roma . X )( M.Fan.C . (/) (usato) . . . 
FARSVLEIA. L. Farsuleius Mensor [an. 82 a. Cr.]: 

Mensor; davanti, S . e ; dietro, (numero svan.) 

)( L . Far miei (usato) 

id. Mensor ; dietro, S . e )( L . Farsulei ; sotto, 

XCiì (usato) 

FLAMINIA. L. Flaminius Cilo [an. 94 a. Cr.] : 

Roma.X. )( L . Flamini; nell' esergo, Cilo 

(usato) 

FONTEIA. innanzi X; a sin. I; sotto, cinque punti )( C. 

Font; sotto, Roma [an. 112 a. Cr.] (usato) 

id. Mn . Fontei C . f [an. 88 a. Cr.] (due conii 

diversi) (poco usati) 

id. P . Fonteius P . f . Capito . Ili ,vir )( Mn. 

Font . Tr . Mil [an. 54 a. Cr.] (poco usato) 
FVFIA. Q. Fufius Calenus [an. 82 a. Cr.]: 

Kaleni ; a sin. Ho ; a dr. Virt )( Cordi ; a 
a sin. Hai ; a dr. Ro (dentellato) (poco usato) 

FVLVIA. Cn. Fulvius [an. 108 a. Cr.] : 

Roma . (X) )( Cn Foul ; nell' esergo, (m.) Cai. 
Q . Met (poco usato) 

FVRIA. M . Fouri .L.f )( Phili. Roma [a. 104 a. Cr.] 

(usato) 

id. (Brocchi) Illvir )( L . Furi || Cn . f [an. 53 
a. Cr.] (usato) 

GARGILIA. Gargilia, Ogulnia e Vergilia [an. 81 a. Cr.]: 
)( Gar.; nell'esergo, (o)cul . Ver; soprasse- 
gno svanito) (ossidato) 

HERENNIA. Pietas ; innanzi B )( M . Herenni [a. 99 a. Cr.] 
(molto usato) 

HOSIDIA. Beta Ill.vir )( C . Hosidi . C . /'[a. 54 a. Cr.] 
(ossidato) , , , 



(B.I,p.495,n.l) 5 

(B.I,p.499, n. 1) 1 

(B. I, p. 507, n. 10) 3 

(B.I,p.509,n.l7) 2 



(B.I, p. 512, n. le 
li, p. 236) 1 



(B. I,p.513, n. 1; 
p. 283, n. 3 e 

p. 271, n. 36. 1 

(B.I,p.525,n.l8) 2 

(B.I,p.528,n.23) 1 

(B.I,p.532,n.l) 1 

(B.I,p.539,n. 1) 1 

(B.I,p.547,n.l) 1 



CARBONARA 




— 60 - 


REGIONE 


ii. 


HOSTILIA. 


L. Hostilius 


Saserna [an. 46 a. Cr.]: 








)( L . Hostilius . Sasem (conii diversi) (lino 








solo usato, 


gli altri freschi) 


(B.I,p.552,n.2) 


4 


id. 


)( L . Hostili 


us Saserna (poco usato) . . . 


(B.I,p.553,n.4) 


1 


id. 


)( L . Hostih 


us Saserna (conii diversi) (quasi 








freschi) . 





(B.I,p.553,n.5) 


4 


IVLIA. 


L. Julius Bu 


rsio [an. 88 a. Cr.]: 








)( L . Juli Bursio (usato) 


(B.II,p.6,n.5) 




id. 


)( simile al pn 


ìc; sotto la quadriga, V (usato) . 






id. 


)( id- 


id. DV id. 






id. 


)( id. 


sopra la quadriga, TI id. 






id. 


)( id. 


id. XV (ossidato) 






id. 


)( id. 


id. LXXXXV 
(molto usato) 






id. 


)( id. 


id. CXVIII (us.) 






id. 


C. Julius Caesar [an. 58 a. Cr.]: 







IVNIi\. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id. 

id.. 

id. 

id. 

LICINIA. 
LVCILIA. 



(B. IL p. 108,11. 15) 



Caesar (1 usato, 1 piegato e 4 quasi freschi) (B. II, p. 10, n. 9) 6 
D. Junius Silanus L. f. [an. 89 a. Cr.]: 
dietro, A )( D . Silanus . L . f . Roma ; sopra, 

XXV (poco usato) 

simile al precedente )( simile al precedente; 

sopra (fuori conio) (poco usato) .... 
dietro, F )( simile al precedente ; sopra (fuori 

conio) (poco usato) 

dietro, N )( simile al precedente; sopra, Villi 

(poco usato) 

dietro, X )( simile al precedente ; sopra (fuori 

conio) (poco usato) 

dietro (fuori conio) )( simile al precedente; 

sopra, XIX (usato e ossidato) 

Salus ; innanzi, D )( Roma . D . Silanus L . f 

(usato) 

Q. Servilius Caepio Brutus (M. Junius Brutus) 

[an. 43-42 a. Cr.]: 
Brutus )( Ahala (1 usato, 1 quasi fresco) . 



(B.II,p.l09,u.l8) 



Libertas )( Brutus (1 poco usato, 1 quasi 
fresco) 

)( C . Licinius . L . / || Macer [an. 82 a. Cr.] 

(molto usato) 

M. Lucilius Rufus [an. 89 a. Cr.]: 

Pu )( M. Lucili; sopra, Ruf (usato). . . 



(B.II,p.ll3,n.30; 

p.452, n. 17) 2 

(B.II,p.ll4,n.31; 

p. 453, n. 18) 2 

(B.II,p.l33,n.ll) 5 

(B.II,p.l50) 1 



REGIONE II. 



— 61 — 



CARBONARA 



LVCRETIA. 
id. 

id. 

MAENIA. 

MAIANIA. 
MALLIA. 

MAMILIA. 

MANLIA. 

id. 

id. 
id. 

MARCIA, 
id. 

id. 
id. 

id. 

id. 



id. 



MARIA. 



Cn. Lucretins Trio [an. 164 a. Cr.]: 

Trio . X )( Cn . Lucr . Roma (poco usato) . (B. II, p. 151, n. 1) 1 

L. Lucretius Trio [an. 74 a. Cr.]: 

)( L . Lucreti ; sopra, Trio (poco usato) . 

dietro, II )( L . Lucreli\\ Trio (poco usato) 

P. Maenius Antiaticus [an. 110 a. Cr.]: 

X )( P . Mae Ani . Roma (usato) . . . 

X )( C . Maiani . Roma [a. 194 a. Cr.] (usato) 

)( T. Mal . Ap . CI . Q . Ur [a. 99 a. Cr.] (usato) 



(B.ll,p.l53,n.2) 1 
(B.II,p.l53,n.3) 1 



(B.Il,p.l64,n.7) 1 

(B.ll,p.l66,n.l) 1 

(B.II,p.l69,n. 2 e 

I, p. 347, n. 3 3 



id. 



C. Mamilius Linietanus [an. 84 a. Cr.]: 
dietro, T )( C . Mamil Limetan (dentellato) 

(usato) 

A. Manlius Q. f. Sergia [an. 135 a. Cr.] : 
Ser . Roma )( A . Manli . Q . f ; sopra, X 

(usato) 

L. Manlius Torquatus [an. 104 a. Cr.]: 
Roma .X )( L. Torquat; sopra, Q.; nell'e- 

sergo, Ex . s . e (usato e ossidato) . . . 
L. Manlius [an. 81 a. Cr.]: 
L . Manli Pro . Q )( L . Sulla . Im (usato) 

simile al precedente, incuso 

Q. Marcius Pilipus [an. 119 a. Cr.]: 

X )( Q . Pilipus . Roma (usato) 

C. Marcius Censorinus [an. 84 a. Cr.] : ( 
)( C . Censo ; sotto, ■ I (molto usato) . . . 
)( simile al precedente ; sotto, HI (molto usato) 
)( C. Censori; nell' esergo, CXI (molto usato) 
L. Marcius Censorinus [an. 84 a. Cr.]: 

)( L . Censor (usato) 

L . Censorin )( C . Limela ; nell' esergo, P . 
Crepusi ; sopra, XV (usato) ..... 



Marcius Philippus [an. 60 a. Cr.]: 
Ancus )( Philippus ; fra gli archi dell' acque- 
dotto, AQVA MAR (conii diversi) (poco 

usati e quasi freschi) 

C. Marius C. f. Capito [an. 84 a. Cr.]: 
C . Mari . C . f . Capii • HI )( sopra, III (den- 
tellato) (poco usato) . 

Capii . 1XVIII )( C. Mari .C.f\\ S.e; sopra, 
1XVIII (dentellato) (poco usato) .... 



(B.II,p.l73,n.6) 1 

(B.II,p.l75,n.l) 1 

(B.ll,p.l76,n.2) 1 

(B.II, p.l77,n. 3 e 

I, p. 411, n. 41) 3 

1 

(B.II,p.l86,n. 11) 1 

(B.II,p.l91,n. 18) 1 

1 

(B. II, p. 192,11. 19) 1 

(B.II,p.l95,n.24) 2 

(B.II,p. 196,n.27; 

I, p. 441, n. 3 e 

II, p. 173, n. 9) 1 



(B.II,p. 197,n.28) 6 

(B.ll,p.202,n.7) 1 
(B.II,p.203,n.9) 1 



CARBONARA 



62 — 



REGIONE II. 



MARIA. 

MATIENA. 

MEMMIA. 

MINVCIA. 

id. 
NAEVIA. 

NONIA. 

NORBANA. 

H. 

OPIMIA. 
PAPIA. 

PAPIRIA. 

PLAETORIA. 

PLANCIA. 
PLAVTIA. 



id. 
id. 



POBLICIA. 



simile al precedente; CI )( simile al prece- 
dente; sopra, CI (dentellato) (poco usato) 

Matienus [an. 234 a. Cr.J: 

X )( Mal (ossidato e sciupato) 

L. Memmius L. f. e C. Memmius L. f. [an. 82 
a. Cr.]: 

Ex . s . e; innanzi, H )( L . C . Memies . L . 
f\\ Gal; dietro, H (poco usato) . . . . 

X )( Ti . Mùiuci C . f . Augurini ; sopra, Roma 
[an. 114 a. Cr.] (usato) 

Q. Minucius Thermus [an. 90 a. Cr.]: 

)( Q . Therm . Mf (non molto usato) . . . 

C. Naevius Balbus [an. 74 a. Cr.]: 

S.c )( (e.) Naè.Balb; sopra, CLIIII (den- 
tellato) (non molto usato) 

M. Nonius Sufenas [an. 60 a. Cr.]: 

Sufenas; dietro, S.c )( Sex . Noni; intorno 
Pr. L • V • P • F (non molto usato) . . . 

C.Norbanus; dietro, XXIIII [an. 84 a. Cr.] 
(non molto usato) 

C . Norbanus ; dietro, (parte del numero con- 
sumata) XIIII [an. 84 a. Cr.] (molto usato) 

X )( L . Opeimi . Roma [an. 134 a. Cr.] (usato) 

)( L . Papi [an. 79 a. Cr.] (dentellato) (due 
conii) (non molto usati) 

M. Papirius Carbo [an. 139 a. Cr.]: 

X )( Carb . Roma (quasi consumato) . . . 

M. Plaetorius Cestianus [an. 69 a. Cr.]: 

Ceslianus; innanzi, S.c )( M. Plaetorius 
M f Aed Gur (conii diversi) (non molto usati) 

Cn . Plancius . Aed . Cur .S.c [an. 54 a. Cr.] 
(non molto usato) 

P. Plautius Hypsaeus [an. 58 a. Cr.]: 

P . Tpsae .S.c )( C . Ypsae . Cos . Priv . cepit 
(poco usato). '. . . 

id. incuso 

A. Plautius [an. 54 a. Cr.]: 

A . Plautius Aed . Cur S.c )( Bacchius Ju- 
daeus (poco usato) 

C. Poblicius Malleolus C. f [an. 92 a. Cr.]: 

C . Malie .C.f; dietro, X )( ; (/.) Lìc . Cn . 
Dom (dentellato) (usato). 



(B.ll,p.209,n.2) 1 

(B.ir,p.216,n.8) 1 

(B.II,p.231,n.9) 1 

(B.II,p.235,n.l9) 3 

(B.II,p.248,n.6) 1 

(B.II,p.256,n.l) 1 

(B.II,p.259,n.l) 1 

(B.II,p.259,n.2) 1 

(B.II,p.273,n.l2) 1 

(B.ll,p.280,n.l) 2 

(B.II,p.289,n.7) 1 

(B.II,p.312,n.4) 4 

(B.ll,p.317) 3 

(B.II,p.323,n.l2) 1 

1 

(B.II,p.324,n.l3) 1 



(B. II, p. 330, n. 1 ; 
p. 132, n. 13 e I, 
p. 464, n. 17) 1 



REGIONE II. 



— 63 — 



CARBONARA 



POBLICIA. 
POMPEIA. 

POMPO NI A 
PORCIA. 

id. 

id. 

id. 
POSTVMIA. 

id. 

id. 
id. 

id. 
PRQCILIA. 

id. 

QVINCTIA. 

id. 

RENIA. 

ROSCIA. 

RVBRIA. 



id. 

id. 

id. 

RVSTIA. 

Notizie 



C. Poblicius Malleolus [an. 89 a. Cr.]: 

X )( C. Mal (usato) 

Q. Pompei. Q.f || Rufus; sotto, Cos )( Sulla . 
Cos ; sotto, Q . Pompei Ruf [an. 58 a. Cr.] 

(poco usato) . 

)( Q . Pomponi Musa [an. 64 a. Cr.] (poco 

usato) 

C. Porcius Cato [an. 149 a. Cr.]: 
X )( C . Cato . Roma (molto usato) . . . 
M. Porcius Laeca [an. 129 a. Cr.]: 
Laeca . X )( M. Por e . Roma (usato) . . . 
M . Porcius Cato [an. 101 a. Cr.]: 
M. Cato . Roma )( Victrix (usato). . . . 
M . Calo )( Victrix (molto usato). Quinario. 
L. Postumius Albinus [an. 134 a. Cr.]: 
X )( L . Post . Al(b) . Roma (usato e ossidato) 
A. Postumius Albinus Sp. f. [an. 89 a. Cr.]: 
Roma )( A . Albinus S . f (molto usato). . 
Roma . X )( (a.) Albinus (s . f) (molto usato) 
A. Postumius A. f. Sp. n. Albinus [a. 74 a. Cr.] : 
Hispan )( A . Post .A.f. S.n Albin (den- 
tellato) (poco usato) 

)( C . Postumi Aio {fa) [an. 64 a. Cr.] (usato) 
S.c )( L . Procili || f [an. 79 a. Cr.] (due 
conii diversi) (1 usato. 1 poco) . . ;t . . 
S.c )( L . Procili . f [an. 79 a. Cr.] (den- 
tellato) (usato) 

T. Quinctius Flamininus [an. 134 a. Cr.] : 

X )( T. Q.Roma (poco usato) 

Ti. Quinctius Trogus [an. 104 a. Cr.]: 

)( Ti. Q; nell' esergo, D • S • S ; nel campo, • E 

(usato e ossidato) 

X )( C . Reni . Roma [an. 154 a. Cr.] (molto 

usato) . . . . , 

L . Rosei )( Fabati [an. 64 a. Cr.] (dentellato) 

(conii diversi) (poco usati) . . '. . 
L. Rubriu3 Dossenus [an. 83 a. Cr.]: 
Dossen )( L . Rubri (due conii diversi almeno) 

(molto usati e ossidati) 

Dos )( L . Rubri (molto usato e ossidato) . 

Dos )( L . Rubri (usato) 

Dossen )( L . Rubri (usato) ■ Quinario . . 
S.c* )( L.Rusti [an. 71 a. Cr.] (usato) 

Scavi 1904. - Voi. I. 



(B.ll,p.332,n.6) 1 



(B.II 

(B.II 

(B.II 

(B.II 

(B.II 
(B.II 

(B.II 

(B.II 



(B.II 
(B.II 

(B. II 

(B.II 



(B.II 

(B.II 
(B.II 
(B.II 



(B.II 
(B.II 
(B.II 
(B.II 
(B.II 



p.338,n.5) 3 

p.365,n.22) 1 

p.368,n.l) 1 

p.369,n.3) 2 

p.371,n.5) 2 

p.371,n.7) 8 

p.377,n.l) 1 

p.379,n.4) 1 
1 

p.381,n.8) 3 

p.382,n.9) 1 

p.386,n.l) 2 

p. 386, n. 2) 2 

p.392,n.2) 1 

p.394,n.6) 1 

p.399,n.l) 1 

p. 402, n. 1) 5 



p.406,n.l) 11 

p. 407, n. 2) 3 

p.407,n.3) 1 

p.408,n.4) 3 

p.411,n.l) 1 

9 



CARBONARA 



— 64 — 



REGIONE II. 



RVTILIA. L. Rutilius Placcus [an. 79 a. Cr.]: 

Flac )( L . Rutili (due conii diversi) (usati) 
SAVFEIA. X )( L . Sauf. Roma [an. 200 a. Cr.] (molto 

usato) 

SCRIBONIA. C. Scribonius Curio [an. 204 a. Cr.]: 

X )( C . Scr . Roma (usato) 

id. L. Scribonius Libo [an. 54 a. Cr.]: 

Boti. Event ; dietro, Libo )( Puteal Scribon 

(conii diversi) (quasi freschi) 

SENTIA. Arg.Pub )( L. Senli . C ./"; nel campo, Q 

[an. 89 a. Cr.] (usato) 

SERGIA. Roma .Ex.s.c* \M. Sergi || (sito) ; nel 

campo, Q.[an. 104 a. Cr.] (usato ed ossidato) 

SERVILIA. Roma . X )( C. Serveili . M(.f) [an. 124 a. Cr.] 

(usato) 

id. dietro, n )( M '. Serveili . C . f '; nell' esergo, 

X [an. 94 a. Cr.] (usato) 

id. Rulli )( P . Servili . M . f ; sotto la biga, P 

[an. 89 a. Cr.] (non molto usato) . . . 

id. Fiorai . Priinus )( C . Serveil .C.f [an. 64 

a. Cr.] (quasi fresco) 

SICINIA et COPONIA. Q . Sicinius IHvir )( C . Coponius. 
Pr . S.c [an. 49 a. Cr.] (poco usato) . . 



SICINIA. 

TERENTIA. 

THORIA. 

TITIA. 

id. 
TITVRIA. 



id. 

id. 
id. 

id. 



{fort) P • R )( Q . Sicinius Hlvir [an. 49 
a. Cr.] (quasi fresco) 

C. Terentius Lucanus [an. 214 a. Cr.]: 

X )( (7. Ter . Lue . Roma (usato) . . . . 

I • S • M • R • )( L . Thorius || Balbus ; sopra, 
L in un esemplare ; M nell' altro [an. 94 
a. Or.] (usati) 

)( Q . Tifi [an. 90 a. Cr.] (due conii diversi) 
(usati) 

)( Q . liti [an. 90 a. Cr.] (ossidato) ■ Quinario. 

L. Titurius L. f. Sabinus [an. 88 a. Cr.]: 

Sabin ; innanzi, Ta )( . L . Tituri (2 usati, 
1 ossidato) 

Sabin ; innanzi, una palma )( simile al pre- 
cedente (usato) 

Sabin; innanzi, una palma )( L . Tituri (us.) 

Sabin .A.Pu; innanzi, una palma )( simile 
al precedente (usato) 

Sabin )( L . Tituri; nell' esergo, in un esem- 
plare XV; nell'altro, consum. (usati) . . 



(B.II,p.413) 2 

(B.ll,p.421,n.l) 1 

(B.II,p.424,n.l) 2 

(B.Il,p.427,n.8) 6 

(B.II,p.437,n.l) 1 

(B.II,p.422) 2 

(B.II,p.444,n.l) 1 

(B.II,p.449,n.l3) 1 

(B.II,p.450,n.l4) 1 

(B.II,p.452,n.l5) 1 

(Bab.II,p.459n.l; 

I, p. 381, n. 1) 2 

(B.II,p.460,n.5) 1 

(B.II,p.483,n.lO) 1 

(B.II,p.488) 2 



(B.II,p.491,n.2) 2 
(B.ll,p.491,n.3) 3 



(B.II,p.497.n.l) 3 

(B.II,p.498,n.2) 2 

(B.II,p.498,n.4) 1 

(B.II,p.499,n.5) 1 

(B.II,p.499,n.6) 2 



SICILIA 



65 — 



CALTAGIRONE 



TR.EBANIA. 



TVLLIA. 



VALERIA. 



VETTIA. 



X )( L . Treban{i) . Roma [an. 139 a. Cr.] 

(usato) p . 

Roma )( M . Tulli; sotto la quadriga, X 

[an. 135 a. Cr.] (usato) 

X )( L . Valeri || Flacci [an. 104 a. Cr.] (due 
conii diversi) (1 usato, 1 piegato) . . . 
P. Vettius Sabinus [an. 101 a. Cr.]: 
)( P . Sabin ; nell' esergo, (Q.) (ossidato) 

Quinario 

T. Vettius Sabinus [an. 69 a. Cr.]: 
Sabinus; innanzi, Ta; nel campo, S. e ){ T. 
Vettius; sopra, Judex (dentellato) (non molto 

usato) 

Pansa )( C . Vibius .C .f [an. 90 a. Cr.] (usato) 
id. )( id. id. id. 

id. )( Jovis . Axur . C . Vibius . C . f . C . n. 
[an. 43 a. Cr.] (non molto usato) . . . 
[an. 88 a. Cr.]: 

)( M. Vollei . M . f (1 usato, 1 quasi fresco) . 
)( id. sopra, 3 (usato) . . 

)( id. id. HA id. . . 

Testa di Roma galeata a dr. )( Dioscuri galoppanti a dr. ; 
nell' esergo (roma, consum.); nel campo, sotto i cavalli, 

lettere consumate (molto usato) incerto 

Busto di donna a dr. coi capelli raccolti sulla nuca; dietro, 
il simbolo della ruota: dimenticato sul conio (incaso) 
(Plaeloria?, Bab. II, pag. 315, n. 10?) 



id. 



VIBJA. 
id. 
id. 

VOLTEIA. 

id. 
id. 



(B.II,p.500,n.l) 1 

(B.ll,p.503) 2 

(B.II,p.512,n.ll) 2 

(B.II,p.531,n.l) 3 



(B.II,p.532,n.2) 1 

(B.II,p.538,n.l) 4 

(B.II,p.539,n.2) 7 

(B.II,p.546,n.l8) 2 

(B.II,p.565,n.l) 2 

(B.II,p.566,n.4) 1 

1 



Q. Quagliati. 



SICILIA. 



VI. CALTAGIRONE — Siculi e Greci a Caltagirone. 

Nei tre lustri dacché ho l'onore di dirigere il R. Museo Archeologico di Sira- 
cusa, ragioni di tempo, di opportunità e di finanza mi avevano impedito di rivolgere 
le mie cure al territorio caltagironese, vastissimo e ricco di svariati ricordi archeo- 
logici, non certo di primo ordine, ma pur tali da invogliare ad una ricerca metodica 
su quella sì poco conosciuta regione montana. I rapporti di un vecchio ispettore ono- 
rario, il barone Perticone, ed i dati, in molte parti fantastici, da lui consecrati anche 
in due rare Memorie a stampa ('), infine alcune ricognizioni eseguite da me e dai 

(') Antichità della greca Gela mediterranea, oggi C.dtagirone (Catania, 1841). Seconda edi- 
zione, Catania, 1857. 



CALTAfllRONE — 66 — SICILIA 

miei dipendenti, ed il dilagare anche in codeste regioni degli scavi abusivi e tumul- 
tuari, ai quali recentemente dovetti por freno, valendomi dell'ausilio della Pubblica 
Sicurezza, m' indussero finalmente nello scorso giugno, ad eseguire tentativi su larga 
scala in quella regione suburbana che più si diceva promettente, e che più di altre 
era esposta ai saccheggi delle bande di scavatori clandestini. E mi piace qui espri- 
mere tosto la mia riconoscenza al prof. Salvatore Di Gregorio, R. Ispettore onorario, 
che con reiterate istanze mi indusse nel giugno del 1903 alla prima ricerca attiva 
ed ordinata, che mai si fosse eseguita nel territorio caltagironese, e che l'opera mia 
coadiuvò con ogni sua possa. 

La montagna sulla quale venne adagiandosi nei secoli di mezzo l'ampio abitato 
della Caltagirone saracena, e le alte vette circostanti, formano un nodo montano che, 
posto al vertice di un confluente del Gela e del Caltagirone, ne domina gli alti corsi, 
padroneggiando gli sbocchi al mare africano da una parte, all'Jonio dall'altra. La 
regione ha ed ebbe sempre importanza quasi esclusivamente agricola, granaria sopra- 
tutto. Diodoro (IV, 84) decanta gli 'H^aìa oqtj, di cui il contado caltagironese fa 
parte, per l'amenità e la frescura dei luoghi, l'abbondanza delle acque, la copia delle 
quercie, la bontà delle frutta. 

Tale regione fu, come vedremo, occupata, sin dagli albori dei tempi protostorici, 
da popolose tribù, che sopratutto s'installarono nei declivi a solatio, e sui cacumi 
più elevati sulla fiancata destra del Caltagirone (Mineo e Terravecchia di Grammi- 
chele), e sulla sinistra del Signore, confluente del Gela (Monte S. Mauro) ; codeste città, 
di cui da poco si è iniziata la esplorazione, e la cui toponimia non è ben sicura, 
hanno tutte una origine ed un substrato siculo, sul quale in epoca relativamente 
antica (fine VII, VI sec.) si sono innestate la civiltà, ed in parte anche la popolazione 
greca. Perocché l'opera di penetrazione dell'elemento greco è stata ovunque preceduta 
da quella della rispondente civiltà ; ma di questo processo, al quale ho altrove bre- 
vemente accennato (Notizie 1901, pag, 346), non è ancora il momento di discorrere 
con piena cognizione di causa e di fatti. 

Se nel sito preciso dell'attuale Caltagirone fosse sorto un abitato primitivo, è 
difficile affermare, causa le alterazioni subite attraverso dieci e più secoli dalle alture 
franose, incoronate oggi da centinaia e centinaia di case ; ma la necropoli di S. Luigi, 
di cui mi occupo più oltre, attesta indubbiamente che sulla deliziosa collina della 
« villa » (giardino pubblico) attuale, v'era un borgo del VI-V secolo. Così le tracce 
della pura età della pietra sono ancora troppo scarse, e si riducono, per quanto io 
sappia, ad una certa quantità di coltellucci e schegge in piromaca, raccolte dal 
prof. Di Gregorio, in contrada Madonna della Via, un chilom. circa a sud dell'abitato. 

Ma la regione che offriva le migliori attrattive alle nostre ricerche, e che da 
parecchi anni era divenuta palestra alle dannose imprese dei saccheggiatori, è quella 
denominata Montagna, a settentrione della città (fìg. 1), 

I. Necropoli siculo, della Montagna. 

Montagna è nome collettivo di un sistema di alture, che fronteggiano a nord 
quelle di Caltagirone, dalla cui vetta più alta, denominata S. Giorgio, sono separate 



SICILIA 



67 




CALTAGIRONE 



per la insellatura di Poggio Marrana e dal profondo vallone, che traendo origine da 
essa, scende sotto la Rocca. Importa ben definire, anche per la nostra ricerca, il ca- 
rattere di sì fatta regione, valendoci di talune vedute fotografiche (veduta generale 
fig. 1) e dello schizzo, senza pretese, che qui unisco per la distinzione dei singoli 
aggruppamenti funerari (fig. 2). 

La configurazione della Montagna e l'ubicazione delle sue necropoli è alquanto 
singolare, ma non gran fatto dissimile da quella di altre necropoli sicule, chiaro ri- 



■H I 



'V**&2£> 




Fig. 1. 



sultando, che quel popolo, pure adagiandosi in terreni diversi, manteneva quasi co- 
stante il sistema di scavare ed aggruppare i sepolcri. Dal fondo della valle, onde 
trae origine il fiume di Caltagirone o Margi, il monte formato di argille e di teneri 
calcari, con banchi gessosi, sale non ripidamente ma a terrazze successive, tenute a 
posto da creste di calcari più compatti, non tanto però, che per difetto dei sostegni, 
la fronte non ne sia qua e là fratturata e franosa. Su per codeste creste intercalari 
i Siculi avevano annidato come alveari, ed allineato, i loro sepolcreti, i quali, se 
non contano per ognuno le centinaia e centinaia di celle, come quelli delle colossali 
necropoli di Pantalica, Cassibile e M. Dessueri, si seguono però con brevi interru- 
zioni, di guisa che tutto il declive meridionale della Montagna dal fiume sino alle 
più alte creste di Poggio Valfà e di Mantina, doveva esser tenuto da numerosa pò- 



CA.LTAGIRONE 



68 — 



SICILIA 



polazione agreste, divisa in gruppi prossimi l'imo all'altro. Mentre oggi nei casali 
della Montagna abitano poche diecine di umili famiglie contadinesche, allora in mezzo 
ai declivi boscosi e nelle terrazze coltivate avevano dimoia parecchie centinaia di 




■ Dal e ss. 

| DiBernardo 
III R.Agalbato 
iv R. Grasso 



2 Chitoni. 



Fio. 2. 



rustiche famiglie, se è lecito commisurarle, come faremo, dal numero dei sepolcri 
lasciati, non molto lontani dal migliaio. 

Del resto non era male scelto il posto per questo grande agglomerato di elementi 
pastorali ed agricoli. Dalle parti alte della Montagna, e dalle vette di Valfà, che 
di poco superano i m. 640, si ha una delle più ampie viste che io abbia mai go- 
dute in Sicilia. La visuale che si presenta nel grande arco da nord-est a sud-ovest 



SICILIA 



— 69 — CALTAGIRONE 



comprende tutta la distesa di monti che da Mineo scendono fin sopra Comiso ; sotto 
il binocolo mi passano via via Mineo (Menae), Grammichele (Echetla?), Li- 
codia, Vizzini, Chiaramonte Gulfì, colla coda del dorsale montano di Ragusa, che va 
a morire nelle sabbie di Camarina; è un panorama imponente, chiuso dallo sfondo 
degli Herei, sul davanti del quale si stendono altipiani, si accavalcano colline. A 
destra la visuale è chiusa dalla vetta di Monte S. Giorgio (acropoli di Caltagirone ?) 
e dallo sperone di Monte S. Mauro, ma per la breve apertura del Signore lo sguardo 
penetra nella valle del Gela, e con tempo chiaro si vede luccicare il mare africano. 
Resta così abbracciato d'un solo sguardo tutto il sud-est dell' isola. Verso nord e 
nord-ovest poi l'occhio spazia sull' Etna imponente e sulle montagne di Aidone e di 
Castrogiovanni, circonfuse di lievi nubi. 

Gli abitati e le necropoli erano distribuiti sul declive meridionale della Mon- 
tagna; l'uomo e le colture reclamavano i tepori solari, che lassù vi è rigido l'in- 
verno, accompagnato da brevi ma violenti nevate, e da venti impetuosi; nei frasta- 
gliati fianchi settentrionali, esposti a rigidi venti etnei, non che un gruppo, nemmeno un 
sepolcro venne aperto nelle gelide roccie. Elemento indispensabile alla vita di tante genti 
era l'acqua ; e, come vedremo, l'abbondanza di essa ed il clima migliore, giù in basso 
attorno alle alture della Rocca, attirò il maggior nerbo di abitatori ; ma anche nelle 
parti alte della Montagna non difettano polle di buona acqua, allora più abbondanti 
per il prosperare dei boschi, necessarie alla vita dell'uomo, utili alle primitive colture. 

Vera unità civica, nel senso moderno od anche classico della parola, non credo 
avesse questo povero popolo, sparso sopra una estensione di parecchi chilometri quadrati ; 
erano gruppi frazionati dipendenti da capi e da un principe, la cui dimora, se dob- 
biamo credere al numero ed alla sontuosità dei sepolcri, va stabilita alla Rocca. Di 
fortificazioni, o di abitazioni, come del resto ovunque, nessuna traccia; impossibile 
in quei luoghi una difesa ferma, contro esercito regolare ed agguerrito, dei borghi 
aperti e formati di effimere capanne ; ma pericolosa oltre ogni dire l'offesa di gente 
selvaggia e mobilissima, che doveva avere nel costume dell'abitato e nell'agilità delle 
mosse, molto di comune cogli Abissini di ieri. La via al mare, segnata dal Margi 
e dal Maroglio, influì, per quanto debolmente, nei più remoti secoli, a stabilire con- 
tatti con quella coltura egea, che dovrà trasformare la rozza civiltà sicula, e prepa- 
rare l'avvento ai Greci. 

Tutta codesta regione quasi alpestre, che con nome collettivo chiamasi Montagna, 
si può dividere altimetricamente in tre zone, Alta, Media (Castelluccio) e Bassa 
(Rocca), ognuna delle quali comprende gruppi di sepolcri di varia estensione ed en- 
tità. Cominciamo dalla parte superiore, che denomino: 

1° Montagna alta. 

Intorno ai poggi di Valfà e Mantina dal lato di settentrione, ma più sulle 
creste rocciose volte a mezzodì si noverano molti gruppetti di celle, quasi tutte vuote 
o franate ; perciò appunto essi non presentavano attrattive di esplorazione. I sepolcri 
superano, a dir poco, il centinaio. Sugli ultimi cacumi segnalai anche alquanti se- 



CALTAGIRONK 



— 70 — 



SICILIA 



polcri greci a fossa, coi copertoni smossi e l'interno frugato; e sulla 
vetta più alta un intaglio quadro nella roccia spianata, di 6 X 4, fon- 
damento di una casa di epoca non bene determinabile. È da queste ul- 
time che proviene la bellissima spada di bronzo, acquistata nel 1897 
dal Museo di Siracusa, della quale pubblico qui per la prima volta 
l' imagine (fig. 3). Una poderosa arma, lunga fra le due estremità del 
codolo e della punta cm. 59 Vi , larga alla base mm. 36 ; la lama 
robusta, a margini non dritti, ma leggermente convessi (al centro) con- 
cavi (alla base), con forte e viva costa centrale, che da una sezione 
romboidale, finisce inferiormente in un arco desinente in codolo, mu- 
nito ancora di tre grossi chiodi cilindrici. 

Tale spada è molto affine, per quanto non identica, all'altro bel- 
lissimo e lungo esemplare rinvenuto al Plemmirio presso Siracusa (') 
col quale rappresenta gli unici modelli rinvenuti in Sicilia ( 2 ), che ve- 
ramente meritano il nome di spade di tipo miceneo, attesa la forma 
e le gradi dimensioni ; laddove sono molto più numerose e frequenti 
nelle necropoli del secondo periodo le lame corte, che con più esat- 
tezza voglionsi denominare daghe. 

Io non credo di andar lungi dal vero, confortato anche dai recentis- 
simi studi del Naue ( 3 ) nell' attribuire all' industria egeo-micenea co- 
deste superbe e poderose armi dell'età del bronzo, che i Siculi non 
erano certo in grado di preparare in paese. 

a) Gruppo Alessandro. — Nel secondo gradone sopra Castelluccio 
si aprono numerose tombe allineate in una cresta rocciosa (fig. 4), che la 
carta di S. M. segna come margine est della contrada Salvatorello, ma 
che i villici designano sempre col nome generico di Montagna. Il proprie- 
tario sig. Frane. Alessandro, che qui ricordo a titolo di onore, non solo 
permise con piacere gli scavi, ma a lavoro finito rinunciò alla quota 
di sua spettanza, regalando per giunta due belle fibule a grand' arco 
semplice colà rinvenute in precedenza. Le tombe di questo « Cozzo » 
apparvero molto frugate in tempi antichi e recenti ; in antico per dar 
la caccia al bronzo, di recente per cercare il tesoro, che una vecchia 
leggenda, alimentata dalle dicerie di un prete astrologo, assicurava 
esistere in questo sito. Sopra oltre cento camerette, ne esplorai 38, e 
dei principali risultati conseguiti riferisco secondo il diario da me 
redatto sul posto. 



♦ 



* 



(>) Bull. Palelhol. hai. a. XVIII, tav. XI, fig. 10, pagg. 129-130. 
(*) Di una terza spada trovata in quel di Mazarino possiedo un facsimile, né 
so dove sia andata a finire. Essa e della stessa forma delle due succitate, con co- 
dolo più allungato, e misura in totale cm. 73. 
(*) Naue, Die vorroemische Schicertcr aus Kupfer. Rronze und Eiten (Munchcn 1903), 
pagg. 5-10, tav. IV, 7. 



Fio. 3. 



SICILIA 



— 71 



CALTAGIRONE 



Sep. Aless. 1. Cella circolare a cupola (diam. m. 2,15, alt. m. 1,60), il cui 
piccolo e profondo canale, non che l'atrio erano barricati da una maceria spessa 
m. due ; la bocca poi era chiusa da due sottili lastre in calcare. La cella conteneva 




Fig. 4. 

due soli scheletri coi crani alla parete interna e le gambe ripiegate verso la bocca; 
di vasi un solo coccio. Pare che la maceria sia stata rimossa in antico, poi, spo- 
gliata la camera del contenuto, ricomposta alla meglio. 
Sep. Aless. 2. Circolare, con volta curva, dimen- 
sioni normali ; essendo stato frugato in antico conteneva 
solo poche ossa sconvolte, al centro una grande hydria 
a stralucido, frammenti di piatti, di un boccale, di un 
ijj, coperchio a campana ed altri insignificanti. 

Sep. Aless. 3. Cella con molta terra, ma senza ossa 
né cocci; come rilevasi dalla pianta unita, essa presenta 
la particolarità di un letto funebre a cm. 20, a margini 
rilevati con due gradinetti ed un capezzale rudimen- 
tale (fig. 5). 

Sep. Aless. 5. Cella circolare (diam. m. 2,06) a cu- 
pola bassa, colla bocca chiusa da due lastroni ; gli schele- 
tri, due, colle gambe piegate, erano accompagnati da alcuni 
vasi, in parte rotti, cioè : fiaschetto a stralucido marrone con becco a cribro, alto cm. 14 
Notizik Scavi 1904. — Voi. I. 10 




Fig. 5. 



CALTAG1R0NE 



— 72 — 



SICILIA 



(fig. 6), anforetta globare rossa, alta cm. 14 (fig. (5), due coperchi campanulati, due 
olle quadriansate, un fiaschette a lungo od esile collo e tracce di una lama in bronzo. 




FlG. 6. 

Sep. Aless. 6. Simile, vergine, colla chiusa e porzione della volta crollate; nel- 
l' interno tre scheletri coi crani a sud e le gambe piegate ; di vasi era in frantumi 
una olla od hydria quadriansata, intero un bicchiere semiovolare ad alto manico, 





Pio. 7. Fig. 8. 

alt. cm. 7 (fig. 7), una olla cuoriforme a strai uci do rosso, ed un coperchio campanulato. 

Sepp. Aless. 7-10 Tutti piccoli e violati in antico; diedero poche ossa, rottami 
delle immancabili hydrie, un ago di bronzo, ed un frammento, a quanto pare, di 
una ascia ad occhio di bronzo. 

Sep. Aless. 11. Simile con maceria e chiusino a posto ; conteneva un solo morto 
accompagnato dall' hydria rituale. 

Sep. Aless. 12. Saccheggiata ; davanti l' ingresso si raccolse il bellissimo vaso 
a cilindro, alt. cm. 10 '/* (fig. 8) con ansette massicce, ognuna attraversata da un 
foro per fissarvi con legacci il coperchio. 



SIC1LIA — 73 — CALTAGIRONE 



Sep. Aless. 14. Grande tomba a volta curva, diani. m. 2,60, preceduta da una ma- 
ceria, colla lastra di chiusa tanto abbassata da offrire passaggio ad un fanciullo; la 
violazione è antica, dovuta ad Arabi o Bizantini, cercatori di metallo. Gli scheletri 
non erano più di due alquanto rivoltati; di bronzi nessuna traccia. La ceramica per 
lo più rotta spettava ai tipi seguenti: hydria a stralucido, olletta quadriansata, 
frammento di altra minuscola, coperchio a campanello; in frantumi non restaurabili 
due bacini globali con gambo a tuba, decorati di rigature verticali a stralucido rosso, 
del noto tipo di Pantalica ('). 

Sep. Aless. 15. Simile al precedente, violato superficialmente in antico, con un 
solo morto, accompagnato da una hydria a stralucido rosso, da un boccale cuoriforme, 
e da un coperchio campanulato. 

Sep. Aless. 17. Simile, con avanzi di tre scheletri rimaneggiati e con parecchio 
vasellame in parte rotto dagli antichi cercatori di bronzo. Esso consisteva nelle forme 
consuete, cioè in una hydria, un boccale cuoriforme a stralucido a. cm. 16, altri 
quattro con dimensioni digradanti sino ad uno minuscolo, un piattello a gambo tu- 
biforme a. cm. 22 del tipo di Cassibile (*). 

Sep. Aless. 18. Cella ellittica normale con volta franata, contenente un unico 
scheletro, accompagnato da un boccaletto cuoriforme. 

Sep. Aless. 10. Simile piccola, violata in antico, con tracce di un solo sche- 
letro, accompagnato da rottami fittili pertinenti ad un boccaletto cuoriforme; altro 
simile; due coperchietti campanulati, ed un doppio tubetto di bronzo 1. mm. 7. 

Sep. Aless. 21. Simile, violato, con tracce di un morto; presso di esso un co- 
perchio a campana, un frammento di gambo a tromba senza il corri- 
spondente piattello superiore (come fig. 43), il fondo di un vaso cilin- 
drico (come fig. 8), un piccolo trapanino in bronzo 1. mm. 46, a punte 
acuta e piatta, in fine esili frammenti di un sottilissimo anello d'oro 
Fig. 9. a ver ga cqnvesso-concava ( 3 ) (fig. 9). 

Sep. Aless. 22. Simile con tracce di un solo scheletro, accom- 
pagnato da una hydria e da un boccale cuoriforme. 

Sep. Aless. 25. Grande cella elittica (diam. m. 1,90) con la 
volta sfondata ed il chiusino abbattuto ; di ossa poche tracce ; di vasi 
in frammenti la immancabile hydria, un bacinetto mezzano a gambo 
tubiforme tipo Cassibile, una patera tipo Pantalica, e la punta di robu- 
sta daga in bronzo, a spina centrale, che qui si produce, sfuggita F[<j JQ 
per caso agli antichi cercatori di metallo (fig. 10).. 

Sep. Aless. 26. Di forma eccezionale (fig. 11), constava di una camera circolare 
(diam. m. 2,10), da cui si accedeva ad una seconda interiore (diam. 1,44 X 1,28), 



(') Orsi, Pantalica e Cassibile, tav. IX, figg. 1, 3, 4, pagg. 75-76. 

(*) Orsi, op. cit., tav. XIV, figg. 2, 5, pag. 113. 

( 3 ) Anelli di identica forma e consistenza si trovarono a Pantalica e Cassibile (Orsi, Panta- 
lica e Cassibile, necropoli sicule del II periodo, pagg. 73 e 112), ma anche in un sepolcro a 96Xog 
di Creta (Bosanquet, Annual of the british school at Athens, 1901-2, pag. 248. 





CALTAQIRONE 



74 



SICILIA 



ambedue violate in data recente; di ossa nessuna traccia, ma nella camera interna 
un boccaletto ed un piattello o coperchio. 

Sep. Aless. 27. Grande camera circolare (diam. 
m. 2,30) con volta a &óXo$; nell'atrio una fitta ma- 
ceria smontata in antico nella parte superiore, per dar 
passaggio ad una persona ; nell' interno avanzi di quattro 
morti accompagnati da una grande hydria e da due 
fiaschetti cuoriformi, il tutto in frantumi. 

Sep. Aless. 29. Simile con volta curva contenente 
un solo morto; intorno ad esso una piccola hydria, 
altra maggiore, tre boccaletti a cuore, un vasetto a ba- 
rattolo cilindrico; il tutto in frammenti. 

Sep. Aless. 30. Bellissima Vóì-os (diam. m. 2,20), 
frugata, con avanzi della maceria, e nell' interno sei 
scheletri smossi, attorno ai quali una scodella a calotta 
come fig. 34 ed un fiaschetto a filtro, decorato sul 
ventre di fascio a spinapesce come fig. 24. 

Sepp. Ales. 32-35. Normali, ognuno con uno sche- 
letro rivoltato e pochi cocci; si riconobbero tra questi due dei soliti fiaschi. 

Sep. Aless. 38. Violato, con tracce di un solo scheletro, e la bella scodella 
(fig. 12), munita di quattro anse, di una forma piuttosto eccezionale. 






Fig. 12. 



Fig. 13. 



Da informazioni di scavatori clandestini, che avevano in precedenza tentato il 
gruppo Alssandro, mi risulta che non vi si rinvennero bronzi, evidentemente sottratti in 
precedenza da cercatori bizantini ed arabi. Però il sig. Alessandro, or sono pochi 
mesi, rinvenne in una tombetta chiusa, assieme a vasellame che ripete forme note, una 
coppia di belle fibule in bronzo, che egli volle regalate al Museo e di cui una è 
riprodotta fig. 13. Sono ad arco semplice depresso, una munita di due costolature, 
e misurano mm. 84 e 92; esse ci riconducono alla forme più antiche di Pantalica 
e di M. Dessueri, si approssimano quasi a quelle ad arco di violino, e giovano, assieme 
alla ceramica, nello stabilire la cronologia del gruppo Alessandro, spettante al puro 
2° periodo siculo, che rappresenta l'età del bronzo dell' isola. 



SICILIA 



— 75 



CALTAG1R0NE 



*) Gruppo di Bernardo. - Assegno ai gruppi della Montagna Alta, divisi da 
aneli. Media o Castellilo, per la ruotabile Caltagirone-Raddusa, anche il g" p 
di Bernardo, poco discosto dal precedente, anzi continuazione di esso un pò più a 




Fio. H. 




Fig. 15. 



basso verso mezzodì. Il terreno del sig. Nic. Di Bernardo è un declive, nel quale 

affienino de, risalti rocciosi, dove vennero aperte oltre ad una cinquantina d el 

dieci delle quali, arrivato io sul sito, tro- 

vaiesplorate in data recente; riuscii però a 

ricuperare quasi tutto il materiale in esse 

rinvenuto, assicurandolo al Museo, e lo 

descriverò, dopo il resoconto degli scavi 

sistematici da me diretti. 

Sep. Di Ben. 1. Cella circolare a 

volta curva (diam. m. 2, alt. m. 1,25), pre- 
ceduta da piccolo padiglione ; davanti la 
bocca eravi la lastra abbattuta, con gli avanzi 
della maceria, che occupava tutta la pro- 
fondità del padiglione. Otto erano gli sche- 
letri; due adulti ed uno piccolo avevano i 
crani allineati subito dopo la portella d' in- 
gresso; gli altri cinque crani stavano lungo 
la parete destra per chi entra. Attorno 
ad essi si raccolse il vaso a bicchiere alto 
cm. 7 Vt (fig. 14), una hydria alt. cm. 20, 
due altre in pezzi, e due coperchietti cam- 
panulati. 

Sep Di Ben. 2. Violato; conteneva avanzi di ossa, mfbo'ccale cuoriforme „ 
elucido rosso, ed una olletta a quattro manici alt. cm. 15 (fig 15) 

di appi un 17' \ StaV 7 kt0 del PreC6dente ' 6 De 6ra dÌVÌS0 da ™ diafran,™ 

Pianta al a fi, " r°\ T* ^ * MUsSÌ ™ *"*' dt m " W * °" offro la 
Pianta alla fig. 16; la bocca era perfettamente chiusa da una sottile lastra di gesso 




Fig. 16. 



CALTAGIRONE 



— 76 — 



SICILIA 




fea* 



di cm. 61 X 52 (fig. 17), nel cui campo era stato risparmiato un rilievo circolare, 
specie di umbone a calotta. L'atrio era poi tutto barricato da una robusta maceria 
profonda m. 1,17. Si credette la tomba intatta, ma invece antichi violatori vi erano 

penetrati dalla attigua, aprendo un piccolo passaggio 
nel diaframma roccioso. Gli scheletri erano quattro 
coi crani alla periferia, e le gambe, un po' ripiegate, 
verso il centro. Di bronzi veruna traccia; di fittili, 
rottami di due boccaletti cuoriformi a stralucido rosso. 
Sep. Di Bern. 4. Semiellittico, violato, con una 
mezza dozzina di scheletri, un boccaletto a stralucido 
rosso, ed il piede a tuba di un bacino tipo Pantalica. 
Sep. Di Bern. 5. Simile al precedente e pure 
violato, conteneva tre scheletri col cranio alla parete 
e le gambe piegate. Tra i crani uno dei soliti boc- 
cali cuoriformi ed una piccola hydria in frantumi. 
Sepp. Di Bern. 6-8. Negativi. 
Sep. Di Bern. 9. Ampia camera a cupola (diam. m. 2,10, alt. m. 1,52), con 
quattro scheletri, i cui crani giacevano tre al centro ed uno alla periferia; l'atrio 










Fig. 17. 




Fig. 18. 



era murato da una profonda maceria, ma alla bocca mancava il chiusino. Non si trovò 
alcun bronzo, il che farebbe sospettare di violazione antica, mentre non furono tocchi 
i vasi, tre a sin. dell'ingresso, gli altri al centro. 

Essi consistevano in bel fiaschetto globare ad esilo collo con filtro a beccuccio 
sul ventre, a cm. 13 1 / ty a stralucido marrone (come fig. 6). Scodella biansata dia- 
metro cm. 11 '/»• Coperchio campanulato a stralucido rosso (fig. 18). Bicchiere semio- 
volare con due anse acuminate (fig. 19). Tre fiaschi cuoriformi. Una grande hydria, alt. 
cm. 21 ed una specie di anfora biansata (fig. 18). 

Sep. Di Bern. 10-15. Tutti più o meno violati, con tracce degli scheletri e vasi 
interi e rotti; nell'I 1° un' hydria ed una patera; nel 12° un bicchierino ovolare; 



SICILIA 



77 — 



CALTAGIRONE 



nel 13° un fiaschette» cuoriforme; nel 15° un coperchio a triplico peduncolo (fìg. 20) 
ed un boccale ansato (lig. 21). 




Fio. 10. 




Fio. 20. 




Fio. 21. 



Sepp. Di Bern. 16-17. La prima, a volta piana, aveva piantato davanti la porta 
un grosso blocco di sbarramento, residuo della maceria, ma nulla nell'interno. Nella 
seconda pure avanzi della maceria con due grandi blocchi di sbarramento ; nell'interno 
poche ossa e rottami di un boccaletto a stralucido, e di una scodelletta rustica bian- 
sata, come quella del sep. 9. 

Sepp. Di Bern. 18-20. Negativi. 

Negli scavi clandestini eseguiti in questo sito durante l'inverno nel 1903 si rin- 
vennero dentro quattro sepolcri i seguenti oggetti, i migliori dei quali vennero da 
me acquistati per il Museo: 

Anellino di sottilissima bractea di oro giallo, col giro convesso-concavo, formante 




Fio. 22. 



sul davanti una granda losanga, nella quale è inscritto un occhio, circondato da due 
fascette con fitti trattini; peso grammi 0,35 (fig. 22). Anellini in tutto eguali ma 



CALTAGIRONE 



—^78 — 



SICILIA 



senza losanga hanno dato sin qui Pantalica (op. cit., pag. 32, tav. Vili, 15) e Cassibilo 
(op. cit., pag., 100); uno identico al nostro in oro pallido (elettro) proviene da M. Des- 
sueri (inedito), ed un terzo in oro giallo pure da Pantalica (scavi 1900, inedito). 
Sono tre esemplari, per poco identici, rinvenuti nelle tre maggiori necropoli montane 
dell'isola; ed assai più grande ne sarebbe il numero, se migliaia e migliaia di se- 
polcri siculi non fossero stati nei secoli passati radicalmente saccheggiati. Escluso asso- 
lutamente che codesti sieno prodotti di industria paesana, non resta che vedere in 
essi articoli importati dal commercio egeo-miceneo. Vero è che di codesti piccoli e doz- 
zinali articoli nulla, per quanto a me consta, è ancora venuto alla luce nei numerosi 
sepolcri micenei, esplorati sul continente greco, nelle isole ed in Creta; mentre i 
pochi anelli che conosciamo di tale epoca sono in parte sontuosi e massicci, decorati 





Fio. 23. 



Fio. 24. 



con tecnica diversa. Ma per gli àvaxTtg della Grecia eroica erano certamente riservati 
i migliori prodotti della oreficeria, lasciando al commercio transmarino, che aveva i 
suoi sbocchi presso le povere tribù siculo, la paccotiglia e la merce più dozzinale. 
E d'altronde il motivo della losanga e dell'occhio è estraneo al corredo delle forme 
decorative siculo, mentre non è estraneo, sebbene raro, al repertorio miceneo, special- 
menle nella decorazione architettonica (capitelli e fregio nelle &óXoi di Micene). 

La ceramica era rappresentata dai seguenti pezzi : quattro hydrie a stralucido 
rosso. Un coperchio campanulato. Un askos a stralucido marrone, con finimento a 
bottone al vertice (fig. 23); forma rara così a Pantalica come a Dessueri. Fiaschetto 
con esile collo cilindrico, impostato sul corpo a cipolla, decorato di fascio verticali a 
lische graffite; sulla spalla è applicato un ampio versatolo con cribro a 12 fori; la 
superfice è tirata a stralucido marrone; alt. cm. 14 (fig. 24). 

2° Castelluccio. 

Il declive racchiuso nel settore di sud-est fra la ruotabile Caltagirone-Raddusa, 
la «trazzera» che distaccandosi da quest'ultimo mette alla città, ed il fondo del 
vallone dove muore la Montagna, denominasi Castelluccio, da una certa cresta den- 



SICILIA 



— 79 



CALTAQ1R0NE 



tettata di roccie, interposta fra due terrazze, e contenente numerosi sepolcri colle 
bocche su due fronti, le più volte a sud-sud-est, poche a nord ; di cui gran numero è 
franato per sconvolgimenti tellurici e sismici, che hanno scossa e sgretolata la sottile 
cresta calcare, adagiata sopra assise gessose. Il loro numero complessivo si può valu- 
tare ad oltre le due centinaia, dei quali una trentina era stato di fresco frugato dai soliti 
saccheggiatori, che mi dichiararono non avervi raccolto un solo bronzo, ma numeroso 
vasellame in frantumi, abbandonato sul sito. Il terreno alquanto frazionato, senza ben de- 
finiti confini, appartiene a parecchi proprietari, come la signora La Rosa ved. Montemagno, 
Luigi Lo Bianco, G. Battista Nicastro, Frane. Romano ed altri, i quali tutti o disinte- 
ressatamente o con piccoli compensi agevolarono le mie ricerche ; onde mi è grato qui 
indicare i loro nomi. 




Fig. 25. Fio. 26. I 

Sep. Cast. 1. Celletta circolare con volta curva e piccolo padiglione ; conteneva 
tenui avanzi di uno o due individui, con una olletta globare a tre anse verticali, 
alt. cm. 9 (fig. 25), altra eguale in frantumi, ambedue a stralucido rosso, ed una 
olla in creta rustica, munita di ansa rudimentale ed alta cm. 15. 

Sep. Cast. 2. Simile alla precedente, con avanzi di due scheletri e rottami fittili. 

Sep. Cast. 3. Simile squarciata con due scheletri. Lungo le pareti il seguente 
vasellame in parte rotto (fig. 26): rozzissima scodella a calotta espansa, diam. cm. 12 '/ 8 ; 
consimile più piccola e profonda, diam. cm. 5 3 /< ! simile semiovolare con ansetta pro- 
minente sul labbro, diam. cm. 9 ; boccalettino globare con collarino ad alta ansa, 
alt. cm. 7 1 / i ; in frantumi tre piccole hydrie a stralucido. 

Sepp. Cast. 4-6. Negativi, con pochi cocci ed ossa. 




Fio. 27. 

Sep. Cast. 7. Ellittico (diam. m. 1,70) con un solo scheletro adagiato col cranio 
ad est; alle gambe un po' piegate teneva un rozzo bicchiere ovolare, alto cm. 9 
(come fig. 19) ed un coltelluccio di bronzo a lama dritta, fig. 27, lungo mm. 87. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 11 



CAI,TAGIRONE 



— SO — 



SICILIA 



Sep. Cast. 8. Bellissima dóXog di cui offro la pianta e la sezione (figg. 29 e 
30), colla specialità di un anellone incavato attorno al vertice; la camera misurava 




Fin. 29. 



diam. m. 2,10 X 2,30; il nicchione aveva una profondità di m. 1,25; questa tomba 
cospicua era stata disgraziatamente violata da tempo antico. 




Sez.A-B 
Fio. 30. 

Sepp. Cast. 9-13. Di forma e dimensioni normali ma violati; uno diede poche 




Fio. 31. 



ossa, molti cocci pertinenti a piattelli, fiaschetti cuoriformi a stralucido, ed uno sco- 
dellino semiovolare, come quello del sep. 3, riprodotto a fig. 31. 



SICILIA 



— 81 



CALTAGIRONE 



Sepp. Cast. 14-15. Come vedesi dalla pianta unita (fig. 32), sono due stanze, una cir- 
colare, l'altra ellittica, con volta curva, aventi un breve atrio comune. Davanti alla 
bocca di destra avanzi della maceria; davanti a quella di centro sottile lastra di 
gesso inclinata, che serviva da chiusino. Nella camera di destra un solo scheletro 




Fig. 32. 



disteso, accompagnato da un disco fittile, coperchio di vaso a bossolo. In quella di 
fronte un altro scheletro disteso, accompagnato da tre vasi presso il cranio e due 
presso le mani; mezzo coltelluccio di bronzo a fiamma fu portato dai conigli alla 
superficie. 

I vasi erano: bicchiere cilindrico con labbro a base cordonata, munito di due 
ansette a bucranio, colla superfice a stralucido, a. cm. 10, e quasi eguale a fig. 8. 
Scodellino a calotta diam. cm. 7. Boccaletto cuoriforme ansato, a stralucido, a. cm. 15. 
Simile più. piccolo. Hydria quadriansata a. cm. 19. Davanti alle bocche, cioè nell'atrio, 
rottami di una patella. 

Sepp. Cast. 16-19. Bellissimo gruppo ipogeico (fig. 33) formato da quattro celle a 
volta curva, a. da m. 1,50 ad 1,80, che sboccano sopra una profonda galleria comune; 
esso ricorda i più belli esempi consimili di Pantalica (op. cit. pag. 26, 35). Galleria 
e celle, piene di un terriccio finissimo, derivante dallo sfarinamento della roccia fria- 
bile erano quasi inaccessibili; fu mestieri un lungo e faticoso lavoro di sgombero 
per esplorare e disegnare questo ipogeo, appartenuto ad una ragguardevole famiglia, 
e malauguratamente saccheggiato in antico. 

Difatto tre' delle camere diedero appena tracce di ossa; in quella di fondo v'era 
una mezza dozzina di scheletri ed un solo coccio geometrico, del 3° periodo, che, a 



CALTAaiRONE 



— 82 — 



SICILIA 



mio avviso, segnerebbe una violazione di data molto antica. Casi analoghi^ vedremo 
alla Bocca. 




Fig. 33. 



Sep. Cast. 20. Cella a ferro di cavallo, con tre scheletri alquanto rimaneggiati ; 
accanto ad ogni cranio dei vasetti in frantumi. Si segnalarono, e solo in parte si 




Fig. 34. 



Fig. 34*'« 



raccolsero: un fiaschetto cuoriforme ansato; una hydria quadriansata, a. cm. 18, a 
stralucido rosso ; uno scodellino a calotta, rustico, a. cm. 8, (fig. 34), una patera pure 
a stralucido, diam. cm. 15, tipo Pantalica, (fig. 34 bis). 



SICILIA 



83 — 



CALTAGIRONE 



Sepp. Cast. 21-23. Negativi, con pochi cocci, ed i frammenti di una delle con- 
suete hydrie. 

Sep. Cast. 24. Come i precedenti, con ossa di parecchi morti, cocci, e rottami di 
due hydrie, di cui una minuscola a. cm. 7. 

Sep. Cast. 25. In mezzo ad un gruppo di sepolcri sfasciati, ed in parte decom- 
posti (sic) dall'azione dell'aria e delle pioggie v'era una piccola cameretta minata, 
nelle quali le ossa furono ridotte a poche scheggie. Quivi raccolsi, a mia grande 
sorpresa, il piccolo vasetto a clepsidra (Mg. 35) a. cm. 7 3 / t , con tracce della origi- 






Fig. 35. 



Fig. 36 M ». 



Pig. 36. 



naria decorazione nera su fondo rosso, forma cotanto ovvia e caratteristica del primo 
periodo siculo. È l'unico pezzo di tale età venuto fuori dalla Montagna, e da un 
gruppo di sepolcri spettanti indubbiamente al secondo periodo. Il fatto, assolutamente 
nuovo per la necropoli della Sicilia orientale, trova unico riscontro nelle grotte na- 
turali di abitazione di Barriera presso Catania, nelle quali io ho raccolto a masse 
la ceramica del primo e del secondo periodo, mescolata (Notizie 1898 pag. 222). 
Qui a Caltagirone la presenza del vasetto a clepsidra può spiegarsi in vario modo; 
forse esso fu predato ad altra gente, che di data più antica abitava altrove nelle 
vicinanze; o fu conservato per più generazioni come oggetto di curiosità, portato al- 
tronde. In ogni modo, il caso isolato, anzi unico in una necropoli, va adoperato con 
molta circospezione. 

Sep. Cast. 26. Camera piuttosto ampia (diametro 
m. 2,35), con volta curva; conteneva tre scheletri rima- 
neggiati, accompagnati da due gruppi di vasi, collocati a 
destra e sinistra dell' ingresso. Boccale ovolare rustico a. 
cm. 12 Vs> (fig- 36); due dei soliti boccali cuoriformi a 
stralucido, uno dei quali in pezzi, decorato di lische 
verticali graffite. Scodella ansata a calotta, diametro 
era. 9 V2) n g- 36 bis. Kozzissimo bicchiere cilindrico con 
tracce di anse, a. cm- 9 (fig. 37). Frammenti di due 
patere e di una piccola hydria. 
Sepp. Cast. 27-30. Negativi. Solo uno diede uno scheletro accompagnato da 
una fuseruola tronco-conica, e da un bicchierino ovolare rozzissimo. 




Fig. 37. 



CALTAGIRONE — 84 — SICILIA 

Sepp. Casi. 31-33. Due furono negativi ; in uno di essi furono notati nell'atrio 
avanzi della maceria, con due poderosi blocchi abbattuti, che in origine barricavano 
la porta. Il terzo, una piccola colletta ellittica (diam. m. 1 Vs), conteneva avanzi 
di una mezza dozzina di scheletri, accompagnati da un unico fiaschette globare, 
a. cm. 12, a cribro, col ventre decorato delle solite liste graffite (come fig. 24). 

Sep. Cast. 54. Normale, conteneva gli avanzi triturati di 4 a 5 scheletri accom- 
pagnati da una quantità di piccolo vasellame in frantumi ; alcuni erano dei veri gio- 
cattoli, come può vedersi dal gruppetto a fig. 38; vi era una mezza dozzina di 
fiaschettini cuoriformi, e di ollette o piccole hydrie a quattro manichi; di più due 
altri vasetti (fig. 38). Davanti alla bocca fu raccolto un grande ardiglione di fibula 
in bronzo; il chiusino abbattuto era formato da una sottile lastra di gesso. 

Sep. Cast. 35. Piccola cella (diam. m. 1,50) con un solo scheletro, e davanti 
la bocca una grande hydria (a. circa cm. 35), disfatta. 



Fig. 38. Fio. 39. 

Sep. Cast. 36. Cella piuttosto grande, colla volta squarciata, contenente avanzi 
di forse tre scheletri, ma senza oggetti di sorta. Davanti alla bocca, sfuggito o 
rifiutato dai saccheggiatori, un grande boccale ansato, a stralucido, a. cm. 22 
(% 39). 

Sepp. Cast. 37-39. Negativi ; solo uno conteneva sei scheletri. 

3° La Rocca. 

È la parte più bassa della Montagna, e precisamente quella volta a mezzogiorno, 
in fondo al vallone che la divide dall'altura di S. Giorgio e di Caltagirone ; come 
desumesi dallo schizzo topografico premesso, la contrada Rocca consta di tre eleva- 
zioni rocciose, divise da piccoli corsi idrici, parte dell'anno asciutti, anche per la 
deviazione che se ne fa a scopi irrigui. La contrada Rocca può dunque distinguersi 
assai nettamente in tre parti : a) Rocca Alta in gran parte proprietà dei sigg. fra- 
telli Agalbato, formata da un erto scoglio o sperone quasi verticale volto a sud-est, 
nel quale sono aperte numerose camere, distribuite pittorescamente a più filari, come 
risulta dalle due unite vedutine fotografiche d'insieme e di dettaglio (figg. 40 e 41); 



SICILIA 



CALTAG1R0NE 



-" '."" ; "- . 




Fio. 40. 




Fig. 41. 



CALTAGIRONE — 86 — SICILIA 



i sepolcri continuano men fitti anche nelle gradinate rocciose soprastanti, e vanno 
scomparendo nella parte più elevata, dove era forse in origine l'abitato. La imme- 
diata vicinanza di un ruscello che sotto il monte attraversa un breve ma fertile piano, 
il gran numero dei sepolcri, la grandiosità e bellezza di taluni fra essi, dimostrano 
che quaggiù abitava il nucleo maggiore di gente, colle più ricche famiglie della 
Montagna, attrattevi dall'abbondanza dell'acqua, dal clima più dolce e forse anche 
dalla maggior sicurezza del sito. Disgraziatamente codesti sepolcri, che dovevano 
darci preziose rivelazioni furono saccheggiati tutti fino ad uno in antico, lasciandovi 
abbandonate soltanto le inutili ceramiche, b) La Rocca Inferiore, pure dei fra- 
telli Agalbato, è una bassa collina rocciosa arrotondata, proprio sul fondo della val- 
letta, circondata per due lati da rigagnoli, e contenente numerose e belle tombe del 
paro violate in antico. Infine: e) La Rocca Grasso, che così denomino dal proprie- 
tario, si stende a levante delle precedenti; non ha pareti erte e decise, ma è una 
china di formazione cretacea con banchi calcari in basso, che scende giù da Castel- 
luccio formandone quasi la scarpa verso il fiume, che qui scorre incassato e profondo. 
Le rocce gessose furono accuratamente evitate, e tutte le grotte sono aperte solo nel 
calcare ('). Fu in questa parte della Montagna che i saccheggiatori consumarono in 
tempi recenti i maggiori danni, e le vestigia dei loro vandalismi io osservai dovunque. 
Un buon numero dei vasi venne però sequestrato per ordine della R. Prefettura 
di Catania, e sono al Museo di Siracusa; dei bronzi, scarsissimi, due buoni pugnali 
vennero da me ricuperati mediante acquisto, e qualche altro dicesi sia stato venduto 
al Museo di Palermo. 

Il totale dei sepolcri dei due gruppi supera di alquanto le due centinaia. 

a) Sep. Rocca Alla 1. Cella irregolarmente circolare (diam. m. 2,43) con ten- 
tativo di cupola a &óXog (alt. m. 1,90), male riuscito causa la cattiva qualità della 
roccia. Nell'interno oltre ad un metro di terra ricopriva una deposizione di otto sche- 
letri, i quali erano stati manomessi. A circa 35 cm. dal fondo venne raccolto il bello 
anello d'oro riprodotto a fig. 42, formato di robusta verga finiente a losanga, decorata 




Fio. 42. 



a punta," con tratto alquanto incerto, dell' avtv^ xqinXa^ ad otto occhi; il peso ne 
è di gr. 2,6. La forma dell'anello nonché il motivo decorativo convengono egual- 
mente bene all'arte egeo-micenea come alla bizantina, ma per un complesso di fatti 



(') Le migliaia e migliaia di sepolcri siculi da me esaminati in diverse parti dell'isola sono 
tutti scavati nella roccia calcare. Solo a Monte Sette Farine, presso Terranova, ne osservai alcuni 
pochi apertinei" banchi di gesso." 



SICILIA — 87 — CALTAGIRONE 

io inclino a credere miceneo codesto anello ('). Esaminati in fatti col più grande 
scrupolo tutti i frammenti vascolari estratti dalla tomba, risultò che non uno solo di 
essi era bizantino; eranvi un coperchio campanulato, un piede a tromba di bacino mez- 
zano, una bella ansa acuminata di bacino (tìg. 43), tipo Pantalica (op. cit., tav. IX, figg. 3 




Fio. 43. 



e 4) e la metà di un bicchiere a pera; ed anche gli altri più minuti frammenti spetta- 
vano tutti a ceramica del secondo periodo, in parte a stralucido. Nulla quindi ci au- 
torizza ad attribuire codesto gioiello all'arte ed all'età bizantina, ed a qualche persona 
che rifugiatasi momentaneamente là dentro, ve lo abbia smarrito. Nessun frammento od 
indizio bizantino ha d'altronde dato l'intera necropoli della Rocca. 

Sepp. Bocca A. 2-7. Diedero esigui risultati; quanto alla forma sono piccole 
cupole, ovvero camere a volta semicircolare, nissuna a volta piana. Di ossa pochi 
avanzi. Di ceramica due frammenti di un grande bacino, di due fiaschi cuniformi, 
nonché un pezzetto di lamina di bronzo, pertinente forse ad una lama di coltello. 

Sep. Bocca A. 8. Simile ai precedenti, con avanzi scheletrici e rottami di due 
scodelloni geometrici del 3° periodo. 

Sepp. Bocca A. 9-12. Tutti di piccole dimensioni; il primo diede tre scheletri 
e pochi cocci con un chiodetto di bronzo; negativi due altri; il quarto senza ossa 
diede i rottami di un fiaschetto a cribro, ed una hydria quadriansata alt. cm. 18, 
abbandonata in un angolo. 

Sepp. Bocca A. 13-15. Due piccoli furono negativi ; i! terzo, pure piccolo, con- 
teneva sei scheletri e porzione di un grande boccale cuniforme. 

Sep. Bocca A. 16. Piccola cupola squarciata, sul cui fondo avanzi di al più due 
individui, circondati da alcuni vasi cementati nella fanghiglia calcare. Essi erano: due 

(') Salvo la decorazione, sul cui carattere non c'è bisogno di insistere, il nostro anello si avvi- 
cina ad un esemplare pure aureo proveniente da una SóXog cretese di Praesos, a sottile fettuccia con 
castone ellittico, carenato, liscio (Bosanquet, Annual of the british school at Athens, a. 1901-02, 
pag. 248). Quanto a robustezza e sontuosità l'esemplare di Praesos e quello di Caltagirone stanno 
fra quelli grandi e massicci di Micene (Schliemann, Mycènes, fig. 333), e le sottili bractee di 
Pantalica, Cassibile, Dessueri. Veggansi anche gli anelli del tesoro miceneo di Egina illustrato 
dall'Evans in Journal of hell. stud., XII, pag. 212. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 12 



CALTAGlItONE 



— 88 - 



SICILIA 



hydrie a stralucido alt. era. 15 e 19; ima patera a calotta a stralucido, diametro 
cm. 17; un piccolo boccaletto cuoriforme; un vasetto a bossolo alt. cm. 14, col suo 
coverchio discoidale (tìg. 44). Un bello esemplare di cultro-rasoio in bronzo, lungli. 
mm. 105, del tipo Pantalica. Cassibile, Dessueri, riprodotto a fig. 45. 





l'ics 41. 



Fig. 45. 



Sep. Rocca A. 18. Grandioso seplcro a doppia cupola marcatamente ogivale, invaso 
da forti masse di terra e fanghiglia, completamente violato in antico, per modo che 
vi rimasero solo pochi ed insignificanti cocci siculi. 




Fio. 4 ;. 



La sezione che unisco (tìg. 4G), mi risparmia la descrizione tecnica di questa 
superba duplice xtókog, la più bella di tutta la Montagna; basta aggiungere chele 
due camere avevano diam. di m. 2,75 e 2,55. 



SICILIA 



89 



CALTAG1R0NE 



Sep. Rocca A. 19. Altra bella OóXog alta m. 1,80 (fig. 47), sul cui fondo un 
piccolo banco alto cm. 12; conteneva poca terra, pochissime tracce di ossa, ed una 
fibula a grande arco semplice, lungh. cm. 11, tipo Pantalica, per caso sfuggita ai pre- 
cedenti violatori. 





Fig. 47. 



Sepp. Rocca A. 20-24. Negativi ; in uno di codesti, a cupola tronca, alta m. 1,75 
(sezione a fig. 48), munito di un banco come in sep. 19, v'erano rottami di parecchi 
scodelloni, che alludono al 3° periodo. 




Sep. Rocca A. 25. Cella a volta tonda, di dimensioni normali, contenente poche 
ossa, due boccaletti ansati, ed un gruzzolo di quindici monete in bronzo di Ferdi- 
nando I e III (pezzi da 5 e 10 grana, da 5 e 10 torneai, coniati fra il 1804 e 
il 1819). 

Sepp. Rocca A. 26-28. Negativi i due primi; il terzo era una grande cupola, 
diam. m. 2,20, con poche ossa e frammenti di una hydria e di un fiasco con lische 
graffite. 

Sep. Rocca A. 29. Come il 28, ma alquanto più grande; sul fondo due sche- 
letri ammucchiati, accompagnati da ceramica del 3° periodo; una oenochoe a collo 
stretto, alt. cm. 11, un rozzo boccale ovolare, frammenti di uno scodellone geometrico. 

Sep. Rocca A. 30. A cupola depressa (diam. m. 19; alt. m. 1,38) con poche 
ossa e frammenti di un barattolo cilindrico assieme al relativo coperchio discoidale. 



CALTAGIRONE — 90 — SICILIA 



Sepp. Rocca A. 31-36. In complesso negative; sono piccole UóXoi, di cui una 
diede uno scheletro, l'altra uno scheletro con cocci ed una hydrietta in miniatura, 
alt. cm. 5 ; la terza i frammenti di un vaso cilindrico con due aghi da cucire ; ne- 
gative le altre. 

Sep. Rocca A. 37. Cupola depressa, diam. m. 2,15, squarciata; sul fondo tracce 
di ossa fortemente rimaneggiate, e poi, a tutte le altezze del banco terroso, rottami 
di scodelloni e boccaletti del 3° periodo, con tracce di decorazione geometrica a co- 
lore ; intere solo una piccola oenochoe ed una fuseruola biconica. 

Sepp. Rocca A. 38-10. Due affatto negativi ; il terzo diede frammenti di sco- 
delloni del terzo periodo. 




Fio. 49. 

Sep. Rocca A. 4L Cella ellittica a forno (asse m. 1,75); sul fondo un solo sche- 
letro circondato da vasellame del 3° periodo; tre scodelle in pezzi, delle quali due con 
tracce di pittura lineare, ed una rustica. Tre boccali (oenochoai) ; in frantumi uno, un 
altro grezzo, alt. cm. 24 ; il terzo, alt. cm. 14, decorato di denti di lupo bruni 
(fig. 49) ; peculiare il vasetto fig. 49, alt. cm. 8, che ricorda in qualche modo l'os- 
suario di Villanova e le forme consimili delle necropoli preelleniche della Campania 
(Cuma). Aggiungasi una fibuletta di bronzo ad arco semplice, lungh. mm. 57, un 
anellino di bronzo ed una maglietta dello stesso metallo. Davanti alla bocca il singo- 
lare scodellone fig. 50, diam. cm. 23, di creta rossa quasi figulina, con decorazione a 
girandola nel cavo. 

Procedendo cogli scavi verso la parte più elevata della Rocca Alta, si intensifica 
il numero di quei sepolcri che diedero di preferenza materiale ceramico, ma non bronzi, 
del 3° periodo; solo in pochissimi casi codesto materiale, nel quale prevalgono gli 
scodelloni, è accompagnato da avanzi scheletrici. Si direbbe quasi che esso non spet- 
tasse a deposizioni funebri, ma fosse stato abbandonato colà da pastori o da altra 
gente vagante, che in tempi di pioggie o nelle canicole estivali cercava temporaneo 
rifugio dentro quelle camere. Certe è che la necropoli fu tutta aperta nel 2° periodo, 



SICILIA 



— 91 — 



CALTAGIRONE 



anzi nella fase più bella di esso, come lo attesta la forma sontuosa di molti sepolcri, 
ed una parte del contenuto di essi. Se l'apertura delle camere datasse, anche solo in 
parte, dal 3° periodo si avrebbero, come a M. Finocckito, a Noto Vecchio, ecc., delle 




Fig. 50. 

camere quadre, delle quali invece non una sola mi fu dato riconoscere; conviene 
dunque credere, che la necropoli, aperta tutta nel 2" periodo, sia stata in gran parte 
manomessa dagli stessi Siculi del 3° periodo, ed in parte da loro rioccupata con qualche 
deposizione di tale età. 

Sep. Rocca A. 44. Cella a volta curva (diam. m. 1,97); di ossa veruna traccia, 
ma invece parcchi fittili, da mescere e da bere, del 3° periodo; in frantumi tre grandi 
scodelloni tipo M. Finocchito, con tracce di pittura lineare; frammenti di un boccale 
con avanzi di grandi triangoli a color bruno, ed una oenochoe grezza, alt. cm. 12. 
Quivi fu pure raccolta una minuscola e rozza freccia di selce, di data molto più 
antica, portata forse come amuleto. 

Sep. Rocca A. 45. Piccola OóXog con gli avanzi di tre scheletri rimaneggiati, 
accompagnati dal seguente vasellame tutto del 2° periodo : hydrietta quadiiansata alt. 

cm. 10; altra simile molto più grande, a 

cui si riferisce un coperchio campanulato. 

Rustico boccale ovolare, alt. cm. 11 l / 2 . 

Altro simile con becco a filtro sul ventre. 
Sepp. Rocca A. 46-48. Negativi; 

diedero soltanto un boccaletto cuniforme ed 

una grande hydria in pezzi. 
I'ig 51. Sepp. Rocca A. 56-58. Due furono 

negativi; il terzo diede avanzi di uno sche- 
letro con bottone ed un anello di bronzo (fig. 51), appartenenti alla fine del 2°, se 
non anche al 3° periodo. 





CALTAGIRONE 



— 92 — 



SICILIA 



Sep. Rocca A. 50. Quattro scheletri a posto, accompagnati dal materiale del 
3° periodo; una capocchietta di bronzo conica campanulata (fig. 52) ('), e numerosi 
vasi in frantumi, dei quali si salvarono solo : un'olla ad ampia bocca con quattro anse 
acuminate, alt. cm. 10, uno scodellone rustico ansato, quattro oenochoai, ed una tazza 
che si direbbe copia di una kylk greca a due manichi, ma di rozza fattura, dipinta 
poi a cattivo colore rosso (fìg. 52) ; aggiungasi una fuseruola globare. 

Sepp. Rocca A. 60-67. Tutti, meno due, negativi; nel 63 assieme a pochi 




Fio. 52. 



avanzi scheletrici due piccoli ma grossi anelli di bronzo, ed una fibula ad arco sem- 
plice, di sottile filo, con una perla di ambra infilata nell'ago. Nel 65 l'unico scheletro 
era accompagnato da una grande hydria intera, e da due in frammenti ; intatta era 
anche una scodella a calotta, diam. cm. 14. 

Sepp. Rocca A. 68-69. Nel primo uno scheletro con un boccaletto cuoriforme; 
nel secondo altro scheletro con rottami di un boccale maggiore. 

Sepp. Rocca A. 70-72. Uno affatto negativo, l'altro con rottami di scodelloni; 
nel 71 avanzi di due scheletri, di tre scodelloni geometrici e di un boccale; di più 
una piccola oenochoe tornita, a. cm. 7, con residui di pittura lineare. 

Sep. A. 73. Sul fondo due scheletri rimaneggiati, accompagnati da frammenti 
di uno scodellone con fascia marrone, e di una kylix protocorinzia; aggiungansi due 
anelli di bronzo ed uno minuscolo, non che un quarto di ferro. I frammenti della 
kylix ci portano al VII secolo, ciò che vedremo confermato da altri frammenti greci 
di Rocca Bassa. 

Sep. Rocca A. 74. Cella ampia a volta piana, senza traccie di ossa; di fittili 
alquanti cocci, due bicchierini semiovolari ansati a. cm. i-, ad una olletta quadrian- 
sata a. cm. 5. 

Sepp. Rocca A. 75-76. Senza ossa di sorta; nella prima rottami di uno sco- 
dellone, nell'altra di un' hydria a stralucido, con uno dei solidi coperchi campanulati. 

(') Veggasi quanto scrissi di codeste capocchiette a proposito degli esemplari di Monte Finoc- 
chito (Bull. Paletti. Rai, a. XXIII, tav. VII, flg. 3, pag. 162) e di Licodia Enbea {Roem. Mitthei- 
lung. 1898, pag. 310). 



SICILIA — 93 — CALTAGIRONE 



Sep. Rocca A. 77. Piccola cupola ogivale, diam. m. 1,80, senza traccia di ossa, 
ma con un boccaletto cuoriforme e due hydrie a stralucido a. cm. 18 1 / t . 

Sep. Rocca A. 78. Simile alla precedente, ma depressa, senza avanzi scheletrici, 
con due boccali cuoriformi ; un terzo a. cm. 1 1 era decorato delle solite rigature e 
punteggi verticali (fig. 53); aggiungasi un coperchietto. 







Fio. 53. 

Sepp. Rocca A. 79-82. Nella prima camera due scheletri, i rottami di una 
hydria, un grande coperchio campanulato, altro piccolo ed una scodella a labbro 
rientrante, diam. cm. 13 l / t , nella seconda quattro scheletri con cocci e frammenti 
di un coltellino di bronzo. Negative le altre. 

b) Sepp. Rocca Bassa 49-55. La maggior parte di codesti sepolcri sono stati 
messi a soqquadro in epoca remota, perchè vicinissimi ad una di quelle grandi 
« trazzere » , che, come si sa, rappresentano in Sicilia le arterie stradali antichissime, 
dei tempi medioevali non solo, ma romani, greci e forse anche pregreci. La maggior 
parte dei sepolcri di Rocca Bassa sono a cupola tonda ed a xt-óXog, talvolta muniti 
di nicchione. 

Le tombe fitte e numerose attorno alla casa colonica non solo hanno subito tutte 
saccheggi, ma parecchie anche alterazioni e trasformazioni; talune contengono fosse 
di età greca o bizantina, tale altra venne ridotta in « trappetto » (macina di olive), 
e nelle pareti di una squarciata venne persino dipinta una sacra imagine di maniera 
bizantineggiante. I contadini del sito mi parlarono di oggetti di grande pregio colà 
rinvenuti in altri tempi, ma erano probabilmente notizie leggendarie. 

Gli scavi da me eseguiti in più di una mezza dozzina di sepolcri furono asso- 
lutamente sconfortanti; nessuna deposizione mortuaria primitiva fu constatata, ma 
qualche campione di rottami spettanti a forme del secondo periodo (boccale ansato, hydria, 
coperchi campanulati, ollette cipolliformi tipo Thapsos), nonché poveri e scarsi de- 
triti di ceramica greca protocorinzia. Non mi restò che di ammirare la bellezza co- 
struttiva di cotesti sepolcri, scavati da gente abile e ricca, per ritornare alle ultime 
prove nelle parti più elevate di Itocca Alta. 

Più fortunato di me fu il prof. G. Di Gregorio, al quale venne fatto, anni ad- 
dietro, di rinvenire una tomba intatta e chiusa, il cui materiale è ora serbato nel 



CALTAGIRONE 



— 94 — 



SICILIA 



piccolo museo del liceo in Caltagirone ('). Il sepolcro ermeticamente chiuso da lastra 
a posto e da maceria, era una cameretta ellittica di m. 1,50 X 1,20, contenente tre 
scheletri ad arti ripiegati, accompagnati da una perlina in bronzo perforata, da una 
fibula serpeggiante in ferro, posta sulla spalla di uno scheletro, e da 23 vasi; la 
maggior parte di essi sono di mezza creta figulina rozzamente torniti, pochi di im- 
pasto ordinario lavorati senza tornio o con ruota rudimentale ; vi hanno parecchi sco- 
delloni con tracce di pittura geometrica, altri rozzi; poi boccali acromi ed altri de- 
corati a color bruno di denti di lupo ; alcune anfore ed hydrie del terzo periodo, con 
fascie, in pezzi; infine una olletta biconica. Disse bene il dott. Amore che il va- 
sellame trova riscontro nelle necropoli di Tremenzano e Finocchito e « che appunto 
al terzo periodo deve essere ascritto il nostro sepolcro » (op. cit. pag. 9). 

e) Rocca Grasso. Venne completamente saccheggiata prima del mio arrivo, tanto 
che io non vi trovai un solo sepolcro da esplorare. Però una buona porzione del ma- 
teriale ceramico colà rinvenuto venne sequestrata nell'agosto 1901 dall'autorità di 
P. S., ed è in museo; dei bronzi, che in ogni modo mi si assicura fossero pochis- 
simi, ebbi due buoni e caratteristici pezzi; le tombe non numerose sono piccole ed 
a volta curva, e qualcuna venne trovata ermeticamente chiusa. 

Il materiale ceramico da me recuperato consta di 27 pezzi, con forme tutte note, 
che ripetono quelle della Montagna in genere e di Pantalica, del secondo periodo 
puro, senza un solo pezzo che si riferisca al terzo; la superficie ne è sempre tirata 
a stralucido rosso o marrone. Enumero: una grande hydria quadriansata a. cai. 23, 
ed altre sette minori (a. cm. 21-8); tre anfore cuoriformi tipo Pantalica (op. cit. tav. IX, 
figg. 5 e 6), ad alto ed esile collo con due anse oblique sul ventre, alte cm, 13 '/», 




Fig. 5t. 

22 e 27'/*; due ollette cuoriformi con tre anse sulle spalle a. cm. 15 e 16; altra 
a due anse con liste verticali graffite a spinapesce, a. era. 9 l / 8 ; sei boccali cuori- 
formi ad un solo manico, a. cm. 11 V« - 25; sei coperchi campanulati di vari moduli; 
piattello con pieduccio rudimentale, diam. cm. 13 '/*• 

Di bronzo (fig. 54) : una sottile daga piatta a triangolo isoscele, con margini lie- 
vemente concavi, punta arrotondata e breve codolo rettangolare attraversato da un chiodo; 

(') Essa venne illustrata in un rarissimo opuscolo, di cui un unico esemplare fu messo in cir- 
colazione corredato di tavole, mentre ne mancano tutti gli altri: Dott. Callisto Amore, La necro- 
poli sicula della Rocca presso Caltagirone. Studio storico archeologico con tavole e fotografie, 
(Caltagirone 1898), 4», pp. 14. 



SICILIA — 95 — CALTAGIRONE 

lungh. massima cm. 28, largh. massima alla base mm. 35. Pugrialetto a foglia di 
lauro con chiodello alla base lungh. mm. 165. Sono forme che trovano il loro ri- 
scontro a Pantalica, Cassibile, M. Dessueri, Valle d'Olmo (Bull. Paletn. IL, XXIII, 
pag. 11), cioè in necropoli del secondo periodo. 

Vasi e bronzi si accordano dunque perfettamente nello assegnare il gruppo di 
Eocca Grasso al 2° periodo puro, cioè all'età del bronzo, senza miscele, sovrapposi- 
zioni od elementi di passaggio al 3° periodo; Bocca Grasso quindi risulta in tutto 
sincrona ai gruppi Alessandro e Di Bernardo. 

Conclusioni. — La necropoli della Montagna coi suoi ben mille sepolcri, meno 
appariscenti, perchè sparsi sopra una vasta estensione di roccie disgregate, non ha l'im- 
ponenza ed il numero di quelle di Pantalica, Cassibile e M. Dessueri, ma viene quarta 
dopo di esse. Le sue opere di escavazione, prese individualmente, nulla presentano 
di peculiare, salvo la grandiosità eccezionale di taluni sepolcri del gruppo Rocca; 
ma studiate sintetticamente offrono il fatto nuovo sin qui, di unire, in una regione 
discosta dal mare, il tipo a SóXog, costiero per eccellenza, e che manca del tutto 
a Dessueri e Pantalica, col tipo a [cupola .tonda, normale nell'isola, salvo le di- 
mensioni, già sino d.d 1° periodo. Ora il tipo a vera d-óXog, cioè a cupola acu- 
minata, se io non vado errato ('), è dovuto ad influenze transmarine, egeo-micenee, 
che a Tapsos p. es. si affermano anche in altri particolari tectonici, assolutamente 
estranei alle forme funebri usuali del 1° periodo. Da Caltagirone al mare Ionio oggidì 
si scende in poche ore per la via ferrata; ma la via naturale, tracciata dal fiume 
Margi, un affluente dell' Erykes, si percorreva nell'antichità in una buona giornata 
di marcia; e la Montagna ne segnava la preclusione, lo sbarramento, a chi avesse 
voluto procedere per l'interno. Da questa via io penso salissero le influenze d'oltre- 
mare, alle quali debbonsi le belle &ókoi della Rocca. Se il contenuto dei sepolcri 
non ha che debolmente confermate tali influenze, devesi tener conto dello stato mi- 
serando in cui la necropoli, dopo tre millenni, ci è pervenuta: ma due anelli d'oro, 
i frammenti di un terzo, la magnifica spada di bronzo, e forse anche qualche pu- 
gnale parlano a sufficienza, per quanto non compensino la completa assenza di ceramica 
egeo-micenea. 

Per ciò che riguarda la forma dei sepolcri, basta aggiungere che alla Montagna 
sono rarissime le stanze multiple, rari i nicchioni ed i letti funebri, rari i chiusini 
monoliti, di sottili lastre gessose, suppliti da macerie o da grossi informi blocchi; 
né va dimenticata la mancanza assoluta di camere rettangolari, segno cronologico 
non dubbio. 

Il rito è quello che conviene al 2° periodo; dato lo stato dei sepolcri, solo in 
pochi casi furono possibili accurate constatazioni sulla giacitura degli scheletri. Veri 
accoccolamenti non credo di aver osservato, ma sì invece cadaveri adagiati colle gambe 

( ') Orsi, Thapsos, pagg. 59-61 ; Hontelius, Der Orient und Europa. Ein/luss der orienta- 
lischen Cultur auf Europa bis zar Mitte des letzten Jahrtausend v. Chr. (Stockholm, 1899), 
pag. 163 e segg. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 13 



CALTAGIRONB 



— 06 



SICILIA 



ripiegate. Sul numero delle deposizioni dentro i singoli sepolcri, e nei casi in cui 
esse potevano venire accertate, porge lume il seguente specchietto: 



Deposizioni ad ... . 


1 


2 


3 


4 


5 


6 


Gruppo Alessandro. . . 


12 


3 


2 


1 


1 





» Di Bernardo . . 








1 


2 


1 


1 


» Castelluccio . . 


5 


3 


3 


1 


2 





» Rocca .... 


5 


4 


2 


1 


1 


1 


Totale dei casi 


22 


10 


8 


5 


5 


2 


constatati 52. 















Come a Pantalica adunque (op. cit., pag. 65) anche alla Montagna, il rito sta 
fra l'antichissimo della deposizione a masse, ed il recenziore della deposizione per 
individui o per piccole famiglie. 

La suppellettile che accompagnava i morti è fittile e metallica; relativamente 
abbondante la prima, siccome quella che nei persistenti e secolari saccheggi venne 
disprezzata, messa in pezzi ed abbandonata sul sito; scarsissima la seconda, perchè, 
avidamente ricercata, non rappresenta se non la minima parte di quanta doveva essere 
in origine. Pantalica e Dessueri hanno data ricca messe di bronzi, perchè situate in 
luoghi riposti ed in parte pericolosissimi; la Montagna invece si prestava ad ogni più 
comoda espillazione. In ogni modo la estrema scarsezza dei bronzi e del metallo in 
genere ci sottrae se non l'unico, certo un prezioso elemento di valutazione cronolo- 
gica; ma il poco rimasto è sufficiente a stabilire, in accordo con altri dati, la fase 
di civiltà e l'epoca, non che la durata, della necropoli. 

Due anelli d'oro completi (Di Bern., Rocca 1) ed uno in frammenti (Aless. 21) 
ripetono forme in parte conosciute; e vanno indubbiamente assegnati ad industria 
esotica, mancando l'oro nell'isola; industria che non può essere se non la egeo-micenea. 

Delle armi basta la magnifica spada di Montagna Alta, per farci conoscere quale 
fosse l'armamento dei capi; di una seconda si ebbe la sola punta in Aless. 25; i 
Siculi di queste contrade, come i loro affini e contemporanei delle grandi città mon- 
tane, erano altresì armati di corte daghe e di pugnaletti; all'uso domestico apparte- 
nevano i coltellucci, pochi di numero (tre), ma che ripetono forme note. Il cultro-rasoio 
Rocca 16, è copia identica dei belli e numerosi esemplari di Pantalica, Cassibile e 
M. Dessueri, per i primi dei quali rimando ad op. cit., pag. 70. Scarse quanto mai 
le fibule ; tre grandi ad arco semplice, sono forme note dai sepolcri dell'età del bronzo ; 
altre due minori pure ad arco semplice, di cui una esile quasi filiforme (Roc. 63), 
appartengono al volgere del secondo periodo se non anche ai primordi del terzo. L'ago, 
il trapanino, il punteruolo convengono pure al secondo periodo, ma gli anelli ed i 
bottoncini della Rocca meglio si addicono al terzo. 



SICILIA — 97 — CALTAGIRONE 

Argomento a più ampie ed agevoli considerazioni ci porge la ceramica, abbon- 
dante e pur variata dentro un ciclo di forme determinate e costanti. Il tipo domi- 
nante, che non manca, si può dire, in nessun sepolcro, è il vaso da acqua, che deno- 
minai hydria od olla quadriansata, ed il boccaletto da attingere, cuoriforme, a manico ; 
gli uni e le altre, fra interi, rotti, ed abbandonati sul posto si noverano a diecine e 
diecine, e dovevano essere per ragioni tradizionali di rito, indispensabili ad ogni sepolcro, 
forse ad ogni morto, perchè sovente i sepolcri tanti esemplari ne contano quanti sono 
cadaveri. Ora questa forma dell' hydria quadriansata è una specialità tutta propria 
della Montagna ; essa manca assolutamente a Pantalica, ed è rappresentata da pochi 
esemplari a M. Dessueri ; a Pantalica essa è supplita dall'anfora. Così sono specialità 
della Montagna i numerosi coperchi campanulati o mammiformi, pertinenti alle hydrie, 
e destinati a proteggerne la bocca contro la penetrazione di corpuscoli che potessero 
inquinare l'acqua; anche di codesti non un solo esemplare ha dato Pantalica, raris- 
simi M. Dessueri ; essi rimangono pertanto isolati e nuovi nella ceramica del secondo 
periodo, che di solito porta caratteri formali così uniformi. I riscontri con forme ana- 
loghe di Hissarlik e delle coste dell'Asia Minore vanno usati con molta circospe- 
zione (')• Invece il boccaletto cuoriforme ansato, che pure si novera a dozzine di esem- 
plari, torna frequentissimo a Pantalica e Cassibile (op. cit., pagg. 77 e 113), a 
M. Dessueri, perdurando anche nel terzo periodo. Alcuni esemplari di esso hanno il 
corpo decorato a stecco di liste verticali a spinapesce, altri sono muniti sulle spalle 
di un filtro con beccuccio, e nemmeno codesti sono novità {Pantalica, op. cit., tav. XI, 
fig. 1, ed altrove anche nel terzo periodo). Questi due gruppi di vasi, i più frequenti 
della necropoli, hanno tutti, e molte altre forme ancora, la superficie tirata a stra- 
lucido rosso o marrone, sulla quale tecnica, ovvia a gran parte della ceramica mon- 
tana del secondo periodo, scrissi abbastanza diffusamente a proposito di Pantalica (op. cit., 
pag. 77 e segg.). 

All' infuori di codeste forme predominanti, non manca alla Montagna un assor- 
timento di quegli altri tipi, meno ovvi, che si trovano a Pantalica, Cassibile, Dessueri 
ed altrove. Di bacini globari a gambo tubiforme, pantaliciani per eccellenza, e di 
piattelli pure a gambo tubiforme, specialità di Cassibile (op. cit., tav. XIV, figg. 2 e 5, 
pag. 113) abbiamo avuto sei esemplari, tutti frammentari; poi un bellissimo askos 
a stralucido, gemello a quelli di Pantalica (op. cit., pag. 77), quindi patere, patelle 

(') Coperchi di vasi per liquidi si hanno numerosi a Troja già nel 1° strato, e poi sino al 5°; 
la forma ne è bensì un poco diversa, essendo codesti piuttosto cilindrici, di rado campanulati od a 
faccia umana, di terracotta e persino di argento, destinati a proteggere anfore panciute, analoghe 
alle caltagironesi (DOrpfeld, Troja uni Ilion, pagg. 249, 256, ecc. — Schmid, Sammlung trojani- 
scher Alterthùmer, pag. 7 e segg., 21, 229). Tale apparizione di forme cotanto analoghe è mera- 
mente casuale, o dovuta ad influenze asiatiche? Non oso ancora pronunciare una risposta peren- 
toria e definitiva; ma rapporti fra llion e la Sicilia preellenica io ho già segnalato nei vasi a 
clepsidra e nelle ossa a globuli del primo periodo {Bull. pai. it., XVII, pagg. 17, 24), ed i dotti 
accettarono unanimi la mia constatazione. Vi potrebbe essere, è vero, un pregiudizio cronologico, in 
quanto il primo strato di Troja sembra più antico del primo periodo siculo (DOrpfeld, op. cit., 
p. 31 lo colloca fra 3000 e 2500 a. C), ma col terzo e quinto noi scendiamo fin verso il XV sec. a. C, 
in coincidenza col principio del secondo periodo siculo. 



CALTAGIRONE — 98 — SICILIA 



scodelle a calotta. Certi barattoli cilindrici muniti di coperchio discoidale sembrano 
a tutta prima bicchieri, ma evidentemente non lo erano; penso servissero a contenere 
grassi, pomate, ed altre sostanze accuratamente conservate e protette; anche codesti 
non sono novità nel secondo periodo, ma durano fin dentro il terzo ('). Non mancano 
però i veri bicchieri, anzi bicchierini, ovolari e semiovolari per bambini, che l'adulto be- 
veva alla buona, accostando alla bocca le ampie ed aperte coppe e scodelle. La maggior 
parte di queste, trovate alla Rocca, spettano al terzo periodo, ed ho già cercato di spiegare 
la loro presenza in sepolcri indubbiamente scavati nel secondo ; uno di essi ha il fondo, 
decorato a colore, della caratteristica girandola. Infine all' industria locale spettano 
alcuni pochi esemplari di fuseruole. Una kylix protocorinzia (Rocca 73) ed altri rot- 
tami greco-arcaici rinvenuti nella parte più bassa della Rocca credo nulla abbiano a 
vedere colle deposizioni siculo, e vi sono penetrati a caso, quando nel VII secolo i 
Greci cominciarono a spuntare su queste montagne. 

Sicché, senza tema di equivocare, riassumendo i risultati della nostra indagine 
archeologica, abbiamo : la necropoli di Montagna venne installata sulle alture di fronte 
a Caltagirone verso la metà del secondo millennio a. C. ; fu in attività per sei ad otto 
secoli di seguito; essa è intimamente connessa con Dessueri, Pantalica e Cassibile 
per il rito, ma sopratutto per i bronzi e per la ceramica. È dunque l' identico popolo, 
la identica civiltà, che si spiega in un punto centrale fra le tre attuali provincie di 
Catania, Siracusa e Caltanissetta. Influenze transmarine vengono chiaramente indicate 
dalle bellissime dóloi, dagli ori, da qualche bronzo; e ben più eloquenti sarebbero 
i testimoni di tale azione, se le tombe non fossero state, una per una, vandalicamente 
manomesse in tempi antichi e recenti. Avanzi dell' industria ceramica del terzo pe- 
riodo si hanno abbondanti alla Rocca ; tanto anzi da dover credere che parecchie delle 
tombe scavate in quel luogo nel secondo periodo sieno state adibite anche da genti 
del terzo, previo uno sgombero, o come rifugio temporaneo di viventi, o come veri 
sepolcri di morti. Se è accettabile la seconda versione, anche la Montagna, come Pan- 
talica e Dessueri, sarebbe necropoli mista, impiantata nel secondo periodo, ma conti- 
nuata, in una parte, auQhe durante il terzo. Eccezionale è il bicchiere a clepsidra 
Cast. sep. 25, pezzo sporadico, la cui presenza si può in vario modo spiegare. 

In complesso, alla Montagna ci si dispiega ben oltre ad un mezzo millennio, 

forse intorno ad otto secoli, di vita sicula, cessata per avvenimenti che a noi sfuggono 

e che si perdono nei primi crepuscoli dell'età storica. Probabilmente furono i Greci 

che volsero in fuga le ultime famiglie sicule, quando essi cominciarono a spuntare 

sugli alti Herei, già nel VII secolo, sebbene solo al volgere di esso vi abbiano preso 

stabile dimora. 

P. Orsi. 
Roma, 20 marzo 1904. 

(') Esemplari inediti da M. Dessueri, parecchi ; da Pantalica (op. cit., tav. X, fig. 11); da Thapsos 
(Orsi, Thapsos, pagg. 18, 37); da Monte Finocchito {Bull. Pai. It., XX, tav. V, fig. 10). 



REQIOHE I. — 99 — VENEZIA 



Anno 1904 — Fascicolo 3. 



Regione X (VENETI A). 

I. VENEZIA — Di una lapide romana scoperta presso la piazza di 
s. Marco. 

A cura del comune di Venezia, essendosi in questi ultimi mesi condotti lavori 
di demolizione di fabbriche per l'allargamento del rio Orseolo, nel sestiere di s. Marco, 
vicino alla Frezzeria, il 30 dicembre 1903, alla profondità di m. 3 dal suolo e di 
m. 2 dal livello del mare, in un punto corrispondente al muro divisorio di due pa- 
lazzi contigui di proprietà Nani-Mocenigo e Adorno-Treves, dei quali fu abbattuta una 
parte dal lato della facciata, prospiciente al rio, si rinvenne una lapide antica di pietra 
calcare, frammentaria. Era disposta orizzontalmente sopra una cavità rettangolare, tutta 
chiusa da muratura lunga m. 0,70, larga m. 0,40, profonda m. 0,20, entro la quale 
giacevano alcune ossa e corna d'animali, che vidi ancora in parte raccolte sul luogo: 
due teschi e un femore di cavallo, un piccolo teschio di cane, un osso frontale con 
due corna caprine, un altro cranio di capra e uno di bove. 

Sotto a questo singolare ripostiglio, a m. 3,30 circa dal suolo, era uno zatterone, 
che formava la base di vecchie fondazioni. Alla lapide poi, che copriva la buca, 
eia addossato un muro massiccio di materiale misto: pietre da taglio e mattoni di 
piccole dimensioni, della specie nota col nome di altinelle : genere di costruzione co- 
munissimo, come mi fece osservare l'architetto Del Piccolo, negli edifici medievali 
veneziani. 

Un altro zatterone si trovò più in su alla profondità di soli m. 1,40; ed è 
quello, che sosteneva le fondamenta delle due case sopra indicate, sorte sui ruderi di 
case anteriori, col muro divisorio addossato quasi esattamente al muro inferiore. 

È inutile rintracciare perchè le ossa d'animali si trovassero incassate in quella 
cavità. La cosa avvenne probabilmente per mero caso. Si può pensare o che si tratti 
d'una vecchia conduttura di fogna, che divenuta inservibile sia stata più tardi par- 
zialmente murata; oppure che nella costruzione delle fondamenta, essendosi trovate 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 14 



VENEZIA — 100 — REGIONE Xt 

ossa d'animali sparse, si siano seppellite in quella buca e vi si sia adagiata sopra 
la solida pietra, capitata accidentalmente in mano ai lavoranti. Né sulla presenza dei 
teschi di cavallo occorre spender parole; essendo notissimo che i cavalli furono in 
uso nell'età di mezzo a Venezia prima che si lastricassero le vie e si costruissero gli 
alti ponti di pietra: la qual cosa non avvenne innanzi alla fine del secolo XV ('). 

A noi importa tener conto solo dell'avanzo monumentale che, strappato dalla 
sua sede originaria e frantumato, servì come materia bruta, certamente anche prima 
d'essere infarcito nelle fondazioni della casa sul rio Orseolo. 

È un cippo dello spessore di circa 30 cent., alto 55, largo 85; ha il margine 
destro ben conservato, il sinistro smussato. Manca evidentemente una parte della 
lapide in alto, restando il margine superiore irregolarmente infranto. In basso la 
pietra è tagliata a sghembo, cosicché la faccia anteriore è più ristretta di 15 cent, 
dell' inferiore. 

Nella faccia anteriore, spianata e lisciata, è fortemente scolpito in buone lettere, 
che appellano ai primi tempi dell' impero, questo resto d' iscrizione : 

. mIlitcohiipr/// ... 

CENTVRIÀ/// 



Le lettere del primo rigo sonq alte 8 cent., dell' inferiore 6. 

Il monumento era dunque dedicato a un milite della seconda coorte pretoria 
e si ricordava anche il numero della centuria — designazione assai rara — ora 
abraso e indecifrabile. Da certe lievi cavità, appena percettibili, ricevetti l' impressione 
che vi fosse inciso un X; ma non oserei affermarlo. 

Niente di preciso si può naturalmente dire sulla originaria provenienza della 
lapide. Con ragione, de' titoli di Venezia osservava il Mommsen : * num eo delati sint 
ex Altini ruinis, an a litoribus Histricis vel Dalmaticis, ex inventionis loco nullo 
modo determinatur » ( 2 ). 

A soldati della II coorte protoria spettano otto titoli dell'Italia superiore, fra 
cui uno di Aquileia ( 3 ), uno dell'agro atestino (Legnago) ( 4 ), due di Verona ( 5 ). Delle 
lapidi scoperte a Venezia non ve n'è alcuna che si riferisca a soldati pretoriani. Due, 
quivi esistenti in passato ( 6 ), ricordano militi legionari. 

Ma la più ragguardevole lapide militare veneziana è quella di Q. Emilio Se- 
condo, copiata nel secolo XVII da Sertorio Orsato nella casa di Nicola Venier e poi 
perduta e giudicata falsa, finché, pochi anni or sono, ne venne nuovamente in luce, 



(') Cfr. Gallicioli, Delle memorie venete antiche, capo Vili, n. 269 (t. I, pag. 230 e 'seg. 
Musatti, Guida storica di Venezia (1890), pag. 97 e 269. 
(*) G.I.L. V.pag. 205. 
(*) Ibid., n. 924. 
(*) Ibid., n. 2506. 
(5) Ibid , nn. 3241, 3256. 
(«) Ibid., nn. 2163, 2164. 



REGIONE Vili. — 101 — FAENZA 

fra vecchie macerie, un frammento, che tolse ogni sospetto sulla sua autenticità ('). 
Q. Emilio Secondo era stato prefetto della prima coorte augusta e della seconda clas- 
sica ed aveva compiuto uffici importanti nella Siria sotto il legato d'Augusto, P. Sul- 
picio Quirinio. Probabilmente quel cippo fu trasportato da Beyrut su di una nave ve- 
neziana. Le imprese d'oltremare furono occasione, che si trasferissero nella sede della 
gloriosa repubblica non solo monumenti d'arte, che potevansi riguardare quasi trofei 
di vittoria, come i cavalli di s. Marco, statue, colonne, capitelli, fregi ; ma altri di- 
sadorni e mutili, scritti o non scritti, buoni ad usarsi come materiali da costruzione 
e anche a servire da zavorra alle navi. Lo stesso accadde nel medio evo in altre 
città marittime, segnatamente a Pisa. 

6. Ghirardini. 



Regione Vili (CISPADANA). 

II. FAENZA — Scoperta di sepolcro romano sulla destra del Lamone. 

Con lettera 27 marzo 1903, la Direzione degli scavi in Eoma e provincia mi 
avvertiva di un sepolcreto romano scoperto sulla sponda destra del Lamone, a sei 
chilometri da Faenza, giusta una comunicazione ricevuta dalla Sopraintendenza dei 
Monumenti di Ravenna. 

Il successivo giorno 30 mi recai sul luogo per esaminare la scoperta, dopo aver 
preso gli opportuni accordi con la detta Sopraintendenza, la quale intanto mi favoriva 
alcune informazioni ehe credo utile trascrivere testualmente. 

« Nell'estate dello scorso anno (1902) sulla sponda destra del Lamone, a circa 
« sei chilometri a valle del ponte in continuazione della via Emilia, presso Faenza, 
« località Budelacci, si produsse un franamento che lasciò allo scoperto parte di un 
« muro formato da grossi blocchi di pietra calcare lavorata a spigolo vivo, proveniente 
« dalle cave di Vergnano, nell'Appennino toscano. 

« Né l'Ispettore degli scavi residente in Faenza, quantunque vicino alla località, 
« né il locale Ufficio del genio civile governativo, sotto la cui giurisdizione trovansi 
« le arginature del ' Lamone, a partire dalla via Emilia, segnalarono il fatto, in modo 
« da fare comprendere che-potesse -trattarsi- di opera d'arte antica, e di non comune 
« pregio archeologico. E fu soltanto due settimane or sono che l'ingegnere del Lamone, 
« viste sopraluogo le traccie del muro, ordinò una esplorazione presso il medesimo, 
« nei riguardi soprattutto della difesa arginale, onde accertare se esistevano cavità 
« che, in caso di piena, potessero produrre danni all'arginatura. 

" Dopo qualche giorno di lavoro fatto con alcuni operai, il custode idraulico, 
« incaricato della sorveglianza dello scavo, mise a nudo una costruzione costituita da 
« tre muri racchiudenti un'area quadrata, del lato di m. 2,40, aventi in pianta' la 
.«forma .di un U, coll'apertura rivolta a levante. 

(') C. 1. L. Suppl. ital. V, n. 475. Cfr. Moramsen. Ephemeris epigrafica, IV, (1881), pag. 537 esgg. 



FAENZA 



— 102 



REGIONE Vili. 



« Come vedesi dal tipo allegato, ciascun muro si trovò costituito da quattro blocchi 
« della pietra sopraccennata; quello inferiore, che evidentemente forma la base di 
• fondazione, è alto m. 0,20, largo m. 1,20, ed ha il suo piano di posa a m. 5,00 circa 
» sotto il piano della campagna limitrofa all'argine del fiume. Lo strato immediata- 




« mente sovrapposto è largo m. 1.00 e alto m. 0,90. Il terzo strato è largo ra. 0,80, 
« alto m. 0,60. Il quarto strato finalmente è largo m. 0,60, alto m. 0,45. Cosicché l'al- 
« tezza totale dei muri risulta di m. 2,15 ed il volume parziale dei blocchi varia 
« da un massimo di me. 1,32, ad un minimo di me. 0,54. Notasi che nel muro verso 
« l'alveo del fiume si trovarono mancanti, fino dal giorno della scoperta, tutti i blocchi 
« dei due strati superiori, i quali certamente devono essere stati spinti entro l'alveo, 
« nottetempo, da qualcuno che riteneva potesse il muro racchiudere alcunché di pre- 
• zioso. 



REGIONE Vili. — 103 — FAENZA 

« All'interno del piccolo recinto i diversi strati di pietra trovansi sullo stesso 
« piano verticale, ed all'esterno si risegano di m. 0,20 ; e solo quello esistente alla 
« base aggetta dal sovrapposto strato, anche allo interno, di m. 0,09. 

« Praticato lo scavo nello spazio racchiuso dai tre muri, venne dapprima rinve- 
« nuto al piano della loro base, un grosso frammento di cornice sagomata con volta- 
« testa, della medesima pietra dei muri, oltre a frammenti di grossi mattoni laterizi 
« e tegole, chiodi, un vaso cinerario di terracotta in frantumi con relativo coperchio, 
« ed il fondo tuttora ripieno di ceneri e frantumi di ossa, evidentemente umane, in 
« parte carbonizzate, e mescolate a carboni di legna. 

« Questo Ufficio di Sovrintendenza venuto a cognizione della scoperta si affrettò 
« a compiere un sopraluogo, e dalla forma e struttura dei muri, ma soprattutto dai 
« frammenti dei mattoni, delle tegole e dei vasi cinerari ripieni di ceneri umane, 
« arguì trattarsi di una tomba dell'epoca romana, nella quale bruciavansi i cadaveri 
« seguendo il sistema, ancora primitivo, di sovrapporli ad una catasta di legna per 
« poi raccoglierne le ceneri in vasi di terracotta. 

« Fatto immediatamente rapporto della scoperta al Ministero della Pubblica 
« Istruzione, venne disposto per la prosecuzione degli scavi, sotto la sorveglianza del 
« personale dipendente da questo Ufficio, come prescrive la legge 12 giugno 1902, 

* n. 185, sulla conservazione dei monumenti e cose d'arte. 

« Messi a nudo completamente i tre muri costituenti la tomba, e compiuto lo 
« scavo nello spazio da essi racchiuso, sonsi rinvenuti altri due piccoli frammenti di 
« cornice, di sagoma diversa da quella prima trovata, ma della stessa pietra, parecchi 

• altri frammenti di vasi cinerari in terracotta, oltre a frantumi di piccoli vasetti, 
» pure in terracotta, dal lungo collo, forse lacrimali ed unguentari. E tutte queste 
« suppellettili vennero trasportate a questo Ufficio di Sovrintendenza, allo scopo di 
« meglio conservarle a disposizione del Ministero ». 

A questi dati di fatto forniti dalla R. Soprintendenza dei Monumenti di Ra- 
venna, debbo aggiungere, che trattasi di un sepolcro romano ad opera quadrata, sul 
tipo dei monumenti romani e pompeiani, i quali erano allineati sulle vie consolari, e 
che per la sua bella costruzione e per la severa cornice marmorea ond'era sormontato, 
si può riportare ai primi tempi dell'impero. 

Nell'interno esso doveva contenere dei loculi, dentro i quali erano collocate delle 
urne con le ossa cremate, come in parecchi sepolcri pompeiani sulla via Ercolanese, 
le quali urne vennero manomesse e rotte dai contadini. 

Oltre che per la sua bella costruzione il sepolcro ha una importanza per la 
topografia, perchè, siccome monumenti sifatti venivano innalzati lungo le pubbliche 
vie, così esso attesta dell'esistenza, in quel punto, di una strada romana, la quale da 
Faenza conduceva forse a Ravenna. 

Allo stato presente non si può indicare con precisione l'andamento di tale via, 
se cioè passasse a destra (lato est), oppure a sinistra (lato ovest) del sepolcro ora sco- 
perto, perchè a sinistra scorre il Lamone e a destra sovrasta l'argine altissimo, come 
dimostra l'annessa zincotlpia. 



PERUGIA — 104 — REGIONE VII. 

Certo è però, che il sepolcro non era isolato, perchè tanto a sud quanto a nord 
di esso, il giorno stesso in cui fui sopra il luogo, apparvero le tracce di altre sepol- 
ture più umili, cioè frammenti di vasetti in terracotta e di vetri, i quali dal vice- 
segretario Gaetano Cipriani furono raccolti in vicinanza di ossa umane, presso la 
sponda del fiume e sullo stesso piano in cui posava il grande monumento ad opera 
quadrata. 

Attesa la sua bella costruzione e la sua importanza topografica, ho preso con la 
Soprintendenza dei Monumenti di Ravenna gli opportuni accordi per la ricostruzione 
del sepolcro al di là dell'argine, in un punto poco discosto dal luogo ove si rin- 
venne; ed il Ministero dell'Istruzione ha già fornito alla detta Soprintendenza i- fondi 
occorrenti sia alla ricostruzione, sia al ricupero degli altri blocchi che dagli zotici 
contadini erano stati precipitati nel Lamone. 

E. Brizio. 



Regione VII ( ET R URI A). 

III. PERUGIA — Tombe etnische scoperte presso la città. 
A breve distanza da Perugia, in un terreno di proprietà del sig. Giuseppe Lu- 
pattelli, dalla parte di nord-ovest, sul pendio a destra del colle detto monte di s. Marino, 
nell'eseguire alcuni lavori agricoli sopra un piccolo tumulo, o rialzo di terra, di qualità 
completamente sabbiosa, nei primi del corrente mese di marzo venne discoperto, in 
un taglio orizzontale da levante a ponente, alla profondità di poco più di due metri, 
sotto ad alcuni tegoloni argillacei, privi di marca di fabbrica, uno scheletro, del tutto 
decomposto ; e all'estremità del medesimo frammenti di oggetti in ferro, in bronzo ed 
in terracotta che qui si enumerano e si descrivono : Ferro. Frammento di cuspide di 
lancia con incanalatura scavata della lunghezza di cm. 21. Frammento di arma da taglio, 
lungh. cm. 29. Frammento di arma da taglio, lungh. cm. 35. Frammento di arma da 
taglio, lungh. cm. 16. Tutti questi frammenti sono completamente ossidati. — Bronzo. 
Numerosi frammenti di vasi, dei quali resta completo un orificio con semplice, ma finis- 
sima, cesellatura a dentelli, nell'interno dell'orlo, del diametro di cm. 7 l / 8 . Un'ansa 
dell'altezza di cm. 19 con elegante decorazione a cesello, nel punto inferiore di attacco 
con il corpo del vaso. Un manico di strigile di cm. 14, elegantemente graffito nella 
parte anteriore con ornati, intramezzati da piccoli dischi con bellissima rappresentanza 
di grifo accosciato. Altro manico di strigile di cm. 13, pure graffito nella parte ante- 
riore, con due bolli ovoidali, intramezzati da una stelletta circolare, nei quali si può 
scorgere una lepre fuggente inseguita da un cane. Altro manico di strigile di cm. 13, 
del tutto ossidato, da non lasciare scorgere che l' impronta di un bollo ovoidale. Due 
piccoli frammenti di manichi o prese. Due grandi anelli in bronzo con orlatura sem- 
plice, del diametro di cm. 3 '/« , alt. cm. 2 '/, ciascuno, dei quali riesce < difficile 
precisarne l'uso, potendosi anche ritenere quali boccai da recipienti. — Terracotta. 



ROMA 105 — ■■ ROMA 

Piccolo vaso di terra nera ordinaria, dell'altezza di cm. 14. Numerosi frammenti di 
fittili in. terra rossa e nera, di ordinaria fattura, senza decorazioni e senza iscrizioni. 

Da una accurata esplorazione della località, si è potuto rilevare come nel lato 
destro possano esservi in prosecuzione, e forse nella stessa direzione del primo taglio 
ed alla medesima profondità, altre tombe, per la presenza di manichi di vasi argillacei 
di cui il corpo rimane completamente sepolto dalla terrà sovrastante. 

Certo i frammenti dei bronzi accennerebbero a tomba etnisca di qualche impor- 
tanza del IH sec. av. Cr., avendo, sia per la finezza della materia, come per la 
bontà della' tecnica, molti punti di contatto con i bellissimi bronzi della necropoli 
dello Sperandio, venuti in luce nel settembre del 1900, con la quale località il tu- 
mulo attuale trovasi (a brève distanza di circa 4 chilom.) in perfetta direzione, 
potendosi anzi ritenere che .un'antica strada, per lo meno di carattere militare, pas- 
sasse al suo sinistro lato del colle di Monte Bagnolo o di Monte La Guardia, per 
poi proseguire, sempre sulla sinistra, fino allo Sperandio e comunicare con la città a 
Porta pulcra, attualmente Arco di Augusto o di Via Vecchia. 

Però la mancanza, in tutta la zona del colle, di qualsiasi resto di antichi fab- 
bricati o di ruderi che possano far credere alla esistenza in quei luoghi di centri 
abitati, lascia credere che qui si tratti di sepolcri isolati, al più necropoli di qualche 
villa di dovizioso personaggio etrusco che potrebbe forse supporsi abbia potuto esi- 
stere nell'attiguo fabbricato del casino Baldeschi, ove non mancano tracce di ve- 
tusto costruzioni, poi distrutte e variate nell'epoche successive, e maggiormente dal- 
l'epoca in cui l' illustre e nobile famiglia perugina lo ridusse a luogo di splendida 
villeggiatura. 

A. Lopattelli. 



IV. ROMA. 



Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione V. Eseguendosi alcuni restauri alle arcuazioni neroniane dell'acque- 
dotto Claudio, nel sito ove esse traversano la strada che dalla porta Maggiore va 
a s. Croce in Gerusalemme, a m. 1,40 sotto il piano della strada medesima è stato 
scoperto il selciato di un'antica via, che correva nella stessa direzione di quella mo- 
derna. Su tale pavimento stradale si sono rinvenute giacenti, e addossate ad un pilone 
dell'acquedotto, due statue muliebri in marmo, mal conservate e in parte rotte e 
guaste dal fuoco. Ambedue sono panneggiate, e di fattura assai mediocre. Di una 
mancano la testa e le braccia; l'altra è parimenti acefala e mancante del braccio 
sinistro, mentre tiene il braccio destro ripiegato sul petto. 

Nello stesso luogo si sono trovati un pezzo di cornicione marmoreo, lungo 
m. 0,75 X 0,55, ed un piccolo frammento di fregio, ornato di fogliami a basso rilievo. 



ROMA 



106 - 



ROMA 



Regione Vili. Nel Foro Romano, spianandosi il terreno tra la fronte del tempio 
dei Castori e l'heroon di Cesare, è stata scoperta una fondazione rettangolare in cal- 
cestruzzo, che doveva sostenere il basamento di una statua. Non è improbabile, data la 
corrispondenza del sito, che quivi sorgesse appunto la statua equestre, innalzata ad 
onore del console Q. Marco Tremulo, dopo il trionfo da lui riportato sugli Anagnini e 
sugli altri popoli Ernici nell'anno 448 di Roma ; monumento che per certa testimo- 
nianza di Cicerone, di Livio e di Plinio, trovavasi nel Foro, dinanzi al tempio dei 
Castori. Sulla detta fondazione fu eretto più tardi un altro monumento, di cui sono 
stati trovati alcuni blocchi in travertino, che ne costituivano la base, ed una parte 
dello zoccolo marmoreo. 

Dallo sterro medesimo proviene un pezzo di un grande architrave marmoreo, che 
si congiunge con un altro trovato precedentemente in vicinanza dello stesso luogo. 
Vi si legge: 



PRO FELICITAI 




NNf HONOR] 



AV Ay \S Y MM A C H V S -f: 



Può riferirsi ad un'opera compiuta nel Foro da Aurelio Aviano Simmaco, pre- 
fetto della città negli anni 418-420, mentre imperavano Onorio e Teodosio. 

Via Nomentana. Nella tenuta di Aguzzano, sita circa il sesto chilometro 
fuori di porta Pia, di proprietà degli eredi del principe Aldobrandini-Sarsina, aperta 
una cava di tufo, sono state trovate due antiche lapidi sepolcrali. 

La prima è una grande lastra marmorea, larga m. 1,24, alta m. 0,64, grossa 
m. 0,16, con elegante cornice ornata di ovoli, ma tutta scalpellata in tre lati, restan- 
done intiero soltanto quello inferiore, Vi è incisa la seguente iscrizione: 



m • avrelivs • m • l- asclepiades ■ a vreli a ■ m • l • salv, a 

fecervntlIberteissveisetlibertabvs 

m • avrelivs • m • et • d • l- evcratvs 



M • AVRELIVS • M • ET • D • L- HYGINVS 
AVRELIAMETDL- EROTIS 

AVRELIA M • ET • D ■ L- NICOPHENE 
AVRELI A • M • L- CHRESTE 

AVRELIA ML- ATHENAIS 

AVRELIAML- PHYLLIS 

AVRELIA ML- GRAMME 

(sic) AVRELIA M -L- 



M- AVRELI VSM-LSPINTHER 
MAVRELIVSML- FIDELIS 
AVRELIA-ML- HILARA 

AVRELI A -M-ETO-L- PRIMA 
M-AVRELIVSMETOO-LPRINCEPS 
M • AVRELIVS • M • ET • D • L ■ SALVI VS 
C • CALPVRNI VS O-LAMIANTVS 
AVRELIA DLMENOPHILA 



REGIONE II. — 107 — BENEVENTO 

L'altra è una stele di marmo, alta m. 1,16, larga m. 0,59, grossa m. 0,20, con 
cornice, zoccolo e fastigio semicircolare, entro il quale è leggermente scolpito un 
piccolo topo in atto di addentare un pane. L'epigrafe sepolcrale dice: 

D • M 
M • GAVIO 

AMPHIONI-MVRI 
MGAVI-MAXIMI 
PR • PR • LIB • 
M-GAVIVS-IVVENIS 
FILIVS • PATRI 
OPTIMO • FECIT 

li topolino scolpito nel fastigio allude al soprannome Mus del defunto, il quale 
era un liberto di M. Gavio Massimo, che per venti anni fu prefetto del pretorio 
sotto Antonino Pio, ed è personaggio noto nella storia e nelle iscrizioni. 

G. Gatti. 



Regione II (APULI A). 

HIRPINI. 

V. BENEVENTO — 1. Scoperta archeologica in s. Agostino. 

Una importantissima scoperta archeologica si è fatta in Benevento, tra i primi 
di ottobre e il dicembre ultimi. Essa è dovuta al caso. L'Amministrazione provin- 
ciale dispose aprirsi, per comodo dei cavalli dei RR. Carabinieri, una porta dal giar- 
dino settentrionale della caserma di S. Agostino sul pomerio, rompendo circa quattro 
metri del muro di cinta settentrionale della città, contro il quale si addossa il terra- 
pieno del giardino stesso (fig. 1). Si era appena arrivati con la breccia al livello 
della via rotabile di circonvallazione, che bentosto apparvero resti di antichità: 
rocchi di colonne, capitelli corinti, basi attiche e ioniche. 

Avvisato, accorsi sul posto, ove subito divinai trattarsi degli avanzi del tempio 
di Iside, da me sempre supposto in quei pressi, non ostante che non fossero venute 
ancora fuori le preziose sculture che descriverò tra poco, le quali riconfermarono com- 
pletamente le mie previsioni. 

Del tempio di Iside in Benevento, costruito o restaurato nell'ottavo anno del regno 
di Domiziano ('), si sapeva l'esistenza per la testimonianza di due obelischi di gra- 
nito, sottratti al vandalismo dei secoli. Essi furono innalzati, per ordine di queir im- 
peratore, dinanzi a detto tempio. Ma il sito di questo era ignorato. Nulladimeno, 
considerando che importanti ruderi romani esistono poco discosto, a nord-est, del- 

(") Vedi, Notizie degli Scavi, luglio 1893, pag. 269. 
Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 15 



BENEVENTO 



108 — 



REGIONE II. 



l'Arco di Traiano, tra la via estramurale, la caserma di S. Agostino, il giardino meri- 
dionale, interno, di questa (da non confondersi con l'altro di sopra accennato) ed il 
giardino della casa Mai-ucci, olirà Pacca; e, in pari tempo, che solo in quelle vici- 
nanze erano venute fuori di tratto in tratto sculture egizie ('), io trassi il convinci- 




Fig. 1 — a) caserma; b,c) angolo del muro dell'a. 663; d) nuova porta; e) muro longobardo demolito; 
f) torre medievale posteriore; g) muro medievale. 



mento che colà fosse esistito il tempio di Iside. Sulla pianta generale (fig. 2) vedonsi 
segnati gli elementi dimostrativi di queste mie convinzioni. Altri argomenti verranno 
man mano ad aggiungersi nel corso di questa relazione. 

La fig. 3 dà l'aspetto di una porzione di quei ruderi sulla via del pomerio. 
È una fabbrica in opus reticulatum, la quale rappresenta propriamente le sostru- 
zioni del tempio. Vedesi anche nel suo corpo lo sbocco della fognatura, ricoperta con 
tegoloni di argilla alla cappuccina. Tale fognatura serviva, al certo, a tenere asciutto 
il pavimento del tempio, e forse anche a smaltire le piovane che discendevano dal 



(') Nel giardino De Simone fu trovato da me uno dei frammenti dei due obelischi (cfr. No- 
tizie 1893, pag. 269). Dalla casa De Simone furono donate le prime sculture egizie che conservansi 
nel Museo provinciale. Su Piano di Corte esiste una sfinge identica a quelle ora trovate. 



REGIONE II. 



— 109 



BENEVENTO 



colle che domina il tempio. La muratura che si sopraeleva sulla reticolata è in parte 
longobarda, in parte moderna. 

Al di dentro del giardino Marucci e di quello meridionale, contiguo, della ca- 
serma, esistono in giro ai muri i paramenti di mattoni, spiccatamente romani. 




Fig. 2. — A) giardino esterno; D) giardino interno di S. Agostino; G) giardino Marncci; a,b) muro 
che copriva gli oggetti rinvenuti; c,d,e,f,g) sostruzioni e altri ruderi dell'Iseo; h) sfinge murata. 



Ad un posto di una delle pareti si notava anche, anni or sono, una nicchia romana, 
ora da me non più trovata, perchè in quelle fabbriche l'attuale proprietario ha operati 
dei mutamenti. 

Prima di procedere alla descrizione dei ritrovamenti, è bene osservare che, presi 
accordi tra me ed il Presidente della Deputazione Provinciale, fu stabilito, vista la 
importanza di essi, di proseguire l'abbattimento del muro di cinta per una lunghezza 
maggiore, sino alla torre quadrata (fig. 1). Là giunti, si sospesero gli scavi, riman- 
dandone a migliore tempo la continuazione. 

Furono rinvenuti n° 12 capitelli corinti di marmo bianco. Alcuni di essi sono 
di puro stile classico, altri della decadenza e sono i più piccoli. Dei primi, n° 3, 
misurano m. 0,60 di altezza e m. 0,56 di diametro al sommoscapo; altri 2 m. 0,66 
di altezza e m. 0,53 di diametro. I secondi misurano m. 0,52 di altezza e m. 0,39 



BENEVENTO 



110 — 



REGIONE II. 



di diametro. Ai primi tre corrispondono due capitelli corinti delle paraste, in pietra 
calcarea, con l'astragalo attaccato al capitello, anziché faciente parte della colonna, 
come di regola. 

Molti rocchi di colonna, di vari marmi, cipollino, granito rosso orientale e gra- 
nito bigio, alabastro, brecce colorate, per lo più in color di pesca. 




Fig. 3. — ai sostruzioni in opus reticulatum del tempio d'Iside; b) fogna romana, in parte murata; 
e) mura longobarde; d) costruzioni moderne. 



Molte basi di colonne in marmo bianco, alcune attiche, corrispondenti ai capi- 
telli maggiori, altre minori, sia attiche che ioniche. 

Due frammenti di trabeazione dorica, di pietra calcarea comune ; in una metope 
dei quali è scolpita una Sirena, recante a sinistra, sul dorso ofitico, una figura maschile. 

Due frammenti epigrafici, in belle lettere, incisi su lastroni di pietra calcarea 
comune, lavorata a pelle piana, i quali, se appartengono ad uno stesso fregio, non 
istavano però sullo stesso lato. Il primo è certo di cantonata; e l'altro doveva se- 
guire al primo, ma non immediatamente. 



M • M V R R I V S! 

GRAECEIAI-/ 

M-CALVIO 



OPPIAEMF HE 

OCTAVIVS • Q • RVF V;S • E 
RENNIAM-F- MATRE 



REGIONE II. 



— Ili 



BENEVENTO 



Prima della parola Octavius si nota la coda di un Q e prima della parola . . . 
rennia si nota una e appartenente certo al nome Herennia indipendentemente dall' e 
finale staccata del rigo precedente. 

È notevole osservare che un Rutilio Rufo, per ordine di Domiziano, fece innal- 
zare i due cennati obelischi dinanzi al tempio d'Iside ('). 





Fig. 4. 



Fio. 5. 



Un'ara cilindrica di pietra calcarea comune, dedicata a Vesta, portante la se- 
guente iscrizione in lettere alquanto arcaiche: 

V E S TA E 

M-VRSVS-MF 

TDD-LM 

Quest'ara presenta alcune particolarità degne di considerazione. È cava, cilindri- 
camente, al disopra, per la profondità di m. 0,28. In detto cavo ne esiste un altro 
quadrato di m. 0,06 di lato, in cui vedonsi le tracce di metallo impiombato ; e poi 
un foro che dal di dentro del cavo esce dalla parte opposta della convessità dove è 
incisa l'epigrafe. Queste particolarità sono posteriori? Vi sono state introdotte quando 
negli antichi tempi l'ara fu adibita ad altri usi? 



(•) Cfr. Notizie, 1. e. 



BENEVENTO 



— 112 



REGIONE II. 



Una statua di Minerva, in marmo bianco, alta m. 1,40 mancante della testa e 
del braccio destro. È di perfetta fattura (fig. 4). 

Altra statua femminile, anche essa di marmo bianco (fig. 5), alta m. 1,12. 
Una terza statua femminile, pure di marmo bianco (fig. 6), vestita di una gonna 
finamente pieghettata, alta m. 0,97. 

Un torso di basalte verde, in grandezza del vero 
(figg. 7 e 8) di eccellente fattura. 

Una colossale testa di Giunone, in marmo bianco, 
alta, compreso il collo, m. 0,62 (fig. 9). 

Un busto, mancante della testa (fig. 10) e delle 
braccia, di una piccola statua di una donna addetta al 
culto di Iside, alto m. 0, 34, in marmo bianco. 

Una statua muliebre, pure di sacerdotessa, genu- 
flessa, di marmo bianco, venato di sanguigno (fig. 11) 
alta m. 0,92, priva della testa e delle braccia. 

Altro avanzo di statua (fig. 12) piegata sul solo 
ginocchio destro, marmo bianco. È alta m. 0,52. 

Un frammento di busto imperatorio, di marmo 
bianco, in bassorilievo, contenuto in un clipeo circolare 
a conchiglia (fig. 13). 

Due statue di sacerdoti egiziani (fig. 14) di granito 
bigio, alte m. 1,38 senza la testa. Sono presso che iden- 
tiche, meno nel collo, che la prima ha più sottile del- 
l'altra. Recano entrambe il canopo. 

Due statue del Dio Oro (figg. 15 e 16) di granito 

bigio, la prima ha la testa, sebbene staccata dal busto, 

e trovata in sito poco lontano dal corpo. È alta m. 1,26. 

Ha gli occhi così scavati da far ritenere che vi fossero 

L'altra è in tre frammenti, due del corpo ed uno del 

0,95. 

Due cercopitechi seduti, alti m. 0,84, in granito bigio. Uno di essi è meglio 
conservato (fig. 17). 

Tre uccelli sparvieri, di basalte. La figura 18 rappresenta il più grande, alto m.0,74. 
Manca delle orecchiette, che, a guisa di corna, si elevavano sulla testa: e presenta 
lassù un cavo cilindrico, nel quale tali appendici dovevano incastrarsi con pezzo 
aggiunto. 

Una statuetta muliebre (fig. 19) alta m. 0,80, di granito bigio, che non si in- 
dividua così facilmente. È degna di considerazione la veste che indossa, simile in 
tutto ai lunghi mantelli delle nostre signore moderne, fino all'adornamento della pel- 
liccia, sul lembo verticale. 

Due statue di Apis, l'uno (fig. 20) di granito bigio lungo m. 0,97, l'altro di 
marmo bianco in due frammenti (solo il più grande nella fig. 21) di grandezza na- 
turale. Il secondo è di scultura perfettissima. Sui fianchi del primo sono notevoli due 




Fig. 6. 

incastonati i bulbi vitrei, 
braccio sinistro. È alta m. 



REGIONE II. 



— 113 — 



BENEVENTO 



incastri a mezza luna, anzi proprio due mezze lune con la convessità volta al basso. 
Nel fondo di dette mezze lune esiste un piccolo incasso rettangolare, forse a dimostrare 
che in esse dovevano essere incastonate due mezze lune di metallo. Sulla fronte 
presenta un incavo a triangolo isoscele, con la punta più acuta in giù. 

Un'ara cilindrica di porfido rosso (fig. 22) alta m. 0,50 e di diametro m. 0,46. 
Sulla parte convessa, verticale, porta scolpita in rilievo la mezza luna, di sezione 





Fig. 7. 



l'IG. 8. 



triangolare, e sull'alto, come su di un coperchio, un grosso serpe avvolto a spira, con 
testa poggiata al centro. Ora però è scheggiata e quasi distrutta la testa. Farò vedere 
di qui a poco l'importanza di quest'ara, per la storia di Benevento. 

Una piccola nave di marmo bianco (figg. 23 e 24), lunga, senza la poppa, che 
manca, m. 1. Essa è poggiata su di uno zoccolo rettangolare, sul quale sono scol- 
pite le onde, dalle quali staccasi la testa di un delfino. Sulla tolda sono scolpiti due 
piedi umani, mossi, i quali accennano ad una figura in piedi. Dietro i piedi sono due 
fori circolari, profondi, i quali forse servivano ad incastrarvi due bastoni metallici, 
dopo la rottura della statua, per trattenervela in piedi. 

Due sfingi di granito rosso orientale, mancanti entrambe della testa. La più 
grande (fig. 25) è meglio conservata e di dimensioni, sulla base, di m. 1,26 X 0,40. 
È notevole che la compagna della minore trovasi incastrata nella cantonata (fig. 2, h) 
della casa De Cillis, sulla piazza Piano di Corte, ove esisteva il palazzo (d'onde Corte) 
dei Duchi e Principi longobardi, a breve distanza dal tempio di Iside. 



BENEVENTO 



— 114 — 



REGIONE II. 



Due leoni di granito rosso orientale (Kg. 26) identici per dimensioni e per stile, 
ed entrambi rivolti a sinistra. Sono lunghi m. 1,20. 

Si sono ritrovati pure molti frammenti di porfido, che dai pezzi maggiori è ap- 
parso avere appartenuto a busti imperiali, nonché frammenti di cornice di attico, 
dentellata, di disegno presso che identico a quella dell'attico dell'Arco Traiano, ma 
di stile della decadenza, e frammenti di lacunari con fogliame intagliato finamente. 




PlG. 9. 



Questi ritrovamenti, sommariamente descritti, non avrebbero per sé soli impor- 
tanza pari a quella che acquistano dopo che si sarà conosciuta la origine di questo 
abbondante deposito in un punto solo della città. 

Dissi già che della esistenza del tempio di Iside in Benevento si aveva notizia 
pel linguaggio figurato degli obelischi qui conservati, ma nessun'altra traccia quasi 
più ne avanzava. La scoperta attuale, riconfermando il linguaggio scritto o figurato, 
dà la più valida conferma del fatto. 

Ma ciò non basta. Un fatto storico di somma importanza viene oggi ad accre- 
scere il pregio della scoperta. 

Le istorie Beneventane (') e la tradizione ci hanno tramandato che s. Barbato 

(') Borgia, Mera, istor. di Benevento, parte I, pag. 212, in nota. Sarnelli, Mem. cron. dei 
vescovi e arcivescovi della chiesa di Benevento, pag. 32; Ughelli It. Sacra T. IV. in Archiepiscop. 
Benevent. - Vita S. Barbati, pag. 557 e seg.; F. Hirsch, Il ducato di Benevento, trad. di Schipa 
ed. L. Rom, 1890. 



Regione ii. 



— 115 



6ENEVENT0 



nativo di questa provincia, vescovo di Benevento dal 662 al 682, per l'appoggio mo- 
rale prestato a Romualdo duca, contro i Greci, ottenne l'abolizione del culto idolatrico 
del serpe (così dicono gli storici), e che di un serpe di oro, esistente presso la stessa 
Corte longobarda, fece lavorare un calice ed una patena ('). 

Vediamo come in questo ritrovamento si trovi riconfermato il fondamento storico 
di tutto ciò. 




Fig. 9 a. 



È a sapersi, dunque, che Costante, imperatore dei Greci, si portò nell'anno 663 
ad assediare Benevento. La quale fu di molto allora rafforzata nelle sue mura. Do- 
vette allora accadere che s. Barbato, in quel trambusto e in momenti sì gravi, abbia 
acceso il fervore dei Longobardi per la distruzione di tutto quanto si riferiva al pa- 
ganesimo, e massime al culto di Iside. 

Le mura che più dovevansi rafforzare eran quelle presso alla corte del Duca. 
Ed ecco spiegata la costruzione affrettata del muro rappresentato nella sezione del 
muro di cinta (fig. 27), sopra una platea generale improvvisata. Poiché non si aveva 
tempo da perdere, non si fecero fondamenta. Invece, cavata appena una poco pro- 
fonda trincea, vi fu seppellita, per platea generale del muro a costruirsi in fretta, 



(') Muratori, Ann. d'Italia, anno 663. 
Notizik Scavi 1904. — Voi. I. 



16 



BENEVENTO 



— 116 — 



REGIONE II. 



tutta la suppellettile del tempio di Iside che colà presso trovavasi, e senza alcuna 
malta, solo ricoprendola alquanto di terra. 




Fio. 10. 

Quell'ara di porfido col serpe, che è propria di quell'idolo, ci ha conservato il 
fondo della tradizione dell'estirpazione dell'idolatria per parte di s. Barbato. 

11 muro di cinta a quell'epoca arri- 
vava proprio sin là dove è stato aperto il 
cavo dei ritrovamenti, e poi volgeva ad 
angolo retto, per dirigersi verso Piano di 
Corte, ossia verso il palazzo dei Duchi 
longobardi. Lo dimostra la cantonata ivi 
esistente presso la trincea scavata. 

Tutto il resto di muro che ora corre 
da quella cantonata alla Torre de Simone, 
e di qua a Castello, è opera dei secoli po- 
steriori ; tanto è vero che durante tutto il 
Ducato, e sino al X secolo, il sito dove ora 
è il Castello trovavasi fuori Porta Somma, 
secondo è accennato nei documenti del- 
l'epoca ('). 

Kipeto che il trovarsi tutto ad un 
sito, e in siffatte condizioni, a poca pro- 
fondità, tutta la suppellettile ritrovata 
proveniente quasi per massima parte dal 
tempio di Iside, disposta a strati, senza 
malta, il trovarsi tra essa quell'ara col 
serpe, appartenentesi ad un culto pagano 
rispondente all'idolatria del serpe, la istoria di s. Barbato, vescovo di Benevento, 




Fio 11. 



(') Meormartini, / monumenti e le opere d'arie della città di Benevento, pag. 290. 






REGIONE II. 



117 — 



BENEVENTO 



che l'annientò, di consenso con la Corte longobarda, la concomitanza dell'assedio dei 




Fio. 12. 



Greci, e della necessità di ra.forzare in furia e fretta le mura, depone tutto in favore 




Fig. 13. 



della mia tesi, che quel deposito sia stato eseguito nell'anno 663 per consiglio di 



BENEVENTO 



— 118 



REGIONE li. 



s. Barbato, e che quell'ara col serpe convalidi la tradizione dell'estinzione dell' ido- 
latria del serpe per opera di quel vescovo. (')• 

A. Meomartini. 

2. Nota sulle sculture di stile egizio scoperte in Benevento. 

Questo gruppo di sculture appartiene a quello stile egizio di imitazione che fu 
di moda presso i Romani nei primi tempi dell'impero, allorquando il culto egiziano, 
sotto il nome di culto Isiaco, si stabilì in Roma ed in molte altre città. 





Fig. 14. 



Fig. 15. 



Via. 16. 



Il gruppo pertanto delle sculture beneventane dovè decorare un locale santuario 
di Iside, simile al celeberrimo Iseo che sorgeva in Roma nel Campo Marzio, e del 



(') Muratori, Ann. d'Italia, anno 663 e altre'fonti 'sopra citate. 



REGIONE II. — 119 — BENEVENTO 

quale in varie epoche si rinvennero importanti avanzi presso la chiesa di s. Maria 
sopra Minerva. 

Dell'Iseo di Benevento si fa ricordo nelle iscrizioni geroglifiche dei due obelischi 
conservati in detta città, contenenti i cartelli reali dell' imperatore Domiziano, il quale 
o fondò o ricostruì quel santuario del culto egizio. 

Queste iscrizioni furono pubblicate per la prima volta dall' Ungarelli (') e poi 
più recentemente ed assai meglio dallo Schiaparelli allorché si rinvennero, pochi anni 
or sono, alcuni nuovi frammenti degli stessi obelischi ( 2 ). 

Da esse ricavasi che l' Iseo di Benevento era stato fondato o almeno ricostruito 
nell' anno ottavo del regno di Domiziano, cioè nell' anno 88 dell' èra volgare : 



l%*a£" ®-ATg f Si 



1 o 

nell'anno ottavo ( 3 ) sotto il Faraone toro forte Domiziano ( 4 ) vivente in eterno 



!n5§P Vi £ - }2=Z£« 

(si) costruì l'edificio magnifico di Iside grande signora (di) Benments (Benevento). 



La quale ultima espressione farebbe supporre che il culto d'Iside fosse già 
antico non solo, ma di tanta importanza in Benevento, da venire considerato come il 
culto principale del luogo. Le accennate iscrizioni oltre al nome dell' imperatore ricor- 
dano anche il gentilizio ed il cognome del magistrato locale che ebbe la cura della 
costruzione del tempio e dell' innalzamento degli obelischi, dicendo : 

PI 1 Bill Ts-H1P#.i. ^i^fe 

innalzò l'obelisco Lnklis Lpnus (?) 

Il gentilizio di questo personaggio non è dubbio e corrisponde con ogni certezza 
a Lucilius; quanto al cognome, che fino ad ora erasi letto Rufus, il Baillet ha pro- 
proposto recentemente di leggerlo piuttosto Labieaus. E questo particolare meriterebbe 
pure di essere studiato per la storia del monumento ( 6 ). 

(') Interpretatio obeliscorum urbis (Romae, 1842), pag. 155 segg. 
( 8 ) Notizie degli scavi, Luglio 1893, pag. 267 segg. 

( 3 ) Il segno ^&s> «he è la ibis, animale sacro al dio Thot e che esprime il suo nome, ebbe 



nei bassi tempi il valore fonetico di m'tt© sesennu che significa il numero otto. 

(*) Il segno d^llo scarabeo che si legge Cheper divenne nei bassi tempi della scrittura egi- 
ziana equivalente al segno £*, fonetico della lettera t. Onde i segni contenuti in questo cartello si 
leggono T-mi-ti-n-s, che è la trascrizione egizia del nome di Domiziano. 

( 5 ) Il nome della città di Benevento, essendo un nome straniero alla lingua egiziana, è tra- 
scritto con tutti segni alfabetici B-n-m-n-t-s ed è seguito dal determinativo delle montagne 
proprio dei paesi. 

(•) Vedi Zeitschrift fùr Aegyptische Sprache, 1903, pag. 147, 



BENEVENTO 



— 120 — 



REGIONE II 



Una illustrazione pertanto dell'Iseo Beneventano dovrebbe esser messa in rapporto 
con le iscrizioni dei sudetti obelischi, ed anche con quelle del grande obelisco di 
Domiziano esistente in Roma, sulla piazza Navona, da cui possono pure dedursi im- 
portanti notizie sulla devozione speciale che ebbe quell'imperatore per il culto Isiaco. 

E la recente scoperta di Benevento fornirebbe occasione ad un tale studio sulla 
origine e sulla storia di quell'importante Iseo. Ma non potendo ora far ciò ed anche 






Fig. 17. 



Fio. 18. 



in attesa che ulteriori scoperte vengano ad arricchire il materiale fin qui rinvenuto, 
rimando siffatto studio ad altra occasione; e per ora mi limito soltanto ad una bre- 
vissima Nota degli oggetti testé tornati in luce, descrivendoli nell'ordine con cui li 
ho esaminati sul posto. 



1. Statua di sacerdote egiziano, acefalo, vestito di lunga tunica e doppio mantello 
adorno di frangio (fig. 14). 

Tiene ambe le braccia ripiegate sotto il petto e ricoperte dal mantello superiore, e 
stringe la base di un vaso canopico, mancante della piccola testa, e adorno di segni 
simbolici. Dal movimento della persona sembra fosse rappresentato in atto di incedere 
processionalmente sorreggendo quel sacro utensile del culto isiaco. Fra i simboli scol- 
piti sul vaso canopico si scorge il disco solare fra i sacri urei, e al di sotto il disco 
lunare, emblema speciale della dea Iside. Granito bigio. Altezza 1.35. 

2. Altra statua in tutto simile alla precedente, e nell'identico atteggiamento. Sul 



REGIONE II. 



— 121 



BENEVENTO 



vaso canopico, anch'esso mutilo come il precedente, sono rappresentati gli stessi 
simboli. 

Queste due statue offrono molta analogia con le figure scolpite sulle colonne del- 
l' Iseo romano, rinvenute nel 1883 ed ora nel cortile del Museo Capitolino, come pure 

con la figura di sacerdote rappresentato nel bellissimo 
bassorilievo isiaco che si conserva nel gabinetto del Mer- 
curio presso il cortile di Belvedere al Vaticano. 

3. Statua di figura egizia virile, ignuda con il solo 
shenti intorno ai fianchi e la calantica sul capo, le cui 
bende le scendono sul petto (fig. 15). 

Su quella parte della calantica che ricuopre la 
fronte è scolpito il serpente Urèo attributo degli dei e 
dei Faraoni. Il volto è giovanile e quindi la figura po- 
trebbe rappresentare il dio Horus figlio di Iside e di 
Osiride, il quale esprimeva il concetto della eterna gio- 
vinezza di Dio, simboleggiata dal sole che ogni giorno 
rinasce all'oriente. La figura ha le braccia pendenti lungo 
i fianchi, nel consueto atteggiamento delle statue egizie 
e in ognuna delle mani stringe l'amuleto chiamato menat, 
il cui significato simbolico è ancora incerto, ma che pro- 
babilmente ha qualche relazione coll'emblema della vita 

detto •¥• Anch. 

Manca della parte inferiore delle gambe e gli occhi 
dovevano essere riportati di altra materia. La testa è 
staccata ma fu rinvenuta vicina alla statua. Granito 
bigio. Altezza 1.30. 
4. Statua di figura egizia, jirile, ignuda, acefala con lo shenti intorno ai fianchi 

r(u g . io). 




Fig. 19. 




Fio. 20. 



Manca della parte inferiore delle gambe, e di quasi tutto il braccio destro ed 
era rappresentata nel consueto atteggiamento come la statua del numero precedente. 



BENEVENTO 



— 122 — 



REGIONE It. 



Mancando la testa, non può giudicarsi se rappresentasse una divinità ovvero un sacer- 
dote egizio o una qualuoque altra figura decorativa o votiva. Scultura di stile assai 
vigoroso. Granito bigio. Altezza 0.91. 




Fig. 21. 
5. Cinocefalo seduto in terra con le mani poggiate sulle ginocchia (fig. 17). 




Fig. 22. 

Sul capo si scorge qualche avanzo del crescente lunare e le occhiaie vuote indi- 
cano che gli occhi dovevano essere riportati di altra materia. 



RÉGlONEjit. 



— 123 — 



BENEVENTO 



Questo animale era sacro al dio Thot, divinità lunare e personificazione della 
sapienza divina. Il cinocefalo perciò divenne un genio lunare ed era specialmente 
adorato nella città di Sesennu (Hermopolis). La nostra statua è quasi identica a 
quelle due bellissime che si trovarono in Roma nel 1883 presso l'Iseo campense, con 
le iscrizioni geroglifiche del Faraone Nectanebo II (IV sec. av. Cr.). 







Fig. 23. 



Però la statua di Benevento, come tutte le altre rinvenute in questi scavi, è di 
imitazione romana. Granito bigio. Altezza 0.78. 




Fig. 24. 



6. Altro cinocefalo in tutto simile al precedente. 

7. Figura di sparviero imitante la forma di un canopo (fig. 18). 

Lo sparviero era sacro al dio Horus, simbolo del Sole oriente; e sui Tasi detti 
canopici la testa di sparviero rappresenta il genio Kebsenuf, uno dei quattro geni 
funerari seguaci di Osiride. 

Nel nostro monumento si riscontrano quelle forme che erano caratteristiche della 
divinità greco-alessandrina chiamata Canopo, da cui ebbero poi questo nome improprio 
i vasi funerari. « Pedibus exignis, attracto collo, ventre tumido in modum hydriae » 
(Rufino. H. E. II, 26). Granito bigio. Altezza 0.74. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 17 



BENEVENTO 



— 124 — 



REGIONE li. 



8. Statuetta muliebre acefala e mancante di una parte del braccio destro alzato 
verso il petto e col sinistro pendente lungo i fianchi (fig. 19). 

È vestita di lunga tunica e mantello adorno di frangie. 

Mancando della testa è difficile poter giudicare se rappresentasse la dea Iside o 
una sacerdotessa Isiaca. Granito bigio. Altezza 0.80. 




Fig. 25. 



9. Frammento della figura di un bue Apis mancante della parte anteriore della 
testa, delle zampe e della coda (fig. 20). 




Fig. 26. 



È nota la grande importanza che ebbe in Egitto il culto di questo sacro ani- 
male, in cui si credeva fosse incarnato il dio Osiride e che perciò si custodiva gelo- 
samente a Memfi, presso il tempio di Ptah ed aveva poi onorata sepoltura nel famoso 
Serapéo scoperto dal Manette presso Saccara. 

I segni distintivi che facevano riconoscere un nuovo bue Apis da sostituirsi a 
quello defunto erano alcune macchie di forma triangolare in varie parti del corpo 
ed una speciale, in forma di crescente lunare, sul dorso. 



REGIONE II. 



— 125 — 



BENEVENTO 



Allorché tali segni si riconoscevano o si credevano di riconoscere nel predestinato 
animale, tutto l'Egitto era in festa ed esso veniva solennemente collocato nel suo 
santuario. 

Il segno del crescente lunare sul dorso del sacro bue si vede in qualche antichis- 
sima pittura egiziana; ed io ho potuto riscontrarlo in un dipinto della tomba della regina 



jò/ìjccafo de/ muro dt ci n fa. 



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ne e cu dei' rc'rìoira-m &n tc~ 



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Fio. 27. 



Nefertari moglie di Ramesse II scoperta nel mese di marzo di quest'anno alla mia 
presenza dal eh. prof. Schiaparelli nella necropoli di Tebe. E così pure ho potuto 
ravvisare lo stesso segno del crescente lunare in un'altra figurata rappresentanza del 
bue Api, cioè negli importanti rilievi di età romana testé scoperti nel sepolcreto isiaco 
di Kom-el-Chugafa in Alessandria d' Egitto. 

Nella scultura di Benevento devonsi riconoscere appunto tali segni distintivi, 
giacché sulla fronte dell'animale si vede un' incavo in forma di triangolo e poi sul dorso 
se ne scorge un altro per contenere un crescente lunare che doveva esservi inserito in 
metallo. E ciò rende il monumento pregevolissimo e di grande rarità. Granito bigio. 
Larghezza 0.95, altezza 0.37. 

E sembra che nell' Iseo di Benevento si conservassero parecchie sculture del 
bue sacro tanto venerato in Egitto, giacché anche un'altra in granito rosso ne tornò 
in luce circa tre secoli or sono ed è da lungo tempo esposta al pubblico nei pressi 
del palazzo Pacca. 



BENEVENTO — 126 — REGIONE li. 

10. Cista mistica di uso solenne nelle ceremonie del culto Isiaco, la quale si vede 
rappresentata in parecchi monumenti relativi a quel culto (fig. 22) e che era l'em- 
blema il più sacro dei misteri isiaci impenetrabili ai non iniziati. La nostra cista è di 
forma cilindrica, adorna del crescente lunare in bassorilievo, e sopra il suo coperchio 
sta attorcigliato il sacro serpente. Monumento anch'esso di grande pregio. Porfido. 
Altezza 0.45, diametro 0.40. 

11. Parte esterna di una barca la quale solca le onde rappresentate nel peduccio 
di marmo che le serve di appoggio (fig. 23). 

12. Parte interna della stessa barca nella quale rimangono soltanto due piedi 
di una figura che doveva stare ritta nella barca stessa, nell' atteggiamento di 
vogare (fig. 24). La barca rappresenta un simbolismo assai importante nel culto 
egizio, dove indicava il viaggio delle anime sulle acque del Nilo celeste, insieme al 
sole, come rilevasi dal Libro dei Morti e dalle numerose rappresentanze funebri 
egiziane. Le barche erano portate anche nelle processioni, e contenevano svariate ima- 
gini di divinità, le quali tutte, come divinità solari, si supponeva facessero corteggio 
alla grande barca del Sole. 

Il nostro frammento è troppo mutilo per giudicare se la figura fosse di una divi- 
nità o di un semplice defunto o devoto. Marmo bianco. Lnnga m. 1. 

13. Grande sfinge accovacciata con corpo di leone (fig. 25). Quantunque sia 
acefala pure non v'è dubbio che doveva avere la testa umana, perchè vi riman- 
gono traccie sicure della copertura del capo umano, cioè del nemes che avea una 
lunga coda nella parte posteriore e due bende scendenti sul petto. Granito rosso. 
Lunga 1,15. 

La sfinge detta dagli Egiziani Sesheps, era in origine simbolo del sole e passò 
quindi a rappresentare il re quale manifestazione della divinità. La sua forma spe- 
ciale esprimeva pure il concetto dell'unione della forza, indicata dal corpo di leone, 
coll'intelligenza espressa dal volto umano. 

In molte di tali sfingi si leggono perciò dell'iscrizioni geroglifiche con i cartelli 
dei Faraoni, siccome in quella simile alla nostra, scoperta nell'Iseo campense di Roma 
l'anno 1883 (ora nel Museo Capitolino) ove è inciso il nome del re Amasi II, della 
XXVP dinastia. 

14. Due figure di leoni in piedi, volti a sinistra mancanti delle zampe. Granito 
rosso orientale; m. 1.20 (fig. 26). 

Il leone avea un simbolismo speciale nell'antico Egitto ed esprimeva il coraggio 
e la forza del Re ed anche soltanto il concetto della divinità solare; e cosi ponevansi 
talvolta le statue dei leoni innanzi ai tempi, come i due magnifici con i cartelli del 
re Nektanebo II , che si ammirano nel Museo egizio del Vaticano e dei quali io detti 
un'ampia illustrazione (')• Questo simbolismo continuò probabilmente anche nei monu- 
menti d'imitazione del culto isiaco, ed infatti all' Iseo romano del Campo Marzio ap- 
partennero i due leoni che adornarono fino a poco fa la grande scala del Campidoglio 
ed oggi si custodiscono nel Museo capitolino. 

(') V. Marucchi, Catalogo del Museo egizio Vaticano, (1902) pag. 32 e seg, 



REGIONE li. — 127 — BENEVENTO 



15. Figura di una sacerdotessa isiaca genuflessa acefala e mancante delle braccia 

(fig. Il)- 

Si riconosce per tale dal vestiario e da quella speciale maniera di annodare la 

sopraveste sul petto, che si riscontra in molte altre statue isiache. È notevole anche 

per l'atteggiamento della prostrazione, che ci mostra la sacerdotessa nel momento 

forse di presentare una tavola di sacre offerte. Infatti si riconoscono sulla figura le 

tracce dei puntelli che doveano sorreggere le braccia distese orizzontalmente. E questo 

atteggiamento può ritenersi imitato dalle figure genuflesse ed offerenti dell'antica 

arte egiziana. Pavonazzetto. Altezza 0.95. 

Siccome alcune di queste sculture presentano evidenti tracce di mutilazioni in- 
tenzionali ed esse furono rinvenute tutte insieme adoperate come materiale da costru- 
zione dentro le mura della città, così è assai verosimile l'opinione del eh. ing. Meo- 
martini, che il tempio di Iside in Benevento fosse nei dintorni del convento di S. Ago- 
stino e che le descritte sculture fossero spezzate in epoca tarda quando si ricostrui- 
rono le mura e che ciò si facesse per cancellare le tracce del culto idolatrico. 

Da tutto ciò risulta che la scoperta di questo gruppo di sculture è senza dubbio 
della più grande importanza; ed io faccio voti aftinché possano continuarsi le esplo- 
razioni in quella località, con la convinzione che ivi tornerebbero in luce altri monu 
menti di gran pregio per lo studio del culto egizio nel periodo romano. 

Prendo intanto questa occasione per manifestare anche il desiderio degli studiosi 
che si rimetta al suo posto il frammento di obelisco scoperto nel 1892, il quale com- 
pleta la parte superiore dell'obelisco tuttora in piedi presso il Corso moderno, come 
suppose già il cav. Meomartini e confermò lo Schiaparelli nella dotta sua relazione; 
tanto più che precisamente su questo frammento vi è la data dell'anno ottavo di 
Domiziano, in cui venne fondato o ricostruito l'Iseo di Benevento. 

0. Marucchi. 



3. Nota sulle sculture greco-romane scoperte a Benevento. 
Non meno pregevoli delle sculture di tipo specificamente egiziano, qui sopra illu- 
strate dal prof. 0. Marucchi, sono le sculture greco-romane che insieme con quelle 
si recuperarono testé a Benevento. Taluna di esse ci presenta la copia di un insigne 
tipo statuario, altre riproducono dei tipi rari od anche affatto nuovi, quasi tutte poi 
si segnalano per una esecuzione molto accurata, che in qualche caso raggiunge quasi 
il grado di finezza. È da deplorarsi che nessuna delle statue ci sia giunta intera, 
qualcuna anzi ridotta ad un meschino frammento, e che di nessuna, ciò che più monta, 
siasi recuperata la testa; abbiamo tuttavia in compenso una testa colossale, isolata, 
che ci rappresenta una delle più nobili creazioni dell'arte greca. Da questa appunto 
io comincierò il mio ragguaglio sopra i singoli pezzi di scultura, che ho avuto l'inca- 
rico e l'agio di studiare sul posto ove furono rinvenuti. 



BENEVENTO — 128 — REGIONE II. 



1. Testa muliebre, alta m. 0,62, colla base del collo lavorata nel margine in guisa 
da potersi innestare in una statua di dimensioni colossali (fig. 9 e 9a). Il marmo sembra 
di Paro. Rotto il naso e una scheggia al margine inferiore del collo; nel resto ben 
conservata e con epidermide intatta. Manca l'occipite, che era lavorato a parte e poi 
aggiustato. La fattura è grandiosa e assai accurata, ma con modellatura alquanto com- 
pendiosa e liscia, specialmente nel collo largo e robusto. I lineamenti sono nobili e 
grandiosi, e nell'aspetto solenne prevale l'espressione di sublime serenità piuttosto 
che di dolcezza, ma vi manca tuttavia quella cruda severità, che ancora si sente nelle 
classiche teste del V secolo av. Or. 

Per questo suo carattere noi possiamo ravvisarvi un tipo ideale di una dea, rife- 
ribile al periodo di transizione dall'arte greca più elevata del V, a quella più umana 
e più temperata del IV secolo. 

I nomi che si presentano spontanei e come più appropriati sono quelli di Giunone 
e di Cerere ; ma piuttosto al primo che al secondo darei io la preferenza per quella 
sua apparenza imperiosa, la quale meglio si addice alla compagna del supremo dio 
dell'Olimpo, che alla benigna e benefica dea di Eleusi. L'alto diadema, che assai 
probabilmente era unito alla parte ora mancante dell'occipite, ne doveva accrescere 
e completare la maestà. 

Oltre alle caratteristiche che ora ho messo in chiaro, le stesse dimensioni co- 
lossali ci dispongono in favore dell'ipotesi, che qui abbiamo una copia di un origi- 
nale di gran pregio non solo, ma anche di carattere sacro, cioè venerato in qualche 
santuario. Tale ipotesi diventa quasi certezza, quando consideriamo che non si tratta 
di opera affatto isolata. Nel Museo Capitolino, nella sala detta delle colombe, giace 
immeritamente negletta, in terra, una testa identica a questa di Benevento anche nelle 
dimensioni e nei particolari tecnici, cioè col collo fatto allo stesso modo per essere in- 
serito in una statua, e coll'occipite staccato ed ora anche lì mancante ('). 

Io non dubito quindi che l'una e l'altra ci riproducano un originale artistico di 
particolare importanza e celebrità, forse la testa di una statua chryselephantina; e 
mi riprometto perciò di sottoporre ambedue ad uno studio più ampio e di darne in 
altro luogo una pubblicazione più degna, che non sia questo breve cenno e la mo- 
desta riproduzione zincotipica che l'accompagna. 

2. Statua di Minerva, alta m. 1.40 (fig. 4). Manca la testa, che era riportata in ap- 
posita cavità insieme col collo, del quale si è conservata la base. Siccome questo tronco 
del collo ha un po' troppo giuoco entro la cavità predetta, così si può dubitare, che 
esso sia quello proprio della statua, sebbene l'intercapedine abbastanza larga, che 
ora si nota tra esso e il giro della cavità, potesse essere riempita con cemento od 
altro ; ciò che nondimeno contrasta un poco colla diligenza onde si vede condotto il 
lavoro di tutta la statua. Comunque sia, è però certo che il pezzo superstite del 
collo è di una figura femminile. Oltre alla testa manca anche il braccio destro, che 
pure era lavorato a parte, e propriamente non in uno, ma in due pezzi distinti, dei 
quali l'uno, che forma la radice del braccio, resta ancora fissato e presenta alla sua 

(') Nuova descrizione del Museo Capitolino, pag. 115, n. 10. Nessuna menzione nel Fùhrer 
di W. Helbig. 



REGIONE li. — 129 — BENEVENTO 

volta una cavità concoide con un perno di ferro in mezzo che serviva ad innestarvi 
il secondo pezzo, cioè quasi tutto il braccio. È probabile perciò che il braccio stesso 
sia stato già restaurato nell'antichità, conservando però un piccolo pezzo, che è il 
superstite, del braccio originario. I serpentelli della piccola egida restano solo in parte. 
Il marmo sembra a me greco, forse pario. 

La statua beneventana viene ad essere la decima copia di un celebrato origi- 
nale attico, che per la sua stretta parentela con una delle Muse della nota base 
di Mantinea è stata giustamente riferita al ciclo dell'arte prassitelica, anzi, per ipotesi, 
a Prassitele stesso ('). La grazia e l'eleganza, tutte proprie di questa bella e slanciata 
figura della giovane Minerva, sono rese in questa replica con una maestria che non 
è comune nei copisti dell'età romana. Se le pieghe del manto sulle spalle sono un 
po' dure e schematiche, in compenso le altre parti del vestiario sono condotte con 
molta morbidezza, specialmente nella parte che copre il grembo, dove le pieghe del 
manto e del chitone si combinano insieme e si contemperano con delicati smorza- 
menti. Lo stesso tocco lieve e delicato si sorprende nel nudo ben modellato del 
piede e nella tenue legatura del suo sandalo. I quali pregi noi siamo in grado d'apprez- 
zare ancora oggi convenientemente per la rara condizione in cui ci apparisce la su- 
perficie del marmo, che conserva quasi intatta tutta la sua freschezza originaria. Anche 
la parte posteriore della statua è eseguita non in modo affatto sommario, ma con suffi- 
ciente diligenza di particolari. 

3. Statua muliebre priva" della testa, dei piedi e della mano sinistra, che era 
riportata (vi è un buco pel perno). Nel resto è ben conservata, tranne qualche lieve 
scheggiatura. Marmo greco di grana fina e di colore cereo. Alta m. 1.12 (fig. 5). 

Anche di questa statua la fattura è molto studiata, ed il panneggio del manto, 
che avvolge tutta la persona formando delle pieghe ora lunghe e profonde ora brevi e 
leggiere, presenta in tutte le sue parti l'andamento e la morbidezza naturale della stoffa. 
Anche la mano destra, che appare discoperta sul petto, è modellata con cura sufficiente. 

Mancando la testa e qualsiasi attributo, non è facile darle un nome. Lo stesso 
tipo artistico si ritrova in una statua, che è a Parigi, restaurata come Urania ( J ), e 
molto affine è pure una statua di Mnemosine del Museo Vaticano ( 3 ). Certo anche la 
statua beneventana ci presenta un tipo proprio di una Musa, come ci prova p. es. 
la figura simile di una delle Muse imitate da tipi statuarii greci sopra una tazza are- 
tina ( 4 ), ed è ben possibile che pure questa nostra statua abbia rappresentato una 
Musa ; ma potè essere destinata anche ad altro significato, come spesso si è fatto, in 
ispecie nei tempi romani, coi tipi statuarii delle Muse e di altre figure ammantate. 
È perciò prudente astenerci, per ora, da qualsiasi denominazione. 

4. Statua di ragazza, priva della testa, delle braccia (tranne la metà del sin.) e 
dei piedi. Marmo greco di grana fina. Alta m. 0,97 (fig. 6). 

(') Amelung, Basis des Praxiteles aus Mantinea, pag. 16 sgg. Cfr. lo stesso, Fuhrer in 
Florenz, pag. 25ò, n. 248. 

(*) Clarac, tav. 354, n. 1109. 

( 3 ) Visconti, Mus. Pio-Cl., I, tav. 27; Clarac, tav. 497, n. 970; Koscher, Lexikon, II, pag. 3079. 

(*) Notizie degli scavi 1884, tav. 8; Boscher, loc. cit., pag. 3267. 



BENEVENTO — 130 — REGIONE li. 



Il braccio sinistro era abbassato (puntellato sotto l'anca), il destro pare fosse 
sollevato. La figura stava in piedi, in atto di calma perfetta. 

Singolare, per quanto io mi sappia è, nei tipi statuarii progrediti, l'acconcia- 
tura e l'aspetto del vestimento, che è un semplice chitone, fatto evidentemente di 
stoffa sottile e leggiera e succinto al fianco a mo' di corta gonna, che lasciava sco- 
perta la parte inferiore delle gambe. In basso la gonna stessa non forma una massa 
unita colle gambe, ma invece è incavata dal sotto in su, in guisa che se ne distacca 
perfettamente ed ha nell'orlo uno spessore di circa un centimetro e mezzo. Una por- 
zione della gamba sinistra, nuda, resta ancora visibile di sotto. 

Degna di nota è appunto cotesta disposizione della veste e cotesta virtuosità nel 
panneggio a pieghe sottili, minute, accurate, di sotto alle quali si disegnano e rim- 
balzano le forme flessuose e morbide di un bello e giovine corpo femminile. Ad una 
giovinetta appunto si addice un tale costume; ma se anche qui si possa profferire 
un nome della mitologia, come p. es. di Artemide o di un'Amazzone, io non oserei 
affermare. Ciò che piuttosto possiamo dire con sufficiente probabilità è questo, cioè che 
per le caratteristiche, ora segnalate, dell'abito qui abbiamo che fare con un tipo proprio 
dell'arte alessandrina; alla quale idea viene in appoggio la sua concomitanza con 
delle sculture egizie od egittizzanti, che furono rinvenute nel sito medesimo. 

5. Una di tali sculture è la statua acefala (fig. 11) di sacerdotessa isiaca già 
sopra descritta alla pag. 127. Qui noto soltanto che la tavola di offerte od altro 
utensile sostenuto dalle sue braccia era probabilmente di metallo e doveva essere 
tenuto alquanto discosto dal corpo, poiché le pieghe dell'abito, che venivano a stare 
dietro ad esso sono compitamente lavorate, come in tutto il resto. 

Figure genuflesse sono molto rare nell'arte greco-romana e pochi sono gli esempi 
statuarii che se ne possono citare (') dopo quelle dei rilievi e delle monete che rap- 
presentano prigionieri o personificazioni di nazioni vinte. Ai liberi Elleni e del pari 
agl'imperiosi Romani doveva certo ripugnare cotesta posa umiliante, propria degli 
Orientali. 

6. Frammento di altra statua di donna genuflessa, ma col solo ginocchio destro 
in terra e col sinistro alzato, del quale ora manca la parte più sporgente (fig. 12). 

Resta solo la parte inferiore sotto i fianchi, attorno ai quali è attaccata una 
fascia o zendado, che cinge e rileva in parte la lunga veste. Davanti alla coscia 
destra è l'avanzo di un puntello. Marmo bianco, lavoro andante, decorativo. Alta 
m. 0,52. 

7. Busto acefalo di una statua di donna parimenti addetta al culto isiaco, col- 
l'abito annodato davanti al petto, come al n. 5, e colle chiome scendenti sulle spalle. 
Marmo bianco. Alta m. 0,34 (fig. 10). 

8. Torso nudo di una statua in basalte verde, rappresentante al vero un giovane 
ben complesso e prestante (figg. 7 e 8). Non si può mai abbastanza deplorare la rovina 
di questa statua ridotta alla sola parte mediana del tronco, nelle cui fratture bene si 
riconoscono i colpi dati con intenzionale violenza sulla materia durissima. 

(') Reinach, Répertoire de la statuaire, II, pag. 682, 1-3. 



REGIONE II. — 131 — BENEVENTO 

La statua posava sul piede destro ed aveva il braccio sinistro abbassato, come 
prova il residuo di un puntello sul fianco. Il lavoro è fatto con molta cura e con 
successo mirabile, se si tiene conto della resistenza che la materia stessa opponeva 
allo scalpello. Così, a malgrado di questa, la modellatura non è priva di morbidezza, 
specialmente nella regione lombare, dove le molteplici pieghe e fossette dei muscoli 
e della pelle sono rese con grande maestria. 

Abbiamo qui dunque un nuovo esempio di quella bravura che gli artisti del- 
l'epoca romana si dilettavano di sfoggiare in una lotta ostinata colle pietre più 
dure e ribelli alla modellatura, riuscendo sovente a domarle ed a tradurre in esse, col- 
l'effetto stesso del bronzo, le forme che furono plasmate in una materia più molle 
nei secoli d'oro dell'arte greca, come vediamo p. es. anche in una statua di efebo in 
basalte trovata al Palatino ed ora nel museo delle Terme ('). 

9. Frammento di un pezzo architettonico, come sembra, di pietra locale, nel 
quale è espresso ad alto rilievo un busto imperiale, senza testa, contornato da una 
grossa corona di fiori, di lauro e di quercia (fig. 13). Lavoro mediocre, decorativo. 
Alto m. 0,74. Probabilmente era al sommo di un arco, oppure incastrato in una 
facciata. 

10. Relativamente ai due leoni di granito rosso (fig. 26), dichiarati sopra alla 
p. 126, n. 14, osservo che essi, a differenza delle sfingi trovate insieme, non sono 
del solito stile egizio convenzionale, ma di stile naturalistico, e che la fattura ne è 
vigorosa, sebbene alquanto sommaria e decorativa. 

L. Savignoni. 
(') Guida», pag. 71, n. 2; Helbig., Fùhrer*, pag. 232 n. 1116. 



Notizib Scavi 1904. — Voi. I. lb 



CALTAGIRONE — 132 — SICILIA 

SICILIA. 

YI. CALTAGIRONE — Siculi e Greci a Caltagirone. 
II. Necropoli greca di S. Luigi. 

Ad altra epoca e ad altra gente appartiene la necropoli di S. Luigi, che prende 
nome dalla breve collinetta depressa, la quale incontra, al lato sud-est della città, 
chi entra in essa dalla stazione ferrovia. 

Eseguendosi nell'ottobre del 1900 per conto del Municipio di Caltagirone un la- 
voro di rettifilo nella strada traversa interna nazionale che porta alla stazione, in 
contrada S. Luigi si praticò un taglio colossale nel pendio della collina di formazione 
cretacea, in seguito al quale venne alla luce un certo numero di sepolcri quasi tutti 
di tegole. Essendo io assente, fu inviato a Caltagirone l'assistente del Museo signor 
E. Carta, a cui è dovuto il diario che qui si pubblica, dopo che da parte mia venne 
esaminato e studiato tutto il materiale raccolto nel piccolo Museo annesso al R. Liceo 
di Caltagirone ('). 

Le tombe scoperte prima dell'arrivo dell'assistente Carta erano, come assicurarono 
l'ingegnere comunale sig. Noto ed il prof. Di Gregorio, in numero di 14, quasi tutte 
formate di tegole alla cappuccina; della loro scoperta non venne redatto verbale, né 
si tenne diviso per sepolcri il materiale, il quale nondimeno porge una sufficiente 
idea della civiltà e della età rappresentate dalla necropoli di S. Luigi, idea confer- 
mata dalla esplorazione ufficiale di altri undici sepolcri, alla quale assistè di persona 
il Carta. Esaminiamo anzitutto il materiale proveniente dai primi quattordici sepolcri 
e mescolato. 

a) Ceramica sicula del IV periodo, di impasto locale ( 2 ). — Grande anfora 
globare, alta cm. 36, munita di due anse orizzontali; fondo bianco sporco, decora- 
zione a colore mattone matto, consistente in fascio, e sul ventre in triglifi alternati 
con campi metopiformi in cui sono inscritti doppi circoli ad occhiali (fig. 55). Il 
motivo è una variante nuova di altri meglio conosciuti. 

Altri quattro esemplari consimili, di cui due in pezzi ; in una di esse, ad anse 

ooo 
verticali, si hanno nei campi circoli concentrici distribuiti alternalmente così : o e 

. o 
COSI o . 

o 



(*) Fino al novembre 1903 il materiale in parola era ancora tutto rotto e non lavato con acidi, 
quale usci dallo scavo; solo i pezzi principali furono da me sottoposti al lavaggio; ma è necessario 
riprenderlo tutto in esame, compiuto un processo più accurato e definitivo, di lavatura e di restauro. 

(*) Per i caratteri dell'impasto, della forma, della decorazione e dei colori di tale ceramica 
rimando ai miei due articoli: La necropoli di Licodia Eubea e Siculi e Greci in Leontinoi, pub- 
blicati nelle Roemische Mittheilungen, 1898, pag. 305 e segg. ; 1900, pag. 62 e segg. 



SICILIA 



— 133 — 



CALTAGIRONE 



Boccale od oenochoe a corpo sferico e bocca rotonda, alt. cm. 17, con fascia nera 
al labbro; parecchi altri esemplari consimili più piccoli. 

Specie di askos cordonato, con doppia ansa, alt. cm. 14 (fig. 56), in tutto simile 
all'esemplare di Licodia Eubea, op. cit., pag. 320 ; altro consimile con una sola ansa. 




Pig. 55. 



b) Ceramica corinzia e corinzio-siceliota. Kothon in terra giallastra, dia- 
metro cm. 16; al labbro gira una fascia a gocciolature. Stamnos., alt. cm. 11, con 
fascette e punti sulle spalle. 




Fig. 56. 



e) Ceramica ionica, attica e suoi derivati Una dozzina di kylikes a gola 
e fascia rossa al labbro del tipo cotanto ovvio in tutta la Sicilia del VI e V sec, 
e da me specialmente studiato a proposito dei numerosi esemplari di Licodia (op. cit., 
pag. 361). Alcune altre minori, una delle quali (fig. 57) decorata con tratti obliqui 
al labbro. 

Piccola kylix in pezzi, a sagoma tonda e gambo brevissimo, a fondo nero; la 
centro Sileno danzante con rython; all'esterno soggetto dionisiaco scadentissimo. 

Boccaletto, alt. cm. 9, con riquadro rosso, su cui figura atletica nera, a macchia, 
poverissima. Metà di una piccola lekythos a fondo nero, alt. cm. 10, con misero sog- 



CAI/TAG1R0NE 



— 134 — 



SICILIA 



getto dionisiaco. Altra piccola lekythos a palmette nere sul ventre (Licodia, op. cit., 
pag. 321). Anforetta rossa con fascie nere, alt. cm. 19. 




Fig. 57. 



Una mezza dozzina di patelle a calotta, in creta figulina, di industria siceliota, 
con una o con due anse, acrome, o con un cordone od una serpeggiante bruna al 




Fig. 58. 



labbro (fig. 58). Il santuario sulla collina di Bitalemi a Gela mi ha dato delle vere 
masse di ceramica acroma locale arcaica, tra le quali figurano in abbondanza anche 




Fio. 59. 



codedeste patere. Allo stesso gruppo industriale appartengono anche taluni esemplari 
di piccole oenochoai non colorate. 

Bella lucerna attica aperta ombelicata, diam. cm. 11 '/«> a vernice nera, con 
fascia rossa a pettine attorno al labbro. Ne ha dato Licodia Eubea, numerose e bel- 



SICILIA — 185 — CAI.TAGIRONK 



lissime Gela, e trovansi quando più, quando meno, in tutte le città greche del sud- 
est dell'isola; datano dalla fine del VI a tutto il V secolo. Due skyphoi nero-bril- 
lanti, in uno dei quali uno dei manichi è verticale (articoli attici del V sec. imitati 
poi anche in Sicilia nel IV sec). Scodellino a calotta nera, diam. cm. 9. Boccalet- 
tino nero, alt. cm. 7. 

Bicchiere o kantharos attico a vernice nera, alt. cm. 10 (fig. 59) decorato a 
metà del ventre di una fascia di denti di lupo e palmette a stampo, di accuratis- 
sima esecuzione (fine V- principio IV sec). 

Due minuscole lekythoi aryballiche nere, sopra una delle quali una scadentis- 
sima figurina rossa rappresenta una caricatura di donna (IV sec). 




Fig. 60. 



d) Avanzi coroplastici. Idoletto muliebre arcaico seduto con kalathos in testa 
e doppia fila di pendenti ovolari sul petto, alt. cm. 17; altro più piccolo. Tipi ovvi, 
come Kekulè Terracotten aus Sicilien, pag. 18. 

Frammento di tegola con bordatura a fuseruole sopra uno dei margini ; fu rinve- 
nuta, per assicurazione dell'ing. Noto, sotto il cranio di uno scheletro in una tomba 
di tegole. 

e) Vetri e Paste. Elegantissimo boccaletto vitreo a fondo bleu carico, decorato 
a fascio ed ondulature (chevrons) chiare e gialle; alt. cm. 8 (fig. 60). Alabastron, 
alt. cm. 13, della stessa fabbrica e decorazione, a fondo bleu con fascie e filetti on- 
dulati bianchi e gialli. Articoli greci d'imitazione fenicia delle fabbriche di Rodi e 
di Naucratis (VI sec.) diffusi in tutta la Sicilia greca ('). Alabastron di alabastro, 
alt. cm. 14. Perlina a rosetta di colore bleu; altra a rotella di colore bleu cupo 
(fig. 60). 



(') Pottier, Vases antiq. du Louvre, I, pag. 151. 



CALTAG1R0NE 



136 — 



SICILIA 



f) Metalli. Anello formato di una spessa verga cilindrica di argento (fig. 61). 
Frammento di un secondo. Fibuletta di argento ad arco semplice un po' rigonfio, lunga 
min. 24 (fig. 61). Due minuscoli orecchinetti di argento a luna crescente, lunga 
mm. 14, tipo Megara Hyblea, ma diffusi anche a Siracusa, e con minore frequenza 
in altre necropoli siceliote del VI secolo. — Di bronzo: tre robuste anella, dia- 
metro mm. 30-45; un chiodo a larga capocchia, e due strigili in pezzi. 







Fig. 61. 



Segue il Giornale dello scavo redatto dall'assistente sig. R. Carta, con le osser- 
vazioni mie sul materiale rinvenuto. 

Sep. 15. Di due paia di tegole a cappuccina, dir. sud-ovest nord-est, per adulto, 
lungo m. 1,70 ; lo scheletro aveva il cranio a sud-ovest ed era accompagnato dai seguenti 





Fig. 62. 



oggetti : kylix a gola, nero-rossa, diam. cm. 13 '/*• alla destra dello scheletro 
(fig. 62). Presso il cranio : piccola lekythos nera, alt. cm. 9, con fogliette acuminate 
sulle spalle ; piccola holpe grezza ; cerchietto di rame, diam. mm. 24, nel quale sono 
infilate ed attorte due spiraline (fig. 62). 

All'esterno in corrispondenza del cranio ed appoggiate ad un tegolone: quattro 
kylikes del tipo sopraindicato; una lucerna attica, aperta, ombelicata, a fascie nere 
e rosso; una oenochoetta grezza. 

Presso la testata sud-ovest: un'anfora siculoide geometrica, alt. cm. 35, con 
linea ondulata sul collo, fascie e triglifi sul ventre. 

Sep. 16. Come il precedente, dir. sud-est-nord-ovest; venne saccheggiato in pre- 
cedenza, piantando le fondamenta di una casa ; cranio a sud-est. 

Sep. 17. Idem. dir. sud-est nord-ovest, alt. m. 2,85 di prof. ; il vertice delle tegole 
era protetto di coppi, fatto del resto, in quasi tutti i sepolcri di tale costruzione 
osservato. Conteneva uno scheletro col cranio a sud-est senza oggetti. 



SICILIA — 137 — CALTAGIRONE 

Sep. 18. Idem, dir. sud-est-est nord-ovest-ovest, col cranio a sud-est-est ; la tomba 
fu in parte tagliata nel piantare le fondamenta di una casa. All'interno di essa si raccol- 
sero: una kylix nera a breve gambo ed una scodellina grezza biansata. All'esterno: 
una piccola oenochoe grezza, una lucernetta grezza discoidale, ed un ago di rame. 

Sep. 19. Idem, alt. m. 2,70 di profondità, dir. sud-est-est nord-ovest-ovest; il cra- 
nio a sud-est ; sotto lo zigoma destro fu raccolto un anello di argento o lega, diam. mm. 2. 
All' esterno : una piccola oenochoe grezza, tre scodelle a calotta profonda biansate 
grezze (diam. cm. 8), ed una lucernetta attica nera ombelicata. 

Sep. 20. Idem, dir. sud-est-est nord-ovest-ovest, con scheletro dal cranio a sud-est-est 
sopra il quale una striglie di bronzo lunga cm. 23 V* (fig- 63); all'esterno una an- 
foretta grezza alt. cm. 22. 




Fig. 63. 



Sep. 21. Idem, idem; sopra l'avambraccio destro una strigile di bronzo lunga 
cm. 20, a cui aderiva ancora nn frammento di tela a canavaccio ; all'interno vi era 
altresì una tazzina a fascie e triglifi di maniera così detta corinzia. 

All'esterno stavano accumulati presso il piede sinistro un boccale sferico de- 
presso a doppia ansa, con fasciature brune sul fondo grezzo; una pelike od anfora 
grezza alt. cm. 12'/»; una olla globare, quasi poculum, grezza, ad un manico, alt. 
cm. 13. 

Sep. 22. Di tegole a cappuccina, per adulto, dir.sud -est-est nord-ovest-ovest, col 
cranio dello scheletro a sud-est-est. Come vedesi dallo schizzo unito (fig. 64), gli oggetti 
erano distribuiti nel nodo seguente, parte dentro, parte fuori dell'involucro di tegole. 

Nell'interno: alla mano destra piccola lekythos a palmette nere su fondo rosso; 
presso la spalla sinistra altra a fascie, in pezzi ; due strigli di bronzo giacevano una 
sopra il bacino, l'altra sui piedi; lungo il corpo un bottone di rame a calotta. 

All'esterno : in corrispondenza del piede sinistro una pelike attica a f. r. di povero 
disegno, alta circa 32 cm. ; sulla faccia principale si vede una donzella chitonata, con 
a\inv^ in testa, che offre da bere, mediante una patera, ad un efebo. In corrispondenza 
alla testa: uno skyphos attico a vernice nera brillantissima, con uno dei due manichi 
verticale. In corrispondenza al pie' destro: una scodella di tipo siculoide geometrico, 
a fascie nere, con quattro anse verticali al labbro, diam. cm. 17 1 /* (simile: Licodia 
Eub. pag. 345) data a fig. 65 ; una minuscola lekythos attica con palmetta rossa su 
fondo nero ; quattro patelle acrome di creta figulina, biansate. 



CALTAGIRONE 



— 138 — 



SICILIA 



Sep. 23. — Ustrinura di circa 1 ra. q. di estensione, con poche ossa intera- 
mente cremate, tra mezzo alle quali si raccolse una strigile di bronzo rotta, fram- 
menti di una tazzina nera, ed una minuscola lekythos ovolare grezza. Codesto ma 
teriale ceramico, ovvio nella necropoli camarinese di Passo Marinaro, ci porta in 
pieno secolo IV. 

Sep. 24. Sotto il precedente apparve 
una grande fossa, dim. m. 2,10 X 0,90, 
dir. sud-est-est nord-ovest-ovest, nel cui 
centro era scavata una piccola fossa della 
stessa lunghezza ma larga solo cm. 35, 
profonda cm. 20 (fig. 66). Le pareti tutte 
erano fortemente concotte dall'azione di 
un fuoco intenso, adibito alla cremazione 
in posto del cadavere, del quale rimasero, 
assieme a grossi pezzi di carbone, nume- 
rose ossa. Di vasellame, di sopra, si rac- 
colse un solo skyphos nero a manico ver- 
ticale; nella fossetta interna v'era una 
lekythos a fondo bianco, alt. cm. 16 (genio 
virile nudo alato, librato in aria colle 
mani protese nelle quali regge una tenia), 
un boccale grezzo, alt. cm. 20, ed uno 
scodellino nero a calotta. 

Sep. 25. Già violato. Le cremazioni 
nella necropoli di S. Luigi dovettero essere 
piuttosto numerose, perocché nel taglio 
della grande trincea si vedono parecchie 
tracce di fosse, colle pareti cretose cotte 
dal fuoco; di codeste alcune erano state 
disordinatamente esplorate nei lavori stra- 
dali, altre violate in precedenza. 
La necropoli di S. Luigi, di cui ora si è scoperta una piccola porzione, si esten- 
deva, come risulta da vari indizi, non solo sulla collina omonima, ma anche sulla 
opposta, dove è ora piantato il pittoresco giardino pubblico (villa) di Caltagirone. 
Lo stabilire la pertinenza etnica e cronologica di codesti sepolcri, non è ora gran 
fatto difficile. 

Per quanto Caltagirone non vanti nella tradizione classica alcun ricordo greco, 
essendo la Gela mediterranea, di qualche erudito locale, un mero parto di fantasia, 
non è perciò meno vero, che un abitato greco, anonimo e di sconosciuta estensione, 
doveva esser sorto tra il finire del VII sec. ed il VI, anzi più probabilmente in 
questo, sui declivi a levante dell'attuale città intorno alla ferrovia. La documenta- 
zione archeologica di questa anonima xéftrj greca risorge dalle attuali scoperte, le 
prime che vengano ufficialmente constate; ma non mancavano anche in precedenza 




W»/miiiliillli]il!iiiiliiiiiiiii!iiiiiiiliiiiiiii!iiiiiiimW\# 



Fig. 64. 



REGIONE I. 



— 139 — 



CALTAG1RONE 



frammenti sporadici, indubbiamente greci, scoperti nell'ambito ed in molta vicinanza 
della città attuale (')• 




Fio. 65. 



Ma se un oggetto ornamentale, un prodotto industriale greco si può trovare anche 
dentro una necropoli sicula di età protostorica (informino quelle di Grammichele e 



vììr jgMPWWWWLffi ■ 




Fio. 66. 

(') Gli avanzi della raccolta Perticone, conservata dai figli, contengono pezzi di poco valore, 
e tatti di incerta provenienza. Il meglio della raccolta fu molti anni addietro donato dal barone 
Filippo Perticone al Museo annesso al Liceo ; ma ora non vi rimangono che i rifiuti, essendo stato 




Fig. 67. 

il materiale più importante, comprese le monete, sottratto. Una tomba greca del V scc. scoperta 
in contrada Balatazzi nel 1903, conteneva un cratere a colonnette tutto nero, una kylix tutta nera, a 
gola, e senza gambo (tipo Furtwangler, Berliner Vasensammlung , n. 226\ diam. cm. 1 5, ed il bel 
colatoio in bronzo, 1. mm. 315, acquistato per il Museo di Siracusa e che vedesi qui riprodotto a fig. 67. 
Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 19 



CALTA01R0NE — 140 — SICILIA 

di Licodia), qui si hanno ben altri elementi a coonestare il battesimo di necropoli 
greca imposto a quella di S. Luigi. Greco è il rito, non meno che la forma dei se- 
polcri. Il tipo a cappuccina di tegole è dato da centinaia di esempi a Gela, Cama- 
rina ed altrove, sopratutto nei terreni a mantello profondo; mai invece in una ne- 
cropoli sicula. Più decisiva poi è la presenza della combustione, del paro non una 
sola volta da me avvertita nel rituale funebre dei Siculi, anche nei primi secoli sto- 
rici. Che dopo l'inizio del V secolo, attratti nell'orbita della civiltà greca abbiano 
anche i Siculi, sopratutto delle classi più elevate e colte, adottata qualche volta la 
xavaig, è tutt'altro che da escludere; ma, ad ogni buon conto, ci manca sin qui la 
constatazione sicura, ufficiale, irrefragabile. 

Greca è, a grandissima maggioranza, la suppellettile ; nella ceramica vi è bensì 
qualche articolo geometrico- siculo; anfore ed idrie siculo del tipo di Caltagirone, Li- 
codia, Grammichele, Vizzini, Lentini e di tanti altri luoghi della regione herea io 
non ho mai rinvenute nelle necropoli delle grandi città greche della costa. Ma 
nei piccoli borghi e villaggi greci dell'interno, dove l'elemento greco, esiguo ed in 
minoranza, sopratutto nei primi secoli, viveva come in brevi oasi, circondate ovunque 
da preponderanti masse indigene, è naturale che esso, per quanto superiore in civiltà, 
accettasse anche qualche articolo indigeno. Nella vita "oloniale moderna è questo un 
fenomeno che si ripete ovunque ; e sul terreno archeologico io cito la necropoli greca 
di Ragusa Superiore ('), che ha dato vasi greci a figure nere assieme coi geometrici 
siculi. All' infuori di pochi vasi figurati, neri e rossi, la ceramica greca è anche rap- 
presentata da articoli acromi, forse di fabbrica gelese, da qualche rara traccia e re- 
miniscenza del corinzio, da vetrerie rodie; un materiale die va dal VI secolo alla 
fine del V, e che colla tomba n. 23 penetra anche nel IV. La facies di codesto ma- 
teriale sembra alludere a Gela piuttosto che a Leontinoi, quindi ad influenza poli- 
tica venuta dal mezzogiorno, piuttosto che dalla costa di levante. Scarso il metallo, 
ma le numerose oikeyyidss alludono ad esercizi e cure del corpo, assolutamente ignote 
ai Siculi. 

L'ultima osservazione sulla ceramica di s. Luigi ci porta sopra terreno storico, 
perocché fu appunto il vertice montano di Caltagirone che prima del V secolo dovette 
essere conteso, fra Calcidesi e Dori, siccome quello che formava la chiave di accesso 
alle regioni dell'interno. Probabilmente, in tanta penuria di documenti epigrafici 
anche per le maggiori città greche della Sicilia, noi non riusciremo mai a conoscere 
il nome del modesto oppido greco, che sorgeva alle falde orientali della Caltagirone 
attuale. La suppellettile delle sue tombe ci permette solo di stabilire che esso data 
dal secolo VI, forse dalla prima metà, e che continuò per tutto il V, forse fino ai- 
principi del IV. 

Il Pais (*), con argomenti che mi sembrano convincenti, ha cercato dimostrare, 
che la anonima città sorgente a Monte S. Mauro, a sud-est di Caltagirone, era una 

(') Notizie 1892, pag. 321 ; 1899, pag. 402. 

(*) Il rilievo greco arcaico di S. Mauro presso Caltagirone, pag. 10 (Rendiconti Lincei, 
a. 1895). 



SARDINIA — 141 — PORTOTORRES 



fondazione geloa del VI secolo. Forse le scoperte che io ho fatto a S. Mauro nel giugno 
del 1903 {Notizie 1903, pag. 432) modificheranno alquanto la sua cronologia, ele- 
vandola; ma sono anch'io dell'avviso, che l'attuale regione caltagironese rientrava 
nella sfera d'azione e wo\\ hinterland dei Geloi, piuttosto che in quello dei Leontinesi. 
Ho dianzi notato che la ceramica di s. Luigi richiama molto quella di Gela, sia le 
fatture locali, sia il genere attico d'importazione, che di preferenza veniva cercato e 
consumato dai Gelsi. 

Procedendo adunque con molta cautela, credo poter azzardare l'ipotesi, che anche 
l'oppiduni di s. Luigi presso Galtagirone sia una fondazione del VI secolo, dovuta ai 
Geloi, se non direttamente, forse indirettamente, per mezzo di una mano di gente 
staccatasi, quasi per figliazione, da quelli stabiliti nella vicina e forte posizione di 
S. Mauro; dalla metodica esplorazione della quale attendono ancora l'archeologia e 
la storia antica della Sicilia tanti responsi. 

P. Orsi. 



SARDINIA. 



VII. PORTOTORRES — Rinvenimento di nuove iscrizioni romane 
dell'antica Turris Libisonis. 

Il eh. sig. Vincenzo Dessi, di Sassari, mi comunica che nell'agosto del 1903, 
nei lavori di ristauro di una casa posta a trecento metri dalla basilica di S. Gavino, 
sulla via che aduce da questa all'abitato di Portotorres, si rinvenne dal sig. Varsi Antonio 
un piccolo gruppo di inscrizioni funerarie romane. Attorno alla monumentale chiesa, la 
quale sorge presso l'area di uno dei cimiteri di età romana e dei primi tempi del Cri- 
stianesimo, avvengono frequenti trovamenti di oggetti antichi, di avanzi di edifici, di 
ruderi, di tombe, di cui però non è sempre dato di appurare l'entità. Ricordo che 
dalla stessa localiià provengono le dieci iscrizioni, in parte cristiane, edite dallo stesso 
Vincenzo Dessi, nelle Notizie degli scavi dell'a. 1898, pag. 268 ('). Non sempre però, 
per quanti sforzi si vadano facendo, le scoperte vengono denunziate; maggiore però 
è il merito di quei pochi che raccolgono notizie che altrimenti sfuggirebbero alle 
indagini nostre e tra questi pochi è il signor Dessi, di cui avemo spesso occasione 
di fare il nome in questi Rendiconti. 

Le inscrizioni cedute dal sig. Antonio Varsi al negoziante sig. Aristodemo Mac- 
ciardi, si trovano presso quest'ultimo, in Sassari. 

Esse sono tutte frammentarie, così che non è dato trarne grande costrutto per 
la conoscenza dell'antica città Turritana. 



(') Cfr. altri frammenti pure provenienti dalla medesima località, dati dallo stesso signor V. Dessi, 
Notizie degli scavi 1895, pag. 448. 



PORTOTORRES 



— 142 — 



SARDINIA 



1. Frammento di lastra di marmo, di m. 0,23X22; lettere abbastanza buone 
e regolari, di m. 0,04 di altezza. 



M « es 
: ELIXVIXIT 
IS-LV1II-M1II 
IOCVLVSFI 
PIENTISSIM 
PATRI • DVL 
SSIMOPIO 
E ME FÉ <* 



Comunissimo nei titoli dell'isola il cognome di Felix, in almeno dieci titoli di 
Cagliari, ad Olbia, ad Esterali, Usellus ed Anela; quello di Proculus lo abbiamo in 
altri due titoli di Turris (Corpus Inscr. Lai., X, 7947, 7954) ed in uno di Tharros 
(ivi, 7899). 

2. Frammenti di lastra di marmo con inscrizione in lettere eleganti, di buona età. 



DjVI-VIRA 
AED-II-VIR-Viy 
ANN XLV / 
FILIVSPIISSIM 



Il frammento ci ricorda due cariche della Colonia, quella cioè di Aedilis e di 
Seoir Augustalis (?) finora non ricordate dalle inscrizioni, mentre i duoviri sono già cono- 
sciuti dalla inscrizione di Tito Flavio Giustino che attese alla costruzione dell'acque- 
dotto della città. (Corpus, n. 7954. cfr. Spano, Bull, archeol. Sardo, anno V, pag. 7). 

3. Frammento di lastra marmorea (m. 0,240 X 0,17) con lettere di buona età. 



D M 

LICINIAE VA 
LENTINAE VIX 
ANNIIMI FEC 
PARENTES FLE 
B M 



Il gentilizio di questa fanciulla è già apparso in altro titolo Turritano (n. 7950) 
e si trova in altre località dell'antica Sardegna (Cagliari e suo agro e Sulcis, n. 7624, 
7677, 7872; 7524). 



SARDINIA — 143 — PORTOTORRES 

4. Piccolo frammento di marmo (m. 0,10 X 11). 




5. Frammenti di marmo (m. 0,13 X 0,10). 

e D • M 

P R E I E C TA 

ANIS • XXI 

DIF/Xq^ 

Il nome di Prejectus ed il suo femminile è specialmente frequente in iscrizioni 
cristiane e tale può essere anche la presente. 

6. Frammenti d'iscrizione, con lettere ineguali e poco regolari (m. 0,13 X 0,09). 

CLAVDl 

NVS-VI 

PIVS-Mjf 

MEN» 

hECIT- 

rito' 

Le seguenti iscrizioni e frammenti d'iscrizioni sono possedute dal signor Dessi 
nella sua pregevole collezione antiquaria e provengono dalla regione di Portotorres, 
eccetto l'ultima, rinvenuta in regione Zunchini, tra Sassari e la Nurra. 

7. Cippo sepolcrale in marmo, alto m. 1,05, alla base m. 056 X 0,25, ha forma 
di ara, con base cornice e quattro antetisse ai quattro angoli; porta in rilievo, sui due 
lati, la patera ed il prefericolo. Fu acquistato dal muratore Usai Antonio che la rin- 
venne nei lavori di ristauro di una casa di proprietà Gio. Maria Bazzani Piana, sito 
presso la basilica di S. Gavino. Il cippo reca in bellissime lettere la iscrizione: 

D • M 
M- VLPIO 

M • F 
THEOPOMPO 
VIXANN-XV 
M • VI 

Il gentilizio di M. Dlpio è dato dalla iscrizione Turritana di M. Ulpio Vittore, 
il quale attese ai restauri del tempio della Fortuna e della Basilica di quella città 



PORTOTORRES — 144 — SARDINIA 

(Corpus, n. 7940) e fu prefetto dell'isola sotto Filippo, come attestano i miliari delle 
vie Nora-Bitiam (n. 7996), Nora Garales (n. 7999), Carales Olbiam (n. 8027) 
riparate appunto sotto quel regno. Non saprei se questo Theopompus del nostro cippo 
sia il figlio di quel M. Ulpio. giacché la grafia del nostro titolo fa pensare ad un'epoca 
più antica di quella di Filippo. 

8. Lastra marmorea in vari frammenti della grandezza complessiva di m. 0,24 
X 0,19. 



UPAETtflU . . . ripae Tnri\ilanae\ 

VM • PS • F- j ? ob decretimi public\u,m p(ecunia) s(ua) f(ecit) 

Questi frammenti vennero trovati tra l'ufficio. della Dogana marittima e la stazione 
della ferrovia di Portotorres, presso il mare, dove si hanno tuttora traccie di grandi 
sostruzioni, visibili a mare tranquillo, le quali possono ritenersi gli avanzi dell'antico 
porto. Da tale località del reperto viene possibile l'ipotesi che questi frammenti con- 
tengano l'accenno ad un lavoro fatto alla sponda o alla banchina del porto, a spesa 
di qualche magistrato cittadino, come avvenne anche per l'acquedotto dovuto alla bene- 
merenza di S. Flavio Giustino. 

Le iscrizioni non ricordano altri edifici cittadini, oltre all'acquedotto, che il tempio 
della Fortuna, la basilica col Tribunale e perciò non è sgradito questo frammento che 
parla di cure date in età romana alle rive del porto Turritano. 

9. Bella lastra di marmo (m. 0,27 X 0,23) in lettere molto eleganti: 



».MENS\ 


IVS-AFFAl\ 


OTELESIA- TRI 


XORI • OPTIM/ 



Questo ignoto figlio di Aulo che dedica l'inscrizione alla moglie appare inscritto 
alla tribù Falerno, che non vediamo nei titoli sinora noti dell'isola: i cittadini di 
Turrh Libisonis appaiono inscritti nella tribù Collina (n. 7967, 7963). 

10. Lastra di marmo di m. 0,24X0,24, con lettere poco regolari: 

PETRA 
VIXI7 
ANNOS 

MEN/ 

die' 

11 nome e la grafia fanno ritenere che l'iscrizione sia cristiana. Essa venne sco- 
perta presso il bel ponte romano che ancora oggi si conserva a poca distanza dall'abi- 



SARDINIA — 145 — PORTOTORRES 



tato di Portotorres e venne descritto e rappresentato dallo Spano {Bull. arch. Sardo, 
a. 1857, pag. 129). 

11. Lastra di marmo in vari frammenti, complessivamente m. 0,23 X 0,31, in 
buone lettere: 

VM-VILI 

AEes 
A e* P« LII 

ORA os 
Rcs OMllW 
<JSTITVIT£ 



Un'altra iscrizione trovata a Sorso, nell'agro Turritano, dedicata da un Commune Vil- 
laticorum (?) al Genium Villae (n. 7947) suggerirebbe anche per questo frammento 

la lettura di Genium Villae, in onore del quale una ora, liberta di un Publio, 

avrebbe voluto ricordare qualche istituzione. La brevità del frammento non consente 
però di dilungarmi in ipotesi; accenno solo alla notizia comunicatami dal sig. Dessi 
che la presente iscrizione fu trovata poco lungi da Sassari, in regione Zunchini, in 
mezzo ad avanzi di un'antica costruzione, come pavimenti in mosaico, vasche di marmo 
spezzate, tubi di terracotta e di marmo ed avanzi di laterizi. Sono forse i resti di 
una villa ignota, della quale parla il titolo a noi pervenuto in condizioni troppo fram- 
mentarie per darci alcun lume sui proprietari. 

Questi pochi resti di inscrizioni non sono del tutto inutili per l'epigrafia e la 
storia Turritana, giacché ci danno, oltre a qualche contributo sull'onomastica, l'accenno 
di due cariche cittadine Yaedilis ed il duumvir come anche dell'ufficio di Sevir augu- 
stalis (?) ; ci danno anche l'indicazione di una tribù non ancora riscontrata in Sardegna, 
la Falerna, ed infine l'accenno alle opere della ripa del porto. Ci viene anche se- 
gnalata la località di Zunchini, con una villa non ancora indicata nella topografia 
dell'agro Turritano. 

A. Taramei.li. 



Roma. 24 aprile 1904. 



REGIONE X. — 147 LOZ£0 ATEST1NO; 



Anno Ì0O4 — Fascicolo 4. 



Regione X — (VENETI A). 

I. LOZZO AT FESTINO — Avanzi di stazione primitiva nella fra- 
sione di Valbona. 

Per allargare maggiormente le ricerche intorno alle più antiche abitazioni del- 
l'Agro Atostino, il R.° sopraintendente prof. Gherardo Ghirardini, otteneva dalla 
liberalità del sig. Marco Morini il permesso di esplorare un suo fondo in Valbona, 
frazione del comune di Lozzo Atestino, denominato Le Basse di Gagliardo. 

Trovasi questa località a circa 400 metri a nord del castelletto di Valbona, in 
piena valle, costituita da terreni acquitrinosi, e quasi alle falde orientali del Monte 
di Lozzo, sul quale nella scorsa primavera si misero in luce avanzi di un'antichis- 
simo villaggio ('). 

Il prof. Federico Cordenons, nelle sue accurate ricerche, fino dal 1884 segna- 
lava la località di Valbona come proficua ad uno scavo, avendo egli a fior di terra, 
raccolto un gruppo di cocci di vasi, una punta di freccia e molte scheggie di silice, 
oggetti ora esposti nella sala A della Sezione preromana del Museo Atestino. 

Maggiore incitamento alle presenti ricerche, dette anche la notizia avuta dai 
contadini del sito, che asserivano di aver trovato, facendo lo scavo di un fosso, alcuni 
pali confìtti verticalmente nel terreno, il quale, soggetto al ristagno dell'acqua, doveva 
formare anticamente una vasta zona lacustre; informazione questa, che faceva pen- 
sare all'esistenza di una palafitta. 

Gli scavi vennero iniziati il 19 ottobre 1903, con alcune trincee lungo il fosso, 
nel quale dicevasi essere stati scoperti i pali. Il terreno era formato da uno strato 
di radici di erbe palustri, sotto al quale stava il terreno torboso. Alla profondità 

(>) Cfr. Notizie degli Scavi, 1903, pagg. 537-549. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 20 



LOZZO ATESTINO 



148 - 



REGIONE X. 



di 60 cent, s'incontrò l'acqua nascente, e a circa un metro il terreno tufaceo che 
forma il fondo della valle. Nessuna vestigia di pali, tranne qualche raro troncone di 
salice, residuo di vecchia vegetazione, e così pure nessun coccio di vaso, né fram- 
menti di silice, per modo che si ebbe la certezza che il terreno era perfettamente 
vergine da avanzi d'industria umana. 

Riuscite infruttuose le ricerche in questo punto, che è il più basso della valle, 
si portò lo scavo in una zona più elevata che si può considerare quasi il margine 
dell'antica palude. 



$ 




O* ZJOuG/lstsO MA/ A --B. 






~X- 



Scelto un appezzamento libero da coltivazione, venne aperta una trincea che con 
successivi allargamenti raggiunse l'area di mq. 95 circa. In questo punto lo strato 
arativo è pure strato archeologico, non avendo che lo spessore di circa 30 cent., e stando 
sotto a questo un terreno argilloso e compatto, che esplorato in vari punti fino alla 
profondità di m. 1 diede sempre risultati negativi. Da questa trincea proviene il 
maggior numero del materiale raccolto, il quale era disseminato senza apparente stra- 
tificazione in causa al guasto prodotto con le arature del terreno. 

Intervenuti allo scavo, il R.° Sopraintendente e il Direttore del Museo Atestino, 
poterono osservare che, levato lo strato nero, e precisamente alla superficie di quello 
argilloso, si designavano quattro macchie circolari nere. Tre di queste erano allineato 
da nord a sud, distanti fra loro m. 4 e m. 1,20 (cfr. fig. 1, pianta). 

Varie erano le dimensioni che avevano, tanto in diametro che in profondità ed 
erano ripiene di terreno nero grasso ed omogeneo, contenente molti carboni, cocci di 
vasi, scheggio di silice e qualche utensile litico. Tutto questo materiale trovato nelle 
buche venne tenuto distinto e più sotto se ne darà cenno particolarmente. 



REGIONE X. — 149 — LOZZO ATESTINO 



Interessa far osservare che altre buche consimili furono rinvenute nella zona 
degli Euganei negli scavi eseguiti dal prof. Cordenons in località Marendole ('), altre 
ne incontrò il prof. A. Santarelli negli scavi di Villanova nel Forlivese ( 2 ), conside- 
randole quali buche di rigetto prossime al focolare della capanna. 

Data la poca profondità della superficie del terreno e i guasti agricoli, non si 
è potuto rilevare, non solo la forma delle capanne, ma neanche i pavimenti e i 
focolari e a sola testimonianza di questo antico abitato ci restano le buche, che si 
approfondivano maggiormente nel terreno. 

Constatato che, allontanandosi da queste buche, lo strato archeologico diminuiva 
d'intensità e non potendosi estendere le ricerche in altri siti, perchè il terreno era 
già seminato a frumento, si passò ad esplorare un appezzamento che era bensì col- 
tivato a frumento, ma disposto a striscie, alternate da zone di terreno libero da col- 
tivazione, larghe m. 1,50. 

A distanze varie si aprirono diciotto trincee della larghezza di m. 0,80 e di 
lunghezza diversa. In otto di queste, che occupavano un'area di circa mq. 40, si 
scoprì alla profondità di circa 60 cent., una pavimentazione eseguita con breccia 
calcarea bianca disposta su due strati aderenti l'uno all'altro e formante un ben 
connesso ciottolato che si appoggiava sul sottostante terreno tufaceo. È da notarsi 
che le prossime pendici del Monte di Lozzo sono formate tutte da calcare rosso e 
che il calcare bianco dista da questo punto almeno due chilometri. In altre cinque 
trincee ad est del ciottolato il terreno nero scendeva fino a m. 1,30, e, sebbene fil- 
trasse copiosamente l'acqua, potei constatare che a quella profondità esiste uno slrato 
archeologico, dal quale si trassero scheggie di silice e cocci, che hanno gli stessi 
caratteri di quelli che si trovavano sparsi negli strati superiori, ciò che lascia cre- 
dere, che quando vennero eseguiti i profondi e larghi fossi che contornano questo 
appezzamento, tutto il terreno tratto dai medesimi fu impiegato ad innalzarlo, onde 
renderlo meno soggetto al ristagno dell'acqua, portando così alla superficie il mate- 
riale archeologico che trovavasi depositato a quella profondità. 

Le altre cinque trincee, che si trovavano a sud del ciottolato, furono di esito 
negativo. 

Il giorno 14 novembre si dovette sospendere ogni ricerca, perchè, per le abbon- 
danti pioggie cadute s'innalzò il pelo d'acqua, tanto che affondando la vanga nel ter- 
reno questa filtrava subito. 

Il materiale ceramico tratto in luce fu rinvenuto tutto in frammenti; pure da 
esso si hanno elementi sufficienti per stabilire il tipo e la tecnica dei vasi. 

L'argilla che li componeva è d'impasto grossolano, mista a granuli di roccia 
calcare e a cristallini di calce carbonata, che ne rendono la superficie molto ine- 
guale e scabra. La cottura è alquanto imperfetta e riscontrasi che essa è general- 



(') Federico Cordenons, Antichità preistoriche anariane della regione Euganea. Padova, 
Prosperini, 1888. 

( ! ) Antonio Santarelli, Scavi in una stazione preromana a Villanova presso Forlì. Forlì, 
Tip. Democratica 1888. 



LOZZO ATKSTINO — 150 — REGIONE X. 

lneute maggiore all'esterno che all'interno, dove la pasta appare ancora grigia e d'im- 
perfetta cottura. 

Le forme predominanti sono i vasi a un sol tronco di cono rovescio, le olle pan- 
ciute e le scodelle. 

La decorazione molto rudimentale si limita a grossi cordoni rilevati, qualche 
volta solcati da impressioni digitali, da piccole bugne o bitorzoletti sporgenti dalle 
pareti o da solcature sugli orli. 

Le anse sono per la maggior parte a fettuccia, impostate sull'orlo o presso al 
medesimo, altre ad aletta. Non mancano alcune anse di scodelle, a fettuccia, termi- 
nanti superiormente o con rudimentali cornetti o a foggia di ascia, o a cilindro retto. 
Si ebbe poi una fusaiuola rotonda, di fina argilla nera. 

Scarso è il materiale litico lavorato, come coltellini e cuspidi, mentre abbon- 
dantissime sono le scheggie, rifiuti di lavorazione ed i nuclei. Notevole è un fram- 
mento di macina in roccia 'rachitica di forma elissoide con una faccia convessa e 
l'altra levigata. 

Scarsamente è rappresentata la fauna dalle sole specie: Bue, Capra e Maiale. 

Dopo questo cenno sommario del materiale e delle particolarità dello scavo, 
restano ora a ricordare le quattro buche e la suppellettile da esse tratta. 

Buca I. — Di forma circolare col diametro di m. 0,60 e profonda m. 0,40. 
Conteneva : 

Molti frammenti di vasi fittili diversi, di color rossigno e nerastro, una piccola 
ascia di silice grigiastra di forma rettangolare con taglio arcuato, lunga mm. 35, 
larga mm. 27. Alcune piccole scheggie di silice appuntite e diversi fraramentini di 
ossa, alcuni portanti traccie di combustione. 

Buca II. — Di forma circolare, col diametro di m. 1,00 e profonda m. 0,60. 

Racchiudeva una numerosa serie di frammenti di vasi diversi; notevoli tra 
questi : quattro fondi di grandi vasi, un grosso orlo diritto con intaccature sul labbro 
prodotte colla pressione del dito, due anse ad aletta, una bugna mammeliforme con 
depressione centrale, due anse a fettuccia, due anse rilevate a forma d'ascia e un'altra 
con leggero accenno a cornetti. Erano inoltre nella buca - una rozza cuspide di silice 
giallastra di forma triangolare lunga mm. 35, larga alla base mm. 25 ; sei scheggio 
di silice a sezione prismatica, alcuni frammenti di coltellini ; un dente di bue e due 
pezzetti di terra indurita dall'azione del fuoco, spalmati superiormente di marna 
bianca, residui di un focolare distrutto. 

Buca III. — Di forma circolare, col diametro di m. 0,20 e profonda m. 0,20. 
Conteneva pochi cocci di vasi diversi, notevoli tra questi, un pezzo di parete di 
grande vaso decorato di un cordone, ed una grossa ansa ad aletta. 

Buca IV. — Di forma circolare col diametro di m. 1,20, profonda m. 1,00. 
In questa, quasi tutto il terriccio che conteneva, ora costituito dà carboni. Racchiu- 
deva una gran serie di frammenti di vasi, orli, fondi e pareti decorate di cordoni e 
di intaccature, due piccole anse ad aletta, due anse a fettuccia, un frammento di 
ansa a cilindro rotto, una mezza scodella con ansa terminante con piccoli cornetti, 
un'altra ansa simile a questa e una a forma di ascia. 



REGIONE VII. — 151 — CIVITA CASTELLANA 

Come materiale litico : il taglio di un'ascia ottenuta con ciottolo fluviale di roccia 
verde-scura venata di verde-chiaro, levigatissimo e affilato, largo mm. 37, una cuspide 
formata con silice rosso bruna rozzamente scheggiata, lunga mm. 50, larga alla base 
mm. 35, tredici frammenti di coltellini di silice di vario colore e cinque frammenti 
di raschiatoi. 

Dal complesso delle osservazioni fatte in questo scavo sembrerebbe che l'attuale 
fondo, Le Basse di Gagliardo, avesse una maggiore depressione formante una perenno 
palude, colmata in progresso di tempo dall'accumularsi delle torbe e dei detriti ve- 
getali, e che al margine di questa fossero disposte alcune capanne, residui dello 
quali sarebbero le quattro buche di rigetto. 

Quello però che resta a sapersi è la natura dello strato archeologico che ver- 
rebbe a trovarsi appunto nella parte più bassa alla profondità di m. 1,30 e dal quale 
provengono cocci di vasi della stessa tecnica e cogli stessi sistemi di decorazione di 
quelli tratti dalle buche. Ormai, assodata l'esistenza di una stazione umana, si pre- 
senta la necessità di riprendere gli scavi nella prossima estate, quando più basso 
si presenta il livello delle acque, per scoprire il ciottolato, vedere in quale corrispon- 
denza esso sia con lo strato più profondo, donde proviene il materiale archeologico, 
e quale relazione vi sia fra questo e le buche trovate più lontane e più alte. 

Alfonso Alfonsi. 



Regione VII (ET RUMA). 

II. CIVITA CASTELLANA — In un terreno vocabolo Cava dei succhi, 
presso Talleri gli operai Braconi e Sorge Giuseppe, addetti alla fabbrica di ceramica 
di quella città, nel ricercare del peperino occorrente alla fabbrica stessa, rinvennero 
una lapide di m. 1,03 X 0,60 e dello spessore di m. 0,23, portante scolpita la seguente 
iscrizione della quale l' Ispettore onorario can. D. Guglielmo Orazi ha trasmesso un 
calco cartaceo: 

DlS • MANIBVS • TYCHES 

SACRVM 

HICSITAREGINAEFAMVLA • EST • COGNOMINI- TYCHE 
SABINAESTILLI-GENETRIXALTRIXTIBVRT1ATELLVS 
VITAEFINEDATOTEGITVRTELLVREFALISCA 

Nel punto del ritrovamento, si trova ancora la parte posteriore di un leone in 
peperino, che è stato lasciato sul posto, mentre l' iscrizione fu trasportata a Civita 
Castellana. 



BOLSENA, COLLESCIPOLI 



152 — 



REGIONE VII, VI. 



III. BOLSENA — Frammento di lapide sepolcrale. 

Il soprastante cav. Guido Scifoni ha riferito che, trovandosi tempo fa in Bolsena 
per ragioni di ufficio, ebbe occasione di recarsi nella vigna detta Acqua della Croce, 
sita a sud-est della città e distante da questa circa mezzo chilometro. Ivi osservò e 
trascrisse il seguente frammento di iscrizione sepolcrale: 



MANIBVS 

VOCONIAE • PRIMITIVA?' 
M A T R I • PIENTISSIMA/e 



La lastra di nenfro, su cui il titolo è inciso, termina superiormente a semicerchio, 
e nello stato attuale misura m. 0,41 di altezza, m. 0,60 di lunghezza. 

G. Gatti. 



Regione VI (UMBRIA). 

IV. COLLESCIPOLI — Epigrafi sepolcrali latine nella località Po- 
scargano e Porciovalle. 

Percorrendo la strada nazionale che da Terni mena a Narni, dopo km. 2,500 
circa, incontrasi una località, da un' antica osteria, detta La Gabelletla. Di fronte 
alla medesima, evvi una strada ch'era la vecchia rotabile per la quale si saliva al 
paese di Collescipoli, posto sulla vetta di un colle. 

Andando per tale via, circa 20 m. prima di giungere all' ex convento dei Cap- 
puccini, in voc. Poscargano o Li Frati trovasi a destra di chi va, una casa appar- 
tenente a certo sig. Scipione Ungari. All'angolo nord-est di detta casa, vedesi, ad 
uso di paracarri, infissa per terra una stele sepolcrale arcuata, in calcare, che esce 
dal suolo m. 0,45; larga m. 0,45; spessa m. 0,22. Vi si legge: 



IN 
IN 



FR • P • LXil 
AGRPXII 



Lasciando Collescipoli a sinistra e prendendo verso Narni, dopo una prima catena 
di colline, trovasene una seconda. Il colle che sta a sud-sud-ovest di Collescipoli e 
distante da esso circa km. 3,000 in linea retta, ha nome Porciovalle. 



ROMA — 153 — ROMA 

Quasi cento metri prima di giungere alla sommità di esso, evvi una chiesina ru- 
rale intitolata s. Maria di Cascia. A sinistra della porticina d' ingresso che sta sulla 
facciata del muro settentrionale, da quasi sessant' anni, è stato fatto uno sperone in 
fabbrica per sostegno di detto muro, nel quale sperone è infisso il frammento di un 
cippo sepolcrale marmoreo, sormontato da timpano e rinchiuso da cornice. Rotto a 
destra e da piedi, è stato anche bucato nel mezzo, e per tal buco — ora riempito 
di calce — 1' epigrafe è rimasta mutilata. 

Le attuali dimensioni della lapide sono: altezza m. 1,10; larghezza m. 0,74; 
spessore m. 0,20. 



In bei caratteri, offre: 



D M 
T-RVSTl TET>LI 

TH O 

VI VG 

RVSTIAE • T- L1B 

PRIMITIVAE 
RVSTIA > LIB • THYME 

PARENT1BVS 

PIENTISSIMIS 

B M 



Scendendo dal colle di Porciovalle e procedendo verso Narni, dopo circa trecento 
metri dalla succennata chiesa, incontrasi un terreno con casa colonica appartenente 
ad un tal Valentino Cerisani. Presso quella casa vedesi capovolto e murato, ad uso 
di abbeveratoio per animali, un coperchio di sarcofago, in calcare. 
Vi si legge, in cattivo carattere: 

D M 

N. Persichetti. 



V. ROMA. 



Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione VII. — Presso l'angolo della via Nazionale con la via dei Fornari, 
continuandosi gli sterri nell' area del palazzetto Torlonia, alla profondità di m. 7 dal 
piano stradale sono stati scoperti due larghi gradini rivestiti di lastroni marmorei 
di diversa grandezza, come si vede nella figura qui aggiunta (n. 1). 

Su queste pietre dagli oziosi che quivi si trattenevano furono graflìte tavole da 
giuoco, e figure ed iscrizioni diverse che esprimono il ricordo di pubblici spettacoli 
di lotte e di combattimenti, ai quali essi avevano assistito. Ad alcune figure di pugi- 



UOMA 



— 154 — 



ROMA 



latori è aggiunto il loro nome (fig. 2-6); altri nomi sono scritti separatamente, ed 
assai singolaro è 1' acclamazione fatta ad un Massimo « Maxime, bibas (= vivas), 
pater esarorura » , accompagnata da due spade, un tridente, una buccina ed una palma 
(fig. 7-12). Le tavole lusorie sono per giuochi diversi (fig. 14-17): una di esse, rap- 
presentata nella fig. 17, è simile a quella trovata a Porto, che si conserva nella villa 
Albani (C. L L. XIV, 4125, 4), ed analoga anche ad altre che si veggono sul la- 
stricato della basilica Giulia al Foro romano. 




Fio. 1. 



Le zincotlpie, che riproducono gli indicati graffiti, sono state eseguite nella pro- 
porzione di '/» del vero. 

Nello sterro per la costruzione di un nuovo albergo fra le vie Boncompagni, 
Marche e Sicilia, sono stati incontrati avanzi di antiche e grandiose arcuazioni in 
opera laterizia. Il muro ha la grossezza di m. 3,00 : fra due archi a tutto sesto (uno 
dei quali è quasi intieramente caduto, e l' altro aveva la luce di m. 6,30), s'interpone 
un pilastro che misura m. 3,70 in larghezza. 

Sul lato poi della medesima fabbrica verso la via Boncompagni, è stato rimesso 
all' aperto un lungo muro reticolato di tufo, dello spessore di m. 1,20, al quale ne 
erano addossati altri in senso normale, grossi m. 0,60, che costituivano una stanza 
quasi quadrata, di circa m. 8,00 di lato. Fra la terra si è raccolto: un'anforetta 
fittile, a due manichi, alta m. 0,20; una lucerna monolicue, di terracotta, senza 
ornati; un piede di statuetta, in marmo, lungo m. 0,10; due piccoli frammenti di 
capitelli. 

In via Liguria, continuandosi i lavori del villino Maraini (cfr. Notisie 1904, 
pag. 43), si è rinvenuto un frammento di fregio marmoreo, ornato con festoni e 
bucrani. 



ROMA 



155 — 



ROMA 




FlG. 2. 





Via. 4. 



Fig. 3. 




Fig. 5. 
Notizie Scavi 1904 — Voi. f. 




Fig. 0. 



21 



RUMA 



— 156 — 



ROMA 



MAXIME BIBKS 
* PATERE SA R°R^ 




Fig. 7. 




Fio. 9. 





IEO 

MAT.2 

Fig. 8. 



PRO & V s 



Fig. 10. 




Fio. 11. 




Fig. 12. 




Fig. 13. 



Fig. 14. 



ROMA 



— 157 — 



ROMA 




Fig. 15. 






I X X X 



cJ OO OO 



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IEvATATAHaS " ES 
fi O M A 



Fio. 16. 



Fig. 17. 



TERRANOVA PADSANIA — 158 — SARDINIA 

Regione XIII. — Al viale Aventino n. 13, facendosi un cavo per le fonda- 
zioni di un fabbricato di proprietà del sig. Mariani, a circa due metri sotto il piano 
di campagna è stato scoperto un pezzo di grande pavimento a musaico figurato, di 
m. 2,00 X 0,90. Il fondo è a grossi tasselli di marmo bianco ; e da una parte si vede 
una grande testa di cervo, presso la quale è scritto: 

MELVS - L • Vi 

La figura e le lettere sono a tasselli neri. 

Fra la terra si è trovato un pezzo di mattone, col bollo rettangolare: 

SERVI ANO Hi et var(o cos) 
EX PR.AE 1VM italiani o. dot) 
GAB SVCces(si salarese) 

Cfr. G. I. L. XV, 489 e Bull, archeol. cornuti. 1901, pag. 134. 

Via Nomentana. — Costruendosi sulla destra della via Nomentana, a circa 
mezzo chilometro dalla porta Pia, una nuova chiesa che sarà dedicata a s. Giuseppe, 
si è trovato un antico pozzo, in opera reticolata di tufo, il quale ha il diametro di 
m. 0,95. Alla profondità di m. 7,50 esso comunica con un cunicolo scavato nel ter- 
reno vergine. Nello sterro sono stati recuperati un torso di statua marmorea, panneg- 
giato, di mediocre lavoro, alto m. 0,70, ed alcuni piccoli frammenti di figure, in 
bassorilievo, spettanti ad antichi sarcofagi. 

G. Gatti. 



(SARDINIA) 



VI. TERRANOVA PAUSANIA — I. Ripostiglio di monete famigliari 
romane d'argento rinvenuto in regione « Baie a « presso Canna Aglia, 
frazione di Terranova, nell'agro dell'antica Olbia. 

Negli ultimi giorni del gennaio dell' anno corrente, durante i lavori di aratura 
del campo nominato « li Teggiaroni » in regione Baica di Canna Aglia, frazione di 
Terranova Pausania, dove non apparivano resti di antichi edifici e non si erano fatti 
sino ad ora rinvenimenti archeologici fra i moltissimi segnalati dell' agro Olbiense, 
il pastore Salvatore Maladrottu scoprì casualmente una piccola olla in terracotta, 
che andò spezzata dall' aratro e conteneva 87 1 monete famigliari d' argento, oltre a 
due orecchini ad anelletto, ed ai frammenti di uno specchio in sottile lamina, pure 
d'argento con piccoli cerchietti a bulino su una delle facce. Per merito di chi seppe 
conoscere V interesse archeologico della scoperta, e specialmente del sig. A. De Martis, 
R. Ispettore onorario dei Monumenti e Scavi e del sig. Vincenzo Dessi, la Direzione 



SARDINIA. — 159 — TERRANOVA PAUSANIA 



del Museo potè assicurarsi la conoscenza di tutto quanto il tesoretto, mentre di due 
altri consimili trovamenti avvenuti in Terranova, come di tanti ripostigli di denari 
repubblicani avvenuti in Sardegna, anche in tempi non lontani, non si ebbero che 
scarse ed incomplete notizie ('). 

Dai dati e dalle circostanze della scoperta non si possono desumere spiegazioni 
di sorta sulla natura del ripostiglio ; né è possibile sapere per quale ragione il piccolo 
orcioletto di terracotta abbia celata sotterra la preziosa suppellettile, né se questa 
rappresenti una refurtiva o il peculio nascosto di qualche abitatore dell' agro Olbiese, 
che dalle moltissime scoperte di antichità, registrate dal compianto comm. Pietro 
Tamponi, ci appare molto fittamente abitato e coltivato per tutta 1' età romana. 

Il ripostiglio fu esaminato dal signor Filippo Nissardi e da me nel Museo 
archeologico di Cagliari ; lasciando all' egregio collega uno studio più particolare e 
più adatto ad una speciale rivista di numismatica, mi limito qui a dare l' esatto 
elenco delle famiglie e dei monetari che figurano nel ripostiglio stesso, ricordando 
che la maggior parte delle monete sono di egregia conservazione specialmente 
quelle più recenti, che si riferiscono agli ultimi anni della Repubblica ed ai primi 
•del dominio della gente Giulia; le monete rappresentano ben 117 famiglie romane, la 
maggior parte rappresentate con vari monetari e con vari tipi ed abbracciano il 
lungo periodo di tempo dal 268 innanzi Cristo, sino agli anni 6 a C. od 1 d. C. 
col bel denaro d' argento di Gaio Cesare, tìglio adottivo di Augusto. 

Le monete più conservate, veri fiori di conio da collezione, sono quelle di Augusto, 
di G. Cesare, di C. Cesare (Julia) e quelle dei monetari contemporanei delle fami- 
glie Claudia, Caainia, Coponia, Livineia, Mescinia, Sestia, Vicinia, Voconia, dal 
che si desume che il ripostiglio deve essere stato affidato al suolo agli inizi dell'era 
volgare ; pure ben conservata è la moneta di Juba I, re di Numidia, che è l' unica 
di tutto il ripostiglio che non appartenga alla zecca di Roma. 

Ecco qui l'elenco delle monete, dato secondo l'ordine alfabetico delle famiglie 
ed i vari monetari rappresentati : 

Esemplari Babelon n. anno a. Cr. 

2 Denarii con Dioscuri 2 268-217 

1 » Vittoria in biga 6 » 

3 » con simboli 20 » 

(') Di un ripostiglio di ben 300 monete famigliari d'argento scoperte nell'agro Olbiense fa parola 
lo Spano, Scoperte archeol. in Sardegna nell'anno 1865, pag. 35, nessuna di esse fu però esami- 
nata; anche di altro ripostiglio, scoperto nel 1867, lo Spano non potè avere che undici soli esem- 
plari, appartenenti alle famiglie Farsuleia, Fonteia, Poblicia, Satriena, Volteia. Tra i moltissimi 
ripostigli moneta'! rinvenuti in Sardegna non pochi contenevano, in tutto o in parte, monete fami- 
gliari. Senza pretendere di dare un elenco completo, ricordo quelli di Ossi, di 500 o 600 monete, 
Spano, Bull, archeol. sardo, Vili, 23; di Gergei, Spano, ivi, X, 63; di Pozzomaggiore, nell'agro 
di Gurulis Vetus, Spano, Notizie deWanno 1866, pag. 18; di Palmas, Notizie dell'amo 1868, 
pag. 21 ; di Baressa, Not. d. scavi 1881, s. 3», voi. IX, pag. 415; Calasetta, Not. d. scavi 1890, pag. 36; 
di Gonnesa, Not. d.' scavi, 1891, pag. 363. Si hanno notizie vaghe di altri ripostigli di Atzara, di 
Iglesias, regione Corongiu, di Oristano, quest'ultimo con monete imperatorie e famigliari (Spano, 
Bull, archeol. sardo, IV, pag. 158. 



TERRANOVA PAUSANIA 



— 160 — 





SARDINIA 


Babelon n. 


anno a. Cr. 


226 


89 


1 


129 


6 


B 


1 


43 


8 


54 


3 


209 


7 


112 


22 


60 


8 


58 


9 


B 


10 


54 


13 


44 


2 


82-87 


1 


174 


9 


124 


1 


49-45 


1 


82 


2 


44 


5 


» 


28 


43 


31 


B 


34 


b 


43 


41 


50 


B 


78 


36-34 


79 


B 


97 


31 


105 


b 


106 


B 


108 


» 


110 


* 


111 


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114 


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115 


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116 


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118 


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119 


b 


120 


» 


121 


31 


122 


•fi 



Esemplari 

8 Denarii senza simboli e segni, . . 
2 Aburia C. Aburius Geminus 
1 » M. Aburius Geminus . 

P. Accoleius Lariscolus 
Manlius Acilius Glabrius 
P. Aelius Paetus. . . 
Manlius Aemilius Lepidus 
M. Aemilius Lepidus 
M. Aemilius Scaurus 

n n n 

C. Aemilius Lepidus 
L. Aemilius Buca . 
C Annius Luscus 
C. Antestius Labeo . 
L. Antestius Gragulus 
C. Antius Restius 
Q. Antonius Balbus . 
M. Antonius Imperator 



III. vir R. P. 

b b » 

* » Imp. Ili vir. R. P. 



3 Aceoleia 


1 


Acilia 


1 


Aelia 


3 


Aemilia 


1 


» 


11 


n 


2 


» 


8 


» 


3 


1 


2 


Annia 


1 


Antestia 


1 


i> 


1 


Antia 


4 Antonia 


2 


» 


1 


11 


1 


11 


1 


11 


2 


11 


1 


» 


4 


11 


1 


II 


2 


» 


1 


II 


8 


11 


7 


11 


6 


11 


11 


II 


6 


11 


2 


H 


7 


II 


1 


H 


1 


11 


7 


II 


9 


1! 


2 


Il 


2 


n 


5 


Antonia 


1 


« 



M. Antonius Augur lmp. Ili vir. Leg. II. 

» » » » Leg. III. 

» » » » Leg. IV. 

» » • » ■££$'• V. 

» » » i -££#'• TV- 

» » i » Z00. F/7. 

» » « • Leg. Vili. 

» » « * /,£<?. Villi. 

» » * » Ze<7. 7X. 

« » » » ^c^ 1 - X. 

un» » Ztf</. XZ. 

» » ii » Z^. X/7. 

» « ■ » .. Leg. XII. Antiq 

M. Antonius Augur Imp. Ili vir. Leg. XIII . 

» « * » iei?. XIIII 



uà 



SARDINIA 




Esemplari 




2 Antonia 


M. 


2 


n 


7 


« 


1 


» 


1 


» 


6 


» 


o » 


» 


1 


» 


8 


» 


7 Appuleia 


z. 


2 Aquilia 


jtf. 


1 Amelia 


VrZ 


1 Baebia 


ilf. 


1 Gaecilia 


o. 


1 


» 


1 


B 


2 Caesia 


Z. 


1 Calidia 


Af. 


1 Calpurnia 


p. 


1 


z. 


9 


Z. 


1 


e. 


1 


li 


2 


* 


1 Caninia 


z. 


1 Carina 


T. 


5 


li 


1 


« 


2 


P. 


1 


» 


1 Cassia 


z. 


1 


z. 


1 


Q. 


3 


» 


3 


z. 


1 


e. 


1 


fi 


2 Czjow 


M. 


1 Claudia 


C. 


3 


Ap. 


4 


n 


2 Claudia 


T. 



— 161 — 



TERRANOVA PAUSANIA 



Babelon n. 

Antonius Augur Imp. Ili vir. Leg. XIV . . . 123 

» » » Leg. XV . . . 125 

Leg. XVI . . . 126 

Leg. XVIII . . 129 

Leg. XIX ... 133 

» » » £é#. XX ... 135 

Zé#. XXI ... 136 

Leg. XXIII . . 138 
» » » Legione incerta . 

Appuleius Saturninus 1 

Aquilius 2 

Aurelius Scaurus 20 

Baebius Q. /'. Tampilus 12 

Caeeilius Metellus 21 

n » Pius 43 

ii » 45 

Caesius 1 

Calidius 1 

Calpurnius Lanarius 2 

Calpurnius Piso Caesonius 5 

Calpurnius Piso Frugi 11 

Calpurnius Piso Frugi 24 

» » » . . . . con variante 24 

» » » 27 

Caninius Gallus 3 

Carisius 1 

3 

4 

Carisius 17 

18 

Cassius Caecianus 4 

Cassius Q. f. 6 

Cassius Longinus 7 

» iì 8 

Cassius Longinus 10 

Cassius Longinus 15 

» » 18 

Cipius M. f. 1 

Claudius Pulcher 1 

. Claudius Pulcher 2 

■n * 3 

Claudius Nero 5 



anno a. Cr. 

31 



94 

84 

92 

144 

129 

79 

89 

104 

108 

106 

100 

89 

69 

» 

64 
20 
48 



25 

1 

89 
79 
60 

n 

54 
42 

n 

94 
106 
99 

» 

84 



TERRANOVA PAUSANIA 



— 162 — 



SARDINIA 



Esem 


plarì 


2 


Claudia 


1 


» 


18 


» 


1 


Cloulia 


1 


Coelia 


3 


•n 


1 


« 


1 


Considia 


3 


y> 


1 


ji 


4 
10 


Coponia 
Cordia 


5 


» 


3 


» 


1 


Cornelia 


4 


n 


1 


yi 


1 


n 


3 


9 


4 


JI 


1 


n 


2 


» 


1 


» 


1 


» 


1 


» 


2 


Cossutia 


1 

1 


Crepusia 
Guriatia 


3 


Curtia 


1 


Decimia 


1 


Domitia 


1 
2 


Egnatia 
Fabia 


1 


ji 


1 


•n 


1 


TI 


1 


Fannia 


2 


Farsuleia 


13 


Flaminia 


2 


Fonteia 


4 


ti 


2 


» 



Babelou n. 

P. Cornelius P. f. Lentulus Marcellinus .... 11 

C. Clodius P. f. Pulcher 12 

P. Claudius Turrinus . 14 

T. Clouiius 1 

(7. Coilius Caldus 1 

» » » 2 

C. Coelius Caldus 4 

C. Considius Paetus 2 

» B » 5 

« » » 7 

C. Coponius 1 

M. Cordius Rufus 1 

» yi i» 3 

* v » 4- 

Cw. Cornelius Biasio .... 20 

L. Cornelius Scipio Asiagenus 24 

P. Cornelius Lentulus Marcellinus 26 

L. Cornelius Siila 28 

Cn. Cornelius Lentulus Marcellinus 54 

» » » » 50 

» » » » 55 

Faustus Cornelius Siila 59 

» » » 62 

L. Cornelius Spinther 71 

Cossus Cornelius Lentulus Gaetulicus 79 

L. Cossutius C. f. Sabula 1 

P. Crepusius 1 

C. Curiatius Trigeminus 1 

Q. Curtius 2 

C. Decimius Flavus 1 

Cn. Domitius Ahenobarbus 14 

C. Egnatius C. f. C. n 3 

Q. Fabius Labeo 1 

Q. Fabius Maximus Eburnus 5 

Numerius Fabius Pictor 11 

C. Fabius C. f. Buteo 14 

M. Fannius C. /*. 1 

L. Farsuleius Mensor 2 

L. Flaminius Cilo 1 

Mantius Fonleius 7 

Mantius Fonteius C. f. 9 

P. Fonteius P. f. Capito 17 



anno a. Cr. 

45 

» 

43 
119 
179 
94 
54 
49 



99 
90 

89 
87 
74 



64 

53 

43 

18 

54 

84 

144 

114 

184 

119 

69 

144 

123 

110 

89 

149 

82 

94 

104 

88 

54 



SARDINIA 


Esemplari 


3 


Fufia 


1 


Fulvia 


1 


Fandania 


1 


Furia 


9 


i> 


2 


Gellia 


3 


ffosidia 


1 


n 


1 


Hostilia 


2 


b 


3 


n 


1 


Julia 


6 


fl 


26 


n 


10 


b 


4 


b 


1 


il 


2 


fl 


1 


fl 


2 


» 


1 


fl 


1 


» 


1 


fl 


2 


» 


1 


fl 


4 


» 


1 


■ 


2 


fl 


2 


fl 


5 


» 


2 


» 


3 


* 


2 


n 


1 


fl 


l 


» 


1 


» 


3 


» 


1 


fl 


1 


fl 


2 


B 


1 


B 



— 163 — 



TERRANOVA PAUSANIA 



Notizie 



Babelon n. 

Q. Fufius Kalenus 1 

Cn. Fulvius 1 

C. Fundanius 1 

M. Fourius L. f. Philus 18 

L. Fourius Cn. f. Brocchus 23 

Cn. Gellius 1 

C. Hosidius G-eta 1 

B B » 2 

L. Hostilius Saserna 1 

B B fl 4 

B B B 5 

L. Julius Caesar 1 

L. Julius Bursio 5 

B B B 9 

B B B 10 

B B B 11 

B B B 12 

C. Julius Caesar 16 

B B B 26 

C Julius Caesar Octavianus 67 

B B B B 97 

B » » B 89 

B B B B HO 

B B B B 114 

B B B B | , 138 

B B B » 140 

B B B B 153 

B B B B 154 

B B • B 156 

B B B B 157 

B B B B 161 

B B B B 162 

fl B fl » 163 

Cohen, I, n. 

fl » fl fl ..._ 51 

b n » fl 21 

B fl » B 78 

b » fl fl 140 

b B fl » 190 

B b b B 208 

» » » fl 265 

B B B B •.. 267 

Scavi 1904 - Voi. I. 



anno %. Cr. 

82 

108 

101 

104 

53 

149 

54 

n 

46 



136 

88 

58 

58-50 

50 

» 

63 

» 

43 

I 

42 
35-28 
33-31 

m 

28 



27 

m 

2 
12 
20 



22 



TERRANOVA PAUSAN1A 



— 164 — 



SARDINIA 



Esemplari 

5 Julia 

1 
1 



4 Junia 



1 


B 


4 


» 


1 


•n 


2 


Juventia 


1 


Licinia 


4 


fi 


1 


1) 


3 


n 


1 


Livìneia 


2 


m 


1 


ji 


2 


» 


2 


Lolita 


7 


Lucilia 


3 


Lucretia 


1 


it 


1 


* 


1 


Maiania 


1 


Mamilia 


1 


Manlia 


2 


ft 


1 


■ 


1 


Marcia 


3 


» 


2 


» 


3 


n 


13 


» 


5 


Maria 


1 


Memmia 


2 


•n 


2 


D 


1 


». 


1 


J) 


2 


■ 


1 


Mescinia 



Cohen, I, 

C. /w/s'ws Caesar Octavianus 294 

Babelon 

» » » » 294 

» » » » 264 

Cohen, I, 

Caius Caesar 2 

Babelon 

D. Junius Silanus 15 

» » » 17 

Q. Caepio Brutus 31 

•n n n 41 

C. Juventius Talna 7 

P. Licinius Nerva 7 

C. Licinius L. f. Macer 16 

P. Licinius Crassus Dives 18 

A. Licinius Nerva 24 

L. Livineius Regulus 1 

» * n 9 

» » i) 12 

» » » 10 

M. Lollius Pallikanus 2 

M. Lucilius Rufus 1 

Gn. Lucretius Trio 1 

L. Lucretius Trio 2 

» * n 3 

C. Maianius 1 

C. Mamilius Limetanus 6 

L. Manlius Torquatus 2 

L. Manlius 4 

» ■ 7 

Q. Marcius 17 

L. Marcius Centorinus 42 

C. Marcius Censorinus 18 

» n » 19 

Marcius Philippus 28 

C. Marius G. f. Capilo 9 

L. Memmius 1 

L. C. Memmius 8 

L. Memmius L. f. Calerla 2 

C. Memmius ' 9 

» » variante 9 

10 

L. Mescinius Rufus 6 



n. anno a. Cr. 



-r, 



20 



17 
a. -1 d. 

anno a. Cr. 

89 

» 

44 

43 

194 

110 

82 

58 
49-45 
43-42 



45 
89 
164 

74 

» 

194 
84 

104 

81 

» 

110 

84 



60 

74 

94 

57(?) 

82 

60 



16-15 



SAKDINIA 


Esemplari 


1 


Mettia 


1 


i) 


1 


« 


2 


Minucia 


1 


n 


2 


n 


4 


jì 


4 


Mussidia 


1 


jì 


1 


« 


7 


Naevia 


2 


Nasidia 


1 


Neria 


1 


Nonnia 


3 


Norbana 


1 


Opimia 


5 


Papia 


1 


» 


2 


Papiria 


5 


ji 


1 


Petillia 


2 


n 


1 


Petronio, 


1 


iì 


1 


Pinaria 


7 


Plaetoria 


4 


jì 


4 


•n 


1 


fi 


2 


Plancia 


3 


Plautia 


3 


jì 


4 


jì 


5 


jì 


1 


Plutia 


3 


Poblicia 


1 


» 


2 


Pompeia 


1 


* 


1 


n 


2 


» 


3 


a 



— 165 — 



TERRANOVA PAOSANIA 



Babelon n. 

M. Meitius 3 = Julia 31 

» » 4 = » 32 

» » 5 = » 33 

Q. Minueius Rufus 1 

Ti. Minueius Augurinus 8 

L. Minueius Thermus 15 

Q. Minueius Thermus 90 

L. Mussidius Longus 6 

f> " * .......... 4 

iì n il 5 

C. Naevius Balbus 6 

Q. Nasidius 1 

C. Nerius 1 

M. Nonnius Sufenas - 1 

C. Norbanus 2 

M. Opimius 1 

L. Papius 1 

L. Papius Celsus 2 

M. Papirius Garbo 6 

Jì TI lì 7 

Petillius Capitolinus 1 

a iì 2 

P. Petronius Turpilianus 11 

» » » 16 

Pinarius Nata 203 

M. Plaetorius Cestianus 3 

* » » 4 

fi fi a 5 

» » » 10 

Cn. Plancius 1 

P. Plautius Ypsaeus 11 

fi ti a 12 

A. Plautius 13 

L. Plautius Plancus 14 

C. Plutius 1 

C. Poblieius Q. F. 9 

M. Poblieius 10 

Sen. Pompeius Fostlus 1 

Q. Pompeius Rufus 4 

jì jì jì 5 

Cn. Pompeius Magnus Cn. f. . 9 

Sextus Pompeius Magnus 21 



anno a. Cr. 

44 



149 
114 
10(5 
90 
42-43 



74 
38-36 
49 
60 
84 
134 
79 
45 
139 

n 

43 

a 

20 

200 
69 



54 

58 

n 

54 

45 
214 

79 
46-45 

129 

58 

n 

46-45 
43 



TERRANOVA PADSANlA 



166 — 



SARDINIA 



Esemplari Babelon n. 

1 Pompeia Sextus Pompeius Magnus 22 

3 » » » 27 

2 Pomponio, L. Pomponius Cn. f. 7 

1 Pomponio, Q. Pomponius Musa 9 

1 » » » » 18 

2 » » » » 19 

1 1» Ji « n 12 

2 Porcia C. Porcius Cato 1 

1 » M. Porcius Leca 3 

4 » M. Porcius Cato 5-6 

1 Postumia A. Postumius Albinus 4 

1 » * » » 5 

2 » Z. Postumius Albinus 7 

1 » » « * 8 

2 » G. Postumius Albinus 9 

3 » D. Postumius Albinus 10 

1 » » » n 13 

3 Procilia L. Procilius 1 

1 n d i) 2 

1 Quinctia T. Quinctius Trogus 6 

7 Poscia L. Roscius Fabatus 1 

6 Rubria L. Rubrius Dossenus 1 

2 » » » » 2 

2 Rustia L. Rustius 1 

2 » Q. Rustius 3 

7 Rulilia L. Rutilius Flaccus 1 

2 Salvia Q. Salvidienus Salvius Rufus .... 1 = Julia 92 

2 Satriena L. Satrienus 1 

1 Saufeia L. Saufeius 1 

12 Scribonia L. Scribonius Libo 8 

» » » » 9 

2 Sempronio L. Sempronius Pitio 2 

2 » Ti. Sempronius Graccus 10 

1 n u » » 11 

2 Sepullia P. Sepullius Macer 1 = Julia 46 

2 » » » » 5 = /w^'a 50 

1 Sergia M. Sergius Silus 1 

2 Servilia C. Serveilius M. f. Augur 1 

1 » M. Servilius C. f. 13 

6 » P. Seroilius M. f. Rullus 14 

2 » C. Servilius C. f. 15 

1 » » » » variante 15 



anno a. Cr. 

4'i 

n 

64 
64 



149 
129 
101 
89 

» 

74 
» 

64 

44-43 

* 

79 
» 
104 
64 
83 
• 

71 
19 
79 
41 
74 
200 
54 

174 

38-36 

44 

m 

104 

124 

94 

89 

64 



SARDINIA 



— 167 — 



TERRANOVA PADSANIA 



Esemplari 

4 Servilia 
1 Sestia 
3 Sicinia 
1 Spurilia 
1 Sulpicia 
2 

Tarquitia 

Thoria 

Titta 



Tiluria 



Trebcuiia 

Tullia 

Valeria 



1 
4 
1 
2 
5 
4 
3 
1 
1 
5 
1 
1 
1 

1 Veturia 
8 Vibia 
2 
11 
1 
2 
1 
2 
1 
3 
1 



Vinicia 
Voconia 
Volteia 



1 

2 

2 

2 

3 incerte 

1 Numidia 



Q. 
L. 
Q. 
A. 
C. 
P. 
C. 
L. 



L. 
M. 
L. 

G. 
L. 
Ti, 
C. 



C. 



L. 
Q. 
M. 



Babelon n. 

Seroilius Gaepio Brutus ........ 16 

Sestius 2 

Sicinius . . . , 5 

Spurilius 1 

Sulpicius C. f. 1 

Sulpicius Galba 6 

Tarquitius P. f. 1 

Thorius Balbus 1 

Titius 1 

2 

Titurius Sabinus. 1 

» » 2 

>! II 4 

» » 6 

Trebanius . , . 1 

Tullius , 1 

Valerius Flaccus 11 

Valer ius Flaccus 12 

Valerius Acisculus 17 

Veturius 1 

Vibius C. /'. Pausa 1 

•n n m 2 

» » » .... varianti diverse 2 

n li m 3 

Vibius C. f. C. n. Pansa 16 

n » B n 22 

» » » » 18 

» » » » 20 

Vibius Varus 23 

24 

diritto del n. 32 = Julia 87 

rovescio » 31 = Julia 86 

Vinicius L. f. 2 = Julia 276 

Voconius Vitulus 2 = Julia 122 

Volteius M. f. 1 

» » 4 



anno a. Gr. 

43-42 
44-42 

51 

214 

94 

69 
82-87 

94 

90 

» 

88 



139 
135 
104 
81 
46-45 
129 
90 



Juba I (Rex Juba) Miiller, Numismatique de l'Afrique, 

III, pag. 42, n. òQbis 



43 



43-42 



16 
41 

88 



60-46 



Come si vede da questo elenco, la maggior parte delle monete componenti il 
ripostiglio di Terranova appartengono all'ultimo periodo della repubblica; sopra 312 tipi 



TERRANOVA PAOSANIA — 168 — SARDINIA 



diversi di monete, ben 263 si riferiscono all'ultimo secolo e di queste 154 all'ul- 
timo sessantennio che precede la nostra èra, comprendendo i 33 tipi diversi della 
famiglia Antonia ed i 32 della Julia; con questi abbiamo 50 tipi del II secolo a. C. 
ed altri 9 del III secolo, al quale, oltre ai denari coi Dioscuri e colla Vittoria in 
biga del 268-217 a. C. si riferiscono i denari di C. Plutius (214 a. C.) di Pinarius 
Nata (200 a. C), di L. Saufeius (200 a. C), di A. Spurilius (214 a. C). È una 
lunga estensione di tempo che abbraccia tale ripostiglio, il quale è anche notevole 
per il graude numero di famiglie in esso rappresentate e per la grande varietà dei tipi; 
non vorrei però pensare, come propose il prof. Serafino Ricci, per il ripostiglio di 
Romagnano ('), ad un certo quale intento di raccolta numismatica nel suo proprie- 
tario, ma solo alla lunga circolazione dei tipi monetari più antichi durante tutto il 
periodo della repubblica, in modo che trovavansi in corso, specialmente nelle Pro- 
vincie oltremarine e remote dal centro dei poteri e degli affari, tanto i vecchi e vene- 
randi denari coi Dioscuri, quanto le belle monete di Ottaviano Augusto, sulle quali 
già si affermano gli intenti dominatori della famiglia Giulia. 

Degno di nota è il gran numero delle monete di Marco Antonio che figurano 
nel ripostiglio di Terranova, cioè 123, delle quali ben 108 appartenenti al tipo delle 
monete legionarie, colla indicazione delle legioni dalla II alla XXIII, eccettuate però 
la XVII e la XXII, che però non potrei escludere tra le 8 legionarie incerte della 
raccolta. Tutti questi denari ed alcuni altri pochi hanno una leggera patina di ver- 
derame, che essi debbono aver preso prima di giungere in questo ripostiglio, forse 
in qualche cassa militare per la paga delle truppe ; ma sarebbe ardito dalla presenza 
di queste numerose monete coniate da Antonio nel 31 a. C. e rimaste per un tren- 
tennio in circolazione prima di giungere al ricettacolo che le ha tramandate a noi 
trarre qualche lume ad ammettere la presenza di truppe o di flotte fedeli al partito 
del Triumviro nella regione Olbiese ; tale supposizione però non ha in sé nulla di 
impossibile, data la parte presa da alcune città della Sardegna in favore di Cn. 
Pompeo e la necessità per parte dei partigiani e continuatori dell' opera di Giulio 
Cesare, di assicurare per mezzo di truppe fidate le contrade meno fide ; d' altra parte 
il possesso della sicura rada di Olbia, importante anche come sbocco di linee com- 
merciali e forse anche già di strade dall' interno dell' isola, dovette interessare chi, 
come M. Antonio, nelle contese succedute alla morte di Giulio Cesare aveva necessità 
di dominare il Tirreno e sorvegliarne i porti e gli approdi. 

Poco meno numerose sono le monete della famiglia Giulia, 101, e fra queste 
abbiamo 6 vari tipi di Giulio Cesare con 44 monete, e 25 tipi di Ottaviano Augusto con 
47 esemplari ; copiosi e ben conservati sono i bei coni dell' anno 28 a. C, come pure 



(') S. Ricci, "Il ripostiglio' consolare di Romagnano Sesia (Rivista Italiana di Numismatica, 
anno 1896, pag. 233. Quel ripostiglio sopra 300 monete presentò 63 famiglie, mentre altri ripo- 
stigli benché molto pia numerosi, erano più uniformi, come per esempio quello di Fiesole, con 
sole 34 famiglie, su 1315 monete. Nei centri commerciali più importanti e in vicinanza della ca- 
pitale vi doveva essere assai maggior movimento e conseguente rinnovazione del danaro, che invece 
rimaneva stagnante nei mercati di contrade remote o isolate. 



SARDINIA — 169 — TERRANOVA PAUSANIA 

quelli dell'anno 20 a. C. ; interessante è il denaro di Ottavio colla statua equestre 
di Giulio Cesare e l' indicazione Populi iussu, che ricorda l' apoteosi di Giulio Cesare 
del 712 di E. (Bab. n. 97), ed il denario di C. Cesare, figlio adottivo di Augusto 
(Cohen, n. 2) che è il più recente della nostra serie e segna forse il momento in 
cui il ripostiglio è stato nascosto. 

Oltre alla famiglia Antonia e Julia altre famiglie sono largamente rappresen- 
tate nel nostro ripostiglio; YAemilia con 6 tipi e 28 esemplari, la Calpurnia con 
6 tipi e 15 esemplari; con 7 tipi ciascuna la Cassia e la Claudia; la Cornelia ha 
11 tipi e 20 esemplari con 8 differenti monetari, la Memmia e la Servilia con 6 tipi, 
con 9 e 16 esemplari rispettivamente. Frequenti anche in questo, come in altri 
ripostigli, sono le Vibie con 7 tipi di cui uno (Bab. n. 2) con numerose varianti ; i 
tre monetari di questa famiglia hanno in complesso 33 esemplari, i quali tutti non 
escono dal comune ; notevole solo è il denario di C. Vibius Varus, il quale presenta 
una lieve variante dai tipi dati dal Babelon, avendo nel d.° la testa nuda di 
Ottavio volta verso destra, come nei tipo dato dal Babelon al n. 32, cfr. Julia, 87 ; 
nel rovescio invece reca la scritta C. Vibius Varus e la figura di Venere in piedi 
con la Vittoria sulla destra e la cornucopia a sinistra, come nei tipi Bab. n. 31 
cfr. Julia, n. 86. Ad Ottaviano Augusto si riferisce il bel denario di Z. Caninius 
C-allus (Bab. n. 3) del 20 a. C. come quello di Cossus Cornelius Lentulus Getu- 
licus (Bab. n. 79) del 18 a. e quelli di L. Mescinius Rufus (Bab. n. 6) del 
16-15 a. C. 

Sono pure meritevoli di cenno i denari di M. Mettius (Bab. 3, 4, 5) del 44 a. O, 
di Q. Nasidius (Bab. n. 1) del 38, 36 a. C, di P. Petronius Turpilianus (Bab. 
n. 11, cfr. Julia, n. 217 dell'anno 20 a. C.) come pure quelli di L. Vinicius (Bab. 
n. 2), del 16 a. C. e di Sextus Pompeius Magnus (Bab. nn. 21, 22, 27 dell'anno 43). 
Segnalo anche il buon esemplare della famiglia Pomponia, di Q. Pomponius Musa, 
del 64 a. C. (Bab. n. 12) che nel dritto ha la testa laureata di Apollo verso destra, 
e nel rovescio la Musa Erato, che tiene la lira nella sinistra e la suona colla destra. 

Si noti da ultimo che la maggioranza grandissima di queste monete sono pun- 
zonate, hanno cioè quasi tutte generalmente sul centro del verso, talora anche sul 
rovescio, uno o più segni, impressi più o meno profondamente i quali per il fatto che 
si riscontrano in modo quasi uniforme in tutte le monete del ripostiglio, sia sulle 
più antiche che sulle più recenti, debbono ritenersi segni di riconoscimento o di 
controllo, fatti in varie epoche, l' ultima delle quali poco lontana da quella in cui 
si formò la raccolta, avendosi i segni anche su molte delle più belle e più conser- 
vate monete dell' età d'Augusto. Dalla frequenza di questi segni potrebbero forse 
trarsi deduzioni sull'epoca in cui tali segni furono applicati ('), certo a scopo di 

(•) In gran parte le marche sono lettere dell'alfabeto; così abbiamo il segno dell'A che ricorre 
su quattro tipi, in tre tipi il punzone del B ; più frequenti il punzone C (47 tipi), il cerchiello dell'o 
(26 tipi) e le lettere L, S, v r e n. Numerose monete hanno i punzoni accoppiati rl, oppure ls, CC, 
talora ricorrono i nessi \P e 9*6 , risultati da r, v, S ; abbiamo anche segni non alfabetici, pic- 
coli ottagoni, cerchielli e spesso i due segni "h, 4'. Molte monete recarono anche delle parole 
graffite, come ad esempio ivl, in una moneta di Q. Caepio Brutus. 



TERRANOVA PAUSANIA 170 — SARDINIA 



verifica e controllo per parte di magistrati contro i frequenti falsi posti in circola- 
zione. 

Anche qualche considerazione merita la presenza della moneta di «Tuba nel ripo- 
stiglio di Terranova, potendosi avere con essa la prova che non erano cessati alla fine 
della repubblica i rapporti tra questa città della Sardegna e le coste dell'Africa 
settentrionale, rapporti commerciali rimasti ininterrotti anche dopo che erano spezzati 
i legami politici che avvincevano la Sardegna alle regioni africane. Questo tenuissimo 
filo, a cui non vorrei dare maggior valore di quello che si merita un fatto isolato, 
si congiunge però con altre prove epigrafiche ed archeologiche che provano larga- 
mente come dopo molto tempo che V isola era stata sottratta al predominio cartagi- 
nese gli elementi africani continuavano la loro influenza, sia col persistere della lingua 
punica, di costumanze, di riti, sia con la continuità di rapporti se non altro com- 
merciali colla poco discosta terra africana. 

Pur troppo anche il presente rinvenimento non aggiunge nulla alla grande lacuna 
che esiste nei dati archeologici intorno all'orizzonte ellenico dell'antica Olbia. Poco 
più del nome, qualche leggera traccia di rapporti col mondo ellenico data dalla 
frequenza di monete greche rinvenute nell' agro Olbiense e qualche gentile traccia di 
un ricordo della finezza e del gusto ellenico nella suppellettile di età romana che 
si trovò in vario tempo nel territorio, ecco a che si riducono sino ad ora i ricordi 
dell' Olbia Focose o Siracusana (')• Del resto può darsi che la ricerca avvenire dia 
ragione alla giusta ipotesi espressa dal prof. Pais, che la fattoria dei Greci, fiore 
fugace ben presto sgombrato dal suolo dell'isola, non sorse dove fu l'Olbia romana, 
cioè al fondo del magnifico e sicuro golfo di Terranova, là dove oggi è la città mo- 
derna, tra le rovine della città imperiale, ma dovette disporsi, vigile e di facile 
approdo, all' ingresso del golfo, su qualcuna delle penisole che ne chiudono l' in- 
gresso, a somiglianza delle altre fattorie puniche in Sardegna, come Nora, come 
Tharros, che scelsero appunto l' estremità di penisolette sporgenti, con doppio ridosso 
verso i vari venti dominanti, dove fosse facile la difesa contro gli indigeni e la fuga 
verso il mare. Certo si è che dal tempo dell' Olbia ellenica, poi per quello più lungo 
della egemonia punica, venne all' età romana la tradizione di un importante centro 
commerciale ad Olbia, donde diramavano le vie verso i paesi interni e donde muove- 
vano le navi verso i porti della fronteggiante Etruria. La presenza di una notevole 
copia di numerario monetale, congiunta ad altri ricordi di scoperte di ripostigli ed 
alla grande copia di avanzi archeologici dell'agro Olbiense, concorre a provare che 
tale centro aveva prosperità e movimento considerevole da giustificare ingenti opere 
portuarie da parte dei Romani e la pronta costruzione di una grande linea di strade 
che la congiungeva alle altre maggiori città dell'isola Tharros e Caralis. 

Antonio Taramelm. 

(') E. Pais, Intorno alla Storia di Olbia (Estratto dalla Silloge epigrafica Olbiense di Pietro 
Tamponi, Sassari, Dessi, 1895); cfr. La Sardegna prima del dominio romano, pag. 55. Vedi in 
Studi Italiani di filologia classica, III [1894]s'pag. 373 e segg. sulle tracce elleniche in Sardegna. 



SARDINIA — 171 — TERRANOVA PAUSANlA 

VII. — Iscrizione romana ed antichità varie nell'agro dell'antica 
Olbia. 

Debbo alla cortesia dell' egregio dott. A. de Martis, R. Ispettore dei monumenti 
e scavi di quel circondario, la conoscenza di un nuovo titolo funerario, sventurata- 
mente in frammenti, dato da alcuni lavori nel recinto di una proprietà comunale, 
in contrada san Giovanni, nell' abitato di Terranova. L' iscrizione, su lastra di marmo 
di m. 0,26 X 0,25, è di difficile lettura in causa delle incrostazioni che la ricoprono. 
È però certo, da quanto si deduce dal contesto, che l' inscrizione doveva in origine 
essere un poco più grande del frammento pervenutoci. Le lettere regolari e ben disposte, 
rivelano un' epoca ancora buona e sono alte in media m. 0,030. 

M 
CO • AVG ■ LIBEf 
CAL • OLBIES 
tETHVSA • C 
CVM • QVO 
XV 

È un titolo funerario dedicato dalla moglie Arethusa al marito, liberto d'Augusto; 
il nome di esso dotrebbe completarsi con altri già noti nell' onomastica olbiense, p. es. 
{Fus)co, dell'iscrizione data neWFph. ep. Vili, n. 736, oppure (Flac)co, C. I. L., X, 
n. 7983. In Olbies il nome della città ha analogia colla forma data in varie lapidi 
miliarie, che ricordano la via da Carales ad Olbia, esempio quello di Rotili Pioni, 
Olbie, Eph. ep., VIII, n. 762, cfr. quella di Puzzolo, n. 792; la forma Olvie nella 
pietra miliaria di Pedra Zuccada, n. 798. 

Cai. Olbies della 3 a linea potrebbe a prima vista ritenersi un cenno della grande 
linea stradale ora ricordata e far supporre che il coniuge di Arethusa, liberto di 
Augusto, fosse rivestito di qualche funzione relativa alla via stessa, la quale ebbe 
in tutto l' impero le cure degli imperatori e dei loro funzionari nell' isola. Si osservi 
però che il modo consueto per designare quella via, nei molti documenti epigrafici 
conservati sino a noi, è quello di Karalibus Olbiae ; del tutto insolita quindi sarebbe 
la forma Cal(aribus) Olbies ; inoltre la designazione della città, nelle iscrizioni sinora 
note è costantemente quella di Karales, non Karolis né Calaris. 

Nella piccola collezione privata del sig. De Martis si conservano vetri, stoviglie, 
monete di età imperiale romana, rinvenuti casualmente nell' abitato di Terranova e 
nelle vicinanze della chiesa di s. Simplicio, che dette tanto larga messe di tombe 
con varia suppellettile, descritte dal compianto sig. P. Tamponi nelle precedenti 
annate delle Notizie. Fra i recenti rinvenimenti il sig. De Martis mi segnala una 
lampada in terra cotta chiara, coli' effigie di leone corrente a s. e V iscrizione granita 
a stecco: 

EX • OFF • LVCCEI 

già trovata in vari esemplari dell' isola, esistenti nel Museo di Cagliari (cfr. Corpus, 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 23 



TERRANOVA PAUSANIA — 172 — SARDINIA 

8053, n. 114). 11 nome completo del figlilo è forse Lucceius Fortunalus, come si 
desume dalle lucerne trovate a Truvine, pure conservate nel Museo Cagliaritano, 
(Corpus, 8053, n. 116). 

Ricordo alcuni sigilli di tazze d' imitazione aretina, nella solita pianta di piede; 

SEX ■ M • F 
altro recante: 

C • ist- 
auro : 

NVRRI 

In mezzo alla soverchiante quantità di avanzi dell' età imperiale romana forni- 
tici dagli scavi e dalle fortuite scoperte dell' antica Olbia, noto che l' accennata rac- 
colta del dott. De Martis, si arricchì di recente di alcuni pochi bronzi dell' età dei 
nuraghi, che furono recati a detto signore, senza indicazione esatta della località 
dove furono scoperte, con la vaga notizia che furono dati da certe camerette sotter- 
ranee. È una tenue traccia che mi propongo di seguire e che può dare una prova 
di analogie tra la suppellettile dei nuraghi e quella delle così dette domus de janes. 
Questi bronzi sono: tre pugnaletti del tipo più comune nei ripostigli di Abini, di 
Silanus e altri dell' isola, cioè a lama piatta, a foglia allungata, molto acuminati 
e muniti alla testa di fori per adattarvi il manico, raffigurato nell' opera del Pinza, 
Monumenti antichi della Sardegna, figg. 86, 89; varie asticelle cilindriche, rastre- 
mate leggermente ad un capo, per ricevere la capocchia e puntute all'altra estremità, 
alle quali io pure convengo col Pinza di date il nome di aghi crinali (op. cit., pag. 190, 
tav. XV, 11; XVI, 6; XVII, 12, 13, 18, 19, 23, 24). 

L'oggetto più interessante è una lima, lunga m. 0,365, dei quali 0,29 per la 
lama munita di mordenti radi e forti. I ripostigli di Abini e di Forraxi Nioi, ora al 
Museo di Cagliari, hanno dato moltissimi frammenti di tali strumenti, nessuno però 
completo, come questi di Terranova, che ha sezione rettangolare e termina in punta 
acuta ed ha un forte codolo da introdurre nel manico, come è dato da un esemplare 
di Forraxi Nioi e dai belli esempì forniti dal ripostiglio di s. Francesco di Bologna 
e dalle tombe della valle del Rodano, ricordati nell' opera citata del Pinza ('). 

Questi bronzi, alcune ciotolette carenate e varie rozze enochoe di impasto impuro, 
senza sicura indicazione di provenienza, sono i pochi residui di civiltà indigena, che 
ho segnalato sinora nello storico agro. 

A. Taramelli. 



(•) Pinza, op. cit., pag. 188, tav. XVI, 9, 13; Paia, Bull. arch. Sardo, pag. 143; Not. scavi 
1882, tav. XVIII, flg. 20. 



SARDINIA 



— 173 — 



TERRANOVA PAUSANIA 



Vili. — Oreficerìe varie provenienti da tombe di età romana. 

Poiché ho accennato a varie scoperte avvenute nell'agro Olbiense, mi piace di 
ricordare un gruppo di oggetti d'oro, scavati da tombe romane di Olbia e che per- 
vennero in possesso del ricordato sig. V. Dessi, che le conserva nella sua collezione 
privata di Sassari. 




Fio. 1. 



Poiché mi fu consentito dalla cortesia del sig. Dessi di avere le fotogratìe degli 
accennati oggetti, mi limiterò ad un cenno, tanto più che non mi risultarono in 
modo certo le circostanze del reperto. 

Interessanti sono le due collane, dello quali una con pendaglietto semilunare, 
composta di piccoli nodi di filo d' oro a cui si alternano perline oblunghe di granati 
e di pasta vitrea verde smeraldo ; l' altro invece, senza pendaglio e composta di ele- 
ganti cerchielli traforati d'oro e di semi o dischetti schiacciati di pietra dura e glo- 
betti forati di pasta vitrea (fig. 1). 



TERRANOVA PAUSANIA 



— 174 



SARDINIA 



Nella stessa figura si hanno due paia di orecchini, entrambi a forma di fiorel- 
lino, cavato a stampo dà lamina d'oro; in un paio abbiamo al centro un granato 
incastonato con tre altri granati in pendaglio; nell' altro paio non abbiamo pietra nel 
castone, ma due cilindretti di pasta vitrea pendenti dalle foglioline del fiore. Tale 




Fio. 2. 



forma di orecchini è quella riscontrata in altri esemplari trovati nelle tombe di Ter- 
ranova negli scavi governativi del '94, o rinvenuti casualmente a Plorinas e di cui dette 
un cenno lo Spano ('), ed è una forma elegante per quanto semplice. Nella stessa 
figura riproduco un elegante pendaglio a forma di piccola clava in oro. 

A figura 2 riproduco vari altri orecchini, alcuni a cerchiello di filo d' oro con 
piccolo pendaglietto, su cui è infilata una perlina di pasta vitrea ; in altri il penda- 
glio è dato da un globetto d' oro o da una piccola omisfera : interessanti sono i due 
orecchini a gancio ricurvo, a forma di palmetta con pendente ovale, e l'altro con 
granato rettangolare incastonato e pendentino in filo d'oro. 

(') Spano, Bull. arch. sardo, sta. Ili, (1857) pag. 56; lo stesso, Scoperte archeologiche del- 
l'anno 1867, pag. 28. 



SARDINIA 175 TERRANOVA PAUSAN1A 



Nella stessa figura riproduco cinque anelli, pure d' oro, due dei quali massicci, 
con pietra dura incastonata, uno ad esile filo semplice, uno a treccia di tre fili d'oro 
parimenti con pietra incastonata; l'ultimo infine ad elegante ritorto, lavorato a filo- 
grano, di egregia fattura, pure con pietra incastonata. 

A questo breve cenno va aggiunto un voto che la bella collezione del Dessi 
conservi all' isola questo ed altro interessante materiale in essa serbato, alla quale 
speranza mi affida l'illuminato patriottismo e il sincero amore alla coltura dell'egregio 
studioso Sassarese, a cui mi è grato rendere un pubblico cenno di ringraziamento. 

A. Tarameli,!. 



Roma, 15 maggio 1904. 



REGIONE Vili. — 177 — RAVENNA 



Anno 1904 — Fascicolo 5. 

Regione Vili (CISPADANA). 

I. RAVENNA — Sepolcreto cristiano scoperto presso Classe. 

Il 4 agosto dello scorso anno il eh. prof. Corrado Ricci, R. Sopraintendente dei 
monumenti di Ravenna, mi avvertiva che a sud delle mura della città, nelle adia- 
cenze del nuovo macello e precisamente fra porta Sisi e Nuova, eransi trovati al- 
cuni oggetti romani nello scavare due pozzi. Presso il maggiore di essi, alla profon- 
dità di tre metri, era una moneta di Costantino, ed a m. 4,30 circa, una lucerna 
ornata di maschera. Nel secondo pozzo alla profondità di cinque metri eransi raccolti 
frammenti di due o più grandi vasi romani ed i resti di uno scheletro che, dalla 
piccolezza delle ossa, si poteva giudicare di una donna, oppure di adolescente. 

Recatomi a Ravenna per osservare cotesti avanzi, potei constatare che i fram- 
menti in terracotta erano i resti di una grande anfora; e poiché con essi eransi rac- 
colti gli avanzi dello scheletro, pensai che questo fosse stato in origine introdotto 
nell'anfora stessa. 

Mi era formato questa opinione sia per il fatto che già altra volta in Ravenna 
si erano trovate anfore simili, contenenti scheletri umani ('), sia pure perchè nel- 
l'anno 1896, il dott. Luigi Tassinari di Russi avea fatto dono al Museo di Bologna 
di un'anfora romana rinvenuta qualche anno prima insieme con parecchie altre, ad 
un chilometro circa da Ravenna, nella fornace Ravaglia, ed in eguali condizioni, cioè 
con ischeletrì, e per di più con alcune monetine di bronzo portanti la scritta: FELIX 
RAVENNA. 

Come spesso accade negli studi archeologici, un'altra e più importante scoperta 
venne presto a confermare la congettura. 

Poche settimane dopo, cioè il 7 settembre, lo stesso prof. Corrado Ricci mi te- 
legrafava che a mezzo chilometro circa da s. Apollinare in Classe, nel fondo del 

(') Notizie degli scavi, 1889, pag. 394. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 24 



RAVENNA — 178 — REGIONE Vili. 

comm. Fabbri, detto Ca lunga, si era scoperto un grande gruppo di anfore con cada- 
veri, anfore simili a quella rinvenuta in uno dei duo pozzi presso il Macello. 

Mi recai immediatamente a Classe, e quantunque le anfore fossero state nel 
frattempo per maggior parte rotte e frugate, pur ne rimanevano in posto sufficienti 
avanzi per poterci fare un'idea della importanza del sepolcreto. 

E poiché questo continuava sotto il terreno sabbioso del fondo, così chiesi ed 
ottenni dalla gentilezza del proprietario di poter allargare lo scavo, il quale venne 
poi eseguito sotto la sorveglianza mia e del dott. Negrioli, e quella assidua del se- 
gretario della Sopraintendenza dei monumenti, sig. Cipriani, che dalla cortesia del- 
l'amico Kicci gentilmente fu posto a mia disposizione. 

Credetti inoltre opportuno di fare eseguire dal prof. Azzaroni dell'Accademia di 
Ravenna la pianta dei sepolcri a misura che tornavano in luce; ed a scavo finito, 
prima che venissero frugate le singolo tombe, feci eseguire una fotografia in due 
vedute di tutta la parte scavata del sepolcreto, onde avere una idea esatta della po- 
sizione e sovrapposizione delle tombe e dei loro vari tipi (fìgg. 1, 2 e 3). Perocché la 
quistione delle sepolture di cadaveri entro anfore era già stata altra volta trattata 
in queste Notizie (anno 1889, pag. 394), ma in maniera non troppo esatta, perchè 
basata su circostanze non abbastanza accertate, le quali poi contradicevano quanto 
due anni prima era stato esposto da altri, a proposito di simili sepolture scoperte a 
Sfax in Tunisia ('). 

In occasione di un sepolcreto allora scoperto a Ravenna, in contrada Cesarea, si 
era supposto che in Ravenna tali sepolture non fossero fatte « con una vera e propria 
anfora, rotta a mezzo o segata o con aggiunta di altri cilindri, pure di vere e pro- 
prie anfore, ma mediante un vaso appositamente lavorato, che però ritraesse in gran 
parte la forma dell'anfora » ( 2 ). Anzi per chiarire meglio tale concetto fu aggiunto 
il disegno di sì fatto vaso, e così descritto : « È composto adunque di due pezzi che 
misurano m. 1,80 in lunghezza e m. 0,50 nel diametro. Per una metà il sarcofago 
si direbbe la parte inferiore di un'anfora vinaria, terminando a punta; per l'altra 
metà è un semplice recipiente a sacco, che si chiude a curva dove avrebbe dovuto 
cominciare il collo dell'anfora con l'innesto delle anse. Nel punto centrale ove le 
due parti si collegano vedesi il risalto od aggetto di due zone per il più esatto 
combaciamento che quivi formavasi e coprivasi con calce ». 

Siccome nel rapporto si aggiunge che il disegno di tale anfora era stato « ese- 
guito sul luogo dello scavo dal sig. Ortolani, che, per ordine della Direzione del 
Museo, si trovò presente alla scoperta » , così interrogai quest' ultimo, pregandolo di 
farmi vedere alcune delle anfore munite del così detto risalto od aggetto, simile a 
quello dell'anfora da lui disegnata e pubblicata poi nelle Notizie 1889, pag. 395, 
che gli posi sott' occhio. 

Ma il sig. Ortolani mi dichiarò ch'egli non aveva mai trovato e neppure esiste- 
vano in Museo anfore sì fatte, e che quel disegno era una semplice sua ricostruzione con- 

( l ) Vercoutre in Revue Archéologique, 1887, voi. II, pag. 28 e segg. 
( ! ) Notizie degli scavi 1889, pag. 394. 



REGIONE Vili. 



170 



RAVENNA 




Fili. 1. 



RAVENNA — 180 — REGIONE Vili. 



getturale della tomba. Riconobbe al contrario esatto il disegno dello scavo quale fu 
pubblicato nella medesima pagina delle Notizie, nel quale scavo però non osservasi 
alcuna anfora con il così detto inatto od aggetto. 

Adunque per la sepoltura dentro anfore, bisognava ritornare alla spiegazione che 
fin dall'anno 1887 aveva dato il medico militare dott. Vercoutre delle tombe di Sfai. 
Egli aveva notato che per le sepolture dei bambini si usava una sola anfora, la 
quale veniva rotta in due parti con la maggior cautela possibile e talvolta anche si 
segava: introdottovi poi il corpo del bambino, si ricongiungevano le due parti del- 
l'anfora, la quale collocavasi in posizione orizzontale. Quando trattavasi di un adulto, 
siccome una sola anfora non bastava, vi si aggiungevano parti cilindriche di altre, in 
modo da raggiungere la lunghezza sufficiente. 

Il Vercoutre notò ancora che i cadaveri erano sempre disposti con la testa a 
ponente ed i piedi a levante, ma senza ordine ed in terreno sabbioso. 

Anche il prof. Vivanet, descrivendo un sepolcreto simile scoperto l'anno 1880 a 
Castel Sardo in Sardegna, aveva notato « dei pezzi anulari di anfore vinarie con i 
quali si formava una specie di astuccio al cadavere che vi si racchiudeva » . Ma ag- 
giunge che in altre località della Sardegna, ad es. in Cagliari ed a Decimo, il sistema 
delle anfore sepolcrali « si trovò pure adoperato ma sempre per bambini ed in modo 
isolato » e le anfore erano disposte parallelamente le une alle altre in terreno sab- 
bioso e con direzione costante da levante a ponente ('). 

Tombe dello stesso tipo furono trovate l'anno 1892 in altre località della Sar- 
degna, cioè nella necropoli dell'antica Olbia, dove però le anfore sepolcrali erano 
frammezzate, confuse con altre a tegole ed embrici a tetto. Le anfore, tagliate nella 
parte superiore appunto per potervi introdurre il cadavere, terminavano in quella op- 
posta in una calotta emisferica, ed erano tutte disposte in modo che i defunti volge- 
vano i piedi ad oriente. Una di tali anfore, assai grande, misurava m. 1,90 di cir- 
conferenza e conteneva due scheletri ( 2 ). 

Mi è parso opportuno menzionare questi sepolcreti contenenti anfore sepolcrali, 
perchè talune delle circostanze in essi osservate trovano riscontro con il sepolcreto 
ravennate testé scoperto, il quale, alla sua volta presenta altre particolarità in quelli 
non occorse. 

Ho già accennato al sepolcreto tornato in luce l'anno 1889 presso Ravenna 
in contrada detta « Cesarea » e dentro terreno sabbioso, come quelli di Sfai e di 
Castel Sardo. 

Anche la proprietà Fabbri, vocabolo Ca lunga presso Classe, ove si rinvennero 
le nuove tombe, trovasi similmente in terreno sabbioso. Anzi fu nel fare una fossa 
di m. 5,10 X 3,60, in cui riporre la calce occorrente al ristauro di una casa colonica 
e nell' approfondire tale fossa per estrarne la sabbia, che a due metri di profondità 
apparvero casualmente le anfore ed altre terracotte, parecchie delle quali, per incuria 
dei lavoratori, andarono distrutte. Era stato però osservato dal sig. Cipriani, accorso 



( l ) Notizie degli scavi 1881, pag. 30. 
(») Notizie degli scavi 1892, pag. 216. 



REGIONE Vili. — 181 — RAVENNA 



subito sul luogo, che le anfore non posavano tutte in un piano, ma a diverso livello 
uno più basso, l'altro un po' più alto, e che alcune di esse contenevano ampolle, fra 
cui una di vetro e due di terracotta, le quali erano state consegnate al proprietario 
del fondo. 

Tre di queste anfore erano ancora al proprio posto quando 1' 8 settembre mi 
recai a visitare la scoperta e sono quelle indicate in pianta (fig. 1) con i numeri 2, 3, 4. 

Siccome altre ne apparivano in prossimità di esse dal lato di levante, così or- 
dinai fosse proseguito lo scavo in quella direzione e nello stesso tempo allargato dal 
lato nord; il quale scavo venne eseguito sotto la sorveglianza degli ufficiali del 
Governo. 

Il giorno 9 settembre in un punto, che si potè poi constatare come sovrastante 
al gruppo formato dalle anfore 11 e 12, si raccolsero, alla sola profondità di m. 0,60 
dal suolo, i frammenti di una boccettina di vetro e residui di un'anfora in terracotta, 
i quali attestavano dell'esistenza, a quell'altezza, di una sepoltura, che in passato 
era andata distrutta. 

La quale circostanza confermava quanto pure il sig. Cipriani aveva notato sulla 
differenza di livello in cui erano posate le anfore, quantunque tutte orizzontalmente 
e nella direzione da levante a ponente, come apparvero in seguito non solo le altre 
anfore, ma eziandio le sepolture di forma diversa, che, anche qui, come nel sepol- 
creto sardo di Olbia, si alternavano con esse. 

Imperciocché, come si rileva ora dalla pianta e dalle due annesse fototipie 
(figg. 2, 3), il sepolcreto racchiudeva oltre a quelle ad anfora, parecchie altre tombe 
di tipo svariatissimo. Alcune erano fatte di tegole disposte a capanna, cioè inclinate 
e coinbacianti al vertice sormontato per maggior difesa da embrici, i quali coprivano 
altresì le connessure delle tegole ad ambo i lati (tombe nn. 17, 20, 22, 23, 24). È 
questo un tipo di tomba romana che risale ad età molto antica, almeno ai primi 
tempi dell' impero. 

Altre tombe (nn. 5 e 28) consistevano di veri sarcofagi in muratura, cioè a 
pianta rettangolare con le pareti costituite da muretti e la parte superiore coperta 
da lastroni di pietra e da tegole disposte orizzontalmente. 

Di un tipo diverso presentaronsi altre tombe (ad es. nn. 9, 10, 13, 14, 15) le 
quali, a giudicare dalle loro piccole dimensioni, dovevano contenere per lo più ca- 
daveri di bambini e consistevano di vere cassette quadrangolari formate o di tegole 
o di lastre infisse verticalmente, oppure, se la cassetta era piccola, di un solo blocco 
di arenaria, come la tomba n. 9, e tutte coperte con tegole disposte orizzontalmente. 

Si scoprirono pure alcuni cadaveri senza copertura di sorta (nn. 11, 16 e 18) 
sia che questa realmente non vi fosse mai stata, sia pure, il che mi pare più pro- 
babile, che fosse andata guasta in passato. 

Il maggior numero però delle sepolture era costituito dalle anfore, le quali pre- 
sentavano diverse dimensioni. Alcune avevano la lunghezza media di un metro, altre, 
assai più grandi, misuravano m. 1,30 di lunghezza per m. 0,30 e 0,40 di diametro. 
Le prime giacevano per lo più isolate e dovevano aver contenuto scheletri di bam- 
bini; altre, in numero di due, l'ima dentro l'altra (ad es. nn. 7, 26 e 30), erano certo 



RAVENNA 



— 182 — 



REGIONE Vili. 




Fio. 2. 




Pia. 3. 



REGIONE Vili. 



— 188?— 



RAVENNA 



destinate per cadaveri di adulti : ma debbo subito osservare che degli scheletri entro 
deposti, alcune anfore contenevano assolutamente più nulla, ed altre pochi avanzi del 
cranio e delle ossa tubulari. 

Quanto al taglio fatto nelle anfore per introdurvi i cadaveri di bambini, una 
cosa ò risultata abbastanza chiara, cioè che le anfore venivano, come nella necropoli 




Fio. 4. 



Fig. 5. 



sarda di Olbia, rotte nella parte superiore, per lo più sotto i manici, dove cominciava 
l'allargamento. 

Difatti il sepolcreto non solo ha fornito parecchie anfore rotte in quel punto 
(nn. 2, 12, 21, 27, 30), ma eziandio parecchi colli staccati e rotti appunto poco sotto 
i manici. Al contrario, secondo i disegni dati dal dott. Vercoutre (l. e. pag. 33) le 
anfore di Sfax erano state rotte a meta del ventre. 

Ma che in Ravenna si usasse eseguire la rottura sotto il collo, oltre che dai 
numerosi esempì forniti dal sepolcreto di Classe, è stato dimostrato dall'anfora re- 
galata al Museo di Bologna dal dott. Tassinari e della quale qui offro due ripro- 
duzioni fotografiche (fig. i e 5) 



RAVENNA — 184 — REGIONE Vili. 

L'anfora misura m. 1,15 di altezza per m. 1,10 di circonferenza e m. 0,32 di 
di diam. interno. In essa- vedesi chiaramente che la rottura era stata fatta sotto il 
■ collo, ma l'operazione, forse per la poca cautela usata, aveva prodotto parecchie frat- 
ture nel collo stesso. Allora, prima ancora d' introdurvi il cadaverino, si cucirono le 
parti scheggiate mediante punti eseguiti con robusto filo di ferro; e perchè l'anfora 
non apparisse deforme all'esterno, l' unione, mediante ritorcimento dei due capi dei 
fili di ferro venne eseguita nell'interno. Fu però lasciata un'apertura per l'introduzione 
del cadavere, la quale, dopo il seppellimento, venne poi otturata con il pezzo del- 
l'anfora stessa, staccatosi nella rottura. 

In generale il piano in cui trovavasi lo strato inferiore di queste sepolture era 
a circa a due metri dal suolo attuale. 

Ma al fianco nord della tomba 17, il giorno 11 settembre se ne scopri un'altra, 
la quale era stata scavata ad un livello anche più basso e conteneva uno scheletro 
deposto in nuda terra ed in posizione inversa, cioè con la testa a levante ed i piedi 
a ponente; il femore misurava m. 0,40. In prossimità di essa fu raccolto un fram- 
mento di tegola con il bollo dell' imperatore Antonino Pio, assai comune in Ravenna, 
come risulta dal grande numero che ne aveva già dato lo Spreti (') 

IMPANTO 

Ed è notevole quanto riporta il De Rossi dal Muratori circa questi bolli, cioè che a 
Classe si erano trovati molti di cotesti tegoli con i nomi anche di altri imperatori, 
adoperati sempre per difendervi i corpi dei sepolti cristiani. Qui però, tenuto conto 
del livello più basso in cui è apparso l'indicato scheletro, e della sua tumulazione 
alla rovescia, sembra trattarsi veramente di una sepoltura di età più antica che non 
le altre e forse neppure cristiana ; mentre tutte le altre tombe sembrano appartenute 
a cristiani. 

Difatti superiormente a quello scheletro e presso il lato nord della tomba 17 
era stata trovata lo stesso giorno 11 settembre una lastra di marmo contenente parte 
di una iscrizione sepolcrale greca cristiana, nella cui zona inferiore appare chiara- 
mente il monogramma di Cristo con 1' A e l'XX 



I T E A a 

HAI D K A H 

X A VXAB CO 

1 fi D NHTo 



/ 




(•) Spreti, tomo I, pag. 254; De Rossi, hertz, dollari, pag. 54; C.I.L. XI, 6688. 



REGIONE Vili. 



— 185 — 



RAVENNA 



Con la speranza di ricuperare la parte mancante di questa lapide, feci allar- 
gare tutto attorno lo scavo; ma inutilmente, perchè anche questa, come altre parti 
del sepolcreto, risultò essere già stata frugata in passato. 

Per conseguenza, fatto prolungare ed ampliare lo scavo verso levante, vi si sco- 
prirono tutte le rimanenti tombe dal n. 20 al 32. 





Fio. 6. 



Fig. 7. 



Nel tratto superiore soprastante al sepolcro 20 si raccolsero fra le terre chiodi 
di ferro, monetine, una fibbia ed un gancio di bronzo (figg. 6 e 7) e frammenti di 

ampolle e nappi di vetro (fig. 8), tutti oggetti 
ch'erano stati deposti in tombe dello strato supe- 
riore e delle quali apparivano ancora qua e là le 
tracce. 

Al solito livello inferiore, cioè a circa due 
metri dal suolo attuale, apparvero in seguito tutte 
le altre tombe, con le quali ebbe termine l'esplo- 
razione di questa zona del sepolcreto. 

Essa però senza dubbio continuava e si allar- 
gava tanto ad oriente verso la via Romea, quanto 
negli altri tre lati. 

Eestituite le tombe all'aprico, se ne inco- 
minciò, in presenza degl' impiegati del Governo la 
regolare esplorazione, la quale però diede risultati 
piuttosto scarsi. 

Nell'anfora n. 1, ch'era tagliata poco sotto i 
manici, non si trovò alcun oggetto. 

Le anfore nn. 2, 3, 4 erano già state rotte 
e frugate prima che s' iniziassero gli scavi regolari. 

11 sepolcro 5, che, a giudicar dalla sua più 
accurata costruzione, probabilmente appartenne a 
persona ricca, era già stato similmente frugato e 
sconvolto in passato e non diede alcun oggetto. 

Al contrario l'anfora n. 6 conteneva una boc- 
cottina di vetro verdastro, alta m. 0,08 con base quadrangolare (fig. n. 9) ed una 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 25 




Fig. 8. 



RAVENNA 



186 — 



REGIONE Vili. 




Fig. 9. 



piastrina di osso a forma qnasi ellittica, forata in testa per portarsi appesa (fig. 10) ; 

da una parte essa è ornata di striatnre orizzontali, dall'altra di losanghe. 

La tomba n. 7 consisterà di dne anfore, mancanti della parte superiore ch'era 

stata recisa, ed introdotte Tana dentro l'altra a metà del ventre. Tanto questa tomba, 
quanto la contigua n. 8. non contenevano alcun oggetto. 

Una boccettina di vetro bianco giallognolo, alta m. 0,13 
a lungo collo con ventre semisferico e svasato (fig. 11 e Ila) 
era nella tomba n. 9, costituita da una cassetta ricavata da 
blocco di calcare ed appartenuta a bambino, del cui scheletro 
però non rimaneva alcuna traccia. La cassetta, chiusa con una 
sola lastra di calcare, era intatta, ma tino a due terzi del- 
l'altezza piena di sabbia finissima penetratavi con l'acqua 
dalle fessure. 
E finché questa fu liquida, la boc- 
cettina vi galleggiò sopra senza mai riem- 
pirsi d'acqua; fattasi poi compatta la 

sabbia, la boccettina vi si adagiò sopra 

orizzontalmente, dove la si vide e trovò 

del tutto vuota all'atto della scoperta. 
La tomba n. 10, formata altresì di 

una cassetta ma più grande e coperta di 

tegole, conteneva presso la testa dello 

scheletro un vasetto di terracotta intatto, 

alto m. 0,15 con manico (fig. 12). 

L'anfora n. 1 1 racchiudeva una bot- Fio. io. 

ciglia di vetro azzurro in frammenti che. 

ricomposta, vedesi ora riprodotta dalla fig. 13: essa è alta m. 0,16. 






Fio il. 



Fig. Un. 



Dello scheletro, che senza alcun oggetto giaceva contiguo all'anfora, fu misurato 
il femore, il quale aveva una lunghezza di m. 0,37. 



REGIONE Vili. 



— 187 — 



RAVENNA 



Un'altra bottiglia dello stesso vetro colore azzurro, ma striata e fornita di ma- 
nico e piede riportato, si raccolse altresì in pezzi nella contigua anfora n. 12, la 

quale alla bocca aveva conficcata un'altra an- 
fora più piccola. La bottiglia di vetro ricom- 
posta ed alta m. 0,17 è riprodotta dalla tig. 14. 
La tomba n. 13 conteneva un vasetto di 
terracotta (tipo fig. 11). 

La 14 racchiudeva uno scheletro femmi- 
nile, presso il cui braccio era un'armilla di 
bronzo con i corpi rastremati ed aperti (fig. 15); 
e conteneva una piccola moneta di bronzo. 

La tomba 15 non diede alcun oggetto, 
ma fra essa e quella 22, scopertasi poi in 
seguito, fu trovata una bottiglia a lungo collo 
di vetro verdastro giallognolo ed alta 11 cm. 
(fig. 16). 
' Presso le ginocchia dello scheletro n. 16 

FlG - 12 - si raccolse un'altra bottiglia di vetro verda- 

stro carico, alta m. 0,16 e con orifizio un po' frammentato (fig. 17). 






Fio. 13. Fig. 14. 

La tomba n. 17 conteneva una bottiglia di vetro bianco verdastro, alta m. 0,19 
con orifizio conico, il cui diametro misura m. 0,07 (fig. 18). 



RAVENNA 



188 — 



REGIONE Vili. 




Prive di oggetti erano le tombe nn. 18 e 19. Quest'ultima consisteva di un'an- 
fora circondata e difesa da tegole. 

Dentro il sepolcro n. 20, fatto con tegole a capanna e con embrici al vertice 
ed ai lati, fu raccolta presso la testa dello scheletro una piccola moneta di bronzo, 

.ed accanto al petto una bottiglia di vetro 
verdastro carico, alta m. 0,20 (fig. 19). 

Un'altra bottiglia più piccola, ma 
di vetro bianco lievemente verdastro, alta 
m. 0,125 (fig. 20) era nell'anfora n. 21 
dalla parte dei piedi dello scheletro ; e 
la tomba ad embrici n. 22, conteneva si- 
milmente una bottiglietta di vetro di color 
verdastro carico, leggermente lesionata nel 
l'orlo ed alta m. 0,185 (fig. 21). 
P[Q ]5 La tomba 23 era priva di oggetti, 

ed il femore dello scheletro nella contigua 
tomba n. 24 misurava una lunghezza di m. 0,42. 

Nell'anfora n. 25 fu trovata una bella 
bottiglietta di vetro bianco, leggermente 
verdastro, con ventre sferoidale a striature 
oblique e con orifizio largo m. 0,08 (fig. 22). 
Nell'anfora n. 26, la quale era inne- 
stata con un'altra, si rinvenne una pic- 
cola armilla di bronzo. 

Tutte le altre anfore ed anche il se- 
polcro in muratura n. 28 non diedero alcun 
oggetto, eccettuato un piccolo vasetto in 
terracotta, proveniente dall'anfora n. 30. 
La suppellettile adunque di questa 
zona del sepolcreto fu piuttosto scarsa ed 
uniforme: due armille e due fibbie di 
bronzo, un ciondolo di osso, poche mo- 
netine di bronzo e delle fiale di vetro. 

Queste ultime però sono in maggior numero e la loro frequenza presso i cada- 
veri deve senza dubbio connettersi con qualche rito. 

Il prof. Orsi parlando dei vetri rinvenuti nelle Catacombe di s. Giovanni a Si- 
racusa, crede che tali ampolle contenessero olii aromatici, con i quali si aspergessero 
i cadaveri per correggerne i miasmi ('). E qui debbo ricordare che anche una delle 
tombe cristiane scoperta l'anno 1896 al Sasso conteneva due bicchieri di vetro ( 2 ). 
Fra le fiale del sepolcreto ravennate predominano, quanto a forma, due tipi : 

(») Notizie degli soavi, 1893, pag. 302; 1895, pag. 477. 
(*) Notizie degli scavi, 1896, pag. 84. 




Fig. 16. 



REGIONE Vili. 



— 180 — 



RAVENNA 



1°) bottigliette cilindriche, con alto collo, senza manico ed orifizio ad imbuto, 
dell'altezza oscillante da 16 a 20 cm. ; 

2°) bottigliette più piccole, con piede o sferico o conico, lungo collo, senza 
manico e dell'altezza variante da 10 a 13 cm. 

Fiale del secondo tipo occorsero pure nelle catacombe di Siracusa (') e nella 
necropoli barbarica di Castel Trosino (*). In quest'ultima località si trovò pure un 
vasetto con striature oblique, simile a quello ravennate (tìg. 11). Similmente l'armilla 





SW^. 



Fio. 17. 



Fio. 18. 



di bronzo ad estremità aperte (fig. 14) presenta un tipo che ricorre assai frequente 
a Castel Trosino, come pure la fibbia semicircolare è di un tipo piuttosto comune in 
quella necropoli (1. e. fig. 42, 48, 66), quantunque vi si presenti già più semplificato, 
cioè senza le teste di animali che addentano la sbarra della cerniera. 

Anche il gancio ravennate a piastretta rettangolare trova riscontro in altro di 
Castel Trosino (1. e. fig. 141). 

Con questi confronti non intendo stabilire la contemporaneità dei due sepolcreti, 
ma soltanto di accennare alla probabile originaria provenienza di molti fra gli og- 
getti, specialmente dei vetri, trovati nelle tombe barbariche di Castel Trosino. 

(') Notizie degli scavi 1804, pag. 510. 

( 2 ) Monumenti antichi della R. Accademia dei Lincei, voi. XII, tav. IX, n. 3; tav. X, un 1 e 5; 
tav. XIII, n. 8. 



RAVENNA 



190 - 



REGIONE Vili. 



L'età del sepolcreto ravennate viene determinata dalle monetine rinvenute dentro 
alcune tombe ed anche fuori di esse e da quelle raccolte in sepolcri di egual tipo. 

Nei sepolcri di Castel Sardo per es. furono trovate monete di piccolo modulo 
che il Nissardi, dai dati forniti, potè attribuire al basso impero ('). 

Nella necropoli dell'antica Olbia si raccolsero varie monete di medio e piccolo 
modulo spettanti a Costantino, Massenzio e Valentiniano ( 2 ). 





l'io 20. 



Il sepolcreto di Sfax diede parecchie monete, niuna delle quali rimontava al 
di là di Diocleziano e per maggior parte erano piccoli bronzi di Costantino, per i 
quali il Vercoutre giudicò quel sepolcreto non anteriore al principio del IV secolo 
(Revue archéologique, 1887, pag. 180). 

Una moneta di Costantino era anche nella prima tomba con anfora sepolcrale 
scoperta a Ravenna presso il Macello. 

Le monete infine provenienti dal sepolcreto di Classe sone tutte di piccolis- 
simo modulo e del basso impero. Di una dozzina che ne uscirono in luce tre appena 
se ne poterono leggere, essendo le altre troppo corrose, quantunque dello stesso mo- 
dulo delle tre meglio conservate. Di queste, due sono di Onorio (Cohen, nn. 48, 49) 
ed una è di Placido Valentiniano III, simile a Cohen, pag. 509, n. 37, variante però 
nell'esergo. 

Siccome queste monete, per essere tutte così logore e consunte, si deve presu- 



li Notizie ìegli scavi 1881, pag. 30. 
(') Notizie degli scavi 1892, pag. 215. 



REGIONE Vili. 



191 — 



RAVENNA 



mere fossero in corso da parecchio tempo, così la data del sepolcreto di Classe si 
può collocare alla metà del V secolo d. C. 

Ciò posto, debbo ancora ricordare come fra gli analoghi sepolcri scoperti in 
Ravenna, or son dieci anni, ed osservati dal dott. Tassinari, furono raccolte parecchie 
monetine di bronzo con la scritta FELIX RAVENNA, busto di donna con corona tur- 
rita ed il monogramma RE allusivo a Ravenna. Tale rinvenimento fornisce un dato 





Pio. 22. 



prezioso per stabilire l'età di tali monete finora assai incerta. Tanto il Mionnet quanto 
ancora il Fabretti (') le avevano comprese fra le monete autonome, cioè anteriori 
alla dominazione romana. 

L'averle ora trovate in Ravenna con anfore sepolcrali spettanti al basso impero 
ci autorizza ad assegnarle a tale età, sia perchè la scritta FELIX RAVENNA ricorda 
quella di FELIX KARTHAGO che ricorre sulle monete di Massenzio e di Massi- 
miano Erculeo ( 2 ); sia perchè in tale età si riportano le monete simili con la scritta 
CONSTANTINOPOLIS ed il busto della città e quelle di VRBS ROMA con il busto 
galeato di Roma. Le monete in onore di Ravenna saranno state ivi coniate al tempo 
di Valentiniano III, nato appunto in quella città, ed ivi risieduto dal 438 al 450. 
Osservo infine che il monogramma sul rovescio di tali monete ricorda quelli che 

(') Fabretti Monete greche del R. Museo di Torino, pag. 22. Mionnet I 97 n. 4 Svppl. 1, 
196, n. 4. 

( 2 ) Si confronti per questa formola anche il Bruzza negli Annali dell'Istituto, 1877, pag. 68. 



S. SEVERINO MARCHE — 192 — REGIONE V. 

cominciano ad apparire in Ravenna all'epoca bizantina, sia sui capitelli, sia sopra 
altri monumenti. 

Mentre tutte queste osservazioni tendono a dimostrare che il sepolcreto di Classe 
e gli altri analoghi citati nel corso del lavoro, cioè con anfore-sepolcri per i bambini, 
spettano a tarda età imperiale, non voglio però inferirne che l'uso di tale seppelli- 
mento dati solo da quell'epoca. 

A provare il contrario basterebbero le anfore per bambini ch'erano in Atene nel 
sepolcreto presso il Dipylon (') e quelle scoperte dal prof. Orsi nella necropoli del 
Fusco a Siracusa ( 2 ). Voglio però stabilire che tale uso divenne quasi generale e co- 
mune in molti e diversi luoghi solamente alla fine dell'impero d'occidente, e perciò 
non possa riferirsi a tale costume il celebre luogo di Plinio che da parecchi dotti 
fu citato come allusivo al costume di seppellire i cadaveri dentro le anfore. 

Il luogo è il seguente : et defunctos se se nulli fictilibus doliis condì maltiere 
(H. N. XXX. C. 46). Anzitutto Plinio, come ha già osservato il Gamurrini ( 3 ) parla 
di una usanza antichissima anteriore al suo tempo, e perciò non può aver alluso alle 
nostre sepolture. Oltre ciò non è credibile ch'egli avesse indicato le nostre anfore col 
nome di dolio,. 

Per tutte queste ragioni credo io pure che sia da preferire nel testo pliniano alla 
lezione doliis quella di soliis, offerta da alcuni codici autorevoli e supporre che 
Plinio abbia alluso al costume di deporre i cadaveri entro sarcofagi di terracotta, 
il qual costume era veramente antico e praticato, fra gli altri popoli, anche dagli 
Etruschi. Si aggiunga che i dolii essendo sempre di terracotta, rendevano inutile 
l'epiteto ficlilibus, il quale, al contrario, diventava necessario quando si voleva di- 
stinguere i sarcofagi di terracotta da quelli più sontuosi di pietra o di marmo. 

E. Brizio. 



Regione V (PICENUM). 

IL SAN SEVERINO MARCHE — Iscrizioni sepolcrali scoperte nel 
territorio del Comune. 

Nel dicembre dell'anno 1900 il R. Ispettore degli scavi e monumenti di San 
Severino, sig. Vittorio Aleandri, mi comunicava i fac-simili di due iscrizioni sepol- 
crali (n. 2 e 3) allora casualmente rinvenute nel fare lo scassato per piantamento 
di alberi in un terreno della Confraternita del Corpus Domini, circa tre chilometri 
da San Severino, presso la strada che conduce a Macerata. 



(') Brueckner und Pernice. Ein attischer Friedhof in Attienisene Mitteilungeii 1893, p. 79 e 164. 
(*) Orsi, Necropoli del Fusco in Notizie degli scavi di Antichità 1895, pag. 110. 
( 3 ) Notizie degli scavi 1889, pag. 396. 



REGIONE V. 



— 193 — 



S. SEVERINO MARCHE 



Siccome molto probabilmente altre iscrizioni simili giacevano lì dappresso, così 
autorizzai il sig. Aleandri, che me ne area fatto la proposta, ad ampliare per tale 
effetto le indagini. 

Risultato unico degli scavi fu il rinvenimento di un nuovo titolo sepolcrale 
(n. 1) e di pochi frammenti che ne completavano uno dei due (n. 2) già prima tro- 
vati, più tre frammenti con poche lettere. Tutti questi pezzi giacevano, uno sopra 
l'altro in modo da formare un solo ammasso, mentre nella rimanente area della 
trincea ch'era stata aperta di metri 15 per 10, non s'incontrò alcuna traccia di 
antichità. 

Appariva evidente che i cippi, i quali hanno tutti carattere sepolcrale, fiancheg- 
giavano in origine la Via Septempedana che passava lì presso ; divelti poi dal posto 
primitivo erano stati ammucchiati e sepolti nel sito, donde in occasione di lavori 
agricoli, tornarono un' altra volta alla luce. 

Tutti i cippi, in seguito a proposta fattane dal sig. Aleandri, furono acquistati 
dal Governo e collocati nel Museo Comunale di San Severino. 

Qui ne porgo la trascrizione delle epigrafi, tratta dagli apografi gentilmente inviati 
dal sig. Aleandri e da me riveduti. 

1°. - Alt. m. 0,75; largh. m. 0,58: spess. m. 0,14. 



L- OPLELIVSOL- 

CARITO • SIBI • ET 

OPLELI AE O-L- ATTIcE 

IN-FPXII- INAPXX 

SIBI • ET- SVIS 



2° — Alt. m. 1,70; larga m. 0,65; al disopra dell'epigrafe due quadretti, ornati ciascuno di un corno 
d'abbondanza, ma sormontati ed uniti da una cornice ricurva. 



Q_- ANNIVS D 
ACASTVS 
VI • VIR 
ANNIAOL- CHAJ 
CLiANNIVSC 
EJT-T3TEPHAN 





Notizir Scavi 1904. — Voi. I. 



20 



ROMA 



— 194 — 



ROMA 



3°. — Alt. m. 0,35 ; largo m. 0,50. 



ItUllm i 



M • CArvu 



CARDANA ■> LP 



MERENTIBVsPC 
ETPOSTERISC 



/ 



4°. — Alt. m. 0,38; largh. m. 0,30. Parte supcriore di cippo terminale con sommità arrotondata. 

1NAGR 
P • XIIX 

5°. — Alt. m. 0,80; largh. 0,75. Avanzo dell'ultima linea di cippo sepolcrale. 

~oVPHÌ' 




E. Brizio. 



III. ROMA. 



Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione VI. In via Montebello, demolendosi un muro costruito in gran parte 
con frammenti di antichi marmi, si è recuperata una piccola stele marmorea, con 
cornice, rotta inferiormente e nel lato sinistro. Vi si legge il titolo sepolcrale: 



d ISMANIBVS 
i jTALIL APONI 

NAEAN1 
ub VCLARIO VIX 
nU ■ XXXVI 
yNCHANVS 
/HREPTE 
ÌMERENTI 
SE 



epil 

et 
ben 

de 



La pietra è alta m. 0,27 X 0,17, ed in alto ha un fastigio triangolare, in mezzo 
al quale è scolpita una corona. 



ROMA 195 ROMA 

Regione XII. Continuandosi lo sterro per la costruzione del fabbricato di pro- 
prietà Mariani, al viale Aventino n. 13, sono stati rinvenuti fra la terra, e distac- 
cati dal loro luogo primitivo, altri piccoli avanzi del pavimento a musaico, del quale 
fu data notizia nel fascicolo precedente (pag. 158). In questi nuovi frammenti erano 
rappresentati animali feroci e figure di gladiatori combattenti con esse. In due di 
questi piccoli pezzi si leggono, a tasselli neri sul fondo bianco, le lettere : 



•/ 



VIII/DAK ICREC 



Nel terreno medesimo, a distanza di m. 25 dal viale Aventino ed alla profon- 
dità di m. 7,50 sotto il piano di campagna, sono riapparsi alcuni grossi poligoni di 
selce, appartenenti ad una antica strada romana. 

Via Nomentana. Nei lavori di sterro per le fondazioni di un nuovo villino 
sull' angolo delle vie Novara ed Alessandria, sono stati rimessi a luce due cippi 
sepolcrali in travertino, tuttora infissi nel terreno e distanti fra loro m. 3,90. Am- 
bedue sono alti m. 1,05, larghi m. 0,50 e grossi m. 0,20. Vi si legge: 

a) VIVI b) VIVI 

PFVRIVS- PL- PFVRIVS • P • L- 
ANTIOCHVS ANTIOCHVS- 
(sic) SIBI-EF SVIS SIBIETSVEBVS 
INFROPXII IN AGRP INFROP XIIINAGR- 
XIIX PXIIX 

Fra la terra si raccolsero due fondi di tazze aretine, che portano impressi i 
sigilli quadrangolari : 



I^N R 



MPE 
RE N 



Il primo sembra inedito: per l'altro v. C. I. L. XV, 5419 e. 

Via Prenestina. Nel terreno ove è posto lo stabilimento Tabanelli, al n. 25 
della via Prenestina, si è rinvenuto un pezzo di grossa lastra di marmo, appartenuta 
alla decorazione della porta di un monumento sepolcrale. Vi è scritto: 



4ELSIBIET C . CTAVIVSCLCELADVS- GNOME- DElO 

.ONOSVOETSVIS 7 



Al di sopra dei nomi erano scolpiti tre busti di figure panneggiate, dei quali 
resta soltanto la parte inferiore. 

Q. Gatti. 



PISTICCI 



— 196 — 



REGIONE III. 



Regione III. — (LUCANIA ET BRUT TU). 

LUCANIA. 

IV. PISTICCI — Tombe lucane con ceramiche greche. 

In questa pubblicazione (anno 1903, pagg. 262-264) ho dato breve notizia di 
due lekythoi di forma attica da me acquistate pel museo di Taranto come rinvenute 
in una tomba di Pisticci. Dubitavo tuttavia che i due fittili non fossero il solo mate- 




Fig. 1. 



riale di corredo vascolare funebre del sepolcro a cui appartennero. Così nello scorso 
novembre feci una gita sul luogo e, dopo alcune indagini, trovai ed acquistai presso 
il muratore Filippo Pagetta il resto di ceramiche che dalla medesima tomba si 
raccolsero. 

Secondo la testimonianza del Pagetta le due lekythoi erano adagiate nella sepol- 
tura e sopra di esse giaceva il vaso a figure rosse, qui subito descritto, di arte attica 
del V secolo avanti 1' èra volgare : 

1. Grande cratere a campana provveduto di due manichi a presa presso il labbro, 
inclinati in basso con foggia rettangolare e lievemente incavati nell'interno (fig. 1). 
Alt. m. 0,325-0,329 ; diam. dell' apertura della bocca va. 0,373. 



REGIONE III. 



197 — 



PISTICCI 



Internamente, fascia nel colore dell' argilla cotta sotto il labbro e all' orlo : manca 
di vernice il disotto dei manichi. Colore dell' argilla giallo rossastro. Vernice a tono 
freddo di uri nero verdastro. 

A. Un giovine di profilo a d. in clamide, coperto di petasos, con due lance 
nella d. abbassata e la sin. tesa in avanti sotto il mantello; è per raggiungere di 
gran passo una donzella che si allontana rapidamente a dritta in chitone ed hima- 
tion, volgendo indietro il capo cinto di benda radiata e tenendo nella sin. una girale : 
dietro il giovine altra donzella, in chitone a fitte pieghe ed himation con opistho- 




Fig. 2. 



sphendone radiata in testa, fugge a sin. levando per lo spavento ambo le palme delle 
mani in alto e volgendo il capo verso la scena (tìg. 2). 

Teste e figure in perfetto profilo; capelli in massa nera, raccolti sulla nuca e 
inanellati nelle donzelle, a riccioli in nero diluito sulle tempia e sulla fronte del 
giovine. Espressione di dolorosa meraviglia abbastanza significata nel volto della fan- 
ciulla di sinistra per la pupilla dell'occhio alzata e per le labbra lievemente di- 
schiuse e protese in segno di gridare. Rappresentazione piena di movimento e con 
simmetria di contrapposto : personaggi alti circa m. 0,16: pieghe e svolti degli abiti 
trattati con filettature lucidissime a corpo consistente e con ingrossamenti di ver- 
nice a pennello morbido. 



PISTICCI 



198 — 



REGIONE III. 



Disegno buono, benché non accuratissimo, ma provetto e sicuro. 

La scena, inspirata al brillante e favorito soggetto artistico di Peleo che perse- 
guita e rapisce Tetide in mezzo alle Nereidi, soggetto pieno di agitazione e di sen- 
timento, pare fosse molto in voga fra gli abitanti dell' Italia meridionale; ed a Pisticci 
già per la seconda volta in breve lasso di tempo la trovo tipica e nella medesima ma- 
niera con poche e trascurabili varianti (cfr. Noi. d. scavi, anno 1902, pag. 314, fig. 2, b). 
B. Scena ordinaria con esecuzione molto andante di un efebo ammantellato 
procedente ad. e retrospiciente fra due rabdofori contrapposti e indossanti l' himation, 




Fig. 3. 



de' quali quello di sinistra ha corta barba tagliata a pizzo. Nel campo, paio di 
halteres (fig. 1). 

Gli himatia sono orlati di nero: la silhouette che contorna i personaggi è tra- 
scurata ed affrettata ; l' efebo di mezzo, non bene proporzionato, riesce goffo per la 
testa grossa e schiacciata: del resto buoni profili nei volti e sicurezza nel tratto 
delle filettature sulle vesti. 

Dentro la stessa tomba l' inesperto esploratore dovette inconsapevolmente danneg- 
giare o realmente trovò in pezzi altri vasi di stile attico a figure rosse, del V sec.,conser- 
vandone i rottami da cui mi fu dato di ricomporre e restaurare i seguenti esemplari : 

2. Cratere a calice frammentato (fig. 3). Alt. m. 0,282-0,285; diam. dell'aper- 
tura della bocca m. 0,29. 



REGIONE III. 



109 — 



PISTICCI 



Paseiolina riservata all'orlo e sotto il labbro internamente; manca di vernice 
la parte interna dei manichi e lo spazio fra gli attacchi di essi. Colore dell'argilla 
giallo aranciato. Bella vernice nero ebano lucente. 

A. Un uomo di profilo a dr. con barba che lascia scoperte le gote e il mento 
e con baffi, indossante la clamide orlata di nero, il capo coperto da un pilos di 
viaggiatore a punta acuminata e piegata, sta appoggiato e inclinato sul nodoso ba- 
stone tenuto sotto l'ascella sin., la gamba dr. tesa e ferma e il piede sin. sollevato 
sulle dita in atto di riposo : egli ha deposta a terra una cassetta ornata ad elementi 
di meandro in color nero diluito, e da un' altra cassetta decorata a spina, pure in 
nero diluito, estrae un oggetto di abbigliamento muliebre da testa mostrandolo sul 




Pio. 4. 



limitare di una casa di stile ionico ad una donna, la quale attendeva al lavoro del 
telaio, da cui scende parte della stoffa intessuta. Dietro la scena un giovane con la 
clamide affibbiata presso la spalla dr., tenendo nella mano sin. due lunghe lance 
appoggiate al suolo, sta in attitudine di riposo e quasi di attesa con la dr. sull'anca 
e la gamba destra portata indietro a ginocchio lievemente piegato e posando il piede 
sulle dita, in modo da far gravare, alla maniera policletea, tutta la persona sull' altra 
gamba: egli col capo di profilo verso dr. guarda la scena che gli accade dinanzi 
(fig- 4). 

La rappresentazione di questo vaso desta interesse: genericamente l'uomo con 
la cassetta di abbigliamenti muliebri in mano, per la foggia peculiare dei baffi e 
della barba sembra riferirsi ad un tipo non greco, ad un merciaiuolo ambulante e 
straniero e probabilmente ad uno di quei fenici di cui l' Odissea contiene qualche 
cenno, i quali all' occasione non si facevano scrupolo di rapire anche qualche ragazza 



PISTICCI 



— 200 — 



REGIONE III. 



o qualche giovinetto: in tal caso si avrebbe una semplice scena di genere con un 
venditore ambulante che, fermatosi dinanzi ad una casa, mostrerebbe la sua merce 
ad una donzella per invogliarla ad acquistare. 

Tuttavia la composizione del soggetto non potrebbe escludere che l' artista abbia 
pensato ad un determinato momento mitologico: forse almeno nella scena generica 
può non essere del tutto estranea qualche reminiscenza dell'episodio dell'Odissea 
relativo all' incontro di Ulisse e Penelope illustrato dall'arte del V secolo. Non sarebbe 
strano riconoscere, nella donna, Penelope presso il telaio: il giovane, tranne alcune 
varianti, pare simile al Telemaco del vaso attico a figure rosse con la rappresenta- 
zione del telaio e di Penelope, riprodotto anche dal Roscher, MylhoL, Penelope, 




Fio. 5. 



col. 1913-14: la difficoltà consiste nell' interpretare in qualche modo la figura cen- 
trale per 1' Ulisse quando, come vedesi nella nota pittura parietale pompeiana (Roscher, 
op. cit., col. 1916), si presenta non conosciuto a Penelope sotto le spoglie di un 
mendico. Pur troppo tale difficoltà è grave: inesplicabile sarebbe la cassetta nella 
mano dell' uomo barbato e l' aspetto dell' uomo medesimo non ha nulla di mendico 
o di vecchio e nemmeno di greco. 

B. Tre efebi ravvolti nel manto, due dei quali con bastone (fig. 3). 

3. Kotyle con ornamenti di palmette contrapposte e girali fogliate sotto le anse. 
Alt. m. 0,16; diam. della bocca m. 0,185. 

Colore dell'argilla giallo rossastro. Vernice nera a riflessi verdognoli. Disegno 
accuratissimo. 

A. Due sileni interamente nudi in danza orgiastica con benda ornata di foglie 
d' edera nel capo (fig. 5). 



REGIONE III. 



— 201 



PISTICCI 



B. Un sileno appoggiandosi al bastone saltella dietro un altro sileno, il quale, 
procedendo a destra, porta su ambo le mani una grossa kotyle liscia: sono entrambi 
interamente nudi e adorni nel capo di una benda (fig. 6). 

4. Oinocboe ventricosa a bocca trilobata ed ansa con lieve costolatura mediana : 
è frammentata. Alt. m. 0,205. Sul collo, ramo di lauro. Colore dell'argilla giallo 
rossastro. Vernice bruna lucida, ma data con poco corpo. 

Nel riquadro davanti sul ventre, donna alata perseguitante un efebo; soggetto 
inspirato al noto motivo artistico di Eos e Kephalos assai ripetuto sui vasi (fig. 7). 

Insieme con le suddette ceramiche figurate si trovarono anche i frantumi dei due 
fittili qui sotto notati : 




Fig. 6. 



5. Tazza a forma di kylix, ricomposta da vari rottami: è tutta verniciata in 
bruno verdognolo con una lista riservata presso la costa del piede. Alt. m. 0,108; 
diam. della bocca m. 0,20. 

6. Nappo, pure restaurato, ad ansa anulare, breve collo e labbro sporgente, con 
parete baccellata e presso che della forma data dal Furtwàngler, B. V., tav. VI, 
n. 223. Alt. m. 0,13; apertura della bocca m. 0,115. 

E tutto verniciato a bruno lucente, tranne che il fondo sotto la base, dove si 
vede il colore dell'argilla di un grigio rossastro con un circoletto in vernice nera 
nel centro ed un cerchio nero intorno alla periferia. 

7. Da un' altra tomba, scoperta parimenti nel nuovo abitato di Pisticci, venne 
fuori una finissima pelike che acquistai presso il sig. Giuseppe Vena. Alt. m. 0,364 ; 
diam. m. 0,251. Ha piede discoidale a costa non verniciata; manichi a nastro con 
costolatura mediana. Sul collo, ramo di lauro ed ovoli; sotto le figure, striscia di 
meandro interrotto da riquadri a croce. Il vaso è offeso nel dritto da un colpo di 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 27 



PISTICC! 



— 202 — 



REGIONE III. 



martello ricevuto tra il mento e la spalla della figura centrale: è tuttavia un note- 
vole esemplare di bella arte vascolare attica a figure rosse del V secolo : di disegno 
perfetto e di magistrale esecuzione, severo ed efficace nei profili, artistico e nobile 
nella posa e negli atteggiamenti dei personaggi su ambo le parti, dà il senso di una 
elegante bellezza puramente greca. Figure alte circa m. 0,18. Colore dell* argilla 
giallo rossastro. Vernice nero lucida. 

A. Scena della vita domestica nel gyneceo (fig. 8) : in sedia a gambe ricurve 
e spalliera siede una nobile donna posando su di uno sgabello i piedi calzati di 




Fig. 7. 



scarpe: essa è riccamente vestita di finissimo chitone ionico con mantello ad orlatura 
e frangia nera portato a guisa di velo fin sopra il saccos, che copre i capelli : ha 
collana e monili: sta davanti a lei una giovine con monile visibile sul polso destro, 
la quale tiene lo specchio, e dietro di questa segue altra donzella che regge sulle 
braccia una cassetta munita di pieducci: le due giovani in cuffia aperta indossano 
il chitone dorico cinto alla vita e con orlatura verticale nera, portando l' himation 
pure orlato in nero e raccolto sul braccio sinistro. 

B. Tre efebi con scarpe e ravvolti in ampio manto orlato di nero: due di essi 
sono posti di fronte e in mezzo a loro sta una stele o pilastrino; dietro, a sinistra, 
è il terzo efebo di profilo verso destra. I capelli, trattati in massa nera, terminano 
a riccioli. 

8. Anche il muratore Giuseppe Viggiani trovò in via Fratelli Bandiera dentro 
una tomba, insieme con un cratere a figure rosse di comune soggetto bacchico e con 



REGIONE III. 



— 203 — 



P1STICCI 



due piccole lekythoi aryballiche interamente verniciate di nero, il seguente vaso che 
è ora nel museo di Taranto: 

Kotyle ricomposta da sette frammenti. Alt. m. 0,176; diam. della bocca m. 0,194. 
Superficie delle figure in parte danneggiata dal modo inesperto col quale fu pulita all'atto 
del rinvenimento. Colore dell' argilla giallo rossastro. Vernice nera. Disegno buono e 
sicuro. 




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Fig. 8. 



A. Hoplitodromia. Due guerrieri di profilo a dr. in movimento di corsa col 
corpo ignudo, capelli fluenti dietro il collo, elmo attico crestato in testa e scudo 
rotondo, di cui vedesi la faccia interna, nel braccio sinistro (fig. 9). 

B. Efebo ignudo in atto di riposo con la sin. appoggiata sul fianco, tenendo 
ferme e dritte sul suolo due lance con la destra: di fronte a lui sta in conversazione 
un altro efebo indossante l'himation con bastone nella sinistra (fig. 10). 

Ho altresì raccolto qua e là alcuni tipi di vasellame che escono comunemente 
nella continua manomissione delle tombe antiche di Pisticci, e dei quali dò la descri- 
zione : 



PISTICCI 



— 204 — 



REGIONE III. 



9. Lekythos di forma attica (fig. 11) a fondo rivestito di un giallo biancastro 
sulla parte cilindrica della pancia mio alla spalla ed al collo : bocchino, ansa, base 




Fio. y. 




Fio. 10. 



del corpo e piede inverniciati di nero poco denso e brillante. Sono riservati nel colore 
dell' argilla gialla l' orlo del bocchino, l' interno del manichetto e il fondo del piede : 



REGIONE III. 



205 — 



PISTICCI 



nella base del corpo tre cerchi riservati sono stati coperti o limitati, in maniera 
affrettata, di color morello come del medesimo colore è coperta la costa del piede. 

Il bocchino fu riattaccato a metà del collo. Alt. 

fm. 0,21. 
In vernice nero lucida nel dinanzi della pancia, 
sul fondo giallo biancastro, dentro un riquadro è 
un reticolato obliquo fra zone punteggiate; sopra 
la spalla, nella medesima vernice brillante ma 
poco spessa, è una raggiera e, alla base del collo, 
un giro di bastoncelli. 

10. Tazzetta biansata di forma greca eoa corpo 
a kylix e piede a bocca di tromba senza gambo 
(fig. 12). Alt. m. 0,06; diam. della bocca m. 0,13. 
Internamente verniciata di nero tranne che un di- 
schetto nel centro e una fasciolina presso l'orlo. 
Esternamente è riservata da sotto l' orlo all' altezza 
degli attacchi delle anse portando un filetto a ver- 
nice nera intorno allo svolto del corpo sopra i ma- 
nichi. Colore dell'argilla rossicio scuro. Vernice 
con riflessi. 

11. Phiale umbelicata, in foggia di bacino, 
ben lavorata alla ruota e con coppia di fori sotto 
l'orlo per essere appesa (fig. 13). Alt. m. 0,042- 
0,045: diam. m. 0,245. Esternamente è del color 
dell'argilla cotta meno che un fascione a vernice 
bruna nel lembo superiore : l' orlo è piatto e riser- 
vato: nel fondo interno due cerchi concentrici cir- 

mammellonave e sono risparmiati dalla vernice brunastra che 




Fig. 11. 



condano l'ombelico 

copre tutto l'interno del fittile. È certamente un prodotto industriale del luogo 




Fio. 12. 



Appare tipico in Pisticci come produzione tradizionale indigena il vasellame di 
argilla giallo chiara con ornamenti lineari dipinti in color bruno e rosso: sono pic- 
coli vasetti muniti di breve pioduccio a cercine e di due anse contrapposte a nastro 



PISTICCI 



— 206 — 



REGIONE III. 



e sviluppate dalla massima ampiezza del corpo all' orlo o sormontanti V orlo : il corpo 
è ventricoso o con la parte superiore modellata a tronco di cono. 




Fig. 13. 



Le figure 14 e 15 danno due tipi che colà si ripetono comunemente e che sono 
identici a simili vasetti trovati nel 1898 nella stessa Pisticci dentro una tomba che 




Fig. 14. 



l:2 



conteneva anche una bella kelebe attica a figure rosse del V secolo a. Cr. (vedi in 
Not. d. scavi 1902, pag. 317, fig. 4 a e b): notevole il vasetto a fig. 15 avente 
da ambo le parti in mezzo ai due riquadri una specie di doppio vu rosso sopra 
uno nero. 



REGIONE III. 



207 — 



PISTICCI 



La figura 16 riproduco un vasetto di tal genere ornato molto trascuratamente 
con punti in bruno su zone orizzontali costituite da fascioline tirate in maniera irre- 
golare e affrettata intorno alla parte conica del corpo del fittile: la vernice bruna 




Fig. 15. 



ha, a differenza dell'ordinaria, una qualche lucidezza: è da notarsi poi che sopra tale 
decorazione è stata applicata in rosso opaco a guazzo una cancellata a bastoncelli 




Fio. 16. 



verticali e legati da due fasciette orizzontali una in alto e una in basso : dalla faccia 
opposta a quella riprodotta nella figura la cancellata è più fitta e in tutta la zona 
centrale, come in gran parte dell'ultima zona in fondo, mancano i punti, e il riem- 
pimento è fatto disordinatamente e confusamente dal passaggio della cancellata e da 
altri tratti verticali in nero. 



P1STICCI 



— 208 



REGIONE III. 



La figura 17 riproduce un esempio di accurata e simmetrica decorazione lineare 
in un riquadro, da ambo le parti, con tre zone concentriche, di cui due riempite di 
tratterelli verticali alternati con semplici elementi del meandro e quella del mezzo 
riempita da reticolato obliquo, interrotto da una parte sola ad un estremo col motivo 




Fio. 17. 



1:2 



di decorazione che occupa le altre due zone: sotto gli attacchi inferiori delle anse 
accerchiano il vaso una lineola e una fascia : altra fascia è tra il fondo e il pieduccio ; 
internamente ed esternamente sotto l' orlo gira una lineola; triangoli pieni coi vertici 
in basso stanno nella parte interna del labbro a lato delle anse, le quali hanno la 
superficie esteriore coperta di tratti orizzontali chiusi da fascette che lungo i lembi 
dell'ansa sono tirate giù a nastro per lo spazio libero fino allo svolto del ventre. 
Tutta la decorazione è in color bruno opaco sul fondo giallo chiaro dell' argilla, 
meno che il reticolato della zona centrale che è in rosso quasi morello. 



Q. Quagliati. 



SARDINIA 



— 209 — BDSACHI 



SARDINIA. 

V. BUSACHI — Ricerche nelle tombe scavale nella roccia, dette 
doni us de janas, in località « Sa Pardischedda » e « Campumaiore ». 

L' importanza di Busachi, come centro di vita dei popoli sardi in età anteriore 
all'arrivo delle immigrazioni fenicie e cartaginesi, era stata già segnalata nell'opera 
del sig. Giovanni Pinza ed in un breve resoconto di una gita da me fatta nel maggio 
dello scorso anno ('). Il cav. Oppo Palmas, sindaco di Pordongianus, noto per le sue 
indagini nell' agro dell' antico Forum Traiani e per le molte cortesie prodigate a 
quanti si interessano di antichità e di studi in genere del suo paese, secondando le 
mie continue premure, ebbe da un suo conoscente di Busachi, certo sig. Grappi, la 
notizia che presso al borgo, si rinveniva una domu de janas non ancora esplorata. 
Decisi perciò di intraprenderne senza indugio lo scavo, che se non fu largo di tutto 
il risultato sperato, non fu completamente infruttuoso. 

È noto che il villaggio di Busachi si trova in elevata posizione in valle del 
fiume Tirso, dominandola dalla sua ridente postura (360 metri sul livello del mare), 
fronteggi ante il vasto altopiano di Ghilarza ed Abbasanta, e circondato esso stesso 
da una cerchia di colline trachitiche, dal dorso pianeggiante, e dai fianchi scarpati 
bruscamente ed incisi da ripidi valloncelli, dall' aspetto di acropoli o altipiani ben 
difesi ed atti alla dimora di popolazioni primitive. 

Il villaggio attuale è disposto in una conca alle falde di questi vari colli, le 
cui pareti di roccia trachitica tenera sono traforate da numerose tombe scavate nella 
roccia, domus de janas o domigheddas nel linguaggio del luogo ; si distinguono nei 
fianchi dei vari altipiani i gruppi di tombe di « Campumaiore » , immediatamente presso 
il villaggio, quello di « Contra » a nord di esso; ad est, poco lungi della via per 
Neoneli, sul fianco della collina che è incisa dal pittoresco vallone ove scorre la 
buona sorgente detta Mitta Iosa (fontana del sepolcro), a 500 metri dall' abitato è 
il gruppo di tombe di « Campu Manielle » già esaminate dal Pinza ; ed a poca distanza 
da questo, lungo un valloncello sboccante a Mitza Losa, le tombe di località « Sa 
Pardischedda • una delle quali appariva già violata e occupata dai possessori del fondo, 
l'altra in terreno di Salvatore Mura, quasi del tutto interrata, fu da me scavata e 
rinettata. 

Come risulta dalla piccola pianta desunta dai miei schizzi (fig. 1), la grotta si 
compone di varie parti ; di una specie di prodromos scavato nella roccia, per poter 
avere una superficie verticale abbastanza grande da praticare l'accesso e tagliare 
nel vivo una tomba capace e sicura; dalla porticina o bocca circondata da sem- 
plice cornice si accede ad un anticella, che trovai piena di finissimo limo assai tenace, 

(') Giovanni Pinza, / monumenti primitivi della Sardegna (Monumenti antichi editi dall' Acc. 
dei Lincei, voi. XI), pag. 44 e seg., figg. 27-33; A. Tarameli!, Notizie degli scavi 1903, fascicolo 9, 
pag. 498. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 28 



BDSACHI 



— 210 



SARDINIA 



prodotto dalla disgregazione della roccia trachitica ; da questa anticella, per mezzo di 
una porticina, ora distrntta fino all' architrave non meno che la parete in cui essa si 
apriva, si passa alla maggiore cella della tomba, di forma ad un dipresso rettango- 
lare, di dimensioni vistose (m. 2,20 X 4,60), aneli' essa però piena di limo e di pietre 



A-- 




Fig. 1. — Pianta e sezione della grotta «la Pardischedda ». 



crollate dalla vòlta pianeggiante ed in vari punti franata. Dalla cella si aveva accesso 
a due altre cellette secondarie, una sul fondo, l' altra sul fianco destro a chi accedeva, 
entrambe a pianta rettangolare e vòlta pianeggiante. 

Dalle condizioni in cui erano ridotte tutte le porticine che davano adito alla 
cella ed alle due cellette, si desume che la tomba era stata violata dai soliti ricer- 
catori di tesori, in tempo remoto, e si era poi riempita lentamente colle filtrazioni 
dalla vòlta e dalla l'ance spalancata. 



SARDINIA 



211 



BUSACHI 



Se la pianta e la disposizione di questa grotticella funebre non presentano divario 
da altre di Busachi e di quelle necropoli sarde ricordate dal sig. Pinza, invece inte- 
ressante è la decorazione da me osservata sulla parete attorno alla porta tra l' anti- 
cella e la celletta, avendosi dipinti in rosso i due scomparti della parete stessa ai 
due lati della porta, lasciando però libera la parte di mezzo, dov' era aperta la por- 
ticina, che a sua volta è contornata da una incisione dipinta in rosso, e sormontata 
da un'altra incisione, ravvivata pure da colore rosso, che imita grossolanamente un ar- 
chitrave rettangolare, con i lati estremi rilevati (fig. 2) da cornetti ; anche nel centro 
del soffitto dell' anttcella, si osserva un piccolo cerchiello in colore rosso. Sono motivi 
decorativi semplici e che non dubito risalgano all' epoca in cui la grotticella fu sca- 
vata, avendo notato in altre tombe di « Campumaiore » i due o tre rincassi attorno 




Fig. 2. — Decorazione della parete dell'anticella. 



alle portine rilevati da traccie di colore rosso, ottenuto, sembra, con argille affioranti 
presso Busachi, sotto le rupi trachitiche che circondano il borgo. Il fatto della deco- 
razione si accorda anche col tipo della tomba, già sviluppato e complesso, notandosi 
anche in Sicilia che le tombe con decorazione incise attorno alla porta sono quelle 
del II periodo, come a Thapsos ('), o quelle ampie e ben sviluppate di^Cassibile ( 2 ), 
preludenti alla comparsa del ferro nell'isola. 

Nella grande massa di fango che riempiva l' anticella non rimanevano della sup- 
pellettile originale che numerosi frantumi di stoviglie, in gran parte tanto corrosi da 
non dare precisa cognizione dell' aspetto primitivo ; appariva però una ceramica di 
assai rozzo impasto, con argilla impura e con elementi grossolani di roccia, plasmata 
a mano e condotta ad una grande compattezza da un' intensa cottura, come si riscontrò 
nelle stoviglie di altri giacimenti primitivi dell' isola, sia nei villaggi all' aperto del 
capo s. Elia, che nelle grotte naturali di quel promontorio^ del bacino d'[Iglesias : 
fra questi avanzi alcuni dovettero appartenere a grossi vasi, altri a stoviglie più fini 
e di mediocre dimensioni, a piccoli orciuoletti ventricosi, del tipo di quelli rinvenuti 
nella grotticella artificiale di Bunannaro, di cui si conserva il materiale nella colle- 
zione di Dessi a Sassari, e nel Museo Cagliaritano ( 3 ). Ebbi vari frammenti di vasi 

(') P. Orsi, Thapsos {Mon. Accad- Lincei, voi. VI), pag. 115, sep. 28. 

(*) P. Orsi, Pantalica e Gassibile (Mon. Accad. Lincei, voi. IX), pag. Ili, fig. 52. 

( 3 ) Notizie degli scavi, anno 1891, pag. 324; Pinza, op. cit., pag. 85. 



BUSACHI — 212 — SARDINIA 



a orlo piatto e largo, ed una robusta ansa a ponte appartenuta ad orciuolo, a rozza 
brocca, dello stesso tipo di quelle della grotta di s. Bartolomeo e delle caverne di 
Genna Luas, nell' Iglesiente ('), e che si notano anche fra le ceramiche dei nuraghi, 
sia nei più piccoli e primitivi monumenti di questa serie, come in un nuraghe presso 
Monti, esplorato dal sig. Nissardi, che nel grande e complesso nuraghe Losa, presso 
Abbasanta, anni addietro scavato ( 2 ). 

Nella cella maggiore ebbi varie scheggie di ossidiana e due grossi nuclei della 
stessa roccia con grosse scheggiature nel dorso e minuti ritocchi nel margine, così 





Fig. 3. — Saggi di ceramica ed accetta levigata di Busachi. 



da far pensare che fossero stati uniti alla suppellettile funebre quali strumenti gros- 
solani; scheggie d'ossidiana, nuclei, coltellini si ebbero del resto nelle grotte artifi- 
ciali di Ploaghe, di cui lo Spano fa menzione e in quelle di Osilo, visitate anni 
addietro dal Mantovani ( 3 ), e dal prof. Lovisato. Nella colletta di fondo rinvenni il 
frammento appartenente al tagliente di un' ascia levigata, di roccia cloritica non molto 
compatta, di forma molto elegante, col taglio rettilineo e la sezione ovale schiacciata, 
accetta che per le sue modeste dimensioni (larghezza al taglio min. 41, spessore mm. 9), 
per la sua esilità e la poca durezza della roccia, potrebbe piuttosto ritenersi come un 
amuleto anziché un'arma o uno strumento d'uso (fig. 3). Accette levigate il Nissardi ri- 
corda siano state rinvenute in grotte artificiali della Nurra di Alghero, un' accetta, pure 



(') Pinza, op. cit, pag. 23, fig. 11. 
(*) Pinza, op. cit., pag. 122, tav. VH-VIII. 

( 3 ) Mantovani, Bull. Paletnol. Rai., 1875, pag. 204; Pinza, op. cit, pag. 82; Spano, Notizie 
delle scoperte fatte nell'isola, anno 1875, pag. 26. 



SARDINIA — 213 — BUSACHI 



levigata, l'ebbe il Mantovani dalla grotticella di Osilo, sopra citata, come pure ne trovò 
discretamente copiose l'Orsi nelle grotte sicule, anche di periodo avanzato, come l'ascia 
scanalata della tomba 64 di Pantalica ( 1 ). Cosicché la presenza di questo strumento o 
amuleto che sia nella domu de janas di Busachi non porterebbe a riferirla alla pura 
epoca litica, ma potrebbe permettere di accettare la determinazione cronologica che 
ci è suggerita dal complesso tipo della domu, dalla ampiezza e dalla decorazione 
della particella; teniamo presente che non solo nelle grotte di s. Bartolomeo, riferite 
all' orizzonte eneolitico, si ebbero frammenti di ascie levigate, ma che teste di mazza 
scanalate e forate, rozze ascie, scalpelli, macinelli litici si trovano dovunque presso 
ai nuraghi, indubbiamente dell' età del bronzo, e che ci danno inoltre un materiale 
ceramico affatto simile nel tipo a questo della grotta artificiale di Busachi. Verrommo 
così a confermare, per quanto scarsi siano i nostri dati, il criterio cronologico dato 
dal Pinza (op. cit., pagg. 74, 88), che se il tipo di sepoltura scavata nella roccia si 
introdusse in Sardegna nel periodo eneolitico, esso vi rimase, ampliandosi, comple- 
tandosi ed abbellendosi, per tutta V età del bronzo, giungendo, io credo, sino al periodo 
dei primi contatti colle colonie semitiche della costa. 

Da questa località di « Sa Pardischedda » rivolsi l' attenzione a quelle di 
« Campumaiore » di cui già sono note le vaste e complesse tombe scavate nella 
tenera trachite del pittoresco dirupo imminente alle case del borgo. Accanto alla 
tomba con duplice portello d'ingresso, disegnata dal Pinza a fig. 30, pagg. 49, 50, 
rinvenni, nascosta sotto la coltre di una rigogliosa vegetazione di sterpi e di fichi 
d' India e sotto una frana di grossi blocchi rovinati dall' alto, la bocca di una domu 
de janas, che in fatto poi apparve riempita di acqua e di finissimo limo, dopo di 
essere stata, non so in qual epoca, violata e perfettamente vuotata del suo con- 
tenuto ( i ). 

Così pure in una grotticella esistente nel fondo di Filomena Meloni, composta 
di prodromos e di due cellette scavate una in seguito all' altra e molto irregolari nella 
loro disposizione (fig. 4), potei sgombrare dalla compatta fanghiglia che l' occupava 
l' ultima cella, la quale non mi dette che poche scheggie di ossidiana ed un abbozzo 
di freccia a mandorla della stessa roccia. 

Qualche maggior dato io ebbi esplorando lo scarico proveniente dallo svuota- 
mento di una grande sepoltura, sita nella stessa parete di rupi di Campumaiore, 
nel fondo di certi Loddo, i quali hanno adibita la tomba all' uso di pagliaio. 
Alcuni cocci di ceramica raedioevale provano che la grotticella era stata aperta ed 
usata, forse come abitazione, da molti secoli; ma tra l'argilla levata dal fondo della 
seconda camera ebbi molti frammenti di stoviglia preistorica; erano per lo più fondi 



(') Orsi, op. cit, pag. 64, fig. 34. 

( J ) Per quanto la ricerca sia stata vana, ini incombe 1' obbligo di ringraziare pubblicamente i 
proprietari del fondo, la famiglia Loddo, e specialmente il sig. Giuseppe Loddo negoziante di Bu- 
sachi, che con cortesia altrettanto squisita quanto spontanea, facilitò le mie ricerche in ogni modo, 
ottenendo dai vari proprietari delle case addossate alla domu de janas ampia facoltà di investiga- 
zioni e di ricerche. 



BDSACHI 



214 



SARDINIA 



di vasi cilindrici o a cono leggermente espanso, plasmati con argilla depurata, e di 
buona cottura; pareti di siffatti vasi, abbastanza sottili, eseguiti a mano, e lisciati 
a spatola, alcune coli' orlo tondeggiante, altre con l' orlo piatto e munito di piccole 
bugne, o sporgenze mammillari, e che accennavano a vasi di grande dimensione e di 
fattura assai buona, per quanto eseguiti senza aiuto di ruota o di tornio. Vasi cilin- 
drici o a tronco di cono furono dati dalle domus de janas di Bunannaro (') e di 
Osilo, e sono tipici negli strati eneolitici del Mediterraneo occidentale; interessante 
è anche la decorazione che trovai su alcuni frammenti, ottenuta a graffito siili' argilla 




, Fio. 4. — Pianta di tomba in Campumajore. 



molle prima della cottura, mediante una spatolina o un fascio di stecchi legati insieme, 
con cui il figulo tracciò molte serie di linee parallele ed oblique, decorazione disin- 
volta e frettolosa, se si confronta con quella diligente ed accurata della ceramica 
eneolitica del Capo di s. Elia di Cagliari (fig. 3). 

La piccola ansetta mammillare che è posta siili' orlo di uno di questi vasi (tìg. 3) 
a decorazione lineare granita, è ornata nella sua faccia superiore da linee di puntini 
incisi con stecco, decorazione frequente nella ceramica del Capo s. Elia, prova questa 
che anche la ceramica di Busachi si connette alla stessa evoluzione formale e deco- 
rativa, benché appartenga ad un momento più avanzato. Ciò si accorderebbe non solo 
col grado di cottura di queste stoviglie, ma anche colle grandi dimensioni e il com- 
plesso tipo di queste celle sepolcrali di « Campumaiore',» ; cosicché, se è lecito trarre 
conseguenze dall' esiguo bottino avuto in questa ricerca, noi potremmo avere una 
prova che la civiltà a cui appartengono le tombe scavate nella roccia, dette domus 
de janas, si esplicò da un fondo di coltura comune agli abitatori dei villaggi eneo- 
litici e delle grotte naturali del Capo s. Elia, e che nell' età del bronzo, e forse 
anche all'inizio di quella del ferro, pure sviluppandosi il tipo delle tombe, la loro 
pianta e decorazione, si conservarono però, col rito funebre, X uso e la tecnica litica, 
i tipi ed i motivi della ceramica propri del periodo eneolitico a cui, come fu detto, 
rimonta l' introduzione anche in Sardegna dell' architettura funeraria delle tombe 
scavato nella roccia. 



(') Pinza, op. cil, pag. 85, tav. IV, fig. 2. 



SARDINIA 



215 — 



BDSACHI 



Le mie ricerche mi condussero poi alla località detta « Sa Ogada » in regione 
Cappai, situata presso al confine tra Busachi e Aliai, località isolata dall' abitato a 
7 chilometri a sud-est di Busachi, dominante dall' alto di un altipiano trachitico la 
confluenza dei due ampi e maestosi valloni del Tirso e del Rio di Massari. Tale 
località presenta un piccolo gruppo di domus de janas, scavate negli scogli trachi- 
tici che coronano l' altipiano, ai piedi del quale, su una collina sporgente sul con- 
fluente dei due fiumi, è il nuraghe Ida, quasi guardia dell' importante passo. Ma per 
quanto la piccola necropoli fosse lontana da ogni centro abitato, pure era stata vio- 







Fig. 5. — Tombe ad Ogada (Busachi). 



lata e spazzata dai pastori ; cosicché anche qui non ebbi altro che i soliti frammenti 
di ossidiana e qualche frustolo di ceramica dello stesso impasto che quella di « Cam- 
pumaiore » e di « Pardischedda » . Credo tuttavia interessante dare la forma schema- 
tica di queste tombe, una delle quali (fig. 5) è scavata in uno scoglio isolato e fra- 
nato, probabilmente dopo lo scavo, giù dal ciglione che forma l' orlo dell' altipiano ; 
ha il piccolo prodromos pure tagliato nella rupe, l' anticella e la celletta rettangolari 
e di medie proporzioni ; notevoli le due porticelle della prima e della seconda camera, 
le quali hanno nella soglia i due incassi tagliati a spigoli vivissimi per V infissione 
dello sportello di chiusura; siffatti incassi, che non potevano essere ottenuti senza 
strumenti metallici, ricordano consimili esempì della necropoli ricordata di « Campu- 
maiore », che ha riscontro anche nella somiglianza delle disposizioni di pianta, coi 
sepolcri scavati in roccia dell' Algeria, in specie della necropoli di Gastal, che deve 
discendere all'epoca avanzata del bronzo ('). 

(') Gsell, Monumenti antiqv.es de l'Algerie, pag. 37, fig. 8. 



BUSACHI 



— 216 



SARDINIA 



Un altro sepolcro (fig. 7 e 7 bis), prossimo al primo, presenta un tipo poco frequente 
fra quelli sin qui esplorati nella Sardegna ; abbiamo cioè il prodromo, anticella e cella, 
disposti su un piano molto inclinato, ascendente dalla bocca al fondo ; V anticella 
rettangolare, e la cella invece di pianta ellittica, ha la vòlta a cupoletta, a tholos, 
richiamando i tipi più evoluti di tombe sicule del II periodo, di Thapsos e di Cozzo 
del Pantano, in specie di quest' ultima necropoli, che ha la tomba 23 simile alla 
nostra ('). 



:rrS^MÉmM^iLé^ 




Fio. 6. — Sezione della tomba di Ogada. 



Quest' altra tomba di « Sa Ogada » è curiosa per le sue disposizioni poco comuni, 
imposte però dalla natura del luogo, perchè gli scavatori, forata la porta e X anti- 




Fig. 7 e 7 bis. — Tomba di Ogada. 



cella lasciarono incompiuto un primo tentativo di cella, avendo trovato la roccia 
piena di fratture, le quali obbligarono di passaro a sinistra e poi di piegare indietro, 
portando la cella parallela all' anticella (fig. 8). 

Nella stessa escursione esaminai anche alcuni dei nuraghi che ancora si conser- 
vano nell'agro di Busachi; potei riconoscere come la posizione dominante tutta la 
conca di colline che circonda il borgo di Busachi è il Monte Ventoso, da cui lo sguardo 

(') Orsi, Necropoli siculo, presso Siracusa, pag. 20, sep. XXIII (Moti, antichi delVAccad. d. 
Lincei, voi. II, a. 1893). 



SARDINIA 



217 



BUSACHI 



si stende ampiamente sulla fiera giogaia dello spento vulcano del Brighini, siili' al- 
tipiano di Paulilatino e Ghilarza e i valloni che lo incidono fluenti giù nel Tirso, 
o più lungi sulla vasta pianura del Campidano oristanese e all'orizzonte su gli stagni 
e la penisola del Sinis, ove sorse Tharros. Siili' alto del monte, in quella posizione 
che è una vedetta, sono i resti di un nuraghe, e vari nuraghi sorgono ancora sulle 
varie dorsali e costole che partono da quella vetta, perdendosi sull'altipiano trachi- 
tico che circonda e difende Busachi; sono i nuraghi Congiau Cotta, Saolle, Mara 
Palla, e più lungi, a sud-est, il Pranu Ollisa. 

Questi nuraghi, collocati per lo più sopra scogli o dicchi di roccie granitiche 
che affiorano e sporgono alquanto sopra i fianchi del monte, occupano tutti una posi- 




Fig. 8. — Tomba di Ogada. 



zione dominante, elevata di vari metri sopra il suolo circostante, cosicché da ciascuno 
di essi è visibile non solo la posizione elevata del nuraghe sul M. Ventoso, ma una 
porzione di quelli che sono allineati ai fianchi della valle del Tirso e dei valloni 
affluenti e di cui feci cenno altrove. 

La forte postura di ciascuno di questi monumenti, la loro connessione evidente 
in un sistema, in una rete che vediamo diretta ad allacciare e sorvegliare il paese, 
inducono sempre più a pensare che uno scopo di difesa fosse, se non esclusivo, certo 
dominante nella erezione dei nuraghi. 

Dei vari nuraghi disposti sulle falde del M. Ventoso e che formano come gli 
anelli di una catena che viene a toccare col nuraghe Sa Ida la valle del Tirso al 
suo incontro col rio Massari, che scende dal sud-ovest, dal distretto di Aliai, io visi- 
tai i due meno lontani da Busachi, quelli di Congiau Cotta e di Saolle. Quest'ul- 
timo è costrutto in enormi blocchi di granito, tratti informi dallo scoglio sul quale 
esso è piantato; conserva intiera la cella sino alla vòlta, col corridoio d'ingresso e 
due cellette o nicchioni disposti non all' estremità del diametro, ma accostate una 



BOSACHI 



— 218 — 



SARDINIA 



all' altra, di fronte alla porta d' accesso. Se questo monumento ha dimensioni e strut- 
tura simili alla grande generalità, più notevole è la disposizione del nuraghe Congiau 
Colta, alle falde di M. Ventoso, ed un quarto d' ora a sud-est di Busachi ; anch'esso 
sorge sopra una scogliera assai dirupata di granito, che fornì il materiale all' edifìcio, 
il quale si presenta molto allungato, con una punta, quasi una prora di nave, verso 
nord-est, il fianco meridionale ricurvo, come forse era anche l'altro fianco ora scon- 
volto e franato; le pareti, data la grandezza dei massi, erano molto inclinate, cosicché 
l'edifìcio aveva più l'aspetto di un tumulo che di un nuraghe. Alla forma esterna 
corrispondeva anche l'interna, avendosi la cella a pianta ovale, lunga cioè m. 4,90 




Fio. 9. — Pianta del nuraghe Cotta (Busachi). 



e larga m. 2,10 con due nicchie o cellette presso l'estremità opposta all'ingresso, 
disposizioni queste che, come dà anche la pianta del sig. Nissardi, desunta dai miei 
schizzi (fig. 9), sono piuttosto atte a richiamare quelle delle navetas delle Baleari, 
anziché quelle più frequenti ai nuraghi sardi ('). Tale deviazione ha però altri con- 
fronti e ricordo il nuraghe Pajolu, presso Nurallao, che ha la cella secondaria di 
simile tipo, ricordante non solo le navetas, ma certe costruzioni dell' isola di Malta 
ed alcune delle tholos di Thoricos, nell'Attica (-'), dalla colletta a pianta ovale, e dalla 
vòlta a corsi restringentisi, come appunto ha il nuraghe di Saolle, qui figurato. Tale 
varietà di tipi, che un'indagine più accurata dovrà certo porre in sempre maggiore 



(') Ad esempio la naveta di Rafal Rubi che ha una piccola celletta ovale difesa da una fortis- 
sima muraglia, in Cartailhac, Monumenti primitifs de» Ilei Baléares, pag. 34, fig. 24. 
(*) Si Ai]. B. TlQnTaioQixoì <svvotxio t u i fV Aiìixfi {'Eq>. 'Aqx- 1895, p. 211 sg). 



SARDINIA — 219 — BOSACHI 

rilievo, mostra come l'architettura nuragica comprende motivi assai differenti, per quanto 
tutti rivelanti un identico indirizzo ed una tradizione comune. Questa grande varietà 
di tipi può essere spiegata in parte dalla necessità di adattarsi alle circostanze locali 
di postura e di ambiente, ma può avere la spiegazione e nei diversi scopi per cui tali 
monumenti furono eretti e nei vari gradi di una evoluzione da un tipo iniziale, evo- 
luzione la quale non è ancora chiarita, come sfugge tuttora, anche nelle sue linee 
generali, la evoluzione del materiale archeologico che si connette a questa impo- 
nente e incomparabile serie di monumenti primitivi, ancora, sino ad oggi, avvolti in 
una vaga ombra di mistero. 

A. Taramelli. 

Roma. 15 giugno 1904. 



REGIONE IX. — 221 — VENTIMIGLIA 



Anno 1904 — Fascicolo 6. 



Eegione IX (LIGURIA). 

I. VENTIMIGLIA — Avanzi di sepolcri dell'antica Albium Inte- 
rne lium. 

Il sig. Cipriani, direttore dell' officina del gas, facendo scavare nel terreno della 
Società W. f B. Riviere Etectricity una vasca circolare per la costruzione di un 
secondo gazometro, nella località Asse ad occidente del Teatro romano, si è imbat- 
tuto nei resti di un edificio di forma rettangolare, della lunghezza di sei metri e 
della lunghezza di cinque. 

Esso è costrutto di piccole pietre tagliate e squadrate alla stessa altezza e disposte 
in filari orizzontali, segnati al difuori colla punta della cazzuola; ma non conserva 
più che due metri di altezza e lascia supporre sia desso una delle stanze mortuarie, 
ond' era formata la via dei sepolcri, che si apriva in questa località. Vi si rinven- 
nero tre grandi anfore ripiene di ossa bruciate, con la solita suppellettile di vasi, 
di balsamari, di lucerne e di chiodi di diverse forme. A tramontana di detto edificio 
si è scoperto un sepolcro ad inumazione, costrutto con embrici ad orli rilevati, di- 
sposti a tetto nella parte superiore, protetto da una serie di coppi. In esso si rin- 
venne uno scheletro col capo orientato a levante, e stavangli a lato alcuni gutti 
rozzamente lavorati ed un vasetto ovale con borchie ad alto rilievo. 

Esaminata poi la suppellettile funebre, trovata in una delle tre anfore, si ebbe 
primo un vaso ovoidale di argilla grossolana, ripieno di ossa e di ceneri provenienti 
da combustione, con gutti di diversa grandezza, che mai non si scompagnavano dalla 
cena funeraria. Quindi alcuni vasetti e patere di terra rossa verniciati, uno dei quali 
porta il bollo VITALIS; una grande urna di vetro con due anse, di cui una spez- 
zata ; due patere, pure di vetro, di forma elegante e di leggerezza straordinaria ; una 
strigile, uno specchio di bronzo mancante del manico, una fibula di bronzo intiera- 
mente ossidata, formata da un nastro metallico che si ripiega a semicerchio. Non 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 29 



FORLÌ — 222 — REGIONE Vili. 

mancano le lucerne, la più parte anepigrafi, di cui una sola porta il noto nome del 
fabbricante FORTIS; né mancano i balsamarì di varie forme, nella maggior parte 
spezzati e tutti iridescenti. Grande è la copia dei chiodi, di- resti di fibule e di armi 
in ferro. 

L'oggetto peraltro che più di tutti attrasse la mia attenzione, fu una diatreta 
di vetro, della forma di un nostro piccolo bicchiere, sopra le cui pareti ricorrono, in 
doppia fila, tralci di vite accompagnati da grappoli, il tutto eseguito a bassorilievo. 

Tale scoperta, insieme con altri avanzi di culto cristiano da me già illustrati, 
si completa coi resti di una catenella metallica, che teneva sospesa una lucerna. 

Finalmente la presenza di due assi, assai bene conservati, degli imperatori 
Tiberio Germanico e Domiziano, gettano un po' di luce sull' epoca, cui si possono 
riferire tali seppellimenti. 

G. Rossi. 



Regione Vili (CISPADANA). 

II. FORLÌ — Scoperta di tomba p re- romana. 

Nello scavo di una trincea, larga m. 0,80, aperta in questi giorni dal Muni- 
cipio lungo il lato meridionale del corso Vittorio Emanuele per la nuova condottura 
del gas, a m. 1,50 di profondità e precisamente dirimpetto al palazzo della Cassa dei 
Risparmi, furono incontrate due olle fittili infisse nel terreno. 

All' apparire della prima, rivelatasi proprio sotto ai piedi dei lavoratori, questi, 
accesi dalla solita speranza del tesoro, si diedero a romperla; indi delusi o irritati 
per non avervi trovato altro che terra d' infiltrazione, ne dispersero quasi tutti i 
pezzi. Eguale sorte sarebbe probabilmente toccata alla seconda, se io, avvertito in 
tempo del fatto da un gentile astante, non fossi accorso in luogo per ricuperare i 
frammenti del primo vaso, e salvare il secondo che mostravasi nella parete della 
trincea verso il mezzo della strada. 

La notizia della scoperta attrasse tosto tanti curiosi, che a cavare X altra olla fu 
ardua impresa, sì per l' angustia dello scavo, sì perchè si vedeva già in parte schiac- 
ciata dal peso del terrapieno sovrastante, e tenuta insieme solo dalla molle argilla 
che l'investiva. Anche questo recipiente, che alla meglio potei ritirare, non conte- 
neva che terriccio infiltrato. A piedi però di esso dal lato est, raccolsi una bella 
fibula intatta di bronzo, vari notevoli frammenti di altre pure di bronzo e una per- 
lina di vetro. Di questo gruppetto di oggetti dirò più sotto: completo intanto la de- 
scrizione dei fittili. 

Dal profilo che mi offrono i pezzi inferiori della prima olla e la ricostruzione 
dal basso all' alto di due terzi della seconda, ricavo che fra loro somigliano. Sono 
di terra non depurata, mista a frantumi pietrosi ed impasto nerastro, plasmate a 
mano senza aiuto di tornio, prive di qualsiasi fregio, cotte a fuoco più o meno 
intenso ed ingubbiate all' esterno con argilla rosso-pallida. Hanno forma lievemente 



REGIONE Vili. — 223 — FORLÌ 



tondeggiante col maggiore rigonfiamento a metà del corpo, nel quale s' innestano due 
anse a grosso anello orizzontale con leggiera piegatura in su (uno di essi è al posto ; 
degli altri si vedono gli attacchi nei frammenti) : il collo è breve, quasi ritto e senza 
cordone. 

A quanto potei verificare, non avevano coperchio, né ripari ai lati, e giacevano 
immediatamente sotto la glareatio dell'antica via Emilia, della quale il corso V. E. 
segue il tracciato, e ove ai giorni dei Romani era un fondo chiamato Cotonietum. 
Aggiungo in fine che le pareti hanno lo spessore variante dai mm. 12 ai 15 ; i fondi, 
dai mm. 13 ai 20; il diam. della bocca è di cent. 16, quello della base piatta, di 
cent. 17. 

Per venire poi a qualche comparazione, accenno come le dette olle richiamino 
diversi dei rozzi vasi felsinei usciti dagli scavi della Certosa, e per la larga aper- 
tura e l'ampio fondo, s'accostino alle urne di Bismantova. Cfr. Zannoni, Scavi della 
Certosa di Bologna, tav. XXXI, nn. 4. fi; tav. XXXV, n. 1 ; tav. XLV1I, n. 8; Bull, 
di Pai. Hai., anno II, tav. Vili. 

Ora, io non esito a dare alla loro presenza in quel luogo un significato rituale 
e giudicarle parte di una suppellettile funebre. A ciò m'induce il fatto che 18 anni 
sono, alla distanza appena di m. 10 dal punto dell'attuale trovamento e alla pro- 
fondità di m. 1,90 sotto a sepolture romane, ebbi a rinvenire una tomba ad inu- 
mazione di guerriero, corredata d' armi di ferro, di fibule di bronzo e di n. 9 vasi 
fittili, pieni anch'essi di sola terra infiltrata, i maggiori dei quali erano disposti ai 
piedi dello scheletro. Vedasi la mia relazione pubblicata nelle Notizie del 1886, 
pag. 349 e segg. 

E constato che i vasi raccolti allora, richiamano, per forma e tecnica, le olle 
odierne ; anzi uno dei maggiori è identico a quella da me potuta ricomporre. La cir- 
costanza adunque d' esserci noi imbattuti soltanto in due vasi grandi, mi fa conget- 
turare che si tratti di sepoltura coeva della stessa gente, e che, meno il caso di 
dispersione del resto del deposito, lo scheletro, forse con altre ceramiche e ricordi, 
debba trovarsi disteso a traverso l' asse della strada. Al momento, per la giustificata 
fretta di ultimare la condottura del gas e per non recare maggiore intralcio al già 
molto ostacolato transito publico, fu impossibile spingere fin là le ricerche ; ma nutro 
fiducia di completare la scoperta, se, come sembra, ivi dovrà eseguirsi dal Comune 
un' altra escavazione. 

È naturale la curiosità di sapere, se non il nome della gente che qui lasciò i 
suoi morti, almeno a quali altre tombe queste nostre più si avvicinino e quale civiltà 
vi sia rappresentata: e il pensiero correrebbe, come nel 1886, ai sepolcri di tipo 
Piceno, sia pel sistema d' inumazione in nuda terra, sia pel largo tributo di fittili 
ai defunti e perchè la fibula ben conservata che raccolsi, è identica a diverse uscite 
dalla necropoli Tolentinate ; ma gli elementi essendo ancor oggi, come allora, troppo 
scarsi per un giudizio deciso, mi limito a dare per indubitato, che i recenti avanzi 
di tomba, giusta quanto accennai pel sepolcro di quel guerriero, vanno attribuiti alla 
prima età del ferro. 

E in ciò concordano pienamente i bronzi ricordati di sopra che descrivo: 



FORLÌ — 224 — REGIONE Vili. 

1. Fibula ad arco a gomito, con doppio giro di riccio dello spillo, breve staffa 
fornita di pomello volto all' insù : misura mm. 58. Riproduce, come dissi, quella dei 
sepolcri di Tolentino. Bull, di Pai. Hai., anno II, tav. XI, n. 13. 

2. Arco di fibula a grossa fettuccia, priva di spillo del quale restano solo le 
due piegature del riccio, e con breve staffa. Nella faccia superiore reca incisi con 
trapano quattro occhi di dado messi due a due, ed altri tre in fila sul dorso della 
detta staffa: mis. mm. 57. Di fibule ornate di circoli concentrici se ne conoscono di 
Orvieto, Terni, Bomarzo, Atri, S. Lucia di Tolmino, Corneto Tarquinia, Belmonte 
Piceno: che il motivo ornamentale poi risalga alla più alta età ferro, non abbisogna 
di dimostrazione. 

3. Metà inferiore di altra fibula a fettuccia, anch'essa fregiata di tre occhi di 
dado sulla breve staffa terminata in pomello voltato all' insù. 

4. Staffa staccata di minuscola fibula, ornata essa pure di tre circoli concentrici 
sul dorso. 

5. Id. come sopra, e col pomello del n. 3. 

6. Arco di fibula a grossa fettuccia con bitorzolo sul vertice : mis. mm. 20. 

7. Id. di filo rotondo che s' ingrossa a metà : mis. mm. 25. 

8. Id. di filo più sottile con resti del doppio riccio; mis. mm. 16. 

9. Tre piccolissimi frammenti d' archi semplici, resti di ricci e spilli. 

10. Perlina di vetro brunastro con foro passante: diam. mm. 5. 

Essendosi poi protratta la trincea pel gas anche lungo la piazza V. E. è accaduto 
che all' ingresso della medesima venendo dal Corso, alla profondità di soli cent. 80 circa 
furono raccolti una oinochoe in quattro pezzi, fatta alla ruota, di argilla raffinata 
rosso-pallida; e poco discosto fra terreno rimestato, tre cornetti di cervo, due di capra, 
ossa e denti di cignale. 

L'elegante vasetto, che agevolmente potei ricostituire, non mancandone alcuna 
porzione, è alto cent. 19 ; ha bocca rotonda alquanto espansa, collo strettissimo girato 
da cordone ove comincia il corpo, ansa a nastro e piede con lieve risalto. Quattro 
lineole rozzamente eseguite a pennello con tinta rosso-corallina, dipartendosi dal labbro, 
vengono giù fino quasi allo zoccolo, traversate da tratteggi dello stesso colore a 
guisa di spina-pesce: il manico puro è punteggiato di rosso; il resto del vaso è 
risparmiato. 

Questo fittile ha grande affinità con una ciotola e due boccaletti di depurata 
argilla figulina trovati nel sepolcro del guerriero nel 1886 e presentanti poveri fregi 
geometrici dell'identica tinta rossa sul ventre e sulle anse. 

Non potendo attribuirlo ad industria di vasellame indigeno, perchè, per quanto 
mi consta nei diversi scavi praticati nel forlivese, esso resta fin ora un esemplare 
isolato, debbo ritenerlo d'importazione. 

Il rinvenimento del medesimo alla distanza appena di un centinaio di metri dal 
punto ove s'incontrarono le due olle; la posizione sua così superficiale, la quantità 
di grossi ciottoli piatti usciti da quel tratto di scavo, manifestanti contatti avuti con 
materie organiche e la frequente comparsa fra essi di cocci d'impasto artificiale, danno 
il ragionevole sospetto di avvenuta devastazione di sepolture, sia quando il console 



ROMA 225 — ROMA 

M. Emilio nel 187 a. C. aperse la via col suo nome, o da guasti di coltivazioni 
quando questa zona era campagna, o per le fabbriche che vi sorsero poi, ed altre 
ignote cause. 

Dal fin qui esposto parmi dunque non arbitrario il ritenere che in questo lembo 
della città si celi un sepolcreto che ha molti punti di contatto con le industrie di 
quelle famiglie che ci lasciarono i fondi di capanne di Villanova, e ne sia fors'anzi 
il testimonio. Cfr. Santarelli, Seconda meni, sugli avanzi di abitazioni primitive a 
Villanova nel forlivese, 1891. Intanto ho ritirati nel Museo civico i pochi cimeli 
teste raccolti, unendoli agli altri usciti nello stesso luogo. 

Se mi riuscirà con profitto di ultimare le indagini, m' imprometto di ripigliare 
l'argomento, pubblicando i disegni degli oggetti trovati anche nel 1886 tuttora ine- 
diti, sembrandomi che il farli meglio conoscere, se non può recare alcun contri- 
buto nuovo agli studi archeologici, non sarà senza qualche frutto pei cultori di 
storia locale. 

A. Santarelli. 



III. ROMA. 



Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione II. In via della Navicella, intrapresi i lavori per la costruzione di 
un ospedale Britannico, in prossimità della chiesa di s. Stefano Rotondo, sono stati 
raccolti fra la terra i seguenti oggetti : Testa femminile, in marmo, grande al vero, 
coi capelli raccolti e legati sulla fronte, che scendono poi sulle orecchie; piccolo 
frammento di sarcofago, alto m. 0,14X0,20, su cui rimane una testina in rilievo; 
piccolo dolio fittile, alto m. 0,60 X 0,40. Si ebbero pure due pezzi di lastre mar- 
moreo inscritte. In uno, alto m. 0,20 X 0,30, leggesi : 



L I B E Kstis libertabusque 

POS terisque eorum 

I T V M • AC tum, ambilum 

Nell'altro, di m. 0,60X0,40, in grandi lettere alte m. 0,09, rimane soltanto: 

forse: QVl(rina), tribù a cui era iscritto il personaggio nominato nell'iscrizione. 

Via Nomentana. Costruendosi un nuovo villino nell'area dell'antica villa 

Patrizi, in immediata prossimità di quello in cui nello scorso anno si rinvennero 



ROMA 226 ROMA 

duo statue in marmo (cfr. Notizie 1903, pag. 60), ne sono state recuperate altre 
due, alla profondità di m. 6,50 dal piano di campagna. 

Una (alt. m. 1,10) è in marmo lunense, acefala, e mancante della metà infe- 
riore delle gambe e di una parte degli avambracci. Rappresenta un oratore seduto, 
avvolto nel pallio che gli lascia scoperto il petto e dalle spalle scende ai lombi, 
ripiegandosi poi sul ventre e sulle ginocchia. Nella destra posata sul grembo stringe 
un rotolo; la figura ricorda il così detto Demostene del Louvre. 

L'altra (alt. m. 1,40), in marmo greco di grana sottile e tinta calda, è pari- 
menti seduta ed acefala ; la testa era lavorata a parte ed inserita nel collo. Mancano 
il braccio destro, l'avambraccio sinistro, ed il piede destro. La figura è avvolta nel 
manto, che si aggruppa con bel partito di pieghe ; ed aveva la gamba destra protesa 
in avanti, mentre la sinistra è alquanto ritirata indietro, per modo che il piede sta 
col tallone sollevato, ltappresenta forse un poeta: sembra infatti che con la mano 
sinistra si appoggiasse ad una cetra, e con la destra tenendo il plettro si rivolgesse 
verso l'istrumento, come nella celebre statua di Anacreonte, già Borghese, ora a 
Copenaghen. Nella fronte del masso rettangolare, su cui siede il personaggio, e iu 
vicinanza del piede sinistro, v' è inciso il nome dell' artefice che scolpì la statua : 

Z E ¥ Z I Z 

EnOHZEN 

Quest' autore è sconosciuto, ed appartiene all' epoca ellenistica romana. 

Via Prenestina. Demolito un vecchio muro nel fondo, ove trovasi lo stabi- 
limento Tabanelli (cfr. Notizie 1904, pag. 195), vi sono stati trovati, fra i mate- 
riali di costruzione, i seguenti frammenti di grandi lastre in travertino, con belle 
lettere di età repubblicana, che sembrano appartenere ad una stessa iscrizione sepol- 
crale : 



N -fov; |C N ■ F) ^FOV| | lNXIlX ( 

Un altro pezzo di lastrone, parimente in travertino, conserva le parole: 




Dallo stesso muro provengono molti minuti frantumi di marmi scolpiti, cioè pezzi 
di statue e di decorazioni architettoniche, e frammenti di lastrine di marmi diversi 
colorati. 

G. Gatti. 



REGIONE li. 



— 227 — BENEVENTO 



Regione II (APULI A). 

IV. BENEVENTO — Sarcofago romano scoperto presso l'abolita 
chiesa di s. Pietro. 

Nel dì 25 marzo p. p. ebbi a riconoscere un sarcofago romano negli scavi ope- 
rati in un locale che fece parte dell' abolita chiesa di s. Pietro, in questa città, ora 
adibita a li. Magazzino dei Tabacchi. Forse, se non ne fossi stato avvisato a tempo, 
il sarcofago sarebbesi fatto sparire, essendo già mancata la prima vigilanza di quei 
custodi e impiegati; tanto che fu possibile manometterne la copertura, estrarne gli 
ossami, e iniziarne la rimozione dal sito. 

Informatone il Superiore Ministero, e ottenutane facoltà, dietro accordi presi con 
la locale Intendenza di Finanza, ne curai la estrazione, che non fu agevole, e il tra- 
sporto in questo Museo Provinciale, pur rimanendo proprietà dello Stato. 

Il sarcofago è di marmo bianco, lungo m. 1,95, largo m. 0,68, alto m. 0,63. 

Come al solito, è raccordato a cilindro ai due estremi. 

Vi fu tempo che, rimosso dall' antico sito, fu destinato a vasca per acqua, essen- 
dovi stato praticato, verso il fondo, ad uno degli estremi, un foro. Poi riebbe la sua 
primiera destinazione. Cosicché, essendo stato più volte rimaneggiato, e avendo avuto 
varia destinazione, fu alquanto maltrattato. Ne manca un pezzo, sostituito da un 
tassello quasi triangolare, il quale impegna una delle baccanti, cui manca tutta la 
parte superiore del corpo. Un coperchio di marmo bianco, spesso m. 0,10, lo copriva; 
ma di questo non ho potuto recuperare che meno della metà, il resto essendo stato 
distrutto dagli operai per la grande foga di violare il sepolcro. Né mi è riuscito pos- 
sibile averne i frammenti. 

Prima che fosse stato estratto dal sito ove fu rinvenuto, a causa della poca luce 
e del breve pezzo visibile, credei ad altra raffigurazione ; ma, bentosto uscito alla luce, 
mi convinsi che le sculture che 1' adornano per tre lati (la parte posteriore è grezza) 
rappresentano allegorie della vita di Bacco, nell'ordine seguente, procedendo da si- 
nistra verso destra, secondo le figure incedono. 

1° Dna baccante, che suona un tamburello (essa e le altre condotte da Bacco 
alla conquista dell'India?). 

2° Una stela fiammante (forse simboleggiante il salvamento di Bacco dalle 
fiamme, fra le quali perì Semele sua madre?). 

3° Un uomo (Vulcano, che per ordine di Giove salva Bacco dalle fiamme?) che 
reca stili' omero sinistro un fanciullo ; ed ha il braccio destro coperto, a mo' di scudo, 
da una grossa maschera scenica (simbolo che Bacco, secondo Diodoro Siculo, fu l' in- 
ventore delle rappresentazioni teatrali). 

4° Una seconda baccante, di cui manca un pezzo, sostituito da tassello liscio. 
5° Ai piedi di questa, una piccola figura muliebre ginocchioni, contrapposta 
ad un piccolo satiro, di cui avanzano solo le cosce e lo gambe, ambedue in atteg- 
giamento alquanto osceno. 



URZULEI — 228 — SARDINIA 

6° Sull' alto, in corrispondenza di questi due ultimi frammenti, un mascherone 
leonino. 

7° Segue un uomo ignudo, in piedi, che regge con la mano destra un bastone 
e un mantello. 

8° Una pantera in corsa, recante sul dorso una figura di aspetto muliebre 
(Erigone rapita da Bacco, o la Naiade Nicea, madre dei Satiri, che ella ebbe da 
Bacco ?). 

9° Sotto di essa vedesi un altro frammento di piccola figura umana ; la quale 
è coricata quasi sul lato destro, facendo del braccio destro puntello a terra, e che 
stende il piede sinistro contro la barba di una maschera. 

10° Un satiro incedente, molto virile, con corna, orecchie e cosce di caprone. 

11° Un altro mascherone simmetrico al precedente descritto (n. 6). 

12° Sotto di questo, a terra, un animale somigliante ad una lepre (altro sim- 
bolo di Bacco, la lepre significando il danno che reca alle viti ; potrebbe raffigurare 
pure un caprone, perchè la scultura è alquanto maltrattata). 

13° Una terza baccante, che suona la lira (Bacco insegnò la musica alle 
Muse). 

14° Sileno a cavallo dell'asino, recante il bastone nella sinistra, e tenente 
sollevata la destra sul capo (Sileno fu maestro di Bacco in tutto, anche nel cavalcare !). 

15° Un uomo ignudo, che con la destra conduce a cavezza 1' asino e con la 
sinistra regge un bastone uncinato. 

Le sculture, che risentono alquanto della decadenza, sono assai state danneg- 
giate dal tempo. 

A. Meomartini. 



SARDINIA. 



V. URZULEI — Statuette votive in bronzo d' arte sarda, rinvenute 
presso il villaggio di Urzulei (circondario di Lauusei, provincia di Cagliari). 

Nei primi giorni dell' aprile furono recati al Museo di Cagliari e da me acqui- 
state per le sue collezioni, tre statuette in bronzo d' arte sarda, che il venditore 
dichiarò di aver trovato, insieme ad altri avanzi d' industria primitiva ed avanzi di 
pasto, in una grotta presso Urzulei. Per quanto incerte siano le circostanze del rin- 
venimento, i tre bronzi sono degni di essere conosciuti e meritano un breve cenno, 
riserbandomi di fare ulteriori indagini nella località, la quale si trova a m. 536 sul 
mare, in testa di un selvaggio vallone che dai monti di Barbagia sbocca sulla costa 
del Mare Tirreno, poco lungi dallo stagno di Tortoli. 

Delle tre statuette una rappresenta un guerriero, quasi perfettamente conservato, 
un' altra anche un guerriero, mancante però della parte inferiore delle gambe, la terza, 
probabilmente un vecchio pastore ; tanto questa quanto la statuetta del guerriero sono 



SARDINIA 



— 229 — 



DRZULEI 



fuse unitamente alla base, che consiste in una lamina di bronzo, o tavoletta dal con- 
torno irregolare, come si riscontra in un'altra statuetta, pure di Drzulei, rappresen- 
tante una figurina di donna ignuda (inv. Museo, n. 25255), mentre invece la mag- 
gior parte delle statuette sarde conosciute hanno sotto ai piedi le sporgenze per adat- 
tarli alle loro basi mediante V impiombatura, come si ha traccia in tutta la serie di 
Abini del Museo Cagliaritano e nelle altre moltissime illustrate dal Lamarmora, dal 
Pais, dal Pinza e dallo Spinazzola (')• 

La statuetta che io chiamo di vecchio pastore (fig. 1) 
dall' atteggiamento curvo e dalla peculiare mossa del 
collo, misura mm. 70 di altezza; ha conservazione me- 
diocre, ma è intiera, e raffigura un uomo barbato, vestito 
da un solo gonnellino poco alto (cinclus) attorno al 
ventre, nudo in tutto il resto del corpo; si appoggia 
colla destra ad una grossa ed alta clava che giunge col 
capo forcuto sino all'altezza della spalla; nella sinistra 
impugna, appoggiandolo all' avambraccio, un corto ba- 
stone, di cui non potrebbe precisarsi l'uso, e che forse 
era un mazzuolo da infilare quelle teste di mazze forate 
in pietra, tanto comuni attorno ai nuraghi e in genere 
negli strati archeologici sardi, e che furono raccolte a 
centinaia, per lo più spezzate, dal Gara, dal Lovisato, 
dal Mantovani, dal Nissardi e recentemente dal Manna i 
e dal Loddo e anche da me in stazioni od officine litiche 
campidanesi e sarde in genere. 

Il vecchio ha i capelli corti, forse rasati, il capo 
rotondo, come l' idoletto del Museo, che lo Spinazzola 

chiama brachicefalo (fig. 38), la barba appuntita, quale troviamo nei pochissimi bronzi 
sardi che raffigurano uomini barbati, quali i due guerrieri di Abini del Museo (inv. 
nn. 14683, 20818); Pinza, tav. XIII, fig. 6; Spinazzola, fig. 14, e la figurina orante 
di Villacidro, posseduta dal prof. Lovisato ( 2 ). Per la foggia semplice dell'abito si 
accosta all' accennato idoletto di Villacidro, ed a tutta una serie di piccoli bronzi 
del Museo di Cagliari, nei quali il gonnellino appare fasciante i lombi, talora la- 
sciando scoperti i genitali ( 3 ) ; V alto bastone o clava potrebbe essere segno di co- 
mando, come appare evidentissimo in due fra i migliori esemplari dei bronzi sardi, 
il guerriero di Dta, con_ mantello spada e pugnaletto a bandoliera ( 4 ) ed uno di 

('•) Spinazzola, 1 bromi sardi e la civiltà antica della Sardegna, negli Atti della R. Acca- 
demia di Napoli, 1903. In questo molto diligente lavoro ha ripreso lo Spinazzola in osarne la serie 
dei bronzi sardi, (Cfr. Gli llethei-Pelasgi in Sardegna. Atti Soc. Romana di Antropologia, voi. X 
(1904), pag. 26 dell'estratto) e la mia recensione in Bollettino bibliografico sardo, voi. Ili, fase. 31, 
32 (1903). 

(*) D. Lovisato, Una pagina su Villacidro (Bull. Soc. Adriatica di scienze naturali, voi. X, 
1900, tav. II). 

( 3 ) Vedi i nn. d'inventario 10834, 14682, 14685, da Abini; nn. 56, 58, 59 da Baunei (?). 

( 4 ) Pinza, Monumenti antichi della Sardegna, tav. X, fig. 6; Spinazzola, op. cit., fig. 37. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 30 




Fig. 1. 



URZ0I.EI 



— 230 — 



SARDINIA 



Abini (inv. n. 20813), che però ha la clava nella sinistra, sollevando la destra in 
atto d' adorazione ('). 

La statuetta monca (fig. 2), probabilmente di guerriero, manca della parte infe- 
riore delle gambe e dell'attributo che stringeva nella mano sinistra; alta ancora 
mm. 90, rappresenta una figura di giovane in atteggiamento di adorazione, colla mano 
destra aperta e levata, atteggiamento che troviamo in moltissime fra le statuette sarde 

sinora conosciute ( 2 ) ; ha il capo nudo ed i capelli 
divisi in quattro treccie dinnanzi e dietro alle orec- 
chie, che si uniscono sul collo e scendono dalle 
spalle sino sul petto, come in altre numerose figu- 
rine di guerrieri, quasi tutte però col capo coperto 
da elmo o da berretto di varia forma; in un'altra 
statuetta (inv. n. 76), dell'antica collezione del 
Museo si presenta la stessa foggia di pettinatura, 
col capo scoperto; il torace porta il doppio gon- 

V $4 nellino o farsetto attillato, comune nelle statuette 
W^M W di guerrieri sardi, le gambe nude, almeno sino 

£ ^fj sopra alle ginocchia; sulla spalla sinistra porta 

una stola o meglio una mantelletta, gettata sul 
dorso e sul petto, quale si vede in varie figure 
di oranti e di guerrieri, talvolta molto ampia 
(nella statuetta n. 76 inv. Museo), tal' altra invece, 
come nel nostro esemplare, molto piccola, quale ve- 
diamo nell' idoletto d' Abini, n. 10858 (Spinazzola, 
fig. 13) e gettata al di sopra del pugnaletto appeso 
alla bandoliera, che rimane quasi completamente 
nascosto. Tale mantelletta, avvolta e portata sulle 
spalle, doveva essere propria di capi, giacché la 
vediamo anche nel gruppetto di due figurine di Abini, le quali portano V una il ber- 
retto col pennacchio, l' altra V elmo cornuto, entrambi segni di distinzione. 

Cosa recasse nella mano sinistra, non è possibile dirlo, la foggia però dell' abito 
attillato lascia supporre che avesse o un bastone da comando, oppure il grande arco 
degli arcieri. La mano destra, dicemmo, è levata, aperta, colla palma rivolta al riguar- 
dante, in atto adorativo, frequente nelle statuette sarde ; le dimensioni sono, come in 
tutti gli esemplari e specialmente nella figurina di sacerdote, del Museo di Cagliari 
(inv. n. 63, Spinazzola, fig. 11) molto esagerate, sia per ragioni tecniche che per 
motivo di accentuare e mettere in risalto l' atteggiamento della figura di reverente 
adorazione, che era lo scopo precipuo dell'artefice. 




(') Pinza, op. cit., tav. XIII, fig. 4. 

(*) E. Pais, II ripostiglio di bronzi presso Abini, Bull. arch. sardo, serie II (1884), pagg. 98-101, 
ricorda come solo in quattro statuette la mano sinistra è levata in atto di adorazione, tutte le altre 
figurine di oranti, levano la mano destra, sovente resa in proporzioni esagerate. 



SARDINIA 



— 231 — 



URZULEI 



Più interessante, perchè quasi integra, è la statuetta n. 3 (figg. 3, 4), alta 
mm. 140; raffigura un capo arciero, che si aderge impettito, col suo alto berretto a 
pennacchio, le gambe alquanto divaricate, la sinistra reggente il grande arco, la destra 
appoggiata al bastone, ora perduto, ma di cui rimane il segno nel foro d' innesto sulla 
piccola base. 





Fio. 3. 



Fig. 4. 



I particolari del volto sono resi in modo molto sommario, come quelli delle 
membra, indicandosi a mala pena alcuni dei fatti più salienti della musculatura, 
quali il collo, le spalle, i polpacci ; sono invece espressi con la consueta fedeltà minu- 
ziosa le parti dell' acconciatura, a dimostrare nei fonditori e nelle offerenti di tali 
statuette il preciso intento di determinare se non la persona, almeno la classe a cui 
essa apparteneva, nella divisione fra le varie categorie di armati. Il berretto o calotta, 



URZULE1 — 232 — SARDINIA 

sormontato da un pennacchio che si ripiega sulla fronte, è proprio della serie di statuette 
di guerrieri armati di spada, ma non manca neppure agli arcieri, come si confronta 
dall' arciere del Museo di Cagliari, n. d' inv. 70, e da un beli' esemplare proveniente 
da Usellus, che posso qui presentare, grazie alla cortesia del suo attuale possessore, 
sig. rag. V. Dessi, fig. 5, esemplare che ha molte analogie col nostro di Ur- 
zulei ('). 

Di sotto al copricapo escono le treccie come nell' esemplare precedente, due per 
ciascun lato dinanzi e dietro ciascun orecchio e dalle spalle scendono poi a termi- 
nare sul petto, sotto al piastrone che lo protegge, acconciatura questa fedelmente 
riprodotta in numerose figurine del ripostiglio di Abini, esistenti nel Museo di Ca- 
gliari e nella collezione Gouin e che appare più adatta a parata che al momento 
della lotta ( 2 ). 

Il torso è ravvolto nell' attillato giubbetto o farsetto, comune a tutti i guerrieri 
sardi, che si modella perfettamente al torace ed alle anche, lasciando scorgere sotto 
l'orlo inferiore, l'estremità della sottostante tunicella, di poco più lunga. Sul petto 
è il piastrone quadrangolare, a lati concavi, che doveva essere nell'originale certa- 
mente in metallo, trattenuto da due correggie che passando sulle spalle reggono alla 
schiena faretra e pugnale. Tale piastrone che troviamo talora molto abbassato sul 
ventre, come nella statuetta Dessi, di Usellus, in un'altra, forse dellOgliastra, 
della collezione del Museo di Cagliari (inv. n. 74), è portato per lo più al petto, 
allo scopo di proteggerlo dalla pressione esercitata nel tendere l' arco dalla cocca 
della freccia, come appare dalle figurine dell'arciere di Abini (inv. nn. 20819, 20822 ; 
Pinza, tav. XIV, fig. 4 ; tav. XIII, fig. 1), le quali danno appunto il momento in cui 
l' arco è teso e la corda colla cocca del dardo si appoggia al petto. Si noti che in 
qualche statuetta questo piastrone si presenta di proporzioni molto ridotte, come in 
quella di Abini (inv. n. 20823) ed una altra di provenienza incerta (inv. n. 73), 
tanto da lasciare l'idea che esso in tali casi non sia più che un amuleto o un 
fulatterio simbolico, derivato appunto dal vero e proprio piastrone. 

A difesa dallo scatto della corda, che, date le dimensioni dell' arco, doveva essere 
molto violento, il nostro arciere porta un grosso e robusto bracciale (figg. 4 e 0) molto 
simile ai nostri bracciali a scherma, costituito da una parte rigida, forse in cuoio, 
trattenuta nella parte interna da correggie, le quali permettevano al braccio di 
piegarsi liberamente, mentre la parte rigida formava difesa contro i colpi nemici. 
Degli esemplari a me noti, solo l' arciere di Usellus, della collezione Dessi, porta un 
bracciale altrettanto grande; in genere gli arcieri ne portano uno più piccolo, più 
aderente alla pelle, difendendo le braccia con le grosse maniche del farsetto: come 
mostra il bell'arciere di Uta (inv. n. 10871, Pinza, tav. X, 1) ed un altro forse 
di Baunei (inv. n. 68); talora poi il bracciale è ridotto ad un semplice parapolso, 
in cuoio forse, che l'arciere porta o sul braccio sinistro o sul destro, a seconda che 

(') Dessi, Descrizione Suna statuetta militare votiva, rinvenuta ad Usellus. Sassari, 1895. 
( ! ) I numeri d'inventario 20816, 20818, 20821 di Abini, Pinza, op. cit., tav. XIII, fig. 6; Spi- 
nazzola, figg. 14, 18, 40; il bronzetto Gouin, Spinazzola, fig. 15. 



SARDINIA 



233 — 



URZULEI 



impugna con uno o coli' altro il suo arco ed ha d'uopo di pararlo dallo scatto del 
nervo ( l ). 

È possibile anche ammettere che il nostro arciere di Urzulei porti la mano sinistra 
coperta da guantone, come si può arguire dalle dimensioni enormi di essa e come è 





Fio. 5. 



Fio. -0. 



anche logico pensare, dovendosi proteggere la mano dall'orlo inferiore del rigido 
bracciale. 



(') Ad esempio l'annero di Abini n. 20822, vedi Pinza, XIII, 1, ha difeso il polso destro, 
mentre un altro della stessa provenienza porta il bracciale o parapolso al braccio sinistro, n. inv. 20820, 
Spinazzola, flg. 31. 



URZULEI — 234 — SARDINIA 



Kicordai che ai due legacci che reggono sul petto il piastrone è collegata dietro 
le spalle la piccola faretra, la quale, come osservò giustamente lo Spinatola, non è 
mai sola, ma accompagnata da varie altre aggiunte. In genere gli arcieri portavano appesi 
alle spalle con la faretra una o più spade, un coltello, un piccolo vasetto, forse di 
grasso; il nostro iia una piccola faretra con un altro oggetto vicino, forse un pugna- 
letto; noto però che in genere le faretre appaiono assai piccole se si confrontano alle 
grandi dimensioni dell' arco, sicché si potrebbe pensare che in esse si riponessero sol- 
tanto le punte in bronzo, adattandole al momento del tiro alle aste, portate in mano 
o legate in fascio. 

L'arco del nostro arciero ha dimensioni grandissime, eguagliando in altezza la 
persona del guerriero, come negli esemplari ben noti di Abini (Pinza, tav. XIV, 4, 
inv. 20819) e di Uta (ivi, tav. X, fig. 1, inv. 10781) ed in altri provenienti dalla 
Barbagia dello stesso Museo (inv. nn. 68, 70), che stanno ad attestare la robustezza 
degli arcieri sardi. La nostra statuetta presenta anche ben distinti i sandali, o cal- 
zari, legati da cingoli che passano al collo del piede ed al malleolo, particolare 
questo che ha pochi confronti, poiché in moltissimi esemplari tali statuette mancano 
dei piedi e quelle che li conservano li presentano nudi ; tuttavia fra i bronzi del 
nostro Museo, uno di Abini (inv. n. 20818) assai interessante e che nella tavola del 
Pinza (XIII, 6) appare per isbaglio mozzato ai piedi, reca dei sandali quasi identici 
all'arciere di Urzulei. 

L'oggetto portato nella mano destra è andato smarrito; dalla dimensione poro 
del foro, come dalla posizione della mano e dalla presenza di un forellino nella base, 
è lecito supporre fosse un bastone di comando, come vediamo in vari esemplari più 
sopra ricordati. 

Tutte e tre le nostre statuette di Urzulei presentano le stesse caratteristiche di 
tecnica e di stile, lo stesso modo sommario di rendere la figura, la stessa trascuranza 
e rozzezza, resa più accentuata dallo stato della superficie, la stessa preoccupazione 
minuziosa e pedante a contrassegnare in modo per quanto possibile preciso la qualità 
della figura. È la stessa tecnica, lo stesso stile di molte figurine di Abini e del ripo- 
stiglio di Baunei, che si trova a non grande distanza da Urzulei, le quali per il loro 
carattere rozzo stanno alquanto addietro dei più finiti esemplari di Uta, di altri di 
Abini, di Senorbì, insomma dei più chiari e noti prodotti dell' arte sarda. Non vorrei 
però ammettere che si tratti, per questi rozzi prodotti, di un'arte assolutamente diversa, 
come è proclive a ritenere il prof. Spinazzola e con lui l'Ardii Onnis; senza togliere 
valore a talune osservazioni dello Spinazzola, che ha riassunto con molta sagacia i 
caratteri di tecnica e di stile di quest'arte sarda ('), mostrando le varietà causate 
dove da un diverso momento di arte, dove a differenti fattori della civiltà stessa, io 
credo che in questa rude fattura, in questo più scarso senso di natura, rivelato dalle 
nostre tre statuette, come da altre di Baunei, di Abini ( 2 ), abbia gran parte la povertà 

(') Op. cit. pag. 88 e segg. 

(«) Le statuette del Museo di Cagliari, nn. 62, 69, 70, 20812; Pinza, tav. XII, figg. 1, 2; 
XIII, fig. 6. 



SARDINIA — 235 — URZULEI 

dell' ambiente dove queste figure erano prodotte e di coloro che le offrivano in devoto 
omaggio alla divinità. Ad onta di queste differenze di esecuzione, di queste varianti 
prodotte dalle diversità di luogo e di tempo, noi ci sentiamo di fronte ad una grande 
unità di intenti, di caratteri, di spirito che anima tutta la serie delle figure sarde e 
le caratterizza in modo ben determinato e sicuro. 

Certo fra questi ed altri rudi prodotti di più umili devoti, che nascosero i loro 
doni votivi tra i dirupi delle valli di Urzulei, di Baunei, di Abini ed i più fini pro- 
dotti rinvenuti in plaghe più ricche ed apriche, quali le statuette di Uta, di Padda, 
di Senorbì, corrono divari e non pochi, come differiscono ancora oggidì gli abitanti 
del piano da quelli che tra i monti di Urzulei conservano tuttora inalterate le foggio 
tradizionali del vestire, avvolgono ancora in lunghe treccie attorno al capo le chiome, 
vivendo in una primitività fiera e sorprendente di tradizioni e di costumi ('). Ma pure 
noi dobbiamo riconoscere questa fondamentale unità di caratteri che si rivela anche 
sotto le differenze salienti tra i vari gruppi di statuette, fondamentale unità che dob- 
biamo pure tenere presente se vogliamo accostarci alla soluzione di due questioni 
specialmente importanti relative a questi bronzi, quelle cioè dell' epoca a cui risal- 
gono e della loro connessione colle tanto discusse figure di guerrieri Shardaaa, dei 
monumenti egizi della XIX* dinastia. Tali questioni esorbitano dall' ambito del presente 
cenno descrittivo, mancando altresì dati sicuri sullo strato da cui i nostri bronzi sono 
usciti ; è certo però che dopo la diligente esamina fatta dallo Spinazzola di gran parte 
della serie, rimangono alquanto scossi gli argomenti invocati ad escludere ogni rapporto 
tra i primitivi e rozzi monumenti sardi, e le rappresentazioni egiziane di Ipsambul 
e di Medinet-Abou ( 2 ), mentre d'altra parte, ad aprire l' orizzonte dei rapporti tra la 
Sardegna con altre regioni del Mediterraneo orientale, si fanno innanzi i raffronti tra 
il materiale della civiltà dei nuraghi e quella micenea, già opportunamente accennati 
dal Pinza, a cui pure dobbiamo aggiungere le recenti scoperte di pani da fondere di 
bronzo fauta nella villa degli anacti di Phestos in Creta, identici a quelli da molti 
anni trovati a Serra Ilixi, presso Valenza ( 3 ). Che se pensiamo alla fissità conserva- 
tiva del popolo sardo ed alla conseguente permanenza dei caratteri tecnici e stilistici 
dell'arte sua, come di ogni manifestazione della vita, noi potremmo più facilmente 
ammettere che tanto nella nostra serie dei bronzi, quanto nei ricordati monumenti 
egiziani si abbiano le immagini dello stesso popolo guerriero, con costumi, foggie 
d'anni e di vesti, quali egli formò ed assunse più adatte alle proprie abitudini e 
bisogni. Nei monumenti egizi della XIX a dinastia, al secolo XIII, XII, a. C, noi 
troveremo rappresentati i guerrieri degli Shardana leggermente stilizzati dall' artista 
del Nilo, nei momenti delle loro lotte contro i Faraoni, accanto ai loro alleati i 
Zaccala, i Shagalasha, i Tursha, gli Achaiasha, i Leca. ora avversari, ora soggetti 

(') Interessante l'osservazione suggeritami dal sig. Nissardi che gli abitanti di Urzulei, come 
quelli di Talana, Villagrande Strisaili e d'altri villaggi portano il lungo berretto ripiegato sulla 
fronte, di raro pendente dietro il capo. 

(') Spinazzola, loc. cit., pag. 105 e segg. 

( 3 ) Pais, Bull. arch. sardo, II serie, pagg. 130, 149; Pigorini, Bull, paletti, ital, anno XXIX 
(1903), pag. 263, ed ivi 1904, pag. 91. 



UR550LEI — 236 — SARDINIA 

e mercenari, ma distinti coli' epiteto di « Shardana del mare » (') vale a diro sta- 
biliti in sedi che il mare divideva dall' Egitto. I nostri bronzi invece li ritrovano 
più tardi, intorno al Vili secolo, quando la civiltà dei nuraghi tocca il suo più alto 
sviluppo indipendente ed uniforme, quando l' isola tutta quanta, tranne forse le estreme 
propaggini nord-est della Gallura, fu posseduta dalle varie stirpi della sua gente, 
già specializzate, ina con caratteri fondamentalmente simili. 

Non sarebbe quindi in tesi generale accettabile l' idea del prof. Pais ( 2 ) che le 
statuette ci presentino i vinti dell' ultima ora di una civiltà morente, i mercenari di 
Cartagine, destinati a combattere nelle guerre di Libia e di Sicilia, giacché esse, 
improntate ad un carattere, ad un sentimento di vittoria e di dominio, male si spie- 
gano con idee di sudditanza e di servaggio. Per altro però, se teniamo presente i 
caratteri conservativi di quest' arte tradizionale e le vicende di quelle popolazioni del 
centro dell' isola, non mai dome da Cartagine, appunto di quelli Illesi dei monti di 
Barbagia, ci parrà meno inammissibile l' idea del prof. Pais di vedere in alcuni di quei 
bronzi le testimonianze di un ultimo periodo d' indipendenza, che fu mantenuta a 
prezzo di un continuo uso delle armi, che ne conservò il carattere pugnace e la bal- 
danza durante tutta l' epoca punica, tramandando alla romana ed a tempi meno remoti, 
una tradizione di fierezza gelosa e di ribellione ad ogni freno, ad ogni oppressione 
straniera ( 3 ). Tradizione di cui sentiamo ancora l' eco nel peculiare spirito, vivo sempre 
nella zona dei popoli montanari, che li fa inclini ad imprese ardite banditesche, dove la 



(') Max Muller, Asien und Europa, pagg. 371-379. L'Ardu-Onnis, nella sua accennata mono- 
grafia sugli flethei-Pelasgi in Sardegna, (pagg. 28-42 dell'estratto) ha presentato un interessante 
saggio di .comparazione tra i costumi dei Sardi moderni e quelli dei popoli d'Oriente. Non tutte 
le comparazioni reggono perfettamente, ma ad ogni modo è lodevole il tentativo di rilevare la per- 
sistenza di costumanze antichissime nella moderna popolazione; d'altro lato il recente lavoro del 
Weill, che tenta di collocare sulla costa dell'Asia Minore tutte le popolazioni « del mare » ricordate 
dai monumenti egiziani (Revue Archéologique a. 1904, pag. 60 e sg.) sembra chiudere la via ad 
ogni luce che è portata nel campo della civiltà mediterranea dal continuo succedersi di rinveni- 
menti di carattere miceneo in tutto il bacino, rinvenimenti che provano come esso non fu estraneo 
ad un movimento di cultura che non fu solo accettazione passiva di clementi importati, ma parte- 
cipazione più o meno diretta ad una fase elevata di vita sociale, se non una vera e propria fede- 
razione di popoli equivalentesi. 

(*) E. Pais, La Sardegna innanzi al dominio romano, pag. 67 e seg. ; 77 ripostiglio di bronzi 
di Abini, Bull. arch. sardo, seconda serie, pag. 175 e seg. 

( 8 ) Sono note le guerre continue che i Cartaginesi dovettero sostenere contro i montanari Olaesi o 
Iliesi, che anche ai Romani, e poi a tutti i successivi dominatori del piano e delle vallate resero malsi- 
curo il dominio. Una amara, ma precisa definizione delle condizioni di quelle popolazioni la ritro- 
viamo in un resoconto degli ufficiali fiscali del dominio di Aragona che a mani vuote ritornavano 
a Cagliari dal loro giro nei monti di Barbagia. La notizia comunicatami dal prof. Arrigo Solmi, 
docente di Storia del diritto italiano a Cagliari, è tratta da documenti recentemente esplorati nel- 
l'Archivio di quell'Episcopio ed è specialmente significante a definire una regione, nel corso dei 
secoli immutata nei sentimenti come nelle forme. Cosi dice il documento sino ad oggi inedito: 
" Nulla potemmo ottenere degli abitanti di quella regione (Barbagia) perchè gente povera e sel- 
vaggia, che non obbedisce neppure ai propri padroni ». 



SARDINIA — 237 HA RESSA 



vita è in giuoco, e che, ben osserva l' Ardu-Onnis, considerate come fenomeno singo- 
lare di persistenza etnologica, potranno consigliare un giudizio più mite verso una 
plaga intiera che fu detta « delinquente » solo perchè dalla natura e dalle vicende 
storiche fu arrestata in una fase sociale per altre regioni trascorsa. 

A. Taramelli. 



VI. BARESSA — Rinvenimento di tombe di età romana e cristiana. 

Durante i lavori di costruzione del nuovo tronco stradale Simala-Baressa, in cir- 
condario d' Oristano, provincia di Cagliari, si fecero delle scoperte archeologiche, non 
prive d' interesse. 

La notizia pervenne all' ufficio di Direzione del R. Museo di Cagliari con qualche 
ritardo, sebbene involontario, per parte di chi assisteva ai lavori della strada stessa ; 
comunque però, tali scoperte meritano un breve cenno, tanto più che nella gita fatta 
sul posto ho potuto in opportune indagini raccogliere qualche maggiore dato sul 
carattere della scoperta e sull' epoca a cui si riferisce, benché le indagini stesse siano 
state ostacolate dall' imperversare di un temporale violentissimo. 

Trattasi di due gruppi di tombe o di piccole necropoli a incinerazione e inuma- 
zione che i lavori in parola traevano in luce. Le prime scoperte vennero fatte nei 
pressi del villaggio di Simala, a quattrocento metri circa dal punto di attacco del 
nuovo tronco stradale colla provinciale San Gavino-Ales, in regione detta Saniti Sa- 
ettimi (san Saturnino). Di queste prime scoperte non si tenne alcun conto dai cot- 
timisti, poiché prive di quelle attrattive, che soglion destare attenzione all'occhio 
profano d' antichità. Poco più di recente, a circa due km. da Baressa, in regione 
Atseni, si ebbero le altre scoperte le quali decisero i sovrastanti più illuminati di 
farne la dovuta relazione. 

In quest' ultima località, ove, tuttora spuntano dal suolo molti ruderi antichi, 
e dove a poca distanza, sorgeva un' antica chiesuola campestre, detta di santa Maria 
d'Alseni, nell' aprire una trincea per dar luogo alla nuova strada, si andò incontro a 
diverse tombe, alcune delle quali racchiudenti le ossa di cadaveri inumati, altre poi 
con cadaveri cremati, le cui spoglie erano custodite in urne di terra cotta ordinaria, 
di rozza fattura e di peculiare forma di conca, a pareti rettilinee, ricoperte da piatto 
ad uso di coperchio di fattura meno rozza e di argilla rossastra, e con accanto ampol- 
line, piatti, unguentari ed altri oggetti consimili di terra cotta ordinaria ('). 

Molti degli oggetti, che facevano parte della suppellettile funeraria, per lo più 
vasellame in terra cotta, sia per incuria dei terrazzieri cottimisti della strada, sia 
anche per la forte pressione della terra sovrastante, andarono in frantumi è solo pochi 
oggetti si raccolsero intieri. 

(') Presso al detto villaggio di Baressa in altra località detta Cingianu si rinvenne molto 
tempo fa un piccolo ripostiglio di monete romane in argento del periodo della repubblica, di cui 
però si ebbe solo una notizia sommaria ed incompleta. (Notizie scavi 1881, pag. 303). 



BARESSA — 238 — SARDINIA 



In generale, questo sepolcreto era composto di tombe appartenenti, alcune all'ul- 
timo periodo della Repubblica, altre ai primi anni del 1° secolo dell' Impero, come 
attestano le monete da me raccolte colà. Una di queste appartiene alla famiglia Con- 
solare Gallia, coniata dal triumviro monetale sotto Augusto, Caio Gallo Luperio, 
15 anni av. Cristo (Bab. n. 3); una seconda, appartiene alla famiglia Luria ed è 
del monetiere Publio Lurio Agrippa, del 12° anno av. Cristo (Bab. n. 2), e una 
terza, del periodo imperiale, appartenente a Druso e alla 2 a sua tribunizia podestà, 
cioè al 23° anno di Cristo (Cohen, n. 2). 

Le tombe di S. Maria occupavano in parte la cima di una piccola prominenza e 
in parte erano collocate a mezza costa in dolce declivio con orientazione varia. Quelle 
ad inumazione poi erano costituite da sei lastroni di arenaria stratiforme e di vario 
spessore, formanti una specie di cassone parallelepipedo, che racchiudeva, oltre allo 
scheletro, alcune poche stoviglie, e qualche altro oggetto del corredo funerario. 

Di oggetti metallici, oltre alle monete, si rinvenne, uno specchio di bronzo, 
formato da un disco di cent. 18 di diametro e traforato alla periferia con tanti fori 
circolari, quasi contigui, e sostenuto da un manico dello stesso metallo, in forma 
di alamaro. Di questo oggetto, forse appartenente a tomba muliebre, non si potè 
ricuperare che pochi frammenti. D'oggetti di metallo si raccolse anche un'ascia 
o dolobra fossoria in ferro, lunga cent. 20 circa, la quale fu abbandonata dagli 
stessi antichi lavoratori (copiatae), ovvero faceva parte della suppellettile funeraria, 
come attestante il mestiere praticato in vita dal defunto, o anche fu deposta espres- 
samente sopra o dentro la tomba quale amuleto, contro ai violatori del sepolcro. È 
forse il concetto analogo a quello contenuto nella frase, scolpita in qualche lapide 
funeraria, sub ascia dedìcavit, mentre in molte altre è raffigurata incisa od in ri- 
lievo l'ascia stessa, come vedonsi sul cippo sepolcrale del R. Museo, riportato dal 
Mommsen nel C. I. L., al n. 7619 ed in altre lapidi ai nn. 7632-7769, nonché nelle 
Notine degli scavi del 1892, pagg. 186 e 187. Noto a questo proposito, come sopra 
una lapide cristiana del R. Museo, oltre alla colomba e alla palma, evvi scolpita 
un'ascia, che per errore fu scambiata con una croce (C. /. L., n. 7769). 

Circa alla forma e alla qualità della stoviglia estratte da queste tombe, essa 
appartiene alla specie per lo più comune ai sepolcri romani dell'isola; molte, come 
si deduce dalla qualità dell' argilla, mostrerebbero di essere di fabbrica locale, altre 
poi risulterebbero importate dai commerci e ciò si desume, oltre che dai diversi cocci 
di stoviglia a vernice nera, dalla presenza di un piatto o patera ricoperto dalla 
stessa vernice di fabbrica campana, avente graffite sul fondo alcune lettere fenicie. 
Una delle lettere graffite sarebbe chiaramente un aleph, caratteristica della scrittura 
neo-punica di Sardegna, ma le altre lettere sarebbero riunite in nesso e non bene 
decifrabili. 

Tale riunione di lettere in nesso è propria dell' estremo periodo punico, come di 
fatto si riscontra sopra le iscrizioni di pari epoca, riportate dal Renan, nel C. I. S. e 
specialmente in quella scoperta nel Sulcis e riprodotta al n. 151, tav. XXXIV. Lo Judes 
nell' Annuario della Società archeologica di Costanlina del 1862, asserisce tal fatto 
comune alle lapidi neo-puniche e caratteristico della scrittura neo-punica di Sardegna. 



SARDINIA ~ 239 — BARESSA 



La presenza di un tal piatto così contrassegnato con lettere fenicie, forse indi- 
canti il prezzo di compra o di vendita dell' oggetto, oltre all'attestare un commercio 
d'importazione fatto dai Cartaginesi, dimostrerebbe ancora una volta come fino agli 
ultimi tempi della Repubblica ed ai primi anni dell' Impero l'alfabeto fenicio in Sar- 
degna fosse in voga come il latino, il che venne già osservato nella iscrizione tri- 
lingue, dedicata ad Esculapio, rinvenuta nel Gerrei. 

Altro fatto da me notato circa la suppellettile funeraria di queste tombe, è la 
forma delle lucerne in terra cotta, a guisa di tronco di cono rovesciato, senza ansa, 
con beccuccio poco sporgente per il lucignolo e con largo foro circolare al centro per 
immettervi Y olio ; ebbi questo tipo di lucerna in tutte le tombe da me scavate in 
Sardegna e appartenenti alla più recente epoca punica, al periodo della Repubblica e, 
al più, ai primi anni dell' Impero. 

Lasciando questa regione, che meriterebbe essere esplorata più estesamente e con 
maggiore agio, ritorno alla località, prima accennata, di santu Sadurru, presso Simala. 

Al lato destro della strada nuova, e precisamente lungo il fosso di scolo, si 
rinvennero certi lastroni di roccia situati a poca profondità, che, a prima giunta, si 
ritennero appartenenti alla stratificazione del calcare tenero proprio di tutta quella 
regione, ma che, esaminati attentamente, risultarono invece tagliati ad arte per ri- 
coprire e custodire avanzi umani. 

Due di questi loculi, da me esplorati con la più scrupolosa attenzione, li trovai 
costrutti ugualmente, con sei lastroni di arenaria, in modo poco dissimile da quello 
descritto parlando dell'altro sepolcreto. 

Il primo racchiudeva certamente lo scheletro di un bambino, il che si dedusse 
dalle piccole dimensioni dell' arca funeraria e dagli osili ossicini, che vi si contene- 
vano; l'altro invece, in grandi proporzioni, di oltre i due metri di lunghezza e di 
oltre 1,25 di profondità del suolo della campagna, conteneva, oltre allo scheletro 
adagiato sopra il lastrone del fondo e appartenente all' ultimo cadavere inumato, 
altri cinque avanzi di individui adulti, come si dedusse dai crani e dalle altre ossa, 
tibie, ecc. che vi si rinvennero, ricacciate dentro alla rinfusa, dopo l'ultima deposi- 
zione. Questo grande strato di ossami era ricoperto da altro strato di calce, ed un 
tutto sottostava ad un grosso lastrone monolitico, che poggiava sopra gli altri late- 
rali, disposti inclinati, a tronco di piramide, sopra l'ultimo di fondo. 

Tanto nel primo loculo, quanto nel secondo, non si rinvenne alcuno degli oggetti 
che formano il viatico comune alle tombe pagane. In fondo però al loculo più grande 
e precisamente all' angolo suporiore destro, in direzione della testa dell' ultimo cada- 
vere, si raccolse un piccolo delfino in ferro, lungo cent, nove, di discreta conserva- 
zione, tenuto conto dell' estrema ossidabilità della materia, ond' era formato. 

La mancanza assoluta di altri oggetti, come qui sopra accennai, e la presenza 
di questo oggetto singolare, mi fa ritenore che, in questa località, esistesse un gruppo 
di antiche tombe cristiane e che quel raro oggetto, quivi deposto, fosse destinato a 
palesare, con la muta eloquenza del simbolismo cristiano dei primi secoli, apparte- 
nere quel cadavere ad un seguace di Cristo, a uno dei piscicuh insomma quali erano 
considerati, come è ben noto, i primi fedeli. 



BARESSA — 240 — SARDINIA 



Un pesce vedesi scolpito sopra una lapide cristiana esistente nel II. Museo, pub- 
blicata dallo Spano, nel 1° anno del suo Ballettino archeologico Sardo, con evi- 
dente significazione simbolica ; così pure sopra una lampada, evidentemente cri- 
stiana, in terra cotta rossastra, trovata in vicinanza del nuraghe Losa, e deposta 
nel R. Museo vedesi in rilievo il delfino. 

I ruderi di un'antica chiesuola campestre, a poca distanza di là, dedicata a 
san Saturnino (santu Sadurru), santo che diede il nome, ancora in uso, a quella loca- 
lità, e la presenza di queste tombe vicine alla detta chiesuola, darebbero argomento 
a credere esistesse quivi qualche antico sacrario dedicato al santo martire, il cui 
culto è assai esteso in Sardegna, e che attorno a quel sacrario si avesse un sepolcreto 
cristiano, un piccolo cimitero sopra terra, forse non molto posteriore al periodo co- 
stantiniano. 

Anche questo punto meriterebbe un' esplorazione più estesa per poter, con mag- 
gior cognizione di causa, meglio comprovare quanto qui sopra accennai. 

Non posso lasciare di segnalare, in questa escursione, una località presso il 
villaggio di Curcùris, a destra della strada provinciale, che conduce ad Ales, ove, 
in un piano a leggero declivio, si raccolgono scorie e rifiuti di fusione e dove scor- 
gonsi antichi fornelli, appartenenti senza dubbio ad antiche lavorazioni di epoca non 
precisata Questa località è oggi appellata terra de prumu (terra di piombo), nome 
certamente impostole dalla presenza di dette scorie, che hanno un peso specifico 
considerevole. 

A poca distanza da questa regione vedonsi pure spuntare dal suolo numerosi 
ruderi, accennanti ad antichi casolari, che la tradizione attribuisce ad un villaggio 
detto Jamussi. 

La presenza di tanti ruderi e di chiesuole campestri in tutta questa regione della 
Marmilla, attualmente florida per granaglie, la scoperta fatta in altri tempi di varie 
antichità, farebbe con fondamento credere che quivi, in tempi remoti, si sviluppasse 
un grande commercio, attivato dalla viabilità di qualche arteria stradale, che pas- 
sando per F antica colonia romana di Usellus, univa l' antica Karalis con Othoca. 
Si confermerebbe con ciò l'opinione espressa dal Pais che la strada predetta, invece 
di percorrere gli sterili campi di s. Anna, traesse invece per Usellus, toccando plaghe 
che fin dall' età dei nuraghi dovevano essere abitate intensamente perchè fertilissime 
e salubri. 

F. Nissardi. 

Roma, 15 luglio 1904. 



REGIONE VII. — 241 — PISTOIA 



Anno 1904 — Fascicolo 7. 



Regione VII (ET RUMA). 

I. PISTOIA — Scavi archeologici in piazza del Duomo. 

Per opera del Municipio di Pistoia, con il concorso pecunàrio del Governo e con 
l' assistenza scientifica continua della Direzione del R. Museo archeologico di Firenze 
e degli Scavi di antichità in Etruria ('), furono eseguiti nello scorso anno scavi siste- 
matici in Pistoia, e specialmente -nel tratto di piazza del Duomo compreso tra la 
Cattedrale ed il Palazzo del Comune. 

Causa ed incentivo a tali scavi fu la scoperta di un musaico frammentario romano 
e d'altri ruderi di antichi edifici, avvenuta casualmente durante i lavori di escava- 
zione che si facevano in quel punto per le fondazioni di un progettato monumento a 
Garibaldi ( 2 ). 

Di Pistoia romana sapevasi finora soltanto quel pochissimo che ce ne avevano 
incidentalmente tramandato alcuni storici, geografi, ed itineraristi antichi ( 3 ). Pove- 

(') Lo scavo fu impiantato, nel modo come sotto si dirà, dal Direttore del Museo di Firenze 
e scavi d' Etruria, prof. Luigi A. Milani; fa appresso continuato dal prof. Ettore Gabrici e quindi, 
essendo egli caduto ammalato, dal sottoscritto. I lavori durarono sotto il direttore Milani ed il 
prof. Gabrici dal 17 gennaio al 18 febbraio e dall' 8 al 17 giugno 1902; sotto di me, con numero 
talvolta quadruplicato d'operai, dal 1° luglio al 16 settembre. La presente particolareggiata rela- 
zione coordina i risultati ottenuti nelle tre campagne successive ; ma si basa specialmente su quella 
da me diretta che, essendo stata la più lunga ed intensa, ha pure, come si intende di leggeri, for- 
nito gli elementi più abbondanti e più sicuri allo studio che segue ed alle conclusioni che ne ho 
tratte. Tra i funzionari che ci coadiuvarono nello scavo, oltre gli impiegati del Comune, merita una 
speciale parola di lode il custode governativo sig. Francesco Valvo che tenne la sorveglianza dello 
scavo per la maggior parte della sua durata e che con molta cura e diligenza ne redasse il giornale. 

( ! ) Durante questi primi primi lavori fu raccolta la bella lucerna Tomana con figura di del- 
fino, fig. 10,1. Cfr. sotto p. 251, nota 1. 

( 3 ) I passi più importanti sono: Sallust., Cat. 1, 57; Ammian., 27, 3, 1; Plinio, 3, 52; Tolom., 
3, 143; Itin. Ant., pagg. 284-85 e la Tav. Peutinq. Per tutti cfr. C. I. L., XI, pag. 298. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 31 



PISTOIA 



— 242 — REGIONE VII. 



rissima di iscrizioni — nel voi. XI del C. I. L. ne sono registrate soltanto due, 
nn. 1541-42 — nessun scoperta di ruderi monumentali stava ad attestare della vita 
della città ai tempi di Roma; e l'epoca della sua origine si perdeva nell'ignoto. 

Una esplorazione sistematica dei ruderi romani apparsi in luce nei lavori pel 
monumento a Garibaldi sembrava pertanto sotto tutti i rispetti raccomandabile, po- 
tendo essere feconda d'importanti risultati per la storia primitiva della città di 
Pistoia. 

Da ciò la ragione dei presenti scavi. 

Nel corso dei lavori si era altresì pensato che, condotto ad un certo punto lo 
scavo intorno all'area pel monumento a Garibaldi, si dovessero fare dei saggi in 
altre parti della città, per esaminarne quanto più largamente fosse possibile la stra- 
tificazione e il sottosuolo romano. Senonchè un saggio fatto nella piazzetta di Castel 
Cellesi, dove potevasi supporre fosse stata la rocca o acropoli primitiva, ed un altro 
praticato all' angolo nord-ovest di piazza del Duomo dinanzi alla farmacia Corsi, det- 
tero risultati affatto negativi. Fare altre indagini in punti più centrali, come nella 
piazzetta del Mercato o nelle strade che s' incrociano fra piazza del Duomo e le vie 
Garibaldi e Cavour, era impresa quasi impossibile per le condizioni della vita mo- 
derna e per la spesa gravissima a cui si sarebbe andati incontro scavando in aree 
lastricate. 

Parve quindi miglior partito concentrare i lavori al solo tratto limitato fra lo 
scavo occasionale del monumento a Garibaldi e 1' angolo sud-est della piazza. Non 
solo, come si disse, i ruderi della casa romana già rinvenuti in quel luogo si pre- 
sentavano tali da giustificare ogni maggiore ricerca ; non solo si venivano continuamente 
scoprendo avanzi medievali che metteva conto esplorare il più largamente possibile ; 
ma anche rispetto alla storia degli edifici monumentali che fiancheggiano la piazza 
in quel punto, cioè il Palazzo Comunale e la Cattedrale, si affacciava la possibilità 
di risolvere problemi di notevole importanza. Uno di questi (e certo non il meno 
interessante) concerneva appunto la Cattedrale. 

È tradizione diffusa in quasi tutti gli scrittori di cose pistoiesi che la Catte- 
drale di San Zeno sorga sulle rovine di un antico tempio di Marte, di cui avrebbe 
occupato il posto al cadere del Paganesimo (')• Sembrava in certo modo corroborare 
questa tradizione il fatto che l' anno 1599, costruendosi su disegni di Gismondino 
Latri la nuova tribuna della chiesa, erano ritornati in luce alcuni pezzi di colonne 
di marmo intagliate, varie monete e tre frammenti di un' iscrizione onoraria in marmo 
dedicata all' imperatore Severo Alessandro ( 2 ). 

Ora, se non m' inganno, il nostro scavo ha posto in sodo che la suddetta tradi- 
zione non ha fondamento alcuno di verità. Come il lettore può constatare, gettando 
uno sguardo nella pianta fig. 1, il nostro scavo si è svolto per una parte considere- 



(') Cito per tutti l'opuscolo recentissimo del Beani, La cattedrale pistoiese. Pistoia, 1903, 
pag. 8. 

( ! ) Arferuoli, Hist. jiist., If, pag. 238; Salvi, Hist., HI, pag. 222, citati dal Beani, loc. cit., 
nota 2. Vedi sotto p. 258. 



REGIONE VII. — 243 — PISTOIA 

vole, — a seconda che permettevanlo le condizioni di pavimentazione della piazza — , 
lungo la linea della Cattedrale. Non solo; ma all'estremo angolo sud-est ci spingemmo 
a bella posta con una trincea fin quasi a toccare le fondamenta della chiesa. Or bene, 
in tutta quanta l' area da noi esplorata, non si è trovato nulla, assolutamente nulla, 
che possa riferirsi a un antico tempio romano : non un blocco di pietra delle sostru- 
zioni o dei muri della cella, non un frammento di colonna, di capitello o di trabea- 
zione; non un avanzo qualsiasi di altra natura. Gli unici frammenti architettonici 
apparsi sporadici nello scavo, consistono in alcune piccolissime cornici di marmo o 
pietra (vedi per es. fig. 16), che a mala pena possono riferirsi alla casa romana che, 
come vedremo, sorse in quel luogo. Così venne a documentarsi in modo irrefutabile 
la nessuna attendibilità di quella leggenda; ciò che del resto potevasi già argomen- 
tare dal fatto che, contrariamente a ciò che si osserva quasi sempre nelle chiese 
cristiane sorte effettivamente sulle rovine ad a spese di antichi templi pagani, non 
è dato vedere messo in opera nel Duomo di Pistoia alcun pezzo architettonico o ru- 
dere monumentale riferibile all' età romana. 

Quanto ai pezzi di colonne, all' iscrizione latina e alle altre anticaglie raccolte 
l'anno 1599 nell'area della Tribuna, esse appartengono evidentemente alla stessa 
casa romana rintracciata nei nostri scavi, e che forse appunto da quella parte aveva 
il suo peristilio. Noto a questo proposito che anche l'Arferuoli, nel dar conto del 
travamento del 1599, non sapeva decidere se quegli avanzi appartenessero ad un 
tempio o ad un palazzo. 

L' abitazione romana, cui tutti gli anzidetti ruderi sono da riferirsi, doveva avere, 
come apparirà più chiaramente nel corso di questo lavoro, una estensione grandis- 
sima, poiché ad essa spettavano senza dubbio anche alcuni dei ruderi ed il pavimento 
a mosaico che il Vitoni dice scoperti l'anno 1772 al piede orientale del Campanile, 
quando, demolita la Loggia della Montata, si cominciarono a gettare le fondamenta 
di una nuova cappella di S. Jacopo ('). Da tutti questi trovamenti appare come la 
detta casa si estendesse per buon tratto nel luogo occupato poi dalla Cattedrale ; ed 
è certo dal parzialo trovamento dei suoi ruderi e dall' analogia di ciò che è avve- 
nuto in tante altre parti del mondo antico, che si è formata la leggenda del sorgere 
della Chiesa siili' area di un antico tempio romano dedicato a Marte, che nulla del 
resto vieta di credere sia effettivamente esistito in altri punti della città, e magari 
in prossimità del sito da noi esplorato. 

La pianta fig. 1 offre a colpo d' occhio un' idea chiara di tutti i ruderi da noi 
scoperti. Questi possono dividersi in cinque gruppi o epoche consecutive, ciascuna 
delle quali è stata indicata in maniera grafica diversa nell'anzidetto disegno. Quivi 
il lettore troverà pure le quote altimetriche che indicano le principali troncature dei 
muri rispetto al piano attuale medio del tratto di piazza da noi esplorato. Le quote 
più alte, unite ad altri indizi, (come il genere della costruzione, la qualità dei ce- 



( l ) Il passo è riportato dal Beani, op. cit., pag. 9. 



PISTOIA 



244 - 



REGIONE VII. 



menti, ecc.), servono a distinguere i ruderi fra loro ed a stratificarli in gruppi ed 
epoche successive. 

Lo scavo fu dappertutto condotto a piccoli strati orizzontali, in modo da potersi 
sempre indicare con precisione la profondità di ogni oggetto mobile che ritornava alla 
luce. Il terreno vergine apparve alla profondità media di m. 3,45. 

Dall' esame degli oggetti raccolti e sulla base di punti fissi emersi dallo scavo, 
quali per esempio gli impiantiti delle case e della piazza, è stato possibile determi- 



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Piano e battuto attnale della piazza. 

Ammattonato antecedente della piazza. 

Colmaticelo moderno (terra, pochi sassi, pezzi di in.it- 
) toni, ceramiche invetriate). 

' Costruzioni della quinta epoca. 

Altro, più antico ammattonato di piazza. 

Piccole stratificazioni naturali e colmaticci medievali 
(terra, sassi, pezzi di mattoni ed altri manufatti, 
monete, oggetti mobili diversi). 

Grandi masse di carboni e altre tracce d'incendi. 

Costruzioni della quarta epoca. 

Scheletri umani, sarcofaghi, ed altri avanzi cemeteriali. 

Costruzioni della tersa epoca. 



, Colmaticelo romano del a fine dell' Impero (terra, sa-si. 
i carboni, pezzi di mattoni e di tegole, stucchi di- 

pinti, monete prevalentemente del sec. IV. 
\ Costruzioni della seconda epoca. 



Impiantiti romani. Costruzioni della prima epoca. 



' Colmaticelo romano dell'età augustea (monete e cera- 

\ miche aretine di quest'epoca, terra, sassi, pezzi di 

a mattoni, ossa di animali, oggetti e ceramiche varie 

' dal IV al sec. I a. C, varie traccio di carboni). 



Fig. 2. 



— Terreno vergine. 

Diaframma schematico dello scavo. 



nare otto strati consecutivi, non ostante i molti rimaneggiamenti subiti dal terreno 
nel corso dei secoli. Essi sono indicati e sommariamente riassunti nel diaframma 
fig. 2, che qui spiego brevemente. 

11 primo strato, che, tenuto conto del dislivelli attuali della piazza, avrebbe uno 
spessore medio di m. 0,08, è costituito dal piano e dal battuto stradale odierno. 

Il secondo strato è formato da un' anteriore pavimentazione della piazza, fatta 
con mattonelle di m. 0,20 X 0,10, disposte per coltello a spina di pesce. 

Segue, da m. 0,18 a 0,45, il terso strato, dello spessore medio di cm. 27, com- 
posto di un sodo di terra compatta e pressata, mista a ciottoli, frammenti di mat- 



REGIONE VII. — 245 — PISTOIA 

toni e ad altri avanzi di manufatti. È uno strato di colmaticcio artificiale relativa- 
mente moderno. Appartengono a questo strato i muri della quinta epoca, indicati 
nella pianta fig. 1 a tratteggio spezzato. 

Il quarto strato, di m. 0,10, è costituito da un' altra più antica pavimentazione 
della piazza, fatta come la prima di un ammattonato a spina di pesce. Ma questo 
non era dappertutto sullo stesso livello; pare andasse in origine declinando da est 
ad ovest, cioè dal Palazzo Comunale verso il centro della piazza. Fu trovato rotto 
e mancante in vari punti. In qualche altro luogo era stato risarcito con mattonelle 
poste in piano. Ne ho fissato la linea media inferiore a m. 0,55 di profondità. 

Da questo punto agli impiantiti della casa romana, posti col livello più alto a 
m. 2,05 di profondità, intercede un enorme ammasso di terriccio e di avanzi costrut- 
tivi e mobili di ogni specie, dello spessore di circa m. 1,50. Basandomi sopra spe- 
ciali osservazioni e sui trovamenti numismatici, 1" ho diviso in due parti formanti il 
quinto e sesto strato. 

Il quinto strato, il cui margine inferiore è a circa m. 1,50 dal livello attuale 
della piazza, e che di tutti è il più rimaneggiato e sconvolto, constava in origine 
alternativamente di piccole stratificazioni naturali (residui di materie carbonizzate e 
depositi alluvionali) e di colmaticci artificiali (terra e sassi misti a pezzi di mattoni, 
a cocci ed altri manufatti, con monete prevalentemente medievali, sopra tutto denari 
lucchesi dei sec. XI e XII). Meritano speciale attenzione due straterelli di materie 
carbonizzate, che ritengo possano riferirsi agli incendi di cui fu preda la vicina fab- 
brica del Duomo nei sec. XII e XIII. Appartengono a questo strato i muri della 
terza e quarta epoca (a tratteggio continuo i primi, a punteggiatura gli altri 
sui nostro disegno, fig. 1. Alcune parti della terza epoca, rimaste in uso e rifatte 
nella quarta, sono state indicate a fascioni alternatamente tratteggiati e punteggiati). 
Ad esso spettano inoltre numerose deposizioni sepolcrali, che ne occupano tutto lo 
spessore, e si stendono talvolta fin nello strato sottostante, e che, cronologicamente, 
appartengono al periodo intermedio fra gli edifici della terza epoca, di cui invasero 
l'area, e quelli della quarta. 

Il sesto strato, da m. 1,50 circa a m. 2,05 e 2,20 secondo il livello degli im- 
piantiti della casa romana, è tutto formato di riempiticelo artificiale, proveniente per 
buona parte, e sopra tutto al basso, dalle rovine della casa romana, di cui investe 
i ruderi dei muri d' elevazione. Insieme con sassi e ciottoli, avanzi di manufatti in 
terra cotta e metallo, si trovarono in questo strato monete imperiali romane del 
sec. IV. Esso investe i ruderi della seconda epoca (a reticolato nella fig. 1), co- 
struiti quando la casa romana era stata distrutta, ma prima che l'area ne venisse 
occupata dagli edilìzi della terza epoca. 

11 settimo strato è dato dagli impiantiti della casa romana (prima epoca costrut- 
tiva, segnata in nero alla fig. 1). Essi si trovano, come già dissi, su due diversi 
livelli, cioè a m. 2,05 e 2,20 dal piano attuale della piazza. 

Da sotto gli impiantiti romani fino al livello mediano del terreno vergine, situato 
a m. 3,45 di profondità, si stende, per m. 1,15-1,25, V ottavo ed ultimo strato. Esso 
consiste in un poderoso banco di colmaticcio artificiale, contenente sassi, pezzi di mat- 



PISTOIA — 246 — REGIONE VII. 

toni, tegole, 03sa d'animali, avanzi di manufatti diversi, scarsi residui di materie 
carbonizzate. Le monete e le ceramiche più recenti che vi si raccolsero ci riconducono 
all'età augnstea. Esso non ha ruderi a sé; ma investe soltanto le parti sostruttive 
degli edifici posteriori e specialmente quelli della casa romana che vi posava immedia- 
tamente sopra. 

La descrizione particolareggiata, che ora segue, dei travamenti fatti strato per 
strato, dal più antico passando via via ai più recenti, confermerà le cose qui sopra 
sommariamente dette e ne determinerà, per quanto è possibile, i principali risultamenti 
storici e cronologici. 

Vili STRATO. 

Colmaticelo romano dell' eia augustea. 

Questo strato investe, come dissi, quasi esclusivamente muri di sostruzione e 
sopra tutto le fondazioni della casa romana che posava su di esso. Abbiamo inoltre 
due piccole fogne: una presso l'estremo muro occidentale della casa, a m. 2,70- 
3,20 di profondità, cioè sotto la linea degli impiantiti romani ; V altra sotto gli im- 
piantiti stessi delle due stanze A e li (v. pianta, fig. 1). La prima, col fondo e la 
volta a mattoni e le spallette metà a mattoni e metà a calcestruzzo, aveva una luce 
di m. 0,27 X 0,21 : la seconda, col fondo e le pareti di calcestruzzo, la copertura 
parte a mattoni e parte a lastre di pietra, misurava m. 0,26 X 0,25. Erano eviden- 
temente due fogne di scolo per il servizio della casa e formavano un tutto organico 
con questa. Anzi la circostanza che, per la costruzione del fognolo che passa sotto 
le due stanze A e B, si dovettero forare le sostruzioni della casa, dimostra che sono 
posteriori al primo impianto di questa. 

Dentro la fogna d' occidente si raccolsero : un p. b. di Claudio = Cohen 2 , n. 72 
(involto 10 bis ) (') ed un in. b. assai consunto dell'alto Impero, probabilmente di 
Germanico Cesare (inv. ll bis ). Sopra la stessa fogna, a m. 2,50 di profondità, in 
luogo manomesso posteriormente, si rinvenne uh altro m. b., assai consunto, di Traiano 
(inv. 8 bis ). Sotto l'impiantito della stanza A, in luogo perfettamente intatto, si recu- 
però invece, a m. 2,90 di profondità, un p. b. di Augusto dell'anno 12 circa a. C, 
col nome del triumviro monetale Apronio Sisenna e col tipo dell' incudine, Cohen 2 , 
420 (inv. 14 bis ). 

Gli altri oggetti raccolti nello strato sono, procedendo sempre dal basso in alto, 
i seguenti: 

a m. 3,45 (inv. 19): frammento di lucerna romana a vernice scuro-marrone 
col rilievo di un putto di profilo a d. che si porta la mano s. alla bocca, fig. 10, 5 ; 
a m. 3,40 (inv. 48): scarsi frammenti di vasi ordinari grezzi; 
a m. 3,30, dentro la fogna ad ovest della casa romana, e sotto gli impiantiti 



(') Riferisco qui e in seguito per tutto il lavoro i numeri degli involti o pacchi degli 
oggetti, come furono fatti via via che lo scavo progrediva, e furono poi depositati presso il Muni- 
cipio di Pistoia. Le monete furono esaminato anche dal prof. E. Gabrici. 



REGIONE VII 



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PISTOIA 



della medesima (inv. 11 e 18): frammenti di vasi ordinari grezzi; altri di bucchero 
cinereo; altri a vernice nera del genere etrusco-campano; altri di vetro; 

a m. 3,20 (inv. 27, 65, 67) : frammenti di vasi ordinari grezzi ; due di buc- 
chero cinereo ; una dozzina verniciati neri dell' Italia meridionale ed etrusco-cam- 
pani; pezzetto dell'orlo di una coppa aretina; grosso mortaio semiovoidale di pietra, 
fig. 11; 






Fig. 3. — Vasi grezzi d 1 impasto scaro. 



a m. 3,10, in gran parte sotto gli impiantiti della casa romana (inv. 16, 17, 
76) : frammenti di vasi ordinari grezzi, tra cui quello fig. 3, 4 ; altri di bucchero 




Fig. 4. — Vasi grezzi d' impasto scuro. 



cinereo; una decina etrusco-campani; lucerna romana con foglie di uva o di edera 
in rilievo, fig. 10, 2 ; vari frammenti di vasi di vetro ; bave di bronzo, ecc. 

a m. 3 (inv. 64, 66, 74, 75, 110): frammenti di vasi ordinari grezzi, fra cui 
l'ansa di grosso ziro fig. 4, 3 e il pezzo di un orciolino di argilla giallognola a bocca 
trilobata, fig. 5, 2; vari frammenti di vasi di bucchero cinereo fra cui il fondo di 
oinochoe, fig. 4, 2; altri etrusco-campani ed aretini fra cui il frammento di coppa, 
fig. 9, con la rappresentazione di una corsa di bighe nel Circo; pezzettino di 
lucerna a vernice marrone con decorazione di ovoli all' ingiro, fig. 10, 3 ; pezzettini 
di vetro, ecc.; 



PISTOIA 



248 — 



REGIONE VII. 



a m. 2,90, sotto gli impiantiti romani (inv. 14) : frammenti di vasi ordinari 
grezzi; altri di vasi aretini, ed un'arma frammentaria in ferro, fig. 13, 13; 




Fio. 5. — Vasi grezzi d' impasto rossiccio. 

a m. 2,85 (inv. 63) : molti frammenti di vasi ordinari grezzi, e quattro are- 
tini, fra cui un fondo di coppa colla marca Atei, fig. 8, 2; 

a m. 2,70, sotto l'impiantito della stanza A, e propriamente nell'intervallo 
sud-ovest fra i muri di sostegno dell'impiantito stesso, (inv. 13): vari pezzi di una 

grossa anfora vinaria a ventre piuttosto espanso, e 
due fibule di bronzo, una delle quali ben conservata 
riprodotta alla fig. 12; 

a m. 2,60 (inv. 62, 83): frammenti di vasi 
ordinari grezzi; altri di bucchero cinereo; etrusco-cara- 
pani ; aretini ; spatoletta di bronzo ricurva con ornati 
graffiti, fig. 13, li; 

a m. 2.50, sotto gli impiantiti della stanza A 
ed in parte dentro la fogna sottostante (inv. 8, 12, 15, 
17 bis , 20): frammenti di vasi ordinari grezzi tra cui 
alcuni di argilla giallognola a cordonature parallele ; 
frammenti di bucchero cinereo ed aretini, tra i quali 
quello con fogliami e bacche tonde, fig. 8, 3 ; quello 
a palmette e fogliami, fig. 8, 5 ; un terzo con ornati a 
sgraffio e la marca L. Tetti Samia fig. 8, 4; pezzetto 
di lucerna a vernice marrone modanata a conchiglia 
nel centro, fig. 10, 4; qualche pezzettino di vetro e di 
bronzo e il frammento di una piccola cornice in marmo 
lunense, fig. 16, 4, ecc.; 

a m. 2,40-2,35 (inv. 25, 85, 105, 106, 108, 113): 
frammenti di vasi grezzi ordinari fra cui il collo di askos di argilla rossiccia, 
fig. 5, 6 ; un fondo di vaso etrusco-campano o simili, fig. 7, 2 ; pezzetto aretino ; due 




Fig. fi. — Anfora vinaria. 



REGIONE VII. 



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PISTOIA 



frammenti di una lucerna romana ; vari pezzettini di vetro ; bottone svanato in bronzo, 

fig. 13, 3; stecco stilo di osso con ornati incisi, fìg. 14, 12; asticella di ferro, ecc. 

La promiscuità di oggetti d'epoche diversissime, raccolti a tutte le profondità, 

pone fuor di dubbio che abbiamo a che fare con uno strato di colmaticcio artificiale 




Fig. 7. — Frammenti di vasi etrusco-campani e simili. 



formatosi evidentemente quando vi fu costruita sopra la casa romana di cui parle- 
remo tra poco. 




Fig. 8. — Frammenti di vasi aretini. 



Sono numerosissimi in questo strato i frammenti di vasi ordinari grezzi d'uso 
comune, i quali spettano a due diverse categorie : gli uni, a superficie nerastra d'im- 
pasto grossolano scuro; gli altri, d'argilla rossiccio-mattone ; quelli principalmente 
destinati ad usi di cucina, per essere messi al fuoco; questi, più specialmente da 
dispensa, per contenere liquidi, cereali, ecc. Dei primi dà un esempio la fig. 3 ; dei 
secondi la fig. 5, nn. 1, 4, 5, ecc. Fra questi ultimi sono specialmente comuni le 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 32 



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REGIONE VII. 



anfore vinarie a fondo acuminato, delle quali dò alla tìg. 6 la riproduzione di un 




Fig. 9. — Frammento di vaso aretino. 



esemplare pressoché intatto, raccolto negli scavi fatti a pie' del Campanile l'anno 1772, 




Fio. 10. — Lucerna e frammenti di lucerne romane. 



ed ora conservato nell'Archivio Municipale di Pistoia. Tutte e due le suddette cate- 



REGIONE VII. 



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PISTOIA 



gorie di vasi appaiono costantemente anche negli strati superiori, cioè romani tardi 
e medioevali. Esse non hanno quindi spiccato carattere cronologico, ma servono a 
dimostrare una volta di più come certe forme, al pari di certi impasti, d'uso comune, 
durarono inalterati per lunghissimo spazio di tempo in mezzo a genti e civiltà dispa- 
ratissime. Lo stesso fatto si ebbe a constatare negli scavi del Foro Romano, donde 




Fig. 11. — Mortaio di pietra. 

si ebbero ceramiche affatto identiche, specialmente (oltre alle anfore vinarie, fig. 6) 
le olle o pentole a coperchio e le sottocoppe a piatto d'impasto scuro annerite e bru- 
ciate dall'azione del fuoco, fig. 3, nn. i, 2. 





Fig. 12. — Fibula di bronzo. 



Delle specie databili di ceramiche — vasi di bucchero cinereo, vasi etrusco- 
campani e simili dell'Italia meridionale, vasi aretini e lucerne romane — i fram- 
menti aretini e quelli delle lucerne contemporanee ('), mentre sono i più numerosi, 

(') La bella lucerna quasi intatta col fregio a rosette e losanghe e la figura di un delfino, 
fig. 11, 1, è certamente posteriore alle altre, forse del sec. IV, dell'e. v. Fu trovata a profondità 
non precisata, ma a quel che pare sopra gli impiantiti romani (terzo strato) durante i lavori per 
il monumento a Garibaldi, prima dell' intervento governativo. 



PISTOIA 



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REGIONE VII. 



sono altresì i più recenti, e da essi pertanto è necessario dedurre l'epoca di forma- 
zione dello strato. Ora a tale riguardo meritano speciale attenzione le due marche 
aretine, fig. 8, 2 e 4, L. Tetti Samia e Atei. Entrambe queste marche sono frequen- 
tissime non solo in Etruria, ma in tutto il mondo romano (cfr. p. es. Bormann 




Fio. 13. — Oggetti vari in bronzo, ferro, osso. 



in C. I. L., XI, 2, pag. 1082 e 1139, n. 685; pag. 1089, n. 100) ed appartengono 




Fig. 14. — Frammenti di vasi di vetro. 



a figuline dell'età augustea (per Atei cfr. Oxé in Bonn. Jahrb. 101, pag. 22 e segg.), 
esercite con tutta probabilità nella stessa città di Arezzo (per l'officina di L. Tettius 
v. Gamurrini, C. I. L. XI, 2 pag. 1082). Allo stesso tempo convengono anche benissimo: 
il frammento a rilievi, fig. 9 ; gli altri frammenti aretini, fig. 8, nn. 3 e 5 ; nonché i 



REGIONE VII. — 253 — PISTOIA 

pezzetti di lucerne a vernice marrone, fig. 10 nn. 2, 4, e specialmente quello con putto, 
tìg. 10, 5. Abbiamo inoltre il p. b. di Augusto già citato superiormente col nome del 
triumviro monetale Apronio Sisenna: l'unica moneta, che essendo stata trovata in 
luogo non rimaneggiato, ha per noi il massimo valore cronologico. 

È quindi, se non m'inganno, provato all'evidenza che lo strato di colmaticcio, 
in cui furono raccolti tutti gli anzidetti oggetti, e sul quale furono elevati gli edifici 
romani, si formò d'un tratto nell'età d'Augusto, e più propriamente, a quel che pare, 
negli ultimissimi anni del sec. I a. C. 

Gli oggetti anteriori a quest'epoca, trovati sporadici nello scavo, meritano di 
essere notati a parte, poiché essi ci rivelano come anche prima della fondazione della 
casa romana il sito da noi esplorato, meglio le sue adiacenze, erano state abitate. 
Purtroppo però nulla ci permette di stabilire se trattavasi già di un primo nucleo 
di città, ovvero soltanto di abitazioni sparse e isolate. 

Ritornando agli oggetti trovati, oltre i frammenti dei vasi etrusco-campani, stati 
in uso generalmente in Etruria nei sec. III-II a. C, vanno particolarmente segnalati 
i frammenti di bucchero cinereo coi quali è possibile risalire fin dentro il sec. IV a. C. 
Contemporaneo quasi può essere il frammento di askos, lisciato a stecco alla super- 
ficie, fig. 5, 6, e specialmente la bella fibula enea, fig. 12, di un tipo che si sviluppa 
da quello della Certosa e trova specialmente riscontro negli strati gallici della Pe- 
nisola (')• 

Il pezzo invece di stilo d'osso tìg. 13, 12 e la spatolina di bronzo, fig. 13, 11 
difficilmente saranno più antichi dei vasi aretini ricordati superiormente. 



VII-VI STRATO. 

Casa romana {prima epoca costruttiva) — Secondo colmaticcio roma/io. 
Costruzioni della seconda epoca. 

I ruderi costruttivi dell' età romana appartengono tutti ad una sola e grandiosa 
dimora (v. pianta fig. 1). 

Corniciando dall'angolo nord-est dello scavo, troviamo anzitutto una grande 
stanza A, la cui profondità dal lato nord non è più riconoscibile essendo stata ivi 
rovinata dalle costruzioni posteriori. La larghezza della stanza è di m. 7,30 ; ma in 
origine era più piccola, ed era limitata ad oriente da uno stretto muricciolo di cui si 
son trovate le traccie sotto la linea degli impiantiti. Allora l' ingresso alla stanza B, 
che segue verso mezzogiorno, era formato dalla porta che si vede presso l' angolo sud- 
ovest. Quando la stanza venne ampliata, questa porta fu abolita e la comunicazione 
fra i due ambienti venne stabilita all' angolo opposto. Qui si ritrovò, ancora in situ, 
la soglia della porta munita dei fori per l' innesto dei cardini e di risega per la base 
dei battenti. La prima porta venne ostruita con mattoni e pareggiata al resto delle 

(') Cfr. per es. Montelius, Givilis. prim. Sèrie A, n. 162 e segg. 



PISTOIA 



254 — 



REGIONE VII. 



pareti mediante intonaco dipinto. Il primo e più antico pavimento della stanza A, 
era formato di uno strato di calce e coccio pesto (opus signinum) sopra un letto a 
massicciata di ciottoli di lìume. Più tardi fu rialzato, e nella parte occidentale della 
sala fu fatto il bel musaico a tesselli bianchi e neri, di cui un pezzo è qui ripro- 
dotto alla fig. 17. Anche il resto della stanza doveva essere ugualmente pavimentato 
a musaico, essendosene trovate traccie ancora in situ qua e là. Scavando sotto il 
musaico anzidetto, tra la parete occidentale della sala ed il fognolo che vi sta sotto 






UZ^ 





Fig. 15. — Fusaiuola e chicchi di collana a fusaiuola. 



(vedi p. 246), si scoprirono due muriccie tangenti a croce, fatte con ciottoli di fiume 
e pietrame a secco (indicate a fascioni bianchi e neri nella pianta fig. 1). Tenuto 
conto che tutto lo strato, su cui fu costruita l' abitazione, è dovuto a terreno di riporto, 
e data anche la permeabilità e porosità del terreno sottostante, a me sembra evidente 
che queste muriccie sono organiche alla costruzione della casa e non provengono già 
da edifici più antichi. Esse costituiscono dei semplici rincalzi alle pareti della casa, 
e sono nello stesso tempo un sostegno e un rinforzo al massiccio dei pavimenti a 
matton pesto. 

La stanza B, che segue dalla parte di mezzogiorno, ha un' area di m. 7,30 X 6,30 
ed è come la prima pavimentata a musaico bianco e nero. Il musaico, che qui offre 
un semplice motivo a greca ed una fascia a scacchi rettangolari lungo il lato sinistro 
(forse un'aggiunta posteriore), è riprodotto in parte alla fig. 18. Due porte, di cui si 
conservarono le rispettive soglie, una nella parete orientale, l' altra nella parete me- 
ridionale della stanza, conducevano rispettivamente nelle due ali di un corridoio, che, 
con tutta verosimiglianza, tagliava in crociera le parti centrali della casa, almeno 
nella porzione da noi scoperta. Disgraziatamente, il punto d' incrocio di questo corri- 
doio non si potè esplorare, causa il grande candelabro della luce elettrica basato e 



REGIONE VII. 



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PISTOIA 



fondato appunto in quel posto, dove si dovette lasciare intatto un gran dado di terra 
di m. 4,70 X 3,70. 

Del braccio sud del corridoio si è scoperta soltanto una piccola parte. Esso è 
parallelo ad altri ambienti della casa, di cui quello a sin. C era in perfetta corri- 
spondenza colla sala B. Al braccio orientale del corridoio apparteneva con tutta pro- 
babilità il tratto con pavimento spicato, di costruzione più antica dei musaici, di cui 
parleremo più sotto. 






Fig. 16* — Cornici di marmo e pietra. 



I pavimenti delle sale A, B, si trovano a m. 2,05 sotto il livello attuale della 
piazza. Invece l' incrocio del corridoio ed i bracci est-ovest del medesimo sono a 
m. 2,20, come l'impiantito della stanza C. I bracci nord-sud del corridoio erano leg- 
germente in pendenza verso il centro. 

Passando ora alla parete orientale dello scavo troviamo anzitutto, a nord, una 
stanza B, la cui profondità, come quella di A, non è più determinabile; la larghezza 
era di m. 5,80. Il pavimento a coccio pesto trovavasi a m. 2,05 dal livello attuale 
della piazza. 

Mediante due gradini di marmo giallognolo, tenuti fermi con grappe di bronzo 
(fig. 13, i), passavasi verso sud in una sontuosa sala E di m. 6,20 X 5,80, il cui 
pavimento era formato da mattonelle di marmo bianco venato di azzurro, incorniciate 
da listelli di marmo giallo. Ogni mattonella misurava m. 0,30 X 0,15. Esse posa- 
vano sopra uno strato di coccio pesto, basato, come al solito, sopra una massicciata 
di ciottoli di fiume. Anche lo zoccolo delle pareti era impiallacciato con tavolette di 
marmo giallognolo e bianchiccio. Il piano della stanza si trovava a m. 2,20 dal 
livello attuale della piazza, cioè a m. 0,15 più in basso delle sale A, B, B, e sul 
livello stesso del centro del corridoio e della stanza C. 

A destra delle stanze B, E stendevansi altri ambienti, dei quali si scoprirono 
soltanto informi avanzi. Anche gli ambienti che si trovavano verso sud, di là dal 



PISTOIA 



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REGIONE VII. 



pavimento spicato che doveva formare il braccio orientale del corridoio, si rinven- 
nero quasi completamente distrutti dalle numerose costruzioni posteriori. In comuni- 
cazione col braccio sud del corridoio si trovò tuttora in situ una soglia di porta, 
fatta di un gran lastrone di arenaria e stata ostruita posteriormente con una brutta 
muriccia di ciottoli. In relazione con questa soglia, a m. 2,05 dal livello attuale 




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Fio. 17. — Musaico romano della stanza A. 



della piazza, vedovasi un impiantito di coccio pesto lastricato al centro con tavolette 
di pietra e marmo. 

Kiassumendo : abbiamo un' ampia e suntuosa dimora, fornita di grandi sale 
riccamente pavimentate a marmi policromi e musaici, distribuite attorno a un corri- 
doio centrale. Della sua estensione e grandiosità non solo danno indizio i nostri scavi, 
ma sono altresì prova manifesta i travamenti di pezzi di colonne (peristilio?) fatti 
l'anno 1599 costruendosi la nuova tribuna della Cattedrale (cf. pag., 242) e quelli 
avvenuti l'anno 1772 fra il Campanile del Duomo, in cui, come narra il Vitoni ('), 

tornò in luce un' altra « stanza adornata di un fregio ben conservato di dipinti 

con bellissimi colori, e terminato con un elegante pavimento fatto a mosaico ». Di 
questo terzo musaico si conserva tuttora un pezzo, malamente restaurato in gesso, 
nel così detto Tesoretto del comune di Pistoia. 



(') Vedi sopra, pag. 243, nota 1. 



KEGIONE VII. 



257 — 



PISTOIA 



I muri sono costruiti a grosse pillole di fiume, con calce renosa, nelle sostruzioni; 
a pillole e pietre squadrate, per i tre o quattro primi filari delle parti d'elevazione; 
di grossi mattoni, nel resto. Le pareti erano tutte rivestite d' intonaco colorato, e 
dovevano inoltre essere decorate, ad una certa altezza, di quadrucci a rappresenta- 
zione figurata. Da uno di questi quadrucci proviene, con tutta probabilità, il pezzo 
d'intonaco riprodotto alla tìg. 19. Sopra un fondo giallo vedesi un'anatra bianco-az- 




Fig. 18. — Musaico romano della stanza B. 



zurognola verso sinistra; sul davanti è una colonnina rossa sormontata da fogliami 
verdi con fiori rossi ; dall'alto pende lo svolazzo di un nastro rosso annodato. Il disegno 
è accurato e vivace; i colori freschissimi. 

I pavimenti, come già sono venuto dicendo, sono di quattro diverse specie: a 
mattonelle di marmo colorato (opus sedile) ; a musaico tessellato bianco e nero (opus 
musivum, tessellatum) ; a coccio pesto e cemento (opus signinum, lestaceurn) ; a mat- 
toncini messi a spica (opus spicatum). Ma tutti questi generi di impiantiti non sono 
contemporanei. 

Interessantissimo nel rispetto cronologico è il pavimento spicato. Esso forma una 
lunga e stretta fascia in direzione est-ovest; l'un dei capi si perde sotto il marcia- 
piede lastricato che fronteggia il palazzo Municipale, l' altro finisce nel dado di terra 
che si dovette lasciare intatto al suo posto per non abbattere il fanale della luce 
elettrica. La sua larghezza è di m. 1,60, e dalla parte opposta alle pareti, cui ade- 
risce, è limitato e tenuto fermo da lastre di marmo e di pietra di diverso spessore 
Notizie Scavi 1904 - Voi. I. 33 



PISTOIA — 258 — REGIONE VII. 

(da ni. 0,05 a 0,03) confitte per ritto nel terreno, e in un punto inzeppate da mezzi 
mattoni tondi di m. 0,25 X 0,16 x 0,09, del genere di quelli che si adoperavano 
nelle suspensurae delle sale termali. Oltre a ciò il piano del pavimento non è tutto 
sullo stesso livello, ma è sensibilmente inclinato verso sud. 

Ho detto sopra ritenere che questo pavimento spetti al corridoio a croce che attra- 
versa nel suo centro la parte di casa da noi esplorata, e, tenuto conto del frammento 
di muro che gli sta parallelo al margine orientale dello scavo, mi pare non possa 
congetturarsi altrimenti. Ma in origine non doveva essere così; e quel tratto di pavi- 
mento doveva formare una specie di marciapiede allo scoperto, probabilmente di 
qualche viridario o cortile. 

Già per altri indizi appare manifesto che la casa dovè subire diverse modifi- 
cazioni ed ampliamenti nel corso degli anni. In origine doveva essere più semplice 
e modesta. 

Con la costruzione originaria, che per quello che dissi sulla formazione dello 
strato di terriccio sottostante, deve collocarsi circa negli ultimi anni del sec. I a. C, 
ben s' accorda il pavimento spicato. 1 pavimenti a mosaico e quello a mattonelle di 
marmo sono invece indubbiamente posteriori. Tenuto conto dei motivi di decorazione 
e della non grande finezza del lavoro, essi potrebbero benissimo assegnarsi alla prima 
metà del sec. Ili; epoca, che ci è data dai frammenti dell'iscrizione onoraria a 
Severo Alessandro scoperti l'anno 1599 nel fare le fondamenta della nuova tribuna 
della Cattedrale, e che, mal letti e peggio intesi dagli scrittori che se ne occuparono 
fin qui, debbono indubbiamente reintegrarsi nel modo seguente: Imperatori Caesari, 
Divi Septimi Severi Pii nepoti, Divi ANTONINI MAGNI PII FILIO M. AVRELIO 

SEVERO ALEXANDRO Pio Felici Aug. Pontif. Max. Trib. Poi Cos 

P. P., ecc. (')• 

Da questo tempo alla completa distruzione e rovina della casa corsero al mas- 
simo due secoli. Ciò è dimostrato dai trovamenti, specialmente numismatici, fatti 
nello strato di colmaticcio che sovrasta alle rovine della casa, e che ora passeremo 
ad esaminare. 

Prescindendo infatti da un solo picciolo (denaro piccolo) di Firenze (inv. 98) 
del tipo coniato la prima volta l' anno 1315 (cfr. sotto, pag. 262), e che fu tro- 

0) L' unica fonte per la conoscenza di questa iscrizione, che sarebbe la terza trovata in Pistoia, 
è l'Arferuoli, loc. cit. Egli vide con tutta probabilità i frammenti originali, ma sia che non li in- 
tendesse bene, sia per un'altra ragione qualsiasi, invece di dare il testo latino tradusse ogni parola 
in italiano, senza badare ai casi. Da ciò la strana lezione: Antonio (sic) Magno Pio figliuolo Au- 
relio Severo Alessandro. Il Salvi, che attinse dall'Arfertioli, volle restituire il testo latino e scrisse 
nelle sue Storie pistoiesi: Antonino Magno Pio filio Aurelio Severo Alexandro, il che non dà più 
senso dell'Arferuoli e imbroglia di più. Il Tigri, Guida, pag. 38, cambiò poi il filio in felici e di 
una iscrizione ne fece due, tornando per giunta al primitivo Antonio dell'Arferuoli! — La nostra 
reintegrazione è messa fuori di dubbio dalle altre iscrizioni che abbiamo del regno di Severo Ales- 
sandro (cf. per es. Wilmanns, Exempla, nn. 1002 e 2869), e dal sapersi che dall'anno della sua 
assunzione al trono e dalla m irte di Elagabalo, Severo Alessandro è sempre detto figlio di Cara- 
calla, che nelle iscrizioni del tempo è costantemente chiamato divus Antoninus Magnus pius (cfr. 
Dessau, Tnscript. lai., 479-80; Pauly-Wissowa, Realencycl. II, pag. 2437, n. 5; De Ruggero, Dizion., 
II, pag. 109, /S, ecc.). 



REGIONE VII. — 259 — PISTOIA 

vato a m. 1,60 di profondità, dove evidentemente era caduto dagli strati superiori, 
tutte le numerose monete raccolte in questo strato, che è il sesto della nostra serie, 
sono romane ed appartengono quasi esclusivamente al sec. IV dell' èra volgare. Tali 
monete sono: 

a m. 2,20 : p. b. forse di Costantino, Cohen* n. 536 (inv. n. 109) ; p. b. di 

Costanzo II, Cohen 45 (inv. 107); p. b. di Giuliano l'Apostata, Cohen 18 (inv. 47); 

a m. 2,15: p. b. di Costantino, Cohen 640 (inv. 105 bis ); p. b. di Costante I, 

(inv. 43); due p. b. di Costanzo II, Cohen 166 e segg., 209 e segg. (inv. 45-44); 

a m. 2,10: due p. b. di Costanzo II, uno = Cohen 32 (inv. 7 bis , 129); p. b. 
di Flavio Vittore, Cohen 3 (inv. 7 ter ); 

a m. 2,05: ra. b. di Costanzo II, Cohen 32 (inv. 61); 

a m. 2,00 : m. b. dell'alto Impero, forse di Claudio o Galba, assai consunto 
(inv. 123); due p. b. di Costanzo II, assai sciupati (inv. 4 bis 118); p. b. indecifra- 
bile del sec. IV (inv. 4 ter ); 

a m. 1,95: m. b. di Decenzio, Cohen 33 (inv. 103); 

a m. 1,90: due p. b. di Costantino (inv. 39, 60); due p. b. di Costanzo II, 
uno = Cohen 45 (inv. 41, 42); p. b. di Valentiniano I, Cohen 37 (inv. 59); due 
p. b. indecifrabili del sec. IV (inv. 38, 94); 

a m. 1,80: Antoniniano di Probo, variante di Cohen 546 e sgg. (inv. 124); 
p. b. di Valentiniano I, forse = Cohen 7 (inv. 100); p. b. di Teodosio I, Cohen 23 
(inv. 57); p. b. indeeifrabile del sec. IV (inv. 28 bis ); 

a m. 1,75: Antoniniano di Claudio Gotico, Cohen 148 (inv. 104); 

a m. 1,60: p. b. di Costante I, forse = Cohen 127 (inv. 55); due p. b. di 
Costanzo II, uno = Cohen 92 (inv. 36, 37) ; 

a profondità non perfettamente precisate: due p. b. forse di Costanzo II, 
(inv. 49, 50); p. b. di Valentiniano I, Cohen 37 (inv. 51). 

Riassumendo dunque: a parte un m. b. del sec. I, talmente frusto da non poter 
essere assegnato con certezza ad alcun imperatore; un p. b. di Claudio Gotico (269-70) 
ed un altro di Probo (277-82), tutte le altre monete spettano al sec. IV e sono: 
4 di Costantino (306-37); 2 di Costante I (333-50); 14 di Costanzo II (323-61); 
1 di Decenzio (351); 1 di Giuliano l'Apostata (356-63); 3 di Valentiniano I (364-75); 
1 di Teodosio I (379-95); 1 di Flavio Vittore (388); 4 incerte del sec. IV. 

Alla fine pertanto del sec. IV, o meglio ancora, per usare di una certa larghezza, 
nella prima metà de sec. V, dobbiamo porre la rovina della casa romana studiata 
di sopra e la conseguente formazione dello strato che ora ne investe i ruderi dei 
muri d' elevazione. Abbondanti tracce di carboni, trovate a contatto con gli impian- 
titi della casa sotto un ammasso di tegoli e mattoni, stanno a provare che una delle 
cause principali di quella rovina fu un incendio. 

Gli oggetti mobili raccolti nello strato non modificano questo risultamento, ma 
servono anche meglio a documentare con la loro promiscuità e mescolanza la natura 
di colmaticelo artificiale che ha anche questo strato. Tali oggetti sono: 

da m. 2,20 a 2,10 (inv. 5, 7, 46, 48, 91): frammenti di vasi ordinari grezzi; 
frammento di lucerna romana con linee e cerchielli a rilievo, fig. 10, 6 ; anellino in 



PISTOIA 



— 260 — 



REGIONE VII. 



bronzo, fig. 13, 9, e nastrino d'applicazione con forellini, fig. 13, 2; vari pezzi di 
piccole cornici modanate a gole e listelli in marmo, fig. 16, n. 2, 3; altra simile a 
grandi dentellature verticali, fig. 16, 5 ; 

da m. 2,10 a 2,0u (inv. 4, 96, 120): frammenti di vasi ordinari grezzi spe- 
cialmente del genere da cucina ; cosidetta fuseruola d' argilla grigio-scura ; due fram- 
menti di vasi etrusco-campani, uno dei quali col contrassegno di due spini o rami 




Fig. 19. — Frammento di intonaco dipinto. 



secchi accostati, fig. 7, 4; alcuni pezzettini di vetro; colature di piombo; un pezzo 
di cornice in marmo bianco a gola e listelli; 

da m. 2,00 a 1,90 (inv. 6, 40, 58, 82, 111): frammenti di vasi ordinari 
grezzi, uno dei quali di tardo bucchero cinereo, fig. 4, 1 ; altri a cordonature longi- 
tudinali parallele d' argilla assai fine, fig. 5, 4 ; frammento di una coppa samia 
etrusco-campana con ornati in rilievo di ramoscelli, foglie e ghiande di quercia, fig. 7, 1 ; 
due frammenti aretini; vari pezzi di vasi di vetro, fig. 14, 2, 3; campanello fram- 
mentario in bronzo, fig. 13, 10, ecc.; 

da m. 1,90 a 1,80 (inv. 56, 89, 93, 124 bis ): frammenti di vasi ordinari grezzi, 
talvolta recanti residui di cibarie mezzo carbonizzate e solidificate; chicco modanato 
a fusaruola, come quelli fig. 15; un così detto peso da telaio in forma di pirami- 
detta fittile fig. 5, 8; collo di un'ampolla di vetro, fig. 14, 1, ecc. 



REGIONE VII. 



— 261 — PISTOIA 



da m. 1,80 a 1,50 (inv. 2, 53, 70, 73, 90): frammenti di vasi ordinari grezzi, 
pezzettino di un vaso etrusco-campano, fig. 7, 3; altro della matrice (?) (li un vaso 
aretino, tìg. 8, e; altri di vetro iridato ed un pezzettino di osso rivestito di lami- 
netta enea e sfoglia d'oro. 

Al sesto strato come dissi (v. sopra, pag. 245) appartengono le costruzioni della 
seconda epoca, rappresentate quasi esclusivamente da due fogne poste da nord a 
sud nella parte orientale dello scavo. Che queste fogne venissero costruite prima 
degli editici della terza epoca è provato dal fatto che una di esse è scavalcata dalle 
sostruzioni di questa (v. pianta, fig. 1, muro sotto la lettera E). La fogna situata 
più ad oriente aveva il fondo di grossi tegoloni di terracotta, le spallette di piccoli 
mattoni di m. 0,20X0,10, la copertura di grossi mattoni di m. 0,60X0,30: la 
sua luce era di m. 0,20X0,20. Con l'estremità meridionale s'incastrava sopra uno 
dei ruderi romani; con l'estremità meridionale, che piegava a gomito verso est, po- 
sava sul pavimento romano ad opera spicata. — La seconda fogna, più grande, 
discosta m. 2 dalla prima, aveva il fondo di terreno battuto, le spallette di mattoni, 
la volta fatta con grandi mattoni posti a schiena d'asino e coperti di uno spesso 
strato di cemento: la profondità era di circa m. 1. Il suo impianto necessitò la rot- 
tura del pavimento spicato e dei muri romani adiacenti. 

Cronologicamente la costruzione di queste due fogne, che è difficile dire a che 
cosa si riferissero, se cioè ad un edificio a qualche strada, non può essere molto 
discosta dall' epoca in cui rovinò la casa romana. Con esse stanno in rapporto di 
tecnica e di tempo due basse e strette muricce di mattoni che si veggono fra le 
due fogne all'angolo sud-est dello scavo (a reticolato sulla pianta fig. 1). 



V-IV STRATO. 

Stratificazioni naturali e colmaticci artificiali, del Medioevo. Incendi. Cemetero. 
Costruzioni della terza e quarta epoca. — Primo stabilimento e pavimenta- 
zione di piazza. 

È certo che quello che abbiamo chiamato il quinto strato non si è formato tutto 
in una volta e in un sol colpo; ma che in certe parti si è inalzato gradatamente in 
seguito a vere e proprie stratificazioni naturali, che sono intersecate da più meno estesi 
colmaticci artificiali occasionati da bisogni edilizi. Gli straterelli di carboni e di ma- 
terie bruciate ancora rinvenuti in posto e che descriverò fra poco, sono una prova evi- 
dente della natura di questo strato, che mi è però dnopo considerare in blocco a causa 
degli infiniti e svariatissimi rimaneggiamenti, anche moderni, che esso ha subiti in 
tutto il suo spessore. 

Siccome lo studio particolareggiato di tutto ciò che si è rinvenuto in questo 
strato mi porterebbe in un campo non mio, quello cioè della topografia e delle anti- 
chità medievali pistoiesi, così mi limiterò alla semplice esposizione dei fatti e dei 
trovamenti, traendone solo alcune considerazioni e deduzioni generali. 



PISTOIA — 262 — REGIONE VII. 

Lo strato comprende quattro gruppi principali di residui. 

1°) i muri, tutte sostruzioni, della tersa epoca, le cui troncature superiori si 
trovano a m. 0,35-0,45 dal margine più alto dello strato; 

2°) i cadaveri e le casse sepolcrali di uno o più cemeteri che furono in quel 
luogo dopo la distruzione degli edifici della terza epoca, di cui occuparono l'area 
primitiva e si sovrapposero talvolta ai ruderi; 

3°) i carboni e gli altri residui d'incendi che si trovarono in quasi tutto lo 
strato, ma che sono specialmente abbondanti, così da costituire de' veri e propri 
strati a sé, in due punti distinti: uno, il più basso, a m. 0,95-1,05 di profondità, 
sopra la più gran parte delle deposizioni sepolcrali ricordate precedentemente ; l'altro, 
più alto, a m. 0,60-0,70; 

4°) i muri e gli altri avanzi costruttivi degli edifici della quarta epoca, la 
cui demolizione dev'essere posta in relazione cronologica con la costruzione del Pa- 
lazzo Comunale e con la prima riduzione del sito a pubblica piazza. 

Da quanto ho accennato di sopra sui rimaneggiamenti consecutivi subiti dallo 
strato, risulta a priori che né i ritrovamenti di monete né quelli di altre anticaglie 
mobili possono qui darci alcun indizio cronologico sicuro. Tuttavia dalla prevalenza 
delle monete medievali si può arguire che lo strato si venne appunto formando nel- 
l'età di mezzo. 

Le monete raccolte sono: 

a m. 1,50: denaro di Lucca in mistura, consunto, piuttosto del secolo XII; 
cfr. Massagli, Zecca e mon. di Lucca, in Mem. e doc. per serv. alla si. di L., t. XI, 
tav. 6 (inv. n. 26); 

a m. 1,30: m. b. romano del sec. I o II, talmente consunto e sobbollito da 
essere irriconoscibile (inv. 33); 

a m. 1,25: denaro di Lucca, forse di Enrico II (1004-1024), Massagli, op. 
cit., tav. VI, 1 (inv. 80); 

a m. 1,20: denaro di Lucca simile al precedente (inv. 95); picciolo di Fi- 
renze, tipo coniato l'anno 1315 e segg. ; cfr. Orsini, St. delle mon. della Rep. fioren- 
tina, pag. 21 e pag. xlix n. IX (inv. 97); 

a m. 1,10: denaro di Lucca. Mi sembra del sec. XII (inv. 53 bis ); 

a m. 1,05: denaro di Lucca simile al precedente (inv. 122); 

a m. 1,00: quattrino di Siena con SENA VETVS e S fiorita nel diritto, 
CIVITAS VIRG • arme e croce nel rovescio, tipo del sec. XVI; cfr. Promis, Mon. 
della Rep. di Siena, tav. V, 60, 61 (inv. 102); 

a m. 0,90: due denari di Lucca (inv. 115, 116); uno del sec. XI, forse col 
nome di Corrado I: Massagli, op. cit, tav. 6, 4; l'altro, più consunto, del sec. XII; 
p. b. (?) pressoché irriconoscibile del sec. IV-V dell'era volgare (inv. 53); 

a m. 0,85: picciolo di Firenze dell'anno 1315 e segg (inv. 121); un g. b. (?) 
e un m. b. romani dell'alto Impero, ma talmente consunti da non potersene ricavare 
nulla (inv. 75 bis . 76 bi8 ); 

a m. 0,65: denaro di Lucca, piuttosto del XII che dell' XI sec. (inv. 32); 
denaro frammentario probabilmente carolingio dei sec. X-XI : leggende indecifrabili ; 



REGIONE VII. — 263 — PISTOIA 

tipi, da una parte croce dentro un tondino, dall'altra croce sormontata da un 
triangolo. 

Gli altri oggetti mobili raccolti in questo strato sono: 

da m. 1,45 a 1,30 (inv. 21, 34, 71, 72, 88): frammenti di vasi ordinari grezzi, 
fra cui notevole il pezzo dell'orlo modanato di un grande bacino d'impasto rozzo 
scuro: l'ansa e il pezzo adiacente della bocca e delle spalle d'un' anfora d'argilla ros- 
siccia, fig. 5, ì; chicco a fuseruola biconica liscia, accuratamente tornita, fig. 15, 4; 
pezzi di vetro iridati; colature di piombo; pezzi informi di ferro ossidato; un'ansa 
di situla in bronzo, d'arte probabilmente romana, decorata a tortiglione, fig. 13, 4; 
il puntale di un piccolo fodero in lamina di bronzo, fig. 13, 5, ecc.; 

da m. 1,30 a m. 1,10 (inv. 1, 54, 81, 92): frammenti di vasi ordinari grezzi, 
specialmente del genere da cucina come quelli fig. 3 ; due piccoli correnti da collana, 
a quel che pare medievali, in forma di disco biconico appiattito e forato a mo' di 
fuseruola, cfr. fig. 15, 2; frammento di cornice in marmo lunense con gola e listelli, 
alto m. 0,10, fig. 16, 1; pezzettini a\i vetri iridati, specialmente medievali; tubetto 
conico di bronzo ripiegato a gancio in punta e due nastrini bucherellati dello stesso 
metallo, fig. 13, 8, forse resti di una piccola fibbia; 

da m. 1,10 a ra. 0,90 (inv. 22, 23, 96, 79, 87): frammenti di vasi ordinari 
grezzi, bruni e rossicci ; chicco pendaglio a fuseruola come quello ricordato prece- 
dentemente, d'argilla rossiccia compattissima e a piaui accuratamente lisciati come 
quelli che dovevano aderire a facce di altri chicchi analoghi, fig. 15, 1; due fibbie 
medievali in bronzo a campanellina elissoidale con relativo gancio mobile intorno ad 
essa, fig. 13, 6, 7. 

da m. 0,90 a 0,60 (inv. 30, 86) ; frammenti dei soliti vasi ordinari grezzi 
misti a scorie di ferro ed ossa di animali ; chicco a fuseruola biconica d'argilla gial- 
lognola compatta, con tocchi d'invetriatura pure giallognola, affatto analoga a quella 
delle ceramiche invetriate medioevali, fig. 15, 3. 

Narrano alcuni scrittori di cose pistoiesi che il livello attuale di Piazza del 
Duomo è stato rialzato da quello ch'esso era in origine; e ciò deducono « dall'inter- 
rato basamento del Campanile e di quello del Palazzo Comunale e dal dover scen- 
dere più scalini per l'ingresso al Duomo » . Il Tigri, di cui sono le parole testé ripor- 
tate, fissa in un punto a oltre m. 0,58 questo rialzamento, in un altro a circa 
m. 0,87 (')• 

Senza entrare in soverchi particolari, a me preme rilevare che i nostri scavi 
hanno fornito la prova irrefutabile del detto rialzamento nei due ammattonati che 
formano gli strati II e IV, in mezzo ai quali è il sodo a riempiticelo artificiale 
costituente il III strato. 

Ma in quale epoca fu il sito ridotto a pubblica piazza? a quale profondità ne 
fu stabilito il livello originario? 

Per rispondere alla prima di queste domande bisogna tener presente l'epoca in 
cui fu costruito il Palazzo Comunale. Prima che questo esistesse, l'area che gli sta 

(') Tigri, Nuova guida di Pistoia, 1896, pag. 124 e 40. 



PISTOIA — 264 — REGIONE VII. 



dinanzi poteva essere adibita a qualunque uso; ma una volta eretto il Palazzo, la de- 
stinazione del sito a pubblica piazza diventava una necessità. Ora, per quanto rile- 
vasi dagli scrittori, il Palazzo Comunale o degli Anziani, la cui prima idea si fa ri- 
salire a Giano della Bella nel tempo in cui egli fu podestà di Pistoia (1294), fu 
cominciato a fabbricare verso la fine del sec. XIII sull'area di case private apposi- 
tamente acquistate in « cappella di S. Maria Maggiore » i cui resti veggonsi tuttora 
presso l'angolo nord-ovest dell'attuale palazzo; fu ampliato l'anno 1339 con l'acquisto 
di altre case nella stessa località; verso l'anno 1345 se ne era già in parte costruito, 
come ora si vede, l'angolo sud-ovest; finalmente fu portato a compimento a partire 
dall'anno 1353 ('). 

È quiudi verosimile supporre che già alla fine del sec. XIII, o tutto al più al 
principio del sec. XIV, cioè contemporaneamente al primo impianto del Palazzo comu- 
nale, la riduzione a pubblica piazza di gran parte almeno del sito da noi esplorato 
fosse già un fatto compiuto ( 2 ). 

Il più antico ammattonato di piazza, da noi scoperto, sta, come dissi, in media 
a m. 0,45,-0,55 più in basso del piano attuale. È ovvio credere che esso rappresenti 
la completa sistemazione della piazza nel sec. XIV; ma è altresì ammissibile che il 
piano originario di questa si trovasse alquanto più in basso, cioè sullo stesso livello 
dell' interno del Duomo, situato attualmente alla profondità media di m. 0,60-0,70, 
e tale di certo stabilito (se già non lo era prima) nella seconda metà del sec. XIII, 
durante i grandi lavori di risarcimento e le sostanziali modificazioni ( 3 ) apportate 
alla fabbrica del Duomo da Niccolò Pisano. 

Se quanto son venuto dicendo è esatto, ne deriva questo corollario, che cioè tutti 
gli edifici e monumenti appartenenti al quinto strato datano tra la fine del sec. XIII 
o il principio del sec. XIV (prima riduzione del sito a piazza) e la prima metà del 
sec. V (epoca di formazione del quarto strato). 

Ecco ora la descrizione sommaria dei resti di questo periodo: 

Costruzioni della terza x epoca (a tratteggio continuo in pianta fig. 1). 
Sono, come dissi, tutti muri sostruttivi, fatti di pillole di fiume frammiste a pezzi 
di mattone e scaglie di pietra, e legate con calce. Si distinguono subito per la qua- 
lità del cemento e per il lavoro assai più rozzo e grossolano dalle costruzioni romane 
sottostanti. 

Questi muri limitavano a nord-est un grande ambiente di m. 9,70 X 7,70, quasi 
nel mezzo del quale trovavasi un piccolo pilastro quadrangolare di m. 0,70 X 0,60, 
su cui probabilmente posava qualche trave destinata a reggere il tetto. Il muro di 
occidente si prolungava tanto a nord quanto a sud del citato ambiente, il che lascia 

(') Cfr. Boani in Bull. si. pist., 1900, pag. 102; Tigri, op. cit., pag. 96. 

( 8 ) Una piccola piazzetta di fianco alla Cattedrale doveva esistere già molto prima, se si tiene 
conto della tradizione secondo la quale la Madonna detta delle Porrine aveva culto all'esterno della 
Cattedrale già nel 1140. Cfr. Tigri, op. cit., pag. 51; Beani, op. cit., pag. 68 e segg. 

( 3 ) Questo evidentemente voleva dire il Vasari, con le parole che Niccolò Pisano « diede il 
disegno della Cattedrale di S. Jacopo ». Sul modo come generalmente s'intendono queste parole, 
v. per es. Beani, op. cit., pag. 11 ; Mothes, Baukunst des Mittelalt., I, pag. 291, nota e II, pag. 743. 



REGIONE VII. 



— 265 — 



PISTOIA 



vedere che altri vani seguivano da quella parte: a oriente, in continuazione del 
primo, era un altro ambiente di m. 7,70X6,00, di cui però fu distrutto l'angolo 
nord-est. 11 muro est di questo vano si prolunga indefinitamente a sud verso la Cat- 
tedrale. 

Addossata al primo grande ambiente dalla parte di mezzogiorno e organica con 
la costruzione dell' intero edificio, era una piccola cella sotterranea di m. 4,70 X 2,70, 
la cui altezza originaria non è più determinabile. Essa venne adibita anche posterior- 
mente, non solo nella quarta, ma anche nella quinta epoca. Il che è posto fuori di 
dubbio dai risarcimenti in mattoni, fatti alle pareti più corte, dalla volta che è 
tutta quanta costruita in mattoni, e dalla circostanza che V orlo della botola qua- 




Fig. 20. — Frammenti di ceramiche invetriate. 



drata, per la quale scendevasi nell'interno, sormontava il primo e più antico am- 
mattonato della piazza. Allo scopo di renderne visibili le diverse epoche, la costru- 
zione è stata indicata a fascioni tratteggiati e punteggiati nella pianta fig. 1. 
Attualmente l' altezza massima della cella è di m. 2,50 ; il pavimento, fatto di grossi 
lastroni d' arenaria, è sensibilmente inclinato verso nod. Negli ultimi tempi doveva 
servire da magazzino o dispensa per granaglie e derrate ; a tale uso sembra accennare 
un canale a sdrucciolo, con l' orlo sporgente a paletta, che si vede nella parete sud, 
e la cui bocca stava all'esterno in comunicazione con gli edilìzi della quarta epoca. 
In tempo che non saprei determinare fu scavato all' angolo sud-est un piccolo pozzo, 
di m. 0,75 di diametro, donde l' acqua sorgiva potevo essere attinta anche dal di 
fuori, mediante un' apertura ad arco praticata nella parete di est. 

Fra il terriccio caduto nel vano si raccolsero (inv. n. 119): vari frammenti di 
vetri iridati fra cui quattro fondi di ampolline come quello fig. 14, 3, ed il pezzetto 
a losanghe rilevate fig. 14, 4; vari frammenti dei soliti vasi ordinari grezzi; final- 
mente molti pezzi di terrecotte invetriate, brocche e catinelle, a fondo bianco e grigio 
con ornati per lo più in nero, talvolta in giallo e verde chiaro. I pezzi più segna- 
lati sono stati qui riprodotti alla fig. 20, n. 1, 3-6. 

Depositi sepolcrali. Questi si dividono in due distinte categorie : 1° cada- 
veri deposti nella nuda terra; 2° dentro casse sarcofaghi a costruzione. I primi 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 34 



PISTOIA — 266 — REGIONE VII. 

si trovavano nella parte più lontana del Duomo, nell' area già occupata dai vani 
anzidescritti dell' edificio della terza epoca ; uno degli scheletri anzi, quello di un 
fanciullo, era posto di traverso sopra il muro mediano nel punto ove esso s' incontra 
con quello lunghissimo nord-sud (v. pianta, fig. 1); un altro, di adulto, posava sullo 
stesso muro mediano fra la estrema parete ovest e la dispensa (v. pianta, fig. 1). 
Le casse o sarcofaghi si rinvennero invece soltanto nella zona più vicina alla Cat- 
tedrale. 

La mancanza di resti lignei e di chiodi di ferro mi fanno ritenere per certo che 
i cadaveri della prima zona erano deposti nella nuda terra. Le ossa si trovano spesso 
manomesse e sconvolte, a causa dei rimaneggiamenti posteriori subiti dal terreno. 
Questa è altresì la cagione per cui spesso le ossa si rinvengono tinte in nero e av- 
volte da uno strato di terra nera e carboni. L' idea di una qualsiasi combustione di 
cadaveri umani, che poteva sorgere a tutta prima, dev' essere assolutamente scartata. 
A me non è stato possibile constatare in nessun luogo la più piccola traccia sicura 
di ossa umane cremate. I cadaveri di bambini e di fanciulli, trovati spesso insieme 
con quelli di adulti, dimostrano che abbiamo a che fare con un cimitero di uso comune, 
e non già con un cimitero monastico conventuale. 

Le casse e sarcofaghi, tutti di forma trapezoidale come le nostre casse da morto 
comuni, sono di due specie: gli uni consistono di un sodo di terreno battuto, lungo 
circa m. 2, largo in media 0,55, rivestito sovente da uno strato di calcestruzzo, cir- 
condato da piccole e basse spallette a muriccia di pietrame e calce, coperto da falde 
di pietra calcare dello spessore di cm. 5, poste per piano sopra le spallette. Il cada- 
vere vi è per lo più collocato con la testa ad occidente. 

Il secondo genere di sepolcri, di cui dò un esempio alla fig. 23, aveva il fondo 
e le spallette costruite a pietriccio; la volta era invece fatta di grandi mattoni di 
m. 0,45 X 0,30 X 0,07, posati a doppio piovente sopra le spallette. Ogni mattone ha 
un incasso in cima per metà del bordo e combacia col mattone con cui sta a con- 
trasto in modo che il dente dell' uno s' innesta nell' incasso dell' altro. Un grosso 
strato di cemento copriva esteriormente il tutto. Le estremità della cassa erano chiuse 
con una falda di pietra calcare posta per ritto dalla parte dove posava la testa del 
morto, con pietrame e mattoni dalla parte dei piedi. Talvolta due sarcofaghi si susse- 
guivano in continuazione l' uno dell' altro. In questo caso la parete interna che li 
divideva (cfr. fig. 23) era fatta di un mattone posto per coltello, sormontato da un 
altro mattoncino tondo e da pezzi di pietra. Anche uno di questi sarcofaghi fu tro- 
vato posare sopra il lungo muro nord-sud della terza epoca. 

Tanto i cadaveri quanto le casse cominciano a trovarsi alla profondità di m. 1 
dal livello attuale della piazza. Non vi è dubbio quindi che appartengono al quinto 
strato, di cui, come già dissi, occupano tutto lo spessore, spingendosi anzi talvolta fin 
dentro allo strato sottostante. Il cadavere collocato più in basso si trovava a m. 1,70 
di profondità. 

Carboni e tracce d'incendi. Si trovano, come dissi, in masse più o meno 
grandi in tutto quanto lo spessore dello strato. In un punto, alla profondità di 
m. 1,35 dalla piazza, si scoprì una buca a campana, profonda m. 1,55 circa, larga 



REGIONE VII. — 267 — PISTOIA 

alla bocca m. 1,00, alla base m. 1,30, interamente piena di terra nera, carboni e 
pezzi di legno bruciato, con pochissimi avanzi di ossa di animali e qualche fram- 
mento di vasellame ordinario grezzo, specialmente piatti come quello fig. 3, i (inv. 84). 
Ritengo trattarsi di una buca artificiale, scavata per gettarvi gli avanzi di qualche 
grosso incendio avvenuto alla superficie. 

Merita pure di essere rilevato uno strato di terra concotta (fondo di fornace?), 
spesso circa cent. 10, che si trovò all'angolo nord-est dello scavo, a circa m. 1,25 
dalla piazza. Trattavasi di uno strato così duro, da sembrar quasi, a tutta prima, 
un pavimenti di coccio pesto: al disopra eravi ammassata della carbonella. 

Ma i due strati di carboni di gran lunga più importanti sono quelli che ho già 
ricordato superiormente e che occupavano quasi tutta la parte orientale dello scavo 
alla profondità di m. 0,60-0,70 e m. 0,95-1,05 dalla piazza. Ogni strato, dello spes- 
sore di circa cent. 10, conteneva, insieme alle ceneri ed ai carboni, pezzi di sassi e 
detriti di manufatti affumicati e abbruciacchiati. Mi pare logico supporre che sieno 
i residui dei grandi incendi che, secondo la tradizione comune, distrussero parti inte- 
granti della Cattedrale negli anni 1108 e 1202 ( l ). 

Se ciò è, come io credo, esatto, noi veniamo ad acquistare un altro indizio pre- 
zioso per datare sempre meglio i ruderi e le altre antichità sottostanti: cioè i depo- 
siti cemeterali, che, stando per la maggior parte anche al di sotto dello strato del 1108, 
potrebbero assegnarsi ai sec. X e XI, ed i ruderi degli edifici della terza epoca, che 
potrebbero essere posti subito prima. La circostanza infatti che il livello più alto 
di questi ruderi è posto a considerevole altezza dal primitivo piano romano non ci 
permette di risalire troppo indietro nell'alto medioevo. Finalmente al periodo fra il 
principio del sec. XII (primo incendio del Duomo) e l'erezione del Palazzo Comunale 
spetterebbero i 

Ruderi costruttivi della quarta epoca (a punteggiatura nella pianta 
fig. 1), alcuni dei quali, se non m'inganno, dovranno anzi riferirsi alle case private 
che furono acquistate dal Comune tra la fine del sec. XIII e la metà circa del 
sec. XIV per costruire sull'area da esse occupata l'edificio del Palazzo (-'). Il fatto 
che abbondano specialmente nella parte orientale dello scavo, cioè verso il Palazzo 
Municipale e l'antica Cappella di S. Maria Maggiore, sembrerebbe appoggiare questa 
ipotesi. 

Anche questi ruderi appartengono per intero a sostruzioni, piuttosto grossolane. 
I più notevoli sono gli imbasamenti di due grandi pilastri: uno, quadrangolare, di 
m. 1,20 X 1,10, sull'area della sala E della casa romana; l'altro, di forma alquanto 
irregolare ed a gradini su quasi tre facce, di circa m. 2,20 X 2,20, sull'area del 
pavimento spicato. 

Con le costruzioni di quest'epoca devesi altresì collegare un grosso e profondo 
pozzo d'acqua sorgiva che si trovò a nord dello scavo. La luce era di m. 1,20; le 



(') Mi limito a citare, come al solito: Tigri, op. cil, pag. 40; Beani, op. cit, pag. 10 e segg. 
e pag. 68, nota 1. 

(*) Cfr. Tigri, op. cit, pag. 96; Beani, Bull, storico pistoiese, 1000, pag. 102. 



PISTOIA — 268 — REGIONE VII. 

pareti, spesse in media m. 0,50, erano costruite a grosse pillole di fiume. Il pozzo 
dovette servire anche nella successiva epoca quinta e forse più tardi ancora, come 
dimostrano gli avanzi di una specie di vasca a mattoni che furono scoperti presso 
di esso ad un livello medio di m. 1 circa dalla piazza. Dal fondo del pozzo, che 
non fu potuto vuotare interamente dall'acqua, si estrassero molti chiodi e caviglie di 
ferro moderne, non che un pezzo di mattone araldico (inv. 10). 



III-I STRATO. 

Costruzioni della quinta epoca. Colmaliccio moderno per il rialio della piazza. 
Ammattonato più recente. — Piano e battuto attuale della piazza. 

Il terzo strato è costituito dal colmaticelo sodo e compatto che sta fra i due 
ammattonati formanti il IV e II strato e che segna il rialzamento della piazza di 
cui si è parlato a pag. 263. Non posso dire con precisione quando questo rialzamento 





Fig. 21. — Frammenti di ceramiche invetriate. 

ebbe luogo; certo esso doveva essere già avvenuto l'anno 1449, in cui fu completato 
il pavimento della loggetta che fronteggia la Cattedrale (') e che sta a livello del 
piano attuale della piazza. In detto strato si raccolsero: un picciolo di Firenze del- 
l'a. 1315 e seguenti (inv. 114), e vari frammenti di ceramiche invetriate bianche a 
disegni bleu (inv. 29), qui riprodotte alla fig. 21. 

A questo strato spettano i ruderi della quinta epoca (a tratteggio spezzato sulla 
pianta fig. 1 ), consistenti oltreché negli avanzi della vasca ricordata testé, in alcuni 
enormi muraglioni da fortezza, che si rinvennero quasi paralleli al fianco settentrio- 
nale del Duomo. A m. 4,50 di profondità, punto massimo da noi raggiunto nello 
scavo, le fondamenta di tali muraglie non finivano ancora. Esse sono costruite soli- 
dissimamente a pietrame, pillole di fiume, mattoni e tegoloni di terracotta congiunti 
da cemento oltremodo duro e resistente. Una parte della facciata settentrionale del 
muro all'angolo sud-est dello scavo era formato da parecchi di quei grossi e carat- 
teristici mattoni che vedemmo costituire i pioventi delle casse mortuarie che abbon- 
davano in questa parte dello scavo e da cui evidentemente derivano. 

(') Cfr. Urani, op. cit.. pag. 31. 



REGIONE VII. 



— 269 — 



PI8T0IA 



Il tratto da noi esplorato dà la fronte di una grande torre o bastione sporgente 
sulla linea delle mura, rappresentate dal pezzo di muro addossato ad angolo retto 
al bastione nel fianco orientale. Qui il muro è largo m. 1,60, mentre i muri del 
bastione danno in media m. 2,30. L'ampiezza massima della fronte di questo bastione 
era di m. 14,30; il vano intemo che ne risultava doveva avere una larghezza di 
m. 9,60. Gli angoli sono, come d'ordinario nelle costruzioni di questo genere, raffor- 
zati da un grosso dente che scende a scarpa nelle fondamenta. 




Fig. 22. — Frammento di ceramica invetriata. 

Di tali enormi costruzioni eransi già scoperte traccie sicure al piede orientale 
del Campanile fin dal 1772, in quei « grandissimi muraglioni » che il Vitoni ricorda 
a proposito degli scavi per la nuova cappella di S. Jacopo ('). Ma nessuno, per quanto 
io mi sappia, ne aveva riconosciuta la natura e la destinazione. Disgraziatamente 
e per la solita questione del lastrico e per un'infinità di ostacoli materiali, incon- 
trati in questa parte dello scavo (tubature per l'acquedotto e per l'energia elettrica, 
fogne e canali di scolo, ecc.), anche la nostra esplorazione dovette limitarsi a met- 
terne a nudo solo un piccolo tratto: tuttavia quel tanto che se ne è scoperto basta 
per determinarne con assoluta certezza il carattere e l'uso e per invogliare a nuove 
ricerche, da completarsi con indagini d'archivio, gli studiosi di cose pistoiesi ( 2 ). 

Trovamene sporadici e altri saggi di scavo. 

Nello scarico prodotto dai nostri scavi furono raccolte due monete, provenienti 
con tutta verosimiglianza dal quinto strato, e cioè : un grosso di Siena (inv. 99) con 
le S della leggenda del diritto giacenti, della fine del sec. XII (Promis, Monete di 
Siena, tav. I, 7); e un quattrino di Pisa del sec. XV con IMPERATOR e aquila 
nel diritto, PISANI COMVNIS e P fiorito col segno della mannaia nel rovescio. 

Nel saggio di scavo, fatto nella Piazzetta Romana (Castel Cellesi), mediante una 
fossa di m. 7X3, si rinvennero soltanto, misti al terriccio di riempimento, pochi pezzi 
di vasi ordinari grezzi, identici a quelli di piazza del Duomo. Il terreno vergine fu 
raggiunto alla profondità di m. 2,50. 



(') V. sopra pag. 243, nota 1. 

( 2 ) Abbiamo noi a che fare con tutto un sistema di fortificazioni che ricingevano il Duomo e 



PISTOIA 



— 270 — 



REGIONE VII. 



Nell'altro saggio, praticato all'angolo nord-ovest di piazza del Duomo, quasi di 
faccia alla farmacia Corsi, consistente in una fossa di m. 4 X 2,50, si trovarono, 
in terreno tutto quanto di scarico e di riporto: 

a m. 1, un antoniniano di Claudio Gotico = Cohen 2 n. 293 (inv. 125); 

a m. 2,80, vari frammenti dei soliti vasi grezzi ordinari; un fondo di vaso 
aretino ; il pezzo dell'orlo di un vasetto invetriato moderno, fig. 20, 2, a fondo bianco 




^S 



F:g. 23. — Sarcofago a pietrame e mattoni. 



con ornati in nero e col segno di una specie di N attraversato da una linea 
(inv. 126); 

a m. 3,50, il pezzo di terracotta smaltata, a vivacissimi colori, sul genere 
delle ceramiche arabe, fig. 22 (inv. 127). 

A m. 1,60 si ebbe un piccolo tratto di muro a ciottoli e calce del genere di 
quelli della terza o quarta epoca. Il terreno vergine fu raggiunto a m. 3,80 di 
profondità. 

G. Pellegrini. 



di cui faceva parte anche il Campanile, che sembra trovarsi sulla stessa linea e che secondo una 
vecchia tradizione era in origine una torre (Tigri, op. cit, pag. 40; Beani, op. cit., pag. 90; 
Giglioli, Pistoia, ecc. pag. 12)? ovvero era soltanto una difesa del fianco settentrionale della Cat- 
tedrale? A me mancano gli elementi per risolvere tali questioni. Quello però che mi pare accer- 
tato si è che la prima costruzione delle dette fortificazioni non può risalire molto indietro. Il 
culto pubblico esterno prestato alla Madonna delle Porrine verso la metà del sec. XII e gli altri 
fatti emersi dallo scavo (cfr. sopra pag. 264), sembrano escluderle già in quest'epoca. D'altra parte 
la loro esistenza non è più concepibile con la completa sistemazione della piazza e del Palazzo 
degli Anziani nella seconda metà del sec. XIV. Pare quindi che si tratti di cosa necessitata da 
speciali vicende storiche, stata in uso soltanto per breve tempo fra il XIII e la prima metà del 
sec. XIV. 

Debbo alla cortesia del sig. avv. Peleo Bacci la conoscenza di un passo dell'Anonimo Pisto- 
iese dove forse le suddette fortificazioni sono ricordate. Quello scrittore, narrando sotto l'anno 1329 



REGIONE VI. — 271 — ASSISI 



Regione VI (UMBRIA). 

U. ASSISI — Scoperta di una necropoli presso Chiagina e Petri- 

g nano. 

In un terreno in vocabolo Casalina, di proprietà del sig. Antonio Siena, nelle 
vicinanze del villaggio di Chiagina ed a poca distanza dal castello di Petrignano, 
il proprietario vien trovando da vario tempo, nelle lavorazioni agricole del suolo, 
diversi frammenti di antichità che danno indizio della presenza di un esteso sepol- 
creto. Fra gli oggetti scoperti, merita di esser notata una grande urna in pietra, col 
suo coperchio, lunga m. 2, larga m. 1 ed alta m. 0,90, che non presenta ornamenti 
od iscrizioni di sorta, e che, a detta del proprietario, fu ritrovata assolutamente 
vuota alcuni anni or sono. 

Fu rinvenuto inoltre un frammento di un'urnetta cineraria di m. 0,60X0,40X0,30, 
ornata di figure in bassorilievo, delle quali non rimane che la parte inferiore. 

Oltre ai detti oggetti evvi un ornato in pietra intagliato a pina assai cuspidata, 
che forse era il finimento di qualche cippo sepolcrale. Gli altri oggetti, che ebbi 
agio di esaminare, consistono in piccoli frammenti di stoviglie e di altre terre cotte, 
inoltre in due avanzi di lapidi. In uno di essi rimangono le lettere: 

Ari f fcTx 
p r ir* CIP l > Ivy en tu li s 

e nell'altro poi, di proporzioni minori leggesi: 




il tentativo fatto dal mastro d'Altopascio, Serzari Sagina, d'impadronirsi della città, menziona la 
« fortezza del Campanile della Chiesa Maggiore, che è in sulla piazza di Pistoia " e che, a quel 
che pare, costituiva il punto più saldo per il dominio della città. Ma, anche qui, voleva il cronista 
con quelle parole alludere a tutto il sistema di fortificazioni di cui noi abbiamo ritrovato le tracce, 
o intendeva soltanto il Campanile quale era stato cosi ridotto, dicesi, da Niccolo Pisano, o, prima 
di lui, da Fra Guglielmo da Pisa (Tigri, loc cit.) ? Anche per la soluzione di queste quistioni 
mancano a me dati di fatto. Mi basti solo aggiungere che se effettivamente tutte le fortificazioni 
da noi scoperte fossero, insieme col Campanile, menzionate in quel passo dell'Anonimo Pistoiese, 
acquisteremmo un dato importantissimo per collocare la distruzione e l'abbandono delle fortifica- 
zioni stesse fra il 1329 e 1335, anno in cui, se io ben interpreto un passo tante volte citato del- 
l'Arferuoli (I, pag. 361 ; Bull. st. pist. 1900, pag. 102 nota) avevano i Pistoiesi « finito la loggia 
grande allato al Campanile » cioè la loggia della Montata, stata demolita poi nel 1772. 



ROMA 272 ROMA 

Tali frammenti, annuente il proprietario, furono trasportati in Assisi, ove sono 
ora conservati nella collezione lapidaria posseduta dalla città. Il sig. Siena poi afferma, 
che ovunque nel suo terreno o nei limitrofi, si smuova anco a poca profondità il suolo, 
si trovano avanzi di mura, di cadaveri, insieme a frammenti di tegole e d'altri 
oggetti. 

Sembra insomma trattarsi di una estesa necropoli, rovistata in epoca incerta, 
come si può dedurre dal fatto di non essersi scoperta tomba alcuna intatta e dal 
tiovarvisi gli oggetti tutti incompleti ed in strato frammentario. 

A. Buizi. 



III. ROMA. 



Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione II. Intrapresa la costruzione di un Ospizio britannico, fra la via della 
Navicella e la chiesa di s. Stefano Rotondo, a tre metri sotto il piano di campagna 
sono stati incontrati avanzi di antichi muri laterizi, fra i quali uno in forma di 
abside. Nello sterro sono stati recuperati due capitelli, d' ordine composito, alti 
m. 0,40 X 0,34, abbastanza ben conservati ; una basetta marmorea, con cornice e 
zoccolo intagliati, alta m. 0,17 X 0,09 X 0,09, senza alcuna iscrizione; un'altra simile 
basetta, rotta nella parte superiore ed alta m. 0,20 X 12X0,10, sui cui leggesi il 
titoletto votivo: 

TRIVSQVOD 
MILFRLEG- 
XV • APOL • 
VOVIT^FECIT 

Regione VI. Per alcuni lavori di ampliamento negli edifici annessi al Grand 
H6tel, dal lato della via Venti settembre, sono stati rimessi all' aperto, alla profon- 
dità di tre metri dal livello stradale, resti di un' antica costruzione in laterizio con 
archi in tegoloni, forse appartenenti al lato settentrionale delle terme diocleziane. 
Fra la terra si è raccolta un'ara arcaica, in peperino, alta m. 0,90 X 0,73 X 0,80 ; 
un frammento di grossa lastra di travertino, su cui restano le lettere 



.yJ 



alte m. 0,11; uaa base marmorea di colonna, diam. 0,15; un catino in terracotta, 



REGIONE I. — 273 — GROTTAFERRATA 

diam. di in. 0,28; una lucerna di terra rossa fina, senza ornati, rotonda, col diam. 
di m. 0,07. 

Via Prenestina. Nel terreno adiacente allo stabilimento Tabanelli, ove nello 
scorso mese si rinvennero alcuni frammenti di lastroni in travertino con resti di titoli 
sepolcrali, d' età repubblicana (cfr. Notizie, 1904, p. 226), si è trovato un altro simile 
pezzo, lungo m. 0,28 X 0,20, su cui leggesi : 



COELIA»A*L^' 



Un frammento di lastra di marmo, lungo m. 0,27 X 0,12, recuperato nello stesso 
luogo, conserva in grandi e belle lettere il nome: 



clOR NE L '. 



Fu pure raccolto un pezzo di capitello corinzio, alto m. 0,50, ed un torso di 
statua virile, alto m. 0,54, che aveva il braccio destro nudo e col sinistro sosteneva 
il manto. 

Alveo del Tevere. Dalla draga Caprera sono stati ripescati fra il ponte 
Quattro Capi e il ponte Palatino i seguenti oggetti in marmo : mano di statua, che 
stringe un bastone ; mensola intagliata, ma consunta, alta m. 0,45 x 0,28 ; peso 
rotondo, alto m. 0,18, diam. 0,30, sul cui piano è incisa la lettera C , indicante il 
peso di cento libbre. 

G. Gatti. 



Regione I (LATI UM ET CAMPANIA) 

IV. GROTT AFERRATA — Scoperte di antichità nel territorio del 
Comune. 

In occasione dei lavori di sterro per l' impianto del binario della tramvia elet- 
trica dei castelli romani sulla nuova strada provinciale tra Frascati e Grottaferrata, 
alla progressiva di km. 2,713 dalla piazza Romana di Frascati procedendo verso 
Grottaferrata, si è rinvenuto un antico manufatto costituito da tre grottoni paralleli 
fra loro, della larghezza di m. 3,40 ciascuno, coperti a vOlta e divisi l'uno dall'altro 
da muri dello spessore di m. 1,50 con paramento in opera reticolata. Detti grottoni, 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 35 



GROTTAFERRATA — 274 — REGIONE 1- 

comunicanti fra loro per mezzo di vani arcuati aperti nelle pareti, possono attri- 
buirsi ad un' antica piscina o serbatoio d'acqua per uso di qualche villa romana 
costruita in quel luogo. 

Lungo lo stesso tracciato della nuova strada provinciale sono apparsi altri due 
avanzi di antiche costruzioni: una formata con parallelepipedi di tufo dello spessore 
di m. 1,00, l'altra costituita da una galleria sotterranea murata e coperta da vòlta, 
della larghezza di m. 2,50. 

Fra la terra si raccolse un'urna cineraria rotonda, in marmo, alta m. 0,30, col 
diametro esterno parimenti di m. 0,30. È tutt' attorno decorata con baccellature ver- 
ticali, e sopra un lato porta scolpita in rilievo una targa ansata per l' iscrizione 
funeraria, che però non vi fu mai incisa. Conserva il suo coperchio, di forma emi- 
sferica, adorno di grandi foglie d'alloro convergenti verso la sommità. 

Furono pure recuperati: un piccolo cantharos fìttile, alto m. 0,12, a due anse, 
una delle quali è perduta, coperto di vernice nera ed ornato al collo con una serie 
di linee e palline bianche, quasi a formare una corona; un vasetto fittile, a ventre 
sferico, senza manichi, alto m. 0,10 ; un altro, in forma di boccale, alto m. 0,08 ; 
tre lucerne di forma arcaica, una delle quali, rotta in parte, qua^i sferica; un'altra 
di terra nera, ed una di terra biancastra a forma di barchetta; un balsamario di 
vetro, a lungo collo, alto m. 0,145, e due altri simili, alti m. 0,11. 

G. Gatti. 



SICILIA 



— 275 — 



SIRACUSA 



SICILIA. 

V. SIRACUSA — Credo utile, come già feci per l'anno passato {Not. 1903, 
pag. 428), non por tempo in mezzo a riferire in modo sommario e provvisorio sui 
risultati scientifici, conseguiti dalla Direzione di Siracusa nell'esercizio 1903-1904 
mediante gli scavi e le esplorazioni nella vasta regione affidata alle sue cure. Prendo 
le mosse dalla città, per dir poi dei luoghi di provincia. 



.1.54 




FlG. 1. 



1°. Nell'attuale Piazza orarmi (l'antico Forum), che deve essere soppressa e tra- 
sportata altrove, previ accordi tra il Ministero della Guerra e quello della Pubblica 
Istruzione, vennero prelevate alcune piccole aree, con reliquie monumentali, perchè 
sieno risparmiate al momento di trasformare in quartiere d'abitazione quella vasta 
superficie. Per eliminare ogni pericolo di furti ho fatto strappare e portare in deposito 
al così detto Bagno Romano una quantità di grandi frammenti architettonici mar- 
morei che spuntavano sul suolo, ed alcuni dei quali si trovarono impiegati come 
materiale da fabbrica in cattive murature di età bizantina ; prova che la rovina e la 
manomissione del Foro data già da tempi remoti del più alto medioevo. Notevole un 
grande blocco epistiliare in marmo greco con tracce di ovoli e lingue di serpe, lungo 
(per quanto incompleto) m. 1,54, alto m. 0,60, prof. 0,30 (fig. 1). 



SIRACUSA — 276 — SICILIA 

2°. Sotto il Grande Altare di Jerone II esiste una vasta caverna che più volte 
aveva richiamata la mia attenzione, sia nei rispetti della sicurezza della costruzione 
soprastante, come anche per indagare sull'origine e la destinazione di essa. Avendo 
fatto eseguire delle esplorazioni dai miei operai, constatai quanto appresso: nel primo 
terzo settentrionale dell'altare verso oriente si apre sotto la linea dei massi un'aper- 
tura, che mette ad una camera irregolarissima, certamente scavata o per lo meno 
conosciuta dagli antichi, i quali internamente sottomurarono la parete per circa 6 metri 
in lunghezza con un muro di robustissimi massi. La grotta si sprofonda poi in dire- 
zione di ponente, oltrepassando l'altare e tagliandone l'asse. In molti tratti sono 
evidenti nella volta i colpi dell'ascia. L' impressione che mi sono formata è questa : 
originariamente esisteva una grotta naturale di modiche dimensioni, conosciuta ed 
usufruita dagli antichi, forse per usi rituali. Ma dopo il totale abbandono dell'ara, 
ed anche in secoli a noi prossimi, essa venne straordinariamente ingrandita per 
estrarre il « tiparo » cioè il calcare sfarinato, eccellente materiale da impasto colla 
calce. Il continuo scavare ed intaccar le pareti determinò enormi sfaldature nella volta, 
che prima o poi potrebbero, ove non si provveda, compromettere la statica di una 
parte dell'insigne edificio soprastante. 

3°. Alla bocca dell' Orecchio di Dionigi si trovano giacenti ab immemorabili 
due grandi pezzi architettonici, i quali più volte avevano fatto pensare a me ed altri, 
se non spettassero ad una chiusura, con prospetto architettonico, del singolare monu- 
mento. Per togliere questo dubbio feci eseguire una quantità di tasti profondi in quel 
sito, scendendo fin quasi a m. 2; ma non si trovarono che ghiaie e detriti di scavo 
della galleria, fra mezzo ai quali, a m. 1,60, geme in abbondanza l'acqua filtrante 
attraverso l'enorme banco roccioso sovrapposto. Non si potè procedere quindi sino a 
trovare fondo sodo e intatto; uno solo dei pozzi diede un frammento di lucerna 
cristiana. 

4°. Latomia di S. Venera. Col permesso del proprietario, barone Gio. Bat- 
tista Arezzo della Targia, eseguii nel decorso gennaio uno scavo nella esterna inse- 
natura orientale nella Latomia di S. Venera sotto i Grotticelli. È un'area rettangolare 
le cui pareti, non molto elevate, sono tappezzate da numerosi quadri e quadretti a 
più ordini, scolpiti nel vivo, che si notano anche in altri tratti della bella e sug- 
gestiva Latomia, trasformata in aulente giardino, e nelle roccie ad essa soprastanti, 
come anche alle falde meridionali di Acradina e del Temenites {Notizie 1891, pa- 
gina 394). Quale era la destinazione di codeste nicchie, sparse a centinaia sulle roccie 
dei quartieri esterni, e con quali elementi venivano esse decorate? Ecco un problema 
che molti archeologi si sono fatto e che io stesso più volte mi proposi. Io avevo infatti 
notato che parecchie di codeste nicchie della Neapolis, lungo una strada antica distrutta 
nella costruzione dell'Anfiteatro, per essere state celate da secoli sotterra, presenta- 
vano al momento della scoperta quali più, quali meno, tracce di stucco, d'intonaco 
ed anche di colore; ed allora aveva concluso che una parte almeno dovesse essere 
stata stuccata e dipinta. 

Per altre poche rarissime (Anfiteatro, via dei Sepolcri, colle Temenite) si sa che 
erano decorate di grossolani rilievi incavati dalla roccia stessa; per altre infine si 



SICILIA — 277 — SIRACUSA 

sospettava fossero state munite di piccole scolture mobili, incastratevi mediante cemento. 
Ma mentre tutte le regioni suburbane di Siracusa, sulle cui roccie vedonsi le lunghe 
serie di tali nicchie, sono da secoli denudate di ogni terra e scoperte, l'estremo recesso 
della Latomia Targia si presentava molto propizio a qualche inattesa scoperta, perchè 
il piede delle pareti era ricoperto di masse di terra e di sassi trainati ab antiquo 
dalla contrada soprastante. Né io mi ingannai, come lo dimostra il risultato degli 
scavi che qui espongo. 

Lungo la parete orientale v'erano in media quattro filari di nicchie, tutte fuori 
terra; al di sotto di esse la roccia scende liscia, senza incavi di sorta. Verso il centro 
di detta parete e sul piano orizzontale si trovò una larga chiazza di terra carboniosa, 
di circa mezzo m. q. ; in mezzo ad essa una olletta (tìg. 3a), alta dui. 55, piena di 
terra bruciata; piccole lucerne grezze e vasetti in pezzi, e vicino due manichi di 

anfore coi bolli: 

1) O : $. anfora II 

2) O : A R 1 Ì B 
ambedue, a quanto pare, nuovi. 

Lungo la parete di settentrione si misero allo scoperto due filari e mezzo di 
quadretti, prima interamente nascosti dalla terra. Nel filare più basso uno dei quadretti 
conteneva ancora a posto una piccola scoltura, mobile, saldata con cemento, che, 
distaccata con ogni cura, venne portata in Museo. 

È un bassorilievo in calcare bianco fino, di forma rettangolare, munito di cornice 
di contorno fortemente rialzata, delle dimensioni di mm. 295 X 195 X 60; nel 
campo (tìg. 2) si vede scolpita una figura di guerriero in pieno prospetto, coperto il 
capo di elmetto, logora e consunta la faccia, con corazza a spalline e triplice ordine 
di méqvysi;; sull'avambraccio sinistro tiene avvolto il mantello, serrando col pugno 
il parazonium. Gli sta accanto a sinistra un figura più piccola, certo 1' vnrjQéTrjg o 
valletto, di profilo (faccia asportata), coperto di corta tunica, con grande scudo ovale 
poggiato sulla spalla sinistra. È un mediocre lavoro di arte locale, dovuto più che ad 
uno scultore ad un intagliatore, che aveva famigliarità coi teneri calcari della regione 
siracusana; io lo collocherei tra il IV ed il III secolo. Esso fa esatto riscontro ad un 
altro rilievo con figurazione di cavaliere, proveniente, con ogni probabilità, dalle nic- 
chie sparse lungo le falde meridionali dell' Acradina e da me edito nelle Notizie 
1891, pag. 393. Ed il Museo possiede alcuni altri di codesti quadretti scolpiti, desti- 
nati ad ornare nicchie. 

È tutto un gruppo omogeneo, se non per i soggetti e per l'arte, certo per la 
destinazione, derivato da artisti di terzo ordine, che non nei grandi santuari e nel 
culto ufficiale, ma nei tabernacoletti della campagna, in servizio di individui e di 
piccole corporazioni l'arte loro esplicavano. Per non uscire dalla Sicilia, io cito le 
scolture rupestri di Akrai e di Netum (Serradifalco, Antichità di Sicilia, IV, 
tav. XXX; Notizie 1897, pagg. 84-86), e per la Grecia numerose località (') con nic- 

( l ) In Notizie 1891, pag. 394, enumerai molte di queste località, alle quali alcune altre si pos- 
sono ora aggiungere (American Journal of Archeologi) 1896, pagg. 146-147; Athenische Ahtthei- 
lungen 1902, pag. 258 e segg) 



SIRACUSA 



— 278 



SICILIA 



chie adorne di titoletti, di nivaxes, di pitture, tutte di carattere religioso, ma non 
esclusivamente funebre. 

Il carattere religioso della nostra scoltura non risulta dal soggetto in sé e per sé, 
quanto dall'ambiente in cui essa si trovava esposta, e dalle circostanze che ne accom- 




Fig. 2. 



pagnarono la scoperta. In fatto alcune delle nicchiette, che fiancheggiano la scoltura, 
presentarono, appena messe a nudo, avanzi di stucco e tracce di colore; il che prova 
non infondata la mia tesi, che parecchie, anzi la maggior parte delle nicchie siracu- 
sane, fosse stuccata e poi decorata a colore; lo stucco era di eccellente qualità, di 
marmo pesto, per resistere alle intemperie; in una una fascia rossa sembrava formasse 
un registro inferiore ; di figure o lettere ogni traccia disgraziatamente andò smarrita. 



SICILIA 



279 



SIRACUSA 



La lunghezza totale della parete settentrionale messa a nudo è di 9 metri; al 
piede di essa si notarono una dozzina di piccoli occhi di terra fortemente nera e car- 
boniosa, ogni uno dei quali conteneva del piccolo vasellame, intero o rotto, dei tipi 
dati nel gruppo fig. 3; erano cioè ollette ansate, talvolta con carboncini, vasetti a 
fuso, rozzi piattelli biansati con piedi, simili a kylikes. Di ossa non rinvenni traccia, 
il che vorrebbe significare, che le Ovaiai erano incruente e le anovSai più simbo- 
liche che reali, attesa anche la piccolezza di tutto il vasellame raccolto in una cin- 
quantina di esemplari. Di bronzi si ebbe solo un chiodo ed una moneta logora di 
Siracusa del IV secolo (Persefone-Toro cozzante). 

A meglio chiarire la forma di piccolo culto che si esercitava nella Latomia 
Targia, è opportuno qui ricordare quanto io appresi da una esplorazione dei così detti 




Pio. 3. 



Templi Ferali, più esattamente Heroa, di Akrai (Scavi del maggio 1898, inediti). Anche 
qui trattasi di due grandi padiglioni quadrangolari aperti nella roccia colle alte pareti 
tappezzate di quadrati e di iscrizioncelle. Il suolo roccioso lungo le pareti era occu- 
pato da numerosi cavi circolari e quadrati, contenenti ognuno terra carboniosa, pez- 
zetti di vasi e di lucerne, e qualche olletta sferica, in tutto eguale agli esemplari 
della Latomia Targia. 

Sulle latomie molto si è detto e scritto; resta come fatto certo che in origine 
esse erano delle enormi cave di pietra, destinate a soddisfare i molteplici bisogni 
edilizi della grande città. Ma esaurite e sfruttate, esse devono aver avuto altra desti- 
nazione; la Latomia Targia, p. e., angusta e chiusa da ogni parte, coi suoi recessi, 
coi suoi penetrali, è da tempo trasformata in un olezzante giardino, perpetuamente 
verdeggiante e fiorente di una eterna primavera, perchè al riparo dei venti e dei 
calori estivi. Cessato l'uso di cava di pietre, io penso essa servisse a luogo di adu- 
nata e di culto di una delle numerose associazioni dell'antica Siracusa; quale fosse 
l'indole di questo sodalizio, a quale o quali divinità secondarie esso prestasse culto, 
non ci consta, ed è vano indagarlo. Ma convien riconoscere che codesti sodalizi, in 
luoghi riposti e chiusi, in grotte artificiali o naturali trasformate, si raccoglievano a 
compiere i loro riti; tali sono gli Heroa di Akrai, quelli di Netum (Notizie 1897, 



SIRACUSA 



— 280 — 



SICILIA 



pag. 81 e segg.) ed i sacri spechi di Buscemi, decorati di quadretti scritti che ri- 
cordano nomi di divinità, di sacerdoti, di confratelli {Notizie 1899, pag. 452 e segg.). 
Solo per tal guisa panni trovi una plausibile spiegazione il numero infinito di qua- 
dretti che decorano le pareti della Latomia Targia, e le tracce di culto riconosciute 
dai nostri scavi; quadretti che vennero aperti quando la cava abbandonata passò in 
proprietà di un Maaog, di un Igavog, di una confraternita, diremo noi, che esercitava 
un culto esterno e diverso da quelli officiali di Siracusa. In tal caso l' imagine del 
nostro guerriero non è che un ex-voto, un ricordo di un membro del sodalizio. 




Fio. 4. 



5. Conserva d'acqua di età greca trasformata in oratorio cristiano. — Si 
sapeva da tempo che sotto la attuale Stazione ferroviaria di Siracusa passavano delle 
antiche condotture di eccellente acqua, in parte interrate, ma di cui traeva partito 
l'amministrazione delle ferrovie. Negli scorsi mesi di gennaio e febbraio, per rendere 
più abbondante il getto d'acqua del rifornitore, la Direzione delle ferrovie fece ese- 
guire un grande lavoro di scavo, espurgo e canalizzazione. E così vennero fuori dei 
ruderi ragguardevoli, i quali, per quanto fu possibile, attesa la massa di acqua peren- 
nemente filtrante e la fanghiglia che aveva invaso ogni ambiente, vennero studiati 
per conto del nostro ufficio. Ne risultò un vano rettangolare della forma e delle di- 
mensioni che veggonsi nei tre uniti schizzi di pianta e di sezione (figg. 4-6); il vano 
era diviso per il lungo da quattro pilastroni di massi, sorreggenti ognuno una specie 
di cuscinetto o capitello prismatico. Le pareti non si può dire, se fossero di fabbrica 
o intagliate nel vivo, essendo tutte coperte di un fortissimo intonaco. La copertura 
era formata di un solo ordine di lastroni, disposti di punta. L'altezza o profondità 
del vano non venne stabilita, perchè tutto riempito di ghiaia, acqua e fango ; si se- 
gnalò, da qualche saggio, una profondità di m. 2,40 senza toccar fondo, ma io penso 
che la effettiva dovesse essere più che altrettanta. 



SICILIA 



— 281 — 



SIRACUSA 



L'accesso alla grande conserva d'acqua, che tale essa era indubbiamente, si fa- 
ceva per una apertura all'estremità N-O, immittente in un atriolo rettangolare, ster- 




SEZ. A-B 



Pia 5. 



rato solo in piccola parte, come si può desumere dalla pianta; la porta era situata 




SEZ.C-D 



Fio. 6. 



sopra il livello dei copertoni. Un foro circolare della luce di m. 0,60 permetteva di 
attingere l'acqua dal di fuori. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 36 



SIRACUSA 



— 282 — 



SICILIA 



Sull'uso di questo recipiente non vi è dubbio veruno; era una grande conserva 
o cisternone, le cui coperte sono a circa m. 2 dal piano attuale; è incerto donde ve- 
nisse l'acqua; non doveva essere piovana, ma vi perveniva da qualche acquedotto 
munito di chiusini e saracinesche, per immetterla o deviarla a seconda dei bisogni ; 
oggi ancora l'acqua vi si trova permanente anche nei mesi di siccità, prova, che non 




Fig. 7. 



le piovane alimentano il serbatoio. Non si potè però vedere, se ad un certo livello 
vi fosse nelle pareti un canale di uscita, cosa quasi certa, come è provato dalla livel- 
lazione quasi costante dell'acqua, che aveva entrata e sortita. Del resto tutto il sot- 
tosuolo dell'area della stazione è solcato da acquedotti o pozzi, la cui esatta esplo- 
razione soltanto ci darebbe la chiave per intendere il vero modo di alimentazione 
della nostra conserva. 

Nella Siracusa antica, cotanto doviziosamente fornita di acqua potabile, non co- 
noscevansi altro serbatoio che quello denominato Piscina, sottostante alla chiesetta 
di s. Nicolò presso l'anfiteatro ; questo della stazione ferroviaria era ignoto allo Schu- 
bring ed allo stesso Cavallari; ma non sfuggì al primo diligentissimo osservatore 
(Bewàsserung von Syrakus, pag. 598, tavola 183) un avanzo di grande acquedotto 
in tutta vicinanza della ferrovia; sotto la quale doveva indubbiamente passare, di- 
scendendo dall'anfiteatro e mirando al cosidetto Bagno Romano, una delle tante dira- 
mazioni della potente conduttora che proviene da Pantalica. Non sono in grado di 
dare un giudizio sull'epoca del serbatoio, che reputo però preromano ; a poco giovano, 
in questo senso, i frammenti rinvenuti nella fanghiglia dello strato superiore di esso, 
spettanti a ceramica italiota, anzi cumana, non anteriori al IV secolo. 

Per altri rispetti merita di essere qui ricordato e riprodotto un magnifico pia- 
strone fittile rettangolare di cm. 55 X 29 (fig. 7), spettante ad una cassetta archi- 



SICILIA 



— 283 — 



SIRACUSA 



tettonica di coronamento di un edificio; esso è conterminato in alto ed in basso da 
due serie di astragali. Il campo verticale è decorato di un doppio meandro nero su 
fondo chiaro, mentre il piano inferiore orizzontale che incominciava sotto la seconda 
linea di astragali era decorato della linea intrecciata (ìkvcvt) ; superbo pezzo, che con 
altri frammenti, assai più guasti ed incompleti, faceva parte della sontuosa decora- 




rlo. 8. 



zione di qualche grande fabbricato del V secolo, sorgente non molto discosto di là ( x ). 
Noto per ultimo, che se non tutta la conserva, una parte almeno di essa venne 
in tempi molto tardi adibita a tutt'altra destinazione, forse di oratorie o chiesetta 
sotterranea ; di fatto nel punto E della pianta, e più propriamente nella nicchietta E 
della sezione si osservarono avanzi di divesi intonachi sovrapposti e dipinti con cir- 
coli concentrici (nimbi?) ed in giro traccie assai languide di imagini sante e di iscri- 
zioni bizantine, dalle quali però nulla mi venne fatto di raccapezzare. 

(') Nulla di simile possedeva la non ricca serie di terrecotte architettoniche del Museo ; e 
nulla di eguale ha prodotto il DOrpfeld nella sua fondamentale monografia Ueber die Verwendung 
von Terracotten am Geison und Dache griech. Bauwerke. Esso ricorda invece il magnifico yùaov 
di Metaponto (De Petra, II Geison nel tempio di Apollo Lycio a Metaponto, tav. II), ora al Museo 
di Napoli. 



SIRACUSA 



— 284 — 



SICILIA 



6. Eurialo. Per la venuta in Siracusa di S. M. V Imperatore di Germania 
l'Amministrazione delle antichità volle che si eseguissero al castello Eurialo dei la- 
vori di viabilità, di cui da tempo si sentiva il bisogno, per rendere più accessibile 
in tutte le sue parti quella interessantissima anzi unica opera militare. 

Col residuo della dote degli scavi io ho fatto poi proseguire nell'estate quei la- 
vori, mirando sopra tutto a sgomberare e mettere in evidenza alcune delle parti più 




Fio. 9. 



belle della fortezza. Così con paziente lavoro vennero tolti i cumuli di detriti e di 
blocchi che mascheravano il prospetto occidentale delle cinque grandi torri del mastio, 
le quali, sollecitamente robustate nelle parti fatiscenti per cura dell' Ufficio Kegionale 
dei Monumenti di Sicilia, risaltano ora assai meglio di prima a chi s'affaccia alla 
entrata del castello (fig. 8). 

Venne poi sgombrato il Dipylon che si apre a N-E. del mastio, segnato nel- 
l'Atlante del Cavallari alla tav. X col n. 25 e 26, e nella bella serie di cartoline 
illustrate, emesse, con sapienti ricostruzioni ideali, per cura del comm. L. Mauceri, 
nell'esemplare 13 al n. 11. Le opere di rinettamento di questa parte del forte hanno 
dimostrato che la pianta del Cavallari ha bisogno di alcune rettifiche, e che nelle 
cartoline Mauceri alla indicazione Esapilo bisogna sostituire quella di Dipylon. 



SICILIA 



— 285 — 



SIRACUSA 



In ogni modo, siccome è mio divisamente proseguire in questa parte i lavori di 
rinettamento, per meglio chiarire il complicato sistema delle opere di difesa, mi ri- 
servo di pubblicare a miglior occasione un dettaglio della pianta rettificata, con vedu- 
tine fotografiche. Ma non pongo tempo in mezzo a far conoscere tre avanzi epigrafici, 
di carattere monumentale, i primi che sieno stati rinvenuti al castello, e la cui im- 
portanza storica sarebbe di gran lunga maggiore, se non fossero così mutili. Tutti e 




Fio. 10. 



tre vennero scoperti nei vani di passaggio del Dipylon o subito fuori di esso, per 
modo che non v' è dubbio formassero una fascia scritta imposta alla doppia porta. 

1) Masso in calcare lungo m. 0,65, alto 0,38, prof. 0,38 con due belle lettere 
a 0,24, formanti il principio di un titolo : 

BA| 

2) Frammento di masso qui riprodotto (fig. 9), lungo m. 0,40, alto 0,38, rotto 
a destra e sinistra, con lettere alte 0,20. Si allude qui forse ai xQrj[3epva], cioè alla 
merlatura, od alla xQrfcnig], alle fondamenta? 

3) Altro frammento lungo m. 0,60, alto 0,33, profondo 0,71 con quattro lettere 
a. 0,20 superiormente asportate (fig. 10). 

4) Frammentino di m. 0,23 X 0,09 con una lettera incompleta a. 0,175. 



B od E 



SIRACUSA 



— 286 — 



SICILIA 



L' iscrizione in una, anzi in due righe (atteso il diverso modulo delle lettere), ri- 
cordava la costruzione del Dipylon per opera di un BuoiXevc, il cui nome non ci è 




FlG. 11. 




Fio. 12. 



pervenuto, e che con tutta probabilità sarà stato Dionigi, il quale rifece di sana pianta 
il castello, chiave di tutta la difesa dell' Epipole (Lupus, Die Stadi Syrakus, pag. 173). 



SICILIA 



287 — 



SIRACUSA 



E da augurare che nuovi scavi mettano in luce altri frammenti della preziosa epi- 
grafe, rendendone possibile una almeno parziale integrazione, e per meglio chiarire il 
complemento alle lettere BA, sapendosi, che se a Dionigi fu dato qualche volta il titolo 
di Baailevg, egli non volle mai ufficialmente portarlo (Polibio XV. 35; Niese in 
Pauly's-Wissowa, Realencyclopaedie IX Halbband pag. 898). 




Fio. 18. 



7. S. Giovanni. In sul finire dell'ottobre 1903, facendosi dai Minori Osser- 
vanti di s. Giovanni dei lavori di restauro alla chiesetta del loro convento, vennero 
fuori dalle demolizioni dell'altare e di altre parti alcuni frammenti marmorei antichi, 
due dei quali vennero acquistati dal Museo e deposti nel magazzino del così detto 
Bagno Romano. 

1) Colossale blocco di marmo a grana finissima pertinente ad una cornice, 
con porzione dell'angolo, decorato sopra ambo le faccio e su di un lato, dei seguenti 
elementi, a cominciare dall'alto: 

Kymation lesbico, cornice o fascia con gronda, ovoli con lingue di serpe, den- 
telli (figg. 11 e 12). Nel piano di posa superiore si notano incavi, uno dei quali, 
grande, semicircolare, per il movimento del pezzo. Dimensioni : lung. mass. m. 1,58, 
larg. mass, piano superiore m. 1,00, idem inferiore m. 0,655, alt. mass. m. 0,38. 

2) Testata laterale di coperchio di un sarcofago colossale in marmo; il tim- 
pano è decorato al centro di una patera ombelicata, ed ai due angoli da due gran- 
diosi e massicci acroterì a fogliami. Il pezzo è di sotto un po' incavato; nel tim- 
pano due fori per impiombarvi la chiave di ferro che lo saldava alla casso. Dimensioni : 
lung. mass. m. 1,06, alt. mass. 0,52, prof. mass. 0.55 (fig. 13). 

Nella infinita dispersione degli avanzi architettonici dell'antica Siracusa è inutile 
indagare donde possano venire codesti due pezzi ; per il primo si potrebbe pensare 



SIRACUSA 



— 288 — 



SICILIA 



al non lontano Foro, i cui edifici, ed anche le loro ultime fondazioni, servirono dal 
V secolo fino a ieri a cava di pietre. Il coperchio di grandioso sarcofago, per quanto 
mutilo, rappresenta un tipo che mancava sin qui a Siracusa, e sebbene pagano in 
origine non escludo sia stato poi adibito da cristiani. 




i i i i_ 



Fig. 14. 



8. Necropoli dei Grotticelli. La esplorazione degli ipogei che costituiscono 
questo singolare gruppo cemeteriale fu portata avanti dal n. 124 al n. 133 e se ne 
riferirà altrove diffusamente. Qui voglio ricordare che frammezzo le tombe cristiano- 
bizantine venne fatto di scoprire una grandiosa tomba greca ancora intatta, di cui 
offro planimetria e sezione (fig. 14). 

La fossa superiore conteneva due scheletri distesi coi crani a N. ed a S., con 
una tegola sotto la testa e divisi da una piccola muratura a cemento, tirata per il 
lungo, in modo da formare due compartimenti o loculi. I seppellitori, certo dei bassi 
tempi, non si avvidero di aver deposto i loro cadaveri sopra un'altra tomba, e scam- 
biarono le sottostanti coperte colla roccia viva. 



SICILIA 



289 



SIRACUSA 



Io invece riconobbi che si trattava di quattro poderosi lastroni che feci togliere, 
rinvenendo intatta la tomba greca. Sul fondo di essa vi era un letto di 10 cm. di 
ceneri, carboni ed ossa cremate che copriva tutto il piano, e derivava dalla combu- 
stione di 3 o 4 individui. 

In mezzo alla cenere ed ai carboni raccolsi numerosi avanzi metallici assai alte- 
rati dal fuoco e pertinenti ad una cassetta ed alla sua guarnitura; ne dò brevemente 
la descrizione, riproducendo i migliori: 






Fio. 15. 



Due mascherette gemelle ad alto e deciso rilievo, cave nel rovescio, rappresen- 
tanti una faccia giovanile paffuta, coperta di berretto frigio, con abbondante chioma 
discriminata sulla fronte e cadente a fiocchi lungo le gote; certamente Attis ('); 
alt. mm. 36 (fig. 15). 

Mascheroncino di Sileno dello stesso modulo e della stessa arte dei due prece- 
denti. La fronte calva, le orecchie caprine, il naso ottuso e la barba a bioccoli sono 
anche qui fortemente accentuati (fig. 15). 

Mascheroncino di Medusa, dal tipo bello e calmo colle alette alle tempie, ed 
un ciuffetto di capelli tirato in su sopra la fronte; le fattezze ancora puerili, paffu- 
tello, tranquille, quasi sorridenti non hanno traccia veruna di pathos o di dolore; 
caso più che raro unico (fig. 15). 

- E vero che non siamo davanti ad un'opera di grande arte, ma ad un espediente de- 
corativo, del quale appunto colla testa di Medusa, si è fatto tanto uso ed abuso ; e 
dico puramente decorativo, perchè qui ogni carattere apotropaico è scomparso. Ond'è 
che non mette conto d'indagare se questa testina risalga ad un prototipo sconosciuto 
trattandosi, parmi, di una degenerazione del motivo fondamentale creato da Mirone, 
e che ebbe tanta estensione e fortuna nelle varie forme dell'arte decorativa. 

Tra i numerosi rottami raccolti nella tomba (fig. 16) vi erano frammenti di ma- 
niglie, di una catenella, un bullettone con maniglia, bullette, un grande chiodo di 

(') Testine o busti di Attis venivano sovente adibite ad uso di « appliquées » decorative ; veg- 
gansi molteplici esempi: De Ridder, Bronzes de la Soe. Archéol. d'Athènes, n. 31 ; Babelon, Bron : 
zes antiques de la Bibl. Nation. de Paris, n. 672; Reinach, Bronzes fig. de la Gaule Romaine, 
(Musée de S. Germain en Laye), n. 431. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 37 



SIRACUSA 



— 2L0 — 



SICILIA 



bronzo, tre anellini dello stesso metallo, una cinquantina di chiodetti in ferro, un 
bottoncino in osso o legno ; frammenti che tutti o in gran parte facevano parte della 
cassetta lignea, cremata sul rogo col cadavere. Si aggiunga un frammentino di vetro 
azzurro. 

Non deve recar sorpresa la presenza di questo sepolcro greco, per quanto tardo, 
in contrada Grotticelli. Io aveva già da tempo constatata la singolare miscela di 




Fig. 16. 



codesta necropoli, che racchiude, dove mescolati, dove sovrapposti, dove distinti, se- 
polcri greci dal IV secolo in poi, romani, e cristiano-bizantini. {Notizie 1896, pag. 364). 

9. Piccoli ipogei cristiani. Nella Roemische Quartalschrift fùr chrisl. Al- 
tertumskunde (1897, pagg. 475-495; 1900, pagg. 187-209), ho pubblicato un buon 
numero di ipogei cristiani, giudaici e di sètte, esistenti nella contrada che si stende 
da s. Maria di Gesù al mare ; essi hanno tutti la forma di piccole catacombe. Nello 
scorso novembre ne ho fatto esplorare altri tre, posti sull'orlo delle scogliere a mare 
presso il così detto Porticello in contrada Cappuccini. Erano tutti piccolissimi, vi si 
accedeva per una scaletta aperta verso levante, ed immettente ad un cubicolo quadro, 
circondato da arcosolì con otto, sei, e rispettivamente tre grandi sarcofagi polisomi. 
scavati nella roccia. Essendo stati violati in antico, nulla diedero, all'infuori di poche 
ossa e di un frammento di lucerna. 

10. Sarcofago cristiano. Che sieno possibili delle scoperte anche negli edi- 
lìzi moderni di Siracusa lo dimostra il rinvenimento del bello e grande sarcofago mar- 
moreo, riprodotto a fig. 17, dentro i sotterranei del civico Ospitale, dove serviva da 
anni come vasca per lavare, e che la Congregazione di Carità cedette al Museo verso 
un'equo compenso. È una grande cassa marmorea (lung. m. 2.02; alt. m. 0,79; 
larg. m. 0,83), con un listello in alto ed in basso, in parte stroncato. Nel prospetto 



SARDINIA 



— 291 — 



MORES 



tre grandi croci latine ad estremità patenti e collocate sopra un gradinetto si alter- 
nano con due scudi o dischi lisci; nel lato opposto solo tre croci senza base. Il lavoro 
è alquanto grossolano e trascurato, mancando persino l'osservanza del piómbo negli 
spigoli; si direbbe quasi un'opera non finita, e non ancora uscita dalla bottega del 
marmoraio, mancando nei tondi il nome del o dei defunti. 




QzoLC 



I 



Fio. 17. 



Esso serviva prima come mensa di altare nella chiesetta di s. Rocco, ora sop- 
pressa ed aggregata all'Ospedale; donde esso sia stato tratto non consta. 

Per la estrema semplicità e sobrietà decorativa, per la distribuzione organica 
degli elementi e per la forma delle croci esso ricorda tutta una serie di sarcofagi 
ravennati del V e VI secolo, accompagnati però di rappresentanze figurali (Venturi, 
Storia dell'arte italiana., voi. I, pagg. 216-225), di modo che io inclinerei a crederlo 
lavoro ordinario dei tempi gotici o dei primi bizantini. 

P. Orsi. 



SARDINIA. 



VI. MORES — Scoperta di una necropoli romana in località « Ri- 
scheddu de sole » . 

Da informazioni pubblicate dalla stampa locale, confermate da una relazione 
molto particolareggiata del Sindaco di Mores, mi risultò che presso quel villaggio, 
già noto per antecedenti scoperte di antichità preistoriche e romane (Spano, Bull. 
Arch. Sardo, ann. II (1856), pag. 181, cf. Pais, Bull. Arch. Sardo, serie II, fase. I, 
pag. 31) venne in luce durante i lavori agricoli nel podere di certo Giuseppe Corda 
in regione Rischeddu de sole, un gruppo di tombe romane, in parte saccheggiate 



MOUES — 292 — SARDINIA 

dai soliti cercatori di tesori, in parte esaminate con diligenza del prof. Giuseppe 
Calvia. 

Poiché la regione di Mores merita una accurata indagine, che mi propongo di 
poter fare quanto prima, rimanderò ad altra occasione lo studio della suppellettile data 
dalla necropoli stessa. Dirò solo, per quanto risulta dalla ricordata relazione del Sin- 
daco locale, che le tombe, circa una trentina, erano a semplice fossa scavata nell'are- 
naria del luogo, e coperte da una volta di grandi embrici, alcuni dei quali portano 
la marca di fabbrica: 

ACES- AVG- L 

assai conosciuta e che già comparve nelle tombe di Mores (Pais, Notizie, 1883, 
serie 3 a , voi. XI, pag. 568), e comparve pure a Macomer, a Bolotana, a Terranova, 
a Casteldoria (cfr. C. I. L., X, n. 8046, 9). In generale la suppellettile apparisce 
assai modesta: alcuni caldari di rame o bronzo, qualche simpulum, e pochi anelli e 
braccialetti a semplice filo ritorto; del resto prevalgono i piatti, gli orcioletti, le pa- 
tere in terra cotta imitanti le aretine; numerose le fialette ed i balsamarì in vetro, 
bianco, azzurro o variegato ; alcune fibule e fermagli in bronzo ed in ferro, e lucerne 
fittili in quasi tutte le tombe. 

Le poche monete, in bronzo, che sinora sono state raccolte dagli scavatori, vanno 
dal periodo di Gordiano I a quello di Costantino I, e determinano così l'età della 
piccola necropoli, la quale merita una regolare esplorazione, tanto più necessaria per 
il fatto che Mores fu centro di abitazione sino dall'età primitiva. 

Bicordo intanto che al Museo di Sassari esiste una discreta serie di terrecotte di 
carattere primitivo, simili a quelle date dal Nuraghe Losa e da altri monumenti mega- 
litici dell' isola, terrecotte donate dall'avv. Paolo Farris e rinvenute nella regione 
Padru, a cui appartiene anche il luogo detto Rischeddu de sole, dove avvennero le 
attuali scoperte. Si ricordi altresì che Mores è situato sull'alto di un colle, quasi un 
terrazzo, a guardia del biforcamento delle due grandi arterie stradali Caralis Olbiam e 
Caralis Turrem Libisonis, poco lungi del luogo ove fu la storica Ha fa (Mommsen, 
C. I. L., voi. X, tav. V). In quella posizione, importante per ragioni commerciali ed 
anche strategiche, deve quindi essere esistita una stazione o un centro di abitazione 
in età romana, erede di un centro preistorico, degno come gli altri centri isolani di 
metodica esplorazione. 

A. Taramelli. 



Roma. 15 agosto 1904. 



REGIONE X. — 293 — PORTOGRUARO 



Anno 190 4 — Fascicolo 8. 



Regione X (VENE TI A). 

I. PORTOGRUARO — Negli ultimi dello scorso gennaio, in un fondo del 
sig. Florian Angelo, a mezzo chilometro ad est da Portogruaro, ed a tre chilometri 
in rettilineo a nord da Concordia, portante il mappale n. 4271, arandosi alla profon- 
dità di cm. 40, venne in luce un'urna cineraria cilindrica in vivo (alta cm. 22, 
diam. cm. 36) con grande coperchio a calotta (diam. cm. 47), evidentemente costrutto 
per un'urna di proporzioni maggiori. 

L'urna fu tosto aperta dai contadini intenti all'aratura, i quali, rovesciatone il 
contenuto, vi trovarono dentro, frammisti a terra a cenere ed a vestigia di ossa umane, 
i seguenti oggetti di bronzo con bellissima patina smeraldina. 

Un astuccio cilindrico, lungo cm. 20, diam. mm. 18, racchiudente uno specillo 
lungo cm. 17 ed una pinzetta lunga cm. 12. — Altro astuccio lungo cm. 10, diam. 
mm. 20. — Altro astuccio lungo cm. 9, diam. mm. 18. — Una coppetta dal diam. 
di cm. 6. — Una theca misurante cm. 12 X6 X 2. — Quattro piccoli frammenti, 
probabilmente di altra theca. — Una piastrella di granitello orientale scantonata, 
misurante cm. 15 X 9. 

Bossoli e theca erano chiusi in forma da non potersi aprire, come fossero stati 
stagnati ; ma quei contadini pel desiderio di ricercarvi dentro, sfasciarono questa e 
ruppero due di quelli nel mezzo ed uno alla estremità. Meno male però che la rot- 
tura della theca fece scoprire lo specillo e la pinzetta racchiusivi. I due astucci con- 
tenevano piccoli frammenti di una pasta speciale. Degli oggetti rinvenuti completi 
ho fatto trarre una riproduzione fotografica (v. pag. seguente), nella quale la pinzetta 
e lo specillo sono disposti sotto il bossolo che li chiudeva. 

Questi oggetti, che colla tomba rimontano di certo all'epoca romana e che ricor- 
dano quelli trovati in Este nella tomba XVIII, necropoli del sud ('), appartennero, a 
mio credere, ad un medico i cui resti furono certamente racchiusi in quell'urna. 

Infatti è noto che all'epoca romana i medici preparavano essi stessi le loro medi- 
cine e gli unguenti; che erano provveduti di scatole, vasi e piante all'uopo, e che 
esercitavano anche la chirurgia portando seco i ferri relativi. 

(') Pro8docimi Alessandro, Guida sommaria del R. Museo Atestino in Este. Este, Longo, 1902, 
pag. 78. 

Notizie Scavi 1904 - Voi. I. 37* 



PORTOGRUARO 



— 294 — 



REGIONE X. 



Ora la theca ed i due astucci minori dovevano servire per unguenti o medicine, 
la coppa per scioglierle, la piastrella in marmo per distenderle e prepararle, mentre 
l'astuccio maggiore chiudeva i due ferri chirurgici. 






,^ 




Nel giorno successivo alla scoperta, avutane notizia, mi recai sul sito e trovai 
che il mattino, continuandosi l'aratura alla stessa profondità, si era scoperta un'altra 
urna cineraria, formata da un'olla in terra nerastra grossolana mista a quarzo, (alt. 
cm. 30, diam. cm. 21) coperta al solito da una piccola ciotola arrovesciata. L'aratro 
però nel passaggio aveva rotto in frantumi il coperchio e spezzata l'olla da una parte. 



REGIONE X. — 295 — PORTOGRUARO 

L'urna fu vuotata alla mia presenza e dentro vi si rinvenne, insieme a molta 
terra mescolata a cenere ed a frammenti di ossa e di un vasetto in terracotta, una 
ausa in ferro, lunga al lato maggiore cm. 6 e larga cm. 2, ed una moneta in bronzo 
pressoché tutta corrosa, meno al diritto, dove intorno alle traccie appena percettibili 
di una testa, con un po' di pazienza potei rilevare le parole : AVGVSTVS PATER. 
Questa moneta viene a riconfermare il mio giudizio sull'età anche dell'altra urna. 

Spinto da tali scoperte, pregai il proprietario del fondo a permettermi di farvi 
delle ricerche ; ma esse, benché eseguite con ogni diligenza ed in ogni senso ed anche a 
rilevante profondità dal noto scavatore concordiese Giacomo Stanghetta, non diedero 
che risultati meschini, in quanto che in località prossima a quella della prima urna, 
non si scopersero che due frammenti di uno specchio in bronzo i quali forse erano 
anch'essi, o meglio l'intero specchio, racchiusi nell'urna e poi perdutisi quando questa 
si riversò; pochi avanzi di un vaso in terra cotta ed infine un pavimento rozzo in 
calcestruzzo per qualche metro quadrato. 

Aggiungo che nello stesso terreno sono traccie di una strada romana, quella 
che da Concordia doveva condurre alle Alpi Giulie, e che a poca distanza dal 
posto della odierna scoperta e precisamente sul mapp. 4272 del medesimo proprie- 
tario, l'anno scorso arandosi, uscirono parecchi materiali laterizi. 

Praticate delle indagini intorno ad eventuali scoperte antiche sul luogo, seppi 
che circa 30 anni fa erasi ivi trovata altra tomba in cotto, con entro terra e cenere, 
ed una statuina in bronzo che lo scopritore dissemi di aver regalata all'avv. Dario 
Bertolini, ma della quale non ho notizia; e seppi dai più vecchi che circa 60 o 
70 anni fa, quando si costruì la strada comunale che confina col fondo Florian, vennero 
scavati lì presso molti laterizi antichi, che furono impiegati nel muro di una casa 
in Portogruaro. 

Dal Florian comperai pel Museo Concordiese le urne e gli oggetti racchiusivi, 
meno la moneta di cui egli non volle privarsi. 

. G. C. Bertolini. 

II. CINTO CAOMAGGIORE — In Cinto Caomaggiore, comune distante da 
Concordia chil. 9,350, da Portogruaro 2,600 a nord, in un fondo di proprietà dei 
signori conti Passi al mapp. n. 925, fu di recente scoperto un pozzo d'epoca romana, 
profondo intorno ai quattro metri. 

Il pozzo, avente il diametro interno di cm. 80 ed esterno di m. 1,08, era costruito 
con bellissimi pozzali in cotto, di terra traente al rosso, ciascuno lungo alla curva 
esteriore cm. 47 ed alla inferiore cm. 37, largo cm. 12 in 14, alto cm. 10. Dentro 
non si trovò che una tegola antica in cotto di materiale diverso. Estratti i pozzali, 
il pozzo fu riempito di terreno. 

Di tre corsi dei pozzali ebbi dono gentile dai proprietari pel Museo, ove ho rico- 
struito parzialmente il pozzo, collocandolo vicino ad altro scoperto molti anni fa in 
Lugugnana. Questo però è fatto a mattoni quadri, di cm. 30 x 35, e di argilla ten- 
dente al bianco. 

Vicino al pozzo di Cinto non si trovarono traccie di strade o di altre antichità. 

G. C. Bertolini. 



CIVITACASTELLANA — 296 — REGIONE VII. 



Regione VII ( ET R URI A). 

III. CIVITACASTELLANA — Nell'eseguirsi i lavori per la fondazione di 
una fornace, nella fabbrica di ceramiche dei signori Vincenti e Profili, al Ponte Ter- 
rano, sono stati rinvenuti i seguenti oggetti : Bronzo. Un sauroter, un piede di sedia 
di forma cilindrica, un manico appartenente ad oinochoe. — Terracotta. Vasetto a 
bolla di creta giallastra con orlo aperto e sporgente in fuori e con fascie dipinte 
in nero ; due tazze ordinarie ed un piattello, frammenti di due olle di terra giallastra, 
con anse a corda intrecciate e terminanti ambedue in teste di grifo ; altri rozzi fran- 
tumi di vasellame diverso. 



IV. ROMA. 



Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione II. — Continuando i lavori di sterro per la costruzione dell'Ospedale 
britannico, presso s. Stefano Rotondo, si è trovato un frammento di antica tavola 
lusoria, su cui leggonsi le parole: 



l e b a t e 




n e s e i s 



DA LVSO C\\ ri l o cu{m) 

I supplementi sono suggeriti dal confronto di altre simili tavole lusorie, che con- 
tengono le medesime formolo. 

Un pezzo di muratura in calce, raccolto nello stesso luogo, conserva ¥ impronta 
di un frammento d' iscrizione marmorea, che fu adoperata come materiale di costru- 
zione con le lettere rivolte all'interno. L'epigrafe diceva: 

imp. /C A E S A R / 
l. septi/M. I V S • SEVERVS pius 
pertin AXAVGARAB i e US 
adiab ENPARTHICMA #. pont 
max.t RIBPOTVIIM p 



ROMA 297 — ROMA 

Furono pure ricuperati nel medesimo sterro: un piedistallo marmoreo con cor- 
nice, di forma cubica, che misura un metro per ciascun lato ; un cippo in travertino, 
anepigrafo, alto m. 0,80 x 0,19; una lucerna in forma di maschera, coperta di ver- 
nice nera; altre settanta lucerne fittili, quasi tutte in pezzi, senza ornati; undici 
balsamarì comuni, un'olla ed un'anforetta, egualmente in terracotta. 

Regione IX. — Nella demolizione del casamento Tabet, al vicolo de' Soldati, 
per aprire la nuova strada fra Tor Sanguigna e il ponte Umberto I, sono state recu- 
perate tre colonne di granito bigi*}, alte m. 2,08 col diametro di m. 0,40, che erano 
inserite nei muri ed avevano ancora le proprie basi ed i capitelli. Si trovò pure un 
rocchio di simile colonna, lungo m. 1,54 col diametro di m. 0,72; un frammento di 
cornice in marmo, lungo m. 0,25, alto m. 0,17; una testa di statua femminile, rotta 
e mal conservata. 

In piazza Madama, rinnovandosi il selciato, si è recuperato un pezzo di colonna 
in granito rosso orientale, lungo m. 1,20, col diametro di m. 0,45. 

In un terreno del signor Alfredo Ciribelli, posto al Lungotevere Raffaello Sanzio, 
fra il ponte Sisto e il ponte Garibaldi, si sono ricuperate due piccole basi di marmo, 
che rispettivamente misurano, alt. m. 0,10, X 0,28 e m. 0,30X0,25; una men- 
sola di travertino, alta m. 0,30 X 0,18 ; un frammento di sarcofago baccellato, che 
sulla fronte ha una tabella quadrata con l'iscrizione: 



€NGAA£ K€l NT€ 
(pAABIA KAI MAPYA 
A€INA AA£A<pAI €N 



(sic) 



Facilmente nell'ultimo verso era scritto: £N siQrjVfi rj xot[irj<fig abtmv. 

Via Ostiense. — Negli sterri che si eseguiscono per la costruzione del collet- 
tore delle acque urbane presso il ponte della Magliana, circa il quinto chilometro 
della via Ostiense, è tornato in luce un tratto di antica costruzione in massi squa- 
drati di tufo, ognuno dei quali misura m. 1,60 X 0,65 X 0,60. Questo muro appar- 
tiene al recinto di un'area sepolcrale, e trovasi a m. 2,50 sotto il piano di campagna. 

In prossimità del medesimo luogo sono stati trovati tre pezzi anepigrafi di 
fistole aquario in piombo, del diametro di m. 0,09, lunghi ciascuno m. 0,35, ed una 
lastrina marmorea, ansata, di m. 0,40 X 0,27, su cui leggesi il titolo funerario: 

L- CALPVRNIVS- 
HERMES- 
SIBIET-SVIS- ETELATE' 
ELATVSFIL- VIXAVII • 

Questa lapide era aderente ad un resto di fabbrica d'opera incerta, e a tre blocchi 

di travertino, che sembra avessero appartenuto alla fronte del monumento sepolcrale. 

Via Salaria. — Per i lavori d'ingrandimento delle officine tipografiche Vo- 



ROMA 298 ROMA 

gliela, al Corso d' Italia, si è rinvenuta ua'uroa ossuaria in travertino, di forma ovoi- 
dale, con coperchio a cono. L'urna è alta ra. 0,20 ed ha alla bocca il diametro di 
m. 0,25: il coperchio è alto m. 0,17. Vi si legge, in belli caratteri dell'ultima età 
repubblicana, il titoletto : 

ALBINIA • C ■ F- 
POSILLA 

Nei lavori medesimi si sono incontrate, alla profondità di m. 2 sotto il livello 
stradale, alcune tombe terragne, coperte con tegoloni alla cappuccina, in parte guaste 
e disfatte, nelle quali erano tuttora resti di scheletri umani. 

G. Gatti. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

LATIUM. 

V. TREVI NEL LAZIO — Scoperte di antichità presso il ponte 
Gomunacqua. 

In occasione dei lavori per la costruzione di un nuovo canale per le acque del- 
l' Aniene, da servire come forza motrice per l'illuminazione elettri ja della città di 
Anagni, sono venuti alla luce alcuni avanzi di antiche costruzioni. 

Il sito ove sono avvenute queste scoperte è sulla destra del fiume, e dista circa 
400 m. dal ponte appellato Comunacqua (ove confluisce il Simbrivio), alla quota di m. 535 
sul livello del mare; ed è sottoposto alla collina detta Folegaro, sulla quale proba- 
bilmente doveva trovarsi una villa romana. Imperocché, oltre alla posizione elevata 
ed amena della collina stessa, si trovano rovesciati nella valle dell' Aniene massi 
squadrati di tufo; e sparsi nella terra veggonsi frammenti di lastre marmoree e di 
marmi lavorati, ed un abbondante materiale laterizio. 

Gli avanzi di costruzione, che sono stati scoperti, attraversano il nuovo canale 
nella direzione da nord a sud, e consistono nelle opere seguenti: una palizzata for- 
mata con tronchi di quercia, che alla testata misurano in media m. 0,20; due cuni- 
coli, larghi m. 1,00, le cui spalle sono costruite in pietrame, rivestite internamente 
di pietra calcarea locale ad opera reticolata, ed aventi il piano formato da tegoloni 
bipedali ; avanzi di pavimenti a grosso musaico in tasselli bianchi, di cattiva struttura. 

La palizzata doveva servire, tenuto conto della sua direzione obliqua rispetto 
al corso dell'Amene, a proteggere le fondazioni dei muri dalle acque del fiume stesso. 

Fra la terra sono stati raccolti alcuni frammenti di cornici e di lastre mar- 
moree; un frammento di lastra di marmo scanalata, usata per rivestimento di pi- 
lastro; una basetta ottagonale, pure in marmo; molti frammenti di tegole e di 
mattoni per colonne e per cortina, uno dei quali porta impresso il sigillo di L. Valerio 
Severo, del principio del secondo secolo {C.l.L. XV, 152a), 

Ed. Gatti. 



REGIONE IV. — 299 — GORIANO SICOLI 

Regione IV (SAMNIUM ET SABINA). 

PAELIGNI. 

VI. GORIANO SICOLI — Scoperte di tombe ad inumazione. 

Mentre si eseguivano alcuni lavori di campagna, a Goriano Sicoli, in contrada 
Mozzone, nei terreni di Pietro Merolla, si sono scoperte quindici tombe a inumazione. 

Io ne ho avuto notizia a lavoro finito e dopo una deplorevole manomissione 
della suppellettile. Ho quindi potuto soltanto constatare che le tombe erano scavate 
in piena terra, e che il cadavere era stato coperto di ciottoli fluviali. Dai frammenti si 
rileva che i vasi erano di rozza fattura e' lavorati a mano: i soliti stamni a due 
orecchiette, contenenti vasi piccoli ed aventi per coperchi delle cotyle. Ho avuto intero 
soltanto una specie di rozzo cyathus e una cotyletta minuscola con due anse orizzontali, 
anche fatta a mano: l'uno e l'altra hanno le solite bozzette nel corpo, a uguale di- 
stanza dai manichi. Alcune tombe però non avevano vasi ma solo frammenti di fibule 
di ferro. 

Da altri frammenti in ferro, ho potuto riconoscere i soliti pugnali e cuspidi di 
lancia a larga foglia. Notevole è però una fibula con arco rettangolare, ornato di quattro 
bozze continue. 

In bronzo, rimangono soltanto dodici cilindretti forati per lungo e scannellati 
trasversalmente. Cinque altri cilindretti simili, ma più piccoli, dovevano far parte di 
una collana per bambino. Anche di bronzo, ho raccolto parecchi anellini a nastro e a 
filo cilindrico, dei quali tre piuttosto massicci; ed inoltre una fibula mancante di 
ardiglione, con arco massiccio, a losanga, traversata da costola longitudinale. 

Ho acquistato gli oggetti interi e ho preso nota di tutto, per vedere se, nella 
buona stagione, si potranno fare alcuni saggi di scavo razionale, i quali dovrebbero 
riuscire di qualche interesse storico, dacché quella contrada è prossima al luogo del 
rinvenimento della colonna milliaria della via Claudia Valeria. È da tener conto 
anche della suppellettile a cilindri di collane, molto comune nell'agro peligno, come 
si è visto anche ultimamente nelle scoperte fortuite di Vittorito. Anche su quell'altra 
contrada sarà indispensabile uno scavo sistematico. 

A. De Nino. 



BRINDISI — 300 — REGIONE II. 



Regione II (APULI A). 

VII. BRINDISI — Nuove iscrizioni sepolcrali latine. 

Nel fondo attualmente appartenente al sig. G. Poli, dove pel passato si sono 
ritrovati antichi sepolcri e lapidi inscritte (cfr. Notizie 1887, pag. 256), sono tornate 
in luce altre epigrafi funerarie, delle quali V ispettore cav. Nervegna mandò copie e 
calchi cartacei. Esse sono tutte incise in lastre di pietra calcare bianca. 

La prima, alta m. 0,90, larga m. 0,45, grossa m. 0,15, decorata a timpano 
nella parte superiore, dice: 

TERRAEAENL 
HONOR ATAE 

VIX ANNUII 
H • un 

Un' altra, alta m. 0,55, larga m. 0,50, grossa, m. 0,09 reca : 

TERRAEANL 
LYCORISVA- 
■ XXXII HS- 

In una terza, alta ni. 0,75, larga fin. 0,38, grossa m. 0,10, si legge: 

MYSTICVS 
QVINTAES-TEr 
REAESSVA 
XXXV • H • w 

Il gentilizio Terraeus, anche col prenome N • , era già noto per altre iscrizioni 
trovate nello stesso territorio di Brindisi: cfr. C.I.L. IX, 195, 19(3, 197. 

Altri due frammenti, uno di m. 0,80 X 0,40 X 0,10, il secondo di m. 0,66 X 
0,35 X 0,22, conservano i nomi: 

/TIENA'NYMj) 
M- V • A • X X V ^ -M-VS^-V-À • L : : : 

HI tu i itimi! 

Si trovarono pure nello stesso luogo boccette vitree, ed una moneta di Augusto. 

G. Gatti. 



SARDINIA — 301 — ALGHERO 



SARDINIA. 

Vili. ALGHERO — Scavi nella necropoli preistorica a grotte artifi- 
ciali di € Anghelu Ruju ». 

Nel volgere del luglio dello scorso anno 1903, a cura del sig. barone Matteo 
Guillot, R. Ispettore dei Monumenti e degli Scavi di Alghero, venni informato che 
in una tenuta del cav. Peretti, consigliere presso la R. Prefettura di Sassari, detta 
di Anghelu Ruju, situata a circa 10 chilometri a nord di Alghero, si erano rinve- 
nute alcune tombe durante i lavori di cava di arenaria per la costruzione della casa 
colonica nella tenuta dei signori Sella e Mosca, ai Piani di Sotgiu, a un quarto d'ora 
di distanza da Anghelu Ruju ('). Il barone M. Guillot mi fece tenere un cranio umano, 
che mi affrettai a mandare in esame al Museo antropologico di Roma, diretto dal pro- 
fessor G. Sergi, ed un grosso scodellone a tripode, alto m. 0,12 del diametro di 
m. 0,21 (fig. Ibis) che bastò a determinare il carattere preistorico della necropoli ed 
a convincermi della convenienza di intraprendervi un' indagine sistematica. 

Ottenutane facoltà dalla cortesia illuminata del sig. cav. Peretti, a cui porgo 
qui pubbliche grazie, condussi ad Anghelu Ruju una prima campagna di scavo nel 
maggio dell'anno 1904, unitamente all'egregio sig. Nissardi, R. Ispettore del Museo, 
che vi portò la sua esperienza e preparò i rilievi e le illustrazioni del presente 
rapporto. 

La regione di Anghelu Ruju (fig. 1) si trova nella vasta ed ondulata piana di 
Alghero, che va degradando lentamente verso la bella rada e gli stagni che la cir- 
condano, solcata da numerosi valloni che, scendendo dalle alture brulle e dirupate 
chiudenti in giro la pianura, l'hanno profondamente incisa, quasi sempre con pareti 
scarpate e letto ampio e paludoso; questo piano, malsano ora per il ristagno delle 
acque piovane, a causa di un sottosuolo poco permeabile di arenarie e di tufi vul- 
canici, presenta ad ogni tratto leggieri rialzi o mammelloni di pochi metri di altezza, 
per la massima parte coronati da nuraghi. Uno di questi rialzi è appunto nella tenuta 
di Anghelu Ruju, esattamente indicato sulla carta dello Stato Maggiore (foglio Alghero, 
1 a 50,000) dalla quota altimetiica 23 s. 1. m. tra segnale Paris Giaga, Cuile sa 
Lattaia e Nuraghe sos Franciscus, sulla sponda scarpata e dirupata di tufi trachitici 
del Riu Filibertu, affluente del Rio Barca, al quale reca le acque perenni del gruppo 
di Monte Forte. 

(') Debbo segnalare non solo gli utili servigi resi alla ricerca archeologica dal cav. Guillot, 
che facilitò in ogni modo il nostro compito, ma anche la cortesia dei signori cav. Vittorio Sella ed 
avv. Edgardo Mosca, i quali, ospitandoci nella loro casa colonica dei Piani di Sotgiu, resero più 
proficua l'opera nostra, permettendo di guidare e sorvegliare continuamente lo scavo; per l'utile 
degli studi, come per il bene della agricoltura sarda, mi auguro che il loro esempio trovi nel- 
l' isola molti imitatori, e la prospera fortuna sorrida a chi con ardimento e nordica tenacia tenta 
risvegliare le latenti energie della terra storica e feconda. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 38 



ALOHKRO 



— 302 - 



SARDINIA 



Questo rialzo o mammellone, che si eleva di pochi metri sul resto della cam- 
pagna, è costituito da un sottile strato di tenera arenaria, poggiante sul letto della 
alluvione antica e appena coperta da poco humus, che valse però a nascondere per- 
fettamente la presenza delle tombe. Erano quindi esse del tutto ignorate benché a 
piccolissima profondità e fu solo nel taglio del breve rialzo, fatto come dissi a scopo 




Scala 1:250.000 



Fig. 1. — Pianta generale. 



di cava, che le tombe sezionate vennero in luce. Ciò apparisce nelle figure 2, 8 tolte 
da fotografie che danno un complesso ed un particolare del colle di Anghelu Ruju e 
del gruppo di tombe messe in luce dai lavori di cava. Sino dalle primi indagini ebbi 
a convincermi che i cavatori di tufo non avevano pensato a frugare le tombe da essi 
scoperte e che vi avevano lasciati elementi non trascurabili allo studio. Si decise perciò 
di esplorare diligentemente le tombe già scoperte, prima di cercarne delle nuove. 

La tomba indicata col n. I, della quale offro l' immagine, la pianta e le sezioni 
(figg. 4, 5, 6), fu la prima scoperta nei lavori di cava, ed è quella che restituì il tripode 
sopra ricordato. Però col nostro scavo si mise in luce l'ingresso ed il gruppo delle 



SARDINIA — 303 — ALGHERO 

quattro cellette laterali aperte nel fianco" dell'ingresso stesso (figg. 4-6). La tomba, o 
ipogeo, presenta una pianta abbastanza complessa e dimensioni notevoli. È costituita da 
un corridoio o prodromo d'accesso a piano inclinato, simile a quello di una delle tombe 
di s. Antonio Ruinas, date dal Pinza, e di una di Campumajore di Busachi, da me de- 
scritta ('). Dal corridoio, per un portello che conservava in parte l' incavo per l' immis- 
sione della lastra di chiusura, si passava alla parte principale del sepolcro, costituito da 
un'anticella a pianta ellittica e, con piccola celletta laterale /. Dall'anticella si acce- 
deva alla cella maggiore g, di notevoli dimensioni, (m. 4 X m. 4,50), dalla quale si pas- 




4am 

Fig. 1 bit. — Vaso a tripode della tomba I. 



sava alla cella l di fianco, ed alle due celle a forno h, i nella parete di fronte all'ingresso. 
Il gruppo delle cellette laterali, evidentemente eseguito in epoca posteriore al princi- 
pale, ha accesso da un portello semplice e, si compone di una anticella a e di una 
cella maggiore b, provvista di nicchia, la quale dava a due cellette e e b, quest'ul- 
tima comunicante con lenticella del gruppo principale e per mezzo di un foro pra- 
ticato da antichi violatori della tomba. Perocché tanto le celle di questo ipogeo, quanto 
tutte le altre sinora esplorate, erano state saccheggiate e rovistate da tempo molto 
remoto, anteriore a qualsiasi ricordo, da ricercatori di tesori, i quali avevano frugato 
le celle, sconvolto il loro modesto contenuto, lasciando poi aperto l' ingresso alle acque 
che avevano completato l'opera di sconvolgimento, sino a che i detriti erano venuti 
a mascherare gli accessi delle tombe; mentre uno strato di terriccio di filtrazione si 

(') Pinza, Monumenti primitivi della Sardegna, pag. 71, fig. 49. Taramelli, Notizie degli Scavi 
del 1903, pag. 501, fig. 29, 30. Altri gruppi di tombe scavate nella roccia, sia nel sottosuolo che 
nelle pareti delle rupi, si trovano nei dintorni di Alghero; per accennare soltanto a quelle più 
vicine ad Anghelu Ruju, ricordo le grotte o dornut de gianas di Cuguttu, quelle di Sa Taulera, 
poco lungi da Alghero, quelle prossime al Nuraghe Biancu, ai piedi del Monte Doglia, poco lungi 
da Anghelu Ruju. Di altri gruppi si ha cenno nella carta della Nurra di F. Nissardi, edita nel- 
l'opera di G. Pinza, sui Monumenti primitivi della Sardegna, tav. IX. 



ALGHERO 



— 304 



SARDINIA 



era cacciato con varia altezza dappertutto, mascherando i residui della suppellettile 
funebre. Questo ho dovuto prima di ogni altra cosa ricordare, per mostrare come meno 
facile sia stato il nostro compito e meno completa la serie delle risposte che questo 
sepolcreto ha dato sinora alle nostre domande. 

Sgombrato il corridoio d'accesso e rinvenuto il portello che dava alla sezione a-d 
dell' ipogeo, si procedette all' indagine di questa, che appariva da maggior tempo ri- 
spettata. La violazione remota si conobbe subito dalla scoperta del lastrone di chiu- 




Fig. 2. — La regione di Anghelu Ruju, da Nord. 



sura in calcare estraneo alla regione, che venne rinvenuto, spezzato in due, nell' interno 
della cella a. 

In questa cella, rettangolare, misurante m. 2,00 X 1,80, con soffitto pianeggiante 
e pavimento più basso della soglia del portello, v'era uno strato di terreno archeolo- 
gico di almeno 40 cm., tutto un impasto di ossa umane, di avanzi ceramici, di detriti 
e di scheggie di pietra. I cadaveri dovevano essere almeno tre, avendo scoperto tre 
crani nel lato sud della cella ; tutte le ossa erano rimestate, così che non potei rica- 
vare la nozione della giacitura originaria, che però, date le modeste dimensioni della 
tomba, doveva essere rannicchiata. 

Presso al capo di uno degli scheletri ebbi il pugnaletto in bronzo, intiero, lungo 
mm. 112, coperto appena di uno straterello d'incrostazione calcare e di ossido, a lama 



SARDINIA 



— 305 



ALGHERO 



triangolare, piatta, con leggero rialzo verso il centro a margini quasi rettilinei, taglienti, 
codolo lungo, senza fori per l'adattamento al manico, che doveva invece essere assi- 
curato per mezzo della dentatura dei margini del codolo stesso (fig. 7, 2). È il tipo 
del pugnale trovato dall'Orsoni nella grotta del s. Elia, simile a quello dato dalla 
tomba eneolitica di s. Cristina nel Bresciano, del tipo che venne già comparato dal 
dott. Colini con quelli dei sepolcreti della prima età dei metalli, di Eisleben, di Lu- 




Fig. 3. — Gruppo di tombe di Anghelu Ruju. 

garico Viejo, nella Spagna dove, secondo le indagini del Siret, appare in tombe ar- 
caiche e precede, come si può provare anche per altri orizzonti, il tipo di pugnale 
pure a lama piatta, ma con codolo forato da uno più chiodetti ('). 

Accanto al pugnaletto ebbi una lunga ed acuminatissima cuspide di freccia in 



(') Pinza, op. cit, fig. 16, fig. 5. Colini, Remedello, Bull. Paletti. Ital, XXV, tav. IV, 2; 
XXVII, pagg. 83, 97, 100. Siret, Revue de quest. scientifiques de Bruxelles, sèrie II, voi. IV, 
pair. 551 ; Les premiers dges du metal dans le Sud-Est de VEspagne, pag. 81, tav. XVI, 9. Pu- 
gnaletti a lama piatta e codolo lungo, privo di fori dettero lo grotte di Alcoba^a (Portugalia, 
voi. I, pag. 433, tav. XXII, 185), come anche quelle di Cascaes, nella Spagna, Cartailhac, Ages 
prehistoriques de V Espagne et du Porlugal, fig. 132; in Sicilia, con suppellettile ceramica simile 
a quelle della nostra tomba I, abbiamo già un pugnaletto a lama forata per i chiodetti, nella grotta 
della Chiusilla d' Isnello Giuffrida Kuggeri, Terzo contributo all'antropologia fisica dei Siculi 
eneolitici. Atti Soc. Romana d'Antropologia, 1905, voi. XI, pag. 6, tav. 1, 6. 



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ossidiana, (flg. 8, 1), a minutissimi ritocchi lungo i tre margini, di tipo assai frequente 
nei dolmen della Spagna, ove dovè precedere e sostituire nell'uso pratico, come fu 
per le nostre regioni, la più elegante cuspide a codolo e ad alette, riserbata per lo più 
alle armi di voto e di parata ('). 

I morti dovevano avere, oltre le armi, il materiale per foggiarle, avendo rin- 
venuto nella cella qualche pezzo informe di selce bionda e alcuni nuclei di ossidiana. 




Fig. 4. — Veduta della tomba I. Il corridoio d'ingresso è a sinistra. 



Agli oggetti d'ornamento appartiene la grossa perla o pendaglio variegato in cal- 
care (fig. 9), di forma cilindrica irregolare, accuratamente perforata lungo l'asse mag- 
giore. È un ornamento di tipo prettamente eneolitico, dato dalle tombe di Remedello ( 2 ); 
ma perdura in epoca più avanzata, trovandosi, ad esempio, anche in Sicilia, nelle 
tombe della Cavetta a Pantalica, esplorate dall'Orsi e da lui riferite al II periodo ( 3 ). 
Pure ad ornamento servì il pendaglio o bracciale, in lamina di calcare, di forma 
ellittica, forato alle due estremità dell'asse maggiore, di tipo analogo, ma alquanto 
differente dai pendagli trovati in Sardegna, nelle grotte del capo di s. Elia, presso 



(') Vedi le freccie date dal dolmen di Fonelas, Siret, op. cit., fig. 165, pag. 516. 

( 2 ) Colini, Remedello, Dullettino cit., anno XXIX, pag. 81, fig. 146. 

( 3 ) Orsi, Pantalica, Cavetta, tomba III, pag. 16, fig. 27, cfr. Colini, loc. cit. 



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Cagliari, e pel quale troveremmo numerosi confronti nei sepolcri eneolitici della 
penisola iberica (fig. 10, 7) (')• 

La suppellettile ceramica della tomba era in minutissimi frammenti, da molti 
dei quali tuttavia si potè desumere il tipo originario del vaso. 



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Fi<3. 5. — Pianta della tomba I. 



Si ebbero forme più capaci, dalle pareti più robuste, ma a superficie fine, a spa- 
ziatura diligente, che dette al vaso una brunitura lucida, talora bruna, talora anche 
rossiccia. A questa classe appartengono resti di piatti ciotoloni poco alti, dal fondo 



V) Non so se sia pienamente giustificata l'opinione che queste laminette di pietra forate alle 
due estremità siano bracers brassards, destinate alla difesa del braccio dal rimbalzo della corda 
dell'arco, opinione che trovo accennata in Colini, Rapporti fra V Italia ed altri paesi europei du- 
rante Veld neolitica. Atti Soc. Rom. d'Antropologia, voi. X (1904) fase. I, II, III, pag. 26 del- 
l'Estratto) ; ricordo che placche ovali consimili alla nostra si ebbero nelle dimore di Tres Cabezos, 
Siret, Les prémières dges, pag. 22, tav. Ili, 25, 28 ed a. El Algar, tav. XXIV, 15, 16. 



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piatto e dalle pareti espanse, che ricordano quelli siculi delle tombe di Valsavoia('); 
otri a corpo piriforme, e colletto diritto a bocca lievemente svasata, pure ovvi nelle 
tombe siculo del II periodo. Abbondano le ciotole o pentole a doppio tronco di cono, 
a spigoli regolari e taglienti, tutte però spezzate in causa della esilità delle pareti, 
rese fragili anche per la cottura violenta ed ineguale. Sono questi i tipici vasi medi- 



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Fig. 6. — Sezioni Ali e CD della tomba I. 



terranei che troviamo frequenti noli' isola, dove sino ad ora i campioni migliori erano 
dati dalla tomba di Bnnannaro ( 2 ), come nelle tombe sicule di Pantalica, di Thapsos, 
di Valsavoia ( 3 ), per non ricordare gli esempì di El Algar, di Los Eriales nella Spagna, 
sui quali avremo occasione più sotto di ritornare ( 4 ). 

Questa cella restituì anche molti fondi di bicchieri a calice, di modeste propor- 
zioni, simili a quelli dati dalle tombe delle Baleari ( B ) e del sepolcreto eneolitico 
di Remcdello; ma in grande abbondanza erano i vasetti o scodellette, delle quali, a 
fig. 11, 2, 3, raccolsi gli esemplari meno rovinati; ciotoline cioè tondeggianti o coniche 



(') Orsi, sep. XIII, del sepolcreto di Valsavoia (Catania), Bull- paletti, ital., anno XXIX, 
tav. II, fig. 28. 

(*) Pinza, op. cil, tav. IV, 21. 

( 3 ) Orsi, Valsavoia, Bull, cit., anno XXVIII, pag. 188, tav. II, 19; Pantalica, tav. X, 9. 

(') Siret, Los Eriales, Revue Scientif., cit., pag. 551, fig. 281; El Algar, fig. 283 ter. 

( 5 ) Curtailhac, Minorca, figg. 51, 54. Monuments primitifs des Baleares; anche nelle tombe 
ispanicho sono numerosi i calici ed i fondi di calici, specialmente ad Ifra e ad El Algar, (Siret, 
Les prémii-res dges, tav. XVIII, 1-5; tav. LV, 7. 



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con colletto breve restringentesi alla bocca ; non mancano le piccole oenochoe o bac- 
chette a corpo tondeggiante, collo eretto ed ansetta a cordone (fig. 12, 12,), eseguite 
assai bene, ricordanti altri esemplari di Bunannaro, dati dal Pinza (') e le bac- 
chette siculo di Thapsos ( 2 ) e di altri sepolcreti coevi. 




Fig. 7. — Utensili ed amuleti di varie tombe. 



I vasetti di questa cella dovevano essere assai numerosi, come dimostra la gran- 
dissima quantità di anse ivi raccolte, di cui raggruppo nella figura 12 1-10, 13, i tipi 
principali, nei quali si ravvisano forme consuete negli strati eneolitici delle regioni 



(') Pinza, op. cit., tav. XVIII, flgg. 16, 18. 
(«) Orsi, Thapsos, t. 54, pag. 56, fig. 52. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 



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italiane. Abbiamo copiose le ansette ad anello piatto, (fìg. 12, ò), specialmente copiose 
nella grotta dell'Onda (Lucca (')), proprie di vasetti dalla superfìcie lovigatissima, ros- 




Fig. 8. — Coltelli ed utensili di selce e di ossidiana delle varie tombe. 



siccia. Come in questa grotta anche nella tomba I si presentano numerose le anse 
a bugna o bitorzolo più o meno accentuato e sporgente dalla superficie del vaso, con 



(') Colini, Bull, paletti, it., anno XXVI, pag. 198, fìg. 110, tav. VI, fig. 4. 



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foro orizzontale o verticale (fìg. 12, 2, 7, 9, ). Assai frequenti sono le bugne mammil- 
lari, accoppiate, più meno grandi, con un foro per ciascuna destinato a passarvi una 
funicella per sospendere il vaso (rìg. 12, 1, 4, 1). Di tali anse mammillari, con foro 
a sospensione, ne dette anche la grotta di s. Elia ed il villaggio del Poetto, da me 
studiato sul detto promontorio; ne dettero anche i nuraghi dell'Oristanese e specie 
quello di Sianeddu, un vero emporio di stoviglie, quasi tutte di piccole forme, con 




Fig. 9. — Freccie e pendagli di varie tombe. Le 3, 4, 5 della tomba Vili. 



minuscole anse di sospensione, ora conservate al R. Museo di Cagliari, e nella rac- 
colta del cav. Pischedda, d'Oristano, e dal Pinza pubblicate con erronea indicazione 
come provenienti dall'acropoli punico-romana di Cornus ('). 

Del resto moltissime forme dei vasi frammentari di questa necropoli, trovano il 
loro riscontro nelle stoviglie raccolte nei nuraghi, bastando confrontare la fìg. 12, 
con la tav. XVIII dell'opera del Pinza, per convincersene agevolmente. Analoghi pure 
sono i nostri tipi a quelli dati dalle tombe eneolitiche della penisola iberica, come 



(') Pinza, op. cii, tav. XVIII, 20; 5, 14, pag. 222, fig. 116. 



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la ciotolina ad ansetta breve, rettangolare, sporgente dal ventre del vaso e forata 
verticalmente da due anse (fig. 12, 3), di tipo simile a quelle del villaggio neolitico 
di El-Garcel ( l ). 




Fig. 10. — Oggetti d'ornamento ed utensili delle tombe I, III e V. 



Anche i vasetti a coperchio, destinati forse a contenere tinte e profumi per il 



(') Siret, L'E'ipaqne préhistorique, Reoue dei questioni scientifiques, Bruxelles, 1893, II, 570, 
fig. 95. 



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morto, frequenti nei nuraghi oristanesi, non sono rari ad Anghelu Ruju, che però li 
dette tutti spezzati ('). 

La nostra celletta dette anche il piccolo vasetto lillipuziano, di forma biconica 
(fig. 11 4), con doppio forellino verticale su ciascun lato per la cordicella di sospen- 
sione ; destinato forse a giuoco di bimbi, se non fattura di bimbi imitanti il lavoro delle 




Fig. 11. — Ciotolelte e bicchieri delle tombe I, HI, Vili. 



madri figlile. Questi vasi ovvi in tutti gli strati preistorici, uscirono in gran numero 
dalle grotte salernitane del Zacchito e di Pertosa, esplorate dal Patroni ( 2 ). 

Interessanti, per quanto frammentari, sono i vasi con decorazione, dati da questa 
cella e dalle vicine, e che ho raccolti nelle figg. 13 e 14. Generalmente i vasi or- 
nati hanno superficie più fine e migliore impasto, ma per analogia di tecnica deb- 
bono riferirsi agli stessi figuli che plasmarono le altre stoviglie : gli ornati sono tutti 
quanti ottenuti colla stecca sulla pasta fresca del vaso, sovente rialzati da sostanza 



(') Pinza, op. cit, tav. XVIII, figg. 2, 9. 

(*) Patroni, Caverna naturale con avanzi preistorici in provincia di Salerno. Mon. antichi 
R. Accad. dei Lincei, voi. IX, pag. 34, fig. 22, Grotta preistorica del Zacchito, pag. 204, figg. 10-11. 



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bianca ; la stecca lavorò sicura e profonda, ora a colpi di taglio, ora a colpi di punta, 
fitti e precisi, sopra motivi geometrici e lineari, talora trascurati, talora accuratissimi. 




Fio. 12. — Ceramica della tomba I e III. 



Il frammento a rig. 14, i, presenta una doppia linea spezzata, al di sotto della 
quale si accenna una fascia, pure a spezzata, lasciata liscia, fra triangoletti di pun- 
tolini orizzontali; questo motivo, che troviamo elegantemente svolto in vari esem- 
plari, (fig. 14, 5, fig. 13, 3, 6, 8, 10), dove la fascia spezzata è semplice o doppia, a 
linee continuate incise o indicate da punti incisi, è motivo prettamente neolitico, 
come quello a spina di pesce ed a colpi di stecca, determinanti una spezzata. 



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I confronti con i nostri motivi decorativi ci sono dati specialmente dai fondi di 
capanna della Vallo del Vibrata, come pure dalla grotta delle] Felci, nell' isola di Capri, 




Fig. 13. — Frammenti di ceramica con decorazioni graffite. Tomba I, 



illustrata dal De Biasio ('); stringenti le analogie con le decorazioni della ceramica 
eneolitica delle grotte di Foradura (Serra di Montejunta), del recinto di Sabroso 

(') De Biasio La grotta delle Felci nell'isola di Capri, Bull, di paletti, it., anno XXI, 
pag. 63, tav. Ili, 10. Cfr. Colini, Rapporti etc. pag. 30, fig. 49. Per la ceramica delle grotte di 



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(Minho), o nelle tombe di Palmella e nel giacimento di Setubal, presso Rotura, per 
tacere di altri confronti iberici; ma sorprendono specialmente le somiglianze, direi 
quasi l' identità di questa decorazione sarda con quella delle stoviglie trovate sotto 
le fondazioni del palazzo miceneo di Cnossos, a Creta, e che il Mackenzie chiama 
of mature neolithic period (') e che per la relazione con gli strati superiori del 
palazzo Minossiano possono datarsi in una maniera approssimativa con un terminus 
ante quem sufficientemente preciso. 

Non meno vive e stringenti sono le analogie con la ceramica del villaggio si- 
culo di Stentinello, la quale si presenta con la stessa durezza vitrea, con ornati a linee 
spezzate, a spina di pesce, a stellette, spesso riempiti da sostanza bianca, ceramica 
che a ragione l'Orsi avvicinò a quella dei dolmens della penisola iberica e della 
Francia (*). E ai dolmens ci richiama anche la stoviglia di Anghelu Buju, non solo 
coi bicchieri a fondo piatto ed a pareti spesse, verticali, decorati da linee orizzontali 
riempite di punti rari ed irregolari (fig. 11, 5,) ( 3 ), ma anche con i bei piatti, che 
pur troppo ci pervennero in frammenti, data la loro sottigliezza, in argilla giallo- 
chiara ben depurata; la decorazione è data da varie linee parallele di puntini e da 
una fascia a reticolato romboidale, pure a puntini, che ricorda molto da vicino quella 
dei vasi del dolmen con tumulus di Seixo, nel Portogallo, nonché quella dei piatti 
raccolti nel dolmen di Er Roch, nel Morbihan (fig. 14, 5) ( 4 ), come pure gli ornati 
dei grandi vasi dei tumuli britannici a Rotherley, e di Blackbush down tanto da far 
quasi ritenere per tutti un comune centro di fabbricazione e di provenienza. 

La cella b, molto più grande della precedente e munita di una piccola nicchia, 
non aveva più di 20 cm. di strato archeologico, assai rimestato, e contenente gli 
avanzi di almeno quattro inumati; numerosi erano i resti di stoviglia delle specie 
già accennate: ricordo specialmente una ciotoletta sferoidale a bocca ristretta, come 
quella a fig. 11, 2, ed un singolare bicchieretto cilindrico a fondo convesso, forato 
come un filtro da un gran numero di forellini praticati nella pasta fresca del vaso 
(fig. 11, 7). Le piccole dimensioni del vasetto rendono poco probabile che esso ser- 
visse da colatoio di commestibili, come certi vasi delle terremare e come ammette 



Foradara (la seconda) vedi M. Silva, Archeol. Portugues, 1807, III, pag. 88, fig. 11; di Palmella, 
Cartailhac, Ages prehistor. de V Espagne et du Portugal, pag. 118, fig. 151; del Sabroso, pag. 279, 
fig. 401; per le stazioni des Arrenados di Setubal, M. da Costa, Arch. Portugues, 1903, Vili, 
pag. 137, fig. 89. 

(') Mackenzie, The pottery of Knossos (Journal of fieli. Studies, XXIII (1903) pag. 161, 
tav. IV. Cfr. specialmente le figg. 16, 21, 25, 30, che sembrano fatte sui nostri esemplari. 

(*) Orsi, Villagio siculo di Stentinello, Bull, cit., anno XVI, (1890), pagg. 190, 200, tav. VI, 
figg. 1, 7, 18; tav. VII, fig. 11. Cfr. Evans, Excavalions at Cnossos, 1903, pag. 95, fig. 65. 

( s ) Vedi i bicchieri nei dolmen, Mortillet, Musée Prt<historique,ta.v.LÌX,fìg. 648; dolmen de 
la Motte; cfr. Monumenti primitifs des Baléares; i vasi dei tumulus di Seixo, dati da Santos 
Rocha nei Portugalia, pag. 13, fig. 2, 3; le grandi tazze a campana di Rotherley, Pitt Rivers, 
Excavalions in Crawborne Chase, tav. XCII, pag. 50; a Blackbush, ivi, tav. CCXIV, pag. 240, 
sono però singolari esempì di persistenza di motivi decorativi neolitici nell'età del bronzo. 

(<) Mortillet, op. cit, tav. LX, n. 656. 



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il Patroni per alcuni vasi con fondo a molti fori dati dalla caverna naturale di Per- 
tosa ('); forse esso, adibito a filtrare sostanze aromatiche profumate, era connesso 




Fig. 14. — Frammenti di ceramica decorata da graffiti. Tomba I. 



alla toletta funebre del cadavere, cerimonia questa con la quale deve mettersi in rap- 
porto anche la quantità di ocra rossa che ho rinvenuta in questa stessa cella ( 2 ). 



(') Patroni, Caverna naturale, ecc., pag. 39, figg. 34, 35. 

( 2 ) Invece di ocra può anche essere stato tufo trachitico del prossimo vallone, ma parmi fuori 
di dubbio che essa fosse ivi posta intenzionalmente, come si provò per tanti altri sepolcri eneolitici 
delle regioni mediterranee. Colini, Remedello, Bull., anno XXVIII, pag. 17. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 40 



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SARDINIA 



In c scarso era anche il materiale frammentario, appartenente a vasi di specie 
rozza; anche in d, frugata da antichi Tv/ifiwQvxoi, ebbi due crani di adulti, con 
resti di ceramica fine, massime di anse del tipo dato a fig. 12, 5. Alcuni frammenti 
portano decorazioni a zig-zag, come quelli della cella a (fig. 13, 8). 

Passando al gruppo principale della tomba e sgombrando il protiro e, ebbi la 
prova della devastazione subita dalle tombe, avendo rinvenuto gli avanzi degli stessi 
vasi di cui trovai altri frammenti nel corridoio e nella cella a. Il protiro anti- 
cella serviva di accesso alla cella /, disposta verso l'esterno e tagliata dai cava- 
tori, come alla maggior cella che aveva le dimensioni di m. 4 X 4,50 con un'al- 
tezza di m. 1,20. Sotto lo strato di scheggioni d'arenaria gettati dai cavapietra, ri- 
maneva abbastanza intatto lo strato di avanzi archeologici. 




Fig. 15. — Vasi delle tombe I, 2 e III, 1. 



La cella aveva accolti parecchi cadaveri, tutti però trovati sconnessi e di- 
sturbati dalla loro posizione originaria; verso il fondo della cella però, innanzi al- 
l' ingresso delle due cellette minori h ed i, lo strato di terra, alto 30 cm., presen- 
tava materiale più intatto. Oltre ai soliti frammenti di ceramica grossolana e fine, 
e specialmente di piccole ollette ansate, si rinvenne diritto presso al capo di un 
cadavere, il vaso umetta data a fig. 15, 2; è presso a poco il tipo chiamato ci- 
polliforme, col ventre a due curve che s'incontrano a spigolo tagliente; superiormente 
il collo eretto a pareti verticali e, lungo il ventre, agli estremi del diametro, le anse 
formate da tre bitorzoletti regolari. Questa forma di vaso è tipica nelle sepolture 
eneolitiche e ricordiamo per esempio il vaso di Sgurgola, del Museo Preistorico ro- 
mano, illustrato dal prof. Colini, (') come anche le fiasche date dalla necropoli di 
El-Garcel in Spagna ( 2 ). La forma dell'ansa a bitorzoletti si accosta a quella di altri 



(') Colini, op. cil, anno XXIV, pag. 208, tav. XV, fig. C. 
( 2 ) Siret, Rev. Scienti f. cit, fig. 103. 



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vasi della Sardegna, massime nella bella ciotola di Bunannaro, ora nel Museo di 
Cagliari (')• 

A poca distanza, capovolto e quasi intatto, con leggiere incrostazioni calcaree, 
giaceva il grande scodellone a tripode (fig. 16, i)alto, m. 0,14 e largo alla bocca m. 0,28; 
d* impasto grossolano, è alla superficie levigato da una ingubbiatura di argilla gial- 
liccia depurata, e lisciato alla stecca dentro e fuori; i pieducci, poco alti ed a seziono 
ellittica, sono parimenti coperti dalla ingubbiatura che ne nasconde l'attacco al fondo 
del vaso. Questo tripode, come l'altro trovato nella celletta l (fig. 1), non ha de- 
corazione di sorta, ma mentre ricorda specialmente i tripodi decorati ad impressioni 
del capo s. Elia di Cagliari ( 2 ), invece quest' altro della cella g, più profondo e 
meno regolare, si accosta ai tripodi delle caverne di Genna Luas, nell' Iglesiente ( 3 ) 




Fig. 16. — Vaso della tomba I, 1, e bicchiere a campana della tomba III, 2. 



e a quella di Bunannaro. Questa forma di vaso a tripode è perciò abbastanza co- 
mune nell' isola, come lo è anche a Troja, in Creta, negli strati premicenei, e nella 
Spagna meridionale in tombe dell'età del rame ( 4 ). 

La cella g conteneva anche ana piccola ciotolifia dalle pareti fini, qualche resto 
di vasetto biconico, molto levigato, ed un frammento di coltello in selce, scheggiato 
e ritoccato ai margini. La stoviglia decorata si limitò a pochi frammenti incisi a 
zone parallele (fig. 14, 4) ed a spezzate del tipo dato alla fig. 13, 3. 



(>) Pinza, op. cit, tav. IV, 23. 

(*) Pinza, op. cit., pag. 20, tav. II, 11; Colini, Remedello, Bull, cit, anno XXIV, t. 18. 
( 3 ) Pinza, op. cit., pag. 19, tav. IV, 1, 4, 19. 

(■*) Per i tripodi cretesi, vedi Evans, Excavations of Palme at Cnossos, 1903, pag. 86, fig. 27; 
tripodi di Spagna, cfr. Revue Archeologique 1899, pagg. 301, fig. 25, 28. 



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SARDINIA 



Abbastanza ricche le due cellette minori h ed », aperte sul fondo della cella 
maggiore g; entrambe con pochissima terra filtrata. 




Pig. 17. — Pendagli formati con valve di pectunculu», 
denti di canidi, osso, calcare ed ardesia, raccolti dalle tombe I e III. 



La colletta h, rettangolare e spaziosa, conteneva i resti del cadavere quasi del 
tutto disfatti; accanto ad essi una scodella in frammenti, a fondo piatto e pareti 



SARDINIA — 321 — ALGHERO 

svasate, forma frequente nel nostro sepolcreto. Di oggetti d'ornamento raccolsi il pen- 
daglio in calcare azzurro, rettangolare, forato alle due estremità (fig. 10, l), ancora 
ricoperto dalle incrostazioni calcari che velarono tutti i resti della tomba, e che si 
accosta ai pendagli di Remedello (')• Raccolsi pure nella terra attorno al cadavere e 
destinati tanto ad adornare gli abiti quanto a farne collana, circa un centinaio di 
pendaglietti formati da valve di pectuneulus, molto esili, di forma ellittica e forati 
all'uno dei capi (fig. 17, ì). È questa una delle forme più semplici e primitive per 
abbigliamenti; ne dettero le grotte del Capo di S. Elia (Cagliari) ( 2 ), ne dettero lar- 
gamente gli strati neolitici del Mediterraneo, nei quali troviame anche l'altra specie 
di ornamenti che pure in grande numero rinvenni nella grotticella, cioè i denti di 
canidi forati, forse volpi, assai comuni, oltre che nella grotta di S. Elia, anche nella 
grotta dell'Onda, presso Castelvecchiano, come pure in tutte le regioni dei dolmens 
della Francia e della penisola iberica ( 3 ). 

La celletta ci restituì anche una ciotolina, semisferica, dalle pareti esili e ben le- 
vigate e qualche frammento di vaso con decorazione incisa a rari colpi di punta di 
stecco (fig. 18, 1,2). 

Nella celletta i era solo un piccolo strato di pochi centimetri di terra, nel 
quale gli avanzi del cadavere erano completamente disfatti ; ma gli avanzi della sup- 
pellettile erano molto copiosi in confronto alle altre celle. Raccolsi infatti due pun- 
teruoli di bronzo o di rame, lunghi mm. 90 assai acuminati ed a sezioni rettango- 
lari (fig. 7, 1,3), simili in tutto a quelli dati dalla grotta S. Elia ( 4 ) e dalle tombe 
di Millares, nella Spagna ( 5 ). Di oggetti di ornamento ebbi quasi duecento pendaglietti 
tratti da esili valve di cardium e di pectuneulus, alcuni molto corrosi, altri più con- 
servati; circa centocinquanta denti di canidi forati, i quali costituivano una collana 
di parecchi ordini, ed insieme ad essi trovai quasi trecento piccoli grani di collana, di 
forma cilindrica, forati nel centro, in calcare grigio e bianco. Sono questi gli orna- 
menti assai comuni degli strati eneolitici, e se ne ebbe tutta una serie nelle tombe 
sicule dei vari periodi, sia che fossero di fabbricazione locale in ogni singolo luogo, 
sia che provenissero dalle regioni della Spagna, come si potrebbe desumere dalla 
grande loro abbondanza nei sepolcreti di Los Murcielagos, o dalle tombe di Cueva 
los Toyos, le quali ultime rivelarono anche il processo di fabbricazione di questo 



(') Colini, op. cit-, anno XXIV, fig. 39, tav. 10, 7, 11; pendagli rettangolari o brassards identici 
al nostro si ebbero da El Algar, Siret, Les prémières dges, tav. 24, 15, 16. Il trovarsi pendagli di 
forma consimile, in oro, nelle grotte funerarie del Castelet, è un'argomento a mio giudizio contrario 
all'opinione che essi fossero destinati a difesa del braccio ; cfr. Cazalis de Fondouce, Seconde Ale- 
moire sur les Allées convertes de la Provence, tav. IV, fig. 3. 

(*) Colini, ivi, pag. 81; Siret, op. cit, pag. 514, figg. 126, 155. 

( 3 ) Colini, ivi, anno XXVIII, pag. 77, riassume con la consueta diligenza la diffusione di queste 
specie di ornamenti. Dai numerosi pendagli di conchiglie dobbiamo desumere che la popolazione di 
Anghelu Ruju fosse molto in contatto col mare da cui proveniva la materia prima degli oggetti 
stessi. 

(<) Colini, Remedello, Bull, cit., tav. XXIV, pag. 118; tav. XVIII, 3. 

(») Siret, Revue Scientif., citata, pag. 533, fig. 217. 



ALGHERO 



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SARDINIA 



oggetto decorativo (') (fig. 17, 3). Nella stessa colletta avemmo una ventina di perle, 
pure cilindriche, in calcare nerissimo lucente, che formavano collana con un pen- 
daglietto in ardesia di forma ovale, avente un foro ad un capo ed il tentativo di 
un altro al capo opposto (fig. 17, 2). Tale pendaglio potrebbe essere l' imagine di 
un'ascia simbolica, eseguita in materia di facile intaglio. 




Fig. 18. — Frammenti di ceramica con decorazione impressa e granita. 



La stessa colletta restituì una tazzina fittile a tronco di cono ed a piccolo collo 
ristretto (fig. 11, 3); inoltre pareti di ciotoline emisferiche, come si ebbero nella col- 
letta / da me diligentemente rinettata; quantunque essa fosse stata devastata dai 



(•) Colini, Remedello, Bull, cit., XXIX, pag. 95; cfr. Orsi, a Cava Secchiera (Melilli), Archivio 
Stor. Sic, anno XVIII, 13. Oltre a Cueva los Toyos, dove il Siret rinvenne l'officina del fabbri- 
catore di questi minuscoli pendagli (Les prémiires dges, etc. pag. 28, tav. II, fig. e), essi sono 
numerosi nelle tombe dell'Aragona in tumuli eneolitici, P. Julio Furgus, La Edad prehistorica en 
Orihuela, Bull, de la Sociedad Aragonesa de Ciencias Naturales I (1902) pag. 167, tav. VII, 1. 



SARDINIA 



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ALGHRRO 



cavatori i quali, dopo aver trovato in essa il tripode da noi mentovato (fig. 1 bis), la 
trasformarono in ripostiglio di materiali. Pure vi rinvenni ancora resti di una grande 
scodella e di una ciotola carenata, coperte da incrostazioni calcaree. 

Attratto dai risultati della ricerca in questa tomba già rovistata, estesi le inda- 
gini radiando attorno alla sommità del colle, tra la tomba I e la sponda del rio Fili- 
berto. A m. 80 a nord dalla tomba I trovai una seconda tomba, il vasto ipogeo n. II 
(fig. 19). Esso è interessante più per le sue disposizioni di pianta abbastanza singo- 
lari, che per la sua suppellettile, giacché in tutte le sue celle non rinvenni che pochi 
pezzotti di stoviglia grossolana ed un'accettina frammentaria in roccia grigio-azzurra 



SEP. II. 




Fig. 19. — Pianta della tomba II. 



levigatissima, di poco spessore, e molto larga al taglio (fig. 7, 6). Evidentemente 
l'ipogeo era stato abitato da famiglie di pastori in epoca non molto remota : gli abi- 
tatori avevano rese più comode le celle, abbassandone il pavimento e allargando l'in- 
gresso a : avevano però rispettato le disposizioni generali di un'anticella b, che dava 
ad una cella centrale e, da cui si passava alle varie celle d-h, aperte su tre pareti, e 
munite di portelle, con l'orlo o rincasso per l'infissione delle chiudende. 

Il sepolcro III, importante per le sue disposizioni e per la copiosa suppellettile da 
esso fornita, fu da noi scoperto in seguito ad opportuni tasti. Sventuratamente la nostra 
visita fu anche qui preceduta dai soliti violatori di età remota, forse di tempo romano, 
giacché ogni traccia della tomba era completamente scomparsa dalla superficie del 
suolo. Un primo colpo d'occhio sulla pianta complessa ma regolare (fig. 20) del- 



ALGHERO 



— 324 — 



SARDINIA 



l'ipogeo, ridotta per necessità tipografica a piccole dimensioni (1 : 200), mostra 
le analogie della disposizione con alcune delle tombe della bella necropoli sicula del 
secondo periodo di Thapsos ('), non solo, ma con alcuni degli ipogei o poliandri mega- 
litici delle isole Baleari, come quello di Hostal, a Ciudadela, Minorca ( 2 ), o colle 
camere sepolcrali sotto i tumuli delle isole britanniche, in specie col classico esempio 
raccolto dal Montelius ( 3 ) del tumulo di Quoiness of Sanday. La tomba III è costi- 
tuita da un lungo ed ampio corridoio di accesso (fig. 22), scavato nell'arenaria (lungh. 
m. 11, largh. m. 2,50), alquanto tortuoso, profondo circa m. 2 dalla superficie del 




1 . zoo 





B 



tyffpmM. 



Fio. 20. — Pianta della tomba III. 



suolo, a cui si scende per mezzo di lunghi gradoni o cordonate. Questo lungo protiro, 
che ricorda il prodromo delle tholoi micenee, ha il suo raffronto con altri monu- 
menti di età eneolitica, oltre ai citati, come la tomba balearense di Binimaymut, in 
Maiorca ( 4 ), ed anche le tombe sicule di Cozzo del Pantano (sep. 30), di Cava Cana Bar- 



(') Orsi, Thapsos, Moti. Accad. Lincei, VI (1895); sep. VI, fig. 6, pag. 22; cfr. Pantalica, 
sep. 56. 

(*) Cartailhac, Les monuments primitifs des Baleares, fig. 28. Anche la penisola iberica con 
lo tombe di Alcalar, nell'Algarve, di S. Martino, Cintra, ci offre esempi di lunghissimi protiri (cfr. 
Archeologo Portugues, 1902, pag. 131, fig. 1, C), che ricordano le disposizioni di pianta dei dolmens 
di Alcalà, dove le celle del corridoio si aprono sui due lati. Cfr. Estacio da Vaiga, Antiquidades d. 
Monuments do Algarve, III, pag. 183, tav. X. 

( 3 ) Montelius, Orient und Europa, pag. 95, fig. 130; per la disposizione del corridoio d'accesso 
e la celletta aperta sulle pareti di esso, abbiamo esempì nei tumuli della Scozia, ad esempio in 
quello di Tarersoe Tuick, dato recentemente dal prof. W. T urner, Procedings of the Soc. of An- 
tiquarie* of Scotland, v. XXXVII (1903) pag. 73, fig. 1. 

( 4 ) Cartailhac, op. cit., pag., 42, fig. 30. 



SARDINIA 



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ALGHERO 



bara (Siracusa), o di Valsavoia (Catania) ('), e può prestarsi ad una spiegazione analoga 
a quella data dall'Orsi, per le tombe qui ricordate, che cioè il lungo protiro o cor- 
ridoio, scavato non soltanto per scopo di raggiungere lo strato di arenaria compatta, 
adatto allo scavo dell'ipogeo, fosse lasciato aperto ed accessibile per nuovi scavi e per 
compiervi periodiche cerimonie o propiziazioni funebri. 

Dal corridoio, per una porticella a triplice rincasso, si giunge all'anticella rettan- 
golare a , dalla quale, scendendo ad un livello inferiore si arriva alla maggior sala, 
di pianta ellittica b di m. 6,50 X 3,60. Da questa per mezzo di grosse fauci aperte 
nelle pareti, ma a vario livello, sempre superiore però al pavimento della camera 
centrale, si accede alle sei cellette secondarie, di varia grandezza e forma, evidente- 







Fio. 21. — Sezioni AB e CD della tomba HI. 



mente aperte in tempo diverso, a mano a mano che suggeriva il bisogno, nei fianchi 
della cella centrale. 

L'anticella a, minacciante rovina, fu da noi intersecata con una trincea per acce- 
dere alla maggiore cella, che trovammo per circa cm. 80 ricolma di terra e di lastroni 
di arenaria sfaldati dalla volta. L'indagine diligente della vasta camera ci fece com- 
prendere che ivi avevano avuto luogo in tempi successivi, sempre però preistorici, 
numerosi sepellimenti, gli ultimi dei quali avevano sconvolto i precedenti. Un sac- 
cheggio delle tombe o un'affannosa ricerca di problematici tesori aveva messo sossopra 
ogni cosa ; l'acqua entrata per lunghi secoli dai portelli aperti e le bestie che vi ebbero 
tana avevano fatto il resto, cosichè quasi nulla si può dire delle condizioni di giaci- 
mento originario, benché la suppellettile sia varia e interessante. 

La cella centrale dette i resti di almeno dieci depositi, calcolando dal numero di 



(>) Orsi, Bullettino cit. a. XXVHI (1902), pag. 185, fìg. e (Cava Cana Barbara) ; Monumenti 
Accad. Lincei, II, pag. 27, flg. 30 (Cozzo del Pantano); Bullettino cit., anno XXIX (1903), pag. 118 
(Valsavoia). 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 41 



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SARDINIA 



crani conservati ; tutti sconvolti e manomessi. Di uno solo, schiacciato sotto un grosso 
lastrone di arenaria, al centro della cella, si potè provare la posizione supina : al di 
sopra del cadavere una notevole massa di cenere, con frammenti di vasi, valve di 
molluschi, in specie di patelle e di cardii, fanno pensare ad un banchetto funebre tenuto 
nel centro della cella stessa, alta quasi due metri, tale quindi da permettere, come 
si prova per altri sepolcri eneolitici, un banchetto funebre consumato e preparato nel 
luogo. La suppellettile giaceva alla rinfusa mescolata con la terra, che venne tutta 




Fig. 22. — Veduta del corridoio d'accesso della tomba III. 



quanta ripassata al crivello, dal quale si ebbero i seguenti oggettini che sarebbero forse 
sfuggiti all'esplorazione sotterranea. 

Bronzo o rame. Null'altro tranne un piccolo punteruolo a sezione rettangolare, 
molto ossidato, simili a quelli della tomba I; altri oggetti in bronzo possono aver 
tentato i violatori. 

Selce ed ossidiana. Per contro, abbondanti erano gli strumenti di selce e di 
ossidiana; oltre a numerosi arnioni di selce bionda e scheggie di ossidiana, avemmo 
di questa roccia vari coltellini esili e taglienti e punte più robuste e ricurve (fig. 8, 7) 
simili a quelle trovate nei focolari all'aperto dei Capo S. Elia, e che per la loro 
forma ricurva proposi ritenere utensili per pasto e precisamente destinati ad aprire 
e mangiare le ostriche ed i molluschi in genere. Di selce ebbi due bei coltelli, 



SARDINIA — 327 — ALGHERO 

uno a lama diritta (fig. 8, 2) a base ricurva con minuti ritocchi, lunga mm. 75, il 
secondo più robusto con un margine rettilineo non tagliente; l'altro invece curvo e 
ritoccato a piccoli colpi, lungo mm. 85 (fig. 8, 3). Pure di selce è un raschiatoio 
a taglio semilunare, simile ai coltelli da sellaio (fig. 10, 11). 

Gli oggetti d'ornamento trovati in questa cella non si può dire a quale degli inu- 
mati appartenessero. Essi sono: un pendaglio rettangolare in calcare bruno, con un foro 
a ciascuna delle estremità, più stretto e più allungato dei due pendagli della tomba I 
(fig. 10, 4). È perfettamente simile a quelli del Capo S. Elia ( ] ), ai pendaglietti 
delle palafitte eneolitiche di dà di Cios, della Polada, nel Bresciano ( 2 ) e, per limi- 
tarci ad analogie mediterranee, ai pendagli trovati in gran numero nelle tombe spa- 
gnuole, e nelle tombe sicule della regione gelose, esposte dall'Orsi ( 3 ). 

Agli oggetti d'ornamento appartiene anco un pendaglio d'osso foggiato come una 
difesa di cinghiale, ma tratto da altro osso forse anche dal corno di un cervo e forato 
nel centro (fig. 17 nella collana 4). Ornamento amuleto è il cilindretto in steatite 
chiara, con un leggiero rigonfiamento al centro ad una delle estremità, ed ornato da 
incisioni lineari (fig. 7, 8, e fig. 22bis). Che cosa volesse significare l'artefice con 
questo amuleto è dubbio ; io lo avvicino, se non altro per coincidenza, alla rozza rap- 
presentazione di una figurina umana, posta quale marinaio timoniere nella bar- 
chetta votiva rinvenuta, dicesi, in un nuraghe di Baressa ( 4 ). Alla categoria degli 
ornamenti può appartenere anche un ovetto di terracotta, lungo mm. 60, imitante 
una pietra da fionda, di un tipo frequente in tombe puniche e cartaginesi dell'isola, 
ma che, per quanto mi consta, è nuovo negli strati preistorici. 

Varia e copiosa è la ceramica data dalla maggiore cella della tomba III, aven- 
dosi dai tipi grossolani di grandi vasi, sino a piccole forme eleganti con qualche 
accenno all'ornamentazione policroma. Già accennai come al centro della cella, sopra ai 
resti scomposti di un cadavere, insieme a molta cenere, si avesse un grande otre ovoidale 
in frammenti, dalle pareti spesse mm. 18, ma arrossate dal fuoco solo alle due faccio, 
restando al centro l'argilla chiara dell'impasto grossolano. Da quanto ho potuto de- 
sumere, questo grande vaso appartiene al tipo dei dolii dalle pareti spesse e dalla 
bocca stretta, che dovettero ben presto escogitarsi dai tìguli neolitici, specie nelle 
regioni calde del Mezzogiorno, per contenere i liquidi, massime il più prezioso di 
tutti, l'acqua, e impedirne l'evaporazione. Splendidi gli esemplari trovati dal prof. Pa- 
troni nel villaggio siculo presso Matera ( 5 ), per tacere di altri, forniti ampiamente 
dagli analoghi strati preistorici. 

(') Colini, Bull, cit., ann. XXIV, tav. XVIII, fig. 18. 

( 2 ) Colini, Bull, cit., anno XXVII, tav. VII, fig. 9. 

(•') Orsi, / Siculi nella regione gelese, Bull, cit., anno XXVII, pag. 155, fig. 2. Per le tombe 
spagnuole ricordo gli esemplari dell' Orihuela (Bull, de la Sociedad Aragones I, pag. 167, tav. VII). 
Oltre ai moltissimi di Fuente Vermeja, dell'Algar, e di altre stazioni del sud-est della penisola, 
esplorate dal Siret, op. cit., pag. 73, tav. XXIV, 15, 16. 

(*) Ho citato l'esempio della navicella votiva trovata a Baressa, e di cui discorro altrove, 
perchè ivi abbiamo una riduzione schematica della figura umana come nel nostro amuleto. 

( 5 ) Patroni, Villaggio siculo presso Matera Mon. Accad. Lincei, voi. Vili. Estratto, pag. 75, 
fig. 79; cfr. Grotta preistorica del Zacchito, pag. 205, fig. 7. 



ALGHERO — 328 SARDINIA 

Sempre verso il centro si ebbe una ciotoletta monoansata, a fondo piatto a pareti 
levigate a spatola e bocca espansa (fig. 23, 1), di tipo ovvio nelle grotte dell' Igle- 
siente, come nella tomba scavata nella roccia di Bunannaro, il cui materiale ceramico 
ha molti punti di affinità con quello delle grotte sopraccennate ('). 

Molto interessante è il vaso trovato allo stesso posto, rappresentato a fig. 15, 1, 
a foggia di olla a pareti tondeggianti, bocca espansa rispetto al fondo stretto e munito 
di tre pieducci embrionali ; il vaso, dall' impasto bruno e superficie levigata, è munito 
di una robusta ansa che si imposta verticalmente all'orlo, ornata da quattro cordoni 
uscenti in bitorzoletti nella parte superiore; una serie di 21 bitorzoletti mammillari, 
in gran parte conservati è disposta tutto all'intorno dell'orlo, dando così un singo- 
lare aspetto al bel vaso (altezza mm. 155, largo alla bocca mm. 190). L'ornamento delle 
bugne attorno all'orlo è presentato da vasi della grotte neolitiche delle Felci, nel- 
l'isola di Capri ( 2 ), non manca nelle tombe eneolitiche di Camigliano Senese ( 3 ) e 
nella grotta dell'Onda; l'ansa ornata da cordoni in rilievo appare nella grotta di 
S. Bartolomeo ( 4 ) e nella grotta di Pertosa, la quale, come accennò il suo illustratore 
Patroni, oifre tanti punti di contatto con la Sardegna, e massime con le grotte caglia- 
ritane del Capo di S. Elia ( 5 ). 

La stessa cella centrale dette una grande quantità di frammenti di vasi, alcuni 
ricomponibili, altri invece ridotti a frantumi, dimostranti la grande quantità di sto- 
viglie deposte nella cella e le continue violazioni da questa subite. Di questi fram- 
menti molti appartenevano a grandi vasi, dalle pareti però più fini (o meglio lisciate 
a stecca) di quelle del grande otre ricordato; prevalgono le ciotoline a fondo carenato, 
con pareti che restringonsi verso la bocca, delicati vasetti purtroppo ridotti a piccoli 
frammenti, e che possono reggere al confronto con la più fine ceramica delle dimore 
e dei sepolcri eneolitici della penisola iberica ( 6 ) ; poi bicchieri a fondo piatto e pareti 
verticali, liscie o adorne da qualche bitorzoletto, e vasetti a calice pure con fondo piatto. 
Ho raccolto anche una specie di tegame a fondo piatto, a pareti assai basse, ed un 
ampio piatto in terracotta nera brunita, come in genere tutta quella di questa 
tomba, avente un orlo abbastanza largo, a rilievo ed il ciglio sottile, come nei 
nostri piatti d'uso comune. 

(') 1 confronti si possono fare al Museo di Cagliari coi materiali delle grotte di S. Lucia di 
S' Orreri, donati dai signori Ferraris e Gouin, come pure con altro della stessa provenienza, della 
collezione Gouin; per i confronti con Bunannaro, Pinza, op. cit., tav. IV, 22. 

(*) Bull. Paletnol. Rai, anno XXI (1895) pag. 5, tav. Ili, 1. 

(s) Colini, op. cit. Bull, cit., anno XXV, pag. 299, tav. II, fig. 5, 10. 

( 4 ) Pinza, op. cit., tav. I, fig. 5. 

( & ) Patroni, Caverna naturale con avanzi preistorici, Estr., pag., 40, fig. 29. Vasi conici 
muniti di piedi si trovano nella ceramica dei monumenti megalitici della Francia e della penisola 
iberica (Cartailhac, La France prehistorique, pag. 262, fig. 134; varie analogie d. Pinjo Espay, e 
di Taillau, si trovano in Bryce, The Cairns of Arran, nei Procedings of the Society of Anti- 
quarie» of Scotland, XXXVI (1902), tav. III, 14. 

( 6 ) Cfr. i bei vasi a cono restringentesi di Tres Cabezos (Àlmeria), riprodotti dal Siret, Revue 
des Questioni Scientifiques di Bruxelles, 1884, fig. III. (Cfr. Les prémiires dges ecc., pag. 22, 
tav. HJ, 38; quelle delle grotte di Alcobaca (Portugalia, I, 433, tav. XIX, 157). 



SARDINIA 



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ALGHERO 



La ceramica ornata è piuttosto scarsa; ricordo un framménto di piatto in terra- 
cotta giallastra, ornato a segmenti di circolo concentrici, ottenuti da impressioni a 




Fio. 23. — Vasi intieri della tomba III. 



corda (tìg. 12, n). Molto interessante è il frammento di una piccola riletta in terra- 
cotta molto fina, dalla superficie coperta di una ingubbiatura rosso-corallina, quasi 




Pia. 22 bis. 
Amuleto in steatite. 




Fio. 26. 
Frammento di vasetto con decorazioni. 




Fio. 27. 
Accettina amuleto. 



vernice, e per di più ornata da triangoletti a triplice solco simili a quelli trovati 
nella grotta ricordata di Pertosa('), ed in quella detta Nicolucci, presso Salerno. 



(') Patroni, Caverna naturale, ecc., flg. 47. 



ALGHERO 



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SARDINIA 



illustrata dal Lorenzoni('); notisi che anche nella grotta salernitana si affacciano i 
primi tentativi cromici applicati alla ceramica, con ingubbiatura o vernici di colore 
rosso-rame e di colore bruno lucente (') (figg. 26 e 24, 3). 

Anche V indagine delle altre cellette laterali fu larga di qualche risultato. 

La celletta e, a sinistra dell' ingresso, discretamente ampia, non dette che pochi 
resti di due inumati, coperti di pochissima terra. 




Fig. 24. — Ceramica con decorazioni incise e bicrome. 



Nella cella d, attigua alla precedente, i resti del cadavere erano accompagnati 
da un punteruolo di bronzo, molto corroso dalla patina, ma evidentemente dello stesso 
tipo di quelli della tomba I; si ebbero varie scheggie di ossidiana, una punta quasi 
cuspide di freccia irregolare; attorno al cadavere si raccolsero anche un pendaglietto 
in osso forato, di forma cilindrica con due orletti sporgenti nelle due estremità e due 



(') Lorenzoni, Grotta Nicolucci in prov. di Salerno, (Bull. Paletn. Hai., anno XIV, pag. 70, 
tav. V, 2). 

( ! ) Patroni, op. cit., pag. 67. 



SARDINIA 



331 — 



ALGHERO 



altre perline a foggia di uliva forate, in calcare nero friabile del tipo di quelle tro- 
vate nelle tombe eneolitiche di Kemedello ( l ), le quali insieme col pendaglio d'osso 
ed altri pendaglieli tratti da denti canini e da valve di molluschi, dovevano formare 
la collana che è riprodotta a fig. 17,4. Allo stesso cadavere, se non alla stessa col- 
lana, apparteneva il bottoncino d'osso riprodotto a fig. 7, 7 di forma semisferica, mu- 




Fig. 25. — Parte di grande vaso 
con decorazioni bicrome e graffite e ciotoletta. Tomba III. 



nito di foro nella parte inferiore per adattarlo alla cucitura, particolare abbastanza 
significante per indicarci come l'abbigliamento degli indigeni di Anghelu Ruju dovesse 
essere abbastanza vario e progredito ( ! ). 

(') Colini, op. cit., Bullettino cit., anno XXIX, pag. 102. Le perline ad olivella sono anche 
frequentissime nelle tombe iberiche, della prima età dei metalli, come a Pcruera (Siret, op. cit., 
tav. IV g)\ come pure nelle allées couvertes della Provenza (Cazalis de Fondance, Seconde mémoire, 
tav. IV, 9). 

( 8 ) Identici pendagli o bottoni si ebbero nella grotta della Source, in Provenza, Cazalis, ivi, 
tar. IV, 11. 



ALGHERO — 332 — SARDINIA 

La cella e, ampia e munita di un'apertura molto grande, colla soglia quasi a 
livello del piano della cella maggiore, dette i resti di vari inumati, uno dei quali 
deposto sul passaggio; dette pochi frammenti di rozzi vasi ed una bella ciotolina 
quasi intiera, a fondo carenato e pareti fine e ben lavorate, rese quasi lucenti dalla 
lisciatura a spatola (fig. 25, 2). 

La cella /, dovette servire per numerosi cadaveri, almeno per tre, dal numero dei 
teschi che potei raccogliere. Di suppellettile conservava quasi intiera la tipica broc- 
chetta monoansata riprodotta a fig. 23, 2, a fondo emisferico sul quale si imposta con 
spigoli vivi il tronco di cono a bocca espansa; è la brocchetta che troviamo, in forma 
embrionale nelle grotte dell' Iglesiente ('), e si presenta già sviluppata nelle tombe 
siculo del 1° periodo (Orsi) di Castelluccio ( 2 ) ed in special modo nelle necropoli 
iberiche, massime in quella più volte ricordata di El Algar( 3 ). 

Fra i molti frammenti di ceramica dati da questa cella ricordo quello di un 
grande vaso a pareti cilindriche, brune, lucidate a spatola, ornato da un graffito a 
scacchiera con incisioni a punta di stecco, riempite di materia bianca (fig. 13,9). 
Questa foggia di ornato noi abbiamo quasi identica nella grotta di Pertosa, presso 
Salerno, descritta dal prof. Patroni ( 4 ). 

La celletta diede anche una certa quantità di pendaglietti di valve di molluschi 
e di denti forati, simili a quelli delle tombe precedenti. 

La celletta g, che veniva in seguito e conteneva pochi resti scheletrici assai 
disfatti, offrì gli interessanti elementi di una preziosa collana, la quale dovette essere 
formata non solo da un grandissimo numero di pendaglietti di peclunculus e denti di 
canidi, ma comprendeva un ciondolino sferico di osso con lungo picciuolo forato (fig.7. 4) 
lungo 20 min. e la bella accettina amuleto, data a fig. 7, 9 e fig. 27, di roccia verde 
scura, durissima (giadeite?), dal taglio rettilineo, levigatissima anche in grazia del 
lungo uso, forata con molta diligenza nel capo superiore e di perfetta conservazione. 
Accettine amuleti in roccie dure già ne dette la nostra isola; ricordo alcune posse- 
dute dal signor Mannai di Cagliari, dall'avv. Pischedda d'Oristano; alcuno interessanti 
provenienti da Ploaghe e da Cagliari sono nella bella collezione del signor V. Dessi 
di Sassari, una delle quali ha il foro presso il taglio; altre di Dorgàli, di Mores 
sono raccolte nel Museo universitario della stessa città. La nostra bella accettina 
di Anghelu Ruju, per la piccolezza delle dimensioni e la squisita lavorazione, è senza 
dubbio un filatterio ed è anch'essa una prova che questa necropoli tocca al tramonto 
dell'età litica; può compararsi, anche cronologicamente alle finissime accette amuleto 
raccolte dall'Orsi a Cava Cana Barbara ( 5 ), presso Siracusa, e doveva trovarsi al 
centro della collana, di cui faceva parte, come ne abbiamo prova nella collana di 
perline di pietra e di conchiglie trovata a Palma Montechiaro, presso Girgenti( G ). 

(') Cfr. il vaso della collezione Gouin, proveniente dalla Grotta S'Orreri, Pinza, op. cit, fig. Il, 
(«) Orsi, Castelluccio, Bullettino cit., anno XVIII (1892), tav. II, fig. 3. 
( 3 ) Numerosi esempi si conservano nel Museo preistorico di Roma. 
(') Patroni, op. cit., fig. 50, pag. 63. 

( 5 ) Orsi, Sepolcro di Cava Cana Barbara, Bullettino cit., anno XXVIII, pag. 188, tav. VI, 10. 

( 6 ) Orsi, Frammenti Siculi Agrigentini, Bullettino, anno XXVII, pagg. 259, 262, fig. 4. Sul 
valore profilattico di queste accettine cfr. Colini, op. cit., anno XXVI, pag. 87. 



SARDINIA — 333 - ALGHERO 



Elementi di una consimile collana trovai nell'attigua celletta A, dove erano i 
resti dispersi di uno o due individui; di ceramica si ebbero frammenti di ciotolino, 
ed il pezzo più interessante forse fra le stoviglie della necropoli, il bel vaso a cam- 
pana, riprodotto in figg. 16, 2. 28, e che si potè quasi completamente ricomporre nei suoi 
frammenti. Alto mm. 120, largo alla bocca mm. 125, è in argilla depurata, bruno-chiara 
alla superficie, ingubbiata e lisciata a spatola. Il vaso, con fondo tondeggiante e le 
pareti regolari, quasi eseguite al tornio, è adorno dalla carena sino alla bocca da zone 
d'ornato a pointillé che si alternano con zone liscie ; il motivo di decorazione, come 
è visibile dalla fotografia, si ebbe più o meno grande in molti frammenti di vasi 
rinvenuti in questa necropoli ed è dato da serie di spazi romboidali, quasi eguali, 




Fig. 28. — Vasi della tomba III. 



ottenuti da triangoletti, ripieni di minuti puntini fatti con la punta della stecca ed 
opposti al vertice. 

La tecnica del vaso è assolutamente simile a quelle delle più belle coppe, dei 
tripodi, dei piatti d'offerta di questa necropoli, cosicché non esiterei a ritenerlo di 
fabbricazione locale, per quanto esso si avvicini moltissimo ai bei vasi a tulipe o a 
campana trovati nei dolmens e nelle tombe eneolitiche in grotte della Francia ( l ), ed 
a quelli delle Antas portoghesi e dei sepolcri di Millares nella Spagna (*) e nelle 

(') Mortillet, Musée Préhistorique, tav. LIX, fig. 646 (dolmen di Maria Bec); nelle grotte del 
Castellet se ne ebbe uno perfettamente simile al nostro, Cazalis, Seconde mémoire, pag. 26, tav. V, 1; 
per la decorazione confrontisi la ceramica della grotta de la Source, ivi, tav. I, 12; altri esempi 
nell' Heraulte avx ternps préhiUoriques, dalla grotta della Salpetrière, a pag. 148. 

( 2 ) Siret, Revue cit., Millares, sep. 3, sep. 18, figg. 230-231, pag. 533; El Algar, fig. 289fór; 
«sempì analoghi dette l'anta grande de Ordem, M. Silva neWArch. Portugues, 1895, pag. 122, fig. 4. 
Si accostano alla forma ed alla decorazione del nostro vaso, le tazze date da sepolcri della Boemia 
e della Moravia, ritenute oggetti di culto e colà importati da regioni forse all'occidente, M. Hoernes, 
Urgeschichte der Kunst., pag. 273, fig. 98, 99. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 42 



ALGHERO — 334 — SARDINfA. 

tombe della prima età del bronzo di El Algar, dove si presentano con decorazioni 
perfettamente uguali al nostro di Anghelu Ruju. 

Del resto tipi embrionali del vaso a campana, caratteristico dell'età eneolitica, 
sono dati dal sepolcro di Bunannaro e delle grotte del Capo di S. Elia (') ; e se scor- 
riamo il magistrale lavoro del prof. Colini sui sepolcreti eneolitici d" Italia, noi osser- 
veremo lo svolgersi graduale di questo tipo dalle tombe di Cà di Marco e di Santa 
Cristina nel Bresciano, a quelli della palafitta eneolitica della Polada, dove i vasi a 
campana sono ornati come questo di Anghelu Ruju con zone di triangoletti incisi a 
stecco sulla pasta fresca del vaso, mostrando la grande uniformità nelle forme e nei 
motivi decorativi in tutto l'orizzonte eneolitico ( ! ). 

Oltre a questo gruppo principale di celle, l'ipogeo comprendeva altre tre cel- 
lette aperte nel fianco del corridoio di accesso. 

La prima celletta i aveva la volta sfondata, e non dette che pochi residui di 
grandi vasi; la seconda cella l, che aveva sul fondo una piccola nicchietta, conser- 
vava coi pochi avanzi del cadavere, anche alcuni resti della suppellettile. Raccolsi 
vari coltellini di ossidiana, qualche pendaglietto in conchiglia, un grosso dente di 
cinghiale e vari denti di canidi forati. 

La ceramica era estremamente frammentata. Bicordo tuttavia vari piedi di tri- 
podi, simili a quelli della tomba I; alcuni resti di ampie scodelle a fondo piano e 
pareti a cono espanso, e vari esemplari di anse ad orecchio, poco sporgenti dalle 
pareti dei vasi, simili a quelle molto frequenti nelle tombe spagnole di El Garcel, 
ed ovvie anche nei più antichi strati troiani ( 3 ). Di stoviglia decorata a impressioni 
ebbi vari frammenti, rappresentati a fig. 13, io e fig. 30, i quali si riconnettono ai migliori 
esemplari degli strati eneolitici cretesi. Significante pel frammento dato alla fig. 31 è il 
confronto con la ceramica decorata a leggerissime impressioni della grotta dell'Onda, 
presso Lucca ( 4 ). Nello scavo del corridoio ebbi un frammento di bicchiere, a fondo 
piatto e pareti verticali di grande spessore e compattezza, il quale è perfettamente 
simile a quello della tomba I, ed è decorato da fascio riempite di incisioni rade e 
profonde, eseguite colla stecca, con mano molto rapida ed affrettata (fig. 11, 3), dimo- 
strante però l'abitudine a tali motivi decorativi ( 5 ). 

(') Pinza, op. cit., tav. IV, fig. 14, 8. Colini, Bulleltino cit., anno XXIV, pag. 25C, tav. XVII, 
figg. 2, 5. 

(') Nelle tombe di Cà di Marco, Bullettino, anno XXV, pag. 28, fig. 5, tav. IV; Santa Cri- 
stina, tav. IX, 1, 4; nella Palafitta della Polada, anno XXVII, pag. 174, tav. Vili, 12. La diffu- 
sione del tipo di bicchiere a campana, venne studiata e riassunta recentemente dal prof. Colini nel 
ricordato lavoro sui Rapporti tra V Italia e gli altri paesi Europei, Atti della Società Romana 
d' Antropologia, voi. X, fase. I, II, III; anche la presente scoperta di Anghelu Ruju conferma 
l'ipotesi del prof. Pigorini che tali vasi fossero rituali, e rappresentassero l'offerta al defunto, 
almeno nella maggior parte dei casi, come è provato della loro fragilità estrema, disadatta agli 
usi della vita. 

( s ) Siret, op. cit., pag. 510, fig. 99. 

(•*) Colini, Remedello, Bullettino cit., anno XXVI, pag. 200, tav. V, fig. 1. 

( 5 ) Tale decorazione ha riscontro con quella di giacimenti eneolitici di Gerundia, in Spagna 
cfr. Siret, Les prémières dges, etc, pag. 8, tav. 1, 121. 



SARDINIA — 335 — ALGHERO 

Questa parte dell' ipogeo dovè essere certamente più volte frugata ed anche forse 
ampliata, ma in epoca molto remota, poiché potè in seguito nuovamente riem- 
pirsi tutta la cella ed anche l'ampio e profondo protiro, e scomparire perfettamente 
sotto la superfìcie del terreno, appena appena coperta da pochi ciuffi di asfodeli & di 
palmizi. 

Terminata l'esplorazione di questo ipogeo, si scoperse mediante saggi opportuni 
anche una IV tomba, attigua alla precedente. Entratovi per la volta, riconobbi come 
essa aveva almeno cinque celle, ed era per tre quarti ricolma di terra. Ma essendo 
stata scavata presso al termine della lente di arenaria di cui il colle è formato, dove 
questa è meno compatta, la tomba presentava tali fenditure che minacciava di franare 
con grave pericolo degli scavatori appena fosse toccata la terra che la riempiva. 





Figo. 29 e 30. — Vasi a cordoni rilevati e decorazioni incise. 



Dovetti perciò rinunciare ad esplorarla, limitandomi tuttavia ad un saggio che 
mi convinse che anche questa tomba, come le precedenti, era stata violata in epoca 
antica ed aveva il materiale assai sconvolto e frammentario, e perciò meno utile al 
nostro studio. 

L'abbandonai quindi per passare alla poco lontana tomba V, anch'essa invisibile 
prima della nostra ricerca. 

Anche la tomba V fu rintracciata mediante opportuni tasti; ed anche per questa 
si dovette constatare una devastazione antica. Trovandosi come le altre grotte a pochi 
centimetri sotto la superficie del suolo, si potè penetrare dalla volta della camera 
centrale, dalla quale si estese l'esplorazione diligente in tutte le parti dell'ipogeo. 

Come dimostra la pianta, questa tomba ha una disposizione analoga alle tombe II 
e III (fig. 32); essa è preceduta da un lungo corridoio di accesso, assai stretto, mi- 
surando metri 11 di lunghezza, per 1,30 di larghezza, con pareti erte, profonde dal 
suolo attuale circa 2 metri, con dei rozzi gradini per scendere in basso. 

Come si vede anche dalla nostra fig. 33, l'ingresso alla tomba era difeso da 
una specie di architrave molto sporgente ed intagliato nella roccia, che rozzamente 
offriva l'aspetto di un timpano. Si accedeva dapprima all' anticella b rettangolare, da 



ALGHERO — 336 — SARDINIA 



cui per un portello munito di rincasso per la lastra di chiusura, si passava alla 
maggior sala e, vasta m. 4,50 X 3,70, sulle pareti della quale si aprivano, ad una 
certa altezza sul fondo, cinque cellette a forno, di dimensioni e forme leggermente 
differenti l'una dall'altra. Si noti che sulle pareti della maggiore cella si riscontra- 
rono, incise nella tenera arenaria, ai lati di ciascun ingresso alle celle minori, delle 
linee o striscio verticali fatte a scopo decorativo, simili a quelle da me segnalate 
nelle grotticelle artificiali di Campumajore e Sa Pardischedda, presso Busachi ('). 

Alla regolarità e vastità della tomba non corrispose in tutto la ricchezza della 
suppellettile. L'anticella dette i frammenti di un grande vaso dalle pareti grosse, 
forse un otre per liquidi e di una grande scodella a fondo piatto e pareti espanse; 
due coltelli d'ossidiana in frammenti, ma ben lavorati a minuti ritocchi, e varie altre 
scheggio e resti di coltellini della stessa roccia. 




Fig. 31. — Vaso a decorazioni graffite. 



La cella maggiore e non dette che poche ossa di bove, gettate forse da tempo 
non antico per le fessure praticate nella volta dalle radici dei palmizi ; si ebbe anche, 
spezzato in due parti, il lastrone di chiusura della porta che metteva dalla anticella alla 
camera centrale. La cella d dette i resti di un bambino; la cella e i resti di un cadavere 
con pochi frustoli di piccola olletta dalle pareti ben levigate; i resti di un sepolto 
adulto erano nella colletta f, come nella vasta colletta g unitamente ai resti di grosso 
vaso ; due cadaveri, con avanzi di qualche vasetto più fine, si trovarono nella celletta /*, 
dal fondo irregolare, reso piano da uno strato di arena bianca, come trovammo in 
altre cellette. 

Maggiore risultato dette l'esplorazione delle cellette i, k, che scopersi scavate 
nel fianco del corridoio d'accesso, similmente che nelle tombe I e III; la celletta a 
forno irregolare con piccola nicchietta, conteneva i resti di due scheletri, uno di 
adulto, l'altro di bambino, però sconvolti e sconnessi dalla loro postura originale. 
Della suppellettile furon» ricuperati i due raschiatoi di ossidiana (fig. 10, 6, 9); vari 
coltellini acuminati ed affilatissimi dello stesso vetro vulcanico (fig. 10, 8); un'ascia 

(') Notizie Scavi, 1904, fase. 5. 



SARDINIA 



337 — 



ALGHERO 



in serpentino (fig. 10, 3) ed una piccola accettina (fig. 10, 2) poste entrambi a poca 
distanza dal capo dell'adulto. L'ascia levigatissima, piatta, dai margini ricurvi e dal 
tagliente quasi rettilineo, con qualche sfaldatura, lunga mm. 50, ricorda quella data 
dalla grotta di s. Bartolomeo ('), presso Cagliari; è una forma abbastanza frequente 
tra quelle raccolte dal prof. Lovisato nella Sardegna, e affine ai tipi eneolitici italiani, 
massime dalla valle della Vibrata (*). La pietra di cui la bella accetta è costituita 
non appartiene alla località dove sono le tombe, ma non è escluso che possa essere 



SEP-V. 



!, ' , ' , ' Ingresso a 




Fig 32. — Pianta della tomba V. 



dell' isola, essendo dello stesso aspetto che quella dell'accettina data dalla tomba 
II e dell'altra trovata nella stessa celletta i, k. È questa un'accettina certamente 
votiva, lunga mm. 54, rettangolare, coi margini appena leggermente curvilinei, col 
taglio affilatissimo, ma tanto esile e fragile da non rispondere a veruno scopo 
pratico, richiamando l'esempio già accennato dalle accettine votive di altri sepolcri 
eneolitici. Interessante è pure la bellissima cuspide di freccia in selce bionda, 
lunga mm. 55 (fig. 9, 3) di forma triangolare a margini taglientissimi, alette mor- 



(') Pinza, op. cit., col. 15, fig. 4. 

(*) Colini, Remedello {Bull. cit. Anno XXVI, pag. 79, fig. 101) ; Lovisato, Una pagina di 
preistoria sarda, 17, 20. 



ALGHERO 



— 338 — 



SARDINIA 



denti e lungo penduneolo acuminato. Per noii perdermi in confronti, ricordo solo 
quelle della vicina Corsica, trovate dal Comand. Ferton presso Bonifacio ('), in 
strati apparentemente eneolitici. A differenza di quanto si nota per la Sicilia dove 
la cuspide di freccia manca od è scarsa negli strati eneolitici, la Sardegna comincia 
a darne e non meno belle di quelle dei sepolcri di Sgurgola, di Camerata, di Reme- 
delio; queste belle punte di Anghelu Ruju, quelle raccolte dal Lovisato, dal Loddo 
e dal Mannai nell'agro cagliaritano, e specialmente la bellissima serie di cuspidi 




Fig. 33. — Veduta del corridoio d'ingresso alla tomba V. 



d'ossidiana che l'avv. Pischedda formò dalle stazioni litiche dell'Oristanese, mostrano 
che nell'isola, non meno che nelle regioni della penisola italiana, si ebbe questo tipo 
di arma da getto, che, secondo il Pigorini, segna il più alto sviluppo dell' industria 
litica ( ! ). 

La ceramica di questa cella è rappresentata da pochi frammenti di un grosso 
vaso a doppio tronco di cono, dalle pareti assai spesse, superficie liscia a spatola ed 



(') Cfr. Ferton, Boniface d l'epoque néolithique. Tav. Ili, fig. 7, pag. 4. 

( ! ) Colini, Remedello, Bull, cit., anno XXV, pag. 34; Pigorini, Rendic. dell'Accad. dei 
Lincei, serie IV, voi. Ili, pag. 296. Anche nella penisola iberica le belle cuspidi segnano la fine 
dell'epoca litica. Cfr. Siret, Anthropologie, anno III, pag. 387. 



SARDINIA 



— 339 - 



ALGHERO 



angoli vivi all'incontro di due coni; notevole il piccolo frammento di bella urna piri- 
forme, a collo eretto cilindrico, lievemente espanso, di argilla molto depurata e fine; 
la superficie di una ingubbiatura rosso- corallina, è ornata da triangoletti eseguiti con 
molta disinvoltura con la stecca a linee graffite sul collo, mentre sul ventre gli ornati 
sono ottenuti da colpi di finissimo stecco usato di punta ; questo motivo d'ornato come 
ancbe l' ingubbiatura rosso-corallina lucente fu trovata in alte tombe di Anghelu 
Ruju, e costituiscono non solo la più egregia decorazione ceramica dello strato, ma, 
come vedremo innanzi, presentano i soli esempì di policromia, o meglio direi bicromia 
vascolare che possa offrire sinora l'orizzonte sardo accanto ai brillanti e vari esem- 
plari dati dalle tombe del primo ed anche del secondo periodo siculo (Orsi) (fig. 13, 4). 



SBP-V/. 




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Fio. 34. — Pianta della tomba VI. 



Gli avanzi scheletrici della tomba V, raccolti per quanto possibile, furono pre- 
sentati per l'esame di studiosi di etnografia, che si incaricarono di tale ricerca, di 
cui renderanno conto in altre pubblicazioni ( l ). 

La tomba VI era stata messa a soqquadro dai lavori di cava, ma quei pochi 
lembi che furono rispettati, cioè le due cellette laterali a, b (fig. 34), avevano grande 
copia di suppellettile ceramica di decorazione così varia da far rimpiangere che anche 
qui l'archeologo sia giunto troppo tardi. La colletta a conteneva i resti confusi e mal 
ridotti di 6 7 individui, tutti adulti, di alcuno dei quali potei conservare il cranio ; 
così pure la vicina celletta b che era nel fondo un vero impasto di ossa umane minu- 
tamente frammentate; tanto nell'una che nell'altra celletta nel fondo, a contatto con 
la roccia, si ebbi uno strato della stessa materia biancastra, gesso calce, come trovai 
nella tomba I, celletta a. 



(') Il prof. Ardu Onnis, e voglio sperare anche il prof. Sergi, daranno la loro esperienza 
nello studio di questo importante materiale scheletrico. 



ALGHERO — 340 — SARDINIA 

Il corredo di questa tomba VI, oltre a numerose scheggie di ossidiana e due 
coltellini ed una punta o bulino della stessa roccia, comprendeva una quantità di 
denti canini di carnivori (volpi ?) e di pendaglietti, tratti da grandi valve di cardii 
e di punteruoli ; questi però, come i denti, erano privi di foro, benché lisciati e rita- 
gliati nella forma di quelli già descritti ; si deve ammettere quindi, o che la loro 
lavorazione non fosse ultimata, oppure che essi fossero trattenuti sospesi per mezzo 
di qualche cucitura o piuttosto saldati al tessuto con qualche resina o mastice. 

Varia assai, come dissi, è la suppellettile ceramica. Oltre ai resti di stoviglia 
grossolana, grandi ciotole ed olle per tenere acqua, dalle pareti spesse, prive di ornati, 
abbondava una stoviglia fine di argilla depurata, di cottura vitrea, e condotta in 
modo da dare alla superficie del vaso una lucidatura o brunitura che avvicina alcuni 
di questi frammenti alla ceramica di Pantalica in Sicilia. Sono specialmente le pic- 
cole tazze a ventre tondeggiante ed a collo cilindrico, ornate da uno o più ordini di 
triangoletti, riempiti da puntini eseguiti con molta diligenza e regolarità per mezzo di 
una stecca d'osso, e rappresentati nelle nostre (fig. 26, 1, fig. 13, 2, 4, 5, 7, il), le quali 
anche per un tentativo di effetti bicromici, ottenuti da un colore lucido rosso-corallino, 
in confronto al giallastro della ingubbiatura, richiamano suggestivi confronti colla 
ricordata ceramica sicula di Pantalica, e fanno pensare come al pari di questi 
abitanti dell'agro siracusano, ad Anghelu Ruju i figuri conoscessero già la tecnica 
di una scialbatura con sostanze coloranti, tali che alla cottura intensa dessero tinte 
lucenti secondo un disegno intenzionale, tinte ravvivate poi a cottura finita, con una 
lucidatura con cera o resina. Questo processo, che l'Orsi ammette per i bellissimi vasi 
di Pantalica ('), imitanti le coppe più costose di rame e di bronzo, e che noi vediamo 
in embrione in questi frammenti della necropoli algherese, è desso una imitazione di 
prodotti egei, venuti sotto mano dei Siculi e dei Sardi, o non è forse invece un natu- 
rale e graduale sviluppo della tecnica neolitica della ingubbiatura e lucidatura a spa- 
tola, dopo l'esperienza della varia cottura delle terre più o meno ricche di silicati, 
tecnica che toccò poi un alto grado nella ceramica ricordata di Camares, in Creta, 
e si evolse poi splendidamente nella ceramica micenea? Certo si è che i nostri fram- 
menti rappresentano tutto quanto di più fine hanno dato sinora gli strati preistorici 
della Sardegna ; anche nella stoviglia dei nuraghi nulla può essere paragonato a questi 
delicati e purtroppo miseri residui. 

Ad un tipo più primitivo, ma affine alla ceramica di s. Elia, appartengono i 
frammenti dati a fig. 24, 4, 6, il primo a denti di lupo graffiti e pieni di lineette 
pure graffite, il secondo appartenente ad una coppa a fondo emisferico, ornata da 
decorazione a stella che troviamo nella ceramica del capo di S. Elia ( 2 ) ed anche in 
vasi siculi dell'agro agrigentino, qui però dipinta a colori vari (*). Interessante per le 
analogie col tipo della stoviglia delle palafitte della Polada ( 4 ) sono i vasi con ornati 

(') Orsi, Pantalica, pag. 77. 

(«) Pinza, op. cit., Tav. I, fig. 14. Colini, Bull, cit, anno XXVII, VI, 10. 

( 3 ) Orsi, Vasi siculi della provincia di Girgenti, Bull, cit, anno XXI, tav. IV, I. 

(<) Colini, Remtdello, Bull, cit., anno XXVII, pag. 174, fig. 135, tav. XVIII, 6. Confronti 
stringenti hanno alcune grotte eneolitiche francesi come quelle del Castellet, Cazalis, Seconde me- 
moire ecc., pag. 26, tav. VI 1-3. 



SARDINIA — 341 — ALGHERO 

a grattugia, a colpi di punzone rari e profondi (fig. 18, 1, 2); curioso il frammento 
dato a fig. 14, 6, dove la decorazione a colpi di punzone si alterna con triangoli 
graffiti. 

La tomba VII (fig. 35), a pochi metri discosta dalla VI e dalla III, era pari- 
menti una grande e bella tomba, ben eseguita, a giudicare dai pochi resti visibili, 
giacché essendo prossima al vertice del colle, dove più compatta è l'arenaria, era 
stata sventrata dai lavori di cava; la colletta di fondo era stata conservata ed io 
la rinnettai completamente; non trovai però che le ossa di un individuo giovane, a 
giudicare dalla dentatura, pochi resti di un grande dolio di qualche altro vaso 
grossolano e traccie del banchetto del morto, se pure non erano di qualche oggetto 



SEP.VIf. 




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Fig. 35. — Pianta della tomba VII. 



ornamentale, cioè i frammenti di valve di peclunculus, di patella e di milylus, mol- 
luschi tutti ancora viventi nelle coste di Alghero e che troviamo frequenti tanto 
nelle stazioni litiche del capo s. Elia, quanto in quelle dell'agro cagliaritano finora 
esplorate ('). I frammenti di un bel piatto con decorazione a fascia ed a rombi incisi 
a puntini, mostrano che anche la tomba VII doveva contenere suppellettile interes- 
sante, purtroppo dispersa dai precedenti devastatori della necropoli. 

La tomba Vili, situata ad ovest e presso la tomba I, si presentava vasta e ben 
lavorata, ma guasta dai lavori della cava ; diede materiale copioso e pregevole, benché 
scarsa luce sulle condizioni originarie del giacimento. Priva della sua porzione set- 
tentrionale la tomba non aveva più l'ingresso; se ne distingueva però un ampia cella 

(') Sulla fauna delle stazioni preistoriche sarde non abbiamo ancora una monografia completa ; 
valgano però i cenni dovuti al prof. Pietro Arbanasich, contenuti nella relazione degli scavi del 
prof. Patroni nella grotta di S. Bartolomeo (Cagliari), Not. scavi 1901, pag. 387, ed in quella sui 
villaggi litici del Poetto da me esplorati sul Colle di s. Elia, presso quella città (Not. scavi, 1904, 
fase. I, pag. 37); sui molluschi delle stazioni preistoriche sarde noi abbiamo ora un lavoro riassun- 
tivo compilato in gran parte sul materiale del Museo di Cagliari e dagli strati archeologici vicini 
alla città, della signorina dott. Carmelita Rossi, Conchiglie degli strati preistorici nella Sardegna. 
Cagliari, Montorsi, 1904. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 43 



ALGHERO 



342 — 



SARDINIA 



centrale (fig. 36), e due altre celle a, b, quest'ultima molto vasta ed alta m. 1,10. 
Nello strato di terriccio ebbi alla rinfusa le ossa di numerosi individui, almeno sei 
nella cella centrale e due e quattro rispettivamente nelle celle a, b ; pochi però dei 
crani trovati poterono raccogliersi in stato determinabile. 

La suppellettile consisteva : nella cella d, presso il portello di accesso ad a e b, 
nel magnifico coltello o lama in selce bionda variegata (fig. 8, 8), spezzato in due 
parti perfettamente ricomponibili, lungo mm. 250; è il più notevole esemplare del 
genere che si conosca sinora nell'isola; una faccia presenta la superficie di stacco, 
nell'altra le lunghe scheggiature per foggiare la lama e tutto all'intorno minutis- 
simi e fini ritocchi che rendono la lama tagliente come una sega. Se tale splendida 



SEP-Vm 




Fio. 36. — Pianta della tomba Vili. 



lama possa essere data da nuclei di selce esistenti nella Nurra, non sono in caso 
di provarlo, certo che essa prende degno posto tra le più belle lame date dagli 
strati litici italiani, e può degnamente reggere al confronto con le squisite lame date 
dal sepolcro 9 di Millares, nella Spagna, illustrate dal Siret ('). 

Presso al coltello ebbi la bella cuspide di freccia di selce, a foglia di salice, lunga 
mm. 121 (fig. 9, 6) a minutissimi ritocchi marginali e leggera rastremazione alla 
base ; due altre cuspidi bellissime pure in selce ebbi nelle cellette a e b, l'una affi- 
latissima, allungata con lungo codolo, simile alle belle cuspidi di s. Rocco, presso 
Monsanvito, illustrate dal Colini ( 8 ) (fig. 9, 5), l'altra invece, di mm. 100 (fig. 9, 4) 

(') Revue cit., pag. 528, fig. 185. 

(*) Colini, Remedello, Bollettino, cit., anno XXIV, tav. XIV, fig. 4. Gli strati litici egiziani 
hanno offerto serie di freccie in selce di questo tipo e della identica tecnica, vedi le belle cuspidi 
di Zer, illustrate da Flienders Petrie, The royal tombs of the earliest Dynasties, (XXIII Mem. of 
The Egypt Exploration Found, London, 1901, pag. 22, tav. IX, fig. 18; VI, fig. 11-16). 



SARDINIA 



— 343 — 



ALGHERO 



ben disegnata, con alette ricurve e codolo, eseguita con grande finezza, e ricordante 
il tipo delle cuspidi date dai tumuli dell'età del bronzo della Francia occidentale 
e delle coste del nord ('). La loro egregia fattura e la conservazione perfetta mi 
confermano nell'idea che esse, come le accettine, fossero unicamente di uso fu- 
nebre, riserbandosi invece agli usi pratici della vita le scheggio e le punte della 
più usuale ossidiana. All'ornamento dei cadaveri deposti nella tomba valevano una 
perlina in pietra forata, simile a quella di s. Elia, varie valve di molluschi marini 
pure forate, due denti di cinghiale ed alcune piastrine in valva di cardi, come 
nelle tombe I e III. La ceramica, frammentaria, comprendeva numerose anse a 



SEP- IX 




i : zoo 



Fig. 37. — Pianta della tomba IX. 



bugna forate, dei tipi già descritti, vasi cilindrici con bitorzoli lungo l'orlo, cio- 
toline troncoconiche a spigoli vivi ; solo nel centro della cella d, un grosso lastrone 
di arenaria, caduto dalla volta, conservò intatto un piccolo lembo del deposito fune- 
rario ; esaminatolo diligentemente, mi dette le porzioni di due scheletri, uno di adulto, 
l'altro di bambino, apparentemente distesi supini ; accanto a quest' ultimo il piccolo 
vasetto «lillipuziano» (tìg. 11, 1) troncoconico, a collarino verticale, ben eseguito e 
levigato, con bugnetta forata, simili ai vasetti lillipuziani delle grotte salernitane, 
per le quali il prof. Patroni invocò opportuni raffronti con quelli di Butmir, 
nella Bosnia ( 2 ). Interessante anche fra i residui conservati da questo sepolcro è il 
frammento di boccaletto o coppa, a pareti cilindriche, con beccuccio o colatoio al- 



(') Prigent, Exploration du tumulti* de Porz-ar-Saoz en Tremel, tav. IX. fig. 10-14. 
( 2 ) Patroni, Caverna preistorica del Zacchito, pag. 13, fig. 10-11, cfr. la Caverna naturale ecc. 
(Monumenti Antichi della R. Accad. dei Lincei, IX, 571, fig. 22). 



ALGHERO — 344 — SARDINIA 

l'orlo, boccaletto di tipo raro in Sicilia, ma frequentissimo in Creta, massime nello strato 
eneolitico di Camares, di Cnossos, di Festos ('). 

La tomba IX (fig. 37), più ad est della precedente, e come questa sezionata dai 
cavatori, doveva avere grandi dimensioni ; e fornì prove di essere stata violata e forse 
anche usata in epoca punico-romana, alla quale facilmente deve risalire il vandalismo 
di tutte le tombe esaminate. Superficialmente, nella parte ancora conservata della tomba, 
ebbi due orceoli in terracotta giallastra, lavorati al tornio, dalle pareti verticali e fondo 
carenato che sono caratteristici delle tombe di età punico-romana delle necropoli di 
Cornus, di Tharros ed in genere delle città dell' isola. Lo strato inferiore, molto 
rimestato, conteneva con moltissimi resti scheletrici di almeno IO individui, di alcuni 
dei quali potei recuperare intiero il cranio, pochi resti della suppellettile originaria : 
un'accettina votiva tratta da una laminetta di ardesia, di forma rettangolare lunga 
mm. 45 che serve a dichiarare meglio il carattere profilattico o religioso delle accettine 
trovate in questa ed altre necropoli ; un certo numero di valve di peclunculus e gusci 
di natica, forate ed usate per ornamento (*) Di stoviglia raccolsi numerosi fram- 
menti, per lo più appartenenti a vasi rozzi, pentole e scodelle senza decorazione; 
noto solo un grosso beccuccio o colatoio piatto appartenente all'orlo di qualche grande 
vaso, di quelli che ho chiamato di tipo cretese e di cui avemmo un piccolo esem- 
plare nella tomba precedente; di vasi decorati si raccolse solo un frammento di 
grossa ciotola dalle pareti robuste, ma di fine impasto e la superficie nera lucente, 
ornata di una serie di semicerchi concentrici, ottenuti con la pressione di una corda 
di fibre sulla parte fresca del vaso, decorazione che si riscontra anche sui fram- 
menti di alcuni vasi dati dalla grotta di s. Elia, presso Cagliari ( 3 ). 

La tomba n. X (fig. 38), si trova sullo stesso allineamento delle altre sopra descritte, 
benché più prossima al ciglione del rio Pilibertu. Essa si presentò sezionata e di- 
mezzata dai lavori di cava; ma da quanto rimaneva si comprese chiaramente che 
era assai bella, con almeno cinque cellette a pianta rotonda od ellittica, dalle pareti 
ben ritagliate e quasi lisciate a piccoli ritocchi (fig. 38). Le poche traccie di sup- 
pellettile in essa rinvenute dimostrano che la tomba appartenne a famiglia cospicua. 

Ricordo una perlina ellittica in quarzo ialino, con foro di sospensione al capo 
più sottile (fig. 9, 2); il piccolo gioiello deve aver fatto parte di qualche collana ed 
a mio credere può ritenersi un oggetto d'importazione, richiamando i bei pendaglietti 
di quarzo, per lo più di forme analoghe al nostro, trovati nelle grotte naturali 



(') Questa forma di brocchetta egea, che passa anche come eredità di tipo dall'eneolitico alla 
ceramica egeo-micenea, è frequentissima fra le stoviglie della grotta votiva di Camares e si trova 
continuamente negli strati profondi sotto le fondazioni del palazzo di Minos a Cnossos, Evans. The 
palace of Cnossos, 1901, pag. 11, fig. 4; cfr. Excavations in 1903, pag. 95, fig. 65. 

1») Nella classificazione fatta dal prof. Morelli delle specie di molluschi che si trovano nelle 
grotte liguri abitate dall'uomo sono abbondanti i pectunculus, ma non manca la natica che si trovò 
nei Balzi Rossi; Colini, Remedello in Ballettino cit, ann. XXVIII, pagg. 30, 34; vedi nota a pag. 31 
sull'abbondanza delle conchiglie forate a scopo di ornamento nelle tombe neolitiche ed eneolitiche 
della Spagna e della Francia. 

(») Colini, op. cit., anno XXVII, tav. V, figg. 1-3. Pinza, op. cit., tav. I, fig. 14; II, figg. 9, 10. 



SARDINIA — 345 — ALGHERO 

eneolitiche del Portogallo, nei dolmens dell' Alemtejo e dell'Algarve ('). Oltre a nu- 
merose scheggie di coltellini di ossidiana, la celletta a di questa tomba dette molti 
frammenti di ciotoline di argilla fine, dalla superfìcie lisciata a spatola, le pareti 
di un orcioletto di terra fine gialla internamente, alla superficie coperta di una 
ingubbiatura, quasi una vernice lucente rossa, con incisioni graffite a denti di lupo 
riempiti di punti eseguiti con stecca sottile (fig. 13, 5); resti di tazza a doppio 
cono tronco con doppia fascia di impressioni alla stecca (fig. 14, 3) e specialmente in- 



SERX. 




Fig. 38. — Pianla della tomba X. 



t'.. essante il vaso, purtroppo raccolto in pochi resti, dato alla fig. 24, 7, in terra 
fine bene ingnbbiata, ornato di incisioni a cerchi concentrici, dati da doppie linee riem- 
pite da lineette travversali. È il sistema decorativo delle più belle ceramiche del 
capo s. Elia ( 2 ), evidentemente inspirato a motivi empestici e che dimostra una 
certa padronanza e facilità nel maneggio della stecca decorativa. 

La tomba dette anche un frammento di placchetta in terracotta ornata di linee 
incise, alternate con punti, della quale non posso chiarire l'uso; dette anche alcune 
valve dei soliti pectunculus, avanzi forse del pasto funebre, ed un grosso tritone, 
Tritoni nodiferum, forato ad uno dei capi e che certo servì come vistoso ornamento, 
se pure non valse quale strumento musicale, giocattolo da bambino, come si trovò 
per alcune sepolture di grotte liguri e nelle tombe di Millares, nella Spagna ( 3 ). 



(') Colini, op. cit., ann. XXIX, pag. 97; cfr. Simoes, lntroducao a Archeologia da pcninsula 
iberica, pagg. 56, 57, figg. 36, 27. 

( z ) Colini, op. cit., ann. XXVII, tav. VI, fig. 5, pag. 170. Pinza, op. cit., pag. 23, tav. I, figg. 7, la. 
Confrontisi i vasi di Millares nella Spagna, Siret, op. cit., pag. 534, fig. 221. 

( 3 ) Colini, op. cit., ann. XXIX, pag. 87. Siret, Revue citata, pag. 538, fig. 258. Sepolcro 40, 
Millares. 



ALGHERO — 346 — SARDINIA 

A questo punto si limitarono gli scavi, che debbono essere proseguiti in altra 
campagna, la quale spero, confortando i dati sinora raccolti, allargherà le cognizioni 
che nelle presenti indagini si poterono raccogliere sulla civiltà indigena dell'agro 
algherese, a cui la grande ricchezza di monumenti dell'epoca dei nuraghi assegna 
una incomparabile importanza, messa in luce dai lavori del Lamarmora e dalle ri- 
cerche del Nissardi ('). 

Sin d'ora però noi possiamo farci chiara V idea di una popolazione che celò i 
suoi defunti in grotte artificiali sotterranee, con rito funebre di inumazione, accom- 
pagnato da banchetti, forse con cerimonie di colorazione del cadavere e dello sche- 
letro, e posteriori propiziazioni e preghiere negli ampi corridoi prospicienti le 
tombe. Tale popolazione presenta analogie notevolissime nella sua civiltà con quelle 
di altri punti dell' isola, dove le ricerche furono iniziate, come provano i citati 
confronti con il sepolcro di Bunannaro, del capo s. Elia presso Cagliari, di Bu- 
sachi nell'Oristanese; ma l'orizzonte si allarga mediante i confronti con la vicina 
Corsica, con le isole dell'arcipelago Toscano, con la Sicilia ed altre regioni del 
Mediterraneo, all'oriente ed all' occaso dell' isola di Sardegna. Come per il primo 
periodo siculo, come per le tombe eneolitiche della penisola iberica, anche per le 
popolazioni di Anghelu Ruju si può provare non solo uno sviluppo morale ele- 
vato, con una concezione psicologica della vita e della sua proiezione nell'infinito 
che la conduceva ad effigiarsi una dimora eterna sotterranea, dove si continuasse 
nelle sue forme caratteristiche la vita sotto il sole, ma si possono anche stabilire 
relazioni marittime abbastanza estese, rapporti con i paesi bagnati dello stesso mare 
Mediterraneo, che tutto tende a dimostrare tanto percorso sino dalle primissime età 
dei metalli. Se però non mancano analogie colla Toscana, la Liguria, le regioni della 
penisola italiana e quelle più ad oriente, più forti e numerose sono quelle con le 
Baleari e con la penisola iberica, verso le quali si aprono le grandi baie di Porto 
Conte e di Alghero ( 2 ). Anche oggi il visitatore di quella solitaria e solenne contrada 
che è la Nurra d'Alghero resta colpito dal carattere iberico del luogo, carattere che 
è nel paesaggio a linee pianeggianti e grandiose, interrotte da erti sollevamenti, che 
è nel tipo delle costruzioni, che è nel carattere antropologico, che è sopratutto nella 
parlata, sonante, melodiosa, simile sino a confondersi con quella delle classi più ele- 
vate della gente di Catalogna. Con poco più che quaranta ore di vela, le agili 
tartane di Maiorca, di Valenza, di Palmas vengono alle pescose coste di Alghero; 
anche oggi i mercati di Barcellona, delle Baleari, meglio ancora che della Li- 
guria e della Provenza, sono frequentati dai marinai Algheresi. Comprendo che 
tutto ciò è risultato di fenomeni storici perfettamente databili, e che si fissano 
al periodo aragonese, il quale lasciò traccie non lievi né spregevoli nell'agro di Al- 
ghero; ma certi fenomeni dell'epoca storica non sono che la ripetizione di feno- 

(') Nissardi, Contributo allo studio dei nuraghi. Atti del Congresso Internazionale di Scienze 
storiche, voi. V, pag. 651. La carta dei Nuraghi della Nurra di Alghero, pubblicata a tavola IX 
della ricordata opera del Pinza, è il frutto delle indagini e delle fatiche durate per vari mesi dal 
Nissardi; essa deve ancora essere illustrata dalle osservazioni raccolte dal benemerito studioso. 

(*) Siret, Revue citata, pag. 547; cfr. Pinza, op. cit., pag. 232. 



SARDINIA — 347 — ALGHERO 

meni più antichi, certe vie aperte e percorse da invasori e da commercianti del- 
l'età storica hanno veduto il passaggio di analoghe correnti umane, lo svolgersi 
di eguali rapporti, d'uomini e di idee, in età anteriori alla storia. 

Il prof. Patroni, nel suo recente scritto sulla grotta preistorica del Zacchito ('), 
esaminando la ceramica affine a quella della grotta di Pertosa, riconosce le ana- 
logie tra essa e quella della stazione neolitica di Butmir, nella Bosnia, ed aggiunge 
il prof. Colini ( 2 ), di altre della Serbia (Jablanica), della Transilvania (Tordos), nonché 
dei tumuli della Macedonia, sia per le forme dei fittili che per le decorazioni incise 
punteggiate e rilevate da riempimento di sostanza gessosa, ed è portato ad ammet- 
tere, come altri archeologi, un centro di irradiazione orientale, egeo forse, da cui tali 
motivi si diffondono nella penisola balcanica e nell'Italia centrale e meridionale, 
mentre invece si avrebbe un altro centro d' irradiazione occidentale, caratterizzato 
dalla ceramica dei dolmens, a cui egli, come già V Orsi, riannoda, e giustamente, la 
varia ed interessante serie di stoviglie decorate del villaggio protosiculo (o protosicano) 
di Stentinello. 

Ma, per altro, le analogie che a proposito del materiale ceramico di Anghelu 
Ruju ho qui sommariamente accennato, mostrano come in questa necropoli, nella stessa 
tomba, si abbiano forme e motivi decorativi propri di regioni orientali rispetto alla 
Sardegna (Italia, regione balcanica, Creta, Egitto) ed altri tipi e motivi ovvi in regioni 
poste a nord e ad occidente dell' isola, nelle Baleari, nella penisola iberica, nella Francia. 
Si dovrebbe ammettere che tutti questi vari tipi, o i loro prototipi, fossero importati 
e che già sino d'allora all'ampio e sicuro golfo di Porto Conte, aperto verso il bacino 
occidentale del Mediterraneo, pervenissero le varie correnti da questi due centri d' irra- 
diazione. Ammesso, come fa con la sua consueta moderazione e prudenza il prof. Colini, 
che le analogie che si osservano nei vari elementi delle prime civiltà dei metalli, sia 
nell'Italia e nelle isole, e nell'Europa centrale ed occidentale e nel nord, più che a 
rapporti diretti, o ad affinità etniche, sieno dovuti all'essere stati questi vari paesi 
sottoposti alle medesime influenze che si sparsero, dirette o indirette, dal Mediterraneo 
orientale (Egitto, Creta, isole dell' Egeo, Asia Minore), anche ammessa, dico, tale causa 
della grande uniformità dell'orizzonte neolitico ed eneolitico, noi dovremmo pensare per 
molta parte del materiale di Anghelu Ruju a delle ondate di ritorno, verso mezzo- 
giorno e verso oriente, dalle regioni nordiche ed occidentali con forme e motivi quivi 
più specialmente sviluppati. Se pure invece, ribellandoci per un momento a quel 
riserbo che la prudenza ci impone, noi non vorremmo vedere in questa identità 

(') G. Patroni, La grotta preistorica del Zacchito, pag. 18. È innegabile che le identità 
riscontrate da vari paletnologi tra le ceramiche eneolitiche degli strati italo-balcanici con quelli 
delle isole egee possono suggerire le ipotesi di un centro di irradiazione orientale; ma non può 
questo nettamente distinguersi dall'area della Sicilia eneolitica e dei dolmens dell'occidente, poiché 
è innegabile, ad es., che la tecnica ed i motivi decorativi dei vasi del Sabroso e di Foradura (Por- 
togallo), che abbiamo precedentemente avvicinato a quelli di Anghelu Ruju. si connettono siffatta- 
mente alla ceramica cretese da far credere o che fra i due centri vi fossero contatti, o che entrambi 
si svolgessero da elementi comuni. 

( 2 ) Colini, La civiltà del bromo in Italia, Bull, di paletnol. ital., anno XXIX (1903), pag. 97. 



ALGHERO — 348 — SARDINIA 

di forme e di motivi decorativi, applicati alla decorazione del vaso, e special- 
mente del vaso dedicato al culto dell'oltretomba, la manifestazione di una identità 
di elementi sostanziali comuni a tutti i vari rami di questa razza neolitica medi- 
terranea, la cui unità, già intraveduta da qualche studioso, si va determinando vie 
meglio con le recenti ricerche, con la constatazione non solo di forme similari di 
industrie e di motivi decorativi, facilmente cedibili ed assumibili, ma per comunanza 
d'abitudini e di attitudini, per quella identità di costumi e di riti che riflettono una 
identità del modo di sentire la vita, di affacciarsi ai grandi bisogni, alle ineluttabili 
necessità di essa, come ai paurosi misteri dell'oltretomba. 

E così senza negare rapporti ed influenze intrattenute ed esercitate dalle regioni 
orientali e l'efficacia di queste « ondate di ritorno » dall'orizzonte occidentale, senza 
negare, il che sarebbe secondo il Patroni un pregiudizio, l'antichità di questi com- 
merci per lo meno per mezzo di navigazione costiera con le più brevi traversate, noi 
non saremmo costretti ad invocarli, come deus ex machina, ad ogni singolo caso di 
analogia offertoci dai nostri strati primitivi. Ed è così più facile comprendere il perchè 
ai primordi del periodo eneolitico le identità accennate sieno più frequenti e più copiose 
su una vasta zona del Mediterraneo, mentre poi si vanno oscurando sotto il diffon- 
dersi dei tipi in ciascuna regione specializzati per indipendente evoluzione, salvo a 
ricomparire e ad avvivarsi di nuovo per nuovi contatti con industrie e con genti evo- 
lute da orizzonti paralleli ed affini ('). 

Dall'esame del materiale offertoci da questi primi scavi da Anghelu Ruju e dalle 
analogie che abbiamo potuto stabilire col materiale di altre regioni, come emerge la 
grande uniformità di cultura nella vasta isola, dal Capo di s. Elia alle sponde del 
golfo d'Alghero, ci si offre anche la possibilità di determinare la cronologia relativa 
della necropoli, o della parte almeno esplorata sinora. La presenza del pugnaletto a 
foglia ed a lungo codolo impervio del tipo più arcaico, delle punte di bulino in bronzo 
se non pure in rame, delle squisite cuspidi di freccia, come degli oggetti d'ornamento 
in conchiglia, in pietra ed in quarzo, e più ancora il carattere delle forme e della 
decorazione della ceramica, ci conducono alla più elevata fase della civiltà neolitica, 
alla fase già bene definita e determinata dopo i lavori del prof. Colini col nome di 
eneolitica. 

Se poi volessimo trovare una data riferibile ad altre date storiche non dovremmo 
dimenticare, come già accennai nelle mie Ricerche cretesi ('), che per quanto sia 

(') Così sarebbe avvenuto in Sicilia, dove in epoca eneolitica, alla primissima fase dei me- 
talli, l'elemento protosiculo, o secondo altri protosicano, svolge, indipendentemente da altri gruppi 
e'nici affini, la brillante bicromia vascolare, mentre invece il diffondersi subitaneo di una cera- 
mica acroma, a sagome angolose ad ornati incisi, del periodo detto II dall' Orsi, del tipo cioè di 
Cozzo del Pantano, sarebbe la conseguenza del sopraggiungere di gente dall'Italia, dei Siculi, affini 
etnicamente ai Sicani, con una ceramica di cui si vedrebbe secondo il Patroni il tipo originario negli 
strati eneolitici dell'Italia meridionale. (La grotta preistorica del Z acchito, pag. 18 e seg.). L'Orsi 
però rimane sempre fedele al suo concetto che la stessa razza che dette la civiltà del 1° periodo 
siculo, per evoluzione passò alla seconda fase, sotto nuove e formidabili influenze oltremarine. 

(*) Monumenti antichi dell' Accad. de' Lincei, voi. IX, 1899, pag. 146. La nostra valutazione 
cronologica è abbastanza temperata e tien conto sia dei fenomeni di persistenza di tipi arcaici negli 



SARDINIA — 349 — ALGHERO 

grande la distanza di spazio delle nostre contrade dalle isole dell' Egeo, la stratifi- 
cazione archeologica che si determina in esse per mezzo dei rapporti con la civiltà 
micenea e quella egiziana, ha il suo valore, e non solo relativo, anche per noi. Il 
fatto che noi troviamo a Cnossos, sotto le fondazioni del palazzo miceneo la stessa 
ceramica con decorazione profondamente incisa a festoni di linee spezzate come ad 
Anghelu Ruju, coincide con l'assenza assoluta di vasi e di oggetti micenei, che invece 
sono già abbondanti nel secondo periodo della civiltà sicula; coincide anche coll'altro 
fatto già da noi messo in luce che le forme della nostra ceramica rappresentano uno 
studio più antico, nella evoluzione dei tipi, di quello offerto da questo ricordato periodo 
di Cozzo del Pantano, di Thapsos, di Pantalica in Sicilia, dalle tombe dell'età del 
bronzo del sud-est della Spagna. Vorrei anzi dire che per quanto alcune forme di 
vasi e motivi decorativi, come quelli del bicchiere cilindrico della tomba I e 111, 
presentino una tecnica disinvolta, quasi decadente, pure la prevalenza di motivi lineari 
in confronto alla ricchezza della decorazione a volute, a meandri, a spirali accoppiate 
che già appare nelle grotte di Pertosa e del Zacchito, nell' Italia meridionale, ci 
conduca ad un momento alquanto più antico. Cosicché, ammesso il computo fatto dal 
prof. Patroni a proposito del materiale di queste due stazioni della penisola, fra 
il 1750 e il 2000 innanzi all'èra nostra, computo che per gli accennati raffronti con 
gli strati cretesi di Cnossos io ritengo prudente e riservato, noi verremmo a riferire 
la nostra necropoli d' Anghelu Ruju tra la fine del III e il principio del II millennio 
innanzi all'èra volgare. 

Ci si verrebbe così a delineare meglio l'esistenza, in età tanto remota, di uno 
stadio di coltura già notevolmente elevato, uniforme e diffuso in tutte le varie parti 
dell' isola e nel quale traspariscono chiare le analogie cogli strati coevi delle sponde 
del Tirreno e del Mediterraneo occidentale. 

Ma oltre a questi risultati la recente campagna di Alghero mi permise di por- 
tare qualche contributo per chiarire meglio un altro punto delle questioni preisto- 
riche sarde, i rapporti tra queste grotte artificiali ed i nuraghi. Il signor G. Pinza, 
esaminando il materiale esistente nelle varie collezioni proveniente dai nuraghi e 
dalle dornus de janas, concludeva come alla medesima epoca eneolitica appartengono 
queste grotte artificiali come le naturali, come i più antichi fra i nuraghi, le tombe 



strati occidentali, che del ritardo con cui per i lenti rapporti preistorici si sono potuti riflettere 
nelle civiltà dell'occidente i tipi offerti dall'orizzonte orientale. Il Cartailhac, rendendo conto nel- 
l'Anthropologie (1904, pag. 407) del riassunto fatto dal Perrot sulle Recentes fouilles de Troje- 
Journal des Savants 1904, fase. nn. 1, 3, 4, osserva come le traccie della civiltà neolitica 
devono risalire a centinaia, forse a migliaia d'anni al di là del III millennio a. C. a cui rimontano 
i resti della I e II città di Hissarlich, e ne trae la conferma dell'idea da lui sempre sostenuta 
dell'alta antichità del nostro orizzonte preistorico. Sono del resto anche le conseguenze che giù* 
stamente il Reinach vede scaturire dai recenti scavi cretesi (Anthropologie, 1904, pag. 117), giacché 
il deposito neolitico riposa sotto le fondazioni del più antico palazzo di Cnossos, anteriore al grande 
edificio Minossiaco, per il quale si determina coi confronti del materiale della XII dinastia Egi- 
ziana la esatta cronologia, intorno al 2500 a. C. L'eneolitico cretese potrebbe spingersi al 3000 a. C, 
il che invecchierebbe tutto l'orizzonte eneolitico e per conseguenza anche questo nostro della Sardegna. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 44 



ALGHERO — 350 — SARDINIA 

dei giganti o i loro prototipi ('). Io pure, a proposito della ceramica trovata nel vil- 
laggio e nei ripari sotto roccia del capo s. Elia, presso Cagliari, ho accennato alle 
analogie tra questa ed i pochi resti raccolti in vicinanza dei nuraghi dell'agro caglia- 
ritano ( 2 ). Volli tentare di suffragare questa supposizione, con uno scavo nel più pros- 
simo fra i molti nuraghi sorgenti ancora attorno al piccolo rialzo di Anghelu Buju. 
Era questo il nuraghe detto Sa lattava, di cui restavano pochissime traccie, poco 
più che la fondazione, a un trarre di fucile da Anghelu Ruju, verso nord-ovest, sul- 
l'opposta sponda del rio Filibertu. Il nuraghe sorge, o meglio sorgeva, quasi accanto 
al Ciglione del fiume, presso ad un punto dov' esso è guadabile, mentre a monte 
ed a valle si spande in una serie di canneti paludosi molto impervi: dall'orlo del 
vallone, situato su un leggero rialzo appena sensibile, esso ha largo dominio su 
tutto il vasto piano, chiuso dai monti e scendente al mare, e stende per cos'i dire 
la mano ai prossimi nuraghi di Sos Franziscus, di Minnina e di s. Marco, avendo 
a portata di vista alcuno dei più grandi fra i nuraghi della Nurra e dell'isola, come 
i due ciclopici di monte Siseri, e il Flumini Longu ed altri, tuttora profilanti il 
loro ardito cucuzzolo sui colli che guardano la conca d'Alghero e dall'altro lato 
la solitaria e glauca marina di Porto Conte e di Porticciuolo ( 3 ). 

Sul nuraghe di Sa lattava non rimaneva più che un corso di massi di calcare, 
bruti, non sbozzati e costituenti la fondazione dell'edificio; la volli tagliare con uno 

(') Pinza, op. cit., pag. 274. 

(*) Taramelli, Not. degli se. 1904, fase. 1, pag. 36. 

( 3 ) Si accenni anche, per la questione della destinazione dei nuraghi, che proprio ai piedi di 
questo nuraghe « Sa lattara », sgorga una fonte perenne limpidissima, che ancora oggi serve di 
refrigerio a tutte le popolazioni del circuito, e sappiamo bene noi quanto valga e sia pregiata, in 
questi climi, una fonte perenne. Non posso qui entrare nella questione della distribuzione dei nu- 
raghi che ha tanta importanza per lo studio della loro destinazione originaria, né voglio precorrere 
i risultati di lunghe ricerche sulla Nurra che esporrà il Nissardi; se noi perù osserviamo la carta 
dello Stato Maggiore italiano, foglio Alghero, e meglio ancora la carta della Nurra, del Nissardi, 
edita nel lavoro più volte ricordato dal Pinza, a tavola IX, scorgiamo come in genere nel piano 
ondulato della Nurra, prossima ad Alghero, percorso dagli affluenti del Rio Sassu, i nuraghi sorgono 
sopra leggieri rialzi, sporgenti di pochi metri sul piano circostante, quasi a sorvegliarlo. Dove poi, 
tra i gruppi isolati dei monti si insinua qualche tratto di piano, quasi un varco dal mare all'interno, 
ivi i nuraghi si allineano su i piccoli cucuzzoli, a poca distanza l'uno dall'altro, quasi formando 
una serie di linee di sorveglianza e di difesa, unitamente a quelli disposti in vetta o sui fianchi 
dei monti. Un bell'esempio, che colpisce per la sua evidenza, lo abbiamo nel piano detto di Tres 
Elighes che si apre tra il massiccio del Monte Doglia al sud ed il massiccio dei monti che ter- 
minano a Capo Argentiera, e presenterebbe un facile valico dalla baia di Porticciuolo all'interno 
del piano algherese. Dopo una prima serie di nuraghi lungo la costa e lungo le pendici dei due 
gruppi di monti, abbiamo un primo sbarramento che attraversa, ad un dipresso dal sud al nord, il 
valico stesso, costituito dai nuraghi Guardia Grande e Guardiola, sui due speroni del monte Doglia, 
e nel piano dai TV.* Benaguada, S'ena de Pala, Gobelciada, prossimi uno all'altro. Più verso l'interno 
sta una seconda linea che dagli imponenti nuraghi, di M. Siseri alto e basso, va verso nord, col 
Flumini Longu, Regatile, Los Mandigos, raggiungendo col Zuncheddos e Badde Larga l'opposto 
sistema collinesco, lasciando ad altri nuraghi, appiattati nei valloni, la sorveglianza dei valichi 
minori, in modo che fosse impossibile introdursi non visti dal mare al piano. Tale adattamento del 
sistema delle costruzioni nuragiche alla complessa orografia del paese è evidente anche nell'altipiano 
della Giara, come diremo altrove. 



SARDINIA — 351 — ALGHERO 

scavo, aprendo varie trincee attorno alla fondazione. Con pochi resti di ceramica aretina 
e d' imitazione locale, giacenti alla superficie del terreno, ebbi un gruppo di minuti 
frammenti di stoviglia primitiva, di rozzo impasto, con elementi grossolani di color 
grigio-chiaro, assai compatta e di cottura vitrea, con la superficie lisciata accurata- 
mente a spatola, d'aspetto assolutamente identico a quello dei tripodi e di altri vasi 
della prossima necropoli. Dei vasi nessuno ebbi intiero, ma numerosi frammenti, 
spezzati da tempo antico, dei quali mi riuscì facile desumere le forme di ampie 
scodelle a pareti liscie svasate, di olle a ventre espanso e collo rientrante e ro- 
buste anse a ponte, tutte liscie, di aspetto simile perfettamente, sino a confondersi, 
con quello ad esempio dato dalla tomba 1 : né mancarono resti di ciotoline fine, poco pro- 
fonde, ma ben disegnate e coperte da una ingubbiatura assai liscia e di colore di rame, 
analoga ai ricordati vasi delle grotte vicine ; non la più piccola traccia però di ceramica 
adorna di disegni o graffiti, o incisi o impressi ; cosicché si avrebbe qui, nel nuraghe, 
dove si viveva, una rozza, ma solida ceramica adatta all'uso e resistente ; mentre nelle 
tombe, con stoviglie della stessa forma di queste, altre più fini, più eleganti, deli- 
cato omaggio al morto, a cui si dava il meglio, almeno nella forma, della produzione 
industriale. Per quanto tenue, avremo almeno una prova in più sulla analogia tra i 
nuraghi e le grotte artificiali, ed in tal modo, accettando una origine o una prima 
apparizione in epoca così remota del tipo della costruzione nuragica, verremo ancora 
una volta a constatare quanto lungo periodo di tempo debba essere lasciato alla evo- 
luzione completa della civiltà dei nuraghi. 

Ora si impone la necessità di cercare come si svolse in tutte le sue forme tale 
iviltà, e come si svolse parallelamente nelle dimore e nelle tombe, cercando se si 
possa con ulteriori ricerche sistematiche stabilire i gradi di questa evoluzione, i periodi 
i quali già si disegnano chiari nella sorella isola di Sicilia, e che non devono essere 
mancati nell' isola dei Sardi, per quanto essa, più lontana dalle spiaggie continentali, 
presenti notevoli caratteri di persistenza ed una grande uniformità di tipi e di mo- 
tivi ('). Ma forse tali caratteri, sui quali io ho già insistito altra volta, non dipen- 
dono che dalla nostra ignoranza, ed il corso degli scavi e la fortuna potranno 
invece darci il mezzo di constatare come alla evoluzione, ai perfezionamenti inne- 
gabili che condussero la schiatta isolana dalla semplice e modesta torricella nuragica, 
alle grandiose costruzioni dei nuraghi di Bonorva, di Abbasanta, di Domus Novas, 
dalle informi figurine umane senza espressione e senza spirito al caratteristico ed im- 
ponente arciere di Uta, abbiano corrisposto tutti gli altri anelli, più o meno logica- 
mente connessi, in tutte le tecniche industriali, in tutte le forme della vita. 

A. Taramelo. 
Roma, 20 settembre 1904. 



(M Tararaelli, Ballettino bibliografico sardo, 1903, fase. 32. 



REGIONE X. — 353 — BAGNAROLA DI SESTO ECC. 



Anno 1904 — Fascicolo 9. 

Regione X (VENETI A). 
Scoperte di antichità nel Circondario di Portogruaro. 

I. BAGNAROLA DI SESTO AL REGHENA — Nel fondo ai mappali 
numeri 1 e 330 di proprietà del sig. Altan Paolo, in Bagnarola di Sesto al Reghena, 
nome che ci riporta ad un milliario sulla via da Concordia alle Alpi, a circa 10 chil. 
da quella, scavandosi in addietro un pozzo, fu trovato alla profondità di sette metri, 
in uno strato ghiaioso, un ago crinale a globetti di perfetta conservazione, lungo 
cm. 38, colla estremità ornata di quattro sfere schiacciate e due dischi con nodo 
interposto. 

Un ago crinale simile, con quattro sfere e due dischi, fu scoperto parecchi anni 
or sono nella località Marzaat in comune di Cavasso (mandamento di Maniago), 
cioè nell'antico territorio colonico, insieme ad un pendaglio da collana che consta di 
due circoli concentrici uniti da raggi, ed una catenella, ed una fibula a navicella, 
antichità tutte che hanno riscontro nelle atestine del I e del II periodo (') e che 
formano parte della collezione dei bronzi del Museo Concordiese. 

Né basta, che nello stesso Museo, proveniente dalla raccolta Muschietti, vi è una 
bellissima spada ad antenne, della lunghezza di cm. 75, con patina verde, fatalmente 
in dieci pezzi e mancante in una parte intermedia della lunghezza di cm. 15. 

Ora la comparsa dell'esemplare di Bagnarola, le antichità scoperte al Marzaat 
di Cavasso, la spada ad antenne, sono un ragguardevole indizio della diffusione della 
civiltà paleo-veneta in queste nostre contrade. 

Nel territorio di Bagnarola si trovarono in passato anche oggetti della età della 
pietra, posseduti in parte dai fratelli Zuccheri di s. Vito al Tagliamento, ed in parte 
da essi donati all' Istituto tecnico di Udine. In detto territorio inoltre i nomi di al- 

(') Not.d.sc. 1882, serie 3", voi. X, pag. 19 aegg., tav. Ili, fig.9; tav. IV, flgg. 25, 38, 39, 49. 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 45 



CONCORDIA, VILLANOVA ECC. — 354 — REGIONE X. 

cune località danno indizio dell' esistenza in quei luoghi di una popolazione gallo- 
celtica ('). Nel 1877 poi si scopersero dal rev. Cicuto, in un fondo diviso solo dalla 
strada da quello dell' Altan, le antichità di epoca romana che ora sono nel Museo 
Concordiese e che furono descritte dal Bertolini ( ! ). 

Il sig. Altan donò al Museo Concordiese l'ago crinale. 



II. CONCORDIA — Tempo fa il signor Geromin Giacomo, regalò al Museo 
Concordiese alcuni oggetti di età romana scoperti nel 1901 nel comune di Con- 
cordia, in località Levada, nel fondo di proprietà di Mascherin Pietro, al mappale 
n. 2282, poco distante dall'antica strada romana da Concordia ad Aitino. 

Gli oggetti sono i seguenti : una fiala di vetro giallognolo, leggerissima, a collo 
breve e ventre rotondo, perfettamente conservata; un frammento di un bollo figulino 
portante le lettere ...«_• E P • S , originariamente C • A/C • EP • S , di cui abbiamo altri 
esemplari nel Museo (cfr. G. I. L. V, 8110, 38); un frammento di patera in terra- 
cotta del diametro di cm. 25 nella parte inferiore; un vaso di dimensioni piuttosto 
grandi ed i frammenti di alcune anfore. 

Il Geromin afferma che furono trovate anche cinque anfore intere ed alcuni 
balsamari insieme a vasi ripieni di ossa combuste, che i contadini ignoranti ridussero 
in frammenti. 



III. VILLANOVA DI FOSSALTA DI PORTOGRUARO — Diedi notizia 
di alcune scoperte fatte nello scorso novembre ( 3 ) nel fondo di proprietà del cav. 
G. Stucky in Villanova di Fossalta di Portogruaro, poco lontano dal tracciato della 
strada romana da Concordia ad Aquileia. Debbo ricordarne delle altre, avvenute di 
recente nella stessa località. Quivi in un terreno al mappale n. 161, sempre di pro- 
prietà Stucky, a 2 chil. a mezzodì da Concordia, si rinvennero due titoli sepolcrali 
iscritti, con le seguenti epigrafi: 

2. LS- 

i. cyTierinT lpapR 

ENNl INF-PVII 

STATIAMATE RETRO 

P-XV 

Il primo è formato da una lastra di quella pietra friabile di cui son fatte nella 
maggior parte le tombe del sepolcreto concordiese, e presenta caratteri bnoni pro- 

(') Bertolini, Notizie degli scavi 1889, pag. 175. 
(»).Id., id. 1883, serie 3 a , voi. XI, pagg. 319-321. 
(*) Notizie degli scavi 1893, pag. 48. 



REGIONE XI. — 355 — TORINO 

fondamente incisi. Il secondo è in pietra d' Istria con caratteri rozzi e super- 
ficiali. 

Si ebbe ancora questo frammento di un bollo figulino: 

N S • A V b 
\ATON 

Evidentemente il frammento si può supplire col seguente bollo intero del Museo 
Concordiese già appartenente alla raccolta Bertolini, ora in detto Museo, nel quale 
bollo si ha una simile leggenda ('): 

POTENS 

AVFb 
IN MATO 

Furono infine rimessi alla luce due colli d'anfora e vari frammenti di vasi e 
vasetti fittili di varie forme e di differenti misure. 

Anche queste antichità il cav. Stucky donò al Museo Concordiese. 

G. C. Bertolini. 



Regione XI {TRANSPADANA). 

IV. TORINO — Tomba dell'età romana scoperta nella città. 

Nella sera del 28 gennaio gli operai, che stavano scavando un pozzo per la 
nuova fognatura in via del Deposito, nel tratto compreso fra le vie Garibaldi e del 
Carmine, trovarono, a m. 2,50 sotto il suolo attuale della strada ( ! ), un lastrone di 
pietra, collocato orizzontalmente. Perforatolo, videro che esso copriva una camera in 
muratura, sul cui pavimento stavano due casse di piombo dall'apparenza di fere- 
tri (fig. 1). 

Nel mattino seguente, col concorso deH'Ufficio regionale per la conservazione dei 
monumenti del Piemonte e della Liguria e col consenso e con l'aiuto del Municipio, 
si presero i necessari provvedimenti per allargare lo scavo in modo da poter fare un 
esame accurato della costruzione della tomba, estrarre le due casse senza danno per 
gli avanzi umani in esse contenuti, e trovare al loro posto gli oggetti, che si sperava 
fossero nascosti nella melma in fondo ad esse. Le casse infatti erano piene di acqua, 
che fu tolta con ogni precauzione. 

(') Bertolini, Not.d.Sc. 1878, serie 3 a , voi. II, pag. 347; Pais Suppl., pag. 149, n. 1075,25. 
(*) Il suolo antico è di circa un paio di metri più basso. 



TORINO 



— 356 — 



REGIONE XI. 



Il lavoro di scavo durò due giorni, e fu terminato alla mezzanotte del 30, 
sempre in presenza di una grande folla, che rese necessario un diligente servizio di 
ordine da parte dell'autorità di pubblica sicurezza. Le casse e la suppellettile fune- 
raria furono provvisoriamente depositate presso l'Ufficio per la conservazione dei monu- 




FlG. 1. 



menti in attesa della deliberazione dell'autorità municipale per la proposta cessione 
al R. Museo di antichità. Nei giorni seguenti si esaminò ancora minutamente la 
melma estratta dalla camera sepolcrale; intanto l'ing. Cesare Bertea, dell'Ufficio dei 
monumenti, che, insieme col doti Alessio Valle, ispettore dello stesso Ufficio, aveva 
prestato la sua opera assidua e solerte allo scavo, continuava lo studio della costru- 
zione, e preparava i disegni, che qui riproduco, rendendogli le dovute grazie. 

L'asse della camera sepolcrale (in direzione nord-est-sud-ovest; v. pianta, tìg. 2), 
era perfettamente normale a quello della via del Deposito, parallela ai cardini della 
città romana, e distava di m. 37,76 dall' incontro di tale via con la via Garibaldi, 



REGIONE XI. 



— 357 — 



TORINO 



prolungamento in quel tratto del decumano massimo dell'antica Torino. La faccia 




Fio. 2. 

UIlONt Jk8 




interna della parete orientale della tomba (v. fìg. 4) era a m. 4 dal lato est della 



TORINO 



358 — 



REGIONE XI. 



via del Deposito, quasi di fronte alla porticina segnata col n. 2 (R. Liceo Cavour). 
La tomba, fatta bene in muratura di mattoni con l'incavo delle dita (m. 0,46 
X 0,28 X 0,07), rivestita d' intonaco e coperta con due lastroni di micaschisto, con 
ogni probabilità della valle di Susa, misurava nell' interno m. 2,22 di lunghezza, 
per m. 1,565 di larghezza, e m. 1,52 di altezza. Il pavimento era di calce e cocci 
pesti. 

«zionl cu 




Fig. 4. 



In ciascuno dei due lati maggiori si aprivano due niccbiette rettangolari. Le due 
del muro meridionale (fig. 3) contenevano, l'una tre ampolle di vetro con ventre 
emisferico e lungo collo ; l'altra un'ampolla come queste ed una lucernetta fittile. In 
una nicchietta del lato settentrionale erano un'ampolla vitrea intera ed una rotta; 
nell'altra una lucernetta di terra cotta (fig. 5). 

I frammenti di un'urna di terra cotta molto fine (a. m. 0,09, diam. m. 0,15) ed 
un'altra lucerna, senza dubbio già nei loculi e poi trasportati dall'acqua che invase 
là camera, furono trovati nella melma coprente il pavimento. Da essa si estrassero 
anche grossi chiodi di ferro, un ossicino di volatile (forse di pollo) ed un pezzo di 
capo articolare di un piccolo mammifero. 



RAGIONE XI. 



— 359 — 



TORINO 



Le ampolle di vetro bianco, non fino, sono di uguale forma e di altezza va- 
riante da cm. 20 a cm. 15; il loro diametro è di cm. 9-8. Una ha nel fondo esterno 




Fig. 5. 



in rilievo: 



un'altra : 






Q D E 
L F F 

-«^ 
V D 



segni di officina, per quanto so, tuttora ignoti. Anche le altre presentano segni non 
bene visibili. 

Le due casse di piombo, rettangolari, con coperchio piano ad orli ripiegati senza 
ornamenti, erano collocate parallelamente, alla distanza di circa cm. 45, ciascuna 
sopra due mattoni all'una ed all'altra estremità. Sono lunghe l'ima m. 1,88, l'altra 
m. 1,80, larghe cm. 52 ed alte cm. 49. I chiodi rinvenuti nel fondo della tomba 
potrebbero far supporre ch'esse in origine fossero state entro casse di legno; ma 
tracce di queste non furono visibili nella fanghiglia. I due scheletri, assai guasti, 
avevano la testa ad oriente. Furono consegnati al prof. R. Fusari, che li desiderò 
par la collezione dell'Istituto anatomico della R. Università, e quivi studiati dal 
dott. A. Bovero, che in uno, il meglio conservato, riconobbe un individuo di sesso ma- 
schile, di piccola statura (circa m. 1,57), apparentemente robusto, dai 40 ai 50 anni, 
con cranio beloide, mesocefalo, ortocefalo, e nell'altro una donna con cranio ovoide, 
birsoide, sottobrachicefalo, ortocefalo, probabilmente dai 30 ai 40 anni, della statura 
di circa m. 1,52 ('). La cassa minore, con lo scheletro femminile, si trovava a destra 
della maggiore. I due cadaveri erano stati adagiati nei sarcofagi con un abito o 



(') Su questi scheletri il dott. Bovero scrisse, a mia richiesta, una nota, che, essendo troppo 
minuta per essere qui pubblicata, fu inserita negli Atti della R. Acc. delle scienze, XXXIX, 
pagg. 759-765. 



TORINO — 360 — REGIONE XI. 



dentro un sudario di tela, di cui si è potuto vedere qualche leggera traccia, ma 
senza il minimo ornamento personale. Modesto pure il corredo della sepoltura. Non 
è da pensare a spogliazione, dacché si rinvenne intatta, per quella parsimonia, che 
si può notare in altre tombe coeve. 

Salvo per le dimensioni maggiori e per il diverso modo di seppellimento, la 
tomba della via del Deposito presenta grande analogia con una ad incinerazione, 
scoperta nel 1894 a sud-ov9st della città nella borgata Cenisia ('). Anche questa 
aveva loculi nelle pareti, con entro vasi, tra cui un'ampolla di vetro identica a 
quelle ora descritte. Una moneta di Geta mostrò la sepoltura non essere anteriore 
al principio del secolo III. 

Allo stesso secolo, od al principio del seguente, panni si possa, con tutta proba- 
bilità, assegnare la camera sepolcrale ora tornata alla luce, posta a 160 m. fuori 
delle mura occidentali della città romana, a destra della strada, che conduceva nelle 
Gallie, presso la quale, dall' una e dall'altra parte, si trovarono già altre sepolture 
di età romana ( 8 ). Soltanto, mentre le precedenti, in generale, erano assai povere, 
fatte con pochi mattoni o tegole o con muriccioli di materiale frammentario, questa, 
al contrario, era stata fabbricata con molta cura, anzi, per questo rispetto, si può 
tenere come la tomba antica più. cospicua di Torino, di cui si abbia precisa notizia. 
La nostra tomba era forse contrassegnata da un cippo con iscrizione funeraria. Dov' è 
finito? L'agiatezza dei due sepolti è ancora attestata dai feretri di piombo, assai 
comuni nelle Gallie ( 3 ), più rari al di qua delle Alpi. Per Torino ne conosco due soli 
esempi, l'uno accennato dal Prorais in una sepoltura pure ad occidente della città (*), 
l'altro in una tomba di fanciullo, rinvenuta nel 1893 a settentrione ( & ). 

Si sperò in altre scoperte nel proseguimento dei lavori per la fognatura in quelle 
adiacenze, ma fu speranza vana. Se le tombe non si rinvengono nei pozzi, che si sca- 
vano ad una ventina di metri circa di distanza l'uno dall'altro, non si possono 
scoprire nelle gallerie, che li collegano ad una profondità troppo grande per ritrova- 
menti di tal genere. Ciò serve a spiegare gli scarsi risultamenti archeologici dati 
sinora dai grandi lavori della fognatura nelle parti di Torino fuori dell'area romana. 

E. Ferrerò. 

(') Notizie 1895, pag. 218 e seg., figg. 2 e 3. 
(') Notizie 1903, pag. 99, nota 1. 

(*) Vedi p. es. Mém. de la Soc. Royale des ant. de Frutice, t. XVI, 1842, pagg. 99-110: 
Habert, Ville de Reims. Catalogne du musée archéologique, pag. 218 ecc. 
(*) St. delVant. Tot., p. 188. 
(*) Notizie 1893, pag. 189. Dovrebbe essere esposto nel R. Museo di antichità, a cai fa donato. 



REGIONE XI. 



— 361 — 



CASTELLETTO STURA 



V. CASTELLETTO STURA — Ritrovamento di un ripostiglio di 
monete imperiali romane fuori dell'abitato. 

Il 10 agosto 1904, nel comune di Castelletto-Stura, provincia di Cuneo, in un fondo 
non lontano dalla regione Motta, denominato Vernarino, in occasione dell'apertura di un 
canaletto irrigatorio pei campi coltivati, alla profondità di circa cm. 40, fu rinve- 
nuto da certo contadino di nome Giacomo Castellino, il fondo di un orciuolo in ter- 
racotta molto rozza e di color marrone, contenente duecentoventotto monete imperiali 
romane di lega di bronzo, ovvero billione, quasi tutte ben patinate e di ottima con- 
servazione. 

Sospesi per questa ragione i lavori e raccolte le monete, di cui alcune erano 
cadute sul terreno, ne fu avvisato il prefetto di Cuneo, conte Nasalli-Eona, che prov- 
vide tosto per il ricupero di esse, avvisandone subito il Ministero. Gliene furono 
di fatto consegnate duecentoquattordici ; ed altre undici, inviate a Torino per esame, gli 
furono più tardi recapitate in ufficio. 

Incaricato dalla Direzione generale per le Antichità e le Belle Arti di esami- 
nare il ripostiglio e riferirne, mi recai tosto a Cuneo dall'egregio signor Prefetto ('), 
e poi sul luogo del ritrovamento per rendermi conto dell'entità della cosa. 

Riconobbi che l'orciuolo doveva giacere a profondità non troppo grande, e che nel 
rimaneggiamento del terreno in causa dell'aratura era già stato rotto dall'aratro nella 
parte superiore. Facendosi poi un solco di profondità doppia per il canale irriga- 
torio, questo per combinazione fu tratto sulla linea del terreno che metteva allo sco- 
perto il fondo dell' orciuolo, contenente ancora tutte o quasi le monete nascoste che 
si debbono catalogare nel modo seguente. I pezzi che presentano maggior valore nu- 
mismatico sono indicati con asterisco: 



N. degli 
esemplar 



Arg. Treboniano Gallo (Libertas) . . . 

» » (Pax Augus) (sic) 

P. B. Valeriano padre (Oriens) . . . . 

» » (Spes publica) . . 

» » (Vota orbis) . . 

» Gallieno (Aeternitas) 

» » (Apollini Cons.) . . . . 

" » ( * »).... 

» • ( " ").... 

» » (Apollo Cons.) . . . . 

» » (Bono evento) . . . . 



Cohen V 2 n. 



63 

80 

140 

208 

279 

44 

72 

73 

77 

91 

98 



4 
6 
3 
1 



(') Rendo pubbliche grazie a quell'illustre Magistrato che mi agevolò in ogni modo possibile 
la ricostituzione del ripostiglio di Castelletto-Stura nella sua integrità. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 46 



CASTELLETTO STURA 



— 362 — 



P. B. Gallieno (Cohors) Cohen V 2 n 

» » (Concordia) 

» » (Diana Cons.) 



( » " ) ■ 

( » » ) • 

(Diana Felix). , 

(Pelicitas) . . , 

( ' )• • • 
(Fides Militum) . 
(Fortuna Redux) 

( ■ » ) 

(Indulgentia) . 
(Iovi Cons.) . . 
( . i ) . . 
(Laetitia) . . • 
(Legionaria) . . 
(Liberalitas) . . 
(Libero Patri) 
(Marti Pacifero 
(Neptuno) . . . 
(Oriens) . . . 

(•)'".. 

(Pax) . . . 

(»)...• 
(Pietas) . . . 



(.)... 

(")••• 
(P. M. Tr. P.) 

( » !> TI » ) 

(Providentia) . 

(.;■').. 

(Salus). . . , 

(")••• 
(Securitas) . . 

(Soli Cons.) . . 

(Uberitas) . . . 

(Victoria Act.) 

(Victoria Augg.) 

(Virtus) . . 



( 



) 



( " ) 





REGIONE XI. 






N. degli 
esemplari 


1 V 2 n. 


104 


1 


5 


116 


3 


X 


162 


4 


» 


163 


5 


» 


165 


18 


» 


172 


1 


» 


186 


2 


fl 


192 


1 


1» 


220 


1 


11 


261 


3 


» 


265 


1 


» 


323 


2 


t» 


341 


1 


li 


344 


9 


J! 


422 


6 


» 


500 


1 


1» 


562 


2 


Ti 


586 


2 


n 


622 


2 


» 


670 


5 


» 


685 


3 


» 


690 


3 


» 


727 


2 


» 


739 


2 


» 


783 


2 


i) 


786 


1 


n 


793 


1 


•n 


818 


3 


n 


824 


1 


» 


854 


2 


» 


859 


7 


» 


928 


1 


i) 


932 


3 


» 


962 


1 


» 


979 


3 


it 


1008 


1 


» 


1071 


3 




1149 


1 




1221 


1 




1223 


1 




1232 


4 




1272 


1 



REGIONK XI. 



— 363 — 



CASTELLETTO STURA 



N. degli 
esemplari 

* P. B. Salonina (Aug. in pace) Cohen V 2 n. 17 3 

» ■ (Concordia) ...... » 25 1 

» » (Felicitas) » 51 1 

» » (Iuno Regina) » 55 2 

( » » ) » 58 2 

* » » (Iunoni Cons.) » 70 2 

n n (* " ) " 71 1 

» » (Pietas) » 77 1 

(Pudicitia) » 92 1 

( » ) » 94 1 

(Venus) » 127 4 

(Vesta) » 142 1 

(Vesta Felix) » 147 1 

» Salonino (Princ(ipi) iuvent(utis)) . . » 61 1 

*" » ( » »).. » 63 1 

« » (Spes Publica) » 93 1 

» Claudio II (Aequitas) » 6 1 

» » (Annona) » 21 7 

(Felicitas) » 77 3 

. . » » ( " ) » 79 3 

» » (Fides exercitus) » 87 3 

« ( » militimi) » 93 3 

» » (Genius exercitus) .... » 114 5 

(Iovi Statori) » 124 1 

» » (Liberalitas) » 144 1 

* » » (Pax Aug.) • » 200 l 

» » ( i exercitus) » 209 1 

* » » (P. M. T. P.) » 214 1 

» » (Providentia) » 226 2 

* » » (Salus) » 252 1 

( » ) » 265 1 

(Spes Publica) » 281 2 

» » ( » » ) » 284 1 

(Victoria) » 293 3 

( » ) . 302 2 

» » (Virtus) n 315 5 

( » ) » 316 1 

Quintillo (Marti pae^J?") .... » 47 1 

Dall'elenco fatto delle duecentoventicinque monete ch'erano a mia disposizione, 
risulta che il ripostiglio di Castelletto-Stura conteneva soltanto piccoli bronzi, eccet- 
tuati due denari di lega d'argento, del III secolo dopo C, e che abbracciava il pe- 



CASTELLETTO STURA — 364 — REGIONE XI. 

riodo cronologico che va dal 252 al 270 d. C. I pezzi, quantunque ricoperti tutti di 
patina per la lunga giacitura nel terreno umido, dovevano essere in corso, poiché sono 
ancora ben conservati e distinti, e alcuni sotto la patina si presentano tuttora ruspi, 
come fossero stati riposti a fior di conio o quasi; alcuni hanno ancora l'argentatura 
degli antoniniani del III secolo: cosicché parrebbe che la persona stessa che li possedeva 
dovesse essere vissuta o nel medesimo periodo di tempo o in quello immediatamente 
successivo agli imperatori Treboniano Gallo, Valeriano padre, Gallieno, Salonina, Sa- 
lonino, Claudio II e Quintillo. 

Il ripostiglio di Castelletto-Stura non ha per sé valore intrinseco molto grande, 
non essendovi pezzi d'oro, né d'argento, all'infuori dei due pezzi di Treboniano Gallo, 
che sono stati catalogati dal Cohen come denari d'argento, ma che sono invece di lega 
argentea, un po' meno impura di quella di tutti gli altri di Milione. 

11 ripostiglio suddetto non ha nemmeno un gran valore numismatico, contenendo 
piccoli bronzi di solito comuni, e non in tale numero da far supporre che si trattasse 
di parte di cassa o stipe militare pel pagamento delle truppe o per istituti pubblici. 
È un modesto ripostiglio di un privato che l'aveva nascosto per poterlo ritirare a 
tempo debito, o per lasciarlo sicuro ai suoi eredi. Ha invece un' importanza storica 
e topografica di primo ordine, perchè è la prima volta che si presentano vestigie di 
antichità romane e specialmente monete, nel comune di Castelletto, eccezion fatta per 
le poche epigrafi che citerò più sotto. 

Resta ora a vedere in qual modo un ripostiglio di monete del III secolo d. C. 
e rinvenuto completamente isolato, sia rimasto a giacere finora nel terreno coltivato, 
formando le sole vestigia di monete antiche venute in luce fin qui in quella regione, 
tanto da indurre i ritrovatoli alle più strane supposizioni. 

Il ritrovamento è dovuto invece al fatto che il ripostiglio di Castelletto-Stura è 
sito su un tracciato antico di strada, che collegava tra loro due centri ben noti della 
vita romana dei tempi imperiali: Pedona, cioè, l'antica Pedo (ora Borgo s. Dalmazzo) 
e Bene Vagienna, l'antica Augusta Bagiennorum, delle cui antichità si occuparono 
spesso le Notizie degli scavi di questi ultimi anni. 

Il non aver trovato altro oggetto, o urna, o arma, o altro utensile d'uso affine 
a quello dell'orciuolo in questione, non rende testimonianza alcuna contro l'antichità 
della regione, giacché il puro caso mise allo scoperto proprio quella zona che con- 
teneva il deposito antico. Tale zona dista km. 2 da Castelletto, e km. 6 o 7 circa da 
Morozzo; e se Castelletto-Stura non è di origine antica (') risalendo appena al 1190, 
secondo il Casalis ( 2 ), Morozzo invece è luogo vetusto dove già si ritrovarono oggetti 
antichi in gran quantità, specialmente nella regione Troglio. 

Nella borgata Riforano, alla cascina Faussona ed alla medesima distanza da 
Morozzo e da Castelletto del luogo sul quale si rinvenne il ripostiglio monetario in 

(') Le carte dell'Archivio parrocchiale non risalgono oltre la metà del XVI secolo; quelle del 
Comune non oltre la metà del XV secolo; con la concessione per la bialera o canale che da Ca- 
stelletto andava sino a Bene Vagienna. 

(*) Lo riporta Mons. Felice Boci in un manoscritto posseduto e gentilmente ceduto dal parroco 
ili Castelletto, teologo Michele Viotti, al quale presento pubblicamente i miei ringraziamenti, insieme 
al signor Sindaco ed al signor Segretario di quel Comune. 



ROMA 



365 — 



ROMA 



questione, si trovarono, secondo le indicazioni raccolte da A. M. Viara (') varie epigrafi 
illustrate dal Nallino nel suo Corno del Pesto, ancor prima che il Mommsen le ac- 
cogliesse nel Corpus Iascriptionum Latìnarum {-). 

E il Mommsen include tanto Morozzo quanto Castelletto-Stura nel territorio di 
Augusta Bagiennorum, e li fa quindi appartenenti alla tribù Camilla ( 3 ). 

Ora questo ritrovamento come l'altro al Vernarino, sono avvenuti su di una strada 
che trovasi tra Castelletto e Morozzo, come abbiamo veduto, ma che ricongiunge Pedona 
con Bene Vagienna, divergendo dall'altra da Pedona a Fossano che passa per Mon- 
donera e s. Albano, altro centro di antichità romane. E appunto, allargandosi grada- 
tamente il tracciato diagonale, possono incontrarsi tanto alla Faussona, quanto al Ver- 
narino, in punti ancora precisati da avanzi di antichità, le testimonianza della vita 
romana del periodo imperiale al tempo del passaggio degli eserciti per le Alpi e per la 
Liguria (*) lungo la via dei vari municipi e colonie romane ch'erano teatro spesso 

delle guerre tra i vari competitori all' Impero. 

S. Ricci. 



VJ. ROMA. 

Nuove scoperte di antichità in Roma e nel Suburbio. 
Regione II. — Continuandosi gli sterri per la fondazione del nuovo Ospizio 
Britannico, fra la piazza della Navicella e la chiesa di s. Stefano Rotondo, è stato 
recuperato un frammento di basetta marmorea sagomata (m. 0,17 X 0,05), sul quale 
in caratteri minuti si legge: 

Mi 
MGNOC-e 

nAAAAZ 

XPYCWl • K 
TT€P«Ì:K( 

AyAAn> 

eioxÀTe 

pàbAoAi 

MIO Y- Xt 
€TÀTOIC ( 

/lOOWCTOTT 
OY NOM€XUU| 



H coepArr Al, 



Nel v. 5 la quarta lettera è completamente abrasa. 

(') Vedi A. M. Viara, Notizie storico-statistiche sul Comune di Castelletto-Stura. Ricerche, 
Cuneo, tip. Galimberti, 1875 ; pag. 12 e segg. Cfr. Bertano, Storia di Cuneo nei primi due secoli. 

(") Vedi C. I. L„ V, 2, 7705-7716, e specialmente l'epigrafe n. 7710, Morozzi al Riforano 
vicino alla cassina del marchese Fausson detta la Faussona. 

(») Vedi C. I. L. cit., V, 2, pag. 874. 

(*) Vedi I. Durandi, // Piemonte cispadano antico, Turino, 1774. 



ROMA — 366 — ROMA 

Regione XIV. — Nel demolire un muro presso la porta Cavalleggeri, si sono 
trovati fra i materiali di costruzione due pezzi di cornice in marmo, intagliata con 
ovoli e dentelli, alta m. 0,30. I due pezzi hanno insieme la lunghezza di m. 2,30. 

Presso il luogo medesimo è stata recuperata un' umetta cineraria, in marmo, 
mancante di una parte nella fronte. È alta m. 0,20, col diametro di m. 0,30; e vi 
si legge l'iscrizione: 

D • m 

S I • E V'« r i S 
TI -H or *EN 
SIANiCRO 

///ILLA -AL VIVI 

F E C 

Ai due lati dell' iscrizione è scolpito un delfino. 

Costruendosi una cloaca nella piazza di s. Marta, al Vaticano, a m. 0,75 sotto 
il piano stradale si è rinvenuto un fusto di colonna di verde antico, lungo m. 1,36, 
del diametro di m. 0,38. Ad esso era sovrapposto un capitello di marmo bianco, di 
ordine corinzio, alto m. 0,90. 

Via Portuense. — Nella vigna di proprietà Chiovenda, già Ceccarelli, pros- 
sima alla stazione ferroviaria della Magliana, cioè fra il quinto e il sesto miglio da 
Roma, facendosi un piccolo cavo per la fondazione di una casetta campestre, si è rin- 
venuto un masso squadrato di travertino, in parte guasto e scheggiato, alto m. 0,32, 
largo in. 0,44, grosso m. 0,34. L'iscrizione che vi era incisa sulla fronte, in carat- 
teri degli ultimi tempi repubblicani, è assai consunta e dice : 

CONL'EGIAAERARIOR 
FORTEFORTVNAE 
DONV- DANTMAG- 

C-CARVLIVS-ML 

L-MVNIVSL-L/'/'LACVS 
M1NIS- P ■ MAR13 CARVIL* 
///STIMI • D • QVINCTIVS 



Nell'ultimo verso sembra potersi leggere il nome: Postimi, e forse il prenome 
è rappresentato, dalla piccola lettera M, che trovasi in fine della linea precedente. 

Due sacrari della Forte Fortuna sono indicati nell'emerologio di Amiterno ed in 
quello Esquilino, uno al primo, l'altro al sesto miglio della via Portuense. Questo 
secondo era prossimo al bosco sacro degli Arvali ; e da esso provengono, tanto la basetta 
testé rinvenuta, quanto tre altre iscrizioni votive a quella medesima divinità, che circa 
lo stesso luogo furono trovate negli anni 1867-69 (C. I. L. VI, 167-169). 






SICILIA — 367 — PANTALICA 

Via Salaria. — Nel terreno adiacente allo stabilimento tipografico Voghera, 
al Corso d'Italia, si è rinvenuta un'olla ossuaria, in travertino, sulla quale è inciso 
il titoletto sepolcrale : 

CL VOLVSIVS • L • F- 
ARNSABINVS 

AN XVIII 

L'olla, alta m. 0,30, col diametro di m. 0,20, ha la consueta forma semiovoidale 
ed è munita tuttora del suo coperchio, parimenti in travertino. 

G. Gatti. 



SICILIA. 



VII. PANTALICA — a) Siculi. Nel dicembre u. s. passai una settimana 
sulla montagna di Pantalica, per indagare sul prezioso tesoro bizantino, di cui è pa- 
rola più sotto. Profittai di questa occasione per completare le mie indagini sulla im- 
mensa necropoli del lato di mezzodì, sulla quale è in preparazione una estesa mono- 
grafia. Si presero delle grandiose vedute fotografiche, si fecero rilievi di sepolcri tipici, 
e si esplorarono con modico successo alcune diecine di nuovi sepolcri. Tutto ciò, assieme 
ai risultati della grande campagna 1900-1901, sarà pubblicato nei Monumenti dei 
Lincei. 

b) Bizantini. Che nel posto della grande città sicula si fossero adattati, dal 
VI secolo in poi, traendo partito della forza naturale del luogo, numerosi elementi bi- 
zantini (termine convenzionale ad indicare l'epoca più che la razza della gente) lo 
dimostrano gli abitati a grottoni artificiali, ed i piccoli oratori trogloditici di quella 
montagna, da me studiati ed illustrati {Byzant. Zeitschrift, VII, fase. 1°). Ma nes- 
suno avrebbe supposto che in luogo così romito e selvaggio si nascondessero dei veri 
tesori di oreficerie bizantine. 

Nell'ottobre del 1903 un povero villano di Sortino, preparando il terreno per la 
semina, avochi passi dal così detto Anaktoron ('), scoperchiava con un colpo di zap- 
pone la lastra che proteggeva un recipiente, chi dice fittile, chi metallico, deposto a 
fior terra in un cavo della roccia, e contenente un vero tesoro di oreficerie e di mo- 
nete d'oro. Nello strato superiore del recipiente eran deposti alla rinfusa anelli, col- 
lane, braccialetti, ecc. ; sul fondo una quantità di soldi d'oro. Immediatamente il te- 
soro venne diviso fra lo scopritore ed il gabellotto, ma il meglio fu venduto all'orefice 
G. Serges di Sortino. Reclamò i suoi diritti il proprietario del terreno, on. Giovanni 

(') È bene ricordare qui, come già parecchi anni addietro io abbia riconosciuto, che quel ve- 
tustissimo palazzo, dovuto ai Siculi, fu poi ripreso e riattato in tempi bizantini (Orsi, Pantalica e 
Gassibile, pag. 53). 




PRIOLO • — 368 — SICILIA 

Francica-Nava, reclamò il Governo ; si mise in moto la polizia e la magistratura, ed 
ora pende un doppio processo, contro gli scopritori ed i detentori della res furtiva. 
Ma, doloroso a dirsi, non un solo pezzo potè essere ricuperato, all' infuori di qualche 
moneta d'oro; e quello che costituiva un vero tesoro andò disperso, e riapparirà 
più tardi negli inventari di qualche raccolta estera, senz'altra indicazione di pro- 
venienza, che il nome « Sicilia » . Ond' è che anche per questo rispetto è bene tentare la 
ricomposizione degli elementi del tesoro, secondo esatte testimonianze da me per più 
vie raccolte, e secondo l'autopsia di alcuni dei pezzi, che per brevi istanti io ebbi 
nelle mani. Le monete, secondo affermazioni diverse, variavano da un minimo di 200 
pezzi ad un massimo di 1000, ed erano tutti soldi d'oro. 

Io potei vedere di sfuggita: un anello avente sul castone l'imagine del Reden- 
tore con due santi, niellati, e sulla fascia ottagona una iscrizione incerta: K(vQi)t 
Borjf/(u) Ts(Xe<f)(poQo. . . . 

Altro col Salvatore fra due angeli .adoranti e la verga formata da due serpi at- 
torti. Altro di fattura ed età classica, con acquamarina (?), su cui un superbo busto 
di Psyche di mirabile intaglio. Anello con fogliami a traforo. Due orecchini circolari 
con rosetta di palline attorno ad una grossa perla. Bulla con croce equilatera espansa, 
accantonata da quattro foglie. Armilla a maglie snodate in forma di arpe affrontate. 

Di cinque piccole collane ad occhietti od a filigrana, con intercalate ametiste e 
smeraldi, coi fermagli a bulle crociate e traforate, od a cuori a traforo, vidi la fo- 
tografia; di una sesta ebbi un piccolo schizzo; è uno spagnoletto da cui pendono 
cinque monetine d'oro. 

Tutte le fonti si accordano nello ammettere poi l'esistenza di un cinturino (dia- 
dema!) in lamina d'oro sbalzata figurata, chiuso da un cammeo grande come una 
mandorla; e quella inoltre di una lunga collana ad occhietti alternati con ametiste 
ed altre pietre dure. Questi due oggetti sarebbero stati fatti in pezzi e divisi. Di altri 
gioielli raccolsi voci troppo vaghe per poterne tener conto; ma certo ve ne avevano 
altri e copiosi. 

Di monete vidi una mezza dozzina di soldi d'oro di Costante II, Costantino IV, 
Eraclio e Tiberio (641-68), che segnerebbero l'epoca approssimativa del tesoro. 

Questo magro catalogo io pubblico come notizia preliminare, per rendere un ser- 
vizio ai colleghi di qualche museo estero; e nella speranza, attendendo l'esito del 
processo, di poter dare più tardi i disegni di alcuni almeno dei preziosi gioielli. 



Vili. PRIOLO — Catacombe di Riuzzo. La campagna di Priolo presenta 
dei gruppi cemeteriali di notevole importanza; e come nel passato anno dedicai 
alcune settimane allo studio ed allo sgombero della catacomba di Manomozza (No- 
tule 1903, pag. 429), così volli in quest'anno definire la questione delle due belle 
catacombe esistenti in contrada Riuzzo, e studiate dal Fùhrer, ma in modo insuffi- 
ciente, perchè ricolme di materiale ed accessibili solo in parte ed in modo penoso. 



SICILIA — 869 — LENTINI, OAMARINA 

Ora che sono interamente sgombere, se ne fecero degli accurati rilievi planimetrici, 
con vedute e sezioni. Poche e povere furono le tombe chiuse, quasi insignificanti gli 
avanzi epigrafici raccolti; ma di molto interesse invece le forme architettoniche dei 
due cemeteri, adorni di colossali sepolcri a mensa, e di transenne. Mi sorprese molto 
rinvenire in uno di essi numerosi stucchi decorativi, di povera arte provinciale, però 
non pertinenti alla catacomba, ma, come io penso, colà introdotti, assieme a fram- 
menti marmorei dalle ruine di una villa romana non lontana. Essi costituiscono una 
rivelazione sull'arte dello stucco nei bassi tempi romani in Sicilia. 



IX. LENTINI — Torso efebico arcaico. Le disastrose alluvioni del 1902 
misero allo scoperto nella campagna di Lentini un magnifico torso marmoreo, che per 
qualche tempo giacque abbandonato in una masseria, indi venne portato a Catania, e 
fortunatamente salvato per il Museo. Nella pagina seguente se ne dà per adesso 
una riproduzione fotografica ed un cenno descrittivo, essendo esso meritevole di ben largo 
esame, che farò altrove. È un torso in pario, di grandezza alquanto superiore al vero, 
conservato dall'attacco inferiore del collo sino al primo terzo della coscia destra (m. 1,00). 
Kappresenta una figura giovanile, nel tipo comunemente detto efebico od apollineo, 
dalle forme poderosamente sviluppate nello schema rigido di riposo, colla gamba destra 
di puntello, e la sinistra appena spinta avanti, inerte; le braccia incollate al torace 
superiore e tronche al principio del bicipite, non si sa quale movenza avessero. È un 
pezzo eccellente, che occuperà un posto distinto nella ricca serie dei torsi efebici ar- 
caici, rappresentata in Sicilia da una mezza dozzina di esemplari. Se sia un efebo 
o un dio, non è il caso di indagare, per la mancanza della testa ; ma converrà tener 
presente la ricca serie dei tetradrammi leontinesi della prima metà del quinto secolo 
tutti colla testa di Apollo, testimoni di un esteso culto locale, al quale non è forse 
estranea la nostra statua, che per i suoi dati anatomici sta appunto sul passaggio 
dall'uno all'altro secolo. 



X. CAMARINA — Necropoli di Passo Marinaro. Anche in que- 
st'anno il massimo sforzo pecuniario fu dedicato a proseguire la esplorazione della 
necropoli camarinese di Passo Marinaro, profittando della benevolenza non mai smen- 
tita del nob. Marchese Orazio Arezzo di Palermo, Si lavorò dall' 1 1 marzo al 26 mag- 
gio, e si esplorarono! sepolcri dal n. 525 al n. 1016. Come nella campagna prece- 
dente, si constatò che la maggior parte dei sepolcri era estremamente povera di sup- 
pellettile; ma non di meno si ricuperarono nove grandi vasi dipinti di stile rosso, 
adibiti ognuno come ossuario di cremati. Sono crateri a campana, vasi a colonnette, 
ed una hydria a due registri di insigne bellezza, colla epifaneia di Cora. Tra la pic- 
cola suppellettile non vi è pezzo alcuno degno di speciale menzione. Fu invece 

Notizie Scavi 1904 - Vul. I. 47 



CAMARINA 



— 370 



SICILIA 



notato, come già in precedenza, che il campo funebre era letteralmente cosparso di 
infiniti rottami di vasellame piccolo, acromo o dipinto, e di pezzi di numerosissimi 
crateri, alcuni dei quali con pregevoli figurazioni, disgraziatamente tutte mutile. Si 




sta ora tentando, con paziente lavoro, la ricomposizione di alcune parti figurali, trat- 
tandosi di vasi i cui pezzi, per ragione di rito, venivano rotti e dispersi sopra una 
larga superficie, senza che sia mai stato possibile ricuperare il totale dei frammenti. 
Nelle precedenti campagne si erano raccolte alcune laminette plumbee scritte, 
appartenenti alla categoria delle tabelle devotive, o de/ìxiones, al cui studio ora da 
più parti si attende con tanto interesse. 



SICILIA 



— 371 — 



S. CROCE CAMARlNA 



Auche in quest'anno si raccolsero tre cilindretti avvolti, uno dei quali inchio- 
dato, defixus; non se ne è ancora tentato lo svolgimento, e si spera contengano scrit- 
tura. Certamente scritta è invece una grande foglia pure di piombo, ripiegata, ma 
non ancora aperta e letta. 

Nulla di titoli funebri, quasi che i Camarinesi del V secolo fossero analfabeti, 
o evitassero di proposito di tramandare il nome e l'elogio dei loro morti; ma invece 
si raccolsero e studiarono alcuni elementi spettanti alla decorazione esterna di qualche 
raro sepolcro. 

Vennero di nuovo eseguiti larghi tentativi nell'area esterna, nel xs'fisvog del 
tempio di Atena, ma con risultati assolutamente sconfortanti, se si eccettuino alcuni 
buoni frammenti di terrecotte impresse, trovati nei ruderi di case di tarda età, sorte 
in graude vicinanza del tempio. 

Anche i grandi lavori della bonifica dell' Hipparis, da cui si era tanto sperato, 
nulla diedero. 

Nondimeno, pubblicando il vecchio ed il nuovo materiale, ne risulterà che quella 
di Camarina sarà in breve una delle meglio conosciute necropoli dell'isola. 



XI. S. CROCE CAMARINA — Catacomba coti iscrizione. In una delle 
molte ricognizioni, da me eseguite nello scorso inverno nell'agro di santa Croce, così 
ricco di reliquie svariatissime, fui tratto, in seguito ad indicazioni avute, a visitare la 
contrada Grassullo (circa 7 km. a nord-est del paese), dove, sul fondo del vallone 
detto Cava delle Case, presso la fattoria Ciarcià, si apre una catacomba profonda 
appena una ventina di m., fiancheggiata da arcosolì polisomi, che furono in gran parte 
distrutti un 30 o 40 anni addietro, per trasformare l'ipogeo in conserva d'acqua into- 
nacandone il fondo e le guancie. Fu ventura che chi presiedeva a quel lavoro facesse 
rispettare una iscrizione scolpita in un cartello rettangolare al lato destro di chi entra, 
delle dimensioni di cm. 5<> X 18, la quale così dice: 



MISHC SHTlKETOYAOYAOYj 
COYKAAAlTYXOYTOYXP/ 
TIANOY/, //ETEAEYT> 
THnPO/KAAANA 

/ ///////NT/- 



Mvrjtìd-Yjti x(vqi)s xov Sovkov 
ffoì' KaXXixi'/ov xov XQLv^ 

xiccrov sxsXevx\jj(Ssv 

tfj nqò . . . xakavàmv 



Forse nell'ultimo rigo vi era la data consolare: vnaxia KovOia\vx[ivov 

o di altro nome contenente le lettere . . . . vx . . . . ; è quindi inutile insistere in un 
tentativo di reintegrazione, che a nulla approderebbe, essendo nel V secolo numerosi 
i nomi consolari con l'elemento vx. 



SCOGLITTI, GELA, I.ICODIA EUBEA — 372 — SICILIA 

Giova invece rammentare come la campagna di santa Croce sia ricca di ricordi 
cristiani; lo dicono le due chiesette bizantine di Bagno e Vigna di mare, l'ima 
circondata di un cemetero ancora inesplorato; poi le catacombe in contrada Perderà, 
ed altri gruppi funebri sub divo di minor conto. 



XII. SCOGLITTI — Necropoli greca. Volli in quest'anno definire una volta 
per sempre anche la questione della necropoli di Scogli tti, sobborgo, forse porto, di 
Camarina, da cui pervennero per lo passato molti grandi vasi, portati quasi tutti a 
Gela, e coi gelesi confusi. 

Pervenni bensì ad esplorare vontidue sepolcri, poveri, ma più assai furono quelli 
trovati violati. Si precisò il sito donde erano stati tratti numerosi crateri, ma la 
coltura delle viti, che in meno di un ventennio ha trasformato quella costa, ha messo 
allo scoperto i sepolcri che erano superficiali; ed io rimasi colla convinzione che ben 
poco, o nulla, siavi colà da sperare. Gli elementi da me raccolti provano che il sob- 
borgo data già dalla fine del secolo VI av. Cr. 



XIII. GELA — Un' esplorazione nell'area di questa celebratissima città fu 
anche in quest'anno per alcuni giorni tentata, ma quasi senza successo. Nelle terre 
Martorano presso il tempio ed in quelle Buggeri, nel declive che dalla città scende 
alla marina, si esplorarono degli scarichi, raccogliendovi frammenti di vasi attici a 
figure nere e rosse ed un disco in piombo con tracce di lettere capillari. Un certo 
numero di rottami fittili siculi del primo periodo, conferma quanto è stato più volte 
da me asserito {Notizie 1900, pagg. 245 e 277; Bull. Paletn. Rai. 190/, pag. 153 
e segg.), che cioè la collina di Gela fosse abitata da indigeni prima dell'avvento 
dei Greci. Potei recuperare la metà di un cilindro arcaico per decorare, con palmette 
e fiori di loto a rilievo, e labbri di doli grezzi. 



XIV. LICODIA EUBEA — Varia. Lo zelo quasi intempestivo, che il locale 
ispettore prof. V. Cannizzo, porta nello studio di ogni piccolo avanzo archeologico della 
sua borgata, e la grandine di rapporti che ogni momento pervengono alla Direzione, 
han reso necessario un'accurato esame sopra luogo delle scoperte che si ripetono quasi 
sempre intorno alla collina del Castello. Effettivamente trattasi di poverissime camere 
cemeteriali, aperte nella roccia franosa e sgretolata del versante meridionale, alternate 
con strutture a formae, rese necessarie dalla pessima qualità del materiale onde 
il colle risulta formato. E nuove formae si trovarono sull'opposto declive settentrio- 
nale del castello. Mancano assolutamente oggetti con iscrizione o segni di scrittura. 



SICILIA — 373 — MONTE S. MAURO, MINEO 

_ 

Più vantaggioso è stato lo studio di un grande acquedotto di età greca tarda, 
che serpeggia nelle viscere dello stesso colle, con parecchi sbocchi a mezzogiorno, e 
che doveva raccogliere le acque filtranti attraverso le roccie. Di ogni cosa si pubbli- 
cheranno i disegni presi sul posto. 



XV. MONTE S. MÀURO presso Callagircme — Varia. Vi si proseguirono 
le ricerche felicemente iuiziate nell'estate del 1903 {Notizie 1903, pag. 432). Sul colle 
u. 1, mercè la cortesia del proprietario, sig. Giuseppe Scordino, si recuperarono nuovi 
e ragguardevoli avanzi di terrecotte architettoniche dipinte, spettanti al tempietto in 
legno, che doveve colà sorgere nel VII o VI sec. a. C, e di cui non rimase traccia 
veruna. 

Sul colle n. 3 venne messo allo scoperto ed accuratamente rilevato un edificio 
di rustica fattura, nel quale credetti a tutta prima, per la presenza di qualche ter- 
racotta architettonica, di riconoscere lo stereobata di un tempietto arcaico ; ma poi per 
un complesso di dati, che non è qui il caso di esporre, venni nella convinzione, si 
trattasse dell'abitazione di un capo indigeno., eretta con rozza e solida tectonica, ma 
forse su disegno greco. Fu stabilito, mediante numerosi pozzi di saggio, che questa 
specie di àvàxroQov, che può rimontare all' VIII-VII secolo, fu costruito sopra un 
villaggio di capanne sicule assai più antico, e precisamente del primo e secondo pe- 
riodo. Dentro il fabbricato si raccolsero parecchi frammentini di una lamina in bronzo 
scritta a lettere greche arcaiche, con andamento boustrophedon; se ne tenta ora il 
restauro e la lettura. 

Venne proseguita la esplorazione della necropoli greca nel fondo Barravecchia, 
andando dal sep. 29 al sep. 58. 

A s. Mauro Sotto si iniziò lo studio di una necropoli bizantina, che ai cercatori d'an- 
ticaglie aveva già dato qualche buon oggetto; e se ne esaminarono 15 sepolcri, alcuni 
di grandiosa costruzione. 

Così si potè stabilire il succedersi nella pittoresca e ferace conca di s. Mauro, 
di varie civiltà e di vari popoli, Siculi, Greci, Bizantini, che dalla metà del li mil- 
lennio a. C. fino al VI-VII d. C. tennero costantemente occupata quella riposta 
contrada, dalle cui alture si vede quasi metà della Sicilia. 



XVI. MINEO — Vària. Anche in quest'anno ho messo a disposizione del 
cav. E. Guzzanti, ispettore onorario di Mineo, una piccola somma per eseguire in 
quelle contrade esplorazioni, che ebbero però esito non favorevole. In contrada Acqua- 
nova si segnalarono tombe già violate, e si raccolsero parecchie dozzine di vasetti 
grezzi a fuso, un aryballos nero, una pyxis nera a saliera ed una patella biausata. 

Presso le falde del Monte, scavando anche profondamente, si rinvennero solo 
blocchi d'arenaria ed ossa umane spettanti a tombe violate. 



MILITELLO, MONTE JUDICA — 374 — SICILIA 



Nulla diedero gli scavi in contrada Santuzza. 

Al Piano delle Forche, sotto il castello, a mezzo metro di profondità, si rinven- 
nero tre tombe con cadaveri inumati in nuda terra, con poche pietre al capo; fra la 
terra si raccolsero una piccola kylix nera tarda, due patelle ansate grezze, una lu- 
cerna greco-romana, tre monete di Menae ed un piccolo specchio in bronzo. Più pro- 
fondamente era piantata in mezzo a sassi un'anfora lunga cm. 81 avente sul labbro 
la marca rettangolare L ■ AFRAN • AF, derivante a quanto pare da una fabbrica scono- 
sciuta e non registrata nel C. I. L. X. 



XVII. MILITELLO in vai di Catania. — Ho accennato in queste Notizie 
(anno 1903, pag. 40), al gruppo di sepolcri siculi esistenti in contrada Ossini, ed alla 
bella ceramica geometrica da essi prodotta. Avendo fatto esplorare metodicamente una 
mezza dozzina di quei sepolcri, risultò che la grande maggioranza dei sepolcri della 
necropoli spetta al terzo periodo. 

Merita speciale attenzione un sepolcro, che, anche dalla forma, risulta del primo 
periodo, e che sul fondo conteneva scheletri e numerosi coltelli silicei di tale età; 
ma di sopra v'erano scheletri, avanzi ceramici, fibule e bronzetti del secondo e terzo 
periodo. Di un altro sepolcro in condizioni analoghe fu appena iniziata la esplora- 
zione, che sarebbe continuata per tutta la necropoli, se i furiosi uragani del no- 
vembre 1903 non avessero costretto i miei operai ad abbandonare quella iuospite e 
pericolosa regione. In ogni modo i lavori verranno ripresi a tempo più opportuno. 



XVIII. MONTE JTJDICA — Anfora bollata. Di Monte Judica in provincia 
di Catania, dove vuoisi esistano le ruiuc di Morganlion, credo che nessun archeologo e 
mai una volta le Notizie degli scavi abbian fatto parola. È un terreno tutto vergine, che 
merita essere studiato. In tanto difetto di dati, panni utile offrire come tenue pri- 
mizia, i bolli di fabbrica, impressi sulle anse di una bella anfora rodia, rinvenuta a 
Monte Judica e da me vista in proprietà privata a Caltagirone. Essi sono : 

□ EHIAINH o *APIZTAPXOY* 

TOPOZ * * 

YAKINOloY 'Erri AlvrjtoQog Yaxivdiov 

Anfore rodie con questa marca, ma con diversa indicazione di mese, si trovano 
sparse in diversi punti della Sicilia e dell'Italia meridionale (Dumont, Inscr. céram. 

de la Grece, pag. 79 ; Kaibel, 2393, 57, 52). 

P. Orsi. 
Roma, 15 ottobre, 1904. 



REGIONE XI. — 375 — VINOVO 



Anno 1004 — Fascicolo IO. 



Regione XI (TRANSPADANA). 

I. VINOVO — Antichità barbariche scoperte nel territorio del Comune. 

Nella costruzione della strada per il tramway da Vinovo a Piobesi Torinese, in 
uno sterro a sinistra della linea, nel territorio del primo comune, alla distanza di 
circa 750 m. dalla stazione e a 250 a ponente del cimitero e della chiesa di s. De- 
siderio, si scoprì, alla fine dello scorso maggio, una tomba. Appena n'ebbi avviso, 
mi recai sul luogo: la trovai già disfatta. Il pavimento era di mattoni (m. 0,45 X 
0,285 X 0,065), senza l'incavo per sollevarli, disposti in doppia fila, una d' interi 
adiacenti nel senso della lunghezza, l'altra di spezzati. Misurava circa due metri di 
lnnghezza e m. 0,60 di larghezza. Le pareti di ciottoli senza calce erano cadute: 
per copertura si aveva un lastrone di pietra regolarmente tagliato (m. 1,90 X 0,60 X 
0,04) rinvenuto a soli 35 cm. sotto il suolo. La tomba non conteneva che pochi 
resti dello scheletro, la cui testa era a ponente; nulla di suppellettile funeraria, ma 
non posso guarentire che siasi esplorato con tal cura da non lasciar sfuggire alcun 
piccolo oggetto. Frugai ancora, ma senza frutto, nella terra estratta e nel fondo, 
donde già erano stati levati i mattoni. 

A sinistra della tomba ed a breve distanza si erano rinvenuti sparsi i seguenti 
oggetti : 

1. Scramasax lungo m. 0,58, di cui m. 0,11 per il codolo; larghezza della 
lama m. 0,048; si scorge presso la costa e parallela ad essa una linea incavata. 

2. Altro lungo m. 0,43, di cui m. 0,09 per il codolo ; larghezza della lama 
m. 0,04. 

3. Parte inferiore della lama di un piccolo coltello, lungh. m. 0,11. 

4. Ampolla di vetro, non molto fino, giallo-scuro screziato di bianco, in per- 
fetto stato di conservazione; alt. m. 0,175, diam. del fondo m. 0,06, id. massimo 
del ventre m. 0,07, lungh. del collo m. 0,10, diam. della bocca con l'orlo m. 0,045. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 48 



VINOVO — 376 — REGIONE XI. 

Kicuperai questi oggetti dagli scopritori, e li consegnai al municipio di Piobesi 
Torinese, proprietario del terreno dove avvenne la scoperta, acciocché li custodisca 
con qualche altro oggetto antico rinvenuto nel suo territorio {Notizie degli scavi 
1902, pag. 49). 

Credo che le armi barbariche, e probabilmente anche l'ampolla, facessero parte 
del corredo della tomba, la quale, come fu scoperta, appariva essere stata anterior- 
mente violata. 

Che i coltelli fossero sul corpo di altri sepolti nei luoghi del loro rinvenimento 
è escluso dal fatto che niun resto di scheletro fu trovato con essi. Si scavarono dalla 
piena terra gli avanzi di un altro scheletro: non aveva nulla. 

Dobbiamo dunque aggiungere anche Vinovo ai luoghi, che in Piemonte restitui- 
rono antichità barbariche ('). Mi fu anche data vaga notizia del rinvenimento, av- 
venuto or sono più di venti anni, di un'altra tomba, che mi si disse simile a questa, 
nella medesima zona, a circa settecento metri a nord-est, presso il muro occidentale 
del giardino delle Suore del SS. Sacramento. 

E. Ferrerò. 



II. TURBIGO — La Necropoli della Gallizia. 

I. 

A km. 3,50 da Turbigo (provincia di Milano, circondario di Abbiategrasso), in 
basso, a valle, scorgesi la cascina Gallizia, che ha dietro a sé un piano piuttosto 
esteso, coltivato a gelsi e a fieno, segnato al n. 1961 della mappa catastale, spet- 
tante al sig. Paolo Grassi, proprietario e direttore della nota conceria di pelli di 
guanto di Turbigo. 

In una prima visita sul luogo, accompagnato gentilmente dallo stesso sig. Grassi, 
il 2 aprile scorso, vidi già la terra smossa in seguito a qualche precedente assaggio, 
avvenuto fortuitamente e per scopo più di divertimento che di esplorazione scientifica ; 
ed in quest'occasione seppi che fin dal 1901 erano avvenuti colà ritrovamenti spo- 
radici, o fortuiti, o fatti intenzionalmente alla ricerca di qualche opera d'arte o di 
qualche tesoretto monetale. 

Per la condizione molto frammentaria della suppellettile rinvenuta, e perchè gli 
scavi erano stati eseguiti tumultuariamente, non potè il sig. Grassi ricostruire il 
complesso dei ritrovamenti, né farsene un'idea chiara; e lasciò anzi abbandonati sul 
luogo quasi tutti quegli sparsi testimoni del sepolcreto romano. 

I ritrovamenti del 1901 si riducono allo scoprimento di quattro o cinque tombe 
antiche, alcune circondate da ciottoli e formate da grandi ossuari in terracotta, qual- 
cuna in piedi, qualcuna giacente, in direzione da ovest a est ; entro le urne e presso 

(') Ho enumerato questi luoghi negli Atti della Soc. di arch. e belle arti per la prov. di 
Torino, voi. VII, pag. 273, nota 2. 



REGIONE XI. — 877 — TDRBIGO 

di esse si rinvennero vari orciuoli a calice, a vaso panciuto o a piatto rialzato. Anzi 
si può dire che ogni tomba contenesse uno di questi piatti a forma di tegame a orlo 
rientrante, di diametro all'orlo m. 0,20, al fondo m. 0,17, in terracotta, spesso con- 
tenenti ossa bruciate e pezzi di carbone. Quasi in ogni urna si trovò una moneta, che è 
di solito un medio bronzo imperiale romano del I secolo dopo Cristo, periodo al quale 
una parte del sepolcreto deve appartenere. In un'urna fu trovata una moneta d'oro, 
che è stata per molto tempo in mano di un intelligente dilettante di studi antichi 
locali, il sig. Rossi, gioielliere di Cuggiono. 

Questi raccolse in copia vasi, ma soprattutto forbici, vasetti di vetro, monete. 
I vasi però di solito si frantumavano appena tolti dal terreno umido, ma lasciavano 
intatto il contenuto con l' impronta del vaso medesimo. 

È deplorevole che dal 1901 in poi nessuno abbia rilevato l'importanza di questi 
ritrovamenti e non abbia tutelati gli oggetti col loro riferimento alle singole tombe ; 
onde molti oggetti di terracotta, di bronzo e di ferro sono andati perduti. Alcuni 
di essi donati agli amici, ed altri che sono rimasti ancora presso il sig. Grassi, 
si scoprirono negli scavi del 1901 ; ma non si può più identificare a quali tombe essi 
appartengano. 

Un altro fatto che contribuì alla dispersione del materiale archeologico di Tur- 
bigo e della Gallizia fu il ritrovamento di vari oggetti antichi, che vennero a luce 
nella costruzione del canale Villoresi e furono raccolti dall' ing. Pagani. Questi, 
cedutili a un certo sig. Bernasconi di Como, non se ne curò più; ma il sig. Berna- 
sconi, essendo socio della Società archeologica di Como, pensò di inviarli a Como, 
ove furono raccolti in quel Museo civico per cura del dottor Magni, presidente di 
quella Società, e non fecero più parte del materiale locale. Lo studio del contributo 
archeologico di Como sarà argomento di un'altra Relazione. 

Durante l'anno 1902 pare che non abbiano avuto luogo altri scavi archeologici. 

Durante l'anno 1903 il sig. Grassi si ricordò specialmente di aver trovato altra 
urna, simile a quella già descritta, con una lucernetta di terracotta, che porta la 
rappresentanza figurata della lupa allattante Romolo e Remo. In una di queste urne 
si trovò una moneta di Augusto, il noto medio bronzo riconiato sotto Tiberio col 
rovescio dell'ara e coll'esergo Providentia. Questa moneta fu raccolta e conservata 
dal sig. Grassi, industriale di Turbigo, insieme con due balsamarii di vetro verdo- 
gnolo, e vasi in terracotta in forma di orciuolo e di vaso rialzato. 



IL 

In principio dell'anno 1904 ritornarono i tentativi di scavo, sempre però a fine 
più di diletto che di indagine scientifica. Fu osservato che il terreno del campo alla 
Gallizia, diviso in tempi abbastanza remoti a serie di fosse pei gelsi e di filari di 
viti preesistenti, sul luogo delle quali il sig. Grassi fece poi altra piantagione, era 
terreno tutto mosso e manomesso; bisognava dunque eseguire assaggi di scavo dove 
non erano avvenute piantagioni. 



TCRBIGO — 378 — REGIONE XI. 

Si notò inoltre che tutta la zona di Turbigo dev'essere antica, come del resto lo 
confermano le lapidi romane già citate nel Corpus Inscriplionum Lalinarum. Il 
Castellacelo, cosidetto, è luogo che non esclude indizi di costruzione romana ; la Tor- 
raccia dell'ing. Tatti è pure costruzione che presuppone fondamenti romani ; e il palazzo 
stesso del sig. Grassi, che dovrebbe essere restaurato in istile visconteo-sforzesco, fu 
costrutto al tempo dei Visconti e degli Sforza sopra rovine romane, come si deduce 
da costruzioni massicce che formavano il sottopiano del palazzo, parte delle quali do- 
vettero essere distrutte a colpi di mina, per spianare il terrazzo di contrafforte pro- 
spiciente il palazzo, che fu poi in parte coltivato e in parte preparato a giardino. 

In paese vi furono anche ritrovamenti sporadici di anfore e vasi in terracotta, 
ma non se ne potè identificare la data e l' importanza. 

Fuori di paese i ritrovamenti non si sono limitati a Turbigo e alla Gallizia, 
ma, essendosi verificati anche in Castelletto Cuggiono, Golasecca, Galliate, Bernate, 
Magenta, merita di rilevare l'estensione e l' importanza degli scavi, tutti nelle adia- 
cenze, per le relative deduzioni archeologiche sulle antichità della sinistra e della destra 
del Ticino. 

Alcuni fortunati ritrovamenti fatti nel 1903 e nel 1904 fecero riconoscere anche 
al sig. Grassi l'importanza scientifica 'dei ritrovamenti alla Gallizia, molto più perchè 
egli potè rinvenire già nel 1903 una targa circolare in bronzo, crnata e sforata a 
rilievo, di puro stile classico, sormontata da maschera leonina sporgente, che lascia 
un vano per farvi passare qualche stoffa o cinghia di sostegno. Il diametro è di m. 0,048; 
e l'altezza m. 0,073. 

Venne in luce pure nel 1903, inoltre, quasi per caso fortuito, un piccolo manico 
di specchio in bronzo, di coltello o d'altro (alt. m. 0,10, spessore m. 0,017 circa al mas- 
simo), tutto lavorato ed ornato in tre riparti : l' impugnatura a doppia mascherina 
figurata di genietto giovane da un lato, di genietto adulto dall'altro ; il nucleo centrale 
a doppia nicchietta con un Cupido da un lato, un'Afrodite dall'altro sopra una specie 
di piedistallo ornato che ne forma la base. 

Ma più fortunato ancora fu il sig. Grassi, nella primavera del 1904, di rinvenire 
ai piedi di un grosso gelso un'anfora in terracotta di forma conica, a tipo greco più 
che romano, molto appuntata all'estremo e giacente sul terreno. Vi era già stato in 
antico praticato un foro, ed era coperta in alto, ricolma di terra. 

Nel vuotarla diligentemente per osservare se ci fossero le solite monete, fu gra- 
dita la sorpresa di rinvenirvi aderente alla parete una laminetta in bronzo di forma 
rettangolare, alta m. 0,044, lunga m. 0,067, incorniciata con listelli sporgenti a sinistra 
e in basso, e con fascetta a ornato lesbio in alto; si presenta come segata al suo lato 
destro, come se dovesse combaciare con altra lamina in bronzo. La rappresentanza 
però della lastrina a noi pervenuta è per sé stessa completa e può stare a sé; rap- 
presenta nel campo a rilievo un guerriero all'inizio di una eorsa in quadriga. L'elmo 
in testa, la corazza al corpo, di sotto la quale esce il chitone, e sul braccio destro, 
raccolto, col pugno stretto, gli ricade un estremo lembo della clamide, che, fermata 
al collo, gli svolazza, in causa del vento, all' indietro. Il guerriero ha il piede destro 
che ancor tocca leggermente terreno, ed è salito col piede sinistro sulla quadriga per 



REGIONE XI. — 379 — TURBIGO 

guidare i quattro focosi destrieri ; ma già dinanzi a lui una giovane e graziosa fan- 
ciulla, avvolta nel peplo e appoggiata con la destra mano alla sponda della quadriga, 
ha afferrato risolutamente con la sinistra le redini in atto di dirigere la corsa. 

La patina fu un po' rovinata dall'inopportuno strofinìo per pulirla; è lavoro di 
gusto greco, ben riuscito, data la piccolezza dello spazio, eseguito verosimilmente nei 
primi secoli dell'Impero e posto nell'anfora come dono votivo. Si trovò infatti insieme con 
una moneta indecifrabile, ma indubbiamente un medio bronzo imperiale romano, che 
fu tenuto da un certo sig. Gasparini e con un vasetto di vetro a forma di orciuoletto, 
che fu ritirato dal sig. Rossi di Cuggiono. 

Vicino alla suddescritta anfora fittile, ma non dentro, nel medesimo perimetro 
della tomba, si rinvennero delle forbici in ferro della solita forma gallo-romana; una 
lama di queste forbici portava il bollo iscritto rettangolare VL forse Ulpia; un'altra 
lama ben temprata portava come bollo iscritto, rettangolare, l'epigrafe : L • A N R • I . 

Specialmente importante fu il ritrovamento di un'altra grande olla raccolta, per 
gli oggetti in frantumi in essa contenuti. Fra le ossa si rinvennero i soliti vasetti 
rituali; un ago crinale rotto; quattro fibule, di cui tre frammentate, in bronzo a cer- 
niera, l'altra rozzissima in ferro; due balsamarì di vetro, due orli rialzati di piatto 
fittile di stile aretino; due anse di anfora in terracotta; un anello in bronzo forato; le 
solite forbici galliche; tre monete di cui una di Vespasiano e due indecifrabili, ma 
verosimilmente greca l'una e l'altra romana di Traiano; due anelli in ferro, l'uno 
snodato nell'altro terminante a spiedo e, oltre vari chiodi votivi in ferro, un oggetto 
di ferro che si presenta come una specie di falcetto a taglio alquanto lunato e di uso 
votivo, come lo dimostra la piccolezza e la forma da appendere e non da maneggiare. 



III. 

In seguito ai risultati favorevoli ottenuti dal sig. Grassi nella Gallizia, questi, ve- 
nuto a Milano, si è messo in relazione per mezzo mio con l'Ufficio regionale per la 
conservazione dei monumenti e si stabilì che fino a che questo Ufficio non avesse 
avuto da parte del Ministero un incarico ufficiale per gli scavi nei dintorni di Turbigo, 
si sarebbe provveduto, a spese dello stesso sig. Grassi, agli assaggi d'escavo ed in 
sua presenza fino all'accertamento per lo meno dell'esistenza della necropoli romana. 

Il 2 aprile 1904, predisposto tutto per un primo assaggio sistematico sul luogo 
della Gallizia, si iniziò lo scavo nel mezzo del campo in un fossato in direzione per- 
pendicolare ai filari dei gelsi, per rompere la linea estranea alle piantagioni d'alberi, 
come quella che doveva essere meno profondamente smossa dell'altra. Dopo un'ora di 
lavoro si incominciò a trovare la terra nera, grassa, delle tombe, e si rinvenne alla 
profondità di m. 0,50 un vasetto di terracotta annerito dalla combustione, il quale 
si frantumò. 

Era questo il solito segnale della presenza delle tombe a ossuario, che già spora- 
dicamente s'erano venute scoprendo; e infatti più tardi si rinvennero frammenti di 
altri vasetti e di un'olla grande, od ossuario con relative ossa. Fuori dell'olla, fra le 



TDRBIGO — 380 — REGIONE XI. 

ceneri del rogo, si rinvenne una moneta indecifrabile, ma che aveva tutti i segni di 
una moneta dell'Impero romano. Non si rinvennero bronzi. Le forme dei vasetti sono 
le solite già sopraccennate, comuni alle tombe romane della Gallizia. 

Grande importanza ebbe questo primo assaggio (quantunque non abbia potuto es- 
sere continuato in causa delle mie occupazioni d'ufficio), perchè mostrò come anche 
in luogo alquanto distante dalla sede degli scavi precedenti, si potessero trovare tracce 
di tombe nelle medesime condizioni delle altre sopradescritte. 

Passati alcuni mesi, nei quali il campo dovette essere adoperato per piantagioni, 
si ripresero gli assaggi d'escavo il 6 agosto scorso. Venne aperto un fossato, largo 
circa mezzo metro e lungo circa m. 13, diagonalmente alla direzione delle tombe aperte 
il 2 aprile fin presso il gelso, vicino al quale venne rinvenuta l'anfora fittile con la 
lamina a rilievo. Il risultato dello scavo in direzione diagonale fu piuttosto scarso. Si 
rinvenne però una tomba formata con un'olla ossuaria, un orciuolo infranto, un anello 
in bronzo a forma di fibbia, tre chiodi di ferro pel solito uso votivo; inoltre un altro 
orciuolo rotto contenente un medio bronzo imperiale romano indecifrabile. 

Un altro orciuolo da essere ricomposto fu rinvenuto di terracotta verniciata, uso 
stile aretino. 

Un ferro votivo a forma di accetta, analogo a quello dei precedenti scavi, con 
taglio anche questa volta alquanto lunato, pure s'è visto. Questa volta le dimensioni 
(m. 0,273) parrebbero indurre l'uso di tali oggetti, ma l'impugnatura non è tale da deter- 
minarlo con certezza ; pare più oggetto adatto per strigliare e pulire che non per ta- 
gliare. Vennero allo scoperto inoltre un ago da lavoro in ferro e frammenti vari di 
vasi, la maggior parte d'impasto di terra locale cotta al sole. 

11 carattere dei ritrovamenti è tale da presupporre su quella zona un profondo 
rimaneggiamento del suolo nello strato romano, in occasione dell'aratura e delle pian- 
tagioni. Si vede poi che le linee indicate dai filari di gelsi furono smosse ancor più 
profondamente e largamente, meno singole eccezioni. Per questa ragione siccome l'ec- 
cessivo calore della stagione impediva il prolungarsi degli scavi sotto la canicola, si 
pensò di far ritardare il proseguimento dei lavori fino in autunno. 



IV. 
Scavi dell'ottobre 1904. 

Con maggior numero d'uomini e con una stagione più adatta, libero il campo 
dalle piantagioni, si iniziò lo scavo alla Gallizia, aprendo due grandi fosse: una tras- 
versale al piano dei gelsi, e l'altra dove non era stato rimaneggiato il terreno già 
in altri tempi con le piantagioni. Si erano trovate qui le tombe più antiche formate 
da un'olla cineraria od ossuario, circondata all'intorno da ciottoli. 

Il fine delle ricerche era duplice: con il lavoro di scavo verso il centro del campo 
mi proposi di accertarmi nuovamente dell'esistenza delle tombe, per quanto scon- 
nesse, rimaneggiate ed infrante, poste in una zona tanto vasta da non far dubitare 



REGIONE XI. — 381 TURBIOO 



di una necropoli. Col lavoro d'escavo all'estremità sud-ovest sull'orlo del campo verso 
il corso d'acqua, dove non v'erano state piantagioni, intendevo accertarmi se le tombe 
intatte vi fossero davvero state e più antiche delle altre, e inoltre se il sistema della 
tomba circondata da ciottoli si fosse frequentemente ripetuto nel sepolcreto. 

Scavo verso il centro dei campo. Alla profondità di cm. 30 incominciai a 
scorgere la solita terra nerissima, indice delle tombe antiche; sono però quasi intera- 
mente andate disperse le urne, poiché non sono visibili che pochi frammenti di vasi 
e di oggetti carbonizzati. A un dato punto del fossato vi sono resti copiosissimi di 
carboni come di rogo; mancano i resti deìl'ustrinum come costruzione romana, e si 
deve concludere che la cremazione avvenisse all'aperto sulla nuda terra. 

Feci eseguire assaggi in tre altri punti del campo, diretti a scoprire il tratto fra 
i gelsi presumibilmente lasciato intatto. Non ebbi alcun risultato di ritrovamento, 
ma costantemente però la presenza della terra nera, indice di sepolcreto. Si procede lo 
scavo da sud verso est, poi da est verso nord-est, incontrandosi perpendicolarmente 
all'altro tracciato più a sud-ovest del campo. In questa continuazione d'assaggio ven- 
nero in luce parecchi frammenti di vasetti di terra simili al bucchero e molta cenere 
di rogo. Si ritorna con lo scavo vicino al gelso ove si ritrovano l'anfora e la lamina a 
rilievo in bronzo; vengono alla luce interi due vasetti a pentolino, l'uno alto cm. 12, 
l'altro cm. 14, quasi ripieni di terra, ma senza moneta. Presso ad essi, chiodi votivi 
di ferro semplici, un ago molto lungo di, ferro, una specie di molla di ferro in forma 
di cerniera consumata dal tempo, un frammento di lamina in ferro come per bullet- 
tai qualche oggetto, e si scorgono ancora i chiodini inseriti nei fori per infiggerla a 
posto. 

Oltre a ciò vennero alla luce resti evidenti di una grande olla ad orlo sporgente, 
e vicino a questi frammenti un piatto di terracotta ad orlo rialzato, dentro il quale 
un vasetto fittile frammentato. 

Importante sopratutto fu il rinvenimento di frammenti di mattone con orlo rial- 
zato ad angolo retto, che fanno parte dei tegoloni romani che chiudevano l'urna. 

Quantunque sia quindi esclusa la possibilità di ricomporre tombe intere e in- 
tatte, dato il rimaneggiamento palese dello strato romano, anche questo scavo diede gli 
elementi più importanti di un sepolcreto del tempo tra il I ed il II secolo dopo Cristo; 
e mise in chiaro un'altra forma di sepoltura, oltre quella ad anfora e ad olla-ossuario 
circondata da ciottoli, e quella sulla nuda terra, cioè quella ad ossuario incassato in 
una custodia formata da tegoloni. 

Molto più considerevole il risultato che si ottenne dallo scavo verso il margine 
sud-ovest del campo, in direzione del corso d'acqua che passa nel terreno sottostante. 
Siccome era già conosciuto dai precedenti scavi che questo lato estremo aveva avuto 
minori rimescolamenti degli altri, il tentativo pareva dovesse essere coronato da 
maggiore successo ; quivi infatti erano apparsi anche oggetti funerari di stile più an- 
tico ; da qui erano già uscite tombe circondate da ciottoli ; e da qui in avanti verso 
il corso del Ticino già si erano verificati ritrovamenti. Infatti, alla profondità di 
cm. 30, si rinvenne tosto un piattino di stile aretino, un lacrimatoio di vetro tutto 
rattratto dal fuoco, e la terra nera su una linea perpendicolare al boschetto di mar- 



TORBIGO — 382 — REGIONE XI. 



gine del campo. Alla, medesima profondità furono trovati due orciuolini in terra ma- 
lamente cotta, però cotta al forno, ma rozzissima e d'impasto carbonioso al centro. 

Ed ecco dopo questi segni di indubbia antichità, nel terreno vergine, infissa 
un'olla in direzione di nord-est; una grande anfora rastremata in fine, in modo da 
presentare una specie di bitorzolo come vertice; panciuta di almeno cm. 30 di dia- 
metro alla profondità, di cm. 50 all'orlo superiore, con lo spessore di cm. 0,02. 

L'anfora, tagliata a metà, deve avere servito ad urna cineraria, come si deduce 
dalle ossa dentro rinvenute. Nessuna moneta, nessun bronzo, ma la suppellettile fittile 
solita delle tombe uscì poi dal terreno adiacente. In giro all'urna si rinvennero, e si 
sfasciarono come l'urna per la troppa pressione del terreno e la troppa umidità, vari 
vasetti in terracotta delle solite forme da orciuoli e di vario spessore. 

Proseguendo lo scavo, altri due fittili vennero in luce; l'uno a forma di alto 
piatto concavo alquanto in basso e con orlo altissimo; l'altro a forma di piatto aperto 
verniciato ; poiché tracce di vernice vi erano ancora visibili. Seguono i ritrovamenti 
di un lacrimatoio ritorto pel fuoco; due fondi di vasetti uguali ai precedenti, altri 
frammenti di vasetti in terracotta, con orlo a calice e di forma panciuta, con resto 
di vernice esterna a striature circolari parallele sul collo e sul corpo del vaso stesso. 

A completare il ritrovamento dei piccoli vasi si scavò con cura nelle adiacenze, 
ed ecco sorgere le tracce di due grandi anfore, o meglio frammenti di anfora; l'ima, 
piuttosto sferica, irniente in una specie di peduncolo cilindrico più voluminoso e più 
spaziato dell'altro sopradescritto, era rivolta ad est e con l'estremità sua ad ovest. 
Il diametro di questa anfora è di cm. 40 circa. Presso l'olla due chiodi votivi di ferro, 
un frammento di orlo di piatto in stile aretino, un frammento di altro vasetto fittile. 

L'altra olla-anfora, pure frammentata, era piantata diritta in terra, avendo il fondo 
perfettamente conico; presso l'olla era un vasetto intero, alto cm. 10, di diam. m. 0,06, 
a forma di scodellino, a margine rialzato, ripieno di terra. Contemporaneamente usci- 
rono dalla terra un ago di fibula di cui non si potè ritrovare il resto, due ariballi 
lacrimatori, due frammenti di bucchero, altro frammentino d'orlo di piatto in istile 
aretino, e frammenti insignificanti di vasi di terracotta. 

Non mancò la moneta di bronzo, che si potrebbe dire indecifrabile, ma è certa- 
mente un medio bronzo del I secolo dell'Impero, probabilmente di Augusto o di Tiberio. 

Finito il gruppo delle suppellettili funebri riferibili a queste olle, proseguendo 
lo scavo costantemente in quella direzione, venne alla luce altra grande olla-ossuario 
in terracotta, di diametro molto maggiore delle altre, per lo meno cm. 50 o 55, di 
spessore però alquanto minore, perchè l' impasto della terra è molto più fino di quello 
delle altre anfore precitate. Ci presenta forma sferica, pare senza orlo originariamente, 
oppure è stata tagliata come di solito le anfore-urne di questa regione. Il peso della 
terra sovrastante e l'infiltrazione della umidità del terreno, fecero sfasciare subito il 
grande bacino, dentro cui si vide un piatto a ciotola, di cm. 14 a cm. 16 di dia- 
metro. S'aggiunga altro chiodo in ferro e un orlo intero di vasetto di pasta più fina, 
a forma di bacinella. 

La grande olla, di cui s'è parlato poc'anzi, è ripiena di ossa, tanto da supporre 
vi fosse più che non i resti umani di una sola persona; entro il piatto a bacinella 



REGIONE XI. — 383 — TORBIGO 

si trovò un anello in ferro, del diametro di mm. 250, con una specie di sigillo irri- 
conoscibile, perchè consunto, e una specie di anellino, pure di ferro (cm. 4 di dia- 
metro). 

Sotto la grande olla si rinvenne altro vasetto, di forma semicircolare a scodella, 
di argilla più fina degli ultimi fittili rinvenuti, con molte striature verticali sul corpo 
del vaso a forma di riquadri disposti a scacco. Il vasetto era coperto da una specie 
di piatto a ciotola, del diametro di cm. 15 a orlo alto diritto. Si rinvennero inoltre 
uno dei soliti chiodi di ferro, una specie di accetta di ferro, due frammenti di cor- 
done, uno di bronzo e un altro di ferro. 

Dal numero e dalla qualità degli oggetti si direbbe che quest'ultima tomba fosse 
di persone meno volgari delle altre e di un certo riguardo. 



V. 
Conclusioni. 



Dal complesso dei ritrovamenti si può senza tema di errore dedurre l'esistenza 
alla Gallizia, presso Turbigo, di una vera e propria necropoli romana. La data di 
essa è in certo qual modo delimitata dalle monete, nel senso che non pare anteriore 
(almeno la parte da noi scavata) all' impero romano ; può scendere però anche oltre 
il II e il III secolo, cioè oltre il periodo indicato dalle monete. Gli oggetti di 
carattere gallico, o barbarico in genere che vi sono frammisti, devonsi attribuire ad 
usi rimasti anche sotto i Romani, ma non costituiscono elementi sufficienti per 
ammettere un'epoca gallica, e neanche gallo-romana alla Gallizia. Le fibule a cerniera 
e la suppellettile funebre romana analoga a quelle di altre necropoli dell' impero 
romano non molto lontane da Turbigo, come per esempio quella di Albairate, sul 
luogo dell'antica Verdesiacum, dovuta ai solerti e continuati scavi del conte Alberto 
Pisani-Dossi di Corbetta, ce lo confermano pienamente. 

Il carattere della necropoli era di gente povera ; le forbici e il falcetto, pur anco 
votivo, che però una volta assume proporzioni simili al vero, indicherebbero più un 
popolo di pastori che di guerrieri. Poche in proporzione e semplici le tombe di 
donna; pochi gli oggetti di bronzo, pochissimi gli ornamenti. Il rito usato è 
quello della cremazione e delle tombe a incinerazione per mezzo di ossuario, entro 
cui spesso vi erano vasetti per unguenti o altro corredo della persona cremata, vasetti 
lacrimatori, monete, di rado lucernette fittili e pochi oggetti di bronzo. È una ecce- 
zione una tomba ricca come quella contenente la lamina in bronzo a rilievo, il 
manico pure di bronzo a rilievo e ad ornati, e simili; è un vero caso singolare nella 
necropoli. 

La costruzione delle tombe varia secondo il grado sociale del defunto e secondo 
anche una certa predilezione di riti funebri. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 49 



TCRBIOO — 384 — REGIONE XI. 

La maggior parte del popolo seppellisce nella nuda terra; in una grande olla- 
ossuario, entro e più spesso all' intorno vi sono i soliti vasetti e piatti di rito. Per l'olla 
è spessissimo adoperata un'anfora conica, più o meno capace, più o meno rozza, tagliata 
per metà e fissa nella terra, in direzione prevalentemente verso est. 

Come abbiamo detto durante la descrizione delle singole tombe, oltre l'uso di 
deporre nella nuda terra l'ossuario, vi era anche quello, che pare più antico, di cir- 
condare l'urna di ciottoli; cosicché, come in alcune tombe di Golasecca, l'urna rima- 
nesse difesa e da agenti esterni violenti e dalla maggiore infiltrazione d' acqua e di 
umidità corrodente. 

Sembra che talora, oltre questi mezzi, si usasse quello di difendere l'ossuario 
entro una specie di cassetta funeraria, o tomba quadrata, formata di tegoloni fittili a 
risvolto ritto. Il sig. Rossi di Castelletto Cuggiono asseriva che le tombe intatte 
in principio, cioè nel periodo di ritrovamento anche anteriore alle operazioni d'escavo 
del signor Grassi, si rinvennero, piuttosto che formate di tegoloni come sopra, invece 
con un tegolone di coperchio a dorso d'asino e a risvolti laterali; sotto questo coper- 
chio non v'era la cassa fittile, per minor spesa, ma direttamente l'anfora di terracotta 
che serviva da ossuario, finiente a cono più o meno imperfetto e piantato nella nuda 
terra. Nei ritrovamenti conosciuti non avendo potuto ritrovare tombe intatte di questo 
rito, ma tutte le volte scoperchiate e intaccate dall'aratro, non possiamo concludere 
definitivamente che le anfore-ossuari fossero tutte costantemente segate o rotte al 
collo in modo da presentare aperta al ricevimento delle ceneri del defunto la super- 
ficie concava maggiore, oppure fossero talora usate a questo scopo delle anfore capaci, 
senza collo, fabbricate apposta e finienti a punta, o a capeduncolo più o meno piatto 
in modo però da stare spesso in piedi, come fosse un'enorme ciotola con stretto piede. 

Questo dico poiché negli ultimi scavi l'orlo superiore rinvenuto al posto di più 
d'una di queste anfore non aveva i segni di un taglio violento, ma aveva un orlo 
naturale, e in un caso il capeduncolo era così largo e piatto da formare davvero 
una specie di piede, che mal si converrebbe al solito stile delle anfore cinerarie od 
olearie. 

L'estensione della necropoli della Gallizia pare che si protenda più verso il lato 
di sud-ovest dal campo del signor Grassi, che non verso quello di nord-est; poiché 
verso quella parte più spessi e più copiosi sono i ritrovamenti e quasi sempre intatti, 
come s'è veduto nell'ultimo periodo degli scavi, in causa del minore rimaneggia- 
mento del terreno da quella parte. Senza dubbio, continuando gli scavi da quel lato 
del margine del campo, più sicure e intatte saranno le vestigia del sepolcreto e quindi 
della vita imperiale romana di quella regione. E tutto induce a credere che in tempo 
antico il piano della necropoli si protendesse oltre il margine attuale del campo nella 
direzione appunto di sud-ovest. 

Un appoggio a questa ipotesi si deduce dal fatto che al tempo del Gozzadini, 
che ideò e condusse ad effetto il Naviglio Grande, che sbocca a Milano sul laghetto 
di porta Ticinese (secolo XV), si dovette scavare profondamente il terreno per 
formare il bacino del Naviglio, e certo in quell'occasione sarà stata alterata pro- 
fondamente la serie delle tombe che verosimilmente andava fino al corso del fiume 



REGIONE Vili. — 385 — MODENA 

Ticino. Questo fiume, il cui percorso si sposta evidentemente di anni in anni, doveva 
essere originariamente molto più vicino di quello che ora sia al campo della Gallizia. 
Così molto più verosimilmente la necropoli sarà stata posta dai Romani non molto 
lungi e a ridosso dell'abitato che doveva necessariamente estendersi verso il corso 
del fiume, probabilmente alla destra e alla sinistra del Ticino, il quale non avrà man- 
cato col tempo, per mezzo della continua erosione delle acque, di asportare già per 
sé molte vestigia dell'antico. 

Certamente, oltre l'alterazione prodotta dalle piantagioni e dall'aratura, anche più 
di mezzo secolo fa, quando si iniziava il collocamento dei filari di gelsi nel campo 
della Gallizia, noi dobbiamo tener conto anche di quella certo maggióre sistematica 
diffusa alterazione, dovuta alle vicende del letto del fiume Ticino e all'enorme escavo 
del canale pel Naviglio Grande. 

Che tutta la zona all' intorno debba essere stata manomessa lo indica il genere 
di tali lavori, come noi possiamo vedere, per es., nel tentativo intrapreso, come la 
tradizione vuole, da un munifico signore del luogo nel 1500, di scavare un canale 
irrigatorio più alto del Villoresi, che ora si chiama del Pane perduto, canale sospeso 
dopo la sua morte, e del quale si vedono chiare tracce da Tornavento a Parabiago, 
specialmente presso a Tornavento. 

La direzione che la necropoli presenta e la sua ubicazione in rapporto a ciò che 
è stato or ora esposto, convalidano un' ipotesi, che, quantunque abbia bisogno di mag- 
giori conferme, pure si presenta molto verosimile. Tutti i sepolcreti fin qui accertati 
nel territorio adiacente alla Gallizia fino a Sesto Calende sono posti alla destra di un 
sentiero che fu identificato già da tempo, anche per antichi ritrovamenti d'epigrafi e 
per deduzioni topografiche, con l'antichissima strada pavese che collegava Ticinum 
alle Gallie per Sesto Calende; e la Gallizia sarebbe una delle necropoli importanti 
appartenenti alla popolazione sulla sinistra del Ticino, quali Turbigo, Golasecca, Gal- 
liate, Bernate, Magenta; a differenza del sepolcreto di Castelletto Cuggiono, che il 
signor Rossi ha potuto identificare tempo fa, da ritrovamenti recentissimi alla sinistra 
invece di questa antica strada pavese, pur rimanendo sempre alla sinistra del Ticino. 
La necropoli della Gallizia sarebbe stata usata però molto tardi durante l' impero 
romano. 

S. Ricci. 



Regione Vili (CISPADANA). 

III. MODENA — Frammenti epigrafici latini. 

11 eh. Ispettore dei monumenti e degli scavi in Modena, ing. Vincenzo Maestri, 
ha inviato al Ministero copie e calchi di alcuni frammenti di antiche iscrizioni che 
in parte giacevano nei magazzini di quel Museo, al cui riordinamento egli attende 
con cura solerte. Eccone la trascrizione: 



MODENA — 386 REGIONE Vili. 

1. Cippo sepolcrale di granito, alto m. 1.60, largo m. 0,59, dello spessore di 
m. 0,17; fu collocato nel Museo dal defunto direttore cav. Crespellani, e pubblicato 
imperfettamente nelle Notizie 1890, pag. 104: 



FLAVOK«(o l. 1. 


EVPHRONI • 


~ÌT\ 


FLAVOLEIAE 


•L-L- 


LYCHORID1- 


CLOS 


TVRNIA- DICA 


•FECIT 


IN FRON • P • 


XII 


IN AGR • P 


XII 



Il gentilizio Flavoleius è assai raro ; e se ne ha esempio in una iscrizione pro- 
veniente dal campo militare di Magonza, nella Germania superiore, che nomina un 
soldato della decimaquarta legione Gemina, il quale era appunto oriundo di Modena : 
P. Flavoleius P. f. Poi. Mulina Cordus, mil. leg. xiiii gem. ecc. (Brambach, 923 ; 
C. 1. L. XIII, 7225 : cfr. Mommsen, Ephem. epigr. V, pag. 224). 

2. Frammento di lastrone in pietra calcare, che misura m. 0,82 X 0,35 X 0,34 ; 
non ne è conosciuta sicuramente la provenienza, ma probabilmente fu rinvenuto nel 1898 
nelle escavazioni fatte presso la porta di s. Agostino (cfr. Notizie, 1898 pag. 47): 



\ 



HE R E 
\ET-CON 

TOFF i' 
VESTIÀ 
C I N n! 

3. Piccolo frammento in tufo, di m. 0,10 X 0,15 X 0,09, trovato nel 1894 in 
Cittanova, a circa quattro miglia da Modena: 




4. Un altro frammentino di lastra in marmo di Verona, alto m. 0,13 X 0,23 X 0,06, 
raccolto in un fondo privato nel territorio di Saliceto Panaro, conserva le lettere: 



II» PO 



Dopo la lettera P si vede un punto triangolare addossato irregolarmente alla 



REGIONE Vili. — 387 — ZOLA PREDOSA 

lettera O, che deve credersi accidentale. Forse nella pietra si ha il principio di un 
nome: POMpeius, POMponius, ecc., od anche l'indicazione della tribù POìAptiaa. 

5. Un ultimo frammento di arenaria calcare, alto m. 0,28 X 0,25 X 0,08, smus- 
sato negli angoli e ridotto in forma di ciottolo, fu trovato nel 1875 nel greto del 
fiume Pecchia, a circa dieci chilometri da Modena. Vi si veggono questi resti di let- 
tere, che erano alte da 14 a 15 cm. : 

i a t ri- 
lutti questi frammenti epigrafici sono ora collocati nel Museo lapidario Estense. 



IV. ZOLA PREDOSA — Tomba romana del principio dell'Impero. 

In seguito all' urgente avviso dei signori Cesari e in conformità degli ordini ri- 
cevuti dalla Direzione degli scavi d'Emilia e Marche, la mattina del 19 settembre 
scorso mi recai a Zola Predosa e propriamente alla Villa Cesari, già nota per frequenti 
rinvenimenti, sia di antichità' romane, sia di sepolcri dell'epoca Villanova. 

Appena arrivai sul sito i signori Cesari mi mostrarono gli oggetti scoperti pochi 
giorni prima in occasione di lavori agricoli; e tali oggetti sono una lucerna fittile 
frammentaria col bollo («')ANVA(r) e quattro vasetti d'argilla rossastra in forma di 
trottola identici a quelli che sempre in numero di quattro trovaronsi nelle tombe ro- 
mane fuori porta s. Isaia {Notizie 1884, pag. 293 e segg.). 

Non era dubbio che anche qui s'aveva a fare con una tomba romana. 

Mi feci pertanto condurre sul sito del rinvenimento a fine di esaminare la tomba 
stessa, e qui potei osservare ch'essa era costituita da un pozzetto di pianta quadrata 
(cm. 43 per lato l'area interna) con pareti composte di otto file di mattoni mam- 
mati, i quali misuravano cm. 41 X 15 X 6. 

La bocca del pozzetto era a cm. 30 dal piano di campagna ; e a quanto mi disse 
un contadino presente all'atto della scoperta della tomba, avea per copertura altri mat- 
toni, simili a quelli che costituivano le pareti della tomba stessa. 

I quattro vasetti si trovavano subito al di sotto di tale coperchio distribuiti ai 
quattro angoli e piegati su un fianco, e si trovavano a tale altezza per essere soste- 
nuti da un ammasso di terra contenente i residui del rogo (carboni e avanzi di ossa 
combuste). 

Lo scavo del pozzetto ha permesso di determinare che il pozzetto stesso era 
senza fondo, e posava sopra un letto di sabbia, che senza alcun dubbio è un antico 
deposito del fiume Lavino; il quale scorre ora a mezzo chilometro di distanza da 
questa località. 



ORVIETO — 388 — REGIONE VII. 

Dallo scavo del pozzetto non derivò nessun altro oggetto; si hanno però nella 
costituzione del pozzetto, nei vasetti a trottola e nel bollo della lucerna sufficienti 
elementi per poter attribuire questa tomba romana ai primi tempi dell' Impero. 

A. Negrioli. 



Regione VII (ETRURIA). 

V. ORVIETO — Scoperta di una tomba etnisca in vocabolo Sette- 
piazze. 

Nel terreno in vocabolo Settepiazze, situato nella collina di Orvieto verso nord, 
si è scoperta casualmente una tomba etnisca a camera, scavata in un blocco erratico 
di tufo di m. 3 X 2 X 2, smosso, fino dal 1901, dalla frana ivi manifestatasi, e coperto 
in gran parte dalla terra. 

L'ingresso all'interno è rettangolare di m. 0,60 di larghezza e di m. 0,95 di 
piediritto, più un sesto semicircolare di m. 0,30 di raggio, già sbarrato con lastra 
di tufo di un solo pezzo di m. 1,25 X 0,70. 

L'interno di m. 2,25 di lungh., di m. 1,60 di largh. e di m. 1,85 di altezza, 
ha panchine intorno di m. 0,60 di largh. e m. 0,48 di altezza, con un'apertura nella 
volta leggermente arcuata, di m. 4,15 X 0,55, con un battente di m. 0.20 e chiusa 
da una lastra di tufo. 

Nella tomba sono stati trovati diversi vasi: un piccolo lebete e un frammento 
di lancia, qui appresso citato, oltre a piccoli frammenti di ossa. 

Quattro olle intere a corpo sferico di coccio grezzo e di arte locale, di differenti 
altezze (m. 0,19, 0,20, 0, 23, 0,34). 

Otto tazze di bucchero a basso piede, di differente altezza. 

Due tazze di bucchero a basso piede, di differente altezza e rotte. 

Una tazza di bucchero fino, rotta, con fascia esterna di circoli concentrici ed in- 
trecciantisi. 

Piatto di bucchero ad orlo rovesciato, del diametro di m. 0,22. 

Boccale di bucchero fino, alto m. 0,13, a manico verticale rialzato ed a bocca tonda. 

Boccale di bucchero di qualità inferiore, piccolo, alto m. 0,085, simile al pre- 
cedente. 

Piccolo bicchiere di bucchero del diametro di m. 0,085. 

Capeduncola di bucchero. 

Tre tazzine di coccio grezzo bianco, una delle quali senza piede. 

Tazzina di bucchero rotta nel bordo e nei manichi, del diametro di m. 0,11. 

Due tazze di bucchero intere, diam. m. 0,13, a grandi manichi rialzati, altezza 
m. 0,16, di cui una con fascia esterna con impressione di pantere. 



REGIONE V. — 389 — FALERONE 

Tazza di coccio grezzo a piccoli manichi orizzontali, diam. ni. 0,13, alt. m. 0,09. 

Olla di bucchero a bocca stretta, diam. m. 0,07, alt. m. 0,145 a piccoli manichi 
orizzontali nel corpo sferico. 

Vaso di bucchero a bocca triangolare sbeccato da un lato, ad un manico, 
alto m. 0,27. 

Vaso di bucchero più grezzo del precedente e fesso, simile al precedente, ma col 
manico rialzato e binato. 

Lebete ombelicato di bronzo, del diametro di m. 0,165. 

Oltre a ciò, come è detto innanzi, un avanzo tutto ossidato di manico di lancia in 
tre pezzi e piccoli frammenti di ossa. 

C. Franci. 



Regione V (PICENUM). 

VI. FALERONE — Cippo milliarìo scoperto presso la città. 

Il prof. avv. Raffaele Foglietti ha riferito al Ministero, che facendosi uno 
sterro a circa 150 metri, ad ovest, dalle rovine del teatro dell'antica Falerio ed a 
piccola distanza dall'osteria di Falerone, si è rinvenuta una colonna milliaria, che 
misura m. 1 tanto in altezza che nel diametro, e su di essa leggesi la seguente 
iscrizione, incisa in pessimi caratteri, della quale il medesimo professore ha mandato 
un calco cartaceo: 



DDNN/^CNOAAXI/^O 

ETK-VICfORI PUS 

1EL.CES AC IRIVMfA (nò 

ToRIBVSSEmPER 

AVCC BONO R P 

NATI (sic) 



Questo cippo testifica il risarcimento fatto ad una via pubblica da Magno Mas- 
simo fra gli anni 387-388, quando egli, calato in Italia e discacciatone l'imperatore 
Valentiniano, usurpò T impero. Dal luogo ove il monumento è stato trovato risulta 
spettare esso alla strada, che a Nuceria staccavasi dalla via Flaminia ed entrando 
nel Piceno passava per Septempeda, Urbs Salvia, Tolentinum, Falerio ed Asculum, 
dove raggiungeva la Salaria. 



ROMA — 390 — ROMA 

Simili milliarì col nome del tiranno Massimo e del suo figliuolo Vittore sono 
stati scoperti nell' Italia superiore (cfr. C. I. L.Y, pag. 1162; XI, 6644, 6649); 
nei Vestini, nell'Apulia, nella Lucania (ib., IX, 5951, 6062, 6069); nella Spagna 
(ib., II, 4911), nella Gallia Narbonese (ib. XII, 5675), e nell'Africa (ib., Vili, 22076). 

G. Gatti. 



VII. ROMA. 
Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione II. — Nel terreno annesso all'Ospizio per i convalescenti, in via di 
s. Stefano Rotondo, eseguendosi uno sterro per costruire la scalinata d'accesso al nuovo 
fabbricato, si sono incontrati sette antichi sepolcri costruiti in muratura e coperti 
con tegoloni alla cappuccina. Uno di questi tegoloni ha impresso il bollo circolare 
col nome di Ulpio Aniceziano (C. /. L. XV, 1533). Le tombe erano in gran parte 
disfatte, e contenevano appena qualche avanzo di ossa umane. 

Fra la terra si raccolse un vasetto fittile, a due manichi, alto m. 0,13, ed un 
capitello marmoreo di forma schiacciata e quasi ellittica, alto m. 0,20, col diametro 
maggiore di m. 0,51 e col minore di m. 0,41. 

Regione XIV. — Presso porta Cavalleggeri continuandosi i movimenti di terra 
nella proprietà dei religiosi Agostiniani, sono stati trovati i seguenti frammenti di 
antiche sculture, adoperati come materiale di costruzione: — Frammento di statua 
virile seduta, coperta del solo pallio che lascia scoperto il petto; mancano la testa, 
gli avambracci e tutta la parte inferiore dal ventre in giù; alt. m. 0,85. Altro fram- 
mento di statua muliebre seduta, di cui restano soltanto parte del torso e le gambe 
avvolte nelle larghe pieghe del manto ; ha i piedi nudi, poggiati sopra uno sgabello ; 
alt. m. 0,95. Testa virile, mal conservata, con capelli ricci ; alt. m. 0,28. Due fram- 
menti di sarcofago baccellato, ed altro piccolo frammento di bassorilievo, che conserva 
una testa di puttino. 

Nello stesso luogo sono stati pure recuperati vari minuti frantumi di cornici, 
basi e fregi marmorei ; una lastra di marmo africano brecciato, lunga m. 0,82 
X 0,80, X 0,80; parecchie anfore fittili, intiere o frammentate, dell'altezza da 15 a 
30 centimetri; e sono stati riconosciuti i resti di un'antica tomba terragna, coperta 
coi soliti tegoloni, due dei quali hanno i noti bolli di fabbrica, C. I. L. XV, 211 
e 1141. 

Via Portuense. — Presso il casino della vigna del marchese Pellegrini, posta 
sulla via di Monteverde, n. 5, cioè circa il primo miglio della via Portuense, a m. 2,00 
sotto il piano di campagna è stato scoperto un gruppo di antichi sepolcri, costruiti 
con tegoloni a doppia pendenza. Le tombe, che erano in numero di oltre cinquanta, 
si trovarono quasi tutte danneggiate e disfatte. 



ROMA 



391 — 



ROMA 



Nella stessa vigna, a circa cento metri di distanza dalla pubblica strada, essendo 
franato un pilone della grande cava di tufo ivi esistente, è tornata in luce una parte 
di antico cimitero sotterraneo, cioè alcune gallerie e due cubicoli, totalmente devastati. 
I loculi sono tutti aperti e spogliati di ogni loro materiale di chiusura. Sulle parete 
però di un ambulacro si vede dipinto in rosso un candelabro eptalicne ; il quale indizio 
è sufficiente per riconoscervi il celebre cimitero giudaico, che fu scoperto dal Bosio 
nell'anno 1602 ('), e il cui sito era rimasto fino ad oggi totalmente ignorato. 

In mezzo alle rovine del cimitero, cadute nella cava sottostante, sono stati tro- 
vati tre frammenti di iscrizioni, incise su piccole lastre di marmo. Il primo dice : 



f^AAe Kel 

re oY BATIC e 

tS> k AYOWH 

rw/NCnTÀeN 
elPHHH 



Nel secondo frammento si legge: 



èv9 aà 



€K€IT€ 
ÀACÀMlA 
IOC KÀI M 

e n n e A ■ 



Il terzo reca soltanto tre lettere rozzamente graffite: 




Un pezzo di tegola, che servì alla chiusura di un loculo, porta male impresso 
il bollo, C.I.L. XV, 433: 



OPVS DOLIARE ex 

AEMILIAESsetwES 



Via Salaria. — Aprendosi una nuova strada sul Corso d'Italia, fra lo stabi- 
limento Voghera e la chiesa dei Carmelitani, sono stati trovati fra la terra due cippi 
in travertino, appartenenti ad un medesimo sepolcro. Uno di essi è alto m. 0,61 



(») V. Bosio, Roma sott. 1632, pag. 142 sgg.; C. I. Gr. IV, pag. 587. 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 



50 



ALBANO LAZIALE — 392 — REGIONE I. 

X 0,33 X 0,18, l'altro m. 0,76 X0,33 x 0,09; e portano rispettivamente le seguenti 
iscrizioni, in parte consunte: 

SEX • OPPI • T • L- SVRI SEX ■ OPPIVS • T- L • SVRVS 

ET-TREBIA-QiF-TERT/// ETTREBIAQiFTERTIA 

HOC • MONVMENTVM HOC •MONVMENTVM 

HEREDEM- SEQVITVR iiiiiiiiiimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiuiiiiii 

INFRPXIHNAGPXVI IN FRP- imìN AG-PXVI 



Ivi stesso è stata recuperata una lastrina di marmo, alta m. 0,34 X 0,34, rotta 
in molti pezzi; i quali ricomposti danno il titoletto funerario: 

D M 

R O MAi. L O 




SVÓ- VIXIT 
ANNIS • XI 



Queste memorie sepolcrali spettano alla vasta necropoli, che più volte è stata 
quivi riconosciuta e che occupava tutto il terreno compreso fra la via Salaria e la 
via Pinciana. 

G. Gatti. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

Vili. ALBANO LAZIALE — Antichi avanzi scoperti in prossimità 
della porta Romana. 

Il K. ispettore cav. Mariano Salustri ha riferito, che sulla strada provinciale 
alberata da Albano a Castel Gandolfo, detta la Galleria di sotto, sterrandosi per 
la posa delle rotaie della tramvia elettrica, alla distanza di m. 80 dalla porta di 
Albano è stato rimesso all'aperto, a pochi centimetri sotto il livello stradale, un 
tratto di antica costruzione iu massi rettangolari di peperino, che taglia obliquamente 
la pubblica via. 



REGIONE I. — 393 — PALESTR1NA 

Proseguito lo sterro sulla strada medesima, a circa m. 60 dai resti della mura- 
glia anzidetta ed alla profondità di soli trenta centimetri, si è incontrato un avanzo 
di autica via, lastricata coi consueti poligoni di lava basaltina. Sembra appartenere 
questo selciato ad un diverticolo, che si staccava dall'Appia, dalla quale in linea 
retta dista appena 80 metri. 



IX. PALESTBINA — Di un nuovo frammento del calendario di 
Verrio Fiacco, scoperto nell'area dell'antico Foro prenestino. 

Nella vigna del sig. Carlo Sbardella, posta in contrada Madonna dell'Aquila, 
dove nel dicembre dello scorso anno si rinvenne la statua ed il basamento con la 
iscrizione di P. Elio Apollinare Arlenio (cfr. Notizie 1903, pag. 575), vennero in 
luce altri frammenti di lapidi inscritte, uno dei quali appartiene al celebre calen- 
dario di Verrio Placco. Esso reca: 





^jrtiT 


JX&Ì&- 


IDEM 


/fNEHASTACVRIS 


/TDICANT 


QVIRINVM 


(\I \n . C t? D T A 


e 



La scoperta mi sembra di una importanza speciale, sia per la topografia del 
Foro prenestino e dell'ubicazione del calendario, sia per l'epigrafia a motivo del testo 
del piccolo frammento. Giova quindi esporne un po' accuratamente il tema sotto questo 
duplice aspetto. 

Dagli antichi scrittori e dai monumenti in modo chiaro si deduce, che due erano 
i Pori principali in Preneste ; il Foro più antico, racchiuso entro il tempio della For- 
tuna tra il delubro inferiore (moderno Seminario) e la basilica civile (attuale Cat- 
tedrale); ed il Foro della Preneste imperiale situato alle falde del monte nelle loca- 
lità che or ora descriveremo. Del Foro più antico appartenente alla Preneste libera 
parla evidentemente T. Livio (28, 9) : « statua eius ( M. Anicii) indicio fuit Prae- 
neste in Foro statata » ; ed a prova di questo, prescindendo da altri argomenti, ba- 
sterà accennare: 1° che Livio parla di tre statue (tria signa cum titulo Lamnae 
inscripto), le quali furono orette come un ex voto in Aede Fortume, ossia nel pronao 
di essa corrispondente alla moderna facciata del Seminario (cfr. C. I. L., XIV, 2867); 
2° che la basilica civile con l'orologio solare, menzionato già come antico da Varrone, 
*e*ft delubro inferiore presentano tali caratteristiche di architettura e di arte da po- 
tersi sicuramente attribuire al II secolo a. C. ; e che quindi questo e non l'altro Foro 
della Preneste imperiale è ricordato nel citato testo di Livio (cfr. Marucchi, Guida 
di Preneste, pag. 66 e seg.). 



PALESTRINA — 394 — REGIONE li 

Né per analogia si può opporre il fatto della città di Gabii, che sin dai tempi 
repubblicani ebbe il Foro nella pianura. Poteva ben esservi anche in Preneste nel- 
l'epoca della propria indipendenza un Poro commerciale nel luogo ove fu poi la co- 
lonia Sillana ; ma di questo non parla Livio, bensì di quello più antico racchiuso tra 
i succennati edifici del delubro e della basilica civile; e a noi del resto basta con- 
statare l'esistenza di due Fori a Preneste: quello della Preneste libera e quello della 
colonia romana. 

Del Foro posto nella pianura, ossia di quello della Preneste imperiale, abbiamo 
assai più numerose le testimonianze degli scrittori e dei monumenti, che per una non 
interrotta serie sin dal I al IV secolo d. C. ci rappresentano il Foro splendido di 
statue ed iscrizioni, e di grandiosi portici per il macello e per i pubblici uffici. La 
iscrizione di Postumio Giuliano e quella recentemente scoperta di Elio Apollinare 
confermano che il Foro era precisamente in questa località della Madonna dell'Aquila; 
e di questo Foro parla Svetonio nel noto passo (De illustr. grammat., e. XVII), dove 
dice che Verrio Fiacco « statuam habet Praeneste in inferiore Fori parte contra 
hemicyclum, in quo fastos a se ordinatos et parieti marmoreo incisos publi- 
carat » . 

Pertanto il frammento di calendario testé scoperto e gli altri frammenti di epi- 
grafi onorarie della medesima età augustea (cfr. Notizie cit., pag. 580) rinvenuti nel 
predetto luogo, presso la Madonna dell'Aquila, e pubblicati dal prof. G. Gatti ('), con- 
fermano che qui e non altrove era la statua di Verrio Fiacco e l'emiciclo col calen- 
dario da lui composto. 

Dissi che la piccola iscrizione frammentaria è di interesse speciale anche per il 
suo contenuto. Essa infatti appartiene al mese di febbraio, del quale non avevamo 
altro frammento superstite del calendario Vernano, essendo andato smarrito quell'unico 
pezzo che fu veduto da Fulvio Orsini, relativo al 5 di detto mese e concernente la 
festa della Concordia. Inoltre il nuovo frammento menziona le feste Quirinali con 
commenti e notizie storiche, di cui avevamo soltanto scarse allusioni nei fasti di Ovidio 
e nei calendari Maffeiano e Farnesiano. Esso appartiene al giorno 17 di febbraio 
(XIII kal. Martias), nel quale dagli altri calendari e da Ovidio sono registrate le 
feste Quirinali. 

Nella prima linea le poche lettere leggibili possono darci una idea della hasla 
Martis Quiritis, che conservavasi o veniva mostrata in tempio nel colle Quirinale: 

(') Ai frammenti già pubblicati ne aggiungo un altro, che il proprietario del medesimo fondo 
mi dice essere stato trovato nello stesso luogo, e che conserva le parole: 




Le lettere elegantissime sono della buona epoca imperiale. Il frammento misura m. 0,20 X 0,30 X 0,04. 



REGIONE 1. — 395 — PALESTRINA 

nella seconda pare si voglia alludere che apud Sabinos veteres, e poi presso i Romani, 
il dio Quirino era rappresentato sotto la forma di una picca (hasla) : nella terza 
chiaramente si accenna alle origini sabine di questo culto e alla etimologia del nome, 
secondo i noti versi di Ovidio (Fast., lib. II, v. 475 segg.): 

at tertia dieta Quirino, 

Qui tenet hoc nomen Romulus ante fuit, 
Sive quod hasta euris priscis sii dieta Sabinis, 

Bellicus a telo venil in astra Deus, 
Sive sunm regi nomen posuere Quirites, 

Seu quia Romanis junxerat Me Cures. 

La quarta linea ci dà l' identificazione di Romolo con Quirino, secondo la leg- 
genda Romana che lo disse tramutato in questo nume durante la terribile burrasca 
nella quale egli scomparve. La quinta linea appartiene al giorno seguente di febbraio 
ossia al 18 (XII /cai. Mar.), e può riferirsi alle Fornacalium FERIAE. Ciò deduco 
dallo spazio tra linea e linea, essendovi tra la linea superiore e questa ultima una 
distanza poco più grande di quella che è fra le linee superiori ; e constandoci d'al- 
tronde che ai 18 di febbraio si celebravano le ferie Fornacali. 

A. Sbardella. 



Note illustrative del frammento di calendario. 

Il frammento del Calendario prenestino testé scoperto contenente la parola Q.VI- 
RINVM ci mostra che esso deve riferirsi alle feste Quirinali celebrate il giorno 17 di 
Febbraio, le quali sono ricordate nel calendario Maffeiano con la indicazione QVIR- 
e nel Farnesiano e nel Cerite con la medesima indicazione, cui si aggiunge poi l'altra 
QVIRINO IN COLLE. 

È evidente che le parole superstiti nel nostro frammento appartengono ad uno 
di quei commenti storici ed eruditi, aggiunti da Verrio Fiacco alla indicazione delle 
principali feste nel suo calendario, nei quali commenti il dotto grammatico dà la 
spiegazione della origine di alcune feste e di taluni riti, e fornisce pure talvolta im- 
portanti notizie sulle particolarità di qualche antico santuario cui le dette feste si 
riferivano. 

Innanzi tutto devesi notare che il nostro frammento conserva a destra del riguar- 
dante lo spigolo vivo del marmo ; è quindi certo che esso fece parte della estremità 
di quel pilastro, sul quale erano registrate le feste del mese di Febbraio. Ora ognuno 
dei dodici pilastri corrispondenti ai dodici mesi dell'anno nel calendario prenestino 
era largo m. 0,55 ; ed in questa larghezza dovevano essere contenute : la lettera nun- 
dinale, quindi la cifra del giorno del mese e poi la qualità del giorno, la indica- 
zione della festa e la nota esplicativa. Da ciò risulta, che il supplemento da proporsi 
non potrà essere brevissimo, ma neppure molto prolisso. 



PALESTRINA — 396 — REGIONE I. 

E per ciò che riguarda il senso generale del testo, dalle lettere superstiti è chiaro 
che in esso si doveva mettere in relazione il nome di Quirino con quello che i Sabini 
davano alla lancia CVRIS (= QVIR ■) ; il quale nome era anche comune alla città 
Sabina CVRIS. Ora nella prima linea le lettere superstiti, certamente /RIT1S, mi fanno 
pensare che ivi dovesse parlarsi dell'antico popolo Quirite « populi qulKlTlS » , ricor- 
dando il verso virgiliano (Aen., VII, 710): 

Una ingens Amiterna cohors priscique Quirites. 

Nella seconda linea le lettere IRVM ■ IDEM potrebbero suggerire il supplemento 
simulacRVM. IDEM. 

Nella terza le parole /INE • HASTA • CVRIS sembrano residuo di una frase, in 
cui si dava la spiegazione del nome curis, equivalente a quello di hasta — p. es., 
dicitur «oMINE • HASTA • CVRIS. 

E finalmente nella quarta, essendovi una finale I chiaramente staccata dalle pa- 
role DICANT • QVIRINVM, potrebbe supplirsi Sabini ' DICANT QVIRINVM. 

Posto ciò ecco un primo tentativo di supplemento: 

HXIII QVIR NP QVIRINO IN COLLE 

HASTA • MARTIS • SI VE ■ CVR IS • IN • AEDE • SERVATVR 
EX • QVA • CIVITAS ■ PR1SCI • POPVLI • QVIJtffìS 
NOMEN • HABET • ET • SIMVLACRfVM -IDEM 
QVIA • DICITVR • SABINO ■ NOMINE • HASTA • CVRIS 
ITA VT MARTEM-SABIN( PdIC ANT • QVIRINVM 
EADEM • DIE • S T VlTol^" ' " — *> f p ' * F 



Ed il senso di tale restituzione sarebbe il seguente : « La lancia di Marte si con- 
i serva nel tempio (sul Quirinale), dalla quale lancia la città dell'antico popolo qui- 
« rite (Curis) ha il nome stesso e lo stesso simulacro (cioè il simulacro della lancia 
« eguale al nome) ; perchè in lingua sabina la lancia si dice curis, tanto che i Sabini 
« chiamano Marte col nome di Quirino ». 

PI se tale restituzione corrispondesse, al senso presso a poco della nota posta da 
Verrio Fiacco alla festa del 17 Febbraio, sarebbe chiaro che egli avrebbe ivi accen- 
nato alla stessa tradizione riportata da Dionigi d'Alicarnasso sulla origine della città 
di Curis, chiamata così dalla punta della lancia perchè « Cures chiamano i Sabini 
le lande » (II, 48). 

La quale tradizione è pure ricordata nei notissimi versi con i quali Ovidio com- 
mentò questa medesima festa delle Quir inalia, scrivendo quelle parole che sono state 
già riportate nella precedente relazione: « Sive quod hasta curis priscis est dieta 
Sabinis » ecc. (Fast. lib. II). 

Il frammento conserva anche le tracce di alcune altre lettere; e queste, essendo 
poco distaccate dalle precedenti, non mi sembra possano riferirsi al commento della 
festa di un altro giorno, come p. es., quella delle inferiae segnata al 21 Febbraio 



REGIONE IV. — 397 — CAPRACOTTA 

(che sarebbe troppo lontana). Perciò le attribuirei ad un'altra festa, come era quella 
che dicevasi Stultorum feriae, la quale si celebrava nello stesso giorno per testimo- 
nianza di Ovidio, che dopo i versi precedenti continua, riferendosi sempre al 17 Febbraio: 

« Lux quoque cur eadem stultorum festa vocetur 

« Accipe, parva quidem causa sed apta sudest » (Ibid.) 

Ma un altro supplemento potrebbe pure proporsi il quale darebbe una qualche 
variante alle frasi del commento, mantenendone sempre il concetto fondamentale della 
etimologia dalla lancia della curis dei Sabini in relazione al nome del popolo 
romano : 



NOMEN-ANTIQVVM-POPVLI QVIJllTfS 
EST. ROMANORVM • ET- SABINO R'VM • IDEM 
Q.VIADICITVRSABINO-NOM INE • HASTA • CVRIS 
ITA- VT- ROMVLVM- SABINyf^DICANT • QV I R I N V M 
EADEM • DI E • ST VLT O R<¥-M--F-E-R-I-A-E 



Finalmente osservo che la scoperta di questo frammento nell'area del Foro im- 
periale di Preneste, mentre corrisponde a capello colla testimonianza di Svetonio il 
quale indica il calendario in inferiore Fori parte, ci fa sperare che non tutti gli 
altri frammenti siano stati asportati dal luogo primitivo e qua e là dispersi, ma che 
ancora qualcuno giaccia ivi presso nascosto sotterra. 

E finisco facendo voti che si facciano in quella località accurate ricerche per 
ritrovare altri avanzi di queir insigne monumento epigrafico. 

0. Marucchi. 



Regione IV (SAMNIUM ET SABINA). 

SAMNIVM. 

X. CAPRACOTTA — Tombe sannitiche con suppellettile funebre, si- 
mile a quella della necropoli aufìdenate scoperte nel territorio del Comune. 

Nel territorio di Capracotta, in questi ultimi giorni, ho preso nota di parecchi 
luoghi che fanno testimonianza di antichità abbastanza remote. Uno di essi è il Monte 
di s. Nicola, monte che si dirama dal Matese. Sulla sua vetta, di forma quasi conica, 
sono ancora visibili alcune tracce di mura poligoniche, che s' interrompono e si ran- 
nodano a scogliere naturali schistose. Una di queste scogliere prende nome di Segone. 
I massi delle mura scomposte rotolarono a valle. 



CAPRACOTTA — 398 — REGIONE IV. 

Sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti 
di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese 
è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta 
fra le macerie un'acquasantiera spezzata. 

Perpendicolarmente, a valle, si distende la contrada Macchia, proprietà del signor 
Tommaso Conti. Intorno alla masseria di questo signore i laterizi frammentati sono 
innumerevoli. Si ricorda da molti che la iscrizione osca, in lastra enea, nota col nome 
di Bromo d'Agnone, fu rinvenuta appunto in questa contrada da un Pietro Tirone, 
bifolco del sig. Giangregorio Falcone, capracottese, e venduta poi a un orefice 
d'Agnone. Dunque non Bromo di Agnone dovrebbe chiamarsi, ma capracottese. 




FlG. l. 



Nelle bassure di detta contrada della Macchia, durante i lavori campestri, di 
tempo in tempo si rinvennero e si rinvengono tombe a inumazione con suppellettile 
funebre. Da oggi innanzi, secondo gli ordini dati dal proprietario del podere, sarà 
scrupolosamente conservato ogni oggetto che vi si potrà rinvenire. 

Ancor più oltre di questa contrada, sempre in discesa, continuano a vedersi i 
frammenti di laterizi antichi, fino alle scaturigini della Fonte detta dell' Eremita. 
Volgendo poi a destra, cioè ad est-ovest, e mantenendo sempre quasi la stessa altezza, 
si giunge alla collina di santa Croce, tra pochi avanzi di muri medievali, forse 
soprapposti a rovine di pago o vico di nome sconosciuto. 

Uno dei tratti di questa collina, si chiama Le Guastre, e dove il sig. Gabriele 
Di Telia possiede una masseria. Le tombe che vi si rinvengono, sono della così detta 
prima età del ferro ; ed hanno la forma rettangolare con muretti laterali di pietre a 
secco e chiuse con lastroni di pietra grezza. 

Poco o nulla si tenne conto dei vasi di creta che vi si rinvennero. Gli oggetti 
raccolti conservati e generosamente donati a me dal proprietario sig. Di Telia, com- 
presa una lancia che ebbe già in dono il cav. Michele Falcone e che ha gentilmente 
donata a me per completare la colleziono della suppellettile rimasta, appartengono a 
quattro tombe. 

Di una tomba, perduti i vasi e qualcosaltro, rimane soltanto una cuspide di lancia, 
in ferro, alquanto piegata (fig. 1), forse pel peso di qualche masso franato. Di un'altra 
tomba, ma di bambino, si conservano tre braccialetti di lastrina enea (fig. 2), senza 



REGIONE IV. 



399 — 



CAPRACOTTA 



saldatura nel ricongiungimento longitudinale e con quattro sottili scanalature trasver- 
sali in ogni estremità; di più, anche in bronzo, due anellini di filo cilindrico, a sei 
giri l'uno, a cinque giri l'altro. 




Fig. 2. 



Appartengono alla collezione dei bronzi due grosse armille (fig. o), anche di lastra 
senza saldatura, ma ciascuna con quattordici sbozzature trasversali e con taglio netto 







Fig. 8. 



e altresì trasversale nelle due estremità, taglio che, per effetto della elasticità del 
metallo, permetteva l'adesione dopo che l'oggetto era passato sul braccio. Essi appar- 
tengono a una terza tomba, secondo che riferiscono gli operai scavatori. 

Di una quarta tomba, certamente di guerriero, gli oggetti hanno maggiore im- 
portanza, e meritano una particolare descrizione. Sono di ferro e di bronzo (fig. 4). 

In ferro abbiamo una cuspide di lancia, a foglia larga e senza costola, lunga 0,51 ; 
più una fibula frammentata con ghiande laterali nell'arco; inoltre un gladio o pugnale, 
lungo 0,32, compresa l'elsa, simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena, 
ed una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. 



CAPRACOTTA 



400 — 



REGIONE IV. 



, In bromo poi si hanno pochi frammenti di cinturone, e una armilla, anche di 
lastra ripiegata e senza saldatura, a tre giri e più: in una estremità sporge una 
specie di mezza ghianda liscia. Più notevoli sono due dischi o scudini disegnati a 
traforo e a graffito. Il più grande ha il diametro di m. 0,22. Dalle estremità andando 




Fio. 4. 



verso il centro vi è una serie circolare di stellette a sei foglie, chiuse da parecchi 
graffiti circolari e concentrici e alternate da fori triangolari. Ancora in dentro, ven- 
gono due altri circoli di forellini; e in ultimo, intorno al foro centrale, vi sono prima 
sei giri di fori rettangolari e per chiusura un circolo di triangoli. Tra tutti questi 
giri a traforo si svolge una serie continua di graffiti circolari. Per sostegno del disco, 
si osservano sei grossi fori in linea curva da una estremità e due dall'estremità oppo- 
sta. Simile lavorazione si riscontra nel disco minore che ha il diametro di m. 0,13. 
Di altri luoghi notevoli per la storia primitiva dei popoli che li abitarono, dirò 
in successivi rapporti. 

A. De Nino. 



Roma, 15 novembre 1904. 



ROMA — 401 — ROMA 



Anno 1904 — Fascicolo 11. 

I. ROMA. 

Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione IX. In via dei Soldati, continuandosi i lavori per l'apertura della 
nuova strada dal ponte Umberto I a Tor Sanguigna, a m. 8,40 sotto il piano stra- 
dale, si « incontrato il pavimento selciato di un'antica via romana, che ha quasi la 
stessa direzione di quella moderna. Nei movimenti di terra si è rinvenuto un rocchio 
di colonna in granito rosso orientale, alto m. 0,52, del diametro di m. 0,50, ed un 
piedistallo marmoreo di statua, mancante della parte superiore, rotto in due pezzi 
e quasi interamente consunto dal fuoco. Dell'iscrizione, che vi era incisa, leggonsi 
appena le poche parole che seguono: 



' li tiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii\iiiiiiiimu inumimi ii i imi ninni! iim\ 

TANTI ORDlNlSiiiiiiiì-iiiimimiimmim CI ElVS iiiiiuik 

STATVAM ?ROA.imiiu\iiiiiiiiiii!lNSinlii A AD iiiiiiini\ pos- 

TERITATIS ANICI ws Acj'LIVS GLABRIO FAVsiVSXw. e. 

PROAVO SVO MA///////'//\'//»//OCVLTVREVERENTIAE/)\ 

a e r\E X I T e. 



È manifesto che trattasi di una statua onoraria eretta da Anicio Acilio Glabrione 
Fausto, prefetto di Roma per la seconda volta nell'anno 425 e console nel 438, al suo 
bisavolo, come ne aveva già dedicate altre in Roma al padre suo ed al suocero Tarrute- 
nio Massimiliano ('). Chi fosse il proavo di Glabrione Fausto è incerto, conoscendosi sol- 
tanto il padre di lui che fu Acilio Glabrione Sibidio, il quale, come insegnò il comm. G. B. 

(i) C. I. L. VI, 1678, 1767. 
Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 51 



ROMA 



402 — 



ROMA 



de Rossi ('), dee aver tolto in moglie una Anicia; onde le due antiche e nobili fa- 
miglie patrizie nella seconda metà del quarto secolo si fusero insieme, dando origine 
agli illustri Anicii Acilii che fiorirono nel secolo quinto. Se di Acilio Glabrione Si- 
bidio fu padre queir Acilio Severo Glabrione, che da s. Girolamo è nominato senatore e 
fu scrittore assai rinomato di cose ecclesiastiche ( 2 ), potremo con buona ragione rico- 
noscere come padre di Severo, e perciò proavo di Glabrione Fausto il celebre Acilio 
Severo, contemporaneo e famigliare di Lattanzio, che visse ai tempi di Diocleziano 
e di Costantino, e fu console nell'anno 323, prefetto di Roma nel 325. A questo per- 
sonaggio adunque sembra essere stata eretta la statua, di cui si è ora ritrovato il 
mutilo piedistallo. 

Via Laurentina. — Nella tenuta di Castel Romano è stato trovato un piccolo 
sarcofago marmoreo, adorno di baccellature ondulate. Nel mezzo della fronte, in un 
cartello quadrato, leggesi l' iscrizione seguente, che traggo da un calco cartaceo cor- 
tesemente trasmesso dal cav. Giulio Navone: 

D • M 

DOMITIAE HILARITATI 

QVAEVIXIT- ANNIS • IIII 

MENS XIDIEBVS-XV 

FECERVNT 

Q • D O M I T I V S 

"/ATERIANVS-ET 

DOMITIA- PRIMITIVA 

PARENTES 

Via Salaria. — Sulla linea ferroviaria da Roma ad Orte, rimuovendosi la terra 
dalla scarpata posta a' piedi della collina di Villa Spada, cioè a circa cento metri oltre 
il chilometro 12°, si è incontrato un antico monumento sepolcrale che sorgeva sul lato 
destro della via Salaria. La cella è di forma rettangolare, e costruita in laterizio. 
Nei due lati adiacenti all' ingresso erano collocati due sarcofagi in peperino ; uno dei 
quali, lungo m. 2,00 X 0,65 X 0,65 e coperto con lastroni di travertino, è stato rimosso 
ed aperto dagli operai; l'altro è tuttora interrato al proprio luogo. Nella parete di 
fondo si apre una piccola porta, larga m. 0,73, con stipiti ed architrave di travertino, 
la quale immette in un altro piccolo vano, coperto a volta e tuttora ricolmo di terra. 
La porta è ornata di un timpano in opera laterizia intonacata ; sull'architrave è incisa 
in belli caratteri l'iscrizione : 



TI • ATRONIO • APOLLONI • F • FAB • APOLLONIO 
HIC • SEPVLTVS • EST 

11 gentilizio Atronius è nuovo nell'epigrafia e nell'onomastica latina. 

G. Gatti. 
( l ) Bull, dì archeol. crist., 1889, pag. 40. 
<*) Cf. ibid. pag. 48. 



REGIONE I. — 403 — S. POLO DEI CAVALIERI, NORSA 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

II. S. POLO DEI CAVALIERI (Tivoli) — Iscrizione latina rinvenuta 
nel territorio della città. 

Nel territorio di s. Polo dei Cavalieri, in un fondo appartenente alla Università 
agraria di questa città e situato a Quarto Canale, jn vocabolo Scalarola, è stato casual- 
mente trovato un lastrone di marmo, largo m. 0,87, alto m. 0,58, sul quale leggesi 

l' iscrizione 

L • LAENIVS • ANTEROS 

DISSIGN • MAG • HERC • ET • A VG 

LAENIA • PRIMA 



LLAENIVS 
L-LAENIVS 
LLAENIVS 
L-LAENIVS 
L-LAENIVS 



ELEGANS 
SVAVIS 

amianThvs 

ARTEMA 
SECVNDVS 



Nel lato opposto della pietra, che ha la superficie grezza, come fu tagliata dalla 
cava, è incisa la marca: 

cocxxxvil 

E A T 

nella cui prima linea forse può leggersi e toc xxxvii, o piuttosto toc cxxxvii. 

G. Gatti. 



III. NORBA — I). Nuove esplorazioni nella città e nei dintorni. 

Nell'estate del 1903 si ripresero gli scavi presso Norba con l'obbiettivo principale 
di ritrovare la necropoli di quella città. Le esplorazioni furono condotte con molta 
alacrità, e vennero estese entro un grande raggio dalle mura e in tutte le direzioni, 
non trascurando gli stessi luoghi che sembravano i meno adatti per lo scavo di se- 
polcri, tranne, s'intende, le roccie compatte e gli spazi sui quali fin dal 1902 esten- 
demmo le nostre indagini. Ma i lavori non ci diedero alcun risultato positivo. Ki- 
corderemo tuttavia le località nelle quali aprimmo, nei vari periodi, un gran nu- 
mero di trincee orientate in tutti i sensi. 

A est della città, sulle collinette ondulate che si spingono fino ai piedi dei 
Lepini, esplorammo le contrade seguenti: 

Il Periglio del sig. Mariano Felici, la Pezza del sig. Attilio Felici e del 
signor cav. Filippo Petriconi, la Vignala del sig. Bartolomeo Felici, e i Colli della 
Congregazione di Carità, S. Giovanni del sig. Vincenzo Onorati, del sig. Bartolomeo 



NORBA — 404 — REGIONE I. 

Felici, del sig. Giuseppe Felici e del principe D. Felice Borghese, il Formale, il 
Camposanto e Bainetta del Comune. 

Fra il Periglio e il Formale il terreno è costituito da tufi vulcanici in parte 
incoerenti e in parte anche lapidei. Ninna zona sarebbe stata più adatta di quella 
per iscavarvi tombe a pozzetto o a fossa ; ma le nostre intense ricerche diedero anche 
là un risultato negativo. 

A nord fu esplorato il piccolo piano del Quadrano del Comune e della Congre- 
gazione di Carità, la rocciosa collina del Serrone di Bove pure del Comune, e più 
oltre una notevole estensione di terreni, sempre comunali. 

A ovest e a sud sono i dirupi di sopra i quali Norba si affaccia verso le paludi 
e il mare. Invano tentammo di approfondire il piccone fra le rocce calcari affioranti 
alla superficie. 

Discendemmo perciò alle falde del monte, ove, in gran parte, il terreno è arenoso, 
e, per il rimanente, composto di detriti discesi dall'alto. In tale zona facemmo pro- 
fondi saggi nei terreni denominati Novecento Alberi del sig. Bartolomeo Felici, del 
cav. Petriconi e del Comune, presso la stazione di Ninfa nella proprietà Petriconi, e 
in contrada Berto dei sigg. Prosseda Giuseppe e Felici Attilio, della Congregazione 
di Carità e del Comune. 

Entro la contrada Novecento Alberi rinvenimmo un denso sepolcreto, che però 
era medioevale, come quello già scoperto dentro Norba ('), ma meno antico; ed ap- 
parteneva alla prossima Ninfa. Alcune monetine e pochi miseri oggetti raccolti presso 
i morti non permettono di affacciare il menomo dubbio in proposito. 

Presso la stazione, al piede del monte, da alcune trincee profonde fino a m. 6 1 / t , 
scavate nella ghiaia, traemmo frammenti di fittili arcaicissimi, ma commisti a mate- 
riali evidentemente meno antichi e anche medioevali. Lo strato di detriti che si 
venne ivi formando al disopra della superficie antica è di grande spessore. Perciò, 
nonostante gli scavi da noi fatti e approfonditi fin dove il terreno ghiaioso non con- 
teneva più tracce di cocci, carboni o di rimescolamento di materiale, non si po- 
trebbe in modo assoluto affermare che in quella zona non potessero essere stati 
scavati dei sepolcri. La probabilità nondimeno è poca, perchè bisognerebbe ammet- 
tere che di tutta la grande distesa di territorio da noi esplorata fosse stata prescelta 
per il sepolcreto una zona molto limitata di superficie e perciò insufficiente, ed al 
tempo stesso meno adatta di molte altre per praticarvi delle fosse. 

Più a monte, verso il baratro naturale detto YOsio, che ivi si trova, si rimisero 
in luce avanzi di costruzioni romane poste lungo l'antica via consolare conducente a 
Sezze. Di tali costruzioni si vedono tuttora in qualche punto grandiose rovine nelle 
quali il sistema di costruzione poliedrico-megalitico è intimamente associato con quello 
di ordinaria muratura in calce, pietre e mattoni. 

Nella parte più elevata della contrada Berlo, cioè non molto al disotto del limite 
inferiore della roccia calcare, trovammo avanzi di tarda età romana perfino a m. 4 

( l ) V. Notizie degli Scavi del dicembre 1901, pagg. 642 e seg. 



REGIONE I. — 405 — NORBA 

di profondità; e negli strati più bassi, fino al terreno vergine, pochi e informi detriti 
di vasellame arcaico. 

Nella stessa contrada, a monte della via provinciale, abbattendo un tratto del 
muro di sostegno dell'oliveto del sig. Attilio Felici, trovammo, a m. 1,00 al disotto 
del livello della strada, una specie di piano irregolare formato di sassi calcarei e limi- 
tato a valle da un risalto o muricciuolo composto di pietre sovrammesse. Sul piano 
si rinvennero : frammenti di bucchero appartenenti probabilmente a tazze con piede ; 
frammenti di vasi figulini giallognoli con traccie di linee scure ; frammenti di vasi di 
impasto scuro a copertura rossa e molti pezzi di doli di varie grandezze. Questi doli 
erano di terracotta rosso-scura ricoperta esternamente di rosso, e avevano il ventre 
sferiforme munito di due anse orizzontali ad anello, il collo stretto e l'orlo riversato 
in fuori. 

Avevamo avuto in principio la speranza che si trattasse di una tomba rovinata; 
ma dovemmo riconoscere invece, anche per lo scavo poscia allargato e approfondito, 
che eravamo capitati sopra un'antica abitazione. 

Intanto anche dentro la Civita si erano ripresi gli scavi, sia per compiere l'esplo- 
razione del tempio di Giunone Lucina, sia per verificare se nell'ambito delle mura 
non si trovasse uno strato arcaico ben netto, quale da alcuni studiosi si supponeva; 
sia infine per constatare se entro Norba non rimanesse qualche sepolcro dei più antichi 
abitatori del luogo innanzi la fondazione della città. 

Allargando lo scavo nella terrazza selciata presso il tempio di Giunone, si tro- 
varono, in mezzo ai materiali di scarico dell'antica favissa, molti altri oggetti votivi; 
tra i quali delle grosse teste di rozza fattura, delle figurine ellenistiche, gran copia di 
vasellame campano a vernice nera e non pochi idoletti intagliati malamente su lamine 
sottili di rame. Agginngansi a questi oggetti alcune monete romane e campane, 
qualche cerchietto di bronzo, alcune fuseruole e qualche chicco forato di vetro. 

Gli scavi mediante i quali si doveva constatare la presenza o meno di tombe 
nell'ambito delle mura furono specialmente eseguiti a nord-est del tempio di Giunone, 
sia perchè ivi fu scoperto nel 1902 (') uno scheletro di uomo non accompagnato da 
alcun oggetto, sia perchè in quella parte, la quale si estende fino al piede della grande 
acropoli, il terreno non è roccioso se non a grande profondità, ed è costituito da una 
formazione sedimentaria arenosa-argillosa di color giallo-rossastro, chiamata « tasso » 
dai paesani, adatta per l' escavazione di tombe. Inoltre quello spazio è il più pianeg- 
giante fra i pochi non rocciosi che son compresi entro le mura di Norba. In esso le 
acque pluviali non produssero quelle corrosioni profonde che in altre parti distrussero 
totalmente, o quasi, l'antico strato archeologico. 

Di sepolcri nessuna traccia. Alla superficie si trovarono qua e là avanzi di abita- 
zioni romane colle mura di calce o di fango e i pavimenti di pisto di calcare e di la- 
terizi. Niun'opera tuttavia si scoprì che meriti di essere ricordata. Diremo soltanto 
di una profonda trincea che scavammo normalmente al lato nord-est del tempio di 

(') Vedi Notitie degli scavi del 1903, fascicolo 6°, pag. 258 e tavola allegata. 



NORBA — 406 — REGIONE I. 

Giunone Lucina quasi sul prolungamento del cavo di saggio g-d (') eseguito nell'estate 
del 1902. Essa aveva una lunghezza di ni. 11,60 e una profondità massima di m. 5,66. 
La sua estremità più occidentale distava m. 32,30 dal lato nord-est del tempio. Po- 
temmo riconoscere che essa cadeva intieramente sulla cavità, ricolmata, di un bacino 
o lacus simile a quello che trovammo nella spianata contigua alla porta principale 
della città ( 2 ). Tale bacino doveva far parte del primitivo e più semplice sistema di 
approvigionamento di acqua in un luogo ove non esistevano acque sorgive, né vi si 
potevano condurre. Esso fu scavato appunto là dove si estendeva la formazione argil- 
losa-arenosa testé ricordata. Ciò rese più agevole l'impresa, sia per la poca durezza 
della materia, sia perchè questa, essendo impermeabile, assicurava una perfetta tenuta 
del fondo e delle pareti, senza l'impiego di opere artificiali. 

La trincea non fu prolungata abbastanza nei due sensi per riconoscere l'am- 
piezza e la intiera sezione del lacus. Ciò non poteva avere importanza per noi. 
Però ne ritrovammo, come abbiamo detto, il fondo vergine, pure costituito dal 
terreno arenoso-argilloso. Ci è ignoto a quale maggiore profondità si trovi il banco 
calcare. 

Per un'altezza di circa m. 3,10 sopra il fondo si trovò un riporto formato da 
terra vergine precedentemente scavata, mista con humus e con pochi dei soliti coccetti 
campani; immediatamente sopra era un grande scarico di pietre, frammenti di tegoli 
e di vasellame del periodo romano, consistente in anfore allungate e acuminate e 
orciuoli di argilla giallo-chiara. Fra questi materiali, che certo furono gettati apposta 
nel bacino per ricolmarlo, ciò che è dimostrato dai vuoti non riempiti di terra ri- 
masti fra i materiali e dalla scioltezza di questi, si trovarono alcuni pezzi di decora- 
zione fittile del tempio, ma dei tipi già descritti nella nostra relazione sugli scavi 
del 1902. Lo strato più superficiale comprendeva humus mescolato a cocci campani e 
a frammenti di laterizi. 

Questo lacus fu riempito in epoca molto tarda, in occasione forse di una siste- 
mazione delle aree prossime al tempio; e forse ad esso ne fu sostituito un altro in 
muratura. 

Prima di abbandonare Norba credemmo utile di determinare, mediante apposito 
saggio, lo scopo di un edificio a grandi mura poligonali, contiguo alla porta Signina, 
il quale presenta nella parte emergente dal suolo una curvatura concava, come di 
arco di circolo di grande raggio. Approfondito lo scavo a ridosso del muro per m. 1,50, 
si trovò un altro muro concentrico appoggiato al primo, e formante intorno una risega 
di m. 1,25 di larghezza. 

La terra estratta dalla trincea era nerissima come quella di un sedimento la- 
custre ; ad una certa profondità si trovò che essa era imbevuta di acqua. Fra la terra 
rarissimi coccetti campani o di terra gialla, e un paio di piccole ghiande missili di 
piombo. Si notò subito che le commessure fra i massi poliedrici del contromuro interno 

(') Vedi Notizie degli scavi 1903, fascicolo 6°, tavola allegata. 
(') Notizie degli scavi 1902, mese di dicembre, pagg. 546 a 548. 



REGIONE I. — 407 — NORBA 

erano regolarmente stuccate con pisto di laterizio. Questa circostanza ci bastò per ri- 
conoscere nel grande cavo artificiale murato una grande cisterna. Diffatti alla profon- 
dità di m. 5,25 trovammo il fondo formato da una grossa platea di pietrame e calce 
su cui era disteso il solito intonaco idraulico con frantumi testacei. 

In base alle misure prese sul tratto scoperto, abbiamo calcolato che il raggio 
del bacino è di circa m. 15. 

Senza dubbio quest'opera idraulica notevole si rinterrò naturalmente e lentamente 
in seguito all'abbandono della città. L'acqua che imbeve la terra presso il fondo ci 
dimostra che le pareti conservano ancora una certa impermeabilità. 

. 

II). Saggi di scavo sopra alcune terrazze sostenute da mura poli- 
gonali poco lungi da Norba. 

A levante della necropoli di Caracupa, sul monte che sovrasta l'Abbazia di Val- 
visciolo, si trovano, scaglionate lungo il pendio, delle numerose terrazze sostenute da 
grandi mura a grosse pietre irregolari. Un saggio si vede riprodotto alla nostra fig. 1. 

Quelle terrazze seguono le sporgenze e i seni nel monte, e si avanzano a cuspide 
come baluardi in corrispondenza dello sperone roccioso che si protende verso ponente, 
immediatamente sopra l'Abbazia. 

Esse si estendono per una lunghezza considerevole a destra e a sinistra del con- 
trafforte fin dove il pendio diviene minore. Solo alcune delle più elevate si arrestano 
contro roccie dirupate verso la Bava Roscia, a sinistra. Talvolta le terrazze ricorrono 
quasi orizzontalmente, tal' altra più o meno inclinate, quasi sempre in linea continua, 
e più di rado a tratti distaccati, ma sempre a linee rette o spezzate, con angoli ben 
decisi, o raccordati da brevi curve. Poche sono le mura disposte in modo da formare 
linee congiungenti successivi ordini di terrazze. 

Dei lunghi tratti di terrazze sono conservati in tuttala loro altezza primitiva; 
ciò che apparisce in modo evidente dalla continuità e regolarità del loro ciglio supe- 
riore. Altri sono in tutto o in parte minati; e di molti non rimane altra visibile 
traccia all'infuori della discontinuità della pendenza del terreno lungo la zona su cui 
sorgevano. 

L'altezza delle terrazze dovè risultare necessariamente varia a cagione delle irre- 
golarità della superficie del suolo ; però sembra che essa fosse maggiore in corrispon- 
denza dei più forti declivi e delle roccie scoscese. In alcuni punti si trovano mura 
elevantisi per oltre sette metri. 

Fin da quando vedemmo da lungi quelle imponenti costruzioni, ce ne interes- 
sammo, e mentre si facevano gli scavi della necropoli di Caracupa e di Norba, non 
mancammo di visitarle per istudiarle, e di esplorarle, anche col sussidio del pic- 
cone ('). 

I risultati delle prime indagini furono insufficienti per la determinazione della 
età alla quale appartengono quelle costruzioni; tuttavia potemmo arguire in modo 

(») V. Notizie 1901, pag. 554 e seg. 



NoRBA 



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REGIONE I. 










Fio. 1. — Tratto di muro di sostegno di una terrazza. 



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— 409 — NORBA 



sicuro cho ciascuna terrazza fu sede di abitazioni, e che tutto il sistema costituì un 
oppido di notevole estensione. 

Fra i dubbi che momentaneamente ci si affacciarono Ti fu anche questo : se cioè 
nella serie dei ripiani successivi non dovesse piuttosto riconoscersi tutta un'opera avente 
scopo agricolo per piantagione, ad esempio, di olivi e di alberi fruttiferi o di viti. Ma 
tale dubbio subito cadde di fronte a semplici ed evidenti ragioni. 

Diremo intanto che, a parte la sproporzione enorme fra il gigantesco lavoro com- 
piuto e il tenue utile agricolo che si sarebbe per esso raggiunto, sta il fatto che le 
terrazze non si susseguono in modo che al piede di un muro di sostegno si trovi il 
ripiano sostenuto dal muro immediatamente più basso, come si dovrebbe per economia 
di lavoro e anche di spazio, ammesso che a questo fosse stato attribuito così alto e 
inverosimile valore da giustificare opere tanto grandiose; invece fra i vari ripiani 
esistono spazi talvolta grandi dove la superficie del monte, in gran parte rocciosa, 
aspra e fortemente inclinata, non subì alcuna artificiale alterazione. 

La larghezza delle terrazze è piuttosto varia ; ma, in conseguenza del forte pendio, 
è sempre necessariamente molto limitata, e difficilmente oltrepassa i sei metri, anche 
là dove esse hanno alti muri di sostegno. 

Ben strani agricoltori sarebbero stati coloro che avessero riuniti i loro sforzi 
associati e perseveranti (che di lavoro individuale o famigliare non si può parlare) 
per conquistare alla coltivazione poche, anguste e irregolari strisce di terreno, for- 
mato da schegge e detriti di roccia con poco o niente humus: essi che avevano poco 
lungi la distesa delle feraci terre pontine, e, più prossime, colline adatte a ogni col- 
tura, e, sullo stesso monte, grandi estensioni pure rocciose, ma non così ripide. E 
ben più strani ancora tali agricoltori dovrebbero giudicarsi per aver essi prescelto il 
più aspro contrafforte della montagna come centro del loro immenso quanto disutile 
lavoro. 

Però appunto in tale scelta troviamo la riprova più importante del nostro asserto, 
che cioè, non di grandiose imprese agricole si tratta, ma di un sistema di terrazze 
formanti una specie di fortificazione sui generis a difesa degli abitatori che avevano 
su di esse allineate le loro capanne ('). 

Difatti apparisce subito evidente dall'esame della località che l'accesso più facile 
e più naturale ai vari ripiani è alle loro estremità laterali, perchè ivi la china del 
monte è men disagevole ; mentre anche ora, sebbene lunghi tratti di mura sian mi- 
nati, sarebbe difficile dalla valle inerpicarsi sulle balze frastagliate e dirupate del 
contrafforte centrale. Quantunque non apparisca che alcun ostacolo fosse predisposto 
per impedire possibili aggressioni di fianco, cioè alle estremità aperte delle terrazze, 
tuttavia queste erano situate in modo che ciascuna dominasse quella immediatamente 
inferiore, di guisa che niuno avrebbe osato inoltravisi senza grave pericolo. E perchè 
l'efficacia del sistema risultasse maggiore, le terrazze successivamente più elevate fu- 

(') Terrazze sorrette da mura a grandi blocchi calcari irregolari, e di struttura identica a 
quelle di Valvisciolo, si trovano anche sul fianco del monte a est di Palombara Sabina nella loca- 
lità che, appunto per i lunghi ripiani, è chiamata degli « stradoni ». 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 52 



NORBA — 410 — REGIONE I. 

rono prolungate sui fianchi più delle corrispondenti inferiori, onde proteggere l'accesso 
di queste, salvo dove l'incontro di dirupi rendeva superflua questa precauzione. 

La pendice del monte continua a elevarsi ripidissima e scabrosa al disopra del 
più alto ripiano fino alla cresta frastagliata e ondulata, che segna nettamente lo 
spartiacque. All'estremità nord della cresta, sulla punta che si affaccia verso la ripa 
detta Rava Eoscia, notammo una specie di cumulo a base tondeggiante e in parte 
disfatto costituito da pietrame informe e schegge ammassate. 

Quella costruzione rozza, che ci richiamava un' altra più grande e quadrilatera 
da noi scoperta a nord di Norba sulla vetta del Monte Arnstino, ci fece pensare se 
per caso essa non avesse costituito un punto forte collegato al sistema di terrazze 
sottostante, e se altre costruzioni simili, minate poi per franamento di roccie, non 
fossero state erette lungo la cresta del monte. Il contrafforte dirupato che, come 
dicemmo, è nel centro della zona coperta dalle terrazze, doveva formare come l'acropoli 
della città; e le mura a più ordini che ne contornano i fianchi sembrano, più delle 
altre, grandiose e solide. 

Furono da noi in principio eseguiti alcuni saggi qua e là per rintracciare avanzi 
industriali che ci avessero posto in grado di determinare l'età alla quale le terrazze 
possono riferirsi. Ma nulla ci fu dato rinvenire alla superficie dei ripiani, all'infumi 
di pochi e minuti rottami di fittili, i quali, pur avendo aspetto di notevole arcaicità, 
non erano sufficienti per una determinazione tipologica o cronologica. Evidentemente 
dello strato superiore antico quasi nulla più rimaneva in conseguenza dei dilavamenti 
prodotti dalle acque. 

Furono anche eseguiti scavi entro il terrapieno di alcune terrazze, sempre formato 
da massi e scheggio di roccia ; ma i ritrovamenti, i quali ci dovevano porgere un ter- 
minus ante quem, non furono più importanti dei precedenti. Pochi cocci d' impasto 
rude non presentanti caratteri specifici, e niente altro. 

Ma il caso venne poi in seguito a favorirci. A nord-ovest del contrafforte le terrazze 
più basse si estendevano sopra un terreno in gran parte arenoso. Le corrosioni ivi 
prodotte dalle acque scalzarono le fondamenta, e le mura in gran parte precipitarono. 

In tale zona (che è di proprietà della Badia come gran parte dell' oppidum), 
dell'eseguire lavori di coltivazione, venne ritrovato quasi a fior di terra un pugnale 
di ferro simile a quello trovato nella tomba 25 a di Caracupa (') : a punta stretta e 
acuminata, con il codolo piatto a losanga terminato da traversa a segmento di cir- 
colo, e munito di orlo rilevato. Sul codolo sono fissati due segmenti formanti l'im- 
pugnatura. La guaina è di lamina di ferro con fodera interna di legno, ed ha il pun- 
tale a bottone. 

Il nostro Direttore prof. L. Pigorini, conosciuto in quali circostanze era avve- 
nuta la scoperta del pugnale, espresse il parere che questo provenisse da una tomba 
andata distrutta in seguito alle corrosioni subite dal terreno fortemente inclinato. 
Egli ci diede incarico di fare nella zona alcune esplorazioni per vedere se altre tombe 
vi si trovassero. 

(') Vedi Notizie degli Scavi, anno 1903, fase. 7, pag. 314. 



REGIONE I. — 411 — NORBA 

Di tali indagini ci occupammo non appena lo ricerche archeologiche entro e 
presso Norba furon compiute noi limiti del nostro programma. In principio ottenemmo 
risultati del tutto negativi. Era evidente che le profonde corrosioni subite dal terreno 
nel luogo ove il pugnale era stato raccolto, avevano causato la distruzione degli altri 
sepolcri che ivi fossero stati scavati : e perciò, pur mantenendoci all' incirca alla 
stessa altezza sul monte, ci avvicinammo cogli scavi alle terrazze che si distaccano 
dal contrafforte verso nord-ovest. Rinvenimmo i soliti cocci rudi e non pochi fram- 
menti di bucchero fino, indizi forse di tombe andate distrutte; ma nuli' altro. 

Avevamo ormai perduto la speranza di riuscire nell'intento prefissoci, pensando 
che sarebbe stato inutile tentare saggi fra le rocce, ove, a nostro giudizio, le tombe 
non potevano essere state scavate. E siccome la chiusura del periodo di scavi era 
imminente, credemmo utile di eseguire qualche altra esplorazione nelle terrazze pros- 
sime, nella fiducia di trovarvi questa volta dei materiali sufficienti per la determi- 
nazione dell'età di quelle costruzioni, inutilmente tentata in passato. 

Scegliemmo una terrazza ascendente con sensibile pendio verso nord. In alcuni 
punti non rinvenimmo nulla, né alla superficie, né entro l'ammasso di pietre e schegge 
riempienti lo spazio fra il muro anteriore di sostegno a grandi blocchi irregolari e 
la china rocciosa del monte. Indi capitammo in una parte del ripiano alla cui super- 
ficie erano sparsi frantumi di vasellame arcaico. Non si potè tener conto di tali 
materiali nel dubbio che essi potessero essere discesi dal monte sovrastante. Approfon- 
dito però lo scavo al disotto del ciglio del muro di sostegno, gli stessi cocci, fram- 
misti a terra scura e a grande quantità di sassi, continuarono a trovarsi, e se ne rin- 
vennero altresì fra le pietre nell'interno del muro. Era evidente che questo materiale 
fu gettato alla rinfusa per formare il ripiano, e che esso proveniva da un luogo imme- 
diatamente a monte della terrazza. Era anche evidente che, per il fatto della sua 
inclusione nella costruzione, il materiale stesso fosse più antico di questa; ma di 
quanto più antico non si sa. Tuttavia un terminus ante quem ha sempre il valore 
di fissare un limite, sia pur vago, all'indagine cronologica. 

Ecco le varietà di fittili che potemmo riconoscere in mezzo alla grande copia di 
frammenti raccolti fra m. 0,50 e m. 1,50 circa sotto il ciglio del muro: 

Recipienti a tronco di cono e orlo verticale, d'impasto grossolano rossastro e gial- 
lastro. Alcuni di essi son grezzi e presentano, un poco al disotto dell'orlo, un cor- 
done orizzontale liscio (fig. 2, d), ovvero decorato da intaccature oblique (ib. a, b, e) 
le quali sono talvolta interrotte da appoggiamani (ib. a, /). 

Olle di simile terra, munite di orlo aperto in fuori e a superficie grezza. Ad 
esse appartengono forse alcune anse orizzontali ad anello piatto poco sporgente e 
depresso (ib. e). 

Olle più piccole e a pareti più sottili annerite e lucidate all'esterno, con orlo 
un poco svasato, gola molto rientrante e ventre molto espanso (fig. 3, bi). 

Ollette e attingitoi d' impasto scuro, a ventre sferoidale e orlo rientrante 
(fig. 3, Cl ). 

Ollette e attingitoi come i precedenti, ma con labbro dritto e cordone con in- 
taccature oblique (fig. 3, /\). 



NORBA 



412 — 



REGIONE I. 



Tazze scure lucidate, con orlo un po' riversato in fuori e raccordato mediante 
curva convessa sporgente al fondo conico. A qualcuna di esse doveva appartenere 
l'ansa biforata con l'estremità superiore ad anello e con protuberanza nella parte 
anteriore rappresentata a fig. 3 «i . Alcune tazze presentano delle bugnette in corri- 
spondenza della massima espansione. 

a b e 









! e f 

Fig. 2. — Frammenti fittili rinvenuti nel taglio di una terrazza. 



Tazze simili, a pareti nero-lucide, ma più sottili, e con una linea punteggiata 
orizzontale un poco al disotto dell'orlo (fig. 3, d,). 

Frammento di vaso nerissimo anche nella frattura e lucidato. Presenta una deco- 
razione a cordone liscio. 

Doli a rozzissime pareti e a copertura rossa, lucidati all'esterno. 

Dischetto piatto di terracotta grezza giallo-scura (fig. 3, e,). Ha mm. 60 di diametro. 

Come si può riconoscere agevolmente, questi materiali non presentano caratteri 
abbastanza spiccati, perchè se ne possa stabilire con qualche approssimazione l'età. 

Alcune forme, come ad esempio quella a cono tronco con cordone intaccato e 
appoggiamani, si riscontrano in gran copia nel periodo litico ed eneolitico, e si vedono 
perdurare fino oltre il primo periodo del ferro. 

Altre, come le tazze fatte a mano e con ansa biforata, si trovano nella prima 
età del ferro e anche in un lungo tempo successivo. 

Infine certe altre categorie di fittili, come ad es. le olle a grosse pareti d' im- 
pasto grossolano e superficie scabra, sono addirittura di tutti i tempi, perchè sono 
l'espressione più semplice e più naturale e quasi istintiva dell'arte del figulo. 

Nell'insieme tuttavia si può ben riconoscere che i materiali medesimi appar- 
tengono alla prima età del ferro, non tenendo conto di quelli che hanno apparenza 



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NORBA 



di maggiore antichità, e trascurando altresì i frammenti privi di qualsiasi carattere 
specifico, tecnico o morfologico. 

Insieme con i cocci si trovarono fra i sassi, che riempivano lo spazio fra il muro 
e la china del monte, molte ossa appartenenti a pecore, agnelli e altri animali ; la 



ai 



i. 



Ci 









d t e, fi 

Fig. 3. - Altri frammenti fittili rinvenuti sul taglio dellastessa terrazza. 



quale circostanza ci fa supporre che tutti i materiali provenissero da scarico di 
abitazioni. 

Arrivati collo scavo al nudo scoglio, trovammo in questo come una soluzione di 
continuità costituita da un cavo disposto trasversalmente alla terrazza e riempito di 
bianchi e minuti detriti della roccia calcare, non mescolati a terra vegetale o ad 
altre materie eterogenee. Vi rinvenimmo soltanto qualche osso di animale. Ad un tratto 
apparvero gli orli di alcuni vasi. Con la massima attenzione continuammo allora, senza 
rimuover gli oggetti, a toglier via le materie di riempimento; e, presente il reverendis- 
simo abate Stanislao White, riconoscemmo in quel cavo entro la roccia un sepolcro 
ad umazione. Così la profezia del nostro Direttore si avverava. 

Il sepolcro (v. la sezione e la pianta alla fig. 4) aveva le pareti laterali paral- 
lele, era interrotto dal muro della terrazza all'estremità occidentale, cioè a valle, ed 
aveva l'altra estremità, a monte, quasi incavata a semicerchio. La sua profondità, 



NORBA 



— 414 — 



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al disotto della superficie della roccia, variava in conseguenza del forte pendio da 
m. 0,20 a m. 1,40. 



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Pig- 4. — Pianta e sezione di mia tomba scoperta sotto una terrazza. 1:50 



Il fondo era piano, e presentava una lunghezza massima di m. 3,15 e una lar- 
ghezza di m. 0,90. Su di esso era disteso uno scheletro molto decomposto di donna, 



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NORBA 



collocato con la testa verso il monte e i piedi a valle, conforme l'uso che già osser- 
vammo nella necropoli di Caracupa. Presso la testa del morto era un bel gruppo di 
fittili j e, vicino ai piedi, ve ne era un altro formato da due soli vasi. Sul collo e 
sul petto si trovarono fìbule e altri ornamenti, e in prossimità della spalla sinistra, 
pure confórme il rito costantemente notato nel sepolcreto di Caracupa, si scoprirono 
dei modesti oggetti fittili, cioè una fuseruola e alcuni rocchetti. 





Fig. ha. — Hydria. 1 : 4 



Diamo qui una rapida descrizione di tutti gli oggetti formanti il corredo funebre, 
indicandone anche la precisa posizione, come si fece per le suppellettili dei sepolcri 
caracupani. 

Presso il cranio del morto, cioè all'estremità a monte della tomba: 

1. Hydria di forma derivata dal tipo Villanova, con orlo aperto in fuori, basso 
collo conico un po' bombato, e ventre molto espanso, munito di due anse orizzon- 
tali ad anello con piccole costole verticali. Essa è di terracotta grossolana a super- 
ficie nera e lucida; ed è ornata da disegni geometrici formati da linee larghe e 
profonde, a contorni quasi taglienti, come se fossero state incise sulla superficie ben 
essiccata prima della cottura (v. figg. 5« e bb). Il collo presenta alla sommità una 
zioha' di linee ad angolo retto, e, intorno alla base, una fascia meandriforme. 






NORBA 



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Nella parte mediana il collo è ornato da svastiche alternate con figure geome- 
triche nelle quali si potrebbe riconoscere la rappresentazione schematica di un uomo 
accovacciato e colle braccia allargate. Non molto dissimile da questa figura è quella 
eseguita a punteggiatura sbalzata sulla parete della pyxis trovata nella tomba 44 di 
Caracupa, e di un'altra che è tracciata in rosso sul piede di un holmos nel Museo 
di Villa Giulia (Narce, 3° sepolcreto di Pizzo Piede, n. 4640 d' inventario) ; soltanto 




Fig. hb. — Sviluppo dell' hydria precedente. 1 : 5 



sulla nostra hydria un tratto orizzontale, invece di un cerchietto o di un ovale, sta 
a rappresentare la testa. 

Il ventre del vaso è diviso superiormente in tre zone orizzontali graffite, la più 
alta delle quali è a denti di lupo, la media è a grandi riquadri con divisioni dia- 
gonali e decorazioni a linee parallele, meandri e svastiche, e colla ripetizione dello 
schema di figura umana, anche capovolta; e la zona più bassa, che ricorre fra le j 
anse, è per metà formata da uu meandro e per l'altra metà da due zig-zig interse- 
cantisi. Nella parte inferiore del ventre, al disotto delle anse, sono due svastiche; 
e intorno alla base gira un meandro. Altezza totale mm. 342. 

2. Piccolo vaso nero lucido con ventre sferiforme e alto collo conico conver- 
gente in alto, e munito presso la sommità di due fori opposti (v. figg. 6c e 6c,). 

Questo curioso recipiente sembra che riproduca la forma di una zucca, e forse 
veniva appeso mediante funicella passante entro i fori del collo. Presenta decora- 
zioni geometriche formate da profonde e larghe incisioni che sembrano ottenute quando 
il vaso era ben secco prima della cottura, mediante una specie di scalpellerò tagliente 
che si spingeva innanzi imprimendogli al tempo stesso un rapido movimento oscil- 



REGIONE I. 



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NORBA 



latorio da sinistra a destra. Così si poterono produrre incisioni aventi una sezione 
triangolare e presentanti una serie di fitte intaccature a spina di pesce. Sul collo 
sono incise due figure schematiche di un uomo accovacciato simili a quelle dell' idria 
già descritta. Esse sono alternate con due incisioni a forme di Z. 

Alla base del collo ricorre una solcatura orizzontale. 

Sul ventre gira un largo meandro a tre linee parallele, sempre incavate col detto 
sistema. Altezza totale mm. 116. 





Fig. 6. — Vasetti fittili diversi e rocchetti. 2:5 




Fig. 6c, . — Sviluppo del collo del vasetto rappresentato a fig. 6c. 1:3 



3. Piccola hydria di forma villanoviana, simile a quella sopra descritta, ma 
con una sola ansa verticale ad anello impostata sulla parte superiore del yentre (v. 
figg. la e IV). Essa è decorata da incisioni spinate come quelle del vasetto sferoi- 
dale. Sul collo vi è una zona di linee ad angolo retto, sotto la quale ricorrono delle 
svastiche. Il ventre presenta una fascia a denti di lupo in alto, una grande zona a 
meandri nella parte mediana, e quattro bugnette al disotto della massima espansione. 
Alt. mm. 220. 

Sopra 1' hydria : 

4. Tazzetta nera lucida a pareti sottili, con breve orlo verticale ed alta ansa 
biforata avente un' insellatura alla sommità e delle piccole costole nella parte interna. 
11 corpo presenta delle steccature verticali e tre bugnette nella parte più prominente. 
Altezza, non compresa l'ansa, mm. 50. 

5. Vaso nero lucido formato dalla riunione in triangolo di tre tazzette uguali 
le cui anse si ricongiungeno nel centro, in alto, e presentano quivi due sporgenze 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 53 



NORBA 



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REGIONE I. 



laterali che forse rappresentano due teste d'animali (v. fig. 8). Ciascuna tazzetta ha 




Fio. la. — Piccola hydria. 1 :3 



il corpo sferico schiacciato con steccature oblique e tre bugnette, il fondo umbilicato 




3T3J 

Fig. Ih. — Sviluppo della piccola hydria precedente. 



1:8 



e l'orlo alquanto riversato in fuori. Altezza delle tazzette fino all'orlo mm. 84. Altezza 
totale del gruppo mm. 147. 
A sinistra del cranio: 

6. Puseruola fittile esagonale. 



REGIONE I. — 419 — NORBA 



Presso l'omero sinistro: 

7. Sette rozzi rocchetti di terracotta rosso-scura, dei quali uno ha le teste 
spianate, e sei hanno le teste tonde (vedansi due di tali rocchetti e fig 6, b e b x ). 
Lungh. nini. 45 a 50. 

Contro il cranio : 

8. Anellino di bronzo. Diam. mm. 16. 




Fig. 8. — Tre tazzette con anse riunite. 2:5 



A sinistra del collo : 

9. Fibula ad arco ingrossato e breve staffa triangolare (fig. 9). L'arco è 
ornato da gruppi di linee parallele, finamente incise e tirate in giro, da una zona a 
zig-zag nel centro e da altre due a linee incrociate presso le estremità. La staffa 
ha una serie di punteggiature sbalzate lungo l'orlo e in corrispondenza della biset- 
trice. Lunghezza mm. 59. 

Inseriti nella fibula (v. stessa fig. 9) : 

10. Due cerchi di bronzo a sezione romboidale schiacciata. Uno di essi pre- 
senta presso la periferia una linea a zig-zag finamente incisa. L'altro ha lo stesso 
ornamento, ma a doppia linea, e più profondamente incavata. Diametro mm. 53 
e mm. 73. 

Sul petto: 

11. Fibula simile alla precedente. L'arco presenta identici fasci di linee 
parallele, ma alternate con linee a zig-zag. La staffa ha soltanto l'orlo punteggiato. 
Lungh. mm. 58. 

Inserito nella fibula: 

12. Cerchio di bronzo simile a quelli descritti al n. 10 e con simili incisioni 
a zig-zag. Diam. mm. 58. 



NORBA 



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REGIONE I. 



13. Fibula con sottile arco semi-circolare, di sezione quadrata, nel quale erano 
inseriti dischi di ambra e di osso alternati, formanti insieme un corpo rigonfio nel 
■centro e decrescente ai lati. Di tali dischi restano pochi frammenti. La staffa della 
fibula è a segmento di circolo. Lungh. mm. 50. 

Infilati nella fibula: 

14. Due cerchi di bronzo del solito tipo a sezione romboidale piatta, e con 
zig-zag finamente incisi. Diam. mm. 44 e mm. 51. 




Fig. 9. — Fibula nella quale sono inseriti due cerchi. 1:1 



Presso i piedi: 

15. Anello di bronzo simile ai precedenti. Diam. mm. 40. 

16. Anfora di terracotta rossiccia all'interno e nera lucida all'esterno (v. fig. 10). 
Essa è del noto tipo laziale. Ha il corpo sferico-schiacciato nella parte superiore e conico 
in basso. Il collo si restringe gradualmente verso la bocca circondata da labbro sva- 
sato. Le anse, inserite fra l'orlo e le spalle, hanno profilo angolare, e presentano sul 
davanti una faccia piana verticale che si allarga inferiormente. Il ventre è decorato 
da steccature verticali e da quattro bugnette. Alt. mm. 190. 

Entro l'anfora si rinvenne: 

17. Una tazzetta ad alta ansa biforata (v. fig. 6a). Essa non differisce da 
quella descritta al n. 4, se non perchè ha l'ansa ornata verso l' interno da piccole 
costole, e non ha insellatura sull'apice. Altezza, non compresa l'ansa, mm. 55. 



REGIONE I. — 421 — NORBA 

18. Bicchiere fatto a mano a grosse pareti irregolari lucidate esternamente 
(v. fig. 6d). Ha forma di cono tronco alquanto espanso nel mezzo, e presenta presso 
l'orlo le attaccature del manico verticale ad anello di cui era munito. È in gran 
parte frammentato. Alt. mm. 62. 

Il corredo funebre descritto è simile a quello dei più antichi sepolcri di Ca- 
racupa. L'analogia più completa ci è data dalla suppellettile rinvenuta nelle tombe 
74 e 75 (') di quella necropoli. Difatti tale suppellettile comprende: anfore di tipo 




Pio. 10. — Anfora di tipo laziale. 3:8 



laziale, tazzette ad ansa biforata, e hydrie di forma villanoviana con decorazioni 
geometriche, tra le quali ricorre anche la svastica. Di fibule ad arco ingrossato e di 
anelli di bronzo se ne trovarono a Caracupa in quasi tutti i sepolcri di donne. 

L'identità del rito funebre e dei prodotti industriali fittili e metallici, e il fatto 
della vicinanza di Caracupa alla tomba di Valvisciolo, bastano insomma a dimostrare 
che questa tomba è coeva alle altre ricordate, e che appartiene a una stessa popo- 
lazione. 

Le speciali circostanze in cui avvenne la scoperta della tomba di cui ci siamo 
occupati ha importanza per risolvere il problema delle terrazze di Valvisciolo e, per 
analogia, quello delle mura della vicina Norba, che furono pure oggetto dei nostri 
studi ( 2 ). 

(') Vedi Notizie degli scavi 1903, fase. 7, pag. 342 e segg. 

(*) Vedi Noi. degli scavi, dicembre 1901, pagg. 548 e segg. e fascio. 3°, 1903, pag. 548 e segg. 



NORBA — 422 — REGIONE I. 



Riferendoci a quanto abbiamo prima esposto, possiamo affermare con piena, asso- 
luta sicurezza che la tomba è anteriore alla terrazza sotto la quale essa venne 
ritrovata. Né si può supporre che una fossa sia stata scavata entro il terreno di riporto 
formante il ripiano, e proseguita poi entro la roccia; poiché in tale ipotesi nel riem- 
pire la fossa medesima si sarebbero necessariamente rimescolati i detriti provenienti 
dal taglio della roccia viva con i sassi, i cocci e il terriccio scuro del riporto sopra- 
stante. Invece, giova ricordarlo, l' incasso della tomba era unicamente riempito di 
schegge e detriti bianchi : il che vuol dire che, dopo la escavazione, esso potè venir 
ricolmato con lo stesso materiale che ne era stato estratto. Dunque non vi erano allora 
altri materiali, e perciò la terrazza non vi era. Porse nemmeno le altre terrazze esi- 
stevano, sebbene si possa supporre che l'intiero sistema da esse formato, abbia 
richiesto un tempo non breve per essere completato. È probabile che la presenza della 
tomba da noi illustrata non sia stata affatto avvertita da coloro che innalzarono il 
muro in contiguità di essa. Oppure può darsi che, quando la terrazza in parola venne 
innalzata, non si conservasse più la memoria o alcun indizio della tomba su cui si 
sovrapponeva la nuova opera destinata a sostenere le abitazioni. E si potrebbe anche 
pensare ad una popolazione nuova che avesse discacciata e preso il posto dell'antica, 
distruggendo così memorie e tradizioni locali. 

Comunque, non possiamo sapere quale spazio di tempo corse fra lo scavo della 
tomba e l'erezione delle mura ; e questo non ci potrà esser noto fino a che non tro- 
veremo materiali sicuramente appartenenti agli abitatori delle terrazze. 

Così pure non sappiamo se i materiali industriali inclusi nel terrapieno siano 
più o meno antichi della tomba sottostante, poiché essi sono bensì costituiti da rifiuti 
di abitazioni; ma queste potevano esser tanto coeve, quanto più antiche della terrazza. 

Ma la coesistenza di una tomba e di capanne a breve distanza l'una dalle altre 
nel periodo di civiltà corrispondente all'età del ferro ci sembra inverosimile, o almeno 
ben poco probabile; e perciò dobbiamo supporre, o che le capanne fossero state già 
distrutte quando fu scavata la tomba, ovvero, come si è detto, che della tomba non 
fosse rimasto né segno né memoria quando furono erette le capanne. 

La comparazione dei rottami fittili del terrapieno con il vasellame della tomba 
in parola o con quello coevo del sepolcreto di Caracupa ci dice soltanto che gli uni 
e gli altri appartengono a una medesima industria che si venne svolgendo in un 
lungo periodo di tempo, ma null'altro: poiché mal si apporrebbe colui che, unica- 
mente dalla maggior rozzezza dei cocci di rifiuto, o dalla presenza fra essi di tipi 
antichissimi, ne volesse argomentare che essi siano di età anteriore a quella delle 
tombe. Si sa difatti che nella composizione dei corredi funebri non entrava che il 
vasellame più fino della mensa, talvolta, come a Caracupa, con prevalenza di quello 
specialmente adatto per libazioni, ad es. anfore, attingitoi e tazzette : né è impro- 
babile che, per compiere il rito funerario, si adottassero, insieme con quelle più 
comuni, anche altre forme speciali e tradizionali di fittili. Certo è che il vasellame 
che potremo dire da cucina, adatto per cuocere, per far bollire, per conservare 
olii ecc., quasi sempre grossolano, come quello che, non essendo costruito per figurare, 
doveva solo avere la necessaria robustezza, raramente è rappresentato nei sepolcri; 



REGIONE I. — 423 — NORBA 

e la ragione è ovvia. Ora sono appunto queste rozze stoviglie, di tipo costantemente 
primitivo, quelle che in prevalenza si trovano fra i rifiuti delle abitazioni, e che 
possono dare l'impressione inesatta di una grande arcaicità. Nel caso speciale nostro, 
in mancanza di elementi caratteristici aventi valore cronologico assoluto, non possiamo 
altro dire se non che i rifiuti delle capanne che abbiamo esaminati possono tanto 
riportarsi a un periodo arcaicissimo, come quello della necropoli di Villa Cavalletti, 
sia al principio del VII secolo a. C. Difatti materiali identici furon trovati nei fondi 
delle capanne di Satricum, associati con vaselleme protocorinzio, corinzio e italo-geo- 
metrico. 

Forse un terminus post quem relativo all'età delle terrazze ci può esser dato 
dal fatto che non si trovò nella località esplorata alcun frammento fittile di età evi- 
dentemente posteriore a quella del bucchero fino, del quale si raccolsero invece molti 
pezzi non lungi dalle mura. E, tenendo conto dell'epoca abbastanza nota del bucchero 
fino, si potrebbe far discendere fin verso il VI secolo l'erezione di tali grandiose opere. 
Ciò sarebbe del resto bene in armonia col fatto che dentro quelle terrazze era inclusa 
la tomba da noi scoperta, la quale, come si è detto, è più antica di esse, ed alla sua 
volta non è più antica della prima età del ferro. 

Speriamo che altre esplorazioni ci porranno in grado, sia di trovare tutto un sepol- 
creto presso la tomba scoperta sulle alture di Valvisciolo, sia di portare nuova luce 
sulle varie questioni accennate- 

L. Savignoni. 
R. Mengarelli. 



Monete rinvenute negli scavi di Sorba. 



Gli scavi eseguiti in questa località dal prof. Savignoni e dall' ing. Mengarelli, 
hanno portato in luce un certo numero di monete contenute specialmente nelle stipi di 
due templi. L'elenco di queste, da me studiate, dopo che ne venne fatta la consegna 
al Museo Nazionale Romano, merita sia conosciuto in quanto che il dato positivo fornito 
dalle monete conferma ciò che l' indagine archeologica dimostra. 

Le monete sono le seguenti: 

Stipe del monumento di Giunone. 

I. a) Monete dell'Italia meridionale. 

1. Testa di Pallade a destra con elmo corinzio e lunghi capelli sciolti. Dietro 
la testa la monetina, di argento, è molto corrosa, per cui rimane visibile solo un segno, Y (?) 



NORBA — 424 — REGIONE I. 



forse lettera di una parola. R- spiga, nel campo a sinistra NOVR (peso gr. 0,72; 
diam. mm. 10,5; la figura è ingrandita). 




Il tipo del diritto e del rovescio, come il peso ed il diametro, ricorda le monete 
di Metaponto. Manca però il nome di questa città che è sostituito dalla scritta su 
citata. Questa risulta sconosciuta sia come etnico di una città che potè essere confe- 
derata con Metaponto, sia come nome di incisore o magistrato della stessa Metaponto. 
La mancanza del nome di questa città, solitamente scritta, fa escludere quest'ultima 
ipotesi. Inoltre anche la forma della lettera R, che pare non ricorra sulle monete della 
Lucania in genere e di Metaponto in ispecie, potrebbe permettere di vedervi un nesso 
K R. Credo però non si possa pensare a Nuceria dei Bruzzi, sulle cui monete di bronzo 
si legge NOVKPINON, per la troppa lontananza dei luoghi. Il segno Y del dritto mi 
fa pensare a AY o AYK, abbreviazione di Lucania, quindi si potrebbe riconoscere in 
questa una delle monete coniate a nome di tutta la Lucania durante il IV secolo, e 
in tale caso nel rovescio il nome di un magistrato. Convien notare ancora che alcune 
monete dell' Apulia presentano al Dr. ed al R; gli stessi tipi (v. Head, Hist. num., 
pag. 37 e segg.). L'arte della moneta tanto nella testa come nella spiga appare eccel- 
lente, e per la tecnica è caratteristico l'occhio obliquamente scavato. 

/?) Neapolis. 

2. Testa di Apollo a d. laureata con tre giri di foglie, e con lunghi capelli 
ricadenti sulla nuca in forma di mezza luna. R; NEOnOAITHE in campo al di sopra 
della parte anteriore del toro androprosopo a d. (BR di gr. 5,63; diam. mm. 19. 
Cf. Sambon, Monnaies, I, p. 248, n. 567 segg.; essendo spostata troppo a sinistra la 
rappresentanza della moneta, questa non si può esattamente identificare). 

3. Testa laureata di Apollo a sin. con lunghi capelli, davanti NEOno[AITnN]. 
B toro androcefalo a destra coronato dalla Vittoria sospesa nell'aria (BR di gr. 5,25; 
diam. mm. 19. Cf. Sambon, M., I, pag. 265-66, in pessimo stato). 

Le due monete citate appartengono al periodo che corre tra gli anni 340 e 240 a. C. 

y) Phistelia (Campaniae) 

4. 4>IZTE[AIA] Testa femminile, di fronte, con corti capelli. R- 81.... grano 
di orzo, e pesce (Obolo spezzato e mancante, di gr. 0,60; diam. mm. 11. Cf. Sambon, 
R., pag. 160, n. 8; Head, H. num. pag. 35). Moneta della fine del V o del principio 
del IV sec. a. C. 



REGIONE I. — 425 — NORBA 

IL Latium. 

5. Quadrante del peso di gr. 60,63 (Sambon, Recherches, pag. 114, n. 11; raed. 
stato). 

6. Sestante del peso di gr. 31,40 (Sambon, K., pag. 115, n. 20; id.). 
Ambedue le monete si considerano anteriori al 338 a. C. 

III. Romano-Campane. 

7. Testa laureata di Apollo a d. 1$ [ROMANO]. Leone voltato a d. e tenendo 
fra le fauci un giavellotto (Br. di gr. 10,20, in cattivo stato. Bab., I, pag. 13, n. 9; 
a. a. C. 342-317). 

8. La lupa voltata a d. allattante i gemelli. Nel campo . . B; [R-OMA]. Corvo 
a d. con fiore nel becco (sestante di gr. 24,2, in pessimo stato. Bab. I, pag. 20, n. 20 ; 
a. C. 317-211). 

IV. Roma. 

9-11. Sestanti pesanti rispettivamente gr. 29; 22,25; 20 da riportarsi al sistema 
semilibrale (appena riconoscibili per il pessimo stato di conservazione). 

12. Vittoriato senza simbolo (Bab. 1, pag. 41, n. 9) di gr. 3, corroso. 

13. Asse di gr. 41,50 con al B; nel campo come simbolo, appena riconoscibile, la 
mezzaluna (mediocre). 

14. Asse di gr. 32,60 con nel B; nel campo sopra una foglia, e nel campo a d. H 
(in mediocre stato). 

15. Asse di gr. 33,22 con simbolo irriconoscibile. 

16. Asse appena identificabile di gr. 42,50. 

Tutti questi assi appartengono alla riduzione sestantaria, quindi vanno classificati 
come appartenenti agli anni 268-217 a. C. A quest'ultima data si accostano di più 
pel loro peso i nn. 14, 15, con simbolo, e di poco anteriore all'anno 217 è pure il 
vittoriato. 

17. Asse di gr. 18, appena riconoscibile. 

18. Asse di C. Clovius Saxula (a. e. 189 a. C.) (Bab. 1) di gr. 21,32, in me- 
diocre stato. 

19. Quadrante di L. Saufeius (a. 200 a. C.) (Bab. 5) di gr. 4,12 (mancante). 
20-21. Sestanti di gr. 5,27 ciascuno (in pessimo stato). 

Queste monete, perchè sul sistema onciale, appartengono al periodo che segue 
l'anno 217 a. C. (*). 

( l ) Ho classificato al sistema onciale anche i due sestanti, per quanto di peso superiore al nor- 
male, perchè da studi che sto proseguendo sul peso delle frazioni minori dell'asse mi risulterebbe 
sin da ora che poco badavano i monetieri all'esattezza di esso. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 54 



NORBA — 426 — REGIONE I. 



Per il minimo peso deve attribuirsi all' ultimo periodo repubblicano il seguente : 

22. Sestante di gr. 0,7 (mediocre). 

23-28. 6 monete irriconoscibili per il pessimo stato di conservazione. 

Certamente per infiltrazione si è ritrovato nella stessa stipe il seguente: 

29. Medio bronzo di Nerone (Coh. 299). 

Il maggior numero di queste monete appartiene al IV e III secolo, quindi in 
genere ad epoca un poco anteriore a quella in cui si crede sia sorto il tempio. (Not. 
se. 1903, pag. 233). 

L'Aes rude è rappresentato da un numero notevole di pezzi che vanno da un 
peso massimo di gr. 140 a uno minimo di gr. 6. 

È da notarsi che parecchi di questi pezzi presentano chiaramente, ben netti, i 
caratteri di scorie di fusione, alcuni pochi inoltre sono pezzi di boccaglio ed altri forse 
anche pezzi di forme fuse non riconoscibili. Certamente l'uso di offrire alle divinità 
pezzi informi di bronzo si mantenne tradizionale, pel carattere eminentemente con- 
servatore del culto, sino dal tempo in cui essi rappresentavano un valore, servendo 
come mezzo di scambio. Solo posteriormente accanto ai pezzi informi si aggiunsero 
anche quelli inutili. Quindi la presenza dell' Aes rude in queste e simili stipi non 
può determinare un'epoca, né YAes stesso può più esser considerato come moneta. 



Stipe del Tempio di Diana. 

I. Campania (Neapolis). 

1. Testa laureata di Apollo a d. con capelli sciolti. I) Toro androcefalo a d. con 
la testa di fronte; sopra, grande stella. Bronzo di gr. 4,82, mancante (Sambon, M. I, 
pag. 256, n. 614 segg.; a. C. 320-280). 

2. Testa di Apollo laureata a sin. Dietro A. Davanti NE[OnOA]ITnN. B; toro 
campano androprosopo a d. coronato dalla Vittoria (bronzo di gr. 5,82, mancante. 
Sambon, M. I, p. 264, n. 651 e segg.; a. C. 270-240). 

II. Incerte dell'Italia meridionale. 
3-4. Monete di bronzo irriconoscibili, peso gr. 1,07; 3,75. 

III. Latium. 

5. Sestante di gr. 51,52 (Sambon, R. pag. 115, n. 25) anteriore al 338. a. C. 
(buono). 

IV. Romano-Campane. 

6. Testa di Minerva a sin. B- [ROMANO ?]. Protome di cavallo imbrigliato 
a d. (Bronzo di gr. 6,10, mediocre; cfr. Bab. pag. 11, n. 5). 



REGIONE I. — 427 — NORBA 

7. Testa di Minerva a d. con l'elmo di Perseo ; dietro, un simbolo irriconosci- 
bile. 9 ROMANO. Vittoria, seminuda, in piedi a d. con lunga palma alla quale è 
sospesa una corona per mezzo di nastri; nel campo una lettera irriconoscibile (AR di 
gr. 6,37, mediocre; Bab. I, pag. 12, n. 7). 

8. Testa laureata di Apollo a d. R- ROMANO. Leone voltato a d. con giavellotto 
nelle fauci (Br. di gr. 10, buono; Bab. pag. 13, n. 9). 

9. Testa di Ercole giovane con la pelle del cinghiale, dietro la testa • • • 
9 ROMA. Toro a d., al di sotto il dragone, sopra • . . (Quadrante di gr. 40,75, me- 
diocre; Bab. I pag. 19, n. 16). 

10. Testa di Marte o Achille, imberbe, con elmo. 9 [ROMA]. Protome di 
cavallo imbrigliato, volto a d. Dietro l'erpice (Br. di gr. 3,12, mediocre ; Bab. I, pag. 27, 
n. 35). 

I nn. 6, 7, 8, appartengono al periodo più antico che va dalla. 342 al 317 a. C, 
le altre monete a quello che va dal 317 al 211 a. C. 

V. Eoma. 

11-17. Sestanti rispettivamente di gr. 30,90 (buono); 24,80 (id.); 23,52 (pes- 
simo stato); 23,52 (mediocre) ; 20,50 (buono); 14,15 (mediocre); 12,12 (id.). 

18-23. Oncie di gr. 13,15 (buono); 12,65 (id.); 11,30 (cattivo); 11 (id.); 
10,90 (mediocre); 5,60 (buono). 

Queste monete nn. 11-23 dovrebbero considerarsi sulla base dell'asse semilibrale 
o trientale che voglia dirsi; il primo sestante però di gr. 30,90 anche se calcolato 
sul sistema semilibrale è ancora di peso superiore; tutti gli altri, meno i nn. 16, 
17 e 22 si riattaccano preferibilmente al sistema semilibrale. 

24-29. Assi pesanti rispettivamente gr. 40,27 (buono) ; 38,85 (buono) ; 37,90 (id.) ; 
35,55 (mediocre); 32,70 (buono); 31,25 (buono). 

30. Asse di gr. 52,60 con nel 9 per simbolo il berretto di flamine (Bab. 26, 
I, pag. 50 mediocre). 

31. Asse di gr. 33 con al 9 come simbolo una Vittoria (Bab. ib.), in cattivo stato. 

32. Id. di gr. 32,60 con Vittoria e ferro di lancia (Bab. ib.) med. 

33. Id. di gr. 31,57 con libellula (Bab. ib.) med. 

34. Id. di gr. 30, con simbolo irriconoscibile. 

35. Semisse di gr. 17,72 con nel 9 per simbolo una Vittoria (Bab. 27, pag. 51; 
med.). 

36. Triente di gr. 11,12 con nel 9 per simbolo un cane (Bab. 28, pag. 51; 
med.). 

37. Id. di gr. 11,60 con nel B- sigla illeggibile (. . . M . . . ?). 

38. Quadrante di gr. 12 appena identificabile. 

39. Id. di gr. 11,45 (buono). 

40-41. Sestanti di gr. 6,25 appena identificabili. 

42. Vittoriato di gr. 2,92 con un maiale nel campo del 9 per simbolo (Bab. 24, 
pag. 49), mediocre e mancante. 



NORBA — 428 — REGIONE I. 



Le monete nn. 23-42 sono tutte anteriori alla riduzione onciale, e potrebbero 
tutte, eccetto il vittoriato, considerarsi del sistema sestantario. 

43-45. Assi del peso di gr. 27,82 (buono); 26,40 (catt. stato); 25,80 (catt. stato). 

46. Asse di gr. 22,80 eoa nel R: P er simbolo una prua. 

47. Id. di gr. 18,70 con nel B; per simbolo un'ancora (med.). 

48. Id. gr. 16,57 con nel B; figura indecifrabile come simbolo (med.). 
49-54. Id. appena riconoscibili di gr. 24,65; 24,32; 23,20; 23,10; 20,25; 19,70. 
55-57. Semissi rispettivamente di gr. 14 (buono); 11,42 (catt. stato); 9,12 (buono). 
58-62. Trienti rispettivamente di gr. 9,75 (buono); 9,47 (med.); 8,80 (id.) ; 

8,12 (catt. stato); 8 (buono). 

63. Triente di gr. 7,12 (buono stato) con al I) nel campo la sigla P (Paeslum (?) 
secondo il Babelon. 

64-66. Quadranti rispettivamente di gr. 6,90 (catt. stato); 5,65 (id.); 3,50 (id.). 

67. Quadrante di gr. 6 con nel 1$ sigla illegibile. 

68. Quadrante di gr. 4,60 con simbolo non identificabile. 

69. Id. di gr. 4,20 con simbolo un aratro (?) (catt. stato). 

70. Sestante di gr. 4,57 con nel R; P er simbolo un cane. 
71-72. Sestanti di gr. 5 ciascuno appena identificabili. 
73. Oncia di gr. 2 appena riconoscibile. 

Le monete nn. 43-73 appartengono alla riduzione onciale, quindi vanno dall'a. 217 
all'89 a. C; però i nn. 43. 55, 58, 59, 64, 70, 71, 72 sorpassano di poco il peso 
normale e possono attribuirsi a tempo di poco anteriore al 217. Le seguenti sono 
datate ciascuna dal nome del triumviro monetale e sono posteriori al 217 a. C. 

74-75. Assi di L. Furius Philus (a. e. 217 a. C.) (Bab. 1) pesanti gr. 28,20 e 24,85. 
L'attribuzione del primo, in pessimo stato,, è incerta; da notarsi pel secondo, bene 
conservato, il peso inferiore agli altri assi indicati in Mommsen-Blacas III, p. 413 segg. 

76. Semisse id. id. di gr. 11,60 (Bab. 2) (pessimo stato). 

77. Asse di Papirius Turdus (circa a. 214 a. C.) (Bab. 1) di gr. 14 (mancante). 

78. Asse di C. Scribonius Curio (a. e. 204 a. C.) (Bab. 2) di gr. 25,27 (mediocre). 

79. Quadrante id. id. (Bab. 5) pesante gr. 7,45. Questo peso è superiore a 
quello della riduzione onciale, però è da notare la varietà massima dei pesi ricordati 
in Mommsen-Blacas III, pag. 432, che vanno da gr. 8,78 a gr. 2,68. 

80. Triente di L. Saufeius (a. e. 200 a. C.) (Bab. 4) di gr. 8,60 (mediocre). 

81. Triente di C. Clovius Saxula (a. e. 189 a. C.) (Bab. 4) di gr. 7,7 (mediocre). 

82. Quadrante di A. Caecilius (a. e. 189 a. C.) (Bab. 11) di gr. 5, molto infe- 
riore a quelli segnati in Mommsen (ib.) pag. 403, sebbene questo nostro esemplare sia 
in cattivo stato. 

83. Asse di M. Atilius Saranus(a. e. 174 a. C.) (Bab. 10) di gr. 24,90 (mediocre). 
Da notare col Bahrfeldt (1 pag. 48) al B la scritta ATIL in luogo di ATILI come 

in Babelon. 

84. Triente di C. Antestius Labeo (Bab. 6) (e. a. 174 a. C.) di gr. 8,10 (me- 
diocre e di peso scarso). 

85. Asse di Licinius Murena (a. e. 159 a. C.) (Bab. 1) di gr. 21,62 (cattivo stalo). 



REGIONE I. — 429 — NORBA 

86. Triente di M. Fabrinius (a. 84 a. C.) (Bab. 2) di gr. 4,5 (buono, un po' 
mancante di peso). 

87-88. Sestanti anonimi di gr. 1,70 (in cattivo stato), e 2,5 (in cattivo stato) 
anch'essi certo posteriori all'89 appartenendo al sistema semionciale. 

Con i dati cronologici forniti dalle monete studiate concordano i risultati di 
tutto il resto del materiale scavato (cfr. Not. se. 1901, pag. 233). Risulta cioè evi- 
dente che il tempio deve essere stato distrutto nel momento della generale devastazione 
per opera dell'esercito sillano. 

Le seguenti ultime monete, posteriori a questo periodo, è da ritenersi siensi ca- 
sualmente mischiate nella stipe durante lo scavo. 

89. Medio bronzo di Adriano (Coh. 494) appena riconoscibile. 

90. Moneta di Ancona: P. P. QV[IR]IACV[S] S. Ciriaco. R- triregno e chiavi, 
sotto ANCON • D • CIVITATE FID[EI]. 

91. Moneta illeggibile di Bologna del sec. XVIII. 

Di più sono da ricordare, a solo titolo di esattezza, 8 monete irriconoscibili per 
il pessimo stato di conservazione. 



Meno importanti per il dato cronologico sono le seguenti monete trovate sparsa- 
mente nella regione, e cioè: 

«) Presso il Tempio di Diana. 

1. SH[TEIPA] Busto di Artemide a d. con faretra; dietro, fiore. R- SYPAKO- 
SIX1N fulmine. Bronzo di Siracusa di circa l'a. 310 a. C. (peso gr. 7,40, in buono 
stato, Mionnet I, pag. 942. Var. Head. Hon. pag. 159). 

2. Triente onciale di L. Plautius Hypsaeus (a. e. 218 a. C.) (Bab. 5) di gr. 7,35. 
in cattivo stato. 

/?) Tra le ossa di un cadavere davanti al Tempio piccolo. 
1. Quadrante romano, semionciale, appena riconoscibile, peso gr. 3,10. 

y) Tra il Tempio di Giunone ed il piazzale lastricato. 

1. Semisse romano sestantario appena riconoscibile di gr. 18,20. 

2. Vittoriato (Bab. 9, pag. 41) di gr. 2,25 (intorno al 217 a. C), (buono). 

3. Denaro di A. Postumius A. f. Albinus (Bab. 8) di circa il 74 a. C, (buono). 

à) Posso sull'acropoli B. {Tempio grande). 
1. Moneta bizantina irriconoscibile, diam. mm. 14. 

*) Acropoli grande (ingresso Le Croci). 

1. Asse onciale di gr. 24,20 appena riconoscibile. 

2. Moneta irriconoscibile, diam. mm. 10. 



NORBA — 430 — REGIONE I. 

f) Dentro il Tempio maggiore dell'acropoli minore. 

1. Testa di Apollo laureata a sin. Davanti N[EOnOAITnNj? IJ Toro cam- 
pano a d. coronato dalla Vittoria. Bronzo di Neapolis, di gr. 4,65 (in cattivo stato) 
(cfr. Sambon M. I, pag. 264, n. 651). 

2. Sestante onciale di gr. 3,8 (cattivo stato). 

Ninfa {in sepolcri). 

1. Monetina di mistura del Senato Romano quasi irriconoscibile (a. 1099-1303). 

2. Monetina di mistura di Giovanni XXII (1316-1334) (Cinagli, n. 7). 

3. Quattrino di Bologna di Benedetto XIV (1740) (Cinagli 599). 

L. Cesano. 
Roma, 18 dicembre 1904. 



REGIONE X. — 431 — ESTE 



% 



Anno 1904 — Fascicolo Ì2. 



Regione X (VENETI A). 

I. ESTE — Scoperta di un sigillo d'oculista. 

11 Museo Nazionale Atestino venne testé in possesso di una tavoletta di pietra 
di colore bigio-verdastro (nefrite ?), portante incise ne' fianchi laterali quattro iscri- 
zioni a lettere rovescie e retrograde, tornata in luce casualmente nel mese di set- 
tembre, secondo riferì lo scopritore, nella frazione di Motta d'Este, sulla riva sini- 
stra del canale d' Este e più precisamente nella località detta Ca' Barbaro, a quattro 
chilometri circa di distanza dalla città, dalla parte orientale (*). 

La tavoletta è quasi quadrata coi lati di 53-54 millimetri, dello spessore di 12, 
tagliata a margini retti, precisi e taglienti, condotta a pieno pulimento, lucidissima 
alla superficie. 

Le incisioni delle lettere sono molto forti, così da riuscire nell' impressione spic- 
catamente rilevate. I due righi di ogni leggenda appaiono perfettamente allineati, 
essendosi condotti finissimi tratti leggermente incisi con tenue punta metallica, che 
limitano i margini superiore e inferiore delle lettere di ogni rigo. Questi tratti, bene 
osservando, sono visibili ne' distacchi di esse lettere, da ogni lato della pietra. 

La quale appartiene alla classe dei sigilli di oculisti, ben noti ai cultori del- 
l'epigrafia latina, e tanto frequenti nelle provincie settentrionali e occidentali del- 
l' impero (Germania, Gallia, Britannia), quanto rari in Italia) ( 2 ). 

(') La tavoletta si sarebbe rinvenuta a circa m. 3,50 di profondità dal suolo isolato. Poco 
discosto, a profondità minore sarebbe uscita in luce una moneta d'argento di L. Thorius Balbus 
Babelon, Montiate» de la repubblique, II, pag. 488), la quale era evidentemente erratica, né aveva 
rapporto alcuno colla tavoletta. 

( 2 ) Cfr. Espérandieu, Recueil des cachets d'oculistes romains (Paris, 1893; estr. dalla Revue 
Archéologique, t. XXI). Si ha notizia solo di sette sigilli di più o meno certa provenienza italiana; n.63 
(Fermo), 66 (Genova), 181 (Verona), 154 (Roma), 155 (Roma?), 156 (Roma?), 173 (Siena). L'Hirsch- 
feld (G. I. L.XLl, pag. 789) pubblicando i pochi esemplari della Gallia Narbonense (n. 5691, 1-9), 
prometteva la raccolta completa nel voi. XIII del Corpus. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 55 



ESTE 



— 432 — 



REGIONE X. 



Le iscrizioni del nuovo esemplare atestino sono le seguenti: 



1. EPAGATHI •DIASlVr'RrES* 
POSTIMPETLIPPITVD 
3. ~ETaGA - H*HORAEON 
CROCADASRITVDrES 



2. EPAGAT4I*DIAMYSVS| 

ADASPRITVDIr€STOL 
4. EPAGATn*TEOCTISlOT»- 
ADDIATHESIS*TOLLE 



La lettura delle quattro epigrafi non offre veruna difficoltà: 



1* Epagathi diasmyrnes 

post impet{um) lippitud(ini$). 
3» Epagathi horaeon 

croc(odes) ad aspritudines. 



2 a Epagathi diamysus 

ad aspritudines tol(lendas). 
4* Epagathi theoetiston 

ad diathesis tolle(ndas). 



Ne diamo qui i fac-simili, con scrupolosa diligenza disegnati da A. Alfonsi, 
cominciando da quello, che rappresenta la tavoletta, dove sono numorati i quattro 
lati, nei quali rispettivamente sono incise le leggende. 




ja 

„ \W bWì± A D'i V 
C\f&\§ HO KV E Oi/l 




\ 2, AI (HSÌ HTj&ELfflHH] 




II 







fi 






ni 



IV 



In tutti e quattro i sigilli la prima voce è il nome dell'oculista al genitivo : 
Epagathi. Tre volte il t forma nesso coli' h. Epagathus non appare in nessuno dei 199 
sigilli raccolti dall' Espérandieu : è un nuovo oculista, greco d'origine, come molti di 
quelli menzionati nei sigilli medesimi. Di persone del resto, così chiamate, di con- 



REGIONE X. 433 — ESTE 

dizione specialmente servile o libertina, abbiamo ricordo nelle iscrizioni dell' Istria 
e della Venezia: Pola( 1 ), Capodistria ( 2 ), Aquileia ( 3 ), Concordia ( 4 ). 

Al nome dell'oculista segue nei quattro sigilli quello di quattro differenti colliri. 

Nel sigillo n. 1 abbiamo il diasmyrnes : collirio preparato con la myrrha (tfnvQva), 
sorta di resina, menzionato dagli scrittori, che trattano di materia medica ( 5 ) e indicate 
in un grandissimo numero di sigilli ( 6 ). Vediamo da questi, che prescrivevasi per varie 
specie di malattie degli occhi ( 7 ), e fra l'altre per la lippitudo, cisposità; anzi si designa 
qui e in molti altri sigilli l'uso, che se ne deve fare appunto posi impetum lippiludinis : 
dopo un attacco di cisposità ( 8 ), dopo che si è manifestata la secrezione mucosa. 

Il secondo collirio è il dyamisus, fatto di misy, sostanza minerale (solfato di 
ferro), ricordato anch'esso dagli scrittori e in molti altri sigilli per malattie diverse ( 9 ), 
fra le quali è pure Vaspritudo. Vaspritudo è la forma più acuta e più grave della 
congiuntivite: il tracoma, la granulazione. Notevole è qui l'uso della frase ad aspri- 
tudines tollendas. 

Una sola volta ne' sigilli conosciuti si ha: ad aspritudinem tollendam ( 10 ). Del 
resto ordinariamente manca il verbo, e la parola aspritudo è abbreviata; né si sa, 
se fosse posta al singolare o al plurale. In pochissimi casi è scritta integralmente: 
tre volte al sin golare ( M ), due al plurale ( I2 ). 

Nella terza iscrizione il collirio è il crocodes, zafferano noto ai medici antichi ( 13 ) e 
indicato qui, come in molti dei sigilli conosciuti, per rimedio ad aspritudines le stesse 
granulazioni delle congiuntive, per le quali serve il diamysus della ricetta precedente. 

Nuovo è l'epiteto di horaeon, col quale l'oculista Epagato metteva in rilievo la 
peculiarità del suo specifico, d'essere fatto nella più propizia stagione ( ,4 ). 

Più singolare è la quarta leggenda: theoctislon, che tale è il nome intero, 
non ostante che la sbocconcellatura della pietra abbia intaccate le tre ultime lettere. 
Si rilevano però i frammenti delle lettere l, o, a rimpicciolite e ravvicinate per 
farle entrare nello spazio troppo ristretto, che rimaneva nel primo rigo del- 
l' iscrizione. 



(') C. 1. L., V, 68. 
( a ) Op. cit., 485. 

(3) Op. cit, 772, 792, 829, 986, 1202. • 

( 4 ) Op. cit, 8706. Le epigrafi d'Aquileia, eccetto la prima (n. 772), e questa Coucordiese recano 
la forma Epagatus. 

( 5 ) Cfr. Espérandieu, op. cit., pag. 123. 
( 6 J Ibid. e pag. 152. 

C) Op. cit, pag. 115, 146. 

( 8 ) Op. cit, pag. 122. 

( 9 ) Ibid. e pag. 151. 
(>°) Op. cit, n. 74. 
(») N. 72, 74, 186. 
(»») N. 93, 147. 

( 13 ) Op. cit, pag. 119. 

('*) Cfr. Ateneo, III, pag. 116 e seg. (dove <&p<JW è applicato ad una sorta di pesce messo 
a suo tempo in salamoia) e Plinio, XI, 36 (dove cosi si chiama il miele estivo). 



ESTB — 434 — REGIONE X. 

È adunque un collirio, che invece di prender nome dalle sostanze farmaceutiche, 
che lo compongono, è designato genericamente da una iperbolica espressione della sua 
eccellenza: collirio di fattura divina. 

Questa voce (che come Yhoraeon della terza epigrafe ha serbata la desinenza 
greca) può esser paragonata ad altri appellativi generici di colliri, che appaiono in 
alcuni sigilli, come isotheon ('), theodotium ( 2 ), theochristum (?) ( 3 ), divinum (*), ed 
anche ambrosium ( 5 ), anicetum ( 6 ), basilium ("), ecc. 

Il theoctiston del nuovo sigillo serve ad diathesis tollendas : a levare le disposi- 
zioni morbose, i vizi organici degli occhi ; per le quali diathesis in altri sigilli sono 
prescritti colliri di determinate sostanze. Soltanto in due ( 8 ) troviamo isotheon e ani- 
cetum da applicarsi alle diathesis. 

Tenuto conto dei caratteri paleografici, le quattro iscrizioni sembrano riferirsi 
al primo secolo dell'impero ; probabilmente alla seconda metà di quel secolo. Le let- 
tere con brevissimi apici largamente impostate, la forma ancora ben tondeggiante dell' o, 
aperta del p, l'incisione sicura, netta, regolarissima richiamano fuor di dubbio quel 
secolo. Anche le foglie d'edera e i rameggi usati per le interpunzioni non mi sem- 
brano tali da indurci a discendere più in basso. 

È noto a quale uso i sigilli, di cui si tratta, erano applicati. Servivano per la 
etichetta (inayyElia) ( 9 ) dei colliri posti in commercio, i quali si preparavano con- 
densati a foggia di bastoncini, così da poter ricevere ancor molli l'impronta dei sigilli, 
la quale rimaneva fissata, allorché s' indurivano. 

Siffatto uso fu provato da una scoperta fatta a Reims di un armamentario chi- 
rurgico, e insieme di un sigillo da oculista e di una certa quantità di colliri solidi, 
portanti impresse epigrafi di questo genere ( 10 ). 

Ma, quello che è più curioso, nello stesso territorio atestino, che restituì alla 
luce il nuovo sigillo, fu scoperta il 2 gennaio 1884 in contrada Morlungo, ove si estende 
la necropoli meridionale dell'età preromana e romana, una tomba, la cui suppellet- 
tile mostra di essere stata di un medico-chirurgico-farmacista ("). Come nel deposito 
di Reims eranvi strumenti chirurgici di varia specie: p. es. una pinzetta (forceps), 
una lancetta (scalptrum), alcune tente (specilla) e una scatoletta (capsula) di bronzo, 
entro la quale si custodivano parecchie sostanze medicinali rassodate. 

Ripigliando testé in esame quelle sostanze, sono rimasto colpito dal fatto, che, 
oltre a numerose pillole di forma ovale, vi sono bastoncini cilindrici di varia dimen- 

(•) Op. cit., n. 42; cfr. pag. 125, ove si citano gli autori, che fanno menzione del collirio. 

(*) Op. cit., n. 111. Cfr. pag. 130. 

( 3 ) N. 36, e 188 bis. In ambedue i sigilli la parola è di non sicura lettura. 

(<) N. 145. 

( 5 ) N. 36; cfr. per le fonti pag. 117. 

(«) N. 64, 77, 90, 160, 174; cfr. per le fonti pag. 117. 

( 7 ) N. 20 e 38; cfr. per le fonti pag. 118. 

(8) I predetti n. 42 e 160. 

(') Cfr. Marquardt, Das privatleben der Romer, II (Lipsia, 1882), pag. 757 e sg. 

( 10 ) Cfr. Espérandieu, op. cit., pag. 6. Il sigillo è il n. 144 della raccolta. 

(") Prosdocimi, Guida sommaria del R. Museo Atestìno — Sezione romana, pagg. 78-81. 
La tomba ha nel museo il n. 18. 



REGIONE Vili. — 435 — LOGO 

sione, e che due di questi serbano visibili tracce di iscrizioni rilevate, disposte in due 
righi ed ottenute con sigilli rettangolari simili (sebbene alquanto più piccoli) a quello 
recentemente scoperto, il quale viene ad essere per tal modo illustrato dallo stesso 
materiale atestino. 

Il nuovo minuscolo monumento epigrafico, attesa l'estrema rarità di monumenti 
analoghi apparsi in Italia, è di singolarissima importanza. Esso dimostra, come anche 
nella nostra colonia fosse esercitata quella oftalmoiatria farmaceutica, che trovava 
specialmente favore in mezzo alle popolazioni barbariche, al di là delle Alpi. 

G. Ghirardini. 



Regione Vili (CISPADANA). 

IL LUGO — Lapide sepolcrale scoperta presso la città. 

Riferì il eh. prof. E. Brizio che nello scorso mese di novembre alcuni operai 
lavorando alla fornace del signor Federico Croari posta al nord-ovest ed a circa 
mezzo chilometro da Lugo trovarono alla profondità di quattro o cinque metri una 
lapide di travertino lunga m. 0,40, larga 25, dello spessore di circa 18, portante 
incisa una iscrizione della quale trasmise un calco cartaceo. Vi si legge: 

ST • FADIVS • C • F 

TOL 

SEQ • MALLI A • P- F 

FECIT ■ VIVA 

sul lato superiore, a sinistra è inciso il segno : 
V 

Recatosi sul posto il R. ispettore degli scavi e monumenti di Lugo dott. Giuseppe 
Borea-Buzzaccherini, bibliotecario comunale, potè constatare, come egli gentilmente 
comunicò, che la pietra posava sopra un lastricato di grandi mattoni, il quale si 
estendeva parecchi metri in lungo ed in largo. Di detti mattoni di m. 0,46 X 0,31 
dello spessore di cm. 7 se ne estrassero circa una ventina, tutti però senza bollo di 
fabbrica e soltanto con V incavo per il trasporto ; ed insieme ad essi erano pure fram- 
menti di tegole e di embrici. 

La lapide fu ceduta dal proprietario al municipio di Lugo, il quale la depositò 
nella Biblioteca civica. 

Giustamente il signor dott. Borea-Buzzaccherini suppone che la tomba a cui la 
lapide appartiene non possa essere isolata, perchè due secoli addietro, giusta quanto 
in quelle vicinanze non infruttuosamente furono tentati altri scavi « di cui la storia 
locale ci ha conservato notizia » . 

La iscrizione è dell'età repubblicana, come si arguisce dalla forma delle lettere, 
e principalmente dall' uso del Q. nel rarissimo prenome della donna SEQ.(unda). 



ROMA 



— 436 — 



ROMA 



III. ROMA. 

Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione II. In via di s. Stefano Rotondo, demolita una casetta rustica che 
sorgeva dinanzi al nuovo ospizio per i convalescenti, tra i materiali adoperati nella 
costruzione si è rinvenuto un frammento di cippo sepolcrale in travertino, alto 
va. 0,27 X 0,30, su cui resta questo avanzo epigrafico: 



yCONIVGIj 
IN • FRP- Xl( 
IN AGRPXX 



Nel medesimo luogo è stato ricuperato : un frammento di tegola, che porta im- 
presso il bollo di Plauzio Aquilino (C. I. L. XV, 1370); una lucerna monolicne, col 
rilievo di un gallo e una palma; un pezzo di lapide cimiteriale cristiana di m. 0,40 X 0,40, 
in cui leggesi: 



EVTYCH I A 
T A N N I S ; 



Nel secondo verso, dopo la prima N lo scarpellino aveva incominciato ad incidere 
un' A, che poi cancellò e corresse in N. 

Via Salaria. Per l'apertura della nuova strada denominata Corso di porta 
Pinciana, che partendo dallo spazio interposto fra lo stabilimento Voghera e la pro- 
prietà dei religiosi Carmelitani, dovrà congiungere il Corso d'Italia con la via Salaria, 
si è intrapreso lo sterro anche nel tratto che attraversa la grande area occupata 
dal Velodromo. Quivi si sono incontrati molti avanzi di colombarii, appartenenti alla 
vasta necropoli che si svolgeva in quel sito e che seguiva l'andamento dell'antica via 
Salaria uscente dalla porta Collina. I sepolcri, come tutti gli altri precedentemente 
scoperti in quella zona, sono in genere poveri e di piccole dimensioni; e consistono 
in camerette, per lo più costruite in opera reticolata di tufo, nelle cui pareti sono 
incavati i loculi per le olle cinerarie. 

Una di queste stanze, la cui volta si trovò completamente franata, conservava 
qualche parte dell' intonaco che è finamente dipinto, ma assai scolorito e danneggiato. 
In alto di una parete rimane una fascia di color verde, e poco al di sotto una più sottile 
di color nero: sul campo bianco è dipinta una figura, quasi completamente svanita, 
che apparisce di colore rossastro; presso il suo capo, a destra, si legge scritto con 
eleganti e minute lettere : DITE PATER. Altri frammenti dello stesso intonaco sono 



ROMA — 437 — ROMA 

stati raccolti fra la terra accumulata nella cella. Uno di questi conserva una figura 
muliebre, con veste di color verde, che incede verso sinistra, sollevando in alto, come 
pare, un ramoscello, mentre un animale le va incontro. Sotto questa figura è scritto 
in nero, su fascia bianca, il nome CERES. Altri pezzi presentano figurine in atteg- 
giamenti diversi, e vasi con nascimenti di fiori : su di un altro restano soltanto le 
lettere ejvPIDO. 

Neil' interno di questa stanzetta si raccolsero cinque titoli sepolcrali. Uno è inciso 
a grandi lettere sopra un lastrone di travertino, con cornice, che misura m. 0,65 X 0,65 : 

L- VOLVMNIVS 
LFCLVPAETVS 

PATER- INFELIX-FEClT 
ALLI A- A ■ F • GALLA- vxoe 

L- VOLVMNIVS 
LFCLVBÀROF 

Altri tre sono piccole lastrine di marmo, cadute dai loculi sepolcrali, ai quali 
erano state affisse. Vi si legge : 

a) lastrina di m. 0,35 X 0,17: b) simile, di m. 29 X 16: 

L • ARRVNTIVS • ARCHELAVS POMPEIA ■ QVARTILLAE (sic) 

MAELIAE • HEDONE LARRVNT1VSIAZEMVS- 

CONIVGI • CARISSIMAE CONIVGI ■ SVAE ■ 

e) frammento di simile tabella da colombario, di m. 0,15 X 0,15: 

C-CEST VLius e- L 

A N T Eros 
MATRINIA 



L'ultimo titoletto, di m. 0,39 X 0,29, contiene un'elegante iscrizione metrica nella 
quale è notevole la menzione nigri Ditis, la cui immagine era dipinta sopra una 
parete del colombario. Il carme è scritto eon minute e nitide lettere, e vi è da notare 
il largo uso degli accenti posti sulle sillabe lunghe, specialmente nell'ultimo distico : 

ECCE • SVB • HOC • TITVLO ' SITA <SVNT - SOTERIDIS • OSSA 

CONSVMPTA- 1 INmItÌ MORTEv SEPVLTA.» IACET 
NONDVM ■ BISTERNOS i AETAS / COMPLEVERAT ■ ANNOS 

Cvm • i vssast -nigri-dItisinIre DOMVM 

MATER / QVOS • NATAE • DEBEBAT • TRADERE • LVCTVS 
TRADIDIT • HOS • MATRI ■ NATA • REPENTE I SVAE 



ROMA 



— 438 - 



ROMA 



Nello stesso colombario si rinvennero alcuni vasetti fittili comuni, di varia forma, 
ed alcune lucerne. 

Proseguendo lo sterro fu scoperta un'altra cameretta sepolcrale, di due metri per 
lato, la cui fronte era intieramente caduta. Conservava all' ingresso tre gradini in tra- 
vertino, e nelle pareti superstiti aveva due ordini di nicchie con le olle cinerarie. Il 
pavimento era battuto con un grosso strato di calcestruzzo. In questa stanza si tro- 
varono alcuni dei soliti vasetti; otto piccoli balsamarii di vetro; parecchie lucerne 
fittili monolicni, ed i seguenti sei titoletti marmorei da colombario: 



a) lastrina, di m. 0,27 X 0,25 : 



b) simile, di m. 0,17X0,20: 



C- CESTIVS • HERACLIDA 
vCESTIACL IVCVNDA 
vCESTIVS-CLPRIMVS 



L • I VLI VS 

PRIMIGENIV 

VAXIIII 



c) lastrina con doppio titolo, di m. 0,43X0,20: 

TI IVLIVSVRBANVS. 
FECIT • SIBI jL 
HELPIDILIB fi! 



\'j SVAEQVAEVIXITAN XXII 



TMVLIVS • D1SCVS 
FECITSIBI 



ETPOSTERIS-SVIS 



ETCONIVGlSVAE 
POSTERISQVE \] 
SVIS 



d) lastrina di m. 0,24X0,18: 



e) simile, di m. 0,17 X0,15: 



clarennia 
natalisfecit 
sibietcherennAo 

PROBO • CONTVBRr». 

svoetl[bertislibe/ì«4«s 
posteris • qve • f orum 



CIVLIVS- 

IVLIALA' 

CIVLIOAP/ 

VIX-ANN-I- 



f) simile, di m. 0,23 X 0,13: 



T-PRECILIVs 
TOLDAVOS 



Al suddetto colombario ne era addossato un altro, i cui muri laterali erano suffi- 
cientemente conservati. Non vi si trovò alcuna iscrizione sepolcrale; ma fra la terra 
si raccolsero alcuni dei soliti vasetti e balsamarii fittili, ed un considerevole numero di 
lucerne. 



ROMA — 439 — ROMA 

x 

Sulla stessa linea tornò in luce un'altra piccola stanza, sulla cui porta rimaneva 
un grande lastrone di travertino, lungo m. 1,20X0,45, posto come architrave, che 
porta incisa in grandi lettere l'iscrizione: 

IN*FRO.P'X IN* AGR»P»XII 

In un angolo di questa stanza si rinvenne un bocchettone per scolo d'acqua, in ter- 
racotta, decorato con una bella maschera scenica a grande rilievo. Nella parte rispon- 
dente alla bocca del mascherone rimanevano ancora innestati due tubi, parimente fittili, 
della condottura. 

In prossimità di questo sepolcro ne fu scoperto un altro di dimensioni minori, 
costruito in opera reticolata di tufo. Vi si trovò soltanto una lastrina di colombario, 
in rosso antico, che misura m. 0,21 x 0,06, e reca i nomi: 

'lC • VOLCEIVS ■ MVCAPOR 
ÌX(OLCEIAC-L-APRODISIA 

Di due altre piccole stanze con loculi, precedentemente devastate, furono rimessi 
all'aperto pochi avanzi, non lungi da quelle già descritte. In una di esse fu raccolto 
un lastrone di travertino, di m. 0,60 X 0,54, mancante di piccola parte nei due lati, 
che reca il titolo funerario: 

TIMEMMIVSDL 
FELIX 

memmiao-l-alpa / 
sibIetsvIset / 



/.>LOTIOL-L-ASCLA7i 



(xoretfilivsfe/c 



Nell'altra rimaneva soltanto, tuttora affissa sopra un loculo, una lastra di tra- 
vertino, di m. 0,50 X 0,60, con l'iscrizione : 

/m/r<IAO-L-HILARA-SIBl 
ET-SVISFECIT 

Alla distanza di circa 14 metri dai sepolcri sopra descritti, ed in linea ad essi 
parallela, si scopri una costruzione in blocchi rettangolari di tufo, che forse recingeva 
una cameretta sepolcrale. Allato ad essa si riconobbero i resti di un piccolo mo- 
numento, che aveva il basamento, di m. 3,50 per lato, in opera quadrata di 
tufo, sul quale sorgeva una cella, di forma forse semicircolare, rivestita all'esterno 
con lastroni di travertino, aventi il zoccolo sagomato. Fra i ruderi di questo sepolcro 
si rinvenne un vaso ossuario in travertino, ben conservato, alto m. 0,35, ricolmo di 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 56 



ROMA 



— 440 — 



ROMA 



ossa bruciate, ed una lastrina marmorea, di m. 0,17 X 0,21, su cui è inciso il tito- 
letto funerario: 

CARPVS 

NATALIS 
AMARYLLIS 

MARITIMAE ■ F 
VlXAN VI 
M EN ■ V 

A fianco dello stesso monumento si scoprì un altro colombario, di m. 2,10 X 2,10, 
costruito in parte con mattoncini di tufo e ricorsi di mattoni fittili, ed in parte in 
opera reticolata di tufo. Nelle pareti rimanevano due ordini di loculi con le olle in 
terracotta; e ad uno di questi loculi si trovò affìssa una lastra scorniciata di travertino, 
di m. 0,50 X 0,60, che in lettere assai rozze porta la seguente iscrizione, in gran 
parte cancellata fino da antico: 

LIBERTlS » iiiiiiiiiiiiiiiiimiui 
tiiimiuiiiiiiimiiiiiitiiiiimiiiiiuiini 
iiiiimiiiiiiitiittmiiiiiiiiii NONIAE 

OF • QjMVSAE 
C H R E S T>VfHLP_? D ' S • F 



Le ultime sigle possono ragionevolmente essere interpretate: l(iberlus) p(alronae) 
d{e) s(uo) f(ecit). 

Presso lo stesso luogo si rinvenne infìtto nel terreno un cippo in travertino, alto 
m. 0,95 X 0,30, terminato superiormente a semicerchio, che reca l' iscrizione : 

LSALLVIVSLL 

THEVDASAGARI 

LSALLVIVSLL 

ASCLA 
L SALLVIVS-LL 
GATTA 
1NFRP- XII 
IN AGR PXX 



Continuandosi lo sterro, a non molta distanza dalle celle sepolcrali sopra indicate, 
ne è stata scoperta un'altra di m. 2,50 X 1,30, che conserva il vano della porta, largo 
m. 0,60, e poche nicchie con le olle. Queste sono tutte in terracotta, della solita 
forma; eccetto una, che è di vetro, alta m. 0,30, col diametro di m. 0,15, ben con- 
servata e ripiena di ceneri ed ossa bruciate. Il coperchio, di forma conica, rotto in 
pezzi, si è ritrovato dentro l'olla medesima. Ai due angoli della stanza e nel mezzo 



ROMA 



— 441 — 



ROMA 



di essa si trovarono collocate quattro anfore a due manichi, nelle quali erano pari- 
menti contenuti gli avanzi del rogo. Una di esse, alta m. 0,60, è tuttora chiusa con un 
disco fittile solidamente ingessato; un'altra ha parimenti un piccolo coperchio in ter- 
racotta, con un foro nel centro, ove è inserito un tubetto di rame, che penetrando 
nell' interno dell'anfora serviva alle libazioni funerarie. Addosso ad una parete rima- 
nevano cinque gradini, che formavano una scala di descenso al colombario, nel cui 
sterro furono raccolte dua lastrine di marmo, con le iscrizioni: 



a) lastrina di m. 0,25 X 0,15: 

ROSIA <T 'L' 
VALENT1LLA-V-A-XXIV . 
CLYMENVS'POSVIT 



b) simile, di m. 0,28X0,12: 
POBLICIA 

HEBENE 



Presso lo stesso luogo si rinvenne, tuttora infisso nel terreno, un cippo di tra- 
vertino, alto m. 1,20 X 0,40 X 0,12, superiormente terminato a semicerchio, su cui 
leggesi : 

CSALLVSTIVS 
C-LTHYRSVS 
IN-FRP-XII 
INAGPXX 

Fra la terra poi, che è stata rimossa per raggiungere il livello della nuova strada, 
sono state recuperate in luoghi diversi le altre memorie sepolcrali che seguono : 



a) lastrina da. colombario , di 
m. 0,15 X0,23: 

/xv 
«milipavllil 

s/ynistoris 
./amlaphrodisia 



b) simile, di m. 0,23 X 0,20 



DICF-CELERIS 

• IBI- ET- SVIS >- 

et liberti s li bertabvs • ex- parte • 

dimidia posteria ziy e ■ aeorvm ■ et- 

II DA- EX • PA RT E • DIMl 



c) simile, di m. 0,52 X 0,30 : 



d) simile, di m. 0,21 X 0,09: 



CGENICILIVSLAMYRVS 

SIBI • ET 

AMICO- LIBERT 



VERGILIACL 

EVPRHOSYNE 
LIBRARIA 



ROMA 



— 442 



ROMA 



e) frammento, di m. 
0,09 X0,10: 



/) simile di m. 0,04X0, 10: 



NYC7' 
C-TAL 



I 



se %VAT ... 



g) lastra di travertino, di m. 0,49 
X0,40: 



h) cippo in travertino, di m. 0,47 
X U,31 : 



in mo. N'VMENT \m 
^etf n T V L E R v n\ 

ETL-POMPONIOL-LPAMPHIU. - ) 
P-ARGENTARIO-INGENVO 
P- ARGENTARIO -DEMETRIO 
P-ARGENTARIO • ZAPM/ 
P-ARGENTARIVS-AMO/ 
PARGENTARIVSCRV/ 




A • L- F Ti-firE-RrQ^ 
PMVNATIVSPL 

CRESTVS 
PMVNATIVSPL 

RVFIO 
INFRPXII 
I N • AG R • P • X 1 1 



i) simile, di m. 0,60 X0,40: 



/) simile, di m. 0,75 X 0,52 : 



LGALONIOLL 
AGATHOCLI 



INFRPIIII- IN 
AGR P • XX 



CN - TVDICIO 

TVDICIAELSALVIO 
TVD1CIAE CLEMENTIVlx 
AN- TRES- D- XXII 

m) frammento di simle cippo : 



INF R >P- 
IN-AGR-P 



Le iscrizioni, qui sopra pubblicate, come la maggior parte di tutte le altre in vari 
tempi rinvenute nell'area di questo vasto sepolcreto, appartengono agli ultimi tempi 
della repubblica ed al principio dell' impero. Di una lastrina in terracotta, che doveva 
essere stata affissa ad una nicchia, è stato trovato un piccolo frammento, che in let- 
tere a doppia linea, alte m. 0,09, conserva parte di un nome: 



\NI] 



Delle numerose lucerne, tutte monolicni, di varia forma e grandezza, che sono 
state trovate o fra i ruderi delle celle sepolcrali, o sparse fra la terra, molte portano 



ROMA 



443 — 



ROMA 



impresso nel fondo il sigillo col nome del fabbricante. Di questi bolli, alcuni sono 
illeggibili; quattro sembrano inediti, cioè: 







a) C IVN 


SVL 


b) 




O P TATA 


(graffito) 






e) P I (graffito) 


d) 


SERENI 

maschera scenica 




Altre 


ì 59 lucerne hanno 


i sigilli seguenti, 


già noti 


per altri esemplari : 


numero 

degli esemplari 

1 


AGATOP 


6. 1. L. XV degli 
6279 e 


ìumero 
esempi 

2 


tri 

c 


C. I. L. XV 
LOL DIA 6520 6 


1 


C 


ATILI VEST 


6319 £ 


1 




M 


6534 a 


2 


C 


• ATIL • VEST 


6319 e 


1 


L 


MAR MI 


6544 a 


1 




AT1MET1 


6320 


1 


L 


M ADIEC 


6560 e 


2 




BASSA 


6337 a 


1 


L 


M ADIEC 


6560 9 


2 




CLO • HEL 


6376 e 


1 


L 


MVN PHILE 


6562 a 


2 


C 


CLO • SVC 


6377 e 


1 




MVN TREPT6565C 


3 


C 


CLO SVC 


6377 a! 


1 




MYRO 


6567 d 


1 




EVCARPI 


6421 


3 


N 


NAE LVCI 


6573 a 


1 


L 


FABRIC MASC6433» 


1 


Q_NVMI CEL 


6580 a 


1 




FORTIS 


6450 a 


1 




OCTAVI 


6583 6 


5 




GABINIA 


6461 a 


14 


C 


• OPPI • RES 


6593 « 


1 




HERMATI 


6474 6 


1 




PVLCHU 


6642 6 


1 


TI 


IVLI HERM 


6493 6 


1 




SAT 


6673 


1 


C 


IVLI NICEF 


6494 a 


1 




SERG PRIM 


6684 a 


1 


C 


IVLI PILIPI 


6496 a 


2 




BIC • AGAT 


6741 e 



Parecchie di queste lucerne erano ornate con qualche rilievo; ma quasi tutte sono 
rotte nel piatto superiore, e rimane appena una traccia delle figure che vi erano rap- 
presentate. 

Due soli pezzi di tegole con bollo di fabbrica sono stati trovati in tutto lo sterro. 
I sigilli, che vi sono impressi, sono i seguenti: 

a) sigillo circolare, con la leggenda a versi falcati: 



6) sigillo rettangolare: 



L- AQvl-FAVSTI 
V DOLIA & 



CCA-VISI AAR 



Questo secondo bollo è del primo secolo deir impero; l'altro spetta all'età di 
Traiano o di Adriano (v. Dressel, CI. L. XV, n. 828 e 911 d). 

G. Gatti. 



REGIONE I. 



— 444 — 



NORBA 



IV. NORBA — Nel riordinare il materiale proveniente dagli scavi di Norba, 
condotti dal prof. Savignoni e dall' ing. Mengarelli, ho trovato alcuni oggetti, i quali 
non meritevoli prima di attenzione, perchè allo stato di informi frammenti, o lasciati, 
nella moltitudine, indietro ad altri ben più importanti, mi pare che nell' insieme formino 




Fio. 1. 



una piccola parte non trascurabile benché secondaria, della suppellettile norbana. 
Avendo avuto l' incarico di inserire questa collezione nell' inventario generale del 
Museo Nazionale Romano, ho creduto di non fare cosa del tutto inutile al fine che 
si propongono le Notizie, pubblicando l'elenco di questa piccola scelta di oggetti in 
appendice all'ultima relazione ufficiale. 



Tempio di Diana. 

1. Statuette fittili votive (fig. 1). — Esaminando le pochissime trovate nel 
tempio di Diana, la recente opera del Wintev: Die Typen der fìgiìrlichen Terrakotten. 
mi fece sorgere l' idea di identificarle cercando in essa i tipi, ai quali schematica- 



NORBÀ 



— 445 — 



REGIONE I. 



mente si possono riferire, lusingato anche dalla speranza, non riuscita vana, di tro- 
varne qualcuna di schema completamente nuovo. Fra le cinque più importanti e meno 
frammentate una sola ha il suo riscontro nel voi. II, 332, 2 dell'opera citata: le 
quattro seguenti, qui riprodotte, sono di nuovo modello: a) statuetta di Afrodite, 
acefala, priva del braccio destro, dell'avambraccio sinistro e di entrambi i piedi fin 




Fig. 2. 



sopra il malleolo alta m. 0,275; poggia ad un sostegno che forma anche sulla si- 
nistra lo sfondo della figura, la quale perciò è modellata a tutto tondo lungo il fianco 
destro. La gamba sinistra è leggermente protesa e ripiegata. Fra i tipi fittili di Afro- 
dite conosciuti dal Winter, che sono tutti derivazioni più o meno lontane di quella 
prassitelica o delle successive rifazioni ellenistiche, questa di Norba non trova un ri- 
scontro preciso; b) piccolo torso di Amorino con attacco delle ali, alto m. 0,145. 
La parte posteriore del corpo, completamente nudo, è ben trattata; l'anteriore, non 
visibile che nel busto modellato per intero, è invece trascurata e ha una linea spor- 
gente d'attacco dall'addome a tutta quanta la gamba destra. Il braccio sinistro man- 
cante, che era alzato, il destro abbassato ed il corpo ripiegato sul fianco destro, mo- 
strano che la figura era nell'atto di sostenere un oggetto; e) altro Amorino simile 
al precedente, non acefalo, alto m. 0,155; manca interamente del braccio sinistro, di 






REGIONE 1. — 446 — NORBA 



quasi tutto il destro e della parte inferiore della gamba; il corpo è ripiegato un 
po' sul fianco sinistro ; d) piccolo torso fittile di Amorino con attacco delle ali, ben 
modellato e ritoccato, alto m. 0,085. Il drappo svolazzante, lavorato a parte e poi 
aggiunto, che gli scende lungo i fianchi passando nella parte sinistra sopra la spalla 
e nella destra sotto l'ala e l'ascella, è una particolarità che lo distingue da tutti i 
tipi dati dal Winter. 

2. Frammento di tavoletta fittile (fig. 2) alta m. 0,22, pertinente a fregio, 
con avanzo di figura muliebre a tutto tondo, tronca all'addome e alle ginocchia. Il 
chitone che la riveste, aprendosi sul fianco destro, lascia scoperta tutta la gamba, 
portata avanti in atto di muoversi, e si raccoglie a larghe pieghe svolazzanti dietro 
il ginocchio, aderendo così al fendo e facendo apparire la figura quasi staccata. 
L'atto nel quale è rappresentata^ la leggerezza del panneggio sottilissimo, le forme 




Fio. 3. 

seminude ed eleganti, potrebbero lasciar credere che questo frammento appartenga 
ad una figura di Vittoria, ma la cosa è molto dubbia. Il rilievo, d' impasto assai 
rude, fu prima stampato a parte, ritoccato con la stecca e poi attaccato alla tavo- 
letta : è trascurato nei particolari, ma nell' insieme la modellatura è di arte eccel- 
lente. Conserva ancora nel panneggio molti avanzi del colore rosso e qualcuno del gial- 
letto nelle parti nude. 

3. Piccolo frammento di vaso scritto (fig. 3). Poiché l'unico documento che 
giovò a determinare il nome della divinità cui era consacrato il tempio dell'acropoli 
maggiore di Norba, fu quel frammento d'orlo di vaso trovato nella stipe votiva avente 
un'iscrizione dedicatoria (cfr. Relazione, Not. d. se. 1903, pag. 528), mi piace di 
aggiungere, a conferma della denominazione, un altro frammentino di vaso, votivo 
anch'esso, nel quale è in buona parte conservato proprio e soltanto il nome di Diana. 

Tempio di Giunone. 

1. Frammenti di panneggio fittile (fig. 4) pertinenti a figure, le quali, per 
la loro rilevante proporzione, che raggiunge le dimensioni del vero, dovevano in questo 
tempio, come quello della maggior parte dei templi dell' Etruria e del Lazio, spe- 
cialmente del III sec. a. C, decorare il frontone. La tecnica dozzinale accenna a 



NORBA 



— 447 — 



REGIONE I. 



fron- 



tempi posteriori, nei quali pure si mantenne l' uso delle decorazioni fittili 
tonali. 

2. Due frammenti della gamba e del piede sinistro di figura virile poco più 
grande del vero (fig. 5). — La maniera libera ed il lavoro sentito della stecca nel 
malleolo e nel calzare, sebbene logori, lasciano trasparire buona e sicura perizia nel 




Fig. 4. 



modellare. La statua cui appartennero, fu probabilmente dei gruppi frontonali che 
adornarono il tempio di Giunone nella sua prima fase, che si svolse nel periodo d'arte 
più progredita del III e del IV sec. a. C. 

3. Parte inferiore di figura muliebre (fig. 6) seduta su trono, volta a si- 
nistra, pertinente ad alto rilievo in terracotta. Un ricco manto le ricopre a larghe 
pieghe le gambe e ricade con un lembo dal fianco sinistro sul trono. Il lato destro, 
che aderiva al fondo, è frammentato, ma la parte restante della figura, egregiamente 
modellata quasi tutta a stecca, è ancora in buono stato di conservazione ; in alcuni 
punti anzi è mantenuta anche la policromia. Alt. m. 0,17. 

4. Gruppo di statuette votive in terracotta (fig. 7). Fra le numerose tro- 
vate nella stipe votiva, ne furono pubblicate alcune più interessanti delle meglio 
conservate. Non tenendo conto di quelle troppo frammentate, riscontrai nella suppel- 
lettile del tempio di Giunone i seguenti esemplari già noti per l'opera del Winter, 
alla quale si riferiscono queste citazioni: II, 76, 3; II, 39, 4; II, 29, 3 (due di ugual 
tipo, ma di differente grandezza); II, 168, 3 (piccola differenza nella posa del braccio, 
nella nebride e in altri particolari) ; II, 71, 4; II, 28, 2; II, 12, 7; II, 59, 2 (due esem- 
plari); II, 72, 3; II, 13, 1 e 4 (due simili); II, 18, 1; II, 168, 6; II, 70, 5; 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 57 



REGIONE I. 



— 448 — 



NORBA 



II, 88, 1 ; II, 102, 3; II, 45, 8; II, 69, 4 (due esemplari); I.', 73, 2 (uguale in tutto, 
ma cambiata la mano che tiene il ventaglio); II, 138, 11. Oltre a queste trovai le 

seguenti altre, riprodotte nella unita figura, 




FlG 



di nuovo schema: a) Statuetta muliebre, 
acefala, stante, panneggiata e frammentata, 
alta m. 0,15, che ha nella destra una 
maschera silenica. Per l'attributo che la 
distingue trova riscontro nelle figure date 
dal Winter, II, 81, 4-5-6 ; ma mentre queste 
sono appoggiate col braccio che regge la 
maschera, a un pilastrino, la nostra la 
tiene aderente alla persona, b) Altra sta- 
tuetta muliebre acefala, simile alla pre- 
cedente, con la lira nella sinistra distesa. 
Alta m. 0,15. e) Figura muliebre, ace- 
fala, seduta, tutta avvolta nell' himation, 
la quale col braccio destro, ripiegato e 
accostato al petto, stringe un lembo del- 
l'abito sotto il mento e con la sinistra 
tiene forse uno specchio nell'atto di guar- 
darsi. Manca di tutta la parte inferiore 
fino quasi alle ginocchia. Alta m. 0,14. 
d) Figura di amorino alato, alta m. 0,13 
(cfr. Not. d. se. 1903, pag. 250, fig. 18). 
5. Parte anteriore di piede destro 
(fig. 8) in bronzo, molto probabilmente 
muliebre, a due terzi del naturale. Poggia 
su sandalo con correggiuole (Zvyoi) riprese 
a bulino e molto accuratamente lavorate. 
La pianta del sandalo mostra una triplice 
divisione, La fine modellatura, l'accura- 
tezza della fusione e i particolari molto 
bene trattati ci lascian credere che questo 
di arte eccellente (Not. d. se. 1903, pag. 



frammento appartenesse ad una statua 
251, k). 

6. lesta muliebre votiva (fig. 9) di terracotta, alta m. 0,20, ricomposta da 
più frammenti con visibili tracce di policromia, la quale per il diadema che ne ri- 
cinge la chioma di sopra la fronte fin sotto le tempie, si direbbe una testa di Giu- 
none. È degno di nota il particolare delle due alette terminanti, sopra il "diadema 
stesso, a girale, e frammentate nella loro parte inferiore. Priva di carattere e 
di lavoro dozzinale a stampa, fuorché nei capelli ben ritoccati con la stecca, 
nella metà posteriore ha forma cilindrica, aperta col suo bordo circolare alla som- 
mità, dietro il diadema e fra le alette, che è ben noto carattere di molte terrecotte 






NORBA 



449 — 



REGIONE I. 



votive della Sicilia greca (Kekule, Terrakotten aus Sicilien, pag. 62, fig. 124, e 
tav. IX e X). 

7. Testa fittile votiva (fig. IO). Parte mediana ricomposta da molti fram- 
menti, di rozzissima testa votiva, grande al vero, fasciata da sopra la fronte fin sotto 




Fig. 6. 



l'occipite, da una specie di benda con quattro cordoni, che sul davanti e ai lati sono 
fermati con piastrine. La forma stanca da cui è uscita, vi ha impressi appena i con- 
torni del viso e la linea dei capelli a chioccioline sulla fronte; sopra di questa anzi, 
nelle parti non coperte dalla benda, la capigliatura è indicata con fitte graniture. 
Notevole la fattura rudimentale delle orecchie, consistenti in due bordi elissoidali 
attaccati ai lati della testa. Alt. m. 0,135. 



REGIONE I. 



— 450 — 



NORBA 



8. Piccola testa efebica votiva (fig. IO) in terracotta, ricomposta da vari 
frammenti e mancante di tutta la regione occipitale sinistra. È priva di espressione 




Fig. 7. 



ma è degna di nota per la capigliatura accennata in modo singolare, dopo tolta dalla 
forma, con brevi solchi rettilinei fatti, senza uniformità, con tratti di stecca. Alt. m. 0,13. 




Fio. 8. 



9. Idoletti votivi in lamina di bronzo (fig. 12). Fu dato già un esemplare 
di questi idoletti nella Relazione (Not. d. se. 1903, pag. 251), ma poiché, rimaneggiando 



NORBA 



— 451 



REGIONE I. 



i numerosi frammenti, mi venne fatto di trovarne altri, a parer mio, più considere- 
voli, credo opportuno riprodurre di essi i quattro più importanti. Dagli esemplari di 
Norba già pubblicati nelle Notizie e da quelli trovati in Arcevia e pubblicati dal 




Fig. 9. 



Brizio in Monumenti dei Lincei, IX, pag. 650 e segg. (già citati nella suddetta 
Relazione), questi non differiscono molto per il modo strano in cui sono accennate le 
parti del corpo dal collo in giù ; due linee segnano le braccia, una divide le gambe 
e due punti a rilievo maggiori degli altri indicano le mammelle ; solo negli idoletti 
di Arcevia si trovano in alcuni le braccia e le gambe staccate e in qualcuno la la- 



REGIONE I. 



— 452 — 



NORBA 



mina, che è quasi rettangolare nei nostri, variando nella larghezza, indica appena 
dove incomincia e finisce il torace e dove le gambe e le braccia si congiungono al 
corpo. In questi qui riprodotti invece, pur mancandovi qualsiasi rudimento d'arte, il 
volto, che in quelli già conosciuti aveva una linea verticale e due punti in luogo del naso 
e degli occhi, è rappresentato di pieno prospetto in tutti i suoi lineamenti ed in due 




IG. 10. 



di essi (a e e) v'è un'intera maschera muliebre in rilievo, circondata da ricchissimi 
ornamenti di collane e corone a punti sbalzati e a dischetti. 11 primo e il terzo ido- 
letto (a e e), conservati quasi per intero, misurano rispettivamente m. 0,43 e m. 0,26 
in altezza e m. 0,075 e m. 0,043 nel diametro del disco (massima larghezza) su cui 
è rilevata la maschera ; il secondo e il quarto (b e d), tronchi nel busto, misurano 
m. 0,057 e m. 0,04 nel diametro della testa. 

10. Vasi a vernice nera (fig. 13 e 14). Tra l'abbondante quantità di vasi a ver- 
nice nera, questi che ho scelto sono un saggio della ceramica di Norba. La presenza 
tanto comune di tal genere di materiale fu sempre spiegata come dovuta all'im- 
portazione e al commercio; a me pare che si possa invece piuttosto pensare, non 
esclusivamente, ma la maggior parte delle volte, a produzione di fabbriche locali, che 
cercavano, con più o meno felice riuscita, di imitare i vasi autenticamente campani. 
Già nei veri campani è alterata la classica ed elegante forma dei vasi greci, ma chi 



NORBA 



— 453 — 



REGIONE I. 



velesse rintracciarla in questi prodotti locali, vi riuscirebbe a fatica solo qualche 
volta; non sono infatti quasi più neppure campani lo skyphos né la lekythos aryballica, 
imitante quella attica della fine del V e del principio del IV secolo. E non la forma 
solamente, ma la tecnica trascurata, la decorazione a palmette e a motivi vegetali, 




FlG. 11. 



fatta a vernice bianca su tondo nero e lo stesso fondo non più nero lucente, sono senza 
dubbio caratteri di prodotti usciti da piccole fabbriche locali. 

11. Avarisi architettonici della chiesa cristiana. Dai molti frammenti di tra- 
vertino, rimessi in luce dallo scavo, si ricomposero, fra le cose più notevoli, una transenna 
(m. 0,97 x 0,43) già pubblicata nella Relazione ufficiale {Not. d. se. 1903, pag. 237) 
vari capitelli (m. 0,43 X 0,25 X 0,18) e alcune parti di colonnine esagone pirami- 
dali (altezza mass. m. 0,57). 

Due dei capitelli (fig. 15), i più incompleti, hanno, scolpito a bassorilievo senza 
accenno di modellatura a mezzo tondo, la simbolica figura di una colomba ; gli altri 



REGIONE I. 



454 — 



NORBA 



(fig. 16, 17, 18), sono ornati di intrecciature di striscie Disoleate semplicissime e prive di 




l'iG. 12. 




Fig. 13. 



ogni difficoltà d'esecuzione; le piccole colonne piramidali (fig. 19), destinate probabil- 



NOBBA 



455 



REGIONE V 




Fio. 14. 




Fig. 15. 




Fio. 16. 



mente a finestre bifore, sono terminate nella parte superiore da capitelli con rudi- 
menti di foglie e di girali. 

Notizie Scavi 1904. — Voi. I. 58 



REGIONE I. 



456 — 



NORBA 



La mancanza assoluta di superfìcie tondeggianti e di sottosquadri, i motivi orna- 
mentali goffi e scorretti, scolpiti sopra uu medesimo .^iano, la monotonia degl'intrecci 
sono i caratteri che riconnettono questi frammenti architettonici all'arte decadentis- 
sima dell" Vili secolo, i cui contrassegni sono il difetto i! ella tecnica, la compiacenza 




Fio. I' 



delle formo piane, senza studio di composizione. Fra i più ragguardevoli avanzi dei 




Fio. 18 



monumenti di quest'arte, il paliotto d'altare di santa Maria in Trastevere coi due 
pavoni, che si dissetano in un vaso di goffo disegno e di rozza fattura, del principio del 
secolo, e l'altro, simile quasi in tutto, dell'altare di santa Maria in Cosmedin (Adriano I, 
776-795) (Mazzanti, La scultura ornamentale romana nei bassi tempi in Archivio 
storico dell'Arte, serie II, anno II, pag. 29), ai quali, per la tecnica delle figure e 
pei soliti motivi a intrecci di striscie solcate, si riportano esattamente la transenna 
e i capitelli di Norba, potrebbero indicare i termini cronologici, entro i quali è da 
ritenere probabile la costruzione di quella chiesa. Non saprei affermare però a quale 



NORBA 



— 457 — 



REGIONE I. 



di questi due termini possa dirsi più vicina, perchè se nelle due figure di colombe dei 
capitelli è facile riscontrare maggiore conoscenza della proporzione e del disegno e la 




Fig. 19. 



verità della forma è più sentita che nei due pavoni del paliotto di santa Maria in 
Trastevere, pure la tecnica trascurata e grossolana par che debba ancora esser lontana 
dalla fine del sec. VIH, in cui sotto il pontificato di Adriano I si preannunzia un 
risveglio dell'arte ornamentile, che fece poi un rapido progresso nel principio del secolo 
successivo (Venturi, Storia dell'Arie, voi. II, pag. 198). 



G. Moretti. 



SICILIA — 458 — PALERMO 



SICILIA. 

V. PALERMO — Scoperte di antichità in Piazza Vittoria. 

Avendo il Municipio deciso di trasformare la piazza Vittoria in un giardino, mi 
feci un dovere di avvertire gli egregi componenti della Deputazione della villa come 
fosse necessario di procedersi prima all'esplorazione del sottosuolo, notoriamente ricco 
di avanzi antichi, alcuni dei quali eran venuti alla luce anche nei recenti giorni. 
D'accordo, quindi, con la Deputazione, si sono eseguiti, a cura e spese della Direzione 
degli scavi, numerosi saggi, che hanno messo alla luce avanzi notevoli di età diver- 
sissime: musaici, grosse mura di cinta, tombe incavate nella pietra, fabbriche mo- 
derne, ma sempre anteriori al secolo XVIII, fosse per grano, pozzi, ed una camera 
sotterranea, destinata, a quanto credo, all'essicazione dei cadaveri. I musaici, pur 
troppo incompleti, sono di buonissima fattura romana; uno, nel centro di una stanza, 
è decorato con pesci; un altro di vaghissimi colori, ha l'imitazione di un tappeto, 
con una bella treccia in giro e un ornato elegantissimo a foglie di edera. Gli avanzi 
di fabbriche moderne si riferiscono alle due chiese di S. barbara la sovrane e di 
S. M. della Pinta, demolite al 1648. 

Ad esplorazione compiuta, affretterò di comunicare i risultati, che mi auguro var- 
ranno a rischiarare alcuni punti dell'antica topografia di Palermo. 

Perchè è da sperare che si riesca a trovare l'ubicazione di quella Sala verde 
di cui tanto si parla nelle nostre storie medioevali, e a determinarsi la struttura 
della fabbrica di quella S. M. della Pinta, che famosa nei ricordi letterari per la celebre 
rappresentazione del così detto Alto della Pinta, non è meno importante archeolo- 
gicamente per la sua pianta riferibile forse ai tempi anteriori al medio evo. 

Il progresso dello scavo proverà pure se un pezzo di selciato testé rinvenuto 
appartenga all'antica via marmorea. 

Sono, come si vede, avanzi di monumenti e ricordi di storia palermitana che 
meritano uno studio accurato che al nuovo giardino aggiungeranno un'attrattiva da 
renderlo degno di una visita da parte degli stranieri e dei cittadini colti. Perchè io 
son certo che mercè del senso artistico dei signori dell'Amministrazione della Villa 
comunale, si troverà modo di innestare vagamente, siccome si usa in tutti i paesi 
civili, in mezzo alle piante, quegli avanzi antichi che per merito di arte o di ricordi 
storici, la Commissione conservatrice dei monumenti di arte, stimerà degni di essere 
lasciati visibili. 

A. Salinas. 



ltoma, 22 gennaio 1905. 



— 459 — 



INDICI 



INDICE DEGLI AUTORI. 



Alfonsi A. 147. 

Barbieri U. 43. 

Bertolini G. C. 293, 295, 353. 

Boni G. 8. 

Brizi A. 271. 

Brizio E. 6, 101, 177, 192. 

Cesano L. 11, 423. 
Colonna F. 19. 

De Nino A. 18, 299, 397. 

Ferrerò E. 355, 375, 388. 

Gatti E. 298. 

Gatti G. 41, 105, 151, 153, 194, 225, 272 

273, 296, 300, 365, 385, 389, 390, 401, 403, 

436. 
Ghirardini G. 99, 431. 

Iannicola G. 53. 

Lupattelli A. 104. 

Marucchi O. 118, 393. 
Mengarelli R. 403. 



Meomartini A. 107, 227. 
Moretti G. 445. 

Negrioli G. 387. 
Nissardi F. 237. 

Orsi P. 65, 132, 275, 367. 

Pellegrini G. 241. 
Persichetti N. 152. 
Prosdocimi A. 3. 

Quagliati Q. 53, 196. 

Reina V. 43. 

Rossi G. 221. 

Ricci S. 39, 361, 376. 

Salustri M. 52. 
Salinas A. 459. 
Santarelli A. 222. 
Savìgnoni L. 127, 403. 

Taramelli A. 19, 141, 158, 209, 228, 291. 
301. 

Vaglieri D. 444. 



INDICE TOPOGRAFICO. 



Albano Laziale (Roma) 52, 392. 
Album Intemelium. v. Ventimiglia. 
Alghero (Sassari) 301. 
A pulì a (Regio II) 53, 107, 227, 300. 

Bagnarola di Sesto al Regheno (Udine) 353. 
Baressa (Cagliari) 237. 
Benevento 107, 227. 

Notizie Scavi 1904 — Voi. I. 



Bolsena (Roma) 151. 
Brindisi (Lecce) 300. 
Bruttii v. Lucania et Brutti:. 
Busachi (Cagliari) 209. 

Cagliari 19. 

Caltagirone (Catania) 65, 132, 373. 

Camarina (Siracusa) 369. 



59 



— 460 - 



Capracotta (Campobasso) 397. 
Carbonara (Bari) 53. 
Castelletto Stura (Cuneo) 361. 
Cinto Caomaggiore (Venezia) 295. 
Cispadana (Regio Vili) 6, 101, 177, 222, 

385, 387, 435. 
Civita Castellana (Roma) 151, 296. 
Classis v. Ravenna. 
Collescipoli (Perugia) 152. 
Concordia (Venezia) 354. 

Este (Padova) 431. 

Etruria (Regio VII) 104,151,241,296, 388. 

Faenza (Ravenna) 101. 
Falerio v. Falerone. 
Falerone (Ascoli Piceno) 389. 
Forlì 222. 

Gela v. Terranova di Sicilia- 
Goriano Sicoli (Aquila) 299. 
Grottaferrata (Roma) 273. 

Hirpini v. Apulia. 

Latium v. Latium et Campania. 

Latium et Campania (Regio I) 52, 273, 298, 

392, 403, 444. 
Lentini (Siracusa) 369. 
Licodia Eubea (Catania) 372. 
Liguria (Regio Villi) 221. 
Lozzo Atestino (Este) 147. 
Lucania et Bruttii (Regio III) 19, 196, 435. 

Milano 39. 

Militello (Catania) 374. 

Mineo (Catania) 373. 

Modena 385. 

Monte Judica (Catania) 374. 

Monte s. Mauro (Catania) v. Caltagirone. 

Mores (Sassari) 291. 

Morgantion v. Monte ludica. 

Norba (Roma) 403, 423, 445. 

Olbia v. Terranova Pausania. 
Orvieto (Perugia) 388. 

Paeligni v. Samnium et Sabina. 
Palermo 459. 
Palestrina (Roma) 393. 
Pantalica (montagna di) v. Sortinn. 



Perugia 104. 

Picenum (Regio V) 192, 389. 
Pisticci (Potenza) 196. 
Pistoia (Firenze) 241. 
Portogruaro (Venezia) 293. 
Portotorres (Sassari) 141. 
Priolo (Siracusa) 368. 

Ravenna 6, 177. 

Regio I. Latium et Campania 52, 273, 
298, 392, 403, 444. 
» II. Apulia 53, 107, 227, 300. 
» III. Lucania et Bruttii 19, 196, 

435. 
» IV. Samnium et Sabina 18, 299, 

397. 
» V. Picenum 192, 389. 
» VI. Umbria 152, 271. 
» VII. Etruria 104, 151, 241, 296, 388. 
» Vin. Cispadana 6, 101, 177,222, 385, 

387, 435. 
» Villi. Liguria 221. 
» X. Venetia et Histria 3, 99, 147, 

293, 295, 353, 431. 
» XI. Transpadana 39, 355, 361. 375, 
376. 
Roma, via della Navicella 225, 272, 296, 365, 
390, 436; piazza delle Carrette 41; viale 
principessa Margherita 41 ; via tra s. Croce 
in Gerusalemme e porta Maggiore (Acque- 
dotto Claudio) 105; via Montebello 194; via 
Venti Settembre 272 ; via Sicilia angolo via 
Basilicate 43 ; via Nazionale angolo via dei 
Fornari 42, 153; via Liguria 43; Foro Ro- 
mano, tra la fronte del tempio di Castore e 
Polluce e l'heroon di Cesare 106; tra l'arco 
di Augusto e il Sacrario di Vesta 9 ; Sacra 
Via 9; Basilica Aemilia 8; vicolo de' Sol- 
dati 297, 401 ; piazza Madama 297 ; lungo- 
tevere Raffaello Sanzio 297; Palatino 43. 
viale Aventino 158, 195; via Lungara 47; 
presso porta Cavalleggeri 366, 390; piazza 
s. Marta 366; Museo Nazionale 11; Alveo 
del Tevere 273. 

(Suburbio) via Laurentina tenuta Castel 
Romano 402; via Nomentana angolo via No- 
vara e via Alessandria 195; villa Patrizi 
225; tenuta Aguzzano 106; chiesa di s. Giu- 
seppe 158 ; via Ostiense presso il ponte della 
Magliana 297 ; via Pòrtuense vigna Cecca- 
relli 366 ; vigna Pellegrini 390 ; via Prene- 
stina stabilimento Tabanelli 195, 226, 273; 



— 461 



via Salaria Corso d'Italia 297, 367, 391; 
villa Spada 402; Corso Pinciano 436 

Sabina v. Samnium et Sabina. 

Saletto di Montagnaua (Padova) 3- 

Samnium et Sabina (Regio IV) 18, 299, 397. 

San Polo dei Cavalieri (Roma) 403. 

San Severino Marche (Macerata) 192. 

San Croce Camarina (Siracusa) 371. 

Sardinia 19, 141, 158, 209, 228, 291, 301. 

Scoglitti (Siracusa) 372. 

Sicilia 65, 132, 275, 367, 459. 

Siracusa 275. 

Sortino (Siracusa) 367. 

Stigliano (Potenza) 19. 

Sulmona (Aquila) 18. 

Terranova Pausania (Sassari) 158. 
Terranova di Sicilia (Caltanisetta) 372. 
Torino 355. 
Tor Paterno (Roma) 444. 



Transpadana (Reg. XI) 39, 355, 361, 375, 

376. 
Trevi nel Lazio (Roma) 298. 
Turbigo (Milano) 376. 
Turris Libisonis v. Portotorres. 

Umbria (Regio VI) 152, 271. 
Urzulei (Cagliari) 228. 

Venetia v. Venktia et Histria. 

Venetia et Histria (Regio X) 3, 99, 147, 

293, 295, 353, 431. 
Venezia 99. 

Ventimiglia (Porto Maurizio) 221. 
Villanova di Fossalta di Portogruaro (Venezia) 

354. 
Vinovo (Torino) 375. 
Vittorito (Sulmona) 18. 

Zola Predosa (Bologna) 387. 



INDICE DELLE MATERIE. 



Abitazione sicula a tipo greco di Monte s. Mau- 
ro 373. 

Abitazioni romane a Norba 405. 

A Corintis (Corintiis) Caesaris: consegnatario 
de' vasi imperiali di bronzo corinzio in iscriz. 
di Tor Paterno 444. 

Acquedotto greco presso Licodia Eubea 373. 

Aerariorum conlegia in iscr. romana della via 
Portuense 366. 

Afrodite (statuetta in terracotta di) scop. a 
Norba 446. 

Agnelli mistici rappresentati in sarcofago cri- 
stiano scop. a Roma in via della Lungara 49. 

Agro coloniale Atestino 5. 

Amorino alato in terracotta scop. a Norba 448. 

Amorino (torso di) in terracotta scop. a Norba 
446. 

Amuleto egiziano v. Menat. 

Anfora con tubo di rame per libazioni funebri 
scop. in Roma sulla via Salaria 441. 

Anfore adoperate per inumazione a Classe 177. 

Apis (framm. di due statue del bue) nell' Iseo 
Beneventano 112, 124. 

Ara arcaica in peperino scop. a Roma in via 
Venti Settembre 272. 

Ara cilindrica in porfido scop. a Benevento v. 
Cista. 



Ara cilindrica dedicata a Vesta scop. a Bene- 
vento 111. 

Arcarius rapp. in sarcofago romano scop. a 
Ravenna 7. 

Arciere sardo rapp. in statuetta in bronzo di 
arte sarda scop. a Urzulei 228, 230, 231. 

Area sepolcrale (recinto di) a Roma sulla via 
Ostiense 297. 

Aretine (ceramiche) con bolli figulini scop. a 
Roma sulla via Salaria 195. 

Armamentario medico-chirurgico scop. a Porto- 
gruaro 293. 

Armamentario e suppellettile medico-chirurgi- 
co-farmacista scop. a Morlungo 434. 

Armi eneolitiche scop. al capo s. Elia 24, 27, 29. 

Arniensis (tribus) in iscr. romana della via 
Salaria 367. 

Arte sarda v. Statuette votive di Urzulei. 

Athena (tempio di) a Camarina 371. 

Attis (mascheroncino rapp.) scop. a Siracusa 
289. 

Bacchiche (scene) rapp. in sarcofago romano 

scop. a Benevento 227. 
Base di statua scop. al Foro Romano 106. 
Base con iscrizione latina scop. a Roma in via 

della Navicella 272. 



462 



Baso marmorea con iscrizione greca scop. a 

Roma ibid. 365. 
Battesimo simboleggiato in sarcofago cristiano 

scop. a Roma in via della Lungara 49. 
Bolli figulini su anfore greche scoperti a Monte 

ludica 374; a Siracusa 277. 

— figulini su anfore latine a Mineo 374. 

— figulini su lucerne a Roma, via Liguria 43; 
via Salaria 443; a Ventimiglia 222; a Zola 
Predosa 387. 

— figulini su materiali costruttivi a Concordia 
354; a Mores 292; a Ravenna 184; a Roma, 

via della Navicella 390, 436; presso porta 
Cavalleggieri 390; viale Aventino 158; via 
Portuensc 391 ; via Salaria 443; Trevi nel 
Lazio 298; Villanova di Fossalta 355. 

— figulini su vasi aretini a Pistoia 248; a 
Roma, via Liguria 43; via Nomentana 195; 
a Ventimiglia 221. 

— su vetri romani scop. a Torino 353. 
Bolognino del secolo XVIII scop. a Norba 

429. 

Bronzo (oggetti di) nel sepolcro ad incinera- 
zione scop. a Norba 419. 

Bronzo .framm. di) scop. a Norba 449. 

Buccheri di rozzo impasto scop. nel territorio 
di Stigliano 19. 

Busto acefalo muliebre scop. nell' Iseo Bene- 
ventano 112, 130. 

Busto imperiale a rilievo in frammenti archi- 
tettonici dell'Iseo Beneventano 114, 131. 

Caccia (scene di) in sarcofago romano scop. 

in via della Lungara 47. 
Camera sotterranea per essiccar cadaveri scop. 

a Palermo 459. 
Gamilia (tribus) nel terr. di Augusta Bagienno- 

rum 365. 
Candelabro eptalycne rapp. in pittura del ce- 

metero giudaico scop. sulla via Portuense a 

Roma 391. 
Canopico (vaso) in statua di sacerdote egizio 

scop. nell'Iseo di Benevento 120. 
Capitelli di chiese cristiane scop. a Norba 

454, 456. 
Casa romana scoperta a Pistoia 253. 
Casse funebri in piombo d'età romana scop. a 

Torino 359. 
Cassetta metallica con figure in sep. greco a 

Siracusa 289. 
Cassiere v. Arcarius. 
Castro Pretorio di Albano (mura di ree. del) 52. 



Catacomba scop. a Riuzzo presso Priolo 368. 

— scop. a s. Croce Camarina 371. 

Celle sepolcrali scop. a Roma, via Salaria 402 
439. 

Celti v. Gallo-Celti. 

Cemeterio giudaico scop. a Roma, via Por- 
tuense 391. 

— medievale scop. a Pistoia 262. 
Ceramiche preistoriche scop. a Lozzo Atestiuo 

149. 

— scop. in tombe di Busachi 211. 

— sicule presso Caltagirone 132. 

— corinzie e corinzio-siceliote scop. a Calta- 
girone 133. 

— a vernice nera scop. a Norba 453. 

— greche figurate scop. a Pisticci 196. 

— Aretine v. Aretine ceramiche. 

— invetriate scop. a Pistoia 265. 
Cercopitechi di arte egizia v. Cinocefali. 
Geres rappr. pittura scop a Roma sulla via 

Salaria 437. 

Chiesa (avanzi di) dell' Vili sec. scop. a Norba 
454. 

Chiese bizantine presso s. Croce Camarina 372. 

Chirurgo v. Armamentario medico-chirurgico. 

Cinocefali (statue di) scop. nell' Iseo di Bene- 
vento 112, 122, 123. 

Cippo sepolcrale romano scop. a Saletto di 
Montagnana 3, 5. 

— sepolcrale romano scop. a Roma via della 
Navicella 436. 

— terminale di area sepolcrale scop. a Roma 
via Salaria 430. 

Cippi sepolcrali con iscrizioni scop. a Roma, 

via Salaria 195, 391, 440. 
Cista mistica del culto Isiaco scop. nell' Iseo 

di Benevento 126, 133. 
Giù: lumina (tribm) in iscr. scop. a Roma, via 

falaria 437. 
Colomba rappresentata in capitelli dell' VIII 

sec. scop. a Norba 454, 456. 
Colombari scop. in Roma sulla via Salaria 436, 

438, 439, 440. 
Coloniale (agro) v. Agro Coloniale Atestino. 
Colonna (framm. di) in granito rosso scop. a 

Roma, piazza Madama 297. 

— in granito scop. a Roma, vie. del Soldato297. 
Colonnine piramidali per fenestre scop. negli 

avanzi della chiesa di Norba 455, 458. 
Conserva d'acqua di età greca trasformata in 

oratorio cristiano scop. a Siracusa 280. 
Consulares Fasti v. Fasti Consulares. 



— 463 — 



Cora (epifaneia di) rappr. in hydria scop. a 
Camarina 369. 

Corazza sannitica (dischi di) scop. a Capracotta 
399. 

Corinzi (Vasi) menzionati in iscr. scop. a Tor 
Paterno 444. 

Corsa (gara di) in framm. di vaso Aretino scop. 
a Pistoia 450. 

Costruzioni greche scop. a Monte s. Mauro 373; 
a Siracusa 275, 280, 287. 

Costruzioni di età romana scop. ad Albano La- 
ziale 392; a Cinto Caomaggiore 295; a Grot- 
taferrata 274 ; a Norba 405 ; a Pistoia 245 ; 
a Roma, via Navicella 272, via venti Settem- 
bre 272, via Nomentana 158; via Ostiense 
297; a Trevi nel Lazio 298; a Turbigo 
378. 

Costruzioni medievali scop. a Pistoia 262. 

Crocodes specie di collirio menzionato in si- 
gillo d'oculista scop. ad Este 432, 433. 

Cupido menzionato in pittura 6Cop. a Roma, 
via Salaria 437. 

Decorazioni (framm. di) del frontone del tempio 
di Giunone a Norba 447. 

Defixiones v. Tabelle votive. 

Diana (tempio di) scop. a Norba 445. 

Diana menzionata in iscr. framm. in vaso fit- 
tile scop. a Norba 447. 

Diasmyrnes specie di collirio menzionato in 
sigillo d'oculista scop. ad Este 432. 

Dionigi (orecchio di) esplorazioni a Siracusa 
276. 

Disco in piombo con iscr. scop. a Gela 
372. 

Dites pater ricordato in iscr. su pittura scop. 
a Roma via Salaria 436. 

Dolabra fossoria di età romana scop. a Bares- 
sa 238. 

Donna genuflessa (framm. di statua di) a Be- 
nevento 112, 130. 

Dyamisus specie di collirio menzionato in si- 
gillo d'oculista scop. ad Este 432, 433. 

Efebi rappr. in vasi greci scop. a Pisticci 200, 
202, 203, 204. 

Efebica (testa votiva) in terracotta scop. a Nor- 
ba 451, 454. 

Efebico (tipo) in framm. di statua scop. a Len- 
tini 369. 

Eneolitiche armi, stoviglie ed utensili scop. al 
capo sant'Elia 24, 27, 29. 



Eos e Kephalos (mito di) rappr. in vaso greco 

scop. a Pisticci 201, 202. 
Eptalycne candelabro v. Candelabro. 
Erma con iscr. latina scop. a Milano 39. 

Fabia (tribus) mentovata in iscr. scop. a Roma 
via Salaria 402. 

Falerna (tribus) in iscr. scop. a Portotorres 144. 

Fasti consulares (framm. di) degli anni 434- 
435 scop. nel Poro Romano 9. 

Fasti triumphales (framm. di) scop. nel Foro 
Romano 8. 

Favissa del tempio di Giunone Lucina scop. a 
Norba 405. 

Fenicio (mercante) rappr. in vaso greco di Pi- 
sticci 199. 

Fistulae aquariae plumbee anepigrafi scop. a 
Roma, via Ostiense 297. 

Fittili siculi a Gela 372. 

— etrusco-campani, aretini e romani scop. a 
Pistoia 247. 

— dei colombari scop. a Roma, via Salaria 
438, 442. 

— scop. presso Grottaferrata 274. 

— (framm. di) scop. a Norba 411. 

— in sepolcro ad inumazione di Norba 415. 

— (statuette) scop. nel tempio di Diana a Nor- 
ba 445. 

Figure (framm. di) decorative del frontone del 
tempio di Giunone scop. a Norba 447. 

Fortificazioni primitive a Norba 409. 

Fors Fortuna e suoi sacrari in Roma e Sub- 
urbio 366. 

Foro di Siracusa (scoperte nel) 275. 

Fosse granarie scop. a Palermo 459. 

Frammenti architettonici scop. a Roma presso 
porta Maggiore 105; a via della Navicella 
272 ; presso porta Cavalleggieri 366, 390 ; in 
piazza s. Marta 366. 

— — scop. a Trevi nel Lazio 298; nell'Iseo 
Beneventano 109, 164; nel Foro di Siracusa 
275; del V sec. a Siracusa 282. 

Frammento architettonico con rilievo di busto 
imperiale scop. nell'Iseo di Benevento 114, 
131. 

Frammenti d' iscrizioni greche a Siracusa 284, 
285. 

— — latine scop. ad Assisi 271 ; a Benevento 
110 ; a Bolsena 152; a Brindisi 300; a Colle- 
scipoli 153; a Modena (Museo) 386, 387 ; in 
fittile a Norba 447; ad Olbia 171; a Palestrina 
395, 396; a Portotorres 142, 143, 144, 145 ; a 



— 464 — 



Ravenna 6 ; a Roma nel Foro Romano 9, 10, 
106; viale principessa Margherita 48; via 
Montebello 194 ; via Nazionale 43; via venti 
Settembre 272 ; vie. del Soldato 401 ; via 
dalla Navicella 225,296, 436; presso porta 
Cavalleggeri 366; viale Aventino 158, 195; 
via Prenestina 195, 226, 273; via Salaria 
437, 438, 439, 440, 441, 442; a Salotto di 
Montagnaua 3; a san Severino Marche 193, 
194; a Venezia 100; a Villanova di Fos- 
salta 355. 
Frammenti d' iscrizioni greco-romane scop. 
a Roma, via Lungara 47 ; via Navicella 
365; via Portuense 391. 

— — greco-cristiane scop. a Ravenna 184 ; 
Santa Croce Camarina 371. 

— marmorei scop. a Roma, via Pomari ang. 
via Nazionale 42. 

— statuari scop. a Roma, piazza delle Car- 
rette 41. 

Gallo-celti nel circondario di Portogruaro 354. 

Geroglifici riferentisi all'Iseo beneventano spie- 
gati 119. 

Giunone (testa di) scop. a Benevento 112, 118. 

Giunone Lucina (tempio di) a Norba 405, 447. 

Gladiatori rappr. in pavimento a musaico scop. 
a Roma, viale Aventino 158, 195. 

Guerriero (statuetta di) d'arte sarda scop. a 
Urzulei 228, 230. 

— in bassorilievo scop. a Siracusa 277, 278. 
Gyneceo (vita del) in vaso greco scop. a Pi- 

sticci 202, 203. 

Hoplitodromia rappr. in vaso greco di Pisticci 

202, 204. 
IJorus (statua di) scop. nell' Iseo beneventano 

112, 121. 

Idoletti votivi in lamina di bronzo scop. a 
Norba 451, 455. 

Idoletto arcaico scop. a Caltagirone 135. 

Ipogei cristiani scop. a Siracusa 290. 

Ierone II (altare di) ricerche eseguite a Sira- 
cusa 276. 

Isiaca (sacerdotessa) in statua dell' Iseo Bene- 
ventano 112, 130. 

Iside (avanzi del tempio di) a Benevento 107. 

Iscrizione greca arcaica in lamina di bronzo 
a Monte s. Mauro 373. 

— — su disco di piombo a Gela 372. 
Iscrizioni greco-romane scop. in Roma, lungo- 



tevere Raffaello Sanzio 297 ; via della Navi- 
cella 265; via Nomentana 226; a Siracusa 285. 
Iscrizioni greco-cristiane nel sepolcreto di Clas- 
se 184; in anello bizantino di Pantalica 368 ; 
nelle catacombe di santa Croce Camarina 
371. 

— greco-ebraiche scop. a Roma sulla via Por- 
tuense 436. 

— latine scop. a Benevento 110; a Bolsena 
152; a Brindisi 300; a Chiagina 271; me- 
trica a Civita Castellana 1 51 ; a Collescipoli 
152; ad Este in sigillo di oculista 432; a 
Lugo 435 ; a Milano 40, 41 ; a Modena (Museo) 
385; a Norba 447; a Palestrina 395; a Pi- 
perno 53; a Portotorres 114; a Roma, Foro 
Romano 9, 106; via della Navicella 225, 296; 
cimiteriale 436; viale principessa Marghe- 
rita 41; via Nazionale ang. via Fornari 43; 
presso porta Cavalleggieri 366 ; vie. del Sol- 
dato 401 ; in pavimento a musaico al viale 
Aventino 158, 195; via Laurentina 402; via 
Nomentana 106; via Ostiense 297; via Por- 
tuense 366; via Prenestina 195, 226; via Sa- 
laria 298, 367, 392, 402, 437, 438, 439, 440, 
441, 442; a san Polo de' Cavalieri 403; a 
san Severino Marche 192; a Stigliano 19; a 
Terranova Pausania 171; a Venezia 99; a 
Villanova di Fossalta 354. 

Iside (tempio di) a Benevento 107. 

Kalendarium Praenestinum (framm. del) scop. 
a Palestrina 393. 

Kebsenuf genio funerario egizio v. Sparvieri 
sacri. 

Kephalos v. Eos e Kephalos. 

Kymation lesbico coi suoi membri architetto- 
nici scop. a Siracusa 287. 

Lamina in bronzo iscritta scop. a Monte a. Mau- 
ro 373. 

Lancia sannitica in ferro scop. a Capracotta 
399. 

Latomia di santa Venera a Siracusa 276. 

Leoni in granito nell'Iseo beneventano 1 14, 126. 

Lucerne (bolli di) v. Bolli figulini in vasi e 
lucerne. 

Lucerne fittili scop. a Milano 374 ; a Monte Ju- 
dica 374; a Mores 292; a Pistoia 248; a 
Roma, via Liguria 43; via della Navicella 
297 ; via Salaria 342, 443. 

Lusores rappr. in graffito scop. a Roma, via 
Nazionale ang. via Fornari 154, 155. 



— 465 — 



Maschera scenica per doccione scop. in Roma, 
via Salaria 439. 

Mascheroncini ornamentali in metallo scop. a 
Siracusa 289. 

Matrici e tessere romane nel Museo Nazionale 
di Roma 11. 

Medicinali scop. a Morlungo 435. 

Medusa (mascheroncino di) venuto in luce a 
Siracusa 289. 

Materiale costruttivo v. Bolli figulini su ma- 
teriale costruttivo. 

Medico v. Armamentario medico-chirurgico. 

Menat Amuleto egizio in statua dell' Iseo Be- 
neventano 121. 

Mercante fenicio rappr. in vaso greco di Pi- 
sticci 199. 

Metallo (oggetti di) nel sepolcreto cristiano di 
Classe 185. 

Milliario scop. a Fallerone 389. 

Minerva (statua di) nell'Iseo beneventano 112, 
128. 

Moneta di Siracusa rinvenuta a Norba 429. 

M onete del! 'Italia merid. rinvenute a Norba 423. 

— laziali rinvenute a Norba 425. 

— romane republicane rinvenute ivi 425; a 
Stigliano 19. 

imperiali a Milano 40 ; a Mores 229 ; a 

Pisticci 258, 259; a Turbigo 377; a Classe 
177, 190, 191. 

— medievali a Pistoia 262. 

Moneta medievale del Senato romano scop. a 
Norba 430. 

— medievale papale del sec. XIII scop. ivi 430. 

— di Ancona scop. ivi 429. 

— di Bologna sec. XVIII scop. ivi 429. 
Monogramma di Cristo in iscr. greco-cristiana 

di Classe 184. 
Muro di cinta scop. a Palermo 458. 

— absidato a Roma, via Navicella 272. 
Muliebre (figura) in framm. di tavoletta fittile 

a Norba 447. 
Musaici di età romana scop. a Palermo 458. 
Musaico figurato (pavimenti in) di età romana 

scop. a Pistoia 256 ; a Roma, viale Aventino 

158, 195. 
Musivum opus v. Opus tessellatum. 

Navi isiache (framm. di) in marmo nell'Iseo 

beneventano 113, 126. 
Neapolis (monete di) scop. a Norba 424, 426. 
Necropoli preistorica presso Alghero 301. 

— di Pantalica 367. 



Necropoli di Passo Marinaro presso Camarina, 
369. 

— sicula della Montagna presso Caltagirone 66. 

— con tombe a dókog di tipo greco-miceneo 
presso Caltagirone 84. 

— greca di s. Luigi presso Caltagirone 132. 

— — a Monte s. Mauro 373. 
. — - a Scoglitti 372. 

— di Norba 403. 

— di età romaua a Chiagina 271 ; presso Mo- 
res 291; a Roma, via Salaria 432. 

Nummi argentei d'età republicana a Carbo- 
nara 53. 
Nuraghe Cotta presso Busachi 218. 

Oculista v. Sigillo di oculista. 

Olla ossuaria con iscrizione scop. a Roma, via 

Salaria 367. 
Olle cinerarie fittili scop. ivi 440. 

— — in vetro scop. ivi 440. 

Opus reticulatum scop. in Roma, via Nomen- 
tana 158. 

— tessellatum scop. a Pistoia 257 ; a Roma in 
via Sicilia ang. via Basilicata 43. 

— sedile in costruzioni romane a Pistoia 257. 

— signinum ibid. 257. 

— spicatum ibid. 257. 

Orante scolpita in sarcofago cristiano scop. a 

Roma, via Lungara 47, 48. 
Oratorio cristiano già conserva d'acqua greca 

a Siracusa 280. 
Oreficeria di età romana scop. a Terranova 

Pausania 173. 

— bizantina scop. a Pantalica 368. 
Oufentina (tribus) in iscr. scop. presso Piperno 

53. 

Palatino, rilievo planimetrico ed altimetrico 
43. 

Pastor bonus rappr. in sarcofago cristiano scop. 
a Roma, via Lungara 49. 

Pastore rappresentato in statuetta di bronzo 
d'arte sarda scop. ad Urzulei 220. 

Patera ombelicata rappr. in framm. di sarco- 
fago di Siracusa 287. 

Pavimento romano a musaico scop. a Palermo 
459; a Pistoia 256; a Roma, viale princi- 
pessa Margherita 41 ; con figure di gladia- 
tori e iscrizioni al viale Aventino 158, 195. 

— — di opus tessellatum scop. a Roma, via 
Sicilia ang. via Basilicata 43. 

Pescatore simboleggiante il battesimo rappr. 



— 466 — 



in sarcofago crist. di Roma, via Lungara 
48. 

Pesci rappr. in musaico romano di ria Paler- 
mo 459. 

Peso di cento libbre rinvenuto a Roma nel- 
l'alveo del Tevere 278. 

Phistelia (monete di) scop. a Norba 424. 

Pililudii rappr. in graffiti scop. a Roma, angolo 
via Nazionale e via Pomari 154, 155. 

Piscina romana a Grottaferrata 274. 

Pitture in colombari romani della via Salaria 
436. 

Pollia (tribus) in iscr. scop. a Lugo 435. 

Pozzi scoperti a Palermo 459. 

Pozzo di età romana a Cinto Caomaggiore 295. 

Praefeclus Urbi. Aurelius Avianus Symmachus 
in iscr. del Foro Romano 106; Acilius Glabrio 
Faustus in iscr. di Roma scop. a via dei Sol- 
dati 401. 

Prenestino calendario v. Kalendarium Praene- 
stinnm. 

Pretorio v. Castro Pretorio di Albano Laziale. 

Pugiles rappr. in graffito scop. in Roma, an- 
golo via Nazionale e via dei Fornari 154, 
155. 

Pugnale in ferro scop. a Capracotta 399; a 
Norba 410. 

Quadriga in corsa rappr. in lamina di bronzo 

scop a Tnrligo 430. 
Quattrino di Bologna v. Bolognino. 
Quirina (tribus) menzionata in iscr. romana 

scop. in via della Navicella 225. 
Quirinalia ricordate nel Kal. Praenestinuin 

396. 

Reticulatum opus v Opus reticulatum. 

Rilievo planimetrico ed altimetrico del Pala- 
tino 43. 

Ripostiglio di monete romane venuto in luce 
a Castelletto Stura 361. 

— — a Terranova Pausania 458. 

Romilia o Romulia (tribus) in iscr. di Saletto 
di Montagnana 4. 

Romolo e Remo lattanti rappr. in lucerna di 
Turbigo 377. 

Sacerdotessa isiaca (statua di) nell' Iseo di Be- 
nevento 112, 130. 

Sacerdoti egizi (statue di) scoperte ivi 112, 120. 

Sacrificio rappr. in sarcofago scop. a Roma, 
via della Lungara 47. 



Sandalo in fraram. di statua di bronzo scop. a 
Norba 449. 

San Pietro (chiesa di) del sec.IX-X, antica par- 
rocchia di Saletto di Montagnana 5. 

Santa Barbara la Soprana (avanzi della chiesa 
di) scop. a Palermo 458. 

Santa Maria della Pinta (avanzi della chiesa 
di) scop. ivi 458. 

Sarcofagi in muratura nel sepolcreto cristiano 
di Classe 181. 

Sarcofago romano con scene bacchiche a Be- 
nevento 227. 

— marmoreo di età romana a Ravenna 6. 

— (framm. di) con iscr. greca a Roma, via 
della Lungara 47. 

— iscritto scop. a Roma, via Laurentina 402. 

— (framm. di) sarcofago a Siracusa 287. 

— in marmo con rappr. cristiane a Roma, via 
della Lungara 41. 

— — cristiano del sec. V-VI a Siracusa 220. 
Sauroter in bronzo in suppell. scop. a Civita 

Castellana 296. 
Scramasax barbarico in tomba a Vinovo 375. 
Scudo in bronzo scop. a Turbigo 378. 
Scultore greco (Zeuxis) menzionato in base di 

statua romana della via Nomentana 226. 
Sedile opus v. Opus sedile 
Sepolcreto presso Licodia Eubea 372; giudaico 

a Roma via Portuense 390 ; cristiano presso 

Classe 177. 
Sepolcri siculi a Militello 374. 

— greci a fossa alla Montagna presso Calta- 
girone 70. 

— ad inumazione a Norba 413. 

— romani a Ventimiglia 221. 

— cristiani con tombe a capanna a Classe 181. 
Sepolcro romano presso Faenza 101; a Torino 

355. 

— barbarico a Vinovo 375. 
Sesheps v. Sfinge. 

Sfingi acefale in granito scop. a Benevento 
43, 126. 

Shenti specie di veste egizia in statua del- 
l' Iseo beneventano 121. 

Sigillo d'oculista scop. ad Este 431. 

Signinum opus v. Opus signinum. 

Sileno (inascheroncino di) a Siracusa 289. 

Sileni rappr. in vaso greco di Pisticci 200, 201. 

Sirena rappr. in metope dell' Iseo beneventano 
110. 

Solidi aurei del VII sec. d. C. scoperti a Pan- 
talea 368. 



407 — 



Spada di tipo miceneo scop. alla Montagna 

presso Caltagirone 70. 
Sparvieri sacri egizi in forma canopica nel- 

l'Isèo beneventano 112, 123. 
Spicatum opus v. Opus spicatum. 
Statua (base di) scop. nel Foro Romano 106. 

— mutila di arte greca arcaica di tipo efebico 
scop. a Lentini 369. 

— virile (framm. di) scop. a Roma, via Pre- 
nestina 273. 

— muliebre genuflessa (framm. di) nell' Iseo 
beneventano 112, 130. 

- — muliebre mutila scop. ivi 112, 129. 

— virile rappr. egiziano scop. ivi 112, 121. 

— di fanciulla scop. ivi 112, 129. 

Statue due in marmo scop. a Roma, via No- 

mentana 226. 
Statue (framm di) scop. a Roma, presso porta 

Cavalleggieri 390 ; nell'alveo del Tevere 273. 

— (framm di) muliebri in terracotta a Norba 
449. 

— muliebri in marmo scop. a Roma, presso 
porta Maggiore 105. 

Statuetta muliebre egizia a singolare accon- 
ciatura nell' Iseo beneventano 112, 121. 

Statuette votive in bronzo d'arte sarda scop. 
a Urzulei 229. 

— votive fittili scop. nel tempio di Diana a 
. Norba 445. 

— votive fittili scop. nel tempio di -Giunone 
Lucina a Norba 448. 

Stazione preistorica scop. a Lozzo Atestino 147. 
Stele sepolcrale marmorea a Roma, via Mon- 
tebello 194. 

— — scop. a Saletto di Montagnana 4. 
Stipe votiva del tempio di Diana di Norba 

447. 
Stoviglie eneolitiche scop. al Capo sant'Elia 

24, 27, 29. 
Strade romane scop. a Cinto Caomaggiore 295 ; 

a Palermo 459 ; a Roma, viale Aventino 195 ; 

presso porta Maggiore 105; presso Albano 

Laziale 393 : v. Vie romane. 
Strigili in bronzo della necropoli greca di Cal- 

tagirone 137, 140. 
Stultorum feriae menzionate nel Kalendarium 

Praenestinum 396. 
Suppellettile della stazione preistorica di Lozzo 

Atestino 150. 
Suppellettile funebre della necropoli preisto- 
rica presso Alghero 303. 

— — in tombe ad inumazione a Vittorito 18. 



Suppellettile funebre di civiltà paleo-veneta a 
Bagnarola 353 ; a Cavasso 353. 

— — della necropoli della Montagna presso 
Caltagirone 70. 

— — della necropoli di Passo Marinaro 369. 

— — della tomba di Godano Sicoli 299. 

— — a Militello 374. 

'— — in metallo della necropoli greca a Cal- 
tagirone 136. 

— — di tomba greca a Siracusa 289. 

— — di tomba etrusca ad Orvieto 388 ; a Pe- 
rugia 104. 

— — di tomba sannitica a Capracotta 397. 

— — di tomba preromana a Forlì 224. 

— — di età romana a Faenza 103; a Porto- 
gruaro 293; a Roma, via Salaria 442; a Ter- 
ranova Pausania 171 ; a Torino 358 ; a Tur- 
ligo 377, 378, 379; a Ventimiglia 221. 

— — cristiana in sepolcreto cristiano di Clas- 
se 185. 

— — barbarica a Vinovo 375. 

— varia di metallo, osso e terracotta a Civita 
Castellana 296. 

— — di bronzo, ferro, osso e vetro a Pistoia 
251. 

Tabelle votive in lamine plumbee a Camarina 
370. 

Tabulae lusoriae scop. a Roma, ang. via Na- 
zionale e via Fornari 153; in via della Na- 
vicella 296. 

Tappeto imitato in musaico romano di Paler- 
mo 459. 

Tavoletta fittile di fregio a Norba 446, 447. 

Tempio di Athena v. Athena. 

— di Diana a Norba 445 ; di Giunone Lucina 
ivi 447. 

— (avanzi del) d' Iside a Benevento 107. 
Terme Diocleziane (avanzi delle) scop a Roma, 

via venti Settembre 272. 

Terrecotte (framm. di) nell'area fra via Nazio- 
nale e via dei Fornari a Roma 43. 

Tesoro bizantino scop. a Pantalica 367. 

Tessellatum opus v. Opus tessellatum. 

Tessere v. Matrici e tessere. 

Testa efelica votiva in terracotta a Norba 451, 
454. 

— muliebre in Roma, via della Navicella 225. 

— votiva in terracotta a Norba 449, 452. 
Testaceum opus v. Opus signinum. 
Theoctiston, specie di collirio menzionato in 

sigillo d'oculista scop. ad Este 432, 433. 



— 468 — 



Tholos in tombe della necropoli alla Montagna 

presso Caltagirone 84. 
Tombe eneolitiche al promontorio di s. Elia 

di Cagliari 19. 

— presso Mineo 373, 374. 

— greche ad inumazione a Siracusa 288. 

— — ad inumazione presso Vittorito 18; nel 
terr. di Sulmona 18; a Goriano Sicoli 
299. 

— scavate nella roccia presso Busachi 209. 

— — nella pietra a Palermo 459. 

— etrusche presso Perugia 104. 

— a camera scop. ad Orvieto 388. 

— sannitiche a Capracotta 397, 

— lucane a Pisticci 196. 
Tomba preromana a Forlì 222. 

— romana a Baressa 337 ; ad inumazione in 
Roma sulla via Salaria 298; a Torino 355, 
360; a Turbigo 376; a Zola Predosa 387. 

— barbarica a Vinovo 375. 
Tombe bizantine a Siracusa 288. 

— cristiane a Baressa 239. 

Torso in basalto dell'Iseo beneventano 112, 130. 

Tribù menzionate nelle iscr. Arniensis 367 
Camilla 365: Clustumina 437 ; Fabia 402 
Falena 144; Oufentina 53; Polita 435 
Quirino 225 ; Romilia 4. 



Urna cineraria di età romana scop. a Porto- 
gruaro 293 ; a Roma presso porta Cavalleg- 
gieri 366. 

— ossuaria in travertino con iscr. scop. a Roma 
sulla via Salaria 298. 

Utensili di età romana a Baressa 238. 

— di civiltà eneolitica scop. al Capo s. Elia 
24, 27, 29. 

Vasi attici scop. a Gela 372. 
Vesta (arca dedic. a) nell'Iseo beneventano 
111. 

Vetri e paste greche d'imitazione fenicia a 
Caltagirone 135. 

— romani scop. a Concordia 354; a Brindisi 
300; con bolli di fabbrica a Torino 353. 

— di varia fattura nel sepolcreto cristiano di 
Classe 186. 

— (framm. di) scop. a Classe 185. 

— di età barbarica venuti in luce a Vinovo 
375. 

Vie romane : da Concordia alle Alpi Graie 
295; da Concordia ad Aquileia 354; da 
Paio (Borgo san Dalmazzo) ad Augusta 
Bagiennorum (Bene Vagienna) 364; da Ac- 
certa ad Asculum (Ausculum) 389. 

Villaggio siculo a Monte s. Mauro 373. 



Urèo sacro rappr. in statua dell' Iseo beneven- 
tano 120, 121. 



Zeuxis, nome di scultore greco in statua scop. 
a Roma sulla via Nomentana 226. 



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