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Full text of "Notizie degli scavi di antichità"

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ATTI 



DELLA 



R ACCADEMIA DEI LINCEI 



ANNO CCCXIII 



1916 



SEDR/IHl GàTTUsTT-A. 



NOTIZIE DEGLI SCAVI DI ANTICHITÀ 



VOLUME XIII. 




ROMA 



TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADKMIA DEI LINCEI 

PROPRIETÀ DEL DOTT. PIO BEFANI 

1916 



"PC 500^ 



NOTIZIE DEGLI SCAVI 



Anno 1916 — Fascicolo 1. 



Regione VI (UMBRIA). 

I. BETTONA — Tomba a camera, etrusco-romana. 

Bettona — antica Vettona — non figura che assai scarsamente nella lettera- 
tura archeologica. Un breve accenno ne fa, nel volume del 1884 di queste Notizie ('), 
il Gamurriui, ii quale insiste nel rilevare il carattere etrusco, non solo delle fortifica- 
zioni, ma anche del materiale archeologico sporadicamente rinvenuto nell'agro bet- 
tonese, e ora raccolto nel piccolo museo municipale ( ! ), e la particolare affinità con 
quello caratteristico di Perugia. E infatti, come mostreremo meglio in seguito, Bettona 
apparisce una piccola città essenzialmente etrusca. 

Nel menzionato scritto del Gamurrini si fa parola di una bella costruzione in 
blocchi di pietra arenaria locale, bene squadrati e ben commessi, che sorge in prossi- 
mità di un caseggiato rurale denominato Colle (e precisamente in un terreno di pro- 
prietà del sig. Giuseppe Mari, a ridosso del pendìo settentrionale della collina, sulla 
cui sommità si trovano gli avanzi dell'antica cinta murata con le mura medievali e 
l'odierno paesetto di Bettona), e si appoggia alla scarpata di una terrazza naturale 
sul fianco sinistro (per chi salisce) della strada provinciale. Il Gamurrini pensava, 
congetturalmente, a un tempio. Ma, in seguito alla sistematica esplorazione che, 
tra l'ottobre e il novembre del 1913, è stata compiuta dalla Direzione del Museo 
di Villa Giulia, si è potuto constatare trattarsi di un bel sepolcro con volta a botte, 
costruito appunto in blocchi di pietra arenaria di color grigiastro (figg. 1-5). L'edi- 
fizio è interamente formato di blocchi posticci. Anche la parete di fondo, che si 

(') Notizie '-/egli teavi, 1884, serie 3», voi. XIII, pp. 290 e seg. Cfr. G. Bianconi, Arte e 
Storia. XV, 1896, pp. 77 e seg. Ma si vegga particolarmente il voi. XI 2 del C. I. L., a pag. 742, 
ove sono menzionate le antiche fonti letterarie su Bettona. 

(*J Si tratta di una modesta collezione, molto svariata. Accanto al materiale etrusco, vi è pure 
qualche cosa di romano. 



BETTONA 



— 4 



REGIONE VI. 



appoggia al vivo della scarpata, ne è tutta rivestita. Ciò si deve al fatto che il 
terreno, privo di consistenza, non si prestava al taglio di camere sotterranee. 

Presentemente è assai difficile stabilire se la costruzione, una volta condotta a 
termine, sia stata interamente ricoperta di terra in modo da simulare un vero e proprio 
ipogeo, oppure se sia stata lasciata allo scoperto. Lo spessore dei muri laterali, di 




Fio. 1. 



gran lunga maggiore di quello del muro di fondo, e la loro finitezza anche all'esterno 
(per quanto ci è dato di giudicare dalle parti visibili) farebbero propendere per la 
seconda ipotesi; ma non tanto la presenza del dromos di accesso, analogo a quello 
consueto negli ipogei, quanto il maggior spessore dei muri laterali, che si spiega 
considerando che forse erano destinati a sostenere la pressione di una notevole quan- 
tità di terra di riporto (pressione che non poteva farsi sentire sulla parete di fondo 
appoggiata al taglio di un terreno già bene assodato), farebbe propendere per la prima 
ipotesi (*). Ma la cosa più probabile è che si abbia da pensare a un compromesso, che 
cioè l'edilizio si presentasse in parte sotterrato e in parte visibile. 



(*) Non è una novità il fatto di tombe intere o di facciate di tombe, anche accuratamente 



RKQIONB VI. 



— 5 — 



BBTTONA 



Quanto fosse lungo il dromos nel suo tratto anteriore, non è possibile di determi- 
nare. Il breve tratto che precede immediatamente la porta, largo m. 1,57, presenta 
un brusco dislivello rispetto al tratto anteriore, tanto che vi si discende per due 
gradini, larghi ciascuno m. 0,37; ed è ancora rivestito di blocchi di pietra. La sua 
lunghezza complessiva (gradini compresi) è di m. 2,35. La larghezza non si man- 




Fio. 2. 



tiene sempre eguale; infatti, in prossimità della porta, e cioè per una lunghezza di 
m. 0,66, le pareti si restringono formando dei risalti di m. 0,21 ciascuno, i quali, 
a guisa di sguinci, erano destinati a sorreggere una specie di architrave esterno a 
riparo delle imposte della porta, aprentisi precisamente verso l'esterno. Sul suolo, 
nel punto centrale di quest'ultima parte del dromos. si osserva un piccolo buco, che 
immette in una fogna con fossa di scarico, praticata sotto i lastroni della soglia e 



eseguite, che siano state di poi completamente ricoperte e nascoste. Si pensi al caso di sarcofagi 
scolpiti, completamente incassati entro fosse che appena li contengono. Quanto alle tombe, fuori 
dell'Etruria e dell'Italia, è notevole la tomba di Langaza presso Salonicco, che sotto più di un 
aspetto fa riscontro a quella di Bettona (Th. Macridy, Jahrbuch des Fnstitats, XXIX, pp. 193 e seg., 
tav. 2-6). 



BBTTONA 



6 — 



REGIONE VI. 



del pavimento del dromos stesso, allo scopo di smaltire l'acqua piovana che vi si rac- 
coglieva e che altrimenti non avrebbe trovato una via di deflusso. 

Il corpo principale della costruzione si presenta all'esterno come un massiccio 
quasi perfettamente quadrato, misurante, per ogni lato, circa 9 metri, con orientazione 
da S SE a N-NO ; dalla qual parte si trovano la porta e il dromos. AH' interno 
non ritorna la stessa forma. Il muro di fondo, come si è detto, ha uno spessore assai 




Fio. 3. 



più piccolo di quello dei muri laterali: soltanto di m. .60; ed è formato dalla sovrapposi- 
zione di semplici (ilari di blocchi. Dei muri laterali, quello più vicino alla strada 
misura in spessore m. 2,35, l'altro m. 2,45; e sono entrambi costruiti a sacco: 
blocchi di pietra ben squadrati all'esterno e sulle facce formanti le pareti interne 
della camera; informi rottami di pietra nel mezzo. I brevi tratti del muro della fronte, 
compresi fra le testate dei muri laterali e l' incontro dei muri del dromos, sono costi- 
tuiti di blocchi semplici come il muro di fondo. In questo modo ne risulta la forma 
rettangolare della camera: in. 7,86 di lunghezza, m. 4,25 di larghezza. La parete 
di fondo e quella dell'ingresso sono perfettamente verticali. Le pareti laterali sono 
egualmente verticali nella zona più bassa, ma tosto cominciano a incurvarsi con la 



REGIONE VI. 



— 7 — 



BKTTONA 



volta che, fatta di blocchi cuneiformi, descriveva un arco a pieno centro. Presente- 
mente la volta è quasi del tutto crollata, e i conci che la formavano non esistono 
più, perchè evidentemente utilizzati come materiale da costruzione. La porta d' in- 
gresso, che ha un'altezza di m. 1,80 e una larghezza di m. 0,89. è foggiata ad arco, 
pure a pieno centro come la volta della camera: ma evidentemente non si può par- 
lare di vero e proprio arco, imperocché è tagliato quasi per intero in un sol blocco 




Fio. 4. 



irregolare, posto come un architrave sui due stipiti, e avente una lunghezza di m. 1,58 
e un'altezza massima di m. 0,80. 

Il suolo della camera ha l'aspetto di una vasca profilata a quattro gradini, che, 
a guisa di banchi digradanti, corrono lungo le pareti laterali e quella di fondo 
Servivano per la deposizione delle urne cinerarie e della suppellettile funebre. Alla 
parete d' ingresso se ne appoggiano soltanto due, i più bassi, sopraelevandosi la linea 
degli altri due alla soglia della porta. In questo modo lo spazio centrale, il vero 
piano della camera, è molto ristretto: misura m. 5,65 in lunghezza e solo m. 0.86 
in larghezza, cioè qualche centimetro meno della larghezza della porta; e l'altezza 
della camera varia da m. 2,90 (dal piano del gradino più alto) a circa m. 3,95 (dal 
piano interno). E diciamo « circa ■ in quanto che questo piano interno non è perfetta- 
mente orizzontale, ma leggermente inclinato verso l'ingresso; e ciò per dare agio 



BETTONA 



— 8 — 



REGIONE Vi. 



all'acqua, che eventualmente si fosse infiltrata nella camera, di scorrere tutta verso 
quella parte. A pie' del gradino è praticato un foro di deflusso che, per un apposito 
canaletto, comunica con la su menzionata fogna sotto la soglia. Assai varia è poi 
l'ampiezza dei gradini e non distribuita con rigorosa simmetria ( 1 ). La chiusura della 







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-HETTONA— 

FRAZIONE COU-E. 

IPOGEO 
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Fio. 5. 



porta era formata da due imposte battentate, collocate, come abbiamo già accennato, 

(') Il più basso: m. 0,31 al lato dell'ingresso e m. 0,34 al lato opposto, m. 0,41 ai fianchi; 
il successivo (al livello della soglia) rispettivamente: m. 0,30 e m. 0,87, m. 0,41 •/• (dalla parte 
della strada) e m. 0,42; il terzo: m. 0,43 alla parete di fondo, ai fianchi, rispettivamente, m. 41 '/• 
(dalla parte della strada) e m. 0,43; il più alto, rispettivamente, m. 0,43, m. 0,41 '/i e m. 0,47. 



RRGIONK VI. 



— 9 — 



6ETT0NÀ 



all'esterno, fra i due risalti del dromos, e protette superiormente da quella specie 
di architrave poggiante sopra i risalti suddetti. Le imposte erano di travertino (se 
ne conservano due grossi pezzi, appartenenti rispettivamente a ciascuna di esse) e 
giravano su bilici di bronzo. Di questi bilici, uno si conserva al completo, l'altro 
in parte (tìg. 6. Nella figura V imposta è capovolta). 



È probabile che, quando eia intatta, la tomba di Bettona fosse molto ricca di 
suppellettile, in ispecie di oggetti preziosi. Le condizioni in cui furono trovati così 




Fig. 6. 



il monumento (con la vòlta crollata e dispersi i cunei cho la formavano) come il 
materiale che ancora vi si conteneva, dimostrano che la recente esplorazione è avve- 
nuta quando la tomba era già stata violata e manomessa. Ove perciò si consideri 
che gli oggetti di valore che ancora vi si trovavano — particolarmente notevoli quelli 
in oro — con ogni probabilità non rappresentano che un modesto rimasuglio sfuggito al- 
l'attenzione dei primi esploratori, è lecito di supporre che la parte trafugata fosse effet- 
tivamente ragguardevole, probabilmente assai più ragguardevole di quella rimasta sul 
posto. 11 materiale che si è potuto ricuperare è vario: urne cinerarie, anzi tutto, in 
pietra di Assisi e in pietra locale, di cui tre (propriamente tre coperchi) con iscri- 
zioni; e poi avanzi di oggetti di uso, in ferro, in bronzo, in piombo, in osso, in vetro; 
Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 2 



BETTONA 



- 10 — 



REGIONE VI. 



oggetti di ornamento e ohticerie; poche monete di bronzo; due epigrafi isolate (una 
punteggiata, in lamina di bronzo; l'altra incisa in una lastra di pietra di Assisi). Di 
alcuni pochi frammenti fìttili, ordinarissimi (pezzi di tegole, frammenti di rozzi vasi 
romani, qualcuno di ceramica etrusco-campana a vernice nera, rinvenuti non entro la 
camera, ma nello sterro del dromos), non è il caso di tener conto. 

L'arte delle urne cinerarie non è punto corrispondente alla bellezza della tomba (non 
sappiamo se altre più belle siano state trafugate): alcune sono ornate di sculture; 
altre semplici, senza alcun ornamento Presentemente sono tutte scomposte e fram- 
mentate; così che abbiamo da fare con dei pezzi sporadici : urne senza coperchi (tal- 




Fio 7. 



volta ridotte al solo fondo, di grande spessore) e coperchi e frammenti di coperchi 
senza le urne. E, oltre che frammentate, sono straordinariamente logore. Ci limitiamo 
a menzionare gli esempì meno trascurabili. 

1. Urna frammentata, con rappresentazione di un cavaliere di profilo a sinistra. 
Arte rozza. Lungh. m. 0,82 (fig. 7). 

2. Urna frammentata, con nascimento floreale sulla fronte. Lungh. m. 0,55. 

3. Urna frammentata, molto logora, con un grande fiore sulla fronte, fiancheggiato 
da due anfore. Lungh. m. 0,82. 

4. Coperchio di urna, logoro. Figura maschile recumbente a sinistra con patera 
nella destra. Attrezzi vari di difficile identificazione, sul piano del letto, dietro la 
figura. Arte molto rozza. Lungh. m. 0,52 (fig. 8). 



REGIONE VI. 



11 



BETTONA 



5. Coperchio di urna, logoro. Figura panneggiata, semisdraiata a sinistra. Sul 
margino frontale, iscrizione latina, corrosa e di non chiara lettura; la più attendibile 




Fio 8. 





Fra. 9. 
sembra la seguente : 

PERENNA OF-FL AMI Nl[a]o[>a] 
Lungh. m. 0,54 (tig. 9). 

6. Coperchio di urna logoro. Figura recumbente con le gambe piegate alle gi- 
nocchia, la testa appoggiata alla mano sinistra (che vi è rimasta attaccata, mentre 
il braccio è scomparso), e una patera nella destra. Lungh. m. 0.59. 



HKTTONA 



— 12 — 



REGIONE VI. 



7. Coperchio di urna, logoro. Figura acefala, nell'atteggiamento della precedente; 
patera nella mano destra. Sul margine frontale, iscrizione illeggibile. Lungh. in. 0,47. 

8. Coperchio di urna logoro. Figura acefala recumbente, con patera nella destra. 
Lungh. ni. 0,55. 




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Fio. 10. 



9. Testa maschile pertinente a coperchio di urna. È molto logora; ma lascia 
supporre che l'urna, della quale faceva parte, fosse di fattura un po' meno dozzinale! 
delle altre. Alt. m. 0,15. 




Fio. 11. 



10. Coperchio di urna a doppio spiovente, con testa gorgonica fra due fiori sul 
frontoncino. Lungh. m. 0,55 (tìg. 10). 

11. Parte anteriore di coperchio di urna, a doppio spiovente, con testa umana, 
di prospetto, fra due ramoscelli fioriti. Lungh. m. 0,47 (tìg. 11). 

12. Coperchio di urna a doppio spiovente, con testa umana di prospetto, fra due 
ornati a duplice voluta. Lungh. iu. 0,55 (tìg. 12). 



REGIONE VI. 



— 13 — 



BETTONA 



13. Coperchio di urna a doppio spiovente, con il frontone a foggia di due pelte 
disposte a puntoni, con le centinature sporgenti e due volute agli angoli esterni for- 
manti acroterii Figura a forma di cuspide di lancia nel mezzo del timpano. Sull'orlo 
frontale inferiore, la seguente iscrizione etnisca: V<Mq3:3oMfìl'1v' < l\0. Lungh. 
m. 0,61 (fig. 13). 




Fig. 12. 



14. Coperchio di urna a doppio spiovente con due pelte. simili alle precedenti 
sul frontone, ma completamente comprese 'entro le linee del frontone medesimo. 
Lungh. m. 0,59. 







Fio. 13. 



15. Coperchio quasi simile al precedente. Lungh. m. 0,61. 

Non è il caso di far menzione particolare delle urne e dei frammenti senza or- 
nati, assolutamente insignificanti. Una sola di queste urne forse vale la pena di ri- 
cordare, per la sua forma singolare, avendo una lunghezza di m. 0,59, una altezza 
di m. 0,38 e una larghezza di m. 0,18 soltanto. 

Le urne scolpite trovano le loro analogie in quelle note e caratteristiche prove- 
nienti dai dintorni di Perugia ('); e questo fatto è una nuova conferma all'osserva- 

(') Su quelle a composizioni figurate a rilievo avremo occasione di tornare in seguito; per i 
coperchi con duo pelte contrapposte nei frontoncini, cfr. (i. Conestabile, Monumenti di Perugia, 
tav. XVIJ, 1 ; XIX, 1 ; LXV1, 2. 



BETTONA 



14 



REGIONE VI. 



zione, già fatta dal Gamurrini, circa l'affinità di carattere dei monumenti bettonesi 
con quelli di quell'importante centro etrusco. 

Gli oggetti di uso sono ridotti in condizioni assai più che miserevoli. Dei rot- 
tami di ferro, fortemente ossidati e logori, alcuni sembra facessero parte di un uni- 
bone; tra gli altri si riconosce qualche avanzo di grosso chiodo e qualche grappa. 
Per la maggior parte sono irriconoscibili. Tra gli oggetti di bronzo si riscontra un paio 
di specchi, affatto lisci e ridotti in frantumi; un paio di piattelli, di cui uno forse 
non era che una piccola patella, con manico frantumato; pochi frammenti di un le- 
bete; una cerniera probabilmente di scrigno; un anello a nastro; una targhetta sago- 
mata, molto robusta; frammenti di vasellino in lamina sottile; due piccole anse ad 
arco, sfaccettate; due frammenti di armilla a corda; una piccola piastra rettango- 
lare, liscia, frammentata ; alcuni chiodi, di cui due lunghissimi (di oltre m. 0,25). 





Fio. 14. 



Pio. 15. 



Irriconoscibili gli avanzi di piombo ; di osso non si nota che un ago crinale, deco- 
rato di incisioni, frammentato, e il frammento di un altro. Di una bella coppa di 
vetro verdognolo, orlata di un fregio a scorniciature e a dentellature praticate all'in- 
terno, con vari frammenti si è potuta ricomporre una parte notevole; misura mm. 172 
di diametro e mm. 95 di altezza. 

In genere, meglio conservati ed anche più importanti sono gli oggetti di orna- 
mento e di oreficeria. 

1. Braccialetto di pasta vitrea, di color ambra molto scura. La superficie è for- 
mata da tre bastoncelli toriformi (il mediano assai più grande degli altri due) ad- 
dossati a un nastro. Su ciascuno dei suddetti tori è sovrapposta una decorazione in 
rilievo a zig-zag, ora in parte distaccata, gialla nel mediano, bianca nei due laterali. 
Diam. mm. 107 ; largii, mm. 33. Rotto e ricomposto con qualche lacuna e qualche 
scheggiatura (fig. 14). 

2. Braccialetto di pasta vitrea, molto trasparente; color leggermente verdognolo, 
con lumeggiature sovrapposte giallognole applicate dalla parte interna. Esternamente 
presenta tre listelli toriformi, aggettanti da una fascetta; quello di mezzo, più grande, 
suddiviso con incavi obliqui che danno ai singoli segmenti l'aspetto di altrettante 
losanghe Diam. mm. 85; largh. mm. 24 (fig. 15). 



REGIONE VI. 



15 



BETTONA 



3. Un paio di orecchini con teste di moro in ambra (fig. 16, 16 a) chiuse in 
un'armatura che si compone dei seguenti elementi : Una specie di cuffia d'oro fog- 
giata nella tecnica a granulazione irregolare che si accosta al pulviscolo ('), orlata di 
filettatura a corda, riveste quasi tutta la testa con la nuca, formando dei lobi che 
discendono sulla fronte, sulle tempie e, girando attorno agli orecchi, si stendono fin 
sulle guance. Sull'alto della testa poggia come un berrettino a foggia di basso cono 
tronco, con margini superiore e inferiore orlati di filo a corda, suddiviso, per mezzo 
di filettature consimili, in tre scomparti rivestiti di smalto azzurro. In uno degli 
orecchini questo berrettino è ben conservato; nell'altro, gran parte dello smalto con i 
listelli divisori è scomparsa. Sulla sommità del berrettino è attaccato un anelletto, al 
quale si aggancia la borchietta quasi sferica del grosso uncino a tortiglione, che nel 





Fio. 16. 



Fig. 16 a. 



contempo forma il gambo di una coppetta, ornata di baccellature a filigrana, nella 
quale è inserito il collo del moro. Ma all'orlo liscio della coppetta si attacca una 
particolare sporgenza orlata di sottile filo a pallottoline o piuttosto filettatura a 
segmenti, che dalla parte anteriore, sotto il mento, si sviluppa a labbro di brocca. 
L'ambra delle teste nei due orecchini non è uguale: in uno è piuttosto rossiccia, 
nell'altro brunastra. Altezza mm. 22 (circa). 

4. Un paio di orecchini consistenti in un mezzo disco a zone concentriche (fig. 17), 
con il taglio in alto e formato da un castone di pietra rossa (granato), nel mezzo, trat- 
tenuto da foglioline ripiegate e circondato, lungo l'orlo arcuato, successivamente dal- 
l' interno all'esterno: da un filo liscio, da una treccia a filigrana, da una coppia di 
fili lisci, da una grossa filettatura a segmenti e, infine, da una frangia a triangoletti 
granulati. Sul margine superiore del mezzo disco è attaccato un dischetto minore 
contenente un'altra pietra, ora mancante, fiancheggiata da due volute, che sono for- 
mate da un filettino liscio fiancheggiato da due cordoncini granulati. Quello della 
parte superiore gira sopra un dischetto. Al margine inferiore del mezzo disco è 
sospesa un'anforetta dai manichi a volute, formati da sottili fascettine. È adorna, 



(') Sulla tecnica del pulviscolo veggasi particolarmente G. Karo, Studi k Materiali di Ar- 
cheologia e Numismatica, I, pag. 277 e segg. 



BKTTONA 



— 16 



REGIONE VI. 



alla spalla, all'orlo della bocca, al fusto del piede, di cordoncini granulati; sulla 
pancia, di due filari di fiorellini pure granulati ; un altro fiorellino simile si trova 
sul collo (in uno degli orecchini ora manca) ; un altro grappoletto di granuli, 
di Torma triangolare, è applicato sul corpo dell'anfora, presso l'attaccatura del 
piede (nello stesso orecchino, di cui sopra, manca). Le anforette hanno la base del 
piede quadrangolare. In ciascun orecchino l'anforetta è fiancheggiata da due paia 
di catenelle, sospese anch'esse al margine del mezzo disco. Le due interne sono a treccia 
e portano ai capi, in un orecchino, grappoletti di globuli, nell'altro cilindretti segmen- 





Fig. 17. 



Fio. 18. 



tati, a cui fa sèguito una serie di quattro globuli di grandezza decrescente dal- 
l'alto in basso. Le catenelle esterne sono di diversa foggia e consistono in una serie 
di cilindretti con gola, riuniti per mezzo di doppi tilettini passanti attraverso i cilin- 
dretti e concatenantisi tra di loro. Ai capi terminano con dei fiocchetti. Nell'orecchino 
coi grappoletti la catenella di destra manca. Alt. inni, 36 (circa, senza gli anelli da 
infilarsi negli orecchi). 

5. Orecchino scompagnato, consistente in un disco a margine convesso, al quale 
è attaccato un pendaglietto in pasta opaca legato in oro (fig. 18). Il disco ha in mezzo 
un fiore a sette petali, chiuso entro un cerchietto a cordoncino segmentato; i petali 
sono formati di piccole laminette d'oro orlate di filigrana. Il granello di pasta opaca 
del pendaglio ha forma quasi conica, con la base in alto, ed è incastonato da questa parte 
in una specie di concolina che all'orlo è ornata di triangoletti granulati e, dalla parte 



REGIONE VI. 



17 



BETTONA 



opposta, di una corona costituita da un cordoncino segmentato a cui si sovrappone 
una serie di minuscoli merli formati da due globnletti sovrapposti, di diversa gran- 
dezza. La punta del cono è inserita in un linimento a due coppette baccellate contrap- 
poste, orlate di filigrana, con il picciuolo di congiunzione stretto da un anelletto a 
duplice cordoncino segmentato. Alt. mm. 38. 

6. Orecchino scompagnato, consistente in un globetto di pietra calcare chiuso 
fra due concoline baccellate, in filigrana: quella di sopra sormontata da una pietra 
rossa (granato) a foglia di edera con la punta in alto, legata in una fascetta di oro 
che ne segue la linea ed è ornata esternamente da un cordoncino granulato; quella 
inferiore seguita da un linimento, costituito da un cordone a segmento fra due filet- 






to. 20. 



Fio. 19. 



Fig. 21. 



tini lisci e, successivamente, da tre globuli decrescenti, dei quali l'ultimo appena 
percettibile. Alt. mm. 30 (fig. 19). 

7. Parte superiore di orecchino, consistente in un globetto di pasta vitrea chiuso 
fra due concoline orlate di sottilissimi cordoncini segmentati : alla superiore è sovrap- 
posto una specie di cuscinetto d'oro a forma di mezzaluna, chiuso in fascetta che ha 
il margine anter.ore dentato. Alla concolina opposta se ne attacca dal dorso un'altra, 
più piccola baccellata, che copre l'anelletto a cui si agganciava la parte inferiore 
dell'orecchino. Alt. mm. 22. 

8. Orecchino scompagnato a testa di toro, formata da laminetta battuta. Le 
corna sono ammaccate. Lungh mm. 19 (fig. 20). 

9. Due paia di orecchini consistenti in semplici fili di oro agganciati. Diam., 
rispettivamente, mm. 12 (circa) e mm. 10 (circa). 

10. Orecchino scompagnato, dello stesso tipo, assai più piccolo. Diam. mm. 8. 

11. Frammento, forse di pendaglio. La parte che rimane comprende due anfore 
la cui pancia è formata da un granello di pasta vitrea (uno è mancante), e che sono 
impostate, luna a fianco dell'altra, sopra una basetta rettangolare. Alt. mm. 18 (fig. 21). 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 3 



BETTONA 



18 — 



REGIONE Vi. 



12. Anello d'oro, con piccolo cammeo, rappresentante una testa virile, imberbe, 
coronata di alloro, di profilo a sinistra (fig. 22). La testa ricavata, come di consueto, 
dallo strato bianco, sul fondo bruno dello strato inferiore, è abbastanza linamente 
lavorata. Per altro, qualche particolare non è ben reso, come la bocca. Alla corona 
di alloro, ricavata dallo strato superiore giallognolo, è legato un nastro svolazzante 
dietro la nuca. Alt. mm. 23 (dell'anello) e mm. 16 (del cammeo). 






Fio. 23. 



Fio. 22. 



Fio. 23 a 



13. Grosso anello di oro, con castone di corniola a superficie convessa, avente 
incisa una figura di caprone di profilo a sinistra. Alt. dell'anello, mm. 26; diam. 
maggiore della corniola, mm. 16 (fig. 23, 23 a). 






Fio. 24. 



Fio. 26. 



Fio. 25. 



14. Anello d'oro con castone di ametista a superficie convessa, semplice. Alt. del 
l'anello mm. 22; e lungh. del castone mm. 14. 

15. Anello d'oro, mancante di castone. Alt. mm. 25 (fig. 24). 

16. Altro anello d'oro, più piccolo, pure mancante di castone. Alt. mm. 20. 
(fig. 25). 

17. Piccolo anello d'oro, adorno di due protuberanze a forma di otto. Alt. 
mm. 27 (fig. 26). 

18. Piccolo anello d'oro che al posto del castone presenta un leggiero rigonfia- 
mento. Alt. mm. 15. 



REGIONE VI. 



— 19 — 



BKTTONA 



19. Anello di ferro, frammentato, con castone di pasta vitrea, verdognola, di 
forma ovale e superficie convessa, sulla quale è incisa la figura di un insetto di pro- 
filo con le ali sollevate. Lungh. mm. 18; diam. maggiore della pasta vitrea mm. 11 
(fig. 27). 

20. Castone di anello in sardonice, di forma irregolarmente ovale. Vi è incisa, 
di profilo a sinistra, la figura di un giovane ignudo, piegato in avanti. Alt. mm. 10. 
(fig- 28). 

21. Castone di anello, in corniola, di forma ovale, a superficie piatta, con incisa, 
di prospetto, una mosca. Diam. maggiore mm. 11 (fig. 29). 




* 




Fig. 28 



Fio. 27. 



Fig. 29. 



22. Ferma-anelli a meandro, d'oro. Diam. mm. 19. 

23. Placehetta circolare di oro, con stella sbalzata a otto raggi e disco nel mezzo. 
Diam. mm. 15 (fig. 30). 




Fio. 30. 





Fio. 32. 



24. Fogliolina d'oro a cinque lobi con nervature a puntini sbalzati. Lungh. 
mm. 14 (fig. 31). 

25. Altra simile, con gambo. Lungh. mm. 23. 

26. Filo d'oro ripiegato e contorto. Lungh. mm. 38. 

27. Piccolo amuleto d'oro, contenente la rappresentanza degli organi genitali, 
legato a un anelletto a fascia. Alt. mm. 11 (fig. 32). 

Non teniamo conto di pochi altri frammentini insignificanti. 

Delie monete — in tutto dodici e tutte di bronzo — una, assai piccola, è asso- 
lutamente irriconoscibile; le altre sono più o meno logore. Solo un sestante campano, di 
Calatia, si lascia identificare; per le rimanenti, tutte romane della Repubblica, dato 
io stato di corrosione, altro non rimane che di valersi del peso per determinarne 



BBTTONA — 20 — REGIONE VI. 

approssimativamente la data. Eccone l'elenco complessivo, toltone il menzionato esem- 
plare irriconoscibile: 

1. Sestante di Calatia. \S Testa di Zeus a destra; dietro, due stellette. 1) Selene 
su biga a destra e leggenda: ITAJA» . Ann. 250 211 av. Cr. ('). 

2. Oncia semilibrale, di gr. 23,60. Anni di coniaz. 280-268 av. Cr. 

3. Asse della riduzione sestantaria, di gr. 31 80. Ann. 268-217 av. Cr. 

4. Quadrante della riduzione sestantaria, di gr. 8,80. Ann. 2<)8-217 av. Cr. 

5. Asse della riduzione onciale, di gr. 28,70. Ann. 217-150 av. Cr. 

6. Asse id., di gr. 21,80. Ann. 217-150 av. Cr. 

7. Asse id.. di gr. 21,10. » » » 

8. Asse id., di gr. 19,80. » » » 

9. Asse id.. di gr. 17,40. » « • 

10. Asse id., di gr. 15,90. » » » 

11. Quadrante id., di gr. 8,70. Ann. 217-150 av. C. 

Finalmente vanno ricordate le due iscrizioni, oltre a quelle sui coperchi delle 
urne. Una è, come si è detto, a lettere punteggiate in lamina di bronzo, molto fram- 
mentata, a contorno informe, avente una lunghezza massima di min. 250 e una ai- 
altezza massima di mm. 140 (tig. 33). Vi si legge ancora: 



Fio. 33. 

volsius'. P.'f.'X \vian.\. 

L'altra è incisa su di una lastra rettangolare, anzi leggermente trapezoidale, di 
pietra di Assisi, misurante rispettivamente mm. 380 e 360 X mm. 250 ; e dice 

SEX- VALERIVS SEX-- 

F- CLV- PROCVLVS 

PR- ETRVRIAE 

VI- VIR 

* 

La tomba di Bettona è di un tipo non molto comune in Etruria; ma sono assai 
noti i pochi esempì analoghi, che si riferiscono a epoche diverse: la così detta tomba, 
{') Cfr, Head, ffistoria numorum, Oxford, 1911, pag. SI. 



REGIONE VI. — 21 — BETTONA 

o tonella, o grotta di Pitagora a Cortona (') ; il così detto « deposito del gran duca ■ 
presso Chiusi (*) ; il così detto « Tempio di S. Manno » presso Perugia ( 3 ). Carat- 
teristica tutta propria della nostra è la molteplicità dei banchi disposti lungo le pa- 
reti per la deposizione delle urne, mentre si riscontra un unico banco nella menzio- 
nata tomba del granduca a Chiusi. Ma lo stesso sistema si ritrova in tombe a 
camera etnische tagliate nella roccia; si pensi alla tomba tarquiniense del Tifone ( 4 ). 
Naturalmente, come sempre avviene ogni qualvolta ci si ritrova davanti a una 
costruzione etnisca o romana ad arco incuneato, non può non riaffacciarsi anche in questo 
caso la vecchia questione circa l'origine di questo genere di costruzione presso gli 
Etruschi. Ma qui non possiamo che limitarci a brevi osservazioni. È fuori di dubbio 
che entro i confluì della stessa Btruria troviamo esempi delle varie fasi di sviluppo 
della volta: della fase embrionale, della fase intermedia e della fase evoluta. La 
tomba di Cortona, sia pure alla sola apparenza, rappresenta già una forma abbastanza 
progredita. Si sa bene come la forma embrionale si debba riconoscere in monumenti 
più antichi: per esempio, nella porta della tomba Campana a Veio ( 5 ); in due tombe 
presso Orvieto ( 8 ). Per quanto anche in queste opere predomini il sistema che i Fran- 
cesi chiamano à encorbellement, il blocco superiore centrale, che chiude l'arco e si 
incastra fra i due contigui laterali, costituisce una vera chiave di volta. Ora qui sta 
il primo nòcciolo della questione. La forma embrionale è nata spontaneamente in 
Etruria, o è stata importata dal di fuori? Non si può escludere che, anche in questa 
forma embrionale, gli Etruschi l'abbiano importata dall'Oriente, al pari di tante altre 
forme artistiche. Ma bisogna distinguere fra Oriente e Oriente. Quando a Veio e a 
Orvieto si costruivano le tombe di cui abbiamo fatto parola, già da parecchio tempo in 
Oriente — in Egitto ( 7 ) e soprattutto nelle regioni mesopotamiche (*) — , la volta aveva 
raggiunto un alto grado di perfezione. Ora ci sembra assai difficile ammettere che nelle 

(') Ag. Castellani, Bull, dell' Instituto, 1834, pag. 197 e seg. ; W. Abeken, Ann. dell' Intt., 
1841, pag. 39 e segg. ; Dennis, Cities and cemeteries of Etruria, IP 1883, pag. 406 e segg. ; 
Martha, L'Art étrusqufi, pag. 149; J. Durm, Die Baukunst der Etrusker etc, (2 a ed.), pag. 51, 
fig. 50. Questa della tomba di Pitagora non è, come è noto, una vera volta, in quanto che i cunei, 
oltre che sostenersi l'un l'altro, riposano c«n una estremità su di un blocco tagliato a semicerchio. 
Una vera vòlta trovasi nolla tomba esistente presso il palazzo Cecchetti, pure a Cortona (Dennis, 
op. cit., pag. 400 ; Martha, op, cit , pag. 149). 

(*) Dennis, op. cit., IP, pag. 338 e seg. ; Durm, Bauk. der Etr., pag 51 e fig. 52 a pag. 32. 
Un'altra tomba, pure di Chiusi, che, pure essendo di diversa forma e struttura, offre un identico 
esempio, è quella del Colle Casuccini (Dennis, op. cit., pag. 321 e segg.). 

(*) Conestabile, Monum. di Perugia, tav. XXX ; Dennis, op. cit., II 3 , pag. 450 e seg. ; Durm, 
Bauk. der Etr., pag. 51 e seg., fig. 52 a pag. 53. 

( 4 ) Mon. dell' Inst., II, tav. 3-5; Ann. d. Tnst., 1834, pag. 153 e segg.; Dennis, op. cit., I*, 
pag. 327 e segg. 

(*) Canina, Etruria marittima, I, tav. XXXV, 2 ; Dennis, op. cit., I", pag. 33 e segg. ; Martha, 
L'Art étrmque, pag. 147, fig. 118; Daremberg-Saglio, Dictionnaire des Antiquité* grecques et ro- 
maines, II, 2, fig. 3219. 

(•) Durm, Bauk. der Etr., fig. 49 e fig. 53. 

(') Perrot-Chipiez, Hittoire de l'Art dans l'antiquité, I, pag. 530 e segg. 

( 8 ) Perrot- Jhipiez, Hut. ds l'Art, II, pag. 143 e segg,, p.ig. 103 e segg., pag. 231 e segg, 



BKTTONA — 22 REGIONE VI 

costruzioni dell'Egitto e delle regioDi mesopotamiche si debbano riconoscere i proto- 
tipi della primitiva volta etnisca. Se gli Etruschi avessero conosciuto modelli di quel 
genere, li avrebbero imitati assai meglio. Si pensi al caso delle tombe a camera fatte 
a imitazione di quelle dell'Asia Minore, e si avrà un'idea approssimativa di ciò che 
gli Etruschi avrebbero saputo fare quando avessero disposto di modelli di volte 
come quelle delle suddette regioni dell'Oriente. 

Ma è appunto una regione dello stesso Oriente che, in fatto di volte e di archi, 
offre esempi di costruzioni analoghe alle primitive volte dell' Etruria: la già menzionata 
Asia Minore. Nel paese degli Ktei una porta della supposta città di Pterion è 
somigliantissima alla porta della tomba Campana (')• Considerato, dunque, che l'Asia 
Minore è la regione dell'Oriente con la quale V Etruria si è trovata in rapporti diretti 
(il caso delle tombe a camera tagliate nella roccia è, notoriamente, decisivo come 
conferma di questi rapporti), è possibile che anche la forma embrionale dell'arco sia 
stata importata in Etruria dall'Asia Minore. D altro canto è pure ammissibile — e 
infatti qualcuno l'ammette (*) — che il sistema della volta abbia potuto nascere 
indipendentemente presso popoli diversi. E, dato l'aspetto assolutamente primitivo della 
tomba di Orvieto e della tomba Campana, non c'è ragione di negare questa possibilità 
anche per 1' Etruria. Comunque l'abbiamo detto, si tratta di una forma puramente 
embrionale, con la quale si connette la questione delle origini prime del sistema. Altra 
cosa è lo sviluppo successivo dell'arco e della volta in Etruria e in Italia, in genere; 
sviluppo che ha assunto poi, nell'architettura romana specialmente, quelle propor- 
zioni che tutti sanno. Ma anche qui ci si ripresenta la domanda analoga: se, cioè, 
l'arco e la volta abbiano avuto sviluppo in Etruria indipendentemente da qualsiasi 
influenza esterna o sotto l'influenza di modelli esotici. Ed è necessario di proporsi una 
seconda volta la questione, perchè, evidentemente, l'esistenza in embrione di un de- 
terminato tipo di costruzione da per sé non esclude che lo sviluppo successivo av- 
venga per un ulteriore intervento di modelli dello stesso tipo, coesistente altrove in 
una fase molto più progredita. Anzi, in questo caso, si può dire che l' influenza esterna, 
quale coefficiente di sviluppo, ha molto maggior valore che non la preesistenza stessa del 
prototipo (non importa se originario o importato) nel luogo stesso ove il fenomeno 
si compie. Ciò stabilito, se fossimo sicuri che gli Etruschi, anche dopo aver co- 
minciato a costruire archi sul tipo, ad esempio, di quello della tomba Campana, siano 
venuti a conoscenza di costruzioni analoghe di altri paesi, ma giunte a un consi- 
derevole grado di perfezione tecnica, non esiteremmo a riconoscere come decisivo 
l'effetto della inevitabile influenza di tali costruzioni. Ma, tino a prova contraria, cre- 
diamo che di simili influenze non ci sia motivo di parlare. Abbiamo già ricordato 
come i centri principali, ove, sin da tempi antichissimi, la volta ha raggiunto il 
suo massimo grado di sviluppo, siano l'Egitto e la Mesopotamia. Ora nulla prova che 
l'architettura etnisca, nel tempo a cui ci riferiamo, abbia avuto rapporto con quelle 

(') Texier, Detcription de VAsie Mineure, taf. XXXI. Cfr. Daremberg-Saglio, Dict. d. Ant. 
gr. et rom., II, 2, pag. 1257, fìg. 3208. 

(*) Durra, Bauk. der Griechen, (3» ed.), 1910, pag. 212 e seg. 



Regione Vi. — 23 — bettona 



architetture/Come l' influenza dell'Egitto e della Mesopotamia non si è fatta sentire nel 
periodo delle origini (per il quale si può ammettere solo quella delle forme dell'Asia 
Minore), così non sembra si sia fatta sentire durante le successive fasi di sviluppo. 

Non c'è dubbio ^che, nel campo dell'arte edilizia, certi tipi antichissimi di 
costruzioni, in uso presso gli Egizi, i Caldei, gli Assiri, con l'andar del tempo sian 
penetrati anche in Italia ; ma — cosa, questa, che ci proponiamo di mettere mèglio 
in evidenza in un altro lavoro presentemente in preparazione ( l ) — il tatto è avve- 
nuto molto tardi, non prima dell'età ellenistica, quando, cioè, la costruzione della 
volta incuneata in Etruria era già sviluppatissima e, quel che più importa, è avvenuto 
per il tramite della Grecia, ove, d'altro canto, la penetrazione dì tale indirizzo 
artistico era cominciata a manifestarsi assai prima, per cui assai prima esso aveva 
raggiunto un alto grado di sviluppo. Quando invece si pensi alla scarsissima dif- 
fusione che la volta a cunei ha avuto nell'Asia Minore stessa e pòi nella Grecia 
propria — i modesti esempi di Cnido e dell' Acarnania sono dei fatti sporadici (*) —*, 
ci riesce assai difficile ammettere che la Grecia abbia servito da tramite fra l'Egitto 
eie regioni mesopotamiebe, da una parte, e l' Etruria dall'altra, per l' importàzìoìre 
del sistema costruttivo in questione. In caso diverso, nella stessa Grecia dovremmo 
riscontrare assai più abbondanti tracce di costruzioni a vòlte incuneate. Più frequenti 
esempì sembra che offra la Macedonia ( 3 ) ; ma, anzi tutto, non sappiamo quali rap- 
porti diretti abbiano potuto esistere fra la Macedonia e 1' Etruria ; in secondo luògo 
c'è da osservare che le tombe della Macedonia difficilmente possono ritenersi anteriori 
a certe costruzioni a volta dell' Italia, delle quali dobbiamo ricordarci a proposito 
delle tombe etrusche su menzionate ( 4 ). 

Tutto ciò considerato, incliniamo a credere — sempre fino a prova contraria — 
che lo sviluppo della volta incuneata e dell'arco in Italia sia dovuto, per la sua 
massima parte, agli Etruschi stessi, ai quali dunque spetterebbe effettivamente il 
merito di aver creato, indipendentemente da quanto si era fatto in precedenza da 
popoli più antichi, un sistema di costruzione che è divenuto poi una delle princi- 
pali caratteristiche e uno dei maggiori vanti dell'architettura romana ( 5 ). 

. 

'(■) Si intitolerà : L'Architettura ippodamea. Contributo alla storia dell'edilizia nell'antichità. 
Contiamo di pubblicarla nelle Memorie della R. Accademia dei Lincei. 

(>) Per Cnido: Durm, Baukunst der Qriechen (8» ed.), fig. 198 a pag. 215; cfr. pag. 242. 
Qualche altro esempio sembra si trovi a Pterion (Texier, Descr. de VAsie Mmeure, tav. XXXI ; 
cfr. Daremberg-Saglio, II, 2, pag. 1257). Per l'Acarnania, Heuzey, Le mont Olympe et VAcarnanie, 
Paris, 1860, tav. XV. 

(*) Oltre alla menzionata tomba di Langaza (Jahrb. d. Intt. XXIX, pag. 198 e segg.), cfr. 
Heuzey-Daumet, Miuion de Macédoine, pp. 226, 246. 252 ; tav. XV, XVIII, XX. 

(*) Per esempio: il Career sopra il Tullianum e la Cloaca Massima a Roma; le note porte 
di Palerii Novi e di Volterra. 

■ (•*) Non hanno potuto avere influenza, dal semplice punto di vista formale, le costruzioni a 
volta d'ette à encorbèlltment, avendo queste una sezione a ogiva e non a pieno centro. 

- - ■•■••-. 1 



BETTONA — 24 — REGIONE VI. 



» ♦ 

Non è agevole poter stabilire con precisione la cronologia delle nostre tombe 
a volta, compresa quella di S Manno, non ostante la presenza dell' iscrizione che pro- 
babilmente è contemporanea al monumento. In genere, quindi, dobbiamo acconten- 
tarci di una cronologia approssimativa. Che luce potrà recarci, in proposito, la sup- 
pellettile? 

Diciamo subito che, a riguardo della cronologia, la più importante parte della 
detta suppellettile è costituita dalle urne, per quanto di modestissimo valore arti- 
stico. Ma delle urne ci riserbiamo di parlare per ultimo; intanto vediamo quale con- 
tributo di dati cronologici ci apportino le monete e le iscrizioni, da un lato, e il 
rimanente della suppellettile funeraria, in ispecie le gioiellerie, dall'altro. 

A prima giunta, forse potrebbe sembrare che il più sicuro elemento di datazione 
fosse da riconoscersi nelle monete, che sono databili e che vanno, come abbiamo 
visto, dal secondo ventennio del terzo secolo av. Cr. alla metà del secondo secolo. 
Ma quando si tenga conto che gli anni indicati sono quelli della coniazione e che 
le menzionate monete hanno avuto corso per moltissimo tempo dopo, se ne desume 
che, considerate di per sé, per la cronologia hanno un valore molto relativo. Una 
sola osservazione può farsi intanto, e si fonda sullo stato di conservazione: lo straor- 
dinario logoramento forse lascia comprendere quanto lungo sia stato l'uso di queste 
monete prima che fossero depositate nella tomba. Ma, in tal caso, c'è da obiettare 
che possono essere entrate nella tomba al tempo dei seppellimenti seriori. 

Delle iscrizioni leggibili, come abbiam visto, una è etrusca e tre latine. Mentre 
queste ultime accennano ugualmente a una data tarda, di scarso aiuto riesce per 
noi l'iscrizione etrusca. Certo accenna a un'epoca anteriore a quella delle latine; ma 
di quanto, non è possibile precisare. 

L'indeterminatezza aumenta con le gioiellerie, visto che non è neppure possi- 
bile una datazione precisa rispetto alla maggior parte di esse, considerate di per sé. 
Per la pietra incisa con la figura di un giovine nudo, è lecito supporre che si rife- 
risca all'età classica; ma è una supposizione che non si lascia suffragare da dati 
positivi. Nulla vieta di pensare che sia anche più recente. Meno indeterminata ci si 
presenta l'epoca della corniola con la mosca e della pasta vitrea con l' insetto alato 
entrambe riferibili all'età romana. Delle due paia complete di orecchini — quello 
con le teste di moro e quello con le anforette — si conoscono altri esemplari identici 
o quasi ('). Ma anche di questi non si hanno elementi sicuri di datazione, in con- 
fronto con altre oreficerie; mentre non mancano affinità con dei prodotti che si 

(M Gli orecchini a testa di moro appartengono a quelli della categoria a foggia di anelli 
(cfr. K. Hadaczek, Der Ohrschmuck der Griechen und Etrusker, in Abhandlungen dei arch.-epigraph. 
Seminars der Univenitàt Wien, VIV, 1908, pp. 46 e seg.). Per esemplari affini si vegga lo stesso 
Hadaczek, op. cit., pag. 76 (e figg. 150, 151) e nota 8 (ove sono ricordati i più noti). Per quelli 
con le anforette: Conestabile, Mori, di Perugia, tav. XXIIT, n. 9; Martha, L'Art étrusque. tav. I, 
n. 3; Hadaczek, Der Ohrschmuck der Gr. und Etr.. pag. 34; Catalogue of the Jewellery Greek, 
Etrutcan and Roman in the Rritish Muteum (F. H. Marshall), tav. LI, mi. 2356-2357. 



REGIONE VI. — 25 — 



BETTONA 



vogliono attribuire a fabbricazione ellenica dal quarto secolo in giù ('); di più ne 
esistono con altri prodotti che si vogliono attribuire all'epoca greco-romana (*). Del 
cammeo si può dire con sicurezza che appartiene al principio dell'età imperiale; 
ma ha tutta l'aria di appartenere alla stessa epoca anche l'anello con il caprone. 
Del resto, quanto agli altri oggetti di gioielleria, anche se fosse possibile di precisare 
per tutti la data di fabbricazione, essa pure, di per sé, avrebbe, in questo caso, 
scarso valore, per il fatto che si potrebbe trattare tanto di oggetti di parecchio ante- 
riori alla costruzione della tomba, quanto di oggetti posteriori alla costruzione stessa 
e nella tomba introdotti nei seppellimenti seriori. 

Per altro, se, isolatamente presi, i vari gruppi della suppellettile funeraria fin 
qui considerati non offrono sicuri elementi di datazione per la tomba, di Bettona, 
certo è che quasi tutti — o per una ragione o per un'altra — fanno propendere per 
una data piuttosto tarda; e tale concordanza non è priva di valore, tanto più se si 
tien conto di qualche altro degli oggetti su elencati, come i due braccialetti di pasta 
vitrea ( 3 ) e la coppa di vetro, la quale specialmente è, senza dubbio, dell'età romana. 

Vediamo, ora, che cosa si ricava dalle urne, che sono i soli oggetti per i quali 
— almeno per le più antiche — è presumibile una certa contemporaneità con la costru- 
zione della tomba. 

Le urne a rilievo di Bettona devono essere considerate alla stregua di tutte le 
altre urne cinerarie a rilievo dell'Etruria e particolarmente del gruppo perugino (*). 
Lasciamo da parte una classificazione sistematica, per contentarci di accennare a una 
datazione approssimativa in blocco. A quale periodo dell'arte etnisca appartengono 
le urne a rilievo? 

Il Martha già pensava al corso dei secoli terzo e secondo av. Cr. ( 5 ). La que- 
stione è stata ripresa recentemente, a proposito della tomba dei Volumnii, da Gustavo 
KOrte ( 6 ), il quale, in massima, si mostra d'accordo con il Martha rispetto alla data- 
zione generale (terzo secolo -metà del secondo). Ma quanto alla tomba dei Volumnii, 
mentre il Martha vi riconosce una delle ultime manifestazioni della scultura etnisca ( 7 ), 
il Kdì'te è venuto alla conclusione che la menzionata tomba sia da riferirsi alla fine 



(') Cfr. Calai of JewelUry, tav. XXXI; particolarmente i nn. 1677-1678, 1681,1682. 

(*) Si reggano gli orecchini del sepolcreto romano di Ancona (G. Pellegrini, Notizie degli 
scavi, 1910, pp. 358 e seg., fig. 14; I. Dall'Osso, Guida illustrata del Museo Nazionale di Ancona, 
Ancona 1915, pp. 334 e seg.). All'epoca greco-romana il Marshall attribuisce appunto gli orecchini 
n. 2356-2357, che sono quasi simili a quelli di Bettona. 

( s ) Accanto a quelli di Bettona è opportuno ricordarne uno esistente nel Museo di Perugia 
(G. Bellucci, Guida alle Collezioni del Museo Etrusco- Romano in Perugia, Perugia, 1910, p. 120, 
n. 233). 

(*) Conestabile, Monum. di Perugia, tav. XVII-XXII, XLI-XCIV, XCVII. 

(*) Martha, L'Art étrusque, pp. 366 e seg. 

(■) KOrte, Das Volumniergrab bei Perugia: ein Beitrag zur Chronologie der etruskischer 
Kunst (Abhandluvgen der Ktìn. Gesell. der Wissensch. zu Gdttingen, Philol.-hist. Klasse, N. F., 
XII, n. 1). 

(') Martha, L'Art étrusque, pp. 352 e seg. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 4 



BETTONA — 26 — REGIONB Vi. 

del quarto secolo o al principio del terzo, e che, per conseguenza, in essa sia da 
riconoscersi il terminus a quo per la datazione delle urne etnische a rilievo ('). 

Rispetto alla cronologia relativa, propendiamo a condividere l'opinione del Kòrte: 
le urne della tomba dei Volumnii sono forse da ritenersi tra le più antiche del 
genere; comunque, tra le più antiche del gruppo perugino. Ma non siamo del tutto 
propensi ad accettare la cronologia assoluta, stabilita dallo stesso Korte, specialmente 
nei riguardi della tomba dei Volumnii. Che valore può avere l'osservazione che non 
si sarebbero mai trovate urne a rilievo associate a vasi aretini ( 2 ), quando si consideri 
che anche nella tomba di Bettona i vasi aretini mancano, e tuttavia vi si sono 
trovati altri oggetti sicuramente appartenenti al principio dell'età imperiale? E che 
valore può avere l'altra osservazione che nelle urne dei Volunnii — ad eccezione 
della sola notoriamente di età romana ( s ) — le iscrizioni etrusche contengono lettere 
di forma antica, se egli stesso riconosce che, in quanto alla forma delle lettere 
etrusche, non è possibile, stabilire una successione cronologica più o meno precisa, 
come è dato di fare per gli alfabeti greci (*), e ciò a causa della prolungata coesi- 
stenza di forme antiche e di forme recenti? 

In mancanza di altri argomenti più concreti, quello che va preso in maggiore 
considerazione è lo stile delle sculture, così delle urne come della tomba stessa ( 5 ). 
E a questo riguardo, mentre già alquanto significative sono le teste di Medusa scol- 
pite in quattro delle urne ( 6 ), di assai maggiore significazione sono le figure delle 
due Lase dell'urna di Arunte (") e la testa di Medusa scolpita nel soffitto della 
seconda camera ( 8 ). Le due Lase, per i loro caratteri generali, si riconnettono con 
queir indirizzo della plastica etrusca che è magnificamente rappresentato, per esempio, 
anche dai frontoni di Luni ( 9 ), dal frontone di Talamone (") e dalle terrecotte di 
Civita Alba presso Sassoferrato ("), e che mostra la sua derivazione dall'arte del- 
l'Asia minore del periodo ellenistico e soprattutto da quella che ha per noi il suo 
caposaldo nelle sculture della grande ara di Pergamo ("). 

(') Scritto cit., pag. 30. Cfr. pag. 33. 

(•) Scritto cit., pag. 33. 

{*) Conestabile, Monum. di Perugia, tav. XI, XII; KOrte, scritto cit, pagg. SI e segg., 
tav. VII; C. I. L. XI, 1. 1963. 

(*) Scritto cit., pag. 26. 

(*) Circa le sculture delle urne, il KOrte si ferma in particolar modo sulle teste di Medusa 
scolpite in quattro delle suddette urne, e trascura le altre che pure, nei rispetti della cronologia, 
non hanno minore importanza (scritto cit., pag. 29) 

(•) Conestabile, Mon. di Perugia, tavv. V-VIII, e tav. X; KOrte, scritto cit., tavv. IV-V 
(cfr. nota precedente). 

(') Conestabile, Mon. di Perugia, tav. IX; KOrte, scritto cit., tav. VI. 

(•) Conestabile, Mon. di Perugia, tav, III 2 e tav. IV 3; KOrte, scritto cit., tav. II, 1 e 2. 

(•) L. A. Milani, Museo italiano di antichità classica, I, pagg. 89 e segg. ; Museo topografico 
delVEtruria, pp. 73. e segg. ; II R. Museo archeol. di Firenze, Firenze 1912, pag. 249 e seg., tav. C. 

('•) Milani, Museo topogr. delVEtruria, pp. 95 e segg.; // R. Museo archeologico di Firenze, 
pag. 208, t»v. CIV. 

(") E. Brizio. Notizie degli scavi, 1897, pp. 283 e segg.; 1908, pp. 177 e segg. 

(") L'ara di Pergamo, come è noto, è stata costruita al tempo di Eumene II (ann 197-159 a. Cr). 



REGIONE VI. — 27 — BETTONA 



Se qualche dubbio dovesse ancora sussistere rispetto alle sculture delle ame, 
crediamo che questo dubbio debba essere senz'altro eliminato, quando si consideri 
bene la menzionata testa di Medusa scolpita nella tomba stessa. La testa suddetta 
non è del tipo classico, sia pure sviluppato, ma di quel tipo che non è da ritenersi 
anteriore all'età tolemaica avanzata e che poi ebbe così larga diffusione nell'arte di 
Roma: di quel tipo, cioè, caratterizzato dalle sopracciglia sporgenti, quasi rigonfie, e 
da una evidente virtuosità di esecuzione. Di frequente questo tipo si riscontra nei 
cammei e nelle piètre dure intagliate; e forse tra le opere di questo genere si hanno 
da ricercare gli esemplari più antichi. Sono la Medusa della tazza Farnese (') e 
quella nell'egida del cammeo Gonzaga ('), che vanno ricordate in prima linea; ma 
poi qualche altra testa analoga di età posteriore ( 3 ), e poi quelle dell'età romana 
sono le rappresentazioni di Medusa che arieggiano la testa della tomba dei Volumnii 
assai meglio di qualunque opera in plastica della fine dell'età classica o del prin- 
cipio dell'età ellenistica ( 4 ). Fuori della glittica, ricordiamo: le teste della stessa 
Medusa delle terrecotte Campana ( 5 ), quella tra i bronzi della nave del lago di 
Nemi ( 6 ), e le teste analoghe dei sarcofagi romani ( 7 ). 

Dunque la prima metà del secondo secolo può ritenersi, all' incirca, come il 
terminus post quem per la datazione del suddetto indirizzo dell'arte etrusca, e quindi 
per la datazione della tomba dei Volunnii. Se poi effettivamente le urne dei Volunnii 
fossero da annoverarsi tra i più antichi esemplari di tutta la classe di questi monu- 
menti, allora, di conseguenza, tutta la produzione delle urne a rilievo dovrebbe rife- 
rirsi alla suddetta epoca e a quella immediatamente successiva. Ma, allo stato delle 
cose, non sarebbe prudente arrischiare una simile conclusione. 

E nella metà del secondo secolo av. Or. abbiamo il terminus post quem per le 
urne di Bettona e, quindi, anche per la tomba. Se poi si pensa che il resto del mate- 
riale accenna, in prevalenza, ad un'epoca più recente, senza timore di essere molto 
lontani dal vero possiamo supporre, con una certa approssimazione, che la tomba non 
sia stata costruita, al più presto, se non verso la fine del secondo secolo, e che, in 
ogni modo, sia rimasta in uso per tutto il corso del primo secolo a. Cr. e forse anche 
per alcuni anni del primo dopo Cr. 



(') A. Furtwàngler, Die an'.iken Gemmen, I, tav. LIV. La tazza Farnese è attribuita all'età 
tolemaica (op. cit, voi. II, pag. 256). 

(*) Furtwàngler, op. cit., I, tav. LUI 2. Sulle varie identificazioni dei due personaggi, cfr. il 
testo relativo. 

(') Si vegga il cammeo di sardonice indiana, dall'Egitto, ora nel museo di Berlino (Fuitwàng- 
ler, op. cit., I, tav. LII 6). 

(') Si vegga un cammeo di sardonice del Museo di Berlino, attribuito all'età augustea (Furt- 
wàngler, op. cit., I, tav. LII 4). 

(') Kekulé, Die antilten Terracotten, IV, 2, tav. LVHI 1 e 2; tav. CXIII. 

(•) F. Barnabei, Notizie degli scavi, 1895, pag. 372, fig. 4; cfr. pag. 373. 

(') Cfr. S. Beinach, Rép. d. rei., II, pp. 61, 171, 198, 258, 273. Si vegga anche il sarcofago 
del Museo Lateranense, n. 806 (Benndorf-SchOne, Die antiken Bildwerke de» lateranensitchen 
A/useums, pag. 293, n. 421). 



BKTTONA 28 REGIONE VI. 



E ora qualche parola intorno alle epigrafi. 

Prima osservazione. In genere le grandi tombe a camera sono gentilizie; ciascuna 
appartiene ad una famiglia; cosa che risulta costantemente dal fatto che i defunti 
hanno tutti lo .stesso nome. Le nostre iscrizioni contengono invece nomi gentilizi 
diversi; e ignoriamo se ancora un nome diverso contenesse l'altra epigrafe di cui si 
hanno tracce nel coperchio di urna del quale abbiamo fatto parola più sopra (')• 
Non siamo in grado di dire quale sia la ragione di questa promiscuità di persone, 
appartenenti a famiglie diverse, nella tomba di Bettona. 

Quanto all'iscrizione etnisca {Curunas' Verpru), debitamente autorizzati, ripro- 
duciamo le osservazioni gentilmente comunicateci dal prof. B. Nogara: « Curunas' 
è gentilizio già noto nell'epigrafia etnisca insieme a Curuaei, Curunal, e lo Schulze 
lo fa corrispondere al latino Corona, Coronius. - Verpru, così com'è, è voce nuova; 
ma sono noti: il suffisso - ru, che ritorna io altri uomini (Petru, Lemnilru, 
Tepru, ecc).; e il radicale Verp - che si incontra in Verpe di una iscrizione 
chiusina (C. I E., 2785). per il quale Pauli cita a confronto Veriidius e Lattes 
Virbius. Verpru perciò potrebbe rendersi con Verberius. Verbirius, ecc. ». 

Delle iscrizioni latine, niente di particolarmente notevole contiene quella ricor- 
dante una Perenna Flaminia, o Flaminina. Anche l' iscrizione punteggiata nella 
lamina di bronzo, tenuto conto del deplorevole suo stato di conservazione (non 

rimangono che le parole: Volsius L. f vian.. .) non presenta alcun interesse 

particolare. A qualche osservazione potrà per altro prestarsi il nome Volsius ('). 

Assai maggiore interesse presenta la terza: Sex(tus) Valerius Sex(ti) - f (ilius) 
Clu(stumina) Proculus pr(aetor) Etruriae VI vir. Che i Vettonensi fossero inscritti 
nella tribù Clustumina. già risultava da altre due iscrizioni ( 3 ) ; ora possediamo un 
nuovo documento in proposito. Inoltre, come è noto, si hanno esempì di iscrizioni 
ricordanti dei praetores Etruriae, delle quali una proveniente da Bettona (*). Questi 
esempi non sono numerosi; ma ormai si sa di che si tratta: di cariche puramente 
sacerdotali, relative alle assemblee provinciali, che esistevano in varie parti del- 
l' Impero e che avevano carattere puramente religioso e non politico ( 5 ). Ciò che v' ha 
di singolare in queste cariche sacerdotali dell' Etruria sono le denominazioni prese 
da istituzioni romane, essenzialmente civili e politiche. Ma non è raro, nel mondo 

(') Cfr. sopra, pag. 12, n 7. 

(*) Cfr. W. Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen in Abhandl. der Kón. Gesell. 
der Wissensch. zu Gòltingen, N. F., V., n. 5, pag. 44, 106, 252. 

(') 1»: Muratori, Novus Thesaurus, pag. 860, n. 3 (—pag. 1096, n. 1); 2 a : C.I.L., XI 2, 
n. 5177. 

(*) G.I.L., XI 2, n. 5170. 

(") Th. Mominsen, Berichte der sàchs. Gesell. der IVissensch. 1850, pp. 65 e seg., pag. 199; 
Henzen, Annali deWInstit., 1863, pag. 284 e segg. ; Mommsen-Marquardt, Manuel des antiquités 
romaines; IX, Organisalion de l'Empire romain (P. Louis-Lucas e A. Weiss), voi. II, pp. 508 
e segg. particolarmente, pag 529 <; nota I ; C. 0. Miilkr-W. Deeeke, Die Etrusktr, I", pp. :i"2 
e seg. 



REGIONE VI. — 29 — BBTTONA 



romano, l'esempio di titoli propri di determinate istituzioni adottate per altre com- 
pletamente diverse. Per singolare combinazione, abbiamo avuto recentemente occasione, 
illustrando le epigrafi di un sarcofago rinvenuto a Fiano Romano ('), di accennare 
a certi titoli sacerdotali adottati per le cariche di un collegio civile, cioè di un 
collegio di istrioni. Qui ora abbiamo il caso di un' istituzione religiosa che adotta 
titoli propri delle istituzioni civili e politiche. Quanto alla qualifica di sevir, che 
ha lo stesso personaggio, essa manca di una specificazione ; la qual cosa, del resto, 
si nota in altre iscrizioni anche di Bettona ('). Probabilmente si tratta di una carica 
municipale. 

Ma tornando alla qualifica di praetor Etruriae, la nostra iscrizione ha anche 
importanza da altri punti di vista. Il Bormann, a proposito di quella già menzio- 
nata e compresa tra le iscrizioni bettonesi, esprime il dubbio che fosse stata portata 
a Bettona dalla vicina Etruria ( 3 ). Ora la nuova iscrizione viene a provare come 
sia infondata tale supposizione. Ma c'è qualche altra osservazione da fare. Non è 
abbastanza singolare il fatto che tra le pochissime iscrizioni ricordanti questi prae- 
tores Etruriae, due provengano da Bettona ? Ma v' ha di più. Nella divisione del- 
l' Italia in province, fatta da Augusto ( 4 ), la zona di confine fra 1' Etruria e l'Umbria, 
posta alla sinistra del Tevere, fu compresa nell'Umbria. Le divisioni nette fra re- 
gioni limitrofe sono sempre difficili. Ma in questo caso appare più evidente che mai 
la violazione, per così dire, dei diritti storici. Non soltanto dalla affinità dei prodotti 
artistici e, più ancora, dalla comunanza della lingua — sia pure soltanto della lingua 
ufficiale — risulta l'appartenenza effettiva del territorio bettonese all' Etruria; ma 
da questi particolari documenti or ora ricordati si rileva la consapevolezza degli 
abitanti stessi di essere etruschi e non umbri, di appartenere, cioè a quella circo- 
scrizione politica che nell'età storica aveva il nome di Etruria ( 5 ). 

Or. Coltrerà. 

(') Notizie degli scavi, 1915, pp. 158 e segg. 

(') Si vegga l'iscrizione già citata, CI. L., XI 2, n. 5177, e un'altra, ibid., n. 5179. 

( 3 ) Nel breve commento alla citata iscrizione C.I.L., XI 2, n. 5170. 

(«) Cfr. Gardthausen, Augustus und seine Zeit, Leipzig 1891-1904, I, pag. 941; II, pag. 551,8, 
(ove è ricordata la relativa bibliografìa). 

( 6 ) Con questo intendiamo per il momento lasciare impregiudicata la questione propriamente 
etnica. 



POMPEI — 30 — REGIONE 1. 



Regione I (LAT1UM ET CAMPANIA). 

CAMPANIA. 

IL POMPEI — Continuazione degli scavi sulla via dell' 'Abbondanza 
durante il mese di dicembre 1915. 

I a Zona — Scavo della via. 

Gol lavoro portato a compimento durante questo mese tra le fronti delle isole 
opposte, III della reg. Ili a nord, e III della reg. II a sud, è per quattro quinti 
sgombro il tratto di via corrispondente, la cui pianta viene esibita nella tig. 1. Te- 



p e q. m - jn &. n 




m«vn - insti «t<*ir - ims.th 



Fia. 1. 



nendo dietro allo scavo immediatamente l'opera della squadra dei muratori, sono già 
compiuti, per gli editicii che sporgono sulla via, il rafforzamento delle pareti esterne, 
la sostituzione delle guide di ferro al posto degli antichi architravi, e la costruzione 
dei muri a secco a sostegno della retrostante scarpata. Speciali lavori di restauro 
sono occorsi nel pilastro di tufo di Nocera tra i vani nn. 2 e 3 dell' isola III, il 
quale pilastro, in seguito a cedimento del sottosuolo prodotto dal crollo di un pozzo 
nero, si era abbattuto, trascinando con sé parte della muratura alta della facciata. 

II a Zona — Reg. Ili, ins. II, n. 1. Casa di Trebio Valente. 

Anche dei progressi che lo scavo ha raggiunto (inora in questa casa diamo con 
la tig. 2 il rilievo topografico, nel quale sono distinte con le lettere p q r s t 
le parti dell'edificio tornate in luce durante il mese, cioè l'ambulacro meridionale 
del peristilio col piccolo bagno privato che vi si apre nell'angolo sud-est, 



REGIONE i. 



31 



POMPKI 



Ambulacro. Ha il pavimento di calcestruzzo, un focolare semicircolare in q, e 
una abolita bocca di cisterna in r presso la soglia dell'exedra; le pareti poi presentano 
soltanto una zoccolatura a fondo nero scompartita in riquadri mercè fascette bianche, 
chiusa in alto (a m. 1,82) da una semplice fascia rossa, e riposante in gin sopra 
un plinto alto m. 0,46, il cui fondo nero è marmorato mediante spruzzi di colore 
giallo, rosso e bianco. 

Bagno. Consiste di due minuscoli ambienti, uno spogliatoio e un calidario, 
accessibili dal descritto ambulacro per un angusto vano d' ingresso ad arco, alto m. 1,63, 
ad intonaco rosso. L'apoditerio, s, ha il pavimento di cocciopesto irregolarmente co- 
sparso di piccole tessere rettangolari di marmo bianco, e conserva avanzi molto sciti- 



Lj 



J 






jJTH 




Fio. 2. 



pati delle sue decorazioni murali di II stile: zoccolo marrone; parete media nera, 
scompartita in rettangoli mercè 1* impiego di listelli rossi ; fregio a piccoli rettangoli, 
rosso-cupi, verdi e gialli, fra cornici bianche orizzontali. Il sommo dell' intradosso 
della volta, corrente da nord a sud, si tocca a soli m. 2,13 di altezza; nella parete 
nord reca luce, dall'ambulacro, un finestrino circolare a luce ingrediente, largo al- 
l'esterno m. 0,21, e all'interno m. 0.75-0,63. 11 calidario, /, ha il pavimento signiro, 
a rete, di tesserine bianche, perfettamente conservato sull' intatta armatura delle su- 
spensurae; nel mezzo della parete ovest, una nicchia semicircolare, sfondata, larga 
m. 0,94, profonda m. 0,40-; nella parete nord un finestrino simile al precedente, largo 
all'esterno m. 0,36, e all'interno m. 0,87-1,05; e per sicure tracce mostrasi già co- 
perto con soffitto che ha la volta a botte, corrente in direzione est-ovest. Della doppia 
parete, d'intonaco laterizio, con l'intermedio meato ottenuto mercè l'impiego delle 
consuete tegulae mammatae, si conservano larghi tratti, e si conserva pure, chiara- 
mente riconoscibile, sull'alto della parete sud uno dei canali di aspirazione dell'aria 



POMPBI — 32 — REGIONE 1. 

calda. Niun segno di vasche, sia fìsse sia mobili ; però si conserva nel mezzo della 
parete sud un foro, attraverso il quale passava senza dubbio il tubo di piombo che 
conduceva alla vasca l'acqua calda dalle caldaie della retrostante cucina - praefurnium. 
I due ambienti comunicano fra loro per un angusto vano di passaggio, ad arco, aperto 
nella parete intermedia (alto ni. 1,68, largo ni. 0,52), e per un finestrino, o meglio, 
canale cilindrico, di m. 0,15 di diametro, costeggiante a nord l'arco del vano di co- 
municazione descritto. 

Oggetti rinvenuti ed iscrizioni. 

Reg. II, ins. Ili, n. 3. Sopra apposita tabella biansata, a sin. dell'indicato 
ingresso, si è scoperto il seguente programma elettorale : 

1. PANSAMAED 

O V F- DIGNVS- EST 

Ad esso fa sèguito, immediatamente a sin., quest'altro, di color nero fino al II della 
parola II vir(um), mentre tutto il resto è di color rosso: 

2. CEIVMSECVNDVM • TìVIR-o v-f 

SVTORIA-PRIMIGENIA-CVM-SVIS-ROG ASTYLE • DORMIS 

Un frettoloso schizzo di poche linee, aggiunto sotto le ultime parole, vuol darci 
un saggio delle sembianze dell'addormentato, indolente Astylus. Quanto al gentilizio 
Sutorius, nuovo per Pompei, cfr. C. I. L. X 2681 (Puteoli), 7060, 7705-7707. 

Sulla stessa parete esterna, ma a destra del successivo vano d' ingresso n. 4, è 
ritornato in luce il programma: 

3. C • SITTIVM • CALVENTIVM • MAGNW 

ilVIRIDPAPILIO- SCR 

Reg. II, ins. Ili, n. 2. Nel costruire il muto a secco davanti all' ingresso di 
questa bottega, si sono rinvenuti i seguenti pesi di piombo: un peso a tronco di 
cono a basi ellittiche, mancante dell'ansa di ferro, lungo m. 0,12 nella base supe- 
riore che reca inciso il numero delle libre: X (peso Kg. 3,370); un peso emisferico, 
forse di 5 libre, mancante dell'ansa di ferro, di m. 0,08 di diam. (peso Kg. 1,625); 
due pesi della forma del primo, lunghi m. 0,075 (peso Kg. 1,005) e in. 0,08 (peso 
Kg. 1 020), serbanti ancora le rispettive anse, e recanti la eguale segnatura di 
libre III; altro, della stessa forma, mancante dell'ansa e lungo m, 0.095. con la stessa 
segnatura III (peso Kg. 1,030); quattro pesi della stessa forma, lunghi m. 0,075-0.08 
(due soli sono ancora muniti dell'ansa), distinti dalla eguale segnatura bilibrale li 
(peso Kg. 0.620; 0,670; 0,680; 0,710); un peso rettangolare alto m. 0,03, e largo 
m. 0,07X0,05, munito di ansa di bronzo ad uncino, senza segnatura (peso Kg. 1,025); 
un panello quadrato di m. 0,06 di lato, alto m. 0,02, mancante dell'ansa e senza 
segnatura (peso Kg. 0,085). 



REGIONE I. — 33 — POMPEI 

Casa di Trebio Valente. Nelle terre alte del peristilio si è rinvenuta una 
coppa di minuscola bilancia, di m. 0,033 di diam.. recante rilievi concentrici nella 
superficie e, ancora saldata, una delle tre ansette che servivano per la sospensione. 

Quivi stesso, accanto al finestrino circolare del calidario, presso la parete del- 
l'ambulacro sud del peristilio, si sono raccolte tre fibule ad arco, lunghe m. 0,075 
ciascuna; una borchietta col relativo anello, larga m. 0,025. 

Tra i finestrini che danno luce allo spogliatoio e al calidario, sopra l'alta zoc- 
colatura nera dell'ambulacro, sono ritornati iu luce molti appunti di contabilità, 
tracciati con aste lunghe m. 0,02-0,05. A cominciare da sin., sopra il primo riquadro, 
in alto, sono i seguenti segni : 



4. 



Sul secondo riquadro vedonsi poi questi altri : 



XX 



* I lllllllllllllllllllllllllllllll XV 

xv xv iiiiiiiiHiiiiiiiiiiiiiiliiiiiiiii il **JJ ** xx 

XV XV 



I numerosi appunti si chiudono al margine inferiore con la seguente epigrafe 
granita : 

SEVER\ SECA 

la quale ci fa certi almeno che il conto si riferisce a pezzi di legno segati: è pro- 
babile, dato il gran numero dei pezzi segati, che l'operaio Severo avesse apprestato 
i travicelli per la costruzione del tetto del peristilio (?). 

Presso la colonna angolare sud-est del peristilio dalla casa di Trebio Valente si 
è rinvenuto sul pavimenio un ago di bronzo, lungo m. 0,096, mancante della punta. 

tteg. II, ins. Ili, n. 5. All'altezza dell'architrave, un metro in dentro dalla fac- 
ciata dell'edificio, connessa col battente destro della porta, di cui permane nella terra 
un pezzo dell' impronta, si è raccolta una campanella di bronzo di forma cilindrica, 
alquanto strozzata in giù. alta m. 0,12. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XHJ. 5 



POMPEI — 34 — REGIONE I. 

Reg. Ili, ins. Ili, n. 6. Sul pilastro esterno, al disotto del trofeo di sin., in parte 
coperta dalla coda della tabella dealbata sulla quale a suo tempo si lessero alcuni 
programmi, si è scoperta una piccola epigrafe granita 

5. CASSTVSI FIERI . . . (Ca(s}stu(t) si fieri...) 

alla quale tien dietro, più giù, quest'altra 

6. ASIANTICIVS {Atianticius ?) 
e finalmente quest'ultima 

7. PR \(die?) 

Sul pilastro opposto, sulla guida di qualche lettera trasparente attraverso l' im- 
biancatura che fa da letto ai programmi elettorali, si è restituita interamente alla 
luce, col nome Flora, tracciato due volte con lo stilo, 

8. FLORA ; FLORA 
questa ingiuriosa apostrofe granita: 

9. MARTIALIS FELLAS PROCVLVM 

Casa di Trebio Valente. Sul pavimento dell'ambulacro sud del peristilio, presso 
l'ingresso delle fauces, si è trovata una catenella di bronzo lunga m. 0,48, fatta 
di maglie a cerchio longitudinalmente ribattuto e ripiegato su se stesso, e terminante 
in un anello ovale ribattuto sull'ultima maglia. 

Reg. II, ins. Ili, n. 4. A sin. dell'ingresso si è scoperto un primo programma: 

10. QjPOSTVMIWV Q.VINQ_ 

al quale segue, a sinistra, quest'altro 

11. CNHELVIVM SABINVM 

AED • Cf ò(ignus est?) 

mentre, al disotto di entrambi, se ne legge un terzo 

12. CGAV1VM-RVFVM D-IDCf 

Sopra Tunica anfora, trovata nello spogliatoio del bagno di Trebio Valente, si 
è letta l'iscrizione greca seguente (cfr. Notizie, 1910, pag. 445, n. 17): 

13. K tj P 

Il P 



REGIONE I. — 35 — POMPEI 



Reg. Ili, ina. Iti, n. 1 Sul pilastro di tufo a sin. dell'ingresso si sono rico- 
nosciuti i sicuri avanzi di due programmi elettorali, del primo dei quali nuli' altro 
ora si legge se non parte del cognomen del candidato 

14. (M. Licinium) ROMANV(w); 
ecco gli avanzi dell'altro: 

15. [^«] R^VAl T,CM -- (Tigillus?) 

F A C[»7] 

Sul pilastro opposto, poi, si è scoperta una piccola iscrizione osca, granita: 

16. Il * IH 

Seguono le iscrizioni graffite e dipinte lette sull'alta zoccolatila nera della parete 
esterna fra gl'ingressi nn. 1 e 2, reg. II, ins. Ili, rimessa in luce il mese scorso. 
Nel terzo destro dell'indicata parete sono tracciate con grosse pennellate di calce, 
alte m. 0,60, le iniziali del nome del candidato G. Lollio Fusco: 

17. C • L • F 

Tutti gli altri titoletti sono graffiti e leggonsi nell'ordine seguente, procedendo 
da sin. a destra. Quasi alla metà della parete, in lettere piccolissime, 

18. SIICVNÒG ; 19. MP-L>J, ; 20. snCVNÒVS 

Più a d., in lettere grandi, il cognomen di C. Lollio (ved. sopra, n. 17): 

21. F V S C V S 
Sopra la L dell'iscrizione n. 17 si legge poi 

22. V II N II R I A ff • ff • 

IAN VARI A IMI 

M 

e, accanto alla F della medesima, 

23. D L X ; 24. M L S 

Alla estremità d , in alto, presso l' ingresso n. 1 : 

25. L O C A S 

LlC HI AS 
e, più giù, a sinistra, 

26. F E l V E N S 

M. Della Corte. 



REGIONE VII. — 37 — VIGNANELLO 



Anno 1916 — Fascicolo 2. 



Regione VII ( ET R URI A). 

I. VIGNANELLO — Scavi nella città e nella necropoli. 

Alle falde orientali del massiccio vulcanico dei monti Cimini giace il paese 
di Vignanello, insigne per il castello Marescotti, ora Ruspoli, sorto nel sec. XVI 
all'estremità orientale dell'abitato, che appare in tutto una sua dipendenza. Vignanello 
occupa una stretta collina, degradante, sia verso settentrione sia verso mezzogiorno, 
in due profonde vallette, in cui scorrono fossati, che, riunendosi poi insieme con altri, 
finiscono nel Tevere, presso la stazione di Gallese. Questa altura, che ha una tale 
apparenza principalmente per la profonda corrosione dei fossati laterali, si estende da 
oriente ed occidente, con una larghezza variante dai 200 ai 400 metri, per una lun- 
ghezza di un chilometro e mezzo, misurandola dal castello all'altezza della galleria da 
Vignanello a Vallerano. Di essa la parte orientale, per circa mezzo chilometro, è 
occupata dal moderno paese; il resto è coltivato a vigneto e traversato, nel senso 
della lunghezza, dalla via pubblica da Vignanello a Vallerano. 

Questa contrada, quasi tutta di proprietà Ruspoli, è chiamata Molesino. La val- 
letta dalla parte di mezzogiorno, in cui corre la ferrovia elettrica da Civita-Castel- 
lana a Viterbo, la quale traversa poi nella galleria su nominata (fig. 1, lettera A) la 
collina del Molesino, è detta la Cupa. 

Vignanello era, finora, poco noto nei fasti archeologici. Oltre a qualche rinveni- 
mento epigrafico latino nel suo territorio ( ] ), si lia solo ricordo di qualche tomba 
etrusca, a camera, nel sito detto « la Valle » , o « strada del Fosso » rinvenuta verso 
la metà del sec. XIX, senza che si abbia alcuna precisa notizia sulla suppel- 
lettile funebre che vi fu raccolta ('). 

(') C. I. L. XI, 3075, 3080, 3167, 3176, 3189. 
( 2 ) Murrini, Dizion., voi. 101, pag. 231 segg. 

Notizie Scavi 1916 - Voi. XIII. 6 



VIGNANKU.O — 38 — REGIONE VII. 



Il principe Ruspoli mi fece anche vedere un permesso del 1711 rilasciato ad un 
certo Michele Palco, dalla rev. Camera apostolica, probabilmente anche per ricerche 
archeologiche, delle quali per altro non pare sia rimasto ricordo alcuno ('). 

La moderna strada da Fabbrica a Vallerano segna pressa poco il percorso di 
una strada antica che univa Falerii (S. Maria di Falleri) a Ferento. La strada fu 
rintracciata per gran parte del suo percorso e chiamata via Ferentana dal p. Ger- 
mano di S. Stanislao, in un suo scritto sulla regione (*). Per tutta la lunghezza della 
Cupa, dal castello Ruspoli procedendo verso occidente, fin oltre l' imbocco della gal- 
leria della ferrovia elettrica, si notano alcune tombe a camera, esplorate da molti anni 
(alcune devono esser quelle indicate nel Moroni) e in parte adoperate ad uso di can- 
tina. Una di queste, di cui si parlerà a suo luogo, in gran parte interrata (fig. 1, lett. a). 
porta le due iscrizioni seguenti. 

1. Incisa nel listello sovrastante il primo loculo a destra entrando: 



[he: y] firmi u(:)ltlia 
2. Sulla parete di fronte all'entrata, incisa nello spazio vuoto fra due loculi: 

<\N3)0|):<aU<loq 

poplia : cocelia 



Scavi nella necropoli. — Stavano così le cose, quando, alla metà del 
luglio 1913, furono da contadini scoperte due tombe a camera, proprio sull'imbocco 
della galleria, in un ripiano a mezza costa della Cupa (dove ora si sta costruendo un 
tratto rettificato della strada provinciale), fiancheggiato nel lato settentrionale, da 
roccia a picco, in gran parte franata con resti di tombe a camera (fig 1, lett. A), e 
scendente dall'altra per rapido pendìo (tutto coperto di alberi e di rovi) nella Cupa, 
il cui fondo è piantato di noccioli. 

(') Patentes effodiendi thesauros. Il Falco poteva subpteraneas latebra», eaveas et. fovea», pene- 
trare, aurumque, argentvm et alia timilia rnetalla ne gemma» et lapide» preciosissimas hominisi/ue 
acuii» penitus incognita» nee non diversorum lapidum genera et figura» etiam pretìosas exquirere 
et e/fodere. Delle cose rinvenute in luoghi pubblici la Camera apostolica doveva avere la terza parte, 
la quarta poi di quelle trovate in luoghi privati. 

(*) Padre Germano di S. Stanislao, Memorie archeologiche e critiche sopra gli alti e, il 
cimitero di ». Eutitìo di Ferento. Ruma 188C, pp. 11 e segg. 



KKU10NK VII. 



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Fio. 1. 



VlGN ANELLO 40 — REGIONE VII. 

Denunciata la scopetta, S. E. il principe don Alessandro Kuspoli prese accordi 
con il direttore degli scavi della Etruria meridionale, prof. G. A. Colini, o sotto la 
direzione di questo iniziò per proprio conto una razionale esplorazione della necro- 
poli e poi anche dell'area soprastante. 

Il prof. Colini incaricò della direzione dapprima il prof. E. Gàbrici e, dopo la 
nomina di questo a direttore del R. Museo Archeologico di Palermo, il sottoscritto. 

Lo scavo fu eseguito con molta abilità dal soprastante G. Magliulo e presen- 
ziato costantemente anche dal principe Ruspoli che, con questa sua iniziativa, si è 
reso veramente benemerito della scienza archeologica. 

I rilievi, le fotografie ed i disegni sono stati eseguiti, con la nota maestria, dal 
valente artista sig. 0. Ferretti, del R. Museo di Villa Giulia salvo il rilievo della 
tomba n. 3 che venne fatta dal bravo sig. L. Giammiti del R. Museo Preistorico. 

La esplorazione continua tuttora; ma credo doveroso di comunicare intanto i 
risultati della prima campagna che durò dal 22 luglio al 7 ottobre del 1913, essendo 
ora terminato il lungo lavoro di restauro e di collocazione, in una sala del Museo 
di Villa Giulia, di tutte le suppellettili ritrovate, dopo che lo Stato acquistò anche 
la parte degli oggetti spettante al principe Ruspoli. 

Tomba I. È segnata col n. 1 nella pianta (fìg. 1) ed era quella, delle due tombe 
scoperte dai contadini sul ripiano nominato, che offriva ancora possibilità di un'esplo- 
razione. È stata rinvenuta distrutta in tutta la parte superiore. Constava di un tra- 
mite, quasi totalmente distrutto, con l'entrata dalla parte di mezzogiorno, e di una 
camera, a pianta rettangolare (lungh. m. 2,55 ; largh. m. 2,20), con tracce di quattro 
loculi. Uno di questi, nella parte sinistra, di piccole dimensioni, fu esplorato subito 
dopo la scoperta. Le suppellettili potute raccogliere dal principe Ruspoli sono: 

a) oinochoe di rozza creta nerastra (alt. mm. 220, diam. mm. 110); 

b) oinochoe di bucchero cenerino, ad orlo trilobato (alt. mm. 190); 
e) piccolo stamnos di creta giallastra (alt. mm. 110); 

d) due ollette a bulla, d' impasto, con quattro prominenze coniche (altezza 
mm. 110). 

e) tazza di bucchero su listello, alt. mm. 50, diam. mm. 115; 

f) due tazzine emisferiche, una delle quali con vernice nera; 

g) rozzi piattelli di argilla giallastra. 

Come si vede, parte delle suppellettili deve appartenere ad un seppellimento 
assai posteriore al primo (databile questo ai VI sec.) ed essersi confusa in seguito. 

Nell'esplorazione regolare si rinvennero numerosi altri fittili sul piano del pavi- 
mento, appartenenti pure a seppellimenti di età diversa. Infatti vi si notano due 
tazzine di bucchero su listello, del diam. di mm. 100, e un'olpe pure di bucchero 
(alt. mm. 90), di forma insolita, essendo fornita di un'altra ansa dalla parte opposta, 
inserita orizzontalmente ed adorna alla base da due sporgenze coniche. 

Si ritrovarono poi altri vasi di bucchero e di impasto, e, misto con essi, un 
caratteristico piattello su basso piede, con profilo femminile (diam. mm. 160), e un 
altro con una stella (diam. mm. 140), dell'estrema decadenza della ceramica figu- 
rata; una tazza emisferica di argilla rossastra (diam. mm. 150), con graffito il 



REGIONE VII. — 41 VIGNANEI.LO 

segno ®; ed altri vasi di quel periodo (oinochoe, piattelli). Inoltre la metà di un 
braccialetto di sottilissimo filo eneo, borchiette di bronzo, e una cuspide di lancia 
in ferro (lungh. mm. 229). 

Dopo molti saggi infruttuosi lungo tutta la Cupa (dei quali si parlerà, quando, 
ad esplorazione compiuta, si darà una pianta generale della necropoli con le scoperte 
di tombe a camera già esplorate), nelle immediate vicinanze della tomba n. 1 se ne 
rinvenne un'altra di notevole importanza (fìg. I; tomba n. 2). 

Tomba IL Perfettamente conservata, questa tomba ha la volta quasi sotto la 
tomba su menzionata, e il suo tramite si apre lungo il pendìo della rupe ad una pro- 
fondità di più di 5 metri dal ripiano soprastante, ed è accessibile dalla parte di 
mezzogiorno ('). 

Questo drontos, che fu esplorato in tutta la sua lunghezza, si sviluppa per 
ben 14 metri, con una larghezza di m. 1,28; e, addentrandosi nella collina, viene a 
raggiungere la profondità di circa m. 5, come già dissi (tìg. 2). Alla sua estremità 
si trova l'ingresso alla camera sepolcrale, alla quale si accede per una porta alta 
m. 2,12 (più m. 0,20 di soglia) e larga m. 0,98. La porta, già chiusa da blocchi 
di tufo, fu trovata aperta, ma se ne conserva la soglia larga m. 0,90 e alta m. 0,20. 
La tomba, del resto, in parte colma di terra e di bozze di tufo, fu trovata comple- 
tameute conservata nella sua parte architettonica; ma interamente devastata. Tutti 
i loculi, mancanti delle tegole di chiusura, erano stati vuotati con tanta diligenza 
da non lasciar traccia alcuna dello scheletro dei defunti. I pochi oggetti di metallo, 
come i molti vasi, furono trovati in uno stato miserando, rotti in minutissimi 
frammenti e sparsi non solo tra la terra che ricopriva il piano della tomba, ma 
nel lungo tramite; cosicché si rinvenivano insieme pezzi di vasi attici a figure 
nere e rosse del VI-V sec. av. Cr., e piattelli a vernice nera, del cosiddetto tipo 
etrusco -campano del IV-III sec. av. Cr. I frammenti furono tutti diligentemente rac- 
colti; e si procedette anche al lavoro di vagliare la terra di riempimento. Portati al 
Museo di Villa Giulia, furono, con opera di grande lena e pazienza, esaminati e rag- 
gruppati e così i bravi restauratori del museo, Pennelli e Palessi, poterono far rivi- 
vere alcuni pregevoli monumenti dell'antica pittura vascolare, sia greca che italica, 
che gli antichi TVfiftogvxoi, impadronitisi degli oggetti di metallo prezioso, avevano 
tanto disprezzato da fracassarli. 

Ritornando alla descrizione dell'architettura della tomba, la camera sepolcrale 
presenta una pianta quadrata di m. 5,30 di lato: tutto intorno corre una banchina 
alta m. 0,50 e larga altrettanto (da 47 a 51 cm.). La volta è in media a m. 2,70 
del pavimento ed è quasi perfettamente piana: nel mezzo è sostenuta da una co- 
lonna d'ordine tuscanico, con capitello e base e col fusto del diametro inferiore di 
m. 0,64. 

Le pareti presentano dei loculi, alcuni dei quali profondamente incavati, tanto 
da poter contenere due defunti. Nella parete di fronte all'entrata, nella parte supe- 



ri Per cura del principe Ruspoli la tomba ò stata conservata aperta, accessibile ai visitatori 
e difesa da una cancellata. 



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Fio. 2. 



REGIONE VII. — 43 — VIGNANEU.O 

riore, sono due grandi loculi, uno dei quali, quello a destra, presenta, scolpita a basso- 
rilievo, nello spazio sottostante, una kline con le gambe del noto tipo ionico, con il 
fregio a doppia voluta nella parte mediana (fig. 3). Inoltre, lungo i margini del 
loculo si nota un incastro ben lavorato, di un paio di centimetri, atto a ricevere le 
tegolo o una lastra di chiusura, della quale però, come di nessun altra, non è apparsa 
la più piccola traccia. 

La parete a destra di chi entra lia pure, nella parte superiore, due loculi, senza 
alcuna decorazione. 

Due altri loculi sono nella parete dov'è la porta d'entrata, a destra e a sinistra 
di questa. 




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Fio. 3. 



Un po' diverso è il caso della parete a sinistra di chi entra (ved. fig. 2. sezione 
della tomba). Originariamente vi furono scavati due loculi, non dissimili da quelli 
della parete di fronte alla porta, ma più distanti tra loro. E sotto a quello a destra 
si osservano minime tracce di un'altra kline, nel mentre esiste pure l' incavo per le 
tegole. Ma in questa parete furono scavati altri tre loculi, evidentemente per bam- 
bini, uno dei quali, finamente lavorato e con l'incastro per le tegole (lungli. m. 1,20; 
alt. m. 0,40), sotto quello di destra. 

La tomba appare concepita così com'è sin dal principio, perchè la colonna viene 
a trovarsi nel preciso centro della camera e in corrispondenza con la porta. La squi- 
sitezza del lavoro, accurato in ogni particolare; la forma delle klinai, e i frammenti 
dei vasi più antichi, riferibili, come vedremo, al periodo della fine del VI e principio 
del V secolo, si prestano a dare questa data alla costruzione di questo ipogeo, che 
viene quindi a prendere un posto notevole nella storia della architettura etnisca, pre- 
sentando un esempio perfettamente conservato di colonna tuscanica. Vi si osserva 
infatti un aSaì; quadrato, di m. 0.62 di lato; sotto il quale è un grosso s%h>og, colle- 
gato, per mezzo di un vnorqa%ijXiov ben marcato, con il fusto che va rastremandosi 



V1GNANBIX0 — 44 — RKGIONE VII. 

verso l'alto e misura così, nel totale, un'altezza di m. 2,70 che corrisponde a circa 
quattro volte il diametro inferiore, come nella colonna dorica del periodo arcaico. 
Dalla quale (cfr. capitello del tempio di Poseidone detto « basilica » di Pesto, del 
VI sec.) è pur derivata la forma della base che somiglia a quel caratteristico capi- 
tello arcaico dal largo t'xìvog schiacciato (diam. m. 0,95). 

È inutile di aggiungere che la colonna è interamente scavata nel tufo, facendo 
un tutto unito con il piano e la volta della tomba. 

Considerando lo stato in cui furono trovate, occorre descrivere le suppellettili 
sistematicamente. 

1) Oggetti d'uso personale: 

Oro : una rotellina di lamina raffigurante un flore, ornamento femminile (parte 
di una corona?); diam. mm. 10. — Ferro: a) cuspide di lancia e resto del sau- 
roter; b) frammento di una spada; e) id. di un coltellino. — Bromo: sauroter di 
lancia, lungh. mm. 125. 

2) Oggetti vari : 

a) quattro borchie, bolloni e lastrine di bronzo appartenenti a un mobile ; 
li) piedino di bronzo, di una cista decorato con palmette; e) piattello di bronzo; 
>/) dado d'osso, della forma comune, con l' indicazione dei numeri sulle sei facce ; 
e) frammenti di un manico e di un regoletto d'osso, decorato con cerchietti; f) mol- 
lette di ferro; g) due statuette di terracotta, acefale, raffiguranti una donna am- 
mantata, verniciate in modo da offrire l'illusione dell'argento (forse manichi?); 
Ti) tronco di piramide di terracotta (detto peso da telaio) con foro trasversale (alto 
mm. 100). 

3) Vasi : 

Buccheri: numerosissimi frammenti di vasi di bucchero greve, di varia 
forma. Nel restauro si sono potute ricomporre: a) parte superiore di un cratere a 
colonnette (diam. sup. mm. 120); b) bocca trilobata di un'oinochoe; e) quattro tazze, 
su listello, a tronco di cono ; d) tazzina emisferica con orlo in fuori ; e) piatto con 
piede (diam. mm. 160). 

Vasi a figure nere : 

a) Kylix attica che noi lati esterni presenta due grandi occhi a fondo nero, 
in mezzo a tralci di vite. Nel centro è il gruppo di Teseo che uccide il Minotauro, 
che si difende, pare, con una pietra. Nell'interno: gorgoneion policromo della forma 
caratteristica di queste coppe. 

b) Kylix attica, che aveva nell'interno un gorgoneion simile a quello della 
coppa precedente, del quale restano poche tracce. Ai lati esterni presenta grandi occhi 
con fondo bianco, e tralci di vite, e tra essi il gruppo di un uomo e una donna 
avvolti in un himation variopinto, seduti sopra una kline. Davanti a loro è una tra 
peza dalla quale pendono fette di carne. La donna ha la parte nuda espressa in bianco. 



RkgioNe vii. 



- 45 - 



VlONANBLt.0 



e) Frammenti di due piccole lekythoi con figurine nere e rossastre, di persone 
ammantate. 

d) Olletta con figurine di uomini nudi, danzanti. 

e) Frammenti di un'olletta, decorata con occhioni apotropaici e Dionysos seduto. 

Vasi attici a figure rosse: 

a) Grande kylix (diara. mm. 325) di stile severo, deila quale manca pur- 
troppo il fondo col piede (fìg. 4). Non si comprende quindi bene l'atteggiamento della 




Fio. 4. 



figura che vi è rappresentata : un giovane coronato che tiene il mantello gonfiato tra 
le gambe ed è in atto di correre verso destra, leggermente piegato. Intorno l'accla- 
mazione HO PAI* KAKM C 1 ). 

L'esterno si è potuto invece ricomporre quasi integralmente da minutissimi fram- 
meuti. Subito osserviamo che la rappresentazione è unica, perchè le scene dei due 
lati sono collegate fra loro da una parte per mezzo di una figura di guerriero caduto, 



(') Un atteggiamento non molto dissimile presenta l'uomo del fondo di una coppa di Vuki 
al museo Britannico (Gerhard, A. V. B. 179; Reinach, Répert. des vasti finti II, pag. 89). 
Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 7 



\MONANKU.O — 4(» — RKfilONK Vii. 

situato sotto le anse e stranamente più piccolo dei compagni. Un caso analogo è 
nella coppa di Exekias a Monaco, a occhioni, con la rappresentazione di combatti- 
menti (') in cui però la sproporzione è meno accentuata. Il nostro quadro può de- 
scriversi così: sul corpo di un guerriero caduto, con elmo scudo e lancia (sotto, un'ansa), 
combattono due altri, pure nudi, con le armi ; uno di questi, al sopraggiungere del 
nemico, volgesi repentinamente indietro, tenendo per le redini un cavallo che galoppa 
verso la parte opposta. La scena si può spiegare pure e meglio supponendo che il 
cavallo atterrito tenti fuggire. Incontro ad esso, come per correre al soccorso del com- 
pagno, viene un altro guerriero di corsa, che trascina per le redini un secondo ca- 
vallo, seguito alla sua volta da un terzo guerriero a piedi. Dall'altro lato è un secondo 
episodio: due combattenti, difendendosi coi grandi scudi rotondi (uno ha per emblema 
un flore), si avventano con le lance, mentre tra loro un terzo combattente sta cadendo 
a terra e si appoggia a un albero. lutine sotto l'altra ansa, senza nessun rapporto 
con i due episodi, si scorge una figura di morente che corrisponde a quella dell'ansa 
opposta, anche nelle proporzioni assai rimpiccolite. Notevoli il movimento della scena 
che dà proprio l'idea di un corpo a corpo accanito la rappresentazione del tergo dei 
combattenti, alcuni scorci arditi. Ma in generale il disegno è trascurato : i piedi 
sono appena accennati; c'è secchezza nei contorni. 

Il nome d'artista che è suggerito da quest'opera è Chachrylion. Se osserviamo 
infatti alcune delle opere da lui firmate, come p. es. la coppa di Velanidezza tro- 
vata in Attica (*), troviamole stesse caratteristiche, nel mentre crrrispondono anche 
i caratteri secondarii, quali la forma dell'elmo e la completa nudità dei combattenti. 
Nella nostra coppa però si osserva un'esecuzione un po' affrettata, che, mentre po- 
trebbe essere conseguenza di ima grande fabbricazione, ci induce anche ad essere assai 
guardinghi (come del resto si deve essere sempre in queste identificazioni) a fare il 
nome di Chachrylion, potendo trattarsi di un'opera di scuola; basti quindi dire che 
la riteniamo sotto la sua piena influenza. L'attività di Chachrylion, che pare mae 
stro di Buphronios, dovette svolgersi alla fine del VI secolo. 

b) Stamnos, di stile severo, ricomposto da moltissimi frammenti e mancante 
delle anse (fig. 5). 

La forma è quella caratteristica degli artisti della fine VI - principio V sec. : 
il collo è ornato di una serie di linguette (che poi si trasformano in ovuli) 
La rappresentazione corre tutto intorno e si può dividere in due gruppi : anterior- 
mente è una scena di libazione tra un giovane guerriero e una fanciulla; dall'altra 
parte una scena di tre persone di cui ora parleremo, alla quale va aggiunto certa- 
mente il guerriero barbato che, per mancanza di spazio, fu messo dall'altra parte 
dell'ansa ( 3 ). Sotto l'altra ansa è un albero che è stato disegnato con la prima scena, 
ma torse appartiene anch'esso alla seconda, come vedremo. 

(') Fnrtw.-Reichh., Or. VasenmaL, tav. XMI (nell'interno è rappresentato Dionysos in una nave). 

(*) Rayet-Collignon, ffiit. dt la rér. grecque. fig. 17. 

(*) Il caso non è raro nei vasi : cfr., p. es.. lo skyphos ili Hieron al Louvre {Monum. fnst., 
VI-VII, tav. XIX) dove il Diomede della 7i^enfieia f> passato dalla parte della scena della partenza 
di Briseide. 



KKQIONE VII. 



— 47 — 



VIGNANELLO 



La prima scena (tìg. 6) è semplice: il giovane guerriero, dalla barba appena nascente, 
vestito di chitonisco, completamente armato, con corazza, cnemidi, elmo corinzio, 
scudo e lancia, tenendo lo scudo infilato nel braccio sinistro (ne apparisce l'interno) 
e portando la lancia nella mano corrispondente, tende con la destra una phiale verso 
ima fanciulla. Questa, vestita come le xóqcu, con bel chitone a largo bordo, su cui 
è un mantelletto ionico che ella solleva con la sinistra, portando in testa una cuf- 




ÌIG. 5. 



(ietta (') dalla quale appariscono i capelli accuratamente pettinati (*), si volge gra- 
ziosamente verso il giovaue partente e gli versa, da un'oinochoe, del vino rosso nella 
coppa, per la libazione augurale. Tra loro è l'iscrizione KALOS. Trattasi di una 
delle solite scene di addio, sulla quale è inutile di intrattenerci. Né mancano i con- 

(') Non dissimile a quella delle etère del vaso di Enphronios a Pietroburgo. Cfr. anche 
Fiirtw.-Reichh., Or. Vasenm., tav. XXXIII e LXXI. 

(•) Come nelle xóqoi arcaiche: p es. nello Cariatidi del tesoro detto dei Sifni a Delfi; nel 
frammento del dono votivo di Euthydikos a Athena (Acropoli), etc. 



VIGNÀNELLO 



48 — 



REGIONE VII. 



fronti, come p. es. con l'anfora di Vulci (Mon. Inst. I, tav. XXVI, 3) o con un vaso 
pubblicato dal Tischbein (II, tav. XXII, Athena e Herakles). 

A lei volge le spalle una figura di guerriero barbato, che è oollegato, pel gesto, 
col gruppo della parte opposta, col quale va descritto. Il magistrale disegno del Fer- 
retti, ne dà tutto il bell'insieme (rig. 7). La figura centrale è un giovane dalla barba 
nascente, seduto di profilo sinistro su un ói<pqog òxXaàiag; semplicemente avvolto 
in un himation che lascia scoperta la spalla destra. La sua testa giovanile, super- 




■ S : £flS15Ì5UnSÌS15ISlffi5T5 



Fig. 6. 



bamente eretta, è adorna, nei "capelli, di una tenia. Tiene sulla sinistra un semplice 
bastone nodoso, che poggia a terra e termina in alto ricurvo; protende la destra 
in avanti con una coppa dalla quale versa in terra del vino. Davanti a lui, in 
piedi, guardandolo, appare una possente figura di giovane guerriero. In testa ha l'elmo 
con un lócpog di grande coda equina; veste un chitonisco sul quale è una corazza 
adorna di meandri e di stelle sui yvaXa. Negligentemente gettato sulle spalle porta 
un mantello, forse la %Xavk ('). Imbraccia nella sinistra un grande scudo rotondo che ha 
per emblema la parte posteriore di un felino, pare una pantera ( 2 ), dietro al quale, tenuta 



(') Ved. A. Della Seta, Una statua arcaica di villa Borghese; in Bull. Gomm. arch. 
cnmun. 1908, pag. 1 segg. 

(') 'Ema^inai a di questo genere non mancano; cfr. anfora di Vulci (Mon. Inst. I, LI - parte 
anter. di un cinghiale); hydria di Vulci a Monaco (Mon. Inst. I, tav. XXXIV - gamba umana); 
protome di leone (hydria al Brit. Mus. ; Arch. Zeit. 1856, tav, XCI) ; etc. 



REGIONE VII. 



49 — 



VIGNANELLO 




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VIONANELLO — 50 — REOIONE VII. 



dalla mano sinistra, è una lunga ancia. L'eroe, che è rappresentato di faccia e volge la 
testa, come dicemmo, verso la figura che è alla sua sinistra, tende dalla parte opposta 
la destra con una coppa. Viene ora la figura che si trova dall'altra parte dell'ansa, 
sotto la quale è un'ara con grandi volute ioniche (')• Questo nuovo personaggio si 
volge tutto verso il primo giovane seduto. È un uomo maturo, dalla lunga barba, con i 
capelli stretti da una tenia. Sul chitonisco veste una corazza. Nelle mani ha armi 
che tende vivamente verso il compagno seduto; un grande elmo corinzio con la destra, 
con la sinistra una spada, dalla quale pende il balteo eseguito con tinta rossa. Com- 
pleta il quadro una quarta figura che sorge in piedi dietro la prima. £ un vecchio 
calvo, con i capelli e la barba tagliati cortissimi e espressi per mezzo di puntini 
rossi (*). Ciò non ostante, ha una tenia che gli cinge la fronte. Si presenta tutto 
avvolto in un himation e con la destra tiene una coppa in alto, vuota, di cui appare 
l'interno. La sinistra, sotto il mantello, sorregge un bastone col pomo. Dietro a lui 
(sotto l'altra ansa) è il grande albero, con foglioline. Nel campo è ripetuta l'accla- 
mazione KAUOS (»). 

Pur riserbaudomi di trattare altrove, in più atta sede, dell'argomento, non posso 
non accennare alla scena rappresentata e alla cerchia artistica di questo vaso. 

La figura di giovane inerme seduto e avvolto nello himation è ben nota nell'aite 
vascolare attica della prima metà del V secolo o spesso caratterizzata per Achille 
dalla iscrizione, comparendo particolarmente nella scena della ngeofifia. 

11 Brunii, sin dal 1858 ( 4 ), e dopo di lui il Robert (*), ne trattarono diffusa- 
mente, mentre già se ne era occupato lOverbeck nella sua raccolta di rappresenta- 
zioni del ciclo eroico ( 6 ). Più recentemente la questione fu esaurientemente ripresa 
da Manuel Laurent nella liéoue archéoloyique del 1898 ( 7 ). Non discuto ora le con- 
clusioni del Laurent che posso però dichiarare sembrarmi accettabili nella massima 
parte. Egli ricorda nove vasi con la rappresentazione della nQea^tia che Odisseo, 
Aiace Telemonio e Fenice compiono presso l'eroe offeso per indurlo da parte di Aga 
meunone a prendere di nuovo parte alla lotta {Iliade IX, v. 17o segg.); monumenti 
che, disposti in ordine cronologico, sono: 

A. Cratere del Louvre {Mon. fast. VI, tav. XXI). 

D. Skyphos del Louvre, firmato da Hieron {Mon. Inst. VI- VII, tav. XIX). 

6'. Hydria di Berlino {Annali deli 'Inst. 1849, tav. I). 

(') Cfr. vaso della liibl. nat. di Parigi (Luynes, tav. XXXVII). 

(-') Cosi appariscono Auchi.se e Priamo ucH'hydria Vivenzio del Musco Nazionale di Napoli, 
con VJliupersis (Knrtw.-Reichh. Griech. Vasenm., tav. XXXIV); cfr. pure Furtw -Reicbh., tav. XIV. 

PJ IVr lo btato di conservazione, assai evauido, non comparisce nel disegno. 

(') E. Unum, L'ira di Achille, negli Annali dell'Ut, di con: arch. 1858, pag. 532. 

(*) C. Robert, Die Gesandschaft an Achìlleut, i\c\V Arch. Zeit. 1881, pag. 138; vedi anche di 
lui: liild und Lied, pag. 96. Cfr. infine Arthur Schueider, Der troische Sagenkreit in alt- griech. 
Kunst, 1886, pag. 19. 

(«) Overbek, ffer. Bildw., pag. 408, tav. XVI. 

(') M. Laurent, L'Achille voile dans la peinture de vasai grecs in Rev. arck. 1898, II, 
pag. 153. 



regione Vii. — 51 — Vkinaneì.Lo 

D. Kylix del Museo Britannico (Hartwig, Meislertch. XLI; Perrot Chipiez X. 
fig. 420). 

E. Coppa del Louvre (Gehrard. Auserles. Vasenb. Ili, 239). 

F. Kylix del Museo Britannico ( Wien. Vorlegebl. e. Ili, 3). 

G. Aryballos del Museo di' Berlino {Arch. Zeit. 1881, tav. Vili). 
//. Pelike del Louvre {Moti. Inst. VI, tav. XX). 

I. Anfora di Berlino (Arch. Zeit. 1881, pag. 8). 

Tutti a ligure rosse di stile severo, tranne l'ultimo, a figure nere, ma con evi- 
denti caratteri di decadenza e posteriore almeno ai primi dei nominati. In tutto, il 
Laurent classifica questa serie di opere d'arte tra il 490 e il 450 av. Cr. 

Ora nessun dubbio può sorgere sugli stretti rapporti di somiglianza della figura 
di giovane seduto del nostro stamnos con l'Achille di queste rappresentazioni. Sia 
che sieda con la testa eretta, come in B, o resti avvolto nello himation, come in C D 
e F; oppure porti la destra alla testa in atto di dolore, come in A I) F G, è 
sempre lo stesso giovane in preda all'ira e al dolore, derivato certamente da uno 
stesso grande originale della pittura ('). Le somiglianze più notevoli son con il vaso B, 
quello firmato da Hieron; uè è di ostacolo la presenza del bastone da pastore che 
si ritrova già nella coppa /). 

11 nostro personaggio, che possiamo chiamare Achille, si distingue dagli altri 
principalmente per l'aspetto sereno e per l'atto della libaz ; one. Questo ci porta a 
trattare del momento rappresentato. Come vedemmo. Achille è circondato da tre per- 
sone. Quella dietro a lui deve essere Penice: ben vi si adattano l'età avanzata (') e 
l'abito da casa, per caratterizzare che egli ha fissato ormai la dimora nella tenda di 
Achille. In piedi, benché di aspetto diverso, comparisce presso il suo discepolo in A H 
e G. La figura all'estremo opposto mi pare possa essere soltanto Odisseo. Ulisse 
infatti è il vero capo dell'ambasceria nella quale è accompagnato da Aiace e da 
Penice nell'Iliade, ai quali si aggiunge Diomede (evidentemente per una versione 
posteriore del mito) nei vasi A B G ecc. Ora il modo in cui Ulisse è più comu- 
nemente rappresentato (in A C F G), è quello seduto davanti ad Achille, con il 
ginocchio sinistro nelle mani (una posa che sarà poi fatta sua da Polignoto, di poco 
posteriore) ; e tutto fa credere, come ben osserva il Laurent, che così fosse nell'ori- 
ginale al quale tutti questi artisti vascolari si ispirarono. 

Ma in altri vasi (B, D, F) Ulisse comparisce in piedi, appoggiato a una lancia. 
Il nostro tipo è nuovo: l'eroe non parla ad Achille, ma lo eccita a muoversi, mostran- 
dogli le armi, il bello elmo corinzio e la spada, quelle armi che negli altri vasi 
sono appese alla parete, quasi a ricordare la ragione dell'ambasceria (spada e scudo 
in A; elmo e spada in lì; elmo in G ed E; scudo in G; spada in /). La mossa 

(') Non dissimile doveva essere l'aspetto dell'eroe in una trilogia a lui dedicata da Eschilo, 
benché a ragione ora dal Laurent e dal Pottier ( Catalogne de vases ant. rfu Louvre, pag. 833) si 
neghi una diretta influenza della tragedia su queste opere d'arte, che, anche per criterii cronologici, 
paiono piuttosto derivare da una insigne pittura che forse ispirò Bachilo stesso. 

(*) Egli appare calvo, p. es., nell'anfora di Vulci a Wiirzburg (Moti. Inst. I, tav. XXXV). 



VIGNÀNBI,t,0 — 62 — RKiilONK VII. 



di Ulisse non potrebbe essere più espressiva. Resta il giovane guerriero tntt'armato : 
esso non può essere né Aiace, né Diomede: ma in lui dobbiamo riconoscere Patroclo, 
che si prepara a partire per quella battaglia dalla quale più non dovrà tornare ('). 
Egli, che comparisce anche nell' Iliade come amico caro di Achille, quando con lui 
accoglie benevolmente gli ambasciatori, e che non si ritrova nelle altre rappresen- 
tazioni studiate (*), e' illumina completamente sul significato della nostra scena e 
sulla libazione. L'artista ha voluto riunire nel suo quadro il ricordo dell'ambasciata 
di Ulisse e il momento in cui Patroclo accorre a combattere pei Greci : ciò ci spiega 
come Achille, pur non inducendosi ancora a impugnar le armi che Ulisse gli mostra, 
siasi già rasserenato dal suo tremendo cruccio (•). 

Rimane da stabilire l'artista del vaso, che. se ha parecchi pregi, non è scevro 
di difetti, specialmente nella parte posteriore dove la figura di Penice appare 
appena abbozzata: le estremità inferiori sono poi fatte sommariamente. Prima di ese- 
guire la pittura, ne fu granito a grandi linee uno schizzo. Alcuni motivi ci ripor- 
tano ad altri vasi: la mossa di Ulisse ricorda quella di un guerriero di una coppa 
del Louvre attribuita ad Onesimos ( 4 ); ma l'artista con il quale i rapporti mi sembrano 
più stretti è Euthymides ( r> ). Anzitutto è noto che questo grande artista del prin- 
cipio del V secolo, emulo di Euphronios, dipinse solo grandi vasi, disdegnando le coppe 
e che metteva due o. più spesso, tre figure da ogni lato. Ma questo sarebbe ben poco. 
Gli occhi sono da lui espressi con la pupilla all'estremità interna; intorno ai capelli 
è lasciato uno spazio per dividerli dal fondo; s'incontra spesso il caso (come in Pa- 
troclo e Ulisse) di figure rappresentate di faccia con un piede di faccia e l'altro di 
profilo; le pieghe sono ben espresse: ma i particolari, sia nei mantelli sia nei chi- 
toni, sono rappresentati da linee di tinta chiara. Tutto questo si riscontra nel nostro 
vaso. A queste proprietà, senza badare a quelle minori quali la forma corinzia del- 
l'elmo; il mantelletto di Patroclo portato da un satiro del vaso di Monaco (Fnrtwan- 
gler-Reichhold, tav. XIV); l'acclamazione di KALOS senza nome proprio, si devono 
aggiungere principalmente la costituzione delle figure possenti, con la testa forse 
un po' grossa, il modo di disegnare i profili, la barba (coi baffi appena accennati), 
le mani, il panneggio. 

Non voglio, con questo, concludere che possiamo certamente attribuire ad Euthy- 
mides il nostro stamuos; anzi le imperfezioni già notate mi pare debbano consi- 
gliarci a considerarlo forse opera di qualche artista secondario, che però starebbe nel 
caso sotto la piena influenza del grande artista vascolare ateniese. 



(') Patroclo, nell'arte di stile severo, è per lo più un giovane imberbe (cfr. coppa di Epigenes 
al Cabinet des médailles a Parigi = Annali Jnst., 1850, tav. H). 

(') Non mi pare vi siano ragioni convincenti per vederlo nel vaso //. 

( J ) Noto, ancora, ebe l'albero dietro Peni comparisce in forma quasi identica nello skyphos 
di Hieron (B), tra Aiace e Diomede. 

(*) 0. 108 (Pottier, Gat., pag. 947) pubblicata dal Collignon, Mon. Atsoc. étud. grec, 1885, 
tav. V e VI. 

(•) Vedi Fnrtwangler, testo a tav. XIV della Qriech. Vasenmalerei; C. Robert in Pauly- 
Wissowa, li. E., s. v.; J. Clark Hoppiu, Eulhymidet; a study in attic vasepaintiny, 189C. 



REGIONE VII. — 53 — VIGNANBLLO 

Proseguendo nella nostra descrizione dei vasi della tomba, abbiamo: 
e) Frammento dell' interno di una kylix attica di stile severo, con meandro, 

tracce della testa e della clamide di un giovane, e lettere senza significato. 

d) Frammenti di rhyton, forse a testa di negro. Restano purtroppo solo l'orlo 

ornato a scaccili, frammenti dei capelli e l'ansa con l' iscrizione 



IEP piNo^^rioit^S. N 
B 

Usi» ' K ° i < A t> T * K. A V 5 



~\ixo<; xctqT« xotlóg 

Il nome dell'artista è facilmente supplibile, perchè di Charinos noi conosciamo 
altri quattro vasi firmati, dei quali tre ricordati nella raccolta del Klein ('), e il 
quarto, più bello di tutti, trovato nel 1876 ( l ) nella necropoli tarquiniese. ora a Cor- 
neto in quel Museo, pubblicato da E. Keisch ( 3 ). I rapporti tra questo vaso e il nostro 
dovevano essere strettissimi, benché là si tratti di una severa testa femminile e qui, 
come dicevo, probabilmente di un Etiope, come ci indicano i capelli e come si trova 
in altri vasi ( 4 ). Da quello che resta però constatiamo che tanto l'ansa quanto la bocca 
del vaso (polos, nella testa di Corneto) sono identici ( 5 ). L'attività di Charinos — che, 
come si vede, si consacrò specialmente alle varie forme di rhyton — è posta del Reisch 
tra il 550 e il 530 (520) av. Cr., e a quell'età ben corrispondono i caratteri epi- 
grafici attici. Resta da completare il nome del giovanetto tanto lodato: di quelli 
terminanti in ixog il Walters ( 6 ), nella sua lista dei nomi con xakóc, non dà che 
Elpinikos, che comparisce in alcune coppe a figure rosse, di stile severo; quindi crono- 
logicamente la cosa è possibile. Non si possono escludere però altri nomi, p. es. Ei&v- 
àixog. il nome del dedicante di quella statua dedicata ad Athena sull'acropoli nel 
primo ventennio del sec. V, statua che abbiamo nominato a proposito dello stanino» 
con la scena di libazione. 

e) Frammenti di una kylix attica di lavoro finissimo, della metà del V secolo 
AH' interno si notano i resti di un giovane, avvolto nello himation, che tende una 
kylix davanti alla porta di un tempio (?) sopra un'ara (tig. 8). All'esterno, tra foglie 
di edera grandi e isolate, erano scene atletiche ed erotiche : notevole il giovane con 
lepratto in mano, del quale si dà la riproduzione (tig. 9). 

(') Klein, Vasen rn.it Afeistersig'., pag. 214: sono un'oinochoe e due rhyta a testa femminile. 
(') Helbig in Bull. delVInst., 1879, pag. 88; Dasti in Not. d. scavi, 1879, serie 3\ voi. IH, 
p)>. 150 seg. 

( 3 ) E. Keisch. Vasen in (jorne'.o; in Ròm. Miti, 1890, pag. 312, tav. XI. 

( 4 ) Hartwig in 'top. d eX 1894. tav. VI. 

(*) Anche nel diametro di min. 120 e 140 (a Corneto). 

(«) Walters, Hist, of arie, pottery, II, pag. 278. 

Notizie Scati 1916 — Voi. XIII. 8 



VIONANBLLO 



— 54 



RKGIONK VII. 



f) Kylii attica, in frammenti. Nell'interno, in un cerchio a meandro, due 
giovani banchettano su una kline; ai lati esterni, da ciascun lato, tre giovani nudi 
con arnesi da palestra. Lavoro piuttosto rozzo, specialmente dal lato esterno. 




Fio. a. 



g) Kylix attica di lavoro grossolano e tardo. Nell'interno, in un cerchio a 
meandro, un giovane avvolto nello himation rivolge un invito amoroso a una gio- 




Fia. 9. 



vanetta pure ammantata. All'esterno, da ciascun lato, tre giovani ammantati in piedi. 
Sotto le anse, volute e palmette. 

h) Parte centrale di kylii attica con figure di due giovani, in piedi, tutti av- 
volti nello himation, che si guardano. Ai lati esterni erano figure ammantate, di cui 
resta la parte inferiore. 

»') Eylix a vernice nera, senza decorazione, mancante del piede. 



REG10NK VII. 



55 — 



VIGNANB1XO 



Vasi di fabbrica fa lisca. 

Vicino agli attici, col paziente restauro, si son potuti ricomporre alcuni vasi di 
fabbricazione italica: 




Fio. 10. 



a) Grande oinochoe, alta ìnm. 550, dalla forma a becco d'oca, caratteristica 
del tipo falisco (tìg. 10). Nera inferiormente, è decorata, sul ventre, da una scena chiusa 
tra un meandro in basso e una serie di linguette e ovuli in alto, mentre posterior- 



VIGNÀNELLO 



— 56 — 



REGIONE VII. 



mente, sotto la grande ansa, sono due palmette. Le scena si divide in due gruppi : 
uno, a sinistra (tig. 11), consiste in un un giovane nudo, dalle lunghe chiome, coro- 
nato di edera, seduto sulla sua clamide posata su un sasso. Nella sinistra ha un ba- 
stone; tende la destra verso una donna nuda, in piedi, con manto sulle spalle, collana 
e armille, che gli porge una coppa e tiene nella sinistra il grande tirso con tenia. 




Fig. 11. 



Ai piedi ha alti calzari. Dall'altra parte una donna che appare perfettamente nuda, 
in piedi, con collana, si toglie il mantello. Sotto: una patera, un cigno, un corno 
potorio. È chiaro che qui è rappresentato Dionysos tra due Menadi. Egli è di di- 
segno correttissimo e del color naturale della terra; le donne sono completamente 
dipinte in bianco, sul quale sono segnati i monili. A sinistra è un secondo gruppo 
(fig. 12). Nel mezzo una biga trainata da due superbi cavalli bianchi : in essa sono 
in piedi un giovane nudo con bimation sulle spalle e lancia (Dionysos?), che tiene 



REGIONE VII. 



- 57 



VIGNA NELLO 



tra le braccia una giovane donna nuda (manca la testa), forse Arianna. Sui cavalli 
si posa vibrando le ali, per restare in equilibrio, un grande Amore, che tende una 
corona aperta. 

Verso i cavalli muove un Satiro nudo con in mano una coppa e un'oinochoe; dietro 
alla biga è una donna nuda (Menade) con corona in mano. Pel campo tre patere. Anche 




Fio. 12. 



questa scena ha le figure femminili e i cavalli dipinti in bianco; sul quale colore 
sono i particolari, come i tìnimenti dei cavalli, rappresentati con grande precisione. 
Le rappresentazioni del vaso sono completate da quella sull'alto collo (fig. 10), 
terminante in un ornato a « cane fuggente ». Nella scena è riprodotto, nelle linee 
generali, il primo gruppo: un giovane nudo siede sulla clamide, tenendo nella de- 
stra il bastone, tra due donne nude, dipinte bianche, in piedi, una delle quali gli 
offre un alabastro e l'altra una corona aperta. Dietro, altre palmette e volute. 



VIGNANBLI.O 



— 58 — 



REGIONE VII. 



Questa oinochoe fa parte di una serie di vasi di questa forma del 1V-III sec, 
tutti di fabbricazione falisca ben distinta, in cui il genio italico, pur ispirandosi 
totalmente ai modelli greci, ha saputo creare opere caratteristiche e fortemente 
armoniche ('). I soggetti sono generalmente dionisiaci. Questo di Vignanello può con- 
siderarsi uno dei più notevoli esistenti, per correttezza di disegno e per conservazione 
della policromia. 

/>) Grande stamuos (lìg. 13). Nella parte anteriore è un giovane nudo, con 
tirso e kantliaros, forso Dionysos, volto verso un altro giovane nudo, seduto, con un 



>jfe^Ì 




Fio. 18. 



grande ramo d'ailoro in mino e timpano. Questo ricorda assai il tipo di Apollo ('). 
Presso di lui è una figurina di donna seduta in terra, con in mano un corno potorio. 
Gli oggetti e la pelle della donna sono bianchi. La parte posteriore è occupata da 
un giovane nudo e una donna in piedi. Questo stamnos è di tecnica accuratissima 
e le ligure son disegnate con tratto tino, preciso e brillante. Esso si ricollega con altri 
trovati nelle necropoli di Falerii, due dei quali, quelli n. 2349 e 2340 dell' inventario 
del Museo di Villa Giulia, provenienti da una tomba in contrada Valsiarosa, rap- 
presentanti l'uno la Nike tra quattro giovani, l'altro l'episodio di Hermes che porta 
il piccolo Dionysos davanti a lieta e a Zeus (nella parte posteriore in tutt'e due è il 



(*) Vedi la mia relazione sugli scavi di Rignano Flaminio, in Not. scavi, 1914, pp. 276-77. 
(') P. cs. nel cratere del Museo Britannico, in cui Apollo appare in una scena dionisiaca 
(lira. A/ut-, cut. IV, f., 77 = Arch. Ze'vt, 1865, tav. 202, 2). 



RK010NE VII. 



— 59 — 



Vigna nello 



thiasos bacchico), Inumo con il nostro tali punti di contatto nella tecnica, nel profilo 
delle ligure, nella composizione che non esito a crederli tutti della stessa mano. 

e) Piccolo stamnos con anse ripiegate sul corpo. Anteriormente è decorato 
d'una figura femminile, vestita di peplo, seduta, con in mano una cista. Davanti a 
lei è un Eros efebico, nudo, con flabello; dietro, un giovane con clamide appoggiato 
a un bastone e una donna in piedi. La parte posteriore porta volute e palmette. 




Fig. 14. 



Abbiamo qui un vaso che, per soggetto, si aggruppa con quelli dionisiaci, così fre- 
quenti nella pittura italiota e così enigmatici ancora. Per stile differisce notevolmente 
dal precedente e si raggruppa con altri del territorio Falisco. Citerò, per esempio, 
i nn. 8237 e 8238 del Museo di Villa Giulia; con Dionysos e Arianna, Satiri e 
Menadi, rinvenuti in una tomba di Fabbrica di Roma, così vicina a Vignanello. 

d) Kylix (fig. 14), che nell'interno, tra un meandro, interrotto da stelline, 
presenta un sileno, che pare alquanto ebbro, seduto su una pelle leonina, coronato di 
pampini e con una corona di perline attraverso il petto. Davanti a lui, in piedi, è 
un Genio femminile alato, nudo, che gli presenta un timpano, a mo' di specchio. Nel 
lato esterno è da tutt'e due i lati il gruppo di un giovane nudo, una donna con peplo 
e un uomo avvolto nello himation. Sotto le anse, palmette e spirali. 



VIGNANEM.O 



«0 



REGIONE VII. 



e) Kylii (fig. 15), in buona parte mancante ; nell' interno è una bella figura 
di Diouysos. con ricca veste talare, sandali ai piedi, corona raggiata in testa, lunghe 
chiome fluenti, che siede, tenendo la destra appoggiata sul tirso a guisa di scettro. 
Darauti a lui è un satiro danzante, coronato di pampini che si appoggia con la destra 
sul tirso e volge la testa in alto verso un kantharos che tiene sollevato con la sinistra. 
Nel fondo, oinochoe e tenia. All'esterno il medesimo gruppo della coppa prece- 
dente. 




l'io. 15. 



/) Kylii (fig. 16} conservata in gran parte, che presenta nell'interno Poseidon, 
nudo, barbato, avvolto nello himation, con il tridente in mano; davanti al dio è una 
giovane donna vestita di peplo, con il piede sinistro poggiato su una roccia (Amphi- 
trite). Ai lati esterni il solito gruppo. 

g) Frammento di kylix. di tecnica analoga a quella e; con la parte inferiore 
di due figure sedute ueil' interno, e all'esterno tracce del solito gruppo. 

h) Frammento di kylix, di tecnica analoga alla d, con la testa di un Sileno. 
Tutte queste coppe appartengono alla fabbricazione indigena che le note kylikes 
con l'iscrizione potoria (Helbig-Amelung, Fùhrer II, pag. 371) assicurano essere 
stata in territorio falisco. 



REGIONE VII. 



— 61 



VIGNAKBLLO 



Questi vasi rinvenuti a Vignanello, pei quali sarebbe lungo il far confronti con 
l'altro materiale Palisco, presentano tra loro notevoli diversità e sono tra i più pre- 
gevoli finora trovati. 

Vasi a figure rosse sovrapposte alla vernice nera. 

Di questa tecnica, per la quale vedi le osservazioni che feci a proposito di una 
coppa di Rignano Flaminio ('), si trovarono nella tomba che ora si descrive: a) un 




Fio. 16. 



rozzissimo esemplare di kylix, nell' interno della quale, tra una corona di olivo, sono 
due figure ammantate che si guardano (ai lati esterni, da ciascun lato, altre due roz- 
zissime figure ammantate) ; b) altri frammenti di un vaso simile ; e) piccola lekythos- 
ariballica con figurina ammantata. 

Vasi a vernice nera. 

Grande fu il numero dei frammenti trovati nello spurgo della tomba; ma pochi 
che si riunissero. Tra questi : a) tazzina emisferica, su listello (diam. mm. 80) ; 
b) frammento di un fondo di tazza, con l'avanzo della iscrizione granita I A Y A ; 



(•) Art. cit, Notiti* 1914, pag. 277. 
Notizik Soavi 1916 — Voi. XIII. 



VIGNANELLO 



(52 — 



REtìlONE Vii. 



c) piccolissima tazzina emisferica (diam. mm. 50); d) piatto del diametro di mm. 125, 
su basso piede, coi segni graffiti VeX;f) frammento della parte centrale di una 
coppa a vernice nera, con impressi un fiore stilizzato e cinque palmette tra un 
cerchio di puntini. 

Vasi d'imitazione metallica: 

a) stamnos, con manichi formati da due cavalli marini con i corpi intrecciati. 
È decorato con baccellature, palmette e spirali che erauo espresse con colore giallo 




Fio. 17. 

sul fondo argentato (tig. 17); rasi perfettamente simili furono trovati nella necropoli 
di Falerii ('); b) coppa a imbuto, con grande ansa e foro sul fondo (diam. mm. 145); 
e) grande ansa di un'anfora a volute; d) piccolo skyphos con striatimi verticali. 

Vasi di terra grezza: 

Anche di questi furono trovati moltissimi frammenti, pochi dei quali furono 
potuti ricomporre. 

a) quattro piattelli, del diam. di mm. 120-130; b) piccola olpe, alta mm. 80; 
e) piccola tazzina emisferica, verniciata di rosso; d) ciotola su basso piede, verni- 
ciata di rosso; e) frammento di piattello con granita l'iscrizione: 

*ìéAMV1 



(•) Helbig-Amelung, Fùhrer II, pag. 372. 



RKU10NK VII. 



— 63 



VIGNANELLO 



Riassumendo, i vasi che si sono potuti ricomporre si raggruppano in due grandi 
serie, delle quali una comprendente i buccheri e i vasi greci che furono adoperati in 
seppellimenti dalla fine del VI fino alla metà del V sec. quando fu scavata la tomba. 
Questa però fu adoperata ancora in seguito, nel III-IV sec. e a questi nuovi defunti 
furono dati, per accompagnarli nel sepolcro, i vasi dipinti di fabbricazione falisca e 
tutti quelli a vernice nera o grezzi, dei quali ho dato la lista. Quanto ai vasi d'imi- 
tazione metallica, essi devono porsi, se non proprio posteriormente, certo almeno tra 
i più tardi prodotti della civiltà falisca. 

Tomba III. Compiuta l'esplorazione della tomba II, dopo alcuni saggi infrut- 
tuosi, ai primi di settembre se ne scopri una terza (fig. 1. n. 3), poco discosta dalle 




Fio. 18. 



altre, ma singolarissima, perchè orientata da est ad ovest e aprentesi nel ripiano sulla 
volta della tomba II. La nuova tomba offrì poi la particolarità di essere restata in- 
tatta, perchè sfuggita, per la sua strana posizione, alle ricerche antiche e di presen- 
tare così parecchi loculi inviolati. Purtroppo la nuova strada di Vallerauo ha costretto 
a rinterrarla di nuovo. 

Dopo un dromos lungo m. 6 (ved. fig. 18), si apriva l'ingresso che fu trovato 
chiuso da un parallelepipedo di tufo; e si accedeva nella camera sepolcrale per una 
scala di quattro gradini, raggiungendo così la tomba la profondità di m. 4,35. La 
volta, semplice, era a doppio piovente. Alla destra dell'ingresso, cavata nel tufo, era 
una banchina, e nelle pareti erano scavati numerosi loculi : 6 nella parete a destra 
dell'ingresso, più uno sotto la banchina; 9 in quella di faccia, con uno piccolo in 
alto; 7 nella parete di sinistra, e infine 7 in quella stessa dell'ingresso. 



V1GNANELL0 — 64 — REGIONE VII. 

Data la fortunata circostanza dello stato d' integrità in cui fu trovata la tomba, 
la descriverò topograficamente, al contrario di quanto sono stato costretto a fare per 
quella precedente. Farò man mano la discussione delle piccole questioni che possono 
sorgere. 

I. Parete a destra di chi entra (fìg. 19). 

Vi si scorgono, come accennammo, sei loculi, tutti uguali, scavati in tre ordini 
sovrapposti. I più bassi sono a m. 1,50 dal piano della tomba. La parete resta liscia 
a sinistra; a destra è occupata da una banchina, alta appunto m. 1..MJ. larga e luDga, 




"*=.* 






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Fra. 19. 



presso le pareti, m. 1,25 e tagliata obliquamente nel lato anteriore (ved. pianta fìg. 18). 
Di essa ci occuperemo in ultimo. I loculi sono lunghi m. 1,50, alti m. 0,60 e di 
profondità varia da 1 m. ai 50 cm. Alcuni pochi quindi possono esser serviti per un 
doppio seppellimento. Cominciamo a indicarli procedendo in senso verticale : 

A) Sezione a destra: a) 11° loculo (dall'alto). 

In esso fu fatto il più strano ritrovamento della tomba: uno scudo di lamina di 
rame, collocato nel loculo aperto. Lo scudo, quasi intatto, misura mm. 700 di dia- 
metro ed è di forma perfettamente circolare. Consta di un umbone centrale e di varie 
zone concentriche, in quest'ordine : partendo dal centro, si alternano zone concentriche 
di trattini verticali, o ornate di rosette; una pare abbia portato delle sfingi, ma non 
si può stabilire, se anche in questa non si tratti piuttosto di motivi d'ornato. 

L' interno dello scudo conservava terriccio con tracce di legno ; lungo i margini 
è conservato un vimine. La forma e l'ornamentazione caratteristica dell'oggetto non 
lasciano alcun dubbio sulla classificazione : è uno di quegli scudi rotondi, di uso de- 



REGIONE VII. 



65 — 



VION ANELLO 



corativo delle tombe, che si rinvennero nelle tombe arcaiche, così aNarce('), come 
nella Regolini-Galassi di Cerveteri, come a Palestrina (*) ecc. L'opinione più accre- 
ditata tra gli archeologici è di assegnare ad essi la data della seconda metà del VII 
sec. av. Cr. ( :1 ). 

Insieme con lo scudo (è da notare che nel restauro apparvero poche tracce di 
due altri scudi simili) fu rinvenuta nello stesso loculo una kylix di fabbrica italica 
con tracce di figure dipinte con ocra rossa sul fondo nero. Neil' interno, due giovani 
nudi ; ai due lati esterni, due giovani ammantati per ogni lato, tra palmette e girali. 
Si tratta di uno di quei prodotti tardi della ceramica italica, più del III che non 
del IV sec. av. Cr. dei quali già parlammo descrivendo la tomba precedente. 

Questi due oggetti associati provano che lo scudo fu messo lì in tempo assai 
posteriore a quando era stato fatto. Anticipando quanto si vedrà, posso dire che tutla 
la restante suppellettile della tomba appartiene allo stesso periodo tardo IV-II sec. 
av. Cr. Bisogna concludere che questo oggetto così stranamente isolato sia stato 
rinvenuto con ogni probabilità nel fare lo scavo della tomba, per la quale fu 
distrutta, o, meglio, ampliata una tomba precedente, di cui si volle conservare l'og- 
getto più insigne. 

b) 1° loculo (immediatamente superiore al precedente), trovato privo di chiu- 
sura. Vi sono stati rinvenuti i frammenti di due sandali di legno, con parti di bronzo, 
sia per ornamento sia per trattenere le parti in cuoio che dovevano assicurare queste 
suole di legno al piede. Erano, per la forma e le dimensioni, evidentemente femminili. 
e) III loculo (immediatamente sotto al loculo a, al livello della banchina). Fu 
trovato chiuso con tegole, una delle quali portava la seguente iscrizione, scritta in 
ocra rossa: 




rft 20 30 Cen.t 



Fio. 20. 
Cioè (ilo: velmineo \ ti.... fc. cupa. 



(') V. Barnabei ed A. Vasqui, Arti. d. territ. falisco in Man. ani. delVAcc. dei Lincei IV , 
col. 396; Helbig-Amelun>;, Fùhrer II, pag. 75. 

( a ) Montelius, Vorkl. Chronol., tav. XLI. 

( 3 ) Ved. Della Seta, La collez. Barberini di ant. prenestine, in Bull, d'arte 1909, fase. V ; 
Helbig-Amelung, Fùhrer II, pag. 313. 



VIONANKI.I.O 



66 



KKOIONE VII. 



Dei caratteri cornimi a questa e a tutte le iscrizioni seguenti, tratterà breve- 
mente il eh. dott. B. Nogara in appendice alla presente relazione. A noi basti ricor- 
dare che siamo in presenza di un'epigrafe falisca o che qui comparisce quel nome di 
Velmineus che, ritornando in quasi tutte le epigrafi che vedremo, ci autorizza a 
crederlo quello della famiglia che in quella tomba aveva sepoltura. 

La presenza di epigrafi falische a Vignanello è importante, perchè ci dimostra 
che lì arrivava questo caratteristico popolo, che doveva avervi il confine settentrio- 
nale, come a Kignano era quello meridionale ('). Ma su ciò torneremo in appresso. 
Il cupa è il notissimo verbo falisco = cubai. 

Nel loculo non fu rinvenuta alcuna suppellettile. 

B) Sezione sinistra. 

a) 1° loculo (dall'alto). Fu rinvenuto anche esso chiuso da tegole con iscri- 
zione, scritta in rosso nel senso verticale della tegola. Non conteneva alcun oggetto. 




Fio. 21. 

cioè : luna velmineo e, sotto, litio. 



La particolarità della prima di queste tegole è che era già stata adoperata pre- 
cedentemente. Studiandola con attenzione, riuscii infatti a scoprire che sotto alla 
prima riga rossa ce n'era un'altra scritta con della calce (sistema molto usato, come 
vedremo, anche in altre tegole). Si legge chiaramente la parola cavia: sotto restano 
minime tracce di lettere indecifrabili di una seconda, e, forse, di una terza riga ('). 
I>) 11° loculo. Fu trovato aperto e presentava un seppellimento e cremazione. 
Si rinvenne infatti: 

1) olla cineraria (alta inni. 245; diain. della zona mm. 125) di rozza terra 
gialla; colma di osse combuste e senza coperchio; 



(') E. Gabrici in Noi. Scavi 1912, pag. 75. 

(*) Esempi simili già si conoscevano di S. M. di Fallesi {C. I- E., 8345, 8848 ecc.). 



REGIONE VII. 



07 — 



VIGNANELLO 



2) oinochoe di bronzo, a forma ovale, panciuta; alta mm. 210, con ansa a 
nastro, rialzata nell'orlo; 

3) olpe di bronzo di forme ovoidale, alta mm. 85. Questo seppellimento si 
presenta con caratteri tardi, non certo anteriori alla metà del II secolo. 

e) III loculo. Fu trovato aperto, con avanzi dello scheletro Non conteneva 
vasi; ma solo oreficerie personali, e precisamente: 
All'altezza della testa: 

1) pendente a cerchietto, di sottile filo di argento, con capi attortigliati; 

2) tre cerchietti di argento (diam. mm. 30), probabilmente eliche per le 
trecce. 

Presso la mano sinistra: 

3) anello di argento con castone per sigillo, privo d' incisione. 

II. Parete di faccia a chi entra (fig. 22). 

Vi si scorgono dieci loculi, trovati intatti; dei quali, nove per adulti e uno per 
bambino. Questo, lungo m. 1.25, largo m. 0.60 e alto in. 1, non lasciò tracce del 




Fig. 22. 



seppellimento. Gli altri sono disposti in due serie: cinque a sinistra e quattro a 
destra, guardando la parete. 

A) Sezione destra. 

a) 1° loculo, dall'alto, per adulti. Lungo m. 1.75, alto m. 0.50, largo m. 0.75 ; 
fu trovato chiuso da tegole, una delle quali portava l' iscrizione scritta in corsivo, 
con colore bianco di calce sul coccio (fig. 23). 



VlGNANELt.O 



— 68 



REGIONE VII. 




Fio. 23. 



La linea prima è chiara, cavio vel[m?~\ineo, della seconda si legge poplia e 
poi, pare, un i; e un file, quindi verisimil mente popliai filerai"] = Publiae filiae. 
Il loculo conservava intatta la forma dello scheletro e un grazioso corredo. 
Dalla parte della testa: 

1) alabastron di alabastro, privo del beccuccio, di forma panciuta, alto 
mm. 230; 

2) figurina di bronzo, unita a un'asta di ferro. Nel restauro questa venne 
a unirsi a dei frammenti di spiedo di ferro, trovati più verso le gambe del defunto 
(tìg. 24). 

Trattasi probabilmente di un candelabro in ferro, sormontato dalla graziosa sta- 
tuetta. Questa, che misura mm. 35 d'altezza, rappresenta Herakles nudo, che ha 



REGIONE VII. 



- 69 — 



VIGNANELLO 



la pelle leonina sul capo, annodata con le zampe sul petto e la tiene a guisa di 
clamide avvolta al braccio sinistro che poggia sulla clava puntata a terra; mentre 
tiene la destra appoggiata all'anca. La figurina, discretamente conservata, ci offre un 
tipo dei più interessanti. Herakles con il capo coperto dalla pelle della testa del 

leone è tipo comune nella statuaria greca. S. Reinach, 
nel suo Répertoire de le statuaire, ne offre molti 
esempì ('): ma i più vicini alla nostra statuetta sono 
quelli di tre altre statuette di bronzo ( 2 ), specialmente 
quelle già nelle collez. Rome e Ferroni. Il tipo risale 
certo a Policleto ; ma fin quanto riproduca un capolavoro 
del grande scultore, non è questo il luogo di discutere ( 3 ). 
3) figurina muliebre ammantata, di bronzo, alt. 
mm. 110, pure saldata alla sommità di un'asta di ferro 
che termina con un capitellino 
(fig. 25). Veste un chitone, sul 
quale porta lo himation ; ha la 
chioma lunga, con stefane; al 
collo una collana. Tiene la 
destra al fianco e nella sinistra 
un oggetto indeterminato ('*). 
Di lavoro piuttosto fine, con 
un aspetto leggermente arcai- 
cizzante ; 

4) alabastron di ala- 
bastro, di forma slanciata, con 
orlo piano e sporgente. 

All'altezza della mano si- 
nistra: 

5) anello di filo d'ar- 
gento con scarabeo mobile di 
sardonice, portante nella parte 
piana inciso un felino (?). E la- 

Pia. 24. vorato a «perle » con la tecnica Fio. 25. 

caratteristica per gli scarabei etruschi del IV-III sec. av. Cr. (fig. 26-a); 





(■) Alcuni più notevoli: Torlonia 242 (Rein. II. pp. 217, n. 7) Ny-Carsberg (Rein.II, 222. n. 9 ; 

223 n. 1). 1M 

(■) Della coli. W. Rome a Londra (Rein. TV, 128, n. 8) della vend. Ferroni (Rein. IV, 128, 

n. 4) ; di Narbona (Rein. IV, 128, n. 5). 

(») Ved. Maler, Polyklet, pag. 143; Révue et. ancienne» (1910). 

(«) Potrebbe darsi che si trattasse di una civetta: avremmo allora nn'Athena. È nota l'esi- 
stenza, nell'arte arcaica, di un tipo di Athona pacifica, inerme, con la civetta nella mano sinistra: 
p. es. una statuetta di bronzo del Museo di Napoli (Collez. Santangelo) pubbl. da A. Furtwangler 
nelle Sitzungsber. der Mundi. Akad. 1900, pag. 589. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. N> 



VIGNANELLO 



— 70 — 



RKGIONE VII. 



6) anello di argento, portante incisa nel castone (vicino ad una stella e ad una 





a Fio. 26. // 

mezzaluna) una dea, vestita di peplo, con elmo e che pare tenga nella sinistra lo scettro 




Fio. 27. 

con un emblema e la destra sullo scudo appoggiato a terra (Athena?) (fìg. 26 b) 



REGIONE VII. 



— 71 — 



VIQNANELLO 



7) vari frammenti di ambra, formanti una collanina. 
Dalla parte dei piedi: 

8) candelabro di bronzo, alto mm. 390. Consta di un'asta cilindrica con una 
spirale granita; a metà è una figura di fai nella. I tre piedi bovini si riuniscono intra- 
mezzati con palmette. Il profumiere, quadrato (lato di min. 70), ha nel mezzo una 

cunetta circolare con l'orlo sporgente per l'olio. 
Ai quattro lati erano quattro colombelle, lavorate 
a parte; ma tre di esse mancano (fìg 27). È un 
tipo comunissimo nelle tombe etnische del IV e 
III sec. ('); trovato anche nella necropoli di Val- 
siarosa a Palerii (p. es. nel Museo di Villa Giulia, 
nn. 1521-22-23); 

9) Due figurine fittili muliebri (fìg. 28), 
d' identica fattura, coperte di una vernice argen- 
tata, imitante il metallo. Dovevano essere inserite 
come manichi. Su una base a forma di capitello 
si ergono in piedi, con chitone e himation nel 
quale sono avvolte. Alt. mm. 120; si trovano fre- 
quentemente nelle tombe e sono di uso sconosciuto 
ancora ; 

10) alabastron di argilla giallastra con 
due prese sotto l'orlo, alto mm. 240; 

11) lekythos panciuta, di creta giallastra, 
con decorazione di fasce rosse, poste in senso 
orizzontale ; 

12) una coppia di due oinochoài; della 
forma a base cilindrica, caratteristica della cera- 
mica dell'Italia meridionale, da alcuni identificata 

Via. 28. con la epickysis (fig. 29, 1 e 3) e già trovata 

in più di un esemplare nelle tombe falische. Le nostre sono verniciate di nero e 
decorate sul collo da un « cane fuggente » nero, sul fondo giallo del vaso; 

13) askos a ciambella con ansa traversale, e decorazione simile a quella dei 
vasi precedenti (fìg. 29, a ) ; 

14) lekane con coperchio, comunissima nella ceramica tarda: è decorata 
di tralci di foglie di olivo stilizzate (fig. 29,5) (diam. mm. 115); 

15) oinochoe locale, di forma graziosa, alta mm. 160, col becco trilobato. 
È decorata di meandri, ovoli e palmette, e presenta davanti un cigno bianco, star- 
nazzante le ali, espresso con quella maestria che in questi tipi aveva acquistato la 
pittura vascolare falisca ( 2 ) (fìg. 29, 2 ) ; 




(') Martha, L'art étrusque, fig. 363. 

(*) Vedi altri animali dipinti su vasi falisci, trovati a Rignano Flaminio (scr. cit, Notizie, 1912, 
pag. 276, figg. 9, 10, 11). 



VIGNANELLO 



— 72 — 



REGIONE VII. 



16) quattro tazzine emisferiche, interamente verniciato di nero, del diam. 
di mm. 85. 

La suppellettile di questo loculo presenta veramente un insieme, che raramente 
si trova più armonico. Anzitutto è chiaro che la tomba è femminile; e quindi la 
defunta deve essere Poplia (= Publio) e Cacio Velmineo (= Gaius Velmineus) 




Fio. 29. 



deve averla collocata, con commovente affetto, nella tomba accompagnandola di tutto 
l'occorrente per l'abbigliamento di una signora raffinata. Lascio al prof. Nogara di 
indagare la sicura lettura della epigrafe, limitandomi a dire ciò che mi suggerisce 
il materiale archeologico. 

Quanto alla data, siamo ancora in un periodo anteriore all'uso generale della 
ceramica a vernice nera ; ma i vasi dipinti di tipo falisco vi appaiono in forme della 
decadenza. Con le debite riserve, in un campo ancora così incerto, assegnerei a questo 
insieme la data della prima metà del III sec. av. Cr. 

b) 11° loculo, identico al precedente ; ma un po' meno largo ; di cm. 50. Fu 
trovato aperto, con tracce dello scheletro del defunto, presso la mano sinistra del 



REGIONE VII. 



— 73 



VIGNANELLO 



quale era nn anello di argento, portante incisa una figura virile nuda, in piedi 
(tig. 33): Herakles con la clava nella sinistra e la pelle leonina nella destra. 

e) III loculo. Era chiuso da tre tegole, poste nel senso orizzontale, due intere 
e un pezzo di un'altra, tutte occupate dall' iscrizione, scritta con calce bianca, 





\ 



ad VtO 



» 



'*"> 




io ?a j0 4f 30 6ff Cf/it 



Fio. 30. 



cioè ti toi vel | mine | o e, sotto, una parola che termina con la nota terminazione 
ice; prima, traccia di quattro lettere, la prima delle quali parrebbe un ;;. 

Il loculo, leggermente più lungo e largo del precedente, mostrò due gruppetti 
d'ossa, tanto sminuzzate da ritenersi combuste. 

In un angolo, rovesciati, erano i seguenti vasi: 

a) grosso skvphos. alto mm. 195, del diametro alla bocca di mm. 180, pre- 
sentante, tra palmette. una grande testa maschile di piotilo, da un lato, e una fem- 
minile dall'altro; 

b) olla ovoidale di rozza creta rossastra, alt. mm. 155. 

IV loculo; lungo come i precedenti, ma alto m. 0,40 e largo altrettanto, era 
chiuso con tre tegole, sulle quali, posta in senso orizzontale, è l' iscrizione seguente, 
fatta con stucco bianco, in gran parte caduto, ma che ha lasciato una leggera orma 
sul coccio: 





imiiinmii!imi,i.iiiiMi,i, r ,;, n . | .| l , ll . ll , IIM - 

fff li se 40 je t ff crnl 
Fio. 31. 



^.in^iiiiiÉi^iilflìiiiliiilllìlìiillll" 

— vrnffl! imi-i-iiTi-iii ■ , „ ;■ 



La prima riga porta scritto : cuicto velmineo (= Qui(n)ctus Velmineus) ; del nome 
della seconda si legge: voxie eai. Aperto il loculo, si rinvennero solo avanzi dello 
scheletro, ma nessun oggetto. 



VIGNANELI.O 



— 74 



REGIONE VII. 



B) Spione sinistra. 

I loculo in alto. Approfittando del vicino loculetto per bambino, che quindi 
doveva essere anteriore, lo scavatore del presente loculo diede ad esso la lunghezza di 
ben m. 2.80; l'altezza e la larghezza sono proporzionate, rispettivamente di m. 0,60 
e 0.90. Era chiuso da tegole, sulle quali non si scorgeva traccia di iscrizione. Aper- 
tolo, vi si rinvennero gli avanzi di uno scheletro, e. dalla parte della testa, 

1) specchio di bronzo, circolare, con punta da inserire nel manico (diam. 
inni. 130), senza decorazione. 

II loculo. Presentava le dimensioni normali (lungh. m. 1,50; alt. m. 0,50; 
largh. m. 0,65). Era chiuso con tegole, su una delle quali si legge la seguente 
iscrizione, che presenta il nome sextia: 



!%iiiil)rilliif.lliil!-iii 




MSBmBL 

( 11 ) | ii | iii | i«.illllll ||||n min mimmill—r 

j // , te je Cent 

Fio. 32. 

Come nel III loc. della sezione destra, non fu rinvenuto lo scheletro; ma il 
piano era sparso di ossa, che sembravano combuste. 
In un angolo, rovesciato, si rinvenne: 

1) grande skyphos locale, alto urna. 220, diam. mm. 210, decorato di pal- 
mette a spirali, tra le quali, da una parte, è una grande testa femminile di profilo 
e dall'altra una figura virile ammantata. Questo skyphos, come l'altro rinvenuto nel 
loculo sopra ricordato, ha tutti i caratteri di opera dell'estrema decadenza della 
pittura vascolare falisca; 

2) piattello di rozza creta giallastra (diam. mm. 115). 
Tra le ossa furono rinvenuti: 

3) anello-sigillo di rame, nel cui castone per la corrosione non si riesce a 
determinare la figura 





Fio. 33. 



Fio. 34. 



4) anello di argento (diam. mm. 20) portaute incisa nel castone una testina 
di Mercurio con petaso alato (tìg. 34) ; 



REGIONE VII. 



— 75 



VIQNANEI.LO 



5) orecchino a cerchio d'argento con una pallina all'estremità dei capi (diam. 
mi, 25). 

Tutti questi oggetti ben si convengono a un nome femminile. 

Ili loculo. Lungo e alto, come il precedente, era meno largo (m. 0,50). Fu 
trovato chiuso da tegole, due delle quali portano in senso orizzontale la seguente 
iscrizione scritta con calce bianca, in parte caduta (rìg. 35) : 



a f'.'' iH iMf ~ 




««ìli 



'iSiililJiiifcS 






WM-. m ,-'M-\m«ai 



nsa 




1 II IO le 40 Si te Cent 



Fio. 35. 



che si legge: volito velmineo e, sotto, litio sce\ va, rimanendo dubbi sull'ultima parola. 

Apertolo, vi si rinvennero ossa combuste, senza alcuna suppellettile. 

IV loculo. Era il più basso di tutti, di appena 30 cm. di altezza; per il resto, 
delle dimensioni normali. Si mostrava chiuso da tegole, su due delle quali è chiara- 
mente leggibile questa iscrizione, in senso orizzontale, dipinta con calce bianca: 




.Mi 



■mi 

"'""'"""""•■" |j " 




IliiÉI 



iiiJMIUlllllllliliiiiiìiliiii 

mJJHa.»i:rii| l| .n | ;i r ...l M| | B Tl|-'l M> 



tu !{/ JO 



«e sff off Cent 



Fio. 36. 



cioè volta v\elmineo e, sotto, fui orti \acue [=<?/ Fulonia~\ (fig. 36). 

Nell'interno del loculo erano avanzi scheletrici e i seguenti oggetti: 

1) piccola olpe di terracotta verniciata di nero (alt. mm. 78); 

2) ansa di vaso di bronzo, terminante con un animaletto (leoncino?) sti- 
lizzato. 



VIONANE1.L0 



— 76 — 



REGIONE VII. 



Dovette essere adattata a un vaso di legno, del tutto sparito nei più di duemila 
anni che quella tomba rimase inviolata. 

V loculo. Delle dimensioni comuni, ma poco largo (m. 0,40), fu trovato aperto. 
Conteneva tracce dello scheletro, tra le quali, all'altezza del petto, era un anello di 
ferro, tutto coperto di ossido. 

Sotto a questo loculo, in terra, appoggiata alla parete, era una tegola con la 
seguente iscrizione: 



ìr u 'ì'f" r ""'ff'ìì"M' : n'V"" : lt""ìlf" : "' w " i"'!'!!!'"*! 1 !" 8 *; — 

.oA Aiva\ 



5F 



-, '■■-'-• irn'Hi^-inri'iii' 



m 



io 3ù 4ù cent 



Fio. 87. 



la prima parola cavia è chiara; l'altra si legge loriea (fig. 37). 

II F. Parete a sinistra di chi entra (fig. 38). 

Questa parete presentava sette loculi : quattro nella sezione destra e tre nella 



sinistra, tutti per adulto. 




Fio. 38. 



A) Sezione di destra. 

Il loculo (dall'alto). Era chiuso con tegole, una delle quali aveva la seguente 
iscrizione (fig. 39): 



RKOIONK VII. 



— 77 — 



VIONANBLLO 




Fio."39. 



cioè tito vel | mirteo : iurì\ cTluaice. 

Aperto il loculo, si constatò non contenere esso alcuna suppellettile. 
Le sue dimensioni erano: lungh. m. 1,55, largh. m. 0.75, alt. m. 0,50. 
Gli altri tre loculi di questa sezione, avevano le seguenti dimensioni: 

1 (dall'alto): lungh. m. 1,60; largh. m. 0,55; alt. m. 0,50 

III » » » 1,65; « » 0.50; » » 0,45 

IV » » » 1,75; » » 0,30; » » 0,50 

e i tre della sezione sinistra erano delle seguenti : 

I (dall'alto): lungh. m. 2,00; largh. m. 1,00; alt. m. 0,70 

II » » » 1,75; » » 0,30; » » 0,25 (per giovanetto?) 

III » » » 1,75; » > 0,50; » » 0,40 



Non dettero alcun oggetto di suppellettile. Anche le tegole di quelli rinvenuti 
chiusi, non possedendo traccia evidente d'iscrizione, non furono contrassegnate. Quando, 
durante il restauro, furono riesaminate, in quattro di esse si riscontrarono tracce 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 11 



VltìNANELLO 



78 



KKUIONK VII. 



di lettere; e precisamente (una dovette appartenere certamente al loculo li seziono 
sinistra) (figg. 40-43) (»): 




mmmam 

—umiiiiimiimiiii ;ii.iui„iii„.„- ; ' 



6 ie 2t Je *0 cent 



no... , | . 
Fio. 40. 




r l J e ent 



pojili | [v f] elmi | ..no 
Fio. 41. 




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popi . . | . . elei 
Fio. 42. 




NM UN i iiMinmnr,,,,,, ,„■,!,,„ .,-„„ r ||| | | | ||t 

J e eni 



cavio | ruso 
Fio. 43. 



IV. Parete dell'ingresso (fìg. 44). 

Anche la parete in cui si apre la porta, a destra e a sinistra di questa, aveva 
dei loculi e una banchina. 

.4) Sezione destra guardando la porta. 
Conteneva cinque loculi, delle seguenti dimensioni : 

I loculo dall'alto: lungh. m. 1,10; alt. m. 0,80 

II « » * 1,10; » » 0,50 

III » » 0,75; - . 0,25 

IV » » » 1,25; » » 0,50 

V » » » 1,10; » » 0,25 

(') Per errore grafico la scala metrica delle figure 41, 42 e 43, invece di cento, 0, 1, 2 e 3 
deve essere 0, 10,20 e 30, qnindi le proporzioni delle tegole sono perfettamente identiche alle altre. 



RBGHONK VII. — 79 — VIGNANBLLO 



Quindi nessuno di essi poteva contenete un defunto, inumato, se non un bam- 
bino. Solo nel II furono rinvenuti frammenti di lastra di bronzo. 
E) Sezione a sinistra. 

1 loculo (lungh. m. 1,25, alt. m. 0,60). Di suppellettile non si raccolse che il 
profumiere di un candelabro di bronzo, di forma identica a quella del loc. I, sezione 
destra della parete di fondo. Mancava una delle quattro colombelle. 






PÉ&jfÈfà 




II loculo (lungh. m. 1,20, alt. m. 0,60). Vi si rinvennero i seguenti oggetti: 

1) candelabro di bronzo, della solita forma, e tre piedi bovini; alto mm. 380 
e mancante del profumiere; 

2) askos a otre, di argilla giallastra, alt. mm. 130; 

3) tronco di piramide di terracotta con foro trasversale, alt. mm. 1,5. 
Sotto a questi loculi era la banchina, già nominata al principio di questa descri- 
zione. Vi si trovarono gli avanzi di due scheletri, presso i quali si rinvennero aggrup- 
pati i seguenti oggetti: 

1) specchio di brouzo di forma ovale (diam. trasversale mm. 155), con punta 
da inserire nel manico. È decorato di una rozza figura graffita di Genio alato, di 
corsa, nudo, con scarpe, tenente in mano un alabastro; 

2) altro specchio di bronzo (diam. mm. 160) con tracce di restauro in ferro. 
È decorato con due figure in piedi, nude, che si guardano, tutte corrose dall'ossido 
(Menade e Sileno?): 

3) specchio di bronzo, della forma degli alti due (diam. mm. 165). Vi si vede, 
inciso di profilo un gióvane guerriero (rig. 45), nudo, con clamide legata al collo e 
cadente dietro le spalle. In testa ha un elmo attico, con grande cimiero e naQayvà- 
riàsc rialzate. Egli è a cavallo di un toro marino, fornito di grande pinna pettorale 
e di una coda terminante in una pinna analoga. Sotto guizza un delfino per carat- 



VIGNANBLLO 



— 80 — 



REGIONE VII. 



terizzare il mare, come in tante opere della scultura antica. Il gruppo potrebbe essere 
di genere; ma viene spontaneo di pensare ad Achille, quando con la scorta del corteo 
di sua madre Teti, va all'isola dei beati. Il disegno robusto, la perfetta modella- 
tura del corpo, la fantastica forma del mostro marino, fanno di questo specchio, di 
tipo nuovo, un bell'esemplare di incisione nel bronzo, di arte greco-etrusca del IV 
sec. av. Cr. 

4) altro specchio (diam. mm. 150) di bronzo, decorato da un genio fem- 
minile alato, di corsa, nudo, con in mano l'alabastro, rozzamente disegnato; 

5) altro specchio simile al precedente (diam. mm. 165); ma il genio fem- 
minile ha in testa un berretto conico; 




Pio. 45. 



6) specchio di bronzo (diam. mm. 165) con figura di genio femminile ana- 
loga alle due precedenti, con berretto conico, collana, armilla e scrofa e. in mezzo, 
un alabastro. 

Tranne il n. 3, trattasi di tutti prodotti d'arte dozzinale del IV-II1 sec. av. Cr., 
con tipi comunissimi negli specchi di quel periodo; 

7) due lebeti di sottile lamina di rame (diam. mm 190 e 220); 

8) due olpai della stessa lamina (alt. mm. 130 e 120); 

9) striglie di bronzo, in perfetto stato di conservazione, con nel manico l' ini 
pronta di un sigillo (un delfioetto) e il nome (inintelligibile) del fabbricante (lun 
ghezza mm. 260); 

10) altro strigiie simile, ma col manico espanso in senso verticale; 

11) frammenti di un terzo striglie; 

12) coppa ombelicata di lamina enea (diam. mm. 90) ; 



REGIONE VII. — 81 VIONANEI.I.O 

13) candelabro di bronzo, della forma degli altri già studiati; sull'asta è 
adorno di una faina che insegue un galletto. I tre piedi sono a zampa bovina (manca 
il profumiere); 

14) altro candelabro di bronzo, puro mancante del profumiere, con gambe 
umane, e la sola faina; 

15) due simpula di bronzo, col manico foggiato a testa d'oca (luugh. 
mm. 310 e 260). 

lerrecotte : 

16) strigile di terracotta gialla, con ansa ad occhiello (lungh. mm. 220) ; 

17) alabastron di creta giallastra con orlo sporgente, alto mm. .260; 

18) cinque piatti su basso piede, con decorazione di cane fuggente e di 
stelle a quattro raggi, dipinte in nero, prodotti tardissimi della ceramica indigena; 

19) nove coppette emisferiche verniciate di nero, varianti, nel diametro, 
dagli 85 ai 35 mm. ; 

20) lucerna fìttile, monolicne, con ansa ad occhiello, verniciata di nero 
(lungh. mm. 90). 

21) piatto piano, ombelicato, con orlo sporgente in basso, su listello, verni- 
ciato di nero (diam. mm. 150): porta granite le lettere 3); 

22) altro piatto, verniciato di nero, con sul fondo una stella a raggi e 
quattro palmette e le stesse lettere 3); 

23) tazza emisferica a vernice nera, con graffito il seguo V. 
Ferro : 

24) frammento d'una spada di ferro (lungh. mm. 310); 

25) cuspide di lancia e altre due lance, corrose dall'ossido. 

È chiaro che sulla banchina doveva esser sepolta una coppia di coniugi; abbiamo 
Buppellettili maschili e femminili; il materiale è abbastanza omogeneo e, tranne lo 
specchio n. 3, si può datare al III secolo. 

Completata così la descrizione dei vari seppellimenti, resta da dare un lapido 
sguardo alle suppellettile, del resto assai umile, raccolta sul piano della tomba, tra 
la terra che vi era penetrata: 

1) due anfore di argilla rossastra, di forma ovoidale, alte mm. 4 70 e 210; 

2) guttus su piede, con ansa a occhiello. Porta una testa muliebre impressa 
nella parte superiore e ha una decorazione a ghirlande dipinte in bianco; 

3) askos a otre, verniciato di nero; 

4) parte superiore di un olpe di lamina di rame; 

5) alabastron di terracotta, della forma degli altri studiati; 

6) due lucerne fittili verniciate di nero; 

7) rozzo vaso cilindrico, con stretta bocca, di creta giallastra (alt. mm. 17U); 

8) olletta ovoidale di creta giallastra; 

9) settantacinque vasi di tecnica cosiddetta etnisco-campana, interamente 
verniciati di nero, dì varie forme e dimensioni; piatti ombelicati, concavi o pieni; 
tazze su alto piede, con grandissima prevalenza di tazze e tazzine emisferiche, tutte 
di mediocri o piccole dimensioni. Noto soltanto i segni graffiti : 



VIGNANEM.O — 82 — REGIONE VII. 

a) CX) , ueir interno di uu piatto ombelicato; b) 3V , di un altro simile; 
e) V , su tre piatti concavi e tre tazzine emisferiche; d) -r- . su cinque tazzine emisfe- 
riche; e) y , su piatto concavo; /") V , su una tazzina emisferica; 

10) quattro tazze e un piatto di argilla rossastra, una col segno +■ graffito 
sul fondo interno; 

11) dieci piattelli e un coperchio di rozza argilla giallastra: uu piattello 
ha il segno X graffito; 

12) tredici piattelli su alto piede, di terra gialla, i più con cerchi concen- 
trici, quattro con croce e « cane fuggente », uno con profilo femminile; 

13) tazza d'impasto assai simile al bucchero, a forma di tronco di cono, 
su listello, certo anteriore a tutta la restante ceramica della tomba; 

14) poculum con vernice d'argento; 

15) tronco di piramide di terracotta; 

16) frammenti di alcune lance di ferro. 
Spurgandosi infine il tramite delle tombe, si rinvennero: 

1) tazzina emisferica a vernice nera (diam. mm. 90); 

2) due bottoni in terracotta giallastra, di forma lenticolare, per giuoco; 

3) puntale d'una lancia di ferro; 

4) ghiera di bronzo, con foro, dentellata superiormente; 

5) frammento di una testina in terracotta, forse appartenente alla decora- 
zione di un edificio vicino e caduta nel tramite: pare piuttosto arcaica. 

Con questo è compiuto l'esame della tomba dei Velminei, che, come dicevo al 
principio, ad eccezione dello scudo, presenta un insieme che si aggira dalla fine del IV 
al principio del II sec, av. Cr., e la cui suppellettile ha per di più il pregio di essere 
stata scavata direttamente dall'Ufficio scavi e integralmente trasportata nel Museo di 
Villa Giulia, dove già è esposta, divisa topograficamente. 

Ricerche nell'area dell'antica città. — Ho detto, al principio di questa rela- 
zione, che, ad occidente di Vignanello, si estende un piccolo altipiano, largo in media 
300 m. e limitato dai fossi a nord e a sud e, ad occidente, dalla strada di Vallerano. 
Ci sono forti ragioni per credere che, a circa un chilometro dalla porta di Vignanello 
in tempo etrusco, il colle sia stato artificialmente scavato, a guisa di vallo. 

In questa località — detta Molesino — vari indizi facevano sospettare l'esistenza 
del centro abitato da coloro i cui sepolcri si estendevano nella sottostante Cupa. 
Lunghe e pazienti ricerche, rese difficili dai vigneti, ci hanno in questi ultimi mesi 
dato la certezza che ivi sorgesse una cittadina, che finora dobbiamo lasciare anonima. 
Delle osservazioni e scoperte fatte si darà presto relazione, non appena sarà reso più 
preciso il quadro: intanto accenno a due piccoli saggi compiuti durante il 1913. 

All'uscita di Vignanello, a destra della via verso Vallerano, poco prima di giun- 
gere al punto dove comincia la pianta dello scavo (tìg. 1), è stata recentemente co- 
struita una chiesa con annesso convento di monache. 

Il 31 luglio 1913, nel corso dei lavori, fu scoperto un pozzo del diametro di 
ra. 0,92, ricolmo di terra. Iniziato lo spurgo dal soprastante Magliulo alla presenza 
del principe Ruspoli, tra bozze di tufo e pezzi di tegole, vennero alla luce: 



REGIONE VII. 



— 88 — 



VltìNANEI.I.O 



1) frammenti di rozzi vasi romani ; 

2) chiodi in ferro; 

3) frammenti di lance di ferro; 

4) una lastra fittile, quadrata, di m. 0.19 di lato, rotta all'estremità sinistra 
in basso. 




»tr rrrtiim iri& 



•'io 40. 



Lo spurgo fu approfondito lino a "> metri, quando, più non rimettendosi in luce 
alcun frammento e divenendo assai pericoloso il lavoro, fu abbandonato. 

La lastra fittile, ora al Museo di Villa Giulia, merita di essere brevemente 
illustrata (fìg. 46). In uno spazio compreso tra due margini sporgenti, appare un 
guerriero a cavallo, andante verso destra. Armato di un grande scudo rotondo, Sbrac- 
ciato con la destra, che protegge tutto il corpo, il giovane, che ha in testa un elmo 



VIONANEIXO — 84 — REGIONE VII. 

attico, squassa con la sinistra la lunga lancia. 11 cavallo, di una snellezza di linee 
quasi grottesche, alza la gamba destra davanti e procede di rapido passo; sotto c'è 
una voluta, per riempire lo spazio. Le briglie sono plasticamente espresse. 

Quattro grossi buchi equidistanti, servivano per fissare la lastra come rivestimento 
al trave di legno di quel piccolo edilìzio che se ne adornava. Lo stile severo e pur 
così espressivo e forte, le imperfezioni formali ci rendono sicuri che l'umile tavoletta 
è uno dei prodotti antichissimi dell'arte figulina etnisca, da datare verso la metà del 
VI sec. av. Cr. La figura, del resto, è di tipo già noto nella coroplastica etnisca 
e laziale arcaica. 




Km. 47. 



Il Pellegrini, il Savignoni, il Moretti (') studiarono questa importante produ- 
zione indigena. A noi basti per ora ricordare che la lastrina di Vignanello viene pro- 
babilmente, per cronologia, a prendere il primo posto tra i rilievi conosciuti. 

Di muri formati di blocchi di tufo e di fondazioni di edilìzi antichi furono rinve- 
nuti alcuni esempì, dalla parte del Molesino che guarda la Cupa (fig. 1, lettera C), 
anche nel 1913; ma, trattandosi di resti che non hanno importanza intrinseca, sarebbe 
prematuro parlarne. Solo ricorderò che nello spurgo di una fossetta rettangolare, lunga 
m. 1,12 e larga m. 0,67, ma profonda m. 1,78, costruita di blocchi di tufo, tra una 
quantità di rozzi frammenti fìttili senza importanza e insieme con una fusaruola d' im- 
pasto nerastro a tronco di cono, venne raccolto un piccolo frammento di vaso greco, 
a figure rosse (fig. 47), appartenente a un cratere poiché è verniciato anche dalla 
parte interna. Vi appaiono un profilo barbato e una mano, che tiene un fiore campa- 
nulato. Nel campo si leggono, con caratteri attici, le lettere M-A VK che facilmente 
si comprende essere il nome Glauco. 

(') G. Moretti, Rilievo greco-arcaico rappresentante una corsa di cavalieri; in Ausonia, VI, 
(ivi è la preced. bibliogr.). 



RAGIONE VII. — 85 — VIONANBLLO 

Ora è noto che questo nome è quello del celebre fanciullo detto xaXóg nei vasi 
di Buphronios ('); e avendo il disegno della mano molte delle caratteristiche di lui, 
si potrebbe venire alla conclusione di avere un purtroppo irrisorio frammento di una 
sua opera. Ma il profilo sembra veramente un po' rozzo e incerto per Buphronios, e 
quindi viene il dubbio che sia un'opera di scuola. D'altra parte, nulla ci dice che 
non debba leggersi rXavxog, anziché rXcevxmv, e che qui abbiamo il nome del dio 
marino, a cui non disconviene l'aspetto barbato di uomo maturo. In ogni modo ho 
pensato che il frammentino meritasse di esser segnalato. 

Epigrafe latina. — In un tinello di Frane. Sacrimanti, in Vignanello, ho tra- 
scritto la seguente epigrafe sepolcrale, che mi sembra inedita (lunghezza mm. 965 ; 
larghezza mm. 560; altezza delle lettere mm. 60): 



■ 



P- MARI VS- L- L- HOSPES 
MARIA FAVSTA VXOR 



Trattasi di un modesto titolo sepolcrale di due coniugi, notevole per il genti- 
lizio e per la severa semplicità della formula. 

G. Q. GlGMOLI. 



Alcuni appunti intorno alle iscrizioni di Vignanello. 

Le iscrizioni della tomba ultimamente scoperta a Vignanello si collegano con 
tutte le altre già rinvenute nel territorio falisco, e confermano quanto è comunemente 
riconosciuto, dal Deecke in poi, intorno ai caratteri della lingua e dell'onomastica degli 
antichi Falisci, i quali ci appaiono come una popolazione latina che ha subito forte- 
mente l'azione della civiltà, dell'arte e della lingua etrusca. 

Per ciò che riguarda i segni grafici, notiamo anzitutto la presenza normale della 
o latina nel suo proprio valore di vocale, in luogo della comune u etrusca; mentre 
il segno grafico della u (V) ha come in latino, a seconda della posizione, o il valore 
di vocale (u) o di semivocale (v — F) ; in secondo luogo il segno caratteristico della 
spirante / (^), il quale non è altro che la xp greca (=_ch etr.) capovolta; in terzo 
luogo i due segni cu in luogo del qu (coppa); da ultimo il segno della r che si 
pareggia con la r (R) dei Latini e degli Osci, in contrapposto alla r (P) dei Greci 
degli Etruschi e degli Umbri. 

Gli altri segni offerti da questo gruppo d' iscrizioni non si allontanano dai tipi 
comuni agli alfabeti latino-umbro- etruschi. 

(*) Walters, op. cit., I, pag. 404. 

Notizie Scati 1916 — Voi. XIII. 12 



V1GNANK1X0 — 86 — RKOIONB VII. 

Per ciò che riguarda gli elementi lessicali, si osserva che in queste iscrizioni 
compaiono tre voci comuni già note: fig. 20 cupa = ì&t. cubai; fig. 23 filerai] = 
lat. filine; e tìg. 36 l'enclitica -cue, -ce =\&t. -que. A queste tre voci se ne può 
aggiungere una quarta: fig. 20 /"« — lat. heic, hic; a meno che si voglia intendere 
fé di quella iscrizione come abbreviazione di felius, alla foggia umbra, in luogo di 
lat. /ilius. 

Gli altri elementi lessicali sono nomi proprii di persona, che riflettono il tipo 
comune di due elementi : prenome e nome, o gentilicium nomen. 

Il gentilizio più comune in questo gruppo, anzi quello da cui si può dire che 
s' intitolasse la tomba, è Velmineo, che su quattordici iscrizioni (fra intere e fram- 
mentarie) comparisce nove volte, e si ritrova nel lat. Volminius (C. I. L. I. 1062 — 
VI, 21470) ed è strettamente affine a Volumnius = etr. velimna ; perchè si sa che 
il latino risponde per lo più con voi- all'etimo etrusco vel-. 

Vengono poi, in posizione di gentilizii, altri nomi: 
Fulonia, che sembra moglie di un Volta Velmineo ((fig. 36); 
Loriea (cfr. lat. Lorius, Loreius, Lorenius ; etr. laursti) che si accompagna col pre- 
nome femminile Cavia (fig. 37); 
Sceva (= lat. gentilizio Scaevius, cognome Scaeva ; etr. sceva, seva), che va col 

prenome Tilio (fig. 35); 
Ruso (= lat. gentil. Humus, cognome Ruso ; etr. ruzna, rusrì), che va col prenome 

Caino (fig. 48). 

Fra i prenomi maschili si trovano tre volte Tito (figg. 20. 30, 39), due Titio 
(figg. 21 e 35), due volte Cavio (figg. 23 e 43), due luna (figg. 21 e 39). una 
volta Cui\n\cto (fig. 31), una Volta (fig. 36) ed una Voltio (fig. 35); e, tra i fem- 
minili, tre volte Poplia (figg. 23, 41, 42), una volta Sextia (fig. 32) e due Cavia 
(figg. 21 e 37). 

Questi prenomi, ad eccezione forse di Sextia, si sono incontrati già nelle iscri- 
zioni falische pubblicate: risultano nuovi nel territorio il gentilizio Velmineo e i nomi 
Loriea, Sceva e Ruso. 

Le due iscrizioni della tomba a cui si accenna sopra a pag. 38: [he: f] firmia(;.) 
titia e poplia: cocelia , mostrano nomi femminili di due elementi ciascuno. La prima 
di esse dinanzi a firmia presenta nei tratti superiori (gran parte del tufo in quel 
punto si è staccato dalla parete), le tracce di due lettere, le quali si potrebbero 
interpretare he = heic, hic. Il gentilizio Firmia si legge in tre altre iscrizioni fa- 
lische: C. I. E. 8074, 8171, 8343; Titia e Poplia sono abbastanza comuni; Cocelia, 
che appare qui tra le iscrizioni falische per la prima volta, trova d'altra parte im- 
mediato riscontro nell'onomastica latina in (p. es.) Caucilia (C. I. L. VI, 21172) e 

Cocilius (CI. L. VI, 15945). 

B. NOGARA. 



REGIONE I. — 87 — POMPEI 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA) 

CAMPANIA. 

II. POMPEI — Rinoenimenlo di quattro sepolti dal lapillo nel pe- 
ristilio della casa di Trebio Valente. 

Keg. Ili, ins. II, n. 1. 

Il giorno 12 del dicembre scorso, continuando i lavori di disterro e di sgombero 
del lapillo nel peristilio della casa di Trebio Valente e, più precisamente, nell'angolo 
sud-est dell'ambulacro di quel peristilio, apparvero, ad una altezza media di m. 0,70 
dal suolo, quattro teschi umani. 

Cessato lo scavo coi picconi e le vanghe, si iniziò quello adatto a rilevare le 
posizioni dei quattro sepolti pompeiani, raggiunti dalla morte prima che riuscissero 
a mettersi in salvo. 

Essi si tenevano appiccicati al muro per ripararsi, come era loro meglio 
possibile, dalla pioggia del lapillo e delle scorie che, entrando nel grande vano del 
peristilio, andavano colmando il giardino centrale e divenivano già alti nell'ambulacro 
pel quale, uniti e stretti, cercavano forse di raggiungere il passaggio ad est del 
tablino che doveva condurli nell'atrio e, di là, in istrada. Ma, pervenuti all'angolo sud- 
est del peristilio, un avvenimento inatteso venne a causarne la morte. La fotografìa 
che qui riproduco (tìg. 1), presa avanti di continuare lo scavo, li rappresenta allineati 
lungo il muro, e due dei loro teschi sono di fronte e due rivolti alla parete. La co- 
lonna angolare di quell'angolo sud-est del peristilio è in piedi, e dall'altezza del 
lapillo che li copre, parrebbero quasi a sedere. La massa del lapillo scende ed invade, 
ora come allora, dallo spazio aperto del peristilio, l'ambulacro; e minaccia, se non 
frenata, di riseppellire gli scheletri. Ma, mentre tino sulla colonna angolare, per buon 
tratto del lato est, è rimasto, anche se molto danneggiato, e si è potuto tener su, 
l'epistilio, e mentre, ancora in situ, una fila di tegoli e di embrici è venuta a 
mostrare che la copertura dell'ambulacro poggiava su detto epistilio direttamente; 
questa, per tutta la sua larghezza e lunghezza, non si è trovata al suo posto, che 
anzi tegoli ed embrici si sono rinvenuti infranti fin sulle ossa dei sepolti. È chiaro, 
quindi — come può rilevarsi ancora dai tegoli che appaiono in atto di cadere e in 
posizione verticale nell'angolo a sinistra della nostra fotografia — che il tetto del- 
l'ambulacro, non avendo resistito al peso, è piombato sul piano sottostante seppellendo 
i fuggiaschi che, lungo il muro, andavano scansando il lapillo. 

Il tetto — qui còme altrove — ha formato un vero piano di slittamento da cui 
lapilli e ceneri, scivolando, sono penetrati sulla massa di lapilli e ceneri piovuta nel 
piano del peristilio: ciò che è pure visibile nella nostra fotografia. I tegoli e 
gli embrici piombati dall'alto si sono trovati al livello dei sepotti, alcuni, pesau- 



POMPEI 



— 88 — 



REGIONE 1. 



tosimi accanto alle loro ginocchia rattratte, poiché «li infelici, coperti dal tetto ca- 
duto, o furono sbattuti a terra o si piegarono su loro stessi, nella qnal posizione sono 
rimasti per sempre colti dall'asfissia. Uno. il primo, a sinistra, caduto in terra, è 
seduto colle gambe distese dietro il suo compagno di sventura, col corpo e la testa 
eretta : due orecchini di oro, trovati ancora all'altezza degli orecchi, ne hanno indicato 




Fio. 1. 



il sesso (fig. 2). Consistono in una sprangherà orizzontale ornata di minuscoli ovo- 
letti a rilievo, tenuta da un lungo uncino ricurvo: una mezza sferetta orna il punto 
di attacco; pendono dalla estremità della spranghetta due piccoli sottili bastoncelli 
a vite e, da questi, pendevano due perle andate distrutte; in tutto non sono più 
alti di m. 0,026. Alle dita aveva due anellini doro (uno di m. 0,020, l'altro di 
0,016): il primo con una pietrina gialliccia del tutto disfatta nel castone, l'altro 
con una palmettina incisa nell'oro della piastrina centrale. Le mani erano all'al- 
tezza del petto contro il muro; e, quando essa cadde, il letto di lapillo era già alto 
più di 0,20 centimetri. Il secondo scheletro era di un adulto, che erasi piegato sulle 
ginocchia così come l'abbiamo rinvenuto e come è visibile nella nostra fotografia 
(ftg. 2), dove appaiono il teschio e le articolazioni delle ginocchia. E così era, caduto, 



REGIONE 1. 



— 89 



POMPEI 



rivolto, come l'altro, verso destra e, come l'altro, piegatosi sulle ginocchia, il terzo dei 
sepolti, che ha, come l'altro, le mani all'altezza del petto. Ad uno dei diti della 
destra aveva un anellino di ferro nel cui castone era — ed è sopravvissuta — una 
corniola circolare (tìg. 3) del diametro di in. 0,012, con una interessante incisione: 
una figura virile barbata con copricapo, che, piegata sulle ginocchia, col martello 




Fio. 2. 



nella mano dritta levata e lo scalpello nella sinistra, è in atto di scolpire uno scudo 




Fio. 3. 



già lavorato a grandi fasce orizzontali (ved. in Fiirtwàngler, Ani. Gemm.,ta\. LXI, 
55; la gemma ha però qui due lavoratori; nell'altra, XXVI 1(5, il bronzista è se- 
duto e lavora ad un elmo). Sotto il bacino fu rinvenuta una piastrina di osso ret- 
tangolare forato, di in. 0,02 X 0,116, forse serratura di un piccolo portamonete e, con 



POMPEI — f>0 - RF.OIONF. 



essa, cinque monete. Sono medi bronzi, di cui due di Agrippa — uno del tutto con -s 
servato — (Cohen, l 8 . Agrippa. ò)\ uno di Augusto, battuto sotto Tiberio (Cohen, 
1*, Od. Augualus, 272); uno di Claudio (Cohen, 1\ Claud. 73) ed uno di Vespasiano 
(Cohen, 1* Vesp. 270). 

Il quarto scheletro, che pare quello di un giovinetto, era accovacciato di faccia 
al muro; aveva le mani all'altezza delle spalle, e presso l'addome una chiavetta lunga 
in. 0,08, e sotto il bacino una moneta: un medio bronzo di Domiziano Cesare (Cohen, 
1», Domit. 399). 

Ora, il gruppo dei quattro familiari (poi che credo non possa trattarsi dei padroni 
della bella casa) è dissolto nei molti frammenti delle sue ossa; ma lo scavo, diligen- 
temente eseguito, ha permesso di fermarne la immagine e ricostruirne il dramma 
tinaie. 

V. Spinazzoi.a. 



CARRARA — 92 — REGIONE VII 

Gattini ed il sig. Cirillo Muraglia; in questa vecchia tagliata vennero raccolti circa 
quattro anni or sono i ferri dei quali è oggetto la presente nota. 

Sulle circostanze della scoperta non si posseggono notizie particolareggiate; 
inoltre dopo V intenso lavoro di questi ultimi anni in quella cava, ogni elemento di fatto 
deve supporsi sparito. Trattavasi, come ho detto, di una delle tante antiche tagliale 
sul versante occidentale della catena marmifera, che i nuovi potentissimi e rapidi 
mezzi adoperati oggigiorno per staccare i candidi blocchi dalla montagna, come la 
dinamite e il filo elicoidale mosso dall'elettricità, vanno — pur troppo — ad una 
ad una distruggendo. 

Dunque gli istrumenti in questione erano stati adoperati — con tutta probabi 
lita — in una di codeste primitive tagliate del periodo romano nella località dei 
« Pantiscritti » , e poscia per effetto di un' improvvisa frana o per altra causa rima- 
sero seppelliti sul posto, finché ai nostri giorni vennero rimessi in luce dal Gattini 
e dal Muraglia « rimuovendo antichi detriti » . È certo intanto che i ferri stessi depo- 
sitati dai predetti signori nell'Accademia e che qui sotto si descrivono, formavano 
un unico ripostiglio; e — circostanza assai più importante e rara — un ripostiglio 
databile per una moneta di Traiano trovata insieme (*). 

Poiché il gruppo era stato diviso all'epoca della scoperta fra il sig. Cirillo Mu- 
raglia e i fratelli Giovanni e Andrea Gattini, tutti comproprietari della cava dei 
« Pantiscritti », il primo — per l'interessamento dell'Ispettore Mariotti — consegnò 
i seguenti oggetti: 

a) la moneta traianea predetta; 

b) un cospicuo frammento di malleus (fig. 1-B), con gli angoli scantonati e 
di grosse proporzioni. È circa la metà del martello, spezzato al foro circolare, della 
lunghezza di m. 0,26; di larghezza variabile tra 0,12 e 0,07 alla punta, e pesa 
ben 13 Kg. 

E i sigg. Gattini a loro volta consegnarono questi altri oggetti: 
e) specie di piccozza di tipo ovale, a punta da un lato e a punta smussata 
dall'altro, con foro circolare per il manico ligneo, e in buono stato di conservazione. 
Lunghezza m. 0,19'/,; peso gr. 2800 (fig. 1-A). 

Un simile istrumento viene adoperato da un minatore sopra un celebre basso- 
rilievo di una grotta dell' Inietto (*). 



(') È un G. B. alquanto deteriorato ma sempre riconoscibile, che risale agli anni 104-110 
d. Or. Cfr. Cohen, 2» ed., II. pag. 65, n. 463: 

Imp. Caet. Nervae Traiano Aug. Qer. Dae. P. M. Tr. P. Cos. V. P. P. 

Busto laureato a destra: 

S. P. Q. R. optimo principi 
S C 

L'Equità in piedi a sin., tenendo una bilancia e un corno d'abbondanza. 
( 2 ) Cfr. Bliimner, Technologie und Terminologie, III, pag. 217, fig. 25; cfr. anche Daremberg- 
Saglio, Dict. des antiquités, I1I-2, pag. 1852 (Metalla), fig. 4978. 



REGIONE VII. 



— 93 



CARRARA 



d) Grosso e pesante martello (malleus) foggiato a taglio da un lato (cuneut), 
e con foro circolare per il manico ligneo ( l ). In buono stato di conservazione; lungo 
0,20; pesante gr. 2035 (fig. I-C). 

e) Paletto di ferro (latino: vectis) con la punta foggiata a grossa zeppa o scal- 
pello piramidato (cuneus); rotto in tre pezzi e lungo complessivamente m. 1,28 




Fio. 1. — Carrara, Utensili in ferro romani trovati nella cava di marmo dei «Fanttscritti ». 



(fig. 1-D). Esso è un istrumeuto adattissimo non tanto per staccare, quanto per age- 
volare il trasporto dei grossi blocchi. E per questa sua funzione non differisce gran 
fatto dagli analoghi utensili usati al nostro tempo dai cavapietre. 

Non è la prima volta che nel territorio carrarese si è verificata una scoperta di 
tal genere ; specialmente presso il ceto dei marmorari è vivo il ricordo di passati 
rinvenimenti di vecchi ferri, fatti in altre cave e in epoche varie. Però quasi sempre 
i materiali raccolti furono trascurati e dispersi. Fra le scoperte di simili istrumenti 



( l ) Si tratta di un tipo di malleus adoperato forseja guisa di zeppa particolarmente nelle 
cave di pietra, per fenderò i massi, come si rileverebbe dall'arricciatura del metallo prodotta dai 
colpi di maglio sulla parte ottusa: cfr. Saglio, loc. cit, fig. 4979. 



CARRARA — 94 — REGIONE VII. 

più ricordate in Carrara deve annoverarsi quella di cava « Gioja », dove scavò — nel- 
l'anno 1840 — il prete don Pietro Pelliccia i 1 ). Questa cava trovasi nel comune di 
Colonnata, distante da Carrara Km. 5'/i e a m. 568 sul livello del mare; ne è pro- 
prietario attualmente lo stesso sig. Pietro Pelliccia ricordato in nota, il quale — a 
richiesta dell' Ispettore Mariotti — ha liberalmente donato, nell' interesse degli studi, 
per la sezione lunense del R. Museo Archeologico di Firenze, n. 3 piccozze del tipo A 
(cfr. fig. 1) e un cuneo del tipo C ( 2 ), provenienti dallo scavo del 1840. e che egli 
lodevolmente conservò per tanti anni presso di sé. 

Tutte le notizie che ho qui riportato concorrono a dimostrare la necessità di 
non perdete d'occhio il lavoro dell'escavazione dei marmi, da cui possono scaturire 
importanti elementi per lo studio dell'antica industria nella regione lunense. Esse 
inoltre servono a chiarire l' interesse tutto speciale che deriva al ripostiglio dei 
« Fantiscritti » dalla moneta bronzea di Traiano che ne fissa l'epoca; sicché appare 
desiderabile che tanto questa, quanto gli utensili sopra descritti, con i quali era asso- 
ciata, rimangano conservati a Carrara nel massimo Istituto artistico locale, quale è 
l'Accademia, per mantenere ad essi — sul posto — tutto il loro valore documentale. 

E. Gai-li. 



(*) Da un estratto nnn datato della pubblicazione ISItalia nell'America del nord — Inghil- 
terra e Colonie inglesi (Milano, Augusto Boccara editore) tolgo le seguenti notizie sulla cava 
« Gioja »: 

« Nell'anno 1840 il prete don Pietro Pelliccia, zio dell'attuale proprietario (Pietro Pelliccia 
fu Santino), volle riprendere detti scavi (interrotti dal periodo romano), ormai coperti da immensi 
cumuli di materie detritiche: nell'impresa si rinvennero attrezzi del mestiere di quell'epoca, iscri- 
zioni, marmi scavati e riquadrati con cifre e numeri progressivi, tronchi di colonne e vasche ». 

( 2 ) Rispettivamente : • 



0,25 X 0,09 


Kg. 4,600 


0,17X0,06 


» 1,600 


0,23 X 0,08 


» 3,100 


0,17X0,06 


» 2,100 



ROMA 



— 95 — 



ROMA 



II. ROMA 

Nuove scoperte di antichità nel suburbio. 

Via Salaria. Un ampio sterro, praticato fra gli ultimi mesi del 1 ( J15 e i 

primi del '16, per la costruzione di un villino, per conto della impresa Sleiter, sulla 

odierna via Po, ha messo in luce parecchi avanzi di costruzioni antiche ed ha dato 
larga messe di materiale epigrafico. 



S 

% 







j/ 



Villino 

/irò/, CjttrjgÙerì 



20 



A 



*■&*%. 




Vi 



J>o 



FlG. 1. 



L'area sterrata è attigua a quella su cui sorse il villino Cavaglieli, all'angolo 
fra le vie Po e Tevere, ove si rinvenne un considerevole avanzo di sepolcro in tufo 
con fasces {A nella pianta tìg. 1), di cui si rese già conto in queste Notizie (1914, 
pag. 424). 

Noterò prima brevemente i resti più considerevoli di costruzioni e poi darò le 
epigrafi. 

Il primo rudere che si incontra, procedendo dal villino Cavaglieri, è un pozzo 
(pianta, B) scavato nel vergine e rivestito, nella parte superiore, con muratura. La 
bocca circolare, che misurava m. 0,70 di diametro, si trovava a pochi centimetri 
sotto l'odierno piano stradale. La profondità del pozzo era di circa 12 metri. 

A sud-ovest del pozzo si videro gli avanzi (C) di un colombario in cattivo stato 
di conservazione. Costruito in opera reticolata, con muri dello spessore di m. 0,60, 
presentava l'aspetto di una cameretta rettangolare di m. 5 X 4,36. L'altezza origina- 



ROMA — 96 — ROMA 

ria delle pareti non si potè riconoscere, né ci è dato sapere quanti ordini sovrapposti 
di loculi contenesse. La parete che guardava verso via Po era distrutta; le altre tre 
avevano ciascuna sette loculi per due olle, uno centrale a sezione rettangolare, col 
piano di m. 0,65 X 0,65, sei laterali con volticina emisferica col piano di m. 0,40 
X 0,35. La parete a destra di chi entrava nel colombario era intonacata in bianco, 
quella di sinistra in giallo, quella di fondo in rosso. 

All'esterno del colombario si vedevano addossati miseri avanzi di muri reticolati 
e laterizi, che forse facevano parte di qualche altro colombario. 

Il resto più considerevole di quanti ne siano venuti alla luce in questa località 
era il basamento di sepolcro in tufo, segnato nella pianta con lettera D. Consisteva 
in un alto zoccolo rettangolare (4,76 X3.36) liscio nella parte inferiore e scorniciato 
nella superiore. La facciata della edicola soprastante doveva trovarsi dal lato che 
guardava l'odierna via Po, alle due estremità del quale la parte scorniciata del ba- 
samento presentava l' impostatura dei due pilastrini. 

Attaccati al basamento erano alcuni avanzi di costruzioni in reticolato in pes- 
sime condizioni. 

A m. 5,90 dal suddetto basamento, tra questo e la linea di via Po, si incontrò 
per la lunghezza di oltre 15 metri uu muro (E) costruito con piccoli parallelepipedi 
di tufo ad un solo filare dello spessore di m. 0,45. 

Tra questo muro e via Po si videro gli avanzi di alcuni muri di fondazione (F) 
il cui spessore variava da m. 1,10 a m. 0,60. Forse si trattava di fondazioni di 
colombari. 

Nel punto G si vide a posto un cippo di travertino centinato (0,75 X 0,33 X 0,12) 
con la seguente iscrizione: 

LHEIVSLL 

CAEREA 

MARVLVS 

TERTI AE 

COLI A-AL 

GALLA 

1NFPXIHN AG 

PXX 

In //, in un avanzo di muro reticolato, si trovò il cippo di tufo rotto (0,83 
X 0,38 X 0,27) con i seguenti resti di iscrizione: 

L • A M 

RE NTL 

IN FR • PVIII 

I N • AC RYI I 



ROMA 



97 — 



ROMA 



Fra la terra smossa si raccolsero le seguenti iscrizioni ('): 

1. (0,32 X 0,43 X 0,03) scorniciata : 2. (0,38 X 0,28 X 0,02) in tre pezzi : 



D M 

TI CLAVDIODIONYSIO 
V1X ANXIIIIDXVIIET 
CLAVDIAEFRVCTVOSA 
TF CLAVDIVSDIONYSIVS 
ET CLAVDIA* RESTI TVTA 
FILIISBENEMERENTBFECERVNT 
ETSIBIPOSTERISQVE^SVIS- 
V1XIT- MENSIBVSXl- DIEBVS ■ XVI 
I N • F • P • I V • I N • A • P • 1 V ■ 



In origine la iscrizione doveva rife- 
rirsi solo a Claudia Fructuosa, poi furono 
aggiunte le due linee che riguardano 
Tiberio Claudio Dionisio, sotto le quali 
si vedono tracce di scalpellature. Al 
rigo 7 fu corretto fìliae in filiit, ed 
attaccato un b all' i di benemerenti. 



D v M 
ASCLEPIADES AVG 
NSERFECIT ANIN 
IAEHILARITAT1VX 
OR ISVAE B ■ M 

3. (0,18 X 0,15 X 0,02) scorniciata 
e con due fori per le grappe: 

C CAESONI 

o TACITI o 

CINERES 

4. (0,30 X 0.19 X 0,02) in tre pezzi : 

D a M 

CPTOLEMAEO 
NEPOTMViX * ANN- 
UI OTIM1NIVS 
NEPOS^V^VIC- PATER 
FIL^KAR- F* 



5. Frammentaria, in due pezzi 
(0,26 X 0,18 X 0,025) : 

D • M 
T • FL • FLAVIANVS 
M-C-P M-TTI- APOL 
NATAL 'VA' 

LVMIL-AN 
H • B 



6. Frammento (0.24 X 0,1 8 X 0,03) : 

D M 

TELESPHORO 
B M 

nnyF CONSF 

7. Id. (0,25X0,14X0,02): 



Il nome di Apollo per una trireme 
della flotta misenate è noto dalle epi- 
grafi {CI. L. VI, 3139; X, 3383 e 
3471). 



AEL-PRIM' 
CONIVGI OPTIMI 
IVLMETIOCHVS 
B • M 



(') Le iscrizioni sono inciso in marmo bianco; le poche eccezioni sono da me notate caso per 



ROMA 



— 98 — 



KoMA 



8. Frammento (0,09 X 0,07): 9. Id. scorniciato 10. Id. (0,22X0,11 X 0,02): 



C ALLI 
ATTAL 
CONI 



(0,18X0,14X0,02): 

CN -SENTH 
o S IB I 
VOLVSIAE • SE 



11. Id. (0,19X0,18X0,02): 12.Id.(0,15X0,13X0,03): 



VALE 
DI N VS 
X1T ANN 
BVSMEN 
SEPTEM 



OILVS 
CFVXORI o 
APFlLIAE 
XX I II I 



EPA 

ONi 

MEM 

13. Id. scorniciato 
(0,22X0,10X0.15): 

VILLIVS-EROS 
SIBI • ET 



14. Id. (0,17X0,10X0,02): 15. Id.(0. 14X0,09X0.02): 16. Id. scorniciato 

(0,17X0,11 X0,02): 

VLENVS 



AMANVS 
SAMNER 
V-I1IOII 



17. Id. (0,21X0,28X0,01 '/»): 

L I A E G V . = 
ONIV-B-M-FE 

C-GRAECIVS 
V B I N V S 



M 

MA ONIODIVO 

I BMFEC 

18. Id. scorniciato 
(0,30 X 0,18 X 0,03 Vi): 

D M 

ION1SIADICO 

/AEFILIAEDVLCIS 
MARITVS 



19. Id. (0,28X0,08X0,02): 

ivIISIB 
VI ■ FECIT 
ATTEIVSEPICTETVS 

22. Id. (0,26X0,23X0,03): 

D 
TICIA V 

FECITCVS 

CONIVGlSVODFÀ 
VIXIT ANNIS 



20. Id. scorniciato 
(0,11 X 0,10X0,02): 

AECDO 

SSIMA-C 



23. Id. in pezzi 
(0,26X0,24X0,015): 

D > M 
iCEPHORLDIS 
~R ATI ANVS 
VGI BENE 
TIQV 
MIII 
I I 



21. Id (0,16X0,13X0,02): 

IPELORI 
VO- SEVI VA 
FEC 

24. Id. (0,16X0,13X0,025): 



ERVN 
VRTIA 
ÌNILIS 

25. Id. (0,12X0,09X0,02): 

ORE / T 

LIACAE 

D 



ROMA 



99 — 



ROMA 



26. Frammento 


27. Id. (0,20X0,15X0,02): 


28. Id 


.(0,12X0,09X0,04): 


(0,14X0,11X0,02): 








Jin. ■ 


iXIETTIOL 




D 


VIXIT AN 


EDISIE-^LIBER 




IVLVA 


PROCVLVMMILCO 


FECIT SIBI ET SV 




COH-X 


MSVVMSIBIET 


EORVA 




CES A 


LIBERTAB 








29. Id. in due pezzi 


30.Id.(0,09X0,08X0,02): 


31.Id.(0,llX0,09X0,02) 


(0,16X0,10X0,04): 
M 


CENI 




CTVSPO 
POILIAEc 


ME SS 


X • AI^ 




IDI-SEI 


>MVIII 
S>RVFI 
K>F 


32.Id.(0.21X0,17X0,03): 
lCITATI 


33. Id. 


BI- ET 

(0,08X0,13X0,025) 
ANXXXV 



34. Id. (0,37X0,20X0,02): 

M ■ M« 

MARCEL- [o mil(iti)'] 
COHVÌ-PR-MMA 
CEDO- SEVERVS 
MILCOH-VÌPR* 
FRATRI • PIISSIMO 
FECIT 



35. Id. ansato (0,39 X 0,33 X 0,02) : 

CLiATRIVS-Q^F-CLA 

mLENS-NOVAR 

COH>XIIMILITAT 
S VlIIVIXITANXXIiX 
DA m ' ECIT' 

FÉ R • 



36. Id. scorniciato 
(0,17X0,15X0,02) 

L I C I V S 
1LANIDISP 

QVANTVS AMOR 

VM • MERITO 

iPOTVI 



37. Id. in cinque pezzi 
(0,35X0,22X0,015): 

A-PON Q_;L 

PER MIS 

Q ■ A L I S- QjL 

A "VS 

A A-QAVCTI-L 

TR ALIS 



38. Id. (0,22X0,12X0,03): 

D • M 
\MERAMICO 
IVGI-BENEME 
r ENTI * FECIT 
VIARCIVS 
SIMVS 

Norma Scavi 1916 — Voi. XIII. 



39. Id. (0,18X0,08X0,02): 



PTEBANI- ST 
NOMENCL 



14 



ROMA 



— 100 



ROMA 



40. Frammento (0,22 X 0,13 X 0,02) : 

CARGENNIVS 
ARISCOCON 
I VCI • BMF 
MILCLASPRAE 
MIS-VAN XXVI 



41. Id. (0,23X0,12X0,02): 



D * M * 
AVRE^LIAE 
SVCESS 



(tic) 



42. Id. (0,28X0,19X0,07): 

IV • IC 
CO IDF 
ET A M 

(molto logoro) 



43. Id. ansato (0,38 X 0,15 X 0,03) : 

iVS*P*L*BVCCIO 
LLIVSPLAIAX 
SIBMETSVEIS 



Le iscrizioni seguenti (nn. 44-67) sono state trovate, sempre fra il terriccio, 
nelle vicinanze del colombario C. 



44. (0,28 X 0,27 X 0,025) : 

D a Me 

MPINNIVSVALES* 
MIL CL PR • MIS* 
EX TU- LVC1FERO- N- 
AEGYPVIXANXLV 
MIL *AN- XXIV- 
B- M • F • 

Il nome Lucifero per una trireme 
della flotta misenate è noto dalle epi- 
grafi (C./.i. X, 3384, 3394, 3395, 3579). 



45. Id. scorniciato e cuspidato 
(0,28 X 0,26 X 0,02) : 

D M 

G^BIRIOONESIMO 
MIL COHIIIBIG 
>BER ATI ANI • 
VIXANNXXX 

MILANN « " 



46. Opistografa, frammentaria (0,40X0,16X0,025): 
a) b) 



t-mettivs igalmode 
specmilitat^annisxiiIetcast 
vixit annis xxiix 



R EI A • EPI<~ T ESIS 

V- AXX ET • 

SCHENIASYMPHERVS A 

SOROR oElVSVAIX 

DAPHNVS • FECIT 



47. (0,16 X 0,12 X 0.02) : 48. (0,20 X 0,12 X 0,02) : 



SP AT I A 

CLEOPATRA 

V A LXXXXVI 

FECI -Qj P • 



SALVIVS 

THESPESIVS 

H S-E 



49. Id. scorniciata 
(0,21X0,12X0,04): 

ALBIA T-L- 

STAPHYLE 

VIX ANN-X 



ROMA 



— 101 



ROMA 



50. Frammento 
(0,18X0,75X0,02): 

POMPONIA A C A L 
PRIMA 



53. Id. scorniciato 
(0,23X0,11 x 0,02): 

LIATRYPHAENA 
IBI • POSTERISQ_ 
SVIS 



51. Id. scorniciato 
(0.34X0,18X0,02): 

VSCFAR 
IROCVLVS 
IXIT ANNOSXXXV 

54. Id. (0,19X0,1 IX 0,03): 

POMPEIAPELACIA 
AN • Villi 



56.1d. (0,21X0,14X0,025): 57. Id. (0,21 X 0,15X0,025): 



LPlTVANlVSOL 

CLEMENSPICTOR 

V IX ANN 

XXIII 



MCAEPARIVS 

FIRMVS 
VIX-AN-VII 



52. Id. scorniciato 
(0,19X0.10X0,02): 

CLVSIENT' 

P r 



55.Id.(0,17XO,OGXO,02): 
AOFILLIVS 



58. Id. ansato 
(0,20X0,16X0,03): 

lROS 
DI-EVTONISER 
HESYCHI • F 
sili 



59. Id. scorniciato, in alto corona bendata 
(0,23X0.13X0,03): 



> M 
•IVCVNDO 
SILV1NA- 
V G I 

M 

(il.Id.(0,21X0,23X0,02): 62. Id. (0,24X0,17X0,03): 

M MANI 

ERIVSRO EVTHY 

OVIVI FAEOP 

vo 

SIBVS 
IFECIT 



60. Id. (0,16 X 0,13 X 0,03) : 

OMPE1VS 

NAE-L 

VVESTEM 



63. Id. (0,15X0,1 1X0,015): 

COMIN 
ABA 
TITINIAE 
DE 



65. Travertino. Frammento in due pezzi 
(1,10X0,45X0,07): 

D M 

VLPIAZOTECE 
NI- VIVAS1BI 
CIT 



64. Id. (0,23X0,25X0,02): 
ITE- I -SVE 

66. Travertino. Frammento di cippo 
(0,33X0,35X0,13): 

LSEST1VSL-LCERDO 
SESTIALLFLORA 
VSESTIALL-AMIA 
VISESTlVSLLAlSriOCH! 

visestivsll- rileros 
Iva Pxvi 



ROMA 



— 102 — 



ROMA 



67. Travertino. Frammento (0,63X0,51X0,20): 

A 1 

NICAJV 

MED 
NFR-P 
INAGR 

Le iscrizioni seguenti (nn. 68-81) sono state trovate, sempre fra il terriccio, nel- 
l'interno del colombario C. 



68. (0,63X0,14X0,03): 

AGATHEMERIS 

VA'VI 



CALYBEVAXVI 

PLACVITPARENTIBVS 

ETCONIVGISVO 



SORO RES 

69. Frammento (0.24 X 0,28 X 0,03) : 

D M 

OCRVDELEN 
PATER- FILIOFE 
QlCAECILIOPA 
QVIVIXITANN 
MENSIBVSXI-DI 
XXVI • FECI 
Q^CAECILIVS 
NV S 



70. Id. (0,35X0,14X0,03): 

LCORNELIVS * 
• M 
AGRORVL-LCOMMILITO 



71. Id. ansato (0,20X0,13X0,02): 

elviaeOl 

IVLIAE 



72Id.(0,26X0,19X0,03): 73. Id. (0,18X0,09X0,02): 



CNMANLIVSBASSVS 
CITHARISLIBERTFECIT 



VARV 
PR1NCIIPS 



74. Id. scorniciato 
(0,22X0,14X0,025): 

hvssib1 et 
lvcicarOiae 



75. Id. (0,21X0,12X0,015): 

CIOIENVS- CES 
CORYMBIL- PASC 
BARNAEVS MA 

PATER 



76. Id. (0,10X0,09X0,015): 

/LLONIO 

SCARIPHO FECIT 

VLLONIALITE 

COLL1BERTO 



ROMA 



— 103 



KOMA 



77. Frammento 78.Id.(0,15X0,llX0,03): 79. Id.(0,14XO,llX0.02): 

(0,19X0,10X0,025): 

ORTVNAT IBIVSPEI^ D • M 

ìLI-FELICISL V1XITAN GINO' 

LAT 
A"» 



80. Id. scorniciato (0,1 3 X 0,08 X 0,03) : 

r 1 1 

NIB 
IXIT 



81. Id. scorniciato (0,18 X0,1 8 X 0,08) : 

AMAR A N 
FR AT R 1 • SV 
CI PAR E FÉ 



82. In tre pezzi (0,31 X 0,24X0,02): 

D M 

DECIMIAEMAXIMI 
NAE -L-DECIMIVS 
MAXIMIJWVS ET (sic) 
SECVNDA PAREN 
TESFILIAEDVLCIS 
SIMAE-VA-VII-MV 

D VI 



83. Scorniciata. In alto un vaso fra 
due teste (0,48 X 0,30 X 0,08) : 

DIS ■ MANIBVS 
VELINNAE- SABI 

NAE - POSIT' 
I - VELINN A • MA 

XIMVSL1BERTAE 
SVAE-BENEMERENTI 



84. In pezzi. Scorniciata. In alto 
una corona bendata in una centinatura ai 
lati delle quali DM- (0,45X0,29X0,02): 

D M 

L-MVNATIO 

PRISCIANOFILIO 

DVLCISSIMO • QVI 

VIX-AN-V-MII-D-XIX 

FECIT-MVNATIA 

FELICLA-MATER 



85. Scorniciata. In alto una centi- 
natura con DM (0,32X0,24X002): 



D M 

OCTAVIO 

FABATO 

OCTAVIA 

HELPIS-MATER 

FILIO PIISSIMO 



86. (029X0,25X0,03): 



D >■ M 
VERNACLAPIA 
DVLCISSIM A 
VIXIT-ANNIS- XX 
SOPHRONVXORI 
BENE-MERENET 
INCONPARABILI 



ROMA 



— 104 — 



ROMA 



87. Opistografa (0,80X0,27X0,25): 

a) 

DlS • MANIB 
CIARTIAEAPoL 

LONIAE 
MRVTILIVS-ZOSIMVS 
CONIVGIKARISSIMAE 

r> 1 S AAfy 



*) 

D corona M 
CNMVNATIO- 
ADRASTO-MALIA 
SPES COlVGlSVOBENE 
MERENTI FECIT ■ Q_VIX 
ANLETSIBIET^SVIS 



88. Opistografa; scorniciata (0,40 X 0,30 X 0,03): 

a) b) 

DISMAN1BVS DM 

MCONSIOMLDONATO LBOMANIO 

FECITCLODIA ML- TROPHIMO 

PRIMIGENIACONIVGI RARISSIMO ■ PHOlBAS- 

ETSIBIETL1BERTISLIBERTABVSQVE PATRONO ■ 

SVISPOSTERISO^VE- EORVM B M 

89. Scorniciata. In alto corona (0,52X0,31 X0,03): 

D M 

CALLITYCH 
ENI-TFLAVIVS 
HERACLA 

VXORI 

B • M • F 



90. Scorniciata (0,46 X 0,25 X 0,04) : 

D • M 
TICL AVDIO 
TI FMENESTRATO 
TICLAVDIVS 
P A M P H I LV S • 
PATER -FECIT 
ANNOI MXDXXII 



91. (0,44X0,19 X0,04): 

DIS ■ MAN1BVS 
APOLLINI-L'OCTAVIVS AMPLIATVS 
VIRNAE • SVO BENEMERENTI • FECIT • 

92. Frammento (0,15 X 0,13 X 0,02): 

VI NI VS 
RACLIDA 



93. Id. scorniciato (0,30 X 0,16 X 0,025) : 

DIS ■ MANIBVS 
C-MECENESPEKMES 
POSVITC-MECENAS 

PICVS LIBERTVS 

NOBENE 



94. Id. (0,32 X 0,24 X 0,02) : 

v 1 
lii\iROI 
TVSCONIV 
GIB-M-FEC 



ROM'A 



— 105 — 



ROMA 



95. PrammeDto opistografo 
(0,16X0,18X0,03): 



a) 



b) 



VA1ERIAL 


SFO 


VIXI 


NNV 


ANN IS 


ENAV 



96. Id. (0 26X0,13X0,03): 

CCAMMAEOCLIBPR 
V I X A N N ■ XXXVII • PVBLICI 
TERTVLLA • COIVCI • OPT1M 
DESE-BENE MERENTIETS 
ETSVISPOSTERISQVE 
FEC 



97. Id. (0,25X0,19X0,02): 

M 
IBONIA 

IfGENIA 



OCONIVGI 
M 
SIBI 



98. Id. (0,27X0,20X0,02): 



V M D t\ I 

NEMEREN 

ECIT PATER 

AE- VIX IT 

II VI 



99. Id. (0,31 X 0,25 X 0,03) : 

D ■ M 
MVMIDIDAT 

FEC-PRIMITIVA 
ATRONO 



100. Id. (0.40X0 28X0,04): 

S • MAN ■ 
'SHYPATVS ó 
BI ETSVIS 
3 I S CO' E • E O RV M 



101. Id. (0,39X0,33X0,35): 

D M 

PVBLICIE EPIGO 
ENI-FCITPVBLI 
VELENTINAEL 
RESETMEST 
PROCVLVS 
AVS AVGV 
E 



102. Id. (0,22X0,10X0,02): 



SIENI 
PHILIPP! 



103. Scorniciata; con acroteri. In alto, 

in centro, corona e bende 

(1,05 X 0,45 X 0,06) : 

D M 

CPROCVLEIOCF 
POM- RVFO ASTVRICA 
MILCOH TlTi PR> 
FESTI-MIL- ANN-VI 
VIX ANN XXV 



104. Scorniciata (0,42 X 0,28 X 0,03): 



D M 

LMAGIO- MARCELLINO 
MILCOHIII-PR>HERENr4 
TVB1CE- ORDINATO 
M ■ VOLVSIVS • MAXIMINVS 
H F C 



ROMA 



— 106 — 



ROMA 



105. Frammento scorniciato 
(0,28X0,14X0,02): 

Q^SALVIO- LON 
GINO-NOVA RIA 
MILITI- COH»mT 
PR 



107. Scorniciata con acroteri 
(0,35X0,27X0,08): 

D M 

CAEC1LIAE 

EVHODIAE 

CONIVGIBM 

MVMMIDlVS 

DATVS 

FECIT 



106. Frammento scorniciato. 
In alto corona (0,28 X 0,17 X 0,03): 

D corona M 
C VEHELIO 

ERALIMI 
COHIIIV1G 
MIL-AIII-VU 
AXXVFAC-C 
CLABERIVS 
THYMELICVS 
S TRCOH 

L'ultima linea: s(eculor) tr(ibuni) 
coho(rtis). 

108. (0,45 X 0,38 X 0,03 : 

D ■»■ M 
1VLIAE- DORIDI -CON 
IVGI • PIENTISSIMAE 
FECIT P-ACILIVS 
MERCVRIALIS 



109. (0,33X0,17X0,05): 

D M 

COCCEIO 
COSMO 
COR- CV 
P I TA • C O I 
V C I • V • M {tic) 



110. Scorniciata con acroteri 
(0,23X0,23X0,03): 

D M 

• F ABI AE • 
VENERIAECON 
KAR> >CN> 
LVCRETIVS 
LVCRIO • ET 
SIBI » FECI 



111. Scorniciata, a cuspide 
(0,40X0,32X0,06): 

D • M 

T PVBLICIO 

VITALI 
• CORNELIA- 

• CVPITA • 
CONIVGI • B • M • 
ET • CORNELIAE • SECVNDINA 
SORORI • PIENTISSIMAE 



112. Scorniciata con decorazione 
a dente di lupo (0,16 X 0,12 X 0,03): 

M E RO P HE 
VA- IIII • 
MENSE- UH 

113.(0,23X0,17X0,05): 

D M 

AMAZONICO 
FIL-PARENTES 

• B • M • 



ROÌMA 



— 107 



ROMA 



114. Ansata e scorniciata (0,21 X 0,08X0,02): 

FVLCINIA C-F 

SABINA 
VIX- ANN • Vili 



115. Scorniciata con cuspide e corona 
(0,48X0,29X0,05): 



116. (0,27X0,33X0,03): 



D M 

PORClAli- PRIMI 

TIVAEMPORCI 

VS • PATROBIVS • 

LIB FEMINAE 

INCOMPARABILI 

CVM-QVAV1XI- 

ANNXLMES-II!- 

SINE VLLODELIC 

TOEIVS-ETPAELI 

VS-AVTOLICVS 

COWlVX • EIVS 



D > M 

> MARCO > 

> FIL > 

117. Frammento scorniciato 
(0,17X0.10X0,03): 

D 
TFLAVIO 
BABILIA 
CON 
B 



L'espressione sine ullo delieto eius 
(senza nessuna mancanza da parte sua) 
non è nuova. Cfr. con significato analogo: 
sine ula (sic) criminis sorde (C. I. L. XIII, 
1983 = Dessan, 1. L. S. 8158). 



118. Id. ansato (0,21 X 0,17 X 0,025): 

BITHYNIC 

ANNIS-V-ET 
MVCIA- PRIM 
DELICO 



119. Id. scorniciato (0,20 X 0,20X0,03): 

AAPPVLElVS 

MALCHIO 

FECIT-SIBI-E 
ANCHAR1N 

CLITENI 



120. Id. (0,26X0,15X0,02): 

A TRYPERA 
OIVCI-SVO 
HRONIO- 



121. Id. ansato (0,13X0,13X0,02): 



122. ld.scorniciato(0,15X0,HX0,02): 



L-CAS 
CASS 
FEC 



NI REVS 
VS-SIBI 
AL1CHORE 
AE 



Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 



15 



ROMA 



— 108 — 



ROMA 



123. Frammento (0,22X0,08X0,05): 



SVBÀT 

TVS 

ÀLIATOR 



FEL1CIÀ 

NVS 

NICA 



124. Id. (0,29X0,20X003): 

iCIA 

iLIAE 

1RIVS 

dVETER 

STICOER 



125. Frammento scorniciato. A destra alberello (0,32X0.14X0,03): 

MESSIAE 
CHRESTE 



126. Id. acorniciato (0,17X0,12X0,03): 

N APOSIS 

ET 
OVIROSVO 



127. Frammento (0.24X0,09X0,03): 



OSSA 
CVARATRONI 
rrAPwcciFRis 



128. Frammento (0,38X0,21X0,02). In mezzo una specie di clipeo assai 
rovinato: 

I S LIB 

LIBERTABVSQ^S VIS- POSTE 

RISQ_ EORVM 
IN-F-PII1 IN-AG-PII 



129. Id. scorniciato 
(0,17X0,08X0,02): 



ARTICVLEIVS 


PFAS 


CL A L * 


CIT 


O T I N V S 


VLINO 




S- V- 




fS- 



130. Id. (0,17X0,14X0,03) : 131. Id. (0,17X0,08X0,02) : 



D 
FIRMO 



132. Frammento scorniciato (0,18X0,18X0,03) opistografo : 

a) b) 

/orRTVNA 



VALE 
T 



ACAENA 
T 
XI 



ROMA 



— 109 - 



ROMA 



133. Framm. con acroterio 134. 1(1.(0,15X0,10X0,025): 135. Id. (0,1 8X0,18X0,03): 
(0,11 X 0,10X0,05): 

TLVTAT VS-M-F poSterlSQVE 

F I L "IMA 



13G. In quattro pezzi (0,30X0,26X0,018): 137. Id. scorniciato (0,17 X 0,14 X 0,02): 



D M 

M-MM1SATVRN 
INIAGRIPPINE 
ENS1SFECITPRI 
MVS ■ PATER • BE 
NE • MERENTi 



(sic) 



M 

NT1 A 

ME 

TIOHERMETl 



138. Frammeuto opistografo (0,17X0,10X0,025): 

a) b) 

ANT XI 1 

COM 
FELIX 
T 



139. Id. (0,19X0,10X0,025): 

E R i 
> EI VS 
(<?0«)TVBERNALI 
M 



140. Id. (0,13X0,08X0,03): 



S V 



141. Frammento di travertino 
(0,22X0,13X0,0(5): 

RVA 
ATO 
vq V 



142. Id. id. (0,20X0,21 X0.12): 

HILAi 

ESVEIS 
TEIS 



143. Id. scorniciato (0,21X0,17X0,03): 

AVONIAXPREPVSAVI . 
jalESCIT-CONIVXANXX 

-XTISPARVAEMEAPSTVLIT' ILLA' DI 

il • apstvlit Atra dies 

ICIVMSECVMHABETILLA- DIES 
HORAE-FATVSETILL.VDIES 
REEGOHIC-IACEO 
RPORISOFFICIVM 



CORI — 110 — REGIONE I. 

La seconda parte dell' iscrizione è metrica, ed è composta di sei pentametri. 
Come è noto l'uso di una serie di soli pentametri è raro, ma non senza riscontri 
nella poesia latina tarda ( 1 ). Notevoli i ricordi vergiliani, frequenti nelle epigrafi me- 
triche. Il secondo emistichio del v. secondo, riproduce il principio del celebre verso 
dell'Eneide (VI, 429) abstulit atra dies et funere mersit acerbo. Nel verso 4, 
fatus = fatunt che non è senza esempi (cfr. Forcellini-De Vit, Lex. ; e Du Cange, 
Gloss. s. v.). 

Il primo verso si può supplire con molta probabilità: 

\aef\atis parvae me apstulit Ma dies. 

Fra il terriccio (*) si sono rinvenuti pure alcuni mattoni coi bolli C. I. L. XV, 65 
e 482. Si sono trovati anche un frammentino di vaso di vetro, e un piccolo fram- 
mento di anforetta di terracotta rossastra, decorato con festoncini a tenuissimo rilievo 
e bottoncini di smalto di colore azzurro e giallo, in una tecnica della quale si hanno 
altri esemplari ( 3 ). 

F. Fornari. 



Regione I (LA TIUM ET CAMPANIA). 

LAT1UM. 

III. CORI — Scoperta di un avanzo di muro di cinta, e di due 
ambienti con mosaici. 

In contrada « Le Piagge » sulla via che da Cori a valle sale a Cori a monte, 
facendosi, nell'ottobre dello scorso anno, i lavori per la costruzione di una casa di 
proprietà dei signori Costantino e Luigi Scarnicchia. è venuto in luce un avanzo 
di muro di cinta a sistema poligonale. 

Il tratto scoperto è lungo m. 3, alto in media m. 2. I massi di pietra locale, squa- 
drati in forma poligonale non perfettamente regolare, misurano circa m. 1,10X0,53; 
ve ne sono però anche di più piccoli. Sotto il muro, in direzione normale ad esso, 
passa un piccolo cunicolo, di sezione quadrata, col lato di m. 0,32. 

(') Cfr. Auson., Lud. sept. >ap., VII; Paulin, canti. XXV, v. 238-241. 

(*) Alcuni mesi dopo finito lo sterro, quando questa relazione era già composta, nel rivoltare 
un pezzo di travertino che era servito da paracarro, vi si è letta la iscrizione seguente: 

0-cocTavic l 

philades- 
vc- octavi • c • l 

FELICIS 
INFRPXVHN AGRPXll 

(•) Cfr. Studi romani, I, pag. 384, fìg 10 (Kornari). 



REGIONE I. 111 — AMFE 

L'avanzo venuto ora in luce è la continuazione, a sinistra della via sopradetta. 
della grande muraglia (2' cinta) che domina, a guisa di terrazza, la piazza del Mu- 
nicipio, e guarda verso S. Oliva. 

Nello stesso comune di Cori, facendosi alcuni lavori di sistemazione nella piazza 
del Municipio, si sono scoperti gli avanzi di due ambienti che avevano pavimenti 
a mosaico. 

Il primo è a fondo bianco, decorato nel centro da un quadrato a disegno geome- 
trico. Il secondo è a tessere alternate bianche e scure. 

Merita lode il Municipio che ha provveduto, col permesso della Direzione degli 
scavi di Roma, a far distaccare il quadrato centrale del primo ed una parte del se- 
condo mosaico, e a custodirli nella chiesa di S. Oliva. 

F. Fornari. 



IV. ALIFE — Statuetta in bronzo rappresentante Eracle Bibace 
trovata nel territorio di Alife. 

Il bronzetto, di cui dò notizia, fu rinvenuto, mancante della gamba sinistra dal 
ginocchio in giù, da alcuni ragazzi nel territorio di Alife, cioè nel cuore del Sannio, 
in un terreno di proprietà del duca Onorato Gaetani di Roccamondolfi Un anno prima, 
nello stesso sito, era stato trovato il pezzo di gamba mancante, che venne venduto 
dal suo inventore ad un tabaccaio per due sigari napoletani e un pacchetto di ta- 
bacco da dieci centesimi. Dopo la scoperta della statuetta questo frammento venne 
richiesto al suo possessore e, avvicinato alla gamba mutila, si potè constatare che 
realmente le apparteneva ('). 

Il bronzetto (fig. 1 e 2), è alto mm. 312. La gamba sinistra è stata restaurata; 
del piede destro manca la parte anteriore; nella mano sinistra semiaperta, che do- 
veva reggere la clava, il pollice e l'indice sono frammentari. È una aitante e asciutta 
figura di giovane, che poggia sulla gamba destra; la sinistra è piegata al ginocchio 
e lievemente scostata; la parte posteriore del piede, non nudo, ma calzato di leg- 
gero sandalo, è alquanto sollevata da terra. Nella mano sinistra regge un cantaro a 
lungo piede, un po' inclinato, che sta per portare alla bocca, mentre la flessione al- 
l' indietro della parte superiore del corpo accompagna quest'atto col gioco di tutti i 
muscoli. La lavorazione delle forme è secca e nervosa ; le proporzioni, dal basso ventre 
in su, un po' esagerate rispetto alla lunghezza delle gambe. Una pelle di leone è le- 
gata alla vita, il muso cade sul davanti, dietro pende la coda, le zampe aderiscono 
ai fianchi. La testa, dai capelli corti e ricciuti, è adorna alla sommità di una foglia 
d'edera, che sta a rappresentare schematicamente l' intera corona. La fronte solcata 
di rughe dà al volto una espressione un po' triste e un po' dura, ma negli occhi e 
nella bocca semiaperta, a cui sta per essere accostato il bicchiere, ride la gioia del 
vino. È un Brade bibace, un altro esempio di quella « contaminatio », che avviene dal 

(,') Il bronzo in questione 6 ora depositato presso il Museo Nazionale di Napoli. 



•7V0 



AI.IFB 



112 — 



REGIONE I. 



Ili secolo in noi, tra il tipo di Dioniso e quello di Brade, che merita di essere 




Fio. 1. 



posto accanto a molte altre rappresentazioni simili, e per alcune sue singolarità è 
forse degno di speciale rilievo. 



REGIONE I. 



113 



A LIFE 



Lasciando da parte le rappresentazioni di Eracle bibace, stante, dell'epoca romana 




Fio. 2. 



imperiale, in cui l'eroe barbato, di aspetto maturo, di forme spesso tozze e sgraziate, 
tenendo in una mano lo scifo e nell'altra la pelle di leone e la clava, appoggia 



ALIFE — 114 — REGIONE I. 

il peso del corpo sulle gambe malferme (')/ vediamone alcune di arte etnisca che 
ci mostrano Eracle giovane e che hanno maggiore attinenza col nostro bronzetto. 

La figura di Eracle in forine giovanili è frequentissima negli specchi graffiti ('), 
nei quali quella dell'eroe barbato appare solo eccezionalmente. Uno di essi dato da 
Gerhard ( :ì ). esibisce l'eroe in posa e in atteggiamento assai simili alla statuetta di 
Alife, mentre la disposizione della pelle leonina, cinta alla vita, che è la particola- 
rità più notevole di essa, e che non esiste, per quanto mi consta, in nessun'opera 
a tutto tondo, si rinviene in uno specchio ( 4 ). che mostra Eracle e Atena nel giardino 
delle Esperidi (fig. 3). Delle rappresentazioni a tutto tondo, che possono offrire materia 
di più sicuri confronti, citerò in primo luogo una statuetta della collezione Pour- 
talès, che presenta somiglianze grandissime colla nostra nella fattura del corpo e 
soprattutto nel profilo del volto ( 5 ). È un Eracle del tipo bibace, di forme giovanili 
e muscolose, ma più fiacche e meno slanciate del nostro, che, stante sulla gamba 
sinistra, la destra piegata e scostata, regge nella mano sinistra un corno potorio, il 
quale però, essendo ripieno di oggetti vari, assume l'aspetto di un corno della abbon- 
danza. Nella destra protesa doveva tenere la clava ; buttata sul braccio sinistro è la 
pelle di leone. 1 capelli corti e ricciuti sono cinti da un diadema a nastro che 
culmina nella estremità superiore e nella inferiore in due sporgenze che il suo editore 
chiama « croissants ■ lunari, e che invece stanno a rappresentare una foglia in forma 
rudimentale. 

Un bronzo edito dal Middleton ( 6 ), se ha nella espressione intenta e triste del 
volto e nei capelli ricciuti affinità notevoli col nostro, ma minori di quello della 
Collezione Pourtalès, ne presenta più strette, per quanto riguarda il movimento 
del busto e la posizione delle braccia. Il destro è alquanto piegato al gomito e regge 
il corno potorio ; il sinistro è piegato più sensibilmente, e la mano doveva tenere la 



(') Raccolgo qui le principali. — Bronzetto di Parma: Moti. dell'Ut., I, tav. 44 e. ; 
Annali dell'ht., 1832, pp. 68-75 (nella destra reggeva il corno potorio). — Due bronzetti di 
Ercolano: Houx et Barre, VI, 19, 3; Reinach, Rep.. II, 218, 7; Roux et Barre, VI, 17, 2; 
Reinach, Rep., II, 219, 2. — Bronzo di Vienna: E. Freih. von Sacken, Die antiken bron- 
zen des K. K. Mùnz- und Antiken-Gabinete» in Wien, I, tav. 38, n. 8. — Bronzetto della 
raccolta Fejervary: Mon. dell'ht., 1854, Braun, pp. 114-115, tav. 34. Ercole ha qui aspetto 
quasi silenico. — Due bronzetti di Vienna: Gazette arehéologique 1877, Bazin, pp. 178- 
179, tav. 26. — Bronzo del Cabinet des medailles : Daremberg, Dictionnaire, fig. 3786. — 
Marmo della Bibl. reale di Parigi: Clarac, 801, n. 2012; Reinach. Rep., I, 472. — 
Bronzetto greco del II sec. av. Cr. trovato a Costantinopoli, appartenente alla Coli. Nelidow 
(Coli Nelidow, tav Vili, pag. 12, n. 41). 

(') Gerhard, Etruskische Spiegel, tavv. da 134 a 137, da 139 a 144, da 147 a 156, (Cfr. anche 
le tavv. 158, 163, 164, 165, 168, 181, e da 335 a 347). 

(') Op. cit, tav. 148. 

(*) Op. cit., tav. 140. Una disposizione simile della pelle, ma alquanto diversa, ritoma negli 
specchi dati alle tavv. 340 a 347. 

( 6 ) Gaiette arehéologique, 1877, Colson, pag. 168 e seg., tav. 26; Reinach, Rep. II, 218, 4. 

(*) Germana quaedam antiquitatis eruditae Monumenta. Londinii 1745, tav. XIII, 1; Reinach, 
Rep. II, 219, 5. 



AI.IFE 



— 115 — 



REGIONE I. 



clava. La posizione delle braccia è simile; soltanto è invertita, in una statuetta edita 
dal Caylus ( l ). di forme assai giovanili, che tiene nella sinistra lo scifo. 

Tutte le variazioni possibili nel tipo di Eracle giovane, che già semiebbro pre- 
gusta i nuovi piaceri del vino, ci sono date poi da una serie di bronzi nei quali la 




Fio. 3. 



pelle di leone, come nei tre già citati, è però sempre gittata sull'avambraccio destro 
o sul sinistro. In uno, trovato nei dintorni di Napoli, l'eroe ha il capo coperto di 
pilos (*), un altro ( 3 ), con volto quasi efebico, la testa adorna di studiata acconcia- 
tura, che ricade in doppio ordine di riccioli sulla fronte, guarda con occhio tranquillo 
il vaso che doveva reggere nella destra. 

Due bronzetti di Vienna ( 4 ) ci mostrano l'eroe giovane, col capo cinto da un 



(') Recueil d'Antiquités, V, 46, III e IV ; Reinach, Rep. II, 221, 2 e 7. 

(•) Caylus, op. cit., V, 46, I e II. 

(») Caylus, op. cit., III, 28, I e II; Reinach, Rep. II, 223, 8. A pag. 89 il Caylus osserva che 
la parte inferiore dalle anche in giù è troppo corta rispetto alla parte superiore. V. anche Caylus 
ihid. 22, V. 

{*) Freih. von Sacken, op. cit., pag. 96, tav. 40, 4 e tav. 38, 11 ; Reinach, Rep. II, 216, 4. 



Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 



16 



Al. IKK 



Ìl6 — REGtONB 1. 



ampio nastro, nel solito atteggiamento, con la pelle di leone sul braccio sinistro e 
nella mano destra il corno potorio, mentre in uno, edito dal Gori ( 1 ), assai simile a 
questi, un berretto aderente, a casco, ricopre il cranio. 

Più si discosta da tutte le rappresentazioni citate, per le forme piene e quasi 
femminili del volto e per la disposizione della pelle di leone, cbe sale col muso a 
coprire il capo dell'eroe, mentre le zampe anteriori gli si annodano sotto il collo e 
il resto si attorciglia capricciosamente intorno al braccio sinistro, la statuetta del 
Museo Archeologico di Firenze (*). Ma se questa disposizione della pelle è insolita 
noi tipo dell' Eracle bibace, essa, come è ben noto, è comunissima nelle rappresen- 
tazioni dell'eroe, tanto nelle opere a tutto tondo, quanto negli specchi graffiti. 

Ritornando al nostro bronzetto, a parte le sue singolarità, e cioè la disposizione 
della pelle alla vita, il cantaro, attributo proprio di Dioniso, i graziosi sandali ai 
piedi, la corona d'edera schematicamente indicata, esso mi sembra degno di nota, 
perchè compendia in uno i caratteri delle numerose rappresentazioni di questo tipo 
di Brade. Il corpo slanciato ed atletico, in cui alla flessione del busto verso l' in- 
terno contrasta il movimento delle braccia in avanti, tesi i muscoli e i nervi, vibra 
e freme nella attesa dei piaceri del vino; sul volto, piccolo rispetto alla altezza 
della intera figura, sulla fronte, incorniciata dai capelli lavorati con cura minuziosa, 
e profondamente corrugata, è soffusa una tristezza che ha qualche cosa di energico. Non 
è il mesto trasognamento di Dioniso, proprio delle numerose statue che ripetono lo 
schema del cosidetto Apollo Liceo, ma è una ebbrezza, per la quale l'eroe, che con 
una mano leva il bicchiere e con l'altra brandisce la clava, non perde il suo inge- 
nito carattere forte e risoluto. E, se vogliamo pensare a una corrente artistica dalla 
quale questo tipo di Eracle giovane derivi, ci sale spontaneo alle labbra, col nome 
dell'eroe che fu il prediletto, il nome del maestro che lo predilesse: Lisippo. 



Alda Levi. 



(*) Muteum Etruseum, I, 71 ; Reinach, fìep. Il, 220, 5. 

(*) Clarac, 802 D, 1964 C, tomo V, pag. 8; Reinach, Rep. I, pag. 474; Milani, Il R. Museo 
archèol. di Firenze, tav. XXVIII. 



REGIONE I. — 117 — POMPEI 



CAMPANIA. 

V. POMPEI — Relazione degli scavi eseguili nel gennaio 1916 
(cfr. Notizie 1916, pag. 30 e 87). Continuazione dello scavo della via 
dell' Abbondanza. 

a) Scavo della via propriamente detta. 

Questa è stata scavata, giungendosi tino allo scoprimento del lastrico, per altri 
dieci metri circa, tra l'isola 111 della reg. Ili a sin., e l'isola III della reg. Ila 
destra (mezzogiorno). Per questo scavo sono stati completamente liberati dal mate- 
riale eruttivo il vano n. 5 della prima delle due isole mentovate e i vani nn. 5 e 6 
della seconda. 

Iscrizioni. 

Su la parete a destra del vano n. 5, III, II, sopra uno strato di calce, in grandi 
lettere rosse: 

1. L?0?\(dium L.f. Ampliatu?) M.>AED>0>V>F> 

TA//MD /n»'</SECVNDA>CVPIENSANIA>ROG>ET FECIT 

Questa iscrizione è dipinta dinanzi ad altre più antiche, che forse saranno leg- 
gibili in seguito per la caduta dello strato di calce ad esse sovrapposto. Di queste 
iscrizioni più antiche leggibile è solo, verso destra, in grandi lettere rosse: 

2. P>VETTIV[w ce]LEREM 

Più a destra, in grandi lettere nere: 

3. LOLLIVM 

a-> > cp > tegella pi ( Tegella per Tigella?) 

Immediatamente al disotto, in grandi lettere nere: 

4. POPIDIVM>L»F»AMPLIATWL 

A5>0>V>D>a>P> 

Più sotto, a destra, in lettere non molto grandi, quasi svanite, forse rosse: 

5. POP1DIVM.DVF 

Su lo zoccolo rosso, sotto la iscrizione n. 1, immediatamente a destra del vano 
n. 5, III, II, in grandi lettere rosse quasi svauite, sopra pennellate di calce: 

6. CÀSELLIVyv9 



POMPEI — 118 — REGIONE I. 

Sul pilastro a sin. dello stesso vano, sopra uno strato di calce, in grandi let- 
tere rosse quasi svanite: 

7. T R E B I W\ 

AED 

Su la parete a sin. del vano seguente, n. 6, immediatamente al disotto del pro- 
gramma n. 1, del rapporto di ottobre 1915, in grandi lettere nere: 

8. M>HOLCONIVM>D>l>D>Cf 
Immediatamente al disotto, in lettere rosse: 

9. ASVETTIVM.VERVM 

A E D > D > R <• P > O 3 

Dietro lo strato di calce, sopra cui è dipinta questa iscrizione, compariscono qua 
e là le lettere, pare, di due altre iscrizioni sovrapposte, una in lettere rosse e un'altra 
in nere, quella più in dietro di tutte. 

Al disotto di 9, sulla parte alta dello zoccolo di signino, in lettere rosse pochis- 
simo conservate: 

10. QjPOSTVMIVM 

Su la estremità destra del muro orientale del vico tra le isole III e IV (non 
ancora scavata) della reg. Ili, in granii lettere nere, sopra le solite pennellate di 
calce : 

11. M>EPIDIVM 

SABINVM*™ 

DIG EST Cf 



Trovamenti. 

Sull'ingresso della bottega n. 6, is. Ili, reg. II, il 3 del mese: Bronzo e ferro. 
Morso di cavallo, in bronzo, con freno di ferro girevole, lasciante intiera libertà di 
lingua. Il giorno 1 1 : Ferro. Rastrello conservante solo quattro denti, lungo m. 0,23. — 
Il giorno 14. Bromo. Piccolo recipiente emisferico senza piede e senza anse, 
largo m. 0,063. Due ordigni di bronzo con tracce di argento, ciascuno dei quali consiste 
in una specie di mezzaluna capovolta, alle due estremità della quale è attaccato un 
anelletto. a cui sono sospese due sottili laminette ripiegate, a ciascuna delle quali 
era evidentemente sospesa qualche altra cosa. Sulla parte alta della mezzaluna una 
sporgenza superiormente slargata, con due piccole appendici laterali, forse un fallo. 
Lunghezza complessiva m. 0,075. Giogo di bilancia, lungo m. 0,29 con ansa e uncino 



REGIONE I. — 119 — POMPEI 

in una delle estremità. Gol giogo una lanx, larga m. 0,08, decorata con cerchi con- 
centrici impressi nello interno e munita di quattro fiorellini di sospensione. — Ferro. 
Avanzi di un piede di mobile, decorato, come al solito, di un cilindro slargato in 
alto e in basso e di un grosso corpo di forma lenticolare. — Il giorno 15. Bronzo. 
Maniglietta, larga m. 0,045, a corpo quadrangolare, rastremata da una parte e dal- 
l'altra, con uno dei due anelli nei quali, sospesa, girava. Anelletto, lungo m. 0,02, so- 
speso a un anello-perno, appartenente, come la maniglietta, a qualche cofanetto di 
legno, del quale legno gli avanzi intorno al perno. Laminetta rettangolare, attra- 
versata da un largo foro, con chiodetti in due angoli e perno munito di piastrina 
circolare, forse anch'essa appartenente al cofanetto in parola e del cui legno porta 
molti avanzi. — Marmo. Testina virile a tratti ideali, alta m. 0,15, terminante 
inferiormeuto e nella parte posteriore con taglio piatto : ciò che fa credere che abbia 
appartenuto al piede di qualche mensa. Intorno al capo è avvolta una benda 
con le estremità cadenti su le spalle; i capelli sono ondati, e, partendo da una 
parte e dall'altra della scriminatura mediana, incorniciano la fronte e le tempie. 
Piattello bassissimo, largo m. 0,155, munito di quattro sporgenze opposte, rettan- 
golari, una delle quali con incavo per versare il liquido. La superficie esterna è 
greggia. — Il giorno 17. Legno. Quattro frammenti di uno o più ordigni di legno, 
di forma allungata, rastremati e ricurvi, dipinti in azzurro e decorati con chiodetti 
a testa di bronzo larga e piatta. Questi frammenti sembrano molto importanti avendo 
potuto appartenere alla bardatura di un cavallo. E questa ipotesi viene in certo modo 
convalidata dal morso di cavallo trovato allo stesso posto. — Bromo. Dischetto, 
largo m. 0,06, già parte anteriore di una serratura, con relativo paletto, appartenente 
a qualche mobiluccio di legno, del quale pare che facessero parte pure gli ogget- 
tini seguenti: Guardaspigoli, ovvero piastrina rettangolare piegati, ad angolo retto. 
Piastrina rettangolare, lunga m. 0,055, munita di quattro chiodetti nei quattro angoli, 
che la tenevano salda al legno. Anelletto, al quale sono sospesi tre frammenti di 
catenelle. Anelletto, largo m. 0,03, a stilature longitudinali. 

b) Casa di Trebio Valente. 

In questa casa si è proceduto a togliere la parte alta del materiale eruttivo a 
settentrione del peristilio per rendere possibile il completo scavo di questo e degli 
ambienti che possono trovarsi a settentrione dello stesso. Inoltre è stata quasi comple- 
tamente messa in luce un t stanzetta presso a poco rustica — pareti bianchicce con alto 
zoccolo formato da semplici fasce nere — , prima nel lato sinistro (occidentale) del 
peristilio, e, nella parte alta soltanto, un piccolo ambiente seguente immediatamente 
a destra, che a mo' di ala si apre interamente sul peristilio. Le pareti di questo sono 
decorate, nella parte principale, con grandi riquadrature nere, alle quali seguono 
superiormente delle piccole riquadrature a fondo bianco, rettangolari, collocate 
per lungo. 

Al primo di questi due ambienti si accede per una piccola porta nel prolunga- 
mento che forma l'ambulacro anteriore del peristilio verso sinistra (occidente), por- 



POMPEI 



— 120 — 



REGIONE 



ticina che viene a stare di fronte al noto salone decorato nel 3" stile, a sinistra del 
tablino. In questa stanzetta sono stati rinvenuti molti oggetti, e primo fra tutti, il 
giorno 11, un elegante monopodio marmoreo, rotto in più parti, il quale fu fatto subito re- 
staurare (tìg. 1). Questo, alto m. 0,!'3, con piano rettangolare misurante m. 0,79X515, 
è sorretto da uno svelto pilastrino a corpo rettangolare, al quale è addossato un erma 
con corpo di marmo grigio venato, a testa di Dionysos barbato Jai tratti ideali, in 
marmo giallo. Questa, priva degli occhi, che furono già di pasta vitrea, ba la barba 




Fig. 1. 



a riccioli stilizzati, i capelli ondati cadenti su le spalle, e, su la fronte e su le 
tempie, ravvolti intorno a un cercine. Pilastro ed erma posano sopra un plinto di 
marmo lunense misurante m. 0,255 X 0,24. Gli altri oggetti rinvenuti sono i 
seguenti: Vetro. Bottiglia a pancia larga e depressa, lungo collo, ansa verticale 
con doppia attaccatura, alta m. 0,12. — Terracotta. Lucerna monolychne a smalto 
vitreo, larga m. 0,13. Patera aretina con recipiente a fondo imbutiforme, basso piede 
circolare, labbro cilindrico moJanato, con sul fondo interno la marca impressa, consi- 
stente in due piedi umani accostati, con sopra le correggiole dei sandali. Diam. 0,18. — 
Bronzo. Forma di pasti ceria di forma ellittica, lunga m. 0,11. Statuetta di Venere 
(tìg. 2), di mediocre esecuzione, tutta nuda, stante, insistente su la gamba sin., coronata 
con alta stepliane, stringente le chiome con ambo le mani ; alta, senza base, m. 0,085, 
con questa, m. 0,108. Statuetta di Mercurio (tìg. 3), stante, insistente su la gamba dr., 



REGIONE l. 



121 - 



POMPE) 



con l'altra alquanto scostata verso destra, mulo, tranne una clamide che cade sul braccio 
sinistro; cou la mano di questo stesso braccio alquanto abbassata regge il caduceo, 
con l'altra, portata verso destra, la borsa ; ha cappello alato a stretta falda, cou un 
corpo elevantesi su la parte anteriore, e che non so definire; presso la sua gamba 





Fio. 2. 



Kig. 3. 



dr. pare accovacciato un animale, irriconoscibile nei particolari ; altezza m. 0,074, con 
la base m. 0,098. Statuetta di Ercole (fig. 4), stante, insistente su la gamba dr. mentre 
l'altra è portata un po' indietro; tutto nudo tranne la pelle leonina, che gli copre il 
capo e le spalle, e svolazza verso destra coprendogli parte del braccio sin. strin- 
gente con la mano la clava appoggiata con la parte grossa a questo stesso braccio ; 
l'altra mano, portata innanzi, tiene una coppa; esecuzione trascurata, come pure 
quella del Mercurietto; altezza m. 0,08, complessiva, cioè con la base, m. 0,11. Le 
basi delle tre statuette sono tutte di forma cilindrica, slargate in alto e in basso. Le 
tre statuette formavan parte, evidentemente, di un larario. Bacinella con corpo a segmento 
sferico, con due anse opposte a maniglia; diam. m. 0,32. Grande bronzo di Galba, 
cfr. Cohen 255? Grande bronzo di Vespasiano, Cohen 336? Grande bronzo di Vespa 



POMPEI 



— 122 — 



REGIONE 1. 



siano con la Pax. Medio bronzo di Vespasiano, Cohen 41 1 ? Medio bronzo di Vespasiano 
con l'Aequitas? Medio bronzo di Vespasiano, riconoscibile appena dai tratti della 
sua testa. — Il giorno 13: Ferro. Lama rettangolare di coltello, oon sporgenza 
laterale già intromessa nel manico di legno. È lunga m. 0,12. — Bronzo. Reci- 
piente quasi emisferico senza piede e senza manichi, largo m. 0,07. Ansa piatta, 




Fio. 4. 



probabilmente di casseruola, munita di foro semicircolare di sospensione nella estre- 
mità, la quale è pure decorata con un filare di ovoletti incisi; lunga m. 0.10. 
Ansa lunga e sottile, priva della estremità, forse di un colabrodo, lunga m. 0,15. 
Frammento di ansa quasi analoga, lungo m. 0,075. Moneta repubblicana romana, 
come può argomentarsi dalla doppia lesta di Ianus o di Fontus. Piccola moneta 
imperiale, ove rimane solo CAES.... — Terracotta. Vasettino quasi ovoidale, con 
due anse a nastro; altezza m. 0,105. Altro vasettino simile a corpo ovoidale. 



G. Spano. 



ROMA 



— 128 — 



ROMA 



Anno 1916 — Fascicolo 4. 

I. ROMA. 
Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 



Via Ostiense. Scavi nel cimitero di S. Ciriaco a Mezzocammino. Nei primi 
giorni del dicembre 1915, durante i lavori per il rialzamento e l'allargamento della 
via Ostiense, in località Mezzocammino, ad undici chilometri dalla porta, tagliandosi 
la roccia sulla sinistra della via, in proprietà del sig. Paolo Giuliani, si rinvenne 
per caso una tomba contenente un sarcofago marmoreo. 




Fig. 1. 

La tomba, normale alla via, misurava m. 2,54 di lunghezza per m. 0,96 di 
larghezza. Scavata nella roccia, a circa 2 m. sotto il piano di campagna, e rivestita 
internamente da cortina di mattoni, era coperta da una volticina sostenuta da un 
trave centrale di ferro con tre sbarre trasversali piombate, sulle quali posavano i 
tegoloni che reggevano il massello. Neil' interno della tomba, posato sopra due so- 
stegni di marmo, era un grande sarcofago marmoreo (fig. 1) col coperchio a posto 
(lunghezza m. 2,10; altezza del corpo m. 0,56, del coperchio m. 0,36; larghezza del 
corpo m. 0,58, del coperchio m. 0,60). Il coperchio, col fronte rialzato di m. 0,30, 
ha nel mezzo una targa squadrata anepigrafe, tra due puttini ; a destra la storia di 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 17 



ROMA 



— 124 — 



ROMA 





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Fio. 2. 



ROMA 



— 125 — 



ROMA 



Giona, ingoiato dal mostro e in atto di dormire sotto la cucurbita; a sinistra l'ado- 
razione dei Magi. Sulla faccia principale del corpo del sarcofago è scolpita in mezzo 
l'orante tra due apostoli ; a destra i miracoli di Gesù Cristo : il paralitico, il cieco 
e la risurrezione di Lazzaro ; a sinistra s. Pietro che rinnega Gesù Cristo, s. Pietro 
portato in carcere e Mosè che batte la rupe. Nell'interno del sarcofago è il morto 
col capo avvolto nella lana. 

Questa prima scoperta attirò subito l'attenzione della Soprintendenza agli scavi 
di Roma, la quale decise di fare alcune esplorazioni in quella località per trovare 
il posto preciso del cimitero cristiano di s. Ciriaco, del quale si sapeva l'esistenza 




5 t . 

_j metri 



Pia. 3. 



in quel tratto della via Ostiense e col quale la tomba cristiana rinvenuta doveva 
senza dubbio avere relazione. Gli scavi si sono compiuti fra il dicembre 1915 e 
l'aprile 1916, e ne espongo qui i risultati. 

Appena iniziati i lavori si scoprì un piccolo edificio absidato (A, pianta fig. 2 
e fig. 3) disposto parallelamente alla via Ostiense e con l'abside rivolta ad ovest. 
Il corpo rettangolare di esso misura m. 6,10X5,95, l'abside ha la corda di m. 5.60. 
L'edificio è costruito in buona muratura di laterizio, dello spessore di m. 0,73, che 
nella parte esterna si appoggia alla roccia, nella quale il vano è stato scavato. Ester- 
namente ad esso (v. fig. 4) corre un cordone a spiovente rivestito di cocciopesto, che 
ha lo scopo evidente di salvare l'interno dalle infiltrazioni delle acque. Dell'antico 
edificio, che era senza dubbio destinato al culto, rimane un piano inferiore a quello 
dell'ingresso, del quale non s'è rinvenuta alcuna traccia. Evidentemente non è la 
chiesetta, ma il sepolcreto sottostante al pavimento. Infatti non appena si è comin- 



ROMA 



— 126 



ROMA 



ciato a togliere la terra di cui la costruzione era piena, si sono rinvenuti due piccoli 
sarcofagi di marmo. 

Il primo di essi, nel punto d (fig. 3), posava sulla terra smossa. Misura, nel corpo, 
m. 1,28 X 0,45 X 0,35; nel coperchio m. 1,30 X 0,46 X 0,23. Nel corpo è rappresen- 
tato (fig. 5) nel mezzo l'orante, dietro il quale è la cortina, sorretta da due geni 
volanti; ai piedi dell'orante è un piccolo scrigno; sotto ai putti due pavoni che 
beccano su cesti ricolmi. Alle due estremità si ripete la figura del Buon Pastoie. 
Ai piedi del Buon Pastore di destra sono un asinelio e un cane; presso a quello di 




I 



Fig. 4. IB 



sinistra l'asinelio manca. Sul coperchio sono otto delfini a coppie che vanno verso 
il centro, ove si vede la targa con la epigrafe seguente incisa in cinque righe. 

HiC OPTATA • SITA EST QVAM 
TIRTIA RAPVIT AESTAS ("') 

L1NGVA • MANV NVNQVAM 
DVLCIOR • VLLA FVIT • 
IN PACE 

Si tratta di un distico, il cui pentametro ha nel primo membro una sillaba di 
più; l'errore è prodotto dall'aver considerato come una sillaba sola la finale di marni 
e il principio di nunquam. 

L'altro sarcofago, più vicino all'abside nel punto e, era murato in una grande 
massicciata di cui parlerò in seguito. Il corpo strigliato con mandorla nel mezzo e 
due colonnine alle estremità, misura m. 1,18 X 0,46 X 0,40. Sul coperchio, col fronte 



ROMA — 127 — ROMA 

rialzato, che misura m. 1,10 X 0,45 X 0,12, sono scolpiti otto delfini a coppie che 
nuotano verso il centro ove è la targa anepigrafe. 

Liberato interamente dalla terra che lo riempiva, l'ambiente presentava l'aspetto 
dimostrato dalla figura 3. Tre poderose massicciate erano una (a) nell'abside, e le 
altre avanti a questa, a sinistra (b) e a destra (e). Di fronte all'abside un masso 
di roccia lasciato intatto nella costruzione dell'edificio; tra le massicciate un vuoto (e). 
Alla massicciata di sinistra (b) erano addossate nel punto f alcune anfore di terra- 
cotta, in piedi o coricate. 




Fio. 5. 



Nella massicciata (a) dell'abside, in un'epoca per stabilire la quale lo scavo 
non dà nessun indizio sicuro, era stata praticata un'apertura (g) con lo scopo di 
giungere al grande sarcofago marmoreo che giaceva sotto di essa (fig. 6). Nella rottura 
della massicciata si vedevano tracce evidenti di fuoco. Distrutta la massicciata, risultò 
che essa, profonda m. 2,70. era composta, nei primi 30 centimetri, di scaglioni di 
lava basaltica e malta, nei rimanenti m. 2,40 di una gettata di tufi e malta. Posava 
direttamente sul coperchio di un grande sarcofago marmoreo che misura m. 2,16 
X 1,02X0,85. Il corpo di esso è lavorato esternamente ed internamente di subbia; 
il coperchio (alto, m. 0,16) di forma irregolare e costituito da un grosso pezzo di tra- 
beazione con ovuli e fusaiole, fu trovato sfondato nella parte anteriore (cfr. fig. 6), 
e le ossa accumulate in uà angolo. Il sarcofago è deposto in una specie di recinto 
costituito di murelli in laterizio inscritti nell'abside. Il murello di fondo (h i) è 
lungo m. 2, quello anteriore (l m) che chiude come corda l'abside, è lungo m. 2,70, 
quello di sinistra (h l) m. 1 55, quello di destra (m n) m. 1,24. Quest'ultimo non 
si unisce col murello di fondo, ma termina nella parete dell'abside. Il muro ante- 
riore fu trovato rotto nel tempo in cui fu sfondata la massicciata, e nel punto della 
rottura si notano ancora tracce di fuoco. 



ROMA 



— 128 — 



ROMA 



La massicciata di sinistra (b) fu costruita prima del muro perimetrale della 
chiesetta che posa sopra di essa: demolendola, a ra. 1,90 dal livello superiore del 
muro a cortina si è trovato una poderosa volta in mattoni a sesto ribassato, 
sotto la quale è venuto in luce, a m. 2,50 di profondità, un piccolo ambiente 
rivestito internamente di cortina, entro il quale è un sarcofago di marmo lavorato 
di subbia, con coperchio a doppio spiovente ed acroteri agli angoli, fermato sul corpo 
del sarcofago con grappe di ferro piombate. Accanto a questo piccolo ambiente, sotto 
la medesima massicciata, si è rinvenuto un altro sarcofago marmoreo parimenti lavo- 




Fig. 6. 



rato di subbia e della medesima forma del precedente, ma di dimensioni (1,56 X 0,60) 
molto più piccole ('), sul quale la massicciata posava direttamente. Il coperchio di 
questo sarcofago era fermato sul corpo con solide grappe di ferro custodite entro 
guaine di piombo, che hanno permesso la perfetta conservazione del ferro. Entro il 
sarcofago, che è stato aperto da noi, è sepolto un individuo di età molto giovanile. 
Sotto la massicciata di destra (e), a m. 0,80 dal livello del muro perimetrale 
della chiesetta, si è rinvenuto una volta in mattoni a sesto ribassato, analoga a 
quella di sinistra. Nella parte orientale di essa, in antico, la cortina era stata tagliata, 
ottenendo un'apertura di m. 1,00X0,75; apertura che era stata poi ostruita con 
tufi e malta. Rompendo per breve tratto in questo punto, si è veduto un ambiente 
di piauta rettangolare, entro il quale è un grande sarcofago (2,28 X 1,09) di marmo 

(') Date le condizioni speciali del luogo non è stato agevole prendere le misure esatte del 
sarcofago più grande. Esse sono circa m. 2,18 X 0.67. 



ROMA — 129 — 



ROMA 



scalpellato, con coperchio piano parimenti scalpellato. Aperto il sarcofago si sono tro- 
vati due scheletri con la testa rivolta ad occidente. 

Il piccolo edificio fu costruito con lo scopo evidente di custodire i quattro sar- 
cofagi, per sei cadaveri, che si trovavano nascosti sotto le poderose massicciate; e 
che questa fosse la destinazione originaria è prova il fatto, già da me notato, che la 
massicciata di sinistra (b) fu costruita prima del muro perimetrale del tempietto. 
Interessava ai fondatori della chiesetta che i sarcofagi fossero custoditi molto gelo- 
samente, e perciò li coprirono con così alti strati di muratura. Altri cristiani poi, 
furono sepolti in quel luogo, e tale è il caso dei due bambini, Optata e l'altro ano- 
nimo, i cui sarcofagi, si dovevano trovare a pochi centimetri sotto il pavimento della 
chiesetta. L'ambiente da noi ritrovato ed esplorato, è, come ho già detto, il sotter- 
raneo dell'antica cella, probabilmente non accessibile nell'antichità; sopra di esso 
doveva stare il piccolo luogo di culto il quale, in un tempo che non possiamo deter- 
minare, fu distrutto sistematicamente, per cavarne, forse, il materiale da costruzione. 
Il paramento a cortina assai regolare, onde sono costruiti i muri perimetrali di questo 
edificio, ci induce ad attribuire la chiesetta ad una data abbastanza alta, che può 
essere benissimo il quarto secolo dell'era volgare. 



Il piccolo edificio, però, non era isolato ; la prima tomba scoperta è già una prova 
che altre sepolture esistevano intorno ad esso. Dietro la chiesetta, alla distanza 
di m. 1,41 dall'abside, si è rimesso in luce un altro piccolo edificio (B fig. 2) absidato, 
normale alla via Ostiense. Costruito con rozzi murelli a tufi e mattoni, dello spes- 
sore di m. 0,55, e fondato nella roccia, l'abside aveva la corda di m. 1,80 e la freccia 
di m. 1,15. Lo spazio rettangolare che precedeva l'abside era largo m. 3. Di un 
terzo edificio absidato, costruito anch'esso con rozza muratura, e disposto parallela- 
mente alla via, si sono veduti pochi avanzi nel punto C (fig. 2). Proprio nel centro del- 
l'abside si trovava abbastanza ben conservato, un grande sarcofago composto di lastre 
di marmo scalpellate, tenute insieme mediante grappe di ferro piombate. Anche esso 
ha un coperchio col fronte rialzato, e misura, compreso questo, m. 2,15 X 0,90 X 0,95. 
Il corpo di quest'altra piccola chiesetta era lungo m. 5,66 ; la muratura era spessa, 
nei lati sud e ovest, m. 1 ; nel lato est m. 1,25. Al lato meridionale di questa chie- 
setta era addossato un piccolo ambiente lungo m. 3,20, costruito con muri dello spes- 
sore di m. 0,50 e 0,90. La costruzione C dista m. 4,30 da quella lì. 

Dietro la piccola abside dell'edificio B, si estendeva una massicciata, che aveva 
una lunghezza di m. 3,10 e che collegava questa costruzione con un sistema di 
ambienti che si estendevano a sud-est della chiesetta maggiore A. 

Questo complesso (D fig. 2) era delimitato da due muri, quasi paralleli, che 
si estendevano in direzione nord-est a sud-ovest, costruiti rozzamente in pietrame e 
malta, dello spessore di m. 0,80. Normali al primo di questi erano altri cinque muri, 
il cui spessore variava da m. 0,80 a 0,90, dei quali tre soli raggiungevano l'altro 
muro principale; poiché il primo a faceva angolo con un altro muretto, lungo m. 2,10 
e spesso 0,58, che l'univa al secondo, e l'ultimo b era troncato in modo che non 



ROMA — 130 — ROMA 

sappiamo come finisse. Questo sistema di muri eia attraversato diagonalmente da un 
lungo muro (e) costruito con grandi parallelepipedi di tufo, che divideva irregolarmente 
gli ambienti. Un altro muro di blocchi parallelepipedi (d), in direzione concorrente al 
primo tagliava l'ambiente e. 

Non è agevole dire quale fosse la destinazione di questo edifìcio ; probabilmente 
si tratta di parti di abitazioni messe in qualche relazione col nucleo cristiano. Tutta 
la costruzione posa sopra un terreno alto pochi centimetri dalla roccia, nel quale si 
sono raccolti in grandissimo numero avanzi di stoviglie ad impasto; frammenti di 
bucchero, fra i quali un kantharos, che si può ricostruire quasi interamente, molto 
fine; frammenti di vasi a vernice nera e un piede di kyìix attica a vernice nera del 
diam. di 0,08. Tale strato presentava i medesimi caratteri tanto negli ambienti 
quanto sotto i muri, che si devono considerare posteriori alla formazione di questo 
strato archeologico, il quale si estendeva anche fuori dell'area occupata dall'edificio D, 
poiché anche nell' interno dell'ambiente B si sono raccolti analoghi frammenti di 
vasi. Per stabilire la data della costruzione però non abbiamo elementi sicuri. I muri 
a blocchi parallelepipedi sono stati fatti dopo degli altri a pietrame e malta : questi 
infatti, come abbiamo assodato con tasti diligentemente eseguiti, non li tagliavano, 
ma invece i parallelepipedi si adattavano agli ambienti. Sembra quindi certo che 
tali blocchi provenissero da qualche altra costruzione assai più antica. 

Nel punto f del complesso D, si è trovato un ammasso di marmi colorati di 
molte qualità e, in mezzo a questi, tre frammenti di intonaco vivamente colorato in 
rosso, ed un frammento d' intonaco bianco e nero con alcune tessere di pasta vitrea 
diversamente colorate. Tutto ciò proveniva evidentemente da qualche villa abbastanza 
sontuosa esistente nei dintorni ('). Sotto questo strato si è rinvenuta una tomba scavata 
nella roccia, lunga m. 1,70, larga m. 0,70, profonda 0,40, nella quale, oltre le ossa 
di un individuo di età molto giovanile, si sono raccolti alcuni frammenti di tegole, 
di coperchi di olle di terracotta rossastra, fondi di vasi, rottami di colli di anfore, 
un chiodo di ferro e una laminetta di bronzo. 

Il risultato delle esplorazioni in questa parte della collina, se pure non ci ha 
permesso di identificare con sicurezza la destinazione dei ruderi scoperti, è stato di 
notevole importanza, poiché ci attesta che la località in cui abbiamo lavorato è stata 
abitata fino da tempi remotissimi, quasi preistorici, ed ha fiorito durante il periodo 
imperiale, fino all'età cristiana, alla quale si debbono i centri cimiteriali che hanno 
formato l'oggetto principale delle nostre ricerche. 

Alla distanza di m. 3,74 dall'abside della chiesetta C si staccava dalla Ostiense 
un diverticolo (E), coi poligoni ancora a posto, che saliva verso il colle (fig. 7). Per 
conoscerne l'andamento ne abbiamo esplorato alcuni tratti. La larghezza media di 
esso è m. 3,50; al principio misura m. 3,55. Il primo tratto esplorato è lungo 
m. 12,70. All'inizio del secondo tratto, sulla destra, si è rinvenuto un muro dello 

(') Il Nibby (Viaggio antiquario ad Ostia, pag. 12 e Analisi, 1, pag. 4G2, e III, pag. 606) 
afferma che in questa località furono trovate fistole acquarie C. L L. XV, 7501 e 7368 = Lanciani. 
Silloge epigrafica acquario, n. 377 e 879, dalle quali si ricava che proprietario della villa era 
L. Nonio Asprcnate, forse il console del 94 d. C. o quello del 128. 



ROMA 



131 — 



ROMA 



spessore di ni. 0,60, costruito con tufelli e mattoni, il quale formava una specie di 
piccola nicchia, di cui la corda era di m. 1,22 e la freccia m. 0,92. La nicchia 
era fondata sul vergine e non si sono trovate tracce di pavimento. Salendo verso il 
colle il diverticolo si allarga, giungendo in un punto alla larghezza di m. 5,20 da 
crepidine a crepidine. Proseguendo lo sterro lungo il diverticolo si sono rinvenuti alcuni 
ruderi di costruzioni in reticolato, a cui si erano addossati altri murelli in opera 




Fio. 7. 



assai più scalente. Nel punto a poi è venuto in luce una conduttura di acqua in 
terracotta, composta da vari tubi lunghi ciascuno m. 0,39 e dello spessore di m. 0,09, 
congiunti tra loro mediante rincassi e cemento. La conduttura serviva evidentemente 
per le acque di rigurgito di una grande conserva esistente a metà del colle, già da 
tempo accessibile e nota agli archeologi dei secoli passati ('). 



(') Bosio, Roma sotterranea, lib. Ili, cap. X ; Boldetti, Osservazioni sopra i cimiteri, lib. II, 
cap. 18, pag. 549. 

Notizib Scavi 1916 — Voi. XIII. 18 



ROMA. 



— 132 — 



ROMA 



Poco prima di giungere al luogo in cui si sono trovati questi avanzi di costru- 
zioni, il diverticolo volge a destra e sale verso il colle; evidentemente esso con- 
duceva all' ingresso dell'edificio P, di cui abbiamo esplorato accuratamente l' interno. 

Prima delle nostre esplorazioni in questo punto si vedevano solo pochi avanzi 
di un muro di epoca evidentemente tarda, costruito a tufelli e mattoni: compresi 
subito che esso doveva appartenere ad un edificio, di cui il Bosio ( l ) nel 1617 vide 
i resti, consistenti in quattro nicchie in vicinanza della conserva d'acqua e che egli 
identificò con la chiesa di S. Ciriaco, di cui si conosceva l'esistenza al settimo miglio 




Fra. 



della via Ostiense. Lo scavo ha confermato la mia supposizione ed ha dato valore 
alla identificazione del Bosio. L'edifìcio, rimesso in luce, presenta tutti i caratteri 
di una chiesa cristiana costruita in parte sopra i resti di un antico cimitero. 

La chiesa era orientata da sud-ovest a nord-est; l'abside era rivolta a nord-est, 
cioè verso la vallata nella quale scorre il fosso di Mezzocammino (fìg. 8); il muro di 
fondo, rivolto a sud-ovest, era addossato al monte. L' ingresso (a, fig. 9) largo m. 2,47, 
si apriva in uno dei lati lunghi dell'edificio; i muri sono costruiti nella parte inferiore 
con grossi parallelepipedi di tufo e ricorsi di frammenti di laterizi, alcuni dei quali 
messi anche verticalmente nelle commessure dei blocchi, nella parte superiore in tufelli 



(*) Bosio, op. e loc. cit. 



ROMA. 



133 — 



ROMA 



e mattoni secondo la solita struttura del cosidetto opus mixtum. L'edifìcio è fondato 
in parte sul vergine e in parte, nel lato settentrionale, sul muro perimetrale della 




12 5 4 5 

|.*.u....l — , — I 1 1 L_ 



10 f . 

_1| metri 



Fio 9. 



grande conserva d'acqua alla quale ho accennato sopra. Il muro di fondo è lungo m. 8; 
nelle pareti laterali si aprono quattro nicchie (quelle vedute dal Bosio). Nella parete 
meridionale la prima (b) si apre alla distanza di m. 8,75 dalla parete di fondo della 



ROMA 



— 134 — 



HO MA 



chiesa, ha la corda di m. 3,12 e la freccia di m. 1,42; la seconda (e) si apre a 
m. 0,65 dalla prima, ha la corda di va.' 3,05 e la freccia di m. 1,50. 

Nella parete settentrionale la prima nicchia (d) si apre a m. 8,43 dal muro di 
fondo; ha la corda di m. 3.17 e la freccia di m. 1,22; la seconda, a m. 0,63 dalla 
prima, ha la corda di m. 3,09 e la freccia di m. 1,46. Nel lato orientale dell'edi- 
ficio è l'abside (f) che ha una corda di m. 5,10 ed una freccia di m. 2,02. 




Fio. 10. 



Nella parte verso l'abside il piano del tufo vergine (g) si trova a pochi centi- 
metri sotto la risega corrispondente al pavimento della basilica ; nella parte invece 
verso il monte ad 1,10 di profondità. In quest'ultima parte (h) sotto il piano della 
chiesa si è rinvenuto una specie di piccolo cimitero. Nel lato occidentale si è trovato 
un arcosolio (l) ricavato nel vergine e intonacato di bianco (fig. 10), l'apertura del quale 
misura m. 2 e l'altezza 0,90, la profondità m. 1,30. Sol lato meridionale si apriva una 
specie di grande loculo con incassatura ai bordi per la lastra di chiusura: nell'interno 
non si è trovato nulla. Due piccoli loculi per bambini stavano quasi di fronte a questo, 
nel punto m. Nel snolo poi erano scavate alcune formae: parecchie erano coperte 
con lastre marmoree ed una sola a cappuccina («) con quattro tegole per lato di 
diverso spessore e grandezza e con canali sul vertice ; due delle tegole avevano bolli 
(C I. L. XV, 426 e 770), entrambi di età severiana. Nelle dodici tombe si sono 
trovati in tutto ventuno scheletri; una tomba era vuota, sei tombe ne contenevano 
uno per ciascuna, due ne contenevano due; due ne contenevano tre, una infine (o) ne 
conteneva cinque, dei quali tre con la testa rivolta a sud, due con la testa verso nord. 



ROMA 135 — ROMA 

In una di queste tombe è stato raccolto un anellino d'argento con corniola che porta 
inciso un cavallo ed una palma; in tutte si sono trovate piccole monetine di bronzo, 
la maggior parte in stato di grande deperimento, tali da essere irriconoscibili. Da 
quelle che si son potute esaminare (') si ricava che si tratta del materiale numisma- 
tico di bronzo circolante in Italia nel IV e nel V secolo d. C, e che quell'esem- 
plare giunge tino ai primissimi anni del VI. Questo materiale è importante per la 
cronologia del cimitero, poiché dimostra che esso fu in uso non prima del quinto 
secolo e durò almeno fino ai primi anni del sesto ; si sono trovati anche nelle tombe 
frammenti di marmi colorati di varie specie, di tegole, di calcinacci, caduti eviden- 
temente nel tempo in cui la chiesa rovinò. 

Dinanzi alla porta (a) della chiesa si trovava una tomba in muratura a fram- 
menti di mattone e tufi, lunga m. 1,90, larga ni. 0,50, profonda m. 0,30, con le 
pareti dello spessore di m. 0,20 ; la copertura manca, essendo stata la tomba già 
rovistata in altri tempi ; vi si è rinvenuto lo scheletro con la testa rivolta ad ovest, 
e nessun oggetto. Tra il vano della porta e l'angolo ovest dell'edificio si estendeva 
un piano coperto di cocciopesto (q); sotto il cocciopesto spesso m. 0,12 era una get- 
tata di pietrame spessa m. 0,20 con frammenti di sarcofagi strigliati ed altri pezzi 
di marmo con girari incisi e rami di edera a rilievo. Sotto la gettata era una tomba in 
muratura (r) analoga alla prima col fondo di mattoni: misurava m. 1.85 X 0,44 X 30; 
lo spessore della parete è di m. 0,14; conteneva lo scheletro con la testa verso ovest 
e nessun oggetto. 

Come si reggesse il pavimento della chiesa nella parte occidentale (h) di essa, 
lo scavo non ci ha rivelato chiaramente. Forse concorreva a sostenerlo il muro (s) di 
opera molto scadente, posteriore senza dubbio alla fondazione dell'edificio, come attesta 
fra l'altro il fatto che il pilastro dell'estremità settentrionale di esso veniva a trovarsi 
in parte dinanzi all' ingresso dell'edificio e tagliava alcune tombe nel terreno. 

(*) Le monete pulite con ogni cura dal restauratore sig. Rocchi, sono state esaminate dalla 
eh ma sig.na prof. L. Cesano, la quale gentilmente mi ha comunicato le seguenti notizie, sui gruppi 
trovati in ciascuna tomba. Tomba I, 29 pezzi di cui solo quattro identificabili: un piccolo bronzo 
di Valentiniano (Cohen, 37); uno di Valente (Cohen, 47); due piccoli bronzi quinari di Arcadio 
(Sabatier, I, tav. IV, n. 18). Frammenti di piccoli bronzi, e tondini ricavati da monete più antiche. 
Tomba II, 31 pezzi di cui solo quattro identificabili. Un piccolo bronzo, di Valente (Cohen, 47); 
uno quinario di Valentiniano I (Cohen, 37); uno di Teodosio I (Cohen 30); uno di Arcadio (Sabatier, 
loc. cit.). Tomba III, 31 pezzi di cui 3 identificabili: un pìccolo bronzo di Massimiano Ercole, 
bucato (Cohen, 4); uno di Valente (Cohen, 4); uno di Costanzo II illegibile. Tomba IV, 33 pezzi 
di cui 3 riconoscibili; un frammento di piccolo bronzo diadiato di Claudio II; due piccoli bronzi 
di Graziano (Cohen, 23 e 71). Tomba V, 36 pezzi di cui 3 riconoscibili: un piccolo bronzo di Giu- 
liano Il (Cohen, 150); uno di Costante (Cohen, 46); un quinario di Valentiniano I (Cohen, 37). 
Tomba VI, 110 pezzi, fra cui tre piccoli bronzi di Valente (Cohen, 47); uno quinario di Teodosio 
(Cohen 68); uno di Valentiniano I (Cohen, 31); uno di Johannes (Gohen, 1); uno di Teodosio II; 
un bronzetto di Odoacre H ODO ... Testa nuda a d. $ /\Q nel campo; un bronzetto di Zenone 
3> Kf (cfr. Br. Miti. Cat., tav. IV, n. 13, pag. 32); un bronzetto di Libio Severo 9 R/£ (cfr. Sa- 
batier, I, tav. II, n. 1); un bronzetto di Anastasio (?) 9 N (?) nel campo. Quaranta piccoli bronzi 
postcostantiniani iUegibili; diciassette frammenti di piccoli bronzi illegibili; trentanove tondini. 
Quest'ultima tomb.1, non solo è la più ricci di pezzi, ma la più importante per i dati cronologici. 



ROMA — 136 — ROMA 

Il tratto di parete presso la tomba a cappuccina era ornato con lastre di marmo 
bianco. 

La muratura della chiesa è tutta omogenea, fuorché nella parte inferiore del lato 
settentrionale, dorè l'edificio si appoggia al muro più antico, che è di migliore costru- 
zione, della conserva d'acqua, ed è, come ho già notato, scadente e da attribuirsi ad 
epoca molto tarda. La omogeneità della muratura ci obbliga quindi a credere che la 
fondazione della chiesa si debba porre in epoca tarda: la testimonianza della mura- 
tura si accorda, in questo caso, con la tradizione: il Liber Ponti ficalis infatti (*) 
dice che papa Onorio I (625-638) « fecit ecclesiam beato Cyriaco martiri a solo, via 
Ostiensi miliario VII ». Dallo stesso documento sappiamo (') che Leone III (795-816) 
e Benedetto III (855-858) fecero doni a questa chiesa. Per costruirla ed abbellirla 
furono usati materiali tolti dagli edifici circostanti dell'età classica, probabilmente 
già in rovina o quasi, allorché sorse il luogo di culto: infatti fra le terre di riporto 
si sono trovati due rocchi di colonne di cipollino, un capitello corinzio di buona 
lavorazione, e una base di colonna con plinto (0,24 X 0,47). 

Le tombe che si trovano sotto la parte sud-ovest dell'edificio e nelle quali si 
sono rinvenute, come ho detto, monete di imperatori del V secolo, molto probabilmente 
preesistevauo alla chiesa. La presenza di un arcosolio e di tre loculi accanto alle 
formae danno a questa parte tutto l'aspetto di una piccola regione cimiteriale. 
Nulla però ci consente di asserire che si tratti di una galleria o di una cripta 
sotterranea : è più probabile invece che si trattasse di un cimitero sopra terra. Su 
questo cimitero Onorio costruì la sua chiesa, della quale i nostri scavi hanno rive- 
lato tutta la parte interna; ma non è sicuro che tutta l'area da noi sterrata fosse 
l'ambiente di culto, poiché potrebbe darsi anche che la regione occidentale corrispon- 
desse ad un piccolo atrio: in questo caso l'ingresso (a) si sarebbe aperto nell'atrio, 
da cui per un'altra porta, della quale non restano tracce, sarebbe stato possibile 
entrare nella chiesa propriamente detta. A questa ipotesi non contradirebbe affatto il 
sottosuolo cimiteriale, perchè è noto che negli atrii si soleva seppellire, ma la distru- 
zione delle parti superiori e lo stato generale delle rovine, non permette di avere 
nessuna sicurezza su questo punto. 

Fra la terra di riempimento dell'edificio si sono raccolti alcuni frammenti d' iscri- 
zioni in marmo: 

1 (0 32 < 0,23 X 0,03): 2 (0,18 X 0,11 X 0,02): 

Lori cial 

vospa artir 

» E S T R 
E R -ì ! B 



l') Lib. Poni., l.XXII (v. Honorii) 4. 
(■) Lib. Pont., XCVIII, 109; CVI, 25. 



ROMA — 137 — ROMA 

Si sono raccolti anche due frammenti di sarcofago in marmo bianco : uno (0,24 
X 0,25 X 0,10) con avanzi di due putti in altorilievo, l'altro (0.25 X 0,20 X 0,20) 
con un albero e parte di una figura di leone. La scultura più notevole raccolta durante 
lo scavo è un fregio di coperchio di sarcofago rotto in sei pezzi (lungo m. 1,77, 
alto 0,24) nella parte posteriore tagliato a spiovente. Rappresenta la Terra nelle 
quattro stagioni secondo l'ordine seguente a cominciare da sinistra: « estate, autunno, 
inverno, primavera ». È il tipo consueto col quale l'arte antica suol rappresentare Gè. 
ma è interessante e non solito l'attributo delle stagioni dato a ciascuna figura. 

Fra la terra di riporto si è raccolto pure un frammento di mosaico con tessere 
di pasta vitrea e le lettere SCSS; un frammento d'intonaco rosso, due basette di 
marmo, un frammento di bollo di mattone C. I. L. XV. 267. 

Presso la via Ostiense, accanto al punto di partenza del diverticolo, si sono 
trovati due grossi lastroni di tufo (6, tìg. 2) che coprivano un cavo nella roccia, 
entro il quale erano le ossa di un bue. Dietro il cavo era un breve cuniculo. Le ossa 
dell'animale giacevano sopra uno strato ricco di frammenti di vasi di terracotta ver- 
niciati, di lucerne, di gusci di molluschi marini, di parecchi pezzi di antefisse in 
terracotta alcuni decorati con palmette, meandri, girari, alcuni con teste di lupo in 
rilievo, destinate a grondaie. 

Questi i dati che lo scavo ha fornito e che gettano luce sul gruppo cimiteriale, 
in cui, secondo la tradizione, ai tempi di s. Marcello papa, furono sepolti i martiri 
Ciriaco, Largo, Smaragdo, Crescenziano, Memmia e Giuliana e del quale con sicurezza 
si sapeva appena l'esistenza in questo tratto della via Ostiense. La nostra esplorazione 
ha fatto conoscere due centri cimiteriali, che certamente erano in relazione fra loro. 
Uno, lungo la via, che si formò intorno ad una chiesetta assai antica, che può bene 
attribuirsi al IV secolo d. e. v. l'altro a mezza costa del colle, che fu in uso nel 
V secolo, e fino ai primissimi anni del sesto, e sul quale Onorio I, nel secolo settimo, 
costruì dalle fondamenta una chiesa. E questi dati, messi a confronto con la tra- 
dizione, potranno servire a dilucidare meglio alcune questioni agiografiche e topo- 
grafiche. 

F. Fornari. 



OSTIA — 138 — REGIONE 1. 



Regione I (LAT1UM ET CAMPANIA). 

LAT1UM. 

II. OSTIA — Scavi sul Piazzale delle Corporazioni, nell'isola tra 
il Decumano e la via della Casa di Diana. 

Pianale delle Corporazioni. — La esplorazione di questo piazzale, con lo sco- 
primento delle rovine sul lato nord verso il Tevere, può dirsi compiuta. Mi sembra 
pertanto opportuno riassumere a grandi linee le molte notizie che furon date di questo 
edificio in varie relazioni. 

Si dà nome di piazzale delle Corporazioni ad un'area rettangolare circondata su 
tre lati — il quarto è occupato dalla scena del Teatro — da un doppio porticato a 
colonne in laterizio rivestite di stucchi bianchi. Il piazzale misura in lunghezza 
m. 97,40 esternamente, m. 83 internamente; in larghezza m. 64,80 esternamente, 
m. 50,40 internamente. Il doppio colonnato ha quindi una profondità di m. 14,40 in 
cui sono stati ricavati tanti ambienti quanti sono gli intercolunni. La divisione in 
ambienti si limita al colonnato postico, e vien fatta, fino ad una certa epoca, mediante 
tramezzi di legno, più tardi — fine secondo secolo d. Cr. — mediante esili muric- 
cioli. Il colonnato anteriore è destinato al passeggio: non ha quindi alcuna divisione. 
Però ogni intercolunnio ha un suo proprio pavimento a mosaico, il quale costituisce, 
mediante varie ed acconce figurazioni ed iscrizioni, l' insegna dei vari uffici di rap- 
presentanze commerciali posti in ciascun ambiente del colonnato postico. Ed essendo 
qui riunite soltanto le associazioni necessarie all'amministrazione dell'annona, sono 
raccolti sia i navicularii e i frumentarii, sia i fabri e i eaudicarii ; tanto i ricchi 
spedizionieri quanto gli umili facchini. Escluse quindi rimangono le corporazioni che 
hanno carattere puramente locale. 

Questi ambienti, al contrario di ciò che s'era creduto, non hanno carattere di 
scholae; sono delle semplici stationes nel significato burocratico e militare che ha 
questa parola. Piccoli uffici destinati non già ad accogliere la vita corporativa delle 
associazioni commerciali, ma a coordinare 1' attività di queste a favore dello Stato. 
Tale porticato che risale nella sua concezione all'epoca di Augusto, ha, sotto Claudio, 
un assetto completo che dura inalterato fino all'età di Commodo in cui viene costruito, 
nel mezzo del piazzale, un piccolo tempio, in anlis, dedicato forse a Cerere. La vita 
di questa grandiosa e bene organizzata statio annonae ostiense dura fino al IV se- 
colo ; la impoveriscono allora, e la diminuita attività commerciale di Ostia e il fio- 
rente effimero rigoglio della prossima cittadina di Porto. 

Le tracce di questo immiserimento sono manifeste tanto nella trascuratezza in 
cui son lasciate la costruzione e la decorazione, quanto nei mosaici i cui rappezzamenti 
né curano la manutenzione delle vecchie inscrizioni e figurazioni né ve ne sostitui- 
scono di nuove. Tale impoverimento si riscontra, più che nel rimanente, nel lato messo 
ora allo scoperto. È del resto fenomeno generale in Ostia, che la parte della città 
più prossima al Tevere, ci si presenti in condizioni più misere. 



REQIONB I. — 139 — OSTIA 

Gli ambienti scoperti in questo lato accanto all'ultimo di cui fu dato cenno 
(Notizie 1914, pag. 284 e seg.), non presentano né inscrizioni né figurazioni musive 
che ci forniscano nuovi documenti del commercio ostiense. Tardi strati battuti, osser- 
vati sopra i muri di questi ambienti, attestano il passaggio di una strada congiun- 
gente l'Ostia medioevale al Casone del sale e al mare: tale constatazione rende quindi, 
di conseguenza, meno probabile l'esistenza di una strada parallela al Tevere e pros- 
sima a quel lato del piazzale, che avrebbe reso inutile il passaggio sopra le rovine. 
La esplorazione di questo lato e il taglio di una fogna che deve riallacciare al Te- 
vere le antiche fogne di Ostia, ha dato luogo ad una importante osservazione. E cioè 
che il corso del Tevere, il quale si riteneva vicinissimo a questo piazzale, sì da cre- 
dere che questo vi fosse quasi prospiciente, deve invece riportarsi circa un duecento 
metri più infuori. In sostanza, la antica sponda sinistra del Tevere verrebbe presso 
a poco a corrispondere alla sponda destra attuale. Questo notevole cambiamento di 
letto deve risalire alla grande inondazione del 1557; una parte della città — e pre- 
cisamente quella ad ovest di via della Fortuna — fu dal nuovo corso del fiume 
asportata e ricoperta; un'altra parte — e cioè quella su cui si credeva invece scor- 
resse in antico il Tevere — rimase interrata essendosi il fiume allontanato da essa 
con una immensa curva. 

Tra le rovine delle ultime stationes scoperte, avvennero i seguenti trovamenti 
che attestano la dispersione, su questo piazzale, di oggetti di differente natura e di 
varia provenienza: 

Due frammenti di una grande lastra marmorea scorniciata inscritta a belle e 
grandi lettere (cm. 60 X 63) : 

: i o • Gv 

VIRO- I V^ 
cohiTT-eqviTj 

ORVM-rRAEFCOHI- 
EFECTO COHII- VAI 

\0 N ATO AD IVO • V E S PA S I A 1 
' ' — — ! C ' Z * !* " A / 

Può reintegrarsi sulla iscrizione di Aquileia (G. 1. L. V, 875) che trascrivo: 

C . Minicio . C.fil.Vel. Italo . IHIviro .i.d. praef. coh . V. Gallor . equit . praef. 

coh . I . Breucor . equit .c.r. praef . coh . II . Vare . eq . trib . milit . leg . VI vict. 

praef. eq . alae I sing .c.r. donis . donato . a . divo . Vespasiano . coron . aurea . hast . 

pur . proc . provine . Hellespont . proc . provinciae . Asiae . quam mandatu . principis . 

vice . defuncti .prò . cos . rexit .procurai . provinciarum . Lugudunensit . et Aquita- 

nicae . itera . Lactorae . praefecto . annonae .praef ecto . Aegypti . flamini . divi . Claudi . 

Decr . Dee. 

IJotizik Scavi 1916 — Voi. HIL 19 



OSTIA — 140 — REGIONE I 

La identità dei due personaggi mi pare molto probabile. La lapide conferma 
l'esistenza della seconda coorte Var(cianorum ?) senza però che si possa escludere la 
reintegrazione del nome in Var(dullorum) (cfr. Pauly Wiss. R. E. s. v. cohors, 
col. 348) 

Sembra anche che il cursus honorum delle due iscrizioni non sia identico. L'o- 
stiense ci dà la praefectura della III coli, equitata che non comparisce nell'altra (Sta- 
zionava in oriente; cfr. 11. E. col. 347). Nell'ultima riga leggo icisprae, lettere che 
potrebbero, sull'esempio dell'altra inscrizione, dare il supplemento: (trib . mil . leg , VI 
vietr)icis . j>rae{f . eq . alae I sixg , e. r .). In questo caso, la menzione dei doni mi- 
litari starebbe nel mezzo anziché alla tine della carriera. È molto probabile l' iden- 
tità dei due personaggi, perchè l'ufficio di prefetto dell'anuona che vediamo ricordato 
nella inscrizione di Aquileia, rappresenta, qui in Ostia, la più probabile causa della 
dedicazione di questa epigrafe a Minicio Italo. 

Parte di una lastra marmorea scorniciata a belle e grandi lettere (cm. 54 X 67 X 6). 

MFLAVIOMF- 

MARCIANO 

I L 1 S O 

PROC • MONETAE 
AVGVSTORPROC 
AQVARVMVRBIS- 
PROCANNONAE 

Il personaggio è fino ad oggi sconosciuto. Furono inoltre trovate in più pezzi due 
lastre di marmo, identiche per completa rispondenza di dimensioni, fattura e figura- 
zioni (m. 1,80X80 ciascuna) (fig. 1). Vi sono rappresentate le quattro stagioni: pri- 
mavera, estate, autunno, da putti alati con gli attributi rispondenti a ciascuna età 
dell'anno; l'inverno invece da una figura femminile alata, ammantata anche sul capo, 
che porta della cacciagione appesa alle due estremità di un bastone, che la spalla 
sostiene. Nel centro della tavola rimangono i frammenti di due transenne che servono 
a spiegare meglio l'ufficio delle due lastre destinate a rivestire, veracemente o sol- 
tanto ornamentalmente, due battenti di porta sepolcrale (cfr. ad es. la porta mar- 
morea del sepolcro di Langaza — Macedonia — Jahrbuch 1911, pag. 183 e seg., tav. 6 
e quella di un sepolcro di Bulaìr — Tracia — Arch. Anseig. 1910, pag. 145). Le 
due tavole sono completate da due fasci trionfali, nella consueta figurazione. Non c'è 
bisogno di trovare analogie per la rappresentazione piuttosto dilTusa delle quattro sta- 
gioni. Ma, per restare nel campo romano e nell'epoca a cui anche questa lastra po- 
trebbe riportarsi, ci si può riferire alle quattro stagioni figurate sui salienti dell'arco 
di Settimio Severo. Anche qui — cosa non troppo comune — l' inverno soltanto è rap- 
presentato da una figura femminile alata (Reinach, Rep. d. Heliefs, pag. 270). 
Manca l'analogia tra l'aspetto infantile e movimentato delle figurazioni ostiensi, e 
di quelle composte e giovanili del monumento romano. Mi par notevole la forma della 



REGIONE 1. 



141 



OSTIA 



copertura del capo nel putto ostiense rappresentante l'estate; una specie di pétaso 
appuntito nel centro; è indubbiamente notevole l'ufficio decorativo di queste due lastre. 




Fio. 1. 



Isolato tra il Tempio di Vulcano e la via di Diana. L'altezza considerevole delle 
rovine in questa zona — da nove a dieci metri — e, di conseguenza, la considere- 
volissima quantità di terra e di materiale qui accumulata, ha richiesto un lungo 
lavoro di sterro non ancora ultimato e che non permette quindi ancora la conoscenza 
esatta degli edifici. Ma, se soltanto sommarie possono essere oggi le notizie, fruttuosa 
sembra essere, fin da oggi, l'esplorazione in corso. Ne riassumo i principali risultati. 

Apertura della strada che congiunge la via di Diana al Casone del Sale; con- 
seguente scoprimento della facciata ovest della casa di Diana, la quale si mostra 



OSTIA 



- 142 — 



REGIONE I. 



nella disposizione già supposta in Notizie 1915, pag. 326. Assai notevole è il trava- 
mento di numerosi frammenti del muro di facciata e del terrazzo continuo che si 
svolgeva sulle due franti della casa all'altezza del secondo piano. Sono caduti in modo 
da consentile non solo una facile comprensione e un perfetto studio del loro ufficio 
architettonico (già, del resto, accennato in Notizie citate) ma anche il loro ripristino 
al posto originario, sì da potere apprezzare nella sua compiutezza la funzione del- 
l'elemento nello stesso organismo architettonico di cui faceva parte. 




Fio. 2 



Il pezzo del muro fotografato (tìg. 2) ci presenta, nella faccia interna, gli avanzi 
della finestra del primo piano sormontata da un grande arco di scarico; nella faccia 
esterna, tuttora interrata, ci conserverà il terrazzo che sporgeva all'altezza dell'arco. 

Sopra questi pezzi caduti, si è constatato uno scarico di cocci, per una lunghezza 
di circa m. 50 e per un'altezza media di cm. 60 (tìg. 2). La datazione di questo 
scarico che indica un impoverimento e un abbandono anche della parte centrale della 
città — assai importante, quindi, per la storia di Ostia - è purtroppo in gran parte 
ristretta ai soli indizi cronologici che può fornire l'esame del materiale fittile di cui 
lo scarico è formato; giacché alla povertà degli abitanti corrisponde la povertà dei 
rifiuti da essi gettati. 



REOIONE I. — 143 



OSTIA 



Isola tra il Decumano e la via di Diana. Anche qui prosegue tuttora l'opera di 
sterro. Si è però già manifestata per più segni una vita povera e tarda in questo 
isolato in cui sono commiste costruzioni di varia epoca. Di più quest' isola fu già 
esplorata forse verso il 1850 durante lo scoprimento del tempio di Vulcano. Lo si 
deduce non solo dalla qualità dello scarico e dall'aver ritrovato, tra la terra, pale 
abbandonate dai precedenti scavatori, ma perfino da uno schizzo a carbone tracciato 
sopra uno dei muri messi ora allo scoperto. 

Nonostante V ingiuria del tempo e le esplorazioni precedenti, l' interesse dello 
scavo è considerevole. Si può, fin d'oggi, riconoscere l'accordo di tutte queste costru- 
zioni contigue al tempio di Vulcano che sembrano anteriori all'opera edilizia svolta 
da Traiano in Ostia. In un arco caduto furono letti quattro bolli di mattone: C. I. L. 
nn. 622, 292, 1070 (123-154). Si può soltanto annunciare la presenza, tra queste 
rovine, di una piccola e pò vera abside forse di chiesetta cristiana, e di un santua- 
rietto orientale limitato per ora ad una stanzetta sotterranea che le condizioni del 
sottosuolo non permettono di esplorare. 

Degni di menzione due trovamenti, di cui il primo conferma l'esistenza di me- 
morie cristiane. Sopra una colonnetta-pilastrino (alta cm. 68, diam. cm. 30) di forma 
molto singolare e ricavata, sembra, da una colonna di cipollino, vedesi scolpita la 
figura del Buon Pastore (alt. cm. 58). Questa colonnina (fig. 3) poggiata sopra uno 
zoccolo circolare, ingrossata all'estremità inferiore e rastremata in alto, riproduce forme 
barocche assai note. Si può tuttavia avvicinarla — per restare in epoca antica — a 
qualche colonna trovata in Siria a Serdjilla (De Vogiié, Syrie centrale, tav. 30). 
Il Buon Pastore è rappresentato sotto forme giovanili, imberbe, con capelli corti 
ricciuti; veste una tunica corta che lascia scoperta parte del petto e le gambe fino 
sopra il ginocchio; porta calzari molto alti. Messa a tracolla sulla spalla sinistra 
pende sul fianco destro una bisaccia. Volge lo sguardo innanzi a se, verso sinistra. 
Tiene sulle spalle la pecora senza raccoglierne le zampe sul petto — come nelle 
figurazioni più recenti — ma reggendola con entrambe le braccia all'altezza del petto. 
(Pur non essendo rappresentate le zampe posteriori della pecora, la chiara figura- 
zione della mano sinistra all'altezza del petto, non lascia dubbio sull'atteggiamento 
della figura la quale non protende dunque il braccio sinistro come in alcuni esem- 
plari : cfr. ad es. la pittura della cripta di s. Eusebio, Roma sotterranea, III, tav. IX, 
fig. 2). Ai piedi del Buon Pastore sono due pecore: di quella a destra è rappresen- 
tata solo la protome ; si nota quindi, in tutta la parte destra, una maggiore trascu- 
ratezza nella figurazione. Nonostante la cattiva scelta del marmo fortemente venato, 
e la bizzarra foggia del pilastrino alla cui sagoma deve adattarsi il rilievo, la figura 
non soltanto non ha nulla di grottesco — e sarebbe stato facile caderci — ma pur 
mancando di qualsiasi finezza, mostra una notevole forza di espressione. 

A quale epoca possa risalire e quale ufficio abbia avuto questa colonnina, mi 
sembra difficile dire con precisione. Analogie non credo ce ne siano. Si può, soltanto 
vagamente, avvicinarla a quel pilastrino terminato in busto del Pastor buono, mu- 
rato nei ruderi del Mausoleo di S. Elena a Tor Pignattara e di cui il De Rossi dice 
« facilmente servì di pilastro a plutei o cancelli del sacro bema o dell'altare » {Bull. 



OSTIA 



144 — 



REGIONE 1. 



Com., 1881), pag. 138). Inoltre la si può avvicinare ad una figura del Buon Pastore 
trovata ad Atene, addossata nel rovescio ad una colonnetta o pilastro che può essere 
stato posto in un sacro monumento del genere dell'ambone di Tessalonica (cfr. Revue 
arch., 1876, I, pp. 237-288; Garrucci, Arte critt., tav. 428 7). 




Fig. 8. 



Qualora possano però invocarsi analogie coli' arte cristiana più recente, colpisce 
la somiglianza tra questa colonnina e i sostegni più comuni delle acquasantiere. Po- 
trebbe forse rispondere a simile ufficio? Non lo impedirebbe né ciò che sappiamo sul- 
1' uso dell'acqua lustrale che è certo anteriore all'epoca a cui può riportarsi la nostra 
scultura, né a quanto ci è noto sull'acquasantiera nei primi tempi cristiani che potè 
essere in qualche caso contenuta anche entro un incavo di colonna (V. Cabrol, Dict. 
d'arch. chrét. s. v. Bénitier, 759). Per quanto vaga ed ardita possa essere, tale 
ipotesi non va forse taciuta. 



REGIONE I. 



— 145 - 



OSTIA 



Il secondo travamento, non meno importante del primo, ci riporta al mondo 
pagano. In una piccola piazzetta tra la via di Diana e il Decumano, fa rinvenuta 
in situ un'ara cilindrica di marmo lunense venato (fìg. 4), alta m. 1,35X0,88, pog- 
giata sopra un plinto di marmo bigio (m. 1,15X1,03, alt. cm. 7). 11 basamento è 




Fig. 4. 



costituito da due grandi dadi, quello superiore di marmo bianco (m. 1,80X1,80, 
alt. cm. 47), l'inferiore di travertino (m. 2,15X2,15, alt. cm. 26). All'ara furono 
addossate una costruzione, ancora in buona epoca, e una vasca più tarda (m. 3,30 X 1.80, 
profonda m. 1,60). 

La base dell'ara è formata da un toro, una gola dritta, un tondino, un listello 
e una piccola gola rovescia; è mancante di quasi tutta la cornice superiore e dei 
pulvini. Sembra essere stata rovinata a colpi di mazza cbe asportandone la parte 
superiore — un pezzo della cornice fu ritrovato poco lontano in pessime condizioni — 
e scheggiandone fortemente il rilievo, l'hanno perfino un poco spostata dal plinto su 
cui poggia. 



OSTIA 



146 — 



RKGIONK I. 



Vi sono scolpiti tre gruppi di figurazioni (fig. 5). Presso un'ara quadrata, ornata 
da un festone a bucrani e sulla quale arde la fiamma, sta un Ercole nudo d'aspetto 




Fio. 4a. 



maturo. Ne manca tutta la parte superiore; protende il braccio destro e la mano 
aperta verso l'ara ; dal braccio sin. piegato verso l'anca, pende la pelle leonina. Innanzi 



REGIONE I. 



— 147 — 



OSTIA 



alla figura di Ercole sta un porco con fascia a vitte. L'ara è rappresentata presso 
un tronco d'albero di cui manca la sommità, ma di cui un ramo porta una chioma 
ad ombrello. A questo ramo è appoggiato un tirso. Gli altri due gruppi di figure 
sono presso a poco identiche. 

Un fauno, d'aspetto giovanile, con capelli corti drizzati a ciuffo sulla fronte 
procede in direzione dell'Ercole, reggendo col braccio destro disteso una situla e si 
volge indietro verso una figura virile, in movimento di danza. Ha capelli corti e 
veste una cortissima tunica che lascia scoperte le gambe; un ampio mantello tenut 
o dal braccio destro passa dietro le spalle e ricade svolazzando sul braccio sinistro. 






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Fio. 5. 



Benché manchino le braccia, queste dovevano ritmicamente accompagnare il passo 
di danza con cui la figura procede. Sebbene non sia comune né la figurazione né 
l'associazione, dobbiamo riconoscere in questa figura un Lare ( 1 ). E al culto dei 
Lari ci riporta infatti tanto la fiamma che arde sull'ara, e che é il simbolo dei 
Lari (Virg. Aen. V, 743 sgg.), quanto l'attitudine della danza, giacché sembra 
essere caratteristico del Lare, fino dalla repubblica, il suo atteggiamento danzante 
che si mantiene poi nell'impero (cfr. i lares ludentes nel frammento 33 di una 
commedia di Nevio, ed. Ribbeck, Com. lat. reliq., pp. 20 sg.). Anche la situla 
tenuta in mano dal giovane fauno, se pur conviene a persone del ciclo bacchico 
— cito, tra i molti, un esempio che risponda anche al carattere stilistico del rilievo 
ostiense: un satiro che tiene una situla nella destra in un puteale neo-attico del 
Museo Maffei a Verona: Schrader, Neu-attische Reliefs, n. 29, pag. 21 — è tuttavia 
l'attributo costante dei Lari. Dei quali, del resto, parla l' iscrizione posta nello 

( l ) Per l'associazione del Lare con il fauno, ricordo che in un'iscrizione romana, Priapo Sil- 
vano è identificato con il Las agrestis (G.l.L. VI, 646: Silvano Lari agresti) assimilato, d'altra 
parte, a Fauno (cfr. Preuner, Hestia-Vetta, pp. 338, 408, 411). 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XTIL 20 



POMPEI 



- 148 — 



REGIONE I. 



spazio tra i due grappi descritti (fig. 5) : . . . (vicom)ag(ister) d(e) s(ua) p(ecitnia) 
f(aciundum) c(uravit) Laribus vicin(is ?) sacrum. Nella fascia sottostante alle figu- 
razioni: aram marmoream. 

La menzione dei vicomagistri non è nuova in Ostia: in una lapide trovata 
presso i cosiddetti navalia di Ostia (Notizie 1892, pag. 161; cfr. Eph. Epigr. IX, 

n. 470) sono infatti ricordati tre magistri vicorum ed 
un compitum, il quale però non può essere quello se- 
gnato da quest'ara. Strana è la forma Laribus vicin(is) 
— se così deve leggersi — che appare assolutamente 
nuova e che dovrebbe o sostituire la più comune com- 
pitales, viales ecc,, o interpretarsi vicini per vicani; 
che, certo, quest'ara dedicata da un vicomagister, al- 
l'imbocco di due strade, rappresenta un compitum. Lo 
stile delle figure, in un rilievo basso, piatto, preciso e 
secco nei contorni, quasi schematico nei dettagli e che 
ricorda bene il carattere dei così detti neoattici — basti, 
ad es., il trattamento dell'albero — potrebbe farci ri- 
portare quest'ara al primo secolo dell' impero. E a questa 
datazione ben conviene anche il carattere dell' iscrizione. 
In via di Diana fu poi trovato (fig. 6): Osso. Bam- 
bola (alt. cm. 8) mancante delle gambe di cui rimane 
l'articolazione; articolate dovevano essere anche le braccia La foggia dell'acconciatura 
dei capelli la riporterebbe al principio del III secolo. La molta finezza e la somma 
accuratezza con cui è lavorata in una materia non affatto comune per simili giocat- 
toli, rendono assai pregevole questa piccola bambola. 

G. Calza. 




Fio. 6. 



CAMPANIA. 



III. POMPEI — Continuazione degli scavi in via dell' Abbondanza. 

Keg. HI, ins. II, n. 1 (Casa di Trebio Valente). 

Lo scavo, mentre una squadra di operai, resa esigua dalle successive chiamate 
alle armi, lavora, nel mezzo della via detta dell'Abbondanza, per sgombrare le parti 
alte del materiale eruttivo, allo scopo di costituire un piano inclinato di cui la lieve 
pendenza faciliti l'ulteriore trasporto del materiale agli scarichi prosegue regolar- 
mente nella casa n. 1, ins. II, reg. Ili (casa di Trebio Valente). Anche qui, pel 
numero assai ridotto degli operai più giovani, il lavoro di scavo non ha potuto pro- 
cedere alacremente ed ancora, quindi, non è interamente sgombro dalle terre il pe- 
ristilio. Ma ecco, intanto, la notizie che consente di dare lo scavo delle parti alte di 
esso tornate in luce durante il mese di marzo. Esse possono esser seguite sulla 



REGIONE I. 



— 149 — 



POMPEI 



piantina provvisoria con cui le accompagno (tìg. 1) e sulle due fotografie cha ritrag- 
gono lo stato dello scavo durante il mese (fig. 2 e 3). 

Sono riapparsi ormai tutti i sommoscapi delle colonne del peristilio. Il numero 
così ne resta determinato, che è di quattro nel fronte e di tre nel lato occidentale: 
nel lato orientale le colonne non sono che due, essendo tal differenza determinata dal 
fatto che dell'ambulacro ad oriente, dalla terza colonna in poi, gl'intercolunni furono 




SCALA 



•1:200- 



Fio. 1. 



chiusi con pareti, e fu, mediante altra parete divisoria che venne tirata dalla terza co- 
lonna al muro perimetrale, creata una stanza che da sé sola occupò più che la metà di 
quell'ambulacro (tìg. 1, a): le due colonne in mattoni restarono incluse nelle dette pareti 
e sono riapparse ai posti che occupavano nel peristilio. Anche l'ultimo intercolunnio 
del lato occidentale fu chiuso con una parete (b) in cui sono apparse due piccole nic- 
chie ed un vano di luce, così come fu suddiviso in piccoli spazi tutto l'ambulacro 
occidentale di cui vanno appena comparendo le cime dei muri e saranno però de- 
scritti quando tutto questo insieme di fabbriche e tutto il piano del peristilio sarà 
interamente allo scoperto. Ma fin d'ora due fatti notevoli presenta lo scavo: la com- 
parsa di un'esedra nel fronte nord del peristilio e la comparsa in situ di un tratto 
del tetto che copriva l'ambulacro orientale. 

L'esedra è formata dal muro h dell'ambulacro occidentale, da quello dello spazio 
a dell'ambulacro ad oriente, e, a nord, dal muro di fondo del peristilio. Questo era 
dipinto di un bugnato di rettangoli bianchi intramezzati, a scacchi, di quadratini 



POMPEI 



— 150 



REGIONE I. 



gialli, rossi e bleu : due colonne, anch'esse gialle nella parte superiore e rosse nella 
inferiore, gli si addossavano, distanti l'una dall'altra m. 4,56, mentre due altre simili, 
a m. 3,15 verso il peristilio, le fronteggiavano. Sono tutte e quattro di tanto più alte 
delle colonne del peristilio di quanta è la larghezza dell'epistilio (cm. 0,52) così che 
l'esedra si elevava, nel fondo, sull'ambulacro (fig. 2). 




Fio. 2. 



La parte di tetto che copriva l'ambulacro (la prima che sia stata rinvenuta e 
si conservi in situ in Pompei) è tornata alla luce nel tratto dell'ambulacro orientale 
che va dalla seconda colonna alla terza e al muro divisorio dello spazio a (tìg ), d). 
Essa, resistendo ai movimenti tellurici e alla pioggia di lapilli, di ceneri e dì sassi, 
poi che il materiale eruttivo ebbe riempito il peristilio e tutto l'ambulacro, restò come 
adagiata su quel letto, solo infrangendosi più tardi sotto il peso della cenere sopra- 
stante. Così l'abbiamo rinvenuta, costituita di sei filari di tegole e di embrici che 
dal muro perimetrale vanno a finire con lieve sporgenza sull'epistilio (fig. 3). Ed è 
questa una piccola ma interessante conquista, né solo perchè è il primo tetto di am- 
bulacro che noi abbiamo potuto trovare e conservare in situ, ma perchè ci permette 
di concludere che la catastrofe dei fuggiaschi da noi rinvenuti sotto quell'ambulacro, 



REGIONE I. 



— 151 



POMPEI 



nell'angolo sud-est di esso e di cui abbiamo riferito nelle Notizie dello scorso febbraio 
1916, pag. 87, si produsse per l'appunto così come ivi dicemmo. Poiché, mentre qui 
il tetto resistette, la parte immediatamente seguente cede, assai probabilmente per lo 
schiacciarsi della colonna angolare. Ed è così che noi abbiamo rinvenuto qui il 
tetto al suo posto e, accanto, tutto precipitato, ed i tegoli parte ancora in atto di 




Fra. 3 



cadere, parte caduti sul pavimento e, sotto di essi, asfissiati, percossi e sepolti, i 
cinque abitatori della casa che ivi per poco avevan trovato scampo. 



V. Spinazzola. 



Scavo nella via. 



Con i lavori portati a compimento durante il mese di febbraio, mentre da una 
parte si è iniziato dall'alto lo scavo dei fronti di due nuove isole opposte, la IV della 
Reg. Ili a nord e la IV della Reg. II a sud, si è dall'altra completamente restituito 
alla luce il compitimi fra le due isole ora menzionate e le altre due (III della Reg. Ili 
a nord, e III della Reg. II a sud) i cui fronti si finirono di scoprire il mese scorso. 
h'agger tanto della via quanto del vicolo che la attraversa è munito dei consueti 
blocchi di pietra vesuviana per il comodo passaggio dal marciapiede dell'una al mar- 
ciapiede dell'altra delle quattro isole contermini; il vicolo, abbastanza ampio, con- 
serva nei solchi lasciativi dalle ruote la prova che era pervio ai carri; e nel pendìo 
sensibile (da nord a sud) l'altra prova che esso riceveva, per avviarle verso la parte 
bassa della città, le piovane qui convergenti dalla regione circostante. 



POMPEI — 152 — REGIONE I. 



Keg. 11, ins. IV, n. 1. 

Essendosi raggiunta con lo scavo questa bottega, si è dovuto in primo luogo 
provvedere ad assicurarvi al loro posto, al disopra dell'architrave del vano d'ingresso, 
gl'interessanti avanzi del balcone (angolo orientale) già ivi incontrati (cfr. Notizie 1915, 
pag. 342). Provvedutosi a questa esigenza, si è potuto approfondire lo scavo rimet- 
tendo interamente in luce lo stipite destro della bottega, sopra il quale, su fondo 
azzurro di m. 0,61 di altezza e di m. 0,46 di larghezza, circondato da una sem- 
plice fascetta nera, vedesi rappresentato in piedi, in terza a destra, nudo, il volto 
barbato dolcemente volto a sinistra, la fronte coronata di foglioline gialle, Ercole, 
nell'atto che regge nel palmo della destra protesa un aureo skyphos, avendo al 
gomito appoggiato un velo giallo: il braccio sinistro si abbassa, ma l'attributo (la 
clava?) e la mano che lo stringeva sono perduti, come svanita è anche la parte 
inferiore di Ercole dalle ginocchia in giù. Al disopra ed a destra del descritto dipinto 
sacro, nei primi giorni del mese sono riapparsi sopra i rispettivi campi dealbali i 
seguenti programmi elettorali: in alto: 

1. \_G. C]ALVENTIVM 

SITTIVM • MAGNVM ■ II ■ V1R • \j-~]o ■ CP 

e, immediatamente più giù: 

2. POPIDIVM • SECVNDVM 

AEDDRPO-V-F- HERMES 
C VPIT 

Sotto il primo ne trasparisce un altro più antico: 

3. ATREBIVMVALENTEM 

ETCNAVDIVMBASSVM 
D • V • I • D • QVINQ_;Cr" 

e sotto il secondo trasparisce quest'altro di colore nero: 

4. LCEIVMSECVNDVMnv.R 

ROGANT • CLIENTES 

Porse col tempo il distacco eventuale dei veli di calce permetterà la lettura di qualche 
altro programma di cui ora vedonsi troppo scarse tracce: questo avanzo evanido, però, 
a destra del dipinto sacro, in giù, può già tìn da ora registrarsi, perchè mill'altro 
potrà guadagnare col tempo: 

5. L • C E i • • • ( Ceium ? Cerrinium ?) 

Sull'alto dello zoccolo, oltre a qualche altro segno trascurabile, si è letto, graffito, 
il giorno 19: 

6. A B K O C 



REGIONE I. 



153 — 



POMPEI 



Allo svolto del vicolo, sullo spigolo angolare dell'isola stessa, si è letto il 
giorno 12 il programma 

7. PANSAMAEDCf 

Reg. Ili, ins. II, n. 1. 
Di quest'altra bottega posta di fronte alla precedente si è parimente scoperto 
uno stipite esterno, il sinistro, in nuda opera laterizia, interrotto da quattro fori (due 
liberi e due già occlusi dagli antichi), nei quali mettevano capo solidi puntelli di 
legno, destinati a sorreggere la tettoia proteggente per lungo tratto il marciapiede. 
Del materiale superstite di questa lunga tettoia (tegole semplici, tegole a lucernaio, 
embrici) ora già tutto raccolto e messo in serbo per la ricostruzione, fu dato il primo 
annunzio nel rapporto del mese di agosto dello scorso anno (Notisie 1915, pag. 342). 
Con lo scoprimento dello stipite indicato è ritornato in uce, il giorno 19, un interes- 
sante programma elettorale, di color nero, che qui riproduco in fac-simile: 




m o.yj 



Tale riproduzione s' imponeva, perchè il 4° elemento della voce, che qui ci rivela 
per la prima volta un nuovo ceto di elettori pompeiani, può essere tanto una i quanto 
una l. Nella prima ipotesi, si sarebbe indotti a leggere Urbianenses : però la indi- 
cazione veru Urubla contenuta in una vicina iscrizione osca (vedi più oltre al n 16 
fa sospettare che la verace lezione sia Urbianenses, nel qual caso gli elettori qui 
menzionati sarebbero quelli di Porla Urbla (= veru Urubla). 

Il programma ora trascritto fu steso nello stesso sito già occupato da un pro- 
gramma più antico: la mano di calce interposta però non è tanto spessa da non 
lasciare leggere con sicurezza quell'altro programma, che è il seguente: 



9. 



ÀSVETTIVM-CERTVM 
ÀE • D ■ R • P • Cf 



POMPEI 



— 154 



REGIONE 1. 



Al margine superiore del campo occupato dai programmi ora riprodotti, avan- 
zano le sommità delle lettere del primo rigo di una vera leggenda di bottegaio: 

10. VASAFAECAR1A-VEN 



(della esistenza di un secondo rigo fanno prova alcuni tenui avanzi all'estremità 
destra). Sulla identità tra faex ed alee cfr. Plin., Nat. Hist. XXXI, 44, 1 ; sui pregi 
e sulle varie specie di faex: Plin. loc. cit., e Horat. II, Sat. 4, 73. Vasa faecaria, 
adunque, sono in genere quei numerosissimi urcei di terracotta a lungo collo, mono- 
ansati, che si trovano ovunque in Pompei, il più delle volte muniti di leggende che 
assicurano avere essi una volta contenuto garum, liquamen, allec, muria etc. : 
cfr. C. I. L. IV, pp. 638 sgg. È davvero a dolere che non ci pervenga leggibile il 
secondo rigo di questa proscriptio : con la più grande probabilità vi si doveva sog- 
giungere il nome del negoziante. 

Lo scavo di quest'ampia taberna metterà in chiaro se la leggenda è da riferire 
all'ultimo negoziante che la occupò: in tal caso vi si dovranno raccogliere in gran 
copia urcei da salamoia. Non è tuttavia da escludersi che V indicazione vasa faecaria 
sia qui adoperata per sineddoche, nel qual caso con i detti urcei da liquamen po- 
tranno raccogliersi anche vasi di terracotta di ogni sorta. 

Lasciando la soluzione del quesito alla prosecuzione degli scavi, soggiungiamo 
subito un imponente blocco di appunti contabili che un breve tratto della parete 
interna occidentale, scoperta per ora soltanto fino alla metà dell'altezza del suo alto 
zoccolo nero, ha già restituito alla luce, come indice sicuro di un prospero commercio 
(di urcei?) qui esercitato. Gli appunti, graffiti, sono per la massima parte fra loro 
separati, come conti distinti addebitati a clienti diversi, mercè linee formanti ret- 
tangoli, ora aperti, ora chiusi : in tre casi ricorre sul conto il nome del cliente \_Florus, 
Florus, Ascl{epiades?)~]; in uno poi abbiamo o la data della fornitura \_j>ri(die?)~\, 
o il nome di un altro cliente, Pri(scus?), Pri(mus?). 

A tergo del pilastro sinistro dell'ingresso: sull'alto del zoccolo nero: 



11. 



XI 

unii -ti 



Vili 



XXXXV llllllllllllll XV II Milli llllll I 



Parete occidentale: da sinistra a destra. Sul 1° riquadro dello zoccolo: 

12. XVII 

Vili 



XXXIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIA 



REGIONE I. 



— 155 



POMPEI 



Sul 2° riquadro, a sinistra: 



13. 



TLORVS 
XXXIS 



XIIIIIIIIIIIIIIII 



IV 

XXIIIIilllllll 
III XXXXi 



N 



Sullo stesso, a destra: 

14. P R I 

AXIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIV 
TLORVS 
TLC XIIIIIIIIIIIIIIIIA lllllllllllllllllll llll 



o IIIIIIIIV lllllll 



ITIIL 



immillili m li 

iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiii 

umilimi v illuminimi 



Al disopra del margine dello zoccolo v'è questo appunto distaccato: lllllll 
Sul 3° riquadro: 



lllllllllllllllllllllllllllllllll 



15. 
alla cui destra 



*$c] 



I 



XXXI 



xxxxx 
umilimi 
mulinili 
mulinili 

mimimi 



immilli 
Minimi 

Hill 
IIIIIIIIIIIIIIIMI 

Il XXIIIIIIIIIIIII 



Ma una graditissima sorpresa è stata quella offerta da un'epigrafe osca, subito 
liberata e restituita alla luce il giorno 15, in seguito all'apparizione delle lettere del 
rigo più alto al sommo dello strato di lapillo, sulla parete esterna a sinistra del vano 
d'ingresso n. 2 dell' istessa isola IV della Reg. III. L'epigrafe, le cui lettere di 
colore tosso sono alte m. 0,11-0,14, occupava in origine una superficie di m. 2,05 
di larghezza e m. 1,20 di altezza, ma ci perviene, per la terza parte circa, mutilata 
dalla posteriore apertura di una finestra destinata ad illuminare la retrostante bot- 
tega, e, nel resto, velata da una mano di calce (condottavi su dagli antichi) fortu- 

Notizik Scavi 1916 — Voi. HIL 21 



POMPEI 



— 156 — 



REGIONE 1 



natamente debole, e che in massima parte si è già spontaneamente distaccata dal- 
l' intonaco scabro. Il giorno stesso della scoperta ho provveduto a trarre dell' interessante 
monumento epigrafico il migliore apografo possibile, ma la riproduzione che qui se 
ne dà è ricavata, per maggiore esattezza, dal calco della fotografia che il sig. Diret- 
tore ha fatto senza indugio eseguire (fig. 4). 




Fio. 4. 



Tenuto conto delle altre cinque consimili epigrafi osche dipinte, scoperte per il 
to nolle vie di Pompei (Conway, Italie dialects, nn. 60-63; e Notizie 1897, 
pag. 465, fig. 4 = C. D. Buck, A grammar of Oscan and Umbrian, pag. 243, n. 18), 
siamo ormai al sesto documento della serie: questa però, malgrado i lodevoli sforzi 
finora fatti per intenderne il contenuto (cfr. per la bibliografia più recente: Roem. 
Mitth. 1898, pp. 124-146: H. Degering, Ueber die Mililàrischen Wegweiser in 
Pompeji; e 1899, pp. 105-113: Mau, Die oskischen Wegweiserschriften in Pompeji: 
secondo le ipotesi del Degering il nuovo documento si sarebbe dovuto scoprire non 
sul lato nord, ma sul lato sud della Via loc. cit. pag. 134) continua a conservare 
gelosamente il suo segreto che sarà con sicurezza svelato solo quando, al lume di 
altri monumenti finora invano attesi, si sarà assodato il reale valore specialmente 
delle parole amviannud, eituns e faamat. 



REGIONE I. — 157 — POMPEI 

Ultimamente Fr. Skutsch, Vom pompeianischen Slrassenleben, in Glotta, 1909, 
pag. 104 e sgg., ha ritentata la prova con esito non migliore. Egli ravvicina il ter- 
mine eituns ad eilua (Bantin.) e ad eitiuva (Pomp.) = oro, danaro, e crede che le 
le dette epigrafi costituiscano la propaganda di argentarli o di (mensae) argentariae, 
traducendo per tal modo le epigrafi Conway 60 e 61 : Flac via (mensae) argen- 
tariae (ovvero argentarti) | inter turrim XII et Portam Sarinam \ ubi praedieat 
(praeco) N. N. Una spiegazione di tal genere si chiarisce da se stessa come inso- 
stenibile, quando si pensi che, di fronte alle ormai sei epigrafi osche, allusive come 
si pretenderebbe a mensae argentariae, pure permanendo vivo e sempre in fiore 
l' istituto àeill'auctio a Pompei, non si sarebbe finora incontrata pur una equivalente 
iscrizione in lingua latina. Qualcuna sicuramente se ne sarebbe già raccolta, se tutti 
i muri esterni delle case di Pompei si vedono sempre coperti di programmi eletto- 
rali, fra i quali di tanto in tanto non manca di fare la sua apparizione qualche 
avviso d'interesse privato (C. I. L., IV, 64, per il furto di un'urna di bronzo; ibid., 
138 e 1136, per locali, da affittarsi; ibid., 3804, per la dispersione di una mula e 
del relativo carico). 

Il documento odierno ha una spiccata importanza in primo luogo quando, posto 
a riscontro con gli altri della serie, offre il vantaggio di un testo meno ellittico; ed 
in secondo luogo quando, considerato per sé solo, ci fornisce tre preziose conoscenze 
della remota topografia pompeiana: una via e una turris Mefira, ed una porta 
Urubla (nel cippo Abellano, Conway, op. cit. n. 95, ricorre una viu uruvu, che 
Zvetajeff, Sylloge inscr. ose n. 56, traduce: via curva). È molto probabile che, 
sulla base del corrispondente elemento certo del documento odierno, debba correg- 
gersi, nell'altra epigrafe pompeiana (Conway n. 75) l'elemento Mefitaiiais in Mefi- 
riiais; e, dato che in quella epigrafe l'elemento in discorso è associato al genti- 
lizio Maamieise, è lecito concludere forse per l'esistenza di un' antica famiglia 
pompeiana Me/iria, dalla quale nella remota topografia pompeiana si sarebbero 
denominate una via e una torre, come il documento odierno dimostra. Ritornando a 
questo, stimo utile osservare al rigo 1 : non può decidersi se il monco segno super- 
stite sia, o meno, l'avanzo di una lettera; il frammento finale del rigo 3 pare li ; 
quello del rigo 4 è ■ 21 •••; quello del rigo 5 è V ; quello del rigo 6 lAG (rai, rate?); 
quello del rigo 7 è sicuramente rQO (rri, finale di tiurrf); al rigo 8, fra la seconda a 
e la m della parola faamant è una larga macchia rossa che lo scriptor forse impiegò 
per nascondere elementi errati dell'epigrafe; al rigo 9 le tracce evanide della ini- 
ziale del secondo nome si prestano per essere interpretate tanto come una iQ, quanto 
come una fi: è forse da preferirsi la prima ipotesi, leggendo Auril, cioè Aurelius, 
gentilizio comune in Pompei, mentre per l'altra ipotesi non si avrebbe che l'appoggio 
del gentilizio Puril = Purelliut ? una sola volta finora incontrato (efr, Conway, 
op. cit., n. 188 e l'indice gentile names). Le uguagliatine (lacertini) ai bordi della 
finestra sono antiche, conseguenti all'apertura del vano di luce. Premesse queste osser- 
vazioni, e colmando parzialmente le lacune con quei supplementi che il confronto 
della serie intera di queste iscrizioni chiarisce come ben fondati (per i suppl. ai rr. 
2 e 6, cfr. tutta la serie; per quello al rigo 3, cfr. Buck, op. cit. pag. 151, § 203; 



POMPEI — 1Ò8 — REGIONE I. 



per quello al rigo 4, cfr. titolo odierno, rigo 8; per quello al rigo 5, cfr. Conway, 
nn. 60 e 61; per quello al rigo 7, cfr. Conway, nn. 60-62), nella fiducia che i com- 
petenti riusciranno ben presto a supplire i vuoti restanti, il nuovo documento suone- 
rebbe per ora così: 

16. i A (?) 

Eksuk ■ amvi\_annud . . . 

set ■ fuz ■ ha f\ian$ (?)... ](?)w- 

ini ■ via ■ Mef[ira ] (?) is ■ 

5 nertrak ■ Ve[ru • Sarnn?^u 

pils ■ seni ■ e[ituns ~\ra(ì? A?) 

Veru ■ TJrubla\j ini • tiur\ri • 

Mefira • faam\_a]nt • 
9 L ■ Pùpid ■ L Mr • Auril ■ Mr 

E chiudo la rassegna di queste scoperte relative alla Via col ripubblicare, ciò che 
da un pezzo mi proponevo di fare, cioè la breve epigrafe osca dipinta, già a suo tempo 
scoperta sulla parete a destra dell' ingresso n. 5, reg. I, ins. VI (cfr. Notizie 1912, 
pag. 190, n. 43). Il prolungato dilavamento, al quale la parete è stata esposta per 
quattro anni, ha giovato alla detta epigrafe, i cui elementi ora si discernono meglio, 
meno il nesso iniziale che rimane per me tuttora oscuro: (?)immas. 



iiqwMcf 



M. Della Corte. 



REGIONE Vili. — 159 — 



IMOLA 



Anno 1916 — Fascicolo 5. 



Eegione Vili (CISPADANA). 

I. IMOLA — Tesoretto di monete repubblicane, d'argento scoperto 
davanti al palazzo Vescovile. 

Nel luglio del 1913, nell'occasione di uno scavo per la posa dei tubi dell'acque- 
dotto, fu rinvenuto in Imola davanti al palazzo Vescovile un ripostiglio di monete 
d'argento repubblicane. Tali monete, come si riconobbe da parecchi frammenti fittili 
insieme rinvenuti, dovevano essere raccolte entro una piccola olla di terra. 

Sebbene le autorità locali intervenissero sollecitamente, non fu potuto impedire 
che un certo numero di monete, forse una sessantina, andasse disperso in mano di 
privati. Le monete che si poterono raccogliere sommano a 544. Esse furono dall'au- 
torità comunale d'Imola affidate al conservatore del Museo, sig. Romeo Galli, il 
quale insieme con un nummotìlo imolese, il sig. conte Carlo Zampieri, ne redasse 
un elenco, prendendo a base la nota opera del Babelon : Monnaies de la ripublique 
romaine. 

In varie gite che feci ad Imola, poiché a quel Museo lo destinò il Ministero, 
studiai il tesoretto, confrontando coi pezzi l'elenco Galli-Zampieri ed apportando ad 
esso le opportune rettifiche ed aggiunte. 

Il tesoretto, salvo una dozzina di vittoriati (7 senza simboli, cfr. Bab. I, pag. 44, 
n. 8, e 5 con simboli, cfr. Bab. I, pag. 49, n. 24), si compone totalmente di denari 
come si fa manifesto dall'elenco che segue; nel quale il vario grado di conservazione 
dei pezzi non ha potuto essere specificato per essere stati in molti casi alterati dal 
ripulimento che ne fu fatto a cura della Direzione del Museo d'Imola. 

Notizie 8cati 1»16 — Voi. HIL 22 



IMOLA 



160 



REGIONE Vili. 



Anonimo 


senza 


simboli 


n. 


* 


a 


» 


n. 


* 


con 


simboli 


n. 


u 


a 


* 


n. 


» 


» 


fl 


n. 


n 


n 


■ 


n. 


Aburio 


l 


(Bab. I 


pa 


n 


6 


(Bab. I 


fl 


Acilia 


1 


Bab. I 


» 


9 


4 


[Bab. I 


■ 


Aelia 


3 


Bab. I 


1 


Aemilia 


7 


(Bab. 1 


. " 


Afrania 


1 


(Bab. I 


1 


Ani estia 


1 


(Bab. I 


fl 


* 


2 


[Bah. I 


* 


» 


9 


[Bab. I 


» 


Appuleia 


1 


[Bab. I 


n 


Aquilli a 


1 


(Bab. I 


■ 


Atilia 


9 


(Bab. I 


j» 


Aurelio, 


16 


(Bab. I 


■ 


w 


19 


(Bab I 


i ■ 


Baebia 


12 


(Bab. -I 


» 


Caecilia 


21 


(Bab I 


> * 


•n 


28 


(Bab. I 


D 


fl 


38 


(Bab. I 


X 


Calidia 


1 


(Bab. I 


J) 


n 


3 


Bab. I 


» 


Calpurnia 


5 


Bab I 


y> 


Cassia 


1 


Bab. 1 


» 


■a 


4 


Bab. I 


» 


Cipia 


1 


Bab. I. 


» 


Claudia 


1 | 


Bab I, 


» 


V 


2 I 


Bab. I. 


« 


Cloulia 


1 | 


Bab 1. 


a 


Coelia 


2 


Bab. I 


f 


n 


3 


Bab. 1. 


n 


Cornelia 


1 


(Bab. I 


m 



Numero 

degli 
esemplari 

2 (Bab. I. pag. 39) 5 

6 (Bab. I. » 40) 2 

20 (Bab. I, » 47) 3 

22 (Bab. I. - 49) 1 

101 (Bab. I, » 67) 1 

176 (Bab. I. » 72) 1 

g. 94) 3 

96) 4 

102) 1 

103) 3 

110) 3 

118) 1 

135) 2 

144) 4 

144) ( J ) 1 

146) 9 

208) 16 

212) 1 

229) 1 

241) 1 

242) 1 

254) 4 

266) 1 

269) 2 

273) 2 

283) ' 5 

283) 1 

288) 1 

325) 4 

327) 4 

341) 6 

345) 10 

347) . 17 

860) 5 

369) 13 

369) 4 

387) 4 



(•) Nel H, davanti alla testa di Roma, è indicato il segno del valore, come giustamente rico- 
nosce il Bahrfeldt (Nachtràge und Berichtigunqen ecc., I, pag. 18), correggendo l'affermazione del 
Babelon, che manchi il segno del valore quando nel E il cane è ascendente. 



REGIONE Vili. 



— 161 



IMOLA 



Cornelia 


19 


(Bab. I, 


•n 


24 


(Bab. I, 


Ti 


25 


(Bab. I, 


Cupiennia 


1 


(Bab. I, 


Curiatia 


1 


(Bab. I, 


n 


2 


(Bab. I, 


Curtia 


2 


(Bab. I, 


Decimia 


1 


(Bab. I, 


Domitia 


1 


(Bab. 1, 


n 


7 


(Bab. I, 


n 


14 


(Bab. I, 


Fabia 


1 


(Bab. I. 


n 


5 


(Bab. I. 


Ti 


13 


(Bab. I, 


li 


14 


(Bab. I, 


n 


15 


(Bab. I, 


Fannia 


1 


(Bab. I, 


Flaminia 


1 


(Bab. I, 


Fonteia 


1 


(Bab. I. 


Fulvia 


1 


(Bab. I 


Fundania 


1 


(Bab. I. 


Furia 


13 


(Bab. I 


n 


18 


(Bab. I 


Gelila 


1 


(Bab. I. 


Herennia 


1 


(Bab. I. 


lulia 


1 


(Bab. II, 


Ti 


2 


(Bab. II, 


li 


3 


(Bab. II, 


rt 


4 


(Bab. II, 


Iunia 


1 


(Bab. II, 


ti 


8 


(Bab. II, 


Lucilia 


1 


(Bab. II, 


Lucretia 


1 


(Bab. II, 


Lutatia 


2 


(Bab. II, 


Maenia 


7 


(Bab. II, 


Maiania 


1 


(Bab. II. 


Mallia 


2 


(Bab. II, 



Numero 

degli 
esemplari 

pag. 396) 2 

- 399) 4 

» 401) 4 

- 444) 3 

» 446) 2 

- 446)C) • ! 

» 450) • 8 

» 453) 4 

- 458) 2 

» 460) 7 

» 462) 4 

» 480) 12 

» 482) 2 

- 485) 2 

- 486) 3 

» 487) 9 

» 491) 11 

» 495) 25 

» 499) 3 

» 513) 1 

» 515) 2 

» 522) 1 

» 525) 14 

» 535) 1 

» 539) ( 5 ) 31 

2) 2 

3) 1 

4) 6 

5) 6 

» 101) 1 

» 104) 1 

» 150) 1 

■ 151) 7 

» 157) . . • 3 

» 164) 1 

» 166) • • • 7 

» 169) 15 



(*) Veramente la leggenda del 15 sembrerebbe portare, anziché trig, la forma trige, forma 
non dati dal Babelon, ma sibbene dal Bahrfeldt (op.cit., I, pag. 101, tav. V, n. 106; e dal Grueber 
(Roman coita ecc., I, pag. 134, n. 941 e tav. XXVI, n. 11). 

(') In un esemplare con l'errore d'incisione M ■ «ernni • 



IMOLA 



1(52 — 



ItKGIONE Vili. 



Manlio 


2 < 


Bab. 


H, 


Pag 


Marcia 


1 


Bab. 


II, 


» 


» 


8 I 


Bab. 


II, 


1! 


* 


11 


Bab. 


II, 


fl 


» 


12 


(Bab. 


II, 


fl 


Memmia 


1 


(Bab. 


II, 


» 


» 


2 


(Bab. 


II, 


» 


Minima 


1 


(Bab. 


li, 


» 


» 


3 


(Bab. 


II, 


1 


9 


9 


Bab. 


II, 


a 


fl 


19 


(Bab. 


II, 


y> 


Opimia 


12 


(Bab. 


II, 


a 


» 


16 


(Bab. 


li, 


» 


Papiria 


6 


(Bab. 


II, 


• 


n 


7 


(Bab. 


II, 


•n 


Pinaria 


1 


(Bab. 


H, 


n 


Plutia 


1 


(Bab. 


II, 


a 


Publicia 


1 


(Bab. 


II, 


» 


Pompeia 


1 


(Bab. 


II, 


j» 


Pomponio 


7 


(Bab. 


II, 


» 


Por eia 


1 


(Bab. 


II, 


B 


■n 


3 


(Bab. 


II, 


fl 


■ 


4 


(Bab. 


II, 


» 


fl 


8 


(Bab. 


II, 


fl 


Postumia 


1 


(Bab. 


II, 


fl 


Qainctia 


2 


(Bab. 


II, 


B 


» 


6 


(Bab. 


II. 


fl 


Renia 


1 


(Bab. 


II, 


fl 


Saufeia 


1 


(Bab. 


II, 


fl 


Sempronio 2 


(Bab. 


II, 


fl 


Sergia 


1 


(Bab. 


II, 


fl 


ServUia 


1 


(Bab. 


li, 


» 


« 


13 


(Bab. 


II, 


fl 


» 


14 


(Bab. 


II, 


fl 


Spurilia 


1 


(Bab. 


II, 


fl 


Sulpicia 


2 


(Bab. 


II, 


fl 


Terentia 


10 


(Bab. 


II, 


fl 


Thoria 


1 


(Bab. 


II, 


» 



Numero 

degli 
esemplari 

176) 1 

181) 1 

185) 1 

186) 2 

187) 1 

213) . . 2 

214) 2 

227) 5 

229) 1 

231) ' 1 

235) 7 

273) 2 

275) 1 

288) ' 8 

289) 8 

303) 2 

329) 4 

330) 3 

336) (') 2 

360) 3 

368) 8 

369) , . 8 

370) 2 

373) 1 

377) 1 

392) 4 

394) 3 

39i») 9 

421) 2 

430) 2 

442) 10 

444) 2 

449) 3 

450) 2 

465) 1 

471) I 

483) 1 

488) 18 



(') Uno degli esemplari porta nella leggenda del 0, anziché PO, la forma pom, forma non 
data dal Babelon, ma sibbene dal Bahrfcldt (op. cit., tar. IX, n. 220) e dal Grueber (op. cit, 
tav. XXVI, n. 6). 



REGIONE Vili. 



— 163 



IMOLA 



Numero 

degli 

esemplari 

Tullia 1 (Bab. II, pag. 503) 6 

Valeria 7 (Bab. II, » 510) 2 

8 (Bab. II, » 510) 1 

11 (Bab. II, » 512) 2 

Vargunteia 1 (Bab. II. » 525) . . 3 

Veturia 1 (Bab. II, » 535) :\ 

Dimenticati sul conio 3 

Non identificabili 22 

In frammenti non ricomponibili e non identificabili 2 

Il ripostiglio ora elencato, per quanto riguarda l'epoca del seppellimento, dovrebbe 
collocarsi subito dopo il deposito di Ricina (') al quale appare solo di poco posteriore. 
Infatti, mentre si osserva da un lato che tra le più recenti monete di Ricina sol- 
tanto il tipo Sentia 1 (Bab., II, pag. 437), attribuito concordemente dal Babelon 
e dal Grueber all'89 av. Cr. non è rappresentato, nel tesoretto di Imola, si constata 
d'altro lato che qui s'aggiungono tra le più recenti emissioni altri tipi, quali Ser- 
vilia 14, Cornelia 25, Cassia 4, che concordemente quei due autori attribuiscono a 
quello stesso anno ed altri, quali Servilia 13 e Fundania 1, che dal Grueber sono 
pure attribuiti all'89 ( 2 ). 

Anche per questo tesoretto, come per quello di Ricina, il sotterramento ha da 
porsi in relazione con le preoccupazioni determinate dall' infuriare della guerra sociale. 
E se ho detto che il tesoretto d' Imola dev'essere posteriore, ma solo di poco a 
quello di Ricina, credo di poter fondare quest'affermazione sul fatto che esso, mentre 
ai tipi più recenti di Ricina ne aggiunge parecchi altri delle emissioni dello stesso 
anno, non mostra tuttavia verun esemplare delle monetazioni copiose e immediata- 
mente successive di D. Silanus ( 2 ) e di L. Calpurnius Piso Frugi( 3 ). 

Porrei dunque, seguendo la datazione Grueber dell'88 per questi due ultimi 
monetieri, la data del seppellimento del tesoretto o allo scorcio dell'89 o ai primis- 
simi tempi dell'88 av. Cr. A. Negrioli 

C 1 ) V. Armaroli, Ripostiglio di nummi famigliari scoperti fra le rovine dell'antica Ricina, 
in Bull, di num. e sfrag., I, p. 241 e segg. 

(') Il Babelon riferisce rispettivamente al 94 e al 101 qnesti due ultimi tipi, mentre poi attribuisce 
la data dell'89 al tipo Lucilia 1, pur rappresentato nel nostro tesoretto, che il Grueber riferisce al 90. 

La determinazione delle date di .certe monete è sempre una questione molto difficile; ma le 
datazioni del Grueber, basate sulla classificazione del conte De-Salis, sembrano in genere più seve- 
ramente fondate. Al qual proposito farò notare il caso del tipo Memmia 2, del quale il tesoretto 
d'Imola offre due esemplari. Ora, questo tipo, che diverrebbe, per l'assegnazione del Babelon all'82 
av. Cr., un elemento isolato urtante la cronologia del tesoretto, trova benissimo da inquadrarsi nel 
tesoretto stesso, quando si segua la cronologia del Grueber (op. cit, II, pag. 204, n. 1); il quale, 
dopo aver dimostrato ch'esso dev'essere anteriore all'88, lo attribuisce, in accordo alla cronologia 
del Mommsen (92-89), al 91 av. Cr. 

( 8 ) Questi due monetieri compaiono per la prima volta nel deposito « Hoffinann » (cfr. Grueber, 
op. cit., II, pag. 321); il quale nel prospetto dei depositi del Grueber (ved. op. cit., pag. CXVI) 
succede subito a quello di Ricina. 



CITTÀ DI CASTELLO — 164 — REGIONE VI. 



Regione VI (UMBRIA). 

II. CITTÀ DI CASTELLO — Necropoli romana scoperta in contrada 
San Maiano. 

Nell'ottobre ultimo l'avv. Vittorio Corbucci, ispettore onorario dei monumenti e 
scavi pel mandamento di Città di Castello (l'antica Tifernum Tiberinum) mi dava 
gentilmente notizia orale della scoperta di tombe con suppellettile in contrada San 
Maiano, a sette chilometri circa da quella città, presso la riva sinistra del Tevere. 
Un immediato accesso sul luogo mi permise di accertare le circostanze e il valore 
della scoperta. Allo scopo di correggere ed attenuare la troppo forte discesa della 
via provinciale in quella contrada, presso il ponte di Pieggi, il Genio Civile della 
Provincia aveva intrapreso colà degli sterri. Nel taglio del terreno effettuato sino 
all'altezza del nuovo piano stradale, si erano rinvenuti avanzi di ossa umane, mesco- 
lati a frammenti di ceramica grezza e di minuto vasellame aretino e balsamarì di 
vetro. 

Mi apparve subito trattarsi di deposizioni fatte in terreno nudo, sopra uno strato 
di ghiaia alluvionale in discesa, eroso e rimescolato dai frequenti corsi d'acqua che 
lambiscono la località, sboccando nel Tevere vicino. Sopra lo strato alluvionale, che 
in grazia del taglio eseguito, appariva visibile in sezione per un'altezza di m. 1-1,50 
e per una lunghezza di una trentina di metri, trovasi un deposito di terra coltivata, 
alto 60-80 em. I cadaveri, situati molto prossimi l'uno all'altro, come appariva dai 
residui delle ossa, erano tutti deposti parallelamente nello stesso senso, da est ad 
ovest, col capo ad oriente. 

La ditta appaltatrice dei lavori non erasi data alcuna pena della scoperta, né 
aveva annesso importanza alcuna agli oggetti frammentari che venivano in luce: 
onde diversi oggetti, per fortuna di non grande importanza, erano andati dispersi o 
distrutti dagli stessi operai. Il sig. Ugo Belei, tuttavia, proprietario della tenuta 
nella quale si eseguivano i lavori, aveva avuto l'accortezza di recuperare, per quanto 
gli era stato possibile, e conservare nella prossima sua casa di campagna taluni degli 
oggetti e frammenti rinvenuti, dove io potei esaminarli e prenderli in consegna. 

Non essendosi potuto procedere, per le esigenze dei lavori e la scarsezza dei 
possibili risultati, ad una esplorazione sistematica del terreno, non mi resta che de- 
scrivere brevemente la suppellettile recuperata durante lo scavo, per ora unica testi- 
mone superstite di quella necropoli e indice sicuro della sua età. 

Tutto il materiale rinvenuto consiste in fittili grezzi, di ceramiche rosse aretine 
e di piccoli balsamarì di vetro, senza che nessun oggetto sia intero, e con diversi 
oggetti ricomponibili solo in parte da molti frammenti. Fra le ceramiche della 
prima categoria, giova notare i seguenti pezzi: 

1. Anfora a corpo schiacciato ed alto collo, munita di grandi anse! Alt. m. 0,27. — 
2. Catino profondo, a labbro rovescio. Diam. m. 0,19; alt. 0,095. — 3. Unguentario 
a pancia ovoidale ed alto collo. Alt. m. 0,16. — 4. Lucernetta frammentaria, di ar- 



REGIONE VI. — 165 — CITTÀ DI CASTELLO 

gilla scura. — 5. Lucemetta di argilla pallida, portante stampato a rilievo sulla super- 
ficie superiore un kantharos a fondo baccellato. 

Tra le ceramiche di industia aretina, hanno particolare importanza alcuni fondi 
di piccoli piatti, portanti impressa nel centro la marca di fabbrica, cioè una leggenda 
generalmente a sigle, racchiusa in pianta pedis. 

1. Piatto con piccole decorazioni a rilievo esternamente all'orlo, imitanti la 
forma di un'ansa a doppia voluta: c-^o . Nel rovescio del fondo il bollo: 
C-\f -BUG- Diana, del piatto, ra. 0,12. — 2. Altro fondo simile con bollo come il 
precedente. — 3. Fondo di piatto pure aretino, col bollo: C-VT-B-B-G- — 4. Altro 
fondo di piatto simile col bollo: \£ BB- — 5. Altro fondo di piatto aretino, con la 
sigla: MANINE — 6. Fondo di piatto simile col bollo: C-M-R- — 7. Altro fondo 
di piccola tazza pure aretina, con la marca: CWEB- — 8. Fondo di piatto aretino, 
con sigla illegibile. Nel rovescio del fondo alcune lettere leggermente e irregolar- 
mente graffite: . . . r Y R . — 9. Tazza aretina, con le pareti esterne solcate da leg- 
giere striature oblique. Sigla illegibile. Diam. m. 0,135. — 10. Piccola tazza aretina, 
a piede rastremato, con volute esternamente all'orlo; priva di sigla. Alt. m. 0,045; 
diam. m. 0,07. — 11. Orcinoletto panciuto, di argilla figulina rossa, con piccola ansa. 
Altezza m. 0,09. — 12. Tazzina di argilla rossastra, con le pareti esterne decorate 
da una zona di scaglie in rilievo. — 13. Piatto di argilla rossastra, con largo orlo 
piano, decorato da un sistema continuo di viticci ricurvi a rilievo. 

I vetri che si poterono recuperare sono: 

1. Fialetta bianca, a pancia ovoidale ed alto collo ritorto alla base. Alt. 
m. 0,10. — 2. Fialetta pure bianca, a fondo tondo e lungo collo rastremato verso 
l'orlo. Alt. m. 0,098. — 3. Parte inferiore di fialetta simile. — 4. Fialetta bianca, a 
pancia conica, fondo convesso ed alto collo spezzato alla base. Alt. m. 0.055. — 5. Ansa 
ricurva, serpeggiante, di anforetta di vetro turchino, andata perduta. Alt. m. 0.05. 
Alcune delle sigle di vasi aretini sopra riferite, trovano riscontro nella raccolta 
dei bolli aretini conosciuti, pubblicata in C. I. L., voi. XI, 2, n. 6700. 

II valore della scoperta da noi segnalata è semplicemente topografico. Essa ci 
offre degli indizi modesti, ma sicuri, della presenza di un centro abitato rustico, cioè 
di un vicus, verso la periferia del territorio dell'antica Tifernum Tiberinum. Già 
alcuni anni or sono, nel maggio 1911, fu scoperto nel villaggio di S. Lucia, appena 
a tre chilometri a nord di San Maiano, cioè più vicino alla città, e sulla stessa via 
provinciale, un gruppo notevole di tombe appartenenti ad una necropoli di tarda 
epoca. Le sepolture, una ventina, scoperte in un fondo rustico appartenente al 
sig. Andrea Mocchi di Città di Castello, erano costituite di tegoloni di creta rossastra 
e di lavorazione dozzinale, posti orizzontalmente a formare il letto della tomba, e 
di altri simili disposti lungo i lati maggiori, formanti spiovente. Tra tegola e tegola 
si trovavano gli embrici. La suppellettile rinvenuta, però, consistente in vasellame 
di creta grossolana, fu scarsa e quasi insignificante. 

Nessuna traccia di rivestimento delle tombe si è trovata nella vicina necropoli 
di San Maiano. Non si esclude tuttavia che una esplorazione sistematica della loca- 



ROMA — 166 — ROMA 

lità possa rivelare qualche cosa di simile. Comunque, a giudicare dalla suppellettile 
funebre, la necropoli ultimamente rinvenuta si dimostra più antica dell'altra a 
S. Lucia. La sua età non può andar oltre il I secolo dell' Impero, come ci è atte- 
stato dalla presenza di vasi aretini con bolli in pianta pedis. L'età è anzi da limi- 
tarsi entro il I secolo dell'era volgare. 

Tutto questo serve a confermarci come già nei più alti tempi dell'Impero Ro- 
mano l'amena e fertile campagna intorno a Città di Castello, e tutta l'alta valle 
del Tevere, fosse largamente abitata e densa di case e di villaggi. Circa la mede- 
sima età Caio Plinio Cecilio Secondo, che non lungi da Tiferno ebbe la sua splen- 
dida villa, a lui specialmente diletta, vantava nelle lèttere agli amici le bellezze 
e le comodità della villa, l'amenità e la fertilità della campagna, la ricchezza della 
regione bagnata dal Tevere, che « medios . . . agros secat, navium pattern omnisque 
fruges devehit in urbem, Meme dumtaxat et vere » (Epist., Lib. V, 6*, Ad Apol- 
linare). 

G. Bendinelm. 



III. ROMA. 
Nuove scoperte nella città e nel suburbio. 

Regione IV. In via Principe Umberto, nel fabbricato di proprietà dell'Isti- 
tuto romano dei Beni Stabili, è stato necessario di provvedere, con lavori di sotto- 
fondazione, al consolidamento del fabbricato medesimo per le gravi lesioni verificatesi 
in seguito al terremoto del 13 gennaio 1915. Una delle cause determinanti le lesioni 
al suddetto stabile, devesi attribuire alla esistenza di alcune gallerie sotterranee 
scavate in epoca remota per ricavarne la pozzolana. 

Praticandosi lo sterro per un nuovo pilone, distante m. 6 dal muro perimetrale 
sulla via Principe Umberto, sono stati rimessi allo scoperto alcuni parallelepipedi 
di travertino, sovrapposti l'uno all'altro in modo da formare un solido pilastro. I 
blocchi sono semplicemente abbozzati e misurano in media m. 1 di altezza e 0,80 
di larghezza. 

Allo scopo di rendere più chiara l'esistenza di questa antica costruzione, sia per 
la ubicazione, sia per il modo come i detti parallelepipedi si sovrapponevano, credo 
utile di darne un esatto disegno, tanto più che essi rimangono inalterati al loro posto, 
perchè il moderno pilone di rinforzo è stato addossato alla parete est dell' antico 
pilastro. 

Come si vede nella sezione annessa (fig. 1), i massi sono in numero di sei, 
l'ultimo dei quali poggia sopra il terreno vergine costituito di cappellaccio di tufo, 
il cui piano trovasi a m. 9 sotto quello della via Principe Umberto. A quale monu- 
mento o edifìcio avesse appartenuto questo solido pilastro non è facile determinare, 
essendo pochi gli elementi che ci si presentano; ma, se si tiene conto della solidità 



ROMA 



— 167 



ROMA 



della costruzione e della località in cui è stata scoperta, si potrebbe congetturare 
cbe facesse parte di qualche manufatto contenuto nei sontuosi giardini Mecenaziani 
i quali, come è ben noto, occupavano quella parte dell' Esquilino, che era in prossi- 
mità dell'aggere serviano, fra le porte Viminale ed Esquilina. 



* 



Nel fabbricato in uso al R. Istituto tecnico Leonardo da Vinci, già convento 
di s. Francesco di Paola, il Comune di Roma ha dovuto provvedere con opportuni 
restauri al rafforzamento di tutto l'edificio, lesionato gravemente dal terremoto del 



marciapiede 




Fio. 1. 



13 gennaio 1915. Per ricercare la causa che ha determinato una forte lesione nel 
muro di facciata, prospettante la via Cavour, è stato aperto un cavo alla distanza 
di m. 19 dall'angolo nord-est del fabbricato medesimo. Approfondito lo sterro e accer- 
tato che anche nella fondazione del detto muro la lesione continuava, si dovette ne- 
cessariamente proseguire lo sterro sino ad incontrare il terreno vergine, per poter 
sottofondare con maggiore garanzia. 

Alla profondità di m. 16 circa, sotto il piano della strada d'accesso alla chiesa 
di s. Francesco di Paola, si raggiunse il terreno vergine (cappellaccio di pozzolana) 
in un punto nel quale il piccone affondò, dimostrando che sotto esisteva un vuoto. 
Infatti, allargato il piccolo foro prodotto dal piccone, e ciò per rendere possibile 
l'accesso nel sottostante vuoto, si constatò trattarsi di un ambiente, scavato nel ter- 
reno vergine, con le pareti e la volta rivestite d' intonaco. 

Notizu Scavi 1916 — Voi. XHI. 23 



ROMA — 168 — ROMA 

La stanza, lunga m. 5, è orientata da nord a sud. con l' ingresso nella parete 
nord; la larghezza non fu possibile misurarla perchè oltre la metà della stanza è 
riempita da grosse falde di terreno franato. A questo proposito giova ricordare che 
l' ex-convento di s. Francesco di Paola, adattato a tale uso nel 1623 dai Padri Mi- 
nimi nel palazzo Cesar ini costruito sin dal 1500. ha subito nel secolo decimottavo 
una riedificazione, nella quale epoca debbono essere state eseguite alcune sottofonda- 
zioni, una delle quali è stata riconosciuta nella camera ora scoperta. Tale circostanza 
dimostra che, sin da quell'epoca, la volta della camera era franata producendo danni 
all'edificio soprastante, e per rimediare a ciò fu gettata la sottofondazione con pie- 
trame e calce mediante un cavo praticato nell' interno dell'edificio medesimo, come 
è stato possibile determinare. In questi lavori gli operai, che penetrarono nell'antica 
stanza, debbono avere raccolto ed asportato qualsiasi oggetto che in essa era conte- 
nuto, lasciando però qualche frammento, di nessun interesse artistico ed archeologico, 
deposto sul piano di una edicola scavata nella parete opposta a quella dove si trova 
l' ingresso. 

La stanza (fig. 2) di sopra come è stato detto, è lunga m. 5 e la sua larghezza 
doveva essere di poco più grande d'ella lunghezza. È ricavata intieramente nel ter- 
reno vergine, e tanto le pareti quanto la volta ed il pavimento sono rivestiti con in- 
tonaco a cocciopesto. In ciascuno degli angoli formati dalle pareti esiste un pilastrino, 
ricavati anch'essi nel vergine, che terminano superiormente, cioè all'imposta della 
volta, con un capitello di ordine dorico. I pilastrini (ved. Mg. 2, sezione A-B) sono 
alti m. 2,80, compreso il capitello, il quale misura m. 0,38 di altezza ed è costi- 
tuito da cinque semplici modanature. 

La volta ha la forma di una vela raffigurante una tenda che termina nel ver- 
tice quasi a punta. Nel basso delle pareti ricorre una zona dipinta a colore turchino, 
alta m. 0,62, compresa tra due fasce di color rosso larghe m. 0,045 ; la parte infe- 
riore di questa coloritura trovasi a m. 0,40 sopra il pavimento. 11 rimanente delle 
pareti, come i pilastri e la volta, sono dipinti di bianco di calce. 

Nel mezzo della parete, di fronte all'ingresso, e a m. 1,30 sopra il pavimento, 
è una edicola ricavata anch'essa nel vergine, a sezione rettangolare, larga m. 0,97, 
profonda 0,42, alta 0,90; ha una specie di gradino largo m. 0,22, alto 0,26. 

Nel centro quasi della camera fu trovato tuttora al posto un parallelepipedo di 
tufo, alto m. 1 circa, con i lati larghi m. 0,50 e m. 0,55. Nel piano superiore di 
detto masso è ricavato un pozzetto concavo, quasi circolare, del diametro di m. 0,15 
• profondo m. 0,05. Non è dubbia l'ipotesi che questo masso avesse l'ufficio di 
un'ara, tanto più che il genere di tutta la costruzione e gli elementi architettonici 
di essa, possono indurci alla conclusione che la stanza fosse destinata a qualche culto 
religioso negli ultimi tempi della repubblica o nel primo periodo dell' impero, a so- 
miglianza degli antichi sacrari dell'epoca repubblicana. 

Rimosso il terriccio che ricopriva il pavimento si rinvenne a m. 0,50 distante 
dal masso di tufo dal lato verso l' ingresso, la bocca di un pozzo terminante a 
sezione ovoidale i cui assi misurano m. 0,60 e 0,80, e coperta sul piano del pavi- 
mento da una rozza lastra di travertino. 



ROMA 



— 169 



ROMA 



Il pozzo è scavato interamente nella roccia tufacea ed aveva la parete rivestita 
con intonaco a cocciopesto; ha la sezione circolare del diametro di m. 0,60 e a 
m. 4 sotto il pavimento fu trovata l'acqua. 



A— : 




— B 



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Fio. 2. 



Gli oggetti rinvenuti sul piano dell'edicola sono: piccola erma marmorea man- 
cante della testa già restaurata in antico con perno di ferro; è alta m. 0,27 e ri- 
magono sulle spalle i nastri discendenti dall'acconciatura dei capelli ; per la confor- 
mazione del petto sembra rappresentare una deità virile, forse Dioniso. 



ROMA — 170 — ROMA 

Frammento di un foculum di terracotta di cui rimane la parte inferiore, alt. 
m. 0,12 diam. 0,16. 

Due lucerne fittili monolicni di forma comune. 

Piccolo vaso fittile di terra giallastra ad un'ansa, bocca leggermente svasata, 
ventre rigonfio con piccolo piede ; alt. m. 0,085. 

Due frammenti di tazza fittile a vernice nera lucida. 



Regione VI. Sterrandosi in via Napoli nell'area scoperta, sinora adibita a 
giardino di proprietà delle Suore di carità, figlie di N. S. del Monte Calvario, per 
costruire la nuova casa conventuale delle suore medesime, sono tornati alla luce al- 
cuni avanzi di antiche costruzioni. Consistono in muri di opera reticolata, dello spes- 
sore di m. 0,60, aventi la direzione da nord-est a sud-ovest, alla profondità di circa 
m. 2 sotto il piano della via Napoli ; sono fondati su terreno vergine (cappellaccio 
di tufo) e per la loro buona struttura possono attribuirsi ad un edificio privato del 
primo secolo dell' impero. 

Uno di questi muri conservava una parte dell' intonaco dipinto a fondo rosso, 
sul quale erano raffigurati in prospettiva alcuni motivi architettonici con decorazioni 
geometriche, tra cui una sottile candelora con nascimenti di fogliami e fiori con 
qualche uccellino ivi poggiato. 

Nel basso la parete termina con uno zoccolo, dipinto ad imitazione marmorea 
di colore quasi nero, in cui ricorre una semplice greca a colore verdastro. La stanza 
aveva il pavimento ad opera tessellata, formato con tesselli neri che costituivano il 
fondo e piccole rosette a tesselli bianchi, disposti a forma di croce greca equidistanti 
una dall'altra m. 0,16. 

Ad un piano 'più elevato, e cioè a m. 1 sotto quello di via Napoli, è stata ri- 
conosciuta la pavimentazione a poligoni silicei di una strada dell'alto medioevo, 
larga m. 4 circa, la cui direzione è quasi parallela alla via Napoli; era fiancheg- 
giata da costruzioni laterizie di cui rimangono scarsi avanzi. 

Notevole è la scoperta, nell'area verso la via Agostino Depretis, di una grande 
piscina a pianta rettangolare. È costruita con muri a mattoni; e tanto le pareti, 
quanto il pavimento, sono rivestiti con un grosso strato di cocciopesto con intonaco 
dipinto di colore azzurro. Tale genere di costruzione è proprio dei romani, i quali 
volevano imitare l'acqua del mare per la coltivazione dei pesci. 

Regione VII. Eseguendosi lo sterro, per la costruzione di una latrina sotter- 
ranea, all'angolo sud-est della piazza S. Silvestro, alla profondità di circa m. 3,50 
sotto il piano di questa, è stato rinvenuto fra la terra un rocchio di colonna di gra- 
nito rosso, lungo m. 0,80, del diametro di m. 0,60. Nella parete nord del cavo, ed 
alla profondità di circa in. 4,50 sotto il piano della piazza, sono stati incontrati al- 
cuni parallelepipedi di tufo che s'internano nella terra, disposti in un solo filare 
nella direzione est-ovest; essendo i detti blocchi posti in opera con calce, non sembra 



ROMA — 171 — ROMA 

che debbano attribuirsi a costruzione di epoca romana, ma bensì a sostruzioni di 
edifici medioevali. Si vide anche, alla medesima profondità, un masso squadrato di 
travertino, largo m. 1,70 X 1,20, il quale trovasi quasi all'angolo della piazza 
suddetta. 

* 

Via Appia. Nella tenuta Barbuta, di proprietà del conte Martini-Marescotti, 
l'Istituto Zootecnico laziale enfiteuta di quel terreno, sta provvedendo, con un razio- 
nale adattamento della tornita stessa, ai bisogni stabiliti dall' Istituto predetto. Oltre 
alla costruzione dei fabbricati da adibirsi ai vari usi, è stata praticata in alcuni 
appezzamenti una profonda aratura con sistema meccanico per la coltivazione delle 
varie specie di foraggi. Ritengo utile ricordare a questo proposito alcune scoperte 
avvenute nell'anno 1903, delle quali però non fu allora data notizia in attesa che 
fossero continuati i saggi di scavo per conto del proprietario, cosa che non si è 
fino ad ora verificata. 

In quell'epoca furono eseguiti limitati saggi di scavo che ebbero per risultato 
lo scoprimento di alcuni resti di muri in opus reticulatum, appartenenti ad una villa 
romana suburbana. Il luogo ove fu riconosciuta l'esistenza di questa villa è a nord-est 
dei casali di Tor di Mezza Via di Albano sopra una leggiera elevazione del terreno. 
I muri affiorano quasi a superficie del piano di campagna, in modo che in uno 
dei pavimenti non rimaneva che l' hypocaustum formato con i pilastrini a mattoni 
quadri di m. 0.22 di lato, equidistanti fra loro m. 0,37; come pure qualche avanzo 
delle pareti conservava la traccia dei mattoni forati per il riscaldamento delle 
camere. La primitiva costruzione, che può risalire al primo secolo dell'impero, è 
stata in epoche posteriori restaurata e trasformata in alcune parti, come risulta 
dalle diverse strutture dei muri in laterizi ed a piccoli parallelepipedi di pietra 
albana. 

Negli odierni lavori di aratura meccanica è stata rimessa alla luce, a soli 30 
centimetri sotto il piano di campagna, l'antico selciato di un diverticolo che con- 
giungeva le vie Appia e Latina a circa il 7° miglio da Roma. È largo m. 2 ed è 
limitato da ambedue i lati dalle consuete crepidini, alte m. 0,10; il tratto scoperto, 
che ha circa m. 40 di lunghezza, è in ottimo stato di conservazione. 

Di questa scoperta dobbiamo essere grati alla solerzia del doti Sante Caldieri, 
vice direttore dell' Istituto predetto, per averne intuito Y importanza e per aver prov- 
veduto alla integra conservazione, avvertendo con sollecitudine la Direzione degli 
Scavi. Ora abbiamo la sicura testimonianza, come è stato già accennato più sopra, 
che le vie Appia e Latina erano congiunte a circa il 7° miglio da Roma, con un 
diverticolo, il quale, seguendo l'andamento della moderna via campestre, staccandosi 
dall' Appia Nuova all'altezza del casale di Tor di Mezza Via, si dirige sotto il ca- 
valcavia della linea ferroviaria Roma-Napoli, con uno spostamento di soli m. 40 ad 
est della moderna strada; e che il diverticolo medesimo serviva a dare accesso alla 
villa, i cui avanzi, rimessi a luce nell'anno 1903, trovansi a poche diecine di metri 
dal margine est dell'antica strada ora riconosciuta. 



RÓMA 



— 172 



ROMA 



* 
♦ * 



Via Latina. Nel cavo eseguito in via Appia Nuova per la costruzione della 
fogna di destra, uscendo dalla porta S. Giovanni, è stato rinvenuto, quasi di fronte 
al bivio della via Tuscolana, un capitello di marmo bigio di ordine corinzio, alto 
m. 0,65 col diametro di m. 0,45 ; è molto danneggiato nelle membrature, ma per 
la buona scultura deve aver fatto parte di un nobile monumento. 

Praticandosi un piccolo cavo, sulla stessa via Appia nuova, alla distanza di circa 
m. 300 dalla porta S. Giovanni, per la costruzione del ciglio del nuovo marciapiede, 
è stato appena veduto un tratto di antica galleria scavata nel cappellaccio di tufo 
e che doveva far parte di qualche ambulacro cimiteriale; nelle pareti rimaneva 
triiccia dei loculi, i quali all' ingiro avevano l' incasso per la chiusura con lastre 
marmoree o con tegole o mattoni fittili. 

Per la ristrettezza del cavo e per le difficili condizioni statiche del terreno, in 
gran parte franato, non è stato possibile avere dati sicuri per l'identificazione di 
quel cimitero, che però, secondo gli itinerari dei topografi del settimo secolo, po- 
trebbe essere quello di Gordiano ed Bpimaco al primo miglio della via Latina, ri- 
cordato dall'Armellini negli Antichi cimiteri cristiani, pag. 243. 

E. Gatti. 

* 

Nella prosecuzione dei lavori per la direttissima Roma-Napoli, presso Tor Fiscale 
(a sinistra della via Latina) pochi metri più a sud del secondo sepolcro sterrato 
nel 1913 {Notizie, 1913, pag. 442) si sono rinvenuti in terreno di scarico altri due 
frammenti di iscrizioii sepolcrali e il bollo di mattone C. I. L. XV, 756. 

La prima iscrizione, in ottimi e profondi caratteri del I* secolo, presenta solo parte 
delle prime tre righe, con scorniciatura al di sopra. Il nome del titolare del sepolcro, 
forse un liberto, è di incerto supplemento. 



liberta liberta 
? eo 




YRN 

WSQVE-posterisque 

IR V M 



La seconda iscrizione è posteriore di quasi due secoli; si riferisce anche essa 
alla tomba di un liberto imperiale, fatta per sé e per la sua famiglia. Il mezzo della 
iscrizione sembra dato, secondo i supplementi, dalla lettera H della ultima linea. 



ROMA — 173 — ROMA 



Tvl> 
a V G • L 1 B • T kbularius 
suis fecit/iLT ■ SIBI • ITEJW et libertis libertabusque 
c/O S T E R I S Q uè eorum 
aedi fi /CIOLVM-IVNCTVM'&M sepulchro 
«AviACERIAE • CIR.CVM C\iausum 
cam V'ENIEMAD HOC MON1MENTVM sii mihi terra levis 



QVOD H 



est. 



Nella prima riga era il nome intero del liberto, che fu tabularius, cioè archi- 
vista della casa imperiale, e fece il monumento, ancora vivo, per sé, per i suoi e 
forse anche per le famiglie dei liberti e delle liberto. Sono notevoli le righe 5 e 6 
che ricordano i limiti della proprietà, circondata da una maceria, secondo il sistema 
comune, specialmente per i sepolcri (cfr. C. I. L. VII, 10876, 23090. 26942, 29322, 
29789, 29790, 29961, 30073,31051; Verg., Moretum v. 61 seg.), nella quale pro- 
prietà era anche una piccola costruzione (aedificiolum) attinente al sepolcro, per la 
manutenzione di questo e iell'horlulus circostante, e quindi inviolabile come il 
sepolcro. 

La forma maceriae, che non ha riscontro nella frase comunissima maceria clau- 
sum o circumclausum, deve essere un errore, forse per macerie, caso abl. della V 
declinazione. L'ultima riga è alquanto corrosa nella parte di destra. 

G. Logli. 

* 



* 



Facendosi il solco per piantare la siepe lungo la linea della direttissima Roma- 
Napoli, nella tenuta del Quadraro, poco prima del punto in cui la nuova linea fer- 
roviaria passa sotto le attuazioni dell'acquedotto Felice, a circa 20 cm. dal piano 
di campagna si è rinvenuta una statua femminile acefala. Scolpita in marmo greco, 
misura in altezza circa m. 1,55, e, compreso il plinto, m. 1,69 (fig. 3). 

La figura posa sulla gamba destra ed ha la sinistra leggermente ripiegata e 
spinta indietro. È vestita di chitone e di himation, di cui regge un lembo con la 
mano sinistra; il braccio destro era leggermente proteso e l'avambraccio elevato. La 
mano destra è perduta ; essa probabilmente reggeva uno scettro, come attestano due 
attacchi che si vedono sul mantello. La mano sinistra tiene un papavero, il cui stelo 
si deve considerare stretto tra le pieghe del vestito; parecchi colpi di piccone hanno 
deturpato qua e là la figura.* 



ROMA 



— 174 — 



ROMA 



Le proporzioni della statua non sono molto gradevoli, ma il drappeggio è gene- 
ralmente ben lavorato, e fine è l'esecuzione della mano sinistra; il lavoro è di epoca 
romana imperiale e la statua rappresenta una matrona ritrattata sotto le sembianze 
di Cerere, come era uso frequente. 




Fio. 8. 

Probabilmente la statua apparteneva a qualche monumento sepolcrale della via 
Latina, da cui deve essere stata tolta in un tempo che non è possibile determinare. 
Certo era destinata a stare in una nicchia, poiché il tergo non è finito di lavorare. 

Neil' impostatu a e nel drappeggio la statua si ricollega con opere che si deb- 
bono attribuire al quarto secolo ; il ritmo del corpo ricorda, per citare qualche esempio, 
la figura sepolcrale di Trentham-Hall ('), le Muse di Mantinea('), l'Artemis di Lar- 

(') Collignon, Statue* funerairet, p. 164esegg. (fig. di frontespizio); S. Beinach, Rép. Stat., 
IV, pag. 410, 1. 

( 8 ) S. Reinach, Rép. dea relieft, I, p. 184 e segg. e quivi le indicazioni bibliografiche. 



ROMA — 175 — ROMA 

naka ( 1 ), ereazioni dunque che dipendono più o meno direttamente dall'arte di Pras- 
sitele. Ed anche il vestito dalle pieghe abbondanti, con le linee dello himation che 
traversa obliquamente il petto, tradisce caratteri prassitelici. 

Il fatto che di questa statua si conoscono molte repliche (*) attesta chiaramente 
che essa deve considerarsi come la copia di un originale abbastanza celebre, il 
quale per le considerazioni che qui abbiamo fatto deve attribuirsi alla cerchia pras- 
sitelica. Ci troviamo in questo caso di fronte ad uno dei tanti tipi ( 3 ) che l'arte 
attica del quarto secolo ha creato e che, attraversando non senza subire qualche alte- 
razione il periodo ellenistico, sono sopravvissuti e si sono riprodotti in copie innu- 
merevoli nell'età romana. 

■* 

Via Ostiense. Per i lavori di rialzamento della via di Grotta Perfetta, si 
è aperta, nella tenuta Volpi, a destra di detta via, a qualche centinaio di metri 
dalla Ostiense, una cava di prestito. I lavori di sterro hanno rivelato in quel punto 
l'esistenza di alcune misere sepolture antiche, giacenti a poca profondità sotto il 
piano di campagna. Uno scheletro era deposto nella terra, e solo sul cranio posava 
un frammento di mattone con il bollo C Al (C. Aeli?); altri erano coperti da un 
mucchio di sassi. Una sepoltura che si è potuta meglio osservare, era costituita da 
sei mezze anfore, le quali racchiudevano lo scheletro, essendo disposte in direzione 
normale ad esso. Lo scheletro era orientato con la testa a sud; la testa era coperta 
dalla parte inferiore di un dolio. Nello sterro si sono rinvenuti pure un vasetto di 
terracotta giallastra, mancante di una parte dell'orlo e del manico, e due frammenti 
di piccoli vasi di terracotta rossastra. 

F. PORNARI. 



(•) S. Reinach, Rép. Stat.* II, pag. 318, 9. 

( 2 ) Id., op. cit, I, pag. 604,2; II, pag. 240, 1; 241, 10; 243, 8; 656, 9; 671, 2; III, 
pag. 194, 2; 197, 3; 282, 6; IV, pag. 407, 5; 411, 3. 
(•) Cfr. Collignon, op. cit., p. 287 e segg. 



Notizi* Scavi 1916 — Voi. XIII. 24 



OSTIA — 176 — REGIONE I. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

LAT1UM. 



IV. OSTIA — Scavi eseguiti nell'area dell'antica città durante il 
mese di maggio. 

Gli scavi si svolsero in questo mese principalmente nella vasta isola compresa tra 
l'area sacra del tempio di Vulcano, il decumano, la via così detta della casa di Diana 
e la via normale a quest'ultima e al decumano. Sarà nondimeno opportuno che la 
completa descrizione di quanto in questa isola si osservò, sia rimandata al tempo in 
cui lo scavo ne sarà stato terminato. Ci limitiamo per ora a dire, che al pari, se 
non più di altre regioni della città, appariscono qui molteplici segni di rifacimenti e 
di successive mutazioni di edifici che rendono appunto necessario attendere la fine 
dell'esplorazione per sceverare e descrivere con sicurezza le successive costruzioni, 
e acquistare così di tutte una abbastanza chiara visione. 

Come già fu detto in altra relazione, il luogo era stato già frugato da precedenti 
e non molto remote esplorazioni, e questa ci portò due mali: scarsezza somma di 
trovamenti, e danni notevoli da riparare nelle antiche murature trattate da quegli 
scavatori con pochissimo o nessun riguardo. 

In uno dei locali di questa isola che si aprivano sul decumano ad un livello 
superiore a quello di un originario pavimento a mosaico, ma inferiore a quello di una 
soglia che corrisponde all'ultimo rialzamento della via. fu trovato un pavimento di 
lastre marmoree. Rovesciate quelle lastre, si vide, che due di esse erano iscritte. 

La prima è una grande tavola di m. 2,19 X 1,32. L'iscrizione la copre solo per 
circa una metà dell'altezza (m. 1,10); a diversa posizione si aprono tre fori, due in 
basso, uno in alto, destinati al passaggio di grappe metalliche. Questo particolare 
e le proporzioni alte e strette della tavola lasciano pensare che essa fosse ado- 
perata in un edificio di carattere sepolcrale, forse come una finta porta ( l ). L'iscri- 
zione è in belle lettere, alte mm. 85 nelle prime cinque linee, mm. 70 nelle due 
seguenti, mm. 55 nell'ultima. Attesa la perfezione dei caratteri, ne diamo qui una 
riproduzione. 



( l ) Cfr., per esempio, di iscrizioni su una porta marmorea di sepolcro, l'iscrizione di Chieti : 
Barnabei in Not. scavi, 1888, pag. 746; Grhislanzoni in Man. Lincei, XIX, pag. 582. 



REGIONE I. 



— 177 — 



OSTIA 



pavfidiopfi^qVir 

"FDRTF|tV FI D_If Ó RT I S 

pcfi1iivirq(aedil 

flam-romae-etavg 

flam^witi 

JB^STIANVS vEPICIITys 

evphrosyìwSanvaIiìvs 

• LIBERTI 




Linee 2-3 Aufidì Fortis p(atroni) c(oloniae) fil(io). 

La nuova iscrizione ci fa conoscere il figlio di un personaggio già a noi noto 
da altra iscrizione, Publio Aufìdio Forte patrono della colonia ('). Non y'è dubbio 
possibile sulla identificazione, perchè sono gli stessi quattro liberti che dedicano le 
due iscrizioni. Due di costoro, Faustianus ed Epictetus, sono gli stessi P. Aufidius 
Faustianus e P. Autidius Epictetus ricordati pure insieme in una iscrizione ; il primo 
come quinquennale, l'altro come questore del collegio dei mercatores frumentarii 

(') Notizie, scavi, 1910, pag. 103, e 1912, pag. 348. 



OSTIA — 178 — REGIONE I. 

di Ostia ( 1 ). Mentre la nostra iscrizione è quasi certamente sepolcrale, l'altra posta 
al padre è iscritta in una base, e perciò probabilmente onoraria. Uguale dimostra- 
zione di onore non potè forse la pietà dei liberti porgere verso il figlio che non aveva 
raggiunto l'alta posizione di patronus coloniae, e dovette perciò contentarsi di ono- 
rarne il sepolcro immaturamente aperto. 

La nuova iscrizione, al pari dell'altra di Autidio Forte, padre, non è esattamente 
databile; solo si può dire, che essa è posteriore a Tito, e, data la bella forma dei 
suoi caratteri, da ritenersi probabilmente entro i primi anni del secondo secolo d. C. 
È degno di nota il caso che di quattro flamines Romae et Augusti finora noti in 
Ostia ( 2 ) tre sono anche flamiaes divi Titi. 

Piccola lastra marmorea di m. 0,93 X 0,27, lettere alte m. 0,06. 
VRGVLANIA VENVSTINA 
HICDORMIT IN PACE 

L'iscrizione adopera una forinola usitatissima nella epigrafia cristiana ostiense, 
e, come lasciano ritenere anche i caratteri di età tarda, è da credersi piuttosto cristiana 
che giudaica. 11 nome Urgulania, nuovo per Ostia, appare oltre che in iscrizioni 
romane di liberti, per quanto io so, soltanto in Dalmazia (C. I. L. Ili, indices). 

La stanza adunque, entro cui questa e l'altra epigrafe erano state usate come 
lastre da pavimento, ebbe questo adornamento in epoca notevolmente tarda, quando 
già potevano rimuoversi dal posto originario iscrizioni sepolcrali cristiane difficilmente 
più antiche del III secolo. Né, come si è accennato, questo fu l'ultimo adattamento 
di quel locale, che la soglia della porta che in essa immette dal Decumano è rial- 
zata, e doveva a quel più alto livello corrispondere un battuto di terra. 



Tra gli scarichi che ancora occupano in parte la strada della casa di Diana 
furono rinvenuti i seguenti oggetti: 

Anellino d'argento a larga fascetta con una corniola incisa. Vi è rappresentata 
una barca carica di quattro anfore a larga pancia, in mezzo alla quale è un uomo 




Fio. 1. 
(tìg. 1). Nel campo al disopra delle figure sono tre lettere retrograde Q_VP proba- 

(') C. /• L. XIV, 161. L'iscrizione non è databile. Il Vaglieri a ragione esclude che possa 
esser riferita a P. Aufidio Faustiano la iscrizione 0. I. L. XIV, 303 (cfr. Not. icavi, 1910, pag. 103), 
che si è poi veduto spettare a P. Aufidio Porte padre (Not. scavi, 1912, pag. 348J. P. Aufidio 
Epitteto può essere identico con quello di cui si ha l'iscrizione sepolcrale in versi G. I. L. XIV, 636. 

(*) C.I.L. XIV, 373, 400, 4142 e la nostra iscrizione. 



REGIONE I. 



179 



OSTIA 



bilmente le iniziali dei tre elementi del nome del proprietario. L'incisione è piut- 
tosto rozza; il soggetto non potrebbe essere maggiormente ostiense. 

Manico in osso di coltello a lama fissa, a sezione rettangolare, liscio, terminato 
in forma di testa d'aquila di fattura molto buona. 

Lucerna in terracotta con la singolare figurazione del bue Api sul disco, avanti 
al quale è qualche cosa chejpuò essere o un piccolo edificio quadrangolare, ornato 
da pilastri riprodotto in minori proporzioni, o una tavola di libazione (fig. 2). Dietro 




Fio. 2. 

al bue sono due alte colonne con capitelli di forma singolare. Che si tratti proprio 
del bue Api, si deduce dal segno in forma di mezza luna sul fianco che era appunto, 
almeno secondo alcune delle tradizioni riportate dagli antichi scrittori, uno dei segni 
indicatori del sacro animale i '). 

Anche le architetture vogliono avere un tipo esotico, così come poteva imma- 
ginarlo o ricordarlo un disegnatore incolto. Se è un edificio quello posto avanti il 
bue, volle forse l'artista riprodurre la cella in cui il bue Api era ospitato in vita, 
mentre le colonne possono designare il celebre luogo di sepoltura degli Api, il Serapeo 
di Menfi. 

Porse può destare qualche meraviglia il fatto che dei figlili romani abbiano 
ricordato una vecchia e genuina divinità egizia, mentre per solito ai Romani non 
sembrano essere pervenute che alcune delle figure del culto egizio già pervase e 



(') Plin. Nat. Hist. Vili, 184; Aelian, Hitt. Anim. XI, 10 seg. 



OSTIA 180 — REGIONE I. 



trasformate dallo spirito religioso ellenistico, e apparve ripugnante il teriomorfismo 
della primitiva religione egizia ( l ). Ma anche nella nostra misera tradizione letteraria 
abbiamo notizie, che qualcho volta le antichissime e solennissime cerimonie del sep- 
pellimento dell'Api morto e della scelta del nuovo dovettero destare a Roma un 
particolare interesse. Così quando Tito assistette alla deposizione di un Api (*), o 
quando al tempo di Adriano tumulti sorsero in Alessandria per la questione del luogo 
ove doveva essere alloggiato un nuovo Api ( 3 ). In una di queste occasioni, o di altre 
simili a noi ignote, può essere stata fabbricata e posta in vendita la nostra lucerna 
che avrebbe avuto sapore di attualità, come spesso accadeva per le decorazioni di 
siffatti oggettini. 




Fio. 3. 

Dalle terre che si scaricano alla sponda del fiume si ebbe una fìbuletta di 
bronzo lavorata a traforo di forma singolare (fig. 3) costituita da tre girali che 
incontrandosi tra loro e con tre conchiglie vengono a t'ormare una figura circolare. 
L'ago mobile entro cerniera è ben conservato, la staffa è rotta. 

Di bolli figulini debbo ricordare un frammento di tegola con due bolli rettan- 
golari nuovi uno dei quali retrogrado: 



LOTO 



3INOÌ\ 



Due nuovi esemplari del bollo C. I. L. XV, 1514, permettono di darne più 
completa e sicura lezione: 

EX FIG A VICIRI MARTIA 

FEC PAP1RIV 

CAR 

li. Paribeni. 

(') Cfr. Cumont, Le religioni orientali nel paganesimo romano, trad. Salvatorelli, pag. 77 seg. ; 
Weber, Aegyptisch-griechische Gótter in IfeUenismus Groningen, 1912. 11 bue Api non si trova che 
raramente in monumenti greco romani così su alcune monete di Traiano, Adriano e Antonino Pio, 
coniato in Alessandria, Dattari, Numi Augustorum Alexandrini, 1182, 2006 e 2012; Coins of the 
lirit. .1/ 'ai- uni : Alexandria, nn. 808, 813, 1174, 1175, e in monete del nomos di Mentì e, cosa per 
noi di molto interesse, in rilievi in terracotta provenienti da una tomba ostiense: Monumenti del- 
l'Itt , VI, tav. 11, fig. A. 

( 2 ) Suet., Ttiu», 5. 

( 3 ) /list. Aug. fladrianuì, 12. 



REGIONE I. — 181 — SEZZK 



V. SEZZE — Statua marmorea ed avanzi di antiche fabbriche 
rimessi a luce nel territorio del Comune di Sezze, cioè nel territorio 
dell'antica Setta. 

Nell'aprile del 1915 ad alcune centinaia di metri dalla stazione ferroviaria di 
Sezze, a sinistra della via che porta al paese, in località « Casale acque vive » ese- 
guendosi alcuni lavori in una cava di prestito per la direttissima Roma-Napoli, in 
proprietà dei signori Zaccheo, vennero alla luce considerevoli avanzi di costruzioni 
antiche, parte in opera reticolata e parte in laterizio. Ma la scoperta più notevole fu 
quella di una statua in marmo. 

Nel marzo 191 <3, dovendosi continuare i lavori della cava, si sono eseguiti, con 
l'assistenza di un custode della Soprintendenza agli scavi di Roma, alcuni piccoli 
sterri, che hanno rivelato bensì alcune particolarità dell'antica costruzione, ma non 
sono stati sufficienti per poterci dare un' idea della pianta generale dell'edificio e 
della precisa destinazione degli ambienti scoperti. Si può dire solo che essi erano 
adibiti ad uso di terme, ma non è possibile stabilire se si trattasse di un vero e 
proprio edificio termale, o di una grande terma appartenente a qualche villa, di cui 
le altri parti si estendessero nelle adiacenze degli avanzi rinvenuti; poiché per lungo 
tratto, in questa località, appariscono tracce evidenti di considerevoli costruzioni antiche 
tuttora sepolte. 

L'ambiente più notevole per ampiezza è una camera quasi quadrata (misura nel- 
l'interno m. 7,22 X 7,08) costruita in laterizio. Intorno alle pareti è un rivestimento 
di mattoni che misurano m. 0,55 X 0,44. Sul piano del pavimento, coperto di 
grossi mattoni che misurano m. 0,63X0,54, sono alcuni piccoli muri a cortina di 
m. 1,46 X 0,30. rivestiti di mattoni simili a quelli delle pareti, fermati al muro con 
chiodi di ferro e grossa testa. Nel lato sud, in epoca più tarda, la camera fu ri- 
stretta con due massicciate di pietrame, in una delle quali e incavata una specie 
di piccola vasca rivestita di marmo. Verso il centro della camera è pure una costru- 
zione di forma ovoidale di epoca più tarda. Nell'interno dell'ambiente, a m. 1,78 
dal lato nord si è trovato pure un corridoio sotterraneo costruito in parte a cortina 
e in parte in reticolato, lungo m. 2,97, largo m. 0,88 e col pavimento coperto di 
grossi tegoloni. 

A sud di questo ambiente centrale e adiacenti ad esso sono gli avanzi di un 
altro ambiente rivestito nel pavimento e nelle pareti, da lastre di marmo di varie 
qualità e di vario colore. Forse si tratta di un frigidario. 

Intorno all'ambiente centrale si vedono muri formati da piccoli parallelepipedi 
di selce con ricorsi di mattoni ; ma le camere che essi formavano non sono sterrate, 
e perciò nulla è possibile dirne. 

Ad occidente di questo gruppo principale si è messo allo scoperto un piccolo 
ambiente absidato, costruito in mattoni. Intorno alle pareti sono disposti vertical- 
mente tubi di coccio a sezione rettangolare, collegati e coperti con malta e rivestiti 
di marmo, di cui rimangono tracce. L'abside è chiusa davanti da un muro intonacato. 



SftZZR 



182 



KBOIONE I. 



Il pavimento è formato di cocciopesto. In mezzo all'abside si apre un arco a tutto 
sesto della corda di m. 1,20, sotto del quale è un cuniculo che si estende sotto il 
pavimento. Si tratta evidentemente di un ipocausto. 

Presso a questo, a sud-ovest, è un altro piccolo ambiente absidato. Sul pavi- 
mento, coperto di mattoni di m. 0,60 X 0,53 X 0,05, posano diversi pilastrini 
(suspensurae) distanti uno dall' altro m. 0,80 e destinati a sostenere un pavi- 
mento superiore di cui restano tracce. Fra i pilastrini ed anche nel muro absidato 

sono mattoni tubolari a sezione rettangolare di 
m. 0,40 X 0,13 X 0,10. Intorno all'abside era uno 
strato di cocciopesto, che era rivestito con lastrine 
di marmo. 

Fra il terreno di scarico, che riempiva le 
varie parti dell'edificio, si sono rinvenuti un ca- 
pitello marmoreo di ordine corinzio, alto m. 0,37, 
due frammenti di capitelli dello stesso ordine, 
cinque rocchietti di colonne di granito bigio, e 
uno di colonna baccellata di marmo bianco, vari 
frammenti di intonaco colorato, uno dei quali a 
due strati, l'inferiore rosso e il superiore verde; 
alcuni frammenti di stucco e un frammento di 
mortaio in serpentino (m. 0.21 X 0,16 X 0,045) 
con robusta ansa. 

La scoperta più notevole, però, è, come ho 
detto, quella di una statua in marmo rinvenuta 
nel frigidarium, con la testa distaccata dal corpo 
(fig. 1). È lavorata in due pezzi ed alta m. 1,25. 
Rappresenta una figura femminile in piedi, vestita 
di un lungo chitone exomis cinto ai fianchi e di 
un himalion che copre la spalla sinistra; gira 
dietro la schjena e,' coprendo la parte inferiore 
della figura fino a metà delle gambe, termina sul 
braccio sinistro. Mancano tutto il braccio destro 
e la mano e l'avambraccio sinistro; i piedi sono 
rotti. I capelli, divisi da una riga centrale, si raccolgono ai due lati della testa in 
riccioli annodati dietro il vertice del cranio. Particolare notevole dell'acconciatura è 
un pezzo di stoffa che copre la parte centrale del cranio sotto il nodo dei capelli 
e pende dietro l'occipite. La gamba destra è spinta un poco indietro, la sinistra 
avanza leggermente. Nei fianchi vi è una piccola inclinazione della figura verso la 
destra dello spettatore, la testa invece è debolmente inclinata a sinistra. 

La mancanza di qualunque attributo, dovuta probabilmente allo stato in cui la 
statua è ridotta, non permette di dare una interpretazione sicura del soggetto rap- 
presentato. Verrebbe fatto di pensare, per esempio, ad una Musa o ad una Ninfa, ma 
in verità non sarebbe facile trovare argomenti decisivi in favore di alcuna attribu- 




Pig. 1. 



REGIONE I. 



183 



SBZZB 



zione, poiché i tratti generali delia figura non presentano particolarità che siano pro- 
prie di una data classe di esseri, e si ritrovano invece, con maggiori o minori varianti, 
in statue che rappresentano diversi soggetti. Vi sono infatti parecchie statue ('), che 
somigliano a queste di Sezze, benché nessuna, per quanto io sappia, possa dirsi una 
replica di essa. 

L'espressione del volto, l'acconciatura, la quale, sebbene non del tutto ignota 
al IV secolo, è comune specialmente nel periodo ellenistico e romano ( 2 ); l'atteggia- 




Fio. 2. 



mento ed il vestito ci inducono ad attribuire questa statua all'arte ellenistica avan- 
zata. L'impostatura del corpo, per altro, e la reclinazione della testa sono quelle 
caratteristiche dell'arte prassitelica ( 3 ) ; cosicché si deve pensare che la nostra statua 
sia un prodotto di quella corrente artistica che fece capo a Prassitele e durò nel 
periodo ellenistico ( 4 ). 

Insieme con la statua, di cui ci siamo occupati, si è rinvenuta anche la testa di 
una figura maschile in cui si può riconoscere Apollo. Due scheggio vi deturpano il 
naso ed il mento, e nella parte posteriore del capo è un profondo taglio. La testa 
misura in altezza m. 0,28. La forma della fronte, la capigliatura, in riccioli ser- 



(*) Sceglierò solo qualcuno dei molti esempi che si potrebbero addurre di figure che offrono 
somiglianze di atteggiamento e di vestito con la nostra statua, non tenendo conto dei soggetti rap- 
presentati: Reinach, Rép. de la staf, II, 306, 8 ; 659,1; 661,«; 676,8; III, 192,9,10; 193,1; 196,10; 
197,9; 199,7; IV, 179,8. 

(') Clr. Furtwaengler, Gollect. Sabouroff, notice pi. 22 ; e S. Reinach, Recueil de tHes an- 
tique», pag. 147 seg. 

( 3 ) V. le caratteristiche dello stile di Prassitele riassunte da Loewy, Scultura greca, pag. 85. 

(*) Per la continuazione della scuola prassitelica nell'arte ellenistica alessandrima, cfr. Bull. 
Corti. 1897, pag. 138 segg. (Amelung), e poi Gollignon, Scopa» et Praxitele», pag. 103 seg. 

Notizi» Soavi 1»1C — Voi. XIII. 25 



VENOSA 



184 



REGIONE II. 



peutini divioi iu mezzo da ima riga, la severità che si è voluto imprimere a questa 
testa, ricordano l'arte del V secolo av. Cr. ; ma la espressione degli occhi ed una 
certa morbidezza delle guance attestano che lo scultore conosceva già l'arte del IV 
secolo. Cosicché io credo che la testa di Sezze ci conservi la copia di uno dei tanti 
tipi del quinto secolo rimaneggiati nell'arte ellenistica. 

F. Fornari. 



Regione II {A PULÌ A). 

VI. VENOSA — Iscrizioni latine dell'agro di Venosa raccolte e con- 
servate in Rionero in Vulture dall'on. Giustino Fortunato, Senatore del 
Regno. 

La prima è la parte superiore di un titolo funebre di (m. 0,45 X 0,31) in let- 
tere alte m. 0,05, e dice: 



L • I V L I VS 


CANDIDVS 


VIXITAN XX 


TI IVLIVS 


ARCAS • ET 


IVLIA- LEVC 



Fu rinvenuto in Monticchio (tenimento di Atella, provincia di Basilicata), propria- 
mente presso il Casale di S. Andrea di Statigliano. 

La seconda è in lastra iscritta di m. 0,63 X 0,46 in lettere alte da m. 0,05 a 0,04, 
e vi si legge: 

D M 

LANICIOPRI 

VOLVPTAS 

CONLIBERTA 

B • M- VIXIT[ 

ANNXXXXME 

P 



Fu ritrovata in Morbano. presso i ruderi di un' antica badia basiliana, su in 
alto alla destra del rivolo del Lapilloso, in tenimento di Venosa. 

3. Stele sepolcrale frammentata che nella parte superiore assume la forma in 
rilievo del busto del personaggio defunto, vestito di toga. Monumenti simili, superior- 
mente terminati in forma di busto, si rinvengono con una certa maggior frequenza 



REGIONE II. 



— 185 — 



VENOSA 



nelle prorincie romane del Danubio per lo più in lapidi poste a soldati La nostra 
stele fu trovata sulla Serra, ad oriente di Atella, donde provenne il sarcofago con la 
scena del ritrovamento di Achille tra le figlie del re Licomede, ora nel Museo di Na- 
poli (Guida, ed. Ruesch, n. 291). Dell'iscrizione rozzamente incisa restano le lettere: 




É 



Celle ... | /ws .... | meis — i dulcis 



rogo 



L'ultima parola fa pensare che l'iscrizione contenesse una delle formule usitate 
per scongiurare la profanazione della tomba. 



CCRINGA — 186 — REGIONE III. 



Regione III (LUCANIA ET BRUTTI!) . 

BRUT TU. 

VII. CURINGA (Prov. di Catanzaro) — Tesoro di monete greche ar- 
caiche rinvenute nel territorio del Comune. 

Nell'aprile del 1916, procedendosi dalla Federazione delle società cooperative di 
Ravenna, a lavori di bonifica e sistemazione di terreni tra i fiumi Angitola e Tur- 
rina, taluni operai s' imbatterono, in prossimità della stazione ferroviaria di Curinga. 
in contrada Serrone, in una pentola fittile, la quale racchiudeva poche centinaia di 
monete greche arcaiche di argento ('). Come suole accadere in simili incontri, una 
parte delle monete andò tosto dispersa. Invocato da me l'intervento energico della 
R. Prefettura di Catanzaro, si potè miracolosamente salvare una parte ragguardevole, 
certo la maggiore, del ripostiglio. Dopo varie pratiche pervennero alla Soprintendenza 
degli scavi di Calabria n. 192 pezzi di argento, derivanti da 5 distinti reparti, in 
uno dei quali si era anche infiltrato un insignificante logoro bronzo romano, in sosti- 
tuzione di qualche pezzo d'argento sottratto. Mi consta che altre monete sono ancora 
in mano di contadini calabresi, dai quali non ci fu modo di trarlo; ma trattasi di 
assai piccole partite. In complesso si hanno fondate ragioni per credere che le auto- 
rità sieno entrate in possesso di circa V3 ^ ripostiglio, il che va considerato come 
risultato assai soddisfacente. E poiché di tesoretti monetali calabresi, che io sappia, 
quasi mai si è dato conto, ritengo opportuno dare qui un breve ragguaglio di questo 
di Curinga, che però sarà oggetto di una mia più diffusa illustrazione in altra sede. 

1) Metapontum. Stateri incusi arcaici colla spiga, stretti e larghi, tutti del 
periodo 550-480, n. 71. 

Si hanno molte varietà nella ubicazione e nello sviluppo della leggenda, come 
nella forma delle lettere; tre esemplari presentano il raro simbolo della lucertola. 
Del resto nulla di speciale. 

2) Sybaris. Stateri incusi col bove, n. 4, emessi ante a. 510. Leggenda sopra 
e sotto il bove. In uno, al disopra del bove, figurina di locusta. 

8) Croton. Stateri arcaici, larghi e stretti del periodo 550-480, n. 72. 
Nella stragrande maggioranza sono col tripode a rilievo ed in cavo sulle due facce ; 
anche qui si notano molte varietà quanto a forma, lunghezza ed ubicazione della 
leggenda. I simboli sono: la gru, il granchio, la lira, il polipo ed il delfino (in ra- 

(*) I giornali fantasticarono, come al solito, di grande quantità di monete e di ingenti valori. 
Pare in realtà che il loro numoro si aggirasse intorno ai 300 pezzi o poco più. Il sig. Pisa, rap- 
presentante della Federazione romagnola, si adoperò lodevolmente, affinchè il nucleo principale di 
11. 153 pezzi, portato in Romagna venisse consegnato alle autorità, che ne facevano ricerca. 



SARDINIA. — 187 — IGLESIAS 

rissimi esemplari). Un pezzo molto logoro presenta nel Ifr 1» leggenda: o^9/3T, ed 
è raro pezzo di alleanza con Temesa. Due altri di conio stretto portano nel H l'aquila 
incusa. 

4) Gaolonia. Stateri tatti larghi, incusi, arcaici del periodo 550-480 colla 
figura di Apollon Katharbios sorreggente una figurina (Typhon?) sul braccio, n. 45. 
Sono copiose le varianti nella leggenda, qualche volta retrograda, ed in nove esemplari 
ripetuta anche nel J). Mai che io sappia sono apparsi in tanta quantità stateri larghi 
di Caulonia, relativamente rari, ed in ogni caso assai meno frequenti di quelli stretti 
del periodo immediatamente successivo. 

Il ripostiglio di Curinga non rivela pezzi nuovi, né insigni, né di rarità speciale; 
tuttavia nella sua composizione rigorosamente arcaica costituisce un complesso rag- 
guardevole, ed a limiti ben definiti. Si vede che il numerario della piccola, ma florida 
Caulonia, competeva sui mercati brettii con quello delle straricche Croton e Meta- 
pontum. Tenuto conto della circolazione relativamente lunga delle monete e della loro 
piuttosto buona conservazione sono inclinato a credere che il peculio sia stato nascosto 
verso la metà del sec. V. 

P. Orsi. 



SARDINIA. 

Vili. IGLESIAS — Frammento di un nuovo miliario della via ro- 
mana da Carales a Sulcis, rinvenuto in regione Gorongiu. 

Nella regione indicata col nome di Corongiu, posta poco lungi da Iglesias, alle 
falde del monte Sanlu Miali, si rinvengono molto frequentemente, durante i lavori 
agricoli, tracce di antichi edifici di età romana, e modeste tombe con suppellettile 
vascolare e monete, per lo più in bronzo, di età imperiale romana. 

In una recente visita a quella località, che vi fece il solerte ispettore onorario del 
circondario di Iglesias, signor Salvatore Pistis, egli potè recuperare un frammento di 
lapide in trachite, venuto in luce durante i lavori campestri e che egli potè sottrane 
dalla dispersione, assicurandolo con generoso dono alle raccolte del Museo. 

L'iscrizione, per quanto frammentaria, non è priva d'interesse, specie dal lato 
topografico, per lo studio del percorso di un' importante arteria stradale di età romana. 

La pietra inscritta è un frammento di miliario, cioè una parte esigua della colonna 
originaria, che misura la larghezza di m. 0,47 e l'altezza di 0,24. Non rimangono 
che due sole linee di lettere, alte m. 0.10. La pietra è trachite biancastra, molto 



1GLESIA8 — 188 SARDINIA 

compatta, ma le lettere, per quanto profondamente incise sono alquanto smussate per 
l'azione del tempo e Je>,'li urti che ebbe la pietra. 11 frammento dice: 



SVLC1S VETVS 
RVPTAM R E 



Data la ubicazione del rinvenimento, e l'attestazione dell'epigrafe, il supplemento 
che ritengo solo possibile è il seguente: 



viam quae ducit Karalibus) Sulcis vetus(tate 

cor)ruptam restituii o restituerunt. 

La via da Carales a Sulcis. della quale non abbiamo notizia nell'itinerario e 
neppure negli antichi scrittori, ha però lasciato chiare testimonianze negli avanzi 
monumentali e nelle iscrizioni miliarie. Essa dovette essere non solo fra le più antiche, 
ma anche fra le più importanti dell'isola, cougiungendo due grandi centri cittadini, 
capoluoghi di territori vasti e ricchi, di antica origine punica, elevati a dignità mu- 
nicipale, sedi di autorità politiche e militari, ed entrambe porti frequentati e scali 
commerciali. È facile quindi comprendere che fossero state congiunte da strade rego- 
lari che assicurassero la loro comunicazione sia tra di esse sia coi rispettivi territorii 
di cui erano i capoluoghi. 

Resti monumentali di questa strada romana sono il ponte romano di Decimo 
manna, sul Rio Mannti, ed un tratto notevole di massicciata stradale tra S. Antioco 
e S. Giovanni Sergiu, presso il cordone litoraneo ed il ponte che congiungono 
l' isola di S. Antioco alla Sardegna. Indizii dell'esistenza della strada si debbono 
anche ritenere i nomi di Decimo, che ancora si conservano nei due villaggi, tra loro 
vicini, di Decimomannn e Decimoputzu, a 10 miglia da Carales. Oltre a questi indizii, 
a determinare il percorso della strada si avevano le lapidi miliarie, fràmmentaree di 
Eìmas (Regione Sugastiu di Spunteddus, 0. I. L. X, n. 8002); quelle di Assemini 
(ib. X, nn. 8003 e 8004), e le tre di S. Maria di Plumentepido, nel Sulcis (ib. X, 
nn. 8005, 8006 e 8007). 

Per qualche altro tratto del percorso si avevano alcune notizie di numerose 
tombe di età imperiale romana, rinvenute in regione Berlingieri, presso Siliqua, a metà 
della vallata del Cixerri e che potevano indicare la presenza di un pago, lungo la 
via romana. Ma da Siliqua in avanti le tracce si perdevano, per quanto le spora- 
diche scoperte di Corongiu, già ricordate, facessero pensare ad un altro centro di 
abitazione romana, fatto sorgere dalla presenza della strada. 

La scoperta del miliario, per quanto in frammenti, avvenuta a Corongiu, fissa 
in modo sicuro il percorso della strada da Carales a Sulcis; essa dunque risaliva tutta 
quanta la valle del fiume Cixerri, facendo una stazione presso Siliqua; poi, avvici- 
nandosi al monte di S. Miali, presso Iglesias, ne girava le falde settentrionali rag- 



SARDINIA — 189 — IGI.ESIAS 



giungendo la valle del Flumentepido, che seguiva sino al litorale raggiunta proba- 
bilmente a PaHngianu. Da questa località seguiva a breve distanza il mare, toc- 
cando Matzaecara, ove restano gli avanzi di edifici termali ed anche colonici e poi, 
dopo S. Giovanni Sueigiu, si gettava sul cordone littoraneo, accostandosi così all'isola 
Sulcitana, raggiunta mediante un ponte di cui si possono indovinare i resti entro le 
basi del ponte moderno. 

All'interesse topografico acquisito col recupero della lapide miliaria non possiamo, 
per lo stato del frammento, aggiungere quello storico ed epigrafico, poiché mancano 
i nomi dell'imperatore costruttore e riparatore della via e del magistrato che sopra- 
intendeva ai lavori viarii. Ed anche dallo studio degli altri miliarii della stessa via 
ci vengono notizie varie, che non danno luce sicura per completare il testo del mi- 
liario di Corongiu. 

Diffatti, il miliario di Flumentepido ha il nome dell'imperatore Vespasiano 
ed è datato dall'indicazione del li consolato all'anno 70 d. C. ; ma non abbiamo 
alcuna indicazione se la via sia stata costruita o soltanto riparata sotto queir impe- 
ratore. Dobbiamo però osservare che il miliario di S. Andrea, presso Assemini 
(C. /. L. X, n. 8004) e probabilmente anche quello della chiesa di quel borgo, accen- 
nano che l' imperatore Nerva Traiano, in un anno che non possiamo precisare per 
l'abrasione della cifra della Trib. Pot., aveva riparata la via vetustate corruptam. 
Ora l'intervallo di tempo tra il regno di Traiano, 98-117 d. C, ed il periodo in cui 
Vespasiano dedicò le sue cure alla strada da Garales a Sulcis (a. 70 d. C.) mi pare 
un poco ristretto, perchè nel miliario di Traiano si debba parlare di via vetustate 
corruptam ; per altra parte noi sappiamo bene che Vespasiano aveva riparata anche 
la via da Garales a Turris Libisonis, come si apprende dai miliarii di Macomer 
(Corpus X, nn. 8023 e 8024), i quali ricordano che Vespasiano, nell'anno 74 refecit 
et restituii, per mezzo di Sesto Rubrio Deitero, la grande via che attraversava l'isola 
da settentrione a mezzodì. Può quindi ritenersi che anche la via da Carales e Sulcis 
esistesse da gran tempo e che avesse avuto riparazioni sotto il regno di Vespasiano 
e più tardi altre ne richiese sotto Traiano. Tutto anzi fa supporre che fosse una 
grande arteria d' impianto consolare, una via repubblicana che sostituì la più antica 
via fenicio-punica, o quella dei prischi abitatori nuragici, i quali senza dubbio sol- 
carono la loro terra di sentieri, ancora oggi seguiti dai commerci e traffici interni e 
pastorali. 

La grafia dell' iscrizione di Corongiu, con lettere grandi ma ineguali e trascurate, 
può corrispondere all'età di Traiano, e si avrebbe anche il confronto della eguale 
dizione : vetustate corruptam, che troviamo nel miliario citato di Assemini, dell' im- 
peratore Traiano. 

Ma l'iscrizione di Elmas, che pure ha l'accenno di una opera di riparazione 
vetustate corruptam, ha da alcune tracce di lettere fornito argomento a leggere il 
nome di Caracalla . . . pii felicis Augusti, Hadriani abnepotis (C. I. L. X, n. 8002). 
Quanto poi all'iscrizione che si trova nella tettoia della chiesetta di Flumentepido, 
ha l'accenno dell'operazione riparatrice al plurale: reslituer(unt), e quindi suppone 
la cura data sotto un regno di due o più imperatori, come nella via da Carales a 



IGLBSIAS — 190 — SARDINIA. 



Turres, il miliario di Monastir (n. 8010) ricorda il ristauro fatto da Caracalla e 
Geta, viam muniri iusserunt ; e nella via da Carales ad Olbia, il miliario di Tolti 
(n 8033) ricorda la riparazione fatta da P. Licinio Valeriano e da P. Licinio Egnazio; 
e così anche altri miliarii delle varie arterie stradali. 

E adunque incerto a quale imperatore ed a quale epoca debba riferirsi il ristauro 
ricordato nel nuovo miliario di Corongiu. Resta però sicuro che esso si riferisce alla 
via condotta per la valle del tìuine Cixerri e del rio Flumentepido da Carales a 
Sulcis, con un percorso alquanto lungo, ma che non offriva grandi dislivelli, mante- 
nendosi quasi sempre in piano ed alle falde di monti. Il miliario che indica la strada 
nel punto in cui si avvicinava al posto dove ora è Iglesias, si riferisce ad un rifa- 
cimento della strada stessa, che possiamo attribuire o a Vespasiano o a Traiano od 
a Caracalla. Le scoperte di monete di età repubblicana nelle necropoli di Siliqua e 
nelle tombe di Corongiu ci permettono di supporre che la via tra i due municipii 
romani fosse stata condotta sino dall'età repubblicana, che già al tempo di Vespa- 
siano avesse quindi bisogno di lavori di restauro, rinnovati sotto Traiano, sotto 
Caracalla e poi forse sotto Valeriano. Più sicura ipotesi non ci consente il modesto 
frammento. 

Antonio Taramklli. 



REGIONE VI. — 191 — TERNI 



Anno 1916 — Fascicolo 6. 



Regione VI (UMBRIA). 

I. TERNI — Scoperta di antichi sepolcri nella contrada « S. Pietro 
in Campo >, presso la stazione ferroviaria di Terni. 

Il rinvenimento fortuito di antichi sepolcri avvenuto alcuni anni or sono in Terni 
nella contrada S. Pietro in Campo per la costruzione dell'officina poligrafica Aite- 
rocca che il benemerito Ispettore degli Scavi di quel Mandamento, prof. cav. L. Lanzi, 
non potè seguire con quella diligenza che egli avrebbe desiderato a causa della sua 
malattia, alla quale seguì poi la sua morte ('), indusse la Direzione del Museo Na- 
zionale di Villa Giulia a far eseguire alcune ricerche in quella zona di terreno situata 
a sud dell'officina anzidetta e compresa fra la via Cornelio Tacito, il villino Tacchi (*) 
e lo stabile di proprietà Ternani ( s ) (fig. 1). 

1 lavori incominciati il 5 giugno 1911, sotto la sorveglianza del bravo soprastante 
sig. Natale Malavolta, si protrassero fino al 30 settembre di quell'anno con una inter- 
ruzione di 43 giorni, ed i risultati di essi furono abbastanza notevoli sia se si consi- 
derano dal lato archeologico sia da quello topografico ( 4 ). 

Furono messe in luce ben 49 tombe ad inumazione appartenenti a un denso se- 
polcreto al quale dovevano riferirsi i gruppi Alterocca e Tacchi scoperti in precedenza 
e la cui estensione, che io suppongo abbastanza vasta, credo sarebbe possibile deter- 
minare allorché si volessero intraprendere in quella contrada ulteriori ricerche ( 5 ). 

(') Notine degli Scavi, 1914, pag. 3. 

(') Nella costruzione del villino del dott. G, Tacchi furono già notate dal Lanzi le tracce di 
sei sepolcri ad inumazione di cui egli fece cenno in Notizie, 1907, pag. 648 e segg. 

(») Notizie, 1914, pag. 9. 

(*) I rilievi, le fotografie e i disegni riprodotti in questo Eapporto sono stati eseguiti dal 
sig. 0. Ferretti, disegnatore al Museo Naz. di Villa Giulia. Fanno eccezione le figg. 11-11M2-14- 
15-17 e 36 riprodotte dai disegni dell'Ardi, sig. Giorgio Wenter-Marini. 

(*) Più tardi, sullo scorcio del 1912, nel cavo di fondazione dello stabile di proprietà dei 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 26 



TERNI — 192 — REGIONE VI. 



Come già fu accennato nel mio precedente rapporto intorno alle ultime scoperte 
fatte nello stabilimento delle Acciaierie, i sepolcri di « S. Pietro in Campo » e le sei 
fosse sporadiche tornate in luce nell'ambito dello stabilimento stesso (') doverano 
riferirsi allo stesso periodo di civiltà specialmente caratterizzato da una ceramica indi- 
gena d' impasto scuro, riproducente forme e tipi di vasi greco-orientali, comunemente 
assegnati al periodo tra il VII-VI sec. av. Cr. 

Nessuno dei sepolcri diede vasi d' importazione, e rarissimi furono quelli che 
contenevano qualche esemplare con decorazione dipinta del così detto stile italo-geo- 
metrico. 

A causa della formazione geologica della conca Ternana, la quale non prestavasi 
alla escavazione di camere sepolcrali o di fosse con loculo coperto da volta, che in 
tutta la Bassa Etruria, nella Sabina e nella stessa Umbria costituiscono il tipo ca- 
ratteristico dei sepolcri di quel tempo, si continuò quivi a seppellire in semplici fosse 
dando loro dimensioni alquanto maggiori delle consuete allineile vi si potessero conve- 
nientemente collocare la numerosa suppellettile e le armi appartenenti al defunto (*). 

Tali fosse avevano la pianta rettangolare rare volte stondata nei lati brevi, e il 
loro riempimento in generale venne effettuato col medesimo materiale estratto dal 
cavo, cioè humus e sedimento alluvionale; eccezionalmente vi si aggiunsero ciottoli 
fluviali o rozze pietre di cava quivi appositamente trasportate. 

L'orientazione delle fosse, salvo poche eccezioni, è quella da oriente ad occidente 
e la loro disposizione irregolarissima, come quella della necropoli più arcaica delle Ac- 
ciaierie, dimostra che l'escavazione dei sepolcri non era coordinata a nessun piano, 
come ad alcuni parve ravvisare, ma, al contrario, era rimessa all'arbitrio del fossore. 

Alla profondità di circa 1 m. dall'attuale livello del terreno, in corrispondenza 
cioè del piano di campagna coevo al sepolcreto, furono rinvenuti sopra le tombe 15, 
24, 27 e 34 alcuni ciottoli che emergendo dal piano stesso dovevano servire molto 
probabilmente al riconoscimento di quei sepolcri. Sovrapposto alla fossa indicata in 
pianta col n. 11 si trovò, invece, un lastrone di gì andi dimensioni — specie di rozza 
stele funeraria — largo e lungo 1 m. circa e spesso 20 cm. 

11 cumulo di pietre distinto sulla pianta d' insieme col n. 8, nonché altri gruppi 
di minori proporzioni, rinvenuti in punti diversi della zona scavata, non erano, vice- 
versa, sovrapposti ad alcun sepolcro. Evidentemente quel materiale fu distribuito qua 



signori Battistoni ed Alessiani vennero in lnce altri 4 sepolcri indicati Boi nn. 51, 52, 53 e 54 (flg. 1), 
la cai suppellettile andò in parte perduta per l'incuria degli operai clic erano addetti a quei lavori. 
Notevole il sepolcro 51 la cui estremità occidentale alquanto allargata e rotondeggiante accoglieva 
l'abbondante corredo fittile che si trovò circondato e protetto da grossi ciottoloni. 

(•) Notizie, 1914, pag. 28. 

(*) La tomba 44 presentava una cavità semicircolare sulla parete corrispondente alla sinistra 
del cadavere, ed aveva tutte le caratteristiche di un loculo votivo; ma non essendovisi trovato alcun 
oggetto si dovè ritenere essere quella una buca servita per la piantagione di un albero. 

Allo stesso scopo deve aver servito la grande buca cilindrica di 80 cm. di diametro e pro- 
fonda m. 1,35, rinvenuta in prossimità della tomba 45. 




PM 






TERNI 



- 194 



REGIONE VI. 



e là per la necropoli per comodità di coloro che dovevano poi servirsene nei vari 
seppellimenti. 

Gli scheletri si trovarono in complesso discretamente conservati e giacevano 
supini, colle braccia distese lungo i fianchi : soltanto in alcuni casi una delle mani 




Fig. 2. — Tomba 49. 



o tutte e due si trovarono sovrapposte alle pelvi. Fa anche eccezione il sepolcro 49, 
(fig. 2), il cui scheletro aveva l'avambraccio sinistro ripiegato obliquamente attra- 
verso l'addome. 

Il cadavere si trovò generalmente deposto presso l'estremità orientale della fossa, 
ma qualche volta fu collocato quasi aderente ad uno dei suoi lati lunghi (tombe 23 ; 
48, tìg. 3), o dentro una incassatura profonda circa 10 cm. scavata nel fondo della 
fossa stessa, come nella tomba 4. 

Nelle tombe 32, 35, 43 e 45 non si rinvenne alcuna traccia dello scheletro 
perchè completamente distrutto: nella 43, anzi, oltre alla mancanza assoluta di qual- 



REGIONE VI. 



— 195 — 



TERNI 



siasi traccia scheletrica, non vi si raccolse nessun oggetto di corredo. Questa fossa si 
trovò ricolma di quella stessa arena giallognola che costituisce il sedimento alluvio- 
nale sovrappostosi alla necropoli; e ciò, mentre è cronologicamente importante per 
lo studio stratigrafico del terreno e per la storia del sepolcreto, ci spiega chiaramente 




Fio. 3. — Tomba 48. 



come la fossa stessa, che doveva servire come seppellimento, non fu potuta più utiliz- 
zare a causa dell'alluvione che ne determinò la colmata ('). 



( x ) Le tombe 36, 38 e 40 furono danneggiate dalle coltivazioni che ne scomposero gli sche- 
letri e causarono la dispersione di una parte del materiale. 



TERNI 



196 — 



REGIONE VI. 



Tombe di uomo. 

Non essendo facile stabilire con esattezza quante e quali fossero le tombe ap- 
partenenti ad individui maschi, parlerò soltanto di quelle che contenevano armi e 
che deve ritenersi si riferiscano a quel sesso. 

Esse sono in numero di 16, tredici delle quali di adulti. Le altre tre, distinte 
coi numeri 4. 7 e 47, sono invece di adolescenti i quali fin da allora sembra venis- 




Fig. 4. — Tomba 39. 

aero addestrati all'uso delle armi. Di piccole proporzioni erano, infatti, i loro sche- 
letri che misurati con scrupolosa esattezza diedero rispettivamente m. 1,14, m. 1,32 
e m. 1,20 di lunghezza. 

Ai piedi di ciascuno scheletro, distribuite in una o due file, si raccolsero fino 
a 13 cuspidi di lance di ferro, tutte colla punta rivolta verso il lato occidentale 
della fossa (cfr. t. 39, tìg. 4). La maggior parte avevano anche il pugnale, e questo 
era per lo più situato presso il fianco sinistro del cadavere ( J ), e talvolta disposto 



('] Nella tomba 39, sopra citata, il pugnale era stato deposto a destra del bacino. 



REGIONE Vi. 



— ;197 — 



TERNI 



obliquamente sopra il ventre. Meno frequente era invece il coltello deposto anch'esso 
a sinistra del cadavere, talora al fianco, altre volte presso i piedi. 

Due tombe diedero anche il cultro lunato di bronzo: la 34 e la 50 ('). In questa 
fu collocato in corrispondenza della clavicola destra, in quella dentro una ciotola che 
era stata posta tra i piedi del cadavere. 

Le tombe 7 e 18 restituirono due oggetti singolari, forse pomi di bastone: l'uno 
di terracotta con tre teste barbate a rilievo, posanti su cannula cilindrica forata tra- 
sversalmente, rinvenuto dietro al cranio (fig. 5), l'altro sferiforme, di pietra grigia, 
coi resti del perno di ferro che doveva fissarlo all'asta, trovato ai piedi del defunto. 




Fig. 5 — Tomba 7. 



Tombe di uomo diedero altresì fibule, torques, catenelle, cerchi, anelli, pendagli 
e braccialetti. 

Tombe di donna. 

Notevoli i sepolcri 36 (fig. 6), 37 (fig. 7), 42, 46 (fig. 8) e 48 (fig. 9) per 
alcuni pendagli-sigilli di avorio, ornati con figurine di animali a rilievo e per l'ab- 
bondanza, la varietà e la disposiziene delle fibule che nella tomba 46 raggiunge 
vano il numero di sedici, dieci delle quali grandissime, con arco a foglia e scu- 



(') Come già fa detto, i sepolcri rinvenuti furono 49, ma essendo stato dato sul « Giornale 
degli scavi » il n. 8 ad un mucchio di ciottoli di forma rettangolare, che si suppose dovesse costi- 
tuire il riempimento di una tomba — cosa che non si avverò — così la numerazione del « Giornale » 
stesso arriva fino al 50. 



TERNI 



— 198 — 



REGIONE VI. 



detto (') adorne di punteggiature sbalzate, distribuite in doppia fila dal mento ai 
malleoli del defunto. 

Fibule a navicella con globetti laterali ed a lunga staffa, lisce od ornate di 
linee incise o con dischetti d'ambra inseriti nell'arco, si trovarono un po' dappertutto : 




Fio. 6. — Tomba 86. 



in vicinanza del cranio, sulle clavicole, sul petto, ai gomiti, ai polsi, sul bacino, 
presso i femori, vicino alle ginocchia, ai piedi del cadavere. 

Oltre ai pendagli di avorio, di cui già si è accennato, se ne ebbe uno di pasta 
egizia, altri metallici in forma di bulla e di cuspide di freccia, altri costituiti da 

(*) Quantunque di tecnica diversa è importante il fatto della persistenza nella regione Ter- 
nana di questo tipo di fibula che non è altro che una reminiscenza di quello più comunemente 
rinvenuto nella necropoli arcaica delle « Acciaierie ». Ricorda altresì uno dei tipi più arcaici di 
quella necropoli la fibula ad arco di filo formante tubetti spiraliformi paralleli, compita da scudetto, 
della tomba 36 e riprodotta colla fig. 26. 



REGIONE VI. 



— 199 — 



TKRNI 



tubetti spiraliformi di filo eneo .0 da un dente di cinghiale con rivestimento di filo 
di bronzo da cui pendevano graziose catenelle. 

Facevano parte della suppellettile muliebre: braccialetti, catenelle, torques, 
anelli, ganci, fermagli e placche per cinture, rocchetti e fusaruole. 




Fia. 7. — Tomba 37. 



Quest'ultime si trovarono in 17 sepolcri e se ne raccolsero fino a tre per sepolcro: 
vicino alla testa, sul petto, ai gomiti, in prossimità delle mani, alle ginocchia ed ai 
piedi del cadavere. Meno frequenti erano invece i rocchetti i quali ci furono resti- 
tuiti soltanto dai sepolcri 14 e 15. Furono deposti sempre ai piedi del cadavere, ed 
in quest'ultimo sepolcro se ne rinvennero dodici, tutti quanti aggruppati presso il 
piede sinistro. 

Notizib Scavi 1916 — Voi. XIII. 27 



TERNI 



— 200 — 



REGIONE VI. 



La cintura pare non fosse comune alle tombe dei due sessi, perchè tranne che 
nella tomba 23, di sesso incerto, tutte le altre furono rinvenute in tombe muliebri 
e cioè in quelle indicate nella pianta (fig. 1) coi numeri 9, 21, 36, 37, 41, 44, 46 
e 51 (')• Dalla disposizione dei ganci e dei fermagli relativi si potè stabilire cbe 
essa, in luogo di cingere i fianchi del cadavere, venne più comunemente distesa lon- 
gitudinalmente sopra la salma. In alcuni sepolcri furono deposte sul cadavere persino 




Fio. 8. — Tomba 46. 



due di queste cinture, l'una parallelamente all'altra, quasi avessero avuto l'ufficio di 

proteggere il cadavere stesso. 

* 

Il corredo fittile si trovò distribuito quasi sempre in determinati punti rispetto 
al cadavere: posteriormente od a lato del cranio, ma più specialmente ed in mag- 
giore quantità aggruppato in quello spazio compreso tra i piedi del cadavere e la 
parete occidentale della fossa (*); ora attorniato da pietre disposte a semicerchio 
(tombe 13, 16), o formanti uno spazio triangolare (t. 20) addossate alla parete stessa; 



(') Tre sono i tipi di cintura adottati: a) cintura a fermagli ondulati di filo di bronzo che è 
il tipo più comune (t. 9, 21, 36, 37, 41, 46 e 51); b) idem, a fermagli quadrangolari in lamina di bronzo 
ornati di grossi bottoni a capocchia sferica (t. 44); e) idem, come i precedenti e con placche 
ornamentali a traforo (t. 23). 

(*) I fittili di grandi dimensioni, quali l'olla d'impasto rossastro ed il vaso di forma villano- 
viana furono sempre deposti ai piedi del cadavere. 



REGIONE VI. 



— 201 — 



TERNI 



ora circondato interamente e protetto da grandi ciottoloni disposti in più serie come 
nella tomba 15. Facevano eccezione le tombe 23 e 48 nelle quali il vasellame fu 
collocato lateralmente al cadavere e distribuito su tutta la sua lunghezza. 

Sono comuni ai sepolcriMei due sessi la grande olla, il vaso imitante le forme 
dell'ossuario villanoviano, Yoinochoe, l'olletta con o senza coperchio, la ciotola, il 
kantharos, la tazzina, l'attingitoio e il lebete in lamina di rame. 




Pio. 9. — Tomba* 48. 



In due tombe di uomo si rinvenne altresì la fiaschetta, in qualche altra il piat- 
tello, e soltanto in alcune tombe di donna lo skyphos. 

Sembrandomi superfluo dare qui una descrizione particolareggiata della forma di 
ciascun vaso, per noti essere obbligato a ripetere quello che è stato ampiamente detto 
nel catalogo dei sepolcri posto in fine alla presente Nota, ho creduto invece conve- 
niente parlare, sia pur brevemente, del genere di decorazione adottato pel vasellame 
di produzione locale e che può essere distinto nei quattro tipi seguenti: 



TERNI — 202 — REGIONE VI. 

a) decorazione a rilievo, costituita da listelli o cordoni, da baccellature e da 
protuberanze ; 

//) decorazione eseguita a fresco, cioè prima della cottura del vaso, col sussidio 
del tornio, formata di solcature orizzontali più o meno larghe e profonde e da stec- 
cature fatte a mano; 

r) decorazione granita, riempita in origine di ocre rossa, per lo più consi- 
stente in zone a disegno geometrico e qualche volta a puntini, a motivi floreali e 
a rozzi quadrupedi; 

d) decorazione scalfita, anch'essa a disegno geometrico e a figure di animali. 

Olle. Le più grezze sono del tipo pubblicato dal Pasqui in Notizie, 1907, 
pag. 613, fig. 17, e generalmente sono adorne di cordoni, listelli e protuberanze. 
Così, per esempio, l'olla della tomba 7, di argilla rossiccia insubbiata di rosso, ha un 
cordone attorno all'omero al disotto del quale è impressa una serie di puntini; quella 
della tomba 23 un duplice cordone orizzontale, e quella della tomba 21 delle apofisi 
situate nella massima espansione del corpo. 

Simile decorazione ricorre eziandio su alcune olle di argilla scura, di minori 
proporzioni, e di fattura più accurata delle precedenti, quali quelle dei sepolcri 2, 
27 e 49 ornate con una serie di listelli verticali, e l'olla della tomba 26 adorna 
di protuberanze coniche. 

Vasi imitanti l'ossuario di tipo Villanoviano. Questo fittile di 
grandi dimensioni, d' impasto scuro ed accuratamente plasmato, è il solo che conserva 
la forma dell'antico ossuario della necropoli arcaica delle Acciaierie, e del quale man- 
tiene il più delle volte la disposizione e la caratteristica delle anse, la verticale delle 
quali è compita superiormente ora con una specie di bottone discoidale, ora con una 
ciotoletta a fondo leggermente concavo, come nei sepolcri 21, 29 e 37. 

Alcuni di essi sono lisci, altri adorni o con listelli verticali sulla spalla (t. 23, 
fig. 10), o con protuberanze coniche disposte intorno alla maggiore espansione del 
ventre (t. 38), qualche volta sormontate da solcature semicircolari concentriche come 
nel fittile della tomba 1, che, invece di due anse è provvisto di una sola, a largo 
nastro verticale forata alla base. 

Il vaso restituitoci dalla tomba 20, disgraziatamente assai danneggiato e difficil- 
mente restaurabile, sembra fosse munito di un'alta ansa verticale a nastro e decorato 
intorno al corpo con due rozzi cavalli galoppanti, graniti, assai simili a quelli ricorrenti 
sul fìttile rinvenuto precedentemente nella stessa contrada ed illustrato dal Lanzi in 
Notizie, 1914, pag. 7, fìg. 1. 

Oinochoai. Anche questa classe di vasi è d' impasto scuro, tranne l'oinochoe 
del sepolcro 11 che è di bucchero a pareti sottilissime e adorna, intorno al ventre, 
con linee verticali leggermente graffite. 

La loro decorazione è a denti di lupo tratteggiati, disposti sulla spalla (t. 1, 24 
e 28); a ventagli pure tratteggiati, risultanti da semicerchi intrecciati (t. 17 e 27); 
a spina di pesce (t. 20); a fasci di linee angolari (t. 33) e a nastri orizzontali 
scalfiti (t. 34). 



REGIONE VI. 



— 203 — 



TERNI 



Caratteristica è l'oinochoe della tomba 21 riprodotta nella tìg. 11. Ha il ventre a 
bulla, il collo stretto provvisto di lungo beccuccio obliquo chiuso superiormente per 
circa due terzi e munito di foro all'estremità per l'uscita del liquido, e con ansa 
formata da due bastoncelli attortigliati in alto. Ha un'ornamentazione assai rudimen- 
tale granita sotto il beccuccio (fig. Ila), alla base del collo e nella parte più espansa 




Fio. 10. 



del corpo ove sono rappresentati tre bucranii, in corrispondenza dei tre denti di lupo 
che fanno parte della decorazione del collo ed ai quali sembrano essere appesi. 

Ollette. Ve ne sono ornate di listelli verticali (t. 15); di striature orizzon- 
tali ricorrenti anche sopra il relativo coperchietto (t. 10); di denti lupo (t. 18 e 33); 
di un ornamento uncinato, graffito compreso tra solcature eseguite al tornio (t. 23) ( x ) ; 
di una fascia a spina di pesce sovrapposta ad un'altra a denti di lupo (t. 25). L'olletta 

(*) Nella tomba 9 si rinvenne un coperchietto decorato con denti di lupo tratteggiati disposti 
intorno all'ansa semianulare. Esso dovette appartenere in origine ad una delle solite ollette che andò 
perduta. 



TERNI 



— 204 



REGIONE VI. 



della tomba 14 (tìg. 12) si distingue dalle altre per essere ornata sulla spalla con stria- 





Fio. 11. (i:s) 



Fio. Ila. (i:8) 



ture orizzontali, e nella metà inferiore del corpo con due rozzi quadrupedi a contorno 
graffito e manto punteggiato. 




Fi-.. 12. (12) 



Ciotole. Abbiamo diversi tipi di ciotola: a tronco di cono, semplici o posate 
su piede, con o senza anse; altre a fondo baccellaio. 



REGIONE VI. 



— 205 — 



TERNI 



Le ciotole a semplice tronco di cono sono pei 1 lo più lisce e plasmate più rozza- 
mente, mentre le altre, meglio modellate, hanno generalmente qualche ornamento. 
Sono da notarsi quella della tomba 25 che ha un cordoncino intorno al collo; quella della 
t. 17 con alcuni listellini verticali; quelle delle t. 11 e 13 con semplici solcature 




Fio. 13. (3:8) 



orizzontali ; e infine le tre ciotole della t. 23, due delle quali ornate intorno al fondo 




Fio. 14. (l : 8) 



con una serie di ventagli tratteggiati, o con una linea spezzata a tratti curvi (fig. 13); 
l'altra, assai caratteristica e di cui parleremo più tardi, con un ornamento a zig-zag 
graffito sui listelli che fanno parte del piede e intorno all'orlo dei vasetti interposti 
alle due ciotole (fig. 14). 



TERNI — 206 — REGIONE VI. 

Nella ciotola della tomba 37 si sono voluti indicare con leggerissime striature ver- 
ticali praticate nel punto d'unione del fondo all'orlo, i segni prodotti dai colpi di 
martello dei prototipi metallici. 

Lo stesso accenno ricorre sulla ciotola della t. 46 la quale è altresì adorna di 
apofisi e provvista di due anse orizzontali a bastoncello. Un esempio di ciotola a 
quattro anse simili ci è fornito dalla tomba 28. 

La decorazione a baccellature radiali, muoventi da una o più solcature concen- 
triche, è propria delle ciotole a fondo pianeggiante con orlo rovesciato infuori ; e di 
queste il nostro sepolcreto ha restituiti diversi esemplari. 

Kantharoi. L'ornamentazione più semplice è quella a striature orizzontali 
ricorrenti intorno all'alto orlo di essi (t. 21). Ve ne sono però adorni di apofisi e di 
tratti verticali graffiti sull'omero (t. 46) ; di denti di lupo tratteggiati (t. 24 e 28) ; 
di fasci di linee angolari (t. 27) e di greca scalfita intorno all'orlo (t. 2). 

Tazzine. Non sono molto comuni. Ne restituì due esemplari la tomba 7, 
entrambi con ornamentazione granita a denti di lupo, l'uno a duplice, l'altro a tri- 
plice linea. 

Attingitoi. L'attingitoio della tomba 33 è decorato nella parte più espansa 
del corpo con leggere steccature verticali. Ve ne sono però altri decorati intorno 
all'orlo con una linea spezzata, graffita (t. 28), o con denti di lupo (t. 10 e 33). 

L'esemplare più ricco di decorazioni è quello della tomba 34 che è adorno con una 
linea spezzata ed una zona di ventagli graffiti intorno all'orlo, e con leggere stria- 
ture orizzontali sulla spalla. 

Fiaschette. Ne esistono due soli esemplari, entrambi d'impasto scuro di forma 
lenticolare alquanto schiacciata posteriormente e con breve beccuccio cilindrico. Ad 
imitazione degli originali metallici hanno i bordi arricciati, lo sguscio per la cordi- 
cella e le relative orecchiette per impedirne l'uscita. 

L'esemplare appartenente alla tomba 7 è ornato su ambo le facce con una serie di 
triangoli radiali scalfiti racchiudenti da un lato — quello anteriore — un poligono 
stellato, dall'altro dei circoli concentrici pure scalfiti. La fiaschetta rinvenuta nel 
sepolcro 18 ha un rozzo cavalluccio corrente a d. scalfito su sciascuna faccia (fig. 15), 

Piattelli su piede. Questo tipo di vaso, così comune nelle necropoli coeve 
del territorio falisco e dell'agro capenate, è nel nostro sepolcreto pochissimo rappre- 
sentato. L'esemplare restituitoci dalla tomba 28 è d' impasto scuro posato su alto 
piede e con orlo piano decorato sopra con un ghirigoro graffito. Il fondo di esso è 
leggermente concavo e adorno nel mezzo con quattro solcature circolari concentriche 
eseguite al tornio prima della cottura del vaso. 

Skyphoi. Anche questa classe di vasi è rappresentata assai scarsamente. La 
loro decorazione consiste in strigilature al disotto dell'orlo (t. 11), in rozzi denti di 
lupo, coi lati maggiori curvi, riempiti di tratteggi (t. 22), e in un motivo a grandi 
linee gemine angolari graffite (t. 23). 

La tecnica adottata e i motivi ornamentali usati per la decorazione delle fusa- 
ruole differiscono quasi completamente da quelli ai quali si attenne il figulo per la 
decorazione dei vasi di cui si è sopra parlato. Ho creduto bene, perciò, dire qualche 



REGIONE VI. 



— 207 — 



TKRNI 



cosa anche di questa parte della suppellettile rinvenuta nei soli sepolcri di donna, 
perchè si abbia un' idea, il più possibile completa, degli elementi decorativi che al 
tempo a cui risale il nostro sepolcreto erano più in voga nella regione Ternana. 

Alcune fusaruole hanno la forma di un tronco di cono con base convessa, e queste 
sono affatto prive di ornamentazione, altre sono in forma di grosso chicco schiacciato, 
altre, infine, a doppio tronco di cono o a doppio tronco di piramide. 




Fio: 15. {ut). 



Ve ne sono ornate di semplici baccellature, come quella, p. es., della tomba 16, di 
denti di lupo (t. 15), di protuberanze e di un'ornamentazione ottenuta con impres- 
sioni di cordicella a linea gemina : fascia orizzontale ai vertici e linee ondulate intrec- 
ciate nel mezzo (t. 21 e 46), di quattro sporgenze intorno a ciascuna delle quali 
sono graffiti tre circoli concentrici (t. 33), con impressioni di cordicella a linea ge- 
mina: orizzontali presso i vertici e a circoli concentrici intorno alle quattro sporgenze 
(t. 33, 36 e 46), con fasce orizzontali e con due ordini di linee spezzate a triplice 
tratto ottenute con impressioni di cordicella (t. 22), con due greche graffite molto 
imperfettamente e con quattro protuberanze (t. 31). 

Il frammento di fusaruola della tomba 48 è ornato di protuberanze e d' impressioni 
di cordicella: a semplice linea orizzontale ai vertici, a doppia linea ondulata ed a 
swastikas nella rimanente superficie. 






Alla breve Nota illustrativa della fig. 16, concernente la stratigrafia del terreno, 
faccio seguire la descrizione della suppellettile di un certo numero di sepolcri avendo 
avuto cura di scegliere quelli che, oltre a dare un'idea generale del materiale, ci 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 28 



TERNI 



— 208 — 



REGIONE VI. 



restituirono oggetti di singolare importanza che a me parve meritassero speciale con- 
siderazione. 

Lo studio stratigrafico del sottosuolo che alle « Acciaierie » . a causa del consi- 
derevole sbancamento del terreno eseguito fin dalla fondazione di quello stabilimento, 
risultò in qualche parte incompleto, si ebbe invece qui la fortuua di poterlo fare 
integralmente e con tutta la precisione desiderabile, trattandosi di una località che 
non ebbe a subire manomissioni di sorta ed in cui gli strati che man mano si sovrap- 
posero ai sepolcri si conservarono perfettamente intatti fino ad oggi. 






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5 





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Sedimenti itturiimle gullagnili tini il stpettretl 
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Humus ittici 



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— Sititi cinerei di mtun illuminile 
1 Sedi mente illummle pn'mìtiii 






Fio. 16 — Stratificazione del terreuo. 



Incomincerò dalle stratificazioni posteriori al sepolcreto; poscia dirò di quelle 
preesistenti, prendendo come punto di partenza quello strato di humus nerastro 
spesso 17 cm. indicato nell'unito disegno colla lettera A (vedi figura precedente) che 
doveva costituire l'antico piano di campagna, più basso dell'odierno di m. 1,20 circa. 

Il sepolcreto, invaso da un'alluvione mentre era ancora in attività ('), fu rico- 
perto da uno strato sabbioso giallognolo, dello spessore di circa 20 cm. e non per- 
fettamente uniforme. L'escavazione dei sepolcri continuò anche dopo questa alluvione, 
e parecchi di essi, come ad es. il 33 rappresentato nella sezione stratigrafica (fig. 10), 
risultano scavati attraverso il sedimento sabbioso depositato dall'alluvione stessa 
Sopra questo sedimento si accumularono una trentina di cm. di humus, poi uno strato 
abbastanza uniforme cosparso di cocci romani, spesso circa 10 cm., e finalmente il 
terreno vegetale. 



(*) Ciò fu potuto dimostrare allorché si parlò della fossa indicata in pianta col n. 43. 



REGIONE VI. — 209 — TERNI 

La stratificazione preesistente al sepolcreto, oltre all' humus A di cui si è parlato 
poc'anzi, constava di nn grosso banco di sabbia color giallo chiaro di natura allu- 
vionale spesso 80 cm., posto immediatamente al disotto; di uno strato di sabbia sot- 
tile cinerea spesso dai 13 ai 15 cm., e finalmente di un sedimento alluvionale pri- 
mitivo che nel cavo di fondazione dello stabile di proprietà Battistoni si potè seguire 
per circa m. 0,40. 

Tombe di uomo. 

Tomba 39. Questo sepolcro si rinvenne quasi ad oriente della tomba 36, facente 
parte del gruppo da noi descritto, e dalla quale era discosta m, 15 circa (fig. 1). 

Era orientato da est ad ovest e misurava m. 3.45 di lungh., m. 0,85 di largh. 
e m. 1,20 di profondità dall'odierno piano di campagna'. Conteneva lo scheletro di 
un adulto, lungo m. 1,80, deposto supino presso l'estremità orientale della fossa, col 
cranio reclinato sulla spalla destra (fig. 4). 

La suppellettile funebre rinvenuta nel sepolcro si trovò distribuita nell'ordine 
seguente : 

Alla sinistra del cranio fu deposto un attingitoio d' impasto rossiccio munito di 
larga ansa nastriforme rastremata in alto, raccolto in minuti frammenti. 

Sopra la pelvi destra era la lama di un pugnale di ferro il cui codolo sovrap- 
ponevasi alle ossa dell'avambraccio. Il fodero di esso, pure di ferro e ridotto in fram- 
menti al pari della lama, si trovò più prossimo al femore. 

Vicino al pugnale si trovarono un anello di ferro del diam. di mm. 37 ed i 
frammenti di un altro anello della stessa grandezza o quasi. 

Presso l'estremità della tibia destra si rinvenne una ciotola a calotta d'impasto 
scuro, del diam. di mm. 145, la quale era talmente screpolata a cagione dell'umi- 
dità del sottosuolo e della pressione della terra, che, appena tolta dal suo posto ori- 
ginario, andò in parecchi frammenti. 

Ai piedi del cadavere furono deposte sette cuspidi di lancia in ferro, aggruppate 
su due file e tutte colla punta rivolta verso il lato occidentale della fossa. Facevano 
parte del primo gruppo più prossimo ai piedi due cuspidi soltanto, entrambe man- 
canti della punta, lunghe rispettivamente mm. 230 e mm. 175. 

Le cinque cuspidi che costituivano l'altro gruppo erano intiere : due della lun- 
ghezza di mm. 210 ciascuna, le altre erano lunghe rispettivamente mm. 195, 165 e 153. 

In prossimità della parete sud della fossa e all'altezza di quest'ultimo gruppo 
di cuspidi si trovò una tazzina a largo fondo umbilicato, con alto collo striato oriz- 
zontalmente ed orlo divergente, provvista di due anse verticali nastriformi, alta circa 
mm. 95, raccolta anch'essa in frammenti. 

In mezzo alla fossa, a poco più di 20 cm. dal secondo gruppo di cuspidi di 
lancia descritto, si trovarono i frammenti di un piccolo kanlharos ad alte anse nastri- 
formi decorato con due protuberanze nella parte più espansa del ventre, e quelli di 
un attingitoio globulare con orlo dritto, entrambi di argilla scura. 

Tra i due fittili ora descritti e la parete meridionale della fossa si raccolsero 
i frammenti della parte inferiore di una grande olla d'impasto rossiccio. 



TERNI — 210 — REGIONE VI. 



Altri frammenti appartenenti ad un'olla a pareti spesse, più grande della pre- 
cedente, furono rinvenuti presso la parete occidentale del sepolcro. 

Tomba SO. Fossa a pianta rettangolare orientata da nord-ovest a sud-est, lunga 
m. 3,05, larga m. 0,75 e profonda dall'attuale piano m. 1,45. Conteneva uno sche- 
letro di adulto, lungo circa m. 1,70, deposto supinamente nel mezzo della fossa. 

Alla sin. del cranio aderiva un kantharo.s d' impasto scuro, con alte anse rastre- 
mate in alto ed ornato di striature; si rinvenne in frammenti. 

Dietro al fittile precedente si trovò un grande attingitoio d' impasto rossastro, 
anch'esso in frammenti. 

Sopra alla clavicola destra era un cultro lunato di bronzo, con ansa ad occhiello 
decorata di due prominenze e tirata a martello dalla stessa lamina: è frammentato 
nel taglio e misura allo stato attuale mm. 85 di lungh. massima. 

Parallelamente all'avambraccio sinistro (lato interno) si rinvenne la lama di un 
pugnale di ferro, frammentata nel còdolo e presso la punta, lunga mm. 250. Pochi 
frammenti appartenenti al fodero di questo pugnale si raccolsero lungo il femore 
sinistro : era in lamina di ferro accartocciata ai lati e terminava in basso a guisa di 
un bottone piatto. 

Lì presso erano due anelli di grossa verghetta di ferro, del diam. di mm. 30 
ciascuno. 

Pochi frammenti informi di ferro si trovarono anche in vicinanza del coccige. 

A lato del piede sinistro erano aggruppate, con la punta rivolta in basso, tre 
cuspidi di lancia di ferro danneggiate dall'ossidazione e rotte nella punta. 

A lato del piede destro, ed ugualmente disposte, si trovarono altre quattro cuspidi 
di lancia, danneggiate anch'esse dall'ossido, ma intiere: la maggiore, misura mm. 180 
di lungh. ; la minore, mm. 120. 

Tra i piedi del cadavere e la parete occidentale della fossa si raccolsero in fram- 
menti i fittili seguenti d'impasto scaro: 

ciotola posata su piede, decorata intorno all'orlo con due solcature; 
kantharos dello stesso impasto del vaso precedente e colla medesima orna- 
mentazione. 

Tombe di donna. 

Tomba 33. Questa fossa si rinvenne alla profondità di m. 1,92 dal piano odierno; 
era orientata da nord-ovest a sud- est e misurava m. 2,35 di lungh. e m. 0,60 di 
larghezza. Conteneva lo scheletro di un adulto, lungo m. 1.65, in mediocre stato di 
conservazione, depostovi supino. 

A destra del cranio, all'altezza dell'occipite, si trovò un attingitoio d' impasto 
scuro, a ventre sferiforme, striato verticalmente, nella maggiore espansione del quale 
resta l'attaccatura di un'ansa a nastro che doveva unirsi all'orlo quasi completamente 
mancante. 

Dalla parte opposta si raccolsero i frammenti di un altro attingitoio dello stesso 
impasto del precedente, ma di proporzioni minori, decorato attorno all'orlo con denti 
di lupo graffiti. 



REGIONE VI. 



- 211 - 



TERNI 



Sopra alla clavicola destra era una fibula di bronzo con corpo a losanga ornato 
con due globetti e con solcature parallele, lunga complessivamente mm. 118. Era 
provvista di una lunga staffa accartocciata terminata anch'essa da globetto e porta 
infilati nell'ardiglione tre anelli di filo eneo, il maggiore dei quali è decorato con 
sottili trattini incisi. 

Sotto il mento si notarono i residui di una collana composta di bariletti d'ambra, 
di cui non si poterono raccogliere che pochissimi frammenti insignificanti. 




Fio. 17. (i:i) 



Ornavano il petto del defunto i seguenti oggetti: 
fibula del tipo della precedente, ma più piccola, il cui arco doveva essere ori- 
ginariamente adorno di cinque dischetti d'ambra, disposti a croce, inseriti in apposite 
cavità fatte col trapano. Alcuni di tali dischetti si rinvennero fra la terra. 

Nell'ardiglione di essa sono infilati due pendagli : l'uno, appeso ad un anello di 
ferro, consiste in un grosso dente di cinghiale fasciato alle estremità e nella parte 
mediana con filo di rame cui fanno ornamento piccole catenine pénsili, lungo mm. 82 
senza l'anello; l'altro, costituito da una lamina di rame accartocciata avvolgente un 
ciottoletto conico di silice rossiccia, è appeso ad un anello e ad una catenina di filo 
eneo. La lamina che avvolge il ciottoletto, quantunque frammentata ed in cattivo 



TERNI — 212 — REGIONE VI. 



stato di conservazione, lascia intravedere una decorazione a sbalzo che sembra raffi- 
gurare il Dio Bes (fig. 17); 

pendaglio formato da alcuni ossicini completamente avvolti in una fasciatura 
di l'ilo eneo da cui pendono catenelle ornamentali: in frammenti; 

avanzi di una cannula in sottile lamina di rame, probabilmente usata come 
pendaglio; 

fibuletta a losanga, di bronzo, ornata di due sporgenze globulari ai lati e di 
un dischetto d'ambra inserito nel mezzo del corpo; 

idem più piccola e dello stesso tipo della precedente, nascosta in parte in una 
massa informe di ossido di ferro; 

fibuletta di bronzo a navicella piena, con costola rilevata nel mezzo e con ardi- 
glione riportato. 

Presso la mano destra si rinvennero tre fusarnole fittili a doppio tronco di cono: 
due d' impasto scuro decorate con quattro sporgenze, circoli concentrici graffiti ed 
impressioni di cordicella, l'altra rossastra, liscia. 

Nello spazio compreso fra le tibie si raccolsero i frammenti di una tazza a calice 
d'impasto scuro tendente al rossigno, decorata intorno all'orlo con solcature oriz- 
zontali. 

Ai piedi del morto si rinvennero i frammenti di altri fittili d'impasto scuro tra 
i quali sono riconoscibili i seguenti: 

olletta a pareti sottili, decorata con denti di lupo tratteggiati, col vertice ri- 
volto in basso, e relativo coperchio decorato parallelamente alla periferia con doppia 
linea spezzata graffita; 

oinochoe ornata sulla spalla con una zona costituita da fasci di linee ango- 
lari graffite, compresi tra una duplice linea gemina pure graffita. Sembra che anche 
il beccuccio avesse inferiormente come ornamento una serie di linee a zig-zag 
graffite ; 

attingitoio a pareti sottili, esternamente rossigno a causa della imperfetta 
cottura. 

Tomba 36. Possa a pianta rettangolare lunga m. 3,55, larga m. 0,98, profonda 
dall'odierno piano di campagna m. 1,20 circa ed orientata da est ad ovest. 

Conteneva uno scheletro di adulto di m. 1,70 di lunghezza, il quale vi era stato 
deposto supino con la testa verso est, le braccia distese lungo i fianchi e le mani 
sovrapposte alle pelvi (fig. 6). 

Quasi all'altezza del cranio e aderenti alle pareti nord e sud della fossa si sono 
rinvenute due pietre irregolari di cava presso le quali si raccolsero alcuni oggetti 
appartenenti alla suppellettile funebre del defunto. A contatto della pietra posta sulla 
sinistra del cadavere: 

metà circa di un braccialetto in forma di ciambella, fatto con sottile lamina 
di rame accartocciata, del diametro esterno di cm. 15 ; 

frammento di un altro braccialetto di verghetta cilindrica di ferro molto dan- 
neggiata dall'ossido ; 



REGIONE VI. — 213 — TERNI 



fusaruola biconiea, d' impasto scuro, con cinque protuberanze intorno al mas- 
simo diametro e adorna con impressioni rettilinee e circolari concentriche eseguite 
con una cordicella: alt. mm. 28. 

Aderenti al ciottolone posto sulla destra del cranio si raccolsero i seguenti altri 
oggetti : 

fibula con arco costituito da una laminetta di bronzo avvolta a cinque spire 
disposte trasversalmente ed equidistanti, compita da scudetto circolare di lamina enea, 
adorno di punteggiature rilevate, fissato^alla staffa mediante un pernetto di ferro: 
lungh. mm. 125 (fig. 18); 

tre anelli cilindrici di bronzo, ottenuti colla fusione, leggermente carenati al- 
l'esterno, del diametro di mm. 22 circa; , 

pochi frammenti di una canuula cilindrica di sottile lamina enea decorata con 
zone gemine di perline sbalzate. 



Fig. 18. (2:3). 

A sin. del teschio, presso il braccialetto di lamina di rame, si trovò un fer- 
maglio a tre occhielli appartenente ad una cintura, fatto di grosso filo ondulato di 
rame, alto mm. 115. 

Sulla destra del cranio era un altro fermaglio simile, alto mm. 135, anch'esso 
di grosso filo di rame e con tre occhietti perfettamente equidistanti. Nella sbarretta 
rettilinea si conservavano i resti di una fasciatura di filo di rame a denti di lupo, 
la quale mentre decorava e rafforzava la sbarretta stessa, dovè servire a fissare l'estre- 
mità della fascia di tela o di cuoio costituente la vera e propria cintura (fig. 19). 

Sulla clavicola destra si raccolse una fibula di bronzo il cui corpo a navicella 
vuota è decorato con due globetti ai lati e con striature parallele alle estremità di 
esso. La fibula è provvista di una lunga staffa accartocciata compita anch'essa da 
capocchia sferica e misura mm. 102 circa di lunghezza. 

Sulla clavicola opposta si rinvennero pochi frammenti di una catenella ad anellini 
di filo eneo; due chicchi di ambra; un dischetto di bronzo forato nel mezzo, del dia- 
metro di cm. 2, decorato con una solcatura circolare da un lato, ed una bella fibula 
a lunga staffa accartocciata ed arco di filo di bronzo con rivestimento di avorio sul 
quale sono ricavate a tutto tondo due teste di grifo disposte simmetricamente, l'una 
in senso opposto dell'altra: lunga complessivamente mm. 113 (fig. 20). 

Presso il mento si raccolsero altri frammenti di cannula in lamina di rame ornata 
con zone di perline sbalzate similmente agli altri frammenti di cannula già descritti. 
Sparsi su tutto lo spazio occupato dal petto del defunto si rinvennero i seguenti altri 
ornamenti : 



TERNI 



— 214 — 



REGIONE VI. 



fibuletta di bronzo a lunga staffa e corpo a navicella vuota decorata lateral- 
mente con due sporgenze sferiche: in frammenti; 

idem, pure in frammenti, più piccola e con ardiglione riportato; 





Fio. 19. (1:2) 

coppia di fibulette, anch'esse frammentate ed a lunga staffa, una delle quali 
è ornata nel mezzo con due cordoncini rilevati disposti longitudinalmente e con stria- 
ture ai due lati; 




Vw. 20. (l:l) 



due fibulette di bronzo a navicella piena, con lunga staffa ed ardiglione ripor- 
tato mediante un pernetto di ferro ribadito: una di esse è ornata con larghe solca- 
ture, l'altra con triplice zona di tratteggi eseguiti a bulino; 



REGIONE VI. 



— 215 



TERNI 



frammenti di una libala il cui arco era rivestito di filo di rame avvolto a 
spira ; 

anello di filo eneo, rivestito con un nastrino di rame, del diametro esterno 
di mm. 24; 

cinque bulle biconvesse di ferro, ricavate da una sola lamina ripiegata su se 
stessa, due delle quali in frammenti, appartenenti in origine ad una collana; 

tre bulle simili in lamina di rame; 

gruppo di frammenti vari di ferro assai danneggiato dall'ossido, tra i quali si 
riconoscono pezzi di fìbule, un uncinetto ed alcune sbarrette a cui erano appese delle 
catenelle ad anellini di li lo eneo; 








Fra. 21. (1 : 1) 



Fig. 28. fl:l) 



Flfl. 22. (1 : 1) 



ciambella di avorio sfaldata in più pezzi del diametro di mm. 60 circa; 

frammenti di due fibulette di filo di bronzo; 

pendaglio di avorio costituito da due leoncini accovacciati in senso contrario 
e in atto di dormire poggiando l'uno la testa sulla coscia dell'altro. La faccia infe- 
riore del listellino su cui poggiano i due felini doveva essere probabilmente usata come 
sigillo essendovi inciso a largo solco un grifo alato incedente a sinistra. Il pendaglio 
è attraversato longitudinalmente da un'asticella di ferro spezzata ed assai danneg- 
giata dall'ossido (fig. 21); 

altro pendaglio di avorio, anch'esso attraversato da una spina di ferro, con due 
leoncini accovacciati l'uno vicino all'altro e disposti nello stesso senso. Inferiormente 
è decorato come il precedente (fig. 22) ; 

idem, meglio conservato ma sfaldato nella faccia inferiore (fig. 23); 

pendaglio simile al primo descritto, ma coi leoncini meglio conservati e con 
la testa alzata. Nella parte piana inferiore, assai consunta, sembra fosse raffigurato 
in mauiera assai schematica un volatile ad ali spiegate, veduto di prospetto, piantato 
sulle zampe alla maniera araldica. Alle estremità del pernetto di ferro che l'attraversa 
aderiscono per l'ossido pochi resti di catenelle di sottile filo eneo; 

NonziB Scavi 1916 — VoL XHI. 29 



TURNI 



— 216 — 



REGIONE Vi. 



idem, di pasta giallognola rappresentante da una parte e dall'altra una rozza 
e goffa figura umana barbata coperta il capo da grande pennacchio (Dio Bea); 
alt. mm. 53, (tìg. 24). 

Disposte longitudinalmente sopra l'addome si trovarono due grandi fibule con arco 
a foglia, di lamina di rame, compite da scudetto circolare riportato e decorate con 
perline sbalzate, lunghe approssimativamente cm. 24. Una di esse è stata riprodotta 
nella fig. 25. 

Tra le fibule suddette e l'avambraccio sinistro, disposta anch'essa longitudinal- 
mente al cadavere, si raccolse una grande fibula di bronzo a navicella vuota con due 
sporgenze sferiche ai lati e decorata con costolature rilevate 
e intaccate, e con fasci di linee incise. 



'.\V'.*>" ' ;; "- '''■. 





Pio. 24. (l : l) 



Fig. 25. (i:s) 



Ha la staffa accartocciata assai lunga, compita da globetto, ed è priva dell'ar- 
diglione che vi doveva essere riportato e fissato mediante perno di ferro. 

Sul braccio destro si rinvennero i resti di un braccialetto di avorio ridotto in 
minute sfaldature. 

Sopra il femore sinistro e tra questo e l'altro femore si trovarono due fermagli 
di cintura a tre branche uncinate di grosso filo di bronco alti circa mm. 135, una 
dei quali con i resti del filo eneo avvolto intorno alla sbarretta cui doveva essere 
fissata la striscia di cuoio (ved. fig. 19). 

Aderente alla caviglia del piede sinistro si raccolse una piccola oinochoe di 
argilla figulina con ventre a doppio tronco di cono, collo cilindrico e bocca trilobata, 
provvista di ansa nastriforme e decorata con fasce e circoli concentrici di colore rosso: 
alt. mm. 115 (fig. 26). 

L'estremità occidentale della fossa si trovò manomessa dai lavori agricoli e vi 
si rinvennero soltanto alcuni frammenti di una grande olla a pareti spesse d' impasto 
rossiccio, ed altri minutissimi appartenenti a parecchi vasi d' impasto scuro non del 
tutto ricomponibili. 



Tomba 37. Si rinvenne a otto metri circa più a nord del sepolcro precedente, ed 
aveva la medesima orientazione (fig. 1). Era anch'essa a pianta rettangolare lunga 



REGIONE VI. 



217 — 



TERNI 



m. 3,15, larga m. 0,90 e profonda m. 1.70. Lo scheletro vi giaceva supino e misu- 
rava m. 1,50 di lunghezza (fig. 7). 

A sinistra del cranio si raccolsero i frammenti di due fittili d'impasto scuro, 
e cioè di una oinochoe a lungo beccuccio obliquo, provvista di larga ansa nastriforme 
e di un piccolo kantharos ad alte anse. 

Sulla destra del cranio aderiva ua'olpe ad alta ansa ridotta in frammenti, del 
medesimo impasto dei vasi precedenti. 

Sul petto, tra la clavicola sinistra e l'omero, si rinvenne una fibula di bronzo a 
navicella vuota con due sporgenze sferiche ai lati ed ornata con costolature e tratteggi. 

Dalla parte opposta si trovò un'altra fibula dello stesso tipo della precedente, 
ma di dimensioni minori. 




Fio. 26 (1:2) 

Sopra il braccio destro e sulle pelvi si rinvennero parecchi frammenti di lamina 
di rame decorati con fasce, gruppi di linee disposte a zig-zig e serie di perline ese- 
guite a sbalzo, che a prima vista sembrò appartenessero ad un' idria ad uno scudo. 
Tolte le lamine dal loro posto e studiate meglio, avvicinando tra loro i frammenti che 
si ricongiungevano, si vide che appartenevano a parecchie fibule con arco elissoidale, 
compite da grande scudetto riportato. Eridentemente tanto gli archi, quanto gli scu- 
detti di queste fibule, vennero ritagliati da uno scudo da un grande vaso di bronzo, 
fuori uso, e ciò è dimostrato dall'assimetria della decorazione e dalla curvatura delle 
singole fasce che compongono la medesima. 

Sono state riprodotte con le figg. 27, 28 e 29 tre di tali fibule, le quali, quan- 
tunque in stato frammentario e mancanti di alcune parti, servono a dare un'idea 
della loro originale ornamentazione. 

Sulla pelvi sinistra, si trovarono inoltre i seguenti altri oggetti: 

fibula di bronzo a navicella vuota, decorata con due capocchie sferiche ai lati, 
munita di lunga staffa accartocciata terminata da globetto e decorata alle due estre- 
mità con tratteggi: lungh. mm. 115; 

idem, più piccola, rotta nella staffa e nell'ardiglione. 



TERNI 



218 — 



REGIONE VI. 



Vicino ai residui delle falangi della mano destra del cadavere si poterono rac- 
cogliere pochissimi frammenti di un attingitoio di lamina di rame a fondo legger- 
mente concavo umbilicato e breve orlo piano. 

Tra i femori si rinvennero due grandi fìbule in lamina di rame ad arco elis- 
soidale, compite da scudetto riportato e decorate con punteggiature sbalzate ripro- 
ducenti volatili, stcastikas e fasci di linee (tìg. 30). 




Fio. 27. (i:s). 

Dato lo stato assai frammentario degli scudetti, si potè stabilire soltanto appros- 
simativamente la lunghezza di ciascuna fibula che risultò di circa 30 cm. 




Fio. 28. (1 : 2) 



Sotto una delle fibule suddette era un fermaglio di cintura a tre branche unci- 
nate, alto 14 cm. 

Un altro fermaglio simile al precedente si trovò in parte sovrapposto al femore 
destro. 

Sempre dallo stesso lato; all'altezza poi del ginocchio, si rinvennero due fusa- 
mole d'impasto scuro: l'una di forma leaticolare, l'altra biconica decorata con quattro 
sporgenze. 



REGIONE VI. 



219 — 



TERNI 



A contatto del piede sinistro era una rozza ciotola a tronco di cono, d'impasto scuro, 
presso la quale si trovò un terzo fermaglio di cintura a tre occhietti, alto 14 cm. 
Fra l'uno e l'altro piede si raccolsero i frammenti minutissimi di un vaso d'im- 
pasto scuro che potrebbe essere stata una olpe. * 

Presso la parete occidentale della fossa erano stati deposti i seguenti altri 
fittili: 

ciotola d' impasto scuro posata su piede, ornata alla base dell'orlo con leggere 
steccature verticali: in frammenti; 

grande e rozza olla d'impasto, rossiccio, a pareti spesse: in frammenti; 




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Fio. 29. 



grande vaso d'impasto scuro, nella forma del vaso villanoviano, provvisto di 
due anse; l'una orizzontale, l'altra costituita da tre bastoncelli verticali riuniti in 
alto e sormontati da un piattello leggermente concavo, anch'esso in frammenti. 



Tomba 42. Possa a pianta rettangolare, orientata quasi da est ad ovest, lunga 
m. 2.85, larga m. 0.77 e profonda m. 1.35 nella quale restavano pochissime tracce 
del cadavere. 

Nel punto corrispondente alla sinistra del cranio si rinvenne soltanto il piede 
campanulato di una tazza a calice d'impasto scuro. 

Nello spazio che doveva essere occupato dal petto, tranne un chicco d'ambra 
che non si potè raccogliere perchè quasi polverizzato, si recuperarono i seguenti oggetti 
pertinenti, in origine, alla collana: 

bariletto di bronzo, liscio, della lunghezza di mm. 26 ; 
cilindretto dello stesso metallo del diam. di 11 mm. ; 
pendaglio-sigillo di avorio attraversato longitudinalmente da un foro, lungo 
mm. 31. Sopra un sottile listello sono rappresentati a rilievo due felini sdraiati, l'uno 



TERNI 



— 220 - 



REGIONE VI. 



in senso inverso dell'altro e come in atto di dormire. Il listello è stondato nei lati 
brevi e porta inferiormente incisi in modo schematico due grifi alati affrontati (fig. 31). 
Appartennero altresì all'ornamento del petto alcuni frammenti laminari di bronzo 
con decorazione periata a sbalzo, ed una fibuletta a losanga coi soliti globetti laterali, 
mancante di alcune parti. 




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Pio. 30. <i : s) 





Nel punto corrispondente alla caviglia del piede destro si trovò una specie di 
grande pendaglio costituito da sei anelli di verghetta cilindrica di bronzo girata a 

fune, disposti l'uno dentro l'altro in ordine decresente e 
tenuti insieme da una sbarretta ripiegata su sé stessa 
alla quale sono fissati mediante pernetti di ferro. Il dia- 
metro esterno del cerchio maggiore misura mm. 100; 
quello del minore mm. 40 ('). 

All'altezza della caviglia sinistra si raccolsero i 
frammenti di un'olla d' impasto, ingubbiata di rosso. 

: Ai piedi del cadavere "era stata deposta una rozza 
ciotola d' impasto scuro posata su pieduccio, ridotta an- 
ch' essa in molti frammenti. 

Fio 31. (ìa) Tomba 46. Era anch'essa orientata da est ad ovest 

e misurava m. 3.60 di lungh., m. 0.85 di largh. e 
m. 1.50 circa di profondità (fig. 8). Lo scheletro si trovò in cattivo stato di con- 
servazione, e presso i resti del cranio si raccolsero i frammenti di due vasi d' impasto 

(') Quattro grappi di anelli simili furono rinvenuti nel territorio Capenate in una tomba pure 
di donna, la LII, del sepolcreto di Contrada S. Martino. Cfr. Mon. ant. Accad. dei Lincei, voi. XVI, 
pp. 49 e 134, fig. 32. Tre di essi comprendenti ciascuno sei o sette anelli, si trovarono sul petto 
del cadavere; e dalla disposizione loro e dall'essere collegati l'uno all'altro mediante una lamina 
enea fu ritenuto costituissero la difesa del petto, a somiglianza di quelle di Novilara. Il quarto 
gruppo, composto di tre anelli soltanto, fu trovato come il nostro ai piedi del cadavere, ma non 
ritengo, col Paribeni, che esso potesse essere un ornamento di cavallo. 

Dal territorio Capenate proviene altresì un altro oggetto simile, senza dubbio il più grande 
e il meglio conservato; e trovasi esposto al Museo di Villa Giulia. 



regione vi. — 221 — Terni 



scuro: l'uno a ventre depresso, munito di ansa verticale a nastro bipartita inferior- 
mente, adorno di bugnette e di sottili graniture sulla spalla e al di sopra delle 
bugnette stesse; l'altro era una tazza ad alte anse nastriformi, ornata di protube- 
ranze e di trattini graffiti nel punto d'unione del ventre al collo, alta approssima- 
tivamente mm. 100. Sotto a quest'ultimo fittile era stato deposto un coperchietto a 
largo tronco di cono munito superiormente di una piccola ansa ad anello, anch'esso 
d'impasto scuro ed in frammenti. 

Sulla stessa linea dei fittili precedenti era stato deposto un piccolo kantharos 
ridotto in minuti frammenti. 

A sinistra del cranio si trovò un fermaglio di cintura a tre occhietti, di grosso 
filo di bronzo, rotto in due pezzi e misurante cm. 16 di altezza. 




Fig. 32. (1 : 3) 



Sopra la clavicola destra era una fibula di bronzo a navicella vuota decorata ai 
lati con due sporgenze, mancante di gran parte della staffa e dell'ardiglione. 

Una fibula più piccola dello stesso tipo, lunga mm. 90, a lunga staffa accar- 
tocciata e ardiglione riportato, si trovò sulla clavicola sinistra. 

Sullo sterno si rinvennero altre quattro fibule a navicella vuota simili alle pre- 
cedenti, una delle quali aveva dimensioni maggiori delle altre ed eia ornata nel mezzo 
con denti di lupo tratteggiati: lunga mm. 160. 

Distribuite sopra il cadavere, dalle spalle, cioè, ai malleoli del defunto, si tro 
varono cinque grandi coppie di fibule tutte con lo scudetto rivolto verso i piedi e 
disposte secondo l'ordine seguente incominciando dalla coppia più prossima al cranio: 

Due fibule con arco a larga foglia e con scudetto rotondo di lamina di rame 
riportato, decorate entrambe con punteggiature sbalzate distribuite in serie paralle- 
lamente ai margini e lungo la costola ai lati della quale ricorrono due zone di denti 
di lupo eseguiti con la stessa tecnica: in frammenti e lunghe approssimativamente 
cm. 22 (fig. 32); 

Coppia di fibule simili alle precedenti, ma con scudetto quadrangolare stondato 
agli angoli e con decorazione diversa: in frammenti (fig. 33); 

Altre due fibule frammentate, di uguale forma delle precedenti e decorate 
anch'esse con punteggiature sbalzate: parallelamente ai margini dell'arco puntini su 
più file, e lungo la costola triplice fila di altri puntini fiancheggiata da angoli retti ; 



TERNI 



222 — 



REGIONE ri. 



Coppia di fibule, come le precedenti, la cui decorazione pure a puntini sbal- 
zati è a fasci di linee intersecantisi ad angolo retto: in frammenti; 

Due fibule uguali per forma e per decorazione alle due ultime descritte, anche 
esse raccolte in frammenti. 

Aderenti all'omero destro, l'una internamente l'altra esternamente, si trovarono 
due fusaruole biconiche d' impasto scuro ornate di protuberanze e d' impressioni di 
cordicella. 

In una falange della mano sinistra si trovò tuttora infilato un anellino di lilo 
di bronzo, rastremato ad u l'estremità, del diametro interno di mm. 18. 

Sopra il femore sinistro si rinvenne l'altro fermaglio di cintura a tre branche 
uncinate fatto di grosso filo di bronzo. 




Fio. 33. (1:4) 



Sulla tibia sinistra si trovò un coperchio di forma emisferica, d' impasto scuro, 
raccolto in minuti frammenti, il quale doveva appartenere al fittile seguente che si 
trovò rovesciato sopra il piede del defunto; 

tazza su piede d' impasto scuro, munita di doppia ansa orizzontale a baston- 
cello e decorata con apofisi nella massima sporgenza del corpo: alt. mm. 130. 

Poco sotto i piedi del defunto fu deposto un grande kantharos d'impasto scuro, 
ad alte anse nastriformi forate in basso e decorato alla base del collo con sottili 
graniture: in frammenti. 

Presso l'estremità occidentale della fossa si raccolsero i frammenti di una grande 
olla e di un vaso di tipo villanoviano d'impasto rossastro a pareti spesse. 



Tomba 48. Possa a pianta rettangolare, stondata nei lati brevi, lunga m. 3.60, 
larga m. 0.90, e profonda m. 1.50 circa dall'attuale piano di campagna, rinvenuta 
ali metri circa a NE del sepolcro precedente (fig. 1). Conteneva lo scheletro di 
una bambina, lungo m. 0.90, e collocato non nel mezzo della fossa, ma piuttosto 
avvicinato al lato settentrionale della fossa stessa (fig. 3). 

Posteriormente al cranio si rinvenne un rozzo attingitoio semiovoidale d' impasto 
rossastro con ansa verticale a bastoncello alto, mm. 80. 

Presso lo zigomo destro era una fibuletta di bronzo a lunga staffa con corpo a 
navicella vuota provvisto di due sporgenze sferiche ai lati ed ornato con cinque 
dischetti d'ambra incastonati in altrettante cavità disposte a croce: non completa e 
lunga, allo stato attuale, 5 cm. circa. 



RBStONE VI. 



223 — 



TBRNI 



Presso lo zigomo sinistro, disposta parallelamente alla precedente, si rinvenne 
un'altra fibuletta simile ma senza alcuna decorazione: in frammenti. Entrambe le 
fibule avevano la staffa rivolta in alto ed erano disposte parallelamente all'asse lon- 
gitudinale del cranio. 

Distribuiti sul petto del cadavere si rinvennero i seguenti altri ornamenti: 
fibuletta del tipo delle precedenti, con un incavo circolare nel mezzo per la 
inserzione del dischetto di avorio che andò perduto. Pendevano dalla fibula l'anellino 
di filo eneo che doveva sorreggere una piccola teca di lamina di rame ornata di pun- 
teggiature sbalzate di cui conservasi solo l'appiccagnolo, ed i resti di una catenella 
ad anellini ammagliati: in frammenti; 






Fio. 34. (1 ; 1) 



Fio. 36. (1 : 1) 



Fio. 35. (l : l) 



altra fibuletta simile decorata coi soli globetti laterali pure frammentata; 

sei tìbulette dello stesso tipo ma un poco più piccole : una di esse ha un incavo 
circolare nel mezzo entro cui doveva essere incastonato il solito dischetto d'ambra; 

gruppo di tubetti spiraliformi di filo eneo ed avanzi di catenelle appartenenti 
probabilmente all'ornamentazione del collo; 

anellino fii30 di bronzo, del diam. di mm. 25, decorato con sottili solcature. 
Sempre sul petto, ma in prossimità dell'omero destro, si trovò un amuleto di 
lamina di rame foggiato a cuspide di freccia da cui pendevano delle catenelle di sot- 
tile filo eneo: lungh. mm. 55 (fig. 34). 

Dalla parte opposta si raccolsero i resti di un altro amuleto in forma di trian- 
golo fatto di lamina accartocciata (astuccio di altra cuspide?), ornato sui due lati con 
serie di bottoncini sbalzati. Anche a questo amuleto erano in origine appese delle 
catenelle di cui rimangono pochissimi avanzi : lungo nello stato attuale mm. 60 (fig. 35). 
Faceva parte dell'ornamento del petto anche un pendaglio di avorio rappresentato da 
due leoncini accovacciati l'uno di fronte all'altro, poggianti su listellino, la faccia 
inferiore del quale di forma quasi rotondeggiante è ornata con una croce equilatera 
Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 30 



TURNI — 224 — REGIONE VI. 

incisa. Il pendaglio è longitudinalmente attraversato da un l'oro nel quale doveva 
essere inserita l'asticella che collegavasi all'appiccagnolo (tìg. 36). 

Nel braccio destro si trovarono infilati due braccialetti di grosso filo di bronzo 
a capi sovrapposti ed ornati con solcature longitudinali e gruppi di tratteggi ; l'uno 
terminato con due globetti. l'altro con teste di serpente: diam. mm. 52 e mm. 49. 

In corrispondenza del braccio sinistro che andò completamente distrutto, si rin- 
venne un altro braccialetto del diam. di mm. 52 con estremità sovrapposte termi- 
nate a testa di serpente ed ornato in giro con striature orizzontali e con tratteggi 
obliqui. 

Nell'unica falange rimasta della mano destra era infilato un anellino di sottile 
filo di rame coi capi sovrammessi del diam. di mm. 15. 

Aderente alla parete sud della fossa e alla stessa altezza del cranio fu deposto 
un grosso attingitoio rossastro a ventre sferiforme appianato inferiormente, ed alto 
orlo dritto provvisto di ansa verticale nastriforme elevata sopra l'orlo : alto mm. 50. 

La bocca, screpolata in antico, aveva un diametro di mm. 127, e si trovò protetta 
da un ciottolone di pietra spugnosa, particolare riscontrato anche in altri sepolcri e 
di cui già si accennò nella presente relazione. 

Presso il ginocchio destro si raccolsero i frammenti di un kantharos d' impasto 
scuro a larghe anse nastriformi rastremate in alto. 

Aggruppati in quello spazio compreso tra il lato occidentale della fossa e i piedi 
del cadavere, oltre ad una metà circa di una fusaruola biconica d'impasto scuro ornata 
con swastikas e doppia linea ondulata ottenute con impressioni di cordicella, si rin- 
vennero i frammenti dei seguenti fittili: a) parte inferiore di una rozza olla d'im- 
pasto rossastro; b) tazza a calice d'impasto scuro posata su piede campanulato. 

Tomba 23 (di sesso incerto). Possa a pianta rettangolare lunga m. 2,35, 
larga m. 1,20 e profonda dall'attuale piano di campagna m. 1,54, con orientamento da 
nord-ovest a sud-est (fig. 1). Conteneva lo scheletro di un adulto mediocremente con- 
servato, lungo m. 1,65, deposto supinamente, il quale, come nella tomba 48, invece 
di essere collocato sull'asse mediano della fossa, era stato adagiato in prossimità di 
uno dei suoi lati lunghi; colla differenza, però, che mentre in quella il defunto si 
trovò avvicinato al lato settentrionale, in questa si rinvenne presso il lato opposto. 

Sul petto del cadavere si raccolsero pochi frammenti di ferro assai corrosi dal- 
l'ossido che potrebbero appartenere ad una fibbia. 

Tra l'una e l'altra gamba, disposti longitudinalmente e distanziati in modo 
da raggiungere i piedi, si rinvennero i fermagli e le placche quadrangolari di bronzo 
che dovettero originariamente appartenere ad una cintura qui rappresentata colla 
fig. 37. Le tre placche centrali, semplicemente ornamentali, sono divise ciascuna, 
in quattro riquadri, su ognuno dei quali è ricavata a traforo in maniera assai schema- 
tica una figura di grifo rampante ('), mentre quelle laterali che dovevano offrire 

(*) Un fermaglio di cintura con ornamento a traforo, somigliante a quello delle nostre placche 
e proveniente dal territorio Capenate, è riprodotto in Mon. ant., voi. XVI, pag. 123, fig. 24. 



REGIONE VI. 



— 225 — 



TERNI 










maggiore* solidità sono lisce. Una di queste conserva ancora i 
tre occhielli, mentre dell'altra, che doveva essere fornita dei 
ganci, non si raccolsero che pochi ed insignificanti frammenti. 
In prossimità dei piedi e sovrapposto all'ultima placca 
della cintura era un lehete di lamina di rame con orlo sbal- 
zato a perline, del diam. esterno di 235 mm., e mancante 
di buona parte del fondo. 

Il vasellame di corredo si trovò distribuito a destra del 
cadavere e su tutta la sua lunghezza, nell'ordine seguente: 

Presso l'occipite: olpe in lamina di rame, frammentata 
in basso, con ansa a nastro elevata sopra l'orlo, terminata 
inferiormente aldisco su cui è inciso un rosone, ed ornata nel 
senso longitudinale con una treccia tra due zone di tratteggi 
obliqui eseguiti anch'essi al bulino. Pare fosse provvista in- 
ternamente alla base del collo di un diaframma eneo buche- 
rellato, che faceva l'ufficio di un colum, di cui restano sol- 
tanto gli attacchi laterali. 

A lato deljtorace: skyphos d'impasto scuro, posato su 
basso piede, decorato con fasci di linee angolari granite, muo- 
venti dall'orlo e terminanti presso l'attacco del piede; in 
frammenti ; 

kantharos di bucchero ornato d'intaccature alla base 
dell'orlo. Fu raccolto anch'esso in frammenti e misura in 
altezza mm. 85 ; 

oinoohoe di bucchero a lungo beccuccio ridotta in mol- 
tissimi frammenti. Aveva l'ansa a doppio bastoncello intrec- 
ciantesi superiormente, ed era adorna di larghe solcature 
parallele, disposte orizzontalmente attorno al collo ed al corpo ; 

id. d' impasto scuro, a larga bocca trilobata e posata 
su piede, ridotta pure in frammenti. L'ansa nastriforme ha 
una profonda solcatura longitudinale e termina superiormente, 
all'attaccatura dell'orlo, con due rotelle ad imitazione dei pro- 
totipi metallici corinzii. 11 corpo era adorno di solcature oriz- 
zontali ; 

piccola olla d'impasto scuro a breve orlo verticale, 
corpo piriforme posato su piede, e doppia ansa a bastoncello. 
La sua decorazione consiste in gruppi di solcature orizzontali 
ottenute a fresco col sussidio del tornio ed in un ornamento 
graffito a triplice tratto curvilineo imitante un uncino. Doveva 
coprire questo fittile un coperchio fatto dello stesso impasto, 
munito di presa centrale a disco piatfo e ornato anch'esso di 
solcature e del medesimo motivo uncinato. L'uno e l'altra si 
raccolsero in molti frammenti. 



TERNI — 226 — REGIONE VI. 

Dal braccio fino a metà della tibia: 

ciotola d'impasto scuro, a breve orlo verticale e fondo leggermente concavo, 
posata su piede campanulato. È decorata d' intaccature alla base dell'orlo, di solca- 
ture eseguile al tornio ad argilla fresca, di una fascia a tratti obliqui e di una linea 
spezzata a curva imitante una cresta eseguite con una punta dopo la cottura del 
vaso (fig. 13). È in frammenti e misura all'orlo min. 155 di diametro; 

ciotoletta di argilla figulina a pareti spesse: è a calotta sferica e posata su 
piede. Sotto l'orlo e nella parte inferiore del piede restano alcune tracce dell'orna- 
mentazione a fasce brune: in frammenti; 

ciotola d' impasto scuro posata su piede, del tipo della penultima descritta, 
ornata anch'essa di intaccature alla base dell'orlo e nel fondo: è altresì adorna con 
tre solcature e con una zona di semicerchi intrecciati, il campo superiore dei quali 
risultante a forma di ventaglio è riempito di tratteggi graniti: in frammenti: 

fittile d' impasto scuro postituito da due grandi ciotole ad orlo verticale e da 
due più piccole ad alto orlo cilindro-concavo disposte in croce, sostenute da altret- 
tanti listelli riuniti in basso e terminanti in piede campanulato; l'orlo delle cioto- 
lette ed i quattro listelli sono decorati con una linea spezzata gradita. Quantunque 
mancante di alcune parti si è potuto perfettamente ricostruire ed è stato già ripro- 
dotto nella fig. 14; 

tazza di bucchero a calice, raccolta in feammenti, decorata a metà dell'orlo 
con tre leggiere solcature. 

A breve distanza dal vaso precedente si rinvenne in molti frammenti un grande 
vaso di tipo villanoviano d' impasto scuro a pareti sottili, posato su piede, con corpo 
superiormente adorno di listelletti verticali; è munito di due anse, l'una delle quali 
orizzontale a bastoncello, l'altra verticale a nastro bipartita all'attaccatura superiore 
e sormontata da una specie di ciotoletta a tronco di cono rovescio con foro nel fondo 
attraversante anche lo spessore dell'ansa (fig. 10). 

Presso il lato occidentale della fossa, ai piedi cioè del morto, era una grande 
olla di argilla rossiccia ed a pareti spesse, ridotta in molti frammenti. Intorno alla 
spalla era ornata con due cordoni di poco distanziati l'uno dall'altro. 

E. Stefani. 



ROMA 227 — ROMA 



IL ROMA. 

Nuove scoperte nell'area dell'antica città. 

Regione II. Per costruire un lavatoio comunale, nell'estremo limite sud della 
via Annia ed a ridosso del muro di cinta dell'Ospedale militare, è stato tolto il 
terrapieno che emergeva dal piano stradale. In questo sterro sono stati scoperti alcuni 
resti di un antico edifìcio, consistenti in muri di opus reticulatum, dello spessore 
di m. 0,58, che formavano una stanza larga m. 4.60. Di essa non rimanevano che 
tre sole pareti, essendo quasi totalmente distrutta la parete sud-ovest. La costruzione 
originaria in opera reticolata è stata in antico restaurata con muratura a (ìlari alter- 
nati di tufelli e mattoni, di cui rimaneva un breve tratto nella parte nord-ovest, 
avente lo spessore di m. 0,55. Con molta probabilità questi avanzi facevano parte 
delle costruzioni scoperte nel 1907 ('). 

Rimuovendosi la terra furono rinvenuti, non al loro posto, vari poligoni di selce 
appartenenti forse ad un diverticolo dell'antica strada segnata nella tav. 30 della 
Forma Urbis dell'on. Lanciani. 

Fra il terriccio di scarico furono raccolti i seguenti oggetti : una lucerna fìttile 
monolicne verniciata di rosso, nel cui fondo è impressa la marca di fabbrica (C. I. L., 
XV, 6570«) ; altra lucerna fìttile col bollo (ib., 6697e) ; coperchio fìttile (operculum) 
del diametro di m. 0,05 con piccola presa e l' iscrizione a lettere rilevate (id., XV, 
4904). 

Nell'area compresa tra l'Ospizio dell Addolorata ed i padiglioni dell' Ospedale 
militare, sulla via di S. Stefano Rotondo, furono eseguiti nel 1913 gli sterri per la 
costruzione di un nuovo edifìcio per il deposito di autocarri del Genio militare. La 
profondità a cui giunse lo sterro è di m. 4 sotto il moderno piano stradale, ed a 
questa profondità tornarono alla luce parecchi avanzi di antiche fabbriche consistenti 
in massima parte di muri di sostruzione in pietrame il cui orientamento era da 
nord-ovest a sud-est. I muri avevano lo spessore quasi costante di m. 0,60 e dove- 
vano formare delle stanze le cui dimensioni non superavano i m. 4 di lunghezza 
e m. 3,50 di larghezza ; la loro disposizione non era però regolare rispetto ad un cor- 
ridoio, largo m. 2 ,15, nella direzione nord-ovest sud-est, e che si protraeva per circa 
m. 15, piegando quindi ad angolo retto verso nord-est. 



Regione III. Nel maggio scorso, in seguito allo sprofondamento di un tratto 
della grande fogna costruita nel 1888 lungo la via Labicana, all'altezza quasi della 
chiesa di S. Clemente, fu praticato uno sterro per poter meglio eseguire i lavori 
murari che si richiedevano per riattivare la fogna suddetta. 

(') Ved. Notizie, 1907, pag. 4, 437. 



ROMA — 228 — ROMA 

In questo sterro furono rimessi alla luce due grandi pilastri in laterizio, che 
misuravano m. 1,48X0,90, distanti fra loro m. 2,90; essi erano costruiti sopra una 
solida fondazione in pietrame alta m. 0,75 ; con una risega di m. 0,30, e si eleva- 
vano per circa quattro metri, al quale punto ciascun pilastro rientrava, nei lati mi- 
nori, per m. 0,13. 

Il muro di fondazione era costruito sopra un pavimento in opus sedile, del 
quale si vide un tratto di oltre quattro metri di lunghezza, alla profondità di 
m. 9 sotto il moderno piano stradale. 11 pavimento, molto dannggiato dal fuoco, era 
a semplice disegno geometrico e formato da quadrati di m. 0,59 di lato, costituito 
ciascuno da triangoli rettangoli isosceli comprendenti un altro quadrato, formato 
anch'esso con triangoli simili ma più piccoli, i quali alla loro volta racchiudevano 
una lastra quadrata di m. 0,295 di lato. Le lastre marmoree che formavano il pavi- 
mento erano di portasanta, pavonazzetto e giallo antico. Si potrebbe pensare che 
questo pavimento facesse parte di una stanza del Summum Choragium che, come è 
noto, esisteva tra le terme di Traiano e la chiesa di S. Clemente. 

Fra la terra di scarico, e rovesciato sul pavimento, fu rinvenuto un pilastrino 
marmoreo, alto m. 1, largo m. 0,17X0,135 (a sezione rettangolare), scorniciato alle 
due estremità con decorazione a doppia fila di spicchi d'aglio, attraversato, nel 
senso della lunghezza, da un foro circolare del diametro di m. 0,035 che dimostra 
evidentemente che il pilastrino doveva servire per sostegno di una tazza di fontana. 



Regione VI. Nell'eseguire lo sterro per il prolungamento della via Milano, 
nel tratto compreso fra le vie Palermo e Panisperna, dove era il giardino dell'Isti- 
tuto fisico-chimico, sono tornati alla luce resti di antichi edifici consistenti princi- 
palmente in muri di sostrnzioni a pietrame ed a calcestruzzo; di questi ne furono 
veduti due, di maggiore importanza, che avevano la direzione normale all'asse della 
nuova via. 

Il primo, costruito in pietrame, verso la via Palermo, e distante da questa m. 70, 
aveva lo spessore di m. 1,10 e la parete sud era rivestita con reticolato di tufo; 
l'altro, che correva parallelamente al primo da cui distava m. 4,50, era in calce- 
struzzo, ed aveva lo spessore di m. 1,80. Adiacenti a questi due grossi muri si rico- 
nobbero pochi avanzi di costruzioni laterizie, una delle quali consisteva in un piccolo 
vano largo m. 1,10. Fu anche veduta, alla profondità di m. 2,50 sotto il nuovo piano 
stradale, una galleria larga m. 2,30, alta m. 2 fino all' imposta della volta, che era 
a botte a tutto sesto in pietrame ; come pure erano in pietrame le pareti. 

Poco distante dal primo muro, verso la via Palermo, fu completamente isolato 
dalle terre un pozzo costruito tutto in muratura, a sezione circolare del diametro 
esterno di m. 1,70. 

La parte superiore era rivestita con mattoni e tufelli a filari alternati; e con 
il medesimo sistema era rivestito il vuoto interno per tutta l'altezza. Questo vuoto 
aveva la sezione quadrata di m. 0,68 di lato, raggiungendo il piano della nuova 
strada, dove immetteva nel pozzo stesso, dal lato nord di esso, un cunicolo 



ROMA — 22$ — ROMA 

coperto con tegole alla cappuccina, lunghe m. 0,44 e larghe alle due estremità 
m. 0,35 e 0,39. 

La luce del cunicolo era di m. 0,57 di larghezza, e m. 1 di altezza sino all' im- 
posta delle tegole di copertura, e le pareti avevano il rivestimento di tufelli e mat- 
toni, come il pozzo. Questo si elevava dal nuovo piano stradale per m. 7 circa, due 
soli dei quali nella parte superiore avevano il descritto paramento, mentre la parte 
inferiore era di fondazione a sacco. Il cunicolo proveniva dalla parte della via Pa- 
lermo con leggiera pendenza, e ad esso confluivano altri cunicoli scavati nel terreno 
tufaceo e formanti un sistema idraulico di drenaggio; le pareti di questi erano rive- 
stite con intonaco di calce e misuravano in media m. 1,75 di altezza e m. 0,70 di 
larghezza, e la loro sezione era di forma ovale. 

Fra la terra si rinvennero i seguenti oggetti: un frammento di colonna di gra- 
nito bianco e nero, lungo m. 1, diam. m. 0,60; altro simile lungo m. 0,45, diam. 
m. 0,45 ; un capitello marmoreo di stile corinzio, alto m. 0,70, molto danneggiato 
nelle membrature, ed un frammento di mattone col noto bollo di fabbrica (C. I. L. 
XV, 159) dell'età severiana. 

E. Gatti. 



REGIONE 1. — 231 — POMPEI 



Anno 1916 — Fascicolo 7. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

CAMPANIA. 

I. POMPEI — Continuazione degli scavi lungo la Via dell' Abbondanza. 

Reg. HI, ins, II, n. 1. Casa di Trebio Valente. 

Durante il mese di maggio si è condotto a termine lo scavo del peristilio coi suoi 
ambulacri (ved. in fig. 1); quello del piccolo ambiente, che a mò di exedra B si apre 
in tutta la sua larghezza nell'ambulacro occidentale, e quello di due piccoli ambienti a 
settentrione di questo C e D, nei quali si entra dallo stesso ambulacro. Della stanza 
dalle pareti bianche E, a nord-est del peristilio, e alla quale si accede dall'ambu- 
lacro orientale, sarà meglio parlare quando ne sarà stato completato lo .scavo. 

Lo spazio P a settentrione del peristilio, dalle pareti decorate con rettangoli 
bianchi alternati con quadratini di vario colore, e del quale è stata fatta menzione 
nel precedente rapporto, non costituiva un'exedra, ma, invece, la parte posteriore del 
peristilio stesso, quasi interamente occupata da uno stibadium angolare in muratura G, 
compreso tra quattro colonne messe in quadrato. 

Una piccola finestra 1 a breve altezza, nel mezzo della parete a sinistra dello 
stibadium serviva a far portare facilmente le vivande da una cucinetta D situata nel- 
l'angolo nord ovest del peristilio. Ai lati di questa finestretta due piccole nicchie 2, 2 
per riporvi vivande o arredi della mensa. In mezzo all'area del peristilio, ed esatta- 
mente nell'asse dello stibadio una vasca semicircolare 3, col lato diritto rivolto a 
quello. 

Lo stibadium ha il lectus imus, ovvero il corno sinistro, più prominente del- 
l'altro (cfr. Notizie, 1910, pag. 264); la mensa, nel suo centro, è circolare nel piede 
e nel piano; un disco di marmo bianco, largo m. 0,65, attraversato da ud siphun- 

Notizib Scavi 1916 — Voi. XIII. 31 



POMPEI 



232 — 



REGIONE I. 



eulus di bronzo, ci mostra come la stessa mensa fungesse in taluni momenti, pure 
da fontana. Sappiamo che la mensa rotonda era propria dello stibadio (cfr. Notizie, 
1910, pag. 326), e abbiamo già ricordato altra volta l'associazione delle fontane con 




e / i 



3 12 M. 



Pio. 1. — Casa di Trebio Valente. 



gli stibadi (eli - . Plin., fipist. V, VI, 36 ; Notizie cit , loc. cit). La superficie verti- 
cale dello stibadio è a fondo nero, e reca nel tratto di mezzo, dietro la mensa, la 
rappresentanza di due grifi alati, riposanti su le quattro zampe, aifrontati ai lati di 
un piccolo cratere; nei due tratti ai lati della mensa la rappresentanza di anitre 
pascolanti, con pianticelle; nei due tratti anteriori due pavoni uno per parte, cia- 
scuno rivolto verso il centro, e dei quali quello di destra nell'atto di beccare sopra 
grossi frutti gialli (pesche?) contenuti in un elegante cratere di vetro o di cristallo. 
Il fondo nero di questa superficie armonizza con quello dello zoccolo delle pareti 
decorate con rettangoli e quadrati, e con quello interno ed esterno del pluteo che 
corre tra le colonne del peristilio, su l'uno e l'altro dei quali sono esibite però le 



REGIONE I. — 233 — POMPEI 

solite pianticelle. Il piede circolare della mensa è in muratura con rivestimento 
d'intonaco dipinto ad imitazione di marmo venato in giallo e in rosso. Le quattro 
colonne, in muratura con rivestimento d'intonaco, hanno capitello di tipo dorico e 
fusto liscio, giallo con alto zoccolo paonazzo. 

La vasca 3, nell'area del peristilio A, e nell'asse dello stibadio, è larga m. 3,00 
all'esterno e m. 2,35 all'interno; è profonda in media m. 0,95. La sua superficie 
è interamente rivestita di signino; nel mezzo si eleva un pilastrino cilindrico, largo 
m. 0,39, alto quasi quanto è profonda la vasca, col piano superiore di marmo, dal 
centro del quale si elevava uno zampillo verticale. Altri dodici zampilli uscivano 
poi dal labbro semicircolare della vasca per cadere obliquamente in essa come pro- 
vano dodici piccoli siphunculi di piombo in buona parte ancora esistenti ed espressi 
in pianta. Questo labbro della vasca affiora quasi col terreno dell'area, non elevan- 
dosi su di esso che 6 o 7 centimetri. 

La (istilla che, come è detto nel precedente rapporto, parte dal fondo di un'anfora 
collocata nell'alto del pilastro in muratura 5 (fig. 1), esistente nell'angolo nord-est del 
peristilio, è proprio quella che portava l'acqua nel centro della mensa, e che, inoltre, 
formava i vari zampilli della vasca descritta. La fistula, uscendo fuori dal pilastro, 
e correndo, coperta dal terreno, fino alla colonna anteriore destra dello stibadio, sotto 
la quale passa, arriva fino all'angolo destro del corno sinistro di quello, dove si di- 
rama in altre due fistule, una delle quali va alla mensa, l'altra alla vasca, l'una 
e l'altra munite delle necessarie chiavette di bronzo. Poiché non si può supporre che 
tutto questo ricco apparecchio di fontane fosse poi vivificato da quella pochissima 
acqua, che in tempo di pioggia riempiva l'anfora murata nel mentovato pilastro, 
bisogna credere che a questo insufficiente mezzuccio siasi ricorso solo negli ultimi 
tempi di Pompei, quando non funzionava più l'acquedotto campano in seguito a danni 
arrecativi dal terremoto del 63 all'era volgare. 

Nel terreno vegetale dell'area A non è stata eseguita alcuna esplorazione per 
avere qualche contezza delle sue piante e della loro disposizione. Nell'angolo sud-ovest 
esiste un rialzo di terreno fatto allo scopo evidente di mantenere a lungo l'acqua 
intorno a delle pianticelle forse utili per la cucina in uno spazio rettangolare 6, limi 
tato da detto rialzo e dalla cunetta del peristilio. La piccola exedra B, che si apre 
sull'ambulacro sinistro, scavata nella parte inferiore, non ha offerto nulla da doversi 
notare. Lo zoccolo delle sue pareti è come quello degli ambulacri, a fondo nero, scre- 
ziato di vari colori, operazione fatta con colpi di pennello a distanza. La stanzetta, 
che segue immediatamente a settentrione C, ha anch'essa accesso dallo stesso ambu- 
lacro e per un piccolo vano. Le sue pareti a fondo bianco recano nel campo princi- 
pale delle riquadrature formate con fascette rosse e nere. Nella parete di fronte è una 
nicehietta quadrata. Segue in ultimo a settentrione, un piccolo ambiente rustico D, 
ai quale si accede parimente dall'ambulacro sinistro, ambiente il quale era senza 
dubbio una cucina in servizio dello stibadio, e col quale, come ho detto, era messa 
in relazione per mezzo di una piccola finestra 1 nella parete a sinistra di quello. 
Un poggio in muratura nell'angolo sud-ovest (fig. 1, 7) era forse un piccolo focolare ; 
un foro circolare nell'alto della parete di fronte serviva per dare uscita al fumo. 



POMPEI 



234 



REGIONE 



Iscrizioni. 

Nell'ambulacro di destra, sullo zoccolo nero della parete a sinistra dell' ingresso 
nella stanza a nord-est del peristilio è graffito: 

arma vi\rumqu\e . . ■ 
Nello stesso ambulacro, nella metà sinistra della parete di fondo, è pure graffito : 




W/àTM I T v; l\(((". 



W 




r ) K\° K? 



M 



. . . meminit vitae {tritavi ■ ■ .] mort(i)s 

Sul fusto della colonna posteriore sinistra dello stibadio sono graffite in modo 
sommamente rozzo le figure di due volatili: quello di sinistra è forse un pavone. 
Di ambedue di esse offro qui il fac-simile: 





Oggetti. 

Dinanzi al corno sinistro dello stibadio, a breve distanza da esso, appoggiato 
al corpo cilindrico di un'anfora ivi collocata verticalmente stava un piede cilindrico 
di mensa, di marmo bianco, alto m. 0,60, interamente rivestito di foglie di acanto, 
al quale si appoggia la statuetta di un Eros, tutto nudo, stante, insistente su la 
gamba sin., mentre l'altra è portata alquanto innanzi, con ambo le mani accostate 
al basso ventre, delle quali la sinistra che sta dietro l'altra stringe contro quello un 
attingitoio a lungo manico. Delle ali avanza solo la radice; mancano quasi intera- 
mente i piedi ; l'esecuzione, specialmente quella della testa, è al disotto del mediocre. 

Nella cucinetta, nell'angolo nord-ovest del peristilio, si è rinvenuto un rastrello 
di ferro a sei denti, inoltre, un piccolo vaso di terracotta a lungo collo rastre- 



SARDINIA — 235 — ABBASANTA 

mato verso l'alto, con un'ansa sola a nastro, privo di buona parte della pancia e di tutta 
la parte inferiore, recante su la spalla la iscrizione dipinta con X atramentum : 



/M 




'fftUi pj'^'^G 




cioè: G(ari) f(los) Scombri Scaur{i) ex officina Agalho(p)i 

Se ne ebbero varii esempii (cfr. C. I. L. IV, Suppl. n. 5690 seg.) ; ma il nostro 
merita di essere edito perchè uno dei più completi. 

G. Spano. 

SARDINIA. 

IL ABBASANTA — Ricerche nel nuraghe Iosa. 

La direzione degli scavi dell' isola da oltre un ventennio aveva proceduto allo 
scavo del Nuraghe Losa, presso Abbasanta, allo scopo di mettere in evidenza quel 
chiaro e complesso esempio di architettura nuragica e renderlo accessibile in tutte le 
sue parti ai visitatori e studiosi dell'isola. I risultati degli scavi furono fissati in 
piante e sezioni fatte dal signor P. Nissardi e pubblicate .dopo qualche anno, con un 
cenno descrittivo del nuraghe, dal signor Pinza, nell'opera sui Monumenti primitivi 
della Sardegna (*). Quel cenno, naturalmente riassuntivo, non ha potuto presentare 
tutti i dati raccolti nello scavo; ha però posto in chiaro alcune delle questioni a cui 
danno luogo i resti del grandioso monumento e le ha risolte secondo le vedute del 
signor Pinza, che non rispondono a quelle degli egregi scavatori, prof. Vivanet e 
geom. F. Nissardi ed alle mie. 

Dai tempi degli scavi condotti dal mio egregio predecessore, prof. Vivanet, sono 
scorsi molti anni ed il benemerito studioso è improvvisamente scomparso, senza che 
egli potesse, per molte ragioni, pubblicare i proprii studii sul monumento ed i risul- 
tati degli scavi. Nell'anno 1915, dall'aprile al giugno, ho ripreso gli scavi nel 
Nuraghe, divenuto per merito del Vivanet proprietà Nazionale, allo scopo di chiarire 
alcuni dubbii che erano rimasti sulla struttura del complesso edificio e sull'età dei 
successivi ingrandimenti da esso presentati, ed anche per meglio provvedere allo sgom- 
bero dei materiali accumulati dagli scavi precedenti, e ricercare, al di sotto di essi, 
le traccie di probabili edifici esistenti attorno al grande nuraghe. 

(') Monumenti antichi dei Lincei, voi. XI, anno 1901, pp. 98 e 122, tavv. VII e Vili. 



ABBASANTA — . 236 — SARDINIA 

Dovrei limitarmi ad esporre i risultati di questi miei scavi, ma non sarà fuori 
luogo riassumere qui in breve i principali dati sulla struttura del nuraghe Losa ed 
i punti controversi dello studio di essi, appunto perchè meglio possano comprendersi 
gli scopi della presente ricerca ed i risultati ottenuti. 

La pianta che qui allego (tav. 1). per quanto si riferisce specialmente agli edi- 
fici esaminati o rintracciati nella presente campagna, pure può servire al lettore per 
comprendere la disposizione delle rovine del nucleo nuragico di Losa e degli annessi 
edifici. Col semplice profilo schematico è segnato il nucleo principale del nuraghe, 
già noto dalla pianta del signor Nissardi, edita dal prof. Pinza; a tratti più oscuri 
sono resi i muri ora riesaminati e quelli di recente messi in luce a tratteggio spez- 
zato (vedi fig. 1). 

Come risulta da quella pianta e dalla ricordata descrizione del Pinza, e come 
è evidente anche dalla nostra pianta, tale nucleo è costituito da una robusta torre 
conica, A, rivestita da una fasciatura tringolare B, B. B, dai lati leggermente con- 
cavi, contenente tre altre celle. 

La torre primitiva conica (vedi pianta, A), la cui struttura esterna è quasi com- 
plotamente ammantata dal rivestimento dell'aggiunta posteriore, è costrutta sopra un 
basamento in parte naturale di lava basaltica, alquanto emergente al di sopra del 
piano basaltico che forma il suolo del terreno circostante al nuraghe e di quasi tutto 
il territorio di Abbasanta; ha, specialmente nella sua base, materiali di grandi dimen- 
sioni, massime negli stipiti, negli architravi delle porte, nei corridoi delle scale. 
Questa torre, che ancora conserva parte di due piani e ne aveva forse un terzo, ha 
il suo ingresso verso mezzogiorno, ampio, sormontato da un architrave monolito, non 
munito di feritoia di scarico e che dà al corridoio che mette alla cella centrale. 
Questo corridoio ha la consueta celletta, o nicchia, nella parete sinistra, per la guardia 
dell' ingresso e nella destra l' ingresso della scala a spirale che sale al piano supe- 
riore. La cella principale, che fu in origine lastricata, ampia, coperta da ben con- 
servata volta a rastremazione dei corsi di pietra, ha nelle pareti tre grandi nicchie 
a pianta semicircolare. 

La scala, o meglio cordonata, a piano inclinato, sale entro ad uno stretto 
corridoio, aperto nello spessore della parete e coperto da volta a rastremazione: 
era in origine illuminata da feritoie, le quali davano luce alla scala stessa al 
livello dei gradini, e furono naturalmente accecate dalla costruzione del fasciamento 
esterno. 

La scala, giunta all'altezza del piano superiore, interseca il corridoio di ingresso 
alla cella di esso, corridoio che dava verso l'esterno della torre, con una finestra 
aperta attraverso alla muraglia al di sopra della porta del piano terreno, dall'altro 
lato conduceva alla cella del secondo piano, più piccola assai di quella del piano 
inferiore e non munita di nicchie. Di questa cella non esiste ora che la parte infe- 
riore, ma quanto basta per mostrare che anche questa camera era coperta da volta 
a rastremazione. 

Il corridoio a spirale della scala, proseguendo il suo corso, continua a salire più 
stretto entro allo spessore della muratura fino a dove questa è spezzata dalla rovina 



SARDINIA 



— 237 



AliHASANTA 



della costruzione, ed in origine doveva salire o ad un terzo piano, o più probabil- 
mente ad un terrazzo che sormontava la volta del secondo. 




y^J.u jj oU»*.| fi»*. 



Tav. I. — Pianta desili edificii circostanti al Nuraghe Losa. 



È assai probabile che questa parte primitiva del nuraghe sia esistita lungo tempo 
da sola ; d'altra parte la levigatezza delle pietre dei gradini e delle parti più basse 
delle pareti dei varii passaggi, mostra la frequenza per lunghi secoli di abitatori 
viventi e circolanti assiduamente entro l'edificio. 



ABBASANTA — 238 — SARDINIA 

La grande fascia di costruzione, segnata con B, B, B, che avvolge la torre pri- 
mitiva, presenta, massime nella parte esteriore della cortina, fatta a corsi di pietre 
regolari in parte sbozzate ed accuratamente disposte, la stessa tecnica delle costru- 
zioni nuragicbe della migliore epoca, anzi si può dire costituisca uno degli esempii 
più solenni ed imponenti dell'isola. Evidentemente essa rappresenta un'ampliazione 
dell'edificio nuragico, compiuta a scopo di aumentare lo spazio disponibile, nel pieno 
fiore della tecnica e della civiltà nuragica. 

Tutta questa imponente costruzione ha il suo piano tenuto allo stesso livello 
della torre primitiva a mezzo di una platea, in parte artificiale, di grossi massi, 
sulla quale si aderge la cortina murata, in modo che la soglia della porta principale 
di accesso alla costruzione nuragica, p, come anche dell'altra porta della cella aggiunta, 
di cui ora diremo, si trovano all'altezza di circa m. 1,40 superiore al piano roccioso 
circostante al nuraghe. 

L'apertura pricipale,p, si apre in corrispondenza all'accesso del primitivo nuraghe, 
benché leggermente obliqua all'asse di quel corridoio e non corrisponde al centro della 
parete; la soglia, come dicemmo, è alta quasi un metro e mezzo sul piano roccioso 
del suolo. Questa porta è sormontata da un poderoso architrave, munito di feritoia 
di scarico e da essa si passa al corridoio che, come dicemmo, imbocca alla porta del 
prisco torrione nuragico. Prima però di giungere ad essa si trovano i due corridoi, che 
con andamento leggermente curvilineo, per seguire la curva della parete della torre 
centrale, danno accesso a ciascuna delle due celle praticate entro allo spessore del 
corpo aggiunto lateralmente e verso la fronte della torre principale. La pianta di 
queste due celle è irregolarmente circolare, la struttura della parete e della volta è 
più grossolana e meno accurata che nella cella principale: quella di sinistra per chi 
entra ha la volta crollata nell'alto; quella di destra ha la volta completa e presenta 
una stretta feritoia, che dà alla parete che diremo di facciata dell'edificio. 

Se fu facile aggruppare queste due celle ed assicurarne la comunicazione con 
la cella principale, questo risultato non si poteva ottenere per dar passaggio alla terza 
cella praticata nel corpo aggiunto, senza intaccare la compatta muratura della torre 
primitiva. E questo non fu fatto dagli ampliatoli del nuraghe, cosicché a questa terza 
torre si accede da una porta, p\ che si apre dall'esterno, nella parete orientale della 
cortina, la quale si presenta con la soglia elevata di m. 1,50 sul piano roccioso. Ma 
questa cella ha un altro recesso per mezzo di una scala, la quale da una porta aperta 
a più di due metri di altezza dal pavimento della cella, si erge assai ripida e bru- 
scamente piegata a gomito, attraversa tutta la massa del corpo aggiunto, B, B, B, 
sbucando con una apertura a pozzo sopra il terrazzo con cui questo terminava supe- 
riormente. Così si può supporre che questa piattaforma pianeggiante, disposta al di 
sopra della volta delle tre celle B, B, B, del corpo aggiunto tricuspidale, lasciasse 
dominare più alto il cono della torre centrale. 

Oltre a questo passaggio dal terrazzo alla cella ora ricordata, dall'alto di questa 
piattaforma si accedeva ad un altro ripostiglio praticato, come un pozzo, entro alla 
muratura del corpo aggiunto, anch'esso, benché di piccole dimensioni, coperto da 
volta a rastremazione. 



SARDINIA 



— 239 — 



ABBASANTA 



Entro a questo ripostiglio furono rinvenuti pezzi di lamina di sughero, abba- 
stanza conservati, i quali, secondo l'opinione del sig. Nissardi, dovevano rivestire 
queste celle, o ripostigli, adibiti alla conservazione di materiali metallici, armi e 
strumenti di grande pregio. 

Anche entro alla parete del cobo primitivo e precisamente nella parte superiore, 
si apre uno di tali ripostigli, di piccole dimensioni ed a cui si accede da una pie- 













• 


















• 






















jr HIJPI 














^J'wBfc.' "^^ | 







Fig. 1. — 'Torre fronteggiante il Nuraghe, e che servì da luogo di riunione 
degli abitanti del borgo nuragico. 



cola apertura nel fianco della scaletta che dal secondo piano della torre centrale sale 
al terzo o alla terrazza che sovrasta al secondo. 

A questo nucleo più antico di costruzioni altre se ne vennero aggiungendo col 
procedere del tempo. Proprio dinnanzi all' ingresso principale del massiccio nnragico, 
a m. 1,20 di distanza, fu messa in luce una torre di pianta irregolarmente circo- 
lare, G, nella nostra tavola. Per quanto essa abbia le pareti alquanto inclinate al- 
l' interno, pure per lo scarso spessore di esse in confronto al diametro di circa 8 metri 
della camera interna, escludo la copertura a volta. Questo recinto G ha verso mez- 
zogiorno una porta ampia, sprovvista di architrave, con la soglia al piano roccioso 
della campagna che segna pure il livello della cella interna della torre. Al lato op- 
posto, verso il nuraghe, ha un'altra porta, rastremata in alto e munita di architrave 
(vedi fig. 1) con la soglia elevata sul piano della cella di m. 0,45, mentre sul piano 

Notizm Scavi 1918 — Voi. XIII. 82 



AHMASANTA 



240 



SARDINIA 



in faccia alla porta del nuraghe è elevata di m. 0,70. A questa differenza di livello 
dell'altezza delle soglie avremo da ritornare più oltre. 

La colla ha nelle pareti due nicchie, molto larghe, ma assai poco profonde, di- 
verse quindi dalle solite nicchie delle celle nuragiche; inoltre presenta cinque nic- 
chiette, o armadietti, di mediocre dimensione, praticate nello spessore della muraglia, 
e cinque feritoie, abbastanza ampie nell'interno e strette all'esterno (fìg. 1): quelle 
a destra di chi entra dalla porta maggiore alte dal suolo ed atte al tiro dell'arco 
di un uomo in piedi, quelle di sinistra più basse, tali da permettere il tiro ad un 
uomo inginocchiato. 




Fia. 2. — Piccola ara nel recinto G. 

Evidentemente questa torre serviva a scopo di difesa; ma va ricordato che entro 
ad essa si rinvenne ed anche ora vi è conservato, un pilastrino circolare di trachite 
rosea, alto m. 0,60 e di 0,36 di diametro, con una rozza gola o base di m. 0,04 
(tig. 2). Questo pilastro, che io accosto a quello trovato nel recinto circolare dell'al- 
tipiano di Serri ('), ebbe forse, come quello, funzione di altare; e se si considera 
che anche nella struttura e nella disposizione delle nicchie nella parete la torre 6 
di Losa ricorda il recinto di Serri, vorrei supporre che anche quella, oltre allo scopo 
occasionale difensivo, avesse quello abituale di raccogliere la gente del borgo, anche 
per scopi religiosi, attestati dal pilastrino accuratamente lavorato. 

Ai due lati delle pareti esterne del recinto emergono due brevi sporgenze, che 
parrebbero accennare all'attacco di questa torre 6 alle altre parti del recinto difen- 
sivo applicato attorno al recinto nuragico; a questa idea, già espressa dal Pinza, 
avremmo una conferma in un frammento di muro ni da noi sezionato ad oriente della 
torre, al limite dell'area di proprietà dello Stato. 



(') Tarameli i, Il tempio nuragico di S. Vittoria di Serri, in Monum. antichi dei Lincei, 
an. 1914, voi. XXIII, pag. Ili, figg. 97, 101. 



SARDINIA 



— 241 — 



ABBASANTA 



Per tutto il tratto ad oriente del nucleo nuragico, il muro del recinto non è 
rimasto in luce, ma esso si ripresenta, rinforzato da torri, al fronte di nord. 

Le torri e la cortina che le unisce furono fatte di getto, in un solo momento, 
essendo le murature strettamente incorporate nella loro fascia esteriore. Sono costrutte 
in blocchi molto grossolani, non sbozzati e disposti in modo meno regolare che nella 
cortina del nucleo nuragico. È indubitato che si tratta di lavoro eseguito con minor 
cura, condotto con sollecitudine inspirata da minaccie nemiche. 




Fig. 3. — Torre del recinto e casette antiche entro al recinto stesso. 



La più orientale delle due torri conservate D (rig. 3) sporgo quasi completa- 
mente dalla cortina; ha la volta crollata, forse perchè le pareti sono indebolite dal 
gran numero delle feritoie aperte attraverso ad esse. L' unica porta di accesso verso 
la cella interna, la quale ha otto feritoie, costrutte tutte a circa un metro di altezza 
dal suolo, ampie dal lato interno, ma strette verso l'esterno, come è dato dal par- 
ticolare delle tìgg. 4 e 5. Una di queste feritoie batte proprio il filo della cortina, 
presso la torre. Questa cortina procede diritta verso occidente per un tratto di venti 
metri, munita di una feritoia, poi piega per un tratto ad angolo, accostandosi alla 
parete del massiccio nuragico con due altre feritoie e riprende poi la sua direzione 
verso occidente più rasente al fianco del nuraghe centrale, sino all'altra torre E. 
Anche questa è quasi completamente sporgente dalla cortina ; ha un' unica porta, la 
volta crollata, nove feritoie ed un armadio o nicchia, ed oltre a questo al piede della 



ABBASANTA 



— 242 — 



SARDINIA 



muratura, ha una colletta coperta da volta, probabilmente una conserva d'acqua 
(tav. I. E, i). Dopo questa torre la cortina con un gomito si viene appoggiando ed 
addossando alla parete del massiccio nuragico. 

L'ultimo tratto della cortina di difesa era così vicino alla parete del nucleo 
nuragico che l'andito, o passaggio F tra le due muraglie si può supporre fosse co- 




Fig. 4. — Andito tra la cortina e la torre Nuragica. 



perto da volta a rastremazione, come avviene dei corridoi nuragici; a questa coper- 
tura pare accenni l' inclinazione della parete verso l' interno del recinto esterno, vi- 
sibile anche dalle fotografìe 6 e 7 ; d'altra parte per l'appoggio di questa volta si 
possono notare presso alla porticina h i resti di una fascia in muratura, addossata 
alla parete del nucleo nuragico e che poteva appunto servire di sostegno ai corsi spor- 
genti della copertura di tale passaggio (tìg. 4). 

A breve distanza dalla torre D, tra questa ed il nuraghe centrale, si trovarono 
le fondazioni di una costruzione di pianta ellittica a (tav. I) in pietre per lo più 
di piccole dimensioni, cementate con malta molto argillosa e conservate per l'altezza 
media di m. 1,50. Una sola porta nel lato verso occidente dà accesso a questo re- 
cinto, essendo l'altra apertura una frana del muro. 



SARDINIA — 243 — ABBASANTA 

Essendosi scoperto presso tale recinto un vaso capovolto con sotto delle ceneri, 
il sig. Nissardi propendeva a ritenerlo un ustrino, opinione che è da lasciarsi deci- 
samente in disparte, in base ai dati raccolti in quest'ultima campagna. 

Credo si tratti di una grossa cappanna o meglio fondazione di cappanna a pianta 
ellittica, e che nelle parti superiori e nel tetto doveva essere in frasche e legname ; 
per l'analogia delle capanne trovate nella recente esplorazione, credo che anche questa 
possa riferirsi all'età romana. 

Le dimensioni che essa presenta (m. 8,00 X 5,50) e l'esilità dei muri, non pos- 
sono consentire altro genere di copertura, come osserveremo per queste ultime ca- 
panne scoperte. 

Questi vari edifici, scoperti nelle precedenti campagne, erano stati esaminati e 
descritti dal prof. Pinza. Egli, avendo osservato che la soglia della porta del nucleo 
nuragico si trovava di m. 0,70 più alta di quella della torre Q e di m. 1,40 più 
alta del piano roccioso attiguo alla porta, aveva espresso l'idea che per il naturale 
dilavamento della terra il suolo attorno al nuraghe che all'epoca della sua costru- 
zione era al livello della soglia o di poco più basso, si era venuto abbassando len- 
tamente di m. 0.70, che segnano l'intervallo di tempo trascorso tra l'età della co- 
struzione del primitivo nuraghe e quella del recinto G. Il dilavamento poi avrebbe 
proseguito anche dopo la costruzione del recinto ff e ne sarebbe un segno anche il 
livello notevolmente più basso in cui si trovano, in confronto alla soglia della porta 
del recinto G, quelle delle due torri D ed E del recinto fortificato ed anche del re- 
cinto di pianta ellittica a. 

Invece il suolo dell'età nuragica, o almeno quello ricco di avanzi riferibili al- 
l'età nuragica ed alla vita di quell'epoca, fu rintracciato almeno m. 0,20 o 0,30 
sotto alla soglia delle case romane ora scavate attorno al nuraghe, in modo che noi 
possiamo ritenere, come del resto intravide egregiamente anche il prof. Pinza, che 
mentre le costruzioni di fortificazione costrutte ed in parte addossate al nuraghe se- 
guirono docilmente il piano della campagna, adattandosi alle sue movenze ed ab- 
bassandosi con esso, invece il nucleo nuragico ebbe un piano regolare, ergendosi sopra 
una platea artificiale, destinata a mascherare le ineguaglianze del sottosuolo ed a 
servire di base all'edificio. 

Questo sistema di erigere il nuraghe sopra una piattaforma si trova del resto 
in vari di questi edifici, ed il prof. Pinza stesso ne pubblica yarì esempì, corredati 
dai diligenti disegni del sig. Nissardi, come il nuraghe Sfundadu ed il nuraghe 
Flumini Longu della Nurra ( 1 ). Con questo sistema, che fu usato specialmente nelle 
bassure allagabili nella stagione delle pioggie, si otteneva lo scopo di preservare 
dalle inondazioni il piano delle celle ; inoltre elevando l'altezza della soglia sul piano 
circostante, si ostacolava l'accesso all' interno dell'edificio, e vediamo che tale preoc- 
cupazione è dominante nei costruttori dei nuraghi. 

Del resto è innegabile che la cinta munita di torri fu costrutta molto tempo 
della seconda amplificazione del nucleo nuragico. 



(*) Pinza, op. cit., pag. 106, figg. 65, 87. 



AHBASANTA 



— 244 — 



SARDINIA 



Nella campagna di esplorazione compiuta nell'anno 1915, con la cooperazione vali- 
dissima dell' ispettore onorario, rev. Salvatore Angelo Dessi, furono appunto eseguite 
indagini per fissare l'epoca di tali costruzioni. Per quanto rozze, erette con pietre 
brute, di grandezza diversa, non sono meschine imitazioni dell'architettura nuragica 
ma sono editici della stessa tecnica, costrutti sotto l'impulso di una fretta che non 
dette agio alla scelta di materiali ne alla loro regolare disposizione. Ma la podero- 




Fig. 5. — Feritoie vedute dall'interno e porta di accesso alla galleria di comunicazione alla torre E. 



sita dei blocchi impiegati nella cortina, nei corridoi, negli architravi delle porte delle 
due torri D E mostra la stessa potenza, la stessa energia collettiva posseduta dai 
costruttori del nucleo ntiragico. Le condizioni solo erano diverse, V urgenza forse del 
pericolo e del bisogno determinò un lavoro meno accurato e duraturo. 

Convengo anch' io, ed i dati raccolti lo provano, che tali costruzioni esteriori 
rappresentano una inferiorità rispetto alla bella epoca indicata dalla costruzione del 
nucleo principale; ma è sempre la stessa tecnica, il prodotto della stessa gente. 

I primi lavori della campagna 1915 furono diretti a studiare il recinto G o 
torre fronteggiante il nuraghe. Come si vede dalla fotografia (fig. 1) esso presenta 
una costruzione assai irregolare ed incerta: per quanto anch'esso costrutto in grossi 
massi, essi sono scelti e disposti senza cura e senza la connessione robusta ed accu- 



SARDINIA 



— 245 



ABBASANTA 



rata che si osserva nella parete del maggiore nuraghe. Molte pietre di piccole di- 
mensioni interposte tra le grandi e non poca terra od argilla assicurano la regola- 
rità dei (ilari, cosicché l'edificio, pur consertando taluni caratteri nuragici nella porta 
e nelle feritoie visibili nella fotografia (tìg. 1), non ha la solidità maestosa che ap- 
pare nel primitivo nucleo nuragico. 

Per questo io ritengo il recinto assai posteriore a quello e più recente anche 
delle due torri D ed E (figg. 3, 4). In queste due torri e nella cortina che le unisce 




Fio. 6. — Veduta dell'esterno delle feritoie aperte nella cortina turrita. 



invece non sono né zeppe di pietre piccole né argilla, ma solo grandi massi, e si nota 
manifesto lo scopo di ottenere una grande solidità e resistenza. Questo si vede anche 
dalle nostre riproduzioni che danno la torre D, come anche la cortina nel suo lato 
interno presso le feritoie attigue alla porta segnata in h nella pianta (fig. 6). 

La cortina appare fatta di getto, per quanto sia di spessore non uniforme; si 
vede come si legano le torri sporgenti ai tratti rettilinei e come le disposizioni delle 
feritoie siano fatte con criterio già sviluppato di difesa per battere dalle torri la 
fronte della cortina, e così pure dall'angolo rientrante presso la porta h, per colpire 
con due feritoie accostate l'assalitore e prenderlo in mezzo tra il tiro di questa coppia 
di feritoie e quelle della torre sporgente E. Tutte le feritoie sono abbastanza ampie 



ABBASANTA — 246 — SARDINIA 

nell' interno, strette all'esterno per proteggere il difensore (fig. 6) : quelle delle torri 
D ed E adatte ad un uomo in piedi, quelle dell'angolo della cortina sono invece 
basse, per un uomo inginocchiato, come si comprende dalla fotografia (fig. 5). Fu 
appunto nello scavo fatto per rintracciare il livello antico di tali feritoie che si 
ebbero a dozzine quelle pietre accuratamente arrotondate, di 6-7 cm. di diametro, 
frequenti nel nuraghe Losa ed in tutti i nuraghi esplorati, e che erano le armi da 
getto più largamente usate nella difesa dall'alto del nuraghe ( 1 ). 

L'altezza conservata della cortina, fra le due torri D ed E, è da 3 a 4 metri 
nel lato interno, un poco più alta dall'esterno, essendo il terreno leggermente 
declinante. 

La torre E ha la volta quasi completamente crollata, ma rimangono le pareti 
sino all'altezza di quasi 6 metri, ed in esse si aprono, come dicemmo, 9 feritoie. 

Tolto il materiale caduto dall'alto, si rimise in luce il pavimento, in grossi la- 
stroni di basalto conservato per oltre la metà della cella, e fu di nuovo sgombrata 
la curiosa cisterna segnata nella pianta con », aperta sotto la parete della torre, 
quasi di faccia alla porta d' ingresso. All'epoca dei primi scavi, diretti dal prof. Vi- 
vanet, questa cisterna presentò infissi nella parete degli arpioni in ferro, che il 
sig. Nissardi ritenne destinati a tener appesa la carne, in fresco, per i difensori della 
cinta nuragica- È questo uno dei segni dell' uso relativamente tardo di questo re- 
cinto; altri ce ne forniscono le indagini praticate attorno al nuraghe 

Le piccole dimensioni dei materiali impiegati nei muri del recinto ovale a ed 
il rinvenimento di ceramica di età romana ivi avvenuto, mi facevano supporre che 
questo recinto fosse di molto posteriore a quelli precedentemente descritti. Ciò fu 
confermato dai dati raccolti dagli avanzi di altri consimili edifici, esplorati in questa 
ultima campagna, attorno al massiccio nuragico e specialmente presso il recinto a, 
sotto un cumulo di materiali crollati dalla mole nuragica. 

Attiguo al recinto a, allo stesso livello di questo, cioè a m. ] ,50 inferiormente 
alla soglia della porta del nuraghe centrale, si ebbero i resti di un altro recinto, 
ad un dipresso circolare, b, di m. 4,50 di diametro, conservato per circa due terzi 
della periferia, con le tracce di uno degli stipiti della porta d' ingresso. 

I muri, di spessore ineguale da m. 0,80 ad 1,20, erano fatti con materiali disformi, 
per lo più minuti e di demolizione degli edifici preesistenti, legati con molta argilla, 
nella quale erano impastati frammenti di rozze stoviglie nuragiche. E probabile che, 
tanto in questa come nelle altre costruzioni ora rinvenute, si abbiano solo le fonda- 
zioni in rude muratura di tarde capanne, che avevano il resto delle pareti e del tetto 
in frascame, come quello delle moderne capanne da pastore nelle montagne sarde. 

Non si ebbe traccia di pavimento di questa capanna b, forse in battuto di terra, 
ma esso era indicato da una linea di materie carboniose miste a terra. Erano copiosi 
i frammenti di ceramica locale d' imitazione aretina, di stoviglia di tarda importa- 
zione della Campania; anche i residui di ossa di animali, serviti per i pasti, ossa di 

(') Anche il nuraghe di Santa Barbara, presso Villanova Truscheddo, dette centinaia di tali 
proiettili. 



SARDINIA 



— 247 — 



ABBASANTA 



bove, di capra, di pecora, di cinghiale; numerose le corna di cerbiatto e di cervo, 
ancora oggi esistenti nell' isola. 

Anche la capanna C, attigua ed anzi congiunta con auella b, presentava lo stesso 
carattere costruttivo frammentario. Essa ha pianta a un dipresso ovale, con i diametri 



■ 




Fio 7. — Interno "dell a capanna 0. 



di 6 e di 4 metri (fig. 9) ; ha la porta verso mezzogiorno ed un armadio o nicchia 
nella parete quasi di contro alla porta. ] Come è visibile dalle fotografie 9, 9 a, le 
mura furono conservate solo in un punto dell'altezza;di circa 2 metri e mostrano la 
parete inclinata verso l' interno : la struttura del muro è poco solida ed ineguale, e 
non era tale di reggere la spinta di una volta, cosicbè anche per questa capanna 
dobbiamo supporre la stessa copertura in fogliame. Entro ed accanto a questa capanna 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 33 



ABBASANTA — 248 SARDINIA 

si ebbero avanzi di pasti e di ceramica di età romana, e varie monete di bronzo assai 
mal ridotte, ma chiaramente riferibili all'età dell' impero romano. Neil' interno si ebbe 
anche il catil/us di una mola romana e varie macine piatte trovate però nel sotto- 
suolo di questa modesta dimora. Si ebbe anche un oggetto di pietra che si vede 
dalla fig. 7, e che ritengo il fondo di un pressoio da olive. È un blocco di pietra 
di sezione ad un dipresso semicircolare, nella faccia superiore, pressoché rettangolare ; 
ha un solo rilievo ed un incavo centrale circolare, con relativo colatoio su uno dei 
lati. Piuttosto che di un fornello di fusione parmi trattarsi di un piccolo fondo di 
pressoio da ulive di uso domestico ('). 

Di un'altra analoga cappanna, a pianta probabilmente ovale (/, si videro le tracce 
accanto alla precedente, ma non credetti fosse il caso di esplorarla completamente, 
per non invadere il terreno privato sotto il quale essa si estendeva. 

Anche dall'altro lato del nuraghe, verso ovest, si ebbero tracce di cappanne forse 
di età romana. In e si ebbero le fondazioni dei muri di una piccola cappanna circolaro 
con la porta probabilmente rivolta verso il nuraghe; di m. 3,00 di diametro, con 
pareti esili e con molti resti di ceramica romana. Più ampia e più incompleta era 
la fondazione di un'altra cappanna attigua a questa, f. con un ingresso a sghembo 
ed una piccola nicchia nelle pareti; questa cappanna /si attaccava mediante un muro 
alla parete del nuraghe. Neil' interno di questa cappanna rimasero tracce di un pa- 
vimento in terra bruciata dal fuoco, forse dall'incendio che distrusse la cappanna la 
quale dette non meno delle precedenti i residui della vita famigliare in età romana. 

Anche in C si ebbero i resti di un'altra cappanna circolare, mentre in t si ebbero 
gli avanzi di una sepoltura, chiusa da lastre in pietra, contenente i residui di un 
deposito funerario di età tarda, probabilmente cristiana. Avremo qui l'ultimo uso a 
cui servì il recinto di Losa; dopo di essere stato la forte abitazione di un famiglia 
nuragica, di aver veduto dietro le afforzate difese la lotta contro gli assalitori, esso 
accolse accanto alla sua mole un gruppo di cappanne di poveri pastori ed agricoltori 
del periodo romano; da ultimo servì come cimitero, forse di età cristiana, quando la 
vita si ritrasse dalle campagne, per raccogliersi verso l'abitato di Ad Medias, corri- 
spondente all'attuale Abbasanta. 

Ognuno vede l' interesse che avrebbero potuto dare queste case minori, sorgenti 
accanto alla grande mole nuragica del capo delle tribù e dietro la potente difesa 
militare della cinta, se noi non avessimo il sospetto che esse siano un rifacimento 
tardo, di epoca romana, di case forse dello stesso tipo, sorgenti nella stessa località, 
nel periodo preromano. Nella vessata questione della origine del tipo della casa 
protosarda e del nuraghe, questo materiale però potrebbe avere un gran peso, non 
minore di quello che ha lo studio delle case, indubbiamente nuragiche, esistenti 
attorno al nuraghe Serrucci, di Gonnesa, da me esplorate nelle campagne del 
1912-13. Nello studio di quelle cappanne, che io ho da molti mesi allestito ed 



( l ) Non escludo però che potesse anche essere un'ara o una speciale patera da offerte sacre 
ed essere connessa a rituale religioso primitivo a cui si riferiscono anche altri frammenti di oggetti 
di non chiaro uso. 



SARDINIA 



— 249 



ABBASANTA 



attende l'onore della pubblicazione nei Monumenti dei Lincei, ho ripresa la que- 
stione della origine della casa sarda preromana e del nuraghe. I risultati ottenuti 
dal mio studio sono lungi dal considerarsi definitivi : io credo però che gli anelli 
della evoluzione dalla cappanna, coperta di frasche, al nuraghe, siano evidenti, come 
sia evidente, in un certo punto della evoluzione l'intervento di un fattore nuovo, 
forse di importazione premicenea, dall'oriente del Mediterraneo, fattore che deve 
essere messo in rapporto cronologico e forse anche non soltanto cronologico, con la 
scoperta e la lavorazione delle miniere di rame della Sardegna. 

Gli elementi raccolti in questo strato mostravano che il nuraghe ed il terreno 
vicino erano stati per lungo tempo abitati e frequentati, ma le indagini si estesero 
tutto attorno al nuraghe, dove si potè interrogare lo strato di terra al di sotto del 
livello delle capanne di età romana, per raccogliere qualche indizio riferibile alla 
età più antica, e cartaginese e soprattutto nuragica. 




Fig. 8. — Sezione delle pietre basaltiche che 
servirono al rivestimento di un edifìcio 
religioso entro al Nuraghe Losa. 




Fio. 9. — Sezione di pietra lavorata, forse 
adibita al rivestimento esterno di una cu- 
pola di edificio religioso. 



All'età cartaginese si possono attribuire alcuni oggetti, penetrati forse per via 
commerciale tra le genti nuragiche ; tali sono le stoviglie puniche e di importazione 
dalla Sicilia e dalla Campania, per lo più in frammenti; un grosso scaraboide in 
pietra, verde, assai malconcio, qualche perla in pasta vitrea e vetro, un pendaglietto 
a forma di goccia, in bronzo, e varie monete puniche, con protome d'Astarte e le tre 
spighe di grano, ed un campanello pure in bronzo. 

Rinvenimenti di materiali riferibili all'epoca nuragica non mancarono, ma come 
erano stati scarsi durante i grandi scavi precedentemente praticati, tanto nell'interno 
dell'edificio centrale che nelle fortificazioni aggiunte, furono poco abbondanti anche 
nell'attuale campagna. 

Ricordo, oltre ai numerosi ciottoli arrotondati, usati come proiettili, varie macine 
a navicella, macinelli e pestelli in pietra, mortai ed anche alcune rozze teste di 
mazza a foro centrale, intiere e spezzate; gran copia di frammenti ceramici, di rozzo 
impasto, per lo più di vasi di uso, di pentole, con le consuete anse a gomito, offerte 
da tutti i nuraghi, di larghe tegghie, a pareti poco alte e svasate, di grossi ziri 
ad orlo rivoltato, alcuni conservanti ancora le saldature in piombo degli antichi 
restauri, di cui si ebbero già esempì al nuraghe Palmavera, a Serri, a Monte Idda 
ed allo stesso nuraghe Losa. Sopra alcuni orli di ziro vi erano ornati ad impressione, 



ABBA8ANTA 



— 250 



SARDINIA 



ottenuti con piccole stampiglie, a motivi semplici, a stelle, a linee intrecciate, a 
triangoli dal vertice contrapposto. Abbastanza numerose le fusarole in terracotta e le 
ossa di animali, sia domestici, bove, capra, pecora, che selvatici, cinghiali, lepri, ed 
abbondanti i palchi di cervo e le corna di cerbiatto. 

Rarissimi gli oggetti in bronzo e per lo più in frammenti; si raccolsero vani 
aghi crinali, semplici, senza capocchia ornata; una piccola accetta in bronzo, esile 
ed a margini appena rilevati, lunga cm. 11, con la superficie assai corrosa dall'ossido. 




PiG.310. — Pozzo fontana Sacra di Losa, a 500 metri a nord-ovest del Nuraghe. 



Si ebbe anche una protome di navicella votiva in bronzo, con figura di testa di 
cervo, discretamente conservata. Questo oggetto di tipo votivo ed evidentemente di 
carattere religioso, come credo lo fosse anche un piccolo vasetto in terracotta, di 
fondo tondeggiante, con quattro minuscole ansette forate sotto l'orlo e probabilmente 
anche i ziri con l'orlo decorato da impressioni, mi conducono a supporre che in 
qualche parte non ancora accertata del complesso edificio del nuraghe Losa vi fosse 
un sacello od un recinto adibito per uso religioso, più antico e Ài diverso tipo e 
struttura che non fosse il recinto torre a feritoie G. 

Già negli scavi precedenti erano stati rinvenuti numerosi conci di pietra basal- 
tica, ben lavorati, con una faccia rettangolare, a margini regolari e leggermente 
ricurvi, accennanti ad aver appartenuto ad una costruzione curvilinea (fìg. 8) e con 
la coda a cuneo, simili a quelli impiegati nelle belle costruzioni dei templi nuragici 



SARDINIA — 251 — ABBASANTA 

di Serri, di S. Cristina, di Sardara, di Nurugus ('). Altre pietre, di notevoli dimen- 
sioni (alt. m. 1,47, largii. 0,46) e della stessa lavorazione, con una faccia curva ed 
un'altra, opposta, piana facente angolo con la prima (fig. 9), erano state rinvenute 
qua e là nella massa della rovina. Dopo gli scavi fatti nei templi nuragici, dai quali 
è risultato che quel tipo di materiale accu ratamente lavorato apparteneva ad edifici 
religiosi, sempre si cercò da qual parte dell'edificio nuragico di Losa potessero pro- 




Fig. 11. — Pianta del pozzo Sacro di Losa. 

venire tali materiali. Per qualche tempo ritenni che questi conci lavorati fossero 
stati trasportati per qualche ragione al nuraghe, dal pozzo detto di Losa, situato a 
500 metri dal nuraghe, pozzo di cui con l'assistenza del compianto dottor Porro ho 
ripuliti i resti del fondo, rivestito, come si vede dall'unito schizzo (figg. 10 e 11) di 
filari in conci basaltici diligentemente murati. Ma la distanza relativa dal pozzo al 
nuraghe era di per sé stessa un argomento sufficiente per escludere tale origine dei 
massi lavorati trovati intorno a Losa. 

Durante la presente esplorazione ne vennero rintracciati un grandissimo numero; 
molti di questi hanno la faccia rettangolare e leggermente curva, con le dimensioni 
di m. 0,32 X 0,18, che sono presso a poco quelle dei conci lavorati del pozzo nura- 
gico di S. Vittoria di Serri. Alcuni massi, pure di lava basaltica, diligentemente 

(*) Notizie degli scavi, aprile 1915. 



ABBASANTA 



— 252 — 



SARDINIA 



lavorati nella faccia a vista, hanno una cornice aggettante m. 0,04 ed alta 0,09, e 
la faccia superiore a curva convessa ed inclinata, mostrando di aver fatto parte di 
una costruzione tronco-conica (tìgg. 8 e 9). 

Altri massi poi sono di grandi dimensioni (m. 1 di altezza), rettangolari, lavo- 
rati diligentemente su tre faccie; facevano parte probabilmente di basamenti a forma 
rettangolare (tìg. 7). 




Fio. 12. — Base di colonnetta o betilo. 

Oltre a questo materiale, pertinente ad una tecnica accurata e progredita, tro- 
vato tutto attorno al piede del Nuraghe, specie nell'andito F, ed anche murato ed 










io 
J_ 



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4 eV>. 



Fig. 13. — Capitello in trachite di un tempia nuragico, a Losa. 



impiegato nelle costruzioni frammentarie di età romana, ebbi anche, nella recente 
esplorazione elementi da connettersi a concetti decorativi e religiosi. Ne ho raggrup- 
pati alcuni nella fotografia tìg. 7. Sotto il piano della capanna ('. si ebbe il pila- 
strino in trachite rosea, di forma leggermente tronco-conica, alto m. 60. e di 0,10 
di diametro, leggermente ritoccato alla base, probabilmente per incastrarlo o adat- 
tarlo sopra ad un pieduccio o basamento, al quale scopo credo destinata la basetta 
frammentaria, pure in trachite rosea, rotonda in basso e restringent.'si a cono tronco, 
accuratamente lavorata, che si trovò poco lontano dal pilastrino (fig. 12). Sia per la 
esilità della colonna e della basetta che per la fragilità del materiale, quanto per la 
sua lavorazione, questi elementi non potevano avere che un carattere decorativo e 
religioso ed io propendo a vedere in essi un betilo con la sua base. 



SARDINIA — 253 ABUASANTA 



Questa supposizione si rende più accettabile, ricordando le numerose tracce di 
un culto betilico già note nelle tombe megalitiche della Sardegna, come a Tamuli. 
a Perdu Pes, di Paulilatino. Anche nel tempio a pozzo di S. Vittoria, come nel pros- 
simo recinto ipetrale dell'altipiano di Serri, si ebbero frammenti di pietre coniche, 
di evidente carattere religioso ('), ed altri elementi di questo tipo si ebbero anche 
al tempio di Santa Anastasia, di Sardara, ed in una delle eappanne nuragiche di 
Serrucci, presso Gonnesa. 

Parimenti di carattere decorativo ha l'oggetto che designo col nome di capitello, 
rinvenuto nel materiale di chiusura di una feritoia della torre E. E in trachite bianca 
e teneressima e per di più guasta dall'umido; il capitello (fig. 13) non può certa- 
mente riferirsi ad alcuno dei tipi dell'architettura classica; al di sopra di una breve 
fascia cilindrica, si espande il corpo del capitello a cono rovescio, con profonde sca- 
nalature verticali, disposte tutte all' ingiro. Tale decorazione, semplicissima del resto, 
si ritrova nei piedi delle tazze votive scoperte nella stipe votiva del tempio di 
Serri («). 

Tutti questi materiali architettonici, qui brevemente ricordati, come anche la 
protome di navicella, rinvenuti attorno alla base del Nuraghe, sono certamente caduti 
dall'alto ed io ritengo appartenessero alla struttura ed agli elementi di culto di un 
sacello, evidentemente circolare, con piccola cupola a tronco di cono, sorgente sul- 
l'alto del Nuraghe, o sulla torre principale, oppure su qualche punto della terrazza 
con cui terminava in alto il grande fascione B, B, B (tav. I) che recinse la primitiva 
torre. Tale materiale si riferirebbe ad un tempio ipetrale, con culto alla divinità, 
venerato sotto l'aspetto betilico, tipo di tempio non ancora accertato per la Sardegna 
primitiva. 

Mi limito perciò a raccogliere e registrare queste leggiere ma significanti traccio, 
senza insistere in ipotesi ancora premature e che attendono luce da altri fatti e da 
altre scoperte. Ma sin d'ora è un fatto positivo che dalle rovine del nuraghe sono 
venuti in luce copiosi materiali che mostrano nella loro lavorazione quella tecnica 
accurata già riscontrata in edifici indubbiamente eretti a scopo religioso. Siamo quindi 
condotti a pensare che coloro i quali eressero una grandiosa costruzione qual'è il 
nuraghe Losa, sia nella sua parte primitiva, che nel poderoso bastione aggiunto, la- 
sciando in essa l' impronta della loro energia sociale e collettiva, seppero anche espri- 
mere, nella finezza e nella solidità di un edificio, tecnicamente più elevato, la te- 
nacia e la vivacità delle loro fedi religiose. E forse a difesa del sacello fecero più 
tardi il poderoso recinto turrito, quando le minaccie nemiche, puniche o romane, af- 
frettarono il tramonto dell' indipendenza delle genti sarde ; e quando la fortezza fu 
espugnata, la demolizione violenta e la dispersione di tutto il materiale che fece 
parte del sacello, mostra che qui, come a S. Vittoria di Serri, la violenta fine della 
difesa e lo sterminio definitivo della tribù nuragica di Losa fu completata dallo sfa- 



( l ) Taramelli, Il tempio nuragico di S. Vittoria in Mon. antichi dei Lincei, voi. XXXIII, 
pag. 47, figg. 22-25. 

(') Ivi, pag. 80, tav. V, fig. 9. 



ABBASANTA 



— 254 — 



SARDINIA 



celo dei segni religiosi che animarono la vita e resero più fiera la morte della tribù 
sarda. 

È probabile che questa tribù nel tempo della sua florida vita avesse tutto at- 
torno al nuraghe un abitato composto di piccole capanne che andarono distrutte ed 
i cui materiali furono impiegati nella costruzione delle capanne di età romana, da 
noi rintracciate. A difendere la borgata fu costrutta un'altra cinta esterna a quella 
da noi esaminata e di cui restano ora poche traccie che solo permettono di seguirne 
il percorso. Tale cinta è indicata nel rilievo del sig. Nissardi, edito dal prof. Pinza 
a tavola VII, lettera Z. dell'opera ricordata. 

Il più evidente resto della cinta, che ha andamento ellittico, è il resto di una 
torre circolare, costrutta a grandi massi di tipo e di dimensioni identiche alle torri 
della cinta segnate nella nostra pianta a fig. 1 con D ed E; ma non è possibile 

oggi dire se avessero o meno feritoie. Data 



,«* 




la scarsità di elementi non è possibile dire 
se questa cinta esteriore fosse stata costrutta 
nello stesso tempo e per la medesima ne- 
cessità che portò alla erezione della cinta 
prossima al nuraghe. 

Tombe a cremazione presso al nuraghe 
Losa, a Su Serrau de Sa Funtana ed a 
Cannas, presso la Tanca Regia. — Fuori 
dal recinto esterno del nuraghe Losa erano 




Fio. 14. — Tomba a cremazione, 
presso il Nuraghe Losa. 



Fio. 15. — Sezione della tomba a cremazione, 
presso il Nuraghe Losa. 



state segnalate alcune tombe scavate nel piano roccioso, le quali avevano ap- 
punto dato il nome della località di Losa. Ne dà la descrizione anche il prof. Pinza, 
accennando come esse consistono in piccole fosse rettangolari, destinate a ricevere 
un cadavere combusto; intorno alla fossa è ricavato un leggero rialzo che doveva 
penetrare in un masso di pietra che serviva da coperchio. 

Esplorando il campo a mezzogiorno nel nuraghe, erano stati rinvenuti a diecine 
tali incavi e molti massi di coperchio. Di uno di questi, situato nello stradello che 
conduce dalla via provinciale di Abbasanta all'ingresso del nuraghe, offro qui la 
pianta e la sezione (fig. 14, 15). Il piccolo loculo che ha la bocca di 0,25 X 0,28, con 



SARDINIA 



— 255 — 



ABBASANTA 



un leggiero incavo su di un lato, forse per deporvi qualche piccolo oggetto di arredo 
per il morto, è profondo' m. 0,18. 

Il Pinza non potè giustamente esporre un' idea sull'epoca a cui rimontano tali 
loculi; i molti che furono esaminati recentemente dal sig. Nissardi e più tardi da 
me, furono tutti trovati aperti ; in uno solo si ebbe una moneta in bronzo di Adriano. 

Sepolture consimili furono trovate in altri punti del territorio di Abbasanta che, 
come accennai in altro luogo, fu fittamente abitato in età romana. Ne trovai nelle 
recenti esplorazioni, in gruppi di due o tre, in prossimità del nuraghe Perda Grap- 
pida, a Fontana de Cannai, nella Tanca Regia, ed a Serrau de Sa Funtana, poco 
lungi da esso. Non posso offrire qui lo schizzo dei loculi di quest'ultima località, 
indicatimi dal defunto sig. Prinetti, custode della Tanca Regia. Essi sono scavati 
nella superficie di massi di lava di poco sporgenti dal suolo, hanno la bocca rettan- 
golare con uno stretto orlo, ma una parte del fondo 
ha un secondo incavo circolare profondo m. 0,12* 

Il masso del coperchio presentava pure un in 
cavo corrispondente alla dimensione del loculo. Nel- 
l'incavo circolare più profondo erano le ceneri, nella 
parte superiore la suppellettile; dalle notizie for- 
nitemi dal predetto signor Prinetti, in uno dei lo- 
culi sarebbero stati rinvenuti vasetti, lucerne e 
monete, sicuro indizio della età romana. 

Dolmen di Cannigheddu e S' Ena, nella Tanca 
Regia. — La regione della Tanca Regia fu esa- 
minata, esplorata e sconvolta dal compianto sig. Leone 
Gouin ('), ed una parte della collezione sarda da 
lui formata ed ora al Museo di Cagliari proviene 
dalle tombe dei giganti della Tanca Regia (*). Non 
fu però inutile una mia rapida esplorazione anche in 
questa parte del territorio di Abbasanta e qui ne 
espongo, rapidamente, i risultati. 

Ad un chilometro circa dalla fattoria che forma 
il centro di questa Tanca Regia, in una bella re- 
gione di boschi e di fontane, ho rinvenuto, nella località detta Can nigheddu e S'Erta, 
« il Canneto della sorgente » , un dolmen di cui qui presento la pianta e la fotografia 
(figg. 16, 17). 

Sopra un breve recinto di pietre, sporgenti pochi decimetri dal suolo, è posato 
un grosso masso basaltico, non a lastra, ma di forma pressoché cubica, di m. 1,55 
di lunghezza per 1,20 di larghezza e 0,90 di spessore. L'altro masso che copriva la 
piccola cella è stato ribaltato poco lontano, dai consueti cercatori di tesori. 

(') Baux e Gouin, Materiaux pour l'histoire de VHomme, 1884, pag. 200, figg. 114-118. 
(*) Taramelli, La collezione di antichità sarde dell' ing. E. Gouin (Bollettino d'arte, 1914, 
agosto). 

Notizie Scavi 191« — Voi. Xllf. 34 




Fio 



16. — Dolmen di Cannigheddu 
«' S'Ena, presso la Tanca Regia, 
Abbasanta. 



ARBASANTA 



— 256 



SARDINIA 



Il dolmen appartiene al tipo di quelli a tavola bassa, come quelli di Nurarchei 
e di Afesu ffnas, rintracciati nella recente esplorazione del territorio Abbasantese 




Fio. 17. — Fotografia della dolmen di Oannigheddu e' S Ena. 

compiuta col dott. Porro ( x ); esso fu da me diligentemente rinettato e nel vano 
oblungo della colletta, sotto al grosso masso basaltico, ebbi una ciotoletta in terra- 
cotta, di tipo simile a quelle date dalle tombe dei giganti della stessa Tanca Regia. 

(') Taramelli-Porro, Not. scavi, 1915, pag. 108 sgg. 



SARDINIA 



- 257 — 



ABBASANTA 



Tomba dei giganti di Sos Ozsastros, a Tanca Regia. — Ad un chilometro 
ad ovest della Tanca Regia si conservano i resti della tomba dei giganti detta di 
Sos Oisastros, dagli olivastri che vi crescevano dattorno prima di un recente in- 
cendio che danneggiò i boschi di quel tenimento. 

La cella della tomba era stata frugata ai tempi dell' ing. Gouin ; lo scavo da 
me eseguito mise in luce V intiera pianta della tomba, specie dell'atrio che non era 




Fio. 18. 



Tomba dei Giganti di Sos Ozzastros (Abbasanta). 



stato finora esplorato. La camera mortuaria della tomba è di m. ;j,40 di lunghezza, 
ed 1 di larghezza ; l' ingresso è largo 0,50 e formato da massi ben lavorati nella 
faccia a vista; al disopra dei massi dell'ingresso posava in origine la stele, trovata 
abbattuta nell'atrio, di forma centiuata, alta m. 1,60 e larga 90, accuratamente 
lavorata nella faccia che doveva essere esposta verso l'esterno. Così pure erano ben 
lavorate le pietre della piccola abside, o del fondo del muro esterno della cella, le 
quali dovevano essere in vista, sostenendo la base del cumulo della terra che amman- 
tava la copertura del sepolcro. 

Ai due lati della porta si protendono in curva le due braccia delle ali, rac- 
chiudenti l'atrio, col sedile di massi basaltici sporgenti dal suolo m. 0,50, che con- 
temporaneamente servivano a mantenere in piedi i lastroni delle ali. Essi erano tutti 
lavorati alla martellina nella loro faccia verso l'atrio, e due di essi, su ciascuno dei 



ABBASANTA 



258 — 



SARDINIA 



lati, erano decorati nella faccia esterna da una bozza, o disco, in rilievo, visibile 
nella fotografia (figg. 18, 19). Se ricordiamo le bozze sporgenti che raffigurano le 
mammelle femminili sui botili della tomba di famuli, presso Macomer, e di Perdu 
Cossu, presso Norbello (') e quelle decoranti le pietre provenienti dalle rovine del- 
l'atrio del tempio nuragico di S. Anastasia di Sardara, saremo condotti a vedere 
anche nei segni ripetuti nell'atrio della tomba di Sos Ozzastros un accenno a di- 
vinità di carattere femminile, così espressa in modo sintetico o simbolico, tutrice vi- 










Fio. 19. — Segni di mammelle femminili nelle lastre erette nell'atrio della tomba di So» Oxzastros. 

gilè del sepolcro. Dati i confronti che si possono addurre con altri monumenti se- 
polcrali e religiosi e data anche la difficoltà di lavorare la durissima pietra basal- 
tica per ottenere i rilievi, io non credo che il semplice scopo decorativo possa for- 
nire una sufficiente spiegazione, la quale va cercata invece in quell'ordine di fatti 
religiosi e culturali, connessi per un lato al tempio, per l'altro alla tomba protosarda. 
Nell'area racchiusa fra le due ali, che misurava una larghezza di 7 metri, si 
raccolsero numerosi frammenti di stoviglie, per lo più di pentole con robuste anse 
a ponte e piatti di rozzo impasto, simili a quelli dati dal nuraghe Losa. Altri ele- 
menti non ci dette la tomba, devastata e privata del suo contenuto, forse ancora 
prima delle indagini del ricordato sig. Gouin. 

Tomba di giganti di Su Serrau de S Arriu. — Nel tenimento di Sa Tari- 
chitta, attiguo a quello di Tanca Regia, fu esplorata la tomba di giganti di Su 



(') Pinza, op. cit., pag. 371, figg. 139, 140; Taramelli-Porro, Notizie scavi, aprile 1915, 
pag. 117 sg. ; Il tempio nuragico di S Vittoria (Uon. dei Lincei, 1914, pag. 48). 



SARDINIA 259 — ABBASANTA 

Serrau de s Arriu, « il chiuso del ruscello ». La tomba, ripetutamente frugata, 
tra gli altri anche dal Gouin, ci è pervenuta in cattivo stato, scoperchiata e man- 
cante dell'atrio; merita tuttavia di essere ricordata per la grossezza del materiale 
impiegato nella sua costruzione e per la lunghezza della sua cella, m. 11, a pianta 
leggermente ovale, a navata, con le pareti curvilinee. Tra i resti della suppellettile, 
si ebbe con molti resti di stoviglie nuragiche, anche un'olletta ovoidale, rozzissima 
e priva di ansa. 

Poco lungi di lì, a Capitmdu, esistono i resti di una tomba di giganti, che 
doveva avere materiali imponenti di dimensioni, ma completamente sconvolti. 

Queste due tombe di giganti si trovano a poca distanza dal nuraghe Perda 
Crappida, a cui accenno di volo; esso si conserva per un'altezza di circa 5 metri, 
ma è interrato sino al grande architrave della porta principale d' ingresso ; I a la 
cella con la volta crollata e tre nicchie, le pareti della torre spesse e composte di 
materiale lavico grossolano. Dattorno, oltre ai resti di un recinto, ha grandi cumuli di 
rottami e di grosse pietre, accennanti ad edifici sconvolti. Ho ricordato questo poderoso 
esempio fra i molti nuraghi semidistrutti della campagna di Abbasanta, sia per la sua 
vicinanza alle due tombe da ultimo accennate, ed anche per le notizie di rinvenimenti 
vari di oggetti preromani e romani che continuamente avvengono intorno ai resti di 
questo monumento. Anche qui, come in altre località dell' agro Abbasantese, alla sede 
nuragica sarà succeduto un abitato ed un sepolcreto di età romana, come per Losa e 
per altri punti del territorio di Ad Medios; così si spiegano i rinvenimenti riferiti 
alle due epoche. 

Tomba dei giganti di Su Cuttu de Sas Molas. — All'estremità opposta della 
Tanca Regia, presso il limite del comune di Paulilatino, è la tomba di Su Cutsu 
de Sas Molas. Essa pure, come l' ultima descritta, è priva di atrio e di stele, ma 
merita il cenno ed il piccolo studio che vi fu dedicato per le dimensioni gigantesche 
del materiale impiegato e per l' insolita larghezza della cella. Anche essa ha la forma 
a navicella (fig. 29), la lunghezza di m. 4,50 e la larghezza di 1,90. Ai lati ed al 
fondo è chiusa da lastroni alti e relativamente sottili. Il muro esteriore, invece, che 
conteneva la spinta della terra del tumulo, era in blocchi più grandi; il pavimento 
è dato dal dorso della colata lavica. Anche questa tomba nulla diede di suppellet- 
tile e con le altre due deve aver avuto la visita del sig. Gouin e dei suoi collabo- 
ratori. Vuote del pari e spogliate della loro suppellettile furono trovate le tombe 
ipogeiclie o domus de gianas di Su Cantarti, poste sulle due sponde del torrentello, 
poco lungi dalla via che conduce a Santu Lussurgin. Tanto queste che la tomba di 
Sas Chessas, prossima a Losa, che dette solo un pendaglio forato in osso, debbono 
riferirsi all'età del bronzo e ciò per la ragione espressa a proposito delle domus de 
Gianas di Chirichiddu, cioè per la durezza della roccia in cui sono scavate, che ri- 
chiede strumenti metallici ( J ). 

(*) Not. scavi, maggio 1915. 



PAULILATINO 



— 260 — 



SARDINIA 



III. PAULILATINO — Tomba di giganti di Nussiu o di Fontana 
Capudanni. 

Ho lasciato per ultimo il cenno della indagine compiuta alla tomba dei giganti 
di Fontana Capudanni, e di Nussiu, al contine tra il territorio di Abbasanta e quello 
di Paulilatino. La tomba è degna di stare a petto di quella di Goronna, conosciuta 




Fio. 20. — Tomba di Nussin (Paulilatino) 



dai tempi del Lamarmora e pubblicata anche dal Pinza. I lavori di cinta dei campi, 
che danneggiarono tutti i monumenti sardi, hanno lasciato di questa tomba la sola 
cella ed anch'essa scoperchiata. È assai regolare, ha la pianta ad un dipresso ret- 
tangolare, più stretta nel fondo che verso la porta, con le pareti formate da grandi 
lastroni di oltre un metro di fronte. La cella è larga m. 1,18 e 1,45 ai due capi 
e lunga m. 4,50. Ha una strozzatura alla porta che ancora conserva l'architrave; 
sopra di questo giacciono rovesciati i pezzi della grande stela, da non molto tempo 
spezzata. La stela ha la sommità semicircolare, tutto . in giro nella faccia verso 
l'esterno ha una larga cornice in rilievo, come quella di Goronna e di Borore e la 
fascia orizzontale che la traversa alla base del semicerchio; evidente è il piccolo 
portello, che, come nelle tombe di Goronna ed a Vidili Piras, a Paulilatino, e di 
Su Pranu di Abbasanta, doveva servire al simbolico passaggio dello spirito del de- 
funto ed ai rapporti col mondo dei viventi. La stela di Capudanni, nel suo insieme, 



SARDINIA 



— 261 — 



PAULILATINO 



misurava quasi due metri di larghezza e tre di altezza, e sia per le dimensioni che 
per la diligente lavorazione costituiva un imponente segno di devozione al defunto 
(figg. 20, 21). 

Se si eccettuino i dati monumentali, la tomba non offrì altro alla nostra esplo- 
razione, la quale se non fu completamente fruttuosa, però concorse a mostrare che 




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Pig. 21. — Lastra di chiusura della tomba di Nustiu. 

le zone abitate in età romana sono forse quelle che hanno i loro monumenti più 
spogliati, e non solo le sedi della vita ma anche i sepolcri, che furono frugati e spo- 
gliati assai spesso dei loro primitivi depositi per dar luogo alle tombe dell'età ro- 
mana, in cui le campagne delle regioni fertili furono fittamente occupate da abita- 
tori colonici e dai loro sepolcreti, spesso installati nelle tombe degli avi. 



Antonio Taramelli. 



REGIONE VII. 



— 208 — 



CASTELLINA IN CHIANTI 



Anno 1916 — Fascicolo 8. 



Regione: VII (ETRURIA). 

I. CASTELLINA IN CHIANTI — Grande tumulo con ipogei paleo- 
etruschi sul poggio di Montecalvario. 

Nell'aprile del 1902, eseguendosi alcuni lavori agricoli sul poggio di Montecal- 
vario (fig. 1), situato a circa m. 200 a nord del paese di Castellina in Chianti, nel 

Tumulo etrusco Castello medioevale 




Fio. 1. — Il tumulo di Montecalvario (a sin.) e il paese di Castellina in Chianti. 



punto ove si biforcano le strade provinciali per Poggibonsi e per Kadda. si scopa un 
grande ipogeo di costruzione ciclopica. L'aprile del 1904 la R. Soprintendenza degli 
scavi di Etruria, per iniziativa del compianto prof. Milani, ne fece accuratamente 
esplorare l' interno, costituito da un corridoio il quale ai lati, presso la porta, ha 
due celle rettangolari e nel fondo, per un'altra porta, introduce in un' ampia stanza, 
pure rettangolare. 

Nomi* Scavi 1916 — Voi. XIII. 85 



CASTELLINA IN CHIANTI — 264 — REGIONE VII. 

I dettagli della costruzione furono illustrati in questo periodico ('), con l'aiuto 
di piante e fotografìe, dallo stesso prof. Milani, il quale diede altresì un accurato 
elenco dei pochi avanzi di suppellettile lasciati nella tomba dagli antichi violatori. 

In base all'esame della struttura architettonica e della suppellettile, il Milani 
credette di poter riportare l'età della tomba verso la metà del sec. VII av. C, e 
ne mise in rilievo la grande importanza, raccomandandone vivamente la esplora- 
zione e la conservazione. Già egli pensava che altri avanzi di antiche costruzioni, a 
sud e ad est dello stesso poggio di Montecalvario. potessero spettare a tombe coor- 
dinate con quella da lui presa in esame, e che gì' ipogei fossero probabilmente quattro 
uguali, disposti a crociera sotto il poggio, alla stessa maniera di quelli della grande 
cocnmella di Vulci (Nolùie, 1. e, pag. 241). 

Nell'aprile del 1905 il sig. A. Soderi, proprietario del terreno sul fianco sudest 
del poggio, facendo alcuni saggi, aveva infatti scoperto l'interno di un secondo ipogeo 
opposto a quello studiato dal Milani, e di eguale costruzione; ma tali saggi, non 
autorizzati dalla Sopriutendenza, vennero presto sospesi. 

Dopo quell'anno diverse circostanze ed altri lavori più urgenti impedirono alla 
Soprintendenza degli scavi d' Etruria di continuare e di estendere le ricerche sul 
poggio di Montecalvario; e, sebbene nel frattempo l' ing. prof. Cesare Spighi, Soprin- 
tendente dei Monumenti per la provincia di Siena, avesse preparato il progetto 
pel consolidamento e il restauro dei due ipogei, tuttavia fino all'anno scorso non si 
potè metter mano al lavoro. 

Nell'agosto del 1915 la nostra Soprintendenza credette alfine giunto il momento 
di riprendere la esplorazione del grande tumulo sepolcrale della Castellina, e quindi, 
coadiuvata dal Sindaco di quel Comune, sig. Ugo Giuntini, ottenne facilmente il 
consenso di libero scavo dai proprietari del terreno, e cioè dal Comune stesso della 
Castellina, dal dott. E. Rosselli, dal sig. A. Soderi, dalla signora Pia Agostini An- 
dreans ('), e ai primi di settembre iniziò colà una nuova campagna di scavo, la 
quale si protrasse fino al principio di novembre. 

Lo scavo, da me diretto, è stato assiduamente sorvegliato dal custode del Museo 
archeologico di Firenze, sig. Autonio Crocetta il quale ha dimostrato speciale perizia 
nel curare la sistemazione dei monumenti scoperti, ed io stesso mi sono trattenuto 
a più riprese sullo scavo per regolarne 1 andamento e raccoglierne tutti i possibili 
dati scientifici. 

Mentre procedeva l'esplorazione del tumulo, il Soprintendente dei Monumenti 
di Siena ha fatto eseguire il progettato restauro dei due ipogei anteriormente sco- 
perti, secondnndo così la nostra impresa in modo da contribuire efficacemente alla 
buona riuscita della medesima. 

(') Notizie defili scavi, 1905, pp. 225 e segg., con 41 figure. 

(*) Al Comune della Castellina e agli altri proprietari dei terreni di Montecalvario rendo 
grazie per aver facilitato l'opera nostra col loro liberale consenso di scavo. Siamo poi in special 
modo grati al dott. E. Rosselli che ha rinunciato in favore del R. Museo archeologico di Firenze 
ai suoi diritti sui frammenti della suppellettile della tomba settentrionale, scoperta nel terreno di 
sua proprietà. 



REGIONE VII. 



— 265 



CASTELLINA IN CHIANTI 



Dirò subito che il risultato delle nostre ricerche ha corrisposto del tutto alla 
aspettativa, in quanto si sono scoperti appunto quattro grandi ipogei monumentali, 
disposti a crociera, sui fianchi del poggio di Montecalvario e quasi perfettamente 
orientati secondo i punti cardinali, con ingresso ad ovest, in proprietà Agostini, il 
primo scoperto; ad est, in proprietà Soderi, il secondo; a sud, nella proprietà me- 
desima, il terzo; e a nord il quarto, nel terreno del dott. Rosselli (fig. 2). 




Fio. 2. — Schizzo dimostrativo della disposizione degli ipogei di Moutecalvario. 

I lavori della Soprintendenza di Siena s'iniziarono collo sgomberare dalle ma- 
cerie gli ipogei ovest ed est, e coll'aprire innanzi ad essi trincee per facilitarne 
l'accesso e liberarli dalle acque piovane. Quindi fu ricostruita la volta della cella 
meridionale dell' ipogeo ovest, volta che era completamente franata, seppellendo quegli 
avanzi di antiche suppellettili, lasciativi dagli antichi violatori, delle quali il pro- 
fessor Milani mise in rilievo tutta l'importanza per la cronologia del tumulo e per 
la storia dell'arte etnisca. Inoltre, rafforzati i fianchi della porta, sostenenti l'archi- 
trave fatto con tre enormi lastroni sovrapposti, furono rialzati i muri che fiancheg- 
giano il corridoio d'accesso alla tomba (fig. 3) (') e assodati con lastre di pietra i 
pavimenti di tutti i vani della medesima. 



(*) Vedi in confronto la fig. 3 del citato rapporto del prof. Milani in Notizie degli scav i, 1905, 



CASTELLINA IN CHIANTI 



— 206 — 



REGIONE VII. 



L' ipogeo orientale (in proprietà Soderi) era stato malamente scavato, sicché si pe- 
netrava in esso soltanto da un pozzo verticale, aperto dinanzi alla porta. Si cominciò 
quindi col tagliare innanzi a questa, verso est, un'ampia trincea la quale mise subito 
in luce un particolare assai interessante della costruzione, cioè la disposizione del- 




Pig.*3.~ — ^Ingresso all' ipogeo occidentale. 



l'antico corridoio di accesso o dromos (fig. 4), di cui prima s'ignorava l'esistenza. 
I muri di questo, costruiti a blocchi di calcare'alberese col sistema misto pelasgico 
e pseudoisodomo, proprio di tutti e quattro gì' ipogei di Montecal vario, non soltanto 
sono fortemente divergenti verso l'esterno (largh. da m. 1,30 a m. 1,85), ma all' imboc- 
catura girano ad arco, in modo che le loro estremità vengono a distare l'ima dall'altra 
m. 3,50. La lunghezza del dromos o corsia è di m. 4,80. 



REGIONE VII. 



267 — 



CASTELLINA IN CHIANTI 



In pianta l'ipogeo orientale (fig. 5) differisce molto da quello occidentale ; esso 
infatti si compone di un lungo corridoio rettangolare (m. 5,85 X 1,10) il quale, non 
presso la porta, ma presso il fondo immette in due celle laterali pure rettangolari 
(m. 2,80 X 2,10; 2,85 X 2,20), e in fondo è sbarrato da un muro, le cui pietre ango- 




/ 



Fio. 4. — Ingresso all' ipogeo orientale. 



lari s'incastrano nei muri del corridoio in maniera da far credere che tale sbarra- 
mento esistesse già nella costruzione originaria e non rappresenti una modificazione 
posteriore ('). Il muro tra il corridoio e le celle ha uno spessore di m. 1,10. 

(') Tale pianta ricorda quella della tomba Rcgulini-Galassi di Cere. Vedi Montelins, La civi- 
lisation primitivi en Italie, II, tav. 33", 1 a-r.\ a Pinza, Materiali per la etnologia antica-loacano- 
laziale, I, fig. 62, tavv. XI-XII. 



CASTELLINA IN CHIANTI 



— 268 — 



REGIONE VII. 



Tuttavia, sembrandoci strana la disposizione di questa tomba e desiderando inda- 
gare se mai vi fosse stata una stanza in fondo, o per quale ragione non l'avessero 
costrutta, riaprimmo un varco, che già esisteva, nel muro di fondo del corridoio e 



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Pian \ 
Fio. 5. — l'imita e sezione dell' ipogeo orientale. 



protraemmo l'esplorazione ancor più nell'interno. Alla distanza di circa m. 1,20 
incontrammo una parete di roccia (galestro), e allora allargammo lo scavo dalle due 
parti, fra la roccia e il muro di fondo della tomba, per un tratto di circa m. 5, allo 
scopo di rintracciare qualche frammento di vaso od altro avanzo di suppellettile che 
potesse servirci come dato cronologico per la costruzione di questa tomba. Ma nulla 



REGIONE VII. 



— 269 



CASTELLINA IN CHIANTI 



si trovò. Il corridoio quindi è stato richiuso in fondo e il suo pavimento, come quello 
delle celle, è stato assodato con lastre di pietra. 

La porta d'ingresso al corridoio non ha soglia; gli stipiti, costituiti da due grandi 
lastre di pietra, spesse m. 0,25 l'una (a d.), m. 0,15 l'altra, sostengono una lastra 




Fio. 6. — Corridoio interno dell'ipogeo orientale. 



anche più grande, dello stesso materiale, e su di essa stanno altri blocchi minori. 
La porta, leggermente rastremata in alto, misura m. 1,90X0,80. 

La fìg. 6 dà un' idea della volta del corridoio, costituita di due strati di pietre 
gradatamente sporgenti dalle pareti col sistema ad accollo. Superiormente la volta 
è coperta da una serie di lastroni, simili a quelli dell'architrave. Invece nella coper- 



CASTELLINA IN CHIANTI 



— 270 — 



REGIONE VII. 



tura della cella a sin. si osservano quattro strati di pietre aggettanti, oltre i blocchi 
di copertura, siccome vedesi nella sezione (fig. 5). 

I nuovi scavi, praticati sul Manco meridionale di Montecal vario, hanno accertato 
che i pochi blocchi di calcare alberese ivi affioranti, appartenevano realmente ad un 
altro ipogeo che, pel tipo di costruzione, è simile agli altri due sopradescritti e ad 







^P^EJx iti. 



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PIANTA 
Fig. 7. — Pianta e sezione dell'ipogeo meridionale. 

essi contemporaneo. Purtroppo quest'altro ipogeo, non solo già ab antico fu spogliato 
delle sue suppellettili, che dovevano essere ricchissime, ma, rimasto forse a lungo 
scoperto, venne completamente scoperchiato dalla gente del luogo, la quale ne asportò 
tutti i blocchi costituenti le volte per servirsene nelle moderne costruzioni e nei muri 
di sostegno de' campi, siccome può vedersi in quello che fiancheggia la strada pro- 
vinciale da liadda per Castellina, un poco a sud della casa colonica detta il Colom- 
baio, all' intima pendice orientale dello stesso poggio di Montecalvario. Anche il muro 
orientale del corridoio e quelli della cella a d. (meno la parete orientale e lo stipite 
destro della porta di accesso) erano stati distrutti; ma noi li abbiamo rifatti sino 
all'altezza di circa due metri (fig. 7; il reticolato indica la parte ricostruita). 



REGIONE VII. 



271 — 



CASTELLINA IN CHIANTI 



La Soprintendenza dei monumenti di Siena, d'accordo con la nostra, ha creduto 
opportuno di non ricostruire le volte del nuovo ipogeo da noi scoperto ; e ciò perchè 
l' interesse delle costruzioni sepolcrali del grandioso tumulo della Castellina è accre- 
sciuto così dalla possibilità di vedere a colpo d'occhio, dall'alto, la pianta e la 
disposizione interna d'uno di simili ipogei, mentre la varietà della rovina giova pure 
all'effetto pittorico dell'insieme. 




Fio. 8. — Vano di fondo dell' ipogeo meridionale (Il blocco scolpito non è in $itu). 



In pianta V ipogeo meridionale (proprietà Soderi-Agostini) somiglia a quello occi- 
dentale. Dal dromos, ora scomparso, si giungeva alla porta d'ingresso di cui resta 
la soglia, e per questa si entrava in un corridoio di m. 6,25 X 1,55. Due opposte 
porte ai lati del corridoio, presso l'entrata, introducono in due celle gemelle (m. 2,65 X 2 
a d. ; 2,40 X 2,05 a sin.) e una terza porta in fondo dà accesso alla stanza sepolcrale, 
lunga m. 3,90, larga 2,90 (fìg. 8). Due aperture praticate nella parete di fondo della 
stanza non datano dalla costruzione originaria, ma attestano l'opera degli antichi 
violatori, i quali cercavano forse altre tombe al di là di quella parete, nell' interno 
del poggio. Ma, traforato il muro, essi incontrarono la roccia a una distanza di meno 
d'un metro. 

Neil' interno del vano principale, sopra una pietra, trovammo un piccolo mucchio 
di ossa umane, unico avanzo delle antiche deposizioni; ma una scoperta notevole si 
fece nella cella a destra dell'ingresso. Ivi, all'angolo sud-est, giaceva al suolo un 
blocco di pietra serena (m. 0.40 X 0,37), spesso m. 0,26, intagliato in modo da rap- 

Kotizik Scavi 1916 - Voi. X11I 30 



CASTELLINA IN CHIANTI 



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presentare una testa di leone con la bocca spalancata e la lingua penzoloni. Poggiava 
a terra di lato, con la faccia scolpita quasi aderente al muro meridionale della cella, 
siccome vedesi nella fig. 7. 





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Fig. 9. — Ingresso all'ipogeo settentrionale. 



Evidentemente né era in silu, né ivi caduto per la rovina della costruzione, 
poiché (secondo quanto cercherò di dimostrare), una simile scultura architettonica 
non poteva in origine esser collocata in quella cella, bensì all' ingresso dell' ipogeo. 

Alquanto laboriosa fu la ricerca e la scoperta dell'ipogeo settentrionale di cui 
non esisteva alcuna traccia in superficie ; dopo parecchi saggi se ne incontrò il dromo» 
alla profondità di m. 3 dal piano di campagna (fig. 9). In fondo al dromos la porta 



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dell' ipogeo si presentava ancora chiusa da lastre di calcare, spesse circa cm. 10, ma 
una di queste, rotta e forata in alto, sembrava indicare il passaggio pel quale si 
erano introdotti in essa gli antichi violatori. Infatti anche quest' ipogeo si trovò spo- 
gliato della sua suppellettile; fra la creta depuiatissima che, penetrata con l'acqua pio- 
vana attraverso le commessure dei blocchi della volta, formava sui pavimenti uno strato 
alto circa 50 cm., si ricuperarono soltanto pochi frammenti di oggetti in metallo. 








Sezione "A B 




Fig. 10. — Pianta e sezione dell'ipogeo settentrionale. 

Il fatto che in tutta la vasta area da noi esplorata sul tumulo di Montecal- 
vario(') non si è rinvenuto neppure un frammento di vaso fittile riferibile all'epoca delle 
tombe, ci assicura che la completa assenza di ceramiche, negli ipogei di cui ci occu- 
piamo, non è dovuta alle antiche depredazioni (in seguito alle quali qualche frammento 
sarebbe pur rimasto sul luogo), ma ad un antico uso che si riscontra pure negli altri 
ipogei monumentali coevi di Preneste, di Cere, di Vulci, Vetulonia e Populonia ( 2 ). 

L'ipogeo settentrionale differisce in pianta da tutti gli altri (fig. 10). È prece- 
duto da un dromos, lungo più di m. 7 a pareti rivestite di rozza muratura ( 3 ), 
largo m. 1,70 all'imboccatura, m. 1,40 presso la porta. 



(V II Milani, loc. cit., pag. 231, ricorda solo pochi frammenti di un grosso ziro di rozzo im- 
pasto trovati nell'ingresso alla tomba occidentale. Cfr. ivi, pag. 239. 

(') Cfr. Minto in Notizia degli scavi, 1914, pp. 449, 461, 463. 

( 3 ) La convessità in senso verticale che presentano i muri del dromos non è che una defor- 
mazione dovuta alla spinta del sovrastante terreno. 



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Questa costituita da stipiti ed architrave monolitici, con soglia in pietra formante 
scalino, alto cm. 12, misura m. 1,75 in altezza e da m. 0,75 a m. 0,92 in larghezza; 
essa introduce in un vestibolo (m. 1,85 X 1,55), dal quale, per un passaggio largo 
m. 1,00 e lungo 1.20, si penetra nella stanza sepolcrale (m. 3,75X3,10). 

Le volte del vestibolo e della camera sono costruite col sistema ad accollo già 
riscontrato negli ipogei est ed ovest; quella del vestibolo consta di tre ordini di pietre 
sporgenti in senso longitudinale ed ha un'altezza massima di m. 1,95; quella della 
stanza s'imposta pure sulle pareti lunghe, all'altezza di m. 1,20, e risulta dalla 
graduale sporgenza di sei file di blocchi da ciascuna parte, alte complessivamente 
m. 1,60, cosicché le lastre che coprono il sommo della volta distano dal pavimento 
m. 2,80. 

Trovamenti. — In una trincea presso il dromos, a m. 1,70 di profondità, 
si raccolse un mucchio di lamine frammentarie di bronzo ; tutti gli altri frammenti 
si ricuperarono invece vagliando la creta che copriva il pavimento della stanza. 

Bromo. 1. Tubetto cilindrico in lamina ribadita e inchiodata longitudinalmente, 
e ripiegata in modo da chiuderlo all'estremità. Aveva nell'interno un'asticella di 



Fi». 11. — Asticella lignea rivestita di bronzo (lnngh. mi. 127). 

legno di cui si conservano tracce (')• Ad un'estremità resta infilato un chiodo a ca- 
pocchia conica, lungo mm. 35. Un foro per chiodo simile trovasi all'estremità opposta, 
e un altro nel mezzo. Lunghi mm. 127; diam. mm. 14-17 (fig. 11). 

2. Altro simile, senza i chiodi e rotto in basso; lungh. mass. cm. 11. 

3. Frammenti di piccolo vaso, o tazza in lamina sbalzata con parte dell'orlo 
leggermente inclinato verso l'esterno, alto cm. 3. Il frammento maggiore è lungo 
cm. 13, un altro cm. 8. L'orlo esternamente è anche decorato al bulino con semi- 
cerchi terminati da volute, fra loro incrociati e combinati con palmette (fig. 12). Questo 
motivo che si ritrova spessissimo nella decorazione di lamine metalliche sbalzate 
d'epoca etrusca arcaica (*), è di gusto e di provenienza indubbiamente ionico orien- 
tale e di là si diffuse nei paesi occidentali. Un cospicuo esempio di esso si trova 

(*) Per altro simile, trovato nell'ipogeo ovest, cfr. Milani, loc. cit., fig. 21, pag. 233, f. 

(*) Cfr., per es., il rivestimento in lamina d'argento dell'arca del Duce di Vetalonia in Falchi, 
Vetulonia, tav. XII, 1; il seggio in bronzo di Chiusi in Milani, Museo ital., I, tav. IX, 9; le la- 
mine in bronzo della tomba Regnlini-Qalassi di Cervetri, in Mus. Oreg., I, tav. XVII ; e Pinza, 
op. cit. (bromi e ori della stessa tomba), taw. di frontespizio e XX-XX1. 



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nell'arte protogreca di Creta ('). In Etrnria potè penetrare o con lamine già sbal- 
zate, o con altri piccoli oggetti di tacile importazione, quali le uova di struzzo tro- 
vate a Vulci che recano in rilievo il motivo stesso (*). 

4. Altro frammento con bolloncini sbalzati e decorazione al bulino simile alla 
precedente. 

5. Frammenti di lamina (cm. 14 X 12) sbalzata con cerchio e bolloncini. 

6. Altri cinque frammenti simili. 

7. Frammento di lamina quadrangolare, i cui orli sono rinforzati da verghetta 
inchiodata. 




Fio. 12. — Frammento di tazza in lamina di bronzo (lungh. cm. 13). 

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8. Tre frammenti dell'orlo di una patera a lamina raddoppiata. L'orlo diritto, 
alto cm. 2, termina superiormente, all'esterno, con un listello rilevato, alto mm. 4. 

9. Altri frammenti con palmette, volute o striature sbalzate. 
10. Oltre quattrocento piccoli frammenti di lamina liscia. 

Ferro. 1. Otto frammenti di spesse lamine con trafori a giorno. 

2. Tre frammenti con margine ripiegato, uno dei quali conserva tracce di lamina 
di bronzo sovra applicata. 

3. Sei pezzi di aste quadrangolari, con tracce di bronzo aderenti ad una faccia. 
Forse appartengono a piedi di tripode in ferro che sosteneva un lebete di bronzo. 

4. Cannula di ferro, vuota, lunga cm. 11; diam. interno mm. 13. 

5. Altra lunga cm. 10; diam. interno mm. 18, forse codolo di lancia. 

6. Altro pezzo simile, lungo cm. 14, rigonfio da una parte a guisa di manubrio. 

Ferro argentato. Asticella in forma di ~ schiacciata e forata ad un'estremità 
e dall'altra terminante a testa di ocherella. Lungh. m. 0,148. 

Di tutti i trovamenti mobili fatti negli ipogei di Montecal vario sia nel 1904, 
sia l'anno scorso, il più importante è quello di alcune lamine in bronzo sbalzate e 
del blocco di pietra serena scolpito con testa di leone (tìg. 13). 



(') Pernier in Annuario della R. Scuola arch. di Atene, I, 1914, pag. 48, flg. 18. 
(*) Savignoni in R5m, Mittheilungen, XXI, 1906, pp. 60 e seg.; e Perrot-Chipiez, Flist. de 
l'art, III, flgg. 624-627. 



CASTELLINA IN CHIANTI — 276 — REGIONE VII. 

Il blocco misura m 0,40X0.37 e m. 0,26 di spessore: la testa di leone, fra 
le estremità delle orecchie, m. 0.33 e dal sommo della fronte alle narici m. 0,16. 

La parte anteriore del muso è ritratta a bassorilievo; invece la bocca spalan- 
cata, che mostra i denti e la lingua penzoloni, quasi a tutto tondo. Le parti non 
figurate del blocco indicano chiaramente che questa scultura non poteva stare isolata, 
sovra un sostegno, dentro o fuori d' una tomba, ma bensì era collegata alla struttura 
d' una di esse con funzione architettonica non meno che decorativa e simbolica. 

Siccome più chiaramente apparisce nella veduta della fig. 8, al di sopra della 
testa leonina il blocco è tagliato più profondamente, formando una superficie liscia 




Fio. 13. — Blocco scolpito in pietra serena. 

più bassa di cm. 2 rispetto a quella del rilievo ed in essa, proprio al sommo della 
fronte del leone, è una cavità quasi circolare, profonda cm. 3, nella quale sono pra- 
ticati due fori riuscenti obliquamente quasi a mezzo del lato del blocco opposto 
alla bocca leonina. Cosi questo lato, come la parte spianata di quello superiore e 
l'opposto lato inferiore mostrano una superficie di commessura. Pare che il lato si- 
nistro della testa dovesse rimanere allo scoperto perchè è ben lisciato ed anche 
l'angolo della bocca scolpito con cura; invece il rilievo resta incompiuto all'angolo 
destro della bocca e tale particolare fa credere che quel lato del blocco aderisse a 
un'altra parete della costruzione. Tutte le suddette particolarità del trattamento delle 
facce ci assicurano che soltanto la parte scolpita a testa di leone e il lato sinistro 
di questa, allorché era al suo posto, rimanevano visibili. Come dunque e dove poteva 
esser collocato il blocco? E a che cosa servivano i fori trasversali? 

Il blocco non poteva stare verticale sia per ragioni statiche, sia perchè della 
testa, se posta proprio di faccia, mal si sarebbe veduta la bocca, lavorata invece con 
cura speciale. Stando orizzontale, doveva trovarsi ad un'altezza tale che tutto il muso 
leonino si potesse scorgere a colpo d'occhio e quindi all'altezza di un metro appena 



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dal suolo. Se poi consideriamo il punto di vista pel quale la figura fu scolpita, 
dobbiamo persuaderci che essa era destinata a esser veduta dall'altezza di un uomo 
e piuttosto di tre quarti che di faccia. Così possono spiegarsi due altre particolarità 
di esecuzione, e cioè l'eccessiva larghezza del muso rispetto all'altezza e il fatto che 
la parte più interna della bocca non è lavorata. Quella sproporzione può spiegarsi 
quasi come un ingenuo tentativo di scorcio richiesto dalla visuale di fianco e dall'alto, 




Fio. 14. — Schizzo dimostrativo della probabile collocazione originaria 
del blocco scolpito. 



anziché di faccia ; l' interno della bocca non era lavorato, perchè non si scorgeva da 
quel punto di vista. 

Io dunque penserei che il blocco potesse stare sopra un sostegno quadrangolare, 
alto circa 75 cm., addossato allo stipite sinistro della porta di una tomba (dico si- 
nistro perchè appunto il lato sinistro della testa si doveva vedere), all'angolo esterno 
fra la porta stessa e la parete del dromos. Sulla parte spianata e più bassa del piano 
superiore il blocco poteva sostenere una specie di pilastrino, assicurato per mezzo di 
una sporgenza inferiore nella cavità tondeggiante (tìg. 14). 

Nei fori che si dipartono obliquamente da questa potevano passare due lega- 
menti metallici, per assicurare il blocco scolpito a quello retrostante. Tale colloca- 



CASTELLINA IN CHIANTI — 278 — REGIONE VII. 

/ione ÌDduce ad ammettere l'originaria esistenza di un blocco simile scolpito, in perfetta 
rispondenza, all'opposto angolo esterno fra lo stipite destro e la corsia di accesso. 

Così le teste leonine, dalle fauci spalancate e la lingua penzoloni, sarebbero ap- 
parse ai lati della porta del sepolcro, quali immagini apotropaiche, custodienti l'ac- 
cesso dell' inviolabile recinto. 

In simile disposizione e con egual significato troviamo due leoni accosciati ai 
lati della porta d' ingresso alla Grotta Campana di Veio (') ed altri ancora, o scol- 
piti a tutto tondo e posti in cima a monumenti sepolcrali, come il leone in nenfro 
di Valle Vidone ( 2 ) (agro di Toscanella), che tiene una zampa sul capo atterrato di 
un ariete, oppure eseguiti a rilievo su cippi (per es. su quello di Settimello) ( 3 ) e 
su porte di tombe in nenfro caratteristiche della necropoli tarquiniese ( 4 ). 

L' usanza orientale ed etnisca dei leoni posti a guardia delle tombe, ai lati del- 
l' ingresso, non a torto può ritenersi ispiratrice del motivo prediletto dall'arte roma- 
nica nell'ornamento dei portali ( 5 ), nei quali spesso due leoni affrontati sostengono sul 
dorso le colonne su cui s'imposta l'ogiva. Se la ricostruzione suggeritaci dal blocco 
con testa leonina di Montecalvario è esatta, il riscontro fra il motivo architettonico- 
decorativo etrusco e quello romanico diventa più stretto per l'adattamento del pila- 
strino sulla testa leonina di cui parliamo. 

Questa singolare scultura, avente un carattere essenzialmente architettonico, è 
adattata sopra due piani del blocco quasi normali fra loro, e partecipa a un tempo 
della natura del bassorilievo e di quella del tutto tondo. La parte anteriore della 
testa, piuttosto di pantera che di leone, destinata a vedersi di scorcio dall'alto, è 
eseguita a solchi così poco profondi da dare l' impressione del disegno meglio che 
del rilievo. Lo stile, quanto mai primitivo, si ritrova quasi identico nelle teste fe- 
line che di frequente si vedono incise sulle lastre di nenfro usate come porte di 
tombe nelle necropoli tarquiniesi ( 6 ), e ad un tempo è il medesimo di quello con 
cui è trattato il muso di pantera dipinta sopra una parete della Grotta Campana 
di Veio ( 7 ). Questi monumenti, che appartengono al VII- VI secolo av. Or. risalgono 
tutti a un tipo ben noto dell'arte protogreca nei paesi del Mediterraneo orientale e 
specialmente dell'arte di Creta che possiamo chiamare dedalica. Uno dei più note- 
voli riscontri al tipo etrusco antichissimo ci è offerto appunto dalle teste dei felini 
che ornano i rilievi architettonici del tempio di Priniàs, in Creta (sec. VII av. Cr.) ( 8 ). 



(') Cfr. Dennis, The Gities and Cemeteriet of Etruria, I, pag. 33 ; Montelius, La civilualion 
primitive en Italie, II, tav. 353, 1. 2. 

(*) Milani, Il R. Museo archeologico di Fireme, Guida, I, pag. 290; II, tav. CXXV. 

( 3 ) Milani, Notizie degli scavi, 1903, pag. 352 e segg., fig. 1. 

(*) Milani, Museo topografico deW Etruria, pag. 104 e segg.. e Guida, I, pag. 245. 

(') Cfr. il portale della cattedrale di Sovana in Nicolosi, La montagna maremmana, n.° 60 
della serie Italia artistica, pp. 160 e 163. Sugli animali custodi delle porte e stilofori, cfr. Rivoira, 
Le origini dell'architettura lombarda, p. 266 e segg. 

( 6 ) Milani, Museo topografico dell' Etruria, pag. 104 e segg. ; Guida, I, pag. 244 e segg. 

(') Dennis, op. cit., I, pag. 35, fig. ; Montelius, op. cit., II, tav. 354-355. 

( 8 ) Pernier, in Annuario della Scuola di Atene, I, 1914, pag. 99, fig. 21. 



RB810NK VII. — 279 — CASTELLINA IN CHIANTI 

Tali felini poi si ripetono a lungo quasi identici sui vasi di stile ionico, proto-corinzio 
e corinzio. 

Per la fattura della bocca semiaperta, coi denti indicati in maniera convenzio- 
nale e la lingua penzoloni, la testa di Montecalvario ricorda invece il tipo più ar- 
caico della Medusa e in complesso, per la sua maniera artistica, si riconnette con 
le sculture in pietra del frontone antichissimo scoperto nel 1910 a Paleopoli di 
Corfù (*), sculture in mezzo alle quali domina una Gorgone con pantere ai lati, e 
il cui stile già avemmo occasione di avvicinare a quello delle sculture cretesi di 
Priniàs. 

Ma un altro monumento ci prova con evidenza anche maggiore che la scultura 
etnisca ebbe in comune coli' arte protogreca il motivo della testa leonina di cui ci 
occupiamo. 

Intendo parlare del basamento di una statua di Apollo che un tal FnpixaQxlSr^ 
o Eii>vxaQ%tdrjs di Nasso fece e dedicò nel santuario di quella divinità a Delos ('). 

La base (che sola si conserva, oggi nel museo di Delos) è in marmo delle isole, 
alta m. 0,58, e presenta tre facce con un rilievo a ciascuno degli angoli superiori: 
una testa di ariete e due teste di Gorgone. I Gorgoneia, dall'aspetto più leonino 
che umano ('), con la lingua penzolante dalla bocca semiaperta, stando quasi alla 
stessa altezza alla quale crediamo fosse posta la testa di Montecalvario, confrontata 
con questa, presenta nell'insieme un aspetto quasi identico. 

Lo stile è pure arcaicissimo e dall' iscrizione si desume che il monumento deve 
risalire al sec. VII av. Cr. 

A questa epoca ci riporta invero la testa di Montecalvario e con tale cronologia 
s'accordano la struttura dei quattro ipogei e le decorazioni delle lamine in bronzo 
sbalzate e in ferro traforate, provenienti dalle tombe ovest e nord e formanti un 
complesso omogeneo che, d'accordo col Milani, ben può riferirsi alla metà del 
sec. VII av. Gr. 

Se si può giudicare dalla scarsa suppellettile ricuperata, dobbiamo credere che 
gli ipogei fossero tutti contemporanei e non più usati dopo il secolo suddetto. 

In ogni modo è certo che, come il tumulo di Montecalvario ci offre uno dei 
più antichi e grandiosi complessi di architettura funeraria dell'alta Btruria ( 4 ), così 
la testa leonina rappresenta uno dei più antichi saggi della scultura etrusca, un 
poco anteriore, io credo, alle stesse sculture del mausoleo vetuloniese della Pietrera 
(seconda metà del sec. VII av. Cr.). 

(') Versakis, in nqaxnxà rtjg iv 'AStytag dn^tticX. 'EtaiQstas, 1911, pag. 168 e segg., flgg. 3-9, 
e Arch. Anzeiger, 1911, e. 135; 1912. e. 247. 

(*) Homolle, Bull. corr. hell.. XII, 1888, pag. 463 e segg . tay. XIII ; Collignon, Hiitoire de 
la sculpt. grecque, I, pag. 131, fig. 65; Kern, Inscriptiones graecae, tav. VI, 1; Athen. Mitt., 
XXXVI, 1911, pag. 283. 

C) Homolle, loc. cit. pag. 475; pel Gorgoneion di tipo leonino efr: Conze, Melitche Thon- 
gefàtse, tav. III. 

(*) Già nel 1904, il prof. G. Pellegrini in un suo rapporto inedito parlava dell'ipogeo ovest 
di Montecalvario come di a uno degli esempi più belli e più antichi di architettura sepolcrale 
etrusca ». 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 37 



CASTELLINA IN CHIANTI — 280 — RBUIONE VII. 



Per tale scoperta diventa di singolare interesse lo studio comparativo delle grandi 
tombe a costruzione di tipo orientale che si trovano nell'agro fiorentino, quale è quella 
ben nota di Sesto Fiorentino (') e le altre tre ricordate dal Milani in questo stesso 
periodico ('), nonché il confronto tra le sculture ad esse appartenenti, delle quali 
alcuni tipi, come quello del leone ( 3 ), si ritrovano via via rappresentati in progressivo 
sviluppo. 






Terminato lo scavo e il restauro architettonico dei quattro ipogei, si è provve- 
duto anche alla loro sistemazione esterna costruendo per ciascuuo un canaio di sca- 
rico, destinato a tenere asciutto il dromos, e, al disopra del canale, una rampa di- 
scendente dal piano di campagna a quello del dromos stesso. 

Quindi, ritrovato il centro del tumulo artificiale che anticamente ricopriva i 
quattro ipogei, ma di cui s'era quasi cancellata la forma, abbiamo ripristinato tale 
tumulo che ora apparisce da lungi in tutta la sua imponenza, a nord del castello 
medioevale (fig. 1). Un cippo, sul genere di quello di Settimello ( 4 ), ma più grande 
e naturalmente più antico, doveva sormontare il tumulo. 

Al posto del cippo rituale etrusco era sorta una cappellina, cui adduceva il 
viottolo che, dalla strada Castellina-Radda, saliva alla cima fiancheggiato dalle 
quattordici stazioni della via Crucis; donde il poggio ebbe il nome di Montecal- 
vario. Anche le sacre stazioni e la eappella sono oggi scomparse e sul vertice ab- 
biamo piantato un gruppo di cipressi, nuovo segnacolo al posto dell'antichissimo 
cippo, per indicare le riapparse dimore funebri di nobili genti etrusche. 

Altre tombe, ma assai più modeste e di epoca tarda, furono trovate a più ri- 
prese, molto tempo fa, sul limitrofo poggio Saligolpi ( s ) e alla base di quello che 
si erge alla distanza di circa m. 700 a ovest di Montecalvario, sulla sinistra della 
via per San Donato. Quivi, nel cavare argilla per i fittili da cuocere nella vicina 
fornace, i fornaciai trovarono un anello di oro liscio simile ai nostri matrimoniali ( 6 ) 
e, a quanto dicono, alcune fibule in bronzo e vasi di terracotta, che sembrano far 
risalire le tombe al ?ec. Ili o II av. Ce. 

Quest' ultimo poggio (m. 631 sul mare) è detto la Castellina Vecchia, perchè 
su di esso vedesi ancora affiorare qualche rudero antico, e non è improbabile che là 
sopra possa ritrovarsi l'antico abitato, cui appartengono le tombe monumentali di 
Montecalvario. 

(') Petersen, in ROm. Mitt., 1885, pag. 193 e segg. ; Montelius, op. cit, II, tav. 166. 

(*) Not. degli scavi, 1903, pag. 355 e segg. 

(•) Ivi, pag. 853, fìg. 1. 

(*) Milani, in Not. scavi, 1903, pagg. 352 e segg., fig. 1. 

(*) In nn rapporto inedito presentato dal cav. A. Lisini ed arch. V. Mariani al Prefetto di 
Siena intorno alla tomba ovest di Montecalvario, nel 1902, si ricordano, come provenienti dal 
poggio Saligolpi, i seguenti oggetti: due orecchini d'oro, un manico di specchio, una fìbula e 
alcuni frammenti d'altri oggetti in bronzo, parecchi frammenti di vasi fìttili. 

(') Un anello di tal genere fu trovato in una tomba di Populonia del sec. Ili av. Cr. Ved. 
Milani in Not. scavi, 1908, pag. 202. 



REGIONE IV. — 281 — POGGIO SOMMAVILLA 



L'esplorazione archeologica del territorio di Castellina in Chianti, confinante con 
altre zone ben ricche di reliquie etnische, come Monteriggioni, merita d'esser con- 
tinuata ed estesa. 

Del grande tumulo si dovranno ancora esplorare i settori di terra compresi fra 
i quattro ipogei, per vedere se, come nel caso del Tumulo della Pietrera di Vetu- 
lonia (') vi sia qualche tomba adattata più superficialmente sui fianchi dell'altura. 
E quindi converrà rintracciare, se ancora esiste, e mettere allo scoperto il muro cir- 
colare a grandi blocchi, che doveva limitare alla base e quasi contenere il grande 
cono artificiale di terra ricoprente gli ipogei, muro di cui sono provvisti, per es., i 
tumuli di Vetulonia (Pozzo dell'Abate) (*), di Vulci (Cucumella) ( 3 ), di Corneto 
Tarquinii (Monterozzi) (*) e quelli pur di recente scoperti o ricostituiti dall' ing. 
Mengarelli nella necropoli di Cere ( 5 ). 

Inoltre, per lo studio storico e topografico della regione, sarà del più grande 
interesse ricercare gli avanzi dell'abitato e indagare a qual centro della civiltà etrusca 
appartengano gli imponenti ipogei monumentali sopradescritti, ipogei riferibili ai più 
antichi tempi dell'affermazione della civiltà etrusca o tirrenica nella regione posta 
alla destra del Tevere. 

Luigi Pernier. 



Regione IV {SAMNÌUM ET SABINA) 

SABINI. 

II. POGGIO SOMMAVILLA (frazioue del Comune di Collevecchio in 
Sabina) — Tesici marmorea di giovane donna probabilmente ritratto, 
rinvenuta a non molta distanza dall'abitato. 

La testa di marmo che qui appresso si pubblica (fig. 1), fu rinvenuta casual- 
mente nello scorso inverno presso Poggio Sommavilla, frazione del Comune di Colle- 
vecchio, da un contadino del luogo, mentre piantava dei pali per la costruzione di 
una capanna. Il sito del rinvenimento porta propriamente il nome di Grotta dei frati, 
e dista qualche chilometro dall'abitato, a nord-ovest. L'oggetto, appena rinvenuto, fu 
portato in paese e depositato colatamente in un granaio, non senza che la cosa per- 
venisse all'orecchio dei RR. Carabinieri, i quali, dietro premure della Soprintendenza 
agli scavi di Roma, con lodevole sollecitudine ne affettuarono il sequestro. 

La detta testa trovasi ora in Roma nel Museo Nazionale Romano, dove è andata ad 
accrescere la già ricca e interessante raccolta dei ritratti marmorei. — Trattasi di una 

(') Falchi, in Not. scavi, 1893, pag. 143 e segg. e 496 e segg. 
(') Pernier, in Emporium, maggio 1915, pag. 350, fig. 19. 

( 3 ) Micali, Storia degli antichi pop. ital., I, pag. 156; III, pag. 103 e tav. LXII, 1. 
(*) Micali, op. cit., Ili, pag. 104, tav. LXII, 7, 8; Martha, L'art etrusque, pag. 203. 
(•) Per quelli già prima noti, cfr. Micali, Mon. ined., pag. 361, tav. LV, 1, 2. Per lavori 
secenti cfr.: Mengarelli, Not. scavi, 1915, pag. 347 e seg., figg. 1. 8. 



POGGIO SOMMAVILLA 



— 282 — 



REGIONE IV. 



scultura in marmo bianco di Carrara, comprendente, oltre la testa, tutta la base del 
collo sino al principio dello sterno. Il pezzo di scultura è incompleto, ma non già 
spezzato, sibbene ad arte lasciato grezzo e arrotondato e convesso inferiormente, allo 
scopo di inserirlo entro apposito incavo sopra il tronco di una statua. La sua gran- 
dezza è di proporzioni maggiori del vero, misurando complessivamente in altezza 
m. 0,43 e m. 0,245 dal mento alla sommità del capo. L'altezza dal mento alla 
sommità della fronte è di m. 0,18. 




Lo stato di conservazione è buono. Soltanto il naso è rimasto spezzato comple- 
tamente lasciando nella caduta, una larga scheggiatura irregolare nel mezzo della 
faccia. Scheggiature minori si notano all'altezza delle ciglia e alla sporgenza delle 
labbra. Anche la treccia dei capelli, fermata, come chiaramente si vede nella figura 
che qui si aggiunge alla sommità del capo, risulta scheggiata nel puuto terminale. 

La testa è leggermente inclinata, in una mossa leziosa, sulla spalla destra. La 
fronte è ampia e regolare. Gli occhi, grandi, con il giro della cornea e la pupilla 
incisi a scalpello, si volgono a destra, secondando naturalmente il movimento del 
capo. La bocca, dalle labbra carnose, atteggiate ad un mite sorriso, è fortemente 



REGIONB IV. — 283 — POGGIO SOMMAVILLA 

modellata. Il mento è, come il viso, pieno e rotondo. L'aspetto generale offre V impres- 
sione gradevole di una florida giovinezza, lieta e sorridente. 

La principale caratteristica della testa è però l'acconciatura dei capelli. Questi, 
divisi da una scriminatura centrale, sono prima regolarmente ondulati sul capo e 
sulle tempie; si svolgono quindi da una parte e dall'altra in una grande massa pen- 
dala dietro le orecchie e si riuniscono infine dietro la nuca in una treccia molto 
stretta, che dalla base della nuca risale fino alla sommità del capo. Due minuti ric- 
cioli si notano alla sommità della fronte, mentre a destra e a sinistra due gruppi 
di riccioli brevi e folti spuntano di sotto il casco dei capelli all'altezza delle tempie. 

Il lavoro dei capelli è sbozzato appena dietro la nuca, onde apparisce che la 
statua era destinata ad esser veduta guardandola di prospetto. I capelli presso le 
tempie e dietro le orecchie sono lavorati al trapano. 

Del vestimento della figura non ci è rimasto che l'orlo superiore della tunica, 
aderente alla base del collo per un'altezza di min. 35. Anche le pieghe della tunica, 
per quanto si può vedere, sono appena sbozzate. L'orlo della tunica, nel suo giro 
intorno al collo, è interrotto presso la spalla sinistra, giacché il busto pende più 
della spalla destra che della sinistra. 

Poiché trattasi evidentemente di un ritratto, sorge spontanea la questione della 
identificazione del personaggio rappresentato. La moda dell'acconciatura, l'unico par- 
ticolare che possa fornirci qualche lume, è quella stessa adottata in Roma circa la 
metà del III secolo dell'Impero. Sulle monete e i medaglioni dell'epoca tutte le impe- 
ratrici hanno adottato questo genere di acconciatura, abbastanza complicato senza 
essere troppo artificioso (vedi i ritratti di Tranquillina, Otacclia, Etruscilla, Cornelia 
Supera, Salonina). Tranquillina, moglie di Gordiano III Pio, che la sposò giovanis- 
sima quando egli aveva sedici anni ('), è una delle figure che nel vasto campo del- 
l' iconografia romana presenta, a mio modo di vedere, i maggiori titoli di somiglianza 
con la testa qui pubblicata. Ma lungi dall'essere un'identificazione assoluta, questo 
non è altro che un punto di riferimento cronologico. Nel campo dell' iconografia romana 
del III secolo i ritratti delie imperatrici, in qualunque modo e materia vengano ese- 
guiti, scolpiti o coniati, presentano sopra la fronte quasi sempre il diadema, attri- 
buto del grado. Nessuno, poi, dei ritratti di Tranquillina, su monete coniate in Roma, 
deroga da questa regola (*). 

È quindi lecito dubitare che la testa marmorea, maggiore del vero, di Poggio 
Sommavilla, rappresenti una imperatrice. La nostra scultura tuttavia non perde con 
questo della sua originalità ed importanza artistica. Il Museo Ny-Carlsberg a Copen- 
hagen possiede una testa marmorea di dama romana d'età matura, molto simile per 
l'acconciatura a quella sopra pubblicata ( 3 ). È notevole la vivente espressione che 
emana da questo ritratto, datato fra gli anni 230 e 250. Insieme con la testa di 
Copenhagen, questa di Poggio Sommavilla sta a dimostrarci come, nonostante l'inne- 



(') Bernoulli, Rdmische Ikonographie, voi. II, parte 3», pag. 137. 

(*_) Cohen, Motmaies imperiale», voi. V, pag. 88 sgg. 

( 3 ) Anton Tekler, Bildnitkunst d. Oriechen u. d. Ròmer, tav. 304 e pag. XLVI. 



CORI, POMPEI — 284 — RE8I0NE I. 

gabile decadimento dell'arte, gli statuari romani della metà del III secolo non aves- 
sero ancora obliato il senso profondo delle proporzioni e l'abilità di dare alle loro 
opere la schietta impronta della vita studiata e colta dal vero e non già ricalcata 
su vieti modelli convenzionali. 

G. Bkndinelli. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

LATIUM. 

III. CORI — Scoperta di alcuni frammenti del cornicione del Tempio 
di Castore e Polluce. 

Durante i lavori per la costruzione della fognatura nel comune di Cori, in 
via Laurienti, all'angolo col vicolo di Castore e Polluce, si sono rinvenuti alcuni 
frammenti di cornicione in pietra calcare. Si sono estratti due pezzi di cornice 
(m. 1,10 X 0,85 X 0.22 e m. 1,15 X \ 85 X 0,22; decorati con rosoni distanti m. 0,33 
1' uno dall'altro, e due modiglioni scorniciati che misurano m. 0,95 X 33 X 9,22. 
Appartengono evidentemente al tempio di Castore e Polluce del quale, come è noto, 
restano avanzi considerevoli, in parte visibili in una pubblica piazza, in parte nascosti 
sotto le case. Alcuni altri frammenti di cornicione, veduti in questi lavori, sono rimasti 
sotterra ; quelli estratti sono stati trasportati nel chiostro di santa Oliva, ove già ne 
esistevano altri cinque pezzi rinvenuti nel 1829 (•). 

P. Pornari. 



CAMPANIA. 



IV. POMPEI — Continuazione degli scavi sulla via dell' Abbondanza, 
durante il mese di giugno 1916 e scoperte avvenute anche altrove. 

a) Scavo della via. 

I lavori per l'apertura della grande trincea, di cui è parola nei rapporti dei 
mesi scorsi, hanno ricevuto in questo mese un ultimo e più forte impulso, essendosi 
potuto in quest'opera adibire anche gli operai finora intenti allo scavo della Casa di 
Trebi3 Valente, restituita alla luce in tutte le sue parti con i primi giorni di giugno. 
La grande trincea mette ora capo, secondo il progetto: al sommo dello strato di 
lapillo tra le fronti delle isole opposte, IV della Reg. II a sud, e IV della Beg. Ili 
a nord; e renderà in avvenire più comoda e spedita l'esplorazione della via, tempo- 
raneamente sospesa. Nessun trovamento. 

(') Nibby, Analisi*, I, pag. 507 seg 



REGIONE 1. — 285 — POMPEI 



b) Scavo della Casa di A. Trebio Valente (Reg. Ili, ins. IT, n. 1). 

Resta da descrivere di questa casa un ultimn ambiente (cfr. il rapporto del 
mese scorso), nel quale si lavorava ancora nei primi giorni del mese: la camera a 
fondo bianco occupante l'angolo nord-est del peristilio, ed accessibile dall'ambulacro 
orientale del peristilio stesso. Questa spaziosa camera, di pianta rettangolare, già 
coperta con soffitto a botte in direzione nord-sud, ha due ampie finestre quadrate 
prospicienti sullo stibadio, nella parete occidentale, e, al disopra della più settentrio- 
nale delle due finestre indicate, anche un finestrino circolare a lume ingrediente. 
Molto semplice è la decorazione delle pareti. Dallo zoccolo nero, limitato in su da 
una fascia verde, si elevano per ogni parete due svelte colonnine di color marrone 
e di tipo ionico, le quali, alternandosi con esilissimi candelabri gialli, dividono lo 
spazio in 6 riquadrature verticali per le pareti lunghe, e in 4 per le pareti corte, 
tutte contornate da cornicette molto semplici (fatte di fascette di color marrone fra 
due listelli neri). Al centro di ogni riquadratura è dipinto un uccello gradiente a 
destra od a sinistra in mezzo a delle pianticelle, nell'atto di beccare o un fiore, o 
un lombrico, o due ciliege, o una farfalla, o una pera, o un dattero. Il fregio, in 
gran parte distrutto, esibisce soltanto leggiere prospettive architettoniche combinate 
con i soliti festoncini di fiori e rabeschi. Lo scavo di quest'ultimo ambiente non ha 
dato occasione a rinvenimenti di sorta, perchè qui già si era esercitato il piccone 
di remoti esploratori : a testimoniare in modo certo le antiche ricerche qui condotte 
restano nel mezzo delle pareti settentrionale e orientale due interruzioni della mura- 
tura, profonde quasi fino allo zoccolo e larghe circa un metro, ed un grosso foro 
all'altezza del fregio, nella parete orientale. 

Col giorno 2b', sospesa ogni opera di scavo, tutti gli operai disponibili sono 
stati adibiti al servizio di nettezza, per estirpare dall'area della città le erbe paras- 
sitarie, come si è sempre praticato per qualche mese in tutti gli anni, nella sta- 
gione calda. 

e) Scavo sul condotto del R. Canale di Sarno. 

A cura dell'Amministrazione del R. Canale di Sarno, che attraversa il sottosuolo 
di Pompei, ed al fine di compire il lavoro preparatorio che permetterà dopo i mesi 
caldi alcune urgenti riparazioni alla volta ed alle pareti del canale d' irrigazione, è 
stato fatto in questo mese un grande scavo secondo l'andamento del canale stesso 
nella Reg. II, a settentrione dell'Anfiteatro, e precisamente fra questo monumento 
e l'isola IV della stessa Reg. II. Lo scavo, che ha restituito alla luce una consi- 
derevole area di suolo del 79, di m. 30 X 10, è capitato sopra grandi giardini il 
cui sterro, alacremente condotto a termine, non ha dato luogo ad alcun trovamento di 
oggetti. Si sono scoperti ed assicurati al loro posto solo alcuni tratti di muri di cinta 
dei giardini stessi alle estremità orientale ed occidentale dell'area rimessa in luce. 

d) Arco di Nerone presso il Foro. 

La caduta della malta di riempimento, già sottostante alle lastre di marmo rive- 
stenti l'Arco di Nerone, a settentrione del Foro, ha rimesso allo scoperto da qualche 
mese un programma elettorale, monco, che qui trascrivo. 



t>OJàPÉI — 286 — RBGIONR Ì. 

Pilastro orientale, lato nord, a d. della nicchia: 

CELEREM 

QVINTV(«. rogat) 

e) Scoperte fuori Porta del Vesuvio. 

Sono ben lieto di potere ora, ad otto anni di distanza dal tempo della scoperta, 
pubblicare nella sua esatta e definitiva lezione, un distico pieno di gentilezza e di 
grazia, diretto a magnificare la fiorente giovinezza e le belle forme di una pompeiana 
per nome Sabina. L'epigrafe in discorso, graffita, fu scoperta nel mese di novembre 
del 1908 sulla faccia anteriore del sepolcro di Septumia, L. /"., fuori la Porta del 
Vesuvio, e trovò posto nelle Notizie, anno 1910, pag. 407, n 4, secondo l'inesatto apo- 
grafo che allora mi fu possibile ricavarne, nella lezione seguente: Contineat semper 
florere Sabina contineat formae sisque È merito dello Huelsen ( Satura pom- 
peiana romana, in Sumholae litterariae in honorem Iulii De Petra, pp. 174, 175) 
quello di avere, sulla scorta dell' iscrizione urbana C.I.L., VI, 29629 (=Buecheler, 
Ani., 1067), Sic libi contingat feliciler ire viator, etc, proposta da un lato l'emen- 
dazione contingat in luogo di contineat, e supplite dall'altro in principio le parole 
Sic libi, pervenendo così alla felice restituzione: 

\_Sic Ubi'] contin\_g]at semper florere, Sabina, 
Contin[g]at formae, sisque 

Riconosciuto in tale testo un distico, i supplementi per completare il pentametro 
si presentavano numerosi, data la chiarezza del pensiero dello scriptor; ed il prof. 
Huelsen, ne proponeva difatti tre: Sisque [ita perpetuo], ovvero ut amoena rosa], 
ovvero \_deae similis], non senza avvertire che tali supplementi gli sembravano « non 
satis eleganter dieta » . Dopo reiterati, inutili tentativi, fatti di tempo in tempo, 
finalmente dopo otto anni il pulviscolo fissatosi nel ductus di qualche lettera mai 
vista per il passato, mi ha indotto ultimamente a spalmare di matita la parete, 
facendomi leggere in tutte le sue parti il bel distico. Esso, nella sua verace lezione, 
dà ragione allo Huelsen per i primi supplementi, appieno indovinati; ma fa trionfare 
l' ignoto scriptor per le parole « eleganter dieta » che chiudono il pentametro : 






ttyy+M.fifxv 



Sic libi contingat semper florere, Sabina, 
Contingat formale), sisque puella din. 

M. Della Corte. 



RBGIONE I. — 287 — POMPEI 



Anno 1016 — Fascicolo 9. 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

CAMPANIA. 

I. POMPEI — Necropoli sannilico-romana, scoperta fuori la Porta 
di Stadia. 

La scoperta fortuita delle prime quattro tombe sannitiche fatta nel fondo Azzo- 
lini a Valle di Pompei, in contrada Asciutta (cfr. Notizie, 1911, pp. 106-111), avendo 
chiarito che lo sfruttamento della cava di lapillo, ivi aperta nel gennaio 1911 per 
la trasformazione del lapillo stesso in materiale edilizio, risolvevasi in un vero scavo 
archeologico, obbligò il signor Giuseppe Azzolini, proprietario del fondo a munirsi 
di regolare licenza di scavo. Assoggettato pertanto lo sfruttamento della cava al 
regime della legge, mi fu possibile, per incarico ricevutone dal signor direttore, 
prof. Spinazzola, di seguire personalmente ed a passo a passo i successivi cavamenti, 
e di procedere a volta a volta senza indugi all'esplorazione delle sottostanti aree 
archeologiche, studiando, in uno con la già mostratasi necropoli sannitica di inumati, 
la posteriore necropoli romana, più superficiale, di cremati. 

Come vedesi nell'unito rilievo topografico (fig. 1) la necropoli, chiusa in tutti i 
lati da muri di cinta, ed accessibile per due vie, l'una proveniente, come sembra, 
dalla Porta Stabiana di Pompei, e l'altra dalla campagna ad oriente, occupava un'area 
di appena mq. 400 circa, nel mezzo della quale capitò il cavamento del pozzo A, 
sito delle prime tombe incontrate; eppure in così breve spazio fittissime si sono 
offerte le deposizioni, per modo che, tenuto conto delle quattro sepolture incontrate 
nella canna del citato pozzo, le tombe sannitiche ad inumazione hanno infine rag- 
giunto il numero di quarantaquattro, e sono in pianta indicate con numeri romani ; 
e le sepolture romane ad incinerazione hanno raggiunto il numero di centodician- 
nove, e sono in pianta distinte con numeri arabi. Lo sfruttamento della cava di 
lapillo è continuato e continua tuttora; ma non ha dato luogo al rinvenimento di 
altre tombe di la dai limiti segnati in pianta. Siamo cosi certi di esserci imbattuti 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 38 



POMPBI — 288 — REGIONE 1. 

in un campiceli*) adibito per quattro secoli circa ad uso di necropoli di un ristretto 
numero di famiglie pompeiane, e più propriamente come sembra (v. a pag. 303) 
della famiglia Epidia e di altri pochi pompeiani legati con quella famiglia da vin- 
coli di parentela. 

È merito del signor Direttore quello di aver persuaso il signor Azzolini dello 
scarsissimo valore venale dei trovamenti fatti, inducendolo, durante le trattative per 
la legale spartizione del prodotto dello scavo, a cedere allo Stato gratuitamente la 
collezione da lui raccolta; ed è merito del signor Azzolini quello di avere aderito 
di buon grado alla proposta e di avere infatti tutto donato alla Direzione di questi 
Scavi, acquistando così un segnalato diritto alla riconoscenza degli studiosi delle 
antichità pompeiane. 

Siccome trarrebbe soverchiamente iu lungo la particolareggiata esposizione del 
giornale dello scavo con l'allegazione di tutti i particolari relativi all'esplorazione delle 
singole tombe, espongo sinteticamente le notizie necessarie e sufficienti ad una com- 
piuta conoscenza dell'uno e dell'altro strato di questa necropoli pompeiana, soffer- 
mandomi di proposito solo sopra qualche monumento che meriti speciale conside- 
razione. 

1. Sepolture Sannitiche. 

Le sepolture sannitiche giacciono col loro letto ad una profondità che varia da 
m. 0,50 a in. 2 dal suolo del 79, e le più profonde fra esse attingono il sodo e 
consistente strato terroso, bruno-gialliccio, il quale nella campagna di Pompei si mostra 
costantemente al disotto dell'antico strato di humus. Varia dall'una all'altra sepol- 
tura la maniera di ricoprire il morto dopo averlo adagiato sul (ondo della fossa sca- 
vata. Nella maniera più semplice (tombe VII, XIV, XIX, XXII, XXV, XXXI, 
XXXVII, XLI e XL1I) il defunto apparisce deposto sul fondo spianato, rettangolare, 
della fossa, la quale senz'altro fu colmata; in altre sepolture, prima di ricolmare la 
fossa, si ebbe cura di proteggere l' inumato con tegoloni di terracotta disposti a pio- 
vente, ora sopra un lato solo (tombe XX, XXI, XXXIII, XL e XLIII), ora sui due 
lati (tombe II, IV, V, XI, XV, XVI e XXXVIII); in un'altra (tomba Vili) i lati 
corti della fossa furono rafforzati con piedritti di calcare sarnense, e sopra le sponde 
dei lati lunghi furono adagiati per le loro estremità dei tegoloni disposti in piano 
orizzontale. In altre sepolture (tombe XIII e XXIII), in luogo del filare orizzontale 
di tegole, sulle opposte pareti lunghe, furono impiegate per la copertura sette od otto 
anfore, varie per forma e per dimensione; altrove (tombe III, VI, XXIV, XXX, 
XXXII, XXXIV e XXXV) tanto i lati corti quanto per alcuni tratti i lati lunghi 
furono rafforzati con piedritti di calcare, sui quali ebbero ad adagiarsi due solidi 
lastroni della stessa pietra, posati in piano orizzontale. Il sistema di protezione più 
perfetto è quello delle tombe IX, XII, XVIII, XXVI. XXVII, XXVIII, XXIX 
e XXXVI, dove col fondo anche le pareti e la copertura, furono fatte di lastroni di 
pietra di Sarno, come già videsi nella tomba I, il cui interno era anche intonacato. 
Le sepolture XXXIX e XLIV contenevano ciascuna il corpo di un bambino disto- 



VIA MINUTELLA 



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*«£;.£- 



FlG. 1. 



REGIONE I. — 291 — POMPEI 

dito in un'anfora di terracotta. Singolare è il caso della tomba X, un vero e proprio 
sepolcro monumentale fuori terra, il quale presentavasi come un massiccio, solidis- 
simo blocco rettangolare in opus incertum di pietra vesuviana, spoglio di ogni rive- 
stimento esterno, probabilmente caduto per vetustà: consisteva nel suo interno di due 
anguste camere sepolcrali, A e B, interamente rivestite di un accurato intonaco late- 
rizio, i cui ingressi furono chiusi con maceria di pietra vesuviana e di calcare sar- 
nense appena effettuate le deposizioni, una per ognuna delle camere stesse. Prece- 
deva gl'ingressi in parola un unico vestibolo, C, coperto con arco di volta e rivolto 
ad occidente. Delle due camere l'ima, A, si trovò integra con lo scheletro e posto 
sul suo letto: lo scheletro, mentre era libero nella parte superiore, dal torace ai 




Fio. 2. 



piedi, data l'inclinazione del letto, aveva le ossa sempre più affondate in un lieve 
strato di terreno al quale faceva da fondo uno strato di argilla gialliccia alto 
m. 0.03-0.05; l'altra camera, B, si trovò tutta sconvolta perchè già attinta nei 
lavori agricoli in epoca imprecisabile, e violata attraverso un largo foro aperto nella 
volta del sepolcro. 

Quanto all'orientazione, noto essersi riscontrata come regola costante la deposi- 
zione del morto con la testa ad oriente ed i piedi ad occidente ; ed in sole dieci 
tombe (v. pianta, fig. 1) la deposizione da settentrione a mezzogiorno, o viceversa 
Supini si sono trovati tutti gli scheletri, ad eccezione di quelli delle tombe XI II 
e XIX: il primo di essi giaceva un po' sul fianco destro; il secondo quasi rannic- 
chiato e con le mani portate alla testa. Noto qui l' inaspettata stranezza offerta dalla 
sepoltura XVII, nella quale giaceva non uno scheletro umano, ma quello di un cane, 
con accanto una minuscola tazza di terracotta a vernice nera. 

Passando ora ai corredi funebri, in conformità di quanto notai nel mio primo 
rapporto, e di quanto fu già riscontrato nei due gruppi di tombe dello stesso periodo 



POMPEI 



— 292 — 



REGIONE 1. 



scoperti negli anni 1873 e 1907-1908 fuori Porta Ercolanese ('), resta ulteriormente 
confermato che per la maggior parte essi sono poverissimi. Nessun oggetto addirittura 
nelle tombe XI, XV, XXI, XXVII, ed in quelle da XXXIX a XLIV; un lacri- 
matoio di terracotta nella tomba V ; nn'armilla di bronzo (fig. 2, a) nella tomba VIII ; 
frammenti di due strigili di ferro o un'armilla di bronzo (fig- 2, //) nella tomba X, 
camera A ; un paio di orecchini nella tomba XIII : consistono essi di un cerchietto 
di filo d'argento, intorno a cui scorrono delle perline di vetro colorato, conservate in 
numero di tre nell'uno e di due nell'altro orecchino (fig. 2, e). Un sol boccettino di 
terracotta nelle tombe XIV e XIX, e due boccettini nella tomba XXII; solo una 
moneta nella tomba XX; solo il fondo di una boccetta di vetro nella tomba XXV; 




f una boccetta di vetro e una di terracotta con un coperchietto da anforetta di terra- 
cotta nella tomba XXXI ; due balsamarii a reticella nera (cfr. fig. 4, d) e un'oenochoe 
di terracotta nella tomba XXXII; solo una lucerna di terracotta nella tomba XXXIII: 
nel disco della detta lucerna sono rappresentate a rilievo due donne nude al bagno, 
l'una (serva) in atto di versare l'acqua da un'anfora nel labrum, l'altra, ritta presso 
il labrum stesso, in atto di lavarsi (fig. 4, b)\ due unguentarli fusiformi nella 
tomba XXXVII (cfr. fig. 4, e). 

Il corredo più complesso che si sia raccolto è quello della tomba VI, con gli 
oggetti seguenti (fig. 3): a) lekythos a recipiente ovoidale, alta m. 0.20, a corto 
collo: sul fondo gialletto dell'argilla è dipinta in colore nero una testa muliebre 
di profilo a sinistra, mentre dal lato opposto è una palmetta fra due volute; b) orcio 
panciuto ad anse verticali, munito di coperchio ( 2 ): è alto m. 0,20, e reca sullaj 



(') Vedi nelle Memorie della R. Accad. di Napoli, voi. II, 1911, pag. 209 segg. Sogliano: 
La Necropoli preromana di Pompei. 

(*) cfr. Walter», HUtory of ancient pottery. pag. 165: the to called Lekane. 



REGIONE I. 



293 — 



POMPEI 



spalla dei listelli scuri che si ripetono sul coperchio ; fra l'ima e l'altra ansa sporge 
dalla spalla un versatolo a corpo cilindrico, campanulato ('); e) olletta rustica, a 
forma di dolio, alta m. 0,11; d) olpe rustica alta m. 0,085, con un avanzo informe 
di ferro nel fondo; e) kylix a vernice nera, di m. 0.11 di diam., nel cui fondo con- 




servaci gli avanzi di un meandro floreale prima graffito e poi dipinto, a piccole 
foglioline bianche; f) unguentario ovoidale a corto collo, rustico, alto m. 0,09; 




Fig. 5. 



g) lama di ferro, lunga m. 0,13, rotta in due pezzi ; h) Abbietta di bronzo ad arco, 
da correggia, larga m. 0,027. 

Tenendo presente il corredo descritto, nella tomba VII ripetonsi i vasi e, d, e, 
insieme con un unguentario a retina nera (fig. 4, d) ; nella tomba IX, i vasi beo, 



( l ) Sono qnattro i vasi di questa forma raccolti nella necropoli : imo di essi, pero, quello della 
tomba IX, ha il versatolo Anto, impervio. 



POMl'EI 294 — KEGIONE I. 

con una lucerna a vernice nera, dal rostro allungato e dall'ansa ad orecchiette (fig. 5, d) 
e con un peso piramidale di terracotta, alto m. 0,06, forato alla sommità; nella 
tomba XII, i vasi e e d, con uno skyphos a vernice nera alto m. 0,09 (fig. 5, a), 
un unguentario ovoidale alto in. 0,12, e frammenti di una striglie di ferro; nella 
tomba XVI, il vaso d, con una lucerna senz' ansa, lunga m. 0,086, rossiccia, una minu- 
scola coppa a piede piramidale, e una lama di ferro; nella tomba XVIII, il vaso b 
con un unguentario e un bottone d'osso; nella tomba XXIII. una piccolissima coppa 
con beccuccio sporgente, frammenti di un'altra piccola coppa con ansette orizzontali 
irnienti ciascuna in due cornetti, frammenti di una grossa scodella a vernice nera, 
una lucerna e frammenti di quattro unguentarli rustici ad alto piede, una piastrina 
d'osso a cerchi concentrici a rilievo ; nella tomba XXIV, i vasi e e d, con uno skyphos 
ed un anellino di bronzo, recante nel castone l'incisione di un grifo (fig. 6); nella 
tomba XXVI. il vaso e in due esemplari, Yoenochoe a vernice nera e corpo baccel- 




Pig. 6. 



lato (fig. 5, b), e, con uno skyphos, due boccette e una tazzina di terracotta; nella 
tomba XXVIII, i vasi e e d, ed una lekythos a vernice nera, alta m. 0,10, a super- 
ficie baccellata (fig. 5, e) ; nella tomba XXIX, i vasi e, e, ed una lekythos figurata, 
alta m. 0,13; sul fondo nero, risparmiato, nel lato anteriore è ritratta la solita testa 
muliebre di profilo a sinistra, mentre nel lato posteriore è una grossa palmetta; negli 
spazii intermedii. mezze palmette con fiori campanulati; nella tomba XXX, un grosso 
skyphos a vernice nera, alto m. 0,26, i vasi d ed e, un anellino di bronzo, ed una 
lekythos figurata alta m. 0,17, molto sbiadita, a fondo nero: sul fondo risparmiato 
è ritratta una snella figura di donna nuda al bagno. Al labrum, circolare, essa si 
appoggia con la destra e con le anche, mostrandosi di prospetto col tronco, mentre 
la testa volgesi di profilo a sinistra: l'acqua cade nel labrum da un mascherone leonino, 
posto nell'alto della parete. Tanto questa figura, quanto la palmetta che occupa il 
lato opposto, erano dipinte in colore bianco, pastoso, sovrapposto. Nella tomba XXXIV 
ripetevansi i vasi beo con uno skyphos nero, un'anforetta di vetro a strie bianche 
sul fondo azzurro (in frantumi), un anellino d'argento, ed un pignattino sferoidale 
alto m. 0,06, chiuso con coperchio (fig. 4, e), ricordante molto da vicino, salvo il 
versatolo che qui manca, il vaso b (fig. 3): reca sulla spalla, in color nero, un 
meandro ad onda, e bastoncelli neri tanto al collo quanto sul coperchio; nella 
tomba XXXV, i vasi d , ed e , con un orcio rustico alto m. 0,20 ed un'anforetta 
a labbro imbutiforme, alta m, 0,13; nella tomba XXXVI, i vasi e e d, con uno 



REGIONE I. — 295 — POMPEI 



skyphos ed il balsamario riprodotto nella figura 5, e : esso reca, in color nero, baston - 
celli al collo ed alla base ed il meandro ad onda sulla spalla; nella tomba XXXVIII, 
i rasi e e d, con un balsamario ovoidale, una lucerna, e due pesi di terracotta, 
piramidali, forati al sommo. 

Naulon. Le cure più assidue e diligenti furono spese per la ricerca delle monete 
in queste tombe preromane, ma solamente in 11, sopra le 44 tombe, la monetina 
c'era: in nove tombe, una moneta sola; in due altre (tombe IV e XII), due monete. 
Resta confermato per questo rispetto il dato statistico già assodato con l'esplorazione 
dei due precedenti gruppi di tombe pompeiane coeve: il primo gruppo diede, su 9 
tombe, 2 monete ('); il secondo, sopra 16 tombe, 4 monete (*); il rapporto adunque 
è costantemente 1 : 4, ovvero 1 : 5. Ecco le monete (*). Nella tomba VI un piccolo 
bronzo di Neapolis col tipo del tripode e leggenda, perduta (cfr. British Museum, 
Catalogne, Italy, pag. 113, n. 195); nella tomba VII, un medio bronzo campano 
molto logoro, epperò d' impossibile identificazione (testa virile a d. ; toro campano a d.) ; 
nella tomba XII un bronzo di Nuceria : testa giovanile, e levriere corrente a destra 
WVH03(Tfl8N>IN WVH)I(]>DVH (Br. Mus. Cat., ibid., pag. 123, n. 9); nella stessa 
tomba XII e nelle tombe XVI, XXXII e XXXIV, rispettivamente, una piccola mo- 
netina d'argento scifata, di Phistelia (Br. Mus. Cat.. ibid., pag. 129) ; nella tomba XX, 
un piccolo bronzo di Massilia nella Narbonese: testa laureata a d. (perduta); toro 
cozzante a d. e leggenda MAZZ (L. De la Saussaye, Num. de la Gaule Naro., 
tav. VI, n. 304 segg.); nella tomba XXVIII un bronzo di Irnum: Testa di Apollo 
laur. a d. ; toro a volto umano, IDN®I (Br. Mus. Cat., ibid., pag. 127, n. 1); e nella 
tomba XXIX un piccolo bronzo di Neapolis: testa di Apollo e metà anteriore del 
toro a volto umano (cfr. Br. Mus. Cai., ibid., pag. 112, cfr. n. 180 segg.). Il naulon, 
in conformità di un costume già tante volte riscontrato (*), era collocato o nella mano 
destra del defunto (tombe IV, VI, XXVIII e XXIX), o in bocca (tombe IV, XII, 
XVI, XX, XXXII e XXXIV): la seconda moneta della tomba XII era deposta in 
uno dei vasi del corredo funebre, in un'olpe ; la moneta della tomba VII non si può 
sapere dove era deposta, perchè la fossa era stata già in parte sconvolta dagli antichi 
stessi. 

Iscrizioni. Sul collo di una delle anfore impiegate per la copertura della tomba XIII 
fu letto il seguente nome in grosse lettere gialle, tracciate col pennello: 

L • SAF 



(') Sogliano, op. cit., pag. 210. 

(') Ibidem, pp. 220, 221, 223 e 226. 

( 3 ) Per le tre monete (due di bronzo, di Neapolis, e ima d'argento, di Phistelia) trovate nelle 
prime quattro tombe, cfr. Notitie, an. 1911, pp. 109 e 110: tomba III, Neapolis; tomba IV Neapolis 
e Phistelia. 

(*) Diligentissime ed ampie ricerche in proposito ha pubblicate recentemente il eh. dottor 
Francesco Galli, Appunti e ricerche sul rito funebre del Naulon, in Atti della R. Accademia di 
Napoli, N. S„ voi. V, an. 1916, cfr. pag. 90 e 114. 

Notizib Scavi 1916 — Voi. XIII. 39 



POMPEI 



— 29«3 — 



REOIONE I. 



e sopra uà frammento di tegola della tomba XLIII. il bollo osco in lettere rilevate 
che qui viene riprodotto nella fig. 7. 




Fio. 7. 

2. Sepolture romane. 

Consistono ordinariamente in un'olla rustica di terracotta, alta m. 0,15-0,30, ora 
ovoidale senza anse, ora a forma di sfera depressa a due anse (fig. 8 a, b), sempre 





Via. 8. 



chiusa con un coperchio, il cui orlo spesso è saldato all'orifìcio mercè l'impiego di 
un po' di argilla molle. L'olla contiene il grosso dei resti del rogo: poca cenere e 



REGIONE I. 



— 297 — 



POMPEI 



molte ossa, fra le quali si rinviene spessissimo una moneta, e qualche volta piccoli 
oggetti, quali una o più boccette di vetro o di terracotta, o una lucerna, o altro 
oggetto. La lama di ferro e la boccetta di vetro semifusa dal fuoco, riprodotte nella 
fig. 9, provengono dalla sepoltura n. 90; e dalla tomba 92 proviene una lucerna cir- 
colare senz'ansa, con fuga di lepri a rilievo nel disco (fig. 4 a). Scavata una buca 
circolare, che di rado giungeva ad una profondità maggiore di 1 metro, vi si gettava 
nel fondo quel tanto delle ceneri che non s'era potuto chiudere nell'olla, e poi questa, 
che era già pronta, veniva deposta in fondo al pozzetto. Due olle, e non una, si sono 
trovate nelle tombe 31, 40 e 46, sovrapposte ovvero accostate: trattasi, a parer mio, 
sempre di un corpo solo, di cui si vollero custodire tutti gli avanzi senza disper- 
derne la minima parte. In un gran numero di deposizioni, e nell'atto stesso che 
il pozzetto veniva ricolmato, allo scopo ben noto di far partecipe il morto delle pe- 




Fio. 9. 



riodiche libazioni, fu posato verticalmente sul coperchio dell'olla un tubo di terra- 
cotta, fatto ora di colli d'anfora sovrapposti, ora di embrici accoppiati, ora di cilindri 
cavi appositamente costruiti, il quale metteva capo al piano della necropoli, ed era 
ivi otturato con un tappo di terracotta o di pietra, nel mezzo o di una lastra di 
marmo, o di due blocchetti di tufo o di pietra. Un differente sistema^hanno offerto 
alcune sepolture, nelle quali le ceneri non furono raccolte in un'urna qualsiasi, ma, 
o vennero deposte nella nuda terra (tombe 102, 103, 118 e 119), o vennero ada- 
giate sopra una tegola e poi coperte con un vaso di terracotta — una pelvi nella 
tomba 3 — ovvero furono sparse nel fondo di una fossa rettangolare, e protette con 
doppio filare di tegole in due pioventi (tombe 13, 20, 66, 101, 106 e 111). Nelle 
tombe 13, 66, 104 bis, 108 e 109 le olle erano nel sottosuolo coperte con una solida 
massicciata in muratura, ciò che le garantiva definitivamente dal pericolo di un'even- 
tuale dispersione, la quale poteva verificarsi qualora una posteriore deposizione ca- 
pitasse in quel punto stesso. 

A contrassegnare il sito delle sepolture erano adoperate delle stele o cohrmelle 
quasi sempre foggiate rusticamente a busto umano, di pietra vesuviana, rustiche, e 
anepigrafi; rare volte di tufo o di travertino; più spesso di marmo e con l'iscrizione. 
Di 95, sopra tutte le 119 sepolture, si è trovata la stele fuori terra; nelle 24 sepolture 
rimanenti è molto probabile, secondo me, che la itele vi fosse stata, ma non ha lasciato 



POMPEI 



298 — 



REGIONE I. 



di sé alcuna traccia perchè di legno. Fra le columelle di marmo le più leggiere 
recano quasi sempre alla base un foro circolare attraversato in origine da un breve 





Fia. 10. Fia. 11. 

asse di legno il quale, caricato di pietre o murato a fior di terra, assicurava meglio 
al suolo simili monumentini. Fra le stele di pietra vesuviana parecchie, corrispondenti 



REGIONE 1. 



— 299 — 



POMi'EI 



a tombe di donne, recano all'occipite, rusticamente scolpito, un grosso nodo di capelli 
(fig. 10); fra quelle di travertino, una ha anche le treccie ai lati (tìg. 11). Scul- 
ture vere e proprie sono: un busto muliebre in tufo, della tomba 64 (tìg. 12), e gli 
avanzi di una statua muliebre in tufo, della quale si sono trovati sparsi pochi fram- 
menti, e si riproduce la sola testa (fig. 13). 




Fio. 12. 



Detto delle sepolture più umili, passo ora a quelle altre poche cui protessero 
fuori terra elementari costruzioni e più elementari coperture. Nella tomba 1, il bu- 
stino-erma del fanciullo Tarpnos (fig. 14) si elevava dal bel mezzo di un basso re- 
cinto rettangolare in muratura, largo m. 0,56X0 87; nella tomba 4, ai lati della 
columella di M. h'pidius Moaymus si ergevano due piccoli muretti cui copriva una 
unica tegola in piano orizzontale; nella tomba 7, il basso podio, largo m. 1,05X0,75, 
di opera muraria, era coperto con un arco a tutto sesto in muratura, proteggente le 



POMPEI 



300 — 



REGIONE I. 



tre stele marmoree corrispondenti alle tre olle ivi interrate: altrettanto ripetevasi 
nella tomba 119 per l'unica olla contenente gli avanzi di una Glypte. 

Due delle costruzioni più nobili e solide potevano ambire al nome di sepolcri 
monumentali, e sono le tombe 66 e 104 bis. Conviene darne un breve cenno. 




Fio. 13. 



Tomba di M. Epidius Dioscorus (66). Consisteva di un podio in muratura, 
internamente largo m. 1,28, profondo m. 1,15, elevantesi dal suolo per m. 0,40, 
chiudo nel fondo e coperto con volta alta m. 1,10 cui sormontava un frontone ripo- 
sante su una semplice cornice a stampo. Sopra lo stucco bianco rivestente la super- 
ficie interna e la facciata, rivolta ad occidente, erano le seguenti decorazioni. 
Facciata. Lo zoccolo recava dipinti tre lastroni di marmo brecciato (giallo-rosso), 
l'uno nel mezzo del podio e gli altri sui piedritti laterali; da ognuno di questi 
ultimi nasceva una pianta di alloro a sette-otto rami, raggiungente in su la cornice 
terminale; nel frontone, un festoncino verde appiccato ad un chiodo centrale (pitto- 



REGIONE 1. — 301 — POMPEI 

ricamente espresso) e ricadente in due brevi scese simmetriche. Pareti interne. Mercè 
semplici fascette rosso-cupe, o verdi, e cornicette gialle, ciascuno dei tre lati era 
scompartito in rettangoli orizzontalmente disposti con un quadretto verticale nel 
mezzo; nella lunetta del fondo era dipinto un pavone di prospetto a coda spiegata. 
La volta, scompartita a scacchiera mercè l'incontro di listelli normali, formava 
49 quadrati (7X7) disposti in serie alterne (rosso-cupe, gialle, rosso chiare) secondo 
la diagonale, e recanti ciascuno al centro un fiore verde stilizzato. Addossata al centro 




Fio. 14. 

della parete di fondo si ergeva la stele marmorea di M. Epidio Dioscoro, alla cui 
destra affiorava nel podio il tubo per le libazioni. Questo consisteva, nel primo tratto, 
di una mezza, robusta, suspensura di terracotta, alta m. 0,50, a corpo conico, mu- 
rata nelle fondazioni, e, nel secondo tratto, di due embrici accostati, alti m. 0,55, 
i quali raggiungevano le sei tegole adoperate per custodire gli avanzi del rogo. Questi 
ultimi erano deposti sopra un letto di m. 1,45X0,60, scavato a m. 1,50 di pro- 
fondità dalla supertice del podio. Al disotto del menzionato pavone dipinto era trac- 
ciata col carbone l'epigrafe: 

LAVROBPM [£. Aur(elius) ob p. m. ?] 

Tomba di M. Epidius Antychus e delle Vibiae Pelagia e Crocine (104W*). 
Anche questa era una tomba a nicchia, come la precedente, ma più armonica nelle 



POMPEI — 302 — REGIONE I. 

proporzioni, tutta rivestita di semplice stacco bianco all'esterno ed all'interno, e 
rivolta a sud. Tre stele inscritte in corrispondenza delle tre olle deposte nel sotto- 
suolo. Sulla parete di fondo, in alto, era disegnato col carbone un gladiatore di pro- 
filo a destra, armato della sica, ed accompagnato da questa iscrizione in grosse lettere : 

PA- •• VIVS • XIX- V 

Più giù, parimenti col carbone, erano disegnati, di profilo a destra, due falli 
eiaculanti, il primo con un piccolo fallo sul ghiande, e il secondo con un altro pic- 
colo fallo sull'asta: erano accompagnati dalla seguente caratteristica iscrizione, per 
la quale cfr. Inter, gr. insul. tn. Aegaei, nn. 536-539. 

TAVTA MOlH«?] 0![>]oMeN 

Prima di passare oltre, stimo opportuno fare un cenno della tomba 33, nella 
quale è da riconoscersi un vero ed interessante caso di sopravvivenza del rito del- 
l'inumazione in periodo romano avanzato. Vi si è rinvenuto lo scheletro di un fan- 
ciullo (con la testa a nord e i piedi a sud), sul cui torace con due bottoni azzurri, 
di vetro, forati e baccellati, si è raccolto egualmente forato, epperò anch'esso ridotto 
a ciondolo della semplice collanina, un grande bronzo di Claudio (Cohen, n. 84). 

Sopra due frammenti di tegole provenienti dalla tomba 13 si è letto il bollo 
in lettere rilevate : 

^AB-5PI (G. I. L. X, 8042, 98, e) 

e sopra un collo d'anfora, usato come tubo per le libazioni nella tomba 23, si è letta 
l'epigrafe nera : 

Covn 

VET (cfr. CI. L. IV, 2565, 5536-5541) * 

ÀVGVSTÀLI 

Titoli funebri. In massima parte sono incisi e rubricati sopra le stele di marmo ; 
pochi sono rusticamente incisi sopra le columelle di pietra vesuviana, di travertino, 
o di tufo: recano un considerevole contributo all' onomasticon pompeiano: 

1. 1: TERPNOS t. 4: MEPIDIVS t.5: M • EPID1VS • AM 

VIXANVI MONIMVS PINOMVS (*»'c) 

(cfr. fig. 14) VIXANNXXX 

t.7a): PHILETHVS b) : LIVIA-CALLIOPE e): • MARTI ALI 

V-AN-N • XXX 



REGIONE I. 



— 303 — 



POMPEI 



1. 13: CORNELIA 

HELPIS-VANXXII 
(cfr. fig. 11) 



t. 23: LIBERALIS 
VIXITXVII 

ANNIS 



t.27: C-NAEVI-M-F-HBN 

ACISCL (tic) 



t.35: N PO?lD(ius?) t.38: LGEGANI 

COCLEA (=Cochlias?) VS HYME 

FILIO NAEVS 



t.42: 



FELIX 
VIX1T ANIII 
II 



t.49: VALERIAE t.64: TERTIA 

POTHINE (tic) 



t.65: MYTHVSEPIDI 
FLACCILIBVALXXV 



MEPIDIVS 
DIOSCORVS 



t.69: IANVARIVs 
VIXANXXXV 



1. 104 bis, a: b: 

MEP1DIOANTYCHO 



VIBIA PELAGIA 

VIXIT 
ANNIS • XXXX 



t. 81: ATIMETVS 
V • ANN • XI 
VRBANAE 

MATRI 
CHRYSEROS 
FECIT PATER 
PESVSCOSV1 (?) 



1. 104 bis, e: 

VIVI A • CROCINE (tic) t. 106 : MEPIDIO 
VIXITALXXX THYCHNI 



1. 107: MAEMILIO 
MILO(»t?) 



t.108: 



EPIDIA 
LAIS 



1. 109: EPIDIA 

EVODIA (ne) 

VIX^NN-XIIX 



t. 110: EPIDIAE 
VENERIAE 



t. Ili: EPIDIA t.114: PRIMIGENIA 

AGATE (tic) VIXANNXIIX 



t. 116: L-LIV1NEI 
D,IXI 
[2W(«MXIP] 



1. 117: FELICIOVA 
XXI1X 



t. 118: GONVSVIX 
ANNIS XXX 



1. 119: 



GLYPTE 
VIXAIIII 



Riassumendo, sopra i trentadue titoli del nostro sepolcreto, dieci ricordano membri 
della famiglia Epidia; dodici nominano quindici servi, distinti col solo cognomen; 
due ricordano donne della famiglia Vibia: e i rimanenti otto sono relativi ad otto 

Notizie Scavi 1916 - Voi. XIII. 40 



POMPEI 



ao* 



REGIONE I. 



membri (cinque uomini e tre donne) di queste altre otto famiglie pompeiane : Aemilia, 
Cornelia, Gegania, Livia, Livineia, Naevia, Popidia e Valeria. Gli Epidii sono 
in assoluta preponderanza ed attraggono nell'orbita della loro gente parecchi, se non 
proprio tutti, i quindici defunti privi di nomen. È da concludersi adunque che il 
sepolcreto fu gentilizio, degli Epidii \ e che i membri singoli delle altre famiglie 
indicate, vi trovarono sepoltura perchè con gli Epidii imparentati. 

Le epigrafi sepolcrali fin qui trascritte, e che hanno l' importanza considerevole 
additata, già di per sé sole recano un cospicuo contributo ali epigrafìa pompeiana: 
ma l'assidua diligenza posta nella esplorazione di ogni più piccola zona di terra del 




Fio. 15. 



recinto doveva portare, ed ha portato, il suo atteso frutto in una peculiare serie di 
monumentini di piombo (le tabulae de/tzionum) finora assolutamente mancanti nella 
epigrafia pompeiana, sebbene non sia questo il primo sepolcreto incontrato e scavato 
fuori le mura di Pompei ('). 

Tabulae defixionum. La prima fu raccolta, quasi a fior di terra, davanti alla 
columella anepigrafe della tomba 10: consiste di due lamine di piombo, larghe cia- 
scuna m. 0,08X0,05, accostate (fig. 15), attraversate in due angoli del margine da 
due chiodetti che le tenevano ben ferme l'una all'altra, e cinte, nel senso della mi- 
nore lunghezza, da un nastrino di piombo: iscritte sono tutte le facce, ed iscritto 
era anche il nastrino (andato in frantumi), a piccole lettere incise con punta metal- 
lica. Esibisco qui un'accurata riproduzione di quella parte del testo che non senza 



(') Prescindendo dalla necropoli monumentale, rappresentata da gruppi più o meno numerosi 
di tombe, erette immediatamente fuori ciascuna delle porte della città, intendo riferirmi al sepol- 
creto del fondo Pacifico (Sogliano, Notisie, 1886, pag. 333 segg.; 1887, pag. 33 segg., e pag. 452 
segg.; Mau, Roem. Mitth., 1888, pag. 120 segg.); e, più specialmente, al vasto sepolcreto del fondo 
Santilli (Sogliano, Notisie, 1893, pag. 333 segg.; Mau, Roem. Mitth., 1894, pag. 62 segg., e 1895, 
pag. 156 segg.). 



REGIONE 1. 



305 — 



POMPEI 



grande fatica mi è riuscito di leggere e trascrivere. Nella superficie interna (fig. 16), 
si legge il testo seguente : 



rnwu 



jSImà/ K F£TTOifó 



Osmio,» cui l( |) w fWMHJ'/N'ffl 
v ru- /.m-A//; /\A ( \/6PA)-A«S 

yru^c lui a„/AT-&KA«r 



^^P^/^m^^i^ 



^HfclOJv^ 



rrn 



W/lf~/\i Milli NUl (tlA^, 
\//./,\il ll( l'0flfl'l |:n ^W 

(|\/M,V u 0'\'AA/,\/V ' ; ^ 

/\ p'<y/.( £ AJ-I- »m''(» 

frFtTTM\TT7V.TG:,, 



Fio. 16. 



1 


















Plematio . hostili . facia 






• 


Capilu . cerebru . flatus . ren(es) 
Ut ■ Hai .non . incedei 




5 




Q'/i . ilaec (?)••• odiu . v 

Ut . Me . ilac . odiat . corno .... 

Aec . nec . agere . ne . Hai 

Qui .qua. agere . posti . ula . . . 
?. . .os . Plematio . hosti(li). . . . 






, 




10 




i 



ìvtf • vpi 



Nec agere . nec .Un 

Ula res . posit . pete 

Quai . ego . urna 

Comodo . is . eis . desert 

Ilaec . deserta . sit . cuno 

A.D.N.C.C.N.r. dificdos a 



die . ilaec deser 



Nel rigo 7 della tavola destra sembra indicata la data [a{nté) d(iem) n(onum) 
c(alendas) N(ovembris) ?]. Dificdos = defictos. 

In quanto alla superfìcie esterna, nella quale soltanto qualche parola è possibile 
distinguere, mi limito ad esibirne il semplice disegno (fig. 17). 

La seconda tavoletta, consistente di una strisciolina di piombo larga m. 0,023, 
lunga m. 0,08 (fig. 18), si è trovata deposta sull'olla della tomba 29, ma in così 
avanzato stato di ossidazione, da non consentire la lettura pur di una lettera del suo 
brevissimo testo, consistente forse in un semplice nome : in uno dei suoi capi è tuttora 
infisso un grosso chiodo di bronzo. 

La terza, consistente di una lamina sola, larga m. 0,08 X 0,06 (fig. 19) fu rin- 
venuta interrata accanto alla stele di Gonus (tomba 118). Pochissimi sono i segni 
che vi si scorgono: fra essi sembrano chiari i seguenti VKAAAIA che, secondo 
me, stanno per KAAYAIA, e ci additano la persona, una Claudia, in danno della 
quale la tavoletta fu redatta. 

Naulon. Di fronte al rapporto 1:4 o 1:5 delle tombe preromane, qui il rap- 
porto sale quasi ad 1:1, riconfermando il dato già acquisito della larghissima diftu- 



POMPEI 



— 306 — 



REGIONE I 



sione avuta nella età imperiale dal rito del tributo a Caronte ('): sommano difatti 



'V, 



a n< Averli 



vti/"nui/\ 
a/ il (<4tf5 '* 'M 



r ()t\f l« 

t OA/\0i>i 'HO 
(l \^ //L ^ )( 

I Ai\/(|V\i" 

')icO<Wsii ( ' K Y 7" 

" //\/ CIÒ ' vi 



Fio. 17. 




Fio. 18, 



C*\0 ? 

KAA.A.I A- 




Fa. Jj. 
a settantuno i bronzi venuti fuori da 67 sopra le 119 sepolture della piccola necropoli 
(•) Fr. Galli, op. cit., pp. 107 e 114. 



REGIONI I. — 307 — POMPEI 

(in quattro casi — tombe 30, 41, 83 e 118 — si sono trovate due monete); e sono 
le monete più varie in quanto a provenienza, e generalmente molto consunte: fre- 
quente è il ricorso della sola metà di un asse repubblicano spezzato in due. 

a) Monete greche (quattordici). 
Atene: t. 12: Testa di Zeus a d. ; 9 Testa di Dionysos coronato di edera A 

(British Museum Cat.. Attica, Athen, pag. 86, nn. 604-607). 

Bitinia, Re Prusias II: t. 30: 1? Testa di (?) a d. ; 9 Ercole incedente a sin. con 
la clava: (nPOYCI)OY - (BA)«lAE(il?) (ibid., Pontus etc, pag. 210, n. 3). 

Samo: t. 63: Uf Testa di Hera ad.; 9 Pavone sopra caduceo; sotto: («AMl)flN 
(ibid., Ionia, Samos, pag. 369, n. 201). 

Iudaea, Erode Magno: t. 76: 1? Elmo piumato e caduceo; 9 Grappolo d'uva e leg- 
genda: HPUJAOY(?) (Fioretti, Cat mon. gr., pag. 127, n. 11583-84). 

Temno (Eolide): t. 79: B" Testa di Dionysos coronato di edera ad.; 9 Minerva 

con Vittoria nella d. protesa e scudo presso le gambe ]] [) (British. Mus. 

Cat., Troas etc, pag. 143, n. 10; e tav. XXIX, 2). 
Corinto: t. 81: Vf Testa di Giulio Cesare (leggenda perduta), contromarca: mano 

aperta; 9 Pegaso (ibid., Corinth etc, pag. 58, n. 488). 
Tegea: t. 100: Vf Testa di Aleus (leggenda perduta); 9 Pallade dà a Cefeo la 

lesta di Medusa: (T)ErEAT(AN) (ibid., Peloponn., Tegea, pag. 202, n. 20). 
Oeniadae: t. 104 bis : Testa di Zeus laur. ad.; 9 Testa del bue a volto umano, 

Acheloo, a d. (poche tracce della leggenda) (ibid., Thessaly, pag. 189). 
Cos: t. 116: I? Testa di Asklepios a d. ; 9 Serpe ravvolto in spire, e leggenda: 

(Kn)lnN-(E)YAPATo«Al (ibid., Caria, pag. 213, n. 194). 

In ciascuna delle t. 45, 47, 52, 96, 112 una monetina greca, irriconoscibile. 

b) Monete greco-italiche (sette). 

Paestdm: t 11: B» Testa di Nike alata PAE-S; 9 Ramo su corona : QT-REIIVIR 
(British Museum Cat., Italy, pag. 279, n. 54). 

o o 

Paestdm: t. 16: 1? Testa di Bacco ad. °; 9 Cornucopia PAIS; ° (triente)... 

o o 

(ibid., pag. 274, n. 8). 
Paestum : t. 46 : 1? Testa di Tiberio a d., lituo ; 9 Statua a sin. con lungo scettro, 

C /V\ L< DOì'' PAES ( ibid " P a £- 282 ' n - 80 ' cfr - n - 78 >- 

Brdttii : t. 34 : D" Testa di Giove laur. a d. ; 9 Aquila ad ali spiegate (leggenda 

perduta) (ibid., pag. 328, n. 75 segg.). 
Cales: t. 41: 1? Testa di Minerva a sin. %; 9 Gallo incedente a d., CALE NO, 

astro (ibid., pag. 80, nn. 26-28). 
Irndm: t. 82: V> Testa di Apollo laur. a d. ; 9 Toro a volto umano a sin.; tracce 

della leggenda (ibid., pag. 127, n. 1). 



POMPEI — 308 — REGIONE 1. 



Irnum: t. 98: D Testa di Apollo laur. a d.; 9 Toro a volto umano a sin.; IDNOI 
(ibid., pag. 127, n. 1). 

e) Monete romane, della Repubblica (trentadue). 

Un grosso asse, battuto, dai tipi ora più ora meno visibili del Giano e della 
prora di nave, si è rinvenuto nelle tombe 3, 23, 29, 31, 58, 66, 85 e 118; mezzo 
asse, ottenuto mercè frattura nel senso del diametro, nelle tombe 38, 40, 41, 42, 
54, 60, 74, 75, 83 (due metà) e 86; un semisse nelle tombe 25, 78 e 84; un triente 
nella tomba 109; un quadrante nelle tombe 70, 71, 73, 97, 99 e 118; un'uncia 
nelle tombe 50, 117 e accanto alla tomba 34. 

d) Monete imperiali (diciotto). 

Un grande bronzo di Giulio Cesare e Ottavio (Cohen, n. 3) si è trovato nelle 
t. 14, 24 e 48 rispettivamente; un medio bronzo di Giulio Cesare (Babelon, lulia, 7) 
nella t. 103; medii bronzi di Augusto si sono raccolti nelle tombe seguenti: 17 
(Cohen, 378), 18 (ibid., 473), fuori la t. 21 (ibid., 244), e nelle t. 26 (ibid., 470), 
30 (ibid., 409), 32 (ibid, 378), 36 (ibid., 446), 37 (ibid., 473); un quadrante 
(Babelon, Aelia, 8) nella t. 105; medii bronzi di Tiberio nelle t. 108 (Cohen, Oct. 
Aug., 228), 111 (ibid., 225) e 114 (ibid., 228). Le due monete più tarde del sepol- 
creto sono di Claudio, e vennero fuori, la prima dalla t. 4, grande bronzo (ibid., 
Claude 38), e la seconda, medio bronzo, dalla t. 33 (ibid., 84). 



In quanto alla cronologia, nulla di nuovo c'è da osservare. Il terminus a quo, 
dato dai corredi funebri delle nostre tombe sannitiche, quasi affatto carenti di vasel- 
lame dipinto, e povere finanche del vasellame a vernice nera, ci porta ai principii 
del III sec. ovvero, al massimo, alla fine del IV ( l ); il terminus ad quem è 
l'eruzione Pliniana che seppellì, con la città e la contrada, anche questo sepolcreto 
gentilizio. 

La famiglia Epidia, proprietaria del sepolcreto, è fra le più diffuse e distinte 
di Pompei: suo unico prenome: M(arcus). Dalle epigrafi lapidarie è noto in 
primo luogo il Duumviro-quinquennale M. Epidius Flaccus, in carica l'anno 40- 
41 insieme con Caio Cesare che si fece rappresentare a Pompei dal praefectus M. Hol- 
eonius Macer (C. I. L. X, 904); e poi il praefectus iure dicundo, M. Lucretius 
Epidius Flaccus (entrato forse per adozione nella gens Lucretia), in carica l'anno 
34 d. Cr. (C /. L. X, 901 e 902). Liberto di uno di questi due magistrati si può 
considerare essere stato, con la più grande probabilità, il Mythus Epidii Flacci che 
trovò sepoltura nella nostra necropoli (v. a pag. 303, t. 65). Viene poi, in ordine di 
dignità, M. Epidius Sabinus, la cui candidatura, attestata finora da più di 50 pro- 

(*) Cfr. il mio primo rapporto, in Notiti», an. 1911, pag. Ili ; e Sogliano, op. cit., pag. 228 



REGIONE I. — 309 — POMPEI 



grammi, opperò molto vicina all'anno 79, apparisce espressamente favorita dall'Orbo 
(C.LL. IV, 768; Notizie 1911, pag. 428; ibid., 1913, pag. 452, n. 8) e caldeggiata 
dal Commissario di Vespasiano, T. Suedius Clemens (C. I. L. IV, 791, 1059; Notizie 
1911, pag. 428) mandato a Pompei per rivendicare al Municipio molti terreni usur- 
pati dai privati, specialmente nell'area dell'abolito pomerium ('). Una Epidia indi- 
stinta ricorre come raccomandante nel programma C. I. L. IV, 5740 ; e dall' indirizzo 
sopra un'anfora che contenne miele (CI. L. IV, 6610) ci vien fatto conoscere un 
Epidius Fortunatus, il quale sarà stato forse una persona sola col M. Epidius For- 
tunata, signator iéìl'apocfia lue. CVIII, 7. Parimente, V Epidius ffymenaeus, che 
ricorre anch'egli come raccomandante in tre recentissimi programmi (cfr. Notizie, 
Rapporto di Ottobre 1916), sarà stato forse una persona sola col M. Epidius ffyme- 
naeus dell' apocha lue. LXXVIl, 8. Sempre poi dagli atti di Cecilio Giocondo cono- 
sciamo come creditores, M. Epidius Pelops (LXXXIII, 1 e 6) e M. Epidius Tro- 
phimus (LXXXIV, 1), e questi altri che intervennero negli atti solo come testimoni: 
\ M M. Epidii Bucolus, Pagurus, Secundus, Stephanus, Urbanus e quattro altri dal 
cognomen ignoto ( 2 ). A queste abbondanti e varie conoscenze, che già avevamo della 
diffusa e cospicua famiglia, lo scavo del fondo Azzolini ha arrecato ora il notevole 
contributo che abbiamo visto, presentandoci espressamente distinti col gentilizio (senza 
che si possa decidere a quanti altri ancora fra tutti gli altri individui indistinti 
quivi sepolti non spetti il gentilizio stesso) i MM. Epidii Monimus, Anphinomus, 
Dioscorus, Antichus, Thychnus, Milhus, e le Epidiae Lais, Euhodia, Venerici, 
Agathe. 

M. Della Corte. 



(') M. Della Corte, Il Pomerium di Pompei, in Rendic, dei Lincei, ci. mor., voi. XXII, 
pag. 261 segg. 

(•) Cfr. C /. L., IV, Tabulbe cerala», index nnminum, pag. 439. 



ROMA — ctl 1 — ROMA 



Anno 1016 — Fascicolo IO. 



I. ROMA. 
Scoperte di antichità nel suburbio. 

Via Portuense. — La grande piena del Tevere del febbraio 1915 fece cadere 
una parte della sponda destra del fiume, in località Pietra Papa, a valle del nuovo 
porto fluviale, di fronte allo stabilimento della Società Anglo-Romana per la illumi- 
nazione di Roma. 

Nel marzo, ritiratesi le acque, apparvero in quel punto avanzi di costruzioni 
antiche ed un pavimento in mosaico bianco e nero con figure di atleti ed iscrizioni, 
un frammento del quale, caduto nel fiume, fu raccolto da alcuni pescatori e depo- 
sitato in un'osteria tenuta da un certo Natale de Prosperi, cordaro e padrone di 
barche da pesca. 

La Direzione degli scavi di Roma, dal 10 maggio al 5 giugno 1915, nel tempo 
in cui la magra rendeva più agevoli i lavori, fece liberare dalla terra gli ambienti 
nei quali si vedevano i pavimenti a mosaico, che fece distaccare con l'opera del 
restauratore Belardino Vettraino, e trasportare nel Museo Nazionale Romano. Nel 
giugno poi di quest'anno 1916, essendosi abbassato il livello dell'acqua oltre il con- 
sueto, si sono potuti ricuperare alcuni altri frammenti, che sono venuti ad integrare 
in parte i quadri staccati l'anno scorso. 

L'edificio al quale i mosaici appartenevano era una terma che si estendeva 
probabilmente sotto la odierna campagna che oggi è proprietà in parte dell'Ospedale 
di Santo Spirito e in parte del signor Iacobini. Gli sterri che si sono praticati, però, 
mirando solo al ricupero dei mosaici, si sono limitati alla ripa del Tevere, e a quella 
parte su cui passava, prima della piena, la via alzaia, e per conseguenza non è 
stato possibile farsi un' idea della estensione dell'edificio né della pianta di esso. 
Peraltro, data la vicinanza immediata del Tevere a queste terme, le cui mura giun- 
gevano fino all'acqua, può sorgere il dubbio che esse servissero in parte per stabi- 

Notizik Scavi 1916 — Voi. XIII, 41 



roma — 31 2 — Roma 

limento di bagni nel fiume, o in altri termini che il Tevere fosse la piscina natatoria 
di queste terme. 

Gli ambienti sterrati sono in tutto cinque. Il primo e più meridionale era di 
forma rettangolare e misurava m. 5,85 X 2,25 ed era orientato da levante a ponente. 
Tutta la parete orientale e parte della settentrionale erano interamente distrutte. Il 
pavimento era sostenuto da suspensurae. Sul terreno era una gettata di cocciopesto 
sulla quale sorgevano i pilastrini di forma quadrata, col lato di m. 0,22, alti m. 0,40. 
Sui pilastrini posavano grandi mattoni di m. 0,60 X 0,55, che sostenevano un masso 
di cocciopesto di m. 0,22, sul quale posava il pavimento a mosaico, figurato per una 
lunghezza di m. 4,50, a sole tessere bianche per i rimanenti m. 1,35. Nella parete 
meridionale, all'angolo quasi con l'occidentale, si apriva una porta con soglia di 
marmo v della larghezza di m. 0,95, che dava accesso ad una cameretta rettangolare 
di m. 2,60X1.35, con le pareti costruite a sacco, con fascia di mattoni tubulari, 
e col pavimento in mosaico a tessere bianche con fascia nera intorno. Così l'ambiente 
principale come la cameretta, che può considerarsi come un'appendice di esso, ave- 
vano un'intonaco di m. 0,035. Un mattone che posava sui pilastrini portava un 
bollo con la data consolare del 125 dell'era volgare, inedito nel Corpus, ma di 
cui si conosce un altro esemplare trovato in via della Scrofa ('). 

Il secondo ambiente, del quale non si conosce tutta la lunghezza, perchè in 
parte franato dal lato che guardava verso il Tevere, misurava m. 2,60X1,35. Il 
pavimento era sorretto da suspensurae, come nel primo ambiente, e costruito nel 
modo medesimo; i mattoni che posavano sui pilastrini, però, erano bipedali. Le pa- 
reti, costruite in mattoni triangolari, erano coperte d'intonaco bianco dello spessore 
di m, 0,035. In epoca più tarda l'ambiente fu diviso da un murello in parallele- 
pipedi di tufo, che tagliava il secondo scomparto dal pavimento in mosaico, dove era 
la figura con la iscrizione [ Do]mestieus. Per procedere al distacco dei mosaici si 
dovette demolire la parete settentrionale di questo ambiente, costruita in mattoni 
in forma di triangolo isoscele di m. 0,31 X 0,22. Sopra questi mattoni si lessero i 
bolli: C. I. L. XV, 445, 1228 e, 1839; più un altro che credo inedito: 

APRONETPAECOS 
D APOLLONI D 

Sono la maggior parte del 123, due del 126. 

Il muro demolito divideva l'ambiente, di cui ora ci siamo occupati, da un altro 
orientato anch'esso da oriente ad occidente, la cui parete orientale era interamente 
distrutta. La occidentale, sola superstite intera, con paramento a cortina di mattoni, 
misurava m. 4,40 di lunghezza per m. 0.35 di spessore. La parete settentrionale, 
lunga m. 1,70, aveva il paramento in reticolato. Le pareti occidentale e settentrio- 
nale si incontravano ad angolo ottuso. Tutte erano coperte di intonaco con una fascia 
rossa in basso. In questo ambiente si rinvennero avanzi di due pavimenti a mosaico 

(») Notizie degli scavi, 1902, pag. 396 (G. Gatti). 



ROMA — 313 — ROMA 

sovrapposti, l'inferiore, di cui si vide qualche frammento, era, a quel che sembra, 
tutto nero, il superiore, di cui dirò più diffusamente in seguito, era a decorazione 
geometrica. 

Ultimi, nella parte settentrionale, venivano tre piccoli ambienti normali al corso 
del Tevere, che avevano quasi l'aspetto di un corridoio diviso in tre sezioni. Nel 
primo, più prossimo al Tevere, lungo m. 1,75, largo m. 1,54, cinto da muri in reti- 
colato con ricorsi di mattoni nella parete di fondo, con ricorsi di tufelli parallele- 
pipedi nella settentrionale, si trovava un chiusino col coperchio circolare del dia- 
metro di m. 0,42 ; nel pozzetto sottostante immetteva un canaletto in terra cotta, 
largo m. 0,13, profondo m. 0,15, che passava sotto tutto l'ambiente. Il secondo 
ambiente misurava m. 1,69X1,54. Nella parete settentrionale pare si aprisse in ori 
gine una porta con spallette in mattoni, larga m. 1,50, chiusa posteriormente da un 
murello composto di calce, terriccio e detriti di tufo; materiale identico fu trovato 
nella parete meridionale, in cui doveva aprirsi probabilmente una porta corrispon- 
dente a quella della parete settentrionale, Nella parete di occidente, costruita in 
mattoni, si apriva una porta, larga m. 0,91, che metteva in comunicazione questo 
secondo ambiente col torzo che misurava m. 2,90 X 1,54. In fondo ad esso si ele- 
vava una volta a botte a sesto ribassato. Le pareti di questi tre piccoli ambienti 
avevano un intonaco bianco spesso m. 0,03; nel mezzo della volta poi, lungo la impo- 
statura di essa sulle pareti, correvano due fasce rosse. 

I bolli di mattone, raccolti in parti essenziali ed originarie dell'edificio, por- 
tano, come abbiamo veduto, date degli anni 123, 125 e 126 d. e. v. ; e se alla data 
del 123 non si può annettere un grande valore cronologico, per la nota ragione 
che si trova ripetuta innumerevoli volte in monumenti di età diversissima, le altre 
meno comuni ne hanno molto maggiore. Questi bolli adunque ci portano ai primi 
decenni del secondo secolo d. e. v., e a questa età conviene bene la struttura dei 
muri, parte in reticolato e parte a cortina di mattoni, cosicché mi sembra lecito 
concludere che questo edificio termale fu costruito nella prima metà del secondo secolo, 
e precisamente nella età di Adriano. In età più tarda poi fu costruito il murello 
che divideva il secondo ambiente, e furono chiuse le porte dello scompartimento 
centrale di quell'ultimo ambiente che pare un corridoio. 

* 

* ¥ 

Ma, come ho detto, il maggior interesse di questa scoperta è fornito dai mo- 
saici in bianco e nero che si sono rinvenuti e per staccare i quali si è fatto lo sterro. 

II mosaico (tìg. 1) che copriva il pavimento dell'ambiente che ho descritto per 
primo, in parte staccato, in parte ripescato nel Tevere, è purtroppo assai frammentario. 

A sinistra è un uomo di età piuttosto matura, con piccola barba, interamente 
nudo coi capelli rasati, tranne un ciuffo annodato sulla sommità del cranio {cìrrus 
in vertice). È di profilo a destra ed in atteggiamento di riposo con la gamba 
sinistra leggermente ripiegata. Sulla testa di questo personaggio è la iscrizione 
CEPALAS. Segue una lacuna in cui rimangono solo nella parte superiore del mo- 
saico le iscrizioni CLYCON • CAPRETIO ■ Sotto l'A di Capretto si vedono gli avanzi 



ROMA 



— 314 — 



ROMA 



di una mano con le dita rivolte in su. Segue la figura di un atleta di profilo a si- 
nistra. Nudo anch'esso, coi capelli rasi ed il cirrus in vertice, tiene con le due 
mani la tibia, ed accompagna il suono con un movimento di danza. Ai lati della 
testa è la iscrizione ANTICORCHIS, di cui le prime cinque lettere sono scritte a 
sinistra, le altre a destra del capo del personaggio. Sopra questa iscrizione, nella 
stessa fila di Capretio si legge COLL1BAS. L'ultimo gruppo a destra è composto 
da due uomini nudi coi capelli rasi ed il cirrus come gli altri, i quali, armate le 
mani di caesti, lottano tra loro. Il primo di essi, a cominciare da sinistra, protende 
entrambe le braccia in atto di difesa, l'altro si scaglia, avanzando la destra, e spin- 




Fio. 1. 



gendo indietro il braccio sinistro quasi in atteggiamento di uno schermitore moderno. 
Sulla testa della prima figura è scritto MOSCAS, sull'altra SPIMlHAROS. Ai piedi 
delle figure si vedono linee serpeggianti che vogliono rappresentare l'ombra proiettata 
da ciascun personaggio. Il quadro è circondato da una fascia nera lunga m. 0,075, 
inscritta in una fascia bianca, che a sua volta è cinta da una fascia nera che toccava 
le pareti della camera, e che fu ridotta dopo il distacco del pavimento a m. 0,22. 
Il mosaico figurato è lungo m. 4,50, largo m. 2,25. A questo quadro apparteneva 
pure un considerevole frammento ripescato quest'anno, che forse colma in parte la 
lacuna a cui ho accennato più su. Vi si vede un lottatore che, nel combattimento, 
piega le ginocchia ed abbassa le mani quasi in atto di difesa; e dietro di lui un 
altro personaggio di cui rimane solo una gamba. 

Anche il mosaico, in parte frammentario, dell'ambiente che ho descritto per se- 
condo, rappresenta una scena di palestra (fig. 2), ed anche esso è circoscritto da una 
fascia bianca fra due nere. Come nell'altro le figure sono uere su fondo bianco, e 
linee di tessere bianche segnano i contorni dei muscoli o le pieghe dei vestiti. Anche 



ROMA 



— 315 — 



ROMA 



qui le ombre sono segnate con linee nere. A sinistra è un gruppo di due lotta- 
tori nudi e coi capelli non rasati. Il primo avanza verso destra, spinge legger- 
mente in dietro il braccio destro con le dita tese e protende il sinistro, toccando 
la mano destra del secondo lottatore che avanza verso sinistra, piegando sul petto 
l'avambraccio sinistro. Segue quasi di prospetto la figura di uu maestro, vestito 
di mantello che lascia scoperta la spalla destra. Tiene la mano destra abbassata 
con la palma aperta e l'avambraccio sinistro avvolto nelle pieghe del manto. 




Fig. 2. 



A destra è conservata la parte inferiore, dalle reni in giù, di una figura di profilo 
a destra. 

Di questo medesimo quadro doveva far parte un piccolo frammento in cui si 
vede la parte superiore di una figura di combattente bruscamente voltato a sinistra, 
dietro la quale si trova una specie di palmetta. Ripescati quest'anno sono pure un 
frammento con una gamba ed uno con una testa di cui non si può stabilire con 
esattezza il punto in cui si trovassero. 

Nella parte più interna della camera che ho descritta per seconda era un altro 
quadro che, come ho detto, fu troncato da un murello di epoca tarda. Demolito il mu- 
rello non si potè ricuperare che un frammento (fig. 3) in cui si vede una figura maschile 
in piedi, priva della testa e della parte superiore del torace ; è di profilo a sinistra ; 
veste una tunica rimboccata nei fianchi, con una borchia sul petto, ed alti calzari 
allacciati : tiene il braccio destro abbassato, ed il sinistro, ora quasi del tutto per- 



ROMA 



— 316 — 



ROMA 



duto eia alzato. A sinistra restano le gambe di una figura nuda. Tra le due figure 
si legge la iscrizione: 




D O 
MESTI 
CVS 

Nell'ambiente cbe ho descritto per terzo si vedevano due strati di mosaico uno 
sull'altro, l' inferiore era a tessere nere, quello che lo copriva invece ha una elegante 
decorazione geometrica, composta di tanti circoli neri. Neil' interno di ciascun circolo 
sono inscritti quattro gruppi di due steli ciascuno, che sorgono, si accostano e si 
ripiegano in volute; dall'incontro dei due steli sorge una specie di foglia di olivo, 
che tende verso il centro del circolo, ove è un cerchiello da cui si staccano quattro 
cuspidi lanceolate. I cerchi erano uniti tra loro da brevi linee rette. Nello spazio 
che risulta dell'incontro di quattro circoli è un gruppetto di quattro foglie di tri- 
foglio. Ciascun circolo ha il diametro di m. 0,65. 

L'esecuzione di questi mosaici è generalmente abbastanza trascurata. Quello geome- 
trico che ho descritto per ultimo è relativamente più curato degli altri figurati, i quali 
naturalmente hanno per noi maggiore interesse, sia per le rappresentazioni che offrono, sia 
per le iscrizioni. Riguardo al contenuto di queste rappresentazioni agonistiche, non 
è necessario che io mi fermi a parlare lungamente, poiché esse non rivelano nessun 
elemento nuovo, che non sia già noto da altre scene di palestra, rappresentate in 
mosaici o in monumenti di altro genere. Riguardo ai tipi, l'artista che eseguì il 
nostro mosaico non dovette davvero inventarli, poiché si ritrovano in altri monumenti 
e risalgono a prototipi assai più antichi, come è in generale per tutte queste figure 
di atleti rappresentati in parecchi mosaici romani in bianco e nero ('); il più noto 
ed ampio dei quali, si rinvenne sotto Tusculo, nel recinto dell'eremo dei Camaldoli, 
in una camera costruita in opus reliculatum, che forse apparteneva a quel grande 
edificio che fu già dei Furii ( 2 ). 

(') Un elenco di questi mosaici è in Jahrb. d. Inst., 1904, pag. 127, n. 1 (H. Lucas). Per i 
tipi degli atleti v. in generale questo articolo del Lucas. 

(■) Riprodotto in Moti, d. Inst., VI- VII, tav. 82; e quindi in Grossi-Gondi, II Tusculano nel- 
l'età clanica, tav. III. Una prima descrizione è in Bull. d. Inst., 1862, pag. 179 segg. (Pinder) ; 



feOMÀ — 31? — RÒ&tÀ 

Più interessante è la ricerca intorno alla età di questi mosaici. L'edificio a cui 
appartenevano è, come abbiamo veduto, del secondo secolo d. e. v., e precisamente 
della prima metà di esso; abbiamo in ciò un terminus post quem sicuro, e una forte 
probabilità che i mosaici siano da attribuirsi allo stesso tempo, poiché, infatti, nei 
punti su cui erano piantati non sono tracce di ricostruzioni, e sembra lecito pensare 
che essi costituissero il pavimento originario. Certamente sono anteriori ai riadatta- 
menti che in epoca tarda, ma non tardissima, cioè quando in quelle regioni era attiva 
la vita sul Tevere, si fecero nell'edificio, poiché la scena in cui si legge la iscrizione 
\_Dó]me$ticu$ fu tagliata da un murello posteriore. 

L'esame dello stile e della fattura dei mosaici può offrire pochi argomenti cro- 
nologici. I tipi, come ho detto, sono anteriori alla stessa età imperiale ('), e i difetti 
di disegno che vi si notano sono dovuti principalmente alla esecuzione grossolana e 
perciò possono dipendere non tanto dallo stato generale dell'arte quanto dal grado di 
abilità degli artefici (*), i quali, nel caso nostro, non saranno stati sicuramente i più 
esperti di Roma, poiché si trattava di fare il pavimento in un edificio termale sub- 
urbano, che non doveva essere frequentato dalle persone eleganti della capitale, ma 
dai trafficanti sul Tevere. 

I nomi che si leggono sui personaggi del primo ambiente, tranne Glykon e 
Spintharos che sono prettamente greci, hanno un suono piuttosto strano, ma non 
forniscono dati sulla cronologia dei mosaici. 

La paleografia delle iscrizioni si adatterebbe bene ad una data del secondo 
secolo, contemporanea, cioè, alla costruzione delle terme. È un alfabeto volgare, in 
cui si nota una certa trascuratezza dovuta in parte alla materia, e perciò frequente 
nelle iscrizioni in mosaico; ma la forma delle lettere conviene bene al secondo secolo. 
L' A come la prima di Cepalas e quella di Capretto, secondo la forma arcaica, è 
comune nella scrittura volgare dell' impero e si trova in lapidi sepolcrali del I 
e del II secolo ( 3 ); l'À come la seconda di Cepalas e quella di Spintharos, nelle 
iscrizioni dipinte è frequente dal secondo secolo in poi {*). Il lì si trova anche in 
iscrizioni di buona epoca ( 5 ). Il Q di Glykon, proprio della scrittura corsiva e come 
tale usato già a Pompei e ad Alburnus Maior (*), si trova anche in iscrizioni lapi- 



una più ampia illustrazione in Ann. d. fast., 1863, pag. 397 segg. (Hirzel). Di queslo mosaico si 
occupa principalmente il Lucas nello studio citato sopra. Sul luogo della scoperta e sulla possi- 
bile appartenenza ai Furii v. Grossi Gondi, op. cit., pag. 165 seg. 

(') Il cirrus in vertice, peraltro, non si vede nei monumenti dell'arte greca più antica; è 
comune in quella romana, e l'uso era certamente noto nel primo secolo. Cfr. Daremberg-Saglio, 
Dict., li 1, pag. 520 seg. (E. Saglio). 

(*) Per la difficoltà di datare i mosaici con argomenti tratti dall'esame dello stile ved. Darem- 
berg-Saglio, Dict., Ili, 2, pag. 2089 seg. (P. Gauckler). 

(*) v. HObner, Esempla scripturae epigraphìcae, pag. LIV. 

(*) v. Hubner, op. cit., pag. LUI. 

(*) Cfr. Cagnat, Cours d'épigraphie latine 1 , pag. 13. 

(*) Cfr. Cagnat, op. cit., pag. 6 segg. 



ROMA — 318 — ROMA 

darie fin dal secondo secolo ('). L' H- di Spintharos è già nel primo secolo sui bronzi 
e dal secondo in poi sulle lapidi (*). L' M proprio della scrittura corsiva e come tale 
esistente a Pompei ( 3 ), è divenuto presto di uso comune nelle lapidi. 

L'esame del mosaico, dunque, non contradice affatto alla cronologia suggerita 
dalla costruzione dell'edificio, onde a me sembra che non si vada lontano dal vero, 
attribuendone la esecuzione al secondo secolo, e forse piuttosto alla prima che alla 
seconda metà di esso. E questa datazione mi pare avvalorata anche dal fatto che il 
mosaico a decorazione geometrica del terzo ambiente trova un riscontro evidente, 
se non nei particolari, nel concetto informativo, in un pavimento dei così detti 
Ospitali di Villa Adriana {*). 

La cronologia di questi mosaici è importante anche per quella degli altri in cui 
si vedono scene di atleti e specialmente per il mosaico tusculano. Il Pinder ( 5 ), suo 
primo editore, lo attribuì infatti all'età adrianea. Lo Hirzel ( 6 ), poi, osservando che 
le figure sono disegnate bene, ma la esecuzione è rozza, non osò consentire col Pinder 
e pensò piuttosto alla età di Caracalla, notando che anche il mosaico delle terme 
antoniniane, ora nel Museo Lateranense, è rozzo di esecuzione. Il Lucas ( 7 ) infine, 
consente con lo Hirzel, e aggiunge che se il mosaico delle terme di Caracalla deve 
attribuirsi al IV secolo ( 8 ), quello tusculano può essere al più presto del terzo. Ma 
i ragionamenti dello Hirzel e del Lucas non sono, a dir vero, molto persuasivi; 
poiché essi prendono come unico fondamento della loro cronologia non tanto il disegno 
quanto la esecuzione, giudicando il pavimento di una camera di campagna di cui 
non sappiamo nemmeno la destinazione, alla medesima stregua di un'opera dell'arte 
maggiore. Ora, osservando le affinità fra i due mosaici, e ricordando che anche quello 
dei Camaldoli fu trovato in una camera costruita in reticolato, penso che sia lecito 
restituire al secondo secolo anche il mosaico tusculano. 

* 

Fra il 10 ed il 14 di settembre del 1915 si procedette, per cura della Direzione 
degli scavi di Roma, alla estrazione di due cippi terminali del Tevere che si vede- 
vano incastrati nella sponda destra del fiume in località Pian due Torri, a valle della 
località Pietra Papa, nella quale si distaccarono i mosaici di cui si è parlato dianzi. 

I cippi di travertino, che furono trasportati nel Museo Nazionale Romano, ove 
ora si conservano, misurano uno m. 2,75X0,95X0,50, l'altro m. 2,45X0,95X0,50. 
Erano certamente a posto e distavano fra loro m. 1,30. Sulla sponda, fra i due cippi. 



(') v. HQbner, op. cit, pag. LVIII, e Cagnat, op. cit,, pag. 16. 
(*) v. HQbner, op. cit., pag. LVIII, e Gagnat, op. cit., pag. 16. 
( s j t. HQbner, op. cit., pag. LXII, e Cagnat, op. cit., pag. 7. 
(*) v. Gusman, La villa a" lladrien prts de Tivoli, pag. 117, n. 24, e fig. 73. 
(') Bull. d. Inst., 1862, pag. 180. 
(•) Ann. d. Inst., 1863, pag. 411. 
(') Jahrb. d. Inst.. 1904, pag. 127, n. 3. 

(*) Per la data di questo mosaico cfr. Nogara, 1 mosaici dei palazzi Vaticano e Laterano, 
pag. 2; Helbig, Fùhrer*, II, n. 1240, pag. 53. 



ROMA — 810 — ROMA 

si vedevano alcuni ruderi di costruzioni antiche. In tempo di magra si potevano 
leggere le prime due o tre righe delle iscrizioni 

Il testo delle due iscrizioni che qui sotto trascrivo è identico; diversa doveva 
essere la indicazione della distanza, contenuta nell'ultima riga; ma essa si può leggere 
solo in una delle pietre essendo l'altra più rovinata: 

EXAVCTORITATE 

IMP- C AESARIS • DI V I 

TRAIANI- PARTHICIF 
DIVI-NERVAE- NEPOTIS 
5 TRAIANI- HADRIANI 
A V G- P O N T I F/MAX • T R IB 
POTEST ■ Vili ■ IMPÌTTT-CoS. iTT 
LMESSIVS • RVSTICVS-CVRATOf 
ALVEIET RIPARVM TIBERIS ET 
10 CLOACARVM V R BI S R • R • RESTITVIT 
SECVNDVM • PRAECEDENTEM 
iERMINATIONEMPROXIMI CIPPI 
P E D ■ V I 



L'altezza delle lettere è la seguente: l a riga, min. 62; 2 a , mm. 50-54; 3 a 
e 4 a , mm. 50; 5 a , mm. 45; 6 a , mm. 35; 7* 9 a , circa mm. 30; 10"-12», mm. 25; 
13 a , mm. 28. 

Il testo di queste epigrafi è sostanzialmente simile a quello degli altri cippi 
terminali del Tevere dell'età di Adriano ( x ); uguale è il nome del curator L. Messius 
Rusticus. Ma vi è una differenza che richiama in modo speciale la nostra attenzione; 
infatti mentre nelle altre iscrizioni è indicata la quinta tribunicia potestas di Adriano, 
che corrisponde all'anno 121 d. e. v. (10 dicembre 120-9 dicembre 121), qui troviamo 
segnata la tribunicia potestas Vili che ci porta al 124. I nostri cippi ci rivelano 
dunque una seconda restituzione della delimitazione traianea sotto l'impero di 
Adriano della quale non avevamo notizia, e ci attestano pure che L. Messius Rusticus 
tenne l'ufficio di curator alvei Tiberis ecc., almeno fino al 124; ciò che del resto 
non fa maraviglia, poiché si sa che questa carica ormai da un pezzo non era più 
annuale, e, per esempio, Tiberio Giulio Feroce, il celebre curator di Traiano la 
tenne per cinque anni almeno ( 2 ). 

(«) G. I. L, VI, 1210 a-d = 31552; Dessau, /. L. S, 5931. 

( 2 ) Per tutto ciò clie riguarda le terminazioni del Tevere, v. quanto hanno chiaramente 
esposto; Ch. Htielsen in G.I.L., VI, pag. 3109 segg., e G. Gatti, Archeologia (estratto da Cin- 
quanCanni di storia italiana, Roma, 1911), pag. 12 segg. Per la durata in carica del curator 
cfr. anche Mommsen. Droit public, trad. Girard, V, pag. 348. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 42 



ROMA 320 ROMA 

Naturalmente non è possibile conoscere le ragioni che indussuro a questa nuova 
restituzione, e singolare sembra la grande vicinanza dei due cippi fra loro. A me 
pare che possa sorgere il dubbio che il muro perpendicolare alla sponda, di cui si 
vedevano gli avanzi fra i due cippi, corrispondesse ad una divisione di proprietà pri- 
vate, per cui fosse necessario porre in quel punto due segni di delimitazione tra il 
pubblico demanio e la proprietà privata. 

Anche un'altra indicazione rende interessanti questi cippi; in essi, infatti, come 
in quelli del 121, Adriano vi è designato come imperator IV, mentre è noto invece 
che su tutti gli altri monumenti di questo imperatore non si trova ricordata che 
soltanto la prima acclamazione imperiale (imp. II) e ciò dal 135 in poi (')• Di 
questo fatto nessuno dei dotti che hanno illustrato i cippi terminali del Tevere ha 
potuto dare finora una spiegazione; lo Huelsen si è contentato di notarne la singo- 
larità, e il Dessau vi ha richiamato solo l'attenzione dei lettori. Dopo la scoperta 
di questi ultimi due cippi il problema assume un carattere anche più complesso, 
poiché, come abbiamo veduto, essi non sono contemporanei agli altri, ma posteriori 
di tre anni, e ciò rende meno facile la ipotesi che si tratti soltanto di errore. Sarebbe 
infatti più semplice ammettere un errore in iscrizioni contemporanee, eseguite forse dallo 
stesso lapicida, che non pensare che esso fosse ripetuto dopo tre anni, tanto più che 
si tratta non già di titoli privati, ma di atti ufficiali (*), e proprio nella capitale. 

F. Fornari. 



(') Sembra che Adriano abbia presa la prima salutazione imperiale nel 135 o al più presto 
verso la fine del 134, certamente dopo la guerra giudàica. Cfr. Pauly-Wissowa, Realenc, I, 1, 
ce. 500 e 514 (v. Rohden), De Ruggiero, Di*, epigr., III. e. 625 (Vaglieli), Weber, Untersuchungen 
zur GeschichU des Kaiser» Hadrianus, pag. 180, n. 843 e pag. 266, n. 1015. La indicazione 
impierator) Il in una lapide del 132 (C. /. L., XII, 6024) non esiste sulla pietra, ma è un supple- 
mento dello Hirschfeld. 

(•) A questo riguardo anche il Cagnat ha richiamato l'attenzione sul carattere ufficiale dui 
cippi del Tevere, nella appendice (pag. 481) alla terza edizione del 8uo Court d'épigraphie latine. 
Non trovo ripetuta la osservazione nell'ultima edizione di questo libro. 



REGHONB I. 321 OSTIA 



Regione I (LATIUM ET CAMPANIA). 

LATIUM. 

II. OSTIA — Lavori di assetto e piccoli trovamenti. 

Nei mesi estivi i lavori agricoli e la emigrazione di gran parte degli operai non 
consentono lo svolgimento di un programma di scavi. In quest'anno si è atteso alla 
costruzione di una cloaca che. valendosi di tratti già esistenti di antiche fognature, 
possa raccogliere e portare al Tevere le acque che d'inverno non di rado stagnano 
nell'orchestra del teatro. Si è dovuto a tale scopo incidere il terreno e costruire per 
intero, la fogna non solo nell'ultimo tratto verso il fiume, che è in gran parte for- 
mato dagli scarichi dei nostri e dei precedenti scavi, ma anche nel tratto a nord 
del piazzale delle Corporazioni. 

Eseguendo questo taglio, si incontrarono scarsi avanzi di miseri murelli di tarda 
età, e una strada anch'essa tarda, sotto la quale passa la cloaca antica. L'andamento 
di questa e le sue diramazioni saranno graficamente tracciate, quando ne sia termi- 
nato lo spurgo al quale ora si attende. 

In un punto a nord del piazzale delle Corporazioni l'antica fogna si biforca, 
ed è accessibile dal piano stradale per un tombino circolare; là presso, circa quattro 
metri più a ponente, essendosi dovuto approfondire il taglio sotto il livello dell'antica 
fogna, a circa m. 3,50 dal piano attuale di campagna, si rinvenne una massicciata 
di scaglie informi di tufo, probabilmente pertinente ad un'antica strada, anteriore alla 
costruzione della cloaca e che doveva seguire a un dipresso la direzione della strada 
più recente. Non fu potuta studiare, per essere ora tutta sott'acqua ; ma se ne ritras- 
sero frammenti di vasellame etrusco-campano, e pezzi di intonaco dip nto più fine , 
per composizione e per ornamentazione, di quello che ritroviamo sulle pareti delle 
case ostiensi rimaste in piedi. 

La fognatura pertanto, che noi attendiamo a riattare, devesi ritenere contempo- 
ranea al secondo generale rialzamento del piano di Ostia, di cui si trovano ora mol- 
teplici testimonianze nell'antica città, e che, per parlare dei soli monumenti contigui 
a questa zona, fu osservato e studiato già nel teatro e nel piazzale delle Corpora- 
zioni ('). 

Tra gli oggetti raccolti, durante questo lavoro, meritano d'esser ricordati : 

Due frammenti di vasi fittili ricoperti di vernice vitrea verde, sui quali tor- 
niamo a parlare a pag. 324, 325. 

Frammenti di vasi aretini con bolli {G. I. L., XV, 5007, 5496 h, 5800), e 
AJA/t^ che probabilmente corregge C. I. L., XV, 4950. 

Pondo di vasetto a vernice rossa, molto lucida, con bollo rettangolare a lettere 
rilevate sottilissime, eppure assai chiare: OF ARDACI. Tale marca, conosciuta in 
Italia solo da un frammento di incerta lettura proveniente dal Tevere {€. I. L., 

(') Cfr. Calza, in Bull. Com., 1915, pag. 178 e se£. 



OSTIA 



322 REGIONE I. 



XV, 5861), è assai comune nelle provincie galliche e germaniche (C. /. /,., XIII, 
10100-167). 

Lucerne di terracotta in gran parte rotte, una con busto di Diana, altra con busto 
ili Satiro, altra con una Vittoria, due eon le marche (C. I. £., XV, 6430 6 e 6593). 

Frammenti di uu bel calice di vetro ornato da linee ondulate di impasto bianco 
riportato. 

Per sistemare la linea ferroviaria Decauville per il trasporto a mare di mate- 
riali utili alla costruzione di massicciate stradali, richiesti dal Comune di Roma, fu 




Vie. 1. 

tolta una certa quantità di terra innanzi al tempio di Vulcano. La parte di area 
innanzi al tempio e più ancora il tratto di decumano oltre quell'area, così sgombrati, 
diedero una quantità considerevole di marmi, disgraziatamente frantumati a colpi di 
mazza e assai probabilmente destinati ad alimentare qualche calcara. Vi sono frani 
menti di decorazione architettonica, tra cui parte delle cornici di un arco, tronchi di 
colonne, lastre di pavimento e di rivestimento parietale ecc. Lo studio di questi fram- 
menti e l'indagine sulla loro primitiva collocazione non potrà farsi, se non quando 
l'esplorazione sarà stata ampliata. Meritano in ogni modo di esser subito segnalati 
i seguenti due pezzi: 

a) Frammento di lastra di marmo bianco di m. 0,95 X 0,63 X 0,11 appartenente 
a un fregio. Vi resta intera la figura di un Amorino nudo, alato, incedente a sinistra 
ma con la testa volta indietro e il corpo quasi di prospetto, in atto di sorreggere 
sulle spalle il principio di due festoni (fig. 1). La figura è alta m. 0,82. Solo in 



REGIONE I. — 323 — OSTIA 

basso è conservata una cornice a palmette diritte ed a rovescio. Per essere una scultura 
decorativa, è disegnata con bravura, e modellata con accuratezza. Il motivo è notis- 
simo e ripetuto in rilievi di ogni materia e di ogni dimensione che non è il caso 
di elencare. Solo mi pare debba esser ricordato il frammento di fregio marmoreo 
quasi delle stesse dimensioni, e con la figura dell'Amoiino in atteggiamento identico 
che si crede provenga dal Poro Traiano e che si conserva ora a Berlino ('). 

b) Blocco di marmo di m. 0,80 X 0,90 X 0,57, con figura ;i rilievo di putto nudo, 
non alato che cammina verso sinistra, sostenendo sulle spalle curve e con l'aiuto di 
tutte e due le braccia l' inizio di un festone di fiori e frutta con bende svolazzanti 




Fio. 2. 



(fig. 2). La figura è alta m. 0,65; l'esecuzione è forse meno accurata di quella del 

rilievo precedente. 

* 

Si è iniziato anche lo sterro della via dei Molini nel tratto più vicino al De- 
cumano. Appare notevole sul lato orientale di detta via un muro a grandi blocchi 
parallelepipedi di tufo che scende a livello inferiore a quello dell'ultimo pavimento 
stradale, e si mostra già per una lunghezza di m. 62,50 e per una altezza massima 
di m. 3,60, raggiunta con sei filari. Non presenta aperture, e doveva originariamente 
esser più lungo, perchè a settentrione scomparisce dietro un muro a cortina a mattoni 
che lo riveste. 

È da ricordare, che la fronte orientale di quest' isola ha pure un edificio a grossi 
blocchi di tufo incompletamente scavato nel 1885 e impropriamente ritenuto una 

(') Kónigliehe Afuseen tu Berlin, lieschreibung der antiken Skulpturen. pasf. 365, n. 902. 



OSTIA — 324 — RKOIONB I. 



piscina ( l ). Per quanto però si può giudicar ora, non pare che quell'edificio sia una 
cosa sola con questo che ora comincia a mostrarsi. 

Tra le macerie che ingombravano la via fu raccolto il frammento d' iscrizione : 



-CM C LO DIO • FÉ 
M • M ■ D ■ COL • OST- ET- \\\bente 
EADEM • SACERDoL. XV 
VIRAL • ASTANTE -Lv) 
A VRELI V • BAS, 



L'iscrizione ha riferimento al culto della Mater Deum Magna Idaea così lar- 
gamente diffuso in Ostia; non mi pare in fatti che possano altrimenti interpretarsi 
le sigle M-M-D, per quanto non poste nella completezza e nell'ordine consueto per 
designare quella divinità (cfr. in ogni modo C. I. L., XIV, 53). 

A lin. 2 mi sembra, non possa esser supplito che iu\_bente] avuto riguardo alla 
analogia di astante a linea 4. L' iscrizione pertanto sarebbe stata posta per ordine 
di una sacerdotessa il cui nome doveva essere già ricordato nelle prime linee ora 
mancanti. Propongo di leggere a linee 3-4 sacerdote quindecemvirali; tale supple- 
mento è ampiamente giustificato non solo dalla dipendenza in che questi sacerdoti 
e sacerdotesse di divinità non romane si trovavano dai quindecemviri sacris faciundis 
di Roma, ma anche da altri esempi epigrafici, dove l'epiteto stesso o una formola 
equivalente è dato sia a sacerdoti che a sacerdotesse della Magna Mater (*). 



* 



Da piccoli lavori di pulizia e di assetto si ebbero: 

Anse di anfore con i bolli (C. I. £., XV, 3168a); L F CRESCCVFI variante di 
C. I. L., XV, 2587; FEI impresso, lettera per lettera, con tre punzoni separati. 

Bolli di mattone (C. I. £., XV, 105, 422, 769, 1068 a, 1348. 1430, 2215). 

Ma dei travamenti sporadici meritano un cenno speciale quelli che si riferiscono 
a quattro vasi fittili rivestiti di vernice vitrea verde. Due frammenti si rinven- 
nero in terreno già rimaneggiato nel lavoro fatto per tagliare la fogna. L'uno è l'orlo 
d'una tazzetta con resto dell'attacco di un'ansa a vernice verde-argentea, l'altra è 
parte del ventre di altra tazzetta che reca una zona di figure a rilievo, rozzamente 
stampate. Restano una figurina di Vittoria che porge una corona, e il resto forse di 
un tripode. 

Dalla via della Casa di Diana si ebbe un orciuolo liscio a corpo conico con due 
anse a fettuccia cordonata, labbro appiattito ed espanso. Alt. m. 0,27. 

(') Lanciata, in Not. Scavi, 1885, serie IV, voi. I, pag. 704; Paschetto, Ostia, pag. 340, 
cfr. pero Vaglieli in Not. Scavi 1911, pag. 142 e Guida di Ostia, pag. 88. 

(") Cfr. per la sorveglianza dei quindecuinviri sai culto della Magna Mater e sulle nomine 
dei sacerdoti, anzitutto la bellissima iscrizione cumana in C. I. L., X, 3698. Sacerdoti e sacerdotesse 
quindecemvirali in C. I. L., IX, 1538, 1541; XIII, 1751; cfr. anche Vili, 7956. 



ftEOIONK I. 



— 825 



ostu 



Puro da una taberna sulla via della Casa di Diana si ebbe l'altro vaso, una 
grande coppa tondeggiante (fig. 3) senza manichi, che misura m. 0,27 di diametro per 
0,11 di altezza, e che reca all'esterno due zone di figure a rilievo; nella più alta 
capriuoli in fuga e cacciatore con arco; nella inferiore un cane e un capriuolo in 
corsa (tig. 4). Le figure sono eseguite a stampo, e sono di quella meno che mediocre 




iio. 3. 



finitezza e di quella sciatta foggia di disegnare abituali in quella ceramica a rilievi 
d'età imperiale che diffuso in tutto il mondo le imitazioni assai deteriorate dei bei 




Fio. 4. 



prodotti delle fabbriche aretine ('). Di vasi di tal genere ricoperti di vernice vitrea 
non mi son noti che uno con scena di caccia all'orso, trovato a Villanuova di Casale 
e ora al Museo di Torino e pochi altri trovati nell'Italia Meridionale e ora al Bii- 
tish Musem (*). 



(') Cfr. Dragendorff, Terra Sigillata, in Bonner Jahrbùcher, XCVI. pag. 115; Dechelette, 
Vases ornés de la Gaule rqmaine, I, pag. 59 ; Walters, Catalogne of the Roman Potlery in Brìi. 
Mmeum, pag. 5 e 6. 

(*) Kluegmann. in Annali dell'Istituto, 1871, pag. 195. Walters, l. e. Per quanto riguarda 
la tecnica di questi vasi d'età imperiale romana rivestiti di vernice vitrea cfr. Barnabui, in Not. 
Scavi, 1892, pag. 86. 



OSTIA — 326 — REGIONE 1. 

3# ■ 

Proseguendo nella esplorazione dell'isola che sta tra il Decumano, la via delle 
Pistrine e la così detta Piscina col proposito di unire il gruppo di rovine scavato 
ad occidente del Teatro e del Piazzale dei Quattro Tempietti con. le rovine della 
via delle Pistrine e con quelle dette della casa di Diana si riconobbe, die al pode- 
roso muro a grossi blocchi di tufo sopra ricordato furono nel lato orientale appog- 
giati dei muri in mattoni che suddividono l'area interna in tante taberne di uguali 
dimensioni, le qnali circondano un grande cortile e verso di esso si aprono. Abbiamo 
già rinvenuto dieci di tali taberne su ciascuno dei due lati, meridionale e occiden- 
tale. Le loro pareti hanno un intonaco grezzo ; sotto ai pavimenti è un vespaio otte- 
nuto non col solilo espediente dei pilastrini a mattoni, ma con una serie di canaletti 
sopra i quali erano poggiati tegoloni bipedali ora in gran parte asportati. Si ha l'im- 
pressione, che si fosse voluta ottenere una maggiore robustezza che con le suspensurae 
della forma consueta, quasi che molto pesanti cose dovessero esser posate sui pa- 
vimenti. 

Il cortile interno aveva un portico con colonne di tufo. Abbiamo trovato in posto 
la colonna d'angolo a sud est. Gli intercolumni furono poi chiusi da un tardo murello 
a mattoni. Ancora non è apparso l' ingresso principale di questo edificio che dev'esser 
forse cercato sul lato nord verso il Tevere, su una via parallela al Decumano. Il 
nome che meglio sembrami convenire a questo genere di edificio si è quello di 
macellum. 

Quanto al tempo di sua costruzione, i dati sinora raccolti sono una moneta di 
Massimino (a. 235-238; Cohen 93) trovata sotto il pavimento delle taberne, e il 
bollo C. I. L. XV, 325 di età severiana, ripetuto sinora otto volte su mattoni appar- 
tenenti a quel pavimento. Non è però improbabile die quel pavimento sia stato rin- 
novato in questi tempi. 

Un'accurata ripulitura dei mosaici nel lato settentrionale del Portico delle Cor- 
porazioni, eseguita con paziente perizia dall'operaio Gustavo Maioli, ha permesso di 
riconoscere alcune nuove iscrizioni e figure. Riferendomi alla numerazione data dal 
dott. Calza alle stanze di questo portico ('), dirò, che le nuove testimonianze occupano 
le taberne num. 32-39. 

Nella taberna num. 32 si legge con sicurezza : 

NARBONENSES 

Il supplemento è pertanto molto facile navig(alores) o mvrc(atores) Nar- 
bonenses. 

Questa iscruione pertanto è l'unica che ci parli in questo luogo di armatori di 
Gallia, méntre sinora non erano qui apparsi che Sardi e Africani. Del fiorente com- 
mercio della ricca colonia romana di Narbo Martius abbondanti sono le memorie 
degli scrittori, e non mancano le epigrafiche (*). Recentemente nuovi documenti romani 

(') II pianale delle Corporazioni e la funzione commerciale di Ostia in Bull. Com., 1915, 
pag. 178. 

( 2 ) Cfr. i passi raccolti in C. I. L. XII, pag. 521 e le iscrizioni ibid. 672, 4398, 4406. 



Regioni-: I. 



— 327 — 



OSTIA 



intorno a queste conenti commerciali sono stati raocolti dallo Héron de Villefosse e 
dal Cantarelli ('). L'emblema qui raffigurato (fig. 5) presenta in tessere nere su fondo 
bianco una nave e una costruzione che, per quanto alta e stretta a guisa di torre, non 
è però il solito faro. Non lia infatti rientranza a gradoni, non ha segno di fuoco 
acceso, e invece che da terrazzo è coperto da tetto a spioventi acuti. V è una parte piii 
bassa e più larga, e sopra di essa si eleva l'edificio coperto da tetto. Da questo poi 



«^Cjwwninses f 





Fig. 5. 



a mezza altezza si avanza verso la nave una specie di asta cui sembrano appese due 
cose grosse, come due sacchi che per mezzo di linee vengono a collegarsi con la 
nave. Penserei che la parte più bassa della costruzione rappresenti una banchina; 
che l'edificio a tetto un magazzino, e l'appendice astiforme una specie di grue, il cui 
carico è vuotato nella nave per mezzo di maniche. Potrebbe darsi che le condizioni 
speciali dell'emporio di Narbona la quale non era posta sulle sponde del mare, ma lo 

(') Héron de Villefosse, Deux armateur» narbonnais, in Mém. de la Soc. Nat. des Anti- 
quaires de France, 1915, pag. 25; Cantarelli, Il monte Testacelo e la Gallia, in Bull. Coni., 1915, 
pag. 41, e I vini della Gallia Narbonese, e le anfore del Testacelo e del Castro Pretorio, ibid, 1915, 
pag 279. Narbona o piuttosto la Gallia Narbonensis e ricordata in un frammento d'iscrizione 
ostiense trovato tre anni fa: Vaglieri, in Notizie, 1913, pag. 189. 



Notizie Scavi 1916 — Voi. "XIII. 



43 



OSTIA — 328 — &EG10NK 1 

raggiungeva per il fiume Atax e per un canale navigabile (') avessero colà consi- 
gliato di ricorrere a questi espedienti di caricamento. La parte inferiore del mosaico, 
che è mancante, poteva portare la ripetizione di una scena analoga. 

Certo che la imprecisione del disegno e la rozzezza dell'esecuzione rende mala 
gevole e incerta qualunque ipotesi. 

Nella taberna 33 oltre l'emblema del modio ricordato dal dott. Calza, si vede 
anche un'anfora capovolta. 

Nella 34 si legge scritto chiaramente in grandi lettere: 

NAVICVLARI CVRBITAN'I DS 

L'emblema figurato è un modio e due delfini, e al disopra di esso in una tabella 

ansata si legge: 

SNFC • C 

Ancora una volta i titolari di questo ufficio di navigazione sono degli Africani, 
e precisamente degli armatori di Curubis, città e colonia romana sulla costa del- 
l'Africa Proconsularis tra Clupea e Neapolis, mod. Kurba in Tunisia ('). 

Nella taberna 37 in un pezzo di mosaico inserito in un tardo restauro, e perciò 
forse proveniente da altro luogo, si legge : FFV . 

Nella 38 si vedono due modii e una tabella ansata con le lettere 

S edera C edera F 

In un angolo è la sigla E attraversata da un'asta obliqua cui si attacca una 
foglia d'edera. 

Nella 39 si vede come emblema un coltello a lama tondeggiante da tagliare 
pelli. Ricordiamo che in questo stesso piazzale la taberna 2 appartiene al collegio 
dei conciatori di pelli cioè al Corpus Pellionum Ostiensium et Porlensium, che è 
ricordato anche da un'epigrafe ( 3 ). 



Nel Casone del Sale fu ritrovato il seguente frammento d' iscrizione in marmo 
(m. 0,20 X 0,21 X 0,05, lettere alte 0,03) : 

...AV... 
...sacrv; ... 
cverrivsh... 

MASDVO. .. 
NAViVM 



(') Cfr. Millin, Voyage dans les départements du midi de la France,lV, pag. 394; Desjardins. 
Géographie de la Oaule, I, pp. 152, 245 ; Molins, Notes archéologiques sur Narbonne, in Bull. 
Arch., 1905, pag. 21. 

(*) CI. L. Vili, pag. 127. 

(») C. I. L. XIV, 10; cfr. Paschetto, Ostia, pag. 227. 



REGIONE III. — 329 — SENISE 



Dalla cloaca che passa sotto la via delle Pistrine furono estratti due fram- 
menti di una stessa iscrizione marmorea in belle lettere (m. 0,32X0,28X0,035, 
lettere alte da 0.04 a 0,027). Vi si legge: 




li. Paribeni. 



Regione III (LUCANIA ET BRUTTI!). 

III. SENISE — Monili d'oro di età barbarica. 

Il trovamento fortuito d'una tomba, avvenuto nel corso di alcuni lavori di 
sterro in contrada Salsa, ha portato a luce alcuni oggetti di ricca ed omogenea orna- 
mentazione muliebre. Essi sono : una fibula, una croce, un anello, un sigillo anulare, 
e due orecchini a pendaglio; tutti di oro, trattati con fine lavorìo. Erano adorni di 
paste vitree variamente colorate, se si argomenta da quelle che vi sono rimaste. 

a) La fibula, a foggia di medaglione, ha mm. 97 di diametro. Ricorda, per 
la forma e le proporzioni del castone centrale, come per l'alternarsi di castoni 
quadri e circolari lungo l'orlo, alcuna di quelle componenti il tesoro di Castel Tro- 
8Ìno nel Museo Nazionale Romano. Il margine dei castoni è punteggiato a sbalzo: 
quello del castone centrale ha in più l'ornamento esterno d'una serie di semicircoli 
a giorno, adorni di globetti alle giunture. Delle nove paste vitree che davano ric- 
chezza di colore alla fibula, una sola avanza, di tinta bleu-cobalto e in forma di 
calotta sferica, posta nel castone rotondo in alto a destra. La mancanza delle altre 
trova spiegazione nel carattere fortuito del trovamento e nella inesperienza degli sca- 
vatori: che certo esse rimasero celate e andarono perdute in ammassamenti di ter- 
riccio o sotto incrostazioni di fango. L'ornamento a guisa di due S a ridosso 1' una 
dell'altra, interposte fra l'uno e l'altro dei castoni a margine, anche richiama al ricordo 
le fibule suddette del Museo Romano; ma in questa, che qui si descrive, più fine e 
più snello è il disegno, più delicato il rilievo di sottile filigrana. Di finezza eguale è 
la filigrana che in quattro compiuti giri concentrici, e in un quinto che s'inter- 
rompe presso i fori rotondi, fa larga corona all'incastonatura centrale, componendo 
un fregio a onde continue, alte e serrate, che si ripete pure intorno ai castoni mar- 
ginali (tìg. 1, nel centro). 

b) La croce a foggia greca (mm. 75) è fatta di laminette d'oro lavorate a 
martello e rinsaldate. Ciascun braccio ha forma di allungata piramidetta pentago- 
nale, le cui facce, prolungandosi* in lancette, abbrancano un globulo terminale e fan 



KENISE 



330 — 



REGIONE III. 



corpo con esso. Uno dei bracci reca un appiccagnolo a fascia circolare ; all'estremità 
del braccio opposto avanza parte d'una cerniera. Nel centro della croce è incastonata 



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Fio. 1. 



una pasta vitrea di colore bleu-cobalto, simile a quella già notata nella fibula (fig. 1, 
sotto il medaglione centrale). 

e) Il sigillo è composto d'un anello a larga fascia, la quale, tra due circoli 
lisci, s'adorna di semplici volute a fondo vuoto. Su la detta' fascia è piantato un 



REGIONE III. — 331 — SESISE 

breve tronco cilindrico che manda sei braccia a stringere la capsula contenente una 
pasta vitrea di color verde-smeraldo terminante in superficie piana in gran parte 
abrasa. Nessuna traccia è dato scorgervi dei segni distintivi della nobile donna, 
sepolta, a quel che pare, non in una necropoli ma in un sepolcro fatto costruire 
nel suolo d' un suo feudo nella Lucania (tìg. 1, a destra della croce). 

d) L'anello ha una delle forme assai consuete nei simili oggetti rinvenuti in 
tombe della Campania: una incastonatura inscritta in larga fascia ornata a rilievi, alla 
quale s'attacca, fra due coppie di globuli, una verdetta d'oro massiccio, ricurva a guisa 




Fio 2. 

d'arco sopraelevato. La fascia presenta un giro esterno di globuli con anelletti inter- 
messi, e, concentriche ad esso, due giustaposizioni a treccia che stringono il castone 
composto di sedici scomparti trapezoidali, contenenti vetri di color rosso-granato 
e verde-smeraldo. Nel centro è una pasta vitrea zonata a imitazione di un'agata, 
la quale entro una sua sottile zona- lattea ovoidale, reca inciso il leone di Marco 
Evangelista, girato a sinistra, accosciato, con grandi ali erette (fig. 1, inferiormente 
a sin. della croce-pendaglio). 

e) Gli orecchini recano rilevata, sul davanti dell'ampio e sottile appiccagnolo, 
una zona a vari scomparti con vetri colorati, simile a quella che è nell'anello sud- 
detto. Gli ornamenti anulari, che sporgono da una banda e dall'altra, ritornano nel 
grosso e pesante pendaglio (diam. mm. 28) come tratti d'unione fra il giro esterno 
di esso, a cordame di globuli, e la cornice dell'interna medaglia: anch'essa, come 
il castone dell'anello, fatta di scomparti a vetri rossi, varianti dal rubino al granato, 
e a vetri verdi, varianti dallo smeraldo a una tinta più tenue quasi azzurrina. Nel- 
l' interno della medaglia la tecnica del cloisonné, accennata già nelle fasce a vetri 
colorati, si continua nel disegno d'una testina muliebre sopra un fondo verde che 
sussiste per metà in uno degli orecchini e manca del tutto nell'altro. L'armatura 



BONORVA — 382 — SARDINIA 

d'oro del cloisonné segna l'ovale allungato del volto, i capelli spartiti nel mezzo 
della fronte, gli occhi enormi, le orecchie sporgenti adorne di grossi pendagli, la 
bocca piccolissima assai distanziata dal mento. Di squisito effetto colorìstico è l'al- 
ternarsi delle varie paste vitree circondate e penetrate dal caldo bagliore dell'oro. 
Una piccola cerniera assicura al pendaglio una crocetta di foggia greca, splendente 
per vetri azzurrini nelle braccia e un vetro rosso nel centro (fig. 1 in alto a destra 
ed a sinistra). 

Sul rovescio del pendaglio, nell'uno e nell'altro orecchino, è impressa, entro un 
circolo, una croce potenziata su tre gradini a piramide, affiancata da due ligure 
stanti, diademate, le quali recano nella destra un'asta sormontata dal globo crucigero: 
in giro si legge: VICTORIA AVGMZ, e in esergo: CONOB- Si riconosce quivi, esatta- 
mente riprodotto in segni e proporzione, il rovescio del soldo aureo di Eraclio e 
Tiberio (anni 659-668), che nel diritto reca i due busti frontali di Costante II e 
Costantino Pogonato. 

Così precisamente datati, questi monili d'oro meritano d'essere oggetto di studio 
e di raffronti, sopra tutto per quanto contribuiscono a rivelare l'aderenza di motivi 
barbarici a motivi classici ed orientali, col prevalere di questi ultimi sui primi. Basti 
averne qui fornito notizia e descrizione agli studiosi. 

Aldo de Rinaldis. 



SARDINIA. 

IV. BONORVA — Di una città nuragica nel Logudero. 

Nel lungo e laborioso periodo di anni dal 1903 al 1907 e dal 1908 al 1916 
ho condotto numerose perlustrazioni nella regione centrale dell'isola della Sardegna, 
nelle regioni circostanti e fronteggianti la catena del Marghine, la quale forma l'ossa- 
tura mediana dell'isola, lo spartiacque tra i bacini del Tirso, del Temo e del Co- 
ghinas, vale a dire dei maggiori fiumi dell' isola. 

La regione del Marghine è al primo posto tra le regioni consorelle per impor- 
tanza archeologica e storica, e si stende nei territori di molti comuni anzi di molti 
distretti assai bene distinti, anche storicamente tra di loro, benché tutti formino un 
vero complesso geologico, geografico e per conseguenza anche etnico ed archeologico. 
Questi territori o distretti si chiamano Marghine, Ocier Reale, Parte Arrigadu, Pla- 
nargia, Goceano e Logudoro. Nei vari comuni di tale territorio, vastissimo, io ho 
notato circa 1700 edifici nuragici; ne visitai varie centinaia, ma il rilievo di tutti 
che deve indubbiamente serbare delle piacevoli sorprese a molte generazioni di studio 



SARDINIA — 333 — ÈONORVA 



dell'avvenire, è opera che trascende le forze modeste della Soprintendenza, che è oggi 
praticamente rappresentata da un vecchio e valoroso, ma ormai invalido ricercatore, 
Filippo Nissardi, e dal sottoscritto. Ma fra tutti questi territori uno attrasse parti- 
colarmente a vari intervalli la mia attenzione ed anche i modesti mezzi messi a 
disposizione della mia Soprintendenza. 

L'agro di Bonorva merita l'attenzione degli studiosi per un complesso di fatti 
naturali ed umani ; ed io mi proposi di studiarlo, specialmente in questi ultimi anni, 
dopo che l'esperienza di fortunate campagne di scavi, condotte con metodo e con 
personale e continua assistenza, mi aveva fornito pochi ma infallibili segni indi- 
catori. 

Dalla solitaria marina di Cornus e di Bosa, sino al Monte di Santu Padru, fra 
i corsi dei fiumi circondati delle belle vallate, si scalano vari gradoni di altipiano, 
i quali formano una immane scala, di origine vulcanica, e che sono il gioiello di 
fiera bellezza che ingemma il cuore di questa mirabile isola, che io amo chiamare 
la «fulgida terra del sogno»; su questa scala si svolsero tutte le grandi vicende 
della storia. Le ondate fenicie, puniche, romane aragonesi, si infransero sempre contro 
le innate virtù militari di questa bella famiglia della stirpe italiana, che dai conati 
oltremarini degli Shardana segnò tracce di forza, di fede, di gloria con Roma, con 
Pisa, con Spagna, con Savoia. 

Perchè tanto accanimento di difesa? Per la grande ricchezza del suolo, che è 
fra i più ricchi del mondo, e per le ascose, ma aifascinatrici ricchezze del sottosuolo, 
che in vari luoghi serba ancora, dopo tanti millenni di sfruttamento e di abbandono, 
giacimenti di argento, di piombo, di ferro e soprattutto di rame. 

Tale ricchezza favorì ognora tutte le forze e tutte le forme delle varie civiltà 
ivi succedutesi, le quali, naturalmente, provvidero del loro meglio alla tutela dei loro 
tesori, e ne contesero tenacemente il possesso. 

Nel territorio di Bonorva ed in quelli attigui, sia nel piano malarico e fertilis- 
simo, che sul monte ricso di pascoli e di foreste, abbiamo alcuni dei più splendidi 
nuraghi di Sardegna e 57 recinti nuragici, che rappresentano la difesa indigena 
contro l'ultimo inesorabile assalto nemico, quella che ridusse l'isola a soggezione 
di Roma. 

In questo territorio pure scopersi un grazioso tempio, di età nuragica, di tipo 
simile a quelli di Serri ed ai santuari degli altipiani della Palestina, a Rebeccu, 
frazione di Bonorva. Si ebbero grandi muraghi, mirabili per ardimento e per elevate 
costruzioni, che dovettero compiere funzioni svariatissime, dalla vedetta alla reggia 
ed al tempio; si ebbero le grandi necropoli in grandi valloni, segno questo di vita 
non pur dispersa e selvaggia, ma di elevate condizioni di vita collettiva. Fra le più 
belle necropoli ipogeiche del Mediterraneo è da noverarsi d'ora innanzi la necropoli 
di S. Andrea Priu, già ritenuta dal Lamarmora e dallo Spano come un gruppo di 
catacombe cristiane, mentre non sono altro che le più belle Domus de Gianas della 
Sardegna, le vere regine di questo tipo di tombe, nelle quali posarono nella grande 
pace del sepolcro, i gravi e fieri Sardi, quando ancora la loro veste esteriore era 



BONORVA — 334 — SARDINIA 



altrettanto semplice, e diremo precisamente eneolitica, quanto più salda ed audace 
ne era l'anima, tesa ai più alti voli del pensiero e della gloria militare! 

Ma la scoperta di gran lunga importante è quella avvenuta in questi ultimi 
giorni, a Fontana Sansa, una fonte assai nota in Sardegna, ed ora utilizzata per 
cure salutari da un egregio industriale lombardo, sig. Giulio Negletti. Ivi si rin- 
venne un recinto di 25 metri di diametro, e con muro di m. 4,50 di spessore, entro 
il quale dall'origine sgorgano le fonti magiche, usate nel solenne tribunale nazionale, 
per il « giudizio di Dio » . 

Antonio Taramelli. 



REGIONE Iti. 335 — NOCERA TIRINESE 



Anno 1916 — Fascicolo 11. 



Regione III (LUCANIA ET BRUTTII). 

BRUT TU. 

IL NOCERA TIRINESE — Ricerche al Piano della Tirena sede 
dell'antica Nuceria. 

Chi prenda in mano il foglio n. 236 della eccellente carta militare d'Italia 
ad 1 : 50 m., a poco oltre un km. dallo sbocco in mare del fiume Savuto, e proprio 
alla confluenza di questo con un piccolo torrente alpino, quasi per ironia denominato 
Piume Grande, vedrà delinearsi una collina isolata di accentuato rilievo e di forma 
triangolare, segnata col nome di Piano della Tirena. Essa rappresenta l'ultima pro- 
paggine dell' Apennino, che in questo tratto scende ripido, a balze, terrazze ed alti 
colli, verso la costa, essa pure montuosa e rupestre, ed appena allo sbocco dei grandi 
fiumi interrotta da piccole strisele di suolo pianeggiante, formate dai coni di deiezione 
di secoli e secoli. 

Ho visitato attentamente il Piano della Tirena, e la poco discosta Nocera Tiri- 
nese, nel giugno del 1913, e vi ritornai nel maggio dell'anno seguente, nel quale 
mese, ed in parte del successivo condussi alla Tirena una campagna, da me iniziata, 
e poi affidata alle cure solerti dell'esperimentato sig. K. Carta, il quale vi ritornò 
per tre giorni nel 1916 per completare misurazioni e disegni. 

Nei parecchi giorni trascorsi in Nocera non mancai di eseguire e di far eseguire 
attente ricognizioni in tutte quelle località, che venivano indicate come focolari archeo- 
logici. Ebbi così modo di sfatare varie leggende, di dissipare incertezze ed errori, 
e di stabilire in modo sicuro che al Piano della Tirena non esistè affatto l'antica 
Terina. Archeologi e topografi, anche di grande valore, per non avere mai visitato 
i luoghi ('), e copiando pedissequamente e senza controllo da eruditi locali, inesperti 



(') Esporrò e discuterò più sotto la bibliografia. Qui basti ricordare come anche l'autorevo- 
lissimo H. Kiepert, nella tavola redatta per il G. I. L., X, colloca Terina alla Tirena, il che è 
un assurdo topografico, come dirò più sotto. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 44 



NOCERA TIRINESE — 836 REGIONE IH. 

dello studio del terreno e della differenziazione cronologica dei ruderi, caddero in 
grossi equivoci, che era necessario cancellare e rettificare. Colle mie ripetute visite 
ai luoghi e colla breve campagna di scavi, credo di essere pervenuto a chiarire un 
altro dei tanti punti controversi dell'antica topografia brezzia; alla Tirena non sorse 
affatto Terina. ma un'altra città di assai minore estensione ed importanza storica, 
l'antica Nuceria o Nucria. Questo intendo dimostrare colla presente monografia. 

I. La topografia. — A chi, come io ripetutamente ho fatto, vuol raggiungere 
il Piano della Tirena, scendendo per il crinale montano che divide la vallata dal 
Savuto da quella assai più ristretta del F. Grande, il colle si presenta come un 
baluardo isolato e trilobato, a testa spianata e digradante, lungo un km. circa e largo 
la metà, la cui configurazione può vedersi nell'eccellente rilievo preso da R. Carta 
(fig. 1). I fianchi sono ertissimi da tutti i lati, ma sovrattutto nella costa meridio- 
nale, denominata le Grotticelle, sebbene di esse non ve ne sia traccia; alquanto più 
dolce ed ammantato di querce è il declive opposto. Una sella o depressione collega 
il colle, ma al contempo nettamente lo separa, al costone di levante ed alle alture 
che rapidamente salgono, mentre la sua fronte occidentale, a balze quasi verticali, 
è discosta dal mare un paio di km. Così il colle, chiuso per tre lati dalle Fiumare, 
accessibile soltanto da levante per un istmo angusto e dominato, costituiva una specie 
di amba assai forte, che padroneggiava il passo del Savato (Sabatus), la costa e lo 
sbocco di due vallate, una delle quali insignificante, mentre l'altra era di capitale 
importanza commerciale e militare, siccome l'unica, che aprendosi un varco nella 
grande muraglia di aspre montagne che qui sbarra tutta la costa fino ai confini della 
Lucania, saliva dritta al cuore della regione brezzia e si congiungeva presso Consentia 
all'alta valle del Crati. In altri termini la posizione di Tirena padroneggiava la 
porta <1' ingresso di una delle grandi ed antichissime vie di comunicazione dal Tirreno 
all' Ionio. Sfavorevoli invece erano alla piccola città le condizioni della rada, aperta, 
senza il più piccolo riparo, e flagellata delle libecciate; e per di più infestata dalle 
tremende alluvioni del Savuto, che allora come oggi ne trasforma un tratto in pan 
tano impraticabile. Un'altra condizione negativa e sfavorevole ad una città greca è 
data dall'ambiente geologico. Tutta la regione è a subisti sciolti e disgregati ; man- 
cava quindi il buon materiale da costruzione, e nelle Fiumare scarseggiano persino 
i ciottoloni porfirici e granitici, di cui seppero trarre così mirabile partito le antiche 
maestranze dei muratori cauloniesi. Ma questa condizione negativa fu del resto comune 
a gran parte delle città della Brezia. Ma se l'ambiente geologico fu negativo come 
materiale da costruzione, le montagne del contado tirinese nascondono nelle loro 
viscere ricchi filoni metalliferi, oggi appena indizialmente conosciuti ma punto sfrut- 
tati. Nell'antichità invece queste ricchezze minerarie dovettero essere ben note ed 
anche largamente messe a profitto, perchè una serie di dati concorrono a situare in 
una non ampia regione circostante a Nocera Tirinese l'antica e misteriosa Temesa. 
la città dei metalli. 

La pianta generale ci porge una fedele imagine del colle. La spianata superiore, 
lunga e stretta, degrada sensibilmente da levante (dove era forse una angusta acro- 
poli alla quota di m. 200) a ponente, dove il ciglione corre alla quota di m. 150. 



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NOCERA TIR1NESE — 838 REGIONE III. 

Soltanto questa terrazza superiore era tutta cintata, mentre una seconda, più piccola 
e più bassa (quota media di m. 100), si protende come enorme bastione verso il 
Savuto, ma non presenta tracce di fortificazioni o di altri ruderi. 

II. La muraglia. — Essa è evidentissima lungo tutto lo spigolo di levante, dove 
domina l'aspra salita, ma in tutto il resto del colle è scomparsa, o perchè sottoterra, o 
per franamenti ; però in taluni punti essa emergeva così poco fra i cespugli, che fu ne- 
cessario un lavoro di scavo saltuario per fissarne il tracciato, quale esso appare nella 
nostra pianta. Con mia grande sorpresa venne ovunque constatato che il muro, for- 
mato di sfaldature di pietra del luogo, disposte a letti e bene azzoppate, era sempre 
cementato con buona e resistente malta di calce, e non col « tajo « primitivo, a noi 
noto dalle fortificazioni di Caulonia. Data l'assenza dei grandi conci calcarei squa- 
drati, dei quali eccettuato il bastione di NO, forse appena un paio, io ho veduto lungo 
tutto lo sviluppo del muro, date le modiche proporzioni delle sfaldature fornite dal- 
l'ambiente petrografico, l' impiego di un forte mezzo cementizio diventava una ne- 
cessità. 

E poiché si tratta di vera e propria malta di calce, senza che sia stato possi 
bile riconoscere altri brani del muro di struttura diversa e con caratteri di maggiore 
antichità, V impiego generale e costante di questo cemento, basta da solo a denotare 
una età storica molto ma molto progredita. 

Le mura non presentano né opere prominenti (cioè torri, bastioni), né per quanto 
fu dato ricavare da esplorazioni saltuarie, porte ben definite ; non intendo certamente 
dire con ciò che porte non ve ne avessero, ma esse dovettero essere, come tutto il 
sistema difensivo, di assai modesto sviluppo, cioè delle aperture senza affiancamento 
di torri, per modo che facilmente scomparvero. Una di esse doveva aprirsi sul fronte 
meridionale in prossimità della torre medioevale, dove mette capo un largo viottolo, 
che faticosamente sale dal fondo della valle, e che dovette essere uno dei pochi, e 
forse il principale accesso alla città; il luogo porta ancora la denominazione molto 
significativa di • cancello ». E del resto codeste porte della città, ristrettissime di 
numero, dovettero essere delle semplici nvXiósg, perchè davano accesso a viottoli, 
ripidi ed angusti, al più, e forse non tutti, praticabili da bestie da soma. 

Quanto a struttura e spessore gli avanzi del muro più belli ed istruttivi sono 
quelli della estrema punta di levante, la quale domina l' istmo e l'acquedotto. Siccome 
era questo uno dei punti più accessibili, e quindi più deboli, pare che la difesa sia 
stata qui rafforzata, anche perchè il punto elevato formava una modesta acropoli. 
Però siccome in epoca romana, e forse anche in quella medioevale, intervennero qui 
dei rifacimenti, conviene andar cauti nell'esame e nella definizione del muro. La parte 
perimetrale che corre lungo il ciglione interno ha l'aspetto di un aggere ben con- 
nesso, di m. 1.90 di spessore, formato di scaglioni schistosi, di rari ciottoli grani- 
tici, e di qualche ancor più raro squadretto in arenaria; il tutto legato da abbon- 
dante ed ottima malta. Questo angolo acuto e speronato del colle, simile alla prua 
di una nave, chiuso alle spalle da un altro muro angolare in solidissima costruzione 
cementizia di piccolo pezzame, dello spessore di m. 1.95. racchiudeva una ristretta 
area triangolare di m. 80 X 61, che nella tradizione popolare, prese e conservò il 



REGIONB III. 



— 339 — 



NOCERA TIRINESE 



nome di Carcere. A fig. 2 esibisco una fotografia di questo avanzo. Pare che questo 
recinto triangolare fosse intonacato su ambo i fronti, ma ritengo che questo sia un 




Via. 2. 



adattamento dei tempi seriori. Alla fig. 3 si vegga la struttura di sezione di un tratto 




Fig. 3. 



di questo recinto, che attesa la sua elevazione costituiva una angusta e tuttavia mu- 
nitissima acropoli. 

Circa il muro di cinta nelle altre parti del colle, conviene anzitutto osservare 
che gli avanzi superstiti sono molto tenui, ed in (certi punti sembrano per intero 



NOCERA TORINESE 



— 340 — 



REGIONE III. 



scomparsi, salvo le fondazioni superstiti sotterra. Da escavazioni e misure prese in 
punti diversi risulta che il suo spessore, costante quasi ovunque, oscillava intorno 
ai cm. 93-95. A fig. 4 presento il prospetto di un tratto di detto muro lungo il 
ciglio settentrionale. La struttura qui varia di poco da quella del cosiddetto Carcere. 




Fui. 4. 



Le pietre disposte con un certo ordine stratigrafico mostrano rozzi conci scliistosi più 
grossi all'esterno, con massa cementizia a sacco nell'interno. Certi tratti del muro 




Fio. 5. 



o per cedimenti del suolo o per insulti sismici hanno fatto degli strani movimenti ; 
nel punto suindicato, da cui si è tratta la fig. 4, un buon pezzo della cinta si è 
spostato in avanti di m. 1.50, in confronto del tratto attiguo, piantato su terreno 
più consistente. Particolare esame merita un breve tratto del muro, che si osserva 
all'estremità NO del colle, e di cui produco a fig. 5 e 6 bis due vedute prospettiche, ed 



REGIONE Ìli. 



— 341 — 



ttOCERA TIRINÈSÉ 



un'altra con pianta alla seguente fig. 6. Questo muro di struttura eccezionale for- 
mava un cantonale ad angolo retto sul declive della collina, che monta con forte 
inclinazione. Esso cantonale è formato di grandi conci squadrati in arenaria tufacea, 
adagiati l'uno sull'altro, alla maniera greca, senza malta. I conci che seguono in 
salita sono invece disposti con minore diligenza e legati con malta. In altri termini 




Fig. C. 



sembra di vedere qui un muro di data piuttosto antica, greco, nel quale si è poste- 
riormente innestato il muro cementizio che gira attorno tutto il colle. L'interno del 




Fig. 6 bis. 



muro è in opera a sacco cementizia, con uno spessore di m. 1.03, e con ciottoloni 
nell'interno. La parte poi che volge a tramontana (cfr. sezione fig. 6) è quanto mai 
istruttiva. Il muro è di dieci assise di conci squadrati non cementati; l'interno è 
qui formato, per breve tratto, da pietrame in secco, non cementato. Detto cantonale 
tanto nel fronte NE come in quello NO ha tutta l'aria di essere opera greca, od 
almeno costruita con greco magistero, la quale però in un momento successivo subì 



NOCERA TIRINESK 



342 — 



REGIONE HI. 



modificazioni, adattamenti ed aggiunte. Difatto sul paramento NO di tale muro di 
eonci venne parecchio tempo dopo addossato un muro cementizio di circa m. 0.90, 
forse allo scopo di robustare il rudere più antico. 

Alla tìg. 7 vedesi un altro tratto del muro di cinta preso a poca distanza 
verso NE del brano precedente, che chiameremo greco. È anche qui la solita strut- 
tura di pietre locali bene aggiustate, con la tendenza a disporle in assise nei fronti 
esterni e con largo impiego di malta di calce. Lungo il fronte meridionale il muro 
presenta dal più al meno gli stessi caratteri costruttivi, lo stesso impiego di mate- 
riale e di malta. Soltanto, da questo lato esso assume uno spessore notevolmente 
maggiore, arrivando a m. 1.75. 

1/ impressione generale che si riporta dall'esame della cinta murale della Tirena 
si è, che essa appartenga ad epoca tarda, cioè ellenistica progredita o repubblicana 
romana. È la prima volta che in Calabria od anche in Sicilia m' imbatto in un muro 




Fra. 7. 



urbano di tecnica siffatta; a me pare di vedere che l'antica tecnica locale, dovuta 
a difetto di pietra da taglio, cioè la tecnica della costruzione in 'secco legata da 
« tajo » (cfr. Caulonia) sia stata notevolmente migliorata coll'adozione del cemento 
di calce largamente usato; innovazione dovuta ai tempi ellenistici. Ma l'avanzo del 
muro di NO di evidente greco magistero allude ad una cinta più antica di qualche 
secolo, di cui sorprende sia rimasto superstite un solo brano. Come questo duplice 
carattere del muro urbano si possa accordare con la cronologia storica della città, 
torna difficile a dire, appunto perchè la storia della Tirena, sia essa Nuceria od 
altra città, è tutta un mistero. 

III. L'acquedotto. — Il Piano della Tirena non disponeva di fonti, ma è pre- 
sumibile fosse in origine alimentato da cisterne, di cui a me non è venuto fatto di 
riconoscerne alcuna, perchè molto limitati furono gli scavi eseguiti nell'area interna 
della città. Ove però si pensi che la regione è ricchissima quanto altre mai di ab- 
bondanti e saluberrime acque, si comprende agevolmente, come i cittadini abbiano 
pensato all'alimentazione acquea della loro città, mediante una condottura perma- 
nente, che per le ragioni che esporrò più sotto appare di epoca molto progredita. 
La strozzatura o sella che chiude a levante il colle, denominata Porta Vecchia e che 
nettamente lo separa dalle circostanti montagne, era incavalcata da un acquedotto in 
muratura, di cui oggi ancora sono superstiti ragguardevoli ruine. Esso è in opera 



REGIONE III. 



— sta 



NOCERà TiriNesk 



cementizia durissima, ed alla base ne ho misurato lo spessore in m. 2.15 a 2.45 a 
seconda dei punti. Per dare la livelletta alle acque, che scendevano dalla montagna, 
esso doveva essere, nella massima depressione, molto elevato, forse di 6-8 m. ; ma 
oggi è in gran parte diruto. Ed .appunto perchè la cresta dell'acquedotto è da secoli 
distrutta, non siamo in grado di dire, se fosse una condottura forzata, come quella 
di Betilieno in Alatri, o ad andamento normale. Ma poiché la depressione di Porta 
Vecchia era di tanto accentuata, che anche un muro elevato poteva di poco correg- 
gerla, sembra che in quel punto l'acquedotto facesse una specie di sifone, per pren- 
dere poi la spinta in salita al colle della Tirena. A fig. 8 vedesi il crinale del 
colle lungo cui scende la condottura. Secondo una leggenda, non priva di verosimi- 
glianza, l'acquedotto sarebbe stato tagliato durante un assedio (quale?!) della città. 
Si dice ancora che l'acqua venisse attinta a grande distanza, e cioè nei contorni di 
S. Mango, dove è tuttora una copiosa sorgiva, che alimenta la Fontana o Testa delle 




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Fio. 8.- 

Cannelle. Il percorso sarebbe stato così di un 6 km. in salita, e sebbene io non 
abbia avuto modo di controllare sul terreno la notizia, essa appare tutt'altro che 
inverosimile. Superato l'avvallamento di Porta Vecchia, l'acquedotto si sviluppava 
nelle due direzioni di levante e di ponente con muratura sempre più bassa; verso 
ponente esso seguiva esattamente il crinale del monte e lo ho seguito per molte 
centinaia di metri, ma non mi fu dato di accompagnarlo sino alla fonte di origine. 
La cresta del muro sorreggeva una tubatura in terracotta, porzione della quale è 
ancora in posto, per quanto ridotta in frammenti. Il diametro complessivo del tubo 
è di cm. 23, la luce di cm. 17. Nell'interno poi della città la rete di distribuzione 
dovette essere parte in cotto, parte in piombo, perchè ci si è sovente parlato di 
fistule plumbee, qualcheduna anche litterata, trovate in punti ed in occasioni diverse (') 
ed anche, come vedremo, nei nostri scavi. 



(') Il signor V. Venturi di Nocera T., al quale esprimo viva riconoscenza per aver agevolato, 
egli coi suoi fratelli, proprietari di gran parte del colle, le nostre ricerche, mi ha parlato di molto 
materiale trovato alla Tirena dai suoi antenati, e regalato ad amici. Egli mi parlò anche di tubi, 
da lui però non visti, con là leggenda: L. Appius Magister Viarum. Debbo quindi ritenere leg- 
gendaria tale scoperta, tanto più che un « magister viarum » difficilmente soprintendeva alla co- 
struzione di acquedotti municipali. Tale notizia fu accolta anche dal Marincola-Pistoia (Di Terina 
e Lao città italiote dei Bruzii. Catanzaro, 1886, pag. 15), il quale aggiunge che al colle della 



Notizib Scavi 1916 — Voi. XIIL 



45 



NOCERA T1RINESE 



— 344 - 



REGIONE Iti. 




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Presso un privato di Nocera T. ho potuto 
esaminare due esemplari di tubo fittile, a lascia 
e prendi; sono di calibro diverso (cm. 17 e 24) 
ed appartengono quindi a punti diversi della 
diramazione. 

Da quanto ho esposto si ritrae l'impres- 
sione, che la conduttura sia di epoca ellenistica 
assai inoltrata, ed anzi, con tutta probabilità, 
sia di età romana. A comprendere l'andamento 
dell'acquedotto in rapporto alla configurazione 
del suolo, giova moltissimo la vedntina così 
del Piano della Tirena come dell'attiguo più 
alto colle, lungo il cui crinale scorreva l'acque- 
dotto, vedutina che qui si allega a fig. 8 bis. 

IV. Ruderi diversi entro la città. — Se 
si volesse prestar fede a villici e proprietari, 
il Piano della Tirena sarebbe tutto cosperso 
di ruderi, ora coperti, di ragguardevoli edifici. 
Mi si è parlato di una costruzione a grandi 
massi, che io ho cercato con grande ardore, 
nel supposto si trattasse di un tempio; di 
stanze sotterranee;] di case con vasti mosaici 
ecc. ecc. (') Le colture estensive e superficiali 
del suolo, che mai è stato rimaneggialo a pro- 
fondità notevole, e l' impetrimento del terreno, 
rendono quanto mai costosa e malagevole la 
ricerca. Pur riconoscendo che ruderi vi debbano 
essere in più punti, mi sono formato l'idea 
che la città fosse estremamente modesta, e che 



Tirena sarebbesi trovato nn frammento di tavola enea 
con la voce MVNIC. Ma essa è certamente'una notizia 
leggendaria, che fa paio con l'altra del titolo funebre 
della ninfa Ligeia; messa in circolazione per primo dal 
Barrio (De antiquitate et situ Calabriae; ed. Aceti, 
Roma 1737, pag. 124), copiatajdal Fiore (Calabria illu- 
strata, Napoli, 1691, pag. 120), venne poi accolta ad 
occhi chiusi da tutti gli storiografi calabresi. Ma il 
Mommsen (C. /. L., X, pag. 1, n. 3)j_ha opportunamente 
collocato il titolo traigli spuri. 

(') Il Fiore (op. cit, pp. 121 sgg.) parla di fortifi- 
cazioni, di una galleria sotterranea per^scendere al porto 
(fantasial), del porto, di cui dirò] sotto, di una chiesetta 
con pitture bizantine, ora scomparsa, e di scoperte di 
bronzi, monete e titoli (?!), che però non produce. 



REGIONE III. 



— 345 — 



NOCERA TIRINESE 



in ogni caso la fantasia dei contadini avesse esagerato di molto la portata di quanto 
in passato era loro capitato sotto la zappa. 

a) Edificio balneare (?). Un centinai di metri a NO della vecchia 
torre, affioravano dei ruderi che ho voluto sottoporre ad esame. Prima dello scavo 
si vedevano sopra terra 3 rulli di una piccola colonna dorica in calcare, con 55 cm. 
di diametro. La piantina che allego a fig. 9 dimostra lo stato del rudere a sgombero 
compiuto. Da levante a ponente un robusto muro cementizio era intersecato normal- 




é '°"3ùrti 



ira" 








Kw. 9. 



mente da un altro assai lungo e spesso cm. 60, formato da conci in arenaria e 
piccolo pezzame legato da tajo. A questo muro nel punto indicato in pianta si appog- 
giava un pilastro rettangolare di tre assise di pezzi, e più in là una vaschetta di 
m. 1.85 X 1.70, della quale era superstite il solo fondo con accenno alle guance. 
Ad occidente del muro principale un conglomerato di pietrame a sacco, unito con 
malta, pare si riferisca ad un poderoso muro perimetrale, del cui enorme spessore (?) 
di m. 3.90 non so darmi ragione, se forse non trattasi del selciato di una strada. 
Correva quasi parallela a questo muro, ed alla profondità di m. 70, una condot- 
tura plumbea, di cui si ricuperò un unico pezzo, del diametro di cm. 4. Riconosco 
che sarebbe imprudenza il voler definire da si sparuti avanzi il carattere dell'edi- 
ficio; ma la presenza della fistula plumbea, le tracce di altri tubi fittili, la vaschetta, 



NOCERA TIRINESE 



— 340 — 



REGIONE III. 



e taluni elementi architettonici rendono plausibile l' idea che si tratti di un edificio 
balneare, anziché di un impianto industriale. 

A tale conclusione paruii dover arrivare dall'esame dello scarso materiale rinve- 
nuto. Oltre i tre rocchi di colonna, cui ho accennato in precedenza, presso la vasca 
si trovò il capitellino in calcare bianco, a tre fronti, che esibisco alla fig. 10. Ivi 




Fio. 10. 



stesso, cioè presso la vasca, due frammenti di doccioni fittili, che pure riproduco 
con le loro dimensioni a fig. 10. 




Fio. 11. 



In fatto di fittili si raccolsero i pezzi di un grande piatto molto aperto, a ver- 
nice nero-picea, il cui diametro si aggira intorno ai 25 cm. ; frammenti di un boc- 
caletto ansato pure a cattiva vernice. Assai più copioso era il vasellame grezzo; noto 
pezzi di uno scodellone con collarino dritto; di anfore diverse; di una specie di 
rython, e di un singolare vaso a corpo cilindrico; alla fig. 11 ho fatto riprodurle 
le forme più caratteristiche; tra cui si notano diversi oscilla, e diversi campioni di 
tegole in rottami. L'assenza assoluta di vasi figurati, la scadente vernice di pochi 



REGIONE HI. 



— 347 — 



NOCERA TIRINESE 



altri, ed i caratteri generali della ceramica grezza segnano come « terminus a quo » 
il sec. Ili, anzi più probabilmente il II a. C. 

b) Il Fogno lo. — La breve area della necropoli, di cui dirò appresso, era 
delimitata ad est da una caratteristica costruzione, della quale, malgrado la sua 
pochezza, conviene tenere ricordo. Si tratta degli avanzi di una piccola cloaca, colle 
guance di pezzame laterizio, rinforzato all'esterno da conci lapidei. Il fondo era costi- 







rAV.W ,-1-V'-'''"^V ,,^~ - -. ., 



Pia. 12. 



tuito da una serie di tegoloni, disposti a squamma (fig. 12), sistema che fu già notato 
in una analoga costruzione di Caulonia ( ] ). Trattasi di un canale di spurgo di qualche 



W/s////?/ 




Musaico 



Fio. 13. 



edificio, che io non ebbi modo di raggiungere ; il canale mirava a scaricarsi sul ciglio 
meridionale del colle, da cui distava una diecina di metri. 

(?) Tracce diverse di case. — Poiché il terreno a levante della torre, 
essendo alquanto sollevato sul piano circostante, sembrava promettente, vi feci aprire 
due lunghe trincee di prova, le quali alla profondità di m. 1.30 s'imbatterono in 
creste di muri, che accennavano a scendere. Il risultato di questo scavo è consecrato 
nel disegno a fig. 13; nel cantonale super, destro si raggiunse un pavimento di coccio 



(') Orsi, Caulonia, Campagne archeol., 1912-13-15, col. 135. 



NOCKRA TIRINKSE 



34S — 



REOIONK Ili. 



pesto; esso aveva una bordura angolare di cm. 14, eseguita a mosaico con tesserine 
di calcare bigio tenero. Il muro che racchiudeva questo cantonale di casa, in piccola 
opera cementizia, diede anche tracce di stucco rosso sulle pareti ; a sud di esso, a 
m 1.40 di profondità si avvistò un muretto di m. ^.50, eseguito con mattoni e calce; 
parve di ravvisarvi la soglia e lo stipite di una porta. Dentro il vano corrispondente, 
sopra il pavimento ad opus testaceum, era caduto un capitello dorico, in tenera are- 
naria, molto logoro (fig. 14); da notare il tondino che separa l'abaco dall'echino; 



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Fig. 14. 

sembra anche di riconoscere tracce dell'aimilla; nei due piani di posa fori quadrati 
per l'innesto dei perni. — A fianco al precedente cantonale si denudò un altro angolo 
di casa, con muratura in pietra, mattoni e malta, larga cm. 53. — In fine un po' più 




Fio. 15. 



ad occidente apparve un muro cementizio in pietrame e ciottoloni, largo cm. 59 ed 
alto m. 1.30. In questo scavo si trovarono i seguenti rottami fittili, di cui va tenuto 
conto per il loro valore indiziale cronologico: a) Piattello grezzo a calotta diametro 
cm. 20 (fig. 15); h-c) frammenti di un pentolino grezzo, e di una pentola di assai 
maggiori dimensioni, ma che ha la sagoma identica al precedente; d) frammento di 
piatto aretino, avente al centro la marca molto consunta GP//; veggansi a fig. 15 
le sagome di queste ceramiche; e) piccolo tegame in creta rosso fina, pseudo are- 



REGIONE IH. 



— 349 



NOCERA T1R1NESE 



tina. Frammenti di lucerna romana a svolazzi, e di parecchie anfore col loro ombe- 
lico a cono pronunciato; di vetro alqnanti rottami, tra cui un fondo di bottiglia qua- 
drata ed il collo di un'altra a labbro assai spesso. — Tutto codesto materiale è 
prettamente romano, e romane si direbbero anche le modestissime casette entro alle 
quali esso è stato rinvenuto. 

Siccome a detta dei contadini il terreno circostante alla torre veniva indicato 
come ricco di avanzi di vecchi « muragli » che intralciavano i lavori agricoli, e sic- 
come i saggi precedenti avevano in realtà confermate tali informazioni, vennero pro- 
seguite le indagini coll'apertura di trincee condotte in punti diversi, e nella speranza 
che esse ci portassero sópra qualche edificio di maggiore riguardo, e degno di essere 




Fio. in. 



per intero denudato. Disgraziatamente i risultati conseguiti con una settimana di 
lavoro furono dal punto di vista monumentale quasi negativi ; si riconobbe bensì di 
essere sopra un suolo eminentemente archeologico, anzi entrò l'abitato; ma la povertà 
delle costruzioni era tale, che essendo esse in gran parte distrutte fino alle radici 
dei muri, non si ritenne di ampliare i cavi per il rilievo di povere casette, ma invece 
si prese accurata nota del materiale messo a vista dalle trincee, secondo il giornale 
degli scavi, che qui si compendia. 

(3-5 giugno). Di muri nessuna traccia, ma il suolo è straordinariamente ricco 
di relitti fittili d'ogni maniera, tra i quali predominano i rottami di tegoloni e di 
vasellami grezzi. Da notare: alcuni oscilla, due dei quali in forma di scudo, analoghi 
ad altri di Caulonia, ed un terzo con impressioni cupelliformi disposte a croce (fig. 16) ; 
frammento di coppo con grosse cordonatile ad una estremità ; frammento di piatto 
a vernice nerastra; frammento di tegame grezzo; manico di un vaso grezzo di media 
grandezza; metà di uno dei notissimi orcioletti fusiformi di età ellenistica; due sco- 
dellini a scadente vernice nera, pure caratteristici dell'età anzidetta ; frammento di 
piccola coppa a vernice nera scadente; idem di vaso grezzo con labbro a dentelli 
plastici. Si aggiungono le sagome di tre colli di grandi pithoi. 

(9 giugno). Nelle trincee si trovano alcuni singolari frammenti di fittili, corri- 
spondenti ad altri rinvenuti sporadici nel Piano della Tirena. Presento a fig. 17 i 
disegni di tre, a metà del vero ; essi hanno lo spessore di oltre 2 cm. e la superficie 
lievemente convessa è rigata a striature parallelle ed a rombi. Non ne comprendo 



NOCEKA T1RINESE 



— 350 — 



REGIONE 111. 



la destinazione, non potendo essere frammenti di coppi, attesa la incurvatura troppo 
tenue. Aggiungo il ricordo di una lucerna in creta rossa con anse a svolazzi, elle- 
nistica tarda o romana. 

(12 giugno). C'imbattiamo in misere tracce di casette con muri cementizii; 
copiosi sono gli avanzi di tegulae e di imbrices, di uno dei quali a sezione penta- 
gonale presento l'itnagiue a rìg. 18. Non mancano rottami di piccolo vasellame 




Vii/ 



Pia. 17. 



vitreo. Si osservi altresì alla stessa figura la sagoma di una pentola culinaria, colla 
insolcatura o vagina per ricevere il coperchio. Ed ancora il grande disco fittile colle 
guance molto scappanti, e che perciò difficilmente può essere rullo di colonna. 




Fio. 18. 



(13 giugno). La trincea venne condotta a circa 100 m. a nord preciso della torre; 
essa non ha dato reliquie di fabbricati, ma lo strato archeologico che appare a circa 
90 cm. ci ha procurato molti rottami di tegoloni, fondi ( di anfore e poi parecchi 
avanzi di vasellame a vernice rossa buona e scadente, cioè aretino e pseudoaretiuo. 
Alcuni fondi di piccoli rasi bollati hanno le seguenti marche: 

a) SEX b) • rTì - Tl e) 



A/NI 



jTiTi 



GA 



REGIONE Ìli. 



— 351 — 



NOCERA TIRINESÈ 



Richiama la 



Appartiene alla « terra sigillata » nn fondo di coppa a buona vernice nera 
con figura (spezzata) a rilievo assai forte di un Erote lincine. A vernice nera sca- 
dente era una scodella campanata. Si ebbero altresì frammenti di lucerne romane ed 
un manico lunato. Un bollo rettangolare su tegola è talmente stanco, che non oso 
nemmeno darne la lezione, troppo incerta fra DI DI/- A, e DIH/A_. 
nostra attenzione l'oggettino in osso, riprodotto a tìg. 19, cioè un 
ciondoletto, lungo mm. 34 adorno di occhi di dado sopra una 
faccia, liscio nell'altra; esso pare la fedele riproduzione di uno di 
quei capi di correggia in bronzo, cotanto comuni nell'età barbarica 
e bizantina del Mezzogiorno ('), ma tale non può essere attesa la 
fragile materia. 

(17 giugno). Si saggia il suolo un 150 m. a ponente della torre, 
dove lo strato archeologico è alquanto più profondo. In una trincea 
si trovarono alquanti mattoni di modulo vario, a segmento di cir- 
colo, che servivano non per pavimentazioni, ma per levare colonnine in cotto. Assai 
curiosi sono due frammenti di una sottile spatola ossea; la ricomposizione a fig. 20, 




Fig. 19. 




.:V»'*Y, v*. v v.\. j ..vi 



•/■ 



Fig. 20. 



lunga mm. 148, mostra come uno dei margini è tagliente, l'opposto, il dorso, è 
seghettato a doppio ordine ; era certo uno stromentino di uso industriale per rigare, 
o pettinare delle ceramiche od altra materia molle. — A profondità di m. 1.40 si 
avvistò un muretto di casa costruito in secco; in altro punto più discosto un altro 
muro alla stessa profondità era invece formato di pietrame e tegole rotte, legate con 
« tajo » ; in quel punto emersero molti cocci di tegole, anfore e dolii. Con una terza 
trincea si scese tino a m. 2.50 prima di toccare il suolo vergine; anche qui tracce 
di muretti di povere abitazioni, in mezzo ai quali si raccolse la metà di uno stilo 
in osso, e rottami fittili svariatissimi, tra i quali i frammenti di un piatto nerastro 
di circa cm. 20 di diam. 

Ricordo in fine che nell'area del colle c'imbattemmo sovente in pezzi di « stri- 
gatori » o lisciatoi in lava; invece, di terrecotte architettoniche si ebbe un unico fram- 
mento di cornice con dentelli, 1. cm. 18, ed un tenue avanzo dei noti trapezofori 
scannellati. Ma, giova bene notarlo, in tutti questi movimenti di terre non si ricu- 
però una sola terracotta greca figurata, non un solo coccio di vaso greco od anche 
italioto a figure; di bronzo soltanto due testoline di oca, spettanti, a quanto pare, 



(') Cfr. una ricci serie da me edita in Byz. Zft., 1912. )>ag. 197 scg£- 
Notizie Scavi 1916 — Voi XIII. 



46 



NOCKRA TIRINESE — 352 — REGIONE 111. 



a manichi di capednncole o ad altro vaso; due aghi saccali, due lunghi chiodi e 
qualche altra insignificante quisquiglia. Anche le poche e logore monete raccolte si 
suddividono nel modo che segue: a) Italiote n. 5 (Rhegium, Bretii) ; b) Roma 
repubblica; due assi molto ridotti, e) Roma imperiale; 5 pezzi da Augusto a 
Costanzo Cloro. Questa assenza assoluta di materiale del sec. V ed anche del IV 
ha il suo significato storico, che va a suo tempo pesato e meditato. 

Ad ogni modo questo pare accertato dai diversi sondaggi eseguiti, che il nucleo 
principale dell'abitato sorgesse nella parte mediana della terrazza, irradiando dalla 
torre medioevale, in parte costrutta con materiale antico. Per concorde testimonianza 
di villici ed anche di persone autorevoli, quali i signori Venturi, anni addietro fu 
avvistato un lungo muro di grossi massi un 80 m. a nord della torre. Io avevo vaga- 
mente pensato ad un tempio; ma non ebbi modo di constatare la cosa, causa le 
colture arboree e frumentarie, che al momento dei miei scavi occupavano il suolo. 
Se altri in avvenire riprenderà le esperienze al Piano della Tirena, tenga presente 
quel punto, come meritevole di un tentativo. 



Fio 21. 

V. Necropoli di tarda età. — Avendo alcuni contadini data assicurazione, che 
sul margine meridionale della terrazza, un 110 m. ad est della torre, si erano in 
passato rinvenute delle tombe, le indagini vennero portate su quel punto. 11 terreno 
molto intrigato e duro rese alquanto difficile la ricerca. Nel soprassuolo si trovarono 
frammenti di tegole, di qualche piatto a scadente vernice nera, di altri aretini e 
pseudoaretini, qualche piramidetta fittile (una era alta cm. 16) e qualche traccia 

di vasellame vitreo; un pezzo di tegola conservava il bollo in rilievo 



OC 



La 



presenza di questo svariato materiale dimostra che la piccola necropoli dovette essere 
aperta in un'area archeologica appartenente all' interno della città, e con ciò impli- 
citamente si veniva alla conclusione, che essa dovesse essere di età molto tarda, 
quando la piccola città, forse in gran parte disabitata e distrutta, era tenuta da un 
pugno di poveri superstiti. E tale previsione venne letteralmente confermata dagli 
scavi. 

Sep. 1. Piccola cappuccina; ad un muricciolo formato di grossi mattoni fram- 
mentizii erano appoggiate a piano inclinato due tegole bordate di cm. 6 ) X 41 ; 
dir. NNE-SSO. Nell'interno scheletro di bambino, accompagnato ai piedi da due 
boccali fìttili grezzi (fig. 21), ed alla testa dalla culatta di una ampolla vitrea 
sferica. 



REGIONE III. 



353 — 



NOCERA TIRINESK 



Sep. 2. Fossa in nuda terra coperta di due tegoli e racchiudente uno scheletro 
di adulto col cranio a SSO; verso le ginocchia un boccaletto grande a. cm. 15. 

Sep. 3. A cappuccina di grossi matlonacci, di cm. 50 X 43 X 7 ognuno, e di 
una tegola, dir. NEE-SOO. Racchiudeva uno scheletro infantile col cranio a SSO, ai 
cui piedi era stato deposto uno scodellone piatto in creta rossa accesa, diam circa 
25 cm. (fig. 22). 




Fio. 22. 

Sep.- 4. A cassetta di muriccioli formati con pezzame di tegole e mattoni ; il 
cavo misurava m. 1.90 X 0.45 X0.35 e racchiudeva lo schei, di un adulto col cranio 
a SOO, a destra del quale era adagiata la bottiglia vitrea, ricomposta in disegno a 
fig. 23. Verso le ginocchia il piccolo bossolo cilindrico a. mm. 45, in sottile lamina 




Fio. 23. 

di rame, chiuso da coperchietto, il quale racchiudeva una materia nerastra raggru- 
mata, che converrebbe far analizzare per definirne il carattere (pomata per toletta?) 
(fig. 23 a sin.). 

Sep. 5. Cassetta di piccoli conci d'arenaria, messi in coltello, dir. NON-SES, 
con fondo di mattoni, e larga appena cm. 42 Essa conteneva due scheletri di adulto 
posti in senso inverso; ai lati di uno dei crani v'erano due boccali grezzi alti circa 
cm. 15 ; e di dietro un grande pezzo di tegame o fondina, pure grezza, della forma 
che a fig. 24 si allega. 



NOCERA TIR1NESE 



— 354 — 



REGIONE III. 



Questa minuscola necropoli, di cui altre tombe sono indubbiamente sotterra, appar- 
tiene ai tempi romani, anzi vorrei dire ai tempi romani molto progrediti; più in là 
non i so andare nella designazione cronologica del sepolcreto, attesa l' insufficienza 
degli elementi che esso ci ha restituiti; ma ad ogni modo, il poco che si è rinve- 
nuto riconferma quanto dissi in precedenza, trattarsi di povere tombe appartenenti al 
piccolo manipolo di gente superstite dallo spopolamento e forse dalla distruzione 
della città. 




Fio. 24. 



VI. Indizi di necropoli più antica. — Nel non lungo soggiorno al colle della 
Tirena non mi fu possibile apprendere dai villani (del resto assai malo informati, 
e piena la mente di fantastiche cose e di non meno fantastici tesori) di altre necro- 
poli più antiche, che non possono mancare, e che andrebbero riferite al florido periodo 
di vita della cittadina. Io avevo pensato che una di esse avesse a trovarsi nel basso 
terrazzamento che si protende a settentrione della città sopra il Savuto; sarebbe 
un'area molto acconcia, esterna e prossima alla cerchia murale. Sfortunatamente, per 
ragione di colture, non mi fu dato di tentare almeno degli assaggi in quel sito. Ad 
ogni modo della esistenza di una necropoli più antica, in un punto ancora impreci- 
sato, abbiamo già un sicuro indizio. L'avv. Ort. Mauri di Nocera Tirinese ebbe la bontà 
di farmi conoscere, come anni addietro certi villani di Nocera trovassero al Piano 
della Tirena una tomba, di cui non vollero rivelare il sito. Essa conteneva alcuni 
scarabei legati in oro, di cui solo due vennero a lui consegnati. Sono in corniola, e 
molto piccoli; uno porta la rappresentanza di un cavallo, l'altro di una mosca. La 
tecnica dell'intaglio a globulo indurrebbe ad assegnarli al sec. V: ma conviene andar 
cauti nel giudizio, sapendo noi da altre bene accertate scoperte come codesti scarabei 
di tecnica arcaica o quasi arcaica scendano sino ai sec. Ili av. Cr. (') 

Il sig. avv. Viti Venturi, uno dei grandi proprietari del colle, mi ha inoltre 
dichiarato che un cimitero, di cui non fu in grado di precisarmi i caratteri, apparve 
anni addietro alla Torre di S. Giuseppe, sulla sin. del Fiume Grande, alla radice 
SO del colle. A me pare però, che qui si sia un po' troppo discosti dalla città, e 
che in ogni modo, se un sepolcreto quivi sussiste, s'abbia ad assegnare a qualche 



(') Molto istruttiva al riguardo è la tombicella della Galera presso Siracusa, da me illustrata 
in Notizie, 1915, pa{*. 187. 



REGIONE UT. 



— 355 — 



NOCERA TIRINESE 



casale suburbano. Un altro sepolcreto asserì lo stesso sig. Venturi di aver trovato 
sul versante nord del colle, dove appunto è la vigna; ogni tomba racchiudeva poveri 
vasetti con qualche lucernetta. Avendo esaminato qualche logoro campione di tali 
ceramiche, assegno loro una età non superiore ai secoli HI e II av. Cr. 

VII. Tracce preistoriche. — Il colle della Tirena per la sua struttili a. eleva- 
zione ed isolamento, simile ad una di quelle ambe, di cui la regione calabrese, in 
particolare occidentale, è tutta costellata, presentava 
eccellenti requisiti di abitabilità per una tribù preistorica. 
Anche il nome di Grotticelle, segnato pure nella 
carta militare, dato alla rupestre fiancata meridionale 
del colle, aveva fatta nascere in me, ancor prima di 
visitare i luoghi, viva speranza di scoprirvi una necropoli 
del tipo locrese di Canale-Ianchina. Senonchè i numerosi 
ingrottamenti aperti nei conglomerati alluvionali geo- 
logici sono tutti naturali, si spingono a poca profondità, 
ed avendone fatti esplorare un paio, non riconobbi la 
più piccola traccia di vita ed industria preellenica, ma 
constatai che servivano di asilo alle volpi. 

Invece nelle ripetute escursioni sul colle ho creduto 
riconoscere tenuissime tracce preistoriche nella punta di 
SO, dove in mezzo alle arene avvertii degli informi coc- 
cetti, che hanno tutto il carattere della ceramica preel- 
lenica. 

Di ascie, cotanto comuni in tutta la prov. di Ca- 
tanzaro, non mi è venuto fatto di rinvenirne al Piano 
della Tirena, né di vederne presso i proprietari di Nocera 
Tirenese. Fui invece lieto di acquistare presso un ar- 
maiolo-meccanico di quel paese, la daga in bronzo spez- 
zata a metà, e lunga nel suo stato attuale mai. 1!)0, 
che vedesi a fig. 25, e che ho donata al Museo di 
Reggio C. Fig. 25. 

Si è ormai pubblicato un materiale enorme sulle spade in bronzo dell' Italia e 
dell'Europa, davanti al quale credo di dovermi risparmiare le citazioni bibliografiche. 
Perocché, mentre ogni regione d'Italia ha dato un numero più o meno ragguarde- 
vole di siffatte armi, dalla pura età del bronzo sino all'alba dei tempi storici, la 
Calabria è forse la più povera di tutte le regioni italiane di armi in bronzo, ed in 
particolare di spade e di daghe. Lo stesso fenomeno io lamentai or sono 28 anni 
in Sicilia, dove sembrava non fosse esistita una industria preistorica del bronzo; 
oggi però col progrediente studio della regione anche quest'isola possiede spade e 
daghe in bronzo in numero abbastanza rilevante. 

In Calabria non siamo ancora andati cotanto avanti. 

Già non sappiamo, se la regione abbia avuta una età del bronzo, o per essere 
esatti, non possediamo sin qui elementi di sorta per ammetterla. In fatto poi di lame 



NOCERA TI RI N USE — 3">6 — REGIONE III. 

io non conosco che la spada di Toire Mordillo (Notizie, 1888, pag. 576), ed una logora 
lama rinvenuta presso Palmi, assieme a due impugnature in bronzo di daghe in 
l'erro ( 1 ). Ma tutti questi pezzi sono della l a età del ferro abbastanza inoltrata. 
Invece la daga di Nocera col suo tallone fortemente lunato ed innestato mediante 
tre bullette nel manico a forcella, richiama forme abbastanza remote delle terre 
mare (*). e però parmi lecito assegnarla alla pura età del bronzo, se di tale età è 
consentito parlare in Calabria. 

Questa daga non sembra provenire dal Piano della Tirena, ma da un punto 
imprecisato del breve contado nocerese; il venditore mi assicurò di aver avuto, or 
sono pochi anni, altre armi in bronzo, che barattò per il puro valore del metallo. 
Comunque, se io non prendo abbaglio, è questa la prima lama calabrese da riferirsi 
ad una ancora ipotetica età del bronzo della regione. 

Vili. La chiesetta normanna ed il Torrazzo. — Che una vita per quanto 
grama e fiacca proseguisse sul Piano della Tirena anche nei secoli dell'alto medioevo 
è fatto più che probabile ( 3 ) e documentato anche da qualche prova archeologica. 
Poiché la viabilità continuava a svolgersi lungo la costa e la vallata del Savuto, la 
Tirena conservava sempre i suoi requisiti di dominio militare, e perciò continuò, 
per quanto stentatamente, a vivere. Di questa vita è documento, tra l'altri un teso- 
rotto di una trentina di soldi d'oro di Michele III e di altri imperatori del sec. IX, 
rinvenuto parecchi lustri addietro sulla sinistra del fiume Grande, in località Men- 
dole. proprio di fronte al nostro colle; provenienti dal quale ho visti pure alquanti 
dei noti tareni aurei arabi. 

Ma colle invasioni dei Musulmani, e malgrado la solidità della posizione, si 
avverò anche qui il fenomeno della opposta costa ionica, cioè lo spostamento delle 
città dalla costa al monte, di cui il caso più tipico è quello di Locri divenuta 
Gerace. Così Nuceria, se tale era la cittadina alla Tirena, emigrò nel sito della 
attuale Nocera, trasportandovi anche il proprio nome; o per meglio dire, in un primo 
tempo si arretrò sul colle denominato Motta o Motticella, sporgente sul fiume Grande, 
al suo incontro col Rivale; quel posto un po' basso ma molto forte raccolse, in epoca 
imprecisata, i pochi superstiti di Nuceria, colà profughi. Per molti secoli la Motticella 
fu una piccola ma forte terra ( 4 ) nel senso militare della parola, da cui germinò 
nel secolo XV la contigua Nocera Tirinese; difatto la parte bassa e più antica della 
borgata chiamasi anche Nocera vecchia. La chiesetta, di cui esibisco la pianta alla 
tìg. 26, è stata scoperta e rilevata dal signor Carta durante la sua campagna nuce- 



(') De Salvo, in Reo. star, calabr., anno III, pag. 446; Pigorini in Bull, pa'eln. ilnl., 1900, 
pp. 191-192. 

(*) Cfr. il fondamentale articolo del Pigorini sulle spade terramaricole, in Bull, poleln. ita!., 
anno IX. pag. 81 seg. ; ed i raffronti colla tav. Ili, figg. 13, 14, 18. 

(*) A tale periodo apparterrebbe la chiesetta con pitture bizantine, S. Maria (Itili Borghi, 
esistente ancora ai tempi del Fiore (Calabria illustrata. Napoli, 1691, pag. 120) e di cui invano 
io cercai le tracce. 

(*) Che l'unica chiesetta del borgo fosse un tempo un piccolo santuario di Bacco, è mera leg- 
genda, senza la più piccola consistenza storica o monumentale. 



REGIONE 111. 



— 357 



NOCERA TlRINfcSÈ 



rina, e trovasi a circa 250 metri a NE della torre. La muratura è di piccolo pie- 
trame cementato con qualche concio maggiore negli angoli. Le fondazioni molto 
superficiali, e le dimensioni di questo minuscolo oratorio,- che può essere così bizan- 
tino come normanno, attestano della pochezza e miseria cui s'era ridotta la popola- 
zione della Tirena; un pugno di gente, che debolmente riparata sull'altura dalla 
tremenda malaria estiva di tutta la circostante costiera, stentava la vita in mezvo 
alle rovine trasformate in campi petrosi. 

Di parecchi secoli più tarda è la torre, comunemente denominata Torrazzo, 
edificata con pietrame di ruderi antichi, senza eccessiva robustezza, senza ricercatezza 




Fin. 26. 



di forme militari; né più antica, ritengo, del sec. XVI; ricovero occasionale contro 
barbareschi e malandrini alle poche famiglie di contadini, che vi traevano in sicuro 
anche le loro derrate. 

IX. Esame dei dintorni della Tirena e di Nocera Tirinese. — La questione 
topografica del Piano della Tirena coinvolge e si complica con quella di talune 
località assai prossime al colle, sulle quali con poca attendibilità riferirono dotti 
anche di molta autorità. Ma essi non visitarono le contrade e parlarono di reli- 
quie e di scoperte per informazioni, che sottoposte a severo controllo risultarono 
insussistenti; e su questi dati privi di consistenza si basarono tesi topografiche, le 
quali di necessità vengono a cadere. Io ho voluto, prima di pronunciarmi, visitare 
le località controverse, studiandone la postura, la configurazione, il carattere, non 
che gli avanzi antichi, se mai esistenti. 

La prima località, a cui sovonte si richiamano storici ed archeologi è la Torre 
del Casale con la relativa spianata. È un terrazzamento alluvionale, largo da levante 
a ponente meno di un chilometro, aperto a nord ed a sud, e dominato a levante dal 
pendio della montagna, che poi con tre terrazzamenti o gradoni successivi sale sino 
ai 1000 metri. La spianata prende nome da una torre costiera di guardia seicentesca, 



NOCEftA T1RINESE — 358 — REGIONE Ut. 



e domina quasi a picco la sottostante linea ferroviaria e l'angusta costa marina su 
cui si solleva di 150 metri. Il suolo coperto di una bassa macchia impedisce di 
riconoscere, se quivi esistono ruderi od altri relitti archeologici. Le notizie attinte da 
vari contadini furono assolutamente negative; nessuno seppe mai di scoperte, essendo 
il snolo incolto « ab immemorabili ». D'altro canto è un assurdo topografico il col- 
locare una città greca sopra questa terrazza, pittoresca bensì, ma con qualità mili- 
tari al tutto negative, perchè completamente aperta da due lati, e dominata da ertis- 
sime alture nel terzo. Alla radice di questo erto rampante, che in tre movimenti 
successivi culmina poi nella vetta di M. Mancuso (m. 1332) si adagia una angusta 
striscia piana di costa, non più larga di mezzo chilometro con la stazione ferroviaria 
di Nocera T. ; a NO di questa, il piano si allarga alquanto e prende nome di Pietra 
La Nave ( l ). Anche questa breve regione fu battuta da una squadriglia di operai 
pratici guidati da R. Carta, col mandato tassativo di osservare, raccogliere dati e 
notizie. Malgrado l'escursione fosse stata eseguita il 14 giugno, si constatò che quasi 
tutta la zona di terreno tra la ferrovia ed il mare era impraticabile per gli acqui- 
trini derivanti dalle piene del poco discosto Savuto, alla cui sinistra si stende un 
bosco, che per buona parte dell'anno è trasformato in macchia pantanosa. E poiché 
questi acquitrini datano da secoli, è inammissibile che vi sieno avvenute scoperte 
archeologiche, delle quali in fatto nissuno seppe darmi il menomo ragguaglio. 

Delineato così il carattere delle località controverse, è ora da rilevare, come il 
Leuormant (Gr. Grece, III. pag 86), seguito dal Nissen (Italische Landeskunde, 
II, 929), senza aver mai visitato né l'uno né l'altro le contrade, collocano Temesa 
a Torre Casale, Mattonate e Pietra La Nave, luoghi tutti e tre prossimi e circostanti 
alla attuale stazione ferroviaria di Nocera Tirinese. Tanto il Lenormant quanto il Nissen 
vanno più oltre, ed a coonestare la loro tesi di Temesa asseriscono che in quei pa- 
raggi e precisamente a Torre Casale esistono ancora « die von Strabo (VI, 255) als 
verlassen erwàhnten Kupfergruben », mentre le Mattonnte avrebbero preso nome da 
ruderi romani in laterizio, dei quali invano io cercai le tracce. La paternità di tutte 
queste notizie, con troppa facilità accolte dai due topografi sullodati. risale al Roma- 
nelli (Antica topogr. regno di Napoli, I, pag. 36), per il quale Temesa sarebbe 
appunto situata a Torre Casale » presso cui veggonsi tracce di antiche miniere » ; 
mentre in realtà di antiche miniere non vi è traccia colà. 

Le considerazioni topografiche svolte in precedenza escludono che Temesa fosse 
nel punto preciso indicato dal Romanelli ( 8 ). Ma d'altra parte convengo che la leg- 

(') " Prima assai clic Nocera Tirinese il borgo si chiamava Nocera Pietra La Nave. Lo strano 
nome ebbe origine perchè nella sua marina vi è uno scoglio altissimo, che rassembra la forma di una 
nave » (Fiore, op. cit., pag. 120). Che qui fosse un porto comunque, certo da intendersi come rada, 
risulta da un documento di permuta del 1240, prodotto dallo stesso Fiore (loc. cit) col quale Fe- 
derico II concede ai monaci di S. Eufemia la permuta di metà della terra di Neocastro col « Por- 
tum maris. qui dicitnr Navis de Arata de tenimento dictae terrae Noceriae cum predicta terra». 

(") Per via indiretta (Cicerone, Verr., V, 15, 16) veniamo a sapere che la posizione di Te- 
mesa doveva essere per natura assai forte, se ai tempi delle guerre servili un grosso nucleo di 
schiavi potè rinchiudervisi ed opporre ostinata resistenza. 



REGIONE III. 350 — NOCERA T1RINESE 

gendaria città a cui Mentes re dei Tafii traeva in cerca di rame s'abbia a rintrac- 
ciare in questa complicatissima plaga oro-idrografica. E due sono le ragioni cbe m'in- 
ducono a ciò credere; una di distanze itinerarie, l'altra di ambiente geologico. 

Gli Itinerari romani segnano Clampetia-Tempsa m. p. X; identificando Clam- 
petia con Amantea, Tempsa viene a cadere circa Km. 14.78 più a sud, un po' discosto 
della attuale stazione di Nocera Tirinese. Ma la strada ferrata attuale corre assai più 
dritta dell'antica via romana; di più Tempsa stazione itineraria sarà stata un po' 
discosta dal sito della antichissima città, al modo stesso con cui le stazioni ferroviarie 
di Calabria distano alquanto dalle borgate eponime. Se Temesa reclamava un luogo 
montano e sicuro, se essa la si deve ricercare lungo la costa ed a breve distanza 
dalla sinistra del Savuto, noi veniamo involontariamente a cadere sul colle della 
Tirena, l'unico sito che presenti requisiti eccellenti per una città anche primitiva, 
sebbene poi, almeno sin qui, manchi la documentazione archeologica di una fase 
arcaica. D'altro canto sono in grado di dichiarare per la conoscenza dei luoghi, per 
l'esame geologico dell'ambiente, e per numerosi campioni di roceie metallifere da me 
visti a Nocera Tirinese, che la breve vallata del fiume Grande e le circostanti mon- 
tagne racchiudono filoni di metalli, non sfruttati e nemmeno studiati ('). Posso anzi 
aggiungere che analisi eseguite a Roma da uffici competenti su campioni inviati, hanno 
dato il 15 Vo di rame; questa pochezza di contenuto non deve impressionare, trat- 
tandosi di pezzi staccati da filoni affioranti e non da gallerie profonde. Tutto induce 
dunque a credere che Tempsa si abbia effettivamente a ricercare nella plaga circo- 
stante a Nocera Tirinese, sebbene manchino ancora le prove monumentali, che proba- 
bilmente mai si raggiungeranno, del suo preciso sito. Anche il benemerito archeologo 
calabrese Dom. Marincola trattò diffusamente la questione di Temesa per concludere 
che nulla di concreto si sa della sua ubicazione, ed in ciò aveva perfettamente 
ragione ('). 

Continuando l'esame archeologico della regione, devo dire una breve parola anche 
sopra Nocera Tirinese, dove io ho passato in due riprese una buona settimana, osservando 
tutto ciò che vi può essere d' interessante. Ho già delineato le origini di questa bor- 

(') Cortese, Descrizione geologica della Calabria (in voi. IX, Mem. descrittive carta geologica 
d'Italia). Roma, 1895. 

(•) Temesa o Tempsa, in Opuscoli di st. patria di D. Marincola-Pistoja (Catanzaro, 1871, 
8°, pp. 81-120). È una accurata analisi critica di testi antichi e di autori moderni ; di materiale 
monumentale egli, naturalmente, nulla ha saputo produrre. Il Kiepert nella bella carta annessa al 
C. I. L., X, prende un grosso equivoco, segnando Terina al Colle della Tirena, e Temesa a Terra- 
vecchia di S. Eufemia, quando, se mai, dovrebbe essere precisamente l'inverso. — Non hanno ca- 
rattere archeologico, nel senso proprio della parola, ma bensì mitograflco e di critica storica le dis- 
sertazioni del Maass, Ber Kampfum Temesa (in Jahrbuch, 1907, pag. 18 segg.), del Pais (Ricerche 
stor. e geografiche sulVItal. ani., pag. 43 e segg.) e del De Sanctis, L'eroe di Temesa (Torino, 
Accademia, 1910). I vecchi cronisti calabresi, a cominciare dal Barrio della fine del cinquecento, 
seguito dal Fiore, dal Marafioti e da tanti altri, collocarono Terina alla Tirena ; per il Barrio, che 
in appoggio della sua teoria, inventò di sana pianta la notizia (ed. Aceti, pag. 127) a ad Sabatii 
(Savuto) ostia invisitur eius sepulcrum (cioè della ninfa Ligeia) inscriptione graeca », la quale 
inscrizione, anche per chi ha pratica elementare di epigrafia, sa le mille miglia di falso. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIIL 47 



NOCERA TIR1NESE — 360 — REGIONE III. 

gatnccia e posso assicurare che nulla vi esiste di antico. Il Lenormant invece scrive 
(Gr. Grece, III, pag. 86): « Nocera . . . on y voit des restes de remparts construits 
« à la mode hellenique, en grands blocs de pierre à la forme de parallellogrames 
« reguliers appareillés sans ci meni, de pans de maconneries romaines et d'autre restes 
« d'antiquités » . Tutto ciò è assolutamente insussistente; il Lenormant, pur cotanto 
benemerito della investigazione della Calabria antica, cade in uno di quelli errori 
dovuti alla sua troppa fede in informatori sospetti, ed alla mancata visita dei luoghi. 
Tutto al più egli poteva alludere agli avanzi della Tirena, distante parecchi chilo- 
metri da Nocera; ma di mura di massi squadrati commessi senza cemento esiste solo 
il piccolo avanzo di NO, né è supponibile vi esistessero e fossero demolite, per la 
semplice ragione che il contado non offre affatto, in lungo raggio, materiale lapideo 
di questo genere e le mura dovettero essere costrutte, come in realtà lo furono, con 
materiale e tecnica completamente diversa. La costruzione delle mura, tutte in conci 
calcarei, avrebbe importato una spesa enorme, di gran lunga superiore alla potenzialità 
economica della piccola e misteriosa città. 

X. Deduzioni finali. — Ora che abbiamo esaminato il Piano della Tirena nella 
sua ubicazione, conformazione e nel suo contenuto archeologico, ed anche le contrade 
circostanti, indicate come località degne di studio, ora che abbiamo sentito dn giovani 
e vecchi delle scoperte alla Tirena avvenute, vagliando la parte leggendaria da quella 
reale, ed esaminato lo scarso materiale emerso dai lavori agricoli ('), siamo arrivati 
al punto di riassumere le impressioni generali sulla misteriosa cittadina che colà 
ebbe sede. 

Il luogo era bellissimo ed assai acconcio, sovra tutto dal punto di vista mili- 
tare, ad una piccola xrittig greca ; ma allo svolgimento della vita di una grande ed 
anche di una modesta colonia mancava il requisito fondamentale di un ricco hinter- 
land o regione di sfruttamento. La Tirena è chiusa fra mare e monti asprissimi, 
senza la distesa di un nsdlov qualsiasi, senza una plaga collinosa, nella quale si 
sviluppasse la vita agricola e quindi economica della città. Essa si trovava invece 
allo sbocco di una grande valle alpina, e di altre minori, che per il loro carattere 
aspro e selvaggio dovettero restare a lungo in possesso degli indigeni brezii, forse 
gli Alibanti, adombrati secondo il Maass nel nome dell'eroe di Temesa, Àlibanle di 
Pausania. Ma la valle del Savuto aveva il pregio di costituire una delle grandi 
arterie di comunicazioni fra Jonio e Tirreno, evitando agli Achei il lungo e perico- 
loso periplo di Reggio; e da questo commercio di transito Tirena doveva trarre 
non indifferenti profitti. 

Senonchè di fronte a questa attraente prospettiva di una città arcaica, posta 
allo sbocco di una frequentata arteria, l'esame del materiale archeologico e monu- 
mentale ci reca la più grande disillusione. Tirena non ha dato né un solo vaso figu- 
rato greco, né una terracotta non dico arcaica, ma nemmeno del V o del IV secolo. 



(') Ho esaminato presso divergi proprietari piccole e grandi partite di monete provenienti dalla 
Tirena. Sano pochissime quelle greco-tarde, prevalgono invece gli assi romani repubblicani. Non 
vi è ricordo di tesoretti di monete greche colà rinvenuti. 



REGIONE 111. — 361 — NOCERA TIR1NESE 



Quanto io ho visto, o di cui ho sentito parlare, è di età greco tarda o romana. E 
tutte le costruzioni prese in esame si debbono ritenere ellenistiche o romane, perchè 
tutte cementizie. La povertà dei reperti è tale che al più ci è consentito pensare ad 
una città brezia di età ellenistica. Diversi elementi mi sospingevano a collocare 
qui la tanto controversa Temesa, posta sul fronte di una plaga mineraria, di cui 
sarebbe stata l'emporio ed il mercato, e di cui gli itinerari romani conservarono un 
ricordo nel nome, coincidente abbastanza bene con Tirena anche nel calcolo delle 
distanze. Ma l'analisi dei reperti archeologici (salvo imprevviste e pur sempre pos- 
sibili, nuove, anzi auspicate scoperte) è, almeno sin qui, risolutamente contraria 
all'equazione P. Tirena = Temesa. 

Ed allora parrai di trovar nella toponomastica appiglio ad una soluzione 
diversa. Una leggenda, alla quale io attribuisco buona consistenza storica, dice 
che in epoca imprecisata, ma certo nell'alto medioevo, gli ultimi scarsi e miseri 
superstiti della Tirena, abbandonata la costa e ricoveratisi nei monti, vi fondarono 
la Motticella di Nocera, traendo seco colle masserizie anche il nome della vecchia 
patria. 

Io ravviso nel nome dell'alpestre borgata quello della vetusta sua metropoli. Ed è 
perciò, che al P. della Tirena io collocherei l'antica Nuceria o Nucria, la cui umile 
storia è tutta un mistero. L'omofonia di Tirena con Terina ha dato origine ad equi- 
voci topografici che bisogna sgombrare, perchè con Terina non ha relazione di sorta 
il nome del nostro colle. 

Due soli autori ricordano Nuceria; Pilisto (XI e XV) citato da Stefano Bizan- 
tino S. v.; Novxqìcc nóXic, TvQQrjVÌag. Q>CXi<Stos is ia', xal tò i&rucóv NovxQtvog. 
Il breve passo è anche riportato dal Mtìller in FIIG. fr. 41 di Filisto. Se non che, 
mentre alcuni storici non hanno esitato ad attribuire il magro cenno alla Nuceria 
dei Bruzi, altri ha pensato s'abbia piuttosto a riferire alla Nuceria di Campania. 
Quanto a storia siamo quindi in una oscurità assoluta. Invece l'unico e sicuro docu- 
mento da assegnare alla nostra città sono le poche e belle monete (Garrucci, tav. CXVr, 
nn. 28-33) del IV e III sec. ; la loro ristretta area di diffusione, nonché la relativa 
rarità, escludono la possibilità di assegnarle a N. Alfaterua. Il Sambon (Recherches, 
pag. 209) dall'esame di quella che sembra la più antica di esse, perchè di tipo mar- 
catamente reggino, volle arguire ad un'alleanza con Rhegium al principio del sec. IV; 
è una ingegnosa congettura, che avrebbe però bisogno della corroborazione di qualche 
altra prova. 

Di questa città scrisse colla consueta dottrina il Marincola-Pistoja (') ; ma discu- 
tendo le poche monete ed i magri testi non fece il menomo accenno alla Tirena ed 
ai monumenti quivi superstiti. Qui io penso fosse Nuceria o Noucria, città piuttosto 



(') Nucria, in opuscoli di stor. patria di D. Marincola-Pistoia. (Catanzaro 1871), pp. 299-316. 
Egli dice come la città fosse stata conquistata da Dionigi assieme con Caulonia ; ma di tale 
evento non è traccia nelle fonti genuine. 



NOCBRA. TIR1NESE — 362 — REGIONE III. 



brezzia ellenizzata che greca pura ; dopo una vita storicamente oscurissima. affermata 
quasi dalle sole monete, fu conquistata dai Romani, e visse come borgo insignificante 
per alcuni secoli ancora. Il suo nome non figura negli Itinerari, dove è invece 
segnata Temesa, non guari discosta, al bivio forse della strada romana interna dalla 
costiera. 

P. Orsi. 



REGIONE X. — BC3 — 



T5STE 



Anno 1916 — Fascicolo 12. 

Regione X (VENETI A). 

I. ESTE — Rinvenimenti varii nel territorio del comune. 

A) Resti <li abitato di varie età ed avanzi di un sacrario romano scoperti 
nel fondo Cortelazzo, ad occidente della città. 

Comincio la serie delle brevi relazioni sugli scavi e trovamenti archeologici 
avvenuti nel Veneto durante gli ultimi due anni, con l'esporre i risultati delle 
ricerche sistematiche eseguite in Este nel fondo del sig. Giacinto Cortelazzo, già 
fratelli Prosdocimi, denominato Gasale, situato ad occidente della città, nella zona 
del Cimitero e del Tiro a Segno. 

La località Casale, ristretta ora al solo fondo Cortelazzo (cfr. fig. 1), ma che 
in epoche non lontane, come rilevasi dagli scrittori atestini ( l ), comprendeva una più 
vasta estensione di terreno (vi era, a quel che pare, inclusa anche l'attuale loca- 
lità Pilastro) è ben nota agli studiosi dell'archeologia atestina. 

Ivi difatti passava nell'antichità il braccio dell'Adige che, scorrendo da occi- 
dente ad ^oriente nella direzione dei colli Euganei, lambiva e in parte, come risulta 
dai nostri scavi, attraversava l'Ateste romana ( 8 ). Tracce indubbie dell'alveo del 

(') V. p. es.jPanella mons. F., Memoria dell'antica Este fino Va. 1400, Padova 1888, l'Alassi 
ed altri. 

(*) Di questo corso dell'Adige nell'età ]antica si sono occupati numerosi scrittori. Cito, lasciando 
i più vecchi :}Gloria A., Intorno al corso dei fiumi dal sec. I a tutto l'XI nel territorio padovano, 
Padova 1877; id., L'agro patavino dai tempi romani alla pace di Costanza, in Atti Ist. Veneto, 
ser. V, voi. VII, 7 1880-81, pag. 59b' sgg.; Lombardini, Studi idraulici e storici sopra il grande 
estuario adriatico, Ali. A,' Milano 1868; Prosdocimi, Notizie 1882, pag. 5 e tav. I; Pietrogrande, 
Ateste nella'mil. imp., Venezia 1888, pag. 52 sgg.; Averone, Sull'antica idrografia veneta, Man- 
tova 1911, pag. 141 sgg. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 48 



8STB 



— 364 — 



REGIONE X. 



fiume restano tuttora nel leggero avvallamento che, nonostante i molti ed estesi 
lavori agricoli degli ultimi decenni, un attento osservatore riesce a scorgere attra- 
verso il fondo Cortelazzo ed i poderi limitrofi, non che negli avanzi del manufatto 
idraulico — un poderoso sostegno a tre luci — scoperto nel 1872 ( 1 ), e del quale 




Pia. 1. — Località Casale, fondo Cortelazzo. 

(I tratti neri indicano gli acari gOTernatiri dagli anni 1911, 191(1). 



alcuni massi caratteristici in marmo di Verona veggonsi ancora ammucchiati presso 
la casa Cortelazzo. 

Ivi Tanno 1709 erano state rinvenute le numerose anticaglie, con ruderi di edifici 
monumentali, di cui trattò per primo il rodigino conte Camillo Silvestri ( 2 ) e poi, 

(') Il disegno relativo è stato pubblicato dal Pietrogrande, Alette nella mil. imp., tavola 
intercalata alle pp. 56, 57. Cfr. anche Prosdocimi, in Notizie 1882, pag. 6. 

(*) Silvestri! com. C, In anaglyphum graeewn interpretatio postuma, etc, Romae mdccxx. 



REGIONE X. — 865 — E8TE 

con ulteriori e più precisi particolari, lo storico atestino Isidoro Alessi ('), e di cui, 
fra le altre cose, faceva parte V interessante bassorilievo votivo dedicato ai Dioscuri 
dal greco Argenidas, figlio di Aristogenidas, passato poi al Museo Maffeiano di Ve- 
rona (*) : uno dei monumenti più. cospicui, per l'arte e la topografia, restituiti in 
luce dal suolo di Este. 

Ivi finalmente l'anno 1848, « di faccia allo stesso rialzo di terreno » dove eransi 
fatti i trovamenti del 1709 (cfr. fig. la), erano stati scoperti ed osservati dal Nuvo- 
late a 12 piedi di profondità (circa m. 3,40) gli avanzi di una grande costruzione 
di macigno, di cui si tolse il rilievo ( 3 ) e che venne poi interpretata come una pode- 
rosa diga dello spessore di m. 1,40 e messa in relazione col sostegno ricordato supe- 
riormente e col ponte che trovavasi nel brolo Zago-Pellesina alla Salute, quali manu- 
fatti attestanti l'esistenza ed il corso d'un braccio dell'Adige (*). 

Mossa da tali precedenti, già nel 1911 la benemerita Direzione del Museo Nazio- 
nale Atestino, toccata di fatto all'Alfonsi dopo la morte del compianto prof. Prosdo- 
cinii. propose alla Sopraintendenza, che studiò e fece immediatamente propria la 
proposta, di eseguire nel fondo Cortelazzo una campagna sistematica di scavi allo 
scopo soprattutto di portare maggior luce nelle scoperte del 1848, delle quali cono- 
scevasi il luogo preciso non lungi dall'angolo occidentale del Tiro a Segno. 

Ivi in fatti (cfr. fig. la) ebbe inizio Io scavo verso la metà di febbraio 1911. 
Se non che, alla profondità di m. 3-3,50 dal piano di campagna, i lavori furono dovuti 
sospendere a causa della grande quantità d'acqua che sgorgava dal fondo, per argi- 
nare la quale mancavano i mezzi necessarii, e si poterono soltanto constatare ancora 
in siiu, confitti profondamente nello strato di sabbia che costituiva l'antico letto 
del fiume, vari blocchi rettangolari di pietra di Verona appartenenti alla predetta 
diga, alcuni dei quali misuravano in lunghezza m. 1,80. 

Si stabilì allora di portare lo scavo a circa 200 metri più a sud vicino alla 
casa Cortelazzo (fig. 1 b). dove il materiale sparso nel soprassuolo ed altri indizi 
lasciavano supporre si fosse estesa la città romana. Nostro intendimento era di prò* 
cedere ad un accurato esame stratigrafico del terreno, che appariva essersi ivi accu- 
mulato in grande quantità nel corso dei secoli, ed ottenemmo ottimo successo, poiché 
non in una ma in tutte indistintamente le fosse aperte nei pressi della casa apparve 
netta la sovrapposizione di varie epoche. 

(') Alessi I., Ricerche istorico critiche delle antichità di Este, Parte prima, Padova 1776, 
pag. 12 e pag. 30 sgg. 

(*) Da molti, ma quasi sempre non del tutto esattamente interpretato e pubblicato. V., oltre 
il Silvestri ricordato superiormente: Maffei, Mus. Ver., tav. I, 7; Alessi, op. cit., pag. 32; Nuvo- 
late, Storia ecc., pag. 50; Boeck, C. I. G., n. 1949; Conze, Vorlegellàtter, ser. IV, n. 9, 8*; 
Dutschcke, Bildw. in Oberit.,IV, n. 538: Eoscher, Lexikon d. A/yth., II, pag. 1171, ecc. La Sopra- 
intendenza, col cortese consenso del Comune di Verona, ne ha testé fatto trarre un calco per il 
Museo Nazionale Atestino. 

(*) Nuvolate G., Storia di Este e del suo territorio, Este 1851, pag. 50. 

(*) Pietrogrande, op. cit., tavola e pag. 56; Prosdocimi, Notizie, l»c. cit. Questi però è incorso 
in un errore attribuendo la scoperta al 1878 (cioè a quattro anni prima della sua Memoria che è 
del 1882) anziché al 1848. 



ESTK — 366 — REGIONE X. 

Traggo dal giornale dell'Alfonsi, che condusse i lavori con la solita sua solerzia 
ed accuratezza, i dati di fatto relativi. 

Poco sotto il piano di campagna cominciò ad apparire lo strato romano che si 
approfondiva fino a m. 1,50 circa. In mezzo ai soliti cocci di vasi e laterizi carat- 
teristici dell'età romana, si rinvennero le fondamenta di alcuni grossi muri in cotto 
di abitazioni ed un tratto di massicciata stradale costituita da quattro ordini di 
ciottoli sovrapposti. Suppongo che da questo stesso strato derivi una lastra trachitica 
quadrata di m. 0,49 di lato che fu trovata casualmente dagli operai del Cortelazzo 
e che reca incisa in rozze lettere presso il margine sinistro la parola ITER, eviden- 
temente il frammento di uu' iscrizione maggiore tracciata in più lastre e contenente 
un' indicazione stradale. 




Fio. 2. 



Seguiva allo strato romano un leggero deposito sabbioso, sotto il quale stava il 
secondo strato archeologico dello spessore di circa cm. 60, costituito in prevalenza 
di un terriccio nero misto a ceneri e carboni. Dall'altezza di giacitura dello strato 
e dai frammenti di vasi e di qualche altro oggetto lavorato che vi si raccolsero, 
può desumersi che il deposito si formò nel secondo e terzo periodo Prosdocimi. Al 
termine dello strato si rinvenne pure un focolare di argilla battuta, molto arrossata 
dal fuoco, del genere stesso di quelli scoperti a Canevedo, in via Restara ed in 
altri punti della città ('). 

Suppongo inoltre che da uno strato analogo provenga anche la piccola e interes- 
sante statuetta di bronzo, alta mm. 87, qui riprodotta alla tìg. 2, e che, al pari del 
frammento iscritto ricordato di sopra, fu rinvenuta casualmente dagli operai del Cor- 
telazzo mentre attendevano a lavori agricoli. La statuetta, che per il soggetto rap- 
presentato e per la lavorazione, alquanto rude ma non priva di una certa vivacità 
ed espressione, ricorda alcune delle statuette, e non delle meno evolute, raccolte 
nella ben nota stipe del fondo Baratela ('), esibisce una figurina virile interamente 

(') Per esempio, secondo mi comunica l'Alfonsi, al Pozzetto lungo la strada della Salute. 
(*) Le statuette più affini per il soggetto sono: quella in Notizie 1888, tav. VII, fig. 6 (Pastic- 
cinola che tiene nella s. non le appartiene), quella ivi fig. 18 e quella tav Vili, fig. 10. 



REGIONE X. — 367 ESTE 

nuda che con le gambe aperte, la destra innanzi, era in atto di far libazione con la 
patera che tiene nella mano destra protesa, mentre nella sinistra alzata doveva strin- 
gere un oggetto a fusto baccellare ora andato perduto e che può ritenersi fosse la 
lancia. 

Un banco di marna cinerea separava il secondo dal terzo strato archeologico, il 
quale si rinvenne inferiormente a quasi 4 metri di profondità. Essa aveva lo spes- 
sore di 30 centimetri ed era formato di sabbia nera commista a carboni o ad avanzi 
vegetali. Vi si raccolsero soltanto pochi resti di fittili questi erano d' impasto rozzo 
nei vasi più grossi, abbastanza fine nei più piccoli. Essi sono sufficienti per permet- 
terci di assegnare il terzo strato ad epoca anteriore a quello esaminato in precedenza, 
cioè alla prima fase della civiltà atestina. 

Al di sotto del terzo strato cominciarono ad apparire le sabbie plumbee dei più 
antichi depositi dell'Adige, di fra le quali sgorgavano abbondanti le acque del sot- 
tosuolo, sì da impedire la prosecuzione dello scavo, che del resto presentavasi ormai 
inutile. 

Tali cospicui risultati, ottenuti nella limitata ma efficace campagna del 1911, ci 
lasciavano vivamente desiderare che, senza dover disperdere le nostre forze in troppi 
assaggi, che forse sarebbero riusciti in gran parte infruttuosi nell'ampia estensione 
del fondo Cortelazzo, qualche nuova scoperta casuale, non difficile a prevedere in un 
terreno sottoposto a così intenso lavoro di bonifica, fosse venuta a metterci sulla buona 
strada per qualche ulteriore e maggiore scoperta. 

L'attesa occasione si presentò verso la fine del 1914 quando il sig. Cortelazzo, 
eseguendo degli scavi a scopo agricolo nella parte settentrionale del fondo, a breve 
distanza dai nostri primi scavi del 1911, e propriamente nell'angolo fra il recinto 
del Tiro a Segno (tratto dell'ex serraglio Contarini, poi Del Mayno, ora Boiani) e 
quello del brolo Mondin confinante col Cimitero (cfr. tìg. 1 <;), ebbe a denunciare 
alla Direzione del Museo Atestino la scoperta di quantità di grossi blocchi di pietra, 
posti a filari gli uni sugli altri e costituenti un grande muraglione- 

Informata immediatamente dall'Alfonsi, stabilito anzitutto un apposito servizio 
di vigilanza e presi gli opportuni accordi col sig. Cortelazzo, che con l'ordinaria cor- 
tesia e liberalità accolse subito le nostre domande, la Sopraintendenza stabili di 
aprire in quel sito (tìg. 1 e), che sotto tutti i rapporti presentavasi oltremodo impor- 
tante, una seconda campagna di scavi regolari che, durata parecchie settimane, si 
chiuse nel migliore modo possibile. 

Quando i nostri operai iniziarono i loro lavori, la maggior parte dei blocchi 
costituenti il muraglione erano stati estratti dal sig. Cortelazzo e il muraglione stesso 
era andato nella quasi totalità distrutto; tuttavia dalle notizie forniteci da lui e dai 
suoi contadini e dai piccoli resti che noi stessi pur ne vedemmo in posto, potemmo 
formarci un' idea abbastanza esatta delle sue dimensioni, del modo com'era fatto, dello 
scopo pel quale era stato inalzato. 

Trattavasi (fig. 1 e) di una solidissima costruzione, della lunghezza di m. 12 circa, 
alle cui estremità addossavansi, a quel che pare per breve tratto, due muri più bassi, 
rientranti sulla linea della fronte, che veniva così a sporgersi innanzi formando corpo 



USTE — 368 — REGIONE X. 

avanzalo. Era essa composta di cinque corsi sovrapposti di grandi massi rettangolari 
di trachite. accostati in doppia fila, per un'altezza di oltre metri due ed uno spes- 
sore di circa un metro. Le spallette, di cui noi non trovammo più gli avanzi in 
posto, sarebbero state formate da soli tre corsi di blocchi. Nei nostri scavi rinve- 
nimmo ancora intatto l'angolo settentrionale della fronte sporgente, coronato supe- 
riormente da un blocco tagliato ad angolo retto. Un altro blocco simile, estratto dal 
sig. Cortelazzo, sarebbesi trovato, al dire di questo, all'angolo opposto a sud! 

Il poderoso manufatto, che aveva direzione da nord a sud. sorgeva a breve 
distanza dalla riva dell'antico letto dell'Adige, la cui linea è tuttora indicata dal 
leggero avvallamento di cui ho parlato sopra, e limitava da quella parte un rialzo, 
che, come ci dicono vari storici della città di Este ('), e come anche al presente 
può vedersi nelle tracce che ne permangono al piede delle muraglie del Tiro a Segno 
e del brolo Mondin dopo i lavori di livellamento eseguiti dal sig. Cortelazzo, trova- 
vasi ed estendevasi ad oriente verso l'area della città romana. 

A tutta prima, come per i trovamenti del 1848 avvenuti così vicino anzi quasi 
di fronte, si ebbe l' impressione che anche il muraglione si riferisse a lavori del- 
l'Adige e costituisse il tratto di una poderosa arginatura del nume, fatta per pro- 
teggere la città romana in un punto dove appariva per vari indizi che il nume faceva 
gomito e dove per conseguenza erasi costruita la diga scoperta nel 1848. Ma le ulte- 
riori osservazioni, sopra esposte, permisero di stabilire che tale non era stato lo scopo 
e che il muraglione, con la sua forma artistica a rientranze, era stato precipuamente 
inalzato per sostenere e limitare dal lato del fiume la terrazza costituita dal rialzo 
di cui abbiamo parlato, e che quindi speciale importanza aveva dovuto avere nell'età 
romana, epoca in cui, per la stessa altezza delle assise superiori, mostrava di rife- 
rirsi il manufatto. Ciò venne ampiamente confermato dagli oggetti rinvenuti nei nostri 
scavi e dalle osservazioni che possono ricavarsene. 

Descrivo ora qui per ordine, cominciando dal basso, le risultanze dei nostri scavi. 

Di speciale rilievo per la topografia e la storia primitiva di Ateste è lo strato 
più antico e profondo, sottostante al piano di posa del muraglione. 

Questo fu rinvenuto fondato, a m. 2,50 di profondità dal piano attuale di cam- 
pagna, sopra una palafitta o meglio gettata di legname; ma, come fu potuto subito 
constatare, non si trattava di una costruzione organica né coeva all'erezione del mura- 
glione, sibbene di cosa affatto indipendente, d'epoca assai più antica, dovuta ad uno 
stanziamento umano ivi stabilitosi molti secoli prima dell'età romana. Di fatti quella 
costruzione, accompagnata agli avanzi di cui parlerò più innanzi, e che servono a 
confermarne la natura e lo scopo, apparve indistintamente in tutte le fosse da noi 
aperte intorno e lateralmente al muraglione, anche in quelle più lontane, dove nes- 
suna ragione costruttiva del muraglione stesso avrebbe potuto spiegarne l'esistenza. 
Era un'ampia ed estesa costruzione che dalla sinistra del fiume prolungavasi dentro 
terra verso e sotto l'area della città romana ( s ), e che io chiamo gettata di legname 

(*) V. per es. Alesai, op. cit., pag. 38; Nuvolate op. cit., loc. cit. 

(*) Vengo informato dall'Alfonsi che un tratto di palafitta, evidentemente appartenente alla 
stessa gettata di cui ci stiamo occupando, fu scoperto in luogo vicinissimo ai nostri scavi, cioè 



REGIONE X. — 869 — ESTE 

e non propriamente palafitta, perchè soltanto in alcuni punti risultò formata di veri 
e proprii pali di rovere, di dimensioni diverse ma non molto lunghi, confitti verti- 
calmente nel terreno, sui quali poi eransi distesi orizzontalmente altri pali e tavo- 
loni. In altri punti, invece, consisteva di rami e pezzi d'albero, fra i quali si trovò 
anche un grosso ceppo segato e gettato di traverso, costipati e battuti, coperti cer- 
tamente in origine di uno strato compresso di terra. 

Come in altri luoghi bassi e paludosi, soggetti a facili infiltrazioni ed esposti 
alle inondazioni, questa gettata di legname, sulla quale s'inalzavano le povere 
capanne di un villaggio primitivo, costruite come al solito di rami d'albero, di frasche, 
paglia e terra battuta, doveva avere lo scopo di creare uno strato permeabile sotto 
alle abitazioni. Osservo che anche in Adria, nello scavo stratigrafico eseguito dalla 
Sopraintendenza l'anno 1910 dentro l'orto del R. Ginnasio Bocchi, nel pieno dell'area 
dell'antica città, fu incontrata, nello strato più profondo, una gettata del tutto simile 
di legname, che i primi non autorizzati divulgatori delle ricerche chiamarono a torto 
senz'altro una vera palafitta ( x ). 

Sul piano della gettata ed in mezzo ai travi e ai legni marciti che la costitui- 
vano si raccolsero avanzi di manufatti, che mentre ne confermano l'uso e la destina- 
zione, permettono di riconoscere l'età dello stanziamento umano che le dette origine. 

Trattasi anche qui nella quasi totalità di resti di ceramiche primitive, di colore 
prevalentemente nero bruno, più raramente rossicce e cinerognole, d'impasto rozzo nei 
vasi più grandi, abbastanza depurato e quasi fine nei vasi più piccoli, alcuni dei 
quali, lisciati a stecco, presentano una superfìcie levigata e lucente. 

Tra le forme dei vasi maggiori s' indovinano le pentole di non troppo grandi 
dimensioni, le olle panciute munite talvolta di coperchio a ciotola, le grandi tegghie 
a bacino con orlo basso svoltato in fuori. Il frammento di una ciotola-coperchio, dal- 
l'orlo rinforzato, elegantemente svoltato in dentro, presenta ancora uno dei forellini 
per cui passava la cordicella che serviva ad appenderla. Fra i vasi più piccoli pre- 
dominano quelli a piede conico riverso, le ollette a semplice fondo appiattito, le 
piccole coppe-coperchio e i bicchieri. Qualche vasetto a bicchiere, come quello fig. 3 
n. 1, ha ancora la rozzezza e la grossolanità delle ceramiche affatto primitive. I 
frammenti di altri, invece, presentano il carattere evoluto e la caratteristica deco- 
razione a grafite dei vasi del secondo periodo. Un frammento di coppa è ornato di 
fasce a stralucido; un altro, facente parte di una coppa-coperchio a fondo ombili- 



nella fossa del Tiro a segno a quattrocento metri. Altre tracce si sarebbero pure scoperte, come 
egli mi riferisce, a qualche centinaio di metri a sud-est, nell'ex-brolo Romano alla Salute, nei pressi 
del ponte romano della proprietà Zago-Pellesina. Il Prosdocimi, ricordando la diga scoperta nel 
1848 (v. sopra pag. 365 nota 4) aggiunge, senza dire donde trasse la notizia, ch'essa u si trovò fondata » 
sopra una palafitta di grossi tronchi di rovere. Data la grande vicinanza coi nostri scavi potrebbe 
supporsi che anche qui si tratti di un pezzo della gettata ; ma bisogna considerare ch'essa verrebbe 
cosi a trovarsi di là dal braccio del fiume, oltre il gomito ch'esso qui faceva nell'età romana 
(v. sotto pag. 3S1) e ciò infirma assai l' ipotesi. 

(') V. Bull, di paletn. it., XXXVI, 1910, pag. 196 sgg. Del resto, per rimanere nel territorio 
padovano e il più possibilmente vicino a Este, ricordo che una gettata affatto simile apparve anche 



ESTE — 870 — REGIONE X. 

cato, esibisce un giro di eleganti cerchielli a borchietta stampati. Fra le anse dei 
yasi. oltre quelle ad anello rialzato, come nel vasetto testé ricordato, e quelle a nastro 
pure verticale comuni alle olle ed alle tegghie, ve ne è qualcuna costituita da un 
semplice cordoncino d'argilla applicato in forma di staffa o d'arco sulle pareti del 
vaso (cosiddetta pseudo-ansa) (fig. 3, n. 2). Nessuno di questi vasi era decorato di 
ornati a graffito o a rilievo: gli unici generi di ornamentazione che vi si sono riscon- 
trati, specie nelle olle e nelle tegghie, consistono in un cordoncino rilevato fra due 
solchi, praticato sotto l'orlo del vaso, ed in una fila di piccole strie inclinate paral- 
lele. Tra i fittili debbonsi infine ricordare una piccola ciambella del diametro di 
era. 6 (fig. 3, n. 3), ed uno dei soliti rocchetti o cilindri a doppia capocchia. 

Le descritte ceramiche, mentre per gli impasti, le forme e la lavorazione di alcuni 
pezzi presentano punti di contatto con quelle della non lontana stazione del Monte 
di Lozzo, una delle più antiche delle finora studiate nella regione degli Euganei ('), 
offrono però nel complesso maggiori e più spiccate affinità con i fittili più arcaici 
raccolti in Este stessa nei gruppi di abitazioni che si estendevano lungo la linea che, 
costeggiando la città a mezzogiorno, va a finire ad oriente di essa nei pressi della 
Stazione ferroviaria, cioè (v. sotto pag. 381) soprattutto in via Restara (fondo 
Don Angelo Pela) (') e Cane vedo (brolo Morini ( 3 ), fabbrica dei fiammiferi (*) 
e specialmente fondo già Burchiellaro, ora Dal Bello, ove anche noi conducemmo 
l'anno 1913 una breve campagna di scavi, notando e trovando cose che completano 
le osservazioni già fatte nel 1883 dal Prosdocimi) ( 6 ). Da queste analogie possiamo 
concludere che lo stanziamento umano che lasciò i suoi avanzi nello strato più pro- 



nella stazione primitiva scoperta alle falde del Monte Rosso nella regione settentrionale degli Eu- 
ganei, cf. Bull. d. Mus. Civ. di Padova, IX, 1906, pag. 37 sgg.; Bull, di Paletti, it., XXXII, 
pag. 174, e che qualcosa di analogo si trovò pure nella ben nota stazione lacustre di Arquà Pe- 
trarca, cfr. Bull. d. Mus. Civ. di Padova, IV, 1901, pag. 102 sgg.; Bull, di Paletn. it. XXVII, 
pag. 265. 

(') Alfonsi, in Notizie 1903, pag. 547 sgg. 

(") Ghirardini, Notizie 1901, pag. 223 sgg.; Alfonsi, Bull. pai. it., 1901, pag. 57 sgg.; Notizie 
1903, pag. 445 sgg. 

(») V. Alfonsi, Notizie 1903, pag. 452 sg. 

(*) Alfonsi-Ghirardini, Notizie 1901, pag. 467 sgg.; Bull. pai. it., 1902, pag. 142. 

(») Bull. pai. it., XIII, 1887, pag. 445 sgg., tavv. VII-X. Quanto ai nostri scavi del 1913, 
sebbene non aggiungano gran che di nuovo a quanto aveva già rilevato il Prosdocimi, meritano 
tuttavia di essere fatti noti. Poiché quindi se ne presenta l'occasione, ne dò qui un breve cenno. 
Furono eseguiti in un appezzamento dell'antico fondo Burchiellaro, ora di proprietà Dal Bello, e 
durarono dal 3 novembre al 6 dicembre 1913. Furono aperte parecchie trincee. La stratificazione 
che fu osservata nella prima di queste era la seguente: fino a m. 1,70 terreno alluvionale misto 
a filoncini di sabbia; da 1,70 a 1,90 terreno valli vo con avanzi di erbe e conchiglie palustri; da 
1,90 a 2,30 terreno nero, grasso e carbonoso; al di sotto, terreno alluvionale scarantoso, nel quale 
a 2,50 sgorgava l'acqua. Nello strato vallivo sì trovarono disseminati qua e là frammenti di vasi 
romani di argilla rossa finissima (pezzo di orciuolo decorato a rameggi). Lo strato archeologico 
preromano era quello sottostante al vallivo, che in altre trincee apparve di spessore molto mag- 
giore di 30 centimetri. In un punto si presentò anche stratificato a cumuli tangenti, forse ciascuno 



REGIONE X. 



— 371 — 



EStE 



fondo del podere Cortelazzo va riferito ai primi stadi della civiltà paleoveneta, cioè 
al primo e secondo periodo Prosdocimi. 

Dna conferma del termine post quem può trovarsi nell'unico oggetto di bronzo 
raccolto nello scavo: il piccolo spillone od ago crinale (fig. 3, n. 4). Tale oggetto, 
come è noto, è estraneo alle tombe del primo periodo e comincia ad apparire sol- 
tanto in quelle del secoudo, dove assume ordinariamente la forma comune anche alle 




Fio. 3 



tombe del terzo periodo, con la testa ornata di globetti più o meno pronun- 



spettante ad una capanna. Ma di queste, come già negli scavi illustrati dal Prosdocimi, non appar- 
vero in alcun luogo né pali né tracce di pali o altri indizi che permettessero di determinarne 
con sicurezza la pianta e le dimensioni. In una trincea si trovò un pezzo di pavimento formato 
d'un battuto di argilla arrossato dal fuoco, sopra il quale, più alto di 10 centimetri, stava il foco- 
lare vero e proprio. Di questi focolari se ne scopersero altri cinque, in gran parte frammentarii. 
Erano fatti d'argilla battuta cotta e screpolata dall'azione del fuoco. In due casi erano accostati 
a coppie, ed uno aveva forma circolare con i margini estremi arcuati e contornati d'un bordo 
rilevato. Anche un altro focolare aveva forma leggermente arcuata. 

Si sterro anche parte della platea o battuto d'argilla concotta, scoperto nel 1883 e che il 
Prosdocimi aveva attribuito ad un'ara crematoria {Bull, citato, tav. X). Stava alla profondità di 
50 cent, dentro il primo strato alluvionale e si constatò trattarsi non già di un battuto antico, ma 
del « fondo di una vecchia fornace di mattoni ad aria libera n (giornale Alfonsi). Alcuni di questi 
mattoni si trovarono abbandonati sul piano della platea. 

Nello strato archeologico preromano si raccolsero, in mezzo alla terra untuosa e ai carboni, 
numerosissimi cocci di vasi, ossa di animali, corna segate di cervo, ciotoli fluviali, pietre trachi- 

Notizik Scavi 1916 — Voi. XIII. • 49 



ESTE — 372 — REGIONE X. 

ciati (*). L'esemplare Cortelazzo presenta nell'ornato della testa un carattere piatto 
e discreto, per quanto non privo d'eleganza, ciò che forse significa che, pur doven- 
dosi sempre riferire al secondo periodo, non siamo ancora nella maggiore e migliore 
fase di sviluppo di questo genere d'oggetti d'ornamento. 

Oltre i fittili e lo spillone si raccolsero nella stazione due conchiglie del genere 
pecten e alcune corna segate di cervo, fra le quali merita speciale menzione la zap- 
petta (fig. 3, n. 5). Senza avere deciso carattere cronologico anch'essa può valere a 
confermare l'alta antichità del sedimento Cortelazzo. 

Mettendo ora in relazione lo strato di cui si tratta con i trovamenti del 1911 
non v'è dubbio che esso sia da identificarsi con quello che anche allora fu scoperto 
alla maggiore profondità. È vero che, stando ai dati materiali forniti dallo scavo, 
vi sarebbe un forte dislivello fra i due strati, quello del 1911 essendo apparso alla 
profondità di 4 metri dal piano di campagna, quello del 1914 a soli m. 2,50. Ma 
questa grande differenza di livello viene ad eliminarsi se si tien conto che la super- 
ficie del suolo dove si fecero gli scavi del 1914 è stata, come sopra notai, considere- 
volmente spianata negli ultimi anni sì da far sparire il dosso o terrazza che vi appa- 
riva in precedenza, mentre per converso il terreno dove sorge la casa colonica, cioè 
dove si fecero gli scavi del 1911, era stato artificialmente rialzato per ragioni facili 
a comprendersi (*). Si può inoltre pensare ad una maggiore costipazione dello strato 
archeologico fra il mobile letto delle sabbie che costituiva il fondo dello scavo del 1911, 
mentre il piano della gettata di legname è rimasto necessariamente inalterato. L' iden- 
tità dei fìttili raccolti nei due strati è una conferma della loro contemporaneità. 

Concludendo adunque dobbiamo dire che nel fondo Cortelazzo, presso una delle 
sponde dell'antico letto dell' Adige, nell'area dove più tardi si estese la città romana, 
sorse, nei primissimi tempi della occupazione veneta del paese, un villaggio formato 
di povere capanne costruite sopra una gettata di legname e le genti che vi abitarono 



tiche, due frangiteli di trachite di forma ovale con una faccia piana e l'altra convessa, una cote 
d'arenaria e, particolarmente interessanti, alcuni raschiatoi ed nn coltellino di selce, un'asticciola 
di bronzo ricurva che potrebbe essere il frammento di una fibula ad arco semplice, ed infine una 
statuetta rozzamente modellata, d'argilla nerastra, lunga circa cent. 15, rappresentante un quadru- 
pede (forse nn cane) con gambe e coda spezzate. 1 fittili, sni quali è inutile che ci fermiamo a 
lungo, riproducono in complesso molte delle forme e le tecniche di quelli raccolti dal Prosdocimi. 
Ve ne sono di lisci e di ornati a graffito, soprattutto con triangoli e meandri. Il meandro compa- 
risce anche a rilievo sur un grosso frammento di vaso panciuto. Un vasetto a bicchiere, di per- 
fetta conservazione e di rozzo impasto, è ornato sotto l'orlo di una serie di linguette a bugna; 
pezzi di una scodella presentano delle baccellature. Notevole è un grosso piede campanulato di 
vaso, traforato con cinque larghe aperture. 

Insieme coi resti di vasi si raccolsero alcuni pezzi di alari fittili, qualcuno decorato di meandro 
rilevato e parecchie fusaiuole e rocchetti. 

Meritano infine di essere segnalate a parte due zappette ottenute con grosso corno di cervo 
temperato a tagliente, ed un altro istrumento d'uso analogo pure ricavato da una punta di corno 
di cervo, aguzzata a semicerchio e quindi dentata. 

(') V. in proposito Ghirardini, Notizie 1888, pag. 150. 

(*) Ora anch'esso è stato livellato dal sig. Cortelazzo. 



REGIONE X. — 378 — ESTE 

vi rimanevano ancora quando nei sepolcreti si ponevano le tombe del secondo periodo 
Prosdocimi. 

Dna differenza fra le stratificazioni apparse nel 1911 e quelle osservate nel 1914 
sta in ciò che, mentre nelle prime, al disopra dello strato più antico, se ne trovò un 
altro che può assegnarsi ad una fase ulteriore della civiltà atestina, cioè fino a com- 
prendere il terzo periodo, negli scavi del 1914 questo secondo strato mancò. Al di- 
sopra della gettata, per uno spessore di circa un metro e mezzo, non si trovarono che 
leggeri strati alluvionali sovrapposti, completamente privi di avanzi delle industrie 
umane. 11 che dimostra che nel corso del secondo periodo quel sito fu dovuto abbando- 
nare dai suoi abitatori, probabilmente per qualche grande inondazione del fiume. 

Soltanto nello strato superiore, dalla superficie alla profondità di un metro circa, 
apparvero negli scavi del 1914 altri resti di manufatti che per la qualità e gli im- 
pasti mostravano di appartenere all'età romana. Era lo stesso strato apparso in con- 
dizioni analoghe negli scavi del 1911: se non che esso era molto più povero di og- 
getti, a causa dei forti rimaneggiamenti che il terreno aveva subito nell'antichità 
stessa e dei lavori agricoli che, come notammo, vi furono fatti recentemente. 

A quest'ultimo strato romano debbonsi riferire i resti di vari muri di fonda- 
zione in cotto che si rinvennero nelle trincee a nord e ad oriente del muraglione e 
che con le estreme assise dei mattoni scendevano fin dentro agli strati alluvionali 
sovrastanti alla gettata. Il tratto più considerevole di tali muri formava squadra, 
aveva i lati di circa m. 4 e fu rinvenuto subito al di là del muraglione quasi ad- 
dossato alla faccia interna di questo, dentro la massa della terrazza più volte men- 
zionata. Un secondo tratto, di maggiore spessore, posto in direzione est-ovest, era 
stato più tardi utilizzato per base di due grandi massi trachitici che, come ebbe a 
dire il sig. Cortelazzo, erano stati posti di rincalzo al muraglione nella sua parte 
interna. 

Ma è tempo che 'ritorniamo al muraglione e ai problemi che vi si connettono. 

La ragione per cui esso venne costruito, il tempo che rimase in uso, quali altri 
manufatti vi si colleghino risultano evidenti dagli oggetti che si riferiscono al pianò 
della terrazza che esso limitava dal lato di occidente e che si rinvennero ammuc- 
chiati sulla fronte del muraglione nel tratto fra esso e la sponda del fiume. 

Quivi, sopra i resti della gettata della primitiva stazione umana, si trovò stra- 
tificato irregolarmente, cioè decrescente dal piede del muraglione al margine del- 
l'acqua, per uno spessore medio di cm. 20, un singolare deposito, costituito di un 
terreno durissimo, oltremodo ricco di ferro e letteralmente pieno di oggetti lavorati 
di ferro, rame, bronzo, piombo, perfino di terracotta e di vetro, e monete. Se non 
che il ferro di molti oggetti, ossidandosi e decomponendosi, aveva cementato fra loro 
il terreno e gli oggetti che vi erano contenuti, in modo che lo strato intero aveva 
assunto aspetto e durezza quasi di roccia. Mi basti dire che per esaminarlo e per 
estrarne una certa quantità degli oggetti che conteneva, fu dovuto rompere in pezzi 
e frantumar poi questi a colpi di martello. 

La messe che vi si raccolse, e che non ostante ascenda ad alcune centinaia di 
oggetti, rappresenta soltanto un saggio di ciò che lo strato intero conteneva, mostra 



ESTK — 374 — REGIONE X. 

la più svariata suppellettile che possa immaginarsi. Alcuni oggetti non sono più che 
resti di altri maggiori distrutti, quali cofanetti, scatole, vasi, monili ecc. Altri og- 
getti rivelano aspetti della vita comune delle genti veneto-romane, dell'abbiglia- 
mento, dell'acconciatura ecc. ; altri sono utensili della vita ordinaria o si riferiscono 
a particolari industrie, arti e mestieri, quali la pesca, la caccia, la medicina e così 
via di seguito. Senza diffonderci qui in minute descrizioni che ci porterebbero troppo 
lungi, accenno sommariamente, per materie e per classi, agli oggetti ricuperati. 

Rame e bromo: numerosa serie di spilloni e di spilli appuntiti alle estremità, 
lunghi da cm. 40 a 5; altra serie pure numerosa di aghi a una e a due crune, a 
capocchia tonda, appuntita o a paletta, talvolta con custodia alla punta; aghi crinali; 
imbellissimo cucchiaino oblungo a manico striato e testa ingrossata a sonda; spato- 
lette, palettine. sonde, pinzette ed altri utensili, soprattutto piccolissimi e finissimi cuc- 
chiaini a bordo piatto o ricurvo che io ritengo d'uso chirurgico; cucchiaini d'uso 
comune, fra i quali uno bellissimo tondo col manico striato e la punta aguzza, ed un 
altro semicircolare munito di maniglietta nel manico; nettaunghie e nettaorecchie ; 
parecchi ami da pesca di forme e grandezze diverse; uno spillo a doppia forchetta, 
forse per lavorar reti ; una cuspide di lancia a lama sottile, forse per ornamento di 
cancellata; bossoli; un tintinnabulo; frammenti di specchi; bottoni e dischetti di 
lamina forati al centro; borchie e borchioni; piccoli breloques; spunzoni a sigillo; 
manico di mestolo; frammenti di vasi; anse di varia grandezza, fra cui delle ma- 
nigliette di cofani; pometti di presa; l'asticella di una bilancia; lamin-lle; armille 
ed anelli; fibbie da cavalli; tre fibule tipo La Tene, tra cui una ad archetto sottile 
scudato presso la doppia molla e due altre a cerniera; un piccolissimo gancetto a 
tubetto conico; un altro desinente in piastrellimi; un terzo a falce; una catenella a 
doppia maglia lunga cm. 37; il frammento di un'altra a maglie minute; orecchini; 
due piccoli ornati a pelta; un pezzo d'applicazione traforato ad asticciole e pometti 
con una testa di grifo finemente incisa; due rotelle massicce col bordo scanalato a 
carrucola, in una delle quali è incastrato il pezzo di un pernio di ferro; chiodetti: 
svariati frammenti di oggetti irriconoscibili ; monete ; e in fine, specialmente note- 
vole, una sottile placchetta quadrangolare a doppia maniglietta (per broche?) che 
reca nel centro incastonata in argento una testina di moro di profilo a destra. 

Ferro : due ascie-martello ; uno scalpello ; una grossa bietta ; una tauaglietta a 
forbice; pezzi di chiavi; anelli; fibbie; frammenti di coltelli e probabilmente di 
lance e d'altre armi; bossoli e sbarre d'oggetti diversi; serie abbondantissima di 
chiodi; cardini di porte; pezzi informi d'oggetti guasti e in gran parte distrutti 
dall'ossido. 

Piombo : un peso piatto di stadera ; una piastrella tonda, imitazione di medaglia, 
recante nel diritto due teste affrontate con i capelli tagliati secondo la moda dell'età 
di Augusto e degli imperatori della gente giulia-claudia, nel rovescio una quadriga 
montata da una Vittoria; frammenti non definibili e colature. 

Oro : piccolissimo anello del diametro di mm. 16 a castone appiattito. 

Vetro e pasta vitrea: numerosi frammenti di vasi diversi; una perla da col- 
lana striata di colore azzurrognolo. 



REGIONE X. • — 875 — ESTE 

Terracotta: frammenti di anfore e d'altri vasi comuni; pezzetti di 7asi are- 
tini, uno con la rappresentazione in rilievo di una capra accovacciata ; due lucernette 
monolychni con la stampiglia di un vaso sul piano concavo; frammenti di altre lu- 
cerne; una statuetta acefala e frammentaria che rappresentava, a quel che pare, un 
cane; pezzo dell'orlo e dell'ansa di un bicchiere a invetriatura verdognola, ornato di 
file di spunzoncini, raro genere di ceramiche apparso però anche altrove nel Veneto; 
un coperchio bollato di anfora vinaria, ecc. 

Osso: alcuni stili ed aghi. 

Materie diverse: conchiglie del genere ostrea epeeten; corna segate di cervo; 
noccioli di pesche ecc. 

Al di sopra dello strato archeologico solidificato, che abbiamo descritto fin qui, 
se ne trovava un altro di natura affatto diversa, ma non meno caratteristico. Consi- 
steva esso unicamente di oggetti sciolti, facilmente franabili, distribuiti a scarpata 
sulla fronte del muraglione, in modo che nella sezione a triangolo retto che ne risul- 
tava uno degli angoli acuti veniva a trovarsi sulla faccia del muraglione a circa 
due terzi dalla base e l'altro si protendeva verso la riva del fiume. Trattavasi eviden- 
temente di materiale caduto o gettato giù, contemporaneamente e alla rinfusa, dal- 
l'alto del muraglione e della terrazza sovrastante e distribuitosi appunto a mo' di 
materiale di scarico. 

11 nucleo principale era costituito di laterizi — mattoni, tegole, coppi — di 
schietta fattura romana. Su due pezzi di tegole si legge la marca di fabbrica Ner. 
Claud. Pansian. (lettere in nesso: C. I. L. V, 8110, 24): in altri la sola voce Pan- 
siana seguita da un riccio (C. /. L. V, 8110, 6). Nel rimanente componevasi di avanzi 
architettonici e pochi altri oggetti. 

Gli avanzi architettonici sono di due specie : di pietra e di terracotta. Fra i 
primi debbonsi menzionare: una numerosa serie di cornicette di marmi svariati, ed 
un'altra anche più abbondante di lastrine per decorazioni di pavimenti, pareti ecc.; 
un capitello di pilastro in pietra tenera; due cimase sagomate id. ; pezzi diversi di 
marmo e pietra. Fra i resti di terracotta, oltre a frammenti diversi, meritano spe- 
ciale menzione alcuni pezzi di cimase, taluni modanati a semplice gola, altri a gola 
con maschera leonina di forte aggetto (misure: m. 0,69X0,30X0,10), e alcune me- 
tope e triglifi. Le metope sono di tre specie: a bucranio, a bustino di Minerva, a 
voluta. Della prima specie si raccolsero due lastre quasi intere ed una terza fram- 
mentata. Ogni lastra (fig. 4, n. 1), a superfice giallo-rossetta, lunga m. 0,445, larga 
m. 0,42, spessa m. 0.07, presenta un incastro a dente nel lato inferiore, destinato 
a fissarla nell'architrave; il bucranio, di prospetto, a l'orti e vigorose linee, è deco- 
rato di vitte a capi penzolanti. Delle metope con la Minerva fu recuperata una quasi 
intera e altre due frammentate. Le lastre (fig. 4, n. 2), dell'identiche dimensioni 
delle precedenti e com'esse munite d'incastro a dente nella parte inferiore, sono di 
color gialletto. Nel mezzo di una grande patera o scudo concavo, decorato all'orlo 
di un giro di ovoli, nell'interno da incastri alternati a goccio e a foglie, staccasi 
ad alto rilievo un piccolo busto di Minerva galeata e paludata, dai capelli ric- 
ciuti, dai contorni fini, dall'espressione delicata; del paludamento scorgesi il bot- 



ESTE 



— 376 — 



REGIONE X. 



tone sulla spalla destra Delle metope con la voluta fu raccolta soltanto la parte 
superiore di ima lastra (tig. 4, n. 3), come attesta li larghezza del pezzo conser- 
vato che al pari di quella delle altre metope, è di era. 42 e la mancanza dell'incastro 



P 




Hi 





I 




Fig. 4. 



a dente che quelle mostrano inferiormente. Il colore è gialletto come nelle metope 
con la Minerva. Dei triglifi si ebbero due interi (v. fig. 4, n. 4) e frammenti di 
altri sei. Propriamente le scanalature, larghe e profonde, sono due, quelle centiali; che 
delle due metà laterali è appena indicato il principio. Sono di color rossetto, come 
le metope col bucranio; non hanno l' incastro a dente inferiormente, lo hanno invece 
nei due lati. Le scanalature sono limitate superiormente da un largo listello liscio, 



REGIONE X. — 377 — ESTE 

separato da una piccola gola a solco, inferiormente da un listello più piccolo, da 
un'altra gola a solco e da tre paia di gocce piramidali sottostanti alle costolature 
verticali del triglifo. Misurano come le metope m. 0,445 d'altezza; sono larghi 
m. 0,39 compresi i denti laterali, m. 0,35 senza di questi; lo spessore varia da 
mm. 85 a mm. 95, è cioè sempre maggiore delle metope, ciò che non può sorpren- 
dere perche i triglitì aggettano dovunque nei fregi rispetto alle metope. 

Fra gli oggetti non architettonici debbonsi segnalare: un frammento di colon- 
nina di marmo scolpita a tronco di palma, forse il sostegno di qualche statua; quattro 
ciotoli oblunghi scavati superiormente a profondità diverse, probabilmente pesi di 
bilancia; cinque frammenti di mortai di pietra; frammenti di un vaso di alabastro; 
un denaro d'argento di Antonio col ricordo della legione XII, battuto l'anno 31 a. C. 
(Babelon, I, pag. 201, n. 119); due piramidette fittili a sagoma assottigliata all'estre- 




Fio. 5. 

mità munite di foro alla testa; un collo d'anfora con la marca HAD-AVtì (au in 
nesso); il collo e parte delle spalle di un'altra anfora recante dipinta a color nero 
grasso l' iscrizione in caratteri capitali corsivi del primo secolo dell' Impero, di cui 
riporto il fac-simile (fig. 5). 

Collegando i due travamenti fra loro, è chiaro doversene dedurre l'esistenza nei 
pressi del muraglione, sopra la terrazza che esso limitava dal lato d'occidente, di un 
edificio di carattere religioso, cioè di un sacrario. Ciò risulta principalmente dal 
carattere e dal numero degli oggetti che formavano lo strato più basso e che credo 
non si possano altrimenti spiegare che come gli avanzi di una stipe votiva. La mente 
corre subito per confronti alla stipe — tanto più cospicua di oggetti e tanto più impor- 
tante per le deduzioni che possono ricavarsene ; ma, se si tolgono le due categorie 
principali delle iscrizioni e dei monumenti figurati, così affine alla nostra — scoperta 
nella chiusura Baratela, nel sacrario della dea Rehtia. Mancano pur troppo sulla 
topografia e sulle condizioni di giacitura di tale unico complesso di monumenti votivi, 
scavati da un contadino a solo scopo di lucro, notizie particolareggiate di qualsiasi 
sorta; ma quel poco che pur ne sappiamo, l'essere stati tutti quegli oggetti trovati 
« disseminati in un'area bastantemente ristretta in vicinanza degli avanzi di un 
muro a massi irregolari di macigno, lungo oltre m. 12, largo m. 0,60 » non lungi 
dal quale si estrassero pure « molti frammenti architettonici »(*), presenta tali punti 

(1) Ghirardini, Notizie 1888, pag. 3 sgg. 



BSTB — 378 — REGIONE X. 

di affinità, anzi di somiglianza, con i nostri trovamenti del fondo Cortelazzo che 
l'ipotesi si tratti anche qui di un complesso analogo può dirsi accertata. 

Un'ulteriore e definitiva conferma che si abbia a che fare con i resti di un 
santuario è data dai trovamenti fatti nel 1709, che già ricordai di sopra somma- 
riamente; trovamenti, che senza alcun dubbio si riferiscono a. quello stesso monumento, 
di cui anche noi scoprimmo gli avanzi e coi quali pertanto le nostre scoperte for- 
mano tutto un insieme, illustrandosi a vicenda. 

Ciò è provato anzitutto dalla circostanza che quei trovamenti furono fatti nel 
luogo stesso dove furono eseguiti i nostri scavi, cioè « a poca distanza dall'angolo occi- 
dentale del serraglio Contarini » (attuale Tiro a Segno e serraglio Boiani, v. sopra 
pag. 367) come dice in guisa da escludere ogni dubbio l'Alessi ( J ); poi dalla natura 
delle scoperte e degli oggetti che furono allora rimessi in luce. Narra infatti l'Alessi 
che • furono ritrovati ben 10 piedi sotterra (= m. 2,80, cioè all' incirca alla stessa 
profondità dei nostri scavi) molti pezzi di marmo di varia mole, in una gran massa 
di altri frammenti e di rovine » fra cui enormi pietre che, messe nuovamente in 
opera, servirono a lavori diversi; « incapparono gli operai in una gran massa di pezzi 
di mattoni e di marmi confusamente ammucchiati, tra cui discernevansi rotte colonne, 
basi, capitelli, cornici, teste e membra varie di statue ed altri vestigi di antichità » . 
Accennando quindi particolarmente ad alcuni degli oggetti trovati, l'Alessi ricorda, 
oltre il rilievo di Argenida citato al principio di questa relazione, un grosso blocco 
di marmo con iscrizione a cui era attaccato un anello di ferro e alcuni « frammenti 
di statue » , che però dalla descrizione ch'egli ne dà sembrano piuttosto rilievi votivi, 
cioè: un frammento con la figura di Giove seduto « simile a quella che si vede 
nelle medaglie di Domiziano, di Marco Aurelio e di Commodo » dinanzi a cui « era 
l'apparecchio del sacrificio d'un maiale apportatovi dal ministro »; un altro, con un 
piede che l'Alessi attribuì ad una figura di Pallade « con l'unghia della civetta » ; 
un terzo, con una pecorella, una zampogna e i piedi nudi di un uomo, in cui, certo 
inesattamente, egli suppose raffigurato Apollo (Paride con la greggia?) ( 8 ). 

Già subito dopo le scoperte del 1709 il Silvestri, seguito poi dall' Alessi e da 
tutti gli altri, assegnò quelle rovine ad un tempio che giustamente l'Alessi voleva 
collocato sulla vicina terrazza ( 3 ) e che entrambi supposero, sulla testimonianza del 
rilievo di Argenidas. dedicato ai Dioscuri. 

Non può quindi cader dubbio che tanto i ruderi scoperti nel 1709 quanto quelli 
tornati in luco nei nostri scavi del 1914, si riferiscono ad un santuario. Soltanto 
non pare davvero che esso fosse « un tempio suntuoso » quale lo ritennero l'Alessi e 
gli altri ; ma, come insegnano le modeste proporzioni e la semplicità dei resti architet- 
tonici, doveva consistere di uno o fors'anco di più sacelli riuniti, costituenti un sacrario 
di non grandi dimensioni, quale anche doveva essere, nella parte opposta della città, 
il santuario della dea Rehtia, per tanti rispetti analogo al sacrario del fondo Cor- 
telazzo (v. sopra, pag. 377). 



(') Op. cit, pag. SO. 

(*) Alessi, op. cit., pag. 30 sgg. 

(') Op. cit., pag. 33. 



REGIONB X. — 379 — USTE 

Che poi esso sia stato dedicato ai Dioscuri, come supposero gli antichi illustra- 
tori, pare anche a me oltrernodo probabile, per non dire certo. La presenza del 
rilievo di Argenidas, sul quale si fondarono il Silvestri, l' Alessi e gli altri, costi- 
tuisce invero già di per se un validissimo argomento in favore di quell'ipotesi. 
Non si potrebbe infatti intendere altrimenti come mai un rilievo greco, anzi di fab- 
brica, come anch' io ritengo, laconica ( x ), dedicata da nn greco, sia potuto andare 
a finire ad Este nel sito dove sorgeva il santuario Cortelazzo. se il culto in questo 
professato non era quello stesso delle divinità rappresentate nel rilievo votivo. Né 
con tale ipotesi contrastano minimamente le altre rappresentazioni figurate, rinvenute 
nel 1709 e menzionate dall' Alessi, cioè quella di Giove seduto a cui si porgeva un 
sacrificio e quella di un pastore accompagnato da una pecora, nel quale supponemmo 
Paride e la sua greggia, perchè tanto Giove quanto Paride sono nella mitologia 
strettamente connessi con i Dioscuri. 

Ma anche dai nostri scavi è dato ricavare, se io non m' inganno, qualche altro 
argomento in appoggio di quell'ipotesi. Accennando alla suppellettile votiva trovata 
nello strato roccioso, notai come di essa facciano parte numerosi istrumenti di uso 
chirurgico. Questi anzi sono così abbondanti, rispetto agli oggetti delle altre cate- 
gorie, da costituire una parte caratteristica dell'intera stipe. Ora, o io m'inganno 
o la presenza in siffatto numero di tali istrumenti chirurgici non può non aver avuto 
relazione con il culto professato nel sacrario. Se ciò è esatto, l' ipotesi che il sacrario 
fosse dedicato ai Dioscuri acquista un ulteriore grado di probabilità, convenendo 
ottimamente ad essi le offerte di tal genere. Divinità protettrici in senso generico, 
i Dioscuri erano divenuti nell'età ellenistica e romana, per il lento sovrapporsi di 
concetti e di attribuzioni speciali, anche i soccorritori dei malati, i protettori degli 
afflitti da morbi e quindi dei medici e della medicina, medici anch'essi. Nessuna 
maraviglia dunque di trovare nella stipe votiva di un loro tempio oggetti chirurgici 
in tanto numero. E probabilmente ad un concetto analogo risponde anche la presenza, 
in numero considerevole, nella stipe Cortelazzo, degli ami da pesca, in quanto che 
i Dioscuri, identificatisi coi Cabiri di Samotracia, erano anche divinità marinare, 
protettori della navigazione e quindi anche dei pescatori. Insomma anche per queste 
considerazioni l' ipotesi che il sacrario Cortelazzo fosse dedicato ai Dioscuri appare 
sempre più attendibile. 

Resta ora a indagare l'età in cui il sacrario venne eretto ed il tempo che 
rimase in piedi. Il materiale raccolto ci offre in proposito dati decisivi. Già il carat- 
tere dei resti architettonici, le tegole con le marche delle fabbriche Pansiane, la 
paleografia dell'iscrizione di Argenidas, accennano all'età romana. Alla stessa epoca 
ci riportano il danaro di Antonio, il collo d'anfora col bollo Had. Aug. e quello con 
l'iscrizione fig. 5; alla stessa epoca in fine richiamano gli oggetti della stipe votiva, 
non escluse le fibule La Tene le quali, come è noto, furono in uso anche nei primi 
due secoli dell' Impero (*)'. 

( l ) Cfr. Albert in Darerabevg-Saglio, Dictionnaire ecc., II, pag. 255, nota 138. V. anche Dressel- 
MilclihOfer, Athen. Mittheil., II, pag. 390 nota, e i rilievi del gruppo. 
(*) V. per tutti Ghirardini, Notizie 1888, pag. 157 sgg. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIIL 50 



KSTK 



380 — regione x. 



Le monete permettono una più esatta limitazione. Prescindendo dal denaro di 
argento di Antonio, trovato nello strato dei laterizi e dei frammenti architettonici, 
fra la settantina di monete di bronzo raccolte nello strato ferroso, una sola, cioè un 
asse unciale trito e corroso, del peso di gr. 20, appartiene ancora alla Repubblica. 
Tutte le altre monete — in prevalenza dupondii con qualche sesterzio e due assi — 
spettano all' Impero. Ecco come si ripartiscono le venticinque che si poterono classifi- 
care: cinque di Augusto, fra cui una battuta a Cesarea nella Spagna Tarraconese ; 
una di Tiberio; due di Claudio; una forse di Vitellio; una di Vespasiano; quattro 
di Domiziano; due di Traiano; due di Adriano; cinque di Antonino Pio; due di 
Faustina Maggiore. Nessun pezzo scende oltre gli indicati termini, e ciò è confer- 
mato indirettamente dal. fatto che le monete più recenti, cioè quelle di Antonino e 
Faustina, erano ancora fior di conio quando furono deposte nella stipe. 

Possiamo adunque concludere che il santuario appartiene per intero all'età 
romana; che, inalzato tutt'al più ancora alla fine della Repubblica, venne distrutto 
e abbandonato intorno alla metà del sec. Il dell'era volgare, dopo essere stato in 
piedi circa due secoli ('). 

Fu la distruzione dovuta a una catastrofe repentina o ad un piano stabilito e 
preordinato? Ciò non è possibile dire. Certo è che non cadde preda d'un incendio, 
perchè di questo non si riscontrò traccia alcuna nelle rovine; né può, io credo, pen- 
sarsi ad un' inondazione dell'Adige, poiché il sito eminente e munito su cui sorgeva, 
doveva proteggerlo dalle piene del fiume. Se venne a mancare per subitaneo evento 
l'ipotesi ovvia è che ne sia stato causa un terremoto. 

È degno di nota che anche il sacrario della dea Rehtia, nella parte opposta 
della città e che tante volte abbiamo avuto occasione di richiamare pei confronti, 
rovinò, come ci dicono le monete, circa allo stesso periodo di tempo (la moneta più 
recente ivi raccolta è di Adriano) e per causa, che, se resta ignota, presenta anche 
qui gli stessi caratteri. Non mi par fuori di luogo supporre che tali concomitanze 
non sieno state casuali. 

Riassumendo : le risultanze delle due campagne di scavi da noi eseguite nella 
località Casale, fondo Cortelazzo, sono le seguenti: 

1) Si constatò nello strato più basso, presso il corso già noto di un antico 
ramo dell'Adige, l'esistenza di una stazione umana, riferibile al primo e secondo 
periodo Prosdomici, la quale presentava la particolarità di avere le capanne costruite 
sopra una gettata artificiale di legname. La stazione Cortelazzo costituisce il più 



(') Finora abbiamo parlato soltanto di un sacrario romano perchè così vogliono le scoperte. 
Ma è oltremodo probabile che o in Casale stesso o in qualche punto limitrofo sia esistito anche un 
sacrario dell'età veneta. Lo attestano alcuni oggetti affatto simili ad altri rinvenuti nel sacrario 
di Rehtia nella chiusura Baratela e cioè: la lamella figurata a sbalzo, trovata nel campo del Tiro 
a Segno: Prosdocimi, Notizie 1896, pag. 79 sgg. (il quale ebbe ad esprimere un'opinione analoga); 
la nostra statuetta (flg. 2) raccolta casualmente dai contadini nel fondo Cortelazzo: la piramidetta 
fittile con iscrizione veneta della collezione Nazari rinvenuta, a quanto si riferisce, « in una loca- 
lità denominata Casale, presso al predio Nazari »: Ghirardini, Notizie 1888, pag. 171 sgg.; Pauli, 
Altit. Forsch., Ili, pag. 1, n. 1. 



REGIONE X. — 381 — ESTE 

occidentale dei gruppi di abitazioni che formavano la città nella prima età del ferro, 
forse un insieme di nuclei adagiati lungo il corso del fiume (v. più sotto) sopra natu- 
rali rialzi di terreno alluvionale e sabbia, dovuti, come già da altri fu detto, ai 
depositi delle acque vaganti del fiume stesso e dei torrenti che scendevano dagli 
Euganei. 

2) Al di sopra di questa stazione primitiva, in una parte dell'area da essa 
occupata, si riscontrarono i detriti di un secondo abitato posteriore, durato fin nel 
terzo periodo atestino. 

3) Più in alto, fin presso alla superficie del suolo, si constatarono dappertutto 
gli avanzi della città romana, la quale pertanto dovevasi estendere a sud almeno fino 
alla casa Cortelazzo. Da ciò scaturisce che, volendosi mettere in relazione la diga 
scoperta nel 1848 con il ponte che autorevoli concordi testimonianze affermano essere 
esistito nel brolo Zago-Pellesina presso la Chiesa della Salute, e volendosi ciò col- 
legare con le altre risultanze dei nostri scavi, è necessario ammettere che l'antico 
braccio dell'Adige, scorrendo dalla casa Cortelazzo per la depressione detta ora 
Boschetto,, facesse gomito nella parte settentrionale del fondo, poco sopra il punto 
dove avvennero i nostri scavi, lasciando a destra la zona dell'attuale cimitero, e che 
quindi volgesse ad est verso la chiesa della Salute (ponte Zago-Pellesina) donde 
seguendo in leggero arco una linea che potrebbe essere indicata da un tratto del- 
l'attuale via S. Fermo e dalle vie Consolazione e Gambina, giungeva nei pressi del 
cavalcavia ferroviario alla stazione, per continuare in direzione d'oriente. Se quanto 
ho sopra esposto è esatto, ne viene anche di conseguenza che il fiume non solo lam- 
biva, come era stato scritto finora, ma altresì penetrava a mezzogiorno dentro la 
città romana. 

Con tutta probabilità l' indicato corso del fiume era il medesimo di quello esistito 
nell'età paleoveneta, come indicherebbero gli avanzi di abitati finora scoperti e che 
appunto potrebbero distribuirsi sulle due rive del fiume: il nostro del fondo Corte- 
lazzo, quello al Pozzetto nel cortile delle case economiche, quello di Ca' Salvi nella 
proprietà Capodaglio in contrada Settabile ( 1 ), quelli di via Restara nel fondo don 
Angelo Pela o Patronato, e finalmente quelli dell'ex fondo Gentilini o fabbrica dei 
fiammiferi, del brolo Morini, e dei fondi Burchiellaro-Dal Bello a Canevedo. 

4) Nell'estrema parte sud-occidentale della città romana, sopra una terrazza, 
formatasi nel corso dei secoli, dalla prima età del ferro all'età romana, parte per 
depositi dovuti all'opera dell'uomo, parte per le alluvioni del fiume, forse sopra un 
più antico dosso o rialzo naturale, sostenuta e limitata ad occidente verso il fiume 
da un poderoso muraglione, sorse, tra la fine della Repubblica e la metà del secondo 
secolo dell'era volgare un sacrario che per molti rispetti ricorda quello esistito ad 
oriente della città nella chiusura Baratela, col quale ebbe all' incirca coeva la distru- 
zione. I ruderi da noi scoperti formano tutt'un insieme con quelli tornati casual- 
mente in luce l'anno 1709. Da qualche nuovo indizio è lecito confermare l'ipotesi, 

(') Debbo le indicazioni relative agli abitati del Pozzetto e di Oa Salvi a comunicazioni 
verbali dell'Alfonsi, del quale è risaputa la profonda conoscenza di tutti i trovamenti archeologici 
anche minimi avvenuti a Este negli ultimi decenni. 



ESTE 



— 382 — REGIONE X. 



già emessa dai vecchi scrittori subito dopo le scoperte del 1709. che il sacrario fosse 
dedicato ai Dioscuri, divinità del primitivo fondo mitologico ariano che non può 
sorprendere di trovare nel pantheon veneto-romano accanto alla dea Rehtia rivela- 
taci dal sacrario Baratela. 

lì) Esplorazione presso l'area del sacrario di Rehtia, ad oriente della città 
(chiusura Baratela). 

La chiusura Baratela, in cui fu scoperta l' importantissima stipe votiva magistral- 
mente illustrata dal Ghirardini nelle Notizie del 1888, pag. 1 sgg., confina ad oriente 
ed a mezzogiorno con un fondo di proprietà della ven. Arca di S. Antonio di Padova, 
distinto a catasto col n. 116, dove nel 1884 erasi praticato un saggio di scavo che 
aveva restituito in luce alquanti altri oggetti della stipe. 

Dopo le scoperte da noi fatte nel fondo Cortelazzo, che tanti punti di contatto 
presentavano con quelle della chiusura Baratela, come ho esposto nella precedente 
relazione, parve opportuno procedere ad ulteriori scavi nel fondo Arca del Santo, 
non solo allo scopo di rintracciare altri oggetti della stipe, ma anche per constatare 
se esso faceva parte dell'ambito del sacrario di Rehtia (') e ricavare possibilmente da 
una ricerca ordinata e sistematica qualcuna di quelle notizie topografiche e di fatto 
sulla giacitura degli oggetti che erano state completamente trascurate negli scavi 
tumultuari eseguiti nel suo fondo dal vecchio colono Baratela ('). 

Ottenuto il consenso della Presidenza dell'Arca, la quale non solo accolse subito 
la nostra domanda, ma stabilì anche di donare al Museo Nazionale di Este la parte 
di oggetti die eventualmente ai trovassero e che risultassero di sua spettanza, lo scavo 
fu iniziato il 15 maggio 1916 sotto l'esperta guida dell'Alfonsi, e durò tìn'oltre la 
metà del giugno successivo. 

Fu scelto il piccolo appezzamento situato ad oriente della chiusura Baratela, 
fra essa e la proprietà Rosa, dove erasi praticato il breve saggio del 1884, e vi si 
aprirono numerose trincee perpendicolari e parallele al fosso di divisione col fondo 
Baratela. Nelle trincee lungo questo o non si ebbero risultati o si trovò terreno ri- 
mescolato nello scavo del 1884, con a volte avanzi di epoche posteriori a quelle ri- 
velateci dalla stipe Baratela. Così per esempio si incontrarono i ruderi di due muri, 
facenti angolo retto e inchiudenti un ambiente non pavimentato, costruiti con sassi 
trachitici cementati con calce ed uno di essi desinente in pilastro sporgente, formato 
di grandi mattoni romani, che, per la natura degli oggetti rinvenuti sotto le fonda- 
zioni, mostravano di appartenere ad un piccolo edificio inalzato in epoca posteriore 
alla distruzione del vicino sacrario di Rehtia, forse nei bassi tempi romani. 

(') Chiamo così senz'altro il santuario scoperto nella chiusura Baratela perchè mi pare ormai 
fuori di dubbio che la divinità cui era dedicato era appunto la dea Rehtia, ricordata più volte 
nelle iscrizioni venete ivi trovate. Cfr. in proposito anche il recente scritto del Couway, Some 
votive offerings lo the Venetic Goddeis Rehtia in Journal of the r. anthropol. Inslitute of Great 
Britain and Ireland, voi. XLVI, 1916, pag. 221 sgg. 

(*) V. Ghirardini, Notizie, 1888, pag 3 sgg. e sopia pag. 377.' 



REGIONE X. 



— 383 — 



ESTE 



Nelle trincee invece che si aprirono nell'interno dell'appezzamento, più verso 
la proprietà Rosa, apparve dappertutto, a breve profondità sotto il terreno arativo, 
uno strato archeologico, nel quale si raccolse una certa quantità di oggetti indubbia- 
mente appartenenti alla stipe votiva. Se non che dovette subito constatarsi che trat- 
tavasi anche qui di un deposito di scarico, fatto probabilmente allo scopo di rialzare 
il livello del fondo sul banco naturale alluvionale su cui lo strato archeologico ri- 
posava. Ciò apparve evidente da queste due circostanze: 1) che lo strato presentava 
dappertutto una superficie ineguale, ondulata, a solchi e rialzi, per 
quanto si fosse tentato di distribuirlo con una certa intenzione, come 
appariva dal fatto che era separato e quasi diviso in due da uno stra- 
terello o filoncino di breccia calcare battuta; 2) che vi si raccolsero 
dappertutto mescolati oggetti di epoche diverse, cioè oggetti paleo- 
veneti misti ad antichità imperiali romane. 

Risulta quindi manifesto che l'appezzamento Arca del Santo è 
limitrofo, ma sta fuori dall'area vera e propria del sacrario di Rehtia 
che doveva trovarsi per intero nella chiusura Baratela. È assai pro- 
babile che, al pari del sacrario dei Dioscuri scoperto nel fondo Corte- 
lazzo ad occidente della città, anch'esso sorgesse sopra un'alta terrazza, 
limitata e sostenuta da grandi muraglioni di macigno, dei quali un 
tratto cospicuo sarebbe apparso durante gli scavi Baratela al lato 
nord del fondo (') e che da tale terrazza, avvenuta la distruzione e 
l'abbandono del tempio, i ruderi di questo e la suppellettile della 
stipe cadessero o venissero gettati al basso, donde poi, per ragioni 
diverse, vennero, più tardi, diffusi e sparpagliati all'intorno. Tale 
sarebbe, io penso, il caso degli oggetti rinvenuti, così nel 1884 come 
da noi, nel fondo Arca del Santo. 

Restringendosi pertanto il resultato del nostro scavo soprattutto 
alla scoperta di nuovi oggetti della stipe votiva, ne faccio ora seguire 
qui appresso la descrizione sommaria, in quanto essi completano il 
materiale della stipe raccolto in precedenza, cioè quello amplissimo 
illustrato dal Ghirardini e il poco apparso successivamente, reso noto 
dal Prosdocimi (*). Distribuisco gli oggetti in gruppi per materia. 

Bronzo. Una quindicina, parte interi e parte frammentari, di 
chiodi votivi delle solite forme, uno solo a spillone tondo. Un altro, 
intero (fig. 6), ha la testa a paletta coi lati maggiori rientranti, forma 
non mai apparsa finora; dai due fori penzolavano i soliti pendaglietti 
(cfr. Notizie 1888, tav. IV, 8). Parecchi hanno le facce ornate di segni 
incisi a X , a zig-zag, a lineette oblique ; un frammento esibisce dei 
rameggi. Un solo pezzo presenta i resti di un'iscrizione (fig-. 7); 
le due prime lettere lo sono sicure, la terza è incerta. Fio. 6. 

Varie laminette votive per lo più frammentarie; liscie o decorate di file di punti 
agli orli. Specialmente notevoli sono: quella di forma quadrata (mm. 45 X 45, fig. 8) 

(') Cfr. Notizie 1888, pag. 4. 

(') Cfr. Notizie 1888, pag. 483 sgg.; 1890, pag. 199 sgg. 



MT* 



— 384 — 



REGIONE X. 



esibente a sbalzo un volto umano di prospetto, di cosi tozzo disegno che pare un 
muso di animale (esemplari simili: Notitie 1888, tav. XII, figg. 10 e 15), e quella 
a fascia, lunga mm. 250 larga min. 65, con fori d'affissione (fig. 9), una delle mag- 
giori del genere apparse in tutto il sacrario. Esibisce, fra un contorno di punti, le 
ligure, pure a sbalzo, di sei cavalieri in fila, ottenuti a stampo con un punzone qua- 
drangolare, l'elmo pileato in testa, lo scudo rotondo umbilicato al braccio sinistro, 
la lancia (disegnata come un semplice bastone) nella destra, le gambe simmetrica- 








Fig. 7. 



Fig. 8. 



mente penzoloni. I cavalli, incedenti al passo, hanno la zampa anteriore sinistra al- 
zata e piegata ed esprimono un composto movimento ritmico. Trattasi evidentemente 





Fig. 9. 

di una processione sacra. Figure consimili appaiono nelle lamelle riprodotte nelle 
Notizie 1888, tav. XI, fig. 7 e pag. 484, n. 16. 

Due fettucce ornamentali, lunghe mm. 280-210. larghe mm. 15-10, contornate di 
file di punti a sbalzo, che per l'identità della tecnica cito accanto alle lamelle votive. 

Quattro statuette frammentarie. La prima (fig. 10) alta mm. 55, di fattura roz- 
zissima, ha il corpo e le estremità a bastoncello, la testa a globo in cui sono ap- 
pena tracciati gli occhi, il naso e la bocca. Aveva le gambe divaricate e le braccia 
alzate e stese lateralmente: il braccio destro è rotto. Un piccolo sgraffio all'innesto 
delle gambe parrebbe indicare una donna, seppure, come lascerebbe supporre la nu- 
dità della figura, non si tratti di un graffio di fusione. Nella suppellettile trovata 
nel fondo Baratela non si raccolsero statuette di tal genere. — La seconda (fig. 11) 
alta mm. 75, pure ancora rozza, ma di fattura più progredita e di modellatura meno 
rudimentale, trova riscontro nella suppellettile recuperata in precedenza (Not. cit., 



REUIONE X. 



- 385 — 



F.STE 



tav. VII, tìg. 14 e tav. Vili, tìg. 3). Esibisce una figura virile nuda, le gambe e 
le braccia atteggiate su per giù come nella figura precedente; le gambe sono spez- 
zate. Il braccio destro termina al posto della mano in una piastrella forata, dove 
era immesso un attributo ora andato perduto, forse una patera; il braccio sinistro 
straordinariamente corto finisce a strozzatura, sicché pare monco. La testa, grossa 
sul collo sproporzionato, è- coperta d'una specie di berretto strettamente aderente 
(non è la massa dei capelli, come potrebbe credersi). — La terza statuetta (fig. 12) 
d'arte alquanto più progredita, mostra una figura virile, pure interamente nuda, 
in atto di avanzarsi. La gamba sinistra, che era messa indietro, è spezzata alla 





Fio. 10 



Fio. 11. 



coscia; sotto il piede destro è il permetto che serviva a fissare la statuetta alla 
base di pietra. Il braccio destro, rotto al gomito e proteso, era alquanto piegato in 
basso; il sinistro, invece, spezzato presso la spalla, era alzato; la figura teneva 
forse la patera nella destra e la lancia nella sinistra. La testa, anche qui troppo 
grossa, ma impiantata su collo regolare, non aveva copertura ; i capelli sono indicati 
in massa piatta, spartita da strie. — La quarta statuetta, riprodotta di prospetto e 
di profilo alla fig. 13 a-b, per quanto acefala e mancante dei piedi, è la più interes- 
sante di tutte. Essa è anche la più progredita per l'arte ed offre un tipo che si di- 
stacca alquanto da alcune altre statuette di fattura analoga raccolte in precedenza. 
Rappresenta una figura virile, la gamba d. più innanzi, la sin. indietro, vestita di un 
corsaletto senza maniche, che si rivela a colpo d'occhio di materia rigida e che, adattan- 
dosi strettamente alle spalle ed al torace, si restringe sentitamente alla vita in cui forma 
un profondo solco, per poi allargarsi a campana sul basso ventre e sulle cosce. Non 
esito a riconoscere in tale specie di tunica una corazza o di metallo o, più verosi- 
milmente, di cuoio. Corazze, per quanto di forma diversa, sono indossate anche da 
altre statuetta trovate nel fondo Baratela {Not. cit., tav. VII. 8; tav. Vili, 11). Il 



ESTE 



— 386 — 



REGIONE X. 



profondo solco alla cintola o è realmente così, come in due statuette Baratela (Not. cit, 
tav. VII, 8 e tav. Vili, 14), ovvero eravi incastrato un cinturone lavorato a parte 
con forse appesovi il fodero della spada, come nella statuetta ivi, tav. VII, rìg. 4 
(cfr. anche pel motivo tav. Vili, fig. 11). Trattavasi quindi di una figura di guer- 
riero e ciò può essere confermato dall'atteggiamento delle braccia e dagli attributi 
delle mani. Le braccia sono spinte innanzi e piegate al gomito; le mani non sono 
espresse: al posto della destra trovasi un foro rotondo in cui doveva passare un og- 
getto che io suppongo fosse una lancia o l'impugnatura d'una spada; dalla estre- 
mità del braccio sinistro, rappresentato di lato, presso al luogo dove dovrebbe essere 






Fig. 12. 



Fio. 13. 



figurata la mano, sporge esternamente un permetto cilindrico, fuso con la statuetta 
stessa, che può ritenersi destinato a reggere lo scudo. L'arte, abbastanza evoluta, 
mostra una sufficiente modellatura delle forme; veggansi specialmente le braccia e 
le gambe. — Unitamente alle statuette ricordo un piccolo priapo frammentario si- 
mile ad altri due apparsi nel fondo Baratela. 

Due fibule tipo la Tene, una delle quali integra (cfr. Not. cit., tav. XIII, fig. 5); 
sei fibule romane frammentarie a cerniera, talune con l'arco costolato, una con l'arco 
ornato di semilune incise ; quattro spilli a testa piatta forata (cfr. op. cit., tav. XIII, 
figg. 17 e 19); uno spillo a capocchia piriforme; tre aghi a una cruna: una sbar- 
retta con le estremità terminanti ad occhiello ; alcune armille e anelli di varia 
grandezza; un pendaglietto a pera; un altro in forma di manina; un terzo a lamella 
circolare dentata, con un pernietto ornamentale al basso ed il gancio in alto; due 
borchie a bulla e a bottone; un gancetto di fettuccia traforato a giorno; un mani- 
chette striato di vaso; un manichette frammentario costolato e a girali, forse di 
specchio; frammenti diversi di oggetti perduti. 



REGIONE X. 



387 



ESTK 



Ferro. Una dozzina, fra interi e frammentari, di chiodi votivi, coperti e corrosi 
dall'ossido'; un coltello con il manico desinente in anello, lungo mm. 225; una 
cuspide triangolare'con manico desinente a T, lunga mm. 155; una palettina ricurva 




Fio. H. 
di forma triangolare a testa ingrossata, lunga mm. 145. Tali oggetti non si trovarono 










patito* 



fcìfrti 



l\v 



^\ 






Fio. 15. Fio. 16. 

nella proprietà Baratela, epperò vengono qui riprodotti alle figg. 14, 15, 16; alcuni 
chiodi comuni a capocchia tonda; un gancio; varii frammenti di oggetti irriconoscibili. 

Pietra. Un frammento inscritto, con la lettera N . 

Terracotta. Pezzi di laterizi ; frammenti di vasi gallici, etrusco-campani, aretini 
e romani comuni; una sessantina di piramidette, fra intere e frammentarie, di dimen- 
sioni diverse, tutte forate al sommo, due sole decorate di rameggi nella faccia ante- 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIIL 51 



ESTE — 388 — REGIONE t. 

riore, una di linee e punti impressi, una di rosette stampate, tutte le altre liscie; 
due frammenti di una base baccellata e scannellata di colonnina. 

Vetro. Frammenti di vasi comuni ; corpo globulare di balsamario, di vetro ordi- 
nario; pezzo di ciotola baccellata, a fondo ametista con striature in bianco; fram- 
mento a strie di vetro azzurro, di finissima fattura; due frammenti di vasi, l'uno 
di color giallo, l'altro verde, ecc. 

Monete. Un vittoriato foderato d'argento assai guasto; due assi unciali molto 
triti ; cinque dupondii di Augusto, alcuni coi nomi dei triumviri monetali (in un 
esemplare è quello di Atinius Gallus); un dupondio, a quel che pare, di Nerone; 
uno di Domiziano; un sesterzio di Traiano; due dupondii e un asse imperiali irri- 
conoscibili; un mezzo sesterzio e due mezzi dupondii pure irriconoscibili. 

C) Trovamenti fortuiti in località Rivadolmo, in frazione Pra, in via Meg- 
giaro e nel Castello Comunale. 

Nei lavori di ampliamento della strada Este-Cinto Euganeo, nella località Riva- 
dolmo. a circa 3 km. dalla città, si scoprì nel settembre 1915 un parallelepipedo 
di pietra calcare bianca di cent. 75 di lato. Apparteneva, come ebbe a riferire l'Al- 
fonsi, ad una condottura d'acqua ed era attraversato da un canale circolare di cent. 35 
di diametro, al quale immetteva sur un altro dei lati un secondo canale incoi) tran - 
tesi ad angolo retto col primo: evidentemente una diramazione d'acqua. I margini 
dei fori mostravano chiaramente il collegamento con i tubi della conduttura. Un 
piccolo foro, di cent. 19 di diametro, praticato nella faccia superiore del cubo e 
chiuso da un ciotolo trachitico saldato con gesso, permetteva l'espurgo della condot- 
tura. Il blocco fu portato in Museo. 

Durante i lavori per il nuovo inalveamento dello Scolo di Lozzo, nella frazione 
Pra' d' Este, in fondo di proprietà Eizzardi, si rinvennero casualmente nel luglio 1915 
quattro tombe del terzo periodo atestino. Stavano alla profondità di m. 1,20 dal 
piano di campagna. Essendo state manomesse dagli operai, furono potute recuperare 
soltanto alcune poche ceramiche con la solita decorazione ad ocra e alcuni oggettini 
di bronzo, fra cui un frammento di cintura decorata di linee incise e punti a sbalzo. 
Tali oggetti furono portati in Museo, dove già conservavasi la suppellettile di un'altra 
tomba congenere scoperta nello stesso luogo l'a. 1911. 

In un fondo del cav. Dal Mutto, sito in Este, contrada Meggiaro, si rinvennero 
casualmente nel febbraio 1916 due pietre sepolcrali iscritte: cioè un termine lungo 
m. 0,49, largo m. 0,27, spesso m. 0,23 esibente in lettere assai ben scolpite : in. agr \ 
p. xxxx ed un piccolo cippo sagomato di m. 0,20X0,11X0,09, friabilissimo e 
rovinato ai fianchi, in cui restano soltanto le lettere . ì. ter . \ . Ha . . . 

Nei lavori di riordinamento dei giardini comunali nell' interno del Castello, gli 
operai sterratori s' imbatterono nei resti di alcune tombe manomesse delle età prero- 
mana e romana. Provengono dalle prime, quattro ossuarii fittili situliformi, un ossuario 
biconico, e vari frammenti combusti di un cinturone di bronzo ; dalle altre, una tazza 
di vetro bianco rinforzata all'orlo ed un pezzo di lapide corniciata di marmo coi 
resti d' iscrizione : . . ae . . | primae vi G. Pellegrini. 



ROMA 



— 389 



ROMA 



II. ROMA. 

Nuove scoperte nell'area dell'antica città. 

Regione V. Nel luglio del 1916, durante alcuni lavori di rafforzamento in una 
casa della Cooperativa Liuzatti in via Principe Eugenio n. 79, all'angolo con via 




Fio. 1. 



Nino Bixio, nel fondare un pilone, a tredici metri di profondità si è rinvenuto un 
antico colombario già manomesso. 

Il colombario, costruito in buonissimo opus reticulatum, consisteva in due 
ambienti. Il primo di essi misurava m. 4,16X1,73; nel mezzo era una scala di 
dieci gradini in travertino larghi m. 0,70 e la cui pedata ed altezza erano di 
m. 0,30. L'ambiente era coperto a volta sulla quale si vedevano ancora gli avanzi 



ROMA 



— 390 — 



ROMA 



di stucco bianco; in alto erano due finestre a sguincio. Nella parete più lunga i 
loculi per le olle erano disposti in quattro file di sette ciascuna ; nel lato a sinistra 
di chi guarda la scala si aprivano due loculi in due ordini, nel lato a destra quattro 
loculi in quattro ordini. Nella parete di fronte alla scala erano quattro file di due 
loculi. Era evidentemente questo l'ambiente nel quale si discendeva dalle camere 
soprastanti al colombario; ma la scala era stata già chiusa in antico. 

Da questo ambiente, per mezzo di una porta a volta si andava in un altro 
più grande (m. 4,02 X 2,65), lungo tre pareti del quale correva un bancone in 
muratura che giungeva anche al primo ambiente, ed in cui erano due file di 
quindici loculi ognuna, così distribuiti : sette nel lato lungo che giungeva nel 
primo ambiente, cinque in quello ad esso normale, tre in quello di fronte. Nelle 
pareti di fondo poi, superiormente al bancone, i loculi erano disposti in sei file nella 
parete occidentale, in quattro file nelle altre due. Anche questo ambiente era coperto 
da volta a tutto sesto, la cui impostatura era a m. 2,10 dal bancone, e conservava 
in alcuni punti gli avanzi del rivestimento in stucco bianco (tìg. 1). 

Questo colombario era costruito in buonissimo reticolato, fuorché nella parte 
alta delle pareti, sotto la volta, che era in tufelli parallelepipedi. Tufelli parallele- 
pipedi erano anche, naturalmente, intorno ai loculi. Come ho detto, il colombario 
era stato già manomesso, onde una sola targa si trovò a posto, sotto un loculo della 
terza fila: era essa di breccia africana, misurava ra. 0,25X0,12X0,03 e aveva la 
seguente epigrafe: 

a) C • FVLV1VS • CHION1VS 
VALERIA MARTHA 
CONIVNX 



Sterrando bene il colombario si sono raccolte le seguenti taighe cadute : 



b) Marmo bianco (m. 0,25X0,11 
X 0,025) : 



e) Marmo giallo (m. 0,24X0,11 
X0,02): 



LCERCENIVS- LL 

EVHARISTVSSJBI-ET 

LAELIAELLSEMNE-SORORI SV/t- 



AVALG1VSAL 
BARNAEVS 



d) Pietra porosa bianca (m. 0,14 
X 0,13 X 0,08): 



e) Marmo bianco (m. 0,17 X 0,10 ì 
X 0,02) : 



Q_VARIVS- Q_;L- 

APOLONIVS 

VAN-XXX 

Vili 



VSEXEPID1VSCET 

)LPRIMVS-SIBI ET- 

© QVARTIONI • FR ATRI 



ROMA — 391 — ROMA 

/) Marmo bianco (ra. 0,17X0,12X0,03). 

P'TIMINiVS 
FELIX 

g) Marmo bigio scorniciato (m. 0,50X0,065X0,03): 

M- F • ARN 
M • ASINIVS • CA PELLA • C • FVFICIEIVS • GEMELLVS 



h) Marmo bianco scorniciato (m. 24 i) Marmo bianco (m. 0.25 X 0,155 

X 0,13X0,02): 0.025): 

SEX • GR ANI VS 
A LB ANVSSIBIET LLOLLI 

SY RA ECONLIBERT DAPHNI 

SVAE 



/) Marmo bianco scorniciato (m. 0,21 m) Marmo bianco, intorno è granita 

X 0,13 X 0,02): una spiga (m. 0,21 X 0,08 X 0,025): 



MINVCIA- 

EROTIS 
OLLAE DVAE 



FLAVIAQVINTA 
VIX-ANNXIII 



n) Targa doppia, scorniciata e ansata, in marmo bianco (m. 0,43X0,15X0,025): 

TICLAVDIVS- CLAVDIAE NEREI 

AVGVSTIL- DILSVAE, 

PACORVS- ET / S1BI, 



o) Marmo bianco (m. 0,28 X 0,1'i X 0,015): 

CLAVDIAE , MEROE 
TI • CLAVDI ■ AVG • L • LEMNI 



p) Dallo sterro del colombario proviene anche un frammento di lastra marmorea 
(m. 0,33 X 0,28 X 0,04) con la seguente iscrizione : 



ROMA — 892 — ROMA 



vltfVIBIO 

FLORO • VIXIT 

ANN XXVII 

VIBIAMLANTIOCHIS- 

MATER-MISERAFILIO 

CA^O 



Sul bancone era posato un sarcofago di terracotta che misurava m. 1,60X0,50 
X 0,33. Era servito evidentemente per una inumazione in un periodo forse posteriore 
all'uso del colombario. Nel terreno di riempimento si sono raccolti un capitello mar- 
moreo, una lucerna bilichne di terracotta e due vasetti di terracotta rossastra. 

Il monumento per i caratteri della costruzione si deve attribuire ai primi tempi 
dell' Impero. Si trovava sulla sinistra dell'antica via Labicana, che seguiva in generale 
l'andamento della odierna via Principe Eugenio, a destra di essa ('). 

Qualche tempo dopo la esplorazione del colombario, eseguita con l'assistenza del 
personale della R. Soprintendenza agli scavi, fu data regolare denuncia del trova- 
inento di un'urna cineraria in marmo, che si disse essere stata rinvenuta nel mede- 
simo colombario ed asportata nei primi momenti della scoperta (fig. 2). 

Quest'urna, che si conserva nel Museo Nazionale Romano, è di forma parallele- 
pipeda, manca del coperchio e misura m. 0,39X0,39X0,23. Superiormente è ornata 
con una fascia di ovuli sotto la quale corre una riga di dentelli; inferiormente è 
una riga di dentelli e sotto una treccia. Sulla faccia principale dell'urna sono rappre- 
sentate a rilievo due sfingi affrontate, ciascuna delle quali tiene una zampa sopra un 
tripode che è nel mezzo. 

Sulla stessa faccia si legge la iscrizione: 

C • MARVLEI C • L 
ERONIS • 

COSSVT1AESLLCHRYSINIS 



Di questa leggenda le prime due righe sono in alto tra le figure delle sfingi, l'ul- 
tima è sotto il rilievo, al posto dei dentelli. 

Sulle facce laterali si ripete il motivo di un cespuglio da cui sorgono tralci 
che si avvolgono in girari e terminano sulla faccia posteriore dell'urna; ai lati del 
cespuglio sono due uccelli che beccano i frutti della pianta. Il lavoro è discreto 
sulla faccia principale; appena abbozzato sulle altre. 



(') Cfr. Jordan-Haelson, Topogr. d. Sladt. Rom., I, 3, pag. 355 seg.; Lanciata, F. U. R., 
tav. 24. 



ROMA 



393 — 



ROMA 



Per la forma e le dimensioni, che trovano riscontri assai frequenti ('), questa 
piccola urna si deve attribuire al principio dell' impero, alla età stessa cioè a cui 
appartiene il colombario. La figura di stìnge come simbolo funerario è di origine molto 
antica ( ! ), e frequentemente rappresentata anche sulle urne cinerarie ( 3 ) ; antico è pure 




Fio. 2. 



il tipo della stìnge con una zampa sollevata, che si vede già in molti vasi a figure 
nere, fra i quali basterà che io ricordi il cratere Francois ( 4 ), e antica è pure la 
disposizione araldica di due sfingi ai lati di qualche oggetto. 

F. PORNARI. 

Regione IX. In un cavo per le fondazioni della nuova succursale della Banca 
d' Italia, in via del Parlamento (impresa Mora), all'angolo di detta via con la via 
del Giardino, si è rinvenuto nel mese di maggio un tratto di muro con cortina late- 
rizia, la cui larghezza non si potè misurare per intero a causa della ristrettezza del 
cavo: la parte visibile era larga m. 1,50; lo spiccato si trovò a m. 7 di profondità 



(') Cfr., per citare qualche esempio, una delle urne del sepolcro dei Platorini (Altmann, Gra- 
baltàre, flgg. 36 e 37; per la tomba in genere v. pag. 44 seg.), e quella di T. Claudius Aryrus 
(Altmann, op. cit., n. 13, fig. 60 a pag. 67). 

(*) Cfr. Collignon, Statues funeraires, pag. 81 segg. ; Roscher, Leseikon der Mythol., IV, 
e. 1391 segg. (Ilberg). 

( 3 ) V. Altmann, op. cit., pag. 230 seg. ; Roscher, op. cit., e. 1399 seg. 

(*) V. Purtwaengler-Reichhold, Gr. Vasenmalerei, tav. 13; S. Reinach, Rép. d. vases peint-, 
I, pag. 135. 



ROMA — 394 — ROMA 

dal piano stradale. Poco al di sopra del piano di fondazione, il muro era attraver- 
sato in senso ortogonale da un cunicolo di scolo, rivestito in laterizio e coperto a 
cappuccina, della grandezza di m. 0,45 X 0,80. Il muro, di buona fattura, era paral- 
lelo alla via Flaminia e delimitava forse un fabbricato, prospiciente su di essa che, 
dato il forte spessore del muro, doveva essere di notevole importanza. 

1. Pochi metri più a sud, fra gli avanzi di un muro medievale franato, alla 
profondità di m. 3,50, fu scoperto un frammento di lastra marmorea (m. 0,53X0,49 
X0,04) con sopra incisa la seguente iscrizione sepolcrale cristiana: 

Me req UIESCITINPACE 

... A G E N S I M Ae 

... RIA QVE VIXIT 

annos p. M • XLVDEP- IN PACE 

ia NVARDEIOVISCONSFL- 

/VN-PRIM- 

Nella riga 4 si deve supplire con [annos p(lus)~] m(inus) XLV e non con 
m(enses) XLV, sebbene questa ultima forma si trovi talvolta usata per i bambini. 
Le righe 5 e 6 sono oscure. In esse era indicata la data della deposizione, col giorno, 
mese ed anno, la quale però non è facilmente spiegabile. Il giorno è perduto, il mese 
è quello di gennaio, ma dato il sistema antico di contare, la data poteva variare 
dal [Z/Z Kal. Ia]nuar. alle \_Idib. Ia]nuar., cioè dal 14 decembre al 13 gennaio. 
L'anno è più incerto ancora. In ogni modo dobbiamo escludere il Deiovis come nome 
di un console, perchè un console con un nome simile non è conosciuto; né esiste 
neppure privatamente un tal nome. Porse si tratta del giorno della morte : die lovis, 
leggermente corrotto dal lapidario, che incise secondo la pronuncia volgare. Del nome 
dei consoli non rimane che la prima parte di uno: Fl(avius). 

Poiché lo spazio libero nella riga 6 è soltanto di poche lettere, dobbiamo ammet- 
tere che il console fosse uno soltanto. Egli era senza dubbio un imperatore, come fa 
credere il prenome di Flavius comune agli imperatori del sec. IV, alla quale epoca, 
e più precisamente alla seconda metà del secolo si riferisce la presente iscrizione. 

Nell'ultima riga si deve leggere probabilmente \T\un{a) prim(a), cioè l'indica- 
zione della fase lunare, sotto la quale morì il titolare della tomba, corrispondente 
al nostro « primo quarto » . Questa indicazione si trova talvolta nelle iscrizioni di 
età tarda, specialmente cristiane, ma non sembra che abbia un valore speciale ( ' ). 

Nella demolizione di altre costruzioni medievali, alla stessa profondità, appar- 
vero in età diverse vari blocchi squadrati di tufo, tolti evidentemente da un edi- 
ficio romano ; e fra le terre di scarico, una base con semplice decorazione terminale 
(lunga m. 0,18, larga m. 0,44 e alta m. 0,17), un frammento di pavimento a mu- 
saico bianco, alcune lacerne fittili di nessun valore e le seguenti iscrizioni: 

(') Cfr. Garrucci, Distertazioni archeologiche, I, pag. 131 seg. 



ROMA — 395 — ROMA 

2. Angolo di urna cineraria in marmo, con cornice terminale ad astragalo, e 
iscrizione incisa entro un cartello ansato. Resta soltanto la prima parte di sinistra : 

ATfci... 
DIVI... 
LIBE... 

Le lettere sono piccole e regolari : si tratta di un liberto imperiale, vissuto fra 
il II e il III sec. d. Cr., come si ricava dalla grafìa. 

3. Frammento di piccolo cippo sepolcrale marmoreo, con iscrizione in buoni 
caratteri. 

d M 

... MBRI CI AE 
... SEVERINAE 
. . . VA1VMXDXX 

... M SEVER 



4. Parallelepipedo di marmo, scorniciato nel basso, lungo sul davanti m. 0,44, 
alto m. 0,30 e profondo m. 0,52. È scritto su tre lati con caratteri larghi e bene 
incisi e conservato quasi per intero. Le iscrizioni sono racchiuse entro una semplice 
riquadratura a incavo (fig. 3). 
a) centro: 

LOCVS ADSIGNATks 
A FLAVIO- LONGINO** a 
TERENTIO IVNIORE cura 

TORIBVS-OPERVM-PVBLIC OrUM 

ET- AEDIVM • SACR arum 

LIB • ET ■ FAMILIAE CAES NO Stri 



b) lato sinistro: 



e) lato destro: 



dedi CATVM XIII K OCTO b 
jUBRIONE- ET 
AoMVLLOCOS 



prò iNCOLVMI TATE 

domu S AETERNAEAVGVSTORVM 

sii VANO SACRVM 

. . . VS • C • F • PAPIRIA • SABINVS 
curai OROPERVM • PVBLICORVM 
d D 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIIL 52 



ROMA — 396 — ROMA 

Il contenuto della base, che a prima vista sembra normale, offre invece alcune 
difficoltà, inerenti alla diversa natura dei fatti ivi ricordati. Nel lato centrale si 
legge che il luogo dove era collocata la base, fu assegnato ai liberti e ai servi impe- 
riali dai curalores operum publicorum et aedium sacrarum, (T.) Flavius Longinus 
et (C.) Terentius Iunior, personaggi conosciuti per altre fonti (*), che vissero tra 
l'impero di Traiano e quello di Antonino Pio. 

Nel lato di destra si legge la dedicazione a Silvano, la cui immagine, probabil- 
mente in marmo, sorgeva sulla base ( 2 ), come si vede dall' incavo rimasto (fig. 4), 




Fio. 3. 



ed era fissata con un perno al di sotto (ved. fig. 4 sezione). Senonchè, mentre ci si 
aspetterebbe che i dedicanti fossero gli stessi liberti e servi imperiali, troviamo 
invece che il signum fu posto a Silvano, prò incolumitate domus aeternae Augu- 
storum, da un tal — ut Sabinus C. f. della tribù Papiria, curator operum pu- 
blicorum. 

Infine nel lato sinistro è precisato il giorno della dedicazione, che fu il 19 set- 
tembre del 152 d. Cr., sotto i consoli M.' Acilius Glabrio Cn. Cornelius Severus e 
M. Valerius Homullus. 

Ora le difficoltà che presenta la triplice iscrizione sono varie. Innanzi tutto, 
perchè i liberti e i servi imperiali si fanno dare un tratto di pubblico territorio e 

( x ) Cfr. Dessau, Proiop., II, pag. 40, n. 149 (Flavius Longinus) e III, pag. 302, n. 58 (Te- 
rentius Iunior). 

(') L' immagine sarà stata probabilmente quella di Silvano, eretto, con clamide caprina, avente 
nelle mani nn cornucopia e un bastone. Ai suoi piedi, il cane (Reinach, Rép. de la stat., I, pp. 220 sg.). 



ROMA 



— 397 



ROMA 



un altro personaggio vi erige l'immagine sacra al Dio? Secondariamente quali rap- 
porti passano tra questo personaggio, che si qualifica curator operum publicorum, 
e i due ouratores, Longinus et Iunior, che assegnarono l'area? Infine, in questa 
area, quale monumento sorgeva oltre il signum Silvani? 

Per risolvere in tutto o in parte queste difficoltà bisogna partire dal concetto 
che nella base sono ricordati solamente i fatti principali e che questi non sono tutti 
contemporanei fra di loro, ma si succedono in un dato svolgersi di tempo. Perciò 
questi fatti vanno così dichiarati. 

I liberti e i servi dell'imperatore Autonino Pio chiesero ai ouratores operum 
publicorum et aedium sacrarum, T. Flavio Longino e C. Terenzio Giuniore, cioè ai 
magistrati che ne avevano il potere, un'area per costruirvi un monumento, che potè 



a - — 




— b 




Se z /ori e 3 - b 



iiilnnl [_ 



50 



cm. 



Fio, 4. 



essere un sacellum, una edicoletta, oppure anche una semplice sede per le loro riu- 
nioni collegiali ('). Naturalmente per questa costruzione passò un certo periodo di 
tempo, finito il quale essa fu dedicata. Intanto i ouratores erano cambiati ( 2 ) e fra 
i due nuovi era ì'....us Sabinus. Questi, sia per munificenza privata, sia meglio per 
un atto del suo ufficio, volle dedicare nel monumento una statua di Silvano e nella 
base della statua, oltre alla sua donazione, si compiacque ricordare anche il giorno 
della cerimonia e l'assegnazione del luogo fatta dai suoi predecessori. 

Resta però una difficoltà. Perchè il Sabinus pose nella basetta soltanto la fun- 
zione di curalor operum publicorum e non quella più appropriata di curator aedium 
sacrarum ? È noto che i due curator es, pur avendo ufficialmente le stesse mansioni, 



(') È noto come queste sedi di collegi (scholae) avessero generalmente la forma semicircolare, 
o per lo meno terminassero con un'abside nel fondo, dinanzi alla qnale era posta l' immagine della 
divinità; cfr. Waltzing, Corpor. profeti. I, pag. 221 sq. 

( 2 ) Non sappiamo quanto tempo i ouratores op. pubi, durassero in carica; probabilmente non 
vi era un tempo stabilito. Cfr. Mommsen, Rum. Staatsrecht, Ut, pag. 1047, 



ROMA — 398 — ROMA 

di fatto si occupavano uno delle opera publica e l'altro delle aedes sacrae ( x ); quindi 
il Sabinus che donò la statua doveva avere piuttosto la cura aedium sacrarmi. 
Ciò può trovare una ragione nella mancanza di spazio per il titolo intero e nel fatto 
che la prima formula bastava spesso per indicarle ambedue (*). Si può anche pen- 
sare che l'edificio, eretto dai servi e liberti, non avesse un carattere sacro e come 
tale spettasse al curator operum publicorum : in tal caso il signum sarebbe stato una 
cosa distinta dall'edificio in cui si trovava. Questa ipotesi sembra la più probabile. 
Noteremo infine che la formula prò incolumitate domus aetemae augustorum 
si riferisce in generale alla famiglia di Autonino Pio e non in ispecial modo a lui 
e a M. Aurelio, sebbene quest'ultimo avesse già dal 147 ricevuto la tribunicia 
poteslas, poiché sappiamo che la prima volta che si ebbero due Augusti insieme, 
fu nel 161, allorquando M. Aurelio assunse al potere il fratello L. Vero ( 3 ). 

G. Lugli. 



( l ) Mommsen, Ròm. Staatsrecht, II„ pag. 1051 sq. 

(*) Abbiamo altri esempi della prima formula soltanto, usata per edifìci di carattere sacro. Tra 
questi citeremo una iscrizione che ha alcune curiose coincidenze con la nostra. C. L L., IV, 814:... 
in loco qui designatiti «rat per Flavium Sabinum, operum publicorum curatorem, templum exlru- 
xerunt negotiatores frumentari. Questo curatore, che porta lo stesso cognome del nostro, dono 
anch'egli una statua a Silvano, nel santuario sul Quirinale (C /. L , VI, 31021). Egli però visse 
sotto Vespasiano e Tito (cfr. Dessau, Prosopograhia II, pag. 79, n. 232). 

Il gentilizio del nostro curatore non è facilmente reintegrabile, perchè il cognome di Sabinus 
appartiene a molti gentilizi, alcuni dei quali composti di poche lettere, come è necessario per il 
ristretto spazio mancante nella base. Citeremo ad esempio: Annius, Appius, Flavius, Fulvius, 
Oppius, Plotius, Pontiut (gli ultimi tre usati specialmente nella metà del II sec. d. Cr.), Statius, 
Titius, ecc. (cfr. Dessau, loc. cit., Ili, pag. 154 s., n. 33). Ma il nostro Sabino non può essere 
identificato con alcuno dei personaggi che portano tali gentilizi, almeno secondo le notizie che 
abbiamo. 

(*) Vita Marci, 7,5 ; vita Veri, 3,8; vita Aelii 5,13; Eutrop., Brev. 8,9; Aur. Victor, Caes. 16; 
id., Epitom. 16. 



REGIONE I. — 399 — OSTIA 



Regione I (LA TIUM ET CAMPANIA). 

LAT1UM. 



III. OSTIA — Scavo dell'isola ad est dell'area sacra del tempio 
di Vulcano. 

Lo scavo dell'isola ad oriente dell'area del tempio di Vulcano, della quale è 
data la pianta nella tavola qui annessa, è stato eseguito in varii tempi e, pur 
troppo, con metodi assai diversi. Per tacere delle più antiche ricerche di materiale 
utile che dovettero farvisi durante il lento decadere della città, ci apparvero già, 
prima dell'inizio dell'opera nostra, tracce di lavori recenti in due profonde trincee 
mal riempite di rovi e di erbacce, in alcuni' tratti di murelli a secco del tutto 
irregolari e di breve sviluppo, fatti evidentemente per tenere su le terre che si 
gettavano all'orlo della trincea, nei"resti_ di due pale moderne di ferro che una 
singolare Nemesi contro i poco rispettosi scavatori aveva sepolto, e finalmente in 
• una figuraccia e in qualche scritto a carbone sui muri. La figura, tracciata da mano 
affatto inesperta dell'arte del ^disegno, rappresenta il busto di un uomo attem- 
pato con cappello a cilindro e capelli lunghetti, forse un illustre visitatore, forse 
anche un autorevole nostro predecessore in quest'ufficio di dirigere gli scavi di Ostia. 
Delle scritte una leggevasi chiara, e recava il nome : Gieppo Antonjo (sic). Ebbi già 
occasione di dire, quanto ci sia stato dannoso l'essere stati preceduti ; depredati gli 
oggetti mobili e maltrattati i muri, sì che le indicazioni dell'uso degli ambienti 
vennero quasi del tutto a mancare, e gli edifici stessi vollero non poche cure per 
non cadere, man mano che noi andavamo liberandoli dalle terre. 

Anche in quest' ultimo periodo di tempo l' isola fu più volte toccata. I primi 
scavi furono fatti lungo il lato meridionale, ossia sulla fronte che guarda il decumano 
nei mesi di aprile e maggio 1912. Proseguendosi allora l'esplorazione del decumano 
dal teatro al tempio di Vulcano, furono sgombrate le porte degli ambienti che si 
aprivano su quella via (cfr. Notizie, 1913, pp. 229 e 447 ; 1914, pag. 69). 

Nei mesi di gennaio e febbraio 1914 e gennaio-maggio 1915 si liberò invece 
dalle terre la strada che limita l'isola verso nord, strada cui fu poi dato il nome 
convenzionale di Via della Casa di Diana (cfr. Notizie, 1914, pag. 244), e similmente 
si riconobbero le porte che si aprivano su questa via, e in taluna di esse si penetrò 
in parte. 

I lavori di quest'anno hanno quasi completato la liberazione dell' isola, che. solo 
rimane per un tratto attraversata da un aggere di terra a doppia scarpata necessario 



OSTIA ; — 400 — REGIONE I. 

per lo scarico delle terre di risulta. E siccome tale aggere non potrà per ora essere 
rimosso, penso essere opportuno non ritardare più oltre la descrizione degli edifici 
posti in luce, e l'esposizione delle poche osservazioni che essi ci consentirono, assai 
dolendomi, che poco il lettore potrà trovare a paragone del molto che probabilmente 
questi edifici ebbero in antico di significato e d' importanza. 

L' isola, di cui parliamo, ha forma di un rettangolo con i due lati maggiori 1" uno 
a sud lungo il Decumano, e l'altro a nord lungo la Via della Casa di Diana. I due 
lati corti fronteggiavano, quello di levante una piazza e una via, che dal monumento 
più cospicuo che l'adorna (') chiameremo Piazza e Via dell'Ara dei Lari, quello di 
ponente l'area sacra del tempio di Vulcano, o meglio la platea e il monumento che 
precedettero la costruzione di quel tempio e la corrispondente sistemazione dell'area 
circostante. 

Ora, poiché tale platea anteriore al monumento dovette essere assai notevolmente 
decorata ( 2 ) devesi pensare, che analoga ricchezza di decorazione avesse il lato occi- 
dentale della nostra isola. Senonchè nulla resta di essa, perchè tutta andò distrutta 
nel nuovo adattamento del lato orientale dell'area sacra del tempio di Vulcano. 

Le costruzioni, che noi vediamo in quest' isola, non furono fatte in una sola 
volta, ma a distanza di tempo l'ima dall'altra, ed appartennero a più edifìci che 
ebbero diversi proprietari e diversi usi. Essi hanno però due tratti comuni : il primo 
che i loro muri cioè poggiano non di rado su muri a grossi blocchi parallelepipedi 
di tufo appartenenti a costruzioni più antiche, le quali ci mostrano una città ad un 
livello più basso di oltre un metro in media ( 3 ), ma orientata, almeno in questa 
regione, in modo affatto identico a quello della città più alta( 4 ); il secondo tratto 
comune è che il complesso delle costruzioni dell' isola, quale a noi si presenta, va 
col secondo rialzamento del Decumano ( 5 ) circostanza di cui devesi tener conto per 
la datazione di detto complesso. 

Le principali costruzioni che si vedono in quest' isola sono sei, che l'accuratezza 
del rilievo eseguito dall'ispettore cav. Stefani permette di distinguere nella pianta 
che qui si aggiunge. 

(') Cfr. Calza, in Notizie, 1916, pag. 145. 

( 2 ) Vedesi ora, e forse meglio si vedrà in avvenire, che prima della costruzione del tempio, quale 
noi ora vediamo, l'area che esso occupò era limitata da un ampio e nobilissimo porticato ad archi 
sostenuti da grandi pilastri, il cui asse non infila con quello del tempio. Non è qui il luogo di 
dilungarsi a parlare di questo antico monumento di cui per ora meglio che altri tratta il Carcopino 
(Mélanges de VÉcole Francaise, 1910, pag. 412 seg.). Il progresso delle esplorazioni e un accurato 
rilievo potranno, spero, chiarir meglio che ora non possa apparire, questo sontuoso aspetto della 
Ostia imperiale anteriore alle ultime modificazioni. 

(*) Nella taberna 28 il pavimento della costruzione a grandi blocchi di tufo scende am. 1,27 
sotto il pavimento della taberna stessa. 

(*) Delle vestigia di questa città sono forse le più cospicue le due porte intorno alle quali 
riferirono il Vaglieri, in Notizie, 1910, pp. 30 e 134; il Calza, ibidem, 1914, pag. 126. Cfr. inoltre 
Vaglieri, Monumenti repubblicani di Ostia, in Bull. Com., 1911, pag. 225; Paribeni, in Mon. dei 
Lincei, XXIII, pag. 441. 

( 5 ) Su tali rialzamenti del Decumano cfr. Notizie, 1910, pag. 233; 1912, pag. 24 j 1915, pag. 27. 



REGIONE I. — 401 — OSTIA 



Prima costruzione. 

La costruzione che mostra di aver preceduto tutte le altre è quella che occupa 
il lato occidentale dell'isola e un piccolo tratto del lato settentrionale; è in pianta 
segnata con tratto nero pieno. 

Dei suoi muri esterni non restano che i hrevi tratti sul lato settentrionale che 
appaiono in buona cortina a mattoni, mentre i muri interni sono anche qui, come 
in tante altre costruzioni ostiensi, in opera reticolata con ricorsi e legamenti agli 
angoli in cortina a mattoni. Sulla così detta Via della Gasa di Diana si apriva 
anzi tutto l'androne 1, coperto di volta a botte, lungo m 8,60, largo m. 2,98, alto 
m. 5,05. 

Si aprono in esso due porte, non poste una di fronte all'altra per evitare forse 
clie i proprietari o gli affittuari dei locali ai quali essi conducevano, potessero vedersi 
l'altro. La porta della parete occidentale, larga m. 1,17, alta m. 2,24, conduceva 
l'un nella taberna n. 8; l'altra più ampia, ma che fu poi rimpiccolita con l'eleva- 
zione di una spalletta di muro, immetteva in un locale che la adiacente costruzione 
posteriore (segnata con i numeri 31-37) distrusse. 

Dall'androne si passava in un cortile scoperto (n. 2) di forma rettangolare, il 
quale secondo ogni probabilità doveva comunicare verso sud con un altro androne 
simile a quello segnato, col n. 1, che sboccava sul Decumano, e che le posteriori 
costruzioni dovettero conservare (in pianta n. 16). 

Come si vede, erasi reputato utile lasciare un passaggio diretto tra il Decumano 
e la Via della Casa di Diana, passaggio coperto nelle sue estremità, scoperto a foggia 
di cortile nel mezzo. In questo cortile si aprivano le porte di una serie di taberne 
delle quali possiamo ancora vedere sul lato occidentale una con tre porte (n. 3), una 
seconda stretta e piccola a una sola porta (n. 4) e una terza (n. 5) che, per il pas- 
saggio dei binari, si è dovuta lasciare ancora ingombra di terre. Nel lato opposto, ad 
oriente cioè del cortile n. 2, non restano dell'antica costruzione che i pilastri che divide- 
vano le porte, e ebe si contrappongono a quelli delle porte del lato occidentale, e 
solo in parte conservati due muri della taberna n. 6, e qualche traccia in quella 
n. 7. I locali erano certo taberne, come lasciano pensare, oltre alla forma e alle dimen- 
sioni degli ambienti, le soglie di travertino col canaletto per far scorrere i pezzi che 
componevano la chiusura ('). Se pertanto nel cortile n. 2 si aprivano delle taberne, il 
passaggio nn. 1-2 doveva essere pubblico, e per questa pubblica servitù già riconosciuta 
dovette rispettarlo chi costruì poi l'edificio sul Decumano, lasciando ancb'egli pub- 
blico il sottopassaggio. 

Tranne i pilastri sul cortile n. 2 che sono tutti in mattoni, gli altri muri delle 
taberne sono, come muri interni, in reticolato con legamenti in mattoni, e così pure 
sono i muri S e W della grande taberna n. 8 che ha due ingressi sulla via e uno dal 



(') Cfr. su questa ben nota forma di chiusura Paschetto, Ostia, pag. 318. 



OSTIA — 402 — REGIONE I. 



sottopassaggio n. 1, e che un tardo murello eretto in due tempi divise in due locali nn. 8 
e Sa. Dei pavimenti rimangono alcuni tratti in opus spicatum. Al lungo muro in reti- 
colato che limita verso W le taberne nn. 3 e 8 si vede chiarissimamente essere stato 
poi addossato il muro di fondo delle taberne che fiancheggiano il portico dell'area 
sacra di Vulcano. Non è pertanto possibile dubitare, che questa da noi chiamata prima 
costruzione è più antica della sistemazione (Commodiana?) del tempio di Vulcano e 
dell'area sacra che lo circonda. Distrutta verso ponente dalle costruzioni che accom- 
pagnarono il tempio di Vulcano, la nostra prima costruzione lo fu pure verso levante, 
dove certo si estendeva maggiormente, e dove ne resta una testimonianza nel muro a 
tra le camere nn. 32 e 43, che foggia di costruzione e livello le ascrivono in 
modo indubitabile. 

Quel muro in opera reticolata con legamenti in mattoni è da ritenersi interno, 
sicché l'edificio si estendeva ancora verso levante con parti che le successive costru- 
zioni, nn. 41, 44 ecc., soppressero completamente. Non è improbabile, che il muro di 
chiusura verso levante si allineasse con quello che fu muro di chiusura nelle sale 
nn. 10 a, 12, 13 dell'edifizio posteriore. 

L'ambiente che ha per parete di fondo verso levante il muro a era probabil- 
mente, come poi rimase, un ambiente scoperto ; non si comprenderebbe infatti, donde 
avrebbe potuto prendere luce, se fosse stato coperto. Senonchè appartiene anche alla 
prima costruzione lo stranissimo ambiente n. 9, il quale potrebbe forse farci mutare 
di opinione. 

È desso un camerino sotterraneo che scendeva a m. 1,70 sotto il livello del 
cortile per una scala a due rampe, la prima originariamente di cinque gradini, l'altra 
di due. Il camerino è a pianta rettangolare di m. 1,16 X 1,63, alto m. 1,70, coperto 
da volta con ampio foro imbutiforme nel mezzo. Intorno a questo foro erano attaccate 
internamente alla volta, ad uso di decorazione, delle ciotolette di terracotta aretine 
a vernice rossa, di cui rimangono al posto avanzi di quattro ('). Nella parete di 
fondo è cavata una nicchietta alta dal pavimento m. 1,00 e misurante m. 0,70 X 
0,58 X 0,295, con piano costituito da pezzi di tegoloni, gli uni sporgenti sugli 
altri sì da formare cornice, sostenuti da due mensolette di travertino. Le pareti e 
la nicchia non hanno alcuna decorazione; il pavimento appare rotto e mancante, 
assai probabilmente perchè l'aspetto singolare di questo luogo eccitò la curiosità 
e le speranze dei cercatori di tesori, i quali spinsero le loro ricerche più forse di 
quanto noi potemmo, per essere il luogo, a cominciare da una certa profondità, invaso 
dall'acqua. 

Il materiale che si rinvenne sotto il livello del pavimento ha il consueto carat- 
tere di uno scarico, senza alcun indizio che possa suggerire un' ipotesi. La piccolezza 
delle dimensioni e specialmente la scarsa altezza rendono questo luogo inetto a qua- 
lunque uso della vita ; e d'altra parte la presenza della nicchietta designa senza pos- 



(') Un altro esempio di questa decorazione con bacinelle fittili ricorda il Vaglieri in un pezzo 
di cornicione caduto dalla casa dei Molini (Notizie, 1908, pag. 330). La decorazione dei campanili 
romanici trova forse in quest'oso nn precedente? 



REGIONE I. — 403 — OSTIA 

sibilità di dubbio una natura religiosa del luogo. Non solo, ma il livello sotterraneo, 
la semioscurità non fanno pensare a un larario o ad altro santuario domestico sacro 
a divinità del mondo classico. Sembra doversi supporre essere quel luogo consecrato 
a una qualche religione orientale i cui riti si svolgessero nel mistero. Ed è allora 
assai degno di nota, che i successivi proprietari del luogo, quegli in ispecie che su 
parte della costruzione prima edificò quella che noi chiameremo quarta, rispettarono 
questo apparato, non solo, ma il proprietario della costruzione quarta aggiunse due 
gradini a rendere più agevole la discesa dal piano del cortile n. 32 rialzato, e coprì 
la scala con una volticella. Se non dunque seguace anch'egli di quella religione, per 
lo meno dovette essere di essa conoscitore e per intimo senso di stima o per super- 
stizioso timore inclinato a rispettarla. Se pertanto fu quel luogo sin dall'origine de- 
stinato alla pratica di un culto che svolgevasi nelle tenebre, potrebbe anche darsi, 
che fosse buio e perciò coperto anche il locale che lo precedeva, al quale si riferiva 
il muro a, locale che poteva accogliere i devoti, pei quali non v'era assolutamente 
posto nel camerino sotterraneo ('). 

Ben si desidererebbe ora poter dire a quale culto fosse quel piccolo sacrario 
dedicato; ma l'assenza di ogni più minuto trovamento, di qualunque lontano indizio 
rende incerta e infondata qualsiasi congettura. Penserei di dover escludere dal novero v 
delle probabili ipotesi Mitra e i suoi misteri, mancando in questo angusto camerino 
anche lo spazio per tutti quegli accessori che sembrano richiesti dai riti di quella 
religione. Né il fatto della volta forata mi pare debba indurci a pensare a quella 
specie di battesimo di sangue che col nome di criobolio o tamobolio piaticavasi nel 
culto della Maler Deum. Quell'ampia apertura è certo destinata ad accogliere luce, 
e non ad altro scopo, così come allo stesso fine di condurre luce nello stanzino sot- 
terraneo è stata dai più tardi raffaz/.onatori praticata una finestra con ampia strom- 
batura nella parete che sostiene la volticella di copertura della scala. 

Dei piani superiori non abbiamo che scarsi avanzi. Sopra l'androne n. 1 esiste il 
pavimento in mosaico di due salette, divise da un muro piantato in falso sulla volta 
dell'androne stesso. Il pavimento della saletta che affacciava sulla via è a disegno 
geometrico, quale vedesi nella fig. 1 eseguito con piccole tessere bianche e nere e 
con molta accuratezza. In basso è un grossolano restauro. L'altro pavimento è a 
tessere grosse bianche, e copre un pavimento anteriore ad opera spicata. In questa 
saletta è anche il fondo di una vaschetta intonacata di coccio pesto. 

Non vi è traccia della scala originaria che portava ai piani superiori ; è chiaro 
però che essa non poteva mancare, e vedremo difatti appresso, parlando della quarta 
costruzione, dove probabilmente essa era. e come fu ricostruita. 

Sotto i pilastri che fronteggiano la Via della Casa di Diana furono rinvenuti 
quattro grandi mensoloni di travertino del tipo e della grandezza di quelli di una 
casa con balcone in Via della Fortuna, sicché forma, luogo di rinvenimento e numero 

(') Ricordo, che anche nella Casa di Diana la stanza dove si collocò il raitreo fu creata senza 
finestre, e che scarsa luce doveva avere anche quella che la precedeva, e in cui si svolgeva una 
parte delle sacre cerimonie (cfr. Calza, in Notizie, 1915, pag. 327). 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 53 



OSTIA 



— 404 — 



RE3I0NK 1. 



dei pezzi fanno credere, che essi dovessero essere inseriti nel muro esterno a sostenere 
un grande ballatoio, cosi come fu fatto più tardi per la quarta costruzione. 11 balla- 
toio di questa prima costruzione doveva sorgere però più in alto di quello conservato 
della quarta. 



1 



2 

_j m. 




L^nru^JTJ^UTJuin_rLrLajTJ 



Fio. 1. 



Riassumendo, quel che possiamo dire di questa prima costruzione si è che essa 
fu in orìgine ampia assai più che ora non apparisca, e che forse essa occupò per intero 
l' isola, avendo a suoi limiti le due vie (del Decumano e della Casa di Diana) e le 
due piazze, quella poi ridotta ad area sacra del tempio di Vulcano, e l'altra, in origine 
più ampia che ora non sia, in mezzo alla quale sorgeva l'ara dei Lari. E come ampia 



REGIONE I. 



— 405 — 



OSTIA 



e grandiosa, così spaziosa nei singoli ambienti, fervida di vita e di movimento, come 
piovano le taberne ammesse fin nel cortile e la via pubblica portata entro casa con 
sottopassaggi ('). 

Ma la vita tumultuosa dell'emporio di Roma, creando sempre nuovi bisogni, 
dando origine a movimenti rapidi di capitali, non consente che le costruzioni durino 
a lungo immutate. 




Fig. 2. 



Seconda costruzione. La Basilica. 

Lungo il Decumano si stabilisce un nuovo edificio che sopprime in parte e mo- 
difica la prima costruzione. Esso è segnato nella nostra pianta con reticolato fitto, 
ed è interamente costruito in mattoni, salvo il muro absidato della sala n. 10 che 
è in reticolato con legamenti in laterizio. Una grandissima porta (fig. 2), la più larga 
forse di quante se ne siano finora trovate in Ostia (m. 6,35) conduce dal Decumano 
in quella che dovette essere la sala principale della costruzione (n. 10). 

Gli stipiti di quella porta poggiano su dadi di travertino, e sono costruiti con 
mattoni accuratamente arrotati, con sottilissimi strati di calce interposta, e vi aggiun- 
gono decoro due pilastrini o lesene della stessa diligentissima costruzione con le cor- 
nici di base ritagliate nel mattone. 



( l ) Questo cortile con botteghe intorno ricorda la distribuzione dei locali di commercio nel 
khan turco o nel fonduk arabo, distribuzione che non ha un carattere etnografico o islamico, ma 
che è richiesta da condizioni di clima, e deve risalire perciò ad età remotissime. Sicché viene quasi 
fatto di riconnettere nel nostro edificio questa disposizione di locali con la origine orientale del 
piccolo sacrario sotterraneo, e pensare a un qualche ricco mercante levantino che abbia qui in Ostia 
esercitato i suoi commerci, costruendosi un emporio secondo tipi adottati nel suo paese. 



OSTIA — 406 — REGIONE I. 

Questo aspetto così decoroso dato alla porta principale si ripete negli altri pilastri 
delle porte che si aprono sul Decumano, tutti della stessa accurata costruzione e tutti 
poggiati su parallelepipedi di travertino. La sala principale n. 10, presenta di fronte 
all'ingresso sul Decumano una parete absidata, ed è per mezzo di due pilastri (lett. b, b) 
divisa quasi in tre navate, se non che quella verso occidente (10 b) angustissima è 
un corridoio piuttosto che una navata, e di corridoio ha l'uso. Il resto di uno di quei 
pilastri presenta un singolare caso di torsione dovuto forse a forza sismica ('). Ma 
anche sulla fronte settentrionale che dava in origine su una pubblica piazza, aveva 
quell'aula due grandi aperture e doveva, come vedremo, nel piano primitivo averne 
tre. L'una amplissima di m. 5,95, quasi come quella sul Decumano (lett. e) fu poi 
per maggior sicurezza dell'arco sovrapposto divisa in due da un pilastro (lett. d), l'altra 
più piccola lett. e (larga m. 2,07) era più vicina all'angolo del Decumano con la 
piazza dell'Ara dei Lari. La terza (lett. f) si apre presentemente dietro l'abside, ma non 
fu pensata così. Risulta infatti dall'esame del monumento, che il piano originario di 
una grandiosissima aula a tre navate e a sei grandi porte fu dovuto ridurre durante 
i lavori stessi di costruzione, rinunciando alle dimensioni già progettate e alle quali 
convenivano le larghissime porte. Infatti l'attuale parete di fondo con l'abside è sol- 
tanto giustapposta al pilastro di sinistra (lett. g). il quale era stato costruito libero, 
pensandosi a un'aula con almeno quattro pilastri se non sei, e assai più lunga del- 
l'attuale. E, come nel senso della lunghezza, qualche riduzione dovette farsi in quello 
della larghezza, restringendosi a semplice corridoio la navata di sinistra. Tale navata, 
qualora fosse stata costruita, avrebbe invaso l'ambiente n. 7 della prima costruzione, 
che fu invece poi conservato. Ma che ad espropriarlo si fosse già provveduto, lo 
mostra il fatto che dalla taberua n. 15 della seconda costruzione una porta conduce 
all'ambiente n. 7. 

L'aula così rimpiccolita e sformata ha presentemente un pavimento di mosaico 
bianco con fasce nere tntt' intorno al muro e intorno ai pilastri. Nel mezzo è una 
vaschetta rettangolare rasa ora al suolo, anche essa col pavimento in mosaico bianco, 
con tubo di carico e tubo di scarico nell'angolo sud-est. 

Ma la vaschetta è una tarda aggiunta al pari di altri miserabili murelli che in 
più luoghi restringono, chiudono, rimpiccoliscono gli ingressi e gli ambienti. 

Un'aula di così nobile aspetto, almeno nella concezione originaria e così larga- 
mente aperta sulle pubbliche vie, non poteva essere destinata che a pubblico edificio. 
Una bottega anche di straordinaria frequenza non aveva bisogno di pilastri e di absidi; 
un edificio privato o un luogo sacro non avrebbero avute tante e così spaziose 
aperture. 

Quale degli edifici pubblici che possiamo attenderci in una antica città potrebbe 
meglio convenire all'aspetto e al piano di queste rovine? Considerando le enormi 
aperture, occorrerà escludere tutti quegli edifici, dove si provvedeva alla amministra- 
zione, dove si tenevano delle adunanze con funzioni consultive e deliberative, dove 
insomma si disimpegnavano dei lavori che esigessero tranquillità e riserbatezza. Né. mi 

(') Unii torsione simile si lia in un pilastro del piccolo mercato. 



REGIONE I. — 407 — OSTIA 

pare possa pensarsi ad un macellum, troppo piccolo, anche se fosse stato eseguito il 
primitivo piano di costruzione. 

A me pare non resti altro nome da proporre che quello di basilica, come luogo 
largamente anzi totalmente aperto al pubblico e dedicato sopra tutto al comodo di 
potersi incontiare. Non dirò già d'aver trovato la basilica dell'antica Ostia, ma una 
delle basiliche che questa città, dato il suo carattere di centro di affari, poteva avere 
numerose ( l ). 

Anzi la basilica principale della città non sarà certo questa, piccola e costruita 
in età abbastanza recente, ma dovremo attendercene un'altra maggiore, più nobilmente 



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Fio. 3. 

ornata, di origine più antica, e meglio rispondente al tipo consuetudinario di questo 
genere di edifici. 

La nostra sarà stata creata così da un momento all'altro, sotto la spinta di chi 
sa quali pressioni o quali ambizioni, per ragioni di comodo, per avere un luogo di 
riunione coperto in posizione centralissima sul Decumano e presso al tempio di Vul- 
cano e a quello che fu probabilmente il Poro. 

Per tutte queste ragioni, tenuto fermo il punto essenziale di avere un'ampia 
aula absidata, facilmente accessibile, si passò sopra alle altre condizioni, al rispetto 
pel tipo tradizionale, per le proporzioni tradizionali della basilica ecc. Le taberne 
che non poterono stabilirsi intorno all'aula centrale si distesero lungo il Decumano. 

(') Il Curiosimi e la Notitia attribuiscono a Roma Basilicae decerti ; i testi e le iscrizioni 
conservano viceversa i nomi di ben venticinque basiliche, forse non coesistite tutte contemporanea- 
mente (Hfllsen, Nomenclator topographicus, pag. 60). 



OSTIA — 408 — REGIONE t. 

Forse qualora fosse stato eseguito il piano originario, che solo qualche indizio 
ci permette di indovinare, e che a titolo di saggio ho fatto tracciare nella figura che 
qui si aggiunge (tìg. 3), avremmo trovato non solo seguite in essa le regole vitru- 
viane della proporzione ('), ma avremmo avuto nel piano progettato un aspetto iden- 
tico a quello della basilica di Massenzio a Roma, come appunto vedesi dalla nostra 
figura. 

Questa povera basilica Ostiense nacque però sotto cattiva stella. Come abbiamo 
detto, la si stava costruendo, e già si mutava progetto. Non deve questo far mera- 
viglia in un'antica città e in lavori eseguiti a conto dell'amministrazione comunale. 
Scaduti i magistrati che avevano ideato e promosso il lavoro, gli eletti dopo di loro 
trovarono l'edifizio troppo grande, inutile, troppo costoso, e riuscirono a farlo ridurre 
in larghezza e in lunghezza ('). 

La navata di sinistra avrebbe reso necessario abbattere le mura del locale n. 7 
della prima costruzione; ci si rinunciò, e ci si contentò di aver un corridoio, che 
venne ad immettere in un cortile scoperto (n. 11) già appartenuto alla prima costru- 
zione e dove avrebbe dovuto, secondo il progetto originario, estendersi l'aula basilicale. 

Quel cortile per due porte che si aprono verso levante, comunica con i locali 
nn. 12 e 13, i quali tutti e due avevano il loro ingresso sulla piazza dell'Ara dei 
Lari, chiuso poi dai muri della terza costruzione. 

Nel cortile 11 aveva origine una scala che con un solo rampante conduceva ai 
piani superiori. Ne restano undici gradini costruiti in mattoni e con ciglio in legno, 
i primi quattro dei quali sono ricoperti da un tardo rialzamento. I gradini hanno 
un'alzata di m. 0,24 e si può calcolare ne manchino ancora quattro per raggiungere 
l'altezza del primo piano, la quale ci è indicata dalla cornice in laterizio sottostante 
al soffitto, conservata nel muro occidentale del vano n. 14, e dall' imposta della 
volta sul muro orientale dell'ambiente n. 12. Questa modesta altezza di soffitti 
eia però riservata agli ambienti secondari della costruzione seconda, l'aula absidata 
n 10 era più alta, come prova lo sviluppo dell'arco sopra la grande porta orientale 
dell'aula, arco di cui sono conservati gli inizi. Nell'arco che regge la scala, di cui si 
è detto,' era in opera un tegolone col bollo G. I. L. XV-525 b, di età Adrianea. 

I! sottoscala n. 12 aveva ancora una porta che si apriva verso nord, dove per- 
tanto sembrerebbe che la seconda costruzione avesse dovuto continuare. Attualmente 
però non ne restano più tracce. 

Lungo il Decumano la seconda costruzione allinea una serie di taberne ampie 
o tutte tra loro comunicanti, oltre alle porte che ognuna ha sulla via. Subito ad 
ovest del corridoio n. 10 b si ha un locale rettangolare n. 14, la cui parete orientale 
in parte rifatta, serrando un muro della prima costruzione, recava due grandi archi 
di scarico insistenti sul pilastro lett. h. Di quegli archi furono raccolte in terra piccole 
parti tutte disgregate, e da esse vennero dodici tegoloni che tutti portavano lo stesso 

(') Vitruvio prescrive che la larghezza dell'aula basilicale dev'essere non minore di un terzo, 
non maggiore della metà della lunghezza (V, 1). • 

(•) Cfr. sull'andamento dei lavori pubblici nelle città dell'impero romano: Mommsen, Mar- 
quardt, Manuel des Antiquités Romaittet, IV, pag. 140 seg. ; Liebenam, Stàdteverwaltung, pag. 382. 



Regione i. 



4Ò9 - 



ÒSTIA 



bollo delle figline ALAMENT ? datato dai consoli L. Publilio Celso e C. Clodio Cri- 
spino dell'anno 113 (C.l.L. XV, 2157). Dodici mattoni che portano lo stesso bollo 
ci danno il diritto di ritenere, che essi provengano dall'officina stessa e non da 
materiale raccogliticcio e dà costruzioni distrutte; perciò si può loro riconoscere un 
valore cronologico, tanto più che tale bollo non figura per ora che nelle costruzioni 
ostiensi. 




Fio. 4. 



La taberna aveva pavimento ad opus spicatum e nell'angolo NE una vaschetta. 
Da detta taberna potevasi per una porta passare nell'altra n. 15 che ha quattro porte, 
una delle quali si apriva sulla sala u. 7 già pertinente alla prima costruzione. Delle due 
porte che dalla taberna n. 15 danno passaggio all'androne n. lo, la più settentrionale è 
stata più tardi slargata contrariamente a quello che vediamo abitualmente praticato 
con tutte le porte e le finestre ostiensi che subiscono con l'andare del tempo continui 
rimpiccolimenti. Il n. 16 è l'androne che attraverso, il cortile n. 2 e l'androne n. 1, 
continua a dar passaggio tra il Decumano e la Via della Casa di Diana. In età tarda 
nel suo angolo NW fu adattata una latrina. Presso il tubo di scarico della latrina 
fu raccolta la bella e grande borchia di bronzo riprodotta a figura 4. È tutta mas- 
siccia, ed ha di diametro m. 0,132. Doveva ornare una porta di nobile aspetto. Si 
raccolsero anche tre vasi di bronzo in pessimo stato di conservazione e 53 monete, 
piccoli bronzi del principio del quarto secolo in pessimo stato di conservazione. Da 



OSTIA — 410 — REGIONE I. 



quel corridoio due porte, simmetriche allo due della precedente taberna n. 15, immet- 
tono nella taberna n. 17. la quale a sua volta comunica col cortile della prima costru- 
zione e con la taberna n. 18. Termina la serie delle taberne con la grande sala n. 19 
con porta più delle altre ampia sul Decumano. Devesi solo osservare, che essa aveva 
verso settentrione una porta e una finestra, le quali furono poi ostruite dal muro peri- 
metrale dell'area sacra del tempio di Vulcano. L'aspetto attuale di quest'area sacra 
è pertanto posteriore non scio, come vedemmo, alla nostra costruzione prima, ma 
anche alla seconda. 

Nulla si può dire di questa serie di taberne trovate tutte miseramente vuote e 
prive di qualunque indizio d'uso; solo può farsi rilevare, che esse dovettero essere, 
al pari della basilica, costruite col pubblico denaro, e che la loro ampiezza e il fatto 
d'essere comunicanti, sembra richiedere per loro un uso alquanto più elevato di quello 
del piccolo commercio privato. 

Come dicemmo, la nostra piccola basilica non ebbe fortuna. La volta dell'aula 
principale, pure ridotta di dimensioni, non sembrò troppo sicura, e tre pilastri si 
eressero a puntellarla (lettere, d, d, d). Li piantarono senza alcun riguardo alla sim- 
metria, forse solo preoccupandosi di non togliere col pilastro mediano la vista del- 
l'abside dal Decumano. Ma questa negligenza lascia già vedere, che la basilica era 
trascurata, riconosciuta forse inetta allo scopo, o superflua per l'esistenza di altre. 
E poco dopo infatti i decurioni di Ostia alienano parte della piazza dell'Ara dei 
Lari, concedono che un privato vi fabbrichi su, e che ostruisca tutti meno uno gli 
ingressi della basilica da quella piazza. Il sogno di qualche arricchito mercante di 
grano che, giunto all'ufficio di duumvir quinquennalis, aveva creduto di eternare il 
suo nome con la costruzione di una nuova basilica, crollava così miseramente, tra 
volto dalla vita turbinosa, dal bisogno di aree fabbricabili e dall'alto prezzo di esse 
nel centro della città. 

Delle ultime vicende della basilica poco possiamo dire, per quanto non siano 
esse state prive d'interesse. La porta della navata di destra n. IO a fu come le altre 
porte del Decumano in parte chiusa e le soglie due volte rialzate di livello. Tra il 
primo e il secondo rialzamento si distese in quella parte dell'edifìcio un pavimento 
a lastre di marmo. Ne fu trovato al posto un tratto avanti la porta del n. 10 a, e 
di esso facevano parte le due iscrizioni edite in Notizie 1916, pp. 177 e 178. 

Più importante modificazione avvenne nel cortile n. 11. La scala fu rialzata 
ponendosi una soglia di travertino sul quarto suo gradino, e servì ancora in età 
tarda. Verso nord fu tratto poi un muro absidato costruito in file alternate di paral- 
lelepipedi di tufo e mattoni e con fondazioni che si elevano a circa m. 1.10 sul 
piano dell'antico edifìcio. 

Questa tarda parete absidata, la pavimentazione in lastre di marmo, il piccolo 
tardissimo avancorpo costruito avanti la graude porta decumana della basilica, avan- 
corpo che sembra richiamare un portale con due colonnine ( l ) il rinvenimento non 

(') L'avancorpo presenta come plinto per sostenere la colonnina una lastra di marmo con 
rilievo stato abraso prima di porlo in opera. Vi si può però intravedere un albero sul cui tronco 



REGIONE t. — 411 — OSTIA 

lungi di qui di una colonnina con la figura a rilievo del Pastor Bonus (') fanno 
ritenere probabile, che nella basilica e nel cortile si sia impiantata una chiesetta 
cristiana, o due tra loro comunicanti. Disgraziatamente nessuna conferma potè otte- 
nersi dai troyamenti nulli o affatto insignificanti. 

Terza costruzione. 

Pochi anni dopo la costruzione della basilica un privato ottenne di poter edificare 
su parte della Piazza dell'Ara dei Lari, appoggiandosi alla basilica, e chiudendone 
tutti gli ingressi meno uno. La terza costruzione è in pianta segnata con tratto 
obliquo a destra, e comprende i locali nn. 20-30. 

Allo scopo di lasciare libero accesso alla porta laterale destra della navata n. 10 a 
e ad un tempo conservare l'allineamento sul Decumano senza brutte riseghe, il nuovo 
costruttore fu obbligato a lasciare sul davanti del suo edificio un portico n. 20 di 
cui appaiono lievi tracce. 

Molto più tardi l'estremità orientale di quel portico fu occupata da una grande 
fontana semicircolare (n. 21), con nicchie semicircolari e rettangolari alternate ( ! ). 
Nella costruzione della fontana fu trovata messa in opera parte di una iscrizione 
onoraria a un Marco Aurelio pantomimo, che è forse il celebratissimo siriano Apo- 
lausto ( 3 ). 

La terza costruzione si compone di un edificio quasi rettangolare che dalla 
Piazza dell'Ara dei Lari lascia sboccare sul Decumano solo una via larga m. 3,65, 
nascondendo così completamente alla vista dei passanti sul Decumano l'Ara già 
detta. La costruzione ha i muri esterni a cortina di mattone di mediocre accura- 
tezza, gli interni di opera reticolata con legamenti e ricorsi in mattoni. 

Il portico fronteggiante il Decumano sarà stato a grandi arcate non indegne di 
figurare accanto a quelle della basilica, e probabilmente avrà avuto un ingresso sulla 
via ad oriente; ora invisibile per il sopracostruito ninfeo. Del pavimento apparve 
un tratto in diligente opus spicatum. 

Sul portico si aprivano cinque porte, la mediana più piccola per un corridoio 
(n. 24), le quattro laterali più larghe per altrettante taberne (nn. 22, 23, 25, 26). 



ritagliato è foggiata una figuretta di Apollo o di Diana di cui si vede bene il braccio proteso con 
l'arco. Dinanzi era una rustica ara e una figura virile nuda con torso di prospetto e gambe di pro- 
filo, con la mano destra poggiata sulla coscia destra un po' sollevata. All'estremità destra è ancora 
un albero. 

(') Calza in Notizie 1916, pag. 143 II relatore presentò l' ipotesi non improbabile, che la 
colonnina col rilievo dovesse sorreggere un bacino d'acqua lustrale. 

(") In epoca tarda Ostia si arricchisce di molte fontane. Nel tratto del Decumano tra il teatro 
e questo luogo di cui parliamo, tratto lungo poco più di cento metri, se ne incontrano quattro, 
tutte della stessa forma. Dovrebbe ammettersi, che nel terzo secolo, età alla quale sembrano doversi 
attribuire queste fontane, sia stata molta accresciuta la dotazione di acqua di cui Ostia poteva 
disporre. Di questa nostra fontana si parla già in Notizie, 1914, pag. 70. 

(°) Calza, in Notizie 1914, pag. 70. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 54 



OSTIA — 412 — REGIONE I. 

Quella più a levante (n. 22) molto ampia ha un pavimento in opus signinum, 
ma ha i muri perimetrali quasi rasi. Essa è la sola delle quattro taberne del sup- 
portico che possa comunicare con gli altri ambienti posti a nord (nn. 28 e 29). 
Nell'angolo NE si apriva la scala ai piani superiori, che è però semplicemente appog- 
giata, e non sembra creata insieme con la parete cui aderisce. Se ne conoscono solo 
quattro gradini. 

Nella taberna n. 23 è una base quadrangolare in muratura che misura m. 0,96 
X 0,89X0,72 e doveva essere rivestita di marmo o di stucco, ed è conservata sino 
allo svolgersi della cornice. Difficilmente essa rappresenta un ornamento originario 
di quella sala, perchè insiste su un pavimento in coccio pesto che sembra di 
tarda età. 

Il corridoio n. 24 che ebbe in età posteriore molteplici chiusure, si apriva late- 
ralmente sulle due taberne e sboccava nel cortile n. 27. 

La taberna. n. 25 molto ampia e lunga arriva dal portico sul Decumano sino 
alle spalle del cortile, sul quale non sappiamo, se ebbe apertura, essendo l'attuale 
muro di chiusura di più tarda costruzione. E pavimentata a poligoni di basalte del 
tipo in uso per le vie. 

L'altra taberna che chiude gli ingressi laterali della basilica (n. 26) è lunga e 
stretta, non aveva comunicazione con la parte posteriore dell'edifìcio, e fu in età tarda 
in vario modo sbarrata da murelli. Anche di età tarda è la scaletta presso la porta 
sotto il portico. Invece abbastanza antico sembra essere il pozzo con pareti ad opera 
reticolata che si trova presso l'angolo NE della taberna, e che forse abbandonato, 
quando si diede forma regolare alla Piazza dell'Ara dei Lari, fu poi ritrovato e tor- 
nato ad usare dagli abitanti della taberna. E appunto per essere stato riadoperato 
fu dagli antichi purgato, e non ha offerto alcun dato alle nostre ricerche. 

Ai cinque locali affacciane per il portico sul Decumano corrispondono quattro 
aperti a nord verso la piazzetta dell'Ara dei Lari. L'uno di essi, che è cortile sco- 
perto (n. 27), abbraccia in larghezza la taberna n. 25 e il corridoio n. 24. 

Devesi notare in questa terza costruzione, che le fondazioni dei muri della parte 
settentrionale sono alquanto più alte di quelle dei muri della parte meridionale. 
Questo avvenne, perchè la piazzetta dell'Ara dei Lari si trova a un livello alquanto 
più alto di quello del Decumano. L'architetto di questa terza costruzione la livellò 
tutta col piano della piazzetta dei Lari, tranne il portico sul Decumano che è al 
piano stesso del Decumano e della basilica ('). 

Le taberne nn. 28 e 29 spaziose, quasi uguali di dimensioni, intercomunicanti, 
e ugualmente lastricate allo stato attuale con poligoni di basalte, si aprivano tutte 
e due a nord sulla piazzetta dell'Ara dei Lari con larghe porte, più tardi rimpic- 
colite. 



(') Altri casi di dislivello nelle fondazioni dello stesso edificio si hanno sul lato nord della 
caserma dei Vigili e nella costruzione che si trova di fronte alla facciata orientale della stessa 
caserma; si vedono colà le soglie delle taherne a differenti livelli, discendendo leggermente le vie 
verso il fiume. Nel nostro caso la discesa si avrebbe nel senso opposto. 



REGIONE I. — 413 



OSTIA 



Quella n. 29 aveva anche un altro ampio ingresso dalla via normale al Decu- 
mano. Tutte queste porte esterne hanno soglie di travertino con canaletto per far 
scorrere le assi di chiusura. 

Nella taberna n. 28 si ha anche una vaschetta e una latrina. 

Il cortile segnato col n. 27 non ha limiti segnati con molta precisione, e pare 
abbia finito per costituire una specie di condominio col proprietario della quinta 
costruzione (segnata in pianta con tratteggio obliquo a sinistra: ambienti n. 38-45). 

È lastricato con poligoni basaltini, e reca due scale l'una e l'altra posteriori alla 
costruzione, e l'una specialmente degli ultimi tempi della vita di Ostia. Della prima 
appoggiata all'esterno della parete occidentale della taberna n. 28, non restano che due 
gradini e le traccie degli altri che si incassarono nel muro e raggiunsero il pianerot- 
tolo sopra la porta di comunicazione tra 28 e 27 dove è conservata anche una finestra. 

Dell'altra piccola sono conservati otto gradini, e nel sottoscala una vaschetta. 
Vi è anche un pozzo che, al pari di quello ricordato nella taberna n. 26, può essere 
abbastanza antico, riadoperato poi in tarda età. Col cortile comunicava per due porte 
la cameretta n. 30, che potrebbe essere stata abitazione di un ostiario o stalla. La 
porta a levante fu chiusa dalla scala tardissima e da una vaschetta che vi si appog- 
giarono. 

QOARTA COSTRUZIONE. 

La quarta costruzione è segnata in pianta con tratti alternatamente interi e 
punteggiati, e comprende gli ambienti nn. 31-37. 

Essa è tutta in cortina a mattoni, e nella costruzione furono esaminati un bollo 
(estrema parete est) C. 1. L. XV, 6350, della fine del primo secolo, tre bolli iden- 
tici col nome del noto servo imperiale Anteros Severianus (C. I. L. XV, 811 b), il 
quale segnò anche dei bolli con la data dei consoli Paetinus et Apronianus (a 123, 
C. I. L. XV, 810), e i cui laterizi abbondano nelle murature del Pantheon. Si può 
pertanto ritenere, che egli operò ai tempi di Adriano. 

Nella facciata sulla Via della Casa di Diana essa si apriva originariamente con 
un solo ambiente con tre porte (nn. 31, 31 a, 31 b), ampio m. 11,95 X 7,50, ambiente 
con robusti pilastri che sorreggevano la volta di cui si vedono in più di un luogo 
le tracce. Era essa volta divisa in tre parti, formava cioè triplice crociera. Si vedono 
di essa volta i pieducci sui pilastri, e sull'angolo NE un bel tratto conservato che 
sostiene ancora parte del pavimento del primo piano. La crociera mediana era soste- 
nuta lateralmente da due potenti arconi sotto i quali si alzarono poi i muri di tra- 
mezzo che più tardi divisero in tre la taberna. Di detti archi si vedono gli inizi, e 
del più orientale si trovarono anche più copiosi avanzi, ma in uno stato di conser- 
vazione del tutto disperata. 

A sud di questo ambiente e con esso comunicante per due porte è il cortile 
n. 32 che già, come vedemmo, doveva aver fatta parte della prima costruzione. 

Due scale (nn. 33 e 34), un sottoscala (n. 35), un cortile e due altre grandi 
camere già appartenute al primo edificio (nn. 36 e 37) completano il sistema di questa 
costruzione. Recherà meraviglia, che un edifìcio il quale non ha a pianterreno che tre 



OSTIA — 414 — REGIONE I. 

soli stanzoni, nn. 31, 36 e 37, abbia due scale per raggiungere i piani superiori, una 
con accesso dalla via, l'altra dal noto sottopassaggio della costruzione prima (nu. 1 
e 2). Ma l'esame della costruzione può offrire l'indizio per una probabile ipotesi. 

La scala che si apre sulla Via della Casa di Diana (n. 36) è semplicemente appog- 
giata alla sua parete laterale destra, ossia al muro dell'androne n. 1. Ma lo spazio 
che essa scala occupa è spazio indubbiamente sottratto alla prima costruzione. Infatti 
a destra della porta della scala n. 34 si può vedere nello stipite che fa parte della 
costruzione prima, un battente. Pertanto quel muro della costruzione prima non era 
muro di facciata esterna o di appoggio di altro muro di altro proprietario, ma era 
stipite di una porta di altro locale della costruzione prima affacciante anch'esso 
sulla Via della Casa di Diana. Anche la costruzione quarta adunque soppresse una 
parte della costruzione prima. Ora siccome in nessun'altra parte della costruzione prima 
si vede una scala, e siccome viceversa sopra l'androne n. 1 si vedono i pavimenti in 
mosaico di stanze dei piani superiori di detta prima costruzione, devesi ammettere 
che il proprietario della costruzione quarta sopprimendo una parte della costruzione 
prima nella quale era probabilmente la scala originaria, si obbligasse a sostituirla 
con una nuova scala che è quella che fortunatamente assai ben conservata permette 
di raggiungere anche ora le due stanze sopra l'androne (n. 34). 

L'altra scala, che si apre nel sottopassaggio, è conservata nei primi gradini; 
abbiamo poi tracce degli altri e del pianerottolo ove terminava il primo rampante. 

Dal pianerottolo partiva un corridoio parallelo al rampante, e all'altro capo del 
corridoio sopra al primo rampante ne cominciava un secondo. Un esempio assai ben 
conservato di una scala così costruita si vede' nella casa di fronte a questa nostra 
sulla Via della Casa di Diana. 

Quasi certamente la quarta costruzione aveva almeno due piani sopra il piano 
terreno. Del primo si vede un avanzo sopra l'angolo NE della taberna n. 31a, parte 
del pavimento a mosaico con fondo bianco recinto di una fascia nera e della parete 
con zoccolo rosso e riquadri gialli. 

Un altro interessante avanzo dei piani superiori si ha nel ballatoio abbastanza 
ben conservato che adorna quasi per intero la facciata della casa sulla via. È desso 
sostenuto da grossi mensoloni in travertino, sui quali girano degli archetti ribassati 
in mattoni sostenenti il piano del ballatoio. In epoca più tarda nutrendosi qualche 
timore per la solidità dei ballatoi, i mensoloni di travertino furono sostenuti da muri 
in parallelepipedi di tufo e mattoni. L'ultimo di essi verso levante, cui forse si era 
reputato superfluo dare il sostegno in muratura, si schiantò per il peso, e travolse 
un tratto del balcone. Il pavimento del ballatoio è a grandi tegoloni bipedali rive- 
stiti di coccio pesto, il parapetto doveva essere in muratura, ma non ne resta traccia. 
La cornice è formata facendo sporgere l'uno sull'altro successivamente i tegoloni. Si 
aprono sul ballatoio una porta e quattro finestre. Simile a questo è il tipo di balconi 
della Via della Fortuna, e quasi certamente quello che doveva qui essere nella nostra 
costruzione prima ('). 

(') Di questo nostro ballatoio fu già detto, e se ne diede una figura in Notizie 1915, pag. 325. 
Quelli di via della Fortuna, in Paschetto, Ostia, pag. 816, 



REGIONE I. 



— 415 



OSTIA 



In età più vicina a noi la costruzione subì delle modificazioni e dei rimpicco- 
limenti. Due tramezzi l'uno a W di miserabilissima costruzione e assai mal ridotto, 
l'altro in parallelepipedi di tufo e mattoni anch'esso strapiombato e pericolante, divi- 
sero il grande locale del piano terreno (n. 31) in tre taberne, una delle quali ci 
giunse per singolare caso abbastanza ben conservata ('). 

11 tratto di marciapiede che si estende innanzi ad essa (n. 31) ebbe un mosaico 
a grandi triangoli curvilinei alternatamente bianchi e neri con grosse tessere e di 




Fig. 5. 



mediocre fattura. Ai due muri che sostenendo i mensoloni del balcone pareva limi- 
tassero l' ingresso alla taberna, furono appoggiati due sedili in muratura, e si diede 
una decorazione pittorica non fine, ma di effetto, ispirata alle incrostazioni di marmi. 
Un grande riqnadro limitato da fascia rossa ha in alto e in basso due rombi assai 
allungati, rossi su fondo nero. Nel mezzo è un disco rosso grande, cinto da un serto 
di foglie bianche su fondo verde, e inserito in un grande quadrato che vuol simulare 
l'alabastro fiorito, e ha all'intorno due fasce, che si intersecano a 45°, una rossa, 
l'altra verde. 

La porta della taberna è per metà sbarrata da un grande banco di vendita 
(fig. 5), piegato ad angolo retto rivestito di pezzi di marmi multicolori di varie 



( l ) Anche di questa taberna si disse qualche cosa, quando era a metà scoperta in Notizie 
1915, pag. 29. 



OSTIA 416 — REGUONB I. 

torme e dimensioni, raggranellati pertanto chi sa dove, e messi insieme alla meglio. 
Nell'adornamento di questo bancone e di altri nell'interno della bottega che descri- 
veremo, figurano marmo bianco, alabastro, cipollino, breccia corallina, africano, porta- 
santa, bigio, rosso e perfino un lastrone di marmo bianco iscritto ('). 

La lastra quadrata di alabastro fiorito, che riveste il piano del bancone all'an- 
golo verso l'ingresso, porta un'incassatura quadrata in cui doveva posare il plinto di 
una colonnina o di un pilastrino ornamentale. 

Sotto al bancone, pure con lastre di marmo rivestite internamente di intonaco 
a tenuta d'acqua, sono costruite due vaschette per il lavaggio della suppellettile po- 
toria della taberna. La quale suppellettile era esposta su un banco con scaletta a 
tre gradini di marmo. Appoggiato alla parete di tramezzo è un altro bancone pure 
rivestito di pezzi di marmi con scaletta a quattro gradini. Lo spazio sotto il banco 
è diviso in due da un lastrone orizzontale di marmo bianco formante un ampio 
repositorio. 

Il muro cui detto bancone si appoggia, conserva tracce di pittura su fondo 
bianco riquadrato da grosse fasce rosse. Vi si vede un grande piatto vitreo sul quale 
sono posati un bicchiere di vetro conico, un grappolo d'uva, un coltello con manico 
metallico a tortiglione, e una grossa e polposa radice a fìttone bianca con un ciuffetto 
di foglie attaccate, probabilmente una rapa, entrando questo prodotto dell'orto con- 
dito con sale e aceto nel novero di quegli alimenti che solevano esser presi fuori o 
avanti al pasto come aperitivi (*). Appresso al piatto di vetro è un vaso di vetro di 
forma quasi cilindrica, leggermente rastremato in basso, senza anse, entro al quale 
sono cinque pesche in acqua. Seguono figurate come appese a un chiodo due grosse 
frutta globose con ramoscelli fronzuti, probabilmente due melagrane. Intorno a queste 
pitture e tutt' intorno al secondo bancone di esposizione sono altre pitture a imita- 
zione di marmi multicolori, tagliati a rombi e triangoli. 

Nell'angolo SW della taberna è fìsso nel pavimento un pezzo di mortaio di 
marmo forato, e fornito di coperchietto discoidale di marmo, il quale penetra sopra 
una fogna e serviva allo scarico dei liquidi. 

Fu pure qui trovata, e ha relazione col commercio esercitato in questa taberna, 
una lastra lunga e stretta di marmo con tre uncini di bronzo destinati a sorreggere 
cibarie o biancheria. 

Dato tutto ciò, è facile riconoscere in questa taberna uno spaccio di bevande, 
e forse di quei cibi leggeri che dicevansi gustationes. Ad essa doveva essere annesso, 
come pubblico locale, il cortile n. 32, che ebbe allora un banco per sedere lungo la 
parete orientale (muro a della prima costruzione), ed ebbe gli altri adornamenti di 
una foutanina nel mezzo, del pavimento in mosaico identico per lavorazione e per 
grandezza di tessere a quello della taberna. E anche il locale più a sud n. 37 che 
presenta l'identico pavimento in mosaico, fu forse la saletta riservata della caupona. 



(') Contiene parte di un'iscrizione onoraria a Fulvio Plauziano suocero di Caracalla; la pub- 
blicò il Calza, in Notizie 1915, pag. 29. 

(") Coloni., XII, 66; Plin. Nat. /list., XVIII, 128. 



REGIONE I. — 417 — OSTIA 

Si costituì insomma in tutti i- suoi elementi l'aspetto tipico di xm'osteria del cor- 
tiletto. 

Né fu manomesso il piccolo santuario domestico sotterraneo che vi aveva costruito 
il proprietario della prima costruzione; anzi forse, a meglio appartarlo dalla com- 
pagnia non sempre ispirata a pietà dei bevitori, fu la scaletta, che ad esso condu- 
ceva, ricoperta di una volticina che serba qualche traccia di decorazione pittorica 
(riquadri limitati da fasce rosse e verdi, e in un punto ali di un uccello dipinto 
in rosso). La taberna era provvista d'acqua; del tubo di carico resta un tratto nel 
cortile n. 37, e un altro traito identico per misura nel cortile n. 11. 

Relativamente agli altri ambienti questo fu anche ricco di trovamenti. Si rin- 
vennero infatti nella prima eainera della taberna (n. 31): colonnina di marmo bianco 
con scanalatura a spirale, e con foro passante in tutta la sua altezza; al sommo- 
scapo, che è incavato e fornito di un dente, si adatta un coperchio discoidale anch'esso 
forato; alt. totale m. 0,56, diametro all'imoscapo m. 0.092. Probabilmente* per entro 
il foro passava un tubo d'acqua, sì che la colonnina poteva servire come base per 
un saliens. 

Parte inferiore di una colonnina in marmo numidico (giallo antico), alt. m. 0,33, 
diam. m. 0,075. 

Tronco di colonnina in marmo bigio , alt. m. 0,79, diam. m. 0,125. 

Parte superiore di una colonnina in rosso antico, alt. m. 0,195, diam. m. 0,18. 

Quattro tronchi di colonnine in marmo bianco, una delle quali scanalata. Misu- 
rano m. 0,35X0,095; 0,27X0,09; 0,19X0,85. 

Colonnina di giallo bruciato con foro passante in tutta l'altezza. Come base ha 
una lastra di marmo che già aveva fatto parte di un capitello di pilastrino. Quasi 
alla sommità della colonnina è attaccata un'ermetta di marmo giallo coronata di 
foglie e bacche di edera, e sotto di essa un capitellino di pilastrino di marmo rosso. 
Altezza totale con la base m. 0,91, diam. m. 0,10. 

Testa ritratto di Marco Aurelio (fig. 6) in piccole proporzioni da inserire in un 
busto. È lavoro di arte abbastanza buona, ben conservato, tranne qualche lesione 
all'occipite. Alt. col collo m. 0,24. 

Tre lucerne con la notissima marca ANNISER (Fortuna eretta di fronte col 
cornucopia e il timone; grappolo d'uva; disco superiore mancante). 

Lucerna con luna falcata e marca MANTONDION (C. I. L. XV, 6304). 

Cassetta cilindrica in piombo con apertura a forma elittica con strozzatura nel 
mezzo nella base superiore. Questa cassetta era malamente schiacciata ; doveva essere 
alta in media m. 0,25, e avere un diametro circa doppio dell'altezza. 

Si vede, che il padrone della taberna aveva delle pretese di eleganza, e come 
da precedenti edifici abbandonati aveva rubacchiato lastrine marmoree d'ogni colore 
per ornare i suoi banchi di vendita, così aveva raggranellato con una certa passione, 
colonnine e piccole sculture per abbellire la sala principale del suo esercizio. 

La taberna n. 31 b ebbe anch'essa fuori della porta due sedili ai lati dei muri 
che sorreggevano le mensole di travertino. E i muri furono ornati di pitture a fondo 
bianco con riquadri e fasce sottili rosse e verdi, e nel mezzo una figurina di donna 
di profilo, conservata solo nella testa. 



OStlA 



— 418 — 



REGIONE 1. 



11 tardo tramezzo che divise questa dalla taberna u. 31, è quasi tutto crollato; 
forse però ima porta di comunicazione tra i due ambienti era sempre rimasta, e 
questo secondo ambiente, che non ha pavimento a mosaico, che ha due rozze instal- 




Fig. 6. 



lazioni per una latrina e per un focolare, e semisepolto nel terreno un grande dolio, 
fn forse il locale di cucina e di servizio per la caupona. 



JSL 



^EA/fMtA/Efl/clAfvcic 




Fio, 7. 



L'altra taberna n 31 a ad est della caupona ha pavimento a poligoni di basalte. 
In epoca assai tarda vi si stabilì un forno i cui esigui avanzi non fu possibile couser- 
vare. Vi resta l'orlo di un grande dolio con la cifra incisa dopo la cottura XXVDIIJ, 
e avanti a questa appena solcata XXV. Vi fu trovata una piastra di rame lunga e 
stretta (fig. 7) con appendici nastriformi e con l'iscrizione punteggiata: 

TENE ME NE FVGIA FVGIO 



REGIONE I. — 419 — OSTIA 

La nostra iscrizione che servì di collere per uno schiavo, e che appartiene a 
quella categoria di monumenti così saggiamente classificati e illustrati dal De Rossi (*) 
manca malauguratamente di quelle indicazioni personali e topografiche che rendono 
così preziosi non pochi dei titoli analoghi. 

Quinta costruzione. 

Alla parete orientale della quarta costruzione viene ad appoggiarsi (e si vede 
benissimo la giustapposizione di muri di fattura alquanto diversa) una quinta costru- 
zione che probabilmente invase anch'essa come la terza una parte dell'area pubblica 
della Piazza dell'Ara dei Lari. È segnata in pianta con tratteggio spezzato obliquo a 
sinistra, e comprende i nn. 38-45. La duplice facciata esterna sulla Via della Casa 
di Diana e sulla piazza è a cortina a mattoni ; come pure in tutto laterizio sono 
le pareti, che affacciano sul cortile; i muri divisionali interni sono invece ad opera 
reticolata con ricorsi e legamenti di mattoni. L'edificio aveva tre porte grandi e una 
piccola sulla Via della Casa di Diana, e tre porte grandi e una piccola sulla piaz- 
zetta dell'Ara dei Lari. 

Delle due porte piccole, quella sulla Piazza dei Lari immette in una scala che 
a grande fatica abbiamo potuto conservare per un intero rampante e per parte del 
secondo, l'altra sulla Via della Casa di Diana introduce in un corridoio che va al 
cortile, e sul quale possono sboccare le taberne laterali. 

Le quattro taberne con ingresso dalla via e dalla piazza sono tutte grandi e 
con ampie porte che più tardi, forse anche per ragioni di sicurezza statica, furono 
alcune interamente chiuse, altre notevolmente rimpicciolite. La taberna d'angolo n. 38 
aveva quattro porte, due amplissime esterne, e due più piccole interne sul sottopas- 
saggio 39 Non era naturalmente troppo prudente, che l'angolo della costruzione fosse 
così abbondantemente traforato ; così fu chiusa completamente la porta sulla Piazza 
dell'Ara dei Lari, e notevolmente rimpiccolita l'altra sulla Via della Casa di Diana. 
Il pavimento attuale di questa taberna è a poligoni stradali di basalto. Furono qui 
rinvenuti il manico di un vaso in bronzo terminato a forma di foglia ad ambedue 
le estremità, un frammento di iscrizione con resti di tre lettere, i bolli di mattoni 
C. I. L„ XV-21; 589. Il corridoio n. 39 che poneva in comunicazione il cortile 40 con 
la Via della Casa di Diana, era originariamente lungo m. 9,40 e largo ra. 1,65 verso 
strada e m. 1,84 verso il cortile. Era coperto a volta, e vi potevano accedere le due 
botteghe laterali. 

Seguono verso ponente le due taberne nn. 41 e 42 che avevano ingresso sulla 
Via della Casa di Diana, e che sono presentemente lastricate ambedue con poligoni 
di basalte In questa parte dell'edificio avvennero delle profonde modificazioni richieste 
forse da urgenti necessità statiche. 

(') In Bull. d'Arch. Cristiana, 1874, pp. 41 e 159, e in Bull. Com., 1887, pag. 286; 1892, 
pag. 11; 1893, pag. 186; cfr. Ricci, in Bull. dell'Istituto di Diritto Romano, V, 1892, pag. 11; 
G.I.L. XV, pag. 897. 

Notizib Scavi 1916 — Voi. XIII. 55 



OSTIA 



420 — 



REGIONE I. 



I muri verso sud furono dovuti rafforzare appoggiandovi all'esterno e all' interno 
altri muri; il tramezzo che divideva le due taberne mi. 41-42 fu dovuto abbattere, e 
non resta di esso che un piccolo avanzo all'attacco del muro di fondo a sud. Fu sosti- 
tuito con un nuovo muro tutto in laterìzio che occupa esattamente il posto dell'antico, 
e che per una porta ad arco pieno lascia comunicare le due taberne. 

Per tale ricostruzione venne ad essere abolito il piano superiore a quello di 
queste due taberne, o per lo meno non venne ricostruito colà dov'era. Infatti non 
solo il muro laterizio di tramezzo non reca i segni dell'innesto delle travi per soste- 




Fio. 8. 



nere il pavimento sovrapposto a quella altezza a cui li mostrano le pareti lunghe 
delle due taberne nn. 41 e 42, ma la parete lunga di taberna n. 42 ricevette in tarda età 
una rozza decorazione pittorica che mostra all'evidenza, come il piano superiore non 
esisteva, o per lo meno non esisteva più all'altezza che gli era stata data in origine. 
Sopra un sottile strato di calce bianca infatti è colà dipinto in rosso un grande cantaro 
baccellato con volute vegetali che, da esso dipartendosi, si distendono per tutta la 
lunghezza della parete (fig. 8). Ora tale pittura invade il piano terreno e il primo 
piano, passando oltre i fori d'innesto delle travi. 

Le porte delle due taberne sulla Via della Casa di Diana vennero prima par- 
zialmente, poi totalmente chiuse, con muri a mattoni in quella n. 42, con paralle- 
lepipedi di tufo e mattoni nell'altra; l'ultima ad essere chiusa fu una finestra che 
si era lasciata nella taberna n. 42. E questa taberna n. 42 per una porta nel lato corto 
meridionale comunica con un altro ambiente u. 43, anch'esso ampiamente modificato 
in antico, e mal conservato, sicché è più che mai incerta la sua destinazione. 



REGIONE I. — 421 — OSTIA 

Dal vano n. 43 potevasi passare nel successivo n. 44, il quale si addossa al 
muro della seconda costruzione, e chiude una porta di questa che sembra fosse sino 
allora rimasta aperta forse sul cortile di condominio n. 27. 

Nel locale n. 44 fu ad un certo tempo adattato un grande forno di cui resta poco 
più del primo anello a grandi blocchi di tufo che già, fieramente danneggiati dal 
fuoco degli antichi, non potranno resistere a lungo al dissolvimento degli agenti 
atmosferici. Resta anche il pavimento a doppio piano di tegoloni con uno strato di 
sabbia interposto e parte del grande arcone in laterizio che copriva verso levante la 
bocca del forno e il piano di essa bocca in tufo. Da un tratto dell'arcone grande 
disgregato a terra furono raccolte ventisette tegole bollate, di cui una con bollo 
C. I. L. XV, 1070, dogli anni tra il 125 e il 134 e ventisei col bollo C. I. L. XV, 622, 
che può per i nostri esemplari leggersi ora più completamente che non sia fatto nel 
Corpus. 

2VA3 T3 23A) IJ3J1VA JW X3 JOd 2Vqo 
TINyE AVG MAI SERVI 

e deve attribuirsi agli anni 161-176. I prodotti del forno dovevano essere smerciati 
nella taberna n. 45, ampia, fornita originariamente di due porte, una nella piazza, 
l'altra sul cortile n. 40. Più tardi ne fu aggiunta una terza, aperta sul cortile n, 27. 

La taberna ha pavimento a poligoni di basalto. Il cortile n. 40, non molto largo, 
ebbe più tardi l'aggiunta di pilastri probabilmente richiesti a reggere coperture o 
balconi sporgenti dalle camere superiori. 

Il piano generale di questo edificio con le taberne, le scale e il corridoio che 
dalla strada va al cortile interno, è a un dipresso quello della costruzione terza. 

Interessante è in questa nostra costruzione il problema dei piani superiori e del 
mezzo di accedervi. Sopra il corridoio n. 39 doveva passare un corridoio simile; si 
vedono le tracce delle travi messe al posto costruzion facendo per reggere il piano 
superiore, due porte che sbucano dalle stanze sovrastanti alle due taberne laterali, 
e una finestra sulla Via della Casa di Diana. 

Lungo le due facciate, e in modo speciale lungo quella della Via della Casa 
di Diana, si vedono le tracce dell' incassatura di travi di legno che dovevano sorreg- 
gere il balcone all'altezza del secondo piano o del terzo, contando il piano terreno. 

Resti di intonachi dipinti, di soffitti dipinti, di pavimenti in mosaico e di lastrine 
di marmi policromi dei piani superiori, disgraziatamente absai scarsi, si rinvennero 
in più luoghi e specialmente nella taberna n. 38. Lo studio di questi frammenti 
che non si è ancora potuto portare a termine, potrà forse dare qualche piccolo 
risultato. 

Ma più degli altri interessante è l'esame della scala che allinea una appresso 
all'altra le sue rampe dal livello stradale sino all'ultimo piano senza risvolti, solo 
interrompendosi con brevi pianerottoli. 

È stata rialzata e tenuta su con abili espedienti dal soprastante sig. Finelli l' intera 
prima rampa di sedici gradini, il pianerottolo del primo piano la cui porta d'accesso 
è stata in età più tarda chiusa, e otto gradini della seconda rampa. Ho voluto 



OSTIA 



— 422 — 



REGIONE I. 



seguire con l'aiuto del bravo disegnatore sig. Berretti l'ulteriore andamento della 
scala. La seconda rampa, che non potremo immaginare più lunga della prima, giunge 
(vedi tìg. 9) quasi a metà della camera n. 41 e con un pianerottolo piuttosto lungo 
poteva andare ad appoggiarsi al muro di tramezzo tra l'ambiente n. 41 e quello n. 42. 
È possibile pensare che la scala si arrestasse lì, e che la spinta poderosa che 
essa esercitava andasse a finire contro un muro interno di tramezzo? È molto più 
ragionevole ritenere, che essa proseguisse ancora con un'altra rampa, così come l'ab- 





Fig. 9. 



biamo supposta nel disegno (fig. 9) in modo da potersi appoggiare al muro peri- 
metrale giustapposto al altro grosso muro perimetrale della quarta costruzione. 
L'edificio aveva per tal modo tre piani sopraelevati, i quali secondo la divisione 
degli spazi da noi seguita in base alle misure di alzata e pedata dei gradini esistenti, 
sarebbero alti m. 4,40 il primo, 3,60 il secondo, 3,10 il terzo. La linea retta seguita 
nella costruzione di questa scala faceva sì risparmiare dello spazio, ma non per- 
metteva la divisione dei piani superiori se non in due appartamenti al massimo. Forse 
i mezzanini potevano essere accessibili anche dalle taberne con scale in legno. 



Distaccata dall'isola, ma troppo ad essa vicina per non parlarsene qui, è una 
costruzione che venne in epoca relativamente tarda a restringere anche più la Piazza 



REGIONE I. — 423 — OSTIA 

dell'Ara dei Lari. Già si era colà costruita una fontana (lett. i) a pianta rettangolare 
in massi di travertino rivestiti di cocciopisto i cui resti appaiono nell'angolo NE 
della successiva costruzione che le si pose accanto, e che poi l'abolì, quando dovette 
adottare il rinforzo di pilastri. La fontana ebbe verso W, quando già una delle aper- 
ture della costruzione che le si appoggiò, era stata chiusa, un canaletto per lo scarico 
del sopravanzo. 

Questa costruzione n. 46 fu da principio una specie di chiosco a pianta rettan- 
golare di m. 8,50 X 6,38 con quattro pilastri angolari, due mediani nei lati lunghi 
e sei grandi aperture. In pianta la originaria costruzione è segnata con spazi bianchi 
riservati tra linee di tratteggio. 

La costruzione è tutta in laterizio ; ebbe originariamente pavimento in opera 
spicata e decorazione di intonaco dipinto nell'interno dei pilastri. Ebbe anche, non 
sappiamo se sin dall'origine o dopo, un piano superiore, la cui esistenza è provata 
da notevoli resti di pilastri angolari identici a quelli del piano inferiore, ma più 
piccoli di dieci centimetri circa per lato. Essi si rinvennero caduti nell' interno della 
costruzione, ed erano anch' essi decorati con pitture a fondo giallo. Della scala 
non vi è traccia. Naturalmente era alquanto ardito dare un piano superiore a un 
edificio così traforato, e con pilastri così sottili, e ben presto si resero necessari 
chiusure, tramezzi, aggiunta di pilastri sul lato orientale forse a sostenere un 
balcone. Altri muri si addossarono poi a sud, racchiudendo una specie di lunga e 
stretta stanza proprio a ridosso all'Ara dei Lari. A quale uso possa aver servito una 
così leggera costruzione non è facile accertare; certo il vederla così aperta da ogni 
lato, cinta da ogni parte da pubbliche vie fa pensare, che dovesse essere largamente 
frequentata, e che non avesse bisogno né di locali riservati per conservare cose da 
smerciare, né di adattamento alcuno che permettesse di trattenervisi più di qualche 
minuto. 

Dell'Ara dei Lari disse già il Calza in queste Notìzie (1916, pag. 145); recen- 
temente si è potuto aggiungerle uno scaglione della cornice superiore che rovesciato 
era stato adoperato a risarcire la pavimentazione della via. 

Essa fu posta qui prima del secondo rialzamento del Decumano, come prova il 
livello del grosso lastrone di travertino che le serve di base. Le costruzioni che a 
poco a poco le si fecero intorno, la resero sempre meno visibile; all'ultimo poi il 
chiosco da una parta, una grande fontana rettangolare (n. 47) dall'altra la nascosero 
quasi del tutto. 

Non è possibile né mette conto rilevare tutte le modificazioni di piani e di 
livelli avvenute nel progresso dei tempi in questo gruppo di costruzioni ; il diligente 
rilievo del cav. Stefani, che qui abbiamo aggiunto, li pone del resto in evidenza, 
segnandoli con l' identico tratto della costruzione cui si riferiscono, ma più rado. 



Degli oggetti che si rinvennero negli strati superiori delle rovine più volte rima- 
neggiate, privi perciò di qualunque valore cronologico o stratigrafico, mette conto 
ricordare i seguenti: 



OSTIA 



— 424 — 



RKGIONB I. 



a) Frammento di lastra marmorea di in. 0,19X0,21 



J 



jQB'QLl 

d-PROSAV 
ET-VÌCT 



Fio. 10. 

. taur\oboliu[m oppure crf\oboliu[m factum M(atri) D(eum)'] M{agnae) 

I(daeae) prò salute et re]dit{u) et vict[pria 



La quarta linea scalpellata doveva portare il nome di un imperatore la cui 
memoria fu dannata. 

L'iscrizione va ravvicinata alle altre che pure ricordano con forinole simili tau- 
robolii e criobolii compiuti in Ostia per la salute e la vittoria di imperatori {C.I.L. 
XIV, 40-43) e lascia indurre una volta di più, quale vasta dispersione abbiano i 
marmi ostiensi dovuto soffrire, essendo assai probabile che il nostro frammento fosse, 
come gli altri citati, posto nel gruppo di editici attribuiti al culto della Magna Mater 
a notevole distanza da questa isola ('). 

Forse di contenuto identico e della stessa provenienza può essere un frammento 
di lastra opistografa di m. 0,145X0,095 che reca dall'una parte con grandi lettere: 



b) 
e al rovescio : 



O-SAL 



../TE. 
..NT. 



e una linea con lettere abrase 



Pensavo che potesse attaccare con l'iscrizione pure opistografa con ricordo di due 
sacrifici prò salute etc. {C.I.L. XIV, 40) che è ora conservata nel Museo delle 
Terme, ma l'esame dei pezzi esclude assolutamente la pertinenza a una sola iscrizione. 



(') Paschetto, Ostia, pag. 370. Ricordo ad ogni modo l'altra iscrizione relativa alla Mater 
Deum, trovata in questi dintorni (Notizie, 1913, pag. 234, n. 14). 



REOIONB I. 



425 — 



OSTIA 



c) Frammento di lastra marmorea di m. 0,25X0.26; lettere 0,05 nella prima 

linea, 0,04 nell'altra: 

.../STILLAE 

...EL1XP... 

• ...LA... 

Fd]ustillae | F]elix p[ater la 

d) Frammento di lastra m. 0,28 X 0,15, lettere m. 0,059 : 

...ANN • IDE... 
...OST1ENS.. . 

' rrì 

C~\ann(ophoris) ide[m dendrophoris ? 

Ostien$[ibus ? cfr. C. I. L. XIV, 33-36. 

e) Frammento come sopra m. 0,18X0,17, lettere m. 0,03: 

CRESCE... 

LIVS- VIC ... 
VSSoT... 

f) Frammento come sopra m. 0,19 X 0,17. Belle lettere con vivace rubricazione, 

alte m. 0,055: 

.. .CORD. . . 



g) Frammento come sopra, m. 0,11X0,19: 



. EVO . . 

.TERE. 

FLAB. 



h) Frammento come sopra, m. 0,14X0,10: 

...AEG... 
...CDIVIH... 

* A linea 3 sembra debba supplirsi divi H[adriant] ; la finale della parola pre- 
cedente il divi è una C forse sà]c(erdos), mentre si desidererebbe invero fl(amen. 

i) Frammento come sopra, m. 0,23X0,16: 

M ! C N • V . 
..GAVIVS LV.. 
../1VIVS FVLV. 
..EMILIVS PRI. 
..LIVS VITALI. 
..VS POLVTIM. 
..VS FELIC... 
..VIVS rv... 
..ELIV... 



OSTIA — 426 — REGIONE I. 

Trattasi di un frammento di albo forse di qualche collegio. 
/) Frammento di lastra marmorea: 

M 
... D NAGLA... 
...XXIII... 

Parecchi altri frammenti di lastre marmoree con una o pochissime lettere di 
nessun significato. 

Bambola d'osso già ricordate in Notizie, 1916, pag. 148. 

Testina minuscola in marmo di gioyane donna forse di Venere d'arte scadente. 

Frammento di una forma io terracotta simile alle molte rinvenute anni addietro 
nel magazzino dei dolii (') recante la figura di un leone che sottomette un toro. 

Mezza figurina di Sileno in bronzo, da applicarsi a un mobile in legno, pessima- 
mente conservata. 

Cinquantotto lucerne delle quali una col bue Api già pubblicata (Notizie, 1916, 
p. 179), una col Paitor Bonus con l'agnello sulle spalle, un'altra col monogramma 
cristiano, tutte le altre con figurazioni comunissimo e insignificanti o prive affatto di 
figure. Le marche non presentarono che nomi notissimi CIVNBIT (tre volte) ANNISER 
(due volte) FLORENT (due volte) CRISPIN . 

Oltre un centinaio di monete di bronzo quasi tutti medii e piccoli bronzi del 
terzo e quarto secolo, al solito pessimamente conservati. Costituì una bella eccezione 
il raro medaglione in bronzo di Marco Aurelio e Commodo (Cohen, 5) che si rin- 
venne in eccellente stato di conservazione. 

Abbondantissimi furono al solito i bolli di mattoni; si rinvennero nuovi esem- 
plari dei bolli pubblicati in C. I. L. XV, 4, 19*, 22 a e è, 23, 24, 109, 147, 216, 
245, 283, 292, 294, 322, 326, 336, 372, 377, 496, 525 a e *, 580 *, .585, 589, 612. 
622 635 a, 683, 733, 769, 774, 876 a e b, 1014 a, 1034, 1066, 1070, 1079, 1094rf. 
1380, 2157, 2215; Notizie scavi, 1910, pag. 290. 

Inedito sembra essere il seguente bollo rettangolare: 

SALEXPRCcRSEVE 

che completa gli esemplari C. I. L. XV, 954 e Notizie scavi, 1910, pag 234. 
Una menzione merita pure il bollo lunato di ottima conservazione: 

EX PRAED FVLVI PLAVTIANI FIGLIN 
ATORAPPIVS BENERIVS 



(') Cfr. Pasqui, in Notizie, 1906, pag 357. Altri frammenti simili nello scarico sovrastante 
alla via tra il tempio di Vulcano e i Moliui : Vaglieri, ibid., 1908, pag. 332. 



RKGIONE 1. — 427 — 



OSTIA 



Era noto sinora per un solo esemplare trovato nel cimitero di Domitilla (') 
C. Fulvio Plauziano prefetto del pretorio sotto Settimio Severo, e suocero di Cara- 
calla, è ben noto nella industria laterizia romana, dove lo ricordano già non meno 
di dieci bolli diversi (*). Notevole è la parola figlinator che appare nuova nel les- 
sico latino. 

Di bolli di anfore si ebbero repliche degli esemplari G. L L. XV, 2574 a, 2584 d, 
2628, 2635*, 2712, 2831, 2932a, 3041, 3094 (varietà con la L rovesciata) 3538. 

Inediti sembrano essere i seguenti due, rilevati sulle anse: 



Qj.1 • C • SEC • II 



MCS 
gli altri due impressi sul collo: 



DPL 
2V)IHOJCO 



Notevole è poi l'anfora che porta sulle due anse: 



DFF 
PNN 



* 



I termini per datare questo gruppo di costruzioni sono alquanto scarsi special- 
mente in seguito alle manomissioni di recenti scavatori. Vedemmo che la basilica 
che è tra esse la seconda, per i suoi dodici bolli di mattoni dell'a. 113 e per l'altro 
nelle scale di età adrianea (CI. L. XV, 525 b) devesi probabilmente ascrivere ad 
età adrianea, a meno che non si volesse portarla poco più in su alla fine del periodo 
traianeo, considerando che la scala corrisponde già a un mutamento nel piano primi- 
tivo dell'edilizio. A questa assegnazione cronologica ben si conviene tutto il tipo di 
costruzione in cortina laterizia accurata con poca calce interposta, e il buon retico- 
lato dell'abside basilicale. 

La quarta costruzione adopera mattoni con bolli della fine del I sec. (C I. L. 
XV, 685) e del 123 (C I. L. XV, 811i), e per quanto questa ultima data debba forse 
essere accolta con qualche cautela ( 3 ), pure non ci si può molto discostare da essa. 
Né ad essa in alcun modo sconviene il tipo di costruzione. 

( l ) Bull. (Tarali, crist., 1898, pag. 234. Questo esemplare mi è stato segnalato dal sig. Edoardo 
Gatti, prezioso raccoglitore di tutte le accessiones delle iscrizioni doliari. 

( a ) C.I.L. XV, 47, 160, 184, 185, 197, 206, 240,241, 406; Notizie, 1893, pag. 69. 

( 3 ) Le tegole che portano sul bollo il consolato di Aproniano e Petino (a. 123) sono talmente 
numerose, che per grande che possa essere stata l'attività edilizia sotto l'imperatore architetto 
Adriano, sembra impossibile possano essere state fatte cosi enormi cotture di laterizi in un anno. 
Può forse pensarsi, che avendo le tegole fabbricate in quell'anno incontrato un qualche maggior 
favore tra i costruttori, si sia continuato a fabbricarne, usando lo stesso timbro che veniva a per- 
dere il valore cronologico e ad acquistare quasi quello di segno di garanzia. 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIII. 56 



OSTIA — 428 — REGIONE I. 

Il forno costruito in tarda età nella stanza 44 aveva ventisei tegole con lo 
stesso bollo degli anni 161-176 (C. I. L. XV, 622). 

La fontana semicircolare sul Decumano che distrugge parte della costruzione 
terza, adopera come materiale di costruzione un pezzo di epigrafe probabilmente rife- 
rentesi al pantomimo M. Aurelio (Apolausto?) liberto di M. Aurelio e Lucio Vero ('). 

Il banco di vendita della tabeina n. 31, tardo adattamento della quarta costru- 
zione, si riveste di un pezzo d'iscrizione del suocero di Caracalla, C. Fulvio Plati- 
nano ( ! ). La memoria di colui fu dannata, e perciò ben presto dopo la sua uccisione 
avvenuta nell'anno 205 potè quel marmo essere disponibile. Con questi dati cronolo- 
gici si accorda il fatto, che le nostre costruzioni prima e seconda sono anteriori 
all'adattamento dell'area sacra del tempio di Vulcano, adattamento che sembra 
debba attribuirsi all'età tra Adriano (•) e Commodo ( 4 ). 

Sicché i limiti estremi che abbiamo potuto raccogliere nella cronologia di questo 
gruppo di edifici, dalla costruzione del secondo fra essi alle tarde modificazioni del 
quarto, non superano il secolo. 

Tanto rapido succedersi di costruzioni e di riattamenti è conseguenza della vita 
intensa e febbrile dell'emporio di Roma. Nulla in essa poteva serbare a lungo immo- 
bilità di aspetto. Le belle architetture dei secoli passati noi le troviamo intatte a 
S. Gimignano, a Todi, nelle piccole cittadine tranquille, povere della Toscana e del- 
l'Umbria, non a Sampierdarena o a Busto Arsizio. 

In nessuna città del mondo antico ci si accosta tanto come ad Ostia al principio 
ultramoderno dei costruttori americani in cemento armato, che gli edifici debbono 
cioè essere oggetti d'uso al pari delle vesti, e perciò facili a costruirsi, a modificarsi, 
a distruggersi senza preoccupazioni artistiche e senza rimpianti. 

Naturalmente anche le innovazioni nei tipi e nella tecnica delle costruzioni 
dovevano apparire a Ostia prima che in altre città di più lento ritmo di vita. 

Cosi già troviamo adoperati in edifici primitivi di modesto aspetto, quale la nostra 
costruzione quarta, le volte a crociere successive che eravamo soliti a vedere solo in 
grandi edifici e non troppo antichi. 

Così la nostra prima costruzione che è anteriore alla basilica (e in questa sono 
mattoni dell'anno 113) aveva dei balconi sorretti da mensoloni di travertino, che 
non solo non appaiono, ma che non sembrano neppure concepibili col tipo delle case 
e dei balconi pompeiani, case le quali certamenie non più di pochi decenni sono 
più antiche di questa nostra prima costruzione. 

li. Paribeni. 

(') Cfr. Notizie, 1914, pag. 70. 

(*) Cfr. Notizie, 1915, pag. 29. 

( 3 ) Questa è l'opinione più generale fondata sul criterio cronologico dei bolli laterizi; cfr. 
Pascli etto, Ottia, pag. 362. 

(*) Cosi pensava invece il Vaglieri (Guida, pag. 92). La questione in ogni modo non è riso- 
luta, e dovrà ancora essere presa in esame. 




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REGIONE I. 



429 — 



POMPEI 



CAMPANIA. 



IV. POMPEI — Di due grandi trofei dipinti rimessi a luce nella 
Via dell'Abbondanza e di una sala decorata con pitture di Vittorie volanti. 

Sul fronte dell'isola III della regione III, nella Via dell'Abbondanza, si era venuto 
mostrando, nei primi dell'aprile del 1915, un grandissimo vano, le cui inconsuete 
dimensioni attirarono subito la nostra attenzione, accresciuta ben presto dall' appa- 
rire di due alti e ben costrutti pi- 
lastri dall'uno e dell'altro dei suoi K.EG.II1 INS. IH- CF\SF> N* 6 
lati. Tali significanti dati di scavo 
lasciavano intuire la presenza, in 
quel luogo, non solo di un edificio 
importante, ma, anche probabilmente 
di un edificio di carattere pubblico. 
Non esitai perciò a trasportare ivi 
tutta la forza dello scavo, e così fu 
che, iniziatisi nei due giorni prece- 
denti la Pasqua (2 e 3 aprile), i fy 
lavori di scavo portarono, nel giorno 
seguente ad essa (5 aprile), alla com- 
pleta scoperta dei due alti pilastri 
tìancheggianti lo spazioso vano, che 
erasi mostrato, rivolto al sud, sul 
fronte della via, e dei due grandi 
solenni trofei di armi dipinti dallo 
zoccolo in sii per tutta l'altezza dei 
pilastri stessi. Fu presente, per fe- 
licità di eventi, allo sgombero delle 
terre (per cui trofei e pilastri furono 
completamente rimessi alla luce in- 
sieme alle prime alate Vittorie, che, 
ad una ad una si andavano già 
mostrando sullo zoccolo rosso del 
vasto quadrato, ancora a metà se- 
polto) S. E. il Presidente del Con- 
siglio dei ministri on. Salandra. 
Tenne l'animo suo ed i nostri, al loro es± 
apparire, una viva commozione in 
quella grave ora della Patria e l'au- 
gurale annunzio del felice scoprimento piacque che fosse dato, il giorno seguente, al 
Paese. Lo scavo, intanto, proseguitosi nei mesi dell'aprile, del maggio, e via via 




METRI 



Fig. 1. 



POMPEI 430 REGIONE I. 

,*. 1 — ■ 

completatosi con gli opportuni restauri nei mesi seguenti, ha condotto allo scopri- 
mento ed all'assettamento, solo ora completo, di tutto il bello e vasto spazio di cui 
offro qui la descrizione col più breve commento. 

Il vano di accesso (tig. 1), è ampio in. 6,17, e dei pilastri che lo fiancheggiano 
quello di sinistra misura m. 1,20 di larghezza e quello di destra m. 1,80, così che 
questo è per circa 60 centim. più largo del suo compagno; l'altezza ne è di m. 5,18; 
lo spessore di m. 0,64. 

Una soglia marmorea, non più larga di m. 0,36 e fatta di otto lastre, va dall'una 
all'altra parete dello spazio che si apre dietro il vano di accesso; e questo spazio, 
che è di forma quadrata, misura non meno di m. 8,50 di larghezza per altrettanti 
di profondità. Era chiuso nei suoi lati di oriente e di occidente, mentre, nel lato 
nord, apresi un piccolissimo vano largo un metro, nascosto quasi dallo zoccolo rosso 
e munito di una porticina girante su cardini potenti di cui i f'oramina restano in 
una breve soglia marmorea. L'altezza delle pareti misurava m. 5,18, come è chiaro 
dalle parti superstiti di esse e da alcune delle buche ancora conservatesi, nelle 
quali immettevansi le travi di sostegno al cielo piano della stanza. Non aveva 
nel mezzo del cielo, alcuna apertura, come è lecito dedurre dalla mancanza di ogni 
traccia d'impluvio e di ogni altro scolo di acque; che anzi il pavimento, di semplice 
e rozzo signino, ha, quasi nel centro, un quadrato, non meno di m. 4,60 largo (la 
lunghezza è di poco inferiore), cosparso e decorato dai consueti frammenti marmorei, 
bianchi e grigi ; maggiore è lo spazio tra questa parte decorata del pavimento e la 
parete di destra (m. 2), minore quello di sinistra (m. 1,62). La luce, per compenso, 
entrava ad abbondantissimi fiotti dalla vastissima apertura, che misurava, come abbiam 
detto, non meno di m. 6,17 su gli 8.50 dell'intera larghezza, ed aprivasi, quindi, 
rivolta a mezzodì, quasi per tutta la fronte, sul marciapiede. 

Lo stato della rovina è, per gran parte, soddisfacente. Uno scavo, condottovi in 
tempo che non può precisarsi, ne ha distrutto quasi per intero la parete di sinistra, 
il cui zoccolo è riuscito solo in qualche parte a salvarsi: perfetta è invece la con- 
servazione di tutta la parte inferiore del lato nord e così dell' intera parete di destra; 
intatti, sino all' imposta dell'architrave, sono i pilastri del fronte, costruiti dei consueti 
piccoli rettangoli isodomi di pietra sarnense fra compatti doppi filari di mattoni e 
rivestiti di un intonaco che ha bene resistito al tempo (fig. 2). Su questi pilastri di 
fondo giallo sono, come ho detto, dipinti i due grandi trofei. Uno zoccolo rosso, alto 
m. 1,80, terminato superiormente da una cornice ad ovoli, su cui in bianche tabelle 
ansate, sono dei programmi elettorali (v. Notizie, 1915, pag. 232, iscr. 20-26), fa come 
da base ai due trofei. Su di esso l'artista ha immaginato poggiare, come su di un 
piano, un primo mucchio di armi intorno al piede di un grande tronco d'albero, che 
levasi dritto ed è visibile solo in quelle parti che le armi, accumulate intorno ad 
esso, lasciano scoperte. A sinistra (fig. 3), diritta lungo la parte inferiore del tronco 
come se rivestisse un corpo umano, è, vigorosamente ritratta, una tunica di por- 
pora rabescata di oro, e i rabeschi rappresentano tritoni e grifi alati: un tritone 



REGIONE 1. 



431 — 



POMPEI 



ed un grifo, nel mezzo del petto, tra un duplice ornato lineare, ed una doppia 
serie di tritoni e di grifi alati, natanti a sinistra ed alternantisi, nella parte infe- 
riore della tunica, anch'essi tra duplice ornato lineare. Essa è stretta alla cinta da un 
laccio che viene ad annodarsele dinanzi; è succinta poco al disotto del ventre e 
scende in pieghe numerose e pesanti, doppiamente listate di oro nell'orlo inferiore. 





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Fio. 2. 



Sovr'essa è, immediatamente al posto del capo, inchiodato al tronco, un elmo con 
alto cimiero, guanciali e soggólo: due corna spuntano dall'una e dall'altra parte della 
calotta; al posto del volto è l'oscura ombra del vuoto. Un ampio scudo ad umbone 
dai riflessi metallici è in terra a sinistra di questa tunica, poggiando su di esso un 
elmo pileato, munito di paragnatidi delle quali solo quella a dritta è visibile. Un 
altro grande scudo circolare, a zone concentriche quasi del tutto svanite, e di cui 
l'ultima contornante l'orlo è di color pavonazzetto, è al lato sinistro della tunica e, 
nel centro, ha una protome virile barbata, di cui sono visibili ormai soltanto la breve 
fronte circondata di folta capigliatura, gli occhi spalancati e il taglio della bocca. 
Un terzo scudo di forma ovale e di color marrone con fasce bianchicce irraggiate 



POMPEI 



— 432 



REGIONE 1. 




dal centro poggia di traverso sul 
precedente ed ha sulla faccia este- 
riore l'episema del fulmine stiliz- 
zato. Un • altro scudo, rivestito 
chiaramente di bronzo, gli fa con- 
trapposto a dritta del tronco, ed 
è collocato anch'esso di traverso; 
mostra l'orlo superiore doppia- 
mente falcato e, sulla faccia este- 
riore pronunziatamente convessa, 
appena visibile l'immagine di 
una Vittoria che tende col braccio 
dritto una corona. Esso poggia a 
sua volta sopra una serie di tre 
ampii scudi dalla forma esago- 
nale leggermente appiattita nei 
lati lunghi, i quali, mentre sono 
anch'essi con l'orlo superiore ap- 
poggiati al tronco, riposano con 
il loro triplice orlo e la triplico 
ombra che ne deriva sul piano 
del trofeo: un'ascia pare l'episema 
dipinto sul dorso dell'ultimo di 
essi. Una grande àncora, alta quasi 
quanto tutta questa parte del 
trofeo, lo attraversa da sinistra 
a destra poggiando su i vari ele- 
menti che lo compongono, ed ha 
l'anello superiore a terra, mentre 
la sua traversa, leggermente ri- 
curva, si nasconde, in parte, 
dietro l'umbone dello scudo che 
è in terra a sinistra, ed i suoi 
bracci, curvi come corna lunate, 
si volgono in giù su l'orlo del 
grande scudo rotondo dalla testa 
virile barbata. Una breve catena 
pende dal suo anello inferiore. 
Due punte di giavellotti spun- 
tano di sotto alla tunica sul 
piano. Due paia di alte lance 
levano infine le loro aste e le 
punte di bronzo di dietro l'elmo, 



Fio. 3. 



REGIONE I. 



— 433 — 



POMPEI 



da dritta e da sinistra del tronco, compiendo questo insieme di armi magnificamente 
composto e vigorosamente espresso. Io alto (poiché quanto abbiamo descritto non 
formava che i piedi del trofeo) questo assumeva l'antica classica forma antropomorfa. 
Su l'alto del tronco era infatti inchiodata una tunica con sovrapposta corazza a la- 
minette metalliche pendenti e pet- 
torale e spallacci di bronzo ornati 
ed intorno alla vita attorcigliato 
un manto con lembo cadente. Sulla 
punta di esso era quasi certa- 
mente l'elmo, come sulle due 
braccia erano (ed ora ne restano 
solo in parte due di color pavo- 
nazzo) scudi in croce, pendenti 
da dritta e da sinistra insieme con 
giavellotti e, legata da uà nastro 
pavonazzo, al braccio sinistro del 
tronco, una faretra di bronzo a • 
forma di colonnina con base, ca- 
pitello e coperchio campaniforme, 
tutta ornata di volute. 

Sull'altro pilastro (fig. 4) il 
gruppo inferiore delle armi allar- 
gasi in un maggiore spazio; sven- 
turatamente però esso non è in 
eguale stato di conservazione. Il 
tronco elevasi più poderoso e vi- 
sibile. Dinanzi ad esso, sul piano 
formato dallo zoccolo, un legge- 
rissimo carro dalle ruote piccole 
e sottili vi è dipinto di tra- 
verso per tutta quasi la larghezza 
del pilastro, e il timone, assai 
lungo, ha la punta ed il giogo 
rivolti in alto ; un manto pesante 
e velloso, gittato su di esso, ne 
copre parte della lunghezza e scende a terra con grande e pronunziato partito di 
pieghe. Un gladio gli si appoggia innanzi ed ha manico di avorio, fodero color viola 
e spigoli dorati come dorata ne è la punta. Accanto a questo, a dritta, è un altro 
pileo col consueto cavo bruno del suo giro interno ed il paranuca. A sinistra, gittato 
in terra e per metà nascosto dal manto velloso, è un grande scudo bislungo visto 
dall'interno ed assai concavo; in terra, anche sotto il carro, è un altro grande scudo 
ellittico, ed un altro, a dritta del carro, grandissimo, di una tinta viola, mostra il 
convesso del suo dorso con l'orlo arcuato superiore rivolto in giù e la parte inferiore 




Fig. 4. 



POMPEI — 434 — REGIONE I. 

restri ngentesi poggiata al tronco: è attraversato innanzi da un piccolo scado ovale ora 
quasi del tutto invisibile, mentre un altro grandissimo scudo, anch'esso di forma ovale, 
poggiasi più indietro a terra e rompe la fascia terminale del pilastro. A sinistra, un 
grande scudo anch'esso ovale ma visto, come a me pare, dall' interno, mostrasi fra il 
timone ed il tronco, completando la piramide, e su di esso, sia episema od altro, 
appare sur un ornato o insegna la forma di un ippocampo o di un capricorno. Un 
cornu con la sua grande linea curva e la bocca in alto termina a man dritta il 
trofeo, di dietro al quale dall'una e dall'altra parte del tronco, parallelamente disposte 
a raggi, due a sinistra e due a destra, quattro coppie di lance levano le loro aste 
di color legno e le loro punte di bronzo completando armonicamente questo classico 
trofeo : due altre punte di lance spezzate e riverse spuntano, nel centro, di sotto agli 
scudi ed al carro, e due aste di venabuli sono di traverso, in terra, nell'uno e nel- 
l'altro angolo del trofeo: una copertura di capo, pelosa e cerchiata, con fasce pen- 
denti, è nell'angolo dritto del trofeo ed, infine, nel centro di esso, sul corticc del 
tronco, abbracciale tronco e scudo, si attorciglia la bruna linea ricurva di un lituo 
augurale. Disgraziatamente, su questo grandioso e superbamente composto insieme, 
manca tutta la parte superiore, ma non così che di essa non siano visibili le tracce 
tanto della grande tunica centrale, da cui, a dritta, par che pendessero le pieghe di 
una lunga sopravveste, quanto di due paia di giavellotti pendenti a dritta e a sinistra 
dalle braccia sporgenti della parte alta ed antropomorfa, rispondente a quella del- 
l'altro pilastro, del grande trofeo. 

L'uno e l'altro di questi due trofei descritti sono, così per le loro dimensioni 
come per la loro arte, gli esempi più solenni e perfetti a noi finora pervenuti di 
quel tipo di trofei greco romani che si è convenuto di chiamare antropomorfi da ciò 
che mantennero la originaria idea di dare, dal più al meno, coli' insieme delle armi 
riunite l'ordine e la forma del corpo umano che esse rivestivano. Essi commemorano 
vittorie navali e terrestri, come mostra chiaramente la grande àncora rappresentata 
nel trofeo di sinistra, e come può dedursi dalla tunica purpurea che sul seno ha, 
come ornamenti aurati, tritoni e grifi marini alati natanti di conserva a sinistra ('). 

Nel centro quasi del tronco e al disopra della tunica purpurea succinta, il grande 
elmo cornuto accenna nettamente a vittoria su popoli barbari e più specialmente su 
Galli, così come gli scudi esagonali (*). A vittorie più specialmente orientali ci por- 
tano gli scudi a doppio seno lunati e l'ornatissima faretra a colonnina e con volute ( 3 ). 
A barbari del nord, specialmente germani, appartiene il manto velloso che il trofeo 
di destra ci mostra gittato sul carro leggiero, simile in tutto a quelli tramandatici 
in altri trofei, come, ad esempio, quello della corazza del Museo di Napoli ( 4 ) o al 

( 1 ) Il carattere tutto orientale di questa tunica navale purpurea allontana dalla vittoria navale 
di Cesare per avvicinarsi a quella actiaca di Augusto. 

( 2 ) Gli scudi esagonali che appaiono in quasi tutti i trofei barbarici — e gallici in ispecial 
modo — erano però anche gli scudi della fiotta ed appaiono, difatti, nella moneta di Augusto in 
cui si videro le vittorie navali, sia di Cesare sia di Augusto. 

( 3 ) È una forma di grande pelta allungato, di cui il miglior riscontro è fornito da un'Amaz- 
zone della Casa dei Vettii e da una delle Vittorie (l'ultima) di questo stesso nostro edilìzio. 

( 4 ) Guida del Museo di Napoli, 591 (6213), pag. 170. 



KEGIONE r. — 435 — POMPEI 

manto che sontuosamente discende in uno dei trofei germanici già detti di Mario ('). 
Similmente a popoli del nord e più specialmente ai Britanni ci porta soprattutto il 
carro di cui la forma singolarissima riproduce in una immagine della quale l'antichità 
non ci ha tramandata l'uguale, Yessedum, il noto carro che ricordò sulle monete le vit- 
torie di Cesare su quel popolo ( 2 ). Le due ruote piantate indietro sono sottilissime e certo 
non fatte per portar pesi od altro, per servire cioè a trasporti militari, come quelli 
di pesante struttura che vediamo a ciò adibiti noi rilievi della Colonna Traiana ( 3 ). Tra 
osse, quasi in bilico, è un piano stretto ed assai lungo innanzi, terminato a sua volta 
da un lungo timone con giogo, l*uno e l'altro forti e massicci. È, come si vede, la 
descri/.ione precisa che lo stesso Cesare ci dà del leggiero carro britannico, Yessedum, 
su cui il guerriero barbaro in piedi ad avendo a fianco talvolta il compagno, l'auriga 
or mostrava di retrocedere, ora avanzava, per lanciare più da vicino il giavellotto, 
fin sul giogo, camminando sul timone (per timonem ... in iugo insistebat) ( 4 ). 

A popoli di civiltà ellenistica ci riporta invece la corazza che è nella parte 
superiore del trofeo di sinistra. Essa posa su una ricca tunica, ha pettorale di bronzo, 
spallacci con ornamenti floreali e laminette metalliche, evidentemente cucite su cuoio, 
pendenti dal pettorale: intorno alla vita è avvolto riccamente il paludamento color 
pavonazzo con riflessi verdi, il cui lembo è fermato e pendente dinanzi. È la co- 
razza ellenistica divenuta di uso comune per i comandanti superiori anche dell'eser- 
cito romano durante f impero. Essa, anzi, in un affresco di Pompei derivato certo 
da un originale pergamenico, ma anch'esso forse alludente alle vittorie di Augusto, 
caratterizza il vincitore principe ellenistico, Attalo I, di fronte alle armi dei vinti 
Galati, che sono appunto elmi cornuti ed una corazza metallica con tunica discinta, 
di forma e carattere del tutto differenti ( 5 ). 

Questo insieme di armi e di vittorie navali e terrestri su Galli Britanni, Ger- 
mani e popoli del mondo ellenico-romano, ci porta dunque, esaminato al lume degli 
altri monumenti consimili, senz'altro alle vittorie ed ai trofei di Cesare e di Angusto. 
Al primo ci richiamano, più che ogni altro, nettamente l'elmo cornuto e Yessedum. 
All'uno e all'altro le spoglie di vinti popoli ellenistici, al secondo più che al 
primo l'ancora e la tunica navale, ad Augusto infine il capricorno, se questo episema 
debba vedersi nelle tracce rimaste di esso nel secondo trofeo; ed a lui e a Cesare 
ancora il lituo solennemente segnato nel centro del trofeo di destra ad indicare la 
qualità augurale di chi formò e per chi furono formati quei trofei, qualità che Ce- 
sare ed Augusto amarono tanto di ricordare ( 6 ). 

, ( l ) Helbig. Fùhrer, I, .pag. 260; Armellini, Campii., I, tav. 8; ved. Reinach, Rép. des reliefs, 
I, pag. 890. 

( 2 ) Babelon, II, 12, 12 moneta s. cit. 

( 3 ) Reinach, Rép. de reliefs, I, pp. 803 (37), 323 (115), 327 (134). I carri trasportanti scudi 
ed altri trofei hanno ruote e struttura del tutto differenti. 

(*) Cesare, de Sei. gal., IV, 33 e V, passim. Vedi Dici. d. ant. gr. et rom., 517 ecc. 

( 5 ) Reinach, Trophées macedoniens in Révue des études grecques, loc. cit. Il Voelcke, Beitr. 
». Oesch. d. Tropaions, pag. 63, richiama la somiglianza di questa immagine con l'Augusto di 
Primaporta. 

(*) Spessissimo nelle monete, come ad esempio Babelon, II, p. 13, n. 15; 14, 16; 16, 24; 20, 32, 

Notizie Scavi 1916 — Voi. XIIL 57 



POMPEI — 436 — REGIONE 1. 

Certo può apparire inattesa la presenza del lituo tra le armi barbariche di 
questi trofei ; ma tale presenza, se pure non messa in rilievo dai dotti, non è unica 
né nuova nei monumenti classici, sebbene riceva nel nostro affresco la sua più 
solenne consacrazione. Il lituo accanto a trofei noi troviamo infatti rappresentato 
in non poche monete, come ad esempio in un aureo di L. Sulla (87 av. Cr.), che 
anzi ivi più che altrove la presenza del lituo è strettamente connessa al trofeo 
stesso, corrispondendo ai due trofei ivi rappresentati non uno ma altrettanti litui (') 
Anche il lituo troviam ricordato accanto a trofei in un denaro del figliuolo del 
Dittatore, Faustus Comelius Sulla (55 av. Cr.), ed anche qui ai due trofei late- 
rali dei tre ivi rappresentati corrispondono due litui ( 2 ). Ancora un trofeo con lituo 
ci offre un danaro di Q. Metellus Scipio (48-46 av. Cr.) ( 3 ). Il lituo con altri stru- 
menti sacrificali appare nell'Arco di Orango dttto di Tiberio, che commemorava le 
vittorie di Cesare, o nei trofei navali di un supposto tempio di Nettuno nel Museo 
Capitolino ( 4 ). Una bella rappresentazione del lituo in un trofeo è in Pompei stessa, 
in uno dei rilievi a stucco del sontuoso apoditerio delle Terme Stabiane ( 5 ). Ed 
infine, nella grande gemma augustea di Vienna, mentre i soldati romani elevano un 
trofeo di armi barbariche, Augusto, accompagnato dal segno del capricorno che abbiam 
visto anch'esso comparire tra queste spoglie, siede stringendo nella mano, quasi al 
centro della grande gemma, quel lituo augurale che anche qui appare rappresentato 
nel bel mezzo del nostro trofeo ( 6 ). 

Questo esame dei nostri trofei ci porta a vedere in essi delle copie, più o meno 
fedeli, dei grandi trofei (giyantea tropotea) elevati da Augusto al divo Giulio in Roma. 
Il tempio infatti dedicato a Marte Ultore come vendetta dell'uccisione di Cesare e 
destinato ad accoglierli, dovette senza alcun dubbio, esser tutto, nell'architettura, nella 
decorazione, nei ricordi ordinato ad un unico scopo e ad una unica glorificazione: 
quella dei trofei in esso consacrati, che furono così quelli di Cesare come quelli di 
Augusto, cosi di vittorie terrestri come navali. Che anzi, ottenuti così gli uni come 
le altre, oltre che contro i barbari anche contro grandi condottieri romani, furono da 
Augusto consacrati, a titolo di espiazione, nel tempio di Marte Ultore, secondo la 
promessa fatta al Dio sui campi di Filippi. 



dove il lituus augurale è nel dritto dietro al suo capo, mentre nel rovescio è Venere dritta con 
la Vittoria sulla mano destra e il braccio sinistro sul grande scudo. Il lituus troviamo in un aureo 
di Augusto (Babelon, II, p. 37, 66), tenuto da lui nella mano dritta persino nella statua equestre 
decretatagli dal senato avanti la guerra di Antonio. 

C 1 ) Babelon, I, 406, 28. 

(*) Babelon, I, 424 ; 63, dove, come nell'altra, la descrizione non risulta a (al riguardo abba- 
stanza esplicita. 

(») Babelon, I, 280, 52. 

( 4 ) Reinach, Rèp. des reliefs, tav. I, pag. 203, e tav. Ili, pag. 216-217. 

(') La tavola d'insieme del Niccolini, Case e monumenti di Pompei, voli. I, II, non lascia 
distinguere i particolari e, quindi, né il lituo né lo scorpione di cui parlerò in seguito. 

(•) Beinacb, Pierres gravéts, pi. I, pag. 2-3. 



REGIONE I. — 437 — POMPEI 

Tale tempio, per tale glorificazione creato, descrissero gli scrittori, cantarono i 
poeti, imitarono gli artisti in ogni parte del mondo romano ( 1 ). Che anzi per l'arte 
romana esso dovette essere, per lungo tempo, quello che il grande monumento per- 
gamenico fu per l'arte ellenistica. Le sculture che l'adornarono, le sue decorazioni 
pittoriche, gli stucchi delle volte, i capitelli, i fregi ad un unico fine decorativo 
appropriati, ritraendo schemi, motivi, particolari tratti da quei trofei reali, dovettero 
indubbiamente diffondersi nel mondo romano, in copie più o meno eguali, di cui una 
noi dobbiamo senza alcun dubbio vedere in queste grandiose immagini pompeiane. 
Naturalmente non possiamo dire quanta parte dobba fassi a necessarie semplifica- 
zioni di quegli originali grandiosi nelle nostre riproduzioni, ma non è dubbio che 
queste fra tutte debbano riprodurre più da vicino quei trofei i quali come ornano 
qui i pilastri di questa porta Pompeiana, dovettero fiancheggiare l'alta porta del 
tempio di Marte, quali dal Dio stesso sono visti nei versi di Ovidio: 

Prospicit in foribus diversae tela figurae 
Armaque tcirarum milite vieta suo ( 2 ). 

Ma se questi trofei dovettero essere in stretta relazione con l'uso cui fu adibito 
lo spazio quadrato di cui fiancheggiano l'accesso, quale fu questa relazione e quale 
l'uso di quell'ampia sala? I trofei che noi abbiamo finora descritti sono certamente 
fra i più grandiosi che ci abbia tramandati l'antichità; essi sono anche, come abbiam 
detto, le immagini pittoriche più vicine dei trofei del tempio di Marte Ultore nel 
Poro di Augusto; ma poiché essi raccolgono gli emblemi essenziali delle vittorie di 
quei grandi condottieri nelle varie parti del mondo e poiché ormai solo poche armi 
ed arnesi da guerra del tutto speciali segnavano una vera differenza fra gli arma- 
menti dei barbari e quelli di Roma, che cominciava già tutti ad accoglierli ( 3 ), noi 
possiamo dire che i nostri sonò i trofei per eccellenza, il trofèo piuttosto che questo 
o quel trofeo speciale, così che basterebbe togliere alcune poche armi di natura pret- 
tamente barbarica perchè quei trofei potessero applicarsi ad ogni grande vittoria, per 
farli servire ad ogni luogo, di cui si volesse indicare esteriormente il carattere mili- 

( 1 ) Reinach, 1. e, pag. 511. Hor. od. II, 9, 19: Cantemus Augusti tropaea; Ovid. Fast. 

V. 409 etc. 

( 2 ) Ovid. Fast. V. 561-62. Giustamente fu osservato che questi diversae tela figurae e queste 
armaque terrarum vieta non possono essere le insegne reali dei trionfi, poi che queste non potet- 
tero essere in foribus, ma dovettero essere tela in foribus insculpta. Il Reinach, 1. e, pag. 511, 
n. 9, anch'egli propende per questa spiegazione, ma io escluderei completamente l'altra ipotesi che 
si tratti di armi ammassate. Deve trattarsi per l'appunto di pilastri scolpiti di cui i nostri ci danno 
le immagini pittoriche. Le grandi ombre simulano perfettamente i grandi rilievi scultorii, epperò 
del vero da cui sono ritratti. 

( s ) Il grande scudo restringentisi che è nel pilastro di destra caratteristico dei Sanniti, era, 
nella fine della repubblica e nell'impero, lo scutum per eccellenza dei Romani (Polyb. VI, 23). Lo 
scudo esagonale, barbarico per eccellenza, fu quello della flotta romana. La parma tracica fu lo 
scudo della cavalleria. Il piccolo scudo rotondo e sonoro degli spagnoli fu l'armo delle cetratorum 
cohortes e così via. 



POMPEI 



— 43S 



REGIONK I. 



tare che, anche per altri indizi, ha il grande spazio quadiato che noi passiamo a 
descrivere. 

Esso misura m. 8,50 X m. 8,50 ed era chiuso, come abbiam detto, da tutti i 
lati meno che per una porticina nel lato nord (Kg. 2). La parte postica del pilastro 
di sinistra e la piccola parte che ancora resta della parete occidentale mostra archi- 




Fig. 5. 



tettura di secondo stile in uno stato assai mediocre di conservazione. Tale decora- 
zione dovette indubbiamente avere la sua corrispondente zoccolatura, ma essa fu 
sostituita in seguito da un altro zoccolo rosso, come mostra così lo spessore del nuovo 
strato di intonaco sovrapposto all'antico lungo tutto il margine superiore, come lo 
stile in cui esso è trattato e lo stato di conservazione perfetto in cui lo abbiam 
rinvenuto. La parte orientale, invece, non ebbe fin dall'inizio alcuna decorazione 
essendo destinata fin dall' inizio a portare un grande armadio per tutta la sua lar- 
ghezza (fig. 5). Dei pilastrini alti quanto lo zoccolo, larghi cm. 48 e sporgenti cm. 86 
dalla parete erano evidentemente chiamati a sostenere quell'armadio che, in giro in 
giro, dovette rivestire quelle nude pareti, dove si aprono molti buchi nei quali esso 
era fermato. Nessuna parte, naturalmente, noi abbiamo potuto riconoscere del legno 
che formava quell'armadio; ma in un punto in cui la cenere aveva invaso il lapillo, 
noi potemmo notare la impronta lasciata dal legno per tutta l'altezza di esso e per 



REGIONE I. — 439 — POMPEI 

la larghezza dall'uno all'altro dei due pilastrini, che è quanto dire per una almeno 
delle diverse aperture del grande stipo. Alcune ferramenta, cerniere od altro che fos- 
sero, segnano la larghezza di ciascun battente, ed esse sono rimaste nel calco che 
felicemente abbiam potuto ritrarre e lasciare sul posto (fìg. 5, A). Fra i battenti e 
sui pilastri dello zoccolo l'armadio aveva pilastrini con capitelli ed un frammento 
di una delle volute del capitello ha lasciato la impronta nella cenere da noi potuta 
integralmente conservare e consolidare (tìg. 6). Lumeggiature di oro, rinvenute e ri- 
maste in detto frammento, ornavano riccamente quell'armadio che, insieme al giallo 
oro della decorazione sottostante e alle linee architettoniche della parete di fronte, 
dovette presentare un magnifico e grandioso insieme. 




Fig. 6. 



Lo zoccolo composto di pilastri, tre per parete, e di riquadri (a sinistra, come 
ho detto, tali pilastri non esistono se non nella imitazione pittorica, non dovendo 
nulla sostenere da quella parte) è rosso con decorazioni gialle. I tre pilastri della 
parete orientale e i due semipilastri decorativi angolari di essa danno luogo a quattro 
scomparti di m. 0,80 in media, nel cui campo centrale, tra il fine ornato di cornici 
filettate di oro che limitano il riquadro, sono vittorie volanti. I pilastri contornati di 
uua fascia verde hanno nel campo rosso dei candelabri a leggieri fusti, dove di 
gambi attortigliati, dove di aste semplici. Foglie e guaine spuntano da gambi 
ed aste, mentre, a poco più della metà dei fusti, rami sottili si intrecciano e si 
dispongono dall'uno e dall'altro lato del fusto in volute dagli aperti fori centrali: 
più in alto, i due gambi attorcigliati si dividono in due branche su cui grossi frutti 
rotondi con pistilli acuti sostengono larghi piatti: sopra questi delle meravigliose e 
potenti aquile spiegano le loro ali, ed una fra esse, di più energica fattura, volge il 
suo capo al cielo lanciando in alto il grido (fig. 7). Su i fusti intrecciati sono le 
aquile, sulle aste dritte, che hanno tre piattelli sovrapposti a varia distanza come 
tre calici che si schiudono l'un sull'altro, sono grandi globi cerulei cinti di corona 



POMPEI — 440 — REGIONE I. 



aurea >li alloro raggiata di oro. Fiancheggiano questi pilastri dall'una e dall'altra 
parte dei padiglioncini aiti, leggerissimi, dipinti, a line piani. Dei rametti assai 
gentili di boccinoli e fiorellini, gialletti e bianchi con foglioline verdi, salgono dal 
piano tra i padiglioncini e le cornici dei riquadri o, come festoni, ornano i padi- 
glioni Dei riquadretti rossi listati di verde o semplicemente verdi, veri fermagli 
ornati di bucranii o delfini o piccoli rosoni, legano orizzontalmente alle colonnine 
sottili dei padiglioncini le cornici dei riquadri, nel mezzo dei quali, infine, sono 
ligure il Vittorie volanti nel numero di dieci quanti sono i riquadri. 



* 



La prima delle Vittorie, che è anche una delle più belle (fig. 8) in veste gialla 
dalle pieghe svolazzanti di giallo e di celeste, ha verdi ali spiegate e il seno sinistro 
scoperto. La testa virile e severa guarda dinanzi a sé di profilo; una corona circonda 
i capelli, sul braccio sinistro è lo scudo rotondo di color rosa: sulla spalla tiene con 
la mano dritta una lunga lancia dorata dalla punta di bronzo rivolta a terra e vola, 
avanzando il piede sinistro. La seconda ha manto verde svolazzante: dall'apertura 
del quale appare per quasi tutta la sua lunghezza la gamba sinistra assai sottile. 
La mano sinistra tiene per l'ansa interna uno scudo piccolo rettangolare, assai con- 
cavo, di color verde e, nella mano destra, ha una sica, la nota arma tracia, nel suo 
fodero dal manico ornato di nastri, se pur non è il balteo così raccolto intorno all'impu- 
gnatura e pendente. La terza, vestita di verde con svolazzi violacei, porta nella mano 
sinistra, dritto, tenendolo per l'orlo inferiore, un grande scudo bislungo dorato e nella 
dritta abbassata stringe un gladio nella sua vagina. Le sue forme sono piuttosto tozze 
e mostrano di essere state tirate giù dal decoratore alla lesta. La quarta ha manto 
gialletto con rimboccatura e svolazzi violacei: porta uno scudo ombelicato come la 
prima ed abbassa, poggiando la lunga asta sul braccio, una lancia dorata nella dritta: 
la testa, coronata, ha occhi sbarrati e cera virile: al braccio dritto ha un'armilla. 
La quinta occupa il centro dell'angusto riquadro a dritta della porticina nella parete 
nord: veste manto verde con svolazzi violacei, imbraccia, piegando il gomito sinistro 
al seno, lo scudo ellittico dorato, mentre protende il gladio di bronzo dall' impugna- 
tura, come le altre, infioccata, chiuso nella sua vagina. La sesta (fig. 9), vestita di 
giallo con svolazzi violacei, col capo coronato e bella, volge il capo leggermente 
indietro, mentre tende lo scudo bislungo imbracciato con la sinistra, e con la dritta, 
leva il gladio ornato anch'esso di nastri, toccando l'orlo dello scudo con movimento 
ritmico. La settima, dalla testa grande e maschile volta di profilo, vestita anch'essa 
di giallo con svolazzi violacei, avanza a dritta stringendo con la sinistra e copren- 
dosi di un grande scudo rotondo e concavo dal cerchio di bronzo e dalla faccia este- 
riore gialletta. Stringe nella dritta, a metà dell'asta e protende una lancia, ed è la 
sola che ha calzari ai piedi di color verde: essa più che volare cammina ad ali 
spiegate. La ottava dal volto tondeggiante ed incoronato di prospetto, vola a sinistra 
ed ha ali e veste celesti ed imbraccia un bislungo ed assai convesso scudo dorato 
con interno di verde scuro: nella destra ha una sica dalla lama angolare e dal- 
l'impugnatura ornata anch'essa di lacci. La nona ha perduto per la mina prodotta 



REGIONE, 1. 



— 441 — 



l'OMPEI 



dallo scavo antico nella parete occidentale, tutta la parte superiore, così che non 
resta di essa ve non una piccola parte. È volta a sinistra, ha veste verde con svo- 




Fio. 7. 



lazzi celesti e lo scudo (un grande scudo bislungo e fortemeuto concavo) è pialletto 
esteriormente e verde, che è quanto dire di bronzo dorato, nell' interno, dove appare 



rOMPBl 



442 



KKiilONK I. 



in p;nU' la mano che tiene l'ansa di cuoio. L'ultima, di cui manca la testa e l'ala 
sinistra e parte dello scudo, vestita di giallo con rivolti violacei, volando a dritta, par 
che volga lo sguardo in alto ed apre seno e braccia in atto offensivo ed energico, 




Fie-8. 



distendendo tutto il braccio sinistro che ha scudo doppiamente falcato e, con la 
destra, brandendo per la impugnatura un sottile gladio, adorno come gli altri di 
nastri pendenti. 

Sono dieci Vittorie alate volanti, di cui principale caratteristica è la diversità 
delle armi e degli atteggiamenti. Le prime consistono ora in lunghissime aste cui 
costantemente si uniscono scudi rotondi, ora in gladii più o meno robusti che si 



REGIONE I. 



443 — 



POMPEI 



accompagnano a scudi ellittici o bislunghi o falcati, ora in siche, le angolari lame 
tracie, che si accompagnano al piccolo leggiero scudo trace. Ed una ha l'impu- 
gnatura del gladio fermata alla mano da una fascia, ed una ha al braccio dritto come 
premio militare l'armilla ('), una poi al piede un calzare che direbbesi la caliga del 




l'io. 9. 



soldato romano, ed una tende scudo e gladio, volgendo il capo nell'atteggiamento 
ritmico di una danza coribantica, come nel noto rilievo capitolino (*). E così una, 
l'ultima, pare che sfidi e combatta, una, la quinta, par che si raccolga e difenda, 

( l ) V. dona militarla in Daremberg et Saglio. Non fa difficoltà il fatto che Varmilla sia 
qui portata al braccio piuttosto che al polso. Non é men vero che è la sola Vittoria che abbia 
quell'ornamento e che ciò deve avere il significato da noi datogli. 

(*) Beinach, Répertoire de» Relief», III, 201-2. 

Notizik Scavi 1916 — Voi. XIII. 58 



POMPEI — 444 — REGIONE 1. 



una, la terza, pare che tenda in dono e mostri lo scudo sannita, una, come abbiam 
detto, pare che danzi, una, infine, quella che ha l'armilla al braccio, pare che inceda 
e riposi dopo la battaglia. 

Nessun dubbio che queste alate figure volanti ed armate, così come i grandi 
trofei, rivelino nella nostra grande sala quadrata un edificio di carattere esclusiva- 
mente militare e che, anzi, così le une come gli altri debbano riferirsi senz'altro e 




Fio. 10. 



più strettamente ad una sala di armi. Il grande armadio, di cui abbiam potuto sco- 
prire i resti, non consente su ciò alcun dubbio: che anzi è la più evidente conferma 
di quanto quelle speciali figurazioni avevano chiaramente indicato. Sventuratamente 
sono mancati i trovamenti di armi o di altro a darci una maggior luce sopra una iden- 
tificazione più precisa di questa sala di armi che chiameremo un armamentarium ( 1 ). 
Ma neppure questi trovamenti sono mancati del tutto. Sono stati rinvenuti infatti fra 
il lapillo: la parte esteriore di un'impugnatura di avorio rappresentante una testa 
di Minerva energicamente modellata (fig. 10) ed un bustino di bronzo anch'esso 
di Minerva assai bene conservata, l'uno e l'altra perfettamente rispondenti ad 



(*) Orelli-Henzen, 975, 3586. Ve ne erano in Roma, in Italia, nelle Provincie. Armamen- 
taria publica li chiama Cicerone e li definisce come depositi di anni da dare al popolo (Eab. per- 
duell, 7). Esistevano tcribae, architecti, praefecti armamentarii. 



REGIONE I. 



445 — 



POMPEI 



un ambiente guerriero; inoltre alcuni bronzi e, cioè, la bocca di una serratura, 
alcune maniglie, ed un ariete, tutti appartenenti ad una piccola cassaforte insieme 
con una targa che ci ha rivelato il nome di un nuovo bronzista che lavorò quei 
bronzi (fig. 11). L'iscrizione dice: Q_: SERVILI VS FECIT. Dna impronta di brevi 




Fio. 11. 



traverse in legno e due piedi di bronzo ci dicono inoltre che ivi fu anche un 
seggio abbastanza ornato. 



Di più non possiamo precisare intorno a questo nobile ambiente se non per via 
di esclusione. E, di fatto, l'assenza assoluta negli affreschi dei pilastri di quelle che 
furono le caratteristiche armi gladiatorie ci autorizza senz'altro ad escludere la iden- 
tificazione con un armarne ntarium gladiatorium. 

Anche a voler ritenere che dalle rappresentanze pittoriche dei trofei, tratte ormai 
da schemi fissi e da esemplari celebri, nulla possa inferirsi della destinazione precisa 
della sala, non è alcun dubbio che, dove essa fosse stata un armamentario di già- 



POMPEI 446 REGIONE I. 

diatori, non poteva mancare in quelle insegne esteriori la sostituzione di armi gla- 
diatorie al posto di quelle di trofei barbarici: l'elmo gladiatorio, per esempio, al 
posto di quello gallico cornuto, e, al posto di àncore navali, il tridente, gli schinieri 
il galero, la rete. Dove, infatti, chiaramente in Pompei apparve una ornata sala 
gladiatoria, apparvero anche trofei di armi, sul cui significato gladiatorio non può 
cadere alcun dubbio come può vedersi nella riproduzione (tig. 12) che io dò della 
parete e di quei trofei da un unico acquerello contemporaneo del Morgen, rinvenuto 
fra carte abbandonate nei magazzini del Museo ('). Di tutto ciò nessuna traccia né 
nei nostri affreschi né nelle Vittorie, dove di gladiatorio non appare che la sica, la 
quale fu anch'essa, prima che gladiatoria, un'arma tracia e che, ad ogni modo, potrebbe 
indicare una qualche relazione che questa sala di armi avesse anche con i ludi gla- 
diatorii o l'attributo di una speciale Vittoria, la Vittoria, per l'appunto dei gladia- 
tori o dell'anfiteatro. 

Si presenta dopo ciò spontanea l' ipotesi che la nostra sala fosse stata destinata ad 
un armamentario della Colonia Pompeiana, una sala, cioè, dove si conservasse quello 
che una iscrizione di Verona ricorda come l' instrumentum Veronensium ( 2 ). inten- 
dendo qui per instrumentum quanto poteva riguardare non solo la difesa dagli incendii, 
ma anche le armi cittadine che ivi si conservassero per una piccola milizia munici- 
pale o anche per i casi di più grosse leve di armati municipali. La qualità di prae- 
fectus vigilum et armorum che troviamo in una iscrizione di Nimes ci dà il carat- 
tere per l'appunto degli armamentario, dove quello instrumentum municipii o coloniae 
veniva conservato ( 3 ). Le colonie ed i municipii avevano, come è risaputo, queste 
milizie municipali, il cui scopo principale era quello della polizia cittadina, di 
allontanare i latrocini, di spegnere gli incendii" di tenere a freno il più che possibile 
per l'appunto la tracotanza dei gladiatori e così via. Tali milizie municipali non ci 
sono abbastanza note; ma non è dubbio che in Italia e dappertutto esse esistes- 
sero ( 4 ). Nessuna traccia di esse ci hanno lasciata in Pompei le iscrizioni, per quanto 
la loro natura, qui come altrove, non ne comportasse una durevole memoria. Ma 



( l ) I trofei, non secondo la loro disposizione sulla parete, furono pubblicati la prima volta 
dal Minervini, Bull, nap., n. s., 1853, pag. 98 e sgg., tav. VII, ma la riproduzione risultava assai 
diversa dall'originale. 

Nello stesso Bull, nap , a. s., 1859, tav. VII, ne fu pubblicato un disegno più accurato. Nel 
Daremberg et Saglio (art. Gladiator, pag. 5179) disgraziatamente fu riprodotto il primo. V. anche 
Niccolini, I, tav. I, della Caserma dei Gladiatori. Questo acquarello inedito del Morgen è il solo 
che riproduce la parete della sala con i trofei ancora inquadrati nella decorazione e fedelmente 
riprodotti. Staccati e conservati nel Museo sono ora irriconoscibili. Il Carnicci (Bull, nap, loc. cit., 
pag. 100) ci dà notizia di questo acquarello che era scomparso. « Quella stanza, così egli scrive, 
« assai più larga delle altre ed affatto aperta, verso il cortile aveva quattro dipinti, che scoperti 
«il 14 febbraio 1767 furono fatti disegnare dal Morgen e poscia il 7 marzo staccati e collocati 
« nel Museo ». 

(») G.I.L., V, 3387. 

C) Cagnat, De Municipal. et provincialibus militili, pag. 7 e seg. 

( 4 ) Cagnat, op. cit. ; Marquardt nell'ed. frane, voi. XI, pag. 272 e sgg. j e Cagnat, in Diction. 
des ant., di Daremberg et Saglio, pp. 1893-95. 



REGIONE I. 



— 447 



POMPEI 



non può essere dubbio che anche in Pompei, come in tante altre città d' Italia, se 
non una permanente e numerosa milizia municipale, dovesse essere, oltre che un 
armamentario per dette milizie, un piccolo corpo di esse che ne tenesse in guardia 
la sede. 

È certo difatti che nella sala di armi da noi rinvenuta dovette risiedere anche 
permanentemente un corpo di guardia. Il vasto quadrato, tutto circondato di armi 




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Fio. 12. 



gelosamente custodite in un sontuoso armadio dorato e con pareti così bellamente 
decorate, aveva, nel suo vasto ingresso, non una delle consuete chiusure fatte anche 
più robuste da serae, pessuli e repagula. L'accuratissimo scavo ci ha permesso, invece, 
di scoprire che il largo vano non era chiuso se non da un cancello di legno e da 
questo anche solo fino ad una certa altezza; particolare questo più che decisivo per 
concludere che quel luogo e quelle armi dovessero necessariamente essere affidate 
ad una guardia costante che ivi dovesse risiedere a custodire l'uno e le altre. Noi 
infatti abbiamo rinvenuto, all'altezza di circa m. 8 dal piano, la impronta, in alto, 
di un grande architrave che dall'una parete all'altra era chiamato a ricevere i vari 
battenti della grande chiusura, e al disotto di questo, i residui di un cancello che 
chiudeva tutto il vano, penetrando fin dietro i pilastri laterali. Il calco assai bene 



POMPEI — 448 — REGIONE I. 

riuscito di quel che resta del cancello (Mg. 13), le ferramenta ricuperate nella cenere 
e nel lapillo, le osservazioni minuziose fatte sulla soglia marmorea ci permettono 
di descriverlo e ricostruirlo quasi perfettamente. 

Esso era formato a bei rombi da grandi traverse di legno, borchiate agli incroci 
delle traverse, e ferrate alle estremità. L'architrave cui poggiavasi aveva fregio e 
listello. Nel mezzo era la chiusura dei due battenti mediani, forse nascosta da un 
pilastro centrale, ma la soglia non ha a questo punto foramina o claustra per acco- 
gliere pessuli o cardini. Cosi che il cancello dovette essere necessariamente uncinato 
all'architrave e fissato a un grande riquadro di legno mediante appunto anelli ed 
uncini, gli uni e gli altri rinvenuti difatti ai piedi di esso in numero adeguato, 
mentre non fu rinvenuta alcuna cerniera, né, sulla soglia, alcun canale, in cui i vari 




Fio. 13. 



battenti potessero scorrere, secondo il più comune sistema pompeiano. Dovette quindi 
esservi una apertura mediana a due battenti, divisa quasi certamente da un pilastro 
centrale, della misura di m. 4,05, e due aperture laterali, visibili dal fronte per 
m. 1,30 circa ciascuna ('), nascondendosi il resto del cancello dietro i pilastri. 

È un adattamento che ci è ricordato con singolare somiglianza dalla decorazione 
di un antico monumento pompeiano A dritta della via delle Tombe, una di esse fra 
le più anticamente scavate presenta su i suoi quattro lati, riprodotto a rilievo nello 
stucco, l' ingresso ad un edificio di somiglianza, come abbiam detto, quasi perfetta 
con il nostro. Sul fronte principale è un grande vano fra pilastri. Un architrave, 
sagomato precisamente come il nostro, collocato ad una identica altezza, lo attra- 
versa dall'uno all'altro lato, poggiandosi ai pilastri, ed un cancello lo chiude in 
tutta la sita larghezza; ed il cancello ha rombi borchiati precisamente come il nostro 
ed è diviso in tre aperture nelle facce laterali, in quattro da tre pilastri nel fronte. 
Tale decorazione è appena pallidamente visibile nello stato presente della tomba, ma 
il Mazois ce ne ha conservato il disegno che qui riproduco (fig. 14). 11 cancello, 
nelle facce laterali della tomba, è tutto chiuso così come era il nostro nel momento 
della catastrofe Ma, nel rilievo del fronte tombale, esso è aperto nella parte centrale 

(') Tale particolare è stato rivelato da alcune macchie e corrosioni di ruggine che si trovano 
in parti equidistanti sulla soglia marmorea e lasciano supporre, a quel posto, degli stanti, le cui 
teste di chiodi dovettero produrle. 



REGIONE I. 



— 4491— 



POMPEI 



per lasciar passare, da un lato del pilastro centrale, un guerriero armato di tutto 
punto con scudo imbracciato ed il suo cavallo, un eques, e, dall'altro, un milite a 
piedi non altrimenti identificabile : ciò che costituisce un prezioso elemento così per 
la illustrazione della rappresentanza tombale come un riferimento solenne di essa al 
nostro armamentarium ( 1 ). Non è dubbio infatti che il proprietario di quella tomba, 
che fu un Lucio Ceio Labeone( 2 ) volle ricordare, nella decorazione quattro volte 
ripetuta di quell'ingresso singolare come nella rappresentanza del guerriero che esce 









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Kig. 14. 



di là armato di tutto punto, un particolare, una carica della sua vita. Egli fu, dunque, 
un miles, anzi più specialmente un miles eques. 

Ma poiché la iscrizione non ricorda se non la sua carica di duumviro iure 
dicundo e quinquennale non possiamo vedere nella rappresentanza guerresca della sua 
tomba se non una sua carica di milizia municipale. Che se la tomba di Lucio Ceio 
ci richiama al nostro monumento, non è un caso forse che questo a sua volta ci richiami 
la famiglia Ceia ( 3 ). Sul suo pilastro di destra, infatti, fra gli altri programmi elet- 
torali, uno ne è comparso che raccomanda per l'appunto il nome di un M. Ceio 



( 1 ) Mazois, Le» ruines de Pompei, I, tavv. 16-17. 

( 2 ) C. I. L. X, 1037. 

( 3 ) Della Gens Oeia pompeiana, vedi iscr. in G.l.L. X, 909, 1037, 1038, 1039-40 e 8042; 
IV, 6780, 6054-6057, 5800, e per le candidature IV passim ed ora le relazioni dei nostri Scavi. 



POMPEI — 450 — REGIONE I. 

Secondo, di quella famiglia, quasi che il candidato volesse essere ricordato là dove il 
suo illustre antenato ebbe carica e benemerenze, senza dubbio care alla famiglia e note 
al paese, se la tomba volle commemorarle. A noi, ad ogni modo — ed è questo ciò 
che più importa — quella rappresentanza ci dà 1" immagine, quasi in ogni parte 
identica, dell'edificio e dell'ingresso solenne che il piccone e la ricerca ci hanno 
permesso di ricostruire dai suoi scarsi ma sicuri elementi, insieme alla sua desti- 
nazione. 

Vittorio Spinazzola. 



- 451 — 



INDICI 



INDICE DEGLI AUTORI 



Bendinelli G. Necropoli romana scoperta a Città 
di Castello, pp. 164-166. Testa marmorea 
di giovane donna rinvenuta a Poggio Som- 
mavilla, pp. 281-284. 

Calza G. Scavi di Ostia, pp. 138-148. 
Cultrera G. Tomba a camera etrusco-romana 
scoperta in Bettona, pp. 3-29. 

Della Corte M. Scavi di Pompei, pp. 30-35; 

151-158, 284-309. 
Db Rinaldis A. Monili d'oro di età barbarica 

scoperti a Senise in Basilicata, pp. 329- 



Fornari F. Statua marmorea ed avanzi di an- 
tiche fabbriche nel territorio dell'antica 
Setia, pp. 181-184. Avanzo di muro di cinta 
ed ambienti con mosaici in Cori, pp. 110- 
111. Frammenti del cornicione del tempio di 
Castore e Polluce pure in Cori, pag. 284. Sco- 
perte in Roma e nel suburbio, pp. 95-110, 
123-187, 173-175, 311-320, 389-393. 

Galli E. Istrumenti di ferro adoperati in età 

romana nelle cave di marmo in Carrara, 

pp. 91-94. 
Gatti E. Scoperte in Koma e nel suburbio, 

pp. 166-172, 227-229. 
Giglioli G. Q. Scavi nell'area di un'antica città 

e nella necropoli di Vignanello, pp. 37-85. 

Levi A. Statuetta di Eracle Bibace trovata nel 
territorio di Alife, pp. 111-116. 

Notizie Scavi 1916 - Voi. XIII. 



Lugli G. Scoperte in Roma e nel suburbio, 
pp. 172-173, 393-398. 

Negrioli A. Tesoretto di monete repubblicane 

d'argento scoperto ad Imola, pp. 159-163. 

Nogara B. Appunti intorno alle iscrizioni di 
Vignanello, pp. 85-86. 

Orsi P. Tesoro di monete greche arcaiche rin- 
venuto a Curinga, pp. 186-187. Ricerche al 
Piano della Tirena, in provincia di Catan- 
zaro, sede dell'antica Nuceria, pp. 335-362. 

Paribeni R. Scavi di Ostia, pp. 176-180, 321- 

329, 399-428. 
Pellegrini G. Rinvenimenti nel territorio di 

Este, pp. 363-388. 
Pernier L. Tumulo con ipogei paleoetruschi 

sul poggio di Montecalvario a Castellina in 

Chianti, pp. 263-281. 

Spano G. Scavi di Pompei, pp. 117-122, 231-235. 
Spinazzola V. Scavi di Pompei, pp. 87-90, 149- 

151, 429-450. 
Stefani E. Antichi sepolcri in Terni, pp. 191- 

226. 

Taramelli A. Milliario della via romana da Ca- 
rales a Sulcis, rinvenuto a Iglesias, pp. 187- 
190. Ricerche ad Abbasanta, pp. 235-259. 
Tomba di giganti di Nussin o di Fontana 
Capudanni a Paulilatino, pp. 260-261. Città 
nuragica nel Logudero a Bonorva, pp. 332- 
334. 

59 



— 452 — 



INDICE TOPOGRAFICO 



Abbasanta — tticerche nel nuraghe Losa, pp. 235- 
254. Tomba a cremazione presso il nuraghe 
Losa, pp. 254-255. Dolmen di Cannigheddu 
e S. Ena, pp. 255-258. Tomba di giganti di 
Su Scrrau de S. Arriu, pp. 258-259. Tomba 
di giganti di Su Cutzu de Sas Molas, p. 259. 

Alifb — Statuetta in bronzo rappresentante 
Eracle Bibace, pp. 111-116. 



B 



Bettona — Tomba a camera etrusco-romana, 
pp. 3-29. 

nuragica nel Logudero, 



Bonorva — Città 
pp. 332-334. 



Carrara — Istrumenti di ferro adoperati in 
cave di marmo in età romana, pp. 91-94. 

Castellina in Chianti — Grande tumulo con 
ipogei paleoetruschi sul poggio di Monte- 
calvario, pp. 263-281. 

Città di Castello — Necropoli romana sco- 
perta in contrada San Maiano. pp. 164-166. 

Cori — Scoperta di un avanzo di muro di cinta 
e di due ambienti con mosaici, pp. 110-111. 
Scoperta di alcuni frammenti del cornicione 
del tempio di Castore e Polluce, p. 284. 

Cubinga (Catanzaro) — Tesoro di monete greche 
arcaiche, pp. 186-187. 



E 



Este — Rinvenimenti vari nel territorio del 
comune, pp. 263-288. 



Imola — Tesoretto di monete repubblicane di 
argento scoperto davanti al palazzo vesco- 
vile, pp. 159-163. 



N 



Nocera Tirinesk — Ricerche al Piano della 
Tirena sede dell'antica Nuceria, pp. 335-362. 







Ostia — Scavi sul piazzale delle Corporazioni 
nell' isola tra il decumano e la via della 
Casa di Diana, pp. 138-148. Scavi eseguiti 
nell'area della città durante il mese di 
maggio, pp. 176-180. Lavori di assetto e 
piccoli trovamenti, pp. 321-329. Scavo del- 
l'isola ad est dell'area sacra del tempio di 
Vulcano, pp. 399-428. 



Paulilatino — Tomba di giganti di Nussin 
o di Fontana Capudanni, pp. 260-261. 

Poggio Sommavii.la (Collevecchio in Sabina) — 
Testa marmorea di giovane donna, pp. 281- 
284. 

Pompei — Continuazione degli scavi sulla via 
dell'Abbondanza, pp. 30-85, 117-122, 149- 
158, 231-235. Scavi sulla via dell'Abbon- 
danza e altrove, pp. 284-286. Rinvenimento 
di quattro sepolti dal lapillo nel peristilio 
della casa di Trebio Valente, pp. 87-90. 
Necropoli sannitico-romana scoperta fuori 
la porta di Stabia, pp. 287-809. Di due 
grandi trofei dipinti sulla via dell'Abbon- 
danza, pp. 429450. 



Iglesias — Frammento di un nuovo milliario 
della via romana da Carales a Sulcis, rin- 
venuto in regione Corungiu, pp. 187-190. 



Roma (Regione II). Resto di antico edificio a 
sud della via Annia, p. 227. Avanzi di 
antiche fabbriche sulla via S. Stefano Ro- 
tondo, p. 227, 



— 458 



Boma (Bigione IH). Pilastri, mura, pavimento 
presso la chiesa di S. Clemente, pp. 227-228* 

— (Begione IV). Pilastro presso via principe 
Umberto, pp. 166-167. Piccolo sacrario 
presso la chiesa di S. Francesco di Paola, 
pp. 167-170. 

— (Begione V). Colombario in via Principe Eu * 

genio, pp. 389-393. 

— (Begione VI). Mari a reticolati con pitture' 

piscina e strada medievale in via Napoli' 
p. 170. Avanzi di edifici, pozzo e cunicolo nel 
prolungamento di via Milano, pp. 228-229. 

— (Begione Vili). Bocchio di colonna e paral- 

lelepipedi di tufo in piazza S. Silvestro» 
pp. 170-171. 

— (Begione IX). Costruzioni antiche e marmi 

iscritti in via del Parlamento, pp. 393-398. 
Boma (Suburbio). Via Appia — Diverticolo tra 
le vie Appia e Latina, p. 171. 

— — Via Latina — Galleria cimiteriale, p. 172. 

Iscrizioni sepolcrali presso Tor Fiscale, 
pp. 172-173. Statua femminile nella Tenuta 
del Quadraro, pp. 173-174. 

— — Via Ostiense — Scavi nel cimitero di 

S. Ciriaco a Mezzocammino, pp. 123-137. 
Sepolture nella tenuta Volpi, p. 175. 

Via Portuense — Terme con mosaici in 

località Pietra Papa, pp. 311-318. Cippi 



terminali del Tevere in località Pian dne 
Torri, pp. 318-820. 
Boma (Suburbio). Via Salaria — Colombario 
Via Po, inpp. 95-110. 



S 



Senise — Monili d'oro di età barbarica, pp. 
329-332. 

Sezze — Statua marmorea ed avanzi di antiche 
fabbriche rimessi a luce nel territorio del- 
l'antica Setia, pp. 181-184. 



Terni — Scoperta di antichi sepolcri nella con- 
trada « S. Pietro in Campo » presso la 
stazione ferroviaria, pp. 191-126. 



Venosa — Iscrizioni latine raccolte e conser- 
vate in Bionero in Vulture, pp. 184-185. 

Vignanello — Scavi nella] città e nella necro- 
poli, pp. 37-85. Appunti intorno alle iscri- 
zioni, pp. 85 86. 



Erbata Corrige 



Pag. 109, linea prima,, invece di Avonia • xprepusavi leggasi Avonia • prepusavi 



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